    Antonio Fogazzaro.
    LEILA.



    Copyright Arnoldo Mondadori Editore, 1931.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.















    INDICE.

    Nota dell'Editore all'edizione B. M. M. febbraio 1957: pagina 3.

    CAPITOLO 1: Preludio mistico: pagina 4.
    CAPITOLO 2: Fusi e fila: pagina 54.
    CAPITOLO 3: Trame: pagina 123.
    CAPITOLO 4: Forbici: pagina 165.
    CAPITOLO 5: Spunta l'ombra del sior Momi: pagina 247.
    CAPITOLO 6: Nella torre dell'orgoglio: pagina 255.
    CAPITOLO 7: Verso l'alto e verso il profondo: pagina 291.
    CAPITOLO 8: Sante alleanze: pagina 323.
    CAPITOLO 9: Nel Villino delle spine: pagina 352.
    CAPITOLO 10: In giuoco: pagina 370.
    CAPITOLO 11: Contro il mondo e contro l'amore: pagina 389.
    CAPITOLO 12: Intorno a un'anima: pagina 410.
    CAPITOLO 13: Aveu: pagina 438.
    CAPITOLO 14: Una goccia di sangue paterno: pagina 460.
    CAPITOLO 15: O mi povr'om!: pagina 489.
    CAPITOLO 16: Notte e fiamme: pagina 517.
    CAPITOLO 17: La Dama bianca delle rose: pagina 568.

    NOTA ALL'EDIZIONE BIBLIOTECA MODERNA MONDADORI, FEBBRAIO 1957.

    Quarto della tetralogia iniziata con "Piccolo mondo antico", ed ultimo
    romanzo del  Fogazzaro,  Leila  rappresenta,  pi  che  l'opera  della
    maturit,  il  testamento  spirituale e artistico del grande scrittore
    vicentino.  Nella passione che spinge il discepolo del  Santo  tra  le
    braccia  della  bella  e altezzosa Leila,  c' un bisogno di fede,  di
    salvezza,  e insieme il segno della crisi morale  che  travagliava  il
    mondo  nei  primi  anni  del  nuovo  secolo.  Vi troviamo un Fogazzaro
    mordente e polemico, il quale, deposta l'abituale arguzia, pare voglia
    fondere al fuoco della sua appassionata intransigenza i tanti inganni,
    corruzioni,  raggiri e ipocrisie di  cui  fu  testimonio  implacabile.
    Romanzo  di  idee,  ritratto  di  una societ,  ma soprattutto romanzo
    d'amore; esemplare tra le opere del nostro ottocento.








    "A mia figlia Maria".


    Capitolo Primo.

    PRELUDIO MISTICO.


    1.
    SIGNORINA  disse  Giovanni,   il  domestico,   entrando  frettoloso,
    ansante,  nella sala da pranzo. Aveva cercato inutilmente la signorina
    Lelia nel giardino,  nel salone,  nella sua camera.  Erano le nove  di
    sera, il padrone e la signorina avevano finito di pranzare prima delle
    otto,  il  padrone  si  era  chiuso  quasi  subito nel suo studio,  la
    signorina era uscita in giardino,  a Giovanni  non  poteva  venire  in
    mente  che  fosse  ritornata nella sala da pranzo.  Ella era l,  alla
    finestra.
    Pareva guardare l'oscuro bosco di castagni,  a  levante  della  villa,
    oltre  il  borro  dove  un'acquicella  querula scende dal piccolo lago
    nascosto, pi su,  dietro un giro di erbosi dorsi,  cinto alla grande,
    severa  montagna di Priafor.  Tendeva in fatto l'orecchio a un remoto
    fragore che cresceva e mancava collo spirare del vento: al fragore  di
    un  treno  ancora  lontano,  in  corsa  verso  quella  conca della Val
    d'Astico che la villa signoreggia. Intanto si sgualciva lentamente una
    lettera nella mano inquieta.  Alla chiamata del domestico si volt  di
    soprassalto, stringendosi la lettera nel pugno.
    Che c'? diss'ella, corrucciata.
    Credo rispose il domestico che il signor padrone non stia bene.
    La signorina Lelia mise una esclamazione di sgomento:
    Cosa?
    L'altro  rimase l,  sciocco,  a guardarla.  Ella diede un balzo verso
    l'uscio del salone, si arrest di botto, si volt al melenso uomo,  lo
    interrog:
    Dov'?
    Nello studio, credo.
    Cielo! ripet Lelia,  sdegnosamente.  Corse nel salone. Sull'entrata
    della sala del biliardo, che mette allo studio,  incontr la cameriera
    Teresina.  La  cameriera  le  si  fece  incontro accennandole,  a mani
    spiegate, di fermarsi.
    Niente niente diss'ella,  sottovoce.  Non    niente.  Avvert  la
    signorina  che  le si era aperto il medaglione pendente dalla cintura,
    glielo chiuse.  Lelia s'impazient che  si  occupasse  del  medaglione
    invece di raccontarle l'accaduto; ma ne fu tranquillata.
    Vada,  Lei,  Giovanni disse Teresina al domestico, che aveva seguito
    la signorina e ascoltava  fra  stupido  e  curioso.  Prepari  l'acqua
    fresca nella camera dei forestieri.
    Lelia  trem  daccapo.  C'era  qualche  cosa  che Giovanni non dovesse
    sapere?  Non signora no rispose Teresina al suo modo trentino.  Per
    parve  a  Lelia  ch'ella  tardasse  troppo  a  spiegarsi,   che  fosse
    preoccupata di non spaventar lei.
    Ma insomma? diss'ella, impaziente.
    Infatti la cameriera,  molto superiore per criterio,  per  tatto,  per
    educazione,  al proprio stato,  aveva cose piuttosto gravi a dire e le
    faceva pena la signorina cos delicata, cos nervosa, cos eccitabile.
    Diede un'occhiata all'uscio dello studio.
    Se  vien  fuori  disse   piano   ci   trova   qui   a   discorrere,
    s'insospettisce. Sarebbe meglio passare di l.
    Lelia attravers rapidamente il salone,  ritorn nella sala da pranzo,
    colla cameriera.  Bench fosse impaziente di udirne il racconto,  fece
    attenzione  per  un  momento  al  fischio  del  treno,  si  domand se
    fischiasse da San Giorgio o dalla stazione di Seghe.
    Dunque? diss'ella.
    Dunque; Teresina aveva recato al padrone la corrispondenza, secondo il
    solito,  nello studio.  Proprio nel momento  dell'entrarvi,  lo  aveva
    veduto piegare il capo,  prima all'indietro e poi sulla spalla destra,
    chiudere gli occhi,  aprirli stralunati,  chiuderli daccapo e  daccapo
    mostrarne  il  bianco..  Allora  gli  aveva spruzzato il viso d'acqua,
    aveva suonato per il  domestico,  lo  aveva  spedito  in  cerca  della
    signorina;  perch,  a dir vero,  un po' di spavento, da principio, lo
    aveva provato.  Intanto il signore,  dato  un  gran  sospiro,  si  era
    ricomposto,  aveva parlato di un assalto di sonno. Poi si era messo ad
    aprire i giornali e le lettere; e perch Teresina stava l dubbiosa se
    uscire o rimanere, se fargli qualche domanda o no,  l'aveva congedata.
    Ella si era trattenuta fuori dell'uscio,  a origliare. Non aveva udito
    che spiegazzar carte. Perci...
    Due tocchi di campanello elettrico.
    Il signor padrone! esclam Teresina. Per me!
    E corse via.
    Lelia la segu per alcuni passi,  si  ferm  nel  salone  a  guardarle
    dietro,  a  guardar  l'uscio  della  sala  del  biliardo  che  tornava
    lentamente  a  chiudersi,   stette  in  ascolto,   aspettando  ch'ella
    ricomparisse.  Intanto il treno fischi sotto l'altura di Santa Maria,
    poco prima di entrare nella stazione capolinea  di  Arsiero,  a  dieci
    minuti dalla villa dove Lelia viveva col signor Marcello Trento, detta
    la  Montanina perch,  assisa sotto un cappello di tetti acuti,  col
    dorso alla montagna fra selvette e prati pendenti al Posina  profondo,
    ha  l'aria  di  una boscaiuola discesa dai dirupi della Priafor,  che
    riposi seduta sotto il grave carico e guardi.

    Teresina,  devota al signor Marcello come lo era stata  per  vent'anni
    alla  sua  povera  moglie  morta  da  due anni,  buss all'uscio dello
    studio,  tremando che il padrone si sentisse  male.  Udito  un  franco
    avanti! si rincor, entr sorridente perch non le si scoprissero in
    viso le tracce del passato sgomento.
    L'uscio  dello  studio  si  apriva  a  sinistra del seggiolone dove il
    signor Marcello sedeva davanti a un tavolo ingombro  di  carte,  nella
    luce  dell'antica  lucerna  fiorentina  di ottone a tre beccucci,  che
    aveva illuminato il capo canuto di suo padre e ora illuminava il  suo.
    Il suo portava una selvaggia criniera mista di grigio e di fulvo, irta
    come  forse ne gittano i cranii di tempra pi maschia.  All'entrare di
    Teresina egli gir verso di lei il viso,  dove  i  baffi  e  il  pizzo
    duravano pi accesi dei capelli,  e,  sotto la breve fronte rugosa, si
    aprivano gli occhi quasi bianchi, terribili nella collera,  dolcissimi
    nella tenerezza: un duro viso,  in quel momento,  d'inquisitore.  Ella
    sent crucciandosene invano, di arrossire fino al collo.
    Come va diss'egli che qui  tutto bagnato?
    Non so no rispose la cameriera, arrossendo ancora di pi.
    Come, "non so no"? I miei capelli, chi me li ha bagnati.  Chi,  dico,
    chi? Non capite? Cosa serve che facciate l'oca?
    La cameriera comprese che a negare ancora avrebbe fatto peggio.
    Lei  aveva  preso  un  po'  di  sonno diss'ella.  Ho creduto che si
    sentisse male e Le ho spruzzato addosso dell'acqua. Scusi tanto!
    Che oca! fece il signor Marcello.  Prima non capivo,  ma poi me  lo
    sono immaginato che doveva essere successo cos. Siete una grande oca,
    per!
    Eh, sissignore.
    Teresina era contenta. Non le pareva vero che il padrone continuasse a
    credere di aver dormito. Si ritir in fretta, ma il signor Marcello la
    ferm con un gesto.
    Chi  vi  ha  ordinato  di  andar  via?  Ditemi se il treno di Schio 
    arrivato.
    Non so no rispose Teresina e si scus tosto del  suo  modo  trentino
    che irritava sempre il signor Marcello. Gir adagio davanti al padrone
    e  prese lo smoccolatoio per un lucignolo della lucerna fiorentina che
    fumava.
    Lasciate stare! esclam il padrone,  incollerito.  Volete  che  non
    sappia smoccolare meglio di voi?
    La cameriera si scus daccapo,  umilmente,  e,  camminando in punta di
    piedi per non irritare il padrone anche col  suo  passo,  usc.  Aveva
    appena incominciato a informare Lelia di questo colloquio,  quando due
    nuovi tocchi di campanello la richiamarono.
    "Cosa vuole,  adesso?" pens Teresina,  turbata,  ritornando in fretta
    verso lo studio.
    Vide  subito che il signor Marcello aveva un'altra faccia,  una faccia
    mansueta.
    Scusate diss'egli quasi sottovoce. Forse sono io,  la bestia.  Come
    avevo gli occhi quando dormivo?
    Chiusi.
    Non li ho aperti mai? Non ne avete veduto il bianco?
    Teresina  si sent gelare.  Neg,  ma dopo un istante di silenzio.  Il
    padrone le piant in viso quel suo sguardo investigatore che le dava i
    brividi.  Ella si confuse.  Invece di negare  ancora,  disse  che  non
    ricordava.
    E   dove   avete   trovata  l'acqua?  riprese  il  signor  Marcello,
    tranquillamente.
    Teresina ne aveva preso un bicchiere nell'attigua camera da  letto  di
    lui, al robinetto del lavabo. Cap che, dicendolo, veniva ad ammettere
    una  tal quale durata di quel dubbio sonno,  non trov l per l bugie
    opportune,  rispose la verit,  ma col tono incerto di  chi  la  mette
    fuori a malincuore. Il signor Marcello la guard ancora un poco, disse
    dolcemente:
    Andate pure, cara. E quando arriver il signor Alberti, avvertitemi.
    Teresina usc,  tutta sgomentata,  senza saper perch,  di quella gran
    dolcezza.  Era la terza volta,  in ventidue anni  che  il  padrone  le
    diceva  cara.  Gliel'aveva  detto la prima volta,  con indifferenza,
    salutandola quando si era presentata  per  entrare  al  suo  servizio.
    Gliel'aveva  detto  la  seconda  volta,  con  un impeto di commozione,
    quando  gli  era  morto  l'unico  figliuolo,  Andrea,   ringraziandola
    dell'assistenza  che  gli aveva fatta insieme a lui,  la madre essendo
    inferma del male che la uccise un anno e mezzo pi tardi.  La dolcezza
    tranquilla del terzo cara era una cosa nuova.

    Rimasto solo, il signor Marcello si alz lentamente in piedi, pallido.
    Voltosi  alla  grande  finestra,  giunse le mani in atto di preghiera,
    guardando il cielo tenebroso  sul  Torraro,  sulla  folla  dei  grandi
    castagni scendenti per la costa di Lago di Velo al burrone del Posina.
    Le  sue  labbra  non si mossero;  parlarono gli occhi gravi,  solenni,
    riverenti. Egli toccava i settantadue anni come suo padre quando,  una
    sera,  questi  era  stato  visto  piegar  il  capo  mentre conversava,
    stralunar gli occhi e riaversi,  persuaso di aver dormito.  Il  medico
    aveva  avvertito  la famiglia che si trattava di arteriosclerosi e che
    conveniva prepararsi al  peggio.  Cinque  mesi  dopo,  il  giusto  pio
    vecchio era stato trovato morto nel suo letto,  ardendogli a fianco la
    stessa lucerna di ottone che ardeva ora sul tavolo del figliuolo.
    La fiamma silenziosa pareva vivere e ricordare,  pareva  intendere  il
    tragico  momento.  Esso  non era tragico nella mente del vecchio;  era
    solenne.  Era il vago annuncio dell'approssimarsi di un altro momento,
    il pi felice,  oramai,  che Iddio potesse concedergli sulla terra, il
    momento di partirsene,  di ricongiungersi per sempre alle  care  anime
    desiderate,  il  momento  per il quale aveva tanto pregato,  con tanto
    ardenti lagrime.  Ora il suo cuore era pieno di dolcezza  e  anche  di
    tremore;  era  pieno di Dio buono e anche di Dio giudice.  L'anima sua
    ardeva e tremava,  senza  formar  parole,  come  la  conscia  inquieta
    fiammella della lucerna.
    La  cameriera dubit che il padrone potesse aver pensato al modo della
    fine di suo padre, da lei conosciuto. Non ne parl alla signorina, che
    probabilmente non sapeva.  Solo le propose di avvertire il medico e di
    evitare  al  signor  Marcello  per  quella  sera,  la commozione di un
    incontro con questo giovine Alberti, l'amico prediletto del suo povero
    Andrea. L'Alberti, veramente, veniva a Velo per visitarvi il curato di
    Sant'Ubaldo; ma il prete, non lo potendo alloggiare, aveva chiesto per
    lui l'ospitalit della Montanina.
    Proprio stasera brontol Teresina ha da venire!
    Lelia credette udire un passo in giardino.
    Lui sicuramente disse la cameriera.  E' un pezzo che  il  treno  ha
    fischiato...
    Lelia scatt.  Non chiamarmi! diss'ella, e corse via per l'uscio che
    mette alla scala di servizio,  sal adagio adagio,  sostando spesso  a
    tender l'orecchio, nella sua camera. Si affacci alla finestra. Nessun
    passo,  nessuna voce.  Pens, malcontenta di s: "che me ne importa?".
    E,  lasciata la finestra,  rilesse la lettera  sgualcita  che  si  era
    stretta nel pugno alla chiamata di Giovanni.  La rilesse corrugando le
    sopracciglia,  levandone talvolta  gli  occhi,  due  occhi  singolari,
    d'indefinibile colore, a guardar fieramente qualche proiezione del suo
    pensiero  nell'aria.  Poi  se  la strinse ancora in pugno,  la gitt a
    terra.
    In quel momento entr dalla finestra aperta un suono di voci  lontane.
    Lelia trasal,  porse il viso ascoltando.  Le voci venivano dal basso,
    dal fondo del giardino,  dove,  presso la chiesina di Santa  Maria  ad
    Montes,    l'entrata  dei pedoni.  E subito le sopracciglia bionde si
    corrugarono  ancora,   il  piccolo  viso   capriccioso   riprese   una
    espressione indicibile di fierezza altera.  Ella si alz,  raccatt la
    lettera e chiuse  la  finestra  Che  le  poteva  importare  di  questo
    Alberti?
    Non era n figlia n congiunta del signor Marcello.  Era il fiore puro
    di uno stelo amaro,  spuntato fra la putredine.  Il figlio  unico  dei
    Trento,  il povero Andrea,  l'aveva amata quasi bambina,  voleva farla
    sua sposa.  Morto  lui,  i  suoi  genitori,  che  gli  avevano  sempre
    contrastato  risolutamente  questo matrimonio,  si erano presa in casa
    Lelia,  comperandola,  si pu dire,  a denari,  perch  la  fanciulla,
    statagli  cos  cara,  fosse preservata dalle corruzioni del mondo;  e
    anche per un rimorso, non della coscienza ma dell'amore, per il dolore
    di aver fatto soffrire il loro diletto.
    Fin da giovinetta ell'aveva conosciuto i suoi a fondo, sopra tutto sua
    madre,  con acume  precoce,  per  l'esperienza  di  se  stessa,  delle
    tendenze che sentiva nel suo proprio sangue,  avvertite a dodici anni,
    quando la vita,  grazie a quel che vedeva e udiva in casa,  non  aveva
    pi misteri per lei,  tendenze disprezzate e odiate con tutta la forza
    del suo spirito altero,  come nell'intimo suo  disprezzava  la  madre,
    tanto  che il disprezzo le sprizzava talvolta di sotto i modi corretti
    duramente.  Tra i dodici e i quindici era stata in collegio,  al Sacro
    Cuore,  distinguendovisi  per  ingegno,  amore allo studio,  singolari
    attitudini musicali.  A sedici aveva creduto  riamare  Andrea  Trento.
    Egli  era  sui  diciotto  e  studiava matematiche a Padova,  patria di
    Lelia, natavi dal signor Girolamo e dalla signora Chiara Camin, che si
    facevano chiamare da Camin.  Il sior Momi era  un  volgare  affarista,
    fallito  pi  di  una volta,  mescolatosi anche,  in vario modo,  alla
    politica.
    La signora Chiara aveva militato, non senza gloria,  nella galanteria,
    si era divisa dal marito,  in via sommaria, quando appunto lo studente
    Trento,  vicino di casa dei Camin,  aveva incominciato  a  innamorarsi
    della figliuola.  Gi matura, si era stabilita a Milano con un vecchio
    signore austriaco,  morto poi quasi subito,  e ne aveva ereditata  una
    discreta fortuna.  Allora si era data alla piet,  aveva aperto la sua
    casa a preti, a frati, a suore, che facilmente,  senza tanto indagare,
    l'avevano  creduta  vedova  e  nulla  sapevano  del  marito di Padova.
    Questi,  alla  sua  volta,   si  teneva  in  casa  una  donnaccia  per
    governante,  dissimulando  molto  le  proprie  debolezze ma tollerando
    troppo che la rozza creatura prendesse delle arie da padrona.
    Lelia  aveva  accettato  l'amore  di  Andrea  per   gratitudine,   per
    compiacenza di giovinetta ammirata e desiderata,  piuttosto che per un
    vero ricambio di sentimento. Egli era troppo giovane, per lei,  troppo
    gaio,  troppo  immaturo  a  penetrare  con adeguato sentimento in quel
    dramma morale che si agitava nel profondo dell'anima  di  lei.  Bello,
    intelligente,  generoso, Andrea Trento era un umile di cuore; ingiusto
    verso il proprio ingegno, era pronto ad ammirare l'altrui.
    Fra i suoi amici prediligeva Massimo Alberti, di Milano cui era legato
    piuttosto  per  vecchie  relazioni  delle   due   famiglie   che   per
    consuetudini di Universit. Massimo Alberti maggiore di parecchi anni,
    stava  compiendo  a  Padova gli studi di medicina,  cominciati a Roma,
    quando Andrea pass dal liceo all'Universit.  Questi ammirava l'amico
    per  l'ingegno  e  la cultura singolari,  per la severit del costume.
    Stimava grandemente superiore a s anche Lelia e le parlava  molto  di
    Alberti,  ch'ella  non  aveva  veduto mai.  Era giunto a dirle,  in un
    impeto di amore e di umilt,  che Alberti sarebbe stato  per  essa  un
    marito pi degno. Lelia, punto umile di cuore, usa correr diritta alle
    ultime  conseguenze di un principio accolto,  aveva pensato: "discorso
    virtuoso,  ma spiacente e inopportuno".  Ella  non  intendeva  l'amore
    cos.  E  si  era rifiutata sempre,  con pretesti,  a conoscere questo
    amico del suo innamorato.  La morte di Andrea l'addolor tanto ch'ella
    si  fece  allora  un  concetto esagerato del proprio amore,  lo misur
    insieme alla piet,  senza distinguere.  Quando suo  padre  le  disse,
    piagnucolando,  che gli s'imponeva un grande sacrificio per il bene di
    lei,  che i vecchi Trento la desideravano per figliuola in memoria del
    loro caro perduto, e che, quantunque gliene sanguinasse il cuore, egli
    era  pronto  ad accettare una proposta cos vantaggiosa per lei,  ella
    indovin il mercato che suo  padre  le  taceva,  ebbe  uno  scatto  di
    ripulsa, un impeto di offesa dignit, rivendic a s per un momento la
    tutela dell'onore familiare,  affidata male a un padre spregevole;  ma
    poi lo sdegno contro di esso,  lo schifo delle lordure da lui  portate
    nel  focolare domestico,  furono cos grandi ch'ella ritorn sulla sua
    ripulsa e, pensando al povero caro morto, accett.
    Accett,  ma l'atto dell'entrare,  comperata,  in casa Trento,  le  fu
    durissimo.  Cap  subito  che  una condizione del mercato era stata il
    divieto a suo padre di metter piede alla Montanina.  Ne godette  e  ne
    soffr  al  tempo  stesso.  Il  suo contegno verso i Trento fu,  sulle
    prime, freddo. Ella ebbe l'aria di significar loro, senza parole,  che
    non  sentiva  gratitudine,  che  sapeva  di  essere  stata  desiderata
    soltanto come una  specie  di  reliquia  del  loro  figliuolo,  che  i
    beneficati  erano  essi,  ch'ella  pure si era fatta loro benefattrice
    solo in memoria di lui e non per affetto.  Posto il  carattere  focoso
    del signor Marcello, c'era pericolo di una rottura. Vi ebbero infatti,
    dopo le prime tenerissime accoglienze di lui,  alquante burrasche.  La
    dolce mansuetudine della signora Trento e il talento musicale di Lelia
    salvarono il  nuovo  legame.  La  signora  Trento  ammans  il  marito
    coll'autorit della sua virt e anche delle sofferenze che in breve la
    condussero  a  morte.  La  musica  fece il resto.  Il signor Marcello,
    discreto pianista,  vi cercava le parole impossibili degl'intimi  suoi
    sentimenti del dolore,  della speranza, dei vaghi ricordi e rimpianti,
    della emozione mistica.  Lelia ed egli portavano al  piano  la  stessa
    intensa  passione  e gli stessi gusti.  Certo antagonismo segreto pot
    restare lungamente nel cuore di entrambi;  ma il  caldo  consenso  nei
    giudizi  e  nei  godimenti  musicali rese loro pi facile il reciproco
    riconoscimento, misurato s e intermittente, di quanta morale bellezza
    era nelle loro nature,  e la reciproca  tolleranza,  pure  misurata  e
    intermittente, di quanto all'uno spiaceva nell'altro.
    La   morte  della  signora  Trento  determin  una  crisi  nelle  loro
    relazioni.  Lelia  si  era  lasciata  prendere,  poco  a  poco,  dalla
    mansuetudine  dolce  della signora,  e le sue cure,  le sue attenzioni
    affettuose per la povera ammalata  avevano  intenerito  il  cuore  del
    signor  Marcello.  Ogni  giorno  pi mitemente paterno con essa,  ogni
    giorno pi declinante,  nell'aspetto e nel portamento,  verso l'ultima
    vecchiaia,  ogni  giorno  pi indifferente alle cose terrene,  fuorch
    alla musica e, un poco, ai fiori, pi raccolto nei pensieri delle cose
    eterne,  egli aveva finito con ispirarle riverenza filiale,  con farle
    spesso  dimenticare i sentimenti provati al primo suo ingresso in casa
    Trento.  Il caso del deliquio  inavvertito,  la  faccia,  pi  che  le
    parole,  della  cameriera  Teresina,  la  turbarono  di  un'afflizione
    sincera,  bench la sua mente fosse tanto presa dall'annunciato arrivo
    di Massimo Alberti.  Tre anni erano trascorsi dalla morte di Andrea e,
    dopo i funerali dell'amico,  Alberti non si era pi fatto vedere  alla
    Montanina.  Solo  si  ricordava  negli  anniversarii  e a capo d'anno,
    affettuosamente, al signor Marcello. Questi glien'era riconoscente, ne
    parlava, in quelle occasioni,  a Lelia,  si doleva qualche altra volta
    con  lei  di non averlo pi riveduto.  Lelia lasciava sempre cadere il
    discorso.  Le spiacenti parole del povero  Andrea  non  le  erano  mai
    uscite dalla memoria e la tenacit di questo suo ricordo le dava noia,
    disgusto  di  se  stessa.  Se  udiva quel nome dalle labbra del signor
    Marcello,  vi sentiva una specie di persecuzione;  e difficilmente  il
    signor  Marcello  lo  pronunciava  senz'aggiungervi  qualche parola di
    stima  o  di  simpatia,  che  la  irritava  di  pi.   Tale  istintiva
    repulsione,  invece di attenuarsi coll'andar del tempo,  si era venuta
    aggravando. Ella non pot a meno di associarla, nelle sue riflessioni,
    all'impallidire  dell'immagine  di  Andrea  e  ad  altri  oscuri  moti
    dell'anima sua: tristezze senza nome, fiamme di allegrie inesplicabili
    ch'ella  durava  fatica a comprimere,  lagrime provocate dalla musica,
    ebbrezze brevi ma quasi paurose comunicatele dalla vita della  natura,
    da prati in fiore,  da boschi nel rigoglio fresco del giugno. Il senso
    di questi moti oscuri non le sfuggiva interamente.  L'idea di  tendere
    all'amore,  di esservi tratta da istinti ciechi del sangue trasmessole
    da sua madre e da suo padre, si associava nella sua mente al dubbio di
    un particolare germe di passione che potesse annidarsi in lei,  metter
    radice. Si spieg cos l'avversione a quel nome a quella persona; e il
    veder  chiaro nel proprio interno la irrit maggiormente contro di s.
    Era dovere per lei di non amare mai pi: dovere verso  la  memoria  di
    Andrea;   dovere  verso  il  signor  Marcello,  tacitamente  accettato
    coll'accettare la parte di reliquia  viva  del  morto;  dovere,  sopra
    tutto,  verso se stessa che non si abbasserebbe mai a essere una delle
    solite, una delle infinite, avendo sortito dal destino, con i genitori
    disonorati e il sangue infetto,  la offerta di una  purezza  gloriosa.
    Nello stato del suo spirito e de' suoi sensi, il solo considerarsi nel
    fondo  della  memoria la materia oscura dove si poteva celare un germe
    di passione,  faceva affluire il sangue a quella cellula  cerebrale  e
    qualche  cosa  vi  si  formava  realmente  per la potenza plastica del
    sangue. L'annuncio datole dal signor Marcello lietamente,  che Massimo
    Alberti   era   per  venire  alla  Montanina  come  ospite,   la  fece
    rabbrividire.  Segu una reazione di  sdegno,  quasi  di  rimorso;  ma
    insomma  nell'esclamare  cosa  m'importa  di  questo  Alberti? Lelia
    sapeva di non essere, pur troppo, sincera.
    Prima di porsi a letto,  baci il ritratto di Andrea che  portava  nel
    medaglione,  baci l'anellino ch'egli le aveva donato in segno di pace
    dopo una viva contesa. Spento il lume,  si volt sul fianco,  verso il
    muro, si tir il lenzuolo fin sopra i capelli, e pianse.

    2.
    Massimo  Alberti,  arrivato da Milano dopo un viaggio di quasi ott'ore
    nel caldo di  un  giugno  ardente,  nella  polvere,  nel  fumo,  nello
    strepito,  credeva,  salendo  a  piedi  dalla stazione di Arsiero alla
    Montanina, sognare. Il cielo, senza luna,  era coperto;  grandi fumate
    di  nebbia pesavano,  biancastre,  sulla fronte della Priafor,  sulle
    scogliere del Summano,  aguzze nel cielo come una sega adagiata  sopra
    le  morbide  vette  delle boscaglie;  la brezzolina del monte spandeva
    sull'erta sentori selvaggi, molte voci di acquicelle cascanti nei cavi
    dei burroni e non una sola nota di vita umana.  La strada  odorava  di
    fango;  piacevolmente,  dopo tanta polvere. Dove essa svolta dentro un
    vallone e tutto si discopre, nell'alto,  l'ammasso lunato di castagni,
    che  porta  un diadema nero di vette d'abeti,  il contadino di Lago di
    Velo, certo Simone, detto Cioci, che precedeva Massimo con le valigie,
    si ferm per domandargli se andasse a Velo,  o a Sant'Ubaldo,  o  alla
    Montanina.
    Ma  come?  fece  Massimo,   sorpreso.   Vado  da  don  Aurelio,   a
    Sant'Ubaldo.
    Allora quella testa fine che alla Stazione gli aveva  solamente  fatte
    le  scuse  di  don  Aurelio  rimasto  a  Lago per assistere un vecchio
    infermo, gli disse tranquillamente:
    Perch nol ga posto, salo, el prete.
    Massimo rest sbalordito. Come, non aveva posto?  Se gli aveva scritto
    di una camera preparata per lui?  Cioci gli spieg la cosa a suo modo:
    Per via de Carnesecca, salo.
    Peggio che peggio. Carnesecca? Cos'era Carnesecca?
    Per via ch'el se l' tolto in casa, salo.
    Massimo rinunci a capire.  Insomma,  dove  lo  mandava  don  Aurelio,
    poich non gli poteva dare alloggio? Cav stentatamente alla sua guida
    che  don  Aurelio le aveva dato l'ordine di accompagnare il forestiere
    alla Montanina. E perch, santo cielo, non lo aveva detto subito?
    Sempre che La comandasse, me intendeva mi disse Cioci.
    Massimo lo preg di tirare avanti verso la Montanina. Era malcontento.
    Pens che i preti, anche i migliori, anche i pi cari, mancano, almeno
    un poco,  di tatto.  Venerava il signor Marcello  ma  gli  seccava  di
    prendersi una ospitalit non offerta, gli seccava d'incontrarsi forse,
    alla Montanina, con altri ospiti, gli seccava di non potervi godere la
    libert e la quiete,  tanto sospirate,  che si era ripromesse partendo
    da Milano, gli seccava di non essere stato avvertito in tempo. Avrebbe
    ritardato.  Fatto un centinaio di passi,  il bravo Cioci si ferm e si
    volt da capo a parlargli.
    Il  prete  gli faceva dire che il signor Trento lo ringraziava tanto
    di andare a casa sua.
    All'ultima svolta. dove la strada della Montanina si diparte da quella
    di Velo,  Cioci fece un'altra sosta e un'altra commissione tempestiva.
    Il  prete  faceva  dire al signore di avvertire,  se avesse bagaglio
    spedito,  il signor capostazione che lo si sarebbe mandato a  prendere
    l'indomani mattina con un carretto.
    Massimo sorrise. No, no, non aveva bagaglio spedito. Rise anche Cioci,
    questa volta.
    Cossa vorla, sior! Le gera tante!
    Alla Montanina,  dunque. Il primo malumore di Massimo cedette ad altri
    pensieri.  Gli strinse il cuore la memoria del morto giovinetto amico,
    tanto caro,  buono,  franco, brioso, che gli parlava con entusiasmo di
    Velo d'Astico e della Montanina,  della sua fiducia nella dolce  bont
    di sua madre che avrebbe piegato presto ai suoi desideri,  che poi gli
    avrebbe ottenuto anche il consenso del padre alle nozze  sospirate.  E
    gli descriveva il quartierino della sua futura felicit,  tre stanze e
    una terrazza sul lato di ponente della villa.  Dov'erano la gioia e la
    dolcezza di tante speranze, dov'era quel capo biondo, dov'era quel bel
    viso  scintillante  di vita e di gaiezza,  dov'era quel cuore aperto e
    caldo?  Sotterra;  e le montagne,  e i boschi e  la  voce  del  Posina
    profondo,  e  i  sussurri delle acquicelle querule,  tutto durava come
    prima,  amaramente.  Ecco il castagno antico,  dal tronco tripartito a
    candelabro,  ecco,  sullo svoltar della salita, il biancor fioco della
    chiesetta bizzarra, ecco il biancor fioco,  in alto,  della villa e il
    fosco sopracciglio della grande, pensosa Priafor.
    Un  anno  prima  che Andrea morisse,  Massimo ed egli avevano discorso
    insieme,  sotto  il  castagno  antico,  della  famiglia  Camin,  della
    necessit  di  tener lontano da Lelia,  dopo il matrimonio,  anche suo
    padre.  Andrea n'era persuaso e diceva che la fanciulla lo  desiderava
    quanto  egli.  Si  era  sfogato a esaltare la nobilt d'animo di lei e
    anche la maturit precoce della sua intelligenza.  A questo  proposito
    aveva  confessato  di  non essere stato sincero con i propri genitori,
    indicando loro l'et della ragazza.  Lelia era sui sedici anni ed egli
    aveva detto diciotto.
    Massimo  si  ferm  istintivamente  a  toccare il tronco del castagno,
    testimonio superstite,  pens il giovinetto  in  Dio,  gli  parve  che
    l'albero e la umile chiesina e l'accigliata montagna lo pensassero con
    lui.
    Xela straco,  signor? gli chiese Cioci che si era fermato anch'egli.
    Massimo si scosse.
    No no, andiamo diss'egli, e,  anche per levarsi dai tristi pensieri,
    domand  a  Cioci  del  suo  curato.   Dovevano  essere  contenti,   a
    Sant'Ubaldo, del loro curato!
    Ah,  cossa vorla! esclam Cioci.  Era un panegirico,  era come dire:
    In  qual  modo  vorrebbe  Lei che io esprimessi l'inesprimibile?.  E
    soggiunse: Un capo grando, salo!.
    Mentre i due passavano davanti alla chiesina di Santa Maria ad Montes,
    una voce femminile chiam dall'alto:
    Cioci! Qua, Cioci!
    Siora! rispose Cioci, sostando.
    La siora era Teresina,  che comparve presto al cancello del portico,
    di fianco alla chiesa, dov' l'entrata dei pedoni. Fece entrare Cioci,
    lo avvi alla villa col suo carico e trattenne Alberti.
    Ella  gli  si  ricord  come  la  cameriera che gli aveva fasciata una
    distorsione buscatasi nello scendere dal Colletto  Grande  col  povero
    signor Andrea.  Le premeva di avvertirlo che il suo padrone, il signor
    Marcello,  era tanto felice di ospitarlo ma che le sue  condizioni  di
    salute  non  erano  troppo  buone,  che  questo  incontro  lo  avrebbe
    certamente commosso. Perci si permetteva di pregarlo a fingersi molto
    stanco del viaggio e a ritirarsi presto,  perch si ritirasse anche il
    padrone. Tale era pure, diss'ella, il desiderio della signorina.
    La  signorina?  Certo;  Massimo  non  ci aveva pensato.  Adesso,  alla
    Montanina, c'era la signorina da Camin. Massimo sulla fede di Andrea e
    Andrea sulla fede del sior Momi,  l'avevano sempre chiamata cos e non
    col suo vero nome,  Camin.  Lelia stessa si credeva da Camin.  Massimo
    non l'aveva veduta che una volta,  per via,  da lontano.  Ne conosceva
    due fotografie mostrategli dall'amico e ricordava perfettamente le due
    impressioni  del tutto diverse,  che gli avevano fatte.  Ricordava una
    testolina di dieciott'anni,  ben  pettinata,  dalle  linee  non  tanto
    regolari,  dagli  occhi sorridenti che guardavano l'obbiettivo dicendo
    va bene cos?.
    Ricordava un'altra testolina dai capelli  un  po'  scomposti,  chinata
    leggermente  in avanti e che guardava basso,  per cui gli occhi non le
    si vedevano. Alla prima non aveva fatto, quasi, attenzione; la seconda
    lo aveva colpito.  Il secondo  viso  poteva  essere  il  viso  di  una
    creatura  conscia  di  qualche  sua  colpa  grave  oppure di un triste
    destino;  poteva essere un viso guardato con amore e inteso  a  celare
    amore;  poteva  essere  semplicemente  il  viso  di una giovinetta che
    pensa. Era, in paragone dell'altro,  un viso pi giovanile di un'anima
    pi profonda; era il viso di una bambina di quindici anni moralmente e
    intellettualmente  matura quanto una donna di trenta.  Anche l'idea di
    farsi un ritratto simile indicava qualche cosa di strano  e  di  forte
    nella intelligenza che l'aveva concepita. Massimo n'era stato preso, e
    restituendolo  all'amico,  gli  aveva  taciuto  il  dubbio  che quella
    tentante creatura, dall'aria di sfinge pensosa e triste, convenisse al
    suo carattere,  potesse renderlo felice.  Per molti giorni,  ora se ne
    ramment,  la  figura  della  giovinetta sfinge gli si era affacciata,
    nella  immaginazione,   con  insistenza  tormentosa.   Mentre  seguiva
    Teresina,  le due testoline differenti gli balenarono ancora in mente.
    La domanda se avrebbe trovato l'una o l'altra fu per formarsi nel  suo
    pensiero,  ma egli non la stim conveniente e non se la permise. Ne lo
    distrasse anche Teresina, parlandogli del desiderio inquieto col quale
    lo attendeva,  fin dalla  mattina,  il  signor  Marcello.  Aveva,  con
    pretesti,  allontanato lei, allontanato il domestico, allontanata pure
    la signorina,  che tuttavia se n'era accorta,  con  lo  scopo  di  non
    essere  veduto entrare nella camera preparata per l'ospite.  Prima era
    disceso in giardino a cogliere colle proprie mani delle rose. Le aveva
    portate in quella camera di furto.  Non che presumesse  tener  segrete
    queste  sue  attenzioni;  le  persone di servizio dovevano pur entrare
    nella  camera  prima  dell'ospite,  all'ultimo  momento,  per  l'acqua
    fresca,  per vedere se tutto fosse in ordine.  Soltanto non voleva che
    lo vedessero mentre vi entrava e  vi  stava  egli,  certo  perch  gli
    pareva esserne spiato nell'anima, mostrare il suo sentimento intimo; e
    da questo abborriva.
    Prima di raggiungere la villa,  Teresina e Alberti incontrarono Cioci,
    sciolto del suo carico,  che desiderando,  per  fini  poco  reconditi,
    ossequiare  il  forestiere,  aveva  preso  quella via molto viziosa di
    salire a Lago, invece di andarvi diritto attraverso la parte superiore
    del giardino.  Ben,  sior diss'egli,  sberrettandosi: felice notte,
    salo.
    Avuto  quel  che  aspettava  e  ringraziato  il  munifico viaggiatore,
    annunci a Teresina che il suo padrone stava scendendo dietro a lui.
    Ecco! esclam la cameriera. Me lo immaginavo!
    S'incontrarono a pochi passi  dalla  spianata  dove  sorge  la  villa.
    Faceva scuro,  il signor Marcello scendeva curvo,  con passo malfermo.
    Massimo gli sal rapido  incontro,  ne  fu  abbracciato  strettamente,
    silenziosamente,   cominci   subito   a   scusarsi  della  intrusione
    accusandone don Aurelio, mentre il vecchio ripeteva commosso:
    Lei non sa,  Lei non sa,  Lei non sa che gioia mi  di vederla  e  di
    abbracciarla! E se lo strinse al petto un'altra volta.
    Dalla spianata entrarono, per la sala da pranzo, nel salone, il signor
    Marcello appoggiandosi al braccio di Massimo.  Egli volle che l'ospite
    fosse subito accompagnato nella sua camera.  Sarebbero  stati  insieme
    pi  tardi.  Massimo  avrebbe preferito rimanere allora un poco perch
    poi il signor Marcello se n'andasse a letto; ma il signor Marcello non
    ne voleva sapere, e Teresina, conoscendo il cuore di fanciullo del suo
    vecchio padrone,  lo indovin impaziente che l'ospite vedesse cosa gli
    aveva   preparato   in   camera,   desideroso  di  affrettargliene  la
    impressione.  Perci un il suo sommesso invito  alle  insistenze  del
    padrone, per modo che Massimo intese la opportunit di cedere.
    Il signor Marcello gli disse, nel congedarlo, che lo avrebbe atteso l
    per prendere il caff insieme.
    Teresina  accompagn  l'ospite  proprio  nel  quartiere dove il povero
    Andrea si era visto,  sognando l'avvenire,  con Lelia.  Lo  introdusse
    nella cameretta che si apre,  a tramontana,  sulla terrazza. Accese la
    luce,  vide  il  lavoro  del  suo  padrone,  disse  sottovoce  povero
    signore!,  diede  a  Massimo,  con  molte scuse,  il consiglio di far
    capire al padrone che aveva veduto ma di non parlare, e si ritir.
    Sul piano di marmo del cassettone una sola splendida  rosa  bianca  si
    piegava,  dall'orlo di un alto e sottile calice di cristallo, sopra la
    fotografia del povero Andrea.  Sul tavolino da notte un piccolo fascio
    di lettere, legato con un nastro nero. Massimo lo aperse curiosamente.
    Erano   lettere  sue  al  povero  Andrea.   Aperse  poi  l'Imitazione,
    immaginando che fosse pure un ricordo, e vi trov scritto:
    "Al caro Andrea, nel giorno della sua prima Comunione, Rachele Alberti
    Vittuoni."
    Era il nome di sua madre, morta ella pure da parecchi anni. Vi pos le
    labbra.  Entravano per la finestra aperta,  col vento della notte,  la
    voce grave del Posina,  la voce sommessa della Riderella che fugge per
    il giardino a pochi passi dalla villa;  nessun altro suono.  Nel senso
    di quel silenzio, di quel riposo, della natura innocente, della maest
    della notte, la cameretta gli fu, con i suoi ricordi, una chiesa. Lev
    le labbra dallo scritto pregando ancora e,  spenta la luce,  usc. Sul
    corridoio  lo  aspettava  Teresina.  Il  padrone  le  pareva  un  poco
    sovreccitato.  Premeva  che  si  ritirasse presto.  In fatto il signor
    Marcello si era doluto dell'assenza di Lelia, non se ne dava pace.  Ma
    questo, la cameriera lo tacque.
    Massimo  non  lo  trov pi nel salone.  Era in giardino sopra uno dei
    sedili disposti a ponente della villa. Aspettava Massimo,  l,  perch
    l'incontro  avvenisse al buio.  Massimo volle baciargli la mano.  Egli
    non lo permise, lo abbracci,  se lo fece sedere vicino,  gli pass un
    braccio intorno al collo.
    Stettero lungamente silenziosi,  nel freddo alito della nera imminente
    Priafor, il signor Marcello fissando, senza sguardo, l'ombra, Massimo
    ascoltando le voci del Posina e della Riderella,  che lo riconducevano
    nella camera dei ricordi guardando, anch'egli senza attenzione, i lumi
    di Arsiero, disseminati come uno sciame di lucciole per le tenebre, un
    po'  in  basso  e  a destra,  oltre il vallone del Posina,  nel grembo
    scendente dal colle di San Rocco e dalle balze del Caviogio acuto  nel
    cielo. Dopo un tratto il giovine accenn timidamente all'ora tarda. Il
    signor Marcello gli trasse il capo impetuosamente a s.
    No no no! diss'egli. E gli fu addosso con una subita foga di domande
    intorno  a  don  Aurelio,  intorno a lui stesso.  Massimo dovette pure
    raccontargli, il pi brevemente che pot,  come si fosse incontrato in
    Roma,  da studente di medicina,  coll'attuale curato di Lago, come don
    Aurelio ed egli avessero per comune  amico  un  uomo  di  cui  si  era
    parlato  molto,  in  bene  e  in  male,  una specie di apostolo laico.
    Massimo supponeva che il signor Marcello ne avesse udito qualche  cosa
    da  don  Aurelio  e  si  meravigli che tanto il nome di Piero Maironi
    quanto il nome di Benedetto gli fossero invece del tutto  sconosciuti.
    Massimo  non  credette  opportuno  di  entrare in quel discorso che lo
    avrebbe condotto per le lunghe, si limit a dire come don Aurelio, non
    avendo in Roma occupazione stabile,  fosse stato accolto,  per i buoni
    uffici di un sacerdote, dal vescovo di Vicenza nella propria diocesi e
    destinato alla curazia di Lago di Velo. Lo disse un uomo di Dio, tutto
    dato al proprio ministero,  tutto carit e amor divino, alieno da ogni
    disputa religiosa. Nelle lodi il signor Marcello consent con emozione
    cos forte da soffocargli,  quasi,  la voce.  Era sopra tutto,  lo  si
    sentiva  nei  sospiri uniti alle parole,  emozione di desiderio che la
    Chiesa potesse avere molti sacerdoti simili a don Aurelio.
    La voce di Teresina nel buio:
    Signor padrone, guardi che il signor Alberti sar stanco.
    Andate,   andate   le   disse   il   signor   Marcello,   abbastanza
    pacificamente. Lo so, lo so, quel che volete. E' tutto lo stesso, non
    mi fa niente.
    Ges! si gemette nel cuore la povera cameriera sbigottita: e non os
    insistere.
    Massimo  fu  ora  costretto  a  dire  di  s,  della  sua  renitenza a
    esercitare la professione bench  avesse  ormai  compiuto  e  studi  e
    pratica,  delle occupazioni che ne lo avevano distratto.  Anche qui si
    figur che don Aurelio avesse parlato,  che il signor Marcello sapesse
    delle sue conferenze, delle sue pubblicazioni di carattere filosofico-
    religioso,  delle  aspre  guerre,  delle  contumelie che si era tirate
    addosso da diverse parti,  della stanchezza di spirito e del desiderio
    di  pace  che  lo  avevano  condotto  alle  solitudini montane di Velo
    d'Astico.
    Il signor Marcello non sapeva e se ne mostr  assai  turbato.  Strinse
    nuovamente a s il capo del giovine.
    S  s  diss'egli,  stia  qui  e  lasci  andare la filosofia.  Quei
    lumicini l nel buio,  ecco la filosofia.  Chi va intorno la notte con
    un lume cos non vede pi le stelle. Ah le stelle, le stelle!
    Massimo  osserv sorridendo che quella sera,  lumi o non lumi,  non si
    vedevano stelle.
    Oh io le vedo! esclam con fuoco il signor Marcello. Ho visto anche
    stasera una cara parola che vi  scritta per me!  L'ho vista  l,  l,
    proprio l!
    Indic  le  nubi  grigie  sopra  il nero Torraro.  La frase e il gesto
    furono i soli segni di una lieve sovreccitazione mentale,  che Massimo
    potesse notare nel vecchio durante tutta la conversazione. Furono per
    tali che,  collegandoli col discorso della cameriera,  se ne sgoment.
    Si  alz  risolutamente,  si  confess  stanco  e  chiese  licenza  di
    ritirarsi.
    Non abbiamo preso il caff disse il signor Marcello.
    Massimo  non  prendeva caff,  la sera.  Il vecchio lo preg di fargli
    almeno compagnia mentre lo prendeva egli. Massimo tentava di resistere
    temendo essere ancora tirato a discorrere,  quando Teresina che  stava
    in agguato nella veranda aperta sulla fronte della villa,  a due passi
    dai sedili,  ne usc fuori e disse al padrone che gli aveva portato il
    caff in camera.  Prima ancora che il padrone,  sorpreso, protestasse,
    ella correva gi verso la cucina  per  fare  della  sua  menzogna  una
    specie  di profezia.  Vinse cos la partita.  Massimo sal la scala di
    legno che mette dal salone,  con due branche,  al  primo  piano  e  il
    signor  Marcello  si  avvi alla sua camera del pian terreno,  attigua
    allo studio, volta alle immediate pendici della Priafor.


    3.

    Tutta la casa dormiva,  oscurata da un  pezzo,  quando  egli  usc  di
    camera,  alta  figura  curva,  spenzolando la lucerna fiorentina nella
    sinistra e tenendosi sul petto,  nella destra,  un portafogli  chiuso.
    Pass  lentamente per lo studio e per la sala del biliardo,  entr nel
    salone,  lev la lucerna sul piano posato per isghembo quasi sotto una
    branca  della  scala  uscendogli  allora  dall'ombra  il  rugoso volto
    soffuso di dolcezza e di beatitudine.  Pos sul leggio il portafogli e
    lo  aperse  pian  piano,  con mani tremanti.  Apparve un ritratto,  il
    ritratto di suo figlio.  Vi si affis lungamente.  Anche le labbra gli
    tremavano; gli occhi erano pieni di lagrime. La lucernina di ottone, a
    lui pi cara delle eleganti lampade che pendevano dal soffitto,  parve
    contenta di mostrargli il bel viso del giovinetto,  spirante  in  quel
    momento  una  dolce parola,  una parola nuova,  misteriosa.  Il signor
    Marcello  riprese  il  portafogli,   baci  il  ritratto  in   fronte,
    lungamente,  lo ripose adagio adagio,  con riverenza, sul leggio, cal
    alla tastiera le grandi mani  scarne,  cominci  a  suonare  a  faccia
    levata e a occhi chiusi.
    Non  era  un  forte  pianista ma possedeva un'anima di musica.  La sua
    profonda fede religiosa,  i suoi affetti,  il suo caldo senso di  ogni
    bellezza  di  arte  e di natura,  tendevano alla espressione musicale.
    Venerava Beethoven non  meno  di  Dante  e,  quasi,  di  San  Giovanni
    Apostolo;  Haydn,  Mozart e Bach non meno di Giambellino e,  quasi, di
    San Marco,  di San Matteo e di San Luca.  E,  come nel  Vangelo,  cos
    leggeva  ogni  giorno  qualche  pagina  dei  quattro evangelisti della
    musica.  Spesso la sera,  nell'ora dei ricordi e del fantasticare,  si
    abbandonava,   sul  piano,   all'estro.   Trovando  accenti  commossi,
    commovendosi della sua  commozione  stessa,  suonava,  suonava,  tutto
    nello  sforzo di adeguare la parola musicale al proprio senso interno,
    dimenticava le cose presenti, il passar del tempo. A faccia levata,  a
    occhi  chiusi,  egli  adesso  tentava  la  tastiera con le grandi mani
    scarne,  come il  cieco  tenta  l'aria.  Cercava  l'ultimo  canto  del
    Pergolese:

    "Quando corpus morietur
    Fac ut animae donetur
    Paradisi gloria."

    Non  seppe  trovarlo,  tent  affannosamente  la  ricerca di un simile
    cascar di suoni,  pi e pi  gravi,  nel  profondo,  che  dicesse  uno
    sfasciarsi  lento  delle  fibre  mortali,   uno  stanco  tramontar  di
    giornata; cerc un risalire dei suoni, incalzante, ansante, delirante,
    verso visioni di gioia. Lasci allora le tracce del Pergolese,  effuse
    in musica l'anima piena ed ebbra delle parole
    "Paradisi gloria"

    colandogli  per  le gote lagrime silenziose.  Egli s'infondeva col suo
    Andrea, col suo caro,  col suo amore,  dentro un altro infinito amore,
    tutto luce,  tutto musica, forse; e la sua musica terrestre fremeva di
    desiderio verso la musica divina,  come il getto  d'acqua  che  fiotta
    spumante al vertice nella brama impotente dell'altezza originaria. Poi
    lo stringevano altri subiti ricordi dei suoi peccati,  delle debolezze
    della sua carne, balzanti su, tutti insieme, dalle ombre della memoria
    con una vivezza paurosa,  come nemici dimenticati che  gli  corressero
    sopra  in  folla  da  un  agguato,  gridando  ciascuno il proprio nome
    sinistro.  La gloria del Paradiso,  l'incontro col suo morto  diletto,
    per  quanto fosse forte la sua fede in Dio,  per quanto salda fosse la
    sua previsione di una morte vicina, erano realt senza forme distinte,
    nuclei luminosi nascosti nei vapori della propria luce. Gli era facile
    pensarne e parlarne in musica.  Non fu cos per i ricordi mordenti del
    peccato. Le mani gli piegarono, pendettero senza moto, aggrappate alla
    tastiera muta; la testa gli si chin sul petto.
    Per brevi momenti.  Nell'umilt sua, ignara dell'orgoglioso sdegno che
    rende tanto amare le cadute morali,  gli era facile  l'abbandono  alla
    divina piet.  Rialz il viso,  rialz le mani,  trasfuse nel piano la
    preghiera dell'anima, un "Miserere" pieno di passione, s,  ma puranco
    di  soavit,  pieno  del  senso  di un lavacro largo che fluisse sulle
    colpe, pieno di gratitudine, quasi, e di letizia; come se il penitente
    si compiacesse della propria necessit che il Padre  Celeste  fosse  a
    lui  pi  amoroso  e  pio  di  un padre umano.  Le mani svolgevano una
    melodia di dolore e di amore, nata da inconsci ricordi belliniani:

    "Vieni, dicea, concedi
    Ch'io mi prostri ai tuoi piedi."

    Mai,  certo in vita sua,  Marcello non aveva costretto il suo piano  a
    cantare  cos:  Lo sentiva e ne godeva,  pur non fermando in questo il
    pensiero;  e alla sua commozione si confondeva un'ombra  di  tenerezza
    per  il vecchio strumento sfiatato,  per il confidente dei suoi sogni,
    disprezzato da Lelia, prossimo a qualche miserevole fine.
    Suonava,  suonava,  n gli veniva in mente che  altri  lo  ascoltasse.
    Teresina, che per quella notte si era prudentemente preparato il letto
    in una camera a terreno, udito il piano, corse fuori a spiare, vide il
    padrone,  sal tremante,  smarrita,  ad avvertire Lelia che dormiva al
    primo piano,  verso levante,  si consult  con  lei.  Era  in  s,  il
    padrone?  O  cominciava  un  processo  mentale  morboso?  Non  sarebbe
    opportuno di  scendere,  di  persuaderlo  a  coricarsi?  Chi  dovrebbe
    scendere?  Lei  o  la  signorina?  Aiut  Lelia  a vestirsi in fretta,
    ripetendo sottovoce: Ges, Ges!  Lelia non disse niente,  risoluta di
    vedere e di udire,  anzi tutto.  Scivolarono ambedue,  pian piano,  in
    punta di piedi, nella galleria ove montano dal salone,  congiungendosi
    pochi  gradini pi sotto,  le due branche della scala di legno.  Dalla
    galleria si guarda gi nel salone per l'apertura della scala  e  anche
    fra  le  colonnette  che  legano,  ai  due lati di quell'apertura,  un
    parapetto al soffitto.  Ma neppure sporgendo il capo fra colonnetta  e
    colonnetta  era  possibile  vedere il piano.  Le due donne,  poich il
    signor Marcello era un po' sordastro,  osarono calare  per  la  scala,
    prendere la branca di destra fino al punto in cui videro bene il dorso
    del suonatore, curvo nel fioco lume della lucerna posata sul coperchio
    del  piano.  Anche quel dorso curvo e quel gran capo,  seguendo l'onda
    della musica, parevano penetrati, in qualche oscuro modo, di passione.
    Oh Dio, signorina, io scendo mormor la cameriera.  Lelia le afferr
    un braccio,  la trattenne con impeto,  aggrottando le ciglia. Teresina
    la guard, attonita; le vide accostare l'indice alle labbra.  Non pot
    intendere   quanto  sicuramente  la  signorina,   musicista  squisita,
    sentisse in quelle note una mente accesa di estro  e  non  torbida  di
    delirio.  Intese  solo  che  non doveva muoversi e che non era creduta
    capace di capirne il perch.
    Marcello pose fine alla sua improvvisazione,  mistico preludio  di  un
    futuro dramma,  con accordi gravi.  Chiuse il portafogli e, incrociate
    le braccia, vi pos la fronte su. La cameriera trasal. Ges Signore
    diss'ella, facendo l'atto di scendere.  Lelia la trattenne ancora,  le
    sussurr vado io e discese.
    Discese  lentamente  colla mano alla ringhiera,  facendo scricchiolare
    gli scalini di legno,  fermo l'occhio a Marcello.  Non aveva  sospetti
    paurosi, vedeva nell'attitudine di lui la emozione vibrata prima nella
    sua  musica,  attribuiva  questa  emozione all'incontro coll'amico del
    povero Andrea.  Scendeva  per  indurlo  a  coricarsi  senza  mettergli
    spavento,  come  forse gliel'avrebbe messo Teresina.  Non era giunta a
    met  della  scala  che  Marcello  la  ud,  alz  il  capo  e  chiese
    bruscamente:
    Chi ?
    Io,  pap diss'ella, e scese leggera, correndo, gli fu in un momento
    a fianco.
    Tu? Qui? Non sei a letto, tu?
    Marcello pareva sorpreso ma contento.
    Lelia sorrise.
    Eh! rispose non pare!
    E soggiunse con certo delizioso accento che aveva imparato in collegio
    da una ragazza di Roma, per certe speciali parole:
    Ci tiene svegliati tutti!
    Le sovvenne allora che nel primo tempo della sua dimora in casa Trento
    le era avvenuto di dire al  signor  Marcello  le  stesse  parole,  non
    sapeva  pi  a  quale  proposito,  collo stesso accento esprimente una
    necessit cui  forza piegare.  Il signor Marcello se n'era divertito,
    ma poi,  avendogli ella detto distrattamente che quella inflessione di
    voce piaceva molto al povero Andrea,  si  era  oscurato  in  silenzio.
    Adesso,  appena  pronunciate  le parole ci tiene svegliati tutti! le
    risal alla memoria quel silenzio scuro,  credette leggere in viso  al
    signor Marcello ch'egli pure ricordasse e abbass gli occhi,  confusa.
    Marcello la guard fiso,  teneramente,  pos le mani  sulla  tastiera,
    accenn,  sempre  guardando lei,  la melodia di Schumann che il povero
    Andrea era solito canterellare,  che Lelia gli suonava  qualche  volta
    all'oscuro, senza parlarne n prima n poi:

    "Almen ch'io mora sognando
    Che stretta al suo petto sto..."

    Lelia  trasal.  Le parve che il signor Marcello le dicesse colle note
    dolcissime: parlami pure di lui. Egli tolse gli occhi da lei,  li alz
    come  se cercasse le note nella memoria,  mentre le grandi mani ossute
    dicevano con subita passione:

    "In estasi spasimando
    Contenta allor morr."

    Ella ne trepid,  gli pos dolcemente una mano sulla  spalla,  mormor
    piano piano:
    Basta, pap! Lei si commove troppo. E' tardi. Vada a letto.
    Marcello smise di suonare, prese la mano che si veniva ritraendo dalla
    sua spalla, la tenne affettuosamente fra le proprie, gelate.
    Sto bene, sai, Leila diss'egli. Sto tanto bene.
    Negli  ultimi  due  mesi  della sua vita,  dopo un piccolo litigio con
    Lelia,  il povero Andrea l'aveva chiamata quasi  sempre  Leila.  Per
    Marcello,  che  lo aveva saputo dalla sua povera moglie,  dire Leila
    era quasi un dire Andrea,  quasi un pronunciare un nome ch'egli  non
    sapeva udire senza soffrirne come di una profanazione,  il nome che si
    diceva nel cuore sempre,  colle labbra soltanto nel segreto della  sua
    camera, quando nessuno poteva, non che udirlo, vederlo.
    Leila,  s, Leila soggiunse, sorridendo dello smarrimento di lei che
    si domandava cos'avvenisse in quella mente di cui si veniva  scoprendo
    il pi chiuso profondo.
    S, pap diss'ella. Ma ora non si stanchi pi, si ritiri, riposi.
    Non  sapeva  trovare  parole  adatte  a persuaderlo,  temeva di parere
    indifferente alla sua tenerezza, temeva di parere sgomentata dalle sue
    parole nuove.  E quella sera sentiva uno strano bisogno di  stringersi
    spiritualmente al padre di Andrea come a un difensore, a un rifugio.
    Egli  si  alz  dal  piano  ma  non accenn a ritirarsi,  non prese la
    lucerna.  Invit Lelia,  corrugando la fronte  come  soleva  per  ogni
    comunicazione  grave,  a uscire con lui sul terrazzino che corre lungo
    la fronte del salone. Lelia non os resistere,  lo segu,  palpitante.
    Certo il signor Marcello voleva parlare del povero Andrea. E Teresina,
    che  stava  lass  in  vedetta,  che poteva scendere male a proposito!
    Malgrado la poca speranza di esser veduta,  Lelia si volt a  gittarle
    un  gran gesto rapido,  un silenzioso via! e raggiunse Marcello alla
    balaustrata del terrazzino.
    Piove diss'ella, tentando ancora sottrarsi.
    Il nebbione fasciava  le  scogliere  del  Barco  e  del  Caviogio,  un
    venticello umido tirava da Val di Posina; ma non pioveva.
    No fece Marcello, vieni.
    Voleva    infatti    parlarle    poich    ell'era   discesa,    quasi
    provvidenzialmente,  alla  sua  musica;  ma  non  trovava  la  via  di
    cominciare.
    Se  mai  disse  alfine  tu  desiderassi  disfare  quelle  scogliere
    artificiali,  che ti dispiacciono,  a fianco  del  ponte  e  lungo  la
    Riderella, disf pure senza scrupoli. Forse le avrei disfatte anch'io,
    ma, dopo... non mi sono pi curato di niente.
    Anche la paroletta dopo, tanto piena di sventura e di anni amari, fu
    pronunciata placidamente.
    Lelia  comprese  lo  scopo  intimo  del  discorso,  n'ebbe un brivido,
    esclam:
    Io?
    E non soggiunse altro per non  provocare  parole  che  non  desiderava
    udire. Questo sospetto che il signor Marcello la volesse sua erede, le
    stava confitto nella mente da molto tempo,  come uno spino avvelenato.
    Sapeva  che  i  domestici,  i  dipendenti,  il  paese,  tutti  n'erano
    persuasi,   perch   parenti   stretti  del  signor  Marcello  non  si
    conoscevano  ed  ella  era  considerata  come  una  sua  figliuola  di
    adozione, bench non fossero intervenuti n potessero intervenire atti
    legali.  Ora  ella era ferma di non volere le sostanze,  non grandi ma
    ragguardevoli, di casa Trento.  Se suo padre l'avesse venduta,  non si
    venderebbe lei!  Aveva inteso donarsi ai genitori di Andrea in memoria
    di lui. Averne gratitudine, s; altri compensi,  no.  Possibile che il
    signor  Marcello  non  avesse qualche parente lontano?  Egli era molto
    benefico. Se non aveva parenti,  poteva lasciare il suo ai poveri.  Le
    piaceva  giustificare  a  se  stessa  il proprio sentimento con quella
    prima ragione;  in fatto le  faceva  orrore  anche  l'idea  di  venire
    giudicata  un'astuta lusingatrice,  una cacciatrice di eredit.  Altro
    motivo di temerla,  questa eredit: se alla morte del signor  Marcello
    si  trovasse  un  testamento  a  suo  favore,  se fosse costretta a un
    rifiuto,  quale disgustosa lotta con suo padre!  Egli simulava miseria
    con  lei;  le scriveva spesso lettere ignobili,  chiedendo denaro.  Ne
    aveva ricevuta una quella sera stessa.  Lo vedeva gi piombare,  se il
    signor  Marcello  morisse,   alla  Montanina,   infettarla  colla  sua
    presenza,  aggrapparvisi.  Confidava nella propria energia,  non aveva
    paura di suo padre; ma ribrezzo s.
    Tutto  questo  sent  e pens esclamando io?.  Marcello le prese una
    mano, gliela strinse, con intenzione che le dita parlassero.
    S, cara diss'egli, tranquillo. Tu.
    Gli rispose un sussurro, un alito lieve lieve:
    No, pap.
    Marcello sorrise, ingannandosi sulla qualit di quel diniego.
    Sono vecchio diss'egli e non tanto robusto,  credo.  Potrei  vivere
    degli  anni,  ma  il Signore potrebbe anche chiamarmi presto.  Ti pare
    proprio che mi debba rincrescere di partire presto, colla speranza che
    ho?
    Lelia,  per tutta risposta,  si chin a baciar la mano  che  stringeva
    sempre la sua.
    Dunque!  prosegu  Marcello.  E'  naturale  che si parli insieme di
    certe cose.  La Montanina gli  stata cara e io ho fatto tanto  perch
    gli  fosse  cara!  Sar cara,  spero,  anche a te.  Volevo dirti delle
    scogliere.  E volevo anche dirti che  se  ti  si  offre  occasione  di
    comperare  i  castagni oltre la strada,  devi farlo;  perch lo potrai
    fare, largamente.
    Lo interruppe un appassionato gemito:
    No, pap, no, pap, non mi parli di questo!
    Marcello tacque ed ella sent il bisogno di chiarirgli il suo inganno:
    Non pensi a me per Sua erede! Non posso, io, essere Sua erede!
    Marcello, offeso, si turb.
    Perch? diss'egli, severo.
    No, caro pap, non posso, non posso! Non parliamo pi di queste cose!
    Si ritiri, vada a riposare!
    Ma perch? replic Marcello. Dimmi perch!
    Lelia gli prese il braccio,  lo supplic di non parlarne  pi,  almeno
    quella sera.
    Ma  bisogna che tu ti spieghi! esclam egli.  Il cruccio gli saliva,
    pi e pi scuro, nella faccia sepolcrale.
    Allora Teresina,  che spiava tuttavia  dall'alto,  udendo  il  padrone
    alzar  la  voce,  accese la luce nella galleria dove stava,  chiam la
    signorina,   disse  di  averla  cercata  in  camera  inutilmente.   Le
    occorrevano  certe  chiavi  per  l'indomani mattina,  per il caff del
    forestiere. Lelia si conged timidamente,  pian piano: pap...  buona
    sera...  come  supplicando  di  essere  lasciata  partire.  Il signor
    Marcello non parl,  mosse lento,  curvo,  verso il  piano,  prese  la
    lucerna, se ne and spenzolandola, senza saluti.
    Chiuso  dietro  a  s l'uscio della sua camera,  posata la lucerna sul
    tavolino da notte, si svest adagio, pieno di malcontento come uno che
    avviandosi stanco, assonnato,  al letto del suo riposo,  lo veda tanto
    sossopra  da dovere spender fatica e tempo a rifarlo.  I muscoli della
    faccia sepolcrale si contrassero in un afflusso di  pensiero  iroso  e
    duro.  Dubitava  di  aver  letto  nel  cuore di Lelia le ragioni della
    ripulsa che l'offendeva.  Lelia non voleva essere sua erede perch non
    si  sentiva  la forza di tener lontani i suoi genitori e capiva che la
    loro presenza alla Montanina sarebbe stata  una  offesa  mortale  alla
    memoria  di  lui.  Gli  bastava di pensare a quei due per intorbidarsi
    nell'anima  e  nel  viso.   La  fantasia  glieli  mostr  un   momento
    trionfanti,  spadroneggianti  nella  sua  casa.  Oh  questo  no,  mai.
    Benedetta ragazza che non aveva saputo  aspettare!  Era  bene  a  quel
    punto  l  ch'egli  voleva  condurre  il discorso.  Si era stillato il
    cervello per trovare un modo decente d'impedire,  con una disposizione
    testamentaria,  che  il  padre  e  la madre della sua erede mettessero
    piede alla Montanina, non lo aveva trovato. Conosceva Lelia. Lelia non
    avrebbe accettato una clausola in questo senso,  un obbligo  espresso,
    pubblico;  molto  meno,  un  obbligo  sancito  da una penale.  Avrebbe
    rifiutata l'eredit.  Non c'era che parlargliene prima,  ottenere  una
    promessa.  Discorso difficile, ma insomma quello appunto cui intendeva
    venire. Ripigliare la conversazione l'indomani: altro non gli restava.
    Come fu a letto, incrociate le mani dietro la nuca, appoggiato il capo
    alla spalliera,  pens: e se Lelia avesse in mente di prender  marito,
    se rifiutasse per questo?  Era un caso previsto.  Ne avevano discusso,
    egli e la sua povera moglie.
    La moglie,  persona pratica,  prevedeva che la fanciulla,  piacente  e
    intelligente,  sarebbe  stata  ricercata  e che,  un giorno o l'altro,
    avrebbe amato ancora.  Secondo lei,  Marcello avrebbe dovuto limitarsi
    ad  assegnarle  una  rendita  fino  al giorno in cui prendesse marito.
    Marcello non  se  n'era  persuaso.  Si  compiacque,  da  poeta,  della
    bellezza  ideale  di  un  sacrificio  al  quale  associava l'anima del
    figliuol suo, sciolta da legami terreni, amorosa tuttavia certo, ma di
    affetti sovrumani, puri di egoismo, non d'altro desiderosi e paghi che
    di saper felici le creature amate. Volle che Lelia avesse la ricchezza
    offertale dal povero Andrea.  Gli era dolce  d'immaginarla  fedele  ad
    Andrea;  desider  che,  anche  cedendo  a  un  altro amore,  avesse a
    benedire la memoria del primo, la desider felice e non le prescrisse,
    nell'istituirla  erede,  condizione  alcuna.   Gli  conveniva  ora  di
    parlare, di farle conoscere il suo sentimento?
    Sospir  all'idea  che  se la morte fosse venuta quella notte,  la sua
    casa sarebbe caduta nelle mani del sior Momi Camin, il padre di Lelia,
    oppure,  ove Lelia non accettasse l'eredit,  nelle  mani  di  un  suo
    giovine cugino in terzo grado, rovinatosi col giuoco e colle donne. Il
    pensiero che le camere di sua moglie e di suo figlio fossero un giorno
    abitate cos,  gli fu come una punta, nel cuore, di dolor sordo. Pensa
    e pensa,  questa stessa molesta  inquietudine,  gli  fece  comprendere
    ch'era  pi  attaccato  alla  vita,  alle cose della Terra,  di quanto
    avesse creduto poche ore prima. Se ne rimprover, medit le parole che
    il suo avo, edificatore della Montanina, scrisse sulla meridiana della
    villa: "Terrestres horae, fugiens umbra".  Fece proposito di andarsi a
    confessare,  l'indomani mattina,  a Lago di Velo, e, preso il suo caro
    piccolo Kempis che si teneva sempre sul tavolino da  notte,  vi  lesse
    con  intensa  compunzione  il capitolo cinquantesimo secondo del Libro
    Terzo.  Nel prendere lo spegnitoio pendente  da  una  catenella  della
    lucerna,  pens  che  suo  padre  era stato colto dalla morte prima di
    spegnere e rimase un momento colla mano sospesa in aria,  senza  saper
    perch. Sorrise di se stesso, spense, guard un poco nel chiaror fosco
    della  grande  finestra  il  monte  imminente,  cos  pieno  di quella
    indifferenza che riposa, si distese sotto le coltri e aspett il sonno
    colle braccia incrociate sul petto, come un bambino.


    4.

    Rientrato in camera,  Massimo disfece buona parte delle  sue  valigie,
    mentre,  nel  primo  malcontento  di  non poter venire ospitato da don
    Aurelio,  si era proposto di levarne il puro necessario per la  notte.
    Ora gli rimordeva di quel malumore egoistico,  tanto lo aveva commosso
    l'affetto del signor Marcello,  il gentile affetto presente anche  l,
    nella  cameretta  stata  cara al povero Andrea,  nei mesti ricordi del
    passato,  nella rosa bianca,  disposta a piegare sopra il reciso fiore
    di quel passato la sua morente bellezza.  Spense la luce,  si affacci
    alla finestra,  e,  appoggiati i gomiti al davanzale,  guard le  nubi
    dove  il  signor  Marcello aveva letto parole di stelle.  Sotto quelle
    nubi il sopracciglio,  appena curvo,  del Torraro tagliava  lo  sfondo
    aperto  fra  i  due grandi profili neri della Priafor e del Caviogio,
    discendenti con maest l'uno incontro all'altro,  simili  a  manti  di
    giganteschi sovrani.  Era una scena di pace pensosa,  rispondente alla
    sete dell'anima sua.
    Oh s,  che gran ristoro  aver  lasciato  Milano  almeno  per  qualche
    settimana,  aver  lasciato  il  tanfo  e  la  vilt delle plebi libere
    pensatrici,  che lo vituperavano  come  un  debole  perch  professava
    fedelt militare alle leggi della Chiesa,  aver lasciato il tanfo e la
    vilt delle plebi farisee,  che lo vituperavano come un eretico perch
    pensava,  parlava,  scriveva  da uomo del suo tempo!  Che gran ristoro
    aver lasciato una societ oziosa che  pretendeva  imporgli  una  parte
    qualsiasi nella sua eterna commedia,  che gli faceva sentire,  ora con
    sorrisi,  ora con lodi sarcastiche,  ora con  noncuranze,  il  proprio
    disprezzo  per  un  giovine  schivo  del  piacere da lei discretamente
    offerto e protetto come lo scopo, non sempre confessabile ma unico, in
    fatto, della vita! Oh dimenticare, almeno per qualche giorno, le lotte
    del pensiero,  faticose,  ingloriose,  combattute spesso  col  tragico
    sforzo  di nascondere le eclissi della speranza e anche,  non tanto di
    rado,  quelle della fede!  Gli si riaccese nell'anima la vampa di  una
    tentazione  soffocata  pi  volte,  giammai  spenta:  la tentazione di
    ritrarsi dal campo di azione religiosa dov'era entrato col  suo  morto
    Maestro  di Roma,  dove si era spinto alquanto pi avanti,  insieme ad
    altri,  di  quel  Maestro,   dove  non  aveva  riportato  che  ferite,
    disinganni,  umiliazioni  per  servire una causa forse perduta fin dal
    principio, una religione condannata forse, fatalmente,  a perire;  per
    servirla  contro  farisei  e  contro  liberi  pensatori.   Perch  non
    lasciarli a sbrigarsela fra loro, perch non vivere per tanta bellezza
    ch' nel mondo e nella vita,  per l'amore  e  per  la  gioia,  per  il
    piacere squisito, armonico nei suoi elementi di intelletto, di cuore e
    di senso?
    Erano  una forma di sfogo amaro,  questi pensieri;  non una tentazione
    vera e  propria.  L'attitudine  pubblicamente  presa  nelle  questioni
    filosofico-religiose  con  saggi di riviste,  conferenze,  articoli di
    polemica,  gli aveva composto  una  figura  morale  che,  se  gli  era
    sostegno e decoro,  anche gli era carcere, in certi momenti. Lo sapeva
    e, pensandolo,  si alzava gi dal davanzale della finestra per rompere
    il  corso delle immaginazioni vane,  quando ud voci dalla strada che,
    sbucando da un folto di castagni,  scende lungo la rete di cinta della
    Montanina.  Gli parve distinguere la voce di don Aurelio e una voce di
    donna. I due parlavano forte a un terzo,  entrato nel recinto.  Pareva
    che gli dessero degli ordini.  Infatti un individuo comparve sul ponte
    della Riderella.  Nei lievi chiarori stellari  che  ora  rompevano  le
    nuvole Massimo credette discernere,  oltre il ponte, due figure ferme,
    una nera e  l'altra  bianca.  Quell'individuo  avanz  dal  ponte,  si
    arrest, perplesso, a guardare la villa, ne fece il giro, s'indugi un
    poco dalla parte della cucina, ricomparve; si allontan verso il ponte
    e  Massimo  lo  intese dir forte che dormivano tutti.  Allora i due si
    ritirarono verso  il  cancello.  Poi  Massimo  credette  vedere  sulla
    strada,  fra  il  gruppo  di  betulle che fiancheggia il cancello e il
    gruppo,  pi in basso;  di pioppi,  la  figura  bianca  coll'individuo
    stesso che aveva fatto il giro della villa.
    Don Aurelio, se era lui, doveva essere risalito verso Lago. Il giovine
    suppose  che la signora fosse una tale Vayla di Brea,  della quale don
    Aurelio gli parlava nelle sue lettere come di una donna singolare  per
    ingegno e nobilt di animo. Tutto ritorn nel silenzio.
    Ecco,  dall'interno della villa,  la voce di un piano;  almeno pareva.
    Massimo aperse cautamente l'uscio, stette in ascolto. S, un piano, un
    cattivo strumento.  Chi suonava?  Il signor  Marcello  no;  il  signor
    Marcello  era  andato a letto.  Il povero Andrea gli aveva parlato con
    ammirazione del talento pianistico  della  sua  Lelia.  Gli  parve  di
    conoscere il pezzo lamentoso e appassionato;  ma poi vi si smarr.  Un
    momento era lo "Stabat" del Pergolese, un momento era altra cosa. Usc
    pian piano nel corridoio, per udir meglio. Il suono veniva dal basso e
    da sinistra, certo dal salone, dove Massimo aveva veduto un piano. Che
    strano suonare,  che potenza espressiva di tocco,  che passione e  che
    disordine!
    Un'improvvisazione,    senza    dubbio.    Quale   anima   di   fuoco,
    l'improvvisatrice,  se proprio fosse la signorina  Lelia!  Massimo  si
    rivide  in  mente  la  piccola testa enigmatica dai capelli scomposti,
    dagli occhi raccolti in  basso.  Quella  musica  non  diceva  un'anima
    chiusa  nel  dolore,  un'anima  che  nulla  pi attendesse dalla vita;
    diceva dolore,  s,  ma sete,  anche,  di amore e di gioia.  Una sosta
    della  musica;  passi  e bisbigli vicini al corridoio dov'era Massimo,
    che si ritir fino al suo uscio; musica daccapo. Accenti gravi e soavi
    di lamento,  stavolta,  e di preghiera.  E  passione,  quindi,  ancora
    passione tenera, ardente. Ah, Norma!

    "Vieni, dicea, concedi
    C'io mi prostri ai piedi..."

    Dio,  pareva una confessione,  questa musica!  Perch quello che segu
    non era pi Norma,  era fantasia.  Dunque la suonatrice  aveva  voluto
    esprimere  con le note divine un sentimento suo proprio.  Ma come,  ma
    perch questo sfogo musicale nel cuore della  notte?  Ripens  il  bel
    viso di Sfinge,  le palpebre calate come veli sopra un mistero. Ma era
    veramente lei, la suonatrice?  Da un lato gli pareva troppo strano che
    fosse  lei,  da  un  altro  lato  la  qualit  della  musica  e  l'ora
    rispondevano appunto alla stranezza del piccolo viso.  E  se  non  era
    lei,  chi poteva essere?  Forse una sua damigella di compagnia, di cui
    Massimo ignorava la esistenza.  O un ospite che non  si  era  lasciato
    vedere.  Oh ma era lei,  era una creatura dolorosamente avida di amare
    ancora e di essere amata, che amava gi, forse.
    La musica tacque ed egli si ritir in camera, chiuse l'uscio,  ritorn
    alla  finestra,  immagin  quasi  automaticamente,  un amore di fuoco,
    l'oblio del mondo fra quel tacito dramma di montagne atteggiate  quasi
    a  fronteggiarsi  con  passione e sfida.  Si scosse,  mise un sospiro,
    chiuse  la  finestra,  si  rimprover  il  vano  fantasticare.  Guard
    lungamente  la  fotografia di Andrea.  Era bello e gaio nel volto,  il
    povero giovinetto,  come un raggio di sole.  E quanto gli aveva voluto
    bene!  Sent un dolente desiderio,  senza sapere perch, di giunger le
    mani e di piegar il viso davanti a quella fronte  serena.  Coricatosi,
    si  figur di non poter dormire,  causa la musica.  Invece il sonno lo
    prese abbastanza presto.  Chi non chiuse occhio per tutta la notte  fu
    Lelia.












    Capitolo Secondo.


    FUSI E FILA.

    1.

    La  mattina  seguente Massimo discese in salone alle sei e mezzo,  con
    grande sgomento del domestico Giovanni che lasci di  strofinare,  fra
    un gran disordine di mobili, l'impiantito e corse per il caff.
    Soffiavano  da  ogni  parte nel salone ventolini freschi per le grandi
    aperture,  spalancate a mezzogiorno sullo smeraldo dei  ripidi  pendii
    che i castagni coronano,  a tramontana sulle nude scogliere enormi del
    Barco, a ponente sui divi del giardino pendenti alla via di Lago,  sul
    tremolio brillante delle betulle e dei pioppi aggruppati lungo la rete
    di cinta,  sui burroni del Posina,  sul gregge, oltre i burroni, delle
    case di Arsiero raccolte nel verde a pi della chiesa  signoreggiante,
    sulla  gola  scura,   tagliata  nello  scoglio,  dietro  la  quale  si
    accavallano dorsi su dorsi, varii di luce e di ombre,  fino al Torraro
    sovrano.
    Bella  giornata  disse il domestico,  ritornando col caff.  Intanto
    Massimo, pi che alle visioni di monti e di valli, di sole e di verde,
    aveva guardato alla musica sparsa  sul  piano.  Un  grosso  volume  di
    Clementi  e  un  fascicolo  di  Corelli  portavano  scritto  a  grandi
    caratteri: "Leila".
    Mentre sorseggiava  il  caff,  seppe  dal  domestico  che  il  signor
    Marcello era uscito da un pezzo.  Se fosse in giardino o in chiesa, se
    avesse preso la via di Velo o la via di Arsiero, Giovanni lo ignorava.
    Massimo usc pure,  per andare da  don  Aurelio.  Stava  chiedendo  al
    custode,  che  gli teneva aperto il cancello,  la via di Lago,  quando
    colui salut rispettosamente qualcuno che passava dietro le spalle  di
    Massimo.  Questi si volt.  Passava una signora,  non giovane,  alta e
    magra,  col capo scoperto e un ombrellino in mano,  chiuso  bench  il
    sole  ardesse gi la stradicciuola sassosa.  Con grande meraviglia del
    giovine, la signora si ferm e gli sorrise.
    Signor Alberti? diss'ella.
    La voce soave parve a Massimo quella che  aveva  udito,  nella  notte,
    alternarsi colla voce di don Aurelio. Salut imbarazzato, guardando la
    signora  come  uno che si scusa di non riconoscere chi gli parla.  Gli
    stava davanti  una  nobile  figura  di  donna  fra  i  cinquanta  e  i
    cinquantacinque anni,  pallida, quasi olivastra, dall'aria sofferente,
    dai capelli interamente bianchi,  dai  grandi  occhi  luminosi,  molto
    giovani  ancora,  spirante  dignit signorile e dolcezza dai modi come
    dalla voce e dal parlar lento.
    Sono amica di don Aurelio diss'ella,  sorridendo.  Siamo passati di
    qua insieme iersera, colla speranza di vederla, ma Lei dormiva gi.
    Massimo confess che aveva veduto dalla finestra una figura nera e una
    figura bianca.
    Infatti  disse  la signora avevo uno scialle bianco.  Lei va da don
    Aurelio? Ci vado anch'io.
    Massimo s'inchin, la interrog, pi cogli occhi che colla bocca.
    Allora Lei?
    Vayla di Brea rispose la signora col suo dolce sorriso. Don Aurelio
    Le ha scritto qualche cosa di me?  E il mio nome Le  riuscito  nuovo?
    Affatto nuovo?
    Massimo riconobbe umilmente che gli era riuscito nuovo.
    Vede riprese la signora,  io mi sento un poco nonna con Lei, quasi.
    Sua madre non era una Vittuoni? Non aveva nome Rachele?  Sono stata in
    collegio con Sua madre a Milano,  da madama Bianchi Morand.  Sua madre
    era delle piccole,  io ero delle  grandi.  L'avevo  molto  cara  e  mi
    divertivo qualche volta a fare la mamma, con lei.
    Si  avviarono  insieme  sulla  stradicciuola  che,  a  due  passi  dal
    cancello,  entra in un fresco di ombre,  fra i castagni  grandi  della
    costa  precipitante  al  burrone onde salgono i colpi misurati e sordi
    delle turbine di Perale.
    La signora parl subito del gran dispiacere di  don  Aurelio  per  non
    aver  potuto  alloggiare  Massimo  e  neppure  andargli  incontro alla
    stazione.  Raccont che si era  preso  in  casa,  da  due  giorni,  un
    infermo,  un povero reietto, un venditore di bibbie protestanti, che a
    Posina era stato malmenato a furor di  popolo  e  cui  nessuno  voleva
    ospitare.
    Poveretto! esclam la signora.  E' un tipo!  Un tipo! E rise di un
    riso breve,  tosto represso perch la  piet  prevalse  al  senso  del
    comico e alla voglia di sfogarlo.
    E'  un  certo  Pestagran  diss'ella,  ma  qui  gli hanno posto nome
    Carnesecca perch nei suoi discorsi,  che sono sempre  lirici,  nomina
    spesso  Carnesecchi.  Egli  si  rif,  del  resto.  Una volta chiamava
    "pesci" i suoi  concittadini  di  Lago:  pesciolini,  anguille,  pesce
    popolo, marsoni, qualche volta gamberi. Adesso li chiama pescicani.
    Ella  continu  a  parlare  del disgraziato Carnesecca con un umorismo
    placido e fine, che divert Massimo e non gli lasci indovinare in lei
    un'assidua visitatrice pia dell'infermo.  S'interruppe tre volte,  per
    incontri diversi, prima all'uscita della selvetta di castagni, poi nel
    verde grembo fiorito che i meli e i noci ombreggiano, dove le donne di
    Lago  hanno  il  lavatoio e la maest delle pendici silenziose incombe
    sull'idillio.  Prima una vecchia miserabile,  poi un povero  sciancato
    trattennero  la  signora  per raccontarle guai.  Ella stessa ferm una
    fanciullina scalza, sudicia, che portava un canestro. Parl a ciascuno
    affabile, dolce, chiamandolo per nome, chiedendo di altre persone,  di
    malati,  di lontani.  Alla fanciullina disse una parola di rimprovero.
    Aveva saputo da un  uccelletto  certe  cose!  Congedati  con  bont  i
    poveri,  riprendeva  a  pennelleggiare  la  figura  e  le  varie gesta
    eroicomiche  di  Carnesecca,  intercalandovi  di  tempo  in  tempo  un
    poveretto! come a soddisfazione della coscienza che le rimordesse di
    questo umorismo poco cristiano.
    Le  prime  casucce  e stallucce di Lago,  guardate dai noci e porgenti
    fresche ombre di viti sui vicoli che sanno di  fieno  e  di  fimo,  la
    signora e Massimo toccarono il piazzaletto dove poche abitazioni linde
    ascoltano  rispettosamente  il  sermone  sulla pulizia che una fontana
    recita proprio a loro mentre la canaglia delle catapecchie sporche  si
    tiene  alla larga,  come la canaglia viziosa dai sermoni del prete.  A
    sentire la contadina intenta ad attinger acqua,  Carnesecca era  morto
    nella  notte.  Uno  scamiciato  in zoccoli che se n'andava per i fatti
    suoi colla falce in spalla, la rimbecc, senza degnare di fermarsi, n
    di guardarla, n di smentirla.
    Cossa volo saver vu ca s foresta?
    La  donna  stridette  le  sue  proteste,   non  gi  perch,   sebbene
    forestiera,  poteva sapere, ma perch era di Maso, un casolare lontano
    mezzo chilometro.  Il passo pesante dell'uomo si perdette gi  per  le
    casucce sporche, mentre la voce insolente ripeteva:
    Foresta, foresta, foresta!
    Allora una ragazza che stava annaffiando dei garofani,  si porse dalla
    finestra, salut la signora, le disse che aveva portato il latte a don
    Aurelio un'ora prima e che Carnesecca si sentiva molto meglio. L'altra
    si scus a questo modo: aveva sperato che fosse morto, il brutto uomo!
    E siccome la signora le fece rimprovero della speranza crudele,  prese
    la sua rivincita sopra di lei.
    Parch no La sa,  Ela!  Parch la xe foresta! E anca el prete, me par
    mi, siben che l' un santo omo...
    E' foresto disse la signora. E soggiunse volgendosi a Massimo con un
    sorriso: E' samaritano.
    Eccu! conchiuse acutamente la forestiera di Maso.  El sar de  quel
    paese che La dise Ela.
    Massimo e la signora presero ridendo l'erta che conduce alla chiesuola
    di  Sant'Ubaldo,  presso  la  quale  l'abitazione del curato.  Videro
    aperta la porta della chiesa,  udirono  la  voce  di  don  Aurelio  ed
    entrarono.  Egli celebrava.  La messa era al "Pater". Due sole persone
    assistevano;  una vecchietta nell'ultima panca;  sulla prima,  davanti
    all'altare, china la testa selvosa, raccolto nell'atto della preghiera
    intensa,  il  signor  Marcello.  I  due sopraggiunti s'inginocchiarono
    accanto alla vecchietta.
    Quando, poco prima della comunione, il signor Marcello sorse,  quasi a
    stento,   in  piedi,  e  and  curvo  a  inginocchiarsi  davanti  alla
    balaustrata,  donna Fedele Vayla di Brea  pose  a  quel  vecchio  capo
    grigio-fulvo gli occhi pieni di dolcezza grave e solo ne li tolse, per
    abbassarli,   allorch  il  celebrante  gli  si  accost  con  l'ostia
    consacrata e le parole di vita eterna.
    Ell'aveva conosciuto Marcello da bambina.  Era sui dieci anni  quando,
    all'indomani della liberazione del Veneto, il colonnello Vayla di Brea
    comper il villino delle Rose,  presso Arsiero. Marcello aveva passati
    i trenta.  I suoi genitori vivevano ancora  e  le  due  famiglie,  use
    godersi  le  vacanze in Val d'Astico,  si legarono subito.  La piccola
    Fedele diede segno di  una  simpatia  strana  per  Marcello.  Egli  si
    divertiva  spesso  a  suonare  con  lei a quattro mani,  tocco da quel
    sentimento infantile.  Quando  si  fidanz,  la  bambina,  ch'era  sui
    quindici anni e si faceva assai grande,  mut contegno,  parve evitare
    Marcello anzich ricercarlo come in passato;  ed egli  fu  il  solo  a
    sospettare voluto questo mutamento, a sospettarvi una di quelle vere e
    proprie  inclinazioni  amorose,  che  qualche  volta si son viste,  di
    ragazze giovanissime per uomini maturi. Quindi,  non per diffidenza di
    s,  che anzi n'era annoiato, ma per riguardo alla ragazza, smise ogni
    familiarit con essa. A diciott'anni donna Fedele era una bella bruna,
    alta,  slanciata,  dai  magnifici  occhi,  dalla  voce  soave,   molto
    elegante,  scarsa di parole,  profonda e inesplorabile nei sentimenti,
    un po' bizzarra di gusti e di abitudini.  Le relazioni fra  lei  e  la
    moglie di Marcello erano buone, affettuose. Solamente la musica pareva
    ancora legare Fedele e Marcello; e da questo legame la signora Trento,
    che non sapeva di musica,  era esclusa.  Donna Fedele cominci, poco a
    poco,  a ricercare da capo la  compagnia  di  Marcello  e  Marcello  a
    goderne.  I loro sguardi s'incontrarono pi spesso che non convenisse.
    Un giorno,  durante una gita sulle alture alpestri  di  Luserna  e  di
    Monterovere,  il  caso  divise per qualche tempo lei e lui dagli altri
    della brigata.  Si smarrirono in una foresta di abeti.  L'appassionata
    fanciulla  aveva  forse prima sognato un sogno di gioia e di tempesta.
    Si aggirarono per il bosco palpitando, tremando, senza parlarsi, senza
    guardarsi mai.  Nell'uscirne,  Marcello colse un ciclamino e lo  porse
    alla fanciulla, in silenzio. Donna Fedele lo prese, vi pos le labbra,
    brillandole negli occhi due lagrime.
    Non  suonarono  pi  a quattro mani,  quasi per una tacita intesa;  ma
    donna Fedele non dimentic.  Indusse suo padre a lasciare Arsiero e le
    rose   che  tanto  amava,   che  coltivava  colle  sue  mani  e  aveva
    prodigiosamente moltiplicate intorno  al  villino  rosso.  Andarono  a
    villeggiare  presso  Santhi  dove  avevano  dei  parenti.   Passavano
    l'inverno a Torino e donna  Fedele  vi  fu  molto  corteggiata,  parve
    talvolta  non  insensibile  agli amori che destava.  Si parl anche di
    passioni,  di qualcuno che,  respinto,  si era ammazzato per  lei.  In
    fatto  non si decise mai a prender marito.  Le imbiancarono i capelli,
    le morirono i genitori. Rimasta sola a quarant'otto anni, stanca della
    vita cittadina, si ricord di Arsiero,  abbandon Torino e Santhi per
    il  villino  delle Rose.  Il povero Andrea Trento era gi malato.  Nel
    tempo breve che corse fra la morte di lui e la  morte  di  sua  madre,
    donna Fedele si rec spesso alla Montanina.  Del sentimento antico per
    Marcello le restava una specie di rispettosa deferenza, cresciuta, per
    la sventura di lui, quasi a venerazione.
    Ma,  dopo la morte della signora Trento e un primo scambio di  visite,
    n  Marcello  venne  pi al villino delle Rose n donna Fedele si rec
    pi alla Montanina. Il raffreddamento segu per causa di Lelia.  Lelia
    aveva provato una impetuosa simpatia per donna Fedele al primo vederla
    e  donna  Fedele  era stata involontariamente glaciale con lei,  o per
    distrazione o per  qualche  nube  di  malumore  che  le  offuscasse  i
    pensieri.  Ci le accadeva, i suoi geli incomprensibili avevano spesso
    fatto stupire la gente.  Aveva sorriso alla fanciulla un  momento,  le
    aveva  dato  un  languido  buon  giorno,  poi non le aveva parlato pi
    durante tutta la visita.  Lelia la giudic altera  e  si  persuase  di
    esserle  antipatica.  Tenne  quindi  con  essa  un  contegno tanto pi
    fieramente freddo quanto pi si sentiva portata a un'amicizia calda. E
    donna Fedele, lontana dal sospettare il vero,  credette alla sua volta
    di averle ispirato antipatia. Se ne dolse in cuore, ma non era nel suo
    carattere,  poco  espansivo,  di  fare  qualche  cosa  per guadagnarsi
    l'animo  della  giovinetta.   Dopo  la  morte  della  signora  Trento,
    vedendosi  mal  gradita  dalla persona che a Marcello era cara e sacra
    come una parte superstite di suo figlio,  si astenne dal recarsi  alla
    Montanina.  S'incontravano abbastanza spesso,  ella e Marcello,  sulla
    strada che da Velo mette ad Arsiero  passando  poco  sotto  la  villa.
    Allora conversavano,  facevano cammino insieme. Di Lelia non parlavano
    mai.  Quello era un punto freddo che neppure Marcello  amava  toccare.
    Perch  conosceva le singolarit di donna Fedele,  inclinata a sentire
    fortemente simpatie e antipatie,  si era persuaso che Lelia  le  fosse
    antipatica  e  n'era  ferito  nella  religione di suo figlio.  Come da
    piccoli fori profondi sino  alle  viscere  di  certe  montagne  fiata,
    l'estate,  per  l'erba un freddo che l'esperto avverte anche nel sole,
    cos nell'amicizia di Marcello per donna Fedele spirava da quel  punto
    oscuro  una  lieve  freddezza,  occulta ma sensibile.  Donna Fedele lo
    comprendeva e taceva. Non avrebbe voluto che il vecchio sapesse di chi
    era veramente,  secondo lei,  la colpa,  se colpa v'era.  Mai non  gli
    avrebbe  detta  una parola contro Lelia.  Nel riverente affetto di lei
    nessun freddo era spirato.
    Ella rialz gli occhi  sul  volto  del  vecchio  che  ritornava  dalla
    balaustrata,  tutto raccolto in s, alla sua panca, mentre don Aurelio
    si voltava,  a  dire:  "Dominus  vobiscum".  Massimo  guard  l'amico,
    pensando esserne veduto;  ma l'amico non lo vide. I suoi occhi mistici
    non parevano vedere le cose della terra. Il giovine lo trov dimagrato
    e invecchiato dopo l'ultimo loro incontro. Era dimagrato,  invecchiato
    e pi illuminato, nel viso, di spirito.
    Finita la messa, donna Fedele sussurr a Massimo:
    Lei  aspetter don Aurelio.  Io vado dal mio amico.  Verr anche Lei,
    vero, pi tardi?
    L per l,  Massimo non intese che l'amico  era  Carnesecca.  Fece,  a
    caso, un cenno di assenso e sedette aspettando don Aurelio.
    Dovette  aspettare  un  pezzo.  Il  ragazzo che aveva servito la messa
    spense le candele e se n'and per i fatti suoi.  Il  signor  Marcello,
    dopo  avere  pregato  alquanto,  si  alz  dalla  sua panca,  entr in
    sagrestia.  Massimo ud un bisbiglio e  poi  pi  nulla.  Passavano  i
    minuti,  n il signor Marcello n don Aurelio ricomparivano.  Egli non
    n'era impaziente.  Godeva il senso di pace diffuso intorno a lui nelle
    povere mura,  nei poveri vecchi arredi che gli suggerivano immagini di
    case anche pi povere, di gente semplice, di feste della fede ingenua;
    mentre il vento vivo della porta aperta gli portava odori  freschi  di
    bosco  e di prato,  voci dai campi,  lontane.  Godeva il ristoro dagli
    strepiti e dalla polvere di  Milano  infocata,  come  la  sera  prima,
    salendo alla Montanina sul fianco del vallone scuro dove canta l'acqua
    cadente  nel  folto  delle macchie.  Gli era dolce di sentire e di non
    pensare.  Anche gli suonava  nella  memoria,  come  un  canto  lontano
    lontano,  la  musica della notte.  Lo invase,  poco a poco,  un sopore
    pieno di vaghe immaginazioni.  Le voci di un coro sotterraneo empivano
    soavemente  la  chiesa,  mentre  una  giovine  donna,  con  i  capelli
    scomposti e le palpebre  abbassate,  usciva  dalla  sagrestia,  veniva
    lenta fino a lui,  si chinava a toccarlo sulla spalla destra.  Trasal
    dal cuore,  aperse gli occhi,  vide don Aurelio,  solo,  che lo  aveva
    toccato e sorrideva.

    Chiusa  a chiave la porta della chiesa,  don Aurelio infil il braccio
    sotto quello di Massimo e strinse affettuosamente il giovine a s. Don
    Aurelio, nativo di Roma,  aveva studiato a Propaganda col proposito di
    farsi missionario.  Una lunga malattia e la volont dei Superiori, che
    diffidavano della  sua  resistenza  fisica,  lo  avevano  costretto  a
    rinunciarvi.  Amico  intimo  del  benedettino  don Clemente,  di Santa
    Scolastica in Subiaco, aveva conosciuto Benedetto a Subiaco,  lo aveva
    riveduto,  anche  per desiderio dell'amico,  a Roma,  si era legato di
    grande affetto a lui e a Massimo.  Nella convalescenza di una recidiva
    il  suo  medico gli consigli l'aria di montagna.  Un prete vicentino,
    stato suo condiscepolo e suo estimatore a Propaganda, volle adoperarsi
    perch il vescovo di Vicenza lo accogliesse nella  sua  diocesi  e  lo
    destinasse  alla  curazia  di  Lago  di Velo.  Il mansueto don Aurelio
    lasci fare,  contento che la Provvidenza disponesse di lui,  contento
    di  avere  a  comunicare  in  Cristo  con anime semplici,  contento di
    conservarsi nella sua nativa povert. E venne a Lago, solamente questo
    sapendo della sua nuova residenza,  ch'era ben povera.  Non  dimentic
    l'anima cara di Massimo.  Gli scriveva spesso,  vegliava sopra di lui,
    non come un padre disposto ad assisterlo nelle sue lotte  di  fervente
    discepolo  dell'uomo  sepolto  a  Campo Verano,  ma come una madre che
    trepidasse per l'anima sua.  Lo sapeva tentato fieramente d'ira  e  di
    odio  per  la  ingiusta  guerra che gli era mossa da opposti lati;  lo
    sapeva tentato di deviare  dalla  retta  dottrina  religiosa  come  ne
    avevano deviato non pochi amici suoi, quali per innato orgoglio, quali
    per  impeti di reazione;  lo sapeva tentato,  finalmente,  anche dalle
    corruzioni del mondo. Sapeva, per confidenze dello stesso Massimo,  di
    donne  belle  ed  eleganti  che gli si erano offerte.  Sapeva com'egli
    avesse a lottare col proprio profondo senso poetico della donna, forse
    pi duramente ancora che col proprio  corpo.  Lo  vedeva  in  pericolo
    grave  fino  a  che  non  avesse incontrato e amato di amore una donna
    degna di diventare sua moglie; la quale, liberandolo dalle tentazioni,
    gli creasse intorno una rete di affetti e d'interessi  familiari,  che
    valesse  anche ad appartarlo dalle lotte religiose.  Don Aurelio,  sia
    per la mitezza del carattere,  sia per il suo concetto dei particolari
    doveri   impostigli   dall'abito   ecclesiastico,   non  era  uomo  di
    combattimento. Nelle questioni religiose non apriva la sua mente che a
    Dio, da Lui solo aspettava, pregando,  il trionfo della verit e della
    Chiesa.  Una  conferenza  di Massimo sugli eretici italiani del secolo
    sedicesimo,  tenuta recentemente a Milano,  gli aveva suscitato contro
    una  tale  tempesta  d'insulti  rossi  e  neri,  un  tale putiferio di
    commenti anche dalla gente amica del quieto vivere e ostile a chi  non
    le  somiglia,  che don Aurelio consigli il giovine amico di togliersi
    per  qualche  tempo  da  quel  trambusto  e  gli  offerse  la  propria
    ospitalit, povera di agi, ricca di pace.
    Bravo  che sei venuto! esclam.  Poi,  come per un sopraggiunto moto
    dell'animo, strinse ancora pi forte il braccio che gi teneva stretto
    a s.  Massimo sent nella stretta qualche cosa che lo  turb.  Dubit
    che  quella  tacita  dimostrazione di affetto intenso coprisse giudizi
    non voluti esprimere o forse li  precedesse:  giudizi  non  scevri  di
    biasimo.  Gli  parve un'antecipata scusa,  una protesta di non volerlo
    offendere.
    Mi ha disapprovato anche Lei diss'egli, triste.
    Caro rispose don Aurelio,  posso non averti approvato in tutto,  ma
    in questo momento penso solamente che hai sofferto.
    - "Posso non averti approvato in tutto".  - A queste parole Massimo si
    sent nel petto come un  arresto  del  sangue  e  poi  un  freddo,  un
    formicolio,  un peso di tristezza. Non replic niente, l per l. Solo
    quando don Aurelio entr,  avanti a lui,  nel recinto dove,  oltre una
    legnaia  mezzo  diroccata,    la  povera casuccia del curato,  mentre
    l'amico gli diceva il suo dispiacere di non averlo potuto  alloggiare,
    lo  trattenne,  gli  chiese,  quasi  angosciosamente,  cosa non avesse
    approvato.  In quel momento venne  loro  incontro  donna  Fedele.  Don
    Aurelio   fece   le   presentazioni,   meravigliandosi   prima  e  poi
    rallegrandosi di vedere i due sorriderne. Carnesecca stava benino; era
    per inquieto, domandava continuamente di don Aurelio. Don Aurelio non
    avrebbe voluto  che  lo  si  chiamasse  Carnesecca;  ma  donna  Fedele
    protest  vivacemente,  alzando  le  sopracciglia  e parlando,  contro
    l'usato,  frettolosa,  di essere popolo e di voler esprimersi come  il
    popolo.
    Vuole   che   lo  chiami  come  lo  chiama  l'arciprete?  diss'ella.
    L'arciprete,  scherzando sul nome Pestagran,  lo chiamava Gran  Peste.
    Don  Aurelio  divent  rosso.  Non gli piaceva il nomignolo appioppato
    dall'arciprete a quel misero errante di buone intenzioni;  ma  neppure
    gli piaceva udir parlare dell'arciprete in tono di biasimo e d'ironia.
    Eccomi  diss'egli,  entrando con Massimo dal fresco vivo della scala
    nella camera dell'infermo, in un'afa appestata di puzze farmaceutiche.
    Donna Fedele era rimasta fuori. Una vecchietta seduta accanto al letto
    dove la vecchia faccia raggrinzita di Carnesecca sporgeva giallognola,
    come un pugno di creta,  fra il berretto da notte  e  la  rimboccatura
    delle lenzuola, si alz in piedi, giunse le mani, beata, esclam:
    Oh sia lodato, ch'el xe qua!
    L'infermo  alz  un  poco  il capo e il busto,  puntellandosi sopra un
    gomito e alzando l'altro braccio a recar  la  mano,  militarmente,  al
    berretto da notte. Poi, volto alla vecchia, le disse, solenne:
    Lzia.
    Distese  il  braccio  con  un maestoso e lento girar della mano fino a
    mostrarne alto il palmo verso l'uscio; e prosegu:
    Andate pure a fare i vostri mistieri.
    La vecchietta se n'and,  ripetendo vago  vago  e  il  palmo  levato
    ricadde, con un gran colpo sordo, sulle coltri.
    La buona donna soffriva della mia naturale impazienza.
    Cos dicendo, il signor Ismaele Pestagran soffi forte per le narici e
    strinse  i  suoi  piccoli  occhi  in  due faville nere.  Si accorse di
    Massimo entrato alle spalle di don Aurelio e si rec ancora la mano al
    berretto da notte. Questo signore?...
    Non pareva contento della presenza di questo signore. Massimo cap e
    si affrett a ritirarsi.  Carnesecca,  vedendolo movere verso l'uscio,
    gli disse solamente scusi!. Nello stesso tempo, donna Fedele, che lo
    aspettava sul pianerottolo della scala,  lo invit a scendere con lei.
    Accadeva qualche cosa che Massimo doveva sapere.  Mentre  don  Aurelio
    stava  celebrando,  era  venuto  il sagrestano di Velo con una lettera
    dell'arciprete.  Aveva lasciato la lettera e parlato colla  Lzia,  la
    quale  poi  si  era  espressa  con Ismaele cos: Coi vostri malegnazi
    libri, vu andar all'inferno e mi me far andar per carit. Non aveva
    voluto spiegarsi di pi ma Ismaele era convinto che i  preti  di  Velo
    volevano  cacciare don Aurelio da Lago per causa sua.  Massimo domand
    se vi fosse realmente questo pericolo.  Come saperlo?  La Lzia  aveva
    portato  il  messaggio  dell'arciprete  nello studio del padrone e don
    Aurelio non vi era ancora entrato.  Ma donna Fedele  che  ne  pensava?
    Donna  Fedele temeva moltissimo.  Forse per confidenze di don Aurelio?
    Nemmen per sogno.  Don Aurelio non parlava dei Superiori che per dirne
    bene.  Secondo  lei  c'era  pi  a  temere  del cappellano di Velo che
    dell'arciprete e pi dell'arciprete che del vescovo. Il vescovo, anzi,
    pareva  molto  benevolo  a  don  Aurelio.  Questo  cappellano,  questo
    arciprete, che uomini erano? Del cappellano donna Fedele non volle dir
    niente. Dell'arciprete disse ch'era un uomo difficile a conoscere. Ora
    pareva bonario,  ora duro; ora gioviale, ora sarcastico; ora liberale,
    ora retrivo. Come prete,  incensurabile.  E qui donna Fedele dichiar,
    per  debito  di  coscienza,  che  anche i costumi del cappellano erano
    incensurabili.  Don Aurelio diceva l'arciprete  buon  teologo  e  buon
    latinista,  gli  attribuiva  tutti  i  meriti  di  cui essa non poteva
    giudicare. Fra lui e il vescovo, uomo di cuore caldo, di grande carit
    verso amici e nemici, non c'era buon sangue. Si poteva scommettere che
    l'arciprete avesse subito don Aurelio a Lago per forza e con dispetto.
    Secondo lei,  don  Aurelio  era  sospetto  da  un  pezzo  per  la  sua
    predicazione,  continuamente  sorvegliata,  della  quale il cappellano
    aveva insinuato che fosse  troppo  abbondante  di  morale  pura  e  di
    sentimento mistico, troppo scarsa di teologia e di ascetismo.
    Stando  Massimo  e  donna  Fedele a discorrere cos sull'entrata della
    casa,  pass la Lzia che andava nell'orto a  coglier  piselli.  Donna
    Fedele  la  trattenne.  Dunque,  cos'aveva  detto,  veramente,  questo
    sagrestano? Aveva detto: Fghe drio,  fghe drio,  vu,  a Gran Peste!
    Stavolta el vostro prete el trota.  Curate,  curate Gran Peste, voi!
    Questa volta il vostro prete se ne va.
    Donna Fedele si accese in viso di collera e un fuoco amaro sal  anche
    nel  cuore  di  Massimo.  L'erba  del  prato,  le  foglie  dei  gelsi,
    tremolanti,  luccicanti nella brezza  pura,  le  facce  placide  delle
    montagne  beate  nel sole,  il gran sereno,  tutto,  anche l'orticello
    colle selvette dei piselli,  era pieno di bont,  era  una  musica  di
    bont  intorno  alla  povera  umile casa dell'uomo di Dio,  dell'anima
    penetrata di Cristo.  Adesso niente aveva pi  espressione.  Le  buone
    voci delle cose tacevano, colte da un gelo. N Massimo n donna Fedele
    osarono  dire  il  loro sdegno nella vicinanza di don Aurelio come non
    l'avrebbero detto in chiesa. Udirono il passo del curato sulla scala e
    la voce di Carnesecca che gridava: Voglio, signore! Voglio!. Udirono
    don Aurelio rispondere: No! No!. Poi pi nulla.
    Vorr  partire  mormor  donna  Fedele  per  causa  della  lettera.
    Figurarsi se don Aurelio lo lascia partire in quello stato!
    Don Aurelio non compariva. Donna Fedele si spicc da Massimo, prese la
    scala,   entr,   senza  bussare,  da  Carnesecca.  Massimo  fu  molto
    meravigliato di vederla scendere tosto,  ridendosi nelle mani  strette
    sul  viso.  Aveva trovato Carnesecca colle gambe nude fuori del letto.
    Erano due tali trampoli neri e secchi di gambe e il pover uomo si  era
    messo  a gridare cos disperatamente via!  via! tirandosi addosso le
    lenzuola,  che donna Fedele,  col suo carattere,  non  avrebbe  potuto
    trattenere  le  risa  neppure  se le fossero morti il padre o la madre
    quella mattina.
    Ella raggiunse la Lzia fra i  piselli,  la  consigli  di  andare  ad
    assistere il suo ammalato.  La Lzia non volle saperne.  Faceva sempre
    cos, quell'uomo. Voleva scendere dal letto senza aiuto. Mandava fuori
    anche lei, allora.  Ma se gli venisse un capogiro?  Se cadesse?  Se si
    rompesse un braccio? Se si rompesse il femore?
    Vergine benedeta, quante robe! fece la Lzia, dura.
    Eh,  quante  robe!  ribatt  donna  Fedele,  ridendo.  Mi  pare che
    basterebbe una.
    Rise anche la Lzia e continu la sua  vendemmia  di  piselli.  Allora
    Massimo si avvicin,  propose di andar egli.  La Lzia approv subito.
    El vade,  El vade! Invece donna Fedele fece hm! e  sorrise  di  un
    sorriso enigmatico che punse la curiosit di Massimo.  Ella gli spieg
    allora con parecchi altri sorrisi e parecchie reticenze,  ch'egli  non
    era  affatto  sul  buon  libro  di  Carnesecca.  Carnesecca  leggeva i
    giornali,  credeva che Massimo fosse un modernista,  uno di coloro che
    studiano  la  Bibbia per trovarvi delle falsit,  degli errori,  delle
    contraddizioni,  delle interpolazioni,  mentre per lui  tutto  vi  era
    scritto  dalla  mano  di  Dio.  Era molto contento che don Aurelio non
    avesse simpatia per la critica biblica.  Diceva che circa questo punto
    gli  piacevano  pi  gli  ebrei di tanti cattolici.  Infatti uno degli
    amici suoi pi cari era un rabbino di Londra. Massimo,  non occupatosi
    mai  di  critica biblica,  si divert molto dell'orrore che ispirava e
    anche di quest'amicizia  col  rabbino  di  Londra.  Donna  Fedele  gli
    raccont  che  Carnesecca  aveva passato parecchi anni in Inghilterra,
    dove si era fatto protestante,  e che vi aveva conosciuto un  rabbino,
    uomo  di  scienza,  dal  quale  aveva  appreso  come il corpo umano si
    componga di trecentosessantacinque ossa. Soggiunse, colorendo forse un
    poco la cosa colla propria fantasia di umorista,  che,  in seguito  al
    suo martirio di sassate e di legnate cattoliche,  Ismaele sosteneva di
    sentirsene dolere  trecentocinquantanove.  I  due  discorrevano  cos,
    quietamente, fra i piselli, mentre la Lzia era intenta a coglierli. A
    un tratto li scosse la voce di don Aurelio,  affacciato a una finestra
    del suo studio:
    Massimo! Vieni?
    Massimo corse in casa e donna Fedele, mezzo morta di stanchezza, preg
    la Lzia che le portasse fuori una sedia,  si dispose ad aspettare  l
    qualche notizia del messaggio arcipretale.
    Don Aurelio venne incontro a Massimo sul pianerottolo della scala, gli
    tese le mani, le tenne un poco fra le proprie, guardandolo in silenzio
    e  sorridendo.  Poi lo introdusse in un povero studiolo pieno di luce,
    dal soffitto di graticci imbiancati, dall'impiantito di mattoni,  dove
    non erano che una libreria, un tavolo di abete, poche vecchie seggiole
    impagliate,  un seggiolone di cuoio sdrucito onde scappavano ciuffi di
    stoffa; e, sopra il seggiolone, un crocefisso di legno. In faccia alla
    libreria si apriva un camino. La libreria era piena zeppa di libri, il
    tavolo n'era carico e cos la caminiera e cos le seggiole,  meno una.
    Non   v'era   per   disordine;   erano  cataste  regolari,   disposte
    simmetricamente. E non v'era polvere, tutto era mondo come la tonaca e
    le mani signorili  di  don  Aurelio.  Sopra  il  camino,  fra  le  due
    finestre, si vedevano due fotografie; una del Sacro Speco di Subiaco e
    l'altra del Chiostro dei Cosmati a Santa Scolastica.  I libri erano in
    grandissima parte di argomento religioso.  Don  Aurelio  teneva  molto
    alla sua collezione di grandi mistici e alle opere complete di Antonio
    Rosmini e del padre Gratry. Queste ultime, come pure la raccolta degli
    oratori  sacri  di  "Notre Dame" e i molti volumi di moderni scrittori
    cattolici francesi, erano dono della Vayla e avevano appartenuto a suo
    padre.  Don Aurelio veniva mostrando le proprie  ricchezze  con  tanto
    sereno  compiacimento,  trattenne  con tanta pace il suo giovine amico
    alla finestra, indicandogli le montagne per nome,  i casolari,  le vie
    lontane,  che Massimo pens: o non sa o non  vero. Sentiva intanto di
    avere un'aria cos distratta, di mostrare un interesse cos scarso per
    le cose di cui don  Aurelio  gli  parlava,  da  trovarsene  male  egli
    stesso.
    Colse  un  momento  in  cui don Aurelio gli nomin Velo d'Astico,  per
    chiedergli quali fossero le sue relazioni coll'arciprete.
    E' un buonissimo uomo rispose don Aurelio.  E soggiunse  sorridendo:
    Forse non ha una grande simpatia per me.
    Non  v'era  una  ragione  di  sorridere.  Massimo cap che don Aurelio
    sapeva.
    Perch sorride? diss'egli.
    Il curato non rispose.
    Si ud la voce della Lzia che saliva le scale gridando:
    Smle, Smle! Xelo l, Smle?
    Ella entr in furia e, guardatosi attorno, parve tramortire, giunse le
    mani, esclam: Gsumarte che nol ghe xe!
    Chi, non c'era? - Ma, Smle! - Che Smle? - Cape, Carnesecca!
    Sicuro,  entrando nella camera dell'ammalato,  la Lzia non  lo  aveva
    trovato pi. Don Aurelio intese, diede un balzo precipit dalle scale,
    seguito da Massimo e dalla Lzia. Proprio vero, la camera era vuota. E
    gli abiti, gli abiti? Gli abiti erano scomparsi.
    Gsumarte, poro can! fece la Lzia. El me ga lass un franco.
    La moneta brillava sulla paglia della sedia, accanto a un gomitolo e a
    due ferri da calze.
    El se ga desmenteg l'orologio soggiunse.
    Massimo! esclam don Aurelio. Vieni con me!
    Incontrarono  sulla  porta di casa donna Fedele,  che,  udite le grida
    della Lzia,  le voci commosse degli altri,  veniva a vedere di che si
    trattasse.  La informarono rapidamente.  Allib.  Allora era vero?  La
    lettera portata dal sagrestano?..  Carnesecca era partito per  questo?
    Oh Signore!
    Donna Fedele parve annientata.
    E'  vero  rispose don Aurelio placidamente,  ma quel pover uomo non
    c'entra per nulla e adesso si fa  del  male  stamattina  aveva  ancora
    febbre. E Lei non lo ha veduto uscire?
    Donna  Fedele,  intenta  a  guardare  la  Lzia che stava raccogliendo
    piselli, non aveva veduto n udito,  come non aveva veduto n udito la
    Lzia.
    Don  Aurelio pens un piano d'inseguimento.  Conveniva decidersi.  Io
    non posso correre disse  donna  Fedele,  sorridendo.  Poteva  correre
    tanto poco che,  dopo avere stretto in silenzio la mano al curato,  si
    ricondusse alla sua seggiola.  Pi tardi le bisogn pregare la ragazza
    di  Lago,  portatrice  del  latte,  che  le  desse  di braccio fino al
    castagno candelabro dove l'attendeva una carrozzella da nolo.
    Don Aurelio scese di corsa verso Lago coll'idea che Ismaele  si  fosse
    diretto alla Montanina. Massimo sal verso Maso. Il curato giunse fino
    ai  castagni  della  costa  dove  biancheggia  la villa Trento,  senza
    incontrare anima viva.  Possibile che Ismaele fosse  gi  passato?  Un
    uomo sulla sessantina,  febbricitante, quasi digiuno? Impossibile. Don
    Aurelio  si  ferm  colpito  da  un'idea.   Se  quel  diavolo  d'uomo,
    supponendo  tutto  quello  che  supponeva,  fosse andato ad affrontare
    l'arciprete?  Pensandoci,  la cosa gli parve pi  che  probabile.  Pur
    troppo!  Si batt la fronte,  ritorn frettoloso sui suoi passi invece
    di salire diritto, per l'accorciatoia, da Lago a Sant'Ubaldo, prese la
    via che,  a pochi passi dalla Chiesa,  raggiunge l'altra,  scendente a
    Velo.  Ecco Massimo che ha trovato gente sulla strada di Maso. Nessuno
    ha veduto Carnesecca. Don Aurelio non dubit pi.
    Vado io,  a Velo diss'egli,  e ci devo  andare  solo.  Tu  va  alla
    Montanina, dove ti aspetteranno.
    Massimo  gli  domand  se,  quando  non  gli  riuscisse  di ricondursi
    Pestagran a casa, la camera di Pestagran restando vuota...
    Don Aurelio lo interruppe.
    No, caro, non  possibile, ti dir...
    E perch leggeva nel viso di Massimo altre  domande,  altri  sospetti,
    parole di dolore, parole di sdegno, lo spinse via:
    Va va dal signor Marcello che t'aspetta,  va,  parleremo, adesso devo
    cercare  quel  disgraziato,   devo   impedire   che   faccia   qualche
    sciocchezza, va, va! Il signor Marcello mi ha invitato a colazione. Se
    posso, vengo.

    Il   messaggio   dell'arciprete  conteneva  una  lettera  della  Curia
    Vescovile di  Vicenza  coll'asciutto  licenziamento  di  don  Aurelio,
    dentro  il termine di quindici giorni,  dalla curazia di Lago di Velo.
    Conteneva inoltre alcune  corrette  righe  dell'arciprete,  il  quale,
    dicendosi dolente della inattesa comunicazione, pregava don Aurelio di
    voler  provvedere  a che,  dentro il termine stabilito,  la casa fosse
    libera da mobili e da persone;  il suo successore dovendo portare  con
    s la madre e una sorella.
    Era  un'amara  cosa venir cacciato da quel nido di pace,  separato dal
    piccolo,  caro gregge,  non saper dove  trovare  un  tetto,  un  pane.
    "Libera da mobili e da persone".  Non era possibile che lo cacciassero
    per causa d'Ismaele,  ma qualche cosa,  poste le  circostanze,  quella
    parola "persone" significava.
    Passato  il  primo momento di stupore e di dolore,  don Aurelio si era
    sentito nell'anima una dolcezza serena,  quasi per le  maniamorose  di
    Cristo,  che gli posassero sul capo. Adesso non pensava pi affatto al
    suo triste caso,  pensava soltanto a due cose: a trovare il  venditore
    di Bibbie e a certo discorso gravissimo,  delicatissimo, che il signor
    Marcello gli aveva fatto in sagrestia, dopo la messa.
    Pass, camminando in fretta,  davanti a un'osteria solitaria.  L'oste,
    un lombardo barbuto,  stato giardiniere al villino delle Rose,  fumava
    la pipa, scamiciato,  sulla porta.  All'avvicinarsi di don Aurelio gli
    volt le spalle, entr nell'osteria, dicendo abbastanza forte:
    Porci  di preti,  buttano un moribondo in strada e poi vanno a vedere
    se  crepato.
    E  sput  con  disprezzo.   Don  Aurelio  mosse  difilato  alla  volta
    dell'uomo, lo affront.
    Galantuomo diss'egli.
    Colui, stupefatto, si lev la pipa di bocca.
    Mezzo litro, reverendo?
    Dov'  chiese  don  Aurelio con piglio risoluto il moribondo che ho
    buttato in istrada?
    Ah, l'uomo delle Bibbie, neh? rispose l'oste, pacifico. Scusi se ho
    detto quella cosa. Non la ho detta per Lei. Del resto, per me,  meglio
    i  preti  che quel Bibbia l.  E' qui,   qui.  Lo ha trovato la donna
    sulla strada, mezzo morto. Ma non ci sta mica, sa.  Se l' per quello,
    stia  tranquillo,  el  dica,  che  se non va via con i piedi suoi,  lo
    faccio andare cont'i miei,  di piedi.  Eh?  Se prima ho parlato  male,
    parlo mica bene, adesso, forsi? Buon giorno, giovinotti!
    Entrava nell'osteria una frotta di alpini assetati.  L'oste li accolse
    fregandosi le mani: Buon giorno, buon giorno! Rampicanti!  Rampicanti
    sempreverdi!.
    Intanto  don  Aurelio  era svoltato nel cortile a fianco dell'osteria,
    onde venivano grida  femminili  quasi  angosciose.  A  due  passi  dal
    letamaio,  sopra  un  vecchio  carcame  di  sedia  mal  piantato nella
    fanghiglia nera,  posava l'altro vecchio carcame  di  Carnesecca,  mal
    sorretto dalla moglie dell'oste,  che gridava: Checa!  Checa! Presto!
    presto! con quanto fiato aveva in corpo.  Don Aurelio  si  precipit,
    rimise  alla meglio in equilibrio il povero Carnesecca che rovinava da
    tutte le parti, smorto come un cencio lavato male; rimprover la donna
    di non averlo portato in casa. La donna,  un po' gridava Checa!,  un
    po' si scusava.  Era il suo uomo,  Gesummaria, che non aveva voluto. E
    neanche Carnesecca, Maria Vergine.  Pareva rinvenuto,  appena tolto su
    dalla  strada.  Non era come adesso.  Anzi aveva detto: Metttimi sul
    letamaglio,  che son Giopo,  io.  A questo punto Carnesecca aperse un
    poco gli occhi e brontol, col mento sul petto:
    Giobe, no giopo!
    S s fece la donna. Tas, che adesso i ve porta el caf.
    Ecco la Checca, finalmente, una pollastrona flemmatica di sedici anni,
    bianca  e  rossa,  che arriva lemme lemme col caff,  non il caff del
    padrone e dei clienti, ma quello della padrona e della serva, un caff
    simbolico, nel quale il frumento tostato entra per quattro quinti.
    Ma  intanto  una  gallina,   che  fino  a  quel  momento  era   andata
    placidamente  a  diporto sul letamaio,  ora guardando con orgoglio ora
    beccando con umilt, impaurita dal cane di casa,  starnazz le ali gi
    nel cortile e s'imbosc in una siepe.
    Gsu,  la galina,  parona! fece la Checca, fermandosi sui due piedi.
    Gsu,  cipela cipela! grid la padrona,  conscia di un buco  nella
    siepe  e  di  certi  feroci  propositi del vicino contro le incursioni
    gallinacee.
    Don Aurelio strapp alla Checca il vassoio del caff e le  due  donne,
    la  padrona davanti,  la Checca dietro,  via come il vento ciabattando
    per la fanghiglia nera.  Un  sorso  di  caff  bast  a  rianimare  il
    venditore di Bibbie,  che fiss don Aurelio, a bocca aperta, senza dir
    nulla, con uno sguardo fra trasognato e ridente.
    Cos'avete fatto, benedetto uomo? Cos'avete fatto? Cosa vi  venuto in
    mente?
    A questa domanda del curato,  Carnesecca sorrise  e  rispose  nel  suo
    italiano di Val d'Astico:
    Gliela ho fata, vede. Glielo avevo deto. Gliela ho fata.
    Un altro sorso di caff.
    A me? A voi l'avete fatta. Ma dove volete andare?
    Ancora  un  sorso,   dopo  il  quale  Carnesecca  affond  lo  sguardo
    indagatore nel liquido, con una eloquente contrazione delle labbra.
    Dove  voglio  andare?  diss'egli  guardando  ancora  nel  caff   di
    frumento. Prima dal Sommo Sacerdote di Velo.
    Questo lo proibisco! esclam don Aurelio.
    Vado  con  rispetto  e  mansuetudine riprese placido Carnesecca dal
    Sommo Sacerdote di Velo e gli dico: saziati di me, fammi crocifiggere,
    perch questa  Gerusalemme,  tu sei Caifasso  e  io  sono  il  figlio
    dell'Agnello.
    Don Aurelio and fuori dei gangheri:
    Non  dite  stupidit!  E'  tutta  una  stupidit  vostra  quello  che
    supponete! Non  vero niente! Voi ritornerete subito a casa mia!
    Il figlio  dell'Agnello,  colpito  dal  volto  acceso  e  dall'accento
    furioso di Don Aurelio, lo guard:
    Ben! - Ben! - Ben! diss'egli, parlando a colpi di pistole. Se non 
    vero, non vado. Ma piuttosto morire sul quel letamaio che ritornare da
    Lei! Domander asilo alla Dama bianca delle Rose, la quale...
    Calpo!  grid  l'ostessa  che  aveva  acciuffata la gallina e se la
    riportava fra le braccia. Calpo! Calpo! Cosa feu, Calpo?
    Calpo, un omiciattolo tozzo,  scamiciato e scalzo,  che stava tirando
    una  carrettella  fuori  della  rimessa,  voci  alla  sua  volta  che
    attaccava l'asino per andare a Piovene. L'ostessa and sulle furie.
    Gnente, gnente, ch'el ga i duluri el musso, bestiulo!
    Carnesecca,  disturbato all'inizio di un panegirico della Dama  bianca
    delle  Rose,   com'egli  chiamava  la  Vayla,  cerc  di  alzarsi  per
    andarsene.  Don Aurelio lo trattenne.  Aveva  pensato  che,  poste  le
    circostanze,  fosse  meglio,  per  molte ragioni,  lasciarlo andare al
    villino delle Rose.  Ma non era possibile lasciarvelo andare a  piedi.
    Preg  l'ostessa  di permettere almeno,  se non voleva ospitarlo,  che
    Calpo lo conducesse al villino coll'asino.  Ma l'ostessa allegava  le
    sofferenze  del  bestiulo,  Calpo urtava la carrettella indietro al
    suo posto e Carnesecca pretendeva di poter andare a piedi. Don Aurelio
    si mosse per affrontare l'oste e chiedergli di ricoverare  quell'uomo,
    almeno  fino  a  sera.  Calpo gli si avvicin e si offerse di fare da
    musso. S'impegnava di tirare la carrettella fin al villino.  Intanto
    un  alpino  aveva  chiamato  la  Checca sulla strada,  dietro a quello
    n'erano venuti degli altri, l'avevano presa in mezzo, rossa e ridente.
    L'ostessa chiam ohe,  Checa!.  La Checca  rientr,  gli  alpini  la
    seguirono  e  uno  di essi,  udendo l'amico Calpo insistere nella sua
    offerta che don Aurelio esitava ad accettare, gli grid:
    Vusto? Te juto! Anche i suoi compagni, per far chiasso, offersero il
    loro aiuto.  Si  combin  che  avrebbero  tirata,  tutti  insieme,  la
    carrettella fino a Velo, dove si sarebbe cercato un asino sano. Calpo
    entr fra le stanghe della carrettella, due alpini levarono Carnesecca
    di peso e ve lo adagiarono dentro.  Proposero, ad alte grida, di farvi
    salire anche la Checca,  ma la Checca scapp da una parte e Carnesecca
    fece  l'atto  di buttarsi gi,  sdegnosamente,  dall'altra.  L'ostessa
    accomod le cose.  Del peso,  tusi?  ve servo! Mand Calpo per  due
    sacca  di  grano da portare al mugnaio.  Ma Carnesecca chiam Calpo a
    s,  gli domand se veramente si sentisse in grado  di  trascinare  da
    solo la carrettella fino a Velo.  Fino a Velo? rispose Calpo. Fino
    a Piovene!
    Allora Carnesecca,  al  quale  ripugnava  l'accompagnamento  chiassoso
    degli alpini, si volt ad essi e chinando il capo fra le mani spiegate
    come due grandi appendici degli orecchi, ringrazi a destra, ringrazi
    a sinistra,  fece capire che non occorreva si disturbassero. Pareva un
    Papa in sedia gestatoria, che benedicesse.
    Gli alpini,  malcontenti della Checca negativa e delle sacsa positive,
    si scostarono.
    Andiamo,  Calpo fece Carnesecca, dolce dolce. La benedico disse a
    don Aurelio per la Sua ospitalit. E all'ostessa: Vi benedico anche
    voi per questa carrettella, per la sedia e...  siamo misericordiosi...
    anche  per il caff.  Ecco l'oste che sbuca da una porticina laterale
    dell'osteria,  vede e sbuffa: Cosa l' questa commedia?.  Carnesecca
    lo guarda,  placido. Vi benedico dice anche voi, galantuomo, perch
    avete una moglie cristiana e  la  moglie  cristiana  giova  al  marito
    idolatra. Andiamo, Calpo.
    L'oste  rimase  di stucco,  Calpo,  gobbo sotto l'arco delle cinghie,
    svolt  dal  portone  in  strada,   gli  alpini  gli  tennero   dietro
    motteggiandolo: Arri,  Calpo!  Arri, Calpo!. Don Aurelio, guardato
    un poco il bizzarro gruppo che si allontanava verso Velo,  riprese  la
    via di Sant'Ubaldo.


    2.

    Egli  aveva nel cuore,  adesso,  e nella mente,  soltanto il colloquio
    avuto col signor Marcello,  dopo la messa,  in  sagrestia.  Il  signor
    Marcello  gli  aveva  parlato  come  uno che si crede vicino a morire,
    senza volerne spiegare il perch,  solo accennando ai suoi settantadue
    anni.  Qualche  mutamento  doveva essere avvenuto in lui.  Lo dicevano
    certa placidit,  e certa dolcezza nuova della voce e degli  occhi.  E
    gli  aveva  fatto un discorso tanto impensato!  Il discorso del signor
    Marcello era stato,  in sostanza,  questo.  Inquieto circa  l'avvenire
    della  persona  che considerava come figlia propria,  preso dal timore
    che non volesse accettare di venir beneficata da lui  per  testamento,
    che ricadesse in balia dell'uno o dell'altro dei suoi genitori,  aveva
    pensato, superando le renitenze del suo cuore mortale coll'immaginarsi
    nell'eternit,  che,  se fosse possibile un matrimonio  della  ragazza
    coll'amico  del suo povero figliuolo,  con Massimo Alberti,  almeno il
    pi grave di quei pericoli, il secondo,  verrebbe sicuramente evitato.
    E  sarebbe  probabile che si evitasse in parte anche il primo;  perch
    egli potrebbe,  soddisfacendo in parte il desiderio di Lelia,  legarle
    solamente la villa. C'era da sperare che n lei n il marito volessero
    offendere la sua memoria rifiutando il legato.
    Non  si  poteva  domandare  a  una  ragazza  di ventidue anni un lutto
    eterno,  una rinuncia irrevocabile al matrimonio.  E  bisognava  farle
    intendere  che si prevedeva,  che si accettava per lei un'altra sorte.
    Forse, almeno vivo lui, Marcello, ella non avrebbe voluto far cosa che
    paresse quasi oltraggio alla memoria del povero Andrea.  Incoraggiata,
    fatta  persuasa  che  il  povero  Andrea non poteva disapprovare,  dal
    cielo,  questa unione,  si  sarebbe  decisa.  Il  signor  Marcello  lo
    credeva. L'incognita del problema era Massimo Alberti.
    Il  signor  Marcello ne aveva udite molte lodi da don Aurelio,  ma non
    sapeva se avesse legami,  se avesse affetti,  se  intendesse  prendere
    moglie  o  no.  Per  questo  aveva aperto il cuore a don Aurelio,  per
    questo gli chiedeva aiuto: aiuto d'informazioni,  aiuto  di  consigli,
    aiuto pi diretto,  se la cosa fosse possibile,  presso il giovane che
    lo amava tanto.
    Il discorso aveva fatto  salire  fiamme  di  turbamento  al  viso  del
    curato. Massimo non aveva legami non confessabili. Di questo si teneva
    sicuro.  Neppure  lo  credeva innamorato,  bench non l'avrebbe potuto
    giurare.  Lo conosceva facile alle simpatie.  Il giovine non gli aveva
    taciuto,  scrivendogli,  i sentimenti fugaci che uno sguardo accendeva
    in lui e una conversazione spegneva.  Quali erano le sue  disposizioni
    rispetto  al  matrimonio?   Contrariet  certamente  no,   ma  volont
    fermissima di non legarsi senz'amore,  di non lasciarsi  suggerire  la
    scelta da chicchessia. Un consiglio di questo genere lo aveva distolto
    da  certo  matrimonio  che,  senza  lo zelo del consigliere,  forse si
    sarebbe fatto. Ci voleva qui un'arte che don Aurelio, nuovo a siffatti
    negozii, conosceva di non possedere. Sarebbe stato contento di averla,
    desiderava che Massimo prendesse moglie, gli pareva capace di formarsi
    una famiglia ideale, ma...
    Disse al signor Marcello tutto ci  e  gli  tacque  la  spina  che  lo
    pungeva  di  pi.  La  signorina Lelia gli era un enigma,  un astuccio
    chiuso, che poteva contenere gioie buone oppure gioie false. Il signor
    Marcello  insistette,  mostrando  fretta,  anche.  Don  Aurelio  aveva
    imparato a venerare, nel breve tempo da che lo conosceva, quel vecchio
    dall'anima  calda,  aperta,  umile,  tutta  fede candida e amore della
    Parola Divina.  Non seppe rifiutargli la  grazia  che  gli  domandava,
    promise di fare del suo meglio.
    Fare,  s;  ma cosa?, pensava camminando lentamente sulla via bruciata
    di Sant'Ubaldo.  Scoprire,  intanto,  se Massimo avesse o no il  cuore
    libero.  Questo  non era difficile.  E poi,  se aveva il cuore libero,
    come avviarlo a quella parte senza aver l'aria di una intenzione? E il
    tempo?  Quando aveva parlato col signor Marcello non sapeva  di  dover
    partire  fra quindici giorni.  Non vorrebbe partire anche Massimo?  Ed
    era impresa, quella, da condurre a fine in quindici giorni? Qui era il
    caso di confidarsi a donna Fedele.  Donna Fedele s'intendeva di queste
    cose,   poteva   consigliarlo  bene.   E  donna  Fedele,   bench  non
    frequentasse la Montanina,  poteva sapere della  signorina  Lelia  pi
    cose che non ne sapesse egli.  Guard l'orologio. Dieci e mezzo. Aveva
    il tempo di andare al villino e di ritornare alla Montanina per  l'ora
    di colazione.  Le occasioni di studiare da vicino la signorina Lelia e
    di vedere i due giovani assieme erano  adesso  preziose.  Affrett  il
    passo   e  prese  la  strada  che  scende  a  Lago  prima  di  toccare
    Sant'Ubaldo.  Attraversando il verde girone ombreggiato di meli  e  di
    noci,  corso  da rivoletti,  dove il monte,  fra la costa di Lago e la
    costa della Montanina, riposa,  si cerc nella memoria le poche tracce
    lasciatevi  dalla signorina Lelia.  L'aveva udita suonare il piano con
    molta espressione. L'aveva veduta qualche volta scendere per la strada
    che da Sant'Ubaldo conduce  alla  Batteria,  recando  fasci  di  fiori
    selvaggi.  Parole ne ricordava ben poche e insignificanti.  Quando gli
    avveniva di celebrare a Santa Maria  ad  Montes,  ella  c'era  sempre,
    accanto al signor Marcello. Presente a una conversazione fra il signor
    Marcello  e  lui  circa  la  lettura  abituale del Vangelo,  non aveva
    mostrato alcun interesse per l'argomento.  Anzi,  ora se ne  sovvenne,
    glien'era  rimasto  il  dubbio  che  non  avesse  letto il Vangelo per
    intero.  Non gli pareva brutta ma neppure sufficientemente  bella  per
    conquistare  Massimo  d'un colpo.  La sua impressione dell'aspetto era
    che rivelasse molta intelligenza,  un carattere misto di schivo  e  di
    capriccioso.
    Assorto  in  questo  problema,  sarebbe  forse passato accanto a donna
    Fedele senza vederla, s'ella non avesse esclamato: Oh, don Aurelio!.
    Era seduta colla ragazza di Lago sopra  un  grosso  tronco  atterrato,
    poco pi su della svolta che piega verso la Montanina.
    E dunque? diss'ella. Lo ha trovato?
    All'udire  che  Carnesecca era in viaggio verso il villino delle Rose,
    si alz in piedi stupita,  contenta  che  fosse  cos,  desiderosa  di
    affrettare il ritorno al villino.  Conged, bench mortalmente stanca,
    la ragazza di Lago,  per poter discorrere  con  don  Aurelio  del  suo
    licenziamento,  delle  forme,  delle ragioni.  C'era poco a dire e don
    Aurelio tronc anche le congetture ch'ella proponeva,  sia perch  gli
    stava  sul  cuore  un altro discorso,  sia perch temeva parole di lei
    troppo sdegnose contro i preti di Velo.  E mise subito in campo la sua
    necessit  di  conferire con lei circa un argomento assai grave.  Pi
    grave di questo? chiese donna  Fedele.  S,  pi  grave.  Questo  era
    semplice  e  l'altro  era  complicatissimo.  Avevano  quasi raggiunta,
    discendendo,  la carrozzella da nolo che dal castagno  candelabro  era
    salita fino al cancello della Montanina.  Il curato si ferm,  volendo
    parlare subito.
    Don Aurelio disse la signora se ha il coraggio di darmi il braccio,
    mi fermo; altrimenti vado a sedere in carrozza. Era pallida, pallida;
    eppure i dolci grandi occhi sorridevano.
    Poich non erano ancora le undici,  donna Fedele trov che  il  curato
    poteva venire al villino con lei e farsi ricondurre alla Montanina per
    mezzogiorno.  Anche  se  la  presenza  del vetturino impedisse loro di
    discorrere durante il tragitto,  potevano avere al villino  un  quarto
    d'ora  di  libert.  Cinque  minuti prima di mezzogiorno,  don Aurelio
    spingeva il cancello del portichetto che fiancheggia  Santa  Maria  ad
    Montes  e mette nel giardino della Montanina.  Quel gran peso di prima
    gli si era alleggerito non  poco.  Donna  Fedele  aveva  accettato  di
    aiutarlo con tale una commozione di buona volont, ch'egli, ignaro del
    profondo cuore di lei,  ne fu alla sua volta commosso di riconoscenza,
    come se quella buona volont si fosse accesa solamente per lui.



    3.

    Massimo discese da Sant'Ubaldo col cuore amaro per  don  Aurelio,  non
    dubitando,  come  Carnesecca,  che  occasione  del  colpo  fosse stata
    l'ospitalit concessa al propagandista luterano.  E si  domandava  con
    pena  dove potesse il suo povero amico trovare appoggio.  Se il povero
    prete dovesse andarne randagio in cerca di un'altra  diocesi,  non  lo
    seguirebbero  le  calunnie  dappertutto?  Non  troverebbe  dappertutto
    malvolere, o diffidenza, o timidezza?
    Appena toccato il cancello della Montanina,  un'ansia  differente  gli
    sal dentro questa e lo soverchi.  Pens all'incontro imminente colla
    signorina,  desiderandolo e temendolo.  La scena,  intorno alla  villa
    bianca,  di  verdi  rive,  di  alberi  lentamente mossi dal vento,  di
    ruscelli mormoranti,  di rose  arrampicate  ai  massi  o  pendenti,  a
    ciuffi,  sull'acqua corrente aveva per lui un'anima segreta di pauroso
    incanto. Invece di movere diritto alla villa, prese a sinistra,  pass
    il drappello di pioppi, il ponte quasi affogato nelle rose, and lungo
    la  Riderella  fino  ai  noci,  dove un picciol salto dell'acqua canta
    presso alle ombre.  Poi si domand con impazienza la qualit  del  suo
    turbamento per una creatura non mai veduta. Non trov risposta. Invece
    gli si riaffacciarono le due fotografie colla domanda: quale delle due
    vedr?  L'idea  di  vedere il viso marmoreo dagli occhi bassi gli fece
    paura.  Si alz dal sedile e si avvi alla villa,  cercando penetrarsi
    d'indifferenza.  Non incontr nessuno;  n padroni, n domestici. Vide
    da lontano,  verso la scuderia,  Teresina che parlava con un  signore.
    Seppe  da  lei pi tardi che quel signore era il medico del paese,  il
    quale non aveva creduto opportuno di visitare il signor Marcello  fino
    a  che  non  se  ne  trovasse  un  pretesto.  Sal nella sua camera e,
    guardato a lungo il ritratto di Andrea, cambi riguardosamente,  quasi
    con  rispetto,  l'acqua del vaso alla rosa che pendeva pi curva,  pi
    languida,  tocca nell'esterno dai primi lividori della morte.  Rilesse
    le sue lettere al perduto amico, ancora pi avvizzite del fiore. Stava
    contemplando dalla finestra,  senza pensiero,  la festa del sole,  del
    vento,  delle cose vive esortanti a vivere,  quando  ud  un  camminar
    pesante  nel  corridoio,  un lieve spingere dell'uscio.  Era il signor
    Marcello, che, vedendolo, mise un'esclamazione di scusa.
    Non sapevo che fosse rientrato diss'egli.
    Teneva in mano una  rosa  fresca,  una  magnifica  rosa,  bianca  come
    l'altra.  Si guardarono,  s'intesero cogli occhi, in silenzio. Massimo
    prese, commosso, la rosa e il signor Marcello si ritir.
    Verso le undici e  mezzo,  mentre  Massimo  stava  scrivendo  lettere,
    Giovanni venne a pregarlo di scendere, da parte del padrone.
    E' nel salone colla signorina diss'egli.
    Massimo pens subito: "quale delle due vedr?" e si avvi a discendere
    per la scala di legno.
    Lelia sedeva alla scrivania posta per isghembo fra la grande vetrata e
    il  camino a cappa,  e voltando le spalle alla scala.  Ella fremeva di
    sentirsi tanto battere il cuore,  non voleva confessare a se stessa la
    curiosit ardente di vedere l'uomo che stava discendendo le scale, non
    avrebbe mosso il capo a guardarlo n allora n poi se lo avesse potuto
    fare senza taccia di pazza villania.
    Lelia disse il signor Marcello, dolcemente.
    Ella depose la penna,  aperse il cassetto per posarvi qualche cosa, vi
    frug dentro, e, finalmente, si alz, si volt.
    Il signor Marcello la present:
    Mia figlia.
    Ella salut appena.  Massimo fece un inchino mormorando  qualche  cosa
    d'indistinto di cui s'intese solo piacere.
    S,  piacere.  Non era n l'uno n l'altro viso.  Era il viso compunto
    della fanciulla che accoglie,  per la prima volta,  un amico  del  suo
    fidanzato  morto.  Era il viso di una persona che fu tutta per l'amore
    ed    tutta  per  la  morte.   Massimo  sarebbe  stato  severo   alle
    irregolarit  di  quel viso se l'espressione ne fosse apparsa diversa.
    Invece,  non parendogli tale da doversene  guardare,  lo  trov  quasi
    bello.  E trov graziosa la persona, non alta ma perfetta di forme nel
    semplice vestito cenere guernito di  nero,  basso  di  accollatura.  I
    capelli  biondi  gli  parvero magnifici sulla testa piccola e il collo
    d'avorio, elegante. Egli prese tosto un'aria pi sciolta.
    Invece Lelia parve farsi anche  pi  rigida.  Il  signor  Marcello  si
    avvide,  a  un  impercettibile moto di lei,  che stava per prendere il
    volo come un bambino atteso al giuoco, cui brucia il pavimento.  Volle
    trattenerla parlando di lei.
    Si    sacrificata  per  la  mia  povera moglie e per me disse egli.
    Raggiunse l'effetto opposto.  Lelia esclam  in  tono  di  rimprovero:
    Pap!  e corse via,  verso la sala da pranzo.  Il signor Marcello la
    richiam dolente: Lelia!.
    Ella si ferm proprio sulla soglia della sala da  pranzo  si  volt  e
    stette,  colle mani agli stipiti. Massimo trasal. Era il viso temuto,
    la Sfinge marmorea dagli occhi bassi. La visione non dur tre secondi.
    Lelia alz gli occhi, sorrise di un sorriso forzato.
    Devo andare, pap diss'ella, se vuole far colazione.
    Allora... fece il signor Marcello, pi malcontento che rassegnato.
    Appena  ella  fu  scomparsa,   ne  fece  grandi  elogi.   Era   buona,
    intelligente,  musicista nell'anima, abile nella direzione della casa,
    che teneva lei.  Massimo ascoltava e taceva.  Mise,  quando  pot,  il
    discorso sul licenziamento di don Aurelio, del quale, naturalmente, il
    signor  Marcello  nulla  sapeva.  Massimo  non  ne  conosceva ancora i
    particolari ma il fatto era certo.
    Il signor Marcello ne  fu  pi  sbigottito  e  dolente  che  irritato.
    Ventiquattr'ore prima non sarebbe stato cos.  Di Carnesecca,  Massimo
    non pot riferire che la fuga. Era molto dubbio, secondo lui,  che don
    Aurelio  potesse  tenere  l'invito  a colazione.  Parl anche di donna
    Fedele,   senza  sapere  quali  fossero  le  relazioni  di  lei  colla
    Montanina. Il signor Marcello mostr di compiacersi molto che vi fosse
    fra  loro  un legame,  v'insistette senza dirne il perch,  senza lodi
    speciali delle persone e prese a raccontare come i Vayla  di  Brea  si
    fossero stabiliti ad Arsiero. Intanto sopraggiunse don Aurelio.
    Egli  entr  lieto.  Alle  domande  ansiose  di  Massimo  e del signor
    Marcello rispose corto.  S s,  era vero,  doveva lasciare la curazia
    dentro quindici giorni,  s. Ma non c'era da accusare nessuno. Ismaele
    era un povero uomo,  un visionario.  Le sassate di Posina gli facevano
    vedere  persecutori  dappertutto.  A  Lago sarebbe venuto un prete con
    famiglia: madre e sorella. Probabilmente si trattava di procurargli un
    pane,  poveretto;  mentre egli,  solo soletto com'era...  E si strinse
    nelle  spalle  come  se per lui trovar pane fosse affare da nulla.  Si
    dilung invece  a  raccontare  l'odissea  di  Carnesecca,  ch'era  gi
    beatamente  a  letto  in  una  bella  cameretta  del  villino.  Ossia,
    beatamente  no,  perch  le  trecentocinquantanove  ossa  gli  avevano
    ripreso  a dolere forte;  ma insomma...!  Il domestico annunci che la
    colazione era servita. Lelia aspettava nella sala da pranzo.
    I quattro commensali sedettero alla tavola  quadrata,  uno  per  lato:
    Lelia  in  faccia alla porta vetrata che mette in giardino e guarda le
    scogliere del  Barco,  Massimo  alla  sua  sinistra,  in  faccia  alla
    finestra  che  si  apre  sulla  imminente,  scura,  profonda  selva di
    castagni. Alla destra di Lelia era don Aurelio,  che le rivolse presto
    la  parola,  le disse di averla veduta spesso discendere per la strada
    militare della Batteria, recando fiori.  Le parl dei molti rododendri
    che  macchiano  le  frane  della  Priafor.  Ella  li conosceva pure e
    confess di prediligere quei luoghi selvaggi. Aveva una voce pi grave
    meno dolce della voce di donna fedele, morbida e calda, mossa,  dentro
    i confini delle note femminili,  da una corda di violoncello, ricca di
    contenuto passionale in potenza.
    Alla domanda di don  Aurelio  se  amasse  le  solitudini,  rispose  di
    slancio che s, molto. Soggiunse, per timore di un equivoco:
    La solitudine, Lei dice?
    Dicevo "le solitudini" veramente.
    Ella si avvide,  senza guardare da quella parte, di un movimento delle
    labbra di Massimo.  Si affrett  a  riannodare  il  discorso  con  don
    Aurelio,  gli  chiese  se  avesse  veduto  fioriti  i rododendri della
    Priafor. Eh no,  non era possibile,  la signorina dimenticava che don
    Aurelio era venuto a Sant'Ubaldo nell'ultimo ottobre.
    Li vedr in luglio diss'ella.
    Don Aurelio sorrise.
    Sai  disse  il  signor  Marcello  malinconicamente,  don Aurelio ci
    abbandona.
    A dire il vero osserv Massimo, non  lui...
    Ci abbandona? interruppe Lelia pi sorpresa che dolente.
    Lo cacciano via disse Massimo con una  punta  di  dispetto,  volendo
    imporsi all'affettata noncuranza della signorina.  Ella gli lanci uno
    sguardo freddo come per dire: cosa c'entra Lei?  E ripet la  domanda:
    Ci abbandona?.
    Ma, quando Alberti s'impuntava, non era facile, metterlo
    da parte cos.
    Eh  s,  lo cacciano via! ripet alla sua volta,  parlando piuttosto
    allo stesso don Aurelio che a Lelia.  Lo caccia via  l'arciprete!  Lo
    caccia via perch si  tenuto il protestante in casa! Oppure lo caccia
    via perch lo crede modernista, non dica di no!
    A  Massimo  la  umile  mansuetudine di don Aurelio verso i suoi nemici
    pareva qualche volta soverchia,  riusciva  irritante.  Gli  era  parsa
    soverchia  un  momento  prima,  quando  l'amico  aveva parlato del suo
    successore bisognoso di pane per la famiglia. Bruciava di dirglielo in
    faccia, di fargli riconoscere espressamente la verit.  Durante la sua
    sfuriata,  don  Aurelio  non  fece  che protestare a monosillabi;  poi
    espresse  il  vivo  dolore  che  gli  facevano  quelle   violenze   di
    linguaggio, quelle accuse non dimostrate.
    Eh capace! si brontolava, a capo chino, il signor Marcello, pensando
    all'arciprete. Capace! Capace!
    L'arciprete  sa  benissimo  che non sono modernista! esclam ancora,
    con un ultimo gesto di protesta,  don Aurelio,  cui l'arciprete  aveva
    fatto realmente, circa quel punto le pi ampie dichiarazioni di stima.
    Euh! fece il signor Marcello. Lei, modernista!
    Non  lo   certo disse Massimo.  E' forse tutt'al pi un modernista
    come poteva  esserlo  Antonio  Rosmini.  -  Lo  dicono  anche  di  me
    soggiunse candidamente.
    Don Aurelio ebbe un sussulto di riso.
    Tu... tu... tu...! esclam con una reticenza eloquente.
    Massimo sent e,  volti gli occhi, incontr il lampo di uno sguardo di
    Lelia,  che gli pass il cuore come una saetta di  fuoco,  si  spense.
    N'ebbe  annebbiata  per un istante la vista e gli fu duro lo sforzo di
    rispondere abbastanza prontamente a don Aurelio.
    S rispose, sar pi modernista di Lei, ma modernista non sono.
    Non era stato uno sguardo della Sfinge marmorea, un lampo rivelatore?
    Il signor Marcello allung la mano a prendere  quella  di  lui,  stesa
    sulla tavola.
    Caro caro diss'egli.  Tenga a mente le parole di un vecchio: non vi
    ha che un solo modernismo buono ed  quello di Dante.
    Via via! fece don Aurelio, sorridendo. Alberti  pi moderno di me,
    ma non  modernista. Che!
    Dante,  caro! ricominci il  signor  Marcello.  Tutta  la  credenza
    cattolica, fino all'ultimo iota, con fede intensa, e tutto il Vangelo,
    a  tutti  gli  uomini,  di  qualunque  colore  portino  l'abito,  fino
    all'ultimo iota, con parola franca! Dante,  caro,  Dante,  Dante!  - E
    adesso parlate di rododendri.
    Invece che di rododendri, Massimo parl della camera lasciata vuota, a
    Sant'Ubaldo, da Carnesecca, disse al signor Marcello che non aveva pi
    ragione di dargli incomodo. Il signor Marcello, sorpreso, quasi offeso
    di  tali  cerimonie,  protest che non l'avrebbe lasciato partire.  Il
    discorso di Massimo parve dare ai nervi anche di don Aurelio,  cui era
    pi  facile manifestare il suo animo con un inquieto agitarsi di tutta
    la persona che con parole.  Massimo insisteva;  egli  pure,  come  don
    Aurelio,  accompagnando  parole rotte con moti diversi della persona e
    del viso, con segni visibili di argomenti invisibili.
    Insomma esclam il suo amico, mezzo serio, mezzo ridente, stando in
    casa mia tu mi faresti pi male di quell'altro ch' scappato e non  ti
    voglio! Devi accontentare il signor Marcello.
    Massimo ebbe il senso,  con una gran vampa nel petto,  di qualche cosa
    di grave che maturasse in quel momento,  per lui.  Gli si alzarono  in
    mente,  con  un  debole  moto,  le  parole  allora  vado  a Milano e
    ricaddero. Tacque.
    Lelia non aveva mai aperto bocca dopo incontrato lo sguardo che diceva
    prende interesse a me?. Non si perdonava lo sguardo proprio.  Capiva
    il  dispiacere  del  signor  Marcello;  non capiva che don Aurelio non
    desiderasse il suo amico a Sant'Ubaldo. Questo era un enigma, per lei.
    E si lavorava in cuore un  artificiale  disprezzo  per  Massimo,  che,
    volendo  veramente  partire,  avrebbe  dovuto,  invece  di  parlarne a
    colazione, scendere pi tardi colle sue valigie fatte e dire al signor
    Marcello: Non c' pi ragione che lo stia qui, me ne vado. Naturale,
    il signor Alberti preferiva una bella  camera,  una  bella  casa,  una
    buona  tavola  alla stamberga e alla cucina penitenziale del curato di
    Lago.
    Anche modernista,  era,  dunque!  Di modernismo Lelia sapeva meno  che
    niente.  Le  era  antipatico  il  nome,  antipatico  il  senso che gli
    attribuiva nella sua ignoranza.  Ella non  aveva  mai  considerato  il
    perch  del  suo  fedele  seguire  automatico.  Le pratiche religiose.
    Creatura d'istinti e di passioni piuttosto che di ragionamento, non si
    sentiva legata per niente da quelle pratiche nei moti della fantasia e
    delle idee. Concepiva il modernismo non come uno sforzo di adattamento
    del  cattolicismo  tradizionale  all'ambiente  moderno  ma  come   una
    dottrina   che   agli  obblighi  religiosi  antichi  della  tradizione
    cattolica ne sostituisse di nuovi, pi estesi, pi indeterminati,  pi
    pesanti.
    Qualche volta pregava di cuore,  sempre nelle forme tradizionali e non
    mai mentalmente,  per obbietti immediati particolari e non  per  amore
    divino,  per  elevazione  dello  spirito;  ma  con impeto sincero.  Le
    piaceva di poter pregare cos.  Si figurava,  e le era odioso,  che il
    modernismo fosse inconciliabile colla preghiera tradizionale.  Il solo
    carattere del modernismo che potesse sedurla  era  quello  di  sorgere
    come una ribellione; ma lo giudicava una ribellione a mezzo, un aborto
    di  ribellione.  E il signor Alberti era un modernista!  Ci l'aiutava
    nei suoi propositi di disprezzo.
    Le frutta erano state servite. Ella si alz.

    L'ostinato silenzio di lei dopo lo sguardo di fuoco,  che gli bruciava
    nel  cuore  sempre  pi  forte  come  una ferita nel raffreddarsi,  si
    accordava nella mente di Massimo con  quello  sguardo,  continuava  la
    rivelazione lenta,  paurosa della Sfinge marmorea.  Nell'alzarsi cogli
    altri all'alzarsi di Lelia, il giovine ricord certe parole volgarucce
    di un amico,  di cui si seccava ancora  nella  memoria:  Tu  non  hai
    ancora  preso  cotte  ma  quando  ne  prenderai  una,  sar fulminea e
    terribile.  Entrando nel salone dietro a  lei,  le  vide  sulla  nuca
    bianca  un lieve spruzzo di minuti rossori.  Gli fece bene di vederli;
    gli parve che almeno l'attrazione fisica di quella strana creatura  ne
    fosse  un  poco diminuita.  E prese a braccetto don Aurelio,  si dolse
    affettuosamente che non lo volesse a Sant'Ubaldo.  Don  Aurelio  aveva
    trovato  la  scappatoia  buona.   Mi  comprometti,  mi  comprometti!
    diss'egli,  ridendo di quel suo riso  che  gli  faceva  sobbalzare  la
    persona. Non  vero, signorina?
    Tanto diss'ella, senza guardare n l'uno n l'altro, oramai mi pare
    lo stesso.
    E  si dispose a servire il caff.  Don Aurelio era tardo a raccogliere
    le scortesie e non raccolse neppure questa che feriva Massimo  pi  di
    lui.  Mormor  umilmente:  Scherzo,  scherzo  e  soggiunse nella sua
    innocente inesperienza di certi sottintesi:
    Povero Massimo, non pu compromettere nessuno.
    Massimo rimase un po' male ma non  fiat.  Lelia  ebbe  un  lievissimo
    sorriso che rivel a don Aurelio il suo fallo.
    Ah!  s, bene, mio Dio, che sciocchezze! diss'egli, rispondendo, con
    un riso quasi di compassione, a parole non dette.  Io parlo semplice,
    bisogna intendere!
    Il  signor  Marcello chiam tutti al terrazzo per vedere un effetto di
    nubi temporalesche. A settentrione il sole batteva le cime di Rotzo in
    Val d'Astico,  dorate nel limpido azzurro;  e il ciglio  dello  stesso
    altipiano  era sfolgorato a levante da un continuo lampeggiar muto del
    cielo turchino. Lelia corse al richiamo,  avida,  fingendo dimenticare
    che non aveva servito ancora il caff ad Alberti.  Quando,  un momento
    dopo,  questi e don Aurelio uscirono pure sul  terrazzo,  ella  se  ne
    ritrasse,  scivol nella sala da pranzo,  fino alla soglia dell'uscita
    in giardino.  I temporali le mettevano nei nervi  un  tripudio  folle.
    Allora  voleva  essere sola a goderne,  a risponder loro come un'altra
    piccola nube satura di elettrico. Se il vento avesse soffiato, sarebbe
    corsa fuori  ad  ogni  patto,  come  faceva  qualche  volta  la  notte
    sciogliendosi  i capelli.  Poich non si moveva foglia e ud il signor
    Marcello domandar di lei, ritorn sul terrazzo.
    Il caff,  cara? disse il  vecchio.  Alberti  e  io  non  l'abbiamo
    avuto.
    Ella si scus.  Nel servire Massimo non fu propriamente sgarbata; per
    qualche cosa di poco gentile nel suo viso e nei suoi atti ci  fu.  Don
    Aurelio,  che  mansuetamente  ma  finemente  notava,  pens,  nel  suo
    ingegnoso ottimismo,  che la memoria del fidanzato non fosse pi tanto
    viva  nel  cuore  di  lei  s'ella  si mostrava tale verso il suo amico
    prediletto.
    Lei disse "ex abrupto" il signor Marcello,  rivolgendosi a  Massimo,
    quel Benedetto di Subiaco, dove lo ha conosciuto?
    A Jenne.
    E com'era?
    Senta;  non dir che l'ho adorato perch la parola non mi piace, dir
    che l'ho amato come non ho  amato  nessuno  al  mondo,  fuori  di  mia
    madre.
    Massimo non si attendeva una parola dalla Sfinge.
    Ma era proprio un Santo? diss'ella.
    Scusi, signorina rispose, non ho affatto bisogno che le persone cui
    voglio bene sieno sante.
    Ella insistette.
    Non  vero che faceva miracoli?
    No, signorina; non faceva miracoli.
    E' vero che mor nelle braccia di una signora?
    Don  Aurelio,  stupefatto  che una giovinetta si esprimesse cos,  non
    pot reprimere una esclamazione di protesta.
    Lelia! fece il signor Marcello, severamente.
    Massimo esclam, infiammato nel viso:
    E' una calunnia vilissima! Non l'ho intesa mai!
    Io l'ho letta disse Lelia tranquillamente.
    Don Aurelio intervenne.
    Senta,  signorina.  L'uomo di  cui  parla  pot  errare  in  cose  di
    dottrina,  di questo non rispondo.  Del resto sarebbe stato il primo a
    riconoscerlo se la Chiesa glielo avesse detto. Quanto a vita,  dopo la
    sua conversione,  stato purissimo. Di questo rispondo.
    Il signor Marcello, che seguiva la discussione con un moto inquieto di
    tutti  i muscoli,  di tutte le rughe del viso parlante,  la interruppe
    con autorit.  Alleg un suo desiderio di conferire con don Aurelio  e
    propose  a  Lelia  una  passeggiata in giardino con Alberti.  Lelia lo
    guard, attonita, e guard Massimo, come cercando appoggio:
    Fa tanto caldo! diss'ella.
    Il giovine osserv che poteva  benissimo  andar  solo.  Ma  il  signor
    Marcello  non  accett le scuse.  Una flotta di grandi nuvole in corsa
    oscurava rapidamente il verde intorno alla villa.  Era pi a temere la
    pioggia che il caldo.
    Lei  conosce  bene  la Montanina? disse Lelia uscendo dalla porta di
    mezzogiorno,  che si affaccia al pendio verde,  sparso  di  abeti,  di
    larici e di faggi,  coronato,  in alto,  di castagni. Lei ha visto la
    Meridiana,  il beato Alberto Magno,  la testa  di  caprone  che  butta
    l'acqua  della Riderella? Aveva l'aria di recitare una lezione noiosa
    recitata cento volte.  Non  parve  accorgersi,  camminando  davanti  a
    Massimo,  ch'egli non rispondeva.  Si avvi per il sentiero che sale a
    tergo della villa. Conosce anche Fonte Modesta? diss'ella,  passando
    presso  il  piccolo  cavo  e  il  mormorio  sommesso  della  fonte.  E
    procedette senza curarsi del  mutismo  di  Alberti,  indicando,  secca
    secca, ora questo ora quello, come un cicerone indifferente.
    Mentre  stava  dicendo  la  sorgente della Riderella,  Massimo,  che
    soltanto  aspettava  di  essere  abbastanza  lontano   da   casa,   la
    interruppe.
    Signorina  diss'egli,  non  ho insistito col signor Marcello perch
    vedevo che gli avrei fatto dispiacere, ma ora Le dico ch'Ella non deve
    disturbarsi per me. Se permette, vado solo.
    Lelia rispose gelida:
    Come vuole.
    E si fece da banda sullo stretto sentiero, aspett ferma,  cogli occhi
    bassi, marmorea, ch'egli passasse.
    Grazie disse il giovine e pass,  senza guardarla, fremente. Cosa si
    era messa in capo,  questa  signorina,  per  trattarlo  cos?  Ch'egli
    volesse farle la corte? Altro non era possibile supporre. Perch anche
    le  sciocche  domande  su  Benedetto  erano state impertinenze volute.
    Farle la corte? Una bella presunzione!
    Per, quello sguardo di fuoco! Collo sguardo di fuoco, Massimo ripens
    anche la musica  della  notte.  Cos'aveva  nell'anima,  la  misteriosa
    creatura?  Le  rigidezze,  le noncuranze,  le impertinenze tacite,  le
    impertinenze  espresse,   erano  ostentazioni,   a  ben  considerarle,
    incomprensibili.   Perch,   come  poteva  ella  supporre  in  lui  la
    intenzione di farle la corte? Che segno ne aveva egli dato?  Gli pass
    per  la  mente un sospetto.  Don Aurelio si era fitto in testa ch'egli
    dovesse prender moglie presto.  Possibile che avesse pensato a  questa
    signorina? Che qualche cosa ne fosse trapelato a lei stessa?
    No, impossibile, per cento ragioni. Non foss'altro, per l'amicizia che
    legava don Aurelio al signor Marcello.  E allora? Allora una sola cosa
    era  chiara:  la  voluta   ostilit   della   fanciulla.   Si   poteva
    interpretarla  come  una  difesa  contro l'amore nascente,  se l'amore
    avesse avuto il tempo di nascere. Ma cos?
    Sost a un sedile rustico sotto il castagno dove  la  costa  gira.  Le
    grandi nubi veleggiavano al Torraro, le ombre degli alberi si movevano
    al  vento sulle rive fiorite,  la villa bianca rideva laggi nel sole,
    il fragore sordo del torrente e delle turbine  di  Perale  saliva  nel
    silenzio  del  castagneto.  Massimo  non  godeva l'ombra,  n il vento
    fresco n  la  bellezza  gentile  e  grande  delle  cose.  La  sentiva
    straniera al suo cuore amaro, si sentiva straniero ad essa. Medit che
    dovesse fare.  Rimanere alla Montanina, no. O persuadere don Aurelio a
    ospitarlo,  o ritornare a Milano.  Si  rimescol  volontariamente  nel
    cuore  tutte  le amarezze,  quelle posate al fondo,  quasi fuori della
    memoria,  insieme alle ultime.  Ferm il pensiero sul caso doloroso di
    don Aurelio.  Perch,  infine,  non valeva proprio la pena di turbarsi
    per  le  impertinenze  della  signorina  Lelia.  Ma  don  Aurelio!  La
    tentazione  antica ritornava scura,  violenta: non era da romperla una
    buona volta con questa gente che perseguitava uomini come don Aurelio,
    sale della Terra?  Subito sent sopra di s lo  sguardo  severo  dello
    stesso don Aurelio,  del perseguitato mansueto ai suoi persecutori;  e
    quell'impeto di ribellione cadde.  Lasciare per di combattere per  la
    Chiesa  contro  i  nemici  di  lei,  incrociare  le braccia davanti al
    conflitto: questa non era una  tentazione,  questo  era  un  consiglio
    buono,  da seguire.  E che fare,  allora,  nel mondo? Dimenticarlo, il
    mondo,  farsi eleggere medico condotto,  perch no?,  in un bel  paese
    perduto fra le montagne, comporsi un focolare di amore, non sarebbe la
    felicit?  Chiuse  gli  occhi,  immagin  due  braccia morbide che gli
    cingevano il collo,  due  labbra  che  s'imprimevano  sulle  sue,  due
    roventi  labbra  che  gli si affondavano nell'anima,  le labbra di una
    giovinetta semplice,  dallo spirito  gentile,  punto  Sfinge,  ch'egli
    stesso  formerebbe  al  senso  delle  cose  belle  e dell'alto Divino,
    all'amore squisito. Riaperse gli occhi, sospirando, nel gran verde. Le
    ombre mosse lentamente,  in qua e in l,  sull'erba fiorita,  le  voci
    lievi  del  vento,  il  tremolio  brillante  dei  pioppi  nel prossimo
    valloncello non gli erano stranieri come prima,  lo blandivano  di  un
    assenso  pio.  Vide  don  Aurelio uscire dalla villa,  guardare in su,
    movere verso lui.  Si alz,  gli discese incontro.  Don Aurelio  parve
    sorpreso di vederlo solo.
    E la signorina? diss'egli.
    Massimo  rispose  che  l'aveva pregata di non incomodarsi per lui.  Si
    affrett a soggiungere,  che,  rimasto solo,  aveva  pensato  ai  casi
    propri.  Era  risoluto  di  lasciare  la Montanina quella sera stessa.
    Sperava ancora nella camera  del  protestante.  Don  Aurelio  rispose,
    dolente ma fermo,  di avere promesso proprio allora al signor Marcello
    ch'egli resterebbe alla Montanina un paio di settimane almeno,  se non
    tutto  il tempo di cui aveva prima disposto per Lago di Velo.  Massimo
    replic che restare alla Montanina gli era del tutto  impossibile.  Se
    don  Aurelio  non  lo  voleva  ospite  in quegli ultimi giorni del suo
    ministero pastorale,  sarebbe ritornato a Milano.  Don  Aurelio  colse
    l'occasione propizia.
    C' qualche interesse diss'egli per qualche persona che ti richiama
    a Milano?
    Massimo neg vivacemente, sorridendo.
    No davvero? Me lo assicuri?
    No, ecco! rispose il giovine, porgendogli la mano.
    Don Aurelio la strinse.
    Allora  diss'egli  non  devi assolutamente dare un tal dispiacere a
    questo povero vecchio!
    Poich Massimo resisteva, intu che qualche cosa di increscioso doveva
    essere accaduto.  Gli domand se l'avessero offeso  le  domande  della
    signorina su Benedetto.  No,  la signorina non sapeva,  aveva riferito
    calunnie di un giornale.  - Ma forse ne  avevano  riparlato  dopo,  in
    giardino?  Neppure.  -  Don  Aurelio  insistette  tanto  che  Massimo,
    finalmente,  confess il vero.  La signorina non lo poteva soffrire  e
    glielo aveva fatto intendere.  Don Aurelio non voleva credere, si fece
    raccontare le ostilit di Lelia,  ben poca  cosa  a  udirle  riferire.
    Ammise  che  certe  cose si vedono poco e si sentono molto.  Ottenne a
    stento che il giovine differisse la sua partenza all'indomani.  Poteva
    partire   l'indomani  sera,   se  proprio  si  confermasse  nelle  sue
    impressioni. E gli consigli una immediata visita di congedo, per ogni
    evento, al villino delle Rose. Gl'indic il villino, la casina,  rossa
    come  una  fragola,  sull'orlo  del  piano di Arsiero che guarda Seghe
    Volle che si mettesse in cammino subito, senza rientrare in casa,  per
    esser sicuro di trovare la signora.
    Quando  lo  ebbe  perduto di vista,  and diritto dal signor Marcello,
    ebbe con lui  un  lungo  colloquio;  dopo  il  quale  si  conged  per
    ritornarsene a Sant'Ubaldo.  Il signor Marcello fece venire Lelia.  Le
    disse che il giovane Alberti gli era molto caro ed ella  ne  intendeva
    bene  il  perch.  Desiderava  si  trattenesse alla Montanina un po' a
    lungo; la pregava quindi a essergli assai gentile. Parl cos con voce
    sommessa,  con dolcezza  grande,  come  chi  vuole  infondere  in  una
    preghiera molta gravit di cose sottintese. Lelia lo ascolt in piedi,
    livida, immobile. Mormor che non sapeva di essere stata poco gentile.
    Il  signor  Marcello  la guard senza rispondere.  Poi disse soltanto,
    colla stessa dolcezza di prima:
    Ti prego.
    Ella rispose, appena udibilmente:
    S, pap.
    Sal a chiudersi nella sua camera e vi  ebbe  una  violenta  crisi  di
    lagrime.


    4.

    Massimo  ritorn dal villino delle Rose poco prima dell'ora di pranzo.
    Il signor  Marcello  gli  and  incontro,  lo  prese  amorevolmente  a
    braccetto,  gli  parl  con  tenerezza  della  propria consolazione di
    averlo alla  Montanina.  Si  proponeva  di  mostrargli  tante  vecchie
    preziose  lettere,  nelle quali era parlato di lui.  Solo pochi giorni
    prima non si sarebbe creduto in grado  di  farlo.  Adesso  si  sentiva
    forte.  C'era  forse qualche altra cagione di questo mutamento,  ma la
    prima cagione n'era la presenza sua. Massimo, turbato,  commosso,  non
    sapeva come riavviare il penoso ma necessario discorso della partenza.
    Cercava,  cercava,  quando suon la campanella del pranzo. Non os pi
    parlare, rimise le parole difficili a pi tardi.
    Lelia venne a pranzo in  ritardo.  Vestiva  di  nero  e  portava  alla
    cintura  un  mazzo  di fiori della memoria.  Pallidissima,  non tocc,
    quasi, cibo. Rivolse a Massimo,  con visibile sforzo,  qualche domanda
    intorno a ci che aveva veduto e fatto nella giornata,  senza prestare
    attenzione alle risposte di lui. Il signor Marcello le guardava spesso
    quel nero e quei fiori con un misto di tenerezza e di  rincrescimento.
    Parl  molto di donna Fedele,  con ammirazione affettuosa e riverente.
    Parl della sua passata bellezza,  della  giovent  sopravvivente  nei
    grandi occhi bruni,  nella voce dolcissima. Si dolse, guardando Lelia,
    che non frequentasse la Montanina come in passato.
    Per verit disse la fanciulla, si dovrebbe andar noi da lei.
    Il signor Marcello, irradiato di piacere,  di gratitudine,  le prese e
    strinse una mano, che rimase inerte nella sua.
    La conversazione si volt alla cacciata di don Aurelio.  Chi  questo
    arciprete? domand Massimo. Gesummaria! esclam il signor Marcello.
    E si coperse gli occhi colle grandi mani ossute, significando un mondo
    di cose.  Pi di Gesummaria! non disse  n  Massimo  domand  altro.
    Lelia  teneva  gli  occhi  bassi,  ma  il viso non era di Sfinge;  era
    piuttosto di persona che non approva e si  rattrista.  Massimo  ne  fu
    punto a dire di don Aurelio come di un prete che gli intransigenti non
    avevano  ragione  alcuna  di  perseguitare.  Era  un  rosminiano,  non
    sospettato di modernismo neppure a Roma,  quando vi dimorava.  Qualche
    domanda   del   signor  Marcello  condusse  facilmente  il  giovine  a
    discorrere del suo soggiorno  in  Roma,  di  Subiaco  e  di  Jenne,  a
    raccontare  l'origine  delle  sue  relazioni con don Aurelio,  con don
    Clemente, con Benedetto, a dire i casi di quest'ultimo, dalla notte in
    cui era scomparso dalla sua casa di Oria in Valsolda e dal  mondo  per
    donarsi  a  Dio,  fino  alla  sua  morte  in  Roma,  nella  casina del
    giardiniere di villa Mayda. Fece la storia delle sue ultime ore e mise
    in chiaro la parte presavi da  Jeanne  Dessalle.  Aveva  cominciato  a
    parlare alle frutta.  Quand'ebbe finito, imbruniva. Non si era pensato
    a prendere il caff n a far accendere le lampade.  Il signor Marcello
    e Lelia tacevano, Giovanni entr a chiedere se dovesse accendere. No
    disse Lelia, pronta, sottovoce. Domand a Massimo se avesse conosciuta
    la  signora  Dessalle.  Egli rispose che appunto l'aveva veduta quella
    sera, a casa Mayda.
    Era bella?  Non poteva dirlo.  Gli era passata davanti un momento,  in
    un'anticamera.  Non era notte ancora ma pioveva forte, nell'anticamera
    c'era poca luce.  La figura gli  era  parsa  elegante.  Lelia  domand
    ancora  cosa  fosse  avvenuto  di  lei.  Nessuno  ne sapeva niente.  E
    Benedetto, dov'era sepolto? Massimo esit un momento.
    Per ora... a Campo Verano diss'egli.
    Per ora?
    La stessa domanda stupefatta venne alle labbra di Lelia e  del  signor
    Marcello. Massimo non rispose.
    E don Aurelio chiese Lelia, che far? Dove andr?
    Non lo so.
    La sala era piena d'ombra. I tre si alzarono da tavola in silenzio.
    Giovanni,  avuto l'ordine di accendere nel salone, accese quella delle
    quattro grandi lampade ad acetilene ch'  pi  vicina  al  camino.  Il
    signor  Marcello  preg  Lelia  di  mettersi  al  piano,  di far udire
    all'ospite qualche cosa.  In pari tempo suon perch si accendesse  la
    lampada pi vicina al piano. Lelia lo trattenne, quasi con impeto:
    No, pap, La prego.
    Preferiva  quella  mezza oscurit.  Il signor Marcello non insistette,
    and,  curvo,  a sedere sul terrazzo,  a guardare,  verso ponente,  le
    tenebre punteggiate dai lumi brillanti di Arsiero.
    Che musica desidera? disse Lelia. Seria? Allegra?
    Signorina  rispose  Massimo,  non vorrei che Ella s'incomodasse per
    me.
    Lelia pens, ricordando il dialogo nel giardino: non sa dire altro.
    Forse non ama la musica diss'ella.
    Forse no.
    Rispondendo cos, il giovine ebbe un lieve sorriso che la fer come un
    buffetto sulla guancia.  Ella era in piedi,  teneva la mano sopra  una
    catasta  di  musica.  Non  disse parola,  aperse bruscamente il piano,
    suon a memoria un pezzo del Carnevale di Schumann.
    Lo esegu troppo nervosamente, senza dolcezza. Quand'ebbe finito,  non
    si mosse. Massimo ringrazi, asciutto. Quello sarebbe stato il momento
    di  avvicinarsi  al  signor Marcello,  di ritornare sul discorso della
    partenza.  Esit.  Il contegno della signorina gli veniva prendendo un
    altro  carattere.  Il  vestito nero,  i fiori della memoria lo avevano
    urtato come un avvertimento, fuor di proposito,  a lui;  ma le domande
    rivoltegli  durante il pranzo,  l'interesse posto ai suoi racconti,  e
    ora quel modo di rispondere al suo "forse no",  quell'avere inteso  il
    suo  sentimento  e  la  sua ironia,  la scelta dell'autore e del pezzo
    appassionato,  la stessa nervosit dell'esecuzione,  quella successiva
    immobilit,  gli  davano  l'idea di uno stato d'animo che non fosse n
    ostilit n indifferenza. E non poteva a meno di trovare un po' strano
    anche il signor Marcello,  che li metteva insieme e poi  si  appartava
    cos.  Lelia pass un momento,  piano, la mano destra sugli acuti, gli
    domand, con voce indifferente, se desiderasse altra musica.
    Gli venne in mente la melodia belliniana che aveva udito la notte.
    Vorrebbe farmi sentire: "Sola furtiva al tempio"?
    Lelia lo guard.
    Norma? diss'ella.
    Cerc lo spunto colla mano destra,  dopo le prime note  ne  tocc  una
    falsa,  ne  tent altre,  a caso,  mormor non la so,  tolse la mano
    dalla tastiera.  Massimo fu per dire "stanotte la sapeva".  Intanto la
    fanciulla ritent distrattamente la prova. Le fall una seconda volta.
    Allora disse, quasi sottovoce, guardandosi nel palmo della mano:
    Non era un eretico, il Suo Benedetto?
    No  rispose  Massimo.  Pu  aver  detto degli errori,  ma  vissuto
    nell'obbedienza della Chiesa e l'ha predicata sempre.
    Vorrebbe spiegarmi allora perch lo combattevano come un eretico?
    L'accento della domanda fu ostile. Per Massimo rispose:
    Volentieri. Subito.
    No no. Domani, dopodomani. Adesso suono per pap.
    Lelia chiuse con quattro accordi il dialogo rapido e sommesso, attacc
    uno studio di Heller. Massimo pens che la signorina non desiderava le
    sue spiegazioni,  ma che,  a ogni modo,  era impossibile interromperla
    per dirle che dopodomani sarebbe stato troppo tardi.
    Per pap, sa disse Lelia, suonando. A me non piace.
    Egli  stette  un poco ascoltandola e poi si alz per andare dal signor
    Marcello.  Si ferm davanti al camino,  dove  la  luce  dell'acetilene
    batteva  in pieno sul fregio di margherite,  corso dal ripetuto motto:
    "Forse che s,  forse che no".  Il motto  rispondeva  tanto  alle  sue
    incertezze  ch'egli  si  accost  al  camino  per vedere come finisse.
    Pens: se  troncato e finisce col "s",  parto.  Se non  troncato  e
    finisce  col  "no",   resto.   Aveva  l'idea  cos,   pensando,   che,
    ragionevolmente, dovesse finire col no. Il motto finiva:

    "Forse che..."

    Massimo rest l a guardare, attonito. C'era un'altra via da prendere.
    Le margherite si vengono, sul fregio, sfogliando. Quella dove il motto
    muore troncato  ha  tuttavia  qualche  foglia.  Si  poteva  sfogliarla
    idealmente, vedere se l'ultima foglia fosse un "s" o un "no".
    Una voce piana e soave sussurr alle spalle di Massimo.
    Lei consulta l'oracolo?
    Il giovine si volt.  Donna Fedele gli sorrideva,  col dito alla bocca
    perch lo studio di Heller non era  finito.  Ella  era  giunta  mentre
    Lelia  stava  suonando  Schumann  e  aveva  tenuto compagnia al signor
    Marcello fino a  che,  visto  Massimo  in  contemplazione  davanti  al
    camino, gli era venuta alle spalle.
    Sono  qui per Lei diss'ella,  sorridendo sempre.  Il piano tacque ed
    ella si stacc dal camino per movere verso Lelia che  si  era  alzata.
    L'abbracci  affettuosamente  come se il freddo di un'ombra non avesse
    mai tocca l'amicizia sua per la fanciulla.  La felicit per la musica,
    ritorn,  tenendola  a  braccetto,  verso il camino,  mentre il signor
    Marcello, lasciata la sua poltrona, si affacciava al salone.
    Sai diss'ella a Lelia che la madre del signor Alberti  e  io  siamo
    state amiche? Domani pranza da me, perch ne dobbiamo parlar molto, di
    sua madre. Era tanto cara, poveretta!
    Massimo, sorpreso, commosso, seppe dire solamente:
    Grazie, ma...
    Pensa continu donna Fedele,  come se non avesse udito il "ma", che
    il signor Alberti oggi ha avuto la bont di venire al  villino  e  io,
    che avevo tanto in mente,  fino da ieri sera,  d'invitarlo, non gli ho
    detto niente,  distratta come sono.  Stasera  sono  venuta  invece  di
    scrivere,  perch,  tanto,  ho  dovuto  andare  ad  Arsiero e avevo la
    carrozza. Adesso  tardi e vado.
    Abbracci ancora Lelia, strinse la mano al signor Marcello, la stese a
    Massimo dicendogli col suo sorriso dolcissimo e con  un  lieve  piegar
    del mento al seno:
    Alle sette.
    Per un giorno disse il signor Marcello, lietamente, concediamo.
    Donna  Fedele  usc  con  Lelia  che  l'accompagn fino alla carrozza,
    rimasta fuori del cancello grande.
    Massimo si acquiet all'idea di  rinunciare,  almeno  per  l'indomani,
    alla  partenza,  persuadendosi  che  n'era  contento perch ne sarebbe
    stato contento don Aurelio.  Il signor  Marcello  se  lo  fece  sedere
    vicino sul terrazzo, gli pos una mano sulla spalla, ve l'aggrapp.
    Caro  Alberti  diss'egli,  sospirando.  Il giovine gli prese l'altra
    mano con ambedue le proprie, rispose:
    Non dimentico, sa.
    La  vecchia  mano  strinse,  convulsa,  le  giovani.  Segu  un  lungo
    silenzio. Non si udivano passi sulla ghiaia. Il signor Marcello guard
    nel salone. Non c'era nessuno.
    Le  avr  parlato,  vero diss'egli a voce bassa,  della famiglia di
    Lelia?
    Massimo, sulle prime non si raccapezz,  non intese a chi alludesse il
    suo interlocutore. Poi, colpito, esclam:
    Ah, s, pi volte.
    E cosa Le diceva, proprio?
    Diceva  che  Lei era contrario appunto per questo motivo,  ma ch'egli
    era sicuro della ragazza e che,  dopo il  matrimonio,  avrebbe  saputo
    tener lontani i suoi genitori.
    Li conosceva proprio bene,  i genitori?  Domando perch, parlando con
    me, pareva che non li conoscesse bene.
    S s,  li conosceva bene.  Mi diceva  che  il  padre  era  corrotto,
    copertamente, quanto la madre che ha una storia pubblica.
    Il  signor  Marcello  stette ancora in ascolto e quindi parl di Lelia
    ch'era una smentita vivente  alle  teorie  sull'eredit.  Ne  lod  la
    purezza  adamantina,  il  cuore  ardente che la spingeva non di rado a
    follie di carit e la faceva idolatrare  dalle  persone  di  servizio,
    malgrado qualche scatto brusco. Ricord il fatto di un bambino, orfano
    di madre,  che un giorno ella si era portato a casa per sottrarlo alle
    brutalit del padre ubbriacone, disposta a prenderne cura ella stessa,
    bench non sapesse, povera ragazza,  da qual parte cominciare.  Ammise
    certe singolarit pi apparenti che reali del suo carattere,  la scus
    del linguaggio talvolta, per una fanciulla,  crudo,  ricordando le sue
    passate esperienze tristi della vita, cos precoci.
    Ora,  pensando all'avvenire,  pensando a quei genitori, il suo cruccio
    di lasciare Lelia senz'appoggi era grande.  Sperava solo in  Dio.  Non
    gli chiedeva pi niente di terreno se non questo: un buon appoggio per
    lei che gli era pi cara di una figliuola.
    Lei vivr lungamente disse Massimo.
    Caro Alberti, Le pare una cosa da desiderarmi? E poi...
    Il vecchio s'interruppe.
    Scusi fece Massimo, e poi...?
    E poi, caro, so qualche cosa che non dico.
    Passi  sulla  ghiaia,  dal  ponte della Riderella.  Il signor Marcello
    tacque. I sonagli di un uscio annunciarono Lelia ch'entrava nel salone
    dalla veranda aperta. Ella usc sui terrazzo, diede al signor Marcello
    il bacio della buona notte salut Massimo abbastanza gentilmente e  si
    ritir.

    Erano  passate le dieci.  Giovanni port al signor Marcello il caff e
    la lucernina accesa.  Quando l'uscio della sala  del  biliardo  si  fu
    chiuso  dietro a lui,  Massimo s'indugi sul terrazzo a contemplare le
    grandi ombre delle montagne,  respirando il vento freddo della notte e
    riflettendo  ai discorsi alquanto stranamente confidenziali del signor
    Marcello; il quale non aveva pensato, senza dubbio, che potevano avere
    il senso pi ripugnante al suo cuore di padre.  Confess in pari tempo
    a  se  stesso  che  all'udire il passo di Lelia sulla ghiaia,  qualche
    fibra aveva vibrato dentro di lui e che il saluto gentile  di  congedo
    gli  aveva  dato  dispiacere  e  dolcezza.  Meglio non pensarci tanto.
    Rientr nel salone per andare a letto.
    Passando davanti al camino, alz involontariamente gli occhi al fregio
    di margherite,  al  misterioso  "Forse  che".  Non  era  pi  il  caso
    d'interrogare  la  margherite  sulla partenza e la dimora.  Fu tentato
    d'interrogarle su altra cosa.  non volle.  Si allontan dal camino,  e
    invece  di  salire  le scale,  and,  senz'averne coscienza,  verso il
    piano.  Accortosene,  se ne domand il perch,  guard il fascicolo di
    Heller  aperto  sul  leggio,  come  se fosse venuto l per quello.  Ma
    sentiva e assorbiva l'aura di Lelia, di una femminilit spirante dalle
    cose,  come una fragranza sensibile allo spirito  non  all'odorato.  E
    vide  sul  sedile del piano un fiore della memoria,  certamente caduto
    dalla cintura della  signorina.  Si  chin  per  raccoglierlo,  se  ne
    ritrasse,  si  allontan,  prese  a  salire la scala,  resistendo alla
    tentazione insistente di ridiscendere.  Giovanni  capit,  udendone  i
    passi,  nel  salone,  gli  domand  se  potesse  spegnere l'acetilene,
    spense. Massimo, l per l, ne fu contento.  Entrato nella sua camera,
    si  disse  che  se  avesse  raccolto  il fiorellino della memoria,  lo
    avrebbe posato presso la fotografia del  suo  povero  amico.  E  prov
    rincrescimento di non averlo raccolto.
    Malgrado gli scongiuri di Teresina, Lelia si era empita la camera, per
    la  notte,  di rose,  di fiori di madreselva e di acacia.  Era una sua
    mania.  Si faceva portare in camera quanti fiori poteva,  all'insaputa
    del signor Marcello,  prediligendo gli odori pi acuti. Quella sera ne
    aveva un mare.  Infisse pi fasci di acacie fra la spalliera del letto
    e la parete,  un fascio di rose fra la parete e la immagine sacra.  La
    sua delizia, stando a letto,  era di sentirsi cadere sui capelli,  sul
    viso,  petali di fiori.  Teresina la supplic di tenere tutti aperti i
    tre fori della finestra invece di uno, come soleva. Acconsent. Appena
    uscita Teresina,  spense la luce,  si coric sul fianco ascoltando  le
    fragranze come parole mute,  carezzevoli,  di vite amorose,  guardando
    per la finestra la nera lunata corona del bosco,  le  Dolomiti  aguzze
    nel cielo notturno; non pensando, non volendo pensare.


    Capitolo Terzo.

    TRAME.


    1.

    Don Tita Fantuzzo, arciprete di Velo d'Astico, detta la messa, come di
    solito,  alle  sette  e  mezzo  e  pregato  in  sagrestia  lungamente,
    raggiunse,  sulla scala che dalla  chiesa  mette  alla  canonica,  sua
    cognata,  la signora Bettina Pagan,  vedova Fantuzzo, e il cappellano,
    don Emanuele Costi de Villata,  che scendevano insieme e non  insieme,
    il cappellano precedendo di alcuni gradini con un passo trattenuto dal
    senso  della  persona che seguiva,  la siora Bettina venendogli dietro
    con un passo trattenuto dall'ossequio verso la persona che precedeva e
    anche un poco dal senso della sua propria retroguardia.
    Per cossa andeu in fila come i cavai de carretta? disse il  gioviale
    arciprete alle spalle della cognata:

    "Se casco mi
    Caschemo tuti tri".
    Versi de Zanella!
    Sotto  la veletta nera della siora Bettina il naso vermiglio si color
    di pi vivo cinabro e un lieve sorriso pass negli  occhi  acquosi  di
    don  Emanuele,  in  segno  piuttosto  di  rispetto  che  di  stima per
    l'umorismo dell'autorit.
    Cape! mormor la siora Bettina.  Questa sua  familiare  apostrofe  a
    popolari  crostacei  marini  significava  una dolce difesa,  la debita
    riverenza che le aveva impedito di camminare a fianco del  cappellano.
    Il  cappellano  non  fiat.  Alla porta della canonica egli si fece da
    banda a destra,  la siora Bettina si  fece  da  banda  a  sinistra,  e
    l'arciprete,   affrettata  l'andatura,   "son  qua,  son  qua",  pass
    trionfalmente,  con grandi sventolate di tonaca.  Nessuno dei tre ud,
    per fortuna,  due liberi parlatori dire fra loro venendo dal Municipio
    verso la strada di Seghe:
    Quelo, ci, xe un terno!
    Ci, el Padre, el Figlio e la Spirita Santa.
    Il terno si raccolse nel salottino da pranzo della  canonica,  dov'era
    preparato  il  caff  per  l'arciprete  e  per la siora Bettina che si
    accostava ogni giorno alla Comunione.  Don  Emanuele  aveva  celebrato
    alle  cinque;  chiese licenza di ritirarsi a studiare.  L'arciprete lo
    trattenne:
    No studi tanto, ca diventar mato diss'egli.
    L'altro,  buon simulatore,  finse di rimanere  per  pura  compiacenza,
    mentre rimaneva per segreti accordi col superiore; e si mise a parlare
    di certo malato grave,  visitato da lui quella mattina stessa. Intanto
    l'arciprete prendeva il caff  e  latte  in  una  miserabile  scodella
    slabbrata,  intingendovi poveri avanzi di pane del giorno prima;  e la
    siora Bettina lo prendeva in una scodella simile ma  con  i  celebrati
    "pandoli" di Schio.
    Me vergogno, don Tita, de sti pandoli diss'ella, nell'accostarne uno
    alle labbra.
    Vergognve  pure rispose l'ottimo don Tita,  ridendo.  El xe un bon
    sentimento e perch ella esitava,  rossa e silenziosa,  a mordere  la
    punta del "pandolo", riprese, ridendo tuttavia:
    And l, and l! Non s dal Dolo, vu? No xelo pan del Dolo, quelo?
    Povero il mio Dolo! disse la siora Bettina, rivolgendosi in italiano
    a don Emanuele con un sorriso.  Cosa Le pare? Il signor arciprete non
    me lo perdona!
    Il signor arciprete non  perdona  neppure  Udine  a  me  rispose  il
    cappellano, sorridendo anche lui.
    Grazie tante! esclam don Tita. Udine! Fontane senz'acqua e nobilt
    senza creanza!
    Don Emanuele era udinese e nobile,  ma don Tita scherzava. Il viso, la
    persona, i modi, il linguaggio, tutto diceva,  nel giovine cappellano,
    la  nobilt  del  sangue  e la squisitezza dell'educazione.  Egli era,
    quanto all'esteriore, il contrapposto di don Tita.  Don Tita,  aitante
    della persona, rubicondo, ilare la faccia, grossa come le sue facezie,
    lucente  gli occhi,  malgrado una piet sincera,  di astuzia terrestre
    pi che di desideri celestiali,  era  trascurato  assai  nel  vestire,
    sprezzatore,  quanto a pulizia,  degli scrupoli, bonario e semplice di
    modi,  talvolta rude.  Nel giovine don Emanuele,  alto  e  smilzo,  si
    vedeva  il  virgulto prelatizio.  La faccia era di asceta: fronte alta
    sotto un sottile arco perfetto  di  capelli  biondastri;  gote  magre;
    occhiaie  molto  cave,  ombrate  di  folti sopraccigli,  occhi cerulei
    chiari,  dalle  pupille  misteriose,  annacquati,   nelle  iridi,   di
    mansuetudine,  aperti  alla  luce  e  chiusi  sull'anima come finestre
    dipinte. Nel portamento, nel gesto, era una precoce dignit,  un senso
    precoce  della  misura.  E  cos  nel  linguaggio  tutto  era studio e
    cautela.  Parlava sommesso,  con voce fredda,  un  po'  nasale.  Aveva
    l'erre aristocratico. Si diceva che da giovinetto si fosse proposto di
    entrare  in  un  Ordine  religioso  e  che il suo vescovo ne lo avesse
    distolto,  non si sapeva perch.  Dicevano pure  che  la  famiglia  lo
    desiderasse a Roma,  in Curia,  e che fosse stata sua ferma volont di
    dedicarsi prima, almeno per qualche tempo, alla cura d'anime,  lontano
    dai suoi,  in un'altra diocesi. Nella persona interiore don Tita e don
    Emanuele erano pure dissimili,  ma non quanto nell'esterna.  Don  Tita
    era  pi  complicato.  Lo  spirito  di  don  Tita  si  sarebbe  potuto
    paragonare alla sua faccia ilare,  dove i muscoli pieghevoli e l'adipe
    molle   celavano   l'intima   durezza   del  teschio;   oppure,   meno
    lugubremente,  a un campo verde e fiorito dove,  a un palmo  sotterra,
    trovi  la  roccia;  oppure a certe piccole morbide pesche di montagna,
    dove,  se metti il dente,  incontri subito un  nocciuolo  invincibile.
    Tutto molle e tepido, alla superficie, di bonariet, di condiscendenze
    verbali, di facili piacevolezze, egli aveva un nocciuolo freddo e duro
    di  coscienza  religiosa  irrigidita nella forma impressale da maestri
    antiquati, dominata dai doveri di carattere intellettuale,  dallo zelo
    per  la tradizione,  per la lettera della Legge,  per l'autorit della
    Gerarchia. Era una coscienza convinta,  fusa colla volont di compiere
    il  dovere  religioso dappertutto e sempre,  a qualunque patto.  Ma il
    religioso dovere di carit verso il prossimo  non  coincideva  in  lui
    cogl'impulsi  del  sentimento,  gli  era  impero  di  un'austera legge
    esterna piuttosto che impero di una legge  scritta  nel  suo  cuore  e
    sancita da Cristo.  Larghissimo,  in omaggio al Vangelo, di elemosine,
    non amava n stimava i poveri.  I peccati pi gravi e  scandalosi  dei
    suoi parrocchiani,  sopra tutto le pubbliche mancanze di rispetto alle
    vesti sacerdotali,  pi che non lo affliggessero,  lo irritavano,  gli
    facevano pruder le mani,  ch'eran pesanti,  e non affatto inesperte di
    arte oratoria. Quanto ai costumi, era di una purezza scrupolosa, quasi
    ombrosa. Uomo di molte preghiere,  disprezzava la religiosit mistica,
    che gli pareva sentimentalismo umano. Nei Santi e nei libri dei Santi,
    no;  ma  i  Santi  erano  per  lui esseri speciali,  erano uomini nati
    coll'aureola per effetto della canonizzazione decretata loro  dopo  la
    morte.  Aveva  una sufficiente cultura teologica e non era interamente
    digiuno di cultura letteraria.  Era stato professore di latino e greco
    in Seminario,  bench di greco non sapesse.  Non leggeva che giornali,
    riviste e libri cattolici.  Per conto di lui non entravano in canonica
    che stampe italiane,  mentre per conto di don Emanuele vi entravano le
    "Stimmen aus Maria Laach" e altre pubblicazioni straniere, sopra tutto
    tedesche.  Questo non era pane per i denti dell'eccellente  don  Tita,
    era  pane  che  gli  metteva un'ammirazione mal celata per i denti del
    cappellano. Ammirazione e non invidia;  perch poi don Tita non era un
    ambizioso,  si  accontentava  della  sua  sorte,  desiderava forse una
    parrocchia di citt per uscire dalle montagne,  che gli pesavano sullo
    stomaco,  e  per ritrovarsi con vecchi colleghi e amici,  non guardava
    pi in l.  Pensava invece che don Emanuele,  nipote di un  Cardinale,
    figlio di un cameriere segreto di Sua Santit, fratello di una guardia
    nobile  fosse destinato a salire chi sa quanto.  Se l'umile cappellano
    di Riese era  diventato  Pontefice,  perch  non  lo  diventerebbe  un
    cappellano  favorito dalla fortuna come don Emanuele?  Il suo contegno
    verso costui non era facilmente definibile.  Ne aveva  soggezione,  in
    fondo,   e   la   dissimulava  con  giocose  familiarit.   Ne  subiva
    l'ascendente,  non si sentiva,  con lui,  interamente a suo  agio.  Lo
    reputava  una cima perch sapeva il tedesco.  Era tuttavia convinto di
    predicar meglio di lui. Si compiaceva, nel suo amor proprio, di averlo
    per cappellano; e tante volte gli veniva in mente, mal suo grado, che,
    partito don Emanuele, in canonica si respirerebbe meglio.
    Don Tita avrebbe respirato  meglio,  forse  perch  don  Emanuele  non
    parlava  il  dialetto,  aveva modi aristocratici figurava la negazione
    vivente della giovialit.  Erano ambedue,  in sostanza,  dello  stesso
    minerale;  ma  l'arciprete andava raschiato forte prima di trovarvi la
    roccia  elementare,  mentre  invece  il  cappellano  era  un  levigato
    monolito.  Tuttoch  conoscesse  assai bene il diabolico tedesco,  don
    Emanuele non arrivava l'arciprete d'ingegno. Figlio di una gentildonna
    austriaca,  aveva imparato il francese e l'inglese  dalle  "bonnes"  e
    dalle  istitutrici  delle  sue  sorelle.  Si  diceva  che  negli studi
    teologici avesse zoppicato alquanto, pur essendo uno sgobbone.  Per i
    lunghi soggiorni fatti a Roma presso lo zio Cardinale, uomo d'ingegno,
    molto  socievole,  ricco  di amicizie,  gli erano giovati come a certi
    biscotti insipidi un lungo bagno nel bordeaux.  Questo  gran  zio,  il
    Nume  della  famiglia,  era  stato un sole per l'asteroide-nipote,  ne
    aveva attratto  il  corso  al  proprio  cielo,  senza  volerlo,  senza
    saperlo,  fin  da  quando  l'asteroide  studiava grammatica.  Vero che
    questi  mostrava  nel  carattere,   e  anche   nel   viso,   singolari
    predisposizioni  all'alta  prelatura.  A  dieci  anni era gi un omino
    educato ai modi della migliore societ,  alieno da ogni giuoco e dalle
    amicizie,  ordinato,  rispettoso,  assennatino  nel  raro  discorrere,
    misurato nella espressione degli affetti ai parenti secondo  il  grado
    della parentela,  devoto, chiuso. Sua madre, la sorella del Cardinale,
    molto pia, era insieme contenta e malcontenta di questo figliuolo.  Le
    era  dolcezza  di  conoscerlo sinceramente religioso e inquietudine di
    non conoscerne che questo. Il Cardinale non era mai stato cos,  aveva
    un carattere aperto. Il piccolo Emanuele, fra i sei e gli otto anni, a
    chi  gli  domandava cosa avrebbe fatto da uomo,  soleva rispondere il
    Vescovo;  fra gli otto e i dodici il sacerdote;  fra i dodici  e  i
    quattordici  non  so,  non so,  ostinatamente,  cogli occhi a terra.
    Allora la risposta sincera  sarebbe  stata  il  Cardinale.  Non  era
    tuttavia n un ipocrita n un conscio ambizioso. Chiamato a servire la
    Chiesa  si  sentiva  veramente;  e si era persuaso,  ragionando con se
    stesso,   che  la   nascita   e   le   aderenze   lo   predisponessero
    provvidenzialmente  a  salire  in dignit e in potenza per il servizio
    della Chiesa,  che questo  sentimento  superiore  gli  santificasse  i
    desideri ambiziosi, dei quali sul principio aveva intesa in s qualche
    voce, e provato quindi qualche scrupolo. Un po' alla volta essi gli si
    erano talmente avviluppati dentro il mantello del desiderio santo,  da
    nascondersi del tutto alla sua coscienza.  Il mantello era molto ampio
    e  pesante.  Lo  zelo  religioso  di don Emanuele non era meno sincero
    dello zelo religioso di don Aurelio,  le sue convinzioni religiose non
    erano  meno  profonde,  la  sua  vita e il suo pensiero non erano meno
    puri, meno immuni da qualsiasi macchia di concessioni a concupiscenze.
    Era invece diverso il suo concetto di Dio e, sopra tutto,  era diverso
    il  suo  concetto  della  Chiesa.  La  paternit  di  Dio  era per lui
    piuttosto una formola creduta che una verit sentita e  cara.  Le  sue
    labbra lo chiamavano Padre mentre il suo cuore lo sentiva monarca.  Il
    nonno di don Emanuele era  stato  un  imperioso,  formidabile  monarca
    della  nobile  famiglia,  che  governava  imponendole  il  suo austero
    ascetismo e un timore di Dio non riuscito ben distinto,  nei  figli  e
    nei  nipoti,   dal  timore  di  lui.   Invece  il  padre,  assai  poco
    intelligente, era mite e debole. Nella testa di don Emanuele l'idea di
    Dio aveva preso forma dall'impero e dalla piet del nonno.  Il suo Dio
    era una specie di Nonno infinito,  santo e terribile.  E la Chiesa per
    lui, era la sola Gerarchia, era un po' la casa del nonno, dove preti e
    frati  venivano  sempre  accolti  come   esseri   celesti,   superiori
    all'umanit.
    Come  veramente  don  Emanuele  fosse  capitato  da  Udine  a  fare il
    cappellano in Velo d'Astico, il solo arciprete,  in Velo d'Astico,  lo
    sapeva. Era stato volere del Cardinale che suo nipote, prima ancora di
    venire  ordinato  sacerdote,   conoscesse  di  doversi  dedicare,  per
    desiderio dello zio,  non alla carriera prelatizia ma bens alla  cura
    d'anime,  lontano dai suoi parenti, dalle sue aderenze aristocratiche,
    in una diocesi dove il suo nome fosse affatto sconosciuto. L'arciprete
    lo aveva saputo dal Vescovo di Vicenza.  Don Emanuele non gliene aveva
    detto niente, non parlava mai, n di s, n della sua famiglia, n dei
    suoi piani di avvenire.  Non parlava volontieri neppure del Cardinale.
    L'arciprete, che sulle prime si era ingegnato di spillargli tante cose
    di questo Cardinale, fin con persuadersi che il nipote non avesse per
    lo  zio  tanta  simpatia  quanta  riverenza;   e  non  gli  parl  pi
    dell'Eminentissimo che a Natale, a Capodanno, a Pasqua e la vigilia di
    San Giovanni, giorno onomastico di Sua Eminenza, per dirgli: Ohe, don
    Emanuele, scrivendo a Roma, semo intesi, se cred, umilmente. O anche
    solo: Ohe, scrivendo.... E allora compieva la frase con un riverente
    piegar del capo e del busto e un ossequente spiegar delle mani.


    2.

    Madre  Santa,  cosa  dice  mai!  esclam  la  siora  Bettina,  molto
    arrossendo e guardando il cappellano all'uscita  dell'arciprete  sulla
    nobilt di Udine.  Quel montone insolente del gregge di don Tita aveva
    torto di appiccicare alla siora Bettina il nomignolo di Spirita Santa.
    Ella non intendeva  ispirare  n  il  cognato  n  don  Emanuele,  non
    attendeva  che  alla  santificazione  sua  propria.  Rimasta  vedova a
    cinquantadue anni del dottor  Fantuzzo,  senza  figliuoli,  provveduta
    sufficientemente,  aveva  accettato di occupare nell'ampia canonica di
    Velo d'Astico,  dalla fine di aprile  al  principio  di  novembre,  un
    alloggio del quale pagava l'affitto a don Tita. Faceva cucina a parte,
    non prendeva con don Tita che il caff della mattina. Nata di famiglia
    civile  del  Dolo,  era  fedele ad abitudini di vita un po' diverse da
    quelle  dell'arciprete,   e  gelosa,   con   tutto   l'ossequio   agli
    ecclesiastici,  della propria indipendenza. Anche la sua ferventissima
    piet aveva un fondamentale carattere d'indipendenza dal prossimo.  La
    buona siora Bettina desiderava e pregava, per la gloria di Dio, che il
    prossimo  buono  si  conservasse  tale,  che  il  prossimo  cattivo si
    convertisse,  ma poi non voleva per casa  n  l'uno  n  l'altro;  non
    voleva  brighe.  All'anima  sua  ci  pensava  lei;  gli altri dovevano
    pensare alla loro. Quando soccorreva i poveri la sua mano sinistra non
    lo sapeva, ma non lo sapeva neppure il suo cuore.  Il suo cuore sapeva
    di prendere ipoteche su poderi celesti.  E a questi patti prestava pi
    volentieri  a  Domeneddio,  il  cognato  aiutando,  camici,   pianete,
    tovaglie di altare,  vasi sacri,  messe,  uffici funebri, che opere di
    carit del prossimo. Il suo cuore non era sempre stato cos. Era stato
    nella prima  giovinezza,  un  cuore  pieno  di  segrete  immaginazioni
    pericolose.  Il  fu  dottor Fantuzzo,  buon diavolo d'uomo,  parecchio
    campagnolo, bevitore ammirato,  non aveva corrisposto ai suoi sogni di
    fanciulla.  Uscita  da  una  famiglia  religiosissima,  ella si era un
    giorno atterrita,  nella sua sincera piet,  di sentirsi tentata  come
    non  avrebbe  immaginato mai.  Si rifugi in un fervido ascetismo,  in
    tutte quelle pratiche esterne che meglio le  potevano  creare  intorno
    una  veste e una fama d'invulnerabilit.  Aiutata da un rigido teologo
    diffidente di  ogni  misticismo,  venne  cos  trasformando  i  propri
    focherelli  terrestri in un fuoco unico,  nominalmente di amor di Dio,
    realmente di desiderio della salute propria.  Il mondo,  sempre severo
    colle  persone  pie,  sempre disposto a esigerne tutte le perfezioni e
    tutti gli eroismi, l'avrebbe facilmente bollata per egoista. Ma che sa
    il mondo?  Un ambiente di  famiglia  diverso,  una  cultura  religiosa
    superiore,  una  direzione  spirituale  pi  conforme allo spirito del
    Vangelo, non avrebbero atrofizzati nella siora Bettina gli effetti non
    pericolosi  che  avevano  resa   amabile   la   sua   fanciullezza   e
    l'adolescenza.  Ella  non  somigliava  per  questo  verso  a  don Tita
    somigliava piuttosto al cappellano.  L'allegro don Tita  era  proclive
    alle amicizie,  aveva facili le comunicazioni con tutti.  Don Emanuele
    non aveva mai avuto un solo amico;  a vederlo  fra  la  gente  allegra
    faceva l'impressione di un corvo attonito fra un chiasso di galli e di
    galline.  Ma  don  Emanuele  non aveva ancora trovata la sua pace e la
    Fantuzzo  s.   Sotto  il  suo  spegnitoio  ascetico  ella  non  aveva
    tentazioni altre a temere che quella di prendere tre pandoli nel caff
    e  latte invece di due,  quella di dire all'arciprete che smettesse di
    pulirsi la penna nei capelli diventati grigi,  e quella di pregare  il
    Signore   che  facesse  morire  la  gatta  scandalosa  del  calzolaio.
    Somigliava pi a don Emanuele che  a  don  Tita;  e  in  fatto,  senza
    formulare giudizi comparativi,  ch ne avrebbe avuto scrupolo, sentiva
    per  don  Emanuele  una  riverenza,   un'ammirazione  che  non   amava
    esprimere, gli professava un culto interno molto acceso, mentre il suo
    culto   esterno   andava   principalmente   all'arciprete.    Parlando
    dell'arciprete,  la siora Bettina poteva talvolta sorridere;  parlando
    di don Emanuele, non lo poteva.
    Preso  il  caff e latte,  la Fantuzzo stese la mano alla veletta nera
    che aveva posata sulla tavola.
    Ben! diss'ella. Don Tita...
    Questa era la sua  solita  formola  di  congedo.  Don  Tita  le  stese
    incontro la mano spiegata.
    A pian! Fermi l! Savo come i ve ciama, sta bona zente de Velo?
    Gstene mundi!  mi no rispose la cognata, arrossendo forte perch lo
    sapeva benissimo e  le  pareva  che  ammettere  di  saperlo,  di  aver
    tollerato in silenzio che le si affibbiasse il titolo di Terza Persona
    della Santissima Trinit, fosse quasi confessare una colpa.
    I  ve  ciama  prosegu  l'arciprete  vard che canaje!,  la Spirita
    Santa. Xele canaje? E diede in una bonaria risata mentre don Emanuele
    rimaneva impassibile.
    Un bel posto, capo, ma ghe xe da far. Oh ghe xe da far!  E ghe xe da
    far subito.
    Il signor arciprete  sempre di buon umore, non  vero don Emanuele?
    disse  la  siora  Bettina,  alzandosi  per  andarsene.  Ma  il  signor
    arciprete non intendeva affatto che se ne andasse  e  mise  fuori  una
    fila  interminabile di no no no di La favorissa,  La favorissa,  La
    favorissa. Siccome in quel momento era entrata la fantesca per portar
    via il vassoio del caff, don Tita le ordin di andarsene.
    Lassne quieti diss'egli.  E,  per  maggiore  cautela,  pass  nello
    studio  attiguo  col  cappellano  impassibile  e  colla siora Bettina,
    turbata dal timore di qualche briga,  che fosse per capitarle addosso.
    Lo   scherzo  dell'arciprete  le  faceva  supporre  che  si  trattasse
    solamente di dare un consiglio; ma, per,  anche questa era una briga.
    Per verit, ella non confessava a se stessa di abborrire dalle brighe;
    credeva  soltanto  di  abborrire  da  ogni  dubbio  di  coscienza,   e
    certamente ogni briga,  sia di fatti sia di  consigli,  porta  con  s
    qualche dubbio di coscienza. In passato il suo direttore spirituale le
    aveva  consigliati  certi libri fatti apposta per compiere molto bene,
    nell'anima sua, l'opera di una incipiente paralisi scrupolifera.
    Ecco qua,  cara Bettina cominci l'arciprete.  Se no se tratasse de
    la gloria de Dio e del ben del prossimo,  no ve incomodaressimo; vero,
    don Emanuele?
    Don Emanuele,  che teneva gli occhi  fissi  sull'arciprete,  come  per
    dominarne   e  dirigerne  la  parola  facile  alle  imprudenze,   alle
    sconsideratezze bonarie, ebbe nello sguardo e nella persona un impulso
    tanto evidente di offerta, che l'arciprete lo afferr subito.
    Volo parlar vu? diss'egli. Parl vu!
    E don Emanuele,  rientrando  prontamente  nel  suo  guscio  freddo  di
    compostezza  prelatizia,  parl,  ben  sicuro  di  non guastare,  come
    l'arciprete avrebbe fatto,  certa delicata  macchina  messa  in  moto,
    forse  con  poco  utile  del  prossimo,  ma indubbiamente,  secondo il
    cappellano,  per molta gloria di Dio.  Egli  si  credeva  pi  accorto
    dell'arciprete  per  la  grammatica di finezze che aveva studiata;  ma
    s'ingannava.  L'arciprete  era  un  accorto  per  natura,  un  accorto
    inconscio al quale giovavano,  per i suoi fini,  anche le imprudenze e
    le sconsideratezze del parlare.  Per esso appariva semplice a  chi  lo
    conosceva  poco;  forse  non  c'era in paese nessuno che lo conoscesse
    molto,  tranne il signor Marcello e donna Fedele,  ai quali  bastavano
    due o tre conversazioni, due o tre fatterelli, per cogliere una figura
    morale.
    Ecco disse don Emanuele, si tratta di salvare una povera figlia.
    Ah!   -  S!   -  M'immagino,  m'immagino  fece  la  siora  Bettina,
    illuminandosi  di   una   contentezza   verniciata   di   compunzione.
    M'immagino.
    L'argomento  era  spinoso  e  doloroso,  ma  la briga era piccola.  La
    giovine sorella della sua donna di servizio era assediata da un  corpo
    del Regio Esercito e dall'anima perversa del medesimo.
    Eh lo so! riprese sospirando.  Lo so pur troppo.  L'ho saputo ieri e
    voleva anzi parlarne io all'arciprete.
    S a trzio,  s a trzio,  fiola mormor  don  Tita,  volendo  dire
    ch'ella  prendeva  abbaglio.  E il tono della voce,  sommesso,  grave,
    significava: Si tratta di ben altro.
    Pu essere che sappia,  pu essere che sappia osserv don  Emanuele,
    mellifluo,  all'arciprete.  Si tratta,  signora di quella giovine, di
    quella signorina che sta col signor Trento,  che  doveva  sposare  suo
    figlio.
    L'arciprete guard sua cognata per vedere che viso facesse.  Lo faceva
    molto brutto.
    Gstene, non la conosco diss'ella.
    Se sper aver trovato un rifugio  nella  indicata  ignoranza,  la  sua
    illusione dur poco.
    And l! disse l'arciprete.
    Sarebbe meglio che la conoscesse osserv don Emanuele, pensoso. Non
    la conosce proprio niente? Proprio niente?
    Di vista.  Di vista s rispose la Fantuzzo,  rosea. Ma don Emanuele,
    che  la  sapeva  lunga,  tacque  come  chi  non    persuaso  e,   per
    discrezione, non insiste con parole, insiste col silenzio di un'attesa
    sicura.
    Le  avr  forse  parlato  una  volta  soggiunse  la  siora  Bettina,
    scarlatta.
    Oh brava! fece l'arciprete.
    Ma non le parlo pi, non le parlo pi, non le parlo pi!
    Pareva inorridita, la povera Bettina.  Continuava a protestare: Eh no
    no!  eh  no  no!.  L'arciprete  esclam  infastidito: Ma parch?  Ma
    parcossa?.   Ella  rispose  che  quella  persona  le  faceva   troppa
    soggezione, troppa soggezione. Il perch vero era diverso. Lelia le si
    era,  un  giorno,  trovata  vicina in chiesa.  La povera siora Bettina
    aveva un copricapo eteroclito che mise di buon umore il  gruppo  delle
    villeggianti,  otto  o  dieci  signorine,  una pi passera dell'altra.
    Lelia se ne avvide,  prese subito la  povera  Fantuzzo  sotto  la  sua
    protezione. Le offerse la propria sedia, le raccatt un intero volo di
    Santi  sfuggitole  dal libro di preghiere,  usc quando ella si mosse,
    trov modo di rivolgerle,  nello scender la  gradinata  della  Chiesa,
    qualche parola di lode al sermone che aveva tenuto l'arciprete. Chi sa
    perch,  le cortesie della signorina turbarono la Fantuzzo.  Parve che
    con una ondata di simpatia per  essa  le  salisse  in  cuor  anche  un
    riflusso  di  quei  vaghi  sentimenti  giovanili che l'avevano,  a lor
    tempo, atterrita. Farsi amica della signorina, comunicare con un'anima
    giovane,  esperta dell'amore  e  del  mondo,  riassaggiare  ancora  di
    seconda  mano,  dell'uno  e  dell'altro:  ecco la tentazione di cui la
    siora Bettina  sent  un  lieve  alito.  Bast  perch  rientrasse  in
    canonica  con un precipizio,  nella gola,  di giaculatorie e di basta
    basta basta! che significavano il proposito di non avvicinare mai pi
    quella pericolosissima persona.
    Sarebbe meglio  che  le  parlasse  rispose  don  Emanuele  guardando
    l'arciprete ma non mi pare che sia proprio necessario.
    No so po fece l'arciprete.  I tre monosillabi, veramente magistrali,
    parvero  significare  ch'egli  non  vedeva  modo  di  giungere  a   un
    desiderato fine,  se la cognata si ostinasse a non voler parlare colla
    signorina.  In fatto un tale colloquio non era per niente nelle vedute
    n  dell'arciprete  n  del  cappellano,  e  la  loro  tattica  era di
    preparare con arte una proposta che venisse in figura di  transazione.
    Ma don Emanuele era corso un po' troppo e il no so po dell'arciprete
    era  stato  un  colpettino  artistico di freno.  Don Emanuele lo cap,
    retrocesse con un ma! pieno di dubbi,  di  rincrescimenti  di  mezze
    rinunce, di mezze esortazioni.
    Siccome,  poi, tacevano ambedue, la siora Bettina si sper liberata e,
    avanzando la persona nell'atto di alzarsi, mise fuori un altro:
    Ben.
    Spet, fiola disse l'arciprete, fermandola con un gesto.  E si volt
    a don Emanuele:
    Tanto fa che ghe disemo tuto.  Dopo la dir ela cossa che la pol far.
    Ve pare?
    Don Emanuele,  memore della lezioncina toccatagli un momento prima  da
    chi  avrebbe  reputato scolaro e non maestro,  drizz come ventagli le
    due mani ferme sulle ginocchia e mormor alla sua volta:
    Non so.
    Don Tita prese un tono deciso.
    S, s, cont diss'egli, cont.
    Allora don Emanuele si raccolse la sottana sulle gambe  con  un  gesto
    quasi femminile e disse:
    La cosa  semplice.
    Evidentemente,  la cosa era complicatissima ed egli non sapeva da qual
    parte cominciare.
    La signorina disse ha vivi i suoi genitori. Il padre... sa...
    Il cappellano soffi un lungo soffio gentile,  senza gonfiar le  gote,
    senza movere, quasi, le labbra, come se del padre ci fosse da dir bene
    e da dir male e,  tirate le somme, il miglior consiglio paresse quello
    di tacerne.
    Invece riprese, la madre...
    S,  la madre... comment don Tita in tono  di  basso  profondo,  di
    soddisfazione  grave,  e scotendo il capo a negare silenziosamente che
    se ne potesse dir male.
    Gesummaria,  don Tita! sussurr sgomenta,  guardando il cognato,  la
    siora Bettina, che aveva udite, in addietro, ben altre campane.
    Il cappellano la plac.
    No diss'egli. Ecco. In passato ci fu da dire. Certamente. Ci furono
    delle  leggerezze.  Adesso    una donna che ripara.  E' una donna che
    pensa unicamente a opere di piet,  a opere  di  carit,  che  vive  a
    Milano una vita edificante, ch' in relazione con ottimi sacerdoti. E'
    divisa  dal  marito,  s;  ma  forse ci sono delle ragioni plausibili,
    forse ci sono dei malintesi. Dopo Dio, dopo la Chiesa, il suo pensiero
     la figlia.  Relazioni dirette con essa non ne pu  avere  perch  il
    signor Trento,  uomo di cuor duro, religioso s e no, non permette. In
    questo momento trepida per la figlia.  Me lo ha scritto l'altro giorno
    un sacerdote, un degno sacerdote che l'avvicina.
    Gavo la lettera? interruppe l'arciprete. Lezla.
    Don Emanuele guard il Superiore con una faccia contrita.
    Per verit diss'egli,  una lettera riservatissima...
    Gnente gnente! esclam don Tita. Basta basta!
    Il cappellano prosegu:
    Questo  sacerdote  scrive  che  la signora da Camin  venuta a sapere
    come si trovi presentemente,  da parecchi giorni,  in casa  Trento  un
    giovine milanese molto conosciuto a Milano, tristemente conosciuto.
    Un infelice! mormor l'arciprete. Un disgraziato!
    Lo   disse   coll'accento  pacifico  di  chi  constata  una  disgrazia
    irrimediabile, una infelicit definitiva.
    La siora Bettina prese timidamente la parola per dire che  credeva  di
    aver veduto il giovine in chiesa, la domenica precedente. Don Emanuele
    sospir e tacque.
    S s! disse don Tita.  Lo gavar visto.  Va in ciesa, va in ciesa.
    Ma el xe pezo de quei che no  ghe  va.  Una  testa,  fiola!  Amigo  de
    quell'altra  bela  testa  del curato de Lago.  El xe uno de questi che
    vora cambiar tuto nela Religion.
    La siora Bettina sibil succhiando aria come se si fosse  scottata  la
    lingua. Don Emanuele sospir da capo.
    Pur  troppo!  diss'egli.  E la madre vive nell'angoscia perch teme
    che la figliuola possa prendere interesse  a  questo  giovine,  e  che
    questo   giovine,   essendo   lei  una  figlia  vistosa,   con  grandi
    aspettazioni...
    Mancara altro... esclam don Tita ch'el s'inzeregasse qua!
    La siora Bettina sibil.
    Ora riprese don Emanuele,  il sacerdote che  mi  scrive  ha  potuto
    sapere, per una grazia, dico io, della Divina Provvidenza...
    Pausa.
    Fora fora! esclam don Tita.  Corajo!  Ben,  andar avanti mi. Pare
    che ghe sia un potcio fra el toso e una  siora  de  Milan.  Maridada,
    capo
    Sibili e sibili della siora Bettina.
    E se discorea,  capo riprese don Tita,  l'altra sera,  qua con don
    Emanuele,  de cossa che se podara far,  perch la  tosa  lo  savesse.
    Pensa e pensa, no se g trov gnente. Ossia se ga trov, ieri, che non
    ghe saressi che vu.
    Gstene, don Tita!
    L'accento di questa giaculatoria profana faceva piet.
    Silenzio.
    No  ghin parlemo altro disse l'arciprete.  La tosa se rovinar e mi
    no ghin avar colpa.
    La Fantuzzo,  ch'era seduta presso  la  scrivania  dell'arciprete,  vi
    stese  la mano a un libro e,  trattolo a s,  parve considerarlo.  Era
    rossa come un gambero.
    Volo vder esclam don Tita che la sa qualcossa sta malindreta!
    La Fantuzzo protest che non sapeva niente,  ma l'arciprete non fatic
    molto  a cavarle che la cuoca di casa Trento amica della sua fantesca,
    aveva parlato a quest'ultima di novit che c'erano  in  casa  dopo  la
    venuta  del  signore di Milano,  di malumori del padrone,  di malumori
    della cameriera Teresina, di gran pianti della signorina.  Una mattina
    la  cameriera  era  venuta  stravolta  a  ordinare un caff fortissimo
    perch la signorina aveva fatta la  pazzia,  con  tutti  i  fiori  che
    voleva  in  camera la notte,  di tener chiuse le finestre e credeva di
    morire dal mal di capo. La cuoca aveva detto allora:
    Vuole ammazzarsi,  quell'anima! La cameriera  aveva  risposto  colle
    lagrime agli occhi: Ma!....
    Credo  soggiunse  la  buona  signora  Bettina che tutto sar perch
    questo giovine era tanto amico del suo fidanzato e glielo far  venire
    in mente.
    Cara disse don Tita, vu s una macaca.
    Intanto  don Emanuele pensava con animo grato al visibile favore della
    Provvidenza per le mire sue e dell'arciprete.  In fatto  n  l'uno  n
    l'altro  aveva mirato a fare della siora Bettina uno strumento unico e
    diretto della  stessa  Provvidenza.  Molto  soddisfatti  di  possedere
    un'arma contro l'amico di don Aurelio,  il famigerato Alberti, avevano
    ideato che la siora Bettina confidasse alla sua fantesca il  potcio
    dell'Alberti  colla  signora maritata di Milano,  nella fiducia che la
    fantesca,   della  quale  conoscevano  l'amicizia  con  quella  cuoca,
    l'avrebbe  confidato  e  costei  e  che costei l'avrebbe riferito alla
    cameriera.  Ed ecco che la fiducia diventava certezza il  tubo  ideato
    esisteva  gi,  lavorava  gi  per  la  condotta  di segreti aeriformi
    dell'identica specie.
    Allora  cominci  il  virgulto  prelatizio  con  un'aria   innocente
    capisco che fra la Sua fantesca e la cuoca di casa Trento...
    Fu bussato all'uscio.
    Avanti! fece il bonario don Tita.
    Il  cappellano  ammutol  e abbass gli occhi acquosi senza dare alcun
    altro segno del proprio malcontento per la interruzione consentita dal
    Superiore.  Era proprio la serva della Fantuzzo che  veniva  in  cerca
    della  sua  padrona.  Don  Tita,  illuminato  nello spirito da un'idea
    subitanea,  la preg di aspettare fuori  dell'uscio;  un  momento,  un
    momento solo! And egli stesso a chiuder l'uscio con un gran colpo che
    lo  lasci aperto;  poi si mise a declamare,  sulle facce meravigliate
    della siora Bettina e del cappellano:
    Sent, cugn, sent, capelan.  Vualtri no parlar,  ma mi ve la digo.
    Savo  quel toso de Milan che xe alla Montanina,  che xe lig le buele
    l col curato de Lago;  savo che perla ch'el xe?  El se  la  intende,
    capo, a Milan, perch mi lo so, co una siora che ga maro, tosi...
    Gstene! mormor la siora Bettina. Anca tosi?
    Ci  rispose  piano  don  Tita la xe marid,  ah? E riprese a voce
    alta: Speremo che nol gabia dele idee,  quel berechin,  su sta  fiola
    qua che xe col vecio Trento. Se lo savesse so mama, pora dona!.
    Detto questo,  don Tita si alz,  disse sottovoce fato, fato, fato e
    guardando don Emanuele coll'aria di chi a un collega d'arte si  mostr
    maestro,  avvicinossi  all'uscio  in punta di piedi,  lo spalanc d'un
    colpo, gridando:
    Dove xela...? Ah,  scus! diss'egli,  perch la donna era l,  mezzo
    tramortita dal colpo dell'uscio. La siora Bettina si alz, beata della
    sua  liberazione.  Il cappellano,  non interamente sicuro che l'alzata
    d'ingegno fosse riuscita bene,  se ne stava meditabondo,  quando entr
    in  fretta  e  in  furia  la  serva  dell'arciprete,  che disse al suo
    padrone:
    Ghe sara la Fedele.
    Il nome insolito della Vayla era spesso cambiato,  in  paese,  per  un
    cognome.
    L'arciprete domand, attonito:
    Quala Fedele?
    Eh, nol sa? Quela de Arsiero. Quela dei cavigi bianchi.
    La  siora  Bettina  sgattaiol  via in fretta;  l'arciprete chiuse gli
    occhi e soffi come se gli avessero offerto  un  bicchiere  d'olio  di
    ricino;  il  cappellano  mormor:  Arciprete!  e  si fece vedere dal
    principale a giunger le mani,  ad alzare lo sguardo al cielo,  volendo
    insieme  raccomandare  all'uomo  di  star  fermo e al Signore di tener
    l'uomo fermo.  Dopo di  che  se  ne  and  frettoloso  a  capo  basso.
    L'arciprete fece entrare donna Fedele,  certo, come il cappellano, che
    venisse per parlargli di don Aurelio, delle istanze del popolo di Lago
    che si disponeva di ricorrere magari a Sua Santit  perch  il  curato
    non partisse.


    3.

    Donna  Fedele  era  venuta  dal  villino  delle  Rose  col  suo solito
    calessino da nolo.  Aveva incontrato Massimo poco oltre il  ponte  del
    Posina e gli aveva detto ridendo: Vado dall'arciprete! Per il covo!.
    Le erano pervenute, per un tubo affatto simile a quello posto in opera
    fra la canonica e la Montanina, parecchie notizie interessanti e anche
    questa  che,  in canonica,  il suo villino era stato qualificato,  per
    causa di Carnesecca,  un covo.  Alla esortazione scherzosa di Massimo:
    Gliele canti! aveva sorriso senza rispondere,  col suo sorriso dolce
    quanto la voce.  Svoltato il calessino  a  sinistra  sulla  salita,  i
    nobili lineamenti avevano presa una espressione di tristezza.  Non era
    il viso di chi avesse a cantarle a qualcheduno.  Per il cuore lo era;
    e  anche  il cervello.  Nel cuore,  donna Fedele aveva un risentimento
    altero;  qui c'entrava forse anche il famoso covo.  Nel cervello aveva
    una  collezione  bene  ordinata  di parole fredde,  chiare e dure,  da
    mettere  a  posto,  bisognando,  in  un  altro  cervello  che  non  le
    dimenticasse; e qui il covo non c'entrava per nulla.
    L'incontro  di  Massimo  le  aveva  fatto  salire  al viso un'ombra di
    malinconia.  Non ci vedeva chiaro in quella faccenda.  Vedeva  Massimo
    esser preso ogni giorno pi,  questo s;  ma vedeva il signor Marcello
    inquieto e Lelia paurosamente enigmatica.  Le pareva una  creatura  in
    lotta  con  se stessa.  Supponeva in lei un conflitto di sentimenti e,
    nel tempo stesso,  pi la  conosceva,  pi  si  persuadeva  che  fosse
    orgogliosissima,  che  a voler influire sulle sue decisioni si farebbe
    peggio. S'era amicata Teresina,  da Teresina aveva saputo il fatto dei
    fiori  e delle finestre chiuse,  non da prendere troppo sul serio,  ma
    neppure da trascurare.  L'idea di Teresina era che  la  ragazza  fosse
    innamorata  e  che  si  vergognasse di esserlo,  che si tenesse legata
    nell'onore alla memoria del povero signor  Andrea,  alla  fiducia  del
    signor Marcello. Insomma quell'ombra di malinconia saliva da un oscuro
    gruppo di dubbi, di pene, di supposizioni, di presentimenti.

    Nel  salotto  della canonica,  la siora Bettina e don Emanuele diedero
    alla visitatrice un'idea cos viva di  due  polli  spaventati  che  le
    sguisciassero a fianco lungo la parete, e le venne in mente cos rosso
    certo  bitorzolo  sopra  l'occhio  sinistro  dell'arciprete,   che  si
    colorava sempre quando egli era turbato,  che  un  colpo  di  riso  la
    strinse  alla  gola.  Fu  appena  in tempo di rifarsi,  entrando nello
    studio, un viso serio.
    Il bitorzolo era scarlatto ma l'accoglienza fu espansiva.  Il buon don
    Tita  parve  incapace di contenere nella propria persona,  non sottile
    vaso, una miscela effervescente di sorpresa, di piacere e di ossequio.
    Don Tita non era un ipocrita,  in quel momento.  Alzandosi  e  movendo
    incontro alla signora con una sequela di: - Oh guarda guarda guarda! -
    Chi vedo chi vedo chi vedo!  - Servitorsuo servitorsuo servitorsuo!  -
    il buon prete non obbediva a nessun calcolo. Egli aveva nel sangue una
    invincibile officiosit che,  a fronte di ogni persona  ragguardevole,
    lo  rendeva  sull'istante  cerimonioso  e  cordiale.   Sentiva  allora
    diminuire in s,  come per miracolo,  le distanze  di  opinione  e  di
    sentimenti  che lo separavano,  eventualmente,  da quella persona;  e,
    volere o non volere,  bisognava pure che con parole e con gesti e  col
    giuoco  della  fisonomia le desse a capire di essere molto pi del suo
    avviso ch'essa non avrebbe pensato. Donna Fedele si divert molto, nel
    proprio interno, di queste accoglienze previste, pensando al mutamento
    di scena che doveva seguire. Si divert anche di accettare la poltrona
    dell'arciprete, di figurarsi, nella propria gonna violetta, un vescovo
    e dell'idea di dar mano alla tabacchiera ch'era l sul tavolo  davanti
    a lei, aperta.
    Sono  venuta  diss'ella  con  una dolce flemma sonnolenta che pareva
    velarle anche i begli occhi per farle vedere che cerco di essere  una
    cristiana, non dir buona, ma discreta.
    L'arciprete rise rumorosamente.
    Oh bella bella bella!  Ma chi ne dubita, signora? Ma ma ma ma! Chi ne
    dubita?
    Donna  Fedele  sorrise.  Mentre  le  labbra  sorridevano,   gli  occhi
    ingrandirono e diedero un lampo di luce viva.
    Eh! diss'ella. Anche la voce ebbe un lampo.
    Don Tita mostr di non capire,  di non ricordare certa concessione del
    giardino di donna Fedele per una festa  contadinesca  complicatasi  di
    ballonzoli,  certa  sua sconveniente predica fattagli rimangiare dalla
    signora; e ricominci:
    Ma ma ma ma!
    La bella voce riprese blanda:
    Lei non ha pensato cos una volta e neppure  adesso  quando  mi  sono
    presa Pestagran in casa.
    Don Tita divent rosso come un lampone.
    Io? diss'egli.  Tutt'altro.  Carit, signora! Carit, carit. Altro
    era la casa di un sacerdote,  capir,  signora,  e altro    una  casa
    laica.
    Un covo laico si mormor donna Fedele fra i denti.
    L'arciprete  non  pot udire ed ella confess,  sempre blanda,  di non
    avere saputo,  una volta,  che i sacerdoti fossero meno obbligati  dei
    laici alla carit.  Oppose alle proteste di don Tita uno sguardo fisso
    e un silenzio altero.
    Il povero don Tita,  memore di aver detto che la magra signora era una
    Carnesecca  peggiore  di  Gran  Peste,  lontano  dal pensare che donna
    Fedele,  se  l'avesse  saputo,   se  ne  sarebbe  tanto  divertita  da
    diventargli pi benigna, stava sui carboni ardenti.
    Ma  io  ella  riprese  non sono venuta per parlarle di Pestagran n
    d'altro dove c'entri Pestagran.
    Ben, signora. Ben ben ben ben.
    L'arciprete disse cos, concedendosi un piccolo sfogo di dialetto,  ma
    pens male, male perch almeno quell'altra pillola era inghiottita e
    chi sa cosa diavolo avesse "in pectore" madama Carnesecca.
    Siccome  Lei  e io c'interessiamo di una stessa persona,  sono venuta
    per  domandarle  una  informazione  che  potrebbe,   in  certi   casi,
    riguardare indirettamente questa persona.
    Adesso  donna  Fedele  aveva parlato con voce chiara e piuttosto alta,
    articolando bene le parole  e  guardando  risolutamente  don  Tita  in
    faccia.  Era una faccia attonita. Chi poteva essere questa persona? La
    Bettina, no. Il cappellano, meno. Che fosse proprio don Aurelio?
    Non  vero chiese donna Fedele  che  Lei  s'interessa  molto  della
    signorina che sta in casa Trento?
    Don Tita, contento che non fosse venuto fuori don Aurelio, batt palma
    a palma.
    Io, signora? M'interesso...? No, sa, signora. Proprio no, sa.
    Donna Fedele pens: adesso, il bitorzolo!
    Come,  niente  esclam  sorridendo,  se  vuol farle sapere che deve
    guardarsi da un certo Alberti perch questo Alberti ha un intrigo  con
    una signora maritata?
    L'arciprete,  fulminato,  credette  a  una incarnazione del diavolo in
    donna Fedele. Balbett come. come, come? e,  riprendendo gli spiriti
    smarriti,  chiam in cuor suo - mostra mostra mostra! la sua serva che
    sola aveva potuto  origliare,  udire,  chiacchierare.  E  intanto  non
    rispondeva.  Donna Fedele attese un poco e poi gli domand,  colla sua
    dolce flemma spietata, se negasse o confermasse la cosa.
    Nego rispose don Tita riavendosi dal colpo. Posso negare,  signora.
    Nego di avere alcun interesse in questa faccenda.  La sapevo, signora,
    ma il segreto non era mio.
    Donna Fedele si rimprover mentalmente di non  avere  contati,  questa
    volta, i - signora - dell'arciprete. Un'altra volta ne aveva contati o
    almeno  pretendeva averne contati cento e uno in mezz'ora.  Riprese la
    sua fredda opera di tortura.
    Vede, arciprete diss'ella, se qui si sa molto di quello che si fa e
    si dice in casa mia,   giusto che in casa mia si sappia un pochino di
    quello che si fa e si dice qui.
    Donna   Fedele   era  convinta  che  la  serva  dell'arciprete  avesse
    l'incarico di spillare alla sua  ortolana  tutto  il  possibile  della
    padrona,  di don Aurelio, di Carnesecca e di Massimo Alberti. La serva
    poi,   per  comprare,   vendeva.   E  l'ortolana  chiacchierava  colla
    cameriera.   Donna   Fedele   non   voleva  saperne  di  pettegolezzi,
    rimproverava le sue donne,  ma  non  poteva  turarsi  gli  orecchi;  e
    stavolta, per verit, li aveva aperti bene.
    Tutta la faccia di don Tita prese il colore del bitorzolo.
    Ah La mi scusi poi tanto,  signora diss'egli con voce risentita, ma
    questa poi... questa... oh...! oh!... oh!
    Dondolava il capo come sopra un perno, aggrottando le sopracciglia.
    Si ud un flebile con permesso,  l'uscio fu aperto  piano,  ecco  la
    delinquente col caff e i pandoli per donna Fedele. Era una vecchietta
    grossa,  dalla  voce  di pecora e dalla faccia furba.  Pos il vassoio
    sulla scrivania e guard il padrone, aspettando che si alzasse come il
    solito,  imbrandisse il cucchiaino,  e vociferasse  quanti,  signora,
    quanti?.  Il padrone si alz ma non subito e lentamente. Le diede poi
    un'occhiata che la fece tremare di avere sbagliato portando il  caff.
    Cape! mormor la povera donna,  usa,  come la Fantuzzo, appellarsi a
    quei lontani invisibili crostacei.  Quella  donna  trasognata,  ignara
    della  propria  situazione di "lupus in fabula",  quella faccia di don
    Tita,  costretto a nutrire di caff e pandoli una creatura odiosa  che
    lo aveva insolentito,  l'idea della scenata che doveva infallibilmente
    seguire, partita lei, fra serva e padrone,  misero tanto di buon umore
    il  piccolo  demone comico annidato nel cervello di donna Fedele,  che
    invece di rifiutare il caff o almeno i pandoli,  com'era stato il suo
    primo sentimento,  ella prese dell'uno e degli altri, tanto per ridere
    pi gustosamente della sorte amara di don Tita e per sorridere  di  se
    stessa.
    Per,  dopo  il caff e i pandoli,  smise di torturare il povero uomo.
    Donna Fedele capace di antipatie fiere,  non sentiva  per  l'arciprete
    che  indifferenza.  Lo credeva piuttosto debole che doppio,  piuttosto
    guasto da una educazione insufficiente e malsana che basso di  natura,
    astuto  s  ma  di  un'astuzia  grossa,   facile  a  penetrare;  e  ne
    riconosceva le qualit buone, il disinteresse, il desiderio sincero di
    servire  Iddio.   Partita  la   fantesca   ella   gli   disse,   molto
    pacificamente,  che  aveva serie ragioni di voler sapere il vero circa
    le accuse che  riguardavano  il  giovine  Alberti.  Don  Tita,  presto
    rabbonito, si trincer e chiuse nella frase del segreto altrui, ma per
    aprire subito un usciolino, compiacendosi di fare, quasi di soppiatto,
    cosa  grata  alla  sua interlocutrice.  Il segreto era del cappellano.
    Guai se il cappellano sapesse che il segreto non  ben custodito!  - E
    mio  padrone,  sa.  -  La  capisce - un scheo de cardinal,  digo mi un
    centesimo di cardinale.  L'arciprete chiamava cos don Emanuele quando
    presumeva  di  parlare  con  un  avversario del cappellano.  E ora non
    s'ingannava davvero perch nessuno al mondo  era  tanto  antipatico  a
    donna  Fedele  quanto  il  cappellano  di Velo d'Astico.  Ella domand
    subito di parlargli e don Tita si affrett ad andarne in cerca.  Donna
    Fedele  si tenne sicura che il cappellano non sarebbe venuto e infatti
    don Tita ricomparve, dopo un'assenza lunghetta, a dire,  mogio come un
    cane frustato, che il cappellano era fuori.
    Ritorner disse donna Fedele,  alzandosi.  S,  certo,  don Emanuele
    sarebbe ritornato,  ma difficilmente prima di  mezzogiorno.  Erano  le
    nove  e  mezzo.  Donna  Fedele  non  poteva restare due ore e mezzo in
    canonica.  Usc senza  dire  le  proprie  intenzioni.  Domand  a  una
    contadina  seduta  sulla  porta  del  suo casolare,  a due passi dalla
    canonica, se avesse veduto don Emanuele.  Quella rispose: El xe pass
    adesso, signora. El xe and in ciesa.
    Donna   Fedele   si   volt   di   scatto,   credette  vedere  sparire
    precipitosamente in canonica  la  tonaca  dell'arciprete  che  avesse,
    dall'ingresso,  spiati  i  suoi  passi,  sal  la gradinata,  entr in
    chiesa,  vide il  cappellano  che,  inginocchiato  nella  prima  panca
    davanti all'altar maggiore,  pregava fervorosamente. Stese per istinto
    la mano alla piletta dell'acqua santa  e  si  pent  prima  di  toccar
    l'acqua,   ritir  la  mano,   sentendosi  troppo  cattiva  cristiana.
    Quell'uomo inginocchiato,  col viso fra le mani,  le metteva ira  Lui,
    fare il santo,  lui,  quel cuore duro,  quel cuore malvagio,  lui,  il
    coperto nemico,  il denunciatore di don Aurelio,  si poteva  giurarlo,
    lui  che  ora  tramava  perfidie  contro  Alberti perch lo credeva un
    eretico!  Anche questo avrebbe giurato  donna  Fedele  bench  non  ne
    sapesse  niente,  bench  fosse  venuta per sapere appunto se l'accusa
    contro l'Alberti avesse un fondamento reale o no.  Entr in una  panca
    vicina  alla  porta  laterale,   nell'ombra  e,  dopo  un  momento  di
    esitazione, s'inginocchi.  Era credente e pia,  per tradizione antica
    della  sua  casa.  Aveva una fede semplice,  non si occupava n voleva
    occuparsi delle questioni religiose che dividono i  cattolici,  diceva
    volentieri  di preferire la famosa "foi de charbonnier",  come l'aveva
    preferita suo padre;  ma detestava tutto  che  le  paresse  doppiezza,
    ipocrisia,  perfidia;  e  oltre  al  piccolo  demone  comico aveva nel
    cervello un piccolo demone strano, uno spirito bizzarro che le sugger
    di pregare contro le preghiere di quel prete curvo  davanti  all'altar
    maggiore. Inginocchiandosi, pens: "Ascoltate me, Signore, e non lui",
    poi,  appena  posate le braccia sulla panca: "forse non prega niente".
    Lo credeva un fariseo e non  si  avvide,  per  questo,  di  attuare  a
    rovescio  la  parabola  del  Vangelo,  meditando,  come  il fariseo di
    quella,  la divina condanna.  Il suo sospetto era poi anche  ingiusto.
    Don  Emanuele  pregava  con  tutte  le  forze dell'anima sua.  Pregava
    secondo la sua natura,  la sua educazione,  come  non  avrebbe  potuto
    altrimenti.  In  casa  sua  nessuno  aveva osato chiedere direttamente
    alcunch al nonno terribile. Gli facevano parlare da un prete, o da un
    fattore,  o da una vecchia cameriera.  Cos don Emanuele pregava,  pi
    che  il  Nonno  infinito,  i  servi  di Lui.  Adesso pregava San Luigi
    Gonzaga;  non come altri potrebbe invocare lo spirito  di  un  giovine
    nobile  e  puro,  morto  in  servizio  di  Dio  e  degli  uomini,  che
    s'infondesse all'anima  del  supplicante  per  innalzarla  seco  nella
    regione  della  purezza  eterna,  ma  come un principe deificato,  che
    stando sul trono,  in pompa magna,  cinto di  fiori  e  di  angioletti
    alati,  piegasse il capo,  benignamente,  verso di lui e comandasse al
    demonio di  lasciarlo.  Cos  pregava,  come  poteva,  il  povero  don
    Emanuele,   inorridito  dall'asprezza  delle  tentazioni  dalle  quali
    avrebbe voluto farsi credere immune;  ed  da ritenere che Iddio,  cui
    sono  aperte  tutte  le origini e tutte le cause;  gli fosse molto pi
    clemente che donna Fedele; la quale, pregando contro le intenzioni del
    cappellano, avrebbe fatto,  se Iddio l'ascoltava,  una bella frittata.
    Poco  dopo  aver  udito  una  persona entrare in chiesa,  don Emanuele
    finse,  nel porsi a sedere,  di guardare se il sedile fosse  sgombero,
    sbirci la signora e si pose a leggere il breviario.  Egli ricambiava,
    nel suo  coperto  modo  particolare,  l'avversione  di  donna  Fedele.
    L'offendeva  quella  sincerit franca di lei,  fatta pi irritante dal
    tono mansueto della voce. E la sapeva amica di don Aurelio,  amica del
    giovine Alberti, due persone ch'egli abborriva di un abborrimento pio;
    credeva detestarne le idee e non le persone.  Sentendo fra don Aurelio
    e  s  un  indistinto  ma  profondo   dissenso,   provando   per   lui
    un'avversione  istintiva,  era  tratto  ad attribuirgli,  per comodit
    della  propria  coscienza,   idee  veramente   detestabili,   opinioni
    veramente  indegne di un cattolico qualsiasi nonch di un prete.  E lo
    irritava la irresponsabilit s delle sue azioni che delle sue parole.
    Per lui, don Aurelio era un ipocrita.  Di Alberti poi,  per quello che
    ne aveva letto nei giornali,  per quello che gliene avevano scritto da
    Milano, sentiva una specie di ribrezzo.  L'amica dell'uno e dell'altro
    non poteva essere troppo diversa da loro.
    Udendola  annunciare  dalla  serva  dell'arciprete,  aveva pensato che
    fosse venuta a perorare la causa di don Aurelio.  Adesso sapeva ch'era
    invece venuta per la faccenda di Alberti,  che la serva dell'arciprete
    aveva origliato e chiacchierato,  che quel  benedetto  uomo  ne  aveva
    fatta una delle sue, lo aveva compromesso. Appena la vide, ne indovin
    il proposito,  si chiuse tutto,  leggendo il breviario, in un'armatura
    ideale di piastre e di punte.
    La placida signora non accennando a levar l'assedio,  s'inginocchi da
    capo;  e  dopo avere immaginato,  colla testa fra le mani,  il momento
    dell'assalto  e   predisposta   la   difesa,   pass   in   sagrestia.
    Immediatamente  donna  Fedele  si  alz  e  lo  segu,  com'egli aveva
    previsto. Non potendo evitare un colloquio, il cappellano lo preferiva
    in sagrestia, anzich all'aperto o in canonica.
    Donna Fedele gli  domand  gelida,  velata  gli  occhi  d'indifferenza
    sprezzante, se potesse parlargli. Egli rispose, egualmente gelido, con
    un cenno silenzioso di assenso.
    Preferirei non qui diss'ella. Egli esit un poco e poi le propose di
    aspettarlo  in  chiesa.  Sarebbero  usciti  insieme.  Si  trattenne in
    sagrestia dieci minuti almeno,  fece davanti  all'altar  maggiore  una
    genuflessione che ne dur altri due.
    Desidero  da  Lei una informazione sicura disse donna Fedele uscendo
    con lui dalla chiesa, tutta fremente d'impazienza.
    Se posso rispose don Emanuele, mansueto e duro. Se posso.
    La signora fren a stento uno scatto.
    S'intende, se pu. Ma pu certo. E, potendo, deve!
    Se posso ripet il cappellano,  pi mansueto e pi duro.  Se posso.
    Dica.
    Donna Fedele,  rossa in viso,  gli osserv che si trattava di faccende
    delicate. Parlarne in piazza non era conveniente. Allora il prete cav
    l'orologio.
    Devo  andare  a  Mea   diss'egli,   con   quell'aria   di   gravit,
    d'impenetrabilit  e  di  compunzione,   con  quel  tono  di  "Dominus
    vobiscum",  che donna Fedele non poteva soffrire.  Ella ebbe un  altro
    lieve scatto.
    Va bene. L'accompagner io. Ho la carrozza.
    Scusi scusi, signora; vado a piedi.
    Parve  a  donna  Fedele  che  le  parole  frettolose,  le sopracciglia
    aggrottate, gli occhi bassi, dicessero un pudibondo timore,  almeno di
    dare scandalo. Fu per dargli dello sciocco in viso ma si contenne.
    Verr a piedi anch'io diss'ella. La carrozza ci seguir.
    Don  Emanuele si contorse ancora un poco,  ma non disse parola.  Donna
    Fedele non avrebbe creduto,  due minuti prima,  di  poter  fare  mezzo
    chilometro  a  piedi.  Ora  si  sent  nei nervi una energia capace di
    portarla fino a Vicenza.  Pesc all'albergo del Sole il suo  vetturino
    che, appena giunto a Velo, aveva legato il cavallo a un'inferriata per
    mettersi  a  contendere  imprudentemente  con un vino pi gagliardo di
    lui.  Appena oltrepassata la piazza,  i due cominciarono a discorrere,
    seguendoli,  a distanza, la carrozzella. Il prete camminava come se il
    suolo gli bruciasse i piedi,  come se  cercasse  di  stancare  la  sua
    persecutrice.
    Ella gli dichiar, asciutto e netto, che, per sue particolari ragioni,
    il  giovine  Alberti le stava molto a cuore.  Sapeva benissimo che gli
    erano attribuite delle idee religiose non ortodosse.  Sperava che  gli
    fossero  attribuite  a  torto  ma insomma non le conosceva,  non se ne
    intendeva,  non voleva occuparsene.  Ora lo si accusava,  in canonica,
    d'immoralit.  Qui,  anche  lei  era  giudice.  Voleva sapere.  Le era
    necessario di sapere. Ne aveva parlato all'arciprete.  Chi sapeva,  le
    aveva  detto  l'arciprete,  era  il  cappellano.  A  questo  punto  il
    cappellano fece un gesto di acquiescenza.
    Lei sa,  dunque? esclam donna Fedele fermandosi su  due  piedi.  Si
    ferm  anche  don  Emanuele.  Sperava che,  avuta la sua risposta,  la
    terribile signora sarebbe ritornata indietro.
    Pur troppo diss'egli.  Lo so.  Cosa  grave.  Gravissima.  Relazione
    colpevole con persona non libera. Pur troppo, pur troppo.
    Ma Lei, come lo sa?
    Oh, fonte, fonte, fonte...!
    Parve  non  trovare,   per  la  eccellenza  della  fonte,  un  epiteto
    abbastanza superlativo.
    Ma,  fonte fonte! esclam donna  Fedele,  non  credendo  sincera  la
    ricerca dell'epiteto. Quale fonte?
    La cosa  rispose il cappellano,  solenne, convinto. La cosa . Non
    posso nominare la fonte.
    Mi dica almeno il nome della persona non libera!
    Non posso!
    Questo non lo poteva davvero e le sue parole  suonarono  naturalmente,
    pi  convinte che mai.  Ma la pazienza di donna Fedele aveva toccato i
    suoi limiti.
    Sa cosa penso? diss'ella. Che non vi  fonte ma che vi  fabbrica!
    Lo pensi pure fece il cappellano, pallido; e,  toccatosi la berretta
    in segno di saluto, riprese a gran passi la via di Mea.
    Don Emanuele! esclam la signora.  Il vetturino, mezzo ubbriaco, che
    si era fermato a due passi,  colla mano alla briglia della sua bestia,
    lasci andar la briglia, pass donna Fedele correndo e gridando:
    Ca lo ciapa? Ca lo ciapa?
    Fermo!  grid  la  signora.  L'ubbriaco afferr il cappellano per un
    braccio:
    El se ferma, putlo!
    No,  voi  voi  fermo,  voi,  vergogna!  gl'intim  donna  Fedele  e,
    raggiunto  il  gruppo,  rimand  il  vetturino  alla  sua bestia tanto
    imperiosamente che quegli obbed.
    Vada! diss'ella allo sbigottito cappellano,  con  un'alterezza,  con
    una energia,  con un fuoco, che le ridonarono quasi lo splendore della
    sua giovent.  Continui a servire Iddio calunniando la gente,  faccia
    con  Alberti  come  ha  fatto  col  curato di Lago e trionfi pure!  io
    ritorno alla mia casa,  che Loro hanno la bont di chiamare  un  covo,
    molto  pi  contenta  di  me  e del mio covo che non lo sar Lei di se
    stesso e del suo palazzo quando diventer cardinale! E gli  volt  le
    spalle.
    Siora!  le intuon,  tragico,  il vetturino recandosi la sinistra al
    petto e alzando la destra colla frusta impugnata:
    Se La comanda,  sibene che l' un prete,  Gesummaria,  io ci tiro  el
    colo!
    Chi  sa  dove  si  fosse  assopito  il  piccolo demone comico di donna
    Fedele. Ella non ebbe neppure un sorriso.  Fece voltare il calessino e
    vi  sal non curando l'ubbriachezza del vetturale.  Non avrebbe potuto
    fare altri due passi. Tutto il suo vigore si era sciolto in un tremito
    che la scoteva da capo a piedi. Il buon vento di Val d'Astico,  fresco
    e puro, che faceva stormire gli alberi, ondulare le ombre sulla strada
    bianca,  la ristor alquanto.  Paga del suo sfogo,  sent, pensando al
    cappellano,  una specie di piet.  Ma ne tolse presto il pensiero,  lo
    pose  alla  Montanina,  al  capo  grigio  del  vecchio  venerato amico
    all'ultimo,  malinconico desiderio di lui,  la unione di  Lelia  e  di
    Alberti, agli enigmi dei loro intimi sentimenti e della sorte.







    Capitolo Quarto.

    FORBICI.


    1.

    A  Lago  di Velo la notizia della partenza del curato aveva addolorato
    il popolo.  Ch'egli si fosse preso Carnesecca in casa,  era spiaciuto,
    per dir vero, a parecchi; ma poi ch'egli ebbe spiegato il proprio atto
    dall'altare,   riprovando  le  dottrine  del  venditore  di  Bibbie  e
    ricordando il Vangelo,  nessuno os pi di censurarlo.  Si seppe a  un
    punto che Carnesecca era partito e che il curato doveva partire.
    Il  Capo  della  contrada,  come  ivi  chiamato colui al quale i suoi
    compaesani volontariamente deferiscono per tutte le faccende di comune
    interesse,  tenne consiglio con i padri di  famiglia,  parl  da  uomo
    religioso  e  sensato.   Niente  tumulti,   niente  disordini,  niente
    pressioni sul prete per farlo desistere.  Il  prete    prete  e  deve
    obbedire ai Superiori. Bisogna pregare i Superiori. Questi non erano i
    sentimenti di tutti,  nel paese. Le donne parlavano gi di non lasciar
    partire il curato a nessun patto, di ricorrere anche al Papa, se fosse
    necessario.  Il Capo le persuase a  chetarsi,  ad  attendere  in  pace
    l'esito   delle  prime  pratiche.   Si  rec  dall'arciprete  con  una
    Commissione.  L'arciprete diede un rabbuffo alla  Commissione,  tratt
    quella  brava  gente  da zucche,  da ignoranti,  da prepotenti.  Se ne
    ritornarono scornati e il fermento crebbe.
    Don Aurelio,  dopo avere cercato invano di dissuadere privatamente  il
    suo  gregge  da qualunque pratica,  ripet la stessa esortazione,  con
    parole   insieme   affettuose   e   severe,   dall'altare.    Andarono
    dall'arciprete,  a nome del popolo di Lago, anche alcuni villeggianti,
    persone ragguardevoli,  perch s'interponesse presso la Curia.  A loro
    l'eccellente don Tita diede parole buone,  disse di non essere entrato
    per nulla nel provvedimento increscioso, lod don Aurelio,  promise di
    fare,   di   dire,   di  scrivere.   Il  gregge  ascolt  don  Aurelio
    rispettosamente,  senza la  menoma  idea  di  obbedirgli,  ascolt  le
    informazioni  della  seconda  Commissione  senza  la menoma fede nelle
    promesse dell'arciprete.  Il Capo tenne un'altra riunione,  i  riuniti
    decisero  di  presentarsi  tutti  insieme  al  Vescovo  per  ottenere,
    intanto, almeno una proroga. Appreso ci, don Aurelio li preg a voler
    prima udire una sua parola.  Era un venerd e mancavano ancora  cinque
    giorni  al  termine  dentro  il  quale egli avrebbe dovuto lasciare la
    curazia.  I contadini intendevano recarsi a Vicenza,  dal Vescovo,  la
    domenica  mattina.  Accettarono  di  andare da don Aurelio l'indomani,
    sabato,  a mezzogiorno.  Verso la sera del venerd don Aurelio discese
    al  villino  delle  Rose.  Poi,  nel  ritorno,  entr  alla Montanina.
    Mancavano pochi minuti alle otto.  Udito da  Giovanni  che  i  signori
    erano ancora a pranzo,  non volle che fossero avvertiti,  si trattenne
    nel salone a guardare  la  bibliotechina  di  fianco  al  camino.  Non
    v'erano  che  libri  di  botanica e di giardinaggio,  libri del signor
    Marcello. Don Aurelio sapeva ben poco delle letture di Lelia e avrebbe
    voluto saperne di pi.  A una sua  domanda  diretta,  rivoltale  negli
    ultimi  giorni,  la  ragazza  aveva risposto che leggeva di preferenza
    poeti stranieri.  Don Aurelio,  poco pratico di poesia straniera,  non
    aveva  osato  spingersi  pi  oltre  colle domande.  Gli era poi stato
    riferito da donna Fedele il frutto di scandagli  suoi.  Pareva  che  i
    poeti  stranieri preferiti da Lelia fossero Shelley e Heine.  Il primo
    era interamente sconosciuto a don Aurelio,  il nome  del  secondo  gli
    rendeva un suono di scetticismo funesto.  E che nell'anima di Lelia vi
    fosse un fondo amaro di scetticismo lo sospettava da qualche d per un
    discorso spiacente di lei, riferitogli, anche questo, da donna Fedele.
    Ell'aveva  sostenuto  contro  donna  Fedele  la  tesi  che  gli   atti
    apparentemente  pi  generosi degli uomini non hanno altro movente che
    l'egoismo; e qualche sua parola era parsa ferire indirettamente l'atto
    del signor Marcello che si era portata in casa una  memoria  viva  del
    figliuolo morto.
    Don Aurelio se n'era sdegnato e l'amica,  pi indulgente, aveva durato
    fatica a  pacificarlo,  rappresentandogli  l'ambiente  nel  quale  era
    cresciuta Lelia, le origini dolorose del suo scetticismo. Donna Fedele
    era  meno  inquieta  di  lui  circa  l'avvenire di Massimo,  se questo
    matrimonio si facesse. Le stranezze della fanciulla non facevano a lei
    la stessa  penosa  impressione  che  a  don  Aurelio.  Ella  ricordava
    l'adolescenza  propria,  stata fantastica e appassionata la sua parte,
    comprendeva tante cose incomprensibili  a  lui.  Credeva  intravvedere
    tesori  nel cuore di Lelia e provava una simpatia vivissima per quella
    sua intelligenza tutta penetrata e calda di sentimento.
    Finito di esplorare  inutilmente  i  libri  della  bibliotechina,  don
    Aurelio  vide la cameriera affacciarsi alla porta di fondo del salone,
    movere verso di lui, silenziosa, in punta di piedi.  Le and incontro.
    Teresina aveva un messaggio segreto per donna Fedele,  che, sofferente
    pi del solito dopo l'assalto alla canonica, non si lasciava vedere da
    due d, mentre prima non passava quasi giorno senza una sua visita.
    Se la vede sussurr la cameriera, le dica che si va peggio.
    Don Aurelio non capiva.  Teresina  si  spieg.  Dopo  il  fatto  delle
    finestre  chiuse,  ella  si  era incaricata di riferire a donna Fedele
    tutto della signorina che le paresse degno di nota.
    Adesso diss'ella ha potuto avere la chiave del Parco di Velo  e  da
    due  sere,  quando  si fa notte,  va nel Parco sola soletta,  vi passa
    delle ore. Cosa faccia l dentro non lo so.  Mi costringe a dire bugie
    al padrone, a rispondergli, se domanda di lei, ch' a letto col mal di
    capo.  Egli  domanda  sempre,  naturalmente.  Io  poi  devo  andare ad
    aspettarla al cancello del Parco alle undici.  E per verit  ho  anche
    paura. Ma guai se parlo! Iersera  rientrata a mezzanotte. Domandi, La
    prego,  a donna Fedele,  cosa debbo fare!  Lo domando anche a Lei, don
    Aurelio.
    Prima di tutto L'avverto rispose don Aurelio che a donna Fedele non
    potr dir niente.
    Teresina, stupefatta, ne chiese il perch.
    Non importa rispose ancora don Aurelio.  Lei ha fatto molto male  a
    non parlare. Deve parlare assolutamente. E subito!
    L'uscio della sala da pranzo fu aperto. Comparve il signor Marcello in
    persona,  vociferando  proteste per le cerimonie dell'amico che non si
    era fatto annunciare.  Lo prese a braccetto,  lo condusse in  sala  da
    pranzo.
    Lelia salut appena; tanto che il signor Marcello la richiam.
    Distratta! diss'egli. C' don Aurelio.
    Da  pi giorni questi aveva creduto notare che il gelo abituale di lei
    a suo riguardo fosse ancora disceso di un grado.  Ora ne fu  convinto.
    Anche  Massimo  gli  parve  rannuvolato.  Raccont  la  sua  visita al
    villino,  descrisse  le  condizioni  della  salute  di  donna  Fedele,
    tutt'altro  che  buone  a  giudicarne  dall'aspetto e da qualche cenno
    fugace di lei. Lelia,  riconquistata dal fascino e dalle dimostrazioni
    affettuose  della Vayla,  si fece attentissima.  E don Aurelio parlava
    veramente in modo da imporre attenzione.
    Quella  una donna diss'egli che,  se non si cura come va e subito,
    si rovina. Voi siete amici suoi, avete il dovere di ottenerlo.
    Il  signor Marcello,  colpito dal tono di quelle parole pi ancora che
    dalle  parole  stesse,  domand  che  si  potesse  fare,  quale  fosse
    veramente  il  male di cui la Vayla soffriva.  Don Aurelio rispose che
    non lo sapeva ma che lo  sospettava  per  la  stessa  renitenza  della
    sofferente a prendere un consulto. E un consulto era necessario.
    Segu, nella sala, un silenzio dolente, attonito. Don Aurelio si alz,
    dicendo che doveva rincasare.  Massimo si alz pure, per accompagnarlo
    fino  a  Sant'Ubaldo.  Il  curato  si  avvicin  a  Lelia,   le  disse
    gravemente:
    Signorina,   donna   Fedele  Le  vuole  molto  bene.   La  raccomando
    particolarmente a Lei. Quella  una vita necessaria a molte persone.
    Il signor Marcello si era pure levato in piedi.
    Dunque, don Aurelio diss'egli, Lei ha questa riunione domani? Potr
    portarvi qualche buona notizia?
    Senta rispose don Aurelio col suo  bell'accento  romano,  colla  sua
    voce  calda:  io  non so se il rimanente sia buono.  Intanto Iddio mi
    dice che buono  l'obbedire.
    Segu una lotta fra i due perch il signor Marcello voleva  baciar  la
    mano  che  l'altro ritir con terrore.  Si abbracciarono.  Don Aurelio
    sent lagrime sul  viso  del  vecchio,  usc  mormorando:  Poveretto,
    poveretto!
    Uscendo dal vestibolo disse a Massimo che, s'egli non fosse offerto di
    accompagnarlo a Sant'Ubaldo,  ne lo avrebbe richiesto.  Il giovine non
    rispose. Don Aurelio lo guard;  pareva che non avesse udito.  Nessuno
    dei  due  parl pi fino al cancello.  Imbruniva,  altro suono non era
    nell'aria che il fioco della Riderella e il profondo  del  Posina.  In
    quel silenzio,  come di chiesa, le montagne grandi e i boschi e l'erbe
    dei prati parevan avere un senso sacro dei mondi ignoti che avanzavano
    da ogni parte nel cielo,  tremandone gi qualche  fioco  lume  per  le
    profondit  serene.  Fuori del cancello don Aurelio si ferm,  pos la
    mano sulla spalla del suo compagno, ve la calc forte,  senza parlare.
    Aveva negli occhi qualche cosa di nuovo che Massimo non vide.  Massimo
    non aveva sensi che per il suo proprio interno.  Forse la poesia della
    sera  gli  acuiva una febbre;  ma egli sentiva la sola febbre,  non la
    poesia. Era penetrato di un'altra persona, in ogni fibra, e ogni fibra
    gli era dolore,  gli era dolcezza,  spasimo di confondersi con  quella
    persona senza fine e per sempre.  Dieci giorni di convivenza,  momenti
    divini di contatto in  uno  sguardo,  altre  comunicazioni  indirette,
    involontarie, fugaci, di anima e d'istinto, avevano operato questo; n
    il  gelo  e le tenebre di cui si avvolgeva quasi continuamente l'altra
    persona lo avevano impedito.  Oscure parole di  donna  Fedele,  oscure
    parole  dello  stesso  signor  Marcello,  parole  di  favore  che  gli
    entravano,  ripensandole pi e pi addentro  nella  mente  come  gocce
    assidue  nella  neve,  gli avevano attutito quel senso di rimorso che,
    sulle prime,  gli si accompagnava ai  moti  dell'amore  nascente.  Gli
    pareva  di  essere avviluppato da una trama di complici e anche questo
    gli era inesplicabile. Credeva e discredeva cento volte al giorno, che
    il signor Marcello,  con quel volerlo trattenere  alla  Montanina  nel
    nome della persona che aveva tanto amato Lelia,  con quelle confidenze
    sulla  famiglia  di  lei,   sui  timori  che  lo  agitavano   pensando
    all'avvenire  della  fanciulla,  con  altre  vaghe  allusioni,  avesse
    l'intenzione di significargli la speranza che egli volesse prendere il
    posto del povero Andrea.  Ci si perdeva.  Per lui non esisteva in quel
    momento  che  Lelia,  radiante le onde oscure dell'amore,  oscura ella
    stessa e cinta di oscurit, di tormentose dubbiezze. Quando la mano di
    don Aurelio si pos sulla sua spalla,  gli pesava sul cuore che Lelia,
    durante  il  pranzo,  non  gli  avesse  rivolto  n uno sguardo n una
    parola. Intese l'atto del suo amico come un ammonimento.
    Lei ha capito diss'egli. Mi tradisco tanto?
    La sorpresa silenziosa di don Aurelio gli rivel che si era tradito in
    quel momento.
    Scusi esclam turbato, perch mi ha posto la mano sulla spalla?
    Povero Massimo! rispose sorridendo don Aurelio quando gli  parve  di
    aver capito veramente.
    Dunque stavolta  proprio una cosa seria?
    Dio, Lei ride! esclam Alberti.
    Cos dicendo, l'uomo cacciato con amara ingiustizia dalla sua casipola
    d'infimo  pastore,  prossimo al momento in cui non avrebbe saputo dove
    posare il capo,  prese a braccetto e trasse con s,  per  confortarlo,
    l'amico dimentico di ci, preso tutto dall'egoismo dell'amore.
    E'  una cosa,  vedi,  che fa piacere a me e che far piacere anche ad
    altri gli disse  entrando  nella  buia  ombra  dei  grandi  castagni.
    Massimo si arrest di colpo.
    Anche al signor Marcello? Proprio? Proprio vero?
    L'ombra  era  tanto nera che don Aurelio non si fid di rispondere.  O
    nella strada stessa o, peggio,  nel recinto della Montanina,  qualcuno
    poteva, senza esser veduto, ascoltare. Solo dove la stradicciuola esce
    dai castagni e svolta,  girando a sinistra,  sul ciglio scoperto della
    conca di Lago,  don Aurelio rivel  all'amico  tremante  il  desiderio
    segreto del signor Marcello.
    Massimo lo abbracci di slancio.
    Cosa fai, cosa fai, cosa fai? diss'egli svincolandosi a stento.
    Ma   la  signorina  Lelia,   la  signorina  Lelia?  chiese  Massimo,
    palpitante. Cosa pensa la signorina Lelia?
    Oh questo poi rispose don Aurelio, io non lo so. Non me ne intendo,
    ma mi pare, scusa, che dovresti saperlo tu.
    Massimo si disper.
    Ma non capisce che non lo so e non lo so e non lo so?
    Don Aurelio non sapeva, alla sua volta, cosa dire. Credeva che Massimo
    avesse ragione di sperar bene perch questa era  l'opinione  di  donna
    Fedele.  Massimo  ebbe  una vampa di gioia.  Non s'indugi a domandare
    come e perch don Aurelio e donna Fedele avessero parlato  insieme  di
    ci,  domand per quali ragioni, per quali segni donna Fedele opinasse
    cos. Ma! Avrebbe potuto dirlo solamente lei.
    Vado da lei! esclam il giovine Don Aurelio si oppose, risoluto.
    No, caro. Adesso ho bisogno che tu venga con me.
    Massimo ne chiese il perch. Don Aurelio gli rispose che gliel'avrebbe
    detto a casa.  Fatti pochi passi,  il giovine si ferm,  preg ancora,
    scongiur di essere lasciato andare subito al villino delle Rose.  Don
    Aurelio gli domand alla sua volta,  tristemente,  se proprio per  lui
    non esistesse pi che la signorina Lelia.  Le parole dolenti furono un
    tocco di fuoco al cuore di Massimo, lo fecero rientrare in s. Afferr
    a due mani un braccio dell'amico, non ebbe pace fino a che don Aurelio
    non lo baci in segno di perdono.
    Passarono in silenzio fra le casupole tenebrose  di  Lago.  Fuori  del
    villaggio,  girando  l'alto  dorso  erboso  che  porta  la  chiesa  di
    Sant'Ubaldo,   Massimo  si   aperse   tutto   all'amico,   gli   disse
    l'impressione  avuta  dalla  fotografia  della  signorina Lelia mentre
    ancora viveva il povero Andrea,  quella riportatane al primo  incontro
    con essa, le vicende strane, tentanti, del contegno di lei, il fascino
    delle profondit ch'egli intravvedeva in quell'anima, i primordi della
    passione,  il rimorso, l'attitudine inesplicabile del signor Marcello,
    il crescere dell'ebbrezza,  il sogno fisso dei suoi giorni e delle sue
    notti:  uscir  del  mondo,  dimenticarlo,  passar la vita con lei,  in
    qualche solitudine  di  montagna,  facendo  il  medico,  servendo  gli
    uomini,  praticando  la  religione  colla  tacita  libert dell'anima,
    inespugnabile da qualsiasi dispotismo.
    Don Aurelio ascolt in silenzio.  Giunto alla  chiesa,  ne  aperse  la
    porticina laterale, vi entr a pregare. Massimo lo segu ma non preg.
    Pens  Lelia,  malcontento di pensarla in chiesa e tuttavia cedendo al
    dolce pensiero. La mattina di quello stesso giorno, Lelia, dopo averlo
    trattato con indifferenza quasi  sprezzante,  si  era  improvvisamente
    seduta  al  piano,  aveva suonato "Aveu" di Schumann.  Ferma nel cuore
    un'acuta dolcezza, egli aveva seguito la deliziosa musica guardando in
    alto,  attraverso la galleria cui salgono le  scale  del  salone,  una
    piccola  obliqua  punta  di  dolomia  perduta nei vapori azzurrini del
    cielo,  un aereo profilo di  sogno.  E  adesso,  nelle  tenebre  della
    chiesina,  cercava  rievocare quel momento inenarrabile,  richiamare i
    tocchi delicati del capriccio musicale dolcissimo,  la  visione  della
    punta  di dolomia perduta nel vaporoso sereno,  una punta di passione,
    lanciata su, fuori del mondo, cinta di abissi e di cielo.
    La Lzia,  udendo venire il  padrone,  aveva  preparato  un  lume  nel
    salottino del piano terreno.
    Don Aurelio prese il lume, sal con Massimo la scaletta di legno.
    Prima  discorriamo  di  te  diss'egli,  posato ch'ebbe il lume sulla
    scrivania dello studio. Indic a Massimo una sedia in faccia alla sua,
    con certa solennit che sgoment il giovine. E riprese:
    Devi rispondere a una mia domanda. Pensa bene prima di rispondere.
    Scrut in silenzio gli occhi attoniti, avidi, che lo interrogavano.
    La domanda  questa diss'egli.  Sai che si sia parlato a Milano  di
    una tua relazione con una signora maritata? Pensa.
    Massimo  sorrise,  rasserenato,  della  ingenuit  di  quel sant'uomo,
    vissuto fuori del mondo.
    Ma certo rispose, e non con una, ma con due, forse con tre. Lei non
    sa cosa  Milano. Ma Lei vi ha creduto?  Ha dubitato?  Non sa tutto di
    me?
    Don  Aurelio  si  affrett a dichiarare che non aveva creduto.  Pareva
    tuttavia perplesso.  Allora Massimo intu  qualche  cosa  di  funesto,
    esclam atterrito:
    Ah capisco! E' la signorina Lelia che lo crede!
    No, don Aurelio non sapeva che si fosse parlato di ci alla Montanina.
    Se  n'era  parlato  al villino.  Neppure donna Fedele credeva;  ma era
    necessario che Massimo la rassicurasse. A Massimo pareva opportuno che
    questo passo lo facesse don Aurelio.
    Io, caro?
    Don Aurelio pens un poco e soggiunse sottovoce, gravemente:
    Io parto questa notte.
    Massimo diede un balzo sulla sedia.
    Cosa? Parte? No! Dica!
    Il suo primo pensiero fu: mi abbandona in questo momento!  Il  secondo
    fu:  perch  parte  quando  c' ancora speranza che lo lascino qui?  E
    perch stanotte? Dove vuole andare? Proruppe in tali domande.
    Don Aurelio lo ferm subito,  si mise un dito  alla  bocca.  La  Lzia
    poteva  udire!  Nessuno  sapeva,  nessuno  doveva  sapere.  Non  c'era
    speranza che i Superiori lo lasciassero a Lago,  e c'era pericolo  che
    il popolo di Lago lo volesse trattenere colla violenza.  Il suo dovere
    preciso,  assoluto,  era  di  partire  subito,  segretamente.  Sarebbe
    partito  a  piedi,  nella  notte,  per prendere a Schio il treno delle
    cinque per Vicenza, presentarsi al Vescovo,  purgarsi delle accuse che
    supponeva  gli fossero state fatte e poi...  affidarsi alle mani della
    Divina Provvidenza.  Egli era  persuaso  che  il  Vescovo  lo  avrebbe
    aiutato  a  trovarsi  un  collocamento in qualche altra diocesi,  dove
    fossero cappellanie di montagna,  ancora pi segregate dal  mondo  che
    Sant'Ubaldo.
    In  ogni  modo diss'egli,  il Signore non mi abbandoner. E perch
    Massimo ebbe uno scatto d'ira  contro  i  suoi  presunti  persecutori,
    gl'impose  silenzio con impeto.  Credono di far bene.  Vedi tu i loro
    cuori? Vedi le loro coscienze? Bisogna pregare per essi. Prometti!
    Cos dicendo, stese al giovane una mano che questi afferr con ambedue
    le proprie, impresse delle sue labbra infuocate.
    Adesso aiutami disse don Aurelio, alzandosi.
    Fecero insieme la separazione dei libri da restituire a donna Fedele e
    al signor Marcello e di  quelli  di  propriet  di  don  Aurelio,  che
    Massimo gli avrebbe spediti l dove il destino fosse per portarlo. Con
    s don Aurelio non poteva tenere che il Breviario,  una piccola Bibbia
    tascabile e l'Imitazione. Nel prendere e mettere da parte i cari libri
    le mani gli tremavano,  povero prete;  ma non gli sfugg una parola di
    lamento.  Solo una volta,  porgendo a Massimo una bella edizione delle
    Confessioni di Sant'Agostino, che gli ricordava molte ore di lettura e
    di meditazione religiosa nelle ombre segrete del Parco di Velo, presso
    il mormorar pio di acque correnti,  gli manc la forza di dire questo
    al signor Marcello.  Massimo, vistagli la faccia, indovin, non prese
    il libro, prese e strinse la mano, dolorando. Al signor Marcello,  al
    signor  Marcello! esclam subito don Aurelio con uno sforzo,  come se
    la smarrita memoria, e non l'emozione,  gli avesse trattenuta la voce.
    Non  ebbe  pi  un solo momento di debolezza,  anzi rimprover Massimo
    che,  a mezzo il lavoro,  non potendone  pi,  si  era  rifiutato,  un
    momento,  di  continuare,  voleva  tentare ancora di smuoverlo dal suo
    proposito. Appena ebbero finito, la Lzia entr col pretesto di vedere
    se le imposte fossero chiuse. Don Aurelio le ordin di andare a letto.
    Grazie, signor disse,  uscendo,  la vecchia,  che appunto desiderava
    quest'ordine.
    Don  Aurelio stette pensoso.  Gli conveniva rimunerare in qualche modo
    la Lzia, oltre al salario mensile,  gi messo da parte.  Donna Fedele
    gli aveva regalato una bella sveglia, troppo elegante per lui.
    Bella,  vero? diss'egli a Massimo,  facendogliela vedere.  Fammi il
    piacere di venderla per conto della Lzia.
    Ah,  Massimo non aveva pensato che il povero  prete  non  aveva  forse
    tanto  in  tasca da vivere fuori per due giorni!  Offerse le cinquanta
    lire che teneva nel portafogli.  Don Aurelio ne  possedeva  tre  e  ne
    accett,  con semplicit francescana,  dodici per il viaggio a Vicenza
    e,  occorrendo da Vicenza a  Milano,  dove,  nella  peggiore  ipotesi,
    avrebbe  chiesta l'ospitalit,  offertagli pi volte,  di un suo amico
    prete. Non ci fu verso di fargli accettare di pi.
    Queste dodici te  le  avrei  domandate  diss'egli.  Poi,  arrossendo
    molto,  mostr  a  Massimo  il  cassettone  dove teneva le biancherie,
    documento segreto  della  sua  povert.  Avrebbe  scritto  da  Vicenza
    indicando il luogo dove spedirgli quelle poche robe e le fotografie di
    Subiaco.   Quanto  ai  libri,  pens  che  il  miglior  partito  fosse
    incassarli e affidarne a donna Fedele la custodia.  Erano da incassare
    anche i pochi mobili.  Gli torn in mente che la Lzia gli aveva detto
    una volta: S'El va via, don Aurelio,  El me lassar el leto,  vero?.
    Ecco,  valeva  meglio  lasciarle  il  letto  e non vendere la sveglia.
    Povera Lzia, dopo quel primo discorso,  insinuava dolcemente,  a ogni
    occasione,  che  il  suo  letto  era  "un  strazzon",  un  covile  da
    bruciare.
    Ma, caro amico esclam Alberti per una ispirazione subitanea,  come
    posso restare io se Lei parte?
    Il  natio fuoco generoso dell'anima sua diede,  attraverso e sopra gli
    egoismi dell'amore, una improvvisa vampa:
    Ah,  don Aurelio,  perch non l'ho pensato  subito?  Parto  con  Lei!
    L'accompagno!
    Don Aurelio aperse le braccia, se lo strinse al petto.
    Mi perdona disse piano il giovine di non averlo pensato subito?
    Don Aurelio lo strinse pi forte e non rispose. Alfine lo scost da s
    dolcemente, lo baci in fronte.
    Non ti voglio, sai diss'egli.
    Non mi vuole? Perch non mi vuole? Vengo anche se non mi vuole!
    Il lumicino a petrolio accennava a venir meno, Don Aurelio lo spense.
    Ci  deve  servire  pi  tardi  diss'egli  e  io non so n se vi sia
    dell'altro petrolio in casa, n, se c', dove sia. Sediamo.
    Oscuri volumi di nubi senza luna macchiavano appena  nell'apertura  di
    una   finestra,   le   tenebre.   Don   Aurelio,   invisibile  al  suo
    interlocutore, prese a parlargli sottovoce, colla gravit di un padre.
    Sono io,  caro,  che resto con te.  Non te l'ho  detto  ma  ho  tanto
    pregato  Iddio che ti donasse quello che ora ti sta donando,  un amore
    forte, grande, pieno e santo. Tu non sei fatto per il celibato, tu sei
    fatto  per  una  unione  idealmente   umana,   idealmente   cristiana,
    idealmente bella. Tu sei fatto per avere una progenie forte e pura. La
    tradizione  delle  grandi  famiglie devote eroicamente al Re  spenta.
    Bisogna fondare famiglie devote eroicamente a Dio, dove la devozione a
    Dio si perpetui come un titolo di nobilt,  come il sentimento giusto,
    tradizionale della nobilt.  Tu ne devi fondare una.  E' il mio sogno.
    Era il sogno...
    La voce di don Aurelio discese a sussurrare un nome tacque.
    Davvero? fece Massimo.
    S, era il sogno, per te, del povero Benedetto.
    Il fantasma di un caro viso macilento,  dagli occhi grandi,  parlanti,
    balen  a  Massimo nell'ombra della camera.  Benedetto aveva pensato a
    una felicit di amore per lui! Il caro viso gli balen ancora, supino,
    senza vita, cereo.  Un moto di lagrime gli gonfi il petto,  ridiscese
    compresso.
    Non  puoi  allontanarti  prosegu don Aurelio.  Domattina per tempo
    devi vedere donna Fedele, assicurarla di quello che sai. Non dubita di
    te, ma siccome le  affidato un incarico,  desidera questa parola tua.
    Poi,  domani  stesso  parler alla signorina Lelia,  la interrogher a
    nome del signor Marcello che ne l'ha fatta pregare da me.  Domani sera
    saprai.  Donna  Fedele  si tiene sicura di una risposta buona.  Allora
    parlerai tu, direttamente.
    Il tavolo sul quale Massimo puntava i gomiti,  tenendosi le tempie fra
    le mani, vibr come un corpo vivo.
    Se  tutto  sar  andato  bene  riprese don Aurelio,  mi manderai un
    telegramma a Vicenza, fermo in ufficio.  - Tu temi? continu,  perch
    il  tavolo  vibrava vibrava.  Donna Fedele dice ch' un'anima chiusa,
    difficile a penetrare, ma non la crede legata a una memoria, crede che
    senta bisogno di amore,  di avvenire.  La crede un tesoro  di  energie
    morali,  un poco infetto di fermenti amari, di esperienze tristi della
    vita; ecco, questo s. Crede che certe singolarit spariranno,  quando
    queste  energie  siano  ben  ordinate,  ben dirette da qualcuno in cui
    ell'abbia fede.
    Massimo tacque.  La credeva egli pure  un  paradiso  chiuso,  oscurato
    dall'ombra,  troppo  fosca,  di un albero della scienza del bene e del
    male, troppo grande. Richiesto da don Aurelio se proprio avesse indizi
    un po' chiari dell'intimo sentimento di lei  a  suo  riguardo  rispose
    sospirando:
    Direi che qualche cosa di me l'attragga e qualche cosa la respinga.
    Cosa la respinge?
    Benedetto.
    Don  Aurelio  ne  stup.  Che  sapeva mai questa ragazza di Benedetto?
    Massimo si spieg.  Don Aurelio ricordava bene  la  conversazione  del
    primo giorno,  a tavola, le parole della signorina Lelia su Benedetto,
    che l'avevano offeso?  Ella gliene aveva riparlato poco  dopo,  sempre
    con un tono ostile. Lo credeva un eretico. Pareva disposta, l per l,
    ad ascoltare le difese ch'egli ne avrebbe fatte,  ma poi si era sempre
    sottratta, con intenzione, evidentemente.
    S, va bene, va bene fece don Aurelio, ma poi!
    Non gli riusciva proprio di credere  che  quella  ragazza  ci  tenesse
    tanto  a  questioni di religione da guastarsi la vita per esse.  Sent
    subito che questo scetticismo,  colorito  apparentemente  di  mediocre
    stima, era dispiaciuto a Massimo. Cerc nell'ombra le mani dell'amico,
    le strinse, non parl pi di Lelia.
    Dobbiamo appunto parlare di Benedetto diss'egli. Oggi mi ha scritto
    Elia Viterbo. Avrebbe scritto a te ma nessuno, a Roma, sa dove tu sia.
    Suppongono che ne sia informato io.  E' corsa persino la voce, a Roma,
    che tu fossi rifugiato a Praglia, guarda.
    Don Aurelio non pot a meno di commentare con un sobbalzo di riso:
    Grazie,  che Praglia! E continu.  M'incarica di farti sapere  che,
    per  le  povere  ossa  di Benedetto,  i tuoi amici hanno deliberato di
    accettare la tua proposta e ti pregano di farti vivo. Perch, a quanto
    pare, confidano in te,  che sei vicino a Oria,  per aiutare a porla in
    atto.
    Alcuni  discepoli  di  Benedetto  avevano  divisato,  mesi  prima,  di
    erigergli  un  modesto  ricordo   in   Campo   Verano,   aprendo   una
    sottoscrizione.  Ad  altri discepoli la proposta era parsa inopportuna
    per lo scarso risultato che si  ripromettevano  dalla  sottoscrizione,
    perch era tale da spiacere allo spirito del Maestro.  N'era venuto un
    aspro dissidio. Massimo, avverso alla proposta,  aveva cercato una via
    di  pace,  giovandosi  di un certo discorso tenutogli da Benedetto una
    volta che avevano visitato insieme  Campo  Verano.  Gli  aveva  detto:
    Finir  qui  e  mi  piacerebbe invece esser portato nel Camposanto di
    Oria;  ma  una  vanit.  Propose  di  rinunciare  al  ricordo  e  di
    soddisfare  quel desiderio toccante.  Un picciol posto,  lontano dalle
    contese del mondo,  nel campo  dove  dormivano  i  genitori  di  Piero
    Maironi, dove aveva desiderato di riposare anche la sua povera moglie:
    ecco il migliore dei monumenti. Ora dunque era deciso. Si farebbe cos
    Ci sar anche Lei, quel giorno, a Oria? domand Massimo.
    Don  Aurelio non poteva prometterlo.  Non sapeva da qual paese avrebbe
    dovuto venirvi. A ogni modo non ci sarebbe venuto che se si fosse dato
    al  trasporto  un  carattere  lontano  da   qualsiasi   manifestazione
    religiosa sconveniente per un sacerdote.  Ci detto si alz,  riaccese
    il lume.
    E' tardi diss'egli.  Tu devi ritornare alla Montanina.  Aperse  un
    cassetto della scrivania, ne tolse due lettere, preg Massimo di farle
    pervenire  l'indomani mattina,  dopo averle lette,  al loro indirizzo.
    Una era per l'arciprete,  l'altra per il Capo  di  contrada.  Il  lume
    moribondo diede un guizzo e si spense.
    Oh!  esclam  don Aurelio.  E io che pensavo adesso di scrivere due
    righe!
    Massimo accese un fiammifero:
    Faccia diss'egli.
    Don Aurelio prese  un  foglietto,  vi  scrisse  alcune  parole  mentre
    Massimo  accendeva un fiammifero dopo l'altro,  gli porse il foglietto
    dicendo: Per la signorina Lelia, quando ti avr detto di s.
    Massimo lesse, tremando per l'emozione:

    "Permetta  che  un  povero  prete  benedica  il  Suo  amore  nel  nome
    dell'Amore infinito, al quale attinga vita perpetua.
    DON AURELIO."

    In  quel momento fu bussato forte all'uscio di strada.  Don Aurelio si
    strapp da Massimo che gli  aveva  gittato  le  braccia  intorno  alla
    persona, corse alla finestra. Era Giovanni, della Montanina. Il signor
    Marcello  lo  aveva mandato a vedere se fosse accaduto qualche cosa al
    signor Alberti.
    No no, viene subito! rispose don Aurelio.  Lasciata la finestra,  si
    sent abbracciare le ginocchia da Massimo, cadutogli ai piedi.
    Va  va  diss'egli.  Dio ti benedica! Non si sarebbero divisi senza
    uno  strappo  violento.  Massimo  scatt  in  piedi,  precipit  fuori
    dell'uscio e gi per le scale, spar di corsa nella notte. Don Aurelio
    si  ritir  nella  sua  camera  da  letto e,  inginocchiato davanti al
    Crocifisso,  preg con affannoso  impeto,  quasi  lottando  contro  un
    intimo nemico,  per i due preti di Velo,  per tutti quei Superiori che
    lo volevano avvilito, ramingo, affamato:
    Padre Padre,  credono di servir Te,  credono di  servir  Te  perdona,
    perdona!

    Il signor Marcello,  veramente inquieto,  andava immaginando possibili
    cause del ritardo di Massimo  che,  alle  dieci,  non  era  ancora  di
    ritorno,  pur  sapendo  come alla Montanina le dieci fossero l'ora del
    coprifuoco.  S'irrit un poco anche contro  Lelia  che  non  ammetteva
    fosse avvenuto niente.
    E'  sempre  nelle  nuvole  diss'ella.  Sar andato al villino delle
    Rose, credendo di venir qua.
    Pareva che la simpatia di donna Fedele per Massimo le desse  noia.  Il
    signor Marcello se n'era accorto e l'accenno al villino delle Rose gli
    dispiacque.  Le domand se facesse colpa a Massimo di andar volentieri
    al villino. Ella protest vivacemente. Tutt'altro! Non disse di pi ma
    faceva invece colpa a donna Fedele di proteggere tanto Massimo, bench
    non avrebbe saputo spiegarne il perch.  Ebbe paura di nuove domande e
    si ritir.
    Sal  nella  sua  camera  col proposito di non rinunciare bench fosse
    tardi,  alla  passeggiata  notturna  nel  Parco,  di  aspettarvi  anzi
    l'aurora  della  luna.   La  luna  doveva  nascere,   quella  sera,  a
    mezzanotte. Ritornato Alberti, il signor Marcello andrebbe a coricarsi
    ed ella potrebbe scendere.  Non  accese  la  luce,  si  butt  in  una
    poltrona in faccia alla grande trifora che guarda il nero alto culmine
    del bosco e,  sopra quello,  le scogliere dentate del Summano. Ripens
    le parole del signor Marcello: gli faceva una  colpa?  Dunque  sarebbe
    dispiaciuto al signor Marcello ch'ella glielo toccasse appena,  il suo
    Alberti,  con una punta di censura!  Non era la prima volta,  dopo  il
    sermone  di  quel giorno,  che il signor Marcello prendeva,  contro di
    lei,  le difese di Alberti a proposito d'inezie.  E lo tratteneva alla
    Montanina  con tante istanze!  Possibile,  povero vecchio,  ch'egli lo
    credesse tanto devoto alla memoria di suo figlio da non essere  neppur
    tentato di un tradimento?
    A  questo  punto  del  suo  lavoro  mentale,  le  balen l'idea di una
    commedia che si rappresentasse  intorno  a  lei.  Se  si  fosse  tutto
    combinato,  l'invito  di  don  Aurelio ad Alberti e l'ospitalit della
    Montanina!  Se anche il voltafaccia di donna  Fedele,  le  sue  visite
    quotidiane  avessero  lo  stesso  segreto fine?  Se il signor Marcello
    fosse stato lavorato dal prete di  Sant'Ubaldo  e  dalla  signora  del
    villino?  Se  lo  avessero  persuaso  a rassegnarsi,  chi sa con quali
    argomenti? In un lampo tutto le parve chiarissimo.  Il signor Alberti,
    invitato  da  persone  che  avevano  disposto  di  lei,  era  venuto a
    conoscere e conquistare la erede del signor Marcello  Trento.  Strinse
    con  ira  i  bracciuoli  della  poltrona,  si  morse il labbro per non
    piangere.  Non pianse ma il compresso flutto del pianto  le  urtava  e
    riurtava il petto ansante. Che rabbia se avesse a piangere! Disprezzo,
    disprezzo, disprezzo!
    Accese  la  luce  e suon per Teresina che l'avvertisse del ritorno di
    Massimo.  Non s'era  veduto.  Teresina  apprese  con  terrore  che  la
    signorina  si  era  messa  in testa di scendere nel Parco anche quella
    sera. Supplic, scongiur,  minacci di parlare,  si prese un rabbuffo
    terribile,  fin  con  accontentarsi della speranza che quella sarebbe
    stata l'ultima volta.  Ella  doveva  recarsi,  l'indomani  mattina,  a
    Schio. Lelia lev dal cassetto della scrivania una lettera chiusa, che
    vi stava presso l'altra spiegazzata dalle Sue mani la sera dell'arrivo
    di Massimo.
    Il  solito diss'ella,  consegnandola alla cameriera.  Era denaro che
    Lelia mandava a suo padre.  Faceva  queste  spedizioni  per  mezzo  di
    Teresina,  da  Schio,  temendo che,  per indiscrezioni degli ufficiali
    postali di Velo d'Astico o di Arsiero,  il signor Marcello  venisse  a
    sapere. Teresina godeva delle confidenze che le permettevano di salire
    un poco dalla devozione verso l'amicizia. La confidenza di quella sera
    le serv per avviare piano piano un rivoletto di chiacchiere simile ai
    rivoletti  naturali  che  piegano  e  girano fra gl'inciampi e trovano
    sempre un varco a quell'acqua grossa  cui  mirano.  Incominci,  molto
    timidamente,  a  dire  del guardaroba assai manchevole della signorina
    che spendeva troppo poco per  il  vestire.  Anche  il  padrone  se  ne
    accorgeva  e  rimproverava lei.  Ma che ci poteva far lei?  Dirlo alla
    signorina. Ecco, lo aveva detto. Non lusso, no; il lusso sarebbe stato
    fuori di posto,  alla Montanina;  ma un po' di  eleganza!  Il  padrone
    consigliava  di  rivolgersi  a donna Fedele per la scelta di una buona
    sarta. Donna Fedele si serviva a Torino, s, ma, secondo Teresina,  da
    una  sartuzza  di quart'ordine.  Lelia,  che si serviva a Vicenza,  le
    domand  se  avesse  a  raccomandare  una  sarta  di  Schio.  Teresina
    protest, piccata. Non c'era Milano? S, Milano! E quale preferiva, la
    dotta  Teresina,  fra le grandi sarte di Milano?  Qui il rivoletto non
    trov uscita da nessuna parte e  fece  uno  stagno.  Teresina  tacque.
    Salito alquanto lo stagno, il rivoletto ne rise a un orlo
    Io no,  signorina, non le conosco ard finalmente dire la cameriera,
    ma ci sar bene chi le conosce.
    Chi?
    Adesso bisogn che il rivoletto traboccasse.
    Suppongo  che  il  signor  Alberti  avr  delle  signore,  nella  sua
    famiglia.
    Cascata.
    Lascia un poco stare il signor Alberti! esclam Lelia.
    Non  per  confidenze di donna Fedele,  ma per un sottinteso indistinto
    ch'ella sentiva nei discorsi di lei  circa  la  signorina,  per  certe
    novit  nel  fare  e nel dire del signor Marcello,  l'astuta cameriera
    aveva fiutato nell'ambiente un oscuro favore al sentimento  colto  ben
    presto  da lei negli occhi di Massimo.  Della signorina non sapeva che
    pensare.  Quando le pareva una cosa,  quando  un'altra;  e  ora  aveva
    gittato lo scandaglio. Trovato duro, ritent la prova.
    Io,  signorina  diss'ella,  che lo lasci stare?  Vedo che il signor
    padrone ci ha posto proprio il cuore in quel giovine! Una cosa grande,
    sa.
    Lelia tronc bruscamente, la mand a vedere se Massimo fosse arrivato.
    Ecco,   n'era  certa,   Teresina  non  avrebbe  parlato  cos  se  non
    gliel'avessero detto.  Era nella congiura anche lei.  Ah no,  signori!
    No,  signor cacciatore di doti,  no no  no!  Afferr  sul  tavolo  una
    vecchia fotografia del signor Marcello,  la stracci d'un colpo. Certo
    egli pure aveva fatto  un  mercato,  come  il  signor  Alberti,  aveva
    venduto  un'anima,  tradita  una  religione  di  memorie perch la sua
    Montanina e i suoi quattrini non andassero in mano dei genitori di lei
    o chi sa in quali altre mani simili. No, signor Marcello, no, signori,
    ah no!  E Teresina non  ritornava  Possibile  che  Alberti  fosse  gi
    rincasato  e  che  la  perfida non venisse a riferirlo per impedire la
    passeggiata nel Parco?  Usc nel corridoio,  irritata.  Erano quasi le
    undici  e  mezzo!  Tese  l'orecchio.  Ecco  il  passo  di Teresina nel
    corridoio di sotto.
    Dunque? frem Lelia, dall'alto.
    Adesso, signorina risponde l'altra, mogia. In questo momento.

    Un quarto d'ora dopo,  quando pot credere che il  signor  Marcello  e
    Alberti si fossero ritirati nelle loro camere,  Lelia usc della villa
    e del giardino,  si avvi al cancello di legno  che  mette  nel  Parco
    dalla  via pubblica,  poco sotto la chiesina di Santa Maria ad Montes.
    Ferma la mente in un giudizio fiero dell'uomo venuto da Milano col suo
    bel progetto di matrimonio ricco in tasca,  pens che se suo  padre  e
    sua  madre  non  fossero  stati gente disonesta,  si sarebbe rifugiata
    presso l'uno o presso l'altra.  Ma non poteva andar a convivere  colla
    ganza  del  primo  n  farsi  mantenere  dalla  seconda coi denari del
    vecchio austriaco.  E  le  soccorse  un  altro  pensiero,  un  vecchio
    pensiero, salitole nel cuore a quattordici anni, blandito, accarezzato
    come  un  amico  dolcissimo,  perdutosi  nel  fondo dell'anima durante
    l'amore di Andrea,  risalitone quindi e ridiscesovi pi volte:  uscire
    dal mondo. Il sinistro pensiero non aveva preso mai la intensit di un
    proposito.  Anche  la  sera  in cui Lelia chiuse le finestre della sua
    camera piena di gigli e di  tuberose,  non  credette  che  ne  sarebbe
    morta. Le era piaciuto di affrontare alla spensierata un pericolo, una
    possibilit. Infatti, svegliatasi con un gran peso in tutte le membra,
    colla  fronte  stretta in un cerchio di ferro col naso,  la bocca,  la
    gola satura del profumo acre,  che  le  parve  sentire  persino  negli
    orecchi,  si  era  slanciata  ad  aprire la finestra.  Neppure adesso,
    movendo verso il Parco che nelle sue grandi ombre chiude  un  laghetto
    profondo,  in parte,  oltre a due metri, alcun triste proposito era in
    lei.  Le bastava la certezza di avere un rifugio  pronto,  le  bastava
    dirsi in cuore: quando voglio,  posso. Per, nell'aprire e spingere il
    cancelletto,  le trem un poco la mano.  S'inoltr nella radura  dove,
    fra  giganti  guardie  di  alberi,  si  apre  l'ingresso  al regno del
    Silenzio.  Scendendo sulla ghiaia del giardino e della  via  pubblica,
    aveva tremato che il suo passo, pur tanto leggero, si udisse. Ora ogni
    suono   n'era   spento.   Ell'andava  sull'erba  falciata  di  fresco,
    silenziosamente, come uno spirito. Ogni senso di sgomento l'abbandon.
    Perdersi fra quelle tacite ombre,  per le molli erbe senza via,  sotto
    il  cielo  buio,  le  fu  come  un  uscir  del mondo in seno a tenebre
    materne. Segu sussurri di rivi per grembi ascosi, per grembi scoperti
    del monte,  affond spesso il piede nell'erba pregna di acque segrete.
    L'aria era immobile, fresca e odorata di umidore nelle cavit ombrose,
    calda  sui  pendii  scoperti e viva di fragranze selvagge,  di amorose
    voci mute dell'erbe. Si gitt supina sopra uno di questi pendii,  come
    vinta  dalla tepida dolcezza.  Materna materna era la notte alle cose!
    Le dolci loro anime vi si effondevano libere e Lelia  stessa  era  una
    piccola creatura della notte,  una sorella delle cose amorose. Giacque
    nella dolcezza di desideri indistinti,  senza pensare,  come  talvolta
    nel suo letto, piovendole sui capelli e sul guanciale petali di fiori.
    Lo  spirito  voluttuoso  che  le  ascendeva  nella persona dalla terra
    tepida, fragrante,  tacendole il cielo chiuso sulla faccia supina,  le
    ammolliva le resistenze dell'orgoglio all'amore.  Ella svelse un pugno
    d'erba e lo morse.
    Si alz allora,  riluttante  a  rimanere,  riluttante  a  lasciare  il
    giaciglio  profumato.  Sal,  poco pi su,  nel tubo nero di una lunga
    carpinata.  Alla sua destra un piccolo chiarore fioco segnava la bocca
    lontana  del  tubo.  Alla  sinistra  le  tenebre  non  avevano  fine e
    suonavano di acqua cadente. Prese a sinistra di certo sentiero uscente
    dal viale a un folto di acacie dove corre il rivoletto che poi salta e
    suona. Lo trov, si ferm fra le acacie, sul margine del rivoletto che
    udiva senza vederlo.  All'invito della voce blanda cominci,  come per
    istinto,  a spogliarsi.  Accortasi di quel che faceva,  sost.  Saggi
    l'acqua colla mano. Era fredda. Meglio; le farebbe bene,  cos fredda.
    E  continu  a  spogliarsi,  senza nemmanco vedere dove posasse le sue
    robe, fino all'ultimo vestimento, che non lasci.  Pose il piede nella
    corrente,  rabbrivid.  Ne tent il fondo: ghiaia e due palmi d'acqua.
    Vi pose anche l'altro piede e,  stretta il cuore dal gelo,  chiusi gli
    occhi,  semiaperte le labbra, cal piano piano, con piccoli gemiti, si
    adagi, si distese.  L'acqua le corse via intorno alla persona,  tutta
    carezze  gelide,  le  flu tutta piccole voci soavi intorno al collo e
    sul petto ansante.  Le si faceva meno e meno gelida.  Altre voci soavi
    sussurrarono  per l'aria.  Lelia aperse gli occhi,  si drizz a sedere
    stupefatta. Vide se stessa bianca,  vide un chiaror diffuso su l'acqua
    tremula,  i  margini,  le  sue vesti,  nella selva che moveva le vette
    argentee,  mormorando,  al vento.  Era l'aurora  della  luna,  era  un
    misterioso  destarsi  delle  cose nel cuore della notte.  Dalle acacie
    piovevano fiori sul ruscello,  sui margini.  La fanciulla si compresse
    il  petto  colle braccia incrociate,  gemendo,  nel crescente chiarore
    lunare,  nella fragranza del bosco,  nella  pioggia  fiorita,  di  uno
    spasimo dolce,  senza nome, che le gonfi il petto di lagrime. Lagrime
    e lagrime le caddero silenziose nell'acqua  tremula,  lagrime  ardenti
    dell'anima rapita nel divino incanto. Risal sul margine del ruscello,
    si vest alla meglio e,  battendole a furia il cuore,  discese in fuga
    la  via  percorsa  nel  salire,   non  diede  uno  sguardo  alla  luna
    splendente,  fra nuvola e nuvola,  sul ciglio del Monte Pa,  usc del
    cancello di legno col senso di un naufrago che si salva. Teresina, che
    l'aspettava nel portichetto dell'ingresso al giardino rabbrividendo di
    mille paure, l'accolse col medesimo senso di conforto.
    Ha preso paura anche Lei,  per,  signorina diss'ella vedendole dare
    un tremito e non sapendo della camicia inzuppata che aveva addosso.
    No no rispose Lelia, ma non ci ritorno pi.


    2.

    Alle  sette  e mezzo della mattina seguente Massimo era gi al villino
    delle Rose. Sapeva che donna Fedele si alzava sempre alle sei.  Quella
    mattina la trov a letto. La cameriera gli disse sospirando che la sua
    signora  doveva  essere  molto  sofferente  se  mancava  cos alle sue
    abitudini mattiniere. Tollerantissima del dolore fisico,  donna Fedele
    non  parlava quasi mai delle proprie sofferenze,  tali da impensierire
    chi avesse guardata la morte con minore indifferenza; ma qualche volta
    non era in grado di condurre  la  vita  solita,  mirabilmente  attiva,
    tutta  presa  dalla cura della sua casa e delle sue rose,  da visite a
    malati e a poveri,  dalla corrispondenza,  da  letture  e  persino  da
    lezioni.  Esercitava  nel  comporre  e nell'aritmetica una ragazza dei
    suoi portinai,  insegnava il francese a un'altra  fanciullina,  figlia
    del medico di Arsiero, non sapeva rifiutare a nessuno, cos malata, la
    carit dell'opera propria.
    Ella  ud  Massimo  discorrere in giardino colla cameriera,  suon per
    questa,  gli fece dire di aspettare,  se  aveva  pazienza,  un  quarto
    d'ora.  Massimo  sent  benissimo la malizia di quella frase: se aveva
    pazienza.  Ella discese infatti nel salotto sorridendo di  un  sorriso
    nel quale continuava la dolce malizia. Era pallida, aveva cerchiati di
    nero i grandi occhi,  e tuttavia pareva gaia, niente in lei dava segno
    di  sofferenze.  Massimo  cominci  a  scusarsi  di  essere  venuto  a
    quell'ora. Ella lo interruppe subito con un lasci lasci!. Il sorriso
    disparve dal suo volto.
    Dunque  partito? soggiunse. Massimo rispose che lo credeva.
    Ah, Lei non era con lui quando  partito?
    Non mi  stato possibile.
    Donna Fedele tacque. Il suo silenzio, il suo viso parvero dire: doveva
    esserle possibile!
    Volevo partire con lui diss'egli. Si  opposto. Stamattina sono qui
    per volont sua.
    Questo  lo  capisco  disse  donna  Fedele,  un  po' fredda.  Avrebbe
    desiderato che Massimo restasse a  ogni  modo  con  don  Aurelio  fino
    all'ultimo.  Ma, non conoscendo le circostanze, non giudic. Chiese di
    quel che avesse detto,  di quel che avesse fatto  il  fuggitivo  nelle
    ultime ore.  Durante il racconto di Massimo, andava ripetendo: Povero
    don Aurelio! Povero don Aurelio!.  Massimo raccont quello che poteva
    raccontare.
    Adesso saranno contenti diss'ella amaramente, alzandosi. Si assicur
    che gli usci del salotto fossero chiusi e ritorn a Massimo,  dicendo:
    Non mi fido di nessuno,  siamo nel regno dello spionaggio,  a onore e
    gloria  della  onest  e  della  carit  cristiana.  Ed  entr subito
    nell'argomento delicato,  scusandosi di entrarvi.  Pi diplomatica  di
    don  Aurelio,  cominci con domandare al giovine se si fosse ingannata
    attribuendogli una inclinazione seria per la signorina Lelia; e, avuta
    la risposta,  soggiunse che per l'amicizia corsa fra lei e sua  madre,
    posto quanto le aveva detto di lui don Aurelio, gli offriva volentieri
    il proprio aiuto.
    Credo  diss'ella  che col signor Marcello appena ve ne sia bisogno.
    Il signor Marcello comprende che non pu  e  non  deve  esigere  dalla
    ragazza  il sacrificio della sua vita intera.  E per Lei,  poi,  ha un
    grande affetto. Ma la ragazza stessa? Io credo che abbia un sentimento
    per Lei e che lotti contro se stessa,  forse per esser  fedele  a  una
    memoria, forse per non offendere il signor Marcello, forse...
    Donna Fedele abbass la voce e sorrise, continuando:
    ...per qualche fantasia. Perch  un po' strana, sa, la Sua Lelia
    Sorrise anche Massimo.
    Le pare? diss'egli.
    Oh s s! esclam donna Fedele, ridendo addirittura. Lei gi se n'
    innamorato  anche  per  questo!   Anch'io,   guardi.  Perch  ne  sono
    innamorata anch'io,  essendo un poco della stessa famiglia,  a  quello
    che tanti dicono. I preti di Velo, per esempio; e anche un orefice qui
    di Arsiero,  al quale il mio custode port iersera a mostrare un pezzo
    da venti lire ch'egli temeva falso e ch'era solamente fesso.  Sa  cosa
    gli ha detto?  - El xe come la to parona,  ci. El xe bon e el sona da
    mato.  - Mi credono senza testa,  sopra tutto perch mi vedono  sempre
    andare   attorno  senza  cappello,   ma  poi  anche  perch  tengo  un
    pluviometro e perch la  notte  non  chiudo  le  mie  finestre.  Anche
    Carnesecca,  che  se  n'  andato finalmente dal covo,  mi ha detto di
    confortarmi se il mondo mi chiama pazza,  perch lo chiama pazzo anche
    lui.  E adesso mi chiamer pazza anche Lei,  caro Alberti,  se Le far
    certa domanda molto ardita?
    Rider rispose il giovine e i miei  conoscenti  mondani  di  Milano
    riderebbero anche pi di me!
    Donna Fedele lo guard un poco, affettuosa, parlandogli cogli occhi.
    Allora diss'ella oggi vedr Lelia, cercher di capire qualche cosa.
    Va bene?
    Massimo si profuse in ringraziamenti.  Poi certa sua irrequietudine le
    signific ch'egli sperava di vederla partire subito per la Montanina.
    Ho ordinato la carrozza per le nove diss'ella,  sorridendo.  Non Le
    basta?  E vede che fiducia nella Sua risposta di poco fa!  Che fiducia
    in Lei, per dir meglio!
    Massimo le prese e baci le mani. Ella, ridente,  lasci fare.  Poi si
    alz.  Aspettava una scolaretta.  Massimo poteva ritornare,  per saper
    qualche cosa,  verso le due.  Troppo tardi?  Allora  poteva  venire  a
    colazione. S'incaricava lei di avvertire, alla Montanina, che lo aveva
    invitato. Intanto egli poteva restare, andare, fare come gli piacesse.
    Se  voleva  leggere,  c'era la piccola biblioteca del villino.  Se non
    voleva restare, aveva quattr'ore per una passeggiata.
    Faccia  una  bella  passeggiata  lunga,  di  quelle  che  rinfrescano
    l'anima.
    Detto  cos  colla sua dolcezza lievemente canzonatoria,  donna Fedele
    stese la mano al suo giovine amico.  Questi  la  preg  di  ascoltarlo
    ancora  un  momento.  Credeva  ella che la voce di una sua relazione a
    Milano fosse giunta all'orecchio della  signorina?  Donna  Fedele  non
    sapeva  che  le  fosse  giunta.  Ma  chi l'aveva sparsa?  Donna Fedele
    tacque, con uno sforzo virtuoso, dei preti di Velo, accenn alla madre
    di Lelia senza spiegarsi di pi,  n Massimo  os  domandare  di  pi.
    Solo,   prima  di  congedarsi,   desider  che  donna  Fedele  sapesse
    dell'antipatia di Lelia per il suo Maestro. Ella non gli lasci finire
    il discorso.  Che  importava  mai  ci?  Ignara  di  modernismo  e  di
    antimodernismo,  contenta  di  credere  e vivere secondo la tradizione
    antica della sua pia famiglia,  donna Fedele vedeva Massimo praticare,
    Lelia  praticare,  non  intendeva  un  dissidio  religioso fra l'uno e
    l'altra.  Per verit,  certe parole di Lelia le avevano data l'idea di
    una  religiosit  inserta in lei meccanicamente e nutrita di abitudine
    assai pi che di Vangelo.  Appunto  per  questo  le  sarebbe  piaciuto
    ch'ella sposasse un uomo ricco di sentimento religioso come Alberti.
    Che  importa  ci? diss'ella.  L'amore accomoder queste cose molto
    facilmente. Del resto, anche da me, che pure Le voglio bene,  Ella non
    pretender  mica  del  fanatismo  per  il Suo Maestro.  Mi pare che un
    Maestro lo abbiamo gi da mille e novecent'anni e che quello basti.
    Massimo avrebbe voluto replicare ma donna Fedele lo  licenzi  con  un
    vada vada accompagnato del suo solito sorriso ironico e dolce.
    Massimo  prese  la via dell'alta Val d'Astico,  che pi lo allontanava
    dalla Montanina.  Oltrepass il villaggio di Barcarola,  si  lasci  a
    destra il ponte di Pedescala,  discese, attraverso i prati, sulla riva
    dell'Astico,  stette lungamente a vedere passar veloce l'acqua  verde,
    ad ascoltarne il murmure eguale, a sentirsi battere il cuore. Il cielo
    era  velato  di grigio,  le montagne imminenti al fiume da destra e da
    sinistra,  chiuse nei loro grandi mantelli scuri,  parevano visitatori
    muti in un'ora di lutto.

    Poco  dopo  le  nove la carrozzella democratica di donna Fedele saliva
    lentamente dal ponte del Posina verso  la  Montanina.  Nello  svoltare
    verso  il  castagno  candelabro  ella  ud  con sorpresa la campanella
    querula di Santa Maria ad Montes.  Chi vi celebrava di tempo in  tempo
    nei  giorni  feriali  era sempre don Aurelio.  Possibile che non fosse
    partito? Scese di carrozza presso il castagno,  sal a piedi fino alla
    chiesina,  vi  entr.  Era vuota,  ma qualcuno si moveva in sagrestia.
    And a vedere,  si trov faccia a faccia con don  Emanuele.  Non  pot
    trattenere  un  oh!  di  meraviglia  e  si  ritir in fretta mentre il
    cappellano,  dal  canto  suo,  piombava  sull'inginocchiatoio  per  la
    preparazione.  Il  chierichetto  la inform poi che la messa si diceva
    per l'anima della signora Trento,  ricorrendo l'anniversario della sua
    morte. La preparazione fu lunga, la campanella querula suon altre due
    volte.  Donna  Fedele,  seduta  presso  la piletta di pietra che ha un
    fregio di stelle  alpine,  pens,  con  certa  commiserazione,  quanto
    dovesse  penare  il  povero  cappellano  a  rimettersi  della sorpresa
    spiacevole. Ricordando l'arrabbiatura ch'egli le aveva fatto prendere,
    ebbe un moto di pentimento e di umilt.  Fra il fogliame  della  vigna
    mistica  dipinta  nell'abside  visibile la parola di Cristo: "ego sum
    vitis,  vos palmites".  Il diavolino sarcastico del suo cervello prese
    una  rivincita,  le  sugger  che  don  Emanuele  era forse un pampano
    infecondo ma ella si sdegn delle idee  che  le  venivano  proprio  in
    chiesa e guardando la vigna del Signore.  Almeno, pens, il cappellano
    sarebbe un pampano verde mentre io sono un  pampano  secco.  Entr  il
    signor  Marcello  che non si aspettava di vederla e la ringrazi collo
    sguardo,  credendo fosse venuta per l'anniversario.  Dopo di lui entr
    Lelia. Don Emanuele celebr con gravit di asceta e di prelato. Il pi
    raccolto  degli  ascoltatori fu il signor Marcello che,  inforcati gli
    occhiali,  lesse l'Imitazione dal principio  alla  fine  della  Messa,
    senza sedere mai. Lelia non pregava, guardava spesso, per la porticina
    di fianco,  la verde scena del Parco di Velo, la chiara lama di prato,
    fra i castagni,  dove era passata nella notte.  Donna Fedele  guardava
    spesso, con pena, il signor Marcello che le pareva dimagrato e, peggio
    che pallido,  giallastro.  Guardava pure Lelia, svogliata e scura. Non
    pot a meno di pensare,  pure rimproverandosi  della  distrazione,  al
    prossimo colloquio con lei, al dolore del povero Alberti se, per caso,
    la risposta fosse negativa, alla impressione mista di compiacenza e di
    tristezza  che  ne  avrebbe il signor Marcello.  Perch don Aurelio le
    aveva detto che il signor Marcello si sarebbe  certamente  compiaciuto
    della fedelt di Lelia,  se rifiutasse;  ma che,  se consentisse,  gli
    sarebbe parso di ricuperare in Massimo Alberti  qualche  cosa  di  suo
    figlio,  di evitare il pericolo che Lelia ricadesse in balia dei suoi,
    che facesse,  tardi,  chi sa quale  disgraziato  matrimonio.  Ella  si
    acquiet  mestamente  nella  continua  sommessa parola della fonte che
    diceva  dietro  a  lei,   nel  piccolo  vestibolo:  passeranno  queste
    incertezze,  passer il colloquio,  passer quel che verr dopo,  e di
    triste e di lieto,  forse presto passerai tu stessa.  E non  pose  pi
    mente  che  alle  parole  eterne  del  sacerdote.  Un  quarto d'ora di
    carrozza era bastato ad acuire le sue sofferenze.  Alla  Comunione  fu
    costretta  di sedere.  Sentiva di parere un cadavere.  Il chierichetto
    che serviva la messa la guard mentre attendeva,  colle ampolle  nelle
    mani, che il sacerdote gli porgesse il calice; ed ella, vedendo il suo
    sgomento,  ebbe  un  sorriso  interno.  Finita  la messa,  si alz con
    indomita volont, usc per la porticina laterale, seguita da Lelia. Il
    signor Marcello si fece  aspettare  un  poco.  I  suoi  ringraziamenti
    umiliarono donna Fedele, che, per, credette opportuno di accettarli.
    Sono  anche  venuta  per  una passeggiatina con Lelia diss'ella.  E
    poich son qui, vorrei prima pregar Lei di un consiglio.
    Egli parve un po' sorpreso.
    Si figuri! rispose. Come posso.
    Era nella voce dell'uno e dell'altra, quando si parlavano,  un tono di
    affetto  contenuto,  riverente;  da parte di lei quasi timido.  Mentre
    salivano alla villa,  sopraggiunse il  chierichetto  a  dire  che  don
    Emanuele non sarebbe venuto a prendere il caff, causa un impegno.
    "L'impegno sono io" pens donna Fedele.
    E che Le pare di don Aurelio? diss'ella.
    Il signor Marcello ebbe un fremito muto, le rughe si addensarono sulla
    sua fronte, le chiare iridi gli arsero di corruccio.
    Donna Fedele credeva ch'egli avesse appresa la notizia da Massimo. No,
    Alberti non aveva parlato,  al suo ritorno da Lago,  ed era uscito, la
    mattina, per tempo. La notizia l'aveva portata don Emanuele.  E in che
    modo l'aveva portata!  Era venuto senza dir niente, il signor Marcello
    l'aveva trovato,  con sua grande sorpresa,  in sagrestia,  credendo di
    trovarvi  don Aurelio.  Il cappellano gli aveva detto allora di essere
    venuto  a  celebrare  in  sostituzione  di  don  Aurelio,  per  ordine
    dell'arciprete.  E  c'era  voluto  il  cavatappi  a strappargli che il
    signor arciprete era stato pregato da don Aurelio di sostituirlo,  che
    don Aurelio non era ammalato, che si era allontanato dal paese, che vi
    era  una  sua  lettera,  nella  quale riconosceva il proprio dovere di
    partire. Anche la bella fronte di donna Fedele si oscur e un lampo di
    sdegno pass nei grandi occhi bruni.  Lelia sapeva il fatto perch  il
    signor   Marcello   era  risalito  subito  alla  villa  e  gliel'aveva
    raccontato.  Ora si content di osservare freddamente che don  Aurelio
    aveva  fatto  bene.  Una  fugace fiamma sal al volto pallido di donna
    Fedele. Ella si contenne, e preso il braccio della fanciulla, le disse
    che, dopo una breve conferenza col signor Marcello,  l'avrebbe pregata
    di  mostrarle certo vicino angolo romito del Parco di Velo,  di cui le
    aveva parlato con lode. Lelia freddamente ancora, consent.
    Il signor Marcello chiese all'amica se preferisse il suo  studio,  per
    questo  consiglio,  o  i  sedili  all'aperto.  Ella accett lo studio,
    sorridendo,  come per significare che  si  trattava  di  un  consiglio
    delicato,  di  carattere  intimo.  Nello  studio  il suo viso prese la
    gravit dolce che lo rendeva cos nobile cos bello di quella bellezza
    dignitosa che niente ha di giovanile e tanto  d'immortale,  che  viene
    illuminando i lineamenti e gli occhi per la virt lungamente attiva di
    una vita interna pura e profonda.
    Caro amico mio diss'ella, usando questi termini la prima volta nella
    sua  vita  se  uno  cui Ella fosse legato di affetto e di rispetto Le
    affidasse un incarico per mezzo d'altri,  facendole anche dire di  non
    parlarne direttamente a lui,  e Lei,  eseguito l'incarico, non potesse
    pi servirsi dell'intermediario  per  informarne  il  Suo  amico,  gli
    parlerebbe direttamente malgrado il divieto, o cosa farebbe?
    Mentr'ella  parlava  lenta  lenta,  negli  occhi  del  signor Marcello
    conscio di aver dato appunto quelle istruzioni a don Aurelio, spuntava
    un sorriso triste.
    Ho avuto torto diss'egli. Suppongo che questa passeggiata...
    A un cenno di assenso dell'amica, riprese:
    Ella verr qua e parleremo, mi perdoni!
    Donna  Fedele  protest  impetuosamente.   Era  tanto  naturale   quel
    desiderio   di   silenzio!   Ma  il  signor  Marcello  insistette  pi
    impetuosamente ancora:
    No no, mi perdoni, mi perdoni!
    Ella non ebbe lagrime negli occhi, solo batt un poco le palpebre. Era
    il primo ritorno,  dopo lunghissimi anni,  di una  intimit  contenuta
    sempre  dentro  i  confini  del  dovere,  ma conscia del dolce segreto
    chiuso nelle due anime.  Il dolce segreto n'era evaporato  col  volger
    del  tempo.  Non  ne  restava  che  un'aura diffusa,  appena sensibile
    nell'anima di lui,  pi viva in quella di lei.  Ma ora tornava lenta e
    irrefrenabile  l'onda  del  ricordare,  molto  dolce al cuore di donna
    Fedele,  molto triste al cuore del signor Marcello,  cui pareva essere
    in colpa di quella giovent sfiorita senza nozze,  senza maternit. E,
    per un momento eterno, nessuno dei due pot proferir parola.
    La prima a rompere il silenzio fu donna Fedele.
    Capisco tanto il Suo sentimento diss'ella in questa cosa.
    E perch allora il signor  Marcello  le  prese  e  strinse  una  mano,
    soggiunse sottovoce:
    Povero amico!
    Egli  tacque  ancora,  stringendo  sempre  quella mano.  Quindi parl,
    sufficientemente pacato.  Disse come gli fosse venuta l'idea di questo
    matrimonio. Aveva istituita erede Lelia. La sera stessa dell'arrivo di
    Alberti,  discorrendo  con essa,  le aveva dato qualche segno di ci a
    proposito  della  Montanina;   perch   lo   avrebbe   particolarmente
    contristato  l'idea  che  la  Montanina,  tanto  cara  ai  suoi  cari,
    capitasse in mani sconosciute.  Ella si era ribellata.  Per  fierezza,
    probabilmente,  posto il suo carattere; per non volere un premio della
    sua fedelt di cuore; o forse anche,  per essere pi libera di s,  un
    giorno.  Ci  lo aveva molto afflitto.  E ripensando discorsi antichi,
    fatti colla sua povera moglie,  si era persuaso che la ragazza,  molto
    appassionata di natura,  finirebbe certo con prender marito, che a lui
    convenisse perci di affrettare questo avvenimento, per poter influire
    sulla scelta ch'essa farebbe.  Il caso  che  gli  aveva  portato  alla
    Montanina  l'amico  migliore e pi caro del suo povero figliuolo,  gli
    era parso provvidenziale. Subito subito,  la mattina dopo,  egli aveva
    fatto a don Aurelio quella confidenza.
    La  mia  prima  idea  conchiuse    stata  ch'Ella  scandagliasse i
    sentimenti di Lelia.  Ora,  non  so  perch,  mi  ha  preso  una  vera
    impazienza.  Voglia  dirle addirittura che se Alberti le proponesse di
    diventare sua moglie ed ella consentisse, morirei in pace.
    Non parli di morire, caro amico.
    A queste parole di donna Fedele il vecchio rispose asciutto:
    Lasciamo.
    Ell'aveva desiderato chiedergli della sua salute e non l'os  pi.  Si
    attent  invece  a osservargli che se Lelia non intendeva accettare la
    sua eredit,  la Montanina sarebbe  pur  sempre  andata,  malgrado  il
    matrimonio, in altre mani. Egli rispose che, appena Lelia e Alberti si
    fossero  fidanzati,  avrebbe mutato il testamento e legata la villa ad
    Alberti.
    Speriamo disse donna Fedele alzandosi e ritornando al  suo  abituale
    sorriso  che  tutto  vada bene.  Dopo che avr parlato con Lelia,  La
    trovo qui?
    S,  mi  trova  qui.  Scommetto  ch'Ella  pensa:  Come  mai    tanto
    attaccato,  questo  vecchio,  alla  sua  casa?  Come  mai  pretende di
    possederla ancora, in qualche modo, quando...
    Donna Fedele lo interruppe: No no, zitto zitto!.
    E usc dello studio.  Il signor Marcello prese una  Bibbia  che  aveva
    sempre sul tavolo,  vi rilesse il capitolo decimottavo del Libro Primo
    dei Re,  il Capitolo delle anime compenetrate di David e di  Jonathan.
    Fanciullo  ancora,  egli  aveva  pianto  sul  fato del nobile principe
    Jonathan, il suo eroe prediletto. Rilesse le pagine mirabilmente vive,
    pens che Jonathan, cadendo a Gelbo,  si sarebbe rallegrato di vedere
    nel futuro l'amico suo possedere il trono cui era nato egli.

    Donna Fedele trov nel salone Lelia che l'aspettava sprofondata in una
    poltrona, coll'ombrellino fra le mani.
    Andiamo  proprio?  diss'ella.  Parve a donna Fedele di sentire nella
    domanda l'ironia di chi ha compreso ci che gli si vuole nascondere  e
    lo  fa  capire.  Come  il  tono  della  voce  cos  gli occhi di Lelia
    dicevano: "Il passeggio  un pretesto,  tu sei  venuta  per  farmi  un
    discorso,  adesso  hai avuto una conferenza,  a questo proposito,  con
    pap, forse non  pi il caso del discorso".
    Ma si! Perch mi domandi?
    Perch disse Lelia, alzandosi,  ma senza allontanarsi dalla poltrona
    mi  pare  che  Lei  non debba aver voglia di passeggiare.  Se vedesse
    com' pallida! Si guardi nello specchio. Se mi deve dire qualche cosa,
    pu dirmelo anche qui.
    Il discorso no ma l'accento di Lelia fu impertinente.
    S,  cara rispose donna Fedele  con  fredda  imperiosit,  desidero
    parlarti, ma non qui; dove ti ho detto.
    Lelia si mosse in silenzio.
    In  questo momento ho l'autorit del signor Marcello soggiunse donna
    Fedele, molto dolcemente, temperando la pressione del suo impero.  Ora
    Lelia non dubit pi di una trama cui l'amica avesse parte.  L'assenza
    di Massimo,  l'ostinazione di donna Fedele a  volerle  parlare  in  un
    luogo  tanto  appartato,  le  misero  il  sospetto che ella tenesse un
    incarico  da  lui  col  consenso   del   signor   Marcello;   consenso
    strappatogli,  forse, in quello stesso momento. E l'offese lo zelo per
    Massimo,  l'offese la violenza morale esercitata sul signor  Marcello.
    Scendeva muta e scura il viottolo del giardino, precedendo la compagna
    che  non  pot  seguirne  il passo e la preg di rallentare.  Lelia le
    addit il sedile fra i noci,  presso la  Riderella.  Non  si  potevano
    fermare  l?  All'asciutta  domanda  donna  Fedele  rispose egualmente
    asciutta:
    No, cara.
    Lelia non replic. Le due signore entrarono, per il cancello di legno,
    nel Parco.
    Bellissimo! disse donna Fedele.
    Lelia fece una boccuccia sprezzante.  Come si poteva dire bellissimo
    appena passato il cancello? Si aveva la stessa veduta che dalla strada
    pubblica.  Gi, donna Fedele era molto intelligente ma sentiva poco la
    natura.  Non disse niente.  Si avvi e,  seguendo una  traccia  appena
    segnata nell'erba, svolt a destra fra una verruca del monte, coronata
    di  grandi  noci  e  castagni,  e la opposta riva di un'acquicella che
    sbuca l presso da folte macchie di faggi e di  frassini,  gira  nella
    stretta, fugge a saltar di burrone in burrone. Oltre la stretta quella
    traccia  moriva  in  un  bel  cavo  di prato fiorito,  dagli alti orli
    boscosi.  Donna Fedele sedette,  all'ombra dei noci,  dove la  traccia
    muore,  stette  un  poco  a  guardar pensierosa nell'acqua scura e poi
    domand,  piano,  a Lelia,  che stava in piedi e  scriveva  nell'erba,
    colla punta dell'ombrellino:
    Sai di cosa mi ha parlato pap?
    Forse s rispose Lelia continuando a scrivere.
    Brava. Sentiamo.
    No, non lo dico.
    Lo capisco fece donna Fedele,  remissiva. E' una cosa molto intima,
    molto delicata. Ma  meglio parlarne.  Tanto,  la tua volont tu l'hai
    espressa e non ti si pu mica costringere.
    La mia volont? esclam Lelia, di soprassalto. La mia volont?
    Eh, non lo hai detto, a pap, che non accetti di essere sua erede?
    E' di questo che hanno parlato?
    Lelia  smise  la sua attitudine ostilmente svogliata.  Non scrisse pi
    colla punta dell'ombrellino.
    Di questo e di altro.  Ma  di questo che desidero parlarti,  adesso.
    Siedi, non farmi torcere il collo.
    Discorsi inutili diss'ella vivacemente.
    Saranno  inutili,  ma bisogna che tu mi ascolti.  Perch vuoi dare un
    tal dolore a quel povero vecchio?
    Perch posso abbandonargli tutto, ma non la mia dignit.
    Donna Fedele alz un poco la voce, ebbe un sorriso diverso dal solito,
    il sorriso che si ha quando si ribatte una parola offensiva e  non  si
    vuole aver l'aria di pigliarla in tragico.
    Credi che ti possa consigliare una cosa contro la tua dignit?
    Anche Lelia rispose vibrata, cogli occhi bassi:
    Lei sentir in un modo e io sento in un altro.
    E  alz  gli  occhi  a donna Fedele,  come per dire: "A te!  Cosa puoi
    replicare?".
    Donna Fedele non replic niente.  Aspett un poco e  fece  il  secondo
    passo della sua via meditata.
    E  quando non ci sar pi il signor Marcello,  cosa far la fidanzata
    di suo figlio?
    Forse non ci sar pi neppure lei rispose Lelia, pronta.
    Donna Fedele non si scompose.
    Forse diss'ella. Ma se ci fosse?
    Lelia giuoc un po' colla punta dell'ombrellino nell'erba e rispose
    Ci penser allora.
    Bambina bambina!
    No,  donna! esclam Lelia.  E  mi  figuravo  che  Lei  m'intendesse
    meglio!
    Cos dicendo,  le s'inumidirono gli occhi. Donna Fedele avrebbe voluto
    dirle che la intendeva,  ma si trattenne per non  guastarsi  il  piano
    strategico.
    Pensa anche al tuo avvenire, cara diss'ella con dolcezza.
    Sar quel che sar fece Lelia, tranquilla.
    Donna Fedele mosse il terzo passo.
    E vuoi che questo non sia un cruccio per il signor Marcello?
    Silenzio.
    E'  un  cruccio tanto grande prosegu donna Fedele,  che se potesse
    collocarti bene, anche subito, ne sarebbe felice.
    La parola "collocarti" fu sbagliata.  Lelia  gel  e  arse  nel  tempo
    stesso.
    Ah! esclam.  Collocarmi! Benissimo. E il collocamento, per un caso
    strano,  pronto.
    La punta dell'ombrellino frug nell'erba, con impeto.
    Anche donna Fedele ebbe un palpito di collera,  alz le  sopracciglia,
    guard,  severa,  la  sua vicina che guardava sempre la punta inquieta
    dell'ombrellino, ne scrut il viso ostile la interrog.
    Cosa vuoi dire?
    Lelia le gitt alla sua volta un rapido sguardo, rificc gli occhi nel
    proprio giuoco nervoso.
    Oh,  Lei lo sa bene diss'ella.  Per un  caso  strano  qualcuno  che
    doveva  andare  a  Lago    venuto alla Montanina.  Per un caso strano
    questo tale  giovine,  celibe, vorrebbe collocarsi anche lui,  non 
    uno  speculatore troppo cattivo e sa recitare la commedia.  Tutti casi
    strani.
    Le sopracciglia di donna Fedele si alzarono pi di prima,  e la  voce,
    che in quella interrogazione aveva vibrato, suon mortalmente gelida.
    Ti accorgi che insulti anche me?
    La punta dell'ombrellino quiet.
    No,  Lei  non La insulto.  Insulto lui,  quel signore ch' venuto per
    caso. Lei lo crede, forse, che sia venuto per caso.
    Povera  Lelia!  sospir  donna  Fedele,  senza  collera,  con  piet
    profonda.
    Oh no no, sa! fece Lelia, piano. Niente "povera Lelia!"
    Tacquero  a  lungo  l'una  e  l'altra,  guardando  l'acqua fuggire con
    accorato lamento. Finalmente donna Fedele ripet:
    Proprio povera Lelia!  E tu non sai soggiunse perch  lo  dico.  Lo
    dico perch vedo nel tuo cuore.
    Lei non vede niente nel mio cuore.
    In questo negare donna Fedele sent una confessione implicita.  Attese
    ancora un poco e poi domand alla fanciulla,  con piglio risoluto,  se
    le si fosse riferito qualche cosa contro Alberti.
    Cosa vuole che mi abbiano riferito? esclam Lelia, sdegnosa. E cosa
    vuole che me ne importi?
    Questa volta donna Fedele scatt.
    Oh  s che te ne importa!  Come puoi negarlo se ti irriti a quel modo
    contro di lui per questa calunnia stupida ch'egli sia venuto a  caccia
    di una dote! Cos dicendo, la povera malata si sforz di alzarsi.
    L  c'entro  io!  esclam  Lelia.  E  non pens che tardi ad aiutare
    l'amica.  Se ne scus,  le propose di far scendere la sua  carrozzella
    ch'era salita alla scuderia della villa. Donna Fedele voleva rifiutare
    ma, fatti pochi passi, confess, col suo stoico sorriso, che l'impresa
    era  troppo dura per lei.  E di vedere il signor Marcello non poteva a
    meno. Lelia fece scendere la carrozzella per lei.

    Il signor Marcello  le  venne  ansioso  incontro  sulla  soglia  dello
    studio.  Ella entr serena,  disse che le parole erano state non buone
    ma che, secondo lei, con un poco di arte si poteva riuscire. Il signor
    Marcello domand subito,  con un'aspettazione dolcemente commossa,  se
    fosse  ancora  troppo  vivo,  in quel cuore,  l'affetto antico.  Donna
    Fedele gli stese in silenzio la mano ch'egli  prese  ma  non  strinse,
    presago di una risposta penosa. Il silenzio parl.
    E allora ? diss'egli.
    L'amica  gli  rifer  come,  appena  veduta  Lelia nel salone,  avesse
    indovinate le sue disposizioni di  persona  adombrata  da  sospetti  e
    ostile;  come  avesse allora cambiato i suoi piani per non arrischiare
    di guastar tutto per sempre;  come  fosse  venuta  poi  a  parlare  di
    Alberti  e  l'avesse  trovata fiera contro di lui,  tanto fiera da non
    potersi spiegare la sua violenza che con un conflitto  di  sentimenti.
    La  ragazza  era persuasa ch'egli fosse venuto a Velo col proposito di
    tentare un  matrimonio  ricco.  Se  si  riuscisse  a  persuaderla  del
    contrario, si vincerebbe la partita. Ma ci voleva una prudenza grande.
    Il  signor  Marcello  domand  consiglio.  Il solo consiglio fu di non
    trattenere pi oltre Alberti alla Montanina,  di non tentarlo neppure;
    perch  non  c'era  dubbio  che  Alberti partirebbe subito.  Qui donna
    Fedele credette opportuno di comunicare il colloquio avuto da lei  col
    giovine,  che  ora  stava  in attesa di notizie.  Poi si offerse quasi
    timidamente,  col suo sorriso dolcissimo,  per il compito  delicato  e
    difficile che verrebbe in seguito.
    E'  molto  naturale,  caro  amico;  no?  diss'ella  vedendo  la  sua
    gratitudine turbata.  Si divisero senz'altre  parole,  con  una  lunga
    stretta di mano.

    Ritornata  poscia al villino,  donna Fedele non vi trov Massimo.  Non
    comparve che verso mezzogiorno.  Incontr la cameriera al  cancello  e
    seppe da lei che la signora era rientrata in casa alle undici e mezzo,
    che  aveva  dimenticato  di avvertire alla Montanina,  com'egli non vi
    sarebbe andato a colazione e mandava lei per questo.  Nei brevi  passi
    dal cancello al villino Massimo pens, con alterni palpiti di angoscia
    e  di  speranza,  che  gl'indizi  erano  cattivi  perch se le cose si
    fossero avviate bene,  donna Fedele,  invece di avvertire,  lo avrebbe
    subito spedito alla Montanina;  ch'erano buoni,  perch, se le cose si
    fossero avviate male,  ella non avrebbe probabilmente  dimenticato  di
    annunciare  l'assenza di lui.  La cameriera gli aveva sorriso;  questo
    andava bene. Donna Fedele non gli veniva incontro; questo andava male.
    In fatto ella gli venne incontro ma  solo  nella  veranda  che  sporge
    dalla  fronte  del  villino  a  guardare i fianchi del Summano e della
    Priafor da un lato,  quelli  del  Barco  dall'altro,  lo  sfondo,  in
    faccia,  del  cielo curvo sulle umili alture che fra le aperte braccia
    della valle ne partono l'estremo dal piano infinito.  Lo  aveva  visto
    venire  dal  cancello e lo incontr l,  n proprio in casa n proprio
    fuori,  n sorridente n triste.  Egli le lesse subito in viso la  sua
    sentenza, mormor:
    Sapevo.
    Ella non disse subito le parole di conforto che pensava,  gli porse le
    mani.  Lo vide allora talmente impallidire sotto il colpo,  bench  si
    sforzasse di parere impassibile, che non pot a meno di rincorarlo.
    Le cose disse hanno una faccia brutta,  questo non lo posso negare,
    ma,  forse,  un'anima buona.  Adesso Le dir tutto,  venga  venga.  E
    s'illumin del sorriso abituale. Gli raccont minutamente, nel piccolo
    studio del pian terreno,  il suo colloquio con Lelia, nulla omettendo,
    nulla velando. Furono frustate che Massimo tocc senza batter ciglio.
    Va bene diss'egli,  quando l'amica ebbe finito di  parlare.  Questa
    ragazza    sciocca,  in fondo. Nel dir cos gli s'infuoc il viso di
    tutto lo sdegno che aveva represso.
    Non  sciocca ribatt donna Fedele. Ho paura,  invece,  che non sia
    stata  sincera.  Ho  paura  che le abbiano parlato realmente di questa
    relazione che Lei avrebbe a Milano. E penso un'altra cosa.
    Massimo non le domand cosa pensasse.  In quel momento gli  pareva  di
    non amare pi.  Non sentiva che desiderio acuto di partire per sempre.
    Gli rimorse di avere pensato,  anche per pochi giorni,  a lasciare  il
    campo  dell'azione  per  il  Bene  e per il Vero,  a seppellirsi in un
    amore.  Ringrazi  mentalmente  l'orgoglio  meschino,   sciocco  della
    signorina  che  lo  affrancava.  Si  alz  in piedi,  gli parve essere
    cresciuto di un palmo.
    Lei non mi domanda insistette donna Fedele cosa penso?
    Dovevo telegrafare a don Aurelio diss'egli. Invece vado.
    Non mi domanda cosa  penso?  ripet  l'amica,  alzando  la  voce,  e
    strascicando le parole Egli le domand cosa pensa? per farle piacere
    e  non per curiosit che lo pungesse.  Allora ella mise fuori,  un po'
    esitante la  propria  opinione  sui  sentimenti  reconditi  di  Lelia.
    Massimo si mostr amaramente incredulo.  A colazione non parl, quasi,
    n tocc cibo.  Avendo l'amica ricordato don Aurelio,  le disse che lo
    avrebbe veduto la sera stessa. Presero il caff nella veranda.
    Credo  che  Le  convenga di partire subito a ogni modo mormor donna
    Fedele quando la cameriera li ebbe lasciati soli.  Ma  Lei  non  deve
    giudicare Lelia cos a precipizio.  Lasci ch'io vada un poco al fondo.
    Poi La informer.
    Massimo rispose che gli  rincresceva  di  avere  chiamato  sciocca  la
    signorina  ma  ch'era  inutile  di  pensarci pi.  Gli era bastato una
    volta,  per guarire  dall'amore  di  una  signorina,  ch'ella  dicesse
    pollne  invece  di  polline.  Fra  la  signorina Lelia e lui vi erano
    disarmonie di pensiero ben  pi  gravi  che  qualsiasi  disarmonia  di
    cultura.
    Potrei  partire  subito? diss'egli a un tratto,  dopo avere guardato
    l'orologio.  Vi era  un  treno  alle  quattordici  e  trentasette.  Se
    mandasse  un  rigo  al  signor  Marcello  scusandosi  con  un richiamo
    improvviso, pregando di fargli spedire la sua roba a Milano?
    Donna Fedele protest.  Doveva invece recarsi subito  alla  Montanina,
    dire  che  quando  don  Aurelio  gli  aveva  confidato il proposito di
    fuggire, la sua prima idea era stata di non lasciarlo partire solo, ma
    che l'amico gli aveva dato degli  incarichi.  Massimo  la  interruppe.
    Certo!  questo non era un pretesto,  era vero. E lo aveva dimenticato!
    Doveva recarsi a Sant'Ubaldo,  per forza.  Impossibile  partire  prima
    delle sei.
    Vada a Sant'Ubaldo e parli colla Lzia disse donna Fedele.  I libri
    penser io a farli portare qui. E anche i mobili.  Vedr che un giorno
    o  l'altro  ritorner da queste parti.  E allora certe convenienze non
    permetteranno ch'Ella alloggi alla  Montanina.  Allogger  al  villino
    delle Rose.
    Sorrise,  cos  dicendo;  e  il  giovine intese l'allusione al costume
    locale che interdice ai fidanzati di dormire sotto  lo  stesso  tetto.
    No no! diss'egli. La signora rise di un riso aperto.
    Come? Non vuole venire da me? Ha paura di compromettermi?
    Lei  mi  ha capito! esclam il giovine.  Lei mi ha capito! E prese
    frettolosamente congedo senza  ricordarsi  del  cappello  che  gli  fu
    portato  in  giardino  dalla cameriera,  suonandole dietro l'argentino
    riso di donna Fedele.

    Dopo il colloquio amaro,  Lelia si rifugi nella galleria cui  mettono
    capo le scale del salone,  vi stette in agguato,  a spiare l'uscita di
    donna Fedele dallo studio del signor Marcello,  volendo sapere  quanto
    vi si trattenesse e non desiderando incontrarsi con lei.  La ud,  pi
    presto che non avrebbe creduto,  aprire l'uscio che dalla  stanza  del
    biliardo  mette  nel salone,  la vide entrare,  guardarsi attorno come
    cercando  qualcuno.  Si  ritir  per  non  esserne  scoperta,   stette
    immobile,  in  attesa  di  una  chiamata,  fino  a  che  la sonagliera
    dell'uscio l'avvert che donna Fedele partiva senza domandare di  lei.
    Era  finito,  dunque.  Non  l'avrebbero molestata pi.  Non si sentiva
    contenta, per.  Alla irritazione di prima era sottentrato un senso di
    tedio  e  di  fastidio.  Sentiva  fastidio  di stare,  di leggere,  di
    suonare. Le era piaciuto, fino a un'ora prima,  di contemplarsi in uno
    specchio  della mente,  di vedersi nell'atto di respingere l'amore per
    orgoglio come,  per orgoglio,  aveva respinto la ricchezza.  Adesso la
    mordeva un dubbio crudele.  Se non vi fossero state trame,  se Alberti
    fosse venuto alla Montanina veramente per caso!  Volle disprezzarlo  a
    ogni modo perch non si era spiegato direttamente con lei.  Gli diede,
    in cuor suo,  dello sciocco;  e nel pensare il silenzioso  insulto  le
    parve avere schiaffeggiato e spinto via la passione di cui vergognava.
    Le venne in mente di andare a Lago per distrarsi,  per sentire cosa vi
    si dicesse dalla fuga di  don  Aurelio.  E  quell'altro,  pens,  come
    giustificher  la  sua  dimora qui,  adesso che don Aurelio  partito?
    Pens cos e le corse nel sangue  un  doloroso  brivido;  la  passione
    cacciata ritornava come ritorna l'onda.  Prima di arrivare al cancello
    le nacque il  dubbio  d'incontrare  Alberti,  cambi  idea,  prese  il
    sentiero  dei castagni,  sedette sul primo sedile che trov,  cerc di
    non  pensare,  di  addormentare  le  proprie  inquietudini  tormentose
    ascoltando  i sussurri del vento,  guardando le inquietudini dell'erba
    fiorita. Tacque infatti nel suo interno il pensiero ed entr il sogno.
    Egli la sorprendeva,  di notte,  nel Parco di  Velo  al  sussurro  del
    vento,  al chiarore incerto della luna,  nella piova odorosa dei fiori
    di acacia.  Le cingeva la vita di un  braccio,  l'attirava  a  s,  le
    premeva le labbra sulle labbra e il Parco, la luna, il vento, la piova
    di fiori, tutto cessava di esistere. Ella pieg sul sedile, chiusi gli
    occhi, semiaperte le labbra, attirata da un fantasma, cedendo; e anche
    il tempo cess per lei di esistere.

    La  campanella  della  colazione  la richiam alla realt incresciosa.
    Incontr all'entrata della villa la cameriera venuta col messaggio  di
    donna  Fedele.  Il  messaggio,  in  quel  momento di reazione contro i
    tradimenti del sognare,  le fu gradito.  Trov il signor Marcello  gi
    seduto a tavola con una faccia che non prometteva niente di buono.  La
    salut appena.  A lei questi  modi  facevano  bollire  il  sangue.  Li
    attribu  al  suo persistente rifiuto dell'eredit anzi che all'altro.
    Perch pretendere d'imporle quello che a lui pareva un beneficio  e  a
    lei no?  Ella si chiuse alla sua volta in un ostinato silenzio.  Primo
    si mansuefece alquanto il signor  Marcello,  bench  gli  pesasse  sul
    cuore  che  la  fanciulla  avesse  detto  a  donna Fedele di non voler
    accettare  le  sue  sostanze  per  un  sentimento  di  dignit.  Molto
    orgoglio,  aveva  pensato  il vecchio,  e poco affetto.  Si mansuefece
    alquanto,  le osserv,  abbastanza dolcemente,  che  non  aveva  preso
    nulla. Quasi pi che dei suoi cipigli Lelia soffriva della susseguente
    mansuetudine  colla quale egli pretendeva saldare le partite.  Si alz
    appena preso il caff e usc  silenziosamente,  anche  per  nascondere
    lagrime prossime a cadere;  lagrime ond'ella stessa non avrebbe saputo
    dire se venissero dal dispetto,  o  dall'angoscia  del  suo  conflitto
    interno,  o da un'acre piet di se stessa;  perch in fatto bruciavano
    di tutti questi bruciori.
    Il signor Marcello si alz un minuto dopo di lei,  and  curvo,  colle
    braccia  inarcate  e  le  mani  sui  fianchi,   nel  salone,  sperando
    trovarvela.  Stette un poco piantato l ad ascoltare se ne udisse  una
    voce,  un passo.  Nulla.  Allora sedette malinconicamente al piano, si
    mise a suonare. Lelia,  che stava nella galleria superiore affisandosi
    nella  ripida  costa  verde coronata di castagni,  leggendovi i propri
    pensieri,  riconobbe il  tema  del  Pergolese  sul  quale  egli  aveva
    fantasticato  la  notte susseguente al deliquio.  Anche adesso le mani
    frementi di spirito toccavano il piano  in  un  modo  inimitabile,  vi
    trasfondevano le amarezze interne del suonatore. Il pianto dell'antico
    poeta,  il  pianto  dell'antico  musicista le suon pianto del vecchio
    solitario che tutto aveva perduto sulla terra,  che sentiva intorno  a
    s un gelo di opposizioni.  Ella gli perdon i cipigli,  discese lenta
    lenta in salone, studiandosi di non far rumore,  sedette poco discosto
    dal piano, dove il signor Marcello potesse vederla facilmente. La vide
    infatti  e  cess  di  suonare.  Ella desider dirgli "continui" e non
    seppe, la parola le si ruppe sulle labbra, malgrado lei stessa, contro
    un suggello di orgoglio.  Il signor Marcello non avrebbe potuto a ogni
    modo continuare.  Quella presenza, in quel momento, gli legava la vena
    dell'ispirazione.  Stese la mano a un portamusica,  prese il pezzo che
    aveva  toccato  a  caso,  lo aperse sul leggio e stette a contemplarlo
    senza suonare,  aspettando,  non di  proposito  ma  per  istinto,  una
    parola. Lelia non pot a meno, stavolta, di mormorare: Cos'?. L'uno
    e l'altra sentirono subito un principio di pace.  Il pezzo era un'aria
    manoscritta della vecchia opera buffa "Le prigioni di  Edimburgo".  Il
    signor  Marcello  and  a rimetterla nel portamusica ma Lelia credette
    fargli piacere insistendo perch la suonasse.  Infatti egli si  arrese
    subito,  cominci,  contento,  a suonare,  e Lelia ascolt contenta il
    pezzo indifferente a ciascuno dei due.  Ma presto il  suonatore  prov
    fastidio  di  quella  musica.   Aspetta  aspetta  diss'egli.  Senti
    questo. Butt via il manoscritto, pose sul leggio un grosso volume di
    Clementi, vi cerc certa pagina tutta segnata di annotazioni a matita.
    Lelia conosceva il volume,  non ricordava  quella  pagina.  Il  signor
    Marcello, chino il busto in avanti, aggrappate ai tasti le grandi mani
    adunche  come  artigli di falco,  fissi gli occhi accesi sulla musica,
    corrugata la fronte in uno sforzo di lettura e  d'interpretazione  che
    gli fremeva nelle mascelle inquiete e persino nei capelli irti, super
    se  stesso.  Com'ebbe  finito,  Lelia  espresse  la  sua  simpatia per
    Clementi, prese in mano il volume.
    Povero Clementi! disse il signor Marcello.  Chi  sa  dove  andr  a
    finire!
    Ella non cap subito.
    Dove vuole disse che vada a finire?
    Eh, in una bottega di libri vecchi!
    Le  manc  il coraggio di protestare,  di dire che se non accettava la
    ricchezza, avrebbe per accettato il libro. Tacque.
    Ah  Signore!  sospir  il  vecchio,  sfiduciato,   squadernandosi  e
    premendosi le mani sul viso, traendole gi lentamente fino a scoprirsi
    il  bianco  degli occhi.  Lelia,  intenerita,  cerc ancora una parola
    buona, una parola del suo rifiuto che ne levasse l'acerbit. Non seppe
    trovarla. Sentivano ambedue,  ella e il signor Marcello,  che ciascuno
    avrebbe volentieri parlato se l'altro cominciasse e tacevano,  ella in
    piedi guardando nel volume di Clementi,  egli seduto,  cogli occhi  al
    leggio  vuoto  e  le  mani abbandonate sulle ginocchia.  Finalmente il
    signor Marcello si alz, disse con dolcezza triste addio, cara, e si
    avvi verso la stanza del biliardo per passare di l nel  suo  studio.
    Lelia,  assorta nel confuso agitarsi de' propri sentimenti,  non aveva
    risposto al saluto inaspettatamente dolce. Si riscosse, trasal, segu
    pian piano il vecchio fino all'uscio,  mormor pap e quando egli si
    volt, sorpreso, gli porse il viso, per un bacio.
    Egli  la  baci  in  fronte,   lievemente,   con  una  espressione  di
    beatitudine.  Le prese quindi una mano,  dicendo:  Vieni,  cara,  la
    trasse  con  s.  Ella  intese ch'egli avesse interpretato il suo atto
    come un principio di consenso ai propri desideri,  ebbe un momento  di
    esitazione, lo segu, battendole il cuore.
    Lo  segu nella camera del biliardo.  Egli chiuse dietro a lei l'uscio
    del salone,  ritorn a lei,  le pose le due mani sul capo,  le  disse,
    sorridendo negli occhi umidi:
    Hai pensato ad Andrea?
    Ella non comprese, l per l, la ragione della domanda rispose a caso:
    S, pap.
    E  tremava  per  il  timore  di  un  equivoco provocato da lei stessa,
    tremava per la commozione di avergli udito nominare Andrea.
    Sii benedetta, cara disse il vecchio.
    Ella rabbrivid.  Perch la  benediceva?  Avrebbe  voluto  ch'egli  si
    spiegasse  e  non  era  possibile  domandarlo.  Il vecchio non l'aveva
    benedetta per alcun equivoco,  ma solo per l'atto pio,  affettuoso  di
    lei.  Un atto affettuoso, una parola gentile bastavano sempre a fargli
    dimenticare ogni ragione di corruccio.  Certo in fondo  al  suo  cuore
    prendeva radice la speranza che, di fronte alla preghiera di un morto,
    Lelia  non  avrebbe  persistito  nel  suo  rifiuto.  Addio diss'egli
    lasciandola per ritirarsi nello studio.  La vide incerta se restare  o
    muoversi, parlare o tacere. Allora, per quella sua tenerezza impulsiva
    che  gli  faceva  talvolta  passare il segno delle condiscendenze,  le
    prese le mani, le disse sorridendo:
    Ho visto la Vayla dopo che avete parlato insieme.  Devo dire,  per la
    verit,  che  a  quella  tal cosa ho pensato io quando quel tale venne
    qua, per non sacrificarti a un mio egoismo. Mi pareva che anche Andrea
    ne sarebbe stato contento.  Ma poi,  se il restare come sei non    un
    sacrificio per te, io ne sono felice.
    Lelia  non  rispose,  parve  non  voler comprendere.  Di fronte a quel
    silenzio,  il signor Marcello si pent di  essere  andato  nell'ultima
    parte  del  suo  discorso,  tant'oltre.  Ma  non  c'era  da  ritornare
    indietro.
    Va diss'egli,  prendi un po' d'aria.  Dovresti andar a vedere  cosa
    succede a Lago dopo la partenza di don Aurelio
    Ella  non  avrebbe  voluto uscire.  Avrebbe voluto chiudersi nella sua
    camera,  scrutare,  in  un  crogiuolo  ideale  le  parole  del  signor
    Marcello:  a  quella  tal cosa ho pensato io,  quando quel tale venne
    qua.  Ebbe paura di farlo.  Meglio uscire,  andare a  Lago.  Usc  in
    giardino per la veranda aperta,  si sforz di pensare alla fuga di don
    Aurelio, a quel che direbbe e farebbe la gente di Lago.  Ma gli stessi
    alberi  presso  i quali passava,  gli abeti davanti alla scuderia,  le
    betulle presso il cancello parevano dirle col  loro  rigido  silenzio:
    non    questo che ti sta a cuore,   un'altra cosa che noi sappiamo e
    non diciamo.  Ella affrett il passo per  liberarsi  dalla  ossessione
    della  loro chiaroveggenza.  Giunta fra i grandi castagni,  sull'erta,
    dovette rallentarlo. E allora i grandi castagni bonari,  dalle pietose
    braccia  sparse,  le  mormorarono: povera,  tu dicevi no al suo amore
    quando gli altri dicevano s.  Adesso che il signor Marcello  dice  no
    anch'egli,  povera,  non  sai  pi dirlo tu,  non ne hai pi la forza,
    vorresti dire s e nessuno te lo  domander  pi  mai,  povera  povera
    povera. Ella respingeva questa voce, orgogliosamente; ma sent che le
    si serrava la gola e reag,  riprese a salir veloce. L dove si spicca
    dalla via di Lago il sentiero  che  gira,  sul  margine  della  quieta
    conca, verso una scura corona di carpini, pens il breve lago immobile
    dentro  quella corona,  le batt il cuore,  pass.  Fra le casupole di
    Lago non  incontr  anima  viva.  In  piazza  una  vecchierella  stava
    attingendo  acqua alla fontana.  Lelia la interrog.  Proprio vero che
    don Aurelio era fuggito?  Gsu,  se xe vero! E cosa  dice,  qui,  la
    gente?  La  tasa,  siora,  che  i  xe  tuti a Sant'Ubaldo che i fa un
    bordlo, Gsu! I dise che i vol copar l'anziprete. La vade, siora,  La
    vade.  Ghe  xe  quel sior giovane ch'el ghe dise su,  quelo che sta da
    Ela. La vade. La ghe diga su anca Ela. La ghe diga.
    Lelia,  pallida,  trasognata,   guardava  la  vecchia  senza  parlare,
    dubbiosa di ritornare sui propri passi.
    La vade, La vade! insistette colei. Lelia si sdegn di avere esitato
    visibilmente. Le pareva di essersi tradita.
    Oh s s! diss'ella. Vado.
    Prese  la  via  di Sant'Ubaldo.  A pochi passi dalla carreggiabile che
    scende  a  Velo  incontr  due  donne  e  un  uomo  che   discorrevano
    pacificamente,  camminando. Torto tuti! diceva l'uomo. El prete che
    xe scap cof un ladro,  l'anziprete che  volesto cazzarlo via parch
    l' st un bon cristian, e le femene che no vol p andar in cisa, dal
    Santissimo, parch no le ghe trova el curato giovine.
    Eccu! fece una donna, approvando. E salut Lelia:
    Serva sua.
    L'uomo  si  tocc il cappello con un secco oh!.  Lelia li trattenne.
    Cos'era successo?  Il prete di Lago  era  scappato,  le  "femene"  del
    paese,  furenti  contro  l'arciprete  e  contro  il Vescovo,  si erano
    raccolte,  presenti anche parecchi uomini,  e avevano giurato  di  non
    andare  pi  in chiesa n per domeniche n per Pasque n per battesimi
    n per matrimoni,  se il curato non  ritornava.  Un  signore,  un  bel
    signore  giovine  aveva  parlato bene,  da buon cristiano,  ma non era
    riuscito a niente. Le femmine avevano scritto qualche cosa col carbone
    sulle due porte della chiesa. E adesso cosa facevano?  Adesso si erano
    disperse  tutte,  ma dicendo di volersi riunire la sera.  E il giovine
    signore? Partito anche lui. Patrona, patrona,  patrona,  la triplice
    compagnia si rimise in cammino e Lelia prosegu.  Presso la chiesa non
    c'era nessuno.  Si ferm a leggere,  sulla porticina laterale:  "Ciuso
    fino che torna don Urelio".
    Passi dietro a lei: Alberti e la Lzia, con un catino e una spugna.
    Massimo,  quando  Lelia  lo  vide,  si  era  gi  composto un contegno
    d'indifferenza  serena  e  cortese.   Aveva  fatto  il  possibile  per
    pacificare  gli  animi,  aveva  cercato  di  scolpare l'arciprete,  di
    scolpare il Vescovo,  ai quali delle  persone  maligne  avevano  certo
    riferito  chi  sa  cosa.  Ripet  su  tutti i toni che giurando di non
    andare pi in chiesa non solo avrebbero recato a don Aurelio un dolore
    mortale, ma gli avrebbero anche nociuto presso i Superiori.  Infatti i
    Superiori  avrebbero  detto:  che  razza  di  religione insegna questo
    curato?  E poi aveva parlato del Sacramento,  al quale si  doveva  pi
    amore  e  pi  rispetto  che a un prete qualsiasi.  Non era riuscito a
    persuadere, ma si sentiva pago, nella sua coscienza, di essersi levato
    sopra risentimenti e rancori come si sarebbe levato don Aurelio.  E da
    questa elevazione gli veniva una serenit grande a fronte di Lelia. Si
    sentiva  pi alto di lei,  dei suoi giudizi ingiuriosi,  pi fermo nel
    nuovo proposito di considerare il suo periodo di amore come un periodo
    di debolezza,  di soffocare un sentimento che non si  accordava  colla
    sua  dignit,  di  serbarsi  per  un'altra donna,  pi affine a lui di
    pensiero e di cuore.
    Buon giorno, signorina diss'egli, sorridendo.  Non ho ottenuto quel
    che  volevo  colle  parole,  vedr  se  la cosa mi riesce meglio colla
    spugna.
    E si mise a strofinare gagliardamente la scritta. Lelia, pallidissima,
    gli domand,  come se non sapesse nulla di nulla,  chi avesse  scritto
    cos.  Massimo  depose  la  spugna  nel  catino,  raccont  il  fatto,
    tranquillamente.  In principio Lelia pens che donna  Fedele  non  gli
    avesse  riferito  il  loro colloquio,  ma poi quei suo fare sciolto le
    parve troppo diverso dal solito,  poco naturale.  Intanto un contadino
    sopraggiunto dal Maso,  visto il catino,  la spugna e il lavoro fatto,
    si fece piuttosto scuro,  consigli Massimo di non  continuare  perch
    altrimenti gli potevano toccare dei dispiaceri.
    Da chi,  questi dispiaceri?  Da voi? fece Massimo,  risoluto. Quegli
    rimase un po' sconcertato,  brontol eh,  non signor,  se n'and con
    altri sommessi brontolii.
    Signorina  disse  Massimo,  nel  tono indifferente del primo saluto,
    Lei prosegue o scende?
    Lelia lo guard, attonita.
    Io devo restare ancora un poco diss'egli, leggendole in viso ch'ella
    temeva di udirsi offrire la sua compagnia.  I  nuvoloni  che  pesavano
    sulla  fronte  della turchina Priafor diedero un tuono.  Non c'era da
    temere di pioggia prossima,  il sole splendeva,  oltre il piede  della
    Priafor,  sui casali e sul verde, i denti del Summano ardevano dorati
    nel sereno, ma quel tuono aiut Lelia nel suo imbarazzo.
    Scender diss'ella.
    Allora, signorina riprese Massimo,  La prego di avvertire il signor
    Marcello che devo partire alle sei per Vicenza e,  probabilmente,  per
    Milano.  Ora mi trattengo qui per un incarico di  don  Aurelio  e  poi
    verr a congedarmi.
    Si lev il cappello.
    Non Le do la mano diss'egli. Non lo merita.
    Lelia trasal.
    Dico la mia mano sudicia!
    Il giovine sorrise mostrando la mano che aveva tenuto la spugna. Lelia
    salut  con  un solo chinar del capo e prese la scorciatoia che scende
    direttamente dalla chiesa.  Avrebbe pianto di rabbia,  sicura  com'era
    della  intenzione  insolente  di lui,  irritata con se stessa per aver
    sottolineata l'ingiuria con quel trasalire. A Lago trov Teresina che,
    ritornata da Schio, le veniva incontro per ordine del padrone, recando
    la chiave del Parco di  Velo.  Il  padrone  aveva  pensato  che  forse
    piacerebbe  alla  signorina  di  cogliervi  fiori per la mensa.  Lelia
    prefer scendere direttamente a casa.  Non  tocc  della  partenza  di
    Alberti che doveva annunciare. Ne tocc invece, molto riguardosamente,
    la cameriera.  Espresse il dubbio,  lontano e vago,  che,  partito don
    Aurelio, il signor Massimo intendesse abbreviare la sua dimora.  Udito
    che partiva la sera stessa, mise un'esclamazione di sollievo. Domand,
    adducendo  la  ragione  di  doversi  regolare per certe biancherie del
    giovine mandate al bucato,  se il signor padrone non gli avrebbe fatto
    grandi  istanze perch rimanesse.  Oh no no! esclam Lelia con tanto
    sdegnosa sicurezza, che l'altra os parlar chiaro.
    Allora sono contenta! diss'ella.  Lelia non parl ma  l'esclamazione
    della  cameriera  le  parve  assai strana,  perch Teresina era solita
    parlarle di Alberti con  un  vero  lirismo  di  ammirazione.  Teresina
    attese  infatti  una  parola  di  sorpresa,  una  domanda.  Poich  la
    signorina non accennava a rompere il silenzio,  si decise a spiegarsi.
    Disse,  sorridendo,  che ne aveva udito di belle,  quella mattina, del
    signor Alberti. Era discesa alla stazione in compagnia della cuoca che
    si recava ad Arsiero per le provviste.  La cuoca le aveva riferito  un
    discorso tenutole dalla donna di servizio della signora Bettina Pagan,
    della cognata dell'arciprete.  Lo conoscevano bene,  nella canonica di
    Velo,  il signor Alberti.  Sapevano che sebbene andasse in chiesa  era
    molto  peggiore,  quanto a religione,  di Carnesecca.  Ma poi sapevano
    pure che faceva una vita cattiva, che aveva relazioni,  a Milano,  con
    signore  maritate.  Ah  s ? fece Lelia,  indifferente.  E altro non
    disse. La cameriera si sgoment un poco di quel mutismo, domand scusa
    di avere parlato di cose che non la  riguardavano.  Lelia,  per  tutta
    risposta,  si strinse nelle spalle. Passavano allora il cancello della
    Montanina.  La cameriera non aperse pi bocca,  se ne and per le  sue
    faccende.  Lelia  si ferm al parapetto del ponte sulla Riderella,  si
    curv a guardar nell'acqua;  straziata  il  cuore  da  un  amaro  acre
    dolore, da un amaro acre piacere che vi si torcevano insieme, dicevano
    insieme:  era  dunque  indegno,  era dunque indegno.  Altro non pens,
    irrigidita,  che le tre parole crude,  mentre da diritta  e  da  manca
    grandi  braccia  di  rosai  le slanciavano grappoli di rose rosse e il
    vento,  odorato di fieni,  le  moveva  mollemente  perch  ella  desse
    ascolto ai voluttuosi fiori.  Vi  amore ancora, dicevano, vi  ancora
    vita. Non li vide, non li ascolt;  li avrebbe insultati,  i bugiardi.
    Non lo sapeva ella prima ancora di questa rivelazione?  Per lei non vi
    era pi amore, non vi era pi vita.

    Il signor Marcello accolse  la  notizia  della  prossima  partenza  di
    Massimo  con  apparente  soddisfazione.  Lelia pens che sarebbe stato
    anche pi soddisfatto se avesse saputo quello che sapevano i preti  di
    Velo.  Le parve che,  raccontandolo,  ne avrebbe fatto anche se stessa
    pi certa.  Nel momento di parlare,  una voce contraria le  vibr  nel
    profondo.  Ella parl tuttavia,  sent, parlando, che faceva male male
    male, che avrebbe dovuto interrompersi e parl sino al fondo, col viso
    in fiamme. Il signor Marcello ascolt accigliato,  osserv che i preti
    di Velo avrebbero fatto assai meglio a non divulgare queste cose,  che
    non ne credeva niente,  cosa potevano saperne loro?  ma che del resto,
    giunte  le  cose a quel punto,  era inutile occuparsene.  Uscita dallo
    studio,  Lelia pass nel salone.  Nel vedere la poltrona dove  si  era
    seduta qualche ora prima coll'ombrellino in mano, aspettando, le venne
    in mente donna Fedele e subito dopo ricord una parola dimenticata del
    colloquio: Ti hanno raccontato qualche cosa. La voce profonda disse:
    donna Fedele conosce l'accusa e non crede.

    Alberti ritorn alla Montanina circa alle quattro e mezzo. Vi trov un
    telegramma  di  don Aurelio coll'annuncio che partiva per Milano e una
    lettera di un amico milanese,  troppo lunga  e,  com'egli  si  figur,
    anche  troppo  poco  interessante  per  leggerla  subito,   in  quella
    ristrettezza di tempo.  Fece le sue valigie e discese nel salone.  Non
    v'era  nessuno.  Guard il piano,  pens il fiore della memoria caduto
    dalla cintura di Lelia,  la musica di "Aveu",  immagin con impeto  di
    stringere  nelle  sue  braccia  la donna che lo aveva illuso cos,  la
    disprezz subito in cuore,  con risoluta volont.  Alzo gli occhi alla
    punta di dolomia, ve li ferm un istante amaramente, diede le spalle a
    tutto, d'un colpo, si avvi per la stanza del biliardo allo studio del
    signor Marcello.
    Dunque  Lei  parte proprio? disse il vecchio con un imbarazzo di cui
    Massimo non afferr il senso che in parte.
    Proprio rispose. Gli mostr il telegramma di don Aurelio,  gli disse
    che  a Milano don Aurelio aveva un amico ma che,  almeno in quei primi
    momenti,  desiderava trovarvisi  anche  lui,  dargli  quell'aiuto  che
    poteva. Venendo poi ai ringraziamenti di prammatica, disse che sentiva
    una  gratitudine  immensa e non per l'ospitalit sola.  Tacque,  vinto
    dalla commozione.
    Il signor Marcello, commosso egli pure,  avrebbe giudicato che i preti
    di  Velo  o erano stati ingannati o mentivano.  Avrebbe voluto dirgli:
    ritorni presto! Ma si contenne. Lo preg,  invece,  di scrivergli,  di
    dargli  spesso  notizie di s e anche di don Aurelio.  Quando Massimo,
    consultato l'orologio,  si alz per partire,  si alz  egli  pure,  lo
    accompagn  fuori,  dispose  che  le  valigie gli fossero portate alla
    stazione, lo baci due volte: Uno per lui disse e uno per me!.
    Ne sono degno, sa mormor il giovine.
    Si ud rispondere con una energia che lo fe' trasalire,  tanto  pareva
    piena di reconditi sensi:
    Lo credo!
    Massimo  aveva  gi  impugnata  la  maniglia  dell'uscio  a sonagli ed
    esitava ad aprire.  Si vedeva che pensava qualche ragione d'indugio  e
    non osava dirla.
    Lei vorr salutare Lelia? domand il signor Marcello.
    Se posso rispose Massimo inchinandosi lievemente.
    Fu cercato di Lelia. Era uscita colla chiave della chiesina.
    Allora  potr vederla passando disse il signor Marcello;  e rinunci
    tacitamente al proposito di accompagnare  Massimo  fino  alla  chiesa.
    Questi discese solo, chiedendosi se dovesse entrare in chiesa o passar
    oltre;  poich,  apparentemente,  la  signorina  desiderava evitare di
    vederlo. Giunto al portico, si ferm, incerto.
    Lelia ne aveva riconosciuto il passo e indovin,  udendolo arrestarsi,
    la sua incertezza.  Si alz anch'ella dall'inginocchiatoio, egualmente
    incerta se uscire o no.  Aveva  sperato  che  passasse  oltre.  Ebbero
    ambedue   lo   stesso   pensiero:  meglio  fare  ci  che  farebbe  un
    indifferente.   Ella  si  mosse  per  uscire  ed  egli  per   entrare.
    S'incontrarono sulla soglia.
    Parte?  diss'ella,  senza  stendergli  la  mano.  Buon  viaggio.  A
    rivederla.
    Che ci rivediamo non sar facile soggiunse Massimo, sorridendo.  Ma
    non dimenticher i giorni che ho passati in casa Sua.
    In casa mia? No interruppe Lelia.
    E  Le  auguro  prosegu  Massimo senza tener conto dell'interruzione
    tutto il bene possibile  per  lunghissimi  anni.  Proprio  di  cuore,
    signorina.
    Grazie rispose Lelia.
    Massimo salut, usc del cancello, si allontan a gran passi, contento
    di s,  di essersi mostrato pi disinvolto e pi orgoglioso di lei, di
    averle parlato come se  non  avesse  a  rivederla  mai  pi  e  gliene
    importasse meno che nulla.



    3.

    Lelia  era andata in chiesa per evitare,  se possibile,  l'incontro di
    congedo con  Alberti.  Usc  del  breve  colloquio  malcontenta,  come
    sempre,  di s,  irritata del tono d'indifferenza quasi sprezzante che
    aveva preso egli.  Lo torse a una interpretazione voluta.  Era il tono
    di  uno  che  si  era visto fallire,  non una speranza di amore ma una
    trama d'inganno. Invece di risalire alla villa,  prese il sentiero che
    costeggia la Riderella,  cadde, mortalmente stanca, sul sedile rustico
    all'ombra dei noci.  Vi fu presa da una crisi nervosa che la scosse di
    sussulti  da capo a piedi,  le diede il senso di una sospensione della
    vita.  Si rimise lentamente,  ascolt  senza  pensiero,  dolendole  il
    cuore,  la sommessa vocina della prossima cascatella. Quindi, il primo
    pensiero fu: se ritornasse, sarei contenta? Si rispose di no. Teresina
    le aveva portato da Schio una lettera  di  suo  padre  che  le  soleva
    scrivere  indirizzando  le  lettere al nome della cameriera,  Teresina
    Scotz, ferma in Posta, Schio. L'aveva gi letta e se l'era posta nella
    cintura per  gettarla  nella  Riderella.  Non  la  ricordava  pi,  la
    rilesse.   Erano  poche  righe.  Suo  padre  chiedeva  se  la  lettera
    precedente si fosse smarrita,  domandava  una  risposta,  quella  tale
    risposta  che Teresina aveva recato a Schio.  Lelia stracci il foglio
    in pezzi minuti, li gett nell'acqua.
    Ella soleva mandare a suo padre gran parte dell'assegno che il  signor
    Marcello  le  faceva  per  le  sue  spese personali,  accompagnando le
    spedizioni con  poche  parole  asciutte.  Lo  disprezzava,  sapeva  di
    disprezzarlo  e  se  ne  credeva  in diritto.  Mandava il denaro senza
    rimproveri n consigli, come cosa spregevole a spregevole persona.  Lo
    sapeva  pieno  di  debiti e tuttavia non credeva un iota delle miserie
    ch'egli le raccontava.  Certe  parole  udite,  certi  fatti  osservati
    durante  la  sua  dimora nella casa paterna l'avevano persuasa ch'egli
    possedesse a fondo l'arte  di  gabbare  i  creditori,  che  ostentasse
    miseria  e  nascondesse quattrini.  Ma che ne importava a lei?  Se sua
    madre le avesse chiesto danaro ne avrebbe mandato anche a  sua  madre.
    Invece sua madre le scriveva,  di tempo in tempo, domandandole affetto
    con parole piene di unzione religiosa.  Lelia non le  rispondeva  mai,
    aveva  persino  rimandato  immediatamente  il  pio  dono materno di un
    rosario benedetto dal Santo Padre. Bella fine, pens,  che farebbero i
    denari di casa Trento se io fossi l'erede! Le rinacque il dubbio di un
    equivoco  in  cui  fosse  caduto  il signor Marcello per causa di quel
    bacio.  In qual modo uscirne?  Cess dal faticoso pensare,  si  affis
    inerte  nella cascatella.  Con altre immagini nascenti della mente sua
    torpida come vapori di palude, le ascese lenta la visione dello stagno
    bruno, cinto di carpini che si piegano a guardarvi dentro; e pass.

    Le fu assai grave,  due ore dopo,  dover scendere dalla sua camera per
    il pranzo.  Sentiva di non poter mangiare,  prevedeva l'interrogatorio
    del signor Marcello che osservava tutto, indagava tutto,  voleva saper
    tutto;  specie quando le sue disposizioni erano affettuose. Perci, se
    non fosse discesa sarebbe salito egli, avrebbe frugato nell'anima sua,
    Dio sa con quante domande.  Discese e alleg,  per  non  mangiare,  un
    dolor di capo fantastico.  Il signor Marcello le fece dire una fila di
    bugie con una fila di domande.  Parte umiliata  del  proprio  mentire,
    parte  impaziente,  ella  fu per esclamare rabbiosamente che non aveva
    nulla di nulla. Non lo fece e il signor Marcello tacque triste, sempre
    pi inclinato a dubitare che  donna  Fedele  avesse  ragione,  che  la
    ragazza  soffrisse  della  partenza  di  Massimo.  Tacque  fino  a che
    Giovanni,  servito il  pranzo,  non  li  lasci  soli.  Appena  uscito
    Giovanni,  prima che Lelia finisse di prendere il caff, le domand se
    avesse veduto Alberti che desiderava congedarsi  anche  da  lei.  Ella
    rispose un s mezzo apatico mezzo annoiato, fin di prendere il caff,
    si alz e chiese il permesso di ritirarsi.
    Va pure,  cara rispose il signor Marcello. La richiam quand'era per
    uscire.
    Senti diss'egli.  Io ti benedico fin d'ora a ogni modo,  sia che tu
    prenda marito sia che tu preferisca di viver sola. Ma, se vivrai sola,
    spero che non mi accuserai di egoismo perch io avevo pensato...
    E  sorrise  di  un  suo  sorriso  patetico,  pieno  di  tristezza e di
    tenerezza.
    Grazie,  pap mormor Lelia.  E non si  trattenne  dal  soggiungere,
    pensando al possibile equivoco:
    Non so se merito la Sua benedizione.
    Le  parole  fredde  dispiacquero  al  povero  vecchio.  Lelia sent di
    avergli fatto male,  gliene dolse ma non pot pentirsi di  parole  che
    miravano a levargli dannose illusioni. Scivol in silenzio fuori della
    sala, chiudendo l'uscio dietro a s piano piano.
    Il  signor  Marcello  non si mosse.  Da gran tempo la casa non gli era
    parsa tanto triste,  tanto vuota.  Raccolse a s uno  dei  due  calici
    ch'erano sulla mensa con pianticelle vive di ciclamini non fioriti, un
    capriccio  di  Lelia,  disapprovato  da lui.  Consider con affettuosa
    piet le foglie scure, striate di verde chiaro,  il bottone dall'aereo
    stelo,  la  picciola vita innocente che,  svelta dal suo natio nido di
    musco a pi di un castagno, posta in quella innaturale dimora, era per
    donare un fiore ai suoi tormentatori.  Il signor Marcello aveva  molto
    amato  e  coltivato  i fiori,  se n'era sentito riamare quando tergeva
    loro le foglie polverose o li dissetava  coll'acqua  della  Riderella,
    fatta intepidire al sole.  La pianticella martoriata,  che lo ricreava
    col suo bel verde cupo, gli era pi affettuosa di Lelia che teneva per
    s tanta parte dell'anima propria,  che difendeva cos gelosamente  la
    propria  indipendenza  morale.  Avrebbe  volontieri baciata la piccola
    vita se  non  se  ne  fosse  vergognato  come  di  un  sentimentalismo
    ridicolo.
    Un  lungo rombo sordo di tuono dalla Priafor,  stata minacciosa tutto
    il d,  gli ruppe il fantasticare.  Gli venne in mente che  la  grande
    invetriata  del  salone  era  aperta.  Per non disturbare Giovanni che
    stava pranzando,  and egli stesso a chiudere.  Fece il giro del piano
    terreno, chiuse dappertutto, fedele alla sua abitudine di servirsi dei
    domestici  il  meno possibile,  e ritorn nel salone.  Si faceva notte
    rapidamente, quasi un'ora prima del tempo.  Un lampo arse,  spar;  da
    capo  il fragor sordo del tuono fece tremare i vetri.  Entr Giovanni,
    per chiudere. Vide il padrone,  al chiarore dei lampi,  gli domand se
    desiderasse  lume.  Il  padrone non voleva lume lo mand a chiudere le
    finestre del piano superiore,  si appress all'invetriata per guardare
    le  tenebre  sferzate  dai  lampi  che  gli battevano e ribattevano in
    faccia,  silenziosi,  da Val d'Astico.  Gli suonava sopra il  capo  la
    tumultuaria difesa contro il temporale,  voci vibrate, passi correnti,
    colpi d'imposte.  Le grandi scogliere tragiche  del  Barco  balenavano
    livide,  scomparivano.  Balenavano,  scomparivano  i  pioppi  lungo la
    Riderella, rigidi nell'aria senza vento, come avamposti di un corpo di
    riserva che aspettassero, immobili e muti,  l'avanzare della battaglia
    impegnata sulla loro fronte.  Scrosci a piombo, di colpo, la pioggia,
    cessarono i lampi, non si vide pi niente.  Il signor Marcello rest a
    guardare  nell'ombra  sonora  fino  a  che  ud Giovanni entrare collo
    scalone per accendere le lampade. Gli diede l'ordine di non accendere,
    com'era la regola quando non si avevano ospiti,  o quando la signorina
    non  passava  la  sera  in  salone.  Bastava portargli la sua lucerna.
    Quando l'ebbe si piant sul naso gli occhiali e si mise a  leggere  un
    giornale.  Cosa insolita, se ne stanc subito. Non erano che le nove e
    mezzo, non aveva sonno; e poich da qualche tempo soffriva d'insonnia,
    non desiderava coricarsi presto.  Neppure  aveva  voglia  di  suonare.
    Suonava volontieri nelle ore di mestizia calda. Non era una di quelle;
    era un'ora di cuor pesante e freddo. Di salute si sentiva bene, nessun
    altro  segno premonitore aveva seguito quel deliquio.  S'egli si fosse
    ingannato a quel proposito? Se lo aspettassero lunghi anni di una vita
    simile? Almeno,  se vivesse,  vivere per qualche cosa di utile!  Aveva
    meditata in passato,  per consiglio di un amico, la istituzione di una
    colonia  agricola.  Perch  non  riprenderebbe  quell'idea?   Potrebbe
    intanto scriverne all'amico,  domandargli la sua opinione.  Pens come
    gli dovesse scrivere,  se impegnarsi o tenersi libero.  E il proposito
    gli  langu nella mente,  appena concepito.  Si alz con uno sforzo di
    volont per non lasciarlo spegnere del tutto,  per andare a  scrivere;
    ma poi non si decise,  si impietr colla lucerna in mano, pensando. Lo
    scroscio della pioggia era disceso a un sussurro  eguale,  triste.  Il
    vecchio pos la lucerna, and nella veranda aperta a guardar la notte.
    Pioveva a distesa,  senza vento, come di autunno. La pioggia velava le
    montagne, velava anche i lumi di Arsiero. Quello era il posto dov'egli
    soleva prendere il caff con don Aurelio, quando il curato aveva detto
    messa a Santa Maria dei Monti.  Era partito  anch'egli,  il  caro  don
    Aurelio, partito per sempre. Non lo rivedrebbe pi.
    Ritorn  nel  salone col cuore grosso.  Parole amare contro i preti di
    Velo gli montarono alla bocca,  gli mossero  silenziosamente  tutti  i
    muscoli del viso,  mentre riprendeva la lucerna per andarsene a letto,
    ch di scrivere aveva perduta ogni voglia.  Alla vista della Bibbia  e
    dell'Imitazione  che  si teneva sul tavolino da notte,  si sgoment di
    avere ceduto agl'impulsi della sua natura focosa,  di avere mancato di
    carit egli stesso che ne rimproverava gli altri. Se ne confess a Dio
    con  uno slancio dell'anima e,  presa la piccola Bibbia,  la strinse a
    due mani,  senza aprirla,  come il naufrago una corda,  fino a che  si
    sent  fluire pace nel cuore.  Posando la Bibbia,  gli venne l'idea di
    andarsi a confessare, l'indomani,  proprio dall'arciprete.  Tranquillo
    in questo proposito,  registr,  come faceva ogni sera, le spese della
    giornata. Poich era l'ultimo del mese e aveva dimenticato di pagare i
    salari dei domestici, li prepar con cura, ben distinti, sulla piccola
    scrivania.  Prepar anche altri gruzzoli di sussidi mensili a  poveri.
    Il  malinconico  sussurro  della  pioggia  lo fece risovvenire dei due
    calici di cristallo colle pianticelle di  ciclamini  che  erano  nella
    sala da pranzo.  Rovist in un ripostiglio fino a che n'ebbe trovati i
    due  vasetti  di  terra  onde  erano  stati  levati   per   collocarli
    barbaramente, come a lui pareva, nel cristallo. Ve li rimise, contento
    dell'atto  pio.  Come  se udissero piovere e soffrissero di non godere
    l'acqua vitale del cielo, disse loro, proprio parlando, che li avrebbe
    portati fuori.  E li port amorosamente  fuori,  senza  curarsi  della
    pioggia,  li colloc uno presso all'altro dietro la villa, sul margine
    del pendio erboso. Raddrizzando la persona fu preso da vertigini.  Non
    vi bad.  Gli era successo pi volte, anche da giovane, di venir preso
    da vertigini nell'alzarsi dopo aver frugato nella terra  intorno  alle
    sue pianticelle. Attese che fossero passate, ritorn in camera, recit
    in ginocchio le preghiere della sera e,  spogliatosi,  sal sul letto,
    entr colle gambe sotto le coltri.  In quel momento  lo  ripresero  le
    vertigini,  violente.  Appoggi la testa alla spalliera del letto.  Lo
    corse allora, dalla nuca fino alle gambe, un fulmine. Credette gridare
    e non grid, sent farsi di gelo le braccia,  conobbe ch'era la morte,
    agit  inutilmente le labbra per dire in manus tuas,  Domine e tutto
    era  gi  finito,  non  viveva  pi  nella  camera  che  la  fiammella
    indifferente  della lucerna,  illuminando il viso di marmo giallognolo
    reclinato alla  spalliera,  composto,  grave,  la  selva  dei  capelli
    grigio-fulvi.  Solo  vi  aveva  battiti  il piccolo indifferente cuore
    dell'orologio d'oro, sul tavolino da notte.









    Capitolo Quinto.

    SPUNTA L'OMBRA DEL SIOR MOMI.


    1.

    Donna Fedele arriv in carrozzella,  alle  dieci.  Aveva  saputo  alle
    nove,  da  un  biglietto desolato di Lelia.  Discese all'entrata della
    veranda aperta per non passare davanti alla camera della Morte.  Lelia
    le  venne  incontro  nella  veranda.  Le  due si abbracciarono,  senza
    parole.  Lelia aveva gli occhi lagrimosi;  donna Fedele era cadaverica
    ma  non aveva lagrime.  Entrarono nel salone.  Teresina che vi entrava
    pure in quel momento dalla sala da pranzo, vista donna Fedele, scoppi
    in singhiozzi, si coperse il viso col fazzoletto. Come pot dominarsi,
    porse a Lelia un  telegramma.  Donna  Fedele  la  interrog  sottovoce
    mentre  Lelia  apriva  e  leggeva.  Si erano accorte di niente,  ieri,
    durante la giornata o almeno la sera?
    Di niente,  di niente.  Non era stato di buon umore,  questo bisognava
    dirlo,  ma  si  sapeva  che  tanto  la  fuga  di don Aurelio quanto la
    partenza del signor Alberti  lo  avevano  molto  afflitto.  Parve  che
    Teresina  diventata  verbosa.   volesse  dire  altro  e  poi,   fra  i
    singhiozzi, se ne pentisse. E come avevano scoperto?
    Rispose Lelia. Giovanni era andato a portargli il caff alle sette, lo
    aveva trovato cadavere.  Era a letto,  seduto,  col busto fuori  delle
    coltri e il capo appoggiato alla spalliera. La morte, anche a giudizio
    del  medico,  aveva  dovuto  essere  istantanea  perch  il  corpo era
    composto, il viso tranquillo, non c'era stato tentativo di scendere n
    di suonare il campanello. Istantanea e avvenuta quando egli era appena
    salito sul letto, prima che si disponesse a prender sonno.  La lucerna
    ardeva  ancora.  Teresina  aggiunse altri particolari,  Giovanni,  che
    dormiva a pian terreno, aveva udito, prima ancora di porsi a letto, il
    padrone passare e ripassare davanti al  suo  uscio,  aprire  la  porta
    della  villa  verso il monte.  E la mattina per tempo,  nel mettere in
    ordine la sala da pranzo,  non aveva trovate certe  pianticelle  poste
    dalla signorina in vasi di cristallo. Le aveva poi trovate il custode,
    in vasi di terra all'aperto.  Nessuno di casa ne sapeva niente.  Certo
    le aveva portate fuori  il  padrone  perch  prendessero  la  pioggia.
    Allora  due lagrime spuntarono anche negli occhi di donna Fedele,  che
    parevano insieme sorridere di commozione tenera.
    Avrai bisogno di aiuto diss'ella, dopo un momento di lotta colla sua
    commozione,  a Lelia.  Questa le porse il telegramma ricevuto  allora.
    Era  l'agente  del  signor  Marcello,  che  annunciava il suo prossimo
    arrivo da Vicenza con un notaio.
    Donna Fedele domand se ci  fossero  parenti  da  avvertire.  Teresina
    sapeva  che c'erano dei cugini in terzo o quarto grado,  ma il padrone
    le aveva detto pi volte, perch lo ridicesse,  che,  s'egli venisse a
    morte, non fossero incomodati.
    Entr  Giovanni  e  chiam  la  cameriera.  Costei  rientr a dire che
    l'arciprete e il cappellano chiedevano  se  la  signorina  li  volesse
    ricevere.  Lelia,  seccata,  interrog  donna Fedele,  che le diede il
    consiglio di riceverli.
    Intanto diss'ella, se permetti...
    Lelia intese,  mormor: Si figuri.  L'altra si  avvi,  grave,  alla
    camera della Morte per la sala del biliardo e lo studio.  Passando per
    lo studio,  la sua mirabile fortezza fu per venirle meno.  Ella si era
    trattenuta  ivi  con  lui  poche  ore  prima.  Vedeva il viso rugoso e
    tuttavia parlante giovanilmente,  gli occhi tanto  mobili  agl'impulsi
    dell'anima  calda,  udiva la voce sincera.  Pareva che ne fosse uscita
    allora allora. La sedia a bracciuoli,  dietro il tavolo,  era spostata
    per isghembo.  Sul tavolo,  davanti alla sedia,  si vedeva un registro
    aperto.  L'uscio della camera da letto era socchiuso.  Donna Fedele lo
    spinse pian piano,  con riverenza, entr. Vide sul letto, fra due ceri
    ardenti,  il suo vecchio amico vestito di nero,  col crocifisso  nelle
    mani  di  avorio.  La  moglie del custode,  seduta in faccia al letto,
    presso la  finestra,  si  alz  in  piedi.  Donna  Fedele  le  propose
    dolcemente  di  uscire per una mezz'ora.  Intanto sarebbe rimasta lei.
    Uscita la donna, si avvicin al letto, contempl, stando in piedi,  il
    volto cereo dell'uomo che, solo, aveva in giovent veramente amato. Lo
    contempl  con  tristezza  dolce e serena.  La dolorosa sera della sua
    lunga giornata si era chiusa, egli stava col suo diletto.  Se la sorte
    di lui e di lei fosse stata diversa, s'ell'avesse potuto diventare sua
    moglie, l'ora della separazione le sarebbe suonata terribile. Sospir,
    quasi rimpiangendo che non fosse stata terribile. Chiuse gli occhi, lo
    vide giovine, ripens il segreto amore di allora, cos delizioso anche
    nelle sue inquietudini torbide e amare, ripens in un baleno le ore di
    musica,  le ore di conversazione, i momenti in cui pi avevano parlato
    gli sguardi, in cui si erano quasi detto, velatamente,  il loro amore,
    ragionando di racconti d'amore,  di poesie d'amore,  di drammi d'amore
    nella vita reale. Avevano errato,  allora,  l'uno e l'altra,  si erano
    troppo  poco  guardati  da un gran pericolo.  Pi lei,  pi lei,  che,
    s'egli  avesse  parlato,  s'egli  avesse  voluto,  gli  avrebbe  tutto
    sacrificato con gioia!  Viveva ancora suo padre, allora. Dio, se fosse
    caduta cos,  quale orrore!  Si chin a baciare  le  mani  di  avorio,
    s'inginocchi,  preg, promise al morto amico di essere materna per la
    donna ch'era stata l'amore del  figliuol  suo.  E  poich  egli  aveva
    desiderata,  alla vigilia di morire, l'unione che gli pareva buona per
    lei, buona per la propria casa, promise che quella unione sarebbe.  Si
    alz,  consolata.  Udiva  distintamente il battere dell'orologio d'oro
    sul tavolino da notte. Era come se qualche cosa di lui vivesse ancora,
    potesse avere inteso.  Fiori erano stati sparsi sul letto.  Ella pens
    che  altri ne avrebbe tolto uno per memoria.  Non seppe farlo n seppe
    cosa la  trattenesse.  Baci  ancora  le  mani  di  avorio,  baci  il
    crocifisso, a suggello della promessa.


    2.

    Ella fu molto sorpresa,  uscendo dalla camera della Morte,  di trovare
    Lelia nello studio.  Era fremente,  irritata contro l'arciprete  e  il
    cappellano,  sopra  tutto contro quest'ultimo;  tanto irritata che non
    volle parlarne, l, presso la salma. Pass con donna Fedele nella sala
    del  biliardo.   S  l'arciprete  che  il  cappellano  avevano   molto
    deplorata, nel senso religioso, la fine repentina del signor Marcello;
    e  alle  parole di lei che ricordava la vita immacolata e caritatevole
    dell'estinto,  la piet grande,  i Sacramenti  ricevuti  pochi  giorni
    prima,  l'arciprete  non aveva risposto che dei freddi speriamo e il
    cappellano niente.  Poi l'arciprete si era permesso  di  accennare  ai
    bisogni   della  sua  chiesa,   supponendo  evidentemente  di  parlare
    coll'erede. Finalmente il cappellano, tutto compunto, le aveva chiesto
    se quel giovine fosse ancora  alla  Montanina:  Ho  risposto  di  s
    diss'ella per rabbia e perch sono dei ficcanaso.  Sapevano certo che
    Alberti  andato via, perch l'arciprete divent rosso e il cappellano
    divent giallo.
    Se donna Fedele avesse saputo che Lelia era stata informata delle voci
    partite dalla canonica circa gli amori milanesi di Alberti, si sarebbe
    meglio spiegata quella straordinaria irritazione,  un  elemento  della
    quale  sfuggiva alla coscienza della stessa Lelia.  Questa si dolse di
    non aver fatto subito ci che intendeva fare adesso:  chiudersi  nella
    camera del signor Marcello, non uscirne pi che per uscire anche dalla
    casa.  Tanto,  in quella casa,  ella non era pi niente. Il suo dovere
    era di stare col signor Marcello fino all'ultimo.  Partito  il  signor
    Marcello,  per  lei  alla Montanina non c'era pi posto.  Donna Fedele
    cerc di richiamarla a riflessioni diverse.  Visto che si  esasperava,
    giudic prudente di non insistere,  prese congedo, dicendo che sarebbe
    ritornata la sera.  Lelia non disse di gradirlo,  le diede un bacio in
    silenzio e si avvi alla camera sacra. Donna Fedele non voleva partire
    senz'avere parlato a Teresina.  Non ebbe la forza di andarne in cerca,
    si lasci cadere in una poltrona del salone,  aspettando che  passasse
    qualcuno.  Proprio  non  ne  poteva pi.  Finalmente ud Giovanni e la
    cuoca  discorrere  nella  sala  da  pranzo.   Giovanni   si   affacci
    prudentemente al salone per vedere se la conversazione fosse sicura; e
    cos  donna  Fedele pot far chiamare Teresina,  dirle di Lelia che si
    era voluta chiudere l dentro, che parlava di allontanarsi subito dopo
    il funerale.
    Spero che verrebbe da me diss'ella almeno per qualche tempo, ma non
    so cosa possa avere in testa,  se voglia andare da  suo  padre  o  che
    fare.
    Teresina era tranquilla.  Allontanarsi?  Ma che allontanarsi?  L'erede
    era lei.  Il povero padrone glielo aveva fatto intendere,  a Teresina,
    molto  chiaro.  Donna  Fedele  espresse  un  dubbio: se non accettasse
    l'eredit?  Teresina  trasecol.   Come  mai  non  accetterebbe?   Non
    foss'altro,  accetterebbe per aiutare suo padre. E raccont del denaro
    ch'ella era solita spedire per incarico della signorina. Anche lei, la
    signorina stessa,  come vivrebbe?  Cara disse donna  Fedele  quando
    c'entra l'orgoglio!... Ma la cameriera non poteva comprendere un tale
    orgoglio e la signora rinunci a spiegarglielo.  La preg,  invece, di
    avvertire il vetturale che intendeva di ritornare al villino. Teresina
    la supplic di rimanere fino a che venissero il notaio e  l'agente,  e
    si   potesse  sapere  qualche  cosa  del  testamento.   Non  riusc  a
    persuaderla. Rispose che non voleva parere un'intrusa, che verrebbe se
    la richiamassero.
    Non fu richiamata.  Ricevette verso sera le seguenti righe dall'agente
    del defunto:

    "Nobilissima Signora,
    Per incarico della cameriera Teresina Scotz, mi pregio di farle sapere
    che  stamane mi recai col signor notaio dottor Camilli dal R.  Pretore
    di Schio,  presso il quale venne aperto  il  testamento  olografo  del
    povero  signor  Padrone,  ch'era  depositato  regolarmente  presso  il
    suddetto signor notaio.  Mi  pregio  anche  di  farle  sapere  che  la
    signorina  Lelia  Camin  erede universale e che la cameriera Teresina
    Scotz ha un legato di giornaliere lire  cinque,  con  esenzione  dalla
    tassa.  Le notifico pure,  sempre a istanza della signora Scotz, che 
    qui pervenuto al mio indirizzo un telegramma da  Padova,  sottoscritto
    Girolamo da Camin, contenente condoglianze, la dichiarazione di essere
    padre della signorina Lelia, minorenne, e l'annuncio del suo arrivo in
    giornata,  che  potr  verificarsi  coll'ultimo  treno di stasera.  La
    signorina erede ha ammesso di essere figlia del  detto  signore  e  di
    avere vent'anni e pochi mesi;  mentre  a mia notizia che il compianto
    signor Padrone la credeva pi vecchia. Col massimo rispetto.
    Velo d'Astico (Vicenza), 1 luglio...
    Umilissimo e Devotissimo RAG. MATTEO CARROZZI.



    Capitolo Sesto.

    NELLA TORRE DELL'ORGOGLIO


    1.

    L'ingegnere Luigi Alberti,  zio di Massimo,  discendente da un vecchio
    ceppo della media borghesia milanese,  abitava un quartierino al terzo
    piano, in via S. Spirito.  Modesto,  ordinato all'antica,  arredato di
    vecchi  mobili,  di vecchi quadri assai buoni,  ricco di vecchi libri,
    sfornito di comodit moderne,  di acqua  potabile,  di  gaz,  di  luce
    elettrica,   l'alloggio  rendeva  immagine  del  padrone.  L'ingegnere
    Alberti era veramente nella struttura monolitica del carattere,  nella
    solidit  delle  convinzioni  religiose morali,  nella ferrea coerenza
    delle azioni colle idee,  nei criteri del  giudicare  uomini  e  cose,
    nella fede alla tradizione, un superstite di generazioni antiche. Egli
    stesso  si  qualificava  nel  modo  milanese  che segue,  coll'aria di
    appartarsi  contento  dal  mondo  moderno  in  un  suo  ideale  angolo
    solitario,  spregiato e caro: sont on andeghee,  sono un antiquario,
    un uomo del passato. Nella umilt del cuore, nella noncuranza dei beni
    e dei piaceri terreni,  nella purezza  verginale  del  costume,  nella
    dissimulata  generosit,   era  un  cristiano  dei  tempi  evangelici.
    Parsimonioso per s, era largo al nipote Massimo,  orfano e in cattive
    condizioni  di  fortuna.  Gli  voleva  bene piuttosto per un dovere di
    coscienza che per impulso del cuore.  Il suo cuore era tutto  raccolto
    in  un  culto sacro,  nella memoria della sua povera moglie,  morta da
    qualche  anno  senz'avergli  dato  figli,  donna  di  esemplari  virt
    cristiane, di vivace intelligenza, di modi soavi, che aveva fedelmente
    amato  il  marito  malgrado  le  sue  scarse  attrattive  fisiche,  le
    inettitudini alla vita sociale,  certe piccole stranezze incomode,  le
    resistenze  a  quel  ragionevole spirito di modernit cui ella avrebbe
    volontieri aperta la casa e conformate le abitudini  del  vivere.  Non
    prese  il  nipote  presso  di  s  per non dover modificare ii proprio
    antiquato regime di vita e quello dei suoi vecchi domestici,  un cuoco
    e  una cameriera,  che gli erano affezionatissimi.  Gli assegn invece
    tre stanze al secondo piano della stessa sua casa,  dove la moglie del
    cuoco gli faceva il servizio. Nel trattare col nipote, l'ingegnere era
    sempre  un  po'  impacciato,  non  proprio  cerimonioso,  ma piuttosto
    gentile che cordiale.  Il padre e la madre di Massimo avevano sciupate
    le  loro  sostanze  vivendo  troppo  signorilmente;  e delle abitudini
    signorili  di  Massimo  lo   zio   pareva   quasi   aver   soggezione.
    Nell'offrirgli,  come  al  parente  pi prossimo,  il proprio benefico
    appoggio, un quartiere, un assegno,  la mensa quando gli piacesse,  se
    n'era  quasi scusato come di un'offerta inferiore alla sua condizione.
    Avrebbe trattato Massimo con pi schietta familiarit  se  non  avesse
    sentita una gran distanza fra il nipote e s, distanza sentita pure da
    Massimo,  penosamente.  Non  era  soltanto distanza di abitudini;  era
    sopra tutto distanza d'idee.  In politica l'ingegnere era  un  giudice
    appassionato  dei  partiti  e degli individui di tendenze opposte alle
    sue.  Discorrendone nell'intimit andava facilmente,  se contraddetto,
    fuori  dei  gangheri,  una  irascibilit  strana gli divampava cos da
    inceppargli,  quasi la parola.  Modernismo e riformismo religioso  gli
    dispiacevano  pi  ancora  che socialismo e radicalismo.  Non era per
    clericale.  Lettore assiduo della "Perseveranza",  votava  secondo  le
    indicazioni   della  "Perseveranza",   era  sempre  andato  alle  urne
    politiche anche quando l'Autorit  ecclesiastica  non  lo  permetteva.
    Voleva i preti in chiesa e in sagrestia,  non nella vita pubblica, non
    nella stampa politica.  Ma  in  chiesa  e  in  sagrestia  ne  riveriva
    l'autorit con soggezione intera. Perci quando ud parlare di Massimo
    come  di un discepolo di Benedetto e di Benedetto come di un eretico e
    di un ribelle se ne turb molto.  Interrog qualche prete  per  averne
    notizie  certe,  non osando aprirsi direttamente al nipote.  Ora trov
    chi gli disse che suo nipote si avviava purtroppo per la stessa strada
    dei ribelli all'Autorit,  di  coloro  che  non  ammettevano  i  dogmi
    fondamentali del Cattolicismo, i Sacramenti, l'autorit del Pontefice;
    ora  trov  chi  credette  di  poterlo  rassicurare circa tutti questi
    punti.  Rifugg sempre dal parlarne a Massimo  per  paura  di  esserne
    tirato  a  discutere,  ci  che  nella  sua  candida  fede,  avida  di
    affermazione,  non avrebbe voluto far mai.  Una sola volta gli  tocc,
    per  lettera,  di questi suoi timori.  La risposta del giovine,  molto
    serena,  schiettamente ortodossa,  lo rassicur,  ma solo per  qualche
    tempo.  Gli  dispiaceva pure che Massimo non pensasse sul serio a trar
    profitto de' suoi studi di medicina.  Udiva parlare  di  altri  studi,
    religiosi  e  letterari,  di  conferenze sulla scienza e la Fede,  sul
    socialismo cristiano.  Bellissim rob aveva detto a un tale  che  gli
    vantava  l'operosit di Massimo,  bellissim rob che concluden nient.
    Neppure intorno a ci si apriva con Massimo.  Lo stimava  inutile,  si
    rassegnava  a non comprendere questo esemplare della nuova generazione
    e a non esserne compreso.  Ragione voleva che  Massimo  fosse  il  suo
    erede ed egli intendeva disporre dei propri averi secondo ragione,  ma
    poi il suo ritornello mentale era: Trover quel che trover.
    Dopo la morte della moglie l'ingegnere non  teneva  nessun  conto  del
    denaro.  Viveva  con una piccola parte delle sue rendite discrete.  Il
    resto  era,  misuratamente  per  Massimo,   senza  misura  per  quanti
    bisognosi  facessero  appello  alla  sua  carit,  per  Istituti pii e
    persino per il piccolo Comune dove aveva villeggiato  con  sua  moglie
    durante lunghi anni.
    Un  mese  prima  del  suo  viaggio a Velo d'Astico,  Massimo tenne due
    conferenze all'Universit Popolare sui Riformatori italiani del Secolo
    sedicesimo. Vi sostenne la tesi che se quegli uomini, alcuni dei quali
    esalt per l'ingegno e la virt, non si fossero ribellati all'autorit
    della Chiesa,  le loro  idee  avrebbero  fatto  maggior  cammino,  con
    vantaggio della Chiesa stessa. L'ingegnere ne fu scandolezzato al pari
    di  quasi  tutti  i  conservatori  milanesi,  che  si  accordarono con
    radicali e socialisti nel gridare la croce addosso  al  conferenziere.
    Per  i  primi  egli era un eretico ipocrita,  per i secondi un debole,
    quasi un vigliacco,  per tutti un sognatore.  L'ingegnere si sfog con
    qualche amico, fra gli altri con un prete, certo don Santino Ceresola,
    generoso uomo,  infervorato nelle opere di carit,  che appunto allora
    ne pensava una molto bella ma superiore anche molto  alle  sue  forze.
    Egli aveva gi ottenuto dall'ingegnere somme rilevanti per altri scopi
    e adesso non pot a meno di pensare che,  se avvenisse una rottura fra
    zio e nipote,  ne potrebbe approfittare il suo  futuro  Pensionato  di
    studenti delle scuole medie.  Quando aveva in mente una Istituzione di
    carit da fondare, o almeno da soccorrere,  un'idea buona qualsiasi da
    porre  in  atto,  se  ne  invasava  e  gli pareva che tutti avessero a
    diventarne egualmente invasati,  a profondergli denaro in  proporzione
    delle  loro  sostanze.  E  nella sua testa le proporzioni ingrossavano
    facilmente. L'ottimo uomo non pensava che a quello, non parlava che di
    quello,  riusciva a infastidire mezzo mondo,  a far prendere in  uggia
    lui,  le sue opere, il Bene sociale, morale, intellettuale, ogni altra
    sorta di Beni seccatori;  e anche per a prosciugare  le  tasche,  con
    soddisfazione  vicendevole,  di  qualche  rara  persona pia,  candida,
    denarosa, come, del resto,  si era da un pezzo prosciugate le proprie.
    Cipigli  di parenti che si tenevano defraudati da lui del proprio,  ne
    incontrava molti.  Qualche figliuolo lo aveva messo,  di nascosto  dal
    padre  e dalla madre,  alla porta.  Ma questi non erano dolori per lui
    che,  toccatone uno,  se ne andava felice del suo minuscolo  martirio,
    pieno  di  cielo  nel  cuore,  giustificando  il  nomignolo  di Beata
    Ciapas procacciatogli dal suo viso di vecchia monaca, dalla sua voce
    sottile,  dalla eguale beatitudine colla quale si prendeva quattrini e
    strapazzate.   Egli   aveva   parlato   pi  volte  all'ingegnere  del
    Pensionato, e l'ingegnere, cuor generoso ma testa quadra, aveva sempre
    cercato di persuaderlo che sognava,  che neppure  sarebbe  riuscito  a
    trovare  i  quattrini  per l'area.  Partito Massimo per Velo d'Astico,
    egli capit un giorno tutto gongolante in via S. Spirito colla notizia
    che una vecchia dama gli aveva regalato duemila  metri  di  terreno  a
    Porta Vittoria;  e siccome l'ingegnere meravigliato,  esclam ovj!,
    egli rispose tacitamente, nei proprio interno, con un altro ovj! di
    rideste speranze e decise di porre l'ennesimo  assedio  al  forzierino
    che  tante  volte  gli aveva aperto gli sportelli.  Cominci a pregare
    l'ingegnere di allestirgli un progetto,  un progettino,  uno  schizzo,
    per  ora,  con  un  preventivo  sommario,  due righette,  un numerino.
    L'ingegnere  cap  benissimo  dove  si  andava  a  finire  con   tanti
    diminutivi.  Si  scherm,  sulle prime.  Ben,  ch'El senta! proruppe
    finalmente alle insistenze dell'altro il  progetto,  come  posso,  mi
    ghel  foo,  ma  denari...!  E  rise  di  un riso eloquente.  La Beata
    protest - oh dess oh dess!  che a domandargli denari  non  aveva  mai
    pensato.  Ma  intanto  l'uncino  prese  e  le  visite  di don Ceresola
    spesseggiarono.  L'ingegnere dovette recarsi pi volte con lui a Porta
    Vittoria. Una volta il prete non lo trov in casa e si trattenne colla
    cameriera, la Bigin, sua penitente, candida a sessant'anni come lo era
    stata  a  dodici.  Don  Santino  la  mise a parte dei suoi disegni con
    grandi raccomandazioni di segretezza, le insegn come dovesse fare per
    dargli aiuto, quasi quasi le prometteva il Paradiso se riuscisse a far
    mettere il Pensionato nel testamento del padrone. Tocc il tasto delle
    relazioni fra zio e nipote,  seppe che una volta lo  zio  aveva  detto
    scioperata  la  vita  del  nipote.  La Bigin non pot promettere molto
    perch il padrone dininguarda a parlagh di  soeu  rob!  El  d  minga
    confidenza.  Ma insomma, se si presentasse l'occasione... L'occasione
    non si present anche perch la buona creatura non avrebbe  capito  in
    cent'anni  a  cosa  servisse  il  Pensionato,  del  quale  credette da
    principio che fosse un impiegato in pensione,  caduto  nella  miseria.
    Minga minga minga! fece don Santino,  senza ridere. E lei: Ah no ah
    no ah no?.  Dopo di che si accontent  di  stamparsi  bene  in  testa
    queste  cinque parole: il Pensionato di don Santino e di ripetere al
    padrone, a proposito e a sproposito, che a don Santino, lei,  se fosse
    stata ricca,  avrebbe dato persino la camicia;  cosa che,  a dir vero,
    avrebbe potuto fare anche essendo povera e non fece.


    2.

    Massimo, partito da Arsiero alle sei della sera,  arriv a Milano dopo
    le sei della mattina.  A San Spirito non lo aspettavano.  L'ingegnere,
    lievemente indisposto da due giorni,  riposava ancora.  Il cuoco e sua
    moglie fecero al padroncino accoglienze insolitamente festose. Sarebbe
    stato ben difficile intenderne il perch recondito.  I coniugi avevano
    presto subodorato la ragione delle visite frequenti  di  don  Santino:
    qualche  diavoleria  da cavar gran danari al padrone.  Vedaret aveva
    detto la moglie del cuoco,  la Peppina,  al suo Togn: quell l el  va
    adree,  el va adree,  fina ch'el ghe mangia foeura tusscoss. E allora
    veniva in campo la morale: il  padrone  muore  pelato  dal  prete,  le
    pensioncine  della  servit  se  ne  vanno  in Emmaus,  Togn e Peppina
    d'accordo non rifinivano di  dare  alla  Bigia  della  stupida  perch
    magnificava  la  santit  del suo confessore e non si accorgeva che il
    confessore l'avrebbe messa sul lastrico.  La  buona  donna  rispondeva
    tutta  scandolezzata:  Gavii  minga  vergogna de pens a quii rob l?
    Gavii minga vergogna?
    I due fecero dunque accoglienze insolite a Massimo  che  consideravano
    come  un  socio  del  pericolo  e  nell'intervento del quale ponevano,
    perci,  la  loro  maggiore  speranza.  Pensarono  subito  a  metterlo
    sull'avviso.  Non  credettero per conveniente di farlo a bruciapelo e
    prima di aver meditato bene il modo di entrar in discorso. La Peppina,
    pi avida,  pi biliosa,  pi inquieta,  avrebbe voluto parlare quella
    mattina  stessa.  Mentre ne discuteva con suo marito,  Massimo usc di
    casa per andare verso Porta Magenta, d'ove,  a due passi dal Monastero
    Maggiore, dimorava l'amico di don Aurelio.
    Camminava  adagio,  pensando  Velo,  il  silenzio dei castagneti e dei
    prati,  il rumore profondo del Posina,  pensando Lelia e  non  volendo
    pensarla, sentendosi stringere l'anima fra le facce volgari delle case
    di  destra e di sinistra come da una rigida morsa,  soffrendo anche di
    mescolarsi alla gente.  Nel suo desiderio di don Aurelio erano pure  i
    ricordi  della  quiete  di  Lago,  della  piccola chiesa,  della umile
    canonica.  Le pietre dei sentieri solitari di  Velo  gli  erano  parse
    avere  senso dell'anima sua.  Nelle pietre delle vie di Milano sentiva
    uno spirito di ripulsione,  lo spirito della  lunga  lettera  ricevuta
    alla Montanina poco prima di partire,  letta,  riletta dieci volte, in
    viaggio,  coll'amara crudele compiacenza di farsi male  a  sangue,  di
    tentarsi  e  ritentarsi  la  ferita.  Gliel'aveva scritta un amico del
    quale Massimo dubitava che oscillasse  un  poco,  segretamente,  nelle
    opinioni  e  nei sentimenti professati a voce,  che piegasse un poco a
    ogni assalto di avversari,  che si compiacesse un poco di  esagerarsi,
    con lui, il dovere della schiettezza per riferirgli spiacevoli giudizi
    sul  conto  suo,  di fronte ai quali l'amico stesso,  in fondo,  aveva
    tentennato.  La lettera era una minuta relazione di atti e  di  parole
    ostili  a  Massimo,  che  l'informatore  aveva  raccolto nel campo dei
    clericali intransigenti,  in  quello  dei  modernisti,  nella  societ
    elegante  e  scettica.  La  Societ  di  S.  Vincenzo  de' Paoli aveva
    deliberato di espellere il  socio  che  per  poco  non  si  era  fatto
    apologista  degli  eretici  italiani del secolo sedicesimo.  Era stato
    proibito ai librai cattolici di vendere le  conferenze.  In  una  casa
    clericale  si  era  asserito  che  Alberti  era  a  Velo  d'Astico per
    preparare,  insieme a don Aurelio,  la pubblicazione di  un  periodico
    modernista.  Un frate aveva alluso dal pergamo,  poco velatamente,  al
    Discorso sugli eretici come a una opera di sottile arte diabolica, pi
    pericolosa dei libri apertamente blasfematorii e  delle  pubblicazioni
    oscene.  Un giornale clericale aveva commiserato l'autore, chiamandolo
    infelice.  Si erano anche fatte correre,  sempre nel campo  clericale,
    voci poco edificanti sulle sue relazioni con certa signora.  Questa fu
    la sola parte della lettera  che  divertisse  Massimo,  perch  quella
    povera signora,  una bravissima donna,  era proprio la negazione della
    bellezza,  della  grazia,  dell'amabilit.  Nel  campo  modernista  si
    disprezzava  Massimo come un povero untorello,  un fiacco,  un timido,
    uno che non sapeva sciogliersi dalle pastoie della tradizione  n  far
    fronte  alla tirannia esercitata sulle coscienze,  un giovine vecchio,
    rimasto indietro di  vent'anni,  non  proprio  un  clericale  ma  poco
    diverso da un clericale; e ne ridevano.
    La  societ  elegante,  scettica,  era male disposta verso di lui.  Le
    donne,  salvo poche eccezioni,  gli erano ancora pi contrarie che gli
    uomini. Gli uomini lo giudicavano un indeciso, una mediocrit da mezzi
    termini.  Le  donne,  anche  talune  di  quelle  che andavano a messa,
    avrebbero voluto che in tutto  esaltasse  i  ribelli  o  in  tutto  li
    condannasse.  Lo accusavano di farisaismo e di vilt. L'amico scriveva
    di essersi  trovato  solo  a  difenderlo,  una  sera,  in  certa  casa
    patrizia,  contra  la Dea Maggiore e la Dea Minore del luogo,  madre e
    figlia,  accanite,  invelenite sue  accusatrici.  Scriveva  di  averlo
    difeso  ma  non  era  chiaro  se il difensore fosse ben convinto delle
    proprie tesi, o no. Pareva piuttosto che lo fosse a mezzo,  pareva che
    ostentasse  troppo  il  suo  zelo,  che  volesse  troppo evidentemente
    farsene un merito.
    Niente di tutto ci poteva riuscire nuovo a Massimo che appunto  aveva
    lasciato  Milano durante la tempesta;  ma poich gli pareva di esserne
    stato lontano un secolo,  non si  aspettava  davvero  di  ritrovarvela
    tanto grossa.  Al posto suo, don Aurelio avrebbe mansuetamente pregato
    per  i  maligni  offensori,   si  sarebbe   consolato   colle   parole
    dell'Imitazione: "Quid sunt verba nisi verba?".  Massimo,  che non era
    un tal santo,  discese invece,  a ristoro,  in una  sua  interna  onda
    saliente di orgoglio, si consol erigendosi nel segreto del cuore, con
    tacito disprezzo,  su tutte le plebi,  sulla plebe clericale fanatica,
    sulla plebe modernista presuntuosa,  malsicura di quel che  pensa,  di
    quel che vuole,  sulla plebe dei salotti aristocratici,  delle donnine
    inverniciate  di  cultura  o  anche  gregge,   che  si  arrogavano  di
    sentenziare  per dritto e per traverso,  senza intelletto,  abituatevi
    dalla cortesia servile degli uomini.  Se mai negli ultimi tempi  aveva
    dubitato della propria fede, se mai era stato tentato di appartarsi da
    qualunque  lotta religiosa,  adesso,  a fronte di tante facce ostili o
    ironiche o commiseranti,  arse di mostrarsi loro  sdegnosamente  fermo
    sulla propria via.
    Non trov don Aurelio presso il suo amico prete. Erano usciti ambedue.
    La  fantesca  credeva  che  fossero andati dall'Arcivescovo.  Potevano
    forse ritornare da un momento all'altro.  Infatti Massimo li  incontr
    sulla scala,  discendendo. Don Aurelio, sulle prime, non lo ravvis. A
    Milano? Come mai? L'altro prete,  vedendo Massimo,  si oscur in viso.
    Era un ottimo uomo,  rigidissimo in fatto di dottrina ma non portato a
    pensar male, a fiutare eresie ed eretici dappertutto, pieno di carit,
    giusto,  incapace di spionaggi e d'ipocrisie.  Proteggeva don  Aurelio
    perch ne conosceva le opinioni rosminiane,  avverse all'agnosticismo,
    il costume e la piet esemplari. Di Massimo non pensava cos. Ne aveva
    disapprovato il discorso,  prestava  fede,  non  conoscendolo  che  di
    saluto, a certe calunnie di origine farisaica.
    Massimo  comprese  e  invece di trattenersi con don Aurelio lo preg a
    voler passare da lui  verso  mezzogiorno.  Malgrado  l'ora  mattutina,
    erano  appena le dieci,  pens di recarsi appunto da quella signora il
    cui nome era stato malignamente accoppiato  al  suo.  Ella  gli  aveva
    mandato,  giorni prima,  un biglietto a San Spirito colla preghiera di
    passare da lei, a qualunque ora,  appena ritornasse a Milano.  Massimo
    vi  and  per  cortesia ma non volentieri,  malgrado l'affinit d'idee
    politico-religiose che lo aveva legato un tempo a  quella  signora  in
    una comune azione di propaganda. La buona signora, che aveva un marito
    molto  accorato  delle  sue inquietudini idealistiche e quattro grossi
    figliuoli,  uno pi maleducato e sudicione dell'altro,  lo accolse con
    una esplosione spaventevole di angoscie affettuose.  Ma finalmente! Ma
    finalmente! Ma, caro Alberti, caro Alberti!  Cosa ha fatto?  Dove si 
    cacciato?  Perch  fuggito?  Perch  stato fuori tutto questo tempo?
    Cosa Le  venuto in  mente?  Ma  non  sa  come  le  cose  sono  andate
    peggiorando qui?  Non sa che sono tutti contro di Lei?  Se fosse stato
    qui, avrebbe potuto difendersi, persuadere,  e Lei si eclissa,  non se
    ne sa pi niente!  Qualcuno ha persino detto ch'Ella era entrato in un
    convento come il Suo maestro.  Chi diceva  a  Subiaco,  chi  diceva  a
    Praglia.  E  non  sa  questo?  E  non sa quello?  Qui la signora,  che
    professava in teoria un disprezzo mistico del mondo e  in  pratica  si
    prendeva  una  scalmana  per  ogni  chiacchiera  un  po' salata che le
    riferissero,  raccont a Massimo le stesse cose,  su per gi,  che gli
    aveva  riferite  l'amico.  Quando venne alla pi delicata si coperse a
    due mani il viso quadragenario ed esclam,  fra gemebonda  e  ridente:
    Oh Dio Dio, Alberti Alberti, ma non sa ch'Ella non dovrebbe venire da
    me,  che  forse  faccio  male  a riceverla?  Non sa cos'hanno avuto il
    coraggio di dire?.
    La signora aveva una cameriera molto bella.  Massimo era tanto seccato
    da quel torrente di ciarle rotto in mille sprazzi, sent cos acuto il
    ridicolo  della  situazione,  che  gli scapp detto: Cosa?  Forse che
    vengo per la Sua cameriera?.
    La signora rimase  un  momento  interdetta,  ma  era  troppo  buona  e
    semplice per offendersi,  fu anzi contenta dell'equivoco,  non suppose
    Alberti  capace  di  malignit.   Solamente  dopo  la  sua   partenza,
    riflettendo  sull'equivoco,  si domand come mai egli avesse notato la
    giovent e le grazie della cameriera,  si disse nel  segreto  del  suo
    cuore  candido:  Guarda  on  poo!.  Allora tronc il discorso con un
    frettoloso Basta basta basta, meglio non parlarne!.  E mise in campo
    la  proposta  che  le  stava a cuore: una terza conferenza.  Bisognava
    tenere assolutamente una terza conferenza,  per spiegare la prima e la
    seconda,  correggere  certe  impressioni,  sopra  tutto  quella  di un
    ossequio esagerato all'Autorit.
    Ella ne aveva conferito con alcune amiche.  Era in grado di  proporgli
    un  tema  bellissimo  e opportunissimo: "Da Dollinger a Loisy".  Cara
    amica rispose Massimo,  se riprendo la penna,  non sar per scrivere
    delle  conferenze,  sar  per farne una striglia.  Ma non credo che la
    riprender.
    Ritornato a casa verso  mezzogiorno,  trov  un  telegramma  di  donna
    Fedele  coll'annuncio  della  morte  del  signor  Marcello.  Ne rimase
    esterrefatto,  desolato.  Non avrebbe creduto di volergli tanto  bene!
    And  a  salutare lo zio col telegramma in mano e la faccia stravolta.
    Di solito i loro incontri erano penosamente silenziosi e tanto lo  zio
    quanto il nipote,  ma il nipote assai pi,  si torturavano il cervello
    per cercare temi di conversazione che permettessero loro di rompere il
    silenzio senza contatti sgradevoli d'idee e  di  giudizi.  Il  funebre
    telegramma  diede  loro  argomento  di discorrere e fu,  in quel primo
    incontro, un sollievo, perch l'uno e l'altro avrebbero avuto la mente
    imbarazzata di troppi temi da non toccare. Il telegramma ne prometteva
    un altro col giorno e l'ora del funerale. L'ingegnere domand: Vai?.
    Massimo esit un momento. Il s gli sal fino alla gola.  Rispose no
    risolutamente, per legarsi, togliersi al pericolo di qualche possibile
    debolezza.  L'ingegnere  non  parl  ma gli si vide in faccia che quel
    no gli era parso strano. Vorrai mandare un telegramma diss'egli, e
    offerse di farlo spedire dal cuoco,  dopo colazione.  Massimo  rispose
    che non occorreva. Ci avrebbe pensato egli. Fece colazione collo zio e
    sal nel suo quartiere, pieno il cuore di Lelia in lagrime, sola nella
    villa  ottenebrata  dalla  Morte.  Prese  la  penna  per  preparare il
    telegramma.  Ancora lo strinse alla gola il desiderio  di  andare,  di
    vederla. Gitt la penna, dicendo forte, rabbiosamente:
    Dio, come son vile!
    E  si  guard  intorno,  atterrito  che qualcuno avesse potuto udirlo.
    Riprese la penna,  pens.  Cerc parole diverse dalle  solite,  parole
    espressive  dei  suoi particolari sentimenti verso il morto e verso la
    viva.  Non venivano.  Gli parve che sarebbe  stato  pi  opportuno  un
    telegramma  incolore.  E  se,  invece  di un telegramma,  spedisse una
    lettera?  Decise di telegrafare a donna  Fedele  e  di  scrivere  alla
    signorina. Scrisse queste poche parole, rapidamente:

    "Signorina,
    Ella  piange,  immagino,  un uomo che La benefic paternamente.  Io lo
    piango pi ancora di Lei per il  beneficio  che  n'ebbi,  superiore  a
    qualsiasi  altro: per un alto,  spirituale,  inestimabile beneficio di
    affetto e di stima.  Sia benedetta,  come la memoria  del  figlio,  la
    memoria del padre.
    Dev.mo
    MASSIMO ALBERTI.

    Entr la Peppina e annunci don Aurelio.  La triste notizia datagli da
    Massimo lo addolor,  non lo sorprese.  Prevedeva;  solo  non  avrebbe
    creduto cos presto.  Povero signor Marcello!  Dopo essersi confessato
    da lui l'ultima volta,  gli aveva parlato della signorina  Lelia,  del
    suo dolore di lasciarla,  probabilmente presto,  sola,  senz'appoggio,
    esposta a ricadere in mano di suo padre,  a finire Dio  sa  come.  Don
    Aurelio non and pi oltre,  interrog Massimo collo sguardo.  "Cosa 
    successo?" dicevano quegli occhi inquieti,  presaghi di  una  risposta
    non lieta. Massimo non aspett parole, rispose:
    Mi  vede  qui.  Don  Aurelio  tacque,  addolorato.  Poi  gli domand
    sottovoce se  non  andasse  al  funerale.  No  rispose  il  giovine.
    Scrivo.  Anzi ho scritto.  Vuol leggere? E gli porse la lettera. Don
    Aurelio lesse, dur a guardare lo scritto dopo averlo letto.
    Va  bene  disse  finalmente,   ma  capisco  che  tu  abbia  scritto
    "affetto", non capisco che abbia scritto anche "stima".
    E la parola che ci vuole rispose Massimo. Lo creda pure
    Don  Aurelio  gli  restitu,   sospirando,   la  lettera,  non  chiese
    spiegazioni che sarebbero state, lo indovinava, penose.  E raccont la
    visita   fatta   all'Arcivescovo  cui  aveva  recato  una  lettera  di
    presentazione del Vescovo di Vicenza.  Sua Eminenza lo  aveva  accolto
    con  molta bont,  gli aveva promesso di accettarlo nella sua diocesi.
    Certo un po' di tempo,  per metterlo  a  posto,  ci  voleva.  Intanto,
    perch  potesse  guadagnarsi  un  pane,  gli si potevano cercare delle
    ripetizioni. Si avvicinava l'autunno, c'erano gli esami di ottobre, il
    momento era buono. Gli consigli finalmente di vivere a s, con grande
    prudenza.  Disse questo paternamente e paternamente anche sorrise  dei
    preti di Velo d'Astico.  Me li immagino; buona gente, brava gente, ma
    che  vede  eretici  dappertutto.   Conosco  un  prete  ch'  venuto  a
    denunciarmi  come  eretico  un  collega  che  abborre tanto il vino da
    condire l'insalata col limone invece che coll'aceto. Don Aurelio  era
    molto contento.  E i suoi libri? Cosa ne succederebbe, ora? Massimo lo
    rassicur.  Donna Fedele avrebbe pensato a tutto.  Egli era curioso di
    sapere  cos'avesse detto di lui l'amico di don Aurelio quando si erano
    incontrati sulla scala.
    Ho visto diss'egli la faccia che ha fatto!
    Don Aurelio sorrise.
    Mi ha detto molto male di te,  ma in  buona  fede,  pover  uomo,  per
    averlo inteso dire.  Mi ha detto che sei teosofo,  che non credi nella
    divinit di Cristo,  che non credi nella Risurrezione,  che non  credi
    nella Presenza reale e via di questo passo.  Insomma ho avuto molto da
    fare a persuaderlo che s'ingannava.  Quando si  persuaso,  ne  stato
    molto felice, per mi ha consigliato di vederti poco.
    Ci  scriveremo  disse  Massimo.  Del resto io non desidero certo di
    rimanere a Milano lungamente.
    Inform l'amico dei fastidi e degli sdegni che gli rendevano grave  il
    soggiorno  di Milano.  Poi gli si aperse circa certe preoccupazioni di
    carattere diverso che gl'impedivano di ripartire  al  pi  presto.  Di
    proprio non possedeva che un capitale di quarantamila lire,  investito
    in un mutuo ipotecario di  prossima  affrancazione.  Dallo  zio  aveva
    l'alloggio e il servizio,  la mensa quando gli piacesse,  e un assegno
    di duecento lire il mese.  Le milleseicento lire che gli fruttava quel
    capitale  erano  la  piccola  rocca  della sua indipendenza.  Malgrado
    l'affetto che sentiva per lo zio,  la venerazione che gl'ispiravano le
    grandi virt di lui, temeva sempre che dal profondo disaccordo latente
    delle loro idee, delle loro tendenze intellettuali, potesse venire una
    crisi  nella  quale  gli  riuscisse grave il giovarsi ancora della sua
    generosit. Perci, inclinando poco all'esercizio della medicina,  non
    avendo  modo  di campare coi lavori prediletti,  gli era necessario di
    collocar  bene  quel  danaro.   Lo  disse  a  don  Aurelio  sorridendo
    malinconicamente   delle  preoccupazioni  materiali  cui  non  possono
    sottrarsi  neppure  i  pi  fervidi  idealisti.   Nel  caso  suo   gli
    s'imponevano  ricerche  di  persone  che  avessero  bisogno di danaro,
    pratiche con notai,  contratti;  oppure  indagini  sulla  solidit  di
    titoli bancarii,  di titoli industriali,  negoziazioni di quel genere.
    Non poteva pensare alla rendita pubblica che al tasso  di  allora  gli
    avrebbe   reso  quasi  duecento  lire  meno.   Anche  duecento  lire
    diss'egli, per me possono significar molto.
    I due amici uscirono insieme;  don Aurelio per una visita che  avrebbe
    potuto  fruttargli due lezioni la settimana,  Massimo per mettere alla
    Posta la sua lettera e per telegrafare a donna Fedele.


    3.

    L'indomani mattina la Peppina  disse  a  Massimo  che  suo  marito  lo
    pregava  di  volerlo ascoltare.  Il marito venne e ricomparve anche la
    Peppina,  si tenne presso l'uscio,  quattro  passi  pi  indietro  del
    consorte,  in un'attitudine di sostegno.  Il Togn, appena oltrepassato
    l'iniziale ch'el senta,  s'impelag in un mare di scuse  per  quello
    che  intendeva  dire in un mare di - L' de perdon - tocariss minga a
    mi mi me sta minga ben - el soo - l' insc - ma insomma  -  eccola  -
    certi  rob  -  mi  l'  la premura che goo per L - se po minga tas -
    certi rob - vera ti? - La mogli, interpellata cos, mormor s,  gi
    e con un - eccola - finale il Togn chiuse il suo esordio.
    Aperse la seconda parte dell'orazione presso a poco nello stesso modo:
    Donca,  ch'el  senta.  E  volgendosi  ogni  tanto  a  raccogliere le
    conferme della moglie con dei vera ti?,  si  mise  a  raccontare  le
    gesta  della  Beata  Ciapas.  Ne  fece  la  biografia,  trattenendosi
    particolarmente sull'ultimo episodio, sul progetto di fabbrica a Porta
    Vittoria,  sul dono della dama,  sulle  visite  quotidiane,  o  quasi,
    all'ingegnere.  Prepar cos una uscita di effetto nella quale innalz
    anche un pochino il linguaggio,  colorendolo colla cantilena  speciale
    degli avvertimenti profetici.  E ben,  io ci dico che quel Ciapas l
    el sar la rina di questa casa.  Mi  L'avvertissi,  io  L'avvertisco,
    perch  l'  il mio dovere che gista sem d'accordi anca cont la donna
    ch - vera ti? - E L ch'el se fida de io. Adess el sentir.
    Massimo  non  ud  il  racconto  profetico  delle  macchinazioni   che
    minacciavano il gruzzolo dell'ingegnere,  perch,  quando gli parve di
    avere afferrato il senso intimo del  discorso,  interruppe  l'oratore.
    Come?  Non  era  padrone  dei  suoi danari,  il signor ingegnere?  Che
    ragione avevano loro di dolersi che li spendesse in un modo  o  in  un
    altro? Vista la mala parata, i due s'infervorarono a protestare che si
    erano  decisi  a  quel  passo unicamente per il suo interesse.  Allora
    Massimo and tanto sulle furie che i due malaccorti  coniugi  -  ch'el
    scsa ch'el scsa ch'el scusa - infilarono l'uscio.
    Egli si rec,  pi tardi,  dal suo notaio. Ritornando a casa, incontr
    l'amico che gli aveva scritto la famosa lettera.  Costui era andato  a
    cercarlo  a San Spirito,  lo voleva portare a colazione da una dama di
    conoscenza comune.  Massimo  rifiut.  L'amico  insistette.  Aveva  un
    biglietto  napoleonico  della dama: "So che Alberti  a Milano.  Me lo
    porti domani a colazione,  vivo o morto".  Egli stesso era invitato da
    tre giorni,  supponeva che vi fosse molta gente.  La dama,  un'egoista
    intelligente,  sentimentale,  colta,  si prendeva  talvolta  il  gusto
    d'invitare  una  quantit  di  persone  delle  pi  opposte  tendenze,
    accontentandosi, se erano stupide,  che fossero ricche o titolate,  se
    erano intellettuali, che avessero la camicia pulita, pigliandole anche
    colla  camicia  sudicia  se  celebri.  Qualcuno  si  seccava  e non ci
    ritornava pi. La maggior parte ci ritornava, chi per la conversazione
    arguta della dama,  chi per l'eleganza delle sale,  chi per  l'abilit
    del  cuoco,  chi  per  la  squisitezza dei vini,  chi per vantarsene e
    vantare ogni cosa, chi per vantarsene e dir male di ogni cosa. Massimo
    immagin che la dama ci tenesse tanto ad averlo, per darlo in pasto ad
    avversari suoi.  Gli  pareva  gi  di  udirla  giustificarsi.  La  ho
    desiderata  per  amicizia,  perch  Ella potesse dire le Sue ragioni,
    mentre in fatto il solo suo fine  era  di  divertirsi,  mettendo  alle
    prese  fra loro della gente d'ingegno.  Ella lo sospetterebbe forse di
    vilt,  ma che gliene importava?  In nessun caso e da nessuno  avrebbe
    accettato  un  invito  a  colazione  mentre  il povero signor Marcello
    giaceva ancora sul suo letto funebre.  L'amico trov esagerato  questo
    riguardo, ma non lo pot discutere.
    Massimo  fece  colazione  collo  zio che trov perfettamente bene e in
    colloquio con  don  Santino,  il  quale,  al  comparire  del  giovane,
    sgattaiol  via quasi a precipizio.  Lo zio non parl di questa visita
    se non dopo che fu portato  il  caff,  quando  la  Bigin,  che  aveva
    servito,  se ne fu andata a far colazione per conto proprio. Allora ne
    parl, sottovoce, esagerando il tono della confidenza, come se il dire
    solo t' vist  quel  pret?  fosse  gi  mostrare  un  segreto  della
    cassaforte.   La  confidenza  continu,   sempre  sottovoce,  bonaria,
    insolitamente affettuosa,  un po' confusa per,  per la preoccupazione
    di  un  fine premeditato,  per il dubbio di urtare in qualcheduno o in
    qualche cosa prima di arrivarvi.  Il viso  dell'ingegnere  era  ilare;
    anzi,  sulle prime,  furono pi le risatine che le parole. Le risatine
    andavano al cuoco e alla moglie del cuoco,  che non potevano vedere il
    prete.  Il  padrone  se n'era accorto,  aveva indovinato i loro timori
    segreti e rideva;  perch la sua grande indulgenza per i domestici non
    gli  toglieva  di giudicarli per quello che valevano e forse anche per
    meno.  Aveva dunque indovinato che vedevano di  mal  occhio  il  prete
    perch  creden de rest in camisa lor.  Il cuoco gli aveva detto una
    volta, quasi aspramente: El sa quell ch'el fa, quel pret l,  a vegn
    chi!.  La  cameriera no.  La cameriera era tutta cosa di don Santino.
    Alla cameriera l'ingegnere aveva detto un giorno,  sicuro  ch'essa  lo
    avrebbe riferito al cuoco,  che a quel sant'uomo egli sarebbe disposto
    di dare tutto il suo.  Qualcosa  di  simile  aveva  detto  anche  alla
    Peppina.  Foo a posta! diss'egli piano,  in falsetto, spalancando la
    bocca con una risatina di soddisfazione per la propria malizia feroce.
    Poi  parl  sul  serio  dei  progetti  del  prete  e   delle   proprie
    disposizioni.  Intendeva dare per niente l'opera propria d'ingegnere e
    cinquemila lire.  Il prete sperava molto di pi ma,  quanto a  questo,
    conchiuse  l'eccellente  uomo,  l' matt.  Soggiunse che conosceva i
    propri doveri e non soltanto quelli verso i domestici.  Massimo  pens
    ch'egli  avesse saputo delle informazioni dategli dal Togn e che tutto
    il discorso avesse lo scopo di  rassicurarlo.  Ne  fu  molto  seccato.
    Protest  di  non  conoscergli  altri  obblighi oltre a quelli verso i
    domestici.  Mentre parlava cos,  lo zio borbottava continuamente: Ma
    ma  ma  ma  ma,  tenendo gli occhi sulla tovaglia e scotendo le mani,
    come per allontanar da s le parole del nipote.  Messo  fuori,  quando
    pot, un te vedet?, fece, con certo suo particolare tono di fermezza
    blanda,  una  dichiarazione  di principii testamentari.  Di quello che
    aveva guadagnato colla professione poteva disporre liberamente; quello
    che aveva ereditato  da  parenti  doveva  andare  a  parenti.  Siccome
    Massimo  protestava  pi che mai,  si oscur nel viso,  parve volergli
    fare intendere che non era  questione  di  affetto  ma  di  coscienza,
    esclam  concitato:  Pientmela l,  pientmela l,  perch adesso io
    devo fare i miei mille passi per la mia  digestione  e,  alzatosi  da
    tavola,  conged  il  nipote.  Quando  faceva  i  mille  passi  per la
    digestione  percorrendo  cinquanta  volte  in  su  e  in  gi  quattro
    stanzette  in  fila,  voleva  esser  solo.  Massimo usc,  risoluto di
    abbandonare Milano, di provvedere a se stesso, di fare quanto stava in
    lui perch lo zio non lo considerasse un ostacolo, un limite, alle sue
    buone opere.


    4.

    Prima di pranzo quel tale amico venne  a  cercare  di  lui.  La  dama,
    desolata di non averlo avuto a colazione, sperava vederlo la sera. Non
    era  una  sera  di ricevimento.  Alberti non avrebbe trovato che pochi
    intimi.
    Vi and alle nove e mezzo.  Trov la dama sola con una  sua  figliuola
    nubile,  una  signorina sui venticinque anni.  La dama non l'aspettava
    cos presto e quasi ne parve inquieta,  tanto tem  in  cuor  suo  che
    fosse  venuto presto per partirsene anche presto,  ci non essendo nei
    disegni di lei.  Fu molto gentile,  gli parl di questa morte  che  lo
    aveva turbato,  s'inform del morto,  della villa, del paese. In breve
    il povero signor Marcello fu da lei sepolto  e  dimenticato.  Passando
    dallo  stile compunto allo stile scherzoso,  ella domand,  sorridendo
    senza dirne  il  perch,  se  Praglia  fosse  molto  lontana  da  Velo
    d'Astico. Massimo divent rosso e stava per rispondere che era lontana
    quanto tutte le lingue milanesi,  meno la sua propria,  messe in fila,
    quando, per fortuna, sopraggiunsero due signore e due signori, accolti
    molto festosamente dalla signorina,  che con Massimo era  stata  quasi
    impertinente, aveva persino letto un giornale mentr'egli parlava della
    Montanina e del signor Marcello.  Le due signore erano straniere.  Una
    di esse, giovine e bella, era russa;  l'altra,  vecchia e brutta,  era
    svizzera.  Il  pi anziano dei due signori era un professore di Pavia,
    grande e grosso, mal tagliato, rumoroso e galante. L'altro,  giovine e
    piccolo,  era  un uomo politico,  molto curioso di cose intellettuali,
    galante anch'egli,  ma con  assai  maggiore  finezza  del  professore.
    Massimo  li conosceva pi o meno tutti e quattro.  Il nome della bella
    russa, una teosofa mistica, era stato accoppiato qualche volta,  nelle
    conversazioni  milanesi,  al  suo.  In  fatto  ella gli aveva mostrato
    simpatia e Massimo le perdonava la sua mitologia teosofica  in  grazia
    della  bellezza,  dell'ingegno  e  anche  del  misticismo.  La vecchia
    svizzera, fredda positivista, parlava di lui come di un bigotto, di un
    retrivo. L'uomo politico, bench lontano dalle idee religiose, da ogni
    religione positiva,  era fortemente inclinato a stimare questo giovine
    pieno  d'idealit,  che  tanti  vituperavano;  ma,  privo  di coraggio
    civile, non avrebbe osato prenderne le difese.
    Massimo sent subito,  vedendo entrare quella gente,  che  appunto  la
    dama  si  era proposta di dare a s,  e anche a loro,  lo spasso di un
    torneo intellettuale.  Fu contento di vedere la vecchia svizzera e  il
    professore,   che  gli  eccitavano  l'estro  bellicoso.   Nessuno  dei
    sopravvenuti si occup,  sulle prime,  di  lui.  Il  professore  e  la
    vecchia  svizzera furono subito alle prese fra loro.  Avevano in tutto
    le stesse idee,  ma se in una discussione la  svizzera  si  trovava  a
    fronte una donna giovine e non troppo brutta, il professore si metteva
    subito  con  questa.  Allora l'altra se ne stizziva tanto,  gli diceva
    tante ingiurie ch'egli ci si divertiva  un  mondo.  Non  mancava  mai,
    quando  ne aveva l'occasione,  di provocare discussioni a questo fine.
    In principio la vecchia abboccava;  poi si accorgeva  del  tiro  e  si
    chiudeva  in  un  silenzio  gelido.  Allora  egli  blandiva ed ella si
    liquefaceva;  in parole grosse,  ma  si  liquefaceva;  e  la  commedia
    ricominciava.  L'esca che il professore adoperava spesso per accendere
    il fuoco era qualche stramberia sull'amore. Oramai, per,  l'amore non
    serviva  pi.  La  vecchia  capiva subito.  Questa volta il professore
    aveva adoperato un'altra  esca,  troppo  grossa:  la  Russia  dovrebbe
    dichiarare  la guerra alla Svizzera per causa dei rifugiati nihilisti.
    La vecchia lo invest in malo  modo:  Sono  vecchia  diss'ella,  ma
    crede  Lei  di  essere  giovine?  Crede di essere seducente?  Crede di
    piacere a questa signorina,  dicendo stupidit di orso?  Lei  starebbe
    bene nella fossa di Berna.  Si vergogni, brutto uomo. E' facile che la
    Russia sia conquistata dalla Svizzera con sue piccole mani,  piuttosto
    che da Lei con Sua grossa pancia
    Tutti  risero,  la  signorina  russa  e il professore pi degli altri,
    mentre la vecchia continuava in francese  il  suo  sfogo  contro  cet
    homme insupportable rivolgendosi alla dama. L'uomo politico, al quale
    la Russia piaceva molto, si offerse negoziatore di pace a Pietroburgo.
    La  vecchia  s'inviper anche contro di lui,  facendosi applaudire dal
    professore;  tanto che la padrona di casa alz  faticosamente  la  sua
    vocina  velata  come  gli  acuti  di un piccolo piano chiuso dentro un
    grande imballaggio e suonato da spiriti: Basta,  basta,  la  pace  la
    detto io! E lei cosa dice, Alberti? Dica qualche cosa!.
    Non  l'imperioso  "basta"  ma il nome Alberti fece l'effetto dell'olio
    sulle onde.  Quel silenzio improvviso parve significare: "Che  c'entra
    lui?  Cosa  pu dire?".  Infatti Alberti rispose che non aveva proprio
    niente a dire e che, in ogni caso,  poich c'erano conflitti,  egli si
    atteneva  alla neutralit armata.  Allora ci avr tutti contro disse
    la Svizzera. La Russia, che non aveva quasi ancora aperto bocca, disse
    piano: Oh s e la signorina di casa ebbe un  sorriso  significativo.
    Il professore prese nota, tutto contento, di questi brutti segni: O' 
    ,  qui  va  male,  caro Alberti!  Ma  armato,  Alberti osserv con
    simpatia l'uomo politico. La dama,  contenta ella pure della piega che
    prendeva la conversazione, le diede la spinta definitiva.
    Lei ha fatto bene ad armarsi,  Alberti diss'ella ridendo, perch la
    signorina Grussli ha delle intenzioni bellicose.
    Oooh siii, oooh siii esclam la sessantenne signorina Grussli. E ho
    piacere di dirlo al signor Alberti perch in passato avevamo  discorso
    insieme, e, bench non abbiamo le stesse opinioni, non ero malcontenta
    di lui come adesso. Oooh nooo!
    Ma perch, perch? domand la dama, avida di soffiar nel fuoco.
    Inutile dire! Tutti questi signori sanno e anche il signor Alberti.
    Io  veramente  no  rispose Alberti,  con un sorriso freddo.  Ma del
    resto...
    Lei vuol dire che non importa di me?  Ma importer  forse  di  altri,
    credo.  Se  Lei  non  sa,  io  dir.  Io  sono stata a Sue conferenze,
    signore, su eretici del secolo sedicesimo. Non  piaciuto niente n me
    n altri,  come Lei ha detto che  quelli  dovevano  tacere,  obbedire.
    Domandi questi signori.
    Il  professore  protest.  Dichiar  di  essere  un positivista troppo
    lontano dalle idee di Alberti,  da qualunque idea religiosa,  per aver
    piacere  o  dispiacere  che  si  parlasse  degli  eretici in un modo o
    nell'altro.  Egli non faceva differenza fra eretici di qualunque tinta
    e cattolici di qualunque scuola. Tutt'al pi poteva dire che per lui i
    cattolici  intransigenti  erano i pi logici e perci i pi simpatici.
    La svizzera lo rimbecc aspramente. Anche per lei eretici,  modernisti
    e  papisti  si  valevano,  ma  poi  c'era  una  questione morale,  una
    questione di dignit,  di sincerit.  Mi pare! fece la damigella  di
    casa. Ma la bella Llina, la russa, rincar la dose.
    Io  non sono positivista diss'ella,  parlando francese,  e ho avuto
    una disillusione molto maggiore di quella della signorina Grussli e ho
    piacere di dirlo direttamente al signor Alberti.  Io  ho  le  idee  di
    Annie Besant,  ma forse non sarei stata lontana dal farmi cattolica se
    le idee che ho letto negli articoli del signor Alberti  fossero  state
    accolte  dalla  sua  Chiesa.  Io  ero  entusiasta  di quegli articoli.
    Credevo che il signor Alberti sarebbe stato un apostolo pieno di  fede
    e  pronto al martirio.  Invece la sua conferenza mi ha fatto intendere
    ch'egli non era questo apostolo,  che neanche un piccolo  rogo  freddo
    era di suo gusto.
    Qui  la  damigella  di  casa  rise,  cercando  metter  nel  riso tutta
    l'insolenza possibile;  e sua madre credette medicare le ferite russe,
    gemendo, non senza ilarit negli occhi:
    Oh povero Alberti, come me lo maltrattano!
    Quanto  a  rogo  disse l'uomo politico,  mi pare anzi che il signor
    Alberti lo abbia cercato e che  in  questo  momento  vi  stia  proprio
    sopra.  Non  sar  il  rogo della Santa Inquisizione,  sar un rogo di
    "bois de sandale" ma per io  sento  odore  di  arsiccio.  Del  resto,
    signorina Grussli, ardo anch'io senza il rogo.
    Oh esclam la Grussli ma Lei non sa di bruciato, Lei sa di cotto!
    Intanto  Alberti  pensava:  "Non  dir il fatto loro a queste sciocche
    perch sono signore? Ancora un po' e lo dico". La dama lo apostrof:
    E Lei, Alberti, non dice nulla! Non si difende?
    E' bruciato! esclam allegramente il professore.  Rispettiamo almen
    le ceneri!
    No  rispose  Massimo,  contento  di avere trovato una risposta dura.
    Non mi difendo. Avrei paura di persuadere.  Ho fatto il vuoto intorno
    a me.  Ella non pu credere quanto mi sia delizioso di esser solo. Non
    sento proprio nessun  bisogno  di  difendermi.  Mi  lasci  tacere.  Se
    parlassi, direi forse parole troppo poco umili e troppo poco gentili.
    Ma non Le si domanda umilt, non Le si domanda gentilezza ribatt la
    dama. Le si domandano ragionamenti.
    No   no,   cara  signora,   non  ho  udito  che  nessuno  mi  domandi
    ragionamenti.
    Ma io esclam la donna, io, li domando!
    Ah, Lei! fece Massimo. Tacque un poco e riprese sorridendo: Domando
    qualche cosa anch'io.  Non ho voluto  il  piccolo  rogo  freddo  della
    signorina  Llina  perch  non  mi  poteva servire neanche per il th.
    Domando se quest'altro terribile rogo sul quale ho udito che  sto,  mi
    possa scaldare una tazza di th.
    Non sia cos rabbioso, Alberti! replic la dama.
    La damigella mormor:
    A momenti ci morde.
    Oh no, signorina rispose Massimo ridendo In avvenire, si guardi; ma
    per ora ho la museruola.
    Il  th  fu  servito  in  un'altra  sala.  La dama si prese Massimo in
    disparte.
    Perch non si  difeso? diss'ella. E' stato male.  Il professore ha
    fatto un gran chiasso contro di Lei, persino in iscuola.
    E che me ne importa? rispose Massimo.  E and a conversare colle due
    straniere,  fu molto amabile.  Non si cur invece  di  essere  amabile
    colla  damigella  di  casa.  La Grussli e la Llina erano persone poco
    equilibrate, poco riflessive, ineguali, intellettualmente,  alla parte
    che  volevano  rappresentare,  ma  sincere  e appassionate per le loro
    idee.  L'ostilit della damigella di casa era meno  rispettabile,  era
    l'attitudine   presuntuosa   di  una  donna  superiore  per  natali  e
    ricchezze,  mediocre per ingegno e cultura,  che,  pigliando sul serio
    gli omaggi resi alla sua femminilit aristocratica alla sua istruzione
    pi  appariscente  che  solida,  si erige a giudice di uomini e d'idee
    senz'averne  la  competenza,  sentenzia  secondo  un  suo  semplicismo
    sentimentale, con gran sicumera, di cose che mal conosce e poco  atta
    a  comprendere.  A  Massimo che l'aveva udito proclamare,  in fatto di
    religione, di non creder questo, di non creder quello, cose grosse,  e
    poi la vedeva correre a messa la domenica, ella irritava i nervi assai
    pi delle altre due avversarie. Non le parl pi per tutta la serata.

    Nell'uscire  gli  si  accompagn l'uomo politico.  Senta senta,  caro
    Alberti diss'egli quando furono in strada,  prendendolo a  braccetto.
    Lei  ha  fatto benissimo a non discutere.  Quella  gente che ragiona
    poco e male.  Il professore  fine come un rinoceronte e le  donnette,
    poverine, fanno quel che possono. Anche la russa. Carina tanto, ma non
     di religione che vorrei discutere con lei.  Carina tanto, del resto.
    Ma lasciamo andare.  Illumini un poco me che  mi  trovo  al  buio.  Mi
    risponda  proprio sul serio,  proprio secondo il suo pensiero intimo e
    io prometto di non tradirla.  Crede Lei  davvero  che  questa  vecchia
    barca di San Pietro non deva fatalmente andar a finire in un magazzeno
    del Ministero della Marina? O almeno crede Lei che possa andare avanti
    a remi o a vela,  che anche San Pietro non sia costretto,  un giorno o
    l'altro, di prendere un motore? Lei non mi risponda come risponderebbe
    in pubblico. So bene come risponderebbe.  Si capisce,  Lei si professa
    cattolico.  Tanto  sarebbe  fare  una  domanda  simile al cardinale di
    Milano. Io Le domando la Sua convinzione intima, qui,  a quattr'occhi.
    Vuol dirmela?
    Perch  no? fece Massimo.  Le risponder come Pio nono ai cardinali
    che gli parlavano della barca sicura fra le  tempeste.  La  barca  non
    affonda,   n  si  arena,  n  finisce  in  un  magazzeno.  Quanto  ai
    barcaiuoli,  un altro affar.
    Via via rispose il suo interlocutore, malcontento.  Questi sono dei
    motti. Io non Le domando dei motti.
    Ma, scusi, anche il magazzeno, i remi e il motore sono dei motti. Del
    resto,  se desidera, Le risponder diversamente. Se io credessi che la
    Chiesa, nella quale sto, potesse cadere,  non aspetterei il terremoto,
    ne  uscirei  subito.  Ma  Le  assicuro  che neanche un terremoto me ne
    farebbe uscire,  tanta  la mia fede  nelle  sue  fondamenta  e  nella
    coesione delle sue pietre.
    Beato  Lei! esclam l'onorevole deputato fermandosi e sciogliendo il
    suo braccio da quello di Massimo. Dica un po'. Non ci avete, oltre la
    Chiesa visibile, anche la Chiesa invisibile,  voialtri cattolici?  S,
    vero ?  Ebbene,  io,  se fossi Lei, pensando al terremoto, mi sentirei
    pi sicuro nella Chiesa invisibile.
    Erano davanti al caff Cova.  L'uomo politico era aspettato l,  da un
    gruppo  di amici.  Senta diss'egli,  Ella  giovine,  io sono quasi
    vecchio; ho molta simpatia per Lei, mi permetto di darle un consiglio.
    Non si occupi tanto di religione.  Si accontenti delle  Sue  credenze,
    delle  Sue  pratiche,  ma  non si occupi di questioni religiose per il
    pubblico.  Il nostro pubblico,  a parlargli  tanto  di  religione,  si
    secca. Non capisce che un giovine come Lei si perda intorno a cose che
    riguardano un altro mondo e non questo. Ha inteso? In quel familiare,
    sorridente ha inteso? l'uomo politico mise l'accento caldo della sua
    simpatia e anche un accento gentile di autorit, dell'autorit di quel
    mondo  che  non  comprendeva  Massimo,  di  un grande e potente mondo,
    composto di uomini  arrivati  a  comodi  seggi,  esperti  della  vita,
    persuasi  che  il problema dei problemi  viverla il pi gradevolmente
    possibile;  composto di altri uomini non arrivati ancora,  presi dalla
    politica,  avvezzi  a  considerarla  come la suprema realt,  a stimar
    poco, non a parole ma in cuor loro,  tutto che non ha valore politico,
    ch' fuori della contesa per il potere politico.
    Non  ho  capito rispose Massimo,  ridendo.  Io ho piacere,  sa,  di
    seccare il pubblico.
    Gusti, caro! disse l'altro, entrando nel caff.
    Massimo,  rimasto  solo,  si  avvi  a  casa.   Era  contento  di  s,
    amaramente,  fieramente.  Si  stava  bene,  a fronte di Lelia a fronte
    dello zio, a fronte del mondo nemico, del mondo schernitore, del mondo
    indifferente,  nella  sua  torre  di  orgoglio.  Se  la  innalz,  nel
    pensiero,  fino  alle  nuvole,  se  la rivest di acciaio e d'oro,  si
    compiacque di stare nella Inespugnabile,  solo.  Invece di svoltare da
    via  Manzoni in via del Monte Napoleone,  prosegu distratto fino agli
    archi di Porta Nuova.  Adesso la questione era di scegliere il  posto,
    fuori di Milano, dove portarsi la sua torre. Pensando, cercando, pass
    anche  gli  archi.  L'idea  di  concorrere  a  una  condotta medica in
    montagna,  balenatagli fra i castagni della Montanina,  lo riprese.  E
    and  intanto  fino  al  Sottopassaggio,  dove  il  senso della realt
    topografica lo riafferr.
    Rientrato in casa,  scrisse a donna Fedele per  giustificarsi  di  non
    andare  al  funerale.  Scrivendo gli venne l'idea di fare invece,  fra
    qualche giorno,  una visita al cimitero di  Velo.  Si  poteva  andarvi
    dalla stazione di Seghe fra un treno e l'altro.  Stracci la lettera e
    ne scrisse un'altra coll'annuncio che il  quattro  luglio,  al  tocco,
    sarebbe  sceso  a  Seghe per questa visita,  esprimendo la speranza di
    avervi compagna l'amica.




    Capitolo Settimo.

    VERSO L'ALTO E VERSO IL PROFONDO.


    1.

    Il quattro luglio,  alle dodici e tre quarti,  donna Fedele  arrivava,
    nel  solito biroccino tirato dal solito cavalluccio,  alla stazione di
    Seghe.  Si divert a far conversazione,  nella sala d'aspetto,  con un
    vecchio mandriano puzzolente, dal quale l'ostessa del villaggio si era
    allontanata  con una smorfia di schifo.  Udito il fischio del treno da
    San  Giorgio,   usc  nel  sole  ardente  senza  curarsi   di   aprire
    l'ombrellino.  Prima  ancora che il minuscolo treno si fermasse,  vide
    Massimo affacciato  al  finestrino  dell'ultima  carrozza,  gli  mosse
    incontro, sorridente. Massimo la trov tanto pallida, tanto sofferente
    nell'aspetto,  ch'ella  gli lesse in viso la sua impressione.  Nessuno
    dei due, nel primo momento, cerc parole a quel moto dell'anima che li
    univa nel senso della recente sventura.  Uscendo dalla stazione,  ella
    gli domand quando intendesse ripartire. Subito, col treno successivo,
    per  ritornare  direttamente  a Milano.  Avevano due ore di tempo.  Lo
    invit a salire nel biroccino che in pochi minuti li avrebbe portati a
    San Giorgio,  dov' il cimitero.  Si avviarono lungo l'Astico grosso e
    sonante  per  una  gran  pioggia caduta nella notte.  Ella parl della
    sventura, ricord i segni premonitori, i particolari dell'ultima sera,
    il temporale,  i fiori portati all'aperto,  il  denaro  deposto  sulla
    scrivania,  la lucerna trovata accesa, l'aspetto del cadavere. Parlava
    quieta quieta, nel triste rombo delle acque correnti, che stringeva il
    cuore.  Stringeva il cuore anche il riso dei prati e  dei  pioppi  nel
    vento.  Di Lelia non fu detta una parola,  perch il vetturino avrebbe
    udito.  A San Giorgio il custode del cimitero indic loro una  macchia
    nera di terra smossa e si tenne in disparte.  Donna Fedele,  che aveva
    portato con s due rose,  ne diede una  a  Massimo.  S'inginocchiarono
    nell'erba,  posarono  le  rose  sulla terra smossa,  senza sfogliarle,
    pregarono in silenzio, mentre il custode era alle prese con una frotta
    di fanciulli curiosi,  sdrucciolati dentro il  cancello.  Quelle  voci
    disturbavano,  parevano offendere anche il povero morto.  Donna Fedele
    si alz,  ordin ai fanciulli di  inginocchiarsi  e  di  stare  zitti.
    Obbedirono,  affascinati  dal  suo  impero  dolce.  Ella  ritorn dove
    Massimo  l'aspettava.   Rimasero  ancora   due   minuti.   Egli   ebbe
    l'impressione di un sentimento, in lei, pi forte del suo proprio. Del
    passato non sapeva niente e questa impressione lo distraeva, lo faceva
    pensare pi a lei che al morto.
    Prima  di  risalire  nel  biroccino,  ella  gli  disse  che desiderava
    parlargli di cose delicate.  In carrozza  non  era  possibile  per  la
    presenza  del  vetturino.  Nella  sala  d'aspetto  di  Seghe  non  era
    piacevole.  Propose di passare il ponticello di  legno  che  congiunge
    Seghe alle case dette gli Schiri e di prendere il sentiero ombroso che
    scende sulla sinistra dell'Astico.
    Devo  parlarle  di  Lelia  diss'ella  quando,  lasciato il biroccino
    presso l'ufficio postale di Seghe,  si  misero  per  un  viottolo  fra
    casupole nere.  "Devo?" pens Massimo.  Perch,  deve? Ha un incarico?
    Tacque, si mise in difesa.
    Devo domandarle consigli riprese donna Fedele non tanto  per  Lelia
    quanto per me, riguardo a lei.
    Il  discorso  fu interrotto per l'incontro di una brigata di signori e
    signore, conoscenti di donna Fedele, che salivano dal ponte.  Intanto,
    all'uscita  dalle  casupole,  apparvero le correnti larghe,  irritate,
    dell'Astico e il gran verde,  il cielo aperto fra  le  due  ali  della
    valle scendenti al piano.
    Questo punto diss'ella piaceva tanto al povero signor Marcello.
    Consigli per Lei? chiese Massimo.
    Eh  s,  per  me rispose donna Fedele.  Sa che Lelia  in casa mia,
    adesso?
    Massimo si ferm su due piedi. Donna Fedele guard l'orologio.
    Abbiamo un'ora e un quarto diss'ella. Andiamo a sedere.
    Passarono il ponte,  svoltarono a destra,  sedettero sur una muriccia,
    nelle  ombre  mobili  e rotte dei carpini che porgevano frondi agitate
    sopra la corrente luccicante di sole,  in faccia alle  casupole  nere,
    alte  nel  verde,  oltre  il  fiume.  Donna Fedele cominci a dire del
    testamento,  dell'errore in cui era stato il  povero  signor  Marcello
    circa  l'et  della ragazza.  Suo figlio gli aveva detto che toccava i
    diciott'anni  quando  ne  aveva  solamente  sedici.  Forse  era  stato
    ingannato anche lui.
    Il padre di Lelia prosegu donna Fedele,  informato subito,  non si
    sa come,  fece sapere per telegrafo che la ragazza era minorenne e che
    veniva, naturalmente, a prendere il suo posto di padre. Lelia ebbe una
    crisi terribile.  Rifiut di vedere suo padre. Egli mi fece pregare di
    andarla a prendere.  Me la portai a casa.  Si fecero i funerali.  Ella
    non vi and. Neppure avrebbe potuto. Pass la intera giornata a letto,
    con una emicrania violenta. Andai io. Il padre c'era.
    Che uomo ? interruppe Massimo.
    Ella ebbe un'esclamazione di ribrezzo.
    Ah!   Schifoso,   all'aspetto.   Si  figuri  una  testa  di  cera  da
    parrucchiere, vecchia,  mal dipinta,  sporca.  Parla come uno stupido,
    duro duro.  Si direbbe paralizzato dalla soggezione. Di me, almeno, ha
    mostrato una gran soggezione. Dice sempre di s a tutto, pare incapace
    di dire di no. Se non si sapesse ch' un volpone,  lo si crederebbe un
    cretino. Dopo il funerale  venuto a farmi visita: "a far un "dovare",
    un "dovare".  Pronuncia cos. Domand se si potesse vedere Lelia, come
    lo avrebbe domandato un fattore e non un padre. Ella non volle saperne
    e lui "povareta,  povareta" se ne and contento  egualmente.  Un  tipo
    unico.  Stamattina  mi mand un biglietto per farmi sapere che partiva
    coll'agente,  che sarebbe stato fuori  tre  o  quattro  giorni  e  che
    sperava, ritornando, di trovare Lelia alla Montanina. Ma Lelia...
    Donna  Fedele pronunci queste due ultime parole piano piano e tacque,
    segnando lentamente nell'erba una domanda che non venne.
    Lelia mi d un gran pensiero  diss'ella,  ancora  sottovoce,  ancora
    segnando geroglifici nell'erba,  e vorrei un consiglio,  vorrei avere
    qui don Aurelio, domandarlo a lui.
    Massimo  prese  a  parlarle  di  don  Aurelio,  delle  sue  condizioni
    presenti, delle sue speranze. In altri momenti donna Fedele lo avrebbe
    ascoltato  avidamente,  gli  avrebbe  fatte  mille domande.  Adesso lo
    ascolt malvolentieri, sentendolo renitente a parlare di Lelia.
    Dovrebbe domandarglielo Lei, per me diss'ella.
    Massimo rispose freddamente, che, se lo desiderava, lo avrebbe fatto.
    Ma bisognerebbe che Lei la vedesse, Lelia.
    Il giovine trasal.  Com'era possibile se non mancava pi che mezz'ora
    alla partenza del treno?
    Si fermi mormor donna Fedele.
    Fermarsi?  Oh  no!  La  dura risposta fu data con veemente commozione,
    parve una protesta, quasi un rimprovero.
    Le farebbe piacere.
    Malgrado il rifiuto veemente, donna Fedele pronunci queste parole con
    imperturbata placidezza.  Massimo era intrepido  quanto  lei  nel  non
    udire  tutto  che  non  voleva udire,  nel non intendere tutto che non
    voleva intendere.
    Lei le ha scritto,  per riprese.  Lo so perch le hanno portata la
    lettera al villino mentre stava a letto.  La ricevetti io.  Cosa le ha
    scritto?
    Non vorrei perdere il treno disse Massimo,  facendosi sordo alla sua
    volta. Ho poco pi di venti minuti.
    Lo perda!
    Adesso  donna  Fedele  si  accalor  alquanto.  Lo  perderebbe certo
    continu se avesse  udita  la  confessione  che  Lelia  mi  ha  fatto
    stamattina.
    Che confessione?
    Se vuole saperlo, si fermi.
    Massimo si alz, pallido per ii violento assalto della tentazione, per
    la violenta ripulsa che gli batteva nel cuore: no, no, no, no.
    Non  devo!  diss'egli.  E  Lei,  scusi,  non dovrebbe domandarmelo.
    Sarebbe una tale vilt, dopo l'insulto! Adesso perdo il treno davvero.
    A rivederla!
    Vada rispose donna Fedele,  senz'alzarsi,  ma   un  gran  bambino,
    Lei.
    Un bambino?
    Eh s, un bambino. Non conosce l'amore, ancora. Non sa che, quando si
    ama,  si ama.  Non c  vilt,  non ci sono insulti.  Quando si ama, si
    ama.
    Il treno fischi nella stazione di Arsiero.  Massimo  salut  e  corse
    via.  Donna Fedele sapeva che il treno fischiava sempre,  in stazione,
    prima di partire, manovrando. Si alz pian piano anche lei, ripens le
    proprie parole: - Quando si ama, si ama.
    Un lontano momento l nei boschi di Lavarone,  il momento  in  cui  se
    Marcello   avesse   voluto   gli  si  sarebbe  data  a  occhi  chiusi,
    dimenticando tutto,  le risal dal fondo dell'anima,  non gi in forma
    di  memoria,  ma  proprio  vivo,  caldo  di giovinezza,  di amore,  di
    dolcezza,  di terrore.  Ella pose gli  occhi,  smarrita,  nelle  acque
    sonanti, piangenti. E il momento pass.
    Raggiunse Massimo alla stazione,  quando il treno vi entrava,  ebbe il
    tempo di dirgli sottovoce:
    Si fermi, Lo ama, me lo ha quasi detto.
    "Lo ama." Le due parole lo trapassarono come una saetta di gelo  e  di
    fuoco  che lo configgesse al suolo.  Non pot muoversi n parlare.  La
    signora sper che rimanesse.  Egli si spicc da lei a un tratto e sal
    nel  treno  senza  sapere  che  si facesse.  La macchina si stacc per
    andare a raccogliere dei carri e donna Fedele pot  parlargli  ancora,
    sotto  il  finestrino della carrozza di prima classe,  dov'erano altri
    viaggiatori.   Gli  domand,   per  norma  della  corrispondenza,   se
    intendesse passare il luglio a Milano. Egli rispose che una lettera da
    Roma  gli  affidava  un incarico molto pio e molto caro,  per il quale
    avrebbe dovuto allontanarsi da Milano  subito,  recarsi  sul  lago  di
    Lugano. E per l'avvenire aveva altre idee. La macchina fu riattaccata.
    Donna  Fedele  accost  il  viso  al  finestrino,  vi  gitt un ultimo
    sussurro:
    Lo ama.
    Il treno si mosse. Preso da vertigine, Massimo chiuse gli occhi, anche
    per non esser costretto di salutare un  viaggiatore,  suo  conoscente.
    Finse di dormire.  Vide Lelia che gli porgeva le labbra. Subito aperse
    gli occhi,  per non  vederla  pi,  sul  verde  fuggente  della  valle
    incantevole.  E  li  richiuse per vederla ancora.  Vide l'ovale biondo
    della testa chinata sul petto, come a nascondere il viso.  Vide poi le
    due piccole bianche mani che si alzavano,  che si alzavano lentamente,
    lentamente restando immobile l'ovale biondo, che gli si posavano sulle
    spalle.  Riaperse gli occhi trasalendo,  gli  parve  che  le  mani  si
    ritirassero, ma non vide il verde lucente, vide ancora l'ovale biondo.
    Il  treno  entr  tuonando  nella galleria di Mea.  Si sent allora le
    dolcissime braccia intorno al collo,  il dolcissimo viso sul  viso,  e
    baci,  e lagrime,  e un ripetere "ti amo,  ti amo, ti amo". Il respiro
    gli si fece greve. Pens, accorgendosene: "Che stupido sono!  E la mia
    torre di orgoglio?". Mise il viso al finestrino, guard il fuggire dei
    rami  e  dell'erba,  dicendosi  nel cuore: "Stupido stupido stupido!".
    Aveva poi detto "quasi" donna Fedele,  la prima volta.  Era  lei,  era
    lei,  che cercava di accomodare.  Per, se fosse! Gli si riapersero in
    mente gli occhi magnetici,  dalle subite fiamme.  Tolse  il  viso  dal
    finestrino, si cerc in tasca un giornale che non c'era pi, salut il
    viaggiatore  scusandosi  di  non  averlo  riconosciuto e parl con lui
    della ferrovia che sarebbe salita un giorno da Rocchette ad Asiago.
    A Vicenza dovette aspettare due ore.  Non vi conosceva  nessuno.  And
    camminando su e gi lentamente per i viali che mettono alla Stazione e
    sotto  i platani volti in colonne oblique dal Caff Turco al ponte sul
    Retrone.  Erano le cinque,  faceva  caldo,  radi  oziosi  camminavano,
    com'egli,  in  silenzio  per  le  ombre afose.  Ebbe l'idea di venir a
    vivere in quella piccola citt pacifica, ignoto.  No,  Velo era troppo
    vicina.  Rientr  alla Stazione mentre vi si gridava: Thiene-Schio!.
    Prendendo quel treno sarebbe arrivato prima di notte al villino  delle
    Rose.  Addio addio,  verdi valli,  correnti limpide, rose ondulanti al
    vento delle montagne!  Entr nel caff,  vi lesse il  "Corriere  della
    Sera" fino agli annunci, si tuff anche in quelli. Vi trov questo:
    "E'  aperto  a tutto agosto il concorso alla condotta medicochirurgica
    dei Comuni consorziati  di  Valsolda.  Stipendio  L.  3500.  Rivolgere
    istanze  e  documenti  al  sindaco  di Drano (Como).  Mezz'ora dopo fu
    gridato: Verona-Brescia-Milano!.
    Massimo si alz trasognato, tenendo ancora in mano il "Corriere".


    2.

    Prima di ritornare al villino,  donna Fedele visit un povero  giovine
    di  Seghe,  tisico  all'ultimo  stadio,  che  l'adorava come un essere
    celeste.  L'aveva  conosciuta  lavorando  al  villino  da  garzone  di
    pittore.  Si  era  guadagnato  il  male con ogni sorta di stravizi,  e
    ricordando allora  la  dolcezza  grave  degli  avvertimenti  di  donna
    Fedele,  gli  si erano aperti gli occhi sulla sua vita pessima,  aveva
    fatto dire  alla  signora,  sapendola  visitatrice  di  afflitti,  che
    andasse  anche da lui.  Le si era quasi confessato,  se n'era lasciato
    facilmente persuadere a riconciliarsi  con  Dio  e  colla  Chiesa,  si
    mostrava  tanto felice delle sue visite,  tanto riconoscente,  ch'ella
    andava spesso a vederlo, a leggergli,  a mostrargli libri illustrati e
    fotografie.  Ora lo trov triste,  inquieto. Il cappellano di Velo gli
    aveva veduto in camera gli Evangeli pubblicati dalla  Societ  di  San
    Girolamo,  dono  della  signora,  e lo aveva sconsigliato dal leggerli
    dicendo che non li poteva intendere.  Donna Fedele nascose il  proprio
    interno bollire,  promise al povero ammalato di leggergli e spiegargli
    il Vangelo ella stessa e se ne and lasciandolo contento, portandosene
    via la tristezza,  un altro peso sul suo cuore amaro.  Realmente Lelia
    non  le  aveva  detto di amare Massimo.  Le aveva solamente offerto di
    lasciare il villino se, posto che il signor Alberti era tanto irritato
    contro di lei,  la  sua  presenza  fosse  di  ostacolo  a  una  visita
    desiderata. Le parole non erano state che queste, ma la voce, il modo,
    il  viso  avevano  detto  altro.  Se  Massimo avesse ceduto,  se fosse
    rimasto, forse...
    Massimo era partito,  nel cuore di donna Fedele  speranze  scendevano,
    angoscie  salivano.  Nello  stato  d'animo  di  Lelia  ella  vedeva il
    pericolo di un sinistro. Con lei la ragazza non aveva tenuto propositi
    che potessero dar sospetto. Aveva detto invece, pi di una volta, alla
    cameriera Teresina,  in passato,  che se fosse costretta di vivere con
    suo  padre,  si  ammalerebbe.  Ai  rimproveri di Teresina,  seriamente
    religiosa, aveva risposto che vivere con suo padre voleva dire per lei
    odiarlo a morte,  perdere il senso morale;  e che,  in quel  caso,  si
    sarebbe ammalata non gi con disprezzo della legge divina,  ma proprio
    per obbedire alla voce del Signore il quale, pure non permettendo,  di
    regola,  il  suicidio,  era  certamente  in facolt di comandarlo.  La
    povera Teresina, tutta sgomentata, la credette pazza.  Donna Fedele ne
    fece  un  giudizio  diverso.  La  giudic strana,  s,  ma sopra tutto
    vittima di  un  concetto  storto  della  religione,  frutto  in  parte
    d'ignoranze,  in parte di congenite anomalie dell'intelletto, in parte
    d'istruzione cattiva e di  pessimi  esempi.  Sperava  che  i  discorsi
    tenuti  alla  cameriera  non  avessero  un carattere serio,  ma temeva
    particolarmente i lunghi,  scuri silenzi attuali.  Non avrebbe  voluto
    che uscisse sola. Perci quando seppe, arrivando al villino, che Lelia
    era uscita sola,  rabbrivid.  Cerc rassicurarsi pensando all'offerta
    che la ragazza le aveva fatto di lasciare il villino se  fosse  venuto
    Massimo.  La  gente di casa non sapeva dove la signorina fosse andata.
    Era uscita dal cancello grande.  Poteva essere andata  verso  Arsiero,
    poteva essere andata verso la Barcarola.  Donna Fedele, inquietissima,
    and a interrogare il custode.  Il custode,  operaio della cartiera di
    Perale,  era  al  lavoro.  Sua  moglie  rispose tranquillamente che la
    signorina l'aveva incaricata,  uscendo,  di dire alla  padrona  ch'era
    andata  alla  Montanina a pigliarsi certe cose e che ritornerebbe dopo
    le sei.  Ritornerebbe dopo le sei. Evidentemente Lelia aveva pensato
    che Alberti,  se venisse al villino,  ripartirebbe con quel treno.  Il
    suo messaggio significava ch'ella non voleva essere d'impaccio. A ogni
    modo donna Fedele mand la cameriera alla Montanina  col  pretesto  di
    aiutare, se occorresse.

    Lelia ritorn alle sei colla cameriera del villino e con Teresina, che
    aveva  chiesto  di  accompagnarla  per  vedere il villino dove non era
    entrata mai. Salut affrettatamente donna Fedele,  non le chiese n di
    Alberti  n  della  visita  al  cimitero,  and  a chiudersi nella sua
    stanza.  Donna Fedele rispose con un  sorriso  grazioso  al  desiderio
    espressole da Teresina; ma il viso della cameriera, oscuratosi di pena
    e d'imbarazzo appena uscita Lelia,  le apprese ch'era successo qualche
    cosa e che il desiderio di vedere  il  villino  era  un  pretesto  per
    parlarne con lei.
    Cominceremo dal mio studio diss'ella.
    Lo studio,  nell'angolo del villino fra mezzogiorno e ponente,  era la
    stanza pi sicura dalle intrusioni e dalle curiosit delle persone  di
    servizio.  Appena  donna Fedele n'ebbe chiuso l'uscio dietro Teresina,
    le domand, a bassa voce, se fosse accaduto qualche cosa di male.  Per
    tutta risposta, la cameriera si coperse il viso colle mani e si mise a
    piangere.  Incoraggiata  dolcemente  a spiegarsi,  protest,  con voce
    rotta dalla commozione,  di non essere in colpa,  di aver creduto  far
    bene,  di avere detto,  in fin de' conti,  la verit. Donna Fedele non
    capiva. Cos'aveva fatto, dunque, cos'aveva detto? Poco a poco la donna
    si chet e prese a parlare.
    Io non mi aspettavo disse di vedere la signorina. Stavo al lavatoio
    dietro la cucina,  quando udii camminare nel passaggio fra la cucina e
    la casa. Guardai chi fosse. Era lei, mi salut affettuosamente. Pareva
    serena,  mi  disse  ch'era venuta a prendersi le fotografie del povero
    signor Andrea che erano rimaste nella  camera  del  povero  padrone  e
    quella che il padrone aveva posto nella camera del signor Alberti.
    "Viene a prenderle?" dico io.  "Ma non ritorna,  Lei, alla Montanina?"
    Mi risponde fiera: "No no".  Ho capito bene il suo pensiero perch Lei
    sa  quello  che  mi ha detto di suo padre,  dello stare con suo padre,
    anche prima,  quando si serviva di me per mandargli denaro.  Ho capito
    ma non osai dir niente.  "Devo venire anch'io?" dico.  "No,  no" dice.
    "Lei stia pur qui a lavare. Vado sola. C' nessuno,  in casa?" Risposi
    che  non  c'era nessuno perch il signor da Camin  partito stamattina
    col fattore e il domestico aveva le sue  ore  di  libert.  Era  fuori
    anche la cuoca. And e intanto io stavo un poco inquieta, pensando che
    le  potesse  occorrere qualche cosa.  Non ritornava mai.  Mi decisi di
    entrare.  Aspettai un pezzo fuori della  stanza  del  povero  padrone,
    credendo che fosse l.  A un tratto udii camminare al piano superiore,
    appunto verso la  camera  dei  forestieri.  Passai  nel  salone.  Ella
    discendeva  la  scala  di  legno.  Quando  mi  vide  arross,  ebbe un
    movimento d'impazienza. Mi scusai, le domandai se non volesse prendere
    un caff o qualche altra cosa.  Neppure mi  rispose.  "Parte  subito?"
    dico.  "S" dice,  "presto." And nella camera del povero padrone dove
    credevo che fosse andata per la prima cosa. Stette pochi minuti e usc
    colle fotografie.  Rientr nel salone,  si butt in una poltrona senza
    dir  niente.  Io  non sapevo se star l o andarmene.  Pensai che fosse
    meglio andarmene. Quando ero per uscire, mi richiam. "Sa" dice,  "che
    il  signor  Alberti  abbia  avuto  il  permesso  di  portarsi  via  la
    fotografia?" Io  resto  stupefatta.  "No"  dico.  Lei  allora  fa  una
    smorfia.  "Che vergogna!" dice.  "Ma" dico, "scusi, la fotografia c'.
    L'ho posta io in un cassetto del tavolino. Mi sono scordata,  poco fa,
    di dirglielo." E andai a prendere la fotografia,  gliela portai.  Poi,
    cosa vuole, siccome ho saputo tante cose, mi sono permessa di dire una
    parola,  cos in  generale,  a  favore  del  signor  Alberti.  Lei  si
    arrabbia.  "Cosa mi viene a contare, adesso? Non si ricorda cosa mi ha
    detto del signor Alberti?"
    Qui Teresina interruppe il suo  racconto,  si  scus  umilmente  delle
    parole che stava per riferire, e riprese:
    "Sar stata donna Fedele" dice "a farle la lezione." "No" dico "donna
    Fedele,  dopo il funerale,  non la ho pi veduta." E' verissimo che Le
    ho raccontato delle brutte cose del signor Alberti,  ma poi ho  saputo
    che non erano sicure."
    A questo punto Teresina rifer,  confusa e dolente,  il primo discorso
    fatto da lei a Lelia sugli amori milanesi di Alberti e le sue scoperte
    posteriori.  Il  giorno  del  funerale,   la  cognata  dell'arciprete,
    parlando di Alberti con certa Angela,  sarta,  le aveva detto che quel
    giovine amico del  curato  di  Lago  e  del  signor  Marcello  era  un
    individuo diabolico, un nemico mortale dei sacerdoti, che il merito di
    averlo fatto partire era stato di suo cognato; che il cappellano aveva
    ricevuto  una  lettera  d'un  sacerdote  milanese  conoscente  di  una
    signora,  affezionata alla signorina Lelia,  la quale era in gran pena
    per  la presenza qui di questo diavolo di giovine,  che si credeva,  a
    Milano,  in relazione con una donna maritata;  che suo  cognato  aveva
    trovato il modo di far sapere alla Montanina di questa relazione,  che
    allora il giovine,  venuto appunto coll'idea  di  fare  un  matrimonio
    ricco,  vistosi  scoperto  e  scornato,  aveva preso la ferrovia;  che
    l'arciprete aveva in mente un conte di Vicenza fatto  apposta  per  la
    signorina,  ma  che  questo era un segreto.  L'Angela sarta si era poi
    tenuta in obbligo di riferire ogni cosa all'amica Teresina.
    Le ho detto  queste  cose  con  buona  intenzione  continu  costei,
    perch  avevo  capito che c'era stato un complotto contro quel povero
    signor Alberti e mi  pareva  quasi  di  esserci  entrata  anch'io,  ne
    provavo rimorso.
    E allora? chiese donna Fedele, commossa.
    Sentir  rispose  Teresina sospirando.  Prima la vedo scura,  Ges,
    nera. Ma,  parlare,  non parla.  Dopo comincia a farmi domande,  mi fa
    ripetere  cento  volte quello che mi ha detto l'Angela.  Finalmente si
    alza, sale la scala di corsa, prende a sinistra,  verso la sua camera.
    Aspetto  un  poco  e  poi  vado  su  anch'io,  pian  piano,  entro nel
    corridoio,  chiamo: "Vuole qualche cosa,  signorina?".  Sento chiudere
    l'uscio  a  chiave con un colpo rabbioso,  non sento altro.  Sto l un
    poco e poi,  per paura che si arrabbi peggio se vien fuori e mi trova,
    mi  allontano.  Non  avevo  fatto ancora due passi che sento un grido,
    piuttosto un urlo soffocato che un grido, e poi certe voci che fa lei,
    che le ho udite fare un'altra volta per una lettera di suo padre, voci
    che non sono n gemiti n grida, n pianto n riso: ah-ah-ah,  come se
    le mancasse il respiro.  Si quiet presto,  per,  e io pensai bene di
    scendere ad aspettarla in salone.
    Infatti, pochi minuti dopo, vedo scendere anche lei.  Era bianca come
    la  bianca  Morte,  ma  composta.  Mi disse che partiva.  Le chiesi il
    permesso di venire con lei a vedere il  villino.  Pareva  indecisa  se
    rispondermi di s o di no. In quel momento capit la Sua cameriera. Si
    part  insieme.  Prima  di  arrivare  al ponte del Posina,  guardi che
    destino,  vedo l'arciprete che viene verso di noi.  Quando siamo a due
    passi   l'arciprete   dice  "servo"  sorridendo;   e  gi  una  grande
    scappellata,  come  fa  lui.  La  signorina,  Gesummaria  se  l'avesse
    veduta!,  si drizza come quei militari che salutano colla sciabola. Ma
    non saluta mica no.  Fissa bene il prete con due occhi freddi come  il
    ghiaccio  e  passa.  Io non ho pi detto niente,  lei non ha pi detto
    niente e cos siamo arrivate qua.
    Donna Fedele sorrise povera Teresina! come se provasse piet di  una
    commozione esagerata, e offerse alla cameriera di continuare la visita
    del villino, con tanta flemma che Teresina ne sent un freddo. Scusi
    diss'ella se mi sono permessa...
    Donna  Fedele cap,  e,  uscita da quell'apparente apatia che in fatto
    era un dilungarsi di pensiero in pensiero dal senso  delle  persone  e
    delle cose presenti,  abbond di parole buone,  senza entrare in alcun
    commento dell'incidente. Chiese poi del padre di Lelia. Appena uditone
    il nome, Teresina esclam:
    Ges,  che mi dimenticavo! Aveva un peso sul cuore per causa di quel
    brutto uomo.  Prima di partire col fattore egli l'aveva presa a parte,
    le aveva domandato, con un risolino mezzo stupido mezzo malizioso, dei
    gioielli della povera  padrona.  Ell'aveva  risposto  di  non  saperne
    niente.  Figurarsi! In quelle mani! Sapeva benissimo che c'erano molti
    anelli e braccialetti,  un vezzo di  perle  e  zaffiri,  un  fiore  di
    brillanti. Il povero padrone non aveva scrigno, li teneva in camera da
    letto, in un segreto della scrivania.
    Sa perch me ne ha domandato? esclam Teresina. Lo giurerei; perch
    li ha gi presi!  Per un giorno intero non ha fatto che passar carte e
    passar  carte  nello  studio,  avr  trovato  qualche  nota,   qualche
    indicazione.  Il  fatto   che stanotte l'ho udito andar in camera del
    povero padrone e non ne    venuto  fuori  che  dopo  un  gran  pezzo.
    Giurerei che i gioielli della povera signora sono in viaggio,  adesso.
    E me li domanda a me!  Capisce il pensiero che ho io,  le  accuse  che
    quell'uomo  capace d'inventare!
    Donna  Fedele  cerc di rassicurarla e,  congedatala,  and a riposare
    perch non poteva pi reggersi.  La quiete benefica del corpo le  acu
    le inquietudini dell'animo.  Quel benedetto Alberti, pensava, se fosse
    qui, ora! Altro che amore, altro che passione!  E lui fa l'orgoglioso!
    E magari sar capace di fare l'orgogliosa lei, se quest'altro piega!
    Vedeva  dalla  sua finestra l'aperto levante,  il grande arco di cielo
    fra le due ali di montagne distese al piano.  Il suo  sguardo  passava
    sopra il cimitero di San Giorgio.  Amara cosa, pensare la Montanina in
    mano di quell'uomo che fruga,  che ruba,  che infetta,  e lui,  il suo
    povero vecchio amico,  impotente a tutto, escluso da tutto, buttato l
    in un angolo,  per sempre.  Interrog la propria fede per potersi dire
    ch'egli stava in pace, che vedeva l'ordine di tutte le cose, diretto a
    un  Bene  finale  ed eterno attraverso mali di ogni specie.  Ma la sua
    fede aveva momenti paurosi di eclissi, ella temette di sentirne venire
    uno e non volle pi pensare al cimitero di San Giorgio. Ripens invece
    un'idea venutale la notte, nel suo letto insonne: chiedere al padre di
    Lelia il permesso di portarsi la ragazza  in  Piemonte,  allontanarle,
    cos,  almeno  per  qualche tempo,  l'incubo della convivenza con lui.
    Respirerebbe, intanto; e poi potevano succedere tante cose. S, appena
    colui ritornasse, andrebbe a parlargli. Non pens pi a niente, chiuse
    gli occhi, sperando poter dormire.


    3.

    Dormiva  infatti  quando,  mezz'ora  dopo,   venne  la  cameriera  per
    annunciarle  ch'era  servito il pranzo.  Domand se la signorina Lelia
    fosse stata avvertita. La signorina stava gi abbasso. Donna Fedele fu
    tentata di non scendere,  tanto si sentiva ancora spossata e tanto  le
    ripugnava  di prender cibo.  Fece uno sforzo e discese.  Il pranzo era
    apparecchiato nella veranda,  sulla fronte del villino.  Lelia  pareva
    tanto  serena  che donna Fedele,  consolata,  le parl della visita di
    Massimo,  delle notizie di don Aurelio.  E si aperse,  parlando di don
    Aurelio,  sulle  sue  necessit  spirituali,  disse  quanto sentiva la
    mancanza di quella parola savia e mansueta.
    Perch sono cattiva,  sai diss'ella,  avrei bisogno di  essere  pi
    mite, pi caritatevole verso i preti che non somigliano a lui.
    Lelia lasci cadere il discorso.  Parl, invece, del piccolo cimitero,
    dove non era stata mai. Aveva pensato di recarvisi l'indomani mattina.
    Sperava che ci potesse venire anche l'amica. Porterebbero con s delle
    rose,  tante rose.  Avrebbe desiderato delle rose bianche ma  in  quel
    momento  il  villino dal nome grazioso non aveva che poche rose rosse.
    Parlarono di rose. Donna Fedele non era contenta delle sue.  Le pareva
    che  il  villino  meritasse  allora  di  venir  chiamato  dalle spine.
    Bisognava mettervi molti rosai di pi. Il villino doveva parere posato
    sopra un canestro di rose, esser fasciato di rose fino al tetto.
    Faremo  una  corsa  a  Milano  diss'ella,  andremo  da  tutti  quei
    floricultori, sceglieremo il buono e il meglio. Vuoi?
    Lelia  parve contenta,  disse di confidare che suo padre le ne avrebbe
    dato il permesso. Tanta mansuetudine fece stupire donna Fedele.
    Avrei anche necessit diss'ella di  vedere  certi  miei  affari  in
    Piemonte.  Vuoi che gli domandiamo di lasciarti venire in Piemonte con
    me per tre o quattro settimane?
    Lelia rispose di s,  aspett che la cameriera se ne andasse dopo aver
    servito  il  caff,   prese  a  giocherellare  col  cucchiaino,  disse
    sorridendo di un sorriso livido:
    Adesso che tutto  finito,  posso sapere se proprio non era combinato
    che quel signore venisse alla Montanina?
    Donna  Fedele  trasal alzando le sopracciglia,  offesa da quel dubbio
    sulla sua sincerit.
    Adesso che tutto  finito rispose  vibrata,  ti  assicuro  che  non
    mento  mai  e  che  non era combinato niente!  Quando Alberti  venuto
    pensava a sposar te come io penso a sposare Carnesecca.
    Lelia rise forte, d'un riso forzato.
    Come Le viene in mente Carnesecca? diss'ella.
    Perch lo vedo! rispose donna Fedele.  Eccolo l  ch'  venuto  dal
    cancelletto  piccolo,  dimenticato aperto dal signor custode,  come il
    solito.
    Lelia si guard alle spalle. Infatti l'amico Carnesecca,  pi scarno e
    giallo che mai, avanzava a passi lenti, col cappello in mano, verso la
    veranda.   Giunto   agli   scalini   si   ferm  malgrado  il  sorriso
    incoraggiante di donna Fedele.
    Avanti,  Carnesecca! disse questa e si affrett a  correggersi:  Oh
    scusi scusi! Ismaele!.
    Ma di che mai si scusa, Dama bianca delle Rose? fece il venditore di
    Bibbie.  Ma  di  che  mai?  Mi  hanno posto un nome di scherno perch
    predico Ges e i migliori servi di Ges.  Cos mi hanno assicurato  un
    piccolo posto tra i beati.  Beati estis cum dixerint omne malum. Io mi
    glorio di quel nome!
    Donna Fedele protest che non aveva  voluto  schernirlo  lo  invit  a
    salire e sedere,  gli fece portare il caff.  Poi gli domand come mai
    fosse ritornato in quei paesi tanto  infausti  per  lui.  Rispose  che
    andava  a  Laghi,  disposto a subirvi da capo il martirio gi subito a
    Posina.
    A  questa  stagione  disse   donna   Fedele   con   molta   gravit,
    probabilmente, patate.
    Magari!  rispose  colui.  Ma  se  a Laghi vi  un Caifasso simile a
    quello di Velo,  ho paura che saranno "pere" come dicono nel Suo paese
    di Piemonte.
    Dica;  mi  pare  che  dovrei  forse,  in coscienza,  gettargliene una
    anch'io!
    A questa uscita,  fra seria e scherzosa,  di donna Fedele,  Carnesecca
    alz le braccia al cielo, mostrando per alquante scuciture il bigio di
    una camicia poco pulita.
    No,  Dama  bianca  delle  Rose.  Ella  non  mi deve gettare il menomo
    sassolino.  Io non offro Bibbie a Lei perch Lei ne ha gi una,  io ne
    sono certo.  Io non cerco che Lei si faccia protestante,  perch Lei 
    una cattolica veramente cristiana.  Io sono  venuto  questa  sera  per
    ringraziarla  ancora  della carit che mi ha fatto accogliendomi sotto
    il Suo tetto.
    Donna Fedele gli domand se intendesse  andare  a  Laghi  quella  sera
    stessa.  No, era stanco. Veniva da Vicenza, aveva camminato sette ore.
    Donna Fedele lo compianse molto ma gli tolse una cara illusione. Se lo
    aveva ospitato colle ossa  rotte,  non  intendeva  per  di  ospitarlo
    quando si disponeva a farsele rompere ancora.  Egli parl, rassegnato,
    di una vaga  speranza,  per  la  prossima  notte,  nel  fienile  della
    Montanina.  Non  sapeva  della  morte del signor Marcello n conosceva
    Lelia. Questa rest muta e impassibile mentre l'amica gli dava,  quasi
    esitando,  quasi sottovoce,  la lugubre notizia.  Carnesecca ne rimase
    interdetto, e, preso congedo, se ne and senza dire se avesse cambiato
    idea, per la notte, o no.
    Le due signore scesero a un angolo del  giardino,  dov'erano  disposte
    delle sedie.
    "Dama bianca delle Rose" disse Lelia. Un bel nome!
    Troppo  bello,  per me osserv donna Fedele,  ma Carnesecca farebbe
    certo meglio a inventar nomi che a predicare Lutero o Calvino o non so
    chi.
    Lelia le domand distrattamente chi fosse  quest'uomo  e  come  avesse
    abbracciato il protestantesimo.  Donna Fedele le ne fece la biografia.
    And molto per le lunghe,  e si accorse  assai  tardi  che  Lelia  non
    l'ascoltava pi.  Lelia fissava una sedia vuota. Donna Fedele tacque e
    l'altra continu a fissare la sedia vuota.  Bench  fossero  quasi  le
    nove,  bench  il  cielo  si  andasse  annuvolando,  su quel piano del
    giardino,  alto,  scoperto,  bianco di ghiaia,  faceva ancora  chiaro.
    Lelia  si accorse alla sua volta che donna Fedele la osservava.  Cess
    di guardare la sedia ma non  ruppe  il  silenzio.  Cominci  a  cadere
    qualche  gocciolina  e  donna  Fedele  propose di rientrare.  Vista la
    cameriera che sparecchiava,  le ordin di mandare il custode a chiuder
    bene  il  cancelletto  per  il  quale era entrato e uscito Carnesecca.
    Lelia si affrett a dire che desiderava fare due passi  e  che  andava
    lei.
    Il  custode stava per coricarsi quando ella entr nella casina attigua
    al cancello grande.  Fu ricevuta da sua moglie,  chiese di vederne  un
    bambino  ammalato,  s'inform  di  tante  cose,  a proposito di questo
    bambino,  con tanto affettuosa premura che la donna ne fu  intenerita.
    Rimase  forse dieci minuti e ritorn al villino senz'avere parlato del
    cancello.  Entr nel salotto,  al buio,  ud la voce di donna  Fedele:
    Hai mandato?. Rispose franca: S.
    Donna Fedele la preg di suonarle qualche cosa. Cos al buio? S, cos
    al  buio.  Il vecchio piano del villino dormiva in pace da molti mesi,
    perch  la  sua  padrona,   discreta  musicista  in  giovent,   aveva
    abbandonato  l'arte,  non  lo toccava pi che qualche rara volta,  per
    divertire dei bambini.  Lelia suon una composizione del povero signor
    Marcello,  l'unica  sua,  una  barcarola  scritta trent'anni addietro.
    Terminato  che  ebbe  il  pezzo,   aspett  in  silenzio  una   parola
    dell'amica,  una  domanda  di  altra  musica.  L'amica non parl.  Non
    parlarono che il tic-tac frettoloso di un orologio a sveglia e,  dalla
    finestra aperta di ponente, un lieve mormorio di pioggia sulla ghiaia.
    La conosce, vero, questa musica? disse Lelia.
    La dolce voce rispose piano, dall'ombra:
    Oh s.
    Quel  piano,  dolce  oh  s  disse  alla  fanciulla  tante  cose gi
    vagamente da lei pensate.  Si alz dal piano,  and verso l'angolo del
    salotto ond'era venuta la voce,  si chin su donna Fedele, le cerc le
    mani e senza proferir parole,  gliele baci,  una dopo l'altra.  Donna
    Fedele si concedette dolcemente a quei baci che dicevano: "Son donna e
    ti ho intesa". Avevano anche un secondo significato, ancora segreto.
    Non suoni pi? mormor donna Fedele,  subito. Era stata contenta dei
    baci; avrebbe avuto orrore di una parola. Lelia non rispose. Le teneva
    sempre le mani, le stringeva.
    Vuoi che andiamo a letto? riprese  la  prima.  Allora  Lelia  lasci
    andare le mani.  Lei rispose, deve andare a letto. Io, se permette,
    resto un poco a suonare. E accese la luce. Donna Fedele si alz dalla
    sua poltrona, sorridendo. Brava! diss'ella.  L'abbracci e,  suonato
    per la cameriera, si ritir.
    Lelia attese immobile, in piedi, che si perdesse sulla scala il rumore
    dei passi.  Poi si mise al piano, suon a caso, come le mani andavano,
    fino a che la cameriera  ritorn  e  si  accinse  a  chiudere  l'uscio
    pesante,  a due battenti, che si apre sulla veranda. Lelia la preg di
    lasciarlo aperto. Chiuderebbe lei. Prima,  forse,  uscirebbe un poco a
    pigliare il fresco.
    Piove,  signorina  disse  la  cameriera,  e adesso si leva anche il
    vento. Poich Lelia riprese a suonare senza darle risposta,  la donna
    stette  un  momento  incerta  e  poi pens bene di andarsene lasciando
    aperto.  Lelia s'interruppe,  tese l'orecchio,  la ud salir le scale,
    camminare al piano superiore.  Si alz, and ad assicurarsi che avesse
    lasciato aperto, si ferm un momento a guardar nella notte, colle mani
    ai due battenti. Non c'era, quasi, vento, ma pioveva forte, le tenebre
    erano nere.  Ritorn al piano,  si chiuse il  viso  nelle  mani,  come
    cercandosi  nella memoria,  pensando cosa dovesse suonare.  Le mani le
    discesero sui tasti a un accordo, vi rimasero affondate,  piegandovisi
    su il viso cogli occhi fissi. Si alz da capo, and da capo a guardare
    nelle tenebre mormoranti,  vi si trattenne a lungo, a lungo. Accost i
    due  battenti,   tir  i  chiavistelli  rumorosamente,   chiudendo   e
    riaprendo.  Spense la luce e sal nella sua camera, posta in un angolo
    dell'ultimo piano.  L'unica finestra,  nella  parete  di  mezzogiorno,
    guardava il piano di Arsiero,  la Priafor e la Montanina. Era aperta.
    L in faccia,  fra  il  piano  di  Arsiero  e  la  Priafor,  correva,
    invisibile,  il Posina. Lelia stette in ascolto. No, la voce del fiume
    non si udiva.  Ebbe la visione del ponte che lo cavalca,  delle  acque
    rumoreggianti  in profondo per la ghiaia biancastra,  della roggia che
    corre a fianco di esse pi alta, e poi gira, ombrata da robinie, verso
    settentrione,  silenziosa e rapida.  Una folata di vento le soffi  la
    pioggia  in  viso.  Chiuse  in  fretta la finestra e poi sorrise di se
    stessa, di avere temuto uno spruzzo d'acqua. Guard l'orologio.  Erano
    le dieci e mezzo.  Mancavano due ore all'ora in cui aveva stabilito di
    uscire per andare a gittarsi  dal  ponte  nella  roggia  silenziosa  e
    rapida.
    Sedette  al  tavolino,  sotto  la  luce,  colla  persuasione che fosse
    conveniente di scrivere due parole. Scrisse:
    "Cara amica,  vado a morire non so perch,  ma so  ancor  meno  perch
    dovrei vivere."
    E adesso? Chieder perdono? Di che? E se non era per chieder perdono, a
    che scrivere?  Per un saluto?  Donna Fedele ricorderebbe i suoi ultimi
    baci.  Neppure le venivano in mente parole opportune,  non era pi nel
    suo  interno  che duro gelo di volont,  tesa per l'azione.  Lacer lo
    scritto, si alz dal tavolino e cambi vestito.  Quello che indossava,
    di stretto lutto,  glielo aveva prestato donna Fedele. Mise il vestito
    grigio che aveva messo per venire al villino. Prese quindi la borsetta
    di rete di argento, regalo del povero Andrea,  dove teneva pochi altri
    ricordi  di  lui.  Nella rete era inserta una piccola piastra col nome
    incisovi: Leila. Gli occhi le caddero sulla piccola piastra,  sul nome
    che le ricordava una disputa.  Depose e riprese la borsetta pi volte,
    incerta se  lasciarla  o  portarla  con  s.  Un  impulso  interno  la
    costrinse  a lasciarla.  E in quello istesso istante tutto il gelo del
    cuore le si fuse in una subita tempesta di desiderio.  Torn ad aprire
    la finestra,  disfren il desiderio,  gitt l'anima l,  l,  dovunque
    egli fosse: ti amo, ti amo, mi dono,  prendimi,  prendimi intera prima
    che io vada a morire,  baciami,  baciami,  fammi male con i tuoi baci!
    Aperse e distese le  braccia,  si  torse  tutta  in  uno  spasimo.  Si
    raccolse e calc un braccio sulla bocca,  lo morse ansando, vi tenne i
    denti fino a che non le si chet il batter violento del cuore e  delle
    arterie.  L'orologio di Arsiero suon le undici.  Tolse dalla borsetta
    di argento una fotografia del povero Andrea, vi scrisse sotto:

    "4 luglio... vengo."

    La pos sul tavolino,  presso il calamaio,  per modo che fosse  veduta
    subito.  E risolse, per un altro impulso opposto al primo, di prendere
    la borsetta con s.  Si lav  accuratamente  col  sapone  una  piccola
    macchia  d'inchiostro  che si era fatta sull'indice.  Poi,  guardatasi
    attorno col pensiero  di  lasciare  ogni  cosa  in  ordine,  lev  dal
    tavolino  da notte il "Journal d'Eugnie de Gurin",  datole a leggere
    da donna Fedele e lo pos sul cassettone,  pensando che  il  lasciarlo
    sul tavolino da notte fosse un atto d'ipocrisia.  Sentiva di non avere
    niente  di  comune  con  Eugnie  de  Gurin.  Posando  il  libro  sul
    cassettone,  pens  quale  orrore  avrebbe provato la Gurin,  in quel
    momento,  di lei e quanto invece fosse lontano da lei ogni  turbamento
    di carattere religioso,  quanto le fossero indifferenti le proibizioni
    del Dio dei preti.  Ebbe uno slancio di preghiera grata e dolce  verso
    un Ignoto col quale si sentiva in pace.  Guard l'orologio.  Non erano
    che le undici e un quarto.  Ma chi poteva  andare  attorno  in  quella
    notte piovosa,  tenebrosa?  Incontri non erano a temere, decise di non
    aspettare pi oltre.  Tagli il cordoncino di una tenda per  toglierne
    con s un pezzo da legarsene,  prima del salto,  le sottane che non le
    si rovesciassero cos da scoprire le gambe.  Mise  le  soprascarpe  di
    gomma, per non far rumore scendendo le scale. Spense la luce e usc.
    Attravers  pian piano,  al buio,  una stanza vuota,  tremando di fare
    scricchiolare l'impiantito di legno ed essere udita dalla cameriera  o
    dalla cuoca,  le camere delle quali mettevano,  come la sua, in quella
    stanza  vuota.  Giunta  sulla  scala  si  sent  pi  tranquilla.  Nel
    discendere,  colla visione ai suoi piedi della roggia profonda e delle
    robinie verdi-chiare che vi sporgono sopra da sinistra,  le vennero in
    mente  certi  grossi pali neri,  vedutivi nel ritorno dalla Montanina.
    Erano piantati nella roggia o fuori?  Non sapeva pi.  Se cadesse  dal
    parapetto  del  ponte,   a  perpendicolo,   nella  roggia,  batterebbe
    probabilmente sui pali, e vi si sfracellerebbe. Non voleva morire cos
    scomposta. Bisognava dunque saltar lontano, il pi possibile. Le pass
    un brivido nella persona. E riprese a discendere. Giunta in fondo,  si
    arrest ancora. Aveva dimenticato di distruggere o di portare con s i
    pezzi dello scritto stracciato. Risalire a prenderli? Si strinse nelle
    spalle,   attravers  il  salotto  ascoltando  i  battiti  precipitosi
    dell'orologio nelle tenebre, regolandosi da quelli nel movere verso la
    veranda. Aperse adagio adagio i battenti accostati,  usc rapidamente.
    Fatti  due passi,  si gitt di slancio a sinistra,  rovesciando sedie,
    perch una forma umana era balzata in piedi davanti a lei.  Non grid,
    salt sugli scalini che scendono al giardino,  disparve. Intanto donna
    Fedele, che aveva le finestre aperte, secondo la sua abitudine,  udito
    il rumore delle sedie rovesciate, chiam: Chi ?. Rispose la voce di
    Carnesecca: Una donna!  E uscita una donna!.- Che donna?... Dov'?
    grid ancora donna Fedele,  angosciata,  dalla finestra.  Non  so!  E
    fuggita! E sparita! - La insegua! E' sonnambula!
    Carnesecca  sparve  di  corsa,  nel  buio,  verso il cancello piccolo.
    Mortale silenzio. Un grido! Donna Fedele,  ravvolta in un accappatoio,
    scendeva  gi  gli  scalini  della  veranda,  avendo  intuita  la cosa
    terribile. Ud la voce di Carnesecca, blanda, carezzevole: Si svegli,
    signora! Si svegli, signora!. Ah,  era salva!  Le mancarono le forze,
    cadde a sedere sull'ultimo scalino,  nella pioggia.  Lelia,  raggiunta
    sul pendio erboso imminente al cancelletto, aveva gridato nel sentirsi
    afferrare ed era caduta come morta.
    Fortuna,  signora disse Carnesecca riportando  in  casa  la  svenuta
    coll'aiuto  della  cameriera  e  della  cuoca,  che non ho trovato da
    mettermi al coperto in nessun luogo e che allora mi sono  permesso  di
    venir a passare la notte sulla Sua terrazza! Altrimenti poteva andarsi
    a rovinare, questa creatura del Signore, se  sonnambula!
    S  s,  fortuna!  disse  donna  Fedele,  ancora tutta tremante.  La
    cameriera e la cuoca ripetevano sottovoce:
    Gesusmaria Signore, Gesusmaria Signore!















    Capitolo Ottavo.

    SANTE ALLEANZE.


    1.

    Tre giorni dopo, un venerd,  il ragioniere Girolamo Camin,  il dottor
    Francesco Molesin e Carolina Gorlago,  governante del Camin,  arrivati
    insieme ad Arsiero col primo treno,  si acconciarono alla meglio,  con
    borse  e  ombrelli,  in  una delle carrozzelle che sempre abbondano in
    quella stazione per trasportare viaggiatori al  paese  di  Arsiero,  a
    Tonezza,  a  Lavarone.  Il  dottor Molesin,  all'atto di salire,  fece
    qualche complimento colla Carolina;  ma poi,  incoraggiato  dall'amico
    Momi, l'amico Checco sal nell'interno. La Carolina, una robusta donna
    sui  trentacinque anni,  dalla faccia volgare e dalla voce grossa,  si
    arrampic imbronciata a fianco del vetturale che frust il  cavallo  e
    prese la via della Montanina.
    Il  ragioniere  Camin,  che si faceva chiamare da Camin in onore della
    celebre famiglia antica di quel nome,  era  brutto  di  una  bruttezza
    particolare,  non tanto disegnata nei lineamenti come puzzante,  dalle
    tumidezze, dalle cisposit, dai colori falsi di quel viso giallognolo,
    di quegli occhi rossi,  di quel collare di barba,  mezzo tinto e mezzo
    stinto,  misto  di  grigio,  di  rossastro  e di violaceo.  Portava un
    cappello di paglia,  un lungo zimarrone color  oliva,  vecchio  di  un
    secolo,  una sciarpa,  sulle spalle,  di seta rossa e gialla, pronta a
    riparare il collo padovano dai temuti aliti delle  montagne  iperboree
    di  Val  d'Astico.  Per  consiglio dell'amico anche il dottor Molesin,
    chiuso in un soprabito marrone,  portava intorno al collo una  pesante
    sciarpa  bianca  e  nera.  Il dottor Molesin non somigliava per niente
    all'amico.  Pi vecchio di lui,  pareva  pi  sano.  I  piccoli  occhi
    cisposi   del  sior  Momi  avevano  una  fissit  vuota  di  qualsiasi
    espressione.  Quelli  del  sior  Checco,  piuttosto  grandi  e  bruni,
    spiravano,  sotto  il  decoroso  cappello  di  feltro,  certa  gravit
    malinconica. Erano malinconici anche nel sorriso.  Molesin non portava
    che  baffi,  due  baffetti  fra  biondeggianti e grigi sotto le narici
    selvose.  La donna  grandeggiava  accanto  al  piccolo  vetturale,  un
    ragazzo,  sotto un modesto cappellino nero, un boa mezzo spelacchiato,
    un  mantelletto  nero,   una  sottana  cenere.   I   due   viaggiatori
    dell'interno  parevano  alquanto  preoccupati  dell'et  giovanile del
    cocchiere.  Il dottor Molesin,  particolarmente  inquieto,  non  osava
    abbandonare  il  dorso allo schienale della carrozzella,  perseguitava
    d'interpellanze,  con detrimento della propria  gravit  abituale,  il
    ragazzo:  Ci,  digo!.  A  pian,  digo!...  Perch i me par siti da
    romperse el colo,  digo! L'altro non era  certamente  un  viaggiatore
    intrepido ma forse il timore di una ribaltata non era,  nel suo cuore,
    la inquietudine pi grossa.  Aveva notato il broncio della Carolina  e
    le  blandiva  spesso  le  spalle  poderose  con  parole  di affettuosa
    premura: Se tienla?... La se tegna!... La se tegna, sala!. La grossa
    Carolina stringeva forte colla sinistra il ferro  del  serpe,  ma  non
    degn  mai  rispondere.   Passato  il  ponte  del  Posina,   che  fece
    rabbrividire Molesin, la carrozzella si mise al passo.
    Signor, Ve ringrazio mormor il sior Checco.  Udito che la Montanina
    era  vicinissima,   considerata  l'andatura  flemmatica  del  ronzino,
    riprese coll'amico la conversazione di affari che  avevano  interrotta
    lasciando il treno.  Il vetturino, curioso come un giornalista, udendo
    che i due discorrevano animatamente di cose da lui non  capite,  cerc
    di  far  cantare  la  sua vicina Chi era il signore che stava dietro a
    lui? La donna rispose asciutta:
    So minga.
    E Ela, xela parente de quell'altro sior che xe de drio de Ela?
    So minga.
    "Maledeta!" pens il ragazzo linguacciuto.  E si divert a tormentarla
    con un'altra domanda:
    No La xe miga de sti paesi, Ela?
    Sonto di un paese pi meglio.
    Era  di  Cant.  Un  capomastro  comasco  l'aveva  conosciuta serva di
    osteria e, sposatala, se l'era portata a Padova.  Divisasi dal marito,
    ell'aveva  preso servizio presso il sior Momi,  prima come cuoca,  poi
    come governante. Infatti serviva e governava.  Da giovine,  Momi Camin
    era  stato ascritto al partito clericale.  Poi.  avendo arrischiata la
    prigione per certi  imbrogli,  n'era  stato  escluso.  Dopo  un  breve
    passaggio  al  radicalismo anticlericale dove,  allora,  c'era poco da
    rodere,  aveva  preso  a  servire,   agente  elettorale  apprezzato  e
    disprezzato,  i moderati. Le necessit di un'alleanza clerico-moderata
    lo avevano messo nuovamente in relazione cogli amici  antichi,  alcuni
    dei quali,  brave persone,  lo ritenevano calunniato,  gli concedevano
    una stima che nessun altro, a Padova, gli concedeva pi. Egli aspirava
    a ritornare in grazia del partito.  La  Carolina  era  una  difficolt
    bench quelle brave persone si ostinassero a credere ch'egli peccasse,
    a  tenersela in casa,  d'imprudenza e non d'altro.  I capi del partito
    erano meno babbei.  Davanti alla chiesina di Santa  Maria,  il  dottor
    Molesin si tocc rispettosamente il cappello.  Camin se lo tocc pure,
    ma in ritardo. Allora Molesin fece una smorfia quasi impercettibile.
    Parcossa? disse il sior Momi, con un sorriso stentato.
    Gnente gnente rispose l'altro.
    Si erano intesi benissimo.  Molesin aveva voluto dire,  pensando  alla
    Carolina:  non basta toccarsi il cappello.  E il sorriso del sior Momi
    era stato mezzo di smentita e mezzo di confessione soddisfatta.
    Xela questa,  sta Montanina? chiese Molesin alzando gli occhi  lungo
    il pendio verde di cui la carrozzella radeva il piede.  Considerato il
    gran cappello aguzzo della villa,  i piccoli  sparsi  cappelli  aguzzi
    della  cucina,  della  scuderia  e della chiesa,  ricord i cosiddetti
    "casoni" del piano,  capanne dal  tetto  di  paglia,  e  pronunci  il
    seguente giudizio memorabile:
    Un cason che g famegia.
    Il  sior  Momi  rise  di  un  riso  particolare  -  aho  aho - a bocca
    spalancata.
    Bela bela bela diss'egli. Un cason, aho aho.
    La finezza del dottor Molesin gli si leggeva in viso.  Quella del sior
    Momi   era   molto  pi  recondita,   portava  una  perfetta  maschera
    d'insulsaggine.  Momi Camin  pareva  un  insulso  timido  che  sapesse
    soltanto   far  eco,   ridacchiando,   alle  parole  argute  dei  suoi
    interlocutori.  Soleva poi risuggerirle  all'autore,  per  adulazione.
    Quel giorno, perch Molesin si scandolezzava della strana casa, ebbe a
    ripetergli due volte, guardandolo cogli occhi stupidi:
    Cason, aho aho. Cason che g famegia, aho aho aho.
    Teresina  e  Giovanni  ricevettero  i  nuovi  arrivati  all'entrata di
    mezzogiorno. Giovanni,  a vedere quel carico di zimarroni e di sciarpe
    eteroclite,  per  poco non scoppi a ridere.  Teresina invece aveva un
    viso funebre.  Ella accompagn la governante del nuovo  padrone  nella
    stanza  del  secondo  piano,  che  le  aveva  destinata.  Per  via  la
    governante le annunci che sapeva com'ella fosse  la  cameriera  della
    "popla", della "sura Lella". Forse perch "el Lella"  un personaggio
    popolare  in  Lombardia,  la  Gorlago non seppe mai nominare Lelia che
    cos.
    Andaremo d'accordi diss'ella nel suo lombardo macchiato di padovano.
    Poi le fece gli elogi del suo "scir",  proprio un  buon  omaccio,  di
    cuore.
    Per soggiunse con un sorriso degno dell'originaria osteria, che La
    se guarda,  perch ghe pias minga mal i bej donnett. Eh ben rispose
    Teresina rossa rossa,  no l' discorsi per mi no,  questi. E  pens:
    "Gsu,  che  compagnia!".  La Gorlago fu poco soddisfatta della camera
    ch'era spaziosa e alta ma prendeva luce da un abbaino. Prese possesso,
    senza cerimonie, di un'altra camera,  sulla fronte della villa,  sopra
    il salone. In casa la chiamavano la camera delle rondinelle, per certa
    decorazione.  Il povero signor Marcello aveva detto a Teresina,  molti
    anni addietro,  quando suo figlio era  ancora  un  ragazzotto:  Nella
    camera  delle  rondinelle  andranno i bambini di Andrea.  Teresina lo
    ricordava bene e quando  la  Gorlago,  con  quell'aria  di  donna  mal
    ritirata  dagli affari sporchi,  entr l dentro da padrona,  si sent
    venir le lagrime agli occhi e and a sfogarsi  nella  sua  camera.  Vi
    capit subito Giovanni. Il padrone la voleva. Che padrone! La padrona
     la signorina diss'ella,  irritata. Io credo rispose Giovanni che
    non ci pagher mica la signorina. Sar lui che ci pagher. E allora io
    lo chiamo padrone.
    Il sior Momi si era scelta la stanza  d'angolo  al  primo  piano,  che
    guarda la cucina.  Poco gl'importava della vista, a lui; quella camera
    l era buona per la vigilanza sui domestici,  per spiare e  origliare.
    Domand  se  il  caff  e latte fosse pronto anche per la governante e
    quale camera avesse occupato costei.  Udito che non era stata contenta
    di  quella  preparatale,  la  sua maschera barbuta di vecchia cera non
    fece  una  grinza  n  gli  occhi  cisposi  espressero  un  sentimento
    qualsiasi;  ma la bocca disse con una voce di automa: Male male male
    per  l'abitudine  antica  di  blandire,  nelle  prime,   chiunque  gli
    parlasse. Finalmente domand di Lelia. Teresina aveva una lettera, per
    lui,  di donna Fedele.  Gliela diede e si ritir, dicendo che andava a
    portare il caff e latte in sala da  pranzo.  Appena  uscita  rientr,
    esitante.  Anche  la governante avrebbe preso il caff e latte in sala
    da pranzo?  Stavolta la maschera barbuta di vecchia cera e  gli  occhi
    cisposi ebbero un lieve sorriso.
    No no no, con Ela con Ela con Ela.
    A Teresina quell'uomo pareva un vero cretino.  Se non era per l'affare
    dei gioielli, le sarebbe bisognato un atto di fede a crederlo il furbo
    disonesto  il  cui  solo  nome  era  stato  insopportabile  al  signor
    Marcello.
    Il   dottor  Molesin  aveva  un  interesse  speciale  per  gli  affari
    dell'amico Momi e Momi era pieno di riguardi per  l'amico  Checco.  Il
    sior Momi aveva trovato modo di mangiar quattrini, con mille pasticci,
    a una quantit di gente e d'ingolfarsi,  in pari tempo, nei debiti. Un
    bel giorno,  dichiarando di  non  poterli  pagare,  aveva  offerto  ai
    creditori il venti per cento.  I creditori,  riunitisi e consultatisi,
    si erano rivolti,  per  la  tutela  dei  loro  interessi,  a  Molesin.
    Alquanti  dei  poveretti  infinocchiati e mezzo rovinati dal sior Momi
    erano sacerdoti,  e nel  mondo  ecclesiastico  le  abilit  forensi  e
    finanziarie del dottor Molesin godevano di molto credito.  Costui, che
    avendo studiato leggi due anni  e  assai  frequentate  le  preture  si
    faceva  passare  per  dottore in giurisprudenza,  accett l'incarico a
    patto di prelevare il trenta per cento sul soprappi che gli riuscisse
    di spremere da Momi oltre la sua proposta.  Momi,  invitato a trattare
    con  lui,  non  seppe  di  questo  patto e credette potersi guadagnare
    l'avversario con l'offerta di un buon regalo se  la  proposta  venisse
    accettata.  Molesin,  convinto  che l'amico avesse quattrini nascosti,
    pieno di speranza nell'attesa eredit di Lelia,  la quale,  venuta  in
    possesso  degli  averi  Trento,  vorrebbe certo salvar l'onore del suo
    nome,  fece lo scrupoloso.  Lo fece mollemente  perch  gli  sorrideva
    l'idea  di  condurre  le  cose  in  modo  da pigliarsi tutti e due gli
    zuccherini.  Il sior Momi,  dal canto suo,  non dubit un momento  che
    quegli onesti scrupoli non si potessero tradurre in cifre.
    Siccome  il  morto  l'aveva e grosso,  si riserv di regolarsi,  colle
    cifre,  secondo il vento.  Intanto spillava denari alla figliuola  con
    piagnistei,  celava, quanto poteva, la buona cucina e la buona cantina
    di cui era solito attenuare le proprie  sventure  coniugali  e  quelle
    della  Carolina,  consociate  a  mutuo  conforto.  All'annuncio  della
    eredit  conseguita  da  Lelia,  tuttora  minorenne,  Molesin  affil,
    gongolando,  le unghie.  Adesso era il momento di sorvegliare Momi, un
    "macaco" che mirerebbe certamente a inghiottire il pi possibile  e  a
    sputar  fuori il meno possibile.  Adesso era il momento di sorvegliare
    anche la figlia. Della figlia egli si era gi occupato, ma da lontano.
    Coetaneo, condiscepolo, amico dell'arciprete di Velo d'Astico,  teneva
    con   esso  una  corrispondenza  discretamente  attiva,   collo  scopo
    dichiarato di  avere  notizie  della  signorina  Camin  da  comunicare
    all'amico  Momi,  cui  erano  interdette le relazioni colla Montanina.
    L'arciprete credeva in buona fede che le curiosit del  vecchio  amico
    Checco  non avessero altri fini e scriveva.  Scrisse anche dell'arrivo
    alla Montanina del famoso giovine modernista. Molesin si spavent poco
    del modernista e molto del giovine.  Un matrimonio  di  Lelia  avrebbe
    facilmente  mandate  a male le sue speranze maggiori.  Egli trov modo
    d'informare  la  signora  Camin,   che  faceva  dire  molte  messe   a
    Sant'Antonio  e  mandava da Milano quattrini a sacerdoti di Padova per
    opere di piet e di beneficenza.  La sera stessa che  mor  il  signor
    Marcello, l'arciprete scrisse a Molesin che quel famoso modernista era
    fuggito,  e  che  forse  certe  notizie poco edificanti sul suo conto,
    venute da Milano,  avevano condotto a questa soddisfacente  soluzione.
    Poi,  l'astuto dottore sollecit,  senza troppi complimenti, dal padre
    dell'erede, un invito alla Montanina. L'invito fu fatto immediatamente
    secondo lo stile del sior Momi: Certo certo,  sipo,  un piacere,  aho
    aho.
    E  l  su  due piedi,  in casa Camin,  presente la Carolina che il suo
    padrone  era  venuto  a  prendere,   fu  combinato  il  viaggetto  per
    l'indomani mattina.  Quella notte l'onesto dottore dorm poco.  Sapeva
    di andar a giuocare un partita d'impegno col "macaco",  un  avversario
    sopraffino.  Non lo stimava per suo pari.  Ne conosceva una tara.  Lo
    definiva da mercante di cavalli: Fin,  ma debole de zenoci.  Molesin
    disprezzava ogni debolezza per le donne.  L peccavano, secondo lui, i
    "zenoci" del sior Momi; il quale,  altrimenti,  col gran dono fattogli
    dal Signore di quella faccia da cretino, non avrebbe avuto eguali. Se
    no ghe fosse la doneta, oooh! Ma ghe xe la doneta.

    Il non avere ancora veduto Lelia,  n udito chiederne da suo padre, lo
    turb un poco.  Ne chiese a  Giovanni  salendo  con  lui  alla  camera
    destinatagli: La signorina?.  Giovanni rispose: E' fuori e Molesin
    credette che fosse a  passeggio.  Scendendo  per  il  caff  e  latte,
    incontr Teresina sulla scala e domand anche a lei: La signorina?
    No la gh' no.
    Come no la ghe xe?
    Teresina lo guard, colpita dal suo accento.
    Non signor. L' dalla signora Vayla.
    "E Momi che no parla!" pens Molesin,  avviandosi alla sala da pranzo.
    Mentre egli vi entrava da una  parte,  la  Gorlago  ne  usciva,  scura
    scura, dall'altra, mentre il sior Momi le brontolava dietro:
    Gala  capo?  Da  brava! L'aveva chiamata per dirle di levarsi dalla
    camera  delle  rondinelle  e  di  andare  dove  aveva  prima  disposto
    Teresina.
    Molesin non sapeva n chi fosse n dove abitasse questa signora Vayla.
    Il  suo  fiuto gli diceva un cattivo odore di guai fra padre e figlia.
    Gli venne in testa, prendendo silenziosamente il caff e latte, che la
    ragazza non volesse  trovarsi  colla  Gorlago.  Voleva  sapere.  Aveva
    necessit  di  sapere.  Se  padre e figlia vivevano come cane e gatta,
    visto  che  fra  pochi  mesi  la  ragazza  sarebbe  diventata   libera
    dispositrice  delle proprie sostanze,  il sior Momi avrebbe cercato di
    arraffare in quei pochi mesi quanto  poteva,  danaro,  titoli,  gioie,
    tutto ci che pu sparire senza lasciar traccia e poi... chi s' visto
    s' visto, si sarebbe al punto di prima, con una speranza di meno.
    La  senta,  caro Momi diss'egli,  prendendo pacificamente il caff e
    latte, quando se podar riverir la putela?
    Momi rispose ch'era ammalata.
    Oh, povareta povareta!
    Molesin  s'intener.   La   gavemio   disturbada?   Momi   rassicur
    l'innocente  amico.  Lelia non era in casa.  Era presso una signora di
    Arsiero,  una vecchia amica del signor Marcello.  Aveva voluto  andare
    presso  questa  signora  subito  dopo la disgrazia.  L'amicizia fra la
    Vayla e sua figlia era una spina per lui.  Lelia,  testa falsa,  testa
    bizzarra,  era  stata  sempre  aizzata contro suo padre;  prima da sua
    madre,  poi dai Trento.  C'era da scommettere che l'amica  di  Arsiero
    facesse  con  lei  la stessa parte.  Anzi,  una lettera della signora,
    ricevuta in quel momento,  ne forniva quasi le prove.  Il sior Momi si
    lev di tasca la lettera e la porse candidamente a Molesin.  Questi la
    prese, pensando che, se gli si faceva leggere, doveva essere una carta
    nel giuoco avversario.
    Lesse:

    "Villino delle Rose, 6 luglio.
    "Egregio Signore,
    "Ho il dispiacere di comunicarle che la notte fra il  4  e  il  5  Sua
    figlia fu presa da una febbre forte. Il medico la qualific reumatica.
    Ora   quasi sfebbrata ma le  rimasta una prostrazione di forze assai
    sensibile. Il medico vuole che le si eviti qualunque emozione e perci
    non crederei opportuna, per il momento, una Sua visita.
    "Mi permetto di soggiungere che le  scosse  morali  di  questi  ultimi
    giorni hanno sicuramente male influito sulla salute di Lelia. Tanto il
    medico  quanto  io  siamo persuasi che sarebbe utilissimo di portarla,
    almeno per qualche giorno, in un altro ambiente.  I Suoi affari non Le
    permetteranno senza dubbio di allontanarsi per ora. Io ho necessit di
    recarmi  a  Torino  e Le offro ben volentieri di prendere con me Lelia
    che mi sarebbe una compagna preziosa.  In attesa di Sua cortese parola
    di consenso, La prego a credermi
    Dev.
    FEDELE VAYLA Dl BREA."

    Mentre il dottor Molesin stava ancora leggendo,  il sior Momi si tenne
    in dovere di metter fuori il suo sorriso cretino  e  la  sua  voce  di
    palato:
    Eh  ma  vado istesso,  ah?  - Vado,  no?  - Son pap g dirito patria
    potest - no? - Ah? - Vado?
    Ora pareva affermare un proposito,  ora chiedere un consiglio,  e quel
    tono  e  questo  e  le parole e il sorriso non erano che un automatico
    blandire al gattone;  il quale,  posata la lettera,  dur a  covar  il
    sorcio  cogli  occhi,  in silenzio,  anche quando le voci della bestia
    inferiore cessarono.  Finalmente gli usc,  con una  lieve  scossa  di
    spalle e di ventre, questa parola profonda:
    Benon.
    Il  sior  Momi  comprese  la  parola profonda,  come aveva compreso la
    smorfia per la sua levata di cappello e ne diede segno eguale:
    Parcossa?
    Benon, digo ripet l'altro, stavolta con un tono incoraggiante.
    Intanto diss'egli, alzandosi, andemo a veder el cason.
    Si alz anche Camin ma battendo e ribattendo le palpebre  sugli  occhi
    cisposi,  unico abituale segno esterno delle sue interne inquietudini.
    Insistette nel chieder consiglio,  stavolta  con  una  voce  di  gola,
    blandamente grave.
    No, no, andemo, j, el diga. Ca vada?
    Quando  che  ghe digo - benon! ripet Molesin.  El vada,  el staga,
    tutto benon. Soggiunse che se il sior Momi  si  risolvesse  a  quella
    visita, egli andrebbe intanto a trovare l'arciprete.
    Stavolta fu il sior Momi che disse benon,  ma non lo disse troppo di
    buona voglia. Sentiva le diffidenze del formidabile ospite a proposito
    di quella lettera e del suo  commento,  si  domandava  quali  macchine
    potesse  montare  coll'arciprete  per  venire  in chiaro del suo piano
    ch'era quello appunto di far credere fredde le proprie relazioni colla
    figliuola e di conquistarsela invece segretamente.  Batt ancora due o
    tre  volte  le palpebre prima di saperle contenere,  e poi intraprese,
    coll'ospite,  l'ispezione  della  villa,  applicando  regolarmente  il
    solito  riso  adulatorio  alle  osservazioni di Molesin.  Le scale del
    salone,  il camino,  le policromie  dei  soffitti,  il  testone  della
    terrazza,  il  fresco  del  Beato  Alberto  Magno  sulla  facciata  di
    mezzogiorno,  tutto era giudicato  dal  Dottor  Sottile  colle  stesse
    parole: Mato ingegner,  mato pitr,  mato paron.  E Momi faceva eco:
    Mati mati,  aho aho.  Solamente le soffitte ebbero  un  grugnito  di
    approvazione.  Il  sacco  della Carolina era ancora nella camera delle
    rondinelle.  Molesin lo not e il sior Momi se ne accorse.  La Gorlago
    stava  visitando  la  villa  per proprio conto.  I due la incontrarono
    sulla scala del salone, nel discendere.
    Ohe le disse Camin con un fare  da  padrone  duro,  quel  sacco,  a
    posto!
    La  donna gli diede un'occhiata rabbiosa e tir via.  Molesin la segu
    cogli occhi fino al pianerottolo superiore.
    Caro Momi diss'egli,  posando una mano  sulla  spalla  dell'amico  e
    articolando  lentamente  le  parole per farne sentire il doppio fondo,
    go paura che i carateri, digo i carateri,  de so fiola e de sta siora
    qua no i se convegna.
    Aho, parcossa?
    Gnente.
    Aho  aho!  O'l  d'un! Il sior Momi,  pratico di doppi fondi e solito
    renderli innocui colle sue risate cretine, vi aggiungeva, nei casi pi
    gravi, questo "l d'un!",  questo ridente smozzicato "fiol d'un can!",
    giocoso insulto ammirativo di una malizia canagliesca.


    2.

    Verso  le  undici  l'ottimo  Camin,  dopo una breve conferenza,  nello
    studio,  con Teresina,  annunci all'amico la propria partenza per  il
    villino  delle Rose e lo invit a uscire con lui se intendesse recarsi
    a far visita all'arciprete.  Al trivio  dove  la  stradicciuola  della
    Montanina  muore nella strada maestra,  gl'indic il campanile di Velo
    posato elegantemente a chiudere nell'aperto sole lo sfondo della  via,
    oltre un alto arco di ombre.  E, congedatosi, prese la via opposta. Il
    Dottor Sottile,  fatti piano piano pochi passi,  ristette,  si  guard
    alle spalle e,  non vedendo pi Momi,  ritorn indietro.  L'eccellente
    sior Momi non avrebbe mancato, scorgendo questa manovra, di mormorarsi
    nella gola,  intero e sul serio,  coi denti stretti,  quel "fiol  d'un
    can!" (che aveva prima messo fuori smozzicato e burlesco, e si sarebbe
    applaudito  cos:  "No  son  po miga Marco Paparle gnanca mi".  Marco
    Paparle  un leggendario tipo veneto  di  scimunito.  Il  sior  Momi,
    prevedendo  che,  nella  sua  assenza,  Molesin avrebbe cercato di far
    cantare Teresina come a lui non piaceva che cantasse, l'aveva istruita
    per bene.
    Molesin  ritorn  alla  Montanina  in   cerca   della   sua   sciarpa,
    artificiosamente  dimenticata  nel vestibolo.  Presa la sciarpa,  and
    fiutando le orme di Teresina e,  trovatala,  spiegatole il perch  del
    suo  ritorno,  la  preg  di  fargli  vedere  la chiesina,  non ancora
    visitata. Nello scendere colla cameriera per il giardino,  le domand,
    tutto  amabile,  le  sue  impressioni  del nuovo padrone.  Teresina si
    scherm.  Allora Molesin: Gran bon  omo,  gran  bon  omo!  Disgrazi,
    disgrazi! Disgrazi nella mojer, disgrazi nei afari! E come xela mo,
    co sta fiola,  come xela mo, co sta fiola? Xela contenta mo, povareta,
    de star col pap, adesso? Tanto, m'immagino, vero? Tanto, vero?.
    La faccia malinconica,  la voce dolce dolce  del  Dottor  Sottile  non
    toccarono Teresina.  Il sior Momi aveva studiato fin dal primo momento
    di guadagnarsela,  le aveva promesso un aumento di salario e  mostrata
    la massima fiducia,  ma non fu per far piacere al sior Momi ch'ella si
    chiuse in un riserbo diplomatico;  fu perch la  faccia,  la  voce,  i
    blandimenti di Molesin le ripugnavano.  Rispose che non sapeva niente,
    che  non  poteva  dir  niente.  Molesin  entr  in  chiesa,   si  fece
    devotamente  il  segno della croce coll'acqua santa,  s'inginocchi un
    momento  prima  di  andar  toccando  e  fiutando  altare,  candelabri,
    lampade,  pilette.  Egli  credeva  tutto  che la Chiesa crede,  cos a
    fascio e senza averne notizia chiara praticava  nella  misura  esterna
    che  la  Chiesa esige;  e poich non pigliava il denaro altrui proprio
    dalle tasche n dai  forzieri,  poich  il  mentire  era  per  lui  un
    elemento  costitutivo  di  qualunque  affare  e  gli  affari  non sono
    proibiti dalla Chiesa, non si era figurato mai che fra le sue pratiche
    religiose  e  le  sue  pratiche  civili   ci   fosse   una   stridente
    contraddizione.  Anzi,  quanto pi s'infervorava nelle seconde,  tanto
    pi s'infervorava nelle  prime.  Quando  aveva  meglio  imbrogliato  e
    spennacchiato il prossimo,  si studiava d'imbrogliare anche Domeneddio
    con qualche "pater ave gloria" con qualche messa di pi. Solamente,  a
    lui  non  pareva  d'imbrogliare  n il prossimo n il Signore.  Non si
    credeva un ipocrita.  Teneva sul serio a  un  posticino  in  paradiso.
    Ascritto  al partito clericale,  n'era mal tollerato per la sua dubbia
    riputazione,  ma fingeva di non avvedersene.  Si  appoggiava  molto  a
    qualche  amicizia,  da  lui  vantata  e  gonfiata,  di  preti  che  lo
    conoscevano poco. Uno di costoro era l'arciprete di Velo d'Astico, suo
    coetaneo e compagno di scuola.
    E quel giovinotto? diss'egli uscendo di chiesa.  Quel giovinotto di
    Milano ch' stato qui!  Buon giovine,  vero?  Mi sarei figurato che si
    potesse intendere colla signorina.  Buon giovine,  sa.  Bravo giovine.
    Umh! E non s'intendevano? Peccato! Proprio, dico; non s'intendevano?
    "Cosa  ne  sai tu del giovinotto di Milano?" pens Teresina.  Stavolta
    rispose risentita.  Che poteva saper lei di queste  cose  che  non  la
    riguardavano?
    Molesin  riprese la via di Velo a capo basso,  simile al giuocatore di
    bocce che si  illuso di aver fatto il  punto,    corso  a  vedere  e
    ritorna mogio mogio,  colla seconda boccia nelle mani,  mulinandoci su
    come gli convenga tirare il  nuovo  colpo.  Si  rodeva  anche  per  la
    sciarpa, inutilmente ripresa, che gli pesava sul braccio, ridicola nel
    sollione delle undici.
    Maledetta  anche  questa!  si disse,  sudando come un uovo.  L'altra
    maledetta, naturalmente, era Teresina.
    Non trov l'arciprete in casa.  Era in chiesa.  Domand della cognata.
    Era in chiesa. E il cappellano? In chiesa.
    Il Suo nome,  di grazia? fece la fantesca,  vedendolo seccato. Udito
    il nome venerabile - dottor Molesin  -  s'illumin  tutta.  Lo  sapeva
    tanto  amico  del  signor  arciprete,  aveva  portato alla Posta tante
    lettere  del  padrone  per  lui!  Lo  trattenne.   Andrebbe  subito  a
    chiamarlo,  il signor arciprete. Prese quindi un'aria misteriosa e, in
    gran segreto, in gran confidenza, trattandosi di un amico del padrone,
    gli spiffer che  il  cappellano  aveva  ricevuto  allora  allora  una
    lettera  dello  zio  Cardinale  coll'annuncio  che l'arciprete sarebbe
    fatto Vescovo.  Il  padrone  si  era  tanto  commosso;  molto  per  il
    vescovado,  un  poco anche per l'idea di essere forse mandato "in quel
    de Napoli che i xe  paesi  tanto  bruti".  Padrone,  siora  Bettina  e
    cappellano erano subito andati in chiesa e ci stavano ancora.
    Allora  La  diventa  un  poco vescovessa anca Ela disse lo scherzoso
    dottore.  E pens:  "Sapr  qualche  cosa,  costei?  Sar  cagna  come
    quell'altra?".  La preg di non avvertire,  di non incomodare nessuno.
    Era disposto ad  attendere.  Magnific  la  virt  di  don  Tita,  che
    meritava,   meritava!   La  serva  lo  fece  entrare  nel  salotto  di
    ricevimento. Col,  seduto sul canap,  raccont aneddoti del tempo in
    cui  egli e l'arciprete facevano il ginnasio insieme.  Bela elezion!
    esclam finalmente. Gran bela elezion! Sala cossa? Vado in ciesa anca
    mi. Ma prima La me cava una curiosit.
    Le domand se conoscesse la signorina  Camin,  quella  che  stava  col
    vecchio Trento.  La fantesca fece il viso brutto.  Lo sapeva bene,  il
    signore, quello ch'era successo? No, non sapeva niente.  Madre Santa,
    la ga tent de scapare.
    De  scapare?  fece  Molesin,  sbalordito.  Udite  voci di fuori,  la
    fantesca esclam eccoli! e corse  via.  L'arciprete  e  i  suoi  due
    compagni  erano  di  ritorno  dalla chiesa.  Confabularono colla serva
    fuori della porta e il solo arciprete entr nel salotto.
    Egli lesse nel  viso  di  Molesin  un  tale  stupore  che  non  dubit
    nell'interpretarlo: "La ciacolona ga ciacol". Sentiva trasfigurato il
    proprio  stesso  viso  dall'emozione  interna.  Non aveva bisogno,  lo
    sentiva,  di parole per confermare la  notizia  data  dalla  fantesca.
    Disse solamente caro e abbracci,  colle lagrime agli occhi, l'amico
    del quale non aveva mai voluto  credere  che  fosse  un  ipocrita,  un
    disonesto.  Erano lagrime sincere,  pregne di sensi diversi. Vi era il
    senso trepido del suo innalzamento,  per volont di Dio e del  Vicario
    di Cristo,  a una dignit onde a lui,  uomo di ferrea fede,  appariva,
    non lo splendore esterno e mondano, ma l'importanza religiosa.  Vi era
    il  senso tenero della fiducia dimostratagli dai Superiori.  Vi era un
    ravvivamento profondo del suo fervore religioso,  una  tensione  della
    volont verso la vita semplice austeramente,  esemplarmente pia, di un
    degno Pastore di pastori.  Vi era il senso dolente della fine prossima
    di  una parte della sua vita,  la penultima,  che si allontanerebbe da
    lui per sempre,  insieme a tante lunghe consuetudini di  luoghi  e  di
    persone.  Il  dottor  Molesin,  bench  sbalordito  dalla  bomba della
    fantesca,  intese il granchio  pigliato  dall'arciprete  e  approfitt
    dell'abbraccio,  lo  prolung  tanto  da  rimettersi bene a posto,  da
    potere  sfoderar  poi,   anch'egli  come  l'arciprete,   un  metro  di
    fazzolettone turchino e stropicciarsene con zelo gli occhi.
    Bela  elezion!  esclam  ripiegando  il  fazzolettone.   Gran  bela
    elezion!  Intanto  si  era  riordinato  anche  l'arciprete.  Supplic
    Molesin  di  essere  discreto;   e  perch  il  dottore  gli  domand,
    titubante,  il nome della diocesi,  gli tronc le parole:  No  se  sa
    gnente,  no  se  sa  gnente,  no  se sa gnente.  Lo richiam ad altro
    argomento con uno di quei "dunque?"  che  si  gettano  a  uncinare  il
    prossimo  come  ami legati a un filo,  invisibile s ma ben conosciuto
    dall'uncinato, che ne sperimenta subito il tirar forte.
    Dunque disse Molesin parlando italiano per aggiungere importanza  al
    discorso il gran modernista ha dovuto levare i tacchi;  come il prete
    suo amico, mi hanno detto.
    L'arciprete rise.
    Storie vecchie, queste diss'egli.  Storie vecchie,  caro.  Parliamo
    del presente.
    Lo  sapeva bene,  Molesin che il "dunque?" dell'arciprete era stato un
    uncino gittatogli per tirarlo al torbido  presente:  anch'egli  voleva
    venire  al presente ma non tiratovi a forza con pericolo d'inciampare.
    Voleva mettere i piedi dove piaceva a lui.  Cosa poteva egli dire  del
    presente che l'arciprete non sapesse gi? La morte del vecchio Trento,
    il suo testamento, Momi Camin alla Montanina...
    Fin che no vien Spazzacamin.
    L'arciprete  non  sapeva  quanto  la  sua  freddura  fosse  atroce per
    Molesin,  il quale la sostenne imperturbato.  Disse che Momi lo  aveva
    invitato  a vedere la villa.  Era venuto principalmente per il piacere
    di  visitare  l'arciprete.   Per  gli  era  stato  gradito  anche  di
    accontentare Momi. E qui fece prudenti elogi di Momi, disgraziato, s,
    nella famiglia e negli affari,  uscito forse un po' fuori di strada in
    cose politiche, ma buon diavolaccio,  in fondo,  e buon cristiano poi;
    oh, questo s, buon cristiano, di quelli all'antica.
    A  pian a pian fece don Tita.  I me dise che in casa a Padova,  ghe
    sia del sporcheto.
    Molesin aggrott le ciglia,  strinse e porse le labbra  con  un  lungo
    mugolio  sordo,  interrotto  di  scatti  negativi:  no - no no,  che
    finirono  in  un  dubitativo:  proprio  no  credaria  apparenze!.  E
    continu  a  dire  dei  buoni principii,  delle buone pratiche del suo
    amico.  Si teneva sicuro che sarebbe un  eccellente  parrocchiano,  un
    parrocchiano generoso per la chiesa,  generoso per i poveri; mentre se
    per disgrazia, un giorno o l'altro,  la Montanina capitasse in mano di
    quel tale, di quel signor Alberti...
    Pur troppo, fiolo disse don Tita. La ghe capita.
    Da bon?
    Molesin perdette un momento il suo equilibrio.
    La  ghe  capita  conferm  don  Tita.  E raccont la fuga tentata da
    Lelia.
    Combin, capo diss'egli. Tutto combin.
    Secondo lui, la ragazza non voleva assolutamente saperne di vivere con
    suo padre. Donna Fedele la protegge,  ma non pu tenersela se il padre
    la  vuole.  Pochi  mesi  ancora,  e la ragazza  maggiorenne,  diventa
    libera. Si tratta, per loro, di far passare questi pochi mesi.  E si 
    pensato  il bel colpetto.  Una notte la ragazza scappa.  E'una ragazza
    ardita, anzi sfacciata, e l'arciprete dice di averne le prove.  Piglia
    un  treno  in  qualche  parte,  come aveva fatto don Aurelio,  e va in
    Piemonte.  In Piemonte la sua protettrice ha un nuvolo di parenti.  La
    ragazza  si  nasconde un po' qui un po' l,  fino a che passano questi
    benedetti mesi.  Intanto l'altra lavora per  il  signor  Alberti,  suo
    protetto anche quello. Lo ha gi fatto venire a Ceghe, da Milano, dopo
    la  sua fuga.  Sono stati veduti insieme in un luogo solitario,  sulla
    riva  dell'Astico,  a  far  complotti.  Ma  c'  la  Provvidenza.   La
    Provvidenza si serve di un eretico, di un birbante, per rompere le ova
    nel paniere di quell'altro.  La Provvidenza lo conduce a dormire,  una
    notte di pioggia,  dove la ragazza non credeva certo  di  trovarlo.  E
    succede il patatrac.
    Don  Tita  descrisse  il patatrac e venne alla morale.  La commedia si
    ripeterebbe certo e il signor Camin  o  da  Camin  doveva  pensare  al
    riparo se non voleva che arrivasse Spazzacamin.
    Tutta  questa industriosa architettura non era farina del sacco di don
    Tita.  Era farina del sacco di don Emanuele.  Il sacco di don Emanuele
    era  un  sacco  a  doppio  fondo.  Don Emanuele aveva informazioni che
    comunicava  e  informazioni  che  non  comunicava  a  don  Tita.   Gli
    comunicava  quanto  reputava utile o almeno indifferente che fosse poi
    ripetuto dall'arciprete senza prudenza.  Non gli comunicava  ci  che,
    conosciuto  segretamente  da  lui,  gli  procacciava  un  monopolio di
    sapienza direttiva e la coscienza gradevole di tale  superiorit.  Ma,
    sul conto di don Tita, egli s'ingannava. Don Tita pareva pi grosso di
    lui  ed  era  invece  pi  fine.  Don Tita si era accorto del giuoco e
    fingeva di lasciarsi giuocare. Non credeva, per esempio,  nella storia
    raccontata a Molesin,  credeva soltanto che fosse utile raccontarla. E
    lo capiva.  Capiva perfettamente che fosse utile di seminare discordia
    fra la Vayla,  tanto avversa a lui e al cappellano, e il nuovo padrone
    della Montanina,  il quale avrebbe potuto far  molto  per  la  chiesa,
    bisognosa di riparazioni,  di panche,  di pavimento. Capitatogli fra i
    piedi l'amico Molesin,  aveva intuito  come  quello  fosse  un  canale
    buonissimo  da versarvi le parole che avrebbero posto in guardia Camin
    contro donna Fedele e preparata,  fra il clero di Velo e il sior Momi,
    un'alleanza vantaggiosa per la chiesa e per i poveri della parrocchia.
    Non  credeva  che  donna  Fedele  avesse fatto fuggire la signorina di
    notte a quel modo pericoloso,  mentre le sarebbe stato tanto facile di
    farle  prendere  il  treno ad Arsiero come lo aveva preso altre volte,
    sola,  per andare a Seghe o a Rocchette;  ma don  Emanuele  gli  aveva
    asseverata  la cosa ed egli credeva quindi poterla dare,  in coscienza
    per vera.  E si era interdetta qualunque indagine.  "Se don  Emanuele"
    pensava "sa una cosa e ne dice un'altra, buon' pro gli faccia. A me va
    bene  questa."  Infatti don Emanuele sapeva che le persone di servizio
    del villino credevano a un tentativo di suicidio,  per certi pezzi  di
    carta scritta che poi le avevano trovato in camera. Supponevano che la
    ragazza  intendesse  appiattarsi  nel  bosco,   sotto  la  chiesa  del
    Camposanto di  Arsiero,  per  aspettarvi  il  treno  delle  quattro  e
    gittarsi sulle rotaie,  o saltare nella roggia che taglia la strada di
    Seghe volgendo verso la Pria.
    Molesin ascolt molto attentamente il racconto.  Se le cose stavano  a
    quel  modo  e  se  ora Momi consentisse a lasciar viaggiare sua figlia
    colla Vayla, bisognava aspettarsi il peggio. Colei farebbe scappare la
    ragazza e bravo  chi  la  scova  dopo.  Pochi  mesi  ancora  e  arriva
    Spazzacamin.  La  ragazza  assegner una pensione a suo padre;  pi di
    cos, probabilmente, non vorr concedergli e sar come nulla.  Bisogna
    ch'essa  ritorni  alla  Montanina,  bisogna  che  Momi voglia e sappia
    riguadagnarsene l'animo. Brutto affare.
    Povero Momi! diss'egli,  malinconicamente.  E,  senza fiatare  delle
    lettere  di donna Fedele,  pass a un altro discorso.  Domand Se Momi
    avesse fatto celebrare un ufficio funebre  nel  giorno  settimo  della
    morte del vecchio Trento. No, nessuno ne aveva parlato. In circostanze
    ordinarie,  l'arciprete  avrebbe  fatto  interrogare  in  proposito la
    famiglia.   In  quelle  circostanze,   il   signor   Camin   essendosi
    impensatamente  allontanato  la  mattina  del quattro,  sua figlia non
    trovandosi  a  casa,  non  se  n'era  fatto  niente.  Ignorava  se  il
    cappellano ne sapesse qualche cosa di pi ma non lo credeva.
    Adesso sentiremo diss'egli. E suon per far venire il cappellano.
    Molesin  si  era  incontrato  una volta con don Emanuele a Padova.  Lo
    aveva fiutato avverso.  Si era sentito a disagio come se  quell'occhio
    acquoso,  gelido,  lo  spogliasse  di tutte le morbide pelli finte che
    portava sulla dura pelle vera.  Aveva fiutato bene.  Don  Emanuele  la
    sapeva lunga sul suo conto;  lo aveva tenuto a distanza, pensatamente.
    Molesin avrebbe fatto volentieri a meno d'incontrarsi ancora con  lui.
    Ma quando il cappellano entr nel salotto e salut l'ospite, questi si
    accorse tosto,  con recondita dolcezza,  che l'occhio acquoso era meno
    gelido  dell'altra  volta.   Infatti  l'occhio  acquoso   vedeva   ora
    nell'onesto  Molesin l'uomo che aveva fatto conoscere alla pia signora
    Camin,  e quindi agli  ecclesiastici  suoi  amici  e  consiglieri,  la
    pericolosa presenza di Massimo Alberti alla Montanina.  Nel salutarlo,
    il suo volto si atteggi a un lieve sorriso,  parve dire tacendo: "Ah,
      Lei!".  Udito  che neppure don Emanuele aveva parlato con alcuno di
    quel tale ufficio funebre e che d'altra parte,  per certe  ragioni  di
    rito,  non  sarebbe  stato possibile di celebrarlo nel giorno settimo,
    ci cui l'arciprete non aveva ora pensato, dichiar che si prendeva la
    responsabilit di ordinarlo a nome dell'amico.  Per l'ora si sarebbero
    intesi.  E  a  nome  dell'amico  preg che lo si aiutasse a trovare un
    sacerdote per la messa festiva nella chiesina della villa. L'arciprete
    avrebbe risposto con effusione cordiale se non lo tratteneva  un'ombra
    sul  viso  del  cappellano.  Cos  rispose  un vago vedremo.  Allora
    Molesin,  cui non era sfuggita  l'ombra,  fece  intravvedere  daccapo,
    attraverso  una  nebbia di mezze parole,  le belle cose che Momi Camin
    potrebbe fare se trovasse simpatia e se avesse la pace  in  casa.  Non
    specific  le  belle  cose n altro;  e l'arciprete,  contento che non
    specificasse, che non proponesse una specie di contratto, accompagnava
    i suoi giri e rigiri di frasi con certi ben - ben  -  ben  che,  per
    l'oratore, erano tante gocce di balsamo.
    Ma don Emanuele, temendo evidentemente, per i suoi reconditi fini, che
    il principale si compromettesse con parole poco misurate,  gli ricord
    certe faccende  urgenti  da  sbrigare  insieme,  per  cui  Molesin  fu
    costretto  a  levare  il campo.  L'arciprete gli domand se intendesse
    partire quel giorno stesso.  Rispose di essere venuto  da  Padova  con
    quest'idea.  Ma  il  paese  era troppo bello e l'amico Momi gli faceva
    tanta violenza  perch  restasse!  Restava.  Proclamato  enfaticamente
    questo fantastico atto di sottomissione,  prese congedo,  trott verso
    la Montanina,  ora meditando  il  racconto  dell'arciprete  e  l'ombra
    enigmatica  sul viso di don Emanuele,  ora struggendosi di sapere come
    fosse andato il colloquio di Momi con quella signora Baila, o Balia, o
    il diavolo che la porti. Quando arriv alla meta, il sior Momi non era
    ancora ritornato. Ritorn poco dopo.  Molesin,  che stava informandosi
    della colazione in cucina,  lo ud chiamare per la casa: Dotr!  Sior
    Checco! Sior Checco!  Dotr!.  Criticata l'opera della cuoca circa un
    baccal  che  stava  preparando,  e istruitala secondo i propri gusti,
    rientr in casa, vocifer alla sua volta: Momi,  Momi!  Son qua,  son
    qua!. S'incontrarono, naso a naso, nel vestibolo.
    Male  -  male  -  eh  male borbott il sior Momi,  battendo molto le
    palpebre.
    La ragazza non aveva  voluto  vederlo,  la  signora  gli  aveva  fatto
    intendere  che,  se  facesse  valere  il  suo  diritto  di condursi la
    figliuola a casa, gli sarebbe accaduto di peggio.  Il sior Momi si era
    visto costretto a permettere il viaggio.  Aspettare sperare ripeteva
    il falso cretino,  colla sua voce di palato,  col suo muso di  vecchia
    cera dipinta stupidamente levato all'aria: aspettare - sperare.
    Il  primo pensiero di Molesin,  nell'apprendere ch'egli aveva permesso
    il viaggio colla Vayla,  fu di dirgli: "Bravo el mamo".  Il secondo fu
    diverso. S s s diss'egli, come se non valesse la pena di turbarsi
    per quell'argomento. Sentir che bacal! Merito mio.
    Capitolo Nono.

    NEL VILLINO DELLE SPINE.


    1.

    Donna Fedele fece portare Lelia svenuta in una camera a due letti,  la
    fece spogliare e mettere a letto.  Intanto la fanciulla  rinvenne,  si
    guard attorno sbalordita,  spinse via,  con un gemito,  le mani della
    cameriera che la componevano sotto le coltri,  si eresse con mezza  la
    persona  sui gomiti.  Donna Fedele ordin alle due persone di servizio
    di uscire  e  accenn  loro  che  restassero  nell'anticamera.  Chiuse
    l'uscio si avvicin a Lelia,  l'accarezz,  le disse piano: Hai avuto
    un accesso di sonnambulismo,  ti prego di star quieta perch mi  sento
    tanto male,  ho tanto bisogno di riposare anch'io. Le fece dolcemente
    forza perch ripiegasse il capo sul  guanciale,  spense  la  luce,  si
    coric silenziosamente nell'altro letto.  Soffriva davvero,  tanto che
    poco prima si era quasi decisa di farsi visitare, finalmente;  non per
    paura della morte ma per uno scrupolo di coscienza.  Ora tutta l'anima
    sua era protesa  sopra  l'altro  letto,  sopra  l'altro  corpo,  sopra
    l'altra smarrita infelice anima che aveva cercato,  non ne dubitava un
    momento, di morire. E la maggiore sua pena era l'umiliazione che Lelia
    doveva provare del tentativo non riuscito. Spasimava d'ingannarla,  di
    farle credere che nessuno avesse sospettato il vero.
    Non  una sola parola era ancora uscita dalle labbra di Lelia.  Parve a
    donna Fedele, un quarto d'ora dopo spento il lume,  ch'ella si movesse
    nel letto. La chiam sottovoce:
    Lelia.
    Nessuna  risposta.   Chiam  pi  forte:  Lelia!.  Niente.  Non  os
    insistere, alz e porse un poco il capo dal guanciale, volendo vedere.
    Le parve che fosse supina e immobile,  ma non pot discernere  se  gli
    occhi fossero chiusi o aperti. E continu a tender l'orecchio. Il gran
    vento  di Val d'Astico ruggiva intorno al villino.  Discese pian piano
    dal  letto,   schiuse  l'uscio  dell'anticamera  per   licenziare   le
    cameriere.  Al chiarore che un'obliqua lama di luce mise nella camera,
    vide Lelia voltarsi rapidamente sul fianco, verso la parete. Ritornata
    a letto,  le domand,  non tanto sottovoce,  se fosse stata sonnambula
    anche da bambina.  Lelia non rispose. Certo disse donna Fedele devi
    esserlo stata anche da bambina. E non ud pi,  per la intera  notte,
    che  movimenti inquieti della sua vicina e il rombo,  le urla del gran
    vento di Val d'Astico.  Mortalmente lunga,  mortalmente penosa  notte!
    All'alba Lelia si assop, la sua respirazione divent affannosa. Donna
    Fedele  scese dal letto,  le pos una mano sulla fronte.  Bruciava.  A
    quel tocco la dormente trasal,  balz a sedere  sul  letto,  gemette:
    Questa  non    la  mia  camera,   questa  non    la  mia  camera!.
    L'angosciata amica le ricord con parole tenere ch'era uscita di  casa
    dormendo,  ch'era caduta.  Sperava,  soggiunse,  che fosse contenta di
    averla  vicina.  Lelia  la  interruppe:  Caduta?  Come,  caduta?  No,
    caduta!.  In  quella mente turbata dalla febbre la parola "caduta" si
    era confusa colla forma del disegno funesto;  ella dubitava di  averlo
    posto  in opera senza morirne.  Donna Fedele l'abbracci e se ne sent
    alla sua volta abbracciare,  baciare,  bagnar  di  lagrime,  chiudere,
    quasi,  nella vampa e nell'odore di una febbre ardente.  Dur fatica a
    sciogliersi dall'abbraccio, a ricomporre la fanciulla sotto le coltri.
    Suon per la cameriera,  ordin che si mandasse il custode a  chiamare
    il medico.
    Si  vest  con  doloroso sforzo e,  quando il medico venne lasciata la
    cameriera  presso  Lelia,   gli  confid  quello  ch'era  strettamente
    necessario  confidargli.  La ragazza era uscita di notte in un momento
    di grave agitazione morale, determinata da fatti familiari. Era caduta
    presso il cancello,  aveva perduto i sensi.  Le si era fatto  credere,
    per  rispettare  i  suoi  intimi sentimenti,  che si attribuiva la sua
    uscita notturna a un fatto di sonnambulismo.  Il medico era pregato di
    regolarsi  cos  nel  discorrere  coll'ammalata.  Questa si rifiut di
    prendere checchessia,  n medicine,  n  cibo  di  alcun  genere.  Era
    sovreccitata   dalla   febbre   alta   e   parlava,   parlava,   quasi
    continuamente. Parlava sempre di sonnambulismo e di sonnambuli. Non si
    trad mai.  La sua preoccupazione morbosa era di fornire  conferme  al
    giudizio di donna Fedele.  Solo una volta cambi di argomento.  Nomin
    il povero signor Marcello e, guardando l'amica, s'intener.  La febbre
    declin  verso  sera.  Le successe un periodo di taciturnit cupa.  Il
    medico venne a notte,  la trov quasi sfebbrata,  cerc di  scherzare.
    Smise subito,  tanto il bel viso pallido si fece ostile.  Trov invece
    accesa in viso, febbricitante, la padrona di casa. La vera causa delle
    sofferenze di donna Fedele  era  ignota  a  lui  come  a  tutti.  Egli
    attribu il suo stato a stanchezza,  le raccomand di dormire sola, in
    pace. Ella sorrise e tacque. Non era la pace, per lei, dormir sola. La
    pace, per lei, era donarsi tutta a quella giovine, non tanto per amore
    di  lei,  quanto  per  la  memoria  del  signor  Marcello,  per  amore
    dell'amore  che  il  signor  Marcello  aveva continuato al figlio suo,
    morto.  Si fece ancora preparare il letto accanto a quello  di  Lelia.
    Soffriva,  beata di soffrire,  della coscienza di una vita tanto piena
    quanto non lo era stata mai.
    Aveva  l'abitudine  di  leggere  a  letto,  ogni  sera,   un  capitolo
    dell'Imitazione,  il  libro  che il venerato padre suo aveva avuto pi
    caro dopo il Vangelo.  Domand a Lelia  se  la  luce  le  desse  noia.
    Avrebbe fatto a meno di leggere. Dovette ripetere la domanda due volte
    prima   di   ottenere   risposta.   Venne   finalmente   un  no  quasi
    inintelligibile. Allora pens bene di spegnere.  Udito di l a poco un
    respiro, chiam:
    Lelia.
    Poich, al solito, non venne risposta, riprese:
    Mi permetti di parlarti?
    Silenzio.
    Di me,  sai.  Vorrei parlarti di me. Avrei da farti una preghiera che
    riguarda me. Mi permetti?
    Stavolta venne un s doloroso.  Quella voce  pareva  dire:  non  posso
    negare, ma perch tormentarmi?
    Scusa ricominci l'altra voce, dolce e grave: Vorresti dormire?.
    Lo stesso gemito di prima:
    No.
    Donna  Fedele  tacque  alcuni  istanti,  ordinandosi  nella  mente  un
    discorso pensato per un fine di gran valore e per  esser  detto  nelle
    tenebre. Forse la luce le ne avrebbe tolto il coraggio.
    Mi  dai  la tua parola diss'ella che non ripeterai a nessuno quanto
    ti dir?
    L'altra voce, triste ancora ma non flebile:
    S.
    Nuova pausa.
    Tu non sai cominci lenta lenta donna Fedele e nessuno sa,  nessuno
    deve sapere che sono condannata a morire presto, credo molto presto.
    Aspett  una  parola,  un  moto  di  sorpresa,  di  protesta.  Niente;
    silenzio. Continu:
    Sono ammalata da pi di un anno.  Mi    ripugnato  sempre  di  farmi
    visitare e forse adesso sarebbe troppo tardi.  Soffro molto. Ma le mie
    sofferenze non sono solamente fisiche, ne ho anche una morale.
    La voce lenta si abbass.
    Vi  stata nella mia vita un'ora terribile.  Mi  sono  innamorata,  a
    diciotto  anni,  di un uomo che non era libero.  Tu hai gi indovinato
    chi era. Non l'ho amato di un amore puramente ideale,  no.  L'ho amato
    con tutta la mia anima e con tutto il mio sangue.  Fortunatamente egli
    non ricambi la mia passione,  mi chiese silenziosamente la  rinuncia.
    Allora  pensai  a  morire.  Studiai  un modo di morire che non paresse
    suicidio,  perch il dolore di mio padre non fosse troppo  amaro.  Una
    corsa   in   montagna,   un   passo   difficile,   uno   sdrucciolone.
    Fortunatamente ancora, mio padre ammal. Non aveva che me,  perch mia
    madre mor quando avevo tredici anni. Il mio amore per lui, che si era
    alquanto  assopito  durante  l'altra  passione,  si  risvegli.  E  si
    risvegli anche il mio sentimento religioso.  Non posso  dire  se  mio
    padre avesse letto qualche cosa nel mio cuore.  Certo egli mi parlava,
    durante la sua convalescenza,  di  Dio,  di  Cristo,  dell'anima,  del
    dolore,  dell'amore,  senza severit di ammonimenti, ma con una grande
    dolcezza,  con una tenerezza che mi rivel tutto  il  male  della  mia
    passione e dei miei propositi di suicidio. Le monache del mio collegio
    non mi avevano data che una vernice di religione.  Fu mio padre che mi
    fece credere col cuore e amare la mia fede. Povero pap!
    Donna  Fedele  tacque,  commossa  dalla  mesta  riconoscenza  che,   a
    parlarne,  si riaccendeva. Dall'altro letto nessun segno di vita. Ella
    domand:
    Ti stanco?
    Il no che venne stavolta non era n  flebile  n  triste.  Era  un  no
    sommesso, breve, tronco; un no avido quasi.
    Il  pi  doloroso  viene  adesso riprese la narratrice.  Quando mio
    padre mor,  avevo ventisette anni.  Vivevo a Torino con una  dama  di
    compagnia  che  mio  padre  mi  aveva presa perch mi accompagnasse in
    societ e mi aiutasse a ricevere. Vedevo molta gente.  Fui amata da un
    ufficiale pi giovine di me, povero, di molto ingegno, di molto valore
    morale.  Mi  era  simpatico,  ho creduto di poterlo riamare ed ebbi il
    torto immenso di non sapergli nascondere il mio  sentimento.  Cos  lo
    aiutai  a  illudersi.  Mi domand di sposarlo e allora,  troppo tardi,
    intesi che potevo avere con lui un legame d'anima, un altro legame no.
    Gli risposi cos. Egli prese congedo senza una parola, and a casa...
    Si uccise? mormor Lelia.
    Donna  Fedele  non  rispose.  Si  accorse  di  una  piccola  mano  che
    strisciava sulla sponda del suo letto,  la cerc,  la prese,  sent la
    propria esser tratta verso  l'altro  letto,  essere  sfiorata  da  due
    labbra  calde.  Era  un  premio  del grande sforzo che aveva fatto per
    aprire il suo cuore a quella persona  quasi  straniera.  amata  di  un
    affetto riflesso.
    Cara  diss'ella  sottovoce.  Per  qualche momento non fu in grado di
    riprendere il suo racconto.
    Era figlio  unico  prosegu,  finalmente.  Aveva  la  madre  e  una
    sorella.  Restarono quasi nella miseria.  Mi odiarono perch credevano
    che io l'avessi prima adescato  e  poi  respinto.  Mai  non  avrebbero
    accettato  soccorsi  da me.  La madre mor.  La sorella vive a Torino,
    sola.  Ti dar il suo indirizzo.  Io  la  soccorro  senza  ch'essa  lo
    sappia.  Se  le  lasciassi  qualche cosa per testamento,  non vorrebbe
    accettare. La mia preghiera  questa: quello che vorrei lasciare a lei
    lo lascerei a te e tu  continueresti  a  soccorrerla  come  faccio  io
    adesso.  E  ti  pregherei  anche  di  vederla,  quando sar morta;  di
    persuaderla che io non l'ho adescato,  suo fratello,  che ho solamente
    creduto,  ingannandomi, di poter corrispondere al suo sentimento e che
    il dolore del mio fallo l'ho  portato  con  me  fino  alla  morte.  Lo
    farai?
    Stavolta  fu  donna  Fedele  che stese una mano alla sponda dell'altro
    letto.  La mano fu presa e stretta come in  una  morsa.  Risposta  non
    venne Donna Fedele ripet: Lo farai?.
    Sent  premersi  il dorso della mano,  a due riprese,  sopra due occhi
    umidi, ud un sussurro:
    Lei non deve morire, Lei deve guarire.
    Ma, se non guarisco, lo farai?
    La mano prigioniera pat una stretta violenta.
    Non mi costringa a rispondere subito!
    A queste parole di Lelia,  donna Fedele ritir la  mano,  che  non  fu
    trattenuta, e tacque. Lelia esclam, di soprassalto:
    Lo so...!
    E non and pi avanti.
    Cosa? chiese donna Fedele.
    Niente diss'ella.
    Tacquero ambedue,  per un minuto.  Poi Lelia, piano piano, discese dal
    letto,  stese le braccia intorno al capo dell'amica,  le pos il  viso
    sul petto.
    Lo  so diss'ella con un fil di voce perch vuol dare quest'incarico
    a me. Lo so, perch mi ha fatto cambiare di camera. Lo so...
    Zitto! fece donna Fedele cercando  alzarle  colle  mani  il  viso  e
    chiuderle  la  bocca.  E  perch  l'altra ricominciava lo so...,  le
    impose con forza di tacere e di ritornarsene a letto.
    Mi risponderai domattina diss'ella.
    Lelia non espresse n un rifiuto n un assenso, ritorn sospirando,  a
    letto.  Dopo  un  poco,  udendo  l'amica muoversi le domand se avesse
    prima spenta la luce per causa  sua,  la  preg  di  riaccenderla  per
    leggere,  secondo la sua abitudine.  Poich l'amica, infatti, accese e
    si mise a leggere,  desider sapere cosa leggesse.  E  l'amica,  senza
    dirle il titolo del libro, ne and sfogliando le pagine, lesse ad alta
    voce:
    Ora spesso gemo e porto con dolore l'infelicit mia perch molti mali
    incontrano in questa misera valle onde sovente mi turbo,  mi attristo,
    mi rannuvolo,  e,  preso nei loro  lacci  e  stretto  e  tratto,  sono
    impedito di venire liberamente a Te.
    Qui si ferm.
    A chi, a te? chiese Lelia.
    A Ges Cristo.
    Lelia non parl pi.  Donna Fedele continu silenziosamente la lettura
    per pochi minuti e spense.
    Verso l'alba donna Fedele ebbe dolori  acuti  che  le  strapparono  un
    lamento.  Lelia,  ancora  insonne,  balz  dal  letto  accese la luce,
    assistette come pot  la  sofferente,  che,  vedendola  angosciata  di
    piet,  le  sorrideva  pur  non valendo a ringraziarla colla voce.  Si
    quiet solamente a giorno fatto.
    Dunque diss'ella,  non mi darai quella consolazione?  Vedi  in  che
    stato sono.
    Mi prometta prima Lei rispose Lelia di farsi visitare, a Padova o a
    Torino, e di curarsi.
    E poi, tu, prometterai l'altra cosa?
    La risposta, pronta e decisa, fu:
    S.
    Donna Fedele promise e,  stese le braccia,  raccolse Lelia in un lungo
    abbraccio.  Nella giornata si sent molto  meglio,  sper,  anche  per
    esperienze  passate,  in  un  periodo di calma e fece i suoi piani per
    l'adempimento della promessa.  Ragioni d'interesse la consigliavano di
    recarsi  a  Torino  dove dimorava il suo agente.  Pens che si farebbe
    visitare da Carle e poi, se Carle lo permettesse,  andrebbe un poco in
    montagna,  o verso il Rosa o in Val d'Aosta. Chi sa se il signor Camin
    avrebbe permesso a sua figlia di  accompagnarla?  Lelia  dichiar  nel
    solito suo modo tronco, sfidante, che andrebbe senza permesso. L'amica
    le diede,  sorridendo,  della bambina, le disse che suo padre aveva il
    diritto di farsela ricondurre a casa dai carabinieri. Non oser mai!
    rispose Lelia,  pensando alle tante lettere  umili  ch'egli  le  aveva
    scritte,  ai  denari  che tante volte gli aveva spediti.  Donna Fedele
    alz un poco le sopracciglia e tacque. Poi scrisse, per proprio conto,
    a Camin.  Il custode port la lettera alla Montanina e rifer  che  il
    signor  da  Camin era atteso per la mattina seguente.  Lelia dichiar,
    prima ancora di venire interrogata,  che se  suo  padre  capitasse  al
    villino,  non  intendeva  di  vederlo.  Lo  disse  con  tanto risoluta
    fierezza che la sua prudente amica credette bene di non farle, in quel
    momento,  alcuna  osservazione.  Mise  l'argomento  da  parte  per  la
    conversazione intima della notte.  Aveva offerto a Lelia la sua camera
    di prima e Lelia aveva rifiutato,  desiderava poter assistere  l'amica
    materna,  se ne avesse bisogno.  L'amica materna ne fu assai contenta,
    parendole poter lavorare quell'anima pi facilmente nella notte.
    Infatti, la sera stessa, appena spento il lume, la interrog. Dunque,
    se tuo padre viene?
    Se mio padre viene, non sono ancora ben guarita, ho mal di capo,  non
    sono in grado di vederlo.
    Donna Fedele osserv con dolcezza,  sottovoce,  che non era possibile.
    Era contro le convenienze,  era contro  il  suo  dovere  filiale,  era
    contro  il  suo  interesse.  Lelia  protest  che  non le importava di
    convenienze n d'interessi.  Ma il dovere?  ribatt donna Fedele.  Che
    dovere!  Verso un padre simile?  Gli aveva dato denaro, gliene darebbe
    ancora, se ne avesse; ma basta. Tanto, egli non desiderava che denaro.
    Affetto no, certo.
    Tu sei religiosa si arrischi a dire donna Fedele.
    Questo non c'entra.
    Oh s, c'entra!
    Lelia tacque.
    Ma io non so esclam a un tratto se sono religiosa!
    Non lo sai?
    Donna Fedele aveva messo il discorso in  quel  campo,  non  tanto  per
    ricordare  a  Lelia  il  carattere  religioso dei suoi doveri filiali,
    quanto per saggiare la religiosit di una donna che aveva  tentato  il
    suicidio. Lelia rispose asciutta:
    Non lo so.
    Ma preghi, per.
    Adesso non prego pi. Almeno come insegnano i preti. Li detesto.
    Oh perch?
    Lelia non rispose.
    Ho  avuto  una  cameriera disse donna Fedele che non volle pi bere
    vino perch una volta sbagli bottiglia e bevette inchiostro.
    Lelia tacque un poco e poi usc a domandare:
    Lei, in religione, che idee ha?
    Te le ho gi dette.  Sono una cattolica all'antica e non  confondo  i
    preti cattivi colla religione.
    Credevo che avesse le idee...
    La  fanciulla  non  rispose,  neppure  poi  che  donna  Fedele le ebbe
    domandato: Di chi?. Allora questa indovin.
    Ma cosa ne sai, tu diss'ella, delle idee di quella persona?
    Gi! esclam Lelia, sdegnosamente. Con Lei non si pu toccarla!
    Donna Fedele scatt, dimentica dell'usata prudenza:
    Se non hai capito il suo sentimento, cara,  tanto meno puoi capire le
    sue idee!
    L'altra mormor: Il suo sentimento! Non si  mica suicidato, lui.
    Le  parole  che  toccavano storditamente,  senza necessit,  una corda
    tanto dolorosa per donna Fedele, la ferirono nel vivo.
    Non si  suicidato! rispose.  Tu non capisci cosa sia  religione  e
    Alberti lo capisce.
    Dopo  di  che n l'una n l'altra parlarono pi,  neppure per darsi la
    buona notte.


    2.

    Poco  dopo  le  undici  della  mattina  dopo,   il  sior  Momi  spinse
    lentamente,  riguardosamente,  il  cancello  grande  del villino delle
    Rose.  La sua onesta intenzione era  di  spingere  avanti  con  eguale
    dolcezza,   con  eguali  riguardi,   qualche  paroletta  che  suonasse
    desiderio di avere la figliuola con s ma di non  insistervi  e  sopra
    tutto  di  rendersi gradito all'amica e consigliera di Lelia.  Non gli
    passava per la mente di sfoderare con lei i diritti paterni  sfoderati
    coll'amico Molesin. Poich gli restavano pochi mesi di governo, il suo
    piano  era  fatto:  appropriarsi in questi pochi mesi il pi possibile
    dei valori mobili della sostanza;  fare l'umile e il  contrito  perch
    Lelia,  diventata  maggiorenne,  gli  concedesse un largo trattamento;
    dare a bere al caro sior Checco quanto importasse per ottenere a buoni
    patti il concordato coi creditori.  Comprendeva che Molesin  mirava  a
    fargli   tirare  la  figlia  in  casa  collo  scopo  che  tenendovela,
    dominandola,  impedendole un matrimonio qualsiasi,  egli diventasse di
    fatto  padrone  della sostanza Trento,  e poi scendesse ad altri patti
    coi creditori per la paura che gli lavorassero contro la  ragazza.  Le
    sue  proprie  mire  non  andavano  a  quella piena conquista.  Tenersi
    insieme in casa la figlia e la Gorlago non  era  possibile.  Lelia  lo
    avrebbe  piantato  subito  e male.  Licenziare la Gorlago gli era meno
    possibile ancora.  Avara come  lui,  energica  pi  di  lui,  ella  lo
    appassionava  colla propria sensualit zotica e violenta.  N l'uno n
    l'altra si erano fedeli.  Eppure,  a  modo  loro,  si  volevano  bene.
    Litigare, talvolta infernalmente, s; separarsi, mai.
    Il sior Momi s'inoltr pian piano per il viale dei tigli che parte dal
    cancello,  fece  il  giro  del  villino,  non  sapendo  quale ne fosse
    l'entrata ufficiale,  se la veranda della facciata o la porticina  del
    lato opposto.  Batt molto le palpebre e infine prefer,  per istinto,
    porgere il capo, umilmente, dentro la porticina. Al suo con permesso
    seguito da una gran soffiata di naso, la cameriera discese correndo le
    scale, lo introdusse in salotto, and ad avvertire la signora.
    All'opposto del dottor Molesin,  il sior Momi,  davanti a  persone  di
    riguardo,  s'irrigidiva.  Al vederlo cos stecchito,  con quel muso di
    cartone e le palpebre rosse battenti sugli occhi vitrei,  donna Fedele
    si  domand  ancora se fosse un volpone o proprio uno stupido.  Mentre
    gli ripeteva, presso a poco,  le cose scrittegli,  egli emetteva delle
    frasi  rotte,  dei  ringraziamenti  senza oggetto,  degli eh capisco
    inintelligenti,   dei  lascio  libera,   lascio  libera  monchi   di
    sostantivo e di pronome. Quando la signora accenn al carattere un po'
    eccentrico della figliuola per disporlo al possibile rifiuto, da parte
    di  lei,  del  colloquio  ch'egli  certo desiderava,  mise fuori anche
    qualche aho aho  d'ilare  consenso.  Poi  approv  espressamente  il
    viaggio di Torino.  Contentissimo, poi. Eh contentissimo, sissignora.
    Un onore poi, un onore.
    Finalmente pronunci anche lui  il  suo  discorso  autonomo.  Se  non
    disturbo...  se non disturbo...  pregherei... se non disturbo. Pi di
    cos non gli usc di bocca.  Donna Fedele intese  che  quella  era  la
    domanda  ufficiale  di  vedere  Lelia.  Era questo ch'egli desiderava?
    Ecco,  per ubbidirla,  sissignora. Ella disse che  Lelia  non  stava
    ancora troppo bene ma che l'avrebbe fatta avvertire. Le aveva imposto,
    prima,  con  tanta  energia  di ricevere suo padre s'egli chiedesse di
    lei, che la fanciulla pieg.
    Lo ricevette in piedi,  ferma,  con una faccia sepolcrale.  Egli le si
    avvicin premuroso, non pi stecchito, balbettando ciao, ciao, ciao -
    come stai,  come stai, come stai?. La baci sulle due gote. Ella ebbe
    un brivido ma si lasci baciare, rigida come una statua. Non gli disse
    di sedere. Egli sbirci una sedia e non os pigliarla. Lod il viaggio
    di Torino. Brava,  brava,  contentissimo,  contentissimo.  Poi cav il
    portafogli,  disse che avendogli la signora scritto di questo viaggio,
    egli le aveva portato i cosi.  Tolse dal portafogli e  le  porse  un
    pacchetto di biglietti da dieci lire.
    Cambiate le cose! diss'egli.  Aho aho! - Eh, ma roba tua, roba tua!
    Pochi mesi ancora,  render conto! Un'altra risata cretina e il  sior
    Momi  cambi  ingenuamente  il suo ammirativo in interrogativo: Vero?
    Render conto?.
    Non importa! rispose Lelia  con  piglio  sprezzante,  senza  misurar
    molto il valore della parola. Il sior Momi la trov ghiotta, la ingoi
    lentamente,  se ne be nello stomaco, perdonando a Lelia di tenerlo l
    in piedi come un servo.
    Sei stata poco bene,  vero? diss'egli poi,  con tenerezza  patetica.
    Cosa? Febbre? Influenza? Indigestione? Anemia?
    Tir  tutte  queste  interrogazioni  di  seguito come affrettati colpi
    secchi di rivoltella.
    Una reumatica rispose Lelia.
    Ecco, reumatica. E quando ritorni da Torino, vieni casa?
    No
    Ben ben ben ben ben fece il docile umile  genitore,  continuando  lo
    sdrucciolone  nel dialetto dall'italiano usato sempre colla figliuola,
    dopo il collegio. Avrebbe voluto prender congedo con un altro bacio ma
    non os.  Il sior Momi era un furbo realmente timido.  Il suo  parlare
    impacciato  e  tronco,  i  suoi goffi "aho aho",  i suoi irrigidimenti
    davanti a persone  di  riguardo  erano  veramente  fenomeni  di  certa
    timidezza nervosa,  altro dono,  prezioso quanto il viso cretino,  che
    serviva come un grosso colore di verginale innocenza  sopra  le  linee
    fini dei suoi disegni. Anche la superiorit intellettuale e morale, il
    contegno altero della figliuola gli mettevano soggezione.
    Scriverai? borbott nell'uscire.
    La risposta di Lelia fu: Addio.  Il sior Momi discese le scale,  non
    dimentic donna Fedele,  le  si  present,  duro  duro:  Complimenti,
    complimenti, contentissimo, felice viajo, desidero.
    E infil la porta, meditando gi di riferire al caro Molesin che aveva
    dovuto  cedere,  che  la figliuola gli era stata ostilissima,  che non
    c'era da godere alcun pezzo di quella torta,  a  meno,  Gesummaria  di
    rubarlo.
    Capitolo Decimo.

    IN GIUOCO.


    1.

    L'amico  Molesin  non credette sillaba del racconto che gli fece Momi;
    n che non avesse veduta la  figliuola  n  altro.  Tuttavia  il  buon
    dottore  mostr  di  abbrancare  e  di  tenere  lietamente saldi i due
    infiniti: aspettare, sperare. Non c'era dubbio,  non c'era dubbio,  le
    cose  si  accomoderebbero.  A colazione mangi poco,  allegando ch'era
    troppo tardi, che l'appetito gli era passato.  Per si mostr assai di
    buon  umore,  parl  del  paesaggio e del "Cason" con qualche maggiore
    benevolenza,   rifer  il  discorso  fatto  in  canonica  sull'ufficio
    funebre,  persuase,  molto  facilmente,  Momi  a mandar subito un rigo
    pregando che l'ufficio si celebrasse nel pi breve termine  possibile.
    Espresse  bonariamente  la  cortese  intenzione di assistervi,  se per
    questo non dovesse rimanere che due giorni  e  se  la  sua  prolungata
    dimora non riescisse d'incomodo.  Il luogo gli veniva piacendo ed egli
    stesso aveva tanto bisogno,  povero dottore,  di riposo.  Il sior Momi
    fece  figurarse,   figurarse!  ma  batt  molto  le  palpebre.  Dopo
    colazione Molesin volle fare due passi,  salire coll'amico il sentiero
    ombreggiato  dai  castagni.  Sedette  sulla prima panca che trov e vi
    fece sedere Momi con piglio solenne:
    Oh, qua.
    Lasciati passare pochi momenti,  rese finalmente omaggio alla bellezza
    della natura:
    Belo belo belo belo.
    E tir su Momi a bruciapelo:
    La senta, Momi. Femo un afare.
    Il sior Momi rispose coll'aria sua pi stupida:
    Ah? Cossa Ca senta? Un afare?
    Raccapezzatosi  mentre  tirava  in  lungo queste esplosioni,  cap che
    Molesin intendeva proporgli una cifra per il famoso accomodamento e si
    arm.
    Adesso  riprese  il   dottore   parlando   l'italiano,   venetamente
    rammollito, delle grandi occasioni, Ella, signor Momi egrejo,  padre
    e  padrone,  diremo  cos,  di  una bella sostanza.  Di un sostanzone,
    diremo cos.
    Aho aho! fece il sior  Momi,  con  un  ineffabile  accento  ironico.
    L'altro continu imperterrito:
    Adesso,  per  avere  la  Sua  pace  in  perpetuo,  anche quella della
    coscienza, Ella potrebbe dare il cento per cento.
    O'l d'un! esclam Camin, con un'altra risatina grottesca.
    Cossa gla? fece Molesin,  ricascando per un momento  nel  dialetto.
    Non  la  xe  cuss?  Ma via?  Voglio esserle amico.  M'impegno di far
    accettare ai miei clienti il settantacinque per cento.
    Il sior Momi non seppe tenersi dall'esclamare:
    Brao  putlo!  Bravo  ragazzo!  Tributata  questa  lode  al  candore
    infantile  dell'amico,  il  sior Momi si color per la prima volta nel
    viso e nell'eloquenza.  Non pareva pi il  sior  Momi.  Due  roselline
    infuocate gli spuntarono sugli zigomi gialli.  Aggrott le ciglia.  Il
    capo gli sussultava,  parlando,  sul  collo,  quanto  glielo  potevano
    consentire quelle vertebre lignee,  tutte d'un pezzo;  e gli fluiva di
    bocca, a scatti gorgoglianti, come l'acqua da una bottiglia capovolta,
    la parlantina rapida, non interrotta da un solo "aho", o piuttosto, se
    si vuole,  simile a un impetuoso fiume di "aho aho",  che  travolgesse
    rottami  di  consonanti.  Gli si domandava il settantacinque per cento
    quando egli non poteva pi dare nemmeno il venti offerto una volta. Si
    meravigliava che Molesin non lo capisse.  Egli aveva offerto il  venti
    quando si poteva ritenere che sua figlia, diventata erede di una buona
    sostanza,  avrebbe  fatto dei sacrifici per il padre.  Qualcuno glieli
    avrebbe prestati,  allora,  i denari per dare il venti.  Ma ora che la
    ragazza si mostrava come si mostrava,  ostilissima al padre, renitente
    persino a convivere con lui,  ora gli si domandava il  settantacinque!
    Aveva  offerto il venti appunto perch sapeva di non poter fare grande
    assegnamento sull'aiuto di una ragazza bizzarra che non gli aveva  mai
    mostrato  il  menomo  affetto.   E  n'era  venuta  la  prova.   Grande
    assegnamento? Nessun assegnamento! E dove li pigliava i quattrini, per
    dare il venti?  Doveva rubare,  dunque?  Rubare alla  propria  figlia?
    Aveva  un  conforto,  s,  quello  di  potersi  mostrare,  alla prova,
    galantuomo,  contro le calunnie di certa gente.  E un altro  conforto,
    aveva.  Lo  ammetteva  volentieri;  non  gli  sarebbe mancato un pane,
    perch  sua  figlia,   lo  desiderasse  o  no,   era  in  obbligo   di
    fornirglielo, per legge.
    Basta  basta  basta  fece  Molesin.  Si alz e pass dal Lei al Voi,
    stroncando anche all'amico il falso "da" del cognome.
    Sent,  Camin.  Intanto ve aviso che go a casa tuti i  numeri  de  le
    cartele de rendita che gavea sto sior qua.
    Il sior Momi esclam che non gliene importava e offerse il cinque.
    Basta, basta, basta!
    Molesin  si avvi per la discesa.  Fatti due passi si ferm in isbieco
    puntando il bastone a terra  e  guardandosi  alle  spalle  colla  coda
    dell'occhio.
    Femo el settanta diss'egli.
    Femo el sette disse Camin.
    La conversazione,  per quel momento,  fin. Nel cervello del sior Momi
    spunt la speranza che,  modificando i suoi piani,  Molesin levasse il
    campo  quella  sera  stessa.  Scesero ambedue in silenzio dai castagni
    fino alla piccola custodia che copre la sorgente della Riderella.
    Cossa xe quel maledeto bal?  chiese  Molesin  con  un  viso  ed  un
    accento  di  burbero  benefico,  che fecero subito comprendere al sior
    Momi come l'avversario,  invece di levare il  campo,  meditasse  altre
    mosse.   Avuta   la   risposta,   l'eccellente  dottore  dichiar  che
    quell'acqua gli era piaciuta e che intendeva, nel suo breve soggiorno,
    farne una cura.  Il sior Momi  non  disse  niente  e  batt  molto  le
    palpebre mentre la Riderella rideva piano gi fra i sassi e l'erba.


    2.

    Verso  le  cinque,   Molesin  ricevette  un  biglietto  di  don  Tita.
    L'arciprete lo pregava di  recarsi  alla  canonica.  Molesin  vi  and
    subito  e vi fu ricevuto da don Emanuele.  L'arciprete era partito per
    Seghe lasciando libero il campo al suo cappellano, il quale desiderava
    questo colloquio e non aveva voluto  chiederlo  direttamente  per  non
    mettere   s   avanti   all'arciprete   in  un  argomento  d'interesse
    spirituale.  Gli doleva che  il  Superiore  non  avesse  fatto  valere
    abbastanza,  parlando con Molesin,  la necessit morale di strappare a
    ogni costo la signorina Camin  alla  influenza  funesta  della  Vayla.
    L'animo  del giovine prete era pieno di livore verso donna Fedele;  di
    un livore ch'egli giustificava nella propria coscienza col  cambiargli
    nome, col chiamarlo zelo sacerdotale, doveroso zelo contro una persona
    della  quale  si  conoscevano  biasimevoli  indipendenze,  in  materia
    religiosa e morale, dall'Autorit ecclesiastica, che aveva permesso un
    ballo di contadini nel suo giardino,  che si  arrogava  di  leggere  e
    spiegare  il  Vangelo  ai suoi dipendenti,  che si era legata di tanta
    amicizia con un prete sospetto come don  Aurelio,  che  proteggeva  un
    modernista  facinoroso  come  il  giovine  Alberti.  Se  una punta del
    compresso rancore personale gli scattava  su  a  bucare  queste  sante
    fasciature,  don  Emanuele  si  sforzava  sinceramente  di ricacciarla
    sotto,  se ne assolveva pregando per l'eterna  salute  di  quell'anima
    pericolante e pericolosa quanto pi pareva irreprensibile nella vita e
    nelle  pratiche del culto.  Intendeva mettersi egli stesso all'impresa
    di strapparle quella giovine,  perch l'arciprete  era  troppo  molle,
    troppo bonario.
    Quando  la serva gli annunci il signor dottor Molesin,  don Emanuele,
    che stava leggendo il breviario,  ebbe la visione dell'incontro  colla
    Vayla  in sagrestia,  della scenata sulla strada di Mea,  e si fece il
    segno della croce per  cacciare  da  s  ogni  spirito  vendicativo  e
    disporsi a far del male per la causa del bene. La compunzione interna,
    fredda e dura, gli si leggeva sulla fronte, nei tristi occhi acquosi e
    persino nell'incedere tardo, composto, dell'allampanata persona.
    "Cossa vorla" pens Molesin, "sta anima longa?" E gli fece un profondo
    inchino  cui  l'anima  lunga rispose con un piegar lieve del capo e un
    gesto della mano, pieno di degnazione prelatizia.  Molesin gli domand
    subito,  ossequiosamente,  dell'arciprete, soggiungendo qualche parola
    di compiacenza commossa per la sua prossima esaltazione nella  Chiesa.
    Don Emanuele non incontr affatto il discorso dell'esaltazione,  scus
    il  Superiore  assente,   si  disse  incaricato   di   rappresentarlo.
    L'arciprete  aveva  intese  con grande compiacenza le buone intenzioni
    del signor da Camin verso la sua chiesa e i  suoi  poveri.  I  bisogni
    dell'una e degli altri erano grandi ma l'arciprete si rallegrava sopra
    tutto  di  queste  inclinazioni  pie del suo nuovo parrocchiano.  Egli
    avrebbe cercato di mostrargli la  propria  gratitudine  nel  modo  pi
    conveniente  per  un  sacerdote  in  generale  e  per  un  parroco  in
    particolare,    aiutandolo   nelle    sue    difficolt    domestiche,
    interponendosi  fra  il  genitore e la figlia perch avessero pace fra
    loro, con grande vantaggio dei loro interessi temporali ed eterni.
    Fin qui il buon dottore Molesin,  seduto in faccia al cappellano colle
    gambe  aperte e le mani spiegate sulle ginocchia,  non aveva fatto che
    alzare e abbassare,  come un orso bianco,  il capo curvo al pavimento,
    ora  con  un semplice moto di ripetuto assenso,  ora collo stesso moto
    complicato di dimenamenti a destra e a sinistra,  che significavano un
    soprappi,  uno  sdilinquimento di approvazione.  Ma,  udite appena le
    prime parole della seconda parte del discorso,  il capo curvo cess di
    frugar l'aria.
    Don  Emanuele si vedeva costretto a toccare un argomento delicato.  N
    l'arciprete n egli stesso potevano far niente per la  pace  domestica
    del  signor  da  Camin,  se non si toglieva di mezzo uno scandalo.  Lo
    capiva  il  signor  Molesin?  Molesin  che  non  si  dimenava  pi  ma
    configgeva  tuttavia  gli  occhi,   fra  le  gambe  divaricate,  nelle
    commessure dei mattoni, si eresse di scatto,  si port sulla bocca una
    mano  spiegata,  se  ne compresse le mascelle,  ficc lo sguardo in un
    angolo della camera,  aggrott le ciglia e si  tenne  immobile,  nello
    sforzo di capire.  Pareva cercare il senso di un vocabolo babilonese o
    il nome di un bisavolo di Antenore.
    No diss'egli,  levando gli  occhi  attoniti  a  don  Emanuele.  Non
    capisco.
    Don Emanuele li fiss alla sua volta, quegli occhi attoniti, e Molesin
    li  strinse,  li  strinse,  per  istinto,  perch l'indagatore sguardo
    acquoso non gli penetrasse oltre il primo velo dell'anima  cipollinea.
    E ripet: No, La scusi, no. Insomma, no.
    Quella  disgraziata  creatura sugger lento lento,  quasi sottovoce,
    don Emanuele, che oggi si trova, credo, anche lei alla Montanina...
    Ah!  -  S!  mastic  Molesin.  S!  Capisco!   Lei  vuol  dire  la
    governante.  Sarebbe meglio che partisse. S, capisco. La sua presenza
    potrebbe guastare la pace fra genitore e figlia.  La  figlia  potrebbe
    credere,  dir cos,  anche lei, eccetera eccetera. Momi la mandi via,
    dice Lei.  Benissimo.  La mander via.  Rispondo  io.  Quantunque,  in
    verit, non credo...
    E presto interruppe don Emanuele.
    Molesin  fece  un  inchino  di acquiescenza,  in silenzio.  Allora don
    Emanuele,  con un gesto da persona attempata,  com'erano tutti i  suoi
    gesti,  scarsi e misurati,  si appunt al viso le cinque dita raccolte
    della mano sinistra e le consider attentamente.
    Partita la disgraziata diss'egli,   necessario che entri subito la
    figlia.
    Sciolto  il  fascio  acuto  delle cinque dita,  guard Molesin con una
    profonda tristezza negli occhi acquosi. Si fece quindi puntello di una
    mano  alla  gota,  reggendosi  il  cubito  coll'altra  mano  e  scosse
    desolatamente  il viso senza pi guardare il suo interlocutore,  tutto
    contrito di riverbero.
    Questa figliuola nelle mani di quella signora  diss'egli,  ecco  la
    grande spina dell'arciprete. E l'arciprete non sa quello che io so.
    Neppure  Molesin  sapeva;  ma intanto,  ad ogni buon conto,  dedic un
    sospiro alla spina dell'arciprete. E il sospirone fu tanto profondo da
    far alzare un momento gli occhi acquosi. Si abbassarono.  Don Emanuele
    ritorn  sulle  ignoranze  del  principale.  L'arciprete  ignorava che
    quella povera figliuola,  nell'ambiente di casa Vayla,  era  giunta  a
    meditare un delitto orribile. "Gesummaria, volevela copar Momi?" pens
    Molesin  esterrefatto all'idea che il sior Momi gli scomparisse di fra
    le unghie.  Don Emanuele non si spieg  di  pi,  quanto  al  delitto.
    Deplor invece diffusamente i tossici vapori dell'atmosfera Vayla.  La
    ragazza, stata sua penitente,  era buona e religiosa.  Poteva sperarsi
    da  lei  una  forte  reazione,  una  di  quelle  reazioni  che portano
    interamente a Dio le anime ferite dal  mondo.  Ma  era  necessario  di
    coltivarla.   Ci   non   era  possibile  in  casa  Vayla.   Occorreva
    l'intervento  del  padre  che,  usando  dei  suoi  sacri  diritti,  la
    riprendesse colla forza della legge se altrimenti non poteva.  Secondo
    don Emanuele la renitenza della ragazza era frutto dei suggerimenti di
    donna Fedele.
    Ritornata a casa,  sempre dopo uscitane l'altra  persona,  la  ragazza
    cambierebbe.  L'arciprete,  egli  stesso,  la  cognata dell'arciprete,
    persona di gran piet,  porrebbero tutto in  opera  per  coltivare  il
    germe  di  santificazione,   latente  in  quell'anima.   Era  un'anima
    desiderosa  di  staccarsi  dal  mondo,   un'anima  indifferente   alla
    ricchezza.
    Creda creda che quella figliuola abbandonerebbe tutto il suo al padre
    senza l'ombra di un rimpianto.
    Il cappellano volle che queste parole s'imprimessero bene nel cervello
    di Molesin.  Molesin non lo lasci quasi finire, si affrett a parlare
    dell'interesse spirituale in questione,  come  se  l'altro  non  fosse
    affar suo.  Ricord un'antica prozia monaca del sior Momi e, inarcando
    le sopracciglia col  senso  filosofico-religioso  dei  grandi  ricorsi
    storici  e  delle arcane leggi provvidenziali,  diede del trombone nel
    fazzoletto turchino, in segno di essere pronto a marciare.


    3.

    Durante il desinare, servito in gran ritardo,  il sior Momi espresse a
    Molesin  la cortese intenzione d'invitargli a pranzo per l'indomani il
    suo amico arciprete.  Molesin ringrazi,  ma certa esitazione e  certa
    fiacchezza nell'accento rivelarono le sue angustie. Egli aveva appreso
    dalla  cuoca la causa molto spiacevole del gran ritardo: una scena fra
    la Gorlago e Teresina a proposito di certo bicchiere  di  marsala  che
    quest'ultima  aveva  consegnato  alla cuoca per i suoi lavori e che la
    governante del sior Momi,  fatta  una  scorreria  in  cucina,  si  era
    tracannato  per  met.  Teresina  si era licenziata e le preghiere del
    sior Momi non avevano potuto rimuoverla dal fiero proposito.
    Teresina che parte e la Gorlago che trionfa: belle disposizioni, pens
    Molesin, per invitare l'arciprete! Dopo pranzo il sior Momi,  passando
    nel salone,  propose una partita a "foracio".  Gli occorreva blandire,
    non  potendo  sopprimerlo,   un  avversario  capace  di  macchinazioni
    diaboliche, di spingere i preti di Velo a influire sulla ragazza in un
    modo  sinistro  per  lui.  Molesin  non  conosceva  il "foracio",  non
    giuocava che il tresette e il terziglio.  Entr Giovanni collo scalone
    per accendere le lampade.
    Lass star quela maledeta scala! esclam il sior Checco,  da burbero
    malefico, stavolta.
    Basta un lumeto,  un lumeto da ogio,  a mi me piase i lumi da  ogio.
    Non c'erano "lumeti" in casa. Furono portate due candele. Il sior Momi
    chiese  con  un timido "aho" se l'amico fosse disposto a un terziglio.
    Il terziglio si giuoca in tre e l'amico, sbalordito, fece:
    Ohe?
    Altro timido "aho". C'era in casa chi conosceva il giuoco.
    Ah no! sbuff Molesin perdendo le staffe. Ah no! Ah no! Ah corpo de
    sbrio baco po no! Ah bustegada! Ah grazie! Soffi rabbiosamente sopra
    una delle candele. Ciap quel lume! diss'egli.  Il sior Momi ebbe un
    bel  ribattere: Cossa cossa cossa?.  L'altro non cess d'intimargli:
    Ciap quel lume! fino a che il sior Momi, borbottando ben ben ben,
    prese la candela accesa.  Avrebbe  voluto  metter  fuori  un  pacifico
    "aho", ma non os. E poi non capiva.
    E adesso? diss'egli, guardando Molesin colla candela in mano.
    Adesso andemo in studio

    Il  salone rest buio e silenzioso.  Un fioco lume di luna illuminava,
    in alto,  la  galleria  cui  mettono  capo  le  due  scale.  Teresina,
    affaccendata  a  raccogliere  le  sue robe per partire l'indomani,  vi
    pass un momento col lume, si ferm a guardar gi nell'ombra, pens al
    padrone di prima, al padrone di adesso,  scapp via cogli occhi grossi
    di  lagrime,   sentendo  nelle  pareti,  nei  mobili,  nel  pavimento,
    nell'ombra che si apriva e si chiudeva intorno  al  picciol  lume,  la
    stessa tristezza mortale che nel suo cuore.  Passarono uno,  due,  tre
    quarti d'ora.  Pass un'ora.  Il salone era tuttavia vuoto e muto.  Vi
    entr Giovanni con un biglietto mandato dall'arciprete. Trovando buio,
    esit.  Usc nella veranda aperta. Nessuno. Fossero fuori? Fatti pochi
    passi fuori,  si avvide della luce che  usciva  dalle  finestre  dello
    studio.  Ritorn in casa, entr nella stanza del biliardo, ud la voce
    di Molesin che parlava basso ma vibrato.  Buss pian  piano  all'uscio
    dello studio. Aperse Molesin, irritato.
    Cossa ghe xe? Cossa volu? No se pole! And! And! Giovanni consegn
    il  biglietto  e  si  ritir  mogio  mogio.  Non  domand  se ci fosse
    risposta. Aveva saputo dal messo che il biglietto annunciava l'ufficio
    funebre del signor Marcello per il prossimo luned.  And in cucina  a
    raccontare del colloquio segreto fra il padrone e Molesin.  La Gorlago
    che gli aveva gi posti gli occhi cupidi  addosso,  udito  da  lui  di
    questo colloquio misterioso,  lo prese arditamente per mano, gli disse
    di condurla a origliare.  Perch il giovine  si  mostrava  onestamente
    ritroso, gli domand con un sorriso equivoco: El g paura del scur?.
    Giovanni  resistette.  Ella  fece una spallata sprezzante e and sola.
    Quel brutto vecchio Molesin col quale aveva sprecato,  nella sua larga
    benignit,  qualche  smorfia,  le era odioso.  Sbagli un uscio,  urt
    delle sedie, ma giunse alla meta.
    Ella si era ordinato, prima di uscire della cucina, un caff. Il caff
    era pronto da un pezzo e la Gorlago non ricompariva.  Giovanni and  a
    prenderne  notizie.  Non ritornano n Giovanni n Gorlago.  Finalmente
    Giovanni rientra di corsa fra spaventato e ridente, annuncia che nello
    studio si fa un baccano d'inferno.  C' la Gorlago che  strepita  come
    una  bestia.  Pare  che  corrano anche dei pugni.  Tutta la compagnia,
    cuoca,  custode,  moglie del  custode,  Giovanni,  si  precipita  allo
    spettacolo. Entrano, in punta di piedi, nella sala del biliardo. Odono
    la  Gorlago  che  strilla  il proprio panegirico: L'a de sav che mi
    questo e che mi quello,  il sior Momi  che  sbraita:  Zitto,  tas,
    andemo, basta! Molesin che geme: Ma s, benedeta, lo so, benedeta!.
    Giovanni scappa in giardino, spia dalla finestra, vede il sior Momi in
    piedi fra il tavolo e la poltrona, che scuote le mani verso la Gorlago
    scongiurando, la Gorlago che avanza, coi pugni sui fianchi e le spalle
    curve,  contro  Molesin come per divorarlo e Molesin che indietreggia,
    pi bianco della sua camicia,  verso la camera  da  letto  del  povero
    padrone.  Giovanni  lo  vede  gi  afferrare  la  maniglia  dell'uscio
    scappare per di l,  capitare in salone.  Scappa dentro anche lui,  d
    l'allarme ai compagni che tempestano via in fuga,  tutti in un gruppo,
    fino alla cucina.  E allora Giovanni,  che in parte  ha  origliato  in
    parte ha indovinato, se li raccoglie attorno, spiega. La cosa  andata
    a  questo modo.  Quando la Gorlago ha messo l'orecchio all'uscio dello
    studio,  il padrone nuovo e il dottor Molesin stavano parlando di lei.
    Il padrone nuovo ne faceva gli elogi.  Si capisce che, dopo, il dottor
    Molesin ne deve aver detto male.  Allora lei dev'essere saltata dentro
    a fare il diavolo.  Giovanni, che si era allontanato mentre discorreva
    il padrone,  ritornando l'aveva udita gridare: Mi?  Mi?  Mandamm via?
    Mandamm via mi?.  A questo punto del racconto di Giovanni, la voce di
    Molesin chiam:  Ohe!  Qualchedun!  Lume!.  Il  gruppo  si  sciolse,
    Giovanni and cercando il dottore con una candela, lo trov in salone,
    stravolto, tremante. Brontolava: Che maledetta casa scura!. Ordin a
    Giovanni  di  svegliarlo l'indomani mattina alle cinque.  E,  presa la
    candela, sal le scale.
    La Gorlago capit in cucina,  dura dura,  scura scura,  prese  il  suo
    caff  senza dir verbo.  Il sior Momi capit in salone suon,  domando
    del signor  dottor  Molesin.  Costui,  che  si  era  trattenuto  nella
    galleria  per  spiare,  se  gli  riusciva,  il padrone e la governante
    quando per  avventura  sbucassero  insieme  dallo  studio  e  cogliere
    qualche  loro  parola,  si  affacci  al  salone  fra  una colonnina e
    l'altra,  butt gi sul  naso,  levato  all'aria,  del  sior  Momi  un
    rabbioso:
    Son qua.
    Persuasa disse il sior Momi, a voce bassa.
    Molesin lo guard, lo guard, brontol ch'egli era persuaso, per conto
    suo,  di partire,  l'indomani mattina, alle sei. Ritir il capo di fra
    le colonnine, vi ricomparve un momento dopo colla candela in mano.
    Buona notte diss'egli.
    Allora il sior Momi sal ad affrontarlo.
    No La crede? Persuasa. La va.
    Molesin rispose scuro e pesante come il piombo:
    Vedaremo.
    La vedar! replic il sior Momi.  Allora il dottore ricord un altro
    impegno  preso  dal  sior  Momi  prima  che la furiosa Gorlago facesse
    irruzione nello studio.
    E la tosa?
    Colla stessa tranquilla sicurezza colla  quale  aveva  detto  parlando
    della Gorlago, "la va", il sior Momi rispose, parlando di sua figlia:
    La vien.
    E Molesin ripet enfaticamente:
    Vedaremo.
    Il sior Momi prese un tono di familiarit affettuosa,  allung la mano
    al braccio dell'amico,  lo persuase con molli blandimenti di parole  e
    con  frequenti  aho  aho  a ridiscendere nel salone,  gli propose di
    chiudere la serata in pace al tavolino da giuoco.  Poich  il  dottore
    non  conosceva  il  foracio,  si  poteva  fare  un  piccolo  "tresette
    pizzeghin".  Il "tresette pizzeghin" si giuoca in due e prende il nome
    da ci che ciascuno dei giuocatori,  ad ogni giuocata,  pizzica e cava
    per s,  voltandola,  una carta delle sedici  che  restano  in  tavola
    coperte  poich  le  prime ventiquattro furono partite fra di essi per
    met.  Giuocarono,  Molesin facendo il cipiglio alle carte cattive che
    voltava,  il  sior  Momi  facendo aho aho alle carte buone.  Nessuno
    fiat pi dei grossi "affari". E non pensavano, ambedue, che a quelli.
    Molesin dimenticava spesso di pizzicare e di voltar le carte;  il sior
    Momi  non  dimenticava  mai.  Infatti  Molesin,  pensando  che  il suo
    avversario tirava senza dubbio a infinocchiarlo e leggendogli nel viso
    come nei modi amabili una maligna fiducia di riuscire,  rivolgeva  fra
    s  quali  potessero  essere le trappole nemiche e come gli convenisse
    navigare per toccar la meta,  costringere Momi  a  patti  ragionevoli.
    Procedeva  nel pensiero verso questa meta,  quale di notte procede per
    acque infide una nave da guerra, che va lenta lenta, colle artiglierie
    pronte, e saetta in giro le tenebre di occhiate elettriche. La Gorlago
    partirebbe;  s,  n'era persuaso.  Partirebbe per  finta;  questo  non
    importava, purch partisse. Ma la ragazza? Verrebbe? E poi, si farebbe
    monaca? Cederebbe, facendosi monaca, tutto il suo al padre, come aveva
    insinuato don Emanuele?  Questioni lontane, pens il dottor Sottile, e
    dubbie assai. Venga intanto,  madamigella.  Poi si vedr.  Molesin non
    dimentic pi n di pizzicare n di voltare le carte.
    Il sior Momi,  dal canto suo,  accordava il sorriso delle carte buone,
    che veniva voltando,  col sorriso d'interne visioni.  Al convento  per
    sua  figlia,  fattogli balenare da Molesin sulla fede di don Emanuele,
    con una relazione aquanto fantastica delle parole di costui, non aveva
    creduto n credeva.  Giudicava che sua figlia  fosse  di  temperamento
    amoroso.   "Se  sbaglio"  pensava  egli  pure,   "si  vedr."  Intanto
    mostrerebbe di credere al giudizio del cappellano,  seconderebbe,  con
    prudenza,  l'azione  dei  preti.  A  richiamare  la ragazza non poteva
    sottrarsi.  Se poi  resistesse...  si  vedr.  La  Gorlago  se  ne  va
    domattina,  non a Cant,  come sar detto,  ma a Padova,  colla chiave
    della casa e della cantina con un buon gruzzoletto di quattrini;  e vi
    conduce  vita  ritirata  fino  a che le faccende si mettano in qualche
    modo chiaro.  Questo  il patto suggellato nello studio con un  tenero
    abbraccio,  dopo  l'uscita  di  Molesin: una canaglia da giuocare,  ha
    detto Momi alla sua Moma, come la chiamava nelle ore di effusione.
    E si scrive alla figliuola che si  cambiata idea, che si vuole il suo
    ritorno a casa. Se la piglia bene, cosa molto difficile, si va avanti,
    la strada  buona. Se la piglia male... ci sar modo di rimediare.  Il
    sior  Momi,  seduto  sulla  soffice  bambagia  di  alquanta rendita al
    portatore,  che dalla Montanina ha emigrato  a  Padova,  sorride  alle
    carte buone, dall'intimo.
    Finito il giuoco,  suona per Giovanni, gli ordina titubante, guardando
    l'ospite,  di svegliare il signor dottor  Molesin  l'indomani  mattina
    alle cinque. Giovanni risponde che sa. Molesin alza verso il domestico
    la mano aperta.
    Vegn a le sette dice. Son straco. Vegn a le otto.









    Capitolo Undecimo.

    CONTRO IL MONDO E CONTRO L'AMORE.


    1.

    Donna Fedele,  sofferente,  riposava sul letto, leggendo. La cameriera
    le annunci la ragazzina che prendeva  lezione  di  francese  da  lei.
    Pens  un  poco  e  rispose che non si sentiva proprio in grado,  quel
    giorno,  di darle la lezione.  La cameriera ritorn con un  fascio  di
    rose delle Alpi, che la ragazzina aveva portato per la sua maestra. La
    maestra  s'intener,  fece  richiamare  da una finestra la piccina che
    s'incamminava gi verso il cancello.
    Ti far leggere diss'ella, poi che l'ebbe ringraziata, con un bacio,
    dei fiori. Prendi il libro.
    Il libro era La Fontaine.  La bambina lesse male,  con  una  pronuncia
    detestabile,  la  favola  della  cicala e della formica.  Donna Fedele
    doveva correggerla ogni momento.  Dur molta fatica a farle  intendere
    l'allegoria della favola. S'indispett con lei, e anche con se stessa,
    perch quella,  interrogata se avrebbe preferito essere la cicala o la
    formica,  rispose la formica e non ci fu verso che capisse il brutto
    e  l'odioso  nella  risposta  della  bestia  previdente;  segno che la
    maestra,  spiegando,  non le aveva dato modo  di  rilevarne  l'egoismo
    villano.
    Appena uscita la ragazza, entr Lelia e trov l'amica esausta.
    Come potrei lasciarla sola diss'ella, sedendole accanto, fino a che
    sta cos?
    Donna Fedele stese la mano,  le recit sottovoce,  sorridendo, i versi
    di La Fontaine:

    "La cigale ayant chant
    Tout l't
    Se trouva fort dpourvue
    Quand la bise fut venue.

    Ho telegrafato soggiunse a una formica buona.
    Lelia  pieg  sul  letto  il  viso  lagrimoso,  vi  soffoc  il  grido
    dell'anima:
    Non vado, non vado, non vado!
    Aveva  ricevuto  nella  mattina,  due lettere;  una di suo padre,  una
    dell'arciprete di Velo. La lettera del padre, riveduta da Molesin, era
    una revoca  del  permesso  di  partire  con  donna  Fedele.  Tanto  la
    cameriera  Teresina,  scriveva  il sior Momi,  quanto la governante si
    erano improvvisamente licenziate. La prima voleva andarsene subito, la
    seconda era gi partita. La sua salute si guastava ogni giorno pi, il
    ritorno  della  figlia  s'imponeva  in  modo  assoluto.   La   lettera
    dell'arciprete,  suggerita dal cappellano,  era un appello al cuore di
    Lelia in favore di una povera famiglia di  Lago  di  Velo,  che  aveva
    bisogno di aiuto morale quanto di aiuto materiale.  Era stata soccorsa
    dal povero signor Marcello e l'arciprete sperava che la  signorina  ne
    continuerebbe  l'opera,  aggiungendovi il beneficio di qualche visita.
    Che fra le due lettere vi fosse un nesso,  n Lelia  n  donna  Fedele
    sospettarono. Sotto il colpo della lettera paterna Lelia aveva vibrato
    come  una piccola fiera di cuor gentile sotto la sferza.  Donna Fedele
    lasci che si sfogasse  e  poi  cominci  pian  piano,  dolcemente,  a
    consigliarle  di  riflettere.  Il  solo  consiglio  di riflettere fece
    scoppiare Lelia in pianto. Allora l'amica la consol di tenere carezze
    e,  toccato appena dell'obbligo legale di obbedire,  le mostr il bene
    che poteva fare a suo padre purificandone la casa,  l'ambiente morale,
    essendogli esempio di dignit,  di  vita  cristiana.  Se  in  casa  ci
    fossero   scandali,   nessuno   potrebbe   costringerla  a  rimanervi.
    Ritornerebbe  al  villino.   Ci  penserebbe  lei,   donna  Fedele,   a
    proteggerla.  Fra pochi mesi, diventata maggiorenne, sarebbe libera di
    s,  suo padre non potrebbe restare alla Montanina che col beneplacito
    di lei.  Qui Lelia le confess, turbatissima, che era suo proposito di
    rifiutare,  appena fosse maggiorenne,  l'eredit del signor  Marcello.
    Donna  Fedele  trasal  all'idea di una offesa simile al povero morto,
    rimprover acerbamente  Lelia,  l'accus  di  irragionevole  fierezza.
    Lelia  si  accese  alla  sua  volta,  difendendosi.  La  prima  parola
    offensiva sfugg ad essa.
    Che diritto ha Lei, finalmente diss'ella, di parlarmi cos?
    Donna Fedele tacque,  colpita.  Allora la fanciulla ebbe un impeto  di
    dolore, le gitt le braccia al collo, mormor piangendo:
    Far come vuole.


    2.

    Era un sabato.  Fu deciso che Lelia ritornerebbe alla Montanina fra un
    paio di giorni quando fosse arrivata al villino la formica  cui  donna
    Fedele  aveva  telegrafato,  una  sua  vecchia cugina di Santhi.  Con
    questa cugina donna Fedele si recherebbe a Torino per  farsi  visitare
    da  Carle,  appena  fosse  in  grado di sostenere il viaggio.  In quei
    giorni non lo era. Vedendola cos prostrata,  Lelia ebbe un ritorno di
    ribellione alla volont paterna:
    Non vado, non vado, non vado!
    Ma erano, si capiva, le ultime ondate di un fortunale cadente.
    La sera stessa,  donna Fedele aveva dato la buona notte alla fanciulla
    che, per volont di lei, ritornava alla sua vecchia camera,  quando la
    richiam  e,  fatta  uscire  la  cameriera,  la preg di accostarsi al
    letto.
    Senti diss'ella.  Ho ricevuto una lettera di  Alberti.  Sono  stata
    molto in dubbio se fartela leggere o no.  Decido di dartela. Non so se
    faccio bene o male.  Cerca tu che io non mi penta  di  avertela  data.
    Desidero che tu conosca quell'anima, una buona volta.
    Stese  le  braccia  alla  fanciulla,  la  trasse,  la tenne stretta in
    silenzio, a s, le indic il posto dove avrebbe trovata la lettera.
    Non leggerla,  qui diss'ella.  La leggerai nella tua camera.  Me la
    renderai domattina.


    3.

    Lelia  sedette sul suo letto,  colla lettera in mano.  La pos,  cerc
    pensar qualche cosa che le chetasse il tumulto  del  cuore.  Pens  la
    favola di La Fontaine, ripet i versi recitatile dall'amica. E pos la
    mano sulla lettera.  Il cuore, che si era chetato alquanto, ricominci
    a tumultuare. Allora, vergognando di s, si decise a leggere.
    Non seppe farlo  di  seguito.  Prima  guard  quante  pagine  fossero.
    Dodici.  Poi lesse la data: Dasio.  Dasio? Dov'era questo Dasio? Corse
    alle prime parole: "Le scrivo da un paesello  solitario  fra  montagne
    austere che le nebbie fasciano". Salt alle ultime.
    "Mi  preghi  pace.  Ne  ho forse pi bisogno in questa vita che non ne
    avr nell'altra e spero averne trovata la via; ma il cammino  lungo."
    Rabbrivid e reag, pronta, contro i brividi. Sfogli le dodici pagine
    rapidamente,  cercando se vi fosse il suo nome.  C'era,  c'era;  sent
    terrore  e  sete  delle parole non lette in cui stava.  Vi corse sopra
    sfiorandole con terrore e sete, leggendo e non leggendo. Vi si parlava
    di lei,  s,  lungamente di lei.  Il dolce vi  era  misto  coll'amaro.
    Questo  Lelia lo capiva ma correndo cos sulle pagine non poteva farsi
    un'idea  dello  stato  d'animo  dello  scrittore,  delle  sue  attuali
    disposizioni verso di lei.  Dio, meglio sfiorar cos le parole, meglio
    non legger bene se dovesse troppo soffrirne,  poich aveva promesso di
    vivere! Alz gli occhi, abbandon sulle ginocchia le mani che tenevano
    la  lettera.  Le  si  riaccese  la sete di leggere,  le si irrigid la
    volont di resistere.  Mancarono insieme l'una e l'altra  rapidamente,
    annientandosi a vicenda.  Risollev le mani senza volere n disvolere,
    da automa,  e lesse,  cominciando l dove aveva prima visto il proprio
    nome.
    "'Lelia'! Ne ho sdegno e vergogna, cara mamma Fedele, ma il vero  che
    mi  sentii  gelare,  posai  la penna,  mi presi la testa fra le mani e
    stetti l non so quanto, lottando col desiderio d'immaginare lei,  che
    fosse   qui.   Ella  crede  forse  che  la  immaginassi  mia,   umile,
    appassionata.  S,  questo era il mio desiderio,  ma lo  schiacciai  e
    invece la immaginai d'altri,  umile ad altri,  appassionata per altri,
    volendo  meglio  irritarmi  contro  di  lei,  strapparmela  del  tutto
    dall'anima. Ora l'accesso  passato e me ne resta un disgusto amaro di
    me stesso,  di non saper costringermi all'equit verso una bambina che
    non  in colpa se mi ha giudicato falso e basso,  se non  possiede  le
    qualit  native  di  mente  e  di cuore che io le attribuivo nella mia
    folla idealizzazione  perch  ha  una  personcina  elegante,  un  viso
    simpatico, due occhi pieni di dolcezza e di fuoco."
    A  questo  punto Lelia vibr tutta,  dai capelli ai piedi,  strinse la
    lettera  da  sformarne  gli  orli.   Superata  la  tempesta   interna,
    procedette avidamente.
    "Ma io arriver all'equit verso la signorina da Camin.
    Anzi  un  giorno  le sar persino grato di avermi respinto,  perch mi
    sar ben chiaro che non avrei potuto essere felice con una donna tanto
    lontana,  in tante cose,  dalle  mie  idee.  Oggi  la  mia  pericolosa
    inclinazione sarebbe di non cercare nell'amore il consenso delle idee,
    di  non  cercarvi che l'amore stesso;  oggi mi piacerebbe che la donna
    amata mi  domandasse  solamente  amore,  che  per  noi  non  esistesse
    passato, non esistesse futuro, non esistesse che un presente infinito;
    che  non  esistessero idee n ragione ma solamente sentimento e senso,
    in un palpito unico.  Ma so che se afferrassi questo folle  sogno,  la
    vita mi spezzerebbe presto d'un colpo e sogno e cuore,  con ignominia.
    La Scrittura dice: - Guai al solo! - No no,  io dico fortezza e gloria
    al solo!
    "Io  non ho soltanto a curare nella solitudine le ferite riportate nel
    mondo. E perch non sarebbero da tenere aperte? Sono esse che mi hanno
    fatto uomo.  Ma poi la  solitudine  mi  conviene  per  rimeditare  nel
    silenzio  quella  soluzione  del  problema  religioso  per la quale ho
    combattuto e ch' diventata incerta nella mia mente.  Amica mia,  cara
    mamma  Fedele  non  potrei  confessare  ad  altri  che  a  Lei  questa
    incertezza terribile e forse neppure  a  Lei  la  confesserei  se  non
    sentissi orrore insieme e bisogno di vedermela qui in faccia,  scritta
    da me."
    Lelia corse avanti collo sguardo  per  vedere  se  ci  fossero  ancora
    parole di amore e di lei.  Trov i nomi di don Aurelio e di Benedetto,
    cess di  guardare  avanti,  rilesse  il  solo  passo:  "Oggi  la  mia
    pericolosa inclinazione..." fino alle parole "sentimento e senso in un
    palpito unico" sulle quali si ferm, tremante, ansante, fatta carne di
    quelle  parole.  E se le appress,  combattendo contro avverse onde di
    orgoglio alle labbra, che vi pos semiaperte, per un tocco lieve,  per
    il  principio  di  un  bacio cui non si umili a compiere.  Le rilesse
    ancora,  vi tenne fissi gli occhi fino a  che  tutto  il  resto  della
    lettera  le  divent  nebbia  e niente,  intorno a un centro di lume e
    vita.  Non lesse altro,  si  svest,  si  pose  la  lettera  sotto  il
    guanciale,  si  coric,  non  felice,  non dolente,  non temendo,  non
    sperando, non pensando, tutta nel senso delle parole che premeva colla
    guancia,  nel senso che il tempo si fosse arrestato e con esso tutti i
    moti  delle  cose  tranne  il suo anelito.  Verso l'alba si assop per
    cinque minuti. Sogn un caos di figure agitate nell'aria,  cui ella si
    mescolava  volando,  trepida  per  l'orrore di una corrente bruna,  in
    profondo,  sulla quale i volanti  erano  sospesi.  La  corrente  bruna
    pareva  il  canale dove si era proposta di morire,  fatto immensamente
    pi largo.  Credette a un tratto piombar  per  l'aria  e  si  svegli.
    Ritornatale la coscienza, mise la mano alla lettera. Nel richiamarsene
    le  parole  sent punte di inquietudini non avvertite prima del sonno,
    presentimenti angosciosi di un prossimo  spegnersi  dell'amore  ancora
    vivo di Alberti.  Accese la luce e, postasi a sedere sul letto, studi
    lungamente, parola per parola, le frasi pi spiacenti. Il suo orgoglio
    risorse in forma  di  sdegno  e  anche  di  ambita  vittoria  sopra  i
    disprezzi  e gli avversi propositi del signor Alberti.  Quindi prese a
    leggere per intero, dal principio,  la lettera,  in tanta parte appena
    corsa collo sguardo. Diceva:

    "Dasio...
    "Cara amica.
    "Le scrivo da un paesello solitario fra montagne austere che le nebbie
    fasciano. Non creda che ci sia venuto per sfuggire il caldo di Milano.
    Ho  rotto con Milano e col mondo,  per ora.  Le dir tutto,  perch mi
    sento filiale, con Lei. Se non Le dispiacesse questa ideale maternit,
    vorrei chiamarla mamma Fedele.  Me lo permette?  Dunque Le dir tutto.
    In  casa  di  mio  zio mi trovavo a disagio da un pezzo.  Mio zio  un
    sant'uomo che ha sciolto il problema di fondere insieme  intransigenza
    religiosa  e  carit.  Se tutti gl'intransigenti fossero come mio zio,
    costringerebbero il mondo a venerare le loro dottrine.  Ma egli non ha
    nessuna  cultura  religiosa e,  sulla fede di persone che mi conoscono
    male, mi giudica, in religione, un traviato.  E' anche necessario dire
    che  le  nostre  tendenze  intellettuali  sono diametralmente opposte.
    Inoltre egli mi ha fatto intendere, con accenni rari e blandi,  che mi
    disapprova di non essermi procacciato un'occupazione regolare, stabile
    e proficua.
    "Dispiaceri gravi, dei quali Le avr parlato don Aurelio, furono causa
    che io cercassi pace e silenzio a Velo d'Astico. Ella sa quale pace vi
    abbia trovato.  Ritornato a Milano,  vi conobbi ragioni urgenti di non
    vivere pi a carico dello  zio.  Dopo  la  nostra  pietosa  visita  al
    cimitero  di  Velo,  lessi  nel  "Corriere" un avviso di concorso alla
    condotta medica di Valsolda,  in provincia di  Como.  Ne  fui  colpito
    perch  in  quel paese avrei dovuto a ogni modo recarmi per un ufficio
    pio verso la persona e la memoria dell'uomo che ho pi amato al mondo.
    Partii subito per la Valsolda, dopo aver detto a mio zio che intendevo
    prender parte a quel  concorso  e  perci  visitare  il  paese,  a  me
    interamente sconosciuto. Non gli dissi il mio proposito di abbandonare
    definitivamente  Milano  se  col  o  altrove,  con un posto di medico
    condotto o senza, avessi trovato un rifugio solitario,  rispondente ai
    bisogni dell'anima mia.
    "Un  battello  del  lago  di  Lugano  mi  port al villaggio che mi fu
    indicato come il centro della Valsolda. Compresi al mettervi piede che
    quello non era paese per me,  che non vi avrei trovato  la  solitudine
    desiderata.  Seppi  di  un albergo decente nel paese pi alto e remoto
    della valle. Ed eccomi in questo romito Dasio, seduto nel fresco umido
    verde cui rocce colossali incombono da tramontana e da levante. Eccomi
    apparentemente a quattro o cinque  ore  da  Milano,  realmente  a  una
    distanza  infinita.  Il mio albergo,  dove per ora non  anima viva di
    ospiti,  si chiama "Pension Restaurant du Jardin".  Le scrivo  da  una
    stanzetta quadrata, pulita, dove non manca un tavolino quasi elegante.
    Ma  io  ho  portato  carta e calamaio sul davanzale della finestra che
    guarda un gran verde scendente verso lo specchio profondo del lago, un
    gran silenzio. Se avessi l'anima in pace e fossero troncati per sempre
    tutti i miei legami col mondo, potrei meglio sentire questa pace delle
    cose,  questa intesa delle montagne grandi colle chiesine della  valle
    in un richiamo delle anime umane a Dio.  Presso al mio albergo tace la
    chiesa del villaggio. Vi leggo da qui sulla facciata: Divo Bernardino.
    Sar quello di Siena? Vorrei. Non so, del resto, se ne esistano altri.
    A destra,  in basso e da lontano,  un campanile  taglia  lo  specchio,
    ancora  pi  basso,  del lago.  Potrei,  se avessi pace in me,  sentir
    meglio la pace di queste chiese antiche, di queste pietre ignare delle
    nostre lotte, custodi dello spirito cattolico dei nostri padri. Ahim,
    cara mamma Fedele,  l'anima  mia  non  entra  in  colloquio  n  colle
    montagne  n  colle  valli  n colle chiese,  l'anima mia non sente la
    quiete delle cose perch non  in lei quiete ma una continua  faticosa
    vicenda di moti che vanno e tornano. Se restano non  quiete,  atonia
    mortale.  Dalle  atonie  mortali  passo alle amarezze irritate,  dalle
    amarezze a terrore che mi gelano. Non mi vi abbandono senza resistervi
    ma questa lotta esclude la pace.  Il primo  effetto  del  silenzio  di
    Dasio    di  farmi sentire pi dolorosamente le voci del mondo che ho
    fuggito.
    "E conviene dire che anche qualche spirito maligno si  intrometta  per
    ricordarmele.  La  mia  finestra guarda sul sagrato di San Bernardino.
    Dei bambini vi giuocano. Ho udito test una voce infantile gridare:
    "Lelia!"
    Ben prima di giungere a questo  punto  dove  cominciavano  parole  gi
    lette  e  rilette  le mani e il cuore della fanciulla tremavano.  Ella
    tremava di non potersi reggere sul suo risorto  orgoglio,  tremava  di
    trovar  miti  le  espressioni  della lettera pi acerbe contro di lei,
    tremava d'intravvedere  imminente  l'estinguersi  di  quell'amore  che
    ancora  vi ardeva.  Salt le parole conosciute,  riprese la lettura l
    dove Massimo  diceva  come  la  fede  religiosa  per  la  quale  aveva
    combattuto  fosse diventata incerta nella sua mente e come sentisse il
    bisogno di confessarlo a donna Fedele anche per vedersi scritto  sulla
    carta il suo tormento interno. La lettera continuava:
    "Il  mio  presente  stato  d'animo riguardo alla fede cattolica ha una
    origine lontana. Solamente adesso me ne rendo conto.  Vede,  amica mia
    venerata  e  cara,  mi  confesso a Lei anche per aggrapparmi alla fede
    Sua, alla preziosa vecchia fede Sua,  inesperta del moderno criticismo
    e delle battaglie teologiche,  ferma,  io credo,  come lo fu quella di
    mia madre,  pi del marmo e  del  bronzo.  Dubbi,  da  giovinetto,  mi
    assalivano  spesso  e venne un momento in cui non seppi soffocarli nel
    loro nascere.  Ero come un'alga sradicata in balia dell'onda,  quando,
    essendo studente a Roma,  conobbi, in un paesello del Lazio, l'Uomo la
    cui salma verr, fra poco, a riposare qui. L'ho adorato e, finch egli
    visse,  l'ombra di un dubbio non mi turb.  Avrei dato  lietamente  la
    vita per la mia fede e per la Chiesa.  Potei desiderare che l'Autorit
    della Chiesa tenesse, in questo o in quel campo,  una via diversa,  ma
    la  possibilit  di  ribellarmi  ad  essa non si present mai alla mia
    mente. Durai cos per qualche tempo dopo la morte del Maestro.  Poi le
    ingiuste   accuse  di  volontari  dissensi  dalla  dottrina  cattolica
    mossegli con evidente mala fede da persone non chiamate a  giudicarlo,
    le  ostilit  che  io  stesso  ebbi a subire come suo discepolo da una
    plebe di farisei e, dall'altra parte,  il contatto corrodente di certa
    ipercritica,  di  certi  novatori negativi,  naviganti senza bussola e
    senza timone,  ipercritica e novatori onde il  mio  Maestro  mi  aveva
    sempre  tenuto  lontano,  vennero preparando un disfacimento della mia
    compagine di credenze,  che progredisce ogni giorno.  Non creda,  cara
    amica,  che  io  perda  la  fede  come la perdono certe persone,  meno
    intelligenti e meno colte di quanto si figurano essere, che prendono a
    disprezzare il Cattolicismo per certe particolarit del culto che loro
    dispiacciono, per certe oscurit del dogma che loro paiono chiaramente
    assurde e anche risibili. Queste sono miserie di gente presuntuosa che
    del Cattolicismo sa ben poco e si arbitra  di  giudicare,  da  scranne
    pusille,  la religione di San Agostino,  di Dante e di Rosmini. No; la
    mia fede  si  viene  disfacendo  per  altre  ragioni.  Il  dubbio  che
    ingrandisce  nell'anima  mia    che  questa  divina Religione sia per
    subire la sorte subita dalla Religione divina di Mos,  che l'elemento
    divino sia per uscirne come da quella usc,  preparato dai profeti, il
    Cristianesimo,  lasciando dietro  a  s  la  spoglia  morta  di  tutto
    l'antiquato,  di  tutto il superato.  Come il Cattolicismo ha compiuto
    Mos, una forma religiosa superiore compier forse il Cattolicismo. La
    Chiesa usc della Sinagoga che  le  vive  misera  accanto,  un  "quid"
    superiore uscir dal Cattolicismo. Vi devono essere dei Precursori che
    si  sacrifichino?  Devo  io  sacrificarmi,  predicare  questo Verbo in
    opposizione al Verbo che ho predicato fin qui? Ecco l'angoscia mia.  I
    miei  amici  di  Roma  vorrebbero che io parlassi nel cimitero di Oria
    quando vi sar tumulata la salma del mio maestro,  di Benedetto.  Temo
    di   non   poterlo  fare  senza  ipocrisia  perch  Benedetto  credeva
    irremovibilmente nella immortalit della Chiesa Cattolica e nel dovere
    dell'obbedienza.  Se mi persuado ch'egli si    ingannato,  come  oggi
    dubito,  ne offenderei, parlando sulla sua tomba, la venerata memoria,
    dovrei cedere il posto a un discepolo pi fedele.
    "Don Aurelio,  ch' tuttora a Milano in attesa di  lezioni  ignora  lo
    stato dell'animo mio.  Non ebbi il coraggio di parlargliene,  non avr
    quello di scrivergli. A che gioverebbe dargli un cos gran dolore? Non
    ne spero aiuto perch so fin d'ora cosa mi risponderebbe.  Egli   per
    s  un argomento a favore della Chiesa Cattolica,  pi forte di quelli
    che potrebbe addurmi parlando o scrivendo;  argomento,  per,  che non
    basta, perch anime nobili, pure e convinte, si trovano in ogni Chiesa
    e anche fuori di ogni Chiesa.
    "Eccole la dolorosa verit sullo stato dell'anima mia. Il mio soffrire
    di   questo   stato   viene  dalla  convinzione  che,   se  rompo  col
    Cattolicismo, non avr pi in me una sola certezza religiosa positiva,
    e come vivere allora?
    "Poich questa  una lettera filiale,  desidero  anche  dirle  qualche
    cosa delle mie nuove condizioni economiche. Finora ho largamente usato
    della generosit grande di mio zio.  Oggi so che mio zio, parsimonioso
    per s quanto  liberale  cogli  altri,  potr  disporre  per  un'opera
    benefica  del  danaro  che gli costava questo nipote,  agli occhi suoi
    semireprobo.  Vivr del frutto d'un piccolo capitale  cui  si  ridusse
    l'eredit di mio padre e di mia madre.  Sono, su per gi, da quattro a
    cinque lire il giorno che qui o in un altro paese simile a  questo  mi
    basteranno  per le necessit della vita,  le quali per me si riducono,
    fortunatamente,  a piccola cosa.  Da  quanto  mi  dicono,  sar  forse
    inutile  che  io  concorra  alla condotta medica della Valsolda perch
    eleggeranno il medico che la tiene adesso provvisoriamente.  Questo  
    il  punto  nero  della mia situazione.  Non posso vivere senza libri e
    periodici e ho quindi bisogno di guadagnare  qualche  cosa  coll'opera
    mia  personale.  La  clientela  che riuscissi a fare qui mi aiuterebbe
    certamente assai poco.  E' un punto nero ma Le assicuro che  il  senso
    nuovo della mia povert,  povert relativa e lontana dalla miseria, mi
     dolce. Non  che io goda di sentirmi indipendente da un benefattore;
    godo di sentirmi quasi indipendente dalle cose  e  anche  di  sentirmi
    disceso fra gli umili, disceso da un mondo nel quale imperano le forme
    e  la  simulazione a un mondo pi schietto.  Sarebbe una gioia se oggi
    l'anima mia fosse capace di gioia.
    "Mi scriva, cara amica. Diriga a Dasio, per San Mamette,  provincia di
    Como. Meglio non mi parli della piccola persona da dimenticare.
    "E  adesso  addio.  Un brigadiere di finanza mi fa pregare,  in questo
    momento,  di vedere un suo bambino  che  ha  mangiato  troppa  frutta.
    Capisce  che  col mio primo cliente non mi sar difficile farmi onore!
    Le bacio la mano.
    Suo devoto figliuolo
    MASSIMO.
    "P. S. - Pensi, ora soltanto mi colpisce la immagine sacra appesa alla
    parete sopra il mio letto.  Rappresenta Ges che sul mare  di  Galilea
    porge la mano a Pietro, pauroso di scendere nell'abisso. Pietro dubit
    di  Cristo e Cristo gli porse una mano pietosa.  Non la porger Egli a
    chi dubita di Pietro se Pietro stesso non la porge? Comunque sia,  un
    caso singolare che in questo periodo della mia vita interiore,  qui in
    Dasio,  sopra  il  letto  di  albergo dove stanotte passai ore insonni
    pensando Cristo e Pietro,  io mi trovi proprio il rimprovero: "Modicae
    fiidei, quare dubitasti?"
    "Ma non sono superstizioso."

    Lelia  era  venuta  leggendo  le  pagine  di argomento religioso senza
    comprenderne altro che il fondo di dolore  e  colla  torbida  pena  di
    questa  sua impotenza.  Sorse in lei anche il senso di una colpa della
    persona che aveva comunicato ad altri confidenze fatte strettamente  a
    lei,  il  rimorso  di  approfittarne.  E tuttavia continu a leggere e
    leggere  con  avidit  irresistibile.  Le  parole  sulla  gioia  della
    povert,  scritte dall'uomo ch'ell'aveva accusato di sordide mire,  la
    trafissero.  Fu presa da tremiti.  Le spalle,  le braccia,  le mani le
    sussultavano. Pieg sul fianco, appoggi il capo al marmo del tavolino
    da notte,  si rec la lettera alle labbra,  ve la premette,  stavolta,
    forte.
    La lettera sulle labbra, e nella mente s'impresse questo:
    "Sono  indegna  di  lui,  e  come  indegna  non  devo  turbarlo,  devo
    lasciargli credere che lo penso con disprezzo, come prima."
    Questo  proposito  la  confort  un poco,  la rialz nella sua propria
    stima.  Sollev il capo dal marmo  e  fin  di  leggere.  Alle  parole
    piccola  persona da dimenticare ebbe un moto interno,  non di sdegno
    ma di consenso.  E rientr sotto le coltri.  Di tempo in tempo tremiti
    la scossero ancora,  di tempo in tempo flutti di lagrime le gonfiarono
    il petto. Non ne vers una sola.

    Discese nella camera dell'amica a mattina inoltrata.  Salut e pos la
    lettera, con aria indifferente, sul tavolino da notte. L'amica stava a
    letto scrivendo.  Alla domanda della fanciulla, come avesse passata la
    notte,  non rispose.  Le lesse in viso come l'aveva  passata  lei.  Le
    chiese  un bacio,  l'abbracci e nello staccar le labbra dal suo volto
    marmoreo le sussurro:
    Ho fatto male?
    Che! fece Lelia, fredda. Sapevo.
    Sapevi? esclam  donna  Fedele,  sorpresa.  Tante  cose  di  quella
    lettera non le sapevi certo.
    Lasciamo, La prego disse la fanciulla.
    Donna  Fedele  aveva troppo sentito,  abbracciandola,  quanto battesse
    l'orgoglioso piccolo cuore, per credere alle parole fredde.
    Gli ho risposto diss'ella. Ti prego di leggere anche la risposta.
    Il primo impulso di Lelia fu di schermirsi come da una  inutile  noia.
    Poi temette dir parole imprudenti e lesse.
    L'amica aveva scritto

    "Caro figliuolo,
    "Accetto  la maternit ideale che mi offri e ti scrivo addirittura col
    tu.  Veramente sono tanto gi di tono che aspetterei domani a scrivere
    se non desiderassi farti sapere subito quattro cose.  La prima te l'ho
    gi detta: accetto il grado di tua madre onoraria.  La seconda    che
    t'inganni molto sul conto di Lelia e de' suoi sentimenti."

    La  ragazza  s'interruppe  e,  colla rapidit del lampo,  afferrata la
    penna, la strisci sulle due ultime righe.
    Lelia,  sei pazza? esclam donna Fedele,  stupefatta,  stendendo  la
    mano per afferrare la lettera.  La fanciulla diede un passo indietro e
    continu a leggere senz'aprir bocca,  tenendo ancora  la  penna  nella
    mano tremante.
    Credi  aver  diritto esclam ancora la corrucciata amica di fare la
    suscettibile?
    Ella pensava, ingannandosi,  che l'atto violento della fanciulla fosse
    stato una reazione di collera contro le parole acerbe della lettera di
    Massimo. Lelia non rispose e continu a leggere silenziosamente:

    "La terza  che Pietro ha dubitato, s, ma che, sentendosi sommergere,
    ha  gridato: Signore,  salvami!  La quarta  che la tua madre onoraria
    avrebbe bisogno di te pi che l'abbia il  bambino  del  brigadiere  di
    finanza e che domani al villino delle Rose vi sar maggiore solitudine
    che  a  Dasio,  perch  Lelia  ritorna alla Montanina.  Cos vuole suo
    padre.  Addio,  figliuolo.  Scrivi a don Aurelio.  Le tue  ragioni  di
    tacere con lui non mi persuadono. Ti vedo con un piede fuori della via
    dove io cammino umilmente senza sentire i sassi, le spine e la polvere
    che  vi  senti  tu  colla tua scienza e la tua filosofia.  Ma non sono
    capace di discutere con te che  hai  tanto  ingegno  e  tanto  sapere.
    Scrivi a don Aurelio. Addio.
    MAMMA FEDELE.

    Finito di leggere,  Lelia porse lo scritto tacendo, a donna Fedele che
    la guardava cogli occhi spalancati, aspettando invano una parola.
    Ma ti pare? diss'ella.  Come la mando adesso? Scusi  rispose  la
    fanciulla gelida. Ho fatto bene.












    Capitolo Duodecimo.

    INTORNO A UN'ANIMA.


    1.

    L'ufficio  per  l'anima  del  povero signor Marcello doveva cominciare
    alle dieci. Donna Fedele non era in grado di recarvisi.  Aveva scritto
    a  Camin  pregando  che  Lelia  le  fosse  lasciata fino all'indomani.
    Siccome la formica buona di Santhi si era  annunciata  solamente  per
    l'indomani,  Lelia  non  aveva  voluto  saperne di partire dal villino
    prima del suo arrivo.  Nessuna risposta era  venuta  dalla  Montanina.
    Lelia part per Velo a piedi, colla cameriera, verso le nove e mezzo.

    Sollecitata  con  insistenza a prender posto accanto a suo padre sulla
    panca ricoperta di un drappo nero, rifiut. Si colloc presso la porta
    maggiore, per essere pronta a uscire appena terminate le esequie.  Ma,
    prima ancora che incominciassero,  le si avvicin, rossa e sorridente,
    la cognata  dell'arciprete,  la  preg,  con  dolce  mansuetudine,  di
    recarsi,  dopo  la  funzione,  in  canonica  perch don Emanuele aveva
    necessit di  parlarle.  Fatta  l'ambasciata,  si  ritir  senz'altro.
    Lelia,  assorta  in  un solo pensiero,  indifferente a ci che avrebbe
    potuto dirle don Emanuele,  neppure  si  meravigli  della  richiesta.
    Avrebbe  fatto volontieri a meno di andare,  sia perch i due preti di
    Velo le erano diventati odiosi,  sia perch era avida di star sola col
    suo  pensiero  dominante.  Ma,  prevedendo altre istanze,  altre noie,
    credette bene di rassegnarsi per essere poi lasciata in pace.  Usc di
    chiesa  quando  vide  suo  padre  movere  verso di lei per presentarle
    Molesin che gi si atteggiava a un saluto compunto.  La siora  Bettina
    la raggiunse fuori della chiesa,  la introdusse nella canonica con uno
    zelo di officiosit e di sorrisi untuosetti,  che le costava sforzi  e
    pene incredibili,  accettati a onore e gloria di don Emanuele. Siccome
    l'arciprete e il cappellano erano ancora in  chiesa,  dovette  pensare
    anche  a  intrattenere la signorina.  Le parl del decoro col quale si
    erano celebrate le esequie, della dignitosa gravit,  della edificante
    compunzione di don Emanuele nella pratica dei riti,  esaltandolo anche
    sopra il proprio cognato un santo, ma alla buona. Poi lo esalt come
    conoscitore, malgrado l'et giovanile, e direttore di anime,  al quale
    ogni coscienza avrebbe potuto tranquillamente affidarsi. Paragon, con
    trepide  riserve,  suo  cognato  al  curato  d'Ars  e  don  Emanuele a
    Sant'Alfonso.  Lelia non intese una sola  di  tante  parole.  Guardava
    l'uscio  attendendo che questo benedetto prete finalmente comparisse e
    si sbrigasse.  Era stato il suo confessore.  L'aveva confessata due  o
    tre volte e quindi pregata di confessarsi dall'arciprete, allegando un
    pretesto,  il  probabile  dispiacere  del  Superiore  ch'ella  non  lo
    preferisse come sarebbe stato naturale.  A lei,  usa dal collegio fare
    confessioni  puramente formali,  senza partecipazione dell'anima,  era
    indifferente confessarsi all'uno o all'altro.
    Finalmente,  quando  anche  la  povera  siora  Bettina,   a  corto  di
    chiacchiere,  cominci a guardare l'uscio,  questo si aperse, comparve
    l'allampanata figura nera del cappellano.  Colei sorrise  a  Lelia  un
    complimenti e si alz.
    Don Emanuele veniva al colloquio coll'onesto proposito di servire alla
    gloria  di  Dio  e  alla  salute  di un'anima.  Il suo volto grave,  i
    misurati moti della persona spiravano tale coscienza di autorit che a
    osservatori ostili poteva parere orgoglio.  L'orgoglio  veleno  tanto
    sottile,   tanto  potente  a  insinuarsi  e  dissimularsi  nei  minimi
    filamenti del cervello umano,  che  don  Emanuele  si  pot  ingannare
    giudicando  di  esserne  scevro,  di considerarsi l'umile servo cui la
    divisa e il  mandato  del  Signore  conferiscono  potere,  diritto  al
    rispetto,  dovere  di  esigerlo.  Non  si accorgeva di compiacersi del
    potere immenso della collettivit cui apparteneva,  dei tanti e  tanti
    che colla stessa sua veste, per la virt dello stesso sacramento a lui
    largito,  governano  in  ogni parte del mondo quell'elemento superiore
    dell'uomo sul quale non hanno potest n principi n governi,  n armi
    n  catene.  Non si accorgeva di compiacersi di ci che altri migliori
    ministri della Chiesa fa umili,  non soltanto davanti a  Dio  ma  pure
    davanti  agli  uomini.  Mentre quelli usano del potere sacerdotale con
    trepidazione  e  cautela,   egli  era  inclinato,   per   questa   sua
    compiacenza,  a usarne senza misura.  Come il servo arrogante a fronte
    di umili dipendenti  del  padrone  facilmente  usurpa  l'autorit  del
    padrone  stesso,  facilmente  presume  interpretarne la volont,  cos
    troppo facilmente don Emanuele si persuadeva d'interpretare la Volont
    Divina anche quando  interveniva  con  ordini  e  consigli  nel  campo
    lasciato alla libert dei fedeli. Il suo sottile orgoglio s'infiltrava
    dentro  queste  mistiche guaine,  tanto pi inconscio di s quanto pi
    l'uomo era solito umiliarsi nella preghiera  in  cospetto  dei  Santi,
    della Vergine, di Cristo. Fiero nello spirito contro la propria carne,
    non lo dominava senza conflitti asprissimi.  Altri ne diventa mansueto
    ai vinti. Tale era il bonario,  ilare arciprete.  Invece don Emanuele,
    vincitore  di  s con tristezza e non con gioia,  aveva in dispregio i
    vinti e ogni debole.  Era un dispregio  astioso  nel  quale  la  carne
    soggiogata  pigliava  la  propria  rivincita macchiando lo spirito,  a
    insaputa sua, d'invidia verso i gaudenti.
    Si era scusato di confessare pi oltre Lelia perch il  lieve  profumo
    di  essenza di rose ch'ell'aveva portato nel confessionale lo turbava,
    lo irritava paurosamente.  L'aveva rimproverata fin dalla prima volta:
    Non  venga  a  confessarsi con profumi!.  Ella non cap o dimentic.
    Ritornatavi, si ud consigliar l'arciprete per confessore. Alle narici
    contadine dell'arciprete l'essenza di rose non avrebbe detto che rose,
    don Emanuele n'era sicuro;  mentre alle aristocratiche sue diceva rose
    vive,  arte ordinata, lo sapesse chi l'usava o no, a blandire e movere
    il senso.  Confessando la fanciulla  fine,  dall'odor  di  rosa,  egli
    l'aveva  involontariamente  pensata,  con  certe acredini di quel tale
    astio, reclusa per sempre in un monastero,  tolta all'amore,  tolta al
    piacere  altrui.  Ora,  se gli fosse capitato di negoziare per essa un
    matrimonio conforme alle proprie idee  religiose,  lo  avrebbe  fatto;
    senza  letizia,  ma  con  tutta coscienza.  Era invece accaduto che la
    fanciulla  venisse  nel  disperato  proposito  di  uccidersi.  Le  sue
    informazioni  gli  facevano  supporre  che avesse desiderato sottrarsi
    cos alla convivenza col padre,  vizioso  e  spregevole,  che  l'aveva
    venduta.  Da  questa  supposizione  gli  balen  l'idea  del chiostro.
    Toglierla alla perniciosa influenza della Vayla, levar via, servendosi
    di lei,  lo scandalo della Gorlago,  approfittare del  suo  isolamento
    alla Montanina, della sua avversione al padre, per inocularle il germe
    della  vocazione  religiosa:  ecco  il  lavoro  cui  egli  aveva  dato
    principio nel colloquio col dottor Molesin,  il  piano  cominciato  ad
    attuare colla partenza della Gorlago. Non gli era passato per la mente
    il  menomo  sospetto  che  l'odore  di  essenza  di  rose,  un'aura di
    giovinezza e di eleganza,  un sussurro di voce dolce  fossero  entrati
    per qualche cosa nel suo disegno di togliere quella giovine al mondo e
    all'amore.  Non ne aveva messo a parte l'arciprete.  Forse ne lo aveva
    distolto il ricordo di uno  scherzo  grossolano  del  Superiore  sulle
    ragazze che, disperate di trovar marito, sposano Ges, tanto per poter
    chiamare sposo qualcuno.  Forse sapeva che don Tita accarezzava l'idea
    di un matrimonio della signorina con certo giovine signore di Vicenza.
    Ne aveva accennato alla siora Bettina. Tremando, sudando, gemendo, con
    pena e con affanno,  la  siora  Bettina  combatteva  ora,  per  fargli
    piacere, le proprie ripugnanze a mettersi in relazione colla signorina
    da  Camin.  Don Emanuele voleva ch'ella cercasse di sostituirsi,  come
    amica,  alla Vayla,  di esercitare una sana influenza religiosa  sulla
    ragazza.
    La disgraziata, quando vide il cappellano entrare, si sper al termine
    delle proprie fatiche,  per quel giorno,  e si alz coll'intenzione di
    andarsene.  Egli  le  fece  colla  mano,  senza  guardarla,  un  cenno
    sospensivo,  salut  Lelia  e  prese tranquillamente posto sul canap,
    mentre la Fantuzzo tentennava sulla sedia fra un definitivo alzarsi  e
    un  definitivo  sedere,   guardando  il  cappellano  con  uno  sguardo
    umilmente deprecante. Egli non parl, la guard alla sua volta severo;
    cosicch la povera donna si quiet a sedere.  Spalanc  tanto  d'occhi
    udendo che don Emanuele aveva un piacere da chiedere alla signorina da
    Camin  e  a  lei.  Il solo accenno a un incarico da eseguire in comune
    colla signorina le fece risalire le vampe al viso.  Si affrett a dire
    che non sapeva far niente, che non era buona a niente.
    Prego  le  rispose  don Emanuele col gesto placido del Superiore che
    invita l'inferiore a tacere.  Prego. La timida signora volt a Lelia
    il  viso  vermiglio,  le mormor sfregando in grembo le mani una sopra
    l'altra,  quasi a spremerne le sue ragioni di riluttanza: Proprio sa,
    propria sa.
    Don Emanuele non si cur pi di lei,  neppure la guard pi, rivolse a
    Lelia il discorso lungo che aveva preparato. Il sugo n'era questo.  La
    locale  Congregazione  di Carit amministrava un legato a favore delle
    madri  di  famiglia  povere,   impotenti  al  lavoro  per  malattia  o
    puerperio.  Siccome  in  paese c'erano,  a proposito di questo legato,
    molti lamenti, il cappellano aveva ottenuto dalla Congregazione che si
    nominassero due visitatrici e indicato insieme,  per tale ufficio,  la
    signora  Fantuzzo  e  la  signorina  da  Camin.   A  ogni  due  parole
    dell'oratore, la signora Fantuzzo gemeva. Gesummaria, Gesummaria!  Era
    contenta  di  soccorrere i poveri da lontano ma da vicino non ci aveva
    gusto. Don Emanuele non se ne diede per inteso,  invit le due signore
    a prendere qualche accordo per la loro comune azione futura.
    Se  non  possono trattenersi adesso diss'egli conchiudendo,  questa
    sera o domattina la signora  Fantuzzo  potr  recarsi  alla  villa  da
    Camin.  Si conosceranno meglio,  parleranno di questo lavoro e intanto
    io preparer un elenco delle madri che sarebbero a  visitare  subito.
    Lelia  usc  dal  suo  torpore,  osserv  che non sapeva se l'indomani
    mattina si sarebbe trovata alla villa.  Infatti era risoluta,  in cuor
    suo,  di  non  lasciare  il  villino se prima non vi fosse arrivata la
    cugina di Santhi. Don Emanuele tacque, perplesso.  Intanto fu bussato
    all'uscio,  entr don Tita.  Salut Lelia con un sonoro divoto! come
    se l'incontro sul ponte del  Posina  non  fosse  avvenuto,  chiam  il
    cappellano  in disparte,  gli disse qualche cosa sottovoce,  accenn a
    sua  cognata  di  ritirarsi.  Ella  usc,  seguita  da  don  Emanuele.
    L'arciprete si avvicin a Lelia che si era pure alzata.
    La permeta, siora Lelia diss'egli. La permeta un momento. Ghe sara
    el pap.
    L'uscio  si  apre  lentamente,  ecco  la faccia rossigna e gialla,  le
    palpebre battenti, la barba policroma di pap.
    La se comodi, signor gli dice l'arciprete. Xe pronto?
    Sara pronto,  sissignor rispose il sior Momi  con  un  condizionale
    pieno di esitazione riguardosa;  e,  volto alla figliuola, le manda un
    ciao timido che pare uno dei soliti aho.  Lelia non capisce cosa sia
    pronto  e  dalla  bocca spalancata del sior Momi nulla vien pi fuori.
    Allora il bonario arciprete interviene, dice a Lelia, scherzando,  che
    pap  non  sa  fare  da  pap ma che gl'insegner lui.  Pap l'avrebbe
    lasciata partire a piedi, con quel caldo. Gli aveva consigliato lui di
    far venire da Arsiero una buona carrozza a due  cavalli.  Lelia  intu
    che  si era tramato qualche cosa,  che suo padre intendeva condurla di
    sorpresa alla Montanina e che l'arciprete era un  complice.  Non  pot
    indovinare  che  il  consiglio  veniva  da  Molesin  e  che suo padre,
    fingendo  sulle  prime  di  aderirvi,  aveva  poi,   assente  Molesin,
    sollecitato  l'intervento  dell'arciprete  e  un suo aperto predicozzo
    sulla convenienza d'accontentare pap,  di non indugiare pi oltre  il
    ritorno  a  casa.  Il  predicozzo  rimase in gola a don Tita perch la
    fanciulla non gli permise di metterlo fuori,  dichiar  imperiosamente
    che  intendeva  andare a piedi.  Il sior Momi si affrett a concedere:
    Ben ben ben ben!.  Lelia part salutando appena e il benigno pap si
    sforz di convincere il proprio complice intontito che quel diavolo di
    figliuola  si  sarebbe  buttata  dalla  carrozza  piuttosto che subire
    l'inganno.


    2.

    Poche ore prima che, per obbedire non tanto a suo padre quanto a donna
    Fedele,  Lelia prendesse congedo dal  villino,  arriv  la  cugina  di
    Santhi,   tota  Eufemia  Magis,   una  vecchietta  piccola,  curva,
    incartapecorita,  di cui si sarebbe detto che fosse venuta  a  cercare
    aiuto e non a portarne.  Per quanto donna Fedele fosse sofferente,  la
    sola vista della cugina Eufemia le apriva insieme le  due  vene  della
    tenerezza e della canzonatura.  Quando l'aveva ospite non si dava pace
    perch non le mancasse nulla e in pari tempo la canzonava senza  piet
    per  i  suoi  abiti  antiquati,  per  le grandi cuffie nere dai nastri
    violetti,  per i pretesi amori giovanili,  per la  materia  fantastica
    delle confessioni frequenti,  per la ignoranza dei sessi che la cugina
    rivelava esclamando oh mi povr'om! ogni volta che  le  cadevano  gli
    occhiali  o  un  ferro  da  calze.  Ella  era presente quando Lelia si
    accomiat dall'amica.
    Spero disse donna Fedele,  che tuo padre ti permetter di venire  a
    trovarmi spesso.
    Gli occhi di Lelia lampeggiarono.
    Vorrei  vedere!  esclam.  Donna Fedele le prese e accarezz le mani
    mormorando: Sii buona, sii buona, sii buona!.
    Lelia guard la Magis che allora scivol  umilmente,  silenziosamente,
    fuori della camera.  La fanciulla abbracci l'amica,  pos il capo sul
    guanciale accanto a lei.  L'amica le pose una  mano  sui  capelli,  le
    disse dolcemente:
    Quella lettera ti ha fatto male?
    Nessun cenno, nessuna voce di risposta.
    Non  vuoi  proprio che gli scriva niente di te? Donna Fedele profer
    queste parole piano piano,  esitando.  Aveva notato  l'occhiata  della
    fanciulla  alla  cugina  Eufemia,  pensava che desiderasse parlarle da
    sola a sola.  Le spalle  di  Lelia  sussultarono,  il  capo  neg  con
    violenza.
    Vuoi qualche altra cosa?
    La dolce voce giovane della signora,  tuttavia carezzevole,  ebbe per
    una punta dell'accento che dice: ma infine!  E i grandi giovani  occhi
    bruni lo dissero pure. Lelia non li pot vedere, li indovin. Alz dal
    guanciale il viso lagrimoso abbracci l'amica e part.


    3.

    Ritorn  nel  pomeriggio  del  giorno  seguente.  Donna  Fedele  stava
    leggendo, alzata,  nella sua camera da letto.  Le si gett ginocchioni
    ai  piedi,  protest  di  non  potere  assolutamente  pi  vivere alla
    Montanina.  L'amica le batteva intanto e le  ribatteva  dolcemente  la
    mano  sul  capo  ripetendo  dei  piccoli    -    -    di mansueto
    rimprovero.
    Cosa  successo, dunque? diss'ella. Alzati conta.
    Ci volle del  tempo  perch  Lelia,  che  le  premeva  il  capo  sulle
    ginocchia,  si  alzasse  e parlasse.  In fatto non era successo che il
    contatto con una realt gi conosciuta  e  odiata  da  lontano.  Donna
    Fedele temette,  al vedere quella disperazione,  che ne fosse causa la
    governante del signor Camin.  Non sapeva come chiederne  a  Lelia.  Le
    chiese di Teresina,  seppe che rimaneva in servizio perch l'altra era
    partita. Ma neanche Teresina poteva sopportare, ora, quella casa, quel
    padrone,  quella gente.  Quella gente era poi l'unico dottor  Molesin,
    che,   grazie  a  Dio,  stava  per  andarsene.  Lelia  fremeva  contro
    quell'individuo viscoso che aveva creduto rendersi amabile  parlandole
    dei  vecchi  Camin,  di  un vecchio prete che diceva la prima messa ai
    Carmini,  di una vecchia monaca,  famosa cuoca di  pasticcerie.  E  il
    padre?  La  trattava  male?  No  no.  Lelia  sarebbe stata contenta di
    venirne trattata male.  Il padre era umile,  ossequioso,  mellifluo da
    far  nausea.  Non  moveva  una  sedia  in  casa senza domandare il suo
    permesso.  Glielo aveva domandato poco prima per  far  raccogliere  il
    fieno.  Era  mellifluo  e cerimonioso anche con Teresina.  Credeva che
    qualche volta, con Teresina, fosse stato anche confidenziale. Lo disse
    con tale accento di disprezzo che donna Fedele esclam: Oh!  Lelia!.
    Non me ne importa niente rispose la fanciulla. E non raccont che il
    sior Momi,  quando, facendosi avanti tutto servile verso la figliuola,
    trovava duro,  si tirava subito indietro con  un  aho  aho  come  se
    avesse scherzato.  Con quel trepido avanzare e quel frettoloso tirarsi
    indietro, il sior Momi pareva uno che tentasse nelle tenebre una siepe
    di rose nella speranza di porre la mano sopra un fiore  e  incontrasse
    una spina.
    Le  stesse  mura  della  Montanina  non erano pi quelle.  Erano vive,
    prima, e materne. Ora Lelia le sentiva morte,  ignare di lei.  Avevano
    un  gelo  e  un'immondizia  dello spirito di suo padre.  Se non avesse
    temuto di far inorridire donna Fedele,  Lelia le avrebbe confessato il
    suo  mostruoso  sospetto  di  non  essere  figlia  di quell'uomo.  Era
    possibile stare alla  Montanina  in  condizioni  simili?  Domand  una
    risposta.
    Portami  il  bicchier  d'acqua  disse  l'amica  e  l'ampollina  col
    contagocce, ch sono sul tavolino da notte.
    Lelia obbed in silenzio.  Donna Fedele,  maestra nell'arte di udire o
    non   udire  a  suo  piacimento,   inghiott  la  medicina  e  riprese
    tranquillamente:
    Lo so cosa mi volevi dire ieri.
    Lelia non si era mai abituata a queste volontarie sordit  dell'amica.
    La irritavano sempre.
    Mi  risponda!  diss'ella,  vibrante.  Non  ho  ragione di non voler
    ritornare l? Ha paura che m'imponga a Lei?
    Alle stordite parole rispose un lampo negli occhi di donna Fedele;  ma
    ella  era  padrona  del  fuoco  ancora  vivo sotto le ceneri della sua
    giovent.
    So cosa mi volevi dire ieri ripet freddamente, battendo le sillabe.
    Volevi confessare che lo ami.
    Il momento era mal scelto per queste parole. Lelia sobbalz corrugando
    le sopracciglia,  come se una mano insolente  le  avesse  sfiorata  la
    guancia.
    No! diss'ella. Mai!
    Scatt  in piedi fieramente e spinse indietro la sedia che si rovesci
    sull'uscio proprio mentre la cugina Eufemia lo apriva pian piano,  con
    grande cautela, recando un vassoio con una tazza di brodo. Il brodo le
    schizz  sull'abito.  Oh  mi  povr'om! gemette la vecchietta.  Donna
    Fedele si sforz di ridere.  Se non rise proprio  di  cuore,  fu  per
    contenta di mostrarsi indifferente alla violenza drammatica di Lelia e
    anche  di poter troncare il dialogo grazie alla presenza della cugina.
    Trattenne costei che se n'andava gi in cerca di altro brodo,  le fece
    togliere dalla scrivania e dare a Lelia una lettera.
    Adesso puoi andare diss'ella alla vecchietta.  Uscita questa,  Lelia
    pos la lettera.
    Leggi disse donna Fedele.
    Perch ? rispose la fanciulla. E' inutile.
    Cosa ne sai? replic donna Fedele. Non  mica di Alberti.
    La lettera era di don Aurelio.  Aveva trovato  alquante  lezioni,  per
    quel verso era contento. Si doleva invece molto di Alberti, partito da
    Milano  senza cercare di vederlo,  senza mandargli una parola scritta.
    N'era stato informato dall'ingegnere Alberti,  zio  e  benefattore  di
    Massimo.  A  don  Aurelio l'atto del giovine pareva un colpo di testa.
    Non sapeva spiegarlo che coll'amara  ripulsa  della  signorina  Lelia.
    Seguivano queste parole:
    "S'egli  si   allontanato da me in tal modo,  temo di una grave crisi
    della sua stessa coscienza religiosa. Ho ragioni di temerla.  Ah quale
    benedizione se la persona che sappiamo lo avesse conosciuto meglio!"
    Lelia pos la lettera, senza parlare.
    Hai visto? disse donna Fedele.
    Perch  mi  fa  leggere  di  queste  lettere?  esclam  la  ragazza,
    sdegnosa. Non intendo che mi riguardino.
    Dunque non ti riguarda il male che fai?
    Qual male? La crisi religiosa?  Per me  avvenuta e ne sono contenta
    replic  Lelia,  amaramente.  Lascio il cattolicismo a mio padre e al
    dottor Molesin,  che  stamattina  sono  andati  a  messa  insieme,  al
    cappellano che la diceva, all'arciprete...
    E a me, vero? disse donna Fedele, pacata.
    Lelia  tacque.  Non  si  era proposta di ferire cos ma fu contenta di
    aver ferito. Allora l'altra, sempre tranquilla, disse:
    Grazie.
    E riprese il libro che stava leggendo quando era venuta Lelia, i canti
    di un grande poeta cattolico,  non per cattolico alla maniera di  don
    Emanuele,  ma piuttosto alla maniera di Dante: Adamo Mickiewitz. Lelia
    si sent congedata.  Credette vedere umidi gli occhi di donna Fedele e
    fu  per  buttarle  le  braccia  al  collo.  L'impeto buono abort.  La
    fanciulla si mosse per andarsene.
    Aveva gi aperto l'uscio quando l'amica la richiam.
    Siamo state  cattive  tutte  due  diss'ella,  stendendole  la  mano.
    Vieni, facciamo la pace.
    Lelia  afferr  la  mano  distesa  con ambedue le proprie,  la baci e
    fugg.


    4.

    Giunta al ponte del Posina,  si ferm a guardar gi la corrente rapida
    e silenziosa.  Non era mai passata di l,  dopo quella notte, senza un
    assalto di pentimento della promessa fatta a donna  Fedele,  senza  un
    brivido di desiderio e di ribrezzo. E non si era mai fermata a guardar
    la roggia. Ora si ferm, quasi contro voglia, come se una forza ignota
    la  costringesse  a guardar nell'acqua e quindi a riconoscere,  ancora
    contro voglia,  che non vi era pi in lei alcun desiderio  di  morire.
    Solamente allora, guardando l'acqua, ebbe la rivelazione improvvisa di
    questo suo nuovo,  profondo stato d'animo. Guardava l'acqua corrente e
    l'attonita anima sua si apriva  lenta,  mostrava  nel  profondo  a  se
    stessa un'aspettazione istintiva di amore, di felicit, contraddicente
    alle previsioni della ragione, contraddicente ai generosi propositi di
    rinuncia.  Si  lev  palpitando dal parapetto del ponte,  si ripose in
    cammino.  Credette sentire la  vita  incarcerata  delle  cose  anelare
    all'amore e alla gioia,  mute avidit comunicarsi a lei. Le pareva che
    il battito delle turbine di Perale  le  fosse  interprete  delle  cose
    mute,  le  dicesse:  "Anche  tu  anche  tu".  E  il suo cuore batteva:
    "Anch'io,  anch'io".  L'aria stessa,  odorata di boschi,  le  spirava,
    entrandole  in  bocca  bramosia  fidente di amore e di gioia.  Avrebbe
    voluto prendere il sentiero che sale a destra  pochi  passi  oltre  il
    ponte  perdersi  fra  gli  alberi,  buttarsi  a  terra dove nessuno la
    potesse vedere,  cedere ivi senza ritegno  alle  immaginazioni  ancora
    informi  di  cui  sentiva l'assalto ardente,  dar loro forma,  colore,
    vita,  vivere di esse.  Ma il sentiero era sbarrato di  tronchi  e  di
    pruni.  Non  pot  lasciare la via maestra.  Un incontro di carri e di
    gente la raffredd. Allora trem di se stessa,  della volont violenta
    che  aveva  divampato  in  lei  e l'era quindi rientrata nelle tenebre
    inferiori dell'anima simile a una fiera in servit, che,  sdraiata nel
    fondo del carcere,  leva un momento il muso,  rugge ai molesti onde fu
    svegliata e, paga del loro atterrito silenzio, ripiega nell'ombra,  si
    riaddormenta.   Pens  a  donna  Fedele  che  non  la  credeva  ferma,
    evidentemente,   nel  suo  "no",   nel  suo  "mai".   Si  propose   di
    scriverglieli  ben chiari e forti,  di costringere cos anche s a non
    mutarli.

    Al castagno incontr suo padre  che  le  domand,  timido  timido,  se
    venisse dal villino. Parve domandarle, osando e non osando, se venisse
    da un convegno colpevole.  Alla brusca, sfidante risposta di lei batt
    le palpebre.
    I preti, ci disse sorridendo, i preti.
    Questo conciso linguaggio significava un monte di cose: che  ai  preti
    non  piaceva  la  sua amicizia con donna Fedele ch'egli consigliava di
    accontentarli ma che per non andrebbe pi  in  l  del  consiglio.  I
    preti  erano venuti alla Montanina colla Fantuzzo durante l'assenza di
    Lelia.  Il cappellano aveva fatto un viso  funereo.  Invece  la  siora
    Bettina era parsa quasi sollevata da un peso.  Il sior Momi, navigando
    blandamente  fra  gli  scogli  clericali  e  lo  scoglio  filiale,  si
    arrischi  a  prometterle  una  visita  di Lelia: La vegnar ela,  la
    vegnar ela.  Diede ascolto con zelo ai discorsi  dell'arciprete,  il
    quale pi che di Lelia, si preoccupava del genitore, vedeva in esso un
    nuovo  elettore,  un  futuro consigliere,  una futura zampa,  grossa e
    potente, della canonica in Consiglio,  un prezioso alleato del proprio
    successore.
    Quel  blando,  sorridente "i preti" pieno di sottintesi,  irrit Lelia
    pi che non l'avrebbero irritata un rabbuffo, un divieto. I suoi nervi
    contratti non potevano avere lo sfogo della  ribellione  violenta.  Si
    chiuse  in  camera,  non  ne  usc  neppure all'ora del pranzo per non
    vedere suo padre.  Voleva scrivere  a  donna  Fedele  secondo  si  era
    proposto e non lo pot.  Solo il sapere ch'egli andava e veniva per la
    casa, solo l'aspettarsi a ogni momento di udirne la voce, i passi,  le
    impedivano  di  raccogliersi.  Appena Teresina le ebbe detto,  dopo le
    dieci,  ch'egli si era coricato,  si  mostr  tanto  impaziente  della
    presenza  di  lei  che  la  cameriera  si  spavent ricordando la fuga
    notturna dal villino.  Pressata di  andarsene,  non  pot  a  meno  di
    esclamare: Cossa vorla far po,  signorina?. Lelia rispose che voleva
    unicamente restar sola e scrivere.  La povera Teresina pass la  notte
    nel corridoio,  seduta sopra un baule.  Ud chiudere l'uscio a chiave,
    andare e venire, interrottamente, per la camera, lacerare, ogni tanto,
    delle carte,  ogni tanto singhiozzare.  Poi ud aprire una finestra  e
    allora  fu per buttarsi sull'uscio.  Dopo un lunghissimo silenzio ecco
    passi  ancora,   stridere  l'usciolino  del  gabinetto  di   toeletta,
    gorgogliare acqua nella catinella. Pi tranquilla, non os lasciare il
    suo  posto  di  guardia ma chiuse gli occhi e dopo una breve lotta col
    sonno si addorment.
    Una brusca voce la scosse. Cosa fa qui? Diede un sobbalz. Gsu! E
    non seppe aggiungere altro.  Sciocca! esclam Lelia.  Scenda  e  mi
    apra  la porta del passaggio coperto.  Ho mal di capo,  voglio prender
    aria soggiunse, raddolcita.
    Era l'alba,  il Torraro soffiava  gioia,  per  Val  di  Posina,  nelle
    betulle e nei pioppi della Montanina. Lelia sal ai castagni, si butt
    a giacere sotto le grandi frondi, come una bambina stordita, nell'erba
    molle di rugiada. Aveva scritto
    non ancora chiusa la lettera, non ancora proprio deciso di spedirla. A
    tredici  anni  la strana fanciulla si era innamorata di un geranio che
    teneva in vaso ed era giunta a  pungersi  il  seno  per  nutrirlo  del
    proprio  vivo  sangue.  Adesso  le pass per la mente di pungersi e di
    scrivere a donna Fedele col sangue.  Non lo  fece,  temendo  di  farla
    sorridere.  Sdraiata nell'erba umida, si vedeva passare nelle palpebre
    chiuse quel che aveva scritto, che voleva e disvoleva,  con angosciosa
    vicenda,  spedire  al  villino.  Prego  non parlarmi di quella grande
    persona mai pi. Si  era  fermata  dopo  infiniti  cambiamenti,  dopo
    stracciati  otto  o  dieci  foglietti  a  questa  forma di ripulsa che
    simulava risentimento per una frase della lettera di Massimo. Se n'era
    compiaciuta amorosamente come di un'opera d'arte.  Ma ora le venne  il
    dubbio  che  appunto fosse da escludere l'apparenza di un risentimento
    perch la sua  ripulsa  non  verrebbe  considerata  ferma  definitiva.
    Desider rileggere tutto e rientr in casa. Per via trov Teresina che
    veniva ad avvertirla di avere preparato un caff forte.
    Madre!  esclam  la  cameriera,   camminando  dietro  a  lei.  Pare
    stata... S'interruppe,  non disse  "nell'acqua"  per  ribrezzo  della
    parola,  tanto  aveva  pensato la notte a certo gorgo del Posina dove,
    pochi giorni prima, si era scoperto il cadavere di un suicida.
    No,  "grande persona" non andava,  non  andava!  N  bastava  togliere
    "grande".  Era  opportuno  dare allo scritto un altro tono,  escludere
    ogni apparenza di risentimento e di  disistima.  Stracci  anche  quel
    foglietto e scrisse cos:

    "Cara amica,
    "La prego di non parlarmi mai pi,  n direttamente n indirettamente,
    di quella persona che  io  potr  anche  stimare,  se  vuole,  ma  che
    m'ispira  una contrariet invincibile.  Se ieri sono stata cattiva con
    Lei fu per il sentimento che mi fa scrivere cos. Mi perdoni. LELIA."

    Rilesse, giudic di avere scritto chiaro,  bene,  opportunamente.  Non
    c'era pi luogo a correzioni, a pentimenti. Partite quelle parole, era
    finito tutto,  per sempre. Cadde a giacere sul letto, spossata a morte
    anima e corpo,  senza forza nelle membra,  senza  lume  nei  pensieri,
    senza  vita  nel  cuore,  n di dolore n di desiderio.  Dorm un'ora.
    Svegliatasi,  balz a sedere sul letto,  sgomenta di aver dormito,  di
    non  saper  quanto,  di  non raccapezzarsi.  Visto il foglietto aperto
    sulla scrivania, le ritorn la coscienza con un moto lento, nel petto,
    di dolor sordo. Si lav,  si ravvi i capelli.  Crescendole quel senso
    di dolore,  invadendola tutta,  le si mossero, le ingrossarono in seno
    le onde del pianto.  Non pianse,  per.  Una voce interna le disse che
    forse  lo scritto non andava ancora bene,  ch'era forse da rifare.  Lo
    prese per rileggerlo e non le fu possibile,  tanto le mani tremavano e
    la  vista  s'intorbidava.  Usc  per  andarlo  a  rileggere fuori,  in
    giardino, dove i nervi non avrebbero osato ribellarsi cos. Discese al
    sedile dei noci. Era tanto stanca, vi era tanta pace nel vento fresco,
    nelle onde dell'erbe mature,  nel continuo gorgoglio della  Riderella,
    che il tumulto dei suoi nervi si chet. Come l'infermo che al partirsi
    di  uno spasimo acuto ritorna spossato al senso delle cose circostanti
    e ancora non sa se viva nel reale o nel sogno,  ella sedette a  lungo,
    collo scritto non riletto in grembo, attonita, inerte. Il foglietto le
    scivol dalle mani,  cadde sull'erba. Lo sent e non si mosse. Qualche
    altra  cosa  le  scivolava  dalla  mente,   non  consentendo  ella  n
    contrastando. Si chin, raccatt la lettera, cominci a lacerarla pian
    piano,  da  un  angolo.  Lacerava  lacerava guardando l'erba con occhi
    pieni di sogno.  A misura che lacerava ne  venne  prendendo  coscienza
    come di un atto grave che facesse parere strana la noncuranza, intorno
    a lei,  delle cose,  il variare,  continuo come prima, dell'erbe mosse
    dal vento,  il discorrere dell'acqua,  tranquillo come  prima.  Finito
    ch'ebbe di lacerare, il cuore prese a batterle forte forte come s'ella
    si  sentisse  intorno alla persona le braccia e sulle labbra le labbra
    dell'amato.  Balz dal  sedile,  infiammata  e  sgomenta.  Raccolse  e
    disperse nella Riderella i pezzetti dello scritto lacerato, si ferm a
    guardare  nella  corrente  fino  a  che  tutti  disparvero i testimoni
    dell'atto col quale aveva annientato lo scritto;  parendole che l'atto
    stesso  e  il  suo segreto senso fossero cos distrutti.  E la voce di
    prima le si mosse ancora nell'interno: "invece  di  scrivere  a  donna
    Fedele che non parli pi di lui, fare a meno di andare al villino".
    Ella vi consent con un respiro di sollievo; s, non scrivere e fare a
    meno di andare al villino.


    5.

    Nel  pomeriggio  capit  nuovamente alla Montanina la Fantuzzo,  senza
    compagni,  questa  volta.   Fu  ricevuta  da  Teresina.   Lelia  aveva
    l'emicrania e, occorrendo, l'avrebbe inventata per liberarsi da quella
    seccatura. Opere ufficiali di piet non erano per lei; in compagnia di
    una tale bigotta poi! Il sior Momi, fiutata la burrasca fin dal giorno
    prima,  aveva pensato bene di cavarsela con una giterella a Padova. La
    siora Bettina era discretamente ben disposta verso il sior  Momi.  Per
    verit,  suo  cognato  l'arciprete,  interrogato da lei circa il nuovo
    signore della Montanina,  le aveva detto in confidenza: Farina  fina,
    ci,  bona  da  colla,  dove ch'el toca el taca - ma da far ostie,  no
    credaria. Invece il cappellano, l'oracolo della siora Bettina,  le ne
    aveva   parlato   diversamente.   Don  Emanuele  lo  conosceva  quanto
    l'arciprete e anche meglio;  ma fino a che Lelia non  fosse  sottratta
    all'influenza  di  donna  Fedele e avviata alla vita monastica il sior
    Momi gli era,  per certa coincidenza d'interessi,  un  utile  alleato.
    Perci egli aveva detto alla siora Bettina, con molta compunzione, con
    molti contorcimenti di parole,  che forse l'arciprete, nella sua santa
    semplicit,  nella sua nativa buona fede,  aveva dato troppo ascolto a
    certe voci maligne,  a certi giudizi esageratamente severi.  Il signor
    da Camin era stato sfortunato negli affari,  poteva non essere  andato
    esente  da qualche fragilit umana,  ma era uomo di fede pura,  immune
    dagli errori moderni, era uomo di pratiche; ottimo cattolico, insomma,
    tale da dovere il clero e il popolo di Velo ringraziare la Provvidenza
    che alla Montanina ci fosse lui e non quel giovine signore di Milano.
    Poich n Lelia n sior Momi erano visibili,  la Fantuzzo  e  Teresina
    colsero  l'occasione  gradita  di  fare insieme quattro chiacchiere in
    libert.  Alla Fantuzzo piaceva di stare con Teresina che non le  dava
    soggezione,  ch'era una persona sensata,  molto pia,  che sapeva tante
    cose, le raccontava volontieri e bene. Alla cameriera piaceva di stare
    colla siora Bettina, tanto santa,  che le parlava riguardosamente.  Si
    vedevano assai di rado ma quando si vedevano s'illuminavano dolcemente
    ambedue   in   viso,    facevano   insieme,    pettegoleggiando,    un
    chiacchiericcio di canarine, confondevano sul pettegolezzo,  con mutua
    soddisfazione,  i  loro  commenti  di persone savie e timorate.  Della
    Montanina  la  Fantuzzo  non  conosceva  che   il   salone.   Teresina
    l'accompagn  a  vedere  tutta  la villa,  tranne le stanze di Lelia e
    quelle del padrone, che il sior Momi aveva chiuso a chiave.
    Tanto un bon cristian,  vero? disse la  siora.  Teresina  la  guard
    meravigliata,  le  vide  una  faccia  cos convinta,  che rispose: Eh
    sissignora!.
    E la paronzina?. riprese la Fantuzzo, con una faccia diversa,  molto
    ambigua.
    Eh sissignora, anca ela rispose Teresina.
    De religion, m'intendo.
    Teresina rispose da capo, ma un poco turbata:
    Eh  sissignora.  Erano  uscite dalla sala del biliardo nella veranda
    aperta, presso un gruppo di sedie.  La siora Bettina sedette e,  molto
    imbarazzata,  molto  rossa  in  viso,  domand  alla  cameriera se non
    credesse che la relazione di quella signora di Arsiero,  persona senza
    rispetto  per  i  sacerdoti,  amica del cattivo prete di Lago,  avesse
    fatto perdere la fede alla ragazza.
    Oh mi no credo no, sala rispose Teresina, onestamente.
    Perch La sa, vero?
    Teresina non comprese, l per li, cosa dovesse sapere,  rimase a bocca
    aperta.  Le due donne si guardarono, una sbalordita, l'altra compunta.
    Quest'ultima attese un poco e poi accenn al tentato suicidio.  Allora
    Teresina  cap  e  le si vide in faccia che aveva capito.  Abbass gli
    occhi,  non  rispose.  Abbass  gli  occhi  anche  la  siora  Bettina,
    raccogliendosi per rammentare le istruzioni datele da don Emanuele per
    un suo eventuale incontro colla cameriera. Intanto Teresina si riebbe,
    osserv  che  lo  scritto  rivelatore  era  stato  fatto a pezzi dalla
    signorina prima di uscire,  che  forse  ell'aveva  rinunciato  al  suo
    proposito.  La  siora  Bettina  non aveva istruzioni per una replica e
    tir  avanti.   Domand,   blanda  blanda,   se  la  signorina  avesse
    l'abitudine  di  pregare  la  mattina  e  la  sera.  Teresina arross,
    malcontenta che le si chiedessero queste cose intime, e rispose di non
    sapere. E libri di piet,  ne aveva la signorina?  Aveva un bellissimo
    libro dei Vangeli, dono del signor Marcello. E altro? La siora Bettina
    respir  quando  Teresina  le disse che Lelia aveva pure una Filotea e
    una Via del Paradiso,  i suoi  libri  di  piet  del  collegio.  E  li
    leggeva?  Teresina  avrebbe  potuto rispondere che non le era capitato
    mai di vedere nelle mani di Lelia n Vangeli n  Filotea  n  Via  del
    Paradiso.  Rispose soltanto: Ma!.  L'altra,  sentendola diffidente e
    conoscendola pia, mise in tavola una carta grossa, sempre con dolcezza
    timida.  In canonica si sperava che dopo il fatto di quella  notte  la
    ragazza  andasse presto a confessarsi.  In pari tempo si temeva che ne
    fosse trattenuta da riguardi umani.  Specialmente  don  Emanuele,  che
    conosceva  il  fatto  della  notte  meglio  dell'arciprete,  era tanto
    inquieto,  poveretto.  Con questo discorso la siora Bettina non  aveva
    pensato  affatto  a  una  trappola.  Fu  per tale per Teresina che ci
    casc.  Ell'aveva espresso un dubbio circa le intenzioni suicide della
    signorina.  Il dubbio non era sincero e desiderava ella pure, da buona
    credente,  che la signorina si confessasse.  Si trad con un sicuro!
    che le venne dal cuore.
    La siora Bettina si raccolse ancora. Trov questa bella uscita: quanto
    sarebbe  stato meglio che i Trento non si fossero presa la ragazza con
    s!  Nel suo dolore per  la  morte  del  fidanzato,  ella  si  sarebbe
    probabilmente  risolta  di  uscire  dal  mondo  non come aveva pensato
    quella notte. Si sarebbe data al Signore.
    Oh mi no credo no,  sala! esclam per  la  seconda  volta  Teresina,
    risentita  per  il biasimo indiretto ai suoi padroni vecchi.  E perch
    non credeva? Ma!  quel "ma!" era uno scrignetto pieno di ragioni d'oro
    e  chiuso a chiave.  Teresina non lo aperse e la Fantuzzo credette che
    non lo aprisse perch vuoto.
    Sarebbe stata una benedizione  diss'ella.  Fu  per  soggiungere:  "e
    potrebb'esserlo ancora",  ma si ricord in buon punto che don Emanuele
    le aveva prescritto di non avanzarsi troppo.  La cameriera espresse il
    proprio  rincrescimento  di  non potere pi oltre trattenersi con lei,
    causa certe faccende. La siora Bettina si alz.
    Almeno questa confessione diss'ella.
    Magari! rispose Teresina.
    Accompagn la Fantuzzo fino al cancelletto del portico. Al momento del
    congedo colei insinu che Lelia poteva recarsi con qualcuno a Vicenza,
    confessarsi a Monte Berico. Si confesserebbe pi volontieri, forse.
    Magari! rispose ancora Teresina. La Fantuzzo osserv che la proposta
    di una gita a Monte Berico poteva venire a Lelia dal suo pap.
    "Madre!" pens la cameriera.







    Capitolo Decimoterzo.

    AVEU.


    1.

    La mattina seguente,  Lelia ricevette una  lettera  di  donna  Fedele.
    L'amica  si  doleva di non averla pi veduta dopo la piccola burrasca.
    Le annunciava la sua prossima partenza per Torino,  consigliata  anche
    dal medico di Arsiero. Pareva dunque che il medico di Arsiero l'avesse
    visitata; ma ci non era detto esplicitamente. Seguivano calde istanze
    per  aver  presto una visitina,  almeno;  e la preghiera di un rigo di
    risposta da consegnare al messo. Lelia rispose a precipizio:

    "Sono tanto contenta del Suo viaggio a Torino. Non vengo da Lei perch
    mi sarebbe particolarmente penoso,  alla vigilia di un  tale  viaggio,
    respingere  desideri  Suoi  e  dovrei pur farlo.  Forse non sono degna
    ch'Ella si occupi ancora di me.  Forse  meglio che mi dimentichi e mi
    lasci alla mia sorte!
    LELIA."


    2.

    Donna Fedele era,  quel giorno, in condizioni di salute cos tristi da
    renderla straordinariamente irritabile.  Aveva dolorato tutta la notte
    e  soltanto  all'alba  le era riuscito di dormire mezz'ora.  La povera
    vecchia Eufemia,  che dormiva nella camera vicina,  l'aveva udita  pi
    volte lamentarsi,  n'era desolata.  La sua desolazione, lo stesso zelo
    che le metteva sulle labbra tante domande  inquiete,  tanti  consigli,
    tante preghiere,  le fruttava soltanto risposte infastidite. L'effetto
    delle righe di Lelia fu disastroso.  Donna Fedele lesse e  rilesse  il
    biglietto  in  presenza  della  cugina.  Lo  stracci.  La irritava il
    rifiuto di venire,  la irritava la chiusa che le pareva una  romantica
    rifrittura  di  frasi fatte: "mi dimentichi,  non son degna,  mi lasci
    alla mia sorte!".
    Appena lacerato,  pens a Marcello.  Lagrime di pentimento le  vennero
    agli  occhi.  La cugina Eufemia la guardava trasognata.  Ci irrit da
    capo donna Fedele. Va l!  Va via! diss'ella.  La povera vecchietta,
    spaventata,  perdette la testa, i vad, i vad, si precipit all'uscio
    e invece di cercarne  la  maniglia  a  destra  la  cerc  a  sinistra,
    palpando,  palpando, tanto che donna Fedele, cadutale d'un colpo tutta
    la collera, la richiam.
    Vieni qua,  vieni qua diss'ella,  scusa scusa.  Siedi l e lasciami
    pensare.
    Pens,  infatti,  un  pezzo.  Quindi si volse alla mansueta cugina che
    stava l seduta colle mani sulle ginocchia, guardando un turacciolo di
    sughero caduto  sul  pavimento  e  non  osando  alzarsi,  malgrado  il
    desiderio grande, per andarlo a raccogliere.
    Senti, donna Eufemia diss'ella.
    "Donna Eufemia" mormor la vecchietta,  sentendosi canzonata. Oh mi
    povr'om!
    Rise, perch il titolo le pareva un sarcasmo alla sua povert,  ma poi
    si  mise a dimostrare che per verit vi aveva diritto e che il vecchio
    sacrestano del  duomo  di  Santhi  buon  conoscitore  delle  famiglie
    antiche  del  paese,  la  chiamava sempre donna Eufemia.  Allora donna
    Fedele pretese che nei tempi antediluviani ell'avesse avuto,  per quel
    sagrestano,  del tenero,  ci che fece spiritare la poveretta.  Poi le
    domand se fosse mai stata romantica.  Romantica?  O mi o  mi!  Cosa
    diavolo  tirava  in  campo,  adesso  sta  s,  questa donna qui?  La
    vecchietta rise di cuore,  anche perch le  pareva  che  donna  Fedele
    dovesse  sentirsi meglio se scherzava cos.  Romantica?  Cossa ca l'
    poeui,  romantica? Donna Fedele fece  le  alte  meraviglie  di  tanta
    ignoranza  e le annunci una lezione pratica di romanticismo.  Le fece
    prendere un piattino d'argento,  abbruciarvi su il biglietto di Lelia,
    porne la cenere in una busta, chiudere la busta.
    Dopo  colazione  diss'ella,  andremo  a  portare  questa busta alla
    Montanina e cos diventeremo due romantiche.
    Andare alla Montanina?  In quello stato?  Dopo quella notte?  Pioveva,
    anche.  La  cugina  Eufemia  credette  che  scherzasse.  Quando n'ebbe
    l'ordine preciso di mandare ad Arsiero per far venire una vettura  nel
    pomeriggio,  alle quattro, protest ch'era una imprudenza, una follia.
    Il medico di Arsiero, venuto la sera precedente, aveva ordinato,  dopo
    un  esame  finalmente  concesso,  il  riposo pi assoluto,  necessario
    perch l'ammalata potesse intraprendere il  viaggio  di  Torino.  Egli
    consigliava Padova invece di Torino, per la vicinanza; ma donna Fedele
    non  voleva  udir  parlare  che  di  Torino  e  del  Mauriziano.   Ora
    l'operazione si poteva forse protrarre di pochi giorni ancora  ma  non
    oltre.  La cugina ebbe un bel protestare.  L'ordine per la carrozza fu
    mandato.  Fu pure mandato un biglietto all'arciprete di Arsiero  colla
    preghiera   di  volersi  trovare  alle  quattro  nella  chiesetta  del
    Camposanto.  La chiesetta  poco  fuori  della  via  che  dal  villino
    conduce  alla  Montanina.  Realmente  nella  notte  donna Fedele aveva
    creduto di morire e ora voleva confessarsi.  Salire la scalinata della
    chiesa di Arsiero le sarebbe stato impossibile.
    Di  solito  la  carrozzella  che  veniva  a prenderla si fermava sulla
    strada pubblica ed ella  faceva  a  piedi  il  viale  dal  villino  al
    cancello.  Oggi ordin che la carrozzella venisse fino al villino. Non
    pioveva  pi,  era  uscito  il  sole.  La  cugina  Eufemia,  vedendola
    pallidissima,  la  supplic  ancora  di restare a casa.  Non n'ebbe in
    risposta che un sorriso e l'ordine di salire  in  carrozza.  In  fatto
    quel  gran  pallore  era una nota di sofferenza morale non meno che di
    sofferenza fisica. Ell'aveva pure nel sangue,  come Lelia,  i fermenti
    dell'orgoglio. Il piegare l'orgoglio proprio davanti a quello di Lelia
    le costava un penoso sforzo.
    Dalla  chiesetta del cimitero usc trasformata.  Disse alla cugina che
    la carrozza e l'aria le avevano fatto tanto bene; che, quasi quasi, si
    sarebbe  sentita  in  grado  di  dare  la  scalata  a  una  di  quelle
    "montagnasse"  come  le  chiamava con orrore la vecchia damigella.  La
    carrozzella si ferm al castagno candelabro.  La Magis  sal  a  piedi
    alla Montanina per dire a Lelia che scendesse.
    Donna  Fedele  attese in carrozza.  Di solito faceva conversazione col
    vetturino, si divertiva a domandargli di cose e di persone diverse per
    udirlo rispondere col suo linguaggio  colorito.  Spesso  il  vetturino
    aveva  alzato  il gomito e allora un po' gli faceva delle rimostranze,
    un po' lo stuzzicava per amore della sua eloquenza.  Il vetturino pure
    si  divertiva  a  chiacchierare colla "contessa delle Rose" che aveva,
    secondo lui,  un "descorso" come nessun altro al mondo.  Anche adesso,
    appena  la  cugina  Eufemia  si  fu  allontanata,  egli  domand  alla
    "contessa" se fosse  vero  che  l'amorosa  del  sior  Momi  lo  avesse
    bastonato  prima  di  andar via,  come raccontavano ad Arsiero.  Donna
    Fedele gli ordin di tacere. Ella si sentiva veramente sollevata, dopo
    la confessione, e il momento le parve prezioso. Da fanciulla in poi il
    suo sogno era stato di poter vedere la morte avvicinarsi senza  dolore
    fisico,  nella  integrit  dei  sensi e della intelligenza,  con molta
    dolcezza di poesia nell'anima. Aveva il sentimento di non sopravvivere
    all'operazione, non provava nessun dolore e sulla stradicciuola romita
    percorsa tante  volte  nella  sua  giovent,  il  tacere  contento,  a
    sinistra, dei boschi profondi e della breve coppa di prato fiorito, la
    vocina eterna,  a destra del picciol rivo cadente in un borro, la cara
    chiesina di tante preghiere,  di  tante  interne  lagrime,  seduta  l
    davanti  nel sole aperto,  le placide forme,  eterne anch'esse,  delle
    montagne,  le intenerirono il cuore.  Ella non comunicava intensamente
    mai col paesaggio,  non era una sognatrice.  Era una creatura dominata
    dal senso morale e dal senso  del  comico,  quindi  pi  attirata  dal
    linguaggio   e   dall'aspetto   degli  uomini  che  dal  linguaggio  e
    dall'aspetto della natura.  Ma in quel momento meravigli ella  stessa
    della  tenerezza  che  provava  per  la  stradicciuola romita,  per la
    silenziosa scena  di  bellezza  e  di  grazia,  per  la  voce  flebile
    dell'acqua  cadente,  per  le montagne eterne.  Era la tenerezza di un
    addio.  Ella non sarebbe pi tornata in quel posto prima di  andare  a
    Torino. E dopo...
    Dopo,  rivedrebbe Marcello?  Non ci contava.  Chi sa, nell'altra vita,
    che mutamento anche di sentimenti! Per, pensandovi, le punse acuto il
    dolore di non essere ancora riuscita ad assicurare l'avvenire di Lelia
    secondo il desiderio del morto amico,  di dover lasciare interrotto il
    suo lavoro per quel fine. E la tenerezza poetica inarid, vi sottentr
    una vaga inquietudine perch la cugina non ritornava. Ud gente dietro
    a s,  guard: don Emanuele e la siora Bettina.  Don Emanuele si volt
    di scatto alla sua compagna, le disse qualche cosa e sfang indietro a
    gran furia.  La Fantuzzo continu la sua strada,  pass,  rossa rossa,
    accanto alla carrozzella,  senza guardare.  Donna Fedele,  che l'aveva
    incontrata una volta o due,  le fece un grazioso saluto.  Colei  chin
    appena  il capo e corse via frettolosa.  Donna Fedele la vide salire i
    gradini della chiesina,  sparire dentro il cancello.  "Chi  sa"  pens
    "cosa succede,  adesso!  Chi sa se Lelia viene!" Un minuto dopo,  ecco
    Lelia e la cugina uscire insieme dal cancello. Respir.
    La cugina Eufemia,  che sapeva di non dovere assistere  al  colloquio,
    sedette   sui  gradini  della  chiesa.   Lelia  s'incammin  verso  la
    carrozzella, prima lentamente,  poi in fretta quando vide donna Fedele
    farsi  aiutare  dal  vetturino  a  discendere.   Le  parve  fortunata,
    nell'imbarazzo di quell'incontro, una piccola mischia di cerimonie;  e
    se donna Fedele restava nella carrozzella,  il colloquio,  in presenza
    del vetturino,  sarebbe  meno  penoso.  Donna  Fedele  insistette  per
    discendere.  Aveva  veduto  aperto  il  cancelletto di legno che mette
    nella breve coppa di prato e nei boschi.
    Andiamo a discorrere un poco l  dentro  diss'ella  col  suo  solito
    sorriso, dove siamo state ancora; ti ricordi?
    Lelia,  cui  la Magis aveva detto frettolose parole di angoscia per le
    sofferenze della cugina,  le osserv che si  sarebbe  stancata.  Donna
    Fedele  rispose  che  si  porrebbe  a sedere sull'erba.  Lelia tem un
    colloquio pericoloso e  il  suo  viso  lo  disse.  Esit  un  momento,
    silenziosa.  Intanto  lo  zelante  vetturino  che aveva udito e sapeva
    l'erba inzuppata di pioggia,  prese una coperta dal serpe e spalancato
    il cancello, chiese:
    Dove, signora contessa?
    Cos,  preso il braccio di Lelia, donna Fedele raggiunse lentamente la
    breve costa ombrosa fra i castagni e  il  rivoletto,  dove  ogni  filo
    d'erba pareva sapere di che l'una e l'altra avrebbero parlato ancora.
    Donna Fedele sedette; Lelia rimase in piedi.
    Sei  stata  cattiva  disse  la  prima,  quando  il  vetturale  si fu
    allontanato.
    Lo sono ancora rispose Lelia,  guardando nel rivoletto  corrente  ai
    loro piedi.
    Donna  Fedele  tacque  un  poco,  guard  ella pure nell'acqua e disse
    piano, senz'alzare il capo:
    Pensa che forse non mi vedrai pi.
    Quando parte? chiese  la  fanciulla,  nello  stesso  tono  sommesso.
    L'amica ebbe un lieve scatto nella voce.
    Adesso  parto  per andare a Torino ma credo che poi partir da Torino
    per andar a trovare i miei vecchi!
    Non pensi a queste cose disse Lelia resistendo all'emozione.
    Quando saprai riprese donna Fedele che sono  morta,  ti  ricorderai
    della promessa che mi hai fatta?
    Lelia  rispose  un s appena intelligibile.  Donna Fedele si lev di
    tasca due lettere, ne porse una alla fanciulla.
    Qui  c'  tutto  diss'ella:  nomi,   indirizzo,   istruzioni.   Nel
    testamento non c' che il legato per te, puro e semplice.
    Lelia prese la lettera, in silenzio.
    Donna Fedele la sent commossa,  le domand se fosse contenta, ora, di
    averle scritto come aveva scritto.  La fanciulla  abbass  gli  occhi,
    rispose: No.
    Ecco,  la  tua lettera  qui disse donna Fedele,  porgendole l'altra
    busta.
    La distrugga Lei disse Lelia, per un residuo di orgoglio.
    Donna Fedele aperse la busta, le mostr la cenere.  Lelia s'infuoc in
    viso, afferr impetuosamente la busta, la gitt nel rigagnolo.
    Un'altra  cosa  disse  l'amica savia.  Tu mi hai detto che lasci il
    cattolicismo a me.  S s,  a me!  Hai nominato anche degli  altri  ma
    volevi colpir me.  Questo non importa,  colpir me. E' la perdita della
    fede che importa. Tu vuoi dunque darmi anche questo dolore, mentre sto
    per morire?
    Posso  io  credere  o  discredere  a  mio  piacere?  esclam  Lelia,
    appassionata.  Non    Lei  che mi ha fatto perder la fede,  no.  Ero
    irritata quando Le dissi quelle cose.  Ma  poi  non  dica  che  muore!
    Perch vuole tormentarmi?  Non  famoso questo chirurgo di Torino? Lei
    guarir!
    Cara rispose donna Fedele,  non  sicuro se arriver in  tempo  per
    l'operazione.  Se  si  sar  in  tempo di farla,  io mi sento talmente
    sfasciata dentro che l'urto mi deve buttar gi in polvere.  Del  resto
    basta.  Mi  permetterai di pregare per te in questa e nell'altra vita.
    Non domando altro. Guarda, sono orgogliosa anch'io,  come te.  Mi sono
    confessata  adesso,  prima di venir qua,  dei peccati d'orgoglio,  con
    dolore.  Cerca di guarirne  anche  tu.  Fra  poco  sarai  maggiorenne,
    padrona  di  te.  Non  ascoltare  l'orgoglio,  allora.  Perch  tutto
    orgoglio il tuo, tu mi capisci!
    Lelia ebbe un amaro sorriso interno.  Non aveva capito,  donna Fedele,
    con tutto il suo ingegno! Tacque.
    Pensa riprese donna Fedele che un uomo si perde per causa tua!
    Si perde? mormor Lelia ironicamente.
    Si perde, s!
    Si perde perch non crede pi ai preti, forse?
    L'ironia suon ancora pi acerba. Donna Fedele riflett un poco.
    Senti diss'ella. Oggi la mia borsa  una cassetta postale.
    Ne tolse una terza busta e continu:
    Questa    una lettera che ho ricevuta stamani.  Non voglio che tu la
    legga ora. La leggerai pi tardi. Te la lascio. Non restituirmela.  Te
    la lascio per sempre.  Leggine e rileggine bene la chiusa. Non ti dico
    altro. E adesso aiutami ad alzarmi.  Abbiamo fatto troppo aspettare la
    cognata dell'arciprete.
    Lelia  prese  la lettera pensando che faceva male a prenderla,  per un
    irresistibile impulso.  Cos il giuocatore che ha giurato ai figli  di
    non toccare le carte mai pi,  afferra,  disprezzandosi e tremando, il
    mazzo che gli  offerto davanti a un tavolino  e  a  un  pugno  d'oro.
    Appena  presala,  fu  per  restituirla;  ma  donna Fedele cercava gi,
    faticosamente,  di alzarsi.  Non pot a meno di darle aiuto  e  fu  un
    aiuto difficile.  Passato il primo momento,  sent che la restituzione
    non poteva pi essere tanto impetuosa da  imporsi,  che  lo  stato  di
    donna Fedele non permetteva una lotta.  Si disse che le restava sempre
    la facolt di non leggere. Donna Fedele, esausta,  si fermava ogni due
    passi,  pesando  tutta  sul  suo  braccio  e  talora  guardava  Lelia,
    sorrideva della propria stanchezza, soavemente.
    Senz'altri congedi, sai diss'ella.  Non ti domando pi di venire al
    villino.  Ho  bisogno  di una gran quiete,  prima di affrontare questo
    viaggio.  Puoi mandarmi un rigo a  Torino  quando  vi  sar.  Ospitale
    Mauriziano.
    Lelia  non parl.  Quella lettera le bruciava la mano,  le bruciava il
    cuore.  Giunte alla carrozzella,  le due signore si avvidero di  avere
    dimenticata  la  coperta.  Il  vetturino corse a pigliarla e la cugina
    Eufemia,  che intanto aveva fatto un'amichevole conversazione con lui,
    rifer che quella signora di Velo era ripassata per andare a casa, che
    si scusava con Lelia di non avere aspettato e che sarebbe ritornata il
    giorno seguente. Lelia non parve accorgersi che si parlasse di lei.
    All'atto di salire in carrozza,  donna Fedele le disse,  col suo dolce
    sorriso, un addio, cara. tenerissimo. Allora, all'ultimo momento, la
    fanciulla le  chiese  di  riprendersi  la  lettera,  sottovoce,  colla
    esitazione di chi prevede che la sua domanda non sar presa sul serio.
    Ma che, ma che! fece donna Fedele.


    3.

    Rimasta   sola,   Lelia   fu   presa  da  una  palpitazione  violenta.
    L'onnipresente cuore le batteva anche nelle tempie. Si nascose in seno
    la lettera, and a sedere sui gradini della chiesetta.
    Si disse,  per placare il tumulto del  cuore,  che  forse  la  lettera
    parlava soltanto di religione, di fede perduta o di fede riacquistata,
    e che questo, a lei, era del tutto indifferente. La lettera le metteva
    a ogni modo, colla sua presenza sensibile, un torbido ardore, un senso
    vertiginoso che la sua volont fosse ridotta impotente nel turbine del
    destino.  Ud  scender  gente  da  sinistra  e si alz.  Passarono due
    contadini di Lago, salutando.  Ella pens di ritirarsi in casa.  Fatti
    pochi passi sull'erta,  se ne pent.  In casa,  nella sua camera,  non
    avrebbe resistito  alla  tentazione  di  leggere  subito.  Non  voleva
    leggere subito.  Sost,  incerta.  Finalmente ritorn indietro con una
    incoscienza di automa, discese i gradini della chiesa, prese la via di
    Lago.   A  misura  che  procedeva  nel  cammino,   entrava  nella  sua
    incoscienza  di  automa l'idea di andar a leggere in un luogo deserto.
    Giunta nella conca di Lago,  prese il sentiero che conduce al laghetto
    del Parco.  Ud voci di donna al lavatoio,  ritorn indietro,  si mise
    fra le casupole di Lago avendo in mente oramai,  una meta,  la  strada
    militare  che  taglia in alto ii fianco della Priafor,  sopra le gole
    del Posina, dov'era andata pi volte a cogliere rose delle Alpi.  Sal
    alle  selvagge  frane quando il sole calante,  toccata la cresta della
    montagna,  vi mancava rapido.  Le gole  del  Posina  soffiavano  vento
    freddo sulla morta petraia,  sul caos di macigni enormi, franati dalle
    nude sinistre altezze gi verso lo spacco pieno d'ombra e di  perpetuo
    rombo.  Lasciata  la  strada,  Lelia  si  arrampic  a  sinistra fra i
    rododendri fioriti.  Seduta lass,  sola figura viva nel gran  deserto
    ventoso, and strappando fiori, macchinalmente, a destra e a sinistra,
    se  ne  raccolse  un piccolo fascio in grembo,  vi tenne su a lungo le
    mani immobili, gli occhi, il pensiero. Poi,  fredda quanto pot,  cav
    la lettera,  si fece forza per non correrla in cerca del proprio nome,
    lesse dal principio, lentamente:

    "Cara mamma Fedele,
    " Sappia che mi avvio alla ricchezza e  alla  fama.  Ieri  l'altro  la
    famiglia  di  un  giovinotto  cui rimisi a posto un piede slogato,  mi
    mand all'albergo ogni ben di  Dio:  formaggio  di  capra,  salsiccia,
    funghi.  Ieri un pretino candido,  timido,  umile, per una visita alla
    sua vecchia madre che ha varici alle gambe,  siccome non volli il  suo
    denaro,  mi diede una boccetta di aceto di Modena.  Come lo avesse non
    so.  Stamattina mi mand a  chiamare  la  moglie  del  sagrestano.  La
    bambina  che  mi port il messaggio mi port anche un cestello di noci
    per impegnarmi ad andare.  Secondo l'albergatrice mi attende un grande
    avvenire.  Se continuo cos, dice, mi potr capitare di venir chiamato
    nientemeno che a Puria, un mucchietto di case a venti minuti da qui.
    "E un essere cui la fortuna sorride a tal segno avr voglia di morire?
    Eh s;  di quando in quando io sono questo pazzo.  Mi pare allora  che
    sarei  contento  di  dormire fra i cipressetti del piccolo cimitero di
    Dasio, grami come la mia grama sorte; e,  perch non manco di pensieri
    poetici,   sogno   che   i   cipressetti,   nutriti   del  mio  cuore,
    diventerebbero due colonne grandi,  due nere colonne  trionfali  della
    Morte.  Se poi mi scuoto e mi rimprovero di vilt,  debbo riconoscere,
    pensandoci,  che la vilt  vilt ma che ragioni di vivere non  ne  ho
    molte.
    "Non parlo degli amici a cui la mia morte farebbe dispiacere.  Gi non
    sono che due: Lei e don Aurelio. E di don Aurelio credo che, quando mi
    sapesse morto regolarmente nel mio letto,  con tutti i conforti  della
    religione cattolica, forse mi reputerebbe fortunato e si consolerebbe.
    Lei,  cara amica, prenderebbe la cosa con un po' meno di filosofia, mi
    compiangerebbe un po' pi;  ma,  se non erro,  Ella non  apprezza  poi
    molto questa vita, non dovrebbe quindi rattristarsi troppo per un buon
    amico  che  va  a  provare  l'altra con tutto l'ossequio a Santa Madre
    Chiesa.  Ella si meraviglia del mio ossequio,  dopo quello che  Le  ho
    scritto. Ella pensa gi che, sentendomi affondare, ho gridato, secondo
    il Suo consiglio,  'Signore, salvami!' e che il Signore mi ha salvato.
    Cara amica, certo s, ho gridato,  forse s,  Dio mi sta salvando,  ma
    non  come  Lei  crede.  Forse la verit non  a galla del mare,   nel
    fondo.  Se fossi per morire,  non vorrei  scandolezzare  questa  buona
    gente,  domanderei  un  prete.  E non sarebbe ipocrisia!  Direi i miei
    peccati per un bisogno supremo di sincerit e di umilt  davanti  alla
    Morte, farei la Comunione in memoria di Chi avrei voluto seguire sulla
    montagna  e  sulle  onde  del  mare  di  Galilea invece che seguire la
    immensa processione di mitre, di zucchetti, di tricorni,  di cappucci,
    di  abiti neri,  bianchi,  rossi e violetti che oggi cammina davanti a
    noi.  Ma questo non  ancora il fondo.  Credo di  trovarmi  ancora  in
    acque instabili che sentono l'urto dei venti e il moto delle correnti,
    credo  di  obbedire  ancora  all'impulso  di  sentimenti che furono il
    veicolo delle mie fedi passate;  credo che avr  riposo  solamente  in
    quelle  ultime  profondit  solide  dove  la  voce  di Cristo 'o tu di
    piccola fede' non arriva pi, dove un giorno scenderanno a giacere per
    sempre anche le mitre,  gli zucchetti,  i tricorni e  i  cappucci.  Se
    guardo a quello che credevo un anno fa e a quello che credo adesso, mi
    domando,  per  quanto  la  stessa domanda mi faccia orrore,  se domani
    creder ancora in Dio. Questa luce del mio spirito, ferma sino a ieri,
    comincia gi a balenare.
    "Ebbene,  sarei un mentitore se Le dicessi  che  desidero  morire  per
    questo.   No,   se  non  fosse  che  per  questo,  vorrei  invece  pi
    intensamente vivere.  Mi proibirei,  vivendo,  di pensare pi  a  cose
    religiose,   mi  proibirei  negazioni  e  credenze,  mi  farei  padre,
    fratello, amico di questa povera gente,  vorrei dare ad essa tutto che
    potrei  dare di bene vivendo poveramente anch'io,  vorrei cercarmi una
    compagna da poter amare coll'anima e coi sensi,  vivere di  amore  per
    addormentarmi un giorno,  confidente nel mistero che non conosco e non
    posso conoscere.  Ma questo Paradiso  duramente  chiuso  per  me.  Se
    desidero di morire  perch la febbre che ho voluto combattere, che ho
    sperato  un  momento  di  vincere questa febbre che ha nome Lelia si 
    rincrudita, mi arde, mi consuma e non la combatto pi."

    A questo punto una fiamma corse il sangue di Lelia, una nube le oscur
    la vista, ella si sent come una festuca in un gran vento,  nel soffio
    di un Dio,  Signore del Cielo e della Terra, davanti al quale piegasse
    tutto,  la sua volont come il resto.  Posata la  lettera  aperta  sul
    fascio  di  rododendri  che  teneva in grembo,  li raccolse nelle mani
    tremanti,  se li strinse sul viso come per odorarli,  volle nascondere
    anche agli spiriti dell'aria il bacio avido sulle parole di fuoco. Era
    vinta,  era  sua,  era la donna della sua anima e de' suoi sensi,  che
    avrebbe vissuto di amore con lui,  poveramente,  che si sarebbe chiusa
    con lui in quel nido montano, fuori del mondo che lo avrebbe consolato
    di tutte le amarezze passate, che lo avrebbe confermato nella sua idea
    di fare il bene,  di non pensare all'Inconoscibile, di accettare anche
    il sonno eterno. Lagrime le facevano groppo alla gola. Spaventata,  si
    ripose  ancora  in  grembo  i  rododendri  e la lettera,  cerc di non
    pensare a niente,  di smarrirsi nella contemplazione  di  un  garofano
    selvaggio che tremava nel vento come tremavano le mani di lei.  Quando
    le parve di essere ritornata signora di s, riprese a leggere:

    "Sar perch nella solitudine la  fantasia  prende  il  dominio  dello
    spirito,   sar  perch  la  poesia  malinconica  e  dolce  del  luogo
    ammollisce il cuore, non lo so; so che spasimo, so che passo ore e ore
    a guardare, non il suo ritratto perch non lo possiedo, ma un pezzo di
    carta dov'ella un giorno,  pregata da me,  scrisse  il  titolo  di  un
    libro.  Guardo  guardo,  poi  chiudo  gli  occhi,  quelle  tre  parole
    indifferenti mi diventano,  sotto le palpebre,  il suo  viso  radiante
    ingegno, fantasia e fuoco. Mi chino, bevo il profumo ch'ella usa e che
    la carta serba ancora, che mi fa dolere il petto come la divina musica
    di 'Aveu' di Schumann,  che, suonata da lei, mi fece dolere in un modo
    tanto dolce fino alle braccia e ai polsi.  Veda,  cara  mamma  Fedele,
    come  Le dico filialmente tutto.  Questa mattina bevevo senza freno il
    viso, lo sguardo, il profumo. Non potendone pi, riposi il mio tesoro,
    corsi a guardare,  pochi minuti fuori del paese,  fra le creste  delle
    grandi rocce al cui piede  Dasio, una punta di dolomia che somiglia a
    un'altra  punta  di  dolomia che io vedevo dal salone della Montanina,
    attraverso le vetrate della galleria superiore, ascoltando 'Aveu'.  Oh
    come come mi parlava quella piccola punta inclinata nel cielo!  Questa
    non le somiglia poi tanto,  ma io la torco,  la sforzo;  e se  sapesse
    quante  volte  nei  pochi giorni da che sono qui m'impietrai anch'io a
    contemplarla!
    "E questo questo devo dirle,  sopra tutto.  Non ho pi  quel  rifugio,
    quell'asilo  di sdegno e di disprezzo nel quale ho cercato fino a ieri
    una difesa contro l'amore.  Non mi sento pi il diritto di disprezzare
    chi  mi  ha  giudicato  male,  non conoscendomi.  Il mio solo diritto,
    diritto e dovere insieme,   di salvare la mia dignit se  avessimo  a
    incontrarci ancora nella vita."
    Qui  Lelia,  leggendo,  sorrise.  E  subito  baci  impetuosamente  la
    lettera, quasi a chieder perdono del sorriso. Prosegu a leggere:
    "Domani scender ad Albogasio per  prendere  gli  ultimi  accordi  col
    sindaco   circa  la  tumulazione  in  quel  cimitero  della  salma  di
    Benedetto, il cui trasporto , credo, imminente. Ho scritto a Roma che
    faccio volontieri queste pratiche in omaggio alla memoria di un  amico
    diletto  ma  che  non mi sento di parlare sulla bara come i miei amici
    vorrebbero.  Anche la mia fede in un Cattolicismo  immortale  sar  in
    quella  bara.  Se parlassi,  direi che piango sopra l'uomo che me l'ha
    ispirata e sopra di essa.
    "E adesso,  addio.  Mi scriva della Sua salute.  Ove credessi di valer
    meglio  dei  medici  che ha vicini verrei a curarla.  Ma non lo credo.
    Essi sono  esperti  e  io,  novizio,  vado  a  curare  la  moglie  del
    sagrestano. Addio ancora!
    Il Suo figliuol prodigo
    (contento delle ghiande)."

    Sotto la firma era scritto:

    "Non  ingannarti,  questa  rovina di un'anima  opera tua,  tua,  tua!
    Sento che Iddio riedificher.  Voglia Egli,  nella Sua misericordia  e
    sapienza,  servirsi di te.  Ricorda allora la tua povera amica e prega
    per lei.
    FEDELE."

    Lelia non si ferm su queste righe,  ricorse alle parole appassionate,
    le rilesse pi e pi volte, le baci, le ribaci. Finalmente si ripose
    la lettera in seno, col respiro profondo di chi riposa sulla meta dopo
    un disperato sforzo dei muscoli.  La gioia le si dilat dalla vita del
    cuore alla vita dei sensi.  Godette il vento freddo che le batteva  il
    viso,  godette  la  scena selvaggia e grande delle montagne di faccia,
    dalle fronti ardenti nel sol cadente,  del caos di macigni ruinosi per
    le  ombre  inferiori.  Godette l'ondulare dei rododendri presso a lei.
    Godette di sentirsi vivere,  si alz diritta in piedi,  aperse e stese
    le  braccia  quasi  ad  abbracciare  il mondo che fosse diventato suo.
    Trem che qualcuno l'avesse veduta in quell'atto,  si guard in  giro,
    palpitando.  Nessuno,  nessuno!  Si  chin  a raccogliere i rododendri
    cadutile dal grembo,  e,  ricompostone il fascio,  prese a discendere,
    avida della sua camera e anche avida dell'acuto piacere che le darebbe
    il senso del suo segreto in presenza d'altri.  Discese rapida,  con un
    passo elastico, baldanzoso, di donna felice.
    All'entrata della villa incontr Teresina che  ammir  molto  le  rose
    delle Alpi.  Queste furono le sue parole, ma in fatto la cameriera era
    sbalordita della nuova luce negli occhi della signorina. Le rifer che
    la siora Bettina si era  evidentemente  impermalita  di  essere  stata
    piantata in asso per donna Fedele.  Ah s? fece Lelia Mi rincresce.
    Cosa voleva? Sal nella sua camera senz'attendere risposta, ne chiuse
    l'uscio a chiave,  lesse ancora,  beata.  Ripose  i  rododendri  sulla
    spalliera del letto,  ma capovolti,  coi fiori pendenti sul guanciale,
    che le sfiorassero i capelli, che potesse,  alzando il viso,  baciare.
    Ne  tolse uno,  discese nella sala da pranzo,  lo pose in un calice di
    cristallo per tenerlo davanti a s  sulla  mensa  cui  avrebbe  seduto
    sola.  Pass nel salone,  si mise al piano, suon Aveu con un divino
    impeto,  pensando  che  il  piano,  se  avesse  un'anima,  a  sentirsi
    sviscerare cos,  capirebbe; pensando che forse, l nel suo romitaggio
    lontano,  egli sentirebbe qualche vibrare in s.  Le vennero in mente,
    con  un  colpo  di  gioia,  versi adattati alla musica di "Aveu" da un
    amico del signor Marcello:

    "Ah solo un demonio e un angelo il san
    Che pugnan, crudeli, nel fragil mio cuor.
    Or vince il pi dolce, mi dono in sua man,
    Or scendo in un abisso di fori e d'orror,
    Or sappi che brucio, che moro di te,
    Or tutta mi prendi ch Iddio mi perd.

    Uno solo rispondeva al suo sentimento, ma come vi rispondeva!

    "Or sappi che brucio, che moro di te."

    Suon il pezzo due, tre volte per quel verso, per quel solo verso. Poi
    si alz dal piano,  and cercando per la  sala  il  posto  da  cui  si
    discerne la punta di dolomia.  Ritorn al piano,  ne strapp da capo i
    rotti accenti della passione delirante.
    Gsu! pens Teresina preparando la tavola per il pranzo. Cossa gala
    po?


    Capitolo Decimoquarto.

    UNA GOCCIA Dl SANGUE PATERNO.


    1.

    Lelia volle che il pranzo le fosse servito da Teresina invece  che  da
    Giovanni,  le parl di varie cose indifferenti molto affabilmente.  La
    cameriera,  vedendola  cos  amabile,   si  arrischi  a  un  discorso
    delicato.  Le riparl della siora Bettina che aveva intenzione di fare
    un viaggetto a Monte Berico.  Ah quanto sarebbe stata felice  Teresina
    di potervi andare anche lei!  La Fantuzzo le aveva parlato di un Padre
    Servita, confessore meraviglioso.  Non l'avrebbe fatta volentieri essa
    pure, la signorina, questa giterella? Era poi anche un gran bel posto,
    Monte  Berico.  La  siora  Bettina  sarebbe una eccellente compagna di
    viaggio. Tanto buona, povera siora Bettina. Potevano partire alle sei.
    Alle otto erano  a  Vicenza  e  salivano  a  Monte  Berico.  A  rigore
    avrebbero potuto ripartire alle undici.  Ma poi non c'era premura, non
    mancavano treni per ritornare a casa.  Lelia tacendo sempre,  Teresina
    si offerse di parlarne alla Fantuzzo.
    Lelia la guard,  trasognata,  pensando Dio sa che. Teresina non seppe
    leggere in quel misterioso viso se non questo,  che vi era  incertezza
    fra  il  s  e  il  no.  Ne  fu  consolata.  Entrato  Giovanni  con un
    telegramma,  non giudic prudente  d'insistere,  neppure  dopo  uscito
    Giovanni,  per avere un s immediato. Il telegramma era del sior Momi,
    atteso coll'ultimo treno.  Annunciava il suo  ritorno  per  l'indomani
    mattina. Verso le nove capitarono, credendo di trovarlo, l'arciprete e
    il  cappellano.  Entrarono  in  salone  senza farsi annunciare,  primo
    l'arciprete col suo strascicato con permesso.
    Lelia stava passando musica;  non pi "Aveu" ma tutta  l'altra  musica
    che  ricordava  di  aver suonato presente Massimo.  Si alz dal piano,
    annoiata.  A parte le sue ragioni speciali di avversione a  quei  due,
    non poteva soffrire l'arciprete per il suo tono di familiarit, per le
    sue  facezie grosse,  per la scarsa pulizia della persona.  Non poteva
    soffrire il cappellano per la sua  guardatura,  per  il  suo  modo  di
    portare il capo,  di salutare, di parlare. Gli occhi dell'arciprete le
    lucevano di un'astuzia evidente,  sincera,  da sensale di  buoi  e  di
    grano.  Negli  occhi  acquosi  di don Emanuele vedeva una ostentazione
    antipatica di ascetismo,  un'astuzia subacquea,  mal  dissimulata  dal
    guardar  basso.  E  quel  capo,  non  portato da collotorto volgare ma
    sempre leggermente chinato in avanti,  quel salutare sommesso,  quella
    voce  untuosa,  lenta,  quel  continuo  atteggiarsi  compunto  come se
    andasse a processione  tutto  in  s  raccolto  sotto  un  baldacchino
    ideale,  la  irritavano.  La  sua  accoglienza  fu glaciale.  Non fece
    accendere le lampade n portare il solito  caff.  L'arciprete  avendo
    accennato  al  dispiacere  di  sua  cognata  per  non  essersi  potuta
    trattenere con lei, non ebbe una parola di scusa.  Il cappellano parl
    di  certa  puerpera  di  Lago,  miserabile,  ch'egli  desiderava fosse
    visitata dalle due signore.  Lelia si  accontent  di  domandare  dove
    propriamente abitasse questa donna, senza dire se l'avrebbe visitata o
    no.  L'arciprete  consigli  allora di affrettare la visita perch sua
    cognata aveva intenzione di allontanarsi presto,  forse per un giorno,
    forse per due. Lelia parve sorpresa. Per due giorni? S, forse per due
    giorni.  Don Tita osserv che il cappellano doveva venire l'indomani a
    celebrare in Santa Maria.  Egli avvertirebbe la cognata di trovarvisi,
    le due signore si sarebbero intese.  Chiuso il discorsino, lo suggell
    con  un  sipo  sipo.  I  sipo  sipo  dell'arciprete  significavano
    congedo.  Se  diceva  sipo  sipo  in casa sua,  il visitatore doveva
    intendere che non c'era pi ragione di trattenersi.  Se lo  diceva  in
    casa d'altri, era egli stesso che dava il segno cos, strofinandosi le
    coscie  a  mani  spiegate,   della  propria  partenza.  Stava  infatti
    alzandosi dalla sedia quando una inattesa domanda  di  Lelia  lo  fece
    ridiscendere a sedere. Lelia gli domand improvvisamente quale viaggio
    intendesse  fare  sua  cognata.   Il  viso  dell'arciprete,   alquanto
    congelato fino a quel momento,  si soffuse di  tepida  bonariet.  Gli
    occhi  acquosi  del cappellano che indagavano inutilmente alcuni libri
    sul tavolo vicino,  si alzarono al viso  di  Lelia,  vi  si  fermarono
    mentre l'arciprete spiegava,  con grande abbondanza di parole,  che la
    cognata desiderava  da  molto  tempo  fare  le  proprie  divozioni  al
    Santuario  di Monte Berico,  che aveva anche in mente di spingersi poi
    fino a Castelletto del Garda per una visita alle monache  della  Sacra
    Famiglia;  che per a quest'ultimo viaggio, se non trovasse compagnia,
    rinuncerebbe.
    Ho domandato  per  sapere  disse  Lelia.  Forse  andrei  volentieri
    anch'io, almeno al Santuario di Monte Berico.
    Oh! esclam l'arciprete,  tutto contento.  Niente di meglio, niente
    di meglio.
    Lelia si affrett a dire  che  non  prendeva  alcun  impegno,  che  ci
    avrebbe pensato,  che occorreva,  in ogni caso, interrogare suo padre.
    Preso congedo, l'arciprete usc col cappellano esprimendo sottovoce la
    propria soddisfazione: ben ben j j.  Fatti  pochi  passi,  ritorn
    indietro   per   trovarsi   solo  con  Lelia,   dirle  cautamente  che
    l'ispirazione di andare a Monte Berico le veniva proprio dalla Madonna
    e che,  se andava,  doveva assolutamente conoscere il padre...  Nomin
    quel Servita, del quale la Fantuzzo aveva cantate le lodi a Teresina.
    Raggiunto  il  compagno che l'attendeva a mezza costa,  l'arciprete si
    allontan con lui di buon passo,  da uomo soddisfatto e pieno di belle
    speranze.  A  lui  bastava  che  la  ragazza andasse spontaneamente ai
    Sacramenti. Era forse desiderabile che l'arciprete servisse Iddio e la
    Chiesa con maggiore intelligenza, con maggior sapere, con un cuore pi
    caldo di sentimento evangelico,  ma non si poteva negare ch'egli fosse
    un  servitore  onesto e fedele.  A immagine e similitudine di alquanti
    altri suoi colleghi di servizio e di divisa,  egli non  conosceva  per
    gli  erranti  nella  fede  altra  carit  che  di  parole,  li avrebbe
    volontieri buttati  nell'Astico  dallo  scoglio  di  Mea,  chiamandoli
    poveretti  e poverini;  ma per gli errori di altro genere aveva parole
    burbere e cuore benefico, penetrato di quell'antica tradizione che non
    erige in teoria n morale troppo rigida n morale troppo lassa, che si
    regola colle anime  peccatrici  secondo  un  sapiente  concetto  delle
    fragilit umane e della bont del Padre. Il suo pensiero era che Lelia
    fosse  una  testolina  stramba,   che  in  fatto  di  religione  fosse
    ignorante,  capacissima di mettere assieme spropositi  di  condotta  e
    pratiche; ma che, in fin de' conti, quando si mettesse in regola colla
    Chiesa, ci fosse da confidare nella paterna indulgenza di Chi le aveva
    dato  quel  cervello  di puledra selvatica.  Rideva in cuor suo di don
    Emanuele  che  sperava  farne  una  monaca.   Per  don   Emanuele   il
    pellegrinaggio  a  Monte  Berico  non era che una prima tappa e non si
    poteva rallegrarsene troppo,  a fronte dell'azione continua esercitata
    sulla fanciulla da donna Fedele.  Gli era inoltre noto un fatto grave,
    tale,  se Lelia lo venisse a conoscere,  da spingerla sempre pi verso
    il  villino  delle  Rose.  La  Gorlago non era a Cant,  era a Padova,
    nascosta in casa Camin.  La continuata tresca,  per s  colpevole,  ma
    colpevolissima perch malcauta, gittava discredito sugli ecclesiastici
    amici del reo.  E chi ne approfitterebbe se non donna Fedele?  La mira
    di donna Fedele era indubbiamente un  matrimonio  Camin  Alberti.  Per
    fortuna Lelia vi ripugnava tuttavia, prova il tentativo di suicidio, e
    per  fortuna  donna  Fedele era costretta di lasciare il paese durante
    qualche  tempo.   Ci  era  risaputo   in   canonica.   Don   Emanuele
    s'interdiceva  di  sperare qualche cosa di peggio che una operazione e
    una lunga convalescenza. Anzi voleva ammettere che la signora,  contro
    i  suoi  meriti,  guarirebbe,  per  trarne  la  necessit di un'azione
    vigorosa durante il suo soggiorno a Torino.  Era necessario anzi tutto
    piegare  la  fanciulla  verso Dio e poi trovar modo di rinnovarle quel
    disgusto sdegnoso del mondo che l'aveva spinta al  suicidio,  offrirle
    allora  salute  e  pace  in  una  vita religiosa fatta per lei.  Non a
    Castelletto del Garda.  Quella era un'idea della povera siora Bettina.
    Lelia  non  era  fatta per tenere una scuola n un asilo e nemmeno per
    l'assistenza degli ammalati. Ci voleva un Ordine contemplativo.  Tutte
    queste  riflessioni  don  Emanuele le rimastic trottando verso Velo a
    fianco dell'arciprete e le tenne per s.
    Lelia,  ritornando al piano,  pens: "Forse,  una goccia del sangue di
    mio padre ce l'ho bene".
    Non  volle che si accendessero le lampade.  Si ritir presto nella sua
    camera,  si pose alla finestra.  L'oriente luceva d'infinite stelle  e
    sopra  il gran culmine del nero bosco sovrano i denti acuti di dolomia
    ferivano il sereno. Lelia non guardava n il cielo, n il nero culmine
    del bosco,  n le guglie del Summano.  Fermo il pensiero in un segreto
    disegno,   teneva   fissi  gli  occhi  vitrei  nelle  prossime  ombre,
    battendole a furia il cuore,  guizzandole tremiti e  sussulti  per  la
    sottile persona.


    2.

    L'indomani,  don  Emanuele  venne  a celebrare in Santa Maria mezz'ora
    prima del solito,  verso le sette e mezzo.  La siora Bettina,  che  lo
    aveva preceduto, lo avvert che Lelia era fuori. La cameriera Teresina
    la  credeva  al  villino  delle  Rose.   Era  invece  al  deserto  dei
    rododendri. Don Emanuele, molto compunto, pens un poco e poi preg la
    siora di trattenersi,  dopo la messa,  fino  a  che  egli  uscisse  di
    sagrestia.    Celebr    con    gran    divozione.    Quindi,    curvo
    sull'inginocchiatoio della sagrestia col capo chino fra le  mani,  non
    finiva  pi  di  chiedere a Dio aiuto e lume contro il demonio che gli
    contrastava i disegni per la eterna  salute  di  Lelia,  suscitandogli
    contro due sue ancelle: una creatura di superbia,  donna Fedele, e una
    creatura  di  lussuria,  la  Gorlago.  Preg  e  preg  colla  fiducia
    dell'Inferiore  ch'  in  termini di relativa confidenza col Superiore
    pregato,  e per la lunga consuetudine e per qualche servigio  resogli.
    Dalla preghiera mentale pass inavvertitamente,  sempre fluendogli per
    le labbra un rivoletto di pio latino,  a moti diversi di riflessioni e
    d'idee  intorno  a  un  altro  girare  incessante,   a  un  comparire,
    scomparire e ricomparire continuo, nella sua mente,  dei fatti che pi
    lo turbavano,  delle possibilit minacciose.  Un moto gli s'implicava,
    gli s'ingarbugliava nell'altro.  Per qualche momento egli non  vedeva,
    non capiva pi niente e allora il pio rivoletto latino gli s'inaridiva
    sulle  labbra  ferme.  Finalmente  dal peggior garbuglio gli spunt un
    filo. Tira e tira, il filo veniva a meraviglia, come se la Provvidenza
    avesse lavorato un garbuglio delle sue proprie fila per don  Emanuele,
    perch  il pescatore di anime si facesse il merito di trovarne il capo
    buono,  di svolgerlo e svolgerlo fino alla pratica  dimostrazione  che
    tutto l'arruffio di groppi, di occhielli, di pendagli si scioglieva in
    un divino filo da reti di pesca. Cos pens il pescatore.
    Intanto  la  siora  Bettina,  seduta in faccia all'altare,  sentendosi
    inaridire la devozione in cuore, durando fatica a non distrarsi dietro
    il gorgoglio della fontana  del  vestibolo,  a  non  pensare  di  dove
    venisse  quell'acqua  e  dove  andasse  a finire,  se fosse pura o no,
    fresca o no;  temendo anche di certa macchia  del  tappeto  verde  sul
    gradino dell'altare,  dove troppo spesso ritornavano i suoi occhi e il
    suo mal combattuto desiderio di sapere se  fosse  vecchia  macchia  di
    unto o macchia recente di bagnato,  si domand se non le convenisse di
    mettere la  punta  del  naso  in  sagrestia.  No,  sarebbe  stata  una
    sconvenienza.  Cerc  liberarsi  dalle  tentazioni della fonte e della
    macchia pensando, a propria edificazione,  la santit di don Emanuele,
    il rapimento mistico che lo tratteneva cos a lungo.
    Egli  si alz dall'inginocchiatoio,  non pi chiaro affatto in viso di
    quando vi si era piegato,  mand il chierichetto  a  vedere  se  Lelia
    fosse  rientrata,  usc dietro a lui e fe' cenno alla siora Bettina di
    seguirlo nel portichetto.  Il  chierico  vi  ritorn  a  dire  che  la
    signorina non era rientrata.
    Allora  don  Emanuele  rifer alla Fantuzzo il dialogo seguito la sera
    prima fra Lelia e l'arciprete.  La  Fantuzzo,  che  non  aveva  ancora
    veduto  suo  cognato  dopo  quel dialogo,  n'ebbe l'impressione di una
    grazia ottenuta per le preghiere del cognato,  del cappellano e  anche
    un  poco  per  le  sue  proprie.  Domand  che  dovesse fare.  Intanto
    aspettare Lelia,  dirle che l'arciprete le aveva riferito com'ella non
    fosse  lontana dall'accompagnarsi a lei per una visita al santuario di
    Monte Berico e forse anche per il viaggio a Castelletto del Garda.  La
    siora  Bettina corresse quello che le pareva un errore di lingua.  Non
    l'arciprete le aveva riferito,  ma don Emanuele.  Questi le impose  di
    tacere il suo nome, di metter fuori quello dell'arciprete. Veramente
    osserv  la  siora  Bettina timida timida,  da mio cognato non ho...
    Non importa interruppe don Emanuele il Signore vuole  ch'Ella  dica
    quello  che Le suggerir io. La bugia suggerita da don Emanuele aveva
    un'anima di verit superiore,  inaccessibile a lei se non per fede.  E
    la siora Bettina promise, con umile fede, la piccola bugia: Quando lo
    dice Lei!.
    Ma le istruzioni superiori non finivano l. Probabilmente la signorina
    le direbbe, come lo aveva detto all'arciprete, ch'era necessario avere
    il  permesso  di suo padre.  Ora il permesso era da chiedere anche per
    Castelletto sul Garda. La siora Bettina si rallegr tutta.  Era felice
    di  andare a Castelletto e,  sola,  non avrebbe osato intraprendere un
    tale viaggio. Un'altra compagnia,  quella di Teresina per esempio,  le
    sarebbe  stata  molto  pi  gradita,  ma  per  amore  della  sua guida
    spirituale accettava volontieri il  piccolo  guaio  di  viaggiare  con
    Lelia.  N'era felice anche per il cognato,  che pensava gi alle suore
    della Sacra Famiglia da collocare in qualche asilo  della  sua  futura
    diocesi   e   desiderava   attingere  alla  fonte  certe  informazioni
    necessarie. Don Emanuele, vistala tanto contenta, pens alquanto e poi
    le propose di continuare la conversazione camminando  verso  Lago.  La
    siora  sent  confusamente  ch'egli aveva qualche cosa di pi grosso a
    dirle e che voleva dirglielo in un posto pi  sicuro  da  interruzioni
    sgradite.  Infatti,  appena toccata, sulla strada di Lago, l'ombra dei
    grandi castagni,  don Emanuele,  ora figgendo gli occhi in terra,  ora
    voltandosi a guardare se qualcuno venisse loro alle spalle, mise fuori
    un  preambolo sull'assoluta necessit che la siora Bettina tenesse per
    s quanto egli aveva risoluto di dirle.  Le  fece  comprendere,  senza
    nominar  l'arciprete,  che  doveva tacere anche con lui.  La Fantuzzo,
    all'idea di nascondere qualche cosa a don Tita, si sent dare un tuffo
    nel sangue; ma poi, siccome don Emanuele parlava, non con ragionamenti
    ma con autorit,  di una via  indicatagli  dalla  Provvidenza  per  la
    salute di due anime, si persuase che la via fosse tanto stretta da non
    potervisi  passare in tre persone,  si compiacque di essere l'eletta e
    attese il Verbo.  Il Verbo fu questo.  Poich la signorina Lelia aveva
    accennato  alla  necessit  di ottenere il permesso paterno,  la siora
    Bettina poteva fare a meno,  adesso,  di parlare alla ragazza.  Poteva
    invece  affrontare  addirittura il sior Momi che arrivava da Padova al
    tocco, chiedergli la facolt, anche a nome dell'arciprete, di proporre
    alla signorina il  pellegrinaggio  a  Monte  Berico  e  il  viaggio  a
    Castelletto.  Poi  conveniva  fare  la  proposta,  fissare  il giorno.
    Domani sar troppo presto disse don Emanuele.  Fissi posdomani. Se
    fosse  stato  egli  stesso  la  Provvidenza,  non avrebbe disposto con
    maggiore sicurezza dell'avvenire, di eventi che, in fine,  dipendevano
    anche dalla volont altrui.
    Andranno a Monte Berico diss'egli,  e Lei osserver le disposizioni
    della  signorina  Lelia  nell'accostarsi  ai  Sacramenti.  Scenderanno
    direttamente alla stazione. Allora Ella dir alla signorina che non si
    sente bene, che Le  venuta l'idea di non andare pi a Castelletto, di
    andare  invece ad ascoltare una messa al Santo.  Partiranno per Padova
    col treno delle undici.  Dopo la messa Ella  persuader  la  signorina
    della  convenienza  di  passare  da casa Camin,  per un riguardo a suo
    padre. Vi potrebbero essere lettere, giornali, carte di visita. Adesso
    in quella casa c' una persona che non ci dovrebbe essere perch qui 
    stato  annunciato  pubblicamente  che  andava  in  Lombardia,  che  si
    separava  dal  signor  Camin.  E'  necessario  che  la signorina Lelia
    s'incontri con questa persona. Necessario! Non Le dico altro.
    La povera siora Bettina, presa da sgomento, si ferm su due piedi.
    Dio  Dio  Dio,  don  Emanuele!  diss'ella.   Pazienza  rinunciare  a
    Castelletto,  pazienza il mucchio di bugie; ma le scenate che potevano
    succedere!  Delle relazioni fra la Gorlago e il  sior  Momi  ell'aveva
    un'idea  vaga.  Si  era  proibito  di  pensarvi,  per  uno scrupolo di
    coscienza.   Ora  che  don  Emanuele  le  aveva  aperto   gli   occhi,
    l'aspettazione  d'incontrarsi  con  quella  donna  le  dava brividi di
    orrore. In astratto le peccatrici le ispiravano piet,  in concreto le
    ispiravano ribrezzo. Se ne avesse trovato alla sua porta una moribonda
    di  freddo  e di fame,  l'avrebbe lasciata fuori,  per pentirsene solo
    quando la disgraziata fosse morta.  Domand a don Emanuele se  proprio
    volesse  da  lei  una cosa simile.  Egli rispose senza parole,  con un
    piegar del capo e un congiungere pio delle mani,  che parvero ossequio
    alla  Volont  Superiore  cui  erano tenuti ambedue di obbedire: prima
    egli e poi la siora Bettina.
    Dica che sono ignorante,  don Emanuele!  Dica che sono  stupida!  La
    siora  Bettina  non  os  procedere  oltre  questo  esordio  patetico,
    confessare che non capiva il perch di  una  tale  macchinazione.  Don
    Emanuele  intese  ma  non  rispose.  Vi  erano  nel  suo disegno certi
    imponderabili che non pativano la veste  greve  della  parola.  Se  lo
    avesse  esposto,  lo  avrebbe guastato agli occhi suoi propri.  La sua
    fede era nell'imponderabile,  nella impressione che avrebbe fatto alla
    signorina  Lelia  un contatto schifoso e tale da lordare schifosamente
    tutto il suo ambiente.  S'ella si  rifugiasse  nel  Signore,  in  tali
    circostanze,  ne  seguirebbe una conseguenza ponderabile: le ricchezze
    di casa Trento non andrebbero ad  alimentare  i  vizi  del  padre.  Il
    povero  sior  Momi venne cos segretamente buttato a mare dall'alleato
    cappellano,  il quale teneva per conto  di  un  altro  imponderabile,
    della speranza che lo scandalo di Padova giovasse all'anima sua.
    Invece di rispondere alla tacita domanda della siora Bettina,  egli le
    chiese soavemente se intendesse ritornare  a  casa  rifacendo  la  via
    percorsa o proseguendo per Lago e Sant'Ubaldo.
    Io reciter l'ufficio diss'egli, cavando il breviario.
    La  siora  Bettina sapeva che don Emanuele evitava sempre di mostrarsi
    alla gente in compagnia di donne. Scelse il giro di Lago e Sant'Ubaldo
    per timore di un incontro con Lelia reduce dal villino. Posto l'ordine
    di parlare prima col sior Momi,  quell'incontro l'avrebbe imbarazzata.
    Il  cappellano  aveva pensato ch'ella fosse per scegliere l'altra via,
    pi breve.  Siccome neppure a lui garbava d'incontrare Lelia,  non gli
    rest altro partito che fermarsi, aprire il breviario e dire:
    Allora...
    E alla siora Bettina,  per quanto desiderasse supplicare ancora che le
    fosse risparmiato quel  tale  calice,  non  rest  altro  partito  che
    mormorare malinconicamente serva sua e allontanarsi verso Lago.
    Don  Emanuele non si mosse prima ch'ella fosse uscita della sua vista.
    Quindi si avvi pian piano.  Giunto nella lettura alla  prima  fermata
    lecita,  chiuse  e  rintasc  il libro.  Era sbucato allora allora dai
    casolari di Lago sulla via che gira in basso il  liscio  cumulo  verde
    coronato  in  punta  dalla  chiesina bianca di Sant'Ubaldo.  Pens don
    Aurelio e la propria segreta potenza.  Era egli che aveva  riferito  a
    Roma,  quasi  giorno  per giorno,  fatti,  detti e omissioni del prete
    sospetto,  tutto colorendo in modo da corrispondere  non  alla  realt
    grossa,  superficiale, ma bens alla realt recondita da lui divinata,
    col suo zelo per la Chiesa, nelle intenzioni del poco degno sacerdote.
    Cos era opera sua il prossimo vescovado dell'arciprete.  Era egli che
    aveva  informato lo zio Cardinale sul conto di don Tita,  che ne aveva
    fatto conoscere l'intemerato carattere  sacerdotale,  l'avversione  ai
    novatori,  la  bonariet  scherzosa  e  la  piacevolezza  che potevano
    facilmente renderlo popolare.  L'idea di riuscire ora nella  conquista
    sul  mondo,  per  il chiostro,  di un'anima preziosa in pericolo,  gli
    faceva correre formicolii,  spume di letizia  nel  sangue.  Invece  di
    erigere  al  vento  la  testa  contento del proprio valore,  l'abbass
    idealmente davanti a Dio,  come buon cameriere che il padrone copra di
    stupefatte  lodi  per  qualche  miracoloso  servigio.  Poi,  facendosi
    tutt'uno col Padrone,  componendosi nel  cuore  una  verit  divina  a
    santificazione  di ogni altro sentimento,  trionf dolcemente di donna
    Fedele, si appropri, in certo modo,  il decreto provvidenziale che la
    colpiva  d'infermit  grave  perch  le  fosse  pi difficile di porre
    ostacolo ai disegni di lui,  perch  riconoscesse,  nel  soffrire,  le
    proprie  colpe.  La  via ch'egli faceva,  cos pensando,  era stata il
    passeggio quotidiano di don Aurelio.  Tutte le innocenti  anime  delle
    erbe,  delle viti,  degli alberi si aprivano all'anima pura e umile di
    lui che vi sentiva Iddio presente nella sua sapienza e nel suo  amore,
    vi  sentiva  francescane  dolcezze  di  fraternit,  si confondeva con
    quelle anime in una sola muta adorazione di servo inutile.  Il  povero
    don  Emanuele,  bench  si credesse onorare debitamente San Francesco,
    passava in mezzo al pio verde senz'alcun sentimento francescano, senza
    dolcezze mistiche,  senza degnare di uno sguardo n fiori  n  foglie.
    Non  sentiva  luce divina che nelle tenebre delle proprie architetture
    di bugie e di male arti in servizio di Dio.  Davanti a  lui  tutte  le
    innocenti  anime delle erbe,  delle viti,  degli alberi si chiudevano.
    Egli andava per mezzo ad esse come  uno  sterpo  morto,  cacciato  dal
    vento,  ancora potente a trasmutarsi in erba,  in vite,  in albero, ma
    solo passando per la fiamma o, meglio ancora, per la putredine.


    3.

    Il sior Momi,  quando Giovanni gli annunzi la  siora  Bettina,  stava
    scrivendo  alla Gorlago dalla quale si era separato in burrasca per le
    gelosie di lei a proposito di Teresina. La chiamava il suo bcolo la
    sua ccola la sua matona la sua morbinosa e  anche,  scherzando,
    la sua sorzona.  Le diceva che la famosa Teresina gli aveva lasciato
    la stanza in disordine e non gli si era ancora fatta  vedere,  che  in
    quel paese della noia,  senza la sua Moma, si sentiva morire. La siora
    Bettina entr dietro il domestico che la stava annunciando; per cui il
    sior Momi ebbe appena il tempo di voltare il foglietto nascondendo  la
    Moma e mostrando il candore di una pagina immacolata. Scatt in piedi,
    desolato  per l'anarchia deplorevole dei propri indumenti,  si profuse
    in deprecazioni alla visitatrice,  in rimproveri  al  domestico.  Per
    carit!  Per  carit!  Ma Giovanni!  Giovanni!  In sta figura!  In sta
    figura! Non avendo n panciotto n cravatta,  si abbotton in  fretta
    la palandrana, ne rialz il bavero. La siora Bettina, al primo vederlo
    cos scollato e con una gran cascata di camicia in vista,  era rimasta
    assai male;  ma poich il bavero e l'abbottonatura ebbero dato al sior
    Momi  l'aspetto  di una figura simbolica del Pudore moderno,  la buona
    donna torn sufficientemente in pace,  confess che la colpa era  sua,
    che aveva seguito il domestico perch, dovendo parlare al sior Momi da
    sola a solo, desiderava esserne ricevuta nello studio.
    Ben ben ben, sissignora sissignora sissignora fece il sior Momi.
    Le  disposizioni  della  siora  Bettina verso di lui si erano alquanto
    modificate dopo l'ultimo colloquio con don Emanuele.  Era  venuta  per
    obbedire  a  quest'ultimo,  non  senza  ribrezzo dell'uomo dal segreto
    pasticcio.  Ella tutta raccolta e stretta nel mantelletto  nero,  egli
    abbottonato  fino  alla gola,  difeso il volto dalle due punte protese
    del bavero, si stavano a fronte come due verecondie verginali in mutuo
    sospetto e in difesa.
    Cominci la Fantuzzo a dire timidamente ch'era venuta per chiedere  un
    gran favore.  Il sior Momi batt molto le palpebre,  non sapendo quale
    seccatura potesse venir fuori.
    Quel che posso diss'egli senza molto zelo quel che posso.
    La siora Bettina fece uno sforzo  di  amabilit,  sorrise,  disse  che
    desiderava da tempo,  per tante cose,  certo viaggetto, che il momento
    di farlo sarebbe proprio quello per alcune  ragioni  che  riguardavano
    suo cognato arciprete,  ma che c'era un ostacolo. Ammutol, sorridendo
    con intenzione pi visibile fissando il sior Momi.
    "Schei?" pens costui. Soldi? E divent rosso.
    Son sola ripigli la siora Bettina.  La  capisse,  o  Dio,  viagiar
    sola!
    "Ocio  che  vegno!" pens il sarcastico sior Momi balenandogli ch'ella
    fosse per chiedergli di accompagnarla.
    Me rincresse diss'egli ma... E rest a bocca aperta con una faccia
    tanto eloquente che la siora Bettina cap,  si rannicchi,  con pudico
    sgomento,  in  se  stessa,  si  tir  sul  viso  inorridito  il manico
    dell'ombrellino. La supposizione trasparente dal viso giallo-rossiccio
    era tanto enorme, tanto sconcia, ch'ella non avrebbe saputo protestare
    contro di essa,  come non avrebbe saputo  proferire  una  parola  poco
    pulita.
    Spero  diss'ella nella signorina Lelia.  Sono venuta per domandarle
    il permesso di avere con me la signorina Lelia,  se sar contenta.  E
    ripensando  la  faccia  eloquente del sior Momi,  rifece,  con qualche
    lieve mitigazione,  la mimica dell'allarme pudibondo.  Il  sior  Momi,
    confortato,  si ripigli il suo me rincresse e lo adatt, non troppo
    felicemente, alle nuove circostanze.
    Me rincresse che no so se la vorr vegner. Si fece indicare la  meta
    e  l'itinerario  del  viaggetto.  Fu  molto  contento di Monte Berico.
    Ricord che anni addietro vi  si  era  recato  in  pellegrinaggio,  in
    qualit  di  socio di un Circolo.  Non raccont che era con lui un suo
    socio di altri affari,  uso coprirli egli pure del manto clericale  ed
    espulso egli pure da quel Circolo quando il manto era diventato troppo
    scarso.  Non raccont che un tale,  vedendoli passare sull'erta, aveva
    detto al suo vicino: Vdela quel pelegrin l?  Quelo xe una  droga!,
    che allora l'amico aveva mormorato te si ti e lui ribattuto no ci,
    te  si  ti,  che  avevano  continuato  ti  ti ti l'uno,  ti ti ti
    l'altro,  fino alla met dei portici.  Di  Castelletto  il  sior  Momi
    neppure  conosceva  l'esistenza.  Udito  della Sacra Famiglia,  notato
    l'imbarazzo della siora Bettina,  che per  verit  non  aveva  pratica
    d'infinocchiar  la  gente e neppure ci aveva gusto,  interpret le sue
    titubanze come un indizio che il viaggio era coordinato ai pii disegni
    comunicatigli dall'amico Molesin.  Presa l'aria sua  pi  cretina,  si
    gorgogli  un risolino in gola bona ocasion,  bona ocasion,  aho aho
    col proposito  che  il  risolino  e  le  parole  potessero  tirarsi  a
    qualunque senso; di favore, di scherzoso scetticismo, d'ironia.
    Domand  se Lelia sapesse.  La signorina Lelia non sapeva.  Se il sior
    Momi fosse disposto di permettere... Qui il sior Momi pieg il capo in
    avanti sibilando un lungo  sss!  un  estratto  di  s  concentrato
    nell'ossequio.  Poich  il  sior  Momi permetteva,  sarebbe stato bene
    d'interrogare subito la signorina. Anche l'arciprete desiderava che la
    signorina approfittasse di questa occasione per andare al Santuario di
    Monte Berico.  Avrebbe piacere che la signorina si  decidesse  presto,
    che  non  si consultasse con certe persone pericolose.  Eh rason po!
    fece il sior Momi. Rason, rason.
    Dato cos,  ellitticamente,  ragione all'arciprete e anche alla  siora
    Bettina   contro  le  persone  pericolose,   il  sior  Momi  suon  il
    campanello, ordin a Giovanni di accompagnare la visitatrice al salone
    e di avvertire la signorina.
    La fazza Ela diss'egli, congedando la siora Bettina. Tuto ben fato,
    tuto ben fato.
    Rimasto solo, suon per Teresina. A Teresina il padrone metteva nausea
    ogni giorno pi.  La Gorlago,  certi atti licenziosi  ch'egli  si  era
    permesso  da  principio  con lei malgrado l'et piuttosto matura della
    cameriera, quel contemporaneo consumo di ginocchi e di acqua santa, le
    continue spilorcerie,  la sporcizia della persona  gliel'avevano  reso
    odioso. Egli poi, saggiate ripetutamente le ribellioni sdegnose di lei
    ai  suoi  istinti  lascivi,   aveva  cambiato  strada,  era  diventato
    mellifluo, rispettoso, mostrava di tenerla in gran conto.  E poich si
    era  presto accorto della sua devozione a Lelia,  le parlava come a un
    grammofono di Lelia.
    Ora le confid la proposta della siora Bettina. Le disse che per parte
    sua non aveva fatto difficolt perch non intendeva imporsi  in  alcun
    modo  a  sua  figlia,  ma  che temeva si tendesse a mettere la ragazza
    sopra una via che a lui non piaceva niente affatto.  Il suo  desiderio
    era  di  trovare  a  Lelia  un buon marito.  Gli avrebbe consegnata la
    sostanza, sarebbe ritornato a Padova, alle sue vecchie abitudini.  Gli
    occorreva  di conoscere le inclinazioni della ragazza.  Buona persona,
    la Fantuzzo.  Santa persona,  l'arciprete.  Se Lelia  fosse  veramente
    chiamata a diventar santa anche lei, oh Dio, si dovrebbe piegarsi alla
    volont  del Signore;  ma se invece fosse chiamata a restar nel mondo,
    il suo dovere paterno sarebbe di vegliare su  questi  pellegrinaggi  e
    queste visite a monache.
    Me  capissela?  conchiuse il sior Momi.  Egli aveva molto battute le
    palpebre durante la sua orazione artificiosa, ma senza prendere l'aria
    cretina che prendeva parlando cogli eguali.
    Senta disse Teresina,  Ella pu permettere alla signorina Lelia  di
    andarne  a  visitare  anche  cento  dei conventi di monache.  Non gh'
    pericol no.  E se andr a fare le sue devozioni a Monte  Berico,  sar
    una bella cosa.
    Ah ben,  po! esclam stupefatta nell'apprendere pi tardi, che Lelia
    aveva accettato di partire fra due giorni,  colla siora  Bettina,  per
    Monte Berico e Castelletto.  Anche il sior Momi parve sorpreso.  Mand
    all'arciprete,  al cappellano e alla Fantuzzo un invito a  pranzo  per
    l'indomani.  La  sera,  prima  di ritirarsi,  preg Lelia timidamente,
    rispettosamente,  di trattenersi un poco a parlare con lui.  Le  parl
    sottovoce,  le  fece  intendere con qualche tocco serio e qualche aho
    aho mescolati alla rinfusa che forse i preti di Velo  e  la  Fantuzzo
    avevano  certi  disegni sopra di lei,  ch'egli si credeva in dovere di
    avvertirnela perch stesse in guardia.  Soggiunse molto gravemente che
    di quei disegni egli non era persuaso per nulla, che gli sarebbe stato
    doloroso  di  vederla piegare a quelle suggestioni.  Lelia lo ascolt,
    gelida.
    C' altro? diss'ella quand'egli ebbe finito. Grazie. E se ne and.


    4.

    L'arciprete,  richiamato a Vicenza dal Vescovo  per  la  comunicazione
    ufficiale  della sua nomina,  non pot venire al pranzo del sior Momi.
    Vennero il cappellano  e  la  siora  Bettina.  Questa,  che  precedeva
    l'altro di cento passi, si ferm alla scalinata della chiesina. Allora
    il  cappellano  si ferm pure.  La siora Bettina si volt a guardarlo,
    arrischi una mimica ch'egli non comprese,  si decise,  con sorpresa e
    corruccio di lui,  ad andargli incontro.  Era venuto in mente, proprio
    allora,  alla povera donna,  che lo scopo preciso del pellegrinaggio a
    Monte Berico non fosse stato da lei ben fatto capire a Lelia.  Ella le
    aveva parlato di un Padre  Servita,  tanto  bravo  confessore,  ma  la
    ragazza  non  aveva  detto  parola  dalla quale si potesse arguire che
    fosse disposta a confessarsi. Non si poteva aspettare a riparlargliene
    d'indomani mattina, in viaggio. Come fare? Ella doveva pure consultare
    l'oracolo.
    Vada vada! rispose l'oracolo. Non pensi, non pensi!
    Ella ritorn sui propri passi,  un po' mogia,  un  po'  contrita.  Nel
    portichetto  della chiesa incontr Teresina che ve la trattenne con un
    pretesto fino a che sopraggiunse e pass,  duro duro,  il  cappellano.
    Quand'egli si fu allontanato alquanto, la cameriera, che aveva un peso
    sul  cuore,  si  sfog.  Dov'era questo Castelletto?  Quanto lontano ?
    Quanti giorni intendeva la  siora  Bettina  di  trattenersi  col?  La
    Fantuzzo arross forte e rispose,  quasi balbettando, che vi avrebbero
    fatto semplicemente una visita. Ella si vide,  mentre rispondeva cos,
    nel Santuario di Monte Berico,  inginocchiata al confessionale. Era da
    confessare, la bugia impostale, o da non confessare? Assorta in questo
    dubbio, non ud le prime parole di Teresina, che,  ancora pi turbata,
    diceva di non sapersi raccapezzare perch la signorina parlava, s, di
    ritorno prossimo,  ma le faceva mettere nella valigia tanta biancheria
    e anche libri di piet,  immagini sacre ch'erano in casa,  cose che le
    erano sempre state indifferenti.  Essa le pareva aver persino cambiato
    fisonomia da quando si era deciso questo viaggio.  Si era procurato un
    orario  delle  ferrovie  e  non  faceva  che studiarlo.  Quella stessa
    mattina,  mentre,  coll'orario in mano,  si  faceva  pettinare,  aveva
    esclamato all'improvviso: Teresina!  Se mi tagliassero i capelli,  ne
    avrebbe dispiacere?. Teresina le aveva risposto: Si figuri!  Ma cosa
    si sogna che Le taglino i capelli? - Eh,  sa bene,  qualche volta li
    tagliano per rubarli. - E poco dopo: Teresina!  Le  mai  venuto  in
    mente,  a Lei,  di farsi monaca?.  Capisce! conchiuse la cameriera.
    Questo  un riscaldo di testa, una febbre.  Per amore del cielo,  non
    s'illudano,  non credano che abbia la vocazione!  Non l'ha,  non l'ha,
    non l'ha!
    Gesummaria!  pens  la  Fantuzzo,  senza  tener  conto  affatto  degli
    scetticismi di Teresina. E non si va pi a Castelletto! E don Emanuele
    non sa niente!  Non pot trattenere un gemito: Ohi ohi ohi ohi!.  Le
    gambe le mancarono sotto,  dovette sedersi sopra un trave posto l per
    panca.  Ohi  ohi  ohi  ohi! Teresina non poteva comprendere il senso
    reale di questi ohi.
    Niente diss'ella. Basta che Lei stia ferma di ricondurla a casa!
    Eh s ripeteva la siora Bettina.  Eh s. E ricominciava: Ohi  ohi
    ohi.  Finalmente  si  alz  e  si avvi sulla salita.  Lelia le venne
    incontro per domandarle,  in gran  premura,  se  avesse  scritto  alle
    monache di Castelletto per annunciare il loro arrivo.  La povera siora
    Bettina aveva tanto smarrita la testa, era tanto presa dalla infezione
    delle prime bugie, che ne mise fuori un'altra senza necessit, rispose
    di s.  Avrebbe voluto disdirsi immediatamente,  non n'ebbe la  forza,
    non sapeva pi in che mondo si fosse.
    A  pranzo  non  aperse  quasi  bocca  n  per parlare n per mangiare,
    malgrado i rispettosi incoraggiamenti del sior Momi e quelli chiassosi
    del nuovo curato di Lago,  un giovine prete grasso e rubicondo,  pieno
    di  buon  umore,  di  barzellette  che non tutte piacevano,  per buone
    ragioni di seriet e di decoro,  a don Emanuele.  La conversazione  si
    aperse  e si mantenne a lungo sui meriti di Sua Eccellenza don Tita la
    cui elezione  a  Vescovo  era  oramai  conosciuta  dal  pubblico.  Don
    Emanuele,  che si teneva certo di essere il futuro segretario di S. E.
    e poi invece fu  piantato  in  asso  dalla  furba  Eccellenza  che  lo
    lusingava  pur  non  vedendo l'ora di sbarazzarsene,  fece con untuosa
    solennit il panegirico del nuovo Vescovo, da lui stimato,  nel cuore,
    un dappoco,  un Superiore da menare facilmente per il naso.  Invece il
    proprio suo naso si trovava spesso in mano di S. E. Non lo lod per le
    virt che possedeva,  per la purezza della  vita,  la  solidit  della
    fede,  l'abbondanza  delle  elemosine,  ma  proprio per quelle che non
    possedeva, per la dottrina e l'eloquenza. La siora Bettina lo guardava
    con occhi tristi,  inquieti,  che  dicevano:  Vorrei  parlarle.  Don
    Emanuele   credette   leggervi   un   ritorno  agli  angustiati  dubbi
    espressigli prima di entrare nella villa e non se ne cur.
    Il sior Momi,  interrogata Lelia con uno  sguardo  umile,  invit  gli
    ospiti a prendere il caff sulla spianata davanti alla villa. La siora
    Bettina mandava sempre occhiate supplichevoli a don Emanuele.  Seccato
    di tanta insistenza e sicuro di conoscerne la ragione,  egli chiese  a
    Lelia  di  poter  adempiere  un  incarico  affidatogli  per lei da Sua
    Eccellenza.  Le fece intendere che  desiderava  parlarle  un  poco  in
    disparte.  Non si allontan per tanto da non poter essere udito dalla
    Fantuzzo mentre consegnava,  con acconce parole,  alla  fanciulla,  un
    rosario  benedetto  perch  lo  tenesse  nell'accostarsi,   l'indomani
    mattina, ai Sacramenti. Lelia disse grazie e prese il rosario.
    Spinta dallo stesso sior Momi,  la conversazione volse alle monache di
    Castelletto.  Il sior Momi, navigando con arte fra la figliuola Scilla
    e i preti Cariddi,  si disse molto lieto che la sua  Lelia  andasse  a
    visitarle.  Il  prete  faceto,  che  stimava  poco  le  monache  e non
    conosceva  queste,   brontol:  Le  sar  muneghe  anca   ele.   Tute
    compagne!.  Don  Emanuele gli diede sulla voce.  Il sior Momi approv
    modestamente la censura,  e,  volto alla  figliuola,  tir  in  campo,
    coll'usato  laconismo  cretino,  l'antica  parente  tanto  esaltata da
    Molesin.  La zia,  ci!  La zia munega! Il prete faceto,  che sapeva
    qualche  cosa dell'intimo sior Momi,  si esclam in cuore: "Fiol de na
    pipa!",  ma colle labbra sostenne che aveva inteso dire tutte  buone,
    tutte  sante.  Don  Emanuele,  che  aveva  udito egli pure dal dottor
    Molesin le lodi della zia  munega  felicit  il  sior  Momi  per  la
    memoria  che  ne  serbava.  Vede diss'egli quale benedizione in una
    famiglia,  la memoria di una tale parente!" come l'ala  di  un  angelo
    distesa  sopra  i  familiari! Il sior Momi si compose il viso,  sotto
    l'ala ideale, a modestia.

    Don Emanuele non ritorn a Velo colla siora Bettina,  prefer fare  il
    giro  di Lago col nuovo curato.  Ma essa lo aspett di pi fermo sulla
    porta della canonica col cuore grosso del  discorso  di  Teresina.  Lo
    vers, affannosa, sulla impassibile compunzione del cappellano e parve
    che ne fluisse via come acqua sul marmo.
    E'  tanto  pi necessario andare prima a Padova disse egli.  Poi si
    regoli.  Se vedr la ragazza volonterosa di andare a  Castelletto,  da
    Padova vada a Castelletto.
    Il  dialogo fu interrotto e chiuso dal suono festoso delle campane che
    annunciavano il ritorno di Sua Eccellenza e  chiamavano  il  popolo  a
    incontrarlo alla stazione di Seghe.


    5.

    Salita nella sua camera,  Lelia scrisse una brevissima lettera a donna
    Fedele,  la pose nella sua piccola borsa di rete d argento.  Aperse la
    valigia  preparata  la mattina coll'aiuto della cameriera,  ne tolse i
    libri ascetici e le immagini sacre che chiuse  in  un  cassetto  della
    scrivania,  vi  pose  una  parte dei rododendri,  il caro fascicolo di
    Schumann.  Tratta una poltrona davanti all'armadio a specchio,  vi  si
    gitt  a  sedere si guard nelle profondit scure del cristallo,  male
    illuminate dalla lontana lampadina elettrica.
    Un piccolo colpo all'uscio; Lelia scatta in piedi. E' pap che domanda
    di entrare,  apre l'uscio a mezzo,  porge,  allungando  il  collo,  la
    testa.
    Bezzi? Te occorre bezzi? No, vero? Le hai quelle cinquecento lire?
    Ella  fu  per  rispondere che ne aveva spese o perdute una parte,  per
    chiedere altro denaro.  Le ne corse nel sangue un brivido di ribrezzo.
    Una goccia del sangue paterno l'aveva nelle vene; due, no. Rispose che
    non le occorreva nulla.  Il sior Momi ritir il capo ma poi lo rificc
    dentro, disse sottovoce:
    Non le porterai mica via tutte?  Vuoi lasciarmene  in  custodia?  Ben
    ben,  no no no! Vista la faccia della figliuola ripieg nelle tenebre
    esteriori e, chiuso l'uscio, soffi dal corridoio:
    Del resto ci vediamo, domani mattina!
    E per Lelia incominci il silenzio. Si spogli pian piano, palpitando,
    tremando. A un tratto,  mezzo vestita,  sentendosi mancare il respiro,
    sedette sul letto,  abbandon per un momento, a fiore della volont, i
    suoi disegni segreti.  Fu  un  attimo  di  debolezza,  che,  avvertito
    subito,  la  fece sobbalzare come un colpo di frusta.  No no,  nessuna
    vilt! Ell'andrebbe a lui come una schiava,  come una cosa sua,  senza
    pensare  all'indomani,  senza pensare ad altro che ad essere schiava e
    cosa da gittare o da prendere.  Spogliatasi  rapidamente,  Si  coric,
    spense la luce.
    Febbrili  fantasmi della immaginata fuga l'agitavano,  la torturavano.
    Si trasse gi a due mani i rododendri che le pendevano sul  guanciale,
    domand loro i fantasmi dell'amore per cacciare gli altri.






    Capitolo Decimoquinto.

    O MI POVR'OM!


    1.

    L'indomani mattina alle cinque e mezzo,  mezz'ora prima della partenza
    del treno, Lelia era gi sul piazzaletto della stazione di Arsiero con
    Teresina e Giovanni che aveva portata la valigia. Si sentiva osservata
    dalla cameriera e la prese a parte, le disse di sorvegliare Giovanni e
    la cuoca  che,  secondo  lei,  se  la  intendevano.  Quindi  le  diede
    disposizioni minute per il giorno in cui sarebbe ritornata.  Disse che
    avrebbe mandato un telegramma. Voleva il bagno pronto e molti fiori in
    camera. Teresina ne fu confortata.
    Intanto arriv la Fantuzzo colla serva,  trafelata,  perch temeva  di
    essere in ritardo.  Subito dopo le due signore,  salirono nel treno un
    ufficiale del genio e un  ufficiale  degli  alpini  La  siora  Bettina
    sedette  in  faccia  a  Lelia,  le  pos accanto la propria valigetta,
    perch a nessuno dei due esseri terribili venisse l'idea  di  occupare
    quel  posto.  Appena  il  treno si mosse,  cominci a dire il rosario.
    Lelia cal il vetro del finestrino, si affacci a guardare, aspettando
    che passasse il villino delle Rose.  Pass.  Tutte  le  imposte  erano
    chiuse, tranne quella della camera di donna Fedele. La fanciulla cess
    di  guardare  dal  finestrino,  simul di voler dormire.  Poco dopo la
    stazione di Seghe; la siora Bettina le tocc leggermente un ginocchio.
    Aperse gli occhi. Passava San Giorgio col suo cimitero,  il riposo del
    povero signor Marcello.  Ella guard,  guard, non ud cosa volesse da
    lei la sua compagna. Voleva pregarla di non dormire, di tenersi pronta
    per il prossimo trasbordo.  I trasbordi erano un incubo per la  povera
    donna.  Lelia  sorrise,  rispose  che  c'era  tempo,  chiuse gli occhi
    daccapo. Dopo due minuti, altre chiamate.  La compagna,  turbatissima,
    non si trovava pi il biglietto.  Ella cerc,  pi tardi,  di tirar la
    tendina,  non vi riusc,  sub con terrore l'aiuto  di  un  ufficiale.
    Fatto  il  trasbordo,  trem di avere dimenticato un ombrellino ch'era
    stato invece raccolto da Lelia.  A Dueville  salirono  nel  treno  due
    individui maleducati che si misero a discorrere di preti e di Perpetue
    in  un modo detestabile.  I grani del rosario le ripresero a scivolare
    fra le dita, le labbra le ripresero, convulse,  a battere e ribattere.
    Finalmente il treno entr nella stazione di Vicenza e la siora Bettina
    ne discese,  molle del sudore di tante diverse angoscie, beata come se
    prendesse terra dopo giorni di mare burrascoso.
    Consegnati i loro bagagli  al  deposito,  le  due  signore  si  fecero
    portare  al  Santuario  in carrozzella.  Non erano ancora le otto e il
    programma era di partire per Verona e Desenzano verso le  undici.  Nel
    Santuario  la Fantuzzo domand del Padre che conosceva.  Se permette
    disse a Lelia,  mi confesso prima io. Lelia non rispose.  Quando  il
    Padre  venne  e  si  chiuse  nel confessionale per confessare la siora
    Bettina,  Lelia si avvicin a un altro confessionale,  pi vicino alla
    sagrestia,  nella  parte  pi  oscura  del  tempio,  dove  la Fantuzzo
    difficilmente avrebbe potuto vederla.  Anche  quel  confessionale  era
    occupato.  Pochi minuti dopo,  la contadina che vi stava,  s'alz.  Il
    Padre usc, si guard attorno,  guard Lelia,  la sola persona vicina,
    e,  poich  non  dava  segno  di  volersi  confessare,  se  ne and in
    sagrestia.  Anche la  siora  Bettina  si  alz  e  si  guard  attorno
    inquieta.  Allora  Lelia usc dell'ombra,  and a dirle che si era gi
    confessata.  Usc una messa all'altar maggiore.  Al  "Domine  non  sum
    dignus"  la  siora  Bettina  si  alz  dalla sedia per accostarsi alla
    balaustrata,  aspett un momento che Lelia facesse  altrettanto.  Vide
    che non si moveva, non os parlare, and alla balaustrata per ricevere
    la Comunione.
    Uscendo dal pio raccoglimento,  pens che Lelia,  prima di lasciare la
    Montanina, avesse rotto, per distrazione,  il digiuno.  Era per anche
    possibile che la ragazza non fosse stata sufficientemente disposta, in
    quel  momento,  e aspettasse un'altra messa.  L'orologio del campanile
    suon le nove.  C'era tempo.  Un  sacerdote  in  cotta  e  stola  sal
    all'altar  maggiore,  alcuni  fedeli  si accostarono alla balaustrata.
    Lelia non si mosse. Quando il sacerdote rientr in sagrestia, la siora
    Bettina raccolse tutto il suo coraggio che le bast per la met di una
    domanda:
    Ela, benedeta, La scusa, no La ga intenzion...?
    Lelia non dur fatica a indovinare l'altra met.
    Aspetto di farlo domani a Castelletto diss'ella.
    La Fantuzzo stette un altro quarto d'ora in  preghiera  e  vi  sarebbe
    stata  pi  a  lungo,  povera  e buona creatura,  se Lelia,  invece di
    attendere un cenno di lei,  non si fosse alzata  in  piedi,  mostrando
    chiaro di averne abbastanza.
    Discesero  a  piedi.  La  siora  Bettina  non aperse bocca per un gran
    pezzo. La bugia le era dura a metter fuori. Finalmente,  sul ponte del
    Campomarzo, il consiglio frodolente prevalse alla natura buona.
    Signorina  diss'ella,   tremando,  non  mi  sento  tanto  bene.  Se
    facessimo un piccolo cambiamento?  Se invece di andare a  Castelletto,
    si andasse solamente a Padova, ora? Se si facesse una visita al Santo?
    Se  pi  tardi  mi  sentissi  meglio,  non si potrebbe arrivare ancora
    questa sera a Castelletto?
    Lelia,  sorpresa,  esit  a  rispondere.  Poi  prese  tempo.   Avrebbe
    consultato  l'orario.  Studi  silenziosamente l'orario al caff della
    stazione.  Trov,  e gliene lucevano gli  occhi  di  contentezza,  che
    partendo  da  Padova  alle quattordici e cinquantadue era possibile di
    arrivare a Castelletto alle diciannove e cinquantacinque. Erano allora
    le dieci e mezzo.  Il treno per Padova  partiva  alle  undici  e  otto
    minuti.  Il  cameriere  del  caff port i due caff e latte ordinati.
    Lelia prese il suo, lasci passare altri cinque minuti e poi disse che
    usciva per mettere una lettera nella cassetta postale e per  comperare
    delle cartoline illustrate.  Offerse anche di prendere i due biglietti
    per Padova. La siora Bettina accett e voleva darle subito il danaro.
    Faremo  i  conti  dopo  disse   Lelia,   alzandosi.   E   soggiunse,
    nell'avviarsi:
    Seconda classe?
    Seconda  seconda rispose piano la Fantuzzo con blando umile sorriso.
    Quella usc.  Dopo  dieci  minuti  Lelia  non  era  ancora  ritornata.
    Qualcuno grid nel caff:
    Verona, Brescia, Milano!
    La  siora'  Bettina  mostr  tanta  inquietudine  che il cameriere del
    caff,  preso il vassoio e  strofinato  il  tavolino,  le  domand  se
    dovesse partire.
    Sicuro!
    Per dove, signora?
    Per Padova.
    Oh per Padova c' tempo. Altri venti minuti, signora.
    I  minuti  passavano  e  Lelia  non ritornava.  La siora Bettina,  non
    potendo pi stare alle mosse,  ne  and  in  cerca.  Nell'atrio  della
    stazione,  attiguo al caff,  non c'era. Le parve intravvederla fra la
    gente che faceva ressa agli sportelli dei biglietti. Non era lei. Vide
    e riconobbe il facchino che aveva portato i loro bagagli al  deposito.
    Gli  domand se avesse veduta la sua compagna.  Il facchino rispose di
    s.  Anzi le aveva  portato  egli  il  bagaglio  al  treno  e  l'aveva
    collocata bene.
    Ma no! replic la Fantuzzo,  impaziente. La mia compagna non  mica
    partita,  qui!
    Il facchino insistette:
    No signora.  Le dico ch' partita.  Cinque minuti fa,  col  treno  di
    Milano.
    Perch la siora Bettina protestava ch'egli era in errore,  le domand,
    alquanto risentito,  se la sua  compagna  non  avesse  una  spolverina
    cenere  con bottoni blu,  grandi,  un cappello blu con un velo cenere,
    dei guanti cenere, un ombrellino blu col manico d'oro. S, aveva tutto
    questo.  Ebbene,  la signora era uscita dal  caff,  aveva  messo  una
    lettera  nella cassetta postale,  era andata con lui a ritirare il suo
    bagaglio dal deposito, aveva preso il biglietto,  si era fatta portare
    il  bagaglio nella terza classe bench avesse un biglietto di prima e,
    appena arrivato il diretto da Padova,  aveva  presa  la  corsa,  v'era
    saltata dentro come un gatto.  Il facchino le aveva chiesto nella sala
    d'aspetto se l'altra signora non viaggiasse con lei.  La risposta  era
    stata che l'altra signora andava a Padova.
    La  disgraziata siora Bettina sent che le venivano meno la vista e le
    gambe. Se il facchino non l'avesse sostenuta, cadeva. Subito le furono
    attorno  quattro  o  cinque  persone,   la  portarono,   pi  che  non
    l'accompagnassero,  al  caff,  volevano farle inghiottire del marsala
    ch'ella rifiut con tutta la poca energia di cui  era  ancora  capace.
    Uno zelante le spruzz dell'acqua in viso No no,  el capelo! gemette
    l'infelice,  temendo che le annaffiassero  il  cappello:  una  rovina!
    Visto che i guai non erano troppo serii, restarono con lei soltanto la
    giornalaia  della  stazione e il cameriere del caff.  Gnente gnente
    ripeteva la giornalaia,  a  caso.  La  vedar,  signora,  la  vedar,
    signora.
    Oh  Dio  gemette  la siora Bettina quando si fu alquanto ricuperata.
    Quela xe and in convento,  quela xe and in convento.  E mi che  son
    qua sola!
    Parve  alla  giornalaia che il suo sgomento di trovarsi sola superasse
    il dolore della fuga di quell'altra.  Le domand se quell'altra  fosse
    sua  figlia.  Gesummaria  no rispose la derelitta.  Si alz a stento
    dicendo che voleva ritornare ad Arsiero subito  subito.  Il  cameriere
    corse  fuori  e  ritorn  colla  notizia  che  il treno di Arsiero era
    partito da cinque minuti.  Intanto capit nel caff un applicato di P.
    S.  e  si  avvicin alla Fantuzzo per chiederle informazioni di questa
    fuga di cui tutti, nella stazione,  parlavano.  La Fantuzzo si confuse
    come se avesse a fronte il ministro dell'Interno.  Allora l'applicato,
    per usarle cortesia,  le domand se supponesse quale direzione  avesse
    preso  la  sua  compagna e se desiderasse venirne in chiaro.  La siora
    Bettina rispose che la credeva diretta a Desenzano. L'applicato and a
    informarsi. Rifer che nessun biglietto era stato preso per Desenzano.


    2.

    La lettera di Lelia, imbucata nella cassetta postale della stazione di
    Vicenza,  arriv a donna Fedele verso le sette di sera.  Donna Fedele,
    volendo risparmiare le proprie forze per il viaggio di Torino,  non si
    era mossa in tutto il giorno dalla poltrona. Soffriva,  ma in pace.  -
    Si credeva prossima alla fine. Aveva risoluto di farsi operare perch,
    giunte  le  cose  a  quel  punto,  dubitava  di  esservi  obbligata in
    coscienza e il solo dubbio era  bastato  a  deciderla.  Prevedeva  che
    l'operazione,  fatta  da  Carle,  riuscirebbe e che poi,  molto presto
    verrebbe la fine.  Si sentiva troppo disfatta per poter vivere  ancora
    dei mesi.  Era contenta di soffrire,  di espiare cos molti peccati di
    pensiero della sua giovinezza: peccati di amore,  peccati di orgoglio,
    nati, vissuti e morti nel fondo della sua mente, sussurrati nell'ombra
    del  confessionale,  non interamente detersi dall'anima afflitta.  Era
    contenta di soffrire e anche di sapere che presto non avrebbe sofferto
    pi.  Aveva ricevuto,  la mattina,  una buona lettera di don  Aurelio.
    Egli  le  scriveva  che  si  sarebbe recato in Valsolda nella prossima
    occasione del trasporto della salma del povero Piero Maironi da Roma a
    Oria.  Era disposto  di  trattenersi  alcuni  giorni  presso  Massimo,
    confidava  di  guarirlo,  coll'aiuto  di  Dio,  da  una depressione di
    spirito   che    gl'intorbidava    anche    l'intelletto.    Ell'aveva
    immediatamente  risposto  al venerato amico,  informandolo dell'ultima
    lettera di Alberti, parlandogli anche di Lelia che, secondo lei, amava
    e lottava, per orgoglio, contro l'amore, che,  probabilmente,  avrebbe
    finito col cedere alla passione.  Pur troppo Lelia non avrebbe portato
    ad  Alberti,  coll'amore,  un  aiuto  spirituale.  Quanto  a  fede,  a
    sentimento religioso,  quell'anima era fatta un deserto.  Donna Fedele
    esprimeva la convinzione che Iddio riserbasse a don Aurelio il compito
    di riedificarvi Cristo e la Chiesa.
    Annunciava quindi il suo prossimo viaggio a Torino, e,  vagamente,  lo
    scopo  del  viaggio.  Avrebbe  telegrafato  l'ora del suo passaggio da
    Milano,  nella speranza di salutar l'amico alla stazione.  Chiudeva la
    lettera  celiando su certo vecchio scialle ritinto che avrebbe portato
    in viaggio, malgrado il caldo, la povera vecchia cugina Eufemia, sulle
    due viaggiatrici intontite come barbagianni al sole,  cui gli  sarebbe
    stato facile di riconoscere fra la gaia folla del Ristoratore.
    Ora,  guardando  dalla poltrona le scogliere grandi del Barco,  ancora
    calde del sole appena scomparso, ella faceva la rassegna mentale degli
    oggetti che le ricordavano persone  care,  eventi  memorabili,  e  che
    desiderava  di avere con s ove le toccasse di morire a Torino.  Tutto
    il resto del bagaglio era affidato alle  cure  della  cugina  Eufemia.
    Appunto  la cugina interruppe le sue meditazioni.  Le port la Posta e
    anche un piatto con sei trotelle dell'Astico,  che l'ammalato di Seghe
    le aveva mandate in regalo.  Donna Fedele invidi il povero tisico che
    sarebbe morto nel suo paese,  nella sua casa.  La cugina  se  ne  and
    colle  povre  bestie  e  donna  Fedele  cominci  a  leggere  la sua
    corrispondenza. La prima lettera veniva dal Mauriziano.  Diceva che la
    camera  era  pronta  e che il professore l'avrebbe visitata la mattina
    dopo il suo arrivo.  La seconda era una  lettera  del  suo  agente  di
    Torino che ripeteva le stesse cose e chiedeva un telegramma al momento
    della  partenza da Arsiero.  La terza e ultima era quella di Lelia.  A
    prima giunta donna Fedele non riconobbe la calligrafia dell'indirizzo.
    Aperse e, prima di leggere,  guard la firma Esclam a voce alta: Per
    la Posta?.
    Spalanc  gli  occhi  fin dalle prime righe.  Procedendo nella lettura
    fren  a  stento  un'altra  esclamazione,  si  drizz  sulla  persona,
    rilesse.
    Oh  Dio  Dio!  diss'ella  e  aperse le mani.  La lettera le cadde in
    grembo. Diceva:

    "Cara amica,
    "Sto per salire nel treno che da Vicenza mi porter verso Dasio.  Vado
    a dirgli che sono stata colpevole e folle;  che, se mi vuole, sono sua
    per sempre.
    "Mio padre non sa e non deve sapere che il pi  tardi  possibile.  Per
    riuscire nel mio intento ho finto e mentito da figlia vera e legittima
    di lui.
    "Mi  perdoni.  Quello  che  faccio  un atto di amore,  di umilt e di
    giustizia.  Devo a Lei la risoluzione e la forza di compierlo.  Non mi
    rimproveri, mi getto nelle Sue braccia, mi benedica.
    LELIA.
    Il giorno moriva e la cugina Eufemia ritorn per chiedere all'ammalata
    se  desiderasse  un  lume,  se  volesse  mettersi a letto.  L'ammalata
    rispose,  colla solita dolcezza tranquilla che desiderava restar  sola
    fino  a  che  avesse  suonato.  La vecchietta si ritir.  Ritorn dopo
    un'ora, inquieta di non essere ancora stata richiamata. Spinse l'uscio
    pian piano, spi. Vide nel vano della finestra,  nera sul cielo sereno
    di stelle, l'alta figura di sua cugina. Le parve che piegasse il viso,
    in atto di preghiera sulle mani giunte.  Si ritir, inavvertita. Pochi
    minuti dopo, ecco il colpo di campanello. Entr in camera con un lume.
    Donna Fedele,  adagiata sulla poltrona,  le fece scrivere sotto la sua
    dettatura  due telegrammi da spedire l'indomani mattina.  Il primo,  a
    Massimo Alberti, diceva: Quel giovine sia cristiano e gentiluomo. Il
    secondo, al suo agente di Torino, diceva: Avverta Mauriziano che, per
    circostanze imprevedute, differisco.
    Oh mi  povr'om!  esclam  la  cugina  Eufemia,  invece  di  scrivere
    differisco.  Non voleva scriverlo,  come non avrebbe voluto scrivere
    una  sentenza  di  morte.  Cosa  era  mai  accaduto?   Le  circostanze
    imprevedute  erano  senza dubbio saltate fuori da quelle lettere.  Per
    quali  chiacchiere  scritte  si  doveva  differire  una   cosa   tanto
    necessaria, tanto urgente? Donna Fedele and quasi in collera.
    Scrivi!  diss'ella.  La cugina gemette o mi povra dona! e scrisse.
    Donna Fedele, aiutata da lei, si spogli.  Quando fu a letto,  si fece
    portare  l'orario delle ferrovie,  lo sfogli,  lo medit e finalmente
    dett alla cugina un terzo telegramma, diretto a don Aurelio:
    Sar Milano...
    L l! fece la cugina Eufemia, scrivendo, contenta di apprendere che
    a ogni modo si partiva e si andava verso Santhi.
    Posdomani, vuoi dire?
    No, domani.
    Domani?
    La cugina,  esterrefatta,  rimase a bocca aperta.  Domani era venerd,
    Donna Fedele continu a dettare:
    ...  alle ventitr. Prego fissarmi due camere albergo Terminus. Scuse
    Saluti.
    Ma partire domani esclam l'Eufemia  impossibile.  Bisogna fare  i
    bauli questa notte!
    Non  si  parte  mica  domattina rispose donna Fedele.  Si parte nel
    pomeriggio e non si portano bauli.
    Non si portano bauli?
    Donna Fedele riflett alquanto.  S,  la cugina poteva portare il  suo
    baule.  A lei bastavano una valigia e una borsa. La cugina ammise che,
    cos stando le cose,  si poteva partire.  Il baule suo era  piccolo  e
    mezzo.  fatto Donna Fedele le raccomand i telegrammi e la carrozza da
    ordinare ad Arsiero per le due. Poi la conged.
    Rimasta sola,  liber con tenerezza le due lagrime pi dolci della sua
    vita,  che non aveva voluto mostrare alla cugina. Nella sua silenziosa
    meditazione,  ell'aveva pensato il sacrificio della  propria  vita;  e
    stando alla finestra, nel cospetto delle stelle, lo aveva solennemente
    offerto  a  Dio.  Aveva  offerto  la  propria  vita  perch  due anime
    allontanatesi da Dio ritornassero a Lui,  perch  la  fanciulla  nella
    quale  Marcello  aveva religiosamente amata e onorata la memoria sacra
    del figliuolo morto, uscisse incolume da un periglioso cimento. Era il
    pensiero di donarsi cos che le aveva mosso lagrime di tenerezza,  che
    le  spirava  questa  felicit.  Non  andrebbe  a Torino,  rinuncerebbe
    all'operazione,  che non l'avrebbe certamente guarita.  Raggiungerebbe
    invece  la folle figliuola in Valsolda,  s'imporrebbe a lei in memoria
    di Marcello,  s'imporrebbe ad Alberti in memoria di sua  madre.  Sulle
    prime  aveva pensato di condurre con s in Valsolda la cugina Eufemia.
    Ora era decisa di mandarla a Santhi, di andar sola. Vedendomi arrivar
    sola, pensava, da lontano, in questo stato, ne avranno una impressione
    maggiore.
    Si vide tutta davanti agli occhi  la  propria  vita.  Le  parve  tanto
    vuota,  tanto  scarsa  di bene;  stim tanto dolce di poterla chiudere
    cos.  Supina,  giunte le mani sul povero  corpo  addolorato  e  anche
    deformato,  ringrazi  Dio del dono di una tal fine.  E sent corrersi
    dentro un'onda di  ristoro,  sorrise,  nelle  tenebre,  a  se  stessa,
    sorrise anche alle immaginate figure di suo padre,  di sua madre,  dei
    nonni che l'avevano tanto amata da bambina, che la guardavano contenti
    di lei,  del suo sacrificio pio,  contenti di averla  presto  con  s.
    Accese  la  luce  tolse dal cassetto del tavolino da notte un libretto
    prezioso un diario scritto da sua madre,  morta a ventidue  anni,  nel
    metter lei al mondo. Ne lesse le ultime parole:
    "Benedite,  o  mio  Dio,  l'angioletto che aspetto,  perch sia sempre
    Vostro."
    Chiuse il libriccino, mormor, beata: Per sempre, per sempre. S, la
    sua mamma doveva essere contenta ora, in paradiso, di lei. E la nonna,
    la vecchia nonna che le insegnava a pregare,  che le raccontava  tante
    belle  fiabe?  Vi  era  nel  libriccino un foglietto staccato di carta
    rosea,  una preghiera scritta per Fedele dalla mano stanca della nonna
    cara morta da quarant'anni. Fedele la sapeva a memoria. Volle rivedere
    la scrittura della mano stanca:
    "Ges,  infinitamente umile, distruggete la mia superbia e il mio amor
    proprio. Gloria al Padre, gloria al Figlio, gloria allo Spirito Santo.
    Ges,  modello di dolcezza,  datemi una perfetta dolcezza,  una  somma
    carit  verso  i  miei  prossimi.  Gloria al Padre,  gloria al Figlio,
    gloria allo Spirito Santo.
    "Virt a praticarsi:
    "Silenzio in tutte le contrariet."
    S,  nonna cara,  silenzio nelle contrariet e  silenzio  anche  nella
    consolazione.  Fedele  ripose il libriccino,  spense la luce,  si fece
    silenzio nel cuore pieno di Dio.


    3.

    La cameriera le port il caff alle sette,  e le raccont la  fuga  di
    Lelia. L'aveva appresa dal custode, cui era stata raccontata, la sera,
    da  un  ferroviere  all'osteria della stazione.  Anche la donna venuta
    allora allora a portare il latte,  lo sapeva.  Alle  nove,  mentre  la
    cugina Eufemia era infervorata nei preparativi della partenza,  capit
    Teresina, piangente. Sperava che donna Fedele sapesse qualche cosa. La
    cugina Eufemia,  convinta che Fedele non sapesse niente  e  desiderosa
    che non fosse disturbata, conged Teresina con queste ragioni appunto,
    non senza, per, averle chiesto cosa ne pensasse il padre. Teresina lo
    ignorava.  Il sior Momi era partito per Vicenza coll'idea,  pareva, di
    rivolgersi alla questura.  La Fantuzzo credeva che la signorina  fosse
    fuggita in un convento. Anche Teresina ne aveva dubitato, sulle prime,
    per  certe  apparenze,  ma  poi si era messa in testa che la signorina
    avesse simulate quelle apparenze,  che fosse andata "a  precipitarsi".
    Era  stata un'altra volta sull'orlo del precipizio!  Partita Teresina,
    la cugina Eufemia rifer le sue supposizioni a  donna  Fedele.  Questa
    non disse parola, scrisse a Teresina cos:

    "Cara Teresina,
    "Mi duole non averla veduta. La sventura ch'ella teme non  da temere.
    Ho in proposito una promessa solenne di Lelia. Saluti affettuosi.
    Sua
    F. V. di B."

    Scrisse un altro biglietto per l'ammalato di Seghe da fargli avere con
    alcuni libri di lettura amena e con una sua fotografia, promessagli da
    tempo.   Un  terzo  ne  scrisse  alla  scolaretta  di  francese,   per
    annunciarle che le lezioni erano interrotte e per  darle  un  compito,
    questo tema di composizione: "La mort de la cigale".
    Si  sentiva  relativamente bene.  Comprendendo che il miglioramento le
    veniva   dalla   soddisfazione   morale,    temette   di   compiacersi
    orgogliosamente  del  proprio  sacrificio,  si disse che,  offrendo la
    vita,  offriva realmente una cosa senza valore,  una cosa che  non  le
    apparteneva quasi pi, un lume in procinto di spegnersi. Poco prima di
    lasciare  il  villino  ebbe  un  momento  di  debolezza.  Seduta nella
    veranda, indicava al custode armato di forbici,  una dopo l'altra,  le
    poche rose che porgevano ancora qua e l dal verde,  malinconicamente,
    la loro bellezza non ignara del tempo  e  del  diradato  riso.  Voleva
    portarle  con s.  Ad ogni cader di una rosa nel piccolo canestro,  lo
    spirito dolce e triste che le aveva mosso quel  desiderio  le  entrava
    pi  e  pi  addentro  nell'anima.  Era  l'idea  di  un  simile cadere
    imminente della propria giornata era piet delle rose e di se  stessa,
    era la parvenza di un lutto delle piante amorose, del fido villino, il
    sapere  ultimi,  per  lei,  quei fiori,  che la inteneriva?  Era tutto
    questo insieme?  Era tutto ed era niente: ella  stessa  non  l'avrebbe
    saputo  dire.  Il  custode  le pos davanti colmo il piccolo canestro.
    Ancora? diss'egli.  No rispose sommessa  la  voce  d'oro  basta.
    Colui   si   ritir  in  silenzio,   triste  anch'egli  perch  sapeva
    dell'operazione, sapeva del pericolo e la signora era poco meno che la
    Madonna per lui, come per sua moglie.  La presenza di quell'uomo aveva
    compresso un poco l'intenerimento mesto di lei.  Sola,  nel silenzioso
    soffio del vento di mezzogiorno per le frondi  delle  rose  e  per  il
    piazzaletto  deserto,  cedette alla dolcezza di una crescente marea di
    commozione, sent, quasi scendendo in una sfera inferiore a quella dei
    suoi contatti coll'eternit,  il tacito addio delle cose al suo  cuore
    mortale, il tacito addio del suo cuore mortale alle cose. Nel basso la
    gran  conca verde rideva inconscia,  di l non veniva un addio.  Ma il
    Barco sapeva, il Summano sapeva,  la Priafor sapeva,  le tre montagne
    guardavano  Fedele come figure mute intorno a un letto guardano l'uomo
    che, guardando esse pure muto, vi muore. Ella si accorse che stava per
    commuoversi troppo,  non  volle.  Le  comparve  improvvisa  la  cugina
    Eufemia, pronta per la partenza, infagottata in un suo famoso scialle,
    tinto e ritinto. L'ultima volta lo aveva fatto tingere da un pitr de
    Turin  come  aveva  disgraziatamente detto a donna Fedele.  Il colore
    cappuccinesco tabaccoso,  dell'indumento la diede in  preda  mansueta,
    per  sempre,  ai  motti di donna Fedele che anche ora ne fece strazio,
    ridendo nervosamente. Contenta di vedere allegra l'ammalata, la cugina
    Eufemia rise pure del proprio scialle, del proprio povero vecchio s.
    Quando le viaggiatrici si mossero per salire in carrozza, il vetturino
    e la cuoca discorrevano di Lelia.  La  cuoca,  memore  di  quell'altro
    sinistro  tentativo  di  fuga,  sosteneva  che  Lelia  era fuggita per
    andarsi ad ammazzare chi sa dove. Per il vetturino, pi filosofo,  era
    vangelo  che  se  le  ragazze  scappano  per fare all'amore e non per
    ammazzarsi. Durante il tragitto dal villino alla stazione,  lo scialle
    tabaccoso  non  serviva pi a tenere aperta la vena scherzosa di donna
    Fedele.  Le giov invece lo  scoperto  trafugamento  di  una  trotella
    fritta.   La   cugina  Eufemia,   considerando  ch'era  venerd,   che
    all'albergo di Milano non avrebbe forse potuto cenare di magro  e  che
    le  trotelle  dell'Astico  sono squisite,  si era fatta friggere dalla
    cuoca, di soppiatto, una delle sei povre bestie. La imprudente cuoca
    si lasci udire da donna Fedele a sussurrare presso  l'orecchio  della
    cugina  Eufemia,  indicando  un  porta-ombrelli:  Quel cartoccio  l
    dentro.
    Donna Fedele afferr le parole a volo e torment di domande strambe la
    povera Eufemia. Cosa c'era nel cartoccio? Belletto? Un libro proibito?
    Lettere amorose? La cugina rideva,  si contorceva,  rispondeva: A l'
    niente!  -  a l' niente!  - a l' niente!  - fino a che,  inorridita
    dalle supposizioni atroci di donna Fedele,  spar il gran  colpo:  Ma
    l' na trta!.
    Allora fu peggio di prima. Nel passare presso la chiesa del camposanto
    di  Arsiero,  dove  donna  Fedele  aveva fatto la comunione due giorni
    prima,  e nella prossima discesa verso  la  stazione  in  vista  della
    Montanina  candida  come  un  dado  di  neve  nel  verde  tenero fra i
    castagneti scuri, la voce scherzosa tacque.
    Alla stazione la cugina Eufemia  chiede  dove  debba  spedire  il  suo
    baule.  A Santhi dice donna Fedele.  Ma come?  Si va a Santhi? No,
    per quel giorno si va a Milano.  Domani la cugina Eufemia andr a casa
    e  donna  Fedele vedr il da farsi.  La cugina protesta.  Donna Fedele
    insiste e vuole. Il bagaglio  spedito a Santhi.
    Le viaggiatrici salgono. Passa frettolosa lungo il treno l'allampanata
    figura di don Emanuele. Egli va a prendere il biglietto, viene diritto
    alla carrozza dov' donna Fedele, vede in tempo la cugina Eufemia e le
    volta le spalle a precipizio. La cugina lo racconta a donna Fedele. Il
    treno parte.
    Donna Fedele chiuse gli occhi come se volesse riposare,  in fatto  per
    non vedere il caro paese che abbandonava senza speranza di ritorno. Si
    vide nelle palpebre l'allampanata figura,  il viso pallido,  gli occhi
    acquosi del cappellano. Si era confessata del male che aveva pensato e
    detto.  Ora sent di non aver pi la menoma ombra  di  rancore  contro
    quel  povero  uomo che si credeva servire Iddio per vie tortuose,  con
    acri livori nell'anima,  e non era senza scusa  di  conoscer  male  il
    Padre  e  Cristo,  di  non sapere quel che faceva.  Anche per lui Ges
    aveva chiesto sulla croce il perdono del Padre e il Padre non potrebbe
    lasciare inesaudita la preghiera del Figlio.  Da questo pensiero le si
    diffuse  in  cuore  un  senso  ricreante  di pace.  Ma subito il tenue
    malizioso spirito che aveva preso dimora in  lei  le  sussurr:  Pace
    pace, ma se fosse qui, vicino a te, ne proveresti un bel fastidio.
    Nel  caff  della stazione di Vicenza,  dove le viaggiatrici dovettero
    sostare due lunghe ore,  l'inferma ebbe momenti di angoscia.  Prima la
    vettura  incomoda  del  tram  a vapore poi i trasbordi l'avevano molto
    stancata. A un tratto le corse un formicolio freddo per le spalle e il
    petto,  le si oscur la vista.  Prese un  bicchierino  di  cognac,  si
    riebbe.  Ritornandole il calore e la vista,  si atterr di quel ch'era
    stato,  trem di non arrivare viva.  Non aveva considerato,  prima  di
    partire  un  tale  pericolo.  Ora il pauroso dubbio le si confisse nel
    cuore,  e durante tutto il viaggio,  fino a Milano,  il  suo  pensiero
    tornava  sempre l,  sempre l,  come il pensiero dell'uomo che ha una
    punta di spino in gola torna l, sempre l anche se la sua ragione gli
    dice che non corre alcun pericolo e  che  sarebbe  meglio  pensare  ad
    altro. Ella si crucciava sopra tutto per il viaggio dell'indomani, non
    sapendo se le convenisse affrettare la partenza da Milano per arrivare
    sicuramente  alla  meta  o  ritardarla  e  riposare  per  arrivarci in
    condizioni migliori.  Passato Treviglio,  l'idea  che  presto  avrebbe
    riveduto don Aurelio la venne pi e pi riconfortando. Averlo compagno
    di viaggio fino alla meta,  pronto sempre ad assisterla spiritualmente
    con i suoi poteri sacerdotali sarebbe stato un paradiso,  per lei.  Ma
    non  sarebbe convenuto per un altro verso.  Per avere quelle due anime
    nelle sue mani era necessario che la vedessero arrivare soletta, quasi
    morente.


    4.

    Don Aurelio l'aspettava all'uscita della stazione.  Ella  gli  sorrise
    del  suo  sorriso  dolcissimo.  Quel  sorriso gli accrebbe la pena del
    vederla mortalmente pallida,  sfigurata,  quasi anche  nella  persona.
    Egli  avrebbe  desiderato accomiatarsi subito dopo averle detto che le
    camere erano pronte,  perch gli dispiaceva di rincasare troppo tardi.
    Ella volle assolutamente ch'egli venisse al Terminus, lo trattenne nel
    salottino deserto,  semibuio, dell'albergo. Gli raccont tutto fuorch
    la gravit del proprio stato e la  sentenza  del  medico.  Perci  don
    Aurelio pot crederla in grado di proseguire il viaggio l'indomani. Le
    consigli la via di Porto Ceresio. Si dolse della follia di Lelia; non
    era  per inquieto circa la condotta che avrebbe tenuto Massimo.  Ella
    se ne meravigli un poco. Passione, solitudine, indebolimento di freni
    religiosi, tutto,  secondo lei,  favoriva gl'istinti.  Ella conosceva,
    solo  per  esperienza interna,  la potenza della passione molto meglio
    che non la conoscesse il purissimo  don  Aurelio  per  le  confessioni
    udite.  Nel prender congedo malgrado le insistenze di lei, don Aurelio
    le promise di ritornare l'indomani alle dieci.  Ella intendeva partire
    per Porto Ceresio alle undici.
    Pass una notte insonne,  per quasi senza dolori. La mattina si sent
    stanchissima, dubit di poter partire alle undici, disse alla cugina e
    a don Aurelio che aveva deliberato,  per  maggiore  comodit,  di  far
    colazione  a  Milano  e  di partire tre ore pi tardi.  Don Aurelio le
    diede la  notizia  gradita  del  suo  prossimo  viaggio  in  Valsolda.
    Aspettava  che un telegramma gli annunciasse la partenza da Roma della
    salma di Benedetto. Un sacerdote l'avrebbe accompagnata fino a Milano.
    Per il pio ufficio da Milano a Oria  era  stato  pregato  egli.  Aveva
    accettato  per  impedire  che  la  funebre  cerimonia fosse turbata da
    discorsi o atti degni del biasimo di colui che si  voleva  onorare,  e
    anche  perch  cos avrebbe occasione di vedere Massimo.  Gli amici di
    Roma avevano incaricato  Massimo  delle  pratiche  necessarie  per  la
    tumulazione  nel  cimitero  di Albogasio e per un discorso sulla bara.
    Poche ore prima dell'arrivo di donna  Fedele  a  Milano,  don  Aurelio
    aveva ricevuto da Massimo una triste lettera. Diceva di avere eseguite
    le  pratiche  ma  di  non  voler  fare il discorso perch solamente un
    cattolico poteva farlo ed egli non si sentiva pi tale. Don Aurelio lo
    rifer con gran dolore.
    A colazione donna Fedele  non  pot  prender  cibo.  Altri  forestieri
    seduti  a  colazione  la guardavano per i suoi capelli bianchi,  per i
    suoi grandi occhi bruni,  per l'aria sofferente,  per la fisonomia e i
    modi  di  gran  dama.  Due  signorine inglesi ne parevano affascinate.
    Prefer trascinarsi a piedi alla stazione anzi che salire nell'omnibus
    e scenderne per un tragitto di pochi passi.  Fece  montare  nel  treno
    anche  la  cugina  per un congedo pi riposato,  le raccomand col suo
    solito fare canzonatorio di non smarrirsi nella  grande  stazione,  di
    non  andare  a  Venezia  o  a  Bologna  invece  che a Santhi.  Pi si
    avvicinava il momento della partenza e pi la cugina si doleva di  non
    avere  maggiormente  insistito  per  andare in Valsolda.  Riprese quel
    tema,  preg,  scongiur.  Donna Fedele si  burl  di  queste  tardive
    istanze.  Santhi  Santhi!  diss'ella.  Cosa vuoi venire a fare in
    Valsolda tu?
    Euh! replic la vecchietta a sar poeui nen a la fin del mond!
    Ma! replic donna Fedele. Forse!
    La cugina  tacque.  Vedendo  entrare  parecchi  viaggiatori  in  cerca
    affannosa  di  buoni  posti,  le si strinse il cuore.  Mancavano pochi
    minuti alla partenza;  dovette alzarsi per scendere.  Il suo posto  fu
    subito  preso  da una modesta signora di aspetto simpatico,  che aveva
    con s un cagnolino. O mi! mormor l'Eufemia. A j' dc 'l can! La
    signora ud e si scus timidamente. Il suo cane non avrebbe sopportato
    una separazione! Aveva un cuore! Ed era tanto savio!
    "Non mi separer neppur io" pens la cugina Eufemia.  "Non  avr  meno
    cuore  di un cane." E simul prender congedo,  deliberata di salire in
    un'altra carrozza dello stesso treno,  all'insaputa di  donna  Fedele.
    Questa la salut cos:
    Ti raccomando le rose!
    E  sorrise  indovinando la stupefazione della vecchierella ben lontana
    dall'immaginare che le rose erano quelle del villino,  che il  villino
    sarebbe  diventato  un  giorno  propriet sua e delle sue sorelle.  La
    serena viaggiatrice immagin anche l'ingresso nel  villino  delle  tre
    proprietarie,  delle  tre  vecchie fantasime vestite di nero,  la loro
    dispersione immediata. L'Eufemia, la terzogenita,  correrebbe subito a
    certo inginocchiatoio gi da lei molto invidiato alla padrona di casa,
    la  secondogenita  andrebbe  a  esaminare  la cucina e la primogenita,
    tenera di Bacco,  scenderebbe in cantina.  La signora modesta  non  le
    permise  di perdersi a lungo dietro queste immaginazioni fra lugubri e
    comiche.  Le pareva che non  si  sentisse  bene,  and  saggiando  con
    domande  la  natura delle sue sofferenze,  fece la storia di parecchie
    malattie di parenti e di amiche sue,  le disse che andava a  Varese  a
    trovare  una  sua  sorella  madre di quattro bambini e che aveva preso
    Friend con s  perch  i  suoi  nipotini  l'adoravano.  Siccome  donna
    Fedele,  ogni  tanto,  non  potendo  chiudere  le  orecchie  a  quella
    parlantina,  chiudeva gli occhi,  colei si persuase che  soffrisse  di
    emicrania,  le pos il cagnolino, con molte scuse, sulle ginocchia per
    cavar dalla borsa delle pastiglie di fenacetina. Insomma da Rho in poi
    Varese fu il sospiro di donna Fedele.  La signora modesta  vi  discese
    molto  contenta  di  s e del suo cane,  di avere fatto un'opera buona
    colla sua conversazione amichevole come l'aveva fatta il cane col  suo
    silenzio.  Il treno si vuot quasi per intero.  Nella carrozza dov'era
    Fedele non rimase che un giovine medico avviato da  Pavia  a  una  sua
    villeggiatura  di Cuasso.  Lo si era capito dalla conversazione tenuta
    con altri due giovani discesi a Varese. Egli si mise a guardare la sua
    compagna di viaggio con rispettoso interesse. Ella se ne avvide,  ebbe
    paura  che  le  leggesse in viso e nella persona il suo male,  che gli
    venisse in mente di parlarle.  Mise il capo al finestrino e non ne  lo
    tolse pi fino a Porto Ceresio.
    A  Porto  Ceresio  la  prima  vista  del  lago le fece una impressione
    indefinibile.  Toccava la meta,  oramai.  Era sicura di  giungere,  di
    vederli;  sentiva piacere, sgomento, ansiet. Il facchino che le prese
    il bagaglio,  una  valigia,  una  borsa,  un  porta-ombrelli,  dovette
    accompagnarla  al  caff  perch  ella durava fatica a reggersi.  L'
    pazzia, signora diss'egli, andar attorno sola,  cos. Ella lo preg
    di venirla a prendere quando fosse il momento di salire a bordo.
    La cugina Eufemia, tremante nella sua parte di cagnolino inseparabile,
    non  si lasci vedere,  temendo una strapazzata coi fiocchi e l'ordine
    di ritornare a Milano.  Si era proposta di comparire solamente  quando
    non  fosse pi possibile mandarla indietro.  Aveva un po' sul cuore il
    baule andato a Santhi, ma pazienza!
    Il battello per Lugano,  che doveva arrivare da Ponte  Tresa,  non  si
    vedeva  ancora  spuntare  a  sinistra dal prossimo promontorio boscoso
    dietro il quale il lago gira.  Seduta fuori del caff,  sulla spianata
    che  guarda il lago,  donna Fedele assaggi appena il latte che si era
    fatto portare tanto per ordinare qualche cosa.  Mai le era battuto  il
    cuore cos forte.  La spianata,  sparsa di tavolini,  era deserta. Era
    deserto lo specchio  delle  acque  verdi,  immobili,  piene  del  sole
    ardente che aveva morto ogni fiato di vento.  La bianca Morcote, l di
    fronte,  vegliava muta le acque mute.  La maest delle montagne grandi
    accavallantisi  dietro  e sopra la tortuosa fuga del lago verso Lugano
    invisibile,  spirava pace  e  riposo.  Donna  Fedele  lo  sentiva  con
    rimpianto,  non  potendo  aver l'una n l'altro.  Il battello di Ponte
    Tresa spunt dal boscoso promontorio di ponente. Era vicino il momento
    di doversi trascinare alla tettoia dell'imbarco. Pochi passi; ma se il
    buon facchino non fosse venuto!...  Ecco il buon facchino.  Dice  ch'
    ancora  presto  ma  che  pi  tardi  ha  il servizio dei bagagli e non
    potrebbe venire.
    Donna Fedele si alz stentatamente.  Si figur la cugina  Eufemia  nei
    suoi panni, si disse nel cuore:
    O mi povr'om!
    E prese il braccio del facchino.















    Capitolo Decimosesto.

    NOTTE E FIAMME.


    1.

    Salita rapidamente in una carrozza di prima classe, Lelia trattenne il
    facchino con pretesti.  Non si trovava il portamonete, il bagaglio non
    era collocato a dovere nella rete. Il disgraziato ebbe appena il tempo
    di saltare a terra e non ci fu pericolo che prima della  partenza  del
    treno  egli si abbattesse nella Fantuzzo se per caso ella fosse uscita
    dal caff in  cerca  della  sua  compagna.  In  quello  scompartimento
    viaggiavano  altre  quattro  persone,  una  vecchia  signora  con  una
    signorina sui trent'anni,  un giovane viaggiatore di commercio  e  una
    specie di canzonettista malamente elegante. Lelia si sentiva ardere il
    viso  e il collo,  non dubitava che il suo rossore,  il suo turbamento
    non fossero notati.  Trem che le si facesse qualche domanda.  Nessuno
    le  aveva  badato,  il giovine continu a parlare colla signorina,  la
    canzonettista continu a succhiare caramelle e a odorare una  boccetta
    di profumo.  E il treno correva, oh correva lontano da Vicenza lontano
    dalla Montanina,  verso lui!  Il cuore  di  Lelia  batteva  col  ritmo
    precipitoso  del treno.  Ella vedeva torbido.  Le pareva avere un velo
    torbido anche sul pensiero. Guardava ogni tanto, involontariamente,  i
    suoi compagni di viaggio.
    La signorina tradiva,  parlando col giovine, una rara effervescenza di
    temperamento amoroso.  Ella sfoggiava la sua cultura di romanzi  e  di
    commedie e poich il giovine aveva parlato di un suo futuro viaggio in
    Egitto,  cercava farsi promettere il dono di uno scarabeo.  Il giovine
    sarebbe stato pi  contento,  pur  troppo  si  vedeva,  di  promettere
    scarabei alla canzonettista,  la quale,  per, non si curava delle sue
    oblique occhiate e invece guardava molto Lelia.  Lelia osservava tutto
    ci come attraverso una nebbia ardente e solo di tratto in tratto, per
    brevi  momenti,  rientrando subito nel suo delizioso segreto di fuoco.
    La  canzonettista  cerc  di  attaccar   conversazione,   le   offerse
    caramelle,  che non furono accettate,  le chiese il permesso di vedere
    l'anello che portava all'anulare della mano destra onde  aveva  levato
    il  guanto  per  togliere il denaro dal portamonete.  Lelia,  seccata,
    stese  la  mano  senza  rispondere,   guardando  dal  finestrino.   La
    maleducata ragazza,  non contenta di vederglielo al dito,  glielo lev
    addirittura,  con un  atto  rapido.  Prego!  fece  Lelia,  sdegnata.
    L'altra,  che  vi  aveva  gi  letto  dentro  "A  Leila",  lo restitu
    scusandosi.  Che  bel  nome  diss'ella  che  ha  Lei!  Il  giovine
    viaggiatore,  che aveva seguito,  senza parere, la mimica e il dialogo
    delle due signorine,  sgombr l'Egitto e lasci gli scarabei  al  loro
    destino  nella  irragionevole  speranza che il bel nome venisse fuori.
    Perch ora Lelia lo tentava pi della  canzonettista.  I  begli  occhi
    avevano  dato  un lampo tale di fierezza,  il prego delle labbra era
    stato sommesso s, ma tanto altero e vibrante,  ch'egli la scoperse ad
    un tratto elegante e bella.  La signorina degli scarabei se ne avvide,
    fece il muso lungo e non gli parl pi.
    La canzonettista discese a Verona. Le altre due signore,  che andavano
    a Bergamo,  discesero a Rovato. Poich nessun altro era salito mai, il
    viaggiatore di commercio rest solo con  Lelia.  Ella  neppure  se  ne
    accorse.  Da  Verona  in poi il suo stato d'animo era venuto pi e pi
    mutando.  La fiamma ardente  dei  primi  momenti  di  libert,  quando
    immaginava  gi le braccia e le labbra dell'amato,  aveva preso,  dopo
    Verona,  a discendere,  a lasciar trasparire in fondo al  cuore  punti
    scuri di dubbi e d'inquietudini,  sempre pi grandi,  sempre pi neri.
    Durante la prima ora della fuga Lelia vedeva chiare davanti a s,  nel
    paese  lontano,  le maggiori linee dell'evento voluto,  un incontro di
    due amori, una gioia, un'ebbrezza,  e poi nebbia,  quello che vorr il
    destino.  Pi sentiva di avvicinarsi all'evento, meno ne discerneva le
    maggiori linee,  pi le apparivano tanti particolari imbarazzanti  cui
    non aveva pensato,  tante piccole spine della realt. Le lampeggiarono
    dubbi paurosi: il dubbio che al momento le venisse meno il coraggio di
    mostrarsi, il dubbio di avere preso una risoluzione troppo dura per il
    proprio orgoglio,  il dubbio di parergli vile e sfrontata.  Intanto il
    treno correva verso l'evento,  e nella sua mente,  nei suoi sensi,  il
    correr del treno diventava violenza di forze cieche obbedienti  a  lei
    che le avesse poste in moto e non potesse frenarle pi. Non si accorse
    che  il  viaggiatore  di  commercio le si era avvicinato per tirare le
    tendine a riparo del sole che le batteva sulla persona, non si accorse
    che si era seduto a fronte di  lei,  che  si  chinava  a  considerarle
    l'anello.   Rientr  in  s  quand'egli,  incoraggiato  dall'apparente
    indifferenza di lei, le prese dolcemente la mano fra le proprie. Lelia
    la ritir con una esclamazione di  sdegno,  e  il  giovine  si  scus,
    protest  di  non  voler  essere  indiscreto  come  la signora che era
    discesa a Verona,  disse che desiderava soltanto conoscere il suo  bel
    nome.  Lelia  non rispose,  si alz,  and a mettersi all'altro angolo
    dello  scompartimento.  Allora  il  giovine,  pur  senza  avvicinarsi,
    divent di una galanteria insolente, le disse che se aveva l'abitudine
    di viaggiar sola,  cos giovane e cos carina,  non doveva spaventarsi
    per tanto poco, disse che aveva voglia di vederle ancora collera negli
    occhi perch nella collera erano meravigliosi.  E si avvicin  dicendo
    che da lontano non poteva vederli bene. Ella usc, tutta tremante, nel
    corridoio,  preg  un  conduttore  di  portarle  i bagagli in un altro
    scompartimento. Le offese di quello sfacciato le fecero sentire quanto
    ell'appartenesse ad Alberti.  Pi che per se stessa  ne  soffriva  per
    lui.  Soffriva  che  si fosse mancato di rispetto a una donna amata da
    lui.  E quando si trov nello  scompartimento  vicino,  con  due  sole
    vecchie signore, si sent ancora nelle sue braccia come nel partire da
    Vicenza,  con  tale  vivezza che le balen di essere da lui pensata in
    pericolo.
    A Milano,  mentre andava al caff della  stazione  per  aspettarvi  la
    partenza del treno di Porto Ceresio,  un ufficiale le disse due parole
    di complimento che la turbarono diversamente.  Se ne sdegn  e  se  ne
    compiacque  nel  tempo medesimo.  Sapeva di non potersi dire veramente
    bella e avrebbe tanto voluto esserlo per lui!  Si chiam  sciocca,  in
    cuor  suo,  ma  la  dolce  compiacenza rimase.  Nel caff,  udendo una
    signora parlar piemontese vicino  a  lei,  le  venne  in  mente  donna
    Fedele.  L'aveva pensata nel passare in treno davanti al villino delle
    Rose, poi mai pi. N'ebbe rossore, ma neppure adesso diede un pensiero
    all'operazione che l'amica  doveva  subire.  Si  disse  ch'ell'avrebbe
    torto  di  non  esser contenta della sua fuga,  della sua dedizione ad
    Alberti, e non vi pens pi.
    Prese posto nel treno di Porto Ceresio,  presso due bambine che presto
    cominciarono a guardarla e a sorridere.  Poi,  malgrado le proibizioni
    della madre,  presero a toccarle timidamente  le  mani.  Lelia  ne  fu
    commossa di una commozione trepida,  vaga,  di cui non volle ricercare
    il perch. Le accarezz. La maggiore, toccandole la mano destra, sent
    l'anello sotto il guanto,  desider vederlo,  averlo in  mano.  Sapeva
    leggere,  cerc  decifrarne  la scritta interna.  Sua madre lo imped,
    volle che lo restituisse.  L'indiscreto atto della canzonettista aveva
    irritato Lelia.  Non pot allora udirsi nella memoria il picciol suono
    lontano del nome Leila; adesso,  nella momentanea calma dello spirito,
    lo ud.  Ell'aveva detto ad Andrea: quando sar sposata mi cambier il
    nome, mi far chiamare Leila. Egli si era opposto a ci che gli pareva
    un capriccio irragionevole.  Amava Lelia,  avrebbe sempre amato Lelia.
    Leila  era un nome troppo romantico.  In fatto lo aveva ferito ch'ella
    proclamasse fin d'allora la propria volont in modo assoluto,  che non
    dicesse:   Ti   pregher  di  chiamarmi  Leila.   N'era  venuta  una
    discussione vivace.  Andrea si era lasciata  sfuggire  qualche  parola
    acerba.  Poi,  dolente,  le  aveva  regalato  l'anello  colla  scritta
    pacifica.  Tutto questo le ripass nella memoria come un'onda  rapida.
    Rimise il guanto e, guardando dal finestrino, pose la mente nelle cose
    esterne. Il ricordo si spense.
    Quando  il  treno  giunse  a Porto Ceresio,  pioveva.  Delle montagne,
    perdute nel nebbione,  non si vedeva che il piede scuro  intorno  allo
    specchio  biancastro del lago chiazzato di rughe.  A Lelia il nebbione
    fece piacere.  Poteva immaginare,  almeno,  di avvicinarsi a lui senza
    esser  veduta.  Le  fece  piacere  che al ponte di sbarco non ci fosse
    battello, che nessun battello si vedesse sullo specchio biancastro del
    lago chiazzato di rughe.  Il momento dell'incontro  pareva  cos  meno
    imminente.  Quando  un  punto  nero  apparve davanti al promontorio di
    sinistra,  il cuore le batt come nel  treno  a  Vicenza.  Quello  era
    l'ultimo passo. Nel salire a bordo le manc quasi il respiro. Si ferm
    un  momento  sulla  passerella  sotto  la  pioggia  fitta,  senz'aprir
    l'ombrello.
    Sopra coperta c'era pochissima gente. Lelia sedette all'estrema poppa.
    Pareva guardar l'acqua e non aveva  sguardo  negli  occhi  vitrei.  Il
    batter cupo,  misurato,  degli stantuffi le riempiva la mente vuota di
    pensiero, insieme al batter cupo, misurato, del cuore. Il bigliettario
    dovette chiamarla due volte perch gli dicesse dove  andava.  Desider
    rispondere  Lugano e invece rispose San Mamette come forzatavi dal
    senso di un destino.  Domand quanto tempo ci volesse per  arrivare  a
    San Mamette.  Udito che ci voleva pi di un'ora e che prima si toccava
    Lugano,  respir alquanto,  il suo sguardo err un poco  sulle  acque,
    sulla  maglia mobile dei circoletti infiniti che la pioggia vi segnava
    senza posa,  sul piede scuro delle montagne.  Quando il vapore  presso
    Melide,  rallent, si credette arrivare a Lugano. Udito che Lugano era
    la stazione prossima,  ricadde nell'atonia cerebrale di prima.  Non si
    accorse  di passare sotto il ponte.  Poco dopo,  il bigliettario le si
    avvicin per mostrarle amabilmente dov'era San Mamette:  laggi  verso
    levante,  dove il lago sfumava,  come un mare, nella nebbia. L era il
    mistero.
    Presto le sfilarono davanti gli alberghi signorili di Lugano,  le case
    umide, i giardini scuri ascendenti al nebbione. Una, due, tre fermate.
    Passeggeri  escono,  passeggeri  entrano.  Si  grida:  Gandria,  Santa
    Margherita, Oria, San Mamette Osteno,  Cima,  Porlezza!  Il battello 
    spinto via lentamente, a forza di braccia, dall'approdo, i colpi degli
    stantuffi ricominciano.  Si parte,  il battello gira lentamente, mette
    la prora sul nebbione dell'alto lago; le case umide,  gli alberghi,  i
    giardini di Lugano si velano, a poppa, di pioggia e di distanza.
    Allora nell'anima di Lelia spir improvvisamente un vento nuovo. Tutte
    le ragioni del donarsi vi risorsero a un punto impetuose. Ella si alz
    dal  suo  sedile  della  prima classe and a prora.  Sola e ferma allo
    scoperto  sotto  la  fine  pioggia,  guardava  dritto  davanti  a  s,
    palpitante,  contenta,  sicura. A Gandria cess di piovere. Il lago, a
    fronte del battello, nereggi di "tivano" violento, il nebbione ascese
    gli umidi fianchi delle montagne.  La fronte della Galbiga,  la fronte
    del  Bisgnago,  la  fronte delle dolomiti di Valsolda si svelarono nel
    cielo, grandi.  E lontano lontano si svel grigio,  fumante di nuvoli,
    il Legnone enorme.
    Tosto  il  battello  entr  nel vento,  il velo e le vesti di Lelia le
    battevano indietro come drappi di bandiera.  Ella  non  si  mosse.  Il
    vento,  il  lago  nero,  le  nere  montagne  selvagge  le inebbriavano
    l'anima.  Il vento le fischiava intorno: "Sei qui?".  Le  montagne  di
    destra  e  di sinistra pensavano silenziose: "E' qui".  In faccia,  le
    guglie e le creste di dolomia le  mostravano,  tragicamente  mute,  la
    loro passione di pietra come s'ella sola potesse intenderle, nella sua
    passione di fuoco.
    Signora  le  disse il bigliettario,  adesso la prima stazione  San
    Mamette.
    Ella si sent subito  fredda  e  forte.  Fermatosi  il  battello  allo
    sbarco, ne usc con passo fermo. Alcuni contadini uscirono con lei. N
    sul  pontile  n  in  piazza si vedevano persone,  causa il mal tempo.
    L'uomo di servizio al pontile le  indic  l'albergo  Valsolda,  a  due
    passi dallo sbarco. Ella entr nel piccolo ingresso, scuro e vuoto, vi
    si  ferm,  non udendo n vedendo alcun segno di vita,  non sapendo se
    salire o non salire la scala. Finalmente qualcuno discese, e vedutala,
    risal,  certamente per avvertire l'albergatore che discese  alla  sua
    volta.
    Desidera? diss'egli.
    Una  stanza  rispose Lelia con voce malferma.  In quei pochi momenti
    d'indugio nell'ingresso,  il silenzio del luogo ignoto  le  era  parso
    ostile.  Aveva sentita ostile la stessa rigidit delle pareti.  Era il
    primo gelo delle realt dure ch'ella non aveva  pensate  meditando  la
    fuga,  che  solo  in viaggio aveva confusamente presentite.  L'idea di
    passar la notte  fra  quelle  mura  le  mise  in  testa  un  subbuglio
    d'immaginazioni paurose,  in cuore uno sgomento invincibile,  malgrado
    la vergogna che ne aveva. Non seppe ella stessa come le fosse riuscito
    di  articolare  quelle  due  parole:  una  stanza.   Per  sua  fortuna
    l'albergatore,  un  omino  per  bene,  ne not subito la distinzione e
    l'imbarazzo,  le si mostr molto gentile.  Disse che la  cameriera  le
    avrebbe  fatto  vedere  le  stanze  di cui poteva disporre.  Realmente
    poteva disporre di quasi tutto l'albergo.  Lelia sal le scale un  po'
    rinfrancata,  segu  la  cameriera  in  una  bella  stanza d'angolo al
    secondo piano e dichiar subito che  non  voleva  vederne  altre,  che
    prendeva quella.  Chiese alla ragazza dove dormisse. Sperava di averla
    vicina e si trattenne dal dirlo per la  vergogna  di  mostrarsi  tanto
    paurosa.  La  ragazza  non  le  dormiva  vicina.  Non  immagin che la
    signorina forestiera avesse paura,  le domand se desiderasse  qualche
    cosa da lei. No no, niente. E non pranzava? Lelia sentiva di non poter
    prender  cibo  ma  si  ordin  una  piccola cena in camera,  perch la
    ragazza ritornasse,  per poterle domandare qualche cosa di  Dasio.  La
    ragazza le prepar un tavolino per mensa, port la cena. Lelia non os
    parlare di Dasio. Rimasta sola per la notte, si chiam sciocca e vile,
    s'irrigid contro le sue vilt,  pens, per farsi coraggio, suo padre,
    i preti di Velo,  l'intingolo  nauseabondo  di  cui  non  sentiva  pi
    l'odore.  Ma, in pari tempo, l'assal per la prima volta l'immagine di
    donna Fedele,  ne vide i grandi occhi bruni sotto la fronte alta e  il
    sottile  arco  bianco  di capelli,  ne ud la voce d'oro: "Ah ragazza,
    cos'hai fatto?". Ma ci ch'era fatto era fatto.
    E non sarebbe da mandargli una parola, prima di presentarglisi?  Suon
    perch  le  fosse  portato  da  scrivere.  Si prov a scrivere,  pens
    alquanto colla penna in mano, si atterr della difficolt che provava.
    Se non le riuscisse di trovare  la  forma  buona?  Se  una  frase  non
    chiara, una parola mal scelta, una lieve inavvertita mancanza di tatto
    guastassero?  Meglio non scrivere, piuttosto. La sola presenza direbbe
    tutto.  Certo!  Si meravigli di non averlo inteso  prima.  Ma  subito
    l'idea  di  un  incontro  impreparato la spavent colle incertezze che
    l'accompagnavano.  Stretta cos fra due terrori sent venire una delle
    sue  crisi di singhiozzi e di lagrime.  La scongiur precipitandosi al
    davanzale di una finestra gittando l'anima sulle cose esterne.
    Lontano davanti a lei,  nel buio indistinto della notte  nubilosa,  un
    piccolo  fulgore elettrico saettava luce,  lentamente girando sopra se
    stesso,  via via per le acque  lontane  e  per  le  coste.  Balenavano
    dall'ombra un momento casine candide rupi,  falde di boschi, esplorate
    dal getto luminoso come da un Occhio imperatorio che ne facesse gelosa
    rassegna.  Lelia vide venir lento alla sua volta il cono  sottile,  fu
    investita  coll'albergo  da  un  baglior bianco,  saettata dall'Occhio
    inquisitore,  ringhiottita dall'ombra.  Sublimi sulla nera montagna di
    sinistra,  presso  al  cielo  poco meno buio,  altre fiamme elettriche
    splendevano allineate. Si udiva il rumoreggiare delle onde. Lelia ebbe
    l'impressione di una notte d'incantesimi nel  paese  pi  selvaggio  e
    strano della Terra. Il suo interno conflitto rest. Ella segu il giro
    dei baleni elettrici per il piede boscoso delle montagne e sulle acque
    agitate,  per gruppi di case.  Uno di quei gruppi era forse Dasio.  Il
    bagliore bianco la sfolgor,  oscill un attimo a destra e a  sinistra
    prima di lasciarla. Ella diede un balzo indietro.
    Finalmente,  stanca, si lev gli stivaletti e si gitt sul letto senza
    spogliarsi,  risoluta di passar la notte a quel modo.  L'abbandono del
    corpo  al  riposo  le  predispose,  per  un  arcano consenso delle due
    nature,  l'abbandono dell'animo al Destino.  Una ad una  le  tornarono
    nella memoria,  giacendo ella cos, le parole delle lettere di Massimo
    che dicevano di lei,  che,  tutte,  le  dolci  e  le  acerbe,  avevano
    un'anima   stessa   di  amore.   Adesso  ch'ella  aveva  rinunciato  a
    scrivergli,  che si era data nelle mani di quella Volont ignota dalla
    quale  dipendono  gli  eventi,  la  sua  mente  si  chiuse  e pos nel
    pensiero: mi ama.
    Lenta, eterna notte. Folgorava,  ogni tanto,  nella camera il bagliore
    elettrico.  Lelia  ne  aveva piacere.  Le pareva che l'Occhio luminoso
    vegliasse anche per lei, sopra di lei.  Poco prima dell'alba si assop
    e  quasi  subito si riscosse,  atterrita di aver dormito contro il suo
    proposito. Pi tardi scese dal letto,  intirizzita,  and a chiudere i
    vetri.  Non  vide  pi  l'Occhio  lucente  n le fiamme elettriche sul
    ciglio della montagna.  Vide sotto la finestra un pergolato un cortile
    umido,  campicelli e pi oltre,  a pochi passi, il lago addormentato a
    specchio delle nuvole uguali,  pesanti.  Ritorn a giacere.  Veniva il
    giorno, veniva il Destino.


    2.

    Fece toeletta alle sei.  Nel lavarsi allag la camera e tuttavia suon
    per farsi portare ancora dell'acqua.  La cameriera not subito che  la
    signorina  non  era entrata sotto le coltri,  guard il letto,  guard
    lei, sorpresa. Lelia arross, non parl della sua notte.  Si scus per
    l'allagamento, prima. Poi domand, con ipocrisia presso che inconscia,
    se  Puria  fosse lontano.  Sapeva,  per la lettera di Massimo,  che da
    Puria a Dasio c'erano venti minuti.  La ragazza rispose che si  poteva
    andare a Puria in meno di un'ora.  Richiestane,  promise di trovare un
    ragazzotto che accompagnasse la signorina a passeggio,  e  facesse  da
    guida.
    A che ora? diss'ella.
    Alle sette.
    Sfinita  dal lungo digiuno e dalla lunga veglia,  Lelia fece colazione
    avidamente.   S'inform  delle  luci   notturne,   apprese   che   una
    torpediniera  della  R.  Guardia  di finanza,  munita di un riflettore
    elettrico,  faceva servizio la notte e che le  fiamme  sulla  montagna
    erano  lampade  elettriche  della  Funicolare  di  Santa  Margherita e
    dell'albergo Belvedere. Part alle sette colla guida, meravigliando di
    sentirsi tranquilla e intrepida.
    La guida era un ragazzo sui dodici anni,  dagli occhi vivaci  e  dalle
    labbra  ostinatamente  mute.  Pi  che  monosillabi Lelia non arriv a
    cavargli.  Per verit le bast sapere che conosceva la strada di Puria
    e  quella  di  Dasio.  Ella non guardava,  salendo verso Loggio,  n a
    destra n a sinistra. Pi saliva pi le batteva il cuore, parte per la
    fatica, parte perch la intrepidezza le veniva meno. Alla prima svolta
    della gradinata che gira sopra l'oratorio di  S.  Carlo,  dovette  far
    sosta.  Non c'era sole ma l'aria era afosa.  Un drappello di giovani e
    di signorine sopraggiunse facendo  il  chiasso,  la  oltrepass  senza
    badare  a lei.  Le signorine si burlavano dei giovani che non ardivano
    andar a coglier certi ciclamini pendenti  sull'abisso  dove  romba  il
    torrente,  e  coloro  protestavano di non volersi rompere il collo per
    esse.  La piccola guida salt come uno  scoiattolo  fuori  di  strada,
    ritorn coi ciclamini, li offerse in silenzio a Lelia. Ella se li pose
    in  seno,  pensando  che  la  sorte  glieli  offriva per lui e che non
    avrebbe osato coglier fiori a quel fine colle proprie mani. Toccato il
    sommo della salita,  dove il sentiero piega a  sinistra  per  scendere
    nella conca del Camp,  ristette ancora. Di l si scopre al viandante,
    improvviso,  tutta l'alta Valsolda: Loggio tuffato  nel  verde,  sopra
    Loggio  la breve striscia bianca di Drano,  Puria aggrappata al ventre
    della sua montagna,  Castello coronante lo sprone di scogli  a  piombo
    che  il  torrente  rode  al  piede;  e  nel centro,  alto sopra tutti,
    sporgente appena col campanile e qualche tetto dalla sua nicchia verde
    sotto il gigante bastione di dolomia,  Dasio.  Lelia si fece  nominare
    tutti i villaggi,  sedette sull'erba guardando, l in alto, il piccolo
    campanile giallognolo ritto sotto le rupi.  Dal piccolo campanile sal
    collo sguardo alle creste sovreminenti,  cerc la punta di dolomia che
    poteva ricordare quella del Summano guardata da  Massimo,  nel  salone
    della Montanina,  mentre ella suonava "Aveu". Le parve di riconoscerla
    fra le nebbie,  a mezzo della cresta che dal maggior  culmine  declina
    verso levante. Il cuore le si gonfi della divina musica e del grido:

    "Or sappi che brucio, che moro di te."

    Come  nel  giorno  precedente,  quando,  all'entrata  delle  acque  di
    Valsolda,  il vento e i fiotti erano corsi incontro al piroscafo e  il
    nebbione  si  era rotto sulle montagne,  cos ora le parlavano le cose
    inanimate.  Quei dirupi e le creste e la piccola punta di  dolomia  le
    dicevano:  "Sei  qui".  Si  alz  in piedi lottando coll'emozione e si
    rimise in cammino.  Pochi passi oltre la chiesa di Loggio,  nella gola
    segreta  dove  si compongono intorno al sottile argento di una cascata
    le grazie della romita natura come intorno a una piccola regina, Lelia
    parve accorgersi della bellezza delle cose,  immagin posar  con  lui,
    lontana da ogni sguardo umano, dentro quella recondita poesia e quella
    musica.  Sulla strada di Dasio,  oltre Puria,  ordin al ragazzo,  che
    precedeva,  di avvertirla se vedesse qualcuno venire alla loro  volta.
    Incontrarono  un  carbonaio,  una  guardia  di finanza,  una donna che
    portava dei funghi.  Lelia pens  che  avrebbe  potuto  domandare  del
    dottor  Alberti.  Non  os.  A piedi dell'ultima salita ombreggiata di
    noci,  sul ponticello presso il quale sta una cappellina,  si appoggi
    al parapetto, esausta, tremante, quasi sfiduciata di poter proseguire.
    Sulla gradinata che sale,  una vecchia stava raccogliendo noci.  Lelia
    mand il ragazzo a domandarle se  conoscesse  il  dottor  Alberti.  La
    vecchia  era  sorda  e  scimunita.  Non  cap.  Lelia si rizz con uno
    sforzo. Passando davanti alla cappellina vi guard dentro. Vide statue
    dipinte,  una scena della Passione,  il Crocifisso,  la Maddalena.  Le
    parve  che,   se  vi  fosse  stato  il  solo  Crocifisso,  si  sarebbe
    inginocchiata di slancio a pregare. Cos pass oltre.
    Giunta alla svolta dove mette capo il viottolo  di  Drano  due  minuti
    sotto Dasio, sedette sul primo scalino del viottolo, ordin al ragazzo
    di  salire  all'albergo  dal  nome  scritto  nel  suo  cuore.   Doveva
    semplicemente chiedere se il signor dottor Alberti  fosse  in  casa  e
    venir  a  riferire  la risposta.  La risposta,  attesa con un febbrile
    tremito di tutte le membra fu che il dottore non era in  casa.  Allora
    Lelia, copertosi ii viso colle mani, pens.
    Pens a lungo, angosciata di sentirsi sola, sola, sola. Si scoperse il
    viso e guard, come cercando consiglio, il folto verde, davanti a lei,
    scendente  nel  vallone  di  cui  vedeva  l'opposto fianco.  Tutto era
    indifferenza e pace.  Rimand in su il  ragazzo  colla  preghiera  che
    qualcuno dell'albergo scendesse a parlare con lei.
    Venne  una  ragazza dall'acconciatura cittadinesca,  dai modi cortesi.
    Per Lelia domandare di Alberti era un supplizio mortale. Non potendone
    a meno,  preferiva farlo cos,  parlare con una persona sola piuttosto
    che  all'albergo,  in presenza Dio sa di quanti curiosi.  Seppe che il
    signor dottore era stato chiamato a Muzzaglio due ore prima.  Partendo
    aveva  lasciato  detto  che  sarebbe stato di ritorno alle dieci.  Ora
    stavano per suonare le nove.  Se la signorina desiderasse di  andargli
    incontro  non poteva sbagliare.  Doveva prendere per il Pian di Nava e
    San Rocco
    Ella pu fermarsi al Pian di Nava,  un quarto d'ora da qui;  neppure!
    Di l passa certo.
    Detto  ci,  la  giovine  cerc  insegnare  la via del Pian di Nava al
    ragazzo, che non la sapeva.  Perch quegli durava fatica a capire,  si
    offerse per guida,  accompagn Lelia,  salendo attraverso il povero ma
    pulito villaggio, fino al lavatoio pubblico,  la mise sul viottolo che
    di l volge verso ponente.
    Questo    il  sentiero  disse.  In cinque minuti Ella  al Pian di
    Nava.
    Lelia pag il ragazzo,  lo conged e si avvi sola.  Dove il sentiero,
    oltrepassato  il Camposanto e il valloncello della Terra Morta,  monta
    nel cavo prato che grandi castagni  ombreggiano  lungo  il  labbro  di
    mezzogiorno,  lo lasci,  prese a sinistra,  per l'erba, verso uno dei
    primi castagni. Di l poteva scorgere tutto il giro del sentiero,  che
    rigando  il  prato  andava  a perdersi in un bosco.  Sedette a terra e
    attese con gli occhi al bosco.


    3.

    Quella mattina Massimo si alz all'alba.  Non aveva quasi dormito.  Il
    giorno  prima  era  stato  a  Lugano  per  noleggiare il piroscafo che
    avrebbe trasportato la salma di Benedetto da  Porto  Ceresio  a  Oria.
    Ora,  compiuta  anche questa pratica,  nell'imminenza di prender parte
    alla funebre cerimonia, egli soffriva indicibili tormenti.  La memoria
    di  Maironi  gli  era  sempre  sacra  e cara,  sarebbe stato felice di
    rendere  un  omaggio  privato  all'amico,  al  maestro;  ma  l'omaggio
    pubblico significava un'adesione a credenze, a idee, che non erano pi
    le sue.  Rifiutarlo sarebbe stato quasi un'ingiuria; prestarlo sarebbe
    stato quasi del tutto un'ipocrisia.  Benedetto era il Credo  cattolico
    integrale, la fede incrollabile nella Chiesa, la obbedienza mansueta e
    umile  all'Autorit.  Massimo non credeva pi.  Aveva cominciato collo
    staccarsi mentalmente da Roma,  col persuadersi  che  il  Cattolicismo
    romano  fosse condannato a morte.  Poi,  rapidamente,  si era staccato
    anche da Cristo divino e risorto. La rapidit della rovina non era che
    apparente. Da molto tempo la sola compressione dell'obbligo religioso,
    imposto dalla Chiesa,  manteneva solide  nell'animo  suo  le  credenze
    cristiane  tradizionali,  disgregantisi  per  l'azione  di una critica
    continuamente  assorbita  da  letture  e  da  conversazioni.  Respinta
    l'autorit  della  Chiesa,  si  rivelavano  improvvisi  gli effetti di
    quell'azione dissolvitrice.  Oggi Cristo non era pi divino per lui n
    risorto,  domani  toccherebbe  al  Dio personale di crollare nella sua
    mente.  Il primo passo,  la liberazione da Roma,  gli sarebbe riuscito
    dolce  se  il  rompere  con  Roma  non  fosse stato un rompere col suo
    proprio passato di pubblico propugnatore della fede cattolica.  Ma del
    successivo sprofondare verso l'agnosticismo si atterriva, si disperava
    tanto  che  talvolta  lo  assalivano  accessi  di  reazione,  fugaci e
    violenti. Quella notte stessa,  pensando il proprio stato di coscienza
    e  Benedetto,  aveva  acceso il lume in una convulsione di dolore e di
    speranza,  si era  inginocchiato  sul  letto  davanti  al  quadro  del
    Salvatore  e  di Pietro che s'incontrano sulle acque,  aveva domandato
    fede fede fede,  con gemiti inenarrabili.  Presto la fiamma dell'anima
    gli era venuta meno. Gli era parso che le cose mute lo deridessero. Si
    era  deriso  egli  stesso.  Spento  il lume,  aveva morso il guanciale
    invocando Lelia.  Si derise anche per questa stupida  vilt,  respinse
    sdegnosamente la immagine che non poteva uscire del suo cuore, che per
    questi  sdegni piegava solo come una fronda piegata dal vento e subito
    risorgente.  Si sforz di non pensare che al  montanaro  ammalato  cui
    doveva visitare l'indomani mattina a Muzzaglio, un infelice ridottosi,
    per causa della mala vita di sua moglie,  a vivere solo in una stalla,
    fuori del consorzio umano. Si alz all'alba e si mise a studiare in un
    trattato di medicina il caso di un bambino minacciato di  appendicite.
    Altro riposo non v'era per lui che il chiudersi tutto nelle sofferenze
    dei suoi pochi ammalati,  identificarsi con essi. L'uomo di Muzzaglio,
    datosi al bere per le sue disgrazie coniugali,  semi-ebete,  viveva in
    una  tana  immonda  con  quattro capre e una pecora nera,  schifoso di
    sporcizia. Non scendeva a Castello e a Puria che per cambiare il latte
    in alcool. Quando gli nasceva un capretto o un agnello,  le sbornie di
    acquavite  si  succedevano  spaventose.  In paese lo chiamavano l'uomo
    selvatico.  Ora era convalescente di una polmonite e  Massimo  cercava
    ogni via di redimerlo dalla sua abbiezione. Aiutato da due buone donne
    di Dasio,  gli aveva fatto una pulizia completa,  lo aveva trasportato
    in una stalla vuota, poich a Muzzaglio non sono che stalle,  sopra un
    giaciglio umano. Gli recava egli stesso ogni mattina uova, brodo, quel
    po'  di  vino  di  cui  non poteva privarlo.  Si proponeva di veder la
    moglie,  di persuaderla a riprendersi il marito cacciato di casa  come
    un  ubbriacone,  di farsi promettere che non venderebbe la pecora nera
    da lei odiata, com'era il bambinesco terrore di lui quando Massimo gli
    parlava di pace e  di  riunione:  La  vend  la  pgora!  La  vend  la
    pgora!.
    Usc  dall'albergo  prima  delle  sette,  and  a visitare il bambino,
    ritorn a prendere il canestro colle uova,  il  brodo  e  il  vino.  A
    Muzzaglio  trov il convalescente alzato,  ascolt con pazienza grande
    le chiacchiere infinite della vecchietta che lo assisteva e riprese la
    via di Dasio. Sost ai pascoli di San Rocco, dove l'ultimo verde muore
    alle pareti di roccia. Vi pasceva un armento, il continuo tintinnio di
    campani  oscillava  sul  rombo  eguale  del  fiume  profondo.  Sedette
    sull'erba ascoltando il rombo simile alla voce del Posina ch'empiva, a
    finestre aperte, la sua camera della Montanina.
    Il  tempo era grigio,  malinconico il rombo,  malinconico il tintinnio
    dei campani delle vacche pascenti. Il rombo gli faceva male,  un dolce
    male  cui si abbandon,  voto di pensiero.  Qualche ricordo preciso di
    Lelia gli pass per la mente quando riprese la via,  dolendogli ancora
    il petto di quel dolce male.  Si ferm a guardar fiso,  nel bosco,  un
    ciuffo di ciclamini fioriti presso il sentiero,  li guard fino a  che
    quelle   immagini  gli  rientrarono  sotto  la  soglia  della  memoria
    cosciente.  Usc,  camminando adagio,  dal bosco di castagni e di noci
    nel Pian di Nava.
    Vide subito,  a duecento passi,  una signora vestita di chiaro, seduta
    sull'orlo alto del prato,  dov'esso gira a sinistra e scende verso  la
    Terra  Morta.  Non  se  ne  cur.  Quasi  ogni giorno salivano a Dasio
    villeggianti di Loggio e di San Mamette.  Non se  ne  cur  e  non  la
    guard.  La signora era seduta fuori del sentiero, circa venti passi a
    destra. Quando Massimo, camminando lentamente,  le fu a paro,  ella si
    alz  in  piedi.  Egli  la  guard  allora  per  l'impressione di quel
    movimento come avrebbe guardato una fronda improvvisamente agitata dal
    vento.  Non la riconobbe,  volt la testa da lei al proprio cammino  e
    gi  passava oltre.  Ella fece l'atto di movere avanti,  si porse e si
    trattenne.  Allora egli si trattenne pure e la guard nuovamente.  Era
    tanto  pallida,  tanto stravolta che ancora non l'avrebbe riconosciuta
    se gli occhi di lei non lo avessero guardato con una  fissit  vitrea.
    Dubit,  trasal,  impietr.  Ella  pieg il viso,  cerc brancolando,
    sussultando, un appoggio, indietreggi di un passo verso l'albero,  al
    cui  piede  si  era  seduta,   inciamp  nelle  proprie  vesti,  port
    rapidamente la mano indietro, al tronco dell'albero,  rimase in piedi,
    a capo basso.  Massimo, slanciatosi avanti per sostenerla, si arrest.
    Vedeva  ch'era  lei,  non  poteva  crederlo,   si  lev  il  cappello,
    stupidamente,  senza sapere che si facesse. Ella porse il viso smorto,
    rigato di lagrime,  il petto ansante,  lo fiss ancora.  Quegli  occhi
    parlavano,  dicevano  amore  amore,  dolore dolore.  Egli vedeva e non
    poteva credere.  Fece un atto di saluto,  a caso,  come per  partirsi.
    Ella   porse   daccapo   il  viso  e  le  sue  labbra  si  contrassero
    disordinatamente in una voce muta. Massimo volle pensare ch'ell'avesse
    necessit di qualche aiuto,  di qualche indicazione come un  viandante
    qualsiasi,  e  vergognasse  di doversi rivolgere proprio a lui.  Nello
    stesso tempo gli balen una  spiegazione  di  quella  presenza  e  non
    dubit che fosse vera.
    Ella    qui  con  donna  Fedele? diss'egli.  E si mise subito sulle
    difese.  Certo donna Fedele aveva  fatto  questo,  aveva  persuasa  la
    ragazza,  le si era imposta.  Non vide l'assurdit della supposizione,
    afferr un'apparenza di vero,  il solo modo possibile di spiegare come
    Lelia fosse l davanti a lui.  Ma Lelia,  chinato il viso,  accenn di
    no.
    Con Suo padre? esclam il giovine,  pi stupefatto che mai,  sapendo
    di supporre una cosa impossibile.  Lelia,  sempre col viso basso e gli
    occhi a terra, accenn ancora di no.
    Allora, finalmente, nell'attitudine vergognosa, umile di lei,  Massimo
    intravvide  il  vero,  il perch di quegli slanci repressi della bella
    persona verso di lui. Ma non ard ancora dire una parola, fare un atto
    che rispondesse al dolcissimo vero. Porgendosi a lei palpitante, quasi
    cieco di emozione, mormor:
    Sola?
    Lelia non rispose,  si coperse il viso colle mani.  Il giovine  gliele
    afferr,  le sent cedere,  cedere, in un'onda di abbandono che parola
    umana non avrebbe potuto esprimere. A un tratto resistettero. Egli non
    ne intese il perch,  trasal di  terrore.  Lelia  guard  un  attimo,
    ritraendo  le  mani,  verso  il sentiero dove passavano due guardie di
    finanza e un'ombra lievissima  di  timore  le  sfior  il  viso.  Egli
    intese,  le  disse  alcune  parole  incoerenti,  forzando  a  un  tono
    indifferente la voce,  che tuttavia tremava pi e pi,  perch  quello
    che  ora  non dicevano le mani di Lelia,  lo dicevano gli occhi fissi,
    gravi, cupi di passione. Un lume di sorriso le comparve sul volto,  le
    mani  ebbero  un picciol moto lento di offerta;  coloro erano passati.
    Massimo riafferr le mani gelide.  Cedevano,  per con certo  maggiore
    ritegno  che  la  prima  volta,  e  gli  occhi,  esperti del pericolo,
    spiarono  rapidamente  il  sentiero.  Egli  le  mormor  altre  parole
    incoerenti,  le offerse il braccio,  dubitando che le dispiacesse,  l
    dove poteva passar gente,  venir tratta per mano e pur volendo sentire
    un vivo di lei.  Strinse il braccio,  subito concesso,  di una stretta
    che le color il viso.
    Felice di una gioia di fuoco, ella era ritornata padrona di s, mentre
    Massimo, preso da vertigini, non sapeva dirigersi.  Pieg verso Dasio.
    Lelia  non  disse  parola ma il braccio prigioniero spinse dolcemente,
    deliziosamente,  la persona cara verso l'altra parte,  verso il bosco;
    poi,  mentre lo sguardo diceva "ti amo,  ti amo", si ritir pian piano
    dalla stretta. Ella prese a camminare, sul sentiero angusto, davanti a
    Massimo.  Ogni tre o quattro passi voltava il capo,  lo fissava  senza
    proferir  parola.  Talvolta  nella  prima  dolcezza  degli occhi quasi
    velati si accendeva rapidamente un fuoco scuro.  Allora  quegli  occhi
    tornavano  al cammino,  come se l'anima non potesse sopportare il gran
    fuoco.  Nel bosco i due si trovarono a paro.  Egli  le  cinse  con  un
    braccio la vita. Ella lo guard, lo guard, pieg il viso verso di lui
    che pieg il suo.  Le labbra mute di lei si porsero. Il bacio fu lieve
    perch l'uno e l'altra sentivano confusamente quasi una  riverenza  di
    qualche  cosa di augusto che si compiesse in quel momento,  di qualche
    cosa di eterno che fosse incominciato col bacio dell'amore.  Lelia  si
    lev  il  cappello,   ritorn  al  bacio,  pieg  il  viso  sul  petto
    dell'amato.
    Allora egli, non pi smarrito, tutto rinnegando quel che aveva pensato
    amaramente di lei,  godendo di abbandonarsi senza misura,  le  mormor
    sul tepido profumo dei capelli biondi:
    Per sempre; vero?
    Ella  rispose con una pressione impetuosa della fronte.  Voci di donne
    nel bosco.  Lelia alz il viso,  riprese la  via  davanti  a  Massimo,
    voltandosi ogni momento a guardarlo, come prima. Nel ripassare accanto
    ai  ciclamini  che  poco dianzi aveva contemplati a lungo,  Massimo ne
    colse uno per lei e sorrise. Ella baci la mano che offriva il fiore e
    disse quindi le sue prime parole:
    Perch ride?
    La nota voce  di  contralto  gli  risuon  nell'anima.  Pi  che  mai,
    nell'udirla,  fu certo di non sognare, pi che mai la realt gli parve
    sogno.  Solo conosceva di quella voce  la  freddezza,  l'ironia  e  la
    collera.  Le due parole,  per s indifferenti,  erano la nota, toccata
    appena,  della quarta corda,  la nota  dolce  e  grave  di  una  corda
    incognita  che  trasformava  il  suono  dello  strumento:  della corda
    dell'amore.  Per qualche momento Massimo,  vinto dalla  dolcezza,  non
    seppe  rispondere,   dire  come  il  rombo  del  torrente  gli  avesse
    richiamato  alla  memoria  la  Montanina,  come  si  fosse  lungamente
    affisato  nei  ciclamini per forzarsi di non pensare l'immagine di lei
    che gli bruciava il cuore.  Le parole  che  dicevano  il  suo  passato
    soffrire accesero negli occhi di Lelia la solita fiamma,  oscura della
    divina oscurit che eccede la luce.  La fiamma  si  spense  mentr'ella
    disse:
    Mi conduca dove ha cominciato a pensare a me.
    Egli sugger,  pregando: Conducimi. Lelia lo guard a lungo prima di
    rispondere: Ancora non posso.
    Massimo sent perch non poteva.  Glielo lesse negli  occhi  parlanti.
    Troppo  era  ancora  vivo  in quell'anima il rimorso della ingiustizia
    crudele.
    Sei tu diss'egli,  nella sua sete di oblio  del  Passato  dentro  il
    dolce Presente, che devi perdonare a me.
    Voleva spiegare le parole strane, dire quanto gli rimordesse di averla
    giudicata  indegna.  Ma  il Passato riboll cos forte nelle due anime
    che n Lelia n Massimo seppero aprir  bocca,  l'una  per  protestare,
    l'altro  per  spiegarsi.   Camminarono  in  silenzio,   senza  neppure
    guardarsi, fino agli aperti pascoli di San Rocco,  fino al primo rombo
    del fiume profondo.
    Ecco disse Massimo.
    Lelia  chiuse  gli occhi perch il paese troppo diverso le impediva di
    trovare nella voce profonda i ricordi del Posina.  Ora non  vedeva  il
    paese,  sentiva altezza e deserto nell'aria odorata dei pascoli magri,
    sassosi, viva dei suoni dispersi dei campani. Non le torn in mente la
    Montanina ma la costa selvaggia dei rododendri, dov'era stata vinta.
    Sfinita  dall'emozione  e  dalla  stanchezza,  impallid  subitamente,
    accenn  che  desiderava  riposare.  Ansioso,  quasi  atterrito,  egli
    l'adagi sull'erba, le prese, le accarezz le mani.  Scossa la persona
    da tremiti,  scomposta da moti convulsi anche il viso, piegando talora
    il capo come se mancasse, ella lo guardava, lo guardava. Lievi lumi di
    dolcezza e fiamme oscure le si alternavano  negli  occhi.  Il  giovine
    offerse di scendere al torrente per attingere un po' d'acqua nella sua
    tazza  di  metallo  e  faceva  gi l'atto di alzarsi,  quando essa gli
    afferr in silenzio ambedue le mani, lo trattenne quasi violenta.
    Presto si venne ricomponendo nella persona e nel  viso.  Si  ravvi  i
    capelli  e,  presa  una  mano  di  Massimo,  gli  mormor guardandone,
    studiandone il palmo:
    Come ha fatto a perdonarmi cos presto?
    Oh,  io! esclam egli.  La domanda concepita e frenata fin da quando
    ell'aveva  confessato di essere venuta sola,  gli proruppe dal labbro:
    Ma tu...?.
    Ella intese sen'altro. Gli disse che non era in grado di parlare, che,
    se voleva, avrebbe scritto. Soggiunse,  richiesta,  ch'era arrivata la
    sera  precedente  e  che aveva preso alloggio a San Mamette.  Una sola
    cosa Massimo ard domandarle  ancora:  se  suo  padre  sapesse.  Lelia
    rispose  che  solamente donna Fedele sapeva e che aveva saputo dopo la
    sua partenza.  Segu un silenzio turbato,  nel cuore di lui,  di varie
    incertezze,  nel  cuore  di  lei,  della  pena  di  sentirle  e di non
    sapergliele togliere l per l.  Massimo propose di ritornare a Dasio,
    dov'ella potrebbe riposare, ristorarsi. Ella si mosse come se la parte
    sua  non  fosse di acconsentire ma solamente di obbedire,  come s'ella
    fosse oramai cosa di lui.
    S'incamminarono lentamente,  ella appoggiata al  braccio  di  lui,  in
    silenzio.  Egli  cominciava  a preoccuparsi dei commenti che avrebbero
    fatto all'albergo. Era scritto oramai ch'egli desse a Lelia il proprio
    nome, il proprio onore, la vita;  ma quand'anche non fosse stato cos,
    avrebbe  fatto  il  possibile  perch  una  sola  parola  maligna  non
    sfiorasse la fanciulla che per un impulso di passione e di rimorso era
    venuta a gittarsi nelle sue braccia.  Gli parve  a  un  tratto  vedere
    negli  occhi  di lei una pena di quel suo silenzio pensoso.  Erano nel
    fitto del bosco.  Sciolse il braccio da quello  di  lei,  ne  cinse  e
    trasse a s la sottile persona, amorosamente. Ella sussurr, ansiosa:
    Ho fatto male?
    Massimo la strinse a s, forte.
    Sposa mia diss'egli.
    Ella gli pieg la tempia sulla spalla, dicendo:
    L'ho amato sempre; sempre sempre.
    Ecco,  all'uscita del bosco, le donne di cui poc'anzi avevano udito le
    voci. Salutarono,  guardando curiosamente la signorina.  Massimo sent
    che sarebbe stato un errore di fingere troppo, di usare troppe cautele
    perch  la  gente non sospettasse.  Dilungatesi quelle donne,  disse a
    Lelia che l'avrebbe presentata agli albergatori come sua fidanzata.
    S s, ma per Lei, non per me. Anche prima, era per Lei.
    Ella voleva dire che se la presenza di estranei la rendeva cauta nelle
    sue dimostrazioni di amore, era per la riputazione di lui,  non per la
    propria.  E non sapeva,  nella sua sete di umiliarsi, lasciare il Lei.
    Massimo  vi   si   dovette   rassegnare.   Gli   domand,   avida   di
    contraddizione, se non si pentirebbe, in seguito, di averla presentata
    cos.  Intanto arrivarono al valloncello che dal Pian di Nava discende
    verso la Terra Morta e il piccolo cimitero.  Scoprendo la chiesa e  le
    casette di Dasio,  annidate nel verde sotto le due colossali fronti di
    dolomia, l'una volta a mezzod, l'altra a ponente,  che si congiungono
    ad angolo nella fenditura del Passo Stretto,  piena di cielo, Lelia si
    arrest.
    Non ancora! diss'ella.  Si pent subito,  come di una disobbedienza,
    voleva  continuare  malgrado la ripugnanza per l'albergo,  malgrado il
    desiderio di prolungare l'ora dolce quanto fosse possibile. Massimo le
    concesse pochi minuti di sosta;  non pi di pochi minuti  perch  ella
    era  tanto  pallida!  Il cielo era tuttavia coperto,  nebbie pascevano
    sulle creste cineree.  Il verde uniforme,  non rotto d'ombre,  i  toni
    grigi  della  scena parevano un riguardoso tacere della natura intorno
    alle due anime, tanto piene l'una dell'altra. Lelia, seduta sull'erba,
    guard un momento il dolce silenzio di quella velata bellezza di cose.
    Ah! esclam.  Vivere qui! E  chiuse  gli  occhi,  rapita.  Massimo
    tacque.   Sarebbe  stato  un  sogno;   ma  sapeva  bene,   Lelia,  che
    significasse vivere a Dasio?  Gli parve savio tacere.  Il suo silenzio
    sorprese la fanciulla.  No? diss'ella.  Egli sorrise.  S rispose,
    ma converrebbe provare,  prima,  viverci  qualche  giorno.  Ella  lo
    guard. Lo sguardo diceva, desiderando: posso io vivere qualche giorno
    qui  presso  a  te,  ora?  Conscio  di  essere  stato  imprudente egli
    approfitt di una minuta gocciolina cadutagli sulla mano per  invitare
    la fanciulla a rimettersi in via.
    Il  sussurro  della  pioggerellina  fine  accompagn i loro passi.  La
    visione di sogno evocata da Lelia,  una convivenza a Dasio,  li  aveva
    richiamati  alla  realt.  Tacevano,  ignorando  penosamente  l'uno il
    pensiero dell'altro,  non gi  riguardo  a  un  avvenire  lontano,  ma
    proprio  al  pi  vicino.  Ella era venuta di slancio,  per amore.  La
    liberazione dal peso  mortale  dell'atmosfera  infetta,  ora  gravante
    sulla  Montanina  era  stata  pure  una gioia.  All'indomani non aveva
    pensato.
    S,  Massimo aveva detto "per sempre",  aveva detto  "sposa  mia";  ma
    intanto? Non si sarebbe preoccupata dell'indomani se non avesse capito
    che   se  ne  preoccupava  egli.   Avrebbe  preso  alloggio  a  Dasio,
    senz'altro.  Non le importavano i discorsi della gente,  le  importava
    non  fare,  non dire cosa che a lui paresse sbagliata,  non commettere
    una sola mancanza  di  tatto.  Lo  guardava,  ne  spiava  il  pensiero
    ansiosamente.  Egli  taceva,  lottava coll'ebbrezza della felicit per
    imporsi di esser uomo e  non  fanciullo,  di  governare  con  senno  e
    fortezza  tanto  s  quanto la donna destinata a diventare sua moglie.
    Ora prevaleva la febbre di gioia ed egli guardava Lelia, l'incredibile
    realt,  cos da farla sorridere;  ora prevaleva il proposito virile e
    gli oscurava la fronte.
    E donna Fedele? esclam a un tratto. Cosa avr detto donna Fedele?
    Lelia  lo immaginava.  C' al mondo una sola creatura capace di pazzie
    simili: ecco quello che probabilmente aveva pensato donna Fedele.  Non
    volle  dirlo,   si  chin  a  leggere  una  lapide  commemorativa  nel
    muricciuolo che fronteggia il sentiero.

    LORIO GIUSEPPINA
    QUI ESTINTA PER ASSASSINIO

    Trasal,  indovinando una tragedia di passione,  un cuore ardente come
    il suo, freddato col ferro o col piombo.
    Assassinata  no  diss'ella,  ma per me il morire adesso,  di colpo,
    sarebbe una gioia.
    Egli non parl ma gli  occhi  e  l'ansar  del  petto  dissero  il  suo
    rimprovero doloroso.
    No no mormor Lelia. Voglio vivere vivere vivere!
    Entrarono  nel villaggio.  Dentro il villaggio ella divent,  per lui,
    pi cauta di lui,  non si volt a  guardarlo  fin  quasi  alla  soglia
    dell'albergo,  dove, non potendone pi, gli gitt un lampo degli occhi
    desiderosi.  Massimo,  che alloggiava nella parte vecchia della  casa,
    preg  l'albergatrice  di  accompagnare  la signorina,  che si sarebbe
    fermata almeno per alcune  ore,  in  una  camera  dell'ala  nuova,  di
    prendere i suoi ordini per la colazione da portarle in camera. Non gli
    parve  opportuno,  in quel momento,  dirne il nome,  n altro.  Mentre
    parlava entr il fattorino dell'ufficio telegrafico di San Mamette con
    un dispaccio per lui.  Lo aperse.  Era il telegramma di  donna  Fedele
    colle  parole:  "Sia  cristiano  e  gentiluomo".  Lo intasc senza dir
    niente e prese congedo da Lelia  allegando  certe  visite  da  fare  a
    Puria. Prima di partire sal nella propria camera per scrivere a donna
    Fedele  due  parole che il fattorino stesso avrebbe recate alla Posta.
    Scrisse:

    "Cara mamma Fedele.
    "Lelia  qui.  Forse non meritavo ch'Ella mi ricordasse il  dovere  di
    condurmi da gentiluomo. Voglia, La prego, domandare al signor da Camin
    la mano di sua figlia per me.
    Suo
    MASSIMO."

    Consegn   la   lettera   al  fattorino  e  corse  a  Puria.   Intanto
    l'albergatrice  curiosa  fece  a  Lelia  grandi   elogi   di   Massimo
    coll'intenzione  di  preparare  il  terreno  a esplorazioni ulteriori.
    Parl della sua bont e anche  dell'abilit,  della  propria  speranza
    ch'egli venisse nominato medico condotto della Valle.
    Lei  forse una parente? diss'ella.
    Invece di rispondere, Lelia chiese il necessario per scrivere.


    4.

    Massimo  fu  di ritorno da Puria quasi due ore pi tardi.  Nell'andare
    aveva fatto la strada di corsa.  Nel ritorno era venuto  lentamente  e
    tuttavia  non  aveva  pensato  a contemplare la punta di dolomia.  Gli
    pareva di smarrire il cervello, tanto era, nel suo interno, il tumulto
    dei pensieri e dei sentimenti.  Aveva domandato la mano di  una  ricca
    ereditiera  senza pensare alla sua ricchezza.  Lo si poteva sospettare
    di avere attirata Lelia in Valsolda per imporsi  quindi  a  suo  padre
    come  marito.  N'era  inorridito a segno da chiedersi se piuttosto che
    soggiacere a un tale sospetto non fosse da  sacrificare  la  felicit.
    Ora si proponeva di parlarne a Lelia, ora lo atterriva l'idea che, nel
    suo  ardore  di  passione  ella  non  lo  comprendesse,   gli  facesse
    rimprovero di amar poco,  di non saper affrontare anche  il  disprezzo
    del mondo come lo aveva affrontato ella stessa.  E si torceva le mani,
    straziato da questo terrore, per dirsi poi ch'era un terrore vano, che
    quel sospetto orribile non verrebbe a nessuno, che, se venisse,  Lelia
    saprebbe  dissiparlo.  Arriv  all'albergo  tutto  molle  di  sudore e
    tuttavia pallido come un cadavere.  Udito che Lelia non  era  discesa,
    sal  nella  propria  camera.  Si  venne  tosto  ad  avvertirlo che la
    signorina era in  giardino  e  aveva  domandato  di  lui.  Palpit  di
    rinnovata emozione,  dimentic i pensieri torbidi e raggiunse Lelia in
    fondo al giardino,  presso  l'abete  e  il  bacino  dove  mormora  uno
    zampillo. Il giardino  una lista rettangolare di terreno piano, lunga
    e  stretta,  fronteggiata  a  tramontana,  in  parte,  dall'ala  nuova
    dell'albergo, sorretta a mezzogiorno dal muraglione del sagrato.  Dove
    l'ala nuova finisce,  la lista si allarga in un orticello, si scoprono
    casucce del villaggio cui si abbrancano festoni di viti,  e  sopra  le
    casucce,  piuttosto materna che minacciosa,  una rupe colossale. L in
    fondo  l'abete,   il bacino collo zampillo.  Il  sagrato,  poco  pi
    basso del giardino che lo domina,  porta su la chiesa a levargli parte
    della veduta di mezzogiorno,  fra la valle digradante a ponente  verso
    il  lago  di cui riluce uno specchio verde,  e le pendici,  a levante,
    dove i castagneti di Drano e i pascoli dei Ranc salgono  ripidi  alle
    tragiche  balze  che  fanno  angolo,  al  Passo  Stretto,  con  quelle
    imminenti a Dasio.  Fra il viale mediano e il parapetto di mezzogiorno
    sono  alcuni  alberi.  Quel  giorno  erano  state  tirate corde un po'
    dappertutto,  per il bucato dell'albergo.  Fortunatamente  la  pioggia
    aveva  posto  il  bucato  in  fuga  e  si  era  accontentata di questa
    vittoria; per cui Lelia pot sedere all'aperto,  sul parapetto,  senza
    patire la compagnia di calze, fazzoletti e camicie.
    Veduto  Massimo,  si  alz,  tenendo una lettera.  Gli disse che aveva
    fatto colazione in camera e che poi aveva scritto. Egli porse la mano,
    pensando che la lettera fosse per lui,  dicesse ci  che  Lelia  aveva
    confessato  di  non  sapere  spiegare  a  voce,  il mutamento avvenuto
    nell'animo di lei,  il perch e il  come  della  sua  risoluzione.  Ma
    Lelia,  prima  di dargli la lettera,  gliene fece leggere l'indirizzo:
    "Signor Gerolamo da Camin. Velo d'Astico (Vicenza)". Massimo ritir la
    mano.
    No no diss'ella.  Deve leggere.  Solo La prego di  non  leggere  in
    presenza mia. Lei non ha fatto colazione? Legga e faccia colazione. Io
    vado a riposare un poco.
    Massimo accompagn la fanciulla all'entrata dell'ala nuova. Ella parve
    leggergli nel pensiero,  notare in lui qualche ritegno.  Al momento di
    lasciarlo per salire in camera lo guard. I begli occhi desiderosi, un
    po' attoniti, parvero ingrandire, le labbra, sussurrarono:
    Mi ama?
    Ora e sempre diss'egli.
    Gli  occhi  grandi  durarono  a  interrogarlo,  parvero  contenti,  si
    velarono  di  una  blanda  luce  di  dolcezza.  La  ragazza  che stava
    sciorinando daccapo calze,  fazzoletti e  camicie  sulle  corde  tese,
    quando  vide  la faccia di Massimo che ritornava solo verso il salotto
    dell'albergo, sorrise.
    Egli and a chiudersi in camera e lesse:

    "A mio padre,
    "Ci che ho fatto e che intendo fare ti parr molto  strano.  Tuttavia
    confido  nella  tua  piena  approvazione.  Ti domando fin d'ora quella
    libert alla quale fra pochi mesi avr  diritto.  Come  ne  user  non
    posso  dirti  ancora;  ma  questo  ti posso dire e ti dico subito: che
    delle mie rendite ti domander lo stretto necessario per  vivere  qui,
    sola, modestamente. Del resto non mi dovrai dare nessun conto. Per ora
    non mi occorre nulla. A suo tempo riscriver. Saluti.
    LELIA."
    "P.S.  Se,  date certe circostanze, fosse necessario che io ritornassi
    per qualche giorno,  accetterei l'ospitalit,  opportuna in quel caso,
    della Vayla di Brea."

    Un  flutto  di  gioia  e  di amore gli gonfi il petto.  Mise un lungo
    respiro di sollievo, di beatitudine. Nulla nulla, pens, deve avere da
    suo padre! Come la sentiva sua ora,  senza la ricchezza!  Quanto avido
    era  di  stringersela  sul cuore!  Ma ella doveva riscrivere subito la
    lettera, dire che non avrebbe domandato n accettato un centesimo. Gli
    era impossibile di tardare a dirle  la  sua  gioia  e  questa  precisa
    volont.  Precipit  dalle  scale per correre da lei.  Prima ancora di
    arrivare al fondo,  riflett.  Sarebbe stato  sconveniente  di  salire
    nella sua camera. And ad aspettarla in giardino. Aveva ricominciato a
    piovigginare.  Non se ne cur,  si pose a sedere sul parapetto dov'era
    stata  seduta  Lelia.   A  un  tratto  gli  balen  che  Lelia  avesse
    espressamente taciuto,  nella sua lettera,  di lui.  Nemmanco vi aveva
    apposta la data, mentr'egli invece, con quell'incarico a donna Fedele,
    scopriva ogni cosa.  Sarebbe forse necessario mandare un telegramma  a
    donna  Fedele,  sospendere.  O  non era meglio,  piuttosto,  che Lelia
    dicesse chiaro a suo padre come stessero le cose?
    Ella non scendeva e Massimo, impaziente,  si pose a camminare su e gi
    per  il  giardino  facendo ancora sorridere la ragazza che raccoglieva
    daccapo le sue biancherie.  Lelia comparve a una  finestra,  lo  vide,
    disparve   subito.   Massimo   non   pot  trattenersi  dall'andare  a
    incontrarla sulle scale.  Sapeva che  in  quell'ala  dell'albergo  non
    c'era  anima  viva,  certa  famiglia  milanese  arrivata  da un giorno
    essendo fuori, sulla montagna, dall'alba.
    Sono felice! diss'egli.
    Ella gli cadde sul  petto,  gl'intrecci  le  mani  dietro  il  collo,
    mormor:
    Andava bene?

    Uscirono e si avviarono al riparo dell'abete,  egli parlando sottovoce
    ma impetuoso, ella tacendo,  bevendo le parole ardenti,  beata.  Disse
    finalmente  che non avrebbe voluto essergli di peso ma ch'era contenta
    di accettare la volont di lui,  che avrebbe scritto un'altra  lettera
    come desiderava egli,  dichiarando di rinunciare del tutto a qualunque
    assegno.  Udito poi dell'incarico dato da Massimo a donna  Fedele,  lo
    avvert della partenza di lei per Torino,  imminente. Solamente allora
    Massimo apprese parte della verit dolorosa.  Che  un  ritardo,  anche
    brevissimo,   dell'operazione  potesse  riuscire  fatale  all'inferma,
    neppure Lelia sapeva.
    Sorpreso, afflitto, egli si dolse di non aver appreso la cosa in tempo
    per offrirsi di accompagnare donna Fedele a Torino.  Lelia lo  guard.
    Temette  di  esprimere il suo pensiero con parole che avrebbero offeso
    il pudore dell'egoismo, ma gli occhi dissero chiaro: non pensi che non
    saremmo qui insieme? Egli cap, sorrise, rinneg, pure cogli occhi, il
    rincrescimento generoso.  Consci di un comune moto dell'animo  che  li
    abbassava,  non  osarono  riprendere quel discorso.  Ora occorreva che
    Lelia scrivesse presto la  nuova  lettera,  che  non  dimenticasse  di
    aggiungervi la data, e anche una parola d'invito a rispondere.
    Mentr'essa,  risalita  in  camera,  scriveva  Massimo pigliava qualche
    cibo,  ecco di  ritorno  i  milanesi,  scalmanati,  stanchi,  bagnati,
    carichi di fiori della montagna,  di ciclamini,  di aconiti, di felci,
    di funghi, di fragole, di formaggi di capra e di bottiglie vuote.  Non
    c'era  pi  a sperare silenzio n quiete,  n libert di colloquii nel
    giardino.  Quando Lelia discese colla lettera,  Massimo le propose  di
    partire.  Ella,  che  mostrava gi fastidio dei disturbatori,  accett
    subito. Prima di mettersi il cappello chiese spensieratamente:
    Ritorniamo, vero?
    Massimo la guard.  Ella lo vide accendersi nel viso e  arross  pure.
    No,  non  aveva  pensato  di  restare a Dasio.  Credeva che Massimo le
    avesse proposto  un  breve  passeggio  per  sottrarsi  alla  compagnia
    turbolenta  e  scendere  pi tardi.  Massimo guard l'orologio.  Erano
    quasi le tre.
    Prendiamo quattr'ore diss'egli per scendere.
    Lelia contenta, lo ringrazi cogli occhi.
    Partirono nel sole e nel vento.  Si era levata una  "breva"  gagliarda
    che aveva cambiato faccia al cielo e alla terra.  Il sereno rompeva da
    ogni parte.  I pascoli dei Ranc,  i castagneti di  Drano,  le  ignude
    creste taglienti risplendevano,  il fogliame umido batteva e luccicava
    intorno ai due che,  lasciata la via  di  Puria  l  dove  la  ragazza
    dell'albergo  era  discesa a parlare con Lelia,  si erano messi per lo
    stretto sentiero affogato nel verde, che,  di ripiano in ripiano,  per
    sassi e acquitrini,  per campicelli e ripide coste erbose,  salta e si
    perde nel morbido grembo del vallone,  dove  cantano  e  girano  verso
    mezzod  le  acque  discese  dal Passo Stretto.  Ricompare girando con
    esse,  sale al ponticello di sasso che le cavalca,  gittato dal  basso
    all'alto dove i macigni le stringono irritate. Rude com', avvinghiato
    da  rovi  e  sterpi  dell'una e dell'altra sponda,  il ponticello pare
    opera della natura piuttosto che  dell'uomo.  Prima  di  giungervi  il
    viottolo rade un cavo di roccia sufficiente a capire due o tre persone
    che vi riparino dalla pioggia.  Il cavo  volto a settentrione, guarda
    la costa di Dasio,  il vallone  del  Passo  Stretto,  il  sovreminente
    anfiteatro di rocce. Massimo e Lelia vi si adagiarono a riposare.
    La  punta  di  dolomia?  diss'ella.  Qual  ?  Massimo  la  guard
    stupefatto.  Che sapeva lei della punta di dolomia?  Ella  abbass  il
    capo  e  tacque.  Egli  le  prese una mano fra le proprie,  rinnov la
    domanda, pi stringente, pi ansiosa. Che ne sapeva lei?
    Vorrei  rispondere  colla  musica  di  Schumann  diss'ella,   piano,
    senz'alzare il capo, e mettervi tutta l'anima mia.
    Massimo  comprese che donna Fedele aveva parlato e strinse in silenzio
    la docile mano prigioniera.  Palpitavano entrambi  ascoltandosi  nella
    memoria  l'incalzante ansito e lo slancio delle note divine.  Il rombo
    eguale del torrente era un accompagnamento sconsolato,  era il  tristo
    ululo di un idiota che sentisse torbidamente, invidiando, l'amore e la
    musica.
    Or  sappi...  mormor  Lelia,  alzando  il  viso  rigato  di lagrime
    d'amore. Massimo non conosceva quei versi.
    "Or  sappi"?   diss'egli.   Niente   rispose   Lelia   continuando
    involontariamente  il  "tu" dei versi: mostrami la punta di dolomia.
    Egli le mostr,  sulla cresta della montagna  in  faccia,  il  piccolo
    dente  inclinato  a  mordere  il  cielo  poco sotto la sommit,  verso
    levante.  Lo pensavo diss'ella,  ma l'effetto  diverso  quando  la
    rupe  si  vede  spiccar  nel  cielo dentro un piccolo campo,  come dal
    salone della Montanina.
    Ve  l'hai  cercata?  chiese  Massimo  per  la  dolcezza  dell'attesa
    risposta.  Ma  poi  non  l'attese,  si pun della sua gola indiscreta,
    domand come donna Fedele avesse riferite le sue  parole  sulla  rupe,
    Lelia chin ancora il viso.
    Ho letto tutto diss'ella.
    Tutte le mie lettere?
    S, credo tutte.
    Ella sapeva, dunque, il giudizio acerbo ch'egli aveva fatto di lei. Il
    giovine ammutol, prima. Quindi le domand:
    E sei venuta?
    Se non avessi letto, non sarei venuta.
    Massimo teneva ancora la piccola dolce mano.  L'accarezz, l'accarezz
    in silenzio, quasi a detergere dalla dolce mano un'offesa.
    Ho letto l'ultima disse Lelia  fra  i  rododendri  della  Priafor.
    Allora ho deciso e ho fatto i miei piani.
    Sorrise,  pensando  alla  siora  Bettina.  Massimo  dur poca fatica a
    strapparle il racconto della fuga.  Ella raccont,  un po' ridendo  un
    po' fremendo,  i maneggi dei preti di Velo e della Fantuzzo,  confess
    le proprie ipocrisie,  fece ridere anche Massimo colla descrizione del
    viaggio da Arsiero a Vicenza. Non nomin mai suo padre. Raccont anche
    gl'incontri  fatti in ferrovia,  la indiscrezione della canzonettista,
    la galanteria del viaggiatore di commercio, ridendo e fremendo ancora,
    come una piccola fiera che mostrasse i denti.  Massimo fece  scorrere,
    desiderando   vederlo,   l'anello  della  mano  prigioniera,   che  la
    canzonettista aveva levato. Lelia curv il dito,  resistendo,  ed egli
    lo lasci.  Ella si pent, lo preg di prenderlo. Perch egli esitava,
    se lo lev,  glielo porse,  triste in viso e grave Il giovine vi lesse
    "A  Leila".  Impallid.  Ricordava  che il suo povero amico Andrea gli
    aveva raccontato della disputa colla fidanzata per  il  nome  "Leila",
    del dono.  Le ripose l'anello in dito,  tacendo, e, tacendo, le lasci
    libera la mano.
    Io ero cattiva disse Lelia, sottovoce, ed egli era tanto buono.
    Nel silenzio che segu, l'eguale rombo del torrente non era pi l'urlo
    di un idiota,  era un compianto sul  morto  bel  giovinetto  dal  cuor
    gentile.
    Massimo riprese la mano della fanciulla.
    Suo  padre  ha desiderato diss'egli,  poco prima di morire,  che io
    prendessi il suo posto.  Questo desiderio lo deve aver messo egli  nel
    cuore di suo padre.  Non lo dimenticheremo mai,  cara;  vero?  Mai mai
    fino alla morte. Vuoi che ti chiami Leila, in memoria di lui?
    S s diss'ella  commossa.  Entrambi,  uno  dopo  l'altro  baciarono
    l'anellino.
    Mi parlava tanto di Lei,  sa disse Lelia,  ritornando al "Lei". Egli
    non rispose. Si alzarono insieme, per una tacita intesa,  passarono il
    ponte, seguirono il sentiero che sale alquanto, serpeggiando, e ora si
    snoda per la sinuosa costa tutta sonora del torrente profondo,  ora si
    addentra in valloncelli ombrosi,  corsi da rivoletti.  Lelia ruppe  il
    silenzio   per  la  prima.   Attraversarono  l'alto  prato  dov'  una
    cappellina, dove monti e valli e lago, tutto appare scoperto:
    Temo di essere troppo cattiva e troppo strana, per Lei.
    Massimo sorrise.
    Lelia lo  stata, forse diss'egli. Leila non lo .
    Ella gli prese, camminando a paro con lui, la mano, disse sottovoce:
    S,  sar sempre Leila,  oramai,  sempre Leila.  Come vuole che  sia,
    Leila?
    Voglio  che  sia  buona  pi  di  me egli rispose e che la sola sua
    stranezza sia di voler bene a un povero medicuzzo  che  le  offre  una
    vita grama.
    Lelia gli si attacc al braccio, appassionatamente, lo rimprover.
    Lei dovrebbe lasciarle dire ad altri, queste cose volgari!
    Appena proferite le parole audaci, ne arross, chiese perdono.
    Staremo qui, vero?
    Massimo le spieg che non poteva esserne ancora sicuro.  Era venuto in
    Valsolda coll'idea di concorrere alla condotta e l'aveva smessa perch
    il concorso pareva dovesse riuscire una  formalit,  il  nuovo  medico
    essendo  gi  designato.  Ma ora questi si era ritirato dal concorso e
    cominciava qualche favore per lui, Massimo. Aveva quindi intenzione di
    presentarsi.  Se non venisse eletto,  non potrebbe  rimanere.  Sarebbe
    necessario cercare un'altra condotta.
    Domani diss'egli vado a visitare i sindaci.
    Domani? esclam Lelia, quasi atterrita. E non La vedr, domani?
    Forse  mi  vedr,  forse non mi vedr.  Ma Leila deve comprendere che
    insieme come oggi non potremo stare fino che non vengano  risposte  da
    Velo d'Astico.
    La  fanciulla  si  rattrist,  mormor che temeva di non essere ancora
    tanto Leila. Massimo non intese, la preg di ripetere.
    Forse non comprendo bene diss'ella. Obbedisco,  per.  Faccio tutto
    quello che Lei vuole.
    Avrebbe  voluto  prendere tutti i sentieri che salivano,  non arrivare
    mai a San  Mamette.  Uscendo,  presso  il  lavatoio  di  Drano,  sulla
    stradicciuola  selciata  che  conduce  agli  alti  pascoli  dei Ranc,
    vedendola entrare,  a pochi passi,  nel  bosco,  desider  esplorarla.
    Tutto,  nel bosco,  le era pretesto a indugiarsi: un macigno dei tanti
    enormi che emergevano nell'ombra, un gruppo di sottili acacie smarrite
    fra i castagni e i noci,  un  vecchio  castagno  mostruoso,  patriarca
    della  selva,  un cilestrino,  tra fronda e fronda,  del lago lontano,
    pieno di sole;  finalmente,  dove la stradicciuola  monta  all'aperto,
    ignude  e  grandi davanti a lei,  le pareti di roccia sopra Dasio,  la
    piccola punta di dolomia,  obliqua  nel  cielo.  Visibilmente  stanca,
    avrebbe voluto salire ancora. Massimo non lo permise.
    Leila obbedisce diss'ella.
    A  salire  verso  il  monte  era pronta sempre;  nella discesa avrebbe
    voluto riposare a ogni passo.  Finirono con riderne,  l'una e l'altro.
    Sotto  Drano  ella  si  ferm  ad  ascoltare  una piccola voce d'acqua
    invisibile sotto i suoi piedi.
    Vorrei sapere se ride o se piange diss'ella.  Lei pensa che ride di
    me.  Io  penso  invece  che piange per me,  perch presto saremo a San
    Mamette.
    Domand se andando a  San  Mamette  sarebbero  passati  dalla  cascata
    veduta la mattina.  Udito che no, guard Massimo ridendo e arrossendo,
    senza dir parola.  Era una breve deviazione  e  Massimo  l'accontent.
    Raggiunto alla chiesa di Loggio il viottolo di Puria, lo seguirono nel
    vallone della cascata.
    L  nella  gola ombrosa,  stretta fra due fauci boscose e chiusa,  nel
    fondo,  da una parete di roccia,  seduti sull'erba di un picciol dorso
    in faccia all'obliquo nastro di argento che riga la parete,  passarono
    l'ultima ora dolce del d memorabile.  Si comunicavano  amore  per  le
    mani congiunte, in silenzio, senza guardarsi.
    E' musica di Schubert,  tutto questo disse finalmente Massimo. "Der
    Mller und der Bach". Un'estate d'amore qui, soli, sempre soli!
    Lelia lo guard senza parlare,  disse cogli occhi l'inesprimibile,  s
    che  Massimo  n'ebbe  una  vertigine.  I  loro sguardi si disgiunsero,
    andarono a incontrarsi nella cascata rumoreggiante.
    Mi viene un'idea  disse  Lelia.  Vorrei  cercare  uno  specchio  in
    quest'acqua per rimettermi in ordine i capelli.
    Discesero  presso  la corrente,  cercarono un posto dove si allargasse
    placida, trovarono uno specchio languido. Avevano gi veduto dal ponte
    specchiarsi  l  la  cascata.  Lelia  preg  Massimo,  sorridendo,  di
    allontanarsi.  Egli  resistette un poco,  quindi obbed,  fece qualche
    passo sulla strada di Puria.  Non and molto che un argentino riso  di
    lei lo richiam.  Seduta sulla riva, ella si era interamente sciolti i
    magnifici capelli biondi dove il sole e l'ombra  scherzavano  insieme.
    Aveva perduto il picciol nastro che li legava, non sapeva come levarsi
    d'impaccio, rideva della propria sbadataggine e del proprio imbarazzo.
    Teneva  in  grembo  due  pettini di tartaruga e cercava attorcersi con
    ambo le mani sulla nuca un'onda pesante della capellatura.  Pareva pi
    bella cos pareva la naiade della cascata.  Perch Massimo la guardava
    estasiato, rise,  lo preg di guardare altrove.  Non le era possibile,
    sentendosi  guardata da lui,  venire a capo di niente.  Ma neppur egli
    poteva pi toglier lo sguardo dai due fiumi  biondi  che  velavano  la
    fronte  sopra gli occhi lucenti di riso e di amore,  che le scendevano
    per le spalle al seno.  S,  pareva veramente la naiade della cascata,
    la regina bionda del picciol regno di rupi, di acque, di selve.
    Resti cos diss'egli, dimenticando il "tu", nella sua ammirazione.
    S  rispose la fanciulla,  e poi,  cosa diranno di Lei se La vedono
    con una scapigliata di questo genere?
    Prese il partito di farsi due trecce e  lasciarle  cadere  sul  dorso.
    Fatte le trecce, balz leggera in piedi.
    Va  bene?  diss'ella  volgendo  a  Massimo  gli occhi ridenti.  Egli
    rispose:
    E' una poesia.
    Questa Valsolda s,  poesia mormor Lelia.
    Lei non far mica solamente il medico, qui?
    Cosa ci dovrei fare, cara?
    Ella non ne aveva un'idea. Le pareva che non fosse uomo da rassegnarsi
    a non fare altro che visite a contadini, ecco.
    Non ho pi fede diss'egli.  Intendeva dire che non aveva pi la fede
    in  se  stesso.  Lelia,  ricordando le sue lettere,  interpret quelle
    parole diversamente.
    Neppur io,  sa diss'ella.  E sono tanto contenta ch'Ella non  abbia
    pi la fede dei preti di Velo!
    Oh  cara  interruppe  Massimo,  e il povero signor Marcello e donna
    Fedele e mia madre, che fede avevano?  Io la perdo,  l'ho perduta,  ma
    vorrei che Leila non la perdesse.  Per non parlavo di fede religiosa,
    parlavo della fede in me stesso.
    Ma io ne ho tanta, in Lei!
    Massimo sorrise.  E questo "Lei" non lo  voleva  proprio  abbandonare?
    Ella  confess che le piaceva tanto dire "Lei" e fare...  Si guard in
    giro, non vide anima viva, gli porse le labbra, mormor:
    Cos.

    Era tempo di mettersi definitivamente  in  cammino  per  San  Mamette.
    Discesero passo passo,  parlando poco,  serbando un contegno prudente.
    Giunti alla chiesa parrocchiale che si  cova,  sotto  uno  scoglio,  i
    tetti  del  paesello,  entrarono nel sagrato.  Massimo aveva deciso di
    congedarsi l per risalire poi  fino  a  Muzzaglio,  rivedere  il  suo
    convalescente.  Appoggiati  al  parapetto  del sagrato,  vi presero le
    ultime intelligenze per l'indomani.  Massimo non sarebbe venuto a  San
    Mamette  n  l'avrebbe  incontrata  altrove.  Le  avrebbe invece fatto
    pervenire una lettera verso sera, dopo parlato coi sindaci.
    Lunga, La prego! diss'ella.  Promise che ne avrebbe scritto una essa
    pure,  per  consegnarla  al  messaggero  di  lui.  Si  lev dal seno i
    ciclamini colti dal ragazzo,  vi pos le labbra,  li porse a  Massimo.
    Saliva  gente  dalla  gradinata  che congiunge la chiesa al villaggio.
    Massimo colse il bacio dai fiori e disparve sulla salita.


    5.

    Lelia usc dell'albergo dopo le nove, sal al sagrato,  cerc il posto
    dove  Massimo  si  era  congedato  da  lei.  Le parve trovarvi qualche
    sollievo al desiderio intenso.  Rientrata  nell'albergo,  stette  alla
    finestra  sin verso la mezzanotte,  guardando i fantastici balzi,  per
    l'aria nebbiosa,  del fascio elettrico d'acque in acque,  di sponda in
    sponda, i fari splendenti sul Bisgnago, di fronte al cielo.
    Sogno sogno, tutto era sogno, tutto era notte e fiamme, dentro e fuori
    di lei.














    Capitolo Decimosettimo

    LA DAMA BIANCA DELLE ROSE.


    1.

    Lelia  scese  dal  letto  prima  dell'alba,  sedette al tavolino senza
    vestirsi e scrisse:

    "La notte  ancora profonda,  sono tanto stanca e tuttavia  non  mi  
    stato  possibile  di rimanere a letto.  Avevo l'impressione ch'Ella si
    allontanasse da me.  Bisogna che stia con Lei,  che Le  parli.  Povera
    Lelia,  ha  l'anima  piena di Lei e non trova una uscita alla pienezza
    del sentimento.  Iersera fra le nove e le dieci,  sono  ritornata  sul
    sagrato  della  chiesa  proprio  al  posto  dove  ci  siamo  lasciati.
    Piovigginava e non ho sentito la pioggia,  non  sentivo  che  Lei.  Ho
    rifatto,  pensando,  tutte  le  strade  fatte  con Lei nella giornata,
    specialmente quella del bosco,  dopo il  primo  incontro.  E'  l  che
    vorrei  salire anche adesso,  se potessi.  Credo che troverei il posto
    preciso,  l'albero presso il quale passavamo.  Ne ho colto una  foglia
    poi,  ripassando.  Ella non se n' accorta.  La copro di baci,  quella
    foglia.  Ah,  sono ancora Lelia,  Lelia,  Lelia!  Ma  sar  Leila,  lo
    prometto.
    "Voglia  bene  anche  a Lelia.  Scrivo quello che mai non sapr dirle.
    Ella mi disprezza, forse, nel fondo del Suo cuore,  perch sono venuta
    da  Lei come una ragazza folle.  Mi disprezzer pi ancora sapendo che
    non sono venuta per chieder niente,  poich non mi sento il diritto di
    chieder niente,  che quanto Ella far per me, per il mio onore, per il
    mio amore,  per la mia vita,  sar generoso dono.  Ma non creda che il
    mio  sia  stato  un fuoco improvviso,  uno slancio del momento.  La ho
    amata  prima  ancora  di  conoscerla,   prima  ch'Ella  venisse   alla
    Montanina.  Ho ascoltato palpitando, la sera del suo arrivo, il rumore
    del treno che La portava.  E mi sono difesa contro l'amore.  Perch mi
    sono difesa?  Per orgoglio. Ma io sto scusandomi, adesso, e non voglio
    scusarmi.  Quanto pi amavo,  tanto pi sono stata  cattiva,  superba,
    colpevole verso di Lei.  Questa  la verit.  Tutto il male ch'Ella ha
    pensato di me, lo meritavo. Sono venuta per dirle questo e che l'amo e
    che sono nelle Sue mani.  Non Le ho poi detto altro che il mio  amore.
    Ah non ho avuto bisogno di dirlo!
    "Credevo  che  mi  avrebbe  respinta,  come indegna.  Avrei detto: 'E'
    giusto'.  Non mi sarei uccisa perch ho dato parola di non  uccidermi.
    Non  avrei  preso  il  velo  perch non ho pi fede.  Avrei cercato di
    vivere in qualche modo vicino a Lei,  vedendola  qualche  volta  senza
    lasciarmi  vedere mai.  Ma Ella  stato buono e grande.  Ella ha avuto
    piet di una persona tanto cattiva e superba.  Le Sue labbra mi  hanno
    rimesso  il  mio  peccato.  Ella ha detto 'per sempre'.  Ella ha detto
    'sposa mia'.  Sar una eterna ebbrezza per me  di  ricordarlo.  Ma  io
    sento terrore della Sua piet. Io tremo di renderla infelice, io tremo
    di  non  saper  mantenere quello che prometto,  di non saper diventare
    Leila. Tremo del cattivo sangue ch' in me.  Se non avessi del cattivo
    sangue,  non  avrei  saputo  ingannare  mio padre,  la mia affezionata
    cameriera e quella povera donna che mi accompagn a Vicenza come li ho
    tutti ingannati recitando la  commedia,  con  perfetta  naturalezza  e
    senza rimorsi.
    "E pure!  E pure! E pure se immagino ch'Ella mi faccia Sua per sempre,
    penso che nessun credente adora e serve il  Suo  Dio  come  io  saprei
    adorare e servire Lei.  Scrissi che non ho pi fede. Sono una creatura
    di passione e non di ragionamento.  Non so farle un'analisi chiara dei
    miei sentimenti religiosi.  Sono stata attaccata quanto ho potuto alla
    religione del collegio,  bench non mi fosse simpatica,  perch  avevo
    paura  del vuoto.  Ella ricorder forse la mia antipatia per le novit
    religiose,  per le idee che mi parevano buone a distruggere  e  non  a
    edificare. Finch ho potuto sono stata per la religione dell'arciprete
    e del cappellano di Velo.  Anche quella del signor Marcello e di donna
    Fedele non mi  pareva  pura.  Parlavano  troppo  di  Vangelo  come  se
    avessero  il diritto d'interpretarlo essi,  il Vangelo,  mentre sapevo
    che i laici non hanno questo diritto.  Mi dicevo: o  tutto  o  niente.
    Finch ho potuto accettai tutto.  Poi,  quando conobbi pi da vicino e
    vidi  in  lega  persone  che  incarnano  il  Tutto,  l'arciprete,   il
    cappellano,  la sorella dell'arciprete,  mio padre,  un certo Molesin,
    amico di mio padre, non seppi resistere e mi dissi: meglio niente.
    "Ma il Niente non mi soddisfa e domando una fede a Lei, felice ch'Ella
    si sia  liberato  dalle  Sue  credenze  antiche,  dalle  Sue  idee  di
    rinnovamento  cattolico.  Le  domando  un Dio che io possa adorare nei
    boschi di Dasio,  nel burrone della cascata,  sulle onde del lago,  in
    una  camera  nuziale;  che  non m'imponga mediatori ufficiali;  che mi
    domandi solamente amore e mi proibisca  solamente  odio;  che  non  mi
    torturi  l'intelligenza  con  dogmi incomprensibili,  non mi annoi con
    pratiche tediose,  non pretenda allettarmi con paradisi n  atterrirmi
    con inferni.
    "Domani,  La vedr? Se la mia camera avesse una finestra sulla piazza,
    credo che ci starei tutto il d, sperando.  Ma la mia camera guarda il
    cortile. Faccio male se nel pomeriggio, alle tre, parto da San Mamette
    e  vado  a sedere nell'erba in faccia alla cascata?  Faccio male se mi
    trattengo un poco presso  una  cappelletta  mezzo  diroccata  dove  il
    sentiero comincia a discendere e si scopre a un tratto tutta la valle,
    anche  colle rupi di Dasio e la punta di dolomia?  Sarebbe male se Lei
    passasse di l andando a visitare i Suoi sindaci?
    "Forse Leila non dovrebbe scrivere queste cose.
    Povera Leila!"

    Ritornata a letto,  dorm profondamente,  fino a sole alto,  il  sonno
    della stanchezza e della giovinezza. Non ebbe pazienza di aspettare il
    messo di Alberti,  fece chiamare il ragazzo del giorno precedente e lo
    mand a Dasio colla lettera.
    Non usc pi di camera fino alle due.  Pass il  tempo  a  guardare  i
    monti,  il  lago,  le  nuvole,  le vicende della luce e dell'ombra,  a
    fantasticare, a scrivere. Scrisse a donna Fedele, dicendole la propria
    gioia di essere perdonata e amata, scusandosi ancora di essere partita
    senza  dirglielo,   informandola  della  lettera  scritta  al   padre,
    pregandola  di  farle  avere  notizie  della  sua  salute.  Diresse al
    Mauriziano di Torino,  temendo che la lettera non trovasse  pi  donna
    Fedele ad Arsiero.  Alle due usc per comperare dei francobolli. Sulla
    porta dell'albergo incontr il messo  che  le  recava  la  lettera  di
    Massimo. Se la pose in seno, and a prendere i francobolli beandosi di
    quel  contatto  misterioso,  desiderando  gustarlo  a  lungo  prima di
    leggere. Rientr dopo un quarto d'ora, si rec la lettera alle labbra,
    l'aperse con mani tremanti Massimo scriveva:

    "La giornata di ieri fu tale un  sogno,  Leila,  che  la  Sua  lettera
    d'oggi,  dolce  senza  fine,  mi ha dato piacere anche solo come prova
    della realt di quelle ore divine. E nella realt lo rividi,  iersera,
    andando  a  Muzzaglio,  il  bosco dove un attimo ci bast a cancellare
    tutte le amarezze, tutti dolori del passato. Non ne colsi foglia. Solo
    appoggiai la mano a un tronco tepido e mi arrestai perch la  dolcezza
    del ricordare mi soffocava.  In quell'attimo delizioso Ella era ancora
    Lelia per me.  Non  offenda  pi  con  accuse  la  memoria  di  Lelia.
    Offenderebbe  me.  Non  parli  di  bont  mia,  meno  ancora  parli di
    grandezza.  Non chiami piet il sentimento ch'Ella m'ispir  al  primo
    vederla,  che  nei suoi principii ho combattuto anch'io.  Non dica pi
    quella cosa orribile che non ha mai pensato,  che io possa disprezzare
    la  donna  capace  di un tale miracolo di amore e di umilt.  E io non
    dir,  alla  mia  volta,  le  colpe  mie,   il  giudizio  egoistico  e
    presuntuoso che ho fatto di Lei.  Io Le dir soltanto che il mio amore
    per Leila mi riempie mi commuove l'anima non pi  come  la  musica  di
    'Aveu',  ma  come una grande voce d'organo,  una grande musica solenne
    che faccia tremare e piangere e sognare cose eterne.
    "Cara, noi la cercheremo insieme,  una fede.  Ricordo le Sue antipatie
    per  i  miei  maestri  e  le  mie  idee.  Allora  credetti che fossero
    solamente uno sfogo indiretto della Sua antipatia  personale  per  me.
    Dubitavo  che  non  conoscesse  n i miei maestri n le mie idee.  Ora
    comprendo le ragioni del Suo sentimento. Quel dubbio per, mi perdoni,
    resta. Le idee che mi furono tanto care,  per le quali ho combattuto e
    sofferto,  mi  permetterebbero  di adorare Iddio nei boschi di Dasio e
    nel burrone della cascata,  in faccia alla punta di dolomia e  in  una
    camera   nuziale.   Mi   farebbero   accettare   senza  tortura  dogmi
    incomprensibili e osservare senza  tedio  pratiche  imposte.  Ella  ha
    veduto  nelle  mie  lettere  alla  Vayla il mio presente stato d'animo
    rispetto ad esse.  Se mi si sono sfasciate nella mente,    stato  con
    grande mio strazio. Solamente ieri, durante tutto il paradiso di ieri,
    non  ci  ho  pensato.  E  non  ci avrei pensato oggi e non ci penserei
    domani e chi sa per quanto tempo mi basterebbe di vivere e di amare in
    questa solitudine poetica, di avvolgere nello stesso tacito perdono di
    disprezzo tutti i  piccoli  uomini  e  le  piccole  donne  del  grande
    rumoroso  mondo che mi hanno dato fastidio,  se non fosse imminente un
    avvenimento cui non posso a meno di  accennare  senza  una  specie  di
    commozione  terribile  e  sacra.  Un  Morto   uscito dalla tomba e si
    avvicina a me, cerca me per domandarmi conto della mia fede. E' il mio
    maestro,  l'Uomo che ho pi amato al mondo,  l'Uomo  che  ha  creduto,
    adorato,  obbedito,  perdonato  a tutti e disprezzato nessuno.  Egli 
    uscito dalla sua tomba di Roma. Viene qua. Arriver posdomani sera. Me
    lo annuncia un telegramma pervenutomi stamattina.  Io dovr  andare  a
    incontrarlo.  Leila cara,  noi cercheremo insieme una fede,  ma quello
    che provo pensando un tale incontro,  n  la  parola  n  il  silenzio
    valgono a dire, perch non lo so definire a me stesso.
    "Non mi  possibile incontrarla com'Ella dice.  Alle due e mezzo debbo
    trovarmi a Cima per parlare col sindaco.  Ella parta a quell'ora e  si
    faccia  accompagnare  al  Santuario  della  Caravina.  Attraversato il
    villaggio di Cressogno, congedi la Sua guida. Non potr sbagliare pi.
    Il Santuario  una chiesa isolata. Se non mi avr incontrato prima, mi
    aspetti l.  Andremo poi insieme a Cima  dov'Ella  potr  prendere  il
    battello per ritornare a San Mamette. Io risalir a Dasio. Leila mia!
    M."

    Un fischio.  Il battello arrivava da Oria.  Lelia aveva dimenticato di
    caricare l'orologio.  Guard un orario che le avevano posto in camera.
    Dovevano  essere  quasi le due e mezzo.  Fece tosto cercare del solito
    ragazzo e si avvi rapidamente. In mezz'ora fu all'uscita di Cressogno
    verso la Caravina. Licenzi il ragazzo e procedette sola.
    Aveva portato seco la lettera  di  Massimo  e  la  rilesse  camminando
    lentamente per la stradicciuola gentile che va piana fra gli ulivi e i
    vigneti  della  costa  blanda,  scendente  al lago.  A cento passi dai
    cipressi che fronteggiano il Santuario,  alz gli  occhi,  s'illumin.
    Massimo  le  veniva  incontro.  Ella  fu appena in tempo di levarsi il
    guanto della mano che porse a quelle  avide  di  lui.  Gli  mostr  la
    lettera gli disse plano colle labbra, forte cogli occhi e con tutta la
    persona fremente:
    Grazie!
    Stettero  un  momento muti,  per la commozione e anche per altra cosa.
    Ciascuno dei due sentiva che l'altro pensava  la  stessa  ombra  dello
    stesso  cadavere.  Ciascuno  dei due sentiva che l'altro non sapeva se
    parlarne o no e come parlarne.  Il reciproco  imbarazzo  fece  che  si
    rimettessero presto in cammino. Si avviarono a paro, silenziosi, verso
    il  Santuario.  Poich  egli taceva,  Lelia sent che toccava a lei di
    parlare.
    Lei  triste disse piano.  Potrei fare qualche cosa perch  non  lo
    fosse?
    Cara  egli  rispose impetuosamente come se null'altro avesse atteso,
    per effondersi, che una parola qualsiasi di lei,  vi sono espressioni
    nella  mia  lettera che rispondono male al mio pensiero.  L'ho un poco
    sentito scrivendole e l'ho sentito molto pi quando la lettera era gi
    partita. Se avr il Suo amore, se avr l'anima Sua,  non potr sentire
    disprezzo  per  nessuno.  Non  potr che sentire piet per chi non pu
    dire suoi un amore cos,  un'anima cos.  Vi sar in  me  un  onda  di
    perdono e neppure una stilla di disprezzo.
    Ella  non  disse  parola,  lo  guard con occhi velati di dolcezza che
    tosto si accesero del solito fuoco scuro.  Allora non lo  guard  pi,
    non  potendo  reggere  alla  desiderata  vista.  Messo  il piede sulla
    stradicciuola che oltre il  Santuario  serpeggia,  ancora  piana,  per
    altri vigneti e altri ulivi della costa blanda,  chiese timidamente di
    questo Morto che veniva da Roma.  Ricordava che  alla  Montanina,  una
    sera,  appena  finito  di  pranzare,  ell'aveva chiesto a Massimo dove
    fosse sepolto Benedetto e che Massimo aveva risposto: "Per ora a Campo
    Verano".
    Massimo la inform di ogni cosa  ma  non  tocc  la  corda  che  aveva
    vibrato nella sua lettera.  Os toccarla, discretamente, Lelia. Ripet
    sottovoce la domanda:
    Posso fare qualche cosa perch Ella non sia pi triste?
    Poich Massimo non rispondeva, soggiunse:
    Vedo che lo ama ancora, il Suo Maestro.
    S rispose Massimo, lo amo ancora.
    Lo disse con un'agitazione che parve annunciare altre parole.  In quel
    momento una nube coperse rapidamente d'ombra vigneti,  ulivi, sentiero
    e, lungo le rive,  una larga lista verde-chiara del lago addormentato.
    Massimo si ferm.  Lelia credette che volesse parlare, attese ansiosa,
    guardandolo.  Egli voleva infatti parlare.  Lott per trovarne la  via
    fra  il  tumulto  dei pensieri e dei sentimenti che cozzavano insieme.
    Gli si vedevano quasi le parole salire dal cuore  e  ridiscendere.  Ne
    aveva  cos  chiara  coscienza che non dubit di venire inteso quando,
    passati due minuti, disse dolorosamente:
    Non posso.
    E  si  stacc  dall'ulivo  cui  si  era  appoggiato,  invit  Lelia  a
    proseguire,  anche perch verso Lugano il tempo era brutto,  Caprino e
    il Salvatore si velavano di un velo sospetto. Ella obbed,  mesta.  Le
    doleva  che  non  si  fosse  sfogato,  le doleva una propria impotenza
    confusamente appresa.  Massimo intese di  averla  fatta  soffrire,  le
    prese il braccio,  le accarezz la mano teneramente.  Ella port sulla
    propria sinistra anche  la  destra,  gelosa  di  quelle  carezze.  Non
    parlarono  fino  a  Cima.  Dentro Cima udirono la vocina di un vecchio
    piano cantare:

    "Sola, furtiva al tempio..."

    Massimo si arrest, stette in ascolto.
    Il preludio dell'amore diss'egli.  Lelia lo  guard,  attonita.  Che
    voleva  dire?  Udito  che Massimo si era commosso ascoltandola suonare
    quella melodia la notte del suo arrivo alla Montanina, mentre tutta la
    casa dormiva, divent rossa e sorrise.
    Non ero io diss'ella.
    Non era Lei?
    No, era il signor Marcello.
    Ell'aveva arrossito forte per  il  timore  di  vederlo  mortificato  e
    infatti  un  po'  di  mortificazione  gli  apparve  nel viso.  Ma egli
    comprese alla sua volta, subito, ch'era in pericolo di mortificare lei
    e rise del proprio inganno,  cordialmente.  Ne rise allora ella  pure,
    tanto  che  gli  balen  l'idea  di  uno scherzo.  La preg di dire la
    verit. Lei, lei aveva suonato!
    S s diss'ella rovesciando il viso ridente all'indietro come faceva
    nei suoi momenti di umore gaio, ero io la suonatrice.
    Massimo non sapeva se credere  o  non  credere,  e  risero  ambedue  a
    vicenda, pi che non parlassero, fino a che un rumore di ruote lontane
    non  ebbe annunciato loro che il battello,  lasciata Porlezza,  veniva
    alla volta di Cima. Segu allora una piccola contesa. Massimo,  un po'
    serio,  un po' scherzoso, proponeva che l'indomani facessero a meno di
    vedersi.  Per luned si poteva aspettare una risposta o dal  padre  di
    Lelia  o da donna Fedele.  Lelia protestava.  Tanto qualunque risposta
    venisse,  le cose non avrebbero cambiato.  E luned,  risposta  o  non
    risposta,  sarebbe andata con lui incontro alla salma di Benedetto. La
    conclusione fu ch'egli le avrebbe fatto pervenire  l'indomani  mattina
    per tempo una lettera, col programma della giornata.
    Appena  salita  sul  battello,  ell'and  a poppa e vi rest in piedi,
    guardando Massimo fermo sul ponte di sbarco finch  fu  visibile.  Poi
    sedette a pensare il proprio amore,  i propri casi, guardando le spume
    dell'acqua fuggente,  che ora lucevano ora si  oscuravano,  a  talento
    delle nuvole.


    2.

    Pranz alle sei, in camera. Poi si mise a scrivere a Massimo. Verso le
    sette,  udito  il  fischio del battello che veniva da Oria,  and alla
    finestra, lo guard passare. Si rimise a scrivere, a raccontare i suoi
    pensieri  durante  la  contemplazione  delle  spume  fuggenti.   Stava
    scrivendo  che  anch'essi  avevano sentito il passar delle nuvole,  la
    vicenda della luce e dell'ombra; quando fu bussato all'uscio.
    Entr la cameriera.  Due signore arrivate col battello avevano chiesto
    della signorina.  Lelia ne domand il nome.  La ragazza non lo sapeva.
    Che aspetto avevano?  Erano attempate;  una era piccola,  l'altra  era
    grande.  Questa  aveva  i  capelli bianchi.  Donna Fedele?  Possibile?
    Guard muta,  smarrita,  la cameriera,  che soggiunse di aver udito la
    signora dai capelli bianchi domandare al padrone se fosse nell'albergo
    anche  il  dottor  Alberti.  Non dubit pi,  fu d'un balzo all'uscio,
    spinse da banda la ragazza, vol gi dalle scale.
    Vide, nel piccolo ingresso, donna Fedele seduta, e,  in piedi presso a
    lei, la Magis coll'albergatore.
    Lei!  esclam.  E si sarebbe precipitata ad abbracciarla se la Magis
    non l'avesse trattenuta.
    Povera signora! disse l'albergatore che teneva  un  vassoio  con  un
    bicchierino di marsala. E' un po' stanca.
    Donna Fedele, bianca il viso quanto i capelli, sorrise del suo sorriso
    dolce, sforz la dolce voce a dire:
    Vedi, che sorpresa? Stai bene? Hai fatto buon viaggio?
    Lelia ebbe una crisi di singhiozzi e di lagrime.
    O'  ! fece donna Fedele.  Cosa ti viene in mente di piangere?  Ti
    dispiace di vedermi qui?
    E'  il  piacere,   povera  signorina,     la   sorpresa   sentenzi
    l'albergatore  che  sentiva  odore  di  mistero  senza  indovinarne la
    qualit.  Intanto la cugina Eufemia insisteva pa pa pa perch  la
    cugina Fedele pigliasse il marsala.  Questa, nell'entrare all'albergo,
    era quasi  svenuta.  Le  avevano  portata  in  fretta  una  sedia,  ve
    l'avevano  adagiata  e  solo  dopo qualche minuto ell'aveva trovato la
    forza di chiedere  all'albergatore  se  avesse  dato  alloggio  a  una
    signorina  che  viaggiava sola e se fosse nell'albergo anche il dottor
    Alberti.
    Preso il marsala,  si riebbe.  Intanto anche Lelia riacquist l'impero
    dei  suoi  nervi  e  delle sue lagrime.  Dispose che le nuove arrivate
    avessero la sua camera,  la migliore disponibile,  a due letti,  e che
    per lei fosse preparato lo stanzino attiguo.
    Donna Fedele annunci che si sentiva in grado di salire per mettersi a
    letto  e  soggiunse,  nel  solito stile,  che la sua compagna,  avendo
    destato la curiosit e l'ammirazione degli  abitanti,  era  libera  di
    andare a passeggio, di mostrarsi.
    L,  l,  l!  fece  la cugina Eufemia,  contenta.  Sieno lodati il
    Signore e la Madonna! Adesso vai bene, vai bene, vai bene!
    A stento, infinitamente a stento,  sorretta da Lelia,  fermandosi ogni
    due  scalini,  donna  Fedele  pot salire le scale e trascinarsi nella
    camera dove, aiutata dalla fanciulla e dalla cugina Eufemia, si pose a
    letto.
    Lelia rimase atterrita, spogliandola, dello stato di dimagrimento e di
    parziale deformazione enorme in cui la trov. In presenza della cugina
    non vennero scambiate fra loro che parole indifferenti.  Quando  fu  a
    letto,  donna  Fedele  licenzi  la vecchietta.  Appena uscita costei,
    Lelia si butt ginocchioni a baciar piangendo la mano di donna Fedele,
    che pendeva dal letto.
    Cos'hai mai fatto, bambina?
    Alla voce severa e in pari tempo soave Lelia non pot  rispondere  che
    con lagrime pi abbondanti.  Donna Fedele s'ingann sul significato di
    quelle lagrime.
    Dio mio! diss'ella, sottovoce.
    Non intese che la fanciulla piangeva di commozione  per  lei,  per  la
    donna semplice e sublime verso la quale aveva mancato e ch'era venuta,
    cos ammalata,  cos distrutta,  come sarebbe venuta una madre, la pi
    tenera madre;  mentr'ella stessa,  tutta assorta  nell'amore,  si  era
    ricordata  cos  poco di lei,  delle sue mortali sofferenze.  Lelia si
    affrett a dire fra i singhiozzi:
    Sono felice, sa,  sono tanto felice,  ho fatto male a non dirlo a Lei
    ma ho fatto bene a venire.
    Hai fatto bene?
    S,  mi  ama;  mi sposa,   tanto nobile,   tanto buono!  Le avevamo
    scritto.
    Eh! fece donna Fedele. Mi sposa! Vorrei vedere, adesso!
    Lelia, sempre inginocchiata, alz il viso.
    Perch? diss'ella Non ha nessun dovere!
    Donna Fedele tacque,  sottrasse la mano  a  quelle  di  Lelia  che  la
    stringevano, gliela pos sul capo, disse piano:
    Chi sa che idee hai tu, testolina, del dovere!
    Faceva  oramai  buio  nella  camera  e donna Fedele non pot vedere le
    fiamme nel viso di Lelia. Le sent nella voce, nelle parole accese:
    Che dovere ha? Son venuta io, a cercarlo. Mi ama e in pari tempo vi 
    come un fratello in lui che mi proteggerebbe contro me stessa,  se  ve
    ne fosse bisogno.
    Donna Fedele sorrise accarezzandole lievemente i capelli:
    Ve n' bisogno, ve n' bisogno.
    Lelia le prese la mano carezzevole, vi pieg su il viso, mormor:
    Forse s.
    Che vergogna, che vergogna!
    Mentre  donna  Fedele,  sottratta  ancora  la mano,  rimproverava cos
    l'inginocchiata battendole un po' forte il capo, sfolgor nella camera
    il lampo elettrico e si ud uno strido  della  cugina  Eufemia.  Aveva
    trasalito anche donna Fedele.  La cugina entr spaventata per chiudere
    le finestre.  O mi povr'om,  che diavolo di temporale! Lelia  fatic
    non  poco  a convincerla che il lampo non era venuto dal cielo.  Donna
    Fedele la rimand fuori.  Voleva udire da Lelia  ogni  particolare  di
    quei  tre  giorni.  La fanciulla ne fece un racconto molto scolorato e
    poi domand il permesso di avvertire  Massimo,  subito.  Donna  Fedele
    stessa  lo  desiderava  ma  escluse  di  riceverlo prima dell'indomani
    mattina.  Lelia scrisse a precipizio due righe nello stanzino attiguo,
    dicendo anche delle condizioni tristissime di donna Fedele, e incaric
    l'albergatore di far portar subito il biglietto a Dasio.
    La  cugina  Eufemia,  ben  deliberata  di  non coricarsi,  malgrado la
    stanchezza,  prima di fare preparativi per la notte,  di  portarsi  in
    camera  brodo,  acqua,  marsala,  prese Lelia a parte,  le raccomand,
    colle lagrime agli occhi, di far s che, occorrendo,  si potesse avere
    prontamente  un  medico.  Tremava!  Fedele  avrebbe  dovuto  essere al
    Mauriziano, a quell'ora.
    E'  tanto  tempo,  sa  diss'ella,  che  prevede  di  morire.  Si  
    confessata  e  comunicata  ier l'altro e ieri mattina ha voluto che il
    suo confessore venisse al villino per darle ancora la benedizione.  Se
    almeno  fosse  possibile  di  partire per Torino domani!  Ma non vorr
    certo!
    Lelia,    sbigottita,    angosciata,    s'inform   per   il    medico
    dall'albergatore.  Il  medico condotto provvisorio,  quello che si era
    ritirato dal concorso,  abitava a Cadate,  a meno che dieci minuti  da
    San Mamette. Lelia voleva assolutamente vegliare lei l'ammalata invece
    della  povera  vecchia  Eufemia,  se  non la notte intera,  almeno una
    parte.  Ma la povera  vecchia  Eufemia  sarebbe  morta  piuttosto  che
    accettare.
    Una  sedia  diss'ella,  perch  se  mi  corico,  anche vestita,  mi
    addormento come un salame;  il  mio  rosario;  la  mia  Madonna  della
    Consolata in mente; io sto meglio che a letto.
    Lelia  dovette piegare.  Avvert l'albergatore che forse,  prima della
    mezzanotte,  la persona cui ell'aveva  mandato  il  biglietto  sarebbe
    venuta  a  prendere notizie dell'inferma.  Non si coric.  Andava ogni
    tanto a  origliare  all'uscio  delle  sue  vicine.  Ud  donna  Fedele
    comandare alla cugina di porsi a letto. La cugina si schermiva ma poi,
    l'altra alzando la voce,  obbed. Ottenne solamente di non spogliarsi.
    Ud donna Fedele chiedere qualche cosa sottovoce  e  allora  la  Magis
    recitare il rosario.  Prese una sedia e si dispose di passare la notte
    l, pronta a entrare se occorresse.
    Si teneva sicura che Alberti,  appena ricevuto il  biglietto,  sarebbe
    partito.  Arriv  infatti  verso  le  undici  e  mezzo.  Udito parlare
    nell'ingresso dell'albergo, Lelia discese.  Massimo era molto commosso
    e  si  commosse  anche  pi  ascoltando  la relazione della fanciulla.
    Discusse con lei la opportunit di  vedere  donna  Fedele  subito,  se
    fosse svegliata.  Ella non lo credeva opportuno e il giovine si rimise
    al suo giudizio.  Avrebbe voluto prendere il posto  di  lei  all'uscio
    dell'ammalata,  ma  perch  la camera dov'ella avrebbe dormito metteva
    nello stesso corridoio, non insistette nella proposta. Chiese un'altra
    camera per s e preg Lelia di farlo chiamare per qualsiasi evenienza,
    non tralasciando per di far chiamare anche il medico di Cadate.
    Sola nel corridoio scuro, tacendo oramai tutta la casa,  Lelia ripens
    la vicenda della luce e dell'ombra sulle spume fuggenti, le parole che
    ne  aveva  scritto  nella lettera interrotta da donna Fedele.  Ombra e
    luce, a vicenda, sulle spume e nei pensieri allora;  ieri luce nel suo
    cuore,  oggi  ombra.  Per  lei,  per  lei sola,  donna Fedele era l a
    soffrire, forse a morire;  per causa di lei,  del suo egoistico amore.
    Le  parve quasi di voler meno bene a Massimo.  Pianse silenziosamente,
    mordendosi il labbro per non rompere in singhiozzi.  Una sottile  voce
    le  diceva  bene,  in segreto,  che donna Fedele avrebbe potuto fare a
    meno di venire, che non ve n'era bisogno,  che andare a Torino sarebbe
    stato,  da  parte  di lei,  miglior consiglio.  Ell'avrebbe dato mille
    ragioni a questa voce se la materna amica fosse venuta in buona salute
    e con rampogne.  Ma era venuta in quello stato e con tanta bont,  con
    tanta soavit di parole e di volto! E da chi le veniva la sua felicit
    se non dalla materna amica, per vie aperte da lei? Un'altra cosa Lelia
    confess  a  se stessa.  Bench avesse passato la notte precedente sul
    letto e questa le toccasse di passarla sopra  una  sedia,  un'aura  di
    protezione  materna  era  entrata nella casa,  che rendeva la sedia di
    oggi pi riposante del letto di ieri.
    Verso le due ebbe paura di addormentarsi,  si alz  pian  piano,  and
    nella  sua  cameretta,  si  pose  alla  finestra per cacciare il sonno
    coll'aria  fresca.   Vide  illuminata  e  aperta   un'altra   finestra
    dell'albergo.  L  forse vegliava Massimo.  Si ritrasse dal davanzale.
    Non avrebbe voluto, in quel momento,  esserne veduta e vederlo,  avere
    una  comunicazione di amore.  Ascolt i sussurri della notte,  qualche
    tocco dal lago placido,  il  salto  di  un  pesce,  qualche  ululo  di
    allocchi lontani; e ritorn alla sua sedia coll'idea che l'amore le si
    trasformava, che nel contatto di realt dolorose prendeva un carattere
    di profondit, di gravit nuova.
    Alle  quattro  ud  donna  Fedele  domandare  qualche cosa,  la cugina
    scendere dal letto,  urtare in  una  sedia,  guaire;  e  donna  Fedele
    ridere. Poi pi niente fino alla mattina.


    3.

    Alle  sei  e  mezzo,  la cugina Eufemia ch'era uscita di camera,  pian
    piano, alle sei,  lasciando donna Fedele addormentata,  spinse un poco
    l'uscio socchiuso, le vide gli occhi aperti, entr.
    C' il signor dottor Alberti diss'ella.
    Donna  Fedele  si  volt  sul fianco,  non senza pena,  verso l'uscio,
    mormor:
    Avanti.
    Massimo entr di fretta,  curvando un poco l'alta  persona,  premuroso
    nel viso e lieto.
    Che   piacere!  diss'egli,   un  po'  per  abitudine,   un  po'  per
    simulazione,  pure sentendo che non erano le parole pi appropriate  a
    quell'incontro  con  un'amica  tanto  pi  ammalata di quando si erano
    lasciati l'ultima volta.
    Donna Fedele sorrise.
    Piacere non so quanto.
    E gli stese la mano ch'egli baci.
    Ma perch ha  fatto  questo  viaggio  faticoso?  Non  ve  n'era  mica
    bisogno, sa. Come ha potuto dubitare che...
    Massimo  era  per  dire ch'io fossi cristiano e gentiluomo le parole
    del telegramma.  S'interruppe e arross perch la parola  cristiano,
    dopo  l'ultima  sua  lettera  alla  donna  che  lo udiva,  gli avrebbe
    bruciate le labbra.
    Donna Fedele lo guard in silenzio con occhi penetranti che lo  fecero
    arrossire pi ancora.
    Dipende  da  te,  e  da Lelia diss'ella,  che io abbia fatto la pi
    bella azione di tutta la mia vita.
    Massimo tacque. Non capiva.
    Adesso diss'egli,  uscendo da un  silenzio  imbarazzante  mi  lasci
    prendere la mia parte di medico.
    L'ammalata  neg  con  un  moto  lento  e lungo dell'indice.  Massimo,
    dolente,  ne domand il perch.  Ella rispose che non aveva bisogno di
    medico, che la parte del medico la doveva fare ella stessa, s con lui
    che con Lelia. Ma non ora. Ora voleva sapere, poich fra loro si erano
    intesi,  cosa avessero in animo di fare. Udito che Lelia aveva scritto
    a suo padre e che ne  attendeva  risposta,  osserv  che  la  risposta
    negativa  era  sicura e che,  risposta o non risposta,  la ragazza non
    poteva rimanere l.
    Dio mi dar la forza di ricondurla a casa sua diss'ella  o  almeno,
    per qualche giorno, al villino.
    Allora Massimo le rifer il tenore della lettera di Lelia al padre, la
    probabilit che la risposta non fosse negativa.  Donna Fedele l'ammise
    e fu poi contenta di apprendere che Massimo sperava di  conseguire  il
    posto  di medico condotto in Valsolda.  A ogni modo era necessario che
    Lelia partisse con lei. Massimo riconobbe questa necessit.  Pens che
    sarebbe stato difficile persuaderne la fanciulla ma lo tacque.
    Chiamala disse l'ammalata.
    Lelia venne e udito di che si trattava,  impallid.  No no! esclam,
    piuttosto in tono di preghiera che di protesta.  Donna Fedele le diede
    della  bambina.  Ella e Massimo si erano intesi,  le cose avrebbero il
    loro corso. Come mai non capiva la sconvenienza, la impossibilit, per
    lei, di restare in Valsolda?  Lelia si spieg.  Sperava che vi sarebbe
    rimasta  donna  Fedele  per qualche giorno,  che si sarebbe giovata di
    quel riposo, di quella pace. E poi l'accompagnerebbe a Torino Certo le
    doleva di partire dalla Valsolda ma di ritornare a Velo  aveva  orrore
    addirittura.  A  diventare  maggiorenne,  padrona di s,  le mancavano
    mesi, solamente mesi! Donna Fedele le fece osservare che a Torino ella
    sarebbe rimasta affatto senz'appoggio.
    Se tuo  padre  lo  permettesse  diss'ella  dopo  alcuni  momenti  di
    riflessione, potrei lasciarti a Santhi presso mia cugina.
    Fu  convenuto,  dopo una breve discussione,  che per quel giorno donna
    Fedele riposerebbe,  che l'indomani mattina sarebbe veduta dal  medico
    di Cadate e, avutane l'autorizzazione, partirebbe con Lelia per Torino
    avvertendo  col  telegrafo  la  cugina  di  trovarsi  alla stazione di
    Santhi per ricevere la ragazza, mentre l'Eufemia, ricuperato il baule
    cui donava qualche segreto sospiro,  avrebbe proseguito  con  lei;  di
    fare  rispedire all'indirizzo di Santhi le lettere che pervenissero a
    San Mamette per Lelia. Donna Fedele cedette, per il meglio,  sul punto
    del  permesso  paterno.  Il sior Momi era stato sempre cos ossequioso
    con lei, la casa delle cugine di Santhi era un soggiorno tanto sicuro
    e Lelia abborriva talmente dal ritorno a Velo,  ch'ella credette poter
    decidere  cos  di  suo  capo.  Tanti discorsi avevano esaurite le sue
    povere forze. Preg di stare un'ora in silenzio, in pace,  e preg che
    Massimo  se  n'andasse  al  suo  Dasio,  che Lelia si accontentasse di
    rivederlo la sera, fra le sei e le sette, in sua presenza.  Sentiva di
    avere  una  responsabilit  non piccola della folle scappata di Lelia,
    sentiva di essere meno  libera  nella  parte  materna  volontariamente
    assuntasi  che  non  lo sarebbe stata una vera e propria madre.  Lelia
    ebbe un movimento di ribellione.
    Leila! Cara Leila! disse Massimo sorridendo.  La piccola fiera dagli
    occhi  lampeggianti  si  ammans  come per incanto.  Egli voleva cos.
    Bastava.  Donna Fedele spalanc gli occhi.  Cosa?  Ti sei cambiata il
    nome?
    Solamente per lui rispose Lelia, arrossendo, ma per lui proprio s,
    proprio s!
    Spiegatevi.
    Lelia  stese  rapidamente  la  mano  verso Massimo a fermare le parole
    ch'egli fosse  per  dire.  Supplic  donna  Fedele  di  non  chiederle
    spiegazioni.
    Piuttosto soggiunse mi chiami Leila anche Lei.
    Donna  Fedele  croll  il  capo,  fece  un gesto come per dire: chi si
    raccapezza con questa gente? E la conversazione ebbe fine.


    4.

    Era  domenica  e  la  cugina  Eufemia,  informatasi  fino  dalla  sera
    precedente,  anche per incarico di donna Fedele,  della chiesa e della
    messa, aveva saputo che la chiesa stava in alto a capo di una faticosa
    scalinata, che la messa parrocchiale, l'unica, si celebrava alle nove.
    N altre chiese di pi comodo accesso erano  nelle  vicinanze.  Vedeva
    bene  che  la  cugina  non  era  affatto in grado di andare a messa ma
    tuttavia non os uscire senz'avvertirla.  L'avvert alle otto e mezzo.
    Donna Fedele fece chiamare Lelia.
    Vai  a  messa coll'Eufemia diss'ella.  Io non ci posso andare,  pur
    troppo. Ascoltala anche per me.
    Lelia espresse il desiderio di tenerle compagnia.  L'inferma si oppose
    risolutamente:  No,   cara;  devi  proprio  andare.  Soggiunse  che,
    occorrendo, avrebbe pregato di tenerle compagnia la cugina Eufemia. Ma
    non occorreva. Siccome Lelia pareva esitare,  le domand sorridendo se
    per  avere  un piacere da lei fosse necessario di chiamarla Leila.  La
    fanciulla non disse parola colla Magis.
    Donna  Fedele  soffriva.   Doglie  lancinanti  avevano  cominciato   a
    torturarla  durante  il colloquio con Massimo,  la torturavano ancora.
    Non erano sofferenze nuove, le conosceva da un pezzo; ma conobbe pure,
    questa volta,  l'afflosciarsi di ogni energia  resistente.  Prese  dal
    tavolino  da notte il suo libro di preghiere,  cerc di leggere quelle
    della messa.  Non pot,  fu costretta di abbandonare sulle  coltri  la
    mano aperta,  cos che il libro le scivol a terra.  Sudore abbondante
    le rigava la fronte e le guance cadaveriche.  Non le usc di bocca  un
    gemito.  Poco  prima  che la cugina Eufemia e Lelia rientrassero dalla
    chiesa,  le doglie si chetarono.  Nel primo momento di relativo riposo
    ella  disse udibilmente,  parlando a se stessa: Di qua,  cara Fedele,
    non si parte pi.
    Trov tuttavia, quando rientrarono, la forza di riceverle serenamente.
    Alle loro domande rispose che aveva avuto qualche  doloruccio  ma  che
    ora  si  sentiva  meglio.  Chiese  un bicchierino di marsala.  La voce
    diceva spossatezza estrema. Lelia propose di far venire il medico.
    Fate  pure  venire  il  medico  disse  l'ammalata,   sorridendo  ma
    intendiamoci...
    Lelia  arross.  Disse  che  aveva pensato al medico di Cadate e non a
    Massimo.
    La cugina Eufemia trem nel cuore. Se Fedele,  pens,  permette che si
    chiami  il  medico,  deve  sentirsi  assai male.  L'ammalata volle che
    uscisse lei per questa chiamata del medico di Cadate.  Preg Lelia  di
    raccattarle  il  libro  caduto e se ne fece leggere a voce alta queste
    parole di Sant'Agostino:
    "Ma egli  tempo che io a Te ne venga per sempre: aprimi la Tua soglia
    e insegnami come vi si  giunga.  Io  non  ho  che  il  buon  volere  e
    null'altro  so se non che voglionsi fuggire le cose mortali e caduche,
    cercare le certe ed eterne. Questo solo so;  ma come giungere a Te non
    so. Tu mi scorgi, m'illumina, mi poni in via. Se Ti trovano colla fede
    quelli  che in Te si riparano,  dammi la fede;  se ci ottengono colla
    virt,  concedimi la virt,  e se il fanno  colla  scienza,  dammi  la
    scienza.  Accresci  in  me la fede,  la speranza,  la carit,  con una
    ammirabile e singolare bont."
    Nel principio della lettura Lelia rabbrivid.  Era quello un indiretto
    avvertimento di prossima fine?  Procedendo non le parve pi tale. Per
    la prima commozione durava e si sent nella voce fino all'ultimo.
    Grazie le disse donna Fedele,  seria e dolce.  Vorrei  quando  avr
    passato quella soglia, che tu pregassi cos, qualche volta, in memoria
    della tua povera vecchia amica.
    Lelia  le  prese e baci la mano.  L'inferma si tenne in silenzio fino
    all'arrivo del medico. La visita del medico fu inutile perch egli non
    ebbe il permesso dell'esame "completo"  che  gli  era  necessario  per
    rendersi  conto  delle  condizioni  reali di quel misero corpo.  Donna
    Fedele gli parl dell'operazione,  gli disse che intendeva partire per
    Torino  l'indomani  mattina  ma  che  non sarebbe partita senza il suo
    permesso.  Lo preg  quindi  di  ritornare  la  mattina  seguente  per
    pronunciare  la  sua  sentenza.  Il  medico  disse a Lelia fuori dalla
    camera,  che aveva trovato il cuore assai debole e che temeva  per  la
    vita.
    Alle   sei  venne  Massimo.   L'inferma  non  aveva  dolori.   Parlava
    pochissimo.  La cugina Eufemia,  afflitta di non  sentirsi  canzonare,
    guardava  ora  Lelia  ora  Massimo  con occhi interrogatori,  pieni di
    angustia.  Quel silenzio e l'assenza del solito sorriso li atterrivano
    tutti  e  tre  quantunque  nessuno osasse confessarlo all'altro.  Alle
    sette donna Fedele preg la cugina di uscire e chiam i due giovani al
    suo letto. Domand a Lelia se fossero venute lettere da Velo. No,  non
    era neanche possibile.
    Si vedeva ch'ell'aveva inteso preparare un altro discorso e che durava
    fatica a legarlo con quell'esordio. Pens alquanto e poi si decise.
    Se  Lelia  diss'ella  ha rinunciato a godere della sua sostanza,  
    inutile discorrerne pi.  Ma  giovine.  Verr un  giorno  in  cui  la
    Montanina sar a disposizione vostra.  Vi prego di non abbandonarla. E
    se non  temessi  di  essere  indiscreta  Vi  pregherei  anche  di  far
    celebrare allora una messa anche per me a Santa Maria dei Monti e...
    S'interruppe,  offerse  le  mani  scarne  a  quelle  dei due giovani e
    ritrovando l'usato dolcissimo sorriso comp la frase: di assistervi.
    Le mani scarne  furono  strette  in  silenzio.  I  belli  occhi  bruni
    s'illuminarono.  Ella parve ripigliare qualche forza, preg Massimo di
    scriverle l'itinerario per l'indomani,  se fosse il caso  di  partire.
    Lasciando  San  Mamette poco dopo le dieci,  le viaggiatrici sarebbero
    arrivate a Santhi alle sei del pomeriggio e a Torino verso le sette e
    mezzo. Massimo le avrebbe accompagnate fino a Porto Ceresio. Lelia gli
    chiese timidamente: E non fino a Milano?.
    Egli le spieg sottovoce che non era possibile. Il viaggiatore partito
    da Roma doveva giungere a Porto Ceresio da Milano  otto  minuti  prima
    che  vi  arrivassero  loro da Lugano.  E il piroscafo speciale sarebbe
    ripartito subito per Oria.
    Non puoi? disse donna Fedele, che non aveva udito.  Ah! soggiunse.
    Forse per la ragione che mi ha detto don Aurelio.
    Massimo  non  sapeva  ch'ella  si  fosse incontrata a Milano,  con don
    Aurelio. Parlarono di lui, del suo povero stato, del suo animo sereno.
    Donna Fedele rifer le ragioni per le quali egli aveva  deliberato  di
    accompagnare la salma.
    Non  avrebbero  potuto  lasciarle in pace a Roma diss'ella,  quelle
    povere ossa?
    Lelia guard Massimo, che non rispose.
    Verso mezzanotte  donna  Fedele  ebbe  ancora  un  assalto  di  doglie
    acutissime.  All'alba erano scomparse,  ma il medico di Cadate, venuto
    alle sei trov febbre,  naturalmente giudic impossibile  il  viaggio.
    Massimo  part  dopo  le  dieci per Porto Ceresio,  ripromettendosi di
    essere di ritorno  a  Oria,  col  piroscafo  speciale,  alle  due  del
    pomeriggio.  Dal cimitero di Albogasio,  dove la salma di Benedetto si
    doveva tumulare, a San Mamette si viene a piedi in un quarto d'ora.


    5.

    Fermo all'uscita della stazione di Porto Ceresio, pallido, palpitante,
    Massimo aspettava di vedere fra i  passeggeri  del  treno  di  Milano,
    giunto in ritardo, le facce conosciute di don Aurelio e degli amici di
    Roma  che  gli  avevano  annunciato il loro arrivo insieme alla salma.
    Nessuno.  Alla prima impressione,  quasi  di  sollievo,  sottentr  un
    dispettoso  rammarico  di  non essere stato avvertito del ritardo,  di
    avere lasciato Lelia e donna  Fedele  cos  presto,  senza  necessit.
    Parl  col capostazione.  Non sapeva niente;  promise di telegrafare a
    Milano per avere notizie della funebre  spedizione.  Massimo  and  ad
    aspettarle  al  caff  della  stazione,  sulla  spianata,  cinta d'una
    ringhiera, che fronteggia il lago.
    L,  in faccia all'acqua  tranquilla,  fra  le  immagini  verdi  delle
    rispecchiate   montagne,   il   suo   pensiero  immobile  rispecchiava
    similmente tre figure: la figura  dell'amata  giovinetta  ardente;  la
    figura della soave donna venuta,  per la giovinetta ardente e per lui,
    forse a morire in un albergo,  mossa da  un  amore  di  altra  natura,
    maggiormente alto e sereno; la figura di Benedetto, pi lontana, amata
    e temuta a un tempo.  Questa, improvvisamente, gli si avvicin, gli si
    ravviv.  Egli si sent sul capo la mano del  Maestro  morente,  sent
    quasi  cingerselo dal braccio che non aveva pi la forza di stringere,
    ud la fievole voce: Siate santi.  E ud  anche:  Ciascuno  di  Voi
    adempia  i  suoi  doveri  di  culto come la Chiesa prescrive,  secondo
    stretta giustizia e con perfetta  obbedienza.  Pens  che  il  giorno
    prima,  domenica, non si era curato di andare a messa. Ci non gli era
    ancora accaduto mai.  Rompere colla Chiesa nel pensiero gli era  stato
    pi  facile  che  rompere con essa nel culto esterno,  che rompere con
    abitudini antiche,  quasi anche offendendo memorie di cari  morti.  Un
    picciol morso nella coscienza lo scosse, lo richiam a usare della sua
    volont  virile  contro  questi  moti  pericolosi di un sentimento mal
    soggetto  alla  ragione.   Il  doloroso  conflitto,   vivo  da  giorni
    nell'anima  sua,  esacerbatosi  all'annuncio  dell'arrivo di Benedetto
    cadavere,  toccava ora lo  stadio  acuto.  Il  ripetersi  dell'alterno
    prevalere di un impulso sull'altro indeboliva quello della ragione col
    dubbio  di  non  saper  sempre vincere,  mentre quello del sentimento,
    forza  che  mai  non  riposa,   che  ignora   dubbiezze,   che   tende
    continuamente,  come vapore compresso,  a riprendere il campo perduto,
    si faceva sempre pi potente coll'appressarsi del funebre Viaggiatore.
    Cerc sulle acque lontane,  verso la punta  di  Melide,  il  piroscafo
    speciale  che  avrebbe  gi  dovuto  essere  a  Porto.  Il lago vi era
    deserto. Solo si vedevano due barchette fra Morcote e Brusino Arsizio.
    Neppure quest'altro ritardo si comprendeva.  Ritorn dal capostazione.
    Milano  aveva  risposto  che non vi era arrivato niente,  che per,  a
    richiesta di altre persone,  si erano domandate notizie  a  Bologna  e
    che,  a suo tempo, si sarebbero trasmesse. Ritornato al caff, Massimo
    scoperse finalmente la punta bianca di un piroscafo  che  avanzava  da
    Melide,  tenendo il mezzo del lago. Si era levato un po' di vento. Ora
    un soffio spandeva  crespe  azzurre  sopra  le  verdi  immagini  delle
    montagne,  ora,  chetato  il soffio,  le verdi immagini ricomparivano.
    Quelle nuove inquietudini del vento  e  del  lago  parvero  a  Massimo
    inquietudini di attesa come le sue proprie.
    Il  piroscafo  speciale  giunse  pieno  di  gente,  con  meraviglia di
    Massimo.  Il  fatto  si  chiar  subito.  Gli  abitanti  di  Albogasio
    consideravano Piero Maironi come un benefattore.  Avevano fatto venire
    il piroscafo speciale,  a loro spese,  a Oria.  Vi si erano imbarcate,
    col  parroco,  pi  di cento persone per incontrare il figlio morto di
    Franco e di Luisa.
    All'udire che non si avevano notizie della salma,  quella povera gente
    sbigott.  Poco  dopo,  il  capostazione fece avvertire Massimo che si
    annunciava da Milano l'arrivo della salma a Porto Ceresio per le  otto
    di sera.  Erano allora le due e mezzo.  Massimo telegraf il ritardo a
    San Mamette.  La  gente  di  Albogasio,  che  prima  temeva  di  avere
    inutilmente  fatto  una spesa e perduta una giornata di lavoro,  parve
    contenta,  malgrado la prospettiva di quasi sei ore di  attesa.  Corse
    qualche  mormorio fra coloro che n avevano portato con s da mangiare
    n tenevano denaro; ma erano mormorii rassegnati.  Quella povera gente
    avrebbe  sofferto la fame senza lamenti,  se il buon parroco e Massimo
    non si fossero posti d'accordo  per  fornirli  almeno  di  pane.  E  i
    prudenti  che  avevano  portato  da  mangiare  divisero  il loro cibo.
    Gentile piet e gratitudine verso l'estinto,  gentile memoria di altri
    poveri  morti,  santificazione  di questi sensi umani nel desiderio di
    esprimerli con  un  atto  religioso,  solenne  dimostrazione  di  fede
    candida  e  profonda facevano tutte le altre bont nel cuore di quella
    umile gente,  cos che Massimo ne fu commosso.  Il  parroco  gli  fece
    conoscere certa Leu che ricordava i genitori di Benedetto e non rifin
    di  parlargli  della  siora  Luisa.  Ma  gli altri parlavano dell'uomo
    scomparso anni prima ad  Oria  senza  lasciar  traccia  di  s  e  che
    ritornava ora cadavere. Ricordavano il gran rumore che si era fatto di
    quella  scomparsa,  le supposizioni diverse,  tutte riuscite vane,  il
    buon prete forestiero che si  era  adoperato  perch  le  disposizioni
    benefiche dello scomparso avessero effetto.  Qualche vecchio ricordava
    anche l'altro Piero, lo zio di questo, il signor ingegnere Ribera.
    Dopo le cinque un telegramma di don Aurelio a Massimo conferm la  sua
    prossima  partenza  da  Milano  insieme  alla  salma.  Massimo  lesse,
    consegn il telegramma al parroco di Albogasio, si allontan senza dir
    parola, prese una stradicciuola deserta lungo il lago,  a sinistra del
    ponte di sbarco,  vi cammin su e gi lentamente,  senza saper formare
    un pensiero, per quasi tre ore,  calando nell'ultima ora intorno a lui
    le ombre della sera, gradite.
    Quando  il  treno  atteso  entr  in  stazione,  il buio era denso per
    l'accumularsi di nubi temporalesche nel cielo senza luna.  La gente di
    Albogasio  aveva  invaso  la  stazione  con  torce  e  candele accese,
    preceduta dal parroco in cotta e stola. Discese don Aurelio, discesero
    gli amici romani di Massimo, gravi, silenziosi.  Massimo tremava di un
    tremito nervoso, si mordeva il labbro per non rompere in singhiozzi. I
    saluti,   brevi,  misurati,  risposero  alla  solennit  del  momento.
    Parecchi del popolo piangevano. Uomini di servizio,  con lanterne alla
    mano,  apersero  il  bagagliaio dov'era la salma.  I giovani venuti da
    Roma e Massimo si fecero avanti.  Segu  un  po'  di  confusione,  uno
    scambio  di  voci  vibrate.  Don Aurelio impose silenzio con autorit,
    tutti si chetarono,  fu vista la bara  muovere  verso  l'uscita  sulle
    spalle dei sei giovani, uno dei quali era Massimo. I pochi viaggiatori
    erano  usciti  prima.  Solo una signora in lutto,  accompagnata da una
    cameriera,   segu  il  corteo  funebre  sul  piroscafo.   Nessuno  la
    conosceva,  nessuno pot vederne,  neppure al chiarore delle torce, il
    viso coperto da un velo fittissimo.
    In silenzio,  la bara fu posata a prora del piroscafo e coperta di  un
    drappo nero colle frange d'argento.  In silenzio, coloro che portavano
    lumi le si schierarono a lato lungo i  due  parapetti  del  ponte.  Il
    sacerdote,  in  cotta e stoia,  si addoss alla cabina del pilota,  di
    fronte  alla  bara.  In  silenzio,  una  folla  si  accalc  indietro,
    lasciando  libero  lo  spazio fra la bara e i portatori di torce.  Don
    Aurelio,  Massimo e i giovani venuti da Roma si disposero a fianco del
    sacerdote.  Senza un comando,  le passerelle furono ritirate sul ponte
    di sbarco, gli uomini di bordo fecero scostare il piroscafo a forza di
    braccia,   il  capitano  si  chin  sul   portavoce,   gli   stantuffi
    scrosciarono,  le ruote colpirono l'acqua,  pesanti e lente. Quando il
    piroscafo,  compiuto un quarto di giro,  mise la  prora  verso  l'alto
    lago, il parroco di Albogasio intuon il rosario. La folla rispose. Al
    monotono coro faceva cupo accompagnamento l'eguale misto fragore degli
    stantuffi,  delle  ruote,  dell'acqua  rotta dalla prora.  Simile a un
    vascello fantasma,  il piroscafo  rompeva  cos  i  silenzi  del  lago
    immobile  e  delle  sponde addormentate,  rompeva le tenebre colle due
    fila di accesi ceri funerei.
    Massimo teneva gli occhi fermi al drappo nero colle frange di argento.
    La tenerezza per lui che aveva palpitato  dentro  quella  spoglia;  le
    calunnie,  le  ingiurie,  le  offese  di ogni maniera di cui la povera
    forma era stata  segno  insieme  allo  spirito,  suo  informatore;  il
    pensare le diserzione sua propria compiuta mentre altri, come i venuti
    da  Roma,  che  gli  stavano  presso,  aveva serbato fede alla memoria
    diletta malgrado il disprezzo,  le  derisioni,  gli  odii  del  mondo,
    fecero nell'anima sua tale un tumulto indistinto di amore,  di dolore,
    di rimorso, ch'egli non vi pot reggere, si ritir pian piano a poppa,
    scese  sotto  coperta,  pianse  amaramente,   confuse  il  suo  gemito
    all'eguale  misto  fragore degli stantuffi,  delle ruote,  delle spume
    fuggenti: No, no, caro, non ti abbandono, non ti abbandono, ritorno a
    te, ritorno a te.
    Non si avvide che in fondo alla sala erano le due  donne  discese  dal
    treno.  Quando la foga dei singhiozzi gli si allent ed egli, alzatosi
    in piedi,  era intento a ricomporsi prima di salire sul ponte,  quella
    delle  due  che  pareva  una  cameriera venne alla sua volta.  Scusi,
    signore diss'ella. Pu dirmi se al cimitero qualcuno parler?
    Massimo; sorpreso, esit un istante e poi rispose di s.  La cameriera
    ringrazi  e  ritorn  all'angolo  oscuro dov'era seduta la signora in
    lutto.  Il giovane saliva la scaletta e stava  per  toccare  il  ponte
    quando la cameriera lo richiam.
    Scusi, signore. Parler Lei?
    No.
    Grazie, signore.
    Nuovo  dolore per Massimo.  V'era chi aspettava da lui,  dal discepolo
    prediletto,  le parole dell'addio supremo ed egli si era rifiutato  di
    parlare,  n adesso, tanto alle strette, avrebbe saputo trovare parole
    degne.  Dolore e sorpresa.  Come potevano  supporre,  quelle  signore,
    ch'egli parlasse?  Lo conoscevano?  Ritorn al suo posto di prima.  Il
    sacerdote aveva finito di dire il  rosario,  tutti  tacevano,  non  si
    udiva  pi  che  il fragore delle cose in moto,  le tenebre divise dai
    ceri ardenti a prora del vascello fantasma si riunivano a poppa sempre
    pi dense.  Passato il ponte di Melide,  qualcuno dietro il  sacerdote
    disse forte:
    De profundis.
    Cento  voci  intonarono  il  "De  profundis".  A  mezzo  il salmo,  il
    battello,  che  filava  diritto  all'oscuro  profilo  della  punta  di
    Caprino,  si  arrest  di  colpo.  I salmeggianti s'interruppero.  Una
    grande ombra nera,  picchiettata di punti lucenti,  pass a  cinquanta
    metri,   tagliando  la  rotta  del  battello.  Pochi  si  avvidero  di
    quell'ombra, del pericolo di uno scontro fra il battello della Morte e
    l'altro. Quei pochi rabbrividirono e tacquero.  Ricominci lo scroscio
    degli stantuffi, ricominci il salmo. Nell'ampio bacino fra Campione e
    Lugano  l'oscurit parve meno profonda intorno al chiarore funereo del
    ponte di prora. Da ogni parte nereggiavano sul cielo maest di profili
    grandi.  I lumi di Lugano disegnavano il giro del golfo.  A misura che
    il  battello  avanzava verso Caprino,  uscivano via via in vista della
    prora lumi di Castagnola,  lumi di  Gandria  e  finalmente  le  creste
    formidabili,  le  acque  lontane  della Valsolda,  il saettar di lampi
    dalla torpediniera. Massimo prese il braccio di don Aurelio.
    Lei parla? diss'egli.
    Don Aurelio rispose di s e in pari tempo  intese,  sentendosi  trarre
    dal braccio del giovine, ch'egli voleva dirgli altro.
    Sono ritornato a Cristo e alla Chiesa disse Massimo, tremando tutto.
    Vi sono ritornato adesso.
    Don  Aurelio  lo abbracci stretto,  gli mormor all'orecchio con voce
    piena di gioia: Caro,  caro,  ringraziamo Dio,  mi hai tolto un  gran
    peso dal cuore.
    Gli disse in seguito ch'era contento dei giovani venuti da Roma, che i
    traviamenti e le temperanze di certi novatori,  il dispregio col quale
    parlavano di Benedetto,  avean prodotto nell'animo loro  una  reazione
    salutare;  tanto  che  se  oramai  non fosse stato troppo tardi,  egli
    avrebbe preferito affidare a qualcuno di essi l'incarico del discorso.
    Intanto il battello aveva oltrepassato Gandria.  L'occhio  abbagliante
    della  torpediniera  sfolgor  Massimo e don Aurelio che ritornarono a
    prora.  Il fulgore  balzava  senza  posa  da  un  capo  all'altro  del
    battello,  seguendolo nel suo corso. Poi lo lasci. Sul nero ciglio di
    Bisgnago, di fronte al cielo, i fari elettrici ardevano come fiamme di
    un sublime altare dove si pregasse per le sottoposte valli. Sulla riva
    di Oria si addensava gente venuta fino da Castello e da San Mamette in
    attesa della salma.  Chi vide di l l'ingrandir lento lento del  punto
    luminoso  avanzante  da  ponente sulle acque nere,  i balzi intorno ad
    esso del raggio argenteo che pareva vegliare  sul  suo  cammino  e  le
    fiamme  sublimi  sulla montagna e l'ansia della folla tacita,  ebbe il
    senso di una solennit misteriosa cui prendessero parte il Cielo e  la
    Terra. Anche sul battello, nell'imminenza dell'arrivo, la gente, senza
    saper perch,  trepidava.  Il parroco diede ordini,  il drappo nero fu
    tolto dalla bara,  i giovani discepoli di Benedetto si  fecero  avanti
    con Massimo,  pronti a sollevarla. Dalla sala di prima classe la donna
    che pareva  una  cameriera  sal  sul  ponte,  domand  qualche  cosa,
    ridiscese,  ritorn  su  colla  signora velata.  Si ritirarono ambedue
    all'estrema poppa.  Evidentemente desideravano uscire  le  ultime.  Il
    battello accost, furono gittate le passerelle. Sei giovani, dei quali
    ancora  era  Massimo,  sollevarono la bara.  Si udirono alcune voci di
    comando, di avvertimento di rimprovero. In breve tutto fu silenzio. Il
    parroco usc primo.  Dietro il  parroco  usc  la  bara.  Seguirono  i
    portatori di ceri. Poi, lentamente, ordinatamente, uscirono gli altri;
    ultime  le due signore.  Il tacito corteo si avvi per un portico,  un
    piazzaletto,  un primo passaggio tenebroso,  un secondo sotto la  casa
    ch'era  stata del morto,  verso la chiesa: la stessa chiesa dove pochi
    anni prima don Giuseppe Flores aveva appresa la fuga di colui che  ora
    vi  era  portato  a un umile catafalco per le sue esequie.  Le candele
    dell'altar maggiore ardevano gi.  La chiesa fu piena in un momento di
    gente,  di ceri accesi.  La signora velata non avrebbe potuto entrare,
    se, per un rispetto istintivo,  la folla non si fosse aperta davanti a
    lei  e  alla  sua compagna.  Presero posto nell'ultima panca presso la
    pila dell'acqua santa, molto guardate.  Nessuno sapeva chi fossero.  I
    soli  a  sospettare  del  nome  della dama velata furono Massimo e don
    Aurelio; ma non parlarono, non si apersero,  compresi da rispetto,  il
    loro segreto pensiero.
    Le  esequie  incominciarono,  rispondendo  la  gran  voce del popolo a
    quella del sacerdote.  Massimo preg ginocchioni tutto il  tempo,  col
    viso  chiuso  nelle  mani.  Cos  fu  vista  pregare tutto il tempo la
    signora velata. Vi furono dei mormorii prima alla porta maggiore e poi
    a quella di fianco perch un ragazzo di  San  Mamette  che  aveva  una
    lettera  per  il  signor  dottor  Alberti voleva entrare a forza.  Non
    entr.  La lettera gli fu presa e non pot venire consegnata subito  a
    Massimo.   Terminate  le  esequie,  egli  e  i  suoi  cinque  compagni
    risollevarono la bara, mossero dietro il sacerdote. La chiesa si vuot
    rapidamente. Ultima si alz e usc la signora velata. Vista l'angustia
    del viottolo, i ceri gi lontani e la folla, rientr in chiesa. La sua
    compagna cerc e trov fra gli ultimi del seguito  un  barcaiuolo  che
    prese impegno di condurre lei e l'altra signora, pi tardi, a Lugano.
    Durante  il breve tragitto dalla chiesa al cimitero,  i cumuli di nubi
    cominciarono a dar lampi e un colpo improvviso di vento  spense  quasi
    tutti i ceri.  La bara fu deposta a sommo della gradinata che mette al
    cancello del cimitero.  I portatori  dei  pochi  ceri  rimasti  accesi
    fecero  ala  sulla  gradinata.  Un  altro  soffio spense anche quelli,
    stridette intorno per gli ulivi protesi verso il  lago.  Don  Aurelio,
    ch'era  rimasto  indietro,   si  fece  largo  a  stento,  giunse  alla
    gradinata. Qualcuno si prov ad accendere dei fiammiferi, perch,  non
    pratico  del  luogo,  egli  ci  vedesse  a  salire.  Fu inutile.  Sal
    accompagnato per mano.  Solo i pi vicini lo videro;  gli altri non ne
    udirono  che  la voce vibrante sopra quelle del vento e delle onde che
    crepitavano al basso lungo i muri della riva.
    E' giunto egli parl il tribolato Viandante alla terra  dell'ultima
    sua quiete, soccorso di nuove preghiere dalla Santa Chiesa che morente
    nelle sue braccia materne lo affid alla misericordia Divina.  Non gli
    amici n i discepoli suoi ma candide anime credenti  e  immaginose  di
    popolani  lo  chiamarono  santo  con  suo sdegno e dolore.  La Chiesa,
    quando prega per un defunto,  non ne conosce n santit n virt.  Non
    conosce, nella sua sapienza severa, che la universale fragilit umana,
    le  universali  miserie  del  peccato,   ascose  o  palesi,  a  fronte
    dell'imperscrutabile mistero nel quale si chiude il  giudizio  Divino.
    Per  la  Chiesa,  memore  del  pianto  di  Ges presso il sepolcro di
    Lazzaro,  consente ai poveri  cuori  umani  la  parola,  sulle  tombe,
    dell'amore  e  del  dolore,  consente  loro  la lode cui anche il solo
    pianto dice. Amore,  dolore e lode premono alle mie labbra;  eppure io
    non sapr trovarne le parole,  io sento in me non so quale impedimento
    arcano che me le nasconde,  io credo di sentire  in  me  un  contrario
    impero di questo morto, io credo ch'egli non voglia n dolore n lode,
    io credo di sentire quali parole egli voglia da me.
    L'oratore  si  arrest un momento,  ansante.  Un fremito di commozione
    corse per la calca,  stretta sulla  gradinata.  Alcune  voci  sommesse
    dissero: S s s.
    Pace  riprese  don  Aurelio  pace,  o  spirito di Piero Maironi,  o
    spirito di Benedetto.  Io non dir le parole mie le parole dell'amore,
    del  dolore  e  della  lode.  Dir  quelle  che tu vuoi da me.  La tua
    montagna dia vento che non le disperda ma le porti  lontano,  dovunque
    si  detto di te con affetto e rispetto, con ira e ingiuria.
    Udite.  Quest'uomo ha molto parlato di religione: di fede e di opere.
    Non Pontefice sentenziante dalla  cattedra  non  profeta,  ha  potuto,
    molto  parlando,  molto  errare,  ha  potuto  esprimere proposizioni e
    concetti che l'autorit della Chiesa avrebbe ragione di respingere. Il
    vero carattere dell'azione sua non fu di agitare questioni  teologiche
    nelle  quali  pot  mettere  il  piede  in  fallo;  fu il richiamo dei
    credenti di ogni ordine e  stato  allo  spirito  del  Vangelo,  fu  la
    determinazione  del valore religioso di questo spirito incarnato nella
    vita, nei sentimenti e nelle opere degli uomini.  Egli proclam sempre
    il suo fedele ossequio all'autorit della Chiesa,  alla Santa Sede del
    Pontefice Romano.  Vivente,  si glorierebbe di  offrirne  la  prova  e
    l'esempio al mondo.  E' nel nome suo che io lo affermo! Egli seppe che
    il mondo disprezza l'obbedienza religiosa  come  una  vilt.  Egli  ha
    disprezzato  alla  sua volta,  fieramente,  i disprezzi del mondo,  il
    quale glorifica l'obbedienza militare e i sacrifici che impone  bench
    l'autorit  militare sia assistita da carceri e manette,  da polvere e
    piombo, e l'autorit religiosa da niente di tutto ci.  Nulla egli am
    sulla terra quanto la Chiesa. Pensando alla Chiesa, si paragonava alla
    menoma  pietra  del  pi  gran  Tempio,   che,  se  avesse  anima,  si
    glorierebbe di essere una cosa coll'edificio colossale,  di venirne in
    ogni senso compressa. S, egli credette conoscere gli spiriti mali che
    l'Inferno scatena dentro la Santa Chiesa,  che non prevarranno, noi lo
    sappiamo per la promessa divina, contro di lei, ma possono infliggerle
    ferite crudeli congiurando con  altri  spiriti  mali,  infurianti  nel
    mondo.  Egli  credette  conoscerli e fu passione di filiale amore,  di
    filiale dolore quella che lo port supplichevole ai  piedi  del  Sommo
    Pontefice, venerato Padre dei fedeli.
    Egli vuole che io perdoni nel nome di lui a quanti,  senz'avere nella
    Chiesa  autorit  di  giudici,  lo  condannarono  come  teosofo,  come
    panteista,  come alieno dai sacramenti;  ma vuole pure che io proclami
    in pari tempo, con alta voce, a togliere lo scandalo di quelle accuse,
    com'egli  abbia  tutti  abbominati  quegli  errori,  come  da  quando,
    infelice peccatore,  si volse dal mondo a Dio,  sempre in tutto si sia
    conformato alle credenze e alle pratiche della Chiesa  Cattolica  fino
    al momento della sua morte.
    Egli  mor fidente che risospinti un giorno dentro le porte d'Inferno
    i mali spiriti ond' travagliata la Chiesa, tutti gli uomini che hanno
    battesimo e invocano il nome di Cristo si sarebbero uniti in  un  solo
    popolo  religioso  intorno alla Santa Sede del Pontefice Romano.  Egli
    domanda agli amici suoi di pregare per questo gran fine.
    Amici e  fratelli  che  vi  sdegnaste  delle  false  accuse  mosse  a
    quest'uomo da privati cattolici,  giornalisti e libellisti, perdoniamo
    con lui.  Perdoniamo anche a coloro che lo derisero e  l'oltraggiarono
    per la sua fede.  "Nesciebant",  gli uni e gli altri. Troppo ignoriamo
    anche  noi  perch  ci  sia  lecito  giudicare  le  ignoranze  altrui.
    Viandanti  della notte,  interroghiamo le stelle,  cerchiamo il nostro
    cammino,    chiamiamoci   a   vicenda   nelle   tenebre    con    voci
    d'interrogazione,  di consiglio,  di aiuto,  annunciamo la trovata via
    buona perch altri oda e venga,  non giudichiamo chi non viene  perch
    non  sappiamo  se  fra  lui e noi sieno impedimenti maggiori delle sue
    forze. Preghiamo per tutti,  passiamo per le ombre aspettando l'aurora
    del giorno di Dio.
    Spoglia che ci fosti s cara, riposa in pace fino a quel giorno!
    La  bara  discese  vicino  a quella di Elisa Maironi,  furono dette le
    ultime preghiere,  fu chiusa la fossa.  Il parroco era ritornato  alla
    chiesa per svestirsi,  la gente si era dispersa, Massimo, don Aurelio,
    i giovani romani,  trattenutisi alquanto sulla  fossa,  scendevano  la
    gradinata,  il  sagrestano  stava per chiudere il cancello,  quando la
    donna che pareva  una  cameriera  venne  a  pregare  che  il  cancello
    rimanesse  aperto  ancora  per  pochi  minuti.  Siccome  il sagrestano
    esitava, Massimo e don Aurelio intervennero insieme,  fecero che colui
    acconsentisse. La cameriera si allontan, raggiunse la dama velata che
    aspettava sul viottolo,  all'angolo di ponente del cimitero. Solamente
    allora,  chi aveva preso la lettera portata dal ragazzo di San Mamette
    si  ricord  di  consegnarla a Massimo.  Massimo pot leggere,  tra un
    soffio di vento e l'altro, coll'aiuto di fiammiferi:
    "La nostra amica sta molto male. Venga appena pu. LEILA."
    Massimo supplic don Aurelio di venire con lui.  Don  Aurelio  avrebbe
    dovuto  ripartire per Milano allora allora.  Udito di che si trattava,
    vi rinunci.  I due si congedarono a precipizio dai giovani amici  che
    rimasero  a commentare la loro fuga.  In quel trambusto la dama velata
    pass loro accanto colla compagna senza che se ne avvedessero.  Se  ne
    avvidero  poco  dopo perch la compagna non pass il cancello,  rimase
    fuori insieme al sagrestano,  aspettando.  Parve  loro  indiscreto  di
    rimanere  l.  Per,  siccome  avevano  trattenuto il piroscafo a loro
    disposizione,  stimarono dover offrire alle  signore  di  prenderle  a
    bordo.  Uno di essi sal al cancello,  parl a quella delle due che vi
    stava in attesa, n'ebbe un rifiuto quasi spaventato.  Allora i giovani
    si allontanarono verso Oria.
    La dama velata, alta e sottile della persona, fu veduta dal sagrestano
    inginocchiarsi sulla terra smossa. Vi si ferm pochi minuti e scese la
    gradinata  a braccio della cameriera che le raccont l'offerta fattale
    e la ripulsa. Non disse parola. Ripresa la via di Oria, le due signore
    furono incontrate dal barcaiuolo che veniva ad avvertirle come il lago
    fosse pessimo.  Occorreva un secondo barcaiuolo.  A  un  cenno  tacito
    della dama,  la cameriera gli ordin d'impegnarlo. Prima di toccare il
    sagrato di Oria incontrarono il parroco  che  teneva  una  lanterna  e
    offerse di accompagnarle, per la cieca viuzza del villaggio, fino alla
    riva.  La  dama strinse il braccio della sua compagna per significarle
    che rifiutasse; ma la compagna, temendo di rompersi il collo, accett.
    Corsero bisbigli  fra  le  due.  La  cameriera  preg  il  parroco  di
    fermarsi,  tolse  dalla borsetta che teneva al braccio un portamonete,
    ne lev una moneta d'oro e gliela porse.
    La mia signora diss'ella per i Suoi poveri.
    Il piroscafo non era ancora  ripartito  quando,  al  chiarore  di  due
    lanterne,  la dama velata e la sua compagna salirono in una lancia che
    le onde abballottavano.  La lancia,  spinta  vigorosamente  a  quattro
    remi,  pass  quasi rasente il piroscafo,  nella luce che usciva dalla
    sala  della  prima  classe.   I  giovani  la  guardarono  dal   ponte,
    curiosamente.  La dama si era alzato il velo, era giovine e bella. Uno
    di coloro esclam:
    So chi ! E' la signora per causa della quale Benedetto ha fuggito il
    mondo.
    Chi ? disse un altro.
    Tutti conoscevano vagamente il fatto;  nessuno sapeva  il  nome  della
    signora.  Corsero  da  poppa a prora con riaccesa curiosit,  cercando
    discernere ancora il piccolo schifo  che  si  udiva  saltar  sull'onde
    lottando.  Non era pi visibile. Lo videro un momento dal piroscafo in
    corsa,  nel raggio elettrico della torpediniera.  Poi Jeanne scomparve
    dagli occhi loro per quella notte e per sempre.


    6.

    Donna  Fedele si era aggravata,  quasi improvvisamente,  dopo mezzod.
    Non aveva dolore.  La febbre,  fattasi altissima,  indic al medico lo
    scoppio  dell'infezione  generale.  Nulla  si  poteva tentare pi.  La
    sentenza era segnata e a termine prossimo; quel misero corpo aveva del
    tutto perduto la virt di resistere. L'ammalata,  perfettamente in s,
    comprese  il  suo  stato,  volle subito un sacerdote e il viatico.  Si
    chiam il prevosto di San Mamette.  Alle cinque tutto era stato fatto.
    Il prevosto, edificato della fede, della piet, della rassegnazione di
    quella  povera  signora,   le  aveva  amministrato  l'olio  santo.  Il
    telegramma  di  Massimo  da  Porto  Ceresio   le   fece   visibilmente
    dispiacere.  Non lo disse,  ma Lelia cap,  che,  secondo lei, Massimo
    avrebbe potuto fare a meno di andare a Porto Ceresio. Avuti i conforti
    religiosi,   il  ritorno   del   giovane   parve   la   sua   maggiore
    preoccupazione.  Ne domandava ogni momento,  tanto che una volta se ne
    scus con Lelia.
    Sono una sciocca diss'ella,  prendendole una mano,  perch,  se  ha
    telegrafato cos,  non pu essere qui prima. Vorrei dirgli certe poche
    parole e ho paura che non arrivi In tempo.
    Lelia cerc di rassicurarla,  non seppe.  Un groppo  di  pianto  fermo
    nella  gola  le impediva di parlare.  Invidiava la cugina Eufemia.  La
    cugina Eufemia era serena.  Se il suo affetto per donna Fedele toccava
    l'adorazione,  il  timore di non sapere umilmente accettare la volont
    di Dio le premeva sul cuore ancora pi.  Ella prestava senza  posa  le
    sue  cure  all'ammalata,  andava e veniva,  grave,  tranquilla,  senza
    lagrime.  Una volta sola fu  per  venir  meno  ai  suoi  propositi  di
    fortezza, quando l'inferma, stendendole la mano, le disse con un'ombra
    del suo sorriso antico:
    Salutami le tue sorelle.
    La  povera  vecchietta  strinse  le  labbra,  non  rispose parola.  La
    dolcezza  pia  della  morente,   il  contegno  della  cugina   Eufemia
    significante uno stato d'anima tanto umile e insieme tanto alto, erano
    per  Lelia  uno  spettacolo  nuovo  che  la  penetrava di stupore,  di
    riverenza.  Alle sei,  avendo il prevosto preso licenza colla promessa
    di  ritornare alle sette,  donna Fedele preg il medico e la cugina di
    uscire,  chiam Lelia al suo letto e le accenn  d'inginocchiarsi  per
    poterle cingere il collo di un braccio.
    Cara diss'ella,  di' a Massimo che pensando a lui e alla sua povera
    mamma sono morta con un dolore e con una speranza. Glielo dirai?
    Straziata da un interno combattimento perch  le  pareva  d'indovinare
    quel dolore e quella speranza,  n li poteva fare suoi propri;  perch
    l'idea di esercitare  per  mandato  una  pressione  sullo  spirito  di
    Massimo  l'atterriva e tuttavia il rifiutarsi a quel desiderio sarebbe
    stato orribile, Lelia rispose un s che non ingann la morente. Questa
    le tolse il braccio dal collo con  un  sospiro,  mormor  che  avrebbe
    avuto  tante  altre cose a dire ma che non se ne sentiva la forza.  Si
    fece porre nelle mani un Crocifisso e non parl pi  fino  alle  nove.
    Alle nove domand di Massimo.  Verso le nove e mezzo, Lelia, che stava
    alla finestra  di  ponente,  vide  un  lume  spuntare  lontano,  nelle
    tenebre.  Il  medico  riconobbe  il  battello  speciale  e lo annunci
    all'ammalata che preg di mandare un biglietto a Oria  perch  Massimo
    venisse  immediatamente.  Cominci  allora  per  essa  uno stato nuovo
    d'inquietudine.  Pareva avere perduto la nozione  del  tempo  e  dello
    spazio,  domandava  di  minuto  in minuto,  prima se fosse arrivato il
    battello, poi,  quando il battello fu visto fermarsi a Oria,  se fosse
    arrivato  Massimo.  Si  giunse  cos  alle  undici  e  anche Lelia era
    inquieta perch del ragazzo portatore del biglietto non si avevano pi
    notizie.  Non capiva come Massimo,  ricevuto il biglietto,  non  fosse
    accorso  tosto.  Poco dopo le undici l'albergatore,  che aveva mandato
    qualcuno verso Albogasio,  sal le scale di corsa,  annunci:  Viene,
    viene!. Lelia discese, incontr i due nell'ingresso dell'albergo. Non
    si  attendeva alla vista di don Aurelio che comprese il suo imbarazzo,
    la lasci occupata a informare rapidamente Massimo e vol sulle scale.
    L'albergatore lo accompagn  fino  all'uscio  della  camera  di  donna
    Fedele.  La  voce nota,  il noto viso spirante lieta bont rianimarono
    donna Fedele.
    Oh, don Aurelio! diss'ella. E Massimo?
    Chino all'orecchio della morente,  mentre il prevosto,  il medico e la
    cugina  Eufemia si tenevano in disparte,  don Aurelio prese a parlarle
    cos basso che coloro non ne udirono neppure la voce.  Udirono  invece
    le  fievoli  voci  brevi che metteva donna Fedele con un inesprimibile
    accento di sorpresa e di gioia.
    Eccolo disse don Aurelio, rizzandosi mentre Massimo entrava.
    Da quel momento donna Fedele si trasform. La camera della Morte parve
    diventata la camera della convalescenza;  tanto che per un  istante  i
    presenti dubitarono davvero di una misteriosa crisi benefica. Il primo
    segno  ne  fu questo: che l'ammalata domand a Massimo se avesse letto
    una lettera del sior Momi e accenn  a  Lelia  di  mostrargliela.  Per
    accontentarla,  Massimo  si  tenne davanti agli occhi,  senza leggerne
    sillaba,  il foglio dove il  sior  Momi  accordava  il  suo  consenso,
    protestando  di  voler  restare un semplice agente e lasciar libera la
    Montanina perch quell'aria non gli si confaceva. C'erano pure ossequi
    per Massimo e la preghiera  di  due  righe  sue  che  approvassero  le
    disposizioni di Lelia quanto alla resa dei conti.
    Poi  donna  Fedele  domand  che  i  due  giovani  e don Aurelio le si
    avvicinassero.
    Sono  stata  cattiva  coll'arciprete  e  col  cappellano   di   Velo
    diss'ella. Fate loro sapere che ne ho dolore.
    S s, far io, far io disse don Aurelio. Ella lo ringrazi con uno
    sguardo  lungo,  d'inesprimibile  senso.  E accenn che avrebbe voluto
    baciargli la mano.
    Verso le tre si comprese,  per l'agitarsi delle mani e  l'inquietudine
    delle  labbra,  che  voleva  qualche cosa e che non poteva esprimersi.
    Indicava collo sguardo un vaso di cristallo dove languivano ancora  le
    rose del villino. La cugina Eufemia, postole l'orecchio alla bocca, vi
    colse il soffio di una parola inarticolata, domand:
    Rose?
    L'inferma  accenn  di s e le sue mani brancolarono sulle coltri.  La
    cugina intese ch'ella volesse avere sul letto quelle  rose,  and  per
    levarle dal vaso Donna Fedele accenn di no,  di no. La povera Eufemia
    si tormentava di non capire.  Massimo e Lelia  capirono,  non  osarono
    parlare.  Chi os fu don Aurelio, che aveva maggiore familiarit colla
    morte.
    Desidera che sieno sparse dopo diss'egli.  Donna Fedele lo ringrazi
    cogli occhi.
    Finalmente  anche  i  belli  grandi  occhi  bruni  che avevano dato in
    cinquantadue anni tanto lume di spirito,  tanta  dolcezza  di  sorrisi
    buoni,  si chiusero. Le mani si quietarono sul Crocifisso. Don Aurelio
    si pieg sul viso immobile.  Non era persuaso che fosse ancora la fine
    perch vedeva le ciglia muoversi lievemente.
    Cara amica diss'egli forte, ci raccomandi al Signore. Soffre?
    Gli occhi non si apersero ma le labbra, quasi ceree, si agitarono. Don
    Aurelio credette intendere che dicessero:
    Son felice.
    Lo ripet agli astanti: Ha detto: son felice.
    Accenn,  guardandola  sempre,  che s'inginocchiassero.  Due minuti di
    silenzio.
    S,  felice soggiunse con voce alta, solenne. Godiamo e adoriamo.
    Spuntava il sole e donna Fedele Vayla  di  Brea  giaceva,  vestita  di
    nero,  col  Crocifisso  fra le mani,  sul letto dove insieme alle rose
    appassite del villino rosseggiavano molte rose fresche della Valsolda.
    La Morte le aveva ridonato il suo soave sorriso. Traspariva esso dalle
    palpebre chiuse,  lume di una segreta  visione  beata;  fioriva  lieve
    lieve sulle labbra di cera.  Nessun viso giovanile vivo avrebbe potuto
    vincere di bellezza quel viso di avorio,  sorridente sotto l'arco  dei
    densi capelli di neve.  Cos compiuta,  secondo la fede dei padri e lo
    spirito del Vangelo,  la sua benefica giornata,  sciolta  la  promessa
    fatta  pregando  al  letto di morte del signor Marcello,  raggiunto il
    fine dell'offerta suprema,  posava nella prima luce della sua  mistica
    aurora la Dama bianca delle Rose.

    FINE.
