    Antonio Fogazzaro.
    DANIELE CORTIS.



    Introduzione di Carlo A. Madrignani.
    Copyright 1980 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
    Prima edizione Oscar Mondadori luglio 1980.
    Prima edizione Oscar classici maggio 1988.
    Prima ristampa Oscar classici febbraio 1990.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.











    INDICE.

    Introduzione di Carlo A. Madrignani: pagina 4.
    Antologia critica: pagina 24.
    Nota bibliografica: pagina 32.

    1. Vento, pioggia e chiacchiere: pagina 35.
    2. Una cosa grave: pagina 52.
    3. Le idee di Daniele Cortis: pagina 75.
    4. Fra le rose: pagina 90.
    5. Per lui, per lui!: pagina 105.
    6. La signora Fiamma: pagina 137.
    7. Pronto!: pagina 155.
    8. Sul campo: pagina 169.
    9. Voci nel buio: pagina 196.
    10. Gli affari del barone: pagina 214.
    11. Tra Cefal e Roma: pagina 236.
    12. A passi difficili: pagina 269.
    13. Vertigine: pagina 285.
    14. Eran degni di questo: pagina 297.
    15. Il segreto della signora Cortis: pagina 312.
    16. Alla Camera: pagina 331.
    17. Un intervento: pagina 348.
    18. Battaglie notturne: pagina 373.
    19. Devo andare?: pagina 398.
    20. Occulto dramma: pagina 410.
    21. Nel poema dell'ombra e della vita: pagina 449.
    22. Come gli astri e le palme: pagina 473.
    23. Hyeme et aestate: pagina 497.















    INTRODUZIONE.


    Il romanzo politico.

    Fogazzaro fu uno scrittore "popolare" perch i  suoi  romanzi  seppero
    captare  atmosfere  psicologiche e ideologiche,  diffusi sensi comuni,
    che giacevano al di sotto delle idee dominanti,  e portarono alla luce
    quell'onda   sotterranea   di  idee  e  di  orientamenti  da  cui  era
    attraversata la borghesia cattolica umbertina.
    Nei romanzi, da "Malombra" a "Leila",  si affacci dalla clandestinit
    quella tematica politica che, istituzionalmente rimossa, stava molto a
    cuore  ai  cattolici italiani dolorosamente scissi dopo le conclusioni
    delle  lotte  risorgimentali;  proprio  per  questa  sua  capacit  di
    catturare  "arrires-penses"  di  una larga fascia di lettori che non
    avevano strategie n organizzazioni ufficiali, ma solo alcuni punti di
    riferimento in un'etica e in una ideologia di classe,  Fogazzaro,  che
    sempre  proclam la sua "repugnanza" per la politica,   uno scrittore
    politico,  che salda la sua passione per il  privato,  voluttuosamente
    degustato  ed esibito,  con una problematica di dimensioni collettive.
    Cos succede, ad esempio, per il problema assillante dell'amore,  che,
    nelle varie modalit del proibito,  coinvolge la tematica della morale
    religiosa,   la  quale  a  sua  volta  chiama  in  causa,   sia   pure
    obliquamente, una revisione anche politica del cattolicesimo in Italia
    e dei suoi rapporti con lo Stato.
    Questa  irrequietezza sempre al limite dell'ortodossia era destinata a
    incontrare contraddizioni senza sbocco,  cozzando contro una  rete  di
    proibizioni,  che  rendono  pressoch fatale l'accusa di eresia,  o di
    "mezza" o di "un quarto di eresia",  come le  chiama  Gramsci,  quando
    cita  proprio  la  "sorte"  del  Fogazzaro,  come  esempio  di artista
    "cattolico",  che tocca tasti pericolosi,  agita fantasmi,  gioca  con
    situazioni   proibite:   si   tratti  di  parapsicologia,   oppure  di
    evoluzionismo e di modernismo certo  che Fogazzaro tent sempre,  con
    le buone intenzioni del suo zelo cattolico, conciliazioni ardite forse
    impossibili,  non  sempre  limpide n coerenti.  Di certo Fogazzaro fu
    autore assai letto, ebbe una sua popolarit,  fu fra gli scrittori pi
    influenti  negli  anni  che vanno dal 1880 ai primi del Novecento cos
    come lo furono solo D'Annunzio e De Amicis (ma la sua fama conobbe  un
    veloce  declino  nel  nostro  secolo,  pur  rimanendo un autore spesso
    ristampato). Se gi "Malombra" aveva suscitato un certo interesse,  fu
    il  secondo  romanzo,  "Daniele  Cortis",  a  dare  un  vero e proprio
    successo al romanziere non pi giovane,  avvalendosi di una tematica e
    una  tecnica  narrativa  originali,  rispondenti al gusto e all'attesa
    ideologica di una larga fascia di quei lettori,  diffidenti e  lontani
    dalla    narrativa   naturalistica,    che   reclamavano   semmai   un
    ammodernamento di quel romanzo tardo romantico ancora dotato di un suo
    prestigio.
    "Daniele Cortis" si fece strada  con  i  suoi  ingredienti  di  facile
    degustazione  e  di  grande  attualit  - l'amore cio e la politica -
    mescolati in un giusto dosaggio, in maniera cio che il lettore,  o la
    lettrice,  potesse  partecipare  a  un racconto di appassionata verit
    storica  senza  subire   il   contraccolpo   di   analisi   crudamente
    realistiche.  Quando il "Cortis" usc, nel gennaio del 1885, mentre da
    un punto di vista letterario  gi  s'intravvedeva  il  primo  rifluire
    dell'arte  sperimentale  verso  esiti  "idealisti"  (come  li chiamava
    Ojetti),  fra i ceti intellettuali crescente  era  il  disagio  per  i
    risultati  e  lo  stile  imposto  dalla Sinistra al potere.  Fogazzaro
    coglie questo malcontento dal suo punto  di  osservazione,  dalla  sua
    Vicenza,  centro di un Veneto cattolico e risorgimentale,  di un mondo
    di aristocratici e  possidenti  di  "naturale"  fede  conservatrice  e
    tuttavia  turbati  da  quel  "non  expedit"  vaticano che li costringe
    all'immobilit politica. Vi era stato,  vero, nel '79 il tentativo di
    dare il via a  un  moderato  e  pur  sempre  ossequioso  movimento  di
    partecipazione  politica,   il  conato  di  una  prima  organizzazione
    cattolica dei cosiddetti "transigenti",  che la sopraggiunta  ostilit
    papale  aveva  bloccato sul nascere,  ma circolava,  al di l,  se non
    proprio contro,  la linea ufficiale imposta dal papato,  una malcelata
    voglia  d'intervento politico che,  pur senza avere la corposit di un
    programma vero e proprio, si situava in posizione non solo critica, ma
    in qualche maniera alternativa al composito schieramento  di  sinistra
    che governava a Montecitorio.
    "Daniele  Cortis"  riflette  questa  volont di inserimento e si mette
    ovviamente nelle fila dell'opposizione di  destra,  appropriandosi  di
    quel  formulario  antiparlamentare  che  era  molto  diffuso  fra  gli
    scrittori del tempo, a sinistra e a destra essi fossero, ed  forse il
    primo  dei   cosiddetti   romanzi   parlamentari   e   uno   dei   pi
    ideologicamente vivaci. Il deputato Cortis reclama, contro l'incuria e
    la corruzione governativa, un governo forte, che faccia capo a un uomo
    alla  Bismarck,  un  governo  nel  quale la monarchia abbia una decisa
    preminenza.  Ma il programma,  o meglio le idee,  di  Daniele  non  si
    esauriscono  in  questa  formula di intonazione prussiana;  Bismarck 
    solo una faccia della medaglia,  nell'altra campeggia il  profilo  del
    Cavour   di   "Libera   Chiesa  in  libero  Stato".   E  qui  subentra
    l'intellettuale cattolico che si pone  il  problema  del  laicismo  in
    un'Italia  divisa  fra  l'intransigenza clericale e l'anticlericalismo
    massonico: secondo Cortis il problema pi acuto del momento    quello
    di iniziare le grandi riforme sociali,  purch esse avvengano per mano
    esclusivamente di una classe dominante sicura di s,  non  soggetta  a
    nessuna tentazione democratica. In un paese di cattolici, Cortis vuole
    una  conduzione  politica  in  armonia con la religione nazionale,  ma
    questo non deve significare sottomissione dello stato  alla  chiesa  e
    tanto  meno  il  diffondersi  di  quel  malcostume  clericale,  di cui
    Fogazzaro,  sulla scorta di certo  Rosmini,  si  fa  spesso  impietoso
    ritrattista. Il nemico reale non  solo il radicalismo o il papalismo;
    non  si tratta di ritornare alla "medietas" del canone risorgimentale,
    ma di far avvertita la borghesia cattolica della necessit  di  metter
    mano  a  delle riforme,  se si vuol evitare il pericolo di un'avanzata
    dal basso: insomma,  dopo la  Comune,  lo  spettro  della  rivoluzione
    continua a turbare i sonni dei privilegiati, anche di quelli che fanno
    professione di ozi letterari nelle loro ville fiorite.
    Anche  Fogazzaro  sente  questo  pericolo  e invoca un governo forte e
    riformatore;  per quello che riguarda la questione  sociale  arriva  a
    comprendere la necessit di una pi equa distribuzione della ricchezza
    e ad asserire che si poteva accettare la parte negativa,  cio l'esame
    critico,  delle teorie socialiste.  Se dunque il messaggio  di  Cortis
    raccoglie il fermento di molta parte della borghesia italiana,  non sa
    tuttavia assumersi nessuna responsabilit politica, cos come scarso 
    il suo interesse per la realt sociale.  In effetti Fogazzaro  non  si
    rivolge ai politici veri e propri e neppure alle parti pi avanzate di
    una  classe,  tiene  semmai  conto  di certe reazioni,  psicologiche e
    ideologiche insieme,  diffuse in certi settori cattolici in un momento
    di grande incertezza politica. Anche nella sua estraneit pratica alla
    politica  Fogazzaro  (che  ebbe  pi  di un contatto con la logica del
    potere) rimase sempre fedele a questa costellazione  di  idee  e,  pur
    avvertendo quanto poco realistico fosse il suo messaggio, sembra abbia
    continuato,  secondo  quanto  ci  rivela  il  suo  primo  biografo,  a
    "vagheggiare intendimenti di governo fieri, audaci, grandiosi,  troppo
    in dissidio con il nostro paese".
    Comunque questo aspetto della riflessione politica, che dovette essere
    elemento  di  attrazione  e  godibilit  per molti lettori,  non fu al
    centro delle discussioni dei molti recensori,  i  quali,  con  diversa
    autorevolezza  (da  Scarfoglio  a Panzacchi,  dalla Serao a Cameroni),
    acclamarono il  romanzo  seguito  a  "Malombra".  Dovettero  suscitare
    simpatia non tanto le idee del protagonista quanto la maniera di porre
    con  accenti  di novit e di coraggio il problema religioso in Italia,
    che toccava  da  vicino  molti  cattolici  liberali  interessati  alla
    gestione del nuovo stato.  Il Cortis cerc infatti, con le sue formule
    appassionate pi che chiare, di trovare un aggancio fra fede cattolica
    e tradizione  risorgimentale,  raccogliendo  le  simpatie  di  un'area
    storica,  in  cui  si  ritrovavano strati sociali e indirizzi politici
    anche molto diversi.  Era una maniera,  fra l'altro,  di  opporsi,  in
    forma  obliqua  e  rispettosa,  a  quel deprimente costume religioso e
    culturale che il Vaticano aveva imposto ai fedeli  dell'Italia  unita;
    col   "Cortis"  veniva  suggerito,   o  insinuato,   un  atteggiamento
    liberaleggiante vagamente  eterodosso;  pur  evitando  ogni  confronto
    sull'ortodossia,  lo  scrittore  avviava un dibattito e una pratica di
    natura religiosa,  che  andavano  oggettivamente  al  di  l  di  ogni
    manzonismo  depurato  e conformistico (cos come lo rappresentava,  ad
    esempio,  per l'area veneta,  la figura dell'abate  Zanella,  amico  e
    venerato maestro del nostro scrittore).

    Erotismo e politica.
    Tuttavia,  come  ebbe  a  riconoscere,  molti  anni  dopo,  lo  stesso
    Fogazzaro il "Cortis" come romanzo politico non ebbe grande  successo,
    non suscit quell'interesse,  ovvio per noi, lettori di un secolo dopo
    (c' perfino chi,  oggi,  vi  vede  prefigurata  l'odierna  Democrazia
    Cristiana,  sulla  base  di  certe  affinit terminologiche).  Insomma
    bisogna pensare che nel 1885 e negli anni successivi, che videro molte
    riedizioni del romanzo, il messaggio politico "pass",  tra una tacita
    benevolenza,  senza  trovare  grandi  intoppi e senza sollevare grossi
    problemi, almeno a livello di esplicite dichiarazioni (sappiamo che il
    senatore Lampertico, imparentato col Fogazzaro,  e primo uomo politico
    di  Vicenza,  ebbe privatamente a esprimere il suo risentito disagio).
    Se ne pu dedurre che il "cot"  politico  del  romanzo  fu  l'aspetto
    recessivo  di un successo che punt sull'altra sua componente,  quella
    amorosa.  La coppia (non-coppia) di Elena e Daniele divent il simbolo
    di  certa  maniera  di amare fu anzi il modello comportamentale di una
    classe di  ricchi  cattolici,  che  non  sapevano  come  uscire  dalle
    contraddizioni  esistenziali,  prima  che morali,  derivate dal legame
    matrimoniale,  visto e sofferto avendo l'occhio alle attrattive di una
    passione,  per  cos dire,  "libera".  Il successo non poteva mancare,
    visto che il tema di fondo,  riproposto  con  accanimento  fin  troppo
    sintomatico, riguardava non tanto l'istituzione matrimoniale quanto il
    suo "pendant", quell'altra istituzione sommersa, che era, specie per i
    cattolici  (ma non solo per loro),  il diffuso e famigerato adulterio.
    Indubbiamente nel "Cortis" la politica ha una sua rilevanza  autonoma,
    ma narrativamente ha due funzioni fondamentalmente subalterne,  quella
    ortodossamente naturalistica, di tracciare contorni precisi e calzanti
    di un ambiente sociale (Fogazzaro, sulla scia di Zola, and,  taccuino
    alla  mano,  a  documentarsi  a  Roma e a Montecitorio) e l'altra,  di
    creare un sottofondo di emozioni collettive che fungesse da  cassa  di
    risonanza al motivo dominante della passione, grande, vera e proibita.
    Gli  studiosi  delle  carte fogazzariane,  gli infaticabili scrutatori
    della "privacy" dello scrittore hanno scoperto quanto di  strettamente
    autobiografico  l'autore abbia trasferito trasformandolo,  nel romanzo
    (e sulla pluralit dei modelli di Elena  c'  stato  da  faticare  non
    poco);  di  tale  celata  vampa autobiografica ebbero forse un qualche
    sentore i primi lettori,  e soprattutto le  lettrici,  che  videro  in
    questo scrittore,  santo ma non troppo,  un esempio di virt grande ma
    non troppo austera.  Fogazzaro fu sul piano sentimentale  pi  che  su
    quello  politico  un "transigente": il suo motto avrebbe potuto essere
    quello di un intelligente e moderato gesuitismo,  che  in  buona  fede
    potesse  trasformare  il  "si  non  caste,  tamen  caute"  in  un  pi
    complicato e contraddittorio invito ad amare "caste et caute",  in una
    zona  franca,  fuori  del  matrimonio,  che non potesse tuttavia dirsi
    adulterina.   Tutto  il  "Cortis"  poggia   su   questo   equilibrismo
    sentimentale,  psicologico e morale anche se il progetto era quello di
    illuminare  la  grandezza  del  protagonista,   dell'uomo  di  azione,
    dell'uomo   della   grande  riforma  nazionale,   che  sfida  tutti  i
    conformismi politici  per  portare  avanti  un  nuovo,  rivoluzionario
    discorso  politico.  Daniele    l'alter ego dello scrittore,  ma ne 
    anche la contraffazione  romanzesca  e  idealistica,  c'  in  lui  un
    eccesso di sicurezza e di perfezione che ne fanno un "pius Aeneas" del
    patriziato veneto,  epicamente in lotta contro tutti.  Ma non  questo
    l'aspetto su cui pu  lavorare  con  migliore  convinzione  Fogazzaro;
    l'impresa  politica  in  questo  momento  lo  attrae,  ma  il suo vero
    interesse va verso il sottofondo psicologico,  che  sostiene  la  vita
    privata  del personaggio;  l'eroico suona spesso falso specie inserito
    nel contesto di quel piccolo mondo  familiare  in  cui  si  aggira  il
    romanzo.
    Anche  per il "Cortis" come per le altre opere la dimensione domestica
    e paesaggistica  il referente non occasionale di una certa maniera di
    concepire il romanzo;  si tratta di una scelta  di  campo,  formale  e
    ideologico,  che  fa  tutt'uno  con  la  struttura  stessa dell'azione
    narrativa;  gi nel 1872  in  un  suo  discorso  sul  romanzo  moderno
    Fogazzaro  aveva  dichiarato  le sue preferenze per il romanzo inglese
    (di  contro  all'imperversante  narrativa   francese),   sottolineando
    l'ideologia  tutta  inglese della "home",  molto affine alle abitudini
    del  Fogazzaro,  gentiluomo  di  campagna.   Solo  che  questo  ideale
    casalingo   da intendere non come luogo di domestici eventi,  ma come
    teatro in senso proprio  di  drammatiche  vicende,  che  mettevano  in
    pericolo  questo  stesso  centro  di  sanit  e  integrit  familiare;
    Fogazzaro conosce i rischi a cui va incontro  il  suo  Daniele  amando
    riamato  la  malmaritata  cugina  Elena;  al  momento  della  rinuncia
    all'amore  proibito  il  deputato  in  ritiro,   pronto  gi  a  nuove
    battaglie,  si  ritrova nel "suo" studio,  nella "sua" casa,  sotto il
    ritratto del padre: qui,  guardando al familiare giardino,  che  aveva
    raccolto  i suoi incontri amorosi,  Daniele si ferma lasciando partire
    la donna amata, per mai pi rivederla n permetterle di scrivergli. E'
    la grande rinuncia dettata dalla logica della conservazione  familiare
    del  sacro  rispetto per la tradizione,  del rigetto di un'impossibile
    passione che era arrivata fino a  qualche  bacio  (anzi  a  uno,  come
    preciser in una lettera di molti anni dopo l'autore;  a due,  secondo
    un critico puntiglioso).  Per Fogazzaro,  marito infelice e  cattolico
    fervente  ma  non  refrattario alle tentazioni,  c'era il problema dei
    limiti in cui era lecito amare fuori dai sacri  vincoli  coniugali,  a
    cui si accompagnava il quesito se potesse un artista cattolico nutrire
    di  tali  amori  la sua arte.  Affrontando di petto l'argomento arriv
    fino a criticare pubblicamente il veto puritano del Manzoni  circa  le
    descrizioni  amorose  e a teorizzare una forma di amore sublime lecito
    in quanto "superiore".

    Il sesso dell'anima.
    Secondo  questa  formula  spirituale  gli  amanti  rifuggono  da  ogni
    contatto  peccaminoso,  perch  possono  sperare in una ricongiunzione
    ultraterrena,  quando a ricongiungersi - lo sottolinea l'autore -  non
    saranno  solo  le  anime,  ma  anche  i  corpi:  come  si vede perfino
    l'ascetismo  della  rinuncia  pu  trovare  una  sua  prospettiva   di
    sofisticato erotismo,  sia pure postumo. Quest'amore sublime, trattato
    con cenni di non dubbia carnalit,  si situa lontano  da  qualsivoglia
    innocenza  stilnovistica,  ed  un tentativo,  ancor pi audace che in
    campo politico,  di  conciliare  comportamenti  e  morali,  sui  quali
    legiferava  una  tradizione  di  ferrea  coerenza teorica,  cui faceva
    riscontro una prassi sempre  pi  difficile.  Fogazzaro  come  artista
    sente,  a  riguardo  del  tema  amoroso  non  solo l'arretratezza,  ma
    l'inefficacia  della  vecchia   morale   precettistica   e   rivendica
    l'autenticit  dell'esperienza  passionale:  non a caso molti lettori,
    anche fra i  pi  fedeli  come  Gallarati-Scotti,  hanno  sottolineato
    l'ambiguit   del  tema  amoroso  del  "Daniele  Cortis",   potenziale
    vademecum  di  adulteri  non  consumati,   ma  obliquamente  delibati.
    Fogazzaro  rinnegher  in  pubblico  e  privato negli anni seguenti la
    "situazione" del "Cortis", eppure tutti i suoi romanzi riaffermeranno,
    con palese contraddizione,  la  necessit  di  questo  tipo  di  amore
    insopprimibile  e  proibito  insieme come elemento centrale della vita
    affettiva  (rimane  solo  il  dubbio  se  anche  per  lui,   come  per
    D'Annunzio,  queste  esperienze  primarie  non fossero secondarie alle
    loro imperanti esigenze di artisti "sperimentali"). In realt tutta la
    dinamica affettiva dello scrittore si muove all'interno di un dualismo
    non conciliabile: se in politica i temi agitati sono raggruppabili  in
    due   blocchi,   quello   religioso   e   quello  statale  (e  perfino
    statalistico),  che si ponevano di per  s  fuori  da  ogni  possibile
    ricomposizione realistica,  nel campo affettivo quest'amore per quanto
    sublime non pu evitare il conflitto con la morale cattolica.
    Anche a questo livello l'arte dello  scrittore  si  avvale  della  sua
    sensibilit  nel  captare una certa problematica diffusa nella societ
    civile,  o almeno in quella parte alta della societ in cui l'istituto
    matrimoniale  era  in  crisi  come  lo  era d'altra parte la soluzione
    dell'adulterio.  Fogazzaro,  armato di tutte le buone intenzioni dello
    zelo  religioso  e  della  castit,  coglie questo malessere diffuso e
    riesce a ritrasmettere l'ideologia femminile del tempo, proprio perch
     la donna  ad  essere  la  portatrice  pi  significativa  di  questa
    conflittualit istituzionale e morale.
    Per  troppi  motivi  dunque  "Daniele Cortis" era un libro destinato a
    essere un romanzo "popolare", a dare uno spessore sociale a un artista
    che nella sua vasta opera  in  versi  rimaneva  ancorato  a  effusioni
    tardo-romantiche. Ma la popolarit di Fogazzaro si basava su uno stato
    di equilibrio molto precario, che faceva riferimento a conflitti a cui
    non  sapeva  quali  sbocchi  indicare (e in effetti quando l'autore si
    confront non pi col lassismo comportamentale,  ma con  la  dogmatica
    della  chiesa,  dovette  accettare  lo  scontro  e la sconfitta).  C'
    tuttavia  un  fascino  in  questi  romanzi,   legato  pi   che   alla
    problematica esplicita che essi affrontano, a certa tematica nascosta,
    forse  ignota all'autore stesso: il narratore,  al di l dei dibattiti
    che accese e condusse pi o meno abilmente,  rimase  fedele  nei  suoi
    romanzi  a  una vena di segreto erotismo,  ripresentato con variazioni
    sempre pi complicate,  tenaci  e  insidiose;  Fogazzaro    forse  lo
    scrittore  pi  sensuale  del  suo tempo,  pi di D'Annunzio,  proprio
    perch motiva l'esaltazione dei sensi nel momento  stesso  in  cui  la
    reprime; ed  in questa proibizione a manifestarsi nella sua interezza
    che il sesso diventa erotismo,  cio un suo potenziamento "innaturale"
    e fantasmatico,  se per la borghesia umbertina  il  cosiddetto  libero
    amore  dei progressisti fu un'utopia generica,  Fogazzaro invece scav
    dentro di s e dei suoi  simili  quel  tortuoso  cammino  che  collega
    l'amore alla sua negazione, e, mentre accetta la primaria affermazione
    dei  sensi,  nello  stesso tempo ne nega qualsiasi fruizione diretta e
    "innocente": al di l della morale vittoriana fatta di "pruderie" e di
    sospettosit,   tutti  i  romanzi  sono  un  invito  a  vivere  questa
    contraddizione  di  amare  dentro  alla generale proibizione che tocca
    l'amore nella sua completezza.  Quello che viene descritto    l'amore
    proibito  e insieme possibile,  un adulterio differito pi che negato;
    cos caratterizzato l'amore alla Fogazzaro si adegua a un mondo in cui
    la repressione era richiesta per la sopravvivenza di certe istituzioni
    come di certe convenzioni sempre pi in crisi,  per cui non meraviglia
    che  questi  romanzi  siano stati i portatori di un diffuso desiderio,
    vissuto fino all'estremo del paradosso,  di poter teorizzare - e forse
    praticare - un erotismo santo e spirituale.
    Fogazzaro,  con  tutto  il  suo  candore  evangelico e risorgimentale,
    esalta questa negativit, questo essere "contro" sia il lassismo laico
    sia ogni dogmatica purezza,  senza riuscire a trovare nessuna  formula
    positiva;  egli  rappresenta genuinamente lo status quo di una societ
    che non sa darsi sbocchi se non nella sofferenza  e  nell'esaltazione.
    Tutta  l'opera  fogazzariana  intrisa di questa tematica negativa,  a
    cui presiede  un  segreto  atteggiamento  sadomasochista  sinceramente
    subito  e  inflitto.  Anche  per Fogazzaro come per il Verga minore il
    centro delle contraddizioni psicologiche e sociali,  la figura  chiave
    di  questo  stato di crisi strutturale,   la donna;  in maniera molto
    diversa dalle molte altre connotazioni del tempo la donna fogazzariana
    ha una sua complessa contraddittoriet: non  la madre,  la  moglie  o
    l'amante, come volevano i canoni della buona tradizione,  qualcosa di
    diverso,  di ambivalente,  la quasi amante, la confidente, la sorella,
    l'intima amica secondo un'angolatura sottilmente  equivoca  tanto  che
    l'autore dovr teorizzare,  per razionalizzare questa "situazione", la
    presenza di un "sesso misterioso dell'anima". Comunque,  nel confronto
    uomo-donna,    all'uomo  che  Fogazzaro  assegna  il compito del polo
    positivo,  in maniera dura negli  ultimi  romanzi,  con  formula  meno
    semplice  in  "Piccolo  mondo  antico",  in  forma  prevaricatrice nel
    "Cortis": anche  Elena,  elogiata  da  tutti  i  critici  per  la  sua
    "femminilit",  ha la funzione, nel sistema dell'ideologia romanzesca,
    del  polo  negativo,  non  tanto  per  la  debolezza  della  sua  fede
    religiosa,  ma  perch  il Fogazzaro (che accentuer col passare degli
    anni questa sua ottica),  identifica il "diverso" femminile con la sua
    passivit  e la sua plasmabilit passionale,  cio con la tentazione e
    il peccato,  che l'uomo non pu non subire ma non deve accettare.  Pur
    con tutte le sue sottigliezze i romanzi proclamano quello che vogliono
    negare,  cio  la forza del sesso e la sua temuta nocivit,  che  poi
    l'elemento-chiave  per  intendere  l'erotismo  di  Fogazzaro,  il  suo
    "desiderio"  coltivato  e  represso  nello  stesso tempo.  La donna ha
    dunque questa dimensione  pericolosamente  attraente  (ma  decisamente
    repellente lo  nella figura, davvero eccezionale, della madre Fiamma,
    la  meno materna che si conosca nella letteratura del tempo),  ma tale
    donna vive solo come parte del  dramma  dell'uomo,  che  pi  che  mai
    sovrasta  la  situazione  sentimentale e morale.  Cortis,  personaggio
    artificioso come  lottatore  politico,  rientra  in  una  logica  meno
    esterna all'autore quando fronteggia la "debolezza" della donna; non 
    questione di superiorit morale o di fermezza di carattere,  in gioco
    il ruolo di Daniele come amante;  solo attraverso il rifiuto l'amante,
    nel momento in cui deve affrontare la prova del piacere,  pu  attuare
    la sua strategia del desiderio negato; proprio come amante incompleto,
    peccatore mancato,  eroe in pericolo, Cortis d una conclusione al suo
    itinerario nel labirinto del piacere  e  nel  confronto  fra  pulsioni
    represse e sublimazioni ideologiche.
    Se teniamo presente questa complicata situazione psicologico-narrativa
    riusciamo ad afferrare la chiave drammatica del romanzo;  Fogazzaro ha
    un gusto  spiccato  per  le  situazioni  conflittuali  non  solo  come
    risvolti   del  suo  mondo  interiore,   ma  anche  come  formulazioni
    estetiche.  I suoi romanzi sono drammatici,  ma di quella drammaticit
    che non si risolve nell'elaborato teatrale,  ma dalla tecnica teatrale
    ricava spinte a una costruzione di frementi dialoghi,  di scontri o di
    incontri  cruciali.  In  "Cortis" il movimento della narrazione avanza
    verso il grande finale ad effetto, catartico e drammatico, ma tutto il
    procedere  un alternarsi di "scene" ben calibrate, coi toni sostenuti
    di una narrazione mai  oggettivata,  mai  lasciata  a  se  stessa;  il
    difetto  del  romanzo,   ma  anche  il  suo  fascino  di  passionalit
    malcelata,  ,  semmai,  questo tipo  di  regia  esplicita  che  guida
    l'azione  verso  soluzioni  fin  troppo  calcolate,  tanto  che alcuni
    critici hanno sentito il  dovere  di  fare  il  nome  di  Sardou,  con
    scandalo  davvero  immotivato.  Anche  nelle  situazioni pi clamorose
    (come ad esempio la "liaison" Fiamma-conte di San Giuliano)  Fogazzaro
    procede  con  un  suo  fiuto  di  narratore drammatico che "lega" bene
    (forse fin troppo) col lettore e supera  gli  impacci  stilistici  che
    certi  critici,  poco  attenti al suo talento di narratore,  gli hanno
    imputato.   "Cortis"  infatti     s   un   romanzo   di   intrigante
    autobiografismo  in cui si riflette un'intera generazione,  ma  anche
    un tipo di  romanzo  "che  si  fa  leggere",  che  ancora  adesso  pu
    trascinare il lettore, anche se (forse proprio per questo) gli mancano
    quell'equilibrio,  quel senso del chiaroscuro narrativo, della pausa e
    della ripresa gestita sul filo dell'humour,  cos tipico  dello  stile
    inglese  prediletto dell'autore,  che renderanno pi composta,  meglio
    articolata l'azione di "Piccolo mondo antico".

    Genesi e storia dell'opera.
    "Daniele Cortis" usc verso  la  fine  del  gennaio  del  1885  presso
    l'editore  Casanova  di Torino,  ma il romanzo era stato terminato gi
    nel marzo del 1884,  dopo tre anni di lavoro (sappiamo che l'autore ci
    mise  mano alla fine del maggio dell'81).  Da vari documenti e notizie
    possiamo   valutare   l'incidenza   degli   elementi    autobiografici
    sull'opera:  ad  esempio in occasione dell'elezione del 1882 Fogazzaro
    partecip,  pi o meno convinto,  alle prime riunioni di un gruppo  di
    politici del luogo,  ma se ne ritrasse quasi subito facendo avanti non
    precisate ragioni di famiglia,  che espliciter  poi  in  una  lettera
    privata,  in  cui  parla  della sua "repugnanza" per la vita politica.
    Alla politica in senso proprio Fogazzaro  in  verit  non  parteciper
    mai,  neanche quando sar fatto senatore,  mentre continuer ad essere
    attivo  nell'attivit  politico-amministrativa  della  citt   natale.
    Notizie  si  hanno  anche  circa la ripresa di certi tratti di persone
    vicine all'autore,  che  si  ritrovano  in  alcuni  personaggi;  circa
    l'identit  della  "vera"  Elena  sembra  ormai  appurato,  sulla base
    dell'epistolario,   che  la  donna  amata  platonicamente  sia   stata
    Felicitas  Buchner,  la giovane istitutrice dei due amatissimi nipoti,
    rimasti orfani,  di cui Fogazzaro si era preso cura.  Ma    probabile
    che,  almeno  prima  di  conoscere  la  Buchner,  lo  scrittore avesse
    presenti altri modelli, ad esempio la cugina Angelina Lampertico,  sua
    grande ammiratrice, ma non solo lei.
    Il  romanzo,  uscito dopo trattative piuttosto laboriose con l'editore
    in cui fu tramite l'amico Piero Giacosa,  ebbe un successo di  critica
    imprevisto (perfino il terribile Scarfoglio,  che si era fatto inviare
    le bozze, lo elogi sul "Fanfulla della Domenica"), a cui fece seguito
    poco dopo un largo successo di pubblico; il libro ebbe varie ristampe;
    sembra che nel 1900 arrivasse alla settantanovesima edizione, ma forse
    (come suggerisce il Nardi) si trattava  pi  che  di  vere  e  proprie
    edizioni,  di  migliaia,  come  era  uso  indicare nelle copertine dei
    romanzi di successo di  allora.  Anche  all'estero  la  diffusione  fu
    precoce e rapida: nell'86 fu tradotto in svedese, l'anno successivo in
    inglese  (e poi di nuovo nel '90),  e poi in tedesco,  in olandese (in
    due versioni),  nel 1895 usc  la  traduzione  francese,  prima  sulla
    "Revue de Paris" e poi in volume, e negli anni seguenti in danese e in
    polacco.
    Il testo,  qui riproposto,  quello apparso nel 1931 come terzo volume
    di "Tutte le opere di Antonio Fogazzaro" a cura di Pietro Nardi per la
    Mondadori.  Il curatore ci informa di  non  aver  seguito  l'autografo
    originale,  ma  la  bella  copia autografa che Fogazzaro don a Teresa
    Giacosa  (da  cui    passata  a  Nina  Ruffini).  Nella  stessa  nota
    filologica  Nardi trascrive alcune varianti che differenziano il testo
    edito da Casanova da quelle successive apparse per i tipi di  Galli  e
    poi di Baldini e Castoldi. Sono comunque varianti di poco conto, anche
    per il "Cortis" l'autore non fu assillato dal tormento dello stile, il
    romanzo  rimase  quasi  immutato  nelle molte riedizioni;  esso fu una
    delle opere pi care per  il  Fogazzaro,  che  in  tarda  et  ebbe  a
    confessare: Ah!  "Daniele Cortis".  Per me  il mio romanzo migliore.
    Io ci vedo pi arte che negli altri.  E nel 1896  Ojetti  parlando  e
    cercando  di  spiegarsi  il  successo  del  "Daniele  Cortis"  cos lo
    definiva: L non c' nulla [...]  di  questo  gergo  cosmopolita,  di
    questa  aggettivazione  convenzionale.  L  ci sono persone di carne e
    d'ossa,  perdio;  ma dentro la carne e dentro  l'ossa  hanno  un'anima
    profonda come un abisso e come un sereno. Carlo A. Madrignani.





    Antologia critica.

    Egli,  che  in  politica    veramente un codino,  non  poi un vero e
    proprio paolotto.  Sino a qual punto sia cattolico,  non saprei  dire:
    non credo,  peraltro, che il cattolicesimo suo sia troppo fanatico. La
    sua fede pi spiccata e pi forte   nella  dottrina  spiritica  della
    trasfusione  delle anime...  Di qui il tranquillo pessimismo delle sue
    creature fantastiche,  la cui anima soffre pazientemente il peso della
    presente  vita,  confortandosi  nella  speranza della successiva,  pi
    bella; di qui,  probabilmente in seguito un pessimismo pi largo e pi
    desolante,  fondato sulla disperazione che l'anima possa trovar mai in
    qualche atteggiamento della vita il suo assetto necessario, e la pace,
    e la felicit.
    (E.  Scarfoglio,  Antonio Fogazzaro in "Fanfulla della Domenica",  Ano
    settimo numero 6, 8 febbraio 1885).

    Or bene,  il Fogazzaro,  qual romanziere,  appartiene,  come tutti gli
    altri,  all'epoca del decadimento: n i suoi lavori  romanzeschi,  dal
    "Malombra"  al  "Piccolo  mondo  antico" e al "Piccolo mondo moderno",
    avranno la virt d'iniziare un'era novella di  risorgimento.  "Daniele
    Cortis",  che  trovasi  fra  quei  due  punti di partenza e di arrivo,
    segna, secondo noi, il grado massimo di potenzialit del Fogazzaro: in
    parecchie  pagine,  la  sagacit,   la  sicurezza  della  osservazione
    psicologica   vi     mirabile,   e  tutto  l'andamento    buono:  n
    sostanzialmente i suoi romanzi venuti dappoi  contengono  un  concetto
    diverso,  potendosi  anzi  essi dire variazioni sul tema del "Cortis",
    peggiorate nella parte morale, e nella letteraria meno accurate bench
    pi morbide e piacenti.  Ma non vi  nulla che  valga  a  giustificare
    l'idolatria  di  alcuni.  E  poi,  in generale,  al Fogazzaro nuoce la
    smania della tesi,  che egli vuol far entrare per tutto,  la tesi  del
    "moderatismo"  in  politica,  in religione,  in amore,  che,  a nostro
    avviso,  il rende pericolosissimo,  perch  acquista  credito  ad  una
    religione,  la  quale,  se prevalesse,  non sarebbe certo la cattolica
    romana e papale, ossia la sola vera; ed a quel platonismo d'amore, che
     il "subtiliter fornicantur" di Sant'Agostino.
    (G. Zocchi, "A. Fogazzaro ed il cristianesimo de' suoi romanzi" in "La
    Civilt Cattolica", 22 giugno 1901).

    Il Fogazzaro, come artista, sente la volutt,  ma non sente il dovere.
    Daniele    l'uomo perfetto,  asserito,  non rappresentato,  perch la
    perfezione concettuale non si rappresenta: Elena  una eroina del "s"
    pronunciato innanzi al  sindaco  e  all'altare;  ha  sposato,  non  si
    comprende troppo perch,  un uomo che non ama, e al quale vuol essere,
    ed ,  materialmente fedelissima,  non per motivi  religiosi,  ma  per
    rispetto  alla  sua parola,  per dignit verso s medesima.  Caratteri
    siffatti, quando scorgono il pericolo, fuggono: nel Fogazzaro, invece,
    lo vanno provocando,  con acre tormento e godimento.  I due odiatori a
    parola  dell'adultero,  ma intenti a innamorarsi l'un l'altro di amore
    adultero,   non  fanno  che   cercarsi,   stare   accosto,   toccarsi,
    baciucchiarsi,  fremere.  Sono,    vero,  due  macchinette  munite di
    valvole di sicurezza; e la molla del dovere scatta infallibilmente nel
    momento in cui ci  necessario.
    (B.  Croce "A.  Fogazzaro" in "La  letteratura  della  Nuova  Italia",
    volume quarto, 1914-1940).

    Daniele  Cortis    il padre Daniele della Compagnia di Ges,  come lo
    chiama il barone.  Odora di altare,  e  anche  pi  di  sacrestia.  E'
    rimasto un chierico,  senza perdurare fanciullo.  Trema del peccato, e
    vive  continuamente  nella  dilettazione   del   peccato.   Ha   tanto
    misticismo,  quanto  basta  per  santificare  il sensualismo.  Nessuna
    virt. Non vive che per il suo orgoglio,  che prende la forma di lotta
    politica,  per  la  sua sentimentalit erotica,  che si giustifica con
    l'amor mistico,  e per il suo egoismo.  Che miseria di  spirito  e  di
    cuore davanti alla madre!  La mantiene per obbligo;  ma quella donna 
    la sua croce. Non una parola che valga a redimerla!  Quando,  al primo
    ritornare  in  s  dalla congestione cerebrale,  se la vede intorno al
    letto, d in ismanie. L  sincero.
    (E. Donadoni, "Antonio Fogazzaro", Napoli, 1913).

    Se per il "Daniele Cortis" poteva essere un  punto  di  partenza  per
    molte  anime,  se  per alcune poteva rappresentare come un primo grado
    nell'ascensione dal senso allo spirito,  esso aveva in s dei  lieviti
    di sensualit non domata,  delle esitazioni e delle sottigliezze,  per
    cui non poteva essere preso, senza pericoli, come un punto di arrivo o
    come un  libro  di  direzione  spirituale.  Quello  stesso  amore  che
    nell'esperienza  dell'autore  diventava  forza,  volont,  liberazione
    dalla "debole natura" poteva anche, in anime pi fiacche,  tradursi in
    una sentimentalit equivoca, in uno stato di tentazione cronica, grata
    ai rifuggenti dalla caduta materiale per timidit o per pigrizia,  non
    per convinzione e per ardore.  [...]  L'influenza  non  voluta  e  non
    pensata  del "Daniele Cortis"  stata - specialmente in anime inquiete
    di donna - di far consentire a simili tentazioni  e  di  aumentare  la
    schiera  di  tepidi  adulteri spirituali,  a cui non pu nemmeno esser
    concessa la piet di Dante per chi cadde.
    (T. Gallarati-Scotti, "Vita di A. Fogazzaro, Milano, 1920).

    Il principio dell'innovare conservando  vige  naturalmente  anche  nel
    campo dello Stato e della vita politica: qui,  anzi,  riesce forse pi
    evidente il conservatorismo del Fogazzaro col suo aspetto  liberale  e
    col  suo  aspetto  reazionario.  Egli accett di slancio la formazione
    storica dell'unit del regno;  ma sopprimendone tacitamente i  fattori
    pi conturbanti. Mazzini e Garibaldi non sono nominati. Il suo dio era
    il  Cavour:  la  forza  pi  vitale e giustificatrice dello stato,  la
    monarchia; il pi potente "instrumentum regni", il cattolicesimo. Egli
    non poteva acquetarsi alla norma che il re regna,  ma non governa.  La
    monarchia,  secondo lui, responsabile dinanzi a Dio e alla storia, era
    una ruota maestra del  meccanismo  costituzionale;  se  essa  rimaneva
    inoperosa,  tutto  il meccanismo ne soffriva.  In quegli anni,  e cio
    poco dopo la caduta della storica Destra, si era diffuso nei vari ceti
    italiani un sordo  scontento  per  quella  che  sembrava  decadenza  e
    corruzione  della  vita  politica del giovane regno;  scontento che si
    concretava particolarmente in una crescente sfiducia, in un sempre pi
    aperto discredito dell'istituto parlamentare.
    (G.  Trombatore,  "Il successo di Fogazzaro",  1945,  poi in "Riflessi
    letterari del Risorgimento in Sicilia", Palermo, 1960).

    Questo  distinto  e  aristocratico  sognatore delle ville vicentine in
    fondo ebbe il  fiuto  di  tutto  quello  che  maturava  nell'atmosfera
    italiana,   e   il  metterlo  in  rilievo  non  significava  che  egli
    applaudisse a tali  movimenti,  ma  semplicemente  qui  lo  ricordiamo
    perch era una prova di acume e di sensibilit lungiveggente.
    Nella politica,  nella religione e nell'amore il Fogazzaro ebbe sempre
    un atteggiamento interiormente coerente: voleva  riformare  la  Chiesa
    cattolica,   ma   conservando  nell'innovazione,   fino  al  punto  di
    affrontare la scomunica,  e  affrettandosi  subito  dopo,  poich  era
    cattolico convinto, a fare ritrattazione della sua potenziale eresia.
    (L. Russo, "Politica, religione e amore in A. Fogazzaro", 1955, poi in
    "Il tramonto del letterato", Bari, 1960).

    Se  fra  il  "Cortis"  e  la lettera al Gallarati Scotti c'erano stati
    "Piccolo mondo moderno" e "Il Santo",  l'esperienza pur marginale  del
    modernismo  e  l'ipotesi  di  un'"azione  personale  straordinaria" da
    condursi all'interno della Chiesa che nasce dal disgusto  del  piccolo
    mondo  di  tutti  i  giorni della provincia veneta e dall'illusione di
    vivere, magari perseguitato e incompreso, la vita del Vangelo,  niente
    nell'ideologia  di  Fogazzaro  sembra cambiato ed  questa la conferma
    che l'avversione di Cortis  al  metodo  parlamentare,  la  sostanziale
    carenza  di  "idee"  supplita  da  un  uso  incerto di formule e da un
    esasperato e teatrale sfoggio di  demiurgica  volont  da  mettere  al
    servizio  degli  interessi  e delle idee dominanti della borghesia del
    proprio tempo e il potere ricercato e  richiesto  come  tale,  fondato
    unicamente  sul  consenso  in una confessione religiosa,  spiegando la
    conseguente e coerente scelta del "santo" col suggello della "visione"
    divina,  personaggio fuori della storia contrapposto sia  alla  chiesa
    che  all'autorit  politica,  ma dotato di un potere carismatico sulla
    folla,  proietta ben addentro la vita civile il costume e  la  cultura
    del  Novecento  italiano  l'ombra  inquietante  dell'onorevole Daniele
    Cortis.
    (E. Ghidetti, "Le idee e le virt di A. Fogazzaro", Padova, 1974).

    Con l'opera di questo scrittore passiamo  dal  cerchio  della  piccola
    borghesia  al  non  meno  angusto cerchio del cattolicesimo nazionale:
    ancora nell'ultimo Ottocento incerto tra l'abbandono al trauma  subito
    con  la  fine  del potere temporale della Chiesa e le nuove ipotesi di
    intervento  politico  nella   realt   italiana;   ancora   in   pieno
    imperialismo  economico,  perduto alla ricerca d'una propria identit,
    tra  le  opposte  tentazioni  dello  spiritualismo  pi   bizzarro   e
    dell'adeguamento  "modernista" alla scienza borghese.  Non a caso,  la
    biografia di Fogazzaro   un  susseguirsi  di  crisi  religiose  dalla
    giovanile  infatuazione schopenauriana per l'occultismo orientale,  al
    quasi ateismo del periodo scapigliato,  al modernismo dei  primi  anni
    del Novecento,  alla finale riconversione all'ortodossia cattolica. Ma
     soprattutto nei suoi romanzi il luogo  ideale  di  questo  decadente
    itinerario  verso  un  dio  che  sar  alfine riconosciuto nell'azione
    sociale di un cattolicesimo ben aderente agli interessi vaticani.
    ("Pascoli,  D'Annunzio Fogazzaro e il decadentismo italiano" a cura di
    R. Tessari, Torino, 1976).



















    Nota bibliografica.

    Per il testo si  ripreso,  come si  detto, quello stampato presso la
    Mondadori nel 1931 come volume terzo di "Tutte  le  opere  di  Antonio
    Fogazzaro" a cura di P. Nardi.

    Per  i  dati biografici sono fondamentali le seguenti opere: Rumor S.,
    "A. Fogazzaro,  la sua vita,  le sue opere,  i suoi critici",  Milano,
    1896  (seconda  edizione  1912),  mentre sembra che utilizzi ricordi e
    pensieri del Fogazzaro stesso P.  Molmenti in "A.  Fogazzaro.  La  sua
    vita  e  le  sue opere: con acqueforti e la bibliografia del Fogazzaro
    compilata" da S. Rumor, Milano, 1900. Importante anche come esempio di
    fogazzarismo critico la "Vita di A. Fogazzaro", di T. Gallarati-Scotti
    (Milano,  1920;  riedita dopo revisioni nel 1934 e nel 1963).  L'opera
    pi  ricca rimane "Vita di A.  Fogazzaro" di P.  Nardi,  Milano,  1938
    (apparsa come dodicesimo volume di "Tutte le  opere",  citato).  Sulla
    base  di  queste  precedenti  (e  con l'angolatura "democristiana") il
    recente "A. Fogazzaro" di L. e D. Piccioni, Torino, 1970.

    Per la bibliografia si vedano,  oltre le opere citate di  Rumor  e  di
    Nardi,  i  due  volumi  di  A.  Piromalli,  "Fogazzaro  e la critica",
    Firenze,  1952  e  "Fogazzaro",  Palermo,  1964;  E.   Ghidetti,   "A.
    Fogazzaro" in "I classici italiani nella storia della critica", volume
    terzo, Firenze, 1977.
    Materiale  documentario importante  raccolto nelle "Lettere scelte" a
    cura di T.  Gallarati-Scotti,  Milano,  1940  (volume  tredicesimo  di
    "Tutte  le  opere");  P.  Nardi,  "Fogazzaro  su  documenti  inediti",
    Vicenza,  1929;  O.  Morra,  "Fogazzaro nel  suo  piccolo  mondo  (dai
    carteggi  familiari)",   Bologna,  1960  e,  a  cura  di  C.  Marcora,
    "Corrispondenza Fogazzaro-Bonomelli",  Milano,  1968 (oltre che  nelle
    "Vite" di Gallarati-Scotti e di Nardi).

    Giudizi  critici  sul  "Cortis"  si  possono leggere,  oltre che nelle
    biografie citate,  dopo le  varie  recensioni  che  accompagnarono  il
    volume  alla sua prima uscita (sulle quali si sofferma Nardi nella sua
    nota "Genesi e fortuna dell'opera" in fondo alla  sua  edizione),  nel
    saggio di B.  Croce,  "A. Fogazzaro" del 1903, raccolto poi nel volume
    quarto di "La letteratura della  Nuova  Italia";  confronta  anche  le
    monografie  di  E.   Donadoni,   "A.   Fogazzaro",  Napoli,  1913;  G.
    Trombatore,  "A.  Fogazzaro",  Messina,  1938 (con  bibliografia);  A.
    Viola,   "Fogazzaro"  Firenze,   1939  (in  Francia  L.  Portier,  "A.
    Fogazzaro", Parigi, 1937). Si veda anche il giudizio di A.  Momigliano
    del 1934 che si legge in "Studi di poesia", Bari, 1938.

    Nel dopoguerra interessante la ripresa di G.  Trombatore, "Il successo
    di Fogazzaro"  del  1945  rifluito  poi  in  "Riflessi  letterari  del
    Risorgimento  in  Sicilia",   Palermo,   1960;  L.  Russo,  "Politica,
    religione e amore in A.  Fogazzaro" in "Il  tramonto  del  letterato",
    Bari,  1960;  e  pi  in generale C.  Salinari,  "Miti e coscienza del
    decadentismo italiano", Milano, 1960; A. Briganti,  "Il parlamento nel
    romanzo italiano del secondo Ottocento",  Firenze, 1972; J. A. Thayer,
    "L'Italia e la grande guerra.  Politica e cultura dal 1870  al  1915",
    Firenze,  1973. Pi recenti E. Ghidetti, "Le 'idee' di Daniele Cortis"
    in "Le idee e le virt  di  A.  Fogazzaro",  Padova,  1974,  oltre  al
    capitolo  della  "Storia della letteratura italiana" edita da Garzanti
    curato da G. Cattaneo, volume ottavo, Milano, 1968, e quello,  firmato
    da E.  Sormani della "Letteratura italiana",  Laterza,  volume ottavo,
    tomo secondo, 1975; "Pascoli, D'Annunzio,  Fogazzaro e il decadentismo
    italiano" a cura di R.  Tessari,  Torino, 1976 e A. Asor Rosa, "Storia
    d'Italia", volume quarto, 2, Torino, 1975.

    Per il narratore confronta G.  De Rienzo,  "Fogazzaro  e  l'esperienza
    della  realt",   Torino,  1967;  G.  Cavallini,  "La  dinamica  della
    narrativa di Fogazzaro", Roma, 1978.
    (a cura di C.A.M.).

    CAPITOLO PRIMO.
    VENTO, PIOGGIA E CHIACCHIERE.

    Le palle cozzarono insieme due volte, forte.
    Tac tac! fece il conte Perlotti guardandole correre attento,  con il
    gesso nella destra e la stecca nella sinistra.
    Santo  diavolo!  esclam il senatore.  Non c' taglio.  Che stecche
    avete, contessa Tarquinia? Non si pu giuocare.
    E dlli! disse la contessa, sottovoce, fra un gruppo di signore.
    Genero mio benedetto  soggiunse  allargando  le  braccia,  pi  che
    scrivere e riscrivere che me ne mandino!
    Si  volt  alla  Perlotti  che  sorrideva silenziosamente guardando il
    tempo dall'uscio a vetri.
    Bello, sai brontol. Sar la ventesima volta che me lo dice.  Vuole
    che le faccia io le stecche?
    Che tempo! disse la signora, prudente. Fa paura.
    In  faccia  all'uscio  a  vetri il grande cipresso morto,  avvolto nel
    glicine sino alla punta, rizzava il suo chiaro verde nel cielo livido;
    radi goccioloni macchiavano la ghiaia.
    Eh, s signora, paura. - Proprio, anche: paura. Paura, non  vero?  -
    Paura, "sipo".
    Era  un  coro di quattro o cinque fra signore e signorine in fronzoli,
    molto serie,  molto irrigidite dal grande onore di  trovarsi  in  casa
    della contessa Tarquinia Carr.
    Sei punti a me! grid il senatore.
    Quanti? rispose un personaggio invisibile.  Sei,  sei,  sei!  Siete
    sordo?
    No, ma i preti ah!
    Gi;   un baccano!  Fate un poco tacere  "a"  quei  preti,  contessa
    Tarquinia!
    I  preti  giuocavano  a  tresette  nella stanza del piano,  vociavano,
    schiamazzavano.
    Scusate,  caro voi,  Grigioli disse la contessa  a  un  giovane  che
    parlava  con  la  baronessa  Elena  Carr Di Santa Giulia,  seduta sul
    canap vicino.  Andate a pregare i reverendi,  con buona maniera,  di
    non far tanto chiasso.
    Quegli s'inchin.
    Benedetta la Sicilia gli disse piano la contessa.  A proposito,  mi
    raccomando, eh!
    Cosa, contessa?
    Dove avete la testa? Cortis.
    Eh s, va benone,  contessa.  Cinquanta voti sicuri,  qui.  Lo dicevo
    adesso alla baronessa Elena.
    Non parlate,  caro voi,  di queste cose a mia figlia,  che non sa che
    cosa siano n la destra n la sinistra.  Andate l,  andate l da quei
    reverendi... Dov' Cortis? diss'ella a sua figlia, poi che il giovane
    si fu allontanato.
    Andate,  andate, giovinotto, fate tacere "a" preti disse il senatore
    a colui che passava lungo il biliardo.  Dite che imparino un poco  da
    questi altri signori. Fate tacere "a" don Bortolo!
    Presso  un'altra  porta  a  vetri della gran sala a crociera un gruppo
    d'uomini discorreva di qualche argomento molto misterioso,  pareva,  e
    molto importante.
    Uno di loro chiam:
    Dottor Grigiolo!
    Comandi! rispose il giovane.  Vengo subito. E tir avanti verso la
    stanza del piano.
    E' medico quel giovinotto? disse il senatore al suo compagno.
    No signore, dottor in legge disse questi ossequiosamente.
    I preti avevano smesso di giuocare.  Il cappellano don Bortolo  teneva
    un foglio in mano e declamava dei versi tra le risate dei colleghi.
    La permetta, don Bortolo disse l'ambasciatore.
    Bravo,  dottore rispose don Bortolo.  La venga qua,  La senta anche
    Lei:

    "El sindaco risponde: a gh rason".

    No, La permetta.
    Ma La perdoni, La senta!
    Il dottor Grigiolo si rassegn fremendo ad ascoltare  un'altra  strofa
    che finiva cos:

    "E el sindaco: anca v gav rason".

    Va bene, ma La permetta.
    Ma La perdoni, perch non La sa. Adesso viene il bello.
    Don  Bortolo  riscaldato  da  parecchie  tazzette,  come  le chiamava,
    continu  a  declamare  una  satira  anonima,  la  descrizione  di  un
    battibecco  fra  certi  consiglieri  comunali intorno a un sindaco che
    dava ragione a tutti.

    "El sindaco tasea col collo storto
    e po infin l' concluso: a no gh torto".

    Scoppiarono risate in tutti i toni.
    Bella,  bellissima,  arcibellissima esclam indispettito  il  dottor
    Grigiolo, ma, caro cappellano benedetto, non vedo poi la necessit di
    rompere  i  timpani  al  prossimo.  Capisce bene,  di l ci sono tante
    signore e proprio la contessa pregherebbe...
    Le femmine? rispose don Bortolo.  Perch  non  ne  sanno  fare  del
    chiasso, le femmine!
    Zitto, zitto, andiamo, state quieto, cappellano dissero i colleghi.
    Bravi, mi raccomando; anche per il conte Lao che sta poco bene.
    Il   dottor   Grigiolo  guard  il  pi  vecchio  di  quei  sacerdoti,
    l'arciprete, con una faccia tra seria e compunta.
    Venga qua esclam l'incorreggibile don Bortolo venga qua,  dottore,
    non stia a combattere colle femmine e beva una tazzetta con noi.  Cosa
    mi conta del conte Lao?  Non La capisce che la sua camera  dall'altra
    parte? Non La sa che il conte Lao sta meglio di Lei e di me? Non La sa
    che  matto?
    Fate tacere "a" don Bortolo! grid il senatore dalla sala.
    Oh,  hanno  capito?  sussurr il dottor Grigiolo con gli occhi fuori
    della testa.  L'Etna,  corpo!  Capace di venire qua  con  la  stecca,
    perdia!
    Campanile! fece il cappellano.
    La  sua  uscita e il suo comico sgomento misero nella brigata una cos
    clamorosa, irrefrenabile ilarit,  che Grigiolo scapp via con le mani
    nei capelli, mentre don Bortolo rinfrancato, si accingeva a leggere la
    chiusa del poema, quest'apostrofe agli elettori:

    "E se no s na massa de marson,
    Speti sti fioi de pipe a le elezion,
    A man che i ve vien soto parei fora,
    E mandi tuti oto a la malora."

    Fiasco,  Grigioli! grid da lontano la contessa Tarquinia.  Un'altra
    voce part dal gruppo dei cospiratori:
    Venite, dottor Grigiolo?
    Egli rispose un momento;  vengo subito e tirava via;  ma il senatore
    barone  Di  Santa  Giulia  gli  piant  sullo  stomaco una mano da San
    Cristoforo e lo ferm di botto.
    Rispondi! diss'egli con il suo  vocione  tonante.  Sei  Grigioli  o
    Grigiolo?
    Lo  smilzo  e  garbato  giovinetto trasal,  diede un passo indietro e
    guard il senatore come avrebbe guardato Attila.
    Grigioli, veramente rispose, ma il popolo...
    Il popolo L'aspetta se La si degna disse colui che l'aveva  chiamato
    prima.
    Ah,  il popolo! Ho capito disse il barone. Voi non avete saputo far
    tacere "a" Bortolo.
    Impossibile,  senatore.  Impossibile,  contessa.  Il Suo vin bianco 
    troppo generoso. Ci vorrebbe una pompa e dell'acqua. A momenti ne vien
    giusto gi un diluvio.
    Credete, s?
    Oh s, contessa.
    Non vi pare che si alzi un poco, il tempo?
    Non vedo, contessa.
    Avete guardato bene?
    Contessa s.
    E non vedete?
    Contessa no.
    Santo  diavolo,  che  contessamento  in questo paese! borbott fra i
    denti il senatore, chino sul biliardo, provando e riprovando il colpo,
    con gli occhi alla palla avversaria.
    L'uso, barone osserv sommessamente Perlotti, ritto in faccia a lui.
    Via, che gli elettori vi aspettano disse piano la contessa Tarquinia
    a Grigiolo, e lo spinse via con le mani, perch quegli,  seccato,  non
    ci  voleva  andare,  preferiva  la  compagnia  delle  signore alla sua
    missione elettorale.  Poi la contessa si  volse  al  gruppo  e  disse:
    Scommetto che questo tempo non fa nulla...
    E subito le voci ossequiose: Direi anch'io,  contessa.  - Pare di no,
    contessa. - Non fa niente, "nopo".
    Nello stesso tempo il fragor del tuono emp la  sala,  tutti  i  vetri
    suonarono.
    Ohe! esclam il senatore, buttando la stecca sul biliardo.
    Gesummaria! disse la contessa. Le finestre! Le finestre di sopra!
    E corse al campanello.
    Una signorina, che prima non aveva mai aperto bocca, si mise a gemere.
    Oh che nero!  Oh che inferno! gridava il dottor Grigiolo.  Venga da
    questa parte, contessa, se vuol vedere!
    Un furioso colpo di vento irruppe dalla porta  che  mette  in  loggia,
    butt  le  cortine all'aria,  soffi via giornali e carte,  stridendo,
    dalle quattro cantoniere intorno al biliardo.  Mentre Perlotti correva
    a chiudere, l'arciprete scapp in furia.
    Arciprete,  arciprete!  grid Perlotti,  passando la testa fra i due
    battenti. E' matto?
    Mi cercheranno per benedire il tempo rispose il prete con le mani al
    cappello e le falde dell'abito al vento.
    Il temporale, venuto su dietro le montagne di ponente,  aveva girato a
    mezzogiorno.  Turchino  cupo  sopra  le  creste  cineree  del  Rumano,
    minacciava lo scuro piede selvoso del monte,  le povere case sparsevi,
    le  praterie  distese  davanti alla villa Carr,  falciate di recente,
    dorate da un chiarore sinistro.
    La contessa Tarquinia,  il Perlotti,  il barone Di  Santa  Giulia,  le
    signore,  Grigiolo  e  i  suoi  amici erano tutti l nel braccio della
    crociera che guarda mezzogiorno.
    Tempo brutto disse il dottor Picuti, notaio del paese.
    San Giovanni e San  Pietro  osserv  un  altro,  gran  mercanti  di
    grandine.
    Il  conte  Perlotti  espresse,  con grazia,  il timore che quel povero
    arciprete non potesse arrivare a casa in tempo.
    Guardo il frumento,  io esclam il grosso signor Checco Zirisla che
    aveva il pi bel podere della vallata e non andava a messa.
    Gi! "u" frumento! disse il barone.
    E l'uva, "cazza"! L'uva! sussurr la signora Zirisla.
    I  preti  non si erano mossi dal loro salotto,  strepitavano peggio di
    prima,  quasi per soverchiar la voce dei tuoni e del vento che ruggiva
    rabbioso intorno ai canti della casa, sbatteva, al secondo piano, usci
    ed  imposte,  schiacciava  a  terra  le  "vegellie",  i "philadelphus"
    frenetici del giardino.
    Neppure la  baronessa  Elena,  rimasta  sola,  parea  commuoversi  del
    temporale.  Abbandonata la persona sulla spalliera del canap,  teneva
    il viso un po' chino al petto e le braccia strette alla vita  sottile,
    come se avesse freddo.  Gli occhi grandi, neri, guardavan le vette dei
    giovani abeti del giardino, agitate senza posa; parevano, nella vitrea
    e grave immobilit loro,  vedere tra quelle vette,  nel cielo  oscuro,
    qualche  fantasma,  qualche  solenne  parola  di  tristezza invisibili
    altrui. Improvvisamente una furia obliqua di piova strepit sui vetri,
    sulla mura, nascose il cielo, le montagne e gli abeti, mise un baglior
    bianco a tutte le porte e le finestre della sala ombrosa.
    S'ud la contessa Tarquinia dir forte:
    Daniele ha preso radice di sopra.  Se permettono vado  un  momento  a
    vedere cosa succede.
    Ella si accost a sua figlia, le disse piano e lamentevolmente:
    Ti  prego,  sai,  Elena,  mi lasci proprio sempre sola,  non mi aiuti
    niente. Perch tuo marito non ci soffre, anche!
    La baronessa alz appena la testa, e rispose senza guardar sua madre:
    Mio marito non mi abbada.
    Ella  aveva  una  voce  un  po'  grave  ma  dolcissima,   un   accento
    d'indifferenza  molle,  come  di  chi  riposa  ne'  propri pensieri e,
    richiamatone un momento, risponde distratto, a fior di labbro, per non
    guastarne la trama, per riposarvisi ancora.
    Giusto quello! disse la contessa.
    Oh che contrattempo,  Elena!  C' qui la  mamma!  esclam  l'amabile
    Perlotti,  comparendo  alle  spalle di quest'ultima.  Io che venivo a
    farvi la corte!
    La giovane signora alz gli occhi al cielo.
    Va l, Elena, va l insisteva sua madre.
    Poveretta, la si secca, e che torto! osserv Perlotti,  carezzevole,
    quasi flebile.
    C' bene Sofia di l disse la baronessa.
    Mia moglie? S, ma non  mica padrona di casa, lei.
    Neppur io.
    Con  questa risposta data un po' sdegnosamente,  la baronessa Elena si
    alz, e and a raggiungere gli ospiti.
    Ho paura,  cara  Tarquinia,  che  vi  tocchi  alloggiarli  tutti  qui
    stanotte  disse  Perlotti  all'orecchio  della contessa,  appoggiando
    leggermente le mani alle braccia di lei,  bella donna ancora  e  molto
    elegante.
    Signore,  non  ci  mancherebbe  altro!  Mi sono tutti tanto cari,  ma
    vengono un paio di volte alla stagione,  e  signor  s  che  hanno  da
    capitare stasera!
    Me  mi  metterete  con  quella biondina,  quella Zireseta,  Ziresla,
    cos', quella biondina piccolina.
    Scempio! disse la contessa, voltando il viso ridente. Vado da Lao.
    E and via, seguita da una sghignazzata di Perlotti.
    Si ferm in fondo alla sala,  sulla porta che mette allo  scalone  del
    primo piano.
    Finalmente! diss'ella. Come lo hai trovato?
    Una voce virile rispose:
    Triste.
    Che  novit  mi  conti!  Il  suo male  tutto l,  perch lui mangia,
    perch lui dorme,  perch lui passa le ore con  le  ore  a  leggere  e
    suonare.  Questi  dolori  ci  saranno,  io  non dico,  ma anche lui si
    ascolta molto. Il medico dice che bisogna distrarlo. Andiamo avanti, e
    come si fa con quella eterna luna?  E poi  se  tu  sapessi,  caro  te,
    quanta  voglia  posso  avere  di distrarre gli altri!  Se tu sapessi i
    fastidi che ho, e la fatica che faccio a mandarli gi!
    Fastidi, zia?...
    La contessa tacque un poco, si morse le labbra, soffoc un singulto.
    Niente,  niente rispose nervosamente,  battendo  le  palpebre  sugli
    occhi  che luccicavano.  Non andrai mica via subito con questo tempo?
    Bravo, fammi un po' di corte a quelle signore.
    Ella sal lo scalone e il suo interlocutore entr in sala,  mentre  le
    signore   tornavano   dallo   spettacolo   del   temporale  ai  canap
    fronteggiantisi con le loro ali di sedie vuote,  fra il biliardo e  la
    porta di ponente. La baronessa Elena fe' un giro per passargli vicino,
    gli disse sottovoce:
    Grazie, sai, Daniele, che hai fatto tanta compagnia allo zio.
    Cortis  le  strinse  la mano,  senza parlare.  Elena lo guard meglio,
    trasal.
    Che c'? diss'ella.
    Una cosa grave rispose quegli.
    Oh,  ecco il nostro signor candidato!  esclam  il  barone.  Questi
    bravi  signori vogliono sapere se abbaierete a Tunisi e se morderete i
    ministri.
    Con la sua grande persona,  con la sua gran barba fulva,  con  la  sua
    gran voce, il barone pareva un brigante normanno antico.
    Che  fare  di  Tunisi?  A  noi non importa di Tunisi disse il signor
    Checco Zirisla, un patriota che non aveva soggezione di nessuno. Non
    siamo mica in Sicilia, qua.
    Evviva l'Italia! rispose il senatore. Pensateci voi.
    E si allontan.
    Lasciamolo  andare,  quel  trombone  sussurr  il  dottor  Grigiolo.
    Signor  Cortis diss'egli al nuovo venuto,  qui i nostri amici della
    sezione desideravano dirle una parola.
    Daniele Cortis s'avvicin agli amici, che in attitudine rispettosa, ma
    fermi al loro posto nella mal dissimulata coscienza  della  sovranit,
    guardavano,  con  le  spalle alla porta,  l'uomo ch'entrava nella luce
    piovosa,  un'alta persona elegante,  una  bizzarra  fisonomia  nobile,
    improntata  di  dignit e di risoluzione militare,  due occhi azzurri,
    intelligenti e fieri.
    Niente disse il dottor Picuti che incominciava sempre  cos  le  sue
    orazioni  pi gravi,  niente.  Qui siamo tutti persuasi,  ma siccome,
    giusto,  La sa,  si parla qualche volta con amici delle altre sezioni;
    io per esempio, La supponga, e qua il mio compare Zirisla...
    Appunto disse Zirisla, incoraggiando l'amico a continuare.
    Colla  cosa,  dico,  che  noi  due  e anche altri qui del paese si va
    spesso,  giusto,  nelle altre sezioni,  e dappertutto si sente  questa
    musica ch'Ella  poco conosciuta (cosa vuole, ignoranti!) e che non si
    sa come la pensi su questo e su quello; cos sarebbe sorto, giusto, il
    desiderio che,  sia con un discorso,  sia con la stampa,  non so se mi
    spiego...
    Vogliono "u"  programma  disse  il  barone  alle  signore  con  voce
    abbastanza  prudente,  nell'altro braccio della sala.  Hanno ragione.
    Quando s' visto un candidato che non tiene "u" programma? E' come una
    casa senza facciata.
    Meglio cos che tante facciate senza casa,  che tanti programmi senza
    un uomo dentro disse sua moglie vivacemente.
    E' vero,  Elena salt su la contessa Sofia,  che tuo cugino ha nome
    Daniele Volveno?
    S rispose Elena, asciutta.
    Che nomi strampalati avete qui voialtri! esclam il senatore.
    Non  mica nostro veneto,  barone,  questo nome rispose la Perlotti,
    battendosi   dispettosamente  un  ginocchio  con  il  ventaglio.   E'
    friulano. Il signor Cortis  friulano.
    Ma se lo so! Non volete che lo sappia?  E che cos' il Friuli?  Non 
    Veneto? Che razza di geografia volete insegnarmi?
    La signora si morse le labbra. Domando scusa diss'ella, ma...
    Qui  suo  marito  pens  bene  di correre a mettere il naso sui vetri,
    gridando: Oh Dio, guardate, guardate! Che sia Malcanton quello l?.
    Si vedeva un ombrello venir su  traballando  lungo  gli  abeti  velati
    dalla pioggia.
    Tutti corsero a guardare, tranne il senatore e sua moglie.
    Malcanton, Malcanton!
    S, per bacco che  lui!... Malcanton, contessa;  qui Malcanton!
    Oh Dio grid la contessa Tarquinia che rientrava allora in sala. Io
    che  me l'ero dimenticato! Aveva mandato questo Malcanton,  poche ore
    prima, a far delle commissioni.
    Eh, ma dimenticato del tutto soggiunse.  Dio,  che figura!  Pare un
    topo annegato.
    Ella  aperse  la porta,  mise una vocina graziosa,  porgendo il capo e
    ritirando la persona. Presto, presto! Dentro, dentro!
    Il signor Malcanton entr,  si scosse come  un  can  barbone,  tenendo
    l'ombrello a braccio disteso, mentre la contessa gemeva a mani giunte.
    Oh Dio,  poveretto,  in che pena,  in che pena sono stata! Poveretto,
    come siete rovinato! Che rimorsi! Presto, presto, di sopra,  di sopra,
    un punch, subito!
    Fatto tutto,  contessa, fatto tutto! ripeteva il can barbone. Fatto
    tutto.  Parlato al  signor  Momi,  alla  signora  Catina,  inteso  col
    dottore, impegnata la banda, telegrafato per i fuochi.
    E  imbarcata l'acqua mugghi il barone seduto dietro gli altri,  sul
    biliardo, con le gambe penzoloni.  Tutti risero,  tranne Malcanton che
    guard colui a bocca aperta.
    Grazie,  grazie infinite;  ma di sopra, adesso, di sopra! insist la
    contessa, ricacciandosi il riso nel petto.  Elena,  vai su dallo zio?
    Ti prego allora, passando, questo punch.
    A  proposito  riprese  Malcanton,  sar  anche  scritto  per questo
    libretto del "Laven-tennis" e per sapere come si pronuncia.
    "Laan-tennis" disse la contessa Perlotti.
    "Loon, loon" mugghi il barone.
    O "laan" o "loon",  io dico "laven" replic  Malcanton.  Del  resto
    sentiremo.
    La  contessa Tarquinia aveva fatto venire un gioco di lawn-tennis,  il
    primo della provincia.  Nessuno sapeva adoperarlo e nemmanco si andava
    d'accordo  sul  modo  di  pronunciarne il nome;  ma intanto alla villa
    Carr c'era il lawn-tennis.  Anche al "Caff d'Italia",  in citt,  ne
    avevan parlato, avean disputato molto sul "laan" e sul "loon".
    Intanto,  con  permesso  concluse  Malcanton,  e  si avvi dietro la
    baronessa, mentre il senatore diceva con un tono singolare:
    Grandi cose,  dunque,  contessa Tarquinia!  Un san Pietro  colossale,
    quello dell'81!
    Pur  troppo  sussurr Malcanton,  compunto,  alla sua compagna,  cui
    ostentava di parlare molto familiarmente,  come  se  fosse  ancora  la
    bambina di una volta. Credi, Elena, che una lavata simile...
    La giovane signora non gli bad, vol su per le scale, dimenticando il
    punch,  ed  entr  nel  chiarore  della  grande sala vuota del secondo
    piano. Ud le voci dei preti e del senatore salire, mezzo spente,  dal
    pavimento,  e  la  pioggia  eguale venir gi a distesa,  confermar con
    l'ampia e bassa sua voce quelle tre parole torbide:  una  cosa  grave.
    Attravers  la  sala  adagio  adagio,  con  gli occhi alla porta della
    camera dove Daniele era stato tanto tempo.
    Una cosa grave!
    Appoggi la fronte all'uscio e picchi due colpi sommessi.
    Si rispose forte: Avanti!.









    CAPITOLO SECONDO.
    UNA COSA GRAVE.

    Avanti disse il conte  Lao,  e  chiudi  presto  che  viene  un'aria
    d'inferno  da  quella  porta.  E' ora che ti si veda!  Ed  o non  un
    gridare che fanno quei diavoli di preti? Corpo,  e non poter andar gi
    con un bastone!  Non sa far altro tua madre che invitar preti? Saranno
    tutti ubbriachi, gi. Che vino ha dato quell'oca?
    Elena, seria seria, fece una profonda riverenza.
    Vado a vedere, conte diss'ella.
    Ah! Scempia! rispose il conte Lao,  rabbonito.  Vien qua,  andiamo.
    Scusa,  la mi vien su,  saranno dieci minuti,  fresca come una rosa, a
    domandarmi se voglio niente.  Bisogna avere una testa da  passera.  Se
    voglio  niente!  Con  questo  baccano che passa i muri!  Voglio che li
    mandiate tutti al diavolo,  dico.  Ma,  dice,  credevo che non udiste.
    Bella,  sai?  Non bastano quei pochi malanni che ho: anche sordo ho da
    essere. Andiamo, avanti! Cosa fai l sulla porta?  Perch mi guardi in
    quel modo?  Sar pallido,  ah? Sar verde o almeno giallo? Avr l'aria
    d'un morto?
    Ma no, ma no, zio; hai l'aria d'un orso in collera.
    D'un orso bianco?
    D'un orso grigio, zio.
    Invece di rispondere il conte Ladislao trasse di tasca uno specchietto
    e si avvicin alla finestra.
    Oh no diss'egli, mica pallido. Eh, niente. Solo un pochetto.
    Era pallido infatti;  d'un pallore accresciuto  da  due  grandi  occhi
    neri,   dalla  barba  nera,  corta  ma  foltissima,  dall'alta  fronte
    giallognola, dove i capelli brizzolati facevano appena una punta.
    Volt le spalle a sua nipote e si guard la lingua.
    Sei bello, zio diss'ella. Sei una bellezza; sta tranquillo.
    Lo zio si volt in fretta, si eresse.
    Dopo tutto esclam, se non fossi malato...
    Era alto e  di  persona  elegante;  un  gran  naso  aristocratico  non
    guastava la sua fisonomia, tra sentimentale e beffarda.
    Se non sognassi di essere malato disse la baronessa Elena.
    Ah,  sogno?  La faccio per piacere questa vita?  Mi diverto io, a non
    digerire,  il giorno,  e a non dormire,  la notte?  Mi diverto a esser
    pieno  di  dolori  tredici  mesi all'anno?  Sentili quei mascalzoni di
    preti! Oh mi diverto! Taci, vien qua, e suonami ancora la pastorale di
    Corelli.
    Si sdrai in una poltrona rintanata dietro  un  tavolino,  nell'angolo
    pi  buio  dell'ampia  camera,  pi  lontano  dalla  porta e dalle tre
    finestre. Alla sua dritta, il piano verticale, appoggiato al muro, era
    aperto.
    Non ci vedo, zio disse Elena.
    Va l, che la sai a memoria!
    Egli si pose a canterellare il motivo della pastorale,  con  una  voce
    dolce, intonatissima, piena di sentimento.
    Non ho voglia, stasera, di suonare.
    Perch?
    Elena non rispose.  Seduta, tra una finestra e la scrivania, in faccia
    a suo zio,  lo guardava accarezzando un  libro  aperto,  posato  l  a
    sbieco sull'orlo della scrivania stessa. Il conte Lao interpret certo
    quel  silenzio  in  un  dato  modo  perch non insistette,  accese una
    sigaretta.
    La colpa non  certo mia  diss'egli,  buttando  nel  portacenere  il
    fiammifero acceso.
    Che colpa, zio?
    Il  conte  Lao appoggi le braccia sul tavolino e guard il fiammifero
    fin che si spense.
    Se siamo a questi passi diss'egli.
    Elena non capiva.
    Val poco quel poeta inglese esclam il conte Lao,  come per  rompere
    una rete di pensieri penosi.  Pochissimo! Pieno di barocchismi. Me lo
    immaginavo.   Il  cielo  che  diventa  sette  volte  pi  divino   per
    l'assunzione di Mazzini! Corbellerie. E genitivi, poi, genitivi! Santo
    Dio!
    A che pensi, zio? disse Elena, alzandosi.
    Venne a sedergli vicino, sullo sgabello del piano.
    Eh! rispose lo zio.  Dove hai la testa adesso?  Dimmi un po'; hanno
    giuocato al biliardo poco fa, prima del temporale?
    S, zio.
    Anche tuo marito, gi?
    S, lui e Perlotti.
    Filosofo, lui!
    Rest pensoso  un  momento,  poi  scatt  in  piedi  gittando  via  la
    sigaretta,  and  ad  afferrar  per  le tempie Elena,  che tent,  con
    alterezza involontaria, rialzar la testa.
    Senti diss'egli curvandosela  a  forza  sul  petto:  hai  una  gran
    canaglia di marito. Le chin le labbra sui capelli e disse sottovoce:
    Lo accoppo, io.
    Elena  si sciolse sdegnosamente da quella stretta,  guard suo zio con
    occhi scintillanti.
    Sai che soffro diss'ella, di questi discorsi. Sai che mi offendono.
    L'ho ben conosciuto,  prima di sposarlo.  Gli ho ben permesso d'essere
    mio  fidanzato prima e mio marito poi.  Pensa quello che vuoi,  ma non
    parlarmi cos. Non mi ha ingannata,  stato sempre lo stesso uomo. Non
    sarebbe niente affatto nobile,  da parte mia,  di permettere che mi si
    parli cos.
    Gli volt le spalle e and a guardare dalla finestra,  mentre suo zio,
    irritato, ripeteva:
    Gia!  Gia!  Gia!  Perch nessuno sa  ch'eri  una  bambina!  Perch
    nessuno sa che te l'hanno imposto!
    No,   niente   imposto!   rispose   la  giovane  signora  voltandosi
    impetuosamente. La mamma mi spingeva forse un poco, ma il povero pap
    mi ha ripetuto fino all'ultimo  momento:  Ricordati  che  sei  libera,
    ricordati che c' ancora tempo!  E non ce n'era bisogno,  perch non 
    vero ch'io fossi una bambina. Diciannove anni, avevo;  e non capivo le
    cose troppo male!
    E  allora,  perch  hai detto di s?  Ti giuro che se c'ero io non lo
    dicevi!
    Oh,  signor zio! diss'ella con alterezza.  Sdegnava di  parlare,  di
    dire  che  aveva  accettato  il  primo marito offertole,  perch certi
    intrighi di sua madre non le piacevano.
    E adesso proruppe,  cosa c' di nuovo?  Che orribili cose ha  fatto
    mio marito?  Vi avr chiesto un po' dei vostri danari,  gi.  Sar per
    questo che la mamma ha le malinconie, e tu le convulsioni.
    Ah,  corpo! esclam lo zio voltando e squassando lentamente il  capo
    verso  degli esseri immaginari,  dei giudici d'appello invisibili.  A
    voialtri, cari.
    Alz le mani, le lasci ricadere sulle coscie rumorosamente.
    Non ne parliamo pi diss'egli.
    Sedette al piano come se non fosse affar suo e suon,  a  mezza  voce,
    una polka sciocca, brontolandosi mentre suonava:
    Bella educazione che ha avuto!...  S, perdiana!... Un po' dei vostri
    danari, cosa serve?... Un po' di danari, euh!...  Bella educazione!...
    S, perdiana... Bellissima!
    Smetti,  smetti, zio disse Elena. Come sei triviale stasera! Non ti
    ho mai conosciuto cos.
    Balla, cara, balla! rispose Lao, sdolcinato. Ma balla, tesoro.  Non
    senti che suono? Cos'hai da saper tu di danari! Balla che sei beata.
    Che sciocchezze,  zio!  Vuoi che mi crucci per i danari!  Smetti!  E'
    stupida, sai, questa musica.
    Il conte afferr a due mani lo sgabello su cui stava seduto e si  gir
    di netto.
    Oh lo so diss'egli,  e mi dirai poi cosa sono i tuoi discorsi.  Non
    ti fa niente a te che tuo marito,  dopo essersi giuocata la roba sua e
    la tua, pazienza! si voglia giuocare anche la nostra? Non ti fa niente
    a  te che venga qui a fare il prepotente,  a pretendere del danaro che
    non gli spetta, a dire che tu spendi e spandi...
    Pu essere disse Elena, fredda.
    ...a minacciare di confinarti per sempre a Cefal,  come  una  moglie
    indegna, se non gli si danno questi danari.
    La baronessa trasal e chiese bruscamente:
    Lo ha detto a te?
    Il conte Lao si mise l'indice al petto, alzando le sopracciglia.
    A  me?  diss'egli.  Glieli avrei dati subito e poi lo avrei buttato
    dalla finestra, lui e i danari in un mucchio. Ha detto cos, o press'a
    poco, a tua madre.
    Quando?
    Stamattina. Mi pare impossibile che tu non lo sappia.
    Non lo sapevo.
    Allora non sai neppure cosa gli ho fatto dire, io, al tuo senatore.
    No.
    Gli ho fatto dire che venisse da me a ripetere questa bella cosa.  Ma
    gi  tua  madre gliel'avr detto.  Tua madre ha sempre voluto star col
    diavolo e anche con l'acquasanta. Non sa che piagnucolare, lei. Di' la
    verit che non sapevi niente?
    Sapevo che mio marito ha bisogno di danari. Prima di venir qua, mi ha
    pregato,  alla sua maniera,  di domandarvene.  Io  gli  dissi  che  lo
    lasciavo perfettamente libero di trattar lui con voialtri come voleva,
    ma che per conto mio, non vi avrei detto una parola.
    Chi sa che scena ti avr fatto!
    Scena? Non me ne ha parlato pi. Non me ne fa, scene.
    Non te ne fa?
    Il conte Lao pareva incredulo.
    Eh no, proprio scene, no disse la baronessa, quasi sorpresa di dover
    affermare una cosa due volte. Sai, se me ne facesse, con poche parole
    lo metterei a posto.
    L'altro tacque.
    Ecco dunque, pens Elena, la cosa grave. Tanto grave davvero? Le gesta
    di  suo  marito  la  toccavano  poco.  Era poi evidente che lo zio non
    l'avrebbe lasciata confinare a Cefal. Si crucciava quasi, malgrado se
    stessa,  che Daniele avesse detto cos.  E sempre veniva gi a distesa
    la pioggia eguale, l'ampia voce triste parlava ancora.
    Zio  disse  la  baronessa,  cosa  t'  venuto in mente di raccontar
    queste cose a Daniele?
    Io? Perch? Non ho raccontato niente, io, a Daniele.
    Niente?  Eppure l'ho visto adesso che usciva di qua  e  mi  ha  detto
    ch'era succeduta una cosa grave.
    Una cosa grave? Non so.
    Elena sent nella voce di suo zio un sospetto cambiamento di tono, una
    indifferenza esagerata.
    Non ti par grave diss'ella sorridendo, una relegazione a Cefal?
    Ah, s, questo s; sar stato questo.
    Ma zio...
    Oh,  sai  che mi secchi! esclam il conte.  Non si tratta n di tuo
    marito,  n di te,  n di me;  e  se  vuoi  delle  confidenze,  va  da
    Daniele.
    Elena non rispose.
    Scusami  ripigli suo zio.  E' una cosa che riguarda lui solo.  Non
    posso parlare.
    Ella si pent d'aver palesato quelle due  parole  di  suo  cugino  che
    potevano attestare un'amicizia molto intima e confidente.  A un tratto
    tese l'orecchio,  s'avvicin alla finestra e l'aperse.  Una gran  voce
    d'acqua corrente entr nella camera.
    Sei matta? grid il conte Lao,  scappando,  col bavero del soprabito
    alzato, alla poltrona d'angolo. Chiudi per amor di Dio!  Cosa diavolo
    fai?
    Non  pioveva  pi;  appena  qualche grossa goccia batteva sulla ghiaia
    dalle grondaie..
    Se non piove, zio! Se non c' un fil d'aria!
    Oh non c' aria! Santo Dio, non c' aria! Non la chiude mica, sapete.
    Con questo umido!  Il Rovese che pare in camera e non  ci  sar  aria,
    ohe. Andiamo, finiamola, serra!
    Elena non gli diede retta.
    Scusa, zio diss'ella in fretta e sottovoce, ho udito aprire l'uscio
    della sala. Voglio vedere chi esce.
    Uscivano i preti con un grande stropicciar di piedi,  con una ressa di
    strascicati saluti.  Il senatore era con loro.  Prese a  braccetto  il
    parroco di Caodemuro e gli disse qualche cosa all'orecchio.  Tutti gli
    altri gli si strinsero intorno. Colui, un prete stecchito,  rubicondo,
    dagli occhiali d'oro, rispose forte:
    Lo  sa,  noialtri si deve star col papa;  direttamente non si pu far
    nulla. "Non expedit". Io se avessi cento voti e potessi votare,  certo
    non  ne darei uno solo a questo signore qui,  e sar molto contento se
    far un bel fiasco.  Ma ho paura,  perch qui votano  tutti  per  lui.
    Quello  che  possiamo far noi  di persuaderne qualcuno a star a casa.
    Ma poi...
    Anniamo,  anniamo avanti disse il senatore.  Non gli garbava che  si
    parlasse forte di queste cose tanto vicino a casa.  Ma in quel momento
    Elena lo chiam dalla finestra.
    Carmine!
    Il barone  si  volt,  guard  in  su.  I  preti  si  voltarono  pure,
    salutarono  con  certa sgomenta umilt piegando il collo,  alzando gli
    occhi.  La baronessa accenn appena del capo e chiese a suo marito  se
    Cortis fosse ancora in sala.
    S diss'egli. Perch?
    Perch  gli debbo parlare rispose Elena tranquillamente: e chiuse la
    finestra.
    E la mamma? diss'ella, volgendosi a suo zio. Cosa dice la mamma?
    Hai chiuso bene? rispose il conte, tirandosi gi il bavero.  Lei si
    cruccia,  lei piange, lei se la piglia con me perch non sono persuaso
    niente affatto di accontentare il suo signor genero.  N mi persuader
    mai.  Se vuole far lei dei sacrifici con la roba sua,  padrona: ma non
    credo che ci senta molto da quell'orecchio.
    Povera mamma! disse Elena, sorridendo.  Le lagrime le costano meno.
    Addio, zio.
    Gli  stese  la  mano.  Il  conte  Lao la strinse forte fra le sue,  la
    trattenne un momento senza parlare.
    Senti mormor con voce soffocata. Mi conosci, ah?
    Ella gli offerse anche la  sinistra,  e  raccolse  a  s,  con  impeto
    affettuoso, le mani di lui.
    Basta diss'egli.
    Elena  era ben sicura di quel virile cuore,  tanto leale,  tanto caldo
    sotto un'inerzia lunatica,  nata  da  qualche  difetto  segreto  dello
    spirito,   favorita   dalle   tradizioni   nobiliari,   cresciuta  con
    l'abitudine,   sancita  dalle  sofferenze  reali  nel  corpo  o  nella
    immaginazione, confermata dallo scetticismo amaro dell'uomo come degna
    del mondo e di lui.
    Un domestico venne a vedere se il signor Daniele avesse dimenticato l
    i suoi guanti.
    La baronessa si spicc in fretta da suo zio, balz fuori della stanza,
    scese  in  loggia  per un'oscura scaletta di servizio.  Verso il fondo
    trov qualcuno che saliva.
    Chi ? diss'ella.
    Quel del pesce, contessina: Pitantoi.
    Oh bravo! Tu voti per il signor Daniele?
    Io?  Quando voteranno i "marsoni" e tutto  quanto  il  pesce  popolo,
    voter  anch'io,  signora  contessina.  Ma dicono che la legge non sia
    ancora fatta.
    Non sei elettore, tu?
    Mi pare di no, signora contessina. Cosa vuole?  Abbiamo una manica di
    elettori, qua, che non mi degnerei neanche, La guardi. E poi...
    La baronessa gli pass davanti,  scese velocemente. Cortis entrava con
    Grigiolo dalla loggia nel porticato rustico che  la  continua,  quando
    Elena vi entrava pure dalla scaletta segreta.
    Parti? diss'ella.
    Egli le stese la mano.
    S rispose, vado a casa.
    Perch ti vorrei dire una parola replic Elena.
    Il dottor Grigiolo diede due passi indietro rispettosamente.
    Mi  fa  piacere,  Grigiolo,  di avvertire la mamma che sono uscita un
    momento con Daniele?
    Elena parlava sorridendo, con la pi franca indifferenza.
    Volo, baronessa, volo rispose lo zelante giovinotto. Dunque, signor
    Cortis, per parlare di questo programma vengo da Lei domattina?
    No rispose l'altro, io domattina vado via.
    Come, va via? Ma torna presto?
    Eh, non lo so.
    Non lo sa? Ma prima dell'elezione, spero!
    Non lo so.
    E allora, cosa facciamo? Scusi per carit, baronessa.
    Oh esclam Elena. La prego! Se m'interessa moltissimo tutto questo.
    Sono un poco agente elettorale anch'io, sa.
    Intanto Cortis rifletteva.
    Venga stasera diss'egli.
    Grigiolo s'imbarazz un poco.  La contessa Tarquinia contava su di lui
    per far divertire le signore. Come si poteva adesso...?
    Venga quando la societ sar sciolta disse Cortis.  Alle undici,  a
    mezzanotte, quando vuole.
    L'altro,  a corto di scuse,  mastic un "bene" soddisfatto,  pieno  di
    pigrizia,   e  di  sonno  anticipato.  Ma  Cortis,  fosse  perch  non
    comprendeva neppure queste mollezze,  fosse perch aveva  il  capo  ad
    altro,  tenne la cosa per ferma e,  congedato il giovane,  si volt ai
    grandi occhi gravi che lo interrogavano.
    Rispose loro con uno sguardo pur grave e lungo.  N l'uno  n  l'altra
    parlarono. Dopo momenti che a lui parvero eterni s'incamminarono tutti
    e due,  adagio,  verso il portone, per un tacito consenso, non sapendo
    chi si fosse mosso prima.  Giunsero in silenzio  all'aperto  dove  una
    stradicciuola  corre  a  destra  le  praterie  verso Villascura e casa
    Cortis,  un'altra scende a sinistra nel fragore del Rovese,  in faccia
    alle nude scogliere imminenti del monte Barco,  una terza va diritta a
    tre grandi abeti che dal ciglio d'un pendo fronteggiano  la  vallata.
    Elena  trepid  pensando  che forse suo cugino avrebbe preso a destra,
    verso  casa  sua.   Potrebbe  seguirlo   ancora,   in   questo   caso,
    costringerlo,  quasi,  a parlare?  Egli tir avanti diritto, verso gli
    abeti. Le balz il cuore, una vampa le sal al viso.
    Cara Elena disse Cortis.
    La maschia voce morbida e sonora cadde spossata come  sotto  un  dolor
    mortale.
    Una  cosa grave diss'egli;  e si ferm,  guard sua cugina.  Dovette
    leggerle  una  gran  commozione  in  viso,  perch  soggiunse  subito,
    premurosamente:
    No, cara, non  una cosa pi forte di me.
    Lo  credo  diss'ella  guardando  diritto  avanti  a s con gli occhi
    vitrei.  Non pareva pi,  n all'accento n allo  sguardo,  la  stessa
    Elena che aveva parlato, due minuti prima, al dottor Grigiolo.
    Tu la devi sapere soggiunse Cortis, ma non  facile dirla.
    Non  dirmi  niente rispose Elena sottovoce,  sempre senza guardarlo.
    Sono stata una stordita di venire a impormi cos.
    Pens che,  a rigore,  era ancora in tempo di non imporsi e  stese  la
    mano a suo cugino con un sorriso forzato.
    Buon viaggio diss'ella.
    Egli fece un atto d'impazienza, e disse solo:
    Oh!
    La  giovane  signora  arross,  come  se  in  quell'"oh" avesse inteso
    ricordarsi con affettuoso rimprovero tante cose  intime,  tanti  segni
    d'un'amicizia  pi  sentita  che  espressa.  Ritir  la  mano  e disse
    timidamente.
    Scusa.
    Va bene rispose Cortis. Andiamo avanti e pensa se, col tuo istinto,
    puoi indovinare qualche cosa.
    Fecero alcuni passi in silenzio.  Adesso Elena  figgeva  a  terra  gli
    occhi veementi.
    Rialz a un tratto la testa.
    Mio  marito?...  diss'ella.  Non  l'aveva  ancor  detto  che  Cortis
    rispose: No, no!.  Ella si pent subito amaramente,  s'irrit con se
    stessa.  Suo marito non era mai nominato nelle conversazioni fra lei e
    Cortis. Non un atto era seguito,  non una parola era corsa fra loro di
    cui egli potesse dolersi.
    Intanto  erano giunti agli abeti che rumoreggiavano in alto,  pieni di
    vento,  e piovevano grosse gocce.  A sinistra il pi vecchio  dei  tre
    inclinava  le  sue  lunghe  frange  nere  sull'angolo dell'altipiano e
    suirapidideclivi che scendono verso le praterie e verso il fiume.
    A destra la strada svoltava gi per la costa erbosa.
    Dove andiamo? disse Cortis.
    L'uno e  l'altra,  nel  loro  turbamento,  erano  entrati,  camminando
    diritto, nell'erba folta, fradicia di pioggia. Tornarono sulla strada,
    e  Cortis non parl pi fino a che non furono discesi tanto nel quieto
    grembo della costa, da venirne riparati alle spalle.
    Allora si ferm.
    Senti diss'egli.  Tu sai cosa vi  stato di triste,  molti anni  or
    sono, in casa mia?
    Ella  si  ricompose,  dimentic  la  sua  domanda  stordita di prima e
    rispose pronta: Lo so.
    Non s'aspettava  questo.  Sapeva  che  la  madre  di  Cortis,  trovata
    infedele  dal marito,  n'era stata cacciata di casa pochi anni dopo la
    nascita di Daniele, ed era poi morta subito, nell'abbandono.
    Pens.
    Forse esclam, sottintendendo tutto, ha lasciato...
    Cortis la interruppe con uno scoter del capo.
    No diss'egli, dopo un momento.
    Elena si ricord di aver udito che il nome del seduttore  non  si  era
    mai saputo con sicurezza, e arrischi un'altra supposizione.
    Forse hai scoperto chi...
    Cortis scosse ancora il capo.
    Pensa la cosa pi incredibile disse; e guard sua cugina in modo che
    il vero le brill al cuore.
    Ah! diss'ella, afferrandogli un braccio.
    Egli accenn di s.
    Continuarono a guardarsi,  muti, incontrandosi lo stupore dell'una con
    la gravit accorata dell'altro.
    E non lo hai mai sospettato? sussurr Elena. Cortis alz le braccia.
    Mai rispose.  Mio padre mi ha sempre fatto credere che fosse morta.
    Per  una volta,  me ne sono ricordato oggi,  una volta che gli chiesi
    tante cose,  avrei dovuto capire,  se  non  fossi  stato  un  ragazzo,
    ch'egli mi nascondeva la verit.
    Ella non os andar oltre,  fargli tante domande: temeva apprendere chi
    sa quali cose orribili.
    Che vuoi? disse Cortis. Non so ancora niente. Finora non ho che una
    lettera.
    Di lei?
    No, di una signora che vive con lei.
    Dove?
    A Lugano.  Una lettera che mi farebbe  impazzire  se  non  avessi  un
    cervello d'acciaio.
    Questa  persona  scrive  che  mia  madre vive,   malata,  e vorrebbe
    vedermi soggiunse, rispondendo agli occhi ansiosi d'Elena.  Potrebbe
    essere  una felicit grande,  ma poi bisogna mettere insieme la storia
    di mia madre  con  le  trivialit  retoriche  e  anche  con  la  carta
    profumata di quest'amica sua, per intendere.
    Un singhiozzo gli ruppe la parola.
    S, sai, Elena rispose con voce appena intelligibile. Avevo pensato
    qualche volta: se ella vivesse ancora, se fosse sepolta in un ritiro o
    se  si guadagnasse pane e rispetto col suo lavoro,  e ch'io la potessi
    trovare,  dimenticherei persino quello che mio padre ha sofferto.  Una
    gran  cosa,  Elena:  perch tu non sai che cuore aveva mio padre e con
    che lagrime mi faceva recitare  ogni  sera,  capisci?  ogni  sera,  un
    "requiem"  per  la  povera mamma.  Ma io pensavo che avrei dimenticato
    tutto, che...
    Cortis  s'interruppe.  Non  v'erano  parole  umane  per  esprimere  la
    tempesta  di  passione  che  lo  avrebbe  portato nelle braccia di sua
    madre. Si stacc bruscamente da Elena, che rimase immobile.
    Ma ci vai? diss'ella con improvviso fuoco.
    Cortis si volt.
    Lo sai bene rispose severamente, che andrei se ne dovessi morire.
    Oh s,  va! esclam Elena facendoglisi vicina.  Pensa  quanto  avr
    sofferto! Ci andrei io se potessi!
    Tu? E se non avesse sofferto niente?
    Elena trasal, sorpresa.
    Oh,  impossibile! diss'ella.
    L'uomo  d'acciaio non ebbe forza di replicare: il pianto lo soffocava.
    Con tutto il suo vigor leonino, egli aveva spesso,  nel dolore e nella
    gioia,   degl'impeti   infantili,   che  passavano  come  nembi  caldi
    d'inverno. Ad Elena quelle lagrime rivelarono cosa egli temesse;  ella
    si  dolse  di  essere  cos ignorante,  cos tarda a comprendere certe
    depravazioni  di  cui  aveva  inteso  parlare   senza   credervi   mai
    interamente;  si  dolse d'aver suggerito a Cortis,  senza volerlo,  un
    paragone amaro fra lei che non poteva neppure capire  il  male  e  una
    madre  che  forse  non  poteva  capire  il  rimorso.  Assalita e vinta
    dall'emozione di lui, gli parl ansando, con una strana voce nuova che
    voleva essere calma.
    Ma ella ti desidera disse: questo esprime tante cose....
    Basta, cara rispose Cortis, pacato. E' una follia di turbarsi cos;
    in questo luogo,  poi anche.  Si fa quel che si deve e  basta:  non  
    vero, Elena? Guarda che bel cielo!
    Il basso oriente dove si toccano,  fra montagna e montagna, il cielo e
    la sconfinata pianura veneta,  luceva di cristallino  sereno,  ma  una
    tenda  pesante  di  nuvoloni  copriva  ancora la valle,  gittava sulle
    tempie dei monti la sua ombra azzurro-nera; e i radi abeti austeri che
    a sommo della  costa  spiccavano  sul  cielo,  parevano  attendere  la
    seconda tempesta.
    Elena  guard  un  momento il lontano sereno con gli occhi lagrimosi e
    disse:
    Parti domattina?
    S, cara. Come tremano tutti, questi poveri fiori nell'erba. E quegli
    abeti lass come sono intrepidi!
    Elena guard il verde tempestato di margherite  che  ascendeva  liscio
    fino alle piante nere.
    A che ora? diss'ella.
    Presto. All'alba. Mi rincresce non potermi trovare alla vostra festa.
    Mi  scuserai  tu colla mamma;  non  vero?  Le ho gi detto che dovevo
    partire per affari urgenti, ma glielo ripeterai eh? Prima d'informarla
    voglio accertarmi che non si  tratti  poi  di  un'impostura;  tutto  
    possibile! A ogni modo le dirai che mi rincresceva tanto di mancare al
    suo invito.
    Elena non fe' neppur cenno di aver inteso e disse:
    Scrivimi.
    S disse Cortis, ma...
    Ella arross leggermente.
    No, no disse, puoi star sicuro.
    E quanto ti fermi ancora?
    Non  lo  so.  La  mamma vorrebbe andar via a mezzo luglio se lo zio 
    contento, noi si potrebbe anche partire da un momento all'atro,  se vi
    fosse un richiamo al Senato.
    E poi, ti fermeresti a Roma, o andresti in Sicilia?
    Ma, si parlava di Aix-les-bains, una volta; adesso non so pi nulla.
    Ambedue stettero immobili e muti, come se le parole "non so pi nulla"
    avessero risposto,  nella loro mente, a un soggetto ben pi grave. Non
    sapevano pi nulla,  Elena n Daniele del loro cammino nel mondo:  non
    potevano  prevedere  neppure  un  avvenire  probabile n quando mai si
    sarebbero ancora incontrati. Sicilia,  Aix;  che suono triste,  questi
    nomi!  Il  cielo  scuro,  il  Rovese  con  la  sua cupa voce collerica
    parevano consci di un futuro sinistro.  Gran  colpi  d'aria  passavano
    alti  sul capo di Cortis e di sua cugina che non sapevano staccarsi da
    quell'asilo quieto dove il vento taceva s che vi si udiva  il  sugger
    lieve della ghiaia bagnata di fresco, dopo una lunga aridit.
    Pensa a me, qualche volta disse Cortis, sottovoce.
    Elena non gli rispose. Si avviarono lentamente verso casa; ella con il
    volto chino e le labbra serrate,  egli parlando sempre,  a scatti, con
    inquietudine febbrile.
    Lo so disse, io so che sei una buona amica. E'una brutalit stupida
    ch'io ti dica di non dimenticarmi.  Sai cosa mi sento invece  qui  nel
    cuore,  di doverti dire?  Che forse sarebbe bene per te, dimenticarmi.
    Che addio ti faccio, Elena!  Ma forse in un altro momento non avrei la
    forza di dirtelo.  La mia vita diventa una battaglia fiera,  vedi. Non
    so ancora quando,  ma presto.  Non posso perder tempo  perch  il  mio
    posto    avanti,  molto  avanti,  e dovr battermi giorno e notte per
    arrivarvi.  Tu conosci le mie idee;  sai se lascer del  sangue  sulla
    via! No, no, non mette conto di legarsi a me; non c' che da soffrire.
    E' meglio lasciarmi solo, Elena.
    Questo? diss'ella alzando il viso.
    La baronessa,  quand'era con Daniele Cortis,  diventava umile e timida
    come nessuno l'aveva veduta mai,  neppure da bambina;  ma ora tutta la
    sua naturale alterezza le lampeggiava in fronte.  Cortis aveva parlato
    con la coscienza di una energia superiore e si sentiva subitamente  in
    faccia un'eguale, statagli sconosciuta fino a quel punto. I suoi occhi
    potenti si dilatarono.
    Allora... cominci egli con impeto.
    Ella lo interruppe,  pallidissima, si mise l'indice alla bocca. Cortis
    tacque, la guard attonito, triste.
    Tu non devi restar solo,  con quella vita che  farai  riprese  Elena
    piano,  con voce tremante.  Tu hai bisogno di una famiglia. So che la
    mamma ha dei progetti per te; dei buoni progetti, anche.
    In fatti la contessa Tarquinia s'era fitta in capo di  fargli  sposare
    una signorina di V... bella, ricca, intelligente.
    Dei sogni diss'egli freddo. Io non prendo moglie.
    Non  parlarono pi sino al crocicchio dove avevano a dividersi.  Elena
    si ferm la prima.
    Addio diss'ella, va. E poich gli occhi di Cortis si riaccendevano
    come un momento addietro e la passione gli fremeva nella  persona,  lo
    chet ancora con un cenno, gli porse la mano che quegli prese con ambo
    le sue.
    Le smorte labbra di Elena si agitarono un momento prima di poter dire:
    Confortala.
    Daniele  non  rispose.  Ella  si  sciolse  dalle mani gagliarde che la
    stringevano,  e mosse verso l'entrata del portico.  Di l si  volt  a
    gittargli  negli  occhi,  con  un rapido porger del viso,  l'anima;  e
    disparve.






    CAPITOLO TERZO.
    LE IDEE DI DANIELE CORTIS.

    Poco prima di mezzanotte il dottor Grigiolo suon al cancello di villa
    Cortis. Un domestico sonnolento gli aperse, lo condusse, girando l'ala
    destra della villa,  allo scalone che  ne  divide  a  mezzo  la  lunga
    fronte.
    Resti  servito  diss'egli.  Intanto  vado  a  chiamare il padrone.
    Cosa? esclam Grigiolo stupefatto. Senti, caro te; non  in casa il
    padrone?
    Signor no.
    Benedetto! Ma dov'?
    Nei giardini.
    A quest'ora?  Anima mia!  Tutti i gusti son gusti.  E adesso ci vorr
    una mezz'ora a cercarlo: no?
    Eh,  signor  no,  signor  no  rispose  colui avviandosi senza troppa
    fretta.
    Piano,  tesoro,   che  non  La  si  faccia  male  brontol  Grigiolo
    sfiduciato.
    Diede un'occhiata al cielo.
    Con questo po' d'acqua che vien gi a momenti!
    Cielo e montagne, tutto era nero, dal Passo Grande che porta sul primo
    scaglione  villa  Cortis  con  le sue solitudini di boschi e di prati,
    fino a monte Barco e all'alta gola stretta da cui sbocca il Rovese.  A
    sommo  dello  scalone  sulla macchia biancastra della casa,  una porta
    brillava illuminata.  Grigiolo si decise a salire,  scotendo il  capo,
    non  potendosi  dar pace che a quell'ora,  con quel tempo,  senza luna
    (pazienza con la luna!) si avesse l'idea di cacciarsi nei  cos  detti
    giardini,  che son poi boschi, per il puro gusto di rompersi il naso a
    un tronco, perch altro no!
    Entr in casa. Una lucerna colossale ardeva in faccia alla porta sopra
    una tavola greggia, illuminando, dal pavimento alle nere travi enormi,
    la sala con le sue quattro  porte  laterali  accigliate,  con  il  suo
    disordine  di  carte e di libri ammucchiati alla rinfusa sulla tavola,
    sparsi sul canap e sulle sedie,  con le due aquile  piantate  ad  ali
    aperte  negli  angoli opposti all'entrata.  Fra questi due angoli,  la
    gran porta che mette al giardino francese era aperta.  Grigiolo vi  si
    affacci.  Aveva sul viso il Passo Grande,  tutto nero;  a destra,  in
    alto, le vette del bosco denso che sale il monte,  scende nella valle,
    copre  dorsi  e  valloni,  ruscelli  e laghetti con l'orrore delle sue
    ombre.
    Il meraviglioso getto d'acqua del giardino parlava, invisibile,  nella
    notte.
    Santo  cielo!  esclam  il  dottor  Grigiolo,  tornando  in sala per
    buttarsi sopra uno stretto canap incomodo. Se non sono matti, non li
    vogliamo. E stimo che il facciamo deputati!
    Guardava la gran lucerna l in mezzo  alla  sala,  con  il  fastidioso
    pensiero che bisognava aspettar l chi sa quanto, poi dire chi sa che,
    poi  fare  un  miglio a piedi prima di toccare il suo letto morbido di
    villa Carr.
    La ferma luce indifferente della lucerna gli faceva rabbia.
    Un cane enorme entr di trotto dalla porta della facciata, con la coda
    in aria.
    Eccomi disse la voce squillante di Daniele Cortis. Saturno, qua!
    Il cane gli corse alle gambe ed egli si  volt  per  dire  a  qualcuno
    ch'era rimasto fuori:
    Il caff.
    Come va? diss'egli poi,  stendendo la mano a Grigiolo. Lei  esatto
    come gli astri.
    Il giovane s'inchin sorridendo.  Si aspettava delle scuse e stava gi
    per dire: Niente,  si figuri ma Cortis non gli fece scuse,  entr di
    schianto nell'argomento.
    Lei vuole dunque diss'egli,  che parliamo di  questa  elezione.  Si
    accomodi, La prego. Non guardi se io sto in piedi, perch sono nervoso
    e  ho  bisogno  di muovermi;  si accomodi.  Ecco,  vede: io non amerei
    parlare nel seno dell'Associazione Costituzionale;  ma qui in mezzo ai
    boschi, in una casa vuota, io parler volentieri, molto chiaro.
    Era  nervoso  davvero.  Andava e veniva con le mani in tasca e il cane
    alle gambe,  davanti a Grigiolo seduto nell'attitudine pi  rispettosa
    possibile,  con  tanto  d'occhi sbarrati.  Quando si fermava,  tutti i
    muscoli delle sue braccia e delle gambe aperte vibravano.
    Sa diss'egli, io sono molto grato a loro signori del loro appoggio.
    Loro mi appoggiano perch le mie aderenze personali sono  moderate,  e
    perch,   sinora,   la  mia  scarsa  azione  pubblica  non  ha  potuto
    autorizzare alcuno a credermi amico del Ministero che  la  Provvidenza
    ha sputato sull'Italia.
    Si  ferm  un  momento,  guard  Grigiolo con un acuto riso sarcastico
    negli occhi.
    Ma io non sono un moderato diss'egli.
    Neanche! esclam Grigiolo, candidamente.
    Come, "neanche"?
    Grigiolo si morse la lingua.  Aveva pensato: portare un  matto  simile
    che non  neanche moderato!
    Ah niente rispose.  Dicevo... Ma Cortis non si cur di ascoltarlo,
    gli ruppe la parola.
    Io mi trovo per in condizioni  diss'egli,  di  potere  onestamente
    accettare l'appoggio dell'Associazione.
    "Cosa comoda" pens Grigiolo.
    Noti continu l'altro,  che siccome in politica bisogna riuscire, e
    siccome io non ho la ipocrita vanit della modestia,  cos  lavoro  io
    stesso  come  ogni  probo  cittadino  lo pu,  per la mia elezione;  e
    l'appoggio di alcuni gentiluomini  lontani,  se  aiuta  molto  il  mio
    cuore, aiuta poco il mio successo.
    Il dottor Grigiolo, piccato, si alz.
    Oh Dio diss'egli, se Ella crede...
    No,  no,  no lo interruppe Cortis, si accomodi, si accomodi. Adesso
    prendiamo il caff.
    Entrava allora il servitore portando un vassoio carico  di  due  tazze
    enormi.
    Grazie  disse  Grigiolo  spaventato.  La  prego a dispensarmi.  Non
    dormo.
    Quello che ci vuole, caro lei, non dormire!
    Eh s, signore, capisco. No, grazie, proprio.
    Cortis mand via il domestico,  si vers un mare di caff e ricominci
    a parlare, con la tazza nella destra e la sottocoppa nella sinistra.
    Non    mica  un  torto  che  vi  faccio.  Io  considero  una  grande
    umiliazione questa che per  entrare  con  forza  nella  vita  pubblica
    bisogna  strisciare  sotto  una porta cos bassa: il patriottismo e la
    sapienza politica degli elettori.  Io vi lodo di non  saper  n  voler
    parlare  il linguaggio che questi elettori intendono.  Quanto a me che
    ho poi  anche  sfangato  nell'economia  politica  per  far  piacere  a
    voialtri borghesi, "omnia praecepi atque animo mecum ante peregi".
    Qui  Cortis  si  accost  la  tazza  alle  labbra,  tenendo  gli occhi
    sfavillanti su Grigiolo.
    Non  necessario continu, commettere disonest,  n bassezze.  Non
    occorre spendere denari e tre o quattro coccarde politiche come il mio
    competitore,  ma bisogna avere una opinione sugli interessi locali del
    collegio.  Io li conosco tutti in tutti i Comuni,  e i grandi elettori
    di  ciascuna  sezione  lo  sanno,  come  sanno che oggi ho degli amici
    potenti e indovinano, perch sono acuti,  che domani sar qualche cosa
    io  stesso.  Ci  poi...  (Cortis nomin un pezzo grosso del collegio)
    che ha in pugno solamente limoni strizzati  e  ora  s'immagina  potere
    strizzar me.
    Oh! Davvero! esclam Grigiolo, sorpreso. Allora siamo a cavallo!
    S,  mio  caro,  se per io non faccio un programma sulla falsariga e
    col viso  dell'Associazione  Costituzionale,  perch  in  questo  caso
    l'uomo  mi  abbandona.  Io  poi non intendo fare nessun programma.  Io
    intendo concorrere per titoli e non per esame, ecco.
    Si mise a centellinare il suo caff, adagio,  adagio.  Grigiolo guard
    l'orologio per esprimere discretamente la sua umile opinione che fosse
    da sbrigarsi presto.
    L'altro alz le labbra nella tazza, e disse a mezza voce, tranquillo:
    E' cattolico, Lei?
    Grigiolo trasal.
    Io? rispose. Ma...
    Cortis  vuot  e  pos  la  tazza,  e  ripigli  con voce concitata il
    discorso di prima.
    Per i miei elettori sono il deputato provinciale Cortis; per voialtri
    sono Daniele Cortis che ha scritto sul bimetallismo e sulla  pluralit
    delle  banche;  e sono poi anche il consigliere provinciale Cortis che
    ha votato con i vostri amici,  quando gli  altri  vollero  fare  della
    politica  nella  nomina  dell'ufficio  di  presidenza.  Questo vi deve
    bastare. Programma non ne faccio;  non  ancora l'ora mia.  Bada Lei a
    quei  quattro chiacchieroni di stasera?  Non mi si conosce?  Non si sa
    come la penso?  Mi si dar il voto egualmente,  stia tranquillo;  e in
    ogni  caso possiamo ben fare a meno degli uomini politici...  di...  e
    di... Dunque appoggiatemi perch, se non altro, io sono un gentiluomo,
    e il mio avversario  un farabutto; ma non aspettatevi adesioni da me.
    Vi ripeto poi lealmente: se io rifiuto di  aderire  in  pubblico  alle
    idee  della  Costituzione,  non    per  conservarmi  l'appoggio di un
    potente;  perch quelle idee non sono le mie.
    "Chi sa che razza d'idee ha costui" pens Grigiolo;  "chi sa che razza
    di deputato vien fuori!"
    Gli  venne  in  mente  che  i  suoi amici dell'Associazione potrebbero
    rimproverargli  di  non  aver  saputo  apprezzare   l'importanza   del
    colloquio e costringere Cortis a spiegarsi un po' meglio.
    Senta diss'egli, queste idee sono proprio tanto tanto distanti?...
    Altro,  mio  caro!  rispose  sottovoce  Cortis,  tenendo  le braccia
    incrociate sul petto e alzando le sopracciglia.
    Aspetti! diss'egli.
    Diede una strappata al  cordone  che  pendeva  presso  il  canap.  Il
    campanello  chiam furiosamente,  lontano.  Saturno salt sulla porta,
    abbai alla notte.
    "Cosa diavolo vuol fare?" disse Grigiolo, fra s.
    Il domestico venne subito.
    Un tavolino davanti al signore disse Cortis.  Due candele,  carta e
    calamaio.
    Ma... osserv Grigiolo guardando ancora l'orologio.  Sono le dodici
    e mezzo passate.
    Io non dormo, stanotte interruppe l'altro, asciutto.
    Va benissimo; ma...
    Due candele, carta e calamaio ripet Cortis al domestico,  vedendolo
    venire con il tavolino.
    Grigiolo ammutol.  Il domestico, grave come un ministro, port quanto
    gli era stato ordinato,  accese le candele,  e,  a un  cenno  del  suo
    padrone, se ne and.
    Debbo scrivere una lettera politica, stanotte disse Cortis. Privata
    per, sa. La creo mio segretario. Quanti anni ha?
    Ventisette.
    Io ne ho trentadue. "a va". Scriva.
    "Caro amico". - Questo amico  un ex deputato di destra, un dotto, un
    animale  a  citazioni  che  non pu muoversi perch ha ingoiati troppi
    libri. Mi ha offerto l'aiuto pubblico dell'Associazione Costituzionale
    centrale.
    Grigiolo scrisse dolcemente, alz il viso, e ripet "caro amico".
    Ti ringrazio seguit Cortis,  dettando,  ma siccome io considero la
    mia candidatura come assicurata...
    Eh  brontol Grigiolo,  scrivendo,  avendo dalla Sua il rettore del
    collegio, capisco. "Assicurata".
    Cortis alz la voce:
    ...anche senza  influenze  esterne...  (scusi,  sa)  cos...  cos  
    inutile che la Centrale si disturbi per un pensatore libero dai vostri
    dogmi e dai vostri di. Ha scritto?
    S.
    A  capo.  Debbo  pur  dirvelo.  Entrando nella Camera italiana io non
    sogner come tanti di voi, o chimerici amici, di trovarmi nella "House
    of Commons"...
    Cosa diavolo? interruppe Grigiolo.
    Nella "House of Commons",  nella Camera  dei  Comuni...  di  trovarmi
    nella "House of Commons" a sedere sopra uno scanno di sei secoli.  Non
    credo che la religione costituzionale inglese ci convenga;  non  credo
    ai  benefizi  del  vostro  dispotismo  parlamentare,  qualunque sia il
    colore della maggioranza.  La rapida metamorfosi  che  fu  imposta  al
    paese si pu molto bene giustificare con Ovidio; ma sarebbe un cmpito
    pi duro di giustificarla con la esperienza e con la teoria.  Se Iddio
    e i futuri conti di Moriana...
    Euh! esclam Grigiolo, tralasciando di scrivere. Proprio?
    Non so  niente.  Scriva.  Se  Iddio  e  i  futuri  conti  di  Moriana
    perdoneranno all'onorevole Sella di non aver composto il Ministero,  o
    ad altri di averglielo impedito, sar forse perch...
    Perch ripet Grigiolo aspettando con la penna in aria.
    Santo Dio,  non lo so rispose Cortis.  Metta cos:...  perch forse
    dagli anditi parlamentari, dalle sale della reggia, non si ud la voce
    che  chiamava  un  uomo  di  cuore  a rialzare in nome della patria la
    autorit reale, a raccogliere la nazione intorno al Palatino.
    Al Quirinale, La vuol dire?
    S,  ha ragione,  al Quirinale.  Cosa vuole?  Non lo posso mandar gi
    quel  Quirinale.  Ci  volevano  le  grandi  idee  dei conquistatori di
    settembre per mettere il re in una casa di preti. Scriva. Ove credessi
    che la monarchia  solamente buona per far ballare  e  cenare  a  casa
    sua,  per  portare le lettere amorose delle maggioranze e per decorare
    le  nostre  prosaiche  figure   con   un   poco   di   sentimentalismo
    cavalleresco,  non  vorrei  crucciarmi tanto per essa.  Ma io la credo
    ancora buona,  mio caro amico,  a qualche cosa di meglio.  Io la credo
    buona  per  finire la lezione di geografia italiana che il re Vittorio
    Emanuele ha dato all'Europa;  io  la  credo  buona,  sopra  tutto  per
    l'altra  monarchia  ecclesiastica  una  politica  che  stabilit;  una
    politica che senza assoggettare in niente lo Stato alla Chiesa, ci dia
    tanta forza da sbalordire il mondo con le nostre riforme sociali.
    Piano! disse Grigiolo, scrivendo precipitosamente.
    A me importerebbe poco seguit Cortis,  infiammandosi nella parola e
    nel  volto,  essere chiamato clericale e avere alle calcagna tutta la
    muta dei radicali e dei dottrinari italiani...
    Piano,  piano,  per amor di Dio,  un momento! gemeva il  segretario,
    scalmanato. Ma Cortis non gli abbadava.
    ...se  potessi  far solida e potente la patria,  ottenerle l'onore di
    guidare una rivoluzione sociale ordinata.  Non ci vogliono per  questo
    n  superstizioni politiche,  n scetticismo religioso,  n bigottismo
    scientifico, n...
    Cortis affrettava ed alzava la  voce  tanto  che  il  cane  gli  salt
    avanti, lo guard menando la coda, latrando.
    La scusi esclam, ma come vuole che faccia?
    Non ne poteva pi.
    Cortis si asciug la fronte senza parlare, sedette sul canap, e dett
    da capo,  tranquillamente,  sino alla frase interrotta, la chiuse cos
    n polso che tremi.
    Io scrivo osserv l'onesto Grigiolo, ma non controfirmo mica, sa.
    Naturale rispose Cortis  ridendo.  Ci  sono  molti  in  Italia  che
    vorrebbero  fare lo stesso,  mettere fuori queste idee senza firmarle.
    Ci vorr uno che firmi per tutti. Concludiamo.
    Volentieri.
    Allora scriva.  - Credi pure  che  queste  idee  non  mi  servono  ad
    ammollire  i  preti  del  mio  collegio,  quattro  quinti dei quali mi
    combattono, mentre l'altro quinto sta a vedere.
    Vero, questo! osserv il segretario scrivendo. Sacrosanto!
    Perch sanno che io li ho sempre trattati da ciechi  e  da  ignoranti
    quanti sono; e sanno che io, cattolico...
    Se la stampassimo, eh, questa lettera! disse Grigiolo, scrivendo.
    Crede che avrei paura? Lo dir alla Camera, "coram hominibus". Voglio
    vedere  in  faccia  questi  forti  pensatori  che si burleranno di me.
    Scriva dunque. Sanno che io, cattolico, se diventassi ministro,  sarei
    capace  di costringerli a studiare,  con una legge di maggio,  qualche
    cosa di pi che la "Summa  contra  gentes.  Vuol  avere  la  bont  di
    rileggere?
    Grigiolo rilesse.
    La chiusa la far io disse Cortis. Dunque, cosa le pare?
    Idee rispettabili rispose il segretario,  ma per noi,  adesso,  con
    questa trasformazione che c' per aria, come  possibile?
    Ecco! replic l'altro. Vedete se siamo distanti?
    Grigiolo si alz.
    S diss'egli,  distanti;  e a me,  per andare a letto,  ci vogliono
    venti minuti.
    Ha ragione, sono stato indiscreto.
    Oh!
    Adesso La faccio accompagnare.
    No, per carit; non occorre, si figuri.
    Cortis suon.
    E  il  tempo?  diss'egli.  Ordin  al  domestico  di  approntare una
    lanterna e venne con Grigiolo  alla  porta.  La  bianca  facciata,  le
    bianche  ali  della  villa  brillavano  e sparivano ogni momento.  Non
    s'udiva per il tuono.
    Dorma qui disse Cortis.  Avrebbe forse uno scrupolo  costituzionale
    di passare una notte sotto il mio tetto?
    Grigiolo ringrazi e protest.  Non poteva assolutamente restare.  Non
    aveva paura del tempo  e  poi,  a  parere  suo,  non  sarebbe  neanche
    piovuto.
    E Lei diss'egli, parte domattina?
    S, signore.
    Con qualunque tempo?
    S, signore.
    Tacquero  ambedue.  Dietro  ad  essi  la lucerna fumava e si oscurava,
    morente. I lampi sfolgoravano in sala. Di l dalla sala,  brillavano e
    sparivano il getto argentino, la ghiaia bianca.
    Venne il servitore con la lanterna.
    Dunque... cominci Grigiolo.
    L'altro l'interruppe. Vengo un tratto anch'io diss'egli pigliandogli
    il  braccio  e  traendolo gi per gli scalini senza dargli il tempo di
    schermirsi.
    Lei mi crede un conservatore?
    Ma, dico, non so, in un certo senso mi pare.
    E lo dir a' Suoi amici, naturalmente; dir, non  vero,  che io sono
    un  fungo  di  questo  nuovo  genere.  Bene,  dica a' Suoi amici,  che
    aspettino a giudicarmi.
    Tacque un momento,  aperse la bocca con  impeto,  poi  si  contenne  e
    ripet solo:
    Che aspettino.
    Fece ancora due passi e si ferm di schianto:
    Santo  Dio  diss'egli,  questa Italia,  che non abbia pi niente da
    insegnare al mondo?  La Provvidenza l'avr risuscitata dai  morti  per
    fare  della  cattiva  democrazia  e  della  cattiva letteratura che si
    freghino insieme?
    Non ne parliamo rispose Grigiolo.
    Crede Lei continu Cortis, che se la fosse cos,  mi passerebbe per
    il  capo di cercare la deputazione?  Se conoscesse lo stato dell'animo
    mio non lo crederebbe. Dica pure a' suoi amici che mi si potr trovare
    nelle file d'un  partito  conservatore,  ma  che  io  sono  una  forza
    motrice. Addio.
    Fe'  un  rapido gesto di saluto e,  voltate le spalle,  disparve nella
    notte. Grigiolo rimase l, pietrificato, finch Saturno,  ch'era corso
    avanti,  gli tempest via furiosamente a fianco. Un lampo lo mostr da
    lontano, presso al suo padrone.
    "Per conto mio" pens Grigiolo, "facciamolo pure, ma  matto".








    CAPITOLO QUARTO.
    FRA LE ROSE.

    La chiesettina di Villa Carr,  accoccolata in un canto del  giardino,
    fra il cancello e una macchia d'abeti,  non aveva quasi mai posato, la
    notte fra il 28 e il 29 giugno,  di far chiasso con le sue campanelle.
    Venne il giorno,  venne il sole, venne il gaio vento del nord a scoter
    il fogliame dei pioppi lungo la strada maestra,  a bisbigliar  fra  le
    rose che si arrampicano fino al graticolato metallico proteso, con una
    tenda,  davanti  alla  finestra  della baronessa Elena;  le campanelle
    tintinnavano ancora. Elena, che aveva preso un po' di sonno sull'alba,
    si svegli di colpo alzando il capo dal guanciale.  Non avevan suonato
    il campanello e portato una lettera di Daniele? Non l'avevan posata l
    sul  tavolino?  No,  sul  tavolino  v'erano  i  suoi  anelli,  il  suo
    braccialetto,  il suo Chateaubriand aperto.  Un sogno,  un sogno,  era
    stato  un  sogno.  Elena  si alz,  aperse le finestre all'odor fresco
    delle montagne e del verde.  Sul letto  bianco,  sulle  pareti  chiare
    della  cameretta chiusa,  come un nido d'usignuolo,  nell'angolo della
    villa che le rose e i gelsomini  nascondono,  si  vedeva  un  azzurro,
    s'indovinava il sereno, la purezza dell'aurora. Festa festa dicevano
    le  campane.  Elena  si  sent  una gran voglia di piangere.  Al primo
    svegliarsi era sempre  cos;  poi  il  suo  cuore  si  chiudeva  sulla
    passione,  e  non  s'apriva  pi,  fino  a sera,  se non quando Elena,
    trovandosi  sola,  discendeva  in  s  avidamente,   godeva  toccarsi,
    foss'anche  per un momento,  quel fondo oscuro del cuore,  sentirvi un
    fuoco di dolore e di vita.
    Ella si vest e si pettin sola, in fretta.  Era come una dolce musica
    quella cameretta; troppo dolce! Le rose avevano un odore troppo molle,
    una  grazia  troppo  delicata.  Si soffriva,  l,  si perdeva tutto il
    vigore dello spirito;  bisognava esser  felici  per  abitare  un  nido
    simile, non aver nell'anima quello che ci aveva lei e che si accordava
    tanto,  in  un  certo doloroso modo,  con l'ambiente.  Elena guard un
    momento dalla finestra attraverso il fogliame delle rose  battute  dal
    vento.  Le cime dei monti eran tutte vermiglie;  un'ombra azzurrognola
    copriva i prati, le macchie, i bianchi viali del giardino,  che alcuni
    contadini stavano rastrellando. Pens che incominciava il terzo giorno
    dalla  partenza di Cortis e che forse fra poche ore sarebbe venuta una
    lettera.
    Ah, la doveva,  la poteva desiderare questa lettera?  Lo amava nel suo
    segreto;  da quanto tempo!  Ma non avrebbe voluto,  una volta, ch'egli
    pensasse molto a lei.  Le bastava uno sguardo  amichevole,  una  buona
    parola,  ogni  segno di quieta benevolenza.  E solo quieta benevolenza
    voleva dimostrargli dal canto suo,  accettando di amare e di  soffrire
    in  silenzio,  con  l'appassionata speranza di poter fare qualche cosa
    per esso,  non sapeva che,  di poter operare su questa via un  po'  di
    bene al mondo.  Altrimenti, senza figli, divisa nell'anima dal marito,
    avrebbe attraversato la vita come un'ombra,  mettendo forse intorno  a
    s  un  fugace  ristoro  su  qualche  afflitto,  ma  riportando a Dio,
    tremante come il servo del Vangelo,  tanti inutili tesori sepolti  nel
    suo cuore.
    Ma adesso sapeva di essere amata,  non dubitava di essere stata intesa
    da lui,  adesso tutta l'anima sua era una dolcezza torbida,  piena  di
    dubbio e di tormento.
    Lasci  la  finestra  e prese avidamente il libro posato sul tavolino.
    Era il terzo volume delle "Mmoires  d'Outretombe"  di  Chateaubriand,
    prestatele  da  Cortis.  Questi  le aveva detto di aver concepito,  da
    fanciullo,  un amore fantastico per Lucile de Chateaubriand,  contessa
    di  Caud;  ed  ella ora cercava con gelosa cura nelle memorie del gran
    poeta ogni parola che ricordasse la  figura  di  sua  sorella;  voleva
    evocarne la bellezza piena di malinconia,  lo spirito pieno di mistero
    e di genio,  che si credeva superfluo sulla terra,  e cos difficile a
    conoscere  tant  il  y a de diverses penses dans ma tte,  com'ella
    scriveva a Chateaubriand: tant ma timidit et mon espce de faiblesse
    extrieure sont en opposition avec ma force intrieure.
    Il volume era aperto in principio del libro terzo,  dov' parlato  del
    ritiro  di  madama di Caud alle Dames Saint-Michel,  in Parigi,  e son
    deposte, come reliquie, le ultime lettere di lei a suo fratello. Elena
    era giunta, la notte, a questo passo d'una lettera senza data:
    Quelle piti que l'attention que je  me  porte!  Dieu  ne  peut  plus
    m'affliger qu'en toi.  Je le remercie du prcieux, bon et cher prsent
    qu'il m'a fait en ta personne et d'avoir conserv ma vie  sans  tache;
    voil tous mes trsors.  Je pourrais prendre pour emblme de ma vie la
    lune dans un nuage,  avec  cette  devise:  Souvent  obscurcie,  jamais
    ternie.
    Elena  si  era fermata qui con le lagrime agli occhi.  Questo fratello
    che Lucilla chiamava la miglior parte di se stessa e dopo di Dio,  non
    era egli mai stato un pericolo per lei?  Quale inconscio sentimento la
    portava a Renato,  quando,  tra i boschi di Combourg,  non viveva  che
    dell'anima di lui,  e, oppressa da tristezze senza nome, traduceva con
    esso il "Taedet animam meam vitae meae"  di  Job,  o  scriveva  quelle
    brevi  prose liriche all'aurora e alla luna,  cos malinconiche e pure
    nel pensiero,  cos mollemente musicali nella  parola?  Elena  si  era
    posta,  leggendo  la lettera,  in luogo della scrittrice;  ella stessa
    diceva cos a Daniele.
    Riprese ora la lettura; ma aveva il capo cos torbido e infiammato, il
    petto cos oppresso che non pot proseguire. Si sentiva bisogno d'aria
    e di moto.  Tolse il volume  e  usc  per  l'anticamera  appuzzata  di
    sigaro,  camminando in punta di piedi onde non svegliare il barone che
    dormiva fragorosamente nello stanzino attiguo al  suo,  con  la  porta
    aperta.
    Discese in giardino, pigli il viale che scende con i declivi erbosi e
    con  le  selvette  di  sempreverdi  alla  chiesuola di San Pietro e al
    cancello sulla strada maestra.  Incontr  il  gastaldo  che  aveva  un
    telegramma per il barone senatore Di Santa Giulia;  e,  datogli ordine
    di portarlo subito a suo marito, usc dal cancello,  s'avvi a destra,
    per  la strada fiancheggiata di pioppi,  verso le casupole di Passo di
    Rovese e il fiume. Pensava a Lugano,  dov'era stata due giorni qualche
    anno  addietro.  Vedeva una coppa di acque azzurre,  una lunga riva di
    case bianche, gialle,  grigie,  una corona di poggi e monti verdi fino
    alla  cime.  Dov'era  Daniele?  La  sua fantasia gli mutava luogo ogni
    momento.   Era  alla  finestra  dell'"Htel  du  Parc",   dove   aveva
    fantasticato  lei,  era  in  un  bigio  villino  sul  lago,  di cui si
    ricordava, o in un altro giallo e rosso sul colle? E immaginava presso
    a lui un'altra persona in tutte le forme, pietose o ributtanti,  della
    vecchiaia,  in  tutti  gli atteggiamenti del dolore,  sinceri o falsi.
    L'incontro di Daniele con sua madre  doveva  essere  accaduto  da  due
    giorni.  Non era possibile che ne passasse un altro senza lettere.  La
    posta non arrivava che alla sera.
    "Dodici ore ancora!" pensava Elena ferma sul  ponticello  di  legno  a
    guardar le acque ombrose del Rovese,  a bere il vento vitale, odorante
    di prati alpini e  di  abeti.  Pass  il  padrone  della  vicina  sega
    idraulica  e salut attonito la "contessina" come,  a Passo di Rovese,
    tutti  la  chiamavano  ancora.  Ella  lo  trattenne  amabilmente,   lo
    condusse,  tra  seria e scherzosa,  a parlare di elezioni.  Colui,  un
    elettore influente,  era stato lavorato a dovere dal barone  Di  Santa
    Giulia,  e  le  rispose misterioso,  sorridendo con un'aria di finezza
    che, a prima giunta,  turb Elena.  Ella penetr l'arcano e soffi via
    in un momento le ragnatele elettorali del barone. Disse ridendo che in
    politica  lei  e suo marito si facevano la guerra e che anche il conte
    Lao ci teneva molto all'elezione di  Cortis.  Era  una  considerazione
    vitale,  questa;  perch casa Carr sosteneva volontariamente per met
    le spese di  manutenzione  pel  ponte  che  era  stato  costruito  dal
    proprietario della sega.  Costui promise, contrito, che avrebbe votato
    per il signor Daniele.  Quando La mi dice cos,  quando  La  mi  dice
    cos! E fatta una grande scappellata, tir via per la sua strada.
    Elena si avvi alla sinistra del Rovese, fra gli ontani che nascondono
    il  fiume alle praterie.  Qua il bosco fitto  lambito dalla corrente;
    l un seno erboso della riva  accoglie  l'acqua  che  vi  gira  lenta,
    tornando  indietro.  Elena  si  ferm,  con il suo libro chiuso fra le
    mani, a guardar la corrente e,  sull'altra sponda,  in alto,  i vecchi
    abeti  di  casa  sua.  Non  vi  era  anima  viva sul sentiero n sulle
    praterie;  nuvole  bianche  passavano  sopra  le  vette  degli  abeti,
    velavano lentamente il sole.  Che dolce sogno nascondersi con lui, per
    sempre, in questa quiete pensosa!  No! diss'ella a mezza voce,  no,
    no,  no!  Riprese  sospirando  la  via,  aperse lo Chateaubriand alle
    ultime pagine, ben lontano dalle lettere della contessa di Caud, lesse
    un periodo o due su Bonaparte e richiuse il libro.  Passando presso un
    grosso pioppo si ricord d'essersi provata ad incidervi, parecchi anni
    addietro,  il nome di un'amica.  Guard e non trov niente; neppure un
    segno di quel tempo felice le restava pi.  Folli  allegrie,  speranze
    fantastiche,  malinconie  amorose  di  un  giorno,  profondi dolori di
    un'ora,  dov'erano andati?  Quell'amica viveva adesso in  una  lontana
    cittaduzza  del  Piemonte.  Aveva  perduto  il suo unico bambino e non
    voleva essere consolata; non le rispondeva pi.
    Aveva inciso il suo nome l,  nell'autunno del 1869,  a  sedici  anni,
    pochi  mesi  dopo  aver  conosciuto Daniele Cortis,  che poteva essere
    allora sui venti.  Si ricordava della prima visita  dello  zio  e  del
    cugino Cortis,  nel maggio di quell'anno. Solo dopo il suo matrimonio,
    Elena aveva saputo che il  vecchio  dottor  Cortis,  gi  emigrato  in
    Piemonte,  non si era voluto,  per causa della sua sciagura domestica,
    restituire nel 1866, al Friuli;  e che era stato indotto dalla sorella
    Tarquinia a comperare Villascura. Quanto tempo trascorso, quante cose!
    La sonora corrente del Rovese aveva un rombo che stringeva il cuore.
    "Dio,  com'ero  bambina!"  pensava Elena.  Suo cugino,  un bel giovane
    pieno d'ingegno e di fuoco,  la guardava volentieri,  ma ella  non  se
    n'era accorta che pi tardi,  ritornando a quei giorni con la memoria,
    quando ormai il vecchio Cortis era morto  e  Daniele  andato  via  nel
    mondo con la corrente sonora.
    Egli  aveva  viaggiato lungamente,  aveva studiato economia pubblica a
    Berlino,  l'aveva insegnata a Firenze ed era tornato dopo sette lunghi
    anni  a  Villascura per prepararsi un avvenire politico.  Che anni per
    lei,  quelli!  Elena aperse il libro,  si ripose in cammino,  leggendo
    senza   capir   nulla,   chiudendosi   alle   sciagurate  memorie  che
    l'assalivano.
    Ogni tanto apriva loro disperatamente il cuore per finir l'angoscia di
    lottare con esse.  Udiva allora sua madre  presentarle  per  la  prima
    volta  il colonnello barone Di Santa Giulia,  lo vedeva piegare appena
    il capo e porgerle  la  mano.  Poi  si  ritrovava  nel  suo  letto  di
    fanciulla,  una  eterna  notte di dicembre,  a dibatter seco stessa se
    rimanere in quella casa dove certi occulti segni di colpa le mettevano
    orrore,  se dire un s mortalmente amaro.  Le sue  mani  strinsero  il
    libro,  gli occhi vi si confissero; ella ne lesse alcune parole a caso
    per aggrapparvisi; per salvarsi da quelle immagini.
    Cadde su queste:
    "Il n'y a qu'un dplaisir auquel je crains  de  mourir  difficilement,
    c'est de heurter en passant,  sans le vouloir,  la destine de quelque
    autre."
    Pass oltre e non s'accorse che una riga  pi  sotto  d'esserne  stata
    morsa. Allora vi ritorn di slancio, vi si dimentic dentro fino a che
    il  sole,  uscendo dalle spalle della montagna imminente,  le sfolgor
    sul libro.  Sedette sopra un muricciuolo dove moriva  il  bosco  e  la
    strada calava al fiume che spandeva al sole le sue ghiaie scoperte,  i
    rivi brillanti.
    Ebbe un assalto di scoramento mortale.  Sempre questo  dubbio,  questo
    rimorso, quest'ombra nemica: nuocere a lui quand'anche una sola parola
    d'amore non corresse fra loro, essere un traviamento ne' suoi affetti,
    un inciampo nella sua vita! Depose il libro sul muricciuolo e cess di
    pensare, assopita nel sole caldo, nella voce del Rovese. Dopo un pezzo
    riprese il libro,  cercovvi lentamente, con le mani gelate, le parole:
    "Il n'y a  qu'un  dplaisir...".  Lo  richiuse  subito,  si  alz  dal
    muricciuolo, pieni gli occhi di lagrime, e si avvi verso casa.
    Passando  sotto  le  finestre del conte Lao lo vide che le faceva gran
    saluti dietro le invetriate.  Gli accenn  di  aprire,  ma  n'ebbe  in
    risposta  un  gesto  d'orrore,  una  indicazione muta degli alberi che
    dondolavan le punte al vento.  Malcanton e il conte Perlotti  giravano
    per  il  giardino  col  gastaldo,  davan  ordini,  pigliavano  misure,
    studiavano  il  terreno,   affaccendati  come   se   dirigessero   una
    fortificazione di campagna in faccia al nemico.  Avevano a disporre il
    posto  per  la  banda,  il  piano  dell'illuminazione.  Malcanton  era
    specialmente   incaricato   di  preparare  il  lawn-tennis  prima  che
    arrivassero dalla citt  gli  ospiti  attesi.  Appena  vide  Elena  da
    lontano,  le  agit  in  aria una lettera,  le grid con le palme alla
    bocca:
    "Laan, laan!"
    Elena trasal, gli and frettolosa incontro.
    E' venuta la posta? diss'ella.
    S,  quell'asino di fattorino ha trovato comodo di tenersela in tasca
    da ieri sera.  C' anche una lettera per te. Son venute le istruzioni,
    del resto; e quel tale scrive che si pronuncia "laan", come dicevi tu.
    Ecco qua, adesso ti leggo.
    Mentre Malcanton si palpava e si frugava in tutti i taschini  cercando
    le sue lenti,  Elena gli volt le spalle. Ehi diss'egli. Elena! Ma
    Elena era gi in  casa  onde  il  pover'uomo,  brontolando  un  bene,
    servitor suo torn al suo lavoro.
    Ella  trov  suo  marito  che  tempestava e sagrava in camicia,  tutto
    rabbuffato,  contro di lei,  per quella maledetta  passione  di  andar
    fuori prima del sole.
    Elena non attese che finisse, gli chiuse l'uscio in faccia; ma egli vi
    sferr dentro un gran calcio, usc, tal quale si trovava, in sala.
    Non scherziamo! disse. T'ho a parlare molto sul serio.
    Parlare, quanto vuoi rispose Elena, ma a quel modo no.
    Dentro!  replic  il  barone tenendo l'uscio spalancato.  Faremo il
    grazioso per amore di Vostra Grazia. Andiamo! Fammi il piacere,  santo
    Dio!
    Elena  entr;  suo  marito  chiuse l'uscio a chiave con un grugnito di
    soddisfazione e brontol: Che suscettibilit!.
    Lasciamo andare! soggiunse,  perch Elena voleva dir  qualche  cosa.
    Si parte stasera. Siedi.
    Perch? Ho capito, si parte stasera. Che altro c'?
    C', c' che cos non si pu partire.
    Elena si gett in una poltrona, si pose a leggere Chateaubriand.
    Accidenti ai libri! esclam il barone.  Favorisci di stare attenta.
    Ti dico che cos non si pu partire.
    Ma se non so nulla,  se non capisco nulla!  Perch cos  non  si  pu
    partire?
    Gi!  Quella  vive a quindici mila metri sopra le nuvole.  Crederesti
    che io fossi venuto per divertirmi in questo  ladro  paese  di  reumi,
    dove si gela, santo diavolo, in giugno, e piove seicento e sessantasei
    volte  il  giorno?  Non ci sono neanche venuto,  sai,  per il gusto di
    dormire in un dannato guscio di noce come quelli l, con i piedi fuori
    dell'uscio. Questo lo sai, eh?
    Se non lo sapessi, l'avrei indovinato.
    Non occorre tanta finezza. Te l'ho detto.
    E poi?
    E poi...
    Il barone abbass la voce per dire con una imprecazione oscena che non
    aveva ottenuto niente di quanto voleva.
    E' per questo che mi aspettavi? disse Elena alzandosi  e  afferrando
    la maniglia dell'uscio della sua camera.
    E per che diavolo vuoi che sia?
    Ma c'entro, io, in questo?
    A spendere, Dio santo, c'entri bene, eh?
    Elena  sapeva  perfettamente per quali occulte vie partissero i danari
    di suo marito, ma sdegn di rispondere e disse solo:
    E perci?
    E perci, se quel mastino di tuo zio...
    Elena, in un lampo,  scomparve nella sua camera;  ma prima che potesse
    chiudervisi dentro, il barone la segu, grid infastidito:
    Eh, andiamo che...
    Fuori! diss'ella sottovoce voltandosi a mezzo.
    Egli  lasci la parola in tronco,  ammutito dagli occhi sfolgoranti di
    lei, stette un momento incerto, e fin con trarsi indietro,  sbattendo
    l'uscio dispettosamente.
    Elena  vide  una  lettera  sul tavolino,  la prese palpitando.  Era di
    Cortis da Lugano. Aspett un momento, poi l'aperse e lesse:

    Cara Elena,
    Partir probabilmente domani per  cost,  pregando  Dio  di  trovarti
    ancora.  Ho  un  bisogno  immenso  di te.  A voce ti dir tutto.  Sono
    affranto. Come prima,  non ho,  per riposare il cuore,  che te!  E non
    avr mai altri.
    DANIELE.

    Ella stessa non avrebbe saputo dire da quanto tempo tenesse la lettera
    in mano, quando suo marito rientr annodandosi la cravatta.
    T' passata? diss'egli.
    Ella  pos  la  lettera  aperta  sul  tavolo senza scomporsi e rispose
    tranquillamente:
    Cosa vuoi da me?
    Cosa voglio? Voglio dirti questo, che il danaro mi abbisogna e che se
    non l'avr, te ne pentirai,  perch io t'inchiodo a Cefal per tutti i
    sempiterni secoli,  e non c' Roma, e non c' Veneto, e non c' Cristo
    che ti levi di l. Oh vedrai che l'avr!
    Come, lo avrai?
    Adesso, subito,  da tuo zio.  Se non il danaro,  una righetta o anche
    una  parola  perch sono un buon ragazzo e mi voglio fidare.  Mi basta
    averlo a Roma fra otto giorni, il danaro. Credi che abbia paura di tuo
    zio?  Ora gli vado in camera e gli metto  la  questione:  o  Cefal  o
    danaro. Se grider lui grider anch'io, eh?
    Si  prese la lunga barba fulva,  se la fece passare e ripassare tra le
    mani.
    Elena cerc di leggergli in viso se avesse parlato sinceramente o  con
    l'intento di ottenere da lei che si interponesse.  A dir vero, una sua
    sincerit soldatesca il barone l'aveva; e fronte imperterrita pura.
    Far io diss'ella;  e gli colse negli occhi un lampo di contentezza.
    Far io soggiunse a un patto.
    Che patto?
    Che  tu  non dica una sola parola.  Capisci!  Una sola!  Altrimenti 
    inutile.
    Non la dir.
    Con nessuno!
    Con nessuno.
    Adesso va e chiudi l'uscio.
    L'onorevole barone aveva adocchiato la lettera aperta sul  tavolo,  ma
    usc senza farne motto. Si riaffacci subito alla porta e disse:
    Sai,  tu  devi chiedere un'anticipazione su quello che tuo zio non ti
    vorr togliere. Possono bastare quindici mila lire per ora;  devi dire
    che ne ho bisogno per l'ultimo versamento del prestito di Cefal,  per
    non perdere gli altri.  E devi dirgli che se non ho i quattrini  porto
    il reggimento a Cefal e lo metto a mezza razione.  Capisci? O Cefal,
    o danaro.
    Elena rileggeva la lettera e rispose senza nemmanco voltarsi:
    Va bene.
    L'uscio si chiuse;  era sola.  Allora depose la lettera e sedette  nel
    suo  letto  sfatto,  guardando alla finestra di ponente le rose da cui
    traspariva un lontano pieno di sole.  Pensieri e pensieri le  salivano
    dal cuore, disegni e propositi le si formavano dentro la fronte con un
    lento  lavoro,  e  non se ne vedeva ombra nell'occhio vitreo.  Solo le
    labbra si movevano a quando a  quando  senza  voce,  articolavano  una
    sillaba  muta,  come tocche dalla parola interiore ne' suoi scatti pi
    veementi. Ella si alz finalmente, and alla finestra e, celata dietro
    le rose, pianse.








    CAPITOLO QUINTO.
    PER LUI, PER LUI!

    Malcanton e il conte Perlotti vennero a  fermarsi  sotto  le  finestre
    d'Elena  per  picchiare  alle  imposte  chiuse dal dottor Grigiolo che
    dormiva a pianterreno. Elena si trasse dentro con un atto risoluto, si
    mise il cappello e i guanti,  and da sua madre che dormiva ancora,  e
    le  annunci  senza molti preamboli che doveva partire la stessa sera.
    La contessa pens subito ai danari che suo genero voleva,  si spavent
    all'idea  di  una  scena  proprio  in  quel giorno,  con la casa piena
    d'ospiti. Figurarsi Lao, col suo temperamento!  Maledisse i soldi e la
    gente vulcanica. Anche tu, benedetta diss'ella, non parlar mai, non
    metterti di mezzo,  che tuo zio fa tutto quello che vuoi! Le raccont
    degli spasimi che soffriva da quindici giorni,  fra le torture di  suo
    genero e le strapazzate di suo cognato.
    E tu che non volevi mai sentirne a parlare!
    Elena la interruppe,  le disse ch'era accomodato tutto,  e, senz'altre
    spiegazioni,   le  chiese  di  permettere  che  la  sua  cameriera  le
    allestisse i bagagli.
    Accomodato tutto? Ma che? Ma come? La contessa Tarquinia, fuor di s
    dallo stupore,  non pot cavar nulla di pi chiaro da sua figlia,  che
    l'abbracci pregandola di non crucciarsi pi, di non pensarvi nemmeno,
    e scapp via.  La contessa suon  il  campanello  di  furia,  la  fece
    richiamare. Non sapeva ancora per dove partissero, se per Roma, se per
    Aix!  Allora  Elena si accorse di non saperlo ella stessa.  Suo marito
    non l'aveva detto,  ella non gliel'aveva  chiesto.  Per  Roma,  certo,
    perch  era  giunto  un  telegramma,  e  Di  Santa Giulia si attendeva
    appunto da qualche giorno un richiamo al Senato.
    La contessa Tarquinia avrebbe desiderato  una  certezza  maggiore,  ma
    Elena corse via e and dritta dallo zio Lao,  che, alzatosi un momento
    per guardare il tempo, s'era coricato da capo. Quando Elena,  entrando
    in cappello e guanti, gli disse a bruciapelo: Vado via, credette che
    partisse subito, balz a sedere sul letto. L'indugio di dodici ore gli
    parve  sulle  prime un guadagno: c'era il tempo di discutere,  almeno.
    Assal sua nipote con una  furia  di  domande.  Non  si  potrebbe  far
    questo?  Non  si  potrebbe  far quello?  Il signor barone non potrebbe
    andarsene solo, nel santo nome di Dio!  a Roma e anche pi in l?  Non
    arriv  sino  a  proporre ad Elena di accompagnargliela pi tardi egli
    stesso, ma parl del fattore, di quell'insulso Malcanton,  che non era
    buono ad altro,  e toccherebbe il cielo col dito.  Visto che non c'era
    verso di spuntarla,  s'arrabbi,  si ricacci  sotto  le  coperte,  e,
    voltato  il  viso  al  muro,  grid a sua nipote che andasse via,  che
    andasse  pur  subito  a  farsi  benedire,  che  non  gliene  importava
    nientissimo,  che  andasse  a  Roma  o  in  Sicilia o in Africa o dove
    diavolo voleva lei, e che non stesse a tornare per un gran pezzo.
    Elena,  commossa,  si accost in silenzio al letto,  vi si  pieg  su;
    anche  la  faccia  mezzo  nascosta  fra  il  guanciale e le coltri era
    commossa.
    Ah! fece il conte Lao con voce  brusca,  come  per  respingere  ogni
    carezza, ogni parola amorevole. Tuttavia Elena lo baci in fronte.
    E' il mio dovere diss'ella dolcemente.
    Poi  cominci  a parlargli del danaro.  Lao si venne voltando a poco a
    poco,   l'ascolt  attentamente.   Elena  gli  disse  ridendo  di  non
    spaventarsi;  gli  ordinava solo di rispondere a sua madre,  se gliene
    parlasse, che s'era inteso con lei, Elena;  non una parola di pi.  Lo
    zio  non  capiva,  voleva  delle spiegazioni.  Ella gli diede un altro
    bacio e scapp via con la scusa della messa,  bench  alla  messa  dei
    padroni, nella chiesetta di casa, ci mancasse ancora un'ora e mezzo.
    Si  fece  portare  in  carrozza  a  Villascura e scese dall'arciprete.
    Costui era in chiesa,  ma una melliflua governante  preg  la  signora
    contessina  di voler pazientare un momentino e si ritir discretamente
    quando  sopraggiunse  l'arciprete  con  una  giusta   miscela,   negli
    affrettati saluti, di ossequio, di meraviglia e di aspettazione. Elena
    era venuta a congedarsi dal signor arciprete.  Esclamazioni dolenti di
    questo,  ch'era stato qualche volta ministro delle sue carit segrete.
    Anche ora gli voleva affidare un simile incarico;  le occorreva essere
    informata,  consigliata.  L'arciprete si struggeva in ringraziamenti a
    nome de' suoi poveri. Egli sperava poi sempre nell'appoggio del signor
    senatore  in  una certa questione che aveva col demanio.  La baronessa
    gli fece intendere che suo marito non poteva molto,  ma che ella aveva
    mezzi validissimi di aiutarlo,  e lo preg sorridendo, nel congedarsi,
    di voler benedire gli erbaggi anche a coloro che  si  proponessero  di
    votare per Daniele Cortis.  L'arciprete divent rosso rosso,  protest
    di non aver mai rifiutato,  per questo  motivo,  le  sue  benedizioni.
    Infatti  correva una storia assai fondata di cavoli del partito Cortis
    non voluti salvare dai bruchi.  Elena lo tranquill;  c'era tempo,  in
    ogni caso,  al rimedio. Il signor arciprete non conosceva bene Cortis,
    una volta;  adesso potrebbe affermare in coscienza agli elettori,  che
    Daniele  Cortis  non  era  un  nemico della religione,  tutt'altro: ne
    rispondeva lei.  L'arciprete  promise  tutto  quello  che  la  signora
    baronessa  volle,  anche di accordare la sua propaganda elettorale con
    quella della contessa Tarquinia, e accompagn la signora baronessa,  a
    capo scoperto, sino alla carrozza..
    Villa Cortis disse Elena al cocchiere, salendo.
    Passate  le  ultime  casupole  del  paesello,  vide  il muraglione del
    giardino francese e, al di sopra,  il getto bianco,  il bosco pendente
    della  montagna.  Smont  pallida  e  accigliata  sulla spianata verde
    davanti alla casa,  s'avvi per il cortile  rustico  al  cancello  dei
    giardini e si perdette nelle ombre del bosco.  Si perdette nel mistero
    delle ombre che posano in giro al cancello il loro silenzioso  invito,
    e che si chiudono a pochi passi, dense, sulla via che gira e scompare,
    sui  sentieri  che  accennano  e dileguano.  Vi sono l dentro colli e
    valloni perpetuamente ombrosi,  laghi e prati  cinti  d'ombra,  taciti
    canali che tremolano nell'ombra,  voci di fontane invisibili. Le vette
    degli alti alberi in giro al cancello annunciano ondulando, mormorando
    al vento,  questo poema dell'ombra e  della  vita,  ne  promettono  le
    oscure magnificenze.
    Elena sparve l dentro per la via larga che gira a sinistra.
    Si  sarebbe  forse potuto udire per un momento da qualche orecchio ben
    fine il suo passo leggero;  ma poi,  se qualcuno l'avesse seguita  con
    cautela,  si  sarebbe  vista davanti,  dopo una svolta,  la via vuota,
    avrebbe teso l'orecchio invano.
    Ella risaliva il valloncello che mette  capo  da  sinistra,  a  quella
    svolta; lo stretto valloncello dove un rivolo gorgoglia fra le ninfee,
    l'erba affoga il sentiero,  e in alto, le acacie dell'uno e dell'altro
    pendo confondono nel  sole  il  loro  verde,  spandono  al  di  sotto
    un'ombra  dorata.  Si  ascende  per di l ad un quieto seno aperto del
    colle, e quindi,  fra gli alberi,  al piano erboso dove una colonna di
    marmo  antico,   portata  dalle  terme  di  Caracalla  in  quest'altra
    solitudine,  reca sulla base due mani di rilievo che si stringono e le
    seguenti parole:

    HYEME ET AESTATE
    ET PROPE ET PROCUL
    USQUE DUM VIVAM ET ULTRA.

    Elena ricomparve mezz'ora dopo, pi pallida. Chiuso il cancello dietro
    a s,  vi appoggi la fronte a guardar ancora una volta le care,  care
    piante,  e dir loro: Vi vedr io pi mai?.  Le alte  piante  non  la
    intendevano,  offrivano  sempre,  ondulando e mormorando al vento,  il
    poema  dell'ombra  e  della  vita,  la  pace,   il  fantasticar  dolce
    dell'amore.  Ma  non voleva udirle,  si tolse di l sospirando,  se ne
    and a capo chino,  con le parole  della  vecchia  lapide  nel  cuore:
    D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, fin ch'io viva e pi in
    l.
    Si ferm a messa a Villascura. Uscendo di chiesa, trov Pitantoi e don
    Bortolo  in  amichevole  confabulazione col cocchiere.  Il piccolo don
    Bortolo si fece avanti con la sua comica  familiarit,  rimprover  la
    contessina di volersene andare cos presto come aveva inteso.
    Contessina disse Pitantoi,  stando rispettosamente indietro,  la va
    benone per il signor Daniele,  anche se qua il nostro religioso ci  si
    arrabbia.
    Cosa,  cosa,  cosa? sbuff don Bortolo,  voltandosi, e stringendo il
    suo nocchieruto bastone.  Elena non lo guard neppure,  salut l'altro
    affabilmente.
    Mi raccomando diss'ella. I cavalli partirono di galoppo, gittando un
    nuvolo di polvere sui due contendenti.
    La contessa Tarquinia era in giardino con i Perlotti. Malcanton, rosso
    e sudato come un facchino,  non era ancor giunto, malgrado l'aiuto del
    gastaldo a disporre il lawn-tennis;  il dottor Grigiolo dal canto  suo
    gridava  colla,  colla!  da  un  finestrino  del  granaio dove stava
    preparando palloni e palloncini di carta per lo spettacolo della sera.
    Com'ebbe veduto entrare la carrozza d'Elena scapp gi a salti dal suo
    laboratorio,  raggiunse Perlotti e Malcanton che le andavano  incontro
    per salutarla e dolersi dell'annunciata partenza. La Perlotti le disse
    che  aveva  combinato  con  il  barone di partire insieme alle dieci e
    mezzo  dopo  l'illuminazione  e  i  fuochi.   La  contessa  Tarquinia,
    immaginandosi di che parlavano,  cominci a gridar da lontano no no!
    e a far gesti negativi col ventaglio.
    La tua mamma non vuol sentirla  disse  la  Perlotti.  Sempre  tanto
    gentile, poveretta. Ma bisogna proprio!
    Eh,  bisogna proprio ripet il marito malgrado alcuni dubbi sommessi
    di Malcanton e del dottor Grigiolo.
    Io sono egoista disse Elena sorridendo.  Ho piacere di partire  con
    voi.
    Tutti  si  avviarono  verso  la  contessa  Tarquinia che accennava con
    l'ombrellino di venire all'ombra,  tra la casa e  il  cipresso  morto,
    vestito di glicine.  Il barone ve li raggiunse subito. Sua suocera gli
    disse amabilmente,  scherzosamente,  le  pi  fiere  impertinenze  per
    questa  fuga  improvvisa;  preg  daccapo  i Perlotti di fermarsi.  Il
    barone aveva un braccio di muso;  pareva dire:  "A  che  tutte  queste
    commedie?".   Elena   taceva,   lasciava   parlare   sua  madre  senza
    commuoversi.  Ad un tratto l'uscio della sala si aperse e comparve  il
    conte  Lao  ch'ebbe un'accoglienza rumorosa.  Ben di rado lo si vedeva
    uscir di camera tanto per tempo!  Rispose con un  cenno  del  capo  al
    burbero  buon giorno del barone,  e fece capire agli altri che tutti
    lo seccavano, tranne Elena, la quale trov modo intanto di pregare sua
    madre che non insistesse con i Perlotti.
    Era venuta l'ora della  messa  e  tutti,  fuorch  Elena  e  suo  zio,
    s'incamminarono pi o meno di buona voglia, verso la chiesetta; ultimo
    il  barone,  che  voltava  l'occhio di tratto in tratto a guardar quei
    due.
    Perlotti domand in segreto alla contessa Tarquinia se Lao non andasse
    mai a messa.
    Euh! diss'ella. Casa Carr! Non sapete? Sempre stati turchi.  Tutti
    quanti.
    Ed  entrarono  sotto  gli  abeti.  Allora  Lao prese il braccio di sua
    nipote.
    Adesso spiegami diss'egli.
    Cosa, zio?
    Ella lo  guard  con  due  occhi  ingenui,  alzando  le  sopracciglia,
    sorridendo; poi fece un sommesso ah come risovvenendosi.
    Tu   vieni   sempre  dal  mondo  della  luna  disse  il  conte  Lao,
    corrucciato.  Credi ch'ella  abbia  tardato  un  pezzo  a  venirmi  a
    domandare  cosa era successo? Lao non nominava quasi mai sua cognata:
    diceva solo: ella.
    E cosa le hai risposto?
    Io fui, sono e sar sempre una bestia. Le ho risposto come hai voluto
    tu, che si era aggiustato fra te e me,  e che cos bastava,  e che non
    mi seccasse.  Per lei,  dica quel che vuole, non me ne importa niente;
    ma a me bisogna bene che tu spieghi...
    S' aggiustato tutto! interruppe Elena ridendo.  Cosa vuoi  che  ti
    spieghi? Andiamo, andiamo, zietto!
    Gli propose un giro in giardino, gli offerse il braccio, ma lui non ne
    volle  sapere;  richiese queste spiegazioni,  irritato di vederla cos
    gaia.
    Oh zio! diss'ella,  mettendogli  le  mani  sulle  spalle,  facendosi
    grave.
    Scusa disse Lao, rabbonito, capisci bene, devo pur sapere.
    Ella  lo  guard ancora un momento negli occhi senza parlare,  poi gli
    prese il braccio,  gli disse vien qua,  lo trasse verso la fattoria,
    graziosa casetta posata a pochi passi dalla villa cui mostra la faccia
    di tramontana bizzarramente mascherata da rovina medioevale,  e quella
    di levante tutta verde e rose dal prato al tetto.  Elena vi entr  dal
    lato  di mezzogiorno,  per la porticina del suo studiolo di fanciulla,
    picciol nido nascosto dietro una vite e le rose,  di fronte  al  prato
    disteso verso Villascura e la montagna del Passo Grande.
    Che  idea  ti salta di condurmi in questa scatola? brontol il conte
    Lao chinandosi per entrare.
    Sentite diss'ella, che orso senza gusto e senza cuore!
    Lo trasse a sedere sul piccolo divano,  gli fece ammirare per forza la
    vista   delle   praterie,    della   montagna   il   nido   civettuolo
    dall'impiantito di noce alla colomba dorata,  nel mezzo del  soffitto,
    dove convergono le pieghe del padiglione bianco e rosa.
    S, s concluse Lao, una vecchia bomboniera vuota e unta. Dunque?
    Non  hai  proprio  fede in me,  zio?  Vuoi tante ragioni per farmi un
    piacere?  Via,  non impazientarti!  Ti dir,  ti spiegher.  Sei molto
    amorevole, per, in queste ultime ore che passo qui!
    E  tu  tienti i tuoi misteri,  che Dio ti benedica! esclam il conte
    Lao,  buttando via il cappello.  Camperai un secolo di pi.  Oh santo
    Dio!
    Zitto,  zitto,  zitto l'interruppe Elena. Adesso ti dico tutto. Bei
    misteri! Se non c' niente!  Capisci?  Niente.  Ne ho discorso con mio
    marito stamattina e lui non ne parler pi.
    Benissimo. Ma, e allora, perch devo recitare la commedia io?
    Elena batt il piede a terra.
    Come sei duro, zio! Non capisci niente!
    Durissimo  rispose  Lao,  non  capisco  niente di niente;  manco di
    prima.
    Ma per la mamma,  per la mamma!  Perch mio marito ha sempre trattata
    questa  cosa  con la mamma,  perch le ha sempre detto che non sarebbe
    partito senza questo denaro,  che ne aveva  assolutamente  bisogno;  e
    ora,  mi par chiaro,  bisogna salvare il suo amor proprio, bisogna che
    la mamma creda tutto accomodato secondo il desiderio di lui!
    E lui, poi, come si  deciso a non domandar pi niente?
    Questo non te lo posso dire.
    Il conte Lao tacque e guard sua nipote in modo ch'ella arross.
    Basta diss'egli finalmente. E, dopo Roma che piani hai?
    Non le piacque ch'egli troncasse il discorso cos.  Temeva in  lui  un
    sospetto,  ma non os chiarirsene. Parlarono di quel che sarebbe stato
    di loro fino all'ottobre quando Elena era solita ritornare in famiglia
    per un mese.  Una nuova freddezza era entrata  in  essi;  discorrevano
    senza guardarsi,  senza rammarico nella voce, n desiderio; e tacquero
    presto, malcontenti l'uno dell'altro.
    Quanto mai diavolo voleva tuo marito? usc improvvisamente a dire il
    conte Lao.
    Non lo so rispose Elena senza sorpresa, come se avesse veduti fin da
    prima i pensieri di suo zio. Un quindicimila lire, credo.
    Ell'aperse il cassetto del tavolino che  sta  davanti  al  divano,  vi
    prese  una  matita  e scrisse sotto una fila di altre date: 29 giugno
    1881?.  Da molti e molti anni ell'aveva sempre segnato  l  dentro  i
    giorni  dei  suoi arrivi e delle sue partenze.  Stavolta aggiunse alla
    data un punto interrogativo e chiuse il cassetto.
    Cos'hai fatto? le chiese il conte Lao.
    Prendi moglie, zio diss'ella.
    Stupida!
    Uscirono,  con questa parola,  dal freddo imbarazzo che incominciava a
    pesar  loro.  Ella  rise,  prese  una  mano  allo  zio,  vi fece su un
    discorsino tutto vezzi, col ritratto d'una zia ideale,  d'una bellezza
    matura e maestosa...
    Misericordia!  esclam  a questo punto il conte Lao che sulle prime,
    malgrado il suo "stupida", si divertiva della proposta.  So cosa vuol
    dire. Grazie tante. Un barcone in fascio!
    Litigato un poco,  tornarono in giardino, a braccetto, vi trovarono un
    vetturale di Villascura ch'era stato  fatto  chiamare  dal  barone  Di
    Santa  Giulia,  perch la contessa Tarquinia non poteva dare ad Elena,
    quella sera,  i cavalli di casa,  dovendo fare l'indomani  una  visita
    alla villa R...
    Il conte Lao and sulle furie, dichiar ad Elena che i cavalli di casa
    dovevano  servire per lei e che guai se ell'aprisse bocca;  poi intim
    al vetturale di andarsi a intendere per la visita dell'indomani con la
    contessa Tarquinia che usciva appunto allora insieme  ai  suoi  ospiti
    dal  boschetto  degli  abeti.   Il  barone  discorreva  con  Perlotti,
    distratto,  guardando sua moglie e  il  conte  Lao.  Non  s'era  ancor
    trovato  solo con sua suocera,  non sapeva quindi dell'annuncio datole
    da Elena circa il danaro.  Ora Elena  doveva  aver  parlato  allo  zio
    mentre loro erano a messa. Con quale frutto? Gli parvero tutt'e due di
    buon umore;  si rallegr.  In quel punto un domestico usc dalla sala,
    venne ad annunciare l'arrivo di una comitiva di signori dalla citt.
    Elena, Elena! esclam la contessa spaventata, aiutami, cara te, per
    la colazione, va l, disponi. A quest'ora, benedetti da Dio!
    Ella corse incontro  ai  nuovi  arrivati  con  Perlotti,  Malcanton  e
    Grigiolo.  Di Santa Giulia trov modo, nella confusione, di sussurrare
    ad Elena:
    Parlato?
    Cosa fatta diss'ella, affrettandosi verso casa.
    Di Santa Giulia rest solo con il conte Lao  per  un  momento,  perch
    Elena si volt,  prima d'entrare in casa,  a chiamar quest'ultimo.  Il
    barone gli stese la mano:
    Grazie diss'egli.
    Non occorre rispose Lao asciutto,  pensando essere stato ringraziato
    per i cavalli; e grid ad Elena:
    Vengo!
    Il barone lo lasci andare,  s'incammin a gran passi, con il cappello
    sulla nuca e la barba al vento,  verso uno sciame d'ombrellini che  si
    vedeva presso due carrozze ferme davanti alla scuderia. Erano arrivate
    almeno otto o dieci persone fra uomini e signore.
    Il  conte Lao fece il miracolo quel giorno di venir a colazione bench
    la colazione fosse stata ritardata oltre un'ora per  causa  dei  nuovi
    ospiti. Costoro parlarono subito, flebili, della partenza d'Elena.
    A proposito,  contessa Tarquinia salt su il barone, s' intesa Lei
    col vetturale?
    Eh diss'ella di malumore, non ve l'ha detto, mio cognato, che vi si
    danno i cavalli?
    Di Santa Giulia pieg un poco il capo verso  lo  zio,  gli  grugn  un
    ringraziamento.
    Ma  cosa?  disse  quegli  sorpreso  che  il  barone  non sapesse dei
    cavalli;  e si ferm subito.  La contessa Tarquinia chiese  ad  Elena,
    appena  lo pot,  se fosse una strega.  Tutto accomodato e si facevano
    persino dei complimenti!  Seppe  anche  gittar  nell'orecchio  di  suo
    genero  un  Sarete  contento  adesso!,  cui  l'altro  rispose forte:
    Sicuramente.  Ella propose poi un giuoco di societ al biliardo,  ma
    Elena  consigli  invece  una  gita  ai giardini Cortis e ci mand suo
    marito in vece sua,  scusandosi con i preparativi della  partenza.  Il
    barone  sarebbe  rimasto  volentieri  per  saper  meglio da sua moglie
    com'era andata la faccenda;  ma con l'idea che  la  conclusione  n'era
    stata  buona,  volle mostrarsi amabile e part insieme agli altri.  Il
    solo Grigiolo rimase a disporre i palloncini per la illuminazione  del
    giardino, della villa e della fattoria.
    Adesso  spiegami  questa  disse  il  conte Lao a sua nipote,  appena
    partita la compagnia.
    Cosa c'?
    Tuo marito che poco fa,  tornando dalla messa,  mi dice  un  "grazie"
    come se gli avessi salvata la vita, ci che non farei...
    Zio!
    Ci che non farei! Ti domando il perch di questo "grazie".
    Per i cavalli, m'immagino.
    Che  cavalli,  se  allora  non  lo  sapeva  neppure!  Non hai udito a
    tavola?
    Non so, per la tua ospitalit di questi venti giorni, forse.
    Lo zio tacque e guard Elena  come  l'aveva  guardata  nello  studiolo
    della fattoria.  Elena non arross questa volta,  fece l'indifferente.
    Si trattenne ancora un momento con lo zio, poi disse che doveva salire
    in camera per dare un'occhiata alle sue valigie.
    E Cortis? esclam il conte Lao  mentr'ella  poneva  il  piede  sulla
    scala.
    Elena  trasal  all'udir  quel  nome,  si  ferm  senza  dir  motto n
    voltarsi.  Non aveva pi parlato di Daniele  Cortis  con  lo  zio,  da
    quando gli era venuta a riferire quelle tre parole: una cosa grave.
    Non  mica tornato? chiese ancora il conte.
    Non credo rispose Elena con voce incerta.
    Vedremo quest'elezione diss'egli.
    Elena  sal  adagio  adagio  la  scala  senza  rispondergli.   Pi  si
    avvicinava il momento di  partire,  pi  le  mancava  il  coraggio  di
    parlare di lui, la forza di comprimersi il cuore.
    Fece  le sue valigie in fretta,  aiutata dalla cameriera di sua madre,
    poi si rec a salutare la gastalda e altre due o tre contadine. Mentre
    tornava a casa, suo zio la preg, dalla finestra, di salire da lui.
    Senti diss'egli. Ti occorrono danari?
    Rispostogli da Elena che non le occorrevano,  insistette,  la preg di
    parlare schietto,  poich del denaro ce n'era d'avanzo e lei ne poteva
    chiedere, per s, fin che volesse.  Gi doveva diventar tutta roba sua
    un giorno o l'altro. Elena esit un istante, poi rifiut. Il conte Lao
    non ne parl pi.
    Salutiamoci  adesso diss'egli,  stringendosela sul cuore.  Stasera,
    con tanti seccatori,  non  ti  si  potr  avere  sola  un  momento.  E
    ricordati: in qualunque tempo,  in qualunque luogo, per qualunque cosa
    tu avessi bisogno di me...!  Lo faccio per te e anche... La baci  in
    fronte  per tuo padre! soggiunse rialzando il viso.  Elena lo guard
    commossa, gli strinse le mani forte forte.  Il padre di lei e il conte
    Lao  erano  stati  fratelli,  ma  non amici: una delle ragioni per cui
    quest'ultimo aveva vissuto  lontano  dalla  patria.  Guastataglisi  la
    salute e preso suo fratello dalla malattia che lo uccise, era venuto a
    riconciliarsi  con  lui,  a  raccogliere,  per espresso desiderio suo,
    l'autorit sulla famiglia.
    La spedizione di Villascura doveva tornare un po'  prima  del  pranzo.
    Elena  diede  ordine che il pranzo fosse anticipato di qualche minuto,
    per cui lo si annunci alla  contessa  Tarquinia  mentre  scendeva  di
    carrozza;  e  n  lei,  n il barone ebbero agio di farsi raccontar da
    Elena come si fossero passate le cose, appuntino, con lo zio.
    Verso la fine del pranzo entr in  giardino,  suonando,  la  banda  di
    Villascura e il "factotum" Malcanton corse a riceverla e accompagnarla
    nell'angolo  tra  la  fattoria  e gli allori che chiudono a ponente il
    giardino.  Dietro alla banda c'era molta gente: i Zirisla,  i Picuti,
    tutta la buona societ di Villascura e di Passo di Rovese.  Un momento
    dopo la contessa Tarquinia usc in giardino con  tutti  i  commensali,
    meno  Lao  che corse a chiudersi in camera.  Mentre all'apparire della
    contessa,  la banda intonava  una  fantasia  sui  "Vespri  Siciliani",
    mentre i Zirisla e i Picuti,  in gran gala,  si facevano avanti, e un
    brulicho di persone si raccoglieva nelle lunghe  ombre  del  giardino
    sfolgorato dal sole cadente,  il barone Di Santa Giulia pass una mano
    sotto il braccio di sua moglie, la trasse in disparte.
    Santo diavolone diss'egli, non si pu mai dire una parola!  Contami
    di questo affare. Prima di tutto, quanto...?
    Aspetta  rispose  Elena.  Si  ferm  su  due  piedi e si guard alle
    spalle.
    Scusa diss'ella,  balzandogli di mano.  Quelle signore che venivano
    proprio  da  me!  - Come volevi tu! soggiunse,  e corse dalle signore
    Zirisla.
    Anche la contessa Tarquinia aveva detto a suo genero prima  di  andare
    ai giardini: sarete contento,  adesso!  Non c'era dubbio,  dunque, che
    l'intento fosse raggiunto;  ma pure il  barone  avrebbe  amato  sapere
    qualche cosa di pi.
    Le ombre del giardino diventavano sempre pi lunghe, il vino correva a
    rivi  nell'angolo  tra  la  fattoria  e i lauri e metteva quindi nelle
    trombe e nei tromboni di Villascura una foga sempre  pi  indiavolata.
    Davanti  alla  banda,  sul  prato,  ballavano  i signori;  i contadini
    ballavano pi lontano.  L'infaticabile Perlotti,  inzuppato di sudore,
    voleva far ballare Elena a ogni patto,  faceva mille smancerie. Elena,
    annoiata,  stava per liberarsene con una parolina  secca,  quando  sua
    madre s'interpose.
    Lasciatemela un poco anche a me diss'ella che stasera la perdo.
    Madre  e figlia s'allontanarono insieme per la stradicciuola che corre
    lungo un ruscello, di l dalla fattoria, fra il prato e i campi.
    In presenza della gente la contessa era sempre tutta tenerezza con sua
    figlia,  bench questa vi rispondesse freddamente;  da sola a sola  si
    teneva  molto pi in riserbo,  non avendo comuni con Elena n le idee,
    n   le    inclinazioni,    sentendola    superiore    moralmente    e
    intellettualmente a s, e conscia in qualche parte di certe galanterie
    passate  che  la  contessa,  col  suo  buon cuore,  si perdonava senza
    sperare uguale indulgenza dalla puritana figliuola.  Ella si dolse con
    Elena di non poter passare con lei,  con lei sola, almeno quelle poche
    ultime ore.  Ma com'era possibile,  con tanti  ospiti,  in  un  giorno
    simile?  Se ne voleva ricompensar largamente in ottobre. Raccomand ad
    Elena di tornar presto: doveva guardar bene di non lasciarsi  condurre
    in  Sicilia: non era neppure prudente,  se passavano l'estate al mare,
    di andar a Napoli.  Se suo marito non voleva assolutamente saperne  di
    Venezia,  c'era Livorno,  Genova,  cento altri luoghi pi opportuni di
    Napoli. E perch non Dieppe,  perch non Ostenda?  Se poi non andavano
    al mare,  che pareva meglio,  c'era questo Aix.  Di Santa Giulia aveva
    ben parlato d'Aix,  in principio,  se  gli  riusciva  di  ottenere  il
    danaro.  Adesso  Elena poteva ricordargli le sue parole e tener fermo.
    E,  scegliesse Aix o qualunque altro  luogo,  doveva  portar  seco  la
    cameriera,  esigerla  da  suo  marito.  Adesso non le potrebbe opporre
    pretesti d'economia.
    A proposito disse la contessa a questo  punto,  come  hai  fatto  a
    convertir lo zio e cos'avete concluso?
    Sai bene rispose Elena, cosa voleva mio marito?
    S,  s,  voleva almeno quindicimila lire, che, dopo tutto, non erano
    mica la morte d'un uomo; e il tuo signor zio poteva farsi pregar meno,
    mi pare.
    E a te, mamma,  cosa t'ha detto una volta?  Non t'ha detto che se non
    ottenesse il danaro mi confinerebbe a Cefal, per sempre?
    Bestia! esclam la contessa. S che me l'ha detto! S, s.
    Bene,  ora    concluso  che  a  Cefal  non ci vado se non lo voglio
    proprio io.
    Sia ringraziato Dio! ma...
    Elena ebbe un sussulto che le scosse tutta la persona.
    Cosa c'? esclam sua madre. Cosa  nato?
    Elena riprese in un lampo l'impero di s.
    Niente rispose, proprio niente.
    La contessa,  inquietissima,  insistette,  ma  senza  frutto.  Intanto
    sopravvenne Malcanton a domandarle se durante le funzioni religiose si
    dovessero  far  entrare  i  suonatori  nel palazzo a riposare un poco,
    invece di mandarli a suonare in chiesa come avrebbero voluto i  preti.
    Elena lasci quei due a consultare e and verso la scuderia per vedere
    se  le  valigie fossero state portate nel barroccio,  se c'era tutto e
    bene in ordine.  Suo marito si avviava pure dalla casa a quella  volta
    gridando  a un domestico: La baronessa  l?.  Elena torn indietro.
    Adesso bisognava  evitar  sua  madre  che,  sbrigatasi  in  fretta  da
    Malcanton,  le  veniva incontro.  Entr in casa,  si rifugi presso il
    conte Lao.  Nel bussare alla sua porta si ricord  di  quella  torbida
    sera  quando  la piova metteva un velo bianco a tutte le finestre,  ed
    ella  bussava  alla  stessa  porta  con  lo  sgomento  d'un   pericolo
    sconosciuto  e  vicino.  Adesso  la  cheta  luce della sera posava sul
    pavimento,  le campanelle di San Pietro  suonavano  sotto  il  limpido
    cielo,  allegre voci salivano dal giardino alle finestre aperte; tutto
    le diceva: va via, tu dai tristi pensieri.
    Il conte Lao aveva gi il lume e stava scrivendo.
    Sei tu? diss'egli. Che ore sono?
    Quasi le nove, zio.
    C' ancora un'ora,  dunque?  Scusa,  debbo scrivere una lettera e non
    l'ho ancor finita.
    Elena  sedette  in silenzio presso la finestra.  V'era gi una fila di
    lumicini intorno alla guglia del piccolo campanile dietro  gli  abeti.
    Altri  lumi giravano per il giardino e il chiasso cresceva sempre.  Si
    udiva gridare il dottor Grigiolo, direttore dell'illuminazione.
    Un domestico venne in cerca di Elena.  La signora contessa  la  voleva
    subito.  Ell'aspettava sua figlia fuori dell'uscio, nella sala oscura.
    La contessa Tarquinia  non  pretendeva  d'essere  una  santa,  ma  era
    convinta d'aver buon cuore e voleva ora dimostrarlo ad Elena. La preg
    di parlare, di confidarsi a lei se aveva qualche cosa sul cuore.
    Non ho la tua virt diss'ella umilmente, n il tuo talento, ma sono
    tua madre dopo tutto.
    Elena  si commosse,  l'abbracci con maggior affetto che non le avesse
    dimostrato da molto tempo.
    Niente rispose,  quando tu hai detto "sia ringraziato  Dio",  mi  
    passato per la mente un pensiero stupido, una paura di non tornare pi
    e ho fatto cos, ho avuto una scossa!
    Sua madre la baci,  la rimprover di lasciarsi venire questi pensieri
    stupidi.  In cuor suo non era punto tranquilla;  sapeva che Elena  non
    era solita commuoversi di fantasie vane.
    Il  dialogo  fu interrotto dai Perlotti che uscirono dalla loro camera
    in assetto da viaggio.
    E' presto disse la contessa Tarquinia alla sua amica.
    S,  cara,  ci vuole quasi un'ora,  ma Grigiolo ci ha raccomandato di
    perdere il meno possibile dell'illuminazione.
    Discesero insieme.  Festoni di palloncini colorati penzolavano tra gli
    alberi, tra le finestre della villa e della fattoria. Si era terminato
    in quel punto di cingerne fin quasi alla cima il gran  cipresso  morto
    che  saliva  nella  notte  nera  come  un obelisco di fuoco.  La gente
    gridava, batteva le mani.  Allora la banda si mosse suonando,  fece un
    giro  tra  gli  alberi  illuminati,  poi and sul prato tutto buio,  a
    mezzogiorno della villa.  Un razzo folgor lontano,  di l dal  prato,
    fra le tenebre;  poi un altro, un altro ancora; stelline d'ogni colore
    cadevan lente dal cielo.  Tutta la gente correva da quella  parte.  Il
    barone,  che  cercava  sua  moglie  sagrando  fra  i  denti,  la trov
    finalmente con sua madre e i  Perlotti  sulla  porta  della  sala  che
    guarda il prato.
    Elena diss'egli, ascolta un momento.
    La trasse in sala,  presso al biliardo.  Era in collera per non averle
    mai potuto parlare.
    Questo danaro? Lo aveva? Aveva una carta?  Una parola,  forse?  Si era
    accontentata  d'una  parola?  Elena  gli rispose sdegnosamente ch'egli
    stesso aveva detto di volersene accontentare,  e che se  avesse  anche
    solo una parola di suo zio, essa varrebbe pi dell'oro, e di qualunque
    carta. Gli disse di far attaccare, e torn dove sua madre e i Perlotti
    la chiamavano.
    Dopo  i razzi s'era fatto salire un pallone con fuochi artificiali che
    sprizzavano, fischiando, da ogni parte.
    Viva Grigiolo! grid Perlotti.
    Il barone invece di far attaccare,  sal dal conte  Lao.  Lo  incontr
    sulle  scale  che  scendeva  con una lettera in mano,  e gli disse che
    veniva a congedarsi, a ringraziarlo.
    Non occorre interruppe il conte.
    Mi dispiace soggiunse Di Santa Giulia,  che questo versamento mi ha
    costretto d'incomodarvi...
    Cosa? Che versamento?
    Lao  aggrott  le  ciglia  come  chi  raccoglie  i propri pensieri per
    ricordarsi.
    Eh! esclam il barone,  pigliando subito fuoco.  Elena  vi  ha  ben
    detto  la  ragione  per  cui mi occorrevano... Comp la frase con una
    specie di rantolo espressivo. Il conte tacque,  lo fiss un poco,  poi
    si scosse e rispose:
    Lo so, va bene.
    Discese, lasciando il suo interlocutore non troppo contento.
    Come  parlano oggi tutti questi briganti! brontol il barone fra s,
    e and a far attaccare.
    Il conte Lao, chiuso nel soprabito, con il bavero rialzato,  raggiunse
    in  giardino  il  gruppo  dov'era  sua  nipote,  davanti  all'uscio di
    mezzogiorno della sala.  Due minuti dopo vi capit correndo il  dottor
    Grigiolo tutto scalmanato, con l'orologio in mano.
    Per  amor di Dio,  baronessa Elena,  sono appena le nove e Lei fa gi
    attaccare! Per carit, baronessa, adesso viene il pi bello.
    Andiamo,  andiamo disse il barone sopravvenendogli alle spalle.  Il
    pi  bello   di non perdere il treno.  Io ho bisogno di essere a Roma
    domani sera.
    Dieci minuti, dieci minuti soli! disse Grigiolo correndo via.
    Cinque! gli grid dietro il barone.
    Fu acceso un razzo e quasi subito brillarono fuochi di bengala  qua  e
    l per la valle,  sul campanile di Villascura e fra i boschi del Passo
    Grande.  Vi furono degli "oh" d'ammirazione,  degli  applausi.  Allora
    altri  fuochi  bianchi  divamparono  a  destra e a sinistra del prato,
    gettando un chiaror d'argento  sulla  ghiaia  e  sull'erba,  sul  nero
    brulicho della gente.  La banda intuon il coro del "Nabucco". Elena,
    la contessa Tarquinia,  il conte Lao,  il barone,  stavano  l  in  un
    gruppo, sulle spine d'occulte inquietudini.
    Mi  rincresce  che  abbiamo  dovuto  strozzar  tutto  disse Grigiolo
    ritornando, umile nella sua gloria.
    Vennero ad avvertire che la carrozza era pronta.
    Andiamo grugn il barone.
    Lao strinse la mano a sua nipote e rientr in casa.
    Malgrado il bengala non ci si vedeva molto presso  la  carrozza  ferma
    tra  la scuderia e le poderose magnolie che cingono il prato da quella
    parte. Contadini, servi,  ragazzi,  si accalcavano intorno ai cavalli.
    C'era  della  confusione.  La  Perlotti  non  trovava  la sua borsa da
    viaggio, temeva fosse caduta fra le ruote.
    Faccio accendere un bengala! grid Grigiolo.
    Elena gli prese il braccio, glielo strinse forte.
    No, no diss'ella con voce piena di lagrime.
    Seguirono i baci e gli addio.  La vecchia balia di Elena,  moglie  del
    gastaldo,  singhiozzava.  Tutti  erano a posto,  mancava solo la borsa
    della  contessa  Sofia.   Finalmente  venne  in  chiaro  ch'era  stata
    collocata  per  errore  sulla  carretta  dei  bauli  d'Elena,  partita
    mezz'ora prima.
    Andiamo!  disse  ancora  il  barone.  Complimenti  a  tutti  questi
    signori.
    I  cavalli s'impennarono,  la ghiaia stridette sotto le ruote pesanti.
    Nell'entrar sotto il portico,  Perlotti agit il cappello e sua moglie
    il  fazzoletto;  le  ruote,  le zampe ferrate dei cavalli tuonarono un
    momento sul ciottolato,  sulla soglia del portone,  e subito il  suono
    mor nella campagna oscura.
    Ma Grigiolo e un suo aiutante corsero sotto il colossale abete che dal
    ciglio dell'altipiano stendeva le sue frange nere sulla valle.  Quando
    la carrozza pass l sotto,  lungo  il  Rovese,  un  fuoco  bianco  di
    bengala,  come  un'occhiata  di  sole nella notte,  mostr in alto,  a
    Elena, il vecchio albero inclinato sul pendo.
    Buon viaggio! url  Grigiolo  a  squarciagola.  Elena  scatt  su  a
    raccogliersi quell'ultima visione nel cuore.
    Quello  matto disse il barone.
    Rientrata  ogni  cosa  nel buio,  non si ud che il fragor del Rovese,
    misto al trotto eguale dei cavalli.  I  Perlotti  si  provarono  bene,
    sulle  prime,  di  chiacchierare,  ma  nessun  discorso attecchiva,  e
    finirono con addormentarsi tutt'e due.  Ci son tre buone ore da  Passo
    di  Rovese  alla citt dove i Di Santa Giulia dovean prendere il treno
    di Roma.
    Il barone non dormiva n parlava.  Avviluppato in uno scialle  di  sua
    moglie,  vi  masticava  dentro  ogni  tanto  un  pezzo  di  soliloquio
    sull'umido infame della notte,  sui  cavalli  gottosi  della  contessa
    Tarquinia.  Elena,  rincantucciata in fondo al legno, muta, teneva gli
    occhi fissi sulla strada.
    Alla stazione i  Perlotti  ripresero  la  loro  borsa  e  vollero  poi
    trattenersi fino alla partenza d'Elena per poter scrivere a sua madre,
    l'indomani, che l'avevan proprio accompagnata fino al treno. Mentre Di
    Santa  Giulia  si  occupava  dei bagagli,  il domestico di casa Carr,
    ch'era venuto a cassetta col cocchiere,  consegn ad Elena una lettera
    da parte del conte Lao.
    Ella vide ch'era diretta a lei e la ripose subito soggiungendo:
    Va bene.
    Dopo un quarto d'ora giunse il treno con molta gente.  Di Santa Giulia
    fece tanto suonare i suoi titoli parlamentari che  s'attacc  un'altra
    carrozza  di prima classe perch l'onorevole senatore potesse trovarsi
    solo con la sua signora.
    Oh!  diss'egli  buttandosi  a  giacere  sul  sedile,  con  le  gambe
    accavalciate  e  le  mani  dietro  la  nuca.  Finalmente  non c' pi
    seccatori! Conta su, di questo danaro. Come hai concluso?
    Come volevi tu, ho concluso.
    Quindici?
    Stavolta gli rispose il fischio furioso  della  locomotiva.  Il  treno
    mosse avanti.
    Quindici? ripet il barone.
    Elena  indugi  un momento a rispondere,  tenne il viso allo sportello
    fino a che tutti i fanali e gli uffici illuminati  della  stazione  le
    ebbero sfilato sugli occhi.
    No diss'ella, ritraendo il capo. Ho scelto diversamente.
    Cosa? esclam il barone, rizzandosi di botto in faccia a sua moglie.
    Cosa, "scelto diversamente"?
    Tu  mi  hai detto rispose Elena con voce ferma e alta per vincere lo
    strepito del treno lanciato a corsa,  che senza il danaro mi  avresti
    portata  in  Sicilia e che non si sarebbe pi parlato n di Roma n di
    Veneto.  Hai detto chiaro che intendevi porre la questione a  mio  zio
    cos;  - o danaro,  o Cefal.  - Bene,  siccome si trattava di me,  ho
    pensato che il diritto di scegliere era tutto mio e ho scelto Cefal.
    Durante questo discorso  il  barone  s'era  venuto  mutando  in  viso.
    All'ultima parola le afferr i ginocchi, si chin tutto a lei.
    Dunque  diss'egli  con  i  denti stretti,  dunque vuoi dire che del
    danaro non hai parlato?
    Elena non rispose n si mosse.
    Non hai parlato? replic lui,  stringendole e scotendole i  ginocchi
    con furore.
    No, certo, non ho parlato diss'ella.
    Il  barone  credette  che  mentisse,  che lei,  suo zio,  sua madre si
    fossero accordati per farsi giuoco di lui; acceso d'ira alz la mano.
    Coraggio! diss'ella, piano, senza batter ciglio.
    Colui non os.
    Ah disse, non hai parlato?
    Il treno entr allora,  tuonando,  in una galleria.  Elena vedeva  suo
    marito gesticolar furioso, lo udiva urlare, non sapeva che. Colse a un
    tratto questa parola: Ipocrita.  Gli occhi le lampeggiarono. Appunt
    a suo marito, in risposta, l'indice della destra.
    Io? ringhi l'uomo.
    Tacque, e tacque anche Elena fino a quando il fragore del treno, fuori
    della galleria, cadde.
    Perch ti occorreva il danaro? diss'ella.
    Le rispose brutalmente che gli occorreva per il piacer  suo.  Non  era
    vero;  s  trattava d'impegni formidabili;  ma egli voleva offenderla.
    Soggiunse che la prima  ipocrita  era  lei,  che  lo  aveva  ingannato
    all'altare col suo falso "s" pieno d'avversione.
    Elena n'ebbe una stretta al cuore.  Era vero,  era vero,  conosceva la
    propria colpa,  l'egoismo di una risoluzione presa  per  uscire  dalla
    casa  paterna.  Sdegn  rispondere che quand'anche non avesse a creder
    pi in Dio, morrebbe prima di smentire quel "s" dell'altare, prima di
    dolersene.  Bisognava subirne la  pena,  tutta,  fino  all'ultimo,  in
    silenzio.
    Suo  marito  le  domand  se  credeva che avesse parlato di Cefal per
    ischerzo.
    Spero di no diss'ella.
    Spero! ripet il barone con un ghigno, spero!
    Rideranno di me,  adesso soggiunse,  quegli altri due briganti,  ma
    Dio  mi  stritoli  se  li  guarder  in  faccia mai pi in eterno,  se
    prender mai da loro una goccia d'acqua, dovessi scoppiar di sete!
    Alle proteste d'Elena che i suoi parenti non  c'entravano,  oppose  un
    gesto di disprezzo,  e, cacciatosi nell'angolo pi opposto del vagone,
    non aperse pi bocca.
    Guardavano entrambi,  ciascuno dal  proprio  lato,  egli  torvo,  ella
    grave,  nella  notte  fredda  e  nera  che  soffiava per i finestrini,
    facendo tremare il lume sonnolento, come se ne avesse paura.  Elena si
    ricord presto della lettera di suo zio,  la lesse a stento.  Il conte
    Lao le diceva brevemente che,  non credendo affatto a quanto ella  gli
    aveva  raccontato  e  temendo di qualche sciocchezza sentimentale,  le
    avrebbe mandate a Roma per mezzo della  Banca  Nazionale  quindicimila
    lire  ch'ella  gli  avrebbe  riportate  in ottobre,  se proprio non le
    occorrevano.   Elena  ripose  la  lettera  e  torn  a  guardare   dal
    finestrino.
    A  poco  a  poco  lo strepito del treno diventava per lei un battere e
    ribattere d'onde,  diventava tumulto e grida di gente sconosciuta;  le
    scure  campagne  le  figuravano un mare,  e tre occhi fissi di pianeti
    vicini all'orizzonte,  la chiamavan lontano,  conoscendo,  come a  lei
    pareva,  la sua recondita idea;  "per lui, per lui, per non contristar
    la sua vita".  Le rade fermate interrompevano per breve  tempo  questi
    pensieri. Viaggiatori salivano e scendevano senza che gli occhi aperti
    di lei si movessero.  Verso l'alba, il treno entr con gran fragore in
    mezzo ad alte spranghe di ferro tra cui si  vedeva  una  grande  acqua
    chiara e le fioche immagini delle stelle. Qualcuno disse sottovoce:
    Il Po.
    Elena  usc dai suoi pensieri,  sent dolore di quel primo barlume del
    giorno;  e fermi gli occhi alla sponda  fuggente  immagin,  respinse,
    richiam  con  passione le parole della povera pietra nascosta l,  in
    fondo all'orizzonte,  fra gli alberi di villa Cortis:  -  D'inverno  e
    d'estate - da presso e da lontano - fin ch'io viva e pi in l.














    CAPITOLO SESTO.
    LA SIGNORA FIAMMA.

    Cortis  arriv a Lugano a sera inoltrata e scese alla modesta "Pension
    du Panorama",  una delle casine che biancheggiano col nome di Paradiso
    sull'orlo  del  lago,  in  quel  curvo seno lontano dalla citt,  onde
    ascendono le subite pendici del San Salvatore. Usc tosto dall'albergo
    e prese la stradicciuola che sale queste pendici sino  alla  terra  di
    Pazzallo.  L'amica di sua madre,  la signora Leonora Fiamma, gli aveva
    scritto che abitavano  un  villino  tra  il  Paradiso  e  Pazzallo,  a
    sinistra  della  strada,  poco  pi su di un'osteria appiattata fra le
    ombre dense d'un vallone boscoso.  Bisognava suonare al cancello rosso
    fra due gelsi.
    Cortis  trov  il  cancello  e  suon.  S'era  fatto  precedere  da un
    telegramma; sapeva quindi di essere atteso.
    Una cameriera venne ad aprire.
    La signora Fiamma? diss'egli.
    S, signore.
    Come sta l'altra signora?
    La cameriera esit un poco.
    Lei rispose,  ben quel signore che ha mandato un telegramma?
    S.
    Bene, la signora sta lo stesso.
    Male?
    Lo stesso.
    Intendo che mi rispondiate replic aspramente Cortis, se sta male o
    no.
    Glielo dir la mia signora rispose indispettita colei;  e gli aperse
    con mal garbo l'uscio d'un salottino a pian terreno.
    C' quel signore soggiunse guardando verso un angolo del salotto.
    Cortis  entr.  Vide  in quell'angolo e in alto una lampada;  sotto la
    lampada, nell'ombra d'una gran poltrona, de' lucidi capelli neri,  una
    figura femminile, pure sfiorata qua e l dalla luce.
    La  testa  lucida accenn lievemente di s,  e dopo qualche momento di
    silenzio, una voce non giovanile n dolce, ma molto languida e triste,
    disse piano:
    E' Lei il signor Cortis?
    L'accoglienza e  la  voce  dispiacquero  a  Cortis,  che  non  rispose
    direttamente.
    La sua amica diss'egli, come sta?
    Sempre  nello stesso triste stato riprese la signora.  Si accomodi.
    Sar impossibile che Lei la veda questa sera,  perch il medico non lo
    crede opportuno.  Le domando scusa soggiunse,  se la mia accoglienza
    Le pare fredda,  se non esprimo tutta la gratitudine che debbo sentire
    e sento per Lei; ma sono anch'io cos sofferente!
    La  signora  Fiamma  pronunci queste ultime parole come se stesse per
    esalare l'ultimo respiro,  e arrovesci il capo sulla spalliera  della
    poltrona.  Adesso il lume della lanterna le sfiorava la fronte segnata
    da sottili rughe e  un  gran  naso  tragico.  Gli  occhi  avevano  una
    espressione appassionata e falsa.
    Mise un lungo sospiro,  quasi un gemito; e gir il capo, senza alzarlo
    dalla spalliera, verso Cortis.
    Vede? diss'ella. Non ne posso pi.
    Senta osserv Cortis,  io stasera,  a ogni modo,  non avrei  voluto
    vedere la Sua amica, che nel caso d'una estrema urgenza. Mi perdoner,
    signora, se io Le parlo molto francamente secondo la mia abitudine. Ho
    sempre creduto che mia madre fosse morta. Lei mi dice che vive...
    Le prove? sospir la signora Leonora.  Il cuore non Le dice dunque
    soggiunse con accento drammatico, che sotto questo tetto...
    Lasci stare il mio cuore,  signora interruppe Cortis.  Sono appunto
    le prove che io La pregherei di farmi conoscere.
    Sar  una grande amarezza per la signora Cortis diss'ella sottovoce,
    con gli occhi al  cielo;  ma    giusto,  oh    giusto!  Lo  abbiamo
    previsto, sa! Adesso Le far vedere i documenti della mia amica.
    S'asciug  gli occhi,  a pi riprese,  con un fazzoletto profumato che
    poi guardava ogni volta come per vedere se avesse  pianto  lagrime  di
    sangue.  Preg  Cortis  di suonare il campanello,  si fece portare una
    candela e si rizz con uno sforzo manifesto.  Era  alta  e  magra,  le
    usciva  dal  collarino  di tulle nero un lungo collo giallognolo;  gli
    occhi neri e grandi eran pur cinti di giallore. Portava un abito nero,
    a coda, di taglio molto elegante; e camminava un po' come Lady Macbeth
    quando viene in scena dormendo, col lume in mano.
    Uscita che fu, Cortis diede una rapida occhiata alla stanza,  not due
    quadretti  a  olio,  una  Maddalena  e una santa Cecilia,  palesemente
    copie;  le fotografie di una  vecchia  dama  e  d'un  vecchio  signore
    coperto di decorazioni,  con la dedica sotto, in tedesco; alcuni libri
    ascetici, una cestella zeppa di biglietti di visita e un albo di studi
    dal vero all'acquerello,  che portava scritto sulla  prima  pagina  il
    nome della signora Leonora Fiamma,  pittrice di camera di S.  A. R. il
    granduca Leopoldo di...  In un  angolo  del  salotto  vi  era  un'arpa
    polverosa.
    La  signora rientr dopo qualche minuto,  pos la candela e un piccolo
    portafogli sul tavolino ovale che stava davanti alla poltrona, disse a
    Cortis che la sua amica in quel momento aveva bisogno di  lei,  e  che
    egli  era  libero di aprire quel portafogli e vedere.  Sarebbe tornata
    pi tardi.
    Cortis,  rimasto solo,  dovette certo esercitare  un  violento  impero
    sopra di s;  perch, prima di aprire il portafogli, si piant i pugni
    sulla fronte,  gitt via,  con uno scoter furioso del capo,  tutte  le
    debolezze che potean turbargli il giudizio. Quando si scoperse il viso
    era grave, ma pacato.
    Gli venne alle mani,  anzitutto, una lettera del dottore P..., vecchio
    amico di suo padre. Appariva da questa lettera che,  nel 1857,  pi di
    un  anno  dopo  la  sua uscita dal tetto coniugale,  la signora Cortis
    aveva scritto al marito,  implorandone il perdono.  Il dottor P...  le
    rispondeva,  per incarico avutone, che non vi era nessuna disposizione
    per accordarlo; aggiungeva poi di suo,  a questo amaro messaggio,  una
    lunga coda pietosa d'incoraggiamenti,  di consigli,  di vaghe speranze
    per l'avvenire.  Il dottor P...  era stato collega di  Cortis  seniore
    come  medico militare in Crimea,  mentre la signora Cortis si lasciava
    sedurre ad Alessandria.  Scoperta infedele dal marito al suo  ritorno,
    ella aveva accusato un ufficiale di artiglieria morto da pochi giorni.
    Il  P...  le  faceva  intendere  che si credeva ben poco all'ufficiale
    d'artiglieria, e che questo sospetto le nuoceva nell'animo del marito.
    Mentre Cortis stava leggendo, gemiti e singhiozzi scoppiarono sopra la
    sua  testa,  nel  silenzio  della  casa.  Egli  afferr  il  lume  per
    accorrere,  per  vederla;  ud  un passo,  una voce tranquilla;  tutto
    ritorn muto. Allora depose il lume, compi la lettura, agitatissimo.
    Aperse poi un piccolo medaglione d'oro e vi trov i ritratti dei  suoi
    nonni materni, Carlo e Maddalena Zarutti di Cividale. Da bambino aveva
    passato due autunni presso di loro a Cividale.  Era il nonno,  il buon
    vecchio nonno che veniva a prenderlo ad Alessandria in settembre e  ve
    lo  riconduceva alla fine d'ottobre.  Eccolo l,  tutto sorridente.  E
    anche la nonna,  povera vecchietta,  come aveva l'aria  felice!  Erano
    morti  tutti  e  due in un anno,  di crepacuore,  e ora parevano dire:
    Caro,  siamo  noi,   i  nonni!.   Cortis  non  guard  altro,   usc
    precipitosamente in cerca della signora.  Chiam,  aperse a caso degli
    usci, entr in uno studio di pittore,  zeppo di cavalletti e di sedie,
    appestato  di vernice e di tabacco.  Non v'era che una copia di "Nan"
    fra una bottiglia e  dei  sigari.  Un  momento  dopo  sopraggiunse  la
    cameriera tutta affannata.
    Cosa vuole? diss'ella stizzosamente. Cosa cerca?
    Questa signora Fiamma? rispose Cortis. Andate a dirle che scenda.
    L'accento  e  il  volto  suo  quando  disse  Questa  signora  Fiamma
    esprimevano piuttosto fastidio che benevolenza.
    La cameriera se n'avvide  e  si  affrett  di  chiuder  l'uscio  dello
    studio.
    Adesso non pu diss'ella.
    Allora insist, andr io da lei.
    Oh giusto, oh giusto! No, no, c' proibizione.
    Cortis trasse un biglietto di visita,  vi scrisse due parole a matita,
    poi lo stracci.
    Andate diss'egli, fatele sapere che l'aspetto.
    E rientr nel salotto.
    La cameriera torn qualche tempo dopo con questo scritto della signora
    Fiamma:
    Sua madre    troppo  agitata  in  questo  momento  perch  io  possa
    scendere. Venga domattina alle otto. Prenda seco il portafogli.
    Santo Dio! esclam Cortis.  Ma insomma, l'altra signora, non si pu
    sapere come sta, che male ha?  Perch non la si pu vedere stasera?  E
    il medico quando viene? Chi  questo medico? Sa che io la devo vedere?
    Fuori,  parlate, dite qualche cosa. Non siete di casa, voi? Non sapete
    parlare, non sapete dir niente? Ma in nome di Dio, dunque!
    Ssss! fece la cameriera,  la malattia  di nervi.  Sa,  malattie di
    donne;  non c' mica pericolo, credo io. Ma se Le ha detto che stasera
    non pu vederla,  inutile. Venga domattina.
    Ma il medico, il medico? Come si chiama? Dove sta?
    La cameriera nomin il dottor M... Soggiunse che era fuori di Lugano e
    non sarebbe venuto, probabilmente, che l'indomani sera.
    Cortis prese il portafogli.
    Riferite diss'egli,  alla vostra padrona...  Ma ditemi: qual    la
    vostra padrona?
    Come, qual ?
    S,  la signora Fiamma o l'altra?
    Ah! La signora Fiamma.
    E l'altra? Come va che stanno insieme?
    Non  so.  Io sono in casa da due mesi soli.  Io credo che sieno state
    sempre insieme.
    Da quanto tempo sono a Lugano?
    Da tre o quattro mesi.
    E l'altra signora, da quando  malata?
    Non  sta  mai  bene.  Da  quando  son  venuta  io,     sempre  stata
    sottosopra.
    Cortis non pot cavar altro dalla cameriera.
    Riferite dunque concluse, alla vostra padrona, che avrei desiderato
    molto di rivederla stasera, e che le restituir le carte domattina.
    La cameriera lo accompagn col lume al cancello.
    A  proposito  diss'ella,  la  mia  padrona  vorrebbe  sapere  dov'
    alloggiato.
    Al "Panorama".
    Colei fece una smorfia eloquente e chiuse il cancello.
    Cortis discese a gran passi, portato da una piena di sensi diversi che
    non trovavano sfogo se non nella azione veemente delle membra.  Quella
    pittrice del granduca Leopoldo,  che repulsiva figura!  Che profumeria
    di menzogna, in quella casa, e che nascosto puzzo!
    E sua madre, sua madre!  Lo stesso angoscioso dubbio ispiratogli dalla
    rettorica  scritta  della  signora  Fiamma,  gli si affacciava ora pi
    angoscioso che mai.  Amica d'una donna simile!  Per  il  dottor  P...
    aveva  ancora qualche stima e amicizia per lei quando le scriveva.  Ed
    ella,  almeno allora,  aveva sofferto,  pianto  e  pregato.  C'era  da
    sperare. Ma pure, tradire un uomo come suo padre!
    Quando due opposte induzioni si urtavano in lui,  Cortis si fermava su
    due piedi,  parlava ad  alta  voce,  nella  notte.  Quindi,  sfogatosi
    alquanto, guardava i lumicini umili di Lugano, l'austera passione muta
    delle montagne che nereggiavano sul cielo, e, pi in fondo, il mistero
    del  lago  di  cui  non  era possibile vedere il principio n la fine.
    Ricordava un Lugano di mezzogiorno,  pien di sole  tra  le  colline  e
    l'acqua scintillante; non era questo. Gli pareva nuova perfin la punta
    dolomitica  nello sfondo di levante,  quella minaccia ritta nel cielo;
    l'altra volta non l'aveva veduta. Prima di rientrare all'albergo and,
    lungo il lago, in citt. Tutto era deserto. I vapori ancorati tacevano
    in faccia alle case scure. Solo alcuni forestieri fumavano e parlavano
    sul terrazzo dell'"Htel Washington", dove Cortis aveva alloggiato con
    suo padre nel settembre del 1868.  Si ferm sul ponte  di  sbarco  dei
    vapori  a  guardar  il  bigio  lago immobile e l'alto fantasma del San
    Salvatore. Era disceso l tredici anni prima, con tanta gente allegra,
    un giorno di gran sole e di gran vento.  Corse via,  rientr spossato,
    come desiderava, al "Panorama".
    Quella  notte,  nei  brevi  momenti  in cui pot prender sonno,  sogn
    ch'Elena gli conduceva sua madre per mano e gli diceva:  Confortala.
    Sua madre era piccina,  bionda, aveva gli occhi celesti e non parlava;
    non faceva che piangere.
    Si alz prima delle sei e scese nel giardinetto dell'albergo  dove  un
    vecchio stava innaffiando i fiori.  Il cielo era puro,  sul lago e sui
    monti vicini giocavan le luci oblique e le ombre lunghe  del  mattino;
    e,  nello sfondo di oriente, la punta dolomitica, circonfusa di vapori
    azzurrini, non pareva pi minacciosa.  Cortis domand conto al vecchio
    giardiniere  delle  signore  che  abitavano  da  tre o quattro mesi un
    casino presso Pazzallo. Non le conosceva; aveva conosciuto una signora
    che si divertiva a dipingere e doveva abitare  da  quella  parte.  Era
    venuta  pi  volte  a far colazione al "Panorama";  ora non veniva pi
    perch il padrone, non essendone stato pagato che i primi giorni,  non
    ce la voleva. Pi di cos Cortis non pot saperne. Gli era impossibile
    aspettar l e prese la via del monte,  risoluto di raccogliere,  prima
    delle otto, altre notizie.  Incontr dei contadini che scendevano alla
    citt con erbaggi e frutta, li interrog; nessuno gli seppe rispondere
    nulla.  Era  quasi  giunto al cancello rosso quando ne vide uscire una
    lattivendola.  La ferm,  si fece dare un bicchier di latte.  La donna
    gli  domand  sorridendo  se  volesse salire il San Salvatore.  Cortis
    bevve e non rispose.
    Udite diss'egli. Siete voi che portate il latte, di solito,  a quel
    casino l?
    Sempre io.
    Dunque conoscete le signore che vi abitano?
    Diamine!
    E come si chiamano?
    Mah!  La  serva  la signora Barborina,  e alla padrona gli dicono un
    certo nome che io non l'ho potuto tenere a mente.
    E l'altra signora?
    Quale?
    L'altra, l'amica della padrona.
    Caro Lei disse la donna, meravigliata, io non la conosco mica.
    Ma se stanno insieme?
    Ah, signor no, signor no; qui di padrone non ce n' che una.
    Cosa? diss'egli. Non sapete che c' in casa una signora ammalata?
    E' ben sempre un po' sottosopra anche  quella  "pittora  l",  ma  di
    altre signore non ce n'. Se per non  arrivata ieri. L'altro d sono
    stata l io tutto il giorno a lavorare nell'orto.
    La donna aveva un'aperta faccia onesta e la voce della sincerit.
    Va bene disse Cortis, pallido. Andate pure.
    Suon  al  cancello.  L'uscio del salotto fu aperto a mezzo e richiuso
    subito. Nessuno comparve.
    Cortis suon una seconda,  una terza volta,  sempre pi forte,  sempre
    inutilmente.
    Un contadino che passava si ferm a guardare.
    Pu ben tirar gi il campanello diss'egli,  se non vogliono aprire.
    Succede sempre cos con quei malpaga l.
    Conoscete questa gente? domand Cortis.
    Colui rispose che conosceva  benissimo  la  signora  che  lavorava  di
    pittura. Era sola, aveva l'aria di una strega e non pagava nessuno.
    Cortis  suon  per  la quarta volta.  Finalmente la cameriera venne ad
    aprire.
    Non son che sett'ore diss'ella: eravamo a letto.
    Egli entr senza rispondere,  e la  guard  in  modo  tale  che  colei
    allib, e perdette le parole.
    La  vostra  padrona? diss'egli.  La vostra padrona?  Su,  perch mi
    guardate? Perch non rispondete? E' a letto?  Bene,  le debbo parlare.
    Venite  qua  esclam  poi  che la donna si fu allontanata.  Come sta
    l'altra signora?
    Colei gli lesse negli occhi, incominci:
    La colpa non ...
    Fatemi entrare disse Cortis.
    La colpa  non    mia  riprese  l'altra.  Io  dico  quello  che  mi
    comandano.
    Cortis le impose di tacere e di precederlo.
    Nell'entrare in salotto la cameriera gli disse sottovoce:
    Sono tre mesi che non ho avuto un quattrino di salario.
    Voi  mentite  per  il  vostro piacere,  dunque? rispose Cortis.  La
    signora  in piedi e non a letto.
    Qualcuno camminava nella stanza superiore. In quello stesso momento si
    ud un tocco di campanello.
    Chiama disse la Barbara avviandosi.
    Cortis la ferm.
    Un momento diss'egli. Ha proprio nome Fiamma, o no?
    Barbara lo guard sbalordita.
    Ma come?  Non ha capito?  No no!  Quello l  un  nome  cos  che  ha
    inventato la signora. E' proprio la mamma sua di lei.
    E tornava a incamminarsi.
    Vado io diss'egli. Dov' la scala?
    La  trov  in  fondo  a un breve corridoio dove un lumicino a petrolio
    ardeva davanti a parecchi  santi,  a  madonne  d'ogni  tipo  e  d'ogni
    colore.  Metteva il piede sull'ultimo scalino quando l'uscio in faccia
    si spalanc  e  la  signora  Fiamma,  scapigliata,  con  le  vesti  in
    disordine, apparve sulla soglia, gitt un grido.
    Ah! lo vedo esclam, il cuore te l'ha detto!
    Giunse  le  mani,  si buttava ginocchioni quando Cortis l'afferr alle
    braccia,  la spinse in camera e  chiuse  l'uscio  dietro  a  s.  Ella
    smaniava,  lottava  per porsi in ginocchio,  appuntava le braccia alle
    spalle di suo figlio,  rovesciando all'indietro e  agitando  il  capo.
    Cadde spossata sulla poltrona dove Cortis la spingeva.
    Ho mentito diss'ella ansando affannosamente, ti ho ingannato... non
    avevo il coraggio...  di dirti subito...  volevo vederti...  udirti...
    almeno un'ora... in pace!
    Cortis, curvo sopra di lei, la interruppe alle prime parole, le cacci
    le mani sugli occhi,  la baci,  con impeto  disperato  e  si  strapp
    subito  dalle braccia che gli si erano chiuse intorno al collo.  Colei
    rest con le braccia in aria, spaventata nella sua gioia.
    Daniele! diss'ella.
    Non lo vide pi davanti a lei,  ne ud la voce dietro la poltrona:  la
    maschia voce armoniosa piena di dolore.
    Scusate; ho baciato mia madre e non volevo che voi mi vedeste.
    La signora Fiamma tacque un momento, poi disse sottovoce piangendo:
    Non so che cosa tu voglia dire.
    Cortis sospir e non rispose. Passarono alcuni momenti.
    Qui c' il vostro portafogli diss'egli freddo.
    Oh  Daniele,  Daniele! gem la signora a mani giunte.  Non parlarmi
    cos!
    E scoppi in singhiozzi.
    Non ti ho ingannato che a met diss'ella.  Soffro tanto!  Ho  ancor
    poco  a vivere,  sai,  Daniele!  Se non fosse cos non avrei mai osato
    scriverti. Dio  pietoso. Mi ha purificata con un cumulo di dolori, di
    sventure da non potersi descrivere!  Adesso non ne posso pi,  non  ne
    posso pi. Mi hai fatto la misericordia di venire; cerca nel tuo cuore
    una parola che mi lasci morir contenta!
    Ma  non  capisci  proruppe  Cortis con la pi veemente passione non
    capisci che non...
    "Che non ti credo", voleva dire. La signora aspettava, livida, con gli
    occhi sbarrati,  questa parola che non venne.  La voce gli mor  sulle
    labbra  aperte.  Di  di piglio ad una sedia e,  fattosi accanto a sua
    madre, piant la sedia a terra con tal impeto, da fracassarne quasi le
    quattro gambe.
    Raccontatemi tutto diss'egli,  cadendovi su  di  peso.  Tutto,  s,
    tutto  da  quel  giorno in poi.  Non lo potete? esclam con gli occhi
    scintillanti perch sua madre tardava a parlare.
    Oh lo posso,  lo posso rispose la signora con un  gesto  drammatico.
    Sar uno spasimo, ma lo posso, lo devo e lo voglio!
    Cortis credette riconoscere sua madre in quel momento,  meglio che per
    le carte del portafogli,  meglio che per una improvvisa memoria  degli
    occhi  noti alla sua infanzia.  Pens che nei loro nervi vi era un po'
    dello stesso elettrico,  bench forse sua madre adoperasse il  proprio
    per esperimenti da scena, e lui per il lampo ed il fulmine.
    Ella  gli fece un lungo racconto sentimentale,  bagnando nelle lagrime
    le sue vecchie frasi perch potessero parer fresche.
    La sua purificazione aveva cominciato il giorno  stesso  del  meritato
    castigo.  Il  dolore,  i  santi  propositi,  la speranza,  s anche la
    speranza,  non l'avean lasciata mai pi.  Uscendo dal tetto  domestico
    aveva  invocata  la  compassione  di  pietosi  parenti,   n'era  stata
    raccolta.  Ma quella vita era troppo molle di agi e di  affetti;  cos
    non  si  espiava!  Per  questo  aveva abbandonate le care creature cui
    volesse Iddio rendere misericordia per misericordia! La signora Cortis
    insistette molto su questo particolare,  temendo di  certa  calunniosa
    voce  secondo  la quale quelle care creature l'avrebbero spinta,  dopo
    tre mesi di prova, fuori dei loro agi e dei loro affetti. Dio le aveva
    suggerito: Tu sai dipingere. Allora si era rivolta all'arte e le aveva
    detto: Salvami!
    Era andata a Roma, a copiare nelle gallerie,  per guadagno.  Quindi la
    granduchessa  di...  l'aveva  nominata  sua  pittrice  a Corte.  Altri
    avrebbe forse detto "il granduca", ma lei disse "la granduchessa". Del
    granduca disse solo che era morto pochi anni  dopo,  e  soggiunse  che
    l'afflitta  vedova,  perduto  l'amore delle belle arti,  non aveva pi
    desiderato pittrici nella sua Corte. Parlava da un'ora,  quando giunse
    a questo punto.  Forse per la stanchezza e la commozione; forse perch
    nei racconti l'ultima parte  la pi difficile,  ella cominci  qui  a
    turbarsi un poco, a interrompersi con sospiri e gemiti. Lunghi, lunghi
    anni di patimenti sfilarono,  alquanto in disordine, davanti a Cortis,
    muto, accigliato. Erano tutti i guai di una vita errante;  mali strani
    cui nessun medico aveva conosciuti mai; fatiche e bisogno.
    Era  venuta  a  Lugano alquanti mesi addietro da Dusseldorf,  perch i
    medici le avevano consigliato il clima d'Italia.  Le  sue  sofferenze,
    sopite  per  poco,  si  erano  ridestate  pi gravi.  Il lavoro le era
    divenuto quasi impossibile. Allora,  sentendosi venir meno nella lotta
    durata  oltre  venticinque  anni,  vedendo  accostarsi  in fondo a una
    tenebra di miseria l'ultimo suo giorno,  aveva chiesto  a  Dio  se  il
    calice  amaro  non  fosse  finalmente  vuoto,  se  prima di morire non
    potrebbe vedere suo figlio.  E  Dio  le  aveva  dato  il  permesso  di
    scrivergli,  ma non il coraggio di farlo.  Non osando dirgli Sono tua
    madre,  temendo non esser creduta o peggio,  gli aveva  scritto  come
    un'amica di lei,  sotto il nome d'arte; un nome intemerato, quello; oh
    s!
    Ella tacque e pianse. Cortis era pi scuro che commosso.
    Soccorsi? diss'egli. Mai? Da mio padre, voglio dire.
    Mai. Mai niente; questo no.
    Cortis aggrott le sopracciglia.  Ella aveva detto questo  no  quasi
    volesse esprimerne un lamento e non osasse.
    Cosa intendete dire? esclam. Che avrebbe dovuto soccorrervi?
    Oh no, no rispose la signora fra i singhiozzi.
    Mio padre aveva gi fatto molto riprese Cortis. Nell'uscire di casa
    voi avete riavuta la vostra dote. Non  vero?
    Era ben poco diss'ella.
    Una vampa sal al viso di Cortis. Egli vedeva e sentiva sopra di s lo
    sguardo  di  suo  padre;  non severo,  ma vigile;  e aveva pi che mai
    presenti tutti i dolori, tutte le offese che il giusto e forte uomo si
    era proposto di nascondergli.
    Mio padre    stato  generoso  diss'egli.  Del  resto,  nel  vostro
    racconto vi hanno cose che non so spiegarmi.
    Colei  fu presa da convulsioni violente e poi cadde in una spossatezza
    cos profonda che non  poteva  n  parlare,  n  udir  parola.  Cortis
    l'assist, insieme alla Barbara, con austero volto e in silenzio.








    CAPITOLO SETTIMO.
    PRONTO!

    La  signora  Cortis  non  si riebbe per tutto quel giorno,  malgrado i
    soccorsi della sua farmacia omeopatica e qualche bicchierino di  rhum,
    la  pi  sgradita,  secondo  lei,  delle  medicine.  A  sera  tardi si
    addorment.  Allora Daniele,  che aveva appena  trovato  il  tempo  di
    pranzare e di scrivere un biglietto ad Elena, scese a Lugano. Prima di
    partire  si fece aprir lo studio dalla Barbara;  non v'erano pi n la
    bottiglia, n il libro, n i sigari.
    Ci vien qualcuno a trovarla? disse Cortis.
    Pochi o nessuno rispose la serva.  Viene qualche volta una  signora
    russa.
    Chi ?
    Credo  che  sia  una  donna di teatro.  Ma  vecchia come la padrona,
    anche lei. Ha scritto il suo nome in un libro. Ieri era qui, ma adesso
    non lo vedo pi. La padrona l'avr portato via iersera.
    Cortis guard uno studio del monte Rosa,  da Pazzallo,  e un  ritratto
    d'uomo;  le  sole  tele in lavoro.  L'uomo era un medico luganese che,
    dopo le prime visite e le prime pose, non s'era pi lasciato vedere.
    Lo sapevate, voi disse Cortis uscendo dallo studio,  che la signora
    mi aveva scritto?
    S,  signore  rispose  la serva sottovoce e in aria di mistero,  me
    l'ha  raccontato  lei  l'altro  giorno,   quando    arrivato  il  Suo
    telegramma.  Mi ha raccontato...  tante cose; e piangeva che bisognava
    vedere.
    Cosa vi ha raccontato?
    Lo so io? Tante cose.  Che lei non aveva potuto vivere col suo povero
    marito,  e  che era andata per il mondo e che aveva un figlio signore,
    per dire come ha detto lei, e che adesso questo figlio doveva venire a
    trovarla,  e che lei non aveva piacere di essere conosciuta subito,  e
    che per questo gli aveva scritto cos e cos. E allora mi ha detto che
    anch'io  poi,  quando  sarebbe  venuto,  se  mi avesse domandato,  per
    esempio,  di quest'ammalata,  dovevo far mostra di niente e  dire  che
    stava sempre lo stesso.
    E cosa mi avete detto stamattina? Che non vi si paga il salario?
    Sicuro. Son tre mesi che non prendo un soldo.
    E cosa vi dice la signora?
    Che adesso non ne ha, ma che ne aspetta. Quello che dice a tutti.
    Come, a tutti?
    Ah signore,  caro Lei!  L' una roba,  che se la dura,  io scappo, io
    scappo,  io scappo!  Tutti i momenti  qui l'uno,   qui  l'altro,  un
    mucchio  di  gente  che  vuol  essere  pagata:  il padron di casa,  il
    macellaio, il pizzicagnolo, il droghiere. E danari non ce n'; e loro,
    si sa,  la pi parte sono gente senza educazione e ne dicon di tutti i
    colori. Io glielo dico, neh, perch certe cose, Le pare?  meglio...
    Barbara  lasci  la  frase  a  mezzo per correr via in fretta col lume
    dietro a Cortis, che,  curandosi poco delle sue conclusioni,  le aveva
    voltato le spalle.
    Egli torn al mattino seguente e trov sua madre alzata.  Non le parl
    pi del passato;  volle solamente sapere come avesse potuto dirigergli
    la  lettera con tutta sicurezza a Villascura.  Ella non nomin alcuno,
    ma asser di aver sempre avute informazioni esatte sul conto  del  suo
    amatissimo figlio;  di averlo sempre seguito col pensiero e col cuore.
    Gli parl della contessa Tarquinia e  di  Villascura.  Sapeva  che  la
    villa Cortis era un gran palazzo squallido e aveva pensato tante volte
    quanto  il  povero  Daniele  vi  si  dovesse trovar male cos soletto.
    Cortis la condusse  a  parlare  del  suo  stato  presente,  delle  sue
    necessit;  ed  ella  gli raccont un'iliade di guai.  Ma cos'erano le
    privazioni,   il  bisogno,   appetto  all'angoscia  della  solitudine?
    Soffrire,  s, era giusto e anche gradito per chi aveva commesso, come
    lei, una colpa, una sola colpa; una colpa - se tutto si sapesse!  - se
    tutto  si  potesse  dire!  -  quasi  involontaria;  ma  soffrire sola,
    segregata da ogni affetto, da ogni piet!  Non era pi possibile;  no,
    no, non era pi possibile.
    Ella vers a questo punto un fiume di lagrime. Cortis taceva.
    Stanotte...  ho  fatto...  un  sogno disse la signora lottando con i
    singhiozzi.
    Cortis non fiat.
    Troppo bello mormor l'altra  socchiudendo  gli  occhi  e  lasciando
    spenzolar un braccio dalla poltrona.
    Troppo bello.
    Scosse  lentamente  il  capo inclinato sulla spalla sinistra e sospir
    ancora:
    Troppo bello.
    Cortis non desiderava proprio di conoscerlo.
    V' un genere di miserie diss'egli, che non deve toccarvi. A questo
    penser io.
    Ti ringrazio disse la signora, ti ringrazio.
    Aperse la bocca ad altre parole, le richiam con violenza al petto.
    Prego Dio aggiunse dopo un breve silenzio, che mi accordi il favore
    d'esserti a carico il meno possibile. E' Dio gi che mi ha ispirato di
    mettermi a Lugano. Ho trovato proprio l'aria che mi uccider presto.
    Daniele ebbe un bel dirle e ridirle che poteva cercarsi fra le Alpi  e
    il  mare un'aria pi benigna per i suoi nervi.  Ella ripeteva,  sempre
    pi compunta, sempre pi rassegnata, lo stesso tragico ritornello.
    Se sognava, dopo tante vicende di tempeste e di sereno, rallegrarsi lo
    squallido pomeriggio con un raggio di sole, tramontar dignitosamente e
    placidamente nelle sale di casa Cortis,  sognava uno stolto sogno,  la
    signora;  e  metteva  piet quel suo battere e ribattere di soppiatto,
    con volgare artificio, a una porta chiusa, sorda e muta.
    Pi tardi si parl d'affari gi nel  salotto  terreno.  Daniele  volle
    saper l'ammontare dei debiti di sua madre e non fu cos facile,  anche
    perch, secondo lei, neppure un quarto s'era veduto in casa della roba
    che i bottegai bugiardi avevano scritta.  Intervenne,  per fortuna  di
    costoro,  la  Barbara,  che  aveva  memoria migliore,  e dopo un lungo
    battibecco ad ogni partita,  ad  ogni  cifra,  tra  padrona  e  serva,
    Daniele pot conoscere, presso a poco, la verit.
    Rimasto   solo   con   sua  madre  le  annunci  che  sarebbe  partito
    all'indomani e che fra pochi giorni le avrebbe  mandato  il  danaro  e
    fatto conoscere il modo in cui provvederebbe, per l'avvenire, alla sua
    esistenza.  La  signora  Cortis gli chiese quando lo avrebbe riveduto.
    Questo,  Daniele non lo poteva dire.  Dipendeva  da  tante  cose;  dal
    successo della elezione politica, da altri suoi particolari interessi.
    Allora ella cominci a dire,  tutta gemebonda,  che Daniele aveva ogni
    ragione di non volerle bene,  che lei gli andrebbe in casa per  serva,
    per sguattera, ma che gi non era degna di star sotto lo stesso tetto;
    no, no, non era degna.
    Non credo diss'egli, che convenga n a voi n a me.
    Sua  madre  tacque  un  momento e poi mormor portandosi il fazzoletto
    agli occhi lagrimosi:
    Offro questo sacrificio alla Santissima Vergine.
    Cortis and sbuffando a pigliar aria sulla porta del  salotto.  Subito
    una voce flebile gli gemette dietro:
    T'ho offeso?
    Egli  fece  le viste di non udire.  Guardava fra i gelsi luccicanti il
    cancello aperto, la strada piena di sole, e,  di l dal parapetto,  il
    profondo lago sereno,  le montagne cenerognole di Val Colla.  Erano un
    ristoro,  quell'aria pura,  quel riso di vita innocente.  Il treno  di
    Milano passava allora tuonando,  fischiando,  sotto le pendici del San
    Salvatore.
    Cortis guard l'orologio e domand a sua madre se sapesse l'ora esatta
    della prima corsa.
    Oh Dio diss'ella, a cosa pensi mai! Vien qua, Daniele, ti supplico
    soggiunse dopo un momento. E' vero che io non posso parlarti come una
    madre; ma pure,  tu che sei un angelo,  mi permetterai di chiederti se
    vi  forse qualche cara e virtuosa fanciulla...
    No disse Cortis senza voltarsi.
    Ah,  ne sarei stata tanto felice! esclam la signora sospirando. Ma
    gi non lo speravo.
    Perch? domand Daniele sorpreso.
    Oh niente.  Cos,  per l'idea che non puoi trovarla,  no,  una  donna
    degna di te!
    Cortis salt gi dalla soglia del salotto,  si cacci fra i gelsi e il
    granturco, fuori della vista di sua madre.
    Costei strinse nelle pugna i due capi del fazzoletto bianco che  aveva
    in  mano  e diede due cos rabbiose gomitate al vento,  che strapp la
    tela.
    Gi in questo maledetto paese frem fra i  denti,  non  ci  sto  di
    certo.
    Detestava  Lugano  perch  si era innamorata,  con i suoi cinquantadue
    anni, di un giovane medico,  e questi,  nauseato di tali affetti,  non
    aveva pi voluto saperne di visitarla.  Si rizz in piedi e, aperto un
    armadietto a muro, vi cacci la mano, tracann qualche cosa in furia e
    lo richiuse adagio adagio con l'occhio alla porta;  poi  brontol  fra
    s:  Adesso  glielo  dico,  e usc in cerca di Daniele.  Lo incontr
    subito.
    Daniele diss'ella, abbi pazienza. Ho una grazia,  una sola grazia a
    domandarti.
    Che cosa?
    Un  po'  pi  lontano sussurr la signora dopo aver guardato su alle
    finestre aperte.
    Entrarono sotto un pergolato  a  mancina  della  casetta.  Cortis  non
    pareva niente affatto curioso di sapere che grillo fosse saltato a sua
    madre, le camminava accanto guardando gi il treno girar via sul largo
    arco dei colli.
    Quella Villascura,  Daniele diss'ella. Quella Villascura! Si ferm
    e si coperse il volto con le mani.
    Cosa, quella Villascura? domand Daniele, distratto.
    Vien via per amor del cielo! esclam sua madre.  Sta a Roma,  sta a
    Udine, sta dove vuoi, ma non l!
    Perch?
    La signora abbass gli occhi e rispose sottovoce:
    Non  possibile dirtelo.
    Allora... fece Daniele, come se il discorso gli paresse chiuso.
    Non mi accontenti? insist sua madre.
    Daniele non capiva.
    Ma come mai? diss'egli.
    Guard  l'orologio.   Aveva  pensato  di  scendere,  a  una  cert'ora,
    all'albergo, per vedere se ci fossero lettere o telegrammi.
    Almeno esclam con subita passione la signora Cortis,  non andare a
    casa Carr!
    Cortis  aggrott  le  sopracciglia:  una  vampa di rossore gli sal al
    viso.
    Perch? diss'egli con voce vibrante di collera.  Io andr sempre  a
    casa Carr.
    Oh  Daniele,  almeno  finch ci sono i Di Santa Giulia,  no! In quel
    momento il viso e la voce della signora ebbero un lampo di sincerit.
    Va  benissimo   rispose   Cortis   amaramente.   Dite   al   vostro
    corrispondente,  qualunque egli sia, ch' un bugiardo e uno stupido, e
    che quella signora e io siamo troppo al disopra  di  lui  e  di  molti
    altri, perch questo veleno ci possa offendere.
    Delle voci maligne n'erano corse a Villascura. Cortis lo sapeva.
    La  signora?  domand  sua  madre con un lampo negli occhi.  Non so
    niente della signora.
    Cortis, che guardava da un'altra parte, volt la testa con impeto,  le
    piant gli occhi in viso,  aspettando che si spiegasse meglio. Ma ella
    non parl pi.
    Dunque? proruppe Cortis.
    Niente rispose l'altra con un gran sospiro.
    Cortis insist.
    Cosa mai vi hanno scritto? diss'egli.
    Sua madre gli pos una mano sulla spalla e con  l'altra  si  batt  la
    fronte, dicendo:
    E' scritto qui, nessuno mi ha scritto. E' una cosa scritta qui.
    Daniele perdette la pazienza.
    Parlate chiaro diss'egli. L non so leggere.
    S'io  parlassi chiaro sussurr la signora Cortis mettendogli il viso
    addosso con tanto d'occhi spalancati e scotendo in aria l'indice della
    mano destra,  tu proveresti un rimorso eterno di aver stretta la mano
    scellerata (quell'indice teso and su su verso il cielo) di lui!
    Cosa ha fatto? disse Daniele, sorpreso.
    Ella  giunse  le  mani,  mise un lungo gemito per le labbra strette e,
    data una giravolta in fretta, corse via a capobasso, raccolse,  presso
    lo scalino della porta, le sottane in due bracciate, e salt in casa.
    Daniele la segu, ma ella, prima ancora d'essere interrogata, diede in
    ismanie, lo supplic di non chiederle nulla, promise che in un momento
    pi  tranquillo  avrebbe  parlato.  Intanto  lui  doveva  togliersi da
    Villascura, andar lontano, ben lontano.
    Io spero diss'ella, che ti facciano deputato,  che tu ti stabilisca
    a  Roma.  Allora  ci vengo anch'io a Roma.  Roma  la citt dell'anima
    mia.  Oh se potessi morire a Roma!  L ti vedrei spesso,  almeno dalle
    tribune della Camera. Non  vero, Daniele?
    Cosa ha fatto Di Santa Giulia? diss'egli.
    Ma,  Dio! rispose la signora. Perch mi vuoi tormentare? Del resto,
     impossibile che tuo padre non te ne abbia mai parlato.
    S,  so che lo ha conosciuto in Piemonte quando  emigr  per  entrare
    nell'Accademia  militare,  che gli era stato raccomandato da un medico
    siciliano, ma che non veniva quasi mai in casa nostra,  che non era un
    cattivo soldato, che giuocava molto, per, e non studiava punto.
    E l'hanno fatto senatore? sussurr la signora parlando a se stessa.
    L'hanno  fatto  senatore  subito  dopo  il suo collocamento a riposo,
    perch si voleva un senatore di quella provincia e  lui  possedeva  un
    bel nome, un bel grado militare e molti appoggi in alto. Non sar mica
    questo  il  suo delitto?  Mio padre non m'ha detto altro.  Cosa poteva
    dirmi?
    Niente, niente, non poteva dirti altro.
    Cortis si strinse nelle spalle,  tacque un poco,  guard l'ora per  la
    seconda volta e disse:
    Vado.
    Sua madre non desiderava che la finisse cos liscia.
    Parti domattina colla prima, non  vero? diss'ella. Alle sei?
    S.
    Spero bene che ti fermerai qui un pezzo ancora.
    S, s rispose Cortis, distratto, cercando il suo cappello.
    Allora parleremo stasera.
    Parve  che  queste poche parole costassero gi un doloroso sforzo alla
    signora Cortis che pieg, nel pronunciarle, il capo sul petto e chiuse
    gli occhi.
    Daniele si ferm, prima d'uscire, a considerarla. Adesso che gli occhi
    falsi non si vedevano, che non si udiva la voce ingrata,  sent per un
    momento quanto gli avrebbe potuto essere cara. E subito un lampo nella
    memoria  gli  mostr suo padre ginocchioni che diceva un "requiem" per
    la povera mamma.
    Era meglio! esclam afferrando e levando in aria il cappello.
    La signora drizz il capo, spaventata.
    Cosa? diss'ella.
    Niente disse Cortis, e corse via senz'altro.
    La Barbara gli aperse il cancello e gli disse sottovoce:
    La padrona non vuol credere, ma della roba se n' cos consumata, sa!
    Solo tutte le costolette fresche che si tien la notte sulla faccia!

    All'"Htel du Panorama" era arrivato,  pochi minuti prima  di  Cortis,
    questo telegramma dal capoluogo del suo collegio elettorale:

    "Daniele Cortis
    Lugano - "Htel du Panorama".
    Stampa   avversaria   pubblica   tua   lettera   privata  accusandoti
    appartenere partito clericale. Grande impressione.  Domani seguir qui
    adunanza  elettorale ore una pomeridiana.  Vieni o rispondi telegramma
    da pubblicarsi. Spedisco giornali
    B.

    Il prossimo treno per Milano partiva  fra  tre  quarti  d'ora.  Cortis
    butt  gi  precipitosamente  un  biglietto  alla  madre e la seguente
    risposta telegrafica al signor B.:

    Sar cost domattina alle 11 e mezza.
    Cortis.

    Quindi raccolse in furia la sua roba e arriv alla stazione  mentre  i
    viaggiatori salivano in treno.
    "Fertig!" grid il conduttore.
    Cortis  non aveva pensato,  fino a quel momento,  che a non perdere il
    treno. Appena entratovi,  si vide nella sala dell'adunanza elettorale,
    in  faccia  ad  amici atterriti o accigliati,  fors'anche ad avversari
    beffardi,  solo,  assalito con armi sue proprie,  con parole  che  non
    conosceva ancora ma certo scritte da lui,  chi sa dove, chi sa quando,
    ma certo sincere,  non disposto a nessun sotterfugio  mai,  a  nessuna
    ritrattazione,  a  nessuna  vilt,  costretto  a dar battaglia con una
    bandiera nuova,  in altro tempo e  in  altro  luogo  che  non  avrebbe
    voluto.  Vide  tutto questo e sent insieme affluirsi al cervello e al
    petto un'onda di fuoco vitale,  si sent lo spirito  pi  potente  che
    mai, e, sdraiandosi con certa noncuranza leonina sul sedile di velluto
    rosso, rispose mentalmente al conduttore:
    Va bene, pronto!
    Passando sul ponte che cavalca la stradicciuola di Pazzallo,  corse un
    istante col pensiero quella via nota, ma non arriv lass alla casetta
    del cancello  rosso,  dove  pure  avrebbero  dovuto,  fra  poche  ore,
    spiegarsi delle parole strane, scoppiar delle accuse lanciate in aria.
    Il  suo  pensiero  torn  subito alla via di ferro che lo portava alla
    mta.
    Intanto le acque  di  levante,  nere  di  vento,  si  allargavano,  si
    allungavano   fin   laggi  alle  radici  lontane  della  nota  roccia
    dolomitica che usciva lentamente dietro agli altri monti e si scopriva
    in faccia a Cortis tutta intera, sino alla punta formidabile,  come un
    esempio di audacia che sta.











    CAPITOLO OTTAVO.
    SUL CAMPO.

    Il  mattino  dopo,  alla  stazione  di...,  la penultima del suo lungo
    viaggio,  Cortis trov B.  e alcuni altri amici che gli  erano  venuti
    incontro.  Correvano  ansiosi  su  e  gi lungo il treno,  aprendo gli
    sportelli,  ficcando il viso  nelle  carrozze.  Scoperto  Cortis,  gli
    furono  tutti sopra a stringergli forte la mano,  a salutarlo con voce
    sommessa e in aria compunta.
    Molto  male?  diss'egli,  oscurandosi  pure,  guardando  rapidamente
    ciascuno di loro.
    Malissimo rispose B.  accasciato.  Malissimo,  te lo dico schietto.
    Per me, non faccio complimenti, affare andato.
    Piano, piano salt su un altro. A questo poi, oh Dio!...  La scusi,
    dico, non mi pare.
    Allora  B.,  che un momento prima parlava come se non avesse pi fiato
    in corpo, scatt in piedi e si mise a tempestare come un energumeno:
    Ma s, andato, Le dico, ma s!  "Non mi pare!" Ma cosa "non mi pare"?
    Ma  dove  vive  Lei?  Ma  non sa della societ operaia?  Ma non sa del
    giornale?
    E i muri? suggeriva un terzo sottovoce.
    Bravo! url B. E i muri? Dieci manifesti di quell'altro per uno dei
    nostri!
    Ma L'aspetti, si vedr oggi!
    S, bravo, cosa vuole che si veda?
    Si vedr oggi, Le dico.
    Ah s, Lei li volta, Lei li ribalta, quella gente!
    Ma s!
    Ma no!
    Adesso schiamazzavano tutti  insieme,  litigavano  tra  loro  come  se
    Cortis non fosse presente.
    Un  momento,  signori!  diss'egli  soverchiando  con  la sua voce le
    altre. Quest'adunanza, c' o non c'?
    S!
    Altro!
    S, signore!
    Sicuro!
    E ci dovr intervenire? ripigli Cortis.
    Ecco il punto,  capisci! grid B.  rovesciandoglisi quasi addosso  e
    scotendogli  sul  viso le mani con le punte delle dita raccolte in su.
    Ecco il punto che noi faremo la proposta d'invitarti e  non  sappiamo
    ancora se passer,  perch gridano, capisci! gridano ch' inutile! che
    ne sanno abbastanza! Che che che che che...
    Ma questa lettera? interruppe Cortis.  Questa lettera mia che hanno
    stampata?
    Ah  esclam  B.  percotendosi la fronte e poi frugandosi le tasche a
    due mani.  Che testa!  Dire che sono venuto apposta!  L'ho qui,  l'ho
    qui!
    Fuori giornali,  fuori lettere, fuori note. B., rosso come un gambero,
    guardava in fretta e in furia carte e carte, le buttava per terra, sui
    sedili, sulle gambe degli amici.  Finalmente usc un brano di giornale
    con  la  famosa  lettera  diretta a un tale professore M.  di Venezia,
    morto da due mesi.  Il giornalista asseriva di averla in ufficio e  ne
    pubblicava alcuni periodi.
    La  lettera  un pretesto disse B.  raccogliendo e rinfrescando,  ad
    una ad una, le sue carte disperse.  La lettera  un pretesto.  Non ti
    vogliono.
    Eh no, per questo osserv un altro, se la lettera non fosse sua...
    Ma   sua sussurr qualcuno,  mentre Cortis,  saltati i commenti del
    giornale, leggeva questi terribili periodi:

    Se per ora non si pu far di meglio, "transeat"; cerchiamo di passare
    come che sia;  ma tu sai che io sono cattolico e che confido in quello
    sviluppo progressivo della civilt cristiana in cui confidava il conte
    di  Cavour.  Perci  affretto  col  desiderio  il  momento  in  cui si
    costituir un partito parlamentare,  un elemento di governo con questo
    ideale.  Che  alcuni  tentativi per muovere la pubblica opinione sieno
    falliti, "oportebat": tu sai meglio di me che questa  stata sempre la
    preparazione storica di tutte le imprese  grandi  e  difficili.  Altri
    ancora  ne  cadranno,  ma  io  sono  fermamente convinto che a un dato
    momento questo partito sorger per effetto di necessit  politiche,  e
    che allora,  anzi prima di allora,  si trover l'eroe, come direbbe il
    tuo Carlyle, per condurlo; dietro al quale eroe, o nelle prime o nelle
    ultime file, ci sar pure, se vivo, il tuo
    DANIELE CORTIS.

    Altro che mia! esclam Cortis verso colui che ne aveva  espresso  il
    dubbio. Altro che mia! Perfettamente mia!
    Euh! fece B. Si sapeva bene.
    Gli altri tacquero.
    E cosa dicono questi signori elettori? chiese Cortis.
    Cosa dicono? rispose B. Guarda il giornalista cosa dice.
    Il giornalista  un idiota.
    Ah,  mio  caro,  i  nostri  elettori non sono mica tanti Cavour.  Non
    capiscono.  Vedono "cattolico",  vedono  "civilt  cristiana",  vedono
    "nuovo partito parlamentare", non intendono bene le distinzioni che si
    possono  fare  tra conservatore e clericale,  e dicono addirittura che
    gi sei clericale. Il chiasso maggiore poi,  lo fanno per quella prima
    frase  del  passare  "come  che  sia"  e gridano...  scusa,  io adesso
    ripeto...  gridano che  una slealt,  una indegnit,  che ti basta di
    farti eleggere in un modo o nell'altro, che ti fai giuoco del collegio
    e che so io.  Ma gi bisogna sapere che quell'altro ha fatto un lavoro
    del diavolo,  e per questa gente lavorata la lettera    un  pretesto.
    Infatti, son loro che non ti vogliono neppur sentire.
    Ma bisogna disse Cortis con gli occhi scintillanti,  bisogna che mi
    sentano!  Oh santo Dio,  cosa possono aver capito da  quella  lettera?
    bisogna che mi sentano!
    S,  s,  bisogna,  bisogna  brontol  B.  con  un  riso amaro,  ma
    vorranno? Speriamolo!
    Io vengo senza invito e solo,  se i miei amici non hanno il  coraggio
    di accompagnarmi rispose Cortis. E se nessuno mi d la parola, me la
    piglio. E...?
    Qui  Cortis  nomin  un  pezzo  grosso,  quel  grande  elettore che lo
    favoriva.
    Eh, caro mio! rispose B. Eccolo.
    E alzata la mano destra, con le dita aperte in aria, la gir sul polso
    come se una molla gli fosse scattata all'avambraccio.
    Da quella parte prosegu, siamo in terra del tutto.  Anzi ricordati
    che,  se  oggi  parli,  ci  vuole  un'allusione  a  questo despota che
    pretende fare la "pluie et le beau temps" nel collegio.
    Bene disse Cortis, adesso vi prego di lasciarmi pensare un poco.
    Si cacci in un angolo del vagone,  lesse e rilesse  l'atto  d'accusa,
    poi si mise a riflettere, ora guardando dal finestrino, ora coprendosi
    il viso con le mani, fino a che B. gli disse:
    Ci  siamo.  Sono  le  dodici soggiunse.  Io ho qui la carrozza e ti
    porto a casa mia.  L ti lascio a far colazione e vado  a  tastare  il
    terreno.  Al tocco vengo a prenderti e si va,  "cote que cote".  Oh,
    guarda, quell'altro!
    Mentre Cortis scendeva dal treno,  il suo competitore si  accomiatava,
    sotto la tettoia, da una folla di amici che parlavan forte e ridevano.
    Capite?  mormor  B.  con una faccia sepolcrale.  Li sentite?  Sono
    sicuri.
    Qualcuno del gruppo avversario vide Cortis.  Tutti si voltarono,  meno
    l'emulo,  a  sbirciarlo insolentemente.  Appena egli e la sua comitiva
    ebbero oltrepassato il cancello dell'uscita,  si udirono  alle  spalle
    due o tre fischi.
    Aspettatemi qui disse Cortis fermandosi su due piedi.
    Torn  tranquillamente indietro e and diritto verso l'altro candidato
    che aveva gi un piede sul montatoio del vagone,  gli  stese  la  mano
    senza  curarsi  degli  altri,  come se non esistessero.  Colui divent
    rosso rosso,  gli fece un garbuglio  di  saluti  premurosi,  si  scus
    goffamente di non averlo veduto prima.
    Oh! rispose Cortis.  Non esigevo di essere salutato da te. Io, come
    gentiluomo e amico di  gentiluomini,  ci  tengo  a  fare  un  atto  di
    cortesia verso il mio avversario prima d'incrociar le lame. Addio.
    Ci detto,  ripass a fronte alta in mezzo al gruppo, e raggiunse B. e
    gli altri che avevano spiato il colloquio da lontano.
    Cosa, cosa, cosa? chiesero tutti, pallidi, ansiosi.
    Niente, andiamo via disse Cortis ripigliando B. a braccetto. Gli ho
    rivelato con la cortesia pi squisita che lui e i suoi amici  sono  un
    branco di mascalzoni. Adesso mi rispettano, capite? E poi questo mi fa
    bene, di dar del mascalzone a chi se lo merita.
    Venti minuti dopo, tutti sapevano, nella piccola citt, la scena della
    stazione, i fischi, l'atto di Cortis. B., che, appena accompagnatolo a
    casa,   era  corso  al  caff,  torn  a  prenderlo  al  tocco,  tutto
    scalmanato, gridando:
    Presto,  andiamo,  buona impressione,  sono inteso col  Comitato.  La
    bravata  -  quegli altri la chiamano cos,  ma a mezza bocca,  a mezza
    bocca - la bravata ha fatto buona impressione. Un gentiluomo,  dicono.
    Io poi ho predicato a quei cretini che non ti volevano sentire. Oh che
    duri! Ma ho predicato, ho predicato!
    Cortis lo interruppe sorridendo.
    Grazie diss'egli; ma sai poi se sarai contento di quello che dir?
    Io  non voglio il mascalzone! url B.  Io non voglio il mascalzone!
    Andiamo, presto, andiamo. Presto!
    Alla porta del casino il vetturale Schiro,  che serviva qualche  volta
    la  contessa  Tarquinia,  ferm Cortis.  Alla signora contessa premeva
    assai di parlare con il signor Daniele;  gli aveva mandato la carrozza
    perch  venisse  a  Passo  di  Rovese subito dopo il discorso.  Cortis
    ordin a colui di tenere i cavalli pronti per le due e mezzo.
    Nulla di nuovo? diss'egli.
    No, signore.
    Stanno tutti bene?
    S, signore. Almeno lo credo.
    Anche la contessina?
    La contessina?  La contessina  andata via,  signore.  E' andata  via
    iersera. Ho sentito che dicevano che andavano a Roma.
    Ehi! disse B. vedendo Cortis che stava l trasognato, senza parlare,
    n muoversi. Andiamo! Presto!
    Sulla  porta  del  casino,  sui pianerottoli delle scale,  v'erano gi
    gruppi di elettori che s'aprivano davanti  a  Cortis,  salutandolo  in
    silenzio, con una certa curiosit mista di riserbo; e poi si avviavano
    lentamente, dietro a lui, verso la sala. In sala, tre o quattro membri
    del Comitato elettorale discorrevano in piedi presso il gran banco che
    fronteggiava una fitta ordinanza di sedie vuote,  rigide, come parvero
    a Cortis,  e  arcigne.  Quei  tre  o  quattro  fecero  verso  di  lui,
    quand'egli  entr,   un  passo  quasi  peritoso,   lo  salutarono  con
    imbarazzo.
    Ella viene dalla Svizzera? disse il pi disinvolto.
    S, signore.
    Bel paese!
    S, signore.
    Allora B. si fece avanti tutto affabile e sorridente.
    Il nostro Cortis diss'egli,  dispostissimo...
    Non  la parola interruppe Cortis,  mentre l'altro  ripeteva  ecco,
    ecco  facendo  grandi  cenni d'assenso con le mani e con la testa,  e
    tirandosi indietro per dar luogo  all'attore  principale.  Non    la
    parola.   Io  era  desiderosissimo  di  offrire  agli  elettori  delle
    spiegazioni a cui hanno tutto il diritto;  e poich la mia candidatura
     stata gi discussa e deliberata qui,  ho creduto doveroso,  avendo a
    prendere la parola, di prenderla qui.
    Ecco giusto il presidente rispose uno del Comitato, accennando ad un
    signore alto e grosso che entrava allora tutto affannato e  frettoloso
    e che salut Cortis con maggior cordialit degli altri.  Quando questi
    si fece a ripetergli  il  discorso  di  prima  lo  interruppe  subito,
    dicendo: S,  s,  so,  va bene,  ho parlato qui con l'amico B., sono
    inteso,  e poi mand i colleghi a raccogliere e far entrare in sala i
    signori elettori.
    I  quattro cretini mormor B.  a Cortis guardando il soffitto mentre
    coloro uscivano.
    Ecco disse allora il presidente pigliando Cortis a parte.  Io direi
    cos,  e  gli snocciol il discorsetto preparato,  con un'occhiata al
    suo  interlocutore  e  un'occhiata  agli   elettori   che   entravano,
    abbassando  involontariamente  la  voce  al  comparire  di certe facce
    nemiche.  B.,  che s'era piantato l vicino per cogliere,  se  poteva,
    senza  parere,  il  discorsetto  confidenziale del presidente,  non ne
    perdeva una delle facce che comparivano,  le studiava,  le seguiva per
    la scala con occhi benevoli o
    diffidenti,  fissava  le  teste  che qua e l si chinavano l'una verso
    l'altra,  con la manifesta cupidit di porre un orecchio  in  tutti  i
    bisbigli.
    Molta  gente diss'egli a Cortis,  poich il presidente ebbe preso il
    proprio posto.  Molti brutti musi.  E quella marmotta di  presidente,
    dir bene?
    Costui  suon  in  quel  punto il campanello,  guardandosi attorno con
    molta  dignit  e  senza  alcun  sospetto  che  proprio   allora   gli
    regalassero  della  bestia.  Ricord poi come in una precedente seduta
    fosse stata approvata, a grande maggioranza, la candidatura di Cortis,
    per  la  quale  il  Comitato  aveva  anche  iniziata   la   propaganda
    elettorale.  Soggiunse  che  una recente pubblicazione,  a tutti nota,
    aveva levato tal rumore nel paese,  aveva  prodotte  impressioni  cos
    vive  e  diverse  da rendere necessaria una nuova adunanza e una nuova
    discussione. V'era stato, a dir vero,  qualche dissenso fra i colleghi
    dell'oratore  sulla  opportunit  d'invitare  all'adunanza l'onorevole
    candidato signor Cortis,  che si sapeva poi  anche  lontano.  Qualcuno
    aveva  proposto  di  discutere  e  deliberare  preliminarmente  se  il
    candidato dovesse limitarsi a dare spiegazioni  o  no.  La  improvvisa
    venuta  del  signor  Cortis  aveva  tolto di mezzo questi dubbi,  e il
    Comitato si teneva sicuro che anche i signori elettori  preferirebbero
    discutere  e  deliberare  sulle pubbliche dichiarazioni del candidato,
    piuttosto che sopra un brano di lettera. Quindi l'oratore accordava la
    parola, se non vi fossero opposizioni, all'onorevole Cortis.
    Il  presidente  sedette  soddisfatto  girando  il   capo   a   cercare
    approvazioni a destra e a sinistra sui visi accigliati dei colleghi; e
    trascorso  un  momento  senza che nessuno parlasse,  Cortis si lev in
    piedi,  cominci a parlar lentamente,  con voce  misurata,  in  questo
    modo:
    Signori!
    Io vi ringrazio e vi felicito di avermi accordata la parola.
    Che  i  miei nemici,  per assalirmi,  abbiano dovuto compiere un atto
    disonesto, n me ne dolgo,  n me ne vanto:  una cosa naturale,  e io
    lascier  volentieri nell'ombra,  che ad essi giova,  i loro atti e le
    loro persone. Sta ch' venuta in luce una mia lettera...
    Un mormoro sordo si lev nella sala.
    S, onorevoli signori riprese Cortis con forza,  mentre i suoi amici
    lo guardavano pallidi e palpitanti,  una lettera che io raccolgo come
    mia, senza credere di abbassarmi.
    Qualcuno in un canto della sala grid Bene!,  gli  altri  zittirono;
    segu un silenzio profondo.
    Si        pubblicata   una   mia   lettera   suscettibile,    forse,
    d'interpretazioni molto gravi,  molto atte a togliermi la  fiducia  di
    coloro  che  temono  l'introdursi nella Camera di elementi ostili alle
    nostre istituzioni e alla libert;  tanto che alcuno  di  voi,  alcuni
    elettori di cui rispetto l'onesto terrore,  ripugnavano persino,  come
    ho test inteso dall'egregio presidente, a udirmi. Ebbene, signori, io
    vi felicito che abbia prevalso in voi il partito pi  liberale  e  pi
    equo,  malgrado il senso ignobile che si vuol attribuire ad alcune mie
    parole.  Io respingo,  a questo proposito,  con disprezzo l'accusa  di
    slealt che mi viene mossa, la indegna accusa di volermi far giuoco di
    questo nobile collegio.
    S,  ho  scritto  privatamente  e  oggi  ripeto  senza  esitazione in
    pubblico,  che se per ora non si pu far di  meglio,  convien  passare
    come  che  sia;  e  voi  comprenderete  facilmente,  rileggendo quella
    lettera,  che io non potevo alludere alla mia situazione personale  in
    questo  collegio;  comprenderete  che  io  alludevo invece al presente
    periodo della vita politica nazionale,  periodo poco prospero,  a  mio
    avviso, e poco promettente, periodo che bisogna pure attraversare alla
    meglio, augurando e preparando un altro ideale.
    La stessa voce di prima grid: Bravo!.
    Vi furono dei zitto, delle risatine sommesse. Tutti guardavano verso
    un angolo della sala.
    Io  ringrazio  il mio incognito amico disse Cortis,  guardando anche
    lui da quella parte e ottenendo opportunamente dall'uditorio  un  riso
    blando,  io  ringrazio  il  mio  incognito  amico che mi conforta con
    l'esempio a esprimere le convinzioni del mio cuore anche  a  costo  di
    essere "vox clamantis in deserto".
    Risa  e  alcuni  applausi tosto repressi.  Cortis si ferm un momento:
    quindi riprese abbassando e rallentando la voce:
    Vengo a questo ideale.
    Chin il viso per raccogliere un poco  i  pensieri.  Nessuno  fiatava.
    Tutti  gli  occhi  erano fissi in lui che rialz subito la fronte e la
    voce.
    No,  onorevoli signori,  il mio ideale politico non sar mai l'ideale
    politico  del  partito  che  vorrebbe  subordinare  i  diritti  e  gli
    interessi  dello  Stato  a  un'autorit,  sia  pur  grande,   sia  pur
    legittima,  ma  fondata  sovr'altra base,  con altri mezzi,  per altro
    fine.  Io posso desiderare,  per un concetto di equilibrio politico  e
    per  un patriottico voto di pacificazione interna,  che questo partito
    accetti onestamente  l'attuale  ordine  di  cose,  ed  entri  utile  e
    rispettabile  nella  Camera;  ma  se  io avr in quel tempo l'onore di
    sedervi, non militer mai con esso...
    Applausi scoppiarono  qua  e  l,  non  caldi,  non  unanimi;  l'amico
    incognito rimase zitto.
    ...fino  a  che,  almeno,  trasformatosi  di  partito  essenzialmente
    religioso   in   partito   essenzialmente   civile,    non   modifichi
    profondamente le proprie vedute sui diritti e le funzioni dello Stato.
    E'  evidente,  signori,  che  scrivendo una lettera familiare,  io ho
    potuto non servirmi dei termini pi esatti e propri.
    A questo  punto  un  sussurro  si  lev  nella  sala,  una  specie  di
    finalmente! diluito nella soddisfazione. Cortis s'interruppe.
    No diss'egli,  io non ripudio una sola di quelle parole, ma  certo
    che avrei potuto chiarire il mio concetto con maggior precisione, come
    cercher di fare in questo momento.
    Oggi siete voi,  signori elettori della vecchia legge,  che avete  in
    pugno un grande potere dello Stato, ma si sta gi predicando il "Nuovo
    Testamento"  e  domani ne farete parte evangelicamente alle turbe.  E'
    una ingiuriosa folla di credere che questi  nuovi  elettori  vorranno
    subito  mettere  le  mani  su  qualche  cosa  e  che  il paese andr a
    soqquadro;  ma  pure una folla il non riconoscere che si sar fatto,
    non un salto nel buio,  ma un lungo passo avanti nella chiara e fatale
    via  della  evoluzione  democratica,   e  che  le  nuove   moltitudini
    elettorali  saranno  inclinate  a procacciarsi un utile diretto con la
    loro partecipazione al Governo,  a promuovere  un'azione  legislativa,
    esagerata  ed  improvvida,  esclusivamente  a  loro favore.  Io non ne
    provo, signori, una vana e puerile paura;  io credo che vi  in questo
    fermento democratico qualche lievito rubato al cristianesimo;  io vedo
    nel  mio  pensiero  un  luminoso  e  possibile  ideale  di  democrazia
    cristiana,  molto  diverso  da quel dispotismo di maggioranze egoiste,
    avide di godimento, che minaccia le libert moderne.  Non  sulla base
    di aerei ideali che si pu costituire un vero partito politico; non vi
    si cammina su,  lo so bene.  Ma un ideale ci vuole, esso  la forza di
    coloro che avversano  le  nostre  istituzioni;  e  noi,  quali  ideali
    abbiamo da opporre loro? Oggi la riforma elettorale e l'abolizione del
    corso forzoso, domani la perequazione fondiaria e la rendita a 100.
    E non basta? disse una voce.
    No  rispose  Cortis,  non  basta  a  tenere  uniti  i  cuori  e  le
    intelligenze,  molto pi con un corpo elettorale ampliato  in  cui  il
    sentimento e la fantasia avranno tanto maggior potenza. E quando mi si
    parla  di  un  partito  nuovo  il  cui  ideale  sarebbe  puramente  la
    conservazione degli ordini sociali e politici come  ora  esistono,  io
    dico  ancora  che  ci non basta che questo ideale  senza grandezza e
    senza vita.  La patria,  signori,  non si  conserva  come  un  vecchio
    monumento, immobile, cingendolo di puntelli e di spranghe; la patria 
    un essere vivente,  un organismo che continuamente si sviluppa, che si
    conserva con il movimento ragionevole,  con  il  giusto  esercizio  di
    tutte le sue naturali facolt.
    A   queste  parole  pronunciate  con  voce  veemente,   vivi  applausi
    scoppiarono nella sala.
    Io desidero ripigli Cortis tranquillamente,  la costituzione di un
    partito che abbia nel pensiero il luminoso ideale di cui vi ho parlato
    e  che  espressamente  consenta,  in ordine a quello,  sulle necessit
    presenti.  Io sono convinto che se si vuol preparare l'avvenimento  di
    una  democrazia  sinceramente  liberale,  senza  predominio  di alcuna
    classe,  ci vuol un potere politico abbastanza fermo per  condurre  un
    paese,  giusta  un  concetto  prestabilito,  sopra  e,  se  mai  fosse
    necessario,  anche contro i flutti delle maggioranze parlamentari:  ci
    vogliono   dei   ministri   convinti   che  la  monarchia  non    una
    irresponsabilit nelle nuvole, non  uno stemma coronato sul coperchio
    del meccanismo costituzionale,  ma  una ruota maestra,  se cos posso
    dire,  di  questo  meccanismo,  una ruota responsabile davanti a Dio e
    alla storia e che si guasta ben presto, per una legge comune, se resta
    inoperosa.  Allora questo potere  cos  forte,  sicuro  di  una  larga
    adesione nel paese, pu e deve essere molto ardito e, lasciando libero
    sfogo  a  tutte  le  opinioni,  prendere in mano le questioni sociali,
    condurre ogni riforma possibile con ogni cautela, misura e fermezza.
    Vi sono degli scrittori di gran talento...
    Qualche bisbiglio si lev qua e l.  Parve che la  parola  "scrittori"
    avesse gittato nella sala un'inquietudine, un buffo di tedio.
    Io non so disse Cortis interrompendosi,  se non pongo a troppo dura
    prova la vostra pazienza.
    Parecchi "no", pi cortesi che cordiali, gli risposero.
    Io ricordo riprese riafferrando subito il pubblico,  che un uomo di
    grande  ingegno e di grandi studi politici,  mi diceva: Il popolo  un
    fanciullo,  lasciate che giuochi col fuoco,  lasciate che  si  scotti,
    imparer.  Questa   la legge naturale,  e a volerla contrariare si fa
    peggio.  Ebbene,  signori,  io non sono persuaso di tale dottrina;  io
    dico che per la legge naturale coloro che hanno senso, volont e forza
    si uniscono a impedire che altri bruci la casa comune.
    Giusta, giusta dissero alcune voci.
    Ma  non  basta  ancora,  per  il futuro partito,  di consentire in un
    simile  indirizzo  di  governo;  bisogna  consentire  nella  questione
    ecclesiastica e religiosa.
    Ecco esclam dal suo angolo l'amico incognito.
    Tutti  zittirono  e  Cortis  riprese  la parola in mezzo a un silenzio
    pieno d'elettrico.
    Io vi  dico,  signori,  che  nessun  principato,  nessuna  repubblica
    scioglier mai i problemi sociali dell'avvenire, senza la cooperazione
    del sentimento religioso; il quale non potr essere dato in Italia che
    dalla Chiesa cattolica.
    Un flutto agit gli uditori,  lev in tutta la sala sussurri, fremiti,
    voci che cozzavano insieme.
    Cortis, puntati i pugni al banco, protese la persona in avanti come ad
    affrontare un urto nemico,  lasci cader quel flutto  e  prosegu  con
    voce ferma e sonora:
    Pur  troppo,  signori,  la  curia  di  Roma  e  gran  parte del clero
    cattolico hanno mostrato una cos cieca avversione al nostro movimento
    nazionale,  un tale funesto apprezzamento dei beni terreni che  quando
    si  parla  in  Italia  di  favorire  il cattolicismo  facile sentirsi
    rispondere come fu risposto in Africa a quel missionario  che  parlava
    di  Dio  onnipotente:  E se ci mangia?  Io ho domandato pi volte a me
    stesso se l'attuale reazione  violenta  contro  la  Chiesa  e  i  suoi
    istituti,  riconducendo,  col  suo procedere,  il clero alla povert e
    all'umilt evangelica,  costringendolo allo studio e  all'illibatezza,
    non  riuscir  salutare  al vero sentimento cattolico.  Ma un prudente
    uomo di Stato deve considerare in tale eccessiva reazione il  pericolo
    di  quelle  credenze  che  insegnano  il  rispetto  della  legge,   la
    fraternit umana e una specie di subordinazione  morale  delle  classi
    pi  agiate  alle  pi  sofferenti,  in  cui    l'aiuto  maggiormente
    gagliardo che possa desiderarsi  per  riparare  le  ingiustizie  e  le
    miserie sociali.
    Il  futuro  partito  dovr  dunque da un lato consentire nella rigida
    applicazione del diritto comune alla Chiesa.
    Io non vi dir sin dove andrei per questa via: son gi troppo caro al
    vostro venerabile clero cui non intendo  offrire,  in  espiazione  de'
    miei  peccati politici,  n medaglie benedette,  n vite di santi,  n
    supplementi di congrue.
    Un   riso   ironico   gli   lampeggiava   negli   occhi   pronunciando
    quest'allusione a certi procedimenti del suo emulo. La sala risuon di
    risa e d'applausi.
    Ma  d'altro  lato prosegu Cortis alzando la fronte e aggrottando le
    sopracciglia,  bisogna consentire in questo principio  affermato  dal
    conte  di  Cavour  in  un memorabile discorso sull'abolizione del Foro
    ecclesiastico,  che al progresso della societ moderna si richiede  il
    concorso della religione e della libert. Bisogna esigere l'istruzione
    religiosa  data  dal  clero  dove  vuole  e  come  vuole;  non bisogna
    stupidamente figurarsi di offendere la libert perch non si tollerano
    professori di ateismo agli stipendi dello Stato;  bisogna  riconoscere
    le  associazioni  religiose  che  non  hanno  uno scopo contrario alle
    leggi,  garantire in massima a tutti i cittadini il pacifico esercizio
    del  proprio  culto  in privato e in pubblico,  astenersi da qualunque
    immissione legale o violenta negli affari interni della Chiesa,  salvo
    il  diritto  di  tutela  sulle  sue propriet;  bisogna che il governo
    mostri sempre col suo contegno di attribuire un altissimo valore  allo
    spirito religioso.
    Solo  le  frasi  relative all'istruzione e alle associazioni religiose
    turbarono l'uditorio che lasci passare in silenzio il resto di questo
    periodo scabroso.
    Voi mormorate,  signori esclam Cortis,  ma io mi figuro quali meno
    benevoli  accoglienze  otterrei se avessi mai l'onore,  come non me ne
    mancherebbe l'audacia,  di  dire  a  un'adunanza  di  sacerdoti  quale
    dovrebb'essere,  a  mio  avviso,  la condotta del clero per il maggior
    bene della religione  cattolica.  I  vostri  radi  sussurri  mi  hanno
    risvegliato  in  mente  un  ricordo di scuola.  Io ricordo aver inteso
    descrivere a scuola certi grandi banchi  di  conchiglie  viventi  che,
    giacendo  sul  lido  del  mare,   si  aprono  al  sole,  fanno  udire,
    chiudendosi,  un largo mormorio ogni volta che qualche nube lo oscura.
    Lasciatemi credere che avete trovato nelle mie idee molto pi sole che
    ombra.
    Debbo  poi  dichiararvi  che  io  stimo  ancora  alquanto immatura la
    formazione di questo futuro partito, e che perci non vi era ieri, non
    vi  oggi alcuna opportunit di  segnarne  le  basi  in  un  programma
    elettorale,  anche  perch una complicazione estera,  collegata con la
    nostra politica ecclesiastica, potrebbe costringere temporaneamente lo
    Stato ad essere meno liberale  nei  suoi  rapporti  giuridici  con  la
    Chiesa.  Non  avrei  dunque  parlato  se  non  ci  fossi  stato spinto
    dall'avvenuta pubblicazione,  se il vostro desiderio non  me  n'avesse
    fatto una legge.
    Sollecito di obbedirvi,  non ho considerato,  ho sdegnato considerare
    il pericolo che troppo aperte e ardite  dichiarazioni  mi  togliessero
    l'onore di entrare col vostro suffragio in Parlamento.  Io ho fatto in
    quella mia lettera una  citazione  di  mal  augurio:  la  frase  sullo
    sviluppo  della civilt cristiana fu scritta dal conte di Cavour in un
    programma agli elettori di Vercelli,  che lo lasciarono sul  lastrico.
    E' probabile,  se mi si concede un cos grande esempio,  che mi tocchi
    la stessa sorte;  grato a quelli di voi che mi  avranno  mantenuta  la
    loro fede, non serber risentimento alcuno contro chi me l'avr tolta.
    Si parl di alte influenze a mio favore;  non ne ho mai mendicate, n
    ora ne mendicher.  Se vi hanno in questo collegio dei numi che  tutto
    muovono col ciglio,  non voglio si dica di me come di quell'imperatore
    romano prossimo a perdere il potere e la  vita:  "alieni  jam  imperii
    fatigabat deos". Uscendo da questa lotta vinto ma non abbassato, io mi
    ricorder, signori che in ogni paese libero vi sono dei rappresentanti
    senza mandato, dei legislatori fuori del Parlamento, che vi  modo per
    ogni  cittadino  di propugnare davanti alla nazione qualunque concetto
    politico,  e che una muta pallina bianca o nera non  il solo mezzo n
    il pi potente di farlo prevalere.
    Le prime file di fronte all'oratore, applaudirono: dalle altre si lev
    un lungo mormorio di commenti diversi.  I membri del Comitato rimasero
    immobili.  Solo il presidente strinse la mano a Cortis e gli  disse  a
    mezza voce un po' con l'aria del professore contento:
    Bravo, bravo, molto franco, molto schietto. Belle, idee nobili.
    Cortis,  pallido  e grave,  gli rispose solo: Adesso a Lor signori e
    usc dalla sala, seguito da B. e da parecchi altri amici.
    Servitor suo,  servitor suo ripeteva  l'amico  incognito,  facendosi
    strada fra la gente; e venne a stringergli la mano sulla porta.
    Mi  congratulo diss'egli,  un bel faccione vivace con due gran baffi
    bianchi.  Ella  un  grand'uomo;  ella  non    clericale  un  corno,
    capisce;  ella   religioso e religioso sono anch'io,  per...!  Dottor
    Franceschi, ai suoi comandi. E non abbia paura,  che a quel b...  f...
    di quel "nume del collegio" gliela faremo tenere!
    I vicini risero. Cortis salut e pass oltre con gli amici.
    Dunque?  diss'egli  appena  fuori  della  sala.  Io non sono niente
    contento. Cosa v' parso?
    Cane disse B. abbracciandolo, bisogna che ti dia un bacio.
    Uno  alla  volta  l'abbracciarono  tutti  soffocandolo  di   aggettivi
    iperbolici.
    A me mi  piaciuto quella delle conchiglie disse uno. Magnifica!
    Eh,  ma quella della patria salt su un altro,  quella bella patria
    ch' un monumento che si sviluppa?  Cosa andate a cercare,  che  la  
    un'idea cos bella, cos giusta, cos nuova!
    Eh,  ma  quella  delle  conchiglie,  che    stato  come  un dire: Se
    brontolate, siete tante ostriche!
    E le medaglie? esclam un terzo.  Dove lasciate le  medaglie  e  le
    vite dei santi?
    S,  s disse B. Belle le ostriche, belle le medaglie, ma il grande
    di questo discorso    nelle  idee.  Idee  nuove,  idee  ardite,  alla
    Bismarche! Forza e progresso! Trono, altare, forca e avanti!
    No, no, no, no! grid Cortis. Cosa diavolo?
    Eh,  non  signore osserv quello delle ostriche mentre B.  ripeteva:
    Siamo  intesi,  siamo  intesi!   Qua  il  signor  Cortis  vuole  anzi
    abbassarlo,  il trono,  tirarlo gi dal cielo;  lo ha detto chiaro, mi
    pare; tirarlo gi dalle nuvole,  ha detto,  che il re sia responsabile
    anche lui come i ministri; cosa giusta!
    Santo Dio! disse Cortis. Ho parlato cos male?
    Tutti  gli  altri  furono addosso a quel disgraziato commentatore.  Lo
    volevano mangiare.
    Oh bene,  signori osserv finalmente B.  Noi bisogna  che  torniamo
    dentro. Non sentite?
    In  sala  facevano  un gran baccano,  malgrado la vocina collerica del
    campanello presidenziale. B.  promise a Cortis che gli avrebbe mandato
    a  Villascura,  la  sera  stessa,  le  notizie della deliberazione che
    l'assemblea prenderebbe.
    Cosa direte che faranno? disse Cortis.  Io  sentivo  un  freddo  da
    togliere il respiro.
    S rispose B.  freddi,  freddi;  ma meno peggio di quel che temevo.
    Molti, poi, bisogna dirlo, erano intontiti, non si raccapezzavano. Sei
    stato alto; piuttosto alto. Sai di cosa ho paura?  Ho paura per quella
    chiusa  del legislatore fuori del Parlamento.  Qualcuno potr dire che
    hai gli elettori... non so se mi spiego.
    Alto, no disse un altro, neanche per idea, alto.  Mi spiego;  alto,
    s,  ma abbiamo capito benone.  Piuttosto,  forse... Ci sarebbe voluta
    una parola sulla politica estera... sull'esercito... sulla marina...
    Ma se non c'entrava, benedetto! disse B. alzando gli occhi al cielo.
    Andiamo, andiamo dentro. Presto!
    Cortis discese solo le scale.  Giunto al fondo fu raggiunto dal signor
    Checco  Zirisla,  che  gli disse: Servitor suo.  Mi rincresce di non
    poter fermarmi;  del resto,  re assoluto se la comanda,  ma coi  preti
    giuocar a tresette e poi basta.  Dico io, sa; per conto mio. Coi preti
    all'osteria, ma in chiesa niente. Servitor suo.
    Cortis! grid B. dall'alto della scala. Quando ci vediamo?
    Non lo so, non so cosa voglia mia zia.
    Eh, mandala a farsi benedire! Ci vuol altro, adesso, che zie!
    Il vetturale,  che aspettava nell'atrio,  and incontro a  Cortis  col
    cappello in mano.
    Attacca gli disse questi. Dove hai i cavalli?
    Allo "Scudo d'oro".
    Vengo subito.
    Cortis  and  al  caff.  I  canti  delle strade,  deserte a quell'ora
    bruciata, erano tappezzati di affissi elettorali.  I suoi eran pochi e
    in gran parte lacerati o coperti da quelli immani dell'avversario, che
    cominciavano  quasi tutti: Non eleggete nemici della patria.  Presso
    alla porta del  caff  di  Roma  era  scritto  sul  muro:  Abbasso  i
    friulani.
    Cortis entr,  nervoso.  C'era un crocchio di giovani che discorrevano
    della riunione elettorale.  Uno propose di  andar  ad  aspettare  quel
    paolotto di Cortis alla porta del casino per fischiarlo.  I compagni
    accettarono. Cortis, intanto, sorseggiava il suo caff in silenzio.
    Anche B. fischieremo disse uno della comitiva.
    Cortis si alz pallido.
    Quello no diss'egli.
    L'altro lo guard stupefatto e rispose con voce malferma:
    Come, "no"? Chi  Lei per dire "no"?
    Io sono uno tuon Cortis, che quando dice "no" a Lei e a cento come
    Lei, non c' pi da dire "s" a meno di sentirsi sul viso...
    Non fin la frase,  rovesci  d'un  colpo,  per  farsi  largo,  sedie,
    tavolino,  vassoio  e tutto che c'era su,  si piant a fronte di colui
    con le braccia incrociate sul petto.  La padrona  strill,  i  garzoni
    corsero; quegli altri, sbalorditi, sgomentati, non sapevano pi in che
    mondo si fossero.  Cortis,  visto che colui n parlava,  n si moveva,
    gitt la sua carta di visita ai garzoni che raccoglievano i cocci.
    Pagher tutto diss'egli; anche un bicchierino di rhum che porterete
    a questo signore.
    E usc dal caff.
    Un quarto d'ora dopo correva nel calesse del  vetturale  Schiro  sulla
    via  di  Villascura,  pensando ad Elena.  Si sentiva male: sentiva una
    tormentosa inquietudine,  un fastidio mortale di s,  della  politica,
    dei  nemici  abbietti,  degli amici stupidi,  della collera mostrata a
    quelli, della tolleranza usata con questi. S, l'Italia! Ma gi se non
    riusciva oggi, sarebbe riuscito domani.  Era il suo destino e anche il
    suo proposito;  ma pure, un giorno d'amore! Dimenticar tutto tutto per
    un giorno solo,  disprezzare il mondo ed unirsi,  lei,  la pi  bella,
    egli, il pi forte! Fantasmi di felicit intensa gli attraversavano la
    mente.  Dalla strada che,  correndo diritta fra i platani sull'orlo di
    un immenso piano,  cavalca  di  tratto  in  tratto  le  limpide  acque
    dell'alpe imminente, gli occhi di Cortis risalivano avidi le correnti,
    cercavan le macchie adombrate dagli scuri nuvoloni assisi sulla fronte
    della  montagna.  Si  vedeva  l  con  Elena in una casa perduta fra i
    silenzi deserti.  Elena non aveva quel suo  solito  sguardo  pieno  di
    tristezza  occulta: era tanto felice di amarlo!  Ora se la sentiva fra
    le braccia ridente e tremante come quelle acque pure,  ora la  cercava
    nel bosco, ed ella gli saltava incontro, gli posava il capo sul petto,
    gli diceva sottovoce: Sei felice? Io tanto.
    Cortis  si butt nell'altro angolo del calesse,  a guardar l'orizzonte
    lontano dov'ella era scomparsa.










    CAPITOLO NONO.
    VOCI NEL BUIO.

    La contessa Tarquinia era inquietissima. Appena partita Elena, avrebbe
    voluto pigliar suo cognato a quattr'occhi;  ma  com'era  possibile  in
    mezzo a quella baraonda?  E poi il conte Lao s'era dileguato subito. A
    mezzanotte,  quando,  partita la musica e spenti i lumi,  la  contessa
    rimase sola, non os pi andarlo ad assalire nella sua camera. Vi and
    al mattino e lo trov a letto con l'emicrania,  nero, ringhioso da non
    poterlo accostare.  Maledetti i  lumi,  maledetti  gli  strepiti;  non
    sapeva  niente,  non aveva capito niente,  non aveva dato niente,  non
    s'era inteso di niente.
    Dunque disse la contessa sbigottita, lui  andato via senza danari,
    n carta, n promesse?
    Il conte Lao,  con tutta la sua emicrania,  si rizz di colpo a sedere
    sul letto, si cacci a gridare:
    Ma s,  e cos fosse andato all'inferno! E non statemi pi a seccare!
    E andate fuori dei piedi anche voi!
    La contessa  scapp  via,  si  sbatt  l'uscio  dietro  con  un  colpo
    rabbioso.
    Oh che bestia! diss'ella.
    Elena l'aveva ingannata, dunque!
    E aveva ingannato suo marito!
    E  s'era  accordata con suo zio,  certo.  Adesso si capiva tutto.  Era
    stato uno stratagemma del signor Lao per non metter fuori quattrini  e
    di  Elena  per evitar scene e scandali in famiglia.  Non averlo inteso
    subito!  Per,  dove mai aveva trovato tanto zelo,  Elena?  Lei sempre
    cos  sdegnosa delle questioni di danaro,  lei che non aveva mai mosso
    un dito prima d'ora per evitare queste scene?  Ci aveva ad essere  una
    ragione occulta di tale condotta.  Ma quale? V'era da perder la testa.
    E che farebbe adesso quell'altro bestione di  suo  genero?  Capace  di
    tutto,  colui. Ah, non aver capito! Tutto quello stordimento di cose e
    di persone non gliene aveva lasciato il tempo. Ed esser sola,  oramai,
    perch  anche  Grigiolo  e Malcanton erano partiti,  esser sola con il
    rospo di suo cognato, non avere un aiuto, un consiglio! Quel benedetto
    Cortis dove s'era mai ficcato?  Ci fosse stato lui,  almeno!  Come  si
    sentiva  male!  Anche  la casa e il giardino le davan noia con il loro
    disordine, fastidiosa feccia del tripudio scolato.  La lista di reseda
    e  di  vaniglie  intorno  alla  casa  era tutta pesta;  gli abeti e il
    giardino eran tempestati di carte abbruciacchiate; persino il biliardo
    aveva imbrattato di colla, quel Grigiolo, con i suoi palloncini! E che
    puzzo di sigaro nelle stanze!
    Alle undici capit il vetturino,  giusta gli ordini  avuti  il  giorno
    prima.  La contessa se n'era dimenticata.  Aveva ben altro che visite,
    ora,  per il capo!  Era per congedarlo quando servitor suo,  servitor
    suo le sbuc davanti,  sul prato,  fra macchia e macchia,  il piccolo
    nero don Bortolo in gran tricorno e canna d'India.  Veniva a riporre i
    paramenti  della  chiesetta  di  San  Pietro  e  a bere un bicchier di
    bianco.  La contessa gli domand subito se sapesse niente  di  Cortis.
    Altro  se  sapeva,  don  Bortolo!  Il  dottor  Picuti  era tornato dal
    capoluogo del collegio con tante notizie elettorali.  C'eran fuori gli
    avvisi  per  una riunione da tenersi quel giorno stesso e si aspettava
    Cortis.  Anzi il signor Checco Zirisla  era  partito  con  l'idea  di
    andare anche lui a udirlo.
    Credo  soggiunse  il prete,  che abbia telegrafato da Milano al suo
    gastaldo e che domani lo aspettino a casa.
    Fu allora che la contessa Tarquinia pens di mandare  il  vetturale  a
    pigliarlo.  Ell'aveva fede in Daniele Cortis.  Gli direbbe tutto,  gli
    chiederebbe consiglio.  Gi quell'egoistone di Lao non pensava che  a'
    suoi reumi.
    Lei,  contessa,  lo  sapr  bene  dov' andato quel campanile di quel
    signor Daniele chiese "ex abrupto" don Bortolo.
    Non lo so rispose asciutta la contessa.
    Guardate,  corpo,   che  combinazione!  esclam  quegli  alzando  ed
    allargando le braccia. Una contessa ch' una contessa, non lo sa, e a
    Villa lo sa anche la serva dell'arciprete.
    Dunque, dov' andato?
    Dunque,  dunque, dunque... La fa da oca, Lei, signora contessa. Lo sa
    meglio di me. No? Bene. A Lugano  andato. E sa a trovar chi? La santa
    donna di sua madre che a noi ci hanno dato a bere che  fosse  morta  e
    poi era viva questa gran...!
    La contessa non parve molto sorpresa. Aveva sempre dubitato di questo.
    E  aborrendo  da qualunque relazione con sua cognata,  preferiva quasi
    che Cortis non avesse detto niente.
    Come lo hanno saputo? diss'ella.
    Che  andato a Lugano si sa dalle persone di  casa  che  hanno  avuto
    l'ordine  di mandargli lettere e telegrammi a Lugano.  Di sua madre si
    sa dall'arciprete.  All'arciprete pare che  la  ci  scrivesse  qualche
    volta.
    Perch?
    Che  so  io?  Per  aver  la fede di buoni costumi.  Oh,  Ella si vuol
    disturbare!
    Veniva il solito tintinnio di bicchieri.  La contessa fatte portar  le
    chiavi della chiesetta,  lasci don Bortolo a godersi in loggia, nella
    fresca brezza meridiana, un limpido vinetto d'oro.
    Faccio un poco di preparazione diss'egli, e poi vado subito.
    Ella sal nella cameretta d'Elena ricordandosi  che  questa  le  aveva
    detto  di  restituire  a  Cortis il libro che troverebbe sul tavolino.
    Entr nella stanzetta vota,  si commosse un poco vedendo  quel  freddo
    ordine  senza  vita  e  dondolarsi al vento le rose care ad Elena.  Il
    libro era l sul tavolino.  La contessa si ricord di averlo visto pi
    volte fra le mani d'Elena. Ne guard il frontespizio - "Chateaubriand"
    -  "Mmoires  d'Outre-tombe".  -  Non  lo conosceva.  Chi sa che libro
    triste,  che libro alto!  A Elena  non  piacevano  che  letture  cos.
    Daniele Cortis aveva scritto il proprio nome sul frontispizio interno.
    La contessa lo guard a lungo e disse fra s, sospirando:
    Per Elena ci voleva lui.
    Ma!  Qui  lei non ci aveva colpa.  Quando Daniele incominciava forse a
    pensarci,  Elena era una  fanciullona  cresciuta  prima  del  tempo  e
    affatto  indifferente  alle  occhiate dei giovanotti.  E poi,  lui era
    andato via, era capitato in casa quell'altro... Pareva proprio un buon
    partito, un partito serio.
    Aperse il cassetto del tavolino.  Non c'era che un biglietto di visita
    d'Elena,  lacerato.  Aveva,  oltre  al nome,  poche parole di scritto,
    cancellate, illeggibili.
    La contessa lo raccolse con l'istinto che  la  occulta  ragione  della
    condotta  d'Elena,  non  potuta  trovare da lei in nessun modo,  fosse
    appunto l sotto quel buio nascondiglio di  cancellature  onde  usciva
    una voce indistinta.
    Verso  le  quattro,  cavalli  e  ruote  entrarono  fragorosamente  nel
    portico.  La contessa corse fuori mentre Cortis saltava dal calesse  a
    terra.  Gli  porse  ambedue  le mani.  Quanto gli era grata!  Con quel
    caldo!
    Povere bestie! brontol il vetturale.
    Dunque? disse Cortis ansioso. Sola?
    Altro che sola, figlio caro!
    Appena furono in casa la contessa non manc di  mettersi  a  piangere.
    Cortis non sapeva che pensare.
    Insomma, zia? Cosa  stato? diss'egli.
    La  zia  indugi  un  poco  a  rispondere.  Intanto due o tre colpi di
    campanello suonarono in alto.
    Niente diss'ella,  non sar niente;  saranno  sciocchezze  mie,  ma
    intanto io ho stretto il cuore,  Daniele,  ch' una cosa grande, e non
    vedevo l'ora di averti qua,  di parlarti,  di  sentir  cosa  dici.  Ti
    ricordi  quella sera del temporale che tu venivi dalla camera di Lao e
    mi hai incontrata qui in sala?  Ti ricordi che avevo le  lagrime  agli
    occhi? Bene.
    Ella  cominci  a  raccontar cose che Cortis sapeva gi in gran parte:
    gl'imbarazzi di danaro  di  suo  genero,  le  sue  pretese,  le  tante
    questioni  suscitatene  in  famiglia,   l'inflessibilit  di  Lao,  il
    martirio proprio.
    Signora disse la cameriera entrando,  il conte ha udito la carrozza
    e  ha  voluto sapere chi fosse arrivato,  e adesso dice che aspetta il
    signor Daniele.
    Santo cielo! sbuff la contessa impazientita.  Non si pu dire  una
    parola.  E ha l'emicrania,  s'intende. Il signor Daniele verr subito.
    Abbia pazienza un momento.
    Volle finire il suo racconto e lo fin in fretta e in furia. N Cortis
    n lei si accorsero che intanto il campanello chiamava e strillava pi
    forte di prima, e che la cameriera era tornata l, sulla porta.
    Signor Daniele disse costei timidamente.
    S, s, s, va su, in nome del cielo! esclam la contessa.  Va su e
    sbrigati, e torna gi che t'aspetto.
    Ma  Cortis  non  aveva ancor posto piede sulla scala che l'uscio della
    loggia si aperse con fracasso e Saturno gli salt al petto mugolando e
    gemendo di gioia. Dietro a Saturno c'era il gastaldo di Villascura con
    altre due persone.  Il gastaldo aveva udito da don Bortolo che il  suo
    padrone  si  sarebbe  trattenuto  a  villa Carr;  perci era venuto a
    prenderne gli ordini e a condurgli i signori segretari comunali  di...
    e di...,  desiderosissimi di conferire con lui. Cortis strinse la mano
    a questi signori,  e,  pregatili di volerlo attendere un momento  sal
    dal conte Lao.
    Fu raggiunto sulle scale dalla cameriera che gli sussurr dietro:
    Signor Daniele.
    Questi si volt.
    Le  posso  dir  qualche  cosa io della padroncina soggiunse l'altra.
    Colla padrona non parlo, perch... si sa, poveretta!
    Cosa c'?
    Ieri l'aiutavo a fare i bauli. Bettina, la mi dice,  ho paura che non
    ci vediamo altro.  Cosa mai,  signora?  dico.  Perch non vuole che ci
    vediamo?  Io faccio il mio caro conto di viver ancora qualche annetto,
    dico.  Eh s,  la dice,  ma sono io,  Bettina,  che non torner pi da
    queste bande. Vado lontano, la dice. Eh, La torner!, dico; perch non
    La vuol tornare? Non so niente, la dice. Vuole adesso, signor Daniele,
    che la contessina abbia fatta questa parola senza  una  gran  ragione?
    Dio sa cosa aveva in testa,  poveretta.  Si figuri che un momento dopo
    prende un libro,  sta l a guardarlo un quarto  d'ora  tremando  tutta
    cos come una foglia, lo mette in fondo a una valigia e poi, quando la
    valigia  ben piena,  fu fu fu,  me la disfa,  piglia fuori il libro e
    intanto che io rifaccio la valigia,  scrive un biglietto e lo mette in
    questo libro. Poi va fuori e ritorna subito in gran furia, straccia il
    biglietto e ne scrive un altro!
    Daniele non le rispose niente, entr dal conte Lao. Un buio, un caldo,
    una zaffata di canfora lo fermarono sulla porta.
    Scusa,  caro  te,  Daniele  disse  la  voce  del conte.  Accendi un
    fiammifero. La candela  in terra, dietro al letto.
    Come va? chiese Cortis, piano.
    Male, non importa. E cos?
    In quel punto il fiammifero di Cortis brill.
    Oh ti vedo mormor Lao. Ho capito.  Te l'ho detto prima,  gi.  Non
    poteva cambiare che in peggio quella donna l.
    Ti racconter poi disse Cortis.
    Basta. E l'elezione?
    Male anche quella.
    Cortis accese la candela,  vide finalmente il suo interlocutore,  che,
    supino sul letto,  pallido,  con  il  capo  fasciato,  con  gli  occhi
    socchiusi, diceva sottovoce:
    Porci!
    Cortis gli strinse la mano.
    Ti lascio quieto diss'egli.
    Lao  lo  trattenne,  gli  domand  s'ella  gli  avesse  raccontato  il
    pasticcio del giorno prima.
    Ti raccomando diss'egli,  che non faccia niente senza dirlo  a  me.
    Addio. Che ore sono?
    Cinque meno dieci.
    Dammi la pillola. L, sul tavolino.
    Prese la sua pillola di valerianato di chinino e,  lasciata ricader la
    testa sul capezzale, sospir ancora mentre Cortis usciva:
    Porci!
    Cortis discese in fretta dai suoi segretari  comunali.  Avevano  buone
    notizie  della  montagna.  Lass  non si prendeva mica l'imbeccata dal
    capoluogo.  Tutt'altro;  c'era anzi una vecchia gelosia tra il monte e
    il piano,  un astioso antagonismo. Tuttavia, era necessario che Cortis
    facesse una scappata,  l'indomani,  a...,  tanto per lasciarsi vedere.
    Egli lo promise subito.
    Intanto la contessa Tarquinia andava e veniva, gittando delle occhiate
    impazienti a Cortis e a' suoi amici politici.
    Finalmente! diss'ella quando quei due se ne furono andati.  Diede il
    Chateaubriand a Cortis che non ricordava pi di avere  prestato  libri
    ad Elena e lo aperse curiosamente.  Vi trov un biglietto di visita di
    sua cugina che vi aveva scritto: "Con molti ringraziamenti e saluti".
    A proposito! disse la contessa. Vado a prenderti un altro biglietto
    ch'era nel suo tavolino.
    Cortis intese ora il racconto della cameriera.
    Quello era il libro che Elena aveva prima riposto con tanta  emozione,
    per  portarselo  via:  con  una  emozione  cos  gelosamente  nascosta
    nell'ultimo biglietto,  dopo quell'impeto  di  pentimento.  Forse  dal
    primo  biglietto  ne traspariva ancora troppa ed ella non aveva voluto
    tradirsi.
    La contessa torn con questo biglietto.  Non era possibile indovinarvi
    neppure una lettera. Cortis ci si prov invano e lo rese alla contessa
    con apparente indifferenza, senza dir parola.
    Stamattina le ho scritto, intanto diss'ella. Ma penso che cosa sar
    successo  o  cosa  succeder  quando suo marito sappia di essere stato
    ingannato. Una bestia di quella sorte!
    La contessa parlava, gemeva, sospirava, riparlava, mescolando nei suoi
    lamenti il passato, il presente e l'avvenire. Cortis non le rispondeva
    mai.
    Se fossi un uomo diss'ella finalmente, credo che le sarei gi corsa
    dietro.  Ti pare ch'io possa pregar  qualcheduno,  Daniele,  di  farmi
    questo piacere?
    Cortis non aveva intesa la domanda,  se la fece ripetere.  La contessa
    si lagn della sua  freddezza,  gli  rimprover  di  non  pensare  che
    all'elezione.
    Ma  Daniele  non  capiva ancora perch si dovrebbe correr dietro ai Di
    Santa Giulia. E poi,  per tre giorni ancora,  quanti ne mancavano alla
    gran domenica, non avrebbe potuto muoversi.
    Pranzarono  insieme  nel  fresco  salotto di tramontana che guarda gli
    abeti del giardino e le scogliere nude di monte Barco.
    Anche star qui in questa malinconia, sai! disse la contessa. Chi sa
    quando potr tirar quell'altro in citt!
    Poi n l'uno n l'altra parlarono  pi  sino  alla  fine  del  pranzo.
    Quando  il  domestico usc per andar a prendere il caff,  la contessa
    giunse le mani.
    Almeno scrivile diss'ella.
    Egli assent appena del capo.
    Le scrivo stasera disse improvvisamente, come uscendo da un sogno.
    La contessa lo ringrazi di cuore.  Non le veniva neppure in mente che
    fra  Daniele  e  sua  figlia  vi  potesse  essere  una  corrispondenza
    pericolosa.  Aveva un tale concetto di tutt'e  due,  li  vedeva  tanto
    diversi  dal  mondo  frivolo  e  corrotto  in cui ell'aveva conosciuto
    l'amore!  Quei due l erano capaci,  tutt'al  pi,  di  un  sentimento
    aeriforme, affatto vano e innocuo, quasi ridicolo agli occhi di lei.
    Sgridala  disse.  Scrivile  che  nessuna  scenata  di suo marito ci
    avrebbe fatto  altrettanto  dispiacere.  Scrivile  che  doveva  invece
    parlar franco a suo zio e chiedergli questo sacrificio. Non gli ha mai
    voluto  dire  una  parola,  benedetta  lei!  Scrivile  - glielo ho gi
    scritto io,  questo,  ma tu ripetiglielo - che il danaro in un modo  o
    nell'altro lo avr, e che lo dica subito a suo marito!
    Il domestico rientr con il caff e con una lettera di B.  per Cortis,
    portata allora allora da un espresso. Diceva:

    Una riga in furia dal banco  del  circolo  elettorale.  Dopo  il  tuo
    discorso,  discussione  vivacissima.  I  tuoi avversari ti accusano di
    clericalismo e assolutismo mascherato,  o almeno di non appartenere  a
    nessun  partito  perch  gli  attuali non ti vanno e il tuo non esiste
    ancora.  La votazione diede 46 voti a tuo favore e 58  contro.  Grande
    confusione.  Tutti  voteranno  secondo  loro  piacer.  I  tuoi  amici
    combatteranno a oltranza,  se non altro  per  l'onore.  Notizie  della
    montagna assicurano che una tua visita vi avrebbe ottimi risultati.
    B.

    Elezioni? chiese la contessa quando Cortis ebbe finito di leggere; e
    non attese la risposta.
    Domani disse,  devi essere tutto per me.  O mio cognato si persuade
    di metter fuori questo danaro, o bisogna che lo trovi io. In ogni modo
    tu devi aiutarmi.
    Cortis rispose ch'era impossibile.  Doveva  partire  per  la  montagna
    l'indomani  mattina  all'alba  e  non  si  teneva  neppure  sicuro  di
    ritornare la sera. La contessa ebbe un bel disperarsi.  Egli fu freddo
    e inflessibile come il ghiaccio.
    Potendo vincere,  aveva il dovere di battersi.  Ogni sentimento, fosse
    anche l'amore,  scompariva sempre in lui  senza  lotta,  davanti  alla
    lucida e sicura visione di un dovere. Si alz, promise che scriverebbe
    ad Elena la sera stessa e part per Villascura.
    Nel  passare  davanti  alla  casina vestita di rose dove era lo studio
    d'Elena, pens a una sera di dodici anni addietro, ch'Elena era venuta
    dal prato al suo studio con un fiore  rosso  nei  capelli,  accesa  in
    viso,  dicendo:  Oh,  Daniele,  come  ho  corso! e poi era corsa via
    ancora, gittando una risatina al vento.  Ora il prato era deserto,  lo
    studio chiuso, lei lontana. E lo amava, soffriva, era infelice. Cortis
    strapp una delle rose che fiorivano davanti alla porta dello studio.
    Ah, Elena diss'egli, ti domando a Dio!
    Dopo  di  che non ci pens pi,  si mise a discorrere con Pitanti che
    portava dei gamberi alla contessa.  Solo a sera  tarda  torn  a  quel
    pensiero.
    Dopo avere scritto nel suo studio,  con Saturno ai piedi,  una dozzina
    di biglietti, suon per il domestico e dispose che fossero recati alla
    posta.  Quindi,  congedatolo,  prese un foglio  grande  e  si  pose  a
    scrivere velocemente:

    "Villascura, 30 giugno 1881".
    Elena,
    Credevo trovar te, la tua voce, il tuo viso, il tuo cuore; ho trovato
    i  tuoi ringraziamenti e saluti.  Cosa avevi scritto nel biglietto che
    la zia raccolse nel tuo tavolino?  Cosa hai creduto,  Elena,  di poter
    lacerare  e  cancellare?  Io,  che  sto  scrivendo  in  questa  grande
    stamberga vuota di Villascura,  col cervello stanco e col cuore amaro,
    mi sento,  malgrado i tuoi carissimi ringraziamenti e saluti,  l'anima
    tua qui, presso a me.
    Era meglio che mia madre fosse morta veramente. Non te ne dico altro.
    E' ben difficile ch'io la riveda cos presto.  Provveder a  lei  come
    devo, ma da lontano. Sai cosa me ne resta nel cuore? La memoria di mio
    padre, ancora pi alta e serena.
    Sono  venuto  via da Lugano a precipizio per la mia elezione che va a
    rotoli. Me ne rincresce per i miei poveri amici che ne soffriranno nel
    fegato,  quelli che ne hanno.  Venni  difilato  da  Lugano  a...  Alla
    stazione  mi fischiarono,  ma poi feci un discorso politico al circolo
    elettorale e offersi pi tardi,  al caff,  un  indefinito  numero  di
    schiaffi;  credo  proprio non essere in debito verso quegli eccellenti
    miei fratelli.
    Il discorso,  molto cattolico ma sempre  dal  punto  di  vista  dello
    Stato, mi and cos e cos. Sai che non sono ancora oratore (lo sar!)
    e poi mi avevano appena detto ch'eri andata via. E poi l'atmosfera era
    carica  di  fluido  idiota.  Invece  la  offerta degli schiaffi,  meno
    cattolica, and benissimo, e non sar neppure indotto in tentazione di
    aggiungervi una sciabolata. Del resto, io ho inteso dare una lezione o
    un esempio,  come vuoi,  per amor del  prossimo:  e  credo  aver  bene
    operato  con  il  senno  e  con  la  mano.  Finalmente l'amico Schiro,
    inviatomi da tua madre,  mi port a villa Carr bestemmiando  il  sole
    onnipotente; e io intanto ho pensato con violenza a una signora fredda
    come il ghiaccio.  Ci siamo fermati un momento di qua dalle Rocchette,
    presso gli abeti che sai;  di l ho fatto un viaggio sentimentale sino
    a  un  certo  praticello  dove  quella signora colse una volta,  se si
    ricorda, il colchico d'autunno di cui la richiesi e ch'ella si nascose
    in seno, opponendomi i suoi silenzi marmorei. A villa Carr trovai mia
    zia molto afflitta e tuo zio adorabilmente  idrofobo.  Non  ho  potuto
    dargli  che una stretta di mano e una pillola di chinino e non abbiamo
    parlato di te,  bench egli avesse male al capo  e  io  al  cuore  per
    cagion tua. Invece me ne ha parlato molto tua madre.
    Cos'hai  fatto,  Elena?  Io  non pretendo averlo perfettamente inteso
    dalla zia Tarquinia,  che poi non lo ha inteso  ella  stessa;  ma  per
    quanto  me  ne  ha  detto,  si  tratta di un intrigo sottile e audace,
    ordito da te per la quiete di casa Carr.  Per la quiete d'un giorno e
    la continua tortura di poi.  Tua madre trema per te, farebbe qualunque
    sacrificio per dissipare una collera che si  rovescier  su  te  sola.
    Quanto  a  me,  ti  conosco meglio di tua madre e non ho paura.  E' un
    altro sentimento che freme nel mio cuore;  uno sdegno che non dir. A
    ogni modo,  rassicura questa povera donna verso la  quale  sei  forse,
    qualche volta, ingiusta.
    Dio  mio,  Elena,  perch non ti ho trovata qui?  Perch ti sei fatta
    scrupolo di lasciarmi una parola migliore?
    Ho colto stasera una rosa presso alla porta del tuo  studio.  La  sua
    delicata  bellezza,  recisa  e  posata  qui sopra un barbaro volume di
    Hansard,  muore con una gravit mesta che ricorda te in certi momenti.
    Pensai,  guardando  il  tuo  studio,  al  tempo passato e a quello che
    avrebbe potuto essere. Noi vivremmo fra le rose, Elena.  E' mai questa
    la  sorte di anime come le nostre?  Noi siamo temprati per la guerra e
    la tempesta,  siamo armi in una mano ignota che non posa mai e non  ci
    lascia posare, e come ci stringe!
    Domani  mattina  vado a portare il mio vangelo sui monti.  Predicher
    a... e a... So che a te, altera creatura,  questo non piace;  ma non 
    uomo  politico  n  patriota chi non sa deporre a tempo e luogo queste
    deboli fierezze.  Io sono altero quanto te,  e se il mondo sapesse  il
    cuore  che  ho  quando  sollecito  i  voti  degli  elettori  "assai mi
    loderebbe".  Quand'anche poi gli elettori mi lasciassero,  come oggi 
    probabile,  a  Villascura,  non  ne  sarei accorato.  Calcolo di avere
    ancora nei nervi trentacinque anni di vita politica;  dovessi perderne
    due  alla  porta  della  Camera,  non  sarebbe  una  rovina.  Per non
    dissimuler a te,  come la dissimulo agli occhi del mondo,  una  certa
    agitazione,  uno  spirito  d'inquietudine,  che,  fino a domenica,  mi
    lascer probabilmente dormir poco.
    Sai che la sera prima della mia partenza mi  hai  detto:  "Scrivimi".
    Questa    la seconda volta che lo faccio,  e se la santa inquisizione
    vedesse le mie lettere  non  vi  troverebbe  che  riprendere;  non  vi
    troverebbe  una  sola  delle parole che posso aver dette a questa rosa
    moribonda,  la quale non le ripeter.  Dunque rispondi!  Se non lo fai
    presto e a lungo, verr a chiederti delle spiegazioni dovunque tu sia.
    Adesso  vado  a  cercare  un po' di fresco nel laghetto dei giardini.
    Sono le undici e mezzo,  non c' luna;  sar difficile distinguervi un
    pesce  da  un  candidato;  ma sta tranquilla,  gli uomini politici non
    affondano mai.
    Addio, Elena. Se domenica la mi va male,  mi seppellisco nei giardini
    per un mese con Shakespeare e te.
    DANIELE.

    Usc  con  Saturno e si cacci nelle ombre folte del viale dei carpini
    che mette al lago: un ovale specchio d'acqua cinto di  piante  nere  e
    adombrato  dalla  imminente  montagna  del Passo Grande.  Pochi minuti
    dopo, Saturno, proteso sull'orlo della riva, dimenava lentamente,  con
    un rantolo sordo,  la coda, e scrosci sonori scoppiavano in mezzo alle
    buie acque immobili, da lontano.




    CAPITOLO DECIMO.
    GLI AFFARI DEL BARONE.

    I Di Santa Giulia erano a Roma da due giorni,  e il barone  non  aveva
    ancor detto una parola a sua moglie.  Tenevano due camere e un salotto
    all'"Htel Bristol",  avendo lasciato un mese prima,  per  andare  nel
    Veneto,  il loro solito quartiere di via Quattro Fontane.  Il senatore
    aveva  scelto  l'"Hotel  Bristol",   in  piazza  Barberini,   per  non
    dilungarsi troppo dal vecchio alloggio;  bench di luglio, a certe ore
    del giorno,  piazza Barberini  bruci.  E'  vero  che  il  senatore  ne
    soffriva  poco.  Si  alzava  dopo  le due,  usciva e non rientrava che
    all'alba.  Elena non lo vedeva neppure.  Il primo giorno la  cameriera
    dell'albergo  le aveva detto che il signor barone era uscito e avrebbe
    pranzato fuori.  Il secondo giorno si  trov  in  salotto  quando  suo
    marito  pass accigliato e duro.  N lui n altri le disse niente;  lo
    ud tornare alle quattro del mattino. Era una cosa naturale, ora.
    Meglio cos per Elena; meglio non vederlo, meglio sapere ch'era fuori;
    poco le importava il dove, se al Senato, se al club, o in qualche casa
    equivoca dove si giuocasse pi forte e pi segretamente che  al  club.
    Le avevan sussurrato, tempo addietro, di un luogo simile nei pressi di
    piazza Barberini. Era forse l che suo marito passava le notti. Le era
    venuto  questo pensiero la prima notte udendolo camminare nel salotto.
    Non che ne fosse turbata; vi era indifferente.
    Neppure di Cefal si turbava;  attendeva  con  apatia  il  mare  e  la
    solitudine.  Forse potevano diventarle amici;  ma si curava poco anche
    di questo.
    Era dai primi giorni  del  suo  matrimonio  ch'ella  non  provava  uno
    scoramento  cos  profondo.   Il  suo  virtuoso  sacrificio,   il  suo
    proposito, fermato e in parte eseguito,  di togliersi,  per quanto era
    in  lei,  dal  cuore  e  dal cammino di Cortis,  non le recava neppure
    quella sicura  coscienza  dell'opera  buona  che  esalta  lo  spirito.
    Sentiva  invece  acutamente il male che doveva aver fatto a Cortis con
    il suo freddo biglietto;  si odiava,  certi momenti,  per essere stata
    troppo pi dura che non convenisse, per non avergli neppur fatto cenno
    della  lettera  ricevutane  da  Lugano.  E subito dopo si rimproverava
    queste ribellioni del cuore, queste debolezze della volont.
    Appena  arrivata  a  Roma  scrisse   un   biglietto   sufficientemente
    affettuoso  alla  mamma.  Alla lettera dello zio Lao rispose il giorno
    dopo,  ringraziando e non accettando il danaro offerto.  Scherz sulla
    predica  che  il burbero signor zio le aveva fatta a suon di polka per
    questo benedetto danaro,  scherz sulla prodigalit  del  predicatore.
    Parl  poi  del  caldo  di Roma dove non c'era pi nessuno,  disse che
    sospirava il mare e che avrebbe preferita la Sicilia ai  soliti  bagni
    noiosi  del  continente.  Chiuse  la lettera annunciando che stava per
    andare ai Cappuccini a prendere un po' di fresco e a pregare  per  gli
    zii reumatizzati.
    Si  stupiva  amaramente,  scrivendo,  si  sentiva  umiliata  di  saper
    recitare cos bene la commedia.  Tutto oramai  le  compariva  commedia
    nella vita,  tutto le compariva falso,  facce, parole e opere umane. E
    il "s" de l'altare, non poteva considerarsi un "s" da commedia?
    A quest'idea il suo sangue insorgeva.  Mai,  mai!  Nessun  sentimento,
    neppure il religioso,  parlava cos forte in lei come la fiera lealt.
    Non credeva, del resto, nella propria religione;  sua madre era sempre
    andata  troppo a messa,  e suo zio troppo poco.  Aveva solo una triste
    fede austera in  Dio,  una  fede  che  s'interdiceva,  come  impuro  e
    indegno,  ogni desiderio di premio,  di felicit personale,  sia nella
    presente vita che nella ventura.  E talora questa stessa  ultima  luce
    pareva mancarle. Anche l, ai Cappuccini, quando avrebbe voluto pregar
    con  fervore,  chiedere aiuto a Dio contro se stessa,  le tornava viva
    nel cuore una sinistra impressione riportata in  quella  chiesa,  anni
    addietro.  Un  laico  le  aveva  fatto  vedere  le  orribili  cappelle
    mortuarie senza troppo commuoverla;  poi,  in chiesa  le  aveva  detto
    placidamente,  con  la  sua  faccia  marmorea:  Sotto questa pietra 
    sepolto il cardinale Barberini,  fondatore del tempio.  Qui,  signora;
    veda  la  iscrizione: - "hic jacet pulvis,  einis et nihil" - che vuol
    dire - polvere, cenere e niente.
    "Pulvis, cinis et nihil".  Elena aveva guardato con stupore e paura le
    parole incise sulla lapide sepolcrale,  come se venissero su dal mondo
    dei morti a dire il  triste  mistero  dell'essere  umano,  "pulvis  et
    nihil",  a  negare  lo spirito;  e l'uomo dalla faccia marmorea le era
    apparso il sacerdote di  una  tragica  religione  della  morte  e  del
    niente.   A  Roma  ella  era  spesso  assalita  da  questi  miasmi  di
    scetticismo desolato;  li sentiva nelle  sparse  rovine  di  una  fede
    morta,  nel fasto invecchiato di un'altra fede inferma, nella campagna
    che le cinge entrambe di silenzio e di solitudine.
    La seconda sera dopo il suo arrivo and  in  carrozza  da  Loescher  a
    pigliare  le  "Mmoires  d'Outre-tombe",  e  vi fu veduta dal senatore
    Clenezzi di  Bergamo,  un  vivace  vecchietto  che  l'avrebbe  adorata
    ginocchioni  per  la  sua  bellezza,  per  il suo ingegno e perch non
    gl'infliggeva  mai,  "rara  avis",   n  biglietti  di  concerti,   n
    associazioni a opere di autori deputati.  Non sapeva che Elena fosse a
    Roma.  Le baci la mano con una commozione insolita e non rifiniva  di
    dire  cara  donna Elena,  cara donna Elena! tanto che il commesso di
    Loescher, ritto l con il Chateaubriand in mano, sorrideva.  Elena gli
    disse, tornando alla sua carrozza, che credeva fermarsi ancora qualche
    giorno prima di andare ai bagni e che sperava rivederlo.
    Alle Quattro Fontane? domand il senatore.
    No, al Bristol.
    A che ora non si trova Suo marito?
    Elena si mise a ridere.
    Io non lo vedo mai diss'ella.  Venga quando vuole.  Perch ha paura
    di trovar mio marito? Si sono bisticciati?
    Non  questo rispose il vecchietto.
    Allora?
    Quegli l'aiut a salire in carrozza.
    Son proprio cos vecchio? diss'egli.  Lei mi d una coltellata,  ma
    vengo egualmente, sa.
    Va  bene  rispose  Elena  sorridendo.  Venga,  e  se c' ancora qui
    qualcuno dei nostri amici, me lo porti. Sono sempre sola; venga presto
    se vuol trovarmi.
    Madonna,  non sa niente! disse fra  s  il  Clenezzi  rientrando  da
    Loescher mentre la carrozza scendeva verso piazza Colonna.
    Si rec l'indomani all'"Htel Bristol". Elena gli fece una accoglienza
    quasi  rumorosa,  gli  parl  di  questo  e  di quello con una gaiezza
    febbrile che lo imbarazz non poco.  Le rispondeva a  monosillabi,  si
    contorceva sulla sedia, aveva l'aria di starci male e di non potersene
    alzare, tanto che Elena gli disse: Cos'ha, Clenezzi? Pare une "me en
    peine". Dica su. Lei ha da fare un discorso in Senato; no?.
    Madonna! esclam il senatore spaventato.
    No, no, in Senato no.
    Elena pens un momento.
    Ah  diss'ella abbassando la voce al tono di una gelida indifferenza,
     a me che vuol parlare. Qualche cosa in cui c'entra mio marito?
    L'imbarazzo di colui gli cadde  a  un  tratto,  scoperse  uno  sguardo
    angoscioso, una faccia trepida.
    Dunque lo sa? diss'egli.
    Elena croll il capo, alzando le spalle e le sopracciglia, rispose con
    voce appena intelligibile:
    Non so niente.
    Clenezzi,  stupefatto,  rest  l  a  bocca  aperta,  non  sapendo  se
    proseguire o fermarsi. Elena mosse le labbra a un altro sussurro:
    Dica.
    Parve al senatore ch'ella fosse indifferente.  Protest,  rosso rosso,
    che non aveva nessuna voglia di entrare in certi discorsi, che solo un
    sentimento di devozione ve l'avrebbe potuto indurre, ma che se a donna
    Elena non gliene importava nulla, lui non voleva...
    Clenezzi!   diss'ella   interrompendolo   con   accento  di  dolente
    rimprovero; e gli stese la mano.
    Queste bizze del suo vecchio amico le erano familiari;  egli aveva,  a
    sessant'anni, il fuoco d'un ragazzo di venti.
    Mi  scusi  rispose  questi,  baciando con certa ingordigia la bianca
    mano affilata.  Ho torto.  Son di Bergamo,  son nato sul Brembo,  son
    furioso.
    No,  no interruppe Elena,  ma senta. Se avessi figli! Per mi dica.
    Tutto quello che posso per mio marito, lo devo fare e lo far.
    Allora il senatore le domand se non avesse mai sospettato di  qualche
    disordine  negli  affari  di  suo  marito.   S,   ell'avrebbe  potuto
    sospettarne da molto tempo se si  fosse  curata  di  certi  ceffi  che
    venivano  a cercar di suo marito,  di certe lettere che lo irritavano,
    del tempestare che faceva per ogni  piccola  spesa  domestica.  Sapeva
    pure  che  giuocava,  n'era  stata  informata prima da lettere anonime
    pervenute a  lei  e  a  suo  zio;  poi  un'amica  zelante  gliel'aveva
    sussurrato a Roma.  Nel maggio, prima di andare a Passo di Rovese, suo
    marito l'aveva richiesta d'interporsi presso i Carr per fargli  avere
    una certa somma.
    Elena  si  ferm a questo punto.  A Clenezzi pareva impossibile che il
    barone non avesse lasciato trapelar niente a sua moglie delle  minacce
    che  gli  pendevano  sul  capo.  Era proprio cos.  Donna Elena non ne
    sapeva niente e le tornava in viso la gelida  indifferenza  di  prima.
    L'altro  incominci  allora  bruscamente  a  dire che poteva trattarsi
    dell'onore e della libert.
    Elena si scosse.
    Non credo! diss'ella.
    Sapeva di avere un marito rude,  violento,  vizioso.  Non  lo  credeva
    capace di un delitto ignobile.
    Ah,  donna  Elena! esclam Clenezzi con uno sguardo che diceva cento
    cose.  E  raccont  che,  due  mesi  addietro,  l'avvocato  Boglietti,
    mandatario  di  un  istituto  siciliano  di  credito,  era venuto alla
    Presidenza  del  Senato  portando  una  gravissima  accusa  contro  il
    senatore  Di  Santa Giulia.  Quell'istituto aveva incaricato lui,  suo
    consigliere d'amministrazione,  di esigere un capitale dovuto  da  una
    casa  bancaria  di  Roma  e  di  depositarlo presso il Ministero delle
    Finanze per certa cauzione.  Di Santa Giulia aveva eseguito  la  prima
    parte dell'incarico,  non la seconda.  Il Consiglio d'amministrazione,
    scoperta la cosa,  aveva immediatamente  chiesto  spiegazioni  al  suo
    incaricato. Qui c'era un punto buio. Pareva che Di Santa Giulia avesse
    addotto  un  pretesto  qualsiasi  e  persuaso  con  larghe promesse il
    Consiglio, dove sedevano alcuni suoi aderenti,  a non procedere oltre.
    Ma  la  cosa s'era risaputa fuori e il Consiglio aveva pur dovuto agli
    ultimi di maggio eccitare Di Santa Giulia alla restituzione del danaro
    e al risarcimento dei danni entro il 18 giugno,  con la minaccia di un
    procedimento  penale  per  appropriazione  indebita.  Il  barone aveva
    chiesto allora una rateazione del pagamento,  proponendo  di  sborsare
    met  della  somma  il 30 settembre di quest'anno e l'altra met il 31
    marzo 1882.  Egli  confidava  che  i  suoi  amici  del  Consiglio  gli
    farebbero  approvare  una convenzione su tale base.  Invece l'avvocato
    Boglietti aveva ricevuto l'incarico di tentare per l'ultima volta  una
    soluzione pacifica,  chiedendo l'immediato pagamento di un terzo della
    somma e consentendo che il  rimanente  debito  fosse  saldato  in  due
    volte,  giusta la proposta del barone. In mancanza del pagamento c'era
    l'ordine di  denunciare  il  senatore  Di  Santa  Giulia  all'autorit
    giudiziaria.  L'avvocato  aveva  creduto bene di rivolgersi tosto alla
    Presidenza del Senato,  informandola di ogni cosa,  onde trovasse modo
    di  evitare  un  cos  grande  scandalo  e  di  costringere  il barone
    all'adempimento  del  proprio  dovere.   Allora  la  Presidenza  aveva
    telegrafato,  il 29 giugno,  a Passo di Rovese,  richiamando a Roma il
    senatore Di Santa Giulia.  Il primo luglio,  alle quattro pomeridiane,
    poche  ore prima che Elena e Clenezzi s'incontrassero da Loescher,  un
    membro dell'Ufficio di Presidenza s'era fatto  promettere  dal  barone
    che addiverrebbe al chiesto pagamento prima del 7,  o rassegnerebbe le
    dimissioni da senatore del Regno.
    Ora non c'era nessuna probabilit che Di Santa Giulia potesse  trovare
    il  danaro  necessario.  Lo  si  diceva  invescato  nei debiti fino ai
    capelli. Gli verrebbe in aiuto la famiglia di sua moglie?
    In questi casi s'affrett a conchiudere Clenezzi non ci sono che  i
    parenti.
    Credo  incominci Elena,  che la roba mia sia sfumata;  e pensa Lei
    che la mia famiglia non abbia mai fatto niente?
    Capisco; ma...
    Elena pens un poco.
    La somma? diss'ella.
    Dalle dodici alle quindici mila lire.  Se si trovano,  suo marito non
    deve manco vederle.  Bisogna consegnarle all'avvocato Boglietti, prima
    di gioved.
    Ah, caro Clenezzi sospir Elena, se il danaro potesse tutto! Basta,
    poniamo che si trovi; io lo faccio avere a Lei? Dopo ci pensa Lei?  Se
    occorresse  ritirarlo  dalla  Banca  Nazionale,  me  lo  fa Lei questo
    piacere?
    Il senatore,  che per donna Elena e pur di non metter fuori  quattrini
    sarebbe andato sul fuoco, si pose, con devozione commossa, agli ordini
    suoi. Guard l'orologio. Quel giorno si doveva presentare al Senato il
    progetto  di  riforma  elettorale,  e  forse si sarebbe discusso sulla
    composizione dell'Ufficio centrale.  Gli premeva trovarsi per tempo in
    Senato.
    Speriamo diss'egli, alzandosi.
    Cosa? rispose Elena con un sorriso cos amaro,  con uno sguardo cos
    triste che al povero senatore vennero quasi le lagrime.
    Che La mi scusi tanto! esclam. Io sono un povero vecchio,  io sono
    un povero fatuo,  ma se Lei fosse la mia ragazza,  Madonna Signore! La
    porto su al mio paese com' vero  Dio,  e  quel  muso  che  venisse  a
    prenderla, in Brembo a pedate!
    No, no diss'ella bruscamente, quasi offesa. Lei non mi conosce.
    E me? ribatt il senatore. Mi conosce? Vorrei vedere.
    Parve   ch'Elena   avesse  paura  di  discutere  questo  punto  perch
    s'affrett a replicare:
    No,  no,  vada al Senato,  vada al Senato e  tocc  il  bottone  del
    campanello.
    Rimase sola,  ritta,  in mezzo alla camera, fissando con il suo solito
    sguardo vitreo la piazza,  il  Tritone  della  Fontana.  Un  cameriere
    aperse  l'uscio  e  disse:  Desidera?.  Ma  ella non rispose.  Colui
    ripet: La signora baronessa desidera?.
    Ah! fece Elena, lo guard senza raccapezzarsi, e soggiunse:
    Niente.
    Appena il cameriere si fu ritirato,  ella si ricord di  averlo  fatto
    venire  e  perch,  corse all'uscio,  gli gitt dietro due parole Una
    carrozza! e torn lentamente a contemplar la fontana.  Era  dentro  a
    lei  una confusione di pensieri,  un viavai d'immaginazioni commiste a
    un sentimento nuovo, il ribrezzo del marito, lordo di danaro altrui. E
    poi pareva che tutto questo tumulto si chetasse;  come se le si  fosse
    aperta in fondo allo spirito una invisibile uscita.  Restava un vuoto,
    un buio;  e come gli occhi guardavano inconsciamente la fontana,  cos
    tornavano  inconsciamente alla bocca poche parole lette mezz'ora prima
    nelle "Mmoires d'Outre-tombe",  le parole della povera De Beaumont  a
    Tivoli: Il faut laisser tomber les flots.
    Ma  questo  mortale  silenzio  interiore  non  poteva durare in Elena.
    Appena il cameriere torn ad avvertirla che la carrozza era pronta, si
    scosse,  non pens pi se non a fare quel che doveva.  Si fece portare
    in  fretta  al  telegrafo  e  vi scrisse un telegramma per lo zio Lao,
    accettando  il  danaro  prima  rifiutato,   sollecitandone  l'invio  e
    promettendo  spiegazioni  per  lettera.  Nel  tornarsene  all'albergo,
    amaramente contenta di s,  pensava ai turbati commenti  che  del  suo
    telegramma  si  farebbero  a villa Carr,  alle collere dello zio,  ai
    lamenti della mamma.  Le vennero in mente,  chi sa  perch,  anche  le
    povere  rose  che guardavano nella sua cameretta deserta.  Dalla mamma
    aveva ricevuto,  la mattina  del  giorno  avanti,  una  lettera  piena
    d'affetto,   di   paure,   di  rimproveri.   Cosa  penserebbe  adesso?
    Sull'angolo dei Due Macelli e del Tritone credette  veder  suo  marito
    prendere frettoloso una viuzza a sinistra.  Una breve vampa di collera
    le sal al viso.  Sar stata l vicino questa casa di giuoco?  Ella fu
    per scendere e raggiungerlo.  Prevalse il disprezzo; lo lasci andare.
    Rozzo,  violento,  vizioso,  lo conosceva da un pezzo;  ma  gli  aveva
    sempre attribuito una certa grossolana onest,  una brutale franchezza
    da barbaro;  anche del cuore.  Ora no: ora quel danaro  altrui  glielo
    rendeva immondo. Lo lasci andare.
    All'albergo  trov  la lettera di Cortis.  Lasciando a Passo di Rovese
    quell'arido biglietto per lui il suo proposito era stato  d'irritarlo,
    di  far  s  che  non le avesse a scrivere,  almeno per un gran pezzo.
    Nella lontananza,  nel silenzio c'era da sperare;  non per s  ma  per
    lui.  Trasal, vedendosi fallito il disegno, di una gioia invincibile;
    e non sapeva ella stessa,  nell'aprir la lettera,  se avesse  paura  o
    desiderio di parole appassionate.  La divor,  prima, da capo a fondo,
    correndo via sulle poche espressioni d'affetto  come  se  bruciassero;
    specialmente  su  queste: "non vi troverebbe una sola delle parole che
    posso aver detto a questa rosa moribonda,  la quale non le riporter".
    Pens che Cortis non avrebbe dovuto scrivere cos e, giunta alla fine,
    torn  di  slancio  alla  prima  pagina dov'egli parlava di sua madre,
    rilesse quelle poche righe sconsolate, ne ebbe un dolor profondo.  Non
    sentiva  pi,  in  quel  momento,  i dolori propri,  n la dolcezza di
    sapersi amata. Era tutta nel cuore di lui, soffriva con esso,  sentiva
    quel disinganno,  quella solitudine amara, la sentiva tanto che n'ebbe
    paura ella stessa;  le  parve  di  non  appartenersi  pi,  di  essere
    diventata  una  parte  di  lui.   E  l'elezione?  Daniele  ne  parlava
    scherzando,  ma c'era l e in altri luoghi della lettera  una  gaiezza
    nervosa  che  tradiva  il  turbamento dell'animo.  Un impeto di sdegno
    contro quegli stupidi elettori fe' tremar le mani  e  le  labbra  mute
    d'Elena.  Prima un impeto di sdegno, poi un impeto di orgoglio; l'uomo
    ch'ella amava non poteva piacere alla folla. Per non le veniva neppur
    l'ombra d'un dubbio sull'avvenire.  L'avvenire di Cortis non era certo
    in poche mani d'idioti. E questo c'era di buono e di confortante nella
    lettera, che vi si sentiva una energia morale pi forte dell'amore, un
    animo grande che poteva soffrire per l'abbandono di una donna,  ma non
    accasciarsi, non declinare dalla sua via.  Cos,  cos Elena lo amava!
    Quanto  a s,  qualunque dolore,  qualunque sorte le toccasse,  non ne
    doveva importar niente a lei stessa, n al mondo, n a Dio.
    Una fugace visione la sment,  le mostr il laghetto  cheto  di  Villa
    Cortis,  e  seduto  sulla  riva,  Daniele.  Ella  gli sedeva a fianco,
    fuggita da Roma, da un marito indegno; le ombre dei giardini,  il lago
    e  i  loro  cuori  erano  una  pace  sola fin dentro alle pi nascoste
    profondit. Cacci con un subito aggrottar del ciglio la immagine. Non
    sarebbe mai!  Cortis non doveva amar lei.  Ella non poteva  offrirgli,
    sacrificando  s,  che  un  febbrile  presente e un avvenire sinistro;
    anche solo lasciandosi amare idealmente, gli contristava la vita. Egli
    era solo al mondo e lo  aspettavano,  sulla  via  prescelta,  fatiche,
    angoscie,  ferite;  come  non  avrebbe  una  famiglia per suo riposo e
    conforto?  Bisognava farsi dimenticare.  Pens al piccolo prato presso
    gli abeti, dove era sceso Cortis, pens al colchico d'autunno, al vago
    fiore dal succo mortale che aveva voluto ostinatamente per s; sorrise
    e pianse.
    Suo  marito  non  ricomparve in tutto il giorno.  Elena avrebbe dovuto
    andare in via Urbana da certi amici  che  le  facevano  il  favore  di
    custodire  i  suoi argenti di casa,  ma non si sent in grado di veder
    gente,  di  mettersi  una  maschera  gaia.  Lesse  e  rilesse,   nelle
    "Mmoires",  tutti quei passi di cui le aveva parlato Cortis, ma sopra
    tutto le lettere di madama di Caud;  e tornava  ogni  tanto  a  quelle
    parole  sull'urtar  di  passaggio,  senza  volerlo,  nel destino di un
    altro. Non pranz. Alla sera, dolendole,  per il continuo leggere,  il
    capo e gli occhi, sentendosi morire nell'afa delle sue camere, si fece
    portare,  in carrozza,  fuori di porta Pia. L'ultimo tramonto colorava
    di viola i monti della Sabina,  l'aria era fresca,  Elena non fece che
    piangere;  ma  l'ora  mesta,  la solitudine,  e,  laggi,  verso ponte
    Nomentano,  le rovine sparse per la campagna avevano voci di  consenso
    con  lei,  le  rendevano il pianto meno amaro.  Nello scendere a ponte
    Nomentano il cocchiere mise i cavalli al passo.  Una  vecchia  domand
    l'elemosina  alla  bella  signora,   l'ebbe,  e  vedendole  gli  occhi
    lagrimosi, le disse:
    Fija mia, Dio te ne dar pace.
    Nello stesso momento Elena si sent correre un brivido nella  persona,
    pens  alle febbri,  a una pace possibile e desiderabile,  alle parole
    marmoree dei Cappuccini: "pulvis, cinis et nihil". Tornando verso Roma
    si vedeva davanti, un po' a destra, la luna falcata cader sui cipressi
    di villa Albani,  sentiva tratto tratto,  lungo i giardini,  un  odore
    acuto  di  magnolie.  Vicino  a  porta  Pia  incontr  un  cavaliere e
    un'amazzone,  giovani,  belli sui loro cavalli focosi.  A lei le  voci
    della  sera parlavano di tristezza,  ma quanto dolcemente non dovevano
    parlare agli altri d'amore!
    Alle dieci della sera le  giunse  un  telegramma  dallo  zio  Lao  che
    incominciava  promettendo  il  danaro  fra  tre giorni per mezzo della
    Banca Nazionale,  e seguiva: Nelle elezioni d'oggi Cortis  ebbe  voti
    342, X. 339. Eletto Cortis.
    Elena si sent un lampo di piacere nel cuore, una vampa nel viso e nel
    cervello.  Si  port  le  palme  alla fronte,  bruciava;  alle tempia,
    battevano.
    Eletto Cortis!  Egli aveva vinto,  aveva superato il primo gran passo,
    doveva esser felice. Sarebbe venuto a Roma, vi avrebbe dimorato lunghi
    mesi,  mentre vi poteva essere anche lei. No, no, gran Dio, via questo
    pensiero!  Lei andava a Cefal per restarvi sempre,  per non rivederlo
    nemmanco, non esserne riveduta, sopra tutto, e tradirsi. Oh Signore, e
    non  mandargli  neppur una parola!  Cosa penserebbe mai di un silenzio
    simile? Certo che ne indovinerebbe la causa vera;  non sarebbe peggio?
    Ci voleva una riga, una parola; e allora bisognava rispondere alle sue
    molto  freddamente,  molto  duramente,  per  allontanarlo!  Si  pose a
    scrivere questa risposta dura  e  fredda  colla  febbre  nel  corpo  e
    nell'anima:

    "Roma, 2 luglio 1881."
    Caro cugino,
    Mi  annunciano  la  tua elezione.  Sono sinceramente lieta di vederti
    sulla via maestra per un cammino che desidero onorevole e felice.
    Ebbi pure la tua lettera,  e quello che scrivi di Lugano mi fece gran
    pena. Affretto con i miei voti il momento...

    Qui due lagrime le caddero sul foglio,  ma ella tir avanti a scrivere
    stringendo le labbra convulse:

    ...in cui una donna pura e  fedele  ti  consoler,  scalder  il  tuo
    focolare deserto.
    Io penso e ho sempre pensato a te con amicizia,  ma non vi pu essere
    nel mio cuore e non posso ammettere in te un sentimento diverso.  Sono
    quindi  costretta a dirti che alcune frasi del tuo biglietto da Lugano
    e della lettera d'oggi mi spiacciono,  mi offendono.  Spero  non  sar
    molto difficile mutare d'animo e di linguaggio;  altrimenti preferirei
    non avermi a trovar teco.

    Elena cess di scrivere.  Era stato troppo grande lo sforzo di  cercar
    queste  parole  dure;  la  fantasia,  stimolata dalla passione e dalla
    febbre, gliene diceva di troppo diverse. Non sapeva come continuare. E
    mentre cercava una via cogli occhi fermi  sul  foglio  bianco,  mentre
    passava  di  pensiero  in  pensiero,  la  sua  mano  inconscia scrisse
    lentamente d'inverno, d'estate, da presso e...
    Si scosse, vide e lacer il foglio. Soffriva,  era mortalmente stanca,
    ma il pensiero di trovarsi ancora l, all'indomani, quella lettera sul
    tavolino,  le metteva paura.  Prese un altro foglio e ricopi il primo
    fino alla parola "teco".

    Mi permetterai continu,  di essere assai  breve.  Trattenendomi  a
    Roma  pochi  giorni,  debbo  camminar  molto  e  alla  sera  mi  trovo
    stanchissima. Ti prego di dire alla mamma e allo zio che sto benissimo
    e mi diverto. Roma mi affascina sempre!
    Addio e mille felicitazioni ancora dalla
    tua affezionatissima cugina ELENA DI S. G.

    Chiuse la lettera e la mand subito  alla  posta.  Appena  partito  il
    cameriere  sent  rimorso  di non aver nemmeno scritto a Cortis che le
    rincresceva dargli  questa  afflizione;  ma  poi  disse  a  se  stessa
    ch'egli,  con il suo carattere,  si sarebbe irritato e non afflitto di
    quella lettera.  Meglio cos!  Perch  certo  l'amore  di  Cortis  non
    somigliava  alla  inestinguibile  passione  sua.  Egli ora andrebbe in
    collera,  non le scriverebbe pi;  era facile,  durante quel  silenzio
    sdegnoso,  uscirgli  poco  a poco dal cuore.  Ma,  e se venisse a Roma
    subito? Se lo dovesse vedere?
    Elena pass la notte in una veglia affannosa,  tribolata  da  continui
    fantasmi.  Si addorment all'alba e si vide,  in sogno, sulla riva del
    laghetto di Villascura,  sola,  con un volume di  Shakespeare  fra  le
    mani,  fissi gli occhi nell'acqua immobile,  fisse nel cuore le parole
    malinconiche di Porzia nel "Mercante  di  Venezia":  "Il  mio  piccolo
    corpo  stanco di questo gran mondo".
    Alle  sei  si  buss  forte  al  suo uscio,  e perch ella non rispose
    subito, qualcuno aperse a scosse,  a urti,  a colpi,  entr in camera,
    tempestando:
    Santo diavolo,  Gaeta qui?
    Elena  alz  il  capo dal guanciale,  vide suo marito che spalancava a
    furia le finestre.
    Che fornace! sbuff lui, accostandosi al letto. Come va?
    Elena gli rispose sdegnosamente. Era un bel modo di entrare quello? Il
    barone aveva il pelo arruffato,  la cravatta in disordine,  gli  occhi
    lucenti.  Vi  era  in  quel  suo  mugghiare  una bonariet di bestione
    allegro.
    Sei in collera? diss'egli.  Son tre giorni che non ci  vediamo.  E
    allung una mano sul letto, le prese un piede.
    Elena trasal, ritir il piede.
    Lasciami stare diss'ella.
    Bel  modo  anche questo! esclam il barone.  Caro marito,  si dice,
    come stai bono d'essermi venuto a trovare  dopo  quel  tiro  che  t'ho
    giuocato!
    Elena non degn rispondere.
    Colui  trascin  una  poltrona accanto al letto,  vi si sdrai a gambe
    aperte, sbadigliando.
    Sto bono diss'egli. Quanto sto bono!
    Perch ho questa voce soggiunse,  perch ho  questa  facciaccia  di
    diavolo cefalutano, perch ci ho addosso il fuoco dell'isola, voialtri
    pupi del settentrione mi avete per un Sata-liviti, per un Dionigi, che
    so!  Guarda,  tu che sei l'angelo del paradiso,  che non si  degni di
    toccarti un dito, tu mi hai ingannato,  tu ti sei provata di togliermi
    la vita, pupattola mia!
    La vita? interruppe Elena.
    La vita,  la vita!  Quelle quindici mila lire erano l'onore per me, e
    ti prego di credere che quantunque io sia uno scelleratissimo tiranno,
    se avessi a perdere l'onore,  gliela getterei dietro  sul  momento  la
    vita!  L,  tu  hai  fatto il possibile perch'io non avessi il danaro,
    capisci? Ho dovuto dare tre notti al diavolo per averlo. E ora sto qui
    bono come un agnello.
    Si alz in piedi, le si accost con un sorriso:
    E ti voglio bene, cuoruccio mio.
    Ella lo respinse con un gesto.
    Hai paura di Cefal? Allora non ci si va. A quegli altri no,  ma a te
    ti perdono.  Chi sa dove si va. Affogo nel danaro, capisci? Ma bisogna
    voler bene a suo marito, signorina mia.
    Una goccia di vino non l'aveva presa;  ma la fortuna  del  giuoco,  le
    lunghe  veglie e,  per cos dire,  l'amore,  gli mettevano un chiarore
    d'ebrezza negli occhi.
    Hai giuocato? disse Elena.
    Tre notti.  Ho guadagnato ventiseimila  e  cinquecento  lire.  Andrei
    volentieri ad Aix adesso che sono in vena.
    No, no. E l'avvocato Boglietti? Non ci vai subito?
    Accidenti a lui! imprec il barone.  Cosa sai tu? E' stato qui quel
    birbante?  Mascalzone!  che ci andr e lo pagher e gli dar anche  la
    rata di settembre,  e non so se ci si divertir molto.  Ah  stato qui
    il cane? Gli rompo il ceffo, stavolta!
    No disse Elena, non ci  stato.
    Oh allora, come lo sai?
    Non importa.
    E io non te lo domander.  Mi sento di latte e miele stamattina.  Di'
    la verit, io sono un buon diavolaccio, un nuvolone che tuona e non d
    mai grandine. Mi piace un poco di giuocare; niente altro. Non ti posso
    dire i buoni pensieri che mi vengono;  sarei persin capace,  forse, di
    salutar tua madre e tuo zio se m'incontrassi con loro. Bisogna volermi
    bene, bella mia.
    Si chin rapido su lei per un bacio,  ch'ella  ebbe,  voltandosi,  sui
    capelli.
    Va via disse, chiudi le imposte, lasciami quieta!
    Cosa c'? fremette suo marito impaziente.
    Ho la febbre.
    Egli  credette  che  mentisse,  ebbe  un  lampo d'ira negli occhi e le
    afferr il polso.
    Si venne mutando in viso,  e fin con gittar sul letto  quella  bianca
    mano inerte, dicendo:
    Lo fai per dispetto? Oggi avevo anche invitato gente a pranzo.
    Va bene. E' febbre romana. Stasera non l'avr.
    Febbre  romana?  esclam  il  barone  aggrottando  le  sopracciglia.
    Faccio venire un medico.
    Non occorre. So io cosa ci vuole subito subito.
    Cosa?
    Elena gir il viso verso di lui.
    Sicilia diss'ella.
    CAPITOLO UNDECIMO.
    TRA CEFALU' E ROMA.

    "Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefal."
    "Roma, 19 gennaio 1882."
    Elena,
    Una sola parola.
    Tu sei andata in Sicilia, lo scorso luglio, con le febbri,  e non hai
    mai  scritto  niente  a  tua madre,  che lo ha saputo per caso,  pochi
    giorni sono,  dal senatore Clenezzi.  Hai fatto  credere  che  saresti
    ritornata nel Veneto ai primi d'ottobre, e poi hai trovato un pretesto
    per differire sino agli ultimi.  Agli ultimi d'ottobre hai scritto che
    l'apertura del Parlamento era vicina e che non ti pareva opportuno  di
    fare  un  viaggio  cos lungo per tornare subito sui tuoi passi fino a
    Roma.  Il Parlamento fu  aperto;  tu  hai  desiderato  vedere  un  po'
    dell'inverno siciliano,  venire a Roma dopo le vacanze di Natale.  Ora
    tuo marito  qui solo.  Egli nemmeno risponde  alle  lettere  di  casa
    Carr;  notizie  sicure e precise da lui non si possono avere.  La zia
    Tarquinia partirebbe per la Sicilia se  lo  potesse.  Disgraziatamente
    Lao  a letto, come sai, con l'artrite, ed ella non pu muoversi senza
    assoluta  necessit.  Per  conchiudere,  la  zia  mi scrive stamattina
    pregandomi di fare una corsa cost, di venirti a vedere.
    Memore della tua ultima lettera, e siccome io sono, per mia sfortuna,
    alquanto dissimile da te,  siccome non so mutare  animo  e  linguaggio
    cos  prontamente  come  una  attrice  muta  parte e "toilette",  cos
    risponder,  se credi,  che sono occupatissimo e non posso muovermi da
    Roma. Addio.
    Il tuo affezionatissimo cugino D. CORTIS.

    "All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortis, a Roma."
    "Cefal, 23 gennaio 1882."

    Illustrissimo signor deputato.
    Ho  l'onore di rispondere,  a nome e per incarico della illustrissima
    signora baronessa Di Santa Giulia,  alla ossequiatissima  Sua  del  19
    corrente.
    La  nobile signora si trova a letto,  sotto la mia cura,  con leggera
    febbre reumatica,  e non pu quindi scrivere.  Ella significa a Vostra
    Signoria illustrissima che,  salvo questa indisposizione accidentale e
    di nessuna importanza, la sua salute  buona; e che avrebbe moltissimo
    dispiacere se Lei si pigliasse l'incomodo di un  viaggio  cos  lungo.
    Aggiunge  poi  che  la  predetta  indisposizione reumatica  stata gi
    portata a cognizione s dell'eccellentissimo signor barone  che  della
    nobile famiglia Carr.
    La signora baronessa m'impone pure di porgerle i suoi ossequi.
    Sempre agli ordini di Vostra Signoria illustrissima,
    umilissimo e devotissimo
    dottor ANTONINO NISCEMI

    "Allo stesso" (riservatissima).
    Per  espressa  volont della signora baronessa ho dovuto scrivere nei
    termini ch'ella vede la unita lettera e darlene quindi lettura. Ora la
    mia coscienza m'impone di aggiungere, in foglio separato, queste poche
    righe per migliore informazione della Signoria Vostra illustrissima.
    Infatti  la  signora  baronessa,  oltre  a  una  condizione  generale
    anemica,  attualmente affetta, non da febbre reumatica, ma da leggera
    gastrite lenta,  con ingorghi al fegato, probabile residuo di un lungo
    processo infettivo di febbri miasmatiche.  Il male non avrebbe per  s
    nessuna gravit,  ma mi d pena lo stato generale anemico e la estrema
    depressione morale dell'ammalata.  Ho incominciato da pochi giorni  la
    cura  di  certe  nostre  acque minerali che ci vengono da Termini.  Ho
    veduto miracoli di queste acque. Speriamo.
    Io non dico a Vostra Signoria illustrissima di venire,  anche  perch
    la  signora  baronessa mi parve allarmatissima di questo viaggio,  per
    riguardo alla di Lei salute, e risolutissima d'impedirlo, cosicch non
    conviene andar contro alla sua volont.  Debbo solo avvertirla  di  un
    fatto.  Nella  mia visita di ieri fui soddisfatto assai dell'aspetto e
    dell'umore dell'ammalata.  Le avevano recata la  Sua  lettera  proprio
    mentre entravo io,  si pu dire;  ed ella non l'aveva ancora aperta n
    la volle aprire,  malgrado le mie preghiere,  me  presente.  Pare  che
    l'abbia  letta appena rimase sola,  e pass poi parecchie ore agitate,
    una notte cattivissima,  con dolore all'ipocondrio destro,  dispnea  e
    tosse.
    Io non conosco il contenuto della Sua lettera.  So tuttavia ch'Ella 
    stretto congiunto di questa signora impareggiabile, la quale mi sembra
    avere  un  altissimo  e  meritato  concetto  della   Signoria   Vostra
    illustrissima. Vorrei dunque pregarla, nella mia qualit di medico, di
    scriverle,  s,  per il gran bisogno che ha di conforti morali,  ma di
    evitare argomenti che possano turbare il suo spirito.
    Ella mi perdoni, rispettabilissimo signor deputato,  se un sentimento
    di  dovere e di rispettosa affezione per la signora baronessa m'induce
    a parlarle cos arditamente; e mi creda sempre, con profondo ossequio
    Suo devotissimo e umilissimo
    dottore A. N.

    "Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefal".
    "Roma, 27 gennaio 1882."

    Non m'aspettavo l'ossequioso certificato dell'ottimo dottor  Niscemi.
    Una reumatica?  Poca cosa, ma, tanto, sono entrato assai sgarbatamente
    nella tua camera di ammalata.  Perdonami,  cara  Elena.  Non  verr  a
    Cefal, dunque; far invece una chiacchierata romana al tuo capezzale.
    E cercher di essere un poco pi amabile!
    Cosa vuoi?  Sto nella politica fino alla gola e mi ci guasto i modi e
    lo stile.  Si stava meglio nel mio lago dei giardini,  quella notte di
    giugno! La prima immersione nel pelago parlamentare agghiaccia fino al
    cuore.  Vedo  parecchi miei colleghi novellini tuttora aggranchiti dal
    gelo,  smarriti,  malati di nausea e di nostalgia.  Pensano: Qui   il
    cuore,  questa  la sapienza d'Italia?  Lo scorso dicembre un ministro
    ci  venuto a dire che  Bismark  paragonando  l'Italia  politica  alla
    Spagna ci ha fatto onore;  e noi,  vanitose ombre querule, sopraffatti
    in quel momento dalla coscienza, abbiamo taciuto.
    Io studio, intanto; studio uomini e cose per l'avvenire.  Il presente
    non    buono  ad  altro.  Ho  anche  parlato un paio di volte,  molto
    brevemente,  su  argomenti  di  poca  importanza,   per  accordare  lo
    strumento e trovare il "la".  L'ultima volta c'era nella tribuna della
    Presidenza una signora  che  ti  somigliava  molto.  Si  discuteva  il
    bilancio  dell'agricoltura  e io parlavo di boschi.  Ho paura d'essere
    stato,  in grazia di quella signora,  pi fiorito e frondoso delle mie
    foreste.
    Faccio sempre,  malgrado la politica,  delle cavalcate mattutine.  Il
    tenente colonnello B...  addetto ora al Comando generale  dello  Stato
    Maggiore,  mi presta una sua piccola baia che salta all'irlandese come
    le lepri. Stamattina ho fatto una galoppata fuori porta Maggiore,  per
    via Prenestina,  in cerca del Tempio della Quiete; non c'era una volta
    un Tempio della Quiete da quelle parti l? Ma  scritto, credo, che un
    tal tempio non lo trover mai. Faceva sereno in cielo, caldo,  polvere
    e verde in terra: le montagne avevano uno spruzzo di neve. Passai quel
    gran  pino  a  destra,  e  lo  scoglio  a sinistra su cui sedemmo,  ti
    ricordi?  fra i papaveri,  a guardar il subito mare della campagna,  e
    tutte  quelle  tombe,  quegli  spettri d'acquedotti.  La cavalla mi si
    piant sulle quattro zampe a mezzo chilometro di l,  sul sentiero che
    taglia la via Labicana, presso a una tomba quadrata. Forse la credette
    il Tempio della Quiete,  perch  intelligente;  forse ud il treno di
    Napoli fischiar da lontano nel silenzio.  Lo  udivo  anch'io,  pensavo
    alla Sicilia e a te,  ma in un modo nuovo, penetrato dalla calma delle
    solitudini.
    Roma, citt dell'anima; chi ha detto cos? Io non mi ricordavo pi di
    avere un corpo e, sopra tutto,  un cavallo fra le gambe.  C' caso che
    ammali  di  misticismo miasmatico con estasi al cervello?  Non sarebbe
    proprio la mia tendenza; per c' dei cattivi indizi.  Figurati che mi
    viene  qualche  volta  l'idea di vivere nel palazzo di Settimio Severo
    con Tommaso da Kempis e i corvi.
    Chiacchiero troppo, forse, e tu ti stanchi. Dovresti farti leggere le
    lettere dall'ottimo dottor Niscemi che potrebbe interrompere le troppo
    lunghe con qualche "sar continuato".  Il consiglio viene un po' tardi
    per questa volta,  ma pure non  da buttar via,  perch io ti scriver
    ancora e presto e a lungo.  Addio,  cara Elena.  Salutami l'eccellente
    dottore e abbiti una cordiale stretta di mano del
    tuo affezionatissimo cugino CORTIS.

    "Al dottor Antonino Niscemi, a Cefal."
    "Roma, 27 gennaio 1882."

    Egregio signore.
    Gratissimo a Vostra Signoria della Sua lettera riservata, La prego di
    volermi   fornire   informazioni   frequenti  ed  esatte  sullo  stato
    dell'ammalata.  Se peggiora,  o anche solo se  non  vi  ha  un  pronto
    miglioramento, Le consiglierei di scrivere direttamente e segretamente
    alla  contessa Tarquinia Carr.  Ove Ella non credesse di poterlo fare
    per riguardi personali,  m'incaricherei volentieri io stesso di far s
    che la contessa venisse a Cefal senza comprometter Lei.
    Ho  scritto  oggi  stesso  a  mia  cugina  giusta i Suoi consigli;  le
    riscriver presto;  ma prima desidero conoscere  l'effetto  di  questa
    seconda  lettera.  Io ho moltissima stima di mia cugina e siamo sempre
    stati buoni amici,  ma qualche volta non c'intendiamo e allora  io  le
    dico il mio parere forse un po' troppo bruscamente.
    Mi creda suo devotissimo
    DANIELE CORTIS.

    "All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortis, a Roma."
    "Cefal, 31 gennaio 1882."

    Illustrissimo signor deputato,
    La  signora  baronessa  ha  ricevuto  l'altro ieri,  marted,  la Sua
    lettera.  Io non ero presente ed ella non me ne ha ancor detto  nulla.
    Lo  seppi  dalla  cameriera,  la quale mi soggiunse che la signora non
    parl, ma che i suoi occhi erano molto contenti.
    Io pure sono molto contento della nuova cura.  Abbiamo da due  giorni
    un  miglioramento sensibile.  Ieri la baronessa,  che  solita passare
    dal letto a una cislonga,  pot fare qualche passo per la casa,  e  mi
    confess  che  da un pezzo non aveva preso cibo con minore ripugnanza.
    Stamattina la trovai a piangere. Mi disse,  sorridendo fra le lagrime,
    che  era  commossa  di  sentirsi  cos  bene  e che si godeva tanto di
    piangere.  Effetto di debolezza.  La debolezza  ancora  grande  e  la
    dieta non pu essere finora che lattea e vegetale;  ma, se arriviamo a
    far tollerare il ferro e le carni, spero in un pronto ristabilimento.
    Con profondo ossequio
    Suo umilissimo e devotissimo
    Dottor A. NISCEMI.

    "Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefal.
    "Roma, 4 febbraio 1882."

    Cara Elena,
    N mi rispondi,  n mi fai rispondere quando una parolina basterebbe.
    La  mia  coscienza  dice che avrei fatto bene ad accontentar tua madre
    senz'altro.
    Questa reumatica non  partita?  E il dottor Niscemi  egli "  bout"
    della sua letteratura? Le equazioni a due incognite non sono mai state
    il mio forte.
    L'altro  giorno  ti  ho  scritto  dalla  Camera;  oggi scrivo nel mio
    quartierino di via Principe Amedeo, con le finestre aperte a un tepido
    sole petrarchesco,  a una primavera platonica,  a tutte le  trombe,  a
    tutti  i  fischi  di  quanti  "tram" e locomotive Lucifero ha messo al
    mondo.  Se ci fossero stati cent'anni fa,  Alfieri non avrebbe potuto,
    suppongo, scrivere la "Merope", come la scrisse, secondo una lapide, a
    pochi passi da casa mia; e io non avrei fatto ridere, vociando come un
    forsennato nel teatrino del mio collegio:

    "Ahi, quanta  impresa il mantenerti, o trono!"

    Questo  dei  rumori  un guaio,  ma ho la veduta libera sulla discesa
    del Viminale,  un guazzabuglio pittoresco di tetti scaglionati;  al di
    l della strada,  proprio qui sotto ci ho un bel tappeto verde,  degli
    agave, delle rose, dei zampilli; e a sinistra, in capo al cannocchiale
    della via ombrosa, uno sfondo di cielo,  i monti Albani.  Sono lontano
    dalla Camera, ma in quei quartieri laggi non ci potrei vivere e, fino
    a  quando Settimio Severo non m'appigiona una sala,  mi attengo a Roma
    buzzurra.
    A proposito di Camera,  l'altro giorno mi scordai  di  dirti  che  ho
    parlato anche in favore dei frati: proprio, dei frati francescani. Oh!
    dice Lei.  S,  signora, dico io, e ho fatto molto bene, quantunque le
    mie parole sieno cadute sulla strada o fra le spine. Figurati che si 
    raccomandato al ministro  di  largheggiare  nei  sussidi  alle  nostre
    scuole   laiche   d'Oriente  e  di  affamare  le  scuole  tenutevi  da
    corporazioni religiose.  Il ministro ha risposto  timido  timido,  non
    convinto  in cuor suo,  ma inchinandosi a tanta sapienza: "C'est bte,
    mais c'est comme a".  Solo un signore di Sinistra ha osato dire  che,
    se noi viviamo nella luce della filosofia e della scienza, quei poveri
    asiatici  stanno ancora nell'ombra della religione;  e che,  volendoli
    pigliare,  bisogna pigliarli per quel verso,  come fa la Francia!  Gi
    qui non si  buoni che a dire: "Vedete come fa la Francia! Vedete come
    fa l'Inghilterra!".  A questo modo io dispero che si arrivi mai, negli
    altri paesi,  a dire: "Vedete come fa l'Italia!".  Stavolta per  quel
    signore l'aveva imbroccata giusta,  e ho parlato anch'io in nome di un
    interesse politico,  per quei poveri grandi cuori che tanto fanno  per
    un'idea,  che  non  cercano  fama,  n onori,  n ricchezze,  e che si
    vorrebbero lasciare in abbandono da questi piccini ben pasciuti liberi
    pensatori della Commissione del bilancio.  Non  li  ho  mica  chiamati
    cos,  sai,  alla Camera;  li ho turibolati,  anzi.  Dopo aver parlato
    dell'interesse italiano,  pregai la loro alta sapienza di  considerare
    se la nostra stessa splendida civilt, che ora produce, all'infuori di
    ogni azione religiosa, tali luminosi Parlamenti, non abbia pi bisogno
    di  adoperare  il  "Vangelo";  nel  qual  caso  ci  sarebbe  una certa
    convenienza di restituirlo all'Oriente che ce l'ha prestato,  e quindi
    di aiutare quei frati a somministrarlo.  Sull'atto il mio discorso non
    fece n caldo n freddo.  Molti si congratularono meco  e  mi  diedero
    ragione,  ma dopo la seduta e fuori dell'aula. Posso per dire che fui
    ascoltato pi delle altre due volte.
    Una signora voleva persuadermi,  giorni sono,  di andare dal Papa con
    lei e altri.  Ho rifiutato,  non potendovi andare con il mio nome e la
    mia qualit di deputato al  Parlamento.  Mi  accontento  di  visitare,
    quando  posso,  quell'imo  Pontefice  che dice il "De profundis" nella
    confessione di San Pietro, e che fa tanto pensare il mio cuore.
    Ho bisogno di Dio,  cara Elena;  sento che la  mia  vita  deve  ormai
    rispondere rigorosamente alle opinioni che manifestai agli elettori, e
    per le quali combatter.  E' anche un dovere politico: bisogna fare un
    pezzo solo con la propria bandiera se deve star salda.
    Ci vuol dire, cara,  che le mie passioni non saranno un pericolo per
    alcuno.  Quella  che pi temo  la collera;  vedr tuttavia di star in
    riga e di non schiaffeggiare la gente che se lo merita.  Prega per  me
    riguardo  a  questo  ultimo  pericolo,  perch  qui  si  tentati ogni
    momento,  tanti sono gli esseri volgari,  tronfi e villani;  io non ho
    moltissimo  tempo  di  pregare!  Non  sono  per  di coloro che la zia
    Tarquinia chiama "turchi".  Domenica scorsa sono andato a messa a  San
    Pietro e vi ho udita poi una musica straordinaria. Non mi hanno saputo
    dire di chi fosse. Io sono un barbaro in fatto di musica, ma quella l
    mi ha fatto una impressione!  Mi parve una profezia sinistra rotta dal
    pianto.  Quando uscii di chiesa il cielo era nero  sul  Vaticano,  una
    occhiata di sole incendiava la fontana di sinistra,  il colonnato e il
    palazzo; in piazza non c'era un'anima. Che presentimenti mi vennero di
    tempesta e di rovina!  "Tout cela passera comme une  voix  chantante."
    Fra quanti anni?  O fra quanti secoli?  Si ha un bel fare, ma i nostri
    nipoti o i nostri pronipoti vedranno quel giorno. Un poeta, amico mio,
    mi diceva l'altro d che i caratteri  indecifrabili  di  tutti  questi
    obelischi  gli  mettono  paura,  gli  paiono  tanti "Mane",  "Techel",
    "Phares" per la citt eterna.  Io non so  leggere  gli  obelischi,  ma
    leggo  e  compito  un poco gli uomini e le cose passate e presenti,  e
    vedo incominciato un discorso che, dopo Dio sa quante virgole e quanti
    punti, deve andare a finir male. Non mi perdo di coraggio, per questo.
    Se si arrivasse a salvar una generazione o due,  ti parrebbe poco?  Ma
    m'irrita  la  cecit di certuni;  m'irrita di udire,  per esempio,  il
    deputato L.,  un grande galantuomo,  dire che se si vogliono  ottenere
    migliori  condizioni  per gli operai,  bisogna predicare,  non mica la
    verit e la vita futura, ma il tornaconto. Come se non fosse d'egoismo
    ai visceri che il secolo soffre.  L'una e l'altra cosa,  doveva  dire.
    Del  resto  io  invidio chi vedr,  s,  le rovine di San Pietro e del
    Vaticano,  ma vedr pure i sublimi pontefici degli ultimi  giorni,  se
    saranno secondo la mia immaginazione e il mio cuore.
    Mia  madre    ancora a Lugano e vorrebbe venire a Roma.  Io ho fatto
    pagare i suoi debiti,  le ho assegnato una mesata  sufficiente,  ma  a
    patto che viva dove e come voglio. A Roma no; almeno fino a che ci sto
    io.
    Partir  presto  per Villascura dove mi godr le vacanze di carnevale
    nella neve,  probabilmente.  Ma prima mi tratterr in citt un paio di
    giorni con tua madre e tuo zio,  che sta sempre, scrivono, allo stesso
    punto.  Sai chi mi parla spesso di te?  Il  buon  Clenezzi,  che  vedo
    qualche  sera in casa D.  Non posso incontrarlo una volta,  neppur per
    via,  senza che mi dica nel suo particolare idioma di  confidenza,  un
    quarto italiano e tre quarti bergamasco: "E ix?  Ha notissie?". E' un
    gran caro uomo, la perla del Senato. Addio Elena. Come vedi, non ti ho
    risparmiate le chiacchiere. Ora fammi tu saper qualche cosa di te.  Ti
    stringo cordialmente la mano.
    Il tuo affezionatissimo cugino
    CORTIS.

    "All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortis, a Roma."
    "Cefal, 8 febbraio 1882."

    Illustrissimo signor deputato,
    La    guarigione   della   signora   baronessa   procede   abbastanza
    lodevolmente, grazie a queste nostre acque di Bivuto. Ma ora,  per non
    ricadere,  ci  vorrebbero  certi farmachi che l'infelice medicuzzo non
    tiene e il miserabilissimo speziale nemmeno.  La mia cara Cefal non 
    pi  aria  per  questa  signora.  Io  l'ho scritto all'eccellentissimo
    signor barone,  ma siccome Vostra Signoria Illustrissima certo conosce
    tante  cose  e  tante  persone,   cos  lo  scrivo  anche  a  Lei.  Il
    ragionamento,  s'Ella ci riflette su,   forse un poco cefalutano,  ma
    buono.
    Io  credo  che  la  signora  non pu avere qui una buona respirazione
    morale.  Pare ora che la signora contessa sua  madre,  visto  ch'Ella,
    signor  deputato,  non  pu  muoversi  di  Roma,  intenda  venir lei a
    portasela via.  La baronessa Elena sfavillava  di  gioia  quando  ebbe
    questa lettera; poi mi disse che non sarebbe mai pi partita da Cefal
    e  and  al balcone sul mare come per vedere il tramonto,  ma in fatto
    per piangere, secondo il solito. Io non capisco.  Teme ella di doverci
    restar per sempre,  a Cefal,  o lo desidera? Ora si direbbe una cosa,
    ora l'altra.  Ma ella conduce qui la pi misera vita  del  mondo.  Non
    vede  nessuno  tranne  mia  moglie  che ha,  poverina,  una soggezione
    terribile, ed  una eccellente compagnia per me, ma non per la signora
    baronessa.  In barca non ci pu  andare  perch  si  smarizza  dubito;
    cavalli  non  ne tiene;  passeggiare non pu ancora molto.  Suonerebbe
    tutto il d certe musiche  barbare  da  fare  sbadigliare  la  Sicilia
    intera,  e  lei  ci si rimescola ch' una piet.  Io vengo,  la faccio
    smettere; ma poi passa per la via com' successo ieri,  un mascalzone,
    cantando:

    "Ventu marinu, dimmi comu ha statu"

    e  la  signora  mi  si  commuove  peggio di prima.  E' vero che quello
    straccione  pescator  di  sardelle  aveva  una   maledetta   voce   di
    violoncello, dolcissima, e che la sua musica non era tedesca.
    Preme dunque,  illustrissimo signor deputato, preme infinitamente che
    la signora baronessa se ne vada presto,  se ne vada lontano,  che viva
    lietamente  in  mezzo  a  gente lieta,  e faccia della santa musica di
    Cimarosa.
    Con profondo ossequio
    Suo umilissimo e devotissimo
    Dottor A. NISCEMI.

    "All'onorevole Daniele Cortis
    deputato al Parlamento, a Roma."
    "Cefal, 14 febbraio 1882."

    Faccio bene a scriverti?  Faccio male?  Non lo so.  Perdonami  questo
    esordio incoerente. Sono stata malata pi che non credi. Ora guarisco,
    Dio solo sa perch,  ma non sono pi Elena,  non ho pi la mia volont
    forte,  sono una foglia che trema ad ogni vento;  anche l'intelligenza
    mi si  confusa,  il cuore  debole debole,  piango di nulla, m'irrito
    di nulla, son troppo bambina, son troppo donna.
    Ho avuto una lettera strana che mi ha turbato infinitamente.  E'  tua
    madre  che  mi  scrive,  che  mi  scongiura d'interpormi presso di te.
    Vorrebbe vivere teco.  Ella  dice  "morire"  vicino  a  te,  ma  forse
    s'inganna: non si muore quando tutto lo promette e tutto v'invita!  Ma
    perch si rivolge a me?  Le hai tu parlato di me?  Il primo istinto fu
    di risponderle: Io sono gi morta; si rivolga altrove; Le auguro tutto
    il  bene  possibile.  Poi  ho pensato: Daniele mi ha scritto due buone
    lettere, tanto interessanti;  io lo ringrazier e gli parler anche di
    questo. Povera donna, mi prega con un calore tale! Ci sono anche delle
    cose  misteriose  nella  sua  lettera,  delle  allusioni  che  non  si
    intendono. Pare che qualcuno della mia famiglia le abbia fatto un gran
    male.
    Chi sar?  Ma non  questo che mi tocca: non puoi credere quanto sono
    diventata  indifferente  a  certe  cose,  con  la  mia  sensibilit in
    disordine. E' proprio lei che mi fa pena;  ti trovo troppo severo,  ti
    temo  ingiusto!  Hai  trovato  una donna corrotta;  ma non  anche una
    donna infelice?  E quanta parte  avranno  avuta  nelle  sue  colpe  la
    natura,  gli uomini, le cose? Permettile di venire a Roma, di parlarti
    qualche volta,  di vederti,  almeno;  almeno di  vivere  nello  stesso
    paese,  di  saper che se muore puoi esser l al suo letto in un attimo
    ad udire le sue ultime parole.  Chi sa cosa pu  uscire  da  un  cuore
    quando si rompe?  Dev'essere un momento ben felice quello di sentir la
    fine e di poter dire tutto.  Sono sicura che  di  momenti  felici  tua
    madre non ne ha avuti molti; concedile questo. Ti dico io di prenderla
    con te?  No, mai. La donna che io desidero con tutta l'anima di vedere
    in casa tua, dev'essere interamente nobile e pura;  ma piet anche per
    l'altra!  Daniele,  io  lo  so,  Dio  castiga  le  virt altere che si
    ribellano al contatto di un povero essere debole,  tentato  e  caduto.
    Sei tanto forte: sii pietoso.
    La  testa  mi  si  smarrisce  e  il  dottor Niscemi mi sgriderebbe se
    sapesse che ho scritto tanto.  Domani vuol condurmi a Cerda e quindi a
    Termini  per una visita di gratitudine a certe acque ch'egli si figura
    di avermi fatto prendere.  Pover'uomo,  se sapesse  quanto  poco  l'ho
    ubbidito!  Spero in una tua lettera,  in una buona notizia. Lascia che
    faccia anch'io un po' di bene a questo mondo e credimi sempre
    tua affezionatissima cugina
    ELENA DI S. G.

    "Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefal.
    "Roma, 18 febbraio 1882."

    Povera  Elena,  c'era  proprio  bisogno  di  venirti  a  turbare,   a
    contristare anche te, sola, malata, fuori del mondo! Ho avuto un colpo
    di collera nell'apprenderlo. Anche te!
    S,  ti ho nominata a mia madre lo scorso giugno,  a Lugano, e voglio
    dirti come.  Ella  mi  fece  un  discorso  sibillino  per  dissuadermi
    dall'aver  relazione  con  la famiglia Di Santa Giulia.  Io credetti a
    qualche calunnia stupida perch ella aveva dei corrispondenti  segreti
    a Villascura. Protestai e nel protestare dissi il tuo nome. Allora mia
    madre dichiar che non aveva inteso alludere a te, bens a tuo marito.
    Non  si  spieg  di  pi,  quella  volta: promise di riparlarmene.  Ma
    intanto io dovetti partire a precipizio da Lugano e non la rividi.  N
    lei n io toccammo pi, scrivendo, questo argomento. Confesso anzi che
    non ci pensai pi. Pur troppo vi  un tal baglior d'oro e un tal suono
    falso in tutte le parole di quella donna,  che nessuno le pu accettar
    per buone. Voleva dirmi, probabilmente,  ci che io subito pensai;  il
    mio sdegno le fece mutare strada l su due piedi,  ed ella ne usc con
    la prima invenzione che la soccorse.
    Tu mi preghi per lei, Elena,  mi trovi severo,  ingiusto,  mi domandi
    piet.  Tante  parole?  Non  era necessario dirmi ingiusto;  tu non la
    conosci e non sai!  Mi pareva pi opportuno che restasse dov',  fuori
    del mondo,  sotto la vigilanza,  per,  di persona fidata. Ma verr in
    Roma,  e verr in casa mia,  perch ella    tale  che  io  non  posso
    lasciarla qui sola,  libera di scegliersi l'ambiente e le amicizie che
    pi le talentano. Non pensare a me, cara Elena,  n alla moglie ideale
    che mi desideri.  Non amo, non amer mai; non vi  pi tempo nella mia
    vita,  non vi  pi posto nel mio cuore per quest'amara vanit;  e una
    famiglia  mi sarebbe d'impedimento.  Ho gi la cara famiglia delle mie
    idee.  Sai che tua madre diceva qualche  volta:  gi,  quando  Daniele
    sposa un'idea!  Ecco,  ne ho sposate, le amo, le possiedo, e se Dio ci
    aiuta metteremo insieme al mondo una forte prole.  Lo dicevo iersera a
    M. camminando al chiaro di luna sotto i lecci della Trinit dei Monti.
    M.,  con tutta la sua imbottitura di stoppa che chiama statistica e la
    sua gotta che chiama nevralgia,   innamorato morto e mi faceva le sue
    confidenze.  Poi  mi chiese le mie.  Io gli mostrai la luna.  "Oramai"
    dissi,  "non capisco altri amanti che Caligola:  'plenam  fulgentemque
    lunam  invitabat  assidue in amplexus.' Questo  un latino che intendi
    anche tu.
    Ah,  cara Elena,  quante volte,  pensando ai miei ideali,  mi  faccio
    l'effetto  di  un  babbeo che contempla la luna con una scala in mano!
    Per fortuna sono dubbi che passano,  e la mia  fede  in  me  stesso  
    pronta a ben pi dure prove che le presenti.  Ma che lavoro ingrato su
    questo floscio buon senso italiano che domanda a tutte le  audacie  il
    bilancio  preventivo  e ha tanta paura di passar per poco pratico,  e,
    sopra tutto,  di perder l'ora del pranzo e la pace  della  digestione!
    Siamo,  in fondo,  un popolo di droghieri. Ecco quello che tocca a me,
    per esempio.  Per maturare le idee,  bisogna metterle  al  sole.  Alla
    Camera  ce  n'  troppo  poco.   Ci  vuole  un  giornale.  Mi  occorre
    assolutamente un giornale e non puoi credere quanto mi costi  metterlo
    in piedi, bench molti, anche miei colleghi, consentano meco a parole.
    Quando si tratta di fare, tutti sono linci per le difficolt: il paese
    non  preparato,  il momento non  buono, il mio programma di politica
    interna non si pu attuare se non con Trento e l'Istria in tasca, e di
    ci non deve parlarsi.  Tu  rispondi  che  appunto  il  paese  bisogna
    prepararlo,  che  al momento buono bisogna trovarsi a posto e che,  se
    tutto dipende da un gran successo di politica estera e  dal  ministero
    che l'otterr, bisogna incominciare dal combattere questo che c' ora.
    E  allora cosa ti si replica?  Niente di chiaro,  ma si capisce che un
    droghiere non vuol seccarsi,  un altro non  vuol  arrischiare  i  suoi
    danari,  un terzo ha paura degli amici,  un quarto degli elettori,  un
    quinto, anzi, una folla di droghieri,  trema di passare per clericale.
    Riuscir  malgrado  tutto,  ma  mi  ci  vuole  una energia e una certa
    perseveranza. E ora lasciamo questi fastidi.
    Sei stata malata, dici,  pi che io non creda.  E perch macchiare la
    coscienza  del troppo docile dottor Antonio?  Comprendo abbastanza che
    tu ne abbia fatto mistero con tua madre;  ma con me?  E come posso ora
    io credere al tuo "guarisco"?
    Tanti  saluti di Clenezzi.  Ho saputo iersera che adora la musica pi
    ancora del vino d'Albano e di un certo  cibo  bergamasco,  che  chiama
    "casonsi"  e che va a mangiare una volta per settimana in Trastevere,
    da un oste suo compatriota.  Iersera c' stata in casa S...  una mezza
    accademia  di  musica  antica,  e  donna  Laura  cant  un'arietta del
    Pergolese che trasse  delle  vere  lagrime  al  nostro  vecchio  amico
    valbrembano.  Io  scherzai un po',  gli dissi che te lo avrei scritto.
    "Certo" rispose,  "e le  mandi  anche  l'aria  o  almeno  i  versi  di
    Metastasio che valgono,  essi soli,  tutti i moderni elzeviri." Eccoli
    come li ho trascritti dalla musica di donna Laura:

    "Se cerca, se dice.
    L'amico dov'?
    L'amico infelice,
    Rispondi, mor.
    Ah no, s gran duolo
    Non darle per me,
    Rispondi, ma solo:
    Piangendo, part."

    Mi ricordai, rincasando,  di un aneddoto che mi raccontava il maestro
    Braga,  il  gran violoncellista,  e che non so d'avere mai trovato nei
    libri.   L'"Olimpiade",   dove  si  trova  quell'aria  l,   fu   data
    all'Argentina e fischiata brutalmente.  Il povero Pergolese,  ferito a
    morte,  pieg sul suo stallo d'orchestra,  si nascose il viso  tra  le
    mani. Il teatro si vuotava ed egli era sempre l, prostrato, quando la
    mano  di  una  persona invisibile usc da un palchetto,  gli gitt dei
    fiori e disparve.
    Fortunato lui,  perch non vi  premio migliore nella  nostra  misera
    vita che questi fiori di una persona invisibile. Credi tu, cara Elena,
    che Pergolese e lei sieno ora insieme? Ti confesso che tornando a casa
    mi  son  posto  anche questo problema,  poich lo scrutinio di lista 
    votato e non ci si pensa pi.
    La Camera s' prorogata al due marzo. Io parto domattina;  passer il
    luned  e  forse  anche  il  marted grasso in casa Carr.  Poi vado a
    Villascura.  Ci ho  dei  fastidi  anche  l.  Circolano  proteste,  si
    raccolgono firme contro i miei discorsi e i miei voti.
    Mi fischieranno;  che importa? Nessuna mano mi gitter fiori; sia! Se
    avessi uno stemma,  vorrei questo motto: "Contro i pi".  Addio,  cara
    Elena. Credi tu che Pergolese e lei sieno ora insieme?
    DANIELE.

    "Al senatore G. B. Clenezzi, a Roma."

    Caro Clenezzi,
    So  ch'Ella  mi    sempre  stato un buono e fedele amico;  so che si
    ricorda ancora di me dopo tanti secoli;  anzi La ringrazio  di  avermi
    fatto mandare, quindici giorni or sono, dei versi che hanno toccato il
    cuore  a me come a Lei,  anche senza la musica del Pergolese e la voce
    di donna Laura. Ma per me, caro Clenezzi, la poesia  morta o almeno 
    partita piangendo,  come dicono quelle strofette che io  ricambio  con
    ingrata  prosa.   Oramai  preferisco  la  prosa,   quantunque  triste,
    quantunque dura.  Sono come qualcuno che,  avendo perduto una  persona
    cara,  si  mette tutto negli affari pi aridi,  pi molesti e fugge la
    musica.
    Lei sa che il 31 marzo scade l'ultimo pagamento  che  deve  fare  mio
    marito,  secondo  la convenzione con l'avvocato Boglietti,  sotto pena
    del procedimento penale.  Ora credo che ci troviamo in pessime acque e
    che  mio marito non potr assolutamente pagare.  Le dir tutto: non mi
    costa affatto il parlarne.  Una piccola malattia da  cui  esco  mi  ha
    affatto spostata la sensibilit. Certe inezie mi fanno piangere, certe
    rovine mi lasciano indifferente.
    Quando  dunque  mio marito and a Roma nel novembre dell'anno scorso,
    credo che del soffio di fortuna toccatogli,  com'Ella sa,  in  estate,
    non  rimanesse  quasi  pi  traccia.  Il  pagamento  di settembre,  e,
    probabilmente, altri debiti urgenti, avevano consumato quasi tutto. E'
    anche per questo che io restai  a  Cefal,  desiderando  evitare  ogni
    spesa superflua.  Mio marito mi lasci,  partendo,  pochissimo danaro.
    Appena partito lui, scopersi una quantit di debitucci anche qui,  con
    operai,  con piccoli commercianti, da arrossirne! Io avevo da parte la
    somma speditami a Roma da mio zio lo scorso luglio e  che  Lei  ritir
    per  me  dalla  Banca  Nazionale.  Mio marito non ne sapeva niente,  e
    poich,  allora per allora,  dopo la sua vincita  al  giuoco  non  gli
    occorreva pi, io la serbavo per l'ultimo pagamento, certa com'ero che
    ci si sarebbe trovati alle strette da capo.  Della povera gente veniva
    da me tutti i momenti per avere il  suo.  Scrissi  a  mio  marito.  Mi
    rispose  che  persuadessi  costoro  ad aver pazienza,  che per ora non
    poteva assolutamente soddisfarli.  Cosa dovevo fare?  Pagai con questi
    danari che avevo in disparte.
    Mio  marito  fece una corsa qua dieci giorni sono.  Seppi dopo la sua
    partenza che ha cercato invano di contrarre un prestito. Seppi altres
    che la persona  cui  si  rivolse  era  disposta  a  dargli  una  somma
    ragguardevole  purch  la  cambiale  fosse  sottoscritta  anche da mia
    madre.  Mio marito ruppe le  trattative.  Non  n'ebbi  sorpresa.  Egli
    insistette  lungamente,  l'anno  scorso,  presso la mia famiglia,  per
    avere del danaro che gli fu ricusato,  e pot pensare,  per effetto di
    un  equivoco  inutile a raccontarsi,  che mio zio,  mia madre ed io ci
    fossimo fatti giuoco di lui.  Ora Ella comprende la sua  fierezza.  Lo
    credo  capace  di  affrontar  qualunque  rovina piuttosto che accettar
    niente da noi.  Vi  questo buon metallo nel suo  carattere,  e,  ogni
    volta  che  vi  cade su un gran colpo,  suona.  Quando seppe che avevo
    pagato quei piccoli creditori di cui Le parlai,  and  sulle  furie  e
    volle farmi subito un'obbligazione per l'intera somma sborsata. Io gli
    toccai  allora  del  prossimo  pagamento;  mi rispose che non avessi a
    incaricarmene. Adesso mi si riferiscono delle mezze frasi sinistre che
    gli sarebbero sfuggite qui;  e forse qualche ambigua parola la disse a
    me pure.  Anche l'estate scorsa, in Roma, mi parl di quel che avrebbe
    fatto,  non potendo salvar l'onore;  per allora tornava  dal  giuoco,
    ebbro di fortuna.
    Caro  Clenezzi,    una  cosa  semplice.  Tutto quello che farebbe la
    moglie pi devota al proprio dovere,  voglio farlo.  Quale via  tenere
    non  lo  so;  e  non  posso pensarci,  proprio fisicamente.  Se Lei mi
    dicesse: bisogna dare tutto fino all'ultimo anello,  vivere di carit,
    io  darei  tutto e morrei,  ecco.  Mi dica dunque che debbo fare.  Lei
    penser:  perch  non  scrive  alla  sua  famiglia?   Debbo  scrivere?
    Scriver.  Ma  in ogni caso bisogner che il danaro sia spedito a Lei,
    che Lei abbia la bont d'aggiustar la cosa  con  l'avvocato  Boglietti
    come  creder meglio,  conoscendo l'animo di mio marito verso i Carr.
    Quale somma chieder? Mi risponda subito, perch aspetto mia madre fra
    pochi  giorni.   Vorrebbe  venir  per  mare,   ma  potr  anche  mutar
    itinerario, e passare da Roma, se occorre che porti questo danaro. Mio
    zio   appena convalescente e non vorrei scrivergli una lettera simile
    quando sar solo.
    Ho rimorso,  amico  mio,  d'imporle  tanti  fastidi  per  un  po'  di
    gratitudine  stanca  e  fredda.  Non  mi  sento  neppur il coraggio di
    offrirgliela. Le dir solo: faccia un'opera buona.  Vorrei tanto farne
    anch'io e non posso!  Non parli a nessuno di questa lettera, e, quando
    pu pensare alle cose inutili, pensi anche a me.
    L'amica sua
    ELENA CARRE' DI S. G.

    "Alla baronessa Elena Carr Di Santa Giulia, a Cefal.
    "Roma, 7 marzo 1882.

    Gentilissima amica,
    Da quattro giorni sono inchiodato in casa con i miei  dolori  soliti.
    Che fare? La cosa premeva forse pi di quel che Lei crede. Mi perdoni,
    ho  fatto  chiamare  suo  cugino  il deputato Cortis,  per il quale ho
    grande stima,  gli ho detto tutto e l'ho pregato di fare le mie  veci.
    Credo  per  verit  che  in questo momento sia sopraccarico di lavoro:
    Commissioni parlamentari,  un giornale da fondare,  il riscatto  delle
    ferrovie  venete  che  l'occupa  moltissimo.  Non  saprei tuttavia chi
    potesse incaricarsi  con  maggiore  interesse.  Infatti,  appena  ebbi
    pronunciato  il  Suo  nome,  s'impadron  del mandato,  pi che io non
    glielo abbia offerto.
    Per parte mia non posso che darle un consiglio: venire a Roma.
    Scusi  la  calligrafia:  sono  costretto  di  scrivere  con  la  mano
    sinistra.
    Le  bacio  la  mano  con la pi viva speranza di presto vederla.  Suo
    devotissimo
    G. B. CLENEZZI

    "Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefal."
    "Roma, 14 marzo 1882."

    Non dolerti di me,  cara Elena: non potevo rifiutare  un  servigio  a
    Clenezzi che malediva la gotta.  Per quell'ottimo uomo farei qualunque
    cosa, anche la parte dell'intruso.
    Sono andato dunque  dall'avvocato  Boglietti  marted  7,  ma  era  a
    Firenze  per  una  causa,  e  seppi  che  non sarebbe tornato prima di
    iersera. Lo vidi stamattina,  gli parlai e sono incaricato da Clenezzi
    di  riferirti  cosa  si  conchiuso.  Boglietti era molto inquieto per
    questa scadenza. La somma, che comprende capitale,  interessi e spese,
    ammonta  a  lire 16800.  Io credetti rassicurare l'avvocato dicendogli
    che,  se il suo debitore non  fosse  stato  in  grado  di  pagare,  la
    famiglia  Carr  avrebbe  sicuramente  provveduto.  Lo persuasi quindi
    dell'opportunit  di  astenersi  per  qualche   tempo   da   qualunque
    procedimento  contro tuo marito,  quand'egli non adempisse all'obbligo
    proprio.  Si convenne che mi avvertirebbe subito del mancato pagamento
    e che aspetterebbe il danaro sino al 15 aprile.  Ora Clenezzi che, tra
    parentesi, sta meglio, chiamer a s tuo marito, e,  parlandogli quasi
    a  nome della Presidenza del Senato,  gi mescolata a questa faccenda,
    gli domander se crede di poter pagare; rispondendo egli negativamente
    gli prometter di ottenergli una proroga.  Intanto,  voi avrete  agio,
    fino  al  15  aprile,  di  fare  il  pagamento  e  di cercare o no una
    spiegazione per tuo marito.
    Scrissi a mia madre di venire a Roma appena le sar possibile. Poich
    la cosa deve farsi, si faccia subito.  Pare che arriver verso la fine
    del mese.  Ho preso da domani,  15, un appartamento in piazza Venezia.
    Strepito grande: mia madre vi si deve divertire.  Non  so  perch,  mi
    pare che stando con lei preferir anch'io lo strepito alla quiete.  Ma
    questo che importa?  In altre circostanze il viver con lei mi  sarebbe
    un  sacrificio  incomportabile;  ora  ci sono quasi indifferente,  non
    posso in coscienza farmi un gran merito presso di te se ho ceduto alle
    tue preghiere.
    E' probabile ch'io rassegni presto le mie dimissioni da  deputato.  E
    anche di questo che te ne importer?  Ah,  Elena,  Elena, faccio forse
    male a scriverti cos,  ma se  il  mio  cuore  certe  volte  trabocca,
    bisogna  bene  che  n'esca  del  sangue amaro.  Ho dunque ricevuto dal
    collegio  una  lunga  lettera  di  protesta  contro  la  mia  condotta
    parlamentare.  Non  crederai mica che l'amaro stia qui?  La lettera ha
    226 firme;  non ti so poi dire  quante  sieno  false,  quante  di  non
    elettori.  Ne  fu  spedita  una  copia autentica alla Presidenza della
    Camera.  Questi 226 imbecilli non si  avvedono  di  rendermi  un  gran
    servigio.  In tutt'altro momento mi sarei riso della loro prosa; ora 
    una fortuna per me di poter  uscire  da  questa  Camera  che  affonda,
    posando  la  mia  candidatura  per  le  elezioni  generali a suffragio
    allargato.  Non so se mi dimetter ora o se aspetter  la  discussione
    delle  spese militari che mi tenta.  Probabilmente mi atterr al primo
    partito e bisogner decidersi presto,  perch pare che  la  Camera  si
    proroghi fra dieci o dodici giorni.  Far un'uscita rumorosa, rompendo
    tutti i vetri possibili.
    Riprendo a casa questa lettera incominciata  alla  Camera  dove  oggi
    credevo  parlare sul riscatto delle ferrovie venete,  che poi pass in
    silenzio,  perch tutta questa gente pensa ad altri attuali  o  futuri
    affari  consimili delle proprie rispettive provincie,  "figli tutti di
    un solo riscatto".
    Uscii a pigliar aria con il mio discorso e  molte  altre  gravi  cose
    sullo stomaco. Mi sentivo male. Trovai una signora che voleva condurmi
    a villa Borghese nella sua carrozza; ma io avevo bisogno di preparare,
    almeno mentalmente, un articolo di rivista che devo consegnare fra tre
    giorni  e  di  cui  non ho ancora scritto una riga.  Lasciai dunque la
    signora e mi feci portare alla villa Wolkonsky,  dove c' delle  rose,
    delle rovine,  dei corvi e del silenzio quanto se ne pu desiderare in
    certi momenti psicologici che conosco.  Sedetti all'ombra di un'arcata
    dell'Acqua  Claudia,  in  faccia  a  Santa  Croce  in Gerusalemme e al
    deserto romano, e incominciai a meditare il mio articolo: "Un'idea del
    principe di Bismark".  Usciva,  l  accanto  a  me,  dai  mattoni  del
    pilastro  antico,  una  piccola  mano  di marmo con il suo avambraccio
    tornito.
    Per un momento non pensai a Bismark n  alla  sua  idea  di  un  solo
    ministro  responsabile nel gabinetto.  Della poesia,  cara Elena?  Del
    sentimentalismo? Dove posso aver preso questo male? Sta tranquilla, mi
    dur poco.  Mi dissi subito che le piccole mani bianche non hanno  pi
    che far meco oramai,  e finii l'articolo con un calore d'ambizione che
    dovr poi smorzare al tavolino.  Se invecchier e non  sar  diventato
    ministro, mi far eremita a Santa Croce in Gerusalemme; e nell'ora del
    demonio  meridiano  andr  l lontano sotto gli archi solitari,  nella
    fragranza malinconica delle rose, a meditar su quella mano femminile e
    sul tempo passato.
    Credo che a quest'ora la zia Tarquinia sar arrivata cost.  Ti prego
    di farle i miei saluti.
    Se  ti avessi proprio offesa nell'assumere un incarico affidato da te
    al senatore  Clenezzi,  e  nello  scriverti  ancora  malgrado  il  tuo
    silenzio di un mese, perdonami.
    Clenezzi  ti  saluta  e  saluta  tua madre.  Mi disse oggi stesso: Le
    scriva di venire a Roma,  presto,  subito.  Io stavo per  chiudere  la
    lettera  senza  riferirti  le  parole  dell'amico  tuo.  Perdona anche
    questo, se credi, al
    devoto cugino
    D. CORTIS.

    "A Daniele Cortis deputato al Parlamento, a Roma."

    Caro Daniele,
    Elena ti ringrazia tanto di quel che hai fatto per lei e ti dice  che
    aveva  scritto a Clenezzi perch ti sapeva tanto occupato.  Cosa vuoi?
    Non bisogna pi meravigliarsi di nulla.  Quando si dice che ti  scrivo
    da  Cefal  e  che  sono all'albergo,  a pochi passi dalla casa di mia
    figlia!  Non so pi in che mondo mi sia.  Ho trovato Elena  abbastanza
    bene di salute, ma molto e molto gi di spirito. Povera Elena, se sono
    disgraziata  io  d'avere un genero simile,  figurati lei!  Per fortuna
    ella  meno sensibile,  meno nervosa di me;  al suo posto sarei  morta
    dieci volte.
    Pare  che  a  giorni  partiremo  per  cost.  Grazie  a te,  si potr
    respirare un poco,  prima di questo benedetto  pagamento;  ma  pure  
    bene,  come dice Clenezzi, di venire sul luogo. Ti prego di trovar due
    camere e un salotto alla Minerva, possibilmente non troppo in alto. Ti
    telegrafer il giorno dell'arrivo,  quando per  non  si  cambi  idea,
    poich qui si cambia idea tutti i momenti. Non conosco pi Elena.
    Ho lasciato mio cognato a star benino. C'entra pure la volont sua se
    sono all'albergo. Ah, caro Daniele, fra che gente mi tocca vivere!
    A rivederci presto,  speriamo.  Cerca,  se  possibile, che le camere
    guardino sulla piazza.
    La tua affezionatissima
    zia TARQUINIA.

    Post Scriptum.  Arriva ora un biglietto enigmatico di mio  genero  che
    aumenta  le inquietudini d'Elena e spaventa me pure.  Ora  deciso che
    saremo a Roma il 24 col diretto delle 1,45.








    CAPITOLO DODICESIMO.
    A PASSI DIFFICILI.

    Signor Boglietti! grid l'usciere entrando nel salotto di via  della
    Missione,  dove  si  va  per  parlare  ai  deputati.  C'era folla: chi
    scriveva,  curvo sul banco degli uscieri,  chi entrava  peritoso,  chi
    usciva  in  fretta,  una  quantit  di  facce  infastidite o trepide o
    vanitose aspettavano in silenzio.
    Nessuno rispose all'usciere; tutte le facce si guardarono a vicenda.
    L'onorevole  Cortis!  grid  colui,   pi   forte.   Chi   desidera
    l'onorevole  Cortis?  Allora  uno  che  stava  parlando sottovoce con
    alcune signore nel secondo salotto,  si scosse ed entr nel  corridoio
    scuro, in fondo al quale Cortis lo aspettava.
    Cosa c'? disse questi, asciutto. Passi.
    E fece entrare il signor avvocato in una sala dove un altro visitatore
    ossequioso si confessava al suo deputato.  Boglietti diede un'occhiata
    a quei due, esit un istante. Cortis si strinse nelle spalle.
    Parli, parli diss'egli, sedendo sul divano.
    Ecco incominci colui, piano. Io sono proprio dolentissimo,  signor
    deputato,  di  ci  che  Le debbo dire,  e,  prima di venire al punto,
    vorrei che Ella si persuadesse...
    Cortis guard l'orologio.
    Venga pure al punto diss'egli senza turbarsi.
    Che vuole? rispose l'altro.  Ho pensato a questa proroga;  mi  sono
    domandato  se  proprio  avevo  facolt  d'accordarla.  Forse  no,  non
    l'avevo; tuttavia, passi! Per una questione cos, per una questione di
    quindici giorni avrei anche potuto arbitrare.  Ma poi ho  avuto  delle
    informazioni decisive.
    Ebbene?
    Intanto,  so da persona che ha parlato con il barone stesso,  che ora
    le relazioni fra lui e la famiglia di sua moglie sono pessime...
    Colui tacque un momento, come aspettando una parola di Cortis, che non
    venne.
    E poi prosegu,  so pure che il barone  stretto da parecchi  altri
    impegni urgentissimi,  gravissimi.  Insomma, se si fosse trattato d'un
    affare mio proprio, avrei forse lasciato correre; ma cos...
    Ella ritira la sua promessa interruppe Cortis, alzandosi.
    Il signor avvocato si alz pure,  protestando di non aver creduto dare
    una promessa formale, di essere accoratissimo. In quel momento l'altro
    deputato, congedatosi dal suo interlocutore, disse a Cortis:
    Non vieni? Si vota.
    Vengo rispose questi. E' forse l'ultima volta.
    Che, che! esclam colui dal corridoio, andandosene.
    Vado   subito   riprese  l'avvocato.   Ho  dunque  dovuto  scrivere
    stamattina al  barone  Di  Santa  Giulia,  avvertendolo  che  non  c'
    dilazione alla scadenza.
    Ha gi fatto anche questo,  Lei? disse Cortis guardandolo fisso, con
    la sua freddezza sarcastica. Venga da me domattina alle nove.
    Domani, sabato, 25 disse l'altro pensando a capo chino e lisciandosi
    la barba. Alle nove non posso. Non posso prima di mezzogiorno.
    Allora, a mezzogiorno. In casa mia. Sta bene?
    S, signore.
    Boglietti se ne and e Cortis guard da capo l'orologio.
    Erano le tre.  Elena e la contessa Tarquinia dovevano essere  arrivate
    alla  Minerva da un'ora.  Cortis aveva pregato il senatore Clenezzi di
    recarsi alla stazione in vece sua.  Egli entr nell'aula  a  votare  e
    dieci  minuti dopo usc da Montecitorio,  s'avvi passo passo verso il
    Pantheon.
    Qualcuno che lo incontr allora,  afferm poi di non averlo mai veduto
    cos pallido. Sentiva Elena vicina e sentiva insieme il confuso impero
    di  altri  pensieri,  di necessit non ancora ben conosciute ma che lo
    venivano premendo ogni giorno pi. Il discorso, anzitutto; il discorso
    che aveva deliberato pronunciare l'indomani  prima  di  rassegnare  le
    proprie  dimissioni;  un  discorso  inteso a oltrepassar la Camera e a
    toccar gli elettori futuri,  s che voleva raccolto tutto il nerbo del
    suo spirito.  Poi questo nuovo rabbuiarsi dell'affare Di Santa Giulia,
    la urgenza di provvedere, il fosco poscritto della contessa Tarquinia.
    Aveva dato il convegno all'avvocato  per  l'indomani  senza  avere  un
    chiaro  concetto  di  quello  che  farebbe,  con  il  solo istinto che
    convenisse  toglier  subito  il  barone  da   questo   incubo,   anche
    obbligandosi direttamente in vece sua.  I Carr avrebbero approvato in
    seguito.  Come  conciliare  la  cosa  con  le  convenienze  e  con  la
    suscettibilit del barone non lo sapeva ancora, ma ci penserebbe nella
    notte.  Per ultimo, lo turbava anche la venuta imminente di sua madre.
    Faceva questo sacrificio per Elena,  avrebbe fatto ben altro!  Ma pure
    quella  relativa  indifferenza,  di cui le aveva scritto sinceramente,
    veniva meno in lui all'appressarsi del vero.
    Gli pareva poi che tante preoccupazioni pesassero sopra una stanchezza
    nuova del corpo, un torpore strano di che aveva accusato, in addietro,
    l'eccessivo lavoro,  le ostinate insonnie;  ora ne accusava Elena  che
    empiva Roma della sua presenza,  che metteva nell'aria un calor molle,
    spossante. In piazza Capranica un tale lo salut per nome e soggiunse:
    A stasera!.  Gli venne in mente che quella sera si sarebbe tenuta in
    casa  sua  una riunione di amici politici,  azionisti e collaboratori,
    sicuri o sperati, del futuro giornale,  per udire da lui,  Cortis,  lo
    schema  del suo discorso e discuterlo;  poich di l doveva pigliar le
    mosse il giornale.  "A stasera",  aveva detto colui,  e  Cortis  s'era
    sentito   riafferrare   al  petto  dall'alta  idea  della  sua  mente,
    dall'austero dovere impostosi;  s'era  sentito  scoter  via  le  molli
    fantasie,  le  fiacchezze  del  cuore,  infonder  nel  corpo una forza
    nervosa.
    Entr nell'albergo della Minerva fra uno sciame di vecchie  signore  e
    di  preti  francesi.  Il  portiere,  che  stava discorrendo con un bel
    cappuccino, vide Cortis e gli disse subito:
    Arrivate.  Il signor senatore Clenezzi  uscito in questo punto e  ha
    lasciato  detto che se Lei veniva,  dovesse salir subito dalla signora
    contessa.
    Cortis era conosciuto alla Minerva. Aveva scelto egli stesso le camere
    per la contessa Tarquinia, al secondo piano. Salitovi,  la trov sola,
    di  pessimo  umore,  accesa in viso,  guasta la pertinace bellezza dal
    viaggio faticoso.  Lo accolse male,  sulle prime,  gli dichiar che la
    politica lo aveva guasto nel corpo e nell'anima,  perch era l magro,
    succhiato dalle streghe, un orrore;  perch non gli era rimasta neppur
    tanta  amabilit da venir alla stazione invece di mandarvi quel povero
    vecchio storpio di Clenezzi.  Ma gi la politica era un male  peggiore
    della gotta!
    E poi soggiunse, Vostra Signoria si fa aspettare, per sua bont, un
    secolo anche all'albergo.  S, s, un secolo, un secolo, non serve che
    La dica di no.
    Elena? chiese Cortis.
    L'altra, piccata di quell'indifferenza,  non gli rispose,  continu il
    suo sfogo:
    Non dico niente poi delle camere.  Si capisce,  figlio caro,  che non
    hai donne in casa.
    Ne avr, zia disse Cortis tranquillamente.
    La contessa Tarquinia s'imbarazz, si fece di scarlatto, tacque.
    Dunque? ripigli il primo. Elena?
    Andiamo rispose la contessa rabbonita,  qua la mano e  facciamo  la
    pace. Elena benissimo, sono contentissima!
    Pronunciando  a  voce  molto  alta queste ultime parole,  ella accenn
    all'uscio della camera vicina,  poi si coperse un momento il viso  con
    le mani, le agit in aria, alz gli occhi al soffitto.
    Non capisco niente sussurr poi facendosi intendere pi con il gesto
    che con la voce, non capisco niente!
    Oh! fece Cortis, staccandosi da lei.
    Elena  stava  sulla  soglia  della  sua camera,  pallida,  sorridente,
    scomposti i capelli,  gli occhi pi grandi,  la vita pi fine che mai.
    Pareva una giovinetta.  Strinse la mano a Cortis,  con uno sguardo che
    non sorrideva pi,  con un leggero tremito della bocca.  Poche  parole
    fredde,  quasi  di  cerimonia,  furono  scambiate  tra  loro  con voce
    sommessa,  vacillante.  Segu un silenzio  di  qualche  momento  Elena
    guard sua madre.
    Benedetta! disse la contessa Tarquinia. Perch non parli tu? Bene
    soggiunse  sospirando  dopo aver atteso invano risposta,  parler io.
    Caro Daniele, qui bisogna che facciamo subito consulto. Capisci,  gi!
    Povero Daniele, hai fatto tanto a quest'ora e ti siamo tanto grate! Ma
    proprio,  poi; tanto grate: quel che  vero,  vero; ma di cuore, poi.
    Non badare a Elena se non dice niente,  perch alle volte  insulsetta
    anche lei, poverina, come sua madre.
    Elena alz in viso a Daniele l'umido fuoco scuro degli occhi.  N lei,
    n lui fiatarono.
    Tu sai,  non  vero continu la  contessa,  di  certi  discorsi  da
    matto,  dico io,  che mio genero ha fatto a Cefal. Va bene. Sai anche
    di una sua lettera,  te ne ho scritto io da Roma;  ma non sai  mica  i
    termini. Ecco, dunque. Premettiamo che a casa Carr non si scrive mai,
    che  mio  cognato  e io siamo scomunicati fin dall'estate scorso,  con
    quella bella colpa,  per parte mia!  Basta,   meglio non parlarne  di
    quella faccenda l. Avviene adesso che io mi trovo finalmente in grado
    di  andar  a vedere Elena;  tu sai in che pena ero,  che non l'auguro,
    un'angoscia simile,  neanche a un cane;  dunque vado e,  naturalmente,
    vado all'albergo,  a quel famoso albergo d'Italia... basta, fa niente.
    Vado all'albergo. Sfido, in casa degli altri per forza, no, gi! E poi
    Lao m'avrebbe accoppata.  Fatto sta che quattro  giorni  dopo  il  mio
    arrivo,  proprio  appena,  si pu dire,  il tempo materiale per lui di
    saperlo, capita questa lettera da Roma.
    Per te, zia?
    Per Elena.
    La contessa incominci a declamare con il cipiglio e la  cantilena  di
    chi studiatamente ripete boriose parole di persona spiacevole:
    Il  barone  sapeva  benissimo  che la sua cara suocera era a Cefal e
    comprendeva perfettamente che non avesse osato prendere stanza in casa
    sua.  Questa era la pi sincera confessione dell'indegno procedere  di
    casa  Carr  (cos,  proprio  cos).  Di  tale procedere si vedrebbero
    presto conseguenze ben pi gravi;  ma Elena doveva star sicura ch'egli
    non si abbasserebbe mai davanti ai Carr, per paura di niente. Avrebbe
    presto la compiacenza di mostrare a lei, a loro, a tutti quanti, quale
    fosse  in  lui  il  sentimento  del  dovere e dell'onore;  darebbe uno
    schiaffo in viso, ma non diceva come,  ai suoi cari parenti,  e peggio
    d'uno schiaffo,  se c'era in essi un briciolo di coscienza. Non voleva
    che Elena si pretendesse relegata a Cefal.  Egli era  generoso  e  la
    lasciava  perfettamente libera di andare o stare a piacer suo.  Oramai
    non gli importava pi nulla di nulla al mondo.  Presto  la  lascerebbe
    anche pi libera di cos!
    Capisci?   concluse  la  contessa.   Per  me  dico  che  son  tutte
    chiacchiere,  ma quella l si  agitata moltissimo.  Allora ho creduto
    di  rispondergli  io  su  questo punto della mia confessione e del suo
    abbassarsi davanti ai Carr;  e mi pare anche d'aver risposto  benino,
    pesando le parole con un giudizio,  non faccio per dire, da santa. Gli
    ho poi detto che,  approfittando del suo  permesso,  mi  proponevo  di
    condurre  Elena,  per  qualche  tempo,  nel Veneto,  ma che ci saremmo
    trattenute alcuni giorni  a  Roma  per  stare  un  po'  con  lui.  Qui
    aggiungevo  delle parole affettuose sui suoi dispiaceri,  sulla nostra
    buona volont di  aiutarlo  in  tutti  i  modi  possibili.  Elena  poi
    aggiunse  alla mia lettera un biglietto in cui gli diceva che veniva a
    Roma con l'intento di essergli  utile  anche  contro  la  sua  volont
    stessa, occorrendo; e gl'indicava il giorno e l'ora del nostro arrivo,
    l'albergo dove saremmo scese.  Non risponde, ma passi; forse non c'era
    tempo, se vuoi. Si vien qua, si spera di trovarlo alla stazione.  Euh!
    nessuno.  Ne domandiamo a Clenezzi,  e Clenezzi,  rosso come un Bacco,
    c'impasticcia che l'ha veduto anche stamattina, che sta benissimo, che
    sar andato qua,  che sar andato  l.  Non  c'  stato  il  tempo  di
    spiegarsi,  ma  si capisce che anche le nostre lettere non hanno fatto
    niente. Adesso dimmi tu. Quest'affare della scadenza  ben combinato?
    S,  s,  combinato rispose Cortis in fretta,  non  volendo  turbare
    inutilmente  le signore: perch,  se le cose non erano in quel momento
    composte, certo dovevano comporsi l'indomani a mezzogiorno.
    E lui riprese la contessa, lo ha saputo della proroga?
    Lo ha saputo.
    E cosa ne ha detto?
    Io non gli ho parlato mai,  ma  so  da  Clenezzi  che  se  ne  mostr
    contento e che lo ringrazi molto.
    Bene,  e ora dimmi, caro te: cosa abbiamo da fare? Lui si capisce che
    non intende lasciarsi vedere. Dobbiamo scrivergli?  Dobbiamo andarlo a
    cercare?
    La contessa Tarquinia si pose ad alitare affannosamente, mordendosi il
    labbro  inferiore e battendo le palpebre,  come se quell'idea di andar
    lei a cercar suo genero, dopo toccatene tante ingiurie,  le movesse su
    dal cuore delle lagrime di rabbia.
    Elena  non aveva mai aperto bocca.  Seduta in faccia a sua madre,  non
    pareva nemmeno  aver  fatto  attenzione  al  lungo  discorso  di  lei,
    guardava nel vuoto con gli occhi spenti, immobili.
    Che data disse Cortis dopo aver pensato alquanto, che data aveva la
    lettera?
    Quale?
    Quella di tuo genero, l'ultima.
    La contessa non se ne ricordava, guard sua figlia.
    Elena diss'ella, mi fai piacere? Questa lettera?
    L'hai tu, mamma rispose Elena dolcemente. Un subito rossore le corse
    sul  viso.  Non  avea  pensato,  nel  rispondere,  che  ora rimarrebbe
    probabilmente sola con lui.
    Non mi pare rispose la contessa, alzandosi, ma guarder.
    Appena colei fu entrata nella  sua  camera,  Elena  stese  la  mano  a
    Cortis,  che l'afferr con ambo le proprie.  Gli occhi le si velarono,
    le labbra dissero piano piano:
    Perdonami.
    Oh! diss'egli. Ma perch?...
    Elena gli lesse in viso le parole imminenti;  era il perch delle  sue
    freddezze,   del  suo  lungo  silenzio  che  egli  voleva  sapere.  Lo
    interruppe subito:
    No, no, non  questo che devi perdonarmi.  E' un'altra cosa.  Bisogna
    che ti parli; in un altro momento!
    Parve  che  l'uscio della contessa Tarquinia si aprisse;  Elena ritir
    subito la mano. Non fu vero. I due si guardarono ancora pochi secondi.
    Allora la contessa entr con la lettera spiegata.  Non  poteva  vedere
    Elena in viso, ma vedeva Cortis. Si ferm di botto e gli disse:
    Ti senti male?
    No, zia.
    La voce era ferma e forte.
    Sedici marzo soggiunse la contessa porgendogli la lettera.
    Aspetta rispose Cortis. Io credo di avere scritto ad Elena il 14, e
    a  lui  fu  parlato  della  dilazione  almeno tre giorni dopo,  perch
    Clenezzi non lo pot vedere prima del 17.  Dunque non ne sapeva niente
    quando  scrisse  quella lettera l.  Poi si sar ammansato.  Lo sa che
    siete alla Minerva?
    S, gli fu scritto.
    Allora,  se oggi non si lascia vedere,  Elena  potr  cercar  di  lui
    domani. Intanto gli dovrebbe mandare un biglietto.
    Cos dicendo Cortis si volt a sua cugina, che rispose sottovoce senza
    scomporsi:
    Vado al Senato fra un'ora, con Clenezzi.
    Benedetta! esclam la contessa.  Tu te la intendi con la gente cos
    alla sorda e alla muta,  e non parli neanche dopo!  E noi si sta qui a
    consultare!
    Hai  ragione,  mamma.  Ho creduto che l'avessi inteso.  Sono una gran
    distratta.
    Cortis part pochi minuti dopo,  malgrado sua zia volesse  trattenerlo
    sino  al  ritorno  di  Clenezzi,  per  altre  intelligenze da pigliare
    insieme. Ella fin con dirgli che per questa volta lo lasciava andare,
    ma  che,  se  voleva  il  perdono  de'  suoi  peccati,   doveva  porsi
    dall'indomani mattina in poi a sua disposizione,  e non si accettavano
    scuse politiche. Va bene tutto, diceva la contessa, ma passare da Roma
    dopo tanto tempo e non vedere niente, questo no!  L'indomani,  sabato,
    non era giorno di villa Borghese? Almeno un corso!
    Cortis,  pieno il cuore di quella mano toltagli bruscamente, di quello
    sguardo scambiato poi,  scese ad attendere  il  senatore  Clenezzi  in
    piazza  della Minerva.  Voleva prevenirlo,  impedire che accompagnasse
    Elena al Senato. Non conveniva ch'ella vedesse il barone ora; prima lo
    voleva vedere lui,  Cortis;  lo voleva rassicurare su  questa  proroga
    disdetta  dall'avvocato  Boglietti.   Clenezzi  arriv  da  via  della
    Palombella zoppicando e borbottando tra  s.  Quando  vide  Cortis  da
    lontano  affrett  il  passo,  cacci  fuori tanto d'occhi,  si mise a
    fargli segni, lo assal fremendo e sbuffando, con una serie di ma non
    sa?  ma non sa?,  e appiccicatoglisi al braccio,  gli raccont che Di
    Santa Giulia era venuto da lui, furioso, con una lettera dell'avvocato
    in  cui  si  disdicevano  gli accordi presi.  Lui,  stupefatto,  aveva
    risposto di non saperne nulla.  L'altro,  quel mascalzone,  gli  aveva
    replicato  male.  Allora  Clenezzi s'era sentito ribollire il suo buon
    sangue bergamasco e gliele aveva suonate chiare, al bestione.  Le mani
    e  il  mento  gli tremavano ancora di collera;  metteva dei rantoli da
    vecchio mastino irritato. Bel muso, per, anche quel signor Boglietti!
    Cos'era questo dire e disdire? Un gran buffone, per lo meno. E adesso,
    come fare a condur la baronessa in Senato? Cosa dirle?
    Cortis lo acquiet. Bastava dire a Elena che suo marito non era pi al
    palazzo Madama e che oramai per quel giorno sarebbe inutile andarne in
    traccia. Quanto all'affare Boglietti,  se ne occuperebbe lui,  Cortis;
    aggiusterebbe tutto lui.
    Caro il mio signor Cortis! esclam il senatore a mani giunte. Se Le
    sono mai obbligato!  E adesso soggiunse,  bisogner salire da queste
    signore.
    Ma poi disse Cortis,  sorridendo,  oggi,  venerd,  non  giorno di
    Trastevere? Non  giorno di... di... di...?
    Ah!  ah!  rispose  il senatore,  sfogandosi amaramente prima nel suo
    dialetto e traducendosi poi: I  andc in malra  qui,  sono andati
    alla malora anche quelli!.
    Cortis,  rimasto solo,  riafferr l'immagine di Elena, la dolce parola
    "perdonami" e insieme l'atto, la voce,  lo sguardo con cui era venuta.
    Altre  immagini  lo  assalivano,  non  lo  lasciavan  fermarsi  in  un
    pensiero;  il colloquio desiderato da lei,  la lettera del marito,  le
    parole "presto la lascierebbe pi libera di cos".  Paurose parole! Si
    vide nel cuore qualche cosa che gli  avrebbe  fatto  ribrezzo  se  non
    avesse  saputo  che  ogni  miglior cuore umano  come una casa aperta,
    monda e ornata; furfanti che non vi saranno ospiti mai, possono, senza
    colpa del  padrone,  affacciarvisi,  mettervi  piede  un  momento.  Si
    accorse,  cos pensando, di essersi inconsapevolmente avviato a piazza
    Venezia. Punto quasi da un rimorso, torn indietro, si rec al palazzo
    Madama,  e saputovi che il senatore Di Santa  Giulia  abitava  in  via
    delle Muratte, vi and difilato.
    Rassicurarlo, dirgli che al pagamento del 31 marzo sarebbe provveduto,
    fargli  credere  che il benefizio venisse dal Governo,  apponendovi la
    condizione di uscire volontariamente dal Senato;  non vi era altra via
    da  tentare.  Di  Santa  Giulia  vantava  grandi benemerenze presso la
    Sinistra; forse crederebbe. Non v'era altra via.
    Il senatore era fuori.  Cortis  gli  scrisse  sopra  un  biglietto  di
    visita, invitandolo a recarsi da lui l'indomani, sabato, a mezzogiorno
    per  affari  urgentissimi.  Chiese  poi  alla fantesca che gli aveva
    aperto  se   il   senatore   avrebbe   sicuramente   rincasato   prima
    dell'indomani.  Colei  credeva  che  s;  ma  il  signor  senatore era
    diventato tanto strano!  Faceva con lei tali discorsi che proprio  non
    ci sarebbe da stupire se un giorno o l'altro succedesse una disgrazia.
    Doveva  avere  di  gran  fastidi,   povero  signore!   La  donna,  una
    chiacchierina toscana,  avrebbe continuato Dio  sa  quanto  su  questo
    tono,  se Cortis le avesse dato retta. Ma a Cortis premeva ora tornare
    a casa.  Passando da una farmacia,  entr a farsi dar qualche cosa per
    dormire,  butt  sul  banco  la  ricetta d'un suo collega,  dicendo di
    desiderare una dose  pi  forte.  Soffriva  da  alcun  tempo  insonnie
    penose.  Sprezzatore,  nella sua robustezza fisica, d'ogni bisogno del
    corpo, sprezzatore e ignaro insieme di ogni arte medica,  non pigliava
    medicine  mai se non per qualche sofferenza che gl'impedisse lo studio
    o l'azione;  e allora  si  curava  brutalmente,  combattendo  il  solo
    fenomeno  con  gli  specifici pi violenti.  A casa si ordin un caff
    fortissimo,  salvo a prendere il cloralio la notte prima di  andare  a
    letto;  poi  si chiuse a lavorare nel suo studio,  dove dieci o dodici
    sedie erano gi preparate agli amici attesi per le nove di sera.



















    CAPITOLO TREDICESIMO.
    VERTIGINE.

    Alle nove e un quarto gli amici fumavano e chiacchieravano  intorno  a
    Cortis,  che andava dall'uno all'altro, acceso in volto, con gli occhi
    scintillanti,  parlando,  scherzando,  come se Elena,  suo marito,  la
    signora Cortis non fossero esistiti mai,  se tante angustie si fossero
    dileguate dal suo cuore per sempre.  V'erano dei giovani  deputati  in
    cravatta bianca, disposti a fare l un po' di politica e a riderne pi
    tardi in qualche veglia elegante; v'eran del senatori serii e un po' a
    disagio nella compagnia di quei primi; v'era un paio di giovani ancora
    pi   serii  che  tornavano  dall'aver  studiato  scienze  sociali  in
    Germania;  vi eran due o tre poderosi  signori  dell'alta  Italia  che
    aiutavan di borsa, largamente, a fondare il giornale. Cortis aperse la
    seduta  annunziando  che  tutto  poteva  considerarsi  pronto  per  la
    pubblicazione di questo.  Si aveva un capitale sottoscritto di  450000
    lire;  la tipografia era pronta, locale, macchine e persone; pronta la
    redazione  e  i  principali  corrispondenti  esteri;   gl'italiani  si
    troverebbero subito. Cortis prometteva l'assidua opera propria, almeno
    sino  all'apertura  della  Camera nuova.  Ora occorreva intendersi sul
    miglior  momento  d'uscire.  Cortis  era  risoluto,   come  gli  amici
    sapevano,  di  pigliar occasione da una protesta dei suoi elettori per
    pronunciare un discorso l'indomani,  ultima seduta avanti  le  vacanze
    pasquali,  e  dimettersi.  Avrebbe esposta molto esplicitamente la sua
    fede politica,  appellandosi dagli elettori attuali ai futuri.  Poich
    egli  avrebbe in seguito diretto il giornale,  si credeva in dovere di
    comunicare agli amici le idee  che  intendeva  svolgere  alla  Camera,
    bench  certo  non  potessero  riuscir  nuove  ad  alcuno di essi.  Se
    piacessero,   se  il  discorso  trovasse  qualche   eco   nel   paese,
    diventerebbe  forse opportuno annunciare al pubblico il nuovo giornale
    come sorto da questo impulso,  e uscire con esso n cos tardi che  il
    discorso fosse dimenticato,  n cos presto che la connessione dei due
    fatti apparisse premeditata.
    Ci posto,  Cortis incominci  a  esporre  brevemente  quello  che  si
    proponeva dire,  con maggior diffusione,  alla Camera. Egli parlava in
    piedi,  con le spalle alla  scrivania  cui  appoggiava  la  persona  e
    puntava  le  mani,  fissando  or  l'uno  or  l'altro  di coloro che lo
    ascoltavano, quale seduto contegnosamente,  quale sdraiato sul canap,
    quale ritto nel vano d'una finestra, fumando.
    L'ordine  e  la  forma  non  importano diss'egli.  La sostanza sar
    questa.
    L'onorevole deputato che fumava alla finestra, venne a piantarglisi di
    fronte, a cavalcioni d'una sedia.
    Degli elettori prosegu Cortis,  protestano contro di me perch  ho
    espresso  alla  Camera  delle  opinioni clericali.  Io nego che questi
    signori conoscano il colore delle opinioni,  e ho  fondati  dubbi  che
    ignorino  il  senso delle parole;  pure intendo cedere e rassegnare le
    mie dimissioni da deputato con qualche commento.
    L'amico disse qualcuno, non ti lascer parlare.
    Perch? In ogni caso decider la Camera.  Quanto a censure e richiami
      quello  che desidero.  Dir dunque che sebbene io sia grato ai miei
    colleghi per le prove di  considerazione  avutene,  sento  attualmente
    nella  Camera  un'aria cos viziata da poterne uscire senza dolore.  E
    qui, se mi lasciano continuare, dir che coloro i quali credono vicina
    la scomparsa,  non dei  vecchi  partiti,  ma  addirittura  del  regime
    parlamentare,   possono  venir  qua  a  fiutare  il  puzzo  della  sua
    corruzione.  Soggiunger che uscendo dalla Camera ne dar le  notizie,
    molto  forte  e  su  tutti  i  toni,  ai  nuovi elettori,  e non andr
    sicuramente a  predicare  la  trasformazione  dei  caratteri  e  delle
    opinioni per costituire una maggioranza molto estesa e poco vitale. Ho
    udito  parlare  pi  volte  nella Camera di un partito nuovo che tutti
    desiderano e cui nessuno vuole appartenere;  io mi compiacer  di  far
    sapere  a'  miei  colleghi  che  mi sacrifico al pubblico bene ed esco
    appunto per andare in traccia d'un partito nuovo e ritornare,  se sar
    possibile, con esso.
    Hm! Hm! fecero alcuni scettici.
    Signori  esclam  Cortis,  se  non  avete  fede,  perch vi mettete
    all'impresa?
    Avanti, avanti! dissero quegli stessi scettici.
    Sar meno baldanzoso  prosegu  Cortis.  Studier  le  espressioni.
    Sapete,  un discorso che sar probabilmente molto interrotto e perci
    dovr  fare  a  dritta  e  a sinistra molte scappate che ora non posso
    prevedere,  ma l'importante  qui,  questo nuovo partito.  Io  lascer
    dunque  la Camera augurando che vi entrino presto degli uomini sciolti
    dalle superstizioni e  dalle  ignoranze  di  un  certo  individualismo
    liberale  che  si crede alla testa della umanit,  e non si accorge di
    passare alla coda;  non si accorge di aver lavorato utilmente,  s,  a
    distruggere  tante cose,  ma di aver lavorato non per s,  sibbene per
    uno molto pi forte,  molto pi potente,  che  ora,  trovando  le  vie
    sgombere,  arriva e se lo piglia lui il mondo e lascer forse a simili
    liberali  qualche  prato  d'Arcadia  e  poche  pecore.  Questi  uomini
    penetrati  dal  futuro,  questa  gente  positiva,  verr  alla Camera,
    convinta a differenza di altri retori e mitologi, che nel lungo lavoro
    di  rinnovamento  sociale  cui  le  forme  moderne  della   produzione
    impongono,  il miglior strumento sar una monarchia forte,  sciolta da
    qualunque legame con qualunque chiesa, ma profondamente rispettosa del
    sentimento religioso.  Questi uomini saranno ispirati dal pi  ardente
    patriottismo e non faranno mai,  per un solo palmo non nostro di terra
    italiana, dichiarazioni n abili, n oneste.
    Ecco prosegu Cortis dopo un  momento  di  silenzio,  io  svolger,
    presso  a  poco,   questi  concetti.   Adesso  voialtri  dovete  dirmi
    francamente la vostra opinione.
    Nessuno parl.  Cortis and a buttarsi sul canap,  si mise a guardare
    il soffitto, aspettando.
    Ardito sussurr il senatore C... Un discorso molto ardito.
    Questo  si  sa  esclam  Cortis  con un gesto di noncuranza.  Tanto
    ardito che forse non lo potr fare.
    Quel deputato che stava a cavalcioni  della  sedia,  si  scosse  a  un
    tratto, picchi forte col pugno sulla spalliera.
    Non guardo questo,  io diss'egli, alzandosi. Non guardo l'arditezza
    della forma, guardo l'arditezza delle idee.
    Soggiunse che, giudicando da una esposizione cos concisa, le idee gli
    parevano pi radicali di quelle nelle quali tutti i presenti si  erano
    accordati nel trattare per la fondazione del giornale. Si era parlato,
    s,  e  molto,  di  riforme  sociali;  ma questo era un mettere avanti
    troppo apertamente il socialismo di stato con pericolo  di  spaventare
    il  pubblico.  Adesso  non voleva discutere il principio,  ma certo in
    Italia  gli  mancava  la  conveniente  preparazione,   certo  non  era
    abbastanza  divulgato  per chiamar gente intorno a una bandiera nuova.
    L'onorevole deputato non approvava poi che si parlasse  con  dispregio
    della trasformazione vagheggiata da tanti nella Camera e fuori.
    Si  poteva essere scettici su questo punto,  ma non conveniva mai,  in
    politica, offendere alcuno senza necessit.
    Un  giovine  siciliano,   reduce  da  Berlino,   fervido  fautore  del
    socialismo cristiano,  prese focosamente le parti di Cortis; disse che
    altro era un programma di governo,  altro un programma di partito.  Il
    riserbo  e  le cautele vengono col potere.  Quando s'intende creare un
    movimento dal di sotto all'ins, ci vuole franchezza e ardimento.  Chi
    non  parla  di  riforme  sociali?  Bisogna  anche dire come deve farsi
    questo  grande  lavoro:  con  la  monarchia  forte,  il  "Reich";  con
    l'associazione, con il sentimento religioso.
    L'onorevole  deputato  replic;  altri intervennero nella discussione,
    appoggiando il consiglio pi prudente. Cortis fremeva,  si agitava sul
    canap,  volendo  tacere,  lasciar liberi i suoi amici di deliberare a
    lor posta; ma non fu padrone,  quella sera,  de' suoi nervi malati,  e
    ruppe  a  un  tratto  in  una  sfuriata  contro i timidi e gl'incerti,
    invest i suoi contraddittori con tale amara veemenza,  da muoverli  a
    stupore pi che a risentimento.  Quand'egli ebbe finito nessuno aperse
    la bocca per un pezzo: tutti si  guardavano  attoniti.  Finalmente  il
    senatore T...  prese la parola e la tenne a lungo,  navigando con gran
    precauzione,  ammirando l'ardimento degli  uni,  lodando  la  prudenza
    degli  altri,  compiacendosi  di  una  discussione  onorevolissima per
    tutti, anche se l'ardore delle convinzioni,  il desiderio del pubblico
    bene,   avean   potuto   qualche   volta   esprimersi   con   vivacit
    straordinaria. Dopo aver lodato tutti,  l'onorevole senatore,  volendo
    rimendare gli strappi,  dovea pure passar l'ago a destra e a sinistra,
    pungere un poco chi aveva parlato pi forte.  Appariva,  secondo  lui,
    dalla  discussione,  un  disaccordo piuttosto apparente che reale,  un
    dissenso sull'attuale  opportunit  delle  cose  dette  dall'onorevole
    Cortis,  anzich  sul loro valore intrinseco;  bench egli stesso,  se
    proprio proprio costretto a  pronunciarsi  su  quell'ordine  di  idee,
    avrebbe  dovuto  pur  fare  qualche  riserva,  come  su alquanti altri
    giudizi che aveva uditi nella discussione.
    Ci posto,  non pareva  difficile  all'onorevole  senatore  che  tutti
    avessero  a  intendersi  nei  seguenti  termini.   L'onorevole  Cortis
    parlasse pure a modo suo,  ma  senza  nessun  impegno,  da  parte  del
    giornale,  di  prendere  il suo discorso per programma.  Parlasse pure
    audace,  audacissimo.  In pochi mesi di vita parlamentare  l'onorevole
    Cortis  aveva  gi  saputo  distinguersi,  conciliarsi molto rispetto,
    molta simpatia;  il suo discorso,  se gli riusciva di condurlo a fine,
    avrebbe  sicuramente levato rumore nella Camera e fuori,  avrebbe dato
    modo di studiare gli umori, le disposizioni del pubblico,  di prendere
    posto,  col  giornale,  un  po' pi indietro o un po' pi avanti,  sul
    terreno migliore.
    Cortis fece un atto di acquiescenza muta,  sdegnosa;  gli  altri,  chi
    prima, chi dopo, chi ad alta, chi a bassa voce, approvarono. Non v'era
    pi  niente a dire.  Le cravatte bianche uscirono subito;  ultimo usc
    anche Cortis. Prese a braccetto il senatore che aveva parlato, uomo di
    grande  ingegno,  dottrina  e  virt,  lo  trasse  con  s  verso  via
    dell'Aracoeli,  a forza, perch colui voleva piegare verso il Collegio
    Romano.
    Se mi credevate  matto  disse  Cortis,  nervoso,  dovevate  farmelo
    sapere prima.
    L'altro protest, ma Cortis non parve nemmeno ascoltarlo, gli dichiar
    che avrebbe mandato a monte societ,  giornale e tutto, che si sarebbe
    ritirato  davvero  dalla  vita  politica.  Il  senatore  si  prov  di
    ammansarlo, di persuaderlo che avendo richiesto gli amici di consiglio
    non doveva poi offendersi se il consiglio era dato liberamente. Cortis
    negava  di aver chiesto consigli ad alcuno;  tenendosi legato a quella
    gente, non aveva voluto muovere un passo senza dirlo, ma si era tenuto
    sicurissimo di una  piena  approvazione.  Non  erano  le  solite  idee
    discusse  tante  volte  sin  da  quando  s'era  stabilito  di  fare il
    giornale? No, no, Cortis lo sapeva bene,  si aveva gelosia di lui,  si
    aveva paura di creargli troppa influenza, troppa autorit. Il senatore
    no, ma gli altri s; gli altri erano invidiosi, nemici occulti. Non li
    aveva visti il senatore? Non li aveva uditi?
    I  radi  viandanti si voltavano a guardar quest'uomo alto e smilzo che
    parlava con  tanta  foga,  con  voce  vibrante  di  tanta  emozione  a
    quell'altro  grosso  e  piccino,  tutto  mansueto  nel suo soprabitone
    all'antica.  Questi  cercava  fermarsi  sotto  i  fanali,   a  guardar
    l'orologio,  ma Cortis non glielo consentiva,  gli stringeva pi forte
    il  braccio,  lo  trascinava  seco  per  isghembo,   come  un  ragazzo
    riluttante.  Solo  alla  salita  del  Campidoglio  il buon senatore si
    piant su' due piedi risoluto a non lasciarsi trarre pi avanti.
    Caro Lei, mi faccia il piacere! diss'egli. Dove va?
    Ho bisogno di camminare,  di stancarmi! rispose  Cortis.  Non  m'ha
    detto Lei che va qualche volta, la sera, al Colosseo?
    Grazie tante!  Alle otto! Per amor del cielo! Alle otto. Son le dieci
    e mezzo, sa. A quest'ora sono sempre a letto.
    Perch desideravo stare un po' con Lei.  C' poca gente  ch'io  stimi
    quanto Lei.
    Grazie  rispose  il  senatore  con  un  sorriso  modesto  e una voce
    cascante.  Riverisco soggiunse facendosi piccin  piccino  quasi  per
    sfuggir  meglio al suo terribile interlocutore.  Cortis gli strinse la
    mano e lo lasci senza dir parola.
    Camminava rapidamente,  vedendo la Camera,  i vicini  intenti  a  lui,
    intento  il  presidente;  e,  in  faccia  a  s,  sotto  la tribuna di
    sinistra, l'orologio muto che veniva segnando,  momento a momento,  il
    passar di parole irrevocabili, il passar di un'ora fra le pi solenni,
    fra  le  pi gravi della vita di chi parlava.  Talvolta la figura,  lo
    sguardo d'Elena gli fugavano ogni altra  visione;  ma  poi  quell'aula
    scura, quei volti oscuri e marmorei, quel quadrante, quell'inesorabile
    lancetta   tornavano.   E  si  udiva  parlare,   udiva  il  cicaleccio
    indifferente  dei  colleghi,  poi  le  interruzioni,  i  richiami,  le
    ingiurie.  Le  sentiva  veramente come schiaffi sul viso;  un fiume di
    collera gli veniva alla bocca;  egli rispondeva a destra e a  sinistra
    con l'invettiva e il sarcasmo,  solo contro tutti. Parole, attitudini,
    gli tempestavano nella fantasia con rapidit  crescente.  E  camminava
    camminava, con i denti serrati, con le pugna strette, quando in piazza
    de'  Fenili  traball  preso  da  un capogiro,  dovette aggrapparsi al
    parapetto verso il Foro, aspettare, ansando,  che passasse.  Quando le
    imminenti  colonne  spettrali  di  Castore  e  Polluce  ristettero  di
    girargli attorno con gli altri grandi cadaveri del Foro,  tutti  grigi
    di luna velata,  rimase a guardare,  quasi inconsapevole,  i tre fusti
    potenti,  il colossale mozzicone d'architrave fermo sotto  i  nuvoloni
    bianchi che veleggiavano all'Esquilino.
    La  pace  dei secoli morti gli entr a poco a poco nel cuore.  Riprese
    quindi adagio il suo cammino pensando, attonito,  a questa cosa nuova,
    a  questo  girar  vertiginoso  della  vista,  cui  neppure una volont
    gagliarda come la sua poteva arrestare. Calma, calma, ci voleva; anche
    per l'indomani.  Non immagin pi niente,  non ascolt che il  proprio
    passo nella solitudine.
    A  un  tratto  si  trov  sul viso il Colosseo enorme,  nero fino alle
    nuvole.   I  piccoli  fanali  non  rompean  l'ombre   a   due   passi.
    S'intravvedeva appena, in fondo all'entrata, l'arena chiara. Cortis si
    cacci in quel buio, avidamente, parendogli uscir dal tempo in un'aria
    eterna,  a riposare. La luna pendeva sul Celio, imbiancando in alto, a
    sinistra di Cortis, le gigantesche vertebre nude dell'anfiteatro.  Non
    si   vedeva  anima  viva.   Solo  un  lumicino  attraverso  le  arcate
    dell'entrata opposta,  verso San Clemente;  solo di tempo in tempo  un
    sordo rumor di ruote dava debole segno della vita lontana.
    Cortis  si  appoggi a un rudere del podio imperiale,  nell'ombra.  Il
    silenzio desolato,  le immense rovine cineree e nere gli davan  l'idea
    di  un  cratere  spento  della  luna,  fra  quelle montagne morte,  al
    crepuscolo.  E tornavano,  con questo triste sogno,  il viso,  la voce
    d'Elena.  Era  ella dunque in un altro pianeta?  Proprio in eterno non
    sarebbe stata sua? Il cuore si mise a battere,  a battere.  Si strinse
    con le mani il petto,  temendo uno sfacelo di s.  Dio,  Dio,  cos'era
    questa prostrazione dello spirito,  cos'era questa onda che gli veniva
    su su su alla gola,  al viso, cos dolce, cos amara, cos forte? Lui,
    Cortis, piangere?  Si volt alla pietra antica,  vi affisse la fronte.
    Pochi  minuti  dopo  uno  sciame  di gente sbuc nell'arena,  si ferm
    all'entrata con degli: Oh! Beautiful! Wonderful! Cortis and via.





















    CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
    ERAN DEGNI DI QUESTO.

    Elena non dorm quella notte. Ebbe un breve sopore all'alba e sogn la
    sua cameretta gaia di Passo di Rovese, il vento fresco,  il verde e le
    rose;  un sogno in cui si sdegn,  quasi,  con se stessa. Si alz alle
    sei, and a messa alla Minerva con il desiderio di pregare, di trovare
    un po' di pace.  Non pot.  In chiesa pi ancora che fuori si  sentiva
    muta  di  fede.  E invidi,  sedendo stanca nel suo banco,  tutti quei
    devoti che avevano tante cose buone da  poter  domandare  a  Dio,  che
    pregavano  fervorosamente,  come  se  proprio  lo  vedessero  l fermo
    sull'altar maggiore ad ascoltarli.  Ella  invece  non  vedeva  che  la
    propria sua vita misera,  inutile,  e non desiderava niente, non aveva
    niente da domandare a Dio senza  peccato.  Gli  chiederebbe  forse  di
    estinguerle  la  passione,  il  fuoco  dell'anima?  Oh  no no,  il suo
    tormento le era troppo caro: ne viveva.  Piuttosto chiedergli di farla
    morire;  ma che ne sarebbe di lei nell'altra vita? Che aveva mai fatto
    di bene, in questa? Qualche opera di carit, freddamente. Anche la sua
    virt di moglie fedele, che merito religioso aveva? Nessuno. Era stata
    fedele,  in parte per un fiero sentimento umano d'onore,  in parte per
    non  nuocere  a lui,  per non essere un inciampo sul suo cammino.  Con
    quale frutto? Con questo solo;  non commettere il male.  Cosa ne aveva
    ella fatto di tanta potenza d'amore e d'opere,  che sentiva nel cuore?
    L'aveva sepolta. No,  non doveva chiedere la morte a Dio,  ma la vita;
    non l'amore,  non la gioia,  non la pace,  ma solo la forza di fare il
    bene per amor Suo, di soffrire con rassegnazione.  Si esalt in questo
    pensiero,  un  subito  fuoco  amaro le arse nel cuore,  e chiese a Dio
    questo; gli disse che non gli domanderebbe mai di esser felice neppure
    nella esistenza futura,  che  accettava  e  benediva  la  Sua  volont
    quand'anche  fosse  di farla soffrire eternamente.  Trov riposo nella
    preghiera e un alito molle di quella pace cui non voleva chiedere. Era
    spossatezza, forse, e naturale effetto di uno sforzo cos violento. La
    preghiera le venne  morendo  nello  spirito  stanco;  quasi  anche  il
    pensiero; restava solo un senso di quiete.
    Le venne poi quest'idea,  che non valesse la pena di nascondere ancora
    il suo cuore a Cortis. Con tutto il suo studio di farsi dimenticare da
    lui,  d'offenderlo,  non v'era riuscita,  e comprendeva bene  d'essere
    indovinata  da  lui:  l'una  e  l'altra  cosa  le davan tanta dolcezza
    malgrado se stessa!  E allora?  Il simulare  diventava  un  sacrificio
    inutile. Povero Cortis, quale consolazione gli aveva dato ella mai? Di
    chi  era  la colpa se gli toccava ora la pena di vivere con sua madre?
    Costei le aveva scritto dei ringraziamenti pindarici,  delle tenerezze
    nauseabonde   con  certe  sconvenienti  allusioni  alle  persone  male
    appaiate,  che le avean tratto  al  viso  il  suo  sangue  altero.  La
    contessa Tarquinia non sapeva darsene pace;  descriveva sua cognata da
    giovane come la pi falsa,  la pi egoista  creatura  del  mondo;  una
    convivenza  impossibile!  Elena  era  piena  di  rimorsi bench avesse
    chiesto a Cortis per colei il solo permesso di abitare Roma. Bisognava
    domandargli perdono a mani giunte, vedere se non ci fosse pi rimedio.
    La messa era finita, la gente usciva. Elena si inginocchi un momento,
    non a pregare, ma a pensare che se fosse lecito domandar simili cose a
    Dio,  se un'anima poco  credente,  poco  degna  come  la  sua  potesse
    sperarne  ascolto,  gli  chiederebbe  di  provveder  lui,  di liberare
    Cortis.  Uscendo di chiesa le venne in mente con un lampo d'ironia che
    avrebbe  dovuto  ricordarsi  anche di suo marito.  In fatto la lettera
    ricevuta a Cefal le  aveva  messo  un'agitazione  pi  profonda,  pi
    indefinibile  che  ella  non  volesse confessare a se stessa;  ma ora,
    sapendo che la dilazione del pagamento si  era  ottenuta  dopo  quella
    lettera,  ignorando  che  suo  marito fosse stretto da altre necessit
    egualmente  minacciose,  non  se  ne  curava  pi  tanto.  Era  andata
    segretamente,  la  sera innanzi,  in via delle Muratte;  il barone era
    fuori; gli aveva lasciata una lettera.
    Che fare di pi?
    Sulle scale dell'albergo incontr il senatore Clenezzi che ne scendeva
    e che,  vedendola salire a quell'ora,  rimase l  di  stucco,  a  mani
    giunte, senza nemmanco salutare.
    Cara Lei diss'egli finalmente, ne ha altre? Sa mica che sono appena
    appena le sei e mezzo?
    Elena sorrise.
    Che piacere ha d'incontrarmi! diss'ella.
    Il  senatore  si  storse  tutto,  sospir  come  se inghiottisse delle
    proteste venutegli alla bocca e rispose solo: Basta. Poi le parl di
    uno stranissimo biglietto di Cortis,  pervenutogli  in  quel  momento.
    Elena trasal,  gli si porse tutta con un atto di muta domanda.  Colui
    le diede il biglietto che diceva:
    E' arrivata in Roma stamattina improvvisamente, mia madre.  Non so se
    mi  sar  possibile  venire  alla  Minerva  verso  le dieci come avrei
    voluto. A mezzogiorno ho affari; poi c' la Camera e devo parlare.  La
    prego di avvertire le signore. Se non potr venire mander pi tardi i
    biglietti per la seduta.
    Mi  dica  un  po'  chiese  il senatore prima ancora che Elena avesse
    finito di leggere. Cos' questa storia?  Io ho sempre inteso e da lui
    e da Lei e da tutti che il signor Cortis era solo, che non aveva altri
    parenti se non loro. Capisco niente, io!
    Elena  non  rispose;  teneva  sempre  gli  occhi  sul  biglietto  come
    riflettendo. Lo rese finalmente a Clenezzi.
    Va bene diss'ella.
    Clenezzi intese che ne sapeva pi di lui  e  che  non  le  garbava  di
    parlare. Si conged, promettendo tornare verso le dieci per mettersi a
    disposizione  della  contessa Tarquinia.  Era gi in fondo alla scala,
    quando Elena ridiscese in fretta, lo raggiunse.
    Vada da Cortis diss'ella, veda mia zia e, quando viene,  me ne dica
    qualche cosa.
    Il senatore,  sbalordito,  aperse la bocca per scusarsi,  quando Elena
    risaliva gi, correndo, la scala.
    La contessa Tarquinia non si svegli che  un  paio  d'ore  pi  tardi.
    Quando  seppe dell'arrivo di sua cognata,  dichiar netto ad Elena che
    tutti erano padroni di perdonare  fin  che  volevano,  che  col  cuore
    perdonava  anche  lei,  ma  che  non l'avrebbe veduta sicuramente.  Le
    rincresceva per Daniele, ma su questo punto non poteva transigere.  Se
    Elena volesse ascoltar lei, si comporterebbe allo stesso modo.
    Oh  no!  rispose  Elena  con  un  tale  fuoco sdegnoso,  con un tale
    aggrottar del ciglio che sua madre si affrett a dirle: Eh, non La si
    offenda,  per amor  di  Dio!;  e  poi,  fatte  molte  professioni  di
    esagerata  umilt,  di esagerato rispetto per il gran talento e per il
    generoso cuore di sua figlia, che intanto fremeva,  incominci,  quasi
    parlando  a  se  stessa,  a  ripeter l'iliade de' passati falli di sua
    cognata, senza tacere di certi antichi guai che avevano avuti insieme.
    Lo so interruppe  Elena,  ma  vuoi  rendere  ancora  pi  amaro  il
    sacrificio di Daniele, sapendo poi anche la parte che v'ho preso io?
    Padrona   rispose  la  contessa  Tarquinia,   padronissima!   M'hai
    domandato consiglio? E Daniele mi ha mai detto niente?
    Elena sdegn replicare.
    Clenezzi torn alle nove e mezzo,  e fu ricevuto da Elena sola  perch
    la  contessa  Tarquinia non aveva ancora compiuta la propria toeletta.
    Era andato a casa Cortis, non disse con qual pretesto;  in fatto,  per
    domandare notizie dell'affare Di Santa Giulia.
    E dunque? chiese Elena.
    Ho  visto  anche  la  Sua  signora  zia  rispose  il senatore con un
    inchino.
    No, no,  no rispose Elena impaziente,  battendo palma a palma.  Non
    c' affatto bisogno di complimenti. Dica, dica proprio com'.
    Proprio? rispose il senatore.  Ho da dirla? E' uno spavento. Non ho
    mai visto una cosa compagna.
    Dica.
    Non parliamo del fisico.  Lunga,  gialla,  magra;  non ha che pelle e
    ossa.  Da  noi  si direbbe che  buona da mandare a Palazzolo per fare
    dei bottoni. Ma  la toeletta, ma sono i modi, ma  l'insieme!  Cortis
    me  l'ha  presentata con una faccia e una voce da gelar le parole fino
    in gola,  e lei mi si  messa subito a chiacchierare,  a chiacchierare
    tanto che non ho potuto resistere cinque minuti e sono scappato.
    Il senatore sost un momento e riprese, grave:
    Ma sa chi m'ha fatto impressione?
    Elena impallid.
    Cortis  diss'egli.  Deve  star  male.  Se vedesse!  Ha la fisonomia
    alterata. Ho paura che gli succeda qualche cosa.
    Ella lo guard,  muta,  con due occhi cos aperti,  cos  fissi,  cos
    pieni  di  subito spavento,  che il senatore si affrett ad attenuare,
    come pot meglio, l'effetto delle sue parole e della faccia sepolcrale
    con cui le aveva proferite.  In questa entr  la  contessa  Tarquinia,
    elegantissima,  e, data ai due una occhiata rapida, domand a Clenezzi
    se  ci  fossero  notizie  di  suo  genero.  Clenezzi  rispose  un  po'
    storditamente  che s,  che il barone Di Santa Giulia era aspettato da
    Cortis in casa sua per mezzogiorno.
    Da Cortis?  Cosa c'era di nuovo?  Qui il senatore s'imbarazz un poco.
    Rispose  che si trattava di alcune ultime intelligenze da prendere con
    l'avvocato, di alcune formalit relative al noto accomodamento.  Elena
    non parl;  alla contessa Tarquinia piacque accettare ogni spiegazione
    che le mettesse il cuore in pace, almeno per quel giorno. Elena in fin
    dei conti era partita da Cefal con il permesso di suo marito;  questi
    era  informato  del  giorno  e  dell'ora in cui ella doveva arrivare a
    Roma;  lo si era andato a cercare al Senato  e  a  casa;  gli  si  era
    scritto  nei  termini  pi convenienti;  che poteva egli richiedere di
    pi?
    La contessa domand a Clenezzi se avesse in pronto  un  bel  programma
    per la giornata.  Lei non esigeva che la messa a San Pietro e il corso
    a villa Borghese.  Il senatore propose una visita al  museo  Tiberino,
    aperto da poco tempo.  La contessa Tarquinia arricci il naso. Oh Dio,
    musei!  Ne aveva veduti tanti!  Cosa c'era di bello  in  questo  museo
    Tiberino?  Clenezzi  confess  umilmente che non v'era andato mai.  La
    contessa vi si rassegn e stavano per uscire quando Clenezzi  ramment
    che  Cortis gli aveva detto di voler fare il possibile per venire alla
    Minerva tra le dieci e mezzo  e  le  undici.  La  contessa  Tarquinia,
    atterrita  dall'idea  di  vedersi  forse comparir davanti sua cognata,
    s'infuri a dire, che nell'incertezza,  non era il caso d'aspettarlo e
    che  si  poteva lasciare al portiere un biglietto per lui.  Lo scrisse
    subito ella stessa,  avvertendo Cortis che avrebbe potuto trovar lei e
    sua figlia, intorno alle undici, al museo Tiberino.
    A  San  Pietro,  mentre  la  contessa entrava nella cappella del coro,
    Elena trattenne Clenezzi con un cenno, gli chiese impetuosamente:
    Cosa c' di mio marito? Cosa va a fare da Cortis?
    Ma niente rispose il senatore. Quello che Le ho detto.
    La contessa torn indietro per dir  qualche  cosa  a  sua  figlia;  il
    dialogo fu troncato.
    Verso  le  undici,  la  carrozza  delle signore giungeva dal borgo San
    Spirito e quella di Cortis dal ponte di ferro al museo Tiberino
    Sapete cosa faccio? disse la contessa vedendo da lontano suo nipote.
    Vi dono il vostro museo, e ve lo dona anche il senatore;  non  vero?
    Lui mi accompagna a fare una commissione;  e tu,  Elena,  vai al museo
    con Daniele e poi ti fai accompagnare all'albergo. No?
    Per me!... rispose il senatore chinando il capo e  alzando  le  mani
    spiegate.  Elena  non  disse  parola,  non  arross n impallid: solo
    l'ansar del seno tradiva la sua commozione.  Prima  che  scendesse  di
    carrozza, sua madre le sussurr rapidamente all'orecchio di riferire a
    Cortis  la sua ferma volont di non ricevere la cognata.  Elena scosse
    risolutamente il capo.
    Parlerai tu diss'ella.
    La contessa Tarquinia morse disperatamente il ventaglio che teneva  in
    mano; poi, salutato appena suo nipote, ordin al cocchiere:
    In via Condotti.
    Cortis non capiva. Guard Elena come per chiederle una spiegazione.
    Alla mamma non piacciono i musei diss'ella con voce incerta e con un
    sorriso forzato della bocca,  che mal rispondeva al fuoco triste degli
    occhi. Se puoi mi accompagni tu.
    Figurati rispose Cortis. Prese i biglietti e,  offertole il braccio,
    entr  con lei nel giardino deserto,  incolto,  che verdeggia sotto le
    solitudini di Sant'Onofrio.
    I lontani rumori di Roma morivano in quel silenzio profondo. Le grandi
    palme di fronte al museo con la  loro  gravit  orientale,  gli  abeti
    ritti  e  densi  su  per  il  Gianicolo  con  la  loro rigidezza nera,
    mettevano nella quiete una malinconia solenne.
    Non  ci  sono  stato  mai  neppur  io  disse   Cortis.   Dev'essere
    interessante.
    Anche la sua voce aveva un leggero tremito.  Elena lo seguiva, inerte.
    Alla porta del museo egli pieg a destra per entrarvi;  ma allora quel
    braccio  inerte  appoggiato  al suo s'irrigid a un tratto,  lo spinse
    diritto avanti.
    Perdonami, perdonami singhiozz Elena con voce soffocata.
    Cortis sent riprendersi dalle vertigini  della  sera  precedente,  ma
    stavolta  le vinse con un impeto di volont,  strinse forte il braccio
    d'Elena, e la trasse,  camminando rapidamente,  in un viale erboso che
    si perdeva a sinistra, fra le macchie. L dentro rallent il passo.
    No,   no,   Elena   diss'egli,   tenero,   accarezzandole  la  mano,
    portandosela alle labbra.  Cosa vuoi che abbia da  perdonarti,  cara?
    Non ho niente, niente.
    Ella  soffocava  il  pianto nel fazzoletto,  un pianto convulso che le
    scoppiava dalle spalle.
    No,  no,  Elena,  no,  cara le ripeteva Cortis con una dolcezza  che
    pareva raddoppiare l'emozione di lei.  Ella poteva solo dire a stento,
    quasi parlasse a se stessa:
    Impossibile, impossibile!
    Si chet poco a poco, alz il viso a suo cugino.
    Mi perdoni? diss'ella.
    Ma Dio! rispose Cortis fermandosi, prendendole ambedue le mani.  Il
    tuo silenzio? La tua freddezza? Ma se...
    Elena ebbe paura che compiesse la frase, lo interruppe.
    S,  s diss'ella, tutto, s, anche quello; ma quello lo facevo per
    te, Daniele, perch tu mi potessi dimenticare per sempre, per sempre!
    Io posso tutto rispose Cortis,  cingendole la vita con  un  braccio;
    io  posso amare e soffrire quanto nessun altro al mondo e posso anche
    morire...
    Ella gli strinse la mano affannosamente,  come  se  glielo  portassero
    via.
    ... s, sai, anche morire prima di farti del male.
    Oh diss'ella,  credi che non lo sappia? Credi che ne abbia dubitato
    mai?  Non  di questo che avevo  paura;  avevo  paura  di  essere  una
    disgrazia per te.
    Posso anche morire riprese Cortis, ma dimenticare no, Elena. E come
    saresti  una  disgrazia  per  me?  Se  vuoi  parlare  dei  miei doveri
    pubblici, lo sai,  non c' sentimento privato,  per quanto forte,  che
    valga a...
    Questo  lo  so  interruppe  Elena,  ma  io  pensavo,  te l'ho anche
    scritto,  che hai bisogno di un amore intero,  diverso... "Dal  mio",
    voleva dire; ma la parola le mor sulle labbra.
    Me l'hai scritto e ti ho risposto.
    Cortis  la  sentiva tremar tutta.  V'eran,  l di contro,  una colonna
    mozza,  dei vecchi gradini  semicircolari  appoggiati  al  pendo  del
    colle,  mezzo  nascosti  nell'erba.  Cortis  vi  fece  sedere  la  sua
    compagna.
    Oh Daniele! diss'ella.  Quello che mi devi perdonare sopra tutto  
    la  lettera per tua madre.  Sono stata cos leggera,  cos stupida!  E
    adesso per causa mia...
    Cortis non la lasci finire.
    No diss'egli,  adesso niente per causa tua.  Adesso mia madre    a
    Roma con me perch io l'ho voluto liberamente.  Tu non c'entri. Vi era
    forse dell'egoismo nella mia ripugnanza a vivere  con  lei.  Prima  mi
    dicevo: qualunque sacrificio, ma questo no. Ed era male. Gli altri non
    sono sacrifici,  poich si fanno volentieri.  Del resto,  io non le ho
    mica detto che la terr meco per sempre.  Le ho detto  di  venire  per
    ora.  E'  un  esperimento da tentare prima di lasciarla sola,  affatto
    libera di s. Insomma, mi hai fatto del bene.
    Elena gli afferr una mano per baciargliela.
    Oh! fece Cortis ritraendosi. Poi, con un subito slancio,  prese ambe
    le mani di lei, l'alz, quasi di peso.
    Sono io mormor, che posso...
    Si chin rapidamente,  la baci in fronte.  Ella tremava, tremava, non
    aveva pi volont n forza,  quasi non intendeva  n  vedeva  pi.  Lo
    stesso Cortis non pot, per alcuni istanti, soggiunger parola.
    Basta diss'egli. Di questo n'eravamo degni tutt'e due.
    Sedettero l'uno presso all'altra in silenzio.
    Elena parl per la prima.
    Vai in chiesa, tu? diss'ella. Preghi?
    Cortis sorrise, le chiese il perch di questa domanda.
    Perch  io vorrei pregare come una volta,  e non posso.  Non ho fede,
    non ho fede, non ho fede!
    Ella pronunzi in fretta  con  voce  accorata  queste  ultime  parole,
    celandosi il viso fra le mani e crollando il capo.
    E'una sventura diss'egli. Io vado poco in chiesa; mi occupo pi del
    mio paese che dell'anima mia;  ma il mio cuore sente Dio profondamente
    e spero ch'Egli non sia in collera con me.
    Sai riprese Elena,  vorrei dirti tante cose dell'anima  mia,  tante
    cose strane! Ma adesso non trovo le parole. E poi soggiunse alzandosi
    di botto, ti ho fatto perdere anche troppo tempo. Tu devi partire...
    Giunse le mani con un movimento improvviso e disse sottovoce:
    Perch viene da te mio marito?
    Come  lo  sai?  esclam Cortis,  brusco.  Ah,  Clenezzi! soggiunse
    subito. Non  niente. E' per definire una buona volta la faccenda del
    pagamento, metterla in carta. Se fosse qui tuo zio, farebbe lui.  Cos
    faccio io e poi gli riferisco.  Son cose semplicissime.  Che gran cose
    vuoi che sieno?
    Si stizziva, quasi. Elena non insistette.
    E poi diss'ella, tu stai poco bene? Devi curarti, sai.
    Cortis si strinse nelle spalle.
    Io?
    Elena non si perdette a contraddirlo,  mise in un "oh" sommesso  tanta
    passione  di preghiera,  che Cortis se ne sent correr la dolcezza nel
    sangue e non rispose. Di fatto sapeva di aver la febbre,  la testa gli
    pesava  pi  del  piombo,  ma  tollerava  il  male con la sua consueta
    energia,  aiutato anche dall'orgasmo nervoso.  Ora,  poi,  quel  primo
    aprirsi  a  lui  dell'anima ch'egli amava,  quel sentirsi un risponder
    cos pieno e profondo al sentimento suo,  quell'aurora  di  una  nuova
    vita lo ristoravano.
    Anche  la  quiete selvatica del luogo lo vena penetrando.  Fiorellini
    bianchi e gialli oscillavano  nell'aria  meridiana  sui  ruderi  della
    vecchia  gradinata,  un  usignolo cantava sul bacino circolare ch' in
    mezzo al giardino, n voce n passo umano turbavano il silenzio caldo.
    Cortis non sarebbe pi venuto via, ma era quasi mezzogiorno, bisognava
    muoversi. Presero un viale a caso,  non sapendo quale dei due guidasse
    l'altro.  Fu  nel  passare  presso alle grosse radici sporgenti e agli
    strani candelabri di una fitolaca del Messico,  smarrita ella pure  in
    mezzo al giardino, che Cortis si avvide di avere sbagliato strada e ne
    avvert Elena.
    Oggi  debbo  anche  parlare  alla  Camera diss'egli poi,  e tu devi
    venire. Ti far avere i biglietti all'albergo.
    Elena si strinse al suo braccio.  Entrarono un momento nel museo,  per
    convenienza   e  senza  dirselo,   provando  acuto  piacere  d'essersi
    tacitamente accordati nello stesso pensiero. Guardaron solo un piccolo
    busto femminile,  una povera testina piegata sull'omero,  bianca,  dai
    lineamenti  dolci,  un  po'  affievoliti  per tanti secoli,  per tanti
    flutti crsivi sopra.  Pareva che l'antico artista  l'avesse  lavorata
    nel presentimento di una sorte cos amara,  le avesse infuso un dolore
    rassegnato e profondo,  che ora nell'aria pura e quieta di quella sala
    diceva di aver troppo sofferto, di non si poter consolare.
    Durante   il  tragitto  dal  museo  all'albergo  n  Elena  n  Cortis
    proferirono parola. Solo nell'accomiatarsi Cortis le disse:
    Se tua madre non viene alla Camera, tu vieni ugualmente?
    Ella lo guard con i suoi grandi occhi appassionati, gli strinse forte
    la mano e rispose sottovoce:
    S.

    CAPITOLO QUINDICESIMO.
    IL SEGRETO DELLA SIGNORA CORTIS.

    L'avvocato Boglietti and a casa Cortis alle dodici e un quarto,  e fu
    fatto entrare dal domestico nello studio con l'ossequiosa preghiera di
    volervi  aspettare  un  momento  il  signor padrone che sarebbe venuto
    subito. Cinque minuti dopo vi entr la signora Cortis,  tutta sorpresa
    di  questo  ritardo  del  deputato  suo  figlio,  tutta dolente che il
    signore dovesse aspettare.
    Il signore,  un po' sbalordito da quella figura e da quella  eloquenza
    di vecchia ballerina, fece delle proteste cerimoniose.
    Si accomodi disse la signora, sorridendo sempre. Se permette...
    Si accomod anche lei,  per non lasciarlo solo. L'altro, poco disposto
    a questo  colloquio  inatteso,  voleva  scusarsi,  ma  le  sue  parole
    confuse, trovando sempre quel sorriso melato, vennero meno.
    Il  deputato  mio  figlio  replic  la  signora,   tanto occupato.
    Bisogna ch'Ella scusi.
    Oh  rispose  l'avvocato,  lo  so  bene.   Anzi  soggiunse,   devo
    congratularmi con la signora, poich sento ch' sua madre...
    La signora giunse le mani e alz gli occhi al cielo.
    S, s diss'ella, una madre felice! Nessuno pu saper quanto!
    L'avvocato ebbe paura che glielo volesse spiegare a lui,  e, appena lo
    pot decentemente, trasse l'orologio.
    Credo diss'egli,  che debba trovarsi qui un'altra persona,  secondo
    quanto il Suo signor figlio mi ha scritto stamattina.  Non so se forse
    sia gi venuta.
    Posso sapere? mormor la signora Cortis porgendo  la  persona  e  il
    viso con il pi officioso desiderio.
    Un conoscente, suppongo. Il senatore Di Santa Giulia.
    Colei balz in piedi.
    Il senatore? diss'ella. Il barone Carmine? Deve trovarsi qui?
    Ma... credo! balbett l'altro, sorpreso.
    La signora scapp dalla stanza senza dir parola e torn subito.
    Non  venuto diss'ella,  e adesso mi spieghi,  La supplico,  perch
    deve venire? Oh,  signore soggiunse aprendo tragicamente le braccia e
    scotendo il capo,  perch l'avvocato esitava un poco,   una donna, 
    una madre,  la madre del deputato Cortis che glielo domanda!
    L'avvocato sorrise.
    Dio mio, signora diss'egli,  non s'inquieti.  Non si tratta mica di
    duelli, si tratta di cose pacifiche.
    Pacifiche! esclam la signora Cortis con una ironia da scena.  Ella
    sa sicuramente, signor avvocato,  che fra certe persone non vi possono
    essere  cose pacifiche.  Oh s! qui la signora alz un dito fatidico.
    Oh s! fra certe persone...
    Tacque, col dito in aria, e volse il capo all'uscio, ascoltando.
    Hanno suonato disse Boglietti. Sar il senatore.
    La signora gli afferr un braccio.
    Signore! diss'ella.  Io la supplico!  Ella non mi ha parlato!  Ella
    non mi ha visto!
    Corse via,  e l'avvocato guardava ancora,  a bocca aperta, l'uscio che
    s'era richiuso dietro a lei,  quando il vocione del senatore Di  Santa
    Giulia disse dalla parte opposta:
    Buon giorno.
    Il  senatore  era  dimagrito,  ingiallito,  mostrava  nella  fisonomia
    qualche cosa di pi scuro e sinistro;  ma  la  gran  voce,  la  eretta
    persona e il fare prepotente non avevano mutato.
    Si  butt di sghembo sul sof,  accavalcando le gambe e rovesciando il
    capo all'indietro sui cuscini.
    Oh diss'egli soddisfatto,  che sagrato piacere ho di  trovarmi  con
    questo dolce avvocato mio!  Scrivete bene,  voi; avete lo bello stile!
    Quella vostra lettera  di una forma squisita.  La  sostanza  pare  un
    poco brigantesca, ma...
    L'avvocato,  rosso come un papavero, voleva protestare. L'altro non si
    scompose punto,  gli fe' cenno,  con un pacato agitar della  mano,  di
    starsene cheto!
    Sss!  Non ci riscaldiamo!  Questa gente del nord come piglia le cose!
    Siete bene piemontese, voi? Ho detto "pare, pare. Pare" ma non , come
    la faccia del senatore Di Santa Giulia che pare d'un terremotaccio  ed
      il pi mansueto c...  che sia.  Oh santo diavolo il diritto  dalla
    vostra parte.  Volete che confonda  un  avvocato  con  un  gentiluomo?
    Questione di diritto non c'. E adesso ditemi cosa volete ancora da me
    voi e quest'altro mio reverendo cugino,  padre Daniele della compagnia
    di Ges. Non mi avete scritto che volete il danaro al 31 marzo?  E' il
    31 marzo oggi?
    L'avvocato  non  rispose.  Si  lisciava  i baffi guardando da un'altra
    parte.
    Eh? riprese l'altro.
    Parla con me? disse Boglietti. Chi l'ha invitata a venir qua?
    Cortis.
    Parli col deputato Cortis.
    Eccomi disse Cortis entrando in quel punto.  Chiedo scusa a  questi
    signori.
    Di che, di che? rispose il senatore. Si aveva qui una conversazione
    piacevolissima  con  questo  amabile  signore.  Ora  si  pu benissimo
    continuare.  Stavo domandandogli  cosa  diavolo  voialtri  due  potete
    volere da me.
    Niente,  voialtri  due  disse  Cortis freddo.  Chi vi ha pregato di
    venir qua sono io.
    Ah, benissimo rispose colui. E avete pregato anche questo signore?
    Anche questo signore.
    Bene,  suppongo che avrete a parlarmi di qualche  cosa  che  riguarda
    voi, o della quale, almeno, avete il diritto di parlare a me.
    Gli  occhi  di Cortis scintillarono un momento di sdegno e si spensero
    subito.
    Perch continu l'altro  alzando  la  persona  e  la  voce,  se  si
    trattasse...
    Vi ho pregato di venir qui interruppe Cortis,  per parlarvi. Quando
    avr parlato vi ascolter.
    Eh, sentiamo! disse il barone ricadendo a giacere, quasi,  sul sof.
    Si fuma?
    Trasse un sigaro e l'accese senza attendere risposta.
    Cortis  sedette  alla  sua scrivania e cominci a parlare stringendosi
    forte con le mani la fronte e le tempie.  L'avvocato aveva  gli  occhi
    fissi in lui, il barone fumava guardando il soffitto.
    Mi  manca il tempo e la voglia diss'egli,  di spendere delle parole
    inutili. Ho una proposta da farvi.
    A chi? disse il barone.
    A tutt'e due.  Qualcuno che non vuol  essere  nominato,    disposto,
    sotto  certe  condizioni,  ad  assumere  il debito del barone Di Santa
    Giulia verso...
    Non seccatemi! grid il senatore. Questa persona  mia suocera e io
    prego il demonio che se la porti. Non seccatemi!
    Scagli rabbiosamente il sigaro a terra.
    A' miei debiti ci penso io! diss'egli.
    Cortis aveva una pazienza mirabile, quel giorno.
    Vostra suocera non c'entra rispose.
    E  allora?  esclam  il  barone,  non  pu  essere,   ma  se  fosse
    quell'altra carogna di...
    Zitto! proruppe Cortis calando due gran pugni sulla scrivania.
    Avete  a  sapere  incominci  con  sommessa voce stridente il barone
    chino incontro a lui,  avete a sapere,  e me ne f...  che  lo  sappia
    anche  questo  signore,  che  io ho dei debiti,  molti debiti,  ma che
    voglio  essere  dieci,  cento,  mille  volte  pi  nobile  dei  vostri
    nobilissimi,   purissimi  signori  Carr,  della  vostra  arcivirtuosa
    signora zia e dell'arcigentiluomo suo cognato,  i quali mi hanno  dato
    senza  difficolt  qualcheduno  che vale veramente molto pi di loro e
    anche pi di me,  se volete,  e poi han difeso pochi quattrini con  le
    unghie  e  con i denti,  me li hanno negati nel momento opportuno,  si
    sono fatti giuoco di me,  hanno persuaso quella persona a  mentire  la
    prima volta,  credo, in vita sua, e adesso che hanno paura per il loro
    nome,  per la loro reputazione di  gente  onesta  e  generosa,  adesso
    vengono ad offrirmeli.
    Ma che offrire! disse Cortis.
    E adesso continu l'altro senza badargli, adesso io dico: no!
    Cortis  fece  un  atto  di  stanchezza  e di tedio,  poi rispose quasi
    sottovoce:
    E' inutile. Nessuno di casa Carr vi offre niente.
    Il barone si strinse nelle spalle.
    Eh, santo Dio! diss'egli. Chi volete...!
    Non andate a cercare. Qualcuno che io non nominer mai,  qualcuno che
    non vi  n parente n amico.
    Cortis  parlava  a  mezza  voce,  stanco,  chiudendo gli occhi ad ogni
    tratto e sfiorandosi con una mano la fronte.
    E perch? disse il barone.  Questa persona,  perch vuol  pagare  i
    miei debiti?
    Il  perch non  affar vostro.  Ma c' una condizione.  La Presidenza
    del Senato vi ha gi fatto invitare un'altra  volta  a  rassegnare  le
    vostre  dimissioni,  in  un  dato  caso,  da  senatore  del Regno.  La
    condizione  questa.
    Il barone tacque un momento.
    Ah diss'egli con un  sorriso  sarcastico,  pretendereste  avere  un
    incarico del Governo?
    Io non ho nominato il Governo.
    Il Governo,  caro signor Cortis replic il barone,  avrebbe obbligo
    sacrosanto di fare per me questo e molto pi nobilmente; perch poi vi
    dir che quando non mi credessi pi degno  di  sedere  in  Senato,  ne
    uscirei di mia libera volont,  e la vostra condizione  malvagia.  Ma
    in ogni modo,  prima di pronunciarmi,  voglio che mi dichiariate se  
    veramente il Governo che mi offre questo.
    E' solo al signor avvocato rispose Cortis,  che dovr dichiarare il
    nome del suo nuovo debitore. E' lui che deve dirmi se gli soddisfa. Io
    non far altre dichiarazioni ad altri.
    Sta bene esclam il senatore alzandosi.  Non ci sono dichiarazioni,
    non ci sono condizioni,  non ci sono persone anonime,  non c' niente.
    Ci sono io,  caro signor cugino e  caro  signor  avvocato.  Il  signor
    avvocato,  mi  ha scritto una lettera alla quale io risponder,  in un
    modo o nell'altro, prima del 31, e ora buon giorno a tutt'e due.
    Un momento! disse Cortis, alzando la mano verso di lui.  Ho facolt
    di togliere la condizione.
    Non me ne importa rispose il senatore.
    Cortis si alz in piedi. Fermatevi! diss'egli.
    Colui  si  strinse  nelle  spalle,  aperse  l'uscio e,  piantandosi il
    cappello in testa, disse senza voltarsi:
    Complimenti.
    Gran bestia! esclam l'avvocato quando l'intese discendere le scale.
    Cortis s'era rimesso a sedere con le tempie in mano.
    Dunque sono io diss'egli.
    L'avvocato lo guard senza comprendere.
    Io che pagher soggiunse Cortis.  Lei non comprende.  Io sono amico
    del  conte Carr.  Se fosse qui,  se lo si potesse informare di tutto,
    pagherebbe.  Ora ci sono ragioni  particolari  di  sbrigare  la  cosa.
    Dunque,  se  Lei non ha obbiezioni,  la sua cliente mi cede il credito
    verso Di Santa Giulia, e io mi obbligo a pagarle la intera somma entro
    quindici giorni.
    Si figuri! esclam l'avvocato..
    E Lei  far  sapere  subito  al  senatore  ch'egli    prosciolto  da
    qualunque obbligo verso la Banca. Nient'altro.
    S'immagini! Ella fa un atto nobilissimo.
    Niente  affatto  rispose  Cortis.   Sono  un  "negotiorum  gestor".
    Gliel'ho detto. Prende un punch?
    No, l'avvocato non prendeva punch a quell'ora. Cortis suon, ordin un
    "punch" forte e il caff.
    Bisogner scrivere qualche cosa diss'egli.
    L'avvocato rispose che non c'era fretta.  Avrebbe preparato con comodo
    l'atto  di  cessione  e Cortis lo avrebbe sottoscritto l'indomani.  Ma
    Cortis volle che si facesse almeno un preliminare, l,  seduta stante.
    Allora il Boglietti,  dovendo recarsi per certe carte al suo studio di
    via Sant'Ignazio, usc, promettendo tornare dentro pochi minuti.
    L'uscio in faccia alla scrivania di Cortis si aperse pian  piano,  sua
    madre  porse  il  viso  a guardare se l'avvocato ci fosse ancora,  poi
    entr precipitosamente.
    Daniele,  no!  gemette  con  voce  soffocata,   giungendo  le  mani.
    Daniele, no!
    Cosa c'? diss'egli.
    La  signora  Cortis  si  butt  ginocchioni,  appoggi  la fronte alla
    scrivania e ruppe in singhiozzi ripetendo:
    No, no, no!
    Egli le domand due o tre volte con dolcezza cosa volesse dire  questa
    scena, ma poi, non potendo trarne che gemiti, fu preso da un impeto di
    collera, le grid di parlare o di escire.
    Oh Dio, Dio! diss'ella. Non devi sottoscrivere.
    Cosa, non devo sottoscrivere?
    Niente!... Per quell'uomo che  andato via prima, niente!
    Vedo   che   dovr   mettere  delle  doppie  porte.   Ma  perch  non
    sottoscrivere?
    Ella non rispose che a singhiozzi.  Allora  Cortis  si  ricord  delle
    parole misteriose dettegli da lei a Lugano.
    In nome del cielo diss'egli, alzatevi e parlate. Alzatevi, dico!
    Sua  madre  si  alz  tenendosi a due mani il fazzoletto sugli occhi e
    and lenta, curva, verso il sof. Giuntavi, alz le braccia.
    No disse, come parlando fra s, non lo posso permettere! E sedette
    nascondendosi da capo il viso.
    Cortis fremeva.
    Adesso sar qui l'avvocato diss'egli, e voi non potete restare.  Se
    avete qualche cosa a dire, ditela subito.
    Ella  si  alz  in  piedi  adagio  adagio,  diritta  e pallida come un
    fantasma. Per la prima volta,  forse,  Cortis pot vederle arder negli
    occhi una passione vera.
    Sai diss'ella sottovoce,  senza un gesto, che egli era amico di tuo
    padre?
    Chi?
    Di Santa Giulia.
    So che ce l'avevano raccomandato quando era tenente di  cavalleria  e
    che veniva poco in casa nostra.
    S,  ma  ci  vedevamo  spesso  fuori.  E sai il paese?  gli anni?  Ad
    Alessandria, fra il 53 e il 55.
    Cortis pieg il viso, si rec la mano alla fronte,  come se pensasse a
    raccogliere i propri pensieri.  La tolse subito, ne appunt l'indice a
    sua madre, inarcando le ciglia.
    S diss'ella, il tempo della mia sventura.
    Tacque; i loro occhi s'incontrarono,  si parlarono.  Un subito tremito
    invase  Cortis,  una  subita  angoscia gli corse al viso.  Si protese,
    sbarrati gli occhi, a sua madre.
    Lui? chiese con voce soffocata.
    Ella ansava, ansava, lo guardava sempre e non rispondeva.
    A un tratto il viso di Cortis divent freddo.
    E'il secondo che accusate diss'egli,  buttando in aria un braccio  e
    la mano spiegata.
    L'altro era morto rispose la madre.  Speravo di salvarmi.  E poi ho
    le prove.
    Che prove?
    Ho un biglietto che mi scrisse quando,  cacciata  di  casa,  andai  a
    cercarlo a Valenza, dov'era in distaccamento.
    Ella  parlava  ora  impetuosa,  con  tutt'altro  accento  dal  solito,
    sentendosi a fronte uno scetticismo che sapeva di meritare  spesso  ma
    non  questa volta.  N'era irritata e trovava nella irritazione,  senza
    saperlo, l'accento della sincerit.
    Il biglietto l'ho  qui  diss'ella  traendosi  una  carta  dal  seno.
    Sapevo  gi  che  non  mi  avresti creduta.  Crederai a questo.  L'ho
    conservato sempre con la fede che verrebbe il momento della  vendetta.
    E'  venuto.  Capisco  che  forse  faccio  del male anche a me,  ma non
    importa.
    Cortis si strinse le pugna alle tempie, aspir l'aria con violenza,  a
    bocca aperta.
    Sua  madre  gli porse il biglietto in silenzio.  Egli guardava la mano
    stesa e quel pezzo  di  carta  che  tremavano,  tremavano;  non  osava
    pigliarlo.
    Una scampanellata all'uscio della scala.
    Vi prego di uscire disse Cortis trasalendo. E' qui l'avvocato.
    L'avvocato? Mandatelo via subito.
    Vi prego replic l'altro imperiosamente.
    Ella  torn  attrice,  brand  il  biglietto  ritirando il capo fra le
    spalle e guardando fiso suo figlio;  poi glielo pos con un gran gesto
    sulla scrivania e usc a lenti passi,  non senza essersi fermata sulla
    soglia a levare e scotere in alto le mani congiunte.
    Cortis prese il biglietto.  Era una carta di visita del barone Carmine
    Di  Santa  Giulia,  ufficiale di Genova cavalleria,  e vi si leggevano
    queste parole di suo pugno a matita:
    Te lo meriti. Nei panni del dottore avrei fatto lo stesso. Guai se le
    signore belle e buone adottassero questo sistema!  Tuo  marito    poi
    anche  militare  e  mio superiore di grado.  Io ho gi voltato pagina,
    voltala anche tu.  E buona fortuna.  Dopo tutto non sono neppur sicuro
    della paternit che vuoi affibbiare a me.
    Eccomi qua disse l'avvocato,  entrando.  Non ho fatto presto? Tengo
    anche la carta bollata.
    Cortis alz la testa, lo guard con due occhi vitrei.
    Se mi  permette  continu  l'avvocato  accostandosi  alla  scrivania
    metto gi queste due righe.
    Credette  forse  che  Cortis  gli cedesse il proprio posto,  ma poich
    quegli non si mosse,  si rassegn a pigliar un'altra  sedia  e  vi  si
    acconci, come pot meglio, a scrivere:
    Colla... presente... privata... scrittura...
    Pos la penna e interruppe il suo soliloquio spezzato per rivolgersi a
    Cortis.
    Io avrei pensato di far cos diss'egli,  anche per evitare spese...
    Le pare?
    Cortis accenn appena del capo,  senza rispondere: e l'altro,  ripresa
    la penna,  prosegu il suo lavoro, articolando, mano a mano, le parole
    che scriveva.
    ...da valere... nel miglior modo... che... di... ragione...
    Cortis abbranc una penna con le mani convulse,  la storse,  la spezz
    d'un colpo
    Cosa c'? chiese l'avvocato.
    Cortis salt in piedi, afferr colui per le spalle, gliele strinse.
    Scriva,  scriva!  diss'egli;  e  si pose a camminare su e gi per la
    stanza.
    L'altro stava a guardarlo, stupefatto. Cortis si ferm,  gli disse co'
    denti stretti, battendo il piede a terra:
    Vuole scrivere?
    Poi  and  diritto alla porta ond'era uscita sua madre,  e,  trovatala
    socchiusa,  la chiuse con un colpo terribile,  sbattendo  a  terra  la
    chiave,  dall'altra  parte.  Stette  un momento a capo basso,  quasi a
    pensar  che  fosse  quel  tintinnio;  poi  and  a  sedere  sul  sof.
    L'avvocato,  che non capiva niente di questa burrasca,  lo guard alla
    sfuggita. Pareva impietrato. Quegli continu a scrivere in silenzio.
    Dopo dieci lunghi minuti depose la penna e guard Cortis da  capo,  lo
    vide nella stessa attitudine di prima.
    Ecco diss'egli,   finito. Scusi soggiunse vedendo che l'altro non
    si moveva, Le  succeduto qualche cosa?
    Cortis scosse il capo, nervosamente.
    Adesso Le dar  lettura  dell'atto  soggiunse  l'avvocato.  E  lesse
    l'atto,  fermandosi  ogni  tanto a correggere una parola,  a mettere i
    punti sugl'"i".
    Lei  salva  forse  una  vita  umana  disse  poi,  cercando  smuovere
    blandamente Cortis dal suo silenzio.
    Lo sa? esclam questi, avido.
    Ma!...  Lo  so!...  Io  non  posso  mica  dire  e nessuno pu dire di
    saperlo. Queste non sono cose che si sappiano.  Io,  naturalmente,  mi
    sono  un  poco  informato.  Mi  hanno  riferito certi discorsi,  certi
    atti... una storia d'un revolver che avrebbe fatto vedere alla padrona
    di casa... insomma,  un complesso!...  Forse fanfaronate,  forse no...
    non so... secondo il carattere dell'uomo. Lei lo conosce pi di me.
    Cortis  taceva  sempre.  I suoi occhi spalancati,  immobili,  dovevano
    veder qualche cosa, l, sul pavimento.
    S,   delle  visioni  passavano,   trasmutandosi   continuamente   sul
    pavimento,  come  ombre  segnatevi  dal rapido moto di una mano alta e
    occulta dietro le spalle di Cortis.  Era il viso di suo padre  che  si
    trasfigurava  in  tutti gli atti diversi della vita e della parola,  e
    poi nella quiete marmorea della morte;  riapriva quindi gli occhi,  si
    alzava  piano piano dal guanciale,  si erigeva con tutta la persona in
    faccia a un'altra figura,  alla figura dell'uomo partito poc'anzi,  il
    quale lo guardava alla sua volta fumando e ghignando.
    Se  crede  di  sottoscrivere... disse l'avvocato.  Prima Lei e dopo
    io.
    Cortis, acceso in volto, alz le pugna strette, ringhi fra i denti.
    Non scrivo niente.
    L'avvocato trasal,  batt il dorso  alla  spalliera  della  seggiola,
    allargando le braccia, inarcando le ciglia.
    Niente!  ton  Cortis  a  voce  spiegata.  Colui  stette  un pezzo a
    guardarlo,  si strinse nelle spalle,  si alz e  raccolse  le  proprie
    carte.
    Allora balen a Cortis una terribile idea, tutta la stanza gli si emp
    di  queste  parole:  "S'  ammazzato Di Santa Giulia".  Ed era lui che
    l'aveva ucciso con il suo rifiuto,  che aveva fatto libera  Elena.  Il
    rimorso gli stringeva il cuore;  e vi mesceva una sorda angoscia,  uno
    spavento  di  non  aver  pi  la  sua  calma  usata,   la  sua  ferrea
    risolutezza.
    E adesso diss'egli, scaduto il termine, lei che cosa far?
    Lo   sa   bene.   Denunzia   immediata  al  procuratore  del  re  per
    appropriazione indebita.
    In quel momento si picchi all'uscio. Cortis si scosse,  alz il capo,
    ma  non rispose.  Si picchi pi forte.  La voce flebile della signora
    Cortis disse:
    Daniele! Daniele! Una parola sola! Ti supplico!
    Aspettate! rispose Cortis, risoluto,  aggrottando le ciglia.  Chiuse
    un istante gli occhi, poi si alz in piedi, chiese all'avvocato:
    Che ore sono?
    Era la sua solita voce chiara e imperiosa, stavolta.
    Colui guard l'orologio.
    Il tocco e mezzo.
    Cortis trasse il proprio.
    Il  mio  ritarda  mezz'ora in punto diss'egli e lo regol.  Poi and
    dritto alla scrivania,  prese la penna,  fece all'atto una gran  firma
    furiosa, porse silenziosamente la penna all'avvocato, e quando questi,
    tutto sbalordito, ebbe pure sottoscritto, gli fe' cenno di andarsene e
    disse forte:
    Avanti!
    La  signora  che  entrava e l'avvocato che usciva s'incontrarono sulla
    porta.  Ella lo squadr rapidamente,  gli lesse  la  soddisfazione  in
    viso, interrog con gli occhi atterriti suo figlio ritto in mezzo alla
    stanza.
    Vi  prego disse Cortis,  di avvertire che il "punch" e il caff non
    occorrono pi. Debbo andare alla Camera. Fatemi trovar pronto il letto
    al mio ritorno.
    Oh Dio, Daniele esclam sua madre, sei malato?
    No, sono stanco, ho sonno.
    Prese il cappello.
    Daniele! gemette la signora.
    Egli fece due passi verso l'uscio,  poi torn indietro,  suon per  il
    domestico e gli disse cadendo sul sof:
    Fa venire una vettura.
    Il domestico lo vide stravolto, disfatto, si arrischi a dirgli di non
    muoversi.
    Debbo  andare  rispose  Cortis  e  si curv,  cupo,  sulle ginocchia
    accavalciate. Sua madre lo guardava, non osava pi parlargli.
    Egli part due minuti dopo,  con l'occhio  fisso,  quasi  barcollando.
    Giunto sulla scala disse al domestico:
    Se mi succede qualche cosa,  avvertire subito la contessa Carr, alla
    Minerva.  Qualunque ordine vi si  dia!  soggiunse  accennandosi  alle
    spalle col pollice.


















    CAPITOLO SEDICESIMO.
    ALLA CAMERA.

    Lo  sapevo,  io!  disse  sottovoce  ad  Elena  la contessa Tarquinia
    facendosi vento con molto dispetto,  perch l'aula  era  quasi  vuota.
    Siamo  venute  un'ora  troppo presto.  Te l'avevo ben detto!  Bastava
    venire alle due, alle due e mezzo.
    Molti ventagli battevano con voce aspra e secca lo stesso punto  nella
    tribuna  destra della Presidenza.  Altri misuravano placidi e lenti il
    durar di una pazienza flemmatica,  di una placida soddisfazione;  o il
    cammino  di  un pensiero su qualche via molto lontana da Montecitorio.
    Un signore pratico insegnava ad alcune dame l'aula e  le  tribune,  le
    cose  e  le  persone,  parlando  forte,  cercando  sul viso dei vicini
    l'ammirazione e il rispetto dovuto alla sua esperienza.  Ma le signore
    si  guardavano pi volentieri fra loro,  obliquamente.  Solo quando un
    deputato entrava nell'aula e il signore pratico ne diceva il nome, dei
    ventagli tacevano,  dei cappellini si porgevano avanti verso  il  gran
    vuoto.  La  contessa Tarquinia,  elegantissima,  in "marron" e celeste
    molto chiaro,  con due braccialetti d'oro liscio larghi quattro  dita,
    era tra le pi guardate. Pareva la sorella maggiore d'Elena.
    Questa, vestita di nero, senz'altri gioielli che una croce di turchesi
    al  collo,  soffriva delle impazienze di sua madre,  delle chiacchiere
    inesauribili di quel signore,  di trovarsi l fra tante persone ignote
    e  sugli  occhi  di  tante  altre,  con quello che aveva in cuore.  Le
    sarebbe bastato di vedere Cortis per togliersi da un tale disagio;  ma
    Cortis non era ancora entrato nell'aula. Pochi deputati scrivevano sui
    loro stalli,  altri giravano per i settori con le mani in tasca, altri
    discorrevano nell'emiciclo,  guardavano le  tribune.  Uno  di  questi,
    l'onorevole T.,  conoscente di casa Carr, vide la contessa Tarquinia,
    capit subito nella tribuna,  si  offerse  alla  contessa  per  quanto
    avrebbe potuto desiderare da lui in Roma.  Ella gli rispondeva con dei
    sorrisi luminosi,  tutta rossa di piacere per quell'omaggio  pubblico.
    T. non aveva riconosciuto Elena sulle prime e se ne scus alla meglio,
    disse che la credeva in Sicilia.
    E'una fede antica in Lei e molto robusta disse Elena col suo sorriso
    fine. M'ha sempre creduto in Sicilia anche quando mi vedeva a Roma.
    Colui  divent tutto rosso,  protest,  ma Elena lo interruppe subito,
    gli chiese cosa si rappresentasse quel giorno alla Camera.
    Eh!  rispose  T.  Prima  c'  l'esposizione  finanziaria.   Non  lo
    sapevano?  E'  per  questo che vede le tribune cos affollate.  E poi,
    questo lo sapranno meglio di me,  c' il "coup d'clat" che vuol  fare
    Cortis.
    Oh! esclam la contessa. Che cosa? A noi non ha detto niente.
    Allora  non  sar  vero.  Sa  che  i  suoi elettori hanno mandato una
    protesta  contro  di  lui?  Si  dice  che  intenda  rassegnar  le  sue
    dimissioni da deputato con un discorso... molto ardito, per lo meno.
    I vicini guardavano T., stavano attenti. Qualcuno si voltava a ripeter
    sottovoce la notizia.  Uno che non aveva udito bene, sussurr: Chi?.
    Gli fu risposto sullo stesso tono:  Cortis,  quel  clericale.  Elena
    ud,  vibr  a  chi l'aveva detto un'occhiata di freddo disprezzo.  La
    contessa  Tarquinia  n'era  tutta  sconsolata,   non  voleva  credere,
    domandava a T. come e quando e da chi fosse uscita questa voce. Sapeva
    della  protesta,  ma  sapeva pure che molti sottoscrittori n'erano gi
    pentiti.  T.  rispose poche frasi  vaghe,  si  scus  di  non  potersi
    trattenere pi oltre e tolse congedo.
    Capace,  sai!  sussurr  la  contessa a sua figlia.  Ha delle idee,
    certe volte!  E non dir niente!  Anche questa ci voleva.  Ti giuro che
    appena comincia a parlare, vado via.
    Perch?
    Perch  chi sa cosa succede,  e allora sto male.  Oh Signore,  sei di
    sasso tu? Eh, vado via, vado via. Di' la verit che tu staresti qui?
    Sicuro.
    Va bene, e poi vengano a dirmi...
    Era un dialogo di bisbigli e l'ultima frase della  contessa  Tarquinia
    fu  ancor meno di un bisbiglio;  ma Elena ud,  si accese di sdegno in
    volto,  indovinando un'accusa che sapeva di non aver giustificato  con
    alcun atto palese.
    Cosa? diss'ella.
    Niente.
    Infatti  nessuno  aveva  parlato  alla contessa Tarquinia di tenerezze
    sospette fra Cortis e sua figlia;  ma una pia  X.  glien'avea  scritto
    molto tempo addietro,  a fin di bene. Elena non parl pi. Il cuore le
    batteva forte di dolore, di sdegno, di disgusto, come se una curiosit
    villana fosse venuta a guardarvi dentro di  furto.  E  adesso  avrebbe
    quasi voluto andar via anche lei;  le ripugnava di star l,  le pareva
    che quando fosse entrato Cortis,  quando avesse preso la parola le  si
    dovessero  vedere  i  pensieri.  Intanto  il  ventaglio della contessa
    Tarquinia batteva e ribatteva l'aria, pi fastidioso che mai.
    Che noia! diss'ella.
    Una signora vicina mormor timidamente:
    M'avean detto che si cominciava al tocco.
    La contessa Tarquinia non rispose.  Non era il  ritardo  che  le  dava
    maggior noia.
    Adesso  comincieranno subito disse il signore pratico.  Vedono quel
    deputato che si mette a scrivere  l  in  alto,  in  cima  al  secondo
    settore? Quello  Minghetti. Oh! Ecco Depretis!
    La  contessa  dimentic un momento le sue pene per guardare anche lei,
    come gli altri,  il ministro che  entrava  da  destra  col  suo  passo
    stanco.
    Una signorina disse sottovoce:
    Come  vecchio!
    Guarda  osserv la contessa Tarquinia a sua figlia,  se non  tutto
    lo speziale di Passo di Rovese. Ah, ma tutto!
    Elena non  le  badava.  Anch'ella  s'era  scossa  vedendo  entrare  il
    ministro;  ne  aveva  ricevuto  un  colpo,  sentendo  pi vivamente il
    tardare di Cortis.  Il cuore le  batteva  forte.  "Se  fosse  malato!"
    pensava.  E lo vedeva a letto col volto acceso,  con gli occhi lucenti
    di febbre.
    Non c' ancora il presidente disse qualcuno.  Di solito    al  suo
    posto  mezz'ora  prima.  Allora  un  signore entrato da pochi momenti
    osserv che l'aveva veduto uscire dalla Presidenza insieme al deputato
    Cortis.
    Ecco! sussurr la contessa Tarquinia. Hai udito?  si saranno intesi
    per questo discorso. Non c' dubbio!
    Farini,  Farini! disse il signore pratico alle sue vicine. Guardino
    Farini.
    L'onorevole presidente della Camera  entr  rapidamente  e,  scambiate
    poche  parole  con  taluno  dell'ufficio  di Presidenza,  prese il suo
    posto.  Elena aspettava palpitando che qualcun altro entrasse dietro a
    lui.
    Entr  l'onorevole  ministro  Magliani,  entrarono  gli  uscieri con i
    portafogli,  li posarono sul  banco  del  Ministero.  Seguirono,  alla
    spicciolata,  una  trentina  di deputati,  il campanello presidenziale
    ruppe con la sua vocina  nervosa  il  rombo  delle  conversazioni,  un
    segretario cominci a leggere tediosamente, ad alta voce, qualche cosa
    cui nessuno badava.  E Cortis non compariva. Ma Elena sapeva che aveva
    conferito col presidente, era pi tranquilla.
    Dov' il posto di Cortis? le chiese sua madre.  Elena non lo sapeva.
    Il   signore   pratico   si  affrett  di  risponder  lui  con  melata
    ufficiosit:
    L, signora, nel terzo settore,  vicino a quel deputato pallido colla
    barba nera. Eccolo il deputato Cortis. Arriva adesso. L, signora.
    Elena  guardava  a  destra e Cortis entrava da sinistra a braccio d'un
    altro deputato.  Attravers lentamente l'emiciclo e sal al suo  posto
    senz'alzare il capo alla tribuna. Elena non lo vedeva bene in viso, ma
    qualche  cosa  nel suo passo,  nel suo atteggiamento le faceva male al
    cuore.
    E' gi, per, Daniele disse la contessa Tarquinia. Pare un vecchio.
    No?
    L'altra non rispose.
    Qualcuno fece sss! perch il presidente  leggeva  qualche  cosa  che
    richiamava  l'attenzione  della  Camera.  Nella tribuna tutti tendevan
    l'orecchio.
    Dimissioni disse uno, poi che il presidente ebbe finito di leggere.
    Di chi?
    Il nome non si  capito,  ma Cortis non    certo.  Zitto,  zitto!  Un
    deputato ha chiesto di parlare.  Chi ?  E' questo; no,  quest'altro.
    E' C.  che propone non sieno accettate  le  dimissioni  e  si  accordi
    all'onorevole  P.  un  mese di congedo.  Nelle tribune si mormora,  si
    dice: La solita commedia. S'alza un secondo deputato,  poi un terzo,
    poi un quarto.  Tutti suonano la stessa musica. La proposta  messa ai
    voti,  la Camera approva.  Allora Cortis  si  alza  e  dice  con  voce
    malferma quello che riferiscono gli atti della Camera.
    "Cortis". Domando la parola.
    "Presidente". Su che?
    "Cortis".  Per  una  dichiarazione.  Siccome  poi  non  voglio riuscir
    molesto  alla  Camera  che  ha  una  legittima  impazienza  di   udire
    l'onorevole   Magliani,   prego   l'onorevole  presidente  di  volermi
    riservare la parola a subito dopo l'esposizione finanziaria.
    "Presidente". Sta bene.
    Durante lo scambio di queste parole, Elena non aveva battuto palpebra.
    Manco male disse sua madre,  sentiremo Magliani e poi andremo  via.
    Hai udito che voce aveva Daniele? Non sta bene quel ragazzo.
    Elena taceva sempre, guardando Cortis con lo sguardo fisso, scuro, che
    diceva in lei un'acuta intensit di passione. Egli era l con i gomiti
    sul  banco,  la  testa  fra  le  mani.  Non  l'alzava  mai ed Elena ne
    soffriva, s'irritava, in pari tempo, di soffrirne,  disprezzava questa
    sciocca  fibra  egoista del proprio cuore.  Come non sarebb'egli tutto
    nella meditazione del suo discorso, come dovrebbe pensare a lei?
    Intanto il ministro  aveva  incominciato  a  parlare.  Quasi  tutti  i
    deputati  erano  scesi  ai  banchi inferiori per udirlo meglio.  Dalla
    tribuna della Presidenza si vedeva gi la sua  testa  bianca  volgersi
    ora  a  destra  ora a sinistra,  piegarsi nei radi momenti di silenzio
    alle carte disposte sul banco,  attingervi una  cifra,  rialzarsi;  la
    fluida parola riprendeva ad esporre le cose della finanza pubblica con
    la grande abilit che altri ammira, altri deplora. Non v'erano mai nel
    dire  dell'onorevole  ministro  effetti  oratorii;  ma  pure,  ad ogni
    tratto, dei bisbigli d'approvazione correvano nell'aula, padroneggiata
    non tanto dall'ingegno dell'uomo,  non tanto dalla perizia profonda di
    ogni minuto congegno del suo dicastero,  materia arcana ai pi, quanto
    dalla fama de' suoi ardimenti e, sovratutto, dallo splendore della sua
    straordinaria fortuna.
    Sar un divertimento anche questo  sussurr  la  contessa  Tarquinia
    dopo un po' di tempo. A me mi fa star gi il fiato. E quanto durer!
    Non lo so rispose Elena, asciutta. Io gi resto anche dopo.
    Amen rispose l'altra.
    Passavano le cifre,  passavano i sottili ragionamenti,  ma ben poco ne
    giungeva alla tribuna della Presidenza.  Ogni tanto qualcuno s'alzava,
    scivolava di fianco,  in punta di piedi, lungo i sedili. Poche persone
    vi  duravano  a  guardare  il  discorso  del  ministro  e  a  udire  i
    "benissimo" della Camera. Invece le tribune politiche rigurgitavano di
    gente.  Nella  tribuna  dei  senatori,  Clenezzi  guardava  spesso  le
    signore,  cercava farsi riconoscere,  ma inutilmente.  Ad un tratto il
    ministro tacque e sedette.  Un rumore sordo dal fondo dell'aula,  come
    di un nuvolo di mosconi che si levassero ad un tempo dal cibo.
    Ci siamo disse la  contessa  Tarquinia.  Cosa  fa  Cortis?  Cortis
    posava in quel momento sul banco le braccia incrociate e sulle braccia
    la testa. Non era la sua volta. Un altro ministro si alz a presentare
    una  relazione;  poi  l'onorevole Magliani,  che aveva solo chiesto di
    riposare per cinque  minuti,  ripigli  il  suo  discorso.  Elena  era
    inquietissima.  Vedeva  che  Cortis  si  sentiva male,  temeva che non
    potesse parlare come avrebbe saputo,  e che  avesse  poi  a  soffrirne
    moralmente.  Avrebbe  voluto  vederlo alzarsi,  andar via;  le facevan
    rabbia quei deputati suoi vicini di posto  che  non  si  movevano  per
    domandargli se fosse malato,  per consigliarlo di andar via. Non aveva
    dunque amici, Cortis, in tutta la Camera?  Si struggeva di scender lei
    a  condurlo  fuori.  Pensava se non vi fosse modo d'incaricarne T.  Si
    fece prestare un binoccolo  da  una  signora  vicina  onde  scoprirlo,
    accennargli,  se possibile,  di venire nella tribuna.  Ma prima guard
    Cortis.  In quel momento qualcuno gli batteva sulla  spalla.  Egli  si
    scosse, alz la testa. Ora Elena lo pot veder bene in viso. Era molto
    acceso, forse per essere stato tanto tempo col capo sul banco. Lo vide
    scambiar  poche  parole  con chi l'aveva toccato e crollar la testa in
    segno di diniego;  poi guardar un  momento  verso  la  tribuna,  senza
    mostrar di conoscervi alcuno, e discender lentamente all'attitudine di
    prima.  E quell'altro non gli parlava pi, non lo portava subito fuori
    della Camera!  T.  era intento al discorso del ministro,  non guardava
    mai  la  tribuna.  Elena  fu  per  scendere  all'ufficio  di via della
    Missione e far chiamare Cortis.  Ma no:  se  stava  meditando  il  suo
    discorso,  non sarebbe una chiamata opportuna. Potrebbe far venire T.,
    invece!  Intanto il ministro fin il suo discorso fra i "bravo" e  gli
    applausi.  I deputati d'ogni parte s'affollavano intorno a lui.  Anche
    nelle tribune molta gente si moveva per uscire.
    Cara te disse  la  contessa  Tarquinia,  non  si  va  proprio  via,
    dunque?
    Elena non rispose; forse non ud neppure. Teneva la persona eretta, le
    mani sul parapetto della tribuna,  aspettando,  senza quasi respirare,
    che il presidente desse la parola a Cortis.
    Adesso l'aula si  vuoter  disse  il  signore  pratico.  Invece  gli
    onorevoli deputati ripresero, quasi tutti, i loro posti.
    L'onorevole Cortis disse il presidente, ha la parola.
    Gli  occhi  di Elena salirono involontariamente all'orologio che aveva
    di fronte. Segnava le tre e cinquantacinque.
    Cortis si alz.  Da ogni lato della Camera,  tranne dal centro,  tutti
    guardavano  a  lui  in  diverse  attitudini,  da  quella  di  una viva
    curiosit a quella di una  sprezzante  noncuranza,  di  un  anticipato
    giudizio.  Al centro,  dove certe mediocrit boriose avevano sentito i
    sarcasmi di lui, conversavano e ridevano malgrado le scampanellate del
    presidente; perci Elena,  livida,  si mordeva le labbra.  Egli pareva
    aspettare  il silenzio,  inchinando la persona sul banco cui appuntava
    le mani. Il presidente suon ancora il campanello e disse:
    Parli pure, onorevole Cortis.
    Nello stesso momento Cortis incominci:
    Io debbo pregare la Camera... S'interruppe,  cercando la parola.  Si
    pose una mano alla fronte, poi ripigli con voce affievolita:
    Lo  stato  della  mia  salute  mi  costringe a domandare,  anzitutto,
    l'indulgenza della Camera.
    Fece ancora una pausa,  forse uno  sforzo  interno  di  richiamare  al
    cimento  il  vigore  dello  spirito  e  del  corpo.  La sua voce parve
    rianimarsi nel dire:
    E' probabile che la Camera proroghi oggi le  sue  sedute  ed  io  non
    posso  differire un atto che stimo doveroso verso i miei elettori,  il
    mio paese e me stesso.
    Prima di uscire da questo  recinto  forse  per  sempre...  Nel  dire
    "forse per sempre" la voce parve mancargli, la lingua intorpidirglisi.
    Pronunci  ancora  poche  parole inintelligibili e sarebbe stramazzato
    sul banco se i colleghi non fossero accorsi a sorreggerlo.  Si ud  un
    grido  dalla  tribuna  della  Presidenza,  ma  nessuno  vi pose mente.
    Uscieri e deputati accorrevano al banco  di  Cortis,  che  fu  portato
    immediatamente fuori dell'aula.
    Elena,  sulle  prime,  non  aveva  capito,  s'era  chinata  avanti per
    cogliere  le  parole  che  le  sfuggivano.   Poi,   vedendo  i  vicini
    soccorrerlo,  vedendolo  abbandonarsi  fra  le loro braccia,  balz in
    piedi,  gitt  un  grido  soffocato  guardando  l,   dove  tutti  ora
    guardavano  da tutte le tribune,  spenzolandosi in fuori,  salendo sui
    sedili, mettendo ai parapetti una corona di prone facce avide.  Quando
    Cortis fu levato di peso da due suoi colleghi e portato via,  ella, in
    un lampo,  senza che altri n lei stessa potesse dir come,  si sciolse
    da  sua  madre che,  tutta tremebonda,  le aveva posto addosso le mani
    convulse, balz fuori dalla tribuna.
    L'usciere di  servizio,  vista  venir  fuori  una  signora  pallida  e
    stravolta,  pens di trattenerla,  domandarle che volesse;  ma ella lo
    respinse con un gesto imperioso della sinistra, pass oltre,  usc nel
    corridoio  cui  mettono  le  tribune  di  quel  lato della Camera.  Il
    corridoio era vuoto,  silenzioso.  Si ferm un  momento,  non  sapendo
    raccapezzarsi da qual parte prendere.  Allora un signore uscito dietro
    a lei la raggiunse.
    Signorina diss'egli, non si spaventi, non sar niente;  venga dalla
    sua signora mamma che  un po' disturbata anche lei.
    La  parola  signorina  che  in quel momento poteva significar tanto,
    avrebbe trafitto Elena se tutta l'anima e tutti i  sensi  di  lei  non
    fossero  stati  altrove.  Le parve udire un suono di passi e di voci a
    sinistra;  corse via da quella parte,  senza rispondere,  si trov  in
    capo allo scalone che mette alle stanze della Presidenza.
    Saliva una frotta di gente.  T.  e un altro,  vedendo Elena, si fecero
    avanti,  la trassero da parte per non lasciarle vedere  Cortis  ch'era
    portato su, dietro a loro.
    Non  niente, baronessa disse T. Uno svenimento, una cosa da nulla,
    passer subito.
    Niente, niente ripeteva l'altro, sia tranquilla.
    Dov'?  Voglio vederlo disse Elena convulsa. Ci sono medici? Voglio
    assisterlo. E' mio cugino!
    Ma s, ma s insistevano gli altri, lo vedr, lo assister.  C' il
    ministro B., c' G. Adesso non ha bisogno che di quiete, si calmi.
    Due o tre altri deputati si aggiunsero a loro,  fecero siepe intorno a
    Elena mentre il triste convoglio passava  rapidamente,  entrava  nelle
    stanze della Presidenza.
    Elena se n'avvide,  non parl,  fece l'atto di slanciarsi avanti verso
    la porta; fu trattenuta. Si ricompose subito,  preg T.  di recarsi da
    sua  madre,  nella  tribuna;  preg  gli  altri,  con dolcezza,  quasi
    sorridendo, di lasciarla entrare dal malato, parlare con i medici. Per
    lei,  disse,  l'incertezza era peggiore di qualunque dolorosa  realt.
    Allora  fu  lasciata  passare rispettosamente.  Qualcuno che saliva lo
    scalone e non la  poteva  vedere,  disse  forte:  L'han  portato  l?
    Cattivo augurio;  la camera del povero....
    E  nomin  un giovane lombardo,  pieno d'ingegno e di ardore,  colpito
    anche lui al suo posto di deputato e morto nella camera  dove  avevano
    portato Cortis. Elena ud, si ferm un momento, mettendosi la mano sul
    cuore,  poi  entr  in un'anticamera oscura piena di gente che parlava
    sottovoce. Qualcuno dava degli ordini da una camera a sinistra, ancora
    pi oscura;  tra quella e questa  era  un  continuo  andare  e  venire
    d'uscieri.  Poca  luce  entrava per un altro uscio spalancato,  da una
    stanza chiara, elegante. Elena pieg a sinistra verso quel signore che
    dava gli ordini. Egli le disse bruscamente:
    E' moglie Lei? E' sorella?
    No.
    Bene, scusi; adesso non si entra.
    Ma voglio sapere... replic Elena fremendo.
    Cosa? Quello che nessuno sa? Potr entrare pi tardi. Aspetti l.
    Le accenn la stanza chiara,  rientr presso il malato con un  usciere
    che  arrivava allora portando qualche cosa,  e chiuse l'uscio dietro a
    s.
    Allora il deputato che le aveva parlato prima insieme a T., si accost
    ad Elena, le disse che pareva trattarsi di una minaccia di congestione
    cerebrale,  non certo leggerissima,  ma neppure molto  grave.  Avevano
    adagiato  l'infermo  in una poltrona e stavano preparandogli il letto.
    La  persuase  che  per  ora  non  potrebbe  far  niente;  l'opera  sua
    diventerebbe certo utile pi tardi. Entr con lei nella stanza chiara,
    la fece sedere sopra un divano a fianco della porta.  L non si vedeva
    l'andirivieni dell'anticamera.
    Lei non si sentir bene diss'egli. Avr bisogno di qualche cosa.
    Elena scosse  il  capo,  sussurr  un  grazie  quasi  inintelligibile,
    guardando la lucerna che ardeva,  bench non fossero ancora le cinque,
    sul tavolino davanti a lei.
    Le sedute finiscono tardi e qui si accendono sempre  le  lucerne  per
    tempo osserv colui tanto per dir qualche cosa.
    Ella  non  rispose.  Dopo  qualche tempo lo preg di non incomodarsi a
    star l con lei che poteva benissimo rimaner sola. In quel punto entr
    T.  La contessa Tarquinia era nel corridoio ad aspettare  sua  figlia.
    Elena scatt su dal divano,  raggiunse la contessa che dava il braccio
    al senatore Clenezzi e pareva reggersi appena.
    Oh Dio,  Elena diss'ella,  mi abbandoni in questo stato!  Andiamo a
    casa,  ti supplico.  Io non ho pi fiato,  non ho pi gambe: non posso
    far niente, non posso star qui!
    Coraggio,  mamma rispose Elena.  Ora non vengo.  Verr  pi  tardi,
    potendo;  quando  si vedr che piega prendono le cose.  E poi torner,
    naturalmente. Io sono forte, posso assisterlo benissimo.
    Oh Signore, e adesso non vieni?
    Ma no,  adesso prego il senatore  di  prendere  una  carrozza,  e  di
    condurti all'albergo.
    Si  figuri,  si figuri! ripeteva il senatore colla sua onesta faccia
    grave, piena di dolore. Dispongano. Io accompagno la contessa a casa,
    poi verr a prender Lei, se crede.
    Non occorre s'affrett a risponder Elena.  Io  non  Le  posso  dire
    adesso, proprio con precisione, quando verr.
    M'immagino mormor il senatore,  accostando il viso a quello di lei,
    che a momenti capiter qui la signora arrivata stamattina.
    Elena trasal.
    Non lo so,  non so niente diss'ella.  Io torno qui  certo,  a  ogni
    modo.
    Elena,  Elena  gemette sua madre,  pensa che non hai mica salute da
    buttar via neanche tu.
    Elena aggrott le ciglia, si strinse nelle spalle, sdegnosamente.
    Adesso vado diss'ella, e guizz via,  scomparve nell'anticamera.  Un
    momento dopo, scivolava dietro un usciere nella camera dell'ammalato.
    Ne  usc  due  ore  pi  tardi,  pallidissima  sempre,  ma tranquilla,
    s'intrattenne con alcuni onorevoli membri dell'ufficio di  Presidenza,
    che  le  offersero,  con la massima cortesia,  quanto mai ella potesse
    desiderare,  la persuasero che si  farebbe  ogni  cosa  possibile  per
    Cortis, del quale parlavano con vivissima stima e simpatia. Espressero
    poi  la  loro  ferma  convinzione che il male potesse gi considerarsi
    vinto con la cacciata di sangue  ch'era  stata  fatta  immediatamente.
    Elena chiese solo di mandare un telegramma,  che diresse al conte Lao,
    in questi termini:
    Daniele malato piuttosto gravemente. Ho bisogno di te, subito.
    Mand poi un biglietto al senatore Clenezzi  per  avvertirlo  che  non
    avrebbe potuto muoversi se non per un'assoluta necessit di sua madre,
    e  rientr da Cortis,  presso il quale c'era ora un'altra persona: una
    signora lunga e magra che usciva ogni tanto a gemere e singhiozzare.





    CAPITOLO DICIASSETTESIMO.
    UN INTERVENTO.

    Il diretto di Firenze? chiese a un guardasala il  senatore  Clenezzi
    entrando tutto trafelato, verso le quattro pomeridiane, nella stazione
    di Termini.
    Venti minuti di ritardo rispose quegli.
    Il  senatore  respir,  si lev il cappello,  si asciug il cranio col
    fazzoletto,  guardando gli omnibus schierati sulla  piazza.  Egli  non
    temeva pi,  ora, di essere arrivato troppo tardi, ma tornava a poco a
    poco sulla sua vecchia faccia una preoccupazione molto pi  grave,  la
    irrequietudine  senile  delle  labbra  e delle sopracciglia tradiva il
    turbamento dell'animo.
    Si  parte,   senatore?  gli  disse  in  bergamasco  un   giovanotto,
    accostandoglisi.
    Oh caro! rispose il vecchio. Scusi che non l'avevo veduto.
    Si parte? ripet l'altro.
    Ah Madonna! Non lo dica neppur per ischerzo! Sarei cos mai felice di
    svegliarmi domattina su al Mercato delle Scarpe!  Si ricordi bene, Lei
    che  giovane, c' tante cose belle al mondo,  ma un altro Bergamo non
    c' proprio mica, sa!
    Lei  qui in servizio,  non  vero? In servizio di belle signore, eh?
    Quando si tratta di belle signore, il senatore Clenezzi...
    Andiamo,  andiamo,  non dica delle fatuit.  Adesso arriva  il  conte
    Carr, se Dio vuole, e allora io me la cavo presto. Lei va a Napoli?
    S, signore.
    Buon viaggio, neh?
    Il  treno  di  Firenze  entr in stazione alle quattro e dieci.  C'era
    calca,  all'uscita,  e fra la calca c'era il  senatore  con  la  bocca
    aperta  e  con  gli  occhi sbarrati,  fissi sulla corrente che usciva.
    Passavano facce d'ogni et e d'ogni forma, esotiche e nostrali;  facce
    che  tiravan  via  dure coi fastidi in fronte di quel pigia pigia,  di
    quella curiosit;  e mai non compariva la faccia pallida,  con il gran
    naso  aristocratico,  con  la  barba  nera.  Gli  occhi  del  senatore
    diventavan sempre pi ansiosi.  Oramai erano usciti  quasi  tutti,  la
    folla s'era sciolta.  Possibile? Si fece avanti, guard, s'illumin di
    piacere e and incontro al conte  Lao  che  veniva  appunto  l'ultimo,
    adagio adagio, fumando, con le mani in tasca e il bavero del soprabito
    rialzato.  Lo  seguiva un facchino carico di valigie,  di scialli e di
    coperte.
    Caro conte disse il senatore,  io sono qui a riceverla a nome delle
    Sue Signore.
    Lao gli fece un leggero cenno di saluto, gli chiese subito:
    E Cortis?
    Ah,  bene,  bene!  Oggi  ne abbiamo 28,  non  vero?  Son passati tre
    giorni. Non c' confronto col primo giorno.
    Manco male!  esclam  il  conte  Lao.  Per  potevano  telegrafarmi
    ancora, darmi altre notizie. Io credevo quasi di trovarlo morto!
    Ma,  vede, non si sapeva quando Lei fosse partito, non si sapeva dove
    telegrafarle.  E poi Lei ha potuto vedere il bollettino  sui  pubblici
    fogli.
    Non ne leggo fece il conte bruscamente,  scotendo la testa.  Dunque
    guarisce?
    Oh certo, non c' dubbio,  quasi guarito adesso.
    Entrarono nell'omnibus della Minerva.  Lao  si  affrett  di  chiudere
    tutti i vetri, e si ravvolse le gambe in una coperta brontolando:
    In vagone si bolliva e qui si gela. Lui guarisce e creper io.
    Clenezzi, che lo conosceva poco, lo guardava come una bestia curiosa.
    E' infreddato? diss'egli.
    Infreddato?  Magari! Rovinato, sono. Del resto, sa, mi seccherebbe di
    morire a Roma,  perch ogni volta che ci son venuto mi son pigliate le
    febbri,  e, se risuscitassi qui, me le piglio subito ancora. Dunque mi
    dica. Cos'ha avuto Cortis?
    Il senatore gli raccont tutto.  Oramai  la  minaccia  di  congestione
    cerebrale era svanita e con essa qualunque pericolo.
    E' ancora alla Camera? chiese il conte.
    Ancora alla Camera.
    E mia cognata? E mia nipote? Sempre l, m'immagino!
    La  baronessa  Elena,  s,  sempre l,  tranne qualche ora la notte e
    qualche momento il giorno.
    Per saranno tranquille, adesso?
    Ma, so mica, ci sono per aria delle altre cose.
    Il conte Lao,  assordato dal rumore dell'omnibus e delle carrozze  con
    cui l'omnibus s'incrociava,  maled tutte le ruote di Roma e si chin,
    stringendo gli occhi, verso il suo compagno.
    Cosa? diss'egli.
    Il senatore guard fuori dell'omnibus fino  a  che  quel  fracasso  fu
    passato e poi ripet:
    Vi sono delle altre cose. Sa che la madre di Cortis  qui?
    Daniele  mi  ha scritto che doveva venire rispose il conte,  ma non
    sapevo che fosse gi qui...  Io gli ho risposto: Sei un asino.  Senta,
    gi; qualche bestia pu avere il cuore cos grande, ma un uomo, no.
    Ecco dunque una causa di fastidi riprese Clenezzi. E poi... Lei sa,
    gi... Si pu dirlo... quel mio signor collega Suo parente...
    Il conte Lao aggrott le ciglia,  mise, stringendo le pugna, una lunga
    voce tra il rantolo e il ruggito.
    Basta, insomma prosegu l'altro. Adesso ci siamo. Sentir.
    L'omnibus entrava allora in via Pi di Marmo. Un istante dopo il conte
    Lao saliva,  piano piano,  con Clenezzi,  le scale della  Minerva,  ed
    Elena gli scendeva incontro di corsa.
    T'ho visto diss'ella stendendogli le braccia.  Come sono felice che
    tu sia qui!
    Lao se la strinse al petto silenziosamente, la baci in fronte e,  nel
    rialzare il viso, disse con voce commossa:
    Addio.
    Elena  stese  la  mano  a  Clenezzi,  piuttosto per congedarlo che per
    ringraziarlo.  Le si vedeva in viso l'impazienza di restar sola con lo
    zio. Lo prese a braccetto.
    Andiamo su diss'ella.
    Piano,  piano  ripeteva  Lao,  piano  che  ho otto maledette ore di
    ferrovia nella schiena,  senza contare le dieci o dodici di  ieri.  Ho
    pensato che se non dormivo a Firenze arrivavo morto,  e allora cosa ne
    volevi fare di me? Miracoli no, sai.
    Caro zio! sussurr Elena stringendogli forte il braccio.  Noi siamo
    al  secondo piano,  ma per te ho fatto preparare una camera al primo e
    adesso andiamo subito da te.  La mamma  andata a riposare un'ora  fa.
    Mi aveva detto di svegliarla subito, ma possiamo aspettare un poco.
    Spero  in  Dio  disse  Lao,  che  non sar mica a tramontana questa
    camera!
    No, no, zio.
    Ci volle alquanto tempo prima che tutte le valigie,  gli scialli e  le
    coperte del nuovo arrivato fossero a posto. Finalmente zio e nipote si
    trovarono soli sopra un canap, tenendosi per mano.
    Dunque cominci il primo, Daniele bene?
    Elena rispose tranquillamente, senza alzar gli occhi in viso allo zio:
    S, benino.
    Me  l'ha detto adesso quel da Bergamo: come si chiama?  Clenezzi.  Di
    Daniele m'ha detto tutto.  E poi m'ha detto anche di altri fastidi che
    avete.
    Bisogna che tu sappia tutto e presto,  zio;  prima di veder la mamma,
    perch con la mamma, sai bene com', non si pu parlarne. Si turba, si
    agita... insomma  meglio che ne parliamo prima tra noi.
    Parla disse Lao. Io intanto, se permetti,  prendo un po' di solfato
    di chinino. Venendo a Roma, per i primi giorni, va bene. Tu parla.
    Si  alz,  aperse  una  sacca e si pose a cavarne con gran cura la sua
    farmacia, una quantit di ampolle e scatoline,  guardandone alcune con
    molta  attenzione  e  ripetendo  parla,  parla  perch Elena credeva
    allora dover interrompere il suo racconto.
    Ella gli venne narrando in fretta che la zia Cortis era capitata  alla
    Camera  quasi subito dopo il caso e aveva fatto una mezza scena perch
    non la si era mandata ad avvertire sull'atto. Avrebbe
    preteso di rimaner  sola  presso  suo  figlio.  Per  fatalit  Daniele
    tornava sempre nel delirio alla politica e alla madre,  ne parlava nel
    modo pi penoso per lei e per  gli  altri  presenti.  Allora  ella  si
    metteva  a  singhiozzare  e a discorrere senza posa,  rivolgendosi ora
    all'ammalato stesso,  ora agli altri,  per dire ch'era  tutto  effetto
    della malattia,  che suo figlio l'amava teneramente,  che non era vero
    questo,  che non era vero quello.  Insomma i medici le  consigliarono,
    per  ogni  buona  ragione,  di  lasciarsi  vedere  il  meno  possibile
    dall'ammalato.  Ella non volle saperne,  anzi studiava  di  adoperarsi
    attorno  al  suo  letto nel modo pi visibile.  Elena non fece maggior
    commento allo zelo di sua zia che di  questo  significante  aggettivo.
    Ell'avea  trovato  giusto  di  secondarla  nelle  sue premure materne,
    bench l'opera di lei fosse ben poco utile e le chiacchiere  ben  poco
    tollerabili.  Ma  poi  la  sera  del  26,  quando il delirio acuto era
    cessato, Daniele, vedendo tornar sua madre da una breve assenza, s'era
    fatto scuro scuro, l'aveva rimproverata acerbamente di lasciar la casa
    in abbandono per venire dove non c'era affatto bisogno di  lei.  Elena
    s'era provata di chetarlo, ma inutilmente; il suo esaltamento cresceva
    sempre pi, e stavolta i medici avean dovuto richiedere che la signora
    Cortis  uscisse  dalla  camera  e  non vi rimettesse piede per qualche
    tempo.   La  zia  era   uscita   fremendo   e   aveva   atteso   Elena
    nell'anticamera,  l'aveva assalita con invettive furiose,  accusandola
    di congiurare con i medici, di voler toglierle il cuore di suo figlio.
    Era uscito il medico,  era uscito un segretario  della  Presidenza  ed
    ella li aveva svillaneggiati in modo da farsi mettere alla porta,  era
    partita  giurando  che  domanderebbe  giustizia  al   presidente,   ai
    ministri, magari anche al re.
    Lao,  ch'era  stato  ad ascoltar le ultime parole di sua nipote con la
    pillola di chinino fra il pollice  e  l'indice  della  sinistra  e  un
    bicchier d'acqua nella destra, si trangugi la sua pillola.
    E dunque? diss'egli.
    E  dunque lei  stata qui,  tra iersera e stamattina,  tre volte.  La
    mamma non l'ha mai ricevuta.  Alla Camera gli uscieri avevan  l'ordine
    di non lasciarla passare,  ma io ho pregato che fosse tolto. E' venuta
    ieri;   venuta oggi;  per da Daniele non  entrata mai e io non l'ho
    veduta. Ora mi attendo un assalto in strada e anche la mamma ne ha una
    gran paura.
    Eh! fece Lao. Capacissima. Ma lasciami fare. Dove sta?
    Qui vicino. In piazza Venezia. La conosci tu?
    Eheh!
    Lao  alz  il  gomito  destro,  batt l'aria con la mano penzoloni dal
    polso.
    E poi c' altro? diss'egli.
    C' il peggio rispose Elena piano, con gli occhi bassi.
    Sentiamo il peggio.
    Mio marito  qui.
    Bene, sarebbe meglio che fosse a casa del diavolo, ma...
    Elena batt e ribatt sdegnosamente un piede a terra.
    Cos, niente diss'ella. Non parlo pi.
    Che sciocchezze! grugn lo zio. Avanti, avanti!
    Senti, zio replic Elena rossa rossa.  Ti ho telegrafato tre giorni
    fa per Daniele,  ma poi ti avrei telegrafato egualmente per mio marito
    e, se tu cominci cos,  inutile!
    Avanti! brontol il conte.
    Elena si strinse nelle spalle, chin il mento al petto, guardandosi le
    mani.
    Cos no, gi diss'ella.
    Oh! grid l'altro, se  mezz'ora che ti dico: avanti!
    Elena alz il viso, guard un poco suo zio e poi disse a mezza voce:
    Rovina.
    Avanti ripet Lao senza scomporsi.
    Elena si fece a narrare quanto sapeva di suo marito sino  al  convegno
    avuto da lui con Daniele Cortis per l'affare della Banca.
    Cosa c'entrava Daniele? disse Lao sorpreso.
    Credo  che ci sia entrato per aiutarlo rispose Elena con tono di chi
    deplora ci che racconta.
    Lui?
    Lui.  Io non avrei mai voluto questo.  Una volta pregai Clenezzi,  da
    Cefal,  che  facesse  certe  pratiche  nell'interesse  di mio marito,
    relative all'affare di cui t'ho detto.  Clenezzi  era  ammalato  e  ne
    incaric Daniele. C' entrato cos.
    Va bene rispose Lao tra ironico e rassegnato. E dunque?
    E dunque ieri Clenezzi  venuto da me e mi ha detto che si sentiva in
    dovere  di  riferirmi cose assai gravi.  Non si tratta pi dell'affare
    con la Banca;  si tratta d'un'altra tempesta di debiti  d'ogni  natura
    che  non  si  possono  pi  tener  nascosti.  Pare  che sar un grande
    scandalo. Clenezzi poi diceva un'altra cosa.
    Che cosa?
    Che il suo contegno fa paura!
    La voce d'Elena tremava nel proferir queste parole; un pallore mortale
    le scolorava il viso. Lao non cap.
    Paura di che? diss'egli.
    Di qualche estrema...
    Elena non pot compier la frase perch Lao la interruppe  gittando  le
    braccia in aria.
    Ma  che  il cielo lo illumini! grid.  Ma che si tiri una cannonata
    nella testa che non avr mai fatto una pi bella cosa in vita sua!
    Gli occhi d'Elena sfavillarono.
    Invece bisogna aiutarlo diss'ella. Subito! E io e tu lo aiuteremo.
    Afferr,   cos  dicendo,   un  braccio  dello   zio   con   l'energia
    d'un'esaltata.
    Va l disse lo zio alzandosi e scuotendo via quella mano. Va l, va
    via,  va di sopra,  va l,  sveglia tua madre,  vestila, non seccarmi.
    Santo Dio,  ho fatto un viaggio di dieci ore,  potresti anche  lasciar
    che mi lavassi, che mi mutassi! Insomma, va l, va via.
    Vado,  zio,  ma lo aiuteremo rispose Elena risolutamente,  stando in
    piedi.
    Egli le cinse la vita con  un  braccio,  e  le  disse  con  affettuosa
    mansuetudine, spingendola verso l'uscio:
    Va  l,  ti  dico,  va  via,  cara,  va dalla mamma,  svegliala,  non
    seccarmi, e quando sar pronto, verr su.
    Cos dicendo arriv all'uscio.
    Ella ripeteva sempre:
    Lo aiuteremo, lo aiuteremo, lo aiuteremo.
    Usc, e pochi minuti dopo torn, buss alla porta.
    Non si pu! grid Lao, burbero.
    Io vado un momento a Montecitorio diss'ella.  La mamma  al secondo
    piano, numero 39.
    Lao rispose forte: Va bene! e brontol poi fra i denti:
    Vada a farsi benedire trentanove volte; stupida! Dorme, lei!
    E continu la sua toeletta,  esclamando a ogni tratto, nell'asciugarsi
    il viso o nell'abbottonarsi la sottoveste:
    Eh, begli affari! Corpo! Begli affari! S, s!
    La toeletta and in lungo perch il conte  Ladislao  aveva  minuzie  e
    delicatezze  da signora.  Finalmente,  quando Dio volle,  sal,  molto
    cupo, al secondo piano, in cerca del numero 39.
    Una cameriera glielo indic ed egli stava per entrarvi,  quando vi ud
    una  voce sconosciuta.  Si volse alla cameriera,  le domand chi fosse
    alloggiato al numero 39. Colei rispose:
    La contessa Carr.
    Ma adesso c' altra gente!
    La cameriera non lo sapeva, non aveva veduto entrare alcuno.
    Seccature! brontol il conte;  e,  udendo la voce  di  sua  cognata,
    entr senz'altro.
    La contessa Tarquinia, in piedi, rossa come una bragia, stava dicendo:
    Mi meraviglio...
    In  faccia  a lei la signora Cortis,  pure in piedi,  e con due fiamme
    nere d'occhi,  ma pallida,  alzava il braccio incontro a sua  cognata,
    come  per  arrestarne  le  parole,  per respingerle ancora in aria,  e
    parlare lei, appena fosse possibile, subito.
    Lao si ferm sulla soglia.
    Mi meraviglio riprese la contessa,  e  ho  molto  piacere  che  mio
    cognato senta, mi meraviglio del Suo coraggio...
    A questo punto la Cortis le volse le spalle, and incontro a Lao.
    Il signor conte Ladislao diss'ella timidamente, se non isbaglio?
    Lao s'inchin appena e rispose:
    Per servirla.
    Oh signor conte! soggiunse lei. Ella si deve ricordar di me e io mi
    ricordo ch'Ella aveva un gran cuore; mi appello a Lei.
    A me?
    Lao fece un passo indietro e aperse la porta, dicendo:
    Allora venga al mio tribunale.
    La signora vacill un momento, si turb:
    No disse, non posso uscire da questa camera senza una promessa.
    Ohoh! fece Lao.
    Che  promessa?  esclam  sdegnosamente  la contessa Tarquinia.  Che
    promessa?
    Sentiamo disse il conte. Non s' appellata a me la signora?  Se non
    vuole uscire, terremo il giudizio qui.
    Fe'  un cenno del capo alla contessa Tarquinia che and difilata nella
    sua camera da letto e chiuse l'uscio in fretta.  La signora Cortis fe'
    l'atto di slanciarsi e trattenerla ma non n'ebbe il tempo.
    Questa non  civilt diss'ella.
    Dunque  esclam  il  conte  Lao  fingendo di non aver udito,  cos'
    questa promessa che Lei vuole?  Sediamo,  sa,  perch io ho  viaggiato
    otto ore oggi. E intanto mi rallegro della Sua risurrezione.
    Sarebbe meglio che fossi morta! rispose tragicamente la signora.
    Il  conte  serb  un  silenzio significativo.  Sdraiato nella poltrona
    della contessa Tarquinia con le mani in tasca e una gamba accavalciata
    all'altra,  guardava,  dondolando il  piede,  la  Cortis  che  si  era
    lasciata cader sul canap e si copriva il viso col fazzoletto.
    Poter del mondo! esclam a un tratto quasi parlando a se stesso.
    La Cortis alz la testa, lo interrog con lo sguardo.
    Eh  niente  diss'egli.  Pensavo  alla  visita  che  le  ho fatto ad
    Alessandria nel 1853.
    Oh,  conte gemette la  signora  brancicandosi  il  fazzoletto  sulle
    ginocchia e guardando,  a capo chino,  questo inconscio lavoro.  Sono
    stata molto cattiva, ma ho anche molto sofferto!  Lei,  se si ricorda,
    me lo deve vedere in viso.
    Altro  che vedere! rispose Lao.  E adesso,  se crede,  mi dica cosa
    voleva da mia cognata.
    La Tarquinia mi ha trattato male. In fin dei conti,  quando un figlio
    perdona,  chi  che ha da fare il severo?  E poi non ho mai saputo che
    la Tarquinia ai suoi tempi...
    Sss! fece Lao aggrottando le  ciglia  e  scotendo  la  mano  destra,
    distesa verso colei.
    Venga al punto diss'egli.
    Una madre! esclam la signora levando le braccia. Trattare cos una
    madre! Ma dov' il cuore, dov' la virt di questa gente?
    Chi  glielo  domanda,  a Lei,  dove sono? disse il conte: Faccia il
    piacere di venire al punto.
    La Maddalena  prosegu  l'altra  ispirata,  la  Maddalena  e  Maria
    Egiziaca e tant'altre possono diventar sante...
    Belle sante esclam Lao.
    Ma quelle donne l? Senza carit in quel modo? Con una sventurata che
    non ha pi niente niente se non il suo figliuolo e il suo Dio? Ma come
    mai?
    Oh  senta! disse Lao rizzandosi sulla poltrona e traendo l'orologio.
    Le do un minuto per venire al punto.
    Ci vengo rispose la signora, sospirando.  Lei era pi gentile,  una
    volta.
    Naturalmente.
    La voce della Cortis cambi, divent secca e recisa.
    Dunque  sappia  diss'ella,  ch'io  sono  stata  bandita,  contro il
    diritto e la convenienza, dalla camera di mio figlio,  dove pure ci va
    e  ci  viene  da padrona,  a tutte le ore,  di giorno e di notte,  una
    persona...
    La signora dovette qui vedere qualche cosa di  terribile  negli  occhi
    del conte Ladislao, perch s'interruppe e riprese poi subito:
    Un'altra persona, insomma. Ma questo non basta. Mio figlio si rimette
    miracolosamente presto;  ho tanto pregato,  signor conte!  Si dovrebbe
    pensare a trasportarlo  in  casa  sua,  dove  starebbe  tanto  meglio,
    poverino. Dio lo sa, come starebbe meglio. Ma no! Sa cosa si pensa, sa
    cosa  si  vuole?  Si vuole condurlo direttamente in campagna,  e non a
    casa sua,  ma a Passo di Rovese,  in casa Carr!  Questo   troppo!  A
    questo mi oppongo e mi opporr sempre con tutti i mezzi!
    Con che mezzi, cara Lei! Io non so niente, ma trovo naturalissimo che
    i  medici  ordinino a Daniele la campagna e la quiete assoluta.  Trovo
    naturalissimo,  poich fra le altre cose la Camera ora    chiusa,  di
    lasciar  tranquillo l'ammalato fino al momento di porlo in un letto di
    ferrovia. Trovo naturalissimo che i suoi parenti,  i suoi amici non lo
    vogliano lasciar solo,  durante la convalescenza, in quella malinconia
    di Villascura, e preferiscano averlo con s.
    I suoi parenti? esclam la signora Cortis.  I  suoi  amici?  E  sua
    madre?  Non    niente  sua  madre?  Non  starebbe  bene,  Daniele,  a
    Villascura, con sua madre?
    Vede rispose il conte freddamente. Lei accomoda subito le cose, ma,
    trattandosi della casa dove  morto suo padre,  Daniele potrebbe forse
    avere  qualche  piccola  difficolt.  Pare che l'abbia davvero;  ne ha
    scritto qualche cosa anche a me. Del resto non  mica un fantoccio; lo
    dir lui dove vuole andare e con chi.
    Oh s interruppe inviperita la signora,  lo dir lui,  ma  intanto,
    chi gli sta sempre ai fianchi,  chi gli parla di Passo di Rovese,  chi
    cerca ogni strada di staccarlo da me?  Eh,  li so i perch.  I  perch
    sono due. Uno  questo: che la Sua e mia signora cognata non mi ha mai
    potuto soffrire neppure quando il povero Cortis mi ha sposata. Secondo
    lei si era abbassato troppo.  Ce n' poi un altro dei perch, e questo
    non riguarda la Tarquinia,  questo  un perch pi delicato  che  dir
    solo  in  un caso estremo,  se proprio si vorr assolutamente condurre
    Daniele a Passo di Rovese.  Allora poi lo dir in modo che  lo  sappia
    anche  Daniele.  Se  sar uno scandalo non me ne importa,  ma vedremo,
    allora,   se  Daniele  andr.   Hanno   paura   dello   scandalo?   Mi
    promettano...
    Ma  che?  Ma cosa? interruppe Lao.  Ma cos' questo scandalo?  Cosa
    vuol dire?
    In un caso estremo, Le ripeto. In un caso estremo lo dir.
    Ma che caso estremo! disse il conte con gli occhi  e  la  fronte  in
    burrasca.  Che caso estremo!  Metta pure che il caso sia estremo.  Se
    hanno detto di far cos, lo faranno,  stia quieta.  Non ne chiederanno
    mica il permesso a Lei, sa.
    La signora Cortis si morse il labbro,  sorrise e disse lentamente, con
    grazia affettata:
    E la cara Elena che desidera tanto di far cos,  non ne  chieder  il
    permesso al signor senatore Di Santa Giulia?
    Il   conte   Ladislao   gitt   impetuosamente  il  capo  e  il  busto
    all'indietro, scrut un momento la signora con gli occhi stretti,  poi
    si  lev  in  piedi e,  steso il braccio sinistro e appuntato l'indice
    all'uscio, disse con minacciosa calma:
    Favorisca.
    Oh, vado vado! ripigli la Cortis alzandosi.  Vado perch oramai mi
    fa  piacere d'andarmene.  Del resto il signor senatore lo accorder il
    permesso, perch gli si fanno pagare i debiti da mio figlio...
    Il conte Ladislao era per afferrare colei e  trascinarla  fuori  della
    stanza,  quando l'uscio si aperse ed entr Elena, che vedendo sua zia,
    rimase un momento sbalordita.
    Lascia passare! tuon il conte.
    Elena non si moveva; interrogava l'uno e l'altra con gli occhi.
    Oh Elena non  avvezza a lasciarmi passare osserv  ironicamente  la
    signora.
    Non dipende da me rispose Elena. Del resto, ora vengo di l e posso
    dirti che Daniele ti desidera.
    La Cortis gitt verso Elena le lunghe braccia scarne, le mani distese.
    Col  suo  gran  cappello nero alla Rembrandt alto sulla fronte,  con i
    capelli  in  disordine,   con  la  faccia  terrea  e  il  lungo  collo
    giallognolo,  con  la mantellina nera mal posata sulle spalle,  pareva
    una erinni inesperta delle vesti moderne.
    Ma sempre imprec, ma sempre mi ha desiderato!
    E usc a gran passi.
    Elena guard suo zio. Era livido, fremente.
    Subito! diss'egli. Cos'ha pagato, Cortis?
    Elena spalanc gli occhi.
    Zio! diss'ella.
    Cos'ha pagato Cortis, ti dico? Cos'ha pagato a tuo marito?
    Elena non capiva n quella domanda,  n quella voce iraconda,  n quel
    viso infuriato.
    Ma  se  non  so  niente  rispose.  Tutto  quello che sapevo te l'ho
    detto.
    Cosa gli  venuto in mente di cacciarsi lui fra queste faccende?
    Elena arross.
    Zio, zio! diss'ella. Ah! soggiunse trasalendo. Ora mi ricordo che
    mi disse di voler semplicemente fare le tue  parti  perch  non  v'era
    tempo  d'interrogarti  e  d'informarti  a  dovere,  e tu avresti certo
    approvato quel che faceva in vece tua.
    Oh, ma allora si avverte, si scrive!
    Tu non sai, zio rispose Elena,  che Daniele ha veduto mio marito il
    25 a mezzogiorno, subito prima di andare alla Camera.
    E'andata  via?  chiese  la  contessa  Tarquinia,  porgendo  il  capo
    all'uscio della sua camera. Signore, ti ringrazio!
    Il conte Lao non la guard neppure.
    C'era nessun altro presente? diss'egli.
    Ci dev'essere stato il rappresentante della Banca di Cefal  rispose
    Elena. L'avvocato Boglietti.
    Lao prese il cappello e disse risolutamente:
    Vado.
    Dove? chiese stupefatta la contessa Tarquinia. Cosa  successo?
    Non andresti da Daniele, prima? chiese Elena alla sua volta.
    Il conte Lao rispose in furia:
    No, no, no. Se vedo Daniele lo strapazzo, e adesso non conviene.
    Ma ditemi ripeteva sua cognata. Cosa  successo?
    Elena  le gitt un frettoloso niente,  mamma e poi disse che sarebbe
    uscita anche lei in cerca di suo marito.  Oramai Daniele non aveva pi
    bisogno di lei. Suo zio le domand se ci fosse in fatto il progetto di
    portarlo  a villa Carr.  S,  c'era,  e i medici dicevano che Daniele
    avrebbe potuto partire anche l'indomani,  ma non si sapeva ancora  chi
    lo avrebbe potuto accompagnare.  Lei gi intendeva di non lasciar Roma
    senza aver fatto, prima, per suo marito quanto stava in lei: e contava
    che altri l'avrebbe aiutata.
    Lo debbo vedere stasera diss'ella.
    Non so niente grid suo  zio.  Non  voglio  saper  niente:  vado  a
    cercare il signor Boglietti.
    Boglietti? disse la contessa. Di dove  saltato fuori questo signor
    Boglietti?
    Te lo spiegher, mamma rispose Elena mentre il conte Lao usciva.
    La contessa lo richiam.
    Ohe diss'ella stendendogli la mano.  Sapete che non ci siamo ancora
    salutati?
    Euh! fece Lao alzando un braccio come se  dicesse:  mi  seccate  per
    questo? E se n'and con tale saluto.
    Elena  domand  subito  a  sua  madre come mai la Cortis avesse potuto
    entrare.
    Un bell'asino anche il tuo signor zio,  sai;  lascia che te lo dica!
    rispose la contessa. E' quella la maniera? Capisco che dovrei esserci
    abituata,  ma a certe cose non ci si abitua mai. Quell'altra? Lo so io
    come sia entrata? Me la son vista davanti senza saper altro.  Figurati
    se  ci  ha  pensato molto a venir su senza domandare a nessuno!  Oh ti
    dico la verit che se sto qui ancora tre giorni,  muoio  tisica.  Cara
    te, prendiamo su in nome di Dio questo benedetto Daniele, e andiamo. E
    tu cosa fai l? Non ti levi il cappello?
    Elena  pos  l'ombrellino che teneva ancora in mano e si lasci cadere
    sul canap.
    Riposer un poco diss'ella, debbo andar via. Te l'ho detto.
    Tornar via? esclam sua madre  sorpresa.  Non  l'avevo  inteso.  In
    quello stato?
    Elena aveva nel volto,  in tutta la persona, i segni d'un abbattimento
    profondo.
    Sto  benissimo  diss'ella  sottovoce,  abbandonando  il  capo  sulla
    spalliera  del canap.  Andrai tu con Daniele,  mamma continu colla
    stessa voce sommessa, stanca. Tu e lo zio.
    Come, io e lo zio? E tu dunque?
    Io no, mamma. Eri proprio distratta, poco fa.
    La contessa non capiva in s dallo stupore.
    Ma, benedetta! diss'ella. Cosa vuoi fare, tu?
    Elena teneva il capo rovesciato sulla spalliera. Socchiuse gli occhi e
    rispose appena udibilmente:
    Restar qui.
    Poi rialz il capo e la voce.
    Sai bene diss'ella, perch sono venuta a Roma.
    Sua madre di un balzo sulla poltrona,  ne afferr  e  strinse  i  due
    bracciuoli.
    Per  tuo  marito?  Di'  la  verit  che  ti fermeresti a Roma per tuo
    marito!  Senti,  Elena.  Tu sai quello che  ho  fatto  una  volta  per
    aggiustare  le  cose,  quel che ho sofferto.  Te ne devi ricordare,  a
    Passo  di  Rovese!  Tu  eri  nelle  nuvole,  allora;  non  degnavi  di
    occupartene.  Dopo,  lui  ci  ha trattati come ci ha trattati;  lo sai
    anche questo. Pazienza! Tu sei sua moglie, ti lodo e ti rispetto,  hai
    voluto  venire a Roma per aiutarlo!  Ci sono venuta anch'io disposta a
    trovarmi ancora con lui, a fare per lui quello che potevo.  Ma adesso!
    Adesso che agisce in questo modo,  che non si lascia vedere n vivo n
    morto come se non gliene importasse uno zero n di te,  n di nessuno,
    ti  dico la verit che saresti buona tre volte se lo lasciassi nel suo
    brodo, giacch ci vuol stare! Ma scusami tanto, c' poi anche debiti e
    debiti; Clenezzi mi ha dette certe cose! Ti domando io che decoro, che
    dignit c',  per gente che si rispetta,  ad avere ancora qualche cosa
    di comune con un essere simile!
    Elena sorrise un poco.
    Questo  non  l'ho udito diss'ella,  quando lo sposai,  che in certi
    casi potrei non aver pi niente di comune con lui. Mi sono sposata sul
    serio, vedi, mamma.
    La contessa Tarquinia guard sua figlia senza parlare,  poi si coperse
    il  viso  con  le  mani  e  finalmente  scoppi  in un pianto dirotto,
    ripetendo fra i singhiozzi:
    Perdonami! Perdonami!
    Elena la chet con le carezze, con la dolce voce affettuosa. Sua madre
    non doveva rimproverarsi nulla; s'era ingannata, anche lei, non altro.
    Parlandole cos Elena pensava a  quell'altra  madre  tanto  colpevole,
    alla  bont  di Daniele,  e raddoppiava di tenerezze sentendosi dura e
    cattiva in confronto di lui.
    Debbo fare tutto il mio dovere diss'ella.
    La contessa la chiese dove fosse andato suo  zio,  da  che  Boglietti.
    Ella non aveva capito niente. Elena glielo spieg in breve.
    E tu soggiunse sua madre, dove vuoi andare?
    A vedere mio marito, finalmente rispose Elena. Egli non mi aspetta,
    ma mi sono intesa con la sua padrona di casa. M'ha detto che di solito
    viene  a  casa  un  po'  dopo le sette.  Io non mi muovo se non gli ho
    parlato.
    Oh Signore,  quella bestia!  Chi sa che scena ti fa!  E  noi,  Elena,
    quando si va via?
    Non so, secondo si sentir Daniele, domani, posdomani.
    Perch l'altro d, dopo che lasciai te al museo Tiberino, ho visto da
    Noci delle poltroncine che sono una bellezza, e vorrei sceglierne due,
    una  per  citt  e  una per Passo di Rovese.  Avrei bisogno anche d'un
    servizio da th per campagna, ma non ho danari.
    Elena che stava per pigliar congedo da sua madre con un  bacio,  sent
    gelarsi tutta la sua tenerezza, rimase l un momento, impietrita.
    Sar anche ora di pranzo, adesso osserv la contessa. Devono essere
    le sei e mezzo passate.
    Alle sette mi devo trovar l disse Elena asciutta. Addio.
    E pranzare?
    Elena  non  rispose;  non  l'ud  forse  nemmeno.  Era gi uscita;  e,
    rispondendo al saluto umile d'una cameriera,  pensava che colei  aveva
    probabilmente un cuore meno volgare di quello della contessa Carr.


















    CAPITOLO DICIOTTESIMO.
    BATTAGLIE NOTTURNE.

    Undici  ore  suonavano,  quella sera del 28 marzo,  da Piazza Navona e
    dalla Sapienza,  la luna batteva sulle case,  sui marciapiedi deserti,
    in  faccia all'augusta ombra nera del palazzo Madama,  quando ne usc,
    solo,  il barone Di Santa Giulia.  Si ferm sulla soglia,  si volse  a
    considerar  l'atrio illuminato.  Il guardaportone gli si fece incontro
    ossequiosamente, pensando che desiderasse qualche cosa.
    Cosa volete,  voi? gli disse il barone,  brusco.  Non  sono  neppur
    padrone di star qui, adesso?
    Quegli rimase intontito.
    Credevo! ghign forte Di Santa Giulia,  e,  voltategli le spalle, se
    n'and verso San Luigi dei Francesi.
    Aveva recato egli stesso al Senato  le  sue  dimissioni  da  senatore,
    laconiche,  senza  una  parola  di  preambolo  n di chiusa;  ed aveva
    affidata  la  lettera  suggellata  a  un  collega,   segretario  della
    Presidenza.  Nessuno l'aveva richiesto,  ora, di quest'atto; era stata
    una libera risoluzione sua,  meditata da lungo tempo insieme ad  altre
    pi  gravi,  preparata  nel  segreto  del  cuore  per  quando  non gli
    rimanesse pi fede di salvarsi da una clamorosa rovina.  Essa gli  era
    sopra,  oramai;  non  v'era pi campo a' disperati rimedi che le aveva
    nell'ultimo  tempo,   disperatamente  opposti.   Riposarsi  e  lasciar
    crollare tutto; altro partito non gli restava.
    L'avvocato  Boglietti  gli  aveva  scritto  il  25  stesso,  giusta le
    intelligenze prese con Cortis,  che si tenesse sciolto da ogni  debito
    verso  la  Banca;  ma  il  barone  gli  aveva  rimandata fieramente la
    lettera,  giurando che non accetterebbe  mai  le  offerte  del  signor
    Cortis. Per verit non gliene veniva sollievo sensibile. Era invescato
    in troppi altri debiti e di natura non meno maligna. Pur di saldare le
    sue perdite al giuoco, pur di essere accolto ancora nelle bische pi o
    meno  segrete  che frequentava,  dopo essersi rivolto a' pi celebrati
    strozzini di Roma,  aveva poste le mani su  certi  titoli  di  credito
    spettanti a minori nella sua tutela,  ne aveva dato in pegno, ne aveva
    fatto danaro. Ora il fatto era venuto in luce,  stava per denunciarsi.
    Intanto il macao gli aveva ingoiato tutto ed egli si trovava, malgrado
    tanti sacrifici,  a non poter pagare i suoi impegni di giuoco.  Non si
    giuocava pi con lui; la porta della fortuna era chiusa,  quella delle
    Assise, aperta.
    Ma  nella  sua  selvaggia natura,  mista di forza e di corruttela,  il
    fiero proposito di non piegarsi ai Carr durava pi saldo che mai. Tre
    ore prima che egli recasse le proprie dimissioni al Senato, l'avvocato
    Boglietti lo aveva affrontato in piazza di Pietra, e tratto riluttante
    al  proprio  studio,  allegando  un'assoluta  necessit  di  parlargli
    immediatamente. Col aveva comunicata una proposta affidatagli in quel
    momento,  non  volle dire da chi.  L'avvocato prometteva di ricomporlo
    con tutti i suoi creditori,  di salvargli l'onore  e  la  libert,  di
    fornirgli  un  sufficiente assegno vitalizio a patto che emigrasse per
    sempre in America.  Di Santa Giulia,  imbestialito all'idea che  fosse
    tutto  un  lavoro  di  sua  suocera e di sua moglie,  non aveva neppur
    voluto ascoltare le proposte dell'avvocato  che  gli  giurava  di  non
    conoscere neppur di vista la contessa Tarquinia n sua figlia,  di non
    tenere la proposta n da loro n  dall'onorevole  Cortis;  era  uscito
    furibondo  dallo  studio  mentre  l'altro  gli  gridava dietro che non
    accettava rifiuti,  che la notte  porterebbe  consiglio,  che  sarebbe
    venuto da lui l'indomani mattina, per una risposta definitiva.
    E  ora camminava accigliato verso casa sua,  a testa alta come sempre,
    con le mani in tasca stringendo la chiave del cassettone  dove  teneva
    il  revolver,  provando quasi una truce compiacenza di aver finalmente
    toccato  il  fondo  dell'abisso,   sentendosi  vicino  a  una   uscita
    terribile,  ma  degna  dell'orgoglio misto al suo sangue corrotto,  ma
    liberatrice.  Oramai era fuori del Senato.  Gli pareva d'aver compiuto
    cos  un  atto  decisivo,  di aver deposto l'abito,  come tanti fanno,
    sulla riva del fiume, prima di sparire nelle acque per sempre.  Questo
    era  il cupo concetto fisso nel suo cuore.  Per la mente gli passavano
    tante immaginazioni languide di cose e di persone gi congiunte a  lui
    da sentimenti di rabbia e di angoscia.  Ieri ancora,  poche ore prima,
    questi fantasmi di scadenze, di citazioni, di denunce,  di usurai,  di
    creditori   di  giuoco,   di  uscieri,   di  giudici  lo  stringevano,
    l'opprimevano;  ora gli si eran  fatti  subitamente  lontani;  ora  si
    sentiva  come un largo attorno;  il largo che la folla fa in cerchio a
    un  cadavere.   Passando  la  piazza  di  Pietra,   ripens  con   ira
    all'avvocato  Boglietti e all'America.  Casa Carr,  non c'era dubbio!
    Liberarsi!  In America!  L'avvocato  Boglietti  doveva  andar  da  lui
    l'indomani  mattina  per  la  risposta.  Se  gli  dicessero: "passi" e
    l'avvocato gli entrasse in camera, lo trovasse sul letto con una palla
    in cuore?  Maledetta gente superba!  Cosa credevano?  Tutti i  vizi  e
    tutte  le  colpe,  s;  ma  vile,  no.  Di  vergogna  e  di  sangue li
    macchierebbe; l'unica compiacenza,  per Dio!  Aveva creduto sua moglie
    migliore degli altri, anche dopo il tradimento di Passo Rovese, ma ora
    si mostrava della stessa tempra.  Che moglie era stata per lui?  Retta
    s, tranne quella volta;  e dura e fredda come un cristallo,  fedele a
    se stessa,  non a lui!  Se pure lo era ancora,  fedele. Un anonimo gli
    aveva scritto accusando lei e  Cortis.  Allora  il  barone  non  aveva
    creduto;  adesso voleva credere.  Gli piaceva di credere,  di vedere a
    terra quella virt fastidiosa e superba.  In America?  Per comperar la
    sua lontananza?  No,  no, la signora potrebbe anche sposarselo, colui,
    ma gli porterebbe in dote una maledizione e del sangue.
    Si ferm sul Corso a guardare in su e in gi come se lo vedesse per la
    prima volta.  Era deserto;  le due lunghe file di  fanali  parvero  al
    barone un accompagnamento funebre. Pens che lui non l'avrebbe e se ne
    compiacque.  Meglio  andar  soli,  senza  tanti  cialtroni  dietro che
    chiacchierino, ridano e lo mandino al diavolo.  Non avrebbe funerale e
    non andrebbe in chiesa.  Bene.  N Dio,  n santi l'avevano aiutato. A
    questo punto si sent un subito  mancar  dell'orgoglio,  un  lampo  di
    sgomento; ma pass tosto, e l'uomo tir via senza pensare ad altro.
    Entr in un piccolo caff di via delle Muratte,  a pochi passi da casa
    sua,  e picchi forte sul tavolino perch il garzone  dormiva  con  le
    braccia incrociate sul banco. Non c'era altri nella botteguccia, oltre
    Di  Santa Giulia,  che un vecchio prete dal viso e dalle mani color di
    cera, solito di prender l il cioccolatte prima di mezzanotte.
    Crede proprio, reverendo gli chiese il barone a bruciapelo,  che vi
    sia un'altra vita?
    Il vecchio prete lo guard in faccia e rispose con calma:
    No, signore.
    Dopo di ci spieg il fazzoletto scuro, lo guard da ogni parte, se ne
    forb  la  bocca,  lo  ripieg  con  gran  cura,  e,  posatoselo sulle
    ginocchia, disse con la sua quieta voce dolce:
    Non lo credo, lo so.
    Non si ud che il rumore dell'acqua  di  Trevi.  Il  barone  prese  un
    bicchierino di rhum e usc senza salutare.
    Le sue finestre erano illuminate.  Perch? Pareva che sul buio balcone
    vicino ci fosse qualcheduno che se ne ritrasse quando Di Santa Giulia,
    giunto alla sua porta, si ferm. Egli trov sulle scale la padrona che
    l'aspettava con la candela in mano.
    Perch c' lume in camera mia? diss'egli.
    Una visita,  signor senatore.  Una signora ch' qui  dalle  sette  ad
    aspettarlo.
    Il barone pens subito a sua moglie.
    Chi ? diss'egli con ira. Bisognava dirle che non sarei rientrato.
    Ma  la signora baronessa, signor senatore.
    Ah!  fece  colui  come  per dire: quand' cos avete fatto bene.  Ma
    l'accento e il viso esprimevano quanto la visita gli  fosse  sgradita.
    And nella sua camera a passi concitati, sagrando fra i denti.
    L'alta  figura sottile era l,  ritta in mezzo alla camera,  presso il
    tavolino sul quale ardeva una grande lucerna senza paralume.
    Tu qui? diss'egli fermo sull'entrata. Cosa vuoi?
    Le spalle di lei trasalirono in sussulto nervoso. Aspett un momento a
    rispondere e poi disse pacatamente:
    Ricordarti che son viva.
    Questo lo  sapevo  rispose  il  barone  togliendosi  il  cappello  e
    gittandolo sul letto.
    Elena alz le sopracciglia.
    Non me n'ero mai accorta diss'ella.
    Il  barone  si  lev il soprabito,  gitt sul letto anche quello,  poi
    chiuse le imposte delle sue finestre,  ritolse dal  letto  cappello  e
    soprabito  per posarli sopra una seggiola,  si pose ad andare e venire
    per la camera,  intorno a sua moglie che non parlava n si moveva.  Le
    si ferm a un tratto alle spalle, da lontano, le disse sbuffando:
    E adesso cosa ti occorre?
    Ella  si  gir  verso  di  lui,  prese una seggiola per la spalliera e
    rispose traendosela davanti:
    Perch non ti sei lasciato vedere da me?  Perch non mi  hai  neanche
    risposto?
    La sua voce era sommessa, molto tranquilla, quasi affettuosa.
    Per  farti  piacere  diss'egli.  Ringraziami.  Non  era  quello che
    desideravi?
    Elena soffoc a fatica lo sdegno,  si  eresse  sulla  spalliera  della
    seggiola cui prima s'era venuta appoggiando, e disse con impeto:
    Questo non  rispondere.
    Suo marito s'incroci le braccia sul petto.
    Ti  sdegni  anche? diss'egli.  Non basta che io ti abbia scritto di
    andare,  stare,  e venire a tuo piacimento,  con chi ti pare,  non  ti
    basta di averne approfittato;  mi rimproveri anche di non esser venuto
    a baciare la mano a tua madre!  Non rompere quella seggiola che non  
    mia!
    Scusa rispose Elena dolcemente, posando la seggiola.
    Elena  era  venuta  col  proposito di essere umile,  affettuosa il pi
    possibile, di tollerare le prevedute violenze di quell'uomo che voleva
    salvar dall'abisso;  e  si  rimproverava  di  avervi  mancato  fin  da
    principio.
    Ti  prego  ancora  una  volta  prosegu,  di  credere che hai torto
    d'essere in collera con la mamma.  Sevi  stata colpa quella  volta  a
    Passo  di  Rovese,    stata  tutta  mia.  Te  l'ho detto tante volte,
    Carmine, te ne ho chiesto perdono. Io non ho inteso di far male, ma te
    ne domando perdono ancora, se vuoi. Se non vuoi credermi,  sia!  Pensa
    allora che, per rispetto a te, ho sopportato che mia madre alloggiasse
    all'albergo  in  Cefal;  e  mi  ha fatto tanto male perch,  proprio,
    povera donna, io so che non ha colpa, ma niente,  ma niente.  S,  son
    venuta  a  Roma con lei ma ti ho scritto perch ci venivo: per te!  La
    mamma si era posto in mente  di  condurmi  nel  Veneto,  e  te  lo  ha
    scritto;  ma  io  gliel'ho sempre detto che se mi movevo da Cefal era
    per venire a Roma, per assisterti come avrei potuto meglio.
    Gi!  proruppe  il  barone.   Ed    successa  questa  combinazione
    miracolosa  che la Camera era aperta e che il reverendo signor Cortis,
    non sapendo come diavolo continuare un suo  discorso,    andato,  con
    l'aiuto dei santi, in deliquio, e allora, per un caso stranissimo, tu,
    che  eri  venuta  per assister me,  hai assistito lui,  di giorno e di
    notte, eccetera, eccetera. Va bene?
    Cosa vuoi dire? chiese Elena aggrottando le sopracciglia.
    Lo sai benissimo cosa voglio dire  rispose  l'altro.  Si  trasse  di
    tasca  delle  lettere  e accostatosi alla lucerna,  ne scelse una,  la
    butt sul tavolino.
    A te diss'egli.
    Elena prese la lettera palpitando malgrado  se  stessa,  quasi  vi  si
    fossero  potute scrivere cose sepolte nel cuore di lei.  Corse prima a
    guardar la firma: non c'era.  Poi diede una rapida occhiata  al  breve
    scritto  in  cui  l'anonimo accusava lei,  enfaticamente,  di circuire
    Cortis per farsene un amante. Riconobbe la mano di sua zia.
    So chi  diss'ella freddamente. Conosco il carattere. E tu credi?
    Non so niente rispose il barone, burbero. Chi ? Mi pareva quasi di
    conoscerlo anch'io quel carattere.
    Tu non lo credi! esclam Elena.  Vi era un tal fuoco,  un tal impeto
    negli  occhi  e  nella  fronte levata di lei,  che suo marito,  per un
    momento, ammutol.
    E se lo credessi? diss'egli poi. In ogni caso, se, come spero,  non
    ci vediamo mai pi,  di' a tuo cugino che rispetti il mio nome, perch
     un puro caso che io non sia suo padre.  Questione di aver conosciuta
    la signora Cortis quattro o cinque anni prima.
    Elena trasal.
    Sicuro  prosegu il barone.  Digli che quando ero di guarnigione ad
    Alessandria, ho conosciuto moltissimo da vicino sua madre.
    Tu? esclam Elena.
    Io,  s.  La conosci quella storia?  Sono stato io e non  l'ufficiale
    d'artiglieria. Diglielo, diglielo, al reverendo. Lo sappia! Cosa me ne
    importa?  Oramai  non  m'importa  pi  niente  di niente.  E poi  una
    giustizia.  Diglielo a nome mio,  se sua  madre  non  gliel'ha  detto;
    perch sento ch' tornata dall'inferno,  quella strega. Sino all'altro
    giorno non gliel'aveva detto sicuro.
    Elena si nascondeva il viso con le palme.  Era uno stupore,  un  orror
    muto,  un  desiderio  angoscioso  di andar via,  subito,  lontano,  un
    violento resistervi di qualche forza segreta nell'anima sua.
    Ohoh! Che impressione! disse piano colui con uno strascicare ironico
    della voce. Si piange! Povero cugino!
    Io non piango rispose Elena fieramente, scoprendo e alzando il viso.
    Si ravvi con la sinistra i capelli sulla fronte e guard  suo  marito
    in faccia.
    Soffro ma non piango.
    La faccia del barone si contrasse, un ruggito sordo gli usc di bocca:
    E non creder ch' il tuo amante?
    Ella non pieg il viso,  non mosse ciglio.  Gli occhi eran vitrei,  la
    persona quasi irrigidita, quando rispose sottovoce:
    No, non  vero.
    Durarono un tratto a guardarsi in faccia,  immobili.  Di Santa  Giulia
    ruppe improvvisamente in una furia di gesti e di voce:
    Son  padrone  di  credere  ch' vero,  son padrone di dirtelo,  te lo
    voglio dire. E adesso va via, va dove vuoi,  va con chi vuoi!  Va via!
    Ho degli amici migliori di te in questa camera;  ho degli amici che mi
    assisteranno meglio di te,  che mi libereranno in un attimo  da  te  e
    da...
    Qui  tir  gi  una fila d'imprecazioni bestiali contro il mondo e gli
    uomini.
    Elena intanto era tornata padrona di s.
    Andr via diss'ella, ma non prima di aver fatto il mio dovere...
    Un tremito violento la prese,  le tolse per un istante di  continuare.
    Dovette sedersi, attendere un po' di calma.
    Ho promesso continu,  di esserti fedele; e qualunque cosa tu dica,
    qualunque cosa tu pensi, io intendo essere fedele sino all'ultimo.  Tu
    mi  hai  scritto a Cefal delle parole sinistre e ora me ne dici delle
    altre simili.
    Si ferm; non poteva parlare a lungo.
    Non so se sia vero riprese, che i tuoi affari vanno cos male,  che
    hai  in  mente  una  cosa  orribile.  Io tanto sono qui per fare tutto
    quello che posso. Lavorerei, darei lezioni, patirei la fame!
    Oh,  non c' bisogno di tanti eroismi disse il barone  sogghignando.
    Non vado in America?
    In America? esclam Elena stupefatta.
    Ma non farmi l'ipocrita, perdio! Se non lo sapessi...
    Ella di un balzo sulla sedia: non v'era maggiore ingiuria per lei! Si
    morse il labbro, si contenne, disse solo:
    Se non sapessi cosa?
    Che  siete  voialtri  che  mi  avete  offerto  di  pagarmi i debiti a
    condizione ch'io vada in America.  Del danaro e liberarvi,  mandarmi a
    morir  lontano  perch  non  vi  schizzi  del  sangue e della vergogna
    addosso, eh? Ma v'ingannate; non c' pagamenti, non c' Americhe!
    Elena balz in piedi.
    Non  vero! diss'ella.
    Che "non  vero"! ringhi  il  barone.  Non  vi    un  altro  cane
    nell'universo mondo che abbia la pi lontana ragione di farmi proposte
    simili.  E tu continu in un tono ironicamente mansueto, sei venuta,
    non  vero,  a tastarmi con garbo,  a vedere se la proposta mi  stata
    fatta, se accetto o non accetto...
    Ma  ti  dico  che non  vero protest Elena,  ti dico che pagarti i
    debiti mia madre e io non  possiamo,  e  mio  zio,  assolutamente  non
    vuole!
    Ella  parlava,  nella  sua  sorpresa,  con un tal fuoco sincero che il
    barone, per un attimo, ne fu scosso, tacque.
    Oh! esclam poi, ripreso dalla sua convinzione. Se  cos! Se non 
    possibile che non sia cos!
    Elena era convulsa.
    Ma Dio! diss'ella, cosa devo dire, cosa devo fare per convincerti?
    Il barone riflett un poco.
    Tu saresti felice diss'egli,  che  accettassi  questa  proposta  di
    andare in America?
    Felice?  Ella pens che,  amante di quell'uomo, avrebbe voluto, in una
    simile abbiezione, morire con lui.
    Felice no rispose.  Sarei felice se tutto  questo  fosse  stato  un
    cattivo sogno; ma pure...!
    Non sapeva bene come dire che le sarebbe tolto dal cuore un gran peso,
    un  grande sgomento di non aver fatto,  di non saper fare il possibile
    per impedir la sventura che l'avrebbe lasciata libera.
    Ah "ma pure"! esclam suo marito.  Vediamo un poco,  moglie fedele
    soggiunse lentamente, fissandola in viso. Se vado, tu vieni con me?
    Elena  ricevette quel colpo nel petto e non vacill.  Era un terribile
    inaspettato colpo, un terribile,  inaspettato modo di porre alla prova
    la sua parola.  Non vacill, ma neppure rispose. Sent qualche cosa in
    se del soldato chiamato a morire,  che ci va grave,  in silenzio,  col
    cuore ardente.
    Ah taci? esclam il barone.
    Hai gi dichiarato diss'ella, che non accetti?
    S, ma si vuol tornare da me domattina per una risposta definitiva.
    E se vengo, accetti?
    Santo diavolo! fece quegli,  fra attonito e perplesso. Se tu vieni,
    comincio a non capirci pi niente.
    Allora accetti?
    Forse.
    No,  no esclam Elena risolutamente.  Bisogna promettere che se  io
    vengo con te accetti.
    Il barone si gitt sul canap.
    Ci penser diss'egli.
    Ma  Elena  non  voleva neppur l'ombra d'un dubbio,  e insistette.  Suo
    marito non poteva credere che i Carr  acconsentissero  all'esilio  di
    lei.
    Ebbene diss'egli, se tu vieni davvero, accetto.
    Posto che l'offerta movesse da casa Carr, quella condizione l'avrebbe
    fatta cadere sicuramente.
    Allora   Elena  gli  domand  se  in  nessun  caso,   in  nessun  modo
    accetterebbe  un'offerta  simile  dalla  famiglia  Carr,   senza   la
    condizione  d'andare  in  America.  Egli  rispose  un  "mai"  pieno di
    superbia e d'ira,  si  conferm  nel  dubbio  che  proprio  l'avvocato
    Boglietti non avesse parlato per incarico dei Carr.
    Verr diss'ella.
    Il  barone  la guard,  batt sul braccio del canap la mano distesa e
    rispose:
    Va bene.
    Poi and a prendere nel suo cassettone un revolver,  lo pos presso la
    lucerna.
    Ecco  l'amico  che mi doveva assistere disse egli.  Ti giuro che mi
    sarei ammazzato cento volte prima di accettare il soccorso dei tuoi.
    Elena prese il revolver.
    E' carico disse suo marito.
    Elena lo tenne tuttavia, pareva considerarlo attentamente. Le sue mani
    tremavano, le labbra erano serrate,  convulse.  Non la vedeva neppure,
    la piccola canna lucente;  vedeva solo l'uomo che amava tanto,  da cui
    si sapeva tanto amata,  lo vedeva nel momento  dell'ultimo  addio,  di
    un'angoscia senza nome.
    E' quello che mi hai regalato tu da fidanzata disse suo marito.
    Elena  depose il revolver sul tavolino,  lo guard ancora finch si fu
    ricacciate in gola le lagrime.
    E allora? diss'ella piano.
    Allora riprese il barone, io accetto e si assestano gli affari;  ci
    vorr  un po' di tempo perch tutti i miei debiti non li so neppur io,
    quasi. Poi si va.
    Elena non ebbe la forza d'entrar  subito  a  parlar  del  come  e  del
    quando.
    Sai  che  ho  paura  d'essere una gran bestia,  io,  a credere che tu
    venga? esclam suo marito.
    Ella si alz sdegnosamente per tornare all'albergo.
    No, no, ti credo diss'egli blando. Che fretta hai? Fermati un poco.
    Sii buona!
    Elena volle partir subito.  Suo  marito  le  propose  burberamente  di
    accompagnarla;   la  padrona  di  casa,  che  aveva  sempre  origliato
    all'uscio, offerse la propria camera per la notte,  non s'era coricata
    apposta! Ella rifiut tutto con tale veemenza, che colei, quasi quasi,
    le chiese scusa.
    Lasci  fare  disse  il  barone.  Da qui alla Minerva le strade sono
    sicure, e mia moglie non ha paura di niente.
    Colei accompagn Elena con il lume fino  alla  strada,  le  disse  che
    aveva  sperato si fermasse.  Il signor senatore le faceva pena.  Aveva
    tanti fastidi! diceva certe cose!
    Elena rispose con un leggero cenno di  saluto  e  usc,  si  incammin
    adagio per la via buia,  lasciandosi portar dall'istinto,  senza saper
    bene dove fosse, senza altro senso che di un dolor sordo al cuore,  di
    una  mortale  inerzia  della  mente.  E  guardava appressarsi una dopo
    l'altra,  lentamente,  le fiamme dei radi fanali,  tremare ed  ardere,
    scomparire sopra la sua testa. Le venne a poco a poco una strana idea;
    s'immagin  di  sognare  che  era  smarrita  in una citt sconosciuta,
    immensa.  Allora il suo istinto l'abbandon a un  tratto.  Non  sapeva
    qual via prendere, dovette fermarsi, pensar lungamente, guardarsi bene
    attorno prima di capire che era al canto di via dei Pastini.  Affrett
    il passo e, un momento dopo, entrava alla Minerva.
    Un cameriere aveva l'ordine  di  avvertirla  che  il  suo  signor  zio
    l'aspettava  nella  propria  camera,  a  qualunque  ora fosse tornata,
    assolutamente. Anche questa pena: dover nascondere,  dissimulare!  Non
    le  parve di poterlo in quel momento,  fu per dire al cameriere che la
    precedeva di lasciar dormire il conte perch oramai era troppo  tardi;
    ma  non ne fece nulla,  onde colui picchi all'uscio,  l'introdusse e,
    posata la candela, si ritir.
    Il conte Lao stava a letto leggendo. Butt via il libro e alz il capo
    dal guanciale, voltandosi a guardar la nipote.
    Oh! diss'egli, credevo che non venissi pi.
    Elena non s'appress al letto,  e rispose  ch'era  tanto  stanca,  che
    aveva tanto sonno. Il conte taceva guardandola.
    Buona notte diss'ella esitante.
    Suo  zio  tacque  ancora  un  momento  e  poi  le disse con un brusco,
    imperioso inchinar del capo:
    Vieni qua.
    Ella fece due passi verso  di  lui,  adagio,  adagio,  si  ferm,  gli
    sussurr:
    Cosa vuoi?
    Piglia quella sedia diss'egli.
    Elena  lo preg di lasciarla andare,  gli alleg ancora la stanchezza,
    il sonno.
    Ma che sonno! rispose lo zio inesorabile.  Dormirai domani.  Piglia
    quella sedia, mettiti l e conta.
    Ella non obbed ancora. Era venuta volentieri a dargli la buona notte,
    ma  poi  bisognava  farsi  un  po'  di  riguardo  anche  per  la gente
    dell'albergo.
    Imbecille! esclam il conte. Andiamo, non seccare.
    Elena non pot insistere. Sedette, discosto dal letto,  evitando,  per
    quanto le fu possibile, d'avere in viso il lume delle candele.
    Dunque? diss'egli. Sei stata da tuo marito?
    S.
    E cos?
    Elena non rispose.
    E' vivo o morto?
    Ella  tacque  un poco,  si coperse il viso con le palme,  poi si butt
    ginocchioni al capezzale dello zio, gli afferr una mano.
    Zio,  zio diss'ella con uno slancio di passione,  bisogna salvarlo!
    Senza ch'egli possa mai sapere che siamo stati noi!
    Lo zio non si adir, questa volta.
    Salvarlo,  dici tu rispose sorridendo,  salvarlo, come se non fosse
    niente. Un bel mobile da salvare!  Se vuoi salvarlo tu,  fa pure,  fai
    benissimo;  io  non  butto  certo  via  i  miei danari in questo modo.
    Levati, levati!
    Parlava con la maggiore dolcezza,  e,  quand'ebbe  finito  baci  pian
    piano Elena sui capelli.
    Ch'io  faccia  pure!  diss'ella  accorata.  Che lo salvi io!  Farei
    benissimo! Lo so, lo so.
    Amaro momento!  Il conte Lao non pensava che le sue  parole  dovessero
    suonarle cos dure.
    Sai bene che io non ho i mezzi soggiunse Elena, alzandosi.
    Va  l,  va l diss'egli,  che quelle canaglie l,  non vanno mai a
    fondo,  trovano sempre chi li aiuta.  Non si  ammazzer,  sta  quieta.
    Scommettiamo che gli capita qualche fortuna?
    Un lampo balen negli occhi di Elena.
    Sai qualche cosa? diss'ella.
    Io? No. Non so niente. Cosa vuoi che sappia?
    Perch infatti gli hanno proposto di pagargli i debiti.
    Ah,  ecco! esclam il conte.  Te l'ho detto,  io. Hai visto? E lui,
    cosa fa?
    Ah, sai che c' una condizione?
    Stavolta il conte and sulle furie,  protest di non saper  niente  di
    niente.
    C'  una  condizione riprese Elena.  C' la condizione di andare in
    America, per sempre.
    Lao non parl pi, non mostr curiosit di saper altro.
    Egli accetta continu lei dopo un breve silenzio. Ci va.
    Lao si scosse un poco e brontol:
    Manco male.
    Stettero muti ambedue, un tratto.
    E perch ti crucci,  allora?  diss'egli  finalmente.  Non  capisco.
    Credi  che  gli  farebbe  pi  onore  di  andare in prigione?  Cosa si
    potrebbe fare per lui di meglio? Proprio non capisco.
    Elena si alz dalla sedia senza dir niente,  si appress al cassettone
    su cui stava la sua candela, la tolse in mano, la consider un poco, e
    posatala,  se  ne torn lentamente indietro,  appoggi ambo le mani al
    letto come  per  chinarsi  a  baciar  lo  zio,  gli  si  chin  invece
    all'orecchio, gli sussurr:
    E se andassi anch'io?
    Egli si strinse nelle spalle e rise forte, ironicamente.
    Non scherzo mica,  zio diss'ella. Allora lo zio, ch'era coricato sul
    fianco, si gir sul dorso.
    Di' la verit esclam prendendole un braccio,  che mi faresti anche
    questa?
    Ho paura che sia il mio dovere, zio.
    Ma che dovere!  Ma quando mai la moglie d'un briccone ha il dovere di
    tenergli dietro se va in America? Ma fammi il piacere!  Va l,  va l,
    va a letto!
    Elena  fu  sorpresa  che  suo  zio pigliasse la cosa con una tal quale
    relativa placidit.
    Ma parto proprio, sai diss'ella.
    Oh basta! esclam il conte.  Finiscila!  La  condizione,  s'intende
    bene,  che vada solo.
    Ma no, ma no, zio!
    Ma s, ma s, solo, solissimo!
    Ma scusa, zio!
    Oh diss'egli,  fuori dei gangheri, chi lo ha da sapere se non lo so
    io? Chi  l'asino che paga se non sono io?
    Elena n'ebbe tronco il respiro;  tutto il sangue le  corse  al  cuore.
    Guard  suo  zio  con  gli  occhi spalancati,  stringendosi le mani al
    petto, senza proferire parola. Aveva creduto che l'offerta fosse stata
    procurata da Clenezzi e  movesse  dalla  Presidenza  del  Senato,  dal
    Governo.
    Non  mi  sar  spiegato  abbastanza prosegu il conte.  Non mi sar
    spiegato abbastanza con quell'altro asino di avvocato,  ma lascia fare
    a  me.  Non  c' niente di combinato,  finora.  Sta quieta che i patti
    saranno chiari.
    Elena abbracci suo zio con  una  repentina  furia  di  affetto  e  di
    spavento, lo baci, lo ribaci.
    No,  no,  no  diss'ella affannosamente.  No,  no non vado,  non dir
    niente! Grazie! Oh grazie! Facevo apposta, per vedere se ti commovevi,
    se ti mettevi tu a salvarlo, se gli risparmiavi l'America.  Sono stata
    una stupida,  zio, sono stata una ingiusta! Va solo, sai, va solo. Non
    occorre dir niente. Grazie, zio!
    E lo baciava ancora,  lo accarezzava smaniosamente,  gli sorrideva con
    una mortale angoscia nel cuore. Se si tradisse, se fallisse un momento
    alla  sua  parte  di  attrice,  potrebbe  uccidere suo marito,  restar
    libera.
    Era una cosa orribile!
    Che non l'abbia detto chiaro io,  all'avvocato  brontol  il  conte,
    che dovrebbe partir solo?  Potrebbe anche darsi.  Avevo la testa cos
    intronata dal viaggio, dalla Cortis, dal...
    No, no interruppe Elena. Gliel'hai detto, gliel'hai detto. Se ne va
    solo; io facevo apposta.
    Oh ma senti esclam Lao,  se un altro gli volesse pagare i  debiti,
    valeva la pena,  quest'America,  che gliela pagassimo noi? Clenezzi ti
    ha ben detto che scandali ci sono;  cose da Corte d'Assise.  Adesso si
    rimedier,  ma  ti pare che egli possa star bene in Italia?  Credi che
    possa restar senatore?
    No, no diss'ella afferrando quest'appiglio, hai ragione,  a ci non
    avevo  pensato.  Allora  s,  capisco,    meglio che parta,  che vada
    lontano.  Oh va,  va.  Figurati se mi vorrebbe!  S' arrabbiato perch
    sono  andata  a  trovarlo  e  poi  mi  ha  lasciata venir via sola,  a
    quest'ora. Non mi pu vedere, non ci pu vedere nessuno di noi.  Anzi,
    di  questo  s  poi  ti  supplico,  guarda  bene che non gli si faccia
    sospettare che l'offerta viene da te. Mai, mai!
    Io ho detto all'avvocato di non parlare rispose il conte;  ma se lo
    immaginer.
    No,  non s'immagina niente, non deve immaginarsi niente, deve pensare
    che sia il Governo.
    Oh s!  il Governo! fece  Lao,  con  un  sorriso  incredulo.  M'era
    passato,  sai,  per  la  mente  disse  egli dopo una breve pausa a il
    pensiero che tu con i tuoi  eroismi  stupidi  mi  volessi  far  questa
    d'andargli  dietro;   ma  pu  anche  essere  che  non  l'abbia  detto
    all'avvocato.
    Torn sul punto di questo patto esplicito da imporre al signor  barone
    Di Santa Giulia ed Elena torn a scongiurarlo di tacere.
    Bene,  bene rispose Lao,  quanto a questo,  vedremo.  Tu intanto te
    n'andrai da Roma subito.
    S, zio, tutto quello che vorrai, quando vorrai!
    Daniele continu l'altro,   in grado di partire,  credo.  Tu e tua
    madre lo accompagnerete a Passo di Rovese.
    Il  cuore d'Elena le balz nel petto.  Che dolcezza,  che dolore,  che
    bruciante fuoco!  Avrebbe voluto rifiutare,  sottrarsi a questa  prova
    amara; non lo poteva.
    S  mormor,  chinandosi  frettolosamente a baciar lo zio in fronte.
    Tutto quello che vorrai. Buona notte.
    Buona notte rispose Lao.  Hai tanti scrupoli per tuo marito,  e per
    me, che sono qui mezzo morto per causa tua, niente! Non ho un'oncia di
    carne che non mi faccia male. Ma se anche crepo io, non importa. Lui 
    quel che preme.  S, s, di' pure di no, tu, ma la  cos. Basta esser
    figuri. Buona notte e chiudi bene l'uscio.
    La contessa Tarquinia dormiva.
    Elena se ne and diritta nella propria camera,  e,  posato il lume sul
    tavolino da notte, sedette nella poltrona accanto al letto. Era ancora
    quel  dolor  sordo  al cuore,  era ancora quella inerzia mortale della
    mente; ma pi gravi di prima. Guardava la fiamma della candela tremare
    ed ardere come le fiamme dei fanali nella via e le pareva di aver  nel
    petto  un  peso  di  lagrime  che  non ne potessero ascendere.  Non si
    svest, non si mosse.  Il lume le si velava qualche volta d'una nebbia
    che  lo ingrandiva smisuratamente;  allora il suo cuore batteva forte,
    pareva che le lagrime salissero; ma poi non era nulla, il lume tornava
    lucido. Verso il mattino pieg il capo sul letto intatto, si assop un
    istante,  si trov in sogno a Passo di Rovese.  Le pareva di  andar  a
    salutare  per  l'ultima  volta  i suoi vecchi abeti.  Ed ecco,  il pi
    antico,  il pi caro,  il grande abete triste  che  pareva  stanco  di
    secoli,  aveva  ceduto  al  destino,  giaceva troncato dalla tempesta.
    Finalmente allora ella pianse nel sonno,  si svegli,  pianse  ancora,
    con sollievo, a torrenti.










    CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
    DEVO ANDARE?.

    Cortis,   minacciato   di   congestione  cerebrale,   si  era  riavuto
    rapidamente,  s per la gagliardia  della  sua  complessione,  s  per
    l'aiuto  pronto  e  vigoroso  dell'arte.  Gli  pesava  di restare alla
    Camera;  bench,  in quei  giorni  di  vacanze  parlamentari,  la  sua
    presenza non fosse d'impaccio ad alcuno.  Sospirava le sue montagne, e
    i medici pure consigliavano riposo assoluto, aria libera, pura, appena
    fosse possibile, evitando l'inutile disagio di due trasporti,  e,  ci
    che pi importava, l'irritante contatto della signora Cortis.
    Della minacciata congestione gli era rimasto un grande abbattimento di
    spirito, una tristezza profonda che gli metteva spesso le lagrime agli
    occhi.  Non  aveva pi fede nell'avvenire n in s.  Si vedeva gittato
    dalla corrente politica sulla  riva,  come  un  avanzo  di  naufragio.
    Chiedeva rapidamente chi venisse a prender sue notizie,  pronto sempre
    a interpretar male una mancanza,  a immaginar  noncuranze,  abbandoni.
    Elena  ne  soffriva  assai,  bench  i medici le affermassero ch'erano
    fenomeni soliti,  passeggeri.  Lo rincorava,  gli proibiva con la  sua
    dolce  voce sommessa di ripetere quei brutti discorsi.  Egli allora le
    era tanto grato, e ubbidiva per un po': quindi ricominciava.  Soffriva
    male  di  star  senza  lei,   la  supplicava  di  perdonargli  le  sue
    importunit e se ne scusava con dire che aveva perduto tutto, che solo
    l'amicizia di lei gli restava.  E voleva farsi promettere che  sarebbe
    venuta a Passo di Rovese,  per trattenersi a lungo.  Ella si schermiva
    il meglio che poteva dal promettere,  cercando in pari  tempo  di  non
    irritarlo  come  le  era  avvenuto la prima volta che s'era parlato di
    Passo di Rovese e che lei,  nel dubbio di poterci venire o  no,  aveva
    accennato a suo marito.  Cortis s'era fatto cupo, non aveva pi aperto
    bocca per un'ora.
    Era stata lei a persuaderlo  di  chiamare  sua  madre,  il  28,  e  di
    parlarle  invece di mandar messaggi com'egli avrebbe voluto.  Colei ci
    and difilata dalla Minerva.  Cortis le signific molto freddamente  e
    recisamente  la propria intenzione di partire presto per l'alta Italia
    e la propria volont ch'ella rimanesse in Roma.  Parl in un tono  che
    non  ammetteva osservazioni n repliche.  La signora non pot tuttavia
    stare zitta: augur a suo figlio, con voce grave e compunta,  una cosa
    ben  difficile,  una  cosa  impossibile:  che  altri affetti potessero
    sostituire  presso  di  lui  l'affetto  di   sua   madre!   Soggiunse,
    congedandosi,  che  sentiva il dovere di perdonare a quanti le avevano
    fatto del male,  anche ai crudeli che l'avevano esclusa dal  cuore  di
    suo figlio. Sapeva bene da chi veniva il colpo, e pregava il cielo che
    volesse  aprir  gli  occhi a suo figlio sui pericoli di certe amicizie
    equivoche. Pur troppo non erano pi equivoche per nessuno, a Roma,  le
    sue amicizie.
    Quando,  partita  la  signora,  l'infermiere  di Cortis gli rientr in
    camera,  lo trov agitatissimo,  tremante;  credette ad un accesso  di
    febbre,  voleva far venire il medico. Ma Cortis glielo proib con ira;
    ordin che  si  facesse  avvertire,  invece  del  medico,  la  signora
    baronessa; e poi, quando l'infermiere stava per uscire, lo richiam in
    fretta, gli lev l'ordine.
    Pi tardi,  nella serata, venne il dottore, venne il senatore Clenezzi
    e finalmente anche il conte Lao.  Cortis  si  commosse  moltissimo  di
    veder  quest'ultimo.  Gli  chiese  poi  subito  d'Elena e seppe da lui
    ch'era andata in  traccia  di  suo  marito  e  che  per  quella  sera,
    probabilmente,  non l'avrebbe veduta.  Si chiuse allora in un silenzio
    cupo.  Intanto il dottore si lagnava con Lao della poca quiete che  si
    lasciava   all'ammalato;   poich   conveniva  ancora  chiamarlo  cos
    quantunque l'attacco,  non grave,  di congestione  fosse  stato  vinto
    rapidamente.  Il  turbamento nervoso era ancora molto sensibile.  Quei
    nervi l volevano una tranquillit materiale e  morale  impossibile  a
    ottenere  in  Roma,  nelle condizioni di Cortis,  che soffriva cos di
    veder gente come di non vederne.  Ci voleva  riposo,  aria  dei  campi
    subito, subito: era opportuno di affrontare, per tale beneficio, anche
    il  disagio  di un viaggio lungo.  Poich il signor deputato possedeva
    questa bella villeggiatura di cui  il  dottore  aveva  udito  parlare,
    poich  i  suoi  signori  parenti gli erano anche vicini di campagna e
    avevano la buona disposizione di tenergli compagnia,  niente di meglio
    che partire il pi presto possibile.
    Anche domani? disse il conte Lao guardando Cortis.
    Perch no? rispose il dottore. Anche domani.
    Cortis non fiat.
    Allora  Lao  descrisse al dottore Passo di Rovese e la vita che Cortis
    vi farebbe, almeno per qualche tempo;  perch fino a guarigione intera
    e  sicura il signor Daniele non si lascerebbe andare a Villascura,  si
    terrebbe prigioniero in casa Carr. Lao lo guardava spesso,  parlando;
    spiava se ci fosse qualche indizio di sgelo.  Nulla.  Disse allora dei
    passeggi  che  il  convalescente  farebbe  nel  proprio  giardino   di
    Villascura  e  ne  raccont i boschi,  i valloni,  il lago,  le fonti.
    Cortis,  coricato sul fianco,  col viso alla parete,  non  si  moveva,
    pareva  che  dormisse.  E  Lao  prosegu  a  dire  che  sua nipote era
    innamorata di quel  giardino.  Anche  lei  ci  andrebbe  ogni  giorno,
    sicuramente.  Amava  tanto  i  belli alberi!  Il suo prediletto era un
    superbo platano col tronco  bipartito,  lontano  da  casa,  lungo  una
    stradicciuola pittoresca.
    Un tiglio disse Cortis, senza voltarsi.
    Benedetto da Dio esclam Lao, che La parla! Un tiglio, s, signore,
    giusto un tiglio.
    Allora  Cortis  osserv,  con un'arte suggestiva affatto nuova in lui,
    ch'Elena,  naturalmente,  si tratterrebbe a  Roma,  non  verrebbe  nel
    Veneto.  Lao protest contro il "naturalmente". Perch "naturalmente"?
    Forse subito,  forse tra qualche giorno verrebbe anche lei  di  certo.
    Cortis  la  vedrebbe  l'indomani  mattina.  Allora si potrebbe fissare
    tutto d'accordo col  signor  dottore,  che  favorirebbe  di  lasciarsi
    vedere anche lui l'indomani mattina,  all'ora solita.  Cortis torn di
    buon umore tanto che il medico esort Lao a partirsene con lui  perch
    non avesse a parlar troppo, a sovreccitarsi, e quindi forse a soffrire
    d'insonnia nella notte.
    All'indomani  mattina  Lao  capit  verso  le  nove,  solo.  Elena era
    rientrata tardi,  si  sentiva  stanca.  Sarebbe  venuta,  forse  verso
    mezzogiorno.  Del  resto  lui  doveva fermarsi a Roma per affari,  non
    sapeva ancora quanto;  ma Elena e sua madre erano disposte  a  partire
    con Daniele anche subito.  Questi balz a sedere sul letto. Il diretto
    diurno per Firenze non partiva alle dieci e  quaranta?  C'erano  quasi
    due ore di tempo. Lao si mise a ridere, dicendo:
    Eccolo l! Un ragazzo!
    Gi  fece  Cortis,   alquanto  mortificato,  per  le  signore  sar
    impossibile, ma per me andrei certo.
    Intanto sopraggiunse  il  medico,  e  dopo  un  breve  battibecco,  si
    dovette, per il minore dei mali, accontentare Cortis che protestava di
    non  voler  differire  la  partenza  oltre  quella  sera stessa;  e fu
    stabilito che partirebbe col diretto in un coup  a  letto  e  che  il
    medico lo accompagnerebbe almeno fino a Bologna.
    Lao  usciva  per  andar  ad  avvertire  le  signore,  quando Cortis lo
    richiam per dirgli,  con una repentina commozione  inesplicabile,  di
    pregar Elena a volersi recare da lui tosto lo potesse.
    Ella  era  appena  alzata quando lo zio le rifer questo invito.  And
    subito a Montecitorio.
    Cortis la ricevette con le lagrime agli occhi,  le domand se  sapesse
    ch'egli  sarebbe  partito per il Veneto la sera stessa,  se fosse vero
    che sua madre e lei si disponessero  a  partir  con  esso.  Elena  gli
    rispose di s,  semplicemente,  senz'altre spiegazioni.  Egli le disse
    allora ch'era stato tanto felice di apprenderlo  dallo  zio  Lao,  che
    questa  felicit gli aveva fatto dimenticar tutto fino a pochi momenti
    prima,  quando gli era balenato il dubbio di  commettere  una  cattiva
    azione.  Ora  voleva  chiederne  a  lei,  ne andasse pure tutta la sua
    felicit!  Elena non capiva.  Egli le raccont la visita di sua madre,
    ripet  le  ultime  parole  di  lei.  Soggiunse  che  se  il mondo era
    veramente tanto maligno,  correva forse obbligo a lui di avvertirnela,
    di  rinunciare  alla sua compagnia in viaggio e all'ospitalit di casa
    Carr.
    Perch? diss'ella. Per il mondo? Che importa il mondo?
    Cortis non rispose parola,  ma le prese una  mano,  se  la  rec  alle
    labbra,  ve le impresse con passione.  Si scambiarono un lungo sguardo
    in silenzio.  Le labbra di lei avevano dei moti convulsi,  lo  sguardo
    una  intensit  paurosa.   Ella  pensava  che  il  suo  era  quasi  un
    tradimento,   poich  Cortis  non  sospettava   certo   la   terribile
    risoluzione  di  lei,  il  dolor mortale che lo attendeva.  Sapendo di
    nascondergli questo, a lui che l'amava tanto e cos nobilmente,  Elena
    si sentiva portare nelle sue braccia da una tenerezza,  da un rimorso,
    da uno struggimento indicibile,  da un bisogno di confessargli  tutto,
    di piangere sul suo petto. Solo la tratteneva una muta forza, forse un
    ignoto spirito superiore.
    No sussurr con dolcezza, ritirando la mano adagio adagio. Il mondo
    non mi fa niente,  ma bisogna essere calmi, bisogna essere come vecchi
    amici di sessant'anni, altrimenti non posso venire.
    Puoi, puoi diss'egli con voce accorata,  con uno sgomento in viso da
    fanciullo colto in fallo. Scusami, non sono ancora forte, vedi, ma lo
    sar. Oggi mi pare gi di sentirmi meno nervoso di ieri.
    Ella  non rispose,  gli sorrise.  Avrebbe voluto dirgli che lo stimava
    infinitamente migliore di s,  che si era sentita,  un momento  prima,
    tanto  debole,  tanto  in  bala sua se avesse voluto,  e non meritava
    quelle care parole timide.
    Tacquero,  per un poco,  entrambi.  Cortis aperse  poi  la  bocca  per
    parlare, ma non ne usciva voce alcuna.
    Cosa? diss'ella piano.
    Egli esit un istante e rispose:
    Niente.
    Ma  Elena  intese  che qualche cosa voleva dire e aspett in silenzio.
    Infatti, egli mormor poi senza guardarla:
    E ti si permette di partire stasera con me?
    Debbo parlare o scrivere gli rispose, ma vengo certo.
    Cortis la preg di scrivere.  Un colloquio gli metteva paura.  Non  si
    sapeva  mai che ne potesse uscire.  Perch non scriverebbe subito?  L
    c'era carta, penna e calamaio. Poi l'usciere porterebbe la lettera.
    Debbo scriver qui? diss'ella, ancora incerta, parlando a se stessa.
    Si decise e sedette al tavolino.  Lo aveva tutto  in  testa  quel  che
    doveva scrivere, ma pure indugi alquanto prima di cominciare. Come le
    batteva il cuore l in presenza sua!
    Ho trovato tuo zio di buon aspetto disse Cortis.
    Ella non rispose e scrisse:
    Parto questa sera per Passo di Rovese con mia madre e con Daniele.
    Ad  andarci  ora in tale compagnia faccio bene;  ma dovunque io possa
    trovarmi,  in qualunque momento tu me lo chieda,  terr la mia parola.
    Tu  intanto  non  ne  parlare a nessuno.  Quando la cosa si sapr,  io
    desidero essere gi partita,  evitare a  me  e  ad  altri  molte  pene
    inutili.
    Venuta l'ora,  tu non avrai che a scrivermi, indicando addirittura il
    porto d'imbarco, il bastimento, il giorno della partenza,  tutto,  con
    la massima precisione.  Vorrei che il mio viaggio fosse il pi diretto
    possibile;  e vorrei anche partire da Venezia ch' a  quattro  ore  da
    Passo di Rovese.  Ma ho paura che da Venezia non ci sieno partenze per
    l'America.
    Elena rest un momento di scrivere.
    Quanto tempo disse Cortis,  piano,  che non ci troviamo  insieme  a
    Passo di Rovese, in maggio! Dobbiamo leggere Shakespeare nei giardini,
    questo maggio.  Scusa, scusa che ti disturbo soggiunse perch lei non
    rispondeva, pensava con una mano sugli occhi.
    Era un grido,  un angoscioso grido che le rompeva in  quel  punto  dal
    fondo dell'anima: "Devo andare?  Devo proprio andare?".  E il cuore le
    si sollevava, rispondeva: "No,  no" con una violenza!  Che sarebbe poi
    l,  a  Passo  di  Rovese?  Se  la forza le mancasse,  se si lasciasse
    cadere? Era stato troppo facile di promettere;  e facile sarebbe stato
    il  partire sull'atto,  senz'avere tempo di veder nessuno,  senza aver
    tempo di pensare!
    Riprese a scrivere:
    Ti prego poi d'avvertirmi quanti giorni prima sar possibile,  perch
    avr pur bisogno d'un po' di tempo.
    Appena  scritte queste righe,  se ne pent amaramente.  Avrebbe dovuto
    chieder l'opposto, un richiamo immediato, dalla sera alla mattina, che
    non lasciasse agio alle tentazioni;  e invece la mano debole,  la mano
    vile  aveva scritto cos.  E ora?  Non voleva farsi vedere da Cortis a
    lacerare la lettera, a scriverne un'altra. Il cuore le batteva a furia
    come se credesse gi  di  aver  cominciato  a  vincere  col  suo  "no"
    violento.
    Non  posso  scrivere  diss'ella  alzandosi.  Ho  paura  di non aver
    trovato il tono giusto. E' meglio che gli parli.
    Cortis ne parve atterrito,  la supplic di  non  farlo,  di  finir  la
    lettera.   Poteva  cambiarla,   se  voleva,   scriverne  un'altra.  Se
    distruggesse la lettera? Se andasse via senza scrivere n parlare?
    Elena si ripose a sedere e disse:
    Prover.
    Subito le si affacciarono argomenti di non mutare le ultime righe. Non
    era una partenza,  quella;  era una  fuga.  Occorreva  del  tempo  per
    disporla.  Bisognava  venire  dalla  campagna  in citt;  ci voleva un
    pretesto preparato di lunga mano.  Non era facile trovarne uno l  per
    l. Ogni novit repentina, insolita, congiunta ad un turbamento morale
    troppo  profondo  per  potersi  interamente  dissimulare,   desterebbe
    sospetti, almeno nello zio Lao.  Poi qualche preparativo di viaggio ci
    vorrebbe bene; pi lungo perch segreto.
    Ma qui il cuore le disse impetuosamente un'altra cosa.
    Se distruggesse la lettera? Se andasse via senza scrivere n parlare?
    Oh diss'ella, forse lascer andare cos.
    Cortis suon, ordin all'usciere che portasse la lettera al Senato.
    Posso  mandarla  io  pi tardi sussurr Elena;  ma Cortis non sapeva
    veder ragione di questo indugio. Ella scrisse la chiusa e l'indirizzo,
    sentendo quasi, intorno a s, il fragor del mare. C'era tempo ancora.
    E se non andasse bene? diss'ella con voce tremante.  Se  facessi  a
    meno di scrivere?
    No,  no  rispose Cortis.  Son sicuro che va benissimo.  Qua,  qua.
    Prese lui la lettera e la diede all'usciere.
    Subito diss'egli.  E soggiunse volto ad Elena: Al Senato o  a  casa
    sua?.  Parve  ch'ella  non  avesse inteso.  Al Senato o a casa sua?
    ripet Cortis.
    Via delle Muratte diss'ella sottovoce numero 54.
    L'uomo se ne and con la lettera.  Ah Dio,  se Cortis si  pentisse  di
    quella  sua  violenza,   se  richiamasse  colui,  se  sospettasse,  se
    indovinasse!  No,  no,  nulla di questo  poteva  succedere,  l'usciere
    scendeva le scale...
    Cos'hai? disse Cortis.
    Ella  non rispose nemmeno,  perch in quel momento entrava il senatore
    Clenezzi. Gli corse incontro voltando le spalle a suo cugino, gli fece
    un'accoglienza cos cordiale che il senatore ne  and  in  solluchero.
    Cortis lo aveva mandato a chiamare per pregarlo di raccogliergli certe
    carte  che aveva a casa e voleva portar seco.  Ma il senatore,  ch'era
    accorso in fretta e in furia all'invito, non sapeva pi spicciarsi ora
    da donna Elena, era l tutto sorrisi, inchini, complimenti.
    Ehi, senatore! esclam Cortis dopo un po'.
    Son qui, son qui rispose l'altro. Son qui da Lei.  La mi scusi,  La
    mi comandi. Son qui, son qui.
    E io vado via disse Elena. A stasera, alla stazione.
    Prima  ancora  che Cortis e Clenezzi potessero tentare di trattenerla,
    era scomparsa.











    CAPITOLO VENTESIMO.
    OCCULTO DRAMMA.

    Un filo d'erba non si moveva intorno al lago ovale  di  villa  Cortis,
    non una fogliolina della sua corona di carpini.  L'acqua, tutta bruna,
    sino a mezzo lago,  dell'imminente Passo Grande,  tutta chiara,  al di
    l,  di nuvole argentee,  non faceva una crespa;  e anch'esse le aride
    nuvole meridiane pendevano senza moto,  temperavano  la  luce  a  quel
    sopore di lago,  blandito dalla sommessa voce dell'acqua che v'entra e
    n'esce. Era un riposo pieno di vita occulta, un trepido silenzio pieno
    di aspettazioni. Se qualche fiato veniva dal mezzogiorno, tutti i fili
    d'erba intorno al lago, tutte le foglioline appena nate dei carpini se
    lo dicevano;  l'acqua sola sapeva che non era  ancora  il  gran  vento
    meridiano del maggio,  la gioia e la festa di tutti i boschi, di tutti
    i prati e di lei; l'acqua non faceva una crespa e subito quel fiato ne
    andava via, tutto posava, tutto taceva ancora.
    Che quiete! disse Cortis sottovoce.
    Elena,  seduta presso di lui  sopra  un  tronco  rovesciato  nell'erba
    presso  all'entrata del gran viale che mette dal lago alla villa,  non
    rispose subito. Pareva assorta nella contemplazione dell'acqua.
    Troppa quiete diss'ella qualche minuto dopo,  senza muovere il  viso
    n gli occhi.
    Perch troppa? chiese Cortis.
    Perch si dimentica troppo,  qui, si  troppo fuori del nostro mondo,
    non si pensa pi che bisogna starci  anche  se  ci  si  sta  male.  Si
    diventa molli, inerti. No?
    Cortis  raccolse  un  sassolino,  lo  gett  nell'acqua  che diede una
    piccola voce dolente, stette a guardar le ondicelle che si allargavano
    in giro sino a toccar la riva.
    Per me,  no diss'egli.  Per me son beato di  esser  fuori  del  mio
    mondo, e voglio starne fuori ancora.
    Oh no, no, Daniele, mi fai male quando dici cos.
    Lo si sentiva, che le faceva male, nell'accento accorato; lo si vedeva
    negli  occhi  grandi  che  si  volsero a lui,  lo guardarono prima con
    tristezza quieta, poi, improvvisamente, con passione.
    Cortis le prese una mano ch'ella gli abbandon.
    Perch? diss'egli teneramente.  Perch ti faccio male?  Non  voglio
    mica seppellirmi nell'accidia,  lo sai bene.  In politica,  almeno per
    ora,  colle mie  idee,  sono  fuori  di  posto.  Sono  nato  trenta  o
    quarant'anni troppo presto.  Dico per la politica militante. Ma c' la
    scienza, c' il libro. Non le abbandono mica,  le mie idee.  Solamente
    vedo  che  il  nostro  paese non  ancora maturo per esse e sar molto
    bene che qualcuno aiuti a  maturarlo  facendogliele  conoscere  queste
    idee,  discutendole bene nella teoria, prima di tentare la pratica. Io
    star qui, studier, scriver, viagger anche;  mi sar necessario.  E
    quello che scriver lo discuteremo insieme,  non  vero?  Perch spero
    che ci passerai molto tempo a Passo di Rovese!
    Queste ultime parole Cortis le  pronunci  a  voce  bassissima,  quasi
    timidamente.
    Ella gli sorrise in silenzio con gli occhi umidi velati. Poi sussurr:
    Devi  tornar  alla  Camera,  per  far piacere a me.  Devi dirigere il
    giornale.
    Oh, quello  bell'e andato rispose Cortis.
    Elena trasal; la sua mano inerte strinse quella dell'amico.
    Come "bell'e andato"? Hai risposto?
    Avevano scritto a Cortis da Roma, il giorno prima, chiedendogli i suoi
    intendimenti circa il nuovo giornale.  Poich non aveva potuto fare il
    discorso  contava  egli  che  si  uscisse subito?  O che si aspettasse
    dell'altro?  Persisteva nel proposito  di  tenere  la  direzione  fino
    all'adunarsi della Camera nuova? O ragioni di salute ne lo impedivano?
    No disse, non ho risposto, ma oggi rispondo.
    No, no, rispondo io esclam Elena.
    Cortis si mise a ridere.
    S, rispondo io, e tu sottoscrivi!
    Gli occhi le lampeggiavano.
    C'era  nell'erba,  accanto  a lui,  un piccolo volume giallognolo,  un
    Shakespeare di Tauchnitz.  Egli lo raccolse,  si  pose  a  sfogliarlo,
    dicendo: Dov' questo passo che hai sognato a Roma?.
    Elena gli strapp il libro.
    Promettimi diss'ella, promettimi che mi fai vedere la risposta.
    Questo s; te lo prometto.
    Il  suo  viso  grave  e  la  sua voce esprimevano una meraviglia quasi
    dolente.
    Hai paura di me? prosegu. Vuoi mandarmi via?
    Ella si pieg tutta un momento verso di  lui,  portata  da  un  impeto
    muto;  le  sue  labbra  segnaron  l'atto  di  un bacio.  Ripieg tosto
    indietro, lo guard ancora e poi aperse il libro con mani tremanti, lo
    sfogli anche lei avanti e indietro,  a lungo.  Finalmente porse a suo
    cugino  il  libro  aperto,  tenendovi l'indice sopra un punto dov'egli
    lesse: My little body is a-weary of this great world.
    Il mio piccolo corpo  stanco di questo gran mondo. Le tristi parole
    additategli  silenziosamente  gli  misero  nell'anima  un  freddo,  un
    turbamento arcano.  Le guard ancora, poi alz gli occhi ad Elena come
    per interrogarla; ma ella teneva i suoi chini all'acqua addormentata.
    "Il Mercante di Venezia" diss'egli. Non me ne ricordavo.
    In quel momento un suono di campane arriv  sul  lago  deserto;  altre
    campane risposero da un'altra banda.
    Mezzogiorno! esclam Elena,  alzandosi,  sorpresa che fosse gi cos
    tardi. Al tocco, di solito,  si portavano le lettere a casa Carr.  Le
    ore del mattino erano le pi angosciose per Elena. Dopo l'arrivo della
    posta  respirava  un  poco,  gustava  con avidit intensa la sua dolce
    casa, le sue montagne, la presenza e le parole dell'amico,  con questo
    pensiero  che  fino  al  tocco  dell'indomani  poteva  vivere in pace,
    lettere non ne capitavano pi.
    Hai fretta? disse Daniele, senza moversi. Ascoltiamo un poco queste
    campane.
    Ella tacque,  si volse a guardar fra i carpini verso  il  fondo  della
    valle,  verso  casa.  Qualche  occhiata di sole pallido moveva ora sul
    vicino prato,  sulle teste nere degli abeti che spuntavan su dietro  a
    quello.
    Anche  laggi  a  villa  Carr e sulle ghiaie del Rovese e,  al di l,
    sulla muraglia nuda di monte Barco erano stampate  larghe  macchie  di
    sole.  Elena  non  vedeva  dietro  a s,  l'austero Passo Grande farsi
    azzurro,  cupo,  quasi nero,  al di sopra delle sue larghe frane,  dei
    borri nevosi,  sotto una corona pesante di nebbione. Non vedeva questa
    minaccia,  ma pure anche i pallidi sorrisi di  sole  com'eran  tristi!
    Quella sensibilit di Cortis, quel suo compiacersi della natura, della
    solitudine, delle campane, cos nuovo in lui, le davan pena.
    Non  era ben guarito,  ancora,  nello spirito.  Guarirebbe?  O qualche
    corda s'era spezzata in lui?
    Daniele ascoltava le campane che dicevano sempre sempre la stessa cosa
    profonda,  inenarrabile,  mettevano nella solitudine un  raccoglimento
    devoto.
    Mi  par  d'essere ancora un bambino diss'egli,  quando mia nonna mi
    faceva recitar l'"Angelus Domini".
    Io pregherei meglio qui che in chiesa disse Elena.
    E come pregheresti? chiese Cortis sorridendo. Cosa domanderesti?
    Non merito niente, Daniele diss'ella triste. Vi era tanto affetto in
    quel "Daniele" insolito, tanto dolore, tanta sincerit di confessione!
    Le  campane  del  mezzogiorno  suonavano  ancora,  ma  Cortis  non  le
    ascoltava pi. Aveva qualche cosa da dire, qualche cosa che lo turbava
    molto.  Si  alz,  prese  il  braccio  d'Elena,  si  avvi con lei gi
    nell'ombra verdechiara del viale di carpini.
    Senti diss'egli.  Ti  ricordi  che  ti  ho  scritto  una  volta  di
    Pergolese e di quell'incognita,  che ti ho domandato se adesso saranno
    insieme? Non pregheresti per una riunione cos, nell'altra vita?
    No rispose Elena con un fil di voce,  non potrei.  Ti faccio  male
    soggiunse. Perdonami.
    Egli tacque.
    Tu hai tanta fede diss'ella,  e io no. Io non posso domandare a Dio
    di farmi felice.  Potrei domandargli di far  felice  te,  lo  desidero
    tanto;  ma  non  ho  il  coraggio di domandargli queste cose,  io,  al
    Signore;  non ne ho il diritto.  E non mi pare neppure che vada  bene.
    Appena gli posso domandare che sia fatta la sua volont e che ci aiuti
    tutti e due a benedirla qualunque sia.
    Cortis le strinse il braccio, le prese la mano sinistra con ambedue le
    proprie, gliela strinse forte in silenzio. Non parlarono pi, n l'uno
    n l'altra, per un gran tratto.
    Come  giunsero  al  punto  dove un valloncello ombroso mette capo alla
    destra del viale, Cortis s'arrest e chiese ad Elena se volesse andare
    a salutare il suo tiglio.  Non v'era solo il tiglio da  quella  parte;
    v'era anche la colonna con le mani congiunte e la scritta latina.
    Andremo  domani diss'ella piano,  se non ti rincresce.  Verremo pi
    tardi; vuoi?
    Avrebbe preferito serbar quel  piacere,  a  dopo  l'ora  della  posta,
    quando era meglio in grado di goderlo. E poi si sentiva troppo turbata
    dalle  parole di Daniele sulla riunione futura,  troppo in pericolo di
    lasciargli intender quanto l'amasse; perch egli non lo sapeva ancora,
    quanto!  Questo non andava bene,  questo non lo voleva,  perch,  quel
    giorno terribile, egli avrebbe sofferto di pi.
    Le  parve  di  vedere  sul  viso  di  Cortis un'ombra di malcontento e
    soggiunse subito, arrossendo:
    Sai,  vorrei essere a casa per l'ora di posta.  Sono tanti giorni che
    lo zio non scrive!
    Tanti giorni?  Non n'erano corsi che quindici dal loro arrivo e lo zio
    aveva bene scritto due volte!  Fatti i conti  si  trov  ch'eran  soli
    cinque  o  sei  giorni.  Ad ogni modo avrebbe dovuto scrivere prima ed
    Elena si diceva inquieta.  Cortis le chiese cosa facesse Lao  a  Roma,
    tanto tempo. Di un affare sapeva, ma quello era finito. Questo affare,
    di cui Cortis non diede a Elena altra spiegazione,  dimenticando forse
    di avergliene gi fatto cenno a  Roma,  era  la  cessione  di  credito
    convenuta con l'avvocato Boglietti, per la quale Lao gli aveva scritto
    da  Roma  ringraziandolo  e  partecipandogli  che al pagamento era gi
    stato provveduto da lui, direttamente.
    Elena rispose che lo credeva occupato d'affari  molto  gravi,  pi  di
    cos non gli poteva dire. Cortis pens agli affari del barone Di Santa
    Giulia,  non  parl pi fino al cancello di casa sua,  dove cominci a
    cadere una pioggerella tepida,  minuta minuta,  che si vedeva tremolar
    lucente in un raggio di sole e non si udiva.
    Entriamo  diss'egli,  aspettiamo  qui  o  almeno facciamoci dare un
    ombrello dal gastaldo.
    Ella non volle,  e prese,  staccandosi dal suo braccio,  il viottolo a
    sinistra che scende verso la villa.
    Tanta impazienza lo fer un poco.
    Senti  diss'egli  fatti  pochi  passi,   non  so  perch  io  debba
    continuare a stare in casa tua.  Potrei venir qua,  oramai.  Non  sono
    mica pi convalescente; sto benissimo.
    Fa come vuoi rispose Elena,  in tono di sommessione.  Fa quello che
    ti par bene; pu essere che sia bene fare cos.
    Egli si sarebbe aspettata un'altra  risposta  e  non  fu  contento  di
    questa.  Gli  parve  troppo freddamente savia,  ingiusta verso di lui.
    Facile per natura ad adombrarsi fuor di ragione, lo era adesso pi che
    mai. Quelle parole d'Elena, male interpretate,  gli fecero dimenticare
    per un momento le altre che poco prima l'avevano commosso.
    Cos  n  l'uno  n  l'altra provavano pi desiderio di parlare,  e la
    piova tepida,  che veniva ora pi fitta,  sussurrando intorno a  loro,
    sulle  alberelle  del pendo e poi sui grandi noci,  e poi sulle siepi
    della via maestra il suo continuo, quieto "zitto, zitto" favoriva quel
    silenzio. Elena camminava un po' innanzi,  perch lui non le aveva pi
    offerto il braccio.  Non v'eran pi macchie di sole adesso. I campi si
    perdevano,  la via sfumava davanti in una nebbiolina bigia dietro alla
    quale i grandi fantasmi delle montagne parevano lontani, lontani.
    Elena  camminava frettolosa senza nemmanco aprire il suo ombrellino da
    sole.  Lui era stato l per dirle che  lo  aprisse  e  poi  non  aveva
    parlato.  Il povero berretto rotondo di velluto nero non serviva che a
    farle stillare meglio l'acqua sugli orecchi e sul collo.  Oltrepassata
    quella casa solitaria che chiamano "la Fabbrica", Cortis le si accost
    a  un tratto,  le prese l'ombrellino,  l'aperse,  le prese il braccio,
    senza  parlare.  Lei  lasci  fare,   gli  sorrise  con  una  dolcezza
    inesprimibile,  contenta che quella nuvola leggera fosse passata,  non
    volendone  parlare  neanche  lei.  Quindi  stese  la  mano,  sopra  il
    muricciuolo di destra, al ciglio erboso del campo, fiorito di anemoni;
    ne colse uno, glielo diede.
    Stavano per arrivare al cancello del recinto Carr,  quando ne usc il
    portalettere. Cortis lo chiam, gli domand se avesse recato lettere a
    casa Carr.
    Per lei,  signor deputato,  s;  lei ne ha sempre un fascio.  Per  la
    contessa, nessuna; solo i giornali.
    E per me? chiese Elena palpitando.
    No, signora, niente, per lei.
    Un  giorno  ancora!  Elena trattenne un lungo respiro di sollievo,  ma
    strinse involontariamente con il proprio  braccio  quello  di  Cortis.
    Questi  la  guard,  fu  sorpreso  di  vederle tanta contentezza negli
    occhi.  Come mai,  se desiderava aver notizie dello zio?  Ella arross
    indovinando  la  sua sorpresa,  si affrett a dire che certo lo zio si
    divertiva molto, a Roma, non pensava pi a loro; meglio cos!
    Entrarono,  presero la scorciatoia che,  ad un centinaio di passi  dal
    cancello, taglia diritto allo studio di Elena e quindi alla villa.
    Entriamo? disse Cortis, nel passare davanti allo studio.
    Elena  sorrise  un  poco,  pensando  ch'egli  non  si accorgeva quanto
    fossero fradici tutti e due, ma tuttavia non si oppose.
    Sedersi poi no! disse ridendo,  poich fu entrata.  Il  mio  povero
    divano!
    Cortis  non ci aveva pensato.  Si dolse della sua distrazione,  voleva
    uscire. Ma ora ella non volle, per non parere di biasimarlo. Si poteva
    stare in piedi,  non c'era nessuna fretta di andare a casa!  E odorava
    le violette,  le rose banksiane bianche posate in un vasetto di bronzo
    sul tavolino. Intanto Cortis guardava i libri.
    Oh! esclam questi. I tuoi "ringraziamenti e saluti!"
    Era quel volume delle "Mmoires d'Outre-tombe" che Elena,  partendo da
    Roma,  aveva lasciato a sua madre onde lo restituisse a Cortis. Cortis
    lo aveva poi dimenticato nel salotto della contessa Tarquinia,  ed ora
    Elena, trovatolo in casa, se l'era ripreso.
    Non  andavano?  disse  Elena  guardandolo con un sorriso affettuoso.
    Erano troppo freddi?
    Che dolcezza,  che purezza di sorriso e  di  sguardo!  Egli  le  prese
    ambedue le mani,  la guard in silenzio. Si ud un passo sulla ghiaia.
    Elena ritrasse le mani in fretta.  Tosto dopo entr  un  domestico  ad
    avvertire  che  la  signora  contessa  li  aveva  veduti arrivare e li
    aspettava subito.
    Cosa c'? chiese Elena.
    Credo che sia venuto un telegramma rispose quegli.  Pare che arrivi
    il signor conte Lao.
    Ecco perch non ha scritto disse Cortis.
    Elena  non  rispose,  cerc  di  non lasciarsi vedere in viso,  perch
    avrebbe dovuto godere di  quell'improvviso  annuncio,  e  n'era  tanto
    commossa da poter forse simular la calma, non la gioia.
    Neppure la contessa Tarquinia era troppo felice di questa notizia, non
    le  sarebbe rincresciuto niente che l'assenza del signor cognato fosse
    durata di pi. Adesso poteva fare alto e basso, in casa,  a sua posta,
    adesso  nessuno  brontolava,  nessuno  faceva  dei  brutti musi quando
    parlava  lei,  nessuno  le  diceva  "sciocchezze"!   Adesso  respirava
    insomma.
    A voialtri diss'ella porgendo il telegramma a sua figlia. Telegrafa
    da  Bergamo;  hai  visto?  E  cosa gli viene in mente di condurre quel
    povero vecchio di Clenezzi che starebbe tanto meglio a casa  sua?  Non
    capisco niente. E poi cosa sar andato a fare, a Bergamo?
    Sfogava cos,  povera donna,  il suo intimo dispetto; si sfogava sopra
    tutto a concludere che da simili originali bisognava  aspettarsi  ogni
    cosa.
    "Che  sar  successo?"  pensava  Elena salendo in camera.  Sar oramai
    aggiustato tutto?  Saran gi  fissati  il  giorno  e  il  luogo  della
    partenza?  Dio,  la temuta lettera era forse in viaggio? Suo marito le
    aveva fatto pervenire prima che lasciasse Roma,  un bigliettino in cui
    s'impegnava  di  scrivere  cinque o sei giorni avanti la partenza.  Le
    pareva di vedere suo zio, di udirgli dire "partir il giorno tale",  e
    un brivido le correva nella persona, le rompeva il pensiero. A che ora
    arriverebbe questo zio? Lo desiderava con ansia febbrile. Quello stato
    l  era  il  peggiore di tutti.  E non avere un'anima in cui versar la
    sua, non un aiuto, non un conforto! Anche se credesse come Cortis, non
    potrebbe tuttavia pregare che lo zio le portasse una buona notizia, un
    felice scioglimento impensato. Oramai quel ch'era fatto era fatto; non
    si poteva mutar pi.  Si poteva solo dire al Signore: Sia fatta la tua
    volont.
    Ella  era  in  piedi davanti alla sua finestra con le palme strette a'
    due lati del volto, con gli occhi spalancati, con il pensiero fisso in
    queste parole di preghiera, a cui per il cuore non veniva ancora. Ud
    la voce di Cortis che abitava il quartierino a pian terreno  sotto  di
    lei e ora aveva aperto la finestra e parlava con qualcuno.  Ah no,  il
    cuore non voleva dirle, quelle parole; non lo poteva!  Il cuore voleva
    vita,  amore,  felicit! Le sue palme strette al volto discesero lungo
    le guance con una espressione convulsa  che  le  allargava  gli  occhi
    ancor pi.  Daniele! diss'ella sottovoce,  angosciosamente. E chiuse
    gli occhi, si sent un momento sul suo petto con il suo amore e il suo
    nome.
    La contessa Tarquinia venne a consultare sua figlia  sulla  camera  da
    disporre  per il senatore Clenezzi,  sul pranzo da preparargli,  se di
    grasso o di magro, perch era di sabato e la contessa non lo conosceva
    abbastanza, il senatore,  non sapeva niente delle sue idee,  delle sue
    abitudini. Non aveva proprio voglia di tanti fastidi!
    Almeno  diss'ella,  poi che rest sola con Elena,  dico che sapremo
    qualche cosa di tuo marito. Non ti ha mica scritto,  eh?  Bella,  sai.
    Cos sei ancora pi libera, puoi star qui fino che vuoi.
    Ella non sapeva niente delle pratiche segrete di Lao;  sapeva solo, da
    Elena,  che  quella  sera,  a  Roma,   lo  aveva  lasciato  abbastanza
    tranquillo,  speranzoso di uno scioglimento che non sarebbe,  a quanto
    diceva,  il peggiore dei possibili,  disposto a lasciar lei libera  di
    andare o stare come le piacesse meglio.
    Elena  non  le  rispose,  la  segu  abbasso  per  andar  a  vedere un
    quartierino di fronte a quello  di  Cortis,  dove  avrebbe  alloggiato
    Clenezzi.  In sala trovarono Cortis che stava leggendo delle lettere e
    che sorrise silenziosamente ad Elena quando gli pass davanti.
    Dimmi tu, Daniele gli chiese la contessa tornando in sala due minuti
    dopo,  dimmi tu cosa gli si deve dare a questo senatore.  Di grasso o
    di magro?
    Elena lo sa rispose Cortis.
    Elena fe' un atto di sorpresa.
    Lo so? diss'ella.
    Cortis  si dolse,  con una ipocrisia tradita dagli occhi gai,  ch'ella
    non leggesse le sue lettere.  Le aveva  bene  scritto  una  volta  che
    Clenezzi  andava  a  mangiar  di  magro  in Trastevere,  dove un cuoco
    lombardo gli faceva certi... certi... come li chiamava? "casonsi".
    Ah s, adesso Elena se ne ricordava.
    Che vergognosa! esclam  sua  madre.  Sgridala,  che  hai  ragione.
    Scordarsi le cose proprio nel momento giusto di doverle sapere!
    And a vedere se il suo cuoco milanese sapesse fare questa roba. Elena
    aspett  che chiudesse l'uscio e chiese quindi a suo cugino se credeva
    proprio che non leggesse le sue lettere.
    Sai... soggiunse,  e voleva dire: quante  volte!  Ma  non  comp  la
    frase.  Cortis  intese  e,  presala  per  mano,  se la trasse a sedere
    vicina, sul canap.
    Lo so diss'egli teneramente. Lo immagino.
    Ella gli aveva abbandonata la sua mano e guardava in silenzio ora lui,
    ora la porta.  Pensava che partirebbe forse tra pochi giorni,  che  le
    era lecito pigliarsi quelle dolcezze. Poi sussurr:
    Hai avute tante lettere.
    S, amici di Roma.
    Ella  guard  la  propria mano prigioniera e disse ancora pi piano di
    prima:
    Cosa vogliono?
    Oh niente, avere le mie notizie, sapere se vado, quando vado.
    Adesso no... diss'ella.
    Oh no certo!
    Elena liber la sua mano,  ne accarezz leggermente quelle di  Cortis,
    guardandole, sussurrando:
    Ma  dopo...  quando  starai  bene...  proprio  bene...  proprio  come
    prima...
    Strinse ora quelle mani,  alz il viso e fece un sorriso di  dolcezza,
    di tristezza infinita, dicendo:
    Allora s?
    Signore,  vi ringrazio! disse la contessa Tarquinia rientrando.  Li
    sa fare.
    S? disse Cortis,  alzandosi senza rispondere ad Elena.  Allora  il
    pranzo  trovato. Per la serata, una bottiglia, un poco di Donizetti o
    di Pergolese, e l'uomo  felice.
    Per la musica c' Elena disse la contessa.
    Io non suono sicuro. E a che ora dite che vengano?
    Non  potevano venire che alle sei e mezzo;  ci mancavano ancora pi di
    quattr'ore.  Non pioveva pi.  La contessa aveva un paio di  visite  a
    fare in paese. Fece attaccare e un quarto d'ora dopo se ne and.
    Che lettere ci siamo scritte! disse Cortis, tornando a sedere presso
    sua cugina. Pare impossibile!
    Perch "impossibile"?
    Mi domandi?
    Elena abbass gli occhi, disse timida e grave:
    Io non voleva che tu mi amassi.
    Perch non volevi?
    Lo sai, perch credevo che non potessi essere felice, cos.
    Cortis si chin verso di lei, le disse sorridendo:
    Ma adesso non lo credi pi, non hai pi di queste ubbie?
    Lo credo ancora rispose Elena coprendosi il volto.  Solo non ho pi
    quella forza. Sai soggiunse a un tratto lasciando cader le mani, che
    in Sicilia ho sperato di morire?
    Egli le afferr le mani,  la guard stringendo le  labbra,  respirando
    affannosamente  come  se avesse paura che gliela portassero via.  Ella
    ebbe un momento di vertigine,  socchiuse gli occhi sentendosi mancare,
    gli tolse pian piano le mani,  ritrasse la persona nell'angolo opposto
    del canap. Un domestico pass in quel punto per la sala recando degli
    oggetti nelle camere destinate al senatore Clenezzi.
    Facciamo due passi fuori? disse Cortis. Non piove pi.
    Sono troppo stanca rispose Elena. Va tu, va solo.
    Cortis non rispose e non si mosse.  Il domestico ripass loro davanti,
    usc.
    Era meglio mormor Elena.
    Cosa era meglio?
    Morire.
    Tu non devi mai dir questo! esclam Cortis con tale impeto,  ch'ella
    tem non lo udissero, gli fe' segno di chetarsi, di abbassar la voce.
    Non devi dir questo  riprese  egli  piano,  ma  sempre  con  accento
    concitato.  Non sai quello che dici.  Non sai come t'amo,  io. Non mi
    permetto un solo pensiero colpevole, sai, Elena, neppur uno!  Mai!  Ma
    dimmi,  credi tu che io sia nato per quella bassa felicit che cercano
    i pi?  Io,  vedi,  ho bisogno di amare e anche di soffrire per quello
    che  amo.  Allora  sono felice,  allora mi sento come un fuoco di vita
    nell'anima,  come una benedizione di Dio,  sento tutta la mia  dignit
    d'uomo, tutta la mia forza. Anche quando si tratta delle mie idee, del
    mio  paese  che  amo tanto.  Sai,  la coscienza mi dice che dovrebbero
    passare davanti a tutto. Bene, anche per loro sono felice di soffrire.
    Pi mi si combatte,  pi mi si offende,  pi soffro,  meglio  sto.  Se
    adesso  mi  sorride  poco  l'idea  di tornare a Roma e alla Camera,  
    perch ho paura di non potervi far niente  di  buono,  e  non  per  le
    opposizioni.  E  se  t'amo,  Elena,  ma come,  ma come vuoi che la mia
    felicit non sia questa di seguitare ad amarti,  sacrificando,  ora  e
    sempre,  tutto quello che si deve sacrificare,  ma sapendo,  per, che
    anche tu mi ami e che il tuo amore  cos forte, e cos nobile come il
    mio? Come vuoi che io prenda moglie? Perch? Per aver la vita ingombra
    e l'anima vuota?  Il mio amore sei tu,  la mia vita  sei  tu,  la  mia
    felicit sei tu,  anche cos vivendo come spiriti, pregando Dio che ci
    aiuti sempre,  e ci riunisca meglio un giorno o l'altro,  non dico  in
    questo mondo! Perch io lo prego cos, sai e ci ho una gran fede!
    Adesso era Elena che respirava affannosamente, bevendo le parole calde
    e lo sguardo di lui. Era troppo! Si alz di slancio, gli strinse forte
    forte la mano,  non rispose ai suoi richiami,  usc in giardino per la
    porta di ponente,  and a cadere sopra uno dei sedili di ferro che  la
    contessa tiene l fuori.
    Un  gran  vento  freddo  si era levato da settentrione e ruggiva negli
    abeti, infuriava negli arbusti, nel glicine avvolto al cipresso morto,
    nell'erba del prato;  confondendo la sua voce a  quella  profonda  del
    Rovese  che  veniva  su  da  man  destra,  ripercossa  dalle squallide
    scogliere nude del monte Barco.  In fondo a Val di Rovese il cielo era
    puro.  Una  striscia di nitido sereno mostrava la neve e il sole sulle
    cime lontane di Val Posna.  La vetta del Passo Grande non  aveva  pi
    nebbie; il profilo ne spiccava bruno sulle nuvole chiare che correvano
    a  furia  verso mezzogiorno;  e l in faccia,  tra Val di Rovese e Val
    Posna,  le guglie del Corno Ducale avevano un chiaror rossastro,  una
    certa luce serena.
    Elena  sentiva  un  ristoro  nell'aspetto  del cielo e delle montagne;
    sentiva il furioso vento freddo come uno spirito di purezza e di  pace
    che  le  facesse  bene  sulla  fronte  e  nel petto,  che le quietasse
    l'immaginazione, il sangue, il cuore. Ed anche i sussurri, gli scrosci
    subiti per le piante, tutte le varie voci dolenti e sdegnose del vento
    le facevan bene,  quantunque non potesse ora parlar con loro come  una
    volta,  quando  le  ascoltava in qualche angolo deserto,  contemplando
    sola, beata, e tanti dolci pensieri le venivano in mente, tanti sogni.
    Neppure alle montagne poteva ora parlare,  ma tuttavia poteva,  fra  i
    loro  cari  aspetti  venerabili,  ascoltarsi il cuore come nell'intimo
    della sua cameretta.
    Ah folle, imprudente cuore, cosa diceva mai?
    "Andr" diceva, "ma se non andassi?" E batteva allora,  batteva forte,
    forte,  da  spezzarsi,  immaginando  con  violenza,  contro una debole
    volont renitente,  la infinita gioia di viver vicino a lui,  di saper
    che sarebbe cos tutta,  tutta la vita. No, no disse ella sottovoce,
    ma pur pronunciando le parole partir,  partir,  debbo  partire.  E
    soddisfatta   cos   la   coscienza,   subito   ritornava   a   quelle
    immaginazioni,  parendole di poter accontentare la  fantasia,  per  un
    momento.
    Contessina!  le  grid la cameriera da un balcone.  Non stia a quel
    vento!
    Elena trasal come se avessero sorpreso il suo segreto, si alz e and
    a rifugiarsi nel piccolo gabinetto,  dove almeno occhi indiscreti  non
    arrivavano.
    Il  volume  delle  "Memoires"  era l aperto sul tavolino,  come ve lo
    aveva lasciato Cortis. Elena lo prese.  Ancora,  ancora quella pagina,
    quelle  parole:  "jamais ternie".  Non ne poteva staccar gli occhi,  e
    pareva che venissero a lei,  proprio  a  lei,  quelle  parole,  e  nel
    momento opportuno;  se ne difendeva,  si diceva che la sua volont non
    aveva peccato;  solo la fantasia.  Non v'era ancora una  macchia,  una
    sola  piccola macchia sulla sua vita!  Poi and avanti a leggere quasi
    inconsciamente, si ferm su queste altre parole:
    "Depuis t'avoir vu, mon coeur s'est relev vers Dieu, et je l'ai plac
    tout entier au pied de la croix, sa seule et vritable place."
    Un gran silenzio si fece nell'anima sua,  un lungo  silenzio  di  ogni
    pensiero e di ogni sentimento.  Pens poi che avrebbe desiderato anche
    lei di poter adorare la croce cos. Riprese il libro e la lettura:
    "Il n'est rien  tel,  mon  ami,  que  l'ide  de  la  mort  pour  nous
    dbarrasser de l'avenir."
    Si ferm anche qui.
    Era  vero,  in Sicilia aveva desiderato di morire.  Adesso no,  bench
    l'avvenire  le  comparisse  tanto   spaventoso.   Come   mai?   Pareva
    impossibile.  Vi  era  forse  nella  oscurit dell'anima sua molta pi
    radice di speranza ch'ella stessa non credesse;  v'era  fors'anche  un
    vago timore di giungere mal preparata a quel mistero di l dalla tomba
    di cui lei e Cortis avevano idee tanto diverse. Quale spasimo per esso
    s'ella morisse senza fede!
    Avrebbe voluto pensarci,  a questa fede,  e non poteva.  La tormentosa
    aspettazione dell'arrivo di suo zio l'aveva ad ogni  suonar  d'ore  da
    Villascura,   riassalita  pi  forte,  cresceva  ogni  momento.  Tent
    continuar la lettura e dovette  smettere  subito.  Era  stanca  e  non
    poteva  star ferma.  Le pesava star l o star con sua madre ch'era gi
    rientrata. E mancavano ancora quasi tre ore alle sei e mezzo.
    Stava sulla soglia del gabinetto quando uno strepito  di  zampe  e  di
    ruote  suon  sotto  il porticato.  Diede addietro per istinto.  Aveva
    paura, adesso, che fosse lo zio. Come mai, cos presto? Quanto avrebbe
    dato perch non fosse lui,  perch tardasse almeno un'altra  ora!  Non
    aveva  ancora pensato se dovesse domandargli di suo marito o aspettare
    una parola sua;  non  aveva  ancora  pensato  a  comporre  il  proprio
    contegno  s da riuscirgli impenetrabile,  perch con lui,  che sapeva
    tante cose, e aveva forse qualche segreto sospetto, non sarebbe troppo
    facile il dissimulare.  Ecco ch'era lui,  proprio lui;  ecco i  saluti
    clamorosi di Cortis,  la voce del senator Clenezzi. Sua madre ordinava
    a un servo di chiamare la contessina. Ella si fece coraggio e si avvi
    verso il portico.
    Il senatore Clenezzi le venne incontro solo,  con il cappello in mano,
    gridando:
    La vede,  la vede,  la vede?  Suo zio,  sa! Io non avrei mai avuto il
    coraggio!  Cara baronessa! diss'egli  inchinandosi  tutto  sorridente
    quando fu a portata di stringerle la mano.
    Elena gli rispose alcune parole gentili,  poi gli domand subito dello
    zio.
    Ora sta bene, proprio bene rispose il senatore. E' scappato dentro,
    per paura del vento,  perch quello poi  un affare serio.  Non ho mai
    visto una cosa simile. Se non mi sono soffocato, in carrozza!...
    Elena lo interruppe, gli domand dell'umore di suo zio.
    Ah  bono,  bono,  bonissimo.  Vorrei  che l'aveste veduto stamattina,
    quando ci siamo messi in viaggio.  Ha voluto prendere il treno omnibus
    del mattino per guadagnare qualche ora. Pareva un ragazzo.
    Mi dica domand ancora Elena,  in fretta. Sa ch'egli abbia finiti i
    suoi affari a Roma? Che non ci debba pi tornare?
    Oh pare di no,  pare di no.  Mi ha detto che adesso deve mettersi  in
    economia e che non si muover di qua per un bel pezzo, ma che  sicuro
    di  averci  buona  compagnia,  sempre.  Andiamo,  andiamo,  baronessa,
    altrimenti quello l va in furia.
    Infatti Lao,  dalla sala,  picchiava forte nei  vetri,  chiamava  Oh!
    oh!. Elena, cui le parole del senatore avevano per un momento gelata,
    si scosse, corse a quella volta sorridendo.
    Alle  otto  di  sera,  due  ore  dopo il pranzo,  il senatore Clenezzi
    parlava ancora con entusiasmo del famoso piatto  bergamasco,  riuscito
    perfettamente.
    Magnifica  villa,  magnifico  paese,  contessa  grid rientrando con
    Daniele da una passeggiata, ma quei "casonsi"!
    Credeva che la contessa fosse sola,  ma  invece  ella  aveva  circolo,
    quella sera.  Erano accesi in sala i lumi del biliardo, e il conte Lao
    si divertiva a giuocare da solo,  come usava nei momenti di buon umore
    onde persuadersi di non avervi ancor perduto l'occhio e la mano.
    Nella  stanza  del  piano  erano  accese  le  candele del tavoliere da
    giuoco,  le candele del piano,  la grande lucerna sul  tavolino  ovale
    davanti al canap dove la contessa era seduta con la signora Zirisla.
    L'arciprete,  il  medico  e  il  signor  Zirisla  che  avevano appena
    incominciato il tresette,  si alzarono,  all'entrar di Clenezzi  e  di
    Cortis  con  un  diabolico  strascicar  di  sedie e di piedi bench il
    quarto giuocatore, don Bortolo, restasse seduto brontolando: Andiamo,
    andiamo, quante minchionerie!.
    Si  alz  anche  la  signorina  Zirisla,  molto  rispettosamente.  Si
    alzarono  il dottor Picuti e altri due o tre signori che guardavano il
    giuoco. Il povero Clenezzi,  miope,  non sapeva da che parte voltarsi,
    faceva  inchini  a  pi  non  posso,  mentre la contessa Tarquinia gli
    snocciolava in fretta una litania di presentazioni.
    E la baronessa Elena? diss'egli, guardandosi attorno.
    Elena entrava allora in sala.  Aveva udito Cortis passare con Clenezzi
    sotto  le  sue  finestre,  ed era discesa subito.  Lao pos la stecca,
    accenn silenziosamente a sua nipote di accostarsi al biliardo.
    Elena obbed, palpitando.
    Non mi domandi niente? diss'egli.
    Aspettavo che parlassi tu, zio.
    Bella anche questa! non te ne importa niente, a te?
    Elena gli rispose con uno sguardo cos serio, cos doloroso che lo zio
    si pent della sua ruvidezza, e si affrett a dire:
    Bene, bene, spero che sia finito tutto, ma  stato un affar serio.
    Finito tutto? esclam Elena. Come?
    Eh, "come"! Il processo non si far pi e non ci son pi debiti altro
    che per me.
    E lui? diss'ella sottovoce.
    Cosa "lui"?
    Elena non ebbe cuore di domandar che  ne  fosse  di  suo  marito.  Lao
    voleva  certo dir qualche cosa perch non la richiese pi di spiegarsi
    meglio.
    Prese Elena per le braccia, e, trattala a s, le mormor:
    Vuoi sapere quanto mi costi?
    Scusa,  Elena disse avvicinandosi timidamente la signorina  Zirisla
    che  dava  del  tu  a  Elena  con il tono di chi teme prendersi troppa
    libert.
    La contessa e quel signore ti pregherebbero di venire.
    Va pur l disse il conte. a Parleremo dopo.
    Elena esitava.
    Sai cosa vogliono? diss'ella.
    La signorina non aveva  inteso  bene.  Far  musica,  forse.  Certo  si
    discorreva adesso, e con calore, nella stanza del piano. Elena osserv
    che  non  pareva  vi  si  desiderasse molto la musica.  Pendeva ancora
    perplessa quando sua madre venne sulla soglia della sala e chiam:
    Dunque, Elena?
    Ella obbed senza rispondere, e Lao torn a giuocare al biliardo.
    Ho piacere che sia venuto fuori questo  discorso  diceva  il  dottor
    Picuti, alzandosi rosso rosso e dirigendosi a Cortis che ripeteva:
    Lasci pure, lasci pure, non fa niente.
    Basta,  basta,  adesso  facciamo un po' di musica disse la contessa.
    Elena, ci fai sentire qualche cosa!
    Brava, brava! diceva Clenezzi sottovoce, ma Elena non ebbe neppur il
    tempo di esprimere il suo reciso  rifiuto  perch  il  dottor  Picuti,
    risoluto  di  parlare  ad  ogni  costo,  salt  subito in mezzo con un
    solenne:
    La permetta, contessa; La permetta, deputato.
    Qualcuno avea tirato in campo,  poco opportunamente la protesta  degli
    elettori contro Cortis,  e Zirisla,  aveva brontolato qualche parola,
    giuocando,  su certi machioni che soffian nel  fuoco  stando  coperti,
    come s'era detto del dottor Picuti, riguardo a quella protesta.
    "Soffiar" niente, e "machione" niente prosegu il Picuti.
    Chi vi ha nominato, voi? esclam Zirisla.
    So  quel  che dico replic l'altro inviperito.  So che buone lingue
    abbiamo  in  paese  e  come  si  fa  a  rovinar  un  galantuomo  senza
    nominarlo.
    Ah  Picuto,  Picuto!  interruppe don Bortolo.  La prima gallina che
    canta ha fatto l'uovo.
    Andiamo, andiamo, Bortolo borbott l'arciprete picchiando con le sue
    carte sul tavolo, "intende animum tuum ad ludum".
    S,  s,  "ad ludrum...  ad  ludrum...  ad  ludrum..."  brontol  il
    cappellano  aguzzando gli occhi sulle proprie e palpandole tutte,  una
    per una.
    Intanto il dottor Picuti dopo avergli risposto: Voi tacete, che avete
    un bel tacere gridava:
    Glielo dir io, signor deputato, chi sono state le canaglie.
    Ohe, ohe, ohe fece Zirisla, mettendo gi le carte e girandosi sulla
    sedia verso colui.
    Allora Cortis non si tenne d'imporre silenzio a tutti.
    Basta diss'egli,  e non  voglio  saper  niente,  non  me  n'importa
    niente.  Non  ho  rancore contro nessuno,  proprio.  E poi,  voialtri,
    elettori vecchi,  siete morti e sepolti.  Come volete che me la  pigli
    con voi? Molto pi che sono morto e sepolto anch'io.
    Come, come, come? dissero alcune voci.
    S,  s,  morto e sepolto,  basta cos rispose Cortis;  e Lei, caro
    Picuti, vada a guardare il tresette, e Lei,  cara Elena,  venga a fare
    della musica.
    L'arciprete,  Zirisla  e gli altri bisbigliarono un momento fra loro,
    mentre Elena accennava di no e guardava Cortis con una preghiera  muta
    negli occhi.
    Mi scusi,  dottor Daniele disse a un tratto Zirisla. Ella non si 
    mica dimesso da deputato?
    No, non ancora;  ma faccio subito,  appena sar in grado di occuparmi
    un poco; perch quello che volevo dire lo scriver.
    Tutti protestarono, tranne i preti e la signorina Zirisla. Ma perch?
    Ma per cosa? Ma La fa male! Lei ha da esser sempre il nostro deputato!
    Anche   il   mangiapreti   Zirisla   disse,   alludendo  al  silenzio
    dell'arciprete,  che aveva le proprie idee,  ma che quando certa gente
    taceva,  a  lui gli veniva voglia di gridare: "Viva il dottor Daniele,
    per Giove! Viva il nostro deputato!".
    Io non taccio un corno,  per  tacere  esclam  don  Bortolo,  ma...
    dico... contessa... se La vuol che si faccia questo brindisi... non so
    se mi spiego!
    Eh mi pare! grid Lao dalla sala.
    Bravo  conte!  Lei  mi  capisce per aria,  Lei!  Capo d'un conte!  Un
    bicchieretto solo.
    Tutti furono addosso a quell'indiscreto di cappellano.
    Eccoli! diss'egli gridando pi forte di loro.  Son beati,  capisce,
    contessa? E mi strapazzano!
    Lao comparve sulla porta con la stecca in mano.
    E' questa la musica diss'egli, che si fa stasera?
    Avanti, avanti, baronessa! disse il senatore Clenezzi.
    Elena gli fece un gesto supplichevole, ma inutilmente.
    Il  senatore insistette.  Ella si avvicin a Cortis,  gli disse piano:
    Salvami, non posso.
    Cortis chiam Lao ch'era ancora sulla porta.
    Comincia  tu  diss'egli.  Io?  Bravo!  rispose  Lao,  girando  sui
    talloni.
    Cortis  si  rivolse  alla  signorina  Zirisla  che  si  scusava tutta
    tremante,  sapeva poco,  era fuori di esercizio.  Per fortuna il  pap
    Zirisla  intervenne col suo vocione burbero di comando.  Incominciato
    il  supplizio  della  signorina,  Cortis  chiese  sottovoce  ad  Elena
    cos'avesse, perch non potesse suonare.
    Sono  stanca  diss'ella,  e poi,  sai!  davanti a questa gente!  Se
    fossimo noi due soli, suonerei,  forse.  Ma neppure soggiunse dopo un
    momento.
    Perch "neppure"?
    Non  domandarmelo.  Forse  te  lo  dir.  Non adesso per.  Ma tu non
    domandarmelo, sai.
    Ella pot prendergli di furto una mano,  stringergliela forte come  se
    avesse paura.  La contessa Tarquinia, udendoli bisbigliare, li guard.
    Allora tacquero,  finsero di  ascoltare  le  agilit  della  signorina
    Zirisla.
    Ambedue  sentivano  il  rapido  stringersi  dei  loro legami in quella
    tacita  complicit,   pensavano  al  futuro.   Elena  ne  vedeva   uno
    spaventoso;  Cortis  aveva  dei  sinistri  presentimenti.  Il contegno
    d'Elena era nuovo da poco in qua. Ella non si curava molto, adesso, di
    nascondere i propri sentimenti,  o almeno non vi riusciva pi,  e  ci
    bastava  ad  accrescere  la passione di Cortis.  Ma dove si andrebbe a
    questo modo?  Non verrebbe presto il momento in cui non potrebbero pi
    stare n divisi n uniti?
    Furono  soli  a  non battere le mani quando la signorina schiacci sul
    piano gli ultimi accordi.  Elena se  n'avvide  troppo  tardi,  and  a
    congratularsi con lei.
    A  Lei,  senatore  Clenezzi! disse Cortis,  forte.  Lei cantava una
    volta,  m'ha detto.  Ci faccia un po' sentire quel pezzo di Pergolese,
    quello che ci ha cantato donna Laura a Roma.
    E' matto? rispose il senatore.  Lei ce lo deve cantare,  baronessa.
    Sa,  le famose strofette che le ho fatto mandare a Cefal: "Se  cerca,
    se dice".
    Ma Elena non cantava,  non aveva mai avuto voce. Lao, ch'era rientrato
    durante il pezzo della Zirisla,  si pose al  piano  senza  parlare  e
    cominci a cercarvi il motivo del Pergolese, interrogando Clenezzi con
    gli occhi.
    Bravo! esclam costui. Bravo! Cos! E si mise a cantare con la sua
    fioca voce fessa:

    "Se cerca, se dice..."

    Nel dire la frase:

    "Ah, no, s gran duolo
    Non darle per me,"

    trov  tanto  improvviso  vigore  che  don Bortolo esclam restando di
    giuocare  bravo,  cane!  e  fece  rider  tutti  mentre  il  senatore
    continuava imperterrito:

    "Rispondi, ma solo:
    Piangendo, part."

    Soltanto Elena non rideva.  Chiese di chi fossero le parole.  Clenezzi
    cominci un panegirico di Metastasio,  levando al cielo  questi  versi
    tutti sentimento, tutti vezzi, tutti musica anche senza le note divine
    del Pergolese.
    S,  s disse Lao alzandosi,  meglio questi pochi versi antichi che
    tanto brodo moderno,  non dir di porco,  ch io lo  apprezzo,  ma  di
    asino.  Falsi per anche questi, sapete; falsi nella midolla. Zucchero
    di barbabietole. Lo si sente anche nella musica, quasi. Bella, ma, ma,
    ma... non so, un poco effeminata.  Pare impossibile che quella roba l
    sia d'un abate.  Si capisce ch'era un abate da burla,  Metastasio.  Un
    prete deve sentir la passione pi di cos.
    Che discorsi! brontol la contessa Tarquinia.
    Non  vero, don Bortolo? ribatt Lao.
    Cosa, signore?
    Che quando un prete  innamorato,  furioso?
    Tre assi, conte! rispose il cappellano continuando a giuocare.  Can
    da toro d'un conte! Tre assi, tre assi.
    L'altro si volse ad Elena.
    Dimmi,  cara  te,  se uno che ama ed  riamato sul serio pianter mai
    l'amica per cedere ad un  altro  sentimento  qualsiasi,  a  un  dovere
    immaginario  come quello l?  Che amore vuoi che sia?  Se  amor vero,
    neanche il codice gli ha da resistere!
    Oh! fece Cortis, e voleva continuare,  ma Lao gli ruppe la parola in
    bocca.
    Non fatemi teorie! diss'egli.  Son vecchio e conosco il mondo. Cosa
    mi venite a contare? Non credo a certi eroismi. Storie! Sono poi anche
    eroismi balordi.  Di tre persone ne potrebbero star bene  due.  Signor
    no, bisogna che l'eroe, questo imbecille, si sacrifichi per farle star
    male tutt'e tre;  perch vi domando io, se non star male l'amante, se
    non star male la moglie e se non star male anche il marito. Son cose
    contro natura che non possono riuscire a bene. Ma diavolo!
    Elena disse allora con una voce strana, diversa dalla sua solita:
    Si deve guardare,  prima di fare il proprio dovere,  cosa ne seguir,
    chi sar contento e chi non sar contento?
    Molto, molto si deve guardare in questo genere d'affari rispose Lao.
    Che lievito di canaglia che hai! disse Cortis, ridendo.
    E  credete  soggiunse  Elena,  che  quel  personaggio di Metastasio
    avrebbe fatto bene a dirglielo,  alla sua amica,  che doveva andar via
    per sempre?
    No  rispose  Cortis.  Se  lo  credeva un dovere no,  perch poi gli
    sarebbe stato molto pi difficile di compierlo.
    Il tresette fin in quel momento.
    La contessa Tarquinia aveva fatto recar del vino poco prima.
    Al nostro deputato, dunque! esclam don Bortolo. Tutti fecero eco.
    Grazie disse Cortis, ma non accetto brindisi.
    Oh s, s esclam Elena. Da me s soggiunse sottovoce.
    Egli non os contraddirla in quel momento e tacque.
    Io ho bevuto,  intanto disse il senatore,  ed  un vino che non pu
    sbagliare.
    Vino  da  preti,  signore  osserv  il  cappellano.  Vino da poveri
    sacerdoti. La capir in che paese La si trova, signore.
    La conversazione si sciolse subito. Tutti si congratularono. Non erano
    ancora usciti dalla sala, che Lao si lagn del tanfo rimastone.
    Aprir tutto per dieci minuti, qui diss'egli a sua cognata.
    Vennero i domestici, portarono via i lumi, apersero le finestre.  Solo
    Cortis  rimase  nella stanza a godersi il lume scuro delle stelle,  il
    soffio e il fragor del vento.  Aveva forse sperato che rimanesse anche
    Elena, ma ella era uscita con suo zio, l'aveva seguito sul pi lontano
    dei  quattro canap della sala,  mentre Clenezzi calando adagio adagio
    sul pi vicino accanto alla  contessa  Tarquinia,  le  diceva  con  un
    sospiro:
    Ah contessa, Pergolese  una gran cosa, ma quei "casonsi"!
    Del  resto  continu  Lao  sottovoce,    combinato  tutto  come si
    desiderava. C' solo questo di nuovo, che non va pi in America.
    Elena gli afferr un braccio, gli piant gli occhi in viso.
    Non ha dei conoscenti a Yokohama? disse Lao.
    Elena lasci il suo braccio, non rispose, bench sapesse perfettamente
    che dei lontani parenti di suo marito,  inglesi,  avevano una casa  di
    commercio a Yokohama.
    Non lo sai,  tu? continu l'altro.  Pare che ne abbia. Almeno lo ha
    detto lui all'avvocato chiedendogli questo cambiamento.  Non so,  pare
    che  qualcheduno  di  costoro  sia  a Roma,  che gli abbia fatto delle
    proposte.  Avr forse un collocamento.  Cos sarai pi contenta  anche
    tu.
    Oh s, s diss'ella.
    Non v'era nell'ampia sala che una macchia di viva luce sul panno verde
    del  biliardo,  sui birilli,  sulle bianche palle brillanti.  Tutto il
    resto era penombra ed Elena vi si sent pi coraggio per  una  domanda
    non sincera:
    E' gi partito?
    No, no. Almeno non credo; perch io ho lasciato Roma da cinque giorni
    e  vengo  da Bergamo,  ora.  Mi occorrevano danari,  capisci,  e li ho
    trovati a Bergamo. Ma no, non  partito certo.  Bisogner tuttavia che
    parta presto perch l'avvocato ha trattato, s, con tutti i creditori,
    ma non fa pagamenti se lui non  via. Pare poi che lui, almeno finora,
    non  abbia capito per chi l'avvocato agisca.  Pare che sospetti non di
    noi, ma del Governo.  Gi Boglietti lo deve aver aiutato a questo.  Lo
    vuoi sapere, dunque, quanto mi costi?
    No, zio, ti prego rispose Elena, alzandosi.
    Dove vai, adesso? le chiese Lao.
    Ho caldo diss'ella.
    Usc, per la porta vicina, nel giardino.
    L,  in occidente,  i grandi pianeti fiammeggiavano nel cielo sopra le
    montagne nere,  come la notte ch'ella li aveva guardati dal finestrino
    del  vagone,  viaggiando verso Roma e immaginando il mare,  la lontana
    Sicilia: sinistre luci nella loro fissit splendente al disopra  delle
    ombre tutte piene di fragor d'acqua e di vento.  Elena si trattenne un
    poco a guardarle, appoggiata allo stipite della porta. Poi scivol via
    rapidamente a sinistra,  gir il canto della casa e venne  a  fermarsi
    davanti  alla  finestra della stanza del piano.  Cortis vi si affacci
    subito.
    Vai a Roma, sai diss'ella. Torni alla Camera.
    Egli non rispose.
    Per amor mio sussurr  Elena  senza  guardarlo.  Se  fossimo  uniti
    andresti soggiunse. Lo vorrei.
    Tu  vorresti solo quello ch' bene,  amica mia diss'egli sorridendo.
    E se non mi paresse bene non ti ascolterei.
    Sicuro, ma questo  bene.
    Non lo so; a ogni modo, sarebbe per le elezioni generali.  Adesso non
    so se mi converrebbe di tornare alla Camera.
    Pens un poco e quindi prosegu abbassando la voce:
    Per  vero, se fossimo uniti, mi sarebbe pi facile di ritornare. Un
    altro  sognerebbe di fermarsi qui a vivere d'intelletto e d'amore.  Io
    no,  io vivrei d'amore e di battaglie;  ti vorrei testimone delle  mie
    vittorie  e  conforto  delle mie sconfitte.  Mi getterei nella lotta a
    occhi chiusi, solo, da don Chisciotte. Oh che vita sarebbe!  Che vita,
    Elena! Aspetta!
    Salt  senz'altro  sul  davanzale della finestra e poi gi a fianco di
    sua cugina, la trasse con s verso i prati.
    Mi sento un fermento di vigore,  stasera  disse  egli,  come  nelle
    convalescenze della mia prima giovinezza. Tornerei certo a Roma e alla
    politica  attiva se potessi sperare che l si vivrebbe vicini come ora
    qui.  Altrimenti no.  Se tu tornassi a Cefal,  temo  che  resterei  a
    Villascura.
    E se mi fermassi con la mamma e con lo zio? diss'ella.
    Credo  che andrei,  perch mi saresti tanto pi vicina,  a ogni modo.
    Sar cos, non  vero? Resterai con loro?
    Ella gli strinse il braccio, gli appoggi quasi la tempia alla spalla,
    e mormor:
    Saresti contento?
    Cortis pieg il viso a quello di lei,  la guard negli occhi.  Ella li
    chiuse  quasi  subito  e  camminava  cos,  alla  cieca,  con la bocca
    socchiusa,  col cuore tremante,  quando udendo chiuder  le  invetriate
    della finestra da cui s'eran partiti,  stacc il capo dalla spalla del
    suo compagno,  sospettosa d'un occhio umano che la potesse coglier tra
    l'ombre  della notte in quell'atto di abbandono.  Adesso c'era un lume
    da capo nella stanza del piano.
    Vuoi che rientriamo? diss'ella fermandosi.
    Rientr sola,  dalla porta ond'era uscita,  mentre  Cortis  faceva  un
    lungo giro a sinistra per andare agli abeti senza passare dal portico.
    Elena  si  sentiva male nello staccarsi da lui;  tanto male quanto non
    s'era sentita mai.  Non si riconosceva pi;  le pareva di esser smossa
    oramai, nei suoi propositi, da una corrente che finirebbe col mandarli
    a  fascio,  col  portarseli via.  La sua coscienza parlava ancora,  le
    diceva: "I momenti supremi son questi,  sei in tempo di salvarti",  ma
    un  indistinto  fuoco  di amore,  di sgomento,  di rimorso,  le faceva
    credere di aver gi mosso il primo passo,  se non altro col  pensiero,
    sopra una china dove non riuscirebbe a fermarsi. Entr in sala subito,
    fuggendo quest'angoscia.  In sala non v'era pi nessuno. Lao, Clenezzi
    e la contessa Tarquinia eran tornati nella stanza del piano,  dove  il
    primo suonava con giovanile slancio l'aria dell'"Olimpiade" e Clenezzi
    ne singhiozzava miserevolmente le parole:

    "E se cerca, se dice:
    L'amico dov'?
    L'amico infelice,
    Rispondi, mor.

    Ah no, s gran duolo
    Non darle per me;
    Rispondi, ma solo: Piangendo, part."












    CAPITOLO VENTUNESIMO.
    NEL POEMA DELL'OMBRA E DELLA VITA.

    L'indomani,  a  colazione,  s'era  deciso di condurre,  fra il tocco e
    mezzo, il senatore Clenezzi ai giardini Cortis per far ritorno a villa
    Carr dalla parte di Caodemuro.  Al  tocco,  Elena  sedeva  nella  sua
    camera   presso   la   finestra  aperta,   tendendo  involontariamente
    l'orecchio a ogni passo che suonasse gi nel giardino.  Pensava,  e le
    veniva in cuore,  piano piano, una speranza. Non osava trattenerla, la
    mandava via subito;  la richiamava,  vi si appoggiava un  momento,  un
    attimo  solo,  per  sentir quel riposo cos molle,  ricreante.  Se suo
    marito non sapesse  che  farne  di  lei,  se  avesse  voluto  soltanto
    metterla  alla prova?  No no,  adesso non voleva pensarlo,  era troppo
    presto.  Ma se la lettera oggi non venisse?  Se  non  venisse  neanche
    domani?  Secondo  Lao,  la  partenza  di suo marito non avrebbe potuto
    tardar molto.  Era prudente di aspettar qualche giorno ancora prima di
    sperare;  ma  se la lettera non venisse neppure posdomani?  Allora s,
    allora sarebbe da sperare che non venisse pi.
    La posta era in ritardo quel giorno.  Clenezzi e Cortis  passeggiavano
    su e gi per il giardino davanti alla villa. Cortis guardava spesso la
    finestra  d'Elena,  ascoltava  poco  le  chiacchiere del suo compagno.
    Elena non compariva mai.  Verso il tocco e mezzo  comparve  invece  il
    conte Lao chiuso nel suo soprabito.
    Ohe diss'egli,  si va o non si va?  Se non si va subito, io resto a
    casa.
    Si chiam Elena,  che avrebbe voluto aspettare ancora un poco.  Lo zio
    andava  fuori  dei  gangheri,  la  contessa  Tarquinia  gridava  dalla
    finestra della sua camera: Cosa fate che non vi movete? e il  povero
    Clenezzi,  non sapendo con chi stare, si accusava di questo trambusto,
    protestava che sarebbe rimasto volentieri a casa, che luoghi pi belli
    non si potevano vedere.  Cortis domand ad Elena se ci tenesse  ancora
    tanto  alla  posta.  Ella  si  ritir  subito dalla finestra cui s'era
    affacciata e rispose dal di dentro:
    Vengo
    S'incamminarono:  Lao  davanti  a  tutti,   solo,   a   testa   bassa,
    brontolando; poi Clenezzi a fianco di Elena, poi Cortis. Non c'era nel
    cielo limpido una nuvoletta,  l'erba si moveva nell'alito dell'aprile,
    cos molle e tardo,  stanco di troppa vita,  di  troppi  desideri  che
    porta.   Cortis  e  Clenezzi  scherzavano  sull'andatura  funebre  del
    condottiere.
    Colonna di nuvole! gli grid Cortis.
    Lao si volt.
    S,  s diss'egli,  tirarmi attorno con questo tempo da  cani!  Non
    sentite che a momenti piove? Basta esser uomini politici per non capir
    niente.
    Cortis rise forte. Elena, sempre silenziosa, lo guard in modo ch'egli
    credette farle dispiacere con la sua allegria, le rispose con un altro
    sguardo serio serio, quasi dolente. Ella indovin il suo pensiero, gli
    sorrise  di furto un momento,  mentre gli altri due avevano avviato un
    dialogo sugli uomini politici.
    Ecco diceva Lao sottovoce a Clenezzi, additando Cortis. Quello l e
    basta. Un poco "mouche du coche" anche lui,  ma non come gli altri che
    vi guardano come se tirassero il mondo,  e se loro, le bestie, fossero
    pi onorevoli di noi, che ci lasciamo tirare. Adesso ti spolitichiamo,
    te! soggiunse forte,  voltandosi  a  Daniele.  Ti  invillaniamo,  ti
    mettiamo a urtar avanti l'Italia qua,  qua, con le mani e con i piedi,
    sui tuoi campi;  altro che  alla  Camera  con  le  parole!  A  studiar
    economia qua,  qua,  nella pratica,  altro che sui libri!  E se hai la
    malinconia del socialismo,  della democrazia cristiana,  qua si prova,
    sugli uomini, per terra e non nelle nuvole in un pallon di carta. Qua,
    qua!
    Ogni volta che diceva qua batteva il bastone a terra.
    Oh! esclam Cortis. La posta!
    Elena si ferm su due piedi, un leggero sussulto delle spalle trad la
    sua  commozione.  Anche il portalettere si era fermato a frugare nella
    borsa.
    Una lettera per lei, signor conte diss'egli.
    Tientela! rispose questi alzando il bastone. Lettere e sassate sono
    per me la stessa cosa.
    L'altro si scherm ridendo, gli diede la lettera,  ne diede un'altra a
    Cortis  che  guard  la  scrittura  e  rimase  l  attonito,   un  po'
    accigliato. Per ultimo, colui si volse ad Elena, frugando ancora nella
    borsa.
    Anche per me? diss'ella.  E subito si sent dentro come una  scossa,
    un intorpidimento elettrico,  un mancar della vita. Colui le porse una
    lettera. Elena la prese, la guard, era quella; ebbe un solo pensiero:
    non tradirsi.  Volle dir "va bene" ma non pot;  volt le spalle  agli
    altri fingendo guardare i monti.
    Magnifico punto! disse il senatore venendole accanto.
    Ella  si volt subito.  Cortis,  che leggeva la sua lettera,  alz gli
    occhi a lei,  la consider un poco,  le si accost  rapidamente.  Ella
    volse il viso dall'altra parte e disse al senatore:
    Andiamo.
    Clenezzi  le  si  mise  frettoloso  a  fianco,  non  la  lasci  che a
    Villascura sulla spianata di casa Cortis,  quando  Lao  lo  chiam  al
    parapetto di settentrione.
    Elena disse Cortis fermandosi.
    Non  era  una  voce  d'impero n di preghiera;  era la tranquilla voce
    risoluta cui lei non  poteva  che  obbedire  sull'atto,  in  qualunque
    luogo,  in  qualunque  momento.  Aveva  gi fatto un passo per seguire
    Clenezzi: si arrest.
    Che hai? diss'egli.
    Ella rispose con un sorriso punto naturale:
    Niente.
    Ti senti male?
    No, oh no.
    Cortis la guard in silenzio.
    Qualche disgrazia? diss'egli con impeto.
    Oh no.
    Questo "no" fu proferito cos piano!  Elena alz gli occhi,  quasi suo
    malgrado,  in viso a Daniele,  con una espressione dolce, dolente, con
    una timida domanda muta. Era egli in collera perch le rispondeva cos
    asciutta, senza confidenza?  Non era in collera,  ma era tanto grave e
    triste.
    Vediamo la casa, eh grid Lao.
    Cortis  dovette  far  aprire e mostrar la villa a Clenezzi.  Entrarono
    tutti in sala,  scesero nel giardino  francese,  girarono  intorno  al
    bacino della fontana. A Cortis, pareva che bastasse; ma Lao continuava
    a dire: No, no, veder tutto, veder tutto.
    Elena si ferm in sala.
    Rimase sola, immobile, ascoltando le voci de' suoi compagni dilungarsi
    per le stanze vuote.  Quando le sent lontane, trasse precipitosamente
    la lettera, l'aperse, corse alle ultime parole, la ripose in furia. Le
    voci lontane non tornavano.  Trasse ancora la lettera  adagio  adagio,
    risal  dall'ultima delle quattro fitte pagine alla prima,  alzando il
    viso ogni momento per ascoltare. Finito ch'ebbe di leggere,  si giunse
    le mani sul petto.
    Dio, Dio! diss'ella.
    Ud  avvicinarsi  i passi e le voci,  balz fuori della sala,  sedette
    sulla gradinata verso il giardino, di fianco alla porta, per non esser
    vista.  Sedette l davanti ai gigli,  alle rose  in  fiore,  al  verde
    pendio della montagna,  al getto d'acqua che pareva esso pure,  come i
    fiori e il verde,  una viva gioia  pura  della  terra.  Dio,  come  le
    batteva il cuore,  con qual furia rintoccava: no,  no, no! Intanto gli
    altri entravano in sala.  Cortis diceva: Cosa vuoi?  Forse sar  quel
    matto.
    Elena scatt in piedi, li raggiunse.
    Che matto? diss'ella.
    Un matto che torner a Roma rispose Lao,  infuriato, che si caccer
    da capo nella politica e vi lascer la  pelle,  spero,  perch  se  lo
    merita.
    Oh! fece Elena.
    Cortis sorrise.
    Verr qui spesso diss'egli,  molto spesso, a prender fede, speranza
    e vita.
    Gli occhi suoi e quelli d'Elena s'incontrarono.  Ella intese bene,  si
    abbandon tutta,  con l'immaginazione,  al pensiero di non partire, di
    viver vicina a lui per sempre,  e ne prov un ristoro  delizioso,  una
    dolcezza che le penetrava,  ricreando ogni fibra, un godere intenso di
    quel che vedeva e sentiva, del verde, delle rose,  dell'acqua cadente,
    persin dell'aria che respirava.
    Hai  avuto  una lettera? le disse Cortis nell'aprirle il cancello di
    legno che mette da un cortiletto rustico ai giardini.
    Io? rispose Elena colta alla sprovvista: e il  suo  cuore  si  serr
    sull'atto.
    Eh,  me  l'ha detto lui replic suo cugino accennando a Clenezzi che
    li seguiva con Lao.
    S diss'ella tremante.
    Non guard Cortis,  ma sent il  sussulto  che  lo  scosse.  La  breve
    ebbrezza le era gi caduta all'udir nominare da lui la lettera. Le era
    risorta  incontro  da quelle labbra la realt imperiosa dello scritto,
    della situazione terribile, del suo dovere.
    L'ho detto, io esclam Lao, che il tempo cambia? A voialtri.
    Bianche nuvole uscivano dalla cima del Passo Grande sulle vette  degli
    alberi affollate a fronte e a sinistra del cancello;  e il sole veniva
    meno sul breve prato scoperto, sulla stradicciuola che gira e si perde
    nei misteri del bosco, nel poema dell'ombra e della vita. Lao si ferm
    al cancello,  guardando le  nuvole.  Elena  intanto  camminava  adagio
    adagio  verso  il  bosco,  sperando,  quasi,  che  gli altri sarebbero
    tornati indietro senza di lei. Avrebbe voluto perdersi l dentro, sola
    per ore ed ore,  prima di risolver niente,  pensar come difendersi  da
    lui che avrebbe voluto sapere!  Egli le aveva detto la sera prima: Se
    questa persona credeva suo dovere di andar  via  per  sempre,  avrebbe
    fatto  bene a non avvertire l'amica;  quel dovere ne sarebbe diventato
    troppo difficile a compiere.  E adesso come  dirgli  niente?  Sarebbe
    stato possibile, anche facile, durante il passeggio, ma pi tardi?
    Suo zio,  che intanto si era fermato a disputare con Cortis sul tempo,
    le grid dietro: Elena! Alla colonna!. Oh,  non l'avrebbero lasciata
    sola,  no! La raggiunsero sul sentiero che sale sotto i grandi castani
    e il delicato  verde  delle  acacie,  e  gira  quindi  sul  dorso  del
    poggetto,  fra  sottili  tronchi spogli di abeti e di pini.  Cortis la
    interrogava sempre con gli occhi ma non le poteva  parlare.  Solo  una
    volta  che Lao e Clenezzi guardavano ammirando a' ciuffi altissimi de'
    pini, pot sussurrarle:
    Mi dirai tutto, sai.
    Ella lo guard con quella fiamma scura che aveva  sempre  negli  occhi
    quando sapeva, guardandolo, di non essere osservata; e rispose:
    Se non te lo dicessi, non devi pensar mai...
    Le manc la voce.
    Cosa?  diss'egli,  ma  non  pot  aspettar la risposta perch Lao lo
    chiam. Diamine! Il signor Daniele doveva far lui da cicerone, nel suo
    parco!   Clenezzi  n'era  entusiasta.   Il  tepido  odor  molle  della
    primavera,  il  silenzio,  il  rinascente  verde  e  anche il continuo
    mancare e tornar del sole nelle quiete  solitudini  gli  toccavano  il
    cuore  sempre giovane Un canto dell'Ariosto diceva.  Quella conca di
    pratelli verdi l sotto a sinistra, cinta di selve,  fra il poggetto e
    la montagna enorme, quel valloncello scuro in cui la conca si versa, 
    tutto  parco?  E l in fondo il lontano paesello pien di sole,  che si
    vede fra gli alberi, con la chiesa bianca in alto? Caodemuro. E questo
    rumor sordo d'acqua corrente?  La Posna.  E il lago?  Non c' un lago
    nel parco? Di l non si vede;  lontano fra le selve.
    E le fragole? disse Lao. Non vedete le fragole in fiore?
    Clenezzi colse una fragoletta acerba. Ma dov'era donna Elena?
    Abbiamo perduto Angelica diss'egli:

    "Fugge per selve spaventose e scure:
    Per lochi inabitati, ermi e selvaggi."

    Elena  non  fuggiva.  Era  salita pochi passi pi su,  e aspettava gli
    altri al vecchio castagno, dove si esce sul prato della colonna.
    Ahim disse il galante senatore, porgendole la fragoletta. Questa 
    troppo acerba e io sono troppo maturo.
    Lao si lagn scherzando della dama che facea spolmonare i cavalieri; e
    poi le fe' cenno di lasciar passare gli  altri  due,  di  fermarsi  un
    momento.
    Che luna! diss'egli.
    Posso esser gaia, zio?
    Perch no?
    Ella  disse  allora che se pareva triste,  se parlava poco,  era forse
    anche un effetto della primavera e della campagna,  che le  davano  un
    piacere  tanto dolce,  ma silenzioso.  Poi raggiunse Cortis e Clenezzi
    sul prato inghirlandato di bosco che  ascende  in  dolce  declivio  al
    culmine  del poggio.  Cortis s'era voltato verso di lei per mostrare a
    Clenezzi,  sopra la folla dei pini e degli abeti,  le balze  rossastre
    del Corno ducale.
    Bello,  bello,  bello!  diceva  il  senatore.  Ma quello era niente,
    secondo Lao,  rispetto alla veduta che si aveva da levante,  sotto  le
    potenti  braccia  dei  castani,  sparse  sul  ciglio  del pendo verso
    Villascura. Mentre il senatore guardava di col la villa e il giardino
    francese a' suoi piedi,  il sasso coronato di rovine che  porta  sopra
    uno scaglione la chiesa,  e tutta la verde valle corrente gi al piano
    sconfinato, Elena sussurr a Daniele, compiendo la interrotta frase di
    prima:
    Non devi pensar mai ch'io ti voglia meno bene.
    Egli lo sapeva, ma ogni volta che la dolce bocca diceva cos, era come
    una gioia nuova, un esaltamento della vita in ogni fibra.  Fremeva ora
    di doversi contenere,  di non poterle almeno prender le mani,  chieder
    che gli parlasse di questa misteriosa lettera,  che dividesse con  lui
    tutte le sue pene,  che avesse fede in esso,  e anche speranza, perch
    egli si sentiva forte da poterla aiutar con il consiglio e con l'opera
    in qualunque difficolt.  Gli occhi suoi lo dissero ed ella intese,  i
    suoi  propositi  di  segreto  l'abbandonarono,  pens che,  se in quel
    momento fossero stati soli,  avrebbe voluto piegargli  la  fronte  sul
    petto e dirgli tutto, tutto. Mai n lui n lei avean sofferto tanto di
    non esser soli come in quel punto.
    Hai udito diss'egli, che forse torno a Roma?
    Le sue labbra segnarono poi, senza voce, queste due parole: Per te.
    E  quando  egli  mostr  a Clenezzi la colonna antica portata l dalle
    terme di Caracalla e gli lesse con  calda  voce  l'iscrizione  latina,
    Elena intese bene che la leggeva per lei, che diceva a lei: D'inverno
    e d'estate, da presso e da lontano, sin ch'io viva e pi in l. "Usque
    dum vivam et ultra". Profondo suono, pieno di mistero.
    Clenezzi  domand la storia di quell'epigrafe.  Cortis non la sapeva o
    non la volle dire.
    Di quanta invidia eran degne quelle due mani cos fortemente congiunte
    senza che il mondo nemico potesse conoscere mai n il viso n il  nome
    di chi si amava tanto!
    Andiamo,  andiamo disse Lao,  che si  riscaldati e qui c' aria. A
    me poi mi danno fastidio quelle due mani sempre l  unite.  Spero  una
    volta  o  l'altra,  venendo qua,  di trovarne una sola.  Del resto,  a
    momenti piove. Un bell'affare!
    Non pareva ancora che dovesse piovere,  ma pure  il  cielo  era  quasi
    tutto  coperto quando la comitiva cal nella conca verde fra il poggio
    e il monte, verso il gran tiglio caro ad Elena,  che ora non lo guard
    nemmeno. Cortis aveva proposto di scendere pel valloncello al viale di
    carpini e quindi al lago.  Il sentiero,  corroso qua e l, non era, in
    principio, troppo facile. Elena e Cortis passarono, ma Lao,  dopo aver
    brontolato  parecchio allungando e ritirando ora un piede ora l'altro,
    tastando il terreno col bastone,  dichiar  che  Clenezzi  e  lui  non
    passerebbero,  girerebbero  a  destra,  rifacendo un tratto di via per
    riuscire poi essi pure sul viale dei carpini.  Elena fu  presa  da  un
    tremito  interno,  si sent venir meno,  oscurare il pensiero.  Coloro
    tornarono indietro.
    Finalmente! sussurr Cortis rivolto a lei col viso  scintillante;  e
    fu atterrito dagli occhi fissi, torbidi che lo guardavano, dal piegare
    stanco  della persona.  Le cinse la vita con un braccio ed Elena vi si
    appoggi palpitando, tacendo, guardandolo sempre con gli occhi spenti.
    Egli la supplicava, ansioso, di parlare, di confidarsi a lui,  ma ella
    non poteva ancora. Gli pos una mano sulla spalla, chin alla mano gli
    occhi torbidi, vi chin adagio adagio il viso e disse sottovoce:
    Devo andar via.
    Oh  diss'egli,  ma per poco? Sentiva bene che non doveva esser per
    poco; tuttavia non si aspettava le due parole terribili:
    Per sempre.
    Non rispose, se la strinse convulso al petto.
    Ma forse non posso, sai diss'ella.
    Non rispose ancora, la cinse anche con l'altro braccio,  Elena alz il
    viso, gli occhi pi sereni.
    Forse non posso ripet, forse resto qui.
    Era  la muta,  paurosa passione di lui che la faceva parlar cos tutta
    tremante ma meno smorta e con un vago sorriso negli occhi.  Pareva che
    temesse di avergli fatto troppo male.
    Sicuro  diss'egli senza rallentar la stretta,  sicuro che stai qui;
    ma come puoi neppur pensare ad andar via  per  sempre!  Come  lo  puoi
    dire? Come puoi credere che ti lascerei partire?
    Ella  fece un leggero movimento per sciogliersi dalle sue braccia,  fu
    obbedita subito. Gli pos quindi ancora la fronte sulla spalla.
    Avrei dovuto tacere disse. Tu stesso me l'avevi consigliato.
    Io?
    S, iersera,  quando ti domandai se quella persona che voleva partire
    avrebbe fatto bene a dirlo, e tu... mi hai risposto... che non avrebbe
    fatto bene.
    Elena parlava a singhiozzi, a sussulti, premendo forte, con la fronte,
    la spalla di Cortis. Le ultime parole non potevano uscire, quasi.
    "Forse", ti ho detto. Non avrebbe fatto bene, se...
    Non  compi  la frase,  non disse: se si credeva in dovere di partire.
    Rimase muto; parve colpito da un pensiero nuovo.
    Vedi? sussurr Elena. Cortis protest impetuosamente. Aveva risposto
    male, la sera prima,  se aveva risposto cos.  Voleva ella servirsi di
    una parola buttata l senza riflettere,  senza poter indovinare che la
    si prenderebbe per un consiglio?
    Raccontami tutto diss'egli.
    Ella guard un momento il pendo ombroso al suo fianco.
    Cortis fece atto di aiutarla a sedere.  Rispose,  accennando del capo,
    che no,  e rimase in piedi con le due mani entro quelle di Cortis, col
    viso basso.  Aperse le labbra a due o tre riprese con un  anelito  che
    subito moriva senza voce. Egli intento, palpitante, aspettava.
    Non  si ud che il gorgoglo del ruscelletto laggi fra i sassi neri e
    le ninfee,  che un bisbiglo di pioggerella minuta nel fogliame  delle
    acacie.  Qualche gocciolina lo trapassava, ma n Cortis n Elena se ne
    avvidero. Ella fin con crollare il capo e dire:
    Ora non posso.
    Cortis sospir.
    La lettera  di tuo marito? diss'egli.  E' lui che ti vuol togliere
    di qua?
    Ella accenn di s.
    Ma per sempre? Come per sempre?
    S diss'ella. Ora non puoi capire; ti spiegher. Tacquero ambedue.
    Scorsi pochi istanti, Elena osserv timidamente che bisognava scendere
    per non far troppo aspettare gli altri. Scesero senza dir parola, ella
    davanti, egli dietro. Elena si ferm presto, gli tese la mano, dicendo
    con voce angosciata:
    Sei in collera?
    Egli afferr la gelida mano, v'impresse le labbra.
    Un  altro passo ed Elena si volt ancora,  lo guard in silenzio,  con
    gli occhi luccicanti, si prov a sorridergli.
    Trovarono vuoto il viale di carpini;  gli altri erano  passati,  senza
    dubbio.  S'incamminarono a sinistra verso il lago. Uscendo dall'oscuro
    viale nel chiarore del cielo bianco,  del bianco specchio d'acqua,  si
    fermarono.  Silenzio e deserto;  non una persona,  non una voce.  Solo
    allora,  vedendo bagnata l'erba  della  riva,  Elena  s'avvide  ch'era
    piovuto.  Adesso non pioveva pi, l'acqua taceva immobile. Ma certo lo
    zio Lao era tornato indietro.
    Elena sedette sul tronco dove s'era  seduta  il  giorno  prima  e  non
    guard che fosse umido.  Era tanto stanca! Appoggiato il gomito destro
    al ginocchio e il viso sul palmo, guardava il lago. La montagna velata
    di nebbia, i carpini in giro, l'erbe cadenti dal ciglio della riva,  e
    lei  stessa,  la muta figura accorata,  parevano inchinarsi al mistero
    dell'acqua profonda, interrogarne il silenzio.
    Vuoi parlare,  adesso? disse Cortis piano.  Ella fe'  segno  di  no.
    Cortis le sedette accanto.
    Ti   amo   troppo  diss'ella  con  voce  spenta,   guardando  sempre
    nell'acqua. Sono troppo debole.
    No,  no soggiunse subito,  temendo,  a una esclamazione  di  Cortis,
    essere  stata  fraintesa.  Non  dico in quel senso,  di quello non ho
    paura,  so bene che tu sei tanto nobile,  tanto  forte;  e  non  credo
    neppur  io  di  esser troppo debole in quel senso.  Dico che non ho la
    forza di parlare perch,  non so,  mi pare che se parlo  sar  finita,
    andr via e non ti vedr pi.
    Afferr a un tratto con ambo le mani,  ansando,  quelle di Cortis,  lo
    chiam, soffocata dalla passione:
    Daniele! Daniele!
    Egli si sciolse dolcemente da quella stretta,  and  a  vedere  se  vi
    fosse  nessuno sul viale.  Nessuno.  Allora torn da lei,  le porse la
    mano.
    Andiamo diss'egli.
    Ella si alz, docile, cercando leggere nel viso risoluto di lui.
    Cortis le prese il braccio, la trasse verso il viale.
    Bisogna aver forza disse. Bisogna raccontarmi tutto, assolutamente,
    subito.
    Ella tremava e non rispondeva.
    Egli ripet subito.
    Lo devo proprio? diss'ella. Lo devo proprio?
    Dunque rispose Cortis, cosa scrive tuo marito?
    Ella obbed,  affascinata,  come sempre,  da quella  voce,  si  sforz
    d'incominciare  la  storia dolorosa.  Dovette rifarsi da capo cinque o
    sei volte perch il tremito interno le rompeva la parola.  Non  sapeva
    raccapezzarsi, smarriva il filo del racconto, dimenticava ora una cosa
    ora  l'altra.  Camminavano  adagio,  lei  con la testa bassa,  con una
    irrequietudine  convulsa  delle  mani,  delle  braccia,  di  tutta  la
    persona; lui un po' curvo pure, ma freddo, guardando diritto davanti a
    s,  interrompendo  di tratto in tratto con brevi domande.  All'ultima
    svolta del viale,  mentre Elena raccontava il suo  colloquio  notturno
    col barone in via delle Muratte, la solenne promessa datagli, la scena
    del revolver,  si ferm cupo, l'ascolt in silenzio sino a quando ella
    ebbe detto dell'ultima lettera scritta  da  lei  al  marito  prima  di
    lasciare Roma.
    E la risposta  venuta oggi? diss'egli.
    S.
    Dammela.
    Cortis prese la lettera, se la pose in tasca senza leggerla.
    Adesso  la  tengo  io diss'egli,  rispondendo agli occhi attoniti di
    Elena. La legger pi tardi; quando sar solo, sai, e tranquillo.
    Si ripose in cammino con lei senza soggiunger parola su  quanto  aveva
    udito. A pochi passi dal cancello incontrarono un contadino che veniva
    in cerca di loro. Il signor conte Carr e un altro signore erano nella
    villa ad aspettarvi la carrozza di casa Carr.  Cortis volle che Elena
    tardasse un poco a farsi vedere da loro, la fece sedere sul prato.
    Ho avuto lettera anch'io da Roma diss'egli dopo un  lungo  silenzio.
    I  miei  amici  vogliono  dubito  un  "s"  o  un  "no" riguardo alla
    direzione del giornale.
    Ella tacque ed egli pure.  Intanto usc ancora il sole bruciante  come
    quando  piovuto e vuol piovere.
    Per te fa troppo sole, qui diss'egli. Vuoi che andiamo?
    L'alz  quasi  di  peso  da  terra.  Elena  camminava a stento,  tutta
    abbandonata sul braccio di suo cugino che al cancello le disse:
    Confida in me.
    Ella strinse, per tutta risposta, quel caro braccio, parve rianimarsi,
    camminar meglio.  Entrarono  dal  porticato  rustico  nella  spianata,
    quando ci entrava dall'altra parte il "landau" chiuso di casa Carr, e
    il  conte  Lao  usciva con il suo compagno dalla sala della gradinata.
    Pareva rannuvolato anche lui.  Clenezzi salut  Elena  come  se  fosse
    scampata dal diluvio,  ma Lao la guard appena,  non le chiese dove si
    fossero trattenuti. Cortis disse che restava a Villascura fino all'ora
    del pranzo.  Elena  trasal  ma  non  parl,  anche  perch  suo  zio,
    ripetendo presto,  presto,  la spinse con un braccio in carrozza, vi
    spinse il senatore e,  salitovi in fretta e in furia anche lui,  grid
    al cocchiere di partire.
    Cortis  non  si  mosse  fino  a  che la carrozza non ebbe svoltato,  a
    destra,  il  canto  della  villa.   Gli  occhi  suoi  poterono  ancora
    incontrare  per un attimo,  quelli di Elena.  Poi sal in casa,  diede
    ordine che nessuno entrasse da lui non chiamato,  si  chiuse  nel  suo
    studio.
    Come fu solo, trasse la lettera del barone, l'avvent, con uno scoppio
    di  collera,  a terra.  Quindi alz gli occhi al ritratto di suo padre
    appeso  l  sopra  il  divano  in  faccia  alla  scrivania,  stette  a
    contemplarlo,  palpitante.  Era  una  bella faccia leale,  tranquilla,
    severa.
    Eri pi forte, tu disse il figlio, ad alta voce. Mi sfogo cos,  ma
    sar degno di te, sai. Questo sempre.
    Dopo  di  che  raccolse la lettera,  e squadernatala sulla scrivania e
    spianatavela con una gran palmata,  vi  si  butt  su,  piantandovi  i
    gomiti a lato, reggendosi con le mani la testa, e lesse:

    "Roma, 14 aprile 1882."

    Cara moglie,
    Tu che leggi dei romanzi,  o almeno ne leggevi,  perch adesso non so
    pi da un pezzo cosa diavolo tu faccia,  troverai naturale quello  che
    mi  succede,  a me,  da un mese a questa parte: ma ch'io perda l'anima
    dieci volte se ne capisco niente.
    Incominciamo da questa,  che il Governo mi paga i debiti.  Perch non
    si deve dire,  non si deve sapere,  ma  il Governo;  l'ho capito bene
    dalle mezze parole dell'avvocato. Questa  la meno strana,  del resto,
    perch  il  Governo  deve molto a tuo marito;  ma molto!  La seconda 
    questa,  che giorni sono mi viene a trovare Spurway,  quel mio parente
    inglese  della  casa Spurway and C.  di Yokohama.  Gli parlo di quella
    maledetta America,  gli domando dove potrei andarmi a cacciare ed egli
    m'invita  a  Yokohama  dove  sono tanti semai italiani,  mi propone un
    collocamento, se andassi con mia moglie,  assai conveniente per tutt'e
    due. L'avvocato mi cambia subito l'America in Yokohama. Anche questa 
    accomodata e mi pare un sogno.  La terza poi non mi  ancora successa,
    ma sta,  a quanto pare,  per succedermi,  ed  questa: che tu vieni al
    Giappone con me, di tua libera volont.
    Ora  ti  dico che se fossi andato in America a caso,  come credevo di
    andarci,  molto probabilmente ti avrei sciolta dalla  tua  promessa  e
    sarei  partito solo,  con quei cinque o sei anni di vita disperata che
    mi pare di avere ancora nel ventre.  Cos invece  ci  tengo  alla  tua
    venuta  meco.  Voglio  mostrarti  in  questo  "refugium peccatorum" di
    Yokohama,  che c' del buono in me e che ti voglio bene pi che tu non
    pensi;  spremute le quali virt dalla mia pelle, potr forse andare ai
    vermi in istato di grazia anche presso di te.
    Questa nuova combinazione fa s ch'io non possa  lasciarti  tutto  il
    tempo che desideravi, perch si parte con Spurway il 19.
    Cortis si ferm a pensare che giorno fosse il 19. S'era a domenica 16;
    dunque mercoled, subito! La lettera proseguiva:
    C'  il compenso che partiamo da Venezia,  come volevi tu.  Avremo il
    "Bokhara" della Peninsulare dove staremo benissimo. Bisogna che tu sia
    a Venezia,  al pi tardi,  il 18 sera.  Telegrafa,  se  credi,  il  18
    mattina  a  T.  Spurway,  "Htel  Britannia",  e sar a prenderti alla
    stazione.  Se non hai tempo di far molti bagagli non te ne  incaricare
    perch Sprway mi dice che torna conto provvedersi laggi;  e danaro ne
    avremo. A ogni modo, della roba se ne pu far venire pi tardi.
    Non so come te la caverai  dalle  unghie  dell'illustrissima  signora
    contessa   e  del  nobilissimo  signor  conte  e  di  quell'altro  tuo
    reverendissimo spasimante beato.  Daniele D.  C.  D.  G.  A questo  ci
    penserai tu.
    A  rivederci  il 18 a Venezia.  Lo fai per virt,  ma,  siamo giusti,
    rinunci a una bella vita, e, perdio, ti stima
    il tuo fedele marito
    CARMINE.

    Cortis spinse via con un atto sdegnoso  il  foglio.  La  fantasia  gli
    faceva  dire  al  barone: Pagati i debiti?  Le ne resta uno verso mio
    padre e lo pagher a me. Ed ecco che gli stava di fronte con la spada
    in pugno,  furioso.  Afferr la lettera,  se la  cacci  in  tasca,  a
    precipizio;  poi  sedette  alla scrivania,  v'incroci su le braccia e
    appoggi alle braccia la fronte. La rialz subito,  avvent in alto le
    pugna  strette,  le  scosse  rabbiosamente.  Quindi  si lev in piedi,
    passeggi su e gi per lo studio, abbandonandosi a questo pensiero che
    Elena lo amava oramai cos forte da non poter avere  un'altra  volont
    che la sua. Tutta tutta era in sua bala; egli poteva dirle "ti prendo
    l'anima e la vita,  ti voglio qui". Cacci ancora la mano alla lettera
    per veder meglio se il barone parlasse o no di  promesse  fattegli  da
    Elena, se vi fosse o no un'allusione alla possibilit ch'ella mancasse
    al convegno.
    Gli venne tratta,  per errore, la lettera de' suoi amici di Roma. Dio,
    com'era possibile pensare a Roma in questo momento?  La  fece  in  due
    pezzi, trasse l'altra, la rilesse. Non c'era niente.
    Ora bisognava andare a casa Carr, vederla, non lasciarla sola in quei
    momenti!
    Nell'aprir  l'uscio  dello  studio  ebbe  la  fulminea  visione  della
    partenza d'Elena, della propria solitudine. Rimase l con la mano alla
    chiave. Finalmente, udendo camminare, e parlare di fuori, usc.
    V'erano il notaio Picuti e altri del paese venuti per un atto di scusa
    a proposito del famoso indirizzo ch'era stato sottoscritto da parecchi
    senza leggerlo, per compiacere altrui.
    Questa deputazione annunci in  pari  tempo  a  Cortis  che  si  stava
    preparando un altro indirizzo. Lo si pregava intanto di non precipitar
    nulla, di non offrire dimissioni. Cortis ringrazi molto affabilmente:
    disse che,  quanto alle dimissioni, non poteva prometter nulla, che si
    sentiva stanco, stanco; nel corpo e nello spirito. A ogni modo, la sua
    decisione dipendeva da altri avvenimenti tuttora incerti.
    Congedatosi da coloro,  s'incammin  rapidamente  verso  villa  Carr.
    Quando giunse al cancello gli venne un dubbio. Aveva la lettera? O era
    rimasta  nello  studio  di  Villascura?  Gli  pareva  di  smarrire  il
    cervello.  La lettera non era rimasta a Villascura.  Nel porvi la mano
    un  doloroso spasimo gli contrasse tutti i nervi.  Si morse il labbro,
    si sarebbe compresso il cuore se avesse potuto.  Era egli  che  doveva
    diriger lei, esser tranquillo, esser forte!


















    CAPITOLO VENTIDUESIMO.
    COME GLI ASTRI E LE PALME.

    Non  fu  possibile  a Cortis ed Elena rimaner soli,  prima del pranzo,
    neppure un istante.  Elena usc in giardino  pensando  che  Cortis  ve
    l'avrebbe   raggiunta;   ma   Cortis  credette  leggere  un  sospetto,
    un'attenzione insolita negli occhi del conte Lao,  ancora  torbido;  e
    non  si mosse.  Le ne disse il perch con gli occhi quand'ella rientr
    delusa,  trepidante come se temesse un abbandono.  Non soffriva  meno,
    lui;  ma  era  padrone  di s.  Elena invece non sapeva pi dominarsi;
    alleg un forte dolor di capo. Parl pochissimo, e mai a Cortis; ma lo
    guardava troppo spesso, con gli occhi pieni di fuoco triste.
    Il caff fu servito in  loggia.  La  contessa  Tarquinia  propose  una
    trottata in Val di Rovese.  Avrebbe fatto bene anche a Elena,  secondo
    lei.  Clenezzi domand se si sarebbe raggiunto il  confine  austriaco.
    No,  era troppo lontano per andarvi dopo pranzo.  Al confine si poteva
    andare luned o marted,  partendo la mattina.  Elena pos,  con  mani
    tremanti, la sua tazza di caff.
    Mi rincresce diss'ella, ma forse marted devo andare in citt. Anzi
    vi pregher, se vado, di darmi i cavalli.
    Suo  zio  e  sua  madre  non  capivano  perch  dovesse andare proprio
    marted.  Elena rispose escludendo il "forse" di prima,  affermando la
    necessit  di questa corsa senz'addurne ragione alcuna.  Aspettava con
    ansia una parola di Cortis,  un eccitamento a  differire.  Non  venne;
    Cortis s'era voltato a guardare le praterie.
    Allora disse la contessa dopo un po' di riflessione, potrete andare
    mercoled.
    Ma  Elena  non  prometteva  di  tornare dalla citt prima di mercoled
    sera. Pens che,  se partisse,  la sua famiglia non dovrebbe sospettar
    di nulla fino a quando ella non fosse in mare. Lao si stizz.
    Che affari hai? diss'egli.
    La  contessa  s'interpose  subito,  osserv  che si poteva differire a
    gioved.  Qui il senatore Clenezzi mise in campo con molte  cerimonie,
    le  sue ragioni di lasciar Passo di Rovese marted.  Esclamazioni.  In
    quel punto il "landau",  scrosciando sulla ghiaia,  venne  a  fermarsi
    davanti alla loggia, tronc il dialogo.
    Si  voleva che il conte Lao salisse in carrozza con Elena,  Clenezzi e
    Cortis,  ma il conte rispose che di pazzie ne aveva fatte  abbastanza,
    quel giorno. Cercavano di mandarlo all'altro mondo?
    Senti,  piuttosto  diss'egli  ad  Elena.  La  prese a braccetto,  le
    sussurr all'orecchio che,  al ritorno,  salisse  da  lui:  le  doveva
    parlare.
    La  contessa  Tarquinia prese,  in carrozza,  il posto di suo cognato.
    Elena e Cortis erano seduti di fronte.  Sulle prime la contessa  cerc
    tener  vivo  il  dialogo,  ma con poco frutto.  Gittava delle occhiate
    inquiete a Elena e anche a Cortis.  Non parlavano mai;  cosa  avevano?
    Fin con ammutolire anche lei.
    La  carrozza  correva  lungo una delle selvagge pareti giganti fra cui
    scende il Rovese. Quante volte Elena e Cortis non avevano fatta quella
    strada!  Pochi giorni prima n'erano calati al fiume  per  un  viottolo
    dov'ella aveva dovuto talvolta appoggiarglisi tutta. Passando di l si
    guardarono,  si ricordarono l'uno l'altro,  tacitamente,  quei momenti
    felici.  Si guardavano con pochissima prudenza,  oramai.  Quel correre
    silenzioso nell'ombra,  fra montagne enormi, verso paesi reconditi, li
    faceva sognare,  dimenticar tutto  che  non  fosse  la  passione.  Non
    udirono  neppure  la  voce di Clenezzi che domand loro il nome di due
    squallide torri in rovina,  sedute sugli scogli di  l  dal  Rovese  a
    guardar gi la ghiaia bianca. La contessa Tarquinia rispose per essi.
    Al  ritorno  la  contessa  fece  fermare  presso  il ponte della Pria.
    Bisognava scendere,  mostrare  a  Clenezzi,  dal  ponte,  le  casupole
    accoccolate  per  i  macigni  sullo  sfondo pittoresco della gola,  e,
    abbasso,  lo  spacco  dove  va,  chiusa,  l'acqua  verde,  potente,  a
    spandersi poi gi verso i prati, in un largo clamor di spume. Elena si
    appoggi  al  parapetto,  fissando  le  rocce appassionate,  tragiche.
    Cortis le si pieg vicino.
    Per parlarci sussurr, se non possiamo stasera,  domattina alle sei
    in loggia.
    E raggiunse Clenezzi all'altro parapetto.
    Anche questo tormento,  pensava Elena,  di non poterci parlare, di non
    poter stare insieme liberamente!  Bisognerebbe proprio aspettare  fino
    all'indomani?
    Appena  tornata  a  casa  sal  dal  conte  Lao.  Sulle  scale ricord
    quell'altra sera in cui era salita dallo zio dopo le parole misteriose
    di Daniele: Una cosa grave. E adesso!
    Il conte Lao era ancora molto  scuro.  Sdraiato  nella  sua  poltrona,
    teneva  sulle gambe una coperta di mal augurio.  Gir appena il capo a
    salutar sua nipote.
    Son qui, zio diss'ella.
    E son qui anch'io e avrei  fatto  meglio  a  non  muovermi  mai.  Con
    quell'aria,  con quell'umido d'oggi,  sento che mi son tornati tutti i
    miei malanni. Me lo merito. Ho voluto fare il bravo e sono il caval di
    Gonella. Ma questo non importa. Ho anche un dispiacere.
    Che dispiacere, zio?
    Era una gran fatica per Elena di stare attenta a quel che egli diceva,
    di pigliarvi interesse.
    Ho avuto una lettera da Roma,  oggi rispose il conte.  Un biglietto
    della Cortis che mi accompagna questo foglio qui. A te, leggi.
    Elena  prese  il foglio,  si fece alla finestra per leggerlo.  Era una
    lettera dell'arciprete alla signora Cortis,  in cui si  parlava  molto
    dei  frequenti  passeggi  di Cortis con Elena,  dei commenti che se ne
    facevano in paese.  Il signor arciprete non voleva pronunciar  giudizi
    temerari, ma deplorava lo scandalo e la nessuna cura di evitarlo. Egli
    avrebbe  voluto parlarne con qualcuno della famiglia,  ma non l'osava;
    preferiva rivolgersi a lei  che  forse  avrebbe  avuto  mezzo  di  far
    qualche cosa.  La signora chiedeva al conte Lao, nel suo biglietto, se
    fosse persuaso, adesso, di quanto gli aveva detto a Roma.
    Quell'asino intrigante non porter pi i piedi qua dentro disse  Lao
    ma...
    Elena, che leggeva ancora tenendo la lettera a due mani, la sbatt gi
    a mezza persona, si eresse fieramente.
    Ma cosa? diss'ella.
    Ohe! fece Lao. Bambina! Calma!
    Nessuna calma! Cosa vuoi dire?
    Cosa voglio dire?
    La consider in silenzio, poi le stese la mano.
    Senti, Elena.
    Ella  non  si  mosse n rispose.  Egli le accenn allora col capo,  di
    avvicinarsi, le ripet con dolcezza:
    Senti.
    Ella venne lenta,  riluttante.  Ci volle un  altro  silenzioso  invito
    perch prendesse la mano stesale.
    Insomma  esclam il conte dopo un breve indugio,  fino a stamattina
    sono stato cieco, ma poi no.
    Elena non arross, non abbass il viso.
    E cos'hai veduto? diss'ella fremendo.  Hai veduto il mio cuore?  Il
    cuore  libero. Hai pensato delle cose cattive?
    Ho pensato che col tuo carattere tu soffrirai,  ti tormenterai Dio sa
    quanto;  e ho pensato che Daniele fa molto male di  attaccarsi  a  te.
    Diavolo! malissimo!
    Non  devi  dir  questo,  zio;  non  devi dir questo! proruppe Elena,
    piegandosi, tutta anelante, a suo zio. E' tanto nobile, sai, zio mio!
    E' tanto...
    Non pot soggiungere parola. Si sentiva soffocare.
    Lasciamo stare,  cara rispose il conte.  Non dico mica che non  sia
    nobile.  Credo.  Capisco benissimo quel che vuoi dire, ma son cose che
    cominciano sempre cos, sai, fra gente come voi,  e finiscono poi come
    fra  gli  altri  che  non sono nobili.  Gli uomini sono uomini.  Lui 
    migliore di tanti altri, ma  di carne ed ossa anche lui. Io non credo
    n ad angeli n a santi,  lo sai bene.  Se ci fosse il divorzio  avrei
    preso  moglie  anch'io.  E  non  l'avrei  cambiata mai!  E sarei stato
    felice! Ma il, divorzio non c' e tu non hai voluto che quell'altro...
    Quella  stata una bestialit! Basta, non ne parliamo pi.  Adesso c'
    da pensare all'onor tuo e della famiglia.
    Se    nelle  mie  mani    in  buone mani rispose Elena fieramente,
    strappandosi  da  lui  per  uscire.  No,   no  soggiunse  perch  la
    richiamava. Non dovevi dirmi questa parola, tu.
    Presa  da un singhiozzar convulso,  senza lagrime,  appoggi la fronte
    allo stipite della porta. Lao butt via la coperta,  si alz per andar
    da  lei;  ma  ella fece l'atto di respingerlo col braccio teso,  senza
    volgere il capo.
    Mi passa subito disse. Mi passa subito. Sta quieto.
    Ma Lao non poteva star quieto.  Un po'  si  rimproverava,  un  po'  si
    rammaricava, spiegava le proprie parole. Non aveva voluto dire ch'ella
    potesse disonorarsi.
    Se me l'avesse detto la mamma mormor Elena dolorosamente,  sarebbe
    niente; ma tu, zio!
    Ma io rispose Lao, parlavo del mondo, dei suoi giudizi,  dell'andar
    per le bocche della gente.
    Oh, il mondo!
    Non  vi  poteva  essere,  nella voce di lei,  maggior dolore,  maggior
    disprezzo.
    Cara mia disse Lao, piccato. Io sar uno stupido,  ma la buona e la
    cattiva  fama  sono  sempre  state  qualche cosa.  E se una signora ha
    l'aria di condursi  male  e  la  sua  famiglia  ha  l'aria  di  essere
    compiacente, capisci!
    Gli occhi di Elena lampeggiarono.
    Io non ho l'aria di condurmi male diss'ella.
    "Se", dico! "Se" ha l'aria!
    Elena  lo  guard  ancora.  Cosa  pot  vedere in quel caro viso serio
    serio, mortificato? L'espressione del suo venne rapidamente mutando.
    Oh zio, zio! diss'ella, e gli si slanci nelle braccia.  Tienmi qui
    con te, sempre con te! Non ho niente, sai, da rimproverarmi, neppur un
    pensiero!
    Lo stringeva, lo stringeva, parlava con voce rotta da singulti.
    Per  amor  del Cielo! esclam il povero Lao,  commosso,  spaventato.
    Cosa ti pensi?  Che ti voglia mandar via?  Cosa ti pensi?  Matta  che
    sei!
    Si mise a ridere forte nervosamente.
    Matta che sei! Non sai che non ci ho che te, al mondo? Cosa ti pensi?
    Ma no, cara, ma quietati. Cosa vuoi? Mi faceva una gran pena che tu ti
    trovassi in una condizione da soffrire;  sai, cara? Lo so bene che non
    hai niente a rimproverarti. Non avevi bisogno di dirmelo. Ma quietati,
    via, quietati.
    Se la serrava  al  petto,  le  accarezzava  i  capelli  con  tenerezza
    materna.
    Adesso va disse.  Va a far le mie scuse col senatore. Digli che non
    scendo perch non sto bene; che vado a letto presto. Guarda se volesse
    far due passi con te e con Daniele.  Potreste andar gi  al  ponte  di
    Rovese che lui non v' ancora stato.
    Adesso,  solo adesso, al suono della voce mite, cadevano le lagrime ad
    Elena.
    Va, va insisteva Lao, dolcemente. Ella non si moveva, pareva che non
    udisse.  Suo zio intese che  non  volesse  uscire  cos  turbata,  che
    aspettasse di ricomporsi.
    Si    divertito,  Clenezzi diss'egli,  alla trottata?  Fino a dove
    siete andati?
    Elena gli abbass il viso sul petto.
    E la mamma? mormor.
    Cosa, cara?
    La mamma? Lo sa di questa lettera?
    No, cara. Io non le ho parlato di sicuro.
    Tacquero un momento.  Poi Lao torn a dire che oramai  doveva  proprio
    andare.  Ella alz il viso,  gli sorrise,  gli baci, rizzandosi sulla
    punta dei piedi, le guance, e usc.
    Si trascin a fatica nella sua cameretta.  Si sentiva  talmente  male,
    talmente spossata!  Cadde sul letto e vi giacque come morta, bevendo a
    sorso a sorso anche quest'altro dolore, che il suo segreto non era pi
    suo.
    Entrava dalla finestra il vento fresco della sera, l'odor delle rose e
    del glicine,  la ruvida voce dolente del fiume.  Dal fogliame  agitato
    delle  rose  traspariva  un chiarore caldo: la camera era quasi scura.
    Altro  non  vi  si  moveva  che  l'ombra  delle  foglie  inquieta  sul
    pavimento;  altro  non  si  udiva  che il correr trepido di un piccolo
    orologio invisibile.  Elena sognava ad occhi aperti: era malata e  non
    poteva  muoversi  dal  letto;  egli  veniva  a  tenerle  compagnia,  a
    leggerle.  Passavano mesi in questo  stato,  passavano  anni  ed  ella
    diceva  a  se  stessa:  Vedi come sei cattiva?  Tu non credevi che il
    Signore si occupasse di te,  ed egli  stato invece  tanto  buono  con
    te.  Ecco, Daniele era l seduto accanto al letto, leggeva con la sua
    bella voce grave, la guardava ogni tanto, le sorrideva, le posava pian
    piano  le  labbra  sui  capelli;  ah!  Stese  le  braccia,  lo  chiam
    sottovoce:
    Daniele! Daniele!
    Non rispondeva che il rombo del fiume, come un pianto delle cose nella
    solitudine.
    Intanto si faceva sempre pi scuro;  attraverso il fogliame delle rose
    si vedeva tremare una stella.
    Quando Elena se n'accorse, si rizz sbigottita a seder sul letto.  Che
    ore  erano adesso?  Da quanto tempo giaceva l?  Non ne sapeva niente,
    come se uscisse da un sonno  profondo.  Forse  era  tardi,  forse  non
    potrebbe pi veder Daniele. Il capo le ardeva, le doleva forte, ma che
    importava?  Si  ravvi in fretta i capelli,  a caso,  perch non aveva
    lume; e discese. Sulle scale incontr sua madre che veniva in cerca di
    lei, credendola ancora presso suo zio.
    E il tuo mal di capo? diss'ella.
    Elena rispose che lo aveva ancora,  che sarebbe probabilmente andata a
    letto presto. Le gambe le tremavano, discendendo; non le sentiva quasi
    pi.  Dovette  afferrar  il  cordone lungo la parete.  Cercava intanto
    raccapezzarsi sul colloquio avuto collo zio: la  sua  testa  era  cos
    confusa!  Si ricord,  le torn un lampo di sdegno,  un lampo,  con lo
    sdegno, di vigore.
    In sala non c'era nessuno.  Cortis e Clenezzi erano  in  giardino  sui
    sedili  di  ferro verso il cipresso.  La contessa Tarquinia non capiva
    come si potesse affrontar quel vento.  Soffiava forte,  ora,  muggiva,
    negli  abeti.  Ma  Elena  ne  aveva  bisogno,  e  usc mentre Clenezzi
    rientrava.  Egli tent trattenerla,  e non riuscendoci,  voleva tornar
    fuori  con lei,  ma la contessa gli disse: Lasci andare i matti e lo
    tenne  seco.  Elena  e  Cortis  stettero  un  momento  senza  respiro,
    attendendo  che  Clenezzi  tornasse  fuori,  che la contessa venisse a
    chiamarli.  La udirono ridere in sala,  allontanandosi.  Allora  Elena
    afferr la mano di Cortis.
    Hai visto? diss'ella.
    Era scuro, oramai, e dalla sala non potevano esser veduti. Cortis, per
    tutta risposta, sciolse con impeto la propria mano, ne cinse la spalla
    di lei, la pieg a s.
    Non  vado  mica via,  sai sussurr Elena con voce morente,  cedendo.
    Non vado,  non posso.  Sto qui vicino  a  te,  sempre  vicino  a  te,
    sempre.
    Egli rallent la stretta,  non ebbe una parola,  non un atto di gioia,
    non uno slancio d'affetto.
    Oh Signore! esclam  Elena  affannosamente,  rialzandosi.  Parlami,
    Daniele;  dimmi tu,  allora,  quel che devo fare.  Tutto quello che tu
    vuoi, tutto, tutto! Io non posso pi neppur pensare.
    Insomma grid la contessa Tarquinia,  aprendo la porta  della  sala,
    volete proprio pigliarvi un malanno?
    Veniamo subito, zia rispose Cortis.
    In  quel  momento  entrava  in  sala,  dalla parte opposta,  la solita
    compagnia del tresette. La contessa si allontan.
    Dunque? disse Elena.
    Cortis le strinse le mani silenziosamente.
    Adesso  no  diss'egli  poi.   Adesso  non  c'  tempo  di  parlare.
    Domattina, non  vero? Alle sei, in loggia.
    Ella non rispose, tremava da capo a piedi.
    Vorrei dirti una cosa sola, adesso riprese Cortis. E aggiunse a voce
    pi bassa:
    Vi  Uno cui domandar consiglio prima che a me.
    Anche  la voce sua tremava un poco.  Elena scosse il capo in silenzio;
    egli le pos le labbra sulla fronte e disse piano piano, rialzandole:
    Prega.
    Ella si coperse il viso con le mani.
    Lo sai riprese, che non ho mai potuto pregare come te.
    Prega ora rispose Cortis.
    Elena tacque,  poi gli gitt di slancio le braccia al collo,  gli pos
    la fronte sul petto.
    E  tu  diss'ella  palpitante,  credi  proprio di cuore a quello cui
    vorresti far credere anche a me?
    S rispos'egli tranquillamente, vi credo di cuore.
    E se credo per amor tuo  prosegui  Elena,  merito  che  il  Signore
    accetti una fede cos?
    Ma s, ma s!
    Elena  stacc  le  braccia  dal  collo  di  lui,  alz il viso e disse
    soavemente:
    Pregher, sai. Sei contento?
    Vi fu un silenzio solenne.  Elena guardava sorridendo l'amico suo  che
    non le poteva rispondere per l'emozione. Tacevano e tremavano sentendo
    il Padre loro dentro a s nell'ardor dello spirito,  sopra di s nello
    scintillar delle stelle gloriose.
    Bisogna entrare, adesso disse Elena. Domattina alle sei. Addio.
    Attravers in fretta la sala e scomparve per lo scalone, mentre Cortis
    andava a farsi vedere nella stanza del  piano  dove  si  giuocava,  si
    chiacchierava, si rideva. Egli vi si trattenne alquanto e poi si avvi
    agli abeti. L, appoggiato al vecchio abete dai rami cadenti, richiam
    avidamente le parole "pregher,  sai; sei contento?" vi si immerse con
    febbrile piacere,  esaltandosi  nel  pensiero  di  quell'amor  sublime
    ch'era  suo,  nel  pensiero  che  Dio li aveva presi Elena e lui,  per
    sempre, che gli erano pi vicini, l'uno e l'altra,  che la loro unione
    aveva oramai qualche cosa di santo e di eterno, per cui il dolore e la
    morte  non  la  potrebbero  sciogliere.  Pensava  cos,  ebbro  di una
    felicit fiera e  sicura  da  qualsiasi  vicenda  terrena,  ciecamente
    convinto  che  Dio  gli  dicesse:  "Tu  hai  l'anima sua,  avrai "lei"
    nell'altra vita. Io volli questo frutto dell'amore che v'ispirai.  Ora
    ch'ella  parta,  e tu,  temprato da un valoroso fuoco,  va,  combatti,
    soffri ancora, sii nobile strumento, fra gli uomini,  di verit,  e di
    giustizia".  Le stelle,  le montagne,  i grandi abeti severi gli erano
    testimoni ch'egli rispondeva: "S, lo sar".
    Torn passo passo verso casa,  verso il lume  della  sala  che  luceva
    lontano in capo alla strada diritta,  al portico, alla loggia, come un
    occhio di fuoco in capo ad un  cannocchiale  puntato  a  lui,  Cortis.
    Elena  stava forse pregando,  lass,  nella sua camera.  And a sedere
    sotto la finestra  di  lei,  verso  il  cipresso,  vi  rimase  fino  a
    mezzanotte quand'ella spense il lume.
    Il mattino seguente Cortis usc di camera,  adagio adagio, alle cinque
    e tre quarti.  Il domestico  che  dava  ordine  alla  sala  gli  disse
    sottovoce:  Alzato presto,  stamattina,  il signor Daniele!.  L'aria
    fresca,  vitale,  entrava da tutte le  porte  spalancate.  I  capineri
    cantavano sul cipresso.
    S' alzato nessuno? disse Cortis.
    Nessuno.
    Si ferm un momento ad ascoltar gli uccelli,  a guardare sul cipresso,
    il verde chiaro,  i bei grappoli celesti  delle  glicine  tremanti  al
    vento nell'ombra pura del mattino;  e lass verso il cielo le rupi del
    Corno Ducale tutte infocate dal sole. Anche i denti grigi del Rumano e
    tutta la lunga costa del Passo Piccolo in faccia alla loggia aveva  il
    sole. Cortis sedette l sul canap rustico di fianco all'entrata della
    sala, aspettando.
    Suonavano  le  sei  a  Villascura  quando  Elena,  tutta chiusa in uno
    scialletto nero, apparve sulla porta. Cortis si alz.  Si strinsero la
    mano, gravi, a lungo, senz'altro saluto. Ella era pallida, ma aveva un
    viso  pi  quieto,  degli  occhi  meno torbidi che la sera precedente.
    Cortis le disse in francese che l non potevano  stare;  il  domestico
    passava  ogni momento,  in sala,  davanti alla porta.  S'incamminarono
    verso il porticato. Una vecchia,  ferma sull'entrata della stalla,  li
    salut;  anche laggi agli abeti si vedeva gente. Svoltarono fuori del
    portone,  a sinistra,  per la strada che scende a Passo di Rovese.  L
    non c'era anima viva.  Adesso Elena tremava, non osava neppur guardare
    l'amico suo che era per parlarle, finalmente. Rallent il passo.
    Passiamo il Rovese? diss'egli piano, rispondendo, quasi, all'atto di
    lei. L saremo pi liberi.
    Elena assent del capo, gli chiese muta il braccio, vi si appoggi, lo
    serr forte, stringendo le labbra, guardando diritto davanti a s.
    Addio sussurr Cortis. Ella gli serr ancora il braccio.
    Penso cos anch'io, sai gli disse.
    Come, cara?
    Elena fece ancora qualche passo e rispose:
    Come te.
    Non era una voce,  era un alito  leggero;  non  eran  le  labbra,  era
    l'anima che aveva parlato cos.
    E ancora si strinse al braccio, con maggior passione che mai.
    Oh Daniele! mormor.
    Sii forte diss'egli, accorato. E' il nostro dovere.
    S,  s,   stato un momento; perdonami! Sono tanto pi tranquilla di
    ieri. Mi sono donata tutta al Signore, sai.
    Erano giunti alle prime case: ora non  parlarono  pi  sino  al  greto
    deserto del fiume.
    Ho fatto il sacrificio,  oramai diss'ella.  Mi sento consolata.  Ho
    qualche momento, cos, di spasimo,  ma passa subito.  Ieri sarei stata
    contenta di morire pur di non andar via; adesso no. Sai perch?
    Non attese la risposta, soggiunse, a voce pi bassa, piegando il viso:
    Perch  sono  stata cattiva,  sai,  incredula,  orgogliosa per anni e
    anni.  Ho bisogno di soffrire.  Allora il Signore mi perdoner;  non 
    vero?  Ho tanto paura anche adesso di non credere come te,  di credere
    solo perch voglio  bene  a  te.  Se  fosse  cos,  Daniele,  cosa  mi
    succeder  nell'altra  vita?  Potr andare anch'io dove andrai tu?  Oh
    Signore, tu sarai tanto in alto!
    Egli neg con uno slancio del cuore sincero, con gli occhi ardenti.
    Tu sei umile disse, tu sei santa.
    Sono umile col Signore e con te rispose Elena,  ma con  gli  uomini
    no. Ho paura di non poterlo essere mai.
    Ed io! esclam Cortis.
    No,  neppur  egli,  fiero dispregiatore d'ogni volgo arrogante,  fiero
    soltanto nelle idee, neppur egli era umile con gli uomini.
    Elena tacque.
    Ed il sacrificio che fai? rispose Cortis.
    Questo lo facciamo tutt'e due diss'ella, e se non eri tu,  io sarei
    stata vile. Restavo qui.
    Avevano  passato il ponte di legno sul Rovese e presa la stradicciuola
    che piega a sinistra fra un limpido canaletto e la costa sfranata  del
    monte  nudo.  Elena  si  ferm,  sciolse  dolcemente il braccio suo da
    quello di Daniele.
    Ho un'altra cosa sul cuore  diss'ella.  Credevo  di  non  dovertela
    dire.  Non so ancora se faccio bene,  ma non posso tacere, mi parrebbe
    una slealt verso di te, in questo momento.
    Cortis,  sorpreso,  le domand come mai potesse  credere  di  dovergli
    tacere  qualche cosa.  Ella pens sentire nella sua voce un rammarico,
    gli afferr subito il  braccio,  si  strinse  a  lui,  gli  disse  con
    tenerezza, con angoscia:
    Non  mica una cosa mia, sai. Non potrei tacerti niente di quello che
     mio.
    Non prosegu se prima Cortis non le ebbe detto che le credeva.
    E' una cosa terribile,  vedi.  Se tu la sapessi, forse non mi daresti
    il consiglio di andar via. E' per questo che mi pare dovertela dire.
    Una cosa terribile?
    Elena prese la viottola che cala al fiume l dov' reciso da  un  gran
    sostegno di pietra, e, fatti pochi passi, cadde a seder sull'erba.
    Si tratta di tua madre diss'ella.
    Cosa  accaduto? chiese Cortis.
    Nulla,  ora;  ma tanti,  tanti anni addietro... Oh Daniele, adesso mi
    pento, non vorrei dirtelo!
    Tacque, pieg il viso sulle ginocchia.  Cortis le sedette accanto,  le
    accost le labbra all'orecchio.
    Non parlare diss'egli.
    E se faccio male? rispose Elena.
    Egli ripet, pi forte stavolta, quasi supplichevole.
    Non parlare!
    Vorrei mormor Elena, che il Signore m'ispirasse.
    Cortis si chin ancora all'orecchio di lei.
    Alessandria? diss'egli sottovoce, 1855?
    Elena gir a lui il viso stupefatto.
    Egli la guardava pallido, con un dito sulle labbra.
    Lo sapevi? diss'ella.
    Non rispose.
    Ella si fece grave grave,  cinse d'un braccio il capo di lui, lo pieg
    a s, sfior con le proprie labbra, le sue.
    Fu un suggello di silenzio.  Ella gli prese una mano,  se la tenne  in
    grembo,  l'accarezz  guardandolo,  cercando  il  suo sguardo.  Ma lui
    taceva, smorto,  fitti gli occhi nella corrente ombrosa a' suoi piedi.
    Stettero cos a lungo.  Finalmente Elena gli sussurr umile umile: Mi
    perdoni?. Egli le pos la mano sul capo,  un momento.  Subito dopo si
    alz,  le propose di andar sul macigno proteso del fiume, di fianco al
    sostegno di pietra.  Sedettero l nel rombo dell'acqua che  traboccava
    in un tremolo arco vitreo dall'orlo del sostegno alla spuma sonora,  e
    correva via tutta gorghi e fremiti verso il sole.  L davanti la valle
    aperta era tutta una luce, un verde gi fino al cielo.
    L'ultima volta! disse Elena.
    Cortis  le  domand  a  che  ora  partirebbe.  Certo per tempo dovendo
    trattenersi alcune ore in citt prima di partire per Venezia.  Avrebbe
    voluto prendere il treno delle dodici e mezzo.  Questo aspetto pratico
    delle cose, queste cifre trapassavano il cuore di ambedue.
    Gli occhi d'Elena si velarono.  Lott,  lott angosciosamente,  ma due
    lagrime le tremavano sul ciglio.
    Daniele diss'ella, ci vedremo pi?
    Dio  buono rispose Cortis gravemente.
    Le due lagrime caddero silenziose.
    Ci vollero alcuni istanti prima ch'ella potesse pronunciare una timida
    parola:
    E scrivere?
    Cortis esit un poco.
    Non  vedo ragione di non farlo diss'egli.  Solamente ho pensato che
    sar meglio compiere il sacrificio, scrivere come amici.
    S, s rispose Elena con un gelo nella voce e nel cuore, certo come
    amici.
    Le pareva una cosa tanto dura, ma l'aveva detto lui: bastava. Lo preg
    quindi di trascrivere l'iscrizione latina della colonna.  Rispose  che
    gliela  trascriverebbe e anche delle altre parole latine;  d'un santo.
    Le prese le mani, le disse all'orecchio:
    Sono sposi senza nozze,  non con la carne ma con il  cuore.  Cos  si
    congiungono  gli  astri e i pianeti,  non con il corpo ma con la luce;
    cos si accoppian le palme, non con la radice ma con il vertice.
    Ebbro delle parole sublimi, le ridisse forte al cielo,  alle montagne,
    al fiume rumoreggiante:
    Innupli sunt coniuges non carne sed corde.  Sic coniunguntur astra et
    planetae,  non corpore sed lumine: sic nubent palmae,  non radice  sed
    vertice.
    Ardeva nel viso e nel cuore. La sua voce potente parve prolungarsi nel
    fragor del fiume, dominar la sorte ed il tempo.
    Elena  gli  domand poi come dovesse comportarsi con la mamma e con lo
    zio. Le era dolorosissimo di dover partire cos,  senza commiato,  con
    un inganno; ma non era possibile fare diversamente. Bisognava lasciare
    una lettera,  un saluto, qualche cosa, ed ella non si sentiva la forza
    di scrivere: perch poi avrebbe avuto  tante  cose  a  dire!  Raccont
    allora  il suo ultimo colloquio con lo zio.  Avrebbe pur voluto fargli
    sapere quanto si  fosse  ingannato  col  suo  scetticismo  riguardo  a
    Cortis.  Questi ne la sconsigli. Non doveva alludere in nessun modo a
    lui.  Non doveva far credere allo  zio  che  le  sue  parole,  i  suoi
    sospetti  le  avessero  data  l'ultima  spinta alla partenza.  Sarebbe
    bastato,  per ora,  mandar poche righe  da  Venezia  e  riservarsi  di
    scrivere a lungo da Yokohama.
    Elena chin la fronte.
    Far cos diss'ella. E tu? soggiunse dopo un istante.
    Io parto domani sera. Vado a Roma.
    Ella  godeva  che  tornasse al suo posto di combattimento,  ma pure le
    parve che lo schianto di lasciare il suo paese, la sua casa, fosse pi
    forte, perch andava via anche lui.
    Mi scriverai tutto disse, delle tue battaglie, delle tue vittorie.
    Cortis rispose che non ci potevano ancora essere vittorie,  per le sue
    idee.   Neanche   vere   battaglie.   Non   c'era  che  da  cominciare
    l'insurrezione con della gente deliberata di farsi schiacciare.
    Un'altra domanda venne sulle labbra d'Elena:
    E a Roma?
    Non os proseguire.
    Provveder diss'egli indovinando; ma vivere insieme, no; basta.
    Era tempo di tornare a casa.  Anche quest'ora di effusione,  quest'ora
    dell'ultimo giorno era trascorsa, e la vita non ne aveva forse pi per
    essi un'altra cos.
    Tornarono per la romita strada lungo il canaletto,  adagio adagio,  in
    silenzio.  Presso al ponte dove la Posna e il Rovese uniscono le loro
    acque,  Elena  ricord un discorso fatto da lui tempo addietro sui due
    fiumi che si sentono da lontano e non  si  vedono,  si  cercano  nella
    furia  dell'amore,  si  scoprono,  si precipitano l'uno all'altro,  si
    uniscono con tempestosa gioia, sereni.
    E' stato sul ponte diss'ella,  il 2 giugno,  fra le nove e le dieci
    del mattino.
    E  tu  non hai detto niente.  Guardavi da un'altra parte.  Non pareva
    neppure che ascoltassi.
    Elena si ferm sull'erta del ponte,  guardando il sentiero a sinistra,
    lungo il fiume.
    Vado via senza sapere tante cose di te diss'ella amaramente.
    Cortis le porse la mano senza parlare,  l'aiut a passare la palancola
    gittata sopra una gora tra il ponte e il sentiero.
    Sono due sussurr Elena, le cose che vorrei sapere.
    Egli la fece sedere sul tronco d'un  pioppo  caduto,  attraversato  al
    margine verde; aspett che parlasse.
    Vorrei sapere diss'ella con voce incerta, se hai amato... prima.
    Ho amato te,  da ragazzo rispose Cortis.  Poi non ci ho pensato pi
    per molti anni.  In quel tempo ho bevuto del fango assai,  perch  ero
    violento,  allora,  in  tutto.  Ho  creduto d'essere innamorato otto o
    dieci volte. Non era vero,  mai.  E dopo? a Dopo...  vorrei sapere...
    quando...
    Ella abbass il viso sul petto, non disse altro.
    Quando ho incominciato ad amarti?  Non lo so bene. Mi era parso tante
    volte di amarti,  e poi mi era parso che non fosse vero.  Fu l'ottobre
    dell'altr'anno,  dopo  la  tua  partenza,  che m'avvidi di non poterti
    dimenticar pi. Tu sei tornata in maggio. Allora!...
    Un palpito violento gli sollev il petto, gli ruppe la parola.
    Ella sapeva oramai.
    Si alz, prese il braccio di Cortis, raccolse negli occhi,  nell'anima
    ogni  forma,  ogni  colore del caro paese: le ghiaie bianche,  l'acqua
    veloce e verde nel filo della corrente, il prato dell'altra sponda, il
    grosso rivo spumeggiante che vi casca sotto le case del villaggio alte
    a destra e bianche di sole,  umili e scure a sinistra dietro i  gelsi;
    e,  sopra i tetti di queste,  gli erbosi pendii, gli abeti della villa
    Carr, il Passo Grande.
    Daniele, Daniele diss'ella, col pianto nella voce, andiamo via!





    CAPITOLO VENTITREESIMO.
    HYEME ET AESTATE.

    L'indomani mattina pioveva. Elena discese in sala alle sei e mezzo. Il
    cocchiere,  che aveva ordine di attaccare alle sette e  mezzo,  usciva
    dalla cucina quando Elena entrava in loggia dalla sala. Le domand se,
    piovendo  ancora  alle  sette e mezzo,  si sarebbe partiti egualmente.
    Elena accenn di s con la testa. Colui se ne and. Nello stesso punto
    venne il domestico per domandare alla contessina se dovesse portare  o
    no il caff al senatore.  Partivano anche se pioveva? Elena lo guard.
    Aveva dimenticato, per un momento, che venisse anche il senatore.  S,
    lei  partiva  sicuro.  Forse  pi  tardi?  No,  perch Clenezzi doveva
    prendere il diretto delle undici per Milano.
    Gi  piova  lunga  non  fa  certo  disse  il  domestico  dopo   aver
    considerato  il tempo.  Usciva il sole,  allora.  Il Rumano e il Passo
    Grande  erano  tutti  neri  sotto  una  fascia  pesante  di  nebbione;
    Villascura  e  i  prati avevano il sole.  Pioveva un polvero lucente.
    Laggi in fondo al cannocchiale del portico,  di l  dagli  abeti,  si
    vedeva un verde livido, il cielo turchino sulla pianura.
    Elena usc senza ombrello, and fino al vecchio abete dai rami cadenti
    che ora  scomparso,  ha ceduto,  dopo secoli, alla tempesta, come per
    avverar il triste sogno della sua giovane signora cui non vedeva  pi.
    Elena  pos  un  momento  la  mano  sul poderoso tronco fedele,  torn
    indietro.  La nebbia argentea si rompeva qua e l  sul  Corno  Ducale,
    mostrando  al sole qualche scoglio verdognolo,  come sospeso in cielo.
    Era un augurio? Un uccellino cantava sui campi, s, s, s, ma Elena
    non gli credette, continu sospirando le sue visite di addio. And nel
    piccolo studio tutto aperto,  sedette sul sof,  prostrata,  guardando
    per la porta tremare al vento il cespuglio di rose, muoversi le frondi
    della  vite  cadenti  dall'alto  e  quelle della magnolia a sinistra e
    l'erba del prato.  Il parato bianco e  rosa  ondulava,  ondulavano  le
    cortine  con  un  tintinno quieto,  continuo dei vetri.  Il volume di
    Chateaubriand  era  aperto  sul  tavolino.   V'erano  ancora  i  fiori
    appassiti. Elena prese il libro, vi rilesse jamais ternie. Dio, Dio,
    si  sentiva morire.  Lo chiuse in fretta,  lo pos;  ma lo riprese per
    portarselo via.  Prima di uscire  aperse  il  cassetto  del  tavolino,
    stette  come  stupida a guardar le parole e le cifre scritteci da lei.
    L'ultima era questa 29 giugno 1881?.  Si ricordava  di  aver  voluto
    dire  con  quel  punto interrogativo: torner mai pi?  Pens un poco,
    indi prese la penna,  scrisse tremando come  una  foglia:  18  aprile
    1882?. La parola e le cifre paiono scritte da un bambino.
    Uscendo  trov che non pioveva quasi pi.  Sopra il nebbione del Passo
    Grande s'intravvedeva qualche pallida sfumatura d'azzurro. La finestra
    di Cortis era aperta. Elena lo sapeva partito all'alba per Villascura.
    S'erano accordati fra loro che avrebbe fatto cos.  Ella aveva  temuto
    tradirsi,  smarrir  le  forze  se Cortis fosse stato presente alla sua
    partenza,  o anche solo se l'avesse  veduto  poco  prima.  Sapeva  che
    sarebbe venuto a salutarla ad un bivio, dove la strada che ella doveva
    percorrere      raggiunta  da  un'altra  che  muove  direttamente  da
    Villascura.
    La contessa Tarquinia era alla finestra,  in veste da  camera.  Chiam
    Elena  a  pi della finestra,  le diede una fila di commissioni per la
    citt, le raccomand di non farsi aspettare, l'indomani, a pranzo. Non
    v'era di peggio per metter di malumore lo zio! Elena non rispose, sal
    nella sua camera. Passando per la loggia incontr Pitanti.
    Se  vero diss'egli, che si disfanno i deputati d'adesso e che dopo
    ci danno il bollettino anche a noi, pesce popolo,  lo facciamo ancora,
    sa, il signor Daniele.
    Elena gli disse bravo sottovoce, gli stese la mano.
    Gesummaria,  contessina?  disse  Pitanti  tutto sorpreso e confuso.
    Bene,  bene soggiunse perch ella insisteva faremo anche questa! E
    tocc appena quella piccola mano che strinse la sua con gratitudine.
    Passando,  nella  sala  superiore,  davanti  alla porta dello zio Lao,
    Elena ci gett un bacio.  Lo zio  aveva  protestato,  la  sera  prima,
    contro  una  partenza cos mattutina.  A quell'ora lui non s'alzava n
    per Domeneddio n per il prossimo.  Elena era contenta,  ora,  di  non
    vederlo.  Ripose  il  volume  delle "Mmoires" nella borsa da viaggio,
    insieme  a  un  ramoscello  di  rosa  con  bottoni,  foglie  e  spine.
    S'inginocchi   un   momento   davanti   alla   finestra   e   discese
    frettolosamente.  Trov sua madre e il senatore in loggia a scambiarsi
    gli  ultimi  ringraziamenti.  Borse,  ombrelli  e  mantelli  erano gi
    accatastati sul tavolino rustico.
    Come sei pallida,  Elena! disse la contessa.  Anche il  senatore  la
    trovava un po' pallida; pi bella, per, se possibile. La contessa era
    in  collera  con  Cortis  ch'era  fuori  e  non  si  sapeva  dove.  Un
    bell'originale anche lui, per! Il senatore lo scus; Elena tacque. La
    contessa entr in sala, le accenn di seguirla.
    Cos'hai? diss'ella piano.  La Bettina mi dice che certo devi  avere
    qualche cosa.
    No, no, niente, niente rispose Elena, e le sfugg subito, ritorn in
    loggia, domand se non fosse ora d'attaccare.
    Mancavano dieci minuti alle sette e mezzo.
    A proposito! esclam la contessa Tarquinia.  Ho visto che porti via
    un baule, nientemeno.
    Sai rispose Elena,  porto in citt tante cose che mi   inutile  di
    tener qui.
    Cinque  minuti  ancora  e  la  carrozza  tempest sulla ghiaia,  entr
    fragorosamente sotto  il  portico.  Era  chiusa,  perch  piovigginava
    ancora.
    Dunque, cara contessa... cominci il senatore.
    Elena ebbe paura di non reggere,  si rifugi in carrozza subito, senza
    salutar sua madre, si rannicchi in un angolo.
    La baronessa ha premura disse poi il senatore sopravvenendo.
    Era appena a posto quando la cameriera corse a dire che il  conte  Lao
    aveva  udito  la  carrozza  e  mandava  a vedere se il signor senatore
    volesse venirlo a salutare un  momento.  La  contessina,  no;  non  la
    voleva.
    "Dio mi aiuta" pens Elena.
    La  contessa Tarquinia si ferm a chiacchierare allo sportello fino al
    ritorno di Clenezzi.
    Son qua disse questi,  affrettandosi.  Il conte mi ha  ordinato  di
    dire a donna Elena ch' in collera perch ha voluto partir oggi e cos
    per tempo.  E anche se non torner domani a pranzo, non gliene importa
    niente, dice.
    E come sta? chiese la contessa.
    M'ha detto "da cane", ma mi pare che stia meglio di ieri.
    Intanto il senatore s'era venuto accomodando a fianco d'Elena;  borse,
    ombrelli, mantelli e scialli erano a posto.
    Contessa disse Clenezzi, mi saluti anche don Bortolo:

    "Se cerca, se dice:
    L'amico dov'?
    L'amico infelice,
    Rispondi, part."

    "Mor" corresse la contessa, spensieratamente. Avanti!
    E' la stessa cosa, contessa, quando si parte da casa Sua! replic il
    senatore  spenzolandosi  fuori  dello  sportello  mentre  la  carrozza
    partiva.
    N l'uno n l'altra avean badato al pallore d'Elena,  all'angoscia che
    le si leggeva in viso. Dio l'aiutava davvero.
    Ella chiuse gli occhi senz'averne coscienza.  Clenezzi cominci subito
    a parlar dei giorni deliziosi che aveva passati,  di tante belle  cose
    vedute, di tante gentilezze usategli.
    Lei non si sente bene? diss'egli a un tratto. Lei ha mal di capo?
    Elena aperse gli occhi, rispose sgomentata:
    S, s, mal di capo.
    Clenezzi  voleva  avvertire il cocchiere,  tornare indietro.  Ella gli
    afferr un braccio.
    No! disse. La prego.
    Richiuse gli occhi,  non voleva che pensare in silenzio a  lui.  Pochi
    minuti ancora e gli darebbe l'ultimo saluto. Come correvano i cavalli!
    Riaperse gli occhi.  Dio come correvano! Avrebbe voluto che quel mezzo
    miglio di strada fosse eterno.
    Alla salita di San Giorgio il cocchiere mise i cavalli al passo.  Poco
    dopo si volt a dire:
    C' il signor Daniele. E ferm i cavalli.
    Guardate  un  po'!  esclam il senatore.  Come sono mai contento di
    salutarlo!
    Cortis venne allo sportello di destra. Era pallido,  contraffatto.  N
    lui n Elena articolarono sillaba.
    Caro  Cortis  disse il senatore un po' sorpreso,  se permettete. E
    gli porse la mano. Cortis la strinse senza parlare.  Venite anche voi
    in citt? riprese il senatore. Mi pare che ci pensiate. Andiamo?
    Elena fece un cenno negativo, impercettibile. Troppo forte cimento! Si
    erano accordati,  la sera prima, di non affrontarlo. Ah, sarebbe stato
    meglio,  forse,  non rivedersi neppure adesso,  partire senza l'ultimo
    addio.
    Parve a Clenezzi che Cortis esitasse.
    Coraggio! diss'egli.
    Non posso rispose Cortis.
    Elena  aperse  la sua borsa,  ne tolse il volume di Chateaubriand,  lo
    fece vedere a Cortis e lo ripose dopo averne tratta  una  lettera  che
    gli porse.
    Per lui diss'ella.
    Cortis  prese  la lettera e la mano con ambo le proprie,  fe' cenno ad
    Elena di volerle dire una parola in segreto,  le pos all'orecchio  un
    addio, un bacio lieve ch'ella ricevette ad occhi chiusi, cercando aria
    colla bocca semiaperta.
    Cortis  di  un  passo indietro,  bruscamente,  salut con la mano.  I
    cavalli focosi balzarono avanti.  Nell'atto stesso ella gitt il  viso
    alla  portiera.  Cortis  si protese a lei,  pensando quasi che volesse
    slanciarsi fuori,  ma poi non vide pi che la mano,  la  piccola  mano
    ignuda, spenzolata come una cosa morta.
    La carrozza non si vedeva pi da un pezzo, che egli guardava ancora da
    quella parte, immobile.
    And verso casa,  spossato, senz'altra coscienza che di un dolor sordo
    al cuore.  Non entr nella villa,  prese la stradicciuola che cinge in
    alto  i  giardini.  Scavalc  la  siepe al gran tiglio e sal verso la
    colonna.  Lass,  fra i castani che guardano la valle e il  piano,  si
    gitt nell'erba molle ancora di pioggia.
    Ecco finito tutto; era solo.
    Dio,  cos'aveva fatto! Il sole era scuro, il mondo era morto, il cuore
    gelava. Chiam: Elena,  Elena!  Piante ed erbe tacevano in un silenzio
    desolato.  Giacque  senza  moto,  senza pensiero,  guardando le nuvole
    passar lente, trasformarsi di continuo, turbate da uno spirito muto.
    Quanto tempo gli fosse trascorso cos,  non  lo  seppe  mai.  Si  lev
    finalmente a sedere. Tutto gli faceva male: il corpo e l'anima. Quello
    scritto,  ultimo  tesoro  che  gli restava d'Elena,  lo doveva leggere
    subito? Per un momento aveva pensato d'aspettar la sera, di riserbarlo
    per l'ora sconsolata.
    Consider la lettera.  Era stata nelle sue mani,  era una cosa  sacra,
    per sempre.  Vi pos le labbra.  La consider ancora, la baci ancora,
    gitt uno sguardo e l'anima, un istante, laggi nella pianura immensa,
    dietro a lei.
    Aperse la busta. Non v'era che questo:
    D'inverno e d'estate,  da presso e da lontano,  fin che io viva e pi
    in l. 18 aprile 1882.
    Cortis  guard  le  solenni parole,  come impietrato.  Il petto gli si
    venne gonfiando, il respiro divent affannoso,  una tempesta di dolore
    gl'irruppe  alla  gola.  Si difese a morsi nelle labbra,  a strette di
    convulse pugna nelle tempie;  poche lagrime roventi gli oscurarono  la
    pagina aperta sulle sue ginocchia.
    Quando  gli si snebbi la vista era pi sollevato.  Una voce gli disse
    nel cuore: "S'ella  tornasse  un  giorno,  anche  fra  lunghi  anni?".
    Immagin  il  caro  viso guasto dal tempo e dal dolore,  bello per lui
    solo oramai,  pi dolce che nella giovinezza;  immagin la mano ancora
    giovane e gentile,  la voce ancora soave,  gli occhi stanchi e quieti,
    che dicevano ancora,  ma quasi timidamente: "Fin che io viva e pi  in
    l".
    E se accadesse ora qualche cosa per cui ella non partisse pi?
    Cacci  questo  e  ogni  altro  pensiero.   Il  sacrificio  era  stato
    liberamente voluto,  per il bene;  e la debole  natura  s'era  sfogata
    abbastanza.  Di  pi  non  voleva concederle.  Si alz risolutamente e
    discese, pensando a Roma,  al suo giornale,  al febbrile lavoro di cui
    sentiva bisogno.
    Ebbe,  scendendo  fra  gli  abeti e i pini,  la visione dell'avvenire.
    Lotte con la penna, lotte con la parola,  nella stampa,  nella Camera,
    nelle  riunioni,  per  le sue idee di governo,  contro la indifferenza
    pubblica;  prime vittorie,  ossia  abbandono  di  amici,  sarcasmi  di
    sedicenti  liberali,   villanie  di  sedicenti  cattolici;  pertinacia
    indomita, favore di Dio nel suo spirito, negli eventi;  paurose crisi,
    giorni d'angoscia,  improvvise chiome,  nel suo pugno,  della fortuna,
    giorni di potenza;  una grande via aperta al rinnovamento  sociale  in
    senso  cristiano  e  democratico,  e  su  questa via,  avanti a tutti,
    l'Italia.
    Dio lo voleva tutto per questo. Dio gli toglieva la famiglia, l'amore,
    la giovinezza, lo chiamava, con un soffio di fuoco, alle opere sue.
    Prima d'entrare in casa fece sciogliere Saturno che da lunghi mesi era
    tenuto a catena.  Il cane enorme corse furiosamente su e  gi  per  il
    prato  davanti  alla  villa,  si  precipit  in  sala  a spiccar lanci
    smisurati intorno al  suo  padrone,  che,  afferratolo  per  le  zampe
    anteriori,  se  lo  rizz davanti,  tutto fremebondo,  lo guard negli
    occhi lagrimosi lucenti.
    Saturno! diss'egli. Povero Saturno!
    Ella gli aveva voluto bene, a Saturno.
    Cortis lo lasci cadere sulle quattro zampe e  and  nel  suo  studio,
    seguito  dal  cane  che  gli  si  coric  a  lato,  guardandolo fisso,
    dimenando forte la coda ogni volta che l'occhio  pensoso  del  padrone
    incontrava il suo. Il padrone prepar questo telegramma:

    "Senatore P. - Parma."
    Parto subito per mettermi interamente a disposizione degli amici.
    CORTIS.

    Suon il campanello.
    Portare subito questo telegramma diss'egli al domestico. Poi andare
    a villa Carr a prendere la mia roba; poi avvertire Schiro che sia qui
    col cavallo alle due per andare in citt. Saturno viene con me.
    Fino in citt, signore?
    Fino  a Roma.  Se a casa Carr vi domandano qualche cosa,  rispondete
    che a momenti ci vado io.
    Il domestico fece un inchino e usc.
    Cortis, rimasto solo,  sorse in piedi.  Incrociate le braccia,  guard
    con piglio severo, l di fronte, suo padre, e disse forte: Ecco.

