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renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

WILLIAM SHAKESPEARE.

JOHN FLETCHER.

I DUE NOBILI CUGINI.

Tragicommedia in 5 atti.

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale:

"THE TWO NOBLE KINSMEN"


NOTE PRELIMINARI.

1) Poich "The Two Noble Kinsmen" non  compresa nell'edizione curata dal prof. Peter Alexander, il cui testo inglese  stato adottato per la traduzione delle altre 37 opere teatrali di Shakespeare (W. Shakespeare -"The Complete Works", Collins, London & Glasgow, 1960, pp. XXXII-1376), il testo adottato  sostanzialmente quello curato da S. Wells e G. Taylor per la Clarendon Press di Oxford, Usa ("The Oxford Shakespeare", 1994).

2) Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione  essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrapresentabilit del testo di Shakespeare sulle moderne ribalte. Si  lasciata comunque invariata, all'inizio e alla fine della scena o all'entrata e uscita dei personaggi nel corso della stessa scena, la rituale indicazione "Entra/Entrano" ("Enter") e "Esce/Escono" ("Exit/Exeunt"), avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce si trovino gi in scena all'apertura, o vi restino alla chiusura di questa.

3) Il metro  l'endecasillabo sciolto, intercalato da settenari, come l'abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura. Altro metro si  usato per citazioni, canzoni, proverbi e altro, laddove sia stato richiesto uno stacco di stile in accordo con il testo originale.

4) Trattandosi di vicenda ambientata nella Grecia antica, che non conosceva altra forma dialogale che il "tu",  sembrato grottesco, in italiano, far parlare i personaggi con il "voi" per rendere la forma "you" del testo.

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti, dalle quali ha preso in prestito, oltre all'interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.

6) La divisione in atti e scene, com' noto, non si trova nell'"in-folio"; essa  stata elaborata, spesso anche con l'elenco dei personaggi, da vari curatori nel tempo, a cominciare da Nicolas Rowe (1700). La si riproduce come figura nel citato testo dell'"Oxford Shakespeare", salvo che nel V atto, in cui si  seguita la divisione del "Riverside Shakespeare" di G. Blakemore Evans, Boston, 1974, che prevede 4 scene invece di 6.

PERSONAGGI


TESEO, duca d'Atene

IPPOLITA, regina delle Amazzoni, poi moglie di Teseo

EMILIA, sua sorella

PIRITOO, amico di Teseo

PALAMONE e ARCITE, nobili cugini tebani, nipoti di Creonte, re di Tebe

IMENE (o IMENEO), dio delle nozze

Un RAGAZZO, cantore

ARTESIO, soldato ateniese

Tre REGINE, vedove di re uccisi nell'assedio di Tebe

VALERIO, cittadino tebano

Un ARALDO

Una DONNA, serva di Emilia

Un GENTILUOMO ateniese

Sei CAVALIERI, scorta, tre a tre, di Palamone e Arcite

CARCERIERE, della prigione d'Atene
La FIGLIA del Carceriere
Il CORTEGGIATORE della Figlia del Carceriere
Due AMICI del Carceriere

Un DOTTORE

Sei CONTADINI, di cui uno vestito da scimmia

GERALDO, maestro di scuola

NELLA e altre quattro Ragazze di campagna

TIMOTEO, tamburino

Ninfe, servitori, contadini, fanciulle, portatore di ghirlande, cacciatori, un carnefice, soldati.


SCENA: in Grecia, parte in Atene, parte in Tebe

PROLOGO



Fanfara

Entra il PROLOGO

PROLOGO -
Buone commedie e femmine illibate,
fan quasi il paio: entrambe ricercate,
entrambe ben pagate,
se buone e ben formate.
E una buona commedia teatrale
le cui scene arrossiscon di pudore
il giorno delle sue nozze,(1)
e tremano di perdere l'onore,
 come una che dopo il sacrale
congiungimento della prima notte,
invece di mostrare
la nuziale fatica del consorte,
 tutta ancor pudore virginale.
Cos speriamo sia questo lavoro;
poich da nobile progenitore
esso discende, uomo puro e dotto,
e poeta, del quale fino ad oggi
mai nessun altro nacque di pi alto
fra il Po e l'argenteo Trent.(2)
Chaucer, infatti, da tutti ammirato,
ci d la trama; ed essa nel suo nome
vive costante nell'eternit.(3)
Se tanta nobilt
faremo noi cadere tanto in basso,
che sia soltanto un fischio il primo suono
udito dall'infante alla sua nascita,
ohim, come quel suono
far fremere l'ossa di quel grande
e gli far gridar da sottoterra:
"Ah, lontano da me la vuota lolla
di questo scrittorello da strapazzo
che fa strame dei miei gloriosi allori
e riduce le illustri mie fatiche
a ballatette da cantor girovago".(4)
 con questa paura dentro al cuore
che siamo qui, ch, ad esser sinceri,
sarebbe interminabile fatica
oltre che ambiziosissima pretesa
aspirare noi stessi ad eguagliarlo.
Deboli come siamo, e senza fiato
per nuotare per acque s profonde,
non possiamo che chiedere a voi tutti
di prestarci una mano di salvezza,
s che possiamo dirigere il corso
altrove, e far qualcosa per salvarci.
Voi sentirete recitare scene
impari certamente alla sua arte,
ma che potranno forse apparir degne
di due ore di sforzo ad ascoltarle.
Dolce riposo dunque alle sue ossa,
e speranza per noi di accontentarvi.
Se poi questa commedia non valesse
a distoglierci un poco dalla noia,
allora veramente sar il segno
che la perdita nostra(5)  cos grossa,
che saremo costretti a rinunciare.(6)


ATTO PRIMO

SCENA I

Musica

Entra IMENE, con una torcia accesa in mano; dinanzi a lui, cantando e danzando e spargendo fiori, un RAGAZZO con indosso una tunica bianca; dietro, una NINFA, quasi avvolta dai lunghi capelli sciolti, che reca una ghirlanda di spighe di grano; quindi TESEO affiancato da due altre Ninfe incoronate di spighe; quindi IPPOLITA, la sposa, anch'essa coi capelli sciolti, condotta per mano da PIRITOO mentre un altro le tiene librata sulla testa una corona; dopo di lei EMILIA, che le regge lo strascico; poi ARTESIO con altri del seguito(7)

RAGAZZO -
(Cantando)
"Rose prive di loro aguzze spine,
"regali nell'olezzo e nel colore;
"garofani dall'incarnato roseo
"e dal soave odore; margherite
"senza fragranza, ma cos leggiadre;
"ed odoroso aromatico timo;
"primule, della gaia Primavera
"araldi, con le pallide campanule
"precorritrici della dolce Dea;
"e bocche di leone ancora in boccio;
"calendole, fiorite sulle tombe;
"consolide nei loro magri grappoli,
"tutti della Natura dolci figli,
"ai piedi dello sposo e della sposa
"si spargano, a blandire i loro sensi".
"Da questa casa uccello
"angiol dell'aria melodioso e bello,
"assente mai non sia;
"mai vi si posino a portar discordia
"col suo sinistro canto la cornacchia,
"il cculo insolente,
"il corvo menagramo, il grigio graccio,
"la petulante gazza, ma lontano
"voli da questa casa ogni uccellaccio".


Entrano TRE REGINE, in gramaglie, con velo nero e corona imperiale in testa. La prima cade ai piedi di Teseo, la seconda ai piedi di Ippolita, la terza davanti a Emilia

1a REGINA -
(A Teseo)
In nome dell'umana compassione
e della mia regale nobilt
prestami ascolto e considerazione!

2a REGINA -
(A Ippolita)
Per l'amore che tu porti a tua madre
e per l'augurio che fai al tuo grembo
d'esser fruttifero di bei rampolli,
prestami ascolto e considerazione.

3a REGINA -
Per amor di colui che il sommo Giove
ha designato a onorare il tuo letto,
in nome della pura e immacolata
verginit, sii tu buona avvocata
di noi e delle nostre aspre sventure
presso di loro. Questa buona azione
canceller dal Libro del Signore
ogni debito iscritto l a tuo nome.

TESEO -
(Alla 1a Regina)
Alzati, afflitta donna.

IPPOLITA -
(Alla 2a Regina)
Sorgi in piedi.

EMILIA -
(Alla 3a Regina)
Niente ginocchi avanti a me. Obbligata
mi fa ogni donna cui io possa mai
recar soccorso nella sua sventura.

TESEO -
(Alla 1a Regina)
Qual  la vostra supplica?
Parla per tutte.

1a REGINA -
Siamo tre regine
i cui mariti re sono caduti
sotto l'ira del barbaro Creonte;(8)
i lor corpi lasciati abbandonati
nei desolati campi intorno a Tebe
han subto lo scempio degli adunchi
becchi dei corvi, gli artigli dei nibbi,
lo straziante beccar delle cornacchie.
Egli ci nega di bruciarne l'ossa,
per riporne le ceneri ne l'urne,
e per sottrarre al sacro occhio di Febo(9)
l'oscena vista d'una morte immonda;
ma lascia ai venti d'ammorbare l'aria
col fetore dei nostri sposi uccisi.
Piet, Duca! Tu, purgator del mondo,(10)
snuda tu la terribile tua spada
che tanto bene fa su questa terra,
a noi l'ossa dei nostri morti re
rendi, per ripararle in luogo sacro;
e nella sconfinata tua bont
non disdegnare di considerare
che sulle coronate nostre teste
non c' tetto, all'infuor di questa volta
ch' del leone, dell'orso e di tutto.(11)

TESEO -
Ti prego, non restare inginocchiata.
Tutto compreso da questo tuo dire,
non ho pensato che le tue ginocchia
restavano a soffrir piegate a terra.
Ascoltare le lacrimose sorti
dei vostri sposi uccisi  tal dolore
per il mio animo, da suscitarlo
a un empito di rabbia e di vendetta.
Re Capaneo era il tuo signore;
io conobbi il tuo sposo il giorno stesso
che stava appunto per condurti a nozze.
Tu, all'ara di Marte, eri bellissima:
non fu pi bello il manto di Giunone(12)
delle disciolte tue trecce fluenti,
n su di lei con pi ricchezza sparso;
n era il grano della tua ghirlanda
battuto ancora n marcito dentro.
Fortuna fossettava le sue guance
sorridendoti. Mio cugino Ercle,
pi debole d'un tratto degli occhi tuoi,(13)

abbandon la clava e stravaccato
si lasci andare sulla nema pelle(14)
giurando che i suoi muscoli
si scioglievano in acqua. O tempo, o affanni,
consumatori orribili del mondo,
finirete per divorare tutto!

1a REGINA -
(Ancora in ginocchio)
Ah, lasciami sperar che un qualche dio
ha infuso nella tua virilit
il suo potere, s da darti forza,
e indurti a sostener la nostra causa!

TESEO -
Non pi in ginocchio, vedova, per me;
(La donna si alza)
usale, invece, quelle tue ginocchia,
per prosternarti alla marzial Bellona,(15)
e pregarla per questo tuo soldato.
(Volgendo il capo altrove)
Sono commosso e turbato.

2a REGINA -
(Sempre in ginocchio)
Ippolita onorata temutissima,
Amazzone e regina, che hai ucciso
il cinghiale dalle falcate zanne:(16)
che con la forza delle bianche braccia
stavi per sottomettere al tuo sesso
il maschio, se Natura, nel suo ordine,
non l'avesse plasmato tuo signore,
all'origine della creazione,
s ch'ei doveva quindi ricondurti
entro l'argine donde stavi uscendo,
a lui sottomettendo la tua forza
e il tuo amore di donna;
cuor di soldato, che forza e clemenza
sai giustamente bilanciare in te,
e tanto pi potere su di lui
possiedi, io so, che non lui su di te,
e che sempre hai tenuto in tuo potere
la sua forza e il suo cuore,
s ch'egli si pu dir sempre al servizio
del tuo volere e della tua parola;
o tu, prezioso specchio della donna,
digli che noi, bruciate come siamo
dalle vampe di guerra,
possiam trovare solo refrigerio
all'ombra della sua possente spada;
digli che l'alzi sulle nostre teste;
parlagli a nota di semplice donna,
di donna debole come noi tre;
e come donna sappi lacrimare
prima di cedere ad un suo diniego.
Prestaci il tuo ginocchio,
senza toccar per con esso il suolo
pi del sussulto d'una tortorella
nell'atto che le staccano la testa;
digli quel che faresti tu per lui,
se foss'egli a giacere tutto gonfio
su un campo di battaglia insanguinato,
mostrando i denti al sole,
sogghignando alla luna.

IPPOLITA -
Basta, basta!
Povera donna, non parlare pi.
Farei con voi di questa buona azione
il cammino con non minore gioia
che su quello su cui sto ora andando,
e mai percorsi con pi grato animo.
Il mio sposo  compreso nel profondo
della vostra sventura; ma in quest'ora
convien che lo lasciate ai suoi pensieri.
Gli parler di ci subito dopo.

3a REGINA -
(A Emilia)
Ah, che ho scritto nel ghiaccio la mia supplica,
e, sciolto dal calore del mio duolo,
esso si scioglie in gocce; e la mia pena
privata della sua solida forma
 schiacciata da pi profonda angoscia.

EMILIA -
Alzati, su, ti prego; la tua pena
t' scritta sulle guance.

3a REGINA -
Ohim, che l, signora, non puoi leggerla;
ch queste guance tu le puoi vedere,
attraverso le lacrime, distorte
come ciottoli di greto sul fondo
dell'acqua cristallina d'un torrente.
(Rialzandosi)
Ah, signora, signora,
chi vuol conoscere tutto il tesoro
della terra vi deve penetrare
fino al centro; chi al fondo del mio cuore
vuol pescare il pi picciol pesciolino
deve mettere piombo alla sua lenza.
Oh, perdonami! La disperazione,
che a molta gente fa aguzzar l'ingegno,
mi fa farneticare.

EMILIA -
Non dire pi, ti prego, non dir pi;
chi non riesce a sentire o a vedere
la pioggia quando vi si trova sotto,
non pu sapere s' bagnato o asciutto.
Se tu fossi una statua dipinta,(17)
io mi ti comprerei,
per istruirmi a protegger me stessa
da un dolore mortale come quello
di cui tu sei s straziante modello;
ma essendo a me tu natural sorella
in virt del comune nostro sesso,
il tuo dolore batte su di me
con tale ardore, che sar riflesso
e rinviato al cuor di mio fratello,
e son sicura che lo scalder
fosse pure di sasso. Via, fa'cuore.

TESEO -
Avanti, al tempio! Non un solo jota
si perda della sacra cerimonia.

1a REGINA -
Oh, che a queste tue supplici infelici
questa tua cerimonia
sar pi lunga ancora e pi costosa
che non sia stata per loro la guerra.
Ricorda che la fama del tuo nome
risuona come un tocco di campana
nell'orecchio del mondo;
il tuo rapido agire
non  precipitosa avventatezza;
il tuo solo intuire
 pi concreto dell'agire altrui;
le tue azioni, o Giove,
basta ch'abbiano avuto appena inizio,
e soggiogano prima di toccare,
come le procellarie con i pesci.
Pensa, benigno Duca, in quali letti
si giacciono gli uccisi nostri re.

2a REGINA -
E quale angoscia  per i nostri letti
il pensiero che i nostri amati sposi
non ne hanno alcuno.

3a REGINA -
Un letto per i morti!
Anche a coloro che contro se stessi
si son fatti di morte orridi agenti
con corde, con pugnali, con veleni,
con precipizi, la piet degli uomini
concede terra ed ombra.

1a REGINA -
I nostri sposi
vissuti invece come buoni re,
se ne giacciono a imputridire al sole.

TESEO -
 vero, ed io vi lenir la pena,
dando una tomba ai vostri morti sposi;
il che imporr ch'io muova a qualche azione
contro Creonte.

1a REGINA -
E che una tale azione
sia fatta subito, che il ferro  caldo;
domani si sar gi raffreddato,
e allora l'infruttuosa tua fatica
non potr che trovare il suo compenso
nel suo stesso sudore;
ora  il momento, ei si sente sicuro,
e non si sogna che noi stiamo qui
davanti alla tua Altezza,
lavando questa nostra santa supplica
negli occhi nostri, a renderla pi limpida.

2a REGINA -
S, ora tu puoi coglierlo ubriaco
ancor del suo successo, ed il suo esercito
sazio di cibo e di rilassatezza.

TESEO -
Artesio, tu che sai meglio d'ogni altro
come scegliere gli uomini migliori
e il loro numero per questa impresa,
procrati e raduna, per condurla,
gli strumenti di guerra pi appropriati,
mentre noi ci accingiamo a consumare,
con il rito nuziale,
questo grande atto della nostra vita,
questa sfida al destino.

1a REGINA -
(Alle altre due regine)
Oh, allora, vedove,
diamoci pur la mano, e siamo vedove
al nostro duolo;(18) l'indugio del Duca
ci affida a una speranza evanescente.(19)

LE TRE REGINE -
Addio.

2a REGINA -
Siamo venute fuori tempo.
Ma come pu una mente addolorata
come la nostra, scegliere il momento
pi adatto a muovere la propria supplica?

TESEO -
Buone signore, questa cui m'accingo
 impresa pi importante d'una guerra;
pi importante per me
di tutte quelle compiute in passato
e di quant'altre sosterr in futuro.

1a REGINA -
Tanto pi chiaramente proclamando,
cos, quanto negletta rester
la nostra supplica presso di te,
quando le braccia di lei,
(Indicando Ippolita)
la cui stretta
pu trattenere Giove da un concilio,
ti stringeranno, pronuba la luna.
Oh, quando le sue tumide ciliege
verseranno nell'avide tue labbra
la lor dolcezza, come potrai tu
volgere il tuo pensiero
a re marciti ed a regine in lacrime?
Come potrai curarti, in quel momento,
di qualche cosa che non senti dentro,
mentre quello che senti
pu far lasciar da parte pure a Marte
il tamburo di guerra?
Oh, se pur tu ti giacerai con lei,
per una sola notte ogni sua ora
ti far prigioniero di altre cento
e non ricorderai pi nulla d'altro
che ci a cui t'invita quel banchetto.

IPPOLITA -
(Inginocchiandosi a Teseo)
Se pure  assai improbabile
che tu possa cambiar proponimento,
come  probabile che ti dispiaccia
che a domandartelo sia proprio io,
il mio pensiero  questo tuttavia:
che s'io, per non privarmi della gioia
d'appagar s profondo desiderio,
non mi curassi della loro ambascia,
susciterei contro di me lo sdegno
delle donne del mondo.
(Inginocchiandosi)
Perci, Sire,
poich qui voglio mettere alla prova
le mie preghiere, per aver contezza
s'abbiano qualche presa su di te,
o se sia condannato il lor vigore
a restar muto, proroga quest'atto
cui ci accingiamo ed appendi il tuo scudo
avanti al cuore... appendilo al tuo collo
ch' mio feudo, s ch'io possa disporne
liberamente a rendere servizio
a queste tre sconsolate regine.

LE TRE REGINE -
(A Emilia)
Oh, aiutaci anche tu! La nostra causa
a gran voce reclama il tuo ginocchio!

EMILIA -
(Inginocchiandosi a Teseo)
Se non esaudirai la petizione
di mia sorella, con tutta la forza
e la celerit e la passione
ch'ella ci ha messo, non oser pi
di domandarti nulla, d'ora innanzi,
dovesse pur trattarsi del consenso
a prendere un marito.

TESEO -
Rilzatevi. Mi sto scongiurando
dentro di me di far quello che tutte
mi supplicate in ginocchio ch'io faccia.


(Tutte le donne si alzano)

Piritoo,(20) conduci tu per me
la sposa: andate e pregate gli di
che mi diano successo e buon ritorno;
e badate a non tralasciare nulla
del predisposto rito... Voi, Regine,
seguite il vostro soldato di scorta.


(Ad Artesio)
Tu, come prima detto, parti subito
e raggiungici sulla riva d'Aulide
con le forze che avrai potuto togliere;
l troveremo noi l'altra met
degli effettivi che ci serviranno
per un'impresa di maggior impegno.


(Esce Artesio)


(A Ippolita)
Poich, mia cara, il nostro imperativo
 la rapidit, io stampo questo bacio
sul tuo fuggente labbro... e tu conservalo,
dolcissimo, a mio pegno d'amore.(21)
Andate, voglio vedervi partire.


(Il corteo nuziale muove verso il tempio)


(A Emilia)
Arrivederci, mia bella sorella.
Piritoo, bada tu, mi raccomando,
a mantener la festa nel suo pieno,
non risparmiarne un'ora.

PIRITOO -
Ma io ti seguir immediatamente,
mio signore, la festa pu aspettare
finch sia tornato.

TESEO -
No, cugino,
t'ordino di non muoverti da Atene.
Saremo di ritorno ancora prima
voi possiate por fine a questa festa,
a cui non far, ti prego, nessun taglio.


(Esce Piritoo, offrendo il braccio a Ippolita che s'incammina con lui e con Emilia, seguiti da tutto il corteo nuziale)

1a REGINA -
Ecco che tu confermi in questo modo
la fama di cui godi in tutto il mondo.

2a REGINA -
E ti conquisti una divinit
uguale a Marte.

3a REGINA -
Se non superiore;
in quanto, essendo un semplice mortale,
pieghi la volont a divine imprese,
mentre gli stessi di, come si dice,
soggiacciono a tal loro signoria.(22)

TESEO -
Cos dev'essere, poich siam uomini.
Se soggiacciamo all'impero dei sensi
perdiamo il nostro titolo di umani.


(Alle tre regine)
Signore, fate cuore, i nostri sforzi
si rivolgono adesso a confortarvi.


(Escono)



SCENA II - Tebe, una strada

Entrano PALAMONE e ARCITE

ARCITE -
Palamone, cugino mio diletto,
pi caro per affetto che per sangue,
poich induriti ancor non siamo entrambi
nelle dissolutezze della carne,
andiamocene via da questa Tebe,
e dalle tentazioni ond'essa  piena,
a scanso di macchiare ulteriormente
lo smalto della nostra giovent.
Vivere in astinenza  qui per noi
vergogna simile all'incontinenza;
ch non nuotar secondo la corrente
 quasi come voler affogare...
o almeno compiere uno sforzo inutile;
mentre seguire il flusso generale
rischia di trasportarci dentro un gorgo
dentro il quale avvitarci, o annegare;
ed anche a faticare per uscirne,
ne avremmo guadagnato un'esistenza
priva d'ogni vigore.

PALAMONE -
Il tuo consiglio
 giusto, e confermato dagli esempi.
Quali strani relitti umani, infatti,
non vediamo aggirarsi noi per Tebe,
dal tempo della nostra et scolare?
Cicatrici e cenciose vestimenta
sono la ricompensa del guerriero
che pose a mira delle sue ambizioni
gloria e lingotti d'oro, e, pur vincendo,
nulla ottenne e si trova ora schernito
dalla pace per cui ha combattuto.
Qual uomo potr pi recare offerte
all'altare d'un Marte s beffato?
A vedere costoro il cuor mi sanguina,
e mi vien da augurarmi che Giunone
possa cader di nuovo in un sussulto
della sua radicata gelosia,
per mettere in attivit il soldato,(23)
s che la pace trovi un buon purgante
per la sua attuale indigestione,
e risvegli il suo cuore generoso,
ora indurito e reso pi insensibile
che non in tempo di contesa o guerra.

ARCITE -
E bastasse!(24) Non esci tu di casa?
Nei vicoli e negli angoli di Tebe
non vedi altri relitti che il soldato?
Pareva, quando avevi cominciato,
che vedessi relitti d'ogni specie,
oltre al trascuratissimo soldato;
non riesci a vederne nessun altro
che susciti la tua desolazione?

PALAMONE -
S, tutti i segni della decadenza
mi fanno pena, dovunque li trovi;
ma quel che mi colpisce soprattutto
 chi tanto sudore avendo speso
in onorevol opra,  ripagato
col ghiaccio, a raffreddare quel sudore.

ARCITE -
Non  per di questo che parlavo
nell'avviar da prima il mio discorso;
questo  valore che non trova in Tebe
alcun rispetto; parlavo di Tebe,
dove ogni vizio  tenuto in onore,
e come sia per noi pericoloso,
se vogliamo serbare la virt,
continuare a vivere in un luogo
dove ogni cosa, buona all'apparenza,
 una magagna certa; e dove noi,
a voler esser da lor diversi,
ci farebbe apparire agli occhi loro
degli stranieri, e ad esser come loro
nient'altro che dei mostri agli occhi nostri.

PALAMONE -
 in poter nostro essere padroni
delle nostre maniere,
se non vogliamo viver nel timore
d'aver come maestri delle scimmie.
Quale bisogno ho io di scimmiottare
la maniera d'incedere di un altro,
se per me non ha il minimo interesse
la maniera d'incedere in se stessa;
o d'ammirarne il modo di parlare,
quando col mio, parlando franco e schietto
posso farmi capire... e perdonare?
Perch dovrei sentirmi vincolato
da non so quale nobile dovere
a seguire chi segue il proprio sarto,
magari fino a tanto che il seguto
non si converta in un inseguitore?(25)
O sapere perch il mio barbiere
- e con esso la povera mia barba -
 un miserabile barbitonsore,
che mai us la forbice allo specchio
del tale e del tal altro bellimbusto?(26)
Quale regola c' a farmi obbligo
di dondolar la spada con la mano,
mentre la porto al fianco camminando,
o di procedere in punta di piedi
se non cammino in una strada sporca?(27)
O io mi sento d'essere
il cavallo di testa della torma,
o comunque non sono sono certo il tipo
che si fa trascinare in coda ad altri.
Ma queste sono povere piaghette
che non richiedono manco un impiastro;
quel che mi spezza il petto fino al cuore
...

ARCITE -
Nostro zio Creonte.

PALAMONE -
Proprio lui!
Il pi sfrenato di tutti i tiranni,
che i facili successi hanno privato
del timor degli di, e la cui infamia
vuol che non vi sia nulla superiore
al suo potere; ha posto in quarantena
la religione, ed eretto a sua dea
l'incostante fortuna;
attribuisce a s, e a s soltanto,
alle sue proprie decisioni e azioni;
gli altrui meriti; manda in guerra gli uomini,
e poi s'appropria delle lor conquiste,
delle lor prede, della loro gloria;
 uno che non teme di far male,
ed ha un ritegno innato a far del bene.
Vorrei che il sangue mio, parente al suo,
fosse succhiato via dalle mignatte!
E che queste potessero scoppiare
cascando via da me con quella peste!

ARCITE -
Caro ed illuminato mio cugino,
abbandoniamo dunque la sua corte,
s da non farci in nulla compartecipi
della sua spudorata nefandezza;
il nostro latte sentir altrimenti
di questo pascolo, e vili o ribelli,
noi non saremo suoi parenti in sangue
se riusciamo a non esserlo nei fatti.

PALAMONE -
Nulla di pi conforme a verit.
Credo che l'eco delle sue vergogne
abbia assordato persino le orecchie
della divina giustizia;
s che anche i lamenti delle vedove
tornano loro in gola, e dagli di
non sono pi ascoltati... Ecco Valerio.


Entra VALERIO

VALERIO -
Il re cerca di voi;
vi converr per non affrettarvi
fino a che la sua rabbia furibonda
si sia placata. Appetto alle sue urla,
quelle di Febo quando la sua frusta
spezz gridando ai destrieri del sole,(28)
non furon che bisbigli.

PALAMONE -
Un lieve soffio basta a farlo far fremere.
Ma che  successo? Di'...

VALERIO -
 che Teseo,
la cui sola minaccia rende pallidi,
gli ha mandato una sfida perentoria,
con cui proclama distruzione a Tebe;
e a suggello di questa sua minaccia,
 gi qui, non lontano.

ARCITE -
E che ben venga.
Se pur temiamo i numi che lo ispirano,
lui non ci ispira il minimo terrore;
anche se chi, convinto, come noi,
di lottare per una causa ingiusta,
avendo qualche remora ad agire,
riduce di tre volte il suo valore.(29)

PALAMONE -
Lascia da parte queste riflessioni;
ora si tratta di servire Tebe,
non Creonte; sarebbe un disonore
per noi due disertarlo proprio adesso,
ed una ribellione contrastarlo;
perci dobbiamo rimaner con lui
alla merc del fato,
a cui fino all'estremo nostro istante
tutti noi uomini siamo legati.

ARCITE -
Hai ragione. Dobbiamo rimanere.
(A Valerio)
Questa guerra  gi in atto,
si afferma, o sar solo dichiarata
per rigetto di qualche condizione?

VALERIO -
 gi in atto; la sua dichiarazione
venne contestualmente allo sfidante.

PALAMONE -
Allora  bene che andiamo dal re;
il quale se soltanto avesse in s
un quarto dell'onore
del quale  ricoperto il suo nemico,
il sangue che noi qui mettiamo a rischio
non ch'essere un inutile dispendio,
sarebbe un salutifero salasso,
per un utile acquisto dispensato.
Ma se la mano agisce senza il cuore,
ahim, qual danno potr mai recare
al nemico l'abbattersi del colpo?

ARCITE -
Che siano i fatti, giudici infallibili,
a dirci tutto quel che gi sappiamo,
e seguiamo il segnale della sorte.


(Escono)



SCENA III - L'uscita del tempio(30)

Entrano PIRITOO, IPPOLITA ed EMILIA

PIRITOO -
Qui convien separarci.

IPPOLITA -
Addio, signore.
Ripeti il mio saluto al nostro re
sul cui successo non oso nutrire
il pi velato e dubbioso timore;
e tuttavia voglio augurargli ancora
un traboccante eccesso di valore,
se mai si trovi ad averne bisogno
per sopportare una fortuna avversa.
Affrttati da lui; buona riserva
non nocque mai a buon governatore.

PIRITOO -
Bench io sia convinto che al suo mare
non servano le mie povere gocce,
devono tuttavia portare anch'esse
il loro contributo alla bisogna.


(A Emilia)
Mia preziosa fanciulla, nel tuo cuore
regnino sempre quegli eletti sensi
che i cieli sanno infondere e profondere
nelle lor pi perfette creazioni.

EMILIA -
Grazie, signore. Non ti sia fatica
ricordarmi al regal nostro fratello,
per la cui pi sollecita vittoria
io pregher la potente Bellona;(31)
e poich nel terreno nostro stato
non ci son petizioni senza doni,
le offrir ci che credo pi gradisca.
I nostri cuori son con le sue truppe,
con lui nella sua tenda.

IPPOLITA -
E nel suo cuore.
Siamo state anche noi gente guerriera,(32)
e non sappiamo piangere alla vista
di nostri amici che cingono l'elmo
o si mettono in mare per la guerra;
n raccontare storie di bambini
infilzati alla punta della lancia,
o di madri che han cotto i loro infanti
- per poi farsene pasto - nelle lacrime
da loro stesse piante nell'ucciderli;
se t'aspettassi di vedere in noi
donniciole di quella levatura,
staresti ad aspettare qui per sempre.

PIRITOO -
Pace a voi; io proseguo per la guerra,
la quale dovr fare che la pace
non abbia ad essere mai pi invocata.(33)


(Esce)

EMILIA -
Come l'animo suo era proteso
nel desiderio di seguir l'amico!
Da che questo  partito, i suoi trastulli,
gli svaghi, gli esercizi, i passatempi,
anche quelli d'impegno e abilit,
passavan via con lui distrattamente,
senza curarsi di vincere o perdere,
con la mano occupato a una faccenda,
con la testa inseguendone delle altre,
la sua anima essendo egual nutrice
a gemelli cos tra lor diversi.
Non l'hai notato del resto anche tu,
da che  partito il nostro gran signore?

IPPOLITA -
Con molta pena; e l'ho amato per questo.
Hanno alloggiato tante volte insieme
in luoghi malsicuri e disagiati,
affrontando pericoli e strettezze;
han superato sopra picciol scafo
torrenti paurosi a traversare
nel lor ruggente ed impetuoso corso
anche dov'erano pi basse l'acque;
ed hanno combattuto insieme in luogo
dove la stessa morte avea dimora;
eppure il fato li ha sempre salvati.
Il loro affetto  un nodo cos stretto,
e cos a lungo e con tal lealt
intrecciato, e con arte s sottile,
che potr consumarsi, ma mai sciogliersi.
Io veramente penso che Teseo,
se dovess'esser arbitro a se stesso,
e dividere in due la sua coscienza,
rendendo egual giustizia alle due parti,
si troverebbe a non saper decidere
quale amore  pi grande.

EMILIA -
Uno dei due senza dubbio  pi grande;
e sarebbe scortese disconoscere
che sei tu quell'amore.
Ho conosciuto il tempo quando anch'io
gioivo d'una giovin compagnia.
Tu eri in guerra quando ella pass
a far ricca di lei la propria tomba,
troppo orgoglioso letto divenuta;(34)
ella prese congedo dalla luna,
che parve impallidire al suo distacco,
quando eravamo entrambe di undici anni.

IPPOLITA -
Era Flavina?

EMILIA -
S. Tu parli adesso
dell'amicizia di Teseo e Piritoo;
il loro  un sentimento pi concreto,
pi maturato alla stagionatura,
pi annodato da solido giudizio,
e il bisogno ch'essi hanno l'un dell'altro
si pu dire che innaffi di continuo
le intrecciate radici dell'affetto.
Ma io e quella per la qual sospiro
e della quale ti stavo parlando,
eravamo degli esseri innocenti,
che si amavano sol perch si amavano,
e come gli elementi di natura
che non sanno n come n perch,
eppure con la loro attivit
producono straordinari effetti,
cos le nostre anime bambine
facevan l'una dell'altra, inconsciamente.
Quel che piaceva a lei, piaceva a me,
quello che no, veniva condannato
da tutte e due, senza complicazioni;
se avessi colto un fiore,
e l'avessi appuntato tra i miei seni
che cominciavano allora a sbocciare,
lei si struggeva di cercarne un altro
che fosse uguale, e una volta trovato,
se lo poneva nella stessa culla
dove quei fiori, come la Fenice,(35)
se ne morivano nel lor profumo;
sulla mia testa non v'era ornamento
ch'ella non imitasse; ed io per me
prendevo per modello quelli suoi,
per il mio pi severo abbigliamento,
graziosi, ma talvolta un po'sciattati;
se m'accadeva d'orecchiar qua e l
qualche nuovo motivo, o se io stessa
ne canticchiassi alcuno, improvvisando,
lei lo seguiva, se ne impadroniva
e lo cantava perfino nel sonno.
Questa reminiscenza - insufficiente,
lo riconoscerebbe anche un bambino,
a dar l'idea dell'antico trasporto -
vuol dimostrare che tra due fanciulle
pu nascere un amore ancor pi forte
che tra creature di sesso diverso.

IPPOLITA -
Diamine, sei rimasta senza fiato!
E questa galoppata di parole
l'avresti fatta soltanto per dirmi
che tu - come la vergine Flavina -
non amerai mai uno che sia uomo?

EMILIA -
Son sicura di no.

IPPOLITA -
Su, sorellina, non ti voglio credere
- anche se so che tu ne sei convinta -
pi di quanto sarei disposta a credere
a un appetito in cattiva salute
che prova ripugnanza per il cibo
e nello stesso tempo lo desidera.
Per, sorella, se foss'io matura
a farmi persuader dal tuo discorso,
quello ch'hai detto sarebbe abbastanza
perch'io potessi scuotermi dal braccio
dell'onorabilissimo Teseo,
per le cui sorti vo dentro a pregare
in ginocchio, con la certezza in cuore
d'occupare nel suo pi alto posto
che l'amico Piritoo.

EMILIA -
Va bene,
non voglio contrastar questo tuo credo,
anche se sono ferma in quello mio.


(Escono)



SCENA IV - Campagna aperta presso Tebe

Trombe. Fragore di battaglia all'interno; poi passaggio di soldati tebani in ritirata.
Poi fanfara trionfale

Entra TESEO, vincitore, con un ARALDO e seguito; poi PALAMONE e ARCITE portati su carri funebri. Le TRE REGINE vanno incontro a Teseo e si buttano faccia a terra ai suoi piedi

1a REGINA -
Nessuna stella a te giammai s'oscuri!

2a REGINA -
E cielo e terra ti siano benigni
in sempiterno.

3a REGINA -
Ai voti d'ogni bene
che possan formularsi sul tuo capo
io grido il mio "Amen"!

TESEO -
I giusti di che dall'alto dei cieli
scrutano questo lor gregge mortale
discernono chi erra, e a tempo e posta
da loro stessi scelti lo castigano.
Andate adesso intorno a rintracciare
i resti dei caduti vostri re,
e date loro funebre onoranza
in triplice solenne cerimonia;
e perch nulla manchi al sacro rito,
vi suppliremo noi, col delegare
coloro che dovran restituirvi
alle vostre regali dignit,
e a provvedervi di quanto la fretta
abbia potuto farci trascurare.
E cos addio. Vi seguano benevoli
gli occhi del cielo.


(Escono le regine con seguito)

(Indicando Palamone e Arcite)
Chi sono quei due?

ARALDO -
A giudicare dal loro equipaggio,
uomini d'alto rango; due cugini,
ci han detto gente di Tebe, figli
di due sorelle, e nipoti del re.

TESEO -
Ah, per l'elmo di Marte!
Li ho gi visti sul campo di battaglia,
battersi come un paio di leoni,
lordi del sangue delle loro prede,
aprirsi varchi fra truppe sgomente.
Su di loro ho tenuto sempre fisso
il mio occhio, perch le lor prodezze
erano degne dell'occhio d'un dio.
Chi  quel prigioniero
che mi disse i lor nomi, a mia domanda?

ARALDO -
Arcite e Palamone, con licenza,
sono i lor nomi, mio signore.

TESEO -
Esatto.
Son proprio loro. Ma non sono morti?

ARALDO -
No, ma nemmeno si pu dir che vivano;
fossero stati subito raccolti
dal campo dopo l'ultime ferite,
sarebbe stato forse ancor possibile
salvarli. Ma respiran tuttavia,
e sono ancor tra gli uomini.

TESEO -
E come uomini vanno trattati.
La sola loro feccia
val milioni di volte il vino d'altri.
Fate venire tutti i nostri medici
per curarli; dosate, anzi sprecate,
per loro i nostri pi preziosi balsami;
valgono pi per noi le loro vite
che tutta Tebe con le sue ricchezze.
In verit, vorrei vederli morti,
piuttosto che vederli sani e liberi
nelle lor condizioni di stamane;
per quarantamila volte meglio
averli vivi nelle nostre mani
che in quelle della morte.
Portateli via subito dall'aria,
benefica per noi, nociva a loro,
e curateli quanto meglio pu
uomo a uomo... e per amor mio di pi,
perch'io ho conosciuto su di me
qual marchio sanno imprimere sull'uomo
terrori, furia, richieste di amici,
istigazioni dell'amore, zelo,
esigenze della galanteria,
sete di libert, febbre, follia,
un marchio cui natura
mai sarebbe capace di arrivare
senza una qualche costrizione esterna,
senza un fiaccarsi della volont
che sovrasti di forza la ragione.(36)
Per amor nostro dunque,
e doveroso omaggio al grande Apollo,
siano prestate loro dai migliori
dei nostri medici tutte le cure
delle migliori lor capacit.
Avanti, adesso, guidaci in citt;
dove staremo il tempo necessario
a riordinar le cose sconquassate,
e poi subito in marcia per Atene,
per raggiungerla prima dell'esercito.


(Escono)



SCENA V - Altra parte del campo di battaglia
presso Tebe

Musica. Entrano le TRE REGINE con le bare dei loro consorti,
in corteo funebre, con seguito


CANTO

"Urne ed essenze profumate intorno
"recate, e ai lor vapori
"misti i nostri sospiri
"la luce oscurino di questo giorno.
"Il nostro duolo  tale,
"da sembrar della morte pi mortale.
"Unguenti, incensi, facce rattristate
"che come sacre fiale
"siete di calde lacrime riempite;
"lamenti che per l'aria alti volate,
"tristi e solenni segni del dolore,
"nemici del fuggevole piacere,
"mescolatevi in un funereo canto,
"qui raduniamo sol dolore e pianto".

3a REGINA -
(Alla 2a regina)
Da questa parte  il funebre sentiero
che mena alla sua tomba di famiglia.
Ti riprenda la gioia, e pace a lui.

2a REGINA -
E questo  quello che mena alla tua.

1a REGINA -
(Alla 3a regina)
La tua  invece per di qua. Gli di
offrono mille differenti vie
verso una fine unica e sicura.

3a REGINA -
Questo mondo non  che una citt
piena di vie tortuose,
e la morte  la piazza del mercato
verso la quale tutte si convergono.


(Escono per direzioni diverse)


ATTO SECONDO

SCENA I - Il cortile di un carcere

Entrano il CARCERIERE e il CORTEGGIATORE della figlia

CARCERIERE -
Posso togliermi poco, finch vivo;
vi potr, s, assegnare qualche cosa,
ma non molto. Purtroppo la prigione,
di cui sono il custode titolare,
quantunque adatta per i pezzi grossi,
questi ci vengono assai raramente;
prima d'un buon salmone
devi pescare un sacco di avannotti.
 voce in giro ch'io sia pi in finanze
di quanto a me tal voce sembra vera.
Fossi davvero quello che mi dicono!
Comunque, quel che ho, sia quel che sia,
lo lascer a mia figlia alla mia morte.

CORTEGGIATORE -
Signore, pi di quanto puoi offrirmi
io non ti chiedo, e assegner a tua figlia
quanto promesso.

CARCERIERE -
Beh, ne riparliamo,
quando saran finite queste feste.
Ma ella  pienamente consenziente?
Del suo consenso vorrei esser certo,
prima di dare il mio.

CORTEGGIATORE -
Ce l'ho, signore.
Ma eccola che viene.

Entra la FIGLIA del Carceriere
con dei fastelli di paglia in mano

CARCERIERE -
Stavamo appunto parlando di te
con l'amico, riguardo al vecchio affare.
Ma per ora non ne facciamo nulla.
Quando sar finita la baldoria
alla corte, vedremo di concludere.
Nel frattempo, tu metti ogni tua cura
ad occuparti dei due prigionieri.
Ti posso dire che sono due principi.

FIGLIA -
Ecco la paglia per la loro stanza.(37)
Peccato ch'essi siano qui in prigione;
ma sarebbe peccato non ci fossero.(38)
Io penso infatti che la lor pazienza
pu far vergogna ad ogni avversit;
lo stesso carcere  fiero di averli,
e nella loro cella  tutto il mondo.

CARCERIERE -
Han fama infatti d'esser, l'uno e l'altro,
un paio di perfetti gentiluomini.

FIGLIA -
Ed  una fama ancora balbettante
questa che s li giudica, a mio avviso;
perch quei due stanno un'intera scala
al disopra di quel ch'essa li dice.

CARCERIERE -
In battaglia, da quello che ho sentito,
hanno compiuto azioni prodigiose.

FIGLIA -
E c' da crederci, se son s nobili
nel sopportare la loro sconfitta.
Mi chiedo come sarebbero apparsi
se fossero riusciti vincitori,
loro che con altera nobilt
piegan la prigionia a libert,
volgendo in buon umore la disgrazia
e l'afflizione in una sciocchezzuola
su cui scherzare.

CARCERIERE -
Son proprio cos?

FIGLIA -
Per me quei due si senton prigionieri
com'io mi sento regina di Atene;
mangiano bene, stanno in allegria,
parlan di tutto, mai del loro stato
e dei loro disastri.
Talvolta scappa ad uno, a mezza bocca,
un sospiretto, strozzato sul nascere;
cui l'altro porge subito un rimbrotto,
ma cos dolce che vorrei io stessa
essere quel sospiro,
per sentirmi cos rimproverata,
o almeno il sospirante,
per sentirmi cos riconfortata.

CORTEGGIATORE -
Non li ho mai visti.

CARCERIERE -
Son venuti qui
in segreto, nel cuor della notte,
accompagnati dallo stesso Duca.
(Indicando qualcuno che s'avvicina dal di dentro)
Guarda, son qua. Quello che guarda fuori
 Arcite.

FIGLIA -
No, signore,  Palamone!
Arcite  quello pi basso dei due;
di lui non se ne scorge che una parte.

CARCERIERE -
Andiamo, smettila di fare segni.
Non vengono per noi. Andiamo via!

FIGLIA -
 una festa guardarli. Dio Signore,
come diversi son tra loro gli uomini!


(Escono il Carceriere, la Figlia e il Corteggiatore)


Entrano, in alto, PALAMONE e ARCITE,
con catene ai piedi(39)

PALAMONE -
Cugino, come va?

ARCITE -
Io bene, e tu?

PALAMONE -
Ebbene, sufficientemente in forze
per sorridere in faccia alla sventura
e sopportar le sorti della guerra;
tuttavia siamo entrambi prigionieri,
e per sempre, cugino, ho gran timore.

ARCITE -
Lo so, e ho gi disposto a quel destino
pazientemente il resto di mia vita.

PALAMONE -
Ahim, cugino Arcite, dov' Tebe?
Dov' quel nostro nobile paese?
Dove sono gli amici ed i parenti?
Mai pi ci sar dato d'incontrarli;
di rivedere i suoi gagliardi giovani,
competere nei giochi dell'onore,
pavesati con gli sgargianti pegni
delle lor dame, come tante navi
veleggianti altezzose sottovento;
e poi gettarci noi in mezzo a loro
ed al pari d'un vento di levante
seminarceli tutti dietro a noi,
come fossero pigra nuvolaglia,
e Palamone e Arcite, di conserta,
con sussiegosa e sprezzante andatura,
soverchiare le lodi della gente,
e guadagnare i vittoriosi allori
prima ancora che quelli abbiano il tempo
di fare alcun pronostico per noi!
Ahim, pi non potremo maneggiare
le nostre armi da coppia d'onore,
n pi sentir sotto di noi cavalli
ansanti come oceani tempestosi.
Ora le nostre buone spade - mai
ne cinse di migliori il fiamma-occhiuto
dio della guerra(40) - non pi al nostro fianco,
dovranno arrugginire di vecchiezza
e andare a fare da ornamento ai templi
di quegli di che ci tengono in odio;
queste mani non le estrarranno pi
per brandirle nell'aria come fulmini
a folgorar di colpo interi eserciti.

ARCITE -
No, Palamone, ormai queste speranze
son rinchiuse in prigione insieme a noi;
qui siamo noi, e dovr qui appassire
il fiore della nostra giovent
come una prematura primavera;
qui ci trover ancora la vecchiaia,
e, quel ch' ancor pi triste, Palamone,
senza una moglie, senza una famiglia.(41)
Mai sentiremo intorno al nostro collo
i dolci amplessi, carichi di baci,
d'una moglie amorosa,
armati di migliaia di Cupidi;
n mai conosceremo discendenza;
mai non vedremo copie di noi stessi
a rallegrar la nostra et matura,
e apprender loro, come ad aquilotti,
a fissar contro balenanti acciai
l'occhio spavaldo, e proclamare agli altri:
"Ricordatevi quel che i nostri padri
sono stati, ed andate alla vittoria!".
Fanciulle vergini dal dolce sguardo
piangeranno la nostra lontananza,
e canteranno nelle lor canzoni
il maleficio alla cieca fortuna,
finch questa vedr, per sua vergogna,
il torto fatto a giovent e natura.
Questo carcere  tutto il nostro mondo;
qui non avrem pi nulla da conoscere,
se non ch'io te e tu me; nulla da udire
se non che l'orologio che con l'ora
scandisce pure le nostre disgrazie.
La vite crescer, ma gli occhi nostri
non la vedranno pi; verr l'estate,
e con essa le sue molte delizie,
ma l'inverno col suo freddo mortale
deve abitare qui, perennemente.

PALAMONE -
Purtroppo, Arcite. Ai nostri bei segugi
che squassavano la foresta annosa
coi lor latrati, pi non darem voce;
pi non faremo vibrare nell'aria
i nostri acuminati giavellotti,
ad inseguir l'infuriato cinghiale
che fugge via veloce come un Parto,(42)
colto dai nostri ben temprati dardi.
Tutte le nostre belle consuetudini,
cibo e alimento delle anime nobili,
si spegneranno qui dentro di noi,
che finiremo col morir qui dentro
figli dell'ignoranza e dell'ambascia,
ch' la maledizione dell'onore.

ARCITE -
E tuttavia, cugino, io vedo emergere
anche dal fondo di queste sventure,
e da quant'altro pu infliggerci il fato,
due maggiori motivi di conforto,
vere benedizioni degli di,
se a loro piaccia: l'esser noi capaci
di serbar qui un'eroica pazienza,
e di gioir delle nostre disgrazie.
Io, finch Palamone sta con me,
ch'io muoia se mi venga di pensare
che questa in cui viviamo  una prigione.

PALAMONE -
Certo, cugino  un bene inestimabile
per tutti e due che le nostre fortune
siano appaiate come due gemelli.
 vero quel che dici tu: due anime
che siano poste in due nobili corpi,
soffrano pure i colpi della sorte,
se son cresciute insieme come noi,
non si lascian sommergere, non possono;
e se pur fosse, l'uomo coraggioso
muore come dormendo, e tutto  fatto.

ARCITE -
Perch non fare noi virtuoso impiego
di questo luogo da tutti esecrato?

PALAMONE -
In che maniera, nobile cugino?

ARCITE -
Facendo conto che questa prigione
sia come un santuario, un sacro asilo
che ci protegga dalla corruzione
d'individui peggiori. Siamo giovani,
e abbiamo ancora vivo il desiderio
di percorrere le vie dell'onore,
dalle quali la nostra libert
ed il contatto con gente volgare,
veleno degli spiriti illibati,
potrebbe lusingarci a deviare,
come per femminile allettamento.
Qual degna e nobil cosa ci pu essere
della quale la nostra fantasia
non pu appropriarsi? Stando cos insieme,
siamo un'inesauribile miniera
l'uno per l'altro; l'uno all'altro moglie,
sempre di nuova ed amorosa prole
generatrice; l'uno all'altro padre,
fratello, amico, compagno, famiglia.
Io sono il tuo erede, e tu il mio;
questo luogo  la nostra eredit;
nessun tiranno ce lo potr togliere;
qui, con quel tanto di rassegnazione,
possiamo vivere ed amarci a lungo.
Non ci insidia nessuna intemperanza.
La mano della guerra sta lontana
da questi luoghi, i mari non inghiottono
la loro giovent. Fossimo liberi,
una moglie potrebbe a buon diritto
separarci, o le cure degli affari;
le continue querele consumarci;
la gelosia di male intenzionati
cercare di scoprir le nostre cose.
Potrei cadere ammalato, cugino,
dove tu non sapessi, e l morire,
senza che venga a chiudermi le palpebre
o ad innalzare preghiere agli di
la tua nobile mano; mille cose,
insomma, ci potrebbero dividere,
se non fossimo qui.

PALAMONE -
Grazie, cugino.
M'hai fatto quasi innamorare, Arcite,
della mia prigionia. Fuori di qui,
dovunque fosse, qual miseria vivere!
Sarebbe, credo, vivere da bestie.
Qui  come se trovassi la mia corte;
mi sento pi sicuro, pi contento;
ora discerno bene quei piaceri
che lusingan la vanit degli uomini,
e mi sento di dichiarare al mondo
ch'essi non sono che un'ombra sbiadita
che il vecchio Tempo si trascina dietro.
Che sarebbe mai stato di noi due,
a invecchiare alla corte di Creonte,
dove il peccato  legge,
e lussuria e ignoranza le virt
dei grandi? Se gli di benigni, Arcite,
non ci avessero messo in questo luogo,
noi due saremmo morti come loro,(43)
vecchi pieni d'acciacchi, non compianti,
con le maledizioni della gente
come epitaffio sulle loro tombe.
Devo dire di pi?

ARCITE -
Ti ascolterei ancora volentieri.

PALAMONE -
Avrai tempo di farlo. Di'piuttosto,
Arcite, ci fu mai esempio al mondo
di due che si volessero pi bene
di noi due?

ARCITE -
Sicuramente no.

PALAMONE -
Io credo infatti che non sia possibile
che la nostra amicizia ci abbandoni.

ARCITE -
Non lo potr, fino alla nostra morte;


Entrano, in basso, EMILIA e la sua DONNA


ed anche dopo morti i nostri spiriti
saran fatti condurre in mezzo a quelli
che s'amano in eterno.
(Palamone vede Emilia)
Parla ancora.

EMILIA -
Questo giardino  un mondo di delizie.
Che fiore  questo?

DONNA -
Un narciso, signora.

EMILIA -
Oh, quello era di certo un bel ragazzo;
ma che sciocco ad amare sol se stesso!
Non c'eran forse abbastanza ragazze?(44)

ARCITE -
(A Palamone)
Ti prego, seguita a parlare.

PALAMONE -
(Distrattamente, sempre mirando Emilia)
S.

EMILIA -
(Alla Donna)
O forse erano tutte di cuor duro?

DONNA -
Con uno cos bello, non potevano.

EMILIA -
E tu non lo saresti?(45)

DONNA -
No, signora,
penso che non dovrei.

EMILIA -
Brava, ragazza!
Ma devi stare attenta, tuttavia,
a questa tua bont.

DONNA -
Perch, signora?

EMILIA -
Perch gli uomini sono pazze cose.

ARCITE -
(A Palamone)
Cugino, allora, vuoi continuare?

EMILIA -
(Alla Donna)
Sapresti ricamarli, tu, ragazza,
questi fiori di seta?

DONNA -
S, signora.

EMILIA -
Vorrei un abito tutto trapunto
di questi e di questi altri...  un bel colore,
non credi che starebbe molto bene
su una gonna, ragazza?

DONNA -
Graziosissimo.

ARCITE -
(A Palamone)
Cugino, allora, cugino, che hai?
Allora, Palamone, che ti prende?

PALAMONE -
Arcite, prima di questo momento
mai mi sono sentito prigioniero.(46)

ARCITE -
Perch, che cosa ti succede, amico?

PALAMONE -
(Indicando Emilia)
Guarda e stupisci.  una dea, per il cielo!

ARCITE -
Ah!

PALAMONE -
Riveriscila, Arcite.  una dea.

EMILIA -
(Alla Donna)
Di tutti i fiori credo che il pi bello
sia la rosa.

DONNA -
Perch, gentil signora?

EMILIA -
 il vero simbolo della fanciulla;
quando zefiro dolce l'accarezza,
come pudicamente essa si schiude,
a colorar dei suoi casti rossori
la chiarit del giorno!
E quando il soffio del vento del nord
le si avvicina rude e irrequieto,
come la stessa castit pudica,
essa le sue bellezze
chiude di nuovo dentro il suo bocciolo
e lo nasconde nel rozzesco rovo.(47)

DONNA -
E tuttavia talvolta, mia signora,
questa sua verecondia  s eccessiva,
ch'ella cade per essa... una fanciulla
che veramente tenga al proprio onore,
dovrebbe avere invero ripugnanza
a seguirne l'esempio.

EMILIA -
Sfacciatella.

ARCITE -
(A Palamone)
Ell' meravigliosamente bella.

PALAMONE -
 tutto quanto c' di bello al mondo!

EMILIA -
(Alla Donna)
Il sole si fa alto, rientriamo.
Quei fiori prtali dentro con te;
vedremo come l'arte sia capace
d'avvicinarsi ai loro bei colori.
Ho il cuore allegro, oggi,
e mi sento una gran voglia di ridere.

DONNA -
E io d'andare a letto.(48)

EMILIA -
Con qualcuno?

DONNA -
Questo potr dipendere dai patti,
signora.

EMILIA -
Beh, mettetevi d'accordo.


(Escono Emilia e la Donna)

PALAMONE -
Che pensi, Arcite, di quella belt?

ARCITE -
Penso che  cosa rara.

PALAMONE -
Solo rara?

ARCITE -
S, dico, una bellezza impareggiabile.

PALAMONE -
Non credi tu che un uomo per amarla
possa giungere a perdere se stesso?

ARCITE -
Non so di te, ma - accidenti ai miei occhi! -
io sento d'essermi gi tutto perso!
Adesso sento queste mie catene.

PALAMONE -
Tu l'ami, dunque?

ARCITE -
E chi non l'amerebbe?

PALAMONE -
E la desideri?

ARCITE -
Pi ch'esser libero.

PALAMONE -
Io l'ho vista per primo.

ARCITE -
Questo  niente.

PALAMONE -
Sar qualcosa, invece.

ARCITE -
Anch'io l'ho vista.

PALAMONE -
S, ma non per amarla. Non lo devi.

ARCITE -
Certo, non l'amer come fai tu,
adorandola come s'ella fosse
cosa del cielo e sacra deit;
io l'amo come donna, per goderla;
cos possiamo amarla tutti e due.

PALAMONE -
Tu non la devi amare affatto...

ARCITE -
No?
Perch, cugino, chi potr impedirmelo?

PALAMONE -
Io, che per primo l'ho veduta; io,
che mi sono per primo impossessato
coi miei occhi di tutte quelle grazie
da lei svelate al mondo. Se tu l'ami,
o se soltanto nutri la speranza
di render vani i desideri miei,
Arcite, sei un traditor malvagio
ed un falso individuo, come  falsa
la pretesa che accampi su di lei.
Sangue, amicizia ed ogni altro legame
esistente fra noi io li rinnego,
se soltanto tu ardisci di pensarla.

ARCITE -
Ebbene, l'amo, e l'amerei lo stesso,
se da ci dipendessero le vite
di tutti quelli della mia casata;
l'amo con tutta l'anima.
Se ci sar cagione ch'io ti perda,
ebbene, addio, cugino Palamone!
Non posso che ripeterti che l'amo,
e nell'amarla mi ritengo degno
ed altrettanto libero di farlo,
e d'aver titolo alla sua bellezza,
quanto qualsiasi Palamone o altri

che respiri e che sia nato da donna.(49)

PALAMONE -
E t'ho chiamato amico?

ARCITE -
Amico, s,
ch tale m'hai trovato, Palamone.
Ma perch ti sconvolgi in questo modo?
Parliamo un poco spassionatamente.
Non son io parte del tuo stesso sangue,
della tua anima? M'hai sempre detto
ch'ero io Palamone e tu Arcite.

PALAMONE -
Infatti.

ARCITE -
Ed io non posso andar soggetto
alle stesse passioni, stesse gioie,
pene, rabbie, paure del mio amico?

PALAMONE -
Direi di s.

ARCITE -
Perch agiresti, allora,
con modi cos strani, s contorti,
cos inconsueti a un nobile cugino,
verso l'amore? Di'la verit,
mi consideri indegno di nutrire
la visione di lei?

PALAMONE -
No, ma sleale,
se inseguirla tu vuoi, quella visione!

ARCITE -
Sol perch un altro ha visto per il primo
il nemico, dovrei io restar fermo,
lasciar cader da me l'onore mio
e rinunciar per sempre ad assalire?

PALAMONE -
S, se quell'altro  uno, ed uno solo.

ARCITE -
E se si desse il caso che quell'uno
preferisse combattere con me?

PALAMONE -
Aspetta che quell'uno te lo dica,
e poi agisci in piena libert;
ma se la insegui, che tu sia per me
non diverso da certi maledetti
che odiano la patria e la tradiscono,
un fiore di furfante.

ARCITE -
Tu sei pazzo.

PALAMONE -
E dovr esserlo per forza, Arcite,
fino a tanto che tu me lo imporrai;
la cosa mi riguarda di persona,
e se in questa pazzia, sentimi bene,
io rischier di toglierti la vita,
non avr agito per altra ragione
che per essere ad essa coerente.(50)

ARCITE -
Vergogna, Palamone,
ti stai portando proprio da bambino.
Io l'amo e l'amer; la voglio amare;
la devo amare, devo ed oso farlo,
e tutto ci  legittimo e corretto.

PALAMONE -
Oh, se adesso, se adesso,
tu traditore e questo amico tuo
potessimo trovare la fortuna
d'essere un'ora sola in libert
e d'impugnar le nostre buone spade,
saprei ben io l subito insegnarti
che cosa sia rubar l'affetto a un altro!
Tu sei pi vile in ci d'un tagliaborse.
Prova a mettere ancora la tua testa
fuor da questa finestra,
e, quant' vero che posseggo un'anima,
ci lascio l inchiodata la tua vita!

ARCITE -
Non ci provare, scemo. Non lo puoi.
Sei fiacco. Metter fuori la mia testa?
Ma mi ci getter con tutto il corpo,
e salter addirittura in giardino,
appena la vedr un'altra volta,
per andarmi a piantar sulle tue braccia,
perch tu possa crepare di rabbia.


Entra il CARCERIERE, di sopra

PALAMONE -
Basta adesso, ch viene il carceriere.
Vivr abbastanza per spaccarti il cranio
con queste mie catene.

ARCITE -
Fallo pure.

CARCERIERE -
 permesso?

PALAMONE -
Che c', bravo custode?

CARCERIERE -
Signor Arcite, subito dal Duca...
il perch non lo so.

ARCITE -
Sono a disposizione, carceriere.

CARCERIERE -
Principe Palamone,
devo privarti della compagnia
del tuo nobil cugino, per un poco.

(Escono Arcite e il Carceriere)

PALAMONE -
Ed anche della vita, carceriere,
quando ti piaccia.(51) Ma perch lo chiama?....
Pu essere che la dover sposare...(52)
egli  piacente, e pu darsi che il Duca
abbia notato sia la nobilt
che la prestanza della sua persona.
Ma la sua falsit! Perch un amico
dovrebbe diventare un traditore?
Se ci dovesse procurare a lui
una moglie s nobile e leggiadra,
mai pi non s'innamorino gli onesti.
Vorrei solo vederla un'altra volta
quella belt. Oh, beato giardino,
e pi beati ancora frutti e fiori
che crescete e fiorite rigogliosi
alla luce degli occhi suoi splendenti!
Oh, come vorrei esser, d'ora in poi,
per la gioia di tutta la mia vita,
quel virgulto, quell'albicocco in fiore!
Come vorrei dispiegarmi nell'aria
e lanciare le mie vogliose braccia
al suo balcone! Le porterei frutta
degna d'esser mangiata dagli di!
E in lei, mentr'ella sempre ne gustasse,
raddoppierei giovinezza e piacere,
e se non  divina creatura,
innalzerei s vicina agli di
la natura di lei da impaurirli;
e allora, son sicuro, mi amerebbe.

Rientra il CARCERIERE

Ebbene, carceriere? Dov' Arcite?

CARCERIERE -
 messo al bando. Il Principe Pirtoo
ha ottenuto per lui la libert;
ma, a giuramento e pena della vita,
egli mai pi dovr mettere piede
su questo regno.

PALAMONE -
 un uomo fortunato!
Egli ora potr far ritorno a Tebe
e chiamare alle armi i baldi giovani
che al suo comando andranno come fuoco
all'assalto, ed Arcite avr per s
questa fortuna: osar di meritare
l'amor di lei, a costo di affrontare
una vera battaglia in campo aperto;
e se, malgrado ci, la perder,
sar la prova ch' un freddo codardo.
Quante opportunit gli sono offerte
di dimostrar coraggio e conquistarla;
migliaia, sol perch si chiama Arcite!
Foss'io in libert, com' lui ora,
sarei capace di compiere imprese
di s alta virt, che questa dama,
questa vergine piena di rossore,
dovrebbe prendere natura d'uomo,
per cercar di rapirmi!

CARCERIERE -
Monsignore,
anche per te mi devo scaricare...

PALAMONE -
Scaricarti di che? Della mia vita?(53)

CARCERIERE -
No, di portarti via da questo luogo.
Qui le finestre sono troppo aperte.

PALAMONE -
Che i diavoli si portino coloro
che tanto m'odiano! Ti prego, uccidimi.

CARCERIERE -
Per essere impiccato il giorno dopo?

PALAMONE -
Per questa buona luce, sarei io
ad ucciderti, avessi qui una spada!

CARCERIERE -
Perch, signore?

PALAMONE -
Perch vieni qua
ad annunciarmi, l'una dopo l'altra,
tali schifose e fetide notizie,
che non meriti pi di stare al mondo.
Io di qui non mi muovo.

CARCERIERE -
Ma lo devi, mio nobile signore.

PALAMONE -
Il giardino, da l dove mi porti
potr vederlo?

CARCERIERE -
No.

PALAMONE -
Allora son deciso. Non mi muovo.

CARCERIERE -
Vuol dire che mi toccher costringerti;
e poich sei cos pericoloso,
t'applicher altri ferri.

PALAMONE -
Fallo pure,
buon guardiano: li agiter s forte,
che non riuscirai pi a dormire;
ti metto su una nuova moresca.(54)
Debbo proprio andar via?

CARCERIERE -
Non c' rimedio.

PALAMONE -
Addio, gentil finestra!
Mai rude vento possa farti male.
O mia signora, se mai tu provasti
che cosa sia il dolore,
immagina soltanto com'io soffro.
Andiamo, carceriere, seppelliscimi.

(Escono)



SCENA II - Campagna presso Atene

Entra ARCITE

ARCITE -
Bandito dal suo regno?  un beneficio,
di cui gli devo certo render grazia;
ma bandito dal libero bearmi
di quel viso pel quale mi consumo,
oh, questo  stato un ben crudel castigo,
una morte al di l d'ogni altra morte
che possa immaginarsi, una vendetta
che, fossi pure gi vecchio e malvagio,
non basterebber tutti i miei peccati
a tirarmela addosso.
Palamone, tu sei ora in vantaggio;
tu resti l, dove ogni mattino
potrai veder la luce di quegli occhi
irromper contro quella tua finestra
e trasfonderti vita; ogni mattina
ti nutrirai della soavit
di una nobil bellezza, che Natura
mai super, n mai superer.
O di benigni, qual felicit,
avete riservato a Palamone!
Venti a uno, che arriver a parlarle,
e s'ella  s gentile quanto  bella,
io so che sar sua; egli ha una lingua
capace di ammansire le tempeste
e innamorare le rocce selvagge.
Avvenga quel che pu, la morte  il peggio;
e tuttavia non lascer il paese.
Il mio  solo un mucchio di rovine
ormai, lo so, e l non c' rimedio.
Se vado, lui l'avr. Sono deciso:
debbo mutare faccia e travestirmi,
o porre termine alle mie fortune.
Riesca l'una o l'altra alternativa,
son felice lo stesso; o la vedr
e le star vicino, o sar morto.


Entrano QUATTRO CONTADINI preceduti da un altro
(che non parla) recante una ghirlanda

1 CONTADINO -
Compagni, ci sar, sicuramente.

2 CONTADINO -
Io pure ci sar.

3 CONTADINO -
E cos io.

4 CONTADINO -
Quand' cos, ragazzi, io son con voi.
Al peggio sar solo una sgridata.
Lasciamo in ozio l'aratro per oggi;
domani torner a solleticare
la coda delle rozze.(55)

1 CONTADINO -
Son sicuro di far ingelosire
la mia consorte come una tacchina;
ma che importa? Ci sto, vengo con voi,
e lei borbotti pure quanto vuole.

2 CONTADINO -
Domani notte ti ci sbatti addosso,
e la stipi ben bene,
e vedrai che ogni cosa torna a posto.

3 CONTADINO -
Ma s, mettile in pugno una bacchetta,
e vedrai com' pronta
ad imparare una nuova lezione,
e restar buona! Ci si trova, allora,
tutti insieme per il calendimaggio?

4 CONTADINO -
Ci si trova?... Perbacco, e c' qualcuno
che ci potr impedire di venirci?

3 CONTADINO -
Ci sar Arcade.

2 CONTADINO -
E Rica, e Sennes;
e mai ragazzi seppero danzare
meglio di loro tre di sotto a un albero;
e le ragazze, eh!, le conoscete.
Ma il nostro delizioso reverendo,
il maestro di scuola, ci sar?
Perch  lui che fa tutto, lo sapete.

3 CONTADINO -
Quello si mangia un sillabario intero,(56)
piuttosto che mancare. Andiamo, su,
che ormai le cose sono troppo avanti
tra lui e la figliola del conciaio
per mollar tutto adesso; e la ragazza
dovr vedere il Duca e poi danzare.

4 CONTADINO -
Ci sfreneremo dunque alla goduria?(57)

2 CONTADINO -
I ragazzi di Atene addosso a noi
dovran cacare vento dalle braghe.(58)

(Si mette a ballare)
"Ed io sar di qua,
"ed io sar di l,
"per la nostra citt,
"e poi di nuovo qua,
"e poi di nuovo l".


Oh, oh, ragazzi, evviva i tessitori!(59)

1 CONTADINO -
(Al 4 Contadino)
Quel che tu dici s'ha da far nel bosco.

4 CONTADINO -
Oh, scusa.

2 CONTADINO -
S, cos dice la parte
che s' imparata; dove tocca a lui
parlare al Duca a nome di noi tutti.
Lui nel bosco  qualcosa di magnifico;
portatelo in pianura,
e quello che ha imparato gli svapora.(60)

3 CONTADINO -
Prima vedremo i giochi,
e poi ciascuno al posto di manovra;(61)
e, prima che ci vedano le dame,
cari compagni, facciamo le prove,
subito, senza mettercela tutta,
e Dio sa quel che pu venirne fuori.

4 CONTADINO -
D'accordo; appena terminati i giochi,
attaccheremo noi. Forza ragazzi,
in gamba!

ARCITE -
Con licenza, onesti amici;
dove siete diretti?

1 CONTADINO -
Che domanda!

ARCITE -
Per me che non lo so,  una domanda.

3 CONTADINO -
Ai giochi, amico!

2 CONTADINO -
Dove sei cresciuto,
per non saperlo?

ARCITE -
Non lontano, amico.
E questi giochi si tengono oggi?

1 CONTADINO -
Diamine, e tali che non ne hai mai visti.
Il Duca stesso ci sar, in persona.

ARCITE -
Che genere di giochi?

2 CONTADINO -
Lotta e corsa.
(A parte)
 un bel tipo costui.


3 CONTADINO -
Vieni con noi?

ARCITE -
Non ancora, signore.

4 CONTADINO -
Come vuoi,
prendi il tuo tempo. Su, ragazzi, andiamo!

1 CONTADINO -
Sono preoccupato:(62) questo Tizio,
ha un'anima di fianchi fatti apposta
pel colpo d'anca.(63) Guardate il suo corpo.

2 CONTADINO -
M'impicchino, per, se ci si azzarda;
vada a impiccarsi lui, pappa di prugne!
Lottare quello l? Con quelle natiche
pu arrostirci le uova. Su, ragazzi,
sbrighiamoci ad andare, su, alla svelta!


(Escono i contadini)

ARCITE -
Questa per me  un'opportunit
che mai avrei osato di sperare.
Ho sempre fatto bene nella lotta,
i migliori dicevano benissimo;
e nella corsa sono pi veloce
di quanto mai abbia soffiato il vento
a piegare le spighe maturate
sopra un campo di grano. Tenter,
e mi presenter l camuffato
in disadorna veste;
chi sa che la mia fronte non si cinga
d'alloro vincitore, e la fortuna
non abbia a favorirmi per un posto
dov'io possa restare in permanenza
alla vista di lei?


(Esce)



SCENA III - Una stanza nel carcere di Atene

Entra la FIGLIA del Carceriere, sola

FIGLIA -
Perch dovrei amarlo? Un tal signore
 improbabile che s'affezioni a me,
troppo bassa per lui;
mio padre  solo l'umile guardiano

di questa sua prigione, ed egli  un principe.
Sposarlo  un sogno privo di speranza;
essere la sua amante
 assurdo e senza senso. E dunque basta!
A quali situazioni siamo spinte
noi ragazze, una volta giunte ai quindici!
Al sol vederlo, il primo mio pensiero
fu ch'egli era un bell'uomo; in lui c' tanto
da piacere a una donna - se di darglielo
a lui piacesse - quanto mai questi occhi
hanno visto finora; poi di lui
ho provato piet, come, in coscienza,
credo che avrebbe fatto ogni ragazza,
che mai sogn o promise di concedere
la sua verginit ad un bel ragazzo.
Eppoi l'ho amato, appassionatamente
d'un amore infinito; un suo cugino
era con lui, anch'egli molto bello,
ma nel mio cuore c'era Palamone;
e qual tumulto, ahim, Signore Iddio,
non fa egli regnare in questo cuore!
Che paradiso udire la sua voce
cantar la sera! E son tristi canzoni.
Mai vi fu gentiluomo pi di lui
affabile e garbato nel parlare.
Quando gli porto l'acqua la mattina,
prima inchina la nobile persona,
poi mi saluta con queste parole:
"Bella, gentil fanciulla, buon mattino;
la tua bont ti dia un buon marito".
Un giorno m'ha baciata sulle labbra;
ed io per dieci giorni a queste labbra
ho voluto pi bene... Vorrei tanto
che facesse cos ogni mattina!
 molto triste, ed io non lo son meno
a vederlo cos. Che dovrei fare
perch'egli possa accorgersi che l'amo?
Perch me lo godrei s volentieri...
Se m'arrischiassi a rilasciarlo libero?
Che dispone la legge, in questo caso?
Al diavolo la legge ed i parenti!
Ho deciso di farlo, lo far!
E stanotte o domani m'amer!

(Esce)



SCENA IV - Luogo aperto davanti ad Atene

Breve fanfara di trombe. Grida all'interno. Entrano TESEO, IPPOLITA,
PIRITOO, EMILIA, ARCITE vestito da contadino, con una ghirlanda,
altri contadini e gente del seguito


TESEO -
(Ad Arcite)
Ti sei portato egregiamente; bravo.
Non avevo mai visto, dopo Ercole,
uomo dai muscoli pi forti e saldi.
Qual che tu sia, a correre e a lottare
tu sei quanto di meglio possa esprimere
il nostro tempo.

ARCITE -
Fiero di piacerti.

TESEO -
Quale nazione ti dette i natali?

ARCITE -
Questa, ma in terra assai remota, principe.

TESEO -
Sei di nobil casato?

ARCITE -
Il padre mio cos m'ha sempre detto,
e cos m'ha educato.

TESEO -
Sei il suo erede?

ARCITE -
Il suo minore, Sire.

TESEO -
Un padre fortunato, certamente.
Che cosa prova che sei quel che dici?

ARCITE -
Un po'di tutte quelle qualit
che fanno un nobile:(64) conosco il modo
di tenere un falcone, e dar di voce
ad una muta e incitarla a latrare;
non oso io stesso mettermi a lodare
la mia perizia nell'equitazione,
ma tutti quelli che m'han conosciuto
la dicevano la migliore mia dote;
e infine, e pi importante, ho l'ambizione
che si pensasse a me come a un soldato.

TESEO -
Sei perfetto.

PIRITOO -
Eccellente, in fede mia.

EMILIA -
E cos .

PIRITOO -
(A Ippolita)
Che ne dici, signora?

IPPOLITA -
Lo ammiro; giovane di lui pi nobile
della sua condizione,
non ho mai visto, s'egli ha detto il vero.

EMILIA -
C' da pensar davvero che sua madre
sia stata donna di rara bellezza:
la sua faccia, a vederla, lo proclama.

IPPOLITA -
S, ma il corpo e l'ardente suo carattere
denunciano anche un animoso padre.

PIRITOO -
Notate come la sua nobilt,
come un sole nascosto,
s'irradi dai suoi abiti dimessi.

IPPOLITA -
Nasce bene costui, decisamente.

TESEO -
(Ad Arcite)
Che cos' che t'ha spinto qui, signore?

ARCITE -
Il desiderio, nobile Teseo,
d'acquistar fama e di servire al meglio
delle mie forze la tua dignit,
questa ben meritata meraviglia;
perch alla tua, di tutte l'altre corti,
risiede onore dall'occhio lucente.(65)

PIRITOO -
Tutto quello che dice sa di nobile.

TESEO -
Signore, ci sentiamo molto in debito
per quel ch'hai fatto,(66) ed il tuo desiderio
non rester inappagato. Pirtoo,
disponi tu di questo gentiluomo.

PIRITOO -
Grazie Teseo.


(Ad Arcite)
Chiunque tu sia,
ora sei mio, ed io t'assegner
al pi nobil servizio, a questa dama,
(Indica Emilia)
a questa giovane splendente vergine;
ti prego d'onorar la sua bont.
Hai onorato con le tue virt
il suo bel compleanno,
e come meritata ricompensa
sei suo; baciale la bella mano.

ARCITE -
Nobile dono tu mi fai, signore.
(A Emilia)
Carissima belt, cos consenti
ch'io sigilli la mia giurata fede.
(Le bacia la mano)
Se questo servo, delle tue creature
la meno degna, possa mai far cosa
ch'abbia minimamente a dispiacerti,
digli pur di morire: lo far.

EMILIA -
Sarebbe troppo crudele castigo;
se ben meriterai lo vedr presto.
Sei mio servo; ma io ti tratter
alquanto meglio di questo tuo rango.

PIRITOO -
Provveder a fornirti l'occorrente,
e poich dici d'esser cavaliere,
debbo pregarti questo pomeriggio
di montare; ma  bestia un po'focosa.

ARCITE -
Tanto meglio, la preferisco, principe;
cos non m'impigrisco sulla sella.

TESEO -
(A Ippolita)
Cara, domani al sorgere del sole
devi esser pronta, e cos tu, Emilia,
e tu, amico, e voi tutti,
per fare ossequio al floreggiante Maggio
nel boschetto di Diana.

(Ad Arcite)
Tu, messere,
seguirai l la tua padrona; Emilia,
spero che non dovr seguirti a piedi.

EMILIA -
Sarebbe una vergogna, mio signore,
finch ho cavalli.

(Ad Arcite)
Sceglitene uno,
e di qualunque cosa avrai bisogno
baster solo farmelo sapere.
Se mi servirai bene,
mi troverai, ti posso assicurare,
affettuosa ed amabile padrona.

ARCITE -
E se non lo far, ch'io vada incontro
a quello che mio padre ha sempre odiato,
disgrazia e bastonate.

TESEO -
Avanti, allora,
in sella ed alla testa del corteo;
l'hai meritato. Dev'esser cos:
a te spetta ricevere i tributi
d'onore riservati al vincitore;
sarebbe ingiusto far diversamente.

(A Emilia)
Sorella Emilia, mi si maledica,
ma ti dico che hai un servitore
che, foss'io donna, sarebbe padrone;
ma tu sei saggia.

EMILIA -
Lo spero, signore;
troppo saggia perfino, a tal riguardo.

(Trombe - Escono)



SCENA V - Una corte nel carcere di Atene

Entra la FIGLIA del Carceriere, sola

FIGLIA -
Che ruggiscano pure duchi e diavoli:
egli  libero adesso. Ho corso il rischio,
e l'ho condotto fuori di prigione.
Gli ho detto di recarsi in un boschetto
a circa un miglio da qui, dove un cedro
che svetta la sua chioma sopra gli altri
la spande tutt'intorno come un platano,
presso un ruscello; e l star nascosto
finch gli avr fornito lime e cibo,
ch non  ancora libero dai ceppi.
O amore, quale indomito bambino
sei tu! Mio padre avrebbe fatto meglio
ad osar di affrontare il freddo ferro
piuttosto che dar vita a questo cuore.(67)
Perch io l'amo al di l dell'amore,
oltre ogni limite della ragione,
della saggezza, della sicurt;
e ho fatto in modo ch'egli lo sapesse.
Non me ne importa, sono disperata.
Se la legge mi scopre e mi condanna
per quel che ho fatto, ci saran fanciulle,
ci saran vergini dal cuore puro
che canteranno le mie lodi funebri
e diranno all'universal memoria
quale nobile morte fu la mia,
quasi d'un martire... Lo seguir,
la via che prender sar la mia;
ed egli non sar tanto crudele
da abbandonarmi qui. Se lo facesse,
sar difficile che le fanciulle
possano fare pi fiducia agli uomini.
Eppure non m'ha ancora ringraziata
per ci che ho fatto, no, neppure un bacio,
e questo non mi sembra che sia bene;
anzi ho potuto a stento persuaderlo
a diventar di nuovo un uomo libero,
per tanto scrupolo che si faceva
di recar torto a me e al padre mio.
Spero per che questa mia passione,
quando egli ci abbia meglio riflettuto,
possa allignare in lui con pi radici.
Faccia pure di me quel che vorr,
purch mi tratti con delicatezza;
perch  cos ch'egli dovr trattarmi,
se non vuole sentirmi proclamare,
ed anche in faccia a lui, che non  un uomo.
Ora lo fornir del necessario,
far un pacco di tutte le mie robe
e m'avventurer dovunque sia
un sentiero di terra per il mondo,
purch lui sia con me; accanto a lui
vorr restare sempre, come un'ombra.
Fra un'ora sar qui per la prigione
un putiferio ed io sar a baciare
l'uomo cui essi daranno la caccia.
Addio, mio padre; fa'di procurarti
molti altri prigionieri come lui,
e figlie come me, e in breve tempo
potrai restare nella tua prigione
a custodir te stesso. Ed ora a lui.


(Esce)


ATTO TERZO

SCENA I - Luogo aperto presso Atene

Squilli di trombe da luoghi diversi
Frastuono e grida di gente alla festa del Calendimaggio

Entra ARCITE, solo

ARCITE -
Il Duca e Ippolita si sono spersi;
ciascuno and per un diverso prato.
Questo  un rito solenne
ch'essi tributano al fiorente Maggio,
e gli Ateniesi soglion celebrarlo
con cerimonia quanto mai fastosa.
O Emilia, tu, regina pi del Maggio
vivificante e fresca, tu pi dolce
dei dorati suoi boccioli sui rami
e delle molte variegate gemme
che smaltan le campagne ed i giardini
- s, noi sfidiamo pure al tuo confronto
ogni fiorita sponda onde ogni ninfa
fa apparire di fiori la corrente -
o tu, gioiello del bosco, del mondo,
che d'un luogo fai quasi un paradiso
sol con la tua presenza, oh, potess'io,
io, povero mortale,
introdurmi nella tua fantasia
ed occupare un tuo casto pensiero!
O ventura tre volte benedetta,
quanto assolutamente inaspettata
capitare con una tal padrona!
Dimmelo tu, Fortuna, mia sovrana,
subito dopo Emilia mia sovrana,
fino a che punto potr andarne fiero.
Ella di me si mostra assai sollecita,
mi vuol tenere sempre a lei vicino;
e proprio in questa splendida mattina,
la pi importante di tutte nell'anno,
m'ha regalato un paio di cavalli,
un paio di magnifici destrieri
degni d'esser montati da due re
in un campo nel quale fosse in palio
il loro buon diritto alla corona.
Ahim, ahim, mio povero cugino,
povero Palamone, prigioniero,
tu cos ignaro della mia fortuna
da crederti di me pi fortunato
per essere cos vicino a Emilia;
mi pensi a Tebe, triste ed infelice,
anche se libero. Ma se sapessi
ch'io son cos vicino alla mia donna
da sentire il suo fiato su di me,
risuonar nelle orecchie il suo parlare,
bearmi del suo sguardo... Oh, Palamone,
quale passione non ti rapirebbe!


Entra, come sbucando da un cespuglio, PALAMONE,
in catene, agitando il pugno verso Arcite

PALAMONE -
La mia passione, cugino fellone,
la proveresti adesso su di te,
s'io non avessi addosso queste insegne
della prigionia, e questa mano
potesse appena impugnare una spada.
Per tutti i sacramenti, t'assicuro
che io e la giustizia del mio amore
di te faremmo un traditor confesso,
oh, tu, il pi perfido dei traditori
che mai vestirono gentile aspetto,
il pi vuoto d'onore
che mai s'orn di gentilizio stemma,
il pi falso di tutti i consanguinei.
La dici tua? In queste mie catene,
con queste mani, ancor che prive d'armi,
prover che tu menti per la gola,
e non sei altro che un ladro d'amore,
un rimasuglio di signore, indegno
del nome di villano. Avessi un'arma
e fossi libero da questi ceppi...

ARCITE -
Caro cugino Palamone...

PALAMONE -
Arcite,
falso cugino,(68) rivolgiti a me
chiamandomi con quell'appellativo
ch'hai mostrato di darmi con i fatti.

ARCITE -
Poich dentro la cinta del mio petto
non trovo alcuna bassa qualit
che mi possa far dir rassomigliante
al blasone che tu m'attribuisci,
cos cortesemente ti rispondo:
chi si sbaglia cos sul conto mio
 la passione tua, che, a te nemica,
non pu mostrarsi pur con me gentile.
Per quanto tu non possa riconoscerlo,
io nutro in petto onore ed onest;
ad essi mi conformo, e insieme ad essi,
caro cugino, intendo mantenere
inalterato il corso di mia vita.
Ti piaccia quindi esprimermi, ti prego,
le tue lagnanze in termini cortesi,
poich con un tuo pari  la contesa
che ti fa a me rivale, ed egli intende
risolverla col cuore e con la spada
come s'addice a un vero gentiluomo.

PALAMONE -
Questo non oseresti farlo, Arcite!

ARCITE -
Cugino mio, tu sai fin troppo bene
quanto io osi; m'hai visto usar la spada
anche quando paura sconsigliava.
Son sicuro che non tollereresti
udir da un altro dubitar di me,
ma con lui romperesti il tuo silenzio,
anche se ti trovassi in luogo sacro.

PALAMONE -
Signore,  vero, t'ho visto in azione
in luogo e tempo che testimoniare
potrebbero del tuo viril coraggio;
ho sentito di te sempre parlare
come d'un bravo e ardito cavaliere.
Ma non l'intera settimana  bella
se piove un giorno; la valente tempra
perde chi s'abbandona al tradimento,
e allor combatte come un orso al laccio,(69)
che se fosse slegato, scapperebbe.

ARCITE -
Ti converrebbe pi parlare ad uno specchio,
cos agitato, mio caro cugino,
che non ad uno al quale sei venuto
in gran disdegno.

PALAMONE -
Vieni oggimai qui,
toglimi via di dosso le catene,
dammi una spada, pure arrugginita,
e fammi la cristiana carit
di darmi un po'di cibo.
Dopo vienmi davanti, spada in pugno,
e di'che Emilia  tua, soltanto questo....
io ti perdoner l'offesa fattami,
e la mia vita, se me la torrai;
e quando l'ombre di quei valorosi,
anime che perirono da prodi,
mi chiederan notizie della terra,
altra da me non ne avranno che questa:
che tu sei uomo coraggioso e nobile.

ARCITE -
D'accordo. Adesso tornatene ancora
dietro quel tuo spinoso nascondiglio.
Sotto la protezione della notte,
torner qui con abbondante cibo,
limer via codesti impedimenti;
avrai vestiti e profumate essenze
per uccider l'odor della prigione.
Dopo che ti sarai bene sgranchito,
dimmi soltanto: "Arcite, sono pronto",
e avrai per te una spada e un'armatura.

PALAMONE -
Oh, cieli, si pu esser tanto nobili
e fare s colpevole commercio?
Nessun altro lo pu, se non Arcite;
perci nessuno, all'infuori di Arcite
sa osare tanto.

ARCITE -
Dolce Palamone!

PALAMONE -
T'abbraccio, Arcite, insieme alla tua offerta...
ma lo faccio soltanto per l'offerta,
perch alla tua persona, francamente,
altro di meglio non posso augurare
che il fil della mia spada.

(Suono di corni fuori scena; poi trombe)

ARCITE -
Senti: i corni...
Ti convien rientrar nel tuo rifugio,
dietro il cespuglio, o questo nostro scontro
sar sventato prima dell'inizio.
Dammi la mano, addio;
ti porter tutto quanto ti occorre;
ma, ti prego, fa'cuore e tienti forte.

PALAMONE -
E tu, ti prego, tieni la promessa;
e fa'tutto siccome mio nemico.(70)
Ch certissimamente tu non m'ami;
sii rude, e cessa di versar quest'olio
nel tuo modo di esprimerti con me;
ti giuro per quest'aria che respiro
che ad ogni tua parola

mi vien di darti un ceffone, s forte
 in me il conflitto tra bile e ragione.

ARCITE -
Parole chiare. E tuttavia dispensami
dall'usare un pi rigido linguaggio;
quando sprono il cavallo, non l'insulto;
contento ed ira in me hanno un sol volto.


(Suono di corni da dentro)

Ecco, cugino, chiamano a raccolta
per il banchetto; devi aver capito
ch'io ho un servizio l.

PALAMONE -
Il tuo incarico
non pu piacere al cielo, ed io so bene
ch'esso  stato ottenuto con l'inganno.

ARCITE -
Al contrario, lo fu con pieno titolo.
Sono convinto che questa contesa
tra me e te, come una malattia,
si pu solo curar con un salasso.(71)
Ti chiedo di affidare alla tua spada
la conclusione, e non parlarne pi.

PALAMONE -
Ancora una parola:
tu vai ora a contemplar colei
ch' la mia dama - perch, bada,  mia...

ARCITE -
No, allora...

PALAMONE -
No, ti prego.
Tu parli di portarmi da mangiare,
perch vuoi ristorare le mie forze;
ma ora vai a contemplare un sole
che ristora e rafforza chi lo guarda;
in ci ti prendi su di me un vantaggio;
ma goditelo pure, fino a tanto
ch'io possa imporre il mio rimedio. Addio.


(Escono)



SCENA II - Luogo aperto presso Atene. Notte

Entra la FIGLIA del Carceriere, sola

FIGLIA -
Non ha capito qual era il boschetto
che gli indicavo.  andato per suo conto.
 quasi giorno ormai. Ma non importa;
vorrei che fosse una perpetua notte,
ed il buio signore della terra.


(Un latrare di lupo da dentro)

Senti, un lupo! Ma in me la sofferenza
ha ucciso la paura, e non c' nulla
che pi m'importi, tranne Palamone.
Che mi sbranino i lupi,
purch egli possa avere questa lima!
E se lo richiamassi con la voce?
Gridar non posso; a urlargli come a caccia,
che pu succedere?... Se non risponde,
la mia voce richiamerebbe un lupo,
e gli avrei fatto allora un bel servizio.
Ho sentito per tutta questa notte
strani ululati; e se fosse accaduto
ch'essi l'abbian gi fatto loro preda?
Non porta armi addosso, n pu correre;
il tintinnare delle sue catene
potrebbe richiamar bestie feroci
che per istinto sanno riconoscere
se un uomo  disarmato,
e fiutano dove non c' difesa...
Ci scommetto che l'hanno dilaniato;
erano molti ad ululare insieme,
e l'hanno divorato. Ma ora basta.
Fatti coraggio, e suona la campana.
E dopo che sar di me meschina?
Tutto  finito, s'egli se n' andato.
No, no, che dico mai: per la sua fuga
il padre mio sar messo alla forca,
ed io a mendicare,
se facessi tal conto di mia vita
da negar d'aver fatto quel che ho fatto;
ma non lo far mai,
dovessi andare incontro a mille morti.
Son confusa; non ho toccato cibo
questi due giorni; solo un poco d'acqua.
Non ho dormito; non ho chiuso gli occhi
se non per abbassar le loro palpebre
a spazzarne il salmastro delle lacrime.
Ahim, mia vita, sciogliti
avanti che mi si sconvolga il senno,
ed io possa annegarmi, o pugnalarmi,
o impiccarmi. O mio stato di natura,
crolla, rovina tutto insieme in me,
se i tuoi forti sostegni son piegati!
E adesso dove andr? La via migliore
e pi spedita  quella per la tomba.
Fuori di l, ogni passo  tormento.
Ecco, la luna in cielo  tramontata,
cantano i grilli, il gufo col suo verso
invoca l'alba. Ogni officio  compiuto,
eccetto quello nel quale io fallisco.
Ma questo  il punto: una fine, ed  tutto.


(Esce)



SCENA III - La stessa della scena I

Entra ARCITE, con cibo, vino e lime

ARCITE -
Il luogo dovrebb'esser qui da presso.
Ehi, l, cugino Palamone!

Entra PALAMONE sbucando dal cespuglio

PALAMONE -
Arcite?

ARCITE -
Lui. Ti porto del cibo e delle lime.
Vieni avanti, non devi aver paura,
non c' nessun Teseo qui, Palamone.

PALAMONE -
N alcuno onesto come lui, Arcite.

ARCITE -
Lascia andare; litigheremo dopo.
Coraggio, vieni, non vorrai morire
come una bestia. Qua, signore, bevi,
rifocillati, so che sei infiacchito;
dopo seguiter a parlar con te.

PALAMONE -
Arcite, tu potresti avvelenarmi.

ARCITE -
Potrei, se avessi paura di te.
Siediti, via, da bravo, e sta'tranquillo;
basta con questi tuoi vaneggiamenti;
ora che siam tornati l'un con l'altro
ad esser quelli che eravamo prima,
non ci lasciamo andare
a diverbi da gente sciocca e vile.
Bevo alla tua salute!

(Beve)

PALAMONE -
Fallo pure.

ARCITE -
Siediti allora, e lascia ch'io ti chieda,
sulla tua onest e sul tuo onore,
che pi non sia menzione tra noi due
di questa donna; ci disturberebbe.
Ne avremo tempo.

PALAMONE -
Ebbene, s, d'accordo.

(Beve anche lui)

ARCITE -
Mandane gi un bel sorso; fa buon sangue.
Non senti come ti scongela?

PALAMONE -
Aspetta,
uno o due sorsi ancora, e te lo dico.

ARCITE -
Bevine pure senza parsimonia:
il Duca ne ha dell'altro. Adesso mangia.

PALAMONE -
S.

(Mangia)

ARCITE -
Son contento ch'hai s buono stomaco.

PALAMONE -
Pi contento son io d'aver trovato
s buon cibo da trangugiarci dentro.

ARCITE -
Non  da pazzi, tuttavia, cugino,
prender dimora qui, in selvaggia selva?

PALAMONE -
Per chi ha selvaggia la coscienza, s.

ARCITE -
Son saporite le tue vettovaglie?
La tua fame non ha bisogno, vedo,
d'alcuna salsa.(72)

PALAMONE -
Poco; e se ne avesse,
la tua  troppo aspra, buon cugino.
Che cos' questa carne?

ARCITE -
Cacciagione.

PALAMONE -
Carne lasciva.(73) Dammi ancora vino.

(Arcite gli mesce altro vino)

Arcite, qua, beviamo alla salute
delle ragazze conosciute a Tebe.(74)
La figlia del real sovrintendente...
La ricordi?

ARCITE -
Dopo di te, cugino.(75)

PALAMONE -
Amava un uomo dai capelli neri.

ARCITE -
Infatti. Ebbene, allora?

PALAMONE -
E ho sentito che si chiamava Arcite...

ARCITE -
Ebbene? Via, prosegui.

PALAMONE -
E l'incontrava all'ombra d'un boschetto.
E che faceva l sotto, cugino?
Suonava il virginale?(76)

ARCITE -
Qualche cosa faceva certamente.

PALAMONE -
S, qualcosa che la faceva gemere
per un mese, per due, per tre, per dieci.

ARCITE -
La sorella del gran cerimoniere
ebbe anch'essa, cugino, la sua parte,
se ben ricordo, e se non eran frottole
quelle che si sentivan dire in giro.
Brindi a lei?

PALAMONE -
S.

ARCITE -
 una bella brunetta.
Ci fu una volta che dei giovanotti
erano a caccia... e un bosco, e un grande faggio...
e l tutta una dolce storia, uhmmmmm!

PALAMONE -
Per Emilia, ci giurerei! Buffone,
smettila con quell'allegria forzata!
Per Emilia t' uscito quel sospiro!
Te lo ripeto. Malnato cugino,
osi per primo infrangere l'impegno?

ARCITE -
Sei fuori strada.

PALAMONE -
Pel cielo e la terra,
in te non c' la minima onest.

ARCITE -
Quand' cos, ti lascio;
dentro di te adesso c' una bestia.

PALAMONE -
Mi ci hai ridotto tu, gran traditore.

ARCITE -
Qui c' quanto ti occorre:
lime, camicie ed essenze odorose.
Torner qui tra circa un paio d'ore,
e porter quello che placa tutto.

PALAMONE -
La spada e l'armatura!

ARCITE -
Non temere.
Ora sei troppo su di giri. Addio.
Cerca di trarti via codesti ninnoli;
nulla ti mancher.

PALAMONE -
Messere...

ARCITE -
Basta,
non voglio sentir altro. Arrivederci.


(Esce)

PALAMONE -
Se tiene il punto, morir per esso.


(Esce)



SCENA IV - Luogo aperto presso Atene

Entra la FIGLIA del Carceriere

FIGLIA -
Ho tanto freddo, e in cielo
tutte le stelle sono andate via,
le stelle piccoline,
che paion tanti piccoli lustrini....
Il sole ha visto gi la mia follia.
Palamone! Ahim, no, lui  in cielo!
Ed io dove mi trovo?...
Quello  il mare, laggi; e c' una nave.
Come balla! E c' anche un scoglio
in agguato sott'acqua...
ecco, ecco, ci va a sbattere...
Oh, ecco, ecco, s' aperta una falla,
ed anche grossa... senti come gridano!
Sottovento, ragazzi, sottovento
mettetela, se no perdete tutto;
su con una o due vele di trinchetto,
e virate di bordo... Buona notte,
buona notte, ragazzi, siete andati!...
Ho fame, tanta fame.
Se potessi incontrare un bel ranocchio:
mi farei raccontar le novit
da ogni parte del mondo;
poi mi fabbricherei una caracca
da una conchiglia, e volgerei le vele
ad est-nord-est fino al Re dei Pigmei,
che sa leggere bene l'avvenire.
Mio padre adesso, venti contro uno,
che lo issano su in un batter d'occhio
domani all'alba; io non dir niente.

(Canta)
"Perch io taglier
"il mio vestito verde
"un palmo sul ginocchio
"e poi mi scorcer
"queste bionde mie ciocche
"d'un dito sotto l'occhio,
"l, l, lallarall.
"Mi comprer un castrone
"bianco, per cavalcarlo,
"io per ogni regione
"cavalcher a cercarlo,
"l, l, lallarall.

Oh, s'avessi ora, come un usignolo,
una spina da premerci su il petto,(77)
se no, io m'addormento come un picchio.(78)

(Esce)



SCENA V - La stessa

Entra GERALDO, maestro di scuola, con sei CONTADINI,
uno vestito da babbuino, e cinque FOROSETTE; poi un TAMBURINO

GERALDO -
Ah, vergogna, vergogna,
quale noiosit e stramatteria
dimora in mezzo a voi!
Per quanto tempo i rudimenti miei
vi sono stati detti e ripetuti
spremuti nel cervello,
e, per metafora, perfino il brodo
e il midollo del mio intendimento
servito a tavola? E voi a chiedere
ancora il "Come", il "Dove" e il "Perch"!
Voi teste della pi ruvida stoffa,
teste di cotonazzo genovese,(79)
ho detto "Cos lascia", e "Lascia l",
e "Poi lascia", e nessuno mi capisce?
Pro deum, medius filius,(80)
siete tutti una massa d'imbecilli!(81)
Insomma, io sto qui; qua viene il Duca,
l state voi, nascosti nel boschetto.
Il Duca appare, io gli vado incontro,
e gli scodello un discorso sapiente,
ricamato con molte allegorie;
lui sente, ed annuisce, borbottando,
e poi grida: "Bellissimo!", ed io seguito;
infine butto in aria il mio berretto,
e a questo punto, attenti!, tocca a voi
come fecero un tempo Meleagro
e il cinghiale:(82) irrompete bellamente
innanzi a lui; da veri innamorati
vi metterete bellamente in fila,
e dolcemente, secondo figura,
passetterete e giravolterete.

1 CONTADINO -
E dolcemente noi cos faremo,
Mastro Geraldo.

2 CONTADINO -
Raduniamo dunque
la comitiva. Dov' il tamburino?

3 CONTADINO -
Ehi, Timoteo!

TIMOTEO -
Son qui, pazzerelloni!
Eccomi a voi!

GERALDO -
Ma dove son le donne?

4 CONTADINO -
Eccole: Francolina, Maddalena...

2 CONTADINO -
E la Lucetta dalle gambe bianche,
e Barbarella, la superdotata.

1 CONTADINO -
E qui Nellina, la lentigginosa,
sempre immancabile al suo cavaliere.

GERALDO -
Ragazze, dove son le vostre gale?
Ondeggiate leggiadre con il corpo,
e mantenetevi dolci e leggere,
ed ogni tanto fate un bell'inchino,
ed un saltello.

NELLA -
Fate fare a noi.

GERALDO -
E dove sono gli altri musicanti?

3 CONTADINO -
Sparpagliati, secondo che ordinasti.

GERALDO -
Disponetevi allora a due a due,
e vediamo cos che cosa manca.
Dov' il nostro babbuino?... Amico mio,
la coda portala senza sconcezze,
o scandalizzi le dame; e sta'attento
a saltar con audacia e con coraggio,
e quando devi fare il verso tuo,
squittisci con giudizio.

BABBUINO -
S, signore.

GERALDO -
Quousque tandem!(83) Qui manca una donna!

4 CONTADINO -
Andiamo male; qui va tutto all'aria.(84)

GERALDO -
Abbiamo, come dicon gli scrittori,
lavato un embrice,(85) siam stati fatuus,(86)
e faticammo senza risultato.

2 CONTADINO -
Questa  quella smorfiosa,
quella specie di scorfano scorbutico,
che avea promesso sulla sua parola
di venire: la figlia del sartore,
Cecilia... il prossimo paio di guanti
che le dar saran pelle di cane!
Eh, se mi frega ancora... Dillo tu,
Arcade, se non lo giur sul vino
e sul pane che ci sarebbe stata!

GERALDO -
Donne ed anguille, dice un gran poeta,
se non le tieni strette per la coda
e coi denti, ti sgusceranno via.
Questo, in tempi di buona educazione,
sarebbe stato un falso sentenziare.

1 CONTADINO -
Che la colga la febbre scarlattina!
Si tira indietro, adesso?

3 CONTADINO -
Allora, che si fa, signor maestro?

GERALDO -
Niente di niente; ormai il nostro piano
ridotto a una vera nullit;
s, dolente e pietosa nullit.

4 CONTADINO -
Adesso, che l'onor del nostro borgo
 in palio, adesso fa la permalosa,
e piscia sulle ortiche! Va'in malora!
Me la ricorder. Sta'attenta a te!


Entra la FIGLIA del Carceriere, cantando

FIGLIA -
"La 'George Alow'dal sud veni -a
"dalle coste della Barbari-a;
"la vennero a incontrar belle fregate
"a una, a due, a tri-a;
"evviva, evviva, le belle fregate,
"per dove veleggiate?
"Oh, qualcuno mi faccia compagni-a,
"infino a casa mi-a.... C'eran tre allocchi
"che litigarono per un gufino;
"il primo disse: ' un gufo',
"ma l'altro disse: 'No',
"il terzo disse: ' un falco',
"e cos le campane gli tagli".

3 CONTADINO -
Ecco una deliziosa matta, mastro,
viene proprio a proposito,
matta come una lepre marzolina.(87)
Se riusciamo a insegnarle a far la danza,
siamo di nuovo a posto; ci scommetto
che far le pi belle giravolte.

1 CONTADINO -
Una matta? Ragazzi, siamo a posto!

GERALDO -
Sei matta, buona donna?

FIGLIA -
Guai a me
se non lo fossi. Qua, dammi la mano.

GERALDO -
Perch?

FIGLIA -
Ti voglio legger la fortuna.
Sei uno scemo... Conta fino a dieci.
L'ho messo in imbarazzo... Brrrr! Amico,
non devi pi mangiare pane bianco;
i denti ti sanguineranno a morte,
se lo farai. Balliamo, allora, eh?
Io ti conosco: sei uno stagnino;
messer stagnino, non tappar pi buchi
di quelli che dovresti.

GERALDO -
Io stagnino, ragazza?

FIGLIA -
Oppure, forse, sei un negromante;
fammi apparire un diavolo,
fagli suonar "Chi passa, belle e buone".(88)

GERALDO -
(Ai Contadini)
Prendetela con voi, e con le buone
persuadetela. Et opus exegi,
quod nec Jovis ira nec ignis...(89) Avanti,
attaccate e guidatela alla danza.

2 CONTADINO -
Vieni, ragazza, che t'insegno i passi.

FIGLIA -
Conduco io.

3 CONTADINO -
Va bene, avanti, avanti.

GERALDO -
Con persuasione e astuzia! Via ragazzi!

(Suoni di corni da dentro)

Sento i corni; lasciatemi un momento
a pensare, ed attenti al mio segnale
per attaccare.

(Escono tutti tranne Geraldo)

Ispirami tu, Pallade.


Entrano TESEO, PIRITOO, IPPOLITA,
EMILIA, ARCITE e seguito

TESEO -
Il cervo ha preso questa direzione.

GERALDO -
Sostate, e resterete edificati!

TESEO -
Che abbiamo qui?

PIRITOO -
Sicuramente, Sire,
un qualche rustico trattenimento.

TESEO -
Bene, amico, procedi, a edificarci.
Dame, sedete; e staremo a vedere.


(Vengono recati una sedia e degli sgabelli;
le dame siedono)

GERALDO -
Tu, valoroso Duca, ave e salute;
ave e salute a voi, gentili dame!

TESEO -
 piuttosto freddino come inizio.(90)

GERALDO -
Se ci prestate un poco di indulgenza,
il nostro rustico trattenimento
 fatto. Siamo in pochi qui raccolti
di quelli che la lor parlata rozza
distingue come gente di contado.
E, a dire il vero, e senza contar favole,
siamo qui un'allegra comitiva,
o altrimenti una frotta, una congrega,
oppure, per figurazione, chorus,
che qui dinanzi alla tua dignit
una danza moresca danzer.
Ed io, che son di tutto il promotore,
per il mio titolo di pedagogus,
che fo calar la sferza sulle braghe
dei pi piccini, e umilio con la ferula
i pi grandi, presento questa macchina,
ovverossia quest'intrattenimento,
e tu, grazioso Duca, la cui fama
da Dite a Dedalo alta e fatale
risuona fuor di qua da un capo all'altro,(91)

ascolta me, tuo gramo ben-volente,
e l'ammiccante sguardo dei tuoi occhi
volgi a destra e davanti a questo "Mor"
cui segue "esca", che incollti insieme
fanno "Moresca",(92) e cio la ragione
per la quale noi siamo qui venuti,
centro del nostro gioco e d'assai studio.
Io compaio per primo,
bench ruvido, grezzo e limaccioso,
a pronunciare al tuo nobil cospetto
questo discorso, ai tuoi nobili piedi
devotamente offrendo il mio scrittoio;
dopo di me vedrete Messer Maggio
e Monna Luce,(93) con la cameriera
ed il famiglio che, notturnamente,
si cercano un discreto nascondiglio
dietro un arazzo; poi verr il mio oste
con la grassa consorte, che, a sue spese,
accoglie lo sfiancato viaggiatore,
e con un muto cenno della testa
informa il suo garzone sturabotti
di ravvivare il conto; quindi il villico,
mangiator di colostro;(94) e poi il buffone,
il babbuino con la lunga coda
ed un lungo strumento in sovrappi,
cum multis aliis che faran la danza.
Di's, e verranno avanti tutti insieme.

TESEO -
S, s, senz'altro, domine.

PIRITOO -
Avanzate.

GERALDO -
Intrate, filii! E forza con i piedi.


(Batte le mani, al cui cenno i danzatori entrano, mentre la musica attacca un tempo di danza indiavolato, e tutti cominciano a danzare)(95)

GERALDO -
(Appena finita la danza)
Donne, se siamo stati divertenti
e questa nostra cosa v' piaciuta,
ed una cosa gi e un'altra su,
il sottoscritto buffone non fu;
Duca, se pure a te siamo piaciuti,
e da bravi ragazzi abbiam danzato,
dacci soltanto pel Calendimaggio
uno, due alberi, e noi, di nuovo,
prima che sia trascorsa un'altra annata
faremo rider tutta la brigata.

TESEO -
Prendine quanti te ne pare,(96) domine.


(A Ippolita)
Ebbene, come va la mia dolcezza?

IPPOLITA -
Mai cos divertita, mio signore.

EMILIA -
La danza era eccellente, e quanto al prologo
non ne ho sentito mai uno migliore.

TESEO -
Ti ringrazio, maestro.

(A quelli del seguito)
Si provveda a che sian tutti pagati.

PIRITOO -
(A Geraldo)
Qui c' di che adornare il vostro albero.(97)

TESEO -
Ed ora riprendiamo i nostri svaghi.

GERALDO -
E che il cervo del quale vai a caccia
ti sia facil bersaglio,(98) e che i tuoi cani
siano veloci e forti nell'azione,
e l'uccidano senza impedimenti,
e mangino le dame le sue carni.

(Suono di corni - Escono Teseo, Piritoo,
Ippolita, Emilia, Arcite e seguito)

C' andata bene. Dii deaeque omnes,(99)
danzaste ottimamente, ragazzotte.


(Escono)



SCENA VI - La stessa

Entra PALAMONE, uscendo dalla boscaglia

PALAMONE -
Mio cugino m'aveva assicurato
che a quest'ora sarebbe stato qui
con due spade e due solide armature;
se manca, non  uomo n soldato.
Quando s'allontan dalla prigione
non pensavo che in una settimana
avrei potuto riprender le forze,
tanto ero abbattuto e indebolito.
Arcite, ti ringrazio, sei comunque
un leale avversario;
ed io mi sento cos rinfrancato,
da poter affrontare ora ogni rischio.
Rimandare pi a lungo il nostro scontro
farebbe dire al mondo,
quando lo fosse venuto a sapere,
ch'io volessi, per battermi con te,
indugiare per mettermi all'ingrasso
come un maiale, e non come un soldato.
Perci questa radiosa mattinata
sar l'ultima; ed io con quella spada
ch'egli mi porter, se non si spezza,
l'uccider, com' giusto che sia.
E siano miei cos fortuna e morte.

Entra ARCITE con armature e spade


Oh, buongiorno.

ARCITE -
Buongiorno a te, cugino.

PALAMONE -
Arcite, t'ho arrecato troppo scomodo...

ARCITE -
Mai troppo, bel cugino,  tutto quello
ch' un debito d'onore ed un dovere.

PALAMONE -
Magari ti mostrassi tale in tutto!
Potrei sperare di trovare in te
tale gentil parente
quale tu mi costringi a riconoscerti
benefico nemico; i miei abbracci
pi che i miei colpi ti ringrazierebbero.

ARCITE -
Gli uni e gli altri, se ben somministrati,
saran sempre per me nobil compenso.

PALAMONE -
Vedr allora di pareggiare il conto
e di saldarti come tu desideri.

ARCITE -
Sfidami in questi termini garbati,
e mi ti mostrerai pi che un amante;
bando all'ira, s' vero che ti  cara
ogni cosa che sia cavalleresca!
Noi non fummo educati a far sermoni;
armati che saremo, entrambi, e in guardia,
si scateni da noi furia violenta,
somigliante al cozzar di due maree,
e allora si vedr, rapidamente,
a chi spetti di noi, a me o a te,
per diritto di primogenitura(100)
il patrimonio di questa bellezza;
e ci senza corrucci, senza scherni,
senza improperi ed altri imbronciamenti,
pi adatti a ragazzine e scolaretti.
Vuoi dunque armarti subito, cugino?
O no? Se non ti senti ancora pronto,
e fornito della tua vecchia forza,
aspetter, cugino, ed ogni giorno
ti riconforter nella salute,
appena trovo un po'di tempo libero.
Perch alla tua persona io sono amico,
e vorrei tanto non averti detto,
per la mia vita,(101) di amar quella donna;
ma poich l'amo, e devo far giustizia
all'amor mio, non posso rinnegarla.

PALAMONE -
Arcite, tu sei tanto coraggioso
come rivale, che nessun altr'uomo
all'infuori di questo tuo cugino
sarebbe meritevole di ucciderti.
Io son forte e ardito. Scegli l'arma.

ARCITE -
Preferisco la scelga tu, signore.

PALAMONE -
Vuoi tu essermi superiore in tutto,
o fai cos per far ch'io ti risparmi?

ARCITE -
Se pensi questo, cugino, ti sbagli;
ch, com' vero che sono un soldato,
non ti risparmier.

PALAMONE -
Parole sante.

ARCITE -
E lo vedrai.

PALAMONE -
Ed io, per com' vero
che sono un uomo giusto e innamorato,
con tutta la giustizia dell'amore
ti pagher a dovere. Prendo questa.
(Sceglie l'armatura)

ARCITE -
E questa  mia. Armer te per primo.

PALAMONE -
D'accordo, fallo. Ma dimmi, cugino,
dove hai preso quest'ottima armatura?

ARCITE -
 del Duca. Per dir la verit,
gliel'ho rubata... Non ti stringe troppo?

PALAMONE -
No. Va bene.

ARCITE -
Non  troppo pesante?

PALAMONE -
Ne ho indossate, s, di pi leggere,
ma sapr far buon uso anche di questa.

ARCITE -
L'allaccio stretta?

PALAMONE -
S, quanto pi puoi.

ARCITE -
Non t'interessa un grande pettorale?

PALAMONE -
No, no, non ci serviamo di cavalli.
O forse preferisci un tale scontro?

ARCITE -
M' indifferente.

PALAMONE -
E cos a me, cugino.
Da bravo, stringimi bene la fibbia.

ARCITE -
Naturalmente.

PALAMONE -
E adesso dammi l'elmo.

ARCITE -
Senza bracciali ti vuoi cimentare?

PALAMONE -
Sar pi sciolto.

ARCITE -
Metti per i guanti.
Quelli sono scadenti. Prendi i miei,
ti prego, buon cugino.

PALAMONE -
Grazie, Arcite.
Come ti sembro? Molto dimagrito?

ARCITE -
Assai poco, per dir la verit;
l'amore ti ha trattato con riguardo.

PALAMONE -
Ti garantisco che colpir forte.

ARCITE -
Fallo, senza risparmio, buon cugino;
ed io, vedrai, te ne dar motivo.

PALAMONE -
Ed ora a te.
(Si accinge ad armare Arcite)
Questa tua armatura
mi pare molto simile a quell'altra
che indossavi quel giorno che i tre re
caddero in guerra, solo pi leggera.

ARCITE -
Quella era molto buona, ed in quel giorno,
ricordo bene, tu mi superasti,
cugino; mai non vidi un tal valore;
fu quando ti lanciasti a tutta carica
contro l'ala sinistra del nemico;
io spronai forte per venirti dietro,
ed ero in sella a un ottimo destriero.

PALAMONE -
Ottimo, s, un bel baio, mi rammento.

ARCITE -
Ma ogni sforzo fu vano, perch tu
correvi cos forte avanti a me,
che non mi fu possibile raggiungerti
nemmeno col pensiero.
Tuttavia qualche cosa feci anch'io,
per solo spirito di emulazione.

PALAMONE -
Per coraggio, piuttosto; sei modesto,
cugino.

ARCITE -
Quando vidi la tua carica,
mi parve udire un fragoroso tuono
rimbombare al disopra della truppa.

PALAMONE -
Prima ancora per era balenata
la folgore del tuo valore, Arcite.
Fermo un momento; non  troppo stretto
questo pezzo per te?

ARCITE -
No, no,  perfetto.

PALAMONE -
Vorrei che niente, fuor che la mia spada,
t'offendesse; sarebbe disonore
anche un livido.

ARCITE -
Adesso sono a posto.

PALAMONE -
Discostiamoci allora. Toh, la spada,
prendi la mia; la ritengo migliore.

ARCITE -
No, grazie. Tienla tu; perch da essa
dipende la tua vita. Eccone una:
basta che regga, non le chiedo pi,
per l'avverarsi delle mie speranze.
La mia causa e l'onore mi proteggano!

PALAMONE -
E me il mio amore.

(S'inchinano in diverse direzioni, poi
avanzano allontanandosi, e si fermano)

ARCITE -
C' altro da dire?

PALAMONE -
Questo soltanto e basta:
Arcite, tu sei il figlio di mia zia,
ed il sangue che ci accingiamo a spargere
il mio fratello al tuo, il tuo al mio;
io ho in mano la spada; se m'uccidi,
sia gli di che io ti perdoniamo.
Se c' luogo disposto a dare asilo
a coloro che dormon nell'onore,
possa l'anima stanca di chi cade
approdarvi. Combatti bravamente,
e porgimi la tua nobile mano.

ARCITE -
Eccola, Palamone. Questa mano
mai pi ti toccher con tanto affetto.


PALAMONE -
Ti saluto.

ARCITE -
Se cado, maledicimi,
e di'ch'ero un codardo, ch i codardi
muoion soltanto in queste giuste prove.
Ancora addio, cugino.

PALAMONE -
Addio, Arcite.

(Combattono. Suoni di corni all'interno. Si fermano)

ARCITE -
Ah, cugino, la nostra insensatezza
ci ha perduti!

PALAMONE -
Perch?

ARCITE -
Questo segnale
 il Duca, a caccia, come gi ti dissi;
se ci trovano qui, siamo perduti!
Oh, per l'onore e per la tua salvezza,
nasconditi di nuovo tra i roveti
senza indugio; di tempo per morire
ne troveremo a sufficienza dopo.
Se ci vedono, nobile cugino,
ci uccidono all'istante, tutti e due:
te, per esser evaso di prigione;
e me, se tu rivelerai chi sono,
per infrazione al decreto di bando;
e tutto il mondo ci disprezzer,
dicendo che una nobile contesa
riducemmo a meschina conclusione.

PALAMONE -
No, no, cugino, pi non mi nascondo,
n voglio rinviare ad altra prova
questa grande avventura.
Vedo bene il tuo trucco e il tuo movente.
Chi si ritrae, sia disonorato!
In guardia, via! Difenditi!

ARCITE -
Sei matto?

PALAMONE -
Voglio far mio il vantaggio dell'ora
e temo meno qualsiasi minaccia
che l'incerta fortuna. Non scordarti
smidollato cugino, che amo Emilia,
e sotto questo amore
seppellir con te ogni altro ostacolo.

ARCITE -
Ebbene, avvenga allora quel che pu,
Palamone; vedrai come per me
cercar la morte sia facile sfida
come il parlare o il sonno;
sol questo mi spaventa: che la legge(102)
ci privi di una morte con onore.
A te! Bada a difender la tua vita!

PALAMONE -
E tu bada a difendere la tua!


(Riprendono a battersi. Suono di corni all'interno)


Entrano TESEO, IPPOLITA, EMILIA, PIRITOO e seguito

TESEO -
Quali malvagi e pazzi traditori
siete voi, che ignorando le mie leggi
vi battete cos, da cavalieri
in tutto armati, senza il mio consenso,
e senza araldi d'arme?(103)
Per Castore, sarete messi a morte!

PALAMONE -
Ed io ti prendo in parola, Teseo.
Traditori noi siamo, certamente,
entrambi spregiatori di tue leggi
e della tua bont. Io, Palamone,
incapace di amarti, son colui
che evase dalla tua prigione - e questo
sai bene che comporta - e questo  Arcite;
mai pi falso e sfrontato traditore
calpest questo suolo,
uno pi falso mai si finse amico;
questi  l'uomo per cui fu chiesta grazia,
e fu bandito, ed egli in spregio a te
e a ci che tu decreti, in queste vesti,
contravvenendo alla tua decisione,
si trova al seguito di tua cognata,
quella benefica splendente stella,
la bella Emilia, il cui servo devoto
- se c' un diritto in chi primo la vide
e primo le don la propria anima -
son io, che, in pi, osa pensarla sua.
D'un tale tradimento ora a rispondere
io, da fedele amante, l'ho chiamato;
e se tu sei, come tutti ti dicono,
magnanimo e virtuoso, arbitro vero
ed equanime d'ogni controversia,
di'soltanto: "Battetevi di nuovo",
e mi vedrai, Teseo, dispensatore
di tal giustizia che m'invidierai.
Dopo, prenditi pure la mia vita;
io stesso ti supplicher di farlo.

PIRITOO -
O cielo, costui vale pi d'un uomo!

TESEO -
Ho giurato.

ARCITE -
Teseo, noi non cerchiamo
un tuo sospiro di misericordia.
Per me morire  cosa tanto semplice
quanto per te pronunciar la sentenza,
non ne sar commosso pi di tanto.
Ma poich mi si chiama traditore,
consentimi di dire almeno questo:
se tradimento c'
nell'amare e servir con devozione
una eccelsa bellezza come questa,
com'io l'ami al disopra d'ogni cosa,
e a questo amor fedele morir,
come ho rischiato qui la vita mia
a confermarlo, come l'ho servita
in piena lealt e devozione,
come son pronto a uccidere
questo mio consanguineo che lo nega,
chiamami pure grande traditore,
e mi farai contento.
Quanto all'aver violato il tuo decreto,
Duca, chiedi tu stesso a questa dama
perch  s bella e perch i suoi occhi
m'impongon di restare qui ad amarla;
e s'ella mi dichiara "traditore",
allora s, sono uno scellerato,
degno di morte senza sepoltura.

PALAMONE -
Sarai pietoso a entrambi noi, Teseo,
se per nessuno mostrerai merc.
Chiudi, poich sei giusto,
avverso a noi il tuo nobile orecchio;
concedi a noi, poich sei valoroso,
per l'anima del tuo grande cugino,(104)
al ricordo del quale fan corona
le sue tremende dodici fatiche,
di morir nello stesso istante, Duca;
fa'solo ch'egli cada avanti a me
per un soffio, ch'io abbia solo il tempo
di sussurrarmi ch'egli non l'avr.

TESEO -
Soddisfer questo tuo desiderio,
perch, per dire il vero, tuo cugino
 dieci volte di te pi colpevole;
ha ricevuto da me pi clemenza
di quanta ne trovasti tu, signore,
le cui colpe non erano maggiori.
Che nessuno ora parli qui per loro;
entrambi, prima che tramonti il sole,
s'addormiranno nell'eterno sonno.

IPPOLITA -
Ah, sventura! Sorella, ora o mai pi
parlagli tu, ch'ei non ti faccia niego;
o codesta tua faccia
dovr soffrire le maledizioni
nei secoli, per esser stata causa
della rovina di questi cugini.

EMILIA -
Sulla mia faccia, sorella mia cara,
io non trovo n ira n rovina
per loro; la sventura che li uccide
essi la portano negli occhi loro;(105)
ma tuttavia poich voglio esser donna
e misericordiosa, i miei ginocchi
affonderanno in terra avanti a lui,
fintanto che non otterr merc.
E tu aiutami, sorella cara,
a compiere una s virtuosa azione;
tutte le donne saranno con noi.


(Emilia e Ippolita s'inginocchiano a Teseo)

Molto regal fratello...

IPPOLITA -
Mio signore,
pel maritale nodo che ci unisce...

EMILIA -
... in nome del tuo onore senza macchia...

IPPOLITA -
... per quella fede, quella bella mano
e quell'onesto cuore che m'hai dato...

EMILIA -
... per la piet che aspetteresti in altri
per te, per le infinite tue virt...

IPPOLITA -
... pel tuo valore, e per le caste notti
gioite insieme...

TESEO -
Strane implorazioni
son queste.

PIRITOO -
S, ed io mi unisco a loro,
per la nostra amicizia, mio signore,
per i molti perigli insieme corsi,
per tutto ci che t' pi caro al mondo,
le guerre e questa dolce creatura...

EMILIA -
... per tutto ci che non avresti osato
di negare ad una pudica vergine...

IPPOLITA -
... per gli occhi tuoi, Teseo; per quella forza
onde tu mi giurasti superiore
ad ogni donna, e quasi a tutti gli uomini,
ed alla quale pure ho rinunciato...

PIRITOO -
Ed io, per coronare tutto questo,
ti chiedo, per la tua anima nobile
cui non pu difettar giusta clemenza...
d'aver piet...

EMILIA -
Piet per questi principi.

TESEO -
Voi fate vacillar la mia parola.
S'io dovessi provare compassione
per entrambi, diciamo, che fareste?

EMILIA -
Ad entrambi la vita, con l'esilio.

TESEO -
Sei proprio donna, sorella; hai piet,
ma ti difetta il senso d'impiegarla.
Se tu desideri lasciarli vivere,
devi inventare un modo pi sicuro
che la lor messa bando;
come possono viver questi due,
se tormentati da uno stesso amore,
senza cercar di uccidersi a vicenda?
Si batterebbero per te ogni giorno,
ogni ora metterebbero il tuo onore
in aperta contesa con le spade.
Sii saggia, quindi, e non pensarci pi;
ne va in egual misura del tuo credito
e del mio giuramento.
Ho detto ch'essi devono morire;
 meglio ch'essi cadan per la legge,
piuttosto che per mano l'un dell'altro.
Non costringermi a fletter l'onor mio.

EMILIA -
Quel giuramento, nobile fratello,
ti venne in bocca in un momento d'ira;
la tua ragione non pu confermarlo.
Se certi voti fossero espressione
di vera e genuina volont,
il mondo intero dovrebbe perire.
Io tengo in serbo un altro giuramento
che tu m'hai fatto, ch' contrario a questo,
e che vale di pi perch son certa
che tu l'hai pronunciato con pi amore,
non gi nell'impeto della passione,
ma con buon animo.

TESEO -
Quale, sorella?

EMILIA -
Che non m'avresti mai negato nulla,
purch fosse onorevole richiesta,
e fosse in tuo potere di accordarmelo.
Ora t'impegno a questa tua parola;
se non la manterrai, pensa soltanto
come il tuo onore ne uscirebbe zoppo
e come anche - giacch, signore mio,
adesso che mi son decisa a chiedere
da mendicante, sono sorda a tutto
fuorch alla tua clemenza - la lor fine
potrebbe generare maldicenza
e rovina alla mia reputazione.
Dovr dunque perire a causa mia
ogni cosa che a me porti affezione?
Sarebbe una saggezza disumana;
potano forse gli uomini quei rami
giovani e dritti che alla lor stagione
s'infiorano di mille bocci rossi,
pensando ch'essi possano corrompersi?
Duca Teseo, le buone genitrici
che li hanno partoriti con dolore,
le desiose vergini fanciulle
che li hanno amati, e saran chi sa quante,
se tu sei fermo nel tuo giuramento,
malediranno me e la mia bellezza,
e nelle funebri lor salmodie
per la morte di questi due cugini
malediranno la mia crudelt
e grideran su me la malasorte,
fintanto ch'io non sia ridotta ad essere
nient'altro che lo scherno delle donne.
Per il cielo, risparmia lor la vita,
e bandiscili.

TESEO -
A quali condizioni?

EMILIA -
Che giurino di non far pi di me
tra loro due oggetto di contesa,
di nemmeno sapere pi chi sono;
di metter piede pi nel tuo ducato,
e di restare estranei l'uno all'altro,
per sempre, ovunque andranno.

PALAMONE -
Ch'io sia tagliato mille volte a pezzi
prima di fare un tale giuramento!
Dimenticar di amarla? O di, voi tutti,
ricopritemi allora di disprezzo!
Se tu ci metti al bando, mi sta bene,
perch potremo portare con noi
liberamente sia le nostre spade
e sia la causa che ci fa rivali;
altrimenti non esitare, o Duca,
a toglierci la vita. Amare io devo,
amare voglio, s, e per questo amore
devo cercar di uccider mio cugino
in ogni angolo di questa terra.

TESEO -
Tu accetti, Arcite, queste condizioni?

PALAMONE -
 un vile, se lo fa!

PIRITOO -
Questi son uomini!

ARCITE -
No, Duca, mai; aver s ignobilmente
salva la vita  per me peggior cosa
che mendicare. Ancor ch'io sia convinto
di non potermela giammai godere,
serber tuttavia dentro di me
l'onore dell'affetto,
e sar pronto a morire per lei,
sia pur la morte un supplizio d'inferno.

TESEO -
Che cosa si pu fare?
Perch comincio a provar compassione.

(Le donne si alzano)

PIRITOO -
Fa ch'essa non ti venga meno, Sire.

TESEO -
Emilia, dimmi: se uno dei due,
come dovrebbe, fosse messo a morte,
prenderesti tu l'altro per marito?
Tutti e due non ti possono godere.
Entrambi sono principi,
e sono belli come gli occhi tuoi,
entrambi sono nobili
come mai fama n'abbia celebrati;
guardali bene, e se senti di amare,
poni termine a questa lor contesa.
Io ti do il mio consenso;
siete anche voi su ci d'accordo, principi?

PALAMONE e ARCITE -
Con tutta l'anima.

TESEO -
Dovr morire,
dunque quello che lei rifiuter.

PALAMONE e ARCITE -
Qualsiasi morte potrai tu inventare!

PALAMONE -
Per me, morte felice sar quella
che avr da quella bocca, se l'avr;
e gli amanti che ancora devon nascere
verranno a benedire le mie ceneri.

ARCITE -
Se mi rifiuta lei, sar la tomba
la sposa mia, e canteran soldati
il mio epitaffio.

TESEO -
Ebbene, Emilia, scegli.

EMILIA -
Non posso, Sire, sono tutti e due
troppo perfetti; non un sol capello
si torcer giammai a questi due
per causa mia.

IPPOLITA -
Che si far di essi?

TESEO -
Cos io ordino, e, sul mio onore,
resti di nuovo cos stabilito,
o moriranno entrambi:
voi tornerete nel vostro paese,
e in capo a un mese ciascuno di voi,
accompagnato da tre cavalieri,
apparir di nuovo in questo luogo
sul quale intanto avr fatto innalzare
una piramide; e quello dei due
che in presenza di quanti sono qui
sar stato capace di obbligare,
in leale e cavalleresco scontro,
il cugino a toccare il monumento,
l'otterr; l'altro perder la testa
insieme a tutti quelli del suo seguito;
cos n avr rammarico a morire,
n penser d'aver trovato morte
pur vantando d'aver qualche diritto
su questa donna. Siete soddisfatti?

PALAMONE -
Io s! Cugino Arcite,
vieni, fino ad allora io vo'tornare
il tuo caro cugino.

ARCITE -
Ed io t'abbraccio!
(S'abbracciano)

TESEO -
(A Emilia)
Sei contenta, sorella?

EMILIA -
Debbo esserlo,
sire, o sar sventura per entrambi.

TESEO -
(Ai due)
Suvvia, stringetevi ancora la mano,
ed impegnatevi da gentiluomini
quali siete, a che questa controversia
resti sopita fino a quel momento,
e a mantenere tal vostra promessa.

PALAMONE -
Non  da noi deluderti, Teseo.

TESEO -
Venite, vi dar ospitalit
come principi e amici in casa mia;
quando ritornerete, il vincitore
stabilir qui stesso; e lo sconfitto
sulla sua bara pure pianger.


(Escono)


ATTO QUARTO

SCENA I - Una stanza dell'appartamento
del carceriere nella prigione

Entra il CARCERIERE con un AMICO

CARCERIERE -
Non udisti altro? Non fu detto niente
di me circa la fuga di prigione
di Palamone? Da bravo, ricordati.

AMICO -
Niente ch'io abbia potuto sentire,
dato che me ne son tornato a casa
prima che tutto si fosse concluso.
Avevo tuttavia gi percepito,
altamente probabile il perdono
per entrambi i cugini; perch Ippolita
ed Emilia bellocchio, inginocchiate,
facevano una scena di piet
cos piena di bella commozione,
che il Duca mi sembr restare in dubbio
se seguir la sua prima decisione
o la compassionevole richiesta
delle due donne; a secondar le quali
si mise pure quel nobile principe
Piritoo, met del cuor di lui,
sicch spero che tutto andr per bene.
N udii fare il tuo nome,
n far parola della sua evasione.

CARCERIERE -
Voglia il cielo che resti pur cos!


Entra un 2 AMICO

2 AMICO -
Animo, amico; porto buone nuove.
Notizie buone.

CARCERIERE -
Sono benvenute.

2 AMICO -
Palamone ha parlato a tua discolpa
e ottenuto dal Duca il tuo perdono;
rivelando in che modo e con che mezzi
riusc ad evadere, cio tua figlia;
il cui perdono  pure assicurato;
ed anzi, per non rimanere ingrato
per questo suo favore, il prigioniero
le ha donato una somma di denaro
per il suo matrimonio, e, t'assicuro,
sostanziosa.

CARCERIERE -
Tu sei un gran brav'uomo,
e mi porti notizie sempre buone.

1 AMICO -
Com' finita allora la faccenda?

2 AMICO -
Cos come doveva: quelle due
che mai pregarono senza ottenere
le lor richieste soddisfatte in pieno,
hanno ottenuto per i prigionieri
salva la vita.

1 AMICO -
Me l'immaginavo.

2 AMICO -
Per ci sono nuove condizioni
che ti far sapere a miglior tempo.

CARCERIERE -
Buone, spero.

2 AMICO -
Onorevoli senz'altro;
ma quanto buone si dimostreranno
non saprei proprio dire.

1 AMICO -
Si vedr.


Entra il CORTEGGIATORE della Figlia del Carceriere

CORTEGGIATORE -
Ahim, signore, dove sta tua figlia?

CARCERIERE -
Perch me lo domandi?

CORTEGGIATORE -
Ohim, signore,
quand' l'ultima volta che l'hai vista?

2 AMICO -
Uh, che cattiva cera!

CARCERIERE -
(Rispondendo al corteggiatore)
Stamattina.

CORTEGGIATORE -
Stava bene? In salute? Avea dormito?

1 AMICO -
Che domande!

CARCERIERE -
(c.s.)
No, ora che ci penso,
non m' parso che stesse molto bene;
le ho fatto in realt delle domande
alle quali m' parso rispondesse
in modo assai diverso dal suo solito,
in maniera infantile, stravagante,
come se fosse insensata, svampita;
al punto che fin con l'irritarmi.
Ma che volevi dirmi tu di lei?

CORTEGGIATORE -
Nulla, se non tutta la mia piet;
ma tu devi sapere,
e sar meglio apprenderlo da me,
e non da chi le voglia meno bene...

CARCERIERE -
Che cosa dunque?

1 AMICO -
Non va?

2 AMICO -
Non sta bene?

CORTEGGIATORE -
No, signore. Purtroppo  vero,  matta.

1 AMICO -
Non pu essere.

CORTEGGIATORE -
Eppure s, credetemi;
v'accorgerete anche voi che  cos.

CARCERIERE -
M'era venuto gi qualche sospetto
che cos fosse. Che gli di l'aiutino!
 stato per amor di Palamone,
o per paura mi venisse danno
dalla sua evasione,
o per entrambe le cose.

CORTEGGIATORE -
 possibile.

CARCERIERE -
Ma perch, tanta precipitazione(106)
da parte tua?

CORTEGGIATORE -
Te lo dir alla svelta.
Mi trovavo a pescare poco fa
nel grande lago ch' dietro al palazzo,
ed attendevo a questo passatempo
paziente, quando dalla riva opposta
folta di canne e carici, una voce
alta ed acuta si lev d'un tratto;
alla quale prestando attento orecchio
capii ch'era qualcuno che cantava,
un ragazzo o una donna,
a giudicar dall'esile suo timbro.
Lasciai allora a se stessa la lenza,
e mi mossi per farmi pi vicino,
ma non riuscivo ancora a percepire
da chi potesse venire quel suono,
tanto pareva che le canne e i giunchi
l'avessero tra loro inviluppato.
Mi misi allora gi ad ascoltare
le parole di quella sua canzone,
e attraverso una piccola fessura
fatta dai pescatori tra le canne,
vidi che chi cantava era tua figlia.

CARCERIERE -
Continua, prego.

CORTEGGIATORE -
Cantava, cantava,
ma erano parole senza senso.
Sentii solo che ripeteva spesso:
"Palamone  fuggito,
se n' andato a raccogliere le more
nel bosco. Lo ritrover domani".

1 AMICO -
Anima bella!

CORTEGGIATORE -
(Continuando)
"Ma le sue catene,
ahim, lo tradiranno; sar preso."
E allora che far?
Far una bella adunata di donne,
un'adunata di cento fanciulle
dagli occhi neri, amanti come me,
col capo inghirlandato d'asfodeli,
con le labbra colore di ciliegia
e le guance di rosa damascena,
e danzeremo tutte una grottesca(107)
davanti al Duca, perch lo perdoni".
Poi si mise a parlar di te, signore;
che perderai la testa domattina,
- si cantava -, e che lei, per seppellirti
doveva andare a raccogliere fiori.
Poi non l'udii cantare altro motivo
se non che "Salice, salice, salice"(108)
e intercalato a questo: "Palamone",
c'era nel canto, "Palamone bello"
e "Palamone era un giovane baldo ".
Era seduta in mezzo all'erba alta,
le trecce scarmigliate, incoronate
da una ghirlanda di giunchi intrecciati;
addosso le facevano trapunta
un migliaio di freschi fiori d'acqua,
s che mi parve ch'ella m'apparisse
nelle sembianze della bella ninfa
che alimenta delle sue acque il lago,
o come Iride, dal ciel caduta.
Dei giunchi che crescevano vicino
faceva anelli, e mentre li intrecciava
li chiamava coi motti pi graziosi:
"Cos sta unito il nostro cuor sincero",
"Questo potrai tu perdere, non me",
e molti altri. E nel farli lagrimava,
e cantava di nuovo, e sospirava,
e con lo stesso fiato del sospiro
atteggiava la bocca ad un sorriso,
baciandosi le mani.

2 AMICO -
Ah, che piet!

CORTEGGIATORE -
Mossi verso di lei, ella mi vide,
e si butt diritta dentro l'acqua.
La ripresi, e la misi salva a terra;
quando improvvisamente fugg via,
e corse verso la citt gridando,
e con tale sveltezza, che, credetemi,
non mi fu pi possibile raggiungerla.
Da lontano le vidi andare incontro
uomini, tre o quattro, di cui uno
riconobbi che era tuo fratello;
e l, pi non potendo proseguire,
si dovette fermare, e cadde a terra.
Li lasciai l con lei, e corsi qui
subito ad informarti.


Entrano il FRATELLO del Carceriere,
la FIGLIA del Carceriere, e altri


Eccoli tutti.

FIGLIA -
(Cantando)
"Mai pi possiate voi goder la luce...".
Non  una bella canzone?

FRATELLO -
Bellissima.

FIGLIA -
So cantarne altre venti.

FRATELLO -
Non ne dubito.

FIGLIA -
S, s, io so cantare "La saggina"
e "Dolce Robin".(109) Tu non sei un sarto?

FRATELLO -
S.

FIGLIA -
E dov' il mio abito da sposa?

FRATELLO -
Te lo porto domani.

FIGLIA -
Fallo presto;
io debbo uscire a chiamar le fanciulle,
e debbo anche pagare i menestrelli.
Perch al cantar del gallo
devo perdere la verginit,
altrimenti mi porter sfortuna.


(Canta)


"O bello, o dolce Robin, ecc...".(110)

FRATELLO -
(Al Carceriere)
Devi prenderla con pazienza.

CARCERIERE -
 vero.

FIGLIA -
Buona sera, signori.
Udiste mai di un certo Palamone?

CARCERIERE -
S, ragazza, lo conosciamo bene.

FIGLIA -
 vero ch' un bel giovane?

CARCERIERE -
S, amore.

FRATELLO -
Per carit, non me la contraddite,
potrebbe delirare molto peggio!

1 AMICO -
S,  un bell'uomo.

FIGLIA -
Eh, non  cos?
Tu hai una sorella, vero?

1 AMICO -
S.

FIGLIA -
Ma lei non lo avr mai,(111) dille cos,
per via d'un trucco che sol io conosco.
Farai bene per a tenerla d'occhio,
perch baster solo che lo veda,
e sar fatta, partita, in un'ora.
Tutte le giovani della citt
sono di lui innamorate cotte,
ma io ci rido su e le lascio fare;
non  una buona tattica la mia?

1 AMICO -
S.

FIGLIA -
Ce ne sono gi duecento almeno
di lui incinte... forse quattrocento;
io per resto chiusa a tutto questo,
chiusa e serrata come una conchiglia;
e tutti questi saran figli maschi...
egli conosce il trucco... e a dieci anni
saran tutti castrati per cantare,
e canteran le guerre di Teseo...

2 AMICO -
Strano che dica questo.

FIGLIA -
... come voi mai l'udiste: ma non ditelo.

1 AMICO -
No.

FIGLIA -
Vengon da ogni parte del ducato
da lui. La notte scorsa, v'assicuro,
ne aveva da servire almeno venti;
ma lui, in due ore, se ci mette mano,
le pesca tutte a forza di solletico.(112)

CARCERIERE -
 perduta, al di l d'ogni rimedio!

FRATELLO -
Dio non voglia, fratello!

FIGLIA -
(Al padre)
Vieni qua; che tu sei un uomo saggio.

1 AMICO -
Sa a chi parla?

2 AMICO -
Magari lo sapesse!

FIGLIA -
Sei tu il nostromo della nave?

CARCERIERE -
S.

FIGLIA -
Dov' la bussola?

CARCERIERE -
Qui.

FIGLIA -
Punta a nord,
e dirigi la rotta verso il bosco,
dove c' Palamone,
che si strugge per me. Quanto al paranco,
lascialo a me. Su, cuoricini miei,
levate l'ncora, su, hop, hop, hop!(113)
 tutta su. Il vento  buono, avanti,
ora tesate bene la bolina!
Fuori tutta la vela di maestra!
Il fischietto, dove ce l'hai, nostromo?

FRATELLO -
Avanti, al largo, tutta sottovento!(114)

CARCERIERE -
Su in coffa, mozzo!

FRATELLO -
Dove sta il pilota?

1 AMICO -
Son qua.

FIGLIA -
Che avvisti?

2 AMICO -
Uno splendido bosco.

FIGLIA -
Dirigi l, nostromo, contro bordo!

(Canta)
"Quando Cinzia s'illumina
"di sua luce riflessa, ecc...".


(Escono tutti)



SCENA II - Stanza nel palazzo ducale di Atene

Entra EMILIA, sola; ha in mano i ritratti di Arcite e Palamone

EMILIA -
Posso ancor tamponare le ferite
che si dovranno aprire
e sanguinare a morte, a causa mia.
Far dunque tra loro la mia scelta,
e porr fine alla loro contesa.
Due uomini cos giovani e belli
non periranno mai per colpa mia;
mai le lor madri seguiranno in pianto
le fredde ceneri dei loro figli,
maledicendo la mia crudelt!


(Guardando il ritratto di Arcite)
Cielo, che dolce viso ha questo Arcite!
Se la saggia Natura,
con tutte le sue doti pi smaglianti,
tutte quelle bellezze che alla nascita
essa deposita in nobili corpi,
fosse donna mortale,
e avesse pure in s la verecondia
delle fanciulle vergini, son certa
che impazzirebbe anch'essa per quest'uomo.
Che occhio, di che fiero scintillio
e di che viva ed intensa dolcezza
ha questo giovane principe! Amore
qui siede da signore, sorridendo!
Fu certo con un occhio come questo
che il vago Ganimede infiamm Giove,
al punto da costringere quel nume
a rapire il leggiadro giovinetto
ed a porselo eternamente accanto,
quale stella lucente.(115) Quale fronte,
egli ha, di quale maestosa ampiezza,
arcuata come quella di Giunone,
la grande-occhiuta dea,(116) ma assai pi dolce,
e pi liscia dell'omero di Pelope!(117)
Fama ed onore sembrano, da qui,
come da un promontorio vlto in cielo,
stendere l'ali, e al sottostante mondo
cantar gli amori e l'amorose lotte
di di e d'uomini simili a loro.
Palamone non  che il suo contrario;
solo un'ombra sbiadita al suo confronto.
 tenebroso e magro, ha l'occhio grave
come se avesse perduto la madre;
una tempra pacata, senza brio,
senza prontezza, nemmeno un barlume
della gaia arditezza di quest'altro.
E tuttavia queste manchevolezze,
ch tali le stimiamo, gli stan bene.
Anche Narciso era un ragazzo cupo,
eppur di quale celestial bellezza!
Oh, chi potr mai dir da quale parte
 rivolto il capriccio d'una donna?
Sono una sciocca, ho perso la ragione,
volevo scegliere e non son capace,
ed ho mentito s stupidamente
che le donne dovrebbero picchiarmi.
In ginocchio domando il tuo perdono,
Palamone, perch ci sei tu solo,
tu solo bello, e questi tuoi son gli occhi,
lampade luminose di bellezza,
che amor con minacciosa prepotenza
comandano; e qual vergine fanciulla
potrebbe osare mai di contrastarli?
Quale altero sussiego,
eppure quale accattivante fascino
in questo suo virile volto bruno!
O Amore, d'ora innanzi questo solo
sar il colore giusto! Arcite, resta l;
rispetto a lui un mostricciattolo,(118)
solo uno zingaro, il nobile  questo.
Son confusa, del tutto svanita;
la mia fiducia di fanciulla vergine
m'ha lasciato. Se ancora poco fa
mio fratello m'avesse domandato
quale dei due amassi, avrei risposto
d'essere uscita pazza per Arcite,
e se adesso venisse mia sorella
"Palamone di pi", risponderei.
Ecco, facciamo che state qui insieme.
Chiedimi tu, fratello... Ahim, non so!
E chiedimi ora tu, dolce sorella;
non so cosa risponderti. Ho la mente
simile ad un bambino capriccioso
che avendo due bellissimi gingilli
d'ugual delizia, non sa quale scegliere,
e si mette a strillare per entrambi!


Entra un GENTILUOMO

Che c'?

GENTILUOMO -
Signora, il Duca tuo cognato
m'incarica di darti questo annuncio:
i cavalieri sono ritornati.

EMILIA -
Per porre fine alla loro contesa?

GENTILUOMO -
S.

EMILIA -
Potessi finire prima io!
Quali colpe ho commesso, casta Diana,
perch la mia giovent senza macchia
si macchi adesso del sangue di principi,
e la mia castit si faccia altare
su cui si debba fare sacrificio
della vita di due innamorati,
i pi nobili e belli
ch'abbian fatto la gioia delle madri,
a questa mia sfortunata bellezza?


Entrano TESEO, IPPOLITA, PIRITOO e seguito

TESEO -
Avanti, introduceteli senz'altro;
son davvero impaziente di vederli.
Emilia, i tuoi innamorati rivali
son tornati e con loro
gagliardi cavalieri; ed ora a te,
bella cognata, di sceglierne uno.

EMILIA -
Entrambi li vorrei,
che nessuno dei due, per causa mia,
abbia a cadere prematuramente.

TESEO -
Chi li ha visti?

PIRITOO -
Io, poc'anzi.

GENTILUOMO -
Anch'io li ho visti.


Entra un MESSAGGERO

TESEO -
Da chi vieni?

MESSAGGERO -
Dai nuovi cavalieri.

TESEO -
Tu che li hai visti, puoi dir come sono?

MESSAGGERO -
S, signore, e ti voglio dire schietto
ci che penso: non vidi e lessi mai
di pi gagliardi spiriti
di questi sei ch'essi han portato seco,
se debbo giudicar dal loro aspetto.
Quello che sta davanti con Arcite,
dall'aspetto lo si direbbe un duro,
dal viso un principe;
tale lo dicono le sue fattezze;
il colorito, pi scuro che nero,
rude e pur nobile, lo dice ardito,
impavido, incurante del pericolo;
i suoi occhi son due cerchi di fuoco,
un leone infuriato, cos appare;
i capelli gli cadon lunghi dietro,
neri e lucenti come ali di corvo;
le spalle ha larghe e forti
e le braccia sono lunghe e tornite;
e sulla coscia una spada sospesa
a una tracolla di squisita foggia,
con la quale suggella quel che vuole,
quando s'aggrotta... Reputo, in coscienza
che mai soldato ebbe amico migliore.

TESEO -
L'hai descritto assai bene.

PIRITOO -
Tuttavia inferiore di gran lunga
io lo trovo a colui che per primo
cavalca a fianco a fianco a Palamone.

TESEO -
Descrivimelo, allora, prego, amico.

PIRITOO -
Immagino che sia pur esso un principe,
e forse anche di rango superiore;
ch nell'aspetto ha tutti gli attributi
di nobilt.  alquanto pi robusto
del cavaliere descritto da lui,
ma pi gentile in volto; il colorito
 rossigno, dell'uva maturata;
ed  tutto compreso, indubbiamente
della cagione per cui viene a battersi,
pi disposto a far sua questa contesa.
Sulla sua faccia appaiono palesi
tutte le aspettative di successo
per questa impresa, ed un'interna forza
misurata ed immune da ogni eccesso,
gl'invade il corpo quando  corrucciato,
e gli dirige il braccio a grandi cose;
non sa che sia paura: nessun segno
traspare in lui di tal debole tempra.
 biondo, di capelli crespi e ricci,
folti-intrecciati come ciuffi d'edera,
a protezione da fulmini e tuoni;(119)
il viso, di color bianco-vermiglio,
non ancora baciato dalla barba
 quello d'una vergine guerriera;
e nelle roteanti sue pupille
 come se sedesse la vittoria
a corteggiar da sempre il suo valore.
Ha il naso in su, segno di nobilt;
le labbra rosse sembran sempre pronte,
dopo la lotta, al bacio delle dame.

EMILIA -
E costoro dovran morire anch'essi?

PIRITOO -
Quando parla, la voce  un suon di tromba;
e tutti i tratti della sua persona
son quali li vorrebbe avere un uomo,
forti e ben fatti; al fianco porta un'ascia
di buona tempra, con manico d'oro;
la sua et sar sui venticinque.

MESSAGGERO -
Ce n' un altro, di piccola statura,
ma da cui spira una fierezza d'animo
che non lo fa inferiore a nessun altro;
mai non vidi pi fulgide aspettanze
in corpo a quello simile.

PIRITOO -
Chi ,
quello ch'ha le lentiggini sul viso?

MESSAGGERO -
Quello, signore. Non gli stanno bene?

PIRITOO -
Oh, certo.

MESSAGGERO -
Cos poche e ben disposte,
sembra proprio che vogliano mostrare
quanto sia grande e fine la Natura
nella sua arte.  biondo di capelli,
non per di quel biondo femminile,
ma d'un color virile, quasi rame;
robusto e snello di corporatura,
denota gran vivacit di spirito;
le muscolose spalle son percorse
da forti nervature; sulla spalla
dimostrano un leggero ingrossamento,
come le donne da poco pregnanti,
segno di chi  paziente alla fatica,
che mai sverr sotto il peso dell'armi;
saldo di cuore, calmo, ma una tigre
se si scatena; gli occhi sono grigi,
e volti a compassione quando vince,
acuti nel discernere i vantaggi,
e farli presto suoi quando li trova;
offese non ne fa, n ne riceve;
quando sorride, la sua faccia tonda
mostra la grazia dell'innamorato,
quando s'acciglia, mostra l'uomo d'arme;
sul capo porta, in segno di vittoria,
una corona di foglie di quercia,
con infilato il pegno della dama.
L'et che mostra  intorno ai trentasei;
in pugno tiene una lancia d'assalto
rivestita di lamine d'argento.

TESEO -
E gli altri sono tutti come questi?

PIRITOO -
Tutti; tutti rampolli dell'onore.

TESEO -
Ah, sull'anima mia, voglio vederli!
Non vedo l'ora.


(A Ippolita)
Adesso s, signora,
potrai veder degli uomini combattere.

IPPOLITA -
Gli uomini li vedo volentieri,
mio signore, ma non la loro causa.
Miglior spettacolo di lor bravura
essi darebbero se fosse in palio
il titolo al possesso di due regni;
peccato che l'amor sia tal tiranno.
E tu, sorella, cuoricino tenero,
che pensi? Niente lagrime, ragazza,
finch non vedrai loro pianger sangue.
Cos dev'essere.

TESEO -
(A Emilia)
La tua bellezza
ha dato lor la tempra.


(A Piritoo)
Illustre amico,
a te affido la lizza; che sia degna
delle persone che debbono usarla.
Provvedi ad ordinarla.

PIRITOO -
S, signore.

TESEO -
Io non so trattenermi; andr da loro
- tanto la loro fama m'ha ispirato -
fino al momento che verranno in campo.
Buon amico, ti prego, sii regale.

PIRITOO -
In quanto a pompa, non far difetto.

EMILIA -
(Tra s)
Povera Emilia, piangi i tuoi peccati,
perch chiunque sar vincitore
avr perduto un nobile cugino.


(Escono)



SCENA III - Come la scena I

Entrano il CARCERIERE, il CORTEGGIATORE della figlia e un DOTTORE

DOTTORE -
Il suo stato mentale
s'aggrava in certe fasi della luna
pi che in altre,  cos?

CARCERIERE -
Si trova di continuo sprofondata
in uno stato di innocuo delirio;
dorme poco, non mangia, beve spesso;
sogna d'un altro mondo, uno migliore;
e sempre, dall'incongruo fraseggiare,
il nome Palamone spunta fuori,
infarcisce di quello ogni argomento;
lo infila sempre in tutto quel che dice...
Ma eccola che viene.


Entra la FIGLIA del Carceriere

Ora vedrete il suo comportamento.

FIGLIA -
Non la ricordo pi... il ritornello
faceva: "E gi, e gi..."
e l'aveva composta nientemeno
che Geraldo,(120) il maestro dell'Emilia.
Quello  pure cos fantasioso,
che ci potrebbe pure camminare
sulle gambe; perch nell'altro mondo
Didone appena vedr Palamone
si disamorer di Enea.(121)

DOTTORE -
Che dice...
Poveretta!

CARCERIERE -
 cos per tutto il giorno.

FIGLIA -
Ora, per via di questo sortilegio
che vi dicevo, dovete portare
un soldo sulla punta della lingua,
e d'argento; se no, niente traghetto;(122)
e dopo, se vi cpita di giungere
dove stanno gli spiriti beati...
ah, che spettacolo vedrete allora!
Noi vergini, cui s' seccato il fegato(123)
tritato in pezzettini per amore,
andremo tutte a radunarci l,
e altro non faremo tutto il giorno
che raccogliere fiori con Proserpina.(124)
Io di questi far un bel mazzolino
per Palamone, a far ch'egli mi noti...
eppoi... eppoi...

DOTTORE -
Che graziosa pazzia!
Restiamo ad osservarla ancora un po'!

FIGLIA -
Vi dir, qualche volta noi beati
ce ne andiamo a giocare a nascondino.
Ahim, per chi sa che brutta vita
dovranno fare quelli all'altro posto,
con quel bruciare, friggere, bollire,
fischiare, urlare, digrignare i denti,
maledicendo sempre... Oh, quelli l
ce l'hanno dura la loro misura;(125)
stiamoci attenti! Se uno esce matto,
o s'impicca, o s'annega, l finisce
- Giove ne scampi! - e l lo metteranno
nudo dentro un enorme calderone
di piombo fuso e grasso d'usuraio,
tra un milione di ladri tagliaborse
e l dentro lo lasciano bollire
come un prosciutto non mai cotto a punto.

DOTTORE -
Che strane immagini le crea la mente!

FIGLIA -
Sono in quel posto lords e cortigiani
che han messo incinte le ragazze vergini;
stan tutti dritti in piedi
dentro alle fiamme fino all'ombelico,
e fitti dentro il ghiaccio fino al cuore,
cos la parte colpevole brucia,
e quella che ha ingannato si congela...
una pena davvero assai severa,
io penso, per una sciocchezza cos.
Per liberarsi da un tale castigo,
un uomo sposerebbe, v'assicuro,
anche una strega lebbrosa, credetemi.(126)

DOTTORE -
Come insiste nel suo fantasticare!
Questa non  demenza passeggera,
ma una forma di stato malinconico
radicatissima e profonda al massimo.

FIGLIA -
Sentite come strillano laggi
insieme la superba nobildonna
e la ricca signora di citt.....
Sarei proprio una bestia
se dicessi ch' un bel divertimento!
La prima va gridando: "Oh, questo fumo!"
e l'altra: "Questo fuoco!";
e l'una piange: "Oh, che feci mai
dietro l'arazzo!" e ulula;
e l'altra maledice il suo amante
ed il suo padiglione nel giardino.


(Canta)
"Ma io sar fedele,
"mie stelle, mio destino..."


(Esce)

CARCERIERE -
Che ne pensi, dottore?

DOTTORE -
Penso ch' la sua mente che  malata,
e per questo non ho nessuna cura.

CARCERIERE -
Ahim, che fare, allora?

DOTTORE -
Che tu sappia, ha provato mai affetto
per alcun altro uomo
prima ch'ella vedesse Palamone?

CARCERIERE -
Ho avuto un tempo assai buone speranze,
signore, ch'ella si fosse decisa
per questo gentiluomo amico mio.

CORTEGGIATORE -
E le stesse speranze avevo io,
convinto d'aver fatto un buon affare
ad assegnarle met dei miei beni,
cos che lei ed io, senza finzioni,
saremmo stati, al momento, alla pari.

DOTTORE -
L'avidit d'un occhio intemperante
le ha stemperato tutti gli altri sensi;
essi potran tornare a stabilirsi
e a far le naturali lor funzioni;
ma al momento si trovano sbandati
nella pi stravagante erroneit.(127)
Questo tu devi fare sul momento:
confinarla in un luogo ove la luce
si possa dir che arrivi di soppiatto,
pi che le fosse permesso di entrare;
tu, giovane signore suo amico,
le dirai che ti chiami Palamone
e le offrirai di venir l a trovarla,
per desinare e conversar d'amore.
Questo concentrer la sua attenzione,
perch su questo batte la sua mente;
ogni altro oggetto che le si frappone
fra mente e occhi si trasforma in lei
in trucchi e giochi della sua follia.
Le canterai qualche arietta d'amore
di quelle che cantava Palamone,
ella dice, quand'era qui rinchiuso;
ti recherai da lei sempre profuso
di quanti pi soavi e vaghi fiori
s'orna a signoreggiare la stagione,
e a questi aggiungerai altre miscele
di profumi gradevoli all'odore.
Tutte queste per la sua fantasia
saran cose appropriate a Palamone,
ch Palamone sa bene cantare,
Palamone  dolcissimo e fragrante,
 insomma tutto quel che sa di buono.
Chiedile di poter mangiar con lei,
e l tagliale a tavola gli arrosti,
brinda alla sua salute, e, a quando a quando,
richiedile per te i suoi favori
e il privilegio del suo piacimento.
Informati di quali giovinette
sono state compagne sue d'infanzia,
e procura che vadano a trovarla
e le parlino del suo Palamone,
e si presentino con dei regali,
come a volerli offrire in suo ricordo.
Lo stato d'illusione in cui si trova
va combattuto con altre illusioni.
Ci potrebbe ridarle l'appetito,
ed indurla a dormire e riposare,
ci che al momento  in lei fuori registro
rispetto al precedente suo equilibrio.
Ho constatato non so quante volte
che il metodo funziona;
ma ho grandi speranze, in questo caso,
di veder aumentato il loro numero.
Per parte mia, far d'intervenire
tra le fasi di questo trattamento
con i mezzi della mia scienza medica.
Mettiamolo perci subito in atto,
cos ne affretteremo il risultato;
le apporter, non dubito, sollievo.


(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I - Atene, luogo aperto con tre are:
una dedicata a Marte, una a Venere e una a Diana

Entrano TESEO, IPPOLITA, PIRITOO con seguito

TESEO -
Che entrino, ed offrano agli di
le loro pie preghiere; ardano i templi
di sacri fuochi, e innalzino gli altari
in sacre nubi al cielo rigonfiantisi
i loro incensi a quelli a noi superni.
Nulla sia tralasciato del rituale;
nobile impresa  quella cui s'accingono,
che onorer le stesse alte potenze
che li proteggono.

PIRITOO -
Son qui, signore.


Fanfara di cornette


Entrano PALAMONE e ARCITE con i rispettivi cavalieri

TESEO -
Voi, valorosi e impavidi avversari,
voi, regali germani antagonisti,
ch'oggi venite a estinguere
l'affinit di sangue che v'avvampa,
deponete la rabbia per un'ora,
e chinate, da umili colombe,
all'are sacre dei vostri patroni,
gli di da tutti e per tutto temuti,
le vostre ostinatissime persone.
Pi che mortale  l'ira che vi muove,
pi che mortale sia tra voi l'aiuto;(128)
e poich da lass gli di vi guardano,
siate giusti e leali nel combattere.
Vi lascio dunque alle vostre orazioni,
e parteggio tra voi il mio augurio.

PIRITOO -
Che la vittoria incoroni il pi degno!


(Escono Teseo, Piritoo, Ippolita e seguito)

PALAMONE -
Gi la clessidra ha cominciato a scorrere
per non fermarsi finch un di noi
sar spirato. Pensa solo a questo:
se ci fosse qualcosa nel mio corpo
che volesse mostrarmisi
ribelle in questo affare,

fosse pur anche un occhio contro l'altro,
un braccio contro l'altro,
distruggerei, cugino, il renitente,
nonostante sia parte di me stesso.
Da questo puoi capire con che animo
intendo comportarmi ora con te.

ARCITE -
Io sto lottando con la mia coscienza
per cancellare dalla mia memoria
il tuo nome, l'antico nostro affetto,
la nostra parentela, ed al lor posto
installare qualcosa da distruggere.
Diamo perci le nostre vele ai venti,
che devono guidar questi vascelli
fino a quel limite che piacer
al celeste pilota.

PALAMONE -
Parli bene,
cugino; lascia, prima ch'io mi volti,
e t'abbracci.


(Si abbracciano)


Non potr farlo pi.

ARCITE -
Questo  l'ultimo addio.

PALAMONE -
E cos sia.
Addio, dunque, cugino.

ARCITE -
Addio, signore.


(Escono Palamone e i suoi cavalieri)


(Ai suoi cavalieri)
Cavalieri, congiunti, innamorati...
tutti per me disposti al sacrificio,
tutti sinceri devoti di Marte,
il cui spirito espelle da voi tutti
i semi del timore, e l'apprensione
che da esso  ancora pi remota,
venite insieme a me dinanzi al dio
patrono della nostra professione,
e l chiedete a lui cuor di leone
e respiro di tigre, e la ferocia
e la rapidit di queste fiere,
per procedere avanti, voglio dire,
e non desiderar d'esser lumache.
Sapete ch'io dovr strappare la vittoria
dal sangue; su di me forza e maestria
dovranno collocar la sua ghirlanda,
dov'ella siede, regina dei fiori.(129)
Perci la nostra supplica
va rivolta a Colui che d'ogni campo
fa una grande cisterna traboccante
di sangue umano; associatevi a me,
e prosternate a lui i vostri spiriti.

(Tutti si prostrano a terra, quindi si inginocchiano
davanti all'ara di Marte)

O dio possente, che col tuo potere
hai volto in porpora il verde Nettuno,(130)
la cui venuta annuncian le comete,
le cui stragi sui campi sterminati
son proclamate da insepolti teschi,
al cui soffio si piegano distrutte
di Cerere le rigogliose messi;
tu che con la tua mano armipotente
abbatti innanzi agli avanzanti nugoli
della battaglia le pietrose torri,
e che ad un tempo innalzi e demolisci
l'alte mura che cingon le citt;
me, tuo pupillo ed ultimo seguace
del tuo tamburo, rendi in questo giorno
ammaestrato nell'arte dell'armi,
s che a tua lode avanzi il mio stendardo,
ed io possa da te esser chiamato
dominatore di questa giornata;
mandami, grande Marte,
un qualche segno del tuo buon favore!


(A questo punto si prostrano tutti faccia a terra, come prima, mentre s'ode all'interno un clamore di armi, accompagnato da un breve tuono, come l'infuriare di una battaglia; poi si rialzano e s'inchinano all'ara)


O tu, che sei supremo correttore
di tempi sregolati, scuotitore
di nazioni corrotte, giustiziere
di arrugginiti e rancidi blasoni,
tu che ridai col sangue sanit
alla terra quand'essa cade inferma,
e curi il mondo dalla troppa gente,
io prendo i tuoi segnali come auspici
e nel tuo nome m'avvio baldanzoso
verso il successo del mio piano. Andiamo.


(Escono Arcite e i suoi cavalieri)


Rientrano PALAMONE e i suoi CAVALIERI
con lo stesso cerimoniale

PALAMONE -
Oggi le nostre stelle brilleranno
di nuova luce, oppur s'estingueranno.
La posta in gioco  amore,
e se la sua deit vorr concederlo,
essa dar anche a noi la vittoria.
Ciascuno faccia dunque del suo spirito
un'unica miscela con il mio,
voi, che la generosa nobilt
induce a fare vostra la mia causa
a rischio della vita; alla dea Venere
affidiamo le sorti di noi tutti,
ed imploriamo che la sua potenza
sia favorevole alla nostra parte.


(A questo punto si prostrano tutti faccia a terra,
come gli altri prima, ma all'altare di Venere)


Salve, augusta regina dei segreti,(131)
tu ch'hai il potere di stornar la rabbia
dall'animo del pi truce tiranno
e costringerlo a lacrimar d'amore
per gli occhi d'una vergine fanciulla;
tu che, con un'occhiata,
hai la forza di far ammutolire
il fragoroso tamburo di Marte,
e le sue diane ridurre a bisbigli;
tu che, prima che non lo possa Apollo,
puoi far brandir le grucce ad uno zoppo,
e risanarlo; (132) e costringere un re
a divenir vassallo d'un suo suddito;
tu che indurre la vizza vecchiaia
ad intrecciar carole, e a settant'anni
puoi colpire lo spelacchiato scapolo
ch' riuscito, come i ragazzini
che saltano il fal senza scottarsi,(133)
a schivar fino allora la tua fiamma,
ed indurlo, malgrado la raucedine,
a stonare con voce catarrosa
giovani serenate. Qual potere
non  soggetto al tuo? Tu aggiungi a Febo
fiamme ancora pi ardenti delle sue;
il suo figlio mortale arsero vivo
del cielo i fuochi, i tuoi arsero lui;(134)
anche l'umida e fredda cacciatrice
dicon che cominciasse a liberarsi
della faretra e sospirar d'amore.(135)
Accogli dunque me nella tua grazia,
me, tuo fedele e devoto soldato,
che porta il giogo tuo
come un serto di rose intorno al collo,
malgrado sia pi pesante del piombo
e pi pungente delle stesse ortiche.
Non ho mai imprecato alla tua legge,
non ho mai rivelato un tuo segreto,(136)
anche perch non ne conosco alcuno;
n lo farei, li conoscessi tutti,
mai commerci d'amor con le altrui mogli
ho fatto, mai mi sono indotto a leggere
sconci libelli di sboccati spiriti;
mai ho cercato, nelle grandi feste,
d'illudere bellezze femminili,
ho piuttosto arrossito di vergogna
per quanti vagheggini lo facessero;
e con coloro che se ne vantavano
fui sempre duro, a tutti, in gran furore
domandando, se avessero una madre...
Io l'avevo, una donna; ed eran donne
quelle ch'essi cercavan d'ingannare.
Conoscevo - dicevo loro - un uomo
di ottanta inverni che s'era sposato
con una giovinetta di quattordici;
e fu come se tu, col tuo potere
avessi infuso vita nella polvere:
perch malgrado che il crampo dei vecchi
gli avesse messo un piede per isghembo,
la gotta avesse unito le sue dita
in tanti nodi, e dai coppi degli occhi
atroci spasmi avesser quasi espulso
i globi, s che tutto ch'era vita
in lui sembrava solo una tortura,
questo scheletro d'uomo aveva avuto
dalla sua giovane moglie un maschietto,
ed io dovetti creder ch'era suo,
perch era lei a giurar che lo era
(e chi, d'altronde, poteva non crederle?).
In breve, io non ho fatto mai congrega
con chi si vanta di quello che ha fatto,
e disprezzo coloro che si vantano
e non han fatto nulla; do conforto
a quelli che vorrebbero e non possono.
No, non mi piace chi va divulgando
segreti intrighi in modo malizioso,
n chi parla di cose da tacere
con linguaggio sboccato ed insolente.
Questo son io, e mai pi vero amante
sospir: posso dirlo e giurarlo.
Oh, allora, tu, tenerissima dea,
da'a me la palma di questa contesa,
come del mio fedele amore  merito,
e mandami la tua benedizione
con un segno del tuo alto favore.


(A questo punto si ode della musica mentre nell'aria s'alza un volo di colombe - Tutti si prostrano di nuovo bocconi, poi si inginocchiano)


O tu che imperi nei cuori degli uomini
dagli undici ai novanta;
il cui parco di caccia  il vasto mondo
e sono i nostri branchi la tua preda,
ti ringrazio di questo bel segnale,
che, rimanendo impresso nel mio cuore
puro e innocente, arma di fiducia
il mio corpo per questa grande prova.
Alziamoci e inchiniamoci alla dea
devotamente. L'ora s'avvicina.


(Palamone e i suoi cavalieri si alzano, s'inchinano
all'ara di Venere ed escono)


Musica dolce di flauti


Entra EMILIA in bianco, i capelli sciolti sulle spalle, sulla testa una corona di spighe; una fanciulla in bianco le regge lo strascico, la testa adorna di fiori; un'altra le procede avanti con in mano un incensiere a forma di cervo da cui promana un profumo d'incenso ed essenze balsamiche, che depone sull'ara di Diana; le due fanciulle ed Emilia s'inginocchiano

EMILIA -
O tu, divina, immateriale, gelida
e costante regina, dei festini
schiva, contemplatrice silenziosa,
dolce, solinga, bianca quanto casta,
e pura come neve mossa al vento;
tu che alle femmine tuoi cavalieri
non concedi pi sangue che quel tanto
che basta ad arrossar le loro guance,(137)
ch' la loro divisa,
io qui, tua umile sacerdotessa,
umilmente mi prostro alla tua ara.
Oh, dgnati, col tuo bell'occhio verde,
che mai mir finora cosa impura,
di guardar questa tua vergine ancella;
presta, divina argentea protettrice,
l'orecchio tuo - che mai scurrilit
ebbe ad udire, e la cui soglia mai
varc lascivo suono - alla mia supplica
infervorata di sacro timore.
Questo  l'ultimo ufficio di vestale
ch'io ti rendo; vestita son da sposa,
ma il cuore  verginale; ho gi un marito
a me assegnato, ma non lo conosco.
Dovrei decidere chi  tra i due,
e pregar che riesca vincitore,
ma non so farmi colpa della scelta.
 come se dovessi dei miei occhi
perderne uno; a me sono cari entrambi,
non saprei chi di loro condannare;
quello dei due che dovesse perire
andrebbe a morte senza mia condanna.
Perci, verecondissima regina,
fa'tu che quello dei due pretendenti
che pi m'ama e che dunque n'ha pi titolo
tolga per s la mia bionda ghirlanda;
o che altrimenti io possa seguitare
a rimanere in mezzo alla tua schiera
nel grado e nella dignit presente.


(A questo punto l'incensiere sparisce sotto l'ara e al suo posto s'innalza un arbusto con sopra una rosa)

Ecco vedete che cosa ci estrae
dalle viscere del suo santo altare
con sacro gesto la nostra patrona,
reggitrice di flussi e di riflussi:
una rosa! Se colgo bene il segno,
questo combattimento annienter
entrambi questi prodi cavalieri,
ed io sar costretta a crescer sola,
fior virginale, da nessuno colto.


(A questo punto s'ode un improvviso stridere di strumenti, e la rosa cade dall'arbusto)

Caduto  il fiore, l'arbusto s'abbassa!
O signora, cos tu mi scagioni;
sar raccolta, almeno cos penso,
ma non conosco la tua volont;
schiudimi il tuo mistero!


(Alle due fanciulle)
Spero ch'abbia gradito il nostro omaggio.
I segni erano di gradimento.


(S'inchinano ed escono)



SCENA II - Come la scena terza dell'atto IV

Entrano il CARCERIERE, il DOTTORE e il CORTEGGIATORE,
travestito da Palamone

DOTTORE -
(Al Corteggiatore)
Allora quel consiglio che t'ho dato
le  stato poi di qualche giovamento?

CORTEGGIATORE -
Oh, s, direi di molto, anzi moltissimo.
Le ragazze che vennero a trovarla
l'han persuasa ch'io sia Palamone;
mezz'ora fa  venuta sorridendo
a chiedermi che cosa avrei voluto
per pranzo, e quando le avrei dato un bacio.
"Subito" le ho risposto, e l'ho baciata
una, due volte.

DOTTORE -
Bene. Ma ancor meglio
se l'avessi baciata venti volte;
perch in questo consiste la mia cura.

CORTEGGIATORE -
Poi m'ha detto che veglier su me
questa notte, perch sapeva bene
a che ora mi prender la crisi.

DOTTORE -
Lo faccia; e quando ti verr la crisi,
dlle quel che le serve, l per l.

CORTEGGIATORE -
Voleva che cantassi.


DOTTORE -
E tu l'hai fatto?

CORTEGGIATORE -
No.

DOTTORE -
Male. Molto male hai fatto, allora.
Dovresti secondarla in ogni cosa.

CORTEGGIATORE -
Ahim, signore, io non ho la voce
per secondarla in questo.

DOTTORE -
Non fa niente;
basta che fai rumore con la bocca;
se te lo chiede ancora, fa'qualcosa;
e giaciti con lei, se te lo chiede.

CARCERIERE -
Mah, dottore!

DOTTORE -
S, viene come cura.

CARCERIERE -
Ma prima della cura c' l'onore!

DOTTORE -
Questa  una madornale balordaggine!
Non si pu rovinare la salute
d'una figlia per causa dell'onore;
prima s'ha da curare in questo modo;
se dopo vorr essere onorata,
avr aperta la strada avanti a lei.

CARCERIERE -
Grazie, dottore.

DOTTORE -
Portamela qui,
prego, e vediamo in che stato si trova.

CARCERIERE -
S, le dir che c' il suo Palamone
qui, che l'aspetta. Tuttavia, dottore,
quest'idea tua non mi convince ancora.


(Esce)

DOTTORE -
Va', va'. Voi padri siete bei minchioni!
Il suo onore... Dovessimo curarla
fino a scoprire che...

CORTEGGIATORE -
Perch, signore?
Pensate forse che non sia onorata?

DOTTORE -
Quanti anni ha?

CORTEGGIATORE -
Diciotto.

DOTTORE -
Potrebbe esserlo... Ma non importa;
non serve. Ma checch ne dica il padre,
se t'accorgi che la sua vena  quella,
videlicet la carne... mi comprendi?

CORTEGGIATORE -
S, signore.

DOTTORE -
Soddisfa la sua voglia,
senza indugio; la curer ipso facto
della malinconia da cui  affetta.

CORTEGGIATORE -
Sono anch'io della stessa idea, dottore.


Rientra il CARCERIERE con sua FIGLIA
e una sua inserviente

DOTTORE -
E vedrai ch' cos. Eccola, viene.
Assecondala come meglio puoi.

CARCERIERE -
Vieni, figliola, che il tuo Palamone
 qui per te, t'aspetta gi da un'ora,
per farti visita.

FIGLIA -
Gli rendo grazie
per questa sua premurosa pazienza;
 un vero gentiluomo,
ed io mi sento a lui molto obbligata.
Il cavallo che lui m'ha regalato
l'hai visto?

CARCERIERE -
S.

FIGLIA -
Ti piace?

CARCERIERE -
 molto bello.

FIGLIA -
L'hai visto mai ballare?

CARCERIERE -
No.

FIGLIA -
Io spesso.
E come balla bene, e con che grazia!
E poi la giga, coda mozza o lunga,
la piroetta l, come una trottola.

CARCERIERE -
Ah, questo  certamente straordinario!

FIGLIA -
 capace di farti una moresca
a venti miglia all'ora, da azzoppare
anche il miglior cavalluccio di legno,(138)
s'io m'intendo, di tutta la parrocchia;
e sa andare al galoppo
sul motivetto di "Amor leggero".(139)
Un cavallo di classe. Che ne dite?

CARCERIERE -
Con tutte queste belle qualit,
lo si potrebbe far giocare a tennis,
a mio giudizio.

FIGLIA -
Uh, e questo  niente.

CARCERIERE -
Sa pure leggere e scrivere?

FIGLIA -
Certo;
e con bellissima calligrafia,
e sa tenere da se stesso i conti
del fieno e del foraggio; lo stalliere
che pu imbrogliarlo non  ancora nato.
Hai presente quella puledra saura
del Duca?

CARCERIERE -
Certo, s.

FIGLIA -
Povera bestia!
 orribilmente di lui innamorata,
ma lui  tale e quale il suo padrone,
permaloso, selvatico e sdegnoso.

CARCERIERE -
Che dote ha lei?

FIGLIA -
Duecento biche circa
di fieno, pi venti staia di avena;
ma lui di lei non vuol proprio saperne.
Quando nitrisce lancia un tale fischio
da allettare la razza d'un mugnaio.
Sar per lei la morte, certamente.

DOTTORE -
Ah, che tira mai fuori dalla bocca!...


(A questo punto il CORTEGGIATORE si fa avanti)

CARCERIERE -
Fa'un bell'inchino al tuo innamorato.

(La figlia s'inchina al Corteggiatore)

CORTEGGIATORE -
(Alla ragazza)
Come va, tesoruccio? Ma che brava!
Questa s ch' una bella riverenza!

FIGLIA -
Tua, da ubbidire a tutti i tuoi comandi
purch nei limiti dell'onest.
Quanto  distante da qui dove siamo
la fine della terra, miei signori?

DOTTORE -
Bah, una giornata di viaggio, ragazza.

FIGLIA -
(Al Corteggiatore/ Palamone)
Ci verresti con me?

CORTEGGIATORE -
Per fare che?

FIGLIA -
Ebbene, per giocare a palla in buca.(140)
Che altro c' da fare?

CORTEGGIATORE -
Son d'accordo,
se l facciamo il nostro sposalizio.

FIGLIA -
Sta bene, perch, l, ti garantisco,
un qualche prete cieco lo troviamo
che prender la briga di sposarci,
ch qui son tutti puntigliosi e stupidi.
Eppoi mio padre qui sar impiccato
domani, e questo guasterebbe tutto.
Sei Palamone?

CORTEGGIATORE -
Non mi riconosci?

FIGLIA -
S, ma di me non t'interessa niente;
io non possiedo nulla
eccetto questa misera gonnella
e due sottane di poco valore.

CORTEGGIATORE -
Non fa niente; ti prender lo stesso.

FIGLIA -
Davvero?

CORTEGGIATORE -
(Prendendole la mano)
S, per questa bella mano.

FIGLIA -
Andremo a letto, allora?

CORTEGGIATORE -
Quando vuoi.


(La bacia)

FIGLIA -
Oh, signore, ci avresti godimento
a restarci attaccato.

CORTEGGIATORE -
E tu perch
ti strofini il mio bacio sulla faccia?

FIGLIA -
Perch  fragrante, e mi profumer
come si deve per il matrimonio.


(Indicando il Dottore)
Questo non  Arcite, tuo cugino?

DOTTORE -
S, dolcezza, e son lieto di vedere
che il mio caro cugino Palamone
abbia fatto una cos bella scelta.

FIGLIA -
Pensi che vorr avermi?

DOTTORE -
Senza dubbio.

FIGLIA -
(Al padre)
Pensi anche tu cos?

CARCERIERE -
Ma s, figliola.

FIGLIA -
Avremo molti figli...


(Al Dottore)
Dio, come sei cresciuto!...
Anche il mio Palamone crescer,
e bene, spero, adesso ch'egli  libero.
Ah, povero galletto,  dimagrito
per scarso cibo e scomodo alloggiare;
ma crescer di nuovo coi miei baci.


Entra un MESSAGGERO

MESSAGGERO -
Che fate qui? Voi vi state perdendo
il pi bello e pi nobile spettacolo
che mai si vide.

CARCERIERE -
Sono in lizza?

MESSAGGERO -
S.
E c' da fare l anche per te.

CARCERIERE -
Ci vado subito.

(Al Dottore e al Corteggiatore)
Devo lasciarvi.

DOTTORE -
No, veniamo anche noi.
Non voglio perdermi il combattimento.

CARCERIERE -
Di lei che dici?

DOTTORE -
Posso garantirti
che in capo ai prossimi tre o quattro giorni
l'avr rimessa in sesto, come prima.

(Al Corteggiatore)
Tu, per, non ti devi allontanare
da lei, ma devi seguitare ancora
a trattarla cos.

CORTEGGIATORE -
Cos far.

DOTTORE -
Ora facciamola rientrare in casa.

CORTEGGIATORE -
Vieni, tesoro, ce ne andiamo a cena,
e poi giochiamo a carte.

FIGLIA -
E ci baciamo?

CORTEGGIATORE -
Cento volte.

FIGLIA -
... E poi venti.

CORTEGGIATORE -
E ancora venti.

FIGLIA -
E dopo ce ne andiamo a letto insieme.

DOTTORE -
Dille di s.

CORTEGGIATORE -
S, certo, lo faremo.

FIGLIA -
Per non mi far male.

CORTEGGIATORE -
No, tesoro.

FIGLIA -
Se lo farai, amore, io pianger.


(Escono)



SCENA III - Luogo aperto nei pressi
del palazzo ducale di Atene

Trombe

Entrano TESEO, IPPOLITA, EMILIA, PIRITOO e seguito

EMILIA -
Io resto qui.

PIRITOO -
Ti perdi lo spettacolo?

EMILIA -
Un passero che lacera una mosca
sarebbe agli occhi miei miglior spettacolo
che questo duellare vita o morte.
Ogni colpo che cade
mette a rischio una vita valorosa;
ogni stoccata rende lamentoso
il luogo sopra il quale essa s'abbatte;
e suona pi come campana a morto
che come ferrea lama. Io resto qui.
Gi m' abbastanza punito l'orecchio
con l'ascoltare poi quel che accadr,
contro cui non c' sordit che valga;
non voglio offender l'occhio con spettacoli
di morte ch'esso si pu risparmiare.

PIRITOO -
(A Teseo)
Sire, mio buon signore, tua cognata
ricusa di venire.

TESEO -
Oh, no, ella deve;
perch sar spettatrice dal vivo
di tali onorevoli prodezze
quali si vedono solo dipinte.
La natura sar ora ella stessa
protagonista e autrice della fiaba,
che avr il sigillo della verit
in palese, dall'occhio o dall'orecchio.


(A Emilia)
Tu devi esser presente;
tu sei la ricompensa al vincitore,
il premio e la ghirlanda di vittoria
a incoronare il titolo conteso.

EMILIA -
Perdonami; ma s'io pur fossi l,
starei con gli occhi chiusi.

TESEO -
Per ci devi stare: questa prova
 come si svolgesse nella notte,
e tu la sola stella a illuminarli.

EMILIA -
Sono una stella spenta;
 solo la rivalit la luce
che mostra l'uno all'altro;
l'oscurit che fu sempre la madre
degli orrori, per sempre maledetta
da milioni e milioni di mortali
questa volta potrebbe guadagnarsi,
almeno in parte, una reputazione,
a compenso degli infiniti crimini
dei quali  stata sempre responsabile,
se venisse a gettare sopra entrambi
il suo nero mantello.

IPPOLITA -
Ma devi andare.

EMILIA -
In fede mia, non posso.

TESEO -
Ma  vedendo te, che i cavalieri
devono dare fuoco al lor valore,
giacch di questo scontro, lo sai bene,
tu sei il solo premio al vincitore;
e dunque devi per forza esser l,
a compenso della compiuta impresa.

EMILIA -
Perdono, Sire, il titolo ad un regno
pu disputarsi fuor dai suoi confini.

TESEO -
Va bene, allora, come tu desideri.
Coloro che la pensan come te(141)
rischiano di augurare il buon successo
ad un loro nemico.

IPPOLITA -
Addio sorella;
vuol dire che sapr prima di te,
sia pur per poco, chi sar il tuo sposo.
Quello dei due che sanno gi gli di
esser migliore, io li pregher
d'assegnartelo in sorte.


(Escono tutti, eccetto Emilia e il suo seguito)

EMILIA -
Arcite ha il viso dolce,
ma l'occhio  come un arco teso,(142)
o una ben affilata arma di guerra
in un fodero soffice: sul suo volto
son compagni di letto la piet
e il coraggio virile. Palamone
ha un'espressione assai pi minacciosa:
ha la fronte scavata dalle rughe,(143)
da sembrare la tomba dei suoi crucci.
Ma non sempre cos, ch volta a volta
muta col volgere dei suoi pensieri;
ha spesso l'occhio fisso sul suo oggetto.
Il tetro gli si addice nobilmente,
cos come ad Arcite l'allegria;
ma la malinconia di Palamone
 di per s una forma di allegria,
le due cose cos ben mescolate,
che par che l'allegria lo faccia triste,
e la tristezza allegro. L'umor nero
che sta s male sulla faccia altrui,
sembra che stia di casa sulla sua.


(Cornette. Squilli di tromba come per l'inizio d'un assalto)


Senti come gli sproni dello spirito
aizzano i due principi alla prova!
Arcite mi potrebbe guadagnare;
ma Palamone potrebbe ferirlo,
tanto da sfigurarlo nell'aspetto.
Ah, qual piet potrebbe mai bastare,
se ci avvenisse? S'io fossi presente
potrei far loro danno,
perch potrebbero levare gli occhi
l dov'io sieda, e mancare in quell'attimo
una parata o perdere un attacco
ch'era da fare proprio in quell'istante.
Meglio ch'io non sia l. Oh, quanto meglio
sarebbe stato non esser mai nata,
ch'esser la causa di tanta disgrazia!


(Trombe - Grandi clamori e trambusto all'interno,
con grida: "Urrah, Palamone!")


Entra un SERVO

Come va?

SERVO -
Gridano "Urrah, Palamone!".

EMILIA -
Allora ha vinto. C'era da aspettarselo:
grazia e successo ce li aveva in viso;
ed  senz'altro il migliore degli uomini.
Corri, ti prego, e dimmi come va.

(Grida e trombe, urla di "Urrah, Palamone!")

SERVO -
Ancora Palamone.

EMILIA -
Corri, e informati.


(Esce il Servo)

Povero servo d'amore, hai perduto!(144)
Portavo sempre sul mio petto a destra
il tuo ritratto, quel di Palamone
a sinistra... perch cos, non so;
non c'era un fine, era solo per caso;
ma il cuore sta a sinistra; Palamone
ha avuto in sorte l'augurio migliore.


(Altri clamori e grida all'interno. Trombe)

Questi clamori son sicuramente
il segno della fine dello scontro.

Rientra il SERVO

SERVO -
Dicono che sia stato Palamone
per primo a spingere di forza Arcite
fino ad un pollice dall'obelisco,
e in quel momento  stato tutto un grido
"Urrah!" per Palamone. Ma poi subito
i cavalieri della squadra opposta
han fatto una riscossa coraggiosa,
ed ora i due sfidanti sono pari.

EMILIA -
Oh, se di due potessero confondersi
in uno! Ah, non ci sarebbe donna
degna d'un uomo cos conformato!
Le qualit di ciascuno di loro,
la rispettiva loro nobilt
bastan da sole a dare ad ogni donna
il senso della propria ineguaglianza
della propria pochezza al lor confronto....

(Trombe. Grida all'interno: "Arcite! Arcite!")

Ancora evviva.  sempre Palamone?

SERVO -
No, questa volta il grido  per Arcite.

EMILIA -
Ti prego, fa'attenzione a chi si grida;
usa entrambe le orecchie a questo scopo.


(Trombe. Grande clamore e grida di "Arcite, vittoria!")

SERVO -
Adesso gridano "Arcite" e "Vittoria".
Ecco, ascoltateli: "Arcite! Vittoria!".
E gli squilli di tromba
proclamano la fine dello scontro.

EMILIA -
Eh, che Arcite non fosse un bambinello
lo vedevano pure i mezzi-ciechi...
Occhio di Dio! La sua sontuosit
e ricchezza di spirito irradiava
con prepotenza dalla sua persona;
non poteva restare in lui nascosta
pi che non possa il fuoco nella stoppa,
o pi di quanto possano bassi argini
contener acque costrette ad alzarsi
dalla rabbia di tempestosi venti.
Mi figuravo che il buon Palamone
sarebbe andato incontro al fallimento;
ma non sapevo perch lo pensassi:
il raziocinio in noi non  profeta,
mentre spesso lo  la fantasia.


(Trombe)

Tornano. Povero Palamone, ahim!


Entrano TESEO, IPPOLITA, PIRITOO,
ARCITE, come vincitore, e seguito

TESEO -
Ecco nostra sorella, qui in attesa,
ancora tutta trepida ed ansiosa!...
Leggiadrissima Emilia,
gli di nel loro divino arbitraggio
t'hanno assegnato questo cavaliere:
 un valoroso, se mai ce ne furono
a menare di spada. Qua le mani.


(Prende le destre dei due)
Tu prendi lei, lei te; siate promessi
d'un amore che cresca con l'et.(145)

ARCITE -
Emilia, io per acquistare te
ho perso ci che avevo di pi caro
dopo ci che con te io ho comprato,
e che compro comunque a basso prezzo,
rispetto a quanto stimo il tuo valore.

TESEO -
Sorella mia diletta,
ei ti parla da prode cavaliere,
quant'altri mai ce ne furono al mondo
che spronassero un nobile destriero;
gli di, son certo, avrebbero voluto
ch'egli morisse scapolo,
per tema che nel mondo la sua prole
potesse apparir troppo a loro simile.
Il suo comportamento m'ha incantato
al punto da pensare che anche Alcide(146)
appetto a lui fosse un pezzo di piombo.
Se potessi lodare ogni sua parte
come tutto l'insieme che ho descritto,
il tuo Arcite non ci perderebbe
al confronto, perch chi s valente
 stato ha incontrato tuttavia
sempre qualcuno che lo superasse.
Ho sentito due emuli usignoli(147)
percuotere l'orecchio della notte
col gareggiante loro gorgheggiare,
ora pi alto il primo, ora il secondo,
e poi di nuovo il primo, e quindi l'altro,
ed a vicenda l'uno e l'altro a gara,
di modo che l'udito era incapace
di giudicare chi fosse il pi bravo;
cos per molto tempo si protrasse
tra questi due cugini la tenzone,
finch a fatica poteron gli di
decretare chi fosse il vincitore.

(Ad Arcite)
Cingi dunque con gioia la ghirlanda
ch'hai conquistato... Quanto agli sconfitti,
sia data prontamente esecuzione
ad essi della nostra decisione,
ch so che ormai la vita
 per loro un tormento. E che sia qui.
Ma non  scena per la nostra vista.
Perci noi ce n'andremo,
giustamente gioiosi e un poco afflitti.
(Ad Arcite)
Offri il braccio a colei ch' il tuo trofeo;
so che non te la lascerai sfuggire.


(Arcite porge il braccio a Emilia - Fanfara)
Ippolita, il tuo occhio sta l l
per partorire una lacrima, vedo.


(Fanfara)

EMILIA -
Ma  vittoria questa?
Ahim, voi tutte potest celesti,
dov' dunque la vostra carit?
Se non fosse per vostro alto decreto
che le cose cos devono andare,
e non aveste incaricato me
di confortare questo miserabile,
questo principe orbato dell'amico,
che taglia via da lui un'esistenza
ben pi importante di tutte le donne,
anch'io dovrei, anch'io vorrei morire.

IPPOLITA -
Oh, infinita piet, che su una donna
quattro tali occhi debbano esser fissi,
e due di essi siano destinati
ad essere accecati!

TESEO -
Cos .


(Escono)



SCENA IV - Il carcere di Atene. Al centro
il ceppo per l'esecuzione capitale

Entra PALAMONE con i suoi CAVALIERI legati, il CARCERIERE,
un boia (che non parla) e un picchetto di soldati

PALAMONE -
C' pi di un uomo al mondo
che sopravvive nel cuore degli altri;
s, come pi di un padre
sopravvive nel cuore di suo figlio;
un tal pensiero ci conforta un poco.
Noi spiriamo, ma non senza riscuotere
l'altrui piet; ci accompagna l'augurio
degli altri a seguitare ancora a vivere.
A morir giovani e non sfioriti,
sfuggiamo all'esecrabile miseria
degli anni vecchiaia;
aggiriamo la gotta e la raucedine
che all'ultim'ora attendono l'arrivo
del frate francescano;(148)
cos veniamo davanti agli di
non gravati da molte e vecchie colpe
non espiate, cosicch gli di,
gradiranno dividere con noi
che siam pi chiari spiriti, il lor nettare,
piuttosto che con quelli,
che si portano dietro tanti crimini.(149)
Miei diletti congiunti,
che avete messo la vita come posta
a vincere s povero conforto,
l'avete persa a troppo poco prezzo.

1 CAVALIERE -
Quale altra fine sarebbe per noi
apportatrice di maggior contento?
I vincitori han solo su di noi
la fortuna, il favore della quale
 altrettanto fugace e passeggero
quanto per noi  sicura la morte;
quanto a onore non pesan pi di noi
d'un sol granello.

2 CAVALIERE -
Diciamoci addio,
e con l'arma della rassegnazione
irritiamo l'altalenante sorte,
che anche quand' pi sicura e salda,
ondeggia sempre.

3 CAVALIERE -
Chi va per il primo?

PALAMONE -
Spetti prima a colui che qui v'addusse
per prender parte a questo suo banchetto
di dar l'assaggio.


(Al Carceriere)
Ah, ah, amico mio,
amico mio, la tua gentil figliola
m'ha ridato la libert una volta,
ora tu vuoi ridarmela per sempre.
Di grazia, come sta? Non stava bene,
ho sentito; quel tipo di malanno
m'ha recato non poco dispiacere.

CARCERIERE -
S' ripresa, signore, ora sta bene,
ed andr presto a nozze.

PALAMONE -
Ne son lieto,
te lo giuro sulla mia breve vita;
questa  l'ultima cosa di mia vita
per cui gioisco. Diglielo, ti prego;
portale il mio saluto e dlle questo,
come modesta aggiunta alla sua dote.

(Gli consegna la sua borsa)

1 CAVALIERE -
Via, facciamoci tutti donatori!

2 CAVALIERE -
 vergine?(150)

PALAMONE -
Lo credo veramente;
una creatura davvero squisita;
pi meritevole, per conto mio,
di quanto possa io dare o dir di lei.

I TRE CAVALIERI -
(Al Carceriere, offrendogli le loro borse)
Dlle allora il saluto di noi tutti.

CARCERIERE -
Gli di vi ricompensino, signori,
e vi rendano lei riconoscente.

PALAMONE -
Adieu, fa'ora tu che la mia fine
sia sbrigativa come il mio commiato.

1 CAVALIERE -
(A Palamone)
Avanti tu, coraggioso cugino.

2 CAVALIERE -
E noi ti seguiremo di buon animo.


(Palamone si china a mettere il collo sul ceppo, mentre all'interno s'odono grida: "Accorrete! Salvateli! Fermate!")


Entra, di corsa, un MESSAGGERO

MESSAGGERO -
Fermi, fermi! Oh! Fermi, fermi, fermi!


Entra PIRITOO in furia

PIRITOO -
Fermi l! Maledetta sia la furia,
se avete fatto tutto cos presto!
Nobile Palamone,
ti mostreran gli di la loro gloria
in una vita ch'hai ancor da vivere.

PALAMONE -
Come pu esser ci, dopo che Venere
fu da me detta falsa ingannatrice?
Che succede?

PIRITOO -
Mio nobile signore,
alzati e presta orecchio ad un annuncio
ch' dolce e amaro insieme al primo udirlo.

PALAMONE -
Che cos' ch' venuto a risvegliarci
dunque, dal nostro sogno?

PIRITOO -
Ascolta bene.
Tuo cugino, in arcioni ad un destriero,
donatogli da Emilia, un baio scuro,
senza un sol pelo chiaro sul mantello,
ci che si dice ne svilisca il prezzo,
e che molti non vogliono comprare
proprio per questo, malgrado la razza
- superstizione che, in questa occasione,
ha trovato la sua piena conferma -
Arcite, dunque, in sella ad un cavallo,
trotterellando sui selci di Atene
che i suoi rampini, pi che calpestare,
sembravano contare ad uno ad uno,
ch il cavallo farebbe un miglio al balzo,
se il cavaliere gli desse di sprone;
mentre cos se ne andava contando
i selci della via, quasi danzando
alla musica fatta dai suoi zoccoli
- perch si dice che proprio dal ferro
ebbe origine il ritmo musicale -

ecco che fuor da una maligna selce,
gelida come l'annoso Saturno,(151)
e tutta posseduta, come lui,
di malefico fuoco,
dardeggia tutt'a un tratto una scintilla
o altro sprazzo di zolfo fiammante,
se preparato apposta, non so dire;
il focoso animale si spaventa
e cade in preda a quella confusione
che l'istinto pu dare alla sua forza
- balza, s'impenna, dimentico affatto
d'ogni regola di comportamento
per la quale era stato ammaestrato
in scrupoloso e paziente maneggio;
come un maiale, emette dei grugniti
all'aguzzo sperone che lo punge
ed al cui tocco si sente pi irritare
che pronto almeno un poco ad obbedire;
fa prova delle pi folli maniere
delle rozze e ribelli cavallacce
nel tentativo di disarcionare
il suo signore, che vi resta saldo.
Quando capisce che nulla gli giova,
che il ferro del suo morso non si rompe,
che il sottopancia di cuoio resiste,
che il saltare qua e l non riesce a smuovere
dalla sua posizione il cavaliere,
che lo tiene ben saldo tra le gambe,
s'impenna sugli zoccoli di dietro,
eretto, s che le gambe d'Arcite,
stando in alto al disopra del suo capo,
sembravano sospese quasi in aria,
chi sa in virt di qual magica arte;
in quella la corona di vittoria
gli cadde dalla testa,
la bestiaccia di colpo si rovescia
indietro ed il suo peso tutto intero
diventa il carico del cavaliere.
 ancora vivo; ma  la barchetta
che ce la fa s e no a galleggiare,
in attesa dell'ultimo maroso
che la schianti definitivamente.
Ha detto di aver grande desiderio
di parlare con te. Eccolo, viene.

Entrano TESEO, IPPOLITA, EMILIA
con ARCITE trasportato su una sedia

PALAMONE -
O fine miserabile,
potenti di, di nostra parentela!
Arcite, se il tuo cuore,
se il tuo nobile, coraggioso cuore,
non  ancora spezzato, parla, dimmi
l'ultime tue parole.
Palamone son io, che t'ama sempre,
mentre tu muori.

ARCITE -
Prenditi tu Emilia,
e con lei tutta la gioia del mondo.
Stendimi la tua mano, Palamone.
Addio, ho contato l'ultimo rintocco.
Fui sleale con te, mai traditore;
perdonami, cugino...
un bacio dalla bella Emilia...

(Emilia lo bacia)
 fatto.
Prendila, Palamone,  tua; io muoio.


(Muore)

PALAMONE -
Trovi l'Eliso l'anima tua prode!

EMILIA -
(Avvicinandosi al corpo di Arcite)
Ecco, principe, io ti chiudo gli occhi;
anime benedette sian con te!
Tu sei stato un grand'uomo,
e questo giorno, finch sar viva,
dedicher alle lacrime per te.

PALAMONE -
Ed io alla memoria del suo onore.

TESEO -
In questo luogo avete combattuto
la prima volta; e sempre in questo luogo
io vi divisi. Rendi ora agli di
le tue grazie, per essere ancor vivo.
La sua parte  finita,
e malgrado sia stata troppo breve,
l'ha bene recitata;
(A Emilia e Palamone)
il vostro giorno s'allunga e v'irrora
la propiziante rugiada del cielo.
Venere ha ben ornato la sua ara,
concedendo a voi due il vostro amore;
Marte, nostro patrono, dal suo canto,
ha ben tenuto la sua profezia,
concedendo ad Arcite la vittoria;
in tal modo le due divinit
han mostrato la debita giustizia.
Portate via questo corpo.

PALAMONE -
O cugino,
perch dobbiamo noi desiderare
cose che poi ci vengono a costare
la perdita del nostro desiderio!
Ch nessuno potrebbe mai comprare
un amore prezioso
se non perdendo un amore prezioso!

TESEO -
Mai fortuna gioc pi sottil gioco:
il vinto che trionfa, il vincitore
che perde; e tuttavia in questa prova
gli di si son mostrati affatto equanimi.
(A Palamone)
Tuo cugino difatti aveva ammesso
che a te spettava il diritto alla dama,
perch l'avevi vista tu per primo,
e subito dicesti il tuo sentire;
egli dunque te l'ha restituita
come fosse un gioiello a te rubato,
ed ha desiderato che il tuo animo
lo congedasse da qui perdonato.
Gli di cos mi tolgono di mano
la mia giustizia, e se ne fanno essi
gli esecutori. Va'con la tua dama,
ora, solo, e dal palco della morte
richiama i cavalieri tuoi compagni,
ch'io qui adotto come amici miei.
Atteggiamoci a lutto un giorno o due,
per onorare le esequie di Arcite;
poi vestiremo il viso degli sposi
per sorridere insieme a Palamone,
per il quale soltanto un'ora fa,
s, solo un'ora fa, ero tanto afflitto
per quanto ero felice per Arcite;
ed ora son felice,
per quanto afflitto son per quell'altro.
O voi di, celestiali incantatori,
qual trastullo non siamo noi per voi!
Noi ridiamo per quello che ci manca;
e siamo tristi per quello che abbiamo;
sempre fanciulli, in un modo e nell'altro.
Fate che siamo a voi riconoscenti
per quel che , com',
e cessiamo di disputar con voi
che siete sopra ad ogni nostra indagine.
Andiamo, adesso; e diamoci il contegno
che si conviene al momento presente.


(Squilli di tromba - Escono tutti)


EPILOGO



Ora mi piacerebbe domandarvi
se la nostra commedia v' piaciuta;
ma, come accade con gli scolaretti,
non posso farlo; ho una paura matta.
Di grazia, rimanete ancora un poco,
ch'io vi guardi nel viso ad uno ad uno.
Nessuno che sorride?
Allora andiamo male, a quanto pare.
Quello tra voi ch'abbia mai amato
una ragazza fresca e prosperosa,
si faccia avanti, mostri la sua faccia...
Non c' nessuno... strano... e s'egli vuole,
contro la sua coscienza, che ci fischi
e ci rovini la reputazione.
 vano, vedo, dirvi di star buoni...
Forza, allora, sfogatevi!... Che dite?
Non vogliate fraintendermi, per.
Io non voglio vantarmi: non  questa
l'intenzione di quanti siamo qui.
Se la fiaba che abbiamo raccontato
- ch fiaba  - v' comunque piaciuta,
perch soltanto a questo onesto fine
era intesa, noi siamo soddisfatti;
e ne avrete, non tarder gran che,
oserei dire, anche alcuna meglio,
s che possiamo prolungar nel tempo
l'antico affetto che gi ci portate.
Cos restiamo, attori e suonatori,
vostri servi attentissimi,
e buona notte a tutti, miei signori.

(Fanfara - Esce)






FINE


NOTE:

(1) Prosegue il traslato introdotto dal paragone tra la buona commedia e la verginit; la commedia, come la verginit, se  "intera e sana", il giorno delle nozze (l'incontro col pubblico)  ancora pudicamente tremebonda, per paura di perdere l'onore, come la sposina dopo il primo amplesso maritale.
(2) Il Trent  uno dei grandi fiumi d'Inghilterra, scorre nel Midland per 240 km. Strana  per la pretesa di Fletcher - cui si deve la stesura di questo prologo - di limitare la grande poesia entro questi limiti geografici, dove certamente Chaucer  stato uno dei massimi; ma a sud del Po, prima di Chaucer, c'era stata la poesia delle moderne lingue volgari, con la corte di Federico II a Palermo e con il dolce stil novo a Firenze.
(3) Il riferimento  al "Racconto del Cavaliere" ("The Knight's Tale"), il primo della raccolta dei "Racconti di Canterbury" di Geoffrey Chaucer, che questi aveva attinto a sua volta dal poema "Teseida" delle leggende del ciclo tebano di Giovanni Boccaccio. Vi si narra la vicenda di due cugini tebani, Palamone e Arcite, caduti prigionieri del Duca di Atene Teseo nella guerra mossa da questo contro il tiranno di Tebe Creonte, guerra iniziata da Teseo il giorno stesso delle sue nozze con la regina delle amazzoni Ippolita, per corrispondere alle insistenti preghiere della regina vedova del re Capaneo e di altre regine i cui mariti re sono caduti combattendo contro lo stesso Capaneo.
(4) Testo: "And my famed works makes lighter than Robin Hood": "E delle mie famose opere fa roba pi leggera di Robin Hood". Robin Hood era l'eroe cantato nelle ballate popolari assai in voga nell'Inghilterra di Shakespeare. Era roba da cantastorie e ballatette popolari, e gli intellettuali elisabettiani, drammaturghi in testa, le avevano in dispregio; si veda la parodia che lo stesso Shakespeare ne fa nella 4a scena del IV atto del suo "Racconto d'inverno".
(5)"Our losses fall so thick...": questa frase - che altrimenti sarebbe incomprensibile -  stata sempre considerata dalla critica come alludente all'incendio che aveva devastato il teatro del "Globe" durante la rappresentazione dell'"Enrico VIII" (anche quest'opera, come la presente, frutto della collaborazione fra Shakespeare e Fletcher). L'incendio fu provocato da una scintilla di un cannone sparato a salve, che appicc il fuoco al tetto di paglia.
Da ci s' arguito che la rappresentazione di questa commedia abbia avuto luogo o a corte o al teatro aperto dei "Frati Neri".
(6) "We must need leave": pu significare "dobbiamo rinunciare a dare altre rappresentazioni fuori del teatro "Globe", oppure addirittura "dobbiamo abbandonare il mestiere". Il lettore legga come vuole.
(7) Questa pomposa didascalia, cos diversa da quelle stringatissime apportate dagli editori dell'in-folio (si sa che Shakespeare non si curava di esse, come della divisione in atti e scene dei suoi lavori, che sono opera dei successivi curatori)  verosimilmente dell'editore che ha curato la prima stampa del lavoro, apparso in un in-quarto del 1634. Essa - come nota il D'Agostino (Garzanti, "I grandi libri", 1994) - "complicata, articolata, particolareggiata, piena di simboli folclorici, ci d un'idea del gusto che era cambiato nel barocco".
(8) Le tre donne sono le vedove di tre dei "Sette a Tebe" del mito cantato dai tragici greci, ossia dei sette condottieri (Adrasto, Polinice, Tideo, Anfiarao, Capaneo, Partenopeo e Ippomedonte) che, guidati da Polinice, si allearono contro Tebe, per togliere il trono a Eteocle, di Polinice fratello, che a questi l'aveva usurpato. I due fratelli, scontratisi in battaglia, si uccisero a vicenda, e lo zio Creonte, divenuto re, sconfisse e uccise gli altri sei, ordinando di non seppellire i loro corpi.
(9) "The blest eye of Holy Phoebus"  il sole. Febo  l'altro nome di Apollo, personificazione della luce solare, fonte di vita. "Blest"  contrazione di "blessed", participio passato di "bless", "benedire".
(10) Teseo, dopo Ercole,  l'eroe pi famoso della mitologia greca, autore anche lui di favolose imprese (uccisione della feroce scrofa Fea; liberazione dell'Attica dai ladroni; uccisione del Minotauro; caccia al cinghiale calidonio; lotta contro i Centauri, ecc.). Qui la dama lo invoca come "purificatore della terra" ("purger of the earth").
(11) S'intende la volta del cielo.
(12) Reminiscenza omerica. Non un manto, per, ma un cinto  quello che Giunone si fa prestar da Venere per sedurre Giove:
"... il bel trapunto e vago
cinto si sciolse, in che raccolte e chiuse
erano tutte le lusinghe..."
(Omero, "Iliade", XIV, 269-271).
Ma il testo ha "Juno's mantle", e il successivo "spread her" intende proprio "manto".
(13) Cio affascinato dalla malia dei suoi occhi.
(14) La pelle del leone di Nemea, che Ercole, ancora giovane (la prima delle sue 12 fatiche), aveva ucciso e scuoiato. Di questa pelle l'eroe  raffigurato rivestito nella iconografia classica.
(15) Bellona era la dea romana della guerra. Teseo non la poteva conoscere.  uno dei perdonabili anacronismi di Shakespeare.
(16) Qui Shakespeare allude all'uccisione del gigantesco cinghiale che Artemide invi a devastare il regno di Eneo, re di Caledone, nell'Etolia. Ne parla Stazio nella "Tebaide", II, 682-690, e Ovidio, nell'VIII libro delle "Metamorfosi", due autori che Shakespeare conosceva. La bestia aveva la mole di un toro, le zanne lunghe e taglienti come falci, le setole dure e acuminate come dardi, l'alito pestifero. Alla caccia di essa presero parte principi illustri, oltre a Teseo: Castore, Polluce, Giasone, Pritoo, Linceo, Ida, Acasto, Telamone, Peleo, Nestore, Anfiarao, e una donna, Atalanta, moglie di Meleagro. Fu questi ad uccidere il cinghiale. Ippolita, regina delle Amazzoni, non partecip a tale caccia. Shakespeare qui la confonde con Atalanta.
(17) "If that you were the ground piece of some painter": "ground-piece"  "statua poggiata a terra su un piedistallo", opera di scultore, ma "some painter" fa pensare ad una statua - di marmo, di stucco, di legno - alla quale un pittore abbia dato il colore; come quella di Ermione nel "Racconto d'inverno" che Shakespeare fa dire a un gentiluomo essere stata "completata" da un maestro italiano, Giulio Romano.
(18) "Let us be widows to our woes"; intendi: "lasciamo il nostro dolore a piangere, vedovo di noi cui non resta pi nulla da fare per lenirlo". Forma artificiosamente barocca per esprimere il disappunto della donna di fronte alla decisione di Teseo di procedere al rito delle nozze, e di ritardare quindi l'azione contro Creonte.
(19) "Famishing hope", letteralmente: "speranza che sta per morire di fame".
(20) Di questo nome si  conservata, ai fini della metrica, la pronuncia sdrucciola dell'originale greco ("Peirthoos").
(21) "I stamp this kiss upon thy current lip / sweet, keep it as my token": serie di doppi sensi, incastrati uno dentro l'altro, come spesso in Shakespeare; "I stamp"  "io premo" ma anche "io conio"; "thy current lip"  "il tuo labbro fuggente" ma anche "il tuo labbro moneta corrente" (cio buona); "as my token"  "come mio pegno d'amore" ma anche "come mio sigillo" (il sigillo di metallo per stampigliare la moneta).
(22) Shakespeare mette qui in bocca alle vedove regine - e a Teseo, nella battuta successiva - la concezione rinascimentale dell'uomo-portento, l'"homo rationalis", dominatore delle sue passioni grazie all'impero della ragione. Teseo, a differenza di Eracle, che  semidio ( figlio di Zeus e Almena),  uomo mortale (anche se in seguito sar anch'esso venerato come un semidio e avr un tempio, il "Theseion"); come tale,  superiore agli di nel dominare a sua scelta le passioni, alle quali gli di sono costretti dalla loro stessa natura di essere divini, gli animali dell'istinto.
(23) Reminiscenza omerica. Per gelosia, Giunone si vendic di Paride, che aveva assegnato a Venere il pomo destinato "alla pi bella" dalla dea Discordia, scatenando la guerra di Troia, durata dieci anni. Palamone se ne augura una simile, come se la guerra sia la medicina migliore per emendare la corruzione dei costumi favorita dalla lunga pace.
(24) Non  nel testo.
(25) Cio in un creditore insoluto, inseguito dal sarto per i vestiti non pagati.
(26) Qui Shakespeare, come gi aveva fatto altrove (v. la "tirata" di Mercuzio in "Romeo e Giulietta", II, 4, 26 e segg.) satireggia sul vezzo dei contemporanei di rinnegare l'austerit degli avi per scimmiottare le mode che vengono di fuori. Qui siamo nella Tebe antica, ma  chiara l'allusione ai tempi contemporanei del poeta..
(27) Sullo stato delle strade di Londra nel '500 c' un cenno nella "Cena delle ceneri" di Giordano Bruno, che, com' noto, soggiorn a Londra nel 1583; erano fangose, sporche e maleodoranti, e ci si doveva camminare spesso in punta di piedi per evitare di lordarsi. Qui siamo a Tebe del V sec. a.C., ma, come  consueto in Shakespeare, i due parlano come due nobili della Londra del sec. XVI.
(28) La vicenda  cantata nei libri I, 748 e segg., e II, 19 e segg., delle "Metamorfosi" di Ovidio. Fetonte, per una contesa col suo coetaneo Epafo, ottiene dal padre Febo di condurre il carro del sole, trainato nel cielo dai cavalli alati; ma questi, come si accorsero di non avere la stessa guida, abbandonarono il consueto percorso, e Fetonte non seppe pi dominarli, sicch il carro si avvicinava paurosamente alla Terra. Zeus, allora, per evitare maggiori calamit, fulmin il temerario giovinetto, e lo precipit nell'Eridano. Febo dovette urlare e frustare a morte i cavalli per riportarli nel giusto percorso.
(29) Si  tradotto a senso un testo incredibilmente involuto, che, tradotto letteralmente, suonerebbe cos: "Eppure ("Yet") qualunque uomo riduce a un terzo il suo valore - ed  il caso di ciascuno di noi - quando la sua azione  ritardata da una mente che sa che la sua causa  ingiusta".
(30) I testi qui non hanno didascalia di scena. Il traduttore, per agevolare la lettura - cui, si ripete, questa traduzione  essenzialmente intesa - si  arrogato la libert di dare questa indicazione. Il regista - o il lettore - si costruisca la scena a suo talento.
(31) V. la nota n.15.
(32) Ippolita ed Emilia sua sorella sono amazzoni, popolo di donne guerriere che si bruciavano, o tagliavano, o comprimevano la mammella destra per meglio impugnare l'arco. Parteciparono, sotto la guida di Pentesilea, alla guerra di Troia. Ippolita  il premio che si attribuisce Teseo, dopo la vittoria su di loro. Nel "Sogno d'una notte di mezza estate" I, 1, 16 e segg., egli le dice: "T'ho corteggiata con la spada, e ho vinto l'amor tuo con la violenza".
(33) Testo: "Which shall be then / beyond further requiring": "Che (la pace) dovr essere allora al di l d'ogni ulteriore richiesta".
(34) "You were at wars when she the grave enriched / "who made too proud the bed...". Qui, come altrove prima, ma in forma forse pi flagrante, la grammatica di Shakespeare va a briglia sciolta; quel "who" riferito a "she", che leggerebbe: "che fece troppo orgoglioso il letto", che non significa niente,  decisamente una contorsione. Noi l'abbiamo letta come sopra. Ma chi sa che cosa ha voluto dire il copione?
(35) Il mitico uccello creato dalla fantasia degli antichi Egiziani, che dopo esser morta bruciata dal calore del sole nel suo nido di nardo e mirra, si diceva risorgesse dalle sue ceneri a nuova giovent ogni cinque secoli.
Cos Dante ("Inferno", XXIV, 106-111), seguendo Ovidio ("Metamorfosi", XV, 392 e segg.):
"Cos per li gran savi si confessa
"che la Fenice more e poi rinasce
"quando al cinquecentesimo anno appressa".
(36) Qui Teseo parla di se stesso; il suo mito  quello dell'eroe pi avventuroso di Grecia, che dopo tante peripezie finisce ucciso a tradimento, precipitato da una rupe dal re Licomede di Sciro, presso il quale si era rifugiato. Come faccia per a sapere di fatiche e traversie incontrate dai due giovani cugini tebani, che ha test conosciuto, non  detto.
(37) Le carceri elisabettiane (e non solo le carceri) non avevano vasi da notte; in loro sostituzione si usava cospargere il pavimento di paglia, sulla quale ciascuno faceva i suoi bisogni, dopo di che essa veniva spazzata per essere usata come concime negli orti e nei giardini.
(38) "'Tis pity they are in prison, and 'twere pity they should be out": letteralm: " un peccato che siano in prigione, ma sarebbe un peccato se dovessero uscirne";  il primo tocco della simpatia della ragazza per i due nobili cugini.
(39) Secondo l'"Oxford Shakespeare" (cit.) qui comincia la seconda scena del II atto, com' nell'edizione in-quarto. Accettiamo tuttavia, col Vittorini (Ediz. Garzanti, 1994) che segue a sua volta il suggerimento dell'edizione "Penguin" curata dal Bawcutt, l'emendamento che fa continuare la scena prima. Lo scenario infatti  lo stesso; solo che il palcoscenico del teatro elisabettiano  diviso in due piani, uno al livello della platea, e un soppalco: i due entrano su questo, in alto.
(40) "The red-eyed god of war": "... il dio della guerra dagli occhi rossi di fiamma".
(41) Il testo ha semplicemente "unmarried", "non sposati"; ma da quel che viene dopo, si capisce che Arcite pensa alla famiglia e alla prole.
(42) "Like a Partian quiver": alcuni traducono "come una faretra partica" (perch "quiver" ha il doppio significato di "faretra", se usato sostantivamente, e "rapido", "veloce", se aggettivo). L'immagine della faretra  suggerita dal fatto che i guerrieri parti erano famosi per simulare la fuga e poi girarsi e sorprendere gli inseguitori con frecce scagliate all'indietro; il cinghiale ferito e inseguito dai cacciatori sarebbe quella faretra. Ma perch la faretra e non il Parto stesso? E perch non intendere semplicemente "veloce come un parto"?
(43) S'intende non gli di, ma "quelli" della corte di Creonte.
(44) Il mito di Narciso, il bellissimo fanciullo figlio del fiume Cefiso e della Ninfa Liriope,  cantato da Ovidio nel II libro delle "Metamorfosi".
(45) S'intende di "buon cuore" verso Narciso.
(46) Battuta di fulminante contenuto drammatico. Palamone improvvisamente preso per Emilia si sente quel che non s' sentito mai prima: prigioniero, ma d'amore.
(47) Testo: "And leaves him to base briars": "briar" (o "brier")  il cespuglio/rovo di rosa canina o rosa di macchia (cfr. Spencer, "Sweet is the rose, but growes upon a brere").
(48) Queste due battute giocano sul doppio senso dell'espressione "Laugh and lie (or lay) down" che era il nome di un vecchio gioco di carte, ma significa anche "ridere e giacersi". EMILIA dice: "Mi metterei a ridere ("I could laugh now"); la DONNA prende al volo il "laugh" e, pensando al gioco delle carte, ribatte: "I could lie down", che completa il bisticcio.
(49) Il testo ha: "... o che sia figlio di uomo" ("... or... that is a man's son").
(50) "If I hazard thee and take thy life, I deal but truly"; senso: "se lo far, sar colpa tua, perch avr agito coerentemente alla pazzia che tu m'imponi".
(51) "And me too / even when you please of life": sottintende il "privarmi" precedente del carceriere. Palamone ha, come primo pensiero, quello che il Duca abbia mandato a chiamare Arcite per ucciderlo; subito dopo, per, pensa ben altro.
(52) Palamone crede che Emilia sia la figlia di Teseo.
(53) Testo: CARCERIERE: "... for you / I have this charge too...". PALAMONE: "To discharge me?". Gioca sul doppio senso di "charge" che  "incarico" ma anche "carica di polvere in un'arma da fuoco", e "discharge" che  "disimpegnare un incarico" ma anche "scaricare un'arma (contro qualcuno)".
(54) "A new morris": "morris" sta per "morris-dance", una danza popolare, molto rumorosa, grottesca, ballata da persone in fantasiosi costumi normalmente ispirati alla leggenda di Robin Hood. Qui Palamone dice al carceriere che gliene far sentire una altrettanto rumorosa, ma di nuovo tipo, perch fatta a suon di catene.
(55) Perifrasi per "sollecitare i cavalli attaccati all'aratro col pungolarli sulla coda".
(56) "He'll eat a hornbook": "hornbolck" era un foglio di carta sul quale erano scritte le lettere dell'alfabeto, i primi dieci numeri, alcune regole di pronuncia e il "Pater Noster", che gli insegnanti di religione - che insegnavano anche grammatica ai ragazzi, ed erano dei religiosi - portavano inquadrato in una cornice di legno e ricoperto da una lamina d'osso trasparente.
(57) "Shall we be lusty?": chi parla  un uomo di campagna che va alla festa del calendimaggio in citt e alla rappresentazione che ha preparato coi compagni per la festa dinanzi al re.
(58) Frase scurrile, di senso oscuro.
(59) Che c'entrano qui i tessitori, non si capisce bene. Forse il contadino, che ha cantato, pensa ai tessitori olandesi che a Londra cantavano sempre mentre lavoravano.
(60) "His learning makes no cry": "non abbaia pi"; l'immagine  tratta dalla caccia, e si dice del cane che perde la traccia della preda e cessa di abbaiare.
(61) "Every man to his tackle":  linguaggio marinaro, "ciascun uomo al suo strumento".
(62) "My mind misgives me":  la stessa frase di Otello (III, 4, 90).
(63) Il "colpo d'anca" ("trip of the hip") con "presa di spalla"  uno dei tipici movimenti della lotta greco-romana.
(64) Cacciare col falcone, conoscenza dell'arte di cavalcare e di controllare una muta, oltre al guerreggiare, erano attivit che distinguevano i nobili dal popolo minuto.
(65) "Fair-eyed honour": "onore dall'occhio limpido e bello". Chiara allusione a Emilia.
(66) Il testo ha "to your travel", dove "travel"  usato evidentemente nel suo duplice significato di "viaggio" e di "travail", etimo dal quale "travel" deriva e che significa "fatica", "sforzo", "prestazione fisica".
(67) "My father / Dust better have endured cold iron than done it": frase di significato incerto. Per dargliene uno, ho riferito quell'"it" a "heart" ("cuore") contenuto nel precedente "stout-hearted" ("stout-hearted child", "bambino dal cuore tenace").
(68) Ad Arcite, che l'ha chiamato "caro cugino" ("Dear cousin") Palamone risponde "Couzener Arcite", dove "couzener", da "couzen", omofono di "cousin", vuol dire "truffatore", "falso".  un gioco di doppi sensi frequente nel teatro elisabettiano dove "cugino" si diceva indifferentemente "cousin" e "couzen".
(69) Lo spettacolo degli orsi legati contro i quali si lanciavano terribili mastini era frequente nelle strade di Londra.
(70) "And do the deed with a bent brow", letteralmente: "E fa quel che devi fare (per me) con fronte aggrottata".
(71) Cio con uno spargimento di sangue.
(72) Salse e mostarde piccanti s'usavano nelle corti per togliere alla selvaggina l'odor di selvatico.
(73) Arcite ha detto "Venison", "selvaggina", "cacciagione", che si pronuncia come "wench", "puttana".
(74) Il testo ha: "to the wenches / we have known in our days", "delle ragazze che abbiamo conosciuto ai nostri giorni".
(75) Questa battuta lascia intendere che non vi sono bicchieri, che i due bevono alla bottiglia, che Palamone offre ad Arcite, ma che questi rifiuta per dare la precedenza al cugino.
(76) Doppio senso scurrile: "virginals" (al plurale) era uno strumento a tastiera, assai comune nell'Inghilterra del XV sec., una specie di spinetta, ma chiuso in una scatola, senza piedi. Ma "virginalling", unica forma di un inesistente verbo "to virginal" si diceva di qualcosa che si titillava con le dita, come su una tastiera (come nel "Racconto d'inverno", I, 2, 125: "virginalling upon hi palm"). Palamone l'usa qui in questo senso.
(77) Era antica credenza popolare che l'usignolo, per restare sveglio e cantare di notte, premesse il petto contro le spine di rovo.
(78) "Like a top":  l'immagine della sommit di un perno che gira vorticosamente e sembra che stia immobile; cos una trottola che prilla. "Picchio"  il nome dialettale della trottola.
(79) "Ye jeans judgements": "Jean"  il nome inglese di Genova, dove si fabbricava una specie di fustagno ruvido, che da l prese il nome (l'antenato dei nostri "jeans").
(80) Espressione d'un latino maccheronico, senza senso. Shakespeare si compiace, qui, come altrove, di mettere in bocca ai pedanti questo tipo di strampalate locuzioni.
(81) "Ye are all dunces": "Dunces" si chiamavano i seguaci della setta religiosa che s'ispirava alla teologia scolastica di Duns Scoto; il termine fin per significare, in generale, "corto di intelletto", "lollard".
(82) Meleagro, l'eroe del mito greco, che prese parte alla caccia contro il cinghiale calidonio, e lo uccise. (v. la nota n.16).
(83) Il maestro di scuola fa sfoggio di latinorum: questa volta va a scomodare Cicerone. "Quousque tandem, Catilina, abutere patientiae nostrae"  l'inizio di una delle orazioni catilinarie dell'Arpinate ("Fino a quando...").
(84) "We may go whistle"; all the fat's in th'fire": sono due frasi idiomatiche, una dentro l'altra. "To go whistle" ("andar fischiando") significa: "to occupy oneself to no purpose", "lavorare a vuoto"; "all the fat is in th'fire", sta per "the design has irrimediably failed" (Oxford Unoiversal Dictionary).
(85) "We have... washed a tile": altra espressione idiomatica per significare "we have laboured in vain".
(86) Vani, senza effetto.
(87) Si dice che a marzo le lepri vanno in amore e sono facile preda dei cacciatori.
(88) Testo: "And let him play "Chi passa" o'th'bells and bones"; "Chi passa" sono le prime parole della strofa di una canzone a ballo italiana, conosciuta allora in tutta Europa; "o'th'bells and bones" non significa niente, e si tratta, probabilmente - come nota il Vittorini - dell'anglicizzazione dell'italiano "belle e buone". Cos l'abbiamo intesa.
(89) Citazione da Ovidio, "Metamorfosi", XV, 871: "e una fatica portai a termine che n l'ira di Giove n il fuoco...".
(90) Teseo gioca sul doppio senso della parola "hail". Geraldo li ha salutati con "all, hail" ("Thou, doughty all hail; all hail, sweet ladies") che significa "evviva", "salve", e simili espressioni di saluto; ma anche "grandine".
(91) "From post to pillar": immagine tratta dal gioco del tennis, della palla che va da un capo all'altro del campo.
(92) Geraldo presenta con una specie di sciarada la danza ("Moresca") che i suoi si apprestano a fare.
(93) "Lord of May and Lady Bright" sono i personaggi di una delle tre rappresentazioni teatrali eseguite nel 1613 in occasione delle nozze della principessa Elisabetta, figlia di Giacomo I, con Federico V, elettore palatino e re di Boemia: "The Masque of the Inner Temple and Gray's Inn", un lavoro di Francis Beaumont, che ebbe grande successo.
Le citazioni e i riferimenti reciproci erano frequenti tra gli autori del periodo elisabettiano.
(94) "The beest-eating clown": "beest"  il primo latte (siero) che esce dalle mammelle, specialmente della mucca, subito dopo il parto.  causa spesso di malattia dei neonati ("colostratio").
(95) Poich la moresca si danza in coppia, alcuni testi danno la loro formazione: Messer Maggio con Monna Luce; la cameriera con il famiglio; una contadina con un contadino; l'oste con l'ostessa; il babbuino con la babbuina; il buffone (lo stesso Geraldo) con la figlia del carceriere.
(96) Di alberi, s'intende.
(97) "And here's something to paint your pole withal": frase di significato incerto; il pi verosimile  che essa accompagni il gesto di Piritoo mentre d del denaro a Geraldo.
(98) "May the stag thou huntest stand long": "Possa il cervo che cacci fermarsi a lungo davanti a te (per darti pi lunga emozione)". Ma  anche questa un'interpretazione dubbia.
(99) "Per tutti gli di e le dee ".
(100) "To whom the birthright of this beauty... pertains": "birthright"  l'insieme di diritti e privilegi spettanti per nascita, anche "diritto di primogenitura"; tra due nobili pari per nobilt tale diritto pu solo essere affermato colle armi.
(101) "Though I had died": "a costo di morire".
(102) "The law will have the honour of our ends": la "Legge", cio "il patibolo" che essa commina a chi la infrange.
(103) "Officers of arms": erano gli arbitri dei duelli tra cavalieri a ci nominati dal Marshall of Arms.
(104) Eracle, secondo Plutarco,  cugino di Teseo.
(105) Intendi: gli occhi che si sono innamorati della mia bellezza.
(106) "But why all this haste, sir?".  la ripetizione, con altri termini, della prima domanda del carceriere: "Perch me lo chiedi?", che lascia intendere come lo Spasimante sia entrato in scena precipitosamente, in cerca della figlia.
(107) "We'll dance an antic": si chiamava "antic" una rappresentazione a gesti e movimenti grotteschi (cfr. "Pene d'amore perdute", V, 1, 91: "Some... show, or pageant, or antic...").
(108) "Willow, willow, willow":  la stessa canzone che canta Desdemona nell'"Otello", IV, 4, 40-56. Il salice era il simbolo dell'amore infelice, e sempre, in Shakespeare, il leit-motiv che accompagna gli amanti sfortunati (cfr. "Amleto", IV, 7, 167; "La dodicesima notte", I, 5, 253; "Il Mercante di Venezia", V, 1, 25). Il racconto della follia della Figlia del Carceriere, fatto dallo Spasimante, riecheggia quello della morte di Ofelia, raccontato da Gertrude, nell'"Amleto", IV, 7, 167-184. In questo caso - nota il Vittorini nella sua traduzione (Garzanti, 1994) - "possiamo presumere che sia un omaggio di Fletcher (cui dai critici viene assegnata la stesura di questa scena) al "miglior fabbro".
(109) "The Broom" e "Bonny Robin" sono i titoli di canzoni popolari inglesi del '500. Anche Ofelia nell'"Amleto" (IV, 5, 187) intona alcuni versi del "Bonny Robin": "Perch il mio dolce Robin /  tutta la mia gioia".
(110) Qui come altrove nelle canzoni intonate dalla Figlia del Carceriere il copione ha "etc..."; segno che il pubblico le doveva conoscere.
(111) La ragazza pensa sempre a Palamone.
(112) "Hell tickle it up in two hours": "to tickle up" si dice del sistema della pesca della trota con le mani, cos descritto da J. R. Jefferies (1848-87) in "The amateur Poacher": "Tickling for trout is tracing into the ston e it lies under, then rubbing it gently beneath, wich causes the fish to gradually move backwards into the hand, till the fingers suddenly close in the gills". L'immagine, applicata alle fanciulle,  lasciva; ma la Figlia del Carceriere, come Ofelia, nella sua follia d'amore  come se si liberasse da ogni freno inibitorio della sua sensualit. (Nello stesso senso, v. l'uso di "tickling" in "La dodicesima notte", II, 5, 19: "For here comes the trout that must be caught by tickling").
(113) L'edizione dell'"Oxford Shakespeare" curata da S. Wells e G. Taylor, 1994, da noi seguita, ha qui "uff, uff, uff!", detto sempre dalla Figlia del Carceriere. Altri hanno "o, o, o!" gridato da tutti gli altri. Pi sotto ha "bowline", termine marinaresco ("Top the bowline"), "bolina", in luogo di "bowling" che qui non ha senso. Tutta questa scena, in cui i personaggi secondano la follia della ragazza, immedesimandosi nell'azione marinara da lei immaginata,  un chiaro espediente scenico per divertire il pubblico.
(114) "Let's get her in": quell'"her" riferito alla nave piuttosto che alla ragazza - come hanno inteso altri -  sembrato pi aderente al testo; la personificazione dei navigli  comune nella lingua inglese.
(115) Ganimede, il bellissimo giovinetto, figlio di Troo e di Calliroe, fratello d'Ilo e d'Assaraco, prozio di Primao, che Zeus rap sul monte Ida, dopo essersi mutato in aquila,
"... perch fosse a Giove
"di coppa mescitor per sua beltade,
"ed abitasse con gli Eterni".
(Omero, "Iliade", V, 347-51. - Trad. V. Monti).
(116) Era/Giunone era rappresentata con occhi molto grandi, e coi caratteri d'una bellezza maestosa e nobile:
"... chin la veneranda Giuno
"i suoi grand'occhi paurosa e muta..."
(Omero, "Iliade", I, 743 e segg. - Trad. V. Monti)
(117) "Pelop's shoulder": Pelope, figlio di Tantalo, fratello di Niobe e padre di Atreo e Tieste. Suo padre, per provare la onniscienza degli di, offr a mensa ad alcuni di essi le membra cotte del figlio; ma gli di le rifiutarono. Solo Demetra/Cerere mangi una spalla del fanciullo; ma Zeus ne ricompose il corpo e gli restitu la vita, ed Ermes/Mercurio costru una spalla d'avorio che sostitu quella mancante:
"Pelope, insigne per l'omero d'avorio
"e valente nell'arte dell'auriga...".
(Virgilio, "Georgiche", III, 7-8).
(118) "Thou are a changeling to him": "changeling"  il bambino che viene furtivamente scambiato con un altro nella culla. Era credenza che ci facessero le fate o gli zingari, sostituendo i bimbi belli con esserini o folletti deformi. La parola si ritrova altrove in Shakespeare: nel "Sogno d'una notte di mezza estate" ("... a little changeling boy", II, 1, 120), dove per "changeling"  il bimbo che Tatiana non ruba, ma prende ed alleva dalla madre morta nel partorirlo; nel "Racconto d'inverno", III, 3, 111, dove il pastore, indicando il fagottelo dove  racchiusa la neonata Perdita, dice "This is some changeling"; in "Amleto", V, 2, 53, dove per il termine  usato per "sostituzione furtiva di un documento" ("The changeling never known").
(119) Testo: "Thick-twined like ivy tods / not to undo with thunder": "strettamente intrecciati come ciuffi d'edera, da non esser scompigliati dal tuono"; si riferisce alla credenza popolare secondo cui un ciuffo d'edera a mo'di corona sulla testa proteggeva da tuoni e fulmini.
(120) Non si sa se la Figlia del Carceriere nomini qui proprio Geraldo, il capocomico della compagnia dei contadini, e lo promuova maestro d'Emilia.
(121) L'infelice amore di Didone, regina di Cartagine,  invenzione poetica di Virgilio, cui s'ispirarono molti madrigalisti italiani del '500 e del '600. Ma Enea era vissuto tre secoli prima della fondazione di Cartagine.
(122)  il mito di Caronte, il nocchiero che trasportava le anime dei morti al di l dello Stige e del Flegetonte, e al quale ognuno doveva lasciare un obolo; onde si metteva in bocca al defunto una moneta d'oro o d'argento.
(123) Il fegato, nell'anatomia medievale, era la sede della passione.
(124) Proserpina  la divinit che i Romani identificarono con la greca Persefone, moglie di Ade, re dell'Inferno.
(125) "They have shrewd measure": "measure"  qui - come nel titolo della commedia "Measure for Measure" - il "do ut des" dell'infernale contrappasso, che trae origine dal passo biblico: "... For, with what judgement ye judge, ye shall be judged; and with what measure ye mete, it shall be measured" ("The Matthew Bible", VII, 2).
(126) I condannati per violenza carnale venivano liberati dalla pena se sposavano la donna stuprata.
(127) Il dottore fa sfoggio di ampollosa e artificiosa retorica; il personaggio - come altri della sua specie (v. il dottor Cajus delle "Allegre comari di Windsor" e il medico di Lady Macbeth) - gli offre il pretesto per una parodia, di una comicit patetica che doveva divertire il pubblico.
(128) "Your ire is more than mortal; so your help be": frase di senso incerto; pu essere intesa in senso attivo ("La vostra ira  pi che mortale; cos sia l'aiuto che dovete mutualmente darvi") o passivo: "La vostra ira  pi che mortale (cio sovrumana); cos sia l'aiuto che dovete ricevere (per vincere: cio dagli di)".
(129) "... must put my garland on me, where she sticks, the queen of flowers": "sua"  riferito a vittoria, "ella" a Emilia, che, come premio della vittoria, siede nella ghirlanda come il pi bel fiore. Il motivo della rosa, riferito a Emilia, ricorrer pi sotto.
(130) Cio: hai reso rosso di sangue il verde del mare. L'invocazione  a Marte, dio della guerra.
(131) I segreti d'amore. Venere  qui invocata come la gelosa custode di essi. Tradirli, raccontando ad altri i giochi amorosi con la propria amante, era grave infamia; Palamone dir pi sotto di non essersene mai sporcato.
(132) Apollo era il dio della medicina oltre che della musica e delle arti. Ma meglio che la medicina lo spirito d'Amore, figlio di Venere, pu risanare anche uno storpio.
(133) Allusione all'abitudine pagana di accendere a mezza estate fuochi per le strade, sui quali i ragazzi si divertivano a saltare.  lo stesso rito della vegetazione che si celebra a marzo-aprile nelle nostre montagne, quando si potano gli olivi e si bruciano gli oleosi loro rami.
(134) Allusione alla leggenda dell'amore di Apollo per la bella ninfa Dafne, cantato da Ovidio nelle "Metamorfosi", I, e da Luciano nei "Dialoghi".
(135) Allusione al mito di Diana - la dea della caccia - che si innamora del giovane Endimione mentre dorme (il dialogo fra Diana e Venere sull'argomento in Luciano, "Dialoghi", VIII, 2).
(136) V. la nota n. 131.
(137) "... no more blood that will make a blush": il sangue ("blood") era considerato la sede delle passioni, specie dei sensi "the supposed seat of animal appetite" ("Oxford Dictionary"). Diana era la dea della castit.
(138) "The best hobby-horse": "hobby-horse" era chiamata la sagoma di cavallo - di legno o altro materiale - che uno dei danzatori della "morris-dance" portava, stretto da una cinghia intorno al petto, e colla quale eseguiva vari movimenti ad imitazione di quelli del cavallo.
(139) "Light of love": era il titolo di una canzone lasciva assai in voga al tempo di Shakespeare;  la stessa evocata da Margaret in "Tanto trambusto per nulla", III, 4, 38.
(140) "Play at stool-ball": "stool-ball" si chiamava un antico gioco praticato in campagna, somigliante in qualche modo al cricket; "stool" era la porticina entro la quale il giocatore doveva riuscire a far entrare la palla, vincendo l'abilit dell'altro che doveva difenderla.  chiara l'allusione lubrica dell'immagine di un corpo che penetra attraverso una porta in un altro. La Figlia del Carceriere, come Ofelia, nella sua follia,  come sciolta da ogni freno di verecondia virginale.
(141) "Those that remain with you": "to remain (with)" ha spesso in Shakespeare il senso di "to stick in the mind" (Oxford International Dictionary). Che cosa poi voglia dire tutta la frase,  piuttosto oscuro. Forse Teseo vuole intendere: "Facendo cos (cio restando assente) rischi di favorire la vittoria di quello che non vuoi".
(142) "Is like an engine bent": "engine"  termine generale per ogni macchina od ordigno di guerra; "bent"  "teso", "pronto a scoccare". Di tali strumenti sono l'arco, la balestra, la catapulta. S' scelto il primo.
(143) "Graved":  "corrugata", "solcata da rughe"; ma il termine contiene l'idea della tomba ("grave") del verso successivo.
(144) Qui Emilia  come se parlasse ad Arcite, di cui ha in mano il ritratto.
(145) "A love that grows as you decay"; letteralm.: "d'un amore che cresca a misura che invecchiate".
(146) Alcide  il noto appellativo di Eracle, l'Ercole dei Romani; deriva dalla parola greca "alk", "forza", o da Alceo, avo putativo dell'eroe; putativo perch Ercole  figlio di Zeus e di Alcmena, questa essendo la moglie legittima di Anfitrione, figlio di Alceo.
(147) Il testo non ha "usignoli" ma "Filomele". Filomela  il nome poetico dell'usignolo, derivato a questo uccello dal mito di Filomela, cangiata dagli di in usignolo dopo aver ucciso, con sua sorella Progne, il figlio di questa e di Teseo, re di Tracia. Il mito  cantato da Ovidio nelle "Metamorfosi" (VI, 421 e segg.).
(148) "That in lag hours attend / for grey approachers": "grey" erano detti per antonomasia i monaci cistercensi o francescani, a causa del colore grigio della loro veste. Senso: "aspettano il prete che venga a dar l'estrema unzione".
Abbiamo inorridito a leggere, in qualche traduzione, questa frase tradotta cos: "... la gotta e il catarro, che in ore tarde tendono agguato ai grigi viandanti". Poveri gotta e catarro!... E povero Shakespeare!
(149) Il testo ha soltanto: "sooner than such", dove "such" ("cotali")  riferito a quelli "gravati sotto il peso di molte e vecchie colpe" ("halting under crimes many and stale") da cui Palamone dice di essere, lui ed i suoi cavalieri, diverso.
(150) Fare la dote di una fanciulla vergine perch potesse accasarsi decentemente era, tra le tradizioni del Medioevo, una buona azione che portava fortuna al donatore.
(151) Saturno, raffigurato come un vecchio curvato dal peso degli anni e con una lunga barba, era un dio malevolo, corrucciato per la lunga prigionia in cui l'aveva tenuto Giove prima di scacciarlo dal cielo. In "Tanto trambusto per nulla" Don Giovanni rimprovera Corrado, uno dei suoi sicari, che, nato sotto l'influsso di Saturno ("born under Saturn", I, 3, 9) pretende di insegnargli la bont e la moderazione.
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