

    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di Reclusione - Opera)




    Antonio Fogazzaro.
    MALOMBRA.



    
    
    
    
    
    


    INDICE.

    Parte prima. CECILIA.
    1. In paese sconosciuto: pagina 4.
    2. Il palazzo: pagina 33.
    3. Fantasmi del passato: pagina 51.
    4. Cecilia: pagina 71.
    5. Strana storia: pagina 78.
    6. Una partita a scacchi: pagina 141.
    7. Conversazioni: pagina 159.
    8. Nella tempesta: pagina 174.
    9. Piccola posta: pagina 193.

    Parte seconda. IL VENTAGLIO ROSSO E NERO.
    1. Notizie di Nassau: pagina 194.
    2. I Salvador: pagina 217.
    3. Ascetica: pagina 230.
    4. Intermezzo: pagina 255.
    5. Il ventaglio rosso e nero: pagina 265.
    6. L'Orrido: pagina 293.
    7. Un passo del destino: pagina 332.

    Parte terza. UN SOGNO DI PRIMAVERA.
    1. In aprile: pagina 363.
    2. Quid me persequeris?: pagina 406.
    3. Ho pianto in sogno: pagina 430.

    Parte quarta. MALOMBRA.
    1. Lo so, lo so, egli  qui ancora: pagina 449.
    2. Un mistero: pagina 471.
    3. Quiete: pagina 495.
    4. L'ospite formidabile: pagina 529.
    5. Inetto a vivere: pagina 564.
    6. Sereno: pagina 579.
    7. Malombra: pagina 614.
    8. Finalmente amato: pagina 647.








    Parte prima. CECILIA.


    Capitolo primo.
    IN PAESE SCONOSCIUTO.

    Uno dopo l'altro,  gli sportelli dei vagoni sono  chiusi  con  impeto;
    forse,  pensa un viaggiatore fantastico, dal ferreo destino che, ormai
    senza rimedio,  porter via lui e i suoi compagni  nelle  tenebre.  La
    locomotiva fischia,  colpi violenti scoppiano di vagone in vagone sino
    all'ultimo: il convoglio va lentamente  sotto  l'ampia  tettoia,  esce
    dalla luce dei fanali nell'ombra della notte, dai confusi rumori della
    grande  citt  nel  silenzio  delle  campagne  addormentate: si svolge
    sbuffando, mostruoso serpente, tra il laberinto delle rotaie,  sinch,
    trovata la via,  precipita per quella ed urla,  tutto battiti dal capo
    alla coda, tutto un tumulto di polsi viventi.
    V'ha  poca  probabilit  d'indovinare  che  cosa  pensasse  poi   quel
    viaggiatore fantastico,  rapito tra fiotti di fumo, stormi di faville,
    oscure forme d'alberi e di casolari.  Forse studiava il senso  riposto
    dei  bizzarri  ed incomprensibili geroglifici ricamati sopra una borsa
    da viaggio ritta sul sedile di fronte a lui;  poich vi  teneva  fissi
    gli  occhi,  di  tanto  in  tanto moveva le labbra,  come chi tenta un
    calcolo,  e quindi levava le sopracciglia,  come chi trova di riuscire
    all'assurdo.
    Eran  gi  passate alcune stazioni,  quando un nome gridato,  ripetuto
    nella notte, lo scosse.  Una folata d'aria fresca gli disperse le fila
    sottili  del  ragionamento;  il  convoglio  era  fermo  e lo sportello
    aperto. Egli discese in fretta; era il solo viaggiatore per...
    Signore disse una voce rauca e vibrata  Lei che va dai signori del
    Palazzo?
    Questa domanda gli fu tratta a bruciapelo da un uomo che gli si piant
    di fronte con la sinistra al cappello e una frusta nella destra.
    Ma....
    Oh,  per bacco disse colui,  grattandosi  la  nuca  chi  dev'essere
    allora?
    Ma come si chiamano questi signori del Palazzo?
    Ecco, vede, da noi si dice i signori del Palazzo e non si dice altro.
    Per  esempio,  a  dire  cos,  per  un  dieci miglia tutto all'ingiro,
    capiscono; Lei, mettiamo, viene da Milano,   un'altra storia.  Queste
    sono sciocchezze, io lo so benissimo il nome; ma adesso, piglialo! Noi
    povera gente non abbiamo tanta memoria.  E' poi un nome tanto fuori di
    proposito!
    Sarebbe...
    Aspetti; Lei che taccia e che non mi confonda. Ehi, dalla lanterna!
    Un guardiano si avvicin lentamente con le braccia penzoloni,  facendo
    dondolare la sua lanterna a fior di terra.
    Non  bruciarti  i  calzoni,  che  Vittorio  non  te li paga disse il
    giovinotto di poca memoria.  Tira su quell'empiastro di una lanterna.
    Qua, prestamela un momento.
    E,  dato  di  piglio  alla  lanterna,  la  sbatt  quasi  sul  viso al
    forestiere.
    Ah,   lui,   lui,   lui tal  e  quale  come  mi  hanno  detto.  Un
    giovinotto,  occhi neri, capelli neri, nera mica male anche la faccia.
    Bravo signore.
    Ma chi ti ha detto?...
    Lui, il signore, il conte!
    "Oh,  diavolo",  pens colui,  "un uomo che non ho mai visto e che  mi
    scrive di non avermi mai visto!"
    To'! esclam l'altro lasciando cader la frusta e cacciandosi la mano
    in  tasca.  Proprio  vero che pi asino di cos la mia vecchia non mi
    poteva fare neanche a volere.  Il signor conte non mi ha dato un  coso
    per farmi riconoscere? Ce l'ho ben qui. Tolga!
    Era  un  biglietto  di visita profumato di tabacco e di monete sudice.
    Portava questo nome:
    CESARE D'ORMENGO.
    Andiamo disse il forestiere.
    Fuori della stazione c'era un calessino scoperto.  Il cavallo,  legato
    alla palizzata, col muso a terra, aspettava rassegnato il suo destino.
    S'accomodi,  signore;  non c' troppo morbido,  ma capisce,  siamo in
    campagna. Ih!
    Il lesto vetturale, afferrate le redini, balz d'un salto a cassetto e
    cacci il cavallo a suon di frusta per una stradicciuola oscura,  cos
    tranquillamente come se fosse stato mezzogiorno.
    Abbia mica paura,  vede diss'egli bench sia scuro come in bocca al
    lupo.  Questa strada la cavalla e io l'abbiamo sulla punta delle dita.
    Ih!  Ho menato gi due forestieri anche la notte passata,  due signori
    di Milano,  come Lei.  Gran brava persona il signor conte!  soggiunse
    poi,  tirandosi  a  sedere di sghembo e cacciandosi sotto le coscie il
    manico della frusta. Che brav'uomo! E signore, ehi! Ha amici in tutte
    le sette parti del mondo. Oggi ne capita uno,  domani un altro,  tutti
    fior  di  gente,  gran  signori,  sapienti,  che  so io.  Gi Lei sar
    pratico!
    Io? E' la prima volta che vengo qua.
    Ah, vedo. Ma conoscer il signor conte?
    No.
    O bello,  o bello!  disse  il  vetturale  con  accento  di  profonda
    meraviglia.  Una brava persona,  sa!  Sono suo amico soggiunse senza
    spiegare se appartenesse alla categoria dei gran signori  o  a  quella
    dei sapienti. L'ho servito tante volte. Mi ha fatto bere un bicchiere
    anche  oggi.  Non  so se fosse vin di Francia o d'Inghilterra,  ma che
    vino! Ih!
    Ha famiglia ?
    Signor no. Cio...
    A questo punto le ruote di destra saltarono sopra un grosso mucchio di
    ghiaia.
    Taci e guarda dove vai disse il viaggiatore.
    Colui tir gi bestemmie e frustate a furia sulla povera  bestia,  che
    prese il galoppo.
    Passarono  sopra  un  torrente.  Sul ponte faceva chiaro.  A destra si
    vedeva la striscia  biancastra  delle  ghiaie  perdersi  per  campagne
    sterminate;  a  sinistra e di fronte umili colline appoggiate ad altre
    maggiori;  dietro a queste,  gioghi cornuti che spiccavano  sul  cielo
    grigio.
    Non  si ud pi che il trotto del cavallo,  e,  di tempo in tempo,  lo
    scrosciar della grossa ghiaia sotto le ruote,  e  l'abbaiar  pertinace
    dei  cani  rinchiusi.  Cavallo,  cocchiere  e  viaggiatore procedevano
    silenziosi insieme,  come portati dallo  stesso  intento  allo  stesso
    fine:  porgendo  immagine  cos  dei  fragili accordi e delle meditate
    alleanze umane,  poich il primo tendeva  segretamente  alla  dolcezza
    della  tepida  stalla,  il  secondo a un certo vino di certa rubiconda
    ostessa,  buon vino,  spumante di risate e di franchi amori;  e  colui
    ch'era  il  pi  intelligente  e il pi civile dei tre,  non conosceva
    affatto n la propria via n la meta.
    Corsero fragorosamente attraverso paeselli oscuri,  deserti,  dove  le
    case  pareano  difendere  accigliate  il  sonno  della  povera  gente;
    passarono davanti a giardini,  a piccole ville vanitose,  in fronzoli,
    che  avevano  un'aria sciocca nell'ombra solenne della notte.  Dopo un
    lungo tratto  di  pianura  la  strada  saliva  e  scendeva  poggi  che
    parlavano del sole e parevano guardar tutti l verso l'oriente; finch
    sguisci  dentro  una  valle  angusta  e  scura tra selvosi fianchi di
    monti.  Ne radeva talvolta l'unghia estrema,  talvolta se  ne  torceva
    lontano come per ribrezzo di quell'ispido tocco; alla fine vi si gett
    risolutamente addosso. Il cavallo si mise al passo, il vetturale salt
    a  terra  e disse chiaramente colla sua frusta sbaldanzita:  un affar
    lungo.
    Dunque chiese il forestiere, accendendo un sigaro ha famiglia o non
    ha famiglia?
    Altro che averne, caro Lei.  Ho una donna brutta,  vecchia e rabbiosa
    come il demonio.
    Non te, il conte!
    Ah,  il  signor conte!  Chi ha da saperlo?  Dei signori non si sa mai
    niente.  Alle volte pare che ce l'abbiano la famiglia;  c' la  donna,
    c'  i figli;  e poi quando lui  l per metter gi il capo,  gli sono
    addosso i corvi,  e alla donna,  vatti a far  benedire,  ci  tocca  di
    cavarsela;  alle  volte  vivono  come  i  frati,  e quando siamo l al
    "busillis",  "trcchete",   qua la signora con le lagrime  e  con  le
    unghie.  Fortunata in tutto quella gente l! Io, se faccio un'amorosa,
    dopo quindici giorni mi pianta;  ma la donna l'avr ai panni  fin  che
    non iscoppia.  Il signor conte ha vissuto solo per un pezzo; ora ci ha
    insieme una ragazza. Chi la dice sua figlia,  chi sua nipote,  ma  la
    sua  amorosa  senza dubbio.  Queste bestie ignoranti di paesani dicono
    ch' brutta. Vedr se  brutta. Ah, io gi dovevo nascere un signore!
    Qui, per consolarsi,  il bizzarro giovanotto tir una furiosa frustata
    alla cavalla che port via correndo l'altro interlocutore e ruppe cos
    il dialogo.  Giunta, dopo lunga fatica, al collo dell'erta, si ferm a
    prender fiato. Lass la scena mutava. Monti ripidi salivano a destra e
    a sinistra,  lasciando  appena  posto  alla  strada;  altri  monti  si
    mostravano a fronte della discesa,  un po' sfumati sopra le vette nere
    degli alberi che cominciavano, poco sotto il collo, a fiancheggiarla.
    Il vetturale risal a cassetto,  scese di  trotto  alle  grandi  fauci
    fronzute  del  viale  che  gli  si aprirono rapidamente.  Fra tronco e
    tronco la veduta veniva allargandosi;  cresceva la  luce,  comparivano
    distese di vigneti.
    Un lume,  spiccatosi dal lato destro della strada,  venne di fronte al
    cavallo, che si ferm.
    Ebbene ? chiese una voce.
    Oh,  c',  c' rispose il vetturale saltando a terra.  Se  comanda,
    signore,   qui. Pagato, signore. S' per un bicchiere, signore. Lei 
    buono padrone, nessuno Le pu dir niente. Tante grazie. Ehi, piglia la
    borsa del signore. Felice notte. Ih!
    Il  signor  Silla?  disse  l'uomo  della  lanterna,   un  domestico,
    all'aspetto.
    Appunto.
    Servito, signore.
    S'avvi  silenzioso,  con  la  borsa  nella destra e la lanterna nella
    sinistra, gi per un viottolo fiancheggiato di rozzi muricciuoli, dove
    la luce balzellante saltava e guizzava, cacciandosi avanti,  traendosi
    dietro le pi nere tenebre.
    Invano  il  signor  Silla  guardava curiosamente al di sopra dei muri;
    appena poteva discernere qualche fantasma d'albero proteso dal pendo,
    a braccia sparse,  in atto di stupore e di supplica.  Un tocco vibrato
    di  campanello lo fe' trasalire;  la guida s'era fermata a un cancello
    di ferro.  Tosto qualcuno aperse;  i ciottoli del viottolo,  la soglia
    del  cancello  furono  inghiottiti  dall'ombra;  ora  passava sotto la
    lanterna una sabbia fine fine e, ai lati, negre piante dai rami folti,
    impenetrabili. Dopo la sabbia,  erba e vestigia incerte di un sentiero
    tra un denso fogliame di viti; poi larghi scalini nerastri, sconnessi,
    a  cui si giungeva per fianco.  Non se ne vedeva n principio ne fine;
    solo si udiva verso l'alto e verso il basso un  discorrer  modesto  di
    acqua cadente. La guida scendeva cauta per quelle pietre mal ferme che
    rendevano  un  suono  metallico.   Nella  fioca  luce  della  lanterna
    apparivano,  a intervalli regolari,  due tronchi enormi e  due  grigie
    figure umane, ritte, immobili a fianco della scalinata. Finalmente gli
    scalini  cessavano,  minuta  ghiaia  rosea  passava sotto la lanterna,
    grandi foglie di "arum" le passavano a fianco, e l presso,  nel buio,
    uno zampillo gorgogliava quietamente il suo racconto blando.  La guida
    prese a sinistra, gir il canto di un alto edificio,  sal due scalini
    e  introdusse  ossequiosamente  il nuovo arrivato per una gran porta a
    vetri.
    Nel vestibolo illuminato c'era un signore vestito di nero  da  capo  a
    piedi,   che   gli   venne   incontro   facendo   inchini  profondi  e
    stropicciandosi le mani a tutt'andare.
    Benvenuto, signore. Il signor conte si  ritirato,  perch l'ora  un
    poco,  come  si  dice?...  un  poco tarda,  tarda;  il signor conte ha
    incaricato me di fare le sue scuse.  Appunto ho l'onore di  essere  il
    segretario del signor conte.  Prego,  signore,  si accomodi, prego. Io
    credo che il signore avr bisogno di un poco di  ristoro;  oh!  prego,
    prego.
    Il  cerimonioso  segretario mise l'ospite per una scala signorile e lo
    accompagn sino al primo  piano.  Col,  ottenutane  la  promessa  che
    sarebbe ridisceso a cena, lo affid al servo, ed and ad aspettarlo in
    un  salotto,  dove  era  preparato  da  cena  per  due  e dove l'altro
    commensale non tard a comparire. Questi non aveva accettato di sedere
    a cena per desiderio di cibo, ma per curiosit dell'uomo singolare che
    ne lo richiedeva.
    Il  signor  segretario  mostrava  di  essere  sui  cinquant'anni.  Due
    occhietti azzurrognoli gli fiammeggiavano nel viso rugoso e giallastro
    fra due liste di capelli non pi fulvi e non ancora grigi.  Portava la
    barba intiera che gli durava infuocata.  Il pelo e il viso,  la rigida
    rapidit  degli  atti,  certe  consonanti  petrificate  e certe vocali
    profonde che gli uscivan di bocca come  d'un  burrone,  lo  scoprivano
    tosto per tedesco. Anche il taglio antiquato e la nitidezza dell'abito
    nero, i solini inflessibili, il candido sparato della camicia erano da
    tedesco  e  da  gentiluomo.  Se  non  che,  strana  cosa,  a' polsi il
    gentiluomo finiva. Le mani erano grandi, fosche,  sparse di cicatrici,
    con la pelle avvizzita e screpolata sul dosso,  callosa nel palmo.  Vi
    erano incise lunghe ore di sole, di gelo,  di lavoro faticoso.  Aveano
    perduta  ogni  pieghevolezza;  non  sapevano pi esprimere il pensiero
    come lo esprime la mano intelligente  dell'uomo  colto.  Parlavano  in
    vece loro,  con brusca energia,  con passione,  le braccia e le spalle
    mobilissime. Parlava, sopra tutto, il viso.
    Era un viso brutto e gaio, ridicolo e geniale, sfavillante di vita: un
    laberinto di rughe sottili che si contraevano, si spianavano intorno a
    due occhietti chiari, ora aperti e gravi,  ora stretti,  per ilarit o
    per collera o per dolore, in due scintille, sempre vivacissimi. Subiti
    rossori,  soffi  di  sangue  gli  salivano  dal collo,  si spandevano,
    sfumavano per la fronte lasciando il  giallore  di  prima  intorno  al
    naso,  sempre porporino e lucente.  Insomma l'anima del segretario era
    tutta l, sul viso; la si vedeva sentire, dolersi, godere fremere come
    un lume agitato dal vento dietro una tela  chiara.  Parlava  con  voce
    sincera,  varia  di toni e focosa pi di una voce meridionale,  comica
    spesso nell'accento, nei salti dal basso all'acuto,  ma efficacissima.
    E parl molto quella sera a cena,  assaggiando appena i cibi, vuotando
    spesso il bicchiere.  Incominci con un  profluvio  di  cerimonie,  di
    amabilit un po' rigide,  esagerate, che non trovavano eco nel riserbo
    freddo dell'ospite;  entr quindi in qualche discorso generale,  parl
    dell'Italia  da  uomo che,  avendo veduti molti costumi e molte citt,
    possiede larga conoscenza d'uomini e di cose contemporanee, e porta in
    ogni argomento,  con tranquilla sicurezza,  giudizi  insoliti,  vedute
    nuove che forse non reggono sempre alla critica pacata, ma sorprendono
    il volgo.  Non mostrava per lo scetticismo di chi ha viaggiato molto,
    n la manifesta propensione al "nihil admirari". Tutt'altro; le cavit
    sonore della sua gola eran piene di vocali esclamative  ch'esplodevano
    ad ogni momento.  Quel commensale gli doveva esser molto simpatico per
    mettergli  tanta  parlantina,  serbando  dal  canto  suo  un  contegno
    asciutto che poteva parere altero. Il segretario lo guardava con occhi
    sempre pi dolci, pi affettuosi, insisteva perch pigliasse di questo
    e di quello,  cominciava ad arrischiare qualche famigliarit,  qualche
    domanda che lo costringesse ad uscire dalle sue trincee.
    E che cosa si dice a Milano esclam a un tratto gittandosi  addietro
    sulla spalliera della seggiola e piantando ritti sull'orlo della mensa
    forchetta  e  coltello  stretti  ne  pugni,  cosa si dice a Milano di
    Ottone il Grande?
    Vista la stupefazione dell'ospite a tale inattesa  domanda,  diede  in
    una grottesca risata. Io voglio parlare di questo Bismarck soggiunse
    poi pronunciando la parola "Bismarck" a gola piena,  con un fremito di
    volutt da' capelli a' piedi,  come  se,  nella  tortura  del  parlare
    italiano,  quelle due sillabe gli portassero un refrigerio,  un soffio
    d'aria nata.
    Il nobile conte era ancor lontano in quella notte estiva del 1864  dal
    successo   e   dalla   gloria:   ma   il  suo  compatriota  ne  parl,
    senz'attendere risposta, per dieci minuti,  con foga,  con ammirazione
    mista di odio e di terrore.
    In Europa lo credono un pazzo conchiuse.  Ma per Dio...! "Wir haben
    sechs und dreissig Herren",  signor.  Un altro pezzo di questa  trota?
    Noi  abbiamo trenta e sei padroni;  vedremo fra dieci anni.  Avete mai
    bevuto Johannisberg?  E' una vergogna per quest'uomo che il primo vino
    del mondo si fa in Germania e non  suddito del suo re.  Non  uomo da
    soffrire lungamente simili cose!
    Oh esclam il loquace segretario cacciandosi le  mani  nei  capelli,
    tirandoseli su fra le dita con uno slancio di desiderio.  Oh,  questo
    Johannisberg, oh! E stringeva ridendo gli occhietti brillanti come se
    assaporasse il nttare sospirato.  In una stanza Voi sentite se si  
    sturata una bottiglia di Johannisberg.  Un altro bicchiere, signor; io
    prego. E' solamente Sassella e non ha pi odore che se fosse acqua, ma
    per vino italiano pu passare.  Scusate molto mia franchezza,  signor;
    in Italia il vino non si sa fare n bere.
    Neppur bere ?
    No, oh, no, neppure bere.

    "Wenig nur verdirbt den Magen
    Und zu viel erhitzt das Haupt".

    Voi conoscete la mia lingua? No? Bene,  Goethe che dice questo: "Poco
    guasta  lo  stomaco  e  troppo  infiamma  la  testa".   Gl'Italiani  o
    s'ubbriacano o  bevono  acqua.  Dico  per  esagerazione,  signor,  per
    esagerazione.  Bere  una bottiglia al giorno  come bere acqua.  I pi
    savi lo bevono per igiene del ventricolo;  capite?  Nessuno per igiene
    del  cuore,  "ad exhilarandum cor"!  Ridete?  Siamo cos tutti un poco
    latinisti in Germania,  anche questi pitocchi e questi cani  principi!
    Ebbene,  tutti  dovrebbero  bere fino alla letizia,  nessuno fino alla
    pazzia.  Il vino  una giovent perpetua.  Finch io vivo voglio avere
    vent'anni  per  tre  o  quattro  ore al giorno;  ma io non ne avr mai
    dieci: questa  la differenza.
    Intanto il limpido Sassella scendeva dalle  bottiglie,  gli  anni  del
    segretario  si  staccavano,  spiccavano il volo,  a quattro a quattro,
    dalle sue  vecchie  spalle.  Queste  si  rialzavano  baldanzose  dalla
    virilit  declinante  alla  perfetta,  che  poi cedeva alla giovinezza
    matura.  Scendeva il limpido Sassella;  ed ecco arrivare l'et  felice
    degl'impeti subitanei d'affetto,  del facile intenerirsi, delle pronte
    e cieche amicizie.  Il segretario stese le  braccia,  porse  la  barba
    sveva  verso  il compagno suo temperante e taciturno,  gli afferr una
    mano con ambe le proprie, gliela strinse forte.
    Perbacco, signor,  non avremo diviso il pane e il vino senza sapere i
    nostri nomi,  eh?  Il signor conte mi ha ben detto il Vostro,  ma l'ho
    dimenticato.
    Corrado Silla rispose il giovane.
    Silla, ah, Silla, bene.  Io spero che non scriverete mai sulle Vostre
    liste  di  proscrizione Andreas Gotthold Steinegge di Nassau,  bandito
    dal suo collegio per aver troppo amato il vino, dalla sua famiglia per
    aver troppo amato le donne,  dal suo paese per avere troppo  amato  la
    libert.  Sapete,  caro signor Silla,  l'ultima  stata la pazzia. Oh,
    adesso sarei "Kammerrath" a Nassau, come il fu Steinegge mio padre,  o
    colonnello come quella canaglia di mio fratello.  Ma la libert,  "die
    Freiheit", capite? E' una parola pneumatica.
    Detto questo,  il signor segretario abbracci rapidamente con ambo  le
    mani la seggiola,  se la port indietro con impeto; poscia, incrociate
    le braccia, stette a guardar Silla, che non capiva.
    Come, una parola pneumatica?
    Oh, gi! gi! Voi non capite?  Infatti  un poco difficile.  Ci sono,
    carissimo  amico  signor  Silla,   le  parole  algebriche,  le  parole
    meccaniche e le parole pneumatiche.  Io vado a spiegarvi questo che mi
    ha  insegnato  un  amico  mio  di  Wiesbaden,  fucilato  dai maledetti
    prussiani nel 1848.  Le parole algebriche discendono  dal  cervello  e
    sono  segni  di  equazione  tra  il  soggetto  e l'oggetto.  Le parole
    meccaniche sono formate dalla lingua come articolazioni necessarie del
    linguaggio. Ma le parole pneumatiche vengono bell'e fatte dai polmoni,
    suonano come strumenti musicali,  nessuno  sa  cosa  vogliano  dire  e
    ubbriacano gli uomini. Se invece di "Freiheit", invece di "libert" si
    dicesse  una  parola  di dieci sillabe,  quanti eroi e quanti matti di
    meno! Sentite, carissimo giovane,  io sono vecchio,  io sono solo,  io
    non  ho  denaro,  io  potr  morire  sulla strada come un cane,  ma se
    stanotte mi dicessero: Steinegge, "alter Kerl", vuoi servire domani la
    reazione, essere "Kammerrath" a Nassau, sedere al tuo focolare, vedere
    tua figlia che non vedi da dodici anni, io, vecchio pazzo, direi: "No,
    per Dio! Viva la libert". Diede un gran pugno sulla tavola, ansando,
    soffiando rumorosamente con le nari, a bocca chiusa.
    Bravo! esclam Silla,  commosso  suo  malgrado.  Vorrei  essere  un
    vecchio pazzo come Lei.
    Oh,  no,  no,  non  desiderate  questo!  Non dite questo cos a cena!
    Bisogna sapere quanto costa di gridare  "viva  la  libert"  e  quanto
    vale, oh! Non parliamo.
    Segu un momento di silenzio.
    Lei  del Nassau? disse Silla.
    S,  ma lasciamo; questa  un'idea triste. Io non voglio idee tristi,
    io sono molto ilare  adesso,  molto  felice,  perch  voi  mi  piacete
    immensamente; s, s, s, s!
    Batteva e ribatteva il mento al petto,  come se avesse una molla nella
    nuca; scintille di riso gli schizzavano dagli occhi.
    Voi non partirete gi domani diss'egli.
    Ma! Lo vorrei certo.
    Oh, il signor conte non Vi lascier.
    Perch?
    Perch io credo che Vi vuole molto bene.
    Se non mi conosce neppure!
    Uuuh,  ffff  sibil  Steinegge  chiudendo  del  tutto  gli  occhi  e
    chinandosi fino a metter la barba nel piatto, con le braccia allungate
    sotto la tavola.
    Pareva un testone di gnomo.
    Mi conosce? disse Silla.
    Io credo che mi ha parlato per un'ora di Voi oggi.
    E che cosa Le ha detto?
    Ah!  esclam  il segretario rizzandosi e alzando le mani al soffitto
    non sono a questo punto, signor, non sono a questo punto. Vi  ancora
    posto per molto Sassella fra la vostra domanda e la mia risposta.
    Diede di piglio alle due bottiglie, fece atto di pesarle, le scroll e
    le depose. Erano vuote.
    Non vi  pi amicizia diss'egli sospirando n sincerit,  n cuore.
    E' forse meglio di andare a letto, signor.

    Bench sul pianerottolo della scala,  fra il primo e il secondo piano,
    un orologio da muro suonasse il tocco e mezzo quando  Silla  si  trov
    nella stanza che gli era stata assegnata,  egli non aveva punto sonno.
    Ritto in piedi e immobile, fissava la fiammella della candela, come se
    quella chiara luce avesse potuto dissipare le ombre del suo  cervello.
    Si  scosse  a  un  tratto,  pigli il lume e intraprese un viaggio che
    riusc forse meno istruttivo,  ma pi commovente di quell'altro famoso
    del  conte  De  Maistre.  La  stanza era grande,  alta e quadrata.  Un
    pesante letto di legno scolpito;  di fronte al letto,  fra due  larghe
    finestre,  un cassettone coperto di marmo bianco; sopra il cassettone,
    una cornice dorata intorno a certa  figura  curiosa,  mezza  in  luce,
    mezza in ombra,  che si moveva con una candela in mano; una scrivania;
    alcune grandi seggiole a bracciuoli: ecco quanto usc dall'ombra sotto
    il lume indagatore che  andava  lungo  le  pareti,  ora  salendo,  ora
    scendendo, ora a curve, a zig-zag come un fuoco fatuo, non senza molte
    incertezze.  A  capo  del  letto  pendeva un'ammirabile testa d'angelo
    pregante, dipinta alla maniera del Guercino. Quasi supina, si sporgeva
    per iscorcio.  Nella  bocca  socchiusa,  nelle  nari  dilatate,  negli
    sguardi,  direi  quasi,  veementi  passava  lo  slancio  della intensa
    preghiera.  Si sarebbe detto che quei guanciali fossero usi sorreggere
    la  testa  di  grandi  peccatori,  e  che nelle ore del sonno,  quando
    giacciono interrotte le immagini e le opere della colpa,  uno  spirito
    pietoso alzasse le grida a Dio per costoro. La fiammella della candela
    di  Silla  pareva affascinata da quel quadro.  Se ne ritraeva talvolta
    con impeto,  ma per fermarsi tosto e tornargli appresso e  percorrerlo
    di  su,  di  gi,  per ogni verso,  guardarlo da destra,  guardarlo da
    sinistra. Poi se ne stacc lentamente e rifece la via di prima,  quasi
    ne  fosse  rimasta  in aria la traccia,  seguendo le stesse giravolte,
    prendendo le stesse salite e le stesse discese.  Stavolta qualche cosa
    era mutato lungo la via.  Quando il lume giunse di fronte a quella tal
    cornice sopra il cassettone,  vi apparve  tuttavia  dentro  la  figura
    mezza  ln  luce,  mezza  in ombra;  ma non esprimeva curiosit,  bens
    commozione e  stupore.  Difatti,  se  quello  specchio  avesse  potuto
    serbare le immagini ripercosse durante la sua vita sterile e vana,  vi
    sarebbero apparse, fra le altre,  una testa malinconica di donna,  una
    testolina  gaia  di fanciullo,  molto simili tra loro nei lineamenti e
    negli  occhi.   Come  talvolta  in  un'acqua  cheta  le  montagne   si
    contemplano  ridenti al mattino,  indi la nebbia le invade e le oscura
    s che lo specchio pare voltato col piombo all'ins;  finalmente  quel
    velo  si  solleva alquanto e ricompaiono nell'acqua le facce brune dei
    monti; cos ricompariva nel vetro fedele, dopo molti anni, la immagine
    del fanciullo, fatta pensoso viso virile.
    Silla si volt,  si avvicin tremando al letto,  lo guard lungamente;
    deposta  la  candela  a terra,  giunse le mani,  si pieg a baciare il
    legno freddo e lucente.  Poscia,  rialzatosi,  usc in due salti sulla
    scala,  senza prendere il lume. Un cieco istinto lo spingeva a cercare
    il conte sull'istante, a parlargli. Ma tutto era buio e silenzio,  non
    si  udiva  che  il  tictac dell'orologio.  Il signor Steinegge era gi
    sicuramente a letto; e poi, avrebb'egli saputo rispondere? Silla torn
    pian piano in camera. Sul chiarore della candela, posata a terra di l
    dal letto, questo si disegnava come un gran dado nero.  Se qualcuno vi
    fosse stato a giacere, non lo si sarebbe visto; e la fantasia di Silla
    poteva  ben  comporvi  tal  persona  che  vi  aveva riposato un tempo,
    raffigurarvela malata, schiva del lume triste, sopita forse,  ma viva.
    S'avvicin  al  letto  in  punta  di  piedi,  vi si butt su a braccia
    distese.
    Ella dormiva altrove,  in una camera pi angusta,  sopra un letto  pi
    freddo,  la madre sua pura e forte; ma a lui pareva sentirvela ancora;
    si sentiva tornare nel cuore la fanciullezza, tante minute memorie del
    letto e della stanza,  l'odore di una cassettina di sandalo cara a sua
    madre,  tante parole indifferenti di lei,  della gente di casa,  tanti
    diversi aspetti di quel viso scomparso.  Quando si rialz e,  tolta la
    candela,   si   guard  attorno,   gli  parve  impossibile  non  avere
    riconosciuto a prima giunta il quadro, le sedie,  lo specchio,  che lo
    guardavano tutti, ne lo rimproveravano.
    Ma come mai,  pensava Silla, come mai quegli arredi dell'antica stanza
    di sua madre si trovavano essi l, in una casa sconosciuta,  presso un
    uomo  di  cui  egli  non  aveva  mai veduto il viso,  n tampoco udito
    proferire il  nome  da  chicchessia?  Veramente  erano  stati  venduti
    parecchi  anni  prima  della morte di sua madre,  e il conte d'Ormengo
    poteva bene averli acquistati per  caso.  Per  caso?  A  no,  non  era
    possibile.
    Sedette  alla  scrivania,  trasse  dal  portafogli una lettera di gran
    formato, la lesse, la rilesse con attenzione febbrile. Diceva cos:

    "R.... 10 agosto 1864.
    "Signore,
    "Noi non ci siamo mai visti e Lei,  molto probabilmente,  non  ha  mai
    inteso il mio nome, bench appartenga a una vecchia razza italiana che
    lo ha sempre portato in casa e fuori,  a piedi e a cavallo, molto come
    si deve.  E' tuttavia necessario,  per  Lei  e  per  me,  che  noi  ci
    parliamo. Siccome io ho cinquantanove anni, Lei verr da me.
    "Trover  un  calesse  posdomani sera alla stazione di...  sulla linea
    Milano-Camerlata;   e  trover  alla  mia   casa   l'ospitalit   poco
    cerimoniosa che io pratico con gli amici pi saldi;  i quali hanno poi
    la compiacenza di rispettare le mie abitudini.  Mi permetto  di  dirle
    che  vi    tra  queste l'abitudine di aprire la finestra se un camino
    fuma in casa mia, e di aprire, se vi fuma un uomo, la porta.
    "Io l'aspetto, caro signore, nel mio romitaggio.
    Cesare d'Ormengo."

    Null'altro. La sapea pure a memoria quella lettera,  ma avrebbe voluto
    cavarne  fuori  qualche  parola  sdrucciolata  forse  dietro le altre,
    scoprirvi,  battendo e origliando a' vocaboli,  delle cavit  coperte,
    de' doppi fondi.  Nulla,  ossia il doppio fondo v'era e si sentiva; ma
    tanto fondo da non potervi arrivare n mano, n occhi.
    Era  un  amico  o  un  nemico,   questo  signore   che   gli   gettava
    silenziosamente in viso la memoria di sua madre e del tempo felice?
    Nemico no.  Scriveva con la franchezza rude d'un gentiluomo antico;  i
    suoi grandi caratteri inclinati  nell'impeto  della  corsa,  spiravano
    sincerit.  La  sua  ospitalit  era  poca  cerimoniosa  davvero;  non
    lasciarsi vedere!  Anche per  questo  bisognava  credere  alle  parole
    cordiali  che  ne  accompagnavano  l'offerta;  originale,  dunque,  ma
    benevolo.
    E quali ragioni poteva egli aver avuto di raccogliere  quegli  oggetti
    in  casa  sua,  tanti  anni  addietro,  e  di chiamar lui,  adesso,  a
    colloquio?  Mai,  mai Silla non aveva udito quel nome n da sua madre,
    n da suo padre, n da altri. Lasci cadere la lettera e si coperse il
    viso con le mani. Un barlume sorgeva nella sua mente. Forse un barlume
    del  vero,  s.  Quegli  arredi erano stati venduti all'indomani di un
    rovescio  economico;  certa  gente  di  rapina,   Silla  lo  ricordava
    confusamente,  era  calata  in  casa  sua  nell'interesse proprio o di
    potenti creditori,  che si tenevano  all'ombra  per  essere  amici  di
    famiglia  o  per altre men disoneste ragioni;  oltre allo sperpero de'
    beni stabili,  quadri e  suppellettili  di  gran  valore  erano  state
    portate  via  a  vilissimo  prezzo,  rubate  quasi in un piglia piglia
    indecente.  Il conte d'Ormengo poteva essere stato uno dei  creditori,
    avere troppo approfittato in quei momenti dell'opera di qualche rapace
    agente,  desiderare  adesso  di  aggiustare  i  conti  con  la propria
    coscienza. Qualcuno forse gli aveva detto ch'egli, Silla,  era rimasto
    senza  impiego,  e  versava  in  angustie.  Perci s'era fatto avanti,
    parlava di necessit per l'uno e per l'altro,  inalberava sulle  prime
    righe  della  sua  lettera  la  bandiera dell'onoratezza;  e l'avergli
    assegnata quella camera era un modo d'entrare  in  discorso  prima  di
    vedersi.
    Il  rumore  sordo  di  un  passo sopra la sua testa lo scosse.  Stette
    alquanto in ascolto e gli pane di udir aprire  una  finestra.  La  sua
    camera ne aveva due: pens un momento e ne aperse risolutamente una.
    Rimase stupefatto,  con le mani alle imposte. Il cielo era lucido come
    il cristallo.  La luna falcata sorgeva a sinistra sopra alte montagne,
    illuminava  debolmente  a'  lati  della  finestra  una grande muraglia
    grigia, severi profili di altre finestre;  la grande muraglia cadeva a
    piombo  in uno specchio terso d'acqua distesa e chiara a ponente verso
    umili  colline,  oscura  dall'altra  parte.  Si  udivano  alle  spalle
    stormire  foglie  non viste;  soffi leggeri correvano,  si spandevano,
    svanivano sull'acqua.
    Piace? disse una voce che partiva dall'alto,  un po' alla destra  di
    Silla.  Un  piccolo  "Fhn",  un  piccolo  "Fhn".  Era  la  voce di
    Steinegge che,  appollaiato lass  a  una  finestra,  fumava  come  un
    piroscafo.  Il  conte  dormiva  molto lontano e molto sodo,  se il suo
    segretario si attentava di  parlar  cos  a  voce  alta,  malgrado  il
    silenzio  notturno  e  la  eco  sonora  del  lago sottoposto.  Egli si
    affrett di raccontare a Silla ch'era stato in galera a Costantinopoli
    per cause politiche e che le maledette sentinelle turche gli rompevano
    il sonno ogni due ore col loro fastidioso  grido:  Allah-al-Allah!  Da
    quel  tempo gli era rimasta l'abitudine di svegliarsi ogni due ore per
    tutte le notti.  Veniva alla finestra in camicia e fumava: guai se  lo
    sapesse  il  conte!  Egli  era  stato avvezzo a fumare sino a diciotto
    virginia il  giorno,  quando  serviva,  come  capitano,  negli  usseri
    austriaci,  prima  del  1848.  Aveva  passato poi qualche giorno senza
    mangiare,  senza tabacco mai.  Il regime del conte lo faceva soffrire,
    gli metteva i nervi sossopra.
    La  prego  gli  disse Silla,  interrompendone le chiacchiere sa Lei
    perch il signor conte mi abbia fatto venire?
    Voglio tornare in galera turca se so una parola sola, signor.  So che
    il signor conte Vi conosce; non altro.
    Silla tacque.
    Aaah!   -   Aaah!   -  Aaah!  soffiava  Steinegge  esalando  fumo  e
    beatitudine.
    Che lago  questo? disse il primo.
    Non sapete?  Non siete mai  stato?  Molti,  moltissimi  italiani  non
    sanno,  io credo, che vi  questo piccolo lago. E' curioso che lo deva
    io insegnare a Voi.
    Dunque?
    Oh, il diavolo!
    Un colpo di vento sul viso strapp quella esclamazione a Steinegge che
    fu appena in tempo di gettare il sigaro e di chiudere la finestra.  Il
    sigaro  pass  come  una stella cadente sugli occhi di Silla,  i vetri
    suonarono in alto,  le foglie stormirono dietro  la  casa.  Steinegge,
    tremando  d'aver  lasciato entrare una boccata di fumo fiutando l'aria
    infida torn a letto,  a sognar che usciva dalia galera turca e che il
    padischah  sorridente  gli offriva la sua pipa imperiale colma di buon
    tabacco di Smirne.
    Silla rimase lungo tempo alla  finestra.  La  notte  pura,  il  vento,
    l'odor  delle  montagne  lo  ristoravano,  gli  versavano silenzio nei
    pensieri, pace in fondo al cuore. Non si avvedeva,  quasi,  del passar
    del tempo, seguiva con attenzione inconscia i ghiribizzi del vento sul
    lago,  le  voci,  il  sussurro  del  fogliame,  il  viaggio della luna
    limpida. Ud una campana solenne suonar le ore da lontano. Le due o le
    tre?  Non sapeva bene,  si  alz  sospirando  e  chiuse  la  finestra.
    Bisognava  coricarsi,  riposare  un  poco  per  avere  la mente lucida
    all'indomani quando si troverebbe  con  il  conte.  Ma  il  sonno  non
    veniva. Riaccese il lume, cammin un pezzo su e gi per la stanza; non
    giovava.   Cerc   risolutamente  ricordi  e  pensieri  lontani  dalle
    incertezze presenti,  e parve finalmente aver  trovato  qualche  cosa,
    perch sedette alla scrivania,  e,  dopo riflettuto a lungo,  scrisse,
    interrompendosi cento volte, la seguente lettera:

    "A Cecilia,
    "Fu il mio libro "Un sogno", che mi ottenne, signora,  l'onore gradito
    della Sua prima lettera. Mentre Le rispondevo facevo appunto un sogno,
    un  altro  sogno  assai  migliore,  assai pi alto del libro.  Le dir
    quale? No.  La farei sorridere;  ora lo pseudonimo che sta in fronte a
    quel  libro  e  a  pi di questo scritto copre uno spirito non vano ma
    orgoglioso. Ebbi la Sua seconda lettera,  e,  come molte illusioni che
    hanno  gi  tentato e deriso la mia giovinezza,  anche quel sogno si 
    perduto davanti a me;  io vedo vuota,  squallida,  senza fine  la  via
    faticosa.  Noi  non  ci  possiamo  intendere e ci diciamo addio;  Ella
    nascosta nel  Suo  domino  elegante,  "Cecilia",  io  chiuso  nel  mio
    "Lorenzo"  ch'Ella  dice  volgare e mi  caro per essere stato portato
    qualche giorno, cinquant'anni addietro, da un grande poeta che io amo.
    Per parte mia, nessuna curiosit mi punger mai, signora,  a ricercare
    il Suo nome vero; Le sar grato s'Ella non far indagini per conoscere
    il mio.
    "Quando  Ella  mi  scrisse  chiedendomi  la mia opinione sulla libert
    umana e sulla molteplicit delle vite terrestri  di  un'anima,  pensai
    che  solo  una  donna  di gran cuore,  poich si diceva dama,  potesse
    commuoversi di problemi tanto superiori alle cure consuete  del  volgo
    signorile.  Mi  parve intendere che la Sua non fosse vaghezza di mente
    oziosa che tra un piacere e l'altro,  forse tra un  amore  e  l'altro,
    entra per capriccio a veder cosa fa chi pensa, studia e lavora; e, per
    capriccio, vuole assaggiare il liquore amaro e forte della filosofia o
    della scienza. Dubitai persino che qualche avvenimento della Sua vita,
    taciuto  da  Lei,  Le  avesse  posto in cuore il sospetto,  l'ombra di
    quegli arcani intorno ai quali mi domandava un giudizio. E risposi con
    folle ardore,  lo confesso,  con  una  ingenuit  di  espressione  che
    dev'essere  di  pessimo gusto nel Suo mondo falso,  perdoni la licenza
    d'una maschera che non vuole offender Lei,  nel Suo mondo falso,  dove
    le donne dissimulano le rughe e gli uomini la giovinezza.  E' vero, ho
    fatto da zotico borghese che  stende  amichevolmente  la  mano  a  una
    nobile signora cui non fu presentato. Ella ritira la Sua, mi punge con
    piccoli spilli brillanti che non fanno sangue ma dolore, mi sprizza in
    viso  il  Suo  spirito,  lo  spirito di cui vive la intelligenza della
    gente raffinata sino alla  massima  sottigliezza  e  leggerezza,  come
    certe  creature  gracili  vivon  di dolci.  Io apprezzo e non stimo lo
    spirito,  signora;  peggio s' spirito  alla  francese  come  il  Suo,
    scettico e falso. Eccolo l davanti a me nello specchio d'un'acqua che
    ondulando  sotto  la  luna  ne  volge  il dolce lume in vano riso e in
    fugaci scintille. I Suoi sarcasmi non mi feriscono; sar cinico;  dir
    che  ho  visto  delle  donne  prese,  forse  malgrado  loro,  d'amore,
    difendersi cos, come poveri uccellini prigionieri, a beccate innocue;
    ma davvero non era una "flirtation" da ballo in maschera che mi poteva
    tentare; era la corrispondenza intima, seria con un'anima appassionata
    per quelle stesse alte cose che affascinano  il  mio  pensiero.  Avevo
    deciso di non risponderle pi; attribuisca questa lettera ad una notte
    insonne,  in  cui  mi  giova riposare il cuore stretto da certe penose
    incertezze.  Non ricordo se  ci  siamo  incontrati  mai  in  una  vita
    anteriore;  non so quale aristocratica stella di madreperla sar degna
    di accogliere Lei quando avr fuggito questo nostro  borghese  pianeta
    ammobigliato,  questo sucido astro di mala fama dove non c',  per una
    dea, da posare il piede; ma..."

    Forse venne meno in quel punto il lume della candela,  o una  nube  di
    sonno si lev finalmente nel cervello dello scrittore. Comunque fosse,
    al  mattino  Silla dormiva e a mezzo del foglio si protendeva tuttavia
    nel vuoto come una lama dentata in atto di ferire,  l'ambigua  parola:
    "ma..."





















    Capitolo secondo.
    IL PALAZZO.

    Di qua, signore disse il servo che precedeva Silla: il signor conte
     in biblioteca.
    E' questa la porta della biblioteca?
    S, signore.
    Silla  si  ferm  a  leggere le seguenti parole,  libera citazione del
    profeta Osea, incise in una lastra di marmo sopra la porta:

    "Loquar ad cor eius in solitudine".

    Parole poetiche e affettuose che prendevano dal  marmo  una  solennit
    austera,  parevano  pi  che  umane  nel loro senso indefinito,  nella
    rigidezza grave delle morte forme latine, mettevano venerazione.
    Il servo aperse l'uscio e disse forte: Il signor Silla.
    Questi entr frettoloso, trepidante.
    Parecchi eruditi e bibliofili lombardi  conoscono  la  biblioteca  del
    Palazzo;  una vasta sala, presso che quadrata, illuminata da due ampie
    finestre nella parete di ponente verso il lago, e da una porta a vetri
    che mette al giardinetto pensile,  sopra la darsena.  Un grande camino
    antico di marmo nero,  sormontato da putti e fregi di stucco,  si apre
    nella parete di fronte alle  finestre,  e  una  colossale  lampada  di
    bronzo  pende dal soffitto sopra un tavolo rotondo zeppo,  per solito,
    di giornali e di libri. Il mobile pi singolare della sala  un grande
    orologio da muro, bellissimo lavoro del secolo diciottesimo, ritto fra
    le due finestre.  La cassa,  scolpita a mezzo  rilievo,  mostra  scene
    allegoriche  delle  stagioni,  che  da  una  Fama  volante  e suonante
    scendono ad un'altra Fama addormentata, cui cadono le ali e la tromba.
    Il quadrante  sorretto da vaghe danzatrici,  le ore;  e sopra di esso
    si vede spiccare il volo una figurina alata col motto a' piedi:

    "Psyche"

    Ignoro se la nobile famiglia, cui appartiene da pochi mesi il Palazzo,
    vi  abbia  lasciata  intatta  la  biblioteca;  allora  grandi scaffali
    altissimi ne nascondevano le  pareti:  i  libri  vi  si  erano  andati
    accumulando da pi generazioni di signori,  molto disformi tra loro di
    opinioni e di gusti,  cosicch ne durava la contraddizione  in  quelle
    scansie,  e certe categorie di libri parevano attonite di sopravvivere
    a chi le aveva raccolte.  Non vi era un libro di  scienza  fisica  tra
    moltissime  opere  forestiere  e nostrali di scienze occulte: dietro a
    libri d'ascetica o di teologia  si  celavano  opuscoli  soverchiamente
    profani.  La  biblioteca  deve  la  sua  fama  a  copiose e bellissime
    edizioni antiche di classici greci e latini, non che a una ricchissima
    collezione di novellieri italiani,  di  scritti  matematici  e  d'arte
    militare,  tutti  anteriori  al  1800.  Il  conte Cesare scompigli la
    raccolta dei classici greci e latini;  cacci i filosofi e  i  teologi
    verso  le  nuvole,  come diceva lui,  si tenne sotto la mano storici e
    moralisti; fece incassare e gittare in un magazzino umido i novellieri
    e i poeti,  tranne Dante,  Alfieri e le canzoni piemontesi  di  Angelo
    Brofferio.  Vennero  a prenderne il posto parecchie opere straniere di
    soggetto storico,  politico o anche puramente statistico,  per lo  pi
    inglesi; nessun libro entr sotto il regime del conte che trattasse di
    letteratura,  n  d'arte,  n  di filosofia,  n di economia pubblica;
    quasi nessuno che venisse di  Germania,  perch  egli  non  sapeva  il
    tedesco.
    Era  l,  seduto  al  tavolo;  una lunga e magra figura nera.  Si alz
    all'entrare di Silla,  gli venne incontro  e  gli  disse  con  accento
    piemontese, spiccatissimo:
    Voi siete il signor Corrado Silla?
    S, signore.
    Vi ringrazio molto.
    Proferite queste parole con voce dolce e grave, il conte strinse forte
    la mano al giovane.
    Suppongo riprese poi che Vi siate meravigliato di non avermi veduto
    iersera.
    Di altre cose piuttosto... continu Silla, ma il conte gli tronc le
    parole.
    Oh bene,  bene,  mi fa piacere perch sono gli asini e i furfanti che
    non si meravigliano mai di niente.  Per il  mio  segretario  Vi  avr
    detto,  in italiano o in tedesco,  che io uso di coricarmi prima delle
    dieci.  Vi pare un'abitudine meravigliosa?  Lo  veramente,  perch la
    tengo  da  venticinque  anni.  E  come Vi ha condotto quel briccone di
    vetturale?
    Benissimo.
    Il conte fece sedere Silla, sedette egli stesso e soggiunse:
    Ora vorreste sapere dove Vi ha condotto?
    Naturalmente.
    Silla tacque.
    Oh, comprendo bene il Vostro desiderio, ma mi permetter di non dirvi
    niente fino a stasera. Intanto Voi mi fate il favore d'essere un amico
    che viene a regalarmi il suo ozio annoiato,  o un letterato che  vuole
    assaggiare dei miei libri e del mio cuoco.  Che diavolo,  io non parlo
    di affari con un ospite  appena  entrato  in  casa  mia.  Questa  sera
    chiacchiereremo. Credo che non starete poi tanto male qui da non poter
    trattenervi ancora.
    Tutt'altro rispose Silla con impeto ma Lei deve dirmi...
    D'una sorpresa che avete trovato qui?  S, pu essere che io Vi debba
    quello;  ma io mi rivolgo alla Vostra cortesia  per  pregarvi  di  non
    parlarmene  prima  di  stasera.  Intanto venite: Vi far vedere il mio
    Palazzo,  come  dicono  questi  zoticoni  di  paesani  che  potrebbero
    lasciare alla gloriosa civilt moderna i nomi molto grandi per le cose
    molto piccole.  La mia casa  una conchiglia diss'egli,  alzandosi in
    piedi.  Gi,  una conchiglia dove son nati molti molluschi che  hanno
    avuti umori differenti.  Forse il primo aveva s,  degli umori un poco
    ambiziosi;  Voi vedete qui dentro  che  ha  lavorato  il  guscio  alla
    diavola,  senza  risparmio.  Non ce ne fu poi nessuno che avesse umori
    epicurei,  per cui la conchiglia  molto incomoda.  Quanto  a  me,  ho
    l'umore misantropo e faccio diventar nero il guscio ogni giorno pi.
    Silla non os insistere nella sua domanda; subiva un fascino. Il conte
    Cesare, lungo e smilzo oltre il credibile, con quel suo testone d'irti
    capelli grigi,  con quegli occhi severi nel volto ossuto,  olivastro e
    tutto  raso,  sorprendeva.  Nel  suo  vocione  di  basso  profondo  si
    sentivano  tesori  di  dolcezza  e  di collera.  Questa voce si moveva
    sempre  con  un'onda  appassionata,   gettando  piene  di  vita  e  di
    originalit  le frasi pi volgari;  veniva vibrante su dalle cavit di
    un gran cuore,  di un petto di bronzo,  all'opposto di  certe  malfide
    voci acute che scoppiettano, si direbbe, alla punta della lingua.
    Egli  vestiva  un soprabito nero,  lungo sino al ginocchio,  con certe
    manicacce sformate da cui usciva la mano bianca e bellissima.  Portava
    un cravattone nero; de' solini si vedevano appena le punte.
    Prima  di  tutto  diss'egli  additando  le  librerie mi permetto di
    presentarvi la societ dove passo molte ore tutti i giorni. Vi  della
    gente come si deve,  vi sono dei furfantoni e una forte maggioranza di
    imbecilli che io ho mandato,  da buon cristiano,  quanto pi vicino al
    regno dei cieli ho potuto.  L ci sono poeti,  romanzieri e letterati.
    Posso  ben  dire  questo  a Voi sebbene siete un poco uomo di lettere,
    perch l'ho detto anche al cavalier d'Azeglio, il quale,  con tutte le
    sue  manie  di  scombiccherar tele e di scriver frottole,  ha un certo
    fondo di buon senso,  e si  messo  a  ridere.  Ci  sono  anche  molti
    teologi lass.  L,  quei domenicani bianchi. Vengono da un Vescovo di
    Novara,  mio prozio,  che aveva molto tempo da buttar via.  Quanto  a'
    miei amici,  spero che ne farete la conoscenza Voi stesso.  Sono tutti
    sotto gli occhi e sotto la mano. E adesso andiamo, se Vi piace, a fare
    questo giro.
    Prese il braccio di Silla e usc con lui.
    Il Palazzo sta sull'entrata di un recondito seno dove il piccolo  lago
    di...  corre  ad  appiattarsi  fra due coste boscose.  Costrutto nello
    stile del secolo diciassettesimo,  fronteggia il mezzogiorno con l'ala
    sinistra e con la destra il ponente. Una loggia di cinque arcate verso
    il  lago  e  tre  verso  il  monte,  corre  obliqua  tra  le  due ali,
    congiungendone i primi piani sopra  un  enorme  macigno  nero  che  si
    protende sull'acqua. Morso dallo scalpello del giardiniere, quel masso
    ha dovuto accogliere qua e l del terriccio dove portulache, verbene e
    petunie  ridono  alla  spensierata.  L'ala dritta dov' la biblioteca,
    edificata forse per dimora  d'estate,  si  specchia  gravemente  nelle
    acque della cala. In faccia, a cinquanta passi, ha una solitaria costa
    vestita di nocciuoli e di carpini;  a destra un vallone erboso dove il
    lago muore;  vigneti e cipressi le salgono dietro  il  tetto  a  spiar
    nell'acqua verde,  tanto limpida che quando d'estate, sul mezzogiorno,
    vi entra il sole,  lo sguardo vi discende lungo tratto per  le  grandi
    alghe  immobili  e  vede  gi nel profondo qualche rara ombra di pesce
    passar lentamente sui sassi giallastri.
    L'ala sinistra guarda il lago aperto,  montagne in faccia,  montagne a
    levante;  a ponente, verso la pianura, uno sfondo di colline, di prati
    rigati di pioppe cui  si  curva  un  arco  di  cielo.  Tra  levante  e
    mezzogiorno  il  lago  gira  dietro  un  promontorio,  un alto scoglio
    rossastro, a nascondervi la sua fine oscura;  piccolo lago di misura e
    di  fama,  ambizioso  per  e  orgoglioso  della  sua corona di monti,
    appassionato,  mutabile;  ora  violetto,   ora  verde,   ora  plumbeo;
    talvolta,  verso  la  pianura anche azzurro.  L  il suo riso,  l si
    colora delle nuvole infocate al tramonto e brilla  d'una  sola  fiamma
    quando  il  vento meridiano lo corruga sotto l'alto sole d'estate.  Da
    tutte l'altre parti si spiegano i manti delle  montagne  boscose  sino
    alla cima,  macchiate da cenerognole scoscenditure di scogli, da ombre
    di valloni, da praticelli di smeraldo.  A levante il lago mette capo a
    una  valle;  i  monti vi ascendono a scaglioni verso l'Alpe dei Fiori,
    lontane rocce dentate che tagliano il cielo.  Dentro quella  valle,  a
    breve distanza del lago, si vede la chiesa di un paesello; e anche dal
    lato  opposto,  sul  ciglio  della  costa  che  scende  a  morir nelle
    praterie, biancheggia un campanile fra i noci.
    Alle spalle del Palazzo il piccone e  il  badile  hanno  vigorosamente
    assalita  la  montagna e conquistatone il cortile semicircolare,  dove
    mormora un getto cristallino che ricade  ondulando  tra  gli  eleganti
    "gynereum"  e  le  ampie  foglie degli "arum",  quasi fiore animato di
    quella vegetazione tropicale.  Altri due grandi mazzi ovali di fiori e
    di  foglie si spandono ai lati di questo,  fuor dalla ghiaia candida e
    fine.  Per le muraglie di sostegno addossate al  monte  serpeggiano  e
    s'incrocicchiano le mille braccia delle passiflore, delle glicine, de'
    gelsomini,   fragili  creature  amorose  che  cercano  dappertutto  un
    sostegno e lo vestono,  grate,  di fiori.  Due fasci di passiflore  si
    abbrancano  pure  agli  angoli  interni dei due fabbricati e salgono a
    gittar le frondi scarmigliate sin dentro la loggia.
    A mezzo della  muraglia  di  sostegno,  propriamente  in  faccia  alla
    loggia,  sale  il  monte  tra  il  versante di mezzogiorno e quello di
    ponente  un'ampia  scalinata  a  ripiani,  fiancheggiata  di  cipressi
    colossali e di statue. A destra e a sinistra si stendono reggimenti di
    viti,  allineate in ordine di parata.  Alcuni dei cipressi han perduto
    la cima e mostrano la fenditura nera d'un fulmine;  i pi sono intatti
    e  potenti  nella  loro  augusta  vecchiaia.  Paion ciclopi enormi che
    scendano solennemente dal monte a lavarsi;  e mettono intorno a s  il
    silenzio dello stupore.
    Delle statue, appena otto o dieci durano su piedestalli, mascherati da
    fitti domino d'edera. Ne stendono fuori le braccia ignude e accennano,
    simili  a  minacciose  sibille  o  piuttosto  ninfe  gi sopraffatte e
    irrigidite da  una  strana  metamorfosi.  Il  figlio  del  giardiniere
    seguiva  quest'ultima  interpretazione  e usava porre loro in mano dei
    fasci di erbe e di fiori.  A sommo della scalinata sta un'ampia  vasca
    appoggiata  ad  una elegante parete greggia a mosaico bianco,  rosso e
    nero,  ripartito in cinque  arcate  intorno  ad  altrettante  nicchie,
    ciascuna  con  la  sua  urna  di marmo;  in quella di mezzo una Naiade
    ignuda e ridente si curva sull'urna, la inclina col piede;  e n'esce a
    fiotti  l'acqua  che  dalla  vasca    condotta per un tubo nascosto a
    zampillare nel cortile, tra i fiori. Sul piedestallo della statua sono
    incise le famose parole di Eraclito:

    "panta rei".
    Dalla biblioteca, posta all'estremit di ponente della villa,  si esce
    ad un giardinetto pensile coperto quasi tutto dall'ombra d'una superba
    magnolia.  Una  scaletta  scoperta  ne discende al cortile presso alla
    porticina della darsena e al cancello  d'uscita.  Si  va  di  l,  per
    un'umile stradicciuola, a R...
    All'altro  capo  della  villa  una massiccia balaustra corre sul dorso
    agli scogli sporgenti dall'acqua.  Dentro dalla balaustrata  un  gran
    viale;  dentro dal viale una lista di aiuole fiorite, quindi un'alta e
    spaziosa  serra  d'agrumi  che  nella  buona  stagione  manda  i  suoi
    avamposti,  certi enormi vasi di limone,  a specchiarsi dai pilastrini
    della balaustrata nel lago chiaro.  In fondo al viale il muro di cinta
     dissimulato da una selvetta di abeti che lo accompagna su pel monte,
    come  un nastro nero,  avvolgente la casetta del giardiniere presso il
    cancello,  che mette,  per un ripido viottolo conosciuto da noi,  alla
    strada provinciale.
    Con i suoi cipressi, con le vigne, con la collana d'abeti, con il lago
    a'  piedi,  la villa sarebbe assai graziosa a guardare in fotografia a
    traverso le lenti d'uno stereoscopio, se la scienza sapesse riprodurvi
    i verdi cupi e i brillanti, le acque diafane e il mobile riverbero del
    sole sulle vecchie mura.  Si potrebbero immaginare  davanti  alle  sue
    finestre  ampie  distese  di lago,  felici paesi,  altre ville,  altri
    giardini ridenti fra l'acqua e il cielo. Anche veduto con la sua scena
    solitaria e severa,  il Palazzo non  triste.  Fuori  del  recinto  le
    sponde  che  guardano  mezzogiorno  verdeggiano  di  ulivi  frequenti,
    parlano di dolci invernate; e per la gran porta aperta laggi verso la
    pianura dove il sole tramonta entrano le immagini  e  quasi  il  suono
    della  intensa  vita  delle  opere  umane;  per  l escono gli occhi e
    l'anima  quando  hanno  bisogno   di   veder   lontano,   d'immaginare
    liberamente.  Il  Palazzo  domina  quel deserto con la sua grandiosit
    signorile; chi vi abita pu credersi padrone di quanto vede;  credersi
    un re superbo a cui nessuno osa accostarsi, i monti difendono il trono
    e le onde lambiscono i piedi.
    Dicono che non  male la vista qui disse il conte entrando in loggia
    con Silla.  Pare anche a me sufficientemente passabile.  Leggete l.
    Gli addit una lapide sopra l'arco posteriore di mezzo.
    Silla lesse:

    EMANUEL DE ORMENGO
    TRIBUNATU MILITARI APUD SABAUDOS FUNCTUS
    MATERNO IN AGRO
    DOMUM
    MAGNO AQUARUM ATQUE MONTIUM SILENTIO CIRCUMFUSAM
    AEDIFICAVIT
    UT SE FESSUM BELLO
    POTENTIUM INGRATITUDINE LABORANTEM
    HUC
    VESPERASCENTE VITA RECIPERET
    ATQUE NEPOTES
    IN PARI FORTUNA
    PARI OBLIVIONE
    FRUERENTUR
    1707.

    Eh! esclam il conte, ritto, dietro Silla,  sulle gambe aperte e con
    le  mani congiunte sul dorso.  Questo mio buon bisavo ha assaggiati e
    sputati i re,  come vedete.  E' per questo che io non ne ho mai voluto
    rigustare, e credo non servirei un re, se non quando dovessi scegliere
    tra lui e il canagliume democratico.  Un uomo di ferro, quello l. Non
    c' che principi o democrazie per rompere e buttar via  uno  strumento
    simile. Uuh! Voi non credete quello?
    Io  sono devoto al re rispose commosso il giovane e mi sono battuto
    con lui per l'Italia.
    Ah, per l'Italia!  Molto bene.  Ma Voi mi dite il caso di un giorno e
    io  parlo  di  istituzioni  che  si  giudicano sulla testimonianza dei
    secoli.  Anch'io tengo un segretario democratico e  gli  voglio  molto
    bene perch  il pi buono e onesto bestione della terra. Del resto se
    avete  un  ideale non lo voglio guastare,  qualunque esso sia,  perch
    senza ideale il cuore cade nel ventre.
    E il Suo ideale? disse Silla.
    Il mio? Guardate un poco.
    Il conte si affacci al parapetto verso il lago.
    Voi vedete dove ho scelta la mia dimora,  tra le  manifestazioni  pi
    alte  della  natura,  in mezzo ad una magnifica aristocrazia che non 
    punto ricca,  ma  potente,  vede molto lontano,  difende le  pianure,
    raccoglie forza per la vita industriale del paese,  genera aria pura e
    vivificante, e non prende niente per tutti questi benefizi,  altro che
    la sua preminenza e la sua maest.  Io non so se Voi capite ora qual 
    il mio ideale politico e perch vivo fuor del mondo;  "res publica mea
    non est de hoc mundo". Andiamo.
    Il conte era un cicerone diligentissimo, faceva osservare a Silla ogni
    menomo  oggetto  che  potesse  parer  notevole,  spiegava  i  concetti
    dell'antenato di ferro, fondatore del Palazzo,  come se avesse abitato
    nel  suo  cervello.  Quel  vecchio soldato aveva fatto le cose da gran
    signore.  Casa d'in verno,  casa d'estate;  tre  piani  per  ciascuna:
    cucine,  cantine,  magazzini  ed  altre stanze di servizio affondate a
    mezz'altezza nel suolo;  scalone architettonico nell'ala  di  levante;
    grandi  sale di parata ai primi piani.  Queste erano state dipinte con
    fantasia sgangherata da un ignoto pittore  che  vi  aveva  tirato  gi
    delle  architetture  romanzesche,  tutte logge,  terrazze e obelischi,
    roba dell'altro mondo; e delle farraginose scene militari, certe zuffe
    di cavalleria assai lontane dai precetti di  Leonardo,  scorrettissime
    nel  disegno,  ma non prive di vita.  Sento disse il conte facendole
    vedere a Silla sento dai miei buoni amici che questo pittore   stato
    un goffo;  anzi qualcuno si degna di dire un bue. Io non me ne intendo
    niente,  ma mi fa molto piacere di udire quello,  perch non  amo  gli
    artisti.
    Verissimo;  non  li  amava,  n li intendeva.  Possedeva molti quadri,
    alcuni dei quali eccellenti, raccolti in gran parte da sua madre, nata
    marchesa B... di Firenze, che amava la pittura con passione.  Il conte
    non  ne capiva un iota e faceva sbigottire i suoi amici,  snocciolando
    pacatamente le maggiori empiet.  Avrebbe voltato di buon grado con la
    faccia  al muro un ritratto di Raffaello e fatto fodere di un Tiziano;
    non ne gustava la vista pi che  della  tela  greggia  e  non  avrebbe
    nascosto,  per tutto l'oro del mondo,  il suo pensiero. Gli erano meno
    odiosi  i  pittori  arcaici,  perch  li  trovava  meno  artisti,  pi
    cittadini.  Non sapeva poi ragionare questo suo giudizio. Aveva invece
    in uggia particolare la pittura di paesaggio,  che stimava indizio  di
    decadenza civile,  arte ispirata dallo scetticismo,  dal disprezzo dei
    doveri sociali e da una specie di materialismo sentimentale.  Non  era
    uomo  da  disperdere  i  quadri prediletti da sua madre,  ma li teneva
    prigionieri in un lungo corridoio al secondo piano a tramontana, sopra
    la sala da pranzo,  dove aurore e tramonti s'intirizzivano nelle  loro
    cornici dorate.
    Nell'entrare per uno dei due usci che mettono capo a questo corridoio,
    parve  a Silla che qualcuno fuggisse per l'altro;  vide un lampo negli
    occhi della sua guida. Le tre finestre del corridoio erano spalancate;
    ma poteva venire dalle finestre quell'odore di "mown-hay"?
    Uno degli antichi seggioloni di cuoio addossati alle pareti  a  eguali
    intervalli  e  spiranti  gravit prelatizia,  era stato trascinato per
    isghembo vicino alla finestra di  mezzo,  in  faccia  a  un  Canaletto
    meraviglioso;  e  sul  davanzale della finestra c'era un libro aperto,
    tutto sgualcito ma candidissimo.
    Vedete disse il conte, chiudendo tranquillamente le invetriate della
    prima finestra a io tengo qui delle possessioni strabocchevoli.  Tengo
    montagne,   boschi,   pianure,  fiumi,  laghi  e  anche  una  discreta
    collezione di mari.
    Ma qui esclam Silla a vi sono tesori!
    Ah! la tela  molto vecchia e d'infima qualit.
    Cos dicendo il conte mise il seggiolone a posto.
    Ma come, tela! Ma questo soggetto veneziano, per esempio?
    Neppure Venezia  mi  piace,  che  pure,  assicurano,  vale  qualcosa.
    Pensate questo!
    Prese il libro ch'era sul davanzale della seconda finestra, lo chiuse,
    guard  il  frontespizio,  e,  come  facesse  la cosa pi naturale del
    mondo,  lo gett nel cortile,  e chiuse la finestra.  In quel punto si
    ud  un colpo furioso,  un frangersi di lastre,  un grandinar di vetri
    rotti sulla ghiaia.  Il conte si volse  a  Silla  continuando  il  suo
    discorso  come  se  nulla fosse stato.  Io non ho mai potuto soffrire
    quella lurida,  puzzolente,  cenciosa citt di Venezia,  che  perde  a
    brani  il  suo  manto  unto e bisunto di vecchia cortigiana,  e mostra
    certa biancheria sudicia,  certa vecchia pelle schifosa.  Voi dite  in
    cuor vostro: Quest'uomo  una gran bestia! Non  vero? S, me lo hanno
    fatto  capire degli altri.  Ooh!  naturalmente.  Notate che io sono un
    grande ammiratore de' veneziani antichi,  che ho parenti a  Venezia  e
    forse qualche poco di sangue veneziano nelle vene,  del migliore. Cosa
    volete?  Sono un animale grosso,  ma nuovo in Italia,  dove,  grazie a
    Dio,  le  bestie  non mancano.  Dove trovate un italiano bastantemente
    colto che vi parli come vi parlo io dell'arte?  La grande  maggioranza
    degli  uomini  educati non ne capisce niente,  ma si guarda molto bene
    dal confessarlo.  E' curioso di star ad ascoltare un gruppo di  questi
    sciocconi  ipocriti davanti ad un quadro o a una statua,  quando fanno
    una fatica del diavolo per  metter  fuori  dell'ammirazione,  credendo
    ciascuno di aver che fare con degli intelligenti. Se potessero levarsi
    la maschera tutti ad un tratto, udreste che risata!
    S'affacci alla terza finestra, e chiam:
    Enrico!
    Una voce quasi infantile rispose dalla cucina:
    Son qui! Vengo!
    Il conte attese un poco, e poi disse:
    Portami su quel libro.
    Quindi chiuse la finestra.
    Silla non si poteva staccare dai quadri.
    Starei qui un giorno diss'egli.
    Anche Voi?
    Anche!  L'altro chi era? Era forse la giovane signora di cui gli aveva
    parlato il vetturale?  Il seggiolone  fuor  di  posto,  il  libro,  il
    profumo  di "mown-hay" erano indizi del suo recente passaggio?  Quella
    porta chiusa in fretta, quel lampo degli occhi del conte?... Silla non
    aveva ancor visto al Palazzo che il conte,  Steinegge e  i  domestici.
    Nessuno gli aveva nemmanco parlato d'altre persone.
    Alcune  ore  pi  tardi,  dopo  aver  girato  per lungo e per largo il
    palazzo e il giardino senza trovar nessuno  ed  essersi  ritirato  per
    qualche  tempo nella sua stanza,  not,  entrando nella sala da pranzo
    con il conte e Steinegge,  che quattro posate erano state disposte  ai
    quattro punti cardinali della tavola.  I commensali nord,  sud e ovest
    presero  il  loro  posto;  ma  l'ignoto  commensale  dell'oriente  non
    compariva. Il conte usc, torn dopo dieci minuti e fece portar via la
    posata.
    Credevo  che avrei potuto presentarvi mia nipote diss'egli a Silla a
    ma pare ch'ella non si senta bene.
    Silla disse una parola di rammarico;  Steinegge,  rigido pi che  mai,
    seguit  a  mangiare,  tenendo  gli occhi sul piatto;  il conte pareva
    molto rannuvolato,  e persino  il  cameriere  che  serviva  aveva  una
    fisionomia misteriosa. Per quasi tutto il pranzo non si ud nella sala
    scura  e  fresca  che il passo ossequioso del cameriere,  il tintinno
    delle posate e dei bicchieri che  si  allargava  tra  gli  echi  della
    volta.  Per le finestre socchiuse entrava un ampio strepito di cicale,
    si vedevano brillar nel sole le frondi  del  vigneto,  cangiar  colore
    l'erbe  piegate  via  via  dal  vento.  L  fuori  si doveva stare pi
    allegri.








    Capitolo terzo.
    FANTASMI DEL PASSATO.

    Il sole era tramontato e le cicale non cantavano pi. La costa boscosa
    in faccia alla biblioteca si disegnava nera  sotto  il  limpido  cielo
    aranciato  che  posava  un  ultimo lume caldo sul pavimento della sala
    presso alle finestre,  e,  fuori,  sulle  foglie  lucide  brune  della
    magnolia,  sulla  ghiaia del giardinetto.  Per la porta aperta entrava
    l'aria fresca  del  vallone  e  lo  strido  dei  passeri  intorno  ai
    cipressi.
    Il conte, seduto allo stesso posto della mattina, si teneva coperto il
    viso con ambe le mani appoggiando i gomiti al tavolo. Silla, in faccia
    a lui, aspettava che parlasse.
    Ma il conte pareva di pietra;  n parlava,  n si moveva. Solo qualche
    volta le otto magre  dita  nervose  si  alzavano  dalla  fronte  tutte
    insieme,  si tendevano;  poi, ripiegandosi, parevano volersi imprimere
    nell'osso.   Silla  guardava  rotear  sul   pavimento   l'ombra   d'un
    pipistrello che non trovava la via di uscire,  batteva le librerie, il
    soffitto angosciosamente.
    Anche  dentro  alla  fronte  severa  del  vecchio   gentiluomo   v'era
    un'angoscia di parole che non trovavan la via di uscire. Era l'ora che
    turba il cuore; quell'ora in cui, mancando la luce, le cose e le anime
    si sentono libere,  quasi, da una vigilanza fastidiosa; i monti paiono
    coricarsi a grande agio  sul  plano,  le  campagne  dilagano  sopra  i
    villaggi e casali,  le ombre pigliano corpo, i corpi sfumano in ombra,
    nel cuore umano affondano le impressioni,  i pensieri del presente,  e
    vien  su  un movimento confuso di ricordanze lontane,  di fantasmi che
    inteneriscono e fanno sospirare in silenzio.
    Ad un tratto il conte alz con impeto il viso e disse:
    Signor Silla!
    Tacque un momento e riprese lentamente:
    Quando avete letto la mia lettera,  il nome che vi trovaste sotto  Vi
    era sconosciuto?
    Sconosciuto.
    Non era nella memoria Vostra la traccia pi lieve di questo nome?
    Nessuna.
    Dalle  persone  con  le quali avete vissuto non udiste mai parlare di
    qualcuno il cui nome non era pronunciato e che avrebbe potuto trovarsi
    un giorno nelle circostanze pi difficili della vita?
    No. Da chi ne avrei inteso parlare?
    Il conte esit un istante, poi ripet a voce bassa:
    Dalle persone con le quali avete vissuto.
    Mai.
    Vi ricordate almeno di aver veduta la mia fisionomia?
    Silla era sorpreso di tanta insistenza.
    Ma no diss'egli.
    Eppure ripigli il conte or sono diciannove anni,  un giorno in cui
    vi  si era punito severamente per avere spezzato un vaso di cristallo,
    all'uscire da uno stanzino buio,  dove Vostro padre  vi  aveva  tenuto
    chiuso per parecchie ore, vedeste un momento il mio ritratto.
    Silla  balz  in  piedi;  il conte si alz pure e,  dopo un momento di
    silenzio,   girato  il  tavolo,   and  a  piantarsi  presso  il   suo
    interlocutore, voltando il viso al chiarore morente del crepuscolo.
    Vi ricordate? diss'egli.
    Silla  rispose  stupefatto.  Non  ricordava  il  ritratto,  ma  sapeva
    benissimo d'aver spezzato il vaso di cristallo e d'essersi  rifugiato,
    dopo il castigo, nella stanza di sua madre.
    Vedete  che  Vi  conosco da lungo tempo.  Ne dubitate?  Adesso vado a
    dirvi quello che so di Voi.
    Il conte si pose a camminare su  e  gi  parlando.  Si  udiva  il  suo
    vocione  andare  e  venire per la sala piena d'ombra: si vedeva la sua
    figura bizzarra illuminarsi e  oscurarsi  a  vicenda,  quando  passava
    davanti alle finestre.
    Voi siete nato nel 1834 a Milano,  in via del Monte di Piet.  Vostra
    madre Vi diede il suo latte, Vostro padre vi diede una culla d'argento
    e una bambinaia brianzuola che  doveva  esser  creduta  dal  mondo  la
    Vostra balia. Questa donna  morta appena lasciato il Vostro servizio.
    Voi non la potevate soffrire, non  vero?
    Non lo ricordo;  me l'hanno detto,  per; me l'ha detto pi volte mia
    madre.
    Sicuramente.  Volete sapere qual  il  Vostro  ricordo  pi  lontano?
    Questo.  Avevate cinque anni. La sera di un giorno in cui vi era stato
    in casa Vostra  un  insolito  affaccendarsi  di  servi,  un  trambusto
    d'operai  e si eran portate montagne di dolci e di fiori,  Vi posero a
    letto prima dell'ora solita. A tarda notte foste svegliato da un suono
    di musica.  Poco dopo,  l'uscio della camera si aperse.  Vostra  madre
    venne a chinarsi sopra di Voi, Vi baci e pianse.
    Signor  conte!  esclam  Silla  con  voce  soffocata a come fa Lei a
    sapere queste cose?
    Alcuni anni pi tardi continu senz'altro il  vocione  del  conte  a
    quando Voi ne avevate tredici,  nel 47 insomma, avvenne in casa Vostra
    qualche cosa di straordinario.
    Il vocione tacque, il conte si ferm, lontano da Silla,  con le spalle
    alla porta del giardinetto.
    Non  vero? diss'egli.
    Silla non rispose.
    Il conte riprese la sua passeggiata.
    E' forse crudele prosegu di ricordare queste cose,  ma io non sono
    amico di certe mollezze sentimentali moderne;  io credo  che    molto
    bene  per  l'uomo  il  ripassare  ogni  tanto  le lezioni e i precetti
    ch'egli ha avuto, direttamente o indirettamente, dalla sventura,  e di
    non lasciarne estinguere,  di rinnovarne il dolore, perch  il dolore
    che li conserva.  E poi il dolore  un gran  ricostituente  dell'uomo,
    credete;  e in certi casi  un confortante indizio di vitalit morale,
    perch dove non vi  dolore, vi  cancrena. Dunque, nel 47, accadde in
    casa Vostra qualche cosa di straordinario. Andaste a dimorare parecchi
    giorni a Sesto,  in casa C...  La carrozza che vi ricondusse a Milano,
    si ferm davanti ad un'altra casa,  in via Molino delle Armi.  Era una
    casa molto diversa da quella del Monte di Piet e vi avete  fatto  una
    vita molto diversa.  Non pi servi,  non pi ricche suppellettili. Voi
    sapete, una parte di quelle suppellettili, dove si trova.
    Ma come ?... interruppe Silla.
    Furono vendute, naturalmente.
    Ma perch Lei?...
    Quello  diverso, ne parleremo in seguito. Cosa dicevo? Ah, Voi siete
    dunque andato ad abitare un quinto piano in  via  Molino  delle  Armi.
    Dalla  finestra  di  una  camera da letto si vedevano queste montagne.
    Lass avete cominciato a fare anche Voi il solito sogno  di  diventare
    qualche gran cosa e di empire il mondo del Vostro nome.
    Signor  conte disse Silla mi pare che basti.  Dica cosa desidera da
    me!
    Pi tardi. Non  vero che basti.  Vado a dirvi dei fatti della Vostra
    vita  che  non  sapete Voi stesso.  Vi  dunque venuta questa salutare
    follia della gloria,  che Vi ha preservato,  con una promessa fatta di
    niente,  dalle  solite  corruzioni.  Sciaguratamente  avete  pensato a
    procacciarvi la gloria con gli  scritti  invece  che  con  le  azioni.
    Lasciatemi dire;  sono un vecchio.  Con gli scritti letterari,  poi! E
    non avete avuto la forza di carattere, la fiducia in Voi stesso che ci
    voleva per seguire da uomo questo proposito.  Invece di chiudervi  nel
    Vostro  bozzolo  della letteratura,  siete andato a Pavia.  Cosa avete
    studiato a Pavia?
    Leggi.
    Tutto fuorch leggi avete studiato.  Lo  so,  volevate  una  carriera
    proficua,   pensando  a  Vostra  madre;  ma  allora  bisognava  volere
    virilmente;  tagliarsi via mezzo il cuore e andare avanti  col  resto.
    Cosa  avete  fatto  al  Vostro  ritorno da Pavia?  Avete pubblicato un
    romanzo.  Ecco il fatto che non sapete.  Quel poco di oro  che  Vostra
    madre  Vi diede perch servisse alla stampa del libro,  non era punto,
    come ella Vi disse e Voi avete creduto,  un dono de' suoi parenti;  il
    giorno prima ell'aveva portato al gioielliere i suoi ultimi brillanti,
    una memoria cara di famiglia.
    Il  Suo diritto? esclam Silla slanciandosi verso il conte.  Il Suo
    diritto di sapere queste cose?
    Il mio diritto? Questione molto oziosa.  Vostro diritto  sicuramente
    di vedermi in faccia.
    Il conte suon.
    Silla taceva, ansante.
    Il  conte  and ad aprire l'uscio,  e aspett fin che ud il passo nel
    corridoio.
    Lume! diss'egli; e and a sedersi al tavolo.
    Non  vero,  non  vero! disse  Silla  sottovoce.  Non  fui  questo
    sciagurato ch'Ella dice! Me lo provi, se pu.
    Il conte non rispondeva.
    Io  continu  Silla  che  avrei  dato il sangue per mia madre,  che
    l'adoravo,  che non volevo neppure quel denaro perch i parenti di mia
    madre non potevano soffrire ch'io scrivessi,  e,  conoscendoli, temevo
    s'irritassero contro mia madre per causa mia!
    Il conte si pose l'indice alle labbra. Un domestico entr con il lume,
    lo pose sul tavolo e si ritir.
    Quando io affermo una cosa,  mio caro  signore  disse  il  conte  
    provata.
    Ma in nome di Dio, chi!...
    Adesso lasciamo stare.  Io non voglio accusarvi di avere accettato un
    sacrificio simile. Voi non lo sapevate. Del resto la vita  cos. Vi 
    sempre nei giovani questa baldanza ridicola di credere che la terra  
    beata  del  loro  piede  e  il  cielo del loro sguardo,  mentre i loro
    genitori pestano fango e spine per portarli avanti, nascondendo quello
    che soffrono proprio negli anni in cui il  loro  corpo  invecchia,  il
    loro spirito  stanco,  e tutte le dolcezze della vita, ad una ad una,
    se ne vanno.
    Dio! Se fosse vero, mi vituperi, m'insulti!
    Io non Vi ho fatto venire in casa mia  per  vituperarvi.  E  poi,  se
    avrete figli, pagherete. Bisognerebbe vituperar Voi, me e tutta questa
    buffonesca razza umana. Proseguiamo. Il Vostro libro non ebbe fortuna;
    per verit mi pare di potermi rallegrare con Voi, che la fortuna non 
    Vostra amica. Nel 58...
    Il conte si ferm e poi riprese a voce bassissima:
    Non    a temere che Voi dimentichiate mai il colpo che riceveste nel
    1858.
    Tacque daccapo, e per qualche momento dur non interrotto il silenzio.
    Devo pur  dirvi,  a  questo  punto  riprese  il  conte  che  se  io
    V'intrattengo   sui  casi  della  Vostra  vita  oltre  quanto  sarebbe
    necessario per dimostrare che Vi conosco bene,  si  perch intendo di
    meglio giustificare in tal modo le proposte che vado a farvi.  Dunque,
    nel 59 avete fatto il Vostro dovere e Vi siete battuto  per  l'Italia.
    Vostro padre...
    Signor conte!
    Oh,  Voi  mi  conoscete  molto male,  se potete credere che io voglia
    offendere davanti a un figlio  la  memoria  di  suo  padre,  anche  se
    quest'uomo ha commesso degli errori e ha meritato delle censure. State
    tranquillo.  Vostro padre non era pi a Milano quando vi siete tornato
    Voi. Era nel paese straniero dove intendo che ha cessato di vivere due
    anni  sono,  nel  maggio  del  62.   Vi  trovaste  solo  colla  Vostra
    letteratura.  Allora  foste improvvisamente chiamato a insegnar lingua
    italiana,  geografia e storia in  un  istituto  privato,  di  cui  non
    conoscevate  neppure  il  nome.  Avete  mai  saputo  come quei signori
    abbiano scelto appunto Voi?
    No.
    Non importa.  In quel tempo avete avuto una offerta  dai  parenti  di
    Vostra madre,  dai Pernetti Anzati,  non  vero? Volevano che entraste
    nella loro Filatura e Vi offrivano un lauto assegno; non  cos?
    S, ma  forse Lei che mi ha fatto eleggere?...
    Non importa, Vi dico.  Avete rifiutata l'offerta dei Pernetti Anzati.
    Fatto bene,  molto nobilmente. Meglio un lavoro che frutta poco pane e
    molta civilt, di un lavoro che converte in denaro il tempo, la salute
    e  una  buona  parte  dell'anima.   Ma  adesso  l'istituto  al   quale
    appartenevate ha fatto cattivi affari e venne chiuso. Io credo che Voi
    non sarete malcontento di occuparvi in qualche altro modo degno,  ed 
    per questo che Vi ho pregato di venire da me.
    La ringrazio rispose Silla asciutto asciutto. Prima di tutto, posso
    vivere.
    Oh! interruppe il conte.  Chi parla di questo?  Lo so benissimo.  I
    Pernetti  Vi  passano  l'interesse  di  una parte della dote di Vostra
    madre che si trattennero sempre, un migliaio e mezzo di lire circa.  E
    poi?
    E  poi proruppe Silla con forza voglio sapere finalmente chi  Lei,
    perch si occupa di me!
    Il conte indugi un poco a rispondere.
    Io sono un vecchio amico della famiglia di Vostra madre,  e Vi  porto
    molt'affezione per la memoria di persone che mi furono assai care.  Le
    circostanze della vita ci hanno tenuti lontani fino ad oggi;  un  male
    che noi ripareremo. Vi basta quello?
    Perdoni, non mi pu bastare;  impossibile!
    Ebbene,  mettiamo un poco da parte la mia amicizia. In fine dei conti
    non  un beneficio che io Vi offro,  un favore che Vi domando.  Io so
    che  avete  molto ingegno,  molta cultura,  che siete probo e che Vi 
    mancata la Vostra occupazione ordinaria. Io ho a proporvi un lavoro di
    lunga lena,  mezzo scientifico mezzo letterario,  di cui ho raccolto i
    materiali  e  che  amerei  fare  io  stesso se fossi mai stato uomo di
    penna, o almeno,  se avessi l'et Vostra.  Questi materiali sono tutti
    qui,  presso di me, e io desidero mantenere una continua comunicazione
    d'idee con la persona che scriver il libro,  il  quale  dovr  quindi
    essere scritto in casa mia.  Questa persona mi far le sue condizioni,
    naturalmente.
    Io non esco di qua,  signor conte rispose Silla se Ella non mi dice
    come ha potuto sapere le cose che ha narrate!
    Dunque non volete che trattiamo di questo lavoro?
    Cos, no.
    E  se  io  adoperassi  i  buoni  uffici  di una persona che ha grande
    autorit sopra di Voi?
    Pur troppo, signor conte,  non vi  nessuno al mondo che abbia grande
    autorit sopra di me.
    Io non Vi ho detto che questa persona sia viva.
    Silla prov una scossa, un formicolo freddo nel petto.
    Il conte aperse un cassetto del tavolo, ne trasse una lettera e gliela
    porse.
    Leggete  diss'egli,  e  si  gett  addietro  sulla  spalliera  della
    seggiola con le mani in tasca e la testa china sul petto.
    L'altro afferr rapidamente la lettera,  ne lesse la soprascritta e fu
    preso  da un tremito violento che gli tolse di proferir parola.  V'era
    scritto di pugno di sua madre:

    "Per CORRADO."

    Tremava cos forte che pot a mala pena aprir la lettera. La voce cara
    di sua madre gli pareva venir dal mondo degli spiriti per  dir  parole
    non  potute  dire in vita e sepolte nel suo cuore sotto una pietra pi
    grave di quella della tomba. Le parole erano queste:

    "Se ti  cara la memoria mia,  se credi ch'io abbia fatto qualche cosa
    per te,  affidati all'uomo giusto che ti d questa lettera.  Dal paese
    della pace dove spero m'abbia posato la misericordia di Dio quando  la
    leggerai, ti benedico.
    "LA MAMMA".

    Nessuno dei due parl. Si ud un singhiozzo disperato, prepotente; poi
    pi nulla.
    Ad un tratto Silla,  contro la sua ragione,  contro la sua volont, il
    suo cuore istesso,  guard il conte con tale angosciosa domanda  negli
    occhi  sbarrati,  che  quegli  men  un  furibondo  pugno  sul  tavolo
    esclamando:
    No!
    Dio! Non ho voluto dir questo! grid Silla.
    Il conte si alz in piedi e allarg le braccia.
    Amica venerata diss'egli.
    Silla pieg la testa sul tavolo e pianse.
    Il conte aspett un momento in silenzio e poi disse a bassa voce:
    Vidi  Vostra  madre  per  l'ultima  volta  un  anno  prima  del   suo
    matrimonio. Ella mi ha scritto poi molte lettere di cui Voi eravate il
    solo argomento.  Ecco perch io conosco molti particolari intimi della
    Vostra vita.  Dopo il 58 sono stato informato da certi amici  miei  di
    Milano.  Voi comprenderete facilmente perch abbiate ritrovato in casa
    mia quelle suppellettili;  esse mi ricordano la persona pi virtuosa e
    pi rispettabile che mi abbia onorato della sua amicizia.
    Silla  stese  ambedue  le  mani  verso  di lui senz'alzare il capo dal
    tavolo.
    Il conte gliele strinse affettuosamente,  le tenne qualche momento fra
    le sue.
    Dunque? diss'egli.
    Oh! rispose Silla alzando la testa.
    Era detto tutto.
    Bene  rispose  il  conte  adesso  uscite,  uscite subito,  andate a
    pigliar aria. Vi faccio accompagnare dal mio segretario.
    Suon e fece venire Steinegge che  si  mise,  tutto  sorridente,  agli
    ordini del signor Silla.  Egli si professava lieto dell'onorevolissimo
    incarico. Non sapeva se gli abiti che si trovava indosso fossero degni
    dello stesso onore. S?  Ringraziava.  Se n'and finalmente con Silla,
    strisciando  inchini e facendo infinite cerimonie ad ogni uscio,  come
    se al di l della soglia vi fosse stata una torpedine.  Appena  uscito
    dal  cancello  del cortile,  mut modi e parole.  Prese a braccetto il
    compagno: Andiamo a R... disse: bisogna bere un poco, caro signor.
    No rispose Silla, distratto, non sapendo ancora bene in che mondo si
    fosse.
    Oh, non dite no, io vedo. Voi siete serio,  molto serio;  io poi sono
    seriissimo.
    Steinegge si ferm, accese un sigaro, sbuff una gran boccata di fumo,
    batt  con  il  palmo  della  destra la spalla del suo interlocutore e
    disse "ex abrupto":
    Oggi sono dodici anni, mia moglie  morta.
    Fece un passo avanti,  poi voltossi a guardar Silla,  con  le  braccia
    incrociate sul petto, le labbra strette, le sopracciglia aggrottate.
    Andiamo, voglio raccontarvi questo.
    E,  ripreso  il  braccio  di  Silla,  tir avanti a passi sgangherati,
    fermandosi di tratto in tratto su' due piedi.
    Io,  per il mio paese,  mi sono battuto  nel  1848,  Voi  sapete.  Io
    lasciai  il  servizio austriaco e mi battei nel Nassau per la libert.
    Bene,  quando si cal il sipario fui gittato per grazia alla frontiera
    con mia moglie e mia figlia.  Sono andato in Svizzera.  L ho lavorato
    come un cane,  col piccone,  sopra una linea  di  ferrovia.  Non  dico
    niente,  questo  un onore. Sono di buona famiglia, fui "Rittmeister",
    ma fa niente, questo  un onore, di aver lavorato con le mie mani.  Il
    male era che non guadagnavo abbastanza.  Pensate, signor, mia moglie e
    mia figlia pativano la fame! Allora con l'aiuto di alcuni compatrioti,
    si and in America.  S,  signor,  sono stato anche in America,  a New
    York.  Ho venduto birra,  ho guadagnato.  Oh, andava bene. "Es war ein
    Traum". Sapete? Era un sogno. Mia moglie ammal di nostalgia. Si stava
    bene a New York,  si  prendevano  dollari,  si  avevano  molti  amici.
    Ebbene,  cosa  tutto questo? Partiamo, arriviamo in Europa. Io scrivo
    a' miei parenti.  Sono  tutti  reazionari  e  bigotti;  io  sono  nato
    cattolico,  ma  non credo ai preti;  non mi rispondono.  Che importava
    loro se mia moglie moriva?  Scrivo ai parenti di mia moglie.  Cose  da
    ridere,  signor.  Quelli  mi  odiavano  perch  avevan creduto dare la
    ragazza a un ricco e il poco che mio padre non aveva potuto  togliermi
    era stato confiscato dal governo.  Oh,   bellissima. Per mio cognato
    venne a Nancy, dov'ero io.  Mia moglie part con la bambina,  sperando
    guarire presto e ritornare.  L'accompagnai alla frontiera. Stava male;
    dovevamo lasciarci a mezzogiorno.  Un'ora  prima  mi  abbracci  e  mi
    disse:  "Andrea,  ho  visto  il  paese  da  lontano:  basta,  restiamo
    insieme". Capite, signor? Voleva morire con me. Otto giorni dopo...
    Steinegge  comp  la  frase  con  un  gesto  e  si  cacci  a   fumare
    furiosamente.  Silla  taceva  sempre,  non  gli dava forse non l'udiva
    neppure.
    I parenti di mia moglie continu l'altro hanno preso la bambina. E'
    stata una carit perch la piccina non sarebbe stata bene con me solo,
    e con questo pensiero ch'ella si trovava meglio io ho potuto  soffrire
    molto allegramente.  Ma credete che non mi hanno mai data una notizia?
    Io le ho scritto ogni quindici giorni, sino a due anni or sono; non mi
    ha risposto mai.  Potrebbe anche non  essere  pi  al  mondo.  Cosa  
    questo? Si beve, si fuma, si ride, ooh!
    Dopo questo epilogo filosofico il segretario tacque. Era notte oscura.
    La  stradicciuola  tagliava  per  isghembo  un  pendio cespuglioso dal
    vallone del Palazzo alle prime nere casupole di R... Abbasso,  il lago
    dormiva.  Nel  Palazzo si vedevano ancora illuminate le finestre della
    biblioteca e altre due  nella  stessa  ala,  sull'angolo  del  secondo
    piano;  una verso ponente,  l'altra verso mezzogiorno. Prima di toccar
    le casupole,  il sentiero svoltava fra i due muricciuoli bassi,  in un
    avamposto di granoturco e di gelsi.
    Dove  andiamo?  domand  Silla  affacciandosi  all'entrata scura del
    villaggio.
    Solo un poco avanti rispose Steinegge, incoraggiandolo.
    Le sarei grato se ci fermassimo qui.
    Steinegge sospir.
    Come volete. Fuori del ciottolato, allora.
    Ritornarono un passo indietro dai muricciuoli e  sedettero  sull'erba,
    dalla parte del ponte.
    Io faccio come volete, signor disse il segretario ma questo  molto
    male  per Voi di non bere.  Gli amici delle ore tristi sono pochi e il
    vino  il pi fedele. Non bisogna trascurarlo.  Mostrategli di vederlo
    volentieri,  Vi accarezza il cuore: trattatelo male e, se un giorno ne
    avrete bisogno, Vi morder.
    Silla non rispose.
    Era dolce a contemplare,  nello stato dell'animo suo,  la notte  senza
    luna  n  stelle.  Dal  vallone spirava una tramontana fresca,  pregna
    d'odor di bosco.
    Erano l da pochi minuti quando  udirono  a  destra  fra  le  casupole
    vicine un suono cupo di molti passi,  che si allarg subito all'aperto
    e si ferm.
    Ooh, Angiolina! chiam qualcuno.
    Silenzio.
    Ooh, Angiolina!
    Una finestra si aperse e una voce femminile rispose:
    Che volete?
    Niente, vogliamo. Siamo qui al caff della valle a prendere il fresco
    come i signori, e vogliamo far quattro chiacchiere.
    Maledetti ubbriaconi,   questa l'ora di  far  chiacchiere?  Dovevate
    stare all'osteria a far chiacchiere.
    Ci    troppo caldo salt su un altro.  Si sta meglio qui a cavallo
    de' muri.  Non sentite che bel freschino?  Come volete fare a dormire?
    L'  pazzia  stare  a  letto  con  questo caldo.  Non  andato a letto
    neppure il vecchio del Palazzo  stasera.  Non  vedete  che  ha  ancora
    acceso il lume?
    Non si vede da qui. Sar il lume della signora donna Marina.
    Oh adesso! Mai pi. C' bene anche quello, ma le due finestre chiare,
    abbasso,  sono quelle dei libri.  Ho mica da saperlo ?  Sono stato gi
    l'altro giorno a metterci due lastre.
    Ci hanno ad essere de' forestieri disse un terzo.
    S,  c' un giovinotto di Milano.  L'ha detto il cuoco stasera  dalla
    Cecchina.  Ci  deve  essere  per  aria di combinar qualche cosa con la
    signora donna Marina.
    Stia allegro chi la toglie,  quella l,  che toglie un  bel  balocco,
    s! disse la donna. Ha detto cos la signora Giovanna alla Marta del
    signor  curato,  che  hanno  attaccato  lite anche oggi e che lui,  il
    vecchio,  le ha sbattuto gi il libro dalla finestra,  e lei allora ha
    fatto  il demonio.  La signora Giovanna tiene dal suo padrone,  ma gi
    sono matti tutti e due.  Solo per il nome non la vorrei quella l,  se
    fossi un uomo. Ha un gran nome da strega, sapete. Malombra!
    Oh  s,  s,  come  ha ragione questa donna,  da strega! disse piano
    Steinegge. Questo  divertente.
    E' mica Malombra,  Crusnelli.
    Malombra!
    Crusnelli!
    Malombra!
    Si riscaldavano, gridavan tutti insieme.
    Andiamo via disse Silla.
    Si alzarono e ridiscesero verso casa.
    Quando giunsero in fondo al seno del Palazzo,  dove faceva tanto  buio
    che  Steinegge  si pent di non aver preso seco la lanterna,  salt su
    nel silenzio il suono chiaro e dolce d'un piano.  Rischiar la  notte.
    Non  si  vedeva nulla ma si sentivano le pareti del monte intorno alle
    note limpide,  si sentiva,  sotto,  l'acqua sonora.  In  quel  deserto
    l'effetto  dello  strumento  era inesprimibile,  pieno di mistero e di
    immaginazioni mondane.  Era forse un vecchio strumento  stanco,  e  in
    citt,  di giorno,  si sarebbe disprezzata la sua voce un poco fessa e
    lamentevole;  pure quanto pensiero esprimeva l nella solitudine buia!
    Pareva  una voce affaticata,  assottigliata dall'anima troppo ardente.
    La melodia,  tutta slanci e languori appassionati,  era portata da  un
    accompagnamento leggero, carezzevole, con una punta di scherzo.
    Donna Marina disse Steinegge.
    Ah sussurr Silla che musica ?
    Ma! rispose Steinegge pare "Don Giovanni",  Voi sapete: "Vieni alla
    finestra". Suona quasi sempre a quest'ora.
    In biblioteca non c'era pi lume.
    Il signor conte arrabbia adesso disse Steinegge.
    Perch?
    Perch non ama la musica e quella lo fa apposta.
    Silla zitt con le labbra.
    Come suona! diss'egli.
    Suona come un maligno diavolo che abbia il vino affettuoso pronunci
    Steinegge. Vi consiglio di non credere alla sua musica, signor.











    Capitolo quarto.
    CECILIA.

    Donna Marina Crusnelli di Malombra alla signora Giulia De Bella.
    "...26 agosto 1864
    "Graziosissima toilette!  Ma  come  t'  venuta  la  povera  idea  dei
    "myosotis"?  Non ti scordar di me,  a destra;  non ti scordar di me, a
    sinistra; non vi scordate di me, signori e signore. Forse uno  caduto
    sulle spalline di quel caro  D...  -  un  altro  ha  preso  fuoco  nei
    favoriti  rossi  del  conte B...  - un terzo l'ha raccolto da terra il
    bambino lungo della padrona di casa e lo custodisce  nella  grammatica
    latina.  Buon  Dio,  se  non  ne  fosse rimasto alcuno per tuo marito!
    Quando lo dar io un ballo campestre, vedrai come sar.
    "Mandami una boccettina d'"egnatia";  ho  i  nervi  scordati  come  un
    pianoforte di collegio.  E' mezzanotte e non possiamo dormire n io n
    il lago che se ne lagna qui sotto.  Vi  "Saetta" 'qui  grogne'  nelle
    sue catene e vorrebbe farsi sciogliere,  partire con me. Bell'idea! Vi
    verrebbero i brividi a  te  e  ai  prodi  che  pasci  a  quest'ora  di
    "cigarettes" e di th, se mi poteste vedere vagar sola per le onde, in
    lancia,  come  una  selvaggia.  Ma  no,  ti  sacrifico il capriccio di
    "Saetta" e anche il mio; perch davvero,  se non ti avessi a scrivere,
    uscirei volentieri.
    "Dimmi, perch l'inchiostro di mio zio non asciuga mai? Dimmi, perch,
    in settembre, viene al Palazzo mia cugina la contessa Fosca Salvador e
    Sua Eccellenza Nepomuceno, detto Nepo, figlio della medesima?
    "S,  ci penso.  Perch no? Perch non potrei sposare il "sior Nepo" e
    andarmene lontano e dimenticare persino il  nome  di  questa  prigione
    odiosa?  I  Salvador  hanno  in  Venezia  un  palazzo  tra bizantino e
    lombardo, color mattone, piantato nell'acqua verde fra due rii deserti
    e puzzolenti, tutti belletta e cenci. Sai,  una macchia d'Oriente,  un
    Canaletto,  un Guardi vivo da starvi volentieri due mesi all'anno, non
    per con la vecchia contessa ch' un gran sacco scucito di chiacchiere
    trite e peste.  Nepo non so che sia.  Lo vidi una volta a  Milano.  Ha
    un'aria soddisfatta, un parlar molle e rotondo che me lo fece parer di
    fior  di  latte  sbattuto.  Intesi dire allora ch'era studiosissimo di
    economia politica e che,  aspettando la  liberazione  del  Veneto,  si
    preparava a farsi eleggere deputato del paese dove ha la sua contea di
    risaie.  Perci  G...,  che  non  lo  poteva soffrire,  lo chiamava un
    personaggio d'anticamera.  La contessa Fosca,  che io ho udita parlare
    di  mio  zio con orrore,  ha annunciata questa visita con due lettere,
    una per mio zio, una per me, tenerissima,  tanto che non ha creduto di
    metterci neppure una consonante doppia.
    "Altra novit; abbiamo al Palazzo un principe nero. Ti parler di lui;
    un tema che potr forse conciliarmi il sonno, fermare la mia penna che
    va e va come punta da una tarantola.
    "Nero,  prima di tutto,  s,  lo  molto, tranne forse ai gomiti della
    "redingote"; principe, no, in nessun modo. E' un piccolo borghese,  in
    apparenza.  Lo  chiamo  'principe  nero' per il suo contegno chiuso di
    personaggio misterioso.
    "E poi per la leggenda. Oh,  c' una leggenda!  Sai che la munificenza
    di mio zio mi ha concesso per barcaiuolo il figlio del giardiniere, un
    paggio  malizioso  di  tredici anni.  Un po' da lui,  un po' dalla mia
    cameriera, un po' dai muri che ne sono pieni,  ho udito i sussurri che
    seguono  alle spalle questo signore.  Egli sarebbe figlio di un'antica
    amorosa di mio zio,  morta a Milano,  anni sono,  in  miseria;  lo  si
    sarebbe richiamato qui per predisporre,  adagio adagio,  un matrimonio
    di famiglia.
    "Capisci,  Giulia?  L'austero anacoreta avrebbe avuta  la  sua  Capua!
    Giulia,  io  non  ho ancora conosciuto un uomo degno d'essere amato da
    me,  ma io amo l'amore,  i libri e la musica che ne parlano,  e non mi
    lascer  far  la morale da un libertino depurato nel vuoto!  Quanto al
    pericolo che si pretenda tingere la  mia  mano  di  questa  roba  poco
    pulita, lo sai bene;  un pericolo per loro, non per me.
    "E'  arrivato  al  Palazzo  un quindici giorni sono,  prima della met
    d'agosto, di notte, come un vero pacco di contrabbando. Il giorno dopo
    ebbi una gran scena drammatica con mio zio,  il  quale  pretende  aver
    diritto di vita e di morte sui miei libri francesi,  presi fuori delle
    mie camere;  e mi butt orsinamente dalla finestra un  de  Musset  che
    avevo  lasciato  davanti  al  mio caro Canaletto.  Quel giorno vidi il
    principe nero da lontano,  ma non discesi  a  pranzo  bench  mio  zio
    venisse  a pregarmene,  tutto mansueto come diventa sempre dopo le sue
    violenze. Il giorno dopo quel signore part;  ritorn il 18 con armi e
    bagagli  e  si  accamp  definitivamente qui.  Comprendi che in questi
    dieci giorni ho pur dovuto trovarmi con lui.
    "Io credo tutto, sai,  quello che se ne dice;  ma mio zio mi conosce e
    mi  fa  della diplomazia.  Non mi ha mai parlato di lui n avanti,  n
    dopo il suo arrivo.  Gi le relazioni nostre sono tali  che  tutto  il
    mondo  pu  andare e venire dal Palazzo senza ch'egli me ne parli.  Lo
    tiene sequestrato quasi tutto il giorno in biblioteca.  A  tavola  non
    discorrono  che di studi.  Chi non sapesse il fondo delle cose direbbe
    che vuol fargli sposare il signor Steinegge e non  me,  perch  li  fa
    lavorare  insieme,  li manda a passeggiare insieme,  ogni dopo pranzo,
    anche quando piove.  Del resto,  questi due signori sono  stati  presi
    d'amicizia  fulminante  l'uno per l'altro.  Te l'ho gi descritta,  mi
    pare,  l'antipaticissima figura che sta qui a tradurre dal tedesco per
    mio  zio?  "Les  deux font la paire".  Tempo addietro colui voleva far
    meco il grazioso e lo spiritoso,  ma l'ho messo molto bene a posto;  e
    ora  ci  ho  messo  anche  il  suo  amico  che,  il giorno dopo la sua
    presentazione,  si  dimenticato sino a stendermi la mano.  Per verit
    mi  ha  inteso  in  aria  e si  trattenuto prima di stenderla,  ma ne
    cominci l'atto. Una mano niente affatto borghese;  simile a quella di
    mio  zio  che l'ha di razza.  Dopo si  tenuto bene,  orgogliosamente;
    debbo rendergli questa giustizia.  Nota che gli ho fatto  impressione,
    senza  mia  colpa.  L'ho  sentito  fino  dal primo momento e posso ben
    dirlo,  perch la cosa  tanto poco lusinghiera!  Io non sono come te,
    cara Giulia,  che per cinque minuti civetteresti,  sii sincera, con un
    commesso viaggiatore.  Il principe nero,  se vuoi saperlo,  mostra una
    trentina d'anni;  non  bello,  ma neanche si pu dir brutto; ha degli
    occhi non privi d'intelligenza;  alla  mia  cameriera  potrebbe  anche
    piacere.  A me  antipatico,  odioso,  odiosissimo. Bada bene, non per
    gelosia di ereditiera in pericolo;  non so abbassarmi a  queste  cose,
    non le comprendo neppure. E basta.
    "Cosa faccio?  Sempre la stessa vita. Leggo, suono, scrivo, passeggio,
    vado in barca, e adesso mi batto anche alla pistola con la noia.  Alla
    lettera!  Sai  le  belle  pistole  da  sala  che  il povero pap aveva
    regalate a miss Sarah e a me? Dopo quattr'anni mi son ricordata d'aver
    qui le mie e tiro sulle statue del giardino,  specialmente  sopra  una
    Flora  annerita  che  somiglierebbe  tutta  alla  mia istitutrice,  se
    riuscissi a farle un viso butterato come aveva lei.  Mi piglio poi dei
    divertimenti "extra".  Per esempio, una sera o l'altra voglio andar io
    al "rendez-vous" notturno che il vecchio  medico  ridicolo  del  paese
    cerca ottenere da Fanny. Mi affretto di dirti che aspetto la luna.
    "Oh,  e la corrispondenza amorosa?  Troncata, mia cara, troncata netta
    dall'ultima lettera di "Lorenzo" che mi hai spedita.  Cos  non  avrai
    pi scrupoli, non farai pi ritirar lettere ferme in posta, almeno per
    conto  mio.  Egli  voleva una passione azzurra,  un legame filosofico-
    sentimentale alla tedesca,  figurati!  e si    offeso  del  mio  tono
    leggero,  mi  ha  scritto,  per  rompere,  una tirata piena di fuoco e
    d'orgoglio con certe sciabolate che vi gettano un ghiaccio nel sangue.
    Mi  fa  l'onore  di  attribuirmi  qualche  spirito;  e  poi,  gi  una
    sciabolata:  cos'  lo  spirito?  Un  vano e freddo luccicare di acque
    percosse dalla luna.  Io domando: se le acque che  luccicano  sono  lo
    spirito,  cos' la luna?  Anch'essa  fredda, ma non  vana,  reale e
    solida.  Che il luccicare dello spirito non venga  da  qualche  freddo
    lume  di  verit,  da  qualche  alta  e desolata negazione!  Allora lo
    detesto anch'io come questo pedante di Lorenzo, perch credo, non per
    come quando ci trovavamo all'ultima messa di  S.  Giovanni  alle  Case
    Rotte;  molto  diversamente.  Non  c'  pi nessuno che mi possa dire:
    "Mademoiselle"!  Ah se tu sapessi,  Giulia,  cosa vi  nel mio cuore e
    quale  tormento  sono  le  insonnie  per me!  Ma n tu n altri mai lo
    sapr.
    "Perdonami,  ti bacio  un  momento  e  vado  alla  finestra  a  sentir
    discorrere le onde.
    "Ritorno a te.  - Fortunatamente le onde hanno una voce monotona, sono
    poverissime d'idee e si ripetono  a  saziet;  pare  che  recitino  il
    rosario.  E il sonno viene,  viene con le ombre leggere della contessa
    Fosca, del conte Nepo e dei loro bauli. Addio, "myosotis".
    "Marina".

    Poi ch'ebbe scritta questa lettera nervosa, donna Marina si alz, and
    a contemplarsi in uno specchio. Dall'ampio accappatoio usciva, come da
    una nuvola bianca,  il collo sottile,  elegante,  e fra due  fiumi  di
    capelli biondo-scuri,  ove lucevano due grandi occhi penetranti, fatti
    per l'impero e per la volutt.  Il viso,  il collo,  il seno di cui si
    vedeva  una  riga tra il bianco,  avevano lo stesso pallore caldo.  Si
    guard un momento,  si gitt alle spalle con una scrollata di testa  i
    due fiumi di capelli e chi sa quanti pensieri torbidi, and a posar la
    candela  sul  tavolino  da  notte,   picchiando  forte  il  marmo  con
    l'argento, come per fare oltraggio al silenzio e alla solitudine.
    Ed ora che,  perseguitata nel sonno da  qualche  tenace  inquietudine,
    ella  dorme  agitando di frequenti sussulti le lenzuola,  mentre tutti
    gli abitatori del vecchio Palazzo dormono pure,  parliamo a voce bassa
    di donna Marina e di quello che aveva in cuore.

    Capitolo quinto.
    STRANA STORIA.

    Ell'era  figlia  unica  di una sorella del conte Cesare e del marchese
    Filippo Crusnelli di Malombra, gentiluomo lombardo che visse in Parigi
    tra il 49 e il 59,  sciupandovi un pingue patrimonio,  mobilizzato  in
    fretta e in furia dopo Novara.  Marina perdette col sua madre e pass
    dalle mani di una severa istitutrice belga a quelle di una "governess"
    inglese, giovane,  bella e vivace.  Quando il marchese torn a Milano,
    nel novembre del 59, Marina aveva diciott'anni, una flora romantica in
    testa,  una  guida  stordita  al  fianco  e  sulle  labbra  un sorriso
    sarcastico che le faceva pochi amici.  In  quell'inverno  1859-60  che
    lasci  a  Milano  splendida  memoria  di s,  lo spensierato marchese
    Filippo volle rientrare da Parigi nella societ milanese col  fracasso
    d'una vettura da Posta che tuona per le borgate. Diede pranzi, balli e
    cene  dove  miss  Sarah faceva gli onori di casa.  Alcune vecchie dame
    parenti del marchese mossero gravi rimostranze al "caro  Filippo"  con
    la  solennit  di chi adempie un alto ufficio ed esprime in pari tempo
    il giudizio di una casta venerabile.  Cadute a vuoto le  loro  parole,
    ruppero  le relazioni diplomatiche e non vollero pi saperne,  di quel
    "povero Filippo". Cos almeno usavano dire agli amici, provocandone la
    maldicenza adulatrice a carico  del  marchese,  di  miss  Sarah  e  di
    Marina;  sopra  tutto  di  miss  Sarah.  E gli amici venivano spesso a
    portar loro qualche ghiotta primizia di  scandalo,  tutta  avvolta  di
    parole blande.  - La X e la Y hanno rifiutati gli inviti del marchese;
    altre lettere dell'alfabeto li accettano,  ma sono sempre d'un  freddo
    con miss Sarah!  La R. le ne ha fatte intendere di ben chiare, come sa
    far lei.  Pare che miss ricondurr presto Filippo a Parigi;  forse con
    l'esercito  francese.  Corrono  dei  "mauvais  propos"  che sentono il
    "punch" e i sigari; si dice che miss partir con la cavalleria,  donna
    Marina con l'artiglieria,  e Filippo, povero Filippo! lo fanno partire
    con la fanteria.
    Perch con la fanteria?
    Perch nei suoi affari si comincia a non veder chiaro,  anzi a vederci
    molto scuro,  un buco nero,  un pozzo,  una voragine.  Pare che questo
    "gran train" gli pesi,  che lo subisca,  che sia voluto da  Sarah,  la
    quale  non  sa il vero stato delle cose e amerebbe gittar Marina sulla
    testa di qualcheduno e poi fare il gran colpo... si capisce! S' fatto
    avanti per Marina quello sventurato del ragazzo Ratti;  ma suo  padre,
    avute  certe  informazioni da Parigi,  lo ha spedito a Costantinopoli.
    Quell'eterno freddurista di R... ha detto che se i "ratt" scappano,  
    segno che casa Crusnelli sta per affondare.
    Queste  cose  raccontavano  alle  vecchie  dame gli amici.  Infatti si
    cominciava a parlar cos,  in Milano,  delle condizioni economiche del
    marchese;  ma erano voci timide ancora,  vaghe e non credute da molti.
    Dicevano, in gran parte,  il vero;  tuttavia Dio sa quanto "champagne"
    avrebbe potuto scorrere ancora in onore di donna Marina,  se un temuto
    aneurisma di suo padre non fosse scoppiato come  la  folgore  portando
    via lui, lo "champagne" e miss Sarah.
    Il  conte  Cesare  d'Ormengo  fu chiamato a far parte del Consiglio di
    famiglia per Marina.  Il Consiglio  fu  ancora  in  tempo  di  salvare
    l'onore  del  nome  e  una piccola dote.  Il conte Cesare e il defunto
    marchese non erano stati amici mai; da moltissimi anni non si vedevano
    neppure.  Ma il conte era il parente pi prossimo di Marina  e  fu  il
    solo  che le offrisse la propria casa.  Marina avrebbe rifiutato se le
    fosse stato possibile. L'aspetto, i modi, i discorsi austeri dello zio
    le ripugnavano;  ma gli amici del tempo felice  s'erano  dileguati;  i
    parenti  di  suo padre le mostravano certa grave commiserazione con un
    nocciolo nascosto  di  rimproveri  che  ella  indovinava  fremendo  di
    sdegno;  sola non poteva vivere;  quindi accett. Accett freddamente,
    senza ombra di gratitudine, come se il conte Cesare,  suo zio materno,
    adempisse  un  dovere e si procacciasse per giunta il beneficio di una
    compagna nella tetra solitudine che abitava.  Ella non vi  era  andata
    mai;  aveva  per inteso descrivere pi volte la tana dell'orso,  come
    diceva suo padre, che l'orso aveva abbandonata nel 1831,  per tornarvi
    ventott'anni  dopo,  nel 1859.  Non si sgomentava della futura dimora;
    anzi  si  compiaceva  dell'idea  di  questo  palazzo  perduto  fra  le
    montagne,  dove  vivrebbe  come  una  regina  bandita  che  si prepari
    nell'ombra e nel silenzio  a  riprendere  il  trono.  Il  pericolo  di
    seppellirvisi  per  sempre  non si affacciava neppure al suo pensiero,
    perch ella aveva una fede cieca e profonda nella  fortuna,  sentivasi
    nata agli splendori della vita,  era disposta ad aspettarne con altera
    indolenza il ritorno.
    Arriv  al  Palazzo  con  suo  zio  una  sera  burrascosa.   Il  conte
    l'accompagn  egli  stesso alle camere che le aveva assegnato nell'ala
    di levante,  verso il monte.  Le aveva fatte arredare  con  semplicit
    elegante, aveva provveduto al loro riscaldamento per l'inverno e nella
    camera  da  letto  aveva collocato il ritratto di sua sorella,  lavoro
    dell'Hayez. Marina vi si lasci accompagnare,  guard senz'aprir bocca
    le pareti,  il soffitto, gli arredi, il quadro, ascolt le spiegazioni
    di suo zio  su  questo  e  su  quello,  aperse  le  finestre  e  disse
    tranquillamente che voleva una camera sul lago.
    Ella  amava  le  onde  e  la  tempesta,  n  le fecero paura la fronte
    corrugata e gli occhi lampeggianti del conte;  tenne fermo freddamente
    contro  le osservazioni sempre pi acri ch'egli le venne facendo e che
    tronc, a grande sorpresa di lei, con un risoluto: Sta bene.
    Dato a bassa voce un ordine a Giovanna, la sua vecchia governante,  il
    conte  usc.  Allora la governante si pose in cammino,  con il lume in
    mano,  seguita da un lugubre corteo di servi e di bauli.  Marina volle
    venir ultima con Fanny, la sua giovane cameriera. Attraversarono tutto
    il  palazzo  da  capo  a  fondo.  Spesso,  nel passare da una camera a
    un'altra,  Marina si fermava a guardar indietro nel buio,  costringeva
    la  intera  carovana  a  sostare.  Tutte  le facce si voltavano a lei,
    quella della vecchia governante seria  seria,  quelle  dei  servi  tra
    torbide e sgomente.
    Quando  il  convoglio  entr nella loggia che congiunge le due ali del
    palazzo,  Marina affacciossi alla balaustrata  verso  il  lago,  diede
    un'occhiata alla scura costa che fronteggia l'ala di ponente, aggrott
    le ciglia e disse alla governante:
    Dove mi porti?
    Immediatamente gli uomini deposero a terra i bauli. La vecchia pos il
    lume sopra un baule,  s'accost a Marina,  giunse le mani, e crollando
    il  capo  chino  sulla  spalla  destra,   sussurr  con   accento   di
    commiserazione profonda:
    In un gran brutto sito, cara la mia bella signora.
    Allora non ci vado.
    Sarebbe ben meglio interruppe uno dei portatori.
    Oh  s,  voialtri gli rispose la vecchia in aria severa e il signor
    padrone? Dio ce ne guardi.
    Ma insomma esclam  Marina  con  impazienza    un  granaio,    un
    armadio,  un pozzo questa camera?
    Oh, la camera  bella.
    Ma dunque?
    Ma dunque salt su l'oratore di prima,  un vecchio contadino,  mezzo
    letterato mi perdoni se mi prendo l'arbitrio di "loquire in tre"; c'
    dentro il diavolo, eccola; non so se mi spiego.
    Zitto, voi, andiamo, prudenza! Che c'entrate voialtri!
    Prudenza?  L' cos,  gi,  signora Giovanna: la prudenza insegna che
    non c'entriamo n noi n lei.
    Avanti tutti! disse Marina. Obbedite al signor conte.
    E and con Giovanna.
    Colui  si  volse  a'  compagni  e  fe'  con  la  mano destra l'atto di
    cacciarsi le mosche dalla fronte.
    Entrarono in un lungo corridoio e,  percorsane la met,  si misero per
    una  scala  a  sinistra,  salirono  ad  un altro corridoio,  nel piano
    superiore.
    Quando Giovanna aperse l'uscio temuto,  Marina le strapp di  mano  il
    lume ed entr rapidamente.  Vide una stanza discretamente ampia, molto
    alta,  con il pavimento  di  mattoni,  le  pareti  mal  vestite  d'una
    sdrucita tappezzeria gialla, il soffitto a mezza volta con un affresco
    nel mezzo,  un gran carcame di letto, con il suo padiglione che pareva
    una corona di vecchio nobile spiantato,  e pochi  seggioloni  antichi,
    fidi  compagni  di  quella  grandezza  decaduta.  Marina fece aprir le
    imposte e si gitt sul davanzale di una finestra, tuffando il capo nel
    buio, nel vento, nel fragore misto delle onde e dei boschi, tutto voci
    di rampogna e di minaccia che le parevano amiche dell'irritato  conte;
    piene in pari tempo di una potenza superiore e malvagia.
    Marina   rest   l   lungo   tempo,    affascinata,    senz'avvedersi
    dell'affaccendarsi febbrile,  delle commosse  esclamazioni  di  coloro
    che,  dietro  a  lei,  mettevano  all'ordine  la camera,  vi portavano
    masserizie e biancherie.  Pi  volte  in  passato  le  erano  comparse
    immagini  non  evocate  di  luoghi  solitari  e selvaggi in cui il suo
    pensiero posava un momento,  senza desiderio n  ribrezzo.  Adesso  le
    tornavano  a  mente.  Ricordava  qualche  cosa di simile a questo nero
    deserto. Alla Scala? S, una notte, al veglione della Scala;  un'altra
    notte,  in casa sua,  coricandosi dopo una gran festa, le era balenata
    una tetra visione di solitudini montane.  Non  s'era  curata  di  quei
    fantasmi. Ed ora, ecco il vero.
    Signora disse timidamente Giovanna.
    Marina non rispose.
    Signora!
    Silenzio.
    Signora donna Marina!
    Questa trasal e si volt bruscamente.
    Non c'era pi che la vecchia in camera: gli altri se n'erano andati.
    Ebbene? diss'ella.
    Per  questa  sera  avr pazienza cos.  Domani speriamo che il signor
    padrone cambier idea.  Se no,  cercheremo  di  fare  un  po'  meglio.
    Comanda qualche cosa?
    Sicuro.
    Data   questa   laconica   risposta,   Marina   piant  l  l'attonita
    vecchierella, fece due o tre giri per la stanza e le torn davanti.
    Questo diavolo? Dov' questo diavolo?
    Ah, cara madonna, non lo so,  io.  Son cose che si dicono cos...  sa
    bene. Io non so.
    Cosa dicono?
    Oh, non abbia paura, sa!
    Cosa dicono?
    Dicono  che  qui dentro c' l'anima d'un povero morto che sarebbe poi
    il padre del signor conte, il suo pap grande di Lei.
    Marina rise.
    Dunque mio zio  figlio del diavolo!
    Ah Signore,  cosa dice mai questa signora qui!  No  che  non  era  il
    diavolo il pap del padrone; per era forse un poco suo parente. Ha da
    sapere  ch'egli  tenne  qui  dentro,  come  in  prigione,  la  signora
    contessa,  mica la mamma del padrone,  la prima ch'era  una  genovese,
    giovane  un bel pezzo pi di lui.  C'era un vecchio qui a R...  che si
    ricordava di averla veduta e diceva che era cos bella che  somigliava
    un bambino.  E' bene che questa povera signora  venuta matta;  e alla
    notte,  neh,  faceva dei versi e cantava delle ore e delle  ore  sulla
    stessa musica,  che i pescatori di R... quando andavano fuori di notte
    la sentivano lontano un miglio.  Si figuri che  hanno  persino  dovuto
    mettere  le  inferriate alle finestre.  Mi ricordo io quando il povero
    conte vecchio la fece tirar gi. Perch io, La vede, sono nata qui, al
    Palazzo.  Questa povera signora se ne  and  presto  all'altro  mondo.
    Quando,  degli anni dopo,  morto anche lui, il signor pap grande, la
    gente cominci a dire che nella casa ci si  sentiva  e  che  i  rumori
    venivano  proprio da questa camera.  E dissero che l'anima del marito,
    in pena d'essere stata cos cattiva,  il Signore l'aveva condannata  a
    star  qui dentro settantasette volte tanti anni quanti vi era stata la
    moglie.  Ancora adesso non c' uno di questi paesani che si possa  far
    dormire qui per un milione.
    Storia insipida mormor Marina. Cosa c' qui sotto?
    Una  camera da letto ch'era poi quella della Sua nonna;  dopo non c'
    stato pi nessuno.
    E sopra?
    La stanza della frutta.
    E quella finestra l dove guarda?
    Guarda verso il largo del lago, perch qui siamo sull'angolo.
    E quella porta l?
    Quella porta l mette a una camera grande come questa, sulla facciata
    come questa, dove potr dormire la Sua signora donzella.
    A questo punto s'ud nel corridoio vicino uno scoppio di pianti  e  di
    lamenti.  Era Fanny che singhiozzava disperatamente addossata al muro.
    Ripeteva fra i singhiozzi di voler andar via, di voler andare a Milano
    subito subito.
    Giovanna rimase stupefatta della pazienza,  della bont,  della grazia
    che  Marina pose in opera con quella ragazza caparbia e irragionevole,
    riducendola poco a poco alla calma senza ottenerne  mai  una  risposta
    diretta.  Voleva  andare a Milano a casa sua;  casa sua,   vero,  non
    l'aveva,  ma sarebbe andata a  casa  di  qualchedun  altro:  a  Milano
    c'erano almeno cinquanta case di signori da carrozza,  dove andare lei
    sarebbe come pioverci la manna dal cielo,  e le si  erano  gi  fatte,
    prima di lasciar Milano, delle magnifiche offerte; un luogo simile non
    lo avrebbe mai potuto immaginare;  pi di una settimana non resterebbe
    per tutto l'oro del mondo; l'idea di dormire in quell'orrore di camera
    l'avea fatta impazzire;  i regali  eran  belli  e  buoni,  ma  pi  di
    quindici  giorni  o  di  un mese lei non resterebbe per tutti i regali
    della terra anche in un'altra stanza;  del salario a lei non importava
    nulla;  se restasse, resterebbe per affetto alla sua padrona e non per
    aumento di salario;  del resto,  non  si  sentiva  poi  neanche  bene;
    provava  un  gran bisogno di mangiare qualche cosa di sostanzioso e di
    bere qualche cosa di forte.  Cos,  lasciato a Giovanna l'incarico  di
    trovare  per  Fanny  una camera da letto meno vicina alla dimora degli
    spettri,   fu  fatta  la  pace,   e  Marina  prese  possesso  del  suo
    appartamento.
    Anche  il  burbero  zio  fu in seguito ammansato da Marina senza umili
    scuse n moine a cui non avrebbero piegato ne lui n lei,  ma  con  un
    riserbo  dignitoso,  e,  quando il rigido conte cominci a dar qualche
    segno di sgelo,  con certi discorsi  studiati,  con  certe  attenzioni
    appena accennate che lo ruppero e lo sconvolsero affatto.  Sulle prime
    l'atteggiarsi di Marina gli riusciva misterioso e sospetto;  poi fu il
    bizzarro contegno di lei in quella sera burrascosa,  che divent nella
    sua memoria un enigma inesplicabile.  Allora offerse a Marina un'altra
    stanza  pi  gaia  nell'ala sinistra del Palazzo.  Marina rifiut;  si
    compiaceva della leggenda paurosa narrata da Giovanna.  La  solitudine
    stessa,  la  tristezza  del  vecchio  Palazzo pigliavano fra le pareti
    della sua camera un che di fantastico e di patetico;  ed ella  sentiva
    gli  occhi  de'  domestici  e  de'  contadini che bazzicavano per casa
    seguire la sua persona con  ammirazione  mista  di  spavento.  Ottenne
    invece  dal  conte,  che alla Giovanna parve opera di stregoneria,  di
    fare alto e basso nella  sua  camera  a  piacer  suo.  Ne  strapp  le
    sdrucite  tappezzerie gialle e vi stese in luogo loro certi bellissimi
    arazzi che il conte serbava  in  granaio,  stimandoli  poco  o  nulla;
    sovrappose  ai mattoni un tavolato lucido a scacchiera,  cui gitt su,
    di fianco al letto e a pi di una greppina  di  velluto  marrone,  dei
    tappeti di arazzo.  Il vecchio letto coronato rimase,  ma la sua corte
    venne  ruvidamente  congedata.   Una  combriccola   pi   pomposa   di
    suppellettili,  dame  e  cavalieri  dell'antico regime,  tutti boria e
    sorrisi studiati,  ultimo avanzo invenduto  degli  splendori  di  casa
    Crusnelli,  venne  da  Milano  a  pavoneggiarsi intorno al malinconico
    monarca.
    Quando si moveva tra queste eleganze invecchiate e tetre  la  delicata
    figura  di  Marina nell'abito celeste a lungo strascico,  che talvolta
    indossava  per  capriccio  nelle  sue  camere,   ella  pareva   caduta
    dall'affresco del soffitto,  da quel cielo sereno, dal gaio seguito di
    un'Aurora ignuda che vi guidava i balli delle Oreadi e  delle  Naiadi;
    caduta  in  un tenebroso regno sotterraneo dove il suo fiore giovanile
    brillava ancora,  ma di bellezza meno gaia e meno ingenua.  Quella dea
    lass,  tutta rosea da capo a piedi, non aveva negli occhi come questa
    il fuoco della vita  terrena  n  il  fuoco  del  pensiero;  e  bench
    pigliasse  nel cielo uno slancio superbo con tutti i simboli della sua
    divinit, pareva, rispetto a Marina, una guattera glorificata.
    Nella stanza vicina,  che aveva ispirato tanto orrore a Fanny,  Marina
    fece collocare il suo Erard, ricordo del soggiorno di Parigi, e i suoi
    libri,  un fascio di ogni erba,  molto pi di velenose che di salubri.
    D'inglese non aveva che Byron e  Shakespeare  in  magnifiche  edizioni
    illustrate,  regali  di suo padre,  Poe e tutti i romanzi di Disraeli,
    suo autore favorito.  Di tedeschi non ne aveva alcuno.  Il solo  libro
    italiano   era  una  "Monografia  storica  della  famiglia  Crusnelli"
    pubblicata in Milano per le nozze del marchese Filippo, nella quale si
    facean risalire le origini della famiglia a un signore Kerosnel venuto
    in Italia al seguito della prima moglie di Giovan  Galeazzo  Visconti,
    Isabella di Francia contessa di Vertu.  C'era pure un Dante,  ma nella
    tonaca francese dell'abate di Lamennais,  che  lo  rendeva  molto  pi
    simpatico a Marina,  diceva lei.  Non le mancava un solo romanzo della
    Sand; ne aveva parecchi di Balzac; aveva tutto Musset, tutto Stendhal,
    le "Fleurs du mal" di Baudelaire,  "Ren" di Chateaubriand,  Chamfort,
    parecchi volumi dei "Chefs d'oeuvre des littratures trangres" o dei
    "Chefs  d'oeuvre des littratures anciennes" pubblicati dall'Hachette,
    scelti da lei  con  uno  spirito  curioso  e  poco  curante  di  certi
    pericoli; parecchi fascicoli della "Revue des deux Mondes".
    La grossa barca di casa dovette stringersi alla parete per far largo a
    "Saetta", lancia elegante venuta dal lago di Como, che ci aveva l'aria
    di  un'allieva  della  scuola  di  ballo accompagnata dalla mamma.  Il
    signor Enrico, detto Rico, figlio del giardiniere,  divent ammiraglio
    della  squadra.  Sper,  sulle prime,  in una divisa degna di "Saetta"
    sollecitata da Marina;  ma su questo punto il conte,  un aristocratico
    pieno  di generose contraddizioni,  fu irremovibile;  dichiar che per
    l'onore della dignit umana avrebbe preferito un Rico senza calzoni  e
    senza scarpe a un Rico in livrea,  fosse pure livrea di battelliere. E
    lo stesso Rico,  essendosi un giorno arrischiato a dirgli che a Como e
    a  Lecco  aveva  veduto parecchi suoi simili molto contenti della loro
    livrea,  si ud rispondere,  in onore della dignit umana,  ch'era  un
    grandissimo  asino.  Marina  gli  fece  allestire  un  abito  scuro da
    signorino, nel quale il vanitoso Rico entrava,  rosso come un gambero,
    sprizzando  riso  da  tutti i pori;  fino a che gli divent famigliare
    come le solite brache paterne "ad usum  delphini".  Anche  il  vecchio
    giardino  ebbe un ritorno di giovinezza e di civetteria dopo la venuta
    di Marina.  Nuovi fiori si addensarono nelle  aiuole,  una  fascia  di
    ghiaia  immacolata  le  cinse.   E  foglie  e  fiori  furono  composti
    dall'ossequioso giardiniere nel nome della marchesina,  in mezzo  alla
    grande  aiuola ovale tra l'aranciera e il viale lungo il lago.  Perch
    il giardiniere e gli altri servi guardavano a lei come all'avvenire  e
    gareggiavano  di  zelo  per conciliarsene il favore.  Tranne Giovanna,
    per.  Giovanna  non  guardava  cos  lontano,  non  aveva  timori  n
    speranze,  devota  al  padrone,  rispettosa  verso  la  "signora donna
    Marina", seguitava quietamente la sua vita.
    Del conte non si pu dire che andasse rimettendosi a nuovo come  parte
    della sua casa,  n che rifiorisse come il suo giardino. Ma pure anche
    la sua persona e il suo volto riflettevano qualche nuovo lume,  perch
    la  giovent,  la  bellezza  e  la  eleganza,  unite  in  una persona,
    irradiano intorno a s, volere o non volere, uomini e cose.  Si radeva
    pi  spesso,  non  gli  si vedevano pi certi cappelli archeologici da
    spaventare  le  passere,   certi  zimarroni  ereditati  in   apparenza
    dall'antenato di ferro.
    Steinegge,  con Marina,  era ossequioso e freddo. L'aveva preceduta al
    Palazzo d'un mese appena: strano segretario,  incapace di scrivere due
    righe   d'italiano   corretto.   Il   conte   l'aveva   preso,   sulla
    raccomandazione del Marchese F. S.  di Crema,  per spogli e traduzioni
    s  dal  tedesco  che dall'inglese,  la quale ultima lingua Steinegge,
    figlio di una istitutrice di Bath, conosceva perfettamente. All'arrivo
    di Marina il pover'uomo si era creduto in dovere di fare lo  spiritoso
    e  il galante.  Tante amarezze,  tante miserie patite non avean potuto
    spegnere del  tutto  in  lui  i  sentimenti  cavallereschi  della  sua
    giovent.  Era  stato  un ardito ufficiale,  de' primi a cavallo,  de'
    primi con la sciabola in pugno,  de' primi nei  nobili  amori;  poteva
    egli  diportarsi  con Marina da scriba melenso?  Si diede a sfoderarle
    complimenti antiquati e galanterie fuori di corso, versi di Schiller e
    di Goethe. Il successo non fu splendido.  Marina non degnava avvedersi
    del  segretario  che per significargli con un gesto del viso,  con una
    parola ironica, quanto poco stimasse le sue cortesie,  il suo spirito,
    la sua vecchia e magra persona; e che, se le piaceva di essere amabile
    col conte,  non voleva dire che lo sarebbe con tutti. Da quanto lo zio
    le aveva  detto  di  Steinegge,  ella  lo  giudicava  un  avventuriero
    volgare;  a lei,  vissuta a Parigi tra una societ spesso mescolata di
    queste figure torbide, il tipo non ispirava curiosit di sorta.  Aveva
    in odio,  per giunta,  la lingua tedesca,  lo spirito tedesco, l'amore
    tedesco, la musica tedesca, la gente, il paese, il nome, tutto. Diceva
    d'immaginare la Germania come una pipa,  una  enorme  testa  rotta  di
    gesso,  dal  muso  di  borghese  obeso,  a  cui bruci senza fiamma nel
    cervello aperto del tabacco umido,  malsano,  e n'escano spire di fumo
    denso,  forme  azzurrognole,  mobili  dal  grottesco  al sentimentale,
    nuvolette che diventano nuvole,  nuvoloni;  i quali  poco  a  poco  vi
    calano addosso,  vi avviluppano,  vi tolgono di vedere e di respirare.
    Un giorno,  mentre Steinegge le  parlava  con  molto  calore  d'ideali
    femminili tedeschi, di Margherita e di Carlotta, ella gli disse con la
    sua   indifferenza  aristocratica:  "Sa  che  effetto  mi  fanno  Loro
    tedeschi?" E gli espose quell'amabile paragone.  Mentre  parlava,  sul
    viso  giallastro  di  Steinegge  correva  fuoco  sino  alla radice dei
    capelli,  e gli occhi gli si  stringevano  in  due  scintille.  Quando
    Marina  ebbe finito rispose: "Signora Marchesina,  questa vecchia pipa
    rotta ha avuto fiamma e  avr:  intanto  io  Vi  consiglio  molto  non
    toccare  perch  brucia."  Da  quel  giorno  Steinegge  tenne  per  s
    complimenti e squarci poetici.
    Marina aveva il suo disegno: conquistar  lo  zio,  impadronirsene  del
    tutto,  farsi  portare almeno per qualche mese a Parigi o a Torino o a
    Napoli,  in qualunque gran corrente di vita e di piacere che non fosse
    Milano;  navigare  con  questa e commettere il resto alla fortuna.  Lo
    aveva concepito la sera stessa del suo arrivo al Palazzo, dopo essersi
    misurata con il conte e averne assaggiato il metallo.  Lott prima  di
    decidersi,  con il cuore altero che non voleva piegarsi a simulazioni,
    bench si sentisse morire,  l dentro,  di scoramento.  Rimediato allo
    strappo  di  quella prima sera con un contegno dignitoso e tranquillo,
    cominci poco a poco a lodare il  Palazzo,  il  giardino,  i  cipressi
    aristocratici,  il lago,  le montagne,  il soggiorno, come persona che
    s'adagia in un riposo nuovo, ne piglia volentieri le abitudini e sente
    penetrarsi di benevolenza per le cose stesse che la circondano. Lasci
    cadere ad una ad una quasi tutte le numerosissime  corrispondenze.  Il
    conte  non  ebbe  pi  ad aggrottar le ciglia sulla pioggia di lettere
    cifrate,  stemmate e profumate che il Rico  portava  dalla  Posta  nei
    primi   tempi.   Le   parole   pungenti   sfuggitegli   qualche  volta
    all'indirizzo di  queste  amiche,  di  queste  complici  delle  follie
    passate,  per  poco non avevano scompigliato i disegni di Marina,  cui
    facevano groppo alla gola,  in  quei  momenti,  risposte  sdegnose  da
    soffiar  via d'un colpo il lavoro paziente di mesi.  I suoi cari libri
    francesi,  romanzi e poesie,  non uscirono dalla loro  stanza  che  di
    soppiatto  o  quando il conte non avrebbe potuto vederli.  Egli era un
    fiero dispregiatore d'ogni  cosa  francese,  salvo  che  del  vino  di
    Borgogna e di Bordeaux.  Alto repubblicano, soleva dire che i Francesi
    fanno all'amore con le idee belle e grandi, le guastano senza rispetto
    come fantesche,  e finalmente le piantano malconce e  svergognate  per
    modo  che  gli altri perdono la voglia di toccarle.  Li detestava come
    inventori della  formola:  "libert,  galit,  fraternit",  dove  il
    secondo termine,  diceva lui, si caccia dietro al primo per ammazzarlo
    a tradimento.  E poich nel disprezzo come nell'ammirazione non  aveva
    misura,  diceva  che tutti gli scrittori francesi insieme non valevano
    la nota del bucato di Giovanna;  che Voltaire,  per esempio,  era  uno
    smisurato  buffone;  che  lo scriba Thiers con la sua strategia era un
    ridicolo retore Formione e sarebbe insultato da Bonaparte, se tornasse
    al mondo,  come colui lo fu da Annibale.  Quando parlava di  Lamartine
    "questa  gran  chitarra  che  una repubblica ebete si pose in capo sul
    serio", certi rudi e gagliardi paroloni piemontesi mezzo sepolti nella
    memoria gli si smuovevano dentro,  venivan su  con  lo  sdegno  e  gli
    uscivano come cannonate.  Picchiava poi sodo sulla folla, picchiava su
    i poeti e i romanzieri francesi con furore, perch la poesia moderna e
    il romanzo,  in qualunque lingua,  gli erano  odiosi.  "La  societ  
    inferma", soleva dire, "e questi asini poltroni di letterati non fanno
    che  eterizzarla  continuamente".  Per  questo  Marina  non gli faceva
    vedere i suoi libri francesi. Gli parlava invece spesso e sinceramente
    di religione.
    Il conte aveva una religione tutta propria,  forse non troppo  logica,
    ma  ben  salda e tenace come le altre sue opinioni.  Credente in Dio e
    nello spirito immortale,  partiva dal testo "gloria in excelsis Deo et
    in  terra  pax  hominibus bonae voluntatis" per dividere nettamente le
    cose del cielo dalle cose della  terra,  e  operare,  secondo  la  sua
    espressione,  il decentramento religioso.  "Sappia" disse una volta ad
    un cattolico troppo zelante,  "sappia che Domeneddio,  per festeggiare
    la nascita di suo figlio, ha dato agli uomini la costituzione." E poi,
    per dimostrargli che Dio regna glorioso "in excelsis" e non governa in
    terra,  gli  cit  imperturbabilmente Lucrezio come se costui fosse un
    redattore della "Civilt Cattolica".  Ci  posto,  affermava  che  gli
    uomini sono liberi di vivere sulla terra seguendo quella idea del vero
    e del bene che ciascuno  in grado di formarsi.
    Le opinioni di Marina non erano cos nette e precise. Aveva seguite le
    pratiche cattoliche per inconscio moto del sangue, per l'impulso della
    vigorosa  fede di lontani antenati.  Tali fredde pratiche eran bastate
    lungo tempo a far s ch'ella si credesse cattolica e bastarono  perch
    le  ribellioni  del  pensiero  e  del  senso cui fu presto in grado di
    conoscere sia nei libri,  sia nel vero,  le  comparissero  gloriose  e
    calde di gagliarda vita di fronte al suo sterile cattolicismo, come la
    divina   ribellione   di  foglie  e  di  fiori  che  rompe  i  vincoli
    dell'inverno.  Nel  suo  nuovo  soggiorno  tronc  risolutamente  ogni
    pratica  religiosa.  Ella  vedeva che suo zio non ne seguiva alcuna ed
    era curiosa di penetrarne le  ragioni,  desiderava  udirsi  approvare,
    confermare  nel suo proposito,  scoprire tanti sicuri argomenti di non
    credere,  onde il pensiero moderno,  ella  lo  sentiva,  doveva  esser
    padrone.  Ma  il  conte secondava poco e male i suoi desideri: non era
    forte  in  filosofia  religiosa,   giudicava  la  religione  piuttosto
    storicamente  che  filosoficamente.  Erano  i  mali recati dalla lotta
    delle religioni positive e l'aspetto delle loro  evoluzioni  regolari,
    conformi  ad  una  legge  generale di sviluppo e di decadenza,  che lo
    avevano  reso  scettico.  Non  amava  per  fare  propaganda  del  suo
    scetticismo;  anzi  gli  avvenne  una  volta  di dire a Marina che non
    sarebbe forse un gran male se tutte le donne andassero a  messa.  Ella
    rispose  che  oramai,  se  credesse e andasse a messa,  vorrebbe anche
    poterla dire;  ma che la parte attiva dell'impostura era  tutta  presa
    dagli uomini.
    A  lei  la  uguaglianza  della  chiesa  ripugnava  quanto a suo zio la
    uguaglianza politica.  Non era irreligiosa di natura;  pensava qualche
    volta  che vi dovrebbe essere una religione speciale per le classi pi
    alte,  una religione liberissima,  senza pratiche,  quasi senza  legge
    morale o almeno con una legge morale trasformata, dove al concetto del
    bene  e del male fosse sostituito il concetto meno volgare del bello e
    del brutto,  del buono e del cattivo  gusto.  Lo  squisito  intelletto
    della  bellezza e dell'armonia starebbe invece della coscienza morale;
    i sensi non sarebbero combattuti,  ma governati con l'intelletto della
    loro poesia. Un Dio, s, ci vorrebbe per l'altra giovent, per l'altra
    bellezza al di l della tomba.
    Il conte abborriva la musica, e Marina si guardava bene dal toccare il
    suo  piano  quand'egli  era  in  biblioteca.  Per  gli  contraddiceva
    risolutamente in fatto di pittura,  esprimendo senza  ritegno  la  sua
    ammirazione  pei quadri ch'egli apprezzava meno.  Marina si compiaceva
    d'un dipinto arcaico come d'una suppellettile di lusso, ma comprendeva
    soltanto le opere del gran  secolo  dello  splendore  e  della  forza.
    Quelle  dei migliori maestri veneziani le affrettavano il sangue nelle
    vene,  le ispiravano uno strano turbamento di ambizioni e di  desideri
    ch'ella non sapeva spiegare a se stessa. Il conte aveva in salotto uno
    stupendo  ritratto  di gentildonna attribuito a Palma il Vecchio.  Gli
    occhi di Marina scintillavano posando  su  quella  bellezza  dal  viso
    ardito  e  sorridente,  dalle  spalle  possenti ch'emergevano col seno
    dall'abito sfarzoso di broccato giallo.  In questo argomento dell'arte
    il conte si mostrava assai mansueto;  neppure le contraddizioni vivaci
    lo irritavano; anzi gli avveniva spesso di guardar Marina con dolcezza
    mentr'ella combatteva focosamente  pe'  suoi  pittori  prediletti;  il
    vecchio si ricordava allora della propria madre e taceva.
    Malgrado  il  favore  che  veniva  acquistando  presso lo zio,  Marina
    provava  un'avversione  sempre  crescente  per   quest'uomo   austero,
    sprezzatore  delle  lettere,  delle  arti,  d'ogni  eleganza,  che  le
    infliggeva la vergogna di nascondere,  almeno in parte,  l'animo  suo.
    Ella  non  era nata ipocrita e fu mille volte per prorompere e dire al
    conte  che  non  lo  poteva  soffrire,   che  non  intendeva  dovergli
    gratitudine  alcuna,  n rispetto,  n ubbidienza.  Ma nol fece.  Dopo
    quest'impeti frenati a fatica, pigliava "Saetta" e partiva,  ora sola,
    ora col Rico, si gettava a qualche riva solitaria e saliva rapidamente
    la  montagna  con  un  vigore  cui nessuno avrebbe attribuito alla sua
    graziosa persona.  I contadini che la incontravano ne  stupivano.  Gli
    uomini e le ragazze la salutavano,  le donne no. Dicevano tra loro che
    colei andava sempre per demoni di boschi e di sassi,  e a messa non ci
    aveva mai portati i piedi;  ch'era un'altra scomunicata come la "Matta
    del Palazzo", quella di una volta.
    Quando era  giunta  a  chetare  i  nervi  con  la  stanchezza,  Marina
    ridiscendeva   al  lago,   dove  "Saetta"  l'attendeva  pazientemente,
    custodita spesso dal giubboncello e  dalle  scarpe  del  Rico;  mentre
    questo  operoso  signore  correva  i  dintorni  a coglier frutta,  o a
    disporre trappole  per  ghiri,  archetti  per  gli  uccelli,  con  una
    destrezza che tutti i monelli del paese gl'invidiavano.
    Curioso ragazzo,  quel Rico.  Era il primo de' primi alla caccia, alla
    pesca, al nuoto,  alle sassate e alla scuola.  Leggeva e rileggeva con
    passione  i  libriccini  toccati  in  premio  e il "Guerrin Meschino",
    principio e fine della biblioteca di famiglia.  Copriva qualche  volta
    con grande onore le funzioni di chierico della parrocchia e si vantava
    di  declamare  il  suo  latino come "on scior curt";  per cui passava
    sdegnoso e altero nella sua tonachella bianca fra la minor caterva dei
    sudici marmocchi ammucchiati alla balaustrata dell'altar maggiore.  Ai
    padroni era devoto ciecamente.  Diceva di voler bene prima al Signore,
    poi alla mamma,  poi ai  "sciori",  poi  al  pap,  poi  alla  "sciora
    maestra",  poi al "scior curt". Non c'erano per lui altri "sciori" al
    mondo che quelli del Palazzo.  Ne parlava come se fosse una cosa  sola
    con essi,  opponendo sempre "il nostro palazzo", il "nostro giardino",
    la "nostra lancia" alle cose di cui gli  si  raccontavano  meraviglie.
    Aveva la lingua d'un passero;  giuocasse,  lavorasse o mangiasse,  gli
    era uno scoppietto continuo di chiacchiere e di risa, salvo quando si
    trovava in presenza del conte, ch allora ammutoliva.  Conosceva tutti
    i  pettegolezzi  del paese e possedeva un fondo inesauribile di fiabe,
    di leggende popolari.  Marina lo interrogava spesso  sulle  tradizioni
    relative  alla "Matta del Palazzo".  Egli le raccontava in mille modi,
    intrecciandovi il lavoro della sua  capricciosa  e  poetica  fantasia,
    specialmente   nella   catastrofe  del  dramma.   Un  giorno  l'eroina
    scompariva "insalutato hospite" per  andarsene  "drizza"  a  casa  del
    diavolo;  un  altro  giorno  il  marito la faceva buttar gi nel Pozzo
    dell'Aquafonda in Val Malombra,  come la gente del paese  chiamava  un
    vallone deserto della montagna di fronte al Palazzo; l'ultimo feudo di
    Marina, diceva lei. Ma lo scioglimento preferito dal poeta era questo:
    l'infelice  prigioniera  usciva di notte dal suo carcere attorcigliata
    intorno a un raggio di luna e si dileguava nell'azzurro.
    Marina si divertiva di questi racconti e della cronaca del  paese  che
    il  ragazzo  le  narrava  con  una  mistura  incredibile  di malizia e
    d'ingenuit.  Ella era da quasi un anno al Palazzo e di viaggio non si
    parlava.  La sua salute se ne risentiva veramente.  Sofferenze nervose
    non gravi,  ma frequenti,  cominciarono a travagliarla.  Ella  disegn
    subito di trarne profitto; intanto ogni lieve distrazione le era cara,
    persin quelle che le fornivano le chiacchiere del Rico.
    Giunse  cos l'aprile del 1863;  giunse,  nei tranquilli splendori del
    tramonto, una sera sinistra per Marina.
    Laggi a ponente,  nubi colossali ardevano nel cielo e nel lago divisi
    dall'umile  striscia nera dei colli;  ardevano le cime verdi in faccia
    al Palazzo, e, a levante,  i picchi inaccessibili dell'Alpe dei Fiori.
    Al  basso  durava  nell'ombra  un  qualche  lume,  un  tepore del sole
    recente, "vestigia risus"; e da ogni valloncello calavano ad increspar
    il lago, per breve tratto, soffi pregni degli odori primaverili. Vi si
    spandeva pure ed entrava per tutti  gli  echi  delle  valli  il  suono
    festoso  delle  campane  di  R...  La  gran  porta  nera  della chiesa
    parrocchiale versava sul sagrato,  che tocca a levante  il  ciglio  66
    della  costa  verso il lago,  un lento fiume di gente accalcata che si
    spandeva poi rapidamente.  Gli era un rimescolio,  uno schiamazzo come
    d'una  gran frotta di pulcini,  di paperi cui la gastalda abbia aperto
    l'uscio dei campi. Folla e grida intorno ai rivenditori di ciambelle e
    di confetture,  folla e grida intorno ai  venditori  di  zufoli  e  di
    trombette che si spargevano sonando dappertutto. Sotto i noci e fra le
    macchie d'alloro che pendono sopra la chiesa,  strepitavano bevitori e
    mangiatori.  Un po' in disparte si raccoglieva il fiore del bel  sesso
    di R...  e dei dintorni; mamme e nonne tutte linde, ridenti nelle loro
    cuffie,  spose poderose chiuse in certe campane di seta nera con tanto
    di catena d'oro, di pendenti d'oro, di spilloni d'oro; ragazze serie e
    pudibonde  sotto  i  cappellini e nastri di una civetteria furiosa.  I
    preti giravano lentamente tra le ondate della folla, pettoruti, accesi
    in faccia, col berretto a croce sulla nuca, e il sigaro di virginia in
    bocca.  Un  branco  di  monelli  s'era  precipitato  per  l'uscio  del
    campanile  ad avvinghiar freneticamente le corde delle tre campane che
    suonarono e suonarono senza misura n decoro,  come vecchie impazzite,
    sinch il sagrestano assal quei demoni a moccoli,  a scappellotti,  a
    strappate,  e fattili rotolar fuori dall'uscio in un mucchio,  assest
    loro  un  calcio collettivo e diede alla chiave una furibonda mandata.
    Il Rico, ch'era l presso col suo zufolo in bocca, aiut,  ci duole il
    dirlo,  le  prepotenze  dell'autorit  ecclesiastica,  e  si  mise  ad
    inseguire i rei gridando: "Aspetta me!  Aspetta me!".  Ma  nessuno  lo
    aspett,  ed  egli,  correndo  all'impazzata,  capit invece,  come un
    montone tra le gambe del cappellano di...,  il  quale  gli  diede  del
    "maledetto  asino",  una buona scrollata e uno scapaccione di congedo.
    Il Rico se ne and mogio mogio, a guardar gli strumenti della banda di
    V...  che aveva suonato in chiesa,  alla brava,  fior di  polke  e  di
    galopp e s'era attavolata a bere l presso.  Il ragazzo,  fiutando gli
    ottoni sfolgoranti,  ud quella gente che parlava d'andar pi tardi al
    lago  a  suonare.  Gli  venne  in  mente  di domandare subito alla sua
    padrona se volesse prendere "Saetta" e godere lo spettacolo. Corse via
    come una lepre,  salt il muricciuolo del sagrato  e  sparve  gi  pel
    bosco verso il sentiero del Palazzo, che passa a mezza costa.
    Marina  passeggiava  quella  sera in giardino lungo la balaustrata del
    lago con un signore piccolo  dal  lungo  soprabito  scuro,  dai  vasti
    piedi, che non sapeva come camminare n dove tener le mani e sorrideva
    di  continuo.  Era il povero mediconzolo di R...  che tutti chiamavano
    "el pitr" per la sua debolezza di tingersi la barba.
    Che peccato,  dottore diceva ella appoggiandosi alla  balaustrata  e
    guardando il tramonto che peccato che quest'aria mi faccia cos male!
    Com' cattivo Lei a non metterci dentro qualche cosa per me!
    Il  "pitr" ci mise dentro un sospiro,  giunse le mani,  pieg il capo
    sulla spalla destra, e cominci col suo solito risolino:
    Se potessi, signora marchesina, se potessi...
    E non pot dir altro.
    Pensi.  Non si potrebbe farmi una casina di ferro  e  vetro  come  si
    fanno  per  le  palme  e per le muse e soffiarvi dentro un'aria molle,
    un'aria tenera e non celestiale? Perch non parla, dottore?  Dica,  se
    non  mi  fanno  la  casina,  cosa  succeder  del mio cuore e dei miei
    nervi?
    Non si pu sapere,  signora marchesina,  non si pu  sapere:  possono
    soffrir  molto,  specialmente  il  cuore.  ("Se non fossi tanto asino"
    pens il 'pitr' "qui potrei dire qualche cosa di grazioso.")  Sicuro;
    quando, La vede, si ha un cuore sensibile...
    All'aria... sugger Marina.
    All'aria capitombol il pover'uomo si pu andar soggetti, nei paesi
    di  montagna,  a frequenti palpitazioni,  che poi,  neh,  rinnovandosi
    spesso e con violenza,  finiscono con generare una viziatura organica,
    la quale pu condurre quando che sia a un precipizio.
    Quanto  amabile, dottore! E i nervi?
    Ma  sicuro,  ci  sono anche i nervi.  I Suoi nervi,  stando sempre in
    quest'aria, farebbero,  La vede,  la rivoluzione.  Vorrebbero comandar
    loro  e far da prepotenti,  La mi capisce?  Quest'aria Le va benissimo
    per tre o quattro mesetti l'anno, mica di pi.
    Proprio cos, dottore?
    Proprio cos.
    Si guardi bene disse Marina facendo il viso serio serio  si  guardi
    bene  dal  ripetere  queste cose a mio zio.  Mio zio penserebbe che io
    desidero  cambiare  soggiorno.   Io  non  gli  chieder   mai   questo
    sacrificio,  caro  dottore;  respirer piuttosto il veleno della buona
    madre natura. Non sono n vecchia n brutta,  e non ci tengo affatto a
    diventarlo. Ci tiene, Lei, dottore, a invecchiare?
    Come  uno  zuccherino  di  menta  inglese al primo posarsi sulla punta
    della vostra lingua vi irradia per le viscere un'aura non capite  bene
    se di fuoco o di gelo, una specie di puro lume sensibile al gusto, che
    sembra invader tutto l'esser vostro, cos le ultime inattese parole di
    Marina  e lo sguardo che le accompagn,  irradiarono nelle viscere del
    turbato "pitr" un'aura di refrigerio insieme e di ardore,  un  arcano
    lume  sensibile  a  quell'occhio interno che ciascuno di noi possiede.
    Dio sa in quale recondita occhiaia. Bench vecchio e brutto,  egli era
    di  temperamento  amoroso;  inclinato  a  spicce  e  caute  galanterie
    campagnuole,  era pur capace di fiamme donchisciottesche.  Si figurava
    d'essere innamorato di Fanny, una ghiottorna squisita per lui; ma ora
    quel  complimento  di  Marina,  di  una  dea a cui non aveva mai osato
    alzare il pensiero,  gli fece perdere il lume dell'intelletto.  E  non
    vide  agli  angoli della bocca di lei l'impercettibile riso.  Non vide
    neppure il conte Cesare che si accostava lentamente, a capo chino, con
    le mani congiunte tra  la  schiena  e  il  soprabito  tutto  aperto  e
    rovesciato all'indietro.
    Che sta scritto sulla ghiaia, zio? gli disse Marina sorridendo.
    Vi  sta  scritto  rispose il conte che voi avete camminato troppo e
    che questo diabolico dottore vi ha fatto furiosamente la corte.  Non 
    vero,  dottore?  Metta, metta il Suo cappello. Dunque, come ha trovato
    mia nipote?
    Quasi benissimo interruppe questa.  Glielo dimostri Lei con i  suoi
    termini, dottore. Quanto a me, non posso soffrire il discorso orribile
    ch'Ella far, e Le do la buona sera.
    Cos  dicendo,  Marina  stese al dottore una sottile manina profumata,
    ricca,  nel suo candore quasi  trasparente,  di  occulte  malizie,  di
    elettricit  senza  nome,  di  espressioni potenti e rapide oltre alla
    parola; e,  significatogli con essa di non parlare,  mosse verso casa.
    Ell'aveva  un  lume  singolare  negli  occhi.  Si teneva sicura che il
    dottore avrebbe rappresentato al conte la necessit  di  portarla  per
    qualche  tempo  in  aria  diversa,  e  non  avrebbe  taciuta la eroica
    abnegazione di lei che si  disponeva  di  affrontare  una  legione  di
    malattie  pur  di  non chiedere sacrifici allo zio.  Da questo sperava
    molto.
    Stava  per  entrare  in  casa  quando  le  comparve  davanti  il  Rico
    trafelato,  che  butt fuori in fretta e in furia le sue luminose idee
    e,  avuta la risposta,  salt  nel  vestibolo,  ricomparve  carico  di
    cuscini  e  di  scialli,  e  via  come il lampo alla darsena,  seguito
    lentamente da Marina.
    Quanto era dolce la sera e come scivolava bene  sull'acqua  chiara  la
    piccola  "Saetta"!  Il  Rico era in lena;  la sottile prora nera parea
    volare tra cielo e cielo e la poppa correva tra i grandi ovali segnati
    dai remi.  Ad ogni tratto il rematore si fermava a guardare  verso  la
    riva di R... Le barche non venivano, ma si udivano dall'alto ondate di
    musica ora pi ora meno sonore. Certo la banda s'era fermata in piazza
    a  far  ballare  le  ragazze e i giovinotti.  Il Rico propone di andar
    verso riva,  ma donna Marina gli ordina di  fermarsi  al  largo  e  di
    aspettare.  Egli comincia un'enfatica apologia della banda forestiera,
    del famoso suonatore che ha imparato a Como,  di quell'altro  prodigio
    che ha imparato a Lecco,  dei loro strumenti;  donna Marina gli ordina
    di tacere. Tacere lui ? Non suonano pi, ecco, vengono, son qua;  no,
    non vengono ancora,  adesso s'imbarcano;  oh,  dei lumi! Son lanterne!
    Son palloni! Ora s che vengono proprio. Suonano, suonano.
    Rema disse Marina verso la musica.
    Vengono prima a paro due barche illuminate,  piene zeppe di  suonatori
    ritti  in piedi che soffiano a pi potere nei flauti,  nei clarinetti,
    nelle trombe,  tenuti in riga a cannonate di gran cassa;  poi  vengono
    altre  barche  oscure  col  pubblico.   Dopo  ogni  pezzo  scoppia  da
    quest'ultime barche un subisso di grida, di applausi,  di apostrofi ai
    rematori,  ai  timonieri,  all'uno,  all'altro,  di  strilli modulati,
    acutissimi. La flottiglia si avanza lenta per la quiete del lago tutto
    bruno, passa davanti a Marina.
    Suonano un "pot pourri" di canzoni popolari lombarde e a tutta  quella
    buona gente ci si rimescola il sangue di tenerezza e d'orgoglio.  Sono
    i loro amori,  le loro allegrezze,   il loro fiore d'un giorno;   il
    canto  uscito  dalle loro viscere che si spande glorioso e potente fra
    le care montagne.  I  suonatori  ci  mettono  uno  slancio,  un  fuoco
    insolito,  i remi rompono l'acqua tuonando,  le vecchie barche saltano
    avanti, tutti cantano colla musica

    "L' sett'anni che son maridada
    Perch s'era la bella biondin".

    Forza ai remi!  Anche quel vecchio battelliere di poppa si ricorda del
    suo  buon  tempo,  e si mette a remar con l'arco della schiena e mette
    fuori anche lui la sua voce sconnessa:

    "Passeggiando per Milan
    L'era un giorno ch'el pioveva,
    La mia bella la piangeva
    Per vedermi and sold".

    Canta, canta, vecchio battelliere di poppa.  Spendi nel canto l'ultimo
    vigore della tua voce,  l'ultimo fuoco del tuo cuore. Non fosti chiuso
    tu pure, quand'eri giovane e bello, da due braccia amorose?
    Il Rico si lascia trasportare dall'entusiasmo,  e dimentico dei doveri
    del  proprio  stato,  mette  a  profitto i suoi polmoni di acciaio per
    remare e cantare ad un punto:

    "Oh che pena, oh che dolore
    Che brutta bestia che l' l'amore!"

    Non si muove un atomo d'aria.  Sui fianchi ombrosi delle montagne ogni
    fil  d'erba,  ogni fogliolina recente ascolta immobile la dolce musica
    lontana  che  parla  d'amore;  sui  pioppi  dei  prati  ascoltano  gli
    usignoli;  al  chiarore delle fiaccole e delle lanterne salgono a fior
    d'acqua grossi pesci attoniti;  e il lago,  zitto come  olio,  palpita
    lievemente  sulla  traccia  chiara  delle  barche  rigata  dal  raggio
    azzurrino di Vespero.
    Quella sera l'aria dei monti non nuoceva a Marina.  Ell'avrebbe  forse
    preferito seguire un fresco sul Canalgrande o una serenata a Bellagio,
    dove la fragranza, per cos dire, delle pi squisite volutt mondane 
    nell'aria  ed  entra  sino  al  cuore;  ma  tuttavia sapeva apprezzare
    l'agreste poesia di  quella  sera  d'aprile  sul  lago  e  la  ingenua
    semplicit,  non  sempre volgare,  dei canti usciti dalla fantasia del
    popolo.  E,  pensando che probabilmente avrebbe presto lasciato lago e
    montagne,  pensiero  pieno  d'inquiete  speranze,  li  giudicava senza
    inimicizia,  assaporava la musica e ammirava la scena come ghiottorne
    rare,  gratissime  per  una volta a palati fini e curiosi come il suo;
    cos avrebbe gustato un quadrettino fiammingo, un'aria di Cimarosa.
    Poi,  quando i suoni e i canti si andarono  dileguando  da  lontano  e
    "Saetta" mosse lentamente,  quasi a malincuore,  verso il Palazzo,  le
    impressioni di quella sera si addentravano poco a poco nell'anima  sua
    rammollita  dal  voluttuoso  languore  che  l'aprile  ispira;  e vi si
    mesceva una gran sensazione di sgomento,  simile a certe doglie che ci
    saettano  e  passano  e  passano e poi ce ne scordiamo;  e si trova in
    seguito ch'erano frettolose messaggere di un grosso male  in  cammino.
    L'orologio di R... suon le nove. Non le parve la solita campana. Come
    poteva  avere un'altra voce?  Stette in ascolto.  Le balen alla mente
    d'essersi trovata un'altra volta sul lago,  esattamente  nello  stesso
    luogo e alla stess'ora,  d'aver ascoltata la campana e fatto lo stesso
    pensiero che il suono era diverso dal consueto. Ma quando?
    Le era accaduto parecchie altre volte,  specialmente nell'adolescenza,
    di venir sorpresa da simili riproduzioni di circostanze e di pensieri,
    senza  poter  ricordare  l'epoca  del  suo  primo passaggio.  Ne aveva
    parlato.  Suo padre s'era stretto nelle  spalle:  che  si  ha  a  fare
    attenzione a simili sciocchezze?  Miss Sarah aveva detto: "E dunque?".
    Le amiche l'avevano assicurata che a loro  succedeva  la  stessa  cosa
    ogni giorno. Marina non ne parl pi, ma ci pens ancora.
    Questi  lampi  di reminiscenza solevano riferirsi a circostanze tra le
    pi indifferenti della vita.  Le rimaneva perci sempre dubbio  se  si
    trattasse di reminiscenze vere e proprie o di allucinazioni.  Stavolta
    non era cos.  Pensando e  ripensando,  si  persuase  di  non  essersi
    trovata mai sul lago a quell'ora, era dunque un'allucinazione.
    Quando scese al Palazzo,  il conte si era gi ritirato. Ella passeggi
    un tratto su e gi per la loggia,  entr nelle sue  stanze,  prese  un
    libro, lo gett via, ne prese un altro, gitt anche quello, si prov a
    scrivere  una  lettera  e,  dopo aver pensato alquanto con la penna in
    mano,  stracci il foglio,  si trasse due  anellini,  li  butt  sulla
    ribalta  abbassata  dello stipo antico che le serviva di scrivania,  e
    and al pianoforte. Suon uno dei suoi pezzi prediletti, la gran scena
    dell'evocazione delle monache nel "Roberto".  Ella non intendeva,  non
    suonava che musica d'opera.
    Suon come se gli ardori delle peccatrici spettrali fossero entrati in
    lei,  pi  violenti.  Alla  tentazione  dell'amore si ferm,  non pot
    proseguire. Quel foco interno era pi forte di lei,  la opprimeva,  le
    toglieva  il respiro.  Chin la fronte sul leggo.  Pareva che ardesse
    anche quello. Si alz in piedi, guardando nel vuoto.  La divina musica
    vibrava  ancora  nell'aria,  le pareva di respirarla,  di sentirla nel
    petto: ne le correva uno spasimo voluttuoso per le braccia.
    Finalmente abbass gli occhi sul pavimento,  li pos involontariamente
    su  qualche  cosa  che  brillava  a' suoi piedi.  Guard,  senz'averne
    coscienza, quel punto brillante che a poco a poco le venne fermando la
    fantasia, finch lo vide e lo raccolse. Era uno degli anellini buttati
    da lei sulla ribalta dello stipo.  Cerc l'altro.  Sulla  ribalta  non
    c'era,  nell'interno  dello  stipo  non c'era,  sul pavimento neppure.
    Marina s'irrit, frug persino sotto lo stipo. Nulla. Cacci ancora la
    mano nel vuoto che si apriva sopra il piano stesso della ribalta,  fra
    due ordini di cassettini.  Frugando l dentro si accorse di un piccolo
    foro nel piano,  e,  introdottovi l'indice,  vi  sent  l'anello.  Non
    potendovi  entrare  con  due  dita,  cerc levarnelo serrandolo tra il
    polpastrello dell'indice e il legno. Con sua meraviglia non le riusc,
    l'anello pareva preso e trattenuto da un uncino.  Mentre Marina faceva
    ogni  sforzo  di  vincere  questa  resistenza,  s'ud lo scatto di una
    molla;  il piano,  dove posava la mano  di  Marina,  cadde  di  alcuni
    centimetri,  l'anello vi ruzzol su.  Marina, sorpresa, ritir la mano
    in fretta; poi, rifrugando, trov che,  in fondo,  la mano entrava pi
    addentro  di  prima  e  che  v'erano,  in quella ultima cavit,  degli
    oggetti.
    Ne li trasse  ad  uno  ad  uno.  Erano  un  libro  di  preghiere,  uno
    specchietto  piccolissimo  con  la  cornice  d'argento,  una ciocca di
    capelli biondi legati con un brandello di seta nera, e un guanto.
    Marina, attonita,  faceva passare e ripassare ciascun oggetto sotto la
    fiammella  della  candela.  I  capelli erano finissimi;  parevano d'un
    bambino.  Il  guanto,  a  un  bottone  solo,  era  piccolo,   stretto,
    allungato;  aveva  l'atto d'una cosa viva: conteneva ancora,  per cos
    dire, lo spirito della mano delicata che l'aveva portato un giorno.  A
    chi  erano  appartenuti  quegli  oggetti?  Quale amore,  quale occulto
    disegno li aveva nascosti l dentro? Marina frug da capo nella cavit
    misteriosa sperando trovare uno scritto,  ma senza frutto.  Riprese  a
    esaminare gli oggetti.  Le pareva che ciascuno d'essi si struggesse di
    parlare, di gridare: "Intendi!". Finalmente, voltando e rivoltando per
    ogni verso lo specchietto, s'avvide di qualche segno tracciato a punta
    di diamante sul vetro.  Erano lettere e  cifre  segnate  da  una  mano
    incerta.  Con  paziente attenzione Marina arriv a leggere la seguente
    laconica scritta:

    "Io - 2 MAGGIO 1802"

    Parve a Marina che una luce lontana e fioca sorgesse  nell'anima  sua.
    1802!  Non viveva in quel tempo al Palazzo la infelice prigioniera, la
    pazza della leggenda? Forse era lei.  Quel guanto,  quei capelli erano
    reliquie sue.
    Ma nascoste da chi ?
    Marina,  quasi  senza  sapere  che  si  facesse,  afferr  il libro di
    preghiere e ne sfogli le pagine.
    Ne cade  un  foglio  ripiegato,  tutto,  tutto  coperto  di  caratteri
    giallognoli, sbiaditissimi. Ella lo apre e vi legge:

    "2 maggio 1802.
    "PER RICORDARMI.
    "Ch'io mi ricordi,  nel nome di Dio!  Altrimenti perch rinascere?  Ho
    pregato la Vergine e Santa Cecilia di rivelarmi il nome  che  mi  sar
    imposto allora. Non vollero. Ebbene, qualunque sia il tuo nome, tu che
    hai  ritrovato  e  leggi  queste  parole,  conosci  in  te l'anima mia
    infelice.  Avanti di nascere hai sofferto TANTO,  TANTO (questa parola
    era  ripetuta  dieci  volte  in  caratteri  assai  grandi) col nome di
    Cecilia.
    "Ricordati!  MARIA CECILIA VARREGA di  Camogli,  infelice  moglie  del
    conte Emanuele d'Ormengo.
    "Ricordati  la  sera  del  10  gennaio 1797 a Genova in casa Brignole:
    ricordati il viso bianco, il neo sulla guancia destra della santa zia,
    suor Pellegrina Concetta.
    "Ricordati il nome RENATO, l'uniforme rosso e azzurro,  gli spallini e
    i ricami d'oro al collo e la rosa bianca al ballo Doria.
    "Ricordati il carrozzone nero, la neve e la donna di Busalla che mi ha
    promesso di pregare per me.
    "Ricordati la VISIONE avuta in questa camera, due ore dopo mezzanotte,
    le  parole  di  fuoco  sfolgoranti  sulla parete,  parole d'una lingua
    ignota e tuttavia chiarissime in quel punto alla mia intelligenza  che
    vi  intese  il  conforto  e  la  promessa  divina.  Mi    impossibile
    trascrivere quei segni,  non ne ricordo che  il  senso.  Dicevano  che
    rinascerei, che vivrei ancora qui fra queste mura, qui mi vendicherei,
    qui amerei Renato e sarei riamata da lui; dicevano un'altra cosa buia,
    incomprensibile, indecifrabile, forse il nome che egli porter allora.
    "Vorrei scrivere la mia vita intera,  non ne ho la forza; bastino quei
    cenni.
    "Cambiati nome! Che io torni a essere Cecilia. Ch'egli ami Cecilia!
    "Questo stipo era di mia madre;  nessuno ne  conosce  il  segreto.  Vi
    pongo  lo  specchietto  a  cornice  d'argento  che la mamma ha avuto a
    Parigi da Cagliostro.  Mi vi  sono  guardata  a  lungo,  a  lungo;  lo
    specchietto  ritiene  la  fisonomia  dell'ultima  persona  che vi si 
    guardata. Vi ho incisa la data con la pietra del mio anello.
    "Questi sono i miei  capelli.  Non  li  conosci?  Pensa.  Strana  cosa
    parlare  a te come se tu non fossi io stessa!  Come son belli e fini i
    miei capelli!  Vanno  sotterra  senza  un  bacio  d'amore,  senza  una
    carezza. Come son biondi! Vanno sotterra.
    "Anche  tu,  piccola  mano  mia!  Metto  coi  capelli  un  guanto  per
    ricordarmi di te,  piccola mano.  Nota che il pollice del guanto mi  
    corto.  Chi sa se avr una manina cos bella,  cos morbida? La bacio.
    Addio!
    "Ho pochi giorni a vivere. E' la sera del 2 maggio 1802. Non so l'ora,
    non ho orologio.
    "Le finestre sono aperte.  Ecco le mie sensazioni: un'aria tepida,  un
    odor di bosco, un cielo verdognolo, cos soave! E queste voci sul lago
    e queste campane e queste lagrime mie calde, possibile non le ricordi?
    "Anima  mia,  imprimi  bene  in  te  stessa questo.  Il conte Emanuele
    d'Ormengo e sua madre sono i miei assassini.  Ogni  pietra  di  questa
    casa mi odia.  Nessuno ha piet! Per un fiore, per un sorriso, per una
    calunnia!  Oh,  ma adesso no!  Adesso con la  volont,  col  desiderio
    immenso, son tutta sua, tutta!
    "Son cinque anni e quattro mesi che son qui, che essi non parlano a me
    e  che  io  non  parlo  ad  essi.  Quando mi porteranno in chiesa,  ci
    verranno anche loro, forse. Saranno vestiti a lutto,  mostreranno alla
    gente  un  viso  triste e risponderanno ai preti: "lux perpetua luceat
    ei". Allora, allora vorrei rizzarmi sul cataletto e parlare!
    "Madre mia,  padre mio,    vero  che  siete  morti,  che  non  potete
    difendermi? Ah, d'Ormengo, vili, vili, vili! Almeno non soffrono.
    "Debbo arrestarmi un momento.  I miei pensieri non mi obbediscono,  si
    muovono tutti in una volta, si aggruppano qui in mezzo alla fronte, vi
    fanno una smania che non ha sollievo.
    "Addio, sole, a rivederci.
    "Porta nera, porta nera, non aprirti ancora!
    "Calma. Alcune regole per quel giorno.
    "Quando  nella  seconda  vita  avr  ritrovato  e  letto  il  presente
    manoscritto,  m'inginocchier immediatamente a ringraziar Dio; quindi,
    paragonati i miei capelli  d'adesso  a  quelli  d'allora,  provato  il
    guanto e guardata la immagine nello specchio,  spezzer a quest'ultimo
    il vetro che dev'essere rinnovato per poter servire un'altra volta;  e
    riporr  tutto  nel segreto.  Poi converr premere sull'uncino per far
    tornar su il piano orizzontale.
    "Aver fede cieca nella divina promessa: lasciar fare a Dio.
    "Sieno figli, sieno nipoti, sieno parenti,  la vendetta sar buona per
    tutti. Qui aspettarla, qui.
    "Cecilia".

    Marina lesse avidamente e non intese.
    Rilesse.  Al  passo:  "Tu  che  hai  ritrovato  e leggi queste parole,
    conosci in te l'anima mia infelice",  si ferm.  Prima  non  le  aveva
    notate.
    L'occhio  suo  si ferm su quelle parole,  e le mani,  che tenevano il
    foglio, tremarono.  Ma per poco.  Ella prosegu a leggere e le bianche
    mani    tremanti    parvero    pietrificate.    Giunta   alle   parole
    "m'inginocchier  immediatamente   a   ringraziar   Dio"   chiuse   il
    manoscritto  tenendovi  dentro  l'indice  della  mano  destra e rimase
    immobile in piedi, con la testa china sul petto.
    Riaperse il manoscritto, lo rilesse per la terza volta.  Poi lo depose
    e prese la ciocca di capelli.  Le sue mani si movevano lentamente, non
    avevano pi nulla di nervoso.  La fisonomia era marmorea;  non v'erano
    scritte n incredulit, n fede, n piet, n paura, n meraviglia.
    Un  passo  pesante  nel corridoio.  Marina si trasform.  I suoi occhi
    scintillarono,  il sangue le corse  al  viso;  chiuse  con  impeto  la
    ribalta dello stipo e si slanci alla porta.
    Era Fanny che aveva un passo da corazziere.
    Vattene disse Marina.
    Ah, Signore, che furia, cos' accaduto?
    Nulla,  non ho bisogno di te stasera,  vattene a letto ripet Marina
    pi ricomposta nella voce e nel viso. Fanny se ne and.
    Marina stette in ascolto de' suoi passi  finch  la  ud  scendere  le
    scale. Allora torn allo stipo.
    Esit a riaprirlo,  ne consider i geroglifici,  le figure enigmatiche
    d'avorio intarsiato nell'ebano, che avevano in quel momento per lei la
    espressione funebre di spettri saliti a galla  in  una  nera  corrente
    infernale. Si decise e riabbass la ribalta.
    Trasal;  lo  stipo  era  stato  chiuso  in furia e lo specchietto era
    andato in pezzi secondo la volont di Cecilia. Rilesse l'ultima pagina
    del manoscritto, si sciolse i capelli,  ne tolse in mano una treccia e
    l'accost   alla  ciocca  di  Cecilia;   i  vivi  e  i  morti  non  si
    rassomigliavano affatto.
    Prese il guanto.  Come n'era fredda la pelle!  Metteva i brividi.  No,
    neppure il guanto andava bene: era troppo piccolo.
    Marina  ripose  nel  segreto il manoscritto,  il libro,  il guanto,  i
    capelli,  la cornice con i pezzi dello specchietto  e  premette  forte
    sull'uncino.  La  molla  scatt,  il piano risal a posto.  Ci fatto,
    cadde ginocchioni,  appoggi le braccia sulla ribalta dello stipo e si
    nascose il viso. La candela che ardeva sopra di lei e le illuminava di
    riflessi dorati le onde diffuse dei capelli, parve allora la sola cosa
    viva  nella  camera.  La  fiamma aveva delle strane inquietudini,  dei
    sussulti,  degli  slanci  e  dei  languori  inesplicabili;  si  veniva
    lentamente  abbassando come se fosse ansiosa di calare all'orecchio di
    Marina e sussurrarle: "Che hai?".  Ma neppure se lo  spirito  di  luce
    avesse  parlato  cos  al  piccolo orecchio di rosa,  si sarebbe udita
    risposta. Quella figura inginocchiata non aveva pi sensi n voce.  Il
    cuore le batteva appena;  il sangue stesso, forse, era quasi fermo. La
    sua forte intelligenza e la sua volont,  chiuse nel  cervello,  fatto
    intorno  a s un gran silenzio,  combattevano il fantasma uscito dallo
    stipo  aperto  davanti  alla  graziosa  persona  col  truce  proposito
    d'infiltrarlesi nel sangue,  di avvinghiarlesi alle ossa,  di suggerle
    la vita e l'anima per mettersi al loro  posto.  In  altri  momenti  lo
    scetticismo che Marina teneva dall'uso del mondo non l'avrebbe nemmeno
    lasciata  accostare  da  qualsiasi  fantasma;  ma quel sottile velo di
    scetticismo che copriva sempre il suo pensiero in tempo di calma  come
    una  crittogama  di  acque  stagnanti,  si  era  squarciato e disperso
    nell'incomprensibile  turbamento  di  spirito  che  l'aveva   assalita
    tornando al Palazzo.
    La  sua  prima impressione nell'afferrare la strana idea suggerita nel
    manoscritto era stata di sgomento.  L'avea vinta subito con un atto di
    volont,  con  il  proposito di esaminar freddamente,  d'intender ogni
    parola.  Raccoltasi poi nella  meditazione  intensa  di  quanto  aveva
    letto, ud una imperiosa voce interiore che le disse:
    "No, non  vero."
    E subito dopo diffid di questa voce stessa che non parlava pi.  Ella
    non poteva aver valore che  per  essere  la  conclusione  di  efficaci
    argomenti  attraverso  i  quali  fosse  passato il suo pensiero con la
    rapidit del fulmine. Bisognava farlo tornare indietro, fargli rifare,
    passo passo, la via.
    Quella donna non era sana  di  mente.  Lo  diceva  la  tradizione,  lo
    confessava  lei stessa,  lo significava la concitazione,  il disordine
    febbrile delle sue idee,  quand'anche il  concetto  sostanziale  dello
    scritto  non  bastasse  per  s a dimostrarlo.  Questo concetto di una
    seconda esistenza terrena aveva esso almeno qualche cosa di  originale
    che potesse far sospettare un'ispirazione superiore,  far prendere sul
    serio le visioni di Cecilia? No, era una ipotesi antica come il mondo,
    notissima, che l'infelice poteva assai facilmente avere udita o letta,
    che aveva trovato,  al d del dolore,  nella propria  memoria.  Allora
    essa  l'aveva  afferrata,  ne  aveva  tratto il suo ristoro,  ne aveva
    vissuto: l'idea era diventata,  a questo modo,  sangue del suo sangue.
    Visioni?  Le  pareti  avevano risposto alla povera demente ci ch'ella
    chiedeva loro con la pi grande energia di volont e di immaginazione.
    Avean risposto con fuoco, s. Con chiarezza?  No.  Che significavano i
    capelli,  il  guanto,  lo specchio?  Perch far paragonare la mano,  i
    capelli morti con  la  mano  e  i  capelli  vivi?  Sperava  costei  di
    rinascere o di risorgere?
    Lo  scritto  era  dunque  un frutto del delirio.  Solo qualche ricordo
    della vita anteriore che si destasse ora nell'animo  di  lei,  Marina,
    potrebbe dimostrare l'opposto.
    Apriti,  anima!  Ella  interrog  se  stessa sui ricordi accennati nel
    manoscritto come chi si curva sopra un pozzo buio e profondo e  chiama
    e sta in ascolto se qualche voce, se qualche eco risponda.
    Camogli?   Nessuna  eco,   nessuna  memoria.  Genova?  Silenzio.  Suor
    Pellegrina  Concetta,  Renato?   Silenzio.   Palazzo  Doria,   palazzo
    Brignole,  Busalla, Oleggio? Silenzio, sempre silenzio. Cos talvolta,
    ad alta notte,  in qualche sala d'aspetto ingombra  di  gente  e  male
    illuminata da un fumoso lume a petrolio,  si grida una sequela di nomi
    di paesi e di  citt  lontane;  nessuno  si  move;  nessuno  risponde.
    Aspettano un altro treno. Ma chi sa se vi hanno viaggiatori per quella
    linea  che  non  hanno udito perch dormono nei loro mantelli,  laggi
    all'altro capo della sala, seduti dietro la gente ritta?
    "E' una pazzia" si disse Marina,  "e io che mi stillo  il  cervello  a
    questo modo,  sono ridicola! Ridicola!" ripet ad alta voce e balz in
    piedi.
    La parola uscita dalle labbra le parve pi aspra della  parola  stessa
    concepita nel pensiero.  Pi aspra, non solo; anche eccessiva e falsa.
    Ne rimase ferita come se non l'avesse pronunciata lei.  In pari  tempo
    le  entr  prima  nel  cuore,  poi  per tutte le membra una agitazione
    sorda,  un'alternativa di stanchezza e d'impaziente ardore,  una  cupa
    resistenza alla volont.
    Meraviglioso  il caso che l'aveva portata,  nel fiore della giovent e
    della bellezza, da Parigi, a quella stanza disabitata da settant'anni!
    Meraviglioso il caso  che  aveva  appiccato  l'anello  all'uncino  del
    segreto,  s  che  ella potesse leggere: "Tu che hai ritrovato e leggi
    queste parole, conosci in te l'anima mia infelice!".
    Delirio!  Ma dove era una traccia di  vaniloquio  in  quello  scritto?
    Concitazione  s,  disordine s,  ma una prigionia di cinque anni,  un
    concetto cos straordinario  nella  mente!  Concetto  antico!  Ma  non
    sarebbe questa una ragione di credere? Marina trem, le parve sentirsi
    chiamare, pregare da tante anime ignote che avevano avuta questa fede,
    le  parve  seguire un momento il loro slancio.  E il sangue le correva
    sempre pi tempestoso, la intelligenza, la volont venivano mancando.
    Non ricordava Camogli n Genova, Renato n Pellegrina Concetta, non un
    giorno della esistenza precedente,  non  un'ora;  ma  quanti  istanti!
    Quante  volte non le era balenata la ricordanza di istanti perduti fra
    le tenebre d'un passato ignoto!  Quella sera stessa,  le  campane!  Le
    corse  un  ghiaccio  pel sangue,  un'oppressione indicibile la strinse
    alla gola. Ebbe allora lo sgomento di affogare, l'istinto di salvarsi.
    Abbracci quest'idea che non poteva esser lei  Cecilia,  perch  c'era
    del  sangue  d'Ormengo nelle sue vene;  ma il cuore implacabile disse:
    "No,  che importa il sangue?  Tu odii,  hai sempre odiato tuo zio,  la
    vendetta  pi squisita cos;  Dio,  perch tu la compia meglio, ti ha
    posto dentro, irriconoscibile, alla famiglia del nemico".
    Ma ella adesso aveva paura, voleva sottrarsi alla lotta; di di piglio
    al lume e pass nella camera da letto.  Le finestre erano  aperte;  un
    soffio  di  vento  le  spense la candela.  Volle riaccenderla,  ma non
    sapeva che si facesse,  e  non  vi  riusc.  Si  gitt  spossata  alla
    finestra per aver ristoro.  Col le torn subito a mente come, la sera
    del suo arrivo al Palazzo, guardando da quella finestra,  nella notte,
    avesse  creduto  riconoscere  un antico sogno,  una immagine sinistra,
    apparsale altre volte nelle  ore  gaie  della  sua  vita  mondana.  Fu
    l'ultimo  colpo;  una commozione senza nome le oscur il pensiero e la
    vista, credette udire mille sussurri levarsi intorno a lei, mescolarsi
    per l'aria,  confondersi in una voce sola;  si port ambe le mani alla
    fronte e cadde a terra.
    Nell'oscuro  lume  delle  stelle  diffuso  sul  pavimento davanti alla
    finestra giaceva la bianca persona come sciolta dal sonno. Chi avrebbe
    detto che vi fosse l una donna svenuta?  Nel palazzo tutti dormivano;
    i grilli e gli usignoli cantavano allegramente; i soffi brevi e vivaci
    della chiara notte di aprile entravano curiosi per le finestre aperte,
    frugavano,   bisbigliavano   dappertutto;   e  da  una  barca  lontana
    indugiatasi pi delle altre sul lago veniva il canto spensierato:

    "E cossa l' sta Merica?
    L' un mazzolin di fiori
    Cattato alla mattina
    Par darlo alla Mariettina
    Che siamo di bandonar".

    Solo lo zampillo del cortile raccontava in aria di mistero agli "arum"
    una storia lunga lunga ch'era ascoltata  con  religioso  silenzio.  In
    tutto il cortile non si moveva fronda. Era forse la storia della donna
    svenuta  l  presso,  ma  non  riusciva  possibile  a  orecchio  umano
    intenderne sillaba, n sapere,  perci,  se la donna vi fosse chiamata
    Marina di Malombra o Cecilia Varrega.

    Conseguenza  di  quella  notte  fu  per  Marina  una  violenta  febbre
    cerebrale  di  cui  nessuno  pot  indovinare  la  causa.   E'   quasi
    impossibile  che  l'inferma  non  si  sia lasciata sfuggire durante il
    delirio qualche allusione al fatto straordinario onde  avea  riportato
    impressioni s gravi;  ma quelle allusioni dovettero essere assai rade
    e vaghe,  perch non fecero sospettare di nulla.  La volont gagliarda
    di Marina,  bench sconnessa e rotta dal male,  lavorava ancora per un
    impulso ricevuto prima.  Essa voleva tacere.  La  presenza  del  conte
    Cesare era il pi terribile cimento per lei.  Quando vedeva il conte e
    anche  solo  all'udirne  i  passi  pel  corridoio  vicino,  l'ammalata
    diventava furibonda, urlava, smaniava senza articolar parola; per modo
    che,  dopo i primi giorni di malattia,  le visite dello zio cessarono.
    Questa ripugnanza fu molto commentata dai  domestici  e  dalle  comari
    pettegole  di  R...  Si  fabbricarono  parecchie  novelle assurde.  La
    interpretazione pi creduta fu che il  conte  voleva  sposare  Marina,
    contro  la inclinazione di lei,  e che la ragazza n'era impazzita.  Il
    chiarissimo professore B...,  chiamato da Milano in aiuto  del  povero
    "pitr"  che non sapeva pi in qual mondo si fosse,  credette di dover
    tastare il conte su questo delicato argomento dell'antipatia  violenta
    che  l'ammalata  gli  dimostrava,  e  lo  fece  con  moltissimo garbo,
    mettendo avanti l'interesse medico della questione.  La  risposta  del
    conte non fu altrettanto diplomatica.
    Mia  nipote  diss'egli  mi  deve forse qualche beneficio;  non per
    tanto  grande  da  odiarmi  per  questo.  Ella    una  giovane  molto
    intelligente  e  io  sono  un  vecchio quasi rimbambito;  ho motivo di
    credere che siamo, in molte cose, agli antipodi; malgrado tutto questo
    non mi  mai passato pel capo di sposarla,  come probabilmente vi avr
    detto  il  nostro  medico,  il quale beve come una spugna tutto quello
    ch' stupido;  e non lo fa apposta.  Tornando a mia nipote,  le nostre
    prime  impressioni  reciproche  furono  disgustose pi del necessario;
    per ci abbiamo versato su molto  zucchero,  e,  per  parte  mia,  non
    sentivo  pi  quel sapore.  Del resto io credo,  caro professore,  che
    quando uno ha messo il suo cervello a rovescio, se dice nero,  bisogna
    intender bianco.
    La  scienza  del  prof.  B...,  aiutata  dall'umile  ignoranza del suo
    collega,  vinse il male.  Dopo un mese  e  mezzo  Marina  comparve  in
    loggia.  Era  pallida,  aveva  gli occhi assai pi grandi del solito e
    velati da un languore attonito.  Si sarebbe detto che il vento dovesse
    curvarla  come  un  sottile  getto  di acqua.  Il vigore e la bellezza
    tornarono rapidamente,  ma un osservatore attento avrebbe  notato  che
    l'espressione   di  quella  fisonomia  era  mutata.   Tutte  le  linee
    apparivano pi decise;  l'occhio aveva  tratto  tratto  degli  stupori
    insoliti,  oppure un fuoco triste che non gli si era mai veduto.  Quel
    velo di dissimulazione,  in  cui  Marina  si  era  venuta  avvolgendo,
    scomparve.  La  memoria  delle  sue  piccole  ipocrisie d'una volta la
    irritava.  La sua eleganza,  prima  correttissima  per  non  offendere
    l'austero  zio  e  per  accordarsi  con l'ambiente,  pigli un accento
    strano, provocatore.  Candidi stormi di biglietti stemmati,  cifrati e
    profumati  si incrocicchiarono daccapo nel regio antro postale di R...
    Uno stillicidio di  drammi  e  di  romanzi  francesi  si  avvi  dalla
    libreria Dumolard al Palazzo.  Il piano gitt a tutte le ore,  fosse o
    no il conte in biblioteca,  un fuoco vivo di Bellini,  di Verdi  e  di
    Meyerbeer  e  Mozart.  Meyerbeer e Mozart erano i soli due maestri cui
    Marina perdonava d'esser  tedeschi;  al  primo  in  grazia  della  sua
    cittadinanza francese, al secondo in grazia del solo "Don Giovanni".
    Ricominciarono le corse sfrenate pel lago e pei monti,  malgrado venti
    e piogge,  di giorno e di notte;  corse nelle quali il Rico faceva con
    entusiasmo  la  parte di guida,  di cavaliere devoto e di cane fedele.
    Inoltre,  con grande stupore degli abitanti di R...,  Marina si pose a
    frequentare la chiesa,  dove in passato non aveva mai posto piede. Per
    vero dire questo suo risveglio di piet  era  assai  bizzarro,  perch
    alla  messa  festiva non la si vedeva mai comparire.  Andava in chiesa
    quando non c'era nessuno,  talvolta di mattina,  talvolta di sera.  Un
    giorno  che  la trov chiusa and risolutamente dal curato a cercar la
    chiave.  La serva del curato ebbe a rimaner di stucco aprendo  l'uscio
    alla "Signora del Palazzo", e pi ancora udendosene chiedere la chiave
    della chiesa. Il suo primo istinto fu di chiuderle la porta in faccia,
    non che di rifiutare la chiave;  ma le labbra osarono solo dire che ne
    avrebbe riferito al padrone, al quale corse subito raccomandandogli di
    trovare un pretesto per non dar la chiave a quella strega.  Il padrone
    la  rimprover  aspramente  e  and  egli  stesso ad aprir la chiesa a
    Marina,  che aveva gi conosciuta in qualcuna delle sue rade visite al
    Palazzo.
    Non   difficile immaginare come procedessero,  in tale stato di cose,
    le relazioni fra zio e nipote.  Essi potevano paragonarsi a due  punte
    metalliche  fortemente  elettrizzate,  che  non  s'accostano mai l'una
    all'altra senza scambiare scintille che vorrebbero essere  folgori.  A
    viaggiare  Marina non ci pensava pi.  Durante la sua convalescenza il
    medico  gliene  aveva  parlato,  facendole  presentire,  per  incarico
    avutone,  l'assenso del conte.  Ella rispose che non intendeva affatto
    muoversi dal Palazzo,  che l'aria le faceva benissimo e che il  signor
    dottore non ne capiva niente.
    Ella  e  il conte non si vedevano,  si pu dire,  che a pranzo,  ma si
    combattevano  sempre.  Persino  le  suppellettili  del  palazzo  erano
    penetrate  di  quella sorda inimicizia e parevano pigliar parte quando
    per  l'uno  quando  per  l'altra.   Certe  finestre,   certi  usci  si
    pronunciavano due o tre volte al giorno.  Marina li faceva aprire,  il
    conte li faceva chiudere.  Un povero vecchio seggiolone del  corridoio
    dei  paesaggi  vi  perdette il suo decoro e la sua quiete.  Quasi ogni
    giorno un decreto lo traslocava in faccia a un grande Canaletto,  e un
    altro decreto lo ricacciava al posto di prima.  Fanny,  nell'esercizio
    delle sue funzioni,  portava sempre alto il nome e i voleri della  sua
    "signora";  gli  altri  domestici  accampavano quelli del padrone;  la
    buona Giovanna cercava di metter pace,  ma non riusciva spesso  che  a
    guadagnarsi  qualche  impertinenza  di  Fanny,  e  se  ne struggeva in
    silenzio. Il conte abborriva i profumi, per cui Marina ne usava un po'
    pi che non permetta il buon gusto.  Libri francesi dimenticati qua  e
    l  per  la  casa ridevano in viso al vecchio gallofobo che ne fremeva
    sino al vertice de' capelli.  I fiori pi belli del giardino sparivano
    appena  sbocciati,  malgrado  il  tempestare  del conte contro il poco
    vigile giardiniere e contro Fanny a cui gli  piaceva  attribuire  quei
    guasti.  Con lei,  naturalmente,  non si imponeva ritegni; per poco un
    giorno non la gitt nel lago.  Fu una fortuna  per  Fanny,  perch  il
    conte, pentito di quell'eccesso, non mand ad effetto il suo proposito
    di  farla  inesorabilmente  cacciare.  Per  i rabbuffi spesseggiavano
    sempre e violenti, molte volte, pi del ragionevole, perch miravano a
    passar lei da banda a banda e cogliere Marina.
    A fronte di questa il conte,  di solito,  si  frenava,  fosse  per  la
    memoria  di  sua  sorella  che aveva molto amata,  o per un sentimento
    cavalleresco,  o per timore di uscire  da'  giusti  limiti.  Il  nuovo
    contegno  della  giovane aveva provocato sulle prime recisi rimproveri
    fatti da lui con un tono tra il grave e l'acerbo, ribattuti da lei con
    freddezza nervosa,  piena di recondita emozione.  Il conte si ritrasse
    tosto  da  quella via pericolosa e si appigli al sistema del silenzio
    accigliato; silenzio carico di elettricit, interrotto soltanto,  come
    si    gi  detto,  da fugaci scintille,  da lampi di sdegno per parte
    dell'altra.   Qualche  volta  scoppiavano  dei  mezzi  temporali   che
    lasciavano  il  tempo  scuro di prima.  Il povero Steinegge non godeva
    punto fra questi due litiganti: Marina trovava modo  di  offenderlo  a
    ogni  momento.  Signor conte diss'egli un giorno al conte Cesare so
    che ho la disgrazia di dispiacere molto alla  signora  marchesina.  E'
    forse  la  mia  vecchia  fisonomia  che non posso cambiare.  Se la mia
    presenza pu  aumentare  i  vostri  piccoli  differenti  di  famiglia,
    ditemelo!  Io vado. Il conte gli rispose che, per ora, in casa sua ci
    comandava lui;  che se il principe di Metternich  offrisse  al  signor
    Steinegge il posto di direttore delle sue cantine di Johannisberg,  si
    permetterebbe al detto Steinegge di partire; altrimenti, no.  Circa un
    anno  dopo la scoperta del segreto,  Marina ebbe dal libraio Dumolard,
    insieme a quattro o cinque novit francesi, un libro italiano.  Era un
    racconto  stampato  dalla  tipografia  V...  - Portava per titolo: "Un
    sogno", racconto originale italiano di Lorenzo.  - Possiamo aggiungere
    che la copia spedita a Marina e trattenuta da lei per noncuranza,  era
    la trentesima spacciata in due mesi dalla pubblicazione.
    Marina non aveva punto stima de' libri italiani e pochissima voglia di
    legger questo.  Se lo lesse fu per  una  storditaggine  di  Fanny  che
    glielo  port  una  mattina  a bordo di "Saetta" invece dell'"Homme de
    neige".  Giunta nella sua rada prediletta della Malombra,  si  accorse
    dell'errore, e dopo la prima dispettosa sorpresa, si rassegn a tentar
    di leggere.
    Il  soggetto del libro  questo: Un giovanotto spossato ed esaltato da
    soverchie fatiche cerebrali,  ha un sogno di straordinaria vivezza nel
    quale  egli  crede  vedere  rappresentato  sotto  forme allegoriche il
    proprio  avvenire.  I  fatti,   interpretati  da  lui  secondo  questa
    convinzione,  vengono  confermando  la prima parte del sogno.  Passano
    quindici anni.  Tutta la prima parte del sogno,  serena e lieta,  si 
    avverata.  Ora    la seconda parte,  di cui si aspetta il compimento.
    Questa seconda parte predice un amore impetuoso, violento,  un delirio
    dello  spirito  e  dei  sensi onde il protagonista dev'essere tratto a
    catastrofi spaventose.  A trentasei anni,  costui,  padre di famiglia,
    uomo  grave  che  vive ritirato dal mondo per la segreta paura del suo
    sogno, si trova con grande angoscia preso d'amore per una donna cui fu
    avvicinato da necessit  ineluttabili.  Questa  donna    per  altezza
    d'animo  un  ideale  pi  facile  a trovarsi oggid nella vita che nei
    romanzi.  Essa divide la passione di lui  malgrado  sforzi  eroici  di
    volont.  Lottano ambedue per dividersi, per salvarsi; ma il cielo, la
    terra e gli uomini cospirano per farli cadere.  Sull'orlo  dell'abisso
    in  cui  troveranno  la  sventura,  il  disonore e fors'anco la morte,
    sfugge all'uomo il segreto della fatalit misteriosa che lo perseguita
    e cui non vale a resistere. In quel momento supremo la donna magnanima
    si sdegna di cedere al destino  e  non  al  proprio  cuore,  non  alla
    felicit  dell'amante.  Con  lo  sdegno  la sua coscienza religiosa si
    rialza.  Gli amanti si  dividono  innocenti.  L'uomo  a  poco  a  poco
    dimentica, vive tranquillo e felice. La donna muore.
    Il  racconto  scritto con pochissima esperienza della societ e delle
    cose, ma con qualche acume d'osservazione psicologica.  Le descrizioni
    della  natura  sono  tollerabili,   l'elemento  fantastico  non  vi  
    adoperato troppo male. Insomma, se non vi fosse tanto calore virtuoso,
    se non vi mancassero affatto gli studi fotografici di  appartamenti  e
    di vesti, non che le prove che l'autore conosce un poco anche il nudo,
    se lo stile fosse pi facile e borghese;  sovra tutto se vi si dicesse
    "bono" e "bona" invece  di  quel  "buono"  e  "buona"  che  bastano  a
    rivelare  un  povero  ingegno,  un  uomo  vergognosamente  sfornito di
    dottrina filologica e di gusto affatto indegno di  comparire  tra  gli
    scrittori odierni,  una testa da parrucca;  se tutte queste condizioni
    si fossero avverate e se l'autore si fosse date le mani  attorno,  "Un
    sogno" avrebbe probabilmente trovato miglior fortuna.
    A  Marina  parve  andare  a  sangue,  perch  quando  l'aperse l'ombra
    violacea della montagna copriva gran tratto di  lago  oltre  la  rada;
    quando  lo  pos,  il  sole  brillava per le vette dei boschi pendenti
    sopra il suo capo e l'ombra violacea moriva a pochi passi dalla sponda
    in un bel verde smeraldo.
    Torn al Palazzo con la mente piena  di  quel  libro.  Avrebbe  voluto
    conoscerne  l'autore,  parlargli.  Credeva  egli  in  quello che aveva
    scritto?  Credeva si potesse resistere al destino e  vincerlo?  Se  il
    destino  era  stato vinto,  poteva dirsi destino?  Se non poteva dirsi
    destino, v'hanno dunque spiriti maligni che si pigliano giuoco di noi,
    rappresentandoci   il   falso   colle    apparenze    del    vero    e
    rappresentandocelo in modo da colpire fortemente la nostra fantasia?
    Nessuno  rispondeva a tanta furia di domande e Marina voleva risposta.
    Non indugi un momento.  Senza neppur pensare a chi  n  come  avrebbe
    diretta  la lettera,  butt gi d'un fiato otto fitte paginette di una
    calligrafia inglese alquanto irregolare,  battezzata gi da miss Sarah
    per "anglo-italiana".  Le otto paginette sfolgoravano di brio.  Marina
    vi aveva preso un tono di maschera elegante che sa mescolare con garbo
    aristocratico le parole ironiche alle serie,  e colorire la grazia con
    l'alterezza.  Sottoscrisse "Cecilia" e, dopo un istante di incertezza,
    aggiunse  il  seguente  poscritto:  Vorrei  pur  sapere  se   credete
    possibile  che un'anima umana abbia due o pi esistenze terrestri.  Se
    l'etereo autore di "Un sogno" non usa  di  colombe  n  di  rondinelle
    postali,  come  si  potrebbe  sospettare,  mandi  semplicemente la sua
    risposta al dottor R..., ferma in posta, Milano."

    Poi Marina scrisse quest'altro biglietto alla signora Giulia De Bella:

    "Aiutami a fare una piccola follia ben timida e ben savia.  Sono tutta
    meravigliata di aver letto,  non so pi bene se per amore o per forza,
    un romanzo italiano. Arriccia il tuo nasino ma ascolta. Questo romanzo
     un buon signore timido con i  guanti  troppo  scuri  e  la  cravatta
    troppo chiara ch'entra impacciato nel tuo "salon" saluta mezza dozzina
    di persone prima di te,  oscilla un quarto d'ora tra una poltrona, una
    seggiola e uno sgabello,  e si decide finalmente pel posto pi lontano
    dalle signore.  Ma poi,  quando parla, non somiglia a nessun altro del
    tuo circolo. Ha delle idee del fuoco;  un uomo. Ne hai,  cara,  degli
    uomini nel tuo circolo? Se ne hai, "pardon".
    "Non  importa punto conoscere il nome n la persona dell'autore che ci
    si dice  semplicemente  Lorenzo.  Potrebb'essere  borghese,  Matteo  e
    biondo.   M'   venuto  invece  il  capriccio  di  una  corrispondenza
    letteraria e ne posso avere tanto pochi dei capricci,  che li soddisfo
    tutti subito.  Y. che scrive a X.! Deve essere delizioso, specialmente
    se X. risponder a Y. Potrebbe accadere che X. fosse una consonante di
    spirito; questa divertirebbe assai la povera Y. che si annoia come una
    regina.  Ora X.  non ha nemmanco a sapere di dove  gli  piova  la  mia
    lettera;  vedi se non  una folla savia!  Tu dunque, amica mia, farai
    gettare alla posta  l'accluso  dispaccio  diretto  all'autore  di  "Un
    sogno" presso la tipografia V...  Ma,  come pensi bene,  non basta. Ti
    compiaceresti di far cercare fra  qualche  giorno  alla  posta  se  vi
    fossero lettere per il dottore R... e di spedirmele se ve ne sono? Gli
    ho dato,  contando sopra te,  questo indirizzo, il meno compromettente
    possibile.  La cosa    tanto  innocente  che  potresti  desiderar  di
    chiedere il permesso di tuo marito per farla. In ogni caso taci il mio
    nome. Vi sar poi qualche cosa per te. Ti mander un pezzo di lago pel
    tuo  giardino  di via Bigli,  per le "manchettes" della S...  e per le
    mani illustri del professor G...
    "I miei omaggi ' ton tres-haut seigneur et matre', se lo vedi.
    "Addio, cara. Sto rileggendo un libro vecchio,  l'"Amour" di Stendhal.
    E' scritto "au bistouri".
    "Marina".

    La signora De Bella, che aveva fatto per curiosit qualche follia meno
    savia di questa, rispose tra scherzosa e corrucciata, minacci l'amica
    con la punta della sua morale di gomma e conchiuse accettando;  con la
    riserva sottintesa di leggere le lettere prima di  spedirle.  Ell'era,
    sovra tutto, una donna di coscienza.
    La   risposta   dell'autore  di  "Un  sogno"  non  si  fece  attendere
    lungamente.  Egli vi sosteneva con maggior cuore che vigore logico  le
    opinioni espresse nel suo romanzo intorno alla fatalit e alla potenza
    invincibile  dello  spirito  umano che vuole.  Dimostrava come,  negli
    avvenimenti a cui deve necessariamente concorrere la volont dell'uomo
    con atti che toccano la sua coscienza morale,  questa volont  sia  un
    elemento principale che ne determina la forma;  un'incognita variabile
    che introdotta nei calcoli fondati su leggi naturali  fisse  ne  rende
    sempre  incerto  il  risultato.  Negava poscia l'azione prestabilita e
    necessaria della volont che assente al male. Posto in sodo come basti
    alla  dimostrazione  della  libert  umana  che  l'uomo  possa  sempre
    decidersi  per  il bene,  sosteneva che lo pu.  Diceva che pu sempre
    attingere l'impulso determinante al  bene  dal  fondo  dell'anima  sua
    stessa,  da  un  punto di misterioso contatto con Dio ond'entra in lei
    una forza non  calcolabile.  E'  un  gran  torto,  soggiungeva,  della
    psicologia  moderna,  di  non avere sufficientemente osservato i fatti
    interiori che vengono in appoggio di tale contatto. Col sta la grande
    guarentigia della libert umana.
    Quest'azione divina ch'entra dunque innegabilmente nell'origine  delle
    azioni umane,  non si oppone ella per sua natura al male morale, e non
    esclude,  "a priori" che sia  mai  necessario?  Il  mistico  scrittore
    cercava  poi  dimostrare  che  neppure alla prescienza divina potrebbe
    appoggiarsi una teria fatalista,  perch prescienza e  divinit  sono
    due termini contraddittorii,  inconciliabili, come tempo e infinito, e
    nulla se ne pu dedurre.
    Tutti questi argomenti erano posti innanzi con una  ingenua  foga  che
    poteva  salvare  l'autore  di  "Un sogno" della taccia di pedante,  ma
    generava il  sospetto  che  egli  volesse  convincere,  oltre  la  sua
    corrispondente, se stesso.
    Spiriti maligni che si pigliano giuoco di noi, proseguiva, ve ne hanno
    certo, e possono anche illudere con le apparenze della fatalit. Tutto
    fa credere che, come noi esercitiamo un potere sopra gli esseri che ci
    sono inferiori, cos siamo soggetti, entro certi limiti, all'azione di
    altri esseri che ci superano in potenza. Siamo forse soliti attribuire
    al caso quello che  opera loro.
    I  sogni  profetici,   i  presentimenti,   le  subitanee  inspirazioni
    artistiche,  le illuminazioni fugaci  della  nostra  mente,  i  ciechi
    impulsi   al  bene  e  al  male,   certe  inesplicabili  allegrezze  e
    malinconie,  certi movimenti involontari della  nostra  memoria,  sono
    probabilmente opere di spiriti superiori, parte buoni, parte malvagi.
    Tali considerazioni,  scriveva Lorenzo, cadono tutte se non si ammette
    Dio. Esprimeva quindi la speranza che Cecilia non fosse atea, nel qual
    caso, avrebbe, a malincuore, troncata ogni corrispondenza con lei.
    Veniva in seguito alla pluralit delle esistenze terrestri.
    Lorenzo credeva alla pluralit delle esistenze. Lo stato dello spirito
    nel corpo umano  indubbiamente, diceva, uno stato di repressione, uno
    stato di pena,  la quale non pu riferirsi che a colpe commesse  prima
    della incarnazione terrestre.  I dolori degli innocenti e,  in genere,
    la distribuzione ineguale del dolore e del  piacere  tra  gli  uomini,
    senza  riguardo ai meriti e ai demeriti della vita presente;  la sorte
    delle anime che escono pure dalla vita dopo un'ora della  loro  venuta
    ottenendo  quel  premio  che  ad  altri  costa  lunghi  anni  di lotte
    durissime,  non possono meglio spiegarsi  che  con  l'attribuire  alla
    nostra  esistenza  attuale un carattere di espiazione insieme a quello
    di preparazione. Ammesso il principio della pluralit delle esistenze,
    l'autore di "Un sogno" diceva che la ragione umana non pu andare  pi
    avanti,  e  che  il  problema  se le nostre vite anteriori sieno state
    terrestri o siderali va lasciato alla fantasia.
    La lunghissima lettera, un volume,  finiva col voto molto poeticamente
    espresso  che  la  corrispondenza  misteriosa  avrebbe continuato.  La
    signora De Bella venne presto a capo,  con le  sue  dita  industriose,
    della busta, ma non resse a tanta filosofia e dalla prima pagina salt
    alla   chiusa:  poi  scrisse  sulla  sopraccarta:  Sono  sicura  ch'
    perfettamente morale,  cos pesante!.
    Marina invece divor lo  scritto.  Sorrise  appena  dell'ingenuit  di
    quell'uomo  che  rispondeva  con  tanta  foga a un'incognita.  Palpit
    leggendo il nome di "Cecilia" a capo della  lettera  e  nella  chiusa.
    Naturalissimo che ci fosse; ma pure n'ebbe una impressione profonda.
    Passato  qualche  tempo,  riscrisse  dissimulando  affatto le sue vere
    impressioni.  Non parlava pi in questa seconda lettera di fatalit n
    di esistenze precedenti;  come per trarre scintille di spirito dal suo
    corrispondente,  se ne  aveva,  lo  veniva  pungendo  in  mille  modi.
    Scherzava sulla pedanteria della sua risposta,  sulla sua piet, sulla
    goffaggine del suo pseudonimo: gli chiedeva con un tono  di  curiosit
    impertinente  se  vi  fosse qualche cosa di vero nel suo racconto,  se
    avesse pubblicati altri lavori,  perch si tenesse celato.  La lettera
    fu  ricevuta  da  Corrado  Silla  un  quindici  giorni prima della sua
    partenza per il Palazzo. Noi sappiamo come rispose.














    Capitolo sesto.
    UNA PARTITA A SCACCHI.

    S, il Cristianesimo,  lo capisco bene disse il conte,  pigliando in
    mano un alfiere e guardandolo attentamente.  Non so chi sia la bestia
    che vuol tenerci cos al buio.
    Le imposte erano socchiuse e le tendine calate, Silla si alz per fare
    un po' di luce.
    No, Vi prego; vengano loro, questa gente!  Volete aver la compiacenza
    di  suonare?  L  presso  alla  porta,  quel  bottone,  due volte.  Il
    Cristianesimo!   Oh,   io  non  Vi  propongo  di  scrivere  contro  il
    Cristianesimo. Voi mi dite che finalmente il principio d'eguaglianza 
    stato  portato  nel  mondo  dal  Cristianesimo.  Cosa  volete dire con
    questo?  Che prima del Cristianesimo non  vi  fossero  democrazie?  Io
    intendo  che  il  nostro  libro  consideri il principio di eguaglianza
    dov' pi mostruoso,  ossia  nel  campo  politico;  e  fra  gli  altri
    pregiudizi  da  fare  in  polvere  vi  sar  anche  il pregiudizio che
    l'autore di questa brutale eguaglianza politica sia stato Cristo.  Del
    resto, sentite: uguali davanti a Dio sar benissimo; quello  un punto
    di  vista  molto  lontano;  ma uguali tra di noi!  Ci vuole una grande
    durezza,  una grande miopia fisica e intellettuale per  sostenere  che
    siamo uguali tra di noi.  Se vi  qualche cosa che colpisce gli uomini
     la loro disuguaglianza naturale nel corpo e nell'anima. Il mio cuoco
     molto pi simile ad Annibale e a Scipione Africano di un gorilla, ma
    non    loro  eguale;  e  tutti  i  retori  dell'89  e  gli  ambiziosi
    leccapopolo di poi non lo faranno diventare tale. Scacco al re.
    Non si pu.  Ma,  scusi,  ci son pure negli uomini i grandi caratteri
    fondamentali comuni che tutti conoscono e tante altre  uniformit  pi
    nascoste. Io credo che gli uomini si rassomiglino moralmente assai pi
    di  quel che pare.  E queste uniformit non devono essere riconosciute
    dalle leggi,  non giustificano il principio di eguaglianza  e  le  sue
    applicazioni   ragionevoli?   C'erano   democrazie   anche  prima  del
    Cristianesimo, s;  tutti i principii del Cristianesimo,  c'erano,  si
    pu dire,  anche prima;  ma esso ha loro fornito, volere o non volere,
    una base,  uno  stimolo  e  un  ideale.  Guardi  l'immensa  importanza
    attribuita  a  qualunque anima;  guardi il precetto dell'amore tra gli
    uomini; nulla uguaglia pi potentemente dell'amore!
    Scusatemi,  vi  ancor molto fumo di giovent  in  questo  che  dite.
    Lasciamo  stare  che  la  democrazia moderna  fatta di cupidigia e di
    superbia,  non di amore;  io Vi dico che l'amore tende a mantenere  la
    ineguaglianza!  io Vi dico che pi un servo ama il suo padrone, pi un
    soldato ama il suo generale, pi una donna ama un uomo,  pi un debole
    ama un forte,  pi un piccolo ama un grande, pi queste disuguaglianze
    sono  rispettate.  E'  la  cupidigia,     la  superbia  che  tende  a
    distruggerle.
    Ma  Lei suppone l'amore da una parte sola esclam Silla dalla parte
    dell'inferiore. Lo supponga un po' anche dall'altra.
    Sicuramente lo suppongo.  Volete Voi dirmi che Dio  per  amore  si  
    fatto uomo?  Io non entro in questo campo.  Io dico che chi ama,  se 
    intelligente,  non si  spoglia,  non  pu  n  deve  spogliarsi  della
    funzione sociale che gli spetta.  Io dico che la Vostra religione,  se
    aiuta a far rispettare le disuguaglianze  create  dalla  legge  umana,
    molto  pi deve far rispettare le altre che portano la impronta di una
    volont superiore. Ha ben altro a fare il Vostro amor del prossimo che
    impastare  repubbliche  democratiche,  predicar  l'eguaglianza  fra  i
    pedoni e gli altri pezzi,  perch son tutti di legno e abitano un solo
    scacchiere! Mio caro,  mezz'ora che Vi ho detto: scacco al re.
    Non si pu; c' il cavaliere.
    Il conte chin sullo scacchiere il suo testone selvoso.
    Gi! diss'egli.  Non ci si vede.  Ma guardate  un  po'  s'  venuto
    nessuno! No, non voglio che apriate Voi.
    Si alz e suon egli stesso.
    Mi perdoni disse Silla  necessario che io Le faccia una domanda.
    Fate.
    Secondo  Lei,     anche  la  nascita...  fra  le  disuguaglianze  da
    rispettare?
    Per  Dio!   Lo   credo   bene.   Vi   regalo   delle   centinaie   di
    gentiluomiciattoli  d'adesso  per un quattrino al paio,  ma non capite
    che la disuguaglianza  degl'individui  crea  la  disuguaglianza  delle
    famiglie  e  che  le  grandi  famiglie  sorte per un potente impulso e
    tenute alte lungo i secoli,  hanno una funzione organica nella societ
    umana, sono in certo modo esseri superiori che vivono quattro, cinque,
    seicento  anni e dispongono perci di una forza assai pi grande della
    comune,   possono  conservare  lungamente   molte   buone   abitudini,
    contrapporre  l'interesse  della  patria  a  quello di una generazione
    passeggera,   acquistare   in   pro   dello   Stato   una   esperienza
    straordinariamente lunga, servire di guida e di esempio al popolo ?
    Ha suonato? disse il cameriere entrando.
    Chi  diavolo  vi  ha  detto  esclam  il conte di tener le finestre
    chiuse a questo modo?
    Non sono io che ho chiuso; deve essere stata la signora Fanny.
    Il conte cal un pugno sul tavolo.
    Dov' questa signora Fanny?
    Credo che sia gi l nel cortile.
    A far che, nel cortile?
    Il cameriere esit un momento.
    Non lo so diss'egli.
    Il conte si alz, and ad aprire bruscamente la finestra,  guard gi,
    brontol un'esclamazione piemontese e disse al cameriere:
    Vengano su tutt'e due.
    Il cameriere s'inchin.
    Ah, non lo sapevate! esclam il conte.
    Quegli, mogio mogio, usc.
    Pare impossibile! disse il conte.  Quell'asino di dottore che fa la
    ruota intorno alla cameriera di  mia  nipote.  In  giardino  come  due
    colombi!
    Un  minuto  dopo  entr  il  "pitr"  tutto rosso,  ed esclamando Che
    combinazione!  che combinazione! disse di essere "giusta" venuto  per
    fare una partitina...
    Con Fanny interruppe il conte.
    Il dottore rise molto e disse che il conte aveva voglia di ridere. Non
    pareva,  per, a guardarlo; e il dottore, ridendo di meno, lo guardava
    sempre.  Disse poi che la signora Fanny  non  aveva  "volsuto"  venire
    perch era stata chiamata dalla sua padrona.
    Cedo  il  mio  posto al dottore disse Silla,  alzandosi.  Il dottore
    protest che non voleva assolutamente,  che gli  bastava  di  stare  a
    vedere e che gi il conte a giuocar con lui non si divertiva. Ma Silla
    insistette; temeva una scena e non gli garbava di assistervi.
    Torner diss'egli ripiglier la partita pi tardi.
    Uscito  lui,  Fanny,  tutta imbronciata,  porse il viso per la porta e
    disse:
    Cosa comanda?
    Che veniate avanti.
    Fanny aperse l'uscio un po' pi, ma non si mosse.
    Che veniate avanti! grid il conte.
    Ella fece un passo.
    E che non v'immischiate di aprire n di chiudere  imposte  nelle  mie
    camere! E che non perdiate tanto tempo in giardino dove non c' niente
    per voi!
    Il povero dottore,  sulle spine, aveva insinuata la punta del naso fra
    il re e la regina,  e fissava fieramente il  pedone  avanzato  del  re
    nemico.
    E'  la  marchesina...  cominci  Fanny provocante,  facendo girar la
    maniglia dell'uscio.
    Dite alla marchesina di venir qua interruppe il conte.
    Fanny se ne and sbattendo l'uscio e brontolando.
    Sciocca! disse il conte,  ritirando la sua regina dalla seconda casa
    dell'alfiere  del re avversario,  dove l'aveva portata senza avvedersi
    che un cavaliere la minacciava.
    Fece un'altra mossa e soggiunse:
    Non le pare, dottore?
    E' magari un  po'  leggerina,  s,  gi  rispose  vigliaccamente  il
    "pitr"  spingendo  due  passi  il pedone della regina e offendendo il
    pedone del re avversario.
    Tenga bene a mente,  caro dottore disse il conte non si perda colle
    pedine,  specialmente  quando  giuoca  in casa mia,  non Le tornerebbe
    conto davvero.
    Il dottore fece fare al suo cavaliere un salto fantastico.
    Cosa fa? disse il conte.
    Quegli si batt la fronte,  ritir il pezzo e disse ch'era ottuso  per
    il  gran  caldo,  ch'era  partito  di  casa  alle undici e aveva fatto
    quattro o cinque visite sotto il sole bruciante.
    Oh! esclam il conte trasalendo e guardando l'orologio.  E  io  che
    dimenticavo! Debbo andar a incontrare alcuni amici.
    Al dottore non parve vero di poter troncare quella partita penosa.
    Tralasciamo, tralasciamo diss'egli verr bene un'altra volta.
    Ed ecco da capo Fanny.
    La  signora  marchesina  desidera  sapere disse ella cosa il signor
    conte vuole da lei.
    Ditele che la prego di voler finire,  in  vece  mia,  una  partita  a
    scacchi con il signor dottore.
    Ah Signore esclam questi che non si disturbi mica per me!
    Andate disse il conte.
    Gli occhi del dottore, poi che rimase solo, brillarono.
    "Ah che non mi perda con le pedine ?" disse egli tra s, fregandosi le
    mani. "Per la tua bella faccia! Togli su."
    Aveva poc'anzi ottenuto da Fanny un appuntamento per quella notte alla
    cappelletta,  un luogo solitario,  a riva del lago,  poco discosto dal
    Palazzo.  Fanny avea promesso che vi sarebbe venuta con la lancia dopo
    mezzanotte.
    Era irrequieto,  girava pel salotto,  cercava uno specchio per vedersi
    felice e farsi delle congratulazioni.  Non  c'erano  specchi  l,  non
    c'erano   che   i  vetri  aperti  della  finestra,   dove  gli  riusc
    d'intravvedere una languida immagine del suo viso  beato.  Guard  gi
    nel  cortile  dove era stato visto dal conte a colloquio con Fanny,  e
    mormor:
    Maledetta finestra!
    Il conte attraversava il cortile e saliva  imperterrito  la  scalinata
    arsa dal sole, fra le grandi ombre ferme dei cipressi. lo stormire, il
    luccicar  delle vigne corse dal vento meridiano.  Il dottore gli diede
    un'occhiata e, sicuro del fatto suo, se la svign in cerca di Fanny.
    Intanto il pedone della regina bianca e il pedone del re nero, stretti
    corpo a corpo per obliquo e immobili,  si domandavano se vi fosse pace
    o  armistizio  o Consiglio di guerra.  Ma n loro n altri in tutto il
    campo ne sapeva nulla. Si diceva bens, tra i neri come tra i bianchi,
    che la campagna era male  condotta,  senza  energia,  e  che  l'azione
    militare  era subordinata a una azione diplomatica molto varia,  molto
    estesa,  a cui prendevano parte  successivamente  per  diversi  scopi,
    parecchie Potenze.  Infatti la era una partita come quelle che i venti
    giuocavano  qualche  volta  sul  piccolo  lago,   sfiorandolo  appena,
    facendovi  correr  su  le  veloci,  da opposte parti,  piccole macchie
    brune,  mentre la guerra grossa urlava in alto,  sopra le  cime  delle
    montagne, fra i nuvoloni pieni di mistero e di inimicizie.
    Sono  qua disse Silla entrando,  e si ferm sui due piedi.  Come mai
    non c'era nessuno?  Si accost allo scacchiere.  La  partita  non  era
    terminata: tutt'altro; dopo che l'aveva lasciata lui non s'erano fatte
    che due mosse. Si guard attorno, e, visti sopra una sedia il cappello
    e  la  mazza  del  dottore,  suppose che almeno costui sarebbe tornato
    presto e si mise alla finestra.
    Pens alle parole del conte sulla uguaglianza politica,  sui privilegi
    della  nascita.  Era  una  fosca  nube  che  sorgeva  davanti  a  lui.
    Veramente,   non  aveva  studi  speciali  in  questi   argomenti,   ma
    dall'Universit  in  poi era stato nutrito d'idee opposte a quelle del
    conte,  avea respirato  la  vibrata  aria  democratica  della  societ
    moderna  e ora non credeva quasi possibile che un repubblicano come il
    conte  avesse  simili  convinzioni.   Adesso  intendeva  certe  frasi,
    discorsi  precedenti  del  conte,  di cui,  a prima giunta,  non aveva
    potuto afferrare il senso;  e rimproverava se stesso  di  aver  troppo
    leggermente accondisceso a farsi suo collaboratore.
    Quando  il conte gli aveva manifestato il tema del lavoro che aveva in
    animo di affidargli e a cui proponeva  questo  titolo:  "Principii  di
    politica  positiva"  Silla  avea  bene  espresso  le sue riserve sulla
    questione che vi si dibattesse fra la repubblica e  la  monarchia,  ma
    non  aveva  pensato  a  quest'altro  dissidio.  Il  conte aveva subito
    accettate queste riserve,  dichiarando che mai,  in nessun  caso,  gli
    avrebbe  proposto  di  sacrificare  le  proprie  opinioni;  che forse,
    trattando l'argomento in generale e con principii positivi,  avrebbero
    potuto  accordarsi  molto  pi facilmente di quanto paresse probabile;
    che  ad  ogni  modo  avrebbero  discusso   tutto.   E   s'eran   posti
    immediatamente  all'opera  incominciando  con  una  esposizione rapida
    delle vicissitudini della scienza dai  Greci  in  poi.  Ma  ora  Silla
    sentiva  aprirsi un dissenso molto pi profondo.  Che fare?  Accettare
    una discussione nella quale potrebbe rimaner  vinto  per  mancanza  di
    studi?  Era un pericolo grave.  D'altra parte,  quale fierezza e quale
    audacia nelle idee del conte, quale disprezzo delle opinioni volgari e
    della  corrente  umana!  Sarebbe  stata  un'umiliazione  inesprimibile
    ritirarsi  senza  lotta,  riconfondersi con la moltitudine,  lasciando
    solo quest'uomo nell'attitudine cos nobile di uno contro  tutti.  No,
    bisogna  stare  a  fronte di lui,  e non a fianco delle passioni,  dei
    pregiudizi democratici;  sostenere  la  nobilt  e  la  grandezza  del
    principio  di eguaglianza,  con l'aiuto di quello stesso spiritualismo
    religioso che deve poi regolarne  l'applicazione,  secondo  un  ideale
    elevatissimo  di  fraternit;  ammettere di buon grado gli errori,  le
    ingiustizie,  la cecit,  le  insopportabili  pretese  del  sentimento
    democratico  moderno;   ma  poi  combattere;  combattere  sopra  tutto
    l'orgoglio aristocratico,  i privilegi della nascita.  In quest'ultimo
    pensiero  il  sangue  di  Silla  si  veniva riscaldando,  il cuore gli
    batteva pi rapido, buttava fuoco dal petto e fiere parole di passione
    che non erano dirette al conte.
    No, Silla,  poco a poco,  involontariamente,  s'immaginava di fronte a
    donna Marina,  la vedeva passare con la sua indifferenza altera, tanto
    pi pungente quanto pi la persona era delicata e graziosa, con il suo
    freddo sguardo che scintillava solo talvolta  incontrando  quello  del
    conte. A lei Silla dirigeva mentalmente la sua eloquenza. Non ne aveva
    ottenute  tre  parole  in  venti giorni;  anche senza parlare ella gli
    aveva ben fatto intendere che non lo stimava degno n di  cortesia  n
    di attenzione.  Almeno Silla credeva cos,  e fino dai primi giorni si
    era regolato con lei  secondo  questa  idea,  opponendo  alterezza  ad
    alterezza,  non senza soffrirne per,  non senza una specie di volutt
    amara che in presenza di lei gli stringeva forte il cuore.  E ora  gli
    pareva  di  attraversarle il cammino,  di fermarla,  volesse o no,  di
    chiederle cosa credesse mai...
    Dunque, dottore? disse una voce dietro a lui.
    Silla si volt in fretta.  Era ben lei,  donna Marina,  seduta davanti
    allo scacchiere.
    Io prendo il nero diss'ella, guardando attentamente i pezzi.
    Ell'era  dunque  venuta  leggera  come  una  fata,  o Silla si era ben
    lasciato affondare nei suoi pensieri!
    Egli non si mosse.
    Dottore! disse Marina con accento di sorpresa.  Alz la testa e vide
    Silla.
    Aggrott un istante le sopracciglia,  torn a guardare attentamente lo
    scacchiere, e disse con la sua voce gelida:
    Dov' il dottore?
    Non lo so, signorina.
    Avvicini un poco le imposte soggiunse Marina quasi sottovoce,  senza
    guardarlo.
    Silla  finse  di  non  aver  inteso,  si stacc dalla finestra e pass
    dietro a lei,  per uscire.  Ella non alz il capo,  ma quando Silla fu
    presso all'uscio, gli disse, sempre sullo stesso tono:
    La prego, avvicini un poco le imposte.
    Silla  torn indietro silenziosamente,  senz'affrettarsi,  avvicin le
    imposte e si avvi da capo alla porta.
    Sa giuocare? disse donna Marina.
    Silla si ferm, sorpreso.
    Ell'aveva alzata la testa,  finalmente;  ma adesso faceva scuro  nella
    camera  e non si poteva vedere l'espressione del suo sguardo.  La voce
    suonava tuttavia di fredda insolenza. Silla s'inchin.
    Donna Marina aspettava forse che si offrisse per finire la partita con
    lei;  ma questa offerta non veniva.  Accenn allora la sedia vuota  in
    faccia  a lei e con un gesto della mano destra,  senza muovere affatto
    la testa.  Evidentemente  quella  mano  non  aveva  detto  "prego"  ma
    "permetto".
    Silla  si  sent  vile.  Era  forse la sottile fragranza entrata nella
    camera,  la stessa fragranza sentita il giorno del  suo  arrivo  nella
    galleria dei paesaggi, che ora gli ammorbidiva l'orgoglio, gli diceva,
    a nome di Marina, tante cose blande. Voleva rifiutare e non poteva.
    Ha paura? disse donna Marina.
    Silla prese la sedia vuota.
    Di vincere, signorina rispose.
    Ella gli alz gli occhi in viso.  Adesso Silla poteva quasi sentire il
    tepore di quel viso;  adesso vedeva bene i grandi occhi freddi che  lo
    interrogavano insieme con le labbra.
    Perch, di vincere?
    Perch non so farmi inferiore se non lo sono.
    Ella alz impercettibilmente le sopracciglia come altri avrebbe alzato
    le spalle,  guard lo scacchiere tenendo l'indice arcuato sul mento, e
    disse:
    Movo io.
    Porse la mano, la tenne un momento sospesa sui pezzi.
    La lama di luce ch'entrava fra le imposte  socchiuse  le  batteva  sui
    capelli    capricciosi,    sulla   guancia   pallida,    sull'orecchio
    delicatissimo, sulla piccola mano bianca sospesa in aria,  lumeggiata,
    nell'ombra,   di   trasparenze   rosee,   mostrava  una  bella  figura
    tranquilla, intenta al giuoco. Silla non era cos tranquillo,  pensava
    involontariamente,  guardandola,  che l'avrebbe baciata e morsa. Donna
    Marina prese il pedone della regina bianca e lo gitt nel bossolo.
    Crede proprio di non essere inferiore? diss'ella.
    Non so come Lei giuochi rispose Silla movendo un alfiere.
    Ella mise un breve riso metallico guardando l'alfiere nemico, e disse:
    Vede, io so invece come giuoca Lei. Lei giuoca prudente.  Ha paura di
    perdere, non di vincere
    A  questo  punto  il  dottore  spinse  l'uscio,  e  vista  la  partita
    impegnata, si ferm. Marina parve non vederlo. Quegli richiuse l'uscio
    piano piano.
    Cosa fa adesso? prosegu Marina con accento  pi  vibrante.  Perch
    non esce fuori con la Regina? Perch non attacca sinceramente?
    Io non attacco.  Mi basta difendermi,  e Le assicuro, marchesina, che
    lo posso fare abbastanza bene. Perch vorrebbe Lei che attaccassi?
    Perch allora la finirei pi presto.
    Secondo.
    Si provi disse Marina.
    Silla chin la testa, con intensa attenzione, sullo scacchiere.
    Donna Marina fece un atto d'impazienza e si alz in piedi.
    E' inutile che studii tanto diss'ella. Le assicuro che non vincer.
    Non vincer ripet scompigliando con la mano e rovesciando i pezzi.
    Io non ho giuocato contro di Lei altra partita che  questa,  e  credo
    che non giuocher pi.
    Meglio per Lei.
    Oh, n meglio n peggio.
    Sicuro  diss'ella  con  accento  sarcastico.  Ella  non    qui per
    giuocare contro di me;   qui per fare degli  studi  profondi  con  il
    conte Cesare, non  vero? Che studi sono?
    Silla godeva di sentirla irritata; era una vittoria.
    Di nessun interesse per Lei, signorina rispose.
    Ella rest un momento pensierosa e poi torn a sedere.
    Quali  dubbi,  quali  pensieri di conciliazione le passavano pel capo?
    Rec ambedue le mani a una crocettina d'oro che le pendeva  dal  collo
    tra  l'abito  aperto e giocherell con essa piegando il mento al seno,
    scoprendo un po' delle braccia tornite.
    Molto bassi questi studi, dunque diss'ella.
    Oh, no.
    Ah, Lei crede allora che sieno troppo alti per me?
    Non ho detto questo.
    Vediamo;  matematica?
    No.
    Metafisica ?
    No.
    Scienze occulte, forse?  Il conte ha bene dello stregone;  non trova,
    signor... signor... Come si chiama Lei?
    Silla.
    Non trova, signor Silla?
    No, signorina.
    Molto reciso, Lei.
    Segu un momento di silenzio.  Si ud la voce del conte mista ad altre
    voci di persone che scendevano per la scalinata.
    Silla si alz in piedi.
    Aspetti un poco diss'ella bruscamente.  Non voglio sfingi davanti a
    me. Cosa scrive Lei con mio zio?
    Un libro noioso.
    Capisco; ma di che tratta?
    Di scienza politica.
    Ella  uomo di Stato?
    Qualche cosa di meglio: sono artista.
    Di canto?
    La marchesina ha un grande spirito!
    E Lei  molto orgoglioso!
    Forse.
    E con quale diritto?
    Dicendo  queste  parole Marina sorrise di un sorriso enigmatico di cui
    Silla non cap il veleno.
    Di rappresaglia rispose.
    Oh! esclam Marina. Un lampo di sdegno le pass negli occhi.
    L'uno e l'altro pensarono in quel momento  a  un  predisposto  legame,
    fosse pure d'antagonismo, di inimicizia, nel loro futuro destino.
    E'  dunque  vero  disse  Marina  sottovoce  che Lei giuoca un'altra
    partita qui al Palazzo?
    Io? rispose Silla, sorpreso. Non so cosa Lei voglia dire.
    Oh,  lo sa!  Ma Lei giuoca coperto,  giuoca prudente,  non ha  ancora
    mosso la Regina.  Povero orgoglio il Suo! E parla di rappresaglie! Non
    mi conosce, Lei. Mi hanno scritto poco tempo fa che sono superba,  che
    vorrei  vivere  in  una stella di madreperla,  e che in questo pianeta
    borghese, in questo sudicio astro di mala fama, non c' posto, per me,
    da posare il piede. Risponder che il posto l'ho trovato e...
    Ecco mia nipote disse il conte entrando con alcune persone.
    Silla non si mosse.  Guardava Marina con gli occhi  sbarrati.  La  sua
    corrispondente, Cecilia, lei!
    Il signor Corrado Silla, mio buon amico soggiunse il conte il quale
    ha ancora la testa negli scacchi, a quanto pare.

















    Capitolo settimo.
    CONVERSAZIONI.

    Quel   giorno   la  gentildonna  veneziana  di  Palma  il  Vecchio  fu
    scherzosamente pregata di uscire dalla  sua  cornice  e  di  sedere  a
    pranzo.  La  bella  donna rispose col solito sorriso.  Bench la mensa
    brillasse di argenti, di cristalli e di fiori, non valeva ad allettare
    lei,  cresciuta fra magnificenze orientali.  E  poi,  quale  squallida
    comitiva di adoratori a' suoi piedi! Chi la pregava di scendere era il
    comm.  Finotti,  deputato al Parlamento, prossimo alla sessantina, con
    gli occhi tutti fuoco e il resto tutto cenere.  C'era  pure  il  comm.
    Vezza,   letterato,  aspirante  al  Consiglio  superiore  d'istruzione
    pubblica e al Senato,  piccolo,  tondo,  imbottito di  dottrina  e  di
    spirito,  caro  a  molte  signore  ma  non  a  quella l,  che non era
    letterata n ipocrita e rideva  di  quegli  occhiali  d'oro,  di  quel
    carnierino grigio corto,  di quelle forme da soldatino di gomma. C'era
    il prof. cav. ing.  Ferrieri: fisonomia nervosa,  occhio intelligente,
    sorriso  scettico,  cervello  e  cranio perfettamente lucidi.  Neppure
    costui poteva allettare la bella veneziana. Ella era troppo del secolo
    sedicesimo e lui troppo del diciannovesimo.  Nato con una scintilla di
    poeta  e  d'artista,  l'avea  convertita  in  agente meccanico.  C'era
    l'avvocatino Bianchi,  giovinotto elegante,  timido,  con  un'aria  di
    sposina imbarazzata,  tutto tepido ancora del nido di famiglia.  Anche
    di lui sorrideva dall'alto la esperta  dama.  Altre  facce  nuove  non
    c'erano,  perch  non  poteva contarsi fra queste la trista figura del
    dottore, sdrucciolato senza invito nella sala da pranzo.
    Chi aveva portato quegli ospiti al  Palazzo  era  stato  il  solitario
    fiumicello  ch'esce  dal  lago  a  ponente,   fra  i  pioppi.   Alcuni
    capitalisti di Milano avevano incaricato il prof.  Ferrieri di recarsi
    a visitare l'emissario del piccolo lago di... e a studiare se ci fosse
    forza bastante per una grande cartiera. Il professore doveva schizzare
    un progetto sommario,  tastare il Municipio di R... per la costruzione
    di un tronco di strada e fors'anche per la  cessione  gratuita  di  un
    fondo  comunale.  Egli era un ingegnere di molta fama;  quattro sgorbi
    col suo nome avrebbero fatto piovere gli azionisti.  Aveva portato con
    s   suo   nipote  avvocato  per  la  parte  legale  dell'affare.   Il
    commendatore politico e il commendatore letterato,  vecchi  amici  del
    conte Cesare e dell'ingegnere, si erano accompagnati a questo per fare
    al Palazzo una visita promessa fino dal 1859.
    Il  pranzo  fu  eccellente e largamente inaffiato di spirito.  I motti
    dell'onorevole deputato si  urtavano  con  le  freddure  dell'uomo  di
    lettere,  con  gli  epigrammi  incisivi dell'ingegnere professore.  Il
    vocione del conte copriva spesso le altre  voci,  il  tintinno  delle
    posate  e dei cristalli,  il cozzo sguaiato dei piatti e tutto quanto.
    Il giovane avvocato taceva,  mangiava poco,  beveva acqua  e  guardava
    Marina.  Steinegge  e  il  dottore bisbigliavano insieme,  scambiavano
    qualche rara parola con Silla.  Questi,  distratto,  assorto in  altri
    pensieri,  tante  volte  non  rispondeva loro nemmeno,  o rispondeva a
    sproposito.
    Marina pure era taciturna.
    I due commendatori suoi vicini chiedevano aiuto alla Natura, all'Arte,
    al cielo e alla terra per farla parlare e non riuscivano a  trarle  di
    bocca che radi monosillabi.  Per il suo viso, il suo sguardo, che non
    si rivolse mai a Silla,  non  esprimevano  preoccupazione  alcuna.  Il
    commendator Vezza,  che aveva la mana di saper tutto, le domand, per
    ultimo tentativo,  se conoscesse un certo punto  di  ricamo  di  nuova
    introduzione,  che a Milano tutte imparavano. Ella gli rispose con una
    sommessa esclamazione di meraviglia sdegnosa che turb molto il  dotto
    uomo  e  lo  spinse  a buttarsi subito fra i discorsi degli altri.  Si
    parlava della futura cartiera.  L'ingegnere vantava le nuove  macchine
    che  si  sarebbero  introdotte per fare e adoperare la pasta di legno.
    Steinegge si stupiva che la  pasta  di  legno  fosse  una  novit  per
    l'Italia; secondo lui l'uso n'era divulgatissimo in Sassonia. Il Vezza
    osserv  che  in  Italia  usavano gli azionisti di pasta di legno e le
    azioni di cenci;  fece poi dei commenti agrodolci su questo germanismo
    industriale  tanto  riprensibile,  secondo lui,  quanto il germanisrno
    letterario. La discussione s'infervor subito. Il Finotti sosteneva il
    Vezza, l'ingegnere lo combatteva. Steinegge,  rosso rosso,  fremeva in
    silenzio,  versava Sassella,  versava Barolo sulle piaghe del suo amor
    proprio nazionale.
    Quella  la miglior poesia italiana,  non  vero? gli disse  ridendo
    l'ingegnere.
    Steinegge  giunse  le  mani,  soffi  e  alz gli occhi al cielo senza
    parlare, come un vecchio serafino estatico.
    Ben detto,  signor  Steinegge,  bravo  grid  l'onorevole  deputato.
    Cesare,  tra  poco  ci  capita  la  Giunta di R...,  non  vero,  per
    conferire qui con Ferrieri sotto i tuoi auspici?  Bisogna inzupparmela
    di  questo Barolo.  Per quanto siano duri quei signori,  l'amico se li
    manger facilmente, uno dopo l'altro.
    Oh, non li conosci rispose il conte. Essi berranno il mio vino e le
    ragioni del signor professore,  loderanno tutto e non si decideranno a
    niente.  Questa gente, pi la si accarezza, meno si fida. E non ha poi
    tutti i torti.
    Gi! "Timeo"! Ma intanto lui, il professore, non porta nessun dono, e
    poi,  per fortuna,  ha un  profilo  cos  poco  greco!  Non  Le  pare,
    marchesina?
    Marina rispose asciutto che non si occupava di greco.
    E  lui  son  quarant'anni  che  va dimenticando di essersene occupato
    male disse il professore.  Non gli dia retta.  Del resto,  non  sono
    greco  ma  ho  il  Pattolo  in  tasca.  Duecentocinquanta fra operai e
    operaie, una dozzina d'impiegati tecnici e amministrativi,  l'esempio,
    sopra tutto l'esempio!  Sapete quanti opifici si potranno piantare con
    quell'acqua l! Dopo verr la necessit d'una ferrovia.
    Prova generale sussurr il commendator Vezza.
    Insomma il Municipio di R...  mi deve buttare ai piedi la strada,  il
    terreno e il diploma della sua cittadinanza.
    Castelli di carta.  Ah,  una trota,  "salmo pharius". Rossa di fiume.
    Queste ce le guasterai di sicuro con la tua carta.
    Ci detto,  il  comm.  Vezza  impegn  con  il  conte,  l'ingegnere  e
    Steinegge  un  dialogo  assai  vivo  sulle trote d'ogni razza e paese,
    sulle reti,  sugli ami,  sulla piscicoltura.  Intanto l'uomo  politico
    trov modo di avviarne uno pi intimo col dottore, suo vicino, intorno
    a  Corrado Silla;  ne raccolse con volutt le maldicenze che correvano
    sulla origine del giovane.  Quando poteva mettere il  dito  sopra  una
    debolezza   umana   di   quel  genere,   una  debolezza  di  puritano,
    inaspettata, curiosa, era felice.
    Dunque diceva il comm.  Vezza  per  le  trote  di  fiume  s'infilza
    sull'amo una mosca... o un lombrico...
    O un poeta tedesco sugger l'ingegnere.
    No, chi ne mangia? Neppure un ingegnere. Gli  per pigliare i sindaci
    lacustri  che  s'infilza  sull'amo  un  pezzo  grosso  dell'Universit
    incartato in un progetto...
    Qui il commendatore si cacci in fretta una mano sulla bocca,  perch,
    annunciati dal cameriere, entravano il Sindaco e la Giunta di R...
    Movimento  generale,  strepito  di  sedie,  presentazioni cerimoniose,
    silenzio, tintinno di tazze, brindisi eloquente del commendator Vezza
    alla  futura  prosperit  del  Comune  di  R...   "cos  degnamente  e
    sapientemente  rappresentato".  Dell'amo  non  parl.  Il Sindaco e la
    Giunta lo guardavano trasognati, con la vaga inquietudine di chi sente
    farsi gran lodi e non sa perch,  e teme  d'esser  caduto  in  qualche
    imbroglio.  Poi tutti si alzarono. Il conte, l'ingegnere, l'avvocatino
    e la Giunta si strinsero a conferire insieme.
    Il comm.  Finotti diede il braccio a donna Marina sussurrandole alcune
    parole  francesi  e  sorridendo,   probabilmente  all'indirizzo  delle
    autorit che spandevano un disgustoso odore di fustagno.  Si respirava
    uscendo  da quel caldo nell'ombra fresca della loggia,  dove veniva su
    dal cortile un soave odore di "rhynchospermum" fiorito.  Anche il lago
    davanti  al Palazzo taceva per un gran tratto nell'ombra.  Le montagne
    in faccia e l'acqua in cui si specchiavano  eran  dorate.  Il  ponente
    splendeva,  sereno.  A levante, l'Alpe dei Fiori, infocata, toccava il
    cielo nero, tempestoso.
    Bello!  disse  il  comm.  Finotti  appoggiandosi  alla  balaustrata;
    bello,  ma  troppo  deserto.  Come  Le passa il tempo in quest'remo,
    marchesina?
    Non passa del tutto rispose Marina.
    Ci sar per nei dintorni qualche essere umano lavato e pettinato  da
    poter dire due parole.
    Ce n' uno dipinto.
    Accenn  il dottore che stava presso l'entrata della loggia ascoltando
    a bocca aperta un vivacissimo dialogo tra il Vezza e Steinegge.  Silla
    si teneva in disparte, guardava il getto d'acqua nel cortile.
    Ma  Cesare  insist il Finotti ha sempre ospiti.  Anche adesso,  mi
    pare... soggiunse con una voce piena di domande sottintese, guardando
    la giovane signora, che sporse il labbro inferiore senza rispondere.
    Come mai  amico di Cesare? disse il commendatore sottovoce.
    Non lo so.
    Io per lo invidio.
    Perch ?
    Viver vicino a Lei!
    Pu essere assai poco piacevole agli altri se non garbano a me disse
    Marina con l'accento e l'atto di chi vuol troncare un discorso.
    Vezza! grid forte il Finotti come puoi star a  parlare  di  trote,
    perch tu gi parli di trote o di granchi, dove c' una dama? Vedo che
    al mio garbatissimo amico dottore ci fai una pessima impressione.
    Il garbatissimo amico si sviscer in proteste.
    Marchesina  disse  il  Vezza,  avvicinandosi oda come si ricompensa
    l'abnegazione di un amico che vi cede il primo posto!
    L'aveva  Lei?  rispose  Marina  con  uno   dei   suoi   sorrisi;   e
    senz'attender la replica, si rivolse a Steinegge:
    Tre sedie diss'ella.
    V'erano cinque persone in loggia e neppur una sedia.
    Quando  una  signorina  ordina  rispose Steinegge dopo un momento di
    silenzio un capitano di cavalleria pu portarne trenta.
    Il commendatore Finotti osserv Silla.  Era pallido e guardava  Marina
    con  fuoco  s  sdegnoso  che  parve  sospetto  a  quel  dilettante di
    psicologia pratica.
    Tutti in piedi ? disse il conte affacciandosi  in  quel  punto  alla
    loggia  con  l'ingegnere,  l'avvocato e le Autorit.  Caro Steinegge,
    abbia la bont di dire che portino delle sedie. Il professore desidera
    vedere se e come si potrebbe stabilire un barraggio  regolatore  delle
    piene  del  lago;  se  occorra  qualche  altra  operazione alla soglia
    dell'emissario.  Io lo  accompagno.  Questi  signori  preferiscono  di
    rimanere.
    Noi leveremo l'incomodo disse uno degli assessori.
    Che  diavolo!  replic  il conte.  Bisogna far visita a mia nipote,
    adesso. Quando crede, professore...
    Il professore distribu in fretta sorrisi e strette di mano ai  cinque
    dignitosi municipali e part col conte.
    Noi  faremo ballare gli orsi sussurr il commendator Finotti a donna
    Marina.
    Ma gli orsi non erano tanto orsi quanto s'immaginava lui. Tre di essi,
    gli assessori supplenti e il Sindaco,  si conoscevano  abbastanza  per
    non aprir bocca mai.  Gli altri due, gli assessori effettivi, potevano
    dar dei punti, per furberia, al signor commendatore. Per scioltezza di
    scilinguagnolo non gli  stavano  troppo  al  disotto,  posto  ch'erano
    contadini;  grassi  se  si  vuole,  ma  contadini da gerla e da zappa.
    Siamo poveri "alfabeti" di campagna  diceva  uno  di  loro.  Avevano
    finissimo il fiuto della canzonatura.
    Si parl, naturalmente, della cartiera. Il Finotti fece una pittura, a
    gran  tratti  di scopa,  delle meraviglie industriali che si sarebbero
    vedute,  dei favolosi guadagni che  avrebbe  fatto  il  paese.  I  due
    approvavano col capo a pi potere, fregandosi i ginocchi con le mani.
    Com' diventato aguzzo il mondo! disse il pi vecchio.
    E  noi  restiamo  sempre  tondi  rispose l'altro.  Almeno se non ci
    piallano un poco.
    Comune ricco, gi disse il Finotti.
    S, quattro sterpi e un paio di viaggi d'erba, su quelle croste l in
    faccia,  dove tutti si servono.  Quando li avremo mangiati per far  la
    strada  della  cartiera,  allora diventeremo ricchi;  ma per adesso...
    Allora s.  Sar forse per quel vino  che  ci  ha  favorito,  per  sua
    grazia,  il  signor  conte,  allora  mi  pare  che abbiamo da diventar
    signori bene.  E' un gran vino;  ma sar mica traditore?  Cosa ne dice
    Lei, signor tedesco, che lo vedo qualche volta dalla Cecchina gobba?
    Ah! Ah! soffi Steinegge senza capir bene.
    Ehi!   esclam   il   Vezza   accorgendosi  dei  nuvoloni  neri  che
    ingrossavano a levante. Vuol far temporale.
    Oh signor no disse l'assessore che aveva parlato prima  per  adesso
    no;  stanotte,  forse.  Come  si chiamano quei sassi l in alto dove
    batte il sole?
    Noi li chiamiamo l'"Alpe dei fiori". Da ragazzo ci sono stato anch'io
    lass,  a far fieno.  Potevano metterci nome l'Alpe del diavolo ch'era
    "pi" meglio.
    C' bene, lass, il buco del diavolo disse l'altro assessore.
    Ah,  c'  un  buco del diavolo ? disse Silla.  E perch lo chiamano
    cos?
    Ma,  io non saprei mica,  vede.  Bisogna domandare alle  donne.  Loro
    contano un sacco di storie!
    Per  esempio,  dicono  che per quel buco si va all'inferno,  che  un
    piacere, dritti come "i",  e che i beniamini del diavolo piglian tutti
    quella  strada  l.  Ci fanno anche il nome a tre o quattro che ci son
    passati.
    Ah s? disse il commendator Finotti. Sentiamo.
    Proprio non mi ricordo, sa...
    Gente del paese, gi?
    Del paese e mica del paese. Non mi ricordo.
    Qui l'onorevole Sindaco usc, in mal punto, dal suo prudente silenzio.
    Pare impossibile,  Pietro diss'egli pare  impossibile  che  non  vi
    ricordiate. La matta!...
    Che  asino!  mormor fra i denti il poco riverente assessore;  e non
    disse altro.
    Bravo Sindaco.  A Lei!  Lei  deve  ben  sapere  da  che  parte  vanno
    all'inferno i Suoi sudditi, diavolo! Racconti dunque! Non sar mica un
    segreto d'ufficio, spero.
    Il Sindaco, accortosi troppo tardi di aver posto un piede in fallo, si
    andava contorcendo sulla sedia.
    Storie  vecchie  rispose  storie  vecchie.  Sar un affare di forse
    seicento anni fa.
    Ouf,   seicento!   Non  saranno  neanche  sessanta  disse  un  altro
    municipale che fino allora era stato zitto.
    Bene,  bene,  sessanta o seicento,  sempre una storia vecchia, e qui
    ai signori pu interessar poco.
    Ma  il  povero  Sindaco,  preso  alle  strette,   non  trov  modo  di
    schermirsi;  e,  per  non  aver pi quel peso sullo stomaco,  lo butt
    fuori a un tratto.
    Ecco, questa matta era la prima moglie del povero conte vecchio,  qui
    del Palazzo;  una genovese,  che ha scappucciato,  pare, un tantino, e
    suo marito l'ha condotta qui, l'ha tenuta come in castigo,  ed  stato
    qui  anche  lui  finch   morta;  la gente dice che il diavolo se l'
    portata a casa per di l.
    Mentr'egli parlava,  Marina si alz,  gli  volt  le  spalle.  I  suoi
    colleghi gli fecero gesti di rimprovero. Il Vezza disse a caso:
    E' la barca di Cesare quella l?
    Bei tempi! esclam Silla con voce sonora.
    Tutti, tranne Marina, lo guardarono sorpresi.
    Tempi  di forza morale prosegu senza badare a quelle occhiate.  Di
    forza morale organica.  Adesso si hanno le convulsioni,  gl'impeti  di
    passione sfrenata,  e, in fondo, egoista. Se una donna tradisce, la si
    ammazza o la si scaccia. Vendicarsi e liberarsi: ecco lo scopo. Allora
    no.  Allora vi era qualche gentiluomo capace  di  seppellirsi  con  la
    colpevole  in  un deserto e di dividere la espiazione senz'aver divisa
    la colpa,  rompendo tutti i vincoli  del  mondo,  per  rispetto  a  un
    vincolo sacro, bench doloroso.
    Marina,  senza voltarsi, sfrond nervosamente con la destra un ramo di
    passiflora.
    Pu essere stata una vendetta atroce disse il Finotti  un  omicidio
    lento e legale. Che ne sa Lei?
    Non  lo so;  non credo che il padre del conte Cesare sia stato capace
    di questo. E poi, ci occupa, ci commuove la pena; ma la colpa? Chi era
    questa donna? Chi ci pu dire?...
    Donna Marina si volt.
    E Lei diss'ella con voce rotta dalla collera chi , Lei? Chi ci pu
    dire neppure il Suo vero nome? S'indovina!
    Aperse con impeto l'uscio che metteva nell'ala di ponente e scompare.
    Medusa non avrebbe impietrato meglio di lei quel gruppo d'uomini.
    Silla sentiva di dover dire qualche cosa, e non sapeva che.  Gli parve
    di  aver  toccato  un gran colpo di mazza sulla testa e di barcollare.
    Finalmente, a stento, raccapezz un pensiero.
    Signori diss'egli sento che mi si   gettata  un'ingiuria:  non  so
    quale, non intendo!
    Le parole no,  ma l'accento, le braccia, gli occhi, dicevano: Se avete
    inteso,   parlate.   I   commendatori   e   il   medico   protestarono
    silenziosamente,  col gesto,  di non saper nulla,  gli altri stavano a
    bocca aperta.  Steinegge  prese  Silla  a  braccetto,  lo  trasse  via
    dicendogli: Adesso conoscete, adesso conoscete.
    La Giunta di R... e il dottore si ritirarono subito.
    Bel   finale!   disse   il  commendator  Vezza,   passato  il  primo
    sbalordimento. Hai capito tu?
    Eh altro rispose il Finotti. E' chiaro come l'acqua.
    Torbida.
    Ma che?  vuoi sentire?  Quel giovinotto l,  piovuto al Palazzo dalle
    nuvole,    un  peccatuccio  dell'amico  Cesare.  Alla damigella ci ha
    seccato mortalmente. Capisci, vedersi portar via sotto il naso uno zio
    siffatto!  Ci sarebbe,  per salvar tutto,  la solita  combinazione,  e
    questa scommetto che  l'idea di Cesare,  ma!... A Parigi o a Milano o
    nel mondo della luna ci deve essere un "ma" con un cilindro  etereo  e
    dei  calzoni ideali.  Sar biondo,  sar bruno,  sar quel diavolo che
    vuoi: c' sicuramente.  Dunque,  niente combinazione;  guerra!  Non  
    chiaro?
    Non sai niente, caro mio. Che si possa arrischiare un sigaro? Qui il
    commendator  Vezza  si  divert  ad  accendere il sigaro,  sciupandovi
    silenziosamente una mezza dozzina di fiammiferi. S, la Mina Pernetti
    Silla,  bella donna,  bellissima donna!   stata  veramente  amica  di
    Cesare, ma una amica!...
    Il commendatore gitt in alto una boccata di fumo, l'accompagn su con
    l'occhio e con la mano disegnando in aria degli zeri allegorici.
    Lei  prosegu era figlia di un consigliere d'appello tirolese.  Sai
    che Cesare fu espulso di Lombardia nel 1831? Credo che volesse liberar
    l'Italia per potersi sposare  poi  senza  scrupoli  quella  tirolesina
    bionda.  Ell'avr avuto un ventidue anni.  Il pap l'avrebbe arrostita
    piuttosto che darla a un liberale. Lei tenne saldo, povera ragazza,  a
    non  volersi maritare,  fino a ventisei anni.  Suo padre,  un mastino,
    credo che la mordesse.  Un bel giorno pieg il capo e prese un figuro,
    un  austriacante  marcio  che  fece  denari con le imprese e poi se li
    mangi tutti,  and via con i tedeschi nel  59  e  dev'esser  morto  a
    Leibach,  credo.  La  Mina  e  Cesare  non  si  videro mai pi,  ma si
    scrissero sempre non d'amore, veh! neppur per sogno. Quello l? Quello
    l  un giansenista che non va a messa.  Ella non gli scriveva che  di
    suo  figlio,  lo consultava.  E' morta nel 58,  e tutto questo io l'ho
    saputo dopo, da un'amica sua.  Ora domando io se  chiaro.  Domando io
    cos'ha da temere la marchesina di Malombra, che ragioni aveva...
    S,  s,  sar tutto vero,  vuol dire che lei non sa le cose a questo
    modo.  Ma poi,  come mi parli di ragioni in una testolina cos  bella?
    Non  vedi,  perdio!  che  occhi?  L dentro ci sono tutte le ragioni e
    tutte le follie.  Averla per un'ora,  una  donna  cos  bella  e  cos
    insolente. Si deve impazzire di piacere.
    Peuh! disse il letterato   troppo magra.
    Ma  l'onorevole  deputato fece di questa censura una confutazione cos
    scientifica che non pu trovar posto in un lavoro d'arte.


    Capitolo ottavo.
    NELLA TEMPESTA.

    Debbo accendere il lume, signor? disse Steinegge a bassa voce.
    Era notte fatta.  Da un gran pezzo Steinegge e  Silla  stavano  seduti
    nella stanza di quest'ultimo,  uno in faccia all'altro, senza parlare.
    Pareva che vegliassero un morto.
    Steinegge si alz, accese in silenzio una candela e torn a sedere.
    Silla teneva le braccia incrociate, il capo chino sul petto, gli occhi
    a terra.  Steinegge era inquieto,  guardava Silla,  guardava il  lume,
    guardava  il  soffitto,  metteva una gamba a cavalcioni dell'altra che
    poi pigliava bruscamente la rivincita.
    Presto bisogner scendere,  signor diss'egli.  Credo che il  signor
    conte  ritornato da un pezzo.
    Silla non rispose.
    Steinegge  aspett  un  poco,  poi  si alz,  tolse il lume e si avvi
    adagio alla porta.
    L'altro non si mosse.
    Steinegge lo guard,  ritir il collo tra le spalle  con  un  "ah"  di
    sommessione, depose il lume e venne a piantarsi davanti a Silla.
    Sono un imbecille, signor, non so dir niente, ma sono amico. Vi giuro
    che  se  potessi  rispondere  io per lei,  farvi sortire quel colpo di
    sciabola che dovete aver nel cuore,  me lo piglierei volentieri pur di
    vedervi pi contento.
    Silla si alz, gli gett le braccia al collo.
    Steinegge, rosso rosso, impacciato, andava dicendo:
    Oh no... signor Silla... io ringrazio... e si sciolse piano piano da
    quell'abbraccio.  La sventura, la miseria, le amarezze d'ogni sorta lo
    avevano umiliato sino a renderlo schiavo della familiarit  di  coloro
    cui egli attribuiva una condizione sociale superiore alla sua.
    Bisogna esser cos un poco filosofi diss'egli.  Bisogna disprezzare
    questa persona.  Credete che non ha offeso me otto  e  dieci  e  venti
    volte? Non ricordate stasera quando mi ha parlato, come a un servo? Io
    ho disprezzato sempre.  Quella non ha cuore, n una briciola. Voi dite
    quella,  voi italiani,  una donna onesta,  perch non  fa  questo  che
    sapete.  Voi  dite  donne vili le altre.  Ma io dico: questa,  questa
    (Steinegge batteva rabbiosamente le sillabe), questa  vile.  Insulta
    me perch sono povero, insulta Voi per passione avara.
    Per passione avara?
    S,   perch  immagina  che  il  signor  conte  vuol  porre  Voi  nel
    testamento.
    Dunque diss'egli ha proprio voluto dire...
    Ma!
    Come, come mai? ripet Silla angosciosamente.
    Eh! Qui lo hanno detto tutti.
    Lo hanno detto tutti?
    Dopo un lungo silenzio, Silla si avvicin lentamente a Steinegge,  gli
    pos le mani sulle spalle e gli disse con voce triste e tranquilla:
    E Lei,  crede Lei che se vi fosse una macchia sulla memoria pi sacra
    ch'io m'abbia, sarei rimasto qui a farne testimonianza?
    Non ho mai creduto questo.  Il signor conte non Vi  avrebbe  chiamato
    qui; conosco molto bene il signor conte.
    Caro  Steinegge,  se  noi  ci  lasciamo  per non rivederci pi,  come
    potrebbe  accadere,  si  ricordi  di  un  uomo  che  si  direbbe,  non
    perseguitato  come  Lei,  no,  ma  deriso,  continuamente,  amaramente
    deriso,  da "qualcheduno fuori del mondo" che  si  diverte  a  vederlo
    soffrire  e  lottare,  come  i  bambini guardan soffrire e lottare una
    farfalla che han gettata nell'acqua con le ali malconce.  Mi si  diede
    un  cuore  ardente  e  non  la  potenza n l'arte di farmi amare,  uno
    spirito avido di gloria e non la potenza n l'arte di conquistarla. Mi
    si fece nascere ricco,  e nell'adolescenza,  quando avrei cominciato a
    godere i vantaggi di quello stato,  mi si precipit nella povert.  Mi
    si promise test quiete,  lavoro e amicizia,  quello che  l'anima  mia
    sospira,  perch alla gloria ho rinunciato; e adesso mi si strappa via
    tutto d'un colpo. Vede, ho avuto una madre santa,  l'ho adorata e sono
    io  la  causa che si oltraggi la sua memoria;  io che dovevo immaginar
    quest'accusa e non la ho immaginata per  una  incurabile  inesperienza
    degli uomini e delle cose! Mettiamo tutto in due parole: sono inetto a
    vivere,  me ne convinco ogni giorno pi.  E ho una salute di ferro! Le
    dico queste cose perch L'amo,  caro Steinegge,  e voglio  ch'Ella  mi
    porti nel Suo cuore.  Non le ho mai dette a nessuno. Dica, non Le pare
    una derisione? Bene qui gli occhi di Silla sfavillarono e la sua voce
    divent convulsa non lo .  Io ho la  forza  in  me  di  resistere  a
    qualunque disinganno,  a qualunque amarezza;  e questa forza non me la
    sono procurata io. Ne user, lotter con la vita,  con me stesso,  con
    la  sfiducia  terribile  che  mi  assale  di quando in quando;  e sono
    convinto che Dio si servir di me per qualche...
    Si buss all'uscio.
    Il conte Cesare faceva dire a Silla ch'egli era con gli  ospiti  e  lo
    pregava di scendere.  Silla preg Steinegge di andar lui in vece sua e
    di portare le sue scuse, allegando alcune lettere urgenti da scrivere.
    Steinegge usc tutto impensierito.  Che intendeva mai fare  il  signor
    Silla?
    La  stessa  questione  si agit lungamente nelle regioni inferiori del
    Palazzo.  Madamigella Fanny  aveva  informato  per  la  prima  i  suoi
    colleghi  della  "gran  lezione"  data  dalla  sua  signorina  a  quel
    "tulipano nero", il quale, agli occhi di Fanny, aveva il gran torto di
    non essersi mai avveduto che erano belli ed arditi. Il cuoco possedeva
    le informazioni della Giunta con parte della  quale  aveva  bevuto  un
    litro, dopo il fatto, dalla Cecchina gobba. Raccont che in quel punto
    il  signor Silla tremava tutto,  era pi bianco di un foglio di carta.
    Chi sa,  signor Paolo gli disse Fanny chi  sa  che  faccia  faranno
    adesso  a  trovarsi insieme quei due l!  Gi la mia marchesina non ha
    paura di nessuno. Allora qualcuno disse che il signor  Silla  si  era
    ritirato  in  camera  e  che  per quella sera non sarebbe disceso.  Il
    "zuruch" che gli aveva tenuto compagnia un pezzo,  n'era uscito  tutto
    stravolto.  Altro  fatto  strano;  il  signor  Silla  aveva  mandato a
    riprendere i suoi rasoi che il giardiniere doveva portar seco  a  Como
    per farli affilare.
    Sta  a  vedere  disse  Fanny  che  quello  stupido  l   capace di
    ammazzarsi senza dare un quattrino di mancia a nessuno!
    Zitta!  Andiamo! disse la Giovanna.  Se il signor padrone avesse  a
    sapere di questi discorsi! E poi, per quel che ci ha fatto Lei!
    A  me  non  tocca  rispose  Fanny.  Sicuro  che  non mi degnerei di
    attaccargli neppure un bottone.  Ho visto la bella roba da  straccione
    che ha! pi "chic" il dottore, di quello l.
    Appena nominato il dottore, Fanny fece una risatina.
    Povero  dottore! diss'ella,  e gi un'altra risatina;  poi un'altra,
    poi un'altra; n volle mai dire perch ridesse.
    E anche nella sala dov'erano riuniti gli ospiti del Palazzo,  a chi si
    pens se non a Silla e a quello che farebbe?  Nessuno ne parl, perch
    donna  Marina  era  presente  e  il  conte  non  sapeva  ancor   nulla
    dell'accaduto.  Il  conte non capiva queste lettere urgenti dodici ore
    prima della partenza della posta, ma tacque. Marina era gaia. Nel riso
    argentino che saltava spesso dalla sua voce dolce e vellutata, come il
    sonaglio di un  folletto  nascosto,  si  udiva  una  nota  trionfante.
    Qualche volta rideva anche lei come Fanny,  senza ragione,  distratta.
    Rise molto  appena  partito  il  dottore.  Insomma  non  pareva  punto
    preoccupata dell'assenza di Silla.
    Le  ore  passavano  e  la luna veniva su piano piano dietro i nuvoloni
    ancora fermi a levante, che si squarciavano qualche volta sotto di lei
    agitando frange  d'argento  intorno  alla  sua  faccia  regale,  e  si
    richiudevano.  Ella  sfolgorava  in quei brevi momenti sui vetri della
    finestra di Silla, guardava nella camera sino al fondo.
    Quegli scriveva.  Il ronzio della sua penna rapida era  interrotto  da
    slanci veementi e da radi silenzi.  Le pagine succedevano alle pagine;
    doveva averne riempite parecchie quella penna, quando si ferm.  Silla
    le rilesse, pens un poco.
    No! diss'egli, e stracci lo scritto.
    Prese un altro foglio.  Stavolta la penna non correva pi. Il pensiero
    dell'uomo lottava con la parola, con se stesso forse.
    Suonarono le undici  e  mezzo.  Silla  aperse  la  finestra  e  chiam
    Steinegge. Lo aveva udito camminare.
    Scenda subito diss'egli.
    Steinegge  corse  alla finestra,  fece atto,  nel primo impeto del suo
    generoso cuore, di gittarsi abbasso, poi scomparve, e, in meno che non
    si dice,  fu nella camera di Silla,  con il soprabito male infilato  e
    senza calzoni.  In quel momento n lui n Silla pensarono che fosse in
    arnese ridicolo.
    Silla gli and incontro. Parto diss'egli,
    Parte? Quando parte?
    Adesso.
    Adesso?
    Credeva Lei ch'io potessi dormire ancora sotto questo tetto?
    Steinegge non rispose.
    Vado a piedi sino a... e l aspetter il primo treno per Milano.  Lei
    mi far il favore di consegnare questa lettera al conte Cesare. Qui ci
    son pochi denari che La prego di distribuire,  come creder meglio, ai
    domestici. Per fortuna non avevo ancora fatto venire i miei libri;  ma
    lascio qui un baule. Avr Ella la bont di spedirmelo?
    Steinegge  afferm  del capo;  ma non poteva parlare,  aveva un groppo
    alla gola.
    Grazie, amico mio.  Quando avr fatta la spedizione me ne avverta con
    una lettera ferma in posta e vi unisca la chiave che Le lascio, perch
    vi sar ancora qualche cosa di mio da raccogliere.
    Oh, ma volete proprio partire cos?
    Proprio  cos voglio partire.  E sa cosa ho scritto al conte?  Gli ho
    scritto che le mie idee sono troppo lontane dalle sue  perch'io  possa
    accettare la collaborazione offertami;  e che onde evitare spiegazioni
    spiacevoli, onde sottrarmi al pericolo di cedere,  parto a questo modo
    chiedendogliene  perdono  e  protestandogli  la  mia gratitudine.  Uno
    scritto cortese nella forma e villano nel fondo,  uno scritto  che  lo
    deve irritare contro di me. Io sdegno di accusarla; le avevo scritto e
    poi  ho  stracciata  la  lettera;  ma  ella  intender  che  ho voluto
    rispondere a lei spezzando netti d'un colpo i legami che le  han  dato
    argomento d'insultarmi. E tutti gli altri intenderanno, spero.
    Per questa donna! frem Steinegge, scotendo i pugni.
    Ma Lei non sa il peggio mormor Silla.  Lei non sa quanta vilt v'
    in me.  Glielo voglio dire.  Il solo pensiero di posar le labbra sopra
    una  spalla  di  questa  donna  mi  fa venir le vertigini,  mi mette i
    brividi sotto i capelli. E' amore? Non lo so, non lo credo; ma guai se
    per soffocare l'angoscia e la collera di esserne odiato,  non ci fosse
    ancora in me qualche forza indomita di cui ringrazio Dio!  S,  cos.
    Lei n' stupefatto, lo comprendo, ma  cos. Per, vede, sono un uomo,
    il sangue vigliacco deve obbedirmi,  vado via.  Mi  stringa  la  mano;
    qualche cosa di pi; mi abbracci.
    Steinegge non seppe proferire che tre "ooh" soffocati, abbracci Silla
    con  un  cipiglio da nemico mortale e l'affetto tempestoso d'un padre.
    Poi trasse di tasca un vecchio portasigari sdruscito e  lo  porse  con
    ambo le mani all'amico. Questi lo guard attonito.
    Vostro a me disse Steinegge.
    Allora  l'altro  intese  e  trasse egli pure un portasigari ancora pi
    vecchio e sdruscito.  Se li scambiarono  tacendo.  Prima  di  partire,
    Silla  diede  un  ultimo sguardo,  un appassionato saluto mentale alle
    memorie di sua madre;  gli parve che l'angelo pregasse  per  lui,  per
    l'aiuto di Dio in altri cimenti ancor pi gravi,  nascosti nel futuro.
    Usc nel cortile per una finestra  a  piano  terreno.  Non  volle  che
    Steinegge lo accompagnasse, gli strinse ancora la mano, e attraversata
    in punta de' piedi la ghiaia traditrice,  sal lentamente la scalinata
    fra i cipressi,  fermandosi nelle nere ombre  oblique  che  fendevano,
    come grandi crepacci, le pietre illuminate dalla luna.
    Egli  si  voltava  allora  a  guardar la vecchia mole severa da cui si
    partiva, secondo le previsioni umane, per sempre.  Ascoltava il tenero
    lamento  dello  zampillo  gi  nel  cortile la voce grave della grossa
    polla su in capo alla scalinata.  L'una e l'altra voce chiamavan  lui;
    quella  sempre pi fievole,  questa sempre pi forte.  Non gli era pi
    possibile veder la finestra di lei;  ma guardava l  quell'angolo  del
    tetto  che  copriva  la  stanza  sconosciuta,  e la immaginava nei pi
    minuti  particolari  con  la  rapidit  e  la  vigoria  intensa  della
    passione.  Ne respirava veramente il tepore odoroso,  vedeva saettarvi
    per la finestra di levante un raggio di  luna,  rigare  il  pavimento,
    sfiorar un'onda di vesti vote,  brillar sopra uno spillo caduto, sulla
    punta brunita d'uno stivaletto  adunco,  scivolar  sul  letto  bianco,
    battere a una delicata mano sottile e morirvi mandando fiochi bagliori
    su pel braccio ignudo. A questo punto gli si oscurava la fantasia, una
    stretta  nervosa gli si propagava dal petto a tutta la persona ed egli
    riprendeva frettoloso, per liberarsi da quello spasimo, la via.
    Non  a stupire se  la  sbagli.  Non  era  facile,  per  verit,  fra
    parecchi  sentieri  che fuggono in mezzo agli uniformi filari di viti,
    scegliere quello che conduce al cancello.  Silla ne prese uno alquanto
    pi  basso.  Si  avvide  dell'errore,  quando  trov,  dopo  un tratto
    abbastanza lungo,  che scendeva verso il lago.  Pens che al  postutto
    non  era sicuro di rinvenire la chiave del cancello,  posta di solito,
    ma non sempre,  in un buco del muro di cinta,  e ricord che ci doveva
    esser l presso un'altra uscita per la quale passavano qualche volta i
    coltivatori  del  vigneto.  La  trov  infatti.  Il  muro di cinta era
    diroccato per met e dal campo vicino un gelso spingeva i rami per  la
    breccia. Silla fu presto dall'altra parte, a pochi passi da un approdo
    che serviva ai coloni del campicello lungo il lago.  Un sentiero piano
    move da quell'approdo a raggiungere nel suo punto pi basso la  strada
    provinciale di Val...  ora toccando l'orlo del lago, ora appiattandosi
    fra siepi e muricciuoli, ora tagliando qualche pendo erboso, rotto da
    radi ulivi.
    Silla si sforzava invano,  camminando,  di pensare all'avvenire,  alla
    vita  di sacrificio e di lavoro indomito che l'aspettava.  Malediva la
    notte piena di voci lascive e  la  luna  voluttuosa,  ormai  alta  nel
    sereno. Appoggi la fronte ardente ad un tronco di ulivo, senza sapere
    che  si  facesse.  Quel tocco ruvido e freddo lo ristor,  lo acquiet
    come avrebbe acquietato un metallo vibrante.
    Si ripose tosto  in  cammino  perch  lampeggiava.  In  faccia  a  lui
    nuvoloni  torvi di levante si movevano finalmente si allargavano verso
    le montagne,  invadevano il cielo con tante cime rigonfie,  fluttuanti
    come  una  marea furiosa che volesse salire fino alla luna.  Gittavano
    lampi continui, silenziosamente, verso il lume di lei,  fuggitiva.  Ad
    un tratto Silla si ferma e tende l'orecchio.
    Ode  il  sommesso  borbottar  del  lago ne' buchi dei muricciuoli,  il
    lamento dell'allocco nelle selve  della  riva  opposta  il  canto  dei
    grilli  e  il  lieve  sussurro di un soffio per le viti folte,  per le
    frondl bigio-argentee degli ulivi.
    Null'altro?
    S, due remi cauti, lenti che tagliano l'acqua a lunghi intervalli. Se
    vicini o lontani, non s'intende bene; sul lago,  a quell'ora,  solo un
    orecchio esperto pu misurare le distanze dei suoni.
    I remi tacciono.
    Ecco  il  sordo  rumore  d'una chiglia che striscia sui ciottoli della
    riva.  Anche i grilli ascoltano.  Poi,  pi nulla.  I grilli  uniscono
    ancora  il loro canto a quello dell'allocco lontano,  ai borbottamenti
    del lago pei buchi dei muriccioli.  Silla non poteva discernere questa
    barca  che  approdava;  vedeva soltanto l'acqua chiara tremolar tra le
    foglie.  And avanti.  Il sentiero sbucava presto  sulla  ghiaia  d'un
    piccolo  golfo,  all'altro  capo  del  quale  grossi  macigni  neri si
    protendevano nell'acqua.  Si rizzava sopra quelli,  fra  caprifichi  e
    rovi,  una  cappelletta;  e  ne  sporgeva a pi della cappelletta,  la
    sottile poppa nera  d'una  lancia.  Doveva  esservi  una  cala  tra  i
    macigni.  Non  c'erano  altre lance che "Saetta" sul lago,  e Silla lo
    sapeva. Ma chi era venuto con "Saetta"?
    Sospett del Rico e si ferm per non essere  scoperto.  Vide  un'ombra
    levarsi tra gli arbusti dietro la cappelletta, correr gi, scomparire.
    Subito  dopo  sprizz  di  l  un  riso  argentino.   Impossibile  non
    riconoscerlo, donna Marina! Silla, per istinto, si slanci avanti, ud
    una esclamazione di terrore,  vide l'ombra di prima  ricomparire  alla
    cappelletta e fuggir su tra gli arbusti,  mentre donna Marina chiamava
    invano: Dottore! dottore!. Silla riconobbe il medico,  ma non stette
    a  pensare  neppure  un momento perch si trovasse l.  Ud la chiglia
    della lancia strisciare indietro dalla riva e salt  alla  cappelletta
    quando la prora, ormai silenziosa, era per uscire dalla cala e Marina,
    deposto  il  remo  di  cui s'era fatta puntello,  stava assettandosi i
    guanti.
    Si fermi! diss'egli ritto sul ciglio del macigno.
    Ella di un lieve grido e impugn i remi.
    Non era possibile lasciarla partire cos.  A pi del macigno la ghiaia
    rideva  a fior d'acqua.  Silla salt,  afferr la catena della lancia.
    Marina diede due colpi disperati di remo, ma "Saetta" obbed presto al
    pugno di ferro che la tratteneva.
    Bisogna udirmi, adesso! disse il giovane.
    Lei mi dir prima di tutto rispose Marina  fremendo  se  il  nobile
    mestiere che ha esercitato stanotte  un Suo passatempo consueto, o se
    Ella  ai servigi di mio zio!
    Fra  che  abbietta  gente  ha  vissuto,  signorina?  E' questa la Sua
    nobilt?  Allora Le giuro che la mia vale di pi;  e ho ben ragione di
    sperare che il mio nome venga ricordato ancora con onore quando non vi
    sar pi memoria del Suo!
    Salito  sopra  un sasso sporgente,  scoperta la maschia fronte,  Silla
    dominava la barchetta e la donna, palpitanti dinanzi a lui.
    Marina non voleva lasciarsi dominare,  batteva l'acqua  con  un  remo,
    rabbiosamente.
    Avanti   diss'ella   alla   seconda  scena.   Intanto  Lei  fa  una
    vigliaccheria di tenermi qui per forza.
    Silla gitt la catena. Vada diss'egli vada pure se ha cuore. Sappia
    solo che non recito una commedia,  recito un oscuro dramma di  cui  la
    seconda scena Le  indifferente.
    Ah,  e  la  prima  no?  riprese  Marina  lasciando  cadere  i remi e
    incrociando le braccia.
    La seconda scena prosegu Silla senza badare  all'interruzione  non
    ha luogo qui. Stia tranquilla; da questa notte in poi non vedr pi n
    il  dramma,  n il protagonista.  Se ha sospettato,  nel candore,  nel
    disinteresse dell'anima Sua,  ch'io fossi pi d'un amico per l'uomo di
    cui Ella  nipote ed erede,  si rassicuri, neppure amico gli sono pi,
    forse; perch pochi momenti or sono, di nascosto,  come un malfattore,
    ho  lasciato  per  sempre  la  sua casa ospitale,  dov' spuntato,  in
    qualche angolo freddo e ombroso,  questo vile sospetto.  Se Lei poi ha
    temuto  qui  la  voce  di Silla trem di qualche sinistro disegno su
    donna Marina di Malombra e Corrado  Silla,    stato  un  inganno  ben
    grande  il  Suo.  Se  il  conte me ne avesse parlato,  gli avrei tolta
    questa illusione,  perch Lei  troppo al  di  sotto  di  quell'altero
    cuore ch'io voglio,  capace di disprezzare,  come le disprezzo io,  la
    ricchezza e la fortuna. E adesso, marchesina, ho l'onore...
    Una parola! grid Marina avvicinandoglisi di fianco con due colpi di
    remi, perch una repentina brezza di levante portava via adagio adagio
    la lancia. Il Suo dramma fantastico non va. Ella ha la bont di farsi
    una parte eroica.  Facile;  ma c' la critica,  signor Silla.  Dove ha
    scoperto   Lei  questa  cosa  ridicola  che  io  sono  una  ereditiera
    sospettosa?  Non ha mai veduto quanto mi curo di mio zio?  E come  osa
    Lei parlare di progetti sulla mia persona? Le pare che voglia turbarmi
    di  quanto  mio  zio  e  Lei  possono aver l'impudenza di pensare e di
    dire?
    Intanto "Saetta" si dilungava da capo per  la  brezza  ringagliardita.
    Marina  diede  un  altro colpo di remi e si volt a guardar Silla.  La
    lancia  corse  un  istante  contro  il  vento,   contro  le  onde  che
    gorgogliavan  forte  sotto la chiglia,  e gir subito,  respinta,  sul
    fianco sinistro.  La luce  della  luna  mancava  rapidamente.  Fiocchi
    veloci  di nubi,  come spume,  l'avevan raggiunta,  oltrepassata;  ora
    giungevano i cavalloni grossi ed ella vi affondava, non pareva pi che
    un fanale rossastro, perduto nella tormenta, vicino a spegnersi.
    Allora ? esclam Silla perch?
    Le altre parole si perdettero nello schiamazzo improvviso  delle  onde
    intorno a lui.  Una raffica violenta gitt "Saetta" sul sasso dov'egli
    stava.  Scenda! grid curvandosi ad afferrar la sponda della  lancia
    perch non vi urtasse. Subito!
    No, spinga via, vado a casa!
    Bench  fossero  tanto  vicini  da  potersi  toccare,   riusciva  loro
    difficile intendersi.  Le onde,  cresciute  di  botto  smisuratamente,
    tuonavano sulla riva con un fragore assordante;  il timone, la catena,
    i remi della lancia abballottata strepitavano.  Silla vi si stese  su,
    l'allontan dalla riva con una disperata spinta e vi cadde dentro. Al
    timone! grid afferrando i remi.  Al largo! Contro il vento! Marina
    obbed,  gli sedette in faccia stringendo i cordoni del timone.  Ormai
    il  cielo  era  tutto nero,  non ci si vedeva pi.  Si udiva il tuonar
    delle onde sulla riva sassosa,  sui muricciuoli.  L era il  pericolo.
    "Saetta",  spinta troppo vigorosamente,  alzava la prua sull'onda,  la
    spaccava cadendo a gran colpi sordi;  entrava nelle pi grosse come un
    pugnale;  allora  la cresta spumosa ne saltava dentro,  correva sino a
    poppa.  La prima volta,  sentendo l'acqua,  Marina alz  in  fretta  i
    piedi,  li  pos  su  quelli  di  Silla.  Nello  stesso punto un lampo
    spaventoso divamp per tutto il cielo e pel lago  biancastro,  per  le
    montagne  di cui si vide ogni sasso,  ogni pianta scapigliata.  Marina
    sfolgor davanti a Silla con i capelli al vento e gli occhi  fisi  nei
    suoi.  Era  gi  buio quando egli ne sent nel cuore il fuoco.  E quei
    piedini premevano i suoi: premevano  pi  forte  quando  la  poppa  si
    alzava,  ne  sdrucciolavan quindi e vi si riappiccicavano.  I due remi
    gli saltarono in pezzi.  Cacci fuori gli  altri  due  ch'erano  nella
    lancia,  rem  con  furore,  perch  la  notte,  le  voci della natura
    sfrenata,  quel tocco bruciante,  quell'inatteso sguardo gli  gridavan
    tutti  di  esser vile.  E i lampi gliela mostravano ogni momento,  l,
    palpitante, col viso e il petto piegati a lui. Non era possibile! Fece
    uno sforzo, si alz in piedi e pass sull'altra panca pi a prua.
    Perch? diss'ella.
    Anche nella voce  di  lei  v'era  una  commozione,  un'elettricit  di
    tempesta.
    Silla tacque.  Marina dovette comprendere,  non ripet la domanda.  Si
    vide al chiarore dei lampi un denso velo bianco a levante,  una  furia
    di piova in Val... Non veniva per avanti; la rabbia del vento e delle
    onde diminuiva rapidamente.
    Pu  voltare disse Silla con voce spossata,  accennando del capo il
    Palazzo  l.
    Marina non volt subito, parve incerta.
    La Sua cameriera l'aspetta 
    S.
    Allora torneremo alla cappelletta. Fra dieci minuti il lago  quieto:
    io scender l.
    No diss'ella. Fanny non mi aspetta. Dorme.
    Volt "Saetta" e mise la prora al Palazzo.  Non parlarono pi n l'uno
    n  l'altra.  Quando  giunsero al Palazzo faceva meno scuro e il vento
    era caduto affatto, ma le onde strepitavano ancora lungo i muri, tanto
    da non lasciar udir la barca.
    Anche il sangue di  Silla  si  veniva  chetando.  Passarono  sotto  la
    loggia. Quella vista gli rese la sua freddezza altera.
    Lei  mi  ha  detto  stamattina  diss'egli che non La conoscevo.  La
    conosco invece molto bene.
    Marina credette forse che volesse alludere alla scena avvenuta  l,  e
    non rispose.
    Guardi  com'entra  in darsena diss'ella dopo un momento di silenzio.
    Io lascio i cordoni.
    Silla  entr  con  precauzione.   Solo  passando  adagio  adagio   per
    l'entrata, ella gli rispose piano:
    Come  pu dire di conoscermi? Ma bisognava ora badare a non urtar il
    battello,  approdar bene,  presso  la  scaletta.  Ed  era  cos  buio!
    "Saetta" strisci sul fondo sabbioso,  si ferm. Silla usc, tent con
    la mano la parete grommosa dello scoglio in cui  scavata la  darsena,
    trov  questa  scaletta  che  mette al cortile e continua poi nell'ala
    destra del Palazzo, sino all'ultimo piano.
    La scala  qui diss'egli porgendo la mano a Marina,  che ripet  nel
    prenderla:
    Come  pu  dire  di  conoscermi?  E  salt,  dalla prua a terra: ma,
    imbarazzatasi nella catena, cadde in braccio a Silla. Egli se ne sent
    il petto sul viso, strinse, cieco di desiderio,  la profumata persona,
    calda nelle vesti leggere;  la strinse fino a soffocarla,  le sussurr
    sul seno una parola;  e lasciatala scivolare a terra corse via per  la
    scaletta, salt nel cortile.
    Marina rimase immobile, con le braccia stese avanti. Non era un sogno,
    non c'era inganno, non c'era dubbio possibile; Silla aveva detto:
    CECILIA
















    Capitolo nono.
    PICCOLA POSTA.

    Donna Marina di Malombra alla signora Giulia De Bella.
    "Dal Palazzo, 2 settembre 1864.
    "Sospetto  di  aver  indovinato il nome dell'autore di "Un sogno".  Mi
    occorre di saperlo con sicurezza e di sapere il suo indirizzo.  Ti  do
    la mia parola che non  per andarlo a trovare!  Sguinzaglia, ti prego,
    i tuoi cortigiani.  Alla tipografia V...  con un po'  d'arte  si  deve
    trovar tutto.
    "Marina."

    La signora Giulia De Bella a Donna Marina di Malombra.
    "Varese, 4 settembre.
    "Hai  pigliato fuoco?  I miei cortigiani son tutti dispersi.  Qualcuno
    m'ha detto iersera che la tipografia V...   chiusa da un mese.  Direi
    di voltare pagina.  Per ti prometto che, se ne sapr qualche cosa, ti
    scriver tosto.
    "Giulia."



    Parte seconda. IL VENTAGLIO ROSSO E NERO.


    Capitolo primo.
    NOTIZIE DI NASSAU.

    Il 6 settembre grande aspettazione al Palazzo.  I  radi,  timidi  fili
    d'erba  che bucavano la ghiaia bianca e rosea del cortile,  eran tutti
    scomparsi.  Una pompa nuova di vasi schierati  vi  ostentava  fiori  e
    fogliami  signorili;  parevano dignitari e dame in attesa di un corteo
    reale. Il popolo delle passiflore,  dei gelsomini,  delle altre piante
    arrampicate a' muri, guardava dall'alto, con mille occhi.
    Per ora il solo Steinegge,  tutto azzimato, passeggiava gravemente tra
    questa curiosit rispettosa,  fermandosi a guardar su per la scalinata
    se  comparisse  qualcheduno a parlare,  attraverso le inferriate della
    cucina sepolta per met nel suolo, con il "signor Paolo" che si vedeva
    passare e ripassare da un fornello all'altro dietro le sbarre come  un
    orso bianco.
    Guard  l'orologio.  Erano  le  una e mezzo.  Il conte aveva detto che
    sarebbe stato di ritorno dalla stazione, con i Salvador, presso a poco
    a quell'ora.  Steinegge s'incammin facendo un viso ossequioso su  per
    la scalinata.
    Ecco  gente  lass.  Ecco  il  gran cappello del conte che copre quasi
    anche il suo domestico. E la contessa Fosca? E il conte Nepo?
    Nessuno  era  disceso  dal  treno  di   Milano.   Il   conte   Cesare,
    arrabbiatissimo  colla  cugina,   col  cugino,   con  tutti  i  cugini
    screanzati dell'universo,  trov modo di tempestare  col  cuoco,  fece
    disfare i letti apparecchiati, and in bestia con Steinegge perch gli
    era venuto incontro e con Marina perch non era venuta. Durante le sue
    diatribe  "Saetta"  brillava  al  sole  da  lontano e non s'affrettava
    punto. Gli giov di sfogarsi a questo modo.  Mezz'ora dopo rianim con
    una  parola gentile lo sbalordito Steinegge e disdisse gli ordini dati
    "ab irato" a Giovanna.  Con Marina le cose procedettero  diversamente.
    Cinque  giorni  eran passati dopo la partenza improvvisa di Silla;  il
    conte e sua nipote non avevano ancora scambiato parola. Egli era stato
    in procinto di partire per Milano; poi, mutato pensiero,  forse per il
    prossimo arrivo dei Salvador,  aveva scritto a Silla. Di questo arrivo
    s'era occupato moltissimo.  Aveva persino fatto il miracolo di  andare
    alla stazione.  La Giovanna pens che quei signori di Venezia dovevano
    essere qualche cosa pi del re;  e  gli  altri  domestici  dissero  al
    giardiniere  che  poteva  far  a  meno  d'annaffiare,  perch  sarebbe
    infallibilmente piovuto prima di sera.
    Marina,  nei primi quattro giorni dopo la partenza  di  Silla  non  si
    lasci  vedere,  neppure  a  pranzo.  Fanny  disse al conte che la sua
    marchesina aveva l'emicrania;  agli  altri  disse  che  era  una  luna
    tremenda,  che  non  ci capiva niente e che a momenti anche lei non ne
    poteva pi.
    Quel giorno Marina usc con "Saetta" e comparve poi a pranzo mentre il
    conte  e  Steinegge  parlavano  dell'opera  di   Gneist   sul   "Self-
    government", di cui Steinegge stava facendo un sunto. Il conte seguit
    a  discorrere  senza  volger  il  capo  n  gli occhi,  come se il suo
    interlocutore non si fosse alzato in  piedi  e  non  avesse  fatto  un
    profondo  inchino verso la porta.  Solo quando,  finito il pranzo,  si
    alz, egli le disse con insolita freddezza e tranquillit:
    Favorite di passare da me fra un'ora.
    Marina lo guard come  sorpresa;  poi  disse  con  un  leggero  scatto
    d'ironia sulla prima sillaba:
    Favorir.
    Aspett  quasi  un'ora  e mezzo;  poi mand Fanny a vedere se il conte
    fosse in biblioteca. La risposta fu che ve l'aspettava da mezz'ora.
    Ella entr nella biblioteca a passo lento,  con l'aria di chi pensa al
    mondo  della  luna,  fece  un  largo giro verso la porta che mette nel
    giardino e venne a lasciarsi cadere sopra una sedia a  bracciuoli,  di
    fronte al nemico.
    Vi  avverto  prima di tutto cominci il conte che coloro i quali mi
    fanno l'onore di abitare in casa mia, mi debbono di essere civili. Non
     una pigione troppo forte e da oggi in poi me la pagherete, perch io
    ho la debolezza di esigere,  presto o tardi,  i miei crediti.  Se  non
    conoscete le monete potr darvi qualche piccola lezione.
    Gli occhi di Marina scintillarono, le sue labbra si apersero.
    Non rispondete tuon il conte.
    Ella balz in piedi.  Voleva ribellarsi,  parlare, e non poteva. Forse
    troppe parole le  facevan  ressa  alla  gola;  forse  nel  momento  di
    prorompere  tem  tradire  il  segreto di cui sentiva confusamente che
    doveva riserbarsi per un giorno premeditato,  per un'ora  invariabile,
    prefissa dalla sua volont e dal destino.
    Non rispondete ripet il conte. Voi odiate me e la mia casa, ma non
    vi tornerebbe comodo,  io credo, essere pregata di partire subito. Non
    rispondete.
    Marina ricadde a sedere in silenzio.
    Non potete supporre che io ignori l'oltraggio fatto  da  voi  al  mio
    amico  Silla,  il  quale   andato via per causa vostra,  e non potete
    supporre che, conoscendolo, io vi sia rimasto indifferente.  Non so se
    la  parola  umana  possa  esprimere  tutto  quello  che il vostro atto
    m'ispira. Bene, io non ricercher i motivi molto oscuri della condotta
    che voi tenete.  Certo non conviene n a voi n a me  di  convivere  a
    lungo.  V' una frase enormemente stupida: i legami del sangue. Io non
    credo che il vostro sangue abbia due globuli simili ai miei.  Ad  ogni
    modo,  non    indispensabile  appiccarsi  con  questi legami.  Meglio
    tagliarli. Oggi non vi siete curata di trovarvi a casa quando dovevano
    arrivare i miei cugini Salvador.  Vi avverto che mio cugino ha un gran
    nome, una bella sostanza e pensa a prender moglie.
    Ah!  disse  Marina  e sorrise guardandosi la piccola mano bianca che
    tormentava il braccio della poltrona.
    Non fate esclamazioni drammatiche.  Non andate a pensare  che  vi  si
    vogliano far violenze. Io non so se il colore dei vostri occhi piacer
    a  mio cugino e non posso neanche sapere se la sua voce vi toccher il
    cuore. E' utile,  io credo,  nel vostro caso conoscere le disposizioni
    di mio cugino. Potete approfittarne o no, come vi piacer meglio.
    Grazie. E se il signor cugino non mi va, quando debbo partire?
    Marina  aveva  parlato  pian  piano,  guardandosi  gli anelli,  a mano
    spiegata,  l'uno dopo l'altro;  poi serr il pugno,  se  l'accost  al
    viso,  quasi per numerarvi le vene azzurrognole;  lo lasci finalmente
    cadere e alz sul conte due grandi occhi ingenui.
     Ma disse il conte quando debbo!  Mi pare siate in fatto  voi,  col
    vostro  contegno,  che mostrate desiderio di andar via.  Sarebbe forse
    pi leale e pi sincero dire: Quando posso?
    No,  lo posso sempre.  Sono maggiorenne  e  possiedo  abbastanza  per
    mantenere me e una vecchia dama di compagnia che mi lasci sola. Quando
    debbo? Io non desidero andar via.
    Il  conte  la  guard attonito.  Quei grand'occhi limpidi non dicevano
    nulla, proprio nulla. Aspettavano una risposta.
    Non desiderate andar via?  Desiderate dunque che me ne vada  io?  Eh?
    Quello  vi farebbe comodo?  Ma per Dio santo,  parlate chiaro.  Se non
    desiderate andar via, che diavolo desiderate? Perch vi comportate con
    me come se io fossi un  carceriere?  Che  vi  ho  fatto  io?  Lei  ?
    Niente.
    Chi dunque? Steinegge? Che vi ha fatto Steinegge?
    Paura.
    Come, paura?
    E' tanto brutto!
    Il  conte  si rizz sul suo seggiolone e,  impugnandone con violenza i
    bracciuoli,  porse verso sua nipote la fronte corrugata  e  gli  occhi
    fiammeggianti.
    Oh diss'egli se credete farvi gioco di me,  la sbagliate;  se avete
    voglia di scherzare,  scegliete male il vostro momento.  Quando ho  la
    compiacenza  di  domandarvi  cosa vi offende in casa mia,  non bisogna
    mica rispondermi come una cingallegra parigina;  bisogna  parlare  sul
    serio!
    A che serve se Ella ha risoluto che io parta?
    Chi  ha  detto  questo?  Io  ho  detto che non siamo fatti per vivere
    assieme e vi ho indicato una possibile occasione di mutar soggiorno  e
    compagnia.  E  prima  di  tutto  ho dichiarato che dovrete in avvenire
    essere civile con me e con i miei ospiti onde non  costringermi  a  un
    pronto provvedimento.
    Marina  non  aveva  ancora risposto,  quando entr la Giovanna,  tutta
    commossa.
    Signor padrone, quei signori sono qui!
    Diavolo esclam il conte alzandosi, e usc in fretta.
    Marina and a gittarsi sul seggiolone rimasto vuoto, vi si dondol con
    le braccia incrociate,  il capo appoggiato alla  spalliera,  le  gambe
    accavalciate e la punta brillante d'uno stivalettino nero slanciata in
    aria come una sfida.
    Si udivano parecchie voci al piano terreno,  o meglio una voce sola, a
    getto continuo,  sonora,  colorita,  con accompagnamento di altre voci
    note e ignote, di risa brevi, rispettose.
    Oh che viaggio diceva quella voce oh che paesi,  oh che gente!  Hai
    la mia borsa, Momolo? Vi racconter, creature.  Chi sei tu,  bellezza?
    La sua cameriera?  Brava,  cara.  E dov' questo benedetto Cesare? Sta
    sulle tegole a quest'ora? Dimmi, tesoro, cos'hai nome?  Fanny?  Senti,
    Fanny, quel palo bianco l  un frate o un cuoco? Ma che ci prepari un
    brodo,  benedetto da Dio.  Nepo,  sei languido, "fio"? Oh Dio, Cesare,
    che vecchio, che brutto!
    Con quest'ultime parole gridate nelle palme delle mani  di  cui  s'era
    coperta il viso, la contessa Fosca Salvador salut il conte Cesare che
    le  veniva  incontro frettoloso con una faccia che voleva e non poteva
    essere allegra.  Peggio fu quando la contessa volle fargli un bacio  e
    lo  affog  in  un  diluvio di chiacchiere.  Egli ne perdette quasi la
    testa.  Continuava a rispondere s s s col suo vocione  pi  grosso,
    stringeva  la  mano  a  Nepo  e  stava  per fare lo stesso col vecchio
    domestico della contessa,  malgrado i suoi grandi  inchini  e  il  suo
    ripetere: Eccellenza, Eccellenza.
    "Ci"  grid  la contessa sta a vedere che mi bacia Momolo.  C' di
    meglio se volete baciare: ma voi gi siete un orso.
    Il conte Cesare stava  sulle  brage.  Avrebbe  volentieri  mandato  al
    diavolo  tutta  la compagnia.  I discorsi della contessa gli mettevano
    rabbia.  Momolo e le due  donne  che  stavano  silenziosi  dietro  Sua
    Eccellenza ebbero pure da lui uno sguardo poco benevolo. Se avesse poi
    veduto nel cortile,  tra le macchie di fiori, la nuova macchia nera di
    bauli, casse e borse accatastate!
    E' una invasione,  caro conte,  una invasione ripeteva Nepo  girando
    per  il  vestibolo  quasi  a  tentoni  perch  ci  si  vedeva poco,  e
    frugandone ogni angolo col naso per trovar posto al  suo  bastone,  al
    soprabito, al cappello.
    L'ho proprio detto alla mamma ch'era un abusare...
    S,  me  l'ha detto e io gli ho risposto: Abusiamo,  benedetto.  Cosa
    sar?  Mio cugino non ha egli un cuor di  Cesare?  Oh  se  avessi  mai
    saputo che bisognava fare questo dio di strada,  vi dico in fede,  non
    avrei abusato.  Caro il mio caro "pampano",  non dite  niente  che  si
    doveva venir stamattina? Non sapete?
    S, s, mi racconterete quello disse il conte che non ne poteva pi.
    Intanto venite di sopra.
    Vengo,  anima  mia,  se  posso.  Vi raccomando il mio Momolo e la mia
    Catte. Son vecchietti, povere creature, credo che saranno mezzi morti.
    Tiratemeli su.  A proposito,  Catte,  dov'  quella  ragazza?  Non  ha
    veduto, signor orso, che "cocola" le ho condotto?
    Non era dunque una seconda cameriera la giovinetta vestita di nero che
    stava dietro la vecchia Catte? No, ell'aspettava che la prima tempesta
    dell'incontro  si  chetasse.  Si  fece  avanti e disse al conte Cesare
    parlando in buon italiano, ma con un forte accento straniero:
    La prego,  signore,  di volermi dire se  il  signor  capitano  Andrea
    Steinegge abita qui.
    Sicuramente, signorina rispose il conte, meravigliato.
    Il mio buon amico Steinegge sta qui.  Egli non usa veramente di farsi
    chiamare capitano, ma...
    Era  capitano,   signore.   Capitano  austriaco,   agli   usseri   di
    Liechtenstein.
    Oh,  non  ne  dubito,  signorina.  Credo anzi che una volta il signor
    Steinegge mi ha raccontato quello. E Lei desidera vederlo?
    La voce ferma  della  giovinetta  parve  mancare.  Si  ud  appena  un
    bisbiglio.
    Eh? ripet il conte con accento benevolo.
    S, signore.
    Ora  fuori, ma verr presto. La prego di salire ad aspettarlo.
    Grazie, signore. Rientrer egli da questa parte?
    Da questa parte.
    Allora se permette, resto qui.
    Il  conte  s'inchin,  ordin di portare un lume per la signorina e si
    avvi di sopra con gli ospiti.  La contessa  Fosca  gli  raccont  che
    quella  ignota  signorina era discesa con 128 loro dal treno,  e aveva
    chiesto,  com'essi,  una  vettura  per  il  Palazzo;   che  vedendola,
    pover'anima,  sola  soletta  (e alla stazione non c'era mezzo asino da
    farsi trascinar via) le aveva offerto di venire, se voleva,  con loro,
    posto  che in paese si fossero trovate vetture,  come infatti a grande
    stento se ne trovarono.  Chi sia e cosa voglia aggiunse la  contessa
    non l'ho inteso.  Gi ha detto pochissime parole; e, volete che ve la
    dica? "Mio fio" sostiene che parl italiano e io ho sempre creduto che
    parlasse tedesco. Estenuata poi! Questo s l'ho capito.  Grazie tante;
    un viaggio di questa sorte!
    Il  conte non fiat.  "Che duro,  la mia anima" mormor Sua Eccellenza
    tra s. "E Marina!  Dov' questa briccona di Marina?  E' a cena forse?
    Perch dico..."
    In quella entr Marina. Ella abbracci la contessa, strinse la mano al
    cugino  con grazia disinvolta e si lasci dire dalla prima un mondo di
    dolcezze,  di  complimenti,  sulla  sua  bellezza,  con  dei  risolini
    pazienti,  delle strette a quattro mani, dei brevi: "Cara! Che cara!".
    Sua  Eccellenza  Nepo  parlava  intanto  con  il  conte  Cesare.   Sua
    Eccellenza   era   un  giovanotto  sui  trent'anni,   bianchissimo  di
    carnagione,  con un gran  naso  aquilino  male  appoggiato  a  sottili
    baffetti neri,  con un paio di occhioni neri a fior di testa, il tutto
    incorniciato da una ricciuta zazzera nera e da  un  collare  di  barba
    nera  che  pareva posticcia su quella pelle di latte e rose.  Aveva le
    mani assai piccole e bianche. Parlando sorrideva sempre.  Il suo passo
    breve,  ondulato,  i gomiti quasi sempre stretti alla vita, il parlare
    stridulo,  frettoloso,  mettevano intorno a lui un'aura femminile  che
    feriva  subito  chi  lo  incontrava  la  prima  volta.  A  Venezia  lo
    chiamavano il conte "Piavola".  Non  mancava  per  d'ingegno,  n  di
    coltura,  n  di  ambizione.  Aveva emigrato nel 1860 ed era venuto in
    Torino per educarsi alla politica.  Col studiava economia  e  diritto
    costituzionale,  frequentava  le  sale dei pochi ministri che tenevano
    societ,  le Camere e le "tote" dei baracconi di piazza Castello.  Gli
    era  venuta l'idea di entrare in diplomazia,  ma non aveva ancor preso
    gli esami; si teneva sicuro che, liberato il Veneto, un collegio, dove
    era grande proprietario, lo avrebbe inviato alla Camera.
    Ed ora,  mentre la vena  inesauribile  della  contessa  Fosca  gittava
    chiacchiere sul capo di Marina,  egli, dal canto suo, torturava gi il
    conte Cesare con la propria  biografia,  con  la  relazione  de'  suoi
    studi,  delle  sue  speranze.  Il conte,  che sapeva poco dissimulare,
    stava l ad ascoltarlo,  quasi sdraiato sulla seggiola,  col mento sul
    petto,  le  mani  in tasca e le gambe sgangherate;  e alzava il capo a
    ogni tanto per dargli una occhiata fra l'attonito e l'infastidito.
    Quando Dio volle un domestico annunci che la cena per i  signori  era
    pronta. La contessa Fosca volle a forza il braccio di suo cugino. Nepo
    s'affrett  di  offrire il suo a Marina,  che l'accett con un leggero
    cenno del capo, guardando la contessa e continuando a parlare con lei.
    S'era fatto un braccio aereo; non toccava quasi quello di Nepo; appena
    entrata nella sala da pranzo, se ne sciolse.
    Intanto la giovinetta vestita di nero aspettava seduta nel  vestibolo.
    Essa non pareva udire le voci n i passi sopra il suo capo, non pareva
    avvedersi  dei  servi  che  andavano e venivano chiamandosi,  ridendo,
    gittandole occhiate curiose, diffidenti.  Si era tratta accanto la sua
    borsa da viaggio e guardava la porta.
    S'ud  un  passo  di fuori,  sulla ghiaia;  Steinegge si affacci alla
    porta. Ella levossi in piedi.
    Steinegge la guard  un  momento,  meravigliato,  e  pass  oltre.  La
    giovine signora fece un passo e disse a mezza voce:
    "Ich bitte".
    Il povero vecchio tedesco,  colto cos all'impensata,  si sent dar un
    tuffo nel  sangue  da  quelle  due  semplici  parole  pronunciate  con
    l'accento  di Nassau.  Non seppe dire altro che "O mein Frulein" e le
    porse ambe le mani.
    E' Lei rispose la giovinetta con voce tremante e sempre  in  tedesco
     Lei il signor capitano Andrea Steinegge di Nassau?
    S, s.
    Credo ch'Ell'abbia laggi una famiglia.
    S, s.
    Io ho notizie...
    Ha notizie? Notizie della mia bambina? Oh, signorina!
    Giunse  le mani come davanti a un santo.  I suoi occhi brillavano,  le
    labbra eran convulse,  tutta la persona esprimeva un  desiderio  solo,
    angoscioso.  Lo  aveva  ben  detto  la  contessa  Fosca  che la povera
    signorina  era  estenuata.  Divent  pallida  pallida,   e  mormor  a
    Steinegge che, ansando, le aveva cinta la vita con un braccio:
    Niente, un poco d'aria.
    Egli  la  port  pi che non l'accompagnasse fuori,  l'adagi sopra un
    sedile di ferro,  e,  divorato da mille  angoscie,  immaginando  dover
    udire  da  lei  tutte le sciagure possibili,  forse la pi grande,  le
    prese ambedue le mani,  parl con voce carezzevole,  dolce,  a  quella
    ignota fanciulla del suo paese,  cos sola in terra straniera. Ritrov
    nella memoria  tenere  espressioni  del  tempo  andato,  sante  parole
    paterne,  taciute  per anni e anni,  colorate ora di soavit religiosa
    dal rispettoso "Lei" che le accompagnava. Intese ella, rinfrancandosi,
    il rispettoso "Lei" o intese solamente dirsi "mein  Kind",  "fanciulla
    mia?".  Perdette  la  memoria  delle  prime parole scambiate o la voce
    affettuosa le fece credere che tutto il suo segreto fosse stato detto?
    Gitt le braccia al collo di Steinegge e si sciolse in lacrime.
    Pare incredibile;  Steinegge a prima giunta  non  cap.  Egli  portava
    sempre  viva nel cuore l'immagine di sua figlia quale l'aveva lasciata
    bambina di otto anni,  piccina piccina,  con due occhi  grandi  e  dei
    lunghi  capelli  biondi.  L'atto,  le  lacrime  della  giovinetta  gli
    dicevano " lei",  ma egli comprendeva e  non  comprendeva  nel  tempo
    stesso,  non  poteva  cos  rapidamente  immaginare una trasformazione
    simile. Oh, pap! diss'ella fra la tenerezza e il rimprovero. Allora
    solo il suo cuore e la sua mente s'illuminarono  insieme.  Con  parole
    rotte,  incoerenti,  si  butt ginocchioni a' piedi di sua figlia,  le
    afferr una mano, se la strinse alle labbra. Con la infinita gioia che
    gli faceva veramente male a tutto il petto,  alla gola,  sentiva  pure
    una gratitudine umile senza confine.
    Edith,  cara,  cara Edith, bambina mia diss'egli con voce soffocata.
    Ma  Lei proprio Edith? Ma come puoi esser tu?
    E' carit pel povero Steinegge non ripetere le parole assurde che  gli
    uscirono  di  bocca  in  quei  momenti deliziosi.  La improvvisa gioia
    intorbida il pensiero,  come certi liquori forti e  soavi  intorbidano
    l'acqua pura.
    Edith taceva, rispondeva a suo padre serrandogli la grossa mano tra le
    sue, nervose, appassionate.
    Un lume brill sulla porta del palazzo e vi rimase fermo.
    Pap disse subito Edith mi presenti.
    Steinegge  si  lev  a  malincuore.  Non  aveva  badato  a  quel  lume
    impertinente: sarebbe rimasto l tutta la notte solo  con  lei  e  non
    capiva  tanta  fretta  d'essere  introdotta.  Non pens n l'anima sua
    leale poteva immaginare quali  false,  perfide  parole  fossero  state
    sussurrate  a  sua  figlia  contro  di lui.  Edith non le aveva volute
    credere,  ma qualche dubbio angoscioso n'era ben rimasto in lei;  ella
    temeva,  almeno,  che  anche  l in quella casa sconosciuta si potesse
    pensar male di suo padre.  Essa conosceva gi il mondo assai meglio di
    lui che ne aveva veduto tanto.
    Entrarono,  la figlia a braccio del padre.  Era la curiosa Fanny,  che
    stava sulla soglia con una candela in mano.
    Buona sera disse Edith.
    Fanny,  che non  teneva  in  gran  stima  "lo  straccione"  Steinegge,
    arrischiava  un  risolino  beffardo  quando  Edith pass davanti a lei
    salutandola.  Il risolino le  mor  sulle  labbra  ed  ella  s'inchin
    graziosamente senza salutare.
    "In  qual  modo"  pensava "il vecchio 'zuruch' pu avere dimestichezza
    con una damigella cos?"
    Aveva visto una bellezza delicata e seria, una persona elegante; aveva
    notato il  passo,  l'atto  di  saluto,  la  voce  dolce  e  bassa,  la
    semplicit  severa  dell'abito;  e  con  la  sua esperienza delle vere
    signore, aveva giudicato assai bene di Edith.
    Fateci lume disse Steinegge.
    Fanny lo guard, meravigliata. Dove aveva egli preso tanta audacia? Di
    solito osava appena pregare i domestici.  Davvero pareva cresciuto  di
    un  palmo  e  camminava impettito come un soldato che dia il braccio a
    una regina. Fanny obbed.
    Steinegge present sua figlia senza la umilt ossequiosa  ch'  debito
    di chi presenta una parente ai propri superiori. Il conte Nepo e donna
    Marina si mostrarono freddissimi. Il conte Cesare fu cordiale. Si alz
    in piedi,  prese con sincera compiacenza la mano della giovinetta e le
    parl col suo vocione benevolo della stima e dell'amicizia  che  aveva
    per  suo  padre.  La  contessa  Fosca  chiedeva  spiegazioni all'uno e
    all'altro e non arrivava mai a capire.  Quando ci arriv Oh che caso,
    oh  che  caso!  non rifiniva pi dal fare esclamazioni di meraviglia,
    congratulazioni e domande di ogni genere.
    Perch va a sedere cos lontano,  benedetta? diss'ella a Edith.  Di
    contentezza  non  si cena,  sa;  e dopo cena,  La ci vorr bene pi di
    prima al pap. Venga qua, cara da Dio, venga qua.
    Edith si scus con garbo.  Il conte,  indovinando che padre  e  figlia
    desideravano   rimaner   soli,   osserv  che  forse  la  viaggiatrice
    abbisognava sopra tutto di riposo e invit Steinegge ad accordarsi con
    Giovanna per la stanza di madamigella Edith,  la quale avrebbe  potuto
    farsi recar da cena col pi tardi, se lo desiderasse.
    Giovanna  condusse  Edith in una stanza attigua a quella di suo padre.
    Questi camminava intanto su e gi  pel  corridoio,  entrava  e  usciva
    dalla  sua  camera,  parlando forte alle pareti,  al pavimento e sovra
    tutto al soffitto, fermandosi ad ascoltare i passi e le voci delle due
    donne nella camera vicina,  con lo sguardo torbido e il viso  ansioso,
    come se temesse di non udire pi nulla,  di trovar che il vero non era
    pi vero. Finalmente Giovanna usc e discese le scale.
    Poco dopo quell'uscio si schiuse da capo e una voce disse piano:
    Pap.
    Steinegge entr e abbracci  sua  figlia.  Non  potevano  parlare,  si
    guardavano.  Ella sorrideva fra le lagrime silenziose; egli si mordeva
    il labbro inferiore,  mostrava negli occhi  un  dolore  pungente,  uno
    spasmo in ogni muscolo del viso; Edith comprese, gli appoggi la testa
    sul petto e mormoro:
    Ella  contenta, pap.
    Il povero Steinegge tremava come una foglia, faceva sforzi incredibili
    per  frenare  la  commozione.  Edith  si  trasse  dal  seno un piccolo
    medaglione, l'aperse e lo diede al padre. Questi non lo volle guardare
    e glielo restitu subito dicendo S,  s  battendosi  una  mano  sul
    cuore. Stette muto per qualche minuto ancora, poi and risolutamente a
    spegnere il lume.
    Adesso  racconta diss'egli.  Perdonami se faccio cos.  Voglio solo
    udire la tua voce e figurarmi che non  sono  passati  tanti  anni.  Ti
    rincresce?
    No,  non  le  rincresceva.  La immagine che aveva serbata di suo padre
    nella memoria era venuta lentamente trasformandosi  col  tempo,  s'era
    elevata  e  abbellita;  proprio all'opposto del pover'uomo.  Anche per
    Edith v'era adesso qualche cosa  di  straniero  nell'aspetto  di  lui;
    anch'essa  aveva  bisogno  di  abituarvisi prima di potergli parlare a
    cuore aperto. Nelle tenebre, invece, la voce di cui tante volte, lass
    a Nassau,  aveva cercato di ricordare il timbro esatto,  la cara  voce
    paterna le correva dentro per tutti i nervi,  le riempiva il petto, le
    riportava impetuosamente nel cuore i pi minuti ricordi dell'infanzia.
    Anche a lei piaceva parlare cos, all'oscuro.
    E raccont quei dodici anni passati con il nonno materno, due zii e le
    loro famiglie.  Il nonno,  morto da pochi mesi,  era stato assai buono
    per lei, ma non aveva permesso mai che in casa si pronunciasse neppure
    il  nome  del  proscritto.   Edith  ne  parl  con  delicata  piet  e
    temperanza, dissimulando, scusando, per quanto era possibile, gli odii
    tenaci del vecchio,  imbevuto di pregiudizi che nessuno della famiglia
    si era mai curato di combattere.  Steinegge non la interruppe mai; era
    ansioso di udire l'ultima parte del racconto,  di sapere  come  Edith,
    che  aveva lasciate senza risposta tutte le sue lettere,  si fosse poi
    decisa di abbandonare patria e parenti per venire in traccia  di  lui.
    Quest'ultima parte fu la pi difficile e amara per la narratrice. Fino
    alla  morte  del  nonno  essa non aveva ricevuto alcuna lettera di suo
    padre.  Morto il nonno,  ne aveva trovata per caso  una  direttale  da
    Torino  e  aveva  saputo  in  pari  tempo  che  fino  a due anni prima
    moltissime altre lettere erano arrivate per lei da vari  paesi  e  che
    tutte erano state trattenute e distrutte.
    Qui  il  racconto  fu  interrotto da un'espansione di Steinegge contro
    quei maledetti bigotti ipocriti furfanti vili che son capaci di queste
    azioni da assassini.  Tempest sbuffando per la camera buia e  non  si
    ferm  se  non  quando ebbe rovesciate due sedie.  Allora ud un passo
    leggero venire a lui, si sent una mano sulla bocca.  Tutta la sua ira
    cadde. Egli baci quella mano e la tolse con ambo le sue.
    Hai ragione disse ma  orribile!
    Oh no,   basso,  basso, molto pi basso di noi, pap. Ella continu
    narrando come quella lettera vecchia di due  anni  e  mezzo,  l'avesse
    quasi  fatta  impazzire.  La  sapeva  a  memoria.  Ripet le preghiere
    appassionate fatte agli zii onde ricuperare qualche altra lettera.  Ma
    erano  tutte  scomparse  e  neppure  una  ne pot tornare in luce.  Si
    spezzarono invece i fragili  legami  che  tenevano  unita  Edith  alla
    famiglia  materna  dopo  la  morte  del nonno.  Ella ebbe la sua parte
    dell'eredit,  modicissima  perch  gli  eredi  erano  parecchi  e  la
    famiglia,  non molto ricca, aveva sempre vissuto signorilmente. Chiese
    di poterne disporre subito e l'ottenne a condizioni  inique  che  ella
    accett senza discutere.  Part subito per l'Italia,  sola, con la sua
    piccola eredit, seimila talleri, e una lettera per un impiegato della
    Legazione di Prussia a Torino,  che prestava i suoi buoni uffici anche
    ai  cittadini del Nassau.  Si rec difilata a Torino;  quel signore si
    adoper molto per lei e fu  presto  in  grado  di  farle  sapere  dove
    avrebbe potuto trovare suo padre. Edith termin con dire come si fosse
    accompagnata ai Salvador.
    Steinegge  osserv allora ch'era forse suo dovere scendere nel salotto
    prima che gli ospiti del conte si  ritirassero.  Accese  il  lume  per
    Edith  e la preg di attenderlo;  si sarebbe sbrigato in pochi minuti.
    Esc in fretta e scese la scala senza badare che  la  lampada  sospesa
    sul  pianerottolo  del  primo  piano  era spenta e che nessuna voce si
    sentiva tranne quella dell'orologio. Scocc da questo,  mentre passava
    Steinegge, un tocco sonoro. Pareva dicesse: "Ferma!". Quegli si ferm,
    accese  uno zolfanello.  Le undici e mezzo!  Lo zolfanello si spense e
    Steinegge rimase immobile con la  mano  distesa  in  aria.  Possibile?
    Avrebbe creduto che fossero le nove e mezzo.  Risal la scala in punta
    di piedi e spinse pian piano l'uscio della camera di Edith.
    Ella era ritta davanti  alla  finestra  aperta,  teneva  stretta  alla
    persona  con  le  mani  giunte la spalliera d'una seggiola e curva sul
    petto la testa.
    Steinegge si fermo;  gli si era  stretto  il  respiro.  Sentiva  forse
    gelosia  dell'Invisibile  cui  saliva  allora,  oltre  le  stelle,  il
    pensiero di sua figlia?  Non lo sapeva bene neppur lui,  che sentisse.
    Era un freddo,  un'ombra fra Edith e s.  Egli non aveva mai nella sua
    mente  distinto  Iddio  dai  preti,   dei  quali  parlava  sempre  con
    disprezzo,  bench  fosse incapace di usare la menoma scortesia al pi
    zotico e bigotto chierico della cristianit.  Aveva spesso pensato con
    dolore che sua figlia sarebbe stata educata dai preti; e ora, solo per
    averla  veduta  pregare,  gli  pareva  che  lo avrebbe amato meno,  si
    sgomentava del futuro.
    Edith s'avvide di lui, depose la seggiola e disse:
    Avanti, pap.
    Ti disturbo? Ella si meravigli del tono  sommesso  e  triste  della
    domanda  e rispose con un "no" attonito,  levando le sopracciglia come
    per dire: "Perch mi domandi cos ?".  Lo volle  accanto  a  s,  alla
    finestra.
    Era  una  notte senza luna,  quieta.  Il lago non si distingueva dalle
    montagne.  Appena si vedeva a piedi dell'alta  finestra  una  striscia
    biancastra,  il viale di fronte all'arancera,  lungo il lago. Tutto il
    resto era un'ombra che cingeva da ogni parte il cielo grigio; e dentro
    a quell'ombra si udiva di tratto in tratto il breve e  dolce  mormorar
    dell'acque chete,  che,  rotte dal guizzo d'un pesce, si dolevano e si
    riaddormentavano.
    Edith e suo padre conversarono ancora lungamente a voce bassa,  per un
    inconscio  rispetto  alla  silenziosa  maest  della  notte.  Ella gli
    domandava mille cose della vita passata,  dalla  separazione  in  poi;
    faceva domande disparatissime,  perch ne aveva preparato un tesoro da
    lunga pezza e ora le venivano sulla bocca alla rinfusa,  alcune  gravi
    come questa: se avesse mai sofferto di nostalgia;  alcune puerili come
    quest'altra: se ricordasse il colore della tappezzeria  del  salottino
    dov'ella  aveva  dormito  e sognato di lui per dodici anni.  Al povero
    Steinegge si spandeva nel petto  una  dolcezza  ricreante,  un  calore
    d'orgoglio.  Raccontando  ad  una  ad  una  le  sue  tribolazioni alla
    giovinetta che ne palpitava e ne piangeva, quel che aveva sofferto gli
    pareva niente a fronte della consolazione presente.
    Un suono di campane pass sul Palazzo,  and a echeggiare nelle valli,
    a  perdersi nei fianchi selvosi dei monti.  V'era l'indomani una sagra
    in Val...
    Perch suonano, pap ?
    Non lo so,  cara rispose Steinegge.  "Die Pfaffen  wissen  es",  il
    pretume lo sa. Appena pronunciate queste parole,  sent di aver detto
    male e tacque. Tacque anche Edith.
    Il silenzio dur qualche minuto.
    Edith disse finalmente Steinegge sarai stanca non  vero?
    Un poco, pap.
    Era sempre tenera quella cara voce argentina;  Steinegge  si  consol.
    Era sempre tenera quella voce, ma vi suonava dentro stavolta una nuova
    corda delicatissima,  mesta, appena sensibile. Poi che Steinegge si fu
    congedato con un bacio,  Edith torn alla finestra e parve  parlare  a
    lungo  con Qualcuno al di l delle nubi.  Intanto suo padre non poteva
    trovar posa.  Torn cinque  o  sei  volte  a  picchiar  all'uscio  per
    chiederle se aveva acqua, se aveva zolfanelli, a che ora voleva essere
    svegliata,  se le dovevano portare il caff,  se desiderava questo, se
    desiderava quello. Fu tentato di coricarsi l all'uscio,  come un cane
    fedele;  finalmente,  poco  prima  dell'alba,  and a coricarsi bell'e
    vestito sul suo letto.
    Capitolo secondo.
    I SALVADOR.

    "El xe largo e longo,  Etelenza" disse alla contessa  Fosca  la  sua
    fedele Catte,  versandole il caff in una tazza larghissima, mentre la
    contessa,  alzando la testa  dal  cuscino  e  facendosi  puntello  de'
    gomiti,  considerava  con  occhi diffidenti il vassoio,  la tazza,  la
    sottocoppa, la zuccheriera, il bricco levato in aria e il filo arcuato
    del caff cadente.
    Benedetta Venezia! diss'ella.
    Eh, Eccellenza, benedetta Venezia!
    "La xe aqua,  ci" disse la contessa con una  smorfia  deponendo  la
    tazza sul vassoio dopo avervi appena posate le labbra.
    Acqua schietta, Eccellenza. Ce l'ho detto io a quella vecchia. Questa
      la  secchia  (Catte  accenn alla tazza) e questo  il pozzo (Catte
    accenn il bricco).  Oh che casa,  Eccellenza!  La vecchia ha fatto il
    muso  per  le  lenzuola  e io le ho cantato che Sua Eccellenza non pu
    dormire se non  nelle sue lenzuola.
    Questo ci hai detto ?
    S, Eccellenza.
    Hai fatto bene, sa. Le ho tolte per l'albergo,  ma gi che vi sono...
    Vestimi, che presto sar ora di Messa.
    Come  La  comanda,  Eccellenza.  La  cameriera giovane,  quella della
    marchesina Marina,  mi ha dato ragione,  se non  fallo,  perch  tanto
    l'una che l'altra parlano peggio dei levantini.  Sa,  Eccellenza, cosa
    si capisce?  Che qui padroni e servitori,  con buon rispetto parlando,
    son tutti cani e gatti.
    Dimmi,  dimmi.  Quest'altra calza,  "siora sempia"! Dimmi, dimmi. Non
    c' male queste gambe, ancora, ah?
    Eh, Eccellenza, quante sposine vorrebbero...!
    S, dimmi, "vecia", conta su. Cani e gatti, ah?
    Eh cani e gatti, Eccellenza.  Il signor conte e la signora marchesina
    non si possono vedere.  La si appoggi a me.  Piano, Eccellenza, piano,
    che il letto  alto. Quando si guardano pare che si vogliano mangiare.
    Cos ci ha detto il cuoco a Momolo, perch pare che il cuoco non tenga
    n dall'uno n dall'altra. Ne contano di belle.
    Conta su.
    Ma non so, Eccellenza, se posso, perch c'entra il signor conte...
    Eh,  stupida,  quando vi dico di contar su,  il vostro  dovere    di
    contar su.
    Come  La  comanda,  Eccellenza.  Ecco,  si vuole che il signor conte,
    tempo fa,  volesse prendere la signora marchesina  e  che  la  signora
    marchesina si disperasse perch,  ohe poveretta,  giovane la ,  anima
    mia...
    Contate su senza tante anime.
    Come La comanda, Eccellenza. Dunque la signora marchesina si ammal e
    andava a "torzio" colla testa;  da quel tempo non ha pi potuto vedere
    il  conte;  e  il signor conte ha dovuto metterla via;  ma anche lui 
    diventato rabbioso con lei.  Dopo  nato un  altro  pettegolezzo  d'un
    giovane...
    D'un giovane?
    Per servirla, Eccellenza.
    Che giovane ?
    Sua Eccellenza era inquieta.
    Qua vien lo sporchetto, Eccellenza. Il suo nome di questo giovane non
     il suo nome. Pare che ci sia un pasticcio... non so se mi spiego.
    Eh,  insensata,  fra  me e te,  abbiamo duecento anni,  e pigli tutti
    questi giri?
    Come La comanda,  Eccellenza.  Questo giovane ha un altro nome,  ma 
    figlio del signor conte. Eccola tonda.
    Sua  Eccellenza  si  slacci  la  cuffia  da notte e rimase un momento
    immobile,  a bocca aperta,  guardando  Catte.  Poi  si  strinse  nelle
    spalle.
    Sciocchezze, insulsaggini diss'ella bugie. E dunque?
    Adesso  vien  l'imbroglio.  Non  ho capito se ci fosse del tenero fra
    costui e la signora marchesina o se abbiano trovato  da  dire  fra  di
    loro,  e che lui, voglio dire, che lei ne abbia dette quattro a lui, o
    se il conte volesse che lei lo togliesse, questo giovine,  e che a lui
    non le piacesse,  o che la si fosse messa in pensiero,  si sa,  per la
    roba, 'ci', e che lui...
    Sua Eccellenza butt via la cuffia.
    Uff, che caldo che mi fai! Cosa vuoi che capisca? Dammi quell'affare!
    Quell'affare, s, quell'affare! Non capisci? Vai "alla Sensa"?
    Catte and a pigliar la parrucca di Sua  Eccellenza  e  si  dispose  a
    mettergliela.
    E poi? disse la contessa.
    E  poi...  La permetta,  Eccellenza,  che siamo un poco storti.  Ecco
    cos. No, ancora un pochetto.
    Sua Eccellenza soffiava come una macchina a vapore.
    La senta, Eccellenza.  Chi  adesso che ha da dire che la  parrucca?
    Dopo  tutto,  la  porta anche la Madonna.  La compatisca,  Eccellenza.
    Dunque un bel d non so come,  nato un "bordelo",  grida tu che grido
    anch'io,  non so se si siano anche pettinati, l'amico senza dire "cani
    vi saluto" infil la calle e chi s' visto  s'  visto.  Cose  di  sei
    giorni sono.  E quel tedesco,  Eccellenza,  che "macia"!  Stamattina 
    venuto gi lui a prendere il caff da portare  alla  sua  tedeschetta.
    C'era  abbasso  anche  il  signor  conte,  perch quello  proprio "el
    massariol",  lo si trova dappertutto,  pare che vi comparisca di sotto
    terra.
    Tacete,  pettegola interruppe la contessa Fosca. Ho tanto di testa.
    Cosa volete che me ne faccia di  tanti  pettegolezzi  ?  Fate  presto.
    Specchio.  Brava,  gioia. La Madonna porta ella quell'affare sul naso?
    Questo si acquista con darvi libert,  che non fate pi  attenzione  a
    niente. Presto. Sua Eccellenza  alzato?
    Credo di s. Ho visto Momolo portargli gli abiti.
    Bene, andate a dirgli di venire da me. Presto!
    Subito, Eccellenza.
    "Per diana,  tu puzzi ancora di baccal,  'ci'" soggiunse Catte fra i
    denti, chiudendo l'uscio dietro di s.
    Non era colpa della contessa Fosca se suo  padre,  dopo  essere  stato
    "sbrodegher",  aveva  venduto  ai  veneziani  e  alla  terraferma  uno
    sterminio di baccal.  Quando il conte Alvise Sesto Salvador si  degn
    di  sposarla,  i  suoi  concittadini  le  inflissero  il  nomignolo di
    contessa Baccal.  Ella sapea tuttavia liberarsene presto per  la  sua
    bonariet  disinvolta,  per  la  franchezza con la quale parlava della
    propria origine, per la sua schietta e allegra ignoranza.  Con l'andar
    del  tempo si fece voler bene persino dalle gran dame pi schizzinose;
    il tanfo dei negozi  paterni  and  perdendosi;  ci  voleano  le  nari
    maligne di Catte per coglierlo ancora.
    In  vent'anni  di  matrimonio  il fu conte Alvise Sesto,  buttando via
    quattrini a destra e a manca con l'aiuto dell'allegra  signora,  aveva
    cominciato  a rivedere qua e l il fondo della cornucopia,  su per gi
    come prima del suo matrimonio.  Alla sua morte la  contessa  Fosca  si
    trov in possesso di latifondi sterminati,  di debiti colossali,  e di
    un ragazzetto mingherlino,  ammirato in casa e fuori di casa,  come un
    grande  ingegno.  La  contessa  volle  sapere a puntino in quali acque
    navigasse;  si spavent,  si raccomand alla Madonna dei Miracoli,  ad
    avvocati,  a santi,  a uomini d'affari; ebbe la fortuna di trovare una
    valente e proba persona, l'avvocato Mirovich,  che accett di mettersi
    a  "pope"  e  promise  condur  la barca a salvamento.  Si introdussero
    grandi  economie  nella  famiglia,  si  mise  Nepo  in  collegio,   si
    vendettero due tenute in Friuli;  e certe anticaglie polverose,  degne
    agli occhi della contessa d'esser buttate in rio, uscirono dal granaio
    del Palazzo per finire al Museo Britannico.
    Mentre le guaste fortune di casa Salvador  si  andavano  racconciando,
    Sua  Eccellenza  Nepo  assodava la sua riputazione in collegio.  Aveva
    memoria prodigiosa,  parola assai facile;  non era sfornito d'ingegno,
    se  ne  attribuiva  con  l'aiuto  dei maestri e di compagni adulatori,
    moltissimo. Escito di collegio, studi leggi a Padova. Nell'Universit
    il suo nome non si lev sugli altri.  Con il  grosso  degli  studenti,
    scapestrati aperti,  democratici "intus et in cute",  egli, delicato e
    molle,  non poteva accordarsi.  Non ebbe adulatori;  fu addetto a  una
    chiesuola timida di eleganti,  motteggiata,  satireggiata dagli altri.
    Trovava modo di sdrucciolare spesso a  Venezia  e  d'indugiarvisi.  Si
    occupava  di  economia  politica  e  sapeva fare l'elegante,  comparir
    signore, applicando segretamente la legge del minimo mezzo.
    I suoi primi passi nella societ furono fortunatissimi.  Egli era  una
    speranza bianca e rosea di mamme e di figliuole,  una speranza di quei
    patrioti che desideravano alta la illustre nobilt  veneziana.  Quando
    si annoveravano nei crocchi i giovani pi valenti di Venezia, qualcuno
    cominciava  a  dire  "c'  Salvador".  Gli  bastava per questo,  a lui
    patrizio,   conoscere   il   tedesco,   l'inglese,   essere   abbonato
    all'"Economiste"  e  al  "Journal  des Economistes",  andare a qualche
    seduta dell'Istituto, spiegare da Florian cosa avessero fatto di tanto
    noioso i pionieri di Rochdale per seccare l'universo.  In  pari  tempo
    svolazzava intorno alle gran dame e alle belle dame senza bruciarsi le
    ali  e nemmanco il cordoncino dell'occhialetto;  scherzava impunemente
    con loro, le consigliava nelle pi gravi minuzie, acquistandone a poco
    a poco certa stima "sui generis",  per cui esse non potevano parlar di
    Nepo Salvador senza farne gran lodi e sorridere.  Il suo nome illustre
    e la buona opinione che molti avevano di lui,  piuttosto per desiderio
    e per fede che per conoscenza dell'uomo, prevalsero un pezzo su questi
    equivoci  sorrisi  e  sui  giudizi che poche persone,  a quattr'occhi,
    facevano di lui.  Finalmente i sussurri  si  propagarono,  diventarono
    mormorii, bisbigli, voci; il credito di Nepo si sdrusc rapidamente da
    ogni  parte;  il  suo  perpetuo occhialetto,  le fogge esagerate degli
    abiti,   il   portamento   effeminato,   la   vanit   ridicola,   gli
    "stomeghezzi",   le  taccagnerie  male  nascoste,  furono  liberamente
    derise; i suoi amici si confidarono il gran dubbio che sapesse pochino
    pochino, e quando uno diceva "talento, per" un altro rispondeva "ehu,
    memoria". Nepo Salvador divent il conte "Piavola".
    Nel 1860 due o tre valentuomini, amici di casa Salvador e teneri,  per
    l'onor di Venezia,  del nome patrizio, accordatisi fra loro, si misero
    attorno a Nepo  onde  persuaderlo  a  emigrare.  Bisognava  prepararsi
    all'avvenire,  come facevano tanti altri delle migliori famiglie,  con
    la esperienza della  libert,  con  l'amicizia  dei  pezzi  grossi  di
    Torino.  Nepo era ambizioso,  cominciava a sentire un freddo intorno a
    s;  abbracci subito l'idea.  La contessa Fosca odiava religiosamente
    col suo grosso patriottismo, i tedeschi, ma non poteva comprendere che
    diavolo  fosse  questa  libert  cui  bisognava prepararsi tanto tempo
    prima,  n quale onore fruttasse  l'essere  deputato,  cio,  com'ella
    concluse  dopo infinite spiegazioni,  l'essere mandato in tanta malora
    dal "calegher",  dal "forner",  dal "frao",  ecc.  A una amica che  le
    domand  se partiva lei pure,  rispose stizzita: Io?  Cosa volete che
    vada a fare? Il deputato?.  Non part,  ma faceva di tratto in tratto
    delle  visite a suo figlio.  S'incontravano a Milano per abbreviare il
    viaggio e perch Nepo amava far conoscere sua  madre  a'  suoi  amici.
    Col  videro  spesso  i  Crusnelli di Malombra,  loro cugini per parte
    della madre di Marina.  Fra i  d'Ormengo  e  i  Salvador  v'era  stata
    alleanza  fin  dal 1613,  quando Emanuele d'Ormengo,  inviato di Carlo
    Emanuele I a Venezia,  s'invagh di Marina Salvador e  la  spos.  Nel
    1797 Ermagora Salvador, esule da Venezia, trov a Ginevra i d'Ormengo,
    fuggiaschi  dal  Piemonte,   e,  un  anno  dopo,  condusse  in  moglie
    Alessandrina Felicita,  zia del conte Cesare e madre,  in seguito,  di
    Alvise VI. Il lusso tutto moderno del marchese Filippo abbagli Fosca,
    bench nel suo palazzo di Venezia vi fossero da secoli ricchezze dieci
    volte maggiori.  Ella pens subito ad un matrimonio e ne parl a Nepo,
    il quale arricci il naso  e  rispose  in  tono  cattedratico  che  un
    giovanotto non pu legarsi senza una gran passione, e che quando si ha
    l'amicizia  delle  pi  belle e colte signorine di Venezia e di Torino
    non  facile innamorarsi a prima  vista  di  altre  persone;  che,  al
    postutto,  lo  sfarzo  dei Malombra gli piaceva e non gli piaceva.  Un
    oracolo!  pens sua madre,  quando improvvisamente casa di Malombra si
    sfasci.  Ella  si  compiacque  assai  che Marina fosse stata raccolta
    dallo  zio  Cesare.  Lo  aveva  conosciuto  a  Venezia  un  trent'anni
    addietro;  lo sapeva ricchissimo e senz'altri eredi che questa nipote.
    Non os tuttavia riparlare a Nepo di matrimonio,  dopo la  teoria  dei
    giovinotti  dalle  belle  amiche.  Fu  Nepo che un paio d'anni dopo la
    catastrofe, trovandosi con lei a Milano,  esc a parlarle della povera
    Marina,  delle sue disgrazie, dei suoi begli occhi: le disse che certe
    idee respinte una volta,  al tempo della prosperit di Marina,  adesso
    gli  si  riaffacciavano,  gli  entravano  meglio  di  prima  nel cuore
    intenerito. "'Taso, ma no la bevo,  vissere'" disse tra s la contessa
    Fosca.  Nepo  osserv  pure  che  correva  loro  obbligo,  essendo  in
    Lombardia,  di visitare il conte Cesare,  parente dei pi stretti  che
    avessero.  La  contessa,  prima  di avventurarsi in paese sconosciuto,
    volle informazioni e consigli da donna Costanza R.... una vecchia dama
    milanese di sua conoscenza.  Le informazioni sul cugino furono scarse:
    strano,  misantropo,  ricchissimo, senza eredi pi prossimi di Marina.
    Di costei donna Costanza  seppe  solamente  dire  che  la  credeva  un
    follettino,  ma  buona  e pia.  La vedeva sempre,  quand'era a Milano,
    all'ultima messa di San Giovanni.  Casa  Malombra,  gi,  non  se  ne
    parla,  principii  buonissimi.  Anche il povero Filippo,  testa un po'
    "fle", ma buonissimo, neh! Proprio buono,  ecco,  povero Filippo!  E
    poi,  cara,  "grand  seigneur"! Donna Costanza concluse che bisognava
    scrivere prima, e poi, secondo la risposta, regolarsi.
    La  contessa  Fosca  scrisse  un   capolavoro   diplomatico.   V'erano
    intarsiati  non  pochi  errorucci  di  ortografia e di grammatica;  ma
    nessuno si sarebbe atteso dalla contessa uno scritto cos artificioso.
    V'era espresso il desiderio di rivedere il conte dopo tanti  anni,  di
    stringere con l'amicizia i legami del sangue. Non era egli, dopo tante
    disgrazie,  il  pi prossimo dei parenti superstiti del povero Alvise?
    Tali  erano  pure  i  sentimenti  di   Nepo.   Ella   avrebbe   voluto
    intrattenersi con lui dell'avvenire di questo suo figlio; e qui grandi
    elogi  al medesimo.  Lo vedeva disposto ad accasarsi.  Ove cadrebbe la
    sua scelta? Certo sopra una famiglia degna, una fanciulla virtuosa; ma
    ella, come madre,  doveva pur pensare a quello che i benedetti giovani
    non curano mai.  Qui veniva un quadro n troppo scuro n troppo chiaro
    delle finanze Salvador.  Insomma ell'aveva bisogno di amici autorevoli
    e prudenti. Verrebbe volentieri al Palazzo con Nepo, se per il tempo,
    se la salute,  se questo se quello permettesse.  Desiderava pure tanto
    abbracciare la cara Marina di cui si ricordava sempre  con  tenerezza.
    Aggiungeva  uno speciale bigliettino affettuoso,  sulle generali,  per
    essa.
    Il conte Cesare rispose  brevemente  che  si  compiaceva  delle  buone
    qualit di Nepo,  e approvava,  riguardo al matrimonio,  le idee della
    cugina;  che avrebbe gradito assai la  visita  e  sperava  riuscirebbe
    gradita anche a sua nipote.  Questa mand due righe di fredda cortesia
    irreprensibile,  che diedero un po' da pensare  alla  contessa  Fosca,
    perch  gittavano  un'ombra  sulla lettera dello zio,  la quale poteva
    interpretarsi per un assenso anticipato con  la  solita  clausola  "se
    piace".  Ma donna Costanza le fece riflettere che, nel caso di Marina,
    un gran riserbo era della pi stretta convenienza. Cos Sua Eccellenza
    s'imbarc e fluttuava in alto mare,  quando dopo le chiacchiere  e  le
    inattese rivelazioni di Catte, comparve Nepo.
    Sua madre lo accolse con una faccia sepolcrale,  lo fece sedere e dopo
    un solenne "Fio",  qui nasce questo gli spiffer d'un fiato tutta la
    storia  di  Catte,   tenendo  indietro  il  pi  grosso,  smorzando  e
    rallentando la voce sempre pi.  Fin col  metter  fuori  la  supposta
    paternit del conte e ripet in forma di epilogo, con voce sommessa ma
    solenne:
    Un "fio"!
    Nepo  rimase  imperterrito.  Disse  ch'era ormai interamente sicuro di
    piacere a Marina,  poich ella si trovava  male  in  casa  dello  zio.
    Quanto al figlio,  non valeva la pena di occuparsene.  La contessa non
    voleva credere a' propri occhi e se lo fece ripetere due  volte.  Eh,
    so quello che dico! esclam Nepo impazientito. Se sposer mia cugina
    non sar per i denari.  Sciocchezze,  cara mamma,  queste. Fosca and
    sulle furie,  sempre sottovoce.  Nepo  si  stringeva  nelle  spalle  e
    taceva;  ma  quando  sua  madre  dichiar  che sarebbe partita la sera
    stessa, egli,  giuocando furiosamente,  prima delle sopracciglia e del
    naso,  poi  del  capo,  scosse via l'occhialino,  assal la contessa a
    rimproveri,  a sarcasmi e afferm che non sarebbe partito  quand'anche
    si fossero dati la posta al Palazzo tutti i Silla dell'universo.
    Che  Silla?  interruppe  Sua  Eccellenza.  Chi   questo Silla?  E'
    quell'amico?
    Nepo si morse le labbra.
    Ma rispondi! E' questo il "fio"?
    Non c' figli.
    To', to',  to' disse Fosca appuntando l'indice a Nepo che le voltava
    le  spalle,  tutto  ingrugnato.  Tu lo sapevi,  tu?  Come diavolo hai
    fatto? Tu lo sapevi, eh? Come lo hai saputo?
    Nepo fece un atto d'impazienza e usc brontolando dalla camera.
    Sua Eccellenza gli guard  dietro,  alz  le  sopracciglia,  porse  il
    labbro inferiore e sussurr:
    "Xelo!"










    Capitolo terzo.
    ASCETICA.

    Le  campane di R...  suonavano,  un'ora dopo,  a distesa,  e l'allegro
    suono cadeva sui tetti del paesello,  si spandeva  gi  per  i  prati,
    cercava per le colline,  per le montagne,  ogni casupola dispersa. Una
    riga di fazzoletti oscuri si vide salir  lentamente  la  via  tortuosa
    della  chiesa,  scivolar  nella  gran  porta  nera  come  formiche nel
    formicaio; poi vennero frotte rapide di gai fazzoletti rossi e gialli,
    qualche tardo ombrellino  pretensioso,  altre  frotte  di  cappelli  a
    cencio che si aggrupparono nel sagrato.
    Steinegge  pass anche lui fra quei gruppi con Edith,  l'accompagn in
    chiesa e ne usc un momento dopo.  Prese il sentiero che s'inerpica su
    pel  monte  imminente  alla chiesa e sal fino a certi sassi imboscati
    d'allori; l usc dal sentiero e si gitt a sedere.
    Ecco la contessa Fosca,  tutta trafelata,  bench sia venuta in  barca
    fino  a  R...;  dietro  a  lei  Giovanna  e Catte;  poi,  a rispettosa
    distanza, Momolo guarda trasognato come se fosse nel mondo della luna.
    Sua Eccellenza  scandolezzata del cugino che  non  viene  a  Messa  e
    della  cuginetta  che  ha scelto quel momento per farsi accompagnare a
    spasso da Nepo.  Sua Eccellenza si propone di  pregare  fervorosamente
    per  s  e  per suo figlio che non  in colpa se perde Messa per certi
    riguardi che il Signore capir.  Essa vede Edith e va a sederle vicino
    con  grande  scompiglio  delle contadine che per far largo alla grossa
    signora s'inginocchiano a terra fuori del  banco.  Ed  ecco  suona  il
    campanello, escono i chierici in cotta bianca, esce il prete affondato
    nel piviale,  l'organista pianta mani e piedi sull'organo,  gli uomini
    entrano in chiesa. Dopo cinque minuti, per la porta laterale,  compare
    Marina seguita da Nepo.  Passando tra le file degli uomini fa cenno al
    suo cavaliere di pigliarvi posto  ed  entra  in  una  cappella.  Nepo,
    elegantissimo,  capita  fra  due  colossi  puzzolenti,  si  fa piccino
    piccino e volta il viso immelensito  a  guardar  gi  per  la  chiesa,
    cercando Marina. Trova Catte inginocchiata presso alla Giovanna, trova
    Momolo  ritto  presso  alla  porta;  trova un pezzo di cielo puro e di
    verde lucente con certe frondi mosse dal  vento,  che  gli  ridono  in
    faccia,  trova gli occhi attoniti di sua madre,  ma non la crudele che
    s' pigliato il gusto di fargli rinnegar la Messa  a  parole  per  poi
    condurvelo e piantarlo l fra quel tanfo di plebe.
    Ella  non pensava punto a lui.  Il prete aveva intonato "Credo in unum
    Deum",  e  il  popolo,  fra  i  suoni  dell'organo,  seguiva:  "Patrem
    omnipotentem".  Un lampo illumin nel cuore di Marina la via percorsa;
    la scoperta del manoscritto,  le promesse arcane  a  Cecilia,  l'amore
    intravveduto  negli  occhi  di  Silla,  la  stretta  delle sue braccia
    veementi,  il nome sussurrato da  lui  quella  notte,  la  probabilit
    ch'egli  fosse  il  suo  corrispondente  anonimo  portato  a lei da un
    destino, e la passione, s, la benedetta passione sorda, muta,  lenta,
    prepotente,  che  dopo tanto desiderio,  dopo tanti barlumi dileguati,
    dopo tanto fastidio di sciocchi corteggiatori,  veniva.  Ella ebbe uno
    slancio di fede e di gratitudine verso un Dio ignoto, certo diverso da
    quello  che  si  adorava  l  presso a lei: non cos freddo,  non cos
    lontano: benefico e terribile come il sole,  ispiratore di  tutti  gli
    ardori onde splende la vita. E si sentiva come presa in mano da questo
    Iddio,  portata  dal  suo  favore  onnipotente.  Teneva il viso tra le
    palme,  si ascoltava il cuore  batter  forte,  gustava  le  sensazioni
    acute,  quasi  dolorose,  che  le  si  destavano  per  tutto il corpo,
    pensando all'infallibile compiersi delle  promesse  divine,  all'amore
    fatale che l'avrebbe esaltata tutta, anima e sensi, oltre alla torbida
    natura  umana.  Di questo non le entrava neppure un dubbio.  Ripensava
    tutte le difficolt  da  doversi  superare  per  toccar  la  meta,  le
    smarrite  tracce di Silla,  lo sdegno di lui,  fors'anche l'oblio;  la
    sepoltura del Palazzo dove il caso non  poteva  aiutare  la  nimicizia
    dello  zio,  quel  ridicolo  Nepo.  Provava  un  piacere  acre e forte
    rappresentandosi questi  ostacoli;  tutti  vani  contro  Dio,  "Patrem
    omnipotentem".  A  Lui,  a  Lui  si  abbandonava.  Curva  sul banco la
    flessuosa persona, pareva una Tentazione penitente.  La contessa Fosca
    le dava delle occhiate oblique,  lavorando a pi potere di ventaglio e
    battendo  via  con  le  labbra  frettolose  un  chiacchiero  muto  di
    preghiere  interminabili.  Si  compiaceva  di vederle quell'attitudine
    pia.  Immaginava gl'inchini che  il  vecchio  "nonzolo"  di  S.  Maria
    Formosa avrebbe fatto a sua nuora. Nepo era alla tortura; si portava e
    rportava  al naso il fazzoletto profumato,  guardava sottecchi i suoi
    vicini colossali e,  quando si buttavano  ginocchioni  con  tutti  gli
    altri fedeli,  egli non osava stare ritto, calava adagio adagio, pieno
    di angoscia pei suoi calzoni color tortora. Che differenze dall'ultima
    Messa di S. Filippo,  da quel giardino di "tote" e di madame eleganti,
    da  quell'ambiente  di  cristianesimo depurato!  Si consolava pensando
    alla cugina.  "Natura aristocratica" diceva tra s.  "Debbo essere  il
    suo  ideale,  il  suo  Messia.  Non vuole che me ne accorga troppo,  
    naturale."
    Suon il campanello dell'elevazione.  Nepo,  in  ginocchio,  col  capo
    devotamente  chino,   pensava:  "Milleduecento  ettari  in  Lomellina,
    ottocento nel Novarese, palazzo a Torino, palazzo a Firenze".
    Invece Edith non abbass il viso. Era pallidissima, guardava davanti a
    s con occhio grave e tranquillo.  Solo un tremito delle mani  tradiva
    il  fervore  dell'accorata  preghiera  che  passava  su tutte le teste
    chine, moveva diritto a Dio, gli diceva in faccia: Signore,  Signore,
    tu che sai quanto l'hanno offeso,  non sarai pietoso con lui?. Il suo
    viso pensoso non esprimeva la rassegnazione ascetica,  ma una  volont
    ferma e intelligente, velata di tristezza.
    E lui intanto,  il nostro onesto amico Steinegge,  ascoltava Messa "in
    excelsis",  seduto fra gli allori,  abbracciandosi le ginocchia.  Egli
    era  proprio  uscito  di  chiesa perch il pavimento gli scottava.  Da
    quanti anni non aveva posto piede nelle prigioni, come diceva lui,  di
    Domeneddio!  Non  aveva  osato  lasciar  sua figlia sull'entrata della
    chiesa;  ma,  appena oltrepassata la soglia,  quando Edith si avvi  a
    pigliar  posto nei banchi riservati alle donne,  egli si pent di aver
    male presunto delle sue forze.  Non erano  tanto  i  suoi  odii  fieri
    quanto un sentimento d'onore che lo spingeva indietro. Il buon vecchio
    lupo usc dal gregge.
    Accovacciato  lass  come  un lupo malinconico,  non curava affatto la
    deliziosa scena di monti,  di acque,  di prati,  che rideva davanti  a
    lui; n udiva i blandimenti delle frondi che gli sussurravano intorno.
    Guardava  gi  il  tetto  della chiesa e ascoltava il suono confuso di
    canti e d'organo che ne saliva tratto tratto. Aveva un pensiero solo e
    lo lavorava per tutti i versi:
    "Agli occhi suoi sono un reprobo."
    Pensiero amaro.  Aver  tanto  combattuto,  tanto  sofferto,  custodito
    l'onore  contro  la  fame atroce,  contro tutte le violente voglie del
    corpo  estenuato,  tutte  le  vilt  della  stanchezza,   averlo  cosi
    custodito  quasi  pi  per  lei  che per s,  amarla come l'amava,  ed
    esserne giudicato un reprobo!  Dovrebbe egli dunque umiliarsi  davanti
    ai preti che l'avevano fatto maledire dai parenti suoi e da sua moglie
    ed  erano  in  colpa degli stenti,  della morte di lei?  "Finir cos,
    pens "mi avvilir,  purch Edith mi voglia bene." Gli venne  un'idea.
    "Se  dicessi  una parola a questo Dio,  posto che ci sia?!" Si alz in
    piedi e si mise a parlare  in  tedesco,  a  voce  alta:  Signor  Dio,
    ascoltatemi un poco.  Non siamo amici? Sia. Io ho detto molto male dei
    preti,  di Voi,  n a Voi non ho mai parlato.  Se tuttavia Voi  volete
    trattarmi  da  nemico,  io Vi prego di fare i conti.  Dicono che siete
    giusto, e lo credo,  signor Dio.  Guardate nel vostro libro la partita
    Andrea  Steinegge  fu  Federico  di Nassau;  guardate se non ho pagato
    abbastanza.  Voi siete molto grande;  io  molto  piccolo;  Voi  sempre
    giovane,  io  sono  vecchio  e  stanco.  Cosa volete prendermi ancora?
    L'amore di mia figlia Edith!  Non ho altro,  signor Dio.  Guardate  se
    potete  lasciarmelo.  Se  non  potete,  spazzatemi  via,  per  Dio,  e
    finiamola.
    Al suono della propria voce  Steinegge  si  commoveva  e  s'inteneriva
    sempre pi. Mise un ginocchio a terra.
    Vi conosco poco,  signor Dio, ma la mia Edith Vi vuol bene e io posso
    adorarvi,  se volete.  Vedete,  m'inginocchio;  ma intendiamoci noi  e
    lasciamo da banda i preti. Forse posso darvi qualche altra cosa. Io ho
    la mia salute ch' di bronzo.  Pigliate questa. Fatemi morire a poco a
    poco,  ma non mettetevi fra Edith e me.  Io non  posso  inginocchiarmi
    davanti ai preti e mentire. Sono leale, sono soldato.
    Signor  Dio  qui  Steinegge  pos  a terra anche l'altro ginocchio e
    abbass  la  voce.  Io  ho  paura  d'aver  molto  peccato  nella  mia
    giovinezza.  Ho  amato il giuoco e le donne,  le peggiori.  Tre volte,
    sulle dodici che mi son battuto in duello, ho provocato io,  ho ferito
    l'altro e avevo torto. Credo che questi siano stati tre peccati; li ho
    sempre  avuti  nel  cuore.  Signor  Dio  della  mia Edith,  Vi domando
    perdono.
    Non disse altro e torn a sedere,  commosso,  ma contento di  s.  Gli
    pareva d'aver fatto un gran passo.  Parlando a Dio, la sua scarsa fede
    si era tanto accresciuta ch'egli ora ne  aspettava  qualche  risposta.
    Provava  almeno  la soddisfazione dell'uomo povero che ha necessit di
    parlare a un potente  di  cui  teme  lo  sdegno,  e,  per  non  essere
    ribattuto  dai servi,  lo affronta sulla via,  gli dice le sue ragioni
    con la brusca brevit che il tempo richiede, n' ascoltato in silenzio
    e pensa quel silenzio copra un principio di combattuta  piet.  Accese
    un  sigaro  per  vincere  la commozione che gli stringeva la gola.  Il
    capitano Steinegge non doveva piangere.  Fum con furia,  con  rabbia.
    Appena chetato l'animo, guardando a terra con il sigaro tra l'indice e
    il  medio della destra,  gli parve che i fili d'erba tra sasso e sasso
    uscissero a dir qualche cosa di solenne o  di  incomprensibile  e  che
    rispondesse  loro il mormorar dei cespugli.  Ed egli,  bench tedesco,
    non aveva mai compreso il linguaggio della natura,  non era mai  stato
    sentimentale!  Il sigaro gli si spense in mano. Che voleva dir questo?
    Si scosse, si alz in piedi e discese verso la chiesa.
    La gente ne usciva;  prima gli uomini che si fermavano sul sagrato  in
    capannelli,  poi le donne.  Steinegge ristette sul sentiero a guardare
    la corrente variopinta che sboccava dalla porta maggiore; aspettava il
    cappellino  nero  di  Edith.   La  corrente  si  venne  rallentando  e
    diradando.  Quando  cess  il  pericolo  di  urtarsi a gomiti villani,
    comparvero la contessa Fosca e Marina,  seguite da  Nepo;  poi  tre  o
    quattro   vecchierelle:  poi  pi  nessuno.   Anche  i  capannelli  si
    sciolsero,  il sagrato si vot.  Steinegge,  inquieto,  venne  a  dare
    un'occhiata  in  chiesa.  Non  v'erano pi che due persone,  il curato
    inginocchiato sul primo banco presso l'altar maggiore e,  otto o dieci
    banchi pi indietro, Edith.
    Steinegge  si  ritir  adagio  adagio  e  sedette  sul muricciuolo del
    sagrato. Gli batteva il cuore. Qual viso gli farebbe Edith!  Ella usc
    subito,  frettolosa  e sorridente;  gli disse che s'era accorta di lui
    senza vederlo,  perch aveva gi imparato a conoscere il passo suo,  e
    gli  domand  scusa  d'averlo  fatto attendere.  Nella fretta d'uscire
    aveva dimenticato l'ombrellino. Signor pap diss'ella scherzando Le
    rincrescerebbe? Il signor pap corse in chiesa e,  prima di  giungere
    al  banco  dov'era  stata  Edith,  incontr  il  curato che gli veniva
    incontro porgendogli l'ombrellino e gli fece due o tre inchini.
    E' Suo? disse il curato.
    E' di mia figlia.
    Se volesse vedere il coro,  la  sagrestia...  Abbiamo  un  Luino,  un
    Caravaggio... dico, se crede...
    Oh  grazie,  grazie disse Steinegge che all'udire Luino e Caravaggio
    era rimasto a bocca aperta.
    Allora, se vuol dirlo alla Sua signora figlia...
    Steinegge s'inchin,  usc a fare l'ambasciata e  ritorn  subito  con
    Edith.
    Il  curato  si  fece  loro  incontro  con certa cordialit impacciata,
    strofinandosi le mani e suggendo l'aria con le labbra strette come chi
    ha  messo  un  dito  nell'acqua  troppo  calda.   Mostrava  presso   a
    sessant'anni. Aveva fronte alta, sguardo vivace e ingenuo, il viso, la
    voce, il passo della sincerit. Da tutta la sua persona spirava non so
    quale  energia temperata di timidezza.  Mostr a Steinegge e a Edith i
    due quadri,  che  portavano  alla  meglio  i  loro  nomi  pomposi.  Il
    Caravaggio del coro era un Martirio di S. Lorenzo, barocco nel disegno
    e nei lumi, ma pieno di vita. Steinegge non capiva niente di pittura e
    ne fece grandi elogi.  Edith tacque.  Il Luino della sagrestia era una
    bionda testa della Vergine, luinesca senza dubbio, soave.  Edith ne fu
    commossa.  Disse al curato con la sua voce quieta,  ch'era straniera e
    che sentiva allora per la prima volta la  dolcezza  dell'Italia.  Come
    mai  quella povera chiesa di campagna poteva possedere un tesoro tale?
    Il curato divenne rosso e rispose che veramente il  quadro  era  stato
    suo, un ricordo di famiglia; che gli era parso ispirato da Dio e degno
    perci di un luogo santo;  e che nella sua chiesa tanto povera e umile
    Maria ci stava opportunamente. Poi chiese permesso alla signorina, con
    accento d'ingenuo desiderio,  di farle vedere la biancheria pi fine e
    i  paramenti pi ricchi.  Tutto era distribuito col massimo ordine nel
    grande cassettone della sagrestia,  dai purificatori candidi e odorati
    di  lavanda  sino al piviale delle maggiori solennit appena giunto da
    Novara. Il curato spiegava e ripiegava ogni cosa con garbo femminile.
    Vedo bene,  signore  diss'egli  a  Steinegge  vedo  bene  che  Ella
    vorrebbe  dirmi:  "Ad  quid perditio haec"?  Un vecchio prete non deve
    avere i gusti di una giovane signora.  Che vuole?  Questa povera gente
    ha  piacere cos.  Intendono di onorar Dio,  e Dio vede il cuore. Non
    disse quanto avesse aiutato il voto dei  parocchiani  con  le  proprie
    economie  pertinaci e dure;  perch egli,  nato di famiglia signorile,
    aveva abbandonata ai molti fratelli la sua parte dell'eredit paterna.
    I fratelli, che lo conoscevano bene e lo amavano, gli avevan regalato,
    poco tempo prima della  visita  degli  Steinegge,  un  bell'organo  di
    Serassi.  Al  primo  "Dominus  vobiscum"  della  prima  Messa  solenne
    celebrata con l'organo nuovo, don Innocenzo era rimasto per due minuti
    fermo con le braccia aperte a bearsi dell'onda sonora e  del  luccicar
    delle  canne,  l  sopra  la  porta maggiore.  Ora volle mostrare agli
    Steinegge anche l'organo.  Edith era cos affabile,  suo  padre  tanto
    compito,   che  don  Innocenzo  vinse  presto  del  tutto  la  propria
    timidezza,  e uscito di  chiesa  con  essi,  dimentic  il  caff  che
    l'aspettava,  per  far loro mille domande curiose sulla Germania,  sui
    luoghi,  sui costumi,  sulle  arti,  persino  su  Goethe,  Schiller  e
    Lessing, soli autori tedeschi di cui conoscesse il nome e avesse letto
    qualche  opera.  Pareva a lui che un tedesco dovesse conoscer tutta la
    Germania  da  capo  a  fondo  e  ogni  fatto,  ogni  parola  de'  suoi
    compatrioti  illustri  d'ogni tempo.  Un altro nome tedesco ricordava,
    Beethoven. S'inform anche di quello. Raccont che a sedici anni aveva
    sentito eseguire da una signora una suonata di Beethoven che  gli  era
    parsa piena di voci sovrumane. Povero don Innocenzo! Arrossiva ancora.
    Gli  occhietti  chiari  di  Steinegge  scintillavano  di  contentezza.
    Rispondeva a tutte le domande del curato con una foga,  una parlantina
    vibrante d'orgoglio nazionale.  Edith sorrideva talvolta in silenzio e
    talvolta faceva,  in omaggio al vero,  qualche osservazione pacata che
    garbava  poco  al  curato.  A  lui  piacevano  i giudizi assoluti e le
    pitture esagerate di Steinegge che lo portavano  violentemente  in  un
    mondo affatto nuovo, affascinante. Lasci stare, via, signorina disse
    una  volta  quasi impazientito.  Mi lasci credere alle belle cose che
    dice il suo signor padre.  Io sono un prete che non ha  visto  niente,
    non  ha  udito  niente  e  non sa niente;  mi pare per che debba aver
    ragione lui. Steinegge al sentirsi  dir  questo  e  chiamare  "signor
    padre", fu per abbracciarlo malgrado la tonaca nera.
    Intanto  la  piccola  comitiva  era giunta al cancelletto di legno che
    mette nell'orto della canonica. Don Innocenzo preg i suoi compagni di
    entrar a prendere il caff. Steinegge accett subito; a lui e al prete
    pareva  gi  d'esser  vecchi  conoscenti.  Piccina,  tutta  bianca,  a
    mezz'altezza fra il paesello e la chiesa,  ma alquanto in disparte, la
    canonica di R... volta le spalle al monte e guarda, acquattata nel suo
    orticello fiorito,  i prati che si spandono  fino  al  fiume.  L'orto,
    quadrato,    chiuso  da un muricciolo basso.  Dalie e rosai vi fan la
    guardia,  lungo i cordoni di bosso,  agli erbaggi e ai legumi.  Dietro
    alla  casa ascende il declivio erboso,  ombreggiato da meli,  peschi e
    ulivi. Le stanzette sono pulite e chiare. Quelle della fronte hanno un
    paradiso di vista.  Il curato la fece  ammirare  a'  suoi  ospiti  con
    grande  compiacenza,  mostr  loro il suo salotto,  il suo studio dove
    teneva parecchi cocci di tegami preistorici  trovati  in  certi  scavi
    presso  il  lago e ch'egli stimava un tesoro.  La sua segreta amarezza
    era di non  aver  trovato  alcun  ciottolo  s  tagliente  da  potersi
    onestamente  chiamare  arme  preistorica.  Steinegge  pigliava  grande
    interesse alle sue spiegazioni che avrebbero fatto sorridere un dotto,
    perch il povero prete entusiasta si  accendeva  di  ogni  novit  che
    penetrasse,  per  mezzo di qualche libro o di qualche giornale,  nella
    sua solitudine.  e su bricioli di dottrina spezzata e guasta tirava su
    i soliti edifici assurdi del pensiero solitario.
    Edith  preferiva  guardare  i  prati  macchiati  dalle ombre di grossi
    nuvoloni,  i tetti neri del paesello,  quasi appiattati  fra  gelsi  e
    noci; a sinistra e pi abbasso della canonica, il lembo di lago che di
    col si vede,  come lamina d'acciaio brunito,  mordere il verde chiaro
    delle praterie.
    Che Le pare, signorina, di questa Italia? disse il curato.
    Non lo so rispose Edith ne avevo in mente un'altra, pi diversa dal
    mio paese.  Ho veduto in Germania molti paesaggi italiani  di  pittori
    nostri, ma i soggetti eran presi sempre a Roma o a Venezia o a Napoli.
    I  viaggi  di  Goethe e di Heine non me li hanno lasciati leggere.  Mi
    vergogno a dirlo;  la pi profonda impressione  me  l'ha  lasciata  un
    pessimo  acquerello,  la prima cosa che mi colp in una casa dove sono
    stata dodici anni.  Rappresentava il Vesuvio  e  v'era  scritto  sotto
    "Scene d'Italia".  Era come una piccola macchia rossa sopra una grande
    macchia azzurra.  Solo guardando ben da vicino si potevano  discernere
    le  linee  della  montagna,  il  mare  e  una  barca  piena  di figure
    stranamente vestite.  Per lunghissimo tempo non  ho  potuto  figurarmi
    l'Italia n gli italiani diversi da quella pittura.
    E' naturale disse don Innocenzo, che entrava avidamente in tutti gli
    argomenti curiosi di conversazione. Guardi; a ragazzi d'ingegno molto
    acuto io non farei mai vedere negli anni pi teneri immagine alcuna di
    Dio   n  di  Santi,   perch  quelle  immagini  possono  restar  loro
    profondamente,  ostinatamente impresse nella  fantasia,  a  segno,  in
    qualche caso,  da rendere assai difficile,  pi tardi,  lo sviluppo di
    una  elevata  fede  religiosa.   Quel  vecchione  barbuto  appiccicato
    all'idea  di  Dio,  aiuta  molto,  senza che se ne accorgano,  il loro
    razionalismo nascente.  V'ha chi diffida del culto dei Santi  per  non
    poterli affatto concepire come spiriti puri, operanti nell'universo; e
    questo  in  grazia  delle  impressioni riportate in fanciullezza dalle
    immagini che li rappresentano spesso  brutti  e  mal  vestiti,  seduti
    sulle nuvole a guardar per aria. Non crede, signore?
    Steinegge costretto a ragionar di Santi e non osando scusarsene, stava
    per dire qualche grossa corbelleria; ma Edith si affrett a parlare.
    Pure  diss'ella  se  tutte  le  immagini fossero di Durel o del Suo
    Luino!   Colla  impressione  dei  sensi  resterebbe  una   impressione
    religiosa.
    Non   lo  credo,   signorina  rispose  don  Innocenzo  sorridendo  e
    arrossendo. Edith indovin subito il suo pensiero.  Ella riconobbe che
    in  Germania  il  sentimento  artistico  era  retaggio  di  pochi,  ma
    soggiunse che lo credeva comune in  Italia,  bench  da  quando  aveva
    passato  le  Alpi fossero apparsi pi volte indizi del contrario.  Don
    Innocenzo le confess ch'egli stesso non ne aveva punto.  Il suo Luino
    gli dava sicuramente gran piacere, ma questo gli accadeva pure davanti
    ad altri dipinti mediocrissimi.
    Non  sar  cos  osserv Edith ma se fosse cos,  Le mancherebbe il
    buon giudizio artistico e non il sentimento.  Sarebbe un  fuoco  senza
    luce.
    Don  Innocenzo non conosceva la grazia delicata dell'ingegno femminile
    colto.  A prima giunta Edith non  gli  era  piaciuta  moltissimo;  gli
    pareva  un  po' fredda nella sua affabilit.  Conversando con lei mut
    presto, come sogliono gli uomini della sua tempra,  il primo giudizio.
    Adesso  era  ammirato di quella sua parola sempre corretta e semplice,
    ma viva di un sentimento riposto, di un'intelligenza molto fine, molto
    ardita.
    S'Ella venisse al Palazzo,  signor curato disse Steinegge  vedrebbe
    molti quadri, oh moltissimi belli quadri che ha il signor conte.
    Ci  vado un paio di volte l'anno e mi pare d'averla veduta anche Lei,
    col! ci andrei pi spesso,  ma so che il signor conte non ama molto i
    preti...
    Steinegge  divent  rosso;  gli  dispiacque  d'aver  provocate  queste
    parole.
    Eh disse don Innocenzo facendosi alla sua volta di bragia eh,  cosa
    importa? Non li amo neppure io i preti, sa!
    Ah  esclam  Steinegge stendendogli le braccia come se il curato gli
    avesse dato una notizia pi lieta che credibile.
    Non si scandolezzi, signorina continu questi. Parlo degl'italiani.
    In Italia i preti (don Innocenzo,  con gli occhi  accesi,  co'  denti
    stretti,  faceva  suonar l'erre come trombe di guerra) non tutti,  ma
    molti sa, e i giovani specialmente, sono una trista gena,  ignoranti,
    fanatici, ministri di odio...
    Si capisce che ne fu seminato disse Edith,  severa, mentre Steinegge
    metteva la sua gioia in gesti.
    Lo hanno seminato e lo seminano rispose don Innocenzo e  ci  cresce
    intorno a tutti,  dico intorno a tutti che portiamo quest'abito;  e si
    perdono anime ogni giorno. Basta, basta, basta!
    Guai quando il curato toccava questo tasto; la collera gli saliva alla
    testa,  le parole gli uscivano aspre e violente oltre ogni misura.  Ad
    arritarlo  cos  bastava poco: un numero di qualche giornale clericale
    che il vicario foraneo, gesuita di tre cotte,  gli mandasse facendo lo
    gnorri, con dei segni ammirativi a fianco degli articoli pi acri; una
    lettera  fremebonda  di qualche collega bandito dalla curia a parole e
    perseguitato a fatti  per  opinioni  politiche.  Allora  cominciava  a
    soffiare,  a  bollire,  a  ringhiare  sinch rompeva tutti i freni con
    queste sfuriate gagliarde e finiva  come  aveva  cominciato,  buttando
    fuori  frasi  rotte,  invettive  stroncate,  stritolate dai denti.  Si
    rasserenava poi subito e rideva con gli amici presenti  della  propria
    collera.
    Non    mica sempre cos cattivo.  La vede,  signorina disse piano a
    Edith, in dialetto, la vecchia serva di don Innocenzo, portando via il
    vassoio del caff.
    Edith non cap.
    Dice che sono cattivo, ed  purtroppo vero. Non posso frenarmi. Spero
    che mi compatiranno. Si fermano qualche tempo al Palazzo?
    Non sappiamo rispose Edith.
    Non sappiamo ripet a caso Steinegge.
    Scusino:  perch spererei di poter trovarmi con Loro  qualche  altra
    volta.
    Steinegge,  conquistato  si  confuse  in complimenti.  Mio amico,  io
    spero diss'egli stendendo la mano.
    Certo,  certissimo rispose il  prete,  stringendogliela  forte.  Ma
    prima di partire vengano a vedere i miei fiori.
    Questi  famosi  fiori  erano  due  pelottoni  di  gerani e di vaniglie
    schierati lungo il muro della casa,  oltre  alle  dalie,  rosai  e  ai
    begliuomini disseminati per l'orto.
    Belli, non  vero? disse don Innocenzo.
    Bellissimi rispose Steinegge.
    Prenda una vaniglia per la Sua signorina.
    Oooh!
    Prenda, via, andiamo, ch'io non le so fare, no, queste cose.
    Edith  il signor parroco... Cos dicendo Steinegge,  con la vaniglia
    in mano, si avvicin a sua figlia, che stava un po' discosto presso il
    muricciuolo.
    Edith ringrazi sorridendo, prese la vaniglia,  l'odor,  ne guard il
    gambo spezzato, e sussurr:
    Questo  mite di cuore
    Don Innocenzo cap. Ha ragione diss'egli umilmente.
    Oh  no esclam Edith,  dolente d'aver dette quelle parole e d'essere
    stata subito intesa. Mi dica, dove sta Milano?
    Milano... Milano... rispose don Innocenzo schermendosi gli occhi dal
    sole con la mano destra. Milano  laggi a mezzogiorno,  un po' verso
    ponente, dritto oltre quel gruppo di colline.
    Signori  grid  la  fantesca  da una finestra se vogliono andare al
    Palazzo, sar meglio che facciano presto, perch vuol piovere.
    Piovere! Splendeva il sole, nessuno s'era accorto di minacce.  Pure la
    vecchia Marta aveva ragione.  Dalle montagne del lago venivan su certi
    nuvoloni pi densi e pi neri dei soliti che  il  vento  meridiano  vi
    porta in giro.
    Marta! chiam il curato. Un ombrello per i signori.
    Steinegge protest.  Marta fece al padrone un cenno che l'ingenuo uomo
    non intese.
    Cosa c'? Un ombrello, dico!
    Marta fece un altro segno pi visibile, ma invano.
    Eh? Che avete?
    Marta, indispettita,  lasci la finestra brontolando contro gli uomini
    di talento che non capiscono niente.  Poi comparve in orto con un coso
    verde in mano e lo porse sgarbatamente al curato, dicendogli:
    A Lei! Che tolga! Bella roba da offrire!  Cosa hanno a dire di noi al
    Palazzo?
    Cos'han da dire?  Che non ne ho altri.  Gran cosa!  Ecco, "quod habeo
    tibi do".
    Infatti don Innocenzo aveva pi cuor che ombrello. Quello sconquassato
    arnese di tela verde non ne meritava pi il nome.  Marta non si  tenne
    di dire piano a Edith: Ne aveva uno di bello.  L'ha dato via.  D via
    tutto!.
    Gli Steinegge scesero per un viottolo che gira nei  prati  intorno  al
    paese,   tocca  il  lago  e  risale  un  poco  sino  a  raggiunger  la
    stradicciuola del Palazzo.  Intanto Marta sfogava il suo corruccio col
    padrone,  che  rispondeva  mansueto: Ho fatto male?  Bene,  s,  via,
    tacete,  avete ragione.  Egli era contento  della  nuova  amicizia  e
    pensava  che  per  via  degli  Steinegge  gli si aprirebbero forse pi
    spontaneamente le porte del Palazzo secondo  il  suo  vivo  desiderio;
    perch  quella  casa  smarrita  fuor  del gregge gli stava pi a cuore
    delle altre novantanove raccolte sotto la chiesa.
    Il cielo rideva ancora alle spalle degli Steinegge e li minacciava  in
    viso. Ad una svolta del sentiero Edith si ferm a guardare indietro.
    Vedi,   pap   diss'ella   sorridendo  andiamo  dall'idillio  nella
    tragedia.
    Oh, no, no, non c' tragedia:

    "Drauss ist alles so prchtig
    Und es ist mir so wohl!"

    Ancora ti ricordi le nostre canzoni, pap?
    Egli si mise a cantare:

    "Aennchen von Tharau hat wieder ihr Herz
    Auf mich gerichtet in Freud' und in Schmerz,
    Aennchen von Tharau, mein Reichtum, mein Gut,
    Du meine Seele, mein Fleisch und mein Blut".

    Cantava con gli occhi pieni di riso e di lagrime, camminando due passi
    avanti a Edith per non lasciarsi vedere in  viso  da  lei.  Pareva  un
    ragazzo ubbriacato dall'aria odorosa dei prati e dalla libert.  Edith
    non pens pi alla tragedia,  malgrado la faccia  scura  dei  monti  e
    qualche grosso gocciolone che cadeva sul fogliame dei pioppi presso al
    lago  e  segnava  di grandi cerchi le acque tranquille.  Ella fu presa
    dall'allegria  commossa  di  suo  padre.   La  piova  rara  e  tepida,
    suscitando intorno ad essi una fragranza di vegetazione,  li eccitava.
    Chi avrebbe riconosciuto la Edith  del  giorno  prima?  Ella  coglieva
    fiori,  li gettava a suo padre, correva, cantava, come una bambina. Si
    ferm ad un tratto guardando il lago e cominci una canzone triste:

    "Am Aarensee, am Aarensee".

    No, no grid suo padre, e corse a lei. Ella fugg ridendo e ripigli
    pi lontano:

    "Da rauschet der vielgrune Wald".

    Si compiaceva che suo padre non le permettesse quella canzone triste e
    si divertiva a stuzzicarlo.  Inseguita da lui continu  fuggendo:  "Da
    geht  die  Jungfrau".  Rallent  la  corsa e la voce sulle parole "Und
    klagt",  si lasci raggiungere prima di dire "ihr Weh" e baci la mano
    che le chiudeva la bocca.
    Mai,  mai,  pap diss'ella poi sin che mi tieni con te. Non sai che
    siamo un po' matti tutti e due? Piove!
    Steinegge non se n'era accorto.  Aperse a grande stento lo sgangherato
    ombrello verde che brontol sotto la piova,  fra il sussurro dei prati
    e il bisbiglio degli alberi, sullo stesso tono,  presso a poco,  della
    vecchia  Marta.  Pure  poteva  esser  contento di quello che udiva sul
    conto del suo padrone. Steinegge singolarmente non rifiniva di lodarne
    l'aspetto e le parole  oneste,  a  segno  che  Edith  gli  domand  se
    l'onest  fosse  tanto  rara  in  Italia.  Egli  protest con un fiume
    d'eloquenza per togliere ogni sospetto che potesse pensar  male  degli
    italiani,  ai quali professava gratitudine sincera perch,  in fin dei
    conti, erano i soli stranieri da cui avesse ricevuto benefici.
    Da tutte le sue calde parole usciva questo,  che egli non credeva rara
    l'onest  fra gl'italiani,  ma fra i preti.  Questa conclusione non la
    disse,  o gli parve,  nella sua ingenuit,  che Edith non  l'avesse  a
    capire.  S'affrett  di  soggiungere che sperava poter veder presto il
    signor curato.
    Ma,  pap disse Edith fermandosi su' due piedi  e  fissando  i  suoi
    begli occhi gravi in quelli di suo padre possiamo noi restar qui?
    Steinegge  cadde dalle nuvole.  Non aveva ancora pensato a questo.  La
    felicit d'aver seco sua figlia oscurava nella sua mente ogni pensiero
    dell'avvenire.  Edith,  col suo delicato e  acuto  senso  delle  cose,
    dovette ricondurlo dalle nuvole in terra,  fargli comprendere com'ella
    non potesse lungamente approfittare della ospitalit del conte,  presa
    prima  che  offerta.  Disse  che  le doleva essergli causa di questo e
    forse di altri sacrifici ancora; e rise dolcemente nel vedere a questo
    punto suo padre gittar l'ombrello ed afferrarle,  stringerle  le  mani
    senza poter articolar parola. Hai ragione, caro pap diss'ella temo
    di  essere una giovane ipocrita. Allora gli raccont che quel signore
    della Legazione prussiana le aveva consigliato di por dimora a Milano,
    dove c'era una numerosa colonia tedesca,  molto ricca  e  legata  alla
    cittadinanza.   Affiderebbero   a   una  buona  banca  il  tesoro  dei
    "Nibelunghi",  come chiamava la sua eredit;  ella darebbe lezioni  di
    tedesco  e  il signor pap vivrebbe come un caro vecchio "Kammerrath",
    collocato a pipare dopo lunghe  fatiche.  Piglierebbe  un  quartierino
    lontano dai rumori,  alto se occorre, ma tutto aria e luce. Si farebbe
    cucina tedesca e il signor Kammerrath avrebbe ogni giorno a pranzo  la
    sua birra di Vienna o di Monaco. Steinegge divent rosso rosso e diede
    in  un grande scoppio di riso agitando l'ombrello e gridando: no,  oh
    no,  questo no.  Edith  non  sapeva  che  suo  padre  era  un  antico
    dispregiatore  di tutte le birre pi famose della gran patria tedesca.
    Intese quindi male quella esclamazione e insistette,  dicendo  che  si
    darebbero  ben  altri  sfoggi d'opulenza.  Nelle domeniche della buona
    stagione si uscirebbe di citt,  si  farebbero  delle  corse  bizzarre
    attraverso   i   campi   per  finire  in  qualche  solitario  paesello
    silenzioso.  Chi sa?  Se gli affari  prosperassero  molto,  il  signor
    capitano  potrebbe  tre o quattro volte l'anno uscire a cavallo con la
    signorina sua figlia.
    Tu cavalchi? disse Steinegge stupefatto.
    Edith sorrise.  Sai,  caro pap diss'ella da bambina  che  passione
    avevo per i cavalli!  Quando i miei cugini imparavano a cavalcare,  il
    povero nonno ha voluto  che  insegnassero  anche  a  me.  Ho  imparato
    subito. Sai cosa mi diceva, quando mi vedeva a cavallo, il mio maestro
    di musica?
    Tu sai la musica? esclam Steinegge ancora pi stupefatto.
    Ma,  pap,  non ho mica pi otto anni,  sai!  Mi diceva che si vedeva
    bene di chi ero figlia: E del mio italiano non mi parli?  Sai che l'ho
    imparato in questi ultimi sei mesi?
    Appunto di questo suo padre non s'era ancora ben persuaso; ch'ella non
    avesse  pi  otto anni.  E del vario sapere che veniva sorprendendo in
    lei si sorprendeva come d'un miracolo,  si inteneriva,  con quel senso
    di  timida  ammirazione  che  aveva  provato  insieme  alla  gioia del
    rivederla!  Povero Steinegge!  Al cancello del Palazzo  si  trasse  da
    banda  per  lasciar  passare  Edith  e  si  tolse involontariamente il
    cappello.
    Pap! disse Edith ridendo.
    Che? Steinegge non capiva.
    Ma, il cappello?
    Ah!... Oh... S! Il pover'uomo se lo ripose in testa, proprio mentre
    il conte Cesare salutava Edith e le veniva incontro  nel  cortile  col
    sorriso pi benevolo che abbia illuminata una faccia severa.
















    Capitolo quarto.
    INTERMEZZO.

    Era  corsa  una  settimana  dall'arrivo  di  Edith  e  dei Salvador al
    Palazzo.  La contessa Fosca  pretendeva  d'aver  avuto,  i  primi  due
    giorni,  una gran soggezione sia per il muso lungo del cugino, sia per
    il muso lungo delle montagne. Guai, diceva lei, se le fosse mancato il
    conforto di Marina! Sarebbe partita subito.  E concludeva che a questo
    mondo  non  bisogna  mai  disperar  di nulla,  fuorch di veder Cesare
    pettinato.  Adesso si trovava proprio come in paradiso;  Cesare si era
    sbottonato,  gli  altri si erano sbottonati,  aveva potuto sbottonarsi
    anche lei e - oh Dio - si respirava.  Adesso non c'era pericolo che la
    contessa  Fosca  avesse  soggezione.  O per complimenti a Marina o per
    blandizie a suo figlio,  o per rabbuffi al conte e a Steinegge,  o per
    apostrofi strambe ai domestici, o per esclamazioni e soliloqui, la sua
    voce  era  sempre  in  aria.  In  questo  non somigliava di certo alla
    gentildonna veneziana del Palma, ch'ella giurava e spergiurava,  Palma
    o non Palma, essere il suo ritratto fattole a tradimento un trent'anni
    addietro,  probabilmente quando era andata al ridotto da dogaressa del
    500.  Nepo recitava al conte in  tono  oratorio,  per  abituarsi  alla
    Camera  delle  lunghe  tirate d'economia politica,  gli raccontava gli
    aneddoti politici della capitale.  A Marina parlava di mode e di tutte
    le contessine e le marchesine che aveva conosciuto a Torino, riferendo
    i  dialoghi  tenuti con loro e avendo cura di intercalarvi spesso Voi
    Salvador, voi Maria, voi Emma, voi Fanny ecc. Le dedicava pure le sue
    goffe spiritosaggini insolenti;  le nascondeva i libri,  le mutava  un
    guanto,  faceva dondolare "Saetta" quando andavano sul lago. Sfoggiava
    senza piet per Marina le toelette pi irresistibili,  a tinte austere
    la  sera,  tenere  la  mattina;  tanto  tenere che qualche volta Nepo,
    profumato come era,  pareva un boccone di crema alla  vaniglia.  E  il
    glorioso corno degli avi magnanimi, quel corno

    "che valeva
    Assae pi che una corona"

    si era sciolto,

    "Bench re de tutti i corni",

    in  una  minutaglia  di  cornetti  burla,  piovuta sui bottoni,  sulle
    spille,  sui fazzoletti del pusillanime nipote,  malgrado la  spiccata
    antipatia della contessa Fosca per questo emblema che le suggeriva dei
    motti democraticissimi.  Steinegge,  a cui la contentezza sprizzava da
    tutti i pori,  era il cavaliere ufficiale di Sua Eccellenza che  aveva
    molta  bont  per lui.  Il cucchiaio che va a spasso con la scodella
    diceva la contessa quand'egli  le  dava  il  braccio.  Per  prima  di
    accordargli  tanta  confidenza  si  era  fatto  spiegar  che  non  era
    austriaco n amava gli austriaci;  e ci volle del buono perch potesse
    capacitarsi  che  "l' todesco e no l' todesco".  Vorrete dire che 
    "todesco", ma non tiene dai "todeschi"? esclamava la povera donna.  E
    finiva con dire: Mi fido,  mi fido Ne domand allo stesso Steinegge,
    al quale, poi, accord sincera amicizia, giungendo fino a raccontargli
    certi aneddoti molto scabrosi con s poca prudenza che  Steinegge,  se
    Edith era vicina, fremeva.
    Steinegge  pareva  rabbonito  con  la stessa Marina,  forse perch tra
    pochi giorni avevano a separarsi partendo egli con Edith per andare  a
    stabilirsi a Milano;  ed era questo un piacere comune. Marina prendeva
    qualche volta a braccetto Edith per  fare  un  giro  in  loggia  o  in
    giardino. Edith non sembrava lieta di questi favori e se ne schermiva.
    Il  suo contegno con Marina era freddo quanto glielo consentiva la sua
    condizione di ospite: e  non  mancava  in  quel  riserbo  un'ombra  di
    alterezza.  Non si poteva accusarne il sangue tedesco. Per la contessa
    Fosca, Edith mostrava viva simpatia, e anche pel conte Cesare,  bench
    in  tutt'altro modo.  E il conte Cesare era affettuoso con lei,  aveva
    combattuto i suoi propositi di immediata partenza,  le si  apriva  pi
    assai  che  a  suo  padre:  le  parlava  della  sua vita solitaria con
    l'amarezza pacata che copre dolori profondi,  e le diceva di  sentirsi
    scossa la salute ferrea goduta sin allora.  Con i Salvador, tanto agli
    antipodi della sua natura,  il conte si  mostrava  paziente  oltre  il
    prevedibile.  A  Marina  non  rivolgeva  quasi  mai la parola.  I loro
    sguardi non entravano direttamente l'un  nell'altro  in  nessun  caso;
    correvano obliqui a incrociarsi in un punto X pi o meno lontano, come
    certe  linee  ipotetiche di teoremi geometrici.  L'umore di Marina era
    dei pi mutabili.  Da lunghe ore di calma taciturna passava ad  impeti
    di  nervoso brio.  Civettava un momento con Nepo a segno di stordirlo,
    di levarlo da terra;  poi non lo guardava  pi,  non  gli  rispondeva.
    Viveva,  si pu dire, d'aria; e non era mai stata cos bella. Sotto le
    due bende ondulate di capelli  che  scendevano  curve  sin  presso  le
    sopracciglia,  quasi  a nascondere un segreto pensiero,  i suoi grandi
    occhi gittavano fuoco assai pi spesso del solito.  Nella sua persona,
    musica  inesprimibile  di curve armoniose dall'orecchio finissimo alla
    punta del piede arcuato, si vedeano alternarsi l'energia e il languore
    di una vita nervosa,  esuberante.  Insomma ella era come  un  nodo  di
    ombra, di luce e di elettrico; che cosa chiudesse, nessuno lo sapeva.
    Quasi  ogni  giorno  si  facevano  gite  sul lago o sui monti.  Era la
    contessa Fosca che metteva fuoco, per cos dire,  alla brigata,  senza
    farne mai parte. Ne aveva abbastanza di girar per casa! Perdeva spesso
    la  tramontana  sulle  scale  o  nei corridoi.  Allora chiamava Catte,
    chiamava Momolo.  Catte era gi pratica d'ogni buco quanto un  vecchio
    topo;  ma  il  povero  Momolo  non  ne  poteva venire a capo e non era
    infrequente il caso che all'appello della contessa  rispondesse  quasi
    di sotterra la sua voce lamentevole: Pronto, Eccellenza; ma non so da
    che  parte.  Gli Steinegge erano andati due volte alla canonica e don
    Innocenzo avea fatto anche  lui  una  visita  al  Palazzo.  Quanto  al
    dottore, non vi si era pi veduto.
    Bella e allegra compagnia era quella che pranzava nel tinello.  Motti,
    burle,  grossi equivoci,  galanterie bernesche,  botte e  risposte  di
    taglio  e  di punta,  sussurri maligni,  risate,  strilli,  mugolii di
    mangiatori  disturbati,  s'urtavano,  s'incrociavano,  si  mescolavano
    sotto  le  volte  basse.  Un  tocco  di campanello troncava netto quel
    tripudio di ranocchi indiavolati; poi scappava fuori daccapo una voce,
    un'altra,  una terza,  tutto il concerto.  La Giovanna se ne crucciava
    inutilmente.  Chi  faceva  le  spese  di  tanto chiasso era per lo pi
    Momolo che sapeva dir solo: andiamo, andiamo, da bravi. Da Momolo, i
    beffeggiatori passavano al parlare veneziano,  a  Venezia  stessa;  ma
    allora  bisognava sentire e veder Catte,  riconoscere che cinque o sei
    lombardi son pochi davvero per  azzuffarsi  a  parole  con  una  brava
    "calra"  del  buon sangue veneziano.  Con quattro frustate in giro li
    faceva stare indietro tutti,  poi ne sceglieva uno e lo tempestava  di
    motti  e  di  frizzi,  voltandogli  addosso le risate della compagnia,
    sprecando un tesoro di spirito e concludendo,  inebetita  la  vittima,
    che non c'era gusto.
    Andate  l  diceva qualche volta Fanny stiamo pi allegri noi che i
    "sciori".
    Allora si chiudeva il torrente delle risate  e  si  aprivano  i  mille
    rivoli del pettegolezzo. Tutta la compagnia bisbigliava. Alla Giovanna
    quei bisbigli non piacevano;  ma Catte sosteneva che "a nu,  poarini",
    era lecito, lecitissimo ascoltare alle porte, leggere le lettere,  dar
    ordine alle tasche ed ai cassetti dei padroni. Non vanno alla commedia
    i padroni?  Dunque anche la povera servit ha da potersi godere la sua
    matta commedia,  gi che in casa la danno per  niente.  E  se  non  la
    vogliono dare,  "ci", la si prende. Quello non  rubare; agli occhi e
    alle orecchie non ci resta attaccato niente. Se si mette la mano in un
    cassetto  a fin di bene e non per brutte cose, e,  dopo,  uno si lava
    nell'acqua dei padroni.
    La  commedia  in  scena  era questa: S.  E.  Nepo e il suo matrimonio.
    Quella gente aveva fiutato il titolo  in  aria  per  istinto.  Si  era
    ancora  al  prologo;  un  prologo  occulto da cogliersi negli sguardi,
    negli atti, nelle parole pi indifferenti,  forse in qualche colloquio
    recondito  in  cui gl'interlocutori credevano non essere uditi neppure
    dall'aria. Catte ne aveva parlato lungamente a Fanny, rispondendo agli
    elogi che la cameriera civettuola faceva  della  "bellssa"  di  Nepo,
    della  "bianchssa"  di  quelle  mani  da  "popla"  e  della sua gran
    "scichssa" in generale.  Catte le aveva rappresentata la cosa come un
    gran beneficio cui la Provvidenza,  aiutata dalle Eccellenze Salvador,
    stava per  recare  a  donna  Marina.  Ella  magnificava  non  poco  le
    ricchezze de' suoi padroni,  i due palazzi di Venezia,  di qua e di l
    dall'acqua,  la colossale villeggiatura con i porticati lunghi come le
    Procuratie, i reggimenti di statue, i granai capaci di sfamare tutti i
    topi  e  i  pitocchi  di  Venezia,  e  la  famosa  aia  grande come la
    Piazzetta.  Fanny beveva queste notizie e le spandeva tra i  colleghi:
    "Che  senta,  che senta!  La dice cos e cos".  Pareva che stesse per
    ereditar lei tutta questa roba.  Gli altri facevano spallucce.  Che ne
    importava loro?  E chiedevano a Fanny s'ella credeva di andar a far la
    principessa.   Fanny,   piccata,   rispondeva:   "Che   sciocchezze!".
    Principessa  no,  ma  "intanta"  non sarebbe pi stata ad ammuffire in
    quel mostro d'un sito, fabbricato dal diavolo per i suoi figli. Allora
    le si faceva osservare che il  matrimonio  non  era  poi  mica  ancora
    sicuro;   e  qui  cominciavano  le  congetture,   si  avviavano  delle
    conversazioni come questa:
    Lui gi  innamorato morto. Ho  visto  io  ieri  che  alzandosi  da
    tavola  lei  aveva impolverata la punta d'uno stivaletto. Ouf,  mica
    vero. Come,  mica vero?  Ce lo dico io.  E poi si mangian  su  cogli
    occhi. Invece no.  Lei non ci guarda quasi mai.  E' lui che  sempre
    l a questo modo! Storie! Gi si sa che la signora Fanny non  vuol
    credere. Perch non voglio credere,  signor Paolo? Non ha preso su
    qualche mezza  oncia,  Lei,  dal  signor  conte?  Ebbene,  cosa  c'
    dentro? Qualche bacio? Bugie,  bugiacce!  Non ha vergogna? Nessuno
    me ne ha fatto dei baci a me. Eh lasciate dire,  benedetta.  C'  la
    libert  qui.  "Prima  se  lassa  far,  dopo  se  lassa dir";  voi non
    c'entrate.  E poi cos' un bacio?  Tempo buttato via. Oh che  "sra"
    Catte! Cosa dice Momolo?  Che si faccia l'affare o no? Cosa volete
    che dica?  Bezzi cercan bezzi. Ehi,  guarda un po,   mica da  merlo
    quella risposta l.  Gi, l' cos la storia. Lui le fa l'asino, tanto
    per parere;  e lei che ci vuol bene al padrone qui come al fumo  negli
    occhi,  lei  se  lo lascia fare tanto per cavarsela;  ma l' tutta una
    macchina dei vecchi.  Han denari come terra e voglion fare un  mucchio
    solo.  Tacete,  ha ragione qui lui!  Stamattina la contessa ha preso
    una rabbia,  perch sono andata in sala mentre l'era sola  col  signor
    conte  e  poi  venuto il Sindaco e non andava mai via,  mai via e mai
    via, che bisognava vedere! Certo la ci voleva parlare e non ha potuto,
    perch poi sono tornati a casa  gli  altri.  E'  chiara,  neh,  "sra"
    Catte? Come questo caff, "vecia".
    Catte  aveva  poi  dei  colloqui  intimi  con  Fanny nelle passeggiate
    vespertine che facevano insieme. Donna Catte
    "Picoleta ma furbeta"
    sapeva divertirsi alla commedia per conto suo  e  recitare  per  conto
    degli  altri.  Perch  mai cercava ella,  cos acuta e sarcastica,  il
    favore della scipita Fanny?  Perch la blandiva con tutti i  possibili
    "cocolezzi"?  Perch la faceva sempre parlare di donna Marina? Essa la
    strizzava come un limone,  ed ebbe presto finito di spremerne il sugo,
    che  non era molto davvero,  bench contenesse ogni sorta di cose.  Le
    informazioni e i giudizi di Fanny, accomodati e cuciti da Catte a modo
    suo,  erano porti a S.  E.  la contessa Fosca che  li  accoglieva  con
    gravit  solenne  come avrebbe fatto,  in argomenti di Stato,  uno dei
    "Cai" antenati di suo marito.  Ella seppe cos che  Marina  era  amica
    intima  di  Fanny  e  le  confidava  tutto;  che  godeva di una salute
    regolarissima e  non  aveva  in  tutta  la  persona  un  difetto,  una
    cicatrice;  che non aveva potuto soffrire il signor Silla; che portava
    biancheria di seta;  che leggeva una quantit di libri gialli e rossi:
    che era mite come un'agnellina.  Fanny aveva detto qualche altra cosa,
    una cosina ghiotta che Catte offerse alla contessa con molta arte, con
    uno straordinario sfoggio di segretezza,  ecco: pareva a Fanny che  la
    marchesina  fosse  innamoratissima  di Sua Eccellenza il conte.  Ma la
    contessa, con quell'aria di dabbenaggine spensierata,  sapea osservare
    e  se  ne  intendeva di questi argomenti.  All'udire la grande notizia
    alz gli occhi in viso a Catte, la guard un poco e disse solo:
    Sei vecchia, tu?
    Gesummaria, Eccellenza!
    Anch'io, "sa"!




















    Capitolo quinto.
    IL VENTAGLIO ROSSO E NERO.

    Una mattina la contessa Fosca e il conte Cesare si  trovarono  soli  a
    colazione. Tutti gli altri erano andati a vedere il posto della futura
    cartiera  insieme  all'ingegnere  Ferrieri,  al  Finotti  e  al Vezza,
    ritornati, il primo per gli affari, gli altri due per vedere un Orrido
    vicino,  pochissimo conosciuto,  dove s'era  combinato  di  andare  il
    giorno dopo.
    La contessa Fosca pareva ancora pi gaia del solito, aveva la parrucca
    per  isghembo  e  lanciava  al  conte  delle  occhiate  serie  che non
    s'accordavano con il suo cicaleccio scherzoso.  Parlava di cento cose,
    saltando  di palo in frasca.  Il conte le rispondeva a monosillabi,  a
    brevi parole buttate l per voltar da s la corrente.  A  ciascuna  di
    queste risposte la contessa cambiava argomento,  senza maggior frutto.
    Non se ne mostrava stizzita. Tutt'altro;  anzi era sempre pi amabile,
    tanto che il conte tra i suoi "gi", "certo", "sicuramente", le lanci
    due  occhiate  di  cui  la  prima,  alquanto lunga,  voleva dire: "che
    diavolo c'?" e la seconda,  assai breve,  "ho  capito".  Poi  non  la
    guard pi.
    La contessa tacque un momento, si butt indietro sulla spalliera della
    seggiola e si pose a giuocare frettolosamente col suo ventaglio verde,
    facendosi svolazzar i nastri della cuffia intorno al faccione ridente.
    Che peccato, Cesare? diss'ella.
    Ma!
    Che peccato non esser pi giovani!
    Oh, sicuramente.
    Si sarebbe andati a spasso anche noi, e invece ci tocca di star qui a
    guardarci come due trabaccoli marci in cantiere.
    Il  conte non pot trattenere un movimento combinato di tutte le rughe
    del viso.
    Eh grid la contessa pensate voi se io sono andata gi un pochetto,
    d'essere un bel capo, voi?  - Che arie! Qui la contessa,  vociferando
    sempre, si vers da bere.
    Eh,  perch mi fate quegli occhi?  Credete che spanda? Non ho mica la
    tremarella, sapete. E' la tovaglia di santa Costanza, questa?  Perch,
    "digo",  credo  che siate di quel tempo.  Dunque,  cosa si diceva?  Mi
    avete fatto perder la testa con le vostre smorfie. Oh Dio che caldo! E
    star qui con voi!  Era ben meglio che fossi  andata  a  vedere  questa
    maledetta cartiera.  Quelli si divertono! Via, siate buono! datemi una
    pesca.  Se  si  divertono!  Grazie,  tesoro.  Dite  s  o  no  che  si
    divertono?
    Non lo so.
    Non lo so? Io s che lo so. Bello quel "non lo so"!
    Vi piace quella pesca?
    No,  non val niente. Cosa c'entra la pesca ? Lasciate star le pesche,
    caro voi. Che uomo che si perde con le pesche! Cosa dicevamo?
    Io? Niente.
    Niente fa bene per gli occhi e fa male per la  bocca.  Parlate,  dite
    su.  E'  un'ora  che  parlo  io.  Mi  fate compassione.  A questo modo
    scoppierete.  Contate su.  Perch  non  volete  che  quei  ragazzi  si
    divertano?
    Udite  disse  il  conte  sorridendo  io  mi sono divertito molto da
    un'ora a questa parte e siete voi che mi fate compassione.  Voi volete
    passare piano piano un'acqua un po' larga e profonda e andate su e gi
    per la riva,  cercando il ponte che non c'. Non vi resta che saltare,
    cara cugina. Saltate pure, non vi farete male.
    La contessa divent scarlatta,  e spinse via bruscamente il suo piatto
    su  cui posava un calice pieno di barolo.  Il calice si rovesci sulla
    tovaglia,  il  conte  trasal,   cacci  fuori  tanto  d'occhi  e  Sua
    Eccellenza esclam: Niente, caro. Nozze! Ecco.
    Il conte sbuffava.  Ci vollero tutte le tradizioni cavalleresche della
    sua casa per trattenerlo dal prorompere contro l'avventata cugina.  Le
    macchie  lo  irritavano come se avesse avuto per blasone la pulitezza.
    Suon furiosamente il campanello e grid al servo: Via  tutta  questa
    roba! Subito. Fu una cannonata che gli port fuori in foco e strepito
    quel groppo di collera e lo lasci vuoto, tranquillo.
    Vi  passata, caro? disse la contessa dopo che fu sparecchiato.
    Il conte non rispose.
    Anche  a  me  soggiunse  tosto  Sua Eccellenza.  Parliamo dunque di
    questo affare.  Sentite,  Cesare.  Voi a quest'ora,  col  vostro  gran
    talento che avete,  mi conoscete.  Io sono ignorante,  sono una povera
    scempia,  ma "de cuor".  Sono tutta cuore.  Quando si tratta delle mie
    viscere,  della mia creatura, mi rimescolo tutta, quelle poche idee mi
    vanno in un mucchio, non vedo pi niente, non so pi niente.  Sono una
    povera  femmina  cos.   Aiutatemi  voi,  Cesare,  consigliatemi  voi,
    guardate voi, dite voi, tutto voi, tutto voi. Voi siete del sangue del
    povero Alvise. E' Alvise che mi dice di mettermi nelle vostre mani per
    nostro "fio", per il mio Nepo.
    Pronunciato questo nome, la contessa, intenerita, si asciug gli occhi
    con un immenso fazzoletto.
    Perdonatemi,  Cesare diss'ella.  Sono  madre,  sono  vecchia,  sono
    insensata.
    La  voce singhiozzante della signora non era piacevole e non divertiva
    affatto il conte Cesare, che aveva tirato indietro per isghembo la sua
    seggiola,  e,  posta una gamba a cavalcioni dell'altra la dondolava in
    su e in gi, guardando la gentildonna veneziana del Palma.
    Gli  era  nuovo  quell'aspetto lagrimoso di sua cugina,  e gli piaceva
    ancora meno degli altri.  Dopo qualche momento di silenzio in  cui  la
    contessa  si  tenne il fazzoletto sul naso e sull'occhio sinistro,  il
    conte volt il capo verso di lei  e  continuando  nel  maneggio  della
    gamba  e  ribattendo  col dito medio della mano destra Dio sa che nota
    sulla tavola, disse:
    Dunque?
    Dunque,  oh Dio,  qui vedo certe cose che mi fanno paura.  Mi capite.
    Anche in delicatezza non posso tacere.  I ragazzi son ragazzi,  si sa;
    ma noi altri dobbiamo aver giudizio anche per loro.
    Avete paura? Ma ditemi un poco, non era la vostra intenzione questa?
    La mia intenzione, benedetto? Ma no che non era la mia intenzione. La
    mia intenzione era di farvi conoscere  mio  "fio",  di  fare  che  gli
    voleste  bene,  che gli deste dei buoni consigli anche su questo punto
    del prender moglie.  Mi ha rifiutato due o tre partitoni,  proprio coi
    fiocchi, non so perch. Ho cercato, ho fatto cercare se avesse qualche
    intrigo,  qualche  pasticcio.  Niente,  non  ha niente.  Non  mica un
    frate, grazie a Dio, e avr fatto anche lui,  si sa,  quello che fanno
    tutti i ragazzi,  sfido!  per con prudenza, con giudizio, da "vecio".
    D'impegni neppure l'ombra! Dunque?  Questa cosa non mi lascia dormire.
    Io  non posso parlare.  Egli crede che si cerchi solo l'interesse.  Oh
    Dio, madre sono, e devo pensarle tutte. Lui non vede che il cuore,  lo
    spirito, il talento, la bellezza, il suonare, il cantare e tante altre
    cose fatte di aria e niente come queste.  Cose ottime, ma non bastano.
    Pensai che forse per ora non volesse legarsi.  Ma no;  seppi di  certo
    che l'idea l'aveva; un'idea, l, per aria. Son dunque venuta, vi torno
    a  dire,  perch  gli  deste dei buoni consigli.  Marina?  Ecco il mio
    torto.  Non ho pensato che  poteva  innamorarsi  di  Marina.  Sentite,
    Cesare.  Io sono Betta dalla lingua schietta. Parliamoci candidamente,
    bench  la  sia  vostra  nipote.  Quella  ragazza  ha  fatto  un  gran
    cambiamento. Nepo e io l'abbiamo conosciuta a Milano. Con tutte le sue
    ricchezze,  con  tutte  le  sue grandezze,  a "mio fio" non  piaciuta
    niente affatto. Gli pareva superba,  aristocratica.  Perch "mio fio",
    in punto aristocrazia,  ha tutte le vostre idee,  che si usano adesso,
    dopo che c' l'Italia.  "Mio fio" non  mica uno di questi "spuzzette"
    che vi tiran di naso se non avete quattro quarti. Allora vostra nipote
    non  gli  piacque troppo.  Non mi  dunque neppur passato per la testa
    che cambiasse il vento.  E ho avuto torto perch adesso,  lasciatemelo
    dire, la  proprio una gioia, un "bombon". E poi le sue disgrazie! Non
    ho  pensato  alle  sue disgrazie,  non ho pensato al cuore che ha "mio
    fio". Per il cuore Nepo  tutto me. Il gran cuore,  figlio caro,   un
    peso che tira a fondo, chi ha gran cuore...
    Ebbene? interruppe il conte a cui pareva tempo di concludere.
    Ebbene,  non  dovrei  parlar  cos  a  Voi che siete suo zio,  il suo
    secondo padre, ma Vi ho gi detto la confidenza che ho.  Ecco,  non so
    se si possa lasciar andare avanti questa cosa.  Vedo il diritto,  vedo
    il rovescio, vedo questo,  vedo quello,  vorrei e non vorrei.  Oh Dio,
    che "strucacuor"!
    La  contessa  si  port ancora il fazzoletto agli occhi.  In quella un
    uscio si aperse,  e comparve  Catte  recando  la  tabacchiera  di  Sua
    Eccellenza.  Costei  si  volt inviperita e grid tutto d'un fiato con
    voce stridente:
    "Cavve vu,  che ve lo go dito tante volte che no  vogio  che  st  a
    secar co se parla!"
    Catte pos la tabacchiera sopra una seggiola e si ritir in fretta.
    Il conte rest ammirato delle mobili emozioni di sua cugina, la quale,
    ripiegato lentamente il capo, si riportava il fazzoletto agli occhi.
    Adesso diss'egli posso dire una parola io?
    Oh, benedetto, se l'aspetto come la manna del cielo!
    Tutte queste cose che avete visto Voi, io non le ho viste; forse sar
    miope. Ma lasciamo stare. Non  poi necessario che due persone perdano
    prima  il  sonno,  l'appetito  e la testa per poter poi vivere insieme
    passabilmente.  A ogni moto,  non ci vedo chiaro neppur io  in  questa
    faccenda.
    Gli occhi languidi e lagrimosi della contessa si ravvivarono di botto.
    Ella si pos il fazzoletto sulle ginocchia.
    Io  non  so  vedere  seguit il conte quale razza di felicit possa
    uscire dalla unione di Vostro figlio e di mia nipote.
    "Ci"! esclam Sua Eccellenza sbalordita.
    Mia nipote ha molto ingegno  e  una  testa  delle  pi  bizzarre  che
    Domeneddio  e il diavolo possano mettere insieme quando lavorano a chi
    pi pu.
    Ma che spropositi, Cesare!
    Niente affatto. Non lo sapete ancora che la marca di fabbrica di quei
    due signori si trova in tutte le  cose  di  questo  mondo?  Bene;  mia
    nipote  avrebbe  bisogno  di  un marito d'acciaio,  forte e brillante.
    Vostro figlio non  d'acciaio sicuramente. Oh, io non lo disprezzo per
    questo. Gli uomini di acciaio non si trovano mica a dozzine.  Io credo
    che  vostro  figlio,  il  quale,  tra  parentesi,  non  ha le mie idee
    sull'aristocrazia, non sia il marito che ci vuole per Marina.
    La contessa Fosca, ch'era venuta slacciandosi la cuffia, dondolando il
    capo, e soffiando, rispose:
    Cos' questo fare?  Cos' questo parlare?  Cos' questa roba?  sapete
    che mi fate venir caldo?  Non ho capito bene il vostro discorso, ma se
    mai fosse contrario a "mio fio",  come mi  parso,  ho l'onor di dirvi
    con  tutto  il  rispetto al vostro talento,  che non intendete niente.
    Andate a Venezia a domandare di "mio fio";  sentirete.  No,  che non 
    d'acciaio;  d'oro,  .  Di  acciaio  sarete  voi  e anche di stagno se
    occorre.  Venite fuori con certe cose che mi fanno proprio  uscir  dai
    gangheri.  D'acciaio?  Si  mai sentito?  D'acciaio si fanno le penne,
    anima mia.
    La contessa interpose qui un breve silenzio e alcuni  gravi  colpi  di
    ventaglio.
    Che roba! continu.  Non ve ne intendete.  Oh, non ve ne intendete,
    figlio caro.  E quella poveraccia di Marina,  neppur quella conoscete,
    signor orso. Eh, no no, caro.
    E gi quattro colpi di ventaglio.
    Intanto  il  conte  la  guardava  con  uno stupore troppo espresso per
    essere del tutto sincero.  Ma  allora  diss'egli    vero,  io  non
    comprendo niente. Se avete queste idee, perch diavolo Vi fa paura che
    vostro figlio faccia la corte a mia nipote?
    Sentite,  Cesare,  io avr tutti i difetti e tutti i torti del mondo,
    ma son sincera.  Mi prenderete in mala parte  se  parlo  schietto?  C
    anche  questa,  che se "mio fio" lo viene a sapere che vi faccio certi
    discorsi,  poveretta  me,  non  ho  pi  bene,  non  ho  pi  pace  Mi
    raccomando, Cesare. Volete che ve lo dica? Questa cosa mi fa groppo in
    gola,  stento a buttarla fuori.  E' una umiliazione grande,  una cosa
    contraria al mio carattere,  ma  i  fatti  sono  fatti,  il  dovere  
    dovere.
    La  contessa pos il ventaglio sul tavolo,  si ripose il fazzoletto in
    tasca, si riannod la cuffia, e poi ricominci lenta e grave:
    Ecco qua.  Pur troppo la famiglia Salvador di adesso  non    pi  la
    famiglia  Salvador  di  una  volta.  Il  povero  Alvise   stato molto
    disgraziato nei suoi affari;  e poi abbiamo avuto il 48,  e s'  fatto
    quel che s' fatto.  Non faccio per dire,  ma se non era la roba mia i
    Salvador sarebbero andati a pescar  "moleche".  La  roba  mia,  quando
    Alvise  mi spos,  era tanta.  Magari fosse vissuto ancora,  benedetta
    l'anima sua! Si sarebbe in malora: ma contenti.  Di quei pensieri,  di
    quelle fatiche, di quelle privazioni ho avuto, figlio caro, che non Vi
    dico  niente.  Sempre  mangiacarte  per  casa.  Le campagne in man dei
    ladri;  il fattore,  capo.  Mangia tu che mangio anch'io.  Con duemila
    duecento  campi  in  Polesine,  mi  toccava  di  comperare il riso per
    famiglia;  non Vi dico altro.  Oh Dio,  che vita!  Basta,  a forza  di
    stenti e di sacrifici,  si drizz la barca.  Ma a questo punto dipende
    da Nepo che non si torni indietro;  tutto dipende dal  matrimonio  che
    far  Nepo.  E adesso ditemi,  Cesare;  se colla vostra bont,  se col
    vostro gran cuore non  aveste  raccolto  quella  povera  Marina,  come
    vivrebbe? Ditemi, benedetto, come vivrebbe?
    Col suo, vivrebbe.
    Col suo?
    La contessa Fosca apr tanto d'occhi.
    Sicuramente.  La  liquidazione  della sostanza di mio cognato ha dato
    ottantamila lire d'attivo.
    Bene, pane e acqua, parliamoci schietto.
    Io non sono veramente cos gran signore da dir  questo.  Io  apprezzo
    ottantamila lire. A me basterebbero.
    Bene,  diremo:  pane,  acqua e pomi.  E poi bisognerebbe vedere se vi
    basterebbero. E poi prendete una sposina giovane, bella,  tutta fuoco,
    piantatevi  a  Torino  o  a Milano con dei maledetti nomacci di questa
    sorta,  lunghi come da qui a Mestre,  con una fila mai pi  finita  di
    palle  e di corni,  perch ci hanno a essere anche quelli,  vestitela,
    spogliatela, divertitela, scarrozzatela e anche... sto per dire...  s
    insomma,  arrischiate di far crescere la famiglia,  e mi saprete dire,
    coi vostri ottantamila "cossa xeli", quanti salti farete.  Io vi parlo
    col  cuore in mano,  perch vi considero di famiglia,  Cesare.  La mia
    prima idea era quella di portar via Nepo sul momento;  ma cosa avreste
    detto di me?  Ho pensato di parlarvi prima come farei a un fratello; e
    cos ho fatto.
    Vi ringrazio molto dell'onore disse il conte.  Voi  mi  fate  onore
    assai  pi  che  non crediate.  Il consiglio che io vi do  di partire
    subito.
    La contessa tacque, ferita al cuore.
    Si udirono in quel silenzio mortale due mosche azzuffarsi  dentro  una
    zuccheriera.
    Eh certo diss'ella. Pareva che Sua Eccellenza, dopo tante ciarle, si
    fosse trovata a un tratto senza fiato.
    Del  resto  disse  il  conte    molto possibile che non partirete.
    Dipender da mia nipote.
    Come, da vostra nipote?
    Sicuramente.  E' la mia coscienza che mi ha  imposto  di  darvi  quel
    consiglio,  perch  non  credo  che  mia  nipote  e  vostro  figlio si
    convengano.  Ma voi non avete questa opinione,  neppure vostro  figlio
    pare  che  l'abbia,  e  potrebbe  darsi  che  non l'avesse neppure mia
    nipote,  la quale  perfettamente in grado e in diritto di  avere  una
    opinione. Allora capite bene che io non potrei n vorrei far prevalere
    la mia.
    Andate "alla Sensa", Cesare? Dopo tutto quello che vi ho detto...
    Il conte si alz e la interruppe.
    Volete  favorire  nella  mia biblioteca?  Ho la debolezza di trattare
    sempre gli affari in quel luogo.
    La contessa voleva replicare  qualche  cosa,  ma  suo  cugino,  aperto
    l'uscio, le accenn che passasse. Intasc poi la tabacchiera posata da
    Catte  e segu la contessa.  Quando Sua Eccellenza si fu accomodata in
    un seggiolone della biblioteca,  il conte si mise a camminare su e gi
    per la sala,  muto,  con la testa bassa e le mani in tasca, secondo il
    suo solito.  Sua Eccellenza lo guardava senz'aprir bocca,  sbalordita.
    Fatti cinque o sei giri,  il conte le si ferm in faccia, la guard un
    momento e disse:
    Che vi pare di trecentoventimila franchi?
    Il viso di Sua Eccellenza  divent  paonazzo.  Ella  balbett  qualche
    parola inintelligibile.
    Trecentoventimila miei e ottantamila suoi fanno quattrocentomila. Che
    vi pare di quattrocentomila franchi?
    In nome di Dio, Cesare, cosa volete dire? Non capisco!
    Oh,   voi  capite  perfettamente  disse  il  conte  con  un  accento
    inesprimibile.  E' un mistero pel quale non vi mancava n la fede  n
    la speranza prima di parlare con me.  Io ve ne ringrazio molto. Voi mi
    avete  fatto  l'onore  di  credere  che  provvederei  con  sufficiente
    larghezza  al  collocamento  di mia nipote,  bench non ne abbia alcun
    obbligo ed ella non porti il mio nome. Non  questo?
    Sua Eccellenza si slacci da capo la cuffia e proruppe:
    Sa Lei, "sior", cosa ho l'onore di dirle? Che a questo modo si tratta
    con i facchini e non con le dame.  Mi meraviglio che in quella  fresca
    et  Ella  non  abbia  ancora  imparato  a  trattare  il  mondo.  E mi
    meraviglio che con i suoi strambezzi,  con i suoi zimarroni,  e con la
    sua zazzera La creda di poter fare e dire tutto quello che Le salta in
    testa.  Ella sar nobile, caro, ma non La  cavaliere. Credete che, se
    si trattasse di me,  non Vi direi: Teneteveli i Vostri bezzi?  Credete
    che  rimarrei  un'ora  di  pi  in  questa  casa  dove  mi si manca di
    rispetto?  Ringraziate Dio che di me non si tratta,  perch io non  ho
    bisogno n di "mio fio", n di altri, e del mio ne avanza e non saprei
    che farmi dei Vostri trecento "pun"!  n dei Vostri quattrocento, "pun
    pun"! E io,  povera insulsa,  che vengo a parlarvi come a un fratello!
    Ringraziate Dio,  Vi dico,  che sono vecchia e user prudenza con "mio
    fio";  se sapesse che gli si attribuiscono  mire  d'interesse  sarebbe
    capace di sacrificare il suo cuore, la sua felicit e tutto quanto.
    Il calore di quest'arringa non era punto simulato.  La contessa Fosca,
    dopo aver condotto suo cugino al punto che  voleva  lei,  si  reputava
    offesa  di  sentirselo  a  dire.  E  c'entrava  forse nel suo dispetto
    quest'altra  piccola  delusione,   che  il  conte  non  avesse   detto
    addirittura, com'ella sperava: "Marina  mia erede".
    Il  conte stette mansuetamente ad ascoltare le sfuriate di sua cugina,
    come se non fosse affar suo: e si appag di rispondere:
    Il vino che versate lascia macchia; le parole no.
    La contessa non parve  udirlo.  Ella  si  era  gi  alzata  e  muoveva
    brontolando  verso  l'uscio.  Suo cugino in piedi,  chino sul petto il
    capo formidabile,  la guardava sorridendo: forse perch Sua Eccellenza
    pareva  una papera che,  offesa da qualche villano nel suo pasto o nei
    pacifici colloqui con le amiche o nella contemplazione solitaria, dopo
    una schiamazzata e una corsa se  ne  va  grave  e  degna  ma  tuttavia
    commossa, mettendo ad intervalli le voci brevi e sommesse dello sdegno
    suo che si placa. Quando ella fu presso all'uscio, il conte si scosse.
    Aspettate diss'egli.
    Sua Eccellenza si ferm e gir un poco la testa a sinistra.
    Il conte le venne alle spalle, porgendole un oggetto che teneva con la
    mano e batteva con la destra.
    Sua Eccellenza gir la testa un altro poco e gitt un'occhiata obliqua
    alle mani del conte; dopo di che gir tutta la persona.
    Era una tabacchiera aperta che il conte le tendeva.
    Sua Eccellenza esit un poco, fece una smorfia, e disse bruscamente:
    E' Valgadena?
    Il conte, per tutta risposta, ripicchi la tabacchiera con due dita.
    Sua   Eccellenza   porse  il  pollice  e  l'indice,   soffregandone  i
    polpastrelli uno  contro  l'altro,  con  inquietudine  voluttuosa;  li
    immerse  quindi  nel  tabacco  morbido  e  disse  con  voce,  alquanto
    rabbonita:
    La fu una grande indegnit,  sapete,  Cesare. S'accost alle nari la
    sua presa. Una cosa orribile diss'ella.
    E  fiut il tabacco.  Lo fiut una,  due,  tre volte,  abbass il capo
    sulla tabacchiera, aguzz le ciglia e afferr la sinistra del conte.
    Ohe diss'ella anche ladro siete?
    Il conte rise e le diede la tabacchiera dicendo:
    Siamo intesi, non manca pi che l'assenso di Marina.
    Sua Eccellenza usc e gli chiuse, con poco garbo,  la porta in faccia.
    Passando  per  la  loggia  vide  le  due barche di casa che tornavano.
    Allora Sua Eccellenza si affrett  di  salire  nella  sua  stanza  per
    lasciarvi  il  suo  ventaglio  verde e pigliarne un altro nero a fiori
    rossi,  con il quale torn in loggia e si affacci,  facendosi  vento,
    alla balaustrata.
    Le due barche brillavano al sole,  sul lago verde, a qualche centinaio
    di metri.  I remi scintillavano nell'entrare e nell'uscir  dall'acqua.
    Un  gaio  miscuglio  di  voci  e  di  risa  veniva all'orecchio di Sua
    Eccellenza,  quando pi quando meno forte,  secondo il  vento.  Quelle
    barche  parevano farfalline cadute nell'acqua,  che vi si dibattessero
    faticosamente agitando le ali,  lasciando  dietro  a  s  due  lunghe,
    sottili  tracce  convergenti.   "Saetta"  precedeva  con  la  bandiera
    ammiraglia;  un po'  a  sinistra  si  vedeva  la  coperta  bianca  del
    battello.  Marina, Nepo, il Finotti ed il Vezza venivano con "Saetta";
    nel battello stavano gli Steinegge,  il Ferrieri e don Innocenzo,  che
    s'era  imbattuto  per  caso nella brigata e s'era unito a suoi amici e
    all'ing.  Ferrieri,  anche perch questi,  conosciutolo per il parroco
    del paese, gli aveva fatto un po' la corte. Nel battello si conversava
    tranquillamente.   Edith   difendeva   la  sua  lingua  nativa  contro
    l'ingegnere che l'accusava,  un po'  volgarmente,  di  asprezza.  Ella
    sosteneva  che l'idioma tedesco  capace di una particolare dolcezza a
    tempo e luogo, come nella poesia, e ha pei movimenti dell'anima parole
    dolci come "Liebe",  "weh",  "fhlen",  "sehnen",  che acquistano  dal
    prolungamento  della  vocale  un  suono misterioso e profondo.  Diceva
    queste cose interrottamente,  timidamente,  nel suo  italiano  freddo,
    irrigidito.  Mentre  ella  parlava,  suo padre guardava don Innocenzo,
    guardava l'ingegnere, guardava persino il barcaiuolo,  con certi occhi
    scintillanti che dicevano: "Eh, che vi pare?". Don Innocenzo ascoltava
    con  attenzione  vivissima e andava rimasticando fra i denti le parole
    tedesche citate da Edith,  esagerandone l'accento onde persuadersi che
    fossero armoniose, mettendo degli "hm, hm", di dubbio. L'ing. Ferrieri
    s'imbarazzava  nella  discussione  pi che non convenisse a un uomo di
    spirito;  rispondeva breve e anche  a  sproposito  alle  chiamate  che
    venivano dalla lancia.
    Nella  lancia  remava  il  Rico,  regnava  e  governava  donna  Marina
    elegantissima nel suo abito di flanella color tortora,  tutto  liscio,
    abbondante e fedele in pari tempo alle linee della bella persona, come
    se  ne  fosse stato il solo vestimento.  Dalla cintura di cuoio giallo
    chiaro le cadeva sul fianco sinistro una minuta pioggia  di  catenelle
    d'oro.  Un  piccolo  medaglione  d'oro  le pendeva sul gran nodo della
    cravatta di seta color  marrone.  Un  cappellino  rotondo  pure  color
    marrone,  a penna d'aquila,  le posava sul delicato viso un accento di
    capriccio altero.  Portava  i  guanti  del  colore  della  cintura,  e
    stringendo  i  cordoni  verdi  del timone appuntava i gomiti indietro,
    rivelava intera l'eleganza del busto,  il disegno delle gambe  di  cui
    l'una si ripiegava indietro,  l'altra slanciava verso il Rico la punta
    d'uno stivaletto  tutto  scuro  picchiettato  di  bottoncini  bianchi.
    Ell'aveva il Finotti a destra e il Vezza a sinistra.  Nepo se ne stava
    seduto malinconicamente a prora.  Marina lo trattava male quel giorno,
    il povero Nepo. L'avea guardato una volta sola, entrando nella lancia,
    per  fargli comprendere che cedesse il posto migliore ai nuovi ospiti.
    I due commendatori non avean fatti complimenti,  le si eran seduti  a'
    fianchi  con prontezza giovanile,  il Finotti acceso in volto di fuoco
    mefistofelico,  il Vezza irradiato dallo stesso placido sorriso di cui
    lo  illuminava talvolta la visione beatifica di una coscia di tacchino
    ai tartufi.  Non riconoscevano  pi  la  Marina  fredda  e  silenziosa
    dell'altra  volta.  Questa  nuova  Marina  sfavillava  di spirito e di
    civetteria.  Il commendatore politico avrebbe dato,  non dico  il  suo
    collegio,  ma tutti gli amici suoi per essere,  un'ora, il suo amante;
    il commendatore letterato avrebbe dato  tutte  le  vecchie  "bas-bleu"
    conservatrici  di  Milano  che  lo  tenevano  nella  bambagia come una
    reliquia classica.  L'uno e l'altro  le  parlavano  della  bellezza  e
    dell'amore,  tanto  per avvicinarsi in qualche modo a lei,  per sentir
    meglio la elettricit della sua presenza; il Finotti con un linguaggio
    fremente di passione sensuale,  mal  coperta;  il  Vezza  con  la  sua
    rettorica blanda e la sua vanit beata.  Parlava di lettere scrittegli
    da sconosciute lettrici delle sue opere; lettere odorate,  diceva lui,
    di  quei  vapori  che  l'amore esala come il vino delicato e bastano a
    inebriare chi ha i sensi squisiti.  Allora il  Finotti  lo  canzonava,
    diceva  di  non invidiargli il vecchio vino santo delle sue venerabili
    amiche di Milano, vino scolorato,  vino da "conviva satur" che sta per
    levarsi dalla tavola e dalla vita.  Egli amava il vino giovane,  pieno
    di luce e d'ardore, che va come un fulmine alla testa, al cuore,  alla
    coscienza,  perch  quello  solo sa dove diavolo sia la coscienza,  il
    vino che ha indosso tutto il fuoco del sole e tutte le passioni  della
    terra,  carico  di colore e di gas,  che fa saltare le bottiglie e gli
    scrupoli.
    Senta,  signor Vezza disse Marina "ex  abrupto"  rispondeva  Lei  a
    quelle lettere?
    Il signor Vezza, che si prendeva il suo dolce "commendatore" col caff
    mattutino della serva, come al caff vespertino della dama e sempre di
    grande appetito,  soffriva della privazione inflittagli da Marina.  Ma
    bisognava rassegnarsi;  Marina non accordava a nessuno titoli che  non
    fossero di nobilt.
    Rispondevo alle belle signore diss'egli.
    Sentiamo  questa  meraviglia  di  finezza disse Marina guardando con
    aria negligente il remo del Rico.
    Non c' finezza,  marchesina.  Si potrebbe  dire  che  nelle  lettere
    anonime  delle  belle  donne  c' sempre un'ombra di riservatezza e in
    quelle delle brutte c'  sempre  un'ombra  di  abbandono;  ma  sarebbe
    volgarit.  E' l'istinto che bisogna avere,  l'istinto della bellezza.
    Quando Lei,  marchesina,  entra in un  primo  piano,  bisogna  che  lo
    studente,   assopito   al  quarto  sul  "Diritto  Costituzionale"  qui
    dell'amico Finotti, trasalisca! Che ne dice Lei, conte?
    Ma Nepo non dava retta alla conversazione.  Nepo stava  guardando  con
    grande  interesse il Palazzo.  Pensava se sua madre sarebbe in loggia,
    se avrebbe in mano il ventaglio verde o il ventaglio nero e rosso o il
    fazzoletto bianco.  Se la contessa non era in loggia,  voleva dire che
    non aveva potuto fare il gran discorso;  se c'era,  il ventaglio verde
    significava mala riuscita, il rosso e nero buona; il fazzoletto bianco
    voleva dire "Marina avr tutto".
    Egli si scosse alla domanda del Vezza e rimase  a  bocca  aperta.  Non
    aveva  capito.  Marina  si  strinse  impercettibilmente nelle spalle e
    parl al Finotti. Il Rico,  ch'era sempre molestato e canzonato da Sua
    Eccellenza,  volt la testa e lo sbirci con due occhi scintillanti di
    malizia.
    Bada a vogare,  imbecille gli disse a mezza voce Sua Eccellenza.  Il
    Rico   rise   silenziosamente  mordendosi  le  labbra  e  tenne  fermi
    sull'acqua i remi grondanti,  per aspettare il battello  che  ad  ogni
    tanto restava indietro.  Si ud il Ferrieri discorrer forte.  Il Vezza
    lo chiam,  e non avutane risposta,  disse qualche cosa su  lui  e  la
    signorina Steinegge. Marina porse una boccuccia come per dire "cattivo
    gusto" e l'altro sussurr sorridendo.
    Matematico!
    Va! disse Marina al Rico.
    La  prora  lunga  e  sottile guizz avanti dividendo le immobili acque
    verdi.  Rade  foglie  addormentate  su  quello  specchio  le  venivano
    incontro,  passavano veloci al suo fianco,  si dilungavano a poppa, si
    perdevano.  Anche il Palazzo le cresceva in faccia,  si allargava,  si
    alzava,  spalancava porte e finestre;  i cipressi,  dietro quello,  si
    staccavano dalla montagna e venivano incontro alla barca;  la montagna
    stessa  moveva  dietro  a  loro.  La macchia nera nel terzo arco della
    loggia diventava una donna,  una matrona,  la contessa  Fosca  con  un
    farfallone rosso e nero sul petto.  Si ud lo zampillo del cortile, si
    ud la voce della contessa:
    Siete qua, benedetti?
    Siamo qua. Bellissima gita, mamma, allegria perfetta molti incidenti,
    nessun accidente. Ossia mi correggo, un accidente solo;  mia cugina ha
    avuto molto spirito e io non ne ho avuto punto
    Gridando  questo;  Nepo  si  adatt  solennemente  le lenti sul naso e
    contempl Marina.
    Pareva un altro uomo.  Aveva scosse le  braccia  per  far  scendere  i
    manichini  sino  alle  nocche  delle dita e guardava sua cugina con un
    sorriso da trionfatore sciocco.  Marina fece mostra di non aver inteso
    la sua impertinenza e si volt a vedere se veniva il battello. Intanto
    la  prora di "Saetta" e Nepo e il Rico e i commendatori e la dama e la
    bandiera entravano via via nella fredda oscurit della  darsena,  dove
    la  voce  di  Nepo  rimbombava gi tra le grandi volte umide e l'acqua
    verde come una lastra di smeraldo.
    Egli scosse  il  capo  per  farsi  cader  le  lenti  dal  naso,  salt
    vezzosamente  a  terra  con  le braccia aperte e le ginocchia piegate,
    porse la mano agli altri  e  poco  manc  non  li  facesse  stramazzar
    nell'acqua  dalla  lancia che il freddurista Vezza chiamava "bilancia"
    per la sua sensibilit ad ogni squilibrio di  peso.  Quando  venne  la
    volta  di  Marina,  le stese ambedue le mani,  strinse forte quelle di
    lei;  ella corrug un momento la fronte,  salt a terra e si  sciolse.
    Sulle scale la comitiva incontr Fanny addossata a un angolo,  con gli
    occhi bassi.  Li alz con un sorrisetto su Nepo,  che  veniva  ultimo.
    Pareva aspettarsi qualche cosa: ma Nepo, che aveva arrischiato i primi
    giorni  ora una parolina ora una carezza silenziosa,  le pass davanti
    senza neppur guardarla. Ella fece il viso scuro e scese lentamente.
    Il conte Cesare venne,  molto festoso,  a incontrare i suoi  ospiti  a
    capo  della  scala  e  fu gentilissimo con don Innocenzo.  La contessa
    Fosca abbracci Marina come se non l'avesse vista da dieci anni e  non
    salut  Steinegge  che al suo quarto inchino.  Marina lasci subito la
    sala dove si era raccolta tutta questa gente, e cos fece Edith.
    Intanto il conte,  il Ferrieri e  don  Innocenzo  disputavano,  in  un
    canto,  della  nuova  cartiera in relazione all'igiene e alla moralit
    del paese che,  secondo il conte,  ne  avrebbe  guadagnato  poco.  Don
    Innocenzo,  inesperto  entusiasta  d'ogni progresso,  sbalordito dalla
    descrizione del futuro edificio,  delle macchine potenti commesse  nel
    Belgio,  per  esso,  era pi roseo,  non voleva veder guai.  Gli altri
    s'erano aggruppati presso una finestra e discorrevano di politica.  La
    contessa  voleva assolutamente sapere dal Finotti per quanto tempo gli
    austriaci sarebbero rimasti a Venezia. Il Finotti che aveva gi seduto
    al centro sinistro della Camera subalpina,  andava a Corte,  ci godeva
    favore  e  non  poteva  soffrire  i  ministri,  prese  subito  un'aria
    d'importanza,  di mistero,  e disse che a Venezia  si  sarebbe  potuto
    andar presto,  ma con altri uomini.  La contessa non poteva darsi pace
    di questa  cattiva  direzione  della  diplomazia  italiana,  sbuffava,
    voleva  che  il  Finotti  insegnasse  la  strada  buona al re,  che la
    insegnasse ai ministri.  Se  i  ministri  non  potevano  impararla  si
    cambiassero,  questi stolidi,  si buttassero in acqua. Figurarsi, se a
    Venezia sapessero queste  cose!  Gi,  ell'aveva  visto  a  Milano  il
    ritratto  del  ministro  in  capo;  a cosa doveva esser buono,  "la me
    anima", con quel dio di naso?
    Nepo la interruppe,  rosso,  rosso,  dicendole che di politica lei non
    capiva  niente  e  che  la  finisse con tante sciocchezze.  Fu come un
    rovescio d'acqua diaccia.  Steinegge aggrott  le  ciglia,  gli  altri
    tacquero.  La contessa Fosca, avvezza a questi omaggi filiali, osserv
    tranquillamente che spesso le donne hanno pi politica degli uomini.
    Sempre disse il Vezza e il gabinetto di Torino non  val  niente  in
    confronto  del  Suo,  contessa.  Anche  il  Finotti e lo Steinegge si
    stemperarono in complimenti.  Nepo si trov impacciato,  si adatt con
    ambe le mani l'occhiolino sul naso,  e facendosi vento col fazzoletto,
    usc in loggia.
    Mentre egli vi metteva piede,  Marina  pure  vi  entrava  dalla  parte
    opposta.
    Ella  vide  Nepo,   parve  esitare  un  momento,  and  lentamente  ad
    appoggiarsi alla balaustrata verso il lago, nell'ombra di una colonna:
    e volt la testa a guardar suo cugino.
    Nepo non poteva dare addietro.  Avrebbe voluto parlar con  sua  madre,
    saper  da lei precisamente come fosse andato il colloquio con il conte
    Cesare, prima di muovere un passo avanti; ma poich sapeva che le cose
    in complesso eran  procedute  bene,  come  mai  ritirarsi  davanti  al
    silenzioso  invito  degli  occhi  di Marina!  Dicevano chiaro: "Vieni,
    siamo soli".
    Malgrado la sua vanit egli era imbarazzato.  Non aveva tentato fino a
    quel giorno che sartine,  modiste e cameriere, limitandosi con le dame
    e con le damigelle a colloqui fraterni.  Il cuore non gli diceva nulla
    e la mente ben poco.
    And  a  mettersi  a  fianco  di  Marina,  appoggi  le  braccia sulla
    balaustrata e scosse dal naso l'occhialino.
    Cara cugina diss'egli.
    Le lenti cadendo sul marmo andarono  in  pezzi.  Nepo  ne  sciolse  le
    reliquie  dal  cordoncino,  le  esamin e le lasci cadere sul macigno
    sottoposto sospirando:
    Erano di Fries.
    Recitata questa concisa orazione funebre, ripigli:
    Cara cugina.
    Dietro a lui uscivano sulla loggia le voci della contessa  Fosca,  del
    conte Cesare,  degli altri,  mescolate alla rinfusa in un guazzabuglio
    scordato.
    Caro cugino rispose Marina,  guardando fuori del  piccolo  golfo  il
    lago  aperto dove i primi fiati della brezza meridiana chiazzavano qua
    e l di rughe plumbee le immagini dei nuvoloni bianchi e  del  sereno.
    V'ebbe  un  momento  di  silenzio.   Bolliva  sempre  l  in  sala  il
    guazzabuglio delle voci scordate.
    Quali deliziose giornate non ho passato qui con Voi, cara cugina!
    Davvero?
    Perch, perch non potrebbe esser sempre cos?
    Egli aveva trovato il motivo e continu  a  voce  bassa,  con  accento
    enfatico,   come   se   recitasse   la   perorazione  di  un  discorso
    parlamentare.
    Perch queste deliziose giornate non possono essere  il  preludio  di
    una  vita  deliziosa  a  cui  tutto c'invita,  le nostre tradizioni di
    famiglia,  la  nostra  nascita,   la  nostra  educazione,   la  nostra
    simpatia?
    Marina si morse il labbro inferiore.
    S  ripigli  Nepo,  infervorandosi al suono della sua voce stessa e
    frenando a stento un gesto oratorio. S, perch anch'io,  che pure ho
    vissuto  nella migliore societ di Venezia e di Torino e vi ho stretto
    cordiali amicizie con una quantit di  belle  ed  eleganti  signorine,
    anch'io  sin  dal  primo  vedervi  ho  provato  per  Voi  una simpatia
    invincibile...
    Grazie sussurr Marina.
    ...  una di quelle simpatie che diventano rapidamente passioni in  un
    giovanotto  come me,  sensibile alla bellezza,  sensibile alla grazia,
    allo spirito,  sensibile alle squisitezze pi recondite e pi delicate
    della eleganza.  Perch Voi,  cara cugina,  Voi possedete tutte queste
    cose, Voi siete una statua greca, animata in Italia, educata a Parigi,
    come mi diceva con meno ragione il ministro dell'Inghilterra  parlando
    della  contessa  C...  Voi  potrete  un giorno rappresentare con molto
    splendore la mia casa nella capitale,  sia in  Torino,  sia  in  Roma;
    perch io finir certo per avere alla capitale una posizione degna del
    mio nome,  degna di Venezia.  Io Vi parlo,  cara cugina, un linguaggio
    pi serio che appassionato, perch qui non comincia ora un romanzo, ma
    prosegue una storia.
    Nepo si ferm un momento per applaudirsi mentalmente di  questa  frase
    in  cui  il  pensiero e la voce correvano insieme ad un tonfo di tanto
    effetto nella parola stona.
    E' la storia prosegu di  due  illustri  famiglie,  sostegno  l'una
    della  pi  gloriosa repubblica,  ornamento l'altra della pi illustre
    monarchia italiana,  sorte,  la prima  nell'estremo  oriente,  l'altra
    nell'estremo  occidente  d'Italia,  che  strinsero  parentela in tempi
    remoti  di  prepotenze  straniere  e  di  discordie  nazionali,  quasi
    preludendo e augurando alla futura Unit;  che in tempi pi vicini, in
    tempi calamitosi per i loro due Stati  rinnovarono  il  patto,  e  che
    stanno  per  riconfermarlo  ancora in mezzo agli splendidi avvenimenti
    del nuovo gran patto nazionale.
    Nepo era spossato dall'improba fatica di contenere la sua  voce  e  la
    sua eloquenza. Chi sa dove sarebbe andato a finire, con le migliaia di
    frasi che aveva in testa, senza una buona strappata di redini.
    Marina  diss'egli  volete  esser contessa Salvador?  Io aspetto con
    piena fiducia la Vostra risposta.
    Marina guardava tuttavia il lago e  taceva.  Le  voci  della  sala  si
    spensero  in  quel momento;  la contessa Fosca s'affacci alla loggia.
    Ella si ritir subito,  rientr in casa parlando forte;  ma gli  altri
    fecero irruzione in loggia.
    Mi appello a Lei, marchesina gridava il commendator Finotti, seguito
    dal  commendator  Vezza  che  si  stringeva  nelle spalle sorridendo e
    ripetendo: Ha torto, ha torto.
    Soltanto allora Marina si scosse come per uscire  dalla  corrente  dei
    suoi  pensieri,  disse  sottovoce  a  Nepo  A  domani  e  lasci  la
    balaustrata.
    Nepo si volt corrucciato a guardar gl'interruttori e vide  dietro  ad
    essi sua madre,  che gli diceva con un lungo sguardo lamentevole e con
    le braccia aperte:
    Come si fa?






    Capitolo sesto.
    L'ORRIDO.

    Si doveva partire per  l'Orrido  alle  dieci  del  mattino,  c'era  da
    percorrere  il lago sino alla sua estremit di levante e poi da salire
    la valle che lo alimenta con il torrentello di cui appunto sono lavoro
    le caverne dell'Orrido. Andavano tutti, tranne il conte.
    Nepo fu in piedi per tempo e scese  in  giardino,  dove  aveva  veduto
    qualche volta Marina passeggiare prima di colazione.  Quel giorno ella
    non venne.  Nepo,  orbo del  suo  occhialino,  girava  a  destra  e  a
    sinistra,  frugando  quasi  con il lungo naso le macchie e i cespugli,
    odorando  l'aria,  palpitando  al  lontano  apparire  del  giardiniere
    scamiciato.  Marina non si lasci vedere neanche a colazione;  non era
    cosa insolita.
    Venne solo Fanny a pregare Edith da parte della  marchesina  di  voler
    salire  un  momento  da  lei.  Scesero quindi insieme al battere delle
    dieci.  Nepo non pot avere da Marina che un buon giorno  svogliato,
    buttatogli  dall'alto  come  un  mozzicone  di  sigaro.  Ella prese il
    braccio di Edith e discese in darsena,  lasciando addietro la contessa
    Fosca, Nepo, i tre grandi uomini e Steinegge. Quando costoro entrarono
    in darsena,  "Saetta" ne usciva con Edith, Marina e il Rico. Vi ebbero
    proteste.  Buon viaggio disse Marina noi procediamo. La  sua  voce
    non  poteva essere pi dolce,  non poteva essere pi grazioso il cenno
    con il quale accompagn le parole; pure nessuno insistette.
    La contessa Fosca guard Nepo, seria;  questi volle fare il disinvolto
    e  grid  un  complimento  alle  crudeli  fuggitive.  Il  Ferrieri e i
    commendatori parvero molto seccati.
    Le due barche si dilungarono verso quello stretto dove il lago  fa  un
    gomito e corre ad appiattarsi dietro un alto promontorio selvoso,  fra
    salci e canneti.  "Saetta" precedeva il  battello  d'un  buon  tratto,
    malgrado  le  voci  supplichevoli che partivano spesso da quest'ultimo
    perch la lancia bizzarra non avesse a correr tanto.  Esso  pareva  un
    uomo  gottoso  che anfanasse dietro un nipotino monello sfuggitogli di
    mano.  Marina  non  mostrava  udire  quelle  voci,  e  al  Rico  bast
    un'occhiata  per  intendere  che  non  dovea  smettere n rallentar di
    remare.  Presto,  di "Saetta" non apparve ai viaggiatori del  battello
    che   un   punto   bianco,   la   bandiera,   oscillante  lontano  tra
    l'azzurrognolo confuso del lago e dei vapori mattutini ancora  avvolti
    alle montagne.
    Edith  era commossa.  Quella gran luce in cui nuotava la barchetta,  i
    milioni di brillanti che il sole spandeva sulle acque increspate dalla
    brezza,  i verdi vivacissimi dei monti  vicini,  le  tinte  del  fondo
    sfumate,  calde, non le ricordavano pi la Germania come i prati stesi
    davanti alla canonica di  don  Innocenzo.  Ella  non  poteva  parlare;
    sospirava.
    Qual sentimento prova? le chiese Marina dopo un lungo silenzio.
    Non lo so; desiderio di piangere rispose Edith.
    E io di vivere, d'esser felice.
    Edith tacque,  sorpresa dal subito fuoco che brill nel viso e sollev
    il petto di Marina.
    Ho molta stima di Lei soggiunse questa bruscamente.
    Edith la guard attonita.
    So benissimo ripigli l'altra di esserle antipatica; fa niente.
    Ella non mi  antipatica rispose Edith con voce ferma e grave.
    Marina si strinse nelle spalle.
    Va come puoi  grid  al  Rico,  gettando  i  cordoni  del  timone  e
    voltandosi a Edith per parlare. Ma Edith la prevenne.
    So  diss'ella  che non  stata gentile con mio padre,  e per questo
    non posso essere affettuosa con Lei.  Vorrei dire la cosa in  tedesco,
    perch in italiano non so se dico bene. Ella tuttavia intender il mio
    sentimento; non ho nessuna antipatia.
    Ella si stabilisce a Milano? chiese Marina.
    S.
    Mi scriva, da Milano.
    Edith pens un momento e rispose:
    Non posso scriverle come amica.
    Ella  schietta,  signorina Edith;  non pi di me, per; non ho detto
    di avere amicizia per Lei,  ho molta stima.  Gi non c' amicizia  fra
    donne. Non domando lettere sentimentali, vuote e false. Cosa vuole che
    ne  faccia?  Domando alcune informazioni.  Non c' bisogno di amicizia
    per questo.
    N di stima.
    Di stima s.  Non domando servigi a persone che  non  stimo,  e  sono
    sicura ch'Ella mi render questo malgrado i Suoi risentimenti.  Non mi
    ha gi fatto il piacere, stamattina, di venire in barca con me sola?
    Quali informazioni desidera?
    Vede? Lo sapevo. Le dir pi tardi quali informazioni.
    Dopo qualche tempo Marina usc con quest'altra domanda:
    Sua madre era nobile?
    S
    Si capisce.
    Edith si fece di fuoco. I suoi occhi intelligenti lampeggiarono.
    Non conosco persona pi nobile di mio padre diss'ella.
    Che Le pare di mio cugino? domand Marina senza  curarsi  di  quella
    risposta, come se non potesse pervenire all'altezza sua.
    Non lo conosco.
    Non lo ha visto, non lo ha udito parlare?
    Oh, s.
    Rema  disse Marina al Rico,  battendo forte un piede sul fondo della
    lancia. Udendo parlare di Nepo quegli porgeva la sua testolina curiosa
    e muoveva appena le braccia. All'ordine di Marina rise arrossendo, poi
    fece il viso serio e diede due gran colpi di remo,  cacciando indietro
    a  destra e a sinistra due gran vortici di spume.  Tacendo le signore,
    cominci lui a metter  fuori  qualche  parola,  nomi  di  paesi  e  di
    montagne.  Marina  aveva  ripigliati  i  cordoni  del timone e non gli
    badava;  Edith gli fece delle domande;  allora la sua parlantina ruppe
    gli  argini.  Dai monti di Val...  si udiva,  di quando in quando,  un
    fioco squittir di bracchi portato dal vento.  Il Rico spieg ad  Edith
    che  quelli  non  eran  cani,  ma  spiriti,  gli spiriti della "Caccia
    selvatica". Chi si fosse abbattuto a vederla doveva morire entro pochi
    giorni.  Edith si compiacque di ritrovare  la  tradizione  tedesca,  e
    domand  se  ci fossero strade per quei monti.  Il ragazzo rispose che
    v'erano dei sentieri,  fra  i  quali  uno  buonissimo  che  si  poteva
    prendere per ritornare a piedi dall'Orrido al Palazzo.
    Intanto  la  lancia  passava  davanti  a  Val Malombra,  radeva l'alto
    promontorio coronato di selve.  L'acqua vi era profondissima sotto gli
    scogli  protesi.  Il Rico sosteneva che il lago vi s'inabissava dentro
    caverne smisurate,  perch sopra quegli scogli v'era una buia fessura,
    detta  il "Pozzo dell'Acquafonda",  dove gittando pietre le si udivano
    schiaffeggiar l'acqua.  E cominci a dire  come  converrebbe  esplorar
    quelle caverne occulte. Marina si impazient e lo fe' tacere.
    "Saetta"   entr   poco  dopo  nell'ombra,   approd  fra  due  salici
    grigiastri, sulla ghiaia bianca di un torrentello che versava al lago,
    di pozzanghera in pozzanghera, tremole fila d'acqua silenziosa. Dietro
    ai salici tacevano prati oscuri, freddi; e si celavano a manca insieme
    al torrente, nelle ombre azzurrognole della valle tortuosa.  Ardeva in
    alto,  al sole,  il dorso delle montagne;  quel buco nero l pareva la
    tana del novembre. Quando anche il battello ebbe girati gli scogli del
    promontorio, si ud la contessa gridare che freddo! che orrore!,  si
    vide un agitarsi,  uno stendere di braccia che infilavano soprabiti, e
    il conte Nepo che si avvolgeva al collo un fazzoletto bianco.
    Il Rico doveva guidar la compagnia all'Orrido,  ma prima  di  partire,
    sorse la questione della contessa Fosca.  Sua Eccellenza aveva creduto
    che l'Orrido fosse quello l; interrotta da un baccano di proteste, si
    meravigliava delle  meraviglie  altrui;  il  luogo  le  pareva  brutto
    abbastanza. E ora cosa si pretendeva da lei infelice? Che sgambettasse
    per due o tre ore su quel dio di sassi?  Che stesse l ad aspettar gli
    altri in quella sorbettiera?  Nepo sbuffava,  la rimproverava  di  non
    esser stata a casa.  Steinegge protest con enfasi, il Vezza a fior di
    labbra, che non avrebbero mai lasciata sola la signora.  N il Finotti
    n l'ingegnere dissero parola, la conclusione si fu che Sua Eccellenza
    avesse  a recarsi con Steinegge a un'osteria che si vedeva brillare al
    sole a un chilometro lontano dove la strada provinciale tocca il lago.
    Il Rico affermava che si poteva calarvi direttamente  dall'Orrido  per
    un  altro  sentiero.  Quando  il  battello  si  stacc  dalla  riva il
    commendator Finotti domand qualche cosa al Rico  e  si  volt  poi  a
    gridare:
    Coraggio, contessa! E' qui vicino l'Orrido!
    "Xelo  col?"  chiese  Sua  Eccellenza  agli  altri,   additando  il
    commendatore.
    La comitiva si pose in cammino  pel  torrente  seguendo  il  Rico  che
    saltava di sasso in sasso come un ranocchio. Prime gli tenevano dietro
    Edith  e  Marina,  poi  veniva  il  Ferrieri,  gran camminatore,  gran
    valicatore di montagne. Alle sue spalle trottava Nepo, tutto sbilenco,
    sudando per l'angoscia di camminar  frettoloso  sui  ciottoli  aguzzi.
    Egli  si studiava d'intenerir Marina sul fatto dei due commendatori di
    retroguardia che mettevano veramente piet. Caro cugino disse Marina
    voltandosi indietro e fermandosi.  Vi prego di rappresentar  qui  mio
    zio e di tener compagnia ai suoi tre ospiti.
    Nepo  e  il  Ferrieri,  capta l'antifona,  rallentarono il passo e si
    raccolsero,  mogi mogi,  a' commendatori che  avanzavano,  il  Finotti
    bollente e ansante,  l'altro seccato e scorato. Come videro le signore
    dilungarsi  anche  dagli  altri  due,   cadde  loro  la  speranza   di
    raggiungerle e sostarono a respirare un poco,  fremendo contro Marina,
    maledicendo chi aveva messo fuori pel primo la bella idea di venire  a
    quello sconsolato massacro di piedi. Intanto sopravvenne loro il Rico,
    mandato  da  Marina  perch non avessero a smarrire la strada.  Marina
    stessa non la conosceva,  ma se l'era fatta insegnare  dal  ragazzo  e
    camminava rapidamente senza parlare.
    Edith le teneva dietro,  silenziosa e nervosa essa pure,  ma per altre
    cagioni.  Intorno a lei e pi ancora dentro a  lei  suonava  una  sola
    parola:  "Italia!  Italia!".  Da  quando era venuta al Palazzo,  se si
    trovava sola,  se le sfuggiva un momento il pensiero di  suo  padre  e
    dell'avvenire, le sfolgorava subito il cuore questa parola: "Italia!".
    Allora stendeva la mano per toccare qualche cosa di vero, di solido, e
    guardando  l'orizzonte  o  qualche  striscia bianca di strada lontana,
    palpitava e si perdeva in un desiderio  indistinto.  Adesso  ell'aveva
    bisogno di fermarsi spesso per guardare a misura che la via saliva, lo
    svolgersi  lento e maestoso delle montagne,  in alto il verde pieno di
    sole che saliva fino al cielo sereno, dietro a lei, al basso,  il lago
    che s'allargava sempre pi verso ponente.
    Ah disse Marina entrando nel sole ci siamo.
    Ella salt di gioia tuffandosi nella luce e nel calore. Passava allora
    fra  due campicelli di grano saraceno.  Una nuvola di farfalle si alz
    dai fiori bianchi del grano,  vi aleggi sopra per breve tempo e torn
    a posarvisi.
    Pare neve disse Marina volgendosi per la prima volta, a Edith.
    Ma Edith era rimasta qualche passo addietro.
    Vengono? le grid Marina.
    Odo la voce di Suo cugino e del ragazzo rispose Edith.
    Marina fece una piccola smorfia.
    Venga con me diss'ella.
    Il  sentiero  toccava,  due  passi pi su,  un gruppo di stalle seduto
    sullo spigolo del monte che si  gira  per  andare  all'Orrido.  Quelle
    rozze  stalle  sedevano  dentro una larga macchia di fango puzzolente,
    all'ombra chiara di alcuni noci tutti sforacchiati di raggi  di  sole.
    Non ci si udiva, non ci si vedeva anima vivente; tutto taceva. Qualche
    gerla  abbandonata  presso  gli  usci  chiusi,  qualche pezzo di corda
    accavallato al pozzale della cisterna,  l'aspetto della profonda valle
    e  un sussurro di lontane cascate invisibili accrescevano il silenzio.
    Il sentiero indicato dal Rico passava tra le stalle;  Marina pigli un
    altro  viottolo  che  sale dritto a una cappelletta.  Ella fe' cenno a
    Edith di sedere e disse piano:
    Aspettiamo che passino.
    In quella cappelletta era dipinto  un  Redentore  coronato  di  spine,
    bruttissimo, a' piedi del quale si leggeva:

    "Quantunque, o passegger, ti sembri un mostro,
    Io sono Ges Cristo, Signor Vostro".

    L'erba   intorno   brillava   ancora  di  rugiada  e  di  vento  puro,
    vivificante, che faceva lievemente stormire le foglie dei noci.
    Edith guardava quell'immagine pia, omaggio di gente semplice al re del
    dolore, le veniva in cuore una dolcezza tenera, triste; mille pensieri
    le venivano in mente sulla fede del povero pittore,  del povero poeta,
    delle  donnicciuole  che  andando  ai  campi  o  tornandone affaticate
    dovevano alzare gli  occhi  a  quegli  sgorbi  con  maggior  devozione
    ch'ella non avesse provato guardando Maria dipinta dal Luini.  Avrebbe
    voluto profondarsi in questi pensieri, e non poteva; si sentiva legata
    da una catena dura e  fredda,  comprendeva  confusamente  di  soffrire
    della  vicinanza  di  uno  spirito  umano  affatto  discorde  dal suo,
    appassionato di altre passioni,  chiuso e superbo.  Fra lei e il sole,
    Marina,  ritta,  scalfiva  il  suolo  con  la  punta  dell'ombrellino,
    figgendovi gli occhi e serrando le labbra; la sua ombra cadeva pesante
    sopra Edith, le entrava nel sangue.
    Intanto le voci dell'altra comitiva salivano sempre pi  distinte.  Si
    ud  un  passo  frettoloso fra i muri delle stalle e subito dopo sbuc
    dietro la cappelletta il viso sfavillante del Rico. Vedendo le signore
    si ferm di botto, aperse la bocca;  ma un'occhiata fulminea di Marina
    gli  tronc la parola.  Spicc un salto verso alcuni cespugli di more,
    ne colse e  ridiscese  di  corsa.  Le  grosse  voci  dei  commendatori
    gorgogliarono  fra le stalle.  Il commendator Finotti raccontava delle
    oscenit con la pi franca energia di linguaggio,  da libertino  mzzo
    che   fruga   nelle  immondizie  della  parola  per  trovarvi  la  sua
    giovinezza. Si ud il Ferrieri dirgli ridendo:
    Il letame t'ispira.
    Marina, indifferente,  diede una rapida occhiata a Edith: ma Edith non
    poteva  conoscere  quella  feccia  di linguaggio e non batt ciglio n
    mut colore.  La sua compagna si strinse nelle  spalle  e  aspett  in
    silenzio che le voci si spegnessero, quindi sedette presso Edith.
    Le  informazioni diss'ella riguardano una persona che Lei conoscer
    a Milano.
    E' sicura rispose che conoscer questa persona?
    Lei dovr conoscerla.
    Dovr?
    Dovr, dovr.  Non per far piacere a me,  sa,  perch succeder cos.
    Insomma  non  importa.  Lei  conoscer a Milano questa persona ch' un
    amico di Suo padre.
    Si chiama Silla?
    Gli occhi di Marina lampeggiarono.
    Come lo sa? diss'ella.
    Mio padre mi ha parlato di questo signore suo amico.
    Che Le ha detto Suo padre?
    Edith non rispose.
    Ha paura? disse Marina duramente.
    Edith arross. Non conosco questa parola diss'ella.
    Dopo un breve indugio Edith alz il viso e guard Marina:
    Sicuramente il vero diss'ella.
    Il vero!  Non parli del vero.  Nessuno lo sa,  il vero.  Suo padre Le
    avr detto che io ho insultato questo signore?
    S.
    E ch'egli, una notte,  andato in fumo?
    S.
    Proprio in fumo?  Non le ha detto dove si trova ora? S che glielo ha
    detto; Lei non vuole ora ripeterlo a me,  ma Suo padre glielo ha detto
    sicuramente.
    Io credo rispose Edith con un leggero accento d'alterezza offesa io
    credo  che  i  miei  discorsi  con mio padre Le debbano essere affatto
    indifferenti. So che un signor Silla, di Milano,  amico di mio padre,
    il quale non ha forse altri conoscenti in quella citt.  Per questo ho
    pensato ch'Ella volesse alludere a lui e ho proferito il suo nome.  Mi
    dica,  ora,  se crede,  cosa desidera da me pel caso che io conosca  a
    Milano questo signore.
    Marina stette un momento pensosa, con l'indice al mento, come se un s
    e un no si dibattessero nel suo segreto;  indi parve salir dalla terra
    una vampa nella bella persona. Ella frem da capo a piedi,  protese il
    petto ansante,  le sue labbra si apersero, nessuno pu dire quello che
    dissero gli occhi. Edith trasal, attese parole imprevedute.
    Ma le parole non vennero. La bocca si chiuse, la persona si ricompose,
    la strana luce degli occhi si spense.
    Niente diss'ella. Andiamo.
    Edith non si muoveva.
    Venga ripet Marina; Ella  troppo tedesca. Mi basta di sapere dove
    il signor Silla abita e cosa fa. Me lo scriva subito. Vuole?
    Signorina disse Edith  anche  in  Germania  si  pu  comprendere  e
    sentire qualche poco.  Non desidero sapere i Suoi segreti, ma se posso
    fare un'opera buona per Lei...
    Ah, virt!  Egoismo! disse Marina.  Una vecchierella curva sotto una
    gran gerla di fieno sbuc tra stalla e stalla davanti a lei,  si ferm
    e a gran fatica le alz incontro la testa con un sorriso di bont e di
    meraviglia, dicendo:
    "Reverissi". Son venute a fare una passeggiata?.
    Era un'immagine di miseria sucida,  sorta dal  suolo  fetido  e  dalle
    vecchie  stalle diroccate,  scalza,  con degli stinchi magri e neri di
    uccello da preda, con il mento appoggiato a due lisci gozzi rossicci e
    un guazzabuglio di cernecchi grigi sulla fronte.  L'occhio era dolce e
    sereno.
    Che vita, povera donna! disse Edith.
    Non sono mica poi tanto povera. La vede. Son mica signora, magari, ma
    il mio vecchio guadagna ancora qualche cosa,  e io,  come posso,  neh,
    perch son gi settantatr  e  "passa",  la  gerla  voglio  portarmela
    qualche  anno  ancora.  E  poi  il  Signore ci sar anche per noi due.
    Dunque,   "reverissi",   neh,   stieno  bene,   facciano   una   buona
    passeggiata.
    Ella  curv  il  capo  sotto  il  carico  e  fece  atto  di riprendere
    tentennando il cammino fra i ciottoli,  i  frantumi  di  tegole  e  le
    immondizie.  Marina  trasse  il suo portamonete d'avorio e glielo pose
    bruscamente in mano.
    Ah, cara Madonna! esclam la vecchierella io non lo voglio.  Non lo
    voglio,  cara Lei. Non lo voglio proprio mica. "Ciao, ciao" soggiunse
    poi intimorita da un gesto e da un'occhiata di Marina. Ah, "signli",
     troppo. "Ciao, ciao", come vuole Lei. Ah, "signli!"
    Buon giorno disse Marina, e pass avanti.
    Escita dal tanfo di letame e di  putredine,  ella  si  volt;  dovette
    leggere una parola benevola sul viso di Edith.
    Io non sono virtuosa diss'ella io non ridomander questo a Dio.  Io
    non sono amichevole verso coloro che non amo,  con il nobile  fine  di
    acquistare un biglietto pel paradiso.  Del resto, Lei non pu fare per
    me che quanto Le ho detto;  scrivermi dove abita,  che  fa  il  signor
    Silla.
    Edith tacque.
    Teme disse Marina ch'io voglia farlo assassinare?
    Oh no, so bene che non lo ama rispose Edith sorridendo.
    Marina  si  sent afferrare il cuore da una mano fredda.  Ella passava
    allora presso la cisterna.  Butt le braccia sul parapetto e porse  il
    viso  al fondo.  Il solo suono della parola "ama" le riempiva l'anima.
    "Non  lo  ama"  aveva  detto  Edith:  ma  la  negazione   era   caduta
    inavvertita, non la magica parola "ama". Avvenne allora di Marina come
    di  una corda musicale inerte che chiude in s la sua nota silenziosa,
    ma se una voce ignara di lei passa cantando nella stanza ove giace,  e
    tocca  tra  l'altre  questa  nota,  sull'istante tutta la corda vibra.
    "Ama,  ama,  ama"!  In fondo al nero tubo della cisterna  brillava  un
    picciol  disco  sereno  rotto da una scura testa umana.  Marina chiam
    involontariamente a mezza voce:
    Cecilia!
    La voce percosse l'acqua sonora e torn  su  con  un  rombo  sinistro.
    Marina si rizz e riprese il cammino senza parlare.
    Girarono la coscia della montagna,  discesa gi a destra fino ai greti
    del torrente.  Il fragore di  cascate  lontane,  che  si  udiva  dalle
    stalle,  parve  saltar  loro in faccia col vento della vallata.  Acque
    potenti non  si  vedevano;  s'indovinavano  l  davanti  in  una  gola
    stretta,  chiusa  da  altri monti carichi di fosche nuvole meridiane e
    nell'ombra di una lunga spaccatura tortuosa che discendeva  da  quella
    gola  nella valle fra una nera costa imboscata,  a frane rossastre,  e
    una massiccia cornice di campicelli, di pratelli verdi, illuminati dal
    sole.  A fianco della gola si vedeva  una  chiesa  bianca  appollaiata
    sopra  un sasso eminente: sotto di lei una spruzzaglia di tetti scuri,
    di capanne accovacciate nei prati.  E  praterie  nitide,  arrotondate,
    erano  gli alti dorsi delle montagne a destra e a sinistra,  sparsi di
    macchiuzze nere,  di mille tintinnii che facevano una larga voce sola,
    oscillante,  pura.  Il  sentiero  fendeva i declivi erbosi,  drappi di
    fiori tremanti nel vento fresco d'autunno.
    Marina si ferm guardando la gola in capo alla valle.
    Dev'esser l diss'ella.
    Cosa? domand Edith.
    L'Orrido. Questo rumore vien di l.  Oggi l'Orrido ha un gran fascino
    per me.
    Perch?
    Perch ci voglio entrare con mio cugino.  Lei tace,  non si commuove.
    Non pensa quale emozione trovarsi sola,  in una caverna,  con lui?  Ha
    resistito Lei al fascino di mio cugino?  Due occhi che vanno al cuore.
    E che spirito! N' inzuppato, poverino. Non parliamo d'eleganza. E' un
    "Watteau", mio cugino.  Dev'essere tutto bianco e rosa,  un impasto di
    "cold-cream",  un "fondant".  Non le pare? Dica, non m'invidierebbe se
    diventassi contessa Salvador?
    Vedo che non lo diventer rispose Edith.
    Perch? Conosco una persona che si spos per odio.
    Non per disprezzo, io credo.
    Per odio e per disprezzo insieme.  Son due sentimenti che si  possono
    incontrare  benissimo  nel  tallone  acuto  d'uno  stivaletto.  Questa
    persona se ne serv per "fouler  aux  pieds"  con  quattro  colpi  suo
    marito e parecchie altre cose odiose e spregevoli.
    A Edith pareva impossibile che si avesse a tenere questo linguaggio l
    in  alto,  davanti  alla innocenza solenne delle montagne.  Pens alla
    povera mamma sepolta lontano;  se vedesse la sua figlioletta  in  tale
    compagnia,  se  udisse  tali discorsi!  Ma Edith non correva pericolo.
    Ella non ignorava il male, viveva sicura nella propria conscia purit.
    Lasci che Marina continuasse a sua posta.
    Quest'amica mia si era innamorata di un altro. Si scandolezza?
    Edith non rispose.
    Via, non facciamo come se ci fosse qui il signor pap o il signor zio
    o un qualunque signore in calzoni. Quanti anni ha, Lei?
    Venti.
    Dunque!  Deve ben sapere quello che succede  nel  mondo.  Taccia,  mi
    lasci  dire.  Non  credo a certi candori.  Dunque l'amica mia aveva un
    amante e volle, il perch non importa, volle arrivare ad esso passando
    col suo stivaletto acuto sopra un marito spregevole,  sopra una  razza
    odiosa.  Che male c'?  Gli uomini proibiscono questo e quello. Bravi.
    Ma con quale diritto? Coloro che Iddio congiunse nessuno divida. Non 
    cos? Presso a poco. Bene,  questo  bello,  questo  grande.  I preti
    sono stupidi con le loro spiegazioni. Domando se  Dio che mette cotta
    e stola e borbotta quattro parole per congiungere alla cieca due corpi
    e due anime. Dio li congiunge prima che si amino, prima che si vedano,
    prima che nascano; li porta, attraverso tutto, l'uno all'altro! Quelli
    poi che congiunge l'uomo, ossia le famiglie, un calcolo, un errore, un
    prete  che  non  sa  che  cosa si faccia,  quelli Dio li divide!  Cosa
    dicevo? quest'amica mia spos con odio e con disprezzo; pass cos!
    Slanci avanti la persona fremebonda,  e batt col piede a  terra  con
    tanta energia che parve a Edith ne dovessero saltar scintille.
    S'ud una voce acuta da lontano:
    Signora donna Marina!
    Era la voce di Rico.  Egli comparve presto,  correndo;  quando vide la
    sua padrona smise di correre e grid:
    Han detto cos di far piacere...
    Marina gli accenn bruscamente con l'ombrellino di venire avanti.
    Egli  tacque  subito,   spicc  altri  due  salti  e  giunse  ansante,
    accigliato  nella sua gravit di ambasciatore e nella paura di lasciar
    cadere qualche briciola del messaggio.
    Han detto cos di far piacere a venire un po' pi in fretta, perch 
    tardi e c' gi la signora contessa che aspetta.
    Dove sono? disse Marina.
    Uno  qui vicino che viene incontro a Loro,  e  gli  altri  sono  nel
    paese.
    Non  and  molto  che  apparve  sua  Eccellenza  Nepo  seduto  sul suo
    fazzoletto  accanto  al  sentiero.   Si  guardava  torno  con  un'aria
    sgomentata  e  si  faceva  vento  con un piccolo ventaglio giapponese.
    Quando sopraggiunsero le signorine precedute  dal  Rico,  si  alz  in
    piedi e, scordandosi per un momento di essere gentiluomo, grid, prima
    di salutare, al ragazzo:
    Perch non mi hai aspettato, imbecille?
    Pare che avesse ragione di non aspettare osserv Marina freddamente.
    Voi siete molto cattiva con me rispose Nepo a mezza voce.
    Marina non parve gradire quel tono intimo,  pieno d'allusioni, e disse
    asciutta asciutta:
    Quanto c' di qui all'Orrido?
    E' subito qui mormor il Rico fra i denti.
    Cielo clemente, un'eternit c'! gemette Nepo.  Non  stata un'idea
    molto  felice  quella di farci arrampicare fin quass.  Il commendator
    Vezza  e  il  commendator  Finotti  sono  mezzi  morti.   Io  sono  un
    grandissimo camminatore e mi ricordo d'esser salito a piedi, quand'ero
    studente,  da Torreggia al convento di Rua,  negli Euganei,  che non 
    piccola bagattella; ma qui non so,   un camminare diverso: si fa meno
    strada  e  pi fatica.  Cosa volete che vi dica?  Da noi anche i monti
    hanno pi creanza.
    Approfitt d'un momento ch'Edith era uscita di strada per cogliere  un
    ciclamino  e disse a Marina non senza un dispettoso lagno nella voce e
    nel volto:
    E la vostra risposta?
    Presto diss'ella.
    Quando?
    Venite nell'Orrido con me.
    Nepo non parve contento,  ma non  pot  chiedere  spiegazioni,  perch
    Marina  aveva preso il braccio di Edith e a lui appena bastava la lena
    di tener loro dietro. I commendatori e il Ferrieri erano seduti presso
    la porta dell'osteria di C... sopra una pancaccia addossata al muro, e
    parlavano a un vecchio calvo,  scamiciato,  dalla pelle color mattone,
    accoccolato  sulla  soglia  dell'osteria  con una lunga pertica fra le
    gambe ignude; era il navicellaio, il degno Caronte dell'Orrido.
    L'Orrido sta a poche centinaia di passi dal paese.  Il fiume di  C...,
    nasce  qualche  chilometro  pi in su,  si raccoglie l tra le caverne
    immani in cui scendono a congiungersi due opposte montagne,  corre per
    breve  tratto  in  piano,  all'aperto,  poi trabocca sotto il paese di
    rapida in rapida, di cascata in cascata sino in fondo della valle, per
    morire ignobilmente nel lago,  l dove approd la brigata del Palazzo.
    Uscendo  da  C...  si trova presto un ponticello di legno che gitta la
    sua ombra  sopra  una  luce  di  sparse  spume,  di  acque  verdi,  di
    ghiaiottoli  candidi.  Non si passa il ponticello;  si piglia invece a
    sinistra  pel  letto  del  fiume.   Col  le  acque  blande  ridono  e
    chiacchierano  correndo via tra la gaia innocenza dei boschi con certi
    brividi memori  di  passate  paure.  Di  scogli  non  appariscono  che
    striscie  oblique  a  fior  di terra,  tappezzate di scuri muschi,  di
    fiocchi d'erba, di ciclami pomposi.  Guardandolo in su dalle ghiaie si
    vedono  a dritta e a manca disegnarsi sul cielo le due sponde come due
    colossali ondate di vette fronzute, due alte dighe vive, luccicanti al
    sole, di roveri, di faggi, di frassini,  di sorbi,  che si rizzano gli
    uni  dietro  gli  altri,  si curvano in fuori per veder passare l'onde
    allegre, agitano le braccia distese, plaudendo.  Presto si giunge a un
    gomito del fiume.  Non pi sole,  non pi verde, non pi riso d'acque:
    immani fauci di pietra vi si spalancano in viso e vi  fermano  con  il
    ruggito  sordo che n'esce,  con il freddo alito umido che annera l in
    fondo la gola mostruosa.  Il ruggito vien su dalle  viscere  profonde;
    l'acqua passa per la bocca degli scogli,  grossa, cupa, ma silenziosa.
    Una sdrucita barchetta  l incatenata a un anello infisso nella rupe.
    Porta due persone oltre il  barcaiuolo.  Si  risale  la  corrente  con
    quella  barchetta  che  pare  non  voler saperne,  torce il muso ora a
    destra ora a sinistra e  scapperebbe  indietro  senza  la  pertica  di
    Caronte. Il fragore cresce; la luce manca. Si passa tra due rupi nere,
    qua  rigonfie come strane vegetazioni,  gemme enormi della pietra,  l
    cave e stillanti come coppe  capovolte;  tutte  rigate  ad  intervalli
    eguali, scolpite a gengive su gengive dal fondo alla cima. In alto, il
    cielo  si  restringe  via  via tra scoglio e scoglio,  e scompare.  La
    barchetta salta in una fessura buia, piena d'urla, si dibatte,  urta a
    destra,   urta  a  sinistra,   folle  di  spavento,  sotto  gli  archi
    echeggianti della pietra che,  morsa nelle viscere dal flutto  veloce,
    si slancia in alto, si contorce. Dal sottilissimo strappo che fende il
    manto  boscoso  di  quelle  rupi  filtra  nelle  tenebre un verdognolo
    albore,  un lividore spettrale che macchia cadendo le sporgenze  della
    roccia, vien meno di sasso in sasso e si perde prima di toccar l'acqua
    verde cupa; si direbbe un raggio di luce velata di nuvole, sull'alba.
    Da  quell'andito  si  entra  nella  "sala  del  trono"  rotondo tempio
    infernale con un macigno nel mezzo,  un deforme ambone  per  la  messa
    nera, ritto fra due fascie enormi di spuma che gli cingono i fianchi e
    gli  spandono  davanti  in  una  gora larga,  tutta bollimenti e spume
    vagabonde,  levando il fracasso di due treni senza fine che divorino a
    paro una galleria.  E' da quel masso che viene alla caverna il nome di
    "sala del trono".  Si pensa ad un re delle ombre,  meditabondo su quel
    trono,  fisi  gli  sguardi nelle acque profonde,  piene di gemiti e di
    guai,  piene di spiriti dolenti.  Per una spaccatura dietro  al  trono
    sprizza nella caverna un getto di luce chiara.
    Caronte  stacc la barchetta dall'anello e con un urto poderoso la fe'
    scorrere dalla ghiaia nell'acqua.  Intanto il Rico saltellava come una
    cutrettola  pe'  sassi sporgenti del torrente e otto o dieci marmocchi
    s'erano appollaiati dietro la comitiva a guardar fiso come  uccelletti
    curiosi  di  un  grosso gufo.  Il Vezza che capiva pochino le bellezze
    naturali,  e  il  Finotti  che  non  le  capiva  affatto,   ammiravano
    rumorosamente  l'orrida  magnificenza  del  luogo.  Il Ferrieri non si
    curava di unirsi a' loro entusiasmi e  ne  parlava  tranquillamente  a
    Edith.  Le diceva di sentirsi freddo pi del ghiaccio davanti a simili
    scene,  sin da quando,  nella prima giovinezza,  si era schiacciato  e
    ucciso dentro al cuore un poeta,  incomodo inquilino; soggiungeva per
    di dubitare ora,  per la prima volta,  che quello spregevole parassita
    fosse  ben  morto;  gli  pareva di sentirlo a muoversi,  di sentire un
    calore insolito...
    Avanti, signori disse Marina.
    Infatti Caronte aveva terminato di disporre la navicella  e  accennava
    alle due signore di entrarvi.
    Mio cugino ed io disse Marina saremo gli ultimi.
    Allora noi due saremo i primi, signorina Edith.
    Cos  dicendo il Ferrieri avvolse alle spalle della sua bella compagna
    lo scialletto celeste ch'ella portava sul braccio.  Edith  non  se  ne
    avvide,  quasi;  pareva  affascinata  dalla  bellezza nera delle rocce
    spalancate davanti a lei.  Entrarono  ambedue  nella  barchetta  e  si
    allontanarono.  Era  bello veder passare tra quelle porte infernali la
    barchetta, lo scialle celeste, il vecchio pittoresco ritto sulla prora
    colla sua lunga pertica.  Presto scomparvero;  prima Caronte,  poi  lo
    scialle celeste, poi la piccola poppa bruna.
    Dopo una decina di minuti ricomparvero la pertica ferrata, Caronte, lo
    scialle celeste. Dunque? Dunque? gridarono il Vezza e il Finotti.
    Nessuno  rispose.  Appena  nello  scendere a terra Edith e il Ferrieri
    dissero qualche fredda parola  di  ammirazione.  Edith  era  triste  e
    grave,  l'ingegnere  rosso  fino al vertice del cranio;  il barcaiuolo
    attendeva impassibile che si raccogliesse la seconda spedizione. Edith
    rest presso Marina e il Ferrieri si allontan a capo basso, studiando
    i ciottoli. Il Finotti e il Vezza partirono insieme, di mala voglia.
    Nepo era inquieto.  Non parlava,  ma si moveva di  continuo,  guardava
    qua,  guardava l, crollava la testa per iscuoter via l'occhialino che
    non aveva pi;  tuff due o tre volte i piedi nell'acqua per andare di
    sasso  in  sasso  in  mezzo  al  torrente  a  spiar  il  ritorno della
    barchetta.  Quando  fu  discosto,  Marina  disse  sottovoce  a  Edith,
    accennando il Ferrieri:
    Anche lui,  eh, con i suoi modi di gentiluomo! Ho capito quando siete
    usciti di barca. Tutti eguali.
    E' una vergogna, una vergogna! disse la giovinetta fremendo.
    E' stato molto audace?
    Edith arross. Chi mi manca di rispetto solo per un momento, e con il
    menomo atto,  molto audace diss'ella.
    Signor Ferrieri disse Marina ad alta voce.
    Il Ferrieri si volt. Voleva parere impassibile e non poteva.
    Favorisca di scendere dalla contessa Fosca, che si annoier molto. La
    signorina  ed  io  scenderemo  dopo,  col  ragazzo,  probabilmente  da
    un'altra parte.
    V'era nella voce vibrante di Marina il risentimento involontario della
    donna che coglie un uomo, anche indifferente, ai piedi di un'altra.
    Il Ferrieri s'inchin e part.
    Non  si  usa  fare  quello che ho fatto io adesso disse poi Marina a
    Edith.  Appena un vecchio "chaperon" lo farebbe.  L'ho fatto per Lei,
    perch  Ella  non  abbia pi a trovarsi con quel calvo Lovelace che Le
    mette tanto ribrezzo;  e perch qualche volta non m'importa di  quello
    che si usa.
    Grazie rispose Edith.
    La barchetta ritorn con i commendatori.
    Conte! disse Marina.
    Nepo fu per rispondere "Contessa!" ma non fece che aprire le labbra ed
    entr, dopo Marina, nella barchetta.
    E Ferrieri? chiese il Vezza.
    Ci precede abbasso rispose Marina.
    Ma  ella era gi a quattro passi dalla riva e le sue parole confuse al
    ruggito sordo del fiume non si distinguevano quasi pi.
    Si strinse nello scialle,  pieg il  viso  per  schermirsi  dal  vento
    freddo che la spruzzava di minute goccioline d'acqua,  stillanti dalle
    rocce.  Guardava con occhi vitrei venirle incontro nell'ombra  l'acqua
    grossa, veemente, senza una voce, senza una ruga.
    La  barchetta  si  accostava all'andito tenebroso che precede la "sala
    del trono". La figura del vecchio ritto sulla prora pigliava,  tra gli
    scogli  lucidi  e  neri,  un  colore  sempre pi fosco,  i colpi della
    pertica  ferrata  sparivano  nel  fragore  assordante  delle   cascate
    interne.  Non ci si vedeva quasi pi.  Nepo si chin verso Marina,  le
    prese una mano.
    Ah! diss'ella, come offesa, ma non ritrasse la mano. Nepo la strinse
    fra le sue, felice; non sapeva che dire; gli pareva tutto fosse detto;
    stringeva a pi riprese quella mano fredda,  inerte,  come se  volesse
    spremerne un concetto,  una frase, una parola. Ebbe un'idea. Tenne con
    la sinistra la mano di Marina e le cinse la vita col  braccio  destro.
    Marina si strinse in s e si slanci avanti.
    Fermo,  Cristo! url il barcaiuolo. Non ci si udiva non ci si vedeva
    pi.  Il fragore  uniforme  metteva  nella  fronte  e  nel  petto  una
    contrazione penosa.
    Nepo  rallent la sua stretta.  Non comprendeva quel guizzo di Marina.
    Parl.  Gli era come parlare con la testa tuffata nella  corrente;  ma
    egli,  sbalordito,  parlava  egualmente.  E  sent  la  vita di Marina
    ribattere  indietro  al  suo  braccio.  Trasal  di  piacere,  allarg
    avidamente la mano che le cingeva il busto,  come una branca di bestia
    immonda,  fatta audace dalle tenebre;  allarg le dita nella cupidigia
    di  avvinghiare  tutta la voluttuosa persona,  di trapassar le vesti e
    profondarsi nella morbidezza viva.  Marina s'era  ricacciata  indietro
    con  la cieca bramosa di stritolare quel braccio che la irritava come
    una sferza e s'era volta a insultar  Nepo,  non  udita  e  non  vista.
    L'acqua,  il  vento,  le pietre stesse urlavano cento volte pi forte,
    sempre pi forte.  Schiacciavano con la  loro  collera,  con  la  loro
    angoscia colossale,  la piccina collera, le spregevoli angoscie umane.
    Schiacciavano,  buttavano via sottosopra le parole  come  polvere.  La
    brutale  natura  prepotente voleva parlar sola.  Nepo sentiva il caldo
    busto di Marina stringersi e dilatarsi ansante sotto la sua mano;  gli
    pareva di discernere,  nel frastuono, una fioca voce umana; immaginava
    parole d'amore e porgeva le labbra  in  cerca  delle  labbra  di  lei,
    fiutando  le  tenebre,   aspirando  un  tepore  profumato,   pieno  di
    vertigini.
    Allora un vigoroso colpo di pertica fece che la barca girasse l'ultima
    svolta dell'andito buio saltando in un diffuso chiarore verdognolo che
    pareva ascendere dall'acqua trasparente.  Nepo non ebbe tempo di veder
    Marina  in viso.  Il barcaiuolo ritto sulla prora si era voltato verso
    di loro.  Nepo lasci prontamente Marina e finse di guardare in  alto.
    Il  vecchio barcaiuolo aveva addossato lo schifo allo scoglio puntando
    la sua  pertica  alla  parete  opposta,  e,  con  il  braccio  libero,
    trinciava di gran gesti,  mostrava la cavit, le gobbe mostruose della
    pietra.
    Bellissimo! grid Nepo.
    Caronte si tocc l'orecchio e fe' con l'indice un segno negativo: indi
    agit in su e in gi la mano distesa,  accennando in  pari  tempo  del
    capo  come  per  promettere qualche cosa di pi bello,  e ricominci a
    lavorar di pertica.
    Marina, pallida, serrate le labbra, chiusa nello scialle bianco che le
    stringeva le spalle, pareva un'anima peccatrice,  fuggita nello sdegno
    alle ombre dei fiumi infernali, mezz'irritata, mezzo stupefatta.
    La  "sala del trono" si spalanc a prora come una visione verde dorata
    con la sua gran cupola informe,  il macigno nero nel mezzo,  i tonanti
    fiotti di spuma e i bollimenti dell'acqua lungo le pareti gibbose;  ma
    la barchetta, invece di entrarvi, scivol a destra in un seno cieco di
    acqua tranquilla e si aren.  Una gigantesca cortina di pietra  cadeva
    dall'alto  a  formar  quella  cala,  schermandola in parte dal fragore
    dell'acque.  Col,  parlando forte,  si  poteva  farsi  intendere.  Il
    barcaiuolo  domand  a  Marina  se l'Orrido le piacesse,  e soggiunse,
    sorridendo con cert'aria di benigno compatimento,  che piaceva a tutti
    i signori.  Quanto a lui non ci trovava di buono che le trote.  Diceva
    che in quel posto l eran frequenti,  e volle che  Nepo  e  Marina  si
    voltassero  a  guardar  nell'acqua,  promettendo  ne  avrebbero  visto
    balenar qualcuna sul fondo.
    Nepo, voltandosi, venne a sfiorar la guancia di Marina.
    Non mi toccate diss'ella duramente, senza guardarlo.
    Egli attribu quelle parole alla luce indiscreta e non se ne  commosse
    che per dire con mal piglio al barcaiuolo:
    Cosa ne facciamo delle tue trote, imbecille? Andiamo!
    I  suoi modi con gl'inferiori,  da gentiluomo maleducato,  gli avevano
    gi procacciato uno schiaffo  a  Torino  da  un  garzone  di  caff  e
    potevano procacciargli altrettanto e peggio da Caronte;  ma costui non
    intese che l'ultima parola,  e  risospinta  indietro  la  barca  nella
    corrente,  la  fece entrare nella caverna grande,  l'addoss al trono,
    dove l'acqua era  pi  tranquilla,  e  ricominci  la  sua  mimica  di
    cicerone muto. Accenn con la mano che si poteva salire sul macigno, e
    uscir quindi per la spaccatura della rupe dall'Orrido. Marina si gett
    addietro  lo  scialle,  balz  in  piedi  sul  sedile della barchetta,
    respinse l'aiuto dell'attonito barcaiuolo e,  posando i piedi sopra  i
    risalti  del  masso,  in  due  slanci  gli  fu  sopra.  Di  l accenn
    imperiosamente a Nepo  di  seguirla.  Nepo,  ritto  in  barca,  andava
    tastando  il sasso,  titubava e guardava di sbieco Caronte.  Questi lo
    lev di peso e l'appoggi allo scoglio;  come a forza  di  raspar  con
    mani  e  piedi vi si fu appiccicato,  lo urt su,  con la palme,  alla
    cima.
    L'acqua, entrando furiosamente, piena di luce,  per la fenditura della
    roccia,  si frangeva, a tergo del trono, in due branche spumose che lo
    allacciavano. Dal trono si passava oltre, si usciva all'aperto per una
    assiccella lunga e sottile gittata sopra i sassi sporgenti dell'acqua.
    Tenevano quella via i pescatori di trote.
    Marina, seguita da Nepo,  si avvi per l'assicella dopo aver accennato
    al  barcaiuolo che l'attendesse.  All'uscita dell'Orrido si apriva una
    scena severa che sarebbe parsa selvaggia a chi  non  vi  fosse  salito
    dalle  caverne  inferiori.  Il  torrente saltava gi allo scoperto per
    immani scaglioni, brillando al sole come una rete di fila d'argento, a
    grandi maglie irregolari, piene di fragore,  fra due scogliere protese
    in atto di chiudersi una sull'altra,  mezzo ignude, mezzo cenciose nei
    loro brandelli di bosco. Marina sal presso alcuni tassi rachitici che
    uscivano a lambir con le loro frondi nere un pietrone ritto  a  fianco
    della  bocca  dell'Orrido,  dove  il terribile fragore era grandemente
    affiochito.  Si sdrucciolava  assai  per  quel  ripido  pendo  erboso
    inzuppato di rugiada nella sua ombra perpetua.  Non v'era sentiero, ma
    solo qualche forte impronta di passi nella terra rossastra.
    Nepo saliva a grande stento,  abbrancandosi  con  le  mani  ai  ciuffi
    d'erba. Sost a pochi passi da Marina per pigliar fiato.
    Fermatevi l diss'ella. Avete pi coraggio all'oscuro.
    Oh, adesso poi disse Nepo non mi fermo certo.
    Fermatevi!
    Nepo  si  ferm,  rannuvolato,  inquieto.  Aveva prima pensato ch'ella
    volesse procacciargli un colloquio fuori  della  vista  importuna  del
    barcaiuolo.  Ora  non  comprendeva  pi.  Si  stizziva in cuor suo con
    Marina;  ma gli era pur entrato da pochi minuti un sentimento  o,  per
    meglio dire, una sensazione nuova.
    Dalla  piccola mano di velluto,  dal busto caldo,  ansante,  che aveva
    stretti,  gli si era infiltrato nel sangue un turbamento insolito  per
    lui,  che  usava  dire  di sentirsi uomo con le pedine,  angelo con le
    dame.
    Tacquero un momento tutti e due.
    Dunque lo volete? disse Marina.
    Ah! rispose Nepo allungando le braccia.
    Nuova pausa.
    Perch lo volete?
    Che domanda, mio Dio!
    Non  vero? diss'ella sorridendo. Avete ragione.
    Lo guard ben fiso con  lo  sguardo  penetrante  che  le  compariva  e
    scompariva nella pupilla a suo talento, e disse con voce pi forte:
    Ma io non Vi amo!
    Oh,  anima  mia!  disse Nepo intendendo male.  E si arrampic fino a
    lei.
    Ella fece un passo indietro, sorpresa.
    Non Vi amo! ripet.
    Nepo impallid, ammutol; poi proruppe a voce bassa, ma concitata:
    Non mi amate? come, non mi amate?  E cinque minuti fa in quella barca
    all'oscuro...
    Ah s ? V' parso?
    Ma, mio Dio, se quella barca potesse parlare!
    Direbbe  male  di  Voi.  Vi  siete  ingannato;  non  Vi amo! Nepo la
    guardava con le sopracciglia inarcate e le labbra semiaperte.
    Per Vi accetto diss'ella.
    Nepo mise un "ah" soffocato,  si trasfigur nel viso e stese  le  mani
    verso di lei.
    Dunque Vi basta? diss'ella.
    Nepo  volle  rispondere  con  un  abbraccio,  ma  ella  fu  pronta  ad
    appuntargli l'ombrellino al petto.
    Scendete subito disse.  Il barcaiuolo potrebbe  andarsene.  Io  non
    vengo con Voi;  giro l'Orrido di fuori.  No, non ci vengo. Voi, venire
    con me? Non Vi voglio.  Andate.  Non siete contento adesso?  Dite alla
    signorina  Steinegge e al ragazzo che mi aspettino al ponte.  Voialtri
    precedeteci.  Non ci aspettate  laggi  alla  barca.  Non  aspettateci
    neppure a pranzo. Quando sarete a casa parlate pure a Vostra madre e a
    mio zio. Subito, prima che io ritorni. Andate.
    Egli non ne voleva sapere di andarsene.  Implor un bacio, non l'ebbe;
    anche la piccola mano di velluto,  anche un lembo della  veste  furono
    negati alle sue labbra.
    Afferr  l'ombrellino e baci quello,  impregnato esso pure dell'odore
    di lei. Le acque e le frondi ne risero;  ed egli se ne and contento e
    malcontento insieme,  agitato dalla torbida poesia de' sensi che non 
    del tutto abbietta e mette almeno qualche volta in ogni anima  il  suo
    fervor vitale, il suo cupo fiore di un giorno.
    Quando Marina arriv al ponte, Edith era l ad attenderla con il Rico.
    Rifecero  in  silenzio  la via percorsa il mattino sino ad una vecchia
    pietra ove era scritto,  con  la  relativa  freccia:  "Ai  monti".  L
    presero per una stradicciuola che accennava ad un collo assai depresso
    tra la scogliera che  sopra C... e altri dorsi erbosi.
    Erano presso al collo quando Marina,  che precedeva Edith,  si ferm e
    le disse bruscamente:
    Sa? Sono stata leale.
    Edith non comprese e non rispose.  Ella non pose mente  alla  emozione
    febbrile  che  vibrava  nella  voce  e  luceva  negli occhi di Marina.
    L'anima sua era tutta nello spettacolo della valle che si  trasformava
    salendo,  negli  orizzonti che si allargavano tra le ondulazioni delle
    cime verdi ed altre cime azzurrognole,  nella  tremula  nota  continua
    delle  campanelle  vaganti per i pascoli,  nelle voci acute e gravi di
    acque che passavano cantando sul fondo di riposti  valloncelli  e  fra
    l'erbe  dei  prati  cadenti,  onde  saltavano  talvolta  sulla via per
    fuggire dall'altra parte.  Ella camminava pi lenta,  contemplando  il
    cielo  cos  puro  al  di  sopra  delle  passioni  di  tante  montagne
    sfolgorate in fronte dal sole obliquo a cui tutte  parevano  guardare,
    unite  in qualche grande pensiero,  in qualche sublime preghiera senza
    parole.  Sospirava e sentiva scendersi al cuore l'aria piena di questo
    spirito  muto delle montagne.  Non comprendeva come si potesse pensare
    ad altro,  non sentiva pi,  come al mattino,  l'influenza  penosa  di
    Marina;  era  libera.  Giunta sul collo del monte,  disse guardando la
    nuova scena che le si apriva davanti:
    E' una poesia.
    Marina non aperse bocca.  Edith vide,  accostandosele,  che ella aveva
    gli  occhi pieni di lagrime;  si ferm,  sorpresa.  Marina le prese il
    braccio con forza, e, accennato al Rico di andare avanti, usc con lei
    di strada, rapidamente,  camminando sul prato;  ad un tratto abbracci
    la  sua  compagna  e  proruppe  in  singhiozzi disperati.  Singhiozz,
    singhiozz sull'omero  sottile  di  Edith,  stringendole  convulsa  le
    braccia,  parlando  con  le labbra impresse nelle sue vesti,  scotendo
    forte, a ogni tratto,  la testa.  Edith,  commossa,  tremava da capo a
    piedi,  si sentiva vibrare nel petto il rombo di quella voce soffocata
    e non poteva coglierne alcun suono distinto;  provava  nel  cuore  una
    piet  grande,  come se il cuore avesse intese le cose singhiozzategli
    sopra;  provava un affannoso bisogno di trovar parole di  conforto,  e
    non sapeva. Ripeteva: Si cheti, si calmi ma senza frutto, ch Marina
    scoteva allora la testa con maggior violenza. Chin il volto e le pos
    la bocca sui capelli,  esit un momento,  lottando con qualche occulto
    pensiero,  baci finalmente quella testa altera,  cos umiliata,  e ne
    prov consolazione come d'una vittoria.  A poco a poco i singhiozzi si
    chetarono. Marina alz lentamente il capo e si stacc da Edith.
    E passato diss'ella grazie.
    Mi  parli  disse  Edith  affettuosamente.  Se  Lei  mi  vedesse  il
    cuore...
    Le ho parlato rispose Marina. Le ho detto tutto.
    Ella ebbe ancora due o tre singhiozzi convulsi,  senza lagrime.  Edith
    voleva che sedesse.  No,  no rispose  passato. Si morse il labbro
    sino a sangue e si affrett a ripetere: E' passato,   passato. Ella
    s'era appoggiata a un grosso macigno bianco intagliato a  traforo  dai
    ghiacci,  che usciva dal prato fra cespugli di mugo,  come una scapola
    enorme di qualche mostro fossile mai sepolto.  Ci aveva posate ambedue
    le  spalle,  e volto il viso sulla spalla destra,  si guardava la mano
    rabbiosamente attorta agl'intagli bizzarri del sasso.
    Mi dica... ripet Edith.
    Marina volt la testa e strapp il fiore azzurro da un lungo stelo che
    saliva presso a lei.
    Che fiore ? diss'ella bruscamente.  Pare aconito. E  lo  porse  a
    Edith.
    Questa  prese  il  fiore senza guardarlo,  volle insistere.  Marina fu
    ripresa da un assalto nervoso violento.  Stavolta abbracci il  masso,
    vi  soffoc  i singulti.  Pareva sitibonda di entrar nella pietra,  di
    gelarvi, di irrigidirvi per sempre.
    E intorno a lei era tanta pace!
    Le campanelle delle  vacche  empivano  del  loro  tremolo  i  silenzi
    solenni della montagna,  mettevano voci di vita innocente nei pascoli,
    nelle selvette compatte, verde-dorate di giovani faggi, in giro a rade
    macchie metalliche d'abbeveratoi  stagnanti.  Presso  quel  sasso  gli
    aconiti rizzavano nel sole fuggente la loro pompa,  le felci curvavano
    le grazie leggere del  fogliame  color  di  aprile,  ciclami  vanitosi
    gittavano  i  lunghi  gambi ignudi de' loro fiori.  Tutti circondavano
    Marina di pace, di dolcezza grave, silenziosa.
    Si ud la voce lontana del Rico che gridava:
    Uuh-hup! Uuh-hup!
    Voci di mandriani rispondevano:
    Uuh-hup! Uuh-hup!
    Parean saluti al sole che aveva  levato  il  suo  raggio  dall'erba  e
    saettava  la  cima  del  sasso  bianco.   Il  tremolo  diffuso  delle
    campanelle  s'avvicinava  da  tutte  le   parti   all'alpe   di   C...
    accovacciata  in  un  seno erboso sotto le scogliere.  Le vacche vi si
    avviavano a file,  a drappelli,  accodandosi le une alle  altre  sugli
    angusti sentieri,  trottando gi dai brevi pendii,  sbrancandosi lente
    nei prati, fermandosi di tratto in tratto a levar il muso e muggire.
    Il Rico gridava sempre:
    Uuh-hup!
    Marina si scosse, si volse a Edith e le disse:
    Andiamo. Adesso  passato davvero.
    Edith la preg ancora di parlare, di confidarsi a lei.
    Le ho detto tutto rispose da capo Marina.  Non potrei ora  ripetere
    quello che Le ho detto.  Non lo sento pi. Metta che vi fosse in me un
    sentimento ch'io ignoravo. Ad un tratto ha divampato, mi ha preso alla
    gola, al cervello,  dappertutto.  Ma  stata una vampa sola.  Adesso 
    morto.  Non  lo  sento  pi.  Non  so  pi  nemmeno  se fosse dolore o
    sgomento.  Sa,  quando si entra in una via  sconosciuta  viene  sempre
    questo  dubbio:  "E  se sbaglio?  Se mi perdo?".  Non dura,  ma viene.
    Senta;  se in avvenire udr parlare di me,  contro di me,  si  ricordi
    questa sera. Allora capir, forse.
    Spero che non udr parlare contro di Lei.
    Oh!
    Tornate sul sentiero, trovarono il Rico fermo ad aspettarle. Si faceva
    tardi,  era freddo. Scesero in fretta verso Val... Marina non parlava,
    seguiva i suoi pensieri.  Solo dopo una mezz'ora di cammino  prese  il
    braccio di Edith e le disse:
    Glielo racconti.
    A chi? rispose Edith.
    Marina trasal, le lasci andare il braccio e non disse pi nulla.
    Il sasso bianco,  sgretolato dal gelo,  ritto fra il mugo,  le felci e
    gli aconiti sotto il cielo pallido della sera,  sapeva forse per quali
    angoscie oscure un corpo e un'anima si fossero dibattuti insieme sopra
    i  suoi fianchi duri,  freddi,  senza piet.  Se vi dormiva il torbido
    spirito, l'"insensatum cor" della montagna,  pot sognare che un altro
    core,  appena  incatenato  alla  colpa  e  alla sventura,  era corso a
    palpitar forte,  quasi a frangersi addosso a  lui,  in  un  impeto  di
    dolore  atroce  scoppiatogli  su  da  profondit  che  oltrepassano la
    coscienza;  pot sognare quanto si soffra anche fuor del  suo  carcere
    cieco,  anche nel mondo sperato dei sensi,  del pensiero e dell'amore.
    Non si udivano pi le campanelle delle vacche,  salivano  dalle  valli
    fiocchi di nebbia,  saliva dall'Orrido,  come un gran pianto,  la voce
    del fiume,  e l in alto il sasso bianco si faceva sempre pi  triste,
    sempre pi cupo,  tra il mugo,  le felci e gli aconiti, sotto il cielo
    pallido della sera.













    Capitolo settimo.
    UN PASSO DEL DESTINO.

    Suonavano le otto quando Edith e Marina giunsero  alla  scalinata  dei
    cipressi.   C'eran  le  stelle,   ma  i  vecchi  alberi  colossali  le
    nascondevano, tanto che il Rico, da buon cavaliere, si ferm a gridare
    con quanto fiato aveva:
    Lume!
    Dopo di che scese a salti, come un gatto, per le tenebre.
    Un lume comparve nella loggia e una voce grid: Son qui? Poi il lume
    scomparve.
    Oh, signora Fanny! rispose il ragazzo. Porti gi il lume! Faccia in
    fretta!
    Il lume ricomparve subito nel cortile.
    Edith e Marina,  che scendevano adagio,  poterono udire un  battibecco
    tra  il  Rico  e  Fanny e,  a quando a quando,  la voce della contessa
    Fosca.  Fanny aveva una candela e il Rico  voleva  un  lanternino.  La
    contessa  ripeteva:  Non  avete  trovato  Momolo?  Non  avete trovato
    Momolo?.
    Signora no,  ne abbiam mica trovato di Momoli.  Lei,  signora  Fanny,
    vada colla candela, che io andr a pigliare il lanternino.
    Fanny e la contessa si avviarono alla scalinata.
    Marina! chiam Sua Eccellenza.
    Contessa! rispose Marina ancora invisibile.
    Non hai trovato "mio fio",  tesoro?  Non hai trovato Momolo?  Oh Dio,
    che scala di Ponzio Pilato!  Mi sorprendo di Momolo,  perch  te  l'ho
    mandato  incontro  cinque minuti fa.  "Mio fio" sar mezz'ora che ti 
    andato incontro. Aspetta, tu col lume, cosa sei tu,  viscere,  che c'
    un maledetto scalino mezzo rotto. Ecco. Dove sei, Marina! Vieni, cala!
    Alzate quella candela, benedetta! Oh Dio, Marina, non ti vedo ancora!
    Il Rico le pass avanti con il lanternino, facendo gli scalini a tre a
    tre.  Lo  si vide fermarsi tosto e ridiscendere.  Dietro al lanternino
    luccicavano nell'ombra certi grandi bottoni d'acciaio che la  contessa
    conosceva. Ella si fece avanti e abbracci Marina.
    L'abbracci con impeto a pi riprese e le sussurr all'orecchio,: Dio
    ti benedica, delizia, eri il sogno del mio cuore.
    E non rifiniva di baciarla.
    Marina  taceva.  Edith chiese a Fanny se suo padre era in casa.  Fanny
    non lo sapeva.
    No, tesoro disse la contessa spiccandosi da Marina. No,  uscito da
    un pezzetto con uno di quei  tre  re  magi;  non  con  quell'asino  di
    stamattina  che  voleva  farmi veder l'Orrido;  con quell'altro lungo,
    quel della piazza.
    La contessa Fosca non ricordava mai o quasi mai il nome delle  persone
    che conosceva da poco tempo.  Parlava sempre di quello dal naso lungo,
    di quello dalla bocca storta, di quello dagli occhiali.
    Marina,  appena sciolta dagli amplessi della  contessa,  le  gitt  un
    frettoloso "a rivederci" e discese con Fanny.
    Sua  Eccellenza  prese  il  braccio  di  Edith  e scese con lei adagio
    adagio,  discorrendo e interrompendosi ogni momento per  la  paura  di
    cadere.
    Che angelo, quella Marina! Piano. Che sentimento, che talento! Piano,
    benedetta,  piano.  E  bella!  Un  momento,  viscere;  non son mica un
    saltamartino come Voi.  Dunque,  cosa vi pare?  Non sapete?  Non vi ha
    detto niente quella briccona? Neppure una parolina? Tutta delicatezza.
    Oh Dio,  io rotolo gi,  figlia cara. A piano. Dimmi, tesoro, era ella
    di buon umore adesso, venendo gi da quelle maledette montagne?
    Edith capiva sempre poco il linguaggio della contessa.  Ora lo  capiva
    meno che mai.
    Beata, non  vero? riprese la contessa. Beata, poveretta. Eh, la ho
    vista. E' l'ultimo scalino questo? Commossa, "la me anima". In nome di
    Dio che siamo abbasso.
    Attraversarono il cortile,  precedute dal lanternino del Rico. I raggi
    lunghi e sottili si trascinavano barcollando per  la  ghiaia  candida,
    saltavano,  si allargavano sulle grandi foglie vellutate degli argini,
    scintillarono un momento sulle perle e i brillanti del getto  d'acqua,
    il  quale  raccontava  e  raccontava  la sua vecchia storia monotona e
    malinconica.
    Presso alla porta del Palazzo la contessa si ferm,  trasse Edith a s
    e le disse sottovoce:
    Oh,  insomma,  Ve  la  dico  io.  Io  ho  gi  in testa che siate una
    furbaccia e che sappiate tutto. Marina sposa "mio fio".
    In quella una voce flebile chiam dall'alto:
    Eccellenza!
    Chi ! Cosa  nato? disse la contessa guardandosi alle spalle.
    Son Momolo, Eccellenza.
    Dove diavolo vi siete ficcato!
    Son qua, Eccellenza.
    E' su l disse il Rico ridendo come un matto del suo riso argentino,
    malizioso.  Corse sotto la muraglia che sostiene il vigneto e alz  la
    lanterna quanto pot.
    Eccolo su! diss'egli.
    Si videro le gambe nere di Momolo.
    Come hai fatto, bestia, per andar l?
    Niente, Eccellenza, ho persa la strada... Mi pareva anche a me adesso
    che non dovesse andar bene.  Se ha la bont,  Eccellenza, di mandarmi,
    dopo, il putto col lume, mi trovo subito, non la dubiti, Eccellenza.
    Il putto dal lume rideva a crepapelle.
    Il conte Nepo lo hai visto?
    No, Eccellenza.
    Bene,  adesso verr qua questo birichino a farti lume e dopo  andrete
    insieme  incontro  al  conte  Nepo,  e  gli direte che la marchesina 
    arrivata.
    Servirla, Eccellenza.
    Il Rico risal la scalinata col lanternino e la contessa entr in casa
    senza badare se Edith ve l'avesse preceduta o no.
    Edith era immobile al posto e nell'atto  in  cui  l'avevano  colta  le
    parole della contessa Fosca.  N'era rimasta sbalordita. Ripensando gli
    strani discorsi,  lo strano contegno della sua compagna di  passeggio,
    comprendeva  questo  solo:  che  i Salvador facevano compassione e che
    Marina faceva paura.  Finalmente alla voce di Nepo che tempestava  per
    la scalinata con Momolo e il Rico,  si scosse,  entr in casa pensando
    un altro pensiero,  il pensiero del Ferrieri.  Il Ferrieri non era poi
    stato  tanto temerario quanto Marina avrebbe potuto credere.  Lo aveva
    tocco la bellezza quieta e intelligente di Edith, il suo contegno cos
    diverso da quello delle ragazze troppo timide o troppo ardite  ch'egli
    conosceva.  Sognava  aver  trovato  una donna simile all'alta idea che
    portava in mente al di sopra  degli  opifici,  delle  macchine,  delle
    ferrovie, de' suoi scolari, de' suoi maestri della sua fredda scienza.
    Stimava che quell'incontro, a quarantadue anni, fosse l'ultima offerta
    della fortuna,  e tutta la sua giovinezza inaridita rinverdiva.  Aveva
    presso a che deliberato di parlare a Steinegge prima che a Edith.  Nel
    buio dell'Orrido, stando presso a lei, smarr il suo sangue freddo, le
    prese le mani con forza, le parl e non pot, pel gran fragore, essere
    inteso.  Comprese, prima dalla violenta ripulsa, poi dal volto di lei,
    quanto l'avesse offesa;  comprese troppo tardi come in quel luogo  una
    violenta   dichiarazione  d'amore  potesse  venir  male  interpretata.
    Infatti Edith l'aveva interpretata male e ora andava  pensando  perch
    mai suo padre fosse uscito, cosa insolita, col Ferrieri.
    Intanto  sopraggiunse  Nepo  infuriato  per  non  aver saputo combinar
    Marina,  e gridando non   possibile,  non    possibile  oltrepass
    Edith,  senza salutarla,  nel vestibolo,  mentre il Rico,  fermo sulla
    porta  con  il  suo  lanternino,  se  la  rideva  di  cuore  e  Momolo
    brontolava: Ohe, bardassa, rispettiamo Sua Eccellenza, "digo".
    Nepo  si abbatt sulle scale in Fanny che scendeva in fretta a cercare
    di Edith per il pranzo.  Dov' la signora marchesa? diss'egli  senza
    fermarsi.
    Dov'? rispose Fanny saltando gi per una diecina di scalini. Nella
    sua camera grid dal fondo della scala, mentre lui n'era gi al primo
    pianerottolo, dove sua madre lo attendeva impaziente.
    Dov'? diss'egli sottovoce. Cosa ti ha detto? Sa che hai parlato al
    conte Cesare?
    A tante domande la contessa rispose con altrettante:
    E tu cos'hai fatto che non venivi pi? Dove ti sei perso? Hai trovato
    Momolo?  Va  l,  diglielo  tu  che ho parlato al vecchio.  Fa presto.
    L'hanno chiamata a pranzo.  In salotto la  non  c'  ancora.  Sar  in
    camera sua. Aspettala in loggia. Va l!
    Quale  ignoto  spirito  d'inquietudine si era infiltrato per le pietre
    del palazzo? Tutti vi erano nervosi come Nepo e la contessa Fosca.  Il
    signor Paolo rumoreggiava in cucina,  indispettito di dover servire un
    secondo pranzo.  Catte aveva toccato una ramanzina dalla contessa  per
    certo  bottone,  e  girava  di qua,  di l,  cercando non so che cosa,
    borbottando fra i denti di non aver mai visto la padrona cos  "cagna"
    come  quella  sera.  Un  domestico  correva  su  e gi dalla cucina al
    salotto con piatti,  bottiglie e bicchieri,  sbattendo  gli  usci  co'
    piedi,   alla  disperata.   Ferrieri  e  Steinegge  rientravano  dalla
    passeggiata agitatissimi l'uno e l'altro. Il conte Cesare,  il Finotti
    e  il Vezza discutevano in sala il primo annuncio della Convenzione di
    settembre.   Il  Vezza  le  saettava  freddi  sarcasmi  da  spettatore
    indifferente,  spruzzati d'aceto clericale;  il Finotti, futuro membro
    della Permanente,  la combatteva con furore;  e  il  conte  Cesare  la
    giudicava,  con  le  sue idee da patrizio romano antico,  un colpevole
    mezzo termine, un dire al nemico non ho paura solo delle tue armi, ma
    anche della tua ombra e si riscaldava contro il re, il Ministero,  il
    Parlamento,  le classi dirigenti che governando a quel modo, fornivano
    un pretesto al ribollire del democraticume balordo e borioso. Il conte
    Cesare parlava pi acre del solito,  temeva che il Finotti ed il Vezza
    lo  pigliassero  per  un alleato e non risparmiava nelle sue invettive
    gli amici politici dell'uno n dell'altro.
    Marina,  malgrado l'avessero avvertita di scendere  a  tavola,  sedeva
    ancora,  nella  sua camera da letto,  al tavolino ovale che le serviva
    qualche volta da scrittoio e a cui ora appoggiava i gomiti, reggendosi
    le tempie con le palme. La candela che ardeva davanti a lei le metteva
    de' bagliori aurei nei capelli e rivelava fila  azzurrognole  di  vene
    all'angolo  della sua fronte bianca,  mezzo coperto dal mignolo roseo;
    gittava sugli arredi lucidi dispersi nella stanza  oscura  dei  fiochi
    riflessi,  come occhi di spiriti che guardassero la donna pensosa. Sul
    velluto azzurro d'uno scannello aperto fra  i  suoi  gomiti  c'era  un
    foglietto  cenerognolo  con  un  grande  viluppo  di  rabeschi  d'oro,
    un'orgia di quattro lettere attorcigliate insieme; sotto a queste,  un
    drappello  di  zampine di mosca,  in battaglia: pi gi,  al posto del
    capitano, un nome solo: "Giulia". Le zampine di mosca dicevano cos:

    "Sai che trasporto anch'io la mia capitale da via Bigli a  Borgonuovo?
    Cos  ha  voluto  l'imperatore.  Son  corsa ieri a dire addio alla mia
    buona vecchia via erbosa.  Che orrore  i  trasporti  di  capitale!  Ho
    lasciato Sua Maest nella polvere con gl'imballatori e i tappezzieri e
    son  tornata  qui  per  mandarti  subito un 'petit pt chaud'.  E' un
    gruppettino di casi di romanzo,  molto bene  impasticciati,  e  ha  in
    mezzo  il signor Corrado Silla,  autore di "Un sogno",  domiciliato in
    Milano, via S. Vittore.
    "Ti racconter il gruppettino di casi che me l'han fatto scoprire,  ma
    un'altra volta; quando potr dirti qualche cosa di pi.
    "'Adieu,  ma belle au bois dormant'. Domani viaggio per affari: vado a
    ballare a Bellagio.  Poveri 'myosotis'!  Chi se ne  ricorda?  Stavolta
    sar  in bianco.  Avr dei coralli e avr anche delle magnifiche alghe
    del Baltico che mi manda G...  da Berlino con un sonetto.  Quello  non
    l'avr.
    "Giulia"

    Si batt alla porta e la voce di Fanny disse:
    La non viene? La non si sente bene?
    Vengo  rispose  Marina.  Balz in piedi e con un impeto d'orgogliosa
    gioia stese all'indietro le braccia aperte,  alz il viso  trionfante,
    guard  in  alto,  davanti a s.  Si slanci fuori,  scivol gi dalle
    scale e in loggia trov Nepo, inquieto.
    Finalmente, angelo mio! diss'egli. La mamma ha parlato allo zio. E'
    contentissimo. E Voi?
    Le cinse con un braccio la vita, aspettando.
    Felice! diss'ella e gli sgusci di mano con  una  delle  sue  risate
    argentine  che  suon  via  per  la loggia e al di l dell'altra porta
    nella sala di conversazione,  dove tutti,  tranne il conte Cesare,  si
    alzarono in piedi ed ella pass correndo leggera come una fata, con un
    cenno del capo e un sorriso.
    Atalanta,  Atalanta disse il commendator Vezza,  guardandole dietro.
    Nepo  entr  a  precipizio,  tutto  rosso,   con  gli  occhi  che  gli
    schizzavano   dalla   testa,   incespic   sulla  soglia  e  venne  ad
    abbracciarsi al Vezza per non cadere.
    Scusi,   caro  commendatore  diss'egli  con  un  impertinente   tono
    corbellatore speravo abbracciare qualche cosa di meglio.
    "Maledetta  bestia!"  pens  il commendatore.  Si figuri! diss'egli,
    asciutto, asciutto.
    Non  vero,  zio? rispose l'altro pigiando sulla parola "zio".  Lei
    se  lo  pu  bene  immaginare,  zio,  chi  speravo,  a  buon  diritto,
    abbracciare.  Onorevoli signori,  loro sono liberi di trarre dalle mie
    parole,  da  tutte le mie parole,  le induzioni...  pi legittime,  le
    induzioni... pi ragionevoli!
    Egli  strascicava  e  ripeteva  i  sostantivi,   meditando  l'epiteto,
    vibrando poi con un ampio gesto oratorio.
    ...  Le  induzioni...  pi naturali!  Io credo di non poter meglio...
    sviscerare! dir, questo vocabolo.
    E pass, tronfio, nel salotto.
    Il conte non si pot tenere:
    "Brattin" diss'egli fra i denti, in piemontese.
    Eueueuh! sbuff il Vezza, sfogandosi. Lo hai sviscerato.
    Ma!... disse il Finotti accennando il salotto alle  sue  spalle  col
    pollice della mano destra e facendo una smorfia eloquente.
    Il conte tacque.
    Dobbiamo...? riprese l'altro stendendogli la mano.
    Uuuh esclam il conte.
    Era una smentita o un rifiuto sdegnoso di felicitazioni?
    Nessuno lo domand. Non si udirono che le voci del salotto.
    Nel salotto la contessa Fosca e Nepo assistevano al pranzo di Marina e
    di Edith, la quale comprendeva essere di troppo e non vedeva l'ora che
    il  pranzo  fosse  finito per raggiungere suo padre.  Questi passava e
    ripassava in sala,  davanti alla porta aperta del salotto,  gittando a
    Edith delle occhiate strane.
    Dio,  che  delizia,  questo  paese,  cugina!  disse Nepo,  ispirato.
    Quell'Orrido, che luogo indimenticabile!
    Egli guardava Marina con i suoi grandi occhi miopi,  a fior di  testa,
    appoggiando i gomiti sulla tavola.
    Il cuore mi palpita quando vi penso.  Questa notte non scender sonno
    sulle mie pupille. Ah! E' inutile, mamma,  tu non puoi comprendere con
    la tua anima il segreto incanto di quella grotta. Ah!
    Si alz in piedi e dimen le braccia come un forsennato estatico; dopo
    di che abbracci sua madre che si mise a gridare:
    Matto, matto, lasciami stare coi tuoi "spiritessi".
    Senti questa,  senti questa,  mamma diss'egli, rizzandosi, mentre la
    contessa ripeteva a Marina  in "boresso",   in  "boresso".  Marina
    chiam il Finotti, che guardava curiosamente dalla sala.
    Lascialo stare, colui disse la contessa.
    Finotti! ripet Marina.
    Quegli entr, tutto ringalluzzito.
    Sentite questa, sentite questa gridava l'infatuato Nepo.
    Qua, Finotti.
    Marina lo fece sedere fra Edith e s.
    Sentite  questa.  Ero  tanto esaltato dalle bellezze dell'Orrido che,
    quando siamo giunti  con  mia  cugina  sotto  il  gran  pietrone  nero
    dell'ultima  grotta,  io,  comunque  profano alle discipline di quella
    nobile arte ch' la ginnastica, saltai!...
    Oh! interruppe Marina.
    Non  vero,  come saltai? riprese l'altro guardandola  e  aspettando
    con le braccia in aria.
    "Quite a new way of leaping" gli rispose Marina.
    Per  carit,  Marina,  non starmi a parlar francese,  viscere,  che a
    Venezia,  con questo maledetto francese non si pu  vivere.  Cosa  hai
    detto?
    Le  tue  solite sciocchezze,  mamma!  Marina ha parlato inglese e non
    francese.
    Scusi usc a dire il Finotti per riconciliarsi la  signora  contessa
    Fosca  ch'era  diventata  rossa  rossa,  e  si  versava un conforto di
    Barolo.  Scusi conte;  che inglese!  che francese!  Quando si  ha  la
    fortuna  di nascere col miele profumato in bocca di quel caro dialetto
    fatto per le Grazie a scuola di Venere, perch guastarsi il palato col
    francese e coll'inglese? La contessa ha ragione.
    Andate l che vi credevo peggiore.  S davvero vi  credevo  peggiore.
    Cos  mi  piace;  difendere  anche me,  povera "Giopa".  Sar quel che
    volete la nostra lingua, ma almeno non  piena di ossi e di spine come
    le altre.  Non dicono che i  nostri  vecchi,  benedetta  l'anima  sua,
    parlavano  veneziano anche al Papa?  Io non sono nata nobile,  ma sono
    veneziana vecchia, sa. Mio bisnonno  morto pescando "cape da deo",  e
    mio  nonno ha servito sotto Sua Eccellenza Anzolo Emo.  Parler turco,
    ma francese no e inglese manco.  Il povero Alvise la pensava come  me.
    Sbattezzatemi  se  ha mai detto due parole altro che in veneziano.  Ma
    adesso non tocca pi far  cos.  Adesso  tocca  vergognarsi  di  esser
    veneziani. Andate dalla... e dalla... e dalla... sentirete che musica.
    No no no.  Con il forestiere,  non dico,  pazienza;  ma tra noi altre?
    Sci, sci, sci, sci, sci, sci? Povere "squinzie"!
    Qui la contessa Fosca volle  prender  fiato  col  Barolo;  ma,  appena
    accostato il calice alle labbra, lo pos sputando e schiamazzando, tra
    le risate di Nepo che aveva trovato modo, durante la sua filippica, di
    versarle nel vino mezza saliera.
    La  ho  chiamata  come  uomo  di spirito fra questa gente di spirito
    disse piano Marina al Finotti.
    Ah,  marchesina rispose questi sospirando a che serve  lo  spirito?
    Vorrei essere un imbecille di venticinque anni.
    Intanto  la  contessa  e  Nepo  facevano  un  tal baccano che il conte
    Cesare,  il Vezza e Steinegge  entrarono  anch'essi  nel  salotto.  Il
    Ferrieri si affacci un momento all'uscio, ma non entr; colse anzi il
    destro  di  allontanarsi  inosservato  e non comparve pi per tutta la
    sera.
    Marina, visto entrar lo zio,  si alz da tavola e si avvi alla sala a
    braccio di Nepo.
    Carino coi Vostri salti gli diss'ella ridendo. Mentr'egli rispondeva
    solennemente, "ore rotundo", la coppia pass davanti al conte Cesare e
    Marina fiss la zio con due occhi scintillanti di gaiezza. La contessa
    Fosca,  ancora  indispettita del brutto tiro giuocatole da suo figlio,
    pass senza guardarlo, facendosi vento.
    Il conte trasse l'orologio.  Erano le nove  e  mezzo,  un'ora  affatto
    straordinaria per lui.
    Questi  signori  avranno bisogno di riposo diss'egli volgendosi agli
    Steinegge e ai commendatori. Poi,  senz'attendere la risposta,  ordin
    di approntare le candele, ed entr in sala, dove ripet l'antifona.
    Io  penso  diss'egli  ai  Salvador  che  dopo tante fatiche e tante
    emozioni avrete bisogno di riposo.
    Ma carissimo zio... cominci Nepo avanzandosi verso di  lui  con  le
    braccia aperte, a passi brevi e frettolosi.
    L'altro non lo lasci proseguire.
    Oh,  sicuramente,  che diavolo! diss'egli.  Adesso si approntano le
    candele.
    Nepo fece un voltafaccia e torn verso Marina,  ritirando il capo  tra
    le spalle e alzando le sopracciglia.
    La contessa Fosca s'interpose.
    Ma  via,  Cesare  diss'ella piano al conte che originale che siete!
    Stasera che i  miei  putti  avrebbero  tanto  gusto  di  parlarvi,  di
    dirvi...
    S,  s, s, s s'affrett a rispondere il conte intendo molto bene
    quello, intendo molto bene quello. Ecco le vostre candele.
    Non c'era da replicare.
    E voi disse il conte quando si trov solo con  Marina  non  andate,
    voi?
    Non  ha  niente da dirmi?  Non  contento che io abbia seguito i Suoi
    consigli?
    I miei consigli? Come, i miei consigli?
    Ma certo.
    Si parlavano a dieci passi, guardandosi a sbieco.
    Spiegatevi disse il conte;  e posata in furia la candela  che  aveva
    presa, le si volt a fronte.
    Presso Marina, sopra un tavolino di marmo addossato alla parete, v'era
    un vaso di cristallo, con frondi d'olea e fiori sciolti. Ella pieg il
    viso dicendo: Non se ne ricorda? e odor i dolci profumi moribondi.
    Io?  rispose  il  conte  recandosi  la  mano  al  petto.  Io  vi ho
    consigliata?
    Marina rialz il capo dai fiori.
    Lei, Lei diss'ella. Poche ore prima che i Salvador arrivassero qui.
    Fu in biblioteca.  Lei mi disse che noi  due  non  eravamo  fatti  per
    vivere insieme, che Suo cugino aveva una posizione splendida e pensava
    a prender moglie, che vi pensassi.
    Bene,  bene,  pu  essere che io abbia detto quello replic il conte
    imbarazzato,  frugandosi con la mano i  capelli.  Ma  io  allora  non
    conoscevo appunto mio cugino e voi non avete creduto consultarmi prima
    di accogliere la sua domanda.
    Adesso   lo   conosco.   Lo   trovo   un  perfetto  gentiluomo  pieno
    d'intelligenza, molto distinto, molto brioso, simpaticissimo;  come lo
    trova Lei, insomma.
    Come lo trovo io?
    Ma   s!   Non   ha  dichiarato  stasera  alla  contessa  che  Lei  
    contentissimo del matrimonio?
    Sicuramente.  Poi che voi non avete stimato di dover prendere la  mia
    opinione e avete deciso da sola, io ne sono contentissimo. Ma mi preme
    affermare...
    Il conte si ferm per l'entrata di Catte.
    Oh,   per  amor  di  Dio  esclam  costei  tutta  sorpresa  e  quasi
    ritraendosi. Mi scusino tanto.  Credevo che non ci fosse pi nessuno.
    Ero venuta a prendere il ventaglio di Sua Eccellenza.
    Qui non c' ventagli disse il conte,  brusco, vibrandole un'occhiata
    che la sgoment.
    Eh,  nossignore,  nossignore mormor la povera  innocente  Catte,  e
    ritir per la porta la sua magra persona, il suo lungo naso.
    Mi  preme  affermare  ripigli  il conte dopo un istante di silenzio
    che io non vi ho consigliata.
    Marina sorrise.
    Ma  io  La  ringrazio  diss'ella  del  Suo   consiglio,   io   sono
    felicissima.
    Il  conte  avrebbe  voluto  adirarsi  e stavolta non poteva.  Vero che
    Marina aveva deciso senza consigliarsi prima  con  lui;  ma  restavano
    sempre  sulla  coscienza  sua  le  parole  dette  in  biblioteca e ora
    ricordate da lei.  Non era uomo da cavillare con la propria  coscienza
    per  acchetarla.  Soltanto adesso quelle parole gli tornavano a mente;
    ne esagerava la gravit e si doleva di averle proferite.
    E siete contenta?
    Rispondere  di  no,  adesso,  sarebbe  un  po'  tardi,   ma  io  sono
    felicissima, l'ho gi detto.
    Udite, Marina.
    Da  gran  tempo  il  conte non aveva parlato a sua nipote con la grave
    dolcezza che pose in queste due  parole.  La  figlia  della  sua  cara
    sorella  morta avea preso una risoluzione che l'allontanava per sempre
    da lui.  Non credeva che sarebbe stata felice,  e ora temeva essere in
    colpa  egli  stesso  di queste nozze male promettenti.  Temeva essersi
    lasciato trarre a  imprudenti  parole  dal  risentimento  delle  gravi
    offese recategli da sua nipote,  dal desiderio di non vederla pi,  di
    non udirne la voce irritante. Tale desiderio, fitto e saldo nell'animo
    suo fino a quel punto, ora, in sul compiersi, veniva meno.
    Perch Marina non si moveva,  fece egli stesso alcuni passi  verso  di
    lei e le disse:
    Per il Vostro decoro in questa circostanza penso io.
    Per il mio decoro?
    Sicuramente. Voi entrate in una famiglia molto ricca. Dovete entrarvi
    a  fronte  alta. La mano destra del conte gli era uscita di tasca per
    met,  nell'aspettazione istintiva di un'altra  mano  che  venisse  in
    cerca  di  lei.  Ma  l'aspettativa riusc vana e quella mano ridiscese
    lentamente.  Zio e nipote rimasero un momento immobili a  fronte.  Poi
    egli prese una candela e and a caricar l'orologio a pendolo sul piano
    del caminetto.
    Intanto Marina prese l'altra candela e usc silenziosamente, senza che
    il conte,  intento a girar la chiave,  mostrasse avvedersene. Ella non
    chiuse neppure l'uscio dietro a s;  tuttavia,  appena fu  uscita,  il
    conte s'interruppe, volt la testa e stette un poco a guardar la porta
    semiaperta.  Indi  termin  di caricar l'orologio e usc egli pure,  a
    capo chino, meditabondo, per andarsene a letto.
    La vecchia casa dormiva inquieta.  Pi d'una gelosia  chiusa  appariva
    rigata di lume;  da pi d'un uscio sfuggivano bisbigli, s'incontravano
    nei corridoi vuoti,  sulle scale deserte;  come quando ciascuno di noi
    si  dispone nel silenzio e nella solitudine al riposo notturno,  che i
    nostri  segreti  escono  dalle  loro  celle  recondite,   si  spandono
    bisbigliando per tutta l'anima.
    Steinegge  era  nella  stanza di sua figlia.  Le aveva dato una grande
    notizia;  la domanda formale della mano di  lei,  fattagli  poche  ore
    prima  dall'ingegnere  Ferrieri.  Il  povero Steinegge aveva la febbre
    addosso.  Sentiva confusamente che,  avuto riguardo al valore  e  alla
    condizione  sociale del Ferrieri,  la era una grande fortuna;  sentiva
    che l'ingegnere doveva essere un onest'uomo: di questo  lo  persuadeva
    il colloquio, avuto con lui. Il Ferrieri gli aveva lealmente aperto il
    suo  cuore,  gli  aveva narrato l'episodio dell'Orrido,  esprimendo la
    speranza che Edith avrebbe accettate le sue scuse, parlando di lei col
    toccante rispetto di un  fanciullo  di  sedici  anni.  Poi  gli  aveva
    lungamente  ragionato di s,  della sua famiglia,  nulla celandogli n
    del bene  n  del  male;  gli  aveva  tratteggiata  la  vita  seria  e
    tranquilla,  ma signorile,  che offriva a Edith. Steinegge sentiva che
    avrebbe perduto per lo meno gran parte di sua figlia; n'era accorato e
    si sdegnava in pari tempo seco stesso di questo  egoismo  invincibile.
    S'era fatto quindi uno scrupolo di magnificare a Edith l'uomo e le sue
    parole.  Ma egli era troppo commosso per potersi spiegare a dovere. Le
    aveva impasticciato il discorso del Ferrieri,  mettendone a fascio  il
    capo  e  la coda,  lardellandolo di esclamazioni: Un uomo nobile!  Un
    uomo grande! confondendosi, ripigliandosi ad ogni momento. Quand'ebbe
    finito, Edith venne a posargli le mani sulle spalle.
    Che mi consigli, pap? diss'ella.
    Il povero Steinegge non fu in grado di rispondere a parole, ma fece un
    gesto energico,  un'affermazione  disperata  con  il  capo  e  con  le
    braccia.  Finalmente,  a furia di volont,  pot articolare queste due
    parole:
    Grande fortuna.
    Edith gli pos il capo sopra una spalla e parl;  le cose che aveva in
    cuore non osava metterle fuori mostrando il viso.
    Sa ?  C' qualcuno che mi dice: "Non ha pi il suo paese,  non ha pi
    vecchi amici,  non ha pi la sua giovinezza;  ma  io  sono  tranquilla
    perch tu sei al posto mio, presso di lui, e gli darai tutto il cuore,
    tutta la tua vita".
    Oh, no, no, no, no! interruppe Steinegge.
    Mi  dice  cos,  pap.  E poi soggiunge: "Non ti dividerai ora da tuo
    padre, se...".
    Qui Edith, abbass la voce:
    "...se speri che siamo tutti  uniti  un  giorno,  meglio,  oh,  molto
    meglio  che negli anni tristi in cui il pap ha tanto faticato,  tanto
    sofferto per me, per te stessa."
    Steinegge chiuse le braccia intorno a sua figlia, ripetendo:
    No, no, no!
    Ma... e poi,  pap disse Edith rialzando il viso sereno,  c' anche
    un'altra piccola cosa. Questo signore non mi piace.
    Oh,  impossibile!  Pensa,  bambina mia, che forse si potrebbe restare
    insieme lo stesso.
    No,  no!  Sai bene,  dovrei essere prima sua moglie e poi tua figlia.
    Figurati!  E  i  nostri  progetti?  La  nostra  casettina,  le  nostre
    passeggiate?  E poi,  davvero,  io posso perdonare se vuoi,  al signor
    Ferrieri;  ma egli non mi piace. Gli dirai cos: la mia signora figlia
    non pu accettare che le sue scuse.  Non  vero che  gli  dirai  cos,
    pap?
    No, non  possibile, non farai questo. Io sono vecchio; e se...
    Edith gli pose una mano sulla bocca.
    Pap diss'ella perch addolorarmi? E' inutile.
    Steinegge  non  sapeva  se  mostrarsi allegro o dolente.  Gesticolava,
    faceva mille smorfie,  buttava esclamazioni teutoniche,  come tappi di
    Champagne che partissero uno dopo I'altro.  Prima di lasciar la camera
    torn a supplicare Edith  di  pensarci,  di  riflettere,  d'indugiare.
    Uscito  finalmente,  buss  pochi  minuti  dopo  all'uscio  per  dirle
    ch'ell'era ancora in tempo di mutare la sua risposta,  e  che  avrebbe
    potuto  consultare  il conte Cesare.  Ma Edith gli tronc le parole in
    bocca.
    Almeno diss'egli obbedendo alle sue abitudini cerimoniose almeno lo
    ringrazier a nome tuo il signor Ferrieri,  gli dir: "mia figlia Le 
    riconoscente...".
    Non mi pare necessario, pap. Digli che accetto le sue scuse.
    Ah, bene.
    E  Steinegge  rientr  nella  sua camera proprio nel momento in cui la
    contessa Fosca,  assaporando voluttuosamente con la sua vecchia  pelle
    la  morbida frescura delle lenzuola di casa Salvador,  congedava Catte
    cos:
    "No la me piase gnente, no la me piase gnente, no la me piase gnente.
    Sta."
    Tacevano i bisbigli nei  corridoi,  le  persiane  rigate  di  luce  si
    oscuravano di botto,  una dopo l'altra; ma la vecchia casa non dormiva
    ancora quieta.  Nell'ala di ponente le finestre della camera  d'angolo
    verso  il  lago  erano aperte e tuttavia lucenti come occhi giallastri
    d'un gufo mostruoso. Marina vegliava.
    Era uscita dalla presenza del  conte  con  il  cruccio  d'un  pensiero
    molesto, con l'ombra sul cuore delle ultime parole pronunciate da lui.
    Il  cruccio si profondava,  l'ombra si allargava sempre pi,  a misura
    che  quelle  parole  velate  pigliavano  nella  sua  mente   il   loro
    significato certo,  suonavano e risuonavano nella sua memoria, chiare,
    irrevocabili;   come  quando  una  stilla  d'inchiostro   cade   quasi
    inavvertita sulla carta umida,  che si allarga presto per ogni verso e
    si profonda.  Mentr'ella attraversava lentamente la loggia col lume in
    mano,  il  pavimento  che la reggeva,  il tetto sopra il suo capo,  le
    colonne, gli archi eran pieni di una voce sola,  ed era la voce stessa
    di quel molesto pensiero fermo in fondo alla sua coscienza: beneficio.
    Beneficio  dell'uomo  che  odiava  e  doveva odiare.  No,  non avrebbe
    riconosciuto  questo  debito  mai.  Non  sarebbe  mai  giunta,  questa
    bugiarda voce,  a toccare i suoi odii,  i suoi amori.  Mai.  Pass nel
    corridoio,   e  le  parole   dello   zio   le   rimorsero   il   cuore
    tormentosamente;  davanti,  sull'altra  scala,  le  appariva la smilza
    figura di lui, la gran testa severa illuminata di dolcezza.
    Solo quando entr nella propria camera,  fra le pareti pregne de' suoi
    pensieri  pi occulti,  della essenza di lei stessa,  custodi di tante
    cose sue e delle segrete voci de' suoi  libri  prediletti,  delle  sue
    lettere,  solo  allora si sent forte,  e la sorda irritazione del suo
    cuore trov un concetto, una via.
    Un pugno d'oro nel viso; ecco le parole del conte;  ecco il beneficio.
    Gratitudine  per  questo?  Le  pareva di levarsi da terra in un impeto
    d'alterezza, di scuotere da s il denaro immondo, di scuoterlo addosso
    a Nepo Salvador. Li disprezzava egualmente l'uno e l'altro; li odiava;
    pi dell'uomo,  il denaro.  Non ne aveva mai sentito come ora il tocco
    ributtante;  era  vissuta lungo tempo nel suo splendore senza vederlo,
    senza voler pensare che la luce intorno a s fosse luce di una  rapida
    corrente d'oro versata da mille mani sucide e volgari,  portata via da
    milie altre; e non luce della sua nobilt, della sua bellezza, del suo
    genio elegante.  V'era bene stata un'eclissi momentanea dopo la  morte
    di  suo  padre ma pi sul volto delle persone che su quello delle cose
    intorno a lei.  Sapeva che nel mondo il denaro  un dio;   voluttuoso
    sprezzare un dio. Era voluttuoso per lei irritare con le sue freddezze
    di gran dama la borghesia opulenta, bene aristocratizzata nelle donne,
    male  negli  uomini.  Pretendeva  che  a questa gente si vedesse negli
    occhi e sulla fronte il bagliore dell'oro,  che la loro voce avesse un
    suono  metallico,  che  lo strascico d'ogni signora borghese ripetesse
    una fila di cifre.
    Schizzar su lei un getto d'oro non era  beneficarla:  altra  gente  si
    benefica cos. Era piuttosto ferirla perch il denaro del conte Cesare
    doveva  essere  avvelenato d'inimicia.  Peggio ancora;  intendeva egli
    forse saldare a quel modo la partita di  tante  prepotenze,  di  tante
    offese  oblique  e dirette?  Certo lo intendeva.  Come mai non l'aveva
    ella pensato prima?
    Suon il campanello,  per Fanny.  Fanny faceva dei risolini in  quella
    sera, apriva ogni tanto la bocca come se volesse parlare e non osasse,
    attendesse un invito.
    Spero diss'ella finalmente sciogliendo una treccia della sua padrona
    che  se  Lei avesse ad andar via di qua,  non mi abbandonerebbe mica,
    non  vero?
    Fa presto rispose Marina.
    Faccio presto,  faccio presto.  Come la mi piace mai  quella  signora
    contessa! Come la mi  cara!
    E pigli a sciogliere un'altra treccia.
    E'  vero che a Venezia non ci sono carrozze?  Sar per sempre meglio
    di qua, dico io. Non  vero?
    Marina non rispondeva.
    Com'era contenta la signora contessa stasera!  Mi ha fatto  quasi  un
    bacio.  Povera  donna!  Mi vuol proprio bene.  Mi ha detto che sono un
    tesoro.  Povera signora!  A me non sta bene di  ripeterlo,  ma  mi  ha
    proprio  detto  cos.  Lo dice anche la signora Catte,  povera signora
    Catte,  che di cameriere come me ce ne son poche dalle sue  parti.  E'
    brava anche lei per.  Bisogna vedere come cuce bene. Cuce quasi tanto
    bene come me. La mi ha detto adesso...
    Fa presto.
    Faccio presto,  faccio presto.  La mi ha detto adesso che  il  signor
    conte ha voluto mangiarla, perch...
    Hai finito?
    S, signora.
    Bene, vattene.
    Non vuole che La spogli?
    No, non voglio niente. Vattene.
    Fanny esit un poco.
    E' in collera con me?
    S disse Marina per sbrigarsene s, sono in collera. Vattene.
    E  si  alz scuotendo il fiume dei capelli biondo bruni che le cascava
    alle spalle sull'accappatoio.
    Perch  in collera? disse Fanny.
    Per niente, per niente, vattene.
    Che La  senta  ripigli  Fanny  rossa  rossa  se  fosse  per  certi
    bugiardoni qui di casa che Le avessero contate delle storie,  non stia
    a crederci,  perch dei signori giovani e belli ne ho conasciuti tanti
    e nessuno mi ha mai toccato un dito...
    Basta, basta, basta! la interruppe Marina non so che cosa tu voglia
    dire, non voglio saperlo. Non sono in collera. Ho sonno. Va, va.
    Fanny se ne and.
    Oh, carino mormor Marina, poi che rimase sola. Benissimo, questo.
    Ella rilesse il biglietto della signora De Bella.
    Non ritrov le impressioni di prima. Tutt'altro. Giulia aveva scoperto
    la  traccia  di  Corrado Silla,  aveva scritto subito,  la lettera era
    giunta poco dopo che lei, Marina, aveva promesso a Nepo di sposarlo. E
    che perci?  Era un caso straordinario da vederci quello che ci  aveva
    visto lei sulle prime, un passo del destino? Ella sapeva ora che Silla
    era  a  Milano,  conosceva  la sua abitazione.  Gran cosa!  Lo avrebbe
    saputo egualmente pochi giorni dopo, da Edith.  Ma c'era solo un'ombra
    di  lontano  indizio  che  Silla  dovesse  tornare  presto  o tardi al
    Palazzo?  Non v'era.  Dunque?  A che poteva riuscire questo  aspettare
    inerte un dubbio destino?
    Su  tale  domanda  il  suo  pensiero  si ferm e poi si annient ad un
    tratto,  lasciandole la impressione di un gran vuoto e tutti  i  sensi
    tesi  nell'aspettazione  istintiva  di qualche segno,  di qualche voce
    delle cose in risposta.  Ud il colpo sordo  di  un  uscio  chiuso  da
    lontano;  poi pi nulla. Neppure un atomo si moveva nel silenzio grave
    della notte.  Le scure pareti,  le suppellettili sparse nella penombra
    della stanza,  chiuse nella loro immobilit pesante, non parlavano pi
    a Marina.  I fiochi bagliori accesi come occhi di spiriti nelle arcane
    profondit  del  lago lucido,  la guardavano senza espressione alcuna.
    Subitamente le si ridest il pensiero e insieme le cadde il cuore.
    Ella si vide salire in un carrozzone da  viaggio  con  Nepo  Salvador,
    sent una frustata che sperdeva tutte le sue illusioni stupide,  sent
    la scossa della partenza,  le ingorde braccia di Nepo;  a questo punto
    si rialz nello sdegno,  confortata;  non era possibile, nelle braccia
    di Nepo non sarebbe caduta mai,  sposa o no.  Ma questa idea ne trasse
    un'altra con s.
    Ella  aveva  chiuso la lettera nello scannello ed era venuta a deporre
    l'accappatoio sulla sua bassa poltroncina di toeletta,  di fronte allo
    specchio.  Vi  cadde  a  sedere,  si guard per istinto nello specchio
    illuminato da due candele che gli ardevano  a  lato  sui  loro  bracci
    dorati.  Si  contempl  in  quella tersa trasparenza sotto l'alto lume
    delle candele che le batteva sui capelli,  sulle spalle,  sul seno,  e
    pareva  rivelare  una  voluttuosa  ondina  sospesa  in  acque  pure  e
    profonde.  Sotto i capelli lucenti il viso velato di ombra trasparente
    pendeva  avanti,  sorretto  al mento da una squisita mano chiusa,  pi
    bianca del braccio rotondo che si disegnava appena sul candore  dorato
    del seno, sulla spuma sottile di trine che cingeva le carni ignude. Le
    spalle  non somigliavano punto a quelle opulente della gentildonna del
    Palma.  Non vi appariva per alcun segno di magrezza,  e avevano nella
    loro grazia delicata, nel contorno alcun poco cadente, una espressione
    di  alterezza  e  d'intelligenza,  quali  splendevano nei grandi occhi
    azzurri chiari,  nel viso leggermente chinato al  seno.  E  mai,  mai,
    labbro  d'amante  vi  si  era posato!  Allora Marina,  palpitando,  lo
    immagin. Immagin che qualcuno, il cui viso ell'aveva veduto l'ultima
    volta al chiarore dei lampi, venisse da lontano, per la notte oscura e
    calda,  ebbro di speranza  e  delle  voci  amorose  della  terra;  che
    avanzasse  sempre,   sempre,   senza  posa;  che  varcasse,  pi  muto
    d'un'ombra, le porte obbedienti del Palazzo, ascendesse brancolando le
    scale, spingesse l'uscio...
    Ella si lev in piedi soffocata da un'oppressione senza nome, emise un
    lungo respiro,  cercando sollievo;  ma l'aria tepida,  profumata,  era
    fuoco.  Ah  lo amava,  lo amava,  lo invocava,  lo stringeva nelle sue
    braccia!  Spense in furia i lumi dello  specchio,  ricadde  di  fianco
    sulla  poltrona e,  abbracciatane la spalliera,  vi fisse il viso,  la
    morse.
    Giacque l un lungo quarto d'ora,  tutta immobile fuor che  le  spalle
    sollevate da un palpitar forte e frequente. Si rialz, alfine, cupa; e
    pens.
    Perch non aver trattenuto Silla dopo udito il nome terribile? Perch,
    s'ella  aveva  perduto  in  sulle prime e moto e senso e volont,  non
    s'era slanciata poi quella notte stessa dietro a lui,  a caso  ma  con
    l'istinto  della  passione,  dietro  a  lui ch'ella aveva amato,  come
    dubitarne?  al primo vederlo,  malgrado  se  stessa,  con  dispetto  e
    rabbia,  dietro  a  lui  che l'aveva stretta nelle braccia chiamandola
    Cecilia?  Non si compiva cos la predizione  del  manoscritto  ch'ella
    sarebbe amata con questo nome?  Perch non fuggire, non cercare di lui
    subito? Perch questa commedia con Nepo Salvador?
    C'era bene il perch, e Marina non poteva dimenticarlo a lungo.
    Quelle ultime parole del  manoscritto!  "Lasciar  fare  a  Dio.  Sieno
    figli,  sieno nipoti,  sieno parenti, la vendetta sar buona su tutti.
    Qui,  aspettarla qui." E i fatti non accennavano gi  confusamente  da
    lontano com'ella potrebbe raggiungere insieme la vendetta e l'amore?
    Le  torn  la  fede.  Si  alz,  prese la candela,  venne sulla soglia
    dell'altra stanza e porse il capo a guardare  lo  stipo  del  secreto,
    alzando  il lume con la sinistra.  Era l,  appena visibile nell'ombra
    della parete,  nero a tarsie bianche,  come un sarcofago dove  fossero
    incisi  caratteri arcani.  Marina lo contempl,  dorata i capelli e le
    spalle ignude dal vivo chiaror tremulo che si spandeva intorno  a  lei
    per  breve  spazio  di pareti e di pavimento.  Ai suoi piedi oscillava
    l'ombra rotonda del candeliere. Fu assalita, pietrificata da una delle
    sue reminiscenze misteriose.  Le pareva esser venuta su quella  soglia
    un'altra  volta,  anni  ed anni addietro,  di notte,  discinta,  con i
    capelli sciolti,  aver visto ai  suoi  piedi  l'ombra  oscillante  del
    candeliere,  il  lume  intorno  a  s  per breve spazio di pareti e di
    pavimento, e, l davanti, lo stipo nero, i caratteri arcani.












    Parte terza. UN SOGNO DI PRIMAVERA.


    Capitolo primo.
    IN APRILE.

    Il cane  fedele.
    "Der Hund treu ist".
    Oh no, "treu ist", fff, caro Silla, questo  un grande sproposito. Se
    io dico "dass der Napoleon kein treuer Hund ist",  questo  molto bene
    anche in grammatica. Egli vuole il Reno, "der Kerl"! Avete fuoco?
    S, ma lasciate stare la politica.
    Oh  rispose Steinegge allungando il collo e porgendo il mento sino a
    posar il sigaro sul fiammifero acceso che Silla gli  tendeva  ooh...
    Tir quattro o cinque frettolose boccate di fumo.  Io non parlavo per
    voi italiani diss'egli. "Der Hund ist treu".
    Silla prese la penna e scrisse.
    Erano seduti uno in faccia all'altro ad una tavola  quadrata  d'abete,
    onestamente  solida,  senza  tappeto  n vernice.  Steinegge si teneva
    aperta dinanzi una vecchia grammatica scucita, sciupata,  tutta sgorbi
    e disegni grotteschi. Silla aveva un calamaio e dei fogli.
    Che vi pare di quella grammatica? disse questi scrivendo.
    Steinegge volt e rivolt il libro con un sorriso malizioso.
    Io non so diss'egli se posso domandare quanto costa.
    Quarantacinque centesimi.
    Ah,  quarantacinque  centesimi.  Questi  sono  cinque sigari.  Molto.
    Basterebbero dieci giorni per me. Il bue  malato, caro amico.
    "Der Ochs ist krank". Dieci giorni?
    Va bene, scrivete. Dieci giorni. Io non fumo, io profumo cos un poco
    ogni tanto per il mio naso il mio cervello.
    Steinegge rise allegramente.
    Mia figlia crede soggiunse sottovoce che  io  fumo  due  sigari  al
    giorno...  Ooh, fff! sarebbe una pazzia. Io accumulo denaro. In cinque
    mesi venti lire!  E' qualche cosa.  Eh?  Non   male.  Avete  scritto?
    L'asino...  l'asino...  l'asino...  Dov' quest'asino?  Ah,  l'asino 
    magro.
    "Der Esel ist mager".
    Scrivete. Questo  l'ultimo; questo  profondo. Dunque io voglio fare
    un piccolo regalo...
    Steinegge accenn col pollice  rovesciato  all'uscio  cui  voltava  le
    spalle.
    Voi mi consiglierete. Voi siete un giovane molto elegante.
    Silla  sorrise.  Tutta  la  sua  eleganza brillava in una spilla,  una
    grossa perla cinta di rose d'Olanda legate in argento,  ricordo di sua
    madre. Portava sempre guanti scuri, cravatte scure, abiti scuri. Aveva
    bens la persona elegante,  e le vesti, anche dozzinali, ne pigliavano
    nobilt.  Ma in fatto gli si vedevano  certe  lumeggiature  sul  dorso
    delle  maniche da' gomiti in gi,  e certe sfumature di colore intorno
    al bavero punto richieste dall'eleganza.
    Guardate diss'egli,  spingendo a Steinegge il foglio di  carta  dove
    aveva scritto.
    Prego perdonare, perch io sono cieco come un conte Rechberg rispose
    Steinegge,  traendo  la  busta  degli occhiali e applaudendosi con una
    risata.  Spense il sigaro e inforc gli occhiali sulla punta del naso.
    Leggeva  con  le  sopracciglia alzate e con la bocca aperta: pareva si
    studiasse di guardarvisi dentro.
    Silla prese la grammatica che aveva  trovata  in  una  tana  di  libri
    vecchi  presso  il  Duomo.  Era  certo  appartenuta  a qualche allegro
    scolaro dei tempi austriaci che l'aveva tutta imbrattata di  nomi,  di
    date,   di  caricature  e  aveva  scritto  attraverso  le  file  delle
    coniugazioni:

    "Su nell'irto, increscioso Alemanno
    Su, Lombardi..."

    Dopo qualche momento di silenzio l'uscio cui  aveva  dianzi  accennato
    Steinegge si schiuse adagio, adagio. Silla si alz in piedi. Al rumore
    della sua sedia l'uscio si chiuse da capo.
    Molto  bene,  caro  amico disse Steinegge posando il quaderno.  Voi
    scrivete pi bene che io il carattere tedesco. Non  credibile come il
    piccone e il badile mi hanno rovinata la mano. Sapete, in Svizzera.
    Caro professore disse Silla siamo alla dodicesima lezione.
    Ebbene?
    Silla trasse dal portafoglio un piego.
    Oh! esclam Steinegge,  voltandogli le  spalle  e  correndo  per  la
    stanza  a  capo chino e a braccia aperte.  "Das nehme ich nicht,  das
    nehme ich nicht"! Non voglio, non voglio!
    Ma come? Non Vi ricordate i nostri patti?
    Oh, caro amico, io sarei vile di prendere il Vostro denaro. Io voglio
    chiamare mia figlia...
    Fermo! Se non accettate, esco di qua e non ci vediamo pi.
    Date,  date,  date a me questa maledetta canaglia di soldi.  Voi  non
    volete un piacere da un povero vecchio amico.
    No, non lo voglio, sono orgoglioso, ho un cuore di ferro.
    Oh, Voi avete un cuore molto meglio che di oro, e anche io. So che mi
    amate; prender. Ma perch studiate questo tedesco?
    Per capirvi quando parlate italiano.
    Steinegge rimase un pochino mortificato.
    No,  no,    uno scherzo disse Silla prendendogli affettuosamente le
    braccia. Lo studio per capire Goethe, e un certo... scrittore nostro,
    italiano; ma pi Goethe, forse. Non Ve l'ho gi detto?
    E' vero,  ma io temevo adesso un'altra cosa.  Sapete,  mia  figlia  
    ricca  e guadagna denari con le sue lezioni.  Il conte mi manda sempre
    roba tedesca da tradurre in francese e  manda  anche  cento  lire  per
    mese. Cento lire, eh? Voi vedete, io sono ricco.
    E io dunque?
    Scusatemi  disse  Steinegge  inchinandosi  io credo bene,  io credo
    bene; anche Voi, certo.
    Non abbagliava per, in casa Steinegge,  lo splendore della ricchezza.
    Quella  l  era una stanza bassa d'angolo,  sotto il tetto.  Aveva due
    balconi a ringhiera di ferro,  uno a mezzogiorno e l'altro a  levante,
    le  pareti tappezzate di carta azzurra a righe pi scure,  il soffitto
    dipinto a cielo sereno e nuvoli.  Un letto di ferro pure inverniciato,
    coi  suoi  pomi  lucenti d'ottone alle spalliere,  coperto di percallo
    perlato a fiori rossi, stava accostato alla parete di ponente sotto un
    quadrettino piccino dove una ciocca di capelli biondi si disegnava sul
    raso bianco incorniciato d'ebano.  Tra l'uscio della scala  e  l'altro
    che  metteva  nella  camera  di  Edith,  un caminetto di pietra grigia
    portava con civetteria due lucernine a petrolio  a'  due  capi  e  nel
    mezzo un bicchiere modesto,  un mazzolino di viole mammole ignude.  In
    faccia al caminetto,  sopra la mole tozza di un massiccio cassettone a
    piano  di marmo cenerognolo,  odoravano pochi "calicanthus",  simili a
    delicate fantasie meste di un poeta convalescente.  Tra il balcone  di
    levante  e  la  porta  della  camera di Edith,  si rizzava una stretta
    palchettiera a tre piani,  zeppa di  libri  e  sormontata  dal  busto,
    piccino,  di Federico Schiller.  In mezzo alla stanza la bianca tavola
    di abete strillava per avere il suo tappeto azzurro  e  nero,  il  suo
    manto di ricchezza e di nobilt da nascondervi sotto le quattro gambe.
    Pei  due  balconi  si spandeva sino al fondo della stanza la gran luce
    vitale dell'aprile, mettendo dal cielo sereno un bagliore azzurrognolo
    sui fogli sparsi per la tavola,  e sul soffitto un riflesso  caldo  di
    opposte case,  arse dal sole cadente.  Quand'anche non si fosse veduto
    per quei due meravigliosi quadri dei balconi tanto  arco  di  cielo  e
    tanto  mare  disordinato  di  tetti sconvolti per ogni verso fra poche
    fenditure di grandi vie,  rappezzati di vecchio e di nuovo,  d'ombra e
    di  luce,  rotti  da  ciuffi d'alberi verdognoli,  da striscie di muri
    bianchi,  irti di fumaiuoli e  d'abbaini,  quand'anche  non  si  fosse
    veduta  a pie' dei balconi la nera fascia del Naviglio e un lungo arco
    di via parallela,  punteggiato di  moscerini  umani  che  si  traevano
    dietro  lentamente  il loro lungo filo d'ombra,  si sarebbe pur sempre
    sentita la smisurata altezza di quella camera nella  luce,  nell'aria,
    nei  suoni  vasti  e  sordi  che  ascendevano  lass  in un'onda sola,
    continua.
    Vi prego disse Steinegge,  togliendo calamaio e fogli dalla tavola e
    posandoli  sulla  palchettiera  aiutate me a mettere il tappeto.  Mia
    figlia ama molto questo.
    Presero il tappeto azzurro e nero e lo spiegarono  sulla  tavola,  che
    non strill pi.  La stanzetta prese un'aria quieta e contenta, che si
    riflett sul viso del nostro vecchio amico.
    Grazie diss'egli.  Molte grazie.  Oh,  Voi non  sapete  con  quanto
    piacere  io faccio queste cose.  Non sapete cosa io provo quando tocco
    solo una di queste sedie.  Erano diciassette anni che non toccavo  una
    sedia mia, eh? Capite? Diciassette anni. Questo legno  cos dolce! Io
    ringrazio Dio, caro amico. Voi siete giovane, Voi non pensate a questo
    vecchio  signore;  anche io per un pezzo non ho pensato,  ma adesso io
    ringrazio...!  Sentite. Steinegge afferr Silla pel braccio e  se  lo
    trasse vicino.  I suoi occhi scintillavano sotto le ciglia aggrottate;
    una fiamma sola gl'infocava il collo e il viso.
    Io ringrazio... ripet con voce soffocata e stese, tacendo, l'indice
    della destra prima verso il quadrettino dai capelli biondi,  poi verso
    la stanza di Edith. Finalmente lo alz al soffitto.
    E Dio diss'egli. In passato io credeva vi fosse l sopra le nuvole,
    un re di Prussia.
    Qui Steinegge scosse violentemente il pugno sempre a indice teso.
    No, no, credete me soggiunse.
    Io l'ho creduto sempre,  caro Steinegge rispose Silla. Guai a me se
    non lo credessi.
    Se Voi sapeste disse Steinegge come sono contento!  Alle  volte  ho
    paura perch lo sono troppo e non lo merito;  oh no! Ma poi mi consolo
    perch tutto  il  merito    di  mia  figlia.  Oh,  mia  figlia,  caro
    amico...!
    Steinegge giunse le mani.
    Io  non posso diss'egli questo mi muove troppo il cuore di dir cosa
     mia figlia.
    Lo credo disse Silla stringendogli forte la mano. La conosco.
    No, no,  Voi non conoscete niente.  Bisogna sentire come parla con me
    di queste cose di che parlano i preti.  Pensate,  i discorsi dei preti
    sono cattivi organetti,  e questi di Edith sono  come  musica  che  si
    sente  in  sogno  quando  si   giovani.  Noi andiamo qualche volta in
    chiesa, ma noi non parliamo mai di preti. E di arte come intende,  oh!
    Io  nasco  adesso per quest'arte;  io non capivo niente.  Siamo andati
    ieri...  Come si dice?  A Brera,  a Brera.  Pensate Voi,  se aveste ad
    aprire adesso un libro tedesco,  qualche grande libro come Goethe, Voi
    capireste otto, dieci parole per pagina.  Questo Vi farebbe senso,  Vi
    farebbe  battere  il  cuore  di  cominciare a vedere otto o dieci lumi
    nelle tenebre,  e andreste pensando cosa pu  dire  Goethe  in  quella
    pagina.  Cos  ha  fatto  senso  a me,  ieri,  di cominciare a capire,
    ascoltando Edith, qualche cosa di quadri.  E di letteratura,  mio caro
    amico!  Questo  Klopstock!  Questo  Novalis!  Questo Schiller!  Ma non
    parler mai con Voi; non credete! Bene!
    Qui gli occhi di Steinegge, capitano o no,  s'empirono di lagrime;  la
    sua voce scese a un tono sommesso, ma vibrato.
    Noi abbiamo una domestica per poche ore al giorno. Poi Edith fa tutto
    lei, cos semplicemente, cos allegramente come uno va a passeggio. Io
    sono  un  vecchio  poltrone  goloso  e prendo il caff a letto.  Io Vi
    assicuro, non sono goloso del caff;  sono goloso di veder entrare mia
    figlia e sentirmi dire: "buon giorno, pap" in tedesco. Ogni mattina 
    come  se  la ritrovassi dopo dodici anni.  Ella mi porta il caff,  mi
    pulisce gli abiti e anche deve  qualche  volta  cucirli!  Intanto  noi
    parliamo del nostro paese,  di tante cose passate, lontane, e anche un
    po' dell'avvenire. Edith ha tre lezioni quasi tutti i giorni.  Vi sono
    due signore,  la signora Pedulli Ripa e la signora Serpi,  due signore
    oh, fff! Steinegge spalanc gli occhi e alz le mani soffiando,  che
    sono  innamorate  di  lei  e  le  loro  figlie  anche;  e  tante volte
    vorrebbero rimandarla a casa con la loro carrozza,  ma ella non ha mai
    accettato, perch sa che io non vorrei salire in carrozza.
    Voi? disse Silla. Che c'entrate Voi?
    Oh s, perch io aspetto nella strada tutto il tempo.
    E perch non vorreste salire in carrozza?
    Questo  non  sarebbe  conveniente,  caro  amico.  E cos mia figlia 
    sempre venuta con me,  sia vento,  sia  pioggia.  Io  sono  orgoglioso
    allora  e  ho piacere che cos mia figlia,  quando esce dalla porta di
    questi signori, non  pi maestra. L'hanno invitata a pranzo, volevano
    condurla a teatro. Non  mai andata, per fare compagnia a me; no, no!
    Gli brillavano anche i capelli mentre diceva "no, no" e il naso gli si
    raggrinziva su fino alla radice.
    Sapete cosa facciamo la sera? Prima Edith lavora e io faccio il sunto
    francese di questo Gneist per il signor conte.  Dopo  Edith  mi  legge
    Schiller  e Uhland,  oppure mi dice poesie moderne che io non conosco;
    poesie di Freiligrath di Geibel, di... di...
    Di Heine.
    No,  mia figlia non legge questo Heinrich  Heine.  Lo  ho  conosciuto
    questo uomo a Parigi. Non  stato buon tedesco. Se Voi veniste qualche
    volta  di sera,  io Vi tradurrei queste poesie e Vi darei una tazza di
    th, perch Edith mi fa il th ogni sera.
    Voi disse Silla sorridendo. Voi pigliate il th?
    Steinegge  si  pose  a   ridere   d'un   riso   muto,   contorcendosi,
    gesticolando.
    Ah,  Voi  siete un maligno uomo.  Capisco,  capisco.  E' come se "der
    Knig in Thule",  il Re in Tule,  Voi sapete?  si mettesse a  bere  un
    decotto,  non    vero?  Io  bevo  adesso due bicchieri a pranzo e non
    altro.
    E' vostra figlia che lo desidera?
    No, no, voglio io.  Mia figlia mi pregava di prender vino la sera,  e
    mi  prega ancora adesso,  ma io ho visto una volta per i suoi occhi il
    suo cuore e io prendo th, caro amico.
    V'invidio disse Silla e prese il cappello per  andarsene.  Steinegge
    lo trattenne.
    Aspettate, venite a passeggio con noi.
    Silla esit a rispondere.
    Oh, venite, venite!
    Steinegge  and  a battere alla porta di Edith e la preg di uscire un
    momento.
    Edith venne tosto e porse affabilmente la mano a Silla.
    Buon giorno diss'ella. Che lezione lunga!
    Era graziosa nel suo abito nero,  semplicissimo,  corto ma non troppo,
    con  un  mazzolino  di  viole alla cintura,  il suo medaglione d'oro e
    onice sul petto e una stretta golettina bianca che le  rifletteva  sul
    collo un candore diffuso,  trasparente. Le ricche trecce eran raccolte
    sopra la nuca.  Nel viso delicato,  leggermente roseo,  la bocca e gli
    occhi avevano una espressione pi spiccata di fermezza. E' strano come
    quegli occhi esprimessero intelligenza della vita reale,  contemperata
    di bont: come nello scherzo,  nel sorriso che li illuminava  sovente,
    vi apparisse sotto all'iride un color di dolcezza triste;  quale se un
    altro spirito infuso al suo,  uno spirito  malinconico  si  ravvivasse
    qualche poco nella gaiezza di lei.
    Ella e Silla si parlavano con certa familiarit amichevole in cui, per
    un sottile osservatore, si disegnava pi evidente il riserbo; come due
    persone unite e in pari tempo divise da mutuo rispetto mostrano meglio
    lo studio di non toccarsi quanto pi si camminano accosto. Il contegno
    di  Silla  tradiva  maggiormente  queste  cautele  talvolta eccessive,
    questa cura di trattenersi;  Edith aveva modi pi spontanei ed eguali,
    misurati da un riserbo tranquillo,  ingenito. Si conoscevano oramai da
    oltre sei mesi;  si vedevano  spesso,  non  in  un  freddo  salone  di
    ricevimento,  ma  nella  intimit violenta d'una stanza tepida di vita
    domestica;  li univa una persona cara,  bench in  diverso  grado,  ad
    ambedue.  Sin  dai  primi  giorni  della  loro  conoscenza Edith aveva
    parlato a Silla del Palazzo e dei suoi abitanti. Di Marina, conoscendo
    tutta la coperta storia delle relazioni loro,  gli  aveva  toccato  il
    meno  possibile.  Silla  s'era  ben  avvisto di tale studio;  n Edith
    poteva dubitare ch'egli non ne  indovinasse  la  causa.  Quel  conscio
    silenzio  serviva pure,  in qualche modo,  di occulto legame tra loro;
    essendo quasi un accordo ignoto a tutti,  stretto senza la parola  fra
    le anime,  in argomento d'amore. Simili segreti fra due persone che si
    stimano e si vedono spesso, congiungono,  in sulle prime,  con qualche
    dolcezza; ma poi cresciuta la familiarit, l'amicizia ch'essi aiutano,
    il silenzio,  in luogo di congiungere, divide, quella dolcezza diventa
    pena,  desiderio inquieto;  e il desiderio comincia a tradirsi  con  i
    discorsi che tentano obliqui l'argomento proibito. Allora come fra due
    gocce vicine sopra un piano liscio basta il tocco di un capello perch
    trabocchino  l'una nell'altra,  cos il tocco di una parola sola rompe
    gli ultimi ritegni alla  effusione  del  cuore  e  l'amicizia  diventa
    piena.
    Ma Edith e Silla non parevano vicini a questo punto.
    Ella accett ben volentieri la proposta di suo padre e and a mettersi
    il  soprabito ed il cappello.  Anche Steinegge chiese licenza a Silla,
    con  grandi  cerimonie,   di  attendere  all'ornamento  della  propria
    persona. Silla and intanto ad affacciarsi al balcone sul Naviglio.
    L'aprile  brillava  quella  sera  nel cielo lucido e soffiava la lieta
    novella di primavera sulla vecchia citt che beveva i soffi tepidi per
    ogni  finestra.  Quei  soffi  si  spandevano  blandi  per  le  piazze,
    saltavano per le vie,  sibilavano ai canti.  Lass in alto passavano a
    grandi ondate  silenziose,  movendo  per  le  finestre  degli  abbaini
    biancherie pendenti dalle imposte,  fiori schierati sul davanzale, che
    nella dolcezza infinita del tramonto primaverile  ridevano  al  cielo,
    innocenti,  dalle  vecchie  case  piene di colpa.  Il sole cadeva alle
    spalle di Silla. La casa dove egli stava e le altre sulla stessa linea
    a destra e a sinistra,  cupo bastione colossale,  gittavan  ombra  sui
    giardinetti ai loro piedi,  sul Naviglio, la via e parte delle case di
    fronte. Sotto il balcone, a sinistra, si spiccava dal primo piano, fra
    due macchie di grandi magnolie,  una terrazza  a  quadroni  bianchi  e
    rossi  e balaustrata di granito rosa.  Cinque o sei uomini in giubba e
    cravatta bianca, senza guanti, vi passeggiavano fumando.  Una signora,
    una  lunga  cometa di velluto azzurro con una camelia bianca in testa,
    vi comparve a braccio di un  signore  piccolo,  grasso,  anch'egli  in
    giubba  e  cravatta bianca.  I fumatori le si fecero tosto attorno con
    rispettosa premura.  Dal balcone di Silla non si potevano intendere le
    parole,  ma  si  udivano le voci e si distingueva benissimo quella del
    piccolo signore grasso, il commendatore Vezza.  Silla conosceva quella
    dama,  tenace bellezza di quarantacinque anni, divisa da pochi anni da
    un marito giuocatore e nota per le sue velleit letterarie, per i suoi
    cuochi  di  prima  riga  e  per  gli  amanti  di  quarta  che  le   si
    attribuivano.  Un  acre  vapore  di sensualit elegante saliva da quel
    terrazzo nella purezza della sera,  un'aura di mille piaceri squisiti,
    raffinati  dallo  spirito,  come  l'odore  indistinto di leccornie che
    dalle cucine sotterranee d'un grande albergo fuma nella via.  Ma lass
    nelle  grandi ondate del vento questo filo di fumo mondano si perdeva.
    Lass si respirava una dolcezza simile  alle  malinconie  indefinibili
    dell'adolescenza casta,  un turbamento d'affetto che non ha uscita, un
    desiderio di aprire il cuore.  Silla non pensava a  cosa  alcuna;  gli
    tornavano  in  mente  i  ricordi  di  paesi lontani,  vaghe sensazioni
    amorose della sua prima giovinezza,  cadenze  in  minore  e  versi  di
    canzoni  popolari;  uno fra gli altri che lo perseguitava quel giorno,
    un verso marchigiano, quanto dolce!

    "Boccuccia riderella spandifiori".

    Signor Silla disse  Edith  sorridendo  Ella  resta  qui?  Egli  si
    scosse, si volt in fretta e si scus della sua distrazione.
    Edith  e  Steinegge non attendevano che lui.  Edith aveva un soprabito
    grigio scuro e una "toque" nera, con il velo calato.
    E' un peccato le disse Silla di dover scendere.
    Lei amerebbe camminare nelle nuvole?
    Egli la guard un po' piccato,  not la recondita  tristezza  del  suo
    sorriso e tacque.
    Scusi diss'ella non ho poesia.
    Non  aveva  poesia,  forse;  ma  ve  n'era tanta nella voce con cui lo
    disse, nella graziosa persona illuminata dal sole cadente.
    Andiamo, dunque disse Steinegge.
    Non  possibile rispose finalmente Silla a Edith, nell'uscire.
    Ci aveva pensato molto.  Edith non parl,  n si pot vedere con  qual
    viso accogliesse la tarda risposta di Silla, perch ella era gi sulla
    scala e vi faceva scuro.
    Era una consolazione uscire da quella scala fredda e buia nella strada
    ancor  chiara  del  sole  recente,  nitida dopo una giornata di vento,
    quanto il cilindro di Steinegge.  Questi camminava a sinistra  di  sua
    figlia, rigido come un Y capovolto.
    Oh diss'egli, fermandosi a un tratto sapete, caro amico? Oggi mi ha
    scritto don Innocenzo.
    Fece  atto di cercarsi la lettera nelle tasche del soprabito,  ma,  ad
    una rapida occhiata di Edith,  disse di averla dimenticata a casa e ne
    parl a Silla con entusiasmo.
    Molto affettuosa disse Edith e molto...
    Non trovava la parola.
    Non "spiritosa",  no.  C' un'altra parola italiana che mi pare, cos
    per istinto, migliore in questo caso.
    Arguta? disse Silla.
    S,  arguta. Edith seppe ripeterne gran parte a Silla.  Non  era  la
    prima volta che don Innocenzo aveva scritto al suo buon amico tedesco,
    appagando  cos  un desiderio segretamente confidatogli da Edith prima
    di lasciare il Palazzo.  Le sue  lettere  improntate  di  bont  e  di
    arguzia  erano  scritte classicamente,  in forma alquanto artificiosa,
    come usa l'uomo colto che ne scrive poche.  Toccava stavolta di tristi
    casi avvenuti nella sua parrocchia, di grandi dolori sopportati con la
    umile  pace cristiana.  Parlava con riverenza di queste virt dei suoi
    poveri contadini punto democratici;  parlava della fede come  un  uomo
    che nella sua giovinezza ha combattuto per non smarrirla e, avendo pur
    vinto,  guarda  con  grande  indulgenza  a  chi  ha lottato e perduto.
    Narrava che la neve,  il gelo e le grandi piogge,  avevano danneggiato
    il  soffitto  della sua chiesa e che,  la domenica precedente,  vi era
    venuto per caso a suonare l'organo un giovane maestro,  il quale aveva
    magistralmente  eseguita  certa  musica  di un tedesco,  di Bach,  gli
    pareva.  Al popolo la musica era piaciuta poco: ma  lui  n'era  ancora
    imparadisato.  Raccontava  che  i  lavori  della  cartiera erano molto
    avanzati e che parecchi tegami e  cocci  preistorici,  scoperti  nello
    scavo  delle  fondamenta,  fregiavano  adesso  il  suo  museo privato.
    Annunciava che le tepide coste de' suoi monti,  le rive settentrionali
    del  lago,  erano  in  piena  primavera  e ne descriveva l'aspetto con
    studiata  eleganza  di  stile.  Chiudeva  con  un  caldo  invito  agli
    Steinegge di venir a passare qualche giorno da lui presto, presto.
    Edith  ripet  quasi  alla lettera lo scritto del curato,  omettendone
    solo una certa parte. Era strano udir parlar di lago, di montagne,  di
    vita  semplice,  sul corso di Porta Venezia tra il doppio flutto della
    gente che calava ai bastioni,  tra il fragor sordo delle  ruote  sulle
    trottatoie  e il calpesto vibrato dei cavalli di lusso,  davanti alle
    cantonate bianche, rosse,  gialle di affissi d'ogni genere.  Non c'era
    pi sole;  le nubi dorate riflettevano da ponente una luce calda sulle
    case pi alte e il vento  portava  in  viso  tratto  tratto  odore  di
    primavera,  di  sigari,  di  profumeria.  Le signore che scendevano il
    bastione in carrozza,  parevano correr gi verso l'orizzonte  limpido,
    abbandonarsi con insolito languore, silenziose, alle carezze dell'aria
    tepida.  E due lunghi rivi neri di gente,  picchiettati d'abiti chiari
    femminili,  scendevano a destra e a sinistra del  Corso  con  un  gran
    rombo  confuso di passi e di voci,  come due lunghe striscie di stoffa
    pesante,  trascinate pei marciapiedi fuori  del  fitto  ombroso  della
    citt.  Tutte  le  finestre  erano aperte.  Pareva a Silla che tutti i
    cuori lo fossero pure,  che quella corrente di uomini portasse  tesori
    di  pensieri  gai,  d'immagini  ridenti,  che  riflettesse  la ingenua
    giovinezza eterna della  primavera.  Anche  nel  color  delle  pietre,
    tuttavia  calde  di  sole,  egli  sentiva il prepotente aprile che non
    valendo a mettervi la vita,  ve ne  metteva  quasi  il  desiderio,  la
    speranza  lontana.  Non  gli  toccava il cuore udir parlare del lago e
    delle montagne; nessuna voce del passato si ridestava in lui.
    Non scrive altro quel signor curato? disse egli a Edith.
    Null'altro rispose per lei Steinegge.
    Come? Non parla del Palazzo?
    Oh, qualche parola, s.
    Non parla del matrimonio di donna Marina?
    Steinegge non pot rispondere, perch un "tilbury" sopravvenne di gran
    trotto, tuonando sul ciottolato vicino a Silla che si volt a guardare
    il cavallo, un bel sauro snello.
    Bello s'affrett a dire il capitano di cavalleria, appena passato il
    "tilbury" bello,  ma troppo leggero.  Cavallo ungherese;  io conosco.
    Migliore da sella.
    Dunque ripet Silla non parla del matrimonio?
    Steinegge lo guard. Non gli pareva vero che fosse cos indifferente.
    S diss'egli mi pare che scriva qualche cosa.
    Suo padre fa il diplomatico, signorina.
    Non  lo credo rispose Edith.  Lo faresti troppo male,  pap;  non 
    vero? Ma, e Lei, signor Silla, cosa fa?
    Faccio  il  curioso,   vuol  dire.   Ha  ragione.   Ma     curiosit
    innocentissima, lo creda.
    Disse queste ultime parole con enfasi, come per far loro esprimere pi
    di quello che potevano.  Allora Steinegge usc dalle sue trincee;  con
    qualche cautela, per spiegandosi lentamente.
    Ecco diss'egli pare che le cose vadano liscie e che  il  matrimonio
    non tarder molto a farsi.
    Lo credo bene. Non  combinato da sei mesi?
    S,  s,  ma capite bene,  caro amico, i preparativi, questo  lungo.
    Adesso poi si fa presto, pare; prestissimo.
    Me ne rallegro assai disse Silla tranquillamente.
    Steinegge fece uscire anche le sue riserve.
    Il matrimonio diss'egli si fa, pare, questa sera; ventinove aprile.
    Pare che il popolo vuol fare grandi cose; musiche, fuochi d'artificio.
    Ci  stata la scritta. Si dice che il conte Cesare voleva costituire a
    donna Marina una dote  di  trecentoventimila  lire,  ma  che  essa  ha
    preferito  un'obbligazione  diretta  del  conte  allo sposo per questa
    somma, da sottoscriversi all'atto del matrimonio.  Il conte Cesare non
     stato bene due giorni,  ma ora  guarito. Il conte Nepo si  fermato
    al Palazzo una settimana,  in principio di questo mese,  e i domestici
    vanno dicendo che  molto avaro,  ma il parroco afferma che non  vero
    e racconta di aver ricevuto cento lire per i poveri.
    Steinegge  scherz  su  questo  splendore  di  munificenza  che  aveva
    abbagliato  il  povero prete;  ma Silla lo contraddisse risolutamente,
    sostenne che alle buone azioni non si piglia la  misura,  che  non  si
    arrovesciano  per guardarne la fodera.  Parlava vivacissimo,  di vena,
    interrompendosi spesso per salutare i  suoi  conoscenti,  per  fare  a
    Edith  osservazioni gaie su persone e cose che gli passavano sotto gli
    occhi.   Tutti  coloro  che  lo  salutavano,   guardavano  poi   Edith
    curiosamente.  Edith  gli  rispondeva breve,  senza guardarlo,  o solo
    quando non ne poteva a meno.  Ella non sorrideva  pi,  si  era  fatta
    grave. Prese il braccio di suo padre.
    Silla  ammutol  poco  a  poco  esso  pure.  Sospett che Edith avesse
    attribuito un significato preciso alla sua dichiarata indifferenza per
    il matrimonio della marchesina di Malombra,  e che volesse tenersi  in
    guardia.  Il cuore gli batt forte,  una oscura dolcezza gli confuse i
    pensieri. Qualcuno, dall'onda della gente,  lo salut in quel momento,
    non  rispose.  Camminava  in  mezzo  alla  folla come se n vedesse n
    udisse alcuno.
    Erano giunti presso al bastione. Vi spirava un'aria men tepida, pregna
    dell'odor de' prati;  ma la folla saliva tuttavia densa  al  viale  di
    sinistra,  e,  al  di sopra de' cappelli si vedevano sfilar lentamente
    nel viale di mezzo,  facendo il giro,  cocchieri pettoruti,  cocchieri
    umili,  cocchieri appaiati a staffieri,  cocchieri solitari, cocchieri
    soddisfatti, cocchieri rassegnati, cocchieri scuri,  cocchieri gialli,
    rossi,  azzurri,  e  verdi.  Edith  avrebbe voluto ritornare indietro;
    l'aria le pareva umida;  temeva che suo padre ne soffrisse.  Steinegge
    ne  rise.  Quando  mai  aveva notato sua figlia ch'egli si curasse del
    secco e dell'umido? E il Corso lo divertiva tanto! Edith non insist.
    All'entrata del viale Steinegge alz in aria tutte e due le braccia  e
    tir  una  allegra  mitraglia  d'interiezioni  tedesche  a  un signore
    piantato l a vedere sfilare le carrozze. Questo signore,  un tal C...
    col   quale   Steinegge  aveva  tentato  fondare  tempo  addietro  una
    "Corrispondenxa litografata", si volt, lo guard e gli venne incontro
    stendendogli la mano.
    Scusate disse Steinegge a Edith e Silla  questo    C...  Io  debbo
    parlare. Andate avanti; vengo subito.
    Edith  non ebbe tempo di rispondere perch suo padre era gi sgusciato
    via attraverso la gente  che,  sopravvenendo  fitta  e  continua,  non
    consentiva di fermarsi.  Fatti pochi passi, ella volle uscire sul gran
    viale a guardare indietro,  ma non vide  suo  padre.  Fermarsi  l  ad
    aspettare non le garbava;  le pareva di sentirsi pi imbarazzata,  pi
    sola. Silla le consigli sommessamente di andare avanti, come le aveva
    detto suo padre, ond'egli, passando oltre fra la gente,  non li avesse
    poi a cercar senza frutto.
    Essi  camminavano fra il viale affollato e il lungo cordone di curiosi
    intenti a guardar le carrozze che andavano  al  passo,  fermandosi  di
    tempo in tempo.  Camminavano discosti l'uno dall'altra, senza parlare,
    guardando tutte le carrozze con  grande  attenzione,  fossero  calessi
    alla Daumont o sudicie cittadine. Ad ogni tratto Edith voltava il capo
    a guardar indietro.
    Intanto le sconfinate campagne di levante,  al di l del bastione,  si
    vedevano nelle ombre della sera sotto l'azzurro pallido del cielo  che
    si confondeva quasi,  laggi all'orizzonte,  con esse, distese, aperte
    avidamente agli inenarrabili amori della notte di  aprile.  Apparivano
    fra  una  carrozza  e  l'altra,   scomparivano,  riapparivano,  grande
    immagine di pace,  al di l di quel brulicho mondano.  A  ponente  le
    case  oscure della citt si disegnavano sul cielo aranciato che posava
    una languida luce calda nei bassi  prati  dei  giardini,  sul  margine
    scoperto del viale. La striscia nera della gente a piedi moveva lenta,
    assaporando  l'ora  dolce,  I'aria  pura,  odorata  di  primavera e di
    eleganza,  il rumor soffice delle  carrozze,  musica  della  ricchezza
    indolente,  piena d'immagini tentatrici. E le signore, negli equipaggi
    di gala, passavano e ripassavano sotto la nebbia verdognola dei grandi
    platani,  come Dee infingarde,  fra gli sguardi ardenti,  la curiosit
    invidiosa del pubblico,  blandite da questi acri vapori d'ammirazione,
    fiso l'occhio al di sopra di essi,  in qualche invisibile.  Quel  moto
    lento e molle, quella stanca inquietudine umana pareano consentire col
    nuovo  turbamento con le nascenti passioni della terra.  Silla avrebbe
    voluto parlare,  interrompere  un  silenzio  pieno  d'imbarazzo  e  di
    trepide immaginazioni, ma non ne trovava la via. Arrivarono davanti al
    caff  dei giardini mentre molte persone se ne rovesciavano sul viale,
    rompendo la corrente del passaggio.  Egli offerse  allora  il  braccio
    alla  sua compagna,  che lo ringrazi e vi pose appena la mano.  Silla
    sent sul cuore quel tocco leggero. Fendette la gente,  facendo strada
    a  Edith,  guardando  alla  sfuggita  la  piccola mano che gli pendeva
    inerte sul braccio. Strinse,  per istinto,  il braccio e,  senza saper
    bene quello che si dicesse,  sentendo confusamente di fare un discorso
    avventato:
    Scusi cominci donna Marina Le ha mai parlato di me?
    Edith non s'aspettava una domanda simile.  Non ritir pi  la  mano  e
    rispose semplicemente:
    S.
    Certo  ella stava preparando qualche spiegazione cauta per una seconda
    domanda, inevitabile; ma la seconda domanda non venne.
    Che sera soave! disse Silla.  Si rinasce.  Si  sente  l'aprile  nel
    cuore.  Lei  non  voleva  dirmi  tutto quel che ha scritto quel signor
    curato: e io ho avuto tanto piacere di udirlo da Suo padre!
    Il braccio di Edith si mosse un poco, ma non si ritrasse.
    Ella non sa,  quando si ha  una  mano  ferita,  come  si  eviti  ogni
    stretta,  anche  d'un'altra  mano  amica,  e  quale  consolazione  sia
    sentirsela afferrare un giorno e non provare pi dolore!
    Vuol dire rispose Edith ch'era una scalfittura e che questa persona
    teme molto il male.  Se son  poi  ferite  dell'anima,  allora  per  me
    sarebbe  un  grande  avvilimento  non  sentirle  pi,  guarire come si
    guarisce da una febbre,  come queste piante  guariscono  dall'inverno.
    Non le pare? Quanta gente! E pap che non viene?
    Ella  si  sciolse  pian  piano  da  Silla  e  si ferm;  Steinegge non
    compariva.
    Perdoni,  signorina Edith disse Silla con voce leggermente tremante.
    Ella mi giudica male.  Ad esser giudicato male ci sono avvezzo sin da
    quando  morta mia madre.  La colpa n' in gran  parte  mia,  del  mio
    carattere;  per  una cosa amara! Con un po' di orgoglio e di fede in
    altri giudici o qua o via di qua,  si resiste;  ma qualche volta anche
    l'orgoglio  e la fede cascano in fondo al cuore;  il cuore stesso pare
    che si sprofondi.  Mi lasci dire una parola,  signorina Edith.  Io non
    trovo  negli  uomini  che  indifferenza e nella fortuna che derisione.
    Vado tuttavia avanti a fronte alta, finora;  ma,  creda,   crudele di
    ferire  uno  cui  tutti  voltan  le  spalle.  La prego di darmi il Suo
    braccio e di ascoltarmi un momento.
    Non credo d'averla offesa disse Edith, appoggiando ancora la mano al
    braccio di lui son cose umane.
    Egli prese risolutamente con la sinistra quella mano  resta,  allarg
    il braccio, la trasse avanti e parl tra la folla indifferente, a voce
    bassa,  con  maggior  effusione  di  cuore,  con maggior franchezza di
    spirito che se si fosse trovato solo con Edith in un deserto:
    Cose umane? S, certo, ma non la cosa che Lei crede. Non sono guarito
    come una pianta,  a forza di sole e d'aria,  dimenticando;  ho  voluto
    guarire,  con indomita volont, mi sono strappato dal cuore una febbre
    maligna che mi avviliva.  Perch io non la stimo e  non  l'ho  stimata
    mai.
    No? disse Edith con vivacit involontaria.
    No,  mai.  Mi  creda,  Lei che ha l'anima tanto alta.  Ho bisogno che
    qualcheduno come Lei mi creda e abbia un poco d'amicizia per  me.  Non
    ne  parlo  mai a nessuno,  sa,  ma mi succede spesso,  solo come sono,
    senz'amicizie,  senz'amore,  senza  genio,  senza  riputazione,  senza
    speranze,  mi succede di sentirmi morire nell'altezza in cui mi sforzo
    di tenere il mio spirito, studiando, lavorando, pensando a Dio.  Sento
    allora  tante  voci  sinistre,  sempre  pi  forti,  sempre pi forti,
    chiamarmi gi abbasso, in qualche fango che spenga il pensiero. Scusi,
    signorina Edith, Le d noia che io parli tanto di me?
    Oh no diss'ella piano. Non avrei creduto quello che dice.
    Lo so; il mio cuore  ben chiuso di solito.  Questa sera parlo perch
    mi pare di essere in sogno.
    Ella  sogna  disse  Edith  di parlare ad una persona morta da lungo
    tempo, cui si pu confidarsi.
    No,  faccio un sogno da notte di primavera,  come  ne  potranno  fare
    questi  vecchi platani pieni di speranze quando si alzer la luna e la
    gente andr via. Sogno di mettere anch'io una volta foglie e fiori, di
    parlar sottovoce,  dopo tanto silenzio,  con la primavera  blanda,  di
    raccontarle  tutte  le tristezze dell'autunno e dell'inverno,  come se
    fossero passati de' secoli. Dunque senta. Io non la stimavo.  Premetto
    questo:  nelle mie ore di sconforto ho sempre avuto lo stolido istinto
    di qualche fatalit oscura che mi domini.  Ora Suo padre non ha potuto
    raccontarle  tutto  perch non sa tutto.  Io mi confido alla primavera
    blanda.  Qualche tempo fa ho pubblicato un libro  anonimo,  intitolato
    "Un sogno".
    Si potr leggere? chiese Edith.
    Lo legger. Poco tempo prima ch'io partissi pel Palazzo, capit, alla
    tipografia ond'era uscito il libro,  una lettera diretta all'autore di
    "Un sogno" e sottoscritta Cecilia.  Era  una  lettera  sfavillante  di
    spirito sarcastico, intarsiata di motti francesi, profumata, in cui si
    parlava  molto  di  fatalit  e di destino.  Il tono di questa signora
    Cecilia non mi era pienamente simpatico,  ma pure la lettera aveva  un
    certo fascino d'ingegno e di stranezza;  e poi, sorrida pure, blandiva
    il mio amor proprio che ha ben di rado assaporata la lode pubblica,  e
    trovava  una  dolcezza  molto  pi  delicata  nelle  parole  direttemi
    segretamente da una lettrice sconosciuta.  Vede se Le confido anche le
    mie  miserie.  Insomma  risposi.  La  replica  di Cecilia mi capit la
    vigilia della mia partenza per il Palazzo.  Era piena di frizzi  e  di
    domande curiose. Impertinenti. Decisi di rompere; le scrissi un'ultima
    lettera  che  cominciai  a  Palazzo e spedii qui nei due giorni in cui
    venni a prendere i miei libri.  Lei sa da Suo padre per qual cagione e
    in qual modo partii dal Palazzo. Quel giorno stesso avevo scoperto per
    caso,  indovini!...  che Cecilia era donna Marina.  Nella notte parto,
    trovo lei nella sua lancia. Avemmo un colloquio violento.  Sopravvenne
    un  temporale: dovetti ricondurla a casa.  Non Le dir come n perch,
    ma fui tentato fieramente di non  partire  pi.  Mi  strappai  da  lei
    gittandole il suo finto nome, Cecilia. Fuggii pieno di sgomento, pieno
    della  stolta  idea  che mi perseguita,  d'esser giuoco di una potenza
    nemica che mi mostra ogni tanto la felicit vicina, me la offre, me la
    porta via quando sto per afferrarla. Ci volle tutto il mio orgoglio...
    Lei mi crede modesto,  signorina Edith?...  No,  non lo  sono,  tranne
    qualche  volta,  nelle  ore  di  scoramento;  allora mi sento abbietto
    addirittura.  Ci volle dunque tutto il mio orgoglio spiritualista  per
    giungere  a calcarmi ai piedi queste paure vigliacche;  ci volle,  per
    liberarmi da sentimenti non degni,  un lavorar feroce,  sia tuffandomi
    ne'  libri antichi come in acque fredde,  sia scrivendo di cose ideali
    in cui il mio pensiero si esalta e si riposa.  E cos ho  vinto.  Solo
    questa sera potei comprendere quanto pienamente ho vinto. E Lei...
    Oh disse allora Edith fermandosi dove siamo?
    Erano soli sul viale.  Avevano oltrepassato senza avvedersene il punto
    dove le carrozze e la gente giravano indietro.
    Edith arross della sua distrazione e si volt in fretta, lasciando il
    braccio di Silla.  Poi tem forse  di  averlo  offeso  con  quell'atto
    brusco.
    Non  potevo  sapere  queste  cose diss'ella.  Non ho compreso tutto
    quello che ha raccontato, ma lo credo. Se sapesse quale concetto ha di
    Lei mio padre!  Non sono italiana soggiunse con forza non  so  se  
    vero  ch'Ella  non  ha  riputazione;  ma  non    certo vero continu
    abbassando la voce che Ella non ha amicizie.
    Fosse per la tenera poesia d'aprile o per la emozione delle confidenze
    recenti,  Silla era cos disposto che le semplici parole  di  lei  gli
    abbuiarono la vista. Le riprese il braccio.
    Ah disse  vero,   vero ch'Ella mi crede anche se non mi comprende
    interamente,  vero che ha fede in me? Ebbene, la riputazione, la fama
    pi splendida,  io la darei cento,  mille volte se l'avessi,  non  per
    un'amicizia, non basta...
    Il braccio di Edith trem nel suo.
    Egli prosegu con voce incerta,  diversa dalla sua solita,  camminando
    come se le gambe non sapesser tenere la via diritta n la  misura  del
    passo:
    Per  un'anima.  Per un'anima che accettasse,  che volesse me,  per s
    sola,  le creazioni del mio ingegno e  del  mio  cuore;  per  un'anima
    chiusa  a  tutti fuor che a me,  com'io sarei chiuso in lei.  Dovrebbe
    essere appassionata e pura come il puro cielo.  Noi ameremmo  insieme,
    uno  attraverso  l'altro,  Dio  e  il  creato  con un amore di potenza
    sovrumana.  Pare a me che saremmci forti  nella  nostra  unione,  come
    tutta  questa  gente  non  sospetta neppure che si possa esserlo,  pi
    forti del  tempo,  della  sventura  e  della  morte;  pare  a  me  che
    intenderemmo   l'essere   delle   cose,   il  loro  spirito;   che  ci
    attraverserebbero la mente  visioni  del  nostro  avvenire,  splendori
    incredibili di visioni. La trover quest'anima?
    Sarebbe  un'anima  egoista disse Edith se volesse tutte per s sola
    le opere del Suo ingegno e del Suo cuore.  La gloria,  lo sento,  deve
    avere in s qualche cosa di vuoto,  persino,  di triste forse, per uno
    spirito come il Suo; ma aver la potenza di far amare, di far piangere,
    di movere le anime al bene e non usarla! Avere della luce nel pensiero
    e nasconderla,  non inviarla dritta a traverso questa gran  confusione
    torbida del mondo!
    Questo  non    per  me,  signorina  Edith.  Il poco che ho scritto 
    affondato  in  silenzio,   partecipando  della  mia  sfortuna.   Forse
    qualcuno,  un  giorno,  frugando,  per  farsi del merito,  tra le cose
    dimenticate...
    Ecco Steinegge, rosso, trafelato.
    Finalmente! diss'egli.  Io credeva che eravate saliti sopra qualche
    albero. Io ho corso su e gi come un bracco.
    Perdonami,  caro pap disse Edith soavemente, staccandosi da Silla e
    prendendo il braccio di suo padre, bench questi,  sempre cerimonioso,
    protestasse. Siamo esciti per un breve tratto dalla gente.
    Ella  gli  parl  carezzevole,  in  tedesco,  stringendosi a lui quasi
    volesse  compensarlo,  provasse  un  rimorso.   Il  povero  Steinegge,
    imparadisato,  si  scusava  di non averli raggiunti prima,  come se la
    colpa fosse sua. Silla non parlava.
    Passeggiarono cos un pezzo.  La gente e le carrozze si venivano ormai
    diradando.  I  viali,  i giardini,  le case lontane s'intorbidavano di
    mistero. Le donne,  camminando languidamente,  guardavano i passeggeri
    con occhi fatti audaci dall'ombra.  Si udiva parlare sotto i viali, da
    lontano; di l dai giardini, lungo le case tenebrose, i fanali,  occhi
    ardenti  della  grande  citt pronta al piacere,  si aprivano uno dopo
    l'altro. Sopra le case il cielo sereno, senza stelle,  aveva ancora un
    tepido  chiaror  di  perla che si stendeva blando sul margine scoperto
    del bastione e sulla spianata bianca del caff  dei  giardini,  a  cui
    Steinegge  si  avviava  con  propositi  di  munificenza.  In faccia al
    cavalcavia era fermo un elegante calesse vuoto.  Uno staffiere  teneva
    aperto  lo sportello,  volgendo il capo a due signore che venivano dal
    caff. Silla salut.  Una di quelle,  nel passargli vicino,  gli disse
    con una vocina piena di grazie:
    Si ricordi. Dopo il "Re".
    Io mi congratulo molto, caro amico disse Steinegge.
    Oh,  di che ? rispose Silla sdegnosamente.  E' la signora De Bella.
    Un'antipatica bambola di Parigi. Non ci vado mai. Se sapeste come l'ho
    conosciuta!  Lo scorso autunno un certo G...  che studia  filologia  a
    Berlino,  mi  manda  dei versi di un nostro antico poeta,  Bonvesin de
    Riva,  stampati col.  Contemporaneamente  manda  degli  altri  libri,
    fors'anche delle fotografie, a questa signora che allora era a Varese.
    Per un equivoco della Posta, anche il mio libriccino fu portato a casa
    sua,  qui a Milano.  Ella fa una corsa da Varese proprio quel giorno e
    m'incontra in via San Giuseppe con mia zia Pernetti che  accompagnavo.
    Mia zia si ferma, e dopo molte chiacchiere ha la bont di presentarmi.
    Questa  signora  fa  un atto di sorpresa.  "Ma io" dice "ho della roba
    Sua!" Io non capisco e non rispondo.  "Lei" soggiunge " ben  l'autore
    di 'Un sogno'?" Rimasi sbalordito.  Allora ella mi parla, ridendo, del
    libriccino e mi dice candidamente che G...  ci aveva posto  dentro  un
    biglietto  dove  si  leggeva: "Mandami una copia del tuo' Sogno'".  Mi
    fece mille premure perch andassi a trovarla,  e vi andai  difatti  un
    paio di volte in dicembre.  Poi non ci tornai pi.  Oggi mi ha scritto
    che desiderava parlarmi e che ci vada domani sera dopo il teatro.
    Silla raccont tutto questo con calore,  come se volesse giustificarsi
    di quella relazione.
    Sedettero  fuori  del  caff.  I  fanali non v'erano ancora accesi e i
    tavoli quasi deserti.  Uscivano invece dall'interno con la  gran  luce
    del  gas,  le  voci  vibrate dei garzoni,  l'acciottolo delle tazze e
    delle sottocoppe,  il tintinno dei cucchiaini e delle monete  buttate
    sui vassoi.  Steinegge cominci a parlare di quel tal C...,  che aveva
    conosciuto in Oriente.  S'erano trovati a Bukarest nel 1857 e,  l'anno
    dopo,  a Costantinopoli;  quindi nel 1860 a Torino.  Steinegge parlava
    assai  volentieri  del  suo  soggiorno  nei   dominii   del   "sublime
    portinaio".  Da C... pass a Stambul e al Bosforo. Tocca il cuore udir
    parlare nelle ombre  del  crepuscolo  di  paesi  lontani,  di  costumi
    bizzarri,  di strane lingue sconosciute.  Silla guardava spesso Edith,
    ascoltava il narratore come chi ascolta una dolce  musica  leggendo  e
    pensando,  che  le  sue lettere e i pensieri si colorano di poesia,  e
    neppure una nota gli resta nella memoria.  Era la elegante forma bruna
    di  Edith  ch'egli vestiva di poesia,  udendo parlare di cipressi,  di
    fontane moresche,  di palazzi bianchi,  di mare brillante.  Ogni linea
    della  bella  persona  gli  appariva  improntata di grazie nuove,  gli
    pareva segno di un'idea attraente, impenetrabile. Non vedeva l'occhio,
    lo immaginava;  ne sentiva sul cuore lo sguardo con la  sua  dolcezza.
    Immaginava pure i pensieri di lei;  no,  non i pensieri,  ma piuttosto
    vagamente,  la dignit e la tranquillit loro,  la purezza  altera.  E
    sentiva  in  se  stesso una luce serena,  un calore cos lontano,  gli
    pareva,  dall'indifferenza come dalla passione,  un sorgere di non  so
    quale  indefinibile  fede.  Provava  la  sensazione  di  salire,  alla
    lettera;  e un singolare esaltamento della potenza visiva per  cui  le
    grandi  ombre  degli  alberi  del bastione,  i profili taglienti delle
    macchie brune intorno a lui,  gli oggetti vicini,  tutto gli  riesciva
    straordinariamente netto e vivo;  nuovo,  perci, interessante come al
    tempo della sua fanciullezza.
    Steinegge intanto parlava.  Descrisse un  episodio  comico  della  sua
    traversata da Costantinopoli a Messina. A quel punto il gas del fanale
    vicino,  tocco dal lume dell'accenditore, divamp sonoro, arse in viso
    a Edith.
    Ella era pallidissima,  grave,  e non guardava suo  padre.  Si  scosse
    allora  e  si  pose  ad  ascoltarlo con attenzione troppo subitanea ed
    intensa per essere sincera.  Silla se ne avvide,  n'ebbe un  lampo  di
    piacere nel petto.
    Quando pi tardi riaccompagn a casa il padre e la figlia,  pochissime
    parole furono scambiate fra loro. Nel separarsi, Silla stese la mano a
    Edith,  che esit ad accordargli la sua e la ritrasse tosto.  Egli ud
    appena  i  saluti  chiassosi  di  Steinegge:  se  n'and via dolente e
    insieme avido di esser solo.  Si allontan a  capo  chino  e  a  lenti
    passi,  immaginando  fortemente  il  viso  pallido  e gli occhi di lei
    quando il divampare del gas la sorprese;  ripensando ad una ad una  le
    parole scambiate,  le proprie confidenze, la protesta d'amicizia, cos
    singolare sulle caute labbra di Edith,  la sua evidente  trepidazione,
    nello staccarsi dal padre,  dimenticato poi mentr'egli, Silla, le dava
    il braccio e le parlava.  Non ne traeva nessuna espressa  conclusione;
    si guardava il braccio l dove s'era posata la mano di Edith,  odorava
    queste memorie come un profumo.  E pareva che a  poco  a  poco  se  ne
    inebriasse.  Dalla  via poco frequentata dove abitavano gli Steinegge,
    moveva inconscio verso il cuore della citt.  La  gente  cominciava  a
    spesseggiare,  crescevano gli splendori dei negozi,  lo strepito delle
    carrozze.  Alz la testa e affrett il passo.  Gli saliva  dentro  una
    foga  d'orgoglio  non del tutto insolita in lui che in tali condizioni
    di spirito cercava, godeva la folla per la volutt acuta di sentirsele
    ignoto e di disprezzarla,  di dominarla col pensiero.  Trovatosi a  un
    tratto sul corso Vittorio, si gett nel fiume della gente.
    Egli  aveva  detto  a  Edith: "Un'anima!  Un'anima sola che accetti le
    creazioni del  mio  ingegno!".  Ma  questo  era  il  grido  delle  sue
    tristezze  scorate,  quando  si  sentiva  debole  a  fronte  del mondo
    indifferente e di un sinistro demonio confitto nel suo  fianco.  Grido
    dell'ora nera,  vota di fede e di speranza.  Non sarebbe stato sincero
    quando l'ingegno gli ardeva di vigore audace  e  il  demonio  sinistro
    taceva;  ch  allora l'uomo,  ebbro di felicit fiera,  disprezzava le
    dimenticanze del pubblico,  le ingiustizie  amare  della  critica,  la
    insolenza  dei  fortunati,  il  maligno  volto  della  stessa beffarda
    fortuna; scriveva, non per ambizione,  n per diletto,  n pel sublime
    amore  dell'Arte ch' la musa dei grandi ingegni,  ma per la coscienza
    di un dovere ideale verso Dio, per obbedire alla vasta mano prepotente
    che gli si piantava tra le spalle, lo curvava,  lo schiacciava sul suo
    tavolo  di  lavoro,  spremendogli  dal  cuore il sangue vitale che ora
    ingiallisce ne' suoi libri dimenticati.  Tra queste rade ore splendide
    gli correvano lunghi intervalli bui. La vasta mano si alzava dalle sue
    spalle,  ogni  luce  di  pensiero  si  spegneva in una tenebra pesante
    d'inerzia;  tutte le passate delusioni lo rimordevano al cuore,  tutte
    le vecchie ferite sanguinano;  egli numerava con acre piacere doloroso
    le false speranze  della  prima  giovinezza,  le  contrariet  strane,
    incredibili che aveva provate,  sempre e dovunque, sul suo cammino, le
    funeste contraddizioni insite nella sua stessa natura; poco a poco non
    lavorava, non pregava pi, non sentiva pi Dio. Allora il suo paziente
    nemico mortale,  il demonio confitto nel suo  fianco,  sorgeva  e  gli
    strideva nel sangue.
    Era  il  demonio  della  volutt  tetra.   L'adolescenza  e  la  prima
    giovinezza di Silla erano state  pure.  La  santa  protezione  di  sua
    madre,  le  tendenze artistiche e la squisita nobilt del suo spirito,
    la fatica degli studi,  l'ambizione letteraria,  lo avevano preservato
    dalle corruzioni grossolane che avvelenano quell'et.  Aveva allora il
    sangue tranquillo,  la mente illuminata di bellezze femminili  ideali,
    sovrumane  per  l'intelligenza  ancor  pi che per la perfezione delle
    forme. Di tempo in tempo si credeva innamorato. I suoi amori cercavano
    sempre lo sconosciuto e l'impossibile.  Uno sguardo,  un sorriso,  una
    voce  di  qualche dama di cui non sapeva il nome,  gli si figgevano in
    cuore per mesi.  Allora il solo pensiero degli amori vili gli  metteva
    orrore;  tutto  il fuoco della sua giovinezza bruciava nel cuore e nel
    cervello. Dopo le prime disillusioni letterarie, nell'abbattimento che
    ne segu,  quel fuoco divorante gli scese intero  ai  sensi.  Egli  vi
    ripugn lungamente e quindi si gitt abbasso.  Non cerc facili amori,
    gli  era  impossibile  piegar  l'anima  alla   ipocrisia   di   parole
    menzognere:  volle  il  tetro  piacere  muto  che si offre nelle ombre
    cittadine. Ne usc tosto stupefatto,  palpitante,  in ira a se stesso;
    ritrov il calore perduto dell'ingegno e dell'affetto,  ritrov i suoi
    amori ideali,  riprese la penna,  afferr il concetto del dovere verso
    Dio come una fune di salvamento. Ricadde quindi e si rialz pi volte,
    lottando sempre, soffrendo nella sconfitta incredibili prostrazioni di
    spirito,    col   presentimento   angoscioso   di   un'ultima   caduta
    irrimediabile,  di un abisso che lo avrebbe finalmente inghiottito per
    sempre. Perch in lui l'antagonismo dello spirito e dei sensi era cos
    violento  che  il prevalere di una parte opprimeva l'altra.  Non aveva
    mai conosciuto il giusto equilibrio dell'amore umano n potuto  trovar
    durevole  corrispondenza  di  quell'affetto  sublime  e  puro  ch'egli
    invocava con angoscia quando Iddio si ritraeva da lui. Gli era toccata
    due volte la rara e inestimabile ventura di essere amato  come  voleva
    egli,  col fuoco dell'anima. Uno di questi amori fu troncato subito da
    necessit fatali e ineluttabili;  l'altro  scomparve  misteriosamente,
    lasciando  Silla  pieno  di  terrore,  come se avesse veduta l'ombra e
    udito il sarcasmo del destino.  La passione di  sensi  e  di  fantasia
    ispiratagli  da  Marina  lo  attravers  quale  una  vampa di polvere.
    Tornato a Milano spense  a  forza  il  bruciante  ricordo  di  lei  in
    ostinati  studi  di  greco  e  di filosofia religiosa alternati con un
    lavoro  fantastico  e  uno  studio  morale.   Non  fu  mai  colto   in
    quell'inverno  dal cupo silenzio interiore che soleva precedere in lui
    le tempeste  furiose  dei  sensi.  Una  cos  lunga  tranquillit  gli
    ritempr lo spirito,  gli rese quasi la freschezza dell'adolescenza; e
    ora,  con lo sguardo e la dolce voce  di  Edith  nel  petto,  egli  si
    sentiva casto e potente,  guardava in faccia all'avvenire aperto, voto
    di fantasmi paurosi.  Andava fra la gente colla volutt del  nuotatore
    gagliardo  che  fende  da  padrone  la  spuma e il fragore delle onde.
    Sentiva la stolta fede che sarebbe giunto un giorno a signoreggiar con
    l'ingegno quella folla cos avida negli occhi di bellezza  fisica,  di
    piacere,  ferma e densa intorno al fulgore dei gioielli, ferma e densa
    intorno alla ridente luce di certe altre vetrine, paradisi della gola;
    palpitante nel sinistro fascino dell'oro,  abbrutita  nelle  cupidigie
    del ventre. Qual sogno opporsi a lei, sfidarne la vilt e la superbia,
    frustarla  in viso come una fiera,  gittarla indietro sgomenta e doma,
    con la potenza di una divina ispirazione  interiore  e  della  parola,
    amando ed essendo amato senza fine da una donna come Edith, sicuro, in
    questa fiamma, dal fango ignobile!
    Passava,  cos fantasticando,  lungo il Duomo.  La tacita mole enorme,
    assediata dai fanali a  gas,  pigmee  scolte  del  secolo  nemico,  ne
    portava  sul  fianco  il  picciol  lume  che  moriva  a  breve altezza
    nell'ombra;  e l'ombra sfumava pi in su in un fioco albor puro,  dove
    salivano  guglie,  pinnacoli,  trine  marmoree  color di neve lontana,
    prima dell'aurora.  Quella  visione  di  marmi  e  di  luna,  inutili,
    adorabili magnificenze dell'ideale,  ruppe a Silla le fantasie,  forse
    non vote di ambizione e di rancori contro gli uomini, gli refriger il
    cuore, vi mise un gran desiderio di silenzio. Egli si avvi verso casa
    sua. Abitava lontano, presso Sant'Ambrogio.  Quando entr nella chiara
    piazza deserta gli si affacci,  alta sopra le case di via S. Vittore,
    la luna. Silla trasal e si lev il cappello involontariamente.  Aveva
    ella  presieduto  alla  sua  nascita,  la fredda e solenne signora che
    veniva a guardarlo tristamente in faccia nei momenti gravi della vita,
    adesso come un'altra sera,  quand'ella usciva tra i nuvoloni sull'Alpe
    di  Fiori  e  gittava  nelle  acque  nere  del  lago una spezzata lama
    d'argento?  Silla rise di se stesso e si disse che era  un  saluto  di
    congedo alla vecchia amante.
    Egli vegli a lungo nella sua cameretta al quarto piano,  che guardava
    in un cortile quadrato, stretto e profondo.  Tenne la finestra aperta.
    Fuori  della  finestra  sul  ballatoio,  c'eran  de'  vasi  fioriti di
    violacciocche, che mandavano odore nella stanza.  Dal suo tavolo Silla
    vedeva sopra la opposta muraglia bianca, tra gli abbaini e i fumaiuoli
    del  tetto,  una  lista  di  cielo e qualche stella pallida nella luce
    lunare. Egli trasse il manoscritto di un racconto incominciato durante
    l'inverno con questo titolo "Nemesi",  ne rilesse alcune pagine e  non
    gli piacquero. Depose il manoscritto, pens a Edith.
    Buona sera disse una voce dalla finestra.
    Era  uno  studente  dell'Istituto Superiore che alloggiava in fondo al
    ballatoio. Silla lo salut.
    Vengo di l,  sa soggiunse l'altro che si compiaceva di raccontargli
    i  suoi amori.  Mi ha congedato subito e non vuole che ci torni prima
    di posdomani, perch dice di essere andata oggi a confessarsi.  Ma che
    fatica ha fatto! Che fatica!
    Il  giovane  pareva  ubbriaco  di  questo  pensiero.  Parlava ridendo,
    ansando.
    Sa,  sono sentimentale per forza questa sera.  Far un po' di musica.
    Far  uscire dalla finestra quella bionda,  quella ch' venuta l'altro
    ieri. Come? non la conosce?  Al terzo piano,  prima finestra a dritta.
    Dove c' lume. Una francese. Buona sera.
    Se  ne and cantando a mezza voce sopra un motivo dei "Lombardi" certa
    strofetta composta per il prof. B...
    "Per ridurre all'orizzonte
    La pendenza del terreno
    Si moltiplica il coseno
    Per la stessa inclinazion".

    Entrato nella sua camera,  lasci l'uscio spalancato  e  tempest  sul
    piano un walzer diabolico,  da far ballare i morti. Silla, infastidito
    dal dialogo e dalla musica,  si alz per chiudere la finestra.  Ma era
    cos soave l'odore dei fiori,  gli piaceva tanto quella muraglia tutta
    bianca di luna, quel cielo puro! Guard abbasso. La signorina francese
    era uscita  sul  ballatoio  del  terzo  piano  e  si  appoggiava  alla
    ringhiera,  fumando.  Due  cameriere  ballavano  da  un'altra  parte e
    rispondevano a interlocutori invisibili; un capitano in pensione stava
    alla finestra,  in berretto da notte,  con la sua giovine  governante.
    Silla  chiuse  la  finestra.  La  santa  notte di primavera gli pareva
    ammorbata e guasta.  Chiuse vetri e imposte con impeto,  torn al  suo
    tavolo,  e dopo aver pensato a lungo con il capo tra le mani,  afferr
    un foglio di carta, scrisse precipitosamente:
    "E' amore?  Quale amore?  Sono ancora  tranquillo  abbastanza,  voglio
    riflettere, studiarmi finch mi  possibile. Io sento, pensando a lei,
    di desiderare qualche cosa di ignoto a me stesso,  d'inconcepibile dal
    pensiero umano.  Il mio desiderio  tanto puro che lo  scrivere  -  "
    puro"  - mi costa uno sforzo,  mi ripugna.  Ma tuttavia vi  veramente
    una commozione fisica in me,  specialmente nel petto.  Vi   un  reale
    movimento nel sangue o nei nervi, che corrisponde alla esaltazione del
    mio spirito.  Sono incapace,  in questo punto, di ragionamento freddo,
    ma sento invincibilmente che se quello che io provo  amore,  esso non
     solamente spirituale.  Lo penso,  lo credo, sono barlumi di una vita
    futura pi nobile che si destano in me,  presentimenti d'uno  squisito
    amore  fisico,  non concepibile in questa tenebra.  Solo questo io so,
    che dev'essere immensamente pi  degno  dello  spirito,  bench  forse
    capace  ancora  di  altre sublimi trasformazioni.  Tento immaginare la
    unione intera, il mio sguardo nel suo, il cuore nel cuore, un fuoco di
    pensieri commisti,  un palpito che ad ogni  momento  ci  divida  e  ci
    unisca.  Sento  altres che queste idee esaltano la mia intelligenza e
    abbattono il corpo, ne troncano i desideri pi vili.
    "Signore degli spiriti,  tu me li doni questi divini  fantasmi,  ombre
    del  futuro,  questi  ardori  che  mi  levano dal fango verso te.  Non
    abbandonarmi, fa ch'io sia amato.  Tu lo sai,  non  solo dolcezza che
    io  cerco  nell'amore;    lo  sdegno  d'ogni  vilt,    la  forza di
    combattere per il bene e per il  vero  malgrado  l'indifferenza  degli
    uomini,  l'occulto  nemico  esterno,  i  tuoi silenzi paurosi.  Padre,
    rispondi al grido dell'anima mia, fa ch'io sia amato! Vedi, tra queste
    sublimi speranze mi assalta l'angoscia che siano una derisione  ancora
    e mi stringo ad esse e sospiro.
    Ah no!
    Gett  la  penna,  spiegazz  fra  le  dita  lo scritto e lo arse alla
    candela.  Prese poscia un libriccino di note.  Rilesse  queste  parole
    tracciatevi anni prima:
    "E'  finito.  Creare  ancora,  creare fantasmi di quanto ho desiderato
    invano, lasciare un ricordo,  un'eco dell'anima mia profonda e partire
    attraverso  gli  abissi per qualche stella lontana da cui questa terra
    dura non si veda nemmeno!  Dio,  gli uomini,  la giovinezza,  la fede,
    l'amore, tutto mi abbandona."
    Vi scrisse sotto:
    "29 aprile 1865."
    "Spero."









    Capitolo secondo.
    QUID ME PERSEQUERIS?

    Egli  dorm  poco  quella notte.  Da S.  Ambrogio la gran voce solenne
    delle ore  gli  riempiva  la  stanza,  si  confondeva  al  suo  sopore
    inquieto,  mettendovi  l'aspettazione  del  domani sconosciuto.  Verso
    l'alba si addorment profondamente e  non  si  svegli  che  a  giorno
    inoltrato. Una luce grigia entrava dalla finestra. Pioveva.
    Silla  si  sentiva  rotta la persona come se avesse fatto quella notte
    venti leghe a  piedi  per  domare  un'agitazione  febbrile,  cresciuta
    invece  con  la spossatezza del corpo.  Gli venne l'idea di uscire per
    una lunga corsa sui bastioni ma poi non ne fece nulla. Rimase un pezzo
    seduto sul letto a guardar dalla finestra  il  cielo  freddo,  uggioso
    come di febbraio,  i tetti lucidi, e contro le scure finestre opposte,
    i fili tremoli della piova che  sussurravano  sulle  tegole  come  uno
    strascico di veli leggeri e schiamazzavano nel cortile sotto i canali.
    Guardava,  si  pu  dire  senza pensare o,  almeno,  pensando senza il
    governo della volont,  disordinatamente.  Era la penombra di un sogno
    in  cui  le  idee duravano a muoversi a caso come ospiti stupefatti di
    stanze signorili dove il padrone non compare.  Egli sentiva  per  nel
    cuore  qualche cosa che la sera precedente non c'era ancora,  un misto
    di stanchezza e di eccitazione,  una sorda sofferenza che si ravvivava
    quando   negli  occhi  intenti  alla  piova  gli  entrava  lo  sguardo
    immaginato di Edith.  Era un triste dubbio che  gli  faceva  male.  Le
    nuvole grigie lo sapevano, la piova lo diceva e lo ripeteva:
    "Piangi, piangi, non ti ama, non ti ama."
    Egli  durava fatica a difendersi dallo stolto sospetto che anche Edith
    avesse cangiato dalla sera precedente, come il cielo; che la notte, il
    sonno, altri pensieri avessero spenta la sua inclinazione nascente, se
    pure questa inclinazione  non  era  un  abbaglio  visionario.  Sarebbe
    andato  da  lei  quel  giorno stesso a portarle Un sogno;  gliel'aveva
    promesso. Come ne sarebbe accolto?
    Teneva presso di s quasi tutta l'edizione  del  suo  libro,  un  gran
    fascio di copie, polverose al di fuori, candide, intatte al di dentro,
    come  vecchie  monachelle innocenti.  Ne tolse una e pens alla dedica
    che avrebbe dovuto scrivere. Ne prepar otto o dieci. Quale gli pareva
    fredda, quale pretensiosa. Finalmente scrisse sulla guardia del libro:

    "Alla Primavera blanda
    C. S."

    Subito dopo ne fu malcontento, sent che bisognava dire di pi,  farle
    intendere quel che sentiva. Sul libro stesso? No, non era conveniente.
    Perch?  Non  trov  un perch abbastanza imperioso e scrisse sotto la
    dedica: "La Primavera blanda   amata  da  uno  scrittore  oscuro  cui
    nessuno  ama.  Per lei,  per lei sola egli potr esser grande e forte,
    vincer la fortuna e l'oblo.  Se n' respinto,  si  lascer  cadere  a
    fondo".
    Appena  scritto  volle  troncare con un lavoro pacato quell'agitazione
    che  lo  spossava.  Ricorse  a  un  vecchio  manoscritto,  suo  fedele
    compagno,  che  gli  cresceva  sotto  lentamente fra gli altri lavori,
    nutriti in  parte  con  la  meditazione  astratta,  in  parte  con  la
    esperienza  quotidiana  degli uomini e della vita.  Erano studi morali
    dal  vero.   Pareva  a  Silla  che  la   letteratura   moderna   fosse
    soverchiamente  scarsa  di  questi  libri,   in  cui  parecchi  grandi
    scrittori del passato hanno ritratto l'uomo interno  con  tranquillit
    scientifica  e  con  arte squisita di stile.  E gli pareva che in tale
    studio i fatti e le osservazioni contemporanee dovessero  raffrontarsi
    a  fatti  e  osservazioni  antiche,  onde  misurare  il valore morale,
    relativo e assoluto, della nostra generazione. Per lui il valore delle
    trasformazioni  religiose  e   politiche,   degli   stessi   progressi
    scientifici  e materiali si risolveva nella somma,  non di verit o di
    prosperit, ma di bene e di male morale che ne discende;  perch se il
    bene  in  generale  lo scopo a cui tutta la molteplice attivit umana
    intende, il bene morale  la sua legge stessa, la condizione della sua
    potenza durevole;  senza dire che per mezzo  di  esso,  termine  d'una
    equazione  misteriosa,  l'uomo  si accosta alla essenza della verit e
    della bellezza assai pi che per mezzo della scienza e  dell'arte.  La
    quale   arte   egli   giudicava   a  questa  stregua  medesima,   pure
    disprezzando, come puerile e falsa, la teoria dell'insegnamento morale
    diretto.   Teneva  ch'esatte  cifre  misuratrici  del  valore   morale
    esistessero  veramente,  ma  fossero impenetrabili in questa vita allo
    spirito umano;  non pregiava come elemento  di  ricerca  quelle  delle
    statistiche,  in  cui  le  unit vengono aggregate arbitrariamente per
    certi caratteri comuni,  affatto esterni e propri,  per alcuni rami di
    statistica,  pi  della  legge  che dei fatti umani;  tutti pi o meno
    disformi tra loro nell'aspetto,  e di cui non si pu cogliere la  vera
    misura  morale  che  l  dove  si generano,  dove la statistica non sa
    entrare,  dove la osservazione psicologica pu  trovare  argomento  di
    classificarli in modo affatto nuovo, affatto impensato, da sconvolgere
    molte  tabelle e molte opinioni.  Preferiva perci a grossolani indizi
    aritmetici l'opera degli osservatori morali,  attenti a cogliere negli
    atti,  nelle parole umane i motivi interni; l'opera di pensatori acuti
    nel coordinare queste osservazioni praticate da molti  in  ogni  campo
    della  vita,  nel  dedurre  giudizi  quasi scientifici.  Voleva che le
    osservazioni si facessero e si esponessero con la  massima  precisione
    possibile;  attribuiva  perci  poco  valore  a  quelle  che  sono nei
    romanzi.  Ingegno non lucido,  mistico di tendenze,  potente per certe
    intuizioni fugaci piuttosto che per nerbo suo proprio e costante, egli
    aveva  idee  poco  definite,  poco  pratiche;  ardente spiritualista e
    perci proclive a considerare di preferenza, nell'umanit,  la origine
    e il fine; amava, anche in tenue materia, appoggiarsi a qualche grande
    principio  generale.  Era  quindi  male  atto alla fredda osservazione
    scientifica,  se pure ella  completamente possibile in tali argomenti
    e   se   il   solo  vero  frutto  da  sperarne  non    la  conoscenza
    dell'osservatore stesso.
    Ma egli non obbediva soltanto a un concetto filosofico;  cercava  pure
    in  quel  lavoro  certa consolazione delle offese recategli dal mondo.
    Tenuto in poca stima dai suoi congiunti che l'avevano per un sognatore
    ozioso; negletto dagli amici che si dilungavano da lui, amico inutile,
    seguendo la propria fortuna o le cure domestiche;  ferito da incivilt
    disdegnose  di  critici,  di letterati,  di editori,  si compiaceva di
    studiare questi  tipi  familiari,  "sine  ira  et  studio",  con  equa
    temperanza.  Era  il  suo conforto orgoglioso tenerli sotto la penna e
    perdonar loro.
    Stava ora lavorando a  un  saggio  sull'ipocrisia.  Inconscio  seguace
    d'idee preconcette e assolute, voleva dimostrarvi che la menzogna e la
    debolezza morale sono caratteristiche di questo tempo, salvo a dedurne
    in  seguito  che  discendono  dalle  sue  tendenze positiviste,  ossia
    dall'essersi oscurato nelle anime il principio metafisico del vero;  e
    che le verit conquistate nell'ordine fisico,  infinitesimali raggi di
    quel principio,  non hanno  n  possono  avere  il  menomo  valore  di
    sostituirlo  quale  generatore  di salute morale.  Molto pi grave gli
    pareva questo prosperare della menzogna in tanta libert di  parola  e
    d'azione.  Perch ne trovava infetta la vita sociale e politica,  come
    le arti,  le lettere e le industrie stesse,  nelle  quali  discende  a
    complice  abbietta  d'inganno  persino la scienza.  Osservava ne' suoi
    conoscenti il fenomeno frequentissimo dell'ipocrisia a rovescio, ossia
    la dissimulazione  dei  sentimenti  pi  retti  e  pi  nobili,  delle
    opinioni  pi  ragionevoli;  l'opposto linguaggio che erano usi tenere
    sulle persone e le cose, secondo il numero e la qualit degli uditori.
    Ne induceva che se le vere opinioni umane avessero  improvvisamente  a
    scoprirsi,  il mondo sbigottirebbe di trovarsi tanto diverso da quello
    che crede.  Una s larga infusione di falsit volontaria,  corrompendo
    interamente le parole e le azioni umane, deve generare il falso, che 
    quanto  dire il male,  nell'organismo della societ,  poich questo si
    modifica senza  posa  per  le  parole,  per  le  azioni  umane.  Silla
    preferiva la sincerit,  anche nell'errore,  a qualunque men disonesta
    ipocrisia.  Citava esempi in appoggio al suo assunto,  e aveva ora per
    le mani il suo amico Steinegge.
    Steinegge  era  un  esempio singolare di rettitudine morale accoppiata
    alle opinioni pi false in ogni argomento.  V'erano nei suoi errori un
    candore,  una  sincerit  leale  senza  pari.  Egli  non poteva neppur
    credere, in fatto,  alla menzogna n alla disonest negli altri bench
    dicesse  male,  in  astratto,  di  mezzo mondo.  Parlava da scettico e
    sarebbe caduto in ogni trappola di  briccone  volgare.  Il  suo  calor
    generoso   si   apprendeva   altrui,   la  sua  schiettezza  provocava
    schiettezza; e le opinioni, violente e zoppe,  lungi dal nuocere,  non
    si  reggevano  in  piedi.  Pareva  a  Silla  che  se  fosse  possibile
    rappresentare una generazione con un uomo solo,  come altri  ha  fatto
    per la umanit intera, la generazione presente verrebbe raffigurata in
    un  uomo colto,  acuto di mente e basso di animo,  attivo,  ambizioso,
    doppio,  sensuale senza passione,  forte di molta fede in  se  stesso,
    vantatore,  malato  d'umori  vaganti che lo molestano sempre a fior di
    pelle e  talvolta  gli  minacciano  i  visceri.  Steinegge  era  molto
    migliore  di  questo  tipo.  Sotto  il  suo cerimonioso abito nero del
    secolo decimonono v'era un gran cuore barbaro, pieno di idee sbagliate
    e di sangue sano.  Silla pensava a lui con la penna inerte sulla carta
    e lo sguardo a' fili tremoli della piova. Non poteva continuare la sua
    tranquilla  analisi  psicologica;  gli  pareva di offendere quell'uomo
    ingenuo che gli voleva tanto bene,  e certo non avrebbe sospettato mai
    che  l'amico  suo gli volesse praticare una vivisezione sul cervello e
    sul cuore.  Se lo vedeva l ritto davanti col suo onesto viso cherusco
    e gli occhietti scintillanti, gli udiva dire con impeto soffocato: "La
    meritate voi?".
    E lui,  Silla,  si alzava in piedi, gli rispondeva: "La meriter. Sar
    il suo sostegno, la sua difesa e il suo orgoglio. Non si trover in me
    un atomo di  falsit  mai,  non  un  pensiero  ond'ella  sia  esclusa.
    Combatter  per  le  alte  cose  ch'ella  ama,  sotto  gli occhi suoi,
    virilmente".
    Poi quella voce gli faceva delle altre domande.  Egli si commosse  nel
    pensiero  di  tante  fredde  difficolt amare,  pronte per lui da ogni
    parte.  Immagin un altro colloquio intimo con la propria madre.  Ella
    gli  diceva  con  indulgente  calma  tante  cose  savie  che a lui non
    sarebbero mai venute in mente;  lo sgomentava e lo  rincorava  insieme
    con  la  sua  pacata  scienza  della vita,  con l'elevato concetto del
    dovere e la ferma fede nella volont umana e  nella  provvidenza.  No,
    non  era  facile  l'avvenire.  Dai  suoi  parenti  materni  non poteva
    attendere appoggio se non lasciando gli studi per  il  commercio.  Gli
    avevano  gi detto chiaro che non sperasse essere incoraggiato da loro
    a vivere ozioso,  a leggicchiare e scribacchiare senza costrutto.  Gli
    pagavano il modico assegno di cui viveva stentatamente,  frutto di una
    somma di ragione di sua madre che essi avevano trattenuto presso di s
    salvandola dal naufragio di Silla.  Pi di cos non era da  aspettarsi
    da  costoro  che avevano edificato del proprio la canonica e le scuole
    comunali del paese dove filavano seta e villeggiavano. Ceder loro?  Si
    sentiva portare in aria dallo sdegno, solo a pensarvi. Avrebbe dovuto,
    accasandosi, trarre denaro dal proprio ingegno. Come? I suoi libri non
    gli avevano ancora fruttato un soldo,  e il loro successo non lasciava
    presagire migliore fortuna per l'avvenire.  Avrebbe  tradotto  qualche
    ora al giorno,  dal francese e dall'inglese,  a un tanto la pagina; ma
    era poi sicuro di trovar lavoro?  Come correva la sua fantasia!  E  la
    grigia  piova  tremola  gli  ripeteva  in  fondo  al  cortile,  per le
    grondaie, sui tetti lucidi:
    "Piangi, piangi, non ti ama, non ti ama.
    Si alz e usc di casa.
    Pi tardi egli non seppe ricordar bene che  avesse  fatto  durante  le
    lunghe  ore  trascorse da questo punto al momento in cui pose piede in
    casa Steinegge.  Cammin trasognato  sui  bastioni  deserti,  sotto  i
    platani  grondanti  e per vie remote della citt,  senza riconoscerle;
    attravers quartieri opposti a  quello  abitato  dagli  Steinegge.  Si
    trattenne  lungamente  in  un  piccolo  caff  tetro,  dove due vecchi
    giuocavano al "domino" e la padrona,  seduta accanto ad  essi  con  un
    grosso  gatto  grigio  sulle  ginocchia,  guardava  piovere  nella via
    stretta.  Dietro il banco un orologio scandeva col suo tic tac  minuti
    interminabili.
    Questi   minuti   eterni   venivano   sempre   accelerando  il  passo;
    all'accostarsi del momento prestabilito  battevano  via  a  precipizio
    come il suo cuore.
    Giunto,  per la pi lunga via possibile, alla nota porta, non vi entr
    n si ferm. Gli parve che il suo destino l'attendesse l dentro. And
    avanti  per  qualche  centinaio  di  passi,  poi,  bruscamente,  torn
    indietro, pass la soglia disprezzandosi, paragonandosi a un fanciullo
    ridicolo  che  desidera da lontano la donna amata e la teme da presso.
    Si volse alla portinaia senza  parlare.  Ella  lo  conosceva  e  disse
    alzando la testa dal lavoro: In casa.
    Sal le scale adagio,  aggrappandosi nervosamente alla branca. Suonato
    il campanello si sent chetare i  nervi,  si  meravigli  seco  stesso
    d'essersi lasciato tanto turbare dalla fantasia.
    Oh!  Oh! Caro amico! Date! Oh! questa  una grande fortuna con questo
    tempo tedesco.  Date! vocifer Steinegge,  che gli aveva aperto e gli
    toglieva di mano a forza l'ombrello e il cappello.
    Buon giorno,  signor Silla disse Edith quietamente.  Ella era seduta
    presso la finestra e lavorava.  Aveva alzato il  viso,  n  roseo,  n
    pallido,  per  il  breve  saluto  e s'era volta quindi a guardar dalla
    finestra il "tempo tedesco".
    Entrava lass dallo  sterminato  cielo  bianco  una  gran  luce  quasi
    nervosa.  Sul  tavolo,  spoglio  del  suo  bel tappeto azzurro e nero,
    posavano due o  tre  grossi  volumi,  un  calamaio  e  un  manoscritto
    aggruppati presso la sedia da dove s'era alzato Steinegge.
    Voi  vedete  disse  Steinegge  questo  Gneist    un  grande  uomo,
    grandemente stimato in Germania. Bisogna leggere un articolo di questa
    Rivista "Unsere Zeit". Voi sapete? Oh, ff! Ma io sono un piccolo uomo,
    e quando ho tradotto cinque o  sei  pagine,  non    possibile  andare
    avanti;    questo.  Voi,  Voi  dovreste  imparar  presto il tedesco e
    tradurre il "Self-Government" per la Vostra nazione.  Io lavoro per il
    signor conte perch io devo mangiare,  ma io getto questa fatica in un
    pozzo,  e poi  io  traduco  in  francese  molto  male.  Io  credo  che
    guadagnereste molti denari perch tutti gl'italiani comprerebbero. No?
    Voi  non credete?  Voi non credete?  Ooh!  Questo mi meraviglia molto,
    caro amico.  Se avessi denari,  farei tradurre per speculazione a  mie
    spese.  No?  Ah,  no. Questo mi meraviglia molto. Sedete. Voi avete un
    libro?
    E' un libro che mi permetto di offrire alla signorina Edith  rispose
    Silla,  posando  il  volume  sullo  scaffaletto  accanto  al  busto di
    Schiller, e guardando Edith.
    Oh, molte grazie, caro amico disse Steinegge.
    Edith pos le mani sul lavoro e volse il capo a Silla.
    Grazie diss'ella, tra attonita e curiosa. Che libro ?
    Il libro di cui Le ho parlato iersera.
    Iersera?
    Guardalo dunque! disse Steinegge  porgendole  il  volumetto  con  un
    leggero  atto d'impazienza,  il primo forse che gli sfuggisse parlando
    con sua figlia.
    Ah,  il suo libro  "Un  sogno"!  Lo  legger  volentieri,  certo.  Lo
    leggeremo insieme, pap, per riposarti del tuo Gneist. Ti prego.
    Gli rese il libro,  senza sfogliarlo,  non senza per aver intravvisto
    la dedica e le quattro righe scrittevi sotto, e si ripose al lavoro.
    Io sono sicuro che sar bellissimo e che ci troveremo grande piacere
    disse Steinegge,  rosso rosso,  per cercare di supplire alla freddezza
    di sua figlia.
    Versi ?
    No.
    No? Io credeva che Voi foste poeta.
    Perch?
    Scusate,  mio  caro. Steinegge prese con ambe le mani,  ridendo,  il
    braccio del suo interlocutore.  Per la Vostra cravatta che    sempre
    fuori  di posto.  Io ho dato lezione in Torino a un giovane,  il quale
    diceva che i poeti in Italia si conoscono dalla cravatta non in prosa,
    non a posto. Non fate versi Voi?
    Mai.
    Questo  un racconto?
    S.
    Sar stato molto lodato, io credo, dal pubblico e dai giornali, non 
    vero? Avr fatto rumore?
    S,  il rumore di un sasso che cade in un  pozzo.  E'  stato  accolto
    gelidamente.  Non ha trovato una sola persona,  neppure tra le poche a
    cui l'offersi,  che l'abbia accolto come  si  accoglie  un  forestiere
    raccomandato  da qualche amico,  un visitatore onesto,  civile,  senza
    ingegno forse,  ma non senza cuore,  posso dirlo,  il quale vi domanda
    solo di essere udito quando vorrete Voi.
    Come mai? Questa sar invidia, io credo.
    No,  no,  no. Ci sono uomini e libri sfortunati che spirano antipatia
    persino a' cuori pi gentili.
    Questo  vero, mio caro amico, questo  vero sempre.
    Mi pare che un autore non lo dovrebbe credere  osserv  Edith  senza
    alzare il capo dal lavoro.
    Silla tacque.
    Perch, Edith? chiese Steinegge.
    Perch questa opinione gli deve togliere la fede,  la forza; gli deve
    impedire di studiare bene i difetti delle sue opere.
    No disse Silla. Per un pezzo si dura saldi, anzi, pi la fortuna ci
    combatte, pi la si disprezza, pi si lavora, pi si cerca di appagare
    noi stessi,  la nostra coscienza.  Le ferite  stimolano  quasi,  danno
    vigore;  ma poi ne capita una inaspettata nel fianco, e allora non c'
    pi che da cader bene, a fronte alta, senza chieder piet.
    Sar vero, ma direi che bisogna diffidar molto della nostra fantasia,
    e badar bene di non attribuire alla  fortuna  quello  che  non  le  va
    attribuito.  Non  Le  pare?  Non    pi  virile di crederci poco alla
    fortuna?
    Oh esclam Steinegge come non vuoi credere alla fortuna? Saresti tu
    esule, quasi povera, e sola con un vecchio poltrone se non ci fosse la
    fortuna?
    Gli occhi di Edith scintillarono.
    Pap! diss'ella.
    Egli non ebbe il coraggio di confermar colla  voce,  ma  conferm  col
    capo, ridendo silenziosamente, quello che aveva detto.
    Edith si alz e gli si avvicin.
    Scusi, signor Silla diss'ella appassionatamente. Lei  nostro amico
    e  mi permette di dire una parola a pap.  Puoi tu ignorare soggiunse
    rivolta a quest'ultimo che non  v'ha  per  me  felicit  maggiore  di
    vivere  con  te,  sempre  con te solo,  amar te,  servir te,  sentirmi
    protetta da te,  sapere che tu mi vuoi bene?  Ella  disse  questo  in
    italiano  e  poi  continu  in  tedesco  la  sua effusione affettuosa.
    Intanto suo padre la interrompeva con esclamazioni  e  gesti,  batteva
    con le mani su Gneist e sul tavolo; ogni muscolo del suo viso grinzoso
    lottava con la commozione.  Stava per essere vinto. Trarre l'orologio,
    esclamare Oh, C... che mi aspetta,  correre a pigliarsi il cappello,
    fare  un gran gesto di saluto a Silla e infilar la porta,  fu un punto
    solo. Edith lo chiam; non le rispose; corse per trattenerlo; egli era
    gi in fondo alle  scale,  senza  ombrello.  Ella  rimase  sospesa  un
    momento,  pallidissima; si compose tuttavia subito e invece d'avviarsi
    alla sua sedia presso la finestra,  s'indugi  a  disporre  meglio  le
    lucernine e i fiori sul piano del caminetto.
    Signorina Edith cominci Silla con voce alterata.
    Ella si volt, gli stese la mano e disse:
    Buon giorno.
    Silla tacque un momento, poi soggiunse:
    Scusi.  Le rubo un minuto di pi.  Volevo dirle che solo adesso, dopo
    molte incertezze e ripugnanze, comincio a credere alla fortuna.
    Edith tacque.
    Pu intendermi, signorina Edith?
    Signor Silla,  Lei  amico di mio padre e quindi  amico mio.  Io non
    capisco  perch  Lei mi faccia tali discorsi.  Non conosco bene la Sua
    lingua, ma se Lei vuol far dire alle parole pi del dovere, questo non
     bene e io non voglio.
    Ella disse "non voglio" con altera energia, con agitazione.  Non parve
    comandare a Silla soltanto.
    Silla s'inchin.
    Non intendo rispose far dire alle parole pi del dovere e non me ne
    rimprovero  una  sola.  Del  resto ero venuto per dire a Suo padre che
    domani non posso pigliar lezione.  Vorrebbe Lei avere la estrema bont
    di avvertirnelo?
    Lo far certo.
    Mille grazie. Buon giorno, signorina.
    Egli and e riprese il suo povero libro sullo scaffaletto.
    Perch? disse Edith.
    Egli sorrise scotendo la testa come per dire "che Le ne importa?"
    Mio  padre  l'ha  veduto  diss'ella,   quasi  timidamente  ma  senza
    emozione.
    Silla pos il libro sul tavolo e, fatto un saluto profondo, a cui ella
    rispose appena, usc.
    Edith,  rimasta sola,  torn a sedere presso alla finestra  e  riprese
    sulle  ginocchia il fazzoletto che stava orlando per suo padre.  L'ago
    era caduto a terra e n'era uscito il filo.  Ella  volle  infilarlo  di
    nuovo.  Le tremavano le mani;  era impossibile venirne a capo.  Allora
    chin il viso come se lavorasse,  e and poco che due  grosse  lagrime
    caddero sulla tela. Si alz, depose il fazzoletto, and a pigliare "Un
    sogno",  l'aperse  stando in piedi presso il tavolo e,  tosto vista la
    dedica  manoscritta,  volt  senza  leggere,  alcune  pagine.  Quindi,
    sfogliando  pagina  per pagina,  torn alla dedica,  vi si ferm.  Per
    quanto tempo!
    Finalmente chiuse  il  libro  con  violenza,  and  a  metterlo  sullo
    scaffaletto dietro il busto di Schiller.  Se ne pent,  lo riprese, lo
    pose accanto al busto dove l'aveva messo prima suo  padre.  Aperse  il
    balcone e si appoggi alla ringhiera.
    Pioveva  sempre  e tirava vento.  I ciuffi verdognoli degli alberi che
    rizzavano  il  capo  tra  casa  e  casa,   lontano,   si   dondolavano
    malinconicamente.  Una  cortina  biancastra chiudeva l'orizzonte tutto
    all'ingiro;  dal lembo inferiore trasparivano le campagne fosche.  Era
    un grande spettacolo di tristezza appassionata.  Ma Edith non guardava
    n vedeva.  Era venuta a cercar l'aria libera,  viva,  rinnovatrice di
    tutto, gradiva il battere delle fitte punterelline fredde. Si tolse di
    l  dopo  lungo  tempo  e  and  a  scrivere la lettera seguente a don
    Innocenzo.

    "Milano, 30 aprile 1865.
    "Onoratissimo signore ed amico.
    "Accetteremo la cara amichevole offerta di  venir  qualche  giorno  in
    casa Sua. Le siamo tanto tanto, grati! Mi pare che il signor conte non
    potr  offendersi  se  non andiamo al Palazzo;  avr bisogno di riposo
    dopo tanta confusione,  tanta gente in casa per il matrimonio.  E  mio
    padre e io abbiamo pure bisogno subito di quiete e di verde.  Scusi il
    cattivo italiano;  non so come esprimere il mio concetto.  Voglio dire
    che  abbiamo  bisogno di quel silenzio e riposo che si trova nei campi
    verdi,  atto a quietare certi pensieri non  del  tutto  sani  e  farne
    nascere altri cos freschi e semplici, cos vogliosi di aria pura come
    le  foglie  degli  alberi  e  dell'erba.  E' quasi certo che partiremo
    posdomani.
    "Da qualche tempo mio padre non ha progredito come speravo e  io  sono
    in sospetto doloroso di me stessa. Io temo di non aver scelta la buona
    via e di non avere adoperato bene il grande amore di mio padre per me;
    mi   viene  nel  pensiero  che  sarebbe  forse  stato  meglio  entrare
    risolutamente su quel terreno sino da principio, richiamare,  pregare,
    esigere,  e  che  non  avrei  perduto parte della mia influenza,  come
    dubito averla perduta ora con le mie cautele forse troppo mondane, con
    mostrargli che sono tranquilla e contenta come se non  avessi  nessuna
    nube nell'anima.
    "Ho creduto,  onoratissimo e caro signore, di domandare consiglio a un
    buon vecchio prete  dal  quale  sono  andata  a  Pasqua.  Egli  mi  ha
    consigliato  di  fare speciali divozioni alla Vergine e a molti santi.
    Credo umilmente che questo  buono;  ma io ho bisogno di  sapere  come
    fare, come parlare con mio padre tutti i momenti e non pu essere poco
    importante  se commetto errore o no.  Non mi pare di poter avere aiuto
    superiore se non adopero anche, il meglio che posso, la mia ragione.
    "Dio mi ha molto concesso perch mio padre ora viene in  chiesa  e  so
    che  sicuramente  prega;  ma questo  stato ottenuto assai presto,  in
    principio.  Egli ascolta molto volentieri parlare di  cose  religiose,
    come cerco io qualche volta,  e pare allora disposto alla fede;  ma se
    si tocca di quelle pratiche in cui entra necessariamente il sacerdote,
    io vedo  quanto  egli  soffre  di  non  esprimere  la  sua  ripugnanza
    violenta. Forse nei primi tempi e forse ancora adesso egli vincerebbe,
    se io lo pregassi,  questa ripugnanza;  ma debbo io pregarlo? Posso io
    mettere alla tortura il mio spirito?  Pu  esser  mai  questo  il  mio
    dovere filiale?  E ne verrebbe un frutto buono,  accetto a Dio? Quando
    penso le grandi sventure che ha sofferto mio  padre  e  il  suo  lungo
    vivere  fra  uomini  che  non curano le cose dell'anima e penso la sua
    onest di ferro, il tenerissimo amore ch'egli ha per mia madre 'ancora
    adesso',  e per me,  la fede in Dio che gli   tornata,  io  sento  di
    riverire mio padre come una persona santa,  bench non pratica come io
    e tanta piccola gente che io conosco;  e mi pare male costringerlo  ad
    atti  che  il  suo  cuore  non  desidera.  Questi  sono  i miei intimi
    combattimenti.
    "Ho bisogno, onoratissimo signore, della Sua parola viva,  nella quale
     un grande lume,  una forza.  E sovra tutto desidero che mio padre si
    trovi con Lei qualche tempo.  Mio padre ha veramente simpatia per Lei,
    sentimento  impossibile a conciliarsi con altri suoi.  Questo  per me
    come un muto indice scolpito al principio di una via.
    "Credo che vi sarebbe poca sincerit in me se non Le dicessi  ora  che
    io ho bisogno del Suo aiuto pure per me stessa.
    "Lei sa come io comprendo il mio dovere verso mio padre. Sono convinta
    che,  comprendendolo  io cos,  cos .  Io devo essere intera per mio
    padre, il quale non ha nessun'altra persona al mondo.  Per lunghi anni
    egli ha vagato tutto solo sulla terra,  soffrendo fatiche,  ingiurie e
    fame,  mentre io vivevo a  Nassau  come  una  damigella  ricca,  senza
    mandargli neppure un saluto.  E' poca cosa, per compensarlo di questo,
    tutto l'affetto umano ch' nel mio cuore.  Io non mi esprimo qui  come
    vorrei.  Le  spiegher  meglio  tutto  questo a voce nella Sua casetta
    solinga tra i prati innocenti.
    "Le dir ch'io sono stata per un  momento  un  misero  cuore  fragile,
    aperto alla sorpresa, e che il mio spirito, rialzatosi con violenza, 
    ancor intorbidato di dolore,  di paura e anche di alcuna dolcezza,  di
    alcuna compiacenza nel soffrire almeno una piccolissima  cosa  per  il
    mio povero vecchio padre. E' una confessione affatto non religiosa che
    io   far  a  Lei,   onoratissimo  signore,   per  trovarvi  gradevole
    umiliazione e sollievo,  ombre del divino che sono,  io  credo,  anche
    nelle  confessioni  umane;  e  altres  per  sciogliermi  dalla poesia
    bruciante del segreto.  Mi perdoni  questa  lunga  lettera.  Mi  pare,
    scrivendo a Lei,  acquistare maggior fede e maggiore speranza.  Quello
    che io sento e vedo della religione in Italia non  spesso secondo  il
    mio  cuore,  forse perch io sono un freddo carattere tedesco;  se v'
    qui dentro fumo d'orgoglio,  me lo dica,   la mia mala  inclinazione;
    certo io trovo nella Sua parola un raro suono d'intimo argento,  a cui
    tutta l'anima mia si apre.
    "Preghi Dio per noi e ci voglia bene.
    "E. S."

    Silla discese le scale con amara calma,  gonfia  di  ironia  verso  se
    stesso, come se godesse ad ogni scalino calcare qualcuna delle stolide
    illusioni,  delle  folli  fantasie  portate lass pochi momenti prima;
    calcarle con orgoglio virile,  alzando fronte e cuore contro al nemico
    invisibile.  Anche  l  in  quel  cortile  la  perpetua piova ripeteva
    "piangi", ma non egli era inclinato a piangere. Per la terza volta gli
    falliva la speranza di un amore in  cui,  placato  l'angoscioso  grido
    dell'anima,  sentirsi forte,  sentirsi puro, sicuramente e per sempre,
    non vedersi pi davanti nella veglia e nei sogni il sinistro  fantasma
    di  un'ultima caduta senza rimedio,  nel buio.  Per la terza volta Dio
    gli diceva: "Vedi come  bello?  Non l'avrai".  Ma avrebb'egli  pianto
    come  un  bambino,  come un vile?  No,  mai.  Il suo orgoglio e i cupi
    presentimenti non gli permettevano neppure di pensare quello che altri
    si sarebbe proposto; combattere,  vincere Edith con lunga guerra.  Che
    Edith  potesse  dissimulare  non  sospett neppure un istante.  Essere
    amato, lui? Impossibile, lo sapeva bene.
    Nella via,  a pochi passi dalla  porta  degli  Steinegge  incontr  un
    editore  di  seconda riga,  a cui era stato presentato e raccomandato,
    come autore, pochi giorni prima. Colui guard da un'altra parte, pass
    senza salutarlo.  Che importava mai a  Silla  di  questo,  adesso?  Si
    strinse nelle spalle.  Poteva ben resistere anche a questo, poteva ben
    disprezzare quel signore che si credeva lecito d'essere  incivile  con
    gli autori di cui non voleva pubblicare gli scritti. Lotterebbe finch
    avesse sangue nel cervello e nel cuore.  E ne aveva ancor molto, ricco
    di vigorosi pensieri,  di dolcezza e di collera.  Egli sentiva d'avere
    molte cose a dire in servizio del vero,  molte belle e forti pagine di
    cose,  prima di scendere ignorato e  sdegnoso,  alla  fine  della  sua
    giornata, nel sepolcro, con l'altera coscienza di essersi serbato equo
    a un Dio Ingiusto.
    Concetto fiero e superbo che,  sorto nella solitudine del suo spirito,
    metteva stupore in lui stesso, gl'infondeva una forza demoniaca. N'era
    stato tentato altre volte,  ma lo aveva respinto  sempre.  Adesso  gli
    cedeva,  se  ne  ubbriacava.  Passando presso il Duomo volle entrarvi,
    come soleva fare talvolta nelle sue battaglie interne.
    And a sedere nella navata di mezzo,  presso alla  croce.  Due  o  tre
    vecchie  signore  vestite  di  nero  pregavano allo Scurolo nella luce
    piovosa delle alte finestre,  il passo frettoloso di  un  chierico  si
    udiva  da  lontano  verso  la  porta di fianco nelle tenebre;  qualche
    figura esotica si moveva lentamente nel chiarore caldo dei  finestroni
    dell'abside.  Silla,  raumiliato  a  un tratto,  appoggi sul banco le
    braccia e sulle braccia il capo,  chiese dal profondo del cuore al  Re
    degli spiriti: "Quid me persequeris?"
    Allora  si fece dentro a lui un gran silenzio freddo come quello della
    cattedrale e pi nero.  Pareva che l'ombra delle  colonne  formidabili
    fosse  penetrata  a schiacciarvi ogni pensiero.  Quello stesso interno
    del Duomo,  quella mente colossale nel poema di granito che si effonde
    magnifico al sole,  mente ordinata,  solida e misteriosa come la mente
    della "Divina Commedia",  divenne allora del tutto muta  per  lui.  Un
    senso   di  uggia  pesante  l'oppresse.   La  sua  volont  resistette
    inutilmente;  non poteva  scuotere  quel  mantello  di  piombo.  Cerc
    ricordarsi del tempo passato,  quando,  fanciullo, veniva in Duomo con
    sua madre,  immaginando al suono dell'organo i deserti di oriente,  le
    palme,  il mare,  la vita contemplativa.  Niente,  niente,  niente; la
    memoria  era  intorpidita,  il  cuore  vuoto  e  senza  eco.  Qualcuno
    gliel'aveva percosso col fuoco,  disseccato. Egli seguiva con l'occhio
    assopito i pochi forestieri che venivano dall'abside col  cappello  in
    mano, lenti, guardando in alto. Le colonne accigliate spiravano tedio,
    vapori  di  sonno  salivano  dal pavimento,  le porte,  tratto tratto,
    sbadigliavano. Era come una plumbea calma in fondo ad acque morte, che
    non sentono il passar dei secoli.  Silla non ripet  la  sua  domanda,
    poich  non  gli  si  voleva  rispondere.  Cerc deliberatamente nella
    memoria qualche profana imagine voluttuosa.  Si  rivide  nella  lancia
    "Saetta",  fra  le grandi onde accorrenti,  in faccia a Marina che gli
    piegava incontro il viso,  disegnandosi sul chiarore  abbagliante  del
    lago  sfolgorato  dietro  a  lei  dai lampi.  Ne sent i piccoli piedi
    appoggiati a' suoi.  La fredda chiesa piena di tedio s'intepidiva,  si
    ravvivava;  era  un  acre piacere fissare le pietre ascetiche,  trarne
    questa luce,  questo calore dei sensi,  conoscer la voce dolce e forte
    del  tentatore;  abbandonarsi  a  lei.  La  fantasia  correva ad altre
    imagini febbrili.  Marina era con lui,  non pi fra le onde,  ma nella
    sua  stanza  del  Palazzo,  gli diceva "finalmente!",  gli prendeva la
    mano,  lo traeva a s sorridendo con un dito alle labbra,  nella notte
    profonda...  Si  alz  e  usc  di chiesa,  vacillando.  Dio gli aveva
    risposto.







    Capitolo terzo.
    HO PIANTO IN SOGNO.

    Ah Dio,  Silla,  che orrore! disse la signora De Bella entrando come
    un  nembo  di  seta  in  cui  due piedini nervosi tempestavano a colpi
    sordi. Buona sera.  E' un pezzo che mi aspetta?  come va? Ella gitt
    sulla spalliera d'una poltrona la sua pelliccia bianca e porse a Silla
    una manina nuda,  luccicante d'anelli.  Anche la sua bocca ridente,  i
    suoi occhi celesti scintillavano.  Ella era in tulle nero e sott'abito
    di seta azzurra, scoperte le spalle e le braccia che aveva bellissime,
    senza  un  braccialetto,  n  un medaglione,  con due grandi anelli di
    turchesi e perle agli orecchi, un fiore azzurro in seno,  un altro nei
    capelli  biondi,  molto  incipriati,  raccolti  sopra  la nuca come un
    gruppo di grossi serpenti.  Aveva un profumo tepido di "veloutine" che
    parlava della sua pelle morbida.
    Silla s'inchin.
    Come va? Che bravo Silla! Non si pentir d'esser venuto, sa? Ho tante
    cosettine carine carine a dirle.  Sieda! Ma che orrore, neh! Come, non
    era in teatro Lei? Ah, non c'era.  Senta bene.  Adesso verr qualcuno.
    Sa,  dopo  teatro  ho  dei  buoni amici che vengono a prendere il th.
    Stasera ci sar M... che, quando viene,  fa sempre un po' di temporale
    sul mio piano.  Lo conosce?  Non ha niente del pianista tipo, ma suona
    bene. Lei prender un posticino vicino a me: vicino vicino. - Cara!  -
    (Si ricordi, parleremo).
    Ella si alz e and incontro a una signora annunciata in quel momento,
    che  al  primo entrare artigli Silla con una occhiata fredda e poi si
    rivolse sorridendo a salutar la padrona di casa.
    Che orrore, eh? disse donna Giulia.
    Present Silla e riprese:
    Che orrore, cara te!
    Io lo sapevo prima. Hai visto la Mirellina?
    Euh, euh! Doveva venir qua stasera. Ma come hai fatto te a saperlo?
    Il cameriere torn ad annunciare. Entrarono quasi di seguito parecchie
    signore e parecchi cavalieri. Le signore cinsero Giulia di un grazioso
    cicalo di  salutini,  di  risatine  discrete,  di  parolette  sfumate
    morbidamente.  Le  curve  spalle  bianche  raccolte in mezzo alla sala
    parata di raso azzurro,  sotto la opaca luce aurea che si spandeva dai
    globi smerigliati delle lampade, parevano petali caduti l da un'alta,
    invisibile  magnolia  grandiflora.  Degli  occhialetti scintillanti di
    curiosit oblique,  delle sgraziate  braccia  nere  s'insinuavano  nel
    gruppo  cercando  un  sorriso,  una stretta di mano di Giulia.  La sua
    testolina bionda oscillava,  come la testa di un uccellino  vispo.  Il
    gruppo si sciolse, si disperse nella sala.
    Silla  aveva  incontrata  quella gente in altre case,  tempo addietro,
    quando soleva frequentare la societ molto pi che non facesse ora. Le
    signore appartenevano alla nobilt  di  secondo  ordine  e  alla  alta
    borghesia.  Giovani e belle quasi tutte,  avevano in gran parte l'aura
    di nascosti amori passati e presenti,  di cui  la  gente  sapeva  quel
    tanto  che  basta  ad  accendere le fantasie sensuali,  a mostrar loro
    negli occhi d'una donna certi languori,  certi ardori che forse non ci
    sono.  Tre  o quattro di quei giovani stessi che prima attorniavano le
    dame e poi s'erano aggruppati intorno all'una  e  all'altra  di  esse,
    venivan creduti amanti felici di altrettante signore presenti. Nessuno
    l'avrebbe  indovinato  al loro contegno,  salvo forse a qualche rapido
    sguardo di sospetto geloso,  saettato di quando in quando da  un  capo
    all'altro  della  sala.  La  meno  prudente era una nobile signora sui
    quarant'anni, scollata sino a mezzo il dorso, sfoggiatamente elegante.
    Ell'era venuta dopo le altre,  sola,  un momento prima del suo amante,
    un  giovane  ufficiale  d'artiglieria.  Quando  l'infelice  parlava  a
    qualche signora, colei lo mordeva cogli occhi.
    Faceva caldo l dentro,  bench fossero aperte due  larghe  porte  che
    mettevano   in   due   altre  sale  illuminate:  la  sala  dei  grandi
    ricevimenti,  gialla,  grandissima,  zeppa di suppellettili  e  quadri
    antichi:  e  la  sala  da musica,  rosso-cupa,  dove s'intravvedeva la
    voluttuosa Baiadera di C...,  in marmo di Carrara.  Nella sala azzurra
    v'era  un tepore profumato di bellezza viva,  segretamente disposta ad
    amare. Quei vapori salivano al cervello di Silla e, sopravvenendo dopo
    lunghi mesi di vita solitaria  e  studiosa,  glielo  offuscavano,  gli
    dicevano quale fosse la felicit intensa,  la vera,  la sola,  sia pur
    fugace,  che  offerta all'uomo,  sia pur da un cattivo  genio  essere
    follemente  amato  da  una  di  quelle  donne  altere  con lo squisito
    condimento di tutte le eleganze e della colpa.
    La Mirellina non si vede disse qualcuno.
    Era la terza volta che si  ripeteva  questo  discorso,  ma  la  nobile
    signora venuta per l'ultima non l'aveva inteso.
    Che orrore, neh, Laura? le disse la padrona di casa.
    Cara... rispose donna Laura che badava ad altro. Giboyer, neh?
    Oh giusto! rispose Giulia ridendo. Non parlo mica della commedia.
    Laura non poteva vedere osserv un'altra signora.
    Ah, sicuro, perch ci stai sopra.
    Ora capisco! esclam donna Laura.  Altro che orrore.  Me l'ha detto
    mio marito. Vi vedevo tutti guardare e non capivo il perch. Vedevo un
    ciuffo de' capelli rossi di don Pippo e  un  braccio  nudo  dall'altra
    parte.
    Io  per osserv un'altra signora dopo aver dato un leggero colpo di
    ventaglio al suo vicino che le sussurrava  qualche  cosa  all'orecchio
    io trovo che la Mirellina ha avuto torto di andar via.
    Si    tradita  da  s  soggiunse  un giovane elegante che afferrava
    sempre l'occasione  di  tradurre  le  frasi  degli  altri,  tanto  per
    parlare.
    Ne  segu  un  dialogo animato fra tutti.  Chi biasimava,  chi scusava
    questa "Mirellina" ch'era partita dal  teatro  perch  il  suo  amante
    v'era  comparso  con  una  signorina  di ventura.  Si parlava molto ma
    evitando ogni espressione troppo viva riguardo alla  dama,  velando  e
    smorzando  le  parole  per  non offendere,  senza volerlo,  alcuni dei
    presenti di quelli che avevano simili intrighi.
    E' stato un capriccio di Pippo disse  un  giovinotto.  Ella  ne  ha
    perdonati tanti a suo marito; dunque ?...
    Ci fu un breve silenzio, come quando taluno dice cose poco opportune.
    E lei,  chi ,  propriamente? chiese la signora che non aveva veduto
    bene.
    Parecchie voci le risposero;  qui non c'eran  pi  riguardi.  Era  una
    russa,   no,  un'inglese,  no,  un'americana.  Ciascuno  degli  uomini
    pretendeva essere informato meglio.  Si chiamava Sacha  Ferline.  Nome
    falso. Era venuta a Milano a studiare il canto, stava all'"Htel de le
    Ville",  e  spendeva  moltissimo: in questo eran tutti d'accordo.  Don
    Pippo  n'era  innamorato.   Tutt'altro!   Alcuni  parlavano  di  certe
    attrattive,  sorridendo misteriosamente. Le signore pigliavano un'aria
    seria, si parlavano tra loro con gli occhi maliziosi.
    Il cameriere annunci la signora Mirelli.
    Fu un soffio agghiacciato. Giulia, che stava preparando il th,  corse
    rossa rossa incontro a donna Mina Mirelli, una bella piccina, rotonda,
    pallida, con gli occhi neri.
    Oh, cara, cara! diss'ella. Non ti speravo pi.
    Che  vuoi?  Mio  marito ha mandato a chiamarmi a teatro per Max.  Sai
    com' mio marito. Max aveva tossito una volta, non era niente. Intanto
    io mi son tutta rimescolata...  Buona sera,  Laura...  E son venuta  a
    compensarmi da te...  Buona sera, Emilia... Ho fatto bene? Buona sera,
    buona sera. Tutti si erano ricomposti, facevano ressa intorno a donna
    Mina per salutarla, con un fervore insolito.  Giulia torn al suo th.
    Dame e cavalieri rimasero in piedi,  conversando di certe cose,  della
    commedia,  del principe di Piemonte che vi assisteva,  di  madamigella
    Descle a cui le signore facevano qualche piccola censura.  Gli uomini
    approvavano per cortigianeria; in cuor loro andavano tutti pazzi della
    Descle. Silla, che l'aveva udita una volta sola,  ne prese la difesa;
    parl del suo sguardo magnetico, del sorriso, della voce intelligente,
    di  quel  "je t'aime" dolce e grave che faceva pensare alla voce della
    regina Yseult nel verso di Maria di Francia:

    "La voix douce et bas li tons".

    Non era corretto, in quella riunione, il calore del suo parlare. Molti
    ne sorrisero; pure,  a taluna,  questo giovane che ragionava con tanto
    fuoco  della  grazia  e della bellezza non dispiacque.  Lo punsero con
    qualche epigramma a fior di labbro,  accentato di freddezza  beffarda;
    ma  poi  pi  d'una  gli  rivolse la parola chiedendogli a bruciapelo,
    indiscretamente,  delle sue opinioni e dei  suoi  gusti.  La  contessa
    Antonietta  V...,  una  brutta  sentimentale,  amante  di  Heine  e di
    Schumann,  se lo trasse vicino per dirgli in segreto che lo approvava,
    che  la  Descle  era  la donna da lei pi invidiata sulla terra,  che
    quella gente l non capiva niente.  Disse che avrebbe voluto sapere da
    lui  se  andassero  d'accordo  in tante altre cose,  lo invit ai suoi
    luned e fin porgendogli, con un sorriso, la sua tazza di th vuota.
    Guarda l'Antonietta disse una signora a donna Mina. Adesso comincia
    a parlar d'amicizia. Non credi?
    Ma lui, chi ? rispose donna Mina, distratta.
    Un certo Silla,  nipote di filandieri,  credo,  che  fila  dei  libri
    clandestini.
    Giulia  gitt  due parole nell'orecchio a un giovane,  che and quindi
    spargendole qua e l sottovoce,  e poi s'accost sorridendo al maestro
    M...  che  sorseggiava  il  suo  th  in  disparte.  Il giovane pareva
    domandare qualche cosa e il maestro schermirsi.  Pi  persone  gli  si
    strinsero attorno insistendo con la voce e il gesto.  Donna Giulia gli
    mand senza muoversi una delle sue vocine toccanti.  Allora  colui  si
    arrese  e  mosse,  tra  i  "bravo" sommessi,  verso la sala da musica,
    gemendo:
    Ma... non saprei... veramente.
    Giulia gitt altre due parole nell'orecchio del suo primo ministro  e,
    passando  presso  a  Silla,  gli  disse  piano  e  rapidamente,  senza
    guardarlo:
    Lei resti qui con me.
    Tutti si avviarono nella sala da musica.
    Cosa suoner? disse il maestro seduto davanti a un magnifico  Erard,
    con le mani sulle ginocchia, guardando la candela di sinistra.
    Ci  suoni  "Frhlingsnacht"  gli  sussurr con la sua voce timida la
    contessa Antonietta, che suonava ella pure stupendamente.
    Oh, troppo poco disse l'agente segreto di donna Giulia. Ci vuole un
    gran pezzo di concerto.
    A quel tempo regnava ancora Thalberg. Qualcuno propose la sua fantasia
    sulla "Sonnambula".
    Ecco il temporale disse donna Giulia  a  Silla,  mentre  il  maestro
    tuonava  sulla  tastiera  per  isgranchirsi  le  dita,  come  un Giove
    invecchiato.
    Ella si gitt in una poltrona dove  non  potevano  vederla  dall'altra
    sala.  I suoi capelli biondi, le spalle ignude spiccavano mirabilmente
    sul raso azzurro.  Batt con la punta del ventaglio  di  madreperla  e
    pizzo una scranna vicina. Silla obbed.
    C' una signorina diss'ella che s'interessa molto di lei.
    Di me?
    Di Lei.  La prego, Silla, non faccia il modesto. Non mi piacciono gli
    uomini modesti.  Di lei,  sicuro.  Una signorina  molto  bella,  molto
    nobile,  molto  elegante,  di molto spirito,  molto amica mia insomma.
    Faccia un inchino. Questa signorina ha letto il suo Sogno anonimo e le
     piaciuto molto, pare, come  piaciuto a me.
    Silla fece un secondo inchino.
    E questa signorina diss'egli sorridendo si chiama...?
    Oh come corre,  come corre! rispose donna Giulia  con  una  risatina
    sottovoce.  Questa signorina non si pu sapere come si chiama. Questa
    signorina non conosce Lei.  Sa appena il  suo  nome,  perch  gliel'ho
    fatto sapere io l'anno scorso dopo quel giorno che ci siamo incontrati
    in via San Giuseppe. Me lo aveva chiesto pochi giorni prima, ma se non
    era il nostro amico di Berlino e un po' cos... (Donna Giulia si fece
    scintillare sulla fronte, con un atto grazioso della mano, gli anelli)
    non  l'avrei  saputo  certo.  Convien  dire che il nome le sia andato
    molto a genio perch le ha messa attorno una curiosit,  un interesse,
    una cosa insomma!  Sa? Voleva conoscere la Sua vita, le Sue abitudini,
    le Sue relazioni,  tante cosettine a cui ci teniamo noi donne.  Io  le
    avevo  promesso  un monte di informazioni,  sperando che quest'inverno
    Lei si sarebbe lasciato vedere un po' di frequente.  Ma Lei  ha  fatto
    l'orso.  Dio,  Silla,  come ha fatto l'orso! Dunque senta; adesso deve
    venire spesso, spesso, spesso e lasciarsi studiare un po'.
    Ella gli stese la mano sorridendo e trattenne quella di Silla.
    Donna Giulia aveva una bella riputazione di civetta.
    Si diceva per ch'ell'era una farfallina d'amianto.
    La definizione era attribuita a suo marito che non le  si  vedeva  mai
    accanto  n  in  casa,  n fuori,  e che avrebbe giustificato a questo
    modo,  in un colloquio intimo,  la sua  fiducia  indolente.  Silla  lo
    sapeva;  gli  balen  che  la  signorina  ignota fosse una ispirazione
    poetica,   ma  egli  presumeva  troppo  poco  di  s   per   affermare
    risolutamente quest'idea.
    Verr certo diss'egli ma non per una "x" cos nebulosa...
    No,  no,  no lo interruppe Giulia.  Non complimenti.  Dio, ne sento
    tanti,  Silla!  Dica che verr molto per la "x" e un pochino anche per
    me,  non    vero?  O  per  mia  cugina  Antonietta  soggiunse con un
    malizioso sorriso. La conosceva?
    L'ho vista una volta in casa B...
    .Ah,  va dalla B...,  Lei?  Senta,  non cerchi mica la "x" fra le mie
    amiche, sa! Non sta a Milano.
    Non sta a Milano? disse Silla trasalendo.
    No. Zitto adesso. Come  bello questo.
    Il piano cantava:

    "Ah non credea mirarti".

    La lenta melodia saliva saliva affannosamente una via dolorosa, cadeva
    spossata,  rilanciavasi  avanti,  ricadeva con la sua divina grazia di
    movenze.
    Dio, come pesta disse Giulia. Capisco niente soggiunse in milanese
    sospirando. Senta adesso se non pare una canzone napoletana:

    "Piangeva sempre ca dormiva sola".

    Ella si commoveva, il suo petto,  le spalle si sollevavano,  tradivano
    un flutto interno. Alla ripresa della melodia mormor:
    Questo lo fa bene.
    Infatti M.. eseguiva la variazione del trillo perfettamente. Pareva un
    tremito melodioso di due ali prigioniere, folli di dolore.
    Non sta a Milano riprese Giulia,  tranquillissima, quando ricominci
    pi furiosa che mai la tempesta degli accordi. Oh, sta in una cornice
    romantica. Si figuri un laghetto perduto fra le montagne,  un castello
    nero  nero seduto sulla riva verde,  un castellano nerissimo,  insomma
    un'occhiata di Scozia. Io non ci sono stata, sa, ma me lo figuro cos.
    Ci devono essere dei grandi cipressi.  D'un solitario poi!  Il lago  
    impossibile,  senza  ville  tranne  questa.  Se  non  fa lui un po' di
    "causerie" quando c' vento,  silenzio profondo sempre sempre.  La mia
    amica  ha una barchettina e gira sola,  magari la notte,  come una dea
    selvaggia.  Sa,  un magnifico posto per un capriccio,  per passarvi un
    quindici  giorni in buona compagnia,  "dormant peu,  rvant beaucoup",
    leggendo qualche libro amico,  dolce e tranquillo,  erborizzando sulle
    montagne,  facendo  musica  la sera,  sul lago;  non di questa,  per!
    Povera "Sonnambula", che eccidio, quel Thalberg! Ma lei, la mia amica,
    ci fu relegata sola, con uno zio tiranno..
    Giulia balz in  piedi,  interrompendosi,  e  corse  nell'altra  sala,
    mentre  M...   rosso,   sudato,   coi  capelli  cadenti  sugli  occhi,
    schiacciava gli ultimi accordi. Ella batt, piano, le mani.
    Perfetto disse.
    Vi fu qualche altro sommesso applauso e molti "benissimo" detti pi  o
    meno  forte  secondo la riconosciuta autorit del giudice.  Quelli che
    non capivano affatto si sussurravano fra loro:
    Benissimo, eh?
    Perfettamente.
    La contessa Antonietta cercava Silla  con  gli  occhi.  Egli  comparve
    qualche  momento  dopo,  pallido,  trasognato.  And  a contemplare la
    Baiadera di marmo.
    Che le pare di questa  musica?  gli  sussurr  a  fianco  la  vocina
    morbida di donna Antonietta.
    Egli si volt bruscamente,  come sorpreso; credette che la signora gli
    avesse parlato della statua, e rispose a caso:
    Bellissima!
    Oh,  anche Lei!  No no,    un  orrore.  Voglio  rifarla  io  la  Sua
    educazione musicale.
    Antonietta! disse donna Giulia. Mi accompagni un po' di Schumann?
    Certo  cara.  Lei  stia  attento  disse  donna  Antonietta  a Silla,
    sottovoce; e and al piano,  levandosi i guanti,  fra un fuoco vivo di
    complimenti.
    Allora l'ufficiale d'artiglieria,  un piemontese, piccolo, snello, con
    due occhi sfavillanti di brio diabolico,  venne a stringere la mano  a
    Silla.
    Tu qui! diss'egli.
    Conoscenti d'Universit, si erano poi riveduti, ma di rado.
    Sediamo  qui in un angolo soggiunse l'ufficiale e chiacchieriamo un
    po' mentre quegl'imbecilli si rompono la testa col loro Schumann. Come
    va che ti trovo in societ?  In tre mesi che sono a Milano non  ti  ho
    veduto mai. Qual  la tua?...
    La mia?
    Eh, Cr..., s la tua "matresse"? Sai qual  la mia? E' quel pezzo l
    in  bianco  e  "mauve" con quel monte Rosa di spalle.  La conosci?  E'
    contessa,  baronessa,  marchesa,  che so io,  il diavolo che la porti.
    Cambio  presto,   troppo gelosa.  Un pezzo da quaranta suonati.  Ma 
    ancora bella donna. Cr... se  bella donna!  E come sente!  La tua non
    sar mica quel gambero che suona, eh!
    Sei pazzo, taci rispose Silla.
    E' forse la...  la...   inutile,  io dimentico tutti i nomi;  quella
    bruna in rosa, insomma?  Ah no no!  quella l  di B...  La padrona di
    casa, canaglia?
    Ma no, via, taci.
    Bravo, a quella l ci voglio far la corte io. "Toujours de l'audace".
    Ma  impossibile che non ci abbi anche la tua. Cosa si viene a far qui
    se  non  si viene a fare all'amore?  Guarda che gruppo di belle donne!
    Posson dar dei punti,  per  forme,  a  quel  pezzo  di  marmo  l,  ci
    scommetto;  almeno la mia certo; e sono di marmo caldo. Vedi la bruna,
    che magnifiche occhiate a B...!  Guarda tre passi a destra,  gira gira
    adagio  finch  trova  gli  occhi  di lui,  vi getta dentro un bacio e
    finisce piano piano il suo quarto di giro.
    Intanto  donna  Giulia  cantava  con  poca  voce  ma  con  molta  arte
    un'appassionata  musica  scritta da Schumann su parole di Heine.  Ella
    usava questa  inelegante  versione  fatta  per  lei  da  un  poetucolo
    giovinetto  che  palpitava  presso il piano,  guardando la dolce bocca
    onde uscivano, ebbri di amore, i suoi versi.

    "Ho pianto in sogno, ho pianto:
    Giacevi nell'avel.
    Balzai dal sonno; il pianto
    Spandeami ai cigli un vel.

    Ho pianto in sogno, ho pianto:
    Ero tradito e sol.
    Balzai dal sonno, e tanto
    Piansi d'amaro duol.

    Ho pianto in sogno, ho pianto:
    M'eri fedele ancor.
    Balzai dal sonno; il pianto
    Pioveami a fiumi ognor".

    Lasciami ascoltare disse Silla,  e  and  all'angolo  opposto  della
    sala. Si trov presso alla signora Mirelli ch'era pallidissima e aveva
    le lagrime agli occhi. Donna Giulia cantava:

    "Ho pianto in sogno, ho pianto:
    Ero tradito e sol".

    Pareva  veramente una musica mista a qualche triste sogno,  con le sue
    prime note insistenti dolorose.  Diceva a Silla come la piova in  casa
    di  Edith:  "Piangi,  il  tuo  sogno  finito".  Ma egli,  sbalordito,
    credeva di sognarne un altro,  amaro anche questo.  L'amica  di  donna
    Giulia era Marina. Marina avea tanto pensato a lui! Ah, quello sguardo
    sorpreso al chiarore dei lampi!  Forse lo aveva amato. Sperarlo adesso
    quando egli avrebbe avuto bisogno di dimenticare il  mondo  e  l'anima
    nelle braccia di una donna,  ed ella viaggiava,  novella sposa, chi sa
    per dove!  Derisione,  derisione!  Gli altri erano felici!  Gli  altri
    avevano  l'amore  voluttuoso  di  cui  respirava  il profumo,  l'amore
    appassionato di cui ascoltava lo slancio nella musica  che  mirava  su
    verso il cielo, spossata, in un grido:

    "Balzai dal sonno; il pianto
    Pioveami a fiumi ognor".

    Gli altri, gli uomini come quell'ufficiale!
    Gli applausi,  assai caldi stavolta,  lo scossero.  Si avvicin piano,
    con la febbre addosso.
    Tutti lodavano la musica e le esecutrici che invocarono una parola  di
    lode  per  il  poetucolo,  rosso-rosso.  Egli ebbe da donna Giulia uno
    speciale sorriso a cui parve tenesse molto.
    Dunque? chiese donna Antonietta a Silla,  riassettando i guanti alle
    sue dita affusolate. Ha pianto?
    No, perch non piango mai; ma ho sognato di piangere.
    "Malheur   qui n'est pas mu" diss'ella.  Luned le faremo sentire
    qualche altra cosa.
    Ella and quindi ad abbracciare Giulia.
    Addio, cara disse.
    Cos presto?
    Fu il segnale  dello  scioglimento.  Tutte  le  carrozze  erano  state
    annunziate.  Baci, sorrisi, paroline affettuose, ringraziamenti. Silla
    fu degli ultimi che vennero a stringer la mano a  donna  Giulia.  Ella
    gliela rifiut.
    Aspetti l disse. La sequestro per due minuti ancora.
    Si  volt quindi al prigioniero.  Pensare diss'ella che io ho fatto
    una brutta parte per Lei, prima di conoscerla!  Non mi domandi niente,
    non voglio essere indiscreta.  Dica un poco,  Silla,  non piglia fuoco
    per  le  mie  rivelazioni  di   stasera?   Ne   aggiunger   un'altra;
    quest'inverno  la  signorina voleva il Suo ritratto.  Io ho detto: no,
    carina, si va troppo avanti. Adesso poi, se ha pigliato fuoco, spengo.
    La signorina dev'essersi fatta sposa ieri sera ed  felice. Lo porti a
    me, il ritratto. Sempre il venerd, sa bene, tra le quattro e le sei.
    Ma...
    Non c' "ma". Vada, vada che non facciamo dire cattiverie. Venerd!
    Egli discese le scale dietro  la  Mirelli,  ch'era  con  donna  Laura.
    Pareva  che  avessero  lasciato in sala il loro viso amabile e presone
    uno brusco nell'anticamera.  La  Mirelli  parlava  piano,  in  fretta,
    guardando in basso. Silla non intese che queste parole:
    "Ho capito benissimo."
    C'erano cavalli nell'atrio che si impennavano,  scalpitavano, facevano
    il fracasso d'uno squadrone.  Gli staffieri  chiamavano  le  carrozze.
    Silla scivol in mezzo a quella confusione e usc solo.
    Stava  per  mettere  la chiave nella toppa della sua porta,  quando fu
    accostato da un fattorino del telegrafo.
    Di grazia disse questi, un certo signor Corrado Silla sta in quella
    porta l?
    Sono io.
    Tanto meglio. Telegramma urgente. Vuole un lapis?
    Silla scrisse la ricevuta sotto un fanale vicino.  L'altro se ne and.
    Silla aperse il telegramma e lesse:
    "Il  conte  Cesare,  gravemente  infermo,  desidera  che Ella venga al
    Palazzo. M. di Malombra, ne La prega.  Domani alle 10 ant.  Vi sar un
    calesse alla stazione.
    "Cecilia."
    Egli part alla mattina.




















    Parte quarta. MALOMBRA.


    Capitolo primo.
    LO SO, LO SO, EGLI E' QUI ANCORA.

    Silla  arriv  alle  dieci e mezzo alla stazione di...  Il mattino era
    caldo e ventoso.  Le vette dei grandi abeti che nereggiavano l presso
    in  un  giardino,  i  nitidi  profili de' monti lontani spiccavano nel
    cielo  vitreo.  Molti  viaggiatori  salivano  sul  treno,   aspettati,
    salutati da' loro conoscenti.  In tutti i vagoni si chiacchierava,  si
    rideva,  si vociava.  Quando la locomotiva ebbe trascinato via  quegli
    strepiti con il soffio leonino, parve a Silla, nel silenzio vto della
    strada,  esser  colto  dalla stessa ferrea mano di cui otto mesi prima
    aveva  immaginato,  partendo  in  ferrovia  di  notte,  che  chiudesse
    inesorabilmente  gli  sportelli dei vagoni e portasse via tanti esseri
    umani nelle tenebre. Guard il treno gi lontano, bram per un istante
    seguirne la fuga disperata.
    Fuori della stazione c'era il giovinotto dell'altra volta con  la  sua
    cavallina.
    To'  diss'egli  quando  vide  Silla    il  signore di quella sera.
    Andiamo al Palazzo, non  vero, signore?
    Sei qui per me, tu?
    E' quello che vorrei sapere anch'io.  Era di venire ieri mattina  coi
    bagagli  degli  sposi,  l  del  Palazzo.  Vado  a  prenderli.  Fronte
    indietro. Non si parte pi. E poi, ieri sera, io dormiva pacifico come
    un "tre lire"; mica ubbriaco, vede!  E' l'acqua che mi mette sonno,  a
    me.  Basta.  Si sente un maledetto "toc-toc"; la donna (ce l'ho ancora
    quell'impiastro) la va ad aprire; cosa l', l' quel Rico, quel figlio
    del giardiniere del Palazzo con un dispaccio di esser  qui  stamattina
    con la cavalla,  vuoto, alle 10. Trovarmi vuoto a quest'ora, magari, 
    una di quelle asinate che io non ne faccio. Sicch...
    Basta, basta. E il conte come sta?
    Sta bene.
    Come! Non  ammalato?
    L'ho visto io l'altro giorno. Era un po' gi, un po' vecchio,  un po'
    brutto,  un po' gobbo,  che so io! un po' mezzo andato; ma stava bene.
    Se per non si  ammalato ieri.
    Cosa t'hanno detto ieri mattina quando sei andato al  Palazzo  per  i
    bagagli?
    M'han detto niente del tutto.  C'era il giardiniere al cancello,  che
    quando mi ha visto venire da lontano,  si   piantato  in  mezzo  alla
    strada  e ha cominciato a far di no col braccio a questa maniera qui e
    poi a fare a questa maniera qui che andassi fuori  dei  piedi;  ed  io
    allora  ho  fatto  "piglia!" a quest'altra maniera qui,  ho voltato la
    bestia e sono andato a fermarmi a Lecco. Son venuto poi a casa tardi e
    sono andato a letto subito.
    Intanto s'eran posti in viaggio e  la  cavalla  trotterellava  a  capo
    chino,  fiutando  la  strada spazzando via con due noncuranti colpi di
    coda a destra e a sinistra le  frustate  tra  serie  e  scherzose  del
    padrone.  Questi  smise  di  parlare.  Passavan  gli alberi,  le siepi
    fiorite. Casupole sedute nei campi si venivano alzando su tra i gelsi,
    guardavano, e poi, adagio adagio, si riacquattavano. I monti giravano,
    mutando aspetto,  intorno  alla  strada  serpeggiante.  Le  note  cime
    imminenti  al  lago nascosto si affacciavano a Silla ora da destra ora
    da sinistra, gli crescevano sugli occhi, come le inquietudini febbrili
    nelle vene Il vetturino non poteva tacere a lungo.
    Ah diss'egli l'altra sera era bello trovarsi al Palazzo!
    Perch?
    Perch la signora donna Marina si  fatta sposa ieri mattina;  non lo
    sa!  Prima anzi la era di sposarsi l'altra sera e poi,  lo so io!  han
    come cambiato. Insomma l'altra sera ci fu una casa del diavolo.
    Egli continu un pezzo a  descrivere  enfaticamente  le  luminarie,  i
    fuochi, le musiche; ma Silla non ne ascolt parola.
    Ella era dunque gi sposa davvero e gli scriveva in quel modo con quel
    nome!  Ma la parola Cecilia a pi del telegramma aveva pur vita, voce,
    passione;  gridava "ti amo;  vieni!".  Un giorno dopo le nozze!  E  il
    conte  era  veramente ammalato o no?  Se non era ammalato,  perch gli
    sposi non  erano  pi  partiti?  La  sua  fantasia  si  perdeva;  egli
    trasaliva  quando,  in mezzo a dubbi d'ogni sorta,  gli lampeggiava in
    mente con una tagliente nettezza di dettagli, la immagine del Palazzo,
    del giardino,  del lago,  quali li avrebbe veduti  fra  due  ore,  fra
    un'ora  e tre quarti,  fra un'ora e mezzo.  Ne provava una contrazione
    nervosa, pensava chi avrebbe veduto prima, quali parole avrebbe udite,
    come si sarebbe comportato con lei. E se il conte non avesse nulla, se
    fosse un inganno!  Ad ogni svolta della via tutti questi  pensieri  lo
    martellavano  pi forte.  Tratto tratto ne balzava fuori rinnovando il
    proposito di andar ciecamente, a coscienza muta, l dove lo portassero
    la occulta violenza delle cose e le passioni sue libere, oh s, libere
    finalmente dopo  tante  stolte  lotte  inutili  che  non  gli  avevano
    conciliato  n  gli uomini n Dio.  Non era una strada quella striscia
    bianca, nitida innanzi a lui, fumante di polvere alle sue spalle,  era
    una  furiosa  corrente che non risale,  una corrente da seguire oramai
    nel piacere e nel dolore sino a qualunque abisso, tanto pi avidamente
    bramato  quanto  pi  profondo.   Attraverserebbe  forse  qualche  ora
    splendida  come  quel magico paese l,  quel verde poema ariostesco di
    folli colline che dalle montagne  saltavano  al  piano  in  disordine,
    portando in collo e sui fianchi ville,  torri, giardini, inghirlandate
    di vigneti, cune intorno a laghetti pieni di cielo. E poi...
    Dica un po' Lei,  signore salt il vetturino  vero che lo sposo ha
    questo gran mucchio di denari?
    Non lo so.
    Ma lo conosce, per, Lei?
    No.
    Vedo.  Io l'ho visto un paio di volte,  ma stando al mio poco talento
    di me, dev'essere un... Che pazzia, un fior di ragazza come quella l!
    Segno che i denari son  tanti.  E  io  devo  esser  nato  pitocco!  Ci
    promettono  sempre  il mondo di l,  a noi;  ma io ci ho una maledetta
    paura che sia ancor peggiore di questo.  Se in paradiso non si hanno a
    trovare che preti,  vecchie, bambini da mammella e straccioni, caro il
    mio signore,  proprio mica il mio sito. Ih!
    Egli tir una frustata rabbiosa alla povera bestia che toccava  allora
    una  strada selciata fra due file di case,  l'ultima borgata sulla via
    del Palazzo. Faceva caldo.  La cavalla si ferm davanti a un'osteria e
    il  suo  padrone  grid  che  gli  portassero  il  solito  "calamaio e
    inchiostro".
    E cos disse l'ostessa che venne a servirlo  morto, eh?
    Chi  morto?.
    To', il signore, l del Palazzo.
    Chi l'ha detto! esclam Silla, pallido.
    L'uomo della Cecchina gobba che    passato  adesso,  saranno  cinque
    minuti. L'hanno mica incontrato?
    Andiamo, presto! disse Silla.
    Andiamo  pure rispose il vetturino rendendo il bicchiere all'ostessa
    ma se  andato avanti lui, per me non gli corro dietro.
    Presto, ti dico!
    L'altro si strinse nelle spalle e frust la cavalla.
    "Morto!" disse tra s Silla. "E io che non ci pensavo nemmeno, a lui!"
    Si rimprover acerbamente questa dimenticanza di egoista, e gli riemp
    il cuore una dolorosa tenerezza per  l'intemerato  amico  della  madre
    sua,  per  il  vecchio  severo che gli aveva aperto le braccia in nome
    d'una memoria santa.  Egli lo aveva offeso con la sua fuga occulta dal
    Palazzo,  lo sapeva per una lettera ricevutane subito dopo,  a Milano.
    Non ne provava rimorso, parendogli aver operato allora onestamente; ma
    pure gli era acerbo che il conte fosse sceso nella  tomba  con  questo
    risentimento.  Morto!  Mezz'ora  ancora e vedrebbe il Palazzo,  tetro,
    solenne,  pieno di freddo e  di  silenzio,  circondato  dalle  austere
    montagne;  come  uno,  a  cui la morte port via qualche persona cara,
    siede impietrato dal dolore fra gli amici muti. E le proprie avversit
    incomportabili, come le sentiva ora,  nello stupore di quell'annuncio,
    stranamente attenuate! Una porta segreta gli si era spalancata davanti
    improvvisamente;  non  vi  si vedeva che ombra;  ma ne spirava un'aria
    fredda, piena di calma. Godere, soffrire,  amare,  quanto durano?  Ove
    finiscono? E, sovra tutto, cosa ne resta?
    Il  cuore  gli batteva forte forte quando dal colle dell'ultima salita
    cominci a discendere verso il lago,  che si vedeva luccicare in fondo
    alla valle tra le frondi dei vecchi castani.
    A  mezzo  il  viottolo  che dalla strada provinciale mette al giardino
    c'era il Rico, grave, col berretto in mano. Dunque? disse Silla.
    Sempre lo stesso rispose il ragazzo.
    Ah,  vivo?
    Signor s, signor s. Adesso ci son gi i signori dottori.
    Quali dottori?
    C' il nostro, quello nuovo,  e il signor padre Tosi.  E' arrivato da
    Lecco  stamattina.  Aspetti.  Ci ho un biglietto per Lei dalla signora
    donna Marina.  Lei non deve dire a nessuno che ha trovato me,  e io ho
    da dir niente che ho trovato Lei.
    Silla  prese il biglietto che non aveva indirizzo.  Non poteva venir a
    capo d'aprirlo,  tanto le mani tremavano.  Finalmente lo aperse  e  vi
    lesse:  "Silenzio  sul  telegramma".  Intanto  il Rico mise un fischio
    acutissimo.
    "Perch, silenzio?" pens Silla, "e come  possibile?"
    Ripose il biglietto e chiese al ragazzo della malattia del  conte.  Il
    conte  non  si  sentiva  bene da qualche tempo.  La mattina del giorno
    prima era stato trovato a terra, fra il suo letto e l'uscio,  svenuto,
    con la fisonomia stravolta.  Soccorso,  si era un po' riavuto. Per la
    Giovanna  diceva  che  non  aveva  pi   ricuperato   la   parola   n
    l'intelligenza.  Era una testimonianza gravissima che colp Silla.  Se
    il conte non parlava n intendeva,  come  spiegare  il  telegramma  di
    Cecilia?   Poteva  esserci  stato  un  lucido  intervallo.  Ma  se  il
    telegramma era menzognero, si spiegava bene il biglietto.
    Chi c' adesso nel Palazzo? diss'egli.
    C' il signor sposo,  la sua signora  mamma,  la  signora  Catte,  un
    signore  vecchio di Venezia,  che  poi uno dei signori compari,  e un
    altro signore che  stato qui ancora quando c'era Lei.
    Finotti?
    Signor no.
    Ferrieri ?
    Signor no.
    Vezza?
    Vezza, Vezza, signor s, Vezza, che  poi l'altro compare.
    Il cancello del giardino era aperto. Il Rico si cacci fra gli abeti e
    scomparve. Silla discese verso la scalinata.
    Ed ecco i cipressi,  la voce quieta del fonte,  ecco  laggi,  tra  il
    verde  vigneto e il verde lago scintillante di sole,  i tetti neri del
    palazzo.  La voce uguale diceva nel gran silenzio del mezzogiorno: "Lo
    so,  lo so, l'ho saputo sempre, egli  qui ancora, non v' stupore per
    l'acqua indifferente che passa senza posa. So la sua storia, so il suo
    destino e quello di Lei e quello  dell'uomo  che  giace  nella  stanza
    buia,  nell'ombra della morte. Lo so, lo so. So qual mistero hanno nel
    cuore colui che pi non parla e la donna che  palpita,  sola,  con  la
    fronte  appoggiata  all'ebano  freddo,  agli avori dello stipo antico.
    Questo non pu turbare la mia pace.  Va,  va,  discendi,  confondi  ad
    altre parole il suono delle tue,  ad altre passioni il rivo torbido di
    quelle che gitta il tuo cuore,  finch passino e si dileguino insieme.
    Tutto questo  simile alla mia sorte. Lo so, lo so, lo so".
    Arrivato   all'ultimo  ripiano  della  scalinata,   vide  la  Giovanna
    attraversar la loggia in punta di  piedi  e  a  capo  chino,  dall'ala
    destra alla sinistra.  La vide levare il braccio a un gesto sconsolato
    in risposta a qualcuno che le era venuto incontro, e tirar via.
    Nel cortile non c'era nessuno.  Nel  vestibolo,  neppure.  Salendo  le
    scale  Silla ud camminare in alto e,  a intervalli,  una voce maschia
    che parlava forte. Un domestico venne su, correndo,  dietro a lui,  lo
    squadr nel passargli a fianco,  lo salut meravigliato, lo accompagn
    sino alla porta del salotto da cui usciva  la  voce  forte.  Silla  si
    dispose di veder Marina; entr.
    Marina  non  v'era.  V'erano la contessa Fosca,  suo figlio,  il comm.
    Vezza, un altro signore attempato vestito di nero, e il padre Tosi dei
    Fate-bene-fratelli,  che  Silla  conosceva  di  vista,   un  bell'uomo
    maestoso,  sui cinquanta, dalla gran fronte piena d'anima, dal profilo
    falcato,  dagli  occhi  pregni  di  volont  veemente  e  di  umorismo
    bizzarro. Egli diede appena un'occhiata allo sconosciuto che entrava e
    continu  a  parlare  col  comm.  Vezza.  Il signore attempato si alz
    rispettosamente,  la contessa Fosca e Nepo si guardavano attoniti,  il
    Vezza  inarc  un  momento  le  sopracciglia e fece un freddo cenno di
    saluto.
    Per fortuna entr la  Giovanna.  Ah,  caro  Signore!  diss'ella  il
    signor  Silla!  Ella  gli  and incontro con gli occhi lagrimosi e le
    mani giunte sul petto.
    Ah, come ha fatto bene a venire!  Dev'essere stata la Provvidenza che
    gliel'ha  posto in cuore.  Venga a vederlo!  Pu venire,  signor padre
    Tosi?...
    Per carit, cosa vi pensate, Giovanna? esclam la contessa. Bisogna
    lasciarlo quieto.
    Lasciarlo quieto, quieto per carit ripet Nepo.
    Silla si volt al  frate,  che  guard  un  momento  la  Giovanna  con
    singolare espressione di dolcezza, e disse quindi a Silla bruscamente:
    Lei conosce l'ammalato?
    S, signore.
    Se  le  fa piacere di non conoscerlo pi e di non esserne conosciuto,
    vada pure. Per l'ammalato fa lo stesso, finora.
    La Giovanna fece un gesto supplichevole.
    Cara vecchia! disse il frate.  Conducilo pure,  ma non bisogna mica
    mettere tanto in moto la Provvidenza. Cosa fai?
    Quest'apostrofe  era  diretta  al cameriere che gli disponeva davanti,
    sulla mensa,  un gruppo  scintillante  di  vasellami  d'argento  e  di
    cristallo.
    Per qual frate mi pigli? Portami un pane e un bicchier di vino.
    Mi  pare un'imprudenza insistette Nepo vedendo la Giovanna uscir con
    Silla.
    Se fosse un'imprudenza non l'avrei permessa rispose il frate.
    Ci farei un bacio diss'egli al Vezza ci farei  un  bacio  a  quella
    vecchiettina,  povero topolino bello,  che trotticchia sempre di qua e
    di l,  con quella cuffiettina a punta,  con quella faccetta piena  di
    "magon". E' una bellezza.
    La contessa lo guardava con tanto d'occhi.
    "Che tomo ch'el xe!" diss'ella al signore attempato, mentre il frate
    si  sbrigava  rapidamente  della parca refezione.  Bisognerebbe anche
    ridere se si potesse. Non La parte mica subito, padre?
    Non lo so rispose asciutto il frate.
    Eh, perch si diceva che La volesse partir subito.
    Si diceva.
    Ma non La parte pi?
    Non lo so.
    "De dia!" mormor la contessa indispettita.
    Signora disse il frate con forza e solennit la malattia,  l'ho gi
    detto,   semplicissima. Una emiplagia destra. L'ammalato pu riaversi
    o morire di questo primo assalto,  come  Dio  vorr.  La  causa  della
    malattia    oscura  e  io  vorrei  conoscerla,  onde,  se  l'ammalato
    guarisce, impedire una ricaduta.
    Ma, oh Dio, la causa, benedetto...
    Il frate le piant in viso due occhi sfolgoranti.
    S,  non serve,  caro,  che La mi tiri  quegli  occhi  salt  su  la
    contessa inasprita. Ella  una cima di professore ma ne ho conosciute
    anch'io delle cime e ho sempre udito dir loro,  che, quanto a cause di
    malattie,  un brutto discorrere.
    E poi lo zio non pu parlare disse Nepo.
    Signora rispose il frate senza badare a costui il padre Tosi non  
    una cima e ha fatto due grandi corbellerie; ha voluto esser medico, ha
    voluto esser frate;  ma L'avverto che se si fosse fatto commissario di
    polizia, sarebbe diventato grande. Ho l'onore.
    Egli si tocc la calotta, si alz e usc.
    Bel  discorso!  disse  la  contessa.  Mi  pare  un  bel  matto!   E
    quell'altro?  Come   capitato qua quell'altro?  Non capisco.  Vedete
    diss'ella,  volta al signore  attempato  colui    "quell'amigo".  Vi
    ricordate,  che  v'ho raccontato,  quel tale che si temeva...  s,  mi
    capite.  Vi pare un bel momento di venire  qua?  Ed  era  convenienza,
    domando  io,  che  quella pettegola di quella "siora Zanze" lo facesse
    entrare in camera cos sui due piedi? Per carit,  per amor del cielo,
    Zorzi,  non andate via, non piantatemi qua. Non la pu andar lunga, si
    capisce.
    Come posso fare,  dama? rispose il vecchio  cavaliere  giungendo  le
    mani. A Venezia mi aspettano fra due giorni.
    Zitto! disse Nepo accostando l'orecchio alla porta ond'era uscito il
    frate.
    Il  signor  Zorzi  tacque.  La  contessa  Fosca  guardava  suo figlio,
    ansiosa, trattenendo il fiato.
    Niente disse Nepo, scostandosi dall'uscio.
    Cosa c'era? chiese la contessa.
    Mi pareva udir parlare, ma non  stato vero.  Senta,  avvocato;  come
    intende  Lei  quel discorso di quel cialtrone di frate sul commissario
    di polizia? Che intende dire? Che sia mo assassini? Che rubiamo? E una
    cosa intollerabile.
    Oh no rispose il signor Zorzi si capisce che    uno  strambo,  che
    tante volte gli vien da dire una spampanata, e lui, fuori!
    Commissario di polizia! Bel discorso ripeteva Nepo camminando a gran
    passi su e gi per la stanza e facendosi vento.
    Un uscio si aperse pian piano, ne spunt il naso di Catte.
    La contessa Fosca e Nepo corsero a lei.  Si mosse anche l'avvocato, ma
    sost  riguardoso  qualche  passo  indietro  dagli   altri   due   che
    scambiarono con Catte poche parole sommesse.  Catte si ritir, l'uscio
    fu chiuso;  madre e figlio si voltarono  accigliati  all'avvocato  che
    chiese premurosamente:
    Dunque?
    Niente, "fio" rispose la contessa sconsolata. Non mi vuole.
    Neppur Lei, contessa?
    Ma no. Oh Dio, hanno da toccare a me queste storie. Ne capite qualche
    cosa Voi ?
    In coscienza, contessa, non potrei dir di s.
    Ah,  qua bisogna finirla,  qua bisogna finirla. Nepo mio, bisogna che
    tu La veda, per amore o per forza; bisogna che tu Le parli,  che La si
    spieghi,  che si sappia se La  malata,  cosa La pensa, cosa La vuole;
    sapere, insomma, in nome di Dio, sapere!
    Nepo scosse l'occhialino dal naso.
    Tu non capisci niente diss'egli.  Zitto! soggiunse vedendo ch'ella
    voleva  parlare,  e  continu col suo fare cattedratico: Non facciamo
    sciocchezze. Non c' da insistere. Non si farebbe che irritare.  Io ho
    abbastanza cuore,  cara mamma,  per comprendere che bisogna rispettare
    in questi momenti il dolore di una nipote  affettuosa.  Vorr  che  si
    ritardi  il  matrimonio!  Sia.  Non  sono mica,  avvocato,  un ragazzo
    impaziente. Capisci bene, cara mamma, un giovinotto...!.
    L'avvocato ebbe negli occhi, guardando la contessa,  un lampo d'ironia
    e di piet.
    Nepo  gli  si  avvicin,  lo pigli per un bottone del soprabito,  gli
    parl mettendogli quasi il naso sul viso:
    Ella che a tanta probit congiunge tanta oculatezza e comprende  cos
    bene  fino a qual punto possano andare insieme i legittimi interessi e
    le convenienze,  Ella non vorr certo censurarmi se  io  dico  che  un
    altro   grave   affare   ci  s'impone  in  questo  momento.   Io  sono
    disinteressato, premetto; ma...  Bravo! esclam,  ritirando la mano e
    il naso.  Vedo che mi capisce.  L'obbligazione, capperi! Io prego Dio
    che conservi lo zio al nostro amore per lunghi anni, ma se succede una
    disgrazia! L'obbligazione a mio favore doveva essere sottoscritta ieri
    mattina.   Sar  pi  in  grado  di  sottoscriverla?   Ci  vuole   una
    sorveglianza  d'ogni  ora.  Non  bisogna  lasciar  passare  un  lucido
    intervallo!
    S,  ma,  ohe disse l'avvocato serio serio patto  avanti,  che  sia
    lucido questo intervallo; patto avanti, che sia molto lucido; e che ci
    sia  il dottore;  s,  perch tutto va bene,  ma che non andiamo in un
    imbroglio.
    Si ud la voce del padre Tosi che parlava in loggia.
    Vado a vedere dello zio disse Nepo; e usc.
    Dopo tutto disse la contessa mio fio aveva ragione con quell'affare
    del commissario di polizia. E stato un bel tiro, sapete.
    Altro se  stato un bel tiro!  Parler io a quel signor frate,  se la
    contessa permette.
    S s, fate, parlate, tutto quel che volete. Oh Dio, Zorzi, che monte
    di  pasticci!  Qua  non si sa in che mondo si sia.  Qua non si capisce
    niente.  Qua ci si marita e non ci si  marita.  Qua  non  c'  ora  di
    mangiare,  qua non c' ora di dormire.  E tutto, in nome di Dio...! Oh
    che vita, oh che vita!
    Entr il cameriere a sparecchiare.  Non si sbrigava  mai;  pareva  che
    giocasse con le posate e il vasellame.
    Andate l,  andate l anche voi, Zorzi disse la contessa. Io vado a
    riposare un pochetto. Non ho chiuso occhio stanotte, non ne posso pi.
    E tu chiamami Catte, benedetto.  Zorzi diss'ella poi che il cameriere
    se  ne fu andato in cerca di Catte guardate di cavarci qualche cosa a
    quel signor Silla.
    Silla non era entrato subito dal conte.  S'era fatto  prima  raccontar
    dalla Giovanna i casi di quei due giorni. Povera Giovanna! Parlava con
    una fioca voce accorata che pareva venir da lontano, da lontano, da un
    mondo di dolore.
    Il  matrimonio era stato fissato per la sera del 29.  La signora donna
    Marina,  all'ultimo momento,  lo aveva fatto differire al mattino  del
    30.  Per la sera del 29 vi erano stati egualmente i fuochi sul lago e
    la musica. Il conte vi si era divertito e stava secondo il suo solito.
    Giorni addietro aveva sofferto  d'un  leggero  malessere,  ma  non  ne
    parlava pi.  Di aspetto era gi, questo s, ma da un pezzo, oh, da un
    gran pezzo!  La Giovanna  ebbe  una  reticenza  espressiva;  pare  che
    facesse risalire,  nel suo pensiero, questo crollo del conte all'epoca
    in cui Silla aveva  lasciato  il  Palazzo.  Insomma  quella  sera  non
    c'erano  novit.  Il matrimonio si doveva fare alle sette del mattino.
    Alle cinque Giovanna aveva dovuto entrare dal conte per certe chiavi e
    lo aveva trovato a terra semivivo,  con tutti i segni dell'apoplessia.
    A   questo   punto  del  suo  racconto,   fosse  commozione  o  altro,
    s'interruppe.  Ripigli dicendo che s'eran chiamati subito il medico e
    il  parroco;  che  il  primo,  un brav'uomo succeduto da pochi mesi al
    vecchio dottore,  giudicando il caso gravissimo,  aveva chiesto subito
    un  consulto,  e  consigliato  di  provvedere  alle cose di religione.
    Purtroppo non c'era n parola n intelligenza;  il parroco  non  aveva
    potuto  far  altro che amministrare l'olio santo.  Fatalmente il padre
    Tosi non era stato trovato nella sua residenza,  e non era venuto  che
    un  paio d'ore prima di Silla.  Durante la giornata il conte non aveva
    migliorato n peggiorato.  Alla sera il medico era stato  contento  di
    trovare  un  po'  di  febbre  che si era forse anche accresciuta nella
    notte.  La fisonomia pareva alquanto  ricomposta,  l'occhio  era  meno
    vitreo,  e  anche  le labbra,  ogni tanto,  si provavano di articolare
    qualche parola.  La Giovanna sperava che se potesse riconoscere Silla,
    ne avrebbe un gran conforto. Non pu averne altri diss'ella.
    E il matrimonio? chiese Silla.
    Ah  signore! rispose la Giovanna.  Non so niente.  La signora donna
    Marina non ha mai posto piede fuori della sua camera dal 29 di sera in
    poi. Pare che sia ammalata,  perch ieri mattina s' fatta portare una
    quantit  di  ghiaccio.  Non  vuol  vedere  n  il suo fidanzato n la
    signora contessa.  Da lei non ci va che la sua cameriera e il ragazzo;
    sa,  il barcaiuolo.  Oh Signore, per me gi desidero solo che guarisca
    il signor padrone e poi per tutto il resto...!  Venga,  venga.  Chi sa
    come sarebbe contento se lo potesse riconoscere!
    Appena   si   vedeva,   entrando  nell'afa  della  camera,   la  testa
    dell'infermo come una macchia oscura sul cuscino biancastro, e seduto,
    presso alla finestra socchiusa,  il medico  curante.  La  Giovanna  si
    accost al letto con Silla, si chin su quella povera testa e sussurr
    qualche  parola.  Il conte guard Silla con due occhi torbidi,  poi si
    volse lentamente a  Giovanna  e  mosse  le  labbra.  Ella  vi  accost
    l'orecchio, raccolse a stento questa parola:
    "Beive".
    Per  lunghi  anni  non  gli  era  venuta  alla bocca parola alcuna nel
    dialetto nato, se non in qualche momento di sdegno;  tornavano adesso
    nelle  ombre  sinistre  della  morte.  La  malattia  fulminea lo aveva
    atterrato,  spogliato in un secondo della sua forza  imperiosa,  della
    sua  intelligenza rapida,  della sua memoria tenace di tante cose,  di
    tante  persone:  lo  aveva  risospinto  dalla  forte  vecchiaia   alla
    infanzia, radendogli dalla mente tutto, fuor che le prime voci apprese
    ne' primi anni.
    La  Giovanna  gli  diede  da  bere,  poi  tent  di  richiamare la sua
    attenzione a Silla.
    Basta disse la voce del medico nelle tenebre.
    La  donna  usc  con  Silla,  accorata.   Incontrarono  il  frate  nel
    corridoio.
    E cos diss'egli. Niente, eh? lo sapevo bene.
    E cosa ne dice? gemette la Giovanna.
    E'  presto,  cara la mia tosa.  Bisognerebbe sapere se avremo o no un
    secondo  attacco.   Certo  occorre  che  il  giuoco  non  si  rinnovi,
    altrimenti  me  lo  ammazzano  di  colpo.  Ci hai detto nulla a questo
    giovinotto?
    Signor no.
    Bene,  senti,  Giovanninetta,  vorrei che mi accompagnassi a veder la
    casa.  Dopo mi farai preparare una sedia in loggia perch possa fumare
    un poco. Se non fumo, tra un quarto d'ora scoppio.
    Mentre Giovanna e il frate giravano per  la  casa,  Silla,  appoggiato
    alla  balaustrata  della  loggia,  guardava  il lago verde dormente al
    sole. Eran proprio passati tanti mesi? Le montagne, la quiete profonda
    lo riprendevano come cosa loro;  e gli pareva non  essere  mai  andato
    via,  aver sognato Milano, un lungo inverno, penosi pensieri. Ma dalle
    pietre,  dalle  vecchie  pietre  austere  prorompeva  subito  il  vero
    presente,  lo  sgomento  che  una  malattia  mortale  diffonde intorno
    all'uomo colpito,  sopra tutto la  immagine  di  lei,  che,  tenendosi
    nell'ombra,  empiva la casa di s. Perch si nascondeva? gli pareva ad
    ogni momento udirne il passo, il fruscio delle vesti,  veder avanzarsi
    da quella parte quella sua bellezza altera e fantastica.  E si voltava
    a guardare la loggia vuota, stava in ascolto.
    Eccola,  forse!  No,  era l'amico  dei  Salvador,  l'avvocato  Giorgio
    Mirovich.  Pass  camminando  in  punta di piedi,  salut Silla con un
    cerimonioso "servo" e s'avvi verso la camera del  conte.  Ne  ritorn
    subito  e chiese a Silla,  parlando mezzo veneto,  mezzo italiano,  se
    avesse visto quel signor frate.  Avutane risposta che era in giro  per
    la  casa  con  la  Giovanna,  soggiunse:  ha un certo linguaggio quel
    signor frate! e si ferm l  a  conversare.  Perla  d'onest'uomo,  ma
    cortigianescamente  devoto alla contessa Fosca,  antica fiamma,  aveva
    modi quando burberi, quando cerimoniosi,  un parlar franco,  e insieme
    cauto.  Mirava  a scuoprire come Silla avesse risaputa la malattia del
    conte.  Silla gli disse che se ne parlava da tutti nei paesi vicini  e
    ch'erano persino corse voci di maggiore sventura. Non lasci intendere
    dove  precisamente  avesse  attinta  la notizia egli stesso n di dove
    fosse partito quella mattina,  bench non dubitasse che per mezzo  del
    vetturale  lo  si  avrebbe  facilmente conosciuto.  L'avvocato,  a cui
    ripugnavano le  investigazioni  oblique,  usc  presto  di  argomento.
    Confid  a Silla la profonda avversione per quei luoghi inospiti,  per
    le montagne dritte  come  muri,  per  quella  casa  della  malinconia.
    Anch'egli,  come la sua vecchia amica,  non ne poteva pi;  non vedeva
    l'ora di sentirsi gridare "si premi e "si stali" sotto le finestre.
    Finalmente il frate ritorn e Silla discese in giardino.
    V'era il commendator Vezza che si divertiva  a  gettare  del  pane  ai
    cavedini.  Silla  lo  evit,  attravers  il  cortile  per  uscire dal
    cancello.  Pass accanto  alla  porticina  della  darsena,  guard  le
    barche, guard su per la scaletta segreta che serve all'ala destra del
    Palazzo. Vuoto e silenzio. Oltrepass il cancello e, fatti pochi passi
    sulla strada di N.... si volt.
    Lass  la  nota  finestra  d'angolo era chiusa.  Il sole,  declinando,
    batteva sulle persiane,  sulla  grande  muraglia  grigia,  scintillava
    sulla  magnolia  lucida del giardinetto pensile.  Di vita umana non vi
    era indizio.  Silla fece un lungo passeggio vagando per i sentieri pi
    solitari e torn al Palazzo dalla stessa parte. La finestra era ancora
    chiusa  bench  il  sole  non battesse ormai pi che sui tetti.  Silla
    rientr in casa,  con il presentimento che  Marina  non  avrebbe  dato
    segno di vita durante il giorno, ma che la vedrebbe nella notte.


















    Capitolo secondo.
    UN MISTERO.

    Il  pranzo  fu triste.  Il padre Tosi si alz da tavola subito dopo la
    minestra per andare dal conte,  e non ritorn pi.  La contessa e Nepo
    mangiavano  compunti.  Il  signor Vezza aveva voglia di chiacchierare,
    temendo che quel silenzio malinconico gli  preparasse  una  digestione
    laboriosa.  Scelse  a interlocutore l'avvocato Mirovich e gli parl di
    Venezia,  de' suoi amici  di  col,  del  caff  e  pannera  in  gelo,
    dell'Istituto  Veneto  e delle gondole,  tirando in mezzo Virgilio per
    amore o per forza:

    "Convolsum remis, rostrisque tridentibus aequor".

    L'avvocato si seccava e rispondeva corto,  ma il  commendatore  tirava
    via a ronzare, fra un boccone e l'altro, arrischiando qualche sorriso,
    tanto  sano  a  pranzo.  Silla taceva come i Salvador.  La contessa lo
    squadr ben bene fin dalla minestra, nel chinarsi sul cucchiaio, e poi
    ogni volta che il cameriere gli presentava le vivande.  Ella  soffriva
    evidentemente   di  dover  tacere,   gittava  a  Nepo  delle  occhiate
    espressive, che dicevano "parlo,  non ne posso pi" ma Nepo la fissava
    con i suoi grossi occhi miopi, le chiudeva la bocca.
    Alla  fine del pranzo venne la Giovanna,  le disse all'orecchio che il
    padre Tosi  si  disponeva  a  partire  e  desiderava  avere  prima  un
    colloquio  colle  persone  di  famiglia,  com'era  inteso  col  signor
    avvocato.
    Avvertite la marchesina rispose Fosca.
    L'ho gi avvertita, ma dice che non pu venire.
    Ditele che si andr noi da lei.
    Oh, ha gi detto che non vuol nessuno.
    Silla si lev subito da tavola e, fatto un tacito saluto, se n'and.
    L'ha capita disse Nepo. Potete dirci voi,  Giovanna,  come  venuto
    quel signore l e chi gli ha detto di fermarsi?
    Come sia venuto non lo so.  Di fermarsi, magari l'ho pregato anch'io,
    perch so che al signor padrone gli    tanto  rincresciuto  quando  
    andato via e ho idea che se lo potr riconoscere,  gli far tanto bene
    di vederlo. Mi aveva fin detto il signor padrone di tenergli la stanza
    sempre pronta pel caso che avesse a ritornare.
    Voi non dovete  pregarlo  niente  affatto  disse  Nepo.  In  questa
    circostanza  dovevate  prendere  gli  ordini  dalla marchesina e quasi
    anche i miei,  posso dire.  E adesso avvertite il  padre  che  noi  lo
    aspettiamo  nella  camera  della contessa Salvador.  - Anche Lei,  sa,
    commendator Vezza,  come amico di mio zio.  Intendiamoci,  amico vero;
    perch  certi  altri  amici  non li pareggerei davvero alle persone di
    famiglia.
    Il commendator Vezza,  felice nella sua curiosit,  fece un  cenno  di
    gradimento.
    Il  frate  entr  subito dopo gli altri nella camera della contessa e,
    toccandosi la calotta,  sedette,  senza  aspettare  invito,  sopra  un
    seggiolone  a  fianco  del canap dove la contessa Fosca,  irrequieta,
    sgomentata batteva nervosamente sulle ginocchia il suo gran  ventaglio
    chiuso.  L'avvocato Mirovich, imbarazzato, guardando ora il frate, ora
    il pavimento, cominci a dire:
    A spiegazione delle parole... delle parole... non chiare, ecco, delle
    parole non chiare che il padre ha pronunciato stamattina  in  presenza
    del conte,  della contessa e...  s, infatti, di altre persone... egli
    desidera fare alcune comunicazioni,  non  vero?  alcune comunicazioni
    circa la malattia per la quale venne invitato a consulto.
    Cio  disse  il frate desidero!  Niente affatto,  desidero.  E' mio
    dovere. Io vado per le corte, signori, e chiamo le cose col loro nome.
    Il mio dovere  d'informare Loro signori, che, a mio avviso,  il conte
    D'Ormengo    stato...  Prima  ch'egli compiesse la frase la contessa
    Fosca lasci cadere il ventaglio. Nepo si alz in piedi. Gli altri due
    non si mossero.
    Assassinato  disse  lentamente  il  frate,   dopo  un   istante   di
    esitazione,  levando  gli occhi a Nepo con il pugno sinistro sopra una
    coscia e l'avambraccio destro attraversato all'altra.
    Oh Dio,  oh Dio,  oh Dio! gem la contessa spalancando tanto d'occhi
    spaventati.  Nepo alz le braccia,  mise un'esclamazione d'incredulit
    sdegnosa. L'avvocato procurava di chetarli con gran gesti,  diceva con
    le  mani  e il capo che non si spaventassero,  che aspettassero.  Nepo
    cedette; ma la contessa ripeteva oh Dio,  oh Dio! sempre pi forte e
    scoppi in lagrime.
    Ella  poteva  essere  pi  prudente,  padre  osserv  bruscamente il
    Mirovich accostandosi alla contessa per sostenerla e farle animo.
    Santo  Dio  benedetto  singhiozzava  costei.  Questi  orrori...  di
    parole!... Dopo pranzo anche!
    Signora  mia  disse il frate l'interesse dell'ammalato vuole che si
    parli chiaro e presto.  Io poi ho l'abitudine di dire la verit  anche
    dopo pranzo.
    Continui, continui! esclam l'avvocato. Si spieghi presto.
    Lo  avrei  gi fatto se il signore e la signora fossero pi pazienti.
    Non intendo dire che si sieno adoperati  armi  o  veleno.  Un  ragazzo
    conosce   l'apoplessia;   nel  nostro  caso  si  tratta  veramente  di
    apoplessia.   Dico  "assassinato"  perch  sono  convinto  che  vi   
    nell'origine di questo male l'azione violenta d'una persona.
    Questo  assurdo! grid Nepo.
    Lei    assurdo,  signor  mio  bello  riprese il frate,  battendo le
    sillabe ad una ad una e  guardandolo  tra  ironico  e  fiero.  Lei  
    assurdo.  Io,  per  esempio,  sono  malato  di cuore e non Lei,  ma le
    persone che amo possono uccidermi senza veleno n armi.
    Dunque  Lei  dice...  sugger  il  Vezza  per  tagliar  corto   alla
    discussione irritante.
    Io  dico  rispose  il  frate che l'ammalato fu colpito d'apoplessia
    durante un'emozione violenta, terribile.
    Ma cosa?  ma come? chiese la contessa tutta lagrimosa.  In nome  di
    Dio,  come? Non la ci tenga qua sulla corda per tanto tempo! La parli,
    che Dio la benedica. Ci vuol Ella far morire a once?
    Prima di proseguire disse  il  frate  vorrei  sapere  se  tutte  le
    persone della famiglia sono presenti.
    Nessuno parl.
    Ci sono tutti ? ripet il frate.
    Qualcuno disse piano:
    Manca la marchesina.
    La  marchesina,  mia  promessa  sposa  disse  Nepo  enfaticamente 
    indisposta.
    Come si chiama questa marchesina? chiese il frate.
    Marchesina Crusnelli di Malombra.
    Il nome, il nome di battesimo!
    Marchesina Marina disse Nepo.
    Il frate tacque un momento, poi soggiunse:
    Marina. Non ha altri nomi?
    S. E' Marina Vittoria. Ma che importa?
    Importa molto, signor conte. Moltissimo, importa. Come si chiamano le
    donne di servizio che sono in casa, oltre la Giovanna?
    Catte, intanto rispose la contessa.
    Fanny  sugger  il  commendator  Vezza.   Nessun   altro   nome   fu
    pronunciato.
    Dunque  continu  il  frate  non  v'  donna in casa che abbia nome
    Cecilia?
    No risposero tutti, uno dopo l'altro.
    Ebbene, io sono convinto che l'altra notte una donna, una Cecilia,  
    entrata  nella  stanza  del  conte  Cesare  e lo ha spaventato,  lo ha
    irritato a morte.
    Nessuno fiat.  I Salvador,  il Vezza  guardavano  il  frate  a  bocca
    aperta; il Mirovich teneva gli occhi bassi, il mento sul petto; pareva
    sapesse  gi  da  prima quello che il frate veniva dicendo.  Questi si
    alz e and a piantarsi in mezzo alla camera.
    Ecco diss'egli accennando alla parete sinistra quello   il  letto;
    il  conte  fu  trovato qui in camicia,  bocconi sul pavimento,  con le
    braccia distese verso l'uscio. Questo lo sanno anche Loro signori.  Ma
    vi sono delle altre cose che non sanno.  L'uscio del corridoio, che il
    conte chiude sempre quando va  a  letto,  era  aperto.  Sul  letto  fu
    trovato da Giovanna un guanto, questo.
    Egli  trasse  di  tasca  un  guanto  piccolissimo.  Il Vezza e Nepo lo
    afferrarono insieme,  corsero alla finestra per esaminarlo bene.  Nepo
    esclam subito:
    Buon Dio,  non  un guanto. Fu, chi sa quando, un guanto 51/4 o 51/2,
    a un sol bottone;  un guanto da ragazzina di dodici anni: adesso   un
    cencio scolorato, ammuffito.
    Bene,  quel cencio,  che non pu appartenere al conte,  non cadde sul
    suo letto, ma vi fu gettato, perch il letto  assai largo e il guanto
    si trov confitto fra il capezzale e  la  parete.  Il  candeliere  del
    conte, lo smoccolatoio, la tazza che egli  solito tenere sul tavolino
    da  notte,  si trovarono sparsi a terra,  presso l'uscio.  Deve averli
    scagliati lui in un impeto d'ira dopo aver cercato invano,  a tastoni,
    gli zolfanelli che dovette rovesciare dal tavolino perch si trovarono
    disseminati a pi del letto. La tazza fu certo scagliata, ed era piena
    d'acqua,  perch  se  ne trovarono spruzzi sul pavimento,  se ne trov
    bagnata la manica destra della camicia del conte.  Io poi vado avanti,
    e  siccome  la  tazza era tuttavia intera,  dico che percosse un corpo
    molle e cedevole,  tale da spegnere il colpo  e  da  render  possibile
    ch'essa  cadesse  a  terra  senza  spezzarsi.  Cosa pot essere?  Ma 
    evidente cosa pot, cosa dovette essere.  Dovette essere l'abito a cui
    apparteneva questo bottone.
    Nepo  afferr  il  bottone  che  il  frate gli tendeva.  Era un grosso
    bottone coperto di stoffa azzurra e bianca.  Nepo lo riconobbe subito.
    Apparteneva a una veste da camera di Marina.
    Hum! Non lo conosco diss'egli guardandolo attentamente.
    La  signora  forse potrebbe dircene qualche cosa.  Faccia vedere alla
    signora.
    La contessa, vuol dire? Oh non lo conosce certo.  Non  vero,  mamma,
    che  di  queste cose io m'intendo pi di te?  Non  vero che se avessi
    veduti anche una volta sola bottoni simili addosso a  qualche  persona
    di casa, adesso riconoscerei questo?
    La  contessa  Fosca  ardeva  di  vederlo e leggeva in pari tempo negli
    occhi di Nepo un dvieto. Non sapeva risolversi.
    Oh Dio diss'ella  questo  s,  sei  famoso.  Ma...  in  due...  ah?
    Un'occhiata ce la posso dare anch'io, no?
    Figurati  rispose  Nepo,  e  le  parl  con  gli occhi fissi.  To'
    diss'egli guarda  pure.  E'  inutile,  gi.  La  contessa  prese  il
    bottone,  si  alz  dal  canap,  e  and alla finestra dove s'indugi
    qualche tempo,  toccando quasi con la  fronte  i  vetri,  voltando  le
    spalle agli altri che tacevano e aspettavano tutti in piedi, immobili.
    Ella si volt,  finalmente,  porse il bottone a Nepo,  disse al frate,
    che la guardava col capo chino e le mani sui fianchi:
    Niente.
    Il frate non parl n si mosse.  La guardava  sempre.  Osservava  come
    ogni  curiosit  fosse  interamente  scomparsa da quel volto mentre la
    bocca diceva: Non ho inteso.
    Proprio niente ripet la contessa con voce tranquilla.
    Dove fu trovato? chiese frettolosamente Nepo.
    Il frate dur a girar gli occhi,  tacendo,  sulla contessa che tornava
    al canap. Quindi si scosse e rispose a Nepo:
    Fu  trovato nel pugno chiuso del conte,  nel pugno sinistro.  Avranno
    veduto un piccolo brandello di stoffa attaccato al bottone?  E' chiaro
    che fu strappato dall'abito a forza.
    Eh, s disse l'avvocato.
    Il  Vezza  gli  lanci  un'occhiata  ironica.  Il  sagace commendatore
    sospettava che il bottone fosse stato riconosciuto e giudicava  quindi
    prudente non interporsi in quel momento fra il Salvador e il frate.
    La  Giovanna  prosegu  costui  che    entrata  per la prima nella
    camera,  ha osservato parte di queste cose,  senza  capire.  Prima  ha
    creduto a un ladro,  cosa inverosimile; poi ha trovato chiavi, danari,
    portafogli intatti sul cassettone dove  sono  ancora  adesso;  dunque,
    ladri  no.  Allora  ha pensato che il conte,  sentendosi male,  avesse
    voluto chiamare,  uscire in cerca d'aiuto;  cosa assurda perch non si
    spiegano,  lasciando stare il guanto, neppure la tazza e il candeliere
    gittati lontano: non si spiega sopra tutto  che  il  conte  non  abbia
    suonato  il  campanello.  A  ogni  modo  la  Giovanna ha inteso,  cos
    confusamente, che c'era del mistero.  Non ha parlato a nessuno per non
    sparger inutilmente sospetti temerari,  ma si  confidata a me,  forse
    per l'abito che porto. Io allora ho fatto questo.
    La contessa, Nepo, il Vezza pendevano dal suo labbro;  non respiravano
    neppure.
    L'intelligenza   dell'ammalato     oscurata,   moltissimo  oscurata;
    tuttavia qualche barlume,  da ieri a sera in poi,  mi dice  il  medico
    curante,  ne  appare  ancora.  Quando  io  ho  saputo queste cose,  ho
    esaminato bene bene la Giovanna,  ho fatto le mie induzioni e mi  sono
    formato il mio convincimento. Poi ho interrogato l'ammalato.
    Il gran ventaglio della contessa Fosca le usc di mano, le cadde dalle
    ginocchia. N lei si pieg n altri si mosse a raccattarlo.
    Ho dovuto interrogarlo, per la sua condizione, a pi riprese. Gi non
    si poteva pretendere che rispondesse pi di s e no. Ho cominciato con
    domandargli se qualcuno era stato in camera durante la notte.  Niente.
    Ho ripetuto la domanda.  Era forse troppo lunga;  mi  guardava  e  non
    tentava neppure di rispondere, n con le labbra n col capo. Allora ho
    provato  a dirgli addirittura: "Un uomo?".  Non risponde ancora.  "Una
    donna?" Oh!  L'occhio e le labbra si muovono,  qualche  cosa  vogliono
    dire.   Lo  lascio  quieto  un'ora.  Intanto  ci  fu  progresso  nelle
    condizioni della intelligenza e della lingua. Domand alla Giovanna da
    bere. Appena partito il medico,  tornai alla prova.  Dico: "Il nome di
    quella donna!". Non mi risponde, ma un momento dopo, mentre mi chinavo
    sopra lui con un cerino per esaminare la cute, si mette a fissarmi e a
    tartagliare.  Gli  accosto  l'orecchio alle labbra,  mi par di capire:
    "famiglia"; io suppongo che desideri veder loro,  gli rispondo qualche
    cosa,  gli dico di star tranquillo.  Egli seguita;  io ascolto ancora,
    credo intendere un'altra parola,  provo  a  dirgli:  "Cecilia?".  Tace
    subito,  e  vorrei,  signori,  che  aveste veduti quegli occhi come si
    dilatarono,  come mi riguardarono,  quale espressione  prese  il  viso
    sfigurato  di  quell'uomo.  Adesso  un'altra cosa.  Chi dorme nell'ala
    destra del palazzo, oltre il conte?
    Perch domanda questo? disse Nepo.
    Posto che una persona,  oltre l'ammalato,  dorma nell'ala destra  del
    palazzo,  questa  persona...  (il  frate  alz la voce ed aggrott le
    sopracciglia) molto pi se indisposta, deve avere udito,  deve sapere
    qualche cosa. Consiglio Loro signori d'interrogarla bene.
    Io  ho  l'onore  di  assicurarla,  padre disse Nepo acceso in volto,
    parlando "ex cathedra" che s'Ella intende con tali  parole  insinuare
    sospetti poco leciti e niente affatto convenienti a carico di una dama
    che  sta  per  appartenermi  strettamente,  Ella s'inganna a partito e
    offende le stesse persone alle quali parla.
    Lei non sa quello che si dice, mio caro signore rispose il frate,  a
    voce  bassa e con forzata calma,  non sa che io sono avvezzo a cercar
    la verit,  magari frugando con il coltello nelle carni e  nelle  ossa
    della gente, tanto d'una gran dama, quanto d'un facchino, colla stessa
    freddezza. Taglio e squarcio per trovarla e la trovo quasi sempre, sa,
    impassibile  come  un  dio;  poco  m'importa,  mentre  cerco,  che  mi
    scongiurino o che mi  bestemmino.  E  Lei  pretende  ch'io  mi  guardi
    dall'accennare  anche da lontano a quello che pu essere il vero,  per
    non offendere una signora, i suoi parenti e i suoi amici,  quando sono
    convinto  che c' di mezzo l'interesse di un ammalato che assisto?  Ma
    Lei mi fa ridere, per Dio! Del resto, adesso, loro signori conoscono i
    fatti. Si ricordino che se l'ammalato si ricupera,  una nuova emozione
    simile  alla passata lo uccider sul colpo.  Il padre Tosi ha fatto il
    suo dovere e se ne va.
    Egli si alz e guard l'orologio.  Il suo legnetto doveva gi trovarsi
    sulla strada provinciale, allo sbocco del viottolo del Palazzo.
    S'intende  disse  l'avvocato  che il padre non far parola fuori di
    qui...
    E' il primo consiglio di questo genere che mi si d rispose il frate
    e non lo ricevo. Buona sera a Lor signori.
    Chi lo paga? sussurr il Mirovich a Nepo dopo che quegli fu uscito.
    Cosa ci  mai venuto in mente al medico di  suggerir  quel  cialtrone
    l!  disse Nepo evitando di rispondere.  Se avessi saputo che doveva
    poi anche tardar un giorno,  avrei fatto venire io Namias da  Venezia!
    Adesso tu starai male, mamma.
    Altro che male, altro che male! gemette la contessa.
    Gi;  matto  villano!  Avrai  bisogno  di  quiete  disse Nepo con un
    accento nuovo di premura filiale. Andiamo, andiamo,  lasciamola sola.
    Vi  dico  la  verit  che  anch'io non ne posso pi di prendere un po'
    d'aria. Mi fa piacere Lei, avvocato,  di andar a vedere dello zio.  Io
    vado a prendere il mio cappello e passo dal cortile. Lei mi dir dalla
    loggia se le cose vanno in ordine, come spero.
    Dopo le dieci di sera i Salvador,  il Vezza,  l'avvocato e Silla erano
    aggruppati,  in piedi,  presso al tavolo del salotto.  Ascoltavano  il
    dottore  che rendeva conto dello stato dell'infermo prima di andarsene
    a casa.  Costui,  vestito di nero alla  moda  di  vent'anni  indietro,
    ragionava  sulla malattia,  gittando in viso a quei diffidenti signori
    di citt parecchi nomi greci e barbari,  parecchie citazioni di autori
    e di giornali scientifici. La lucerna posata in mezzo alla tavola, col
    suo  gran  paralume  scuro,  lasciava  nella  penombra le persone e la
    camera,   metteva  sul  tappeto   una   macchia   luminosa   circolare
    dov'entravano le grosse mani rubiconde del dottore che parlava.  A suo
    avviso le cose procedevano in modo abbastanza soddisfacente.  La gamba
    destra  aveva  riacquistati,  in  parte,  alcuni  movimenti e anche il
    braccio non era pi completamente inerte.  Nell'intelligenza  e  nella
    favella i progressi erano,  per verit,  meno sensibili, ma si poteva,
    anzi si doveva ritenere che col tempo si sarebbe  ottenuto  molto;  se
    non la guarigione completa, almeno...
    Colui era giunto a questa svolta promettente della sua prognosi quando
    si  ferm  alzando  il mento e guardando con gli occhi socchiusi oltre
    alla cerchia dei suoi uditori.  Fece quindi  un  cenno  rispettoso  di
    saluto. Tutti si voltarono; era donna Marina.
    Il gruppo allora si agit e si scompose in movimenti diversi.
    La  contessa  Fosca e Nepo si avvicinarono a Marina,  gli altri fecero
    posto;  tutto questo lentamente e senza parole.  Nepo guardava la  sua
    fidanzata con due grossi occhi stupidi, sgomenti.
    Buona  sera sussurr Marina.  Poich il medico taceva,  gli disse un
    po' pi forte con la sua voce noncurante: Prego.
    Ell'era vestita di nero o di azzurro carico;  non si poteva distinguer
    bene.  Appena  si  vedeano  le  linee eleganti della bella persona,  i
    grandi occhi,  il pallore uniforme del viso e del collo.  Si guard un
    momento alle spalle,  quasi cercando una sedia. Nepo insistette perch
    sedesse sul canap,  ma ella scelse una poltrona proprio in faccia  al
    medico.
    Almeno prosegu costui, incerto, magnetizzato dagli occhi grandi che
    lo  fissavano l'uso delle gambe...  fors'anche,  in parte,  l'uso del
    braccio...  dico in parte,  in parte...  si potranno  ricuperare...  e
    anche l'intelligenza...  per,  per l'intelligenza,  difficile, molto
    difficile.
    Pareva pigliar involontariamente la intonazione dagli occhi  di  donna
    Marina.
    Il  commendatore Vezza li studiava da vicino quegli occhi,  procurando
    di non farsi scorgere dai Salvador.  Aveano un fuoco vago e  febbrile,
    una espressione di curiosit intensa,  qualche cosa di nuovo che colp
    il commendatore.
    Qualcuno entra;  il signor parroco che viene  a  prender  notizie.  Il
    povero  don Innocenzo,  miope,  imbarazzato,  non riconosceva nessuno,
    salutava a sproposito,  si  scusava,  suggeva  l'aria  con  le  labbra
    serrate  come  se  il  pavimento gli scottasse.  Intanto il dottore si
    conged. V'era un ghiaccio nella stanza; nessuno parlava forte.  Nepo,
    curvo sulla spalliera della poltrona di Marina,  le chiedeva sottovoce
    della sua salute,  si doleva di non averla mai potuta vedere  in  quei
    due giorni.  La contessa Fosca dall'altra parte tentennava. Si piegava
    verso Marina,  le sussurrava una frase;  si  ritraeva  per  non  porsi
    troppo  avanti fra lei e Nepo;  quindi cedeva da capo alla tentazione.
    Il parroco prendeva le notizie del conte  dall'avvocato  Mirovich,  in
    disparte.  Silla  non  s'era  mosso mai.  Marina nell'entrare lo aveva
    guardato un momento, lo aveva confitto, quasi impietrito al suo posto.
    Ella si alz.
    Amerei dire una parola al signor Silla disse.
    Questi, pallidissimo, s'inchin.
    La contessa, Nepo, il Vezza, stupefatti, guardavano Marina, aspettando
    uno  scoppio,  una  scena  come  quella  dell'anno  prima.  L'avvocato
    interruppe la sua relazione;  Don Innocenzo non capiva; gli diceva: E
    dunque?.
    Non qui disse Marina.
    Il Vezza e il Mirovich fecero atto,  un po'  tardi,  di  ritirarsi.  I
    Salvador non si mossero.
    Restino pure soggiunse Marina.  Ho bisogno di prendere aria. Scende
    in giardino, signor Silla?
    Questi s'inchin daccapo.
    In  giardino?  esclam  la  contessa  Fosca  con   uno   scatto   di
    malcontento.
    Con questo fresco? soggiunse poi. Non mi pare...
    Con questo umido? disse Nepo. Piuttosto in loggia.
    Buona  sera  disse  Marina.  Faccio un giro e poi rientro nelle mie
    camere.
    Nepo volle replicare qualche cosa, s'imbarazz, balbett poche parole.
    Donna Marina fece un passo verso l'uscio e  guard  fisso  Silla,  che
    venne ad aprirglielo. Buona sera diss'ella ancora, uscendo.
    Nessuno le rispose.
    Marina discese lentamente, con piedi silenziosi di fata, in mezzo alla
    larga scala semioscura.  Silla le teneva dietro,  stretto alla gola da
    commozioni inesprimibili,  quasi cieco.  Ancora un momento  e  sarebbe
    stato solo con lei, nella notte.
    La  porta  a  vetri che mette in giardino era spalancata.  Il lume del
    vestibolo, oscillando all'aria notturna, mostrava di fuori un lembo di
    ghiaia rosea; presso all'uscio, sopra una sedia,  lo scialle bianco di
    Marina.  Ella  lo porse a Silla,  si ferm perch glielo posasse sulle
    spalle. Le loro mani si incontrarono; eran gelate.
    Fa freddo disse Marina,  stringendosi lo scialle sul  petto.  Pareva
    un'altra voce;  quasi tremante. Silla non rispose; credeva ch'ella gli
    sentisse il cuore a battere.  Le pos un momento le mani alle  braccia
    quasi per ravviarle lo scialle. Ella trasal; le spalle, il seno le si
    sollevarono. Usc senza dire parola, fece una cinquantina di passi nel
    viale e s'appoggi alla balaustrata, guardando il lago.
    La  notte era oscura.  Poche stelle lucevano nel cielo nebbioso fra le
    enormi montagne nere che affondavano l'ombre nel  lago.  Il  gorgoglo
    delle fontane,  il canto lontano dei grilli nelle praterie, andavano e
    venivano col vento.
    Silla  non  vedeva  che  la  elegante  figura  bianca,   curva   sulla
    balaustrata presso a lui.
    Cecilia disse piano accostandosele.
    Ell'appoggiava  il  mento  alle  mani congiunte.  Ne stese una a Silla
    senza voltar la testa, e gli disse appassionatamente:
    S, mi chiami sempre cos. Si ricorda?
    Egli strinse con ambedue le  proprie  quella  mano  di  raso  odoroso.
    Temeva di esser freddo,  di non aver neppur sensi in quel momento.  Se
    la rec alle labbra, ve le impresse, veementi, sul polso.
    Mi dica: si ricorda? ripet Marina.
    Oh Cecilia! diss'egli.
    Le volt la mano,  vi abbass rapidamente il viso  sul  palmo,  se  la
    serr sugli occhi, parl convulso:
    Non v' pi mondo,  se sapesse, per me! non vi son parenti, n amici,
    n passato, n avvenire: niente, niente;  non v' che Lei,  mi prenda,
    mi prenda tutto!
    Voleva  esaltarsi  e  vi riusciva.  Si trasse quel piccolo palmo sulla
    bocca;  pens alla propria vita amara,  al mondo ingiusto,  vi soffoc
    uno  spasimo  di  passione  che  dovette  entrar  nel  sangue  di lei,
    attraversandolo sino al cuore.
    No, no diceva ella con voce interrotta, mancante, adesso no.
    Avevan la febbre tutti e due.
    Quando si  ricordato? disse Marina.
    Ella era fissa nell'idea di Cecilia Varrega,  che  avrebbe  ritrovato,
    nella seconda esistenza terrena, il suo primo amante.
    Iersera diss'egli credendo aver intesa la domanda.  Iersera,  dalla
    signora De Bella, che mi parl di Lei; dopo hanno fatto una musica che
    mi ha rotto il cuore,  me ne ha tratto fuori tante cose.  Esco  di  l
    mezzo pazzo, trovo il Suo telegramma. Allora mi si  illuminato tutto,
    ho sentito il destino prendermi,  portarmi qua.  Mi lasci questa mano,
    questa dolcezza infinita. Lei non sa che passione  la mia.  Mi par di
    morire  a  non spiegarmi e non posso parlare.  Vorrei esser tratto gi
    per sempre, con Lei, in quest'acqua che mi chiama.
    Egli tir a s la inerte mano prigioniera, il braccio, la persona.
    Domani sussurr Marina,  resistendo domani  sera  dopo  le  undici,
    sulla scaletta della darsena.
    Egli non voleva lasciar quella mano, vi figgeva le labbra insaziabili.
    Venga  diss'ella a un tratto concitata mi segua,  discosto,  non mi
    parli e, sulla porta, mi lasci. Lo sapevo.
    Silla comprese e obbed.  Fatti due passi,  vide qualcuno  nell'ombra.
    Era Catte.
    Ah,   qui,  marchesina.  L'ho cercata dappertutto. Sua Eccellenza mi
    aveva dato questo scialle per Lei.
    Marina non degn rispondere n  tampoco  guardar  la  cameriera;  fece
    dalla porta un saluto freddo a Silla e sparve nel vestibolo.
    Silla  attravers il cortile,  sal la scalinata ed escitone di fianco
    sedette sull'erba sotto un cipresso,  vi rimase un  pezzo  bevendo  il
    forte  odore dell'albero,  ascendendo con gli occhi per l'alta colonna
    nera sino alle stelle.
    Pi tardi la contessa Fosca,  chiusa con  Nepo  nella  sua  camera  da
    letto,  smaniava,  singhiozzava,  esclamava  contro il frate che aveva
    raccontato quelle cose orribili,  contro la dama milanese che le aveva
    date le prime informazioni di Marina; si domandava cosa mai vi potesse
    essere  fra  Marina  e suo zio,  cosa mai ella avesse detto,  cosa mai
    avesse fatto quella notte;  protestava di perder la testa,  di volerne
    uscire,  di  volerne  far uscire Nepo a ogni costo,  di voler piantare
    quella maledetta casa e il suo padrone e la sua padrona,  e i denari e
    tutto.   Quando  aveva  finito,   ricominciava.  Nepo  taceva  sempre,
    ingrugnato; solamente,  se sua madre alzava troppo la voce,  le faceva
    un gesto iracondo.  Ella resisteva,  sulle prime;  gli diceva: E cosa
    fai tu col tuo tacere?. Ma Nepo s'inviperiva.  Allora la povera donna
    diventava umile,  piagnolosa;  ripeteva: Nepo, la  matta! Nepo, la 
    matta!.
    Voleva  chiamar  l'avvocato,   consultarlo.   Nepo  si  oppose   tanto
    risolutamente  ch'ella  credette  leggergli  in viso un proposito,  un
    piano bell'e pronto. Gli domand che intendesse fare.
    Aspettare diss'egli non comprometter niente.
    Per la donazione, caro, ho paura. Adesso la va peggio.
    Aspettare ripet Nepo.
    Bel discorso!
    Egli scosse via l'occhialetto,  prese sua madre  per  le  braccia,  le
    immerse gli occhi negli occhi e disse con voce soffocata:
    Se non c' testamento?
    La contessa pens un poco, guardandolo.
    Resta tutto suo? diss'ella. Tutto di Marina ?
    Nepo si tir indietro, allarg le braccia.
    Eh! diss'egli: e soggiunse: Allora ci penseremo.
    Segu un lungo silenzio.
    Perdi un bottone, viscere disse la contessa piano con dolcezza.
    Nepo  si  guard  il  bottone che gli penzolava dall'abito,  e rispose
    nello stesso tono:
    Momolo che non guarda mai. Vado a vedere del conte.
    E il tiro di stasera? disse la contessa mentre egli  se  ne  andava.
    Bello, sai!
    Per quello non ho nessun pensiero disse Nepo.
    Intanto  hai  sentito Catte,  come li ha visti tornare a casa.  Credo
    poi,  anche a giudicare dalle  parole  di  Marina,  che  n  scuse  n
    complimenti  gliene abbia fatti certo.  Vedrai che domattina,  per non
    dire stanotte, l'uomo se ne va. Cosa vuoi pensare?  Dopo che  partito
    l'altra  volta  a  quel  modo e per quella cagione!  Lui lo ha detto a
    Mirovich come  venuto;  ha detto che ha saputo in un paese qui vicino
    della malattia del conte. - Dunque vado.
    Nepo  trov  in  galleria  Catte  a chiacchierare con l'avvocato e col
    Vezza che fumavano. Catte, veduto il padrone, se la svign;  gli altri
    due  non  avevano notizie precise dell'ammalato,  dopo la partenza del
    dottore.  Nepo si avvi in  punta  di  piedi  a  pigliarne,  e  coloro
    ripresero   il   loro   dialogo.   Parlavano  degli  strani  casi  cui
    assistevano:  il  Vezza  con  l'interesse  d'un  egoista  curioso;  il
    Mirovich  con  qualche pena per la devozione che portava alla contessa
    Fosca. Facevano mille supposizioni diverse,  ricadevano sempre a dire,
    come la contessa Fosca, di non capirci nulla. Il Mirovich concluse:
    E'  proprio  il caso di dire come i chioggiotti: "Co se ga rasonao se
    ga falao".
    Il Vezza disse qualche  cosa,  dopo  un  lungo  silenzio,  sulla  pace
    profonda della notte;  e il suo compagno, pensando a Venezia, a' tempi
    passati, mormor la prima strofa della canzonetta che comincia:

    "Stanote de Nina..."

    Bella, bella,  bella!  Avanti,  avanti! disse il commendatore.  Nepo
    rientr in loggia.
    Come va? gli chiese l'avvocato.
    Peggio, peggio assai, pur troppo rispose Nepo e pass oltre.
    Che brutto affare sospir l'avvocato.
    Ma!
    Lo zampillo del cortile parl solo per un momento dietro a loro.
    Era malandato, gi, in salute disse il commendatore.
    Eh, s.
    Adesso restava anche solo torn a dire il Vezza.
    Eh, questo s.
    Quasi, quasi...
    Oh, lo credo anch'io.
    Parl ancora solo la voce blanda. Il Vezza gitt il suo sigaro.
    Che veleno! diss'egli.
    Dunque? soggiunse dopo una breve pausa.
    Cosa, dunque?
    La canzonetta?
    Ah, ecco - "Stanote de Nina..."
    L'avvocato  abbass la voce,  e la tramontana leggera che attraversava
    gli archi, sciolse, port via le parole voluttuose.

    Nella sua stanza,  dove un fioco  lumicino  posato  a  terra  spandeva
    nell'aria  calda  e  greve certo chiarore sepolcrale,  il conte Cesare
    supino, immobile, non vedeva la Giovanna seduta presso il letto con le
    mani sfiduciate sulle ginocchia,  e gli occhi fissi  in  lui.  Credeva
    invece  veder la figura di sua nipote ritta in mezzo alla camera.  Era
    sua nipote e un'altra persona  nello  stesso  tempo,  ci  gli  pareva
    naturale. Si moveva, parlava, guardava con due occhi pieni di delirio;
    come mai se quella persona era morta e sepolta da lungo tempo? Egli lo
    sapeva  bene  ch'era  stata sepolta,  ricordava d'averlo inteso da suo
    padre; ma dove,  dove?  Tormentosa dimenticanza!  C'era pure nella sua
    memoria quel luogo,  quel nome; ve lo sentiva muoversi, salire, salire
    finch ne scatt su, in lettere visibili.
    Credette  allora  cavar  di  sotto  le  lenzuola  il  braccio  destro,
    stenderlo.  appuntar l'indice a colei,  dirle ch'ella mentiva e ch'era
    ben sepolta ad Oleggio,  nella cappella di famiglia.  Ma la  donna  lo
    minacciava ancora, lo sfidava, gli gettava un guanto; pareva Marina ed
    era la prima moglie di suo padre, la contessa Cecilia Varrega. Ella lo
    sentiva, parlava di antiche colpe, di una vendetta da compiere. Allora
    egli  immaginava  lanciarsi  smanioso  d'ira  dal  letto,  e  tutto si
    confondeva nella sua mente in una  torbida  visione  a  cui  intendeva
    ansando,  come se sulla porta della morte gli apparisse,  al di l, un
    pauroso dramma sovrumano.
    C'era un peggioramento improvviso, la paralisi minacciava il polmone.
    Il Palazzo non era parso mai cos cupo come quella notte,  malgrado  i
    lumi che vi vegliarono fino all'alba.
    Capitolo terzo.
    QUIETE.

    Come  hanno  fatto  bene!  Come  hanno  fatto  bene!  ripeteva Marta
    correndo su per la scala della canonica a portar le valigette di Edith
    e di suo padre nelle stanze preparate per essi,  a spalancar  porte  e
    finestre. Gridava dall'alto a don Innocenzo:
    E' contento,  mo? Tornava gi in furia,  tutta scalmanata,  veniva a
    protestare che la canonica non  era  il  Palazzo,  che  non  avrebbero
    trovato questo,  che non avrebbero trovato quello. Ardeva dalla voglia
    di dare un bacio a Edith, ma non os. Steinegge,  impolverato come una
    vecchia  bottiglia di Bordeaux,  protestava dal canto suo contro tanti
    complimenti,  esclamando,  giungendo  le  mani,  gesticolando:  e  don
    Innocenzo, cui lucevano gli occhi dal piacere, gli dava ragione contro
    Marta,  diceva  di  credere che sicuramente i suoi ospiti si sarebbero
    trovati bene in casa sua: altrimenti non li avrebbe pregati di venire.
    Allora Marta si voltava contro il padrone.  Ma ha da dire queste cose
    Lei?  Ma  tocca  a  Lei dire queste cose? Bene,  bene rispondeva il
    povero prete vedendola inalberarsi a via, via, chetatevi.  - Oh bella
    soggiungeva  poi,  volto  agli  Steinegge    ho visto che ha lavorato
    tanto, che ha preparata tanta roba!
    Qui Steinegge esclamava daccapo, e Marta, disperata di aver un padrone
    simile, scappava in cucina per non perdergli il rispetto.
    Mi dica Lei,  signorina chiese don Innocenzo a Edith ho detto male?
    Lo sanno anche Loro, non  vero, che sono un povero parroco?
    Noi  gran  signori  amiamo  qualche  volta discendere rispose Edith,
    scherzando.
    La piccola casa rideva tutta.  Non c'era  granello  di  polvere  sugli
    arredi  n  sulle  invetriate;  le tendine di percallo bianco,  appena
    lavate e stirate,  diffondevano nelle  stanzette  una  luce  color  di
    perla,  mandavano  odore  di nettezza.  Nel salottino da pranzo a pian
    terreno un passero solitario  gorgheggiava  festosamente  fra  le  due
    porte  che  mettevano  nell'orto;  in  mezzo alla tavola un vasetto di
    porcellana bianca portava dei fiori.  Da quelle  due  porte,  da  ogni
    finestra della casa entrava il verde tenero della campagna, entrava un
    senso  profondo  di  riposo  per chi veniva dalla citt e aveva ancora
    negli occhi il frastuono del treno,  nelle ossa la stanchezza  di  una
    lunga  corsa in carrozza.  V'era tranquillit e pace perfino nell'alto
    canap di vecchio stampo,  nelle  antiche  incisioni  giallognole  del
    salotto,  negli uccelli impagliati che nidificavano dentro due campane
    di vetro, sopra il caminetto dello studio.  Anche l'orologio a pendolo
    fra le due campane, con la sua raucedine acuta e sfiatata di vecchione
    sordo,  riposava lo spirito.  E v'era, sotto a questo sorridere pacato
    della  casetta,   una  castit  verginale,   senza  sospetto,   posata
    innocentemente in seno alla natura amorosa, aperta alla contemplazione
    della  vita.  La  si  leggeva  perfino  nella  forma incomoda di certe
    suppellettili; perch se tutto l dentro diceva pace e quiete,  n gli
    alti  canap stretti,  n le seggiole impagliate a spalliera verticale
    promettevano la  volutt  del  riposo  spensierato  e  delle  immagini
    vagabonde.  Dallo  studio,  zeppo  di  libri,  usciva  uno  spirito di
    austerit pensosa; cosicch l'aspetto della casa rendeva immagine,  in
    qualche modo, dell'aspetto di don Innocenzo, ilare, semplice, pieno di
    pensiero.
    Questi era beato di aver seco gli Steinegge. Gli ravvivavano un po' la
    solitudine  di cui soffriva,  in fondo,  nella sua ingenua ammirazione
    della societ moderna,  nella sua passione per conversare di politica,
    di letteratura,  d'ogni novit curiosa.  Di Steinegge s'era innamorato
    di slancio; per Edith sentiva, specialmente dopo l'ultima sua lettera,
    un alto rispetto, misto per di soggezione.  La fiducia di uno spirito
    cos nobile lo sgomentava, quasi. Temeva di non sapervi corrispondere,
    di  non poter afferrare certe finezze femminili,  di non intender bene
    certe  squisitezze  di  sentimento  in  cui  bisognava   entrare   per
    consigliar  quell'anima,  per  esercitare  l'ufficio religioso che gli
    veniva chiesto.  Sentiva in pari tempo un vago sospetto che  vi  fosse
    nell'ascetismo  di  Edith  qualche  cosa  di  eccessivo e di tenace da
    doversi combattere. Era insomma il suo compito attraente ma grave,  di
    quelli che lo trasformavano,  che lo facevano pensar con calma, parlar
    con misura, operar con cautela.

    Prima ancora che Edith e suo padre  salissero  alle  loro  stanze,  il
    parroco volle condurli,  malgrado le osservazioni di Marta,  a veder i
    rosai,  le fragole e i piselli dell'orto.  Il suo orticello gli pareva
    meraviglioso  e  se ne teneva: parlava del grossolano coltivatore come
    se il verde uscito dai pochi granellini sparsi sulle aiuole, e i fiori
    usciti dal verde, e i frutti dai fiori fossero tanti miracoli suoi.  E
    ora  Steinegge,  un  altro  botanico  profondo,  spargeva a destra e a
    sinistra,  sulle fragole e sui piselli,  i  suoi  grossi  complimenti,
    difendendosi  con altri complimenti da Marta che gli veniva dietro per
    spazzolargli il soprabito.  Edith s'indugiava a guardar  distratta  il
    verde  un  po'  freddo  dei prati sotto il cielo nuvoloso,  a odorar i
    bottoni di rosa.  Puro odore pio!  Faceva pensare alla preghiera  d'un
    bambino.  Ma  don Innoncenzo beveva voluttuosamente le profane lodi di
    Steinegge con dei: Non  vero? Eh!  dica la verit!.  Dopo i piselli
    fece vedere a' suoi ospiti le novit della casa.  Prima "Veuillot", un
    passero solitario,  chiacchierone impertinente,  al quale era  rimasto
    quel  nomignolo dopo che un allegro prete,  seccato dal suo cicaleccio
    continuo,  si era voltato a gridargli: "Taci,  'Veuillot'".  E io  mi
    godo  di  tenerlo  in  gabbia  soggiunse  ferocemente  don Innocenzo,
    raccontato  l'aneddoto.   Aveva  pure  a  mostrare  de'  nuovi  tegami
    preistorici  trovati  scavando le fondamenta della cartiera,  del gran
    dado  bianco  che  si  vedeva  sorgere  laggi  oltre  i  pioppi   del
    fiumicello,  in mezzo a una chiazza nerastra, a una piaga schifosa del
    verde. Don Innocenzo era ancora entusiasta della cartiera, forse anche
    un po' per la scoperta  dei  suoi  tegami.  Passando  per  lo  studio,
    Steinegge  chin  un momento il capo a un libro aperto sullo scrittoio
    davanti al seggiolone di Don Innocenzo.  Questo salt  lesto  come  un
    ragazzo a ghermire il libro e se lo strinse al petto,  ridendo,  rosso
    fino al vertice del cranio.  Steinegge,  rosso anche lui,  fece le sue
    scuse.
    A Lei!  A Lei!  Vada l! Lo prenda, lo prenda! rispose don Innocenzo
    porgendogli a due mani il libro che l'altro non voleva pigliare.
    Ah! diss'egli,  appena v'ebbe data  un'occhiata  "Mein  Gott,  Mein
    Gott"! Non avrei mai creduto questo.
    Era una grammatica tedesca.
    Taccia,  vada  l,  vada  l  che  non  capisco  niente! esclam don
    Innocenzo ridendo sempre;  e gli ritolse  il  libro,  lo  gitt  sullo
    scrittoio,  vi  pos su il suo berretto a croce e scapp a raggiungere
    Edith.
    Adesso non c'era proprio pi  nulla  da  vedere  e  la  casetta  torn
    silenziosa,  perch  gli  Steinegge si ritirarono nelle loro stanze al
    primo piano, mentre Marta stendeva la tovaglia.
    Placido silenzio,  interrotto appena dal  tintinnio  delle  posate  di
    Marta,  da  qualche passo pesante sulla stradicciuola di l dall'orto.
    Edith era felice di sapersi cos lontana da Milano,  in mezzo a  tanta
    quiete e a tanto verde, come ella stessa aveva scritto; e, nel disfare
    la valigetta, chiam suo padre, gli domand s'era contento. Egli venne
    dalla sua camera con la cravatta in mano e gli occhietti scintillanti.
    Altro  che contento!  Edith gli fece vedere due bei bottoni di rosa in
    un bicchiere posato sul cassettone e un volume di Lessing: "Nathan der
    Weise".  Li aveva anche suo padre i fiori sul cassettone  e  aveva  la
    storia  della  guerra  dei  trent'anni  di  Schiller  in tedesco.  Che
    gentilezza di quel don Innocenzo e che accoglienza cordiale!  A  Edith
    pareva un po' invecchiato;  a Steinegge no.  E Marta,  che cordialit,
    povera donna! Si scambiavano le loro impressioni a bassa voce,  mentre
    Edith disponeva nel cassettone la sua roba. Aveva portato alcuni libri
    tedeschi  e italiani,  ma non "Un sogno".  A suo padre che si dolse un
    poco di questa omissione,  ella non rispose parola;  gli pass  invece
    una  mano  sotto  il  braccio,  lo  trasse  alla finestra che guardava
    l'orto,  la stradicciuola,  i prati,  i pioppi lontani dal  fiume,  le
    colline al di l e tanta distesa di nuvole bianche.
    Mi  par  d'essere  una fanciulla disse Edith e trovarmi la sera nel
    mio letto dopo essermi smarrita  il  giorno  fuori  di  casa,  e  aver
    pianto,  aver  provate  tante  angoscie.  Non  ti  senti,  pap,  meno
    straniero qui che a Milano?
    Qualcuno parlava  nell'orto.  V'era  don  Innocenzo  con  una  vecchia
    contadina che si lagnava,  piagnucolando,  della sua nuora. Il parroco
    cercava di chetarla;  allora la vecchia cominciava,  chinando il capo,
    un'altra  storia  pi  segreta  ed egualmente triste che don Innocenzo
    interrompeva con dei "bene bene" soddisfatti,  come se a questo  nuovo
    malanno gli fosse pi facile trovar il rimedio. Le cacci di fretta in
    mano alcune monete e la mand via bruscamente.
    Che  strega quella donna l! disse Marta di dentro.  Spero bene che
    non le avr dato niente.
    Cosa vi viene in testa? rispose don Innocenzo.
    Anche  le  rose,  anche  i  libri  tedeschi  disse  Steinegge  dalla
    finestra.   Questa    troppa  attenzione,  signor  curato.  Noi  non
    sappiamo...!
    Oh, son libracci vecchi di casa mia. Vengano gi,  vengano gi che si
    desina subito.
    Il desinare cominci allegramente. Marta si moltiplicava. Aveva il suo
    posto  a  tavola,  ma  andava  e  veniva  continuamente  dalla cucina,
    malgrado le preghiere degli ospiti  e  le  osservazioni  del  padrone.
    Edith  le  dichiar  che  per quel primo giorno lasciava fare,  ma che
    all'indomani si sarebbe presa,  o per amore o per forza,  la sua parte
    dell'azienda domestica. Marta rispose con una fila di "mai pi" acuti.
    Steinegge si offerse come aiutante cuoco, promise i "Klosse", disse di
    averli  insegnati  a  Paolo  del Palazzo.  Il povero don Innocenzo non
    sapeva che riscaldare il caff e si propose, modestamente, per questo.
    A proposito! esclam Steinegge, guardandolo parlare senz'ascoltarlo,
    impaziente che finisse.  Non  abbiamo  ancora  domandato  del  signor
    conte!
    Sono  stato al Palazzo due ore fa rispose don Innocenzo.  Andava un
    po' meglio di ieri sera.
    Come, un po' meglio?
    Steinegge si pieg in avanti, ansioso.
    Malato? esclam Edith, sorpresa.
    Non sanno niente? replic il curato.
    Ma no!
    Credevo che Marta, non so, che qualcheduno lo avesse detto Loro. Euh,
    cose tristissime, dolorosissime!
    Ah,  Signore,  non sanno niente! disse Marta in piedi,  con le  mani
    appoggiate alla tavola.  Ma sicuro!  Come han da fare Loro a saperlo?
    Non son che due giorni.
    Ma in nome di Dio, cosa  questo? disse Steinegge.
    Ecco rispose don Innocenzo  cos'  oggi?  Mercoled.  Bene,  luned
    mattina,  anzi nella notte dalla domenica al luned,  il conte ebbe un
    attacco d'apoplessia.
    Oh!
    Don Innocenzo,  corretto qualche volta da Marta,  raccont quello  che
    sapeva  della  malattia.  Steinegge  non  poteva  darsi pace di questa
    sciagura; Edith pure n'era dolentissima.
    E gli sposi? diss'ella.
    Oh, non sono ancora sposi rispose il curato.
    E lo diventeranno giusto il giorno del Giudizio soggiunse Marta.
    Il suo padrone la  sgrid,  disse  che  il  matrimonio  era  solamente
    differito  e  che  c'erano bene state tutte le ragioni per differirlo.
    Marta se n'and in cucina brontolando.
    Ci sono poi degli altri pasticci disse don Innocenzo a mezza voce.
    Steinegge non pensava pi a  mangiare;  pos  le  braccia  sul  tavolo
    aspettando.
    Dopo,  dopo  sussurr  il  prete con un gesto e un'occhiata verso la
    cucina.
    Oh, non mi attendevo questo! esclam Steinegge.
    Edith domand di donna Marina.  Il parroco disse che stava  bene,  che
    l'aveva veduta la sera prima.
    Intanto Marta aveva portato l'allesso e non parlava pi,  indispettita
    pel rabbuffo del padrone,  dolente che  quel  vitello  cos  tenero  e
    saporito  e  i  capperi  in  aceto  preparati da lei avessero,  per il
    malaugurato discorso,  a passar senza lodi;  prevedendo che la  stessa
    sorte sarebbe toccata all'arrosto.
    Dopo pranzo andremo a Palazzo, non  vero, pap? disse Edith.
    Certo, oh!
    Il  solo Veuillot non aveva perduto la sua loquacit allegra;  a furia
    di chiacchiere si fece ascoltare dai commensali,  fece parlare di  s,
    dell'ingiusto  nome  di  guerra che gli avevano dato.  Il sole cadente
    rideva sul soffitto.  Don Innocenzo cominci a parlare de' suoi  cocci
    preistorici, dei dotti che dovean venire a vederli.
    Edith   faceva  delle  osservazioni  critiche  di  cui  suo  padre  si
    scandolezzava. Egli prestava intera fede ai cocci e ai dotti,  parlava
    delle  palafitte  svizzere  che  conosceva.  Ad un tratto s'interruppe
    ricordandosi che doveva andare al Palazzo.
    Aspetti gli disse don Innocenzo aspetti il caff.  Mi pare  che  si
    potrebbe uscire a prenderlo nell'orto, non  vero ?
    Uscirono nell'orto all'aria dolce,  odorata di primavera. Il sole avea
    rotto le nuvole e toccava quasi le colline di ponente;  la casetta  ne
    ardeva,  i  vetri  ne  sfolgoravano.  Edith volle portar lei il caff.
    Steinegge e don Innocenzo  sedettero  ad  aspettarlo  sul  muricciuolo
    dell'orto in faccia al salotto.
    Marta    una  buona  donna  disse  don  Innocenzo  ma    una gran
    chiacchierona. Ci sono de' pasticci al Palazzo. Intanto  tornato quel
    tale Silla.
    Steinegge di un balzo.
    Oh scusi, non  possibile!  Se l'ho visto io a Milano l'altro giorno,
    in casa mia, e non mi ha detto niente!
    Tant'; adesso  qui.
    Lei lo ha veduto?
    Certo.
    Oh,  ma questo!... Scusi molto, io credo che i Suoi occhi non L'hanno
    servita bene! Oh,  impossibile questa cosa! Lui qui, al Palazzo?
    Si alz e si pose a camminar in fretta su e gi lungo il  muricciuolo,
    borbottando in tedesco.
    Si ferm su' due piedi. Gli era balenata un'idea.
    Forse  stato richiamato? diss'egli. Forse per telegrafo?
    Pu essere, ma non credo, perch il conte Le ho detto in che stato ,
    la marchesina non lo poteva soffrire quando fu qui l'altra volta,  e i
    Salvador non lo conoscono.
    E che cosa fa qui?
    Ma! Sa bene cosa si diceva di lui? Pare che venendo in questo momento
    abbia messo una spina negli occhi della marchesina e dei Salvador.
    Per l'eredit? Oh questa  bugia, questa  calunnia! disse Steinegge
    concitato. Mi scusi, Ella non sa, signor parroco, Ella non creda.  Il
    signor Silla non  niente affatto quello che si diceva e giuro che non
     venuto qua con questa cosa vile nel cuore.
    Don  Innocenzo gli accenn di tacere.  Marta sulla porta della cucina,
    contendeva a Edith il vassoio del caff.
    Ma no diceva ma no, son mica cose da far Lei, queste. Bene,  faccia
    un po' come vuole, l!
    Edith  veniva  a  passi corti,  sorridente,  un po' compresa della sua
    missione,  tenendo gli occhi sulle chicchere a fiorami rossi e  verdi,
    sulla zuccheriera pure a fiorami,  sul bricco che traballava. Il fuoco
    del tramonto le batteva in  viso,  batteva  sul  vassoio,  sulle  mani
    sottili.
    Non sai le disse suo padre in tedesco, impetuosamente che il signor
    Silla  qui?
    Ella si ferm e tacque un momento, senza fare altro segno di sorpresa.
    Poi chiese quietamente:
    Dove, qui?
    Al Palazzo.
    Venne  a posar il vassoio sul muricciuolo e domand a don Innocenzo se
    il caff gli piaceva dolce o amaro.
    Suo padre si stupiva di  una  tale  indifferenza.  Forse  ella  sapeva
    qualche cosa? Forse Silla le aveva detto una parola l'altro giorno?
    No,  Silla  non  le  aveva  detto  niente,  ed ella non sapeva niente.
    Osserv che  il  signor  Silla  poteva  essere  stato  richiamato  per
    telegrafo.
    Signora  no,  per  quel  signore l non l'hanno mica fatto battere il
    telegrafo disse dietro  a  lei  Marta  ch'era  venuta  a  portare  un
    cucchiaino.  Don Innocenzo,  intento al caff e alla discussione,  non
    s'era avvisto di lei.
    Che ne sapete voi? diss'egli.
    Perch non ho a  saper  qualche  cosettina  anch'io,  povera  donna?
    rispose  la  petulante Marta.  Quel signore l  proprio caduto dalle
    nuvole. Nessuno se l'aspettava, cari Loro. Non c' che la Giovanna che
    sia contenta,  perch sa,  neh,  che il signor conte gli  voleva  cos
    bene.  Gli altri non lo possono vedere,  specialmente la signora donna
    Marina. Il mio signor padrone a me, magari, non dice niente; ma lui lo
    sa bene che ieri sera la signora donna Marina l'ha fatto andar gi  in
    giardino, questo signor Silla, per dargli una ramanzina!
    Come sapete voi queste cose? disse don Innocenzo stupefatto.
    Ne so cos delle cose io. E' mica vero forse?
    Che  lo ha fatto scendere in giardino s,   vero;  ma cosa gli abbia
    poi detto non lo so io e non lo sapete neanche voi.
    Che abbiamo udito, no, magari;  nessuno ha udito;  ma chi pu saperlo
    dice  che  gli  avr  detto d'andar via,  perch  lei che lo ha fatto
    andar via l'altra volta.
    Ma non  partito? disse Edith.
    No, signora, no, non  partito;  almeno credo.  Lo ha visto Lei oggi,
    signor curato?
    S, l'ho incontrato sulla scala.
    Vogliamo andare, Edith? chiese Steinegge.
    Oh  no,  pap,  ho pensato che il momento non  opportuno per una mia
    visita. Vacci tu. Io resto con don Innocenzo.
    Stasera abbiamo il mese di maggio le disse questi.
    Bene, verr in chiesa.
    A Steinegge dispiaceva andar solo,  ma non insistette e  part.  Marta
    rientr  in  casa  col  suo  vassoio,   lasciando  soli,   seduti  sul
    muricciuolo, il parroco e Edith.
    E' buono sa diss'ella con passione. E' buono, oh tanto pi di me! E
    le vuole un bene a Lei!  Desiderava immensamente di venir qua.  E' una
    provvidenza  questa  simpatia  che ha per Lei,  malgrado la Sua veste.
    Anche ieri a sera si parlava di religione. Io dicevo che vi sono delle
    anime naturalmente mediatrici  fra  il  comune  degli  uomini  e  Dio,
    qualunque  sia  la  forma  della  loro  vita terrena,  e che Lei,  per
    esempio, signor curato, anche se non fosse sacerdote...
    Oh, signora Edith!
    S, s, Lei  una di queste anime. Lo credo e mi fa bene il crederlo,
    mi fa bene il dirlo.  Se sapesse quanto abbiamo bisogno di Lei!  Bene,
    mio padre diceva anche lui di poterlo credere.
    Parlava con emozione tanto forte quanto era stata subitanea.
    Si  consoli  disse don Innocenzo si consoli.  Suo padre  forse pi
    vicino a Dio di molti che esercitano il mio ministero,  di me  per  il
    primo  che  ho  sempre  vissuto una vita blanda,  una vita neghittosa,
    senza vere  tribolazioni,  senza  opere,  con  frequenti  languori  di
    spirito, bench da tanti anni io entri ogni giorno nella profondit di
    Dio, bench io viva, si pu dire, nel calore di tante anime grandi che
    lo hanno amato. Sono meno che niente, signora Edith. Ma sa cosa c' di
    vero  in  questo  che  Lei  ha  detto?  C'  che  un  sentimento  puro
    d'interessi terreni, anche per qualche persona indegna, anche,  arrivo
    a  dire,  per le cose inanimate,  o almeno che noi crediamo inanimate,
    alza l'anima. E quest'anima che si alza, vede, naturalmente pi in l,
    se lo slancio  molto forte, pu vedere addirittura la meta, non vedr
    la via,  ma vedr la mta.  Il Suo signor padre mi vuol bene,  non  so
    come  n  perch.  Non  c'entra  il  sangue  in questo affetto,  n la
    consuetudine, n alcun interesse. Non c'entra neppure quella comunanza
    di opinioni ch' il solito fondamento  dell'amicizia  e  che  pure  vi
    mette,  non Le pare? un'ombra di egoismo. Il suo affetto per un povero
    disutile come me gli allontana il cuore da quei rancori  iracondi  che
    sono,  credo,  il  pi grande ostacolo sulla sua via verso la Chiesa e
    anche,  dir,  stando nel campo della religione naturale,  verso  Dio.
    Mentre egli  con me e sente piacere d'essere con me, sono sicuro che,
    senza  alcun merito da parte mia,  una certa pace si fa nel cuore;  se
    gli viene in mente,  allora,  quel tale passato,  gli parr un po' pi
    lontano di prima. Lavoreremo. Otterremo, vedr. Lei ha fatto benissimo
    intanto  a non insistere,  a non premere,  a non molestarlo con troppo
    zelo.
    Povero pap! disse Edith, sospirando.  Lo immaginava con il suo caro
    viso  onesto,  lo vedeva contento,  sereno,  lontano dal sospettare di
    malinconie segrete nel cuore di sua figlia.
    Gli ha mai parlato di pratiche? chiese don Innocenzo, sottovoce.
    Direttamente, mai rispose Edith nello stesso tono.  Cosa vuole?  La
    confessione,  per  esempio!  Io  comprendo  che  per  lui  l'atto pi
    odioso,  pi ripugnante che si possa concepire.  Quando vado in chiesa
    vuol  sempre  accompagnarmi.  In questo tempo io sono andata due volte
    alla confessione. Sa, io ci vado assai di rado.
    Non biasimo! disse don Innocenzo.
    Parlar di religione all'aperto  nelle  prime  ombre  della  sera  move
    l'anima.  N'escono  allora  certe intime opinioni timide che di giorno
    stanno nascoste per paura  della  gente  e  anche  un  poco  di  altre
    opinioni imposte alla nostra coscienza docile, venute dal di fuori con
    autorit di maestri o di libri o di esempi.
    Egli  non  parl  n la prima n la seconda volta prosegu Edith ma
    soffriva,  s'intendeva bene;  e dopo,  per un  po'  di  tempo  restava
    triste,  taciturno.  Io  vedo  i suoi pensieri.  Povero pap,  non pu
    immaginarli Lei i cattivi  compagni  che  ha  avuto.  Non  han  potuto
    guastare  il suo cuore,  ma gli hanno empita la mente di tante vecchie
    volgarit misere!
    Il sagrestano entr nell'orto e, salutato il parroco;  and a prendere
    le  chiavi  della chiesa.  Don Innocenzo tolse commiato da Edith,  che
    rimase seduta sul muricciuolo. Appena fu sola, si sent spossata da un
    accoramento profondo.  Ell'aveva amato e rinunciato all'amor  suo,  ma
    pure  solo  allora  le pareva di aver interamente perduto Silla,  solo
    allora che lo sapeva tornato al Palazzo,  presso Marina.  Pochi minuti
    dopo  le campane della chiesa,  colorata ancora dall'ultima luce calda
    del tramonto, suonarono.  A Edith pareva che dicessero "Addio,  amore,
    dolce amore;  addio,  giovinezza soave". Si alz e rientr in casa; ma
    anche l penetrava la voce delle campane bench  pi  languida  "Addio
    addio".  Edith sal nella sua stanza.  La finestra n'era aperta,  e le
    campane vi ripetevano pi  forte  che  mai  "Addio".  Fra  le  cortine
    bianche,  nel  ponente,  scintillava  la stella della sera.  Edith non
    voleva intenerirsi;  and nella camera  di  suo  padre,  vi  si  sent
    tranquilla  e  vi  chiuse la finestra senza sapere bene il perch.  Si
    pose a spazzolar un soprabito, guard se i bottoni eran saldi;  poi lo
    ripieg,  lo pos sopra una sedia,  si fece a comporre i guanciali sul
    suo letto, a spianare e rincalzar le lenzuola col tenero studio di una
    mamma che rif il letticciuolo del suo bambino  convalescente.  Stette
    quindi a guardare la stella pura,  in pace,  stavolta; e ud Marta che
    chiamava dall'orto:
    Signora! Oh, Signora!
    Marta desiderava sapere se la signora Edith sarebbe andata  anche  lei
    in chiesa, perch allora avrebbero potuto uscire insieme e chiudere la
    porta di casa.
    Si  confusero  alle poche donne che salivano dal paesello,  coperte il
    capo di grandi fazzoletti scuri,  entravano  una  dopo  l'altra  nella
    chiesa  muta,  porgevano  la  destra alla pila dell'acqua benedetta e,
    piegato il capo a pochi lumi dell'altar maggiore si perdevano, quale a
    destra, quale a sinistra, nelle tenebre dei banchi. Don Innocenzo usc
    presto  in  cotta  e  stola  a  leggere  le  preghiere  alla  Vergine,
    alternandole con parecchi "pater" e "ave".
    Edith  avrebbe  voluto  seguir  quelle  preghiere  col  cuore e non lo
    poteva,  tanto  erano  pomposamente  false  e  sdolcinate.  Le  pareva
    impossibile  che  don  Innocenzo non avesse potuto trovar nulla di pi
    degno del grande spirito puro di Maria,  la  impersonazione  cristiana
    del  femminile  eterno.  In  fatto,  don  Innocenzo  aveva  tentato in
    addietro d'introdurre  altre  preghiere  di  sua  fattura,  molto  pi
    semplici  e  severe;  ma  quelle  prime si recitavano da anni ed anni,
    piacevano alla gente assai  di  pi.  Gli  arroganti  santocchi  e  le
    santocchie del paese fecero una tale devota sommossa,  seccarono tanto
    il povero curato per avere daccapo i troni,  i  manti,  le  corone  di
    stelle, che bisogn cedere.
    Edith  non  si  accorse di allontanarsi col pensiero dalle preghiere e
    dalla chiesa.  Tornava all'Orrido,  udiva Marina chiederle  di  Silla,
    parlare  di suo cugino,  delle sue idee sul matrimonio,  dirle: "Se in
    avvenire udr parlare di me,  contro di me,  si ricordi questa  sera".
    Poi passeggiava sui bastioni di Milano con Silla,  lo ascoltava parlar
    di Marina rileggeva la dedica manoscritta di "Un sogno", le parole "se
    n' respinto,  si lascer cadere a fondo".  Una gran luce le  spiegava
    tutto.  Si scosse, si dolse della sua distrazione e, chino il viso sul
    banco, chiusi gli occhi,  con uno sforzo del pensiero e del cuore,  si
    slanci a Dio.
    Ma non poteva perseverarvi. I pensieri di prima la riprendevano tosto,
    la portavano lontano,  cedevano per poco a un altro sforzo di volont.
    Cos lottando non ud la voce di don Innocenzo,  n il mormorio grave,
    uniforme della gente nell'oscurit, non ascolt il canto delle litanie
    che usc per la porta aperta,  and lontano sopra i sussurri del vento
    vespertino. Una mano le si pos sulla spalla; era suo padre.
    Sono venuto adesso le diss'egli all'orecchio.  Vuoi che mi fermi un
    poco qui con te?
    Oh s, pap. Sarai stanco, siedi.
    Sedette ella pure e gli prese una mano fra le sue. Steinegge tacque un
    momento poi disse timidamente:
    E' finito?
    S, pap. Vuoi aspettarmi fuori?
    No, no. Non possiamo noi dire qualche cosa insieme?
    Ella gli strinse la mano.
    Parla tu diss'egli.
    Pensiamo  alla  mamma  rispose  Edith.  Parli  lei al Signore,  gli
    domandi per noi la sua luce e  la  sua  pace,  sempre.  Gli  dica  che
    perdoniamo  a tutti coloro che ci hanno fatto del male;  e non  vero,
    pap? A tutti.
    Steinegge non rispondeva; la sua mano tremava fra quelle di Edith.
    Dimmi di s, pap. Siamo cos contenti!
    Oh, Edith, s' per quelli che han fatto del male solo a me!
    A tutti, pap, a tutti.
    Far il possibile diss'egli.
    La chiesa era vuota,  il sagrestano aveva gi  chiusi  i  chiavistelli
    della porta laterale e don Innocenzo scendeva verso la porta maggiore.
    Gli  Steinegge  si  alzarono  e  uscirono  con lui.  Edith si ferm un
    momento sulla soglia.
    Come  bello! diss'ella.
    Tutto il cielo era terso fra i profili taglienti  dei  monti  e  delle
    colline  sin  gi  nel  ponente,  dove la stella della sera discendeva
    scintillante. Tirava vento.  Dietro alla chiesa sul monte,  le macchie
    stormivano. La valle pareva un immenso drappo scuro, mal disteso a pi
    delle limpide stelle ignude.
    Peccato che non  luna! osserv Steinegge.
    Edith  disse  che  qualche  volta  preferiva  alla  luna  la  luce non
    sentimentale delle stelle.  Il suo pensiero era che la  luna,  piccola
    terra,  piccola  schiava nostra,  forse un tempo congiunta al pianeta,
    blandisce col suo lume certe passioni  terrene,  ammollisce  i  cuori;
    mentre  le  stelle austere,  indifferenti a noi,  esaltano lo spirito.
    Questo era il suo pensiero,  ma non lo spieg.  Fece solo osservare  a
    don  Innocenzo,  che  quella sera la luce di Venere era tanto forte da
    segnare ombre sul muro bianco della chiesa.
    E' quasi come la luna diss'ella e dolce anche questa,  ma a me pare
    pi pia.
    Tutto  le pareva pio in quella disposizione di spirito,  anche la voce
    del vento dietro la chiesa.
    Come va al Palazzo? chiese  don  Innocenzo  che  doveva  scendere  a
    visitare una ragazzina inferma.
    Un poco meglio,  pare un poco meglio; pare che l'attacco al polmone 
    passato.
    Oh Edith,  questa casa,  questa casa! esclam Steinegge dopo che don
    Innocenzo se ne fu andato.
    Oh!
    Egli fece tre gran passi avanti,  alzando le braccia, agitando le mani
    distese.
    Edith non parl fino al cancello della canonica.
    Credevo  che  non  venissero  pi  disse  Marta  aprendo.  E  cos,
    signore?
    Va un poco meglio. Vogliamo fare ancora due passi, Edith?
    Ella acconsent. Invece di scendere direttamente al villaggio, presero
    la  stradicciuola che gira sotto l'orto e cala di sgembo a raggiungere
    la strada comunale a poche centinaia di metri dalle prime case.
    Steinegge raccont la sua visita  al  Palazzo,  dove  aveva  visto  la
    contessa  Fosca  e Giovanna.  La contessa,  prima di salutarlo,  aveva
    esclamato: Oh, non  qua anche quest'altro adesso?.  Ma poi saputolo
    ospite  della canonica,  gli si era mostrata cordialissima.  Steinegge
    non aveva inteso un terzo de' suoi discorsi sul  triste  fatto,  delle
    sue  lamentele  sulla  "babilonia" che regnava al Palazzo.  Secondo la
    contessa,  Marina era inconsolabile,  non usciva mai o quasi mai dalle
    sue stanze.  Del matrimonio non gli aveva detto verbo, ma gliene aveva
    parlato Giovanna. La povera Giovanna,  sparuta,  lagrimosa,  gli aveva
    fatto infinita piet.  Il suo gran pensiero era il conte; del resto si
    curava soltanto per le  impressioni  che  potesse  riportarne  il  suo
    ammalato,  ricuperando  la  intelligenza.  Ell'avrebbe  voluto  che il
    matrimonio si facesse subito e che se ne andassero via tutti.  Secondo
    lei,  quella  signora  contessa  e  quel  signor  conte di Venezia non
    miravano che ai danari.  Le avean gi domandato s'ella sapeva  che  il
    suo padrone avesse fatto testamento.
    Ma  vi    qualche  cosa  che  mi mette pi angustia di tutto questo
    soggiunse Steinegge. Ho veduto Silla.
    Edith tacque.
    Oh, mi ha fatto una impressione di trovarlo l!  Parve sorpreso anche
    lui, ma mi sfugg, mi salut appena, non mi chiese di te, niente!
    Non c'era bisogno, pap, che ti chiedesse di me.
    Ma eravamo pure buoni amici, io credo? Non  naturale questo. Temo di
    saper troppe cose,  Edith.  Temo...  Tu puoi capire cosa temo. D'altra
    parte, quella sera,  a Milano,  pareva ben guarito quando si parl del
    matrimonio. Non  vero, mi pare di averti gi raccontato...
    S, s, lo so, pap. Dove andiamo? Qui non  piacevole.
    Avean  raggiunta  la  strada  comunale.  Vi  faceva scuro,  Venere era
    scomparsa;  l'aria  portava  dalle  bassure  della  valle  uno  sparso
    gracidar di rane, un odor grave di prati umidi.
    Prendiamo  a  sinistra disse Steinegge faremo il giro e torneremo a
    casa per il paese e la chiesa.
    Si avvicinarono pian piano verso  il  villaggio,  a  braccetto.  Edith
    parl  della  cara  Germania  e del passato.  Avea sempre da raccontar
    qualche cosa di nuovo sulla  sua  adolescenza,  qualche  cosa  che  le
    tornava alla memoria a caso,  specialmente nelle ombre della sera. Suo
    padre se ne commoveva, s'inteneriva,  non tanto per le piccole vicende
    narrategli, quanto per l'idea che adesso gli anni tristi eran passati,
    che ella era l al suo fianco.
    Nel  villaggio  trovarono  don  Innocenzo  che  usciva  da  una povera
    casupola.  Udirono una donna,  che lo avea accompagnato col lume sulla
    via, dirgli angosciosamente:
    E cos, signor curato?
    Fatevi  coraggio,   Maria  rispondeva  don  Innocenzo  donatela  al
    Signore.
    La donna appoggi il capo al muro e pianse.
    Andate, Maria, tornate su disse don Innocenzo, dolcemente.
    La donna piangeva sempre e non si moveva.
    Si conforti disse Edith. Pregheremo per lei.
    Quella si volt al suono della voce  sconosciuta  e  rispose  come  se
    avesse dimestichezza con Edith.
    Venga su anche Lei, venga a veder com' bella.
    Don Innocenzo sulle prime si oppose, ma Edith volle accontentar quella
    povera donna e sal con lei dall'inferma.
    In  cucina due fanciulline giocavano sedute a terra.  Il padre,  curvo
    sul fuoco, stava riscaldando un caff; non si mosse n a salutare n a
    guardare. Chiese bruscamente a sua moglie:
    Devo portarglielo?
    Oh, Signore! diss'ella sconsolata.
    Egli profer, con voce rotta,  poche parole iraconde e sedette,  cupo,
    sul focolare.
    L'ammalata  era una fanciulla di dodici anni,  bionda,  delicata,  che
    moriva tranquilla, credendo di guarire.
    Edith ridiscese pochi minuti dopo nella via,  dove  suo  padre  e  don
    Innocenzo l'aspettavano.
    E' da vergognarsi diss'ella di tanti nostri piccoli dolori.
    Nessuno dei tre aperse pi bocca a casa,  dove si divisero. Steinegge,
    sentendosi stanco,  and a letto,  don Innocenzo  si  ritir  nel  suo
    studio  a  dir  l'ufficio.  Edith  and  in  cucina  ad  ascoltare una
    conferenza di Marta su  vitali  argomenti  d'economia  domestica,  sui
    prezzi dello zucchero e del caff,  sul modo di "metter l" i pomidoro
    e i capperi in aceto,  sulla tela pi robusta e a buon  mercato.  Dopo
    mezz'ora  di  chiacchiere  Edith  lasci  la  cucina  e venne a bussar
    sommessamente all'uscio dello studio.
    Don Innocenzo non si aspettava la sua visita; le domand sorridendo se
    fosse accaduta qualche cosa. Ella rispose:
    No, volevo dirle una parola.
    Il prete comprese tosto dal volto di lei che doveva essere una  parola
    grave, e si compose pure a gravit.
    Prego diss'egli,  alzandosi a mezzo e accennando una sedia presso di
    lui. Quindi attese in silenzio.
    Passarono due minuti prima che le labbra  di  lei  si  aprissero.  Don
    Innocenzo si pose a guardare attentamente il piano della scrivania,  a
    spazzar col mignolo  della  destra,  a  soffiar  via  leggermente  una
    polvere immaginaria. Finalmente Edith parl.
    Ella  non  fece  alcun preambolo e cominci subito a raccontare quello
    che suo padre le aveva detto intorno alla passione concepita da  Silla
    per  Marina  prima  della sua fuga dal Palazzo;  prosegu a dire dello
    strano contegno,  degli strani discorsi tenuti da  Marina  durante  la
    gita  all'Orrido,  delle  proprie  impressioni  nell'udir  annunciare,
    quella stessa sera, il matrimonio Salvador.  Narr quindi con voce men
    sicura  il  passeggio  sui bastioni,  la indifferenza ostentata con la
    quale  Silla  avea  accolto  la  notizia  che  le  nozze  stavano  per
    celebrarsi,   le   confidenze  che  le  aveva  fatte  poi.   Soggiunse
    risolutamente, lottando con la emozione interna e vincendo, che si era
    confermata quella sera in un sospetto concepito  qualche  tempo  prima
    riguardo alle disposizioni di Silla verso di lei;  che non v'era stato
    un discorso diretto ma molti indizi,  e che il  proprio  contegno  era
    forse  apparso  tale  da  lasciar  credere  a  una  corrispondenza  di
    sentimenti.  Disse,  coprendosi  il  viso  con  le  mani,   che  n'era
    dolentissima e se ne trovava ben punita.
    Oh  Dio disse don Innocenzo con voce imbarazzata fin qua...  poi...
    non so... ma non mi pare...
    Allora venne il racconto  della  mattina  seguente,  della  visita  di
    Silla, della gelida accoglienza fattagli, delle parole trovate nel suo
    libro.  Qui don Innocenzo si scosse, indovinando, assai tardi, a quale
    sospetto conducesse il racconto di Edith.  Ella non tacque il  recente
    incontro  di  Silla  con  suo  padre  e  la impressione riportatane da
    questo.  Temeva di qualche  triste  mistero  nascosto  nell'ombra  del
    Palazzo,  si  rimproverava  di aver favorito,  per poca vigilanza,  un
    sentimento che,  non accolto,  poteva spingere Silla a men che  onesti
    propositi.
    Ho creduto diss'ella di dover raccontare tutto a Lei perch mi pare
    bene che Lei, andando al Palazzo, sappia queste cose quantunque vi sia
    del biasimo per me.
    Don  Innocenzo si fregava le mani lentamente,  suggendo l'aria come se
    gli dolessero.
    Non so proprio diss'egli quale biasimo vi possa essere...
    Pareva tuttavia che una lieve ombra fredda ve ne fosse dentro di  lui.
    Masticava  parole  vaghe  come  chi  non  arriva a raccapezzarsi bene.
    Domand a Edith che uomo fosse questo signor Silla.  Ella disse che lo
    credeva  uno  spirito  nobile,  ma ammalato,  offeso dalle contrariet
    della vita.
    E Le pareva che avesse inclinazione per Lei?
    Edith non rispose.
    Ma Ella dal canto Suo non ne provava alcuna per lui,  e solo  per  un
    equivoco il signor Silla pot sperare d'essere corrisposto?
    No, signore, temo di no, non per un equivoco.
    Ella  pronunci  queste  parole a voce bassissima,  chinando la fronte
    alle mani conserte sulla scrivania.
    Don  Innocenzo  tacque  guardando  i  capelli  giovanili,  lucenti  di
    bagliori  dorati.  Quella scoperta gli faceva pena;  gli doleva trovar
    passione dove aveva pensato non  esser  che  pace,  gli  doleva  veder
    piegarsi afflitta la bella testa intelligente.  Al tempo andato, nelle
    lunghe ore ch'egli  soleva  passare  meditando  e  leggendo,  nel  suo
    studiolo,  altre  immagini  di  donne pensose e vereconde erano salite
    dalla terra o uscite dai libri santi  innanzi  agli  occhi  suoi.  Gli
    pareva  ora che la rauca voce dell'orologio gli dicesse "ti ricordi?".
    Ecco,  dopo tanti anni,  una di queste figure,  viva e vera,  non  pi
    pericolosa ormai per lui che per un fanciulletto innocente. E soffriva
    di  vederla  ferita,  perch  vi era pur qualche cosa in lei della sua
    propria giovinezza intemerata, di certi ideali femminili contemplati a
    quel tempo, con trepida riverenza, da lontano.
    Edith alz il viso e se lo coperse con le mani.
    Temo diss'ella non aver fatto tutto  il  possibile  per  nascondere
    l'animo mio.
    Ma,  se  questo  giovine  signore  ha  uno  spirito nobile,  se aveva
    inclinazione per Lei, se Ella stessa... scusi,  sto alle Sue parole...
    se Ella stessa... ma perch allora?
    Le mani le caddero dal viso,  due occhi umidi brillarono davanti a don
    Innocenzo.
    Oh,  signor curato,  Lei che sa,  come pu credere?  Come  farei  ci
    mentre  mio  padre  ha  tanto  bisogno di me?  Mettere accanto e forse
    contro al mio dovere di figlia un dovere pi forte!  Sarei  venuta  in
    Italia per questo,  signor curato? Non  poi neppure la mia vocazione;
    ne sono convinta.
    Veramente convinta? disse don Innocenzo, grave. Sa veramente quanto
     grande oggi,  quanto lo pu  essere  domani  il  sacrificio  che  si
    propone?
    No  rispose  Edith  giungendo  le  mani  non dica questo,  non dica
    questo!  Ci che faccio  niente rispetto a  quanto  io  debbo  a  mio
    padre. Cos Dio mi accordi ch'egli venga alla fede! Intanto son felice
    che   non  abbia  sospettato  di  nulla.   Quanto  a  me  potr  anche
    dimenticare. Lei mi aiuti!
    Povero prete,  aiutare a combatter l'amore!  Nella  sua  grande  bont
    ingenua,   il  sacrificio  di  Edith  gli  pareva  irragionevole.   Se
    quest'uomo era nobile,  se l'amava,  certo avrebbe amato egli pure con
    affetto  filiale il padre di lei certo avrebbe cooperato al santo fine
    che Edith si prefiggeva.
    E' necessario diss'egli  utile davvero questo sacrificio? Pensiamo
    bene.  Potrebb'essere che Suo padre desiderasse veder  Lei  collocata,
    che  questo  pensiero  gli procacciasse delle angustie segrete.  Anche
    questo;  sa Ella di quanti e  quali  mezzi  si  pu  servire  Dio  per
    condurre  alla  fede  un'anima?  Forse  nell'ambiente  di una famiglia
    cristiana ve ne sono tanti che Lei adesso non immagina neppure.  Parlo
    per l'avvenire.  Per quello che  stato metta il Suo cuore in pace. Se
    qualche male avesse a succedere,  nessuna colpa pu ricadere sopra  di
    Lei.  No,  nessuna,  lo  creda.  Quand'anche Ella avesse dato a questo
    signore segno... non so... di simpatia, insomma,  Ella non sarebbe mai
    responsabile  davanti  a  Dio  delle  azioni  disoneste  che colui ora
    commettesse.
    No diss'ella ma per sarebbe un gran dolore.
    Don Innocenzo tacque;  cercava parole che non venivano.  Gli  facevano
    invece  violenza  altri  pensieri  generati dal racconto di Edith;  il
    sospetto di una trama disonesta,  il dubbio di dover fare qualche cosa
    presto,  fors'anche subito,  per combattere i disegni che Edith pareva
    attribuire  a  Marina  e  che  Marina  stessa  le  aveva   manifestati
    indirettamente  dal settembre,  parlando di un'amica sua sposatasi per
    odio e per disprezzo, per giungere all'amante attraverso il marito.
    Mi parli con piena sincerit diss'egli "ex abrupto":   convinta  o
    no che vi sia un accordo tra il signor Silla e donna Marina? Non abbia
    riguardi;  non  si  tratta qui di maldicenze n di quei giudizi che il
    Vangelo riprova.  Il mio ministero potrebbe forse venir esercitato per
    il bene e io debbo sapere, per quanto  possibile, la verit. Ella che
    conosce le persone e i fatti, mi dica schietto, che convinzione ha?
    Due  giorni  fa  non  c'era di sicuro rispose Edith ma oggi temo di
    s.
    Come? Che ci sia accordo?
    Temo che succeda: ho questo presentimento.
    Teme che succeda disse  don  Innocenzo  parlando  a  se  stesso,  e,
    fattosi  puntello d'un gomito alla scrivania,  con il palmo della mano
    sulla fronte e le dita inquiete sul  cranio,  riflett.  Dopo  qualche
    tempo aperse il cassetto della scrivania e ne tolse della carta.
    Ella  non  ha  risposto  diss'egli  alle parole che il signor Silla
    scrisse in quel volume per Lei?
    No, signore.
    Come? chiese don Innocenzo.
    Ella presentiva forse la proposta del curato, parlava cos piano!
    No, non ho risposto.
    Il prete si alz in piedi.
    Bene, risponda diss'egli.
    Anche Edith, involontariamente, si alz; vide,  senz'altre parole,  il
    concetto di don Innocenzo.
    Subito  disse questi,  accostando il calamaio alla carta,  che aveva
    posta sulla scrivania.
    Crede,  signor curato,  che questo possa essere  un  dovere  per  me?
    Subito?
    Lo credo.  Il mio dovere sar poi di giudicare se e quando la lettera
    debba essere consegnata. Sieda al mio posto.
    Edith sedette tacendo,  prese la penna con  mano  ferma  e  guard  il
    curato.
    Gli  occhi  di  lui presero un'espressione solenne,  la fronte divent
    augusta.
    Non so di queste cose diss'egli commosso ma ho sempre avuta  l'idea
    che invece di un legame di passione, santificato o no, vi possa essere
    fra  due  anime  veramente  nobili,  veramente forti,  un altro legame
    d'affetto, santo in se medesimo, un amore,  diciamo pure questa parola
    tanto  grande,  interamente  conforme all'ideale cristiano dell'intima
    unione fra tutte le anime umane nella loro via  verso  Dio.  Arrivo  a
    dire  che non v' sulla terra niente di pi bello di un legame simile,
    bench il legame coniugale sia sacro ed abbia un significato  augusto.
    Ella vuol fare questo sacrificio a suo padre; sia; ma perch svellersi
    dal  cuore  anche  la  memoria  della  persona che Le fu cara?  Perch
    rinunciare a un sentimento vivificante che Le fa  desiderare  il  bene
    temporale  ed  eterno  di  questa  persona  quanto Lei stessa?  Perch
    l'altra persona non potrebbe serbare un  sentimento  simile  verso  di
    Lei,  s che ambedue, sapendo l'uno dell'altro, battessero vie diverse
    nel mondo e compiessero i propri doveri con  questo  gran  vigore  nel
    segreto dell'anima? Scriva cos, scriva cos.
    Lei    un santo disse Edith.  V'erano sul suo viso e nella sua voce
    dei tristi "ma".
    Io sento bene soggiunse  la  bellezza  di  questa  unione,  ma  gli
    basterebbe, a lui? Non combatterebbe poi con tanto maggior violenza il
    mio proposito, non mi porterebbe a cimenti dolorosi?
    Don Innocenzo rimase mortificato.  Sentiva di conoscere il mondo tanto
    meno di lei,  di  non  poter  sostenere  la  discussione;  ma  il  suo
    convincimento rimaneva.
    Sar diss'egli sospirando.  Scriva come vuole,  anche poche parole,
    purch gli rialzino il cuore.
    Ella non disse niente,  si mise  a  pensare  con  la  penna  in  mano,
    guardando il lume.  Il curato aperse la finestra e appoggi le braccia
    sul davanzale.  Le stelle lo guardavano,  davano ragione a lui,  ma la
    terra nera gli dava torto.
    Dopo  brevi  momenti Edith lo chiam,  gli porse spiegato il biglietto
    che aveva scritto.
    No diss'egli non legger certamente; mi dica solo se son parole che
    possano infondere...
    Oh don Innocenzo esclam Edith, supplichevole ho scritto,  ho fatto
    il Suo desiderio. Legga se vuole, ma non mi faccia pi domande, non me
    ne parli pi!
    Bene,  bene, stia di buon animo, si ricordi che il Signore ci dice di
    non abbandonarci alla tristezza e vada a riposare che  tardi.

    Prima d'entrare in camera Edith origli  all'uscio  socchiuso  di  suo
    padre.  Dormiva.  Non  vi  poteva  esser per lei sonno pi dolce,  pi
    commovente del suo respiro placido,  eguale come quello d'un  bambino.
    And a posar il lume nella propria camera,  torn l al buio, appoggi
    la fronte allo stipite ascoltando, cercando una pace, una forza di cui
    aveva bisogno.
    In quel momento le ore pesanti caddero a una a una  dall'orologio  del
    campanile,  batterono  con la loro gran voce solenne sul tetto,  sulle
    scale sui pavimenti sonori della piccola casa addormentata. Edith alz
    il capo a contarle con sgomento,  come se fossero colpi menati  a  una
    porta di bronzo da qualche formidabile ospite inatteso.
    Erano le dieci e mezzo.
    Capitolo quarto.
    L'OSPITE FORMIDABILE.

    Silla, ch'era sdraiato sull'erba, balz a sedere e cont le ore. Dieci
    e  mezzo.  Trasse  l'orologio,  lo  guard al fioco lume delle stelle.
    Dieci e mezzo.  Lo sapeva che dovevano essere le dieci e mezzo:  aveva
    guardato l'orologio due minuti prima per la centesima volta.  Abbranc
    l'erba con le dita convulse,  ne strapp due  manciate.  Marina  aveva
    detto: dopo le undici.
    Lasci cader le braccia inerti, pieg il collo, si accasci tutto come
    se  un piede enorme gli calcasse le spalle.  Pens in quel momento con
    certa stupidit fredda e lenta all'atto sleale che stava per  compiere
    sotto il tetto d'un amico ammalato gravemente;  pens ai propositi del
    passato, alla vicenda di cadute e di vittorie, sovra tutto al sinistro
    presentimento antico di un'ultima caduta senza rimedio,  di un  abisso
    orribile  predisposto  chi  sa  in qual punto della sua vita,  dove si
    sarebbe perduto,  anima e corpo,  per  sempre.  Sent  senza  sgomento
    l'esservi giunto, d'avere un piede proteso nel vuoto.
    Un'amara energia gli corse le vene,  ogni pensiero scomparve dalla sua
    mente tranne il pensiero dell'ora che incalzava.
    Era l da un'ora allo stesso posto della  sera  precedente,  sull'erba
    del  vigneto,  accanto  a  un  cipresso.  Quelle cinque ore eterne del
    dopopranzo che pareva non avessero a passar mai, eccole corse, svanite
    come un secondo. Guard l'orologio;  mancavano venticinque minuti alle
    undici.
    Andrebbe subito?  Aspetterebbe l?  Si crucciava di non sentire ardere
    il sangue di un desiderio pi violento. Gli pareva esser torturato nel
    cervello e nei nervi  dall'aspettazione  febbrile;  non  altro.  Forse
    l'incontro di Steinegge?... No, non voleva pensare a quel nome.
    Si  alz  ad  abbracciare il gran tronco del cipresso,  e,  chiusi gli
    occhi,  immagin di origliare,  fermo  sulla  scaletta;  assapor  pi
    volte,  rinnovandone la immaginazione,  il venir lento di un sussurro;
    sent un'aura  profumata,  due  piccole  mani  che  prendevan  le  sue
    protese,  e  lo traevano su,  nelle tenebre.  Ella saliva a ritroso ed
    egli seguivala, muti l'uno e l'altra; ma le mani intrecciate parlavano
    insieme un linguaggio tanto inesprimibilmente forte e dolce  che  essi
    ristavano ansanti; quasi folli; e...
    Si  spicc  dal  cipresso  con  una  spinta  impetuosa.  Guard ancora
    l'orologio: erano le undici meno un quarto.  Pass dal  vigneto  sulla
    scalinata e discese adagio adagio,  in punta di piedi,  trattenendo il
    respiro,  sostando ad ogni rumore che si mescesse al  gorgoglio  delle
    fontane.  Giunto nel cortile si ferm un istante. Nessun lume, nessuna
    voce usciva dal Palazzo nero. Prese a dritta,  rasente il muro,  sotto
    le sparse braccia pendule delle passiflore e dei gelsomini,  spinse la
    porticina della darsena, entr nel buio.  Si vedeva solo,  a sinistra,
    il principio della scaletta e sulla bocca della darsena l'ondular vago
    dell'acqua  che  di tratto in tratto posava sulla chiglia delle barche
    un bacio quieto. Allora balen a Silla che forse quel convegno avrebbe
    potuto riescir diverso dalle immaginazioni sue,  che forse Marina  non
    l'amava, ch'era mossa da qualche strano capriccio. Avrebbe ella voluto
    prendersi giuoco di lui, lasciarlo l tutta la notte?
    Sedette sulla scaletta,  guardando, per l'alto finestrino ovale che la
    rischiarava,  uno spicchio di cielo,  la punta  di  un  cipresso,  una
    stellina pallida.
    Mancavano  sette minuti alle undici.  V'erano due minuti di differenza
    tra il suo orologio e quello della  chiesa.  A  quest'ultimo  dovevano
    essere le undici meno nove. Pens che quando il suo facesse le undici,
    egli  avrebbe  ad  aspettare  due  minuti  ancora,  due minuti eterni,
    tormentosi.  Ed ecco sopra il suo capo,  nelle profondit del Palazzo,
    da  qualche  orologio  pi  affrettato  degli altri,  un batter di ore
    stridenti. Per donna Marina erano le undici.
    Si alz,  sal la scala sin dove non  giungeva  pi  il  chiarore  del
    finestrino, punt le mani alle due pareti e, proteso in avanti, stette
    in ascolto. Silenzio.
    Il  gemer lieve d'un uscio gli ferm il respiro.  Segu un sussurro di
    passi cauti, una voce; non una voce, un soffio rapido:
    Renato!
    Silla si gittava gi in avanti e gli ricadde il piede.
    Un momento dopo ud chiamare ancora, ma pi forte, stavolta:
    Renato!
    La voce gli pareva e non gli pareva di donna Marina.  Diede  un  passo
    addietro.
    Allora ud scender veloce un rumore di vesti, ristar di botto.
    Silla, Silla! disse donna Marina.
    Era  ben  lei;  non poteva vederla,  ma la sentiva in faccia,  a pochi
    scalini di distanza.
    Non sono Renato diss'egli senza muoversi.
    Ah, non ricorda il nome! La vostra mano!
    Balz gi con impeto,  cadde sul braccio  sinistro  di  Silla  che  la
    strinse, l'alz quasi da terra.
    Era vero diss'ella con voce morente,  tenendogli le labbra sul collo
    era vero quello che mi avete detto ier sera?
    Silla non rispose, la strinse pi forte, le baci la spalla,  si sent
    premer forte la guancia da un'altra guancia di velluto,  da un piccolo
    orecchio caldo.
    Era vero? ripet Marina teneramente.
    Non si poteva sentirsi palpitar  sul  petto  quella  bellezza  altera,
    respirare il tepore odoroso che le usciva dal seno,  udirsene al collo
    la fioca voce e non perdere ogni lume  di  pensiero.  Silla  pot  dir
    appena:
    E tu?
    Dio, da quanto! rispose Marina. Poi, come per subitaneo pensiero, si
    sciolse con impeto da Silla, gli appunt le mani alle spalle.
    Dunque non ti ricordi tutto! diss'ella.
    Egli non cap, rispose a caso, ebbro, tendendo le braccia:
    Tutto, tutto!
    Anche di Genova?
    Le  parole  strane  non  entrarono  nella  mente di Silla,  che ripet
    impaziente:
    Tutto, tutto!
    Marina gli afferr le mani, gliele congiunse con impeto
    Ringrazia Dio diss'ella.
    Stavolta il nome terribile  gli  strinse  le  viscere  come  un  pugno
    freddo.  Egli tacque stupefatto,  a mani giunte Marina tacque pure per
    pochi momenti,  aspettando ch'egli pregasse col pensiero;  quindi  gli
    pass la mano destra sotto il braccio, e sussurr: Adesso andiamo! e
    si volse a risalir la scala.
    Egli si lasciava tirar su, restando uno scalino indietro, tacendo.
    Trovarono un pianerottolo dove la scaletta svoltava a destra.
    Vieni,   dunque  disse  Marina,   lasciando  il  braccio  di  lui  e
    cingendogli  col  proprio  la  vita.   Gli  pos   quindi   la   bocca
    all'orecchio, vi gett dentro un bisbiglio.
    Egli  dimentic  le parole incomprensibili di prima,  torn cieco,  le
    rispose.
    Zitto, adesso diss'ella mettendogli la sinistra sulle labbra.
    Spinse una porticina ed entr in un corridoio. Teneva Silla per mano e
    lo precedeva,  camminando cauta rasente la parete.  Ad  un  tratto  si
    ferm, credette udir passi e voci, stette in ascolto.
    Le voci venivano dal piano inferiore, dal corridoio vicino alla camera
    del conte.
    Non  vi  bad  pi,  and avanti.  Si ud la sua mano tentar un uscio,
    girar una maniglia. Una lama di luce brill nel corridoio,  un odor di
    rose avvolse Silla. Entrarono.
    V'erano  candele  accese  sulla ribalta calata dello stipo,  sul piano
    aperto, sopra una libreria bassa.  Dalla porta spalancata della camera
    da  letto  entrava  pure  un debole chiarore.  Grandi mazzi sciolti di
    glicine celesti,  di  rose  bianche  e  gialle  erano  sparsi  un  po'
    dappertutto.
    Marina salt nel chiarore delle candele,  trasse dentro Silla,  chiuse
    l'uscio,  ne gir la chiave,  tutto in un lampo,  lucente gli occhi di
    riso muto,  lucente d'oro il collo e i polsi ignudi,  bianca, a grandi
    ricami azzurri, la persona.
    Lasci Silla,  balz in due slanci al piano e prima  che  egli  ne  la
    strappasse, attacc, con fuoco demoniaco, la siciliana del "Roberto".
    Li  sfido! diss'ella lasciandosi trascinar via.  Li ho sfidati bene
    anche ieri sera: no? E non hanno inteso niente.
    Silla aspettava che qualcuno, inteso il piano salisse.
    Marina si strinse nelle spalle,  si sciolse da lui cadde quasi  supina
    in una poltrona.
    Qua! diss'ella, accennandogli di sedere a terra presso a lei. Tutte
    le tue memorie.
    Silla non rispose.
    Il ballo,  prima soggiunse subito Marina.  Non comprendi?  Il ballo
    Doria! ella batt il piede a terra impaziente.
    Non comprendo diss'egli.
    Marina si rizz di schianto a sedere.
    Non m'hai detto  che  ti  ricordi?  V'era  in  lui  un  demonio  che
    s'irritava di queste ciance vane,  non si curava di comprenderle o no.
    Prese colle mani di ghiaccio quelle di lei,  la pieg  a  forza  sulla
    spalliera della poltrona, si curv a risponderle.
    Non  so  nulla,  non  ricordo  nulla.  Non  ho vissuto mai mai tranne
    adesso. Sapevo solo che sarebbe venuto, questo momento! Ho la frenesia
    di goderlo.
    Egli provava la sensazione vertiginosa di scendere in  un  gran  vuoto
    senza  fondo,  desiderava  avidamente  di  precipitare sempre pi gi,
    senza rimedio.
    Non stringermi cos disse Marina cercando svincolar  le  mani.  Non
    voglio!  esclam,  poich  l'altro non l'ascoltava.  Fu tanto superbo
    l'impero del suo sguardo e della sua voce che Silla obbed. Si alz in
    piedi,   si  allontan  da  lui  lenta,   a  capo  chino.   Si   volt
    improvvisamente, batt il piede a terra.
    Pensa! Ma pensa! disse.
    Un  brivido corse pel sangue a Silla,  glielo raffredd.  Non so quale
    informe presentimento pauroso sorgeva in lui.
    Marina gli chiese precipitosamente:
    Perch mi hai chiamato Cecilia quella sera?
    Perch avevo scoperto ch'eri la Cecilia delle lettere.
    Ella riflett un istante e disse con calma:
    Certo,  me l'ero ben  immaginato.  Ma  ieri  a  sera  soggiunse  con
    l'impeto di prima ma poco fa, perch dirmi che ti ricordi?
    Perch  ho  creduto  che  parlassi  della nostra corrispondenza e del
    momento in cui ti strinsi fra le braccia, qui sotto, in darsena.
    Ella sedette allo stipo, ne cav il manoscritto,  parve immergersi per
    qualche minuto nella lettura delle vecchie carte giallognole,  si alz
    bruscamente.
    Ti dir un segreto che riguarda anche te diss'ella,  e spense  prima
    le due candele dello stipo, quindi le altre del piano, della libreria,
    tranquillamente,  senza proferir parola, come se quelle fiamme fossero
    vive e potessero udire.  Solo dalla porta aperta della camera da letto
    entrava un chiaror languido sul pavimento, sui mobili pi vicini.
    Marina  prese  Silla  pel  braccio,  lo trasse nell'angolo pi oscuro,
    presso la porta del corridoio, gli sussurr:
    Tu non sai chi sono.
    Egli non  comprendeva,  non  rispondeva;  quell'informe  presentimento
    saliva in lui angoscioso.
    Ti ricordi quella sera in loggia, la dama che tu accusavi, per cui mi
    sdegnai?
    Silla taceva sempre.
    Non ti ricordi? La contessa Varrega d'Ormengo?
    S  diss'egli ricordandosi a un tratto,  aspettando ansiosamente che
    Marina si spiegasse.  Ma ella gli pos la fronte ad una spalla e ruppe
    in  singhiozzi dicendo due parole che Silla non intese.  Pieg il viso
    sui capelli di lei, la preg di ripeterle.
    Sono  io  diss'ella  singhiozzando  ancora.  E  tosto  un  movimento
    involontario di Silla, una sommessa esclamazione dolorosa la scossero.
    Di un passo indietro, esclam:
    Dunque mi credi ?...
    Oh no! interruppe Silla.
    La parola, non proferita, indovinata, risuon pi forte.
    Marina non piangeva pi. Disse piano:
    Come siete tutti bassi, Dio!
    V'era stato un tempo in cui nessuno avrebbe potuto dir basso a Corrado
    Silla; ma questo tempo non era pi ed egli lo sent acutamente.
    Tu,  tu  continu  Marina  tu  mi hai scritto che questa era la tua
    fede, una vita precedente.  Ma che fede era mai?  Era una fantasia,  e
    non una fede.  Ti dico " vero" e tu hai paura, mi credi pazza! Chi ti
    aveva detto, piccolo cuor vile, di fare il grande? Va!
    Una dopo  l'altra  le  parole  fiere  frustavano  Silla  in  viso,  lo
    avvinghiavano nella loro logica veemente, lo irritavano, gli mettevano
    un'avidit crescente di sapere,  di udire.  Egli la incalz di domande
    violente,  passando dalla preghiera allo  sdegno.  Ella  lo  ribatteva
    indietro colla sua sillabatura:
    Va! Va!
    Finalmente si arrese.
    Ascoltami! disse camminiamo.
    Si avviarono lentamente,  girando intorno al piano, passando ad ora ad
    ora  nel  chiarore  che  veniva  dalla  camera  da  letto,  perdendosi
    nell'ombra. Marina parlava rapidamente, tanto sottovoce che Silla, per
    udirne le parole, dovea piegar l'orecchio alla bocca di lei.
    V'era sul suo viso, le prime volte che pass nella luce, una curiosit
    febbrile;  quindi  vi ripass con gli occhi vitrei,  sbarrati.  Marina
    parlava tenendosi sempre un pugno stretto alla fronte.  Ad un  tratto,
    nell'ombra, si fermarono. Ma come? diss'egli. Marina non rispose. Un
    momento  dopo  si  ud lo scatto di una molla.  Poi egli fece un'altra
    domanda sommessa.  Marina and nella camera da letto,  ritorn con una
    candela accesa, la pos sullo stipo. Anche ella era livida e gli occhi
    suoi  avevano  una  cupa  espressione  indefinibile.  Silla afferr il
    manoscritto avidamente.  Marina seguiva,  attenta,  la sinistra storia
    sulle  labbra  mute,  sulle sopracciglia,  sulle mani tremanti di lui.
    Durante quel mortale  silenzio,  passi  precipitati  suonarono  a  pi
    riprese  nel corridoio del piano inferiore,  ma n l'uno n l'altro li
    udirono.  Di tempo in  tempo  Silla  fremeva,  pronunciava,  leggendo,
    alcune  parole;  ed  ella allora,  alitando affannosamente,  appuntava
    l'indice sul manoscritto.
    Ti ricordi questo? le diss'egli una volta, continuando a leggere.
    Tutto, tutto rispose. Leggi qui, leggi forte.
    Silla lesse: "Dicevano che  rinascerei,  che  vivrei  ancora  qui  tra
    queste  mura,  qui mi vendicherei,  qui amerei Renato e sarei amata da
    lui;  dicevano un'altra  cosa  buia,  incomprensibile,  indecifrabile;
    forse il nome ch'egli porter allora".
    E tu non ricordi! diss'ella dolorosamente.
    Egli non la intese, soggiogato dal fascino del manoscritto: tir via a
    leggere in silenzio. Un altro passo lo fe' inorridire, lo costrinse ad
    alzar la voce leggendo:
    "Allora, allora vorrei rizzarmi sul cataletto e parlare."
    E  ho parlato diss'ella l'altra notte,  come se fossi appena uscita
    dal cataletto; l'ho ferito a morte.
    Silla non le bad,  continu a leggere.  Giunto alle  parole:  "Quando
    nella  seconda  vita",  si  vide  strappar  di  mano il manoscritto da
    Marina,  che gli prese poi a due mani la testa,  gliela curv,  gliela
    strinse.
    E  tu  non  credevi!  disse.  Ma poi ti ho perdonato perch ti amo,
    perch Dio, vedi, Dio vuole cos;  e poi perch anch'io,  sulle prime,
    non ho creduto. Ecco, mi sono inginocchiata qui. Cos.
    Cadde  ginocchioni,  appoggi le braccia e il capo sulla ribalta dello
    stipo.
    E ho pensato, ho pensato,  ho cercato nella mia memoria.  Niente.  Ma
    poi la fede m' venuta come un fulmine, ho creduto soggiunse balzando
    in piedi,  mettendo una mano sulla spalla di Silla e adesso, da pochi
    giorni, mi ricordo di tutto, di ogni minuzia. Si ferm,  lo guard un
    momento negli occhi, e, piegato il capo sul petto, disse teneramente:
    Non  comprendi  che  sono stata,  che l'anima mia  stata nella tomba
    tanto e tanto, non so quanto, prima di sciogliersi da quell'altra cosa
    orribile?  Parlami d'amore,  vedi quanto ho  sofferto.  Spero  che  ti
    ricorderai anche tu. Ti ho le labbra sul cuore; vorrei vedervi dentro,
    aiutarti a trovare. E t'ho amato subito, sai; appena ti vidi, la prima
    volta.
    La  ragione  di  Silla  si  oscurava  ancora  per  il turbamento della
    lettura,  per la molle bellezza di Marina,  per la  voce  blanda,  pi
    voluttuosa del tocco.
    Ella rialz il capo.  Ma non volevo disse. Bisogna pure che ti dica
    tutto.  Credevo che il conte Cesare ti avesse  fatto  venire  per  me;
    volevo  odiarti,  mi  sarei  morsa il cuore perch,  quando ti vedevo,
    quando ti udivo,  palpitava.  Ah,  quella sera in barca,  dopo le  tue
    parole superbe,  insolenti, se tu avessi osato! Quando mi riconducesti
    alla cappelletta...
    Alla darsena diss'egli involontariamente.
    Ella fece un gesto d'impazienza.
    Ma no! Alla cappelletta: non ti ricordi?  Quando mi riconducesti l e
    mi lasciasti, gittandomi il mio primo nome, caddi come morta. Ripensai
    e compresi;  mi dissi:  lui,  sar lui; presto o tardi, contro tutto,
    contro tutti, sar lui qui. Vengono i Salvador, per me. Lo sai che son
    parenti della famiglia d'Ormengo? Allora Dio, perch la volont di Dio
    sfolgora in tutta questa cosa,  Dio mi fece  vedere  la  vendetta  che
    veniva  da  s.  Guarda,  la  sera  stessa  in  cui  fu  conchiuso  il
    matrimonio...  sai,  dopo avergli detto s,  ebbi un'ora  di  sfiducia
    terribile...  seppi che Lorenzo eri tu. Si stabil il 29 aprile per il
    matrimonio. Io scrissi a Parigi... no, non a Parigi, a Milano; come mi
    si confondono i nomi! Volevo sapere mille cose di te. Tu non ci andavi
    mai,  da Giulia.  Intanto il 29 aprile  si  avvicinava.  Quando  penso
    com'ero  fredda e sicura in principio!  Negli ultimi giorni non lo ero
    pi. Avevo la febbre tutte le notti, la febbre!  Volevo sposarlo e poi
    calpestarlo,  per  amor tuo,  ma tu non venivi mai.  Feci differire il
    matrimonio di un giorno.  La notte prima,  che notte!  alzai le mani a
    Dio dal mio letto. Allora Dio mi ha toccato qui.
    Ella prese una mano di Silla, se la pose sulla fronte.
    Mi  ha toccato qui e ho visto quel che dovevo fare.  Sono andata gi,
    gli ho parlato. La sera dopo ti mandai il telegramma. E tu, allora?
    Silla si sentiva assalire furiosamente alla sua volta dalla folla. Le
    pareti,  lo stipo,  gli occhi di  Marina,  la  solitaria  candela  gli
    rotavano  in  giro  vertiginosamente.  Non ebbe il tempo di rispondere
    perch l'uscio che dalla camera da letto metteva nel  corridoio,  son
    di pi colpi,  fu aperto con violenza.  Una figura che per lungo tempo
    non si era fatta vedere al Palazzo,  vi aveva fatto ritorno nel  cuore
    della  notte,  un'ora  prima,  mentre  Silla  attendeva  Marina  sulla
    scaletta,  Giovanna  vegliava  presso  il  conte  sopito,   gli  altri
    dormivano  sognando  nel  dolce  sonno  primaverile,  chi il fragor di
    Milano, chi la quiete di Venezia,  chi eredit,  chi pranzi,  chi Nina
    dalle  braccia  di  neve.  Ogni cancello,  ogni porta s'erano aperti a
    quest'ospite,  con l'atterrita obbedienza muta di servi  sorpresi  dal
    ritorno impensato del signore.  Era salito sino alla camera del conte,
    e ciascuna pietra della casa aveva intanto sussurrato alla  vicina  il
    suo funebre nome :
    "MORTE."
    Marchesina, marchesina! esclam Fanny entrando. Vide Silla e tacque,
    fulminata.  Silla  si  stacc da Marina,  si trasse un passo indietro.
    Marina,  sorpresa un momento,  si riebbe tosto,  gli riprese  la  mano
    sdegnando dissimulare, vibr a Fanny un imperioso:
    Che hai?
    Il signor conte! rispose Fanny.
    Ebbene?
    C'  venuto  un altro accidente un'ora fa e adesso  dietro a morire!
    Han detto di venir gi, di far presto.
    Marina spicc un salto verso la cameriera.
    Muore? diss'ella.
    Fanny aveva ben visto alla sua padrona,  da tre  giorni,  degli  occhi
    strani;  mai come in quel punto.  Sgomentata, non rispose. Stava sulla
    porta col lume in mano, scarmigliata, nudo il collo,  guardando Marina
    con occhi stralunati, torbidi ancora di sonno.
    Vieni! disse Marina a Silla,  e si slanci,  tenendolo per mano, nel
    corridoio oscuro.
    C' gi anche il prete disse Fanny ripigliando fiato.
    Silla aveva voluto, al primo momento, resistere,  gittar da s la mano
    nervosa che lo stringeva, ma una voce gli aveva gridato dentro: "Vile!
    adesso  l'abbandoni?".  Segu Marina.  Fanny veniva lor dietro tenendo
    alto  il  lume,   stupefatta,   ricacciandosi  in  gola  una  fila  di
    esclamazioni.
    Il  lume  stesso  pareva  agitarsi  pieno d'angoscia come se giungesse
    incontro ad esso, pel corridoio nero,  il soffio grave e solenne della
    morte.
    Veniva  su  per la scala il chiarore d'un altro lume.  Qualcuno chiam
    dal basso:
    Signora Fanny, signora Fanny!
    Era il cameriere che saliva affannato col lume in mano.
    Domand a Fanny, senza badare agli altri due, se avesse un crocefisso.
    No,  no,  nella camera della signora  Giovanna,  nella  camera  della
    signora  Giovanna!  gli  grid dietro,  dal fondo,  la voce di Catte.
    Fanny si mise a singhiozzare,  e  il  cameriere,  fatto  un  gesto  di
    fastidio,  ridiscese,  scambi  parole  veementi con Catte.  Una porta
    lontana s'aperse,  qualcuno zitt sdegnosamente.  Subito dopo la  voce
    tranquilla del medico disse forte:
    Ghiaccio! Voci sommesse, frettolose, ripetevano:
    Ghiaccio, ghiaccio!
    Marina non correva pi,  scendeva adagio adagio, trepida suo malgrado.
    Le ombre del Palazzo erano  piene  di  terrore  augusto;  quelle  voci
    spaventate,  quei lumi di cui si vedevan qua e l fugaci riverberi, lo
    accrescevano.  Prima ch'ella mettesse piede sul  corridoio  del  piano
    inferiore,  passarono  il  Vezza  ed  il  Mirovich,  senza cravatta n
    solino;  curvi,  frettolosi.  Il giardiniere che recava il ghiaccio li
    raggiunse,  li urt col gomito, pass loro davanti. Improvvisamente si
    udi la voce sonora di don Innocenzo:
    "Renova in eo, piissime Pater, quidquid terrena fragilitate..."
    Poi pi nulla.  Certo un uscio era stato aperto e richiuso.  Marina  e
    Silla  uscirono  sul corridoio seguiti da Fanny,  videro il Vezza e il
    Mirovich aprir piano piano l'uscio del conte, scivolar dentro; udirono
    ancora per un istante, la voce di don Innocenzo:
    "Commendo te omnipotenti Deo."
    Fanny die' in uno strido, pos il lume a terra e fugg.
    Marina si ferm, si volt a guardarla.
    Stupida! diss'ella. Poi sussurr a Silla:
    L'altra notte,  andando da  lui  a  vendicarmi,  son  caduta  qui,  a
    quest'ora stessa. Non te l'ho detto che l'ho ferito a morte?
    E fe' un passo avanti.  Ma in quel punto si sent cinger la vita dalle
    mani poderose di Silla,  riportar  di  peso  sulla  scala.  Tacque  un
    momento, sbalordita; quindi, ingannandosi sulle intenzioni di lui, gli
    disse sorridendo:
    Dopo!
    Egli non parl.
    Lasciami dunque!
    No  rispose Silla.  Non era pi la ebbra voce di prima;  era la voce
    d'uno che vede subitamente qualche cosa orribile.
    Come? diss'ella.
    Si contorse tutta,  si divincol,  quale una serpe nell'artiglio dello
    sparviero. Si racchet subito, cupa.
    Ohe, quel lume! Chi ha lasciato l quel lume? disse Catte che veniva
    dal  lato  opposto  alla  camera  del  conte.  Un'altra  voce commossa
    ripeteva: "Gesummaria, Gesummaria!".
    Fanny aveva posato il lume sul primo  scalino.  Catte  e  la  contessa
    Fosca  passarono,  guardarono  su per la scala,  si fermarono.  Allora
    Silla,  quasi involontariamente,  lasci libera Marina,  che salt nel
    corridoio  sugli  occhi attoniti delle due donne e pass loro davanti,
    senza salutarle.  La contessa  Fosca  tutta  imbacuccata  in  un  gran
    scialle nero,  guard Silla con un lampo, sul suo faccione volgare, di
    severa dignit;  non disse motto e  pass  oltre.  Silla  discese  nel
    corridoio,  la vide entrare con Catte nella camera del conte. Non vide
    Marina, cap che doveva esservi gi entrata,  si batt rabbiosamente i
    pugni  sulla  fronte.  Balz  quindi  in  punta di piedi all'uscio del
    moribondo e origli.
    "Suscipe,  Domine" diceva  don  Innocenzo  "servum  tuum  in  locum
    sperandae sibi salvationis a misericordia tua."
    Una  larga voce,  breve e grave come un soffio di organo appena tocco,
    rispose:
    Amen.
    Silla strinse,  come chi affoga,  la maniglia  dell'uscio.  Questo  fu
    aperto; si sussurr: Avanti!.
    Egli entr,  non guard, non vide; cadde ginocchioni presso una sedia,
    accanto alla porta.
    La luce d'una candela posata a terra presso  il  letto  batteva  sulle
    bianche  lenzuola  cadenti,  sui  pomi  d'ottone  della lettiera,  sui
    frantumi di ghiaccio  sparsi  pel  pavimento;  gittava  attraverso  la
    camera la grande ombra di don Innocenzo,  ritto presso al moribondo di
    cui si udiva il rantolo affannoso,  precipitato.  Da  pi  del  letto,
    nella  penombra,  stava  il  medico,  ritto;  accanto  a lui Giovanna,
    inginocchiata,  soffocava i singhiozzi nelle  coltri.  Dispersi  nelle
    ombre  dell'ampia  camera  erano inginocchiati la contessa Fosca e suo
    figlio, il Vezza, i domestici,  il giardiniere.  Questi e il cameriere
    del conte piangevano.  Il Mirovich,  vecchio mondano, stava appoggiato
    alla parete in un angolo. Se ne sarebbe andato volentieri; restava per
    un riguardo alla contessa.
    Un'altra persona era in piedi in mezzo  alla  camera,  a  pochi  passi
    dall'uscio: Marina. Le si vedevan bene la punta lucida, vibrante d'uno
    stivaletto,  la gonna bianca a ricami azzurri; pareva tener le braccia
    incrociate sul petto;  del viso  nulla  discernevano  n  la  contessa
    Fosca, n suo figlio, n il Vezza che le avean gli occhi addosso.
    Don  Innocenzo  proferiva  ad  alta  voce le preghiere "commendationis
    animae"  con  Rituale  alla  mano,  senza  leggervi  mai.  Non  mostr
    avvedersi  di  Marina n di Silla.  Non dipartiva lo sguardo da quella
    testa con la bocca aperta e gli occhi  chiusi,  coperta  di  ghiaccio,
    inclinata  sull'omero  sinistro,  cadaverica.  Parlava  con accento di
    profonda  piet:  quando  disse  "ignorantias  eius,   quaesumus,   ne
    memineris,  Domine",  le parole suonarono pi alte e commosse, parvero
    esprimere un'appassionata fede,  che Dio accoglierebbe nella sua  pace
    quello spirito,  il quale, dopo aver operato il bene sulla terra senza
    pensare a Lui, Gli giungeva davanti come chi navigando diritto e fermo
    verso una mta conosciuta,  trov invece gran  terre  nuove  e  gloria
    imperitura.  In  quella  notte  d'angoscia  e di trepidi bisbigli,  le
    sonore parole sacre  volte  con  tanta  fede  a  un  Essere  affermato
    presente  e invisibile sopra l'uomo colpito da Lui,  affermato padrone
    di chi Gli parlava e di tutti i circostanti,  credenti o no,  empivano
    la  camera  di sgomento.  Si sentivano due potenze sovrumane a fronte:
    una luminosa,  eloquente,  infocata di  piet,  tenace,  instancabile;
    I'altra  buia,   muta.   E  questo  appariva  grande,  che  la  prima,
    disconosciuta dal giacente e in vita e in morte,  offesane con  parole
    d'indifferenza, fors'anche di spregio, veniva nell'ultima sua ora, non
    richiesta  da  lui,  non  potendone  pi attendere n bene n male,  a
    coprirlo,  a difenderlo,  a parlare  alto  per  esso  in  un  giudizio
    terribile.  Quando  il  prete sostava per qualche istante,  s'udiva il
    moribondo ansar  precipitosamente  come  se  un  leone  gli  si  fosse
    accosciato su. A un tratto quel rantolo parve mancare.
    E' la fine disse don Innocenzo volgendosi agli astanti.  Vide Marina
    in piedi,  le accenn che s'inginocchiasse,  poi si curv  sul  letto,
    pronunci con voce chiara le ultime preghiere.
    Marina fece due passi avanti; il lume della candela ascese fino al suo
    viso pallido, alle nari frementi, alle sopracciglia contratte.
    Conte Cesare! diss'ella.
    Tutti  trasalirono,  si  rizzarono  sulle ginocchia,  esterrefatti,  a
    guardarla; tutti, tranne don Innocenzo.  Questi non fece che un gesto,
    con la sinistra, verso lei.
    Ella non indietreggi, non pieg. Stese le braccia, appunt gl'indici,
    come due pugnali, al morente, esclam:
    Cecilia  qui...
    Un  fremito  d'esclamazioni  sorde,  uno scricchiolar di seggiole,  un
    fruscio di piedi corse per la stanza. Don Innocenzo si volt.
    Via! diss'egli.
    Nepo,  il Vezza,  il Mirovich fecero un passo verso la donna ritta  in
    mezzo alla camera come un fantasma.
    In  nome del Signore la conducano via! singhiozz Giovanna.  E' lei
    che l'ha ucciso!
    Nello stesso istante  Marina  gitt  indietro  le  braccia  coi  pugni
    chiusi,  pieg  avanti  il  viso  e  il  petto.  Nessuno  dei  tre os
    avvicinarsele, fermar le parole stridenti:
    Con il suo amante!...
    Allora fu visto Silla slanciarsi a lei, levarla tra le braccia.
    Per vederti morire! grid ella in aria,  dibattendosi.  Fu un lampo;
    si ud un'usciata violenta.  Silla e Marina sparvero,  la camera torn
    silenziosa.  Nepo,  il Vezza e l'avvocato mossero in  punta  di  piedi
    verso la porta.
    Nepo! disse la contessa Fosca sottovoce, con forza. Qui!
    Egli obbed, le and vicino. Gli altri due uscirono.
    Il  conte  Cesare  non  ha  potuto  udir  parola disse don Innocenzo
    pigliando la candela e posandola sul comodino. Egli dorme in pace.
    Il medico si avvicin,  pos una mano  sul  cuore  del  conte,  trasse
    l'orologio e disse forte:
    Un'ora e trentacinque minuti.
    Don Innocenzo cominci subito le preghiere per l'anima partita.
    Una  voce chiam dalla porta il medico,  che usc.  Anche i domestici,
    per ordine di Nepo, uscirono tutti, tranne Giovanna che, inginocchiata
    al letto del suo padrone, rispondeva con voce debole,  desolata,  alle
    preghiere   del  curato.   Nepo  accese  due  candele  che  erano  sul
    cassettone.  Le fiammelle,  allargandosi come  due  occhi  spaventati,
    mostrarono  poco  a  poco  al  suo viso cupido le chiavi del conte sul
    cassettone,  la contessa Fosca pochi passi discosto,  il Mirovich  che
    rientrava pallido,  col ribrezzo sul volto della cosa stesa sul letto,
    a sinistra. Costui si ferm sulla porta e guard Nepo,  aggrottando le
    sopracciglia.  La  contessa  lo  vide,  ruppe  in  singhiozzi,  and a
    stendergli il braccio che il vecchio cavaliere prese  ossequiosamente,
    e usc con esso.
    Nepo tolse le chiavi e una candela;  si prov pian piano ad aprire uno
    stipo addossato alla parete di fronte  al  letto,  tentando  tutte  le
    chiavi senza riuscirvi.
    Oh  Signore!  disse  la Giovanna con accorato sdegno.  Don Innocenzo
    s'interruppe.
    O pregare o uscire diss'egli.
    Ma Nepo non gli bad.  Curvo sullo  stipo,  girando  la  chiave  nella
    serratura,   figgendovi  quasi  il  lungo  naso,  pareva  una  donnola
    fremebonda, inarcata a spiare, a odorar per qualche pertugio la preda.
    La collera sal al viso di don Innocenzo.
    Vado io disse.
    Avrebbe afferrato colui,  lo avrebbe gittato alla porta  se  Giovanna,
    supplichevole, non lo avesse trattenuto.
    Lasci stare diss'ella seguiti, seguiti, non me lo abbandoni.
    Intanto  Nepo  aveva  trovato  la  chiave  buona,  aperto  lo  stipo e
    trattane, dopo breve frugare, una carta piegata.
    L'accost alla candela cui reggeva  con  la  sinistra,  vi  lesse  una
    soprascritta,  abbruciandosi i capelli.  Il Mirovich, rientrato allora
    senza ch'egli se ne avvedesse,  gli si avvicin,  gli disse con la sua
    severa voce proba:
    A me.
    Bisogna  leggere  subito  disse Nepo,  confuso.  Voglio sapere dove
    sono, in casa di chi.
    Uscirono insieme.
    Anche le preghiere "in expiratione" erano finite.  Don Innocenzo preg
    ancora per qualche tempo,  indi tolse congedo da Giovanna,  che non fu
    in grado di articolar parola.  La povera  vecchia,  rimasta  sola  col
    padrone, pose sulla testiera del letto le candele accese da Nepo, mise
    a  posto  le  seggiole  sparse  per la stanza,  studiandosi di non far
    rumore,  come se il conte dormisse.  Sedette poscia  presso  al  letto
    guardando  il  crocifisso  posato  sul petto del cadavere.  Ella aveva
    fedelmente,  umilmente  servito  il  conte  per  quarant'anni,   senza
    toccarne  mai  parole  aspre  n affettuose,  ma sentendone la intiera
    fiducia e una coperta benevolenza.  Gli aveva sempre voluto,  in vita,
    un  bene  rispettoso,  da essere inferiore.  Mai mai non gli era stata
    cos vicina come adesso ch'egli non era pi il padrone  in  casa  sua,
    che  gente estranea metteva mano liberamente alle chiavi,  mentre ella
    sola di tanti servi, di tanti amici, gli rimaneva accanto, devota come
    nei giorni passati della sua alterezza,  della sua forza.  Mai mai non
    gli  era  stata  cos  vicina  come adesso che la croce gli posava sul
    cuore;  una piccola croce tolta quella notte dalla camera di  lei.  Si
    alz,  venne  a baciar per la prima volta,  una dopo l'altra,  le mani
    inerti fra cui la croce  posava,  ne  prov  consolazione  infinita  e
    pianse.

    Don Innocenzo, escito nel corridoio, lo trov scuro. Fatti pochi passi
    pian  piano  tastando  il  muro,  perdette  la  tramontana e si ferm,
    disposto a retrocedere in cerca di lume. Stette in ascolto. Ud strida
    e lamenti che venivano dall'alto, a intervalli;  anche parole,  ma non
    gli  riusc  di  afferrarne  alcuna.  Riconobbe  per la voce di donna
    Marina.   Nessuno  rispondeva.   Colpi  sordi  di   passi   frettolosi
    attraversavano il soffitto del corridoio, poi tacevano. Al di sotto, a
    fronte di don Innocenzo,  tutto era silenzio come alle sue spalle. Che
    accadeva lass? Le strida,  i lamenti continuavano.  Ore d'angoscia in
    cui  il cuore della casa tace,  vuoto di vita e un'agitazione mista di
    stupore e disordine invade le membra  senza  governo!  Don  Innocenzo,
    calmo al cospetto della morte,  calmo durante la terribile apparizione
    di Marina, qui si turbava.
    Un passo rapido risuon  sul  soffitto,  trabocc  per  la  scala  nel
    corridoio.
    Lume! disse don Innocenzo.
    Ah, Signore! esclam colui ch'era disceso, correndo via a precipizio
    nel buio.
    Il curato riconobbe il Rico, lo chiam, ma inutilmente. Si vide aprire
    e  sparire a fronte una luce debole,  and avanti a caso e,  spinto un
    uscio, si trov in loggia.
    Ah,  il  signor  curato!  disse  il  Rico  che  stava  per  scappare
    dall'altra parte.
    Potevano essere le due.  Faceva fresco.  Il cielo si era tutto coperto
    daccapo di nuvole malinconicamente  chiare  fra  la  luna  invisibile,
    appena spuntata, e il tacito specchio del lago.
    Vien qua! disse il curato. Dove vai ?
    Vado a pigliar la medicina.
    Cosa c'?
    Che senta!
    Le grida ricominciarono,  in quel momento pi distinte.  Don Innocenzo
    s'affacci alla balaustrata, guard in alto a destra,  vide illuminata
    la  finestra  d'angolo  del piano superiore.  La voce veniva di lass.
    Adesso parevano rimproveri, imprecazioni, poi lamenti, poi silenzio.
    E' la signora donna Marina disse il Rico sottovoce.  E' come matta.
    C' su il signor dottore e il signor Silla.  La gliene dice di tutti i
    colori al signor Silla
    Non c' nessun altro?
    C' anche la mia mamma.  C' stata un momento la signora Fanny,  ma 
    scappata.
    E tu cosa vai a prendere?
    Lo so io? Il signor dottore ha detto un certo nome come corallo. E mi
    ha detto di chiamare la Luisa del Battista per venire a curarla.
    Don Innocenzo si tolse la lettera di tasca e la diede al ragazzo.
    Portala  diss'egli  nella camera del signor Silla e poi discendiamo
    insieme.
    Anche nell'altr'ala del Palazzo cominciava allora un'agitazione sorda.
    Da pi d'una fessura d'uscio trapelavan lurne e bisbigli.  I fili  dei
    campanelli trasalivano,  sussultavano impazienti; se ne udiva strillar
    lontano la voce chiara, imperiosa. Sulle scale don Innocenzo e il Rico
    trovarono Momolo che scendeva con un lume.
    Forse si va! diss'egli. Essi non risposero.
    Esciti che furono dal Palazzo,  il Rico part  di  corsa  per  la  sua
    missione,  il  curato  si  incammin  lentamente  guardando  i  grandi
    cipressi  pensosi.   Al  cancello  incontr  Steinegge.   Lei   qui?
    diss'egli.
    La  campana:  ho  inteso  la  campana  rispose  Steinegge  con  voce
    commossa.  Oh,  questo  un dolore!  Io dovrei  piangere  per  questo
    uomo.
    Egli  abbracci e baci don Innocenzo,  soffocando un singhiozzo,  poi
    disse in fretta:
    Si pu andare avanti? Ha visto il signor Silla?
    Eh! rispose don Innocenzo.  Altro che visto! e raccont  la  lunga
    scena, poi quanto gli aveva riferito il Rico.
    Steinegge  fremeva,  sbuffava;  non  lasci  quasi  che  don Innocenzo
    finisse e corse via con un gesto risoluto che voleva dire: Vado  io.
    Entr  nel  Palazzo  mentre ne usciva il giardiniere,  che pareva aver
    gran fretta e non lo riconobbe.
    Salendo le scale incontr Fanny che scendeva con Catte  singhiozzando,
    ripetendo:
    Voglio andar via, voglio andar via!
    Andrete,  andrete rispondeva Catte ma pazienza,  benedetta.  Volete
    lasciar la vostra padrona in quello stato?
    So di niente, io, voglio andar via!
    Madre santa,  che vita! disse Catte a  Steinegge,  che  stringendosi
    alla ringhiera per lasciarle passare, le guardava attonito. Egli stava
    per  domandar  loro  qualche  cosa,  quando  la  contessa  Fosca grid
    dall'alto:
    Ohe, questo Momolo!
    Subito,  Eccellenza! rispose Catte,  e scese in fretta,  trascinando
    gi Fanny. Steinegge continu, pure in fretta, a salire.
    Momolo  disse  la  contessa,  scambiando Steinegge pel suo servitore
    avr inteso bene, eh, quell'altro?  Un legno e un biroccino alle sei.
    Ah, siete voi? Scusate, caro voi.
    Parte, la signora contessa?
    S, s, e maledetta quella volta che son venuta.
    Nepo  chiam  sua  madre  all'uscio del salotto.  Si vide dietro a lui
    l'avvocato Mirovich seduto al tavolo con una lucerna,  un  calamaio  e
    due gran fogli davanti a s. La contessa entr in salotto e l'uscio ne
    fu  richiuso sul viso a Steinegge.  Questi trov nella loggia il Vezza
    appoggiato alla  balaustrata  verso  il  lago;  gli  si  avvicin  col
    cappello  in  mano  per  parlargli;  ma  colui,  guardatolo  appena  e
    accennatogli di tacere, volse il capo dall'altra parte, ascoltando.
    Si ud un gemito lungo, debole.
    Donna Marina? disse Steinegge.
    L'altro non rispose,  ascolt ancora.  Non si ud  pi  nulla.  Allora
    quegli, come uscisse da un sogno, si mise a parlare affrettatamente:
    Cose orribili, sa. Le hanno detto?...
     S, mi ha detto qualche cosa il signor curato.
    Oh, Lei non ha idea di quel momento! Guardi.
    Il  Vezza  rappresent  tutta la scena appuntino,  parlando sottovoce,
    interrompendosi tratto tratto per ascoltare.
    Io esco diss'egli poi con l'avvocato Mirovich,  sa,  l'avvocato dei
    Salvador.  Trovo  nel  corridoio  donna  Marina in preda a convulsioni
    terribili.  Non gridava perch aveva addentato l'abito dell'altro  qui
    al petto;  gemeva.  Si chiama il medico,  la cameriera,  la moglie del
    giardiniere.  A gran pena riescono a trarla su  per  la  scala,  senza
    poterle aprir la bocca.  Dopo non so pi niente di positivo; deve aver
    continuato  il  delirio  violento.   Adesso  si  capisce  che     pi
    tranquilla,   ma  fino  a  poco  fa  sono  state,   mi  dicono,  urla,
    maledizioni,  suppliche incomposte.  Parlava sempre a quell'altro.  Ed
    egli  l, capisce? Non  disceso mai. Oh! cose incredibili. Quando si
    pensa quella scena,  qui in loggia l'anno scorso!  A proposito,  lo sa
    che stanotte quando il povero Cesare ebbe l'ultimo attacco,  loro  due
    erano insieme?
    Erano insieme?
    Insieme, insieme! Li ha trovati la Fanny in camera da letto.
    Oh!  esclam  Steinegge.  Gitt  via  il cappello,  rimase a braccia
    aperte.
    Insieme riprese il Vezza dopo un breve silenzio. E in un momento lo
    hanno saputo tutti.
    Commendatore  disse  Nepo  dall'altro  capo   della   loggia   vuol
    favorire?
    Il commendatore usc, rientr pochi minuti dopo.
    Che confusione! diss'egli. Lo sa che partono?
    Chi? rispose Steinegge distratto.
    I Salvador;  alle sei.  Che vuole?  Appena successa la disgrazia,  il
    conte Nepo non ha perso tempo, ha cercato e trovato il testamento ch'
    olografo e ha la data di quindici giorni sono.  L'ospitale di Novara 
    erede universale.  Per i Salvador ci sar forse questione,  perch c'
    ordine  all'erede  di  vender  la  possessione  di   Lomellina,   onde
    soddisfare  entro  due anni le trecentoventimila lire di cui,  dice il
    testatore, "faccio donazione a mio cugino il conte Nepomuceno Salvador
    di Venezia".  Donna Marina non ha niente.  C'  poi  una  infinit  di
    legati.  Cesare si  ricordato di tutti, da gentiluomo, veramente. C'
    anche un assegno vitalizio per Lei.  Io sono esecutore  testamentario.
    Del resto  ben naturale che i Salvador se ne vadano,  non c' neanche
    onore,  per loro,  a restar qui.  Il conte  avrebbe  voluto  fare  del
    chiasso, che so io, battersi; ma se n' lasciato dissuadere subito.
    Catte venne a pregare il commendatore di andare ancora dalla contessa,
    e Steinegge rimase solo.
    Non era stato mai un gran sognatore il povero Steinegge,  pure qualche
    sogno, durante il suo mezzo secolo di vita, l'avea fatto anche lui, di
    tempo in tempo, qualche piccolo sogno come la libert della patria, la
    pace della famiglia.  Il suo ultimo sogno,  umile e timido,  era stato
    che  sua  moglie  sarebbe  guarita  e che avrebbero trovato un pane in
    Alsazia; soffiatogli via dalla fortuna anche questo, non aveva sognato
    pi.
    Per meglio dire,  non aveva pi creduto  di  sognare,  perch  adesso,
    guardando  il  lago  dalla  loggia del Palazzo,  e sentendosi il cuore
    tutto amaro,  cap  che  un'altra  speranza,  natagli  spontaneamente,
    inavvertita  da lui,  gli si era rotta e gli faceva male.  Chi avrebbe
    pensato che  Silla  potesse  dissimulare  a  quel  modo?  Deliber  di
    aspettarlo.
    Nessuna  voce  veniva pi dalla camera di Marina;  tutta quell'ala del
    Palazzo era muta.  Dall'altra parte si  udivano  ancora  spesso  colpi
    d'usci  sbattuti,  strilli  di  campanelli.  Spesso si apriva la porta
    della loggia,  si chiamava sommessamente un nome  o  l'altro.  Nessuno
    rispondeva;  una  testa  usciva  a guardare,  poi spariva e l'uscio si
    richiudeva lentamente.  Voci  di  donne  si  alzavano  un  momento  in
    litigio,  ma  erano  fatte tacere subito.  Passi frequenti crosciavano
    sulla ghiaia del cortile, salivano la scalinata; in alto, pei sentieri
    del vigneto si gridava e  qualche  volta  si  rideva.  Per  fortuna  i
    bagagli  dei  Salvador  eran quasi pronti fin da due giorni prima;  la
    contessa li faceva portar su alla casetta del giardiniere.
    Steinegge, fermo in loggia all'ultima arcata di ponente, con le spalle
    al lago,  le braccia incrociate sul petto,  aspett a lungo,  con  gli
    occhi sulla porta onde sperava veder uscire Silla.
    Finalmente  ud  venire pel corridoio i passi di due persone.  Ascolt
    trattenendo il fiato; non parlavano. La porta si aperse.
    Siamo intesi, dottore disse Silla. Riferisca le condizioni gravi in
    cui ho dovuto prestare la mia assistenza; riferisca lo stato di sopore
    e di abbattimento in cui ella si trova presentemente, e se qualcuno Le
    domanda di me,  La prego rispondere a nome mio che per  un'ora  mi  si
    trover qui in loggia.
    La  voce era sinistramente fredda.  Qualcuno che portava un lume torn
    indietro; il medico attravers la loggia, Silla vi entr dopo di lui.
    Steinegge gli si fece incontro.
    Signor Silla! diss'egli.
    L'altro non gli rispose,  non si volt nemmanco a  guardarlo,  and  a
    buttar le braccia sulla balaustrata verso il cortile.
    Steinegge fece un altro passo.
    Signor Silla, non mi riconoscete?
    Silenzio.
    Ah, quand' cos, bene.
    .Egli  torn  dov'era  prima  e  tacque,  guardando  Silla  che non si
    muoveva.
    Io non so diss'egli. Io non credo aver meritato questo.
    Nessuna risposta.
    Questo  amaro, signor Silla,  di venire come amico ed essere accolto
    cos! Io voleva solamente dirvi che io avrei preferito non vedervi pi
    mai  qui;  anche  adesso  io  vorrei piuttosto vedere una buona onesta
    bocca di fucile sul Vostro petto,  per Dio!  Ero venuto per dire a Voi
    questo  e  altre cose,  ma poich Voi non volete ascoltarmi,  io vado.
    Addio.
    S'incammin per uscire. Allora Silla, senza voltare il capo, gli disse
    freddamente:
    Dica a Sua figlia che ho tenuto parola e son caduto a fondo.
    A mia figlia! Questo?
    S,  e adesso vada.  Vada,  vada  via!  ripet  Silla  con  passione
    improvvisa perch Steinegge,  sorpreso,  tornava verso di lui.  Questi
    pieg il capo in atto di rassegnazione e se n'and.
    Due lanterne,  un corteo silenzioso attraversano  il  cortile.  Subito
    dopo  il  commendatore  viene  ad  avvertire Silla che i Salvador sono
    andati ad aspettar la carrozza in casa del giardiniere, e che,  s'egli
    desidera, pu comunicargli una disposizione del conte che lo riguarda.
    L'uscio si chiuse dietro a loro, la loggia rimase vuota.





















    Capitolo quinto.
    INETTO A VIVERE.

    L'alba  nasceva  sopra i grandi sassi malinconici dell'Alpe dei Fiori,
    circonfusi  da  ondate  di  nebbia;  scopriva  le  alte  cime  grigie,
    sonnolente  nei  loro  umidi mantelli di boschi,  le ultime colline di
    ponente sfumate in un chiaror di piova,  il lago plumbeo.  L sul lago
    non pioveva ancora.  Non si moveva fronda de' fichi,  de' gelsi, degli
    olivi pendenti dai campicelli delle rive  sull'acqua  morta;  le  loro
    immagini  e  quelle  dei  muriccioli,  delle rade casupole,  dei sassi
    cespugliosi vi tacevano ferme,  intere.  Ma da ponente la piova veniva
    avanti come una vela obliqua dal cielo alla terra,  sempre pi grande.
    I pioppi delle praterie la sentivano vicina,  ne  avevano  i  brividi.
    Anche  il  lago cominciava laggi a fremere,  a picchiettarsi di brevi
    macchie scure.  Queste  corsero  avanti  spandendosi  rapidamente,  si
    confusero in una sola striscia rugosa, in una fila di ondicine tremole
    che  si  spiegavano  a ventaglio,  silenziose nell'alto,  bisbigliando
    lungo le sponde. E in queste sponde solitarie,  nel lago stesso diviso
    pi  che mai dal mondo,  diviso,  parea per sempre,  dal sole,  era un
    arcano  raccoglimento  pieno  di  pensieri  gravi,  d'intimi  colloqui
    sommessi,  una quiete di chiostro in cui l'aria e le pietre parlano di
    alti misteri e di occulte passioni.
    Le colline sparvero del tutto dietro il bianco velo della piova su cui
    si disegnavano neri i pioppi delle praterie, che uno dopo l'altro, da'
    pi lontani a' pi vicini, diventavan grigi essi pure,  si dileguavano
    come fantasmi fugati dal giorno.  Intanto le ondicine venivano avanti,
    sempre avanti,  movevano in file  serrate  al  Palazzo.  E  vennero  a
    battere  gorgogliando  le  mura,  entrarono a sussurrare curiose nella
    darsena.  Nessuna voce rispose loro.  L'ala di ponente aveva tutte  le
    finestre  chiuse,  ma l'altra le aveva in gran parte spalancate.  Pure
    nemmeno da questa veniva voce n  segno  alcuno  di  vita,  bench  vi
    parlasse  un disordine di letti sfatti,  di cassetti aperti,  di sedie
    scioccamente ritte in mezzo alle stanze;  bench vi apparisse,  a  una
    finestra del secondo piano, una figura umana pietrificata, pi pallida
    di quell'alba.
    Appena  lasciato il Vezza che gli aveva partecipate certe disposizioni
    del conte,  Silla era venuto a cadere sul  davanzale  della  finestra.
    Sapeva  ora che Marina non era nemmeno nominata nel testamento e che a
    lui il conte aveva legate le suppellettili appartenute  a  sua  madre,
    una  cassetta  di lettere e diecimila lire a titolo di compenso per il
    lavoro scientifico incominciato l'anno precedente e da proseguire come
    e quando Silla crederebbe  meglio.  Ma  egli  non  pensava  a  questo;
    guardava venire avanti lentamente il giorno,  la piova,  le onde.  Gli
    occhi vedevano male: si sentiva la testa  grave  pi  del  piombo,  il
    petto  voto  d'ogni  sentimento.  Si  conosceva affondato nel disonore
    della sua azione sleale,  in una cupa  necessit:  legarsi  a  Marina,
    pazza  o no.  Ed era tranquillo,  freddo sino al cuore.  Il cielo,  il
    lago, la piova vicina gli consigliavano sonno. Chiuse la finestra,  si
    gitt vestito sul letto.  Lo trov soffice, morbido pi che mai, sent
    dolce come una  carezza  la  tela  del  guanciale,  desider  dormire,
    dimenticare; si assop e vide uno sconosciuto che lo guardava.
    Lo guardava placidamente,  per qualche tempo; quindi alzando le spalle
    e le sopracciglia, porgendo le mani aperte,  scoteva il capo quasi per
    dire: non c' verso.  Silla credette capire, come la cosa pi naturale
    del mondo, che colui gesticolava s,  ma non poteva parlare perch era
    morto.  Allora  lo  riconobbe  tosto  per un vecchio amico di famiglia
    suicidatosi quindici anni prima. Ne riconobbe la gran fronte calva, il
    mento raso, aguzzo fra due solini diritti, sopra una cravatta nera con
    la spilla di  malachite.  Meravigli  in  pari  tempo  di  non  averlo
    riconosciuto  subito;  dovea  saperlo  che sarebbe venuto.  Infatti il
    fantasma, leggendogli nel pensiero,  gli sorrise.  Quel sorriso fu per
    Silla un'altra rivelazione.  Vide in se stesso tutta la occulta via di
    un pensiero,  dai giorni dell'adolescenza sino a quel  momento.  Aveva
    cominciato  da una dolce malinconia,  dal desiderio vago di una patria
    lontana: era diventato poscia presentimento  fugace,  quindi  sospetto
    sempre  combattuto,  sempre  pi gagliardo,  sempre coperto di segreto
    come qualche lento male orribile che ci rode,  di cui si vede il  nome
    col  pensiero  e  non vogliamo confessarlo mai;  prevaleva finalmente,
    alla volont,  diventava un ragionamento  irrefutabile,  una  sentenza
    opprimente  in tre parole: INETTO A VIVERE.  Silla se le vedeva dentro
    chiare  queste  tre  parole,  e  il  fantasma  sorrideva  sempre,   si
    avvicinava,  gli  procedeva  pesante su per la persona,  con gli occhi
    sbarrati,  mettendogli un gelo nelle  ossa,  fermandogli  il  respiro.
    Quando giunse al cuore, Silla non vide n intese pi nulla.
    Gli parve svegliarsi solo, provare una dolcezza infinita e dire fra s
    "adesso  non sogno".  Era in un altro mondo,  quasi senza luce,  tutto
    silenzio e riposo.  Guardava,  steso bocconi,  in  un'acqua  immobile,
    vedeva  passarvi  dentro  lentamente  la immagine di un globo alto nel
    cielo, color d'alba piovosa;  e ripeteva seco stesso: "Eccolo,  ne son
    fuori,  son  pur fuori di un gran mondo tristo".  Era una consolazione
    profonda e tenera la sua,  come si prova in un sogno d'amore.  Ma  gli
    parve  a  un tratto che quel globo color d'alba piovosa non procedesse
    pi  pel  suo  cammino,   si  avvide   che   ingrandiva   rapidamente,
    smisuratamente; colto da indicibile terrore, si svegli.
    Si  vide  davanti,  per la finestra aperta,  un largo chiarore bianco,
    alz la testa inorridito, sognando ancora. Quando, raccapezzatosi,  si
    rizz a sedere sul letto, sent, poco a poco, che il cuore gli doleva,
    la  testa  pesava  tuttavia  come  il  piombo,  le  membra erano tutte
    intirizzite dalla fredda aria umida della finestra;  e disse  a  mezza
    voce  rispondendo al proprio sogno: "E' vero,  morire,  non c' altro;
    dormire  ancora.  Dormire,  dormire".   Sopra  il  capezzale  l'angelo
    appassionato del Guercino pregava per lui con ardor veemente,  gridava
    a Dio: "Chi lo ha  gittato  sulla  terra?  Chi  gli  neg  il  sospiro
    dell'anima  sua?  Chi lo mise inconscio,  lo trattenne,  lo ricondusse
    sulla via di quest'ora angosciosa?".
    Silla si guard involontariamente nello specchio scuro  di  fronte  al
    letto. Vide appena un viso pallido, due occhi spenti. Pens che pareva
    gi  morto  e  ch'era  stato cos pallido altre volte dopo un'ebbrezza
    tetra di sensi,  nel doloroso sdegno dell'anima.  Ora  non  v'era  pi
    sdegno  in  lui n forza alcuna;  lo stesso proposito di morire che lo
    invadeva era come un infiacchimento, uno sfacelo dello spirito.  Scese
    dal letto, and barcollando a sedersi al tavolo, vi appoggi i gomiti,
    reggendosi  con  le  mani  il  capo  addolorato  pieno  di confusione.
    Comprendeva in nube,  che bisognava pure scrivere qualche cosa a' suoi
    parenti, alla sua padrona di casa, e non se ne sentiva la forza. Lott
    ad  occhi chiusi per raccogliere le idee,  ne represse con violenza il
    disordine,  stese la mano alla penna e solo  allora  vide  la  lettera
    portata  su  da  Rico.  La guard,  non ne riconobbe il carattere,  la
    depose senza aprirla e cominci a scrivere al cav. Pernetti Anzati suo
    zio,  invitandolo a sospendere l'invio dei  soliti  interessi,  poich
    lui,  Silla, era fortunatamente in grado di far dono del capitale alla
    famiglia Pernetti,  statagli tanto amorosa.  Prima  di  voltar  pagina
    riprese quella lettera e l'aperse.
    V'erano scritte queste poche linee senza intestazione e senza data:
    "Edith S.  risponde allo scrittore oscuro ch'egli pu diventare grande
    e forte, contro la fortuna, malgrado l'ingiustizia degli uomini. Edith
    ha promesso non appartenere ad altri che  al  suo  vecchio  padre,  il
    quale  ha gran bisogno di lei;  ma  libera di portare nell'intimo del
    suo cuore un nome che le  caro, un'anima che non affonder mai se ama
    come lo dice."
    Silla sorrise. "Adesso, adesso!" diss'egli.  Rilesse il biglietto e si
    sent morire.
    Trasse il portafogli per chiudervelo,  stette sospeso,  considerando i
    caratteri netti e slanciati,  pensando alla mano,  alla mente pura;  e
    pentitosi della prima idea,  compreso della propria indegnit,  ripose
    il portafogli, accese una candela, vi arse lo scritto, ne sparse dalla
    finestra i brandellini  neri  al  vento  e  alla  pioggia.  Mentre  li
    guardava svolazzar via lungo la muraglia,  un domestico entr a dirgli
    che il commendatore gli  voleva  parlare  e  lo  attendeva  nella  sua
    camera. Silla ripose la lettera incominciata, e usc come stava, con i
    capelli arruffati,  con le vesti in disordine.  L'orologio della scala
    suon, mentr'egli passava, le nove.
    Qui disse il commendatore una sorpresa non aspetta l'altra.
    Silla non fece domande; attendeva che colui parlasse, che anche questa
    noia fosse passata per sempre.  Ma il  panciuto  soldatino  di  gomma,
    invece  di  parlare,  lo  guard fisso con le mani in tasca e la testa
    piegata sul petto.
    Cosa vuole diss'egli,  lasciando improvvisamente  quella  attitudine
    scrutatrice sono in una condizione penosissima. Si soffoca poi anche,
    qui dentro.
    Aperse una finestra e and a cadere in una poltrona di fronte a Silla.
    Penosissima ripet.
    Silla non aperse bocca.
    E  pure  soggiunse il commendatore,  sospirando bisogna starci.  Io
    sono un ambasciatore sa.  Un'ora fa  donna  Marina  mi  ha  mandato  a
    chiamare.
    Silla trasal.
    Lei si meraviglia. E io, dunque? Ma! E' cos. Potevano essere le otto
    e  un  quarto;  la moglie del giardiniere viene a svegliarmi e a dirmi
    che la marchesina mi aspetta.  Io sono rimasto  di  sasso.  Come  mai?
    dico.  Mi  dice che ha dormito senz'aver prese medicine di sorta e che
    si  svegliata circa alle sette, tranquilla, perfettamente in s. Solo
    non ha voluto che si aprissero le persiane; ha preferito tenere accesa
    la candela,  anzi farne accendere altre due o tre.  Ha  domandato,  la
    prima cosa,  se Lei  ancora qui, al Palazzo. E poi si fece ripetere i
    discorsi del suo delirio, tutto l'accaduto dopo...
    Il commendatore si ferm esitando.
    Parli pure disse.
    Dopo che Lei l'ebbe portata via dalla camera  del  povero  Cesare.  E
    specialmente...  scusi, Lei l'ha rimproverata, per quello che ha detto
    l?
    A parole non l'ho rimproverata veramente;  ma deve aver compreso  che
    mi faceva orrore, perch mi ha vituperato nel suo delirio.
    Bene,   su questo orrore manifestato da Lei, mi diceva la donna, che
    la marchesina fece pi insistenti domande.  Poi si alz e mi  mand  a
    chiamare. Adesso senta. Premetto: per me  malata ancora: malatissima!
    Sta peggio ora di stanotte,  per me.  Lo si vede quasi pi nella bocca
    che negli occhi;  la bocca  alla gran tempesta.  Ma  un fatto che mi
    ha  parlato con una freddezza,  con una calma da fare sbalordire.  Era
    pallida, se vuole come un cadavere; ma non importa. Mi domanda perdono
    di avermi incomodato,  con un'affabilit insolita in lei,  poi mi dice
    che nella posizione stranissima in cui si trova, non ha nessuna guida,
    nessun  aiuto;  che io sono il migliore amico del suo povero zio e che
    stima doversi rivolgere a me per consiglio. Io, naturalmente, mi metto
    a sua disposizione. Ella mi domanda allora... scusi, signor Silla, Lei
     disgraziatamente  immischiato  nelle  cose  che  sono  successe  qui
    stanotte.  Abbia  pazienza,  io  non voglio farmi Suo giudice.  Non si
    offenda se son costretto di ricordarle queste cose e  forse  anche  di
    dirne altre che potranno spiacerle.
    Parli, parli disse Silla.
    Bene.  Mi  domanda  dunque  dei Salvador: perch sono partiti?  Io la
    guardo. "Eh" dico,  "per questo e questo.  Perch dopo gli avvenimenti
    di stanotte hanno creduto di non avere pi niente a fare, qui." Allora
    ella mostra di turbarsi un poco,  mi dice che comprende e scusa questo
    procedere,  che pur troppo ha tutte le apparenze contro di s,  ma che
    non  colpevole affatto. E qui, poveretta, mi fa un racconto dal quale
    mi  son  ben  persuaso  che c' ancora folla e folla pi pericolosa,
    forse,  del delirio violento.  "Per otto giorni" dice "non sono  stata
    responsabile  delle  mie  azioni.   Ho  avuto  da  una  persona  morta
    comunicazioni  che   mi   hanno   scombuiato   il   cervello.   Queste
    comunicazioni" dice "il signor Silla le conosce."
    E' vero disse Silla.
    Euh!  esclam  il  commendatore stupefatto.  Non si aspettava questa
    conferma;  gli sconvolgeva le idee,  gli  suggeriva  il  sospetto  che
    neppur   quell'uomo   pallido  dai  capelli  arruffati,   dalle  vesti
    scomposte, avesse il cervello interamente sano.
    E' vero ripet Silla.
    Spiritismo? chiese il commendatore.
    No. Ma, La prego, continui.
    Il Vezza aveva perduto la bussola e il filo del discorso; ci volle del
    buono perch potesse raccapezzarsi.
    Dunque diss'egli ella sostiene,  continuando,  di aver vissuto otto
    giorni in una specie di sonnambulismo,  durante il quale ha fatto cose
    inesplicabili  di  cui  ora    dolentissima.   Protesta   della   sua
    indifferenza,  anzi  della  sua  ripugnanza  per Lei,  comunque si sia
    comportata durante questo  periodo  di  allucinazione.  Soggiunge  che
    spera di persuadere di tutto questo il conte Salvador,  e mi prega, in
    due parole, di aiutarla. Cosa vuole, che le rispondessi? Che per parte
    mia credevo tutto, ma che non vedevo probabile di far credere nulla al
    conte  Salvador.  "E  poi"  le  dico  "capisce  bene,   Fanny  non  ha
    taciuto..."
    Silla lo interruppe impetuosamente.
    Quanto a questo diss'egli posso dare la mia parola d'onore...
    Benissimo,  benissimo,  si  calmi.  Capisce bene che in ogni modo per
    allontanare  Salvador  ce  n'  pi  che  abbastanza.   Tornando  alla
    marchesina,  mi  domand  allora  con  un  sorriso  sarcastico  se  si
    conosceva il testamento.  Io glielo  riferii  ed  ella  non  si  turb
    affatto.  "Se  io  sono  esclusa"  dice "questa  una ragione,  per un
    gentiluomo come mio cugino, di non abbandonarmi." Dopo di che mi fa un
    discorso riguardo a Lei; debbo confessarlo,  un discorso sensatissimo.
    Vi  sono proprio delle convenienze imperiose che danno ragione a donna
    Marina, e Lei vorr non dolersi, credo,  se ho accettato di esporle il
    suo  messaggio.  Le  assicuro che sono convinto di fare un'opera buona
    verso tutt'e due.
    Ch'io parta? disse Silla, concitato.
    Il commendatore tacque.
    Ma cosa crede Lei,  che il conte Salvador possa tornare,  che  voglia
    prendere  una moglie,  non foss'altro,  inferma di mente e diseredata?
    Come si posson pigliar sul serio i discorsi di  una  donna  in  quello
    stato?  Ma si metta una mano sul cuore e mi dica se io, che pur troppo
    sono stato immischiato nelle vicende  di  questa  notte,  mi  dica  se
    adesso che donna Marina  lasciata dal suo fidanzato,  anche per causa
    mia,  adesso che cade dalla ricchezza nella povert perch di suo deve
    aver poco o nulla,  adesso che  malata di una malattia terribile,  mi
    dica, ripeto, se posso abbandonarla di cuor leggero e tornar nel mondo
    come se niente fosse  stato,  solo  perch  questa  donna  inferma  si
    sveglia  dal  delirio e mi dice: "andate pure".  Andar via,  lasciarla
    sola con la sua sventura spaventosa? Lei,  commendatore,  mi consiglia
    questa vilt?
    Piano,  piano,  piano disse il commendatore piccato. Non adoperiamo
    parolone e riflettiamo un po' di pi.  Lei crede in coscienza  doversi
    costituir  protettore  della  marchesina  Malombra?  Non  voglio esser
    severo con Lei perch in affari di cuore non lo  sono  mai,  e  perch
    dopo una notte simile,  chi pu avere la testa a segno?  Ma mi spieghi
    un  poco,  scusi  sa,   che  sorta  di  protezione  pu  offrire  alla
    marchesina?  Ci  pensi  bene;  una  protezione  poco  efficace  e poco
    onorevole, una protezione che le allontaner tutte le altre. Perch la
    marchesina ha dei parenti che l'assisteranno  se  non  per  affezione,
    almeno per un sentimento di decoro.  Ma bisogna che Lei esca di scena.
    Vede,  non  neanche il caso,  parlando  chiaro,  del  matrimonio  per
    riparazione,  con  una  donna  che vi respinge?  Con una donna,  sopra
    tutto,  che non ha la sua ragione intera?  Dunque,  cosa vuol far  Lei
    qui? Lei non ha che a partire.
    Silla  lottava  fieramente per serbarsi freddo,  per soffocare un lume
    indistinto di speranza che gli entrava nel cuore,  e poteva turbargli,
    in quel frangente, il giudizio.
    Sul   Suo   onore,   signor  Vezza  diss'egli  crede  buono  questo
    consiglio?
    Sul  mio  onore,  lo  credo  l'unico.  Ella  potr  accertarsi  delle
    disposizioni di donna Marina, parlando con lei stessa. Cos giudicher
    anche del suo stato di mente.
    Io? Nemmeno per sogno. Se partissi, non vorrei rivederla.
    Un  momento.  La  marchesina mi ha pregato di riferirle questo nostro
    colloquio,  ci che far con la  debita  discrezione;  e  mi  ha  pure
    espresso il desiderio di parlare, a ogni modo, con Lei.
    Perch?
    Ma! Bisognerebbe domandarlo a lei. Vada, si faccia coraggio. Io ho il
    diritto,  per la mia et,  di parlarle come un padre, signor Silla. Mi
    spieghi questa cosa che non posso comprendere,  ricordando  una  certa
    scena dell'anno passato. Ha Lei una vera affezione per donna Marina?
    Perdoni, non si tratta de' sentimenti miei, adesso.
    Basta, basta. Dunque le dico che Lei  persuaso di partire?
    No,  le  dica  solo che mi faccia saper l'ora in cui dovr recarmi da
    lei.
    S.  Per dirle la verit,  il mio interesse personale sarebbe ch'Ella
    restasse  qui ancora qualche ora.  La pregherei di aiutarmi.  Ho tante
    cose da fare.  C' da chiedere al pretore l'apposizione  dei  sigilli.
    Capir,   qui  c'  tanta  gente!   C'  da  scrivere  alla  Direzione
    dell'Ospitale di Novara.  Ho gi spedito un telegramma,  ma non basta.
    Anche  sul  funerale avremo a discorrere.  La cappella di famiglia  a
    Oleggio.  Il conte dev'essere trasportato l?  Dev'essere sepolto qui?
    Mi  han  promesso che prima delle due arriveranno gli annunzi stampati
    da diramare;  un bel lavoro anche quello!  Era pi o  meno  cugino  di
    mezzo Piemonte,  il povero Cesare, e di mezza Toscana, anche. Insomma,
    quanto a me, se Lei restasse fino a stasera, ne avrei certo piacere.
    Un forte soffio di  vento  entr  dalla  finestra  aperta,  gonfi  le
    cortine.
    Oh,  il vento cambia, meno male disse il commendatore. Anche questo
    tempaccio  una cosa orribile.
    Silla non rispose,  salut in silenzio e torn nella  propria  camera,
    meditabondo.
    Cos'era  adesso  quest'altro enigma?  Cos'era quest'altra commedia del
    destino? Egli ripensava certi esempi di maniaci risanati da un momento
    all'altro,  nello svegliarsi.  E forse il delirio di donna Marina  non
    era stato che un eccesso passeggero,  una esaltazione nervosa prodotta
    da circostanze veramente strane.
    Se il Vezza s'ingannasse? Se fosse veramente guarita? Essa lo sdegnava
    adesso, lo respingeva; la catena dura sarebbe spezzata senza dubbio.
    Restavano i rimorsi,  la vergogna d'esser tornato al Palazzo  in  onta
    alla  propria  dignit con un coperto proposito di colpa,  per farvisi
    complice di una mortale nemica del conte,  mentre  quest'uomo  che  lo
    aveva amato e beneficato giaceva oppresso dalla infermit. Ma pure, se
    rimanesse  libero,  non  vi  sarebb'egli modo di rialzarsi ancora,  di
    purificarsi con qualche lunga espiazione amara?  Una voce occulta  gli
    sussurrava nel cuore questa speranza, gli ripeteva le parole di Edith:
    "Non  affonder  mai,  se  ama come lo dice".  Non era pi il Silla di
    prima che fantasticava cos,  seduto sul letto,  mentre  l'angelo  del
    Guercino pregava sempre. Adesso l'idea del suicidio si era allontanata
    dalla  sua  mente.  Non  voleva ancora pigliare alcuna risoluzione per
    l'avvenire:  aspetterebbe  di  aver  visto  donna  Marina,  di  averle
    parlato.  Oh,  se  Dio  volesse essergli pietoso,  rialzarlo una volta
    ancora!  Il suo sentimento  religioso,  la  sua  fede  in  un  segreto
    contatto  di  Dio  con  l'anima  e  nella salutare potenza del dolore,
    rinascevano.  Si coperse il viso colle mani e gli sovvenne  di  un'ora
    triste  in cui,  aperta la Bibbia a caso,  vi aveva letto: "Infirmatus
    est usque ad mortem, sed Deus misertus est eius". Quanta consolazione,
    quanta energia di vita in  questo  pensiero!  Immagini  di  un  futuro
    migliore  gli  sorgevano  spontanee nella mente ed egli le combatteva,
    temendo illudersi,  prepararsi  disinganni  pi  amari.  Entrare,  per
    punirsi,  nella manifattura de' suoi parenti, dare il giorno al lavoro
    pi ingrato,  la notte agli studi,  poter dire a quella persona  sono
    ancor degno ch'ella mi porti nell'intimo del suo cuore!
    Queste immagini suscitavano dentro di lui una burrasca simile a quella
    che flagellava i tetti e le mura del palazzo. L pioveva ancora, ma le
    scogliere  dell'Alpe dei Fiori nereggiavano sul cielo bianco,  nitide,
    spazzate dal vento del nord che copriva pure le altre cime di fragore,
    infuriava, volendo sereno.



    Capitolo sesto.
    SERENO.

    Ecco  l'agave  che  volevo  farle  vedere  disse  don  Innocenzo   a
    Steinegge. Bella, eh?
    Era  l  a  godersi  il sole,  superba e triste,  nel mezzo di un gran
    pietrone grigio, fra due brevi quinte di bosco. In alto, fra il ciglio
    del pietrone e  il  cielo  azzurro,  magri  arbusti  si  divincolavano
    ridendo  nel  vento  trionfante  che  saltava  sopra  il  valloncello,
    sibilava gi nel frutteto di don Innocenzo,  sul tetto della canonica,
    si  spandeva  nei  prati  a  ondate.  Ciuffi di rovi penzolavano dalle
    fessure del sasso, lunghe e torte frange d'edera ascendevano dalle sue
    radici affondate  nell'erba  che  brillava  ancora  di  pioggia.  Quel
    mostruoso scoglio mezzo nudo,  tanto amato dall'edere,  tanto paziente
    dei rovi,  era la vita,  la parola,  la passione  del  paesaggio.  Don
    Innocenzo  aveva  fatto portar l un sedile rustico e vi passava delle
    ore a leggere, a pensare.
    Ci ha un che di meridionale,  quell'agave,  non  vero?  Vede,  io ci
    vengo  spesso  qui,  con  un  libro e con i miei pensieri,  respiro in
    quest'aria una innocenza che purifica il cuore.  Ne ho bisogno  perch
    sono astioso,  rabbioso, forse anche maligno, ambizioso: no, ambizioso
    no, ma avaro forse: qualche volta mi par d'essere avaro, di affannarmi
    troppo per certe miserie d interessi. Senta che mi confesso a Lei.  Mi
    assolver,  poi? Io parlo intanto, perch mi fa bene; e Lei poi faccia
    quel che crede. Dunque, quando vedo campi coltivati, sento tanta gente
    fra Dio e me; qui non ci sento pi nessuno e parlo col Signore da solo
    a solo, pi volentieri perch si tratta di guai tutti miei propri.  Ne
    avr  anche  Lei,  gi,  di  questi momenti.  Non ha mai niente che La
    inquieti ?
    Steinegge confisse d'un colpo il bastone in terra.
    Oh, che cieco! diss'egli.  Che stupido sono stato!  Non aver capito
    niente!  Non  aver  sospettato di niente!  Credete ch'ell'avesse molta
    inclinazione per lui?
    Oh  no,  non  moltissima,  spero,   ma  via!  disse  don  Innocenzo,
    mortificato  della  poca  attenzione  ottenuta  dal suo discorso.  Si
    calmi.  Non mi faccia pentire di averle raccontato tutto.  Ho  parlato
    per  impedire  che  Lei domandasse spiegazione alla signorina Edith di
    quel discorso del signor Silla.  La signorina non deve conoscerlo:  ne
    avrebbe  troppo  dispiacere.  Del  resto    forse  meglio cos,  anzi
    diciamolo addirittura;   meglio cos.  Ha visto che uomo era,  questo
    signor Silla?
    Che  uomo  era?  No;  cosa volete,  lo amavo tanto!  Non posso ancora
    giudicarlo come Voi.
    Si percosse la fronte come se volesse stritolarvisi dentro tante  idee
    penose.
    Per  me! diss'egli per me!  Io bacerei di gratitudine il posto dove
    ella mette i piedi e dopo le direi "calpestami perch io non capisco".
    Non sapete,  signor curato,  che mi  troppo aver tutto  il  cuore  di
    Edith,  che  io  ne  sento rimorso,  qualche volta,  come di un grande
    egoismo, e che sarei felice di un matrimonio cos;  perch poi io sono
    vecchio e c' anche altre cose da pensare!
    Venga disse don Innocenzo, commosso, pigliando Steinegge pel braccio
    e conducendolo al sedile rustico fermiamoci qui,  pensiamo, cerchiamo
    quali ragioni pu aver avuto Sua figlia.
    Steinegge  si  ferm  su'  due  piedi,   temendo  qualche  rivelazione
    impreveduta.
    Venga, venga, sieda qui.
    Don  Innocenzo non trovava la prima parola,  stringeva convulsivamente
    una mano con l'altra,  suggeva l'aria,  secondo il suo solito,  per le
    labbra serrate.
    Si   sarebbe   mai   accorto   cominci   finalmente   di   qualche
    preoccupazione, di qualche angustia nell'animo di Sua figlia?.
    Steinegge trasal.
    Denaro? diss'egli.
    No, no.
    Uno sgomento angoscioso contrasse  il  viso  del  povero  uomo  mentre
    diceva:
    Salute?
    No,  no.  Senta.  Potrebbe darsi che Sua figlia volesse pensare a Lei
    solo, occuparsi di Lei solo,  vivere insomma per Lei solo,  fino a che
    Ella, amico mio, ottimo e carissimo amico mio...
    Don Innocenzo gli prese, parlando, una mano.
    ...intendesse  quale sia quest'angustia segreta che c',  lo so,  nel
    cuore della signora Edith, povera signorina.
    Lo sa! disse Steinegge, pallido, stringendo forte la mano del prete,
    guardandolo a bocca aperta.
    Metta che io non sia prete continu  il  curato.  Adesso  non  sono
    prete, sono un amico. Va bene? Mi ascolter come un buon amico?
    Steinegge  accenn  di  s con la testa,  impetuosamente,  senza poter
    parlare.
    Bene, via, bravo.  Dica,  Ella ha sofferto molto,  non  vero,  nella
    vita? E' stato perseguitato, calunniato, non  vero? e specialmente da
    persone che portano quest'abito?  S,  lo dica pure francamente. Crede
    che non ne conosca, io de' preti furfanti?  Dunque Lei ne ha concepito
    un grande aborrimento contro tutti...  No,  glielo credo, contro di me
    no;  ma  un'eccezione.  Ha concepito poi anche un gran dispregio  per
    altra  cosa infinitamente superiore a questi preti miserabili,  per la
    Parola di cui dovrebbero essere custodi e ministri. Mi lasci dire, Lei
    parler dopo.  Credo benissimo che dopo la venuta della signora  Edith
    Ella  si  sia  molto  avvicinato alla Parola;  come non sarebbe?  Deve
    averne provato, stando con Sua figlia, il calore e la luce; ma finora,
    tra le opere della signorina Edith e le Sue in questo argomento  della
    religione,  quale somiglianza c'?  Nessuna,  non  vero? Ella non pu
    dire di essere un cattolico e  forse  neanche  un  cristiano.  Ora  la
    signorina  Edith  crede,  deve credere che se Lei non si sottomette di
    cuore e di fatto alla Chiesa, Loro non potranno poi aver parte insieme
    nella Risurrezione e nella Vita.  Ecco il segreto doloroso.  Tutto  il
    cuore,  tutti  i  pensieri  di  Sua  figlia sono qui.  Vuol vivere per
    quest'opera sola; sono certo che cerca il sacrificio di se stessa; che
    vi assapora una contentezza particolare,  una vena nuova di  speranza.
    Lei pu andar superbo d'essere amato cos. La signorina confida in Dio
    per  toccare  il suo sogno;  comprende?  Non vuol dirle: "se mi ami fa
    questo".  Mai!   Vuole  che  le  loro  due  anime  vivano  chiuse  una
    nell'altra,   in   comunicazione   continua,   onde   poco   a   poco,
    inavvertitamente, ogni giorno, ogni momento,  la Fede possa entrare in
    Lei, amico mio. Forse non dovevo dirle questo.
    Oh! esclam Steinegge con voce soffocata, protestando.
    Forse non dovevo,  no; ma adesso quando Lei ha detto "non capisco" mi
    si  mosso  dentro  qualche  cosa  che  ha  mandato  sossopra  la  mia
    prudenza;  ho pensato: qui bisogna parlare,  bisogna fargli sapere, un
    sacrificio cos ha da essere apprezzato,  non gli parler come  prete,
    ma  come  amico.  E  come prete non Le parlo;  Le dico solo che io non
    avrei mai consigliato questo sacrificio,  e che ho venerazione per Sua
    figlia.
    Steinegge  si  butt indietro il cappello sulla nuca e giunse le mani,
    le scosse nervosamente guardando il cielo;  poi se ne coperse il viso,
    appoggi i gomiti alle ginocchia.
    Avevo capito mormor la prima sera...  ma poi adesso... credevo che
    fosse contenta...
    Don Innocenzo si chin a raccogliere le parole inintelligibili.
    Cosa? diss'egli affettuosamente.
    Credevo che fosse contenta ripet l'altro senza toglier le mani  dal
    viso.  Adesso prego con lei... vado anche in chiesa... ho perdonato a
    tutti, credevo che bastasse.
    Il curato fu per buttargli le braccia al collo e dirgli:  "S,  va  in
    pace, per te, povero tribolato, per te, semplice e umile cuore, basta.
    Tu  sei  come  un figliuolo mandato da suo padre nel mondo a lavorare,
    che, ferito, perseguitato da' suoi compagni,  torna senza aver appreso
    n guadagnato nulla verso la casa paterna,  batte piangendo alla porta
    che i servi gli han chiusa in faccia come a un indegno.  Suo padre  ha
    veduto,  ha saputo tutto; ma non vuoi, santo Dio, che lo raccolga e lo
    consoli?".  Fu per dirgli cos,  ma si guard l'abito e si  trattenne,
    mordendosi le labbra; si strinse le parole nel cuore gonfio.
    Steinegge, improvvisamente, scatt in piedi.
    Andiamo da lei,  amico mio diss'egli andiamo da lei subito. Io far
    tutto; andiamo subito.
    No no no rispose don Innocenzo.  Non accetterebbe un atto  compiuto
    per amor suo e non per convinzione. Ci pensi, non parli alla signorina
    del nostro colloquio d'oggi. Poich mi dice che prega, preghi, domandi
    a Dio una parola nel cuore e se questa parola viene, allora s, allora
    dica pure a Sua figlia: "Sappi, ho pensato, ho pregato e credo". Prima
    no.  E  adesso mi permetta di tornare prete,  di dirle: son qua tutto
    per Lei; parleremo, leggeremo,  discuteremo...  diremo male dei preti,
    se vuole!
    Don Innocenzo aggiunse sorridendo queste parole,  perch gli pareva di
    veder Steinegge incerto.
    Scusate disse questi scusate molto, amico mio;  noi non leggeremo e
    non  discuteremo.  So  che  i  Vostri  ragionamenti mi farebbero male,
    perch io ho uditi e letti  nella  mia  vita  troppi  ragionamenti  su
    queste cose della religione, bench io non sono filosofo n letterato.
    Io temerei udire da Voi argomenti uditi ancora,  mi capite?  argomenti
    che io ho inteso mettere in polvere altre volte  e  che  mi  farebbero
    cadere il cuore come,  scusate molto la mia franchezza,  se Vi vedessi
    armato di carta pesta.  Io credo che avrei migliore impressioni da una
    critica   come  ho  letto  pochi  giorni  sono  in  un  libro  tedesco
    recentissimo, un libro di un tale Hartmann, molto empio per Voi,  dove
    si  dice  che il cristianesimo finir come ha cominciato,  "der letzte
    Trost",  l'ultimo conforto dei poveri e degli afflitti.  Questo mi  ha
    colpito  come  una gran luce sulla Vostra fede.  Notate che secondo lo
    scrittore tutto il genere umano  dovr  un  giorno  trovarsi  afflitto
    dalla  vanit delle cose e della vita.  D'altra parte,  Voi non potete
    avere ragionamenti che prendano gli uomini come tenaglie. Voi terreste
    il mondo in pugno,  Voi avreste il pensiero  per  Voi  e  le  passioni
    contro  di  Voi.  Ma   il contrario che succede;  Voi avete molto pi
    gente di passione che gente di pensiero,  molto pi donne che  uomini,
    pi  popolo  che  intelligenze.  No,  quello  che potete prendere  il
    cuore, credo;  quando avete preso il cuore e lo tirate a Voi,  bisogna
    bene che tutto l'uomo venga. Cos sta per accadere a me, perch il mio
    cuore non  in mio potere.  Anche Voi,  amico mio, ne avete una parte;
    anzi, posso dirvi una cosa? la Vostra faccia, che io amo,  cos buona,
    sopra il Vostro abito,  un molto pi forte argomento per me che tutta
    la Vostra teologia.
    Pronunciando  la  parola "teologia" Steinegge arricci il naso come se
    fiutasse qualche putredine.
    Che spropositi! disse don Innocenzo con le sopracciglia aggrottate e
    la bocca ridente.
    Non spropositi, no!
    Spropositi,  spropositi.  Non    vero  che  non  abbiamo  argomenti.
    Naturalmente  una  fede  religiosa  fondata  sul  mistero,  non si pu
    dimostrare con argomenti logici che stringano come  tenaglie.  Non  si
    pu  trattar  questo  problema come i problemi di geometria;  ma vi ha
    pure  un  procedimento  che  porta  avanti  verso   il   mistero,   un
    procedimento   assai   pi   rapido   e  potente  del  Vostro  gottoso
    procedimento logico che dopo tutto, caro Steinegge, non ha mai trovato
    da s solo niente di molto grande. Vede, prendiamo pure la distinzione
    triviale  della  mente  e  del  cuore;   diciamo  invece   se   vuole,
    l'intelligenza  e  l'amore,  e ricordiamoci che non son mica due parti
    dello spirito.  Vi  forse un pezzo di sole che scalda e un altro  che
    splende?  Bene.  Loro  signori  filosofi,  quando  cercano  la verit,
    dicono: noi abbiamo queste due gambe,  una  delle  quali  fa  passi  e
    slanci  smisurati  e  sarebbe  anche  capace  di saltare qualche ampia
    fenditura della via.  Noi non vogliamo correre  questo  pericolo,  noi
    vogliamo sentirci sempre la terra sotto i piedi. Noi non la terremo in
    freno  questa  gamba  sinistra,  questa  gamba  sentimentale,  non  la
    riporteremlo al bisogno indietro appoggiandoci sull'altra,  no,  ma ce
    la  taglieremo  via senz'altro e andremo con una gamba sola,  adagino,
    sin dove potremo.  E cos fanno,  caro amico;  vanno a  conquistar  il
    cielo  e  la  terra con una gamba sola,  e lo chiamano positivismo.  E
    questa gente guider il mondo? Male lo guider.
    Don Innocenzo si alz in piedi, infuocato in viso, con gli occhi pieni
    di luce, bello.
    Io poi Le dico prosegu pi calmo che il pensiero  umano  non  pu,
    non  deve  occuparsi  di  ricerche  religiose  senza  una preparazione
    morale.  Senza cuor puro nessuna  visione  delle  profondit  di  Dio.
    Bisogna che lo strumento di ricerca, il pensiero, sia ben predisposto;
    che abbia,  stia attento, tutta la sua originale potenza di tendere al
    bene,  ai principii del bene che sono poi anche i principii del  vero.
    Ogni  passione,  a  cominciare  dall'orgoglio,  determina un movimento
    diverso, altera quella tendenza, e allora, dove si va? Lo vediamo dove
    si va.  Ecco perch l'insegnamento morale ha  preceduto  nella  nostra
    religione l'insegnamento dogmatico.  Ed ecco il primo grande aiuto del
    cuore nella indagine religiosa: ne determina la direzione dal punto di
    partenza.   Partite  con  l'orgoglio,   con  la  sensualit,   andrete
    logicamente  verso la negazione,  il nulla,  il male,  perch vi  una
    terribile strada logica che conduce l.  Partite con il cuore  puro  e
    anche, dir, con le opere pure, accordo necessario, e andrete verso il
    vero. Ma come? Con la logica sola? No. Con il cuore, con il sentimento
    solo?  Ma neppure,  no certo;  con tutte le facolt dell'anima, con la
    ragione, con la immaginazione, con l'amore. Parlo, sa, ora,  dei mezzi
    umani di ricerca,  lascio da parte la grazia.  Non si tratta d'indurre
    n di dedurre, ma di slanciare grandi ipotesi davanti a noi.  Ci vuole
    fantasia  per questo,  calore e purezza di sentimento,  ci vuole sopra
    tutto la facolt pi sublime dell'anima nostra,  che non so come venga
    spiegata  dai  razionalisti  la  facolt  d'intravvedere per subitanei
    chiarori interni...
    Io non ho questa cosa disse Steinegge.
    D'intravvedere idee superiori alla potenza ordinaria della  mente  in
    cui  sorgono,  sorprendenti per lei stessa.  Allora comincia intorno a
    questa ipotesi il paziente lavoro logico della ragione  per  veder  se
    combaciano   con   le  verit  note  e  tra  loro,   per  modificarle,
    abbandonarle ove occorra.  Certo neppur  con  questo  procedimento  si
    spiegano  i  misteri,  ma  si  ottiene per qualche volta il risultato
    mirabile d'indicarli dove la Rivelazione ci dice che  realmente  sono,
    presso  a  poco come quel pianeta indicato da un astronomo l dove poi
    fu visto. E allora sopravviene la fede, se non  giunta prima. So cosa
    rispondono i suoi razionalisti.
    Ooh! disse Steinegge come per iscusarsi.
    Un veemente soffio cal stridendo sui rovi del sasso,  mise nel  bosco
    una  follia  frenetica,  uno strepito che impediva di udire le parole.
    Don Innocenzo sempre acceso in  viso,  non  potendo  parlare,  scoteva
    l'indice teso verso Steinegge,  intendendo di dire che la risposta dei
    razionalisti non valeva nulla;  poi alz la testa,  quasi a guardar in
    faccia  quel  diavolo  di  vento  saltato senza riguardo in mezzo alla
    discussione per soffocarvi le buone ragioni, come un gran chiasso e un
    voto di volgo sovrano. Appena pot, prosegu a parlare.
    I razionalisti rispondono che questo modo di argomentare  pu  essere
    buono  per  chi  lo  adopera,  ma  non prova nulla,  non pu servire a
    stabilire la verit.  Stoltezza.  Per essi non pu servire,  che  sono
    induriti  nel  loro  gretto  sistema  impotente;  per  altri  s.  Noi
    parleremo e leggeremo, caro amico. Io spero di arrivare a persuaderla,
    con l'aiuto di Dio,  che vi  una bellezza  nella  verit  in  cui  si
    commuove e si appaga,  non il cuore solo,  ma tutta l'anima umana; una
    bellezza che noi possiamo vedere solamente in ombra e per immagine, ma
    con qual divino piacere!  Vedere,  sia pure in  confuso,  gli  occulti
    accordi,  le convergenze fra il creato e l'increato, per esempio fra i
    misteri pi eccelsi della Divinit e i  misteri  pi  reconditi  delle
    anime!  Meditiamo e contempliamo insieme,  s.  E adesso basta; non Le
    dico altro.
    Caro amico rispose Steinegge sospirando pu essere che Voi  parlate
    molto bene,  ma Voi non conoscete me.  Questo che mi proponete sarebbe
    assai buono per un giovane,  il quale sente bisogno di muovere il  suo
    pensiero,  ha  una grande curiosit di mente e si compiace pi di aver
    fatto  da  s  una  piccola  scoperta  con  travaglio,   che  di  aver
    comodamente  preso  molto sapere preparato sul suo tavolo.  Oh,  io ho
    conosciuto e un poco sono stato anch'io cos una volta. Adesso io sono
    un vecchio stanco; io ho la testa piena di opinioni contro di Voi, che
    forse non sono giuste perch gli uomini e i  libri  dai  quali  le  ho
    prese  non  valevano  forse  molto  ma che non potrei mandar fuori con
    ragionamenti perch non ho la forza. Io devo dire il vero,  che alcune
    sono  gi  partite da quando mia figlia  con me;  io non so come sono
    partite;  per ragionamenti no certo.  Potr  dividermi  amichevolmente
    anche  dalle altre,  potr dir loro: tacete,  perch mia figlia vuole;
    tacete  interamente,   quando  io  dir  questo  e  quando   io   far
    quest'altro,  perch  non  vi posso scacciare,  ma sono risoluto a non
    ascoltarvi.   Forse  allora,   col  tempo,   partiranno  anche   sole.
    Permettete,  amico  mio,  io credo che avr molta maggiore compiacenza
    facendo cos, che se Voi mi persuadeste con dimostrazioni.  Cosa posso
    io dare a Edith se non do questo?  Cosa posso io lasciare a mia figlia
    quando  muoio,  se  non  le  lascio  una  memoria  interamente  dolce,
    interamente cara?  Guardate, non mi  mai passato per la mente, quando
    vedeva Edith andare a confessarsi,  che sarei diviso da Lei nell'altra
    vita, perch non andava anch'io a inginocchiarmi davanti a un prete, 
    quello che pi mi ripugna,  ma se Edith lo desidera...!  Oh,  ma come,
    come mi ha nascosto questo!
    Alz le mani giunte al cielo, le scosse nervosamente.
    La prima sera,  s,  m'era venuto in mente,  e anche il mattino dopo,
    quando l'ho accompagnata a Messa, qui nella Vostra chiesa: ma poi ella
    era sempre cos affettuosa,  cos tenera con me!  Mi parlava spesso di
    religione,  ma solo raccontando i suoi pensieri,  i  suoi  sentimenti,
    come  se  questa cosa riguardasse lei e non me.  Io ascoltava con gran
    piacere  come  Voi  che  siete  italiano  e  volete  restare  italiano
    ascoltereste mia figlia se vi parlasse del nostro mondo tedesco, della
    nostra poesia e della nostra musica.  Quando ho cominciato a venire in
    chiesa, a pregare con lei, godeva s, ma pareva quasi temere che io mi
    tediassi,  che io facessi per compiacere a lei.  Solo di una  cosa  mi
    pregava con passione: ch'io perdonassi.
    E ha perdonato? disse don Innocenzo.
    Io ho fatto i pi grandi sforzi rispose Steinegge commovendosi.  Io
    ho,  non perdonato,  dimenticato quelli che hanno fatto male a  me;  e
    anche per gli altri... La voce gli mor in gola soffocata.  Ho fatto
    quel che ho potuto diss'egli.
    Don Innocenzo, pure commosso,  tacque.  Forse la coscienza lo accusava
    di ricordare con soverchio sdegno, egli prete, certe offese troppo men
    gravi di quelle patite dal povero Steinegge,  cristiano senza saperlo,
    pi cristiano di lui.
    Il vento parlava per le macchie,  per i capi frondosi degli alberi: lo
    si vedeva correre sul velluto dell'erba, cangiarne il verde.
    Bel tempo! disse Steinegge, lottando ancora con l'emozione.
    Bello rispose il curato.
    Steinegge  stette  un po' silenzioso,  poi abbracci appassionatamente
    don  Innocenzo,   lo  baci  sulla  spalla,   gli   disse   con   voce
    inintelligibile:
    Andiamo da Edith.
    Bene, ma non gliene parli per adesso, aspetti e poi mostri che la Sua
    risoluzione  spontanea.
    Steinegge, per tutta risposta, prese il braccio del suo interlocutore,
    glielo strinse forte e si pose in cammino.
    Fatti  pochi  passi,  udirono  Marta che gridava in su dall'orto della
    canonica Oh,  signor curato!  Oh,  signor curato! C'era della  gente
    nell'orto, uomini e donne. Don Innocenzo sorpreso, affrett il passo.
    V'erano  la  Giunta,  il presidente della Congregazione di Carit e il
    capitano della guardia nazionale venuti per parlare  al  curato  delle
    esequie  del conte che dovevano seguire l'indomani mattina.  Era corsa
    voce di grossi  legati  ai  poveri  del  paese.  Il  capitano,  un  ex
    garibaldino  barbuto,  aveva  prese  informazioni  dirette al Palazzo.
    C'erano infatti 70000 lire per un asilo d'infanzia e  30000  lire  per
    tre doti annue alle ragazze povere del paese.  Il capitano avea subito
    fatto il suo programma di onoranze funebri  al  generoso  testatore  e
    intontitone  il sindaco e il presidente della Congregazione di Carit,
    chiamandoli con amichevole compatimento "gran villanacci p..."  perch
    essi  imbarazzati  e  non  avendo  la  menoma  idea di "quel che si fa
    adesso",  come  diceva  lui,  esitavano,   si  guardavano  in  faccia,
    brontolavano  che  non  erano pratici e che la era "pazzia" buttar via
    dei denari per un morto che finalmente, diceva il sindaco,  al Comune,
    propriamente al Comune,  non aveva lasciato nulla. Per movere quei due
    fossili il capitano avea dato fuoco  all'opinione  pubblica,  li  avea
    portati  con  un  gruppo  di  amici  suoi  dal  curato,  a  domandarne
    l'autorevole parere.  Costoro attorniavano don Innocenzo,  parlandogli
    tutti in una volta,  gridandosi l'un l'altro di tacere,  discutendo un
    guazzabuglio di progetti e di emendamenti. Guardia nazionale,  piccola
    tenuta,  alta  tenuta,  una  salva,  tre salve,  musica del tal paese,
    musica del tal altro,  discorso in chiesa,  discorso al cimitero.  Don
    Innocenzo  ottenne a stento che si chetassero e lo seguissero in casa.
    Allora si fecero avanti cinque o sei ragazze, le pi briose civettuole
    del paese,  che avevano prima assalita Marta  e  ora  affrontarono  il
    signor  curato,  rosse,  rose,  con  gli  occhi  ancor lucidi di riso.
    Venivano a nome delle ragazze del paese,  a domandar  fiori  da  farne
    ghirlande  pel feretro del loro benefattore.  Marta aveva dato loro un
    rabbuffo,  aveva detto ch'erano "sfacciatone" di venir l dal curato a
    portar via fiori,  magari per metterseli in testa o per donarli a quel
    mucchio di amorosi che avean sempre alle sottane. Una delle ragazze le
    aveva risposto per le rime tra le risate della  compagnia.  Il  curato
    non  bad  alle  occhiatacce  n ai borbottamenti di Marta,  abbandon
    senza difesa i suoi poveri fiori.
    Steinegge era impaziente di vedere Edith,  non per  parlarle,  ma  per
    leggere  attraverso  quel  viso,  per assaporare meglio la compiacenza
    segreta di aver in cuore una buona,  insperata notizia  da  confidarle
    alla prima occasione;  presto,  senza dubbio.  Ella non era nell'orto.
    Steinegge si conged con profonde scappellate dalle autorit  e  corse
    su nella camera di sua figlia.
    Non era neppur l.  C'erano per sul letto il suo cappellino, i guanti
    e un piccolo album.  Steinegge l'aperse,  vide uno schizzo preso dalla
    riva  del lago,  sotto i pioppi.  Riconobbe subito i denti pittoreschi
    dell'Alpe dei Fiori,  quelle stesse cime che otto mesi prima,  coperte
    di  nuvoloni  minacciosi,  avean  fatto  dire  a  Edith: andiamo nella
    tragedia.  La disegnatrice aveva scritto in un angolo "'Am Aarensee'".
    A Steinegge venne subito in mente la canzone malinconica:

    "Ach tief im Herzen da sitzt ihr Weh,
    Das weiss nur der vielgrne Wald".

    Il  paesaggio  morto,  freddo,  a  luci  di  neve  e  ombre di piombo,
    ricordava pi lo spirito afflitto che il  bosco  verde.  Steinegge  si
    accor,  sent  confusamente che il male doveva essere pi profondo di
    quanto gli avesse detto don Innocenzo.  Dov'era dunque  Edith?  Perch
    non  poteva  egli  porgerle subito almeno una consolazione,  almeno il
    premio del sacrificio ch'ella aveva compiuto? Il chiasso che si faceva
    in  salotto  e  nell'orto,  le  voci  rozze  dei  contadini,  le  risa
    spensierate delle ragazze lo irritavano.  Se Edith udisse tutto quello
    strepito,  come si sentirebbe  amaramente  sola!  Gli  parve  di  udir
    camminare  nell'orto,  e  and  alla finestra.  Era Edith,  uscita dal
    salotto dove stava apparecchiando la  tavola  prima  che  entrasse  il
    curato con le autorit.  Steinegge la rimprover amorosamente di stare
    al sole senza ombrellino, volle portarglielo malgrado le sue proteste;
    ma sceso nell'orto,  non la vide pi.  La cerc in  casa.  non  v'era;
    finalmente la scoperse presso il cancello dell'orto che parlava con le
    ragazze  affaccendate  a spogliare i rosai.  Non la chiam n le port
    l'ombrellino,  temendo riuscire importuno,  figurandosi che non amasse
    ora trovarsi con lui.
    Si  ritir  dietro l'angolo della casa per non farsi nemmeno vedere da
    sua figlia.  Gli parve,  guardando l'orizzonte  lontano,  che  sarebbe
    andato  via  per  sempre,  avrebbe  rinunciato  a Edith pur di tornare
    indietro a quel momento in cui Silla avea portato il  suo  libro.  S,
    s,  come ricordava adesso le proteste appassionate di lei! E dire che
    tanto male,  tanto dolore veniva dalla cecit sua,  dal non aver  egli
    mai capito l'angustia segreta di sua figlia!
    Intanto nel salotto si giunse a un accordo.  Le voci si chetarono,  si
    abbassarono,  il curato e gli  altri  uscirono  nell'orto  discorrendo
    tranquillamente.
    Niente  di  meglio  diceva  don  Innocenzo,  soddisfatto,  guardando
    Steinegge.
    Ma!  rispose  il  capitano  a  me  l'ha  proprio  detto  il  signor
    commendatore  Vezza.  Io  non  gli domandavo niente;  mi disse lui che
    stasera il signor Silla va via e che non bisogna credere  a  tutte  le
    chiacchiere.
    Oh!  esclam Steinegge con due occhi scintillanti di lieta sorpresa.
    Perdonate se io entro nei vostri discorsi. Come vi ha detto veramente
    il signor Vezza?
    Il capitano ripet quanto aveva detto prima,  soggiunse poi  quel  che
    sapeva  dello  stato  di  Marina.  Seguirono i commenti degli uditori,
    ciascuno dei quali aveva un'ipotesi diversa.
    Edith avea messo un po' di  soggezione  alle  ragazze  turbolente.  Le
    raccontarono  che  il signor capitano aveva suggerito di far venire la
    ghirlanda da Como o da Milano,  ma che loro  avean  voluto  fiori  del
    paese.  L'armatura della ghirlanda si stava gi preparando;  quanto a'
    fiori,  non avevano pensato come li disporrebbero.  Edith consigli un
    intreccio  di frondi d'ulivo e di rose bianche con una croce di viole.
    Volle coglier le rose ella stessa perch le povere piante non  fossero
    straziate  e  i  bottoni  sciupati  senza  necessit.  Udiva gli altri
    parlare, e, immaginando che parlassero del Palazzo, si pungeva le mani
    senza avvedersene,  tagliava gli steli o troppo lunghi o troppo corti.
    Era  tanto  pallida  che  le  ragazze credettero si sentisse male e la
    pregarono di smettere. Ella confess d'avere un po' di mal di capo, ma
    non volle smettere temendo esser chiamata da suo padre, avere a restar
    sola  con  lui  e  non  sapergli   nascondere   il   suo   turbamento.
    Sopraggiunsero  gli uomini,  la salutarono,  si fermarono a guardare i
    fiori,  a chiacchierare con le ragazze della loro fortuna,  dei  tanti
    matrimoni  che  si  farebbero  quind'innanzi  in paese.  Steinegge era
    rimasto indietro.  Edith  lo  vide.  Egli  pareva  impaziente  che  il
    crocchio  si sciogliesse.  Camminava in su e in gi,  dava un'occhiata
    ogni tanto alla gente che aveva preso radice, fra i rosai. Anche Marta
    venne a guardar dall'angolo della casa,  facendosi schermo agli  occhi
    con  la  sinistra.  Ella disse poi qualche cosa a Steinegge,  il quale
    accenn a Edith di venire,  e le and incontro porgendole l'ombrellino
    aperto.  La  rimprover di volersi pigliare per forza un mal di capo e
    le disse scherzosamente  ch'era  in  collera  con  lei  perch  quella
    mattina lo aveva abbandonato ed era corsa via sola come una farfallina
    capricciosa. Dove mai avea svolazzato la signorina? Gi si saran fatte
    delle imprudenze, si sar andati in qualche luogo pericoloso, vicino a
    qualche acqua infida, piena di malinconie, per raccogliervi canzonette
    gittate via mesi addietro.
    Oh,  pap disse Edith non va bene,  prima di tutto andar a guardare
    nel mio album,  e poi non  va  bene  far  certe  supposizioni.  Le  ho
    lasciate dove sono, io, le malinconie nel lago, nell'Aarensee. E della
    canzonetta,  l sulla riva non ho trovato che il titolo. Quello non fa
    male. E poi non ti ricordi come abbiamo riso l'anno scorso?  Lo finir
    quello   schizzo   e   ci  metter  Lei,   signore,   che  corre  poco
    rispettosamente dietro sua figlia,  con l'ombrello sotto  il  braccio.
    Vorrei poterci mettere anche quelle risate.
    Ne metteremo delle altre disse Steinegge.  Vedi questo sole, questo
    verde,  questo vento se non  tutta una grande risata!  Pensa  se  noi
    fossimo  a  Milano!  E'  giovinezza  che  si  beve  qui.  Non vogliamo
    camminare, oggi. Sei stanca?
    No, pap; ma dove vuoi andare?
    Cos, a passeggio. Signora Marta!  Signora Marta!  Posso io domandare
    quando si pranza?
    Alle tre grid Marta dalla cucina.
    Allora possiamo andare, per esempio, fino alla cartiera.
    Bravi,  bravi! Vengo anch'io disse don Innocenzo, che avea congedato
    allora allora tutta la brigata.  Devo parlare all'ingegnere direttore
    dei lavori.
    Edith  sal  alla  sua  camera  per  il cappellino e i guanti.  Quando
    ridiscese,   suo  padre  ed  il   curato,   che   parlavano   insieme,
    s'interruppero.  Ella  vide  loro  in  viso una contentezza nuova,  si
    ferm, interrogandoli con lo sguardo.
    Andiamo!  Presto! disse Steinegge,  e dimentico questa  volta  delle
    solite cerimonie, s'incammin per il primo.
    Don  Innocenzo  colse  il  destro  di sussurrare a Edith: Non c' pi
    niente fra quei due;  egli parte stasera.  Edith aperse la bocca  per
    domandare  qualche  cosa,  ma  suo  padre si volt a chiamarla e anche
    Marta gridava dalla cucina: Facciano presto che non hanno mica  tanto
    tempo!.
    Edith  non ebbe pi modo di domandare spiegazioni.  Solo all'uscir dal
    cancello il curato le gitt nell'orecchio altre due parole.  Forse il
    Suo biglietto! Il mio?... rispose Edith. Don Innocenzo fe' cenno di
    s e and a prendere il braccio di Steinegge.
    Edith,  trasal. Il curato non le aveva detto che il suo biglietto era
    stato consegnato. Come mai, dopo quei fatti?  Anche questa partenza di
    Silla  era  ella  una  fortuna  cos  grande?  Non  veniva  dopo  mali
    irreparabili?  S,  ma per  era  un  bene,  senza  dubbio.  Pazienza,
    pensava,  se  il suo biglietto aveva fatto del bene,  pazienza essersi
    posta senza saperlo, fra cos turpi intrighi,  aver parlato meglio che
    amichevolmente  a  chi  se  n'era  reso  indegno.  Vi  si  rassegnava,
    ringraziava  Dio,  che  si  fosse  servito  di  lei  per  un  atto  di
    misericordia.  Ma  sentiva  in  pari  tempo  che il sacrificio proprio
    sarebbe  diventato  in  avvenire  pi  difficile  e  tormentoso,   che
    quest'uomo  avrebbe tentato riavvicinarsi a lei,  discolparsi de' suoi
    errori. E allora? Allora la lotta sarebbe ricominciata nell'animo suo,
    quanto fiera!  Perch se a  Milano  avea  sperato  esser  tocca  nella
    immaginazione  soltanto  e  s'era  studiata  di  convincersene  con un
    attento e forse imprudente esame di se stessa,  adesso non  s'illudeva
    pi;  era  il  cuore  che  mandava  sangue.  Edith! chiam suo padre
    perch'ella era rimasta qualche passo indietro.
    Ella alz gli occhi,  lo vide  a  braccio  del  curato,  un  lampo  di
    speranza le attravers l'anima. Balz a fianco di suo padre.
    Eccomi disse.
    Entravano  allora  nella  strada  nuova  che spiccandosi dal villaggio
    recideva i prati  sino  al  fiume;  una  brutta  cicatrice  a  vederla
    dall'alto,  come  di  qualche gran fendente calato sul verde;  bianca,
    dritta,  fra due righe di pioppi nani,  sottili.  Piacevole passeggio,
    per.  Era  voluttuoso  mettersi  per quell'ampio mar verde,  morbido,
    magnifico nel suo disordine di fiori, potente nell'odor di vita che ne
    saliva,  nelle ondate d'erba che slanciava da destra  e  da  manca  ad
    assalir  l'argine  della  strada,  ad  ascenderlo per ricongiungere un
    giorno sopra di esso la sua pompa,  i suoi  amori  eterni.  I  piccoli
    pioppi  si  movevano  al vento;  qualche grossa nube bianca vagava pel
    cielo,   e  l'ombre  ne  correano  sui  prati,   sulla  celeste   lama
    scintillante del lago, la tingeano di viola.
    E' magnifico tutto questo verde disse Steinegge guardandosi in giro.
    Pare di essere in fondo a una tazza di Reno.
    Vuota osserv don Innocenzo.
    Oh,  questa   un'idea triste,  non affatto necessaria.  Vi  pure in
    questa tazza,  che Voi dite  vuota,  una  fragranza  uno  spirito  che
    "exhilarat  cor",  che  rischiara  il  cervello,  non    vero?  Io mi
    meraviglio di Voi: io sono molto spiritualista adesso, amico mio, sono
    capace di trovare che l'acqua del fiume dove andiamo,  bevuta l sulla
    riva  sotto  quei  grandi  pioppi,  contiene  sole,  ha  un  sapore di
    primavera ilare che inebbria meglio del "johannisberg".
    Si voltino disse don Innocenzo guardino la  mia  casetta  come  sta
    bene.
    Stava  bene  infatti la piccola casetta,  al di sopra delle altre e in
    disparte, bianca sotto il suo tetto inclinato.
    Pare che ci guardi anche lei osserv Edith e ci  sorrida  come  una
    buona nonnina che non si pu muovere.
    Oh esclam Steinegge io sarei felice di viver qui.
    E io,  pap? Pare di sentirsi voler bene da tutto, qui. A Lei, signor
    curato, ci trovi un nido.
    C' il mio diss'egli.  Bravi,  vengano a stare col  vecchio  prete.
    Perch  no?  Non  sarebbe una bella cosa?  Non starebbero bene in casa
    mia? Mi par che Marta s'ingegni abbastanza, non  vero?
    Edith sorrideva, suo padre si confondeva in esclamazioni e proteste di
    gratitudine.
    No,  no disse Edith.  Prima,   una cosa  impossibile  per  noi  di
    lasciar  Milano,  e  poi  cos  non  andrebbe.  Ci  vorrebbe  un'altra
    casettina.
    Veramente? Lei starebbe qui, per sempre, in questa solitudine?
    Edith  rispose  con  gli  occhi  gravi,  meravigliati.  Don  Innocenzo
    ammutol.
    Non  sarebbe  il solo tesoro sepolto in questo paese disse Steinegge
    volgendosi al curato con un gesto ossequioso.
    Don Innocenzo si scherm, arrossendo e ridendo, dall'incensata.
    Anche Lei ci sarebbe, non  vero? diss'egli.
    Oh no,  io sarei qui un tegame preistorico.  Io vi starei molto bene,
    ma mia figlia non deve, oh no!
    Perch mai, pap?
    Egli rispose impetuosamente in tedesco, come faceva sempre nel bollore
    dell'affetto  o  dello  sdegno.   Si  volt  quindi  a  don  Innocenzo
    senz'aspettare la replica di Edith.
    Non  vero diss'egli  che  questo  paese  non    per  una  giovane
    signorina, a meno che non fosse una "Nixe"?
    Una "Nixe"?  Chi sa? disse Edith.  Amo le acque limpide, i prati, i
    boschi...
    Oh s,  ma io non credo che le "Nixen" amino anche dei brutti  vecchi
    gialli  come me e vadano a spasso col signor curato.  Sai cosa vedo io
    adesso nella mia fantasia?
    Il bizzarro uomo si ferm,  allargando  le  braccia  e  chiudendo  gli
    occhi.
    Vedo  il  molto  onorevole signor Andreas Gotthold Steinegge che ha i
    capelli un poco pi bianchi di adesso e sta in casa del suo  carissimo
    amico qui vicino,  il quale non ha affatto pi capelli. Io vedo questo
    signore tedesco che  tiene  un  giornale  in  mano  e  sta  fortemente
    discutendo  sulla  questione dello Schleswig-Holstein con il suo amico
    il quale gli fa portare...  un dito,  un solo di Valtellina per mandar
    gi il duca di Augustemburg. Eh? Non  questo?
    Aperse  gli  occhi  un  momento per guardar don Innocenzo che rideva e
    torn a chiuderli.
    E adesso vedo... Oh, cosa vedo? Una giovane "Nixe" vestita da viaggio
    che entra in salotto come una stella  cadente,  abbraccia  il  vecchio
    gufo  tedesco  e  dice  che  venuta a passare due giorni fra le acque
    limpide, i prati, i boschi. "Sola?" dice il gufo. Allora questa "Nixe"
    fa un piccolo gesto con un piccolo dito che io conosco...
    Steinegge aperse gli occhi,  prese la mano di Edith per  baciarla;  ma
    Edith  la  ritrasse in fretta ed egli,  lasciatala,  fece quattro gran
    passi avanti ridendo, e si volt a guardarla.
    Non  una bella visione? diss'egli.
    Edith tard un momento a rispondere. Non sapeva che pensare.  C'era in
    quel  discorso  di  suo  padre  una  occulta intenzione,  un proposito
    deliberato?
    Dunque sei stanco di me? diss'ella. Vuoi viver solo?
    Come solo? esclam don Innocenzo. Non sente che vivrebbe con me?
    Io sono stanco,  molto stanco di te rispose Steinegge ma non vorrei
    vivere solo. Verrei a riposarmi della tua compagnia, qui con il signor
    curato,  per qualche mese dell'anno.  Vedi, io non scherzo pi adesso,
    io avrei bisogno di  stare  molto,  molto  tempo  qui  con  il  signor
    curato.
    Edith guard quest'ultimo.  Era egli entrato nel grande argomento?  Si
    avviavan bene le cose?  Il curato guardava con attenzione un  baroccio
    che veniva dalla cartiera, faticosamente, sulla strada male assodata.
    Noi  vogliamo  cercare una pietra filosofale continu Steinegge una
    pietra che cangi in oro tutto quello che  brutto, scuro fuori di noi,
    e, molto pi, dentro di noi.
    E la si trova qui, questa pietra preziosa? disse Edith, palpitando.
    Io non so, io spero.
    E perch non la cercherei anch'io con voi ?
    Perch non ne hai bisogno, perch non vogliamo.
    Ma cosa ne farai di me, pap?
    Oh, non si sa ancora.
    A questo punto sopraggiunse il baroccio e divise Edith  da'  suoi  due
    compagni. Don Innocenzo si accost rapidamente a Steinegge e gli disse
    all'orecchio:
    Non vada troppo avanti.
    Non posso rispose l'altro.
    Il baroccio pass.
    Erano giunti presso al fiume dove la strada faceva un gomito, scendeva
    per la sponda destra, lungo i grandi pioppi, fino alla cartiera.
    Lei va disse Steinegge al curato. Noi L'aspetteremo qui.
    Scese  con sua figlia dal ciglio della strada sul pendio erboso,  sino
    all'ombra d'un macigno enorme ch'entrava dritto nel  fiume.  Erano  un
    delizioso  poema le acque verdi e pure,  un poema popolare antico,  di
    quelli che l'ingenuo cuore umano, troppo pieno di amore e di fantasie,
    versava. Passavano tra i margini sassosi o fioriti, saltando, ridendo,
    cantando, serene sino al fondo scabro.  Blandivan l'erbe,  mordevano i
    sassi;  anche  dal  filo  della  corrente  venivan su tratto tratto de
    fremiti appassionati,  si spandevano in leggere spume.  A  tante  voci
    rispondeva dall'alto il gaio stormire de' pioppi appuntati al cielo di
    zaffiro.
    Ah disse Steinegge.

    "So viel der Mai aueh Blmlein beut
    Zu Trost und Augenweide..."

    Edith lo interruppe:
    Perch, pap, mi hai detto quella cosa?
    Quale?
    Che vorresti un giorno esser diviso da me.
    Oh no,  non diviso.  Solamente io verrei a passare qualche tempo qui.
    Mai diviso. In niente diviso. Capisci? In niente.
    Disse quest'ultime parole sottovoce, prendendole ambedue le mani.
    S, io penso ora per la prima volta che non dobbiamo pi esser divisi
    in qualche cosa qui dentro.
    Si strinse quelle mani sul cuore.
    Le labbra,  le nari di Edith si contrassero;  le si strinse  la  gola.
    Egli la trasse gi senza parlare a sedere sull'erba, sedette accanto a
    lei.
    Io  non  posso diss'egli,  quasi parlando a se stesso.  Ho il petto
    pieno di questa cosa. E' vero,  Edith,  noi non siamo stati bene uniti
    mai. Ti ricordi la sera che sei venuta quando io entrai in camera e tu
    pregavi  alla finestra?  Che angoscia fu per me allora!  Io pensai che
    non mi avresti amato perch non credevo come te.  E  il  giorno  dopo,
    mentre  tu  eri  a Messa,  ti ricordi che io sono uscito?  Sai cosa ho
    fatto durante la Messa?
    Egli parlava come uno che non sa se deve ridere o piangere.
    Ho parlato a Dio,  l'ho pregato di non mettersi fra te e me,  di  non
    togliermi il tuo amore.
    Edith   gli  strinse  convulsamente  la  mano,   serrando  le  labbra,
    sorridendogli con gli occhi umidi.
    E tu sei poi sempre stata cos tenera,  cos buona con me che mi  hai
    fatto  il  paradiso intorno e io ho inteso che Dio mi aveva ascoltato.
    Questo mi ha commosso perch sapevo di  non  meritar  niente.  Oh  no,
    credi.  Mi  ha  commosso,  dunque,  di vedere che Dio ti permetteva di
    essere tanto amorosa con me.  Ero felice,  ma non sempre.  Quando  noi
    andavamo in chiesa insieme,  io pregavo, ringraziavo Dio, vicino a te;
    ma pure vi era qualche cosa nel mio cuore, qualche cosa di freddo e di
    penoso, come se io fossi fuori della porta e tu avanti a tutti, presso
    l'altare.  Insomma mi pareva esser tanto lontano da te.  Mi odiavo  in
    quel momento ed ero cos stupido di amar meno anche te. Quando poi...
    Esit  un istante,  quindi accost la bocca all'orecchio di Edith,  le
    sussurr parole cui ella non rispose e ripigli forte:
    Quanto soffrivo!  Una cosa che  mi  ripugnava  tanto!  Forse  per  le
    memorie  irritanti ch'erano nel mio cuore,  forse perch ero geloso di
    quell'uomo nascosto a cui tu confidavi  i  tuoi  pensieri.  Non  solo,
    geloso;   pauroso  anche.   Sentivo  che  anche  restando  invisibile,
    sconosciuto,  poteva ferirmi,  togliermi un poco della tua stima,  del
    tuo  amore.  Sai che qualche notte non ho dormito per questo?  Dopo ti
    vedevo  sempre  uguale  con  me,  dimenticavo,  tornavo  ilare.  Ieri,
    trovandomi  ancora  con  don  Innocenzo,  stando nella sua chiesa,  ho
    sentito quanto lunga strada avevo fatto in  pochi  mesi,  quasi  senza
    saperlo.  Ho avuto l'impressione, come di essere sulla porta aperta di
    un paese sospirato e non poter entrare. Adesso... senti, Edith, figlia
    mia.
    Ella, silenziosa, pieg il viso verso di lui, stringendogli sempre una
    mano fra le sue.
    Sono entrato diss'egli,  a voce bassa e vibrata.  Edith  abbass  la
    testa su quella mano, vi fisse le labbra.
    Sono  entrato.   Non  domandarmi  come.  So  che  il  mondo  mi  pare
    inesprimibilmente diverso da quello di prima, ora che ho nell'anima il
    proposito di abbandonarmi interamente alla tua fede.  Come si pu  dir
    questo,  che io riposo sopra tutto quello che io vedo?  Eppure  cos;
    io non ho mai provato una sensazione di riposo simile a questa che  mi
    viene  per gli occhi nel cuore.  Tu riderai se io ti dico che sento un
    grande amore per qualche cosa che  nella natura intorno a me. Cosa ne
    dici, Edith, di tutto questo?
    Ella alz il viso bagnato di lagrime.
    Mi domandi, pap? Mi domandi? Non pot dir altro.  Il suo sacrificio
    era  stato  accettato  da  Dio,   ricompensato  subito.   L'anima  sua
    traboccava di questa fede mista allo  sgomento,  allo  sdegno  di  non
    sentirsi felice.
    Contenta?   disse   Steinegge.   Scese  a  intingere  il  fazzoletto
    nell'acqua e lo porse a Edith che sorrise, se ne deterse gli occhi.
    Sai diss'egli sono contento per un'altra cosa, anche.
    Ella non parl.
    So del nostro amico Silla che va via dal Palazzo.  Pare che non ci  
    stato affatto il male che si credeva.
    Pap  disse  Edith  alzandosi lo sa don Innocenzo quello che mi hai
    detto prima?
    Un poco, solo un poco.
    Ella guard un momento il grosso macigno a cui era quasi appoggiata  e
    si  rizz  sulla punta de' piedi per cogliere un fiorellino che usciva
    da un crepaccio. Lo chiuse nel medaglione d'onice e disse quindi a suo
    padre:
    Un ricordo di questo luogo  e  di  questo  momento.  Dimmelo  ancora
    soggiunse teneramente dimmi che sei felice e che questi pensieri sono
    proprio nati nel tuo cuore. Tornamelo a dire, pap.
    Guarda dove sono! disse una voce dalla strada.  Edith non la ud, si
    ripose a sedere sull'erba presso a suo padre, che riconobbe la voce di
    don Innocenzo, ed esclam volgendosi a lui raggiante:
    Cos presto?
    Don Innocenzo vide, comprese, non rispose.
    Signor curato disse Edith risalita con suo padre sulla strada. Ella
    ritrova un'altra Edith.
    Don Innocenzo si prov di far l'ingenuo,  ma ci riusciva  solo  quando
    non lo faceva apposta.
    Possibile? disse,  con tale accento di meraviglia da far credere che
    prendesse alla lettera queste parole: "un'altra".
    Ma poi non vi ebbero pi domande n  spiegazioni.  Edith  camminava  a
    braccio  di suo padre,  appoggiandogli quasi il capo alla spalla.  Don
    Innocenzo teneva lor dietro soffiando perch il capitano  aveva  preso
    un  passo  di carica.  Attraversarono cos i prati senza parlare.  Don
    Innocenzo non ne poteva pi; si ferm trafelato.
    Bella diss'egli quella striscia di lago, non  vero?
    Forse non la vedeva neppure. Gli Steinegge si fermarono.
    Povero  conte  Cesare  disse   il   padre   dopo   un   momento   di
    contemplazione.  A proposito,  signor curato,  avete inteso anche voi
    che il signor Silla parte questa sera dal Palazzo?
    Edith si stacc da lui, si gir a guardar i prati da un'altra parte.
    Oh,  furia  amorosa  di  fiori  protesi  al  sole  onnipotente,   erbe
    tripudianti,  ubbriache  di  vento,  qual ristoro esser voi,  viver la
    vostra vita d'un giorno,  sentirsi tacere la memoria,  il cuore,  quel
    tumulto  faticoso  di  pensieri  assidui  a  lottar insieme,  a fare e
    disfare l'avvenire; non essere che polvere e sole, non aver nel sangue
    che primavera!
    Andiamo, Edith disse Steinegge. Quella cara voce la scosse, la tolse
    al pensiero non degno.
    Salendo alla canonica,  Edith precedeva d'un passo a  capo  chino,  il
    curato e suo padre,  vedeva le loro due ombre spuntarle a fianco sulla
    via.  Steinegge incominci ancora a parlare del Palazzo,  ed ella vide
    l'ombra del curato accennar con la testa; dopo di che Steinegge lasci
    cadere il discorso.
    Quando  rientrarono  in  casa,  Marta li avvert che il pranzo sarebbe
    pronto fra pochi minuti.  Edith si fece dare da lei  la  chiave  della
    chiesa,  corse  via,  sorridendo  a  suo padre.  Tutto era vivo per la
    campagna,  tutto si moveva e parlava nel vento;  tutto era morte nella
    vota  chiesa fredda,  tranne la lampada dell'altar maggiore.  Una luce
    debole si spandeva dagli alti finestroni laterali  sugli  angeli  e  i
    santi  vinosi  del  soffitto  estatici  nelle loro nuvole di bambagia.
    Edith si inginocchi sul primo banco, ringrazi Dio, gli offerse tutto
    il suo cuore, tutto,  tutto,  tutto,  e pi ripeteva il suo slancio di
    volont devota,  pi la fredda chiesa muta e persino la fiamma austera
    della lampada le dicevano: no,  non lo puoi,  non  tuo;  tu speri che
    quegli  ti  ami  ancora  e  torni  degno  di  te,  sino a che tu possa
    appoggiarti per sempre al suo petto  virile,  affrontare  con  esso  e
    attraversar  la  vita.  Ma  ella  non voleva che fosse cos,  e pareva
    ritogliere quello che aveva liberamente offerto, e si sentiva invadere
    il cuore da un arido disgusto di se stessa.
    Marta venne a chiamarla.
    Signora! Oh signora!  Presto ch' in tavola!  Oramai il Signore lo sa
    cosa ci vuole per Lei.
    Edith sorrise.












    Capitolo settimo.
    MALOMBRA.

    Alle due pomeridiane il commendatore e Silla lavoravano in biblioteca.
    Preparavano  lettere  e  telegrammi  d'affari,  liste di persone a cui
    mandare la partecipazione di morte.  Il  Vezza  aveva  una  parlantina
    inesauribile.  Seduto  al tavolo del conte Cesare,  di fronte a Silla,
    discorrendo,  scrivendo,  buttando da  parte  una  carta,  pigliandone
    un'altra,  non  taceva  che  per  guardare  la punta della penna,  per
    rileggere con un tal brontolo inarticolato quello che aveva scritto o
    per spremersi con la sinistra dalle gote e dal mento qualche frase che
    non gli veniva pronta come le altre.  Ogni  tanto,  discorrendo,  dava
    un'occhiata  a  Silla  e  un  tocco discretissimo nell'argomento della
    misteriosa comunicazione avuta  da  Marina.  Ma  quegli  rispondeva  a
    monosillabi  o  non rispondeva affatto.  Pensava al colloquio avuto l
    col povero conte nell'agosto precedente, la sera dopo il suo arrivo al
    Palazzo.  Gli pareva udire ancora il vocione solenne e quel  furibondo
    pugno  sul  tavolo.  Adesso  il  sole  fendeva  obliquo  la sala dalle
    finestre verso il lago, la empiva d'un chiaror verde dorato;  e l'uomo
    giaceva in una camera vicina,  senza vita.  Quale mutamento! Scriveva,
    scriveva,  buttando  egli  pure  carta  per  pigliarne  un'altra,  non
    rileggendo mai, trasalendo a ogni tratto nell'accorgersi di una parola
    omessa  o  sbagliata.  Richiamava  i  pensieri  a raccolta e tosto gli
    sfuggivano daccapo.
    I telegrammi son fatti disse il Vezza.  Adesso suoniamo  per  farli
    portare.  Vuol favorire?  Grazie.  E le lettere per gli agenti,  per i
    fittabili? Almeno quelli l di Oleggio bisognerebbe informarli subito.
    Chi ne sa il nome?  Mi secca cercare i registri  prima  che  venga  il
    pretore da C... E cosa fa quel benedetto uomo? Sa ch' anche organista
    quel pretore l?  Capace,  se v' per caso una funzione in chiesa,  di
    non venire ad apporre i sigilli prima di stasera.  E  verr  pescando,
    probabilmente, per guadagnarsi la cena. Non Le pare, Silla, che vi sia
    un  certo  odore  qui?  No?  Le  assicuro e non vedo l'ora di essere a
    Milano. E Lei, scusi, che progetti ha?
    Silla rimase un po' sorpreso.
    Entr il cameriere.
    Questi telegrammi disse il Vezza. Mandare qualcuno subito.
    Sa? ripigli parlando a Silla desideravo  sapere  se  ha  progetti,
    perch io avrei una proposta a farle.
    Quale proposta?
    Non si prenderebbe intanto una boccata d'aria pura?
    Uscirono  nel giardinetto pensile.  Il vento passava alto nel vigneto,
    scendeva a sfuriare nel cortile curvando in qua e in l  sulla  ghiaia
    lo zampillo ondulante della fontana: l taceva.
    Che bellezza e che allegria! disse il commendatore.  Mi dica un po'
    se pare che sia morto il padrone?
    A me s rispose Silla.
    A me no. Fa niente, senta.  Io ho l'incarico di cercare un insegnante
    di storia e di letteratura italiana per un eccellente istituto privato
    di Milano. Ventidue ore alla settimana, due mesi di vacanze, duemila e
    duecento lire di stipendio. Ci va?
    Silla gli stese la mano, lo ringrazi con effusione.
    Ma diss'egli non ho abilitazione.
    Peuh!  non    una difficolt.  M'impegno io per questo.  Che diavolo
    fanno quelli l?
    "Quelli l" erano il giardiniere e Fanny affaccendati a cogliere fiori
    nelle aiuole di fronte all'arancera,  che di l  s'intravvedevano  con
    una  striscia  di  lago  fra  l'ala sinistra del palazzo e la muraglia
    verde semicircolare del cortile. Il Vezza accenn con la mano a Fanny,
    che attravers correndo il cortile e  venne  sotto  la  ringhiera  del
    giardinetto.
    Cosa fate? diss'egli.
    E'  la  mia  signora  rispose  Fanny in aria di mistero inarcando le
    sopracciglia e porgendo le labbra.
    Perch? Per il funerale?
    Off! S che gliene importa del funerale! Per il pranzo! Come,  non lo
    sa?  Non gliel'ha detto il signor Paolo, che la ci ha ordinato un fior
    di pranzo,  che anzi lui ha detto in  cucina  che  non  avrebbe  fatto
    niente senza un ordine suo, di Lei?
    Signora Fanny? chiam il giardiniere.
    Vengo! - E lo sa dove c' l'ordine di preparare il pranzo? In loggia.
    Dico io,  con questo vento!  E io devo star qui a cogliere fiori,  che
    patisco tanto il vento, io!
    Signora Fanny! grid ancora il giardiniere.
    Vengo!  - Una bella roba anche questa,  neh!  Io gi a momenti pianto
    tutto.  Non voglio mica diventar come lei, con quest'ariaccia e questo
    demonio di sole sulla testa.
    Signora Fanny! chiam il giardiniere per la terza  volta.  Viene  o
    non viene?
    Vengo,  vengo!  - L' perch se non faccio io,  quell'altro l non sa
    far nulla con garbo.  - Me lo diceva  anche  il  signor  don  Cecchino
    Pedrati che Lei gi lo avr inteso nominare,  perch  una casa grande
    quella...
    S s, vada pure disse il Vezza.
    Fanny and via gridando al giardiniere se non vedeva che i signori  le
    parlavano. Il commendatore si volt a Silla.
    Voglio  andar  a sentire di questo pranzo diss'egli.  Quella bestia
    del cuoco che non viene a dirmi niente!
    E' una cosa impossibile disse Silla.
    Lo credo bene.  Non gliel'ho detto,  io,  stamattina?  Tutt'altro che
    guarita! E il dottore, quando viene.
    Veramente  dovrebb'essere  qui  a  momenti.  E' venuto stamattina,  un
    minuto prima che la si svegliasse e ha detto che  non  poteva  tornare
    prima delle due. Adesso c' a letto con la febbre anche la Giovanna.
    Signor  Silla  disse  il Rico dalla porta della biblioteca ha detto
    cos la signora donna Marina di far piacere ad  andar  su  da  lei  un
    momento.
    "Ci siamo" pens il commendatore. "Bel dramma, per".
    Silla entr in casa senza dir parola.

    Il Rico lo accompagn di sopra,  gli aperse l'uscio della camera dello
    stipo antico.
    Marina era ritta in mezzo  alla  camera,  nella  luce  delle  finestre
    spalancate.
    Lascia aperto diss'ella al ragazzo,  prima di rivolgersi a Silla. E
    adesso scendi in giardino, va ad aiutare tuo padre e Fanny. Subito!
    Ella usc nel corridoio,  vi si trattenne  un  momento  ascoltando  il
    ragazzo scender le scale; poi si volt rapidamente a guardar Silla.
    Portava la stessa veste bianca a ricami azzurri della sera precedente;
    aveva i capelli in disordine, il viso livido.
    Silla s'inchin,  ossequioso.  Rialzando il viso, la vide voltargli le
    spalle,  muover lenta verso la finestra.  Ella torn poi a furia sulla
    porta del corridoio, chiamando:
    Rico!
    Ma il ragazzo era gi lontano e non intese.  Si ferm allora a guardar
    Silla per la seconda volta e disse:
    Nessuno. Non c' nessuno.
    Egli non pot fraintendere il  lungo  sguardo  pieno  di  appassionate
    domande  mute,  sent  ch'ella  aveva  ingannato  il Vezza;  ma rimase
    impassibile.
    Tutto il fuoco degli occhi di lei si spense a un tratto.
    Buon giorno diss'ella.
    Il saluto parve cader gelato dal terzo cielo.
    Vezza Le ha parlato soggiunse.
    Sarei partito subito, marchesina, se...
    Lo so, lo so.
    Silla tacque.  Lo stipo d'ebano a  tarsie  d'avorio,  i  fiori  ancora
    sparsi  per  la  camera gli ripetevano la terribile storia della notte
    precedente.
    Lo so ripet Marina con voce risoluta e sdegnosa ma non  basta.  E
    fece un passo verso Silla.
    Lo ha inteso, dunque diss'ella che la mia fu una allucinazione?
    Silla accenn di s.  Era a qualche distanza da lei,  dall'altra parte
    del piano. Essa si rovesci quasi bocconi sul piano, alzando il viso a
    guardar l'uomo.
    E lo ha creduto? disse. Ed  contento di andarsene?
    Silla non rispose.
    Gi mormor Marina,  socchiudendo gli occhi come una fiera blandita.
    Una  cosa  naturale,  una cosa semplice,  una cosa comoda!  Va bene!
    esclam rialzandosi.
    V'era sul piano un vaso con delle rose  e  de'  grappoli  di  glicine,
    sciolti. Ne strapp una manciata, l avvent sul pavimento.
    Partire  va bene diss'ella ma non basta.  Non si sente in dovere di
    fare altri sacrifici per me?
    La sua voce fremeva, cos parlando, d'ironia amara.
    Sono ai Suoi ordini, marchesina rispose Silla gravemente. Qualunque
    sacrificio.
    Grazie. Dunque sarebbe anche disposto di scrivere al conte Salvador?
    Al conte Salvador? esclam Silla sorpreso. Cosa dovrei scrivergli?
    Ch'Ella parte di qua per sempre e non cercher mai di rivedermi.
    Questo Le basta?
    Com' buono! disse Marina sottovoce.
    Posso esserlo col signor conte Salvador rispose  Silla  freddamente.
    Mi sono posto stanotte a sua disposizione,  l'ho aspettato un'ora, ed
    egli non si  lasciato vedere.
    Ah, lo odia, Lei? esclam Marina con due occhi lampeggianti.
    Io? No.
    Ella si pose a camminare su e gi per la camera, si ferm a un tratto,
    dicendo:
    Ma iersera s, eh, che lo odiava? Iersera alle undici?
    Silla pens un momento e rispose:
    Marchesina,  stata un'allucinazione anche la mia.
    Ella rise forte, d'un riso che strinse il cuore a Silla.
    Allora disse Le perdono tutto ed  affare finito.
    Dunque la marchesina non desidera pi nulla da me?
    Grazie rispose Marina sorridendo  amabilmente.  Nulla.  Ci  vedremo
    ancora a pranzo,  non  vero?  Lei pranza qui?  Ne La prego soggiunse
    perch Silla esitava.
    Egli sapeva che questo pranzo non si farebbe, ma non credette prudente
    di entrare nell'argomento e s'inchin ringraziando.
    Mentr'egli usciva,  Marina batt con la mano  sullo  stipo  antico,  e
    disse:
    Sa? Distrutto!
    Silla si volt, vide la bella mano bianca ch'esprimeva in aria, con un
    breve  gesto,  lo sparir di qualche cosa,  la bella testa che salutava
    ancora, sorridendo.
    Meglio diss'egli.
    Appena percorso il corridoio e posto il piede  sulla  scala,  si  ud,
    alle  spalle,  un grido acutissimo.  Balz indietro alla porta ond'era
    uscito, vi stette in ascolto, trattenendo il respiro. Ud accorrere un
    frusco d'abiti,  la chiave gir  nella  toppa.  Silla  si  allontan,
    discese le scale pieno d'inquietudini.
    Era Marina che aveva gettato quel grido e poi chiuso l'uscio a chiave.
    Si diede dei pugni nella fronte per domarsi,  aperse lo stipo,  trasse
    il manoscritto sulla ribalta calata,  e puntosi  il  braccio  sinistro
    scrisse col sangue sotto le ultime parole di Cecilia:

    "C'est ceci qui a fait cela.
    "3 Mai 1865.
    Marquise de Malombra,
    jadis comtesse Varrega."

    Dopo di che aperse un cassetto dello stipo e ne tolse un elegantissimo
    astuccio  da  pistole,  in  cuoio,  con  lo  stemma  dalla famiglia di
    Malombra, uno scudo d'azzurro alla cometa d'argento,  al canton franco
    di nero, caricato d'un giglio d'argento.
    Sapete diss'ella,  parlando alle armi ha accettato di partire.  Non
    ha inteso ch'era una prova.
    Silla trov in biblioteca il commendatore che  lo  aspettava  frugando
    gli  scaffali  con  il  naso e con gli occhi ghiotti.  Gli raccont il
    colloquio,  le ultime parole cortesi di donna Marina,  il grido  udito
    dal corridoio;  disse che non aveva rifiutato espressamente l'invito a
    pranzo perch vedeva  una  donna  malata,  verso  la  quale  bisognava
    procedere  con  le  maggiori  cautele.  Secondo  lui era necessario un
    sollecito  provvedimento  medico.  Sugger  di  telegrafare  a  questi
    parenti di Milano che procurassero di portarla via subito dal Palazzo,
    soggiorno  pessimo  per  lei.  Il  Vezza  rispose che lo farebbe,  che
    intanto aveva sospeso il pranzo e contava sul medico  onde  persuadere
    donna  Marina  di  rinunciarvi  spontaneamente.  Mentre diceva questo,
    comparve il medico.
    Questi ascolt la relazione dello stato di  tranquillit  relativa  in
    cui  s'era  trovata la marchesina svegliandosi e accett di adoperarsi
    per farle abbandonare l'idea del pranzo. Promise che sarebbe tornato a
    dar conto della sua missione.
    Stette assente a lungo.  Quando ricomparve aveva  la  sua  faccia  de'
    sinistri presagi, la pi scura.
    Dunque? gli chiese il Vezza.
    Il medico guardava Silla, esitava a rispondere.
    Ella pu parlare liberamente osserv il commendatore.
    Bene.  Io, gi, signori, parlo da medico, senza riguardi personali, e
    dico: andiamo male, dipende da Loro che non vada peggio.
    Ma  guardi!  disse   il   Vezza.   Pensare   che   stamattina   era
    tranquillissima!
    Oh,  anch'io  l'ho trovata tranquillissima.  Al primo vederla mi sono
    consolato,  meravigliato anzi;  un minuto dopo,  la sua calma  non  mi
    piaceva  pi.  Vedono,  dopo  il  travaglio nervoso di stanotte quella
    donna l doveva essere a terra, oggi,  sfasciata.  Ma no;  non abbiamo
    che  il  pallore veramente straordinario e la cerchiatura livida degli
    occhi. Manca ogni altro sintomo di stanchezza, di depressione. Abbiamo
    apiressi completa e un polso di cento  battute  almeno.  Qui,  mi  son
    detto  subito,  l'accesso nervoso sussiste ancora,  questa calma non 
    fisiologica,   una coazione della volont;  e forse tale  antagonismo
    esagera alcuni fenomeni nervosi,  la frequenza del polso, per esempio.
    Le ho parlato di quel tale argomento. La presi pel verso della salute,
    le dissi che aveva bisogno di quiete, che farebbe bene a restare tutto
    il giorno in assoluto riposo,  e non  uscire  di  camera  neppure  pel
    pranzo. Ah!
    Qui  il dottore agit le braccia come se la parola non bastasse pi al
    racconto.
    Confesso che due occhi simili non li  ho  mai  visti.  In  un  minuto
    secondo  cresciuta un palmo.  Mi ha investito con una veemenza! Anzi,
    se debbo dire il vero,  si   scagliata  pi  contro  di  lei,  signor
    commendatore, che contro di me, perch ha compreso subito, con l'acume
    de'  monomaniaci,  che dovevo aver parlato con Lei.  Si vede ch'era in
    sospetto d'una opposizione.  Ha detto che si vuole  imporle,  che  non
    prende  lezioni  da  nessuno,  che  le  rincresce  non  aver  invitate
    cinquanta persone;  e via di questo passo con una irritazione  che  la
    soffocava,  la faceva tremare come una foglia. Io cercavo di chetarla.
    Oh, s, non era possibile,  si adirava sempre pi.  Finalmente dovetti
    prometterle  che  tutto si sarebbe fatto secondo i suoi desideri e che
    anzi mi sarei fermato a pranzo anch'io,  e credano,  signori,  bisogna
    finirla cos.  Non consiglierei a nessuno di contraddire una donna che
    esce da una  crisi  come  quella  di  stanotte  e  offre  indizi  cos
    minacciosi di ricadervi. Ecco.
    Dunque? domand il commendator Vezza.
    Dunque  io,  per  parte  mia rispose il dottore con fermezza a farei
    quello che desidera, bench non ci avr davvero tutti i gusti.
    E se noi due ci astenessimo, Lei crede...
    Ma! Ripeto che non lo farei.
    Il commendatore consult Silla con gli occhi.
    Quanto a me disse questi non c'interverr in nessun caso.  Si potr
    dirle  che  non  sentendomi  bene non ho voglia di pranzare e che sono
    ancora occupato in queste lettere.  Meglio ancora;  potr partir prima
    del pranzo. Del resto, dottore, supponga che donna Marina abbia subto
    sino a stanotte l'influenza di una forte scossa morale,  e che adesso,
    per una ragione o per l'altra, se ne sia liberata, non ammette Lei che
    dei nervi tanto turbati,  quantunque rimessi a posto,  vibrino  ancora
    per  un  po'  di  tempo?  Non  ammette  che,  se  la  causa del male 
    distrutta, debba ritenersi improbabile una recidiva?
    Il dottore consider per qualche tempo Silla, prima di rispondere.
    Badi,  sa diss'egli a  che  quand'anche  la  causa  del  male  fosse
    distrutta, non ne discenderebbe mica che adesso si potesse impunemente
    irritare  questa  donna,  i cui nervi,  come dice Lei,  vibrano ancora
    tutti; una donna,  noti,  molto mal disposta inizialmente se ha potuto
    accogliere certi fantasmi. Ma, domando io, se n' poi liberata?
    Parrebbe  di  s  rispose  Silla  o  almeno  c' qualche ragione di
    sperarlo. Lei stessa lo dice, intanto.
    E io replic il medico mi perdoni, ne dubito.
    Gli altri due lo guardarono silenziosi, aspettando.
    Stavo per lasciarla diss'egli  ero  gi  sulla  soglia,  quando  mi
    richiam  "Dottore,  venga  qua."  Me  le  avvicino,  ella  si  scopre
    l'avambraccio sinistro, mi dice: "Vuol vedere delle ferite profonde?".
    Mi mostra due o tre punture di zanzara e soggiunge: "Si pu morire  di
    questo?".  Io non capisco,  eh,  la guardo.  "Non crede" dice lei "che
    un'anima  possa  passare  di  l?  Pure  le  assicuro"  dice  "che  ha
    cominciato;  un  pensiero e un segreto ne sono gi usciti." Cos mi ha
    detto.  Ma  facciano  grazia,  signori,  queste  parole,   nella  loro
    assurdit,  non  generano  il  sospetto  che  sussista sempre la forte
    preoccupazione morale di cui parlava il signore?  Del resto,  a quella
    signora bisogna pensarci sul serio e subito. Qui non pu stare.
    Provvederemo rispose il Vezza. Adesso Lei va dalla Giovanna?
    Vado dalla Giovanna.
    E ci rivedremo alle cinque?
    Alle cinque.
    Oh s, ho un gran piacere che allora Lei si trovi qui.
    Io partir alle cinque disse Silla.
    Il commendatore parve poco contento.
    A che ora diss'egli  passa da... l'ultimo treno per Milano?
    Alle nove e mezzo.
    Oh,  allora  pu partire anche dopo le sei.  Cos vede come va questo
    pranzo.
    Il dottore usc.  Gli altri due sedettero al tavolo e ricominciarono a
    lavorare.

    Il  vento durava a fischiare e urlare,  le onde schiamazzavano intorno
    al Palazzo, selvaggi spettatori accorsi a un dramma che non cominciava
    mai,  invasi dalle furie dell'impazienza.  Era,  intorno alle  vecchie
    mura  impassibili,  uno  scatenamento  di passioni feroci che volevano
    subito lo spettacolo, volevano veder soffrire,  morire,  se possibile,
    uno  di  questi piccoli re superbi della terra.  Che si aspettava?  Le
    onde schiaffeggiavano, insultavano l'edificio, balzavano sullo scoglio
    a pi della  loggia,  tempestavano  su  tutte  le  rive,  si  rizzavan
    lontano,  le  une  dietro  le  altre,  con  un  largo clamore di folla
    fremebonda. Il vento saltava a destra, a sinistra, in alto,  in basso,
    impazzito,  furioso;  passava  e  ripassava  per  la loggia stridendo,
    ingiuriando gli attori invisibili.  Anche i cipressi gravi  dondolavan
    la  punta,  le  viti  stormivano,  i  gelsi  e i miti ulivi sparsi pe'
    campicelli si contorcevano, si dimenavano,  colti dalla stessa folla.
    Le  montagne  guardavan  l,  severe.  Ma  la  scena taceva sempre;  i
    personaggi si tenevano ancora nascosti.
    Dopo le tre, infuriando sempre il vento, entrarono in loggia Fanny, il
    cameriere, il giardiniere e il Rico, si affacciarono alle arcate verso
    il lago,  guardando un po' il cielo,  un po' i monti,  un po' le  onde
    tumultuanti  al  basso,  che  urlavano  "no,  no,  non voi!".  Parvero
    consultarsi.  Fanny usc dalla porta di destra  gittando  col  braccio
    sinistro una imprecazione al cielo ed alla terra;  gli altri rimasero.
    Ella torn subito, probabilmente con gli ordini della sua padrona, e i
    tre colleghi le si raccolsero attorno.  Uscirono poi tutti insieme  da
    sinistra  e  rientrarono  con  un  gran tappeto scuro quasi nero,  che
    stesero dalle tre arcate posteriori della loggia a  tre  delle  cinque
    anteriori,  lasciando  scoperti  a  destra e a sinistra due spicchi di
    pavimento. Poi il giardiniere, aiutato da suo figlio e da due garzoni,
    port su dal giardino,  con due barelle,  moltissimi vasi di  camelie,
    d'azalee,  di  cinerarie  e  di  calceolarie in fiore e quattro grandi
    dracene "australes". Si portarono pure due gradinate rustiche di legno
    e si addossarono ai fianchi  della  loggia  tra  le  due  porte  e  la
    balaustrata  posteriore.  Fanny  e  il cameriere portarono tre piccoli
    tavoli,  quattro poltrone cremisine e una elegantissima giardiniera di
    metallo dorato, dono giunto a Marina due settimane prima dalla signora
    Giulia De Bella.  Poi donna Marina stessa,  stretta nel suo scialletto
    bianco che le disegnava le forme, entr lentamente, negligentemente in
    loggia,  si ferm davanti all'arcata di mezzo e cominci a dare  degli
    ordini  senza muovere un dito,  indicando i luoghi e le cose col girar
    della persona e del viso.
    L'ombra della costa boscosa a  ponente  del  Palazzo  avanzava  rapida
    verso levante.  Il vento si rabboniva,  le onde si azzittivano come se
    avessero visto Marina entrar in scena.
    Ella vi si trattenne fino a che fu bene avviata l'esecuzione de'  suoi
    ordini, poi si ritir accennando al Rico di seguirla.
    Una  scena sontuosa,  elegante apparve,  a opera finita,  dentro dalle
    colonne austere,  dal cornicione accigliato della loggia.  Agli angoli
    le  dracene sprizzavan su come getti verdi dall'enormi azalee in fiore
    aggruppate a' lor piedi,  spandevano in  alto  una  piova  di  sottili
    foglie  ondulate,  ricadevano graziosamente.  A destra e a sinistra le
    due  gradinate  gremite  di  cinerarie  e  di  calceolarie   versavano
    dall'alto  due  cascate  di mille colori sul tappeto nero.  Sei grandi
    vasi di camelie,  ritti sulla balaustrata  posteriore,  chiudevano  il
    fondo della scena.  Il meno piccino dei tavoli,  con due posate, stava
    quasi addossato all'arco  di  mezzo;  gli  altri,  a  una  posata  per
    ciascuno,  posti  per  isghembo a' lati del primo,  si fronteggiavano.
    Tovaglie grigio giallognole di Fiandra li coprivano tutti e tre sino a
    terra,  mettevano in quella nervosa musica di colori tre note quiete e
    gravi  su  cui  si smorzavano anche i toni acuti dei cristalli e degli
    argenti.  Sul davanti e nel mezzo,  la  giardiniera  dorata  di  donna
    Giulia  posava  sul  fondo  scuro  del  tappeto  una  tenera nudit di
    giacinti delicati,  spogli  d'ogni  verde,  stretti  nel  baglior  del
    metallo,  che tentavano, come un dolce odoroso, il palato, promettendo
    squisitezze voluttuose, penetranti nel sangue.
    Ai signori e ai matti obbedisce anche il vento disse Fanny che aveva
    pensato veder tutto l'apparecchio sossopra in un attimo.
    Dopo le quattro e mezzo il commendatore e Silla  entrarono  in  loggia
    dalla  biblioteca;  quasi contemporaneamente vi entr dall'altra parte
    il medico.  Tutti e tre si fermarono attoniti,  considerando  l'ordine
    elegante  della scena,  la pompa dei colori che spiccavano sul tappeto
    oscuro.
    Tutto lei,  capite!  disse  il  Vezza,  ancora  pi  sgomentato  che
    sorpreso.
    Era lei,  s,  che aveva disposto tutto e vi si vedeva l'immagine sua;
    un cuor nero,  una fantasia accesa,  una intelligenza  scossa  ma  non
    caduta.
    Io torno in biblioteca disse Silla, finisco quegl'indirizzi, poi me
    ne vado dalla scaletta.
    No,  no,  La  prego!  esclam  il Vezza.  Se assolutamente non vuol
    pranzare con noi,  almeno ci stia vicino.  Io Le assicuro  che  ho  la
    febbre addosso.  Avremo fatto male,  dottore, a essere condiscendenti?
    Ho dovuto  far  avvertire  i  domestici,  sa,  ch'era  ordine  Suo  di
    accontentare donna Marina. Per carit, Silla, stia vicino, stia l nel
    salotto, almeno. Faccia questo favore a me.
    Bene rispose Silla mi porter l da lavorare; ma si ricordi, appena
    finito il pranzo vado via.
    Il  dottore era agitatissimo,  si giustificava del consiglio che aveva
    dato, adduceva una quantit di ragioni buone e cattive.  Si capiva che
    dubitava egli stesso di avere sbagliato.
    Non sapevo poi tutto, stamattina diss'egli non avevo parlato con la
    Giovanna.
    Accenn agli altri due di avvicinarglisi.
    Lo sanno Loro come la  stata del povero conte?
    Sapevano e non sapevano. Il dialogo continu sottovoce.
    Silla  guard  l'orologio;  mancava  un  quarto  alle cinque.  And in
    biblioteca a pigliarsi le carte e pass poi nel salotto a lavorare.
    Gli altri due, discorrendo, videro passare sotto la loggia il battello
    di casa condotto dal Rico.
    Dove vai? gli grid il Vezza.
    A R... Ordine della signora donna Marina rispose quegli.
    Doveva ben parlare con me,  prima di  obbedire  a  lei  brontol  il
    commendatore, e riprese il suo discorso.
    Ecco diss'egli io lo avrei preparato cos,  il telegramma. Noti che
    la persona cui lo dirigo ha molto cuore e una coscienza scrupolosa, ma
    stenta un poco a muoversi, a pigliare risoluzioni gravi.  Dunque direi
    cos:  "Per  espresso  volere  medico  curante,  onde togliermi grandi
    responsabilit,  avverto Lei pi stretta parente signorina di Malombra
    sua salute esige pronto allontanamento questa dimora".
    Metta "prontissimo" disse il dottore.
    Metter "prontissimo".
    Metta anche...
    Il  dottore  non  pot  compir la frase,  perch donna Marina comparve
    sulla soglia.  Vestiva un abito ordinato da lei alla sua antica  sarta
    di  Parigi  che  ne conosceva bene l'umor bizzarro,  un ricco e strano
    abito di "moire" azzurro cupo, a lungo strascico, da cui le saliva sul
    fianco destro una grande cometa ricamata in argento. Sul davanti della
    vita accollata, attillatissima, era inserto un alto e stretto scudo di
    velluto nero arditamente traforato nel  mezzo,  in  forma  di  giglio,
    sulla pelle bianca.  Marina non era pi cos pallida;  un lieve rossor
    febbrile le macchiava le guance; gli occhi brillavano come diamanti.
    Musica! diss'ella sorridendo e guardando il lago.  Quella che vuoi,
    lago mio!  Non  vero, Vezza, che la musica  ipocrita come un vecchio
    ebreo e ci dice sempre quello che il nostro cuore desidera?  Non  per
    questo che ha tanti amici?
    Marchesina  rispose  quegli cercando di fare il disinvolto fuori di
    noi non c' musica, non c' che un vento.  Le corde sono dentro di noi
    e suonano secondo il tempo che vi fa.
    Da Lei ci deve far sempre sereno,  eh?  Un sereno cattolico: e queste
    onde Le dicono: come  dolce ridere, come si balla bene, qui!  - Dov'
    il signor Silla?
    Ecco... incominci il Vezza imbarazzato.
    Partito  no!  esclam  donna Marina fieramente,  afferrandolo per un
    braccio e stringendoglielo forte.
    No,  no,  no,   qui rispose colui in fretta ma debbo fare  le  sue
    scuse. Non si sente bene, non potrebbe pranzare; e siccome ha avuto la
    gentilezza di offrirmi il suo aiuto per alcune faccende urgenti,  cos
    adesso...
    Ella non lo lasci finire, gli chiese imperiosamente:
    Dov'? Le tremava la voce.
    Ma... rispose il commendatore, titubante. Non so...  poco fa era in
    biblioteca...
    Vada e gli dica che lo aspettiamo.
    E' nel salotto disse il medico.  E' occupato a scrivere. Accetti le
    sue scuse, marchesina, ne La prego.
    Ella riflett un istante e poi rispose con voce vibrata:
    La Sua parola, ch' nel salotto!
    La mia parola.
    Bene diss'ella pacatamente verr pi tardi senza esser chiamato.  -
    Del resto,  caro Vezza, da me ci fa nuvolo, un tempo triste. Dica Lei,
    dottore, non  una malattia la tristezza?  Non abbassa la fiamma della
    vita?  Ella  mi  darebbe dei cordiali se mi sentisse il sangue scorrer
    pi lento; qualche sinistro alcool mascherato.  Ma se io prendo invece
    gli  spiriti  vitali  dei fiori,  l'aria pura,  la conversazione degli
    uomini sereni come il nostro amico Vezza,  degli  uomini  esperti  del
    dolore come Lei, chi vorr censurarmi? Ecco sciolto, signori, l'enigma
    di questo pranzo,  e pranziamo.  Lei qui,  Vezza,  presso a me; e Lei,
    dottore, l, alla mia destra.
    Il pranzo incominci.
    I commensali di donna Marina tacevano, gustavano appena delle vivande.
    Il commendatore deplorava in cuor suo che il pranzo finissimo, servito
    con eleganza squisita, tra i fiori, da una giovane e bella donna,  gli
    fosse  capitato  in  un momento disadatto e in circostanze tali da non
    poterlo affatto gustare  n  con  il  palato  n  con  lo  spirito.  E
    accarezzava  la  sola  idea  piacevole  che  gli  sorridesse in mente:
    raccontar la scena nei salotti di Milano,  con arte,  a cuore placido.
    Si  guardava  cautamente  attorno,  imparava a memoria le dracene e le
    azalee, le cascate di cinerarie e di calceolarie, sbirciava il "moire"
    della sua vicina, e per quanto poteva, il giglio bianco nello scudo di
    velluto. Ma gli occhi curiosi dei fiori schierati sulle gradinate come
    in un teatro, gli dicevano che lo spettacolo non era finito.
    Il dottore studiava continuamente Marina, temendo qualche accesso come
    quello della sera precedente o della notte in cui era entrata la prima
    volta dal conte. Si tenne pronto, spiava, senza parere, ogni movimento
    di lei.  E comprendeva solo adesso l'importanza attribuita da Marina a
    questo  pranzo  e  si rimproverava di avervi acconsentito.  Non poteva
    difendersi da tristi presentimenti. Il luogo cos aperto sul cortile e
    sul lago gli metteva paura. E gli metteva paura il contegno sempre pi
    inquieto di Marina,  che dopo un cucchiaio di zuppa non aveva mangiato
    punto.
    Che  silenzio! diss'ella finalmente.  Mi par d'essere fra le ombre.
    Somiglio a Proserpina?
    Oh! rispose il commendatore storditamente.  Lei farebbe risuscitare
    i morti.
    Subito  gli  venne  in  mente  l'uomo  sfigurato  che giaceva sotto un
    lenzuolo a pochi passi dalla loggia; gli corse un brivido nelle ossa.
    Pure replic  Marina  i  miei  ospiti  sono  lugubri  come  giudici
    infernali.  Versatemi del Bordeaux diss'ella al vecchio cameriere che
    serviva solo,  pi lugubre  ancora  dei  convitati.  Anche  a  questi
    signori.
    Il  cameriere  obbed.  Devoto  al  povero  conte  da  lui servito per
    ventidue anni,  gli pareva d'essere alla  tortura.  Versava  con  mano
    tremante,  facendo  tintinnare  il collo della bottiglia sull'orlo dei
    calici.
    Vi prego di assaggiar questo vino disse Marina. Pensatelo,  adesso.
    Non vi trovate un lontano sapore d'Acheronte?
    Il commendatore alz il calice,  lo sper,  vi pos ancora le labbra e
    disse:
    Ha qualche cosa d'insolito.
    Supponga  dunque,  commendatore  Radamanto  disse  Marina  con  voce
    commossa,  contraendo  nervosamente  gli  angoli  della bocca che per
    certe mie ragioni io abbia pensato...
    Si lasci cadere sulla spalliera della poltrona,  porgendo le  labbra,
    facendo  con  la  mano  l'atto di chi butta via sdegnosamente una cosa
    spregevole.
    Sa diss'ella questa vita  cos vile!  Supponga dunque ch'io  abbia
    pensato  di aprir la porta e uscire quando muore il sole,  in mezzo ai
    fiori,  portando meco alcuni amici di spirito pel caso che il  viaggio
    fosse troppo lungo. Supponga che in quel Bordeaux...
    Il  Vezza  trasal,  guard  il  cameriere  ritto  presso  la porta di
    sinistra, impassibile.
    Oh! esclam Marina come mi crede subito!
    Si fe' versare dell'altro vino e si rec il calice alla bocca.
    Sapore insolito?  diss'ella.  Se    puro,  questo  Bordeaux,  come
    un'"Ave Maria"! E' stato uno scherzo di Proserpina. - Bevete prosegu
    concitata  cavalieri dalla triste figura.  Provvedetevi di cuore e di
    spirito.
    Il dottore non bevve. Sentiva venire una tempesta. Il Vezza si accost
    invece al consiglio di donna Marina e vuot il suo bicchiere.
    Bravo! diss'ella facendosi pallida.  Si  ispiri  per  una  risposta
    difficile.
    Di Proserpina in Sfinge, marchesina?
    In  Sfinge,  s,  e  vicina  forse  a diventar di pietra o pi fredda
    ancora! Ma che prima parler, dir tutto. Dunque...
    Ell'era andata diventando sempre pi livida. A questo punto un tremito
    di tutta la persona le spezz la voce.  I due uomini  si  alzarono  in
    piedi.  Ella strinse il coltello,  ne ficc rabbiosamente la punta nel
    tavolo.
    Quieta,   quieta  disse  il  medico  pigliandole  una  mano  gelata,
    piegandosi sopra di lei.  Ella si era gi vinta,  respinse la mano del
    medico e si alz.
    Aria! diss'ella.
    Pass con impeto fra il tavolo suo e quello del dottore,  e si slanci
    alla balaustrata verso il lago.
    Il dottore le fu addosso d'un salto per afferrarla, trattenerla.
    Ma  ella  si  era  gi  voltata  e piantava in viso al Vezza due occhi
    scintillanti.
    Dunque esclam affrettandosi  di  parlare,  di  far  dimenticare  un
    momento  di debolezza crede Lei che un'anima umana possa vivere sulla
    terra pi di una volta?
    E perch il Vezza, smarrito, sgomento, taceva, gli grid:
    Risponda!
    Ma no, ma no! diss'egli.
    S, invece! Lo pu!
    Nessuno  fiat.  Il  giardiniere,  il  cuoco,  Fanny,   avvertiti  dal
    cameriere,  salirono  frettolosi  le scale per venire ad origliare,  a
    spiare.  Il vento era caduto;  le onde lente sussurravano  a  pi  dei
    muri: "Udite, udite!".
    E nel silenzio vibr da capo la voce di Marina.
    Sessant'anni  or  sono,  il  padre  di  quel  morto  l (ell'appunt
    l'indice all'ala del Palazzo) ha  chiuso  qui  dentro  come  un  lupo
    idrofobo la sua prima moglie,  l'ha fatta morire fibra a fibra. Questa
    donna  tornata dal sepolcro a vendicarsi della maledetta razza che ha
    comandato qui fino a stanotte!
    Teneva gli occhi fissi sulla porta  a  destra,  ch'era  aperta  perch
    avean disposto la credenza nella sala vicina.
    Marchesina!  le  disse  il dottore con accento di blando rimprovero.
    Ma no! Perch dice queste cose?
    In pari tempo le pigli il braccio sinistro con la sua mano di ferro.
    L c' gente! grid Marina. Avanti, avanti tutti.
    Fanny e gli altri fuggirono, per tornar poi subito in punta di piedi a
    spiare, nascondendosi da lei.
    Silla venne sulla porta del salotto. Di l non poteva veder Marina, ma
    la intendeva benissimo. Adesso diceva:
    Avanti! egli non viene perch la sa,  la storia.  Ma non la sa tutta,
    non  la  sa  tutta;  bisogna  che  gli  racconti la fine.  Tornata dal
    sepolcro, e questo  il mio banchetto di vittoria!
    La voce,  subitamente,  le si amoch.  Ell'abbracci la colonna presso
    cui  stava,  vi  appoggi  la  fronte  scotendola con veemenza come se
    volesse cacciarvela dentro, mise un lungo gemito rauco,  appassionato,
    da far gelare il sangue a chi l'udiva.
    L'infermiera,  la  donna di stanotte! disse forte il medico verso la
    porta, e si volt poi a Marina, di cui teneva sempre il braccio.
    Andiamo, marchesina diss'egli dolcemente ha ragione,  ma sia buona,
    venga via, non dica queste cose che Le fanno male.
    Ell'alz  il  viso,  si ravvi con la destra i capelli arruffati sulla
    fronte,  trapassando ancora con l'occhio avido  la  porta  e  la  sala
    semioscura.  Sul suo petto ansante il giglio scendeva e saliva, pareva
    lottar per aprirsi.  La moglie del giardiniere si affacci alla porta.
    Ella  le  accenn  violentemente,  con il braccio libero,  di farsi da
    banda, e disse al medico parlando pi con il gesto che con la voce:
    S, andiamo via, andiamo nel salotto.
    E nella Sua camera non sarebbe meglio?
    No, no, nel salotto. Ma mi lasci!
    Ella disse quest'ultime parole in atto cos dignitoso e fiero  che  il
    dottore  obbed,  e  si  accontent  di seguirla.  A lui premeva sopra
    tutto, in quel momento, allontanarla dalla balaustrata.
    Marina s'incammin lentamente,  tenendo la  mano  destra  nella  tasca
    dell'abito.  Il Vezza e il cameriere la guardarono passare,  allibiti.
    Il dottore che la seguiva,  si ferm un  momento  per  dar  un  ordine
    all'infermiera. Intanto Marina arriv alla porta.
    Fanny, il cuoco e il giardiniere s'erano tirati da banda per lasciarla
    passare senza esserne visti. In sala le imposte erano chiuse a mezzo e
    le tende calate.
    Silla  stava  sulla soglia del salotto.  Vide Marina venire ed ebbe un
    momento d'incertezza.  Non  sapeva  se  farsi  avanti  o  da  parte  o
    ritirarsi nel salotto.  Ella fece due passi rapidi verso di lui, disse
    Oh, buon viaggio e alz la mano destra. Un colpo di pistola brill e
    tuon.  Silla cadde.  Fanny scapp urlando,  il dottore salt in sala,
    grid agli uomini - tenerla! - e si precipit sul caduto. Il Vezza, il
    cameriere, l'altra donna corsero dentro gridando a veder chi fosse. Il
    giardiniere  e  il  cuoco  vociferavano,  si eccitavano l'un l'altro a
    trattener Marina, che voltasi indietro, pass in mezzo a tutti, con la
    pistola fumante in pugno,  senza che alcuno osasse toccarle  un  dito,
    attravers la loggia, ne usc per la porta opposta, la chiuse a chiave
    dietro di s. Tutto questo accadde in meno di due minuti.
    Il  giardiniere  e  il cameriere,  vergognandosi di s irruppero sulla
    porta,  la sfondarono a colpi di spalla.  Il corridoio era  vuoto.  Si
    fermarono incerti, aspettando un colpo, una palla nel petto, forse.
    Avanti,  vili!  url  il  dottore slanciandosi in mezzo ad essi.  Si
    ferm nel corridoio, stette in orecchi. Nessun rumore.
    Fermi l, voi diss'egli e salt nella camera del conte.
    Vuota. Le candele vi ardevano quiete.
    Entrarono,  egli nella camera da letto,  gli altri due in quella dello
    stipo.
    Vuote.
    Il dottore si cacci le mani nei capelli, esclam rabbiosamente:
    Maledetti vili!
    In biblioteca! disse il giardiniere.
    Saltarono  gi per le scale,  il dottore primo.  Toccato il corridoio,
    ud un urlo, distinse la voce del commendatore che gridava:
    La barca! la barca! Corse in loggia, s'affacci al lago.
    Marina,  sola nella  lancia,  passava  l  sotto,  pigliava  il  largo
    piegando a levante. Sul sedile di poppa si vedeva la pistola.
    Al battello! disse il dottore.
    Il Vezza gli grid dietro:
    Per la scaletta segreta!
    Scesero per la scaletta segreta.  Il dottore cadde e ruzzol,  sino al
    fondo;  ma fu tosto in piedi,  a tempo di udire una  imprecazione  del
    giardiniere che si ferm di botto sulla scala.
    Il  battello non c' diss'egli.  L'ha mandato via col Rico prima di
    pranzo.
    Sar tornato! disse il dottor l'uscio della darsena.
    Vuota. Le catene del battello e della lancia pendevano sull'acqua.
    Fu per stramazzare a terra.  L vicino,  lo sapeva bene,  non vi erano
    altre barche.
    Giardiniere! diss'egli. Al paese! Una barca e degli uomini.
    Il giardiniere sparve per la porticina del cortile.
    Dio, Dio, Dio! esclam il dottore alzando le braccia
    Gli altri continuavano a gridare dalla loggia Presto! Presto!
    Ed ecco il giardiniere tornare di corsa.
    Occorre anche il prete ? diss'egli.
    Il dottore gli mise i pugni al viso.
    Stupido, non vedi che sono venuto via io?
    Colui non cap bene, ma torn via, e il dottore corse di sopra.
    Una finestra dell'ultimo piano si aperse, una voce debole domand:
    Cosa c' ? Cos' accaduto?
    Era la Giovanna.
    Qualcuno rispose dal cortile:
    E' succeduto che hanno ammazzato il signor Silla.
    Oh Madonna Santa! diss'ella.
    Si ud il giardiniere gridare da lontano. Altre voci gli rispondevano.
    Il passo d'un contadino che scendeva a salti suon sulla scalinata; lo
    segu un altro. Venivan curiosi, avvertiti da una scintilla elettrica.
    Il  padrone  era  morto;  entrarono  in casa arditamente.  De' ragazzi
    passarono il cancello del cortile,  scivolarono  in  casa  essi  pure,
    saliron  le scale.  Volevano entrare nel salotto,  sapevano che l'uomo
    era l. Ne usc il dottore entratovi un momento prima.
    Via diss'egli con voce terribile.
    I ragazzi fuggirono.
    Quegli parl a qualcuno ch'era rimasto dentro
    Fino a che non venga il pretore, nessuno!
    Poi chiuse l'uscio.
    Il Vezza e gli altri si strinsero attorno affannati.
    Euh? diss'egli.
    Non ve l'ho detto prima? Passato il cuore.
    Una finestra della sala era stata spalancata. Egli vi accorse e dietro
    a lui, in silenzio angoscioso, tutti: il Vezza,  la gente di servizio,
    i  due contadini.  Fu aperta anche l'altra finestra.  "Saetta" era gi
    lontana a capo d'una lunga sca obliqua  sul  lago  quasi  tranquillo.
    Marina  si vedeva bene,  si vedeva l'interrotto luccicar dei remi.  Il
    Vezza, ch'era miope, disse:
    E' ferma.
    Infatti non pareva avanzasse.
    No, no risposero gli altri.
    Uno dei contadini,  soldato in congedo,  ch'era salito sopra una sedia
    per veder meglio, disse:
    Con una carabina la butterei gi.
    Fanny and via singhiozzando, poi torn a guardare.
    Ma, per Dio, dove va? esclam il dottore.
    Nessuno rispose.
    Un minuto dopo, il contadino ch'era in piedi sulla sedia, disse:
    Va in Val Malombra. E' dritta in mira alla valle.
    Fanny ricominci a strillare. Il dottore l'abbranc per un braccio, la
    trascin via e le impose di star zitta.
    Perch in Val Malombra? diss'egli.
    C'  un  sentiero  che passa la montagna rispose l'altro e mena poi
    gi sulla strada grossa. Non si pu prenderlo  quel  sentiero  dalla
    riva di Val Malombra osserv il secondo contadino.
    Si pu s.  Basta andar su al Pozzo dell'Acquafonda.  E' un affare di
    cinque minuti.
    Eccoli! grid la moglie del giardiniere.
    Un battello a quattro remi usciva rapidamente dal  seno  di  R...  per
    gettarsi di fianco sulla lancia.
    Il dottore si accost le palme alla bocca, url a quella volta:
    Presto!
    La prenderanno? chiese il commendatore.
    In acqua,  no si rispose. La lancia in quattro colpi  a terra; per
    quelli l ci vogliono dieci minuti.
    "Saetta" si avvicinava al piccolo golfo  scuro  di  Val  Malombra.  Il
    battello era in faccia al Palazzo.  Ad un tratto due uomini lasciarono
    i remi e saltarono a prora gridando, non s'intendeva che.
    Una barca! esclam il dottore.
    Ferma! url con quanto fiato aveva. Ferma la lancia!
    Poi si volse ai due contadini.
    E' il pretore. In fondo al giardino voialtri! E gridate!
    Url ancora, spiccando le sillabe:
    Assassinio! Ferma la lancia!
    Infatti un'altra barca veniva da levante  verso  il  Palazzo,  passava
    allora  a un tiro di fucile da "Saetta".  Malgrado il vociar disperato
    dal  battello  e   dal   Palazzo,   quella   barca   seguiva   sempre,
    tranquillamente, la sua via.
    Non sentono disse il dottore. Gridate tutti, per Dio!
    Egli stesso fece uno sforzo supremo.
    Il  Vezza,  i  domestici,  le  donne  gridarono  con  voce  strozzata,
    impotente:
    Ferma la lancia!
    La barca veniva sempre avanti.
    "Saetta" scomparve.




    Capitolo ottavo.
    FINALMENTE AMATO.

    Un'ombra  nera  comparve  sulla  porta  aperta  del  salotto  di   don
    Innocenzo, nascondendo il cielo stellato; una voce disse:
    Niente.
    Il curato non la riconobbe, alz il paralume della lucerna.
    Ah! Niente? diss'egli.
    Niente? ripet Steinegge.
    Si alzarono ambedue in fretta, si accostarono al nuovo venuto.
    C'erano  sei uomini disse costui,  il sindaco,  con la sua soffice e
    solida  placidit  lombarda.   Quattro  guardie   nazionali   e   due
    carabinieri.  Han  girato  tutto  il  bosco.  Gi,  se ci fosse stata,
    l'avrebbero trovata anche  i  primi  quattro  del  battello  che  sono
    arrivati  a  terra un dieci o dodici minuti dopo di lei.  E' bell'e da
    vedere dov' quella l.
    Steinegge gli accenn,  con una faccia supplichevole,  di  tacere,  di
    uscire.  Il sindaco non capiva,  ma segu nell'orto gli altri due che,
    fuori, gli sussurravano una parola.
    Ah! diss'egli.
    Non aveva veduto nel salotto un'altra persona seduta in un angolo  tra
    il  canap e la parete.  Ella non aveva dato segno di vita all'apparir
    del sindaco n durante il suo discorso,  ma si alz poi che il salotto
    rimase  vuoto e venne sulla porta dell'orto dove il lume della modesta
    lucernetta moriva nelle grandi ombre chiare della notte  serena  senza
    luna.
    C'  chi vuol sostenere diceva il sindaco dilungandosi con il curato
    e Steinegge verso il cancello che abbia preso i monti.  Ma s'immagini
    un po' una donna come quella se vuol prendere i monti! Per andar dove,
    poi?  Io non ci metto nessun dubbio.  Lei,  gi, quieta come un olio,
    nel Pozzo dell'Acquafonda,  sa bene,  quel buco  che  c'  l  in  Val
    Malombra.
    Edith  non  pot udire altro,  perch coloro svoltarono il canto della
    casa e in cucina c'era crocchio,  si parlava forte.  Ell'and a sedere
    sul  muricciuolo  in  faccia  alla  porticina chiara che gittava tante
    chiacchiere nella notte solenne.  Erano  tutte  donne  l  in  cucina,
    vecchie comari linguacciute, amiche di Marta.
    Maledette  zucche  diceva una voce rude,  soverchiando le altre non
    capite che la  sempre stata matta,  peggio,  quasi,  di quella  d'una
    volta?  Lui era il suo amoroso,  che anche l'estate passato, quando fu
    qui,  si trovarono insieme di notte fuori di  casa,  e  questo  lo  ha
    raccontato  anche  il "pitr" se vi ricordate bene.  Adesso lui voleva
    piantarla e lei non ha detto n uno n due,  e ha fatto il colpo.  Eh!
    Ce ne sono bene tutti i giorni, sulle gazzette di quei fatti l!
    Oh  anima!  disse  un'altra  comare.  E  come  faceva  ad averci le
    pistole?
    Ce l'ha sempre avute le pistole.  Almeno questo agosto ce le aveva di
    sicuro,  perch  il giardiniere lo raccontava che la sua padroncina si
    divertiva a sparare addosso alle statue.
    E il signor dottore salt su una terza dice che aveva paura che  la
    si  volesse  ammazzar  lei,  ma  che  non ci  mai venuto in mente che
    volesse ammazzar quell'altro.
    Non avr saputo bene la storia. S che si voleva ammazzare quella l!
    Dicono ch' gi nel  Pozzo  dell'Acquafonda.  Credeteci  voialtre.  So
    anch'io  che  non  l'hanno  trovata.  Una gamba di quella sorta!  L'ho
    incontrata io due o tre volte su per i boschi.  Bisognava  vedere  che
    demonio!  Chi  sa  dove  l' a quest'ora.  Guardate,  se ha incontrato
    quella compagnia di zingari che c' intorno,  non mi  stupirei  niente
    che  si  fosse  messa  con  loro.  E non son mica io sola che la pensi
    cos.
    Le altre non credevano,  dicevano  che  bisognerebbe  scandagliare  il
    Pozzo  dell'Acquafonda.  Ma questo non era possibile per la profondit
    grande e perch il Pozzo era tutto a gomiti.
    Intanto  il  sindaco,  il  curato  e  Steinegge  ritornarono,   sempre
    discorrendo,  sui  propri passi.  Essi dovettero vedere bene Edith sul
    muricciuolo,  perch dalla porta della  cucina  un  poco  di  chiarore
    giungeva sino a lei.
    Credano  pure diceva il sindaco qui la  una voce sola;  se lei era
    matta, lui era un poco di buono anche lui. Perch gi  stata una gran
    figura quella di venir qua a far l'amore con la signora  donna  Marina
    intanto  che  il povero signor conte era in punto di morte,  e proprio
    quando lei doveva sposarsi con un altro.  Ci pare?  Diceva  giusto  il
    pretore stasera che la ci sta bene d'aver fatto quella fine.
    Steinegge  avea  visto Edith,  ma pens che fosse meglio per lei udire
    queste cose,  poich il curato gli aveva  fatto  sperare  che  non  si
    trattasse di una passione profonda.
    Mi  sono  ingannato  anch'io  diss'egli ed era facile ingannarsi su
    quest'uomo,  perch era simpatico,  assai simpatico.  Io credo che era
    infinitamente  meglio  in  parole  che  in  fatti.  Non  ha  mai avuto
    sentimento vero n per la marchesina di Malombra n per altra persona,
    io direi. Vedete, ho conosciuto molti di questi letterati.  Sono tutti
    cos.  Sentono  l'amore  ora qui ora l come un male nervoso che non 
    mai serio. L'altro giorno  corso al Palazzo, oggi andava via,  chi sa
    domani dove si sarebbe attaccato!
    Bene disse don Innocenzo "parce sepulto".
    E ha sentito della lettera? disse il sindaco.
    No. Che lettera?
    Questo    il  bello.  Quel signor commendatore ha come frugato nella
    roba del signor Silla e ci ha trovato dentro una lettera incominciata.
    Non c' su nomi, non c' su che "caro zio" e poi una pagina di scritto
    che somiglia a un testamento. Pare proprio che sapesse di esser vicino
    a fare la fine che ha fatta. Come la spiegano loro?
    Lo avr minacciato di ammazzarlo disse don Innocenzo.
    Gran brutte cose concluse il sindaco gran  brutti  pasticci!  Anche
    viver da galantuomini  una bella roba,  non  vero, signor curato? Di
    quegli affari l non ne capitano.
    Non giudichiamo nessuno rispose il curato.
    Dopo un breve silenzio il sindaco tolse  congedo.  Gli  altri  due  lo
    accompagnarono  sino  al  cancello.  Quando  egli  si  fu allontanato,
    Steinegge cinse col braccio la vita di  don  Innocenzo,  gli  pos  la
    fronte sopra una spalla.
    Povera Edith, povera Edith diss'egli.
    Non  tema,    forte la Sua Edith,  e ha poi in s un'altra forza che
    vince tutto, anche la morte.
    S,  ma soffrir,  soffrir!  Non Le pareva per che gli fosse  molto
    attaccata,  non  vero?  Me lo ha gi detto,  ma me lo dica ancora, mi
    dica proprio sinceramente quel che pare a Lei.
    Era scuro, per fortuna, e Steinegge non poteva vedere sul viso sincero
    di  don  Innocenzo  i  suoi  veri  convincimenti,   il  dolore  d'aver
    incoraggiato esso pure l'affetto di Edith per quell'infelice.
    Mi pare di no rispose strascicando le parole.  Spero di no. Era una
    conoscenza molto recente. Spero che potr dimenticare presto ogni cosa
    come un brutto sogno. Ha pensato bene Lei, di partire domattina. Me ne
    dispiace, ma  necessario.  L a Milano bisogna non parlarne pi,  mai
    pi. E adesso zitto.
    Si  avvicinarono  a  Edith  camminando adagio,  senza parlare.  Quando
    arrivarono a lei,  ella si alz,  si un ad essi.  Tornarono  insieme,
    lungo il muricciuolo, sino in faccia alla porta del salotto. Steinegge
    pieg a quella volta, Edith sedette sul muricciuolo.
    Ah diss'egli fermandosi io credeva...
    Non qui, pap?
    Mi pare che per te fosse meglio entrare.
    Ella si alz, abbracci silenziosamente suo padre e rientr in salotto
    con  lui,  and  a sedere nell'angolo di prima.  Steinegge e il curato
    sedettero  anch'essi  muti,  guardando  oscillar  l'ombra  intorno  al
    piedestallo della lucerna.  Le voci della cucina si spensero. Una dopo
    l'altra le amiche di Marta passarono nell'orto, come ombre di lanterna
    magica,  davanti al salotto,  sussurrandovi dentro un "riverisco".  Si
    ud il canto dei grilli e delle rane gi per le bassure dei prati.
    A che ora gli hai detto, pap, al vetturino? chiese Edith.
    Alle cinque e mezzo, cara, per il treno delle otto e mezzo.
    E adesso che ore sono?
    Le dieci.
    Non  parlarono pi.  Un quarto d'ora dopo entr Marta per vedere se vi
    fossero disposizioni di andare a letto.  Guard un momento,  esitante,
    il  suo  padrone  e si ritir in punta di piedi come sarebbe uscita di
    chiesa in un momento solenne.  Poco dopo  rimise  dentro  la  testa  e
    domand se doveva chiudere le imposte.
    No no rispose Edith.
    Non  un poco umido? disse Steinegge volgendosi a don Innocenzo.
    Oh no, a quest'altezza no rispose il curato.
    Ma  Edith si curava ella se fosse o non fosse umido?  Per quella porta
    si vedeva un arco di cielo azzurro, tutto occhi scintillanti.
    Stelle,  soggiorno di pace,  come siete lontane,  dolcezza e  speranza
    nostra!  Come si sente, guardandovi quando il cuore  puro, la piccina
    vanit odiosa di tante cose che paiono grandi  al  sole,  la  bellezza
    sublime   della   morte!   Indefinita  via  delle  anime  che  salgono
    eternamente di vita in  vita,  di  splendore  in  splendore,  come  si
    sospira,  nella tristezza, che la notte veridica tolga via dagli occhi
    nostri il chiarore cieco che nasconde te e le tue case lucenti! Allora
    lo spirito vien meno di desiderio,  si  figura  essere  atteso  lass,
    esser  compianto,  esser  guardato  con dolcezza grave da gente che ci
    ama,  conosce il mistero che ci condanna  qui  al  dolore,  conosce  i
    nostri pensieri e vede i nostri errori tacendo, perch un'alta potenza
    inflessibile lo vuole.
    Marta girava per la cucina,  sprangava gli usci,  tossiva, preparava i
    lumi, battendoli sulla tavola. Allora Edith ruppe il silenzio.
    Sarai stanco, pap diss'ella e domani devi svegliarti per tempo.
    Steinegge fu lievemente commosso di udir cos calma la dolce voce.
    Io credo che andr  a  letto,  s  diss'egli.  Domattina  prima  di
    partire debbo stare anche un poco qui col signor curato.
    Questi chiam Marta,  le disse di portare un lume e di porre le chiavi
    della chiesa in salotto, sul tavolo, prima di andare a coricarsi.
    Edith non si moveva.
    E tu disse Steinegge non vieni?
    Ella rispose che non aveva sonno,  lo preg  di  lasciarla  ancora  un
    pochino con don Innocenzo, per quest'ultima sera.
    Suo padre si dolse affettuosamente che lo mandasse a letto lui.
    Ma tu nei hai bisogno diss'ella.
    Lo  abbracci,  gli  sussurr  all'orecchio  un saluto commosso.  Egli
    balbett poche parole incomprensibili,  prese il lume e sal le  scale
    come  se andasse,  colla sciabola in pugno,  al nemico.  Marta rec un
    altro lume pel suo padrone;  ma don Innocenzo,  a un cenno  di  Edith,
    conged la domestica, le disse di andare pure a letto.
    Appena si dilegu su per le scale il rumore de' passi di costei, Edith
    giunse le mani e guard il curato.
    Dio L'ha esaudita diss'egli. Ha accettato il Suo sacrificio.
    Ella  lo  guardava  sempre,  a  mani giunte,  e non parlava;  ma le si
    vedevano lagrime negli occhi. Don Innocenzo,  guadagnato,  oppresso da
    quel dolore intenso, tacque.
    Edith  pieg la fronte sul braccio del canap e disse piano,  con voce
    soffocata:
    Non poterlo difendere!
    Riprese dopo un momento di silenzio:
    Anche mio padre! Tanto ingiusto!
    Ma no, ingiusto si prov a dire don Innocenzo.
    Ella alz una mano senza  rispondere,  indi  la  pos  sul  legno,  lo
    strinse nervosamente,  mordendosi le labbra e, vinto il singhiozzo che
    l'assaliva, disse:
    Venga qua.
    Il curato,  stretto egli pure alla  gola  dall'emozione,  sedette  sul
    canap, vicino a lei.
    Vengo  diss'egli  ma  non  parliamo di questo,  parliamo dell'altra
    buona notizia che Suo padre Le ha dato e che ha dato anche a me. Tutto
    il  resto    stato  un  cattivo  sogno  di  cui  non  abbiamo  colpa;
    dimentichiamolo.
    No  rispose  Edith con passione non me l'ha detto Lei ieri sera che
    dovevo portarlo  nel  cuore?  E  adesso  che  tutti  lo  accusano,  lo
    insultano,  ed  egli non pu dire una sola parola di difesa,  avendone
    tante, io,  don Innocenzo,  lo dimenticher,  lo abbandoner anche col
    pensiero? Mai fin che avr vita, e spero che lo potr sapere nel mondo
    pi giusto in cui si trova. Lui senza sentimento? Ascolti.
    Il  curato pieg il fianco e il capo verso di lei che sempre china sul
    braccio del canap, parlava con un fil di voce.
    Vorrei che lo avesse conosciuto come l'ho  conosciuto  io.  Aveva  un
    sentimento vero,  sa,  pi delicato di quello di una donna. Ed  stata
    la sua  sventura,  perch  cos  non  poteva  riuscire  nel  mondo  n
    intendersi  con  la  gente  solita.  E  si   chiuso in s,  nelle sue
    amarezze.  Quando poi gli  mancato un ultimo appoggio,   caduto.  Io
    credo  che  avesse  religione,  ho  inteso  da  lui  discorsi pieni di
    sentimento religioso.  Quando parlava  di  Dio  e  dello  spirito,  si
    esaltava.  Aveva capito, egli, i miei segreti pensieri circa mio padre
    e li approvava nel suo cuore.  Me ne sono accorta un giorno  dal  modo
    che  mi  guard incontrandoci mentre uscivamo dal Duomo,  mio padre ed
    io.  Veniva da noi quasi tutti i giorni e non ho mai udita una  parola
    che fosse da riprendere. Era scrupoloso in questo. Noi in Germania non
    siamo  educate come le giovani italiane e conosciamo pi il mondo;  ma
    egli aveva un tal rispetto per me,  una tal prudenza in tutti  i  suoi
    discorsi, come se io fossi una bambina di dieci anni. Anche nella sera
    al  passeggio  mi parl con effusione di cuore,  senza una parola sola
    diretta che potesse turbarmi e farmi arrossire.  E adesso sentir  quel
    sindaco fare quei discorsi orribili!
    No... non mi pare... balbett don Innocenzo.
    Ho udito tutto,  tutto,  signor curato.  Io sono sicura che se egli 
    ritornato al Palazzo, vi fu richiamato da lei, chi sa in che modo, con
    quali istanze!  Mi ricordo troppo i discorsi che mi ha  fatto  andando
    all'Orrido. Le dico che sono sicura come se avessi veduta la lettera o
    il telegramma.  E lui allora era negletto o respinto da tutti. Chi sa,
    chi sa,  don  Innocenzo,  che  cattivi  pensieri  avr  avuto,  povero
    giovane,  vedendosi  trattar cos bruscamente da me,  con tutti i miei
    principii religiosi! Lui che domandava aiuto per non affondare! Potevo
    ben fare diversamente,  esser sincera,  parlargli allora come  gli  ho
    scritto dopo; ma ho creduto...
    Non pot continuare.
    No,  signora  Edith  rispose  don Innocenzo non bisogna mettersi in
    mente queste cose. Come poteva Ella prevedere un caso simile?  Volendo
    compiere  un  sacrificio  tanto  nobile,  si  comportata nel modo pi
    saggio, con lo scopo di non favorire illusioni, di lasciare il giovane
    interamente  libero.   La  sua  coscienza    purissima  e  dev'essere
    tranquilla.
    Dopo qualche tempo Edith lev il viso.
    E non esser qui domani! diss'ella.
    E' meglio,  creda.  Non potrebbe dissimulare con Suo padre;  e chi sa
    quanto soffrirebbe di vederla cos.
    Almeno sussurr Edith guardi che qualche pietosa creatura lo  segua
    anche lui. Preghi anche dopo soggiunse e faccia pregare.
    Don Innocenzo glielo promise,  ma ella non era contenta ancora,  aveva
    qualche penosa parola da aggiungere.
    Hanno scritto a' suoi parenti?
    Non lo so.
    Gi non lo amavano neppur essi.  Vorrei pensare io per  una  memoria,
    come  posso.  Bisognerebbe  che  mi  aiutasse Lei perch nessuno ha da
    saper niente e mio padre meno di tutti.
    Don Innocenzo le prese una mano, gliela strinse silenziosamente.
    Le mander un piccolo disegno da Milano disse ella. Per questa cosa
    Lei mi scriver ferma in posta.
    Far tutto rispose il prete come per un fratello.
    L'olio della lucerna veniva meno,  la notte entrava nella camera.  Don
    Innocenzo si alz.
    Adesso  vada  a riposare diss'egli.  Ma Edith chiese di aspettare un
    poco onde ricomporsi pel caso che suo padre non dormisse ancora  e  la
    chiamasse.
    Guardi  disse  affacciandosi alla soglia che pace! S'appoggi allo
    stipite contemplando il cielo che si veniva  coprendo  di  nubi.  Per
    molte  stelle scintillavano ancora in mezzo a grandi finestre azzurre.
    L'orologio della chiesa suon le undici.
    Un'ora disse Edith e poi  finito anche questo giorno.  Mi pare che
    domani  il  sole  nascer di un altro colore e che lo vedr poi sempre
    cos. Quanti anni ancora?
    Oh molti, molti. Glielo auguro con tutto il cuore.
    Non so. Penso a mia madre.
    Perch a Sua madre?.
    Edith non rispose, prese un bastone ch'era l fuori appoggiato al muro
    e tracci con la punta dei segni sulla ghiaia.
    Cosa fa? chiese il curato.
    Nulla diss'ella e colla punta stessa diede di frego a quei segni.
    La finestra di suo  padre  fu  aperta  in  quel  momento.  Lo  si  ud
    esclamare:
    Cosa  questo? Ancora alzati?...
    Ancora, pap. Non senti che notte dolce? Non abbiamo sonno.
    Si  fa  scuro  verso  i  monti,  eh?  Io  ho  paura  che avremo acqua
    domattina.  Sai,  Edith,  ho pensato che a Milano  bisogna  ricordarsi
    della   lezione  in  casa  Pedulli-Ripa  poich  siamo  partiti  senza
    avvertire la signora.
    S, pap.
    Sarebbe bene anche andare dalla signora M..., che riceve domani.
    Volentieri, pap.
    Scusa, avresti per caso veduto il mio bastone?
    E' qui.
    Vuoi essere cos buona di portarmelo su per unirlo all'ombrello e  di
    portarmi anche il portasigari che ho dimenticato in salotto?
    Vengo subito, pap.
    Ella entr nel salotto e fece a don Innocenzo un saluto silenzioso con
    la  mano.  Quegli  raccolse il portasigari lasciato da Steinegge sopra
    una sedia e lo porse a lei che, conoscendone l'origine, lo prese senza
    guardarlo.
    Il curato, rimasto solo, pens:
    "Cos'avr scritto?"
    Spense la lucerna,  aspett che Steinegge chiudesse la finestra e  che
    tacessero  i  passi  sul  soffitto  del  salotto,  quindi tolse il suo
    lumicino, and fuori e si curv, inchinandolo sulla ghiaia a guardare.
    Certo era stata tracciata una parola nella ghiaia,  ma non  si  poteva
    decifrarla  perch  la  prima  met  n'era  cancellata.  Ne rimanevano
    intatte le quattro ultime lettere,  rigide lettere  straniere  che  il
    curato, dopo molto studio, lesse cos:

    "...mweh."

    Il resto era illeggibile.
    "'Weh'  deve  significare male in tedesco" disse tra s don Innocenzo.
    "Ma l''m'?"
    Fin di cancellare la parola e rientr, pensoso, in salotto.
    Intanto nell'ombre sinistre del Palazzo, l'angelo del Guercino pregava
    senza posa per l'uomo gettato d'un colpo, a tradimento, nell'eternit.
    La sua vita era stata breve,  povera  di  opere,  macchiata  di  molte
    segrete  miserie  e,  sulla  fine,  di  errori  gi  misurati dal duro
    giudizio umano. Tuttavia, egli aveva sostenute virilmente le battaglie
    dello spirito,  cadendo a ogni tratto,  ma  rialzandosi,  ferito,  per
    combattere ancora;  aveva amato sino alla febbre e alle lagrime divini
    fantasmi che  non  ha  la  terra,  ideali  di  una  vita  sublime  che
    intravvedeva,  tribolato e solo, nel futuro, era passato pi volte con
    amaro cuore ma con fermo viso tra la  noncuranza  degli  uomini  e  il
    silenzio di Dio, sentendosi sulla testa l'ombra di un nemico derisore;
    peggio  ancora,  sentendosi  mal  connesso  nell'intima  sua  essenza,
    afflitto da dolorose contraddizioni,  inetto  alle  opere  grandi  che
    vagheggiava,  alle piccole che lo premevano,  a farsi amare, a vivere;
    sospinto quindi ogni giorno un passo,  dalla violenta malignit  delle
    cose e dalle infermit della propria natura, a qualche paurosa rovina.
    Scoprendogli il volto lo si sarebbe veduto placido.  Forse lo spirito,
    deposti gli uffici del moto  e  del  senso,  sciolto  da  ogni  legame
    vitale,  vi posava ancora tranquillo;  come chi  sul punto di lasciar
    per sempre,  dopo  lungo  soggiorno,  una  casa  onde  pur  desiderava
    partirsi,  che  sta  sulla soglia contento,  ma senza rancori ormai n
    impazienze,   anzi  con  un'ombra  di  piet  per  le  camere  chiuse,
    abbandonate  al  silenzio.  Sapeva  di andare alla pace,  al sospirato
    riposo;  e sapeva pure,  nella chiara visione appena incominciata  per
    esso,  di  essere  finalmente  amato,  secondo i suoi sogni della vita
    terrestre,  da un cuore tenero e forte che gli  sarebbe  fedele  senza
    fine. Sulla faccia opposta di tante cose che guardate da questo nostro
    lato  della  morte  gli  eran  parse  iniquamente  scure,  ammirava un
    ordinato disegno, una luce di bont e di sapienza.
    Ma le fontane,  discorrendo tra loro nella notte quieta  dicevano  che
    Marina era passata come Cecilia,  il conte Cesare come i suoi avi, che
    nuovi signori verrebbero per passare alla loro volta e non  valeva  la
    pena di turbarsene.  Quando, presso l'alba, usc la luna e si pos sul
    pavimento della loggia,  sulla pompa delle dracene e delle azalee  che
    nessuno avea pensato a rimuovere, ella parve cercar l dentro, col suo
    sorriso voluttuoso,  ci che non si trovava ancora,  quella notte, nel
    Palazzo,  ma che la vicenda delle cose umane  vi  ha  quindi  portato:
    degli  altri  occhi da empir di chimere,  degli altri cuori da muovere
    alla passione,  invece di quelli che se n'erano  appena  liberati  per
    sempre. 
