






      Traduzioni telematiche a cura di

      Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

      (Casa di reclusione - Opera)





      Gustave Flaubert.

      DUE RACCONTI.








      INDICE.


      Un cuore semplice:                       pagina 3.

      La leggenda di San Giuliano Ospitaliere: pagina 57.



















      UN CUORE SEMPLICE.


      1.

      Per mezzo secolo le borghesi  di  Pont-l'Evque  invidiarono  alla

      signora Aubain la serva Felicita.

      Per  cento  franchi  all'anno  cucinava,  teneva dietro alla casa,

      cuciva, lavava,  stirava,  sapeva mettere le briglie a un cavallo,

      ingrassare  il  pollame,  sbattere il burro;  e rimase fedele alla

      padrona, che pure non era una persona amabile.

      Aveva sposato un bel giovane squattrinato,  morto  all'inizio  del

      1809,  lasciandole  due  bambini  molto  piccoli e una quantit di

      debiti.  Vendette allora le sue propriet,  tranne  il  podere  di

      Toucques  e  il podere di Geffosses,  le cui rendite ammontavano a

      5000 franchi al massimo,  e lasci la casa  di  Saint-Melaine  per

      andare  ad  abitare in un'altra meno costosa,  appartenuta ai suoi

      antenati e situata dietro il mercato.

      Questa casa ricoperta d'ardesia si trovava tra un viottolo  e  una

      stradina  che  portava al fiume.  Aveva all'interno dei dislivelli

      che facevano inciampare. Una anticamera stretta separava la cucina

      dalla "sala" dove la signora Aubain se ne stava tutto  il  giorno,

      seduta  accanto alla vetrata in una poltrona di paglia.  Contro il

      muro  bianco  si  allineavano  otto  sedie  di  mogano.  Sotto  un

      barometro, un vecchio pianoforte reggeva una piramide di scatole e

      cartelle.  Due  "bergres" ricamate a piccolo punto erano poste ai

      lati del caminetto di marmo giallo in stile Luigi Quindicesimo. La

      pendola nel mezzo  rappresentava  un  tempio  di  Vesta,  e  tutto

      l'appartamento  sapeva un po' di muffa perch il pavimento era pi

      in basso del giardino.

      Al primo piano c'era anzitutto la camera  della  "Signora",  molto

      grande, tappezzata con una carta a fiori pallidi e con il ritratto

      del "Signore" vestito da moscardino (1).  Questa camera comunicava

      con un'altra pi piccola, dove si vedevano due lettini da bambino,

      senza materasso. Poi veniva il salotto, sempre chiuso,  e pieno di

      mobili  coperti  da teli.  Seguiva un corridoio che portava ad uno

      studio; libri e scartoffie coprivano i ripiani di una libreria che

      da tre lati circondava una grande scrivania di legno nero.  I  due

      pannelli  sparivano  sotto  disegni a penna,  paesaggi a tempera e

      incisioni di Audran,  ricordi di un tempo migliore e di  un  lusso

      ormai finito. Un abbaino al secondo piano dava luce alla camera di

      Felicita, affacciata sui prati.

      Felicita si alzava all'alba,  per non perdere la messa, e lavorava

      fino a sera senza sosta; poi, dopo cena, lavati i piatti e  chiusa

      bene  la  porta,   affondava  il  ciocco  sotto  la  cenere  e  si

      addormentava davanti al focolare con il rosario in mano.  Nessuno,

      nel mercanteggiare, mostrava pi testardaggine di lei. Quanto alla

      pulizia,  la lucentezza delle sue pentole faceva  disperare  delle

      altre serve.  Economa, mangiava lentamente, e raccoglieva col dito

      le briciole del suo pane dalla tavola,  un pane di dodici  libbre,

      cotto apposta per lei e che durava venti giorni.

      In  qualsiasi  stagione portava uno scialle da indiana,  appuntato

      sulla schiena con una spilla,  una  cuffia  che  le  nascondeva  i

      capelli,  calze grigie,  una sottana rossa e sopra la camicetta un

      grembiule a pettorina, come le infermiere di ospedale.

      Aveva il viso magro  e  la  voce  acuta.  A  venticinque  anni  ne

      dimostrava  quaranta.  Dopo  i  cinquanta non dimostr pi nessuna

      et;  e sempre silenziosa,  la figura dritta,  il gesto  misurato,

      sembrava una donna di legno che funzionasse meccanicamente.



      NOTA  1: Termine con cui si indicavano,  durante il Direttorio,  i

      monarchici che amavano vestire con eleganza.






      2.

      Anche lei, come ogni altra, aveva avuto la sua storia d'amore. Suo

      padre,  un muratore,  si era ammazzato cadendo da una impalcatura.

      Poi  le  mor  la madre,  le sorelle si dispersero,  un fattore la

      prese con s,  e bambina com'era la mise a badare alle mucche  nei

      campi.  Sotto  gli stracci tremava tutta,  sdraiata bocconi beveva

      l'acqua delle pozze,  per un nonnulla veniva  picchiata  e  infine

      venne  cacciata  per  un  furto  di  trenta  soldi  che  non aveva

      commesso. Pass a un altro podere, le furono affidati i lavori del

      cortile,  e poich era ben vista dai padroni,  i compagni ne erano

      gelosi.

      Una  sera  d'agosto  (aveva  allora diciotto anni) la trascinarono

      alla festa di Colleville.  Ne  fu  subito  stordita,  confusa  dal

      baccano  dei  suonatori,  dalle  luci  sugli  alberi,  dai costumi

      multicolori, dalle trine,  dalle croci d'oro,  da quella folla che

      saltava tutta insieme. Se ne stava timidamente in disparte, quando

      un  giovanotto  dall'aspetto benestante e che fumava la pipa con i

      gomiti sul timone di un carro,  le si  avvicin  per  invitarla  a

      ballare.  Le pag del sidro, del caff, un po' di schiacciata e un

      fazzoletto da collo. Poi, immaginando che lei se lo aspettasse, le

      offr di riaccompagnarla.  Sul bordo di un campo di avena la gett

      brutalmente  a terra.  Lei ebbe paura e si mise a gridare.  Lui si

      allontan.

      Un'altra sera, sulla strada di Beaumont, Felicita volle sorpassare

      un gran carro di fieno che procedeva lentamente, e nello sfiorarne

      le ruote riconobbe Teodoro.

      Le si rivolse con aria tranquilla, dicendo che bisognava perdonare

      tutto perch era stata "colpa del bere".

      Lei non seppe che rispondere e aveva voglia di scappare.

      Subito lui si mise a parlare  dei  raccolti  e  dei  notabili  del

      comune,  del  perch suo padre aveva abbandonato Colleville per il

      podere degli Ecots, e cos ora erano vicini. "Ah!" fece lei.  Egli

      aggiunse  che  volevano  ammogliarlo.  Ma  lui  non aveva fretta e

      aspettava una donna di suo gradimento. Lei chin la testa.  Al che

      lui le chiese se non pensava al matrimonio. Lei replic sorridendo

      che era brutto burlarsi degli altri.  "Ma no,  ve lo giuro!" e con

      il braccio sinistro le cinse la vita; lei camminava sorretta dalla

      sua  stretta.  Rallentarono.  Il  vento  era  tiepido,  le  stelle

      brillavano, l'enorme carico di fieno oscillava davanti a loro, e i

      quattro  cavalli,  strascicando il passo,  alzavano polvere.  Poi,

      senza comando,  svoltarono  a  destra.  Lui  l'abbracci  un'altra

      volta. Lei scomparve nell'ombra.

      La settimana dopo Teodoro ottenne da lei degli appuntamenti.

      S'incontravano  in  fondo  ai  cortili,  dietro un muro,  sotto un

      albero isolato.  Lei non era  innocente  come  le  signorine,  gli

      animali  l'avevano istruita;  ma la ragione e l'istinto dell'onore

      le impedirono di cedere.  Questa resistenza  esasper  l'amore  di

      Teodoro,  cos  che  per  soddisfarlo  (o  forse senza malizia) le

      propose di sposarlo.  Lei stentava a  crederci.  Lui  fece  grandi

      giuramenti.

      Poco  dopo le confess una cosa spiacevole: i suoi genitori,  alla

      chiamata alle armi dell'anno precedente,  avevano pagato  un  uomo

      affinch  lo sostituisse (l);  ma da un giorno all'altro avrebbero

      potuto richiamarlo, e questo pensiero lo terrorizzava.  Una simile

      vigliaccheria  fu  per  Felicita  una  prova  di  affetto;  il suo

      raddoppi. Scappava di notte,  e giunta all'appuntamento,  Teodoro

      la torturava con le sue apprensioni e le sue richieste.

      Le disse, infine, che sarebbe andato lui stesso alla Prefettura ad

      informarsi e che gliene avrebbe parlato la domenica successiva tra

      le undici e mezzanotte.

      Giunto il momento, lei corse dall'innamorato.

      Al  suo  posto trov un suo amico.  Le comunic che non doveva pi

      rivederlo.  Per sfuggire alla coscrizione,  Teodoro aveva  sposato

      una  donna  anziana  e  ricchissima,  la  signora  Lehoussais,  di

      Toucques.

      Fu una sofferenza tremenda.  Si gett a terra,  grid,  invoc  il

      buon Dio, e gemette tutta sola nei campi fino al sorgere del sole.

      Poi  torn  al  podere  e annunci la sua intenzione di andarsene.

      Alla fine del mese, avuto quello che le spettava,  raccolse le sue

      poche cose in un fazzoletto e and a Pont-l'Evque.

      Davanti  alla  locanda  si  rivolse  a una borghese che portava un

      cappello di vedova e che era proprio in cerca  di  una  cuoca.  La

      ragazza  non  sapeva fare gran che,  ma sembrava avere tanta buona

      volont e cos poche pretese che la signora Aubain fin col  dire:

      "Va bene, vi prendo!".

      Un  quarto  d'ora  dopo,  Felicita era gi sistemata in casa della

      signora.  All'inizio visse in una specie di agitazione provocatale

      dal  "genere di casa" e dal ricordo del "Signore" che aleggiava su

      tutto.  Paolo e Virginia,  l'uno di sette anni,  l'altra appena di

      quattro,  le  sembravano  fatti  di  un materiale prezioso;  se li

      portava sulla schiena a cavalluccio, e la signora Aubain le proib

      di baciarli ogni momento, cosa che la mortific. Eppure si sentiva

      felice. La dolcezza dell'ambiente aveva dissolto la sua tristezza.

      Tutti i gioved, assidui amici di casa venivano per una partita di

      "boston".  Felicita preparava in anticipo le carte e gli scaldini.

      Arrivavano  alle  otto  precise  e  si congedavano prima del tocco

      delle undici.

      Ogni luned mattina,  il rigattiere che abitava in fondo al  viale

      stendeva per terra le sue cianfrusaglie di ferro.  Poi la citt si

      riempiva di un brusio di voci,  alle quali si mescolavano  nitriti

      di  cavalli,  belati  di  agnelli,  grugniti di maiali e il rumore

      secco dei carretti nella strada.  Verso  mezzogiorno,  all'ora  di

      punta  del  mercato,  si  vedeva comparire sulla soglia un vecchio

      contadino di alta statura,  il berretto  all'indietro  e  il  naso

      adunco.  Era  Robelin,  il fattore di Geffosses.  Poco dopo era la

      volta di Libard,  il  fattore  di  Toucques,  piccolo,  paonazzo,

      obeso, in giubba grigia e gambali con speroni.

      Tutti  e  due offrivano alla padrona galline e formaggi.  Felicita

      immancabilmente sventava le loro astuzie;  ed essi se ne  andavano

      pieni di considerazione per lei.

      Di  tanto  in  tanto  la  signora  Aubain  riceveva  la visita del

      marchese di Gremanville, un suo zio rovinato dai vizi che viveva a

      Falaise sull'ultimo lembo delle sue terre.  Si  presentava  sempre

      all'ora  di pranzo,  con un orribile barboncino che imbrattava con

      le sue zampe tutti i mobili.  Nonostante si sforzasse di  sembrare

      un  gentiluomo  al  punto  da sollevare il cappello ogni volta che

      diceva: "Il mio defunto padre",  l'abitudine aveva il sopravvento,

      si riempiva un bicchiere dopo l'altro e si lasciava sfuggire delle

      volgarit.  Felicita lo spingeva fuori con garbo: "Per oggi basta,

      signor di Gremanville!  Alla prossima  volta!".  E  richiudeva  la

      porta.

      La  apriva  invece  con  piacere davanti al signor Bourais,  un ex

      procuratore. La sua cravatta bianca e la calvizie,  lo jabot della

      camicia,  l'ampia  redingote  scura,  il  suo  modo  di fiutare il

      tabacco curvando il braccio,  tutta la sua  persona  le  procurava

      quel turbamento che ci prende alla vista di uomini straordinari.

      Essendo  l'amministratore  delle  propriet  della  "Signora",  si

      chiudeva con lei per ore e ore nello studio del "Signore".  Temeva

      sempre di compromettersi, rispettava infinitamente la magistratura

      e aveva qualche pretesa in fatto di latino.

      Per istruire i bambini in modo piacevole,  regal loro un libro di

      geografia illustrato.  Vi erano raffigurate diverse  immagini  del

      mondo,  antropofagi con piume sulla testa,  una scimmia che rapiva

      una ragazza, beduini nel deserto, una balena arpionata, eccetera.

      Paolo spieg a Felicita le figure. E fu tutta la sua istruzione.

      Quella dei  bambini  era  affidata  a  Guyot,  un  povero  diavolo

      impiegato  al  municipio,  famoso  per  la bella scrittura,  e che

      affilava il temperino sugli stivali.

      Quando il tempo era bello,  andavano  di  buon'ora  al  podere  di

      Geffosses.

      L'aia  in pendenza,  la casa nel mezzo; e il mare, in lontananza,

      appare come una macchia grigia.

      Felicita tirava fuori dalla sporta delle fette di carne  fredda  e

      facevano  colazione in un appartamento attiguo al caseificio.  Era

      tutto  ci  che  rimaneva  di  una  villetta  di  campagna,  ormai

      scomparsa.  La  carta  da parati a brandelli tremava alle correnti

      d'aria. La signora Aubain chinava la fronte, oppressa dai ricordi;

      i bambini non osavano pi parlare.  "Su giocate!" diceva,  e  loro

      scappavano via.

      Paolo   saliva  sul  fienile,   acchiappava  uccelli,   giocava  a

      rimbalzello sullo stagno,  o picchiava con un bastone sulle grosse

      botti che risuonavano come tamburi.

      Virginia  dava  da  mangiare ai conigli,  si lanciava a cogliere i

      fiordalisi e la velocit delle  gambe  le  scopriva  i  calzoncini

      ricamati.

      Una  sera d'autunno ritornarono attraverso i pascoli di erba alta.

      La luna al primo quarto rischiarava una  parte  del  cielo,  e  la

      nebbia  stava  sospesa  come  una  sciarpa  sulle  sinuosit della

      Toucques.    Alcuni    buoi    distesi    sull'erba    osservavano

      tranquillamente  le  quattro  persone  passare.  Nel terzo pascolo

      alcuni si alzarono, poi si misero in cerchio davanti a loro.  "Non

      temete!"  disse Felicita;  e,  mormorando una specie di cantilena,

      accarezz sul dorso quello che le era pi  vicino;  esso  si  gir

      indietro, gli altri lo imitarono. Ma appena ebbero attraversato il

      pascolo seguente,  si lev un terribile muggito.  Era un toro, che

      la nebbia nascondeva. Avanz verso le due donne. La signora Aubain

      cominci a correre. "No! no! pi adagio!".  Affrettarono il passo,

      comunque,  mentre  sentivano alle loro spalle un respiro risonante

      che si avvicinava.  Come martelli gli zoccoli battevano l'erba del

      prato;  ora galoppava!  Felicita si gir e si mise a strappare con

      le mani zolle di terra da gettargli negli occhi. Il toro abbassava

      il  muso,  scuoteva  le  corna  e  tremava  di  furore,   muggendo

      orribilmente.  La signora Aubain, sul limite del pascolo con i due

      bambini,  cercava  smarrita  il  modo  di  superare  la  scarpata.

      Felicita  indietreggiava  sempre davanti al toro,  e continuamente

      gli gettava  zolle  d'erba  che  lo  accecavano,  gridando:  "Fate

      presto! Fate presto!".

      La signora Aubain scese nel fossato,  spinse Virginia,  poi Paolo,

      cadde pi volte nel tentativo di superare la sponda e a  forza  di

      coraggio vi riusc.

      Il toro aveva stretto Felicita contro uno steccato; la sua bava le

      schizzava  sulla faccia,  un secondo di pi e l'avrebbe sventrata.

      Fece in tempo a lasciarsi scivolare tra due sbarre,  e  la  grossa

      bestia, sorpresa, si ferm.

      Per molti anni questo avvenimento fu un argomento di conversazione

      a  Pont-l'Evque.  Felicita  non se ne inorgogl,  non sospettando

      neppure di aver fatto qualcosa di eroico.

      Virginia  la  impegnava  totalmente,  perch  quello  spavento  le

      procur  un disturbo nervoso,  e Poupart,  il medico,  consigli i

      bagni di mare a Trouville.

      A quei tempi non erano frequentati.  La signora Aubain si inform,

      consult Bourais,  fece i preparativi come per un lungo viaggio. I

      bagagli furono  spediti,  alla  vigilia  della  partenza,  con  il

      carretto  di Libard.  Egli arriv il giorno dopo con due cavalli,

      uno dei quali aveva una sella  da  donna,  con  una  spalliera  di

      velluto,  e  sulla groppa dell'altro un mantello arrotolato faceva

      da sedile. La signora Aubain vi mont su, dietro di lui.  Felicita

      prese  con  s  Virginia,  e  Paolo  inforc  l'asino  del  signor

      Lechaptois, prestato a patto che di averne grande cura.

      La strada era cos brutta che gli otto chilometri  richiesero  due

      ore.  I  cavalli  affondavano  nel  fango fino ai garretti,  e per

      uscirne facevano movimenti bruschi con i fianchi; inciampavano nei

      solchi lasciati dai carri;  a volte erano costretti a saltare.  In

      certi punti la cavalla di Libard si fermava improvvisamente. Egli

      aspettava  pazientemente  che  riprendesse  il cammino,  e parlava

      delle  persone  le  cui   propriet   costeggiavano   la   strada,

      aggiungendo delle riflessioni morali alle loro storie.  Cos,  nel

      centro di Toucques,  mentre passavano sotto alcune finestre ornate

      di gerani,  disse,  con una alzata di spalle: "Eccone poi una,  la

      signora  Lehoussais,  che  invece  di  prendersi  un  giovane...".

      Felicita  non  ud  il  seguito;  i  cavalli  trottavano,  l'asino

      galoppava; tutti infilarono un sentiero,  una staccionata si apr,

      comparvero  due  ragazzi;  e la comitiva smont davanti allo scolo

      del letamaio proprio sulla soglia di casa.

      Alla vista  della  padrona,  la  vecchia  Libard  si  prodig  in

      manifestazioni  di  gioia.  Le  serv un pranzo in cui c'erano una

      lombata,   trippa,   sanguinaccio,   pasticcio  di  pollo,   sidro

      frizzante,  una  crostata  di frutta cotta e prugne sotto spirito,

      accompagnando il tutto con  molti  complimenti  alla  signora  che

      appariva  in  buona  salute,  alla  signorina  che  si  era  fatta

      "splendida",  al signorino Paolo  straordinariamente  "in  forze",

      senza   dimenticare   i   nonni  defunti  che  i  Libard  avevano

      conosciuto,   essendo  a  servizio  della  famiglia  da  parecchie

      generazioni.  La  casa colonica aveva,  come loro,  un qualcosa di

      troppo antico.  Le  travi  del  soffitto  erano  tarlate,  i  muri

      anneriti  dal  fumo,  i  vetri  grigi  di polvere.  Una scansia di

      quercia reggeva utensili di ogni tipo, brocche,  piatti,  scodelle

      di  stagno,  tagliole  per lupi,  gioghi per montoni;  un clistere

      enorme fece ridere i bambini.  Nelle tre aie  non  c'era  un  solo

      albero  che non avesse dei funghi alla base o un ciuffo di vischio

      tra  i  rami.  Il  vento  ne  aveva  abbattuti  parecchi.  Avevano

      germogliato  nel tronco rimasto e tutti si piegavano sotto il peso

      dei frutti.  I tetti di paglia di  spessore  diseguale,  simili  a

      velluto scuro, resistevano alle pi violente burrasche. La rimessa

      per  cadeva  a  pezzi;   la  signora  Aubain  disse  che  avrebbe

      provveduto e ordin di sellare nuovamente le bestie.

      Serv un'altra mezz'ora prima di arrivare a Trouville.  La piccola

      carovana  mise  piede  a terra per superare gli "Ecores";  era una

      scogliera a picco sulle barche;  e dopo tre minuti,  alla fine del

      molo, entravano nel cortile dell'"Agnello d'oro", da mamma David.

      Virginia  fin  dai  primi giorni si sent meno debole,  merito del

      cambiamento d'aria e dell'azione dei  bagni.  In  mancanza  di  un

      costume,  li faceva in camicia;  e la domestica la rivestiva in un

      capanno di doganieri che serviva ai bagnanti.

      Nel pomeriggio andavano con l'asino oltre le  "Rocce  Nere"  dalla

      parte di Hennequeville.  All'inizio il sentiero saliva tra terreni

      ondulati come il manto di un parco,  poi arrivava ad una spianata,

      dove  si  alternavano  pascoli  e  campi  arati.  Ai  margini  del

      sentiero, nel groviglio dei rovi, crescevano agrifogli;  qua e l,

      un grande albero morto con i suoi rami disegnava zig zag nell'aria

      azzurra.

      Spesso si riposavano su un prato,  a sinistra Dauville, Le Havre a

      destra e di fronte il mare aperto.  Il  mare  scintillava  per  il

      sole,  liscio come uno specchio, e talmente calmo che appena se ne

      sentiva  il  mormorio;   alcuni  passeri  nascosti  pigolavano   e

      l'immensa volta del cielo ricopriva ogni cosa.  La signora Aubain,

      seduta, attendeva al suo lavoro di cucito;  accanto a lei Virginia

      intrecciava giunchi;  Felicita sarchiava fiori di lavanda;  Paolo,

      che s'annoiava, voleva partire.

      Altre  volte,   oltrepassata  la  Toucques  in  barca,   cercavano

      conchiglie.  La  bassa  marea  lasciava affiorare ricci,  asterie,

      meduse;  e i bambini correvano per afferrare i fiocchi di  schiuma

      che il vento portava via.  Le onde stanche,  cadendo sulla sabbia,

      si srotolavano  lungo  la  spiaggia  che  si  stendeva  a  perdita

      d'occhio, ma dalla parte di terra aveva come limite le dune che la

      separavano  dal  "Marais",  un  grande  prato a forma d'ippodromo.

      Quando tornavano da quella parte, Trouville, laggi, sulle pendici

      della collina, diventava ad ogni passo pi grande,  e con tutte le

      sue case diseguali sembrava aprirsi in un allegro disordine.

      Nei giorni in cui faceva troppo caldo,  non uscivano dalla camera.

      L'accecante chiarore di fuori disegnava strisce  di  luce  tra  le

      stecche  delle  persiane.   Nessun  rumore  in  paese.   Gi,  sul

      marciapiede, neppure un'anima.  Questo silenzio diffuso accresceva

      la  tranquillit  delle  cose.  Lontano,  i  mazzuoli dei calafati

      tamponavano le carene,  e  una  brezza  pesante  spargeva  intorno

      l'odore del catrame.

      Lo  svago  principale era il ritorno delle barche.  Appena avevano

      superato i gravitelli cominciavano a manovrare. Le vele scendevano

      ai due terzi  degli  alberi;  e  col  trinchetto  gonfio  come  un

      pallone,  avanzavano, scivolando nello sciabordio delle onde, fino

      in mezzo al porto dove di colpo veniva affondata l'ancora.  Poi le

      barche  ormeggiavano lungo la banchina.  I marinai gettavano oltre

      la murata i pesci guizzanti;  una fila di carretti li attendeva  e

      le  donne  con  le cuffie di cotone si precipitavano a prendere le

      ceste e ad abbracciare i loro uomini.

      Una di queste,  un giorno,  si avvicin a Felicita,  che poco dopo

      rientr  in  camera tutta contenta.  Aveva ritrovato una delle sue

      sorelle; e Nastasia Barette, maritata Leroux, apparve,  tenendo un

      poppante  al  seno,  un  altro  bambino  con  la mano destra,  e a

      sinistra un piccolo mozzo con i pugni sui fianchi e il berretto di

      traverso.

      Passato un quarto d'ora, la signora Aubain la conged.

      Le si  vedeva  sempre  nei  pressi  della  cucina,  o  durante  la

      passeggiata. Il marito non si faceva vedere.

      Felicita si affezion.  Compr loro una coperta, delle camicie, un

      fornello; era chiaro che la sfruttavano. Questa debolezza irritava

      la signora Aubain,  che d'altronde non gradiva la familiarit  del

      nipote che dava del tu a suo figlio;  e siccome Virginia tossiva e

      la stagione peggiorava,  fece ritorno a Pont-l'Evque.  Il  signor

      Bourais la consigli sulla scelta di un pensionato.

      Quello di Caen passava per essere il migliore. Vi mandarono Paolo,

      che  fece i suoi bravi saluti,  contento di andare a vivere in una

      casa dove avrebbe avuto dei compagni.

      La signora Aubain si rassegn alla lontananza del figlio, dato che

      era  indispensabile.  Virginia  ci  pens  sempre  meno.  Felicita

      rimpiangeva il suo baccano.  Ma venne a distrarla una occupazione;

      a cominciare da  Natale  accompagn  ogni  giorno  la  bambina  al

      catechismo.



      NOTA  1:  A quell'epoca,  in Francia,  i coscritti potevano essere

      esentati  dal  servizio  militare  pagando  un'altra  persona  che

      prendesse il loro posto.






      3.

      Dopo  aver  fatto  una genuflessione sulla soglia,  avanzava sotto

      l'alta navata fra la doppia fila di sedie,  apriva il banco  della

      signora Aubain, si sedeva e volgeva attorno lo sguardo.

      I  maschi a destra,  le femmine a sinistra,  riempivano gli stalli

      del coro;  il curato stava in piedi  accanto  al  leggio;  su  una

      vetrata  dell'abside  lo  Spirito  Santo  sovrastava  la  Vergine;

      un'altra vetrata la mostrava inginocchiata davanti a Ges Bambino,

      e,  dietro il tabernacolo,  un  gruppo  ligneo  rappresentava  San

      Michele che atterra il drago.

      Il  prete  cominci con un riepilogo della Storia Sacra.  Felicita

      credeva di vedere il paradiso,  il diluvio,  la torre  di  Babele,

      citt  in  fiamme,  interi  popoli  sterminati,  idoli rovesciati;

      quell'incantamento impresse in lei il rispetto per  l'Altissimo  e

      la  paura  della  sua  ira.  Infine pianse ascoltando la Passione.

      Perch l'avevano crocifisso,  lui che amava i bambini,  sfamava le

      folle,  guariva i ciechi e aveva voluto,  per amore, nascere tra i

      poveri,  sullo strame di una stalla?  Le semine,  le mietiture,  i

      frantoi,  tutte  queste  cose  familiari  di cui parla il Vangelo,

      facevano parte della sua  vita.  Il  passaggio  di  Dio  le  aveva

      santificate;  e  lei  am  gli agnelli pi teneramente,  per amore

      dell'Agnello; e le colombe, a causa dello Spirito Santo.

      Faceva fatica  ad  immaginare  il  suo  aspetto;  perch  non  era

      solamente un uccello,  ma anche fuoco, e a volte un alito. Forse 

      la sua luce che la notte aleggia ai margini delle paludi,  il  suo

      respiro  che  muove  le nuvole,  la sua voce che dona armonia alle

      campane;  rimaneva in uno stato di adorazione,  godendo del fresco

      dei muri e della tranquillit della chiesa.

      Quanto ai dogmi, non ne capiva nulla, non cerc nemmeno di capire.

      Il  curato  parlava,   i  bambini  ripetevano  e  lei  finiva  con

      l'addormentarsi;   si  svegliava  di  colpo   quando   i   bambini

      andandosene picchiavano gli zoccoli sul pavimento.

      Fu cos,  a forza di sentirlo ripetere,  che impar il catechismo,

      perch  la  sua  educazione  religiosa  era  stata  trascurata  in

      giovent;  e  da quel momento imit tutte le pratiche di Virginia,

      digiunava con lei,  si confessava con lei.  Per il  Corpus  Domini

      fecero insieme un altarino.

      La prima comunione la tormentava in anticipo. Si mise in ansia per

      le scarpe,  per il rosario,  per il libro, per i guanti. E con che

      tremore aiut la madre a vestirla!

      Durante tutta la  messa  prov  un  senso  d'angoscia.  Il  signor

      Bourais  le nascondeva un lato del coro;  ma proprio davanti a lei

      la  schiera  delle  fanciulle  con  le  corone  bianche  sui  veli

      abbassati  era  come  un campo di neve;  riconosceva da lontano la

      cara piccola dal collo pi esile  e  dall'atteggiamento  raccolto.

      Suon  la campanella.  Le teste si abbassarono,  si fece silenzio.

      All'esplodere dell'organo i cantori e la folla intonarono  l'Agnus

      Dei;  poi  inizi  il  corteo  dei ragazzi;  e,  dopo di loro,  si

      alzarono le bambine.  Passo passo,  le  mani  giunte,  camminavano

      verso  l'altare  tutto  illuminato,  si  inginocchiavano sul primo

      gradino,  ricevevano l'ostia una  dopo  l'altra,  e  nello  stesso

      ordine  ritornavano ai loro inginocchiatoi.  Quando fu la volta di

      Virginia,  Felicita si sporse per vederla;  e con  l'immaginazione

      che  d  l'autentica  tenerezza,  le  sembr  di essere lei stessa

      quella bambina,  il viso di lei diventava il suo,  il suo abito la

      rivestiva,  il  suo  cuore  le  batteva in petto;  e al momento di

      aprire la bocca, chiudendo gli occhi, quasi svenne.

      Il giorno dopo, di buon'ora, si present in sacrestia per ricevere

      la comunione dal curato. L'accolse con devozione,  ma non prov la

      stessa delizia.

      La   signora   Aubain  voleva  fare  di  sua  figlia  una  persona

      dall'educazione completa;  e,  siccome Guyot non poteva insegnarle

      n  l'inglese  n la musica,  decise di metterla in collegio dalle

      Orsoline di Honfleur.

      La bambina non protest.  Felicita sospirava trovando  la  signora

      insensibile. Infine concluse che la padrona, forse, aveva ragione.

      Queste  cose  superavano la sua competenza.  Poi,  un giorno,  una

      vecchia carrozza si ferm davanti alla porta; ne discese una suora

      che  chiese   della   signorina.   Felicita   caric   i   bagagli

      sull'imperiale,  fece molte raccomandazioni al cocchiere, mise nel

      baule sei vasetti di marmellata e una  dozzina  di  pere,  con  un

      mazzolino di viole.

      All'ultimo  momento  Virginia fu presa da un groppo di singhiozzi;

      abbracci la madre che  la  baci  sulla  fronte  ripetendo:  "Su!

      coraggio!  coraggio!".  Il  predellino  fu  rialzato,  la carrozza

      part.

      Allora la signora Aubain ebbe un malore,  e la sera tutti  i  suoi

      amici,  la famiglia Lormeau, la signora Lechaptois, le immancabili

      signorine Rochefeuille,  il signore di Houppeville  e  Bourais  si

      presentarono per consolarla.

      Il  distacco dalla figlia le fu all'inizio molto doloroso.  Ma tre

      volte alla settimana riceveva da lei una lettera, gli altri giorni

      le scriveva,  passeggiava in giardino,  leggeva  un  po',  e  cos

      riempiva il vuoto delle ore.

      Al  mattino,  Felicita,  per  abitudine,  entrava  nella stanza di

      Virginia e fissava le pareti.  Le mancava molto  non  poterle  pi

      pettinare  i capelli,  allacciarle gli stivaletti,  rimboccarle le

      coperte,  e non vedere pi  continuamente  la  sua  figurina,  non

      tenerla   pi   per  mano  quando  uscivano  insieme.   Nella  sua

      inoperosit prov a fare merletti.  Ma le sue dita troppo  pesanti

      rompevano i fili;  non combinava pi niente, aveva perso il sonno;

      era, come diceva lei, "minata".

      Per  "distrarsi"  chiese  il  permesso  di  ricevere  suo   nipote

      Vittorio.  Arrivava la domenica dopo la messa, le guance rosee, il

      petto nudo,  odorando della campagna che aveva  attraversato.  Gli

      apparecchiava  subito  la  tavola.   Pranzavano  l'uno  di  fronte

      all'altra; e mentre lei mangiava il meno possibile per risparmiare

      sulla  spesa,   rimpinzava  lui  cos   tanto   che   finiva   per

      addormentarsi.  Al  primo  rintocco  del vespro lo svegliava,  gli

      spazzolava i pantaloni,  gli annodava la  cravatta,  e  andava  in

      chiesa, appoggiata al suo braccio con orgoglio materno.

      I  genitori  lo incaricavano sempre di portare via qualcosa,  o un

      pacchetto di zucchero, o un pezzo di sapone,  o dell'acquavite,  a

      volte  persino  dei  soldi.  Le  dava  i  suoi  abiti  sdruciti da

      raccomodare;  e  lei  accettava  quell'incarico,   felice  di  una

      occasione che lo avrebbe costretto a ritornare.

      Nel mese d'agosto suo padre lo port con s al cabotaggio.

      Era il periodo delle vacanze.  L'arrivo dei bambini la consol. Ma

      Paolo si stava facendo capriccioso, e Virginia non aveva pi l'et

      da poterle dare del tu, e questo creava un imbarazzo, una barriera

      fra loro.

      Vittorio and in seguito a Morlaix, a Dunkerque e a Brighton, e al

      ritorno da ogni viaggio le portava un regalo. La prima volta,  una

      scatola  fatta  di conchiglie;  la seconda una tazza da caff;  la

      terza un grosso pupazzo di panpepato. Si stava facendo bello,  era

      ben  fatto,  un  cenno  di  baffi,  occhi  buoni  e sinceri,  e un

      berrettino di cuoio portato all'indietro  come  un  timoniere.  La

      divertiva raccontandole storie piene di termini marinareschi.

      Un  luned,  14  luglio  1819  (non  dimentic la data),  Vittorio

      annunci che era stato arruolato nel  lungo  corso,  e  che  nella

      nottata   del  mercoled  con  il  battello  di  Honfleur  avrebbe

      raggiunto la sua goletta che salpava per Le Havre.  Sarebbe  stato

      via forse due anni.

      La prospettiva di una cos lunga assenza rattrist Felicita; e per

      salutarlo ancora una volta,  il mercoled sera, dopo la cena della

      signora, infil le galosce, e divor le quattro leghe che separano

      Pont-l'Evque da Honfleur.

      Quando fu davanti al Calvario,  invece  di  prendere  a  sinistra,

      prese a destra, si smarr nei cantieri, ritorn sui suoi passi; le

      persone  alle  quali  si  rivolse le consigliarono di affrettarsi.

      Fece il giro del bacino gremito di navi,  urt alcune gomene;  poi

      il  terreno  si abbass,  alcune luci si incrociavano,  e pens di

      essere impazzita quando vide dei cavalli in cielo.

      Sul bordo della banchina altri cavalli nitrivano,  spaventati  dal

      mare. Un paranco li sollevava, poi li calava in un battello dove i

      passeggeri  si urtavano tra barili di sidro,  ceste di formaggio e

      sacchi  di  grano;  si  sentivano  chiocciare  delle  galline,  il

      capitano  bestemmiava;  e  un  mozzo  se ne stava appoggiato con i

      gomiti alla  gru  di  capone,  indifferente  a  tutto  quello  che

      succedeva.   Felicita,  che  non  l'aveva  riconosciuto,  gridava:

      "Vittorio!"; lui alz la testa; lei fece per gettarglisi incontro,

      ma di colpo la scaletta fu ritirata.

      La nave accompagnata da donne che cantavano,  usc dal  porto.  La

      sua ossatura scricchiolava, le onde pesanti ne spazzavano la prua.

      La  vela  aveva  virato,  e non si vedeva pi nessuno,  e sul mare

      inargentato dalla luna  era  come  una  macchia  nera  sempre  pi

      pallida; sprofond, scomparve.

      Felicita,  passando  vicino al Calvario,  volle raccomandare a Dio

      ci che aveva di pi caro;  e preg a lungo,  in  piedi,  il  viso

      bagnato  di  pianto,  gli occhi rivolti verso le nuvole.  La citt

      dormiva,  qualche doganiere passeggiava;  e l'acqua  cadeva  senza

      sosta dai fori della chiusa,  con un rumore di torrente. Suonarono

      le due.

      Il parlatoio non apriva prima di giorno.  Sicuramente  un  ritardo

      avrebbe contrariato la signora;  cos,  nonostante il desiderio di

      abbracciare l'altra creatura,  se ne and via.  Le  ragazze  della

      locanda stavano svegliandosi mentre lei entrava a Pont-l'Evque.

      Quel   povero  figliolo  per  lunghi  mesi  sarebbe  stato  dunque

      sballottato sulle onde!  I suoi precedenti  viaggi  non  l'avevano

      spaventata.  Dall'Inghilterra  e  dalla Bretagna,  si ritorna;  ma

      l'America, le Colonie,  le Isole;  quelle erano davvero perdute in

      una regione incerta, all'altro capo del mondo.

      Da  allora  Felicita  pens  soltanto a suo nipote.  Nei giorni di

      sole, si tormentava per la sete;  quando c'era un temporale temeva

      per lui il fulmine.  Ascoltando il vento che brontolava nel camino

      e portava via le tegole d'ardesia,  lo vedeva sbattuto  da  quella

      stessa  tempesta,  in  cima  all'albero  spezzato,  il  corpo teso

      all'indietro,  sotto una coltre di schiuma;  oppure - ricordo  del

      libro  di  geografia - era mangiato dai selvaggi,  catturato dalle

      scimmie in un bosco,  morente su  una  spiaggia  deserta.  Ma  non

      parlava mai delle sue paure.

      La signora Aubain ne aveva altre per sua figlia.

      Le  suorine  la  trovavano  affettuosa,  ma  delicata.  La  minima

      emozione la prostrava. Dovette smettere con il pianoforte.

      Sua madre esigeva dal convento una  corrispondenza  regolare.  Una

      mattina che il postino non era passato,  si spazient; andava su e

      gi per la sala,  dalla  poltrona  alla  finestra.  Era  veramente

      strano! da quattro giorni senza notizie!

      Perch si consolasse con quanto accadeva a lei, Felicita le disse:

      "Signora, sono gi sei mesi che io non ne ricevo!...".

      "E da chi?...".

      La serva rispose sommessamente:

      "Ma... da mio nipote!".

      "Ah!  vostro  nipote!".  E,  alzando le spalle,  la signora Aubain

      riprese il suo andirivieni,  come per dire: "Chi ci pensava?...  E

      poi,  che  me ne importa,  un mozzo,  un pezzente,  bella roba!...

      mentre mia figlia... volete mettere!...".

      Felicita,  bench cresciuta  ruvidamente,  si  indign  contro  la

      signora, ma poi dimentic.

      Le sembrava naturale, trattandosi della piccola, perdere la testa.

      I  due  ragazzi  avevano la stessa importanza;  un vincolo nel suo

      cuore li univa e i loro destini dovevano essere gli stessi.

      Il farmacista le fece sapere che la nave di  Vittorio  era  giunta

      all'Avana. Aveva letto la notizia su un giornale.

      Per via dei sigari,  lei immaginava l'Avana come un paese dove non

      si faceva altro che fumare,  e Vittorio girava tra i negri in  una

      nube di fumo.  Si poteva "in caso di bisogno" ritornare per via di

      terra? Quanto era distante da Pont-l'Evque? Per saperlo lo chiese

      al signor Bourais.

      Egli and  a  prendere  l'atlante,  poi  cominci  a  spiegare  le

      longitudini;  aveva un sorrisetto saccente davanti allo stupore di

      Felicita.   Finalmente,   con  il  porta-matita,   indic  tra  le

      frastagliature di una macchia ovale un punto nero, impercettibile,

      dicendo:  "Ecco qui".  Lei si china sulla carta;  quel reticolo di

      linee colorate le stancava  la  vista  e  non  le  diceva  niente.

      Bourais   la   sollecitava  a  chiedergli  cosa  la  rendeva  cos

      perplessa,  e allora lei lo preg di farle  vedere  la  casa  dove

      abitava Vittorio.  Bourais alz le braccia,  starnut e scoppi in

      una grande risata;  un tale candore  lo  metteva  di  buon  umore.

      Felicita  non  ne  capiva  il  motivo,  lei che forse si aspettava

      addirittura di vedere il ritratto del nipote,  tanto era  limitata

      la sua intelligenza.

      Dopo quindici giorni Libard,  all'ora del mercato come al solito,

      entr in cucina e le consegn una lettera inviatale  dal  cognato.

      Siccome  nessuno  dei  due  sapeva  leggere,  lei  si rivolse alla

      padrona.

      La signora Aubain,  che stava contando le maglie di un  lavoro  ai

      ferri,  lo  mise da parte,  apr la lettera,  trasal e,  con voce

      bassa e lo sguardo turbato:

      "E' una disgrazia... che vi comunicano. Vostro nipote...".

      Era morto. Non c'era scritto nient'altro.

      Felicita cadde su una sedia, appoggi il capo alla parete e chiuse

      le palpebre che di colpo diventarono rosee.

      Poi, la fronte china, le mani penzoloni, l'occhio fisso,  ripeteva

      a tratti:

      "Povero figliolo! povero figliolo!".

      Libard la guardava sospirando. La signora Aubain tremava un po'.

      Le sugger di andare a trovare sua sorella a Trouville.

      Felicita rispose, con un gesto, che non ne aveva bisogno.

      Vi  fu  silenzio.  Il  buon  Libard  pens  che fosse conveniente

      andarsene.

      Allora lei disse:

      "Non gliene importa mica, a loro!".

      Il capo le ricadde; e meccanicamente alzava, di tanto in tanto,  i

      lunghi ferri da calza sul tavolo da lavoro.

      Nel   cortile  passarono  delle  donne  con  un  mastello  da  cui

      sgocciolava la biancheria.

      Scorgendole attraverso la vetrata, si ricord del bucato;  l'aveva

      fatto bollire il giorno prima,  ora bisognava sciacquarlo;  e usc

      di casa.

      Il suo asse e la sua tinozza  erano  sulla  riva  della  Toucques.

      Gett sulla sponda un mucchio di camicie,  si rimbocc le maniche,

      prese il battitoio;  e i forti colpi  si  sentivano  nei  giardini

      accanto. I campi erano vuoti, il vento agitava il fiume, sul fondo

      lunghe  erbe  fluttuavano  come  chiome  di  cadaveri galleggianti

      nell'acqua. Tratteneva il dolore e fino a sera fu molto forte; ma,

      una volta in camera, vi dette libero sfogo, bocconi sul materasso,

      il viso nel cuscino e i pugni contro le tempie.

      Molto pi tardi,  dallo stesso capitano di  Vittorio,  conobbe  le

      circostanze   della   sua   fine.   Lo  avevano  salassato  troppo

      all'ospedale, a causa della febbre gialla.  Quattro medici insieme

      lo  tenevano  fermo.  Era  morto  immediatamente,  e il capo aveva

      detto:

      "Bah! ancora un altro!".

      I suoi genitori  lo  avevano  sempre  trattato  barbaramente.  Lei

      prefer  non  rivederli;  loro  non  fecero nessun tentativo,  per

      dimenticanza o per insensibilit da miserabili.

      Virginia deperiva.

      Difficolt di respiro, tosse,  una febbriciattola e delle venature

      agli  zigomi  rivelavano  una  malattia  in profondit.  Il signor

      Poupart aveva consigliato un soggiorno  in  Provenza.  La  signora

      Aubain  fu d'accordo e avrebbe ripreso immediatamente la figlia in

      casa se non fosse stato per il clima di Pont-l'Evque.

      Prese accordi con un noleggiatore di carrozze, che ogni marted la

      portava al convento.  Nel giardino c'  una  terrazza  da  cui  si

      intravede  la Senna.  Virginia vi passeggiava appoggiandosi al suo

      braccio, sulle foglie cadute dei pampini. A volte il sole sbucando

      dalle nubi la costringeva ad abbassare le palpebre mentre guardava

      le vele lontane e l'intero orizzonte,  dal castello di Tancarville

      fino  ai  fari di Le Havre.  Poi si riposavano sotto il pergolato.

      Sua madre si era  procurata  una  botticella  di  ottimo  vino  di

      Malaga;  e ridendo all'idea di ubriacarsi ne beveva due dita,  non

      di pi.

      Le  forze  ritornarono.   L'autunno  pass  dolcemente.   Felicita

      rassicurava  la  signora  Aubain.  Ma una sera,  al ritorno da una

      commissione nei dintorni,  vide alla porta il calesse di  Poupart;

      lui era in anticamera. La signora Aubain si annodava il cappello.

      "Datemi lo scaldino, la borsa e i guanti, su, presto!".

      Virginia aveva una congestione polmonare; forse era troppo tardi.

      "Non ancora!" disse il medico; e tutti e due salirono in carrozza,

      sotto i fiocchi di neve che turbinavano.  Stava per far buio.  Era

      molto freddo.

      Felicita si precipit in chiesa  ad  accendere  una  candela.  Poi

      corse dietro al calesse,  e lo raggiunse dopo un'ora,  vi salt su

      agilmente da dietro,  tenendosi ai cordoni,  quando  le  venne  un

      pensiero:  "Il  cortile  non  era  chiuso!  e se fossero entrati i

      ladri?". E scese.

      Il giorno dopo, all'alba, si rec dal dottore.  Egli era rientrato

      e  ripartito  per  la  campagna.  Allora  lei  rest alla locanda,

      pensando che qualcuno le  avrebbe  portato  una  lettera.  Infine,

      all'alba, prese la diligenza di Lisieux.

      Il  convento si trovava in fondo ad una stradina scoscesa.  A met

      strada ud dei suoni strani, una campana a morto.  "E' per qualcun

      altro" pens. Felicita batt forte il martello della porta.

      Dopo  parecchi  minuti  si  sent uno strascicare di ciabatte,  la

      porta si dischiuse, e apparve una monaca.

      La suora con aria compunta disse che "era appena spirata". In quel

      momento la campana di Saint-Lonard fece sentire di nuovo  i  suoi

      rintocchi.

      Felicita raggiunse il secondo piano.

      Dalla  soglia  della  camera  vide Virginia stesa supina,  le mani

      giunte, la bocca aperta, il capo all'indietro sotto una croce nera

      inclinata verso di lei,  fra tende immobili,  meno pallide del suo

      viso.  La signora Aubain stava ai piedi del letto e l'abbracciava,

      gemendo come se agonizzasse. La superiora era in piedi,  a destra.

      Tre candelieri sul cassettone gettavano riflessi rossi e la nebbia

      sbiancava i vetri. Alcune suore portarono via la signora Aubain.

      Per  due  notti  Felicita non lasci la morta.  Ripeteva le stesse

      preghiere,  gettava acqua  benedetta  sulle  lenzuola;  tornava  a

      sedere e la contemplava. Al termine della prima veglia not che il

      viso era ingiallito, le labbra erano diventate cianotiche, il naso

      si  era affilato,  gli occhi si erano infossati.  Glieli baci pi

      volte,  e non si sarebbe gran  che  meravigliata  se  Virginia  li

      avesse  riaperti;  per anime come la sua il soprannaturale era una

      cosa semplice.  La lav,  la avvolse nel sudario,  la depose nella

      bara,  le  mise una corona,  le sciolse i capelli.  Erano biondi e

      straordinariamente lunghi per la sua et.  Felicita ne tagli  una

      grossa  ciocca,  se  ne  nascose  una  met in seno,  decisa a non

      separarsene mai.

      Il corpo fu riportato a Pont-l'Evque,  secondo il desiderio della

      signora  Aubain,  che  seguiva  il feretro in una carrozza chiusa.

      Dopo la messa,  ci vollero ancora tre quarti d'ora per arrivare al

      cimitero.  Paolo  camminava  davanti  e  singhiozzava.  Il  signor

      Bourais era dietro;  seguivano i notabili,  le  donne  avvolte  in

      scialli  neri,  e Felicita.  Pensava a suo nipote,  e,  non avendo

      potuto rendergli simili onoranze,  la sua tristezza aument,  come

      se lo avessero seppellito con l'altra.

      La disperazione della signora Aubain fu infinita.

      All'inizio si rivolt contro Dio,  trovando ingiusto che le avesse

      preso la figlia, lei,  che non aveva mai fatto nulla di male e con

      l'anima cos pura!  Ma no!  avrebbe dovuto portarla al Sud.  Altri

      medici l'avrebbero  salvata!  Si  accusava,  voleva  raggiungerla,

      gridava disperata nel sonno. Un sogno soprattutto la ossessionava.

      Suo marito, vestito da marinaio, tornava da un lungo viaggio, e le

      diceva  piangendo  che  aveva  avuto  l'ordine  di  portare con s

      Virginia.  Poi si consultavano per trovare  da  qualche  parte  un

      nascondiglio.

      Una volta,  rientr dal giardino sconvolta. Poco prima (e indicava

      il luogo) le erano apparsi il padre e  la  figlia,  l'uno  accanto

      all'altra, e non facevano nulla, la osservavano.

      Per  molti  mesi,  rimase  nella sua camera,  inerte.  Felicita la

      rimproverava con dolcezza;  bisognava che si conservasse  per  suo

      figlio, e per l'altra, in ricordo "di lei".

      "Lei?"  ripeteva  la signora Aubain,  come se si svegliasse.  "Ah!

      s!... s!... Non la dimenticate voi!". Allusione al cimitero, che

      le era stato scrupolosamente vietato.

      Felicita ci andava tutti i giorni.

      Alle quattro precise passava lungo  le  case,  saliva  il  pendio,

      apriva il cancello, e arrivava davanti alla tomba di Virginia. Era

      una  piccola  colonna  di marmo rosa,  con in basso una lapide,  e

      intorno delle catene che recintavano  un  giardinetto.  Le  aiuole

      sparivano  sotto  una  coltre  di  fiori.  Felicita  ne bagnava le

      foglie,  cambiava la sabbia,  si metteva in ginocchio per lavorare

      meglio la terra.  Quando pot andarvi,  la signora Aubain prov un

      sollievo, una specie di consolazione.

      Poi gli anni passarono, tutti uguali e senza altri avvenimenti che

      il  ripetersi  delle   feste   maggiori:   Pasqua,   l'Assunzione,

      Ognissanti.  Avvenimenti domestici scandivano i momenti di cui pi

      tardi  ci  si  sarebbe  ricordati.  Cos,   nel  1825  due  operai

      imbiancarono l'anticamera;  nel 1827 una parte del tetto,  cadendo

      nel cortile,  per poco non uccise un uomo.  Nell'estate del  1828,

      tocc  alla  Signora  offrire  il pane benedetto;  Bourais,  nello

      stesso  periodo,   si  assent  misteriosamente;   e  le   vecchie

      conoscenze  a  poco  a  poco  se ne andarono: Guyot,  Libard,  la

      signora Lechaptois,  Robelin,  lo zio Gremanville,  paralizzato da

      molto tempo.

      Una  notte,  il  conducente  del  postale port a Pont-l'Evque la

      notizia della Rivoluzione di Luglio. Pochi giorni dopo fu nominato

      un nuovo sottoprefetto: il barone di Larsonnire,  ex  console  in

      America,  e che aveva con s,  oltre la moglie, la cognata con tre

      signorine gi grandicelle.  Si potevano vedere  in  giardino,  nei

      loro grembiuli ondeggianti;  possedevano un negro e un pappagallo.

      La signora Aubain ricevette una loro  visita,  che  non  manc  di

      ricambiare.  Appena  apparivano  da  lontano,  Felicita correva ad

      avvisarla.  Ma una sola cosa aveva  il  potere  di  scuoterla,  le

      lettere  di  suo  figlio.  Egli non pensava a farsi una posizione,

      perso com'era nel mondo delle bettole. Lei gli pagava i debiti, ma

      lui ne faceva altri;  e i sospiri  della  signora  Aubain,  mentre

      sferruzzava  accanto  alla  finestra,  giungevano  a  Felicita che

      girava l'arcolaio in cucina.

      Passeggiavano insieme lungo il pergolato,  e parlavano  sempre  di

      Virginia,  chiedendosi  se  una certa cosa le sarebbe piaciuta,  e

      cosa avrebbe detto in tal altra occasione.

      Tutte le sue piccole cose  occupavano  un  armadio  a  muro  nella

      camera  a  due  letti.  La  signora  Aubain  le  guardava  il meno

      possibile.  Un giorno d'estate  vi  si  rassegn,  e  dall'armadio

      volarono fuori delle farfalle.

      I  suoi  vestiti erano allineati sotto un piano su cui c'erano tre

      bambole,  dei cerchietti,  una cucinina,  la catinella  che  aveva

      usato.  Tirarono fuori anche le sottane, le calze, i fazzoletti, e

      li stesero sui due lettini prima di ripiegarli. Il sole illuminava

      quei poveri oggetti,  ne mostrava le macchie e le pieghe  prodotte

      dai  movimenti  del  corpo.  L'aria era calda e azzurra,  un merlo

      cantava,   tutto  sembrava  vivere  in  una   dolcezza   profonda.

      Ritrovarono un cappellino di peluche dal pelo lungo,  marrone;  ma

      era tutto mangiato dalle tarme. Felicita lo chiese per s.  I loro

      occhi  si incontrarono,  si riempirono di lacrime;  poi la padrona

      apr le braccia, la serva vi si gett, e si strinsero, dando sfogo

      al loro dolore in un bacio che le rendeva uguali.

      Era la prima volta nella loro vita;  la signora Aubain non era  di

      natura  espansiva.  Felicita  gliene  fu  riconoscente come per un

      favore,  e da quel momento la am  con  devozione  animale  e  con

      venerazione religiosa.

      La bont del suo cuore aument.

      Quando  sentiva nella strada i tamburi di un reggimento in marcia,

      si metteva sulla porta con una brocca di sidro e offriva  da  bere

      ai  soldati.  Si  prese  cura  dei malati di colera.  Proteggeva i

      polacchi;  e ve ne fu uno  che  voleva  sposarla.  Ma  litigarono,

      perch  un mattino,  rientrando dall'Angelus,  lo trov che si era

      introdotto in cucina, e, preparatasi una salsetta,  se la mangiava

      tranquillamente.

      Dopo i polacchi,  fu la volta di pap Colmiche,  un vecchio che si

      diceva che avesse commesso delle atrocit nel  '93.  Viveva  sulla

      riva del fiume, tra le rovine di un porcile. I monelli lo spiavano

      dalle fessure del muro,  e gli tiravano sassi che cadevano sul suo

      giaciglio,  dove se ne stava sdraiato  squassato  dal  catarro,  i

      capelli  lunghissimi,  gli  occhi  arrossati,  e su un braccio una

      tumefazione pi grossa della sua testa. Felicita gli procur della

      biancheria, cerc di pulirgli quel buco in cui giaceva, sperava di

      sistemarlo nello stanzino del forno, senza infastidire la Signora.

      Quando il bubbone scoppi glielo medic tutti i  giorni;  a  volte

      gli portava un po' di focaccia, lo sistemava al sole su uno strato

      di  paglia;   e  il  povero  vecchio,   sbavando  e  tremando,  la

      ringraziava con voce spenta, temeva che non tornasse pi,  tendeva

      le mani appena la vedeva allontanarsi. Mor; lei gli fece dire una

      messa per la pace della sua anima.

      Quello  stesso  giorno  le  arriv una grande felicit: all'ora di

      cena si present  il  negro  della  signora  Larsonnire,  con  il

      pappagallo in gabbia, il trespolo, la catenella e il lucchetto. Un

      biglietto  della  baronessa  comunicava  alla  signora Aubain che,

      essendo stato suo marito promosso  ad  una  prefettura,  partivano

      quella  sera  stessa;  la pregava d'accettare quell'uccello,  come

      ricordo e testimonianza della sua stima.

      Quello gi da tempo  occupava  la  fantasia  di  Felicita,  perch

      veniva dall'America,  e quella parola le ricordava Vittorio, tanto

      che ne chiese notizie al negro.  Una volta  aveva  persino  detto:

      "Quanto sarebbe felice la signora di averlo!".

      Il  negro  aveva  riferito la frase alla padrona,  che non potendo

      portarselo appresso, se ne liber in questo modo.


      4.

      Si chiamava Lul. Il corpo era verde, la punta delle ali rosa,  la

      testa azzurra e il petto color oro.

      Ma aveva la fastidiosa mania di mordere il trespolo,  si strappava

      le  penne,  faceva  sporco  tutt'intorno,  versava  l'acqua  della

      vaschetta.  La  signora  Aubain,  seccata,  lo  dette per sempre a

      Felicita.

      Lei incominci ad ammaestrarlo;  presto ripet:  "Bel  giovanotto!

      Servo suo,  signore! Ave Maria!". Era sistemato vicino alla porta,

      e molti si stupivano che non rispondesse al nome di Cocorito, dato

      che tutti i pappagalli si chiamano Cocorito.  Lo paragonavano a un

      tacchino,  gli  davano  della testa di legno,  tutte pugnalate per

      Felicita! Curiosa ostinazione quella di Lul, appena lo guardavano

      non parlava pi!

      Eppure gli piaceva la compagnia;  infatti la domenica,  quando  le

      immancabili  signorine Rochefeuille,  il signor di Houppeville e i

      nuovi assidui: il farmacista Onfroy, il signor Varin e il capitano

      Mathieu giocavano a carte, lui sbatteva le ali contro i vetri,  si

      dimenava con tale furia che era impossibile capirsi.

      Sicuramente  la  faccia  di Bourais doveva sembrargli molto buffa.

      Appena lo vedeva,  cominciava a ridere,  a ridere con tutte le sue

      forze.  Gli scoppi della sua voce rimbalzavano nel cortile,  l'eco

      li ripeteva,  i vicini correvano  alle  finestre,  ridevano  anche

      loro;  e,  per non essere visto dal pappagallo,  il signor Bourais

      scivolava lungo il fiume, poi entrava dalla porta del giardino;  e

      gli sguardi che lanciava all'uccello non erano certo teneri.

      Lul  s'era  preso  uno  scappellotto  dal  garzone del macellaio,

      essendosi permesso di ficcare la testa nella sua cesta,  e da quel

      momento  cercava  sempre  di beccarlo attraverso la camicia.  Fabu

      minacciava di tirargli il collo,  ma non era crudele,  pur  con  i

      suoi  tatuaggi  sulle  braccia  e i grossi basettoni.  Tutt'altro!

      Aveva invece un debole per il pappagallo, tanto che, per allegria,

      voleva insegnargli delle  bestemmie.  Felicita,  turbata  da  quei

      modi, lo mise in cucina. Gli fu tolta la catenella, ed esso girava

      per casa.

      Quando  scendeva  le  scale,  appoggiava  sui gradini la curva del

      becco,  alzava la zampa destra,  poi la sinistra;  Felicita temeva

      che tale ginnastica finisse per stordirlo.  Si ammal,  non poteva

      pi parlare n mangiare.  Sotto la lingua aveva  un  inspessimento

      come hanno a volte le galline.  Lei lo guar, strappandogli quella

      pellicola  con  le  unghie.  Il  signor  Paolo,  un  giorno,  fece

      l'imprudenza di soffiargli sul muso il fumo d'un sigaro;  un'altra

      volta  che  il  signor  Lormeau  lo   molestava   con   la   punta

      dell'ombrello, Lul ne afferr il puntale; infine si smarr.

      Felicita  l'aveva  posato  sull'erba  perch  si rinfrescasse;  si

      assent un minuto e quando  torn,  niente  pappagallo!  Prima  lo

      cerc  nei  cespugli  in riva all'acqua e sui tetti,  senza badare

      alla padrona che le gridava: "State attenta!  siete  matta!".  Poi

      esplor  tutti  i  giardini di Pont-l'Evque;  fermava i passanti:

      "Per caso, avete mica visto il mio pappagallo?".  A quelli che non

      conoscevano il pappagallo,  ne faceva la descrizione. D'un tratto,

      le sembr di scorgere dietro i mulini, ai piedi della collina, una

      cosa verde che svolazzava.  Ma in cima  alla  collina,  nulla!  Un

      merciaio  ambulante  afferm che l'aveva incontrato poco prima,  a

      Saint-Melaine, nella bottega di mamma Simon.  Lei vi si precipit.

      Non capivano che cosa volesse dire. Alla fine rientr, sfinita, le

      ciabatte a pezzi,  la morte nel cuore; e seduta sulla panca vicino

      alla Signora, raccontava tutti i suoi giri, quando un peso leggero

      le cadde sulla spalla,  Lul!  Che diavolo aveva fatto?  Magari se

      n'era andato a spasso nei dintorni!

      Felicita fatic a riprendersi, o meglio non si riprese pi.

      In  seguito ad un raffreddore,  le venne mal di gola;  e,  dopo un

      po',  mal d'orecchi.  Tre anni dopo era sorda;  e parlava ad  alta

      voce,  anche  in chiesa.  Anche se i suoi peccati avrebbero potuto

      senza disonore per lei, n pregiudizio per gli altri,  diffondersi

      in  tutti gli angoli della diocesi,  il curato pens che fosse pi

      prudente ricevere la sua confessione solo in sacrestia.

      Ronzii inesistenti finivano di  stordirla  del  tutto.  Spesso  la

      padrona  le  ripeteva:  "Mio  Dio!  come  siete  stupida!"  e  lei

      rispondeva: "S, Signora", dandosi da fare intorno.

      Il piccolo cerchio delle  sue  idee  si  restrinse  ancora,  e  il

      concerto  delle campane,  il muggito dei buoi smisero di esistere.

      Tutti gli esseri agivano in un silenzio spettrale.  Un solo rumore

      ormai le giungeva alle orecchie, la voce del pappagallo.

      Quasi  volesse distrarla,  esso imitava il tic tac del girarrosto,

      il  richiamo  acuto  del  pescivendolo,   la  sega  del  falegname

      dirimpetto  e,  agli  squilli  del campanello,  imitava la signora

      Aubain, "Felicita! la porta! la porta!".

      Si parlavano,  lui ripetendo  a  saziet  le  tre  frasi  del  suo

      repertorio,  e  lei rispondendogli con parole sconnesse,  ma nelle

      quali il suo cuore si apriva.  Nel suo isolamento,  Lul era quasi

      un  figlio,  un  innamorato.  Le  si  arrampicava  sulle dita,  le

      mordicchiava le labbra, si aggrappava al suo scialletto;  e quando

      lei  chinava  la fronte scuotendo il capo come fanno le balie,  le

      grandi ali  della  sua  cuffia  e  quelle  dell'uccello  fremevano

      insieme.

      Quando  le  nuvole  si  addensavano  e  il  tuono brontolava,  lui

      lanciava dei gridi, rammentando forse gli acquazzoni delle foreste

      natie.  L'acqua scrosciante provocava il suo  delirio;  svolazzava

      smarrito, saliva fino al soffitto, rovesciava tutto, e infilata la

      finestra  andava  a  sguazzare  in giardino;  poi rapido tornava a

      posarsi su uno degli  alari,  e,  saltellando  per  asciugarsi  le

      penne, mostrava ora la coda, ora il becco.

      Una  mattina del terribile inverno del 1837,  in cui,  a causa del

      freddo, lei l'aveva messo davanti al camino,  lo trov morto nella

      gabbia,  la testa in gi e le unghie infilate tra le sbarrette. Lo

      aveva ucciso una congestione,  ma era poi vero?  Felicita pens ad

      un  avvelenamento  con il prezzemolo,  e,  nonostante l'assenza di

      ogni prova, i suoi sospetti caddero su Fabu.

      Pianse cos  tanto  che  la  padrona  le  disse:  "Suvvia!  fatelo

      impagliare!".

      Chiese  consiglio al farmacista,  che era stato sempre gentile col

      pappagallo.

      Egli scrisse a Le Havre. Un tale Fellacher si incaric della cosa.

      Ma dato che la diligenza a volte  smarriva  i  pacchi,  decise  di

      portarlo lei stessa fino a Honfleur.

      I  meli senza foglie scorrevano ai lati della strada.  Il ghiaccio

      copriva i fossi.  Alcuni cani abbaiavano intorno alle masserie;  e

      con  le  mani  sotto  la mantellina,  con i suoi zoccoli neri e il

      paniere, lei camminava in fretta, in mezzo alla strada.

      Attravers la foresta, sorpass la localit Haute-Chne, raggiunse

      Saint-Gatien.

      Dietro di lei, in una nuvola di polvere, trascinato dalla discesa,

      si precipitava come un turbine un postale al gran galoppo. Vedendo

      che quella donna non si spostava,  il cocchiere si alz  oltre  il

      mantice;  anche  il  postiglione  gridava,  mentre  i suoi quattro

      cavalli, che non riusciva a trattenere,  acceleravano la corsa.  I

      primi  due la sfiorarono;  con uno strattone delle redini,  lui li

      gett di lato poi alz il braccio,  furioso,  e con la  sua  lunga

      frusta  le  vibr tra la pancia e la testa un colpo cos forte che

      cadde priva di sensi.

      Quando riprese conoscenza,  il suo primo gesto fu quello di aprire

      il paniere.  Lul,  per fortuna, non si era fatto niente. Sent un

      bruciore alla guancia destra;  si tocc,  le mani erano rosse.  Il

      sangue colava.

      Si  sedette su un mucchio di pietre,  premette il fazzoletto sulla

      guancia,  poi mangi un pezzo  di  pane,  messo  nel  paniere  per

      precauzione, e si consolava delle ferite guardando l'uccello.

      Giunta  in  cima  a  Ecquemauville,  vide  le luci di Honfleur che

      brillavano nella notte  come  una  miriade  di  stelle;  il  mare,

      lontano,  si  stendeva  indistintamente.  Allora  le  mancarono le

      forze;  e la miseria della sua infanzia,  la delusione  del  primo

      amore,  la perdita del nipote,  la morte di Virginia, come le onde

      di una marea, riaffiorarono tutte insieme, e, salendole alla gola,

      la soffocavano.

      Volle poi parlare al capitano  della  nave;  e,  senza  dire  cosa

      spediva, gli fece delle raccomandazioni.

      Fellacher tenne a lungo il pappagallo. Lo prometteva sempre per la

      settimana seguente; dopo sei mesi, annunci l'invio d'una cassa; e

      la  faccenda  fu  chiusa.  C'era  da chiedersi se Lul sarebbe mai

      tornato. "Me l'avranno rubato!" pensava Felicita.

      Finalmente arriv, splendido, dritto su un ramo d'albero, avvitato

      su uno zoccolo di mogano,  una zampa all'aria,  il capo inclinato,

      una   noce  nel  becco,   che  l'impagliatore,   per  amore  della

      grandiosit, aveva dorata.

      Lo chiuse in camera sua.

      Quel luogo,  in cui faceva entrare poche  persone,  aveva  insieme

      l'aspetto  di  una  cappella  e  di  un bazar,  tanto era zeppo di

      oggetti religiosi e delle cose pi disparate.

      Un grande armadio impediva di aprire bene la porta. Di fronte alla

      finestra a strapiombo sul giardino, una finestrella ovale guardava

      sul cortile;  su un  tavolo,  accanto  alla  branda,  c'erano  una

      brocca,  due  pettini,  e  un pezzo di sapone azzurro in un piatto

      sbrecciato.  Si notavano contro  le  pareti  rosari,  medagliette,

      diverse  madonnine,  una  acquasantiera  in  noce  di  cocco;  sul

      cassettone, coperto da una tovaglia come un altare,  la scatola di

      conchiglie  che le aveva regalato Vittorio;  poi un innaffiatoio e

      una palla,  dei quaderni di calligrafia,  il  libro  di  geografia

      illustrata,  un  paio  di stivaletti,  e al chiodo dello specchio,

      appeso per i nastri, il cappellino di peluche! Felicita spingeva a

      tal punto questo culto che  conservava  una  delle  redingote  del

      Signore.  Tutto  il  vecchiume  di  cui  la  signora Aubain voleva

      disfarsi,  lei lo raccoglieva per la sua stanza.  E cos aveva dei

      fiori  artificiali  sul  cassettone,  e  il  ritratto del conte di

      Artois nel vano dell'abbaino.

      Per mezzo di una mensolina,  Lul fu sistemato su  una  parte  del

      camino  che  sporgeva  nella stanza.  Ogni mattina,  svegliandosi,

      l'intravedeva nel chiarore dell'alba,  e ricordava allora i giorni

      passati,  le azioni pi insignificanti fin nei minimi particolari,

      senza dolore, colma di tranquillit.

      Non comunicando con nessuno,  viveva in un torpore da  sonnambula.

      Le  processioni  del  Corpus  Domini la rianimavano.  Andava dalle

      vicine a chiedere i candelieri e le stuoie per ornare l'altare che

      veniva preparato nella strada.

      In chiesa contemplava sempre lo Spirito Santo,  e not  che  aveva

      qualcosa  del  pappagallo.  La  somiglianza  le  sembr ancora pi

      evidente su una stampa di Epinal,  che rappresentava il  battesimo

      di  Nostro  Signore.  Con  le  sue  ali  di  porpora e il corpo di

      smeraldo, era proprio il ritratto di Lul.

      Compr la stampa e l'appese al posto del conte di Artois,  in modo

      tale  che,  con un solo colpo d'occhio,  li poteva vedere insieme.

      Essi si associarono  nella  sua  mente,  il  pappagallo  si  trov

      santificato  da  quel  rapporto con lo Spirito Santo,  che ai suoi

      occhi  diventava  pi  vivo  e  intelligibile.   Il   Padre,   per

      esprimersi,  non  poteva  aver  scelto  una  colomba,  perch sono

      animali senza voce,  ma piuttosto uno degli antenati  di  Lul.  E

      Felicita pregava guardando quell'immagine, ma di tanto in tanto si

      girava un po' verso l'uccello.

      Desider  entrare  tra  le  figlie di Maria.  La signora Aubain la

      dissuase.

      Arriv un avvenimento importante: il matrimonio di Paolo.

      Dopo essere stato giovane di studio da un notaio,  nel  commercio,

      nelle  dogane,  alle  imposte,  e  dopo  essersi  dato da fare per

      entrare  nell'amministrazione  forestale,  a  trentasei  anni,  di

      colpo,  per ispirazione celeste, aveva scoperto la propria strada:

      l'ufficio del registro!  E vi mostrava cos alte capacit  che  un

      ispettore  gli  aveva  offerto  la  figlia,  promettendogli la sua

      protezione.

      Paolo, diventato una persona seria, la port dalla madre.

      La ragazza critic le usanze di Pont-l'Evque,  fece l'altezzosa e

      offese  Felicita.   La  signora  Aubain,  quando  ripart,  ne  fu

      sollevata.

      La settimana dopo si seppe della morte del signor Bourais in bassa

      Bretagna,  in una  locanda.  Le  voci  di  un  suicidio  trovarono

      conferma;  emersero dei dubbi sulla sua onest.  La signora Aubain

      controll i suoi conti,  e non tard a scoprire la  sequela  delle

      sue  nefandezze:  sottrazione  di  arretrati,  vendite  fasulle di

      legna,  false quietanze,  eccetera.  Per di pi,  aveva un  figlio

      naturale, e "una relazione con una tale di Dozul".

      Queste  infamie la addolorarono molto.  Nel mese di marzo del 1853

      fu colta da un dolore al petto; la lingua era opaca come fumo,  le

      sanguisughe  non  calmarono  l'affanno;  e la sera del nono giorno

      mor, a settantadue anni giusti.

      La credevano meno vecchia,  per  via  dei  capelli  scuri  che  le

      incorniciavano il viso smorto,  segnato dal vaiolo. Pochi amici la

      rimpiansero; i suoi modi alteri allontanavano.

      Felicita la pianse, come non si piangono i padroni. Che la Signora

      fosse morta prima di lei,  le  confondeva  le  idee,  le  sembrava

      contrario all'ordine delle cose, inammissibile e mostruoso.

      Dieci  giorni  dopo (il tempo di accorrere da Besanon) arrivarono

      gli eredi.  La nuora frug nei cassetti,  scelse  dei  mobili,  ne

      vendette altri, poi se ne tornarono al Registro.

      La  poltrona  della  Signora,  il  suo  tavolino  rotondo,  il suo

      scaldino, le otto sedie, tutto era partito!  Al posto delle stampe

      si vedevano dei quadrati gialli sulle pareti. Si erano portati via

      anche  i  due  lettini con i materassi,  e nell'armadio a muro non

      c'era pi niente di tutte le cose di Virginia.  Felicita risal le

      scale, folle di tristezza.

      Il  giorno  dopo  c'era un cartello sulla porta;  il farmacista le

      grid nell'orecchio che la casa era in vendita.

      Lei barcoll, e fu costretta a sedersi.

      Ci che pi di tutto la rattristava era di dover lasciare  la  sua

      stanza,  cos confortevole per il povero Lul.  Abbracciandolo con

      uno sguardo  angosciato,  implorava  lo  Spirito  Santo;  e  prese

      l'abitudine   idolatra   di   pregare   inginocchiata  davanti  al

      pappagallo.  A volte il sole attraverso l'abbaino colpiva  il  suo

      occhio  di vetro e ne faceva scaturire un gran raggio luminoso che

      la mandava in estasi.

      Aveva una rendita  di  trecentottanta  franchi,  lasciatale  dalla

      padrona.  Il  giardino le forniva gli ortaggi.  Quanto agli abiti,

      aveva  di  che  vestirsi  fino  alla  fine  dei  suoi  giorni,   e

      risparmiava l'illuminazione coricandosi al crepuscolo.

      Non  usciva quasi pi,  per evitare la bottega del rigattiere dove

      erano esposti alcuni dei vecchi mobili di casa.  Dopo quel  malore

      trascinava  una gamba;  e siccome le sue forze diminuivano,  mamma

      Simon,  rovinatasi con la drogheria,  andava tutte  le  mattine  a

      spaccarle la legna e a pomparle l'acqua.

      La  vista le si indebol.  Le persiane non si aprivano pi.  Molti

      anni passarono. La casa non si affittava, n si vendeva.

      Temendo che la  mandassero  via,  Felicita  non  chiedeva  nessuna

      riparazione.  Le  assicelle  del  tetto  marcivano;  per  tutto un

      inverno il suo letto fu bagnato. Dopo Pasqua sput sangue.

      Allora mamma Simon chiam un medico.  Felicita  volle  sapere  che

      cosa  aveva.  Ma,  troppo  sorda  per sentire,  le giunse una sola

      parola: "Polmonite".  La conosceva,  e rispose  serenamente:  "Ah!

      come la Signora", trovando naturale seguire la padrona.

      La festa dei tabernacoli si avvicinava.

      Il  primo  era  sempre ai piedi della collina,  il secondo davanti

      alla posta,  il terzo circa a met strada.  Ci furono  rivalit  a

      proposito di quest'ultimo; e le parrocchiane alla fine scelsero il

      cortile della signora Aubain.

      L'affanno  e  la febbre aumentarono.  Felicita si lamentava di non

      poter far nulla  per  il  tabernacolo.  Se  almeno  avesse  potuto

      mettervi qualcosa!  Allora pens al pappagallo.  Non era decoroso,

      obiettarono le vicine.  Ma il curato diede il permesso;  lei ne fu

      cos  felice  che  lo  preg di accettare in dono,  dopo che fosse

      morta, Lul, la sua sola ricchezza.

      Dal marted al  sabato,  vigilia  del  Corpus  Domini,  toss  pi

      frequentemente. La sera il suo viso era contratto, le labbra le si

      incollavano  alle gengive,  comparve il vomito;  e il giorno dopo,

      all'alba, sentendosi debolissima, fece chiamare un prete.

      Tre brave donne le erano vicine durante l'estrema  unzione.  Disse

      che aveva bisogno di parlare a Fabu.

      Arriv  con  il  vestito  della  domenica,  a  disagio  in  quella

      atmosfera lugubre.

      "Perdonatemi" disse lei,  facendo  uno  sforzo  per  allungare  il

      braccio, "credevo che foste stato voi ad ucciderlo!".

      Ma  che  razza  di  discorso era mai quello?  Averlo sospettato di

      assassinio, un uomo come lui!  Si indignava,  e stava per fare una

      piazzata.

      "Ma non vedete che non c' pi con la testa?".

      Felicita  di tanto in tanto parlava alle ombre.  Le brave donne si

      allontanarono. La Simon mangi qualcosa.

      Poco pi tardi prese Lul, e avvicinandolo a Felicita:

      "Su! ditegli addio!".

      Anche se non era un cadavere,  i vermi lo divoravano,  un'ala  era

      spezzata e la stoppa gli usciva dal ventre.  Ma,  ormai cieca, lei

      lo baci in fronte,  e lo teneva contro la guancia.  La  Simon  lo

      riprese per metterlo nel tabernacolo.




















      5.

      I  pascoli mandavano il profumo dell'estate;  le mosche ronzavano;

      il sole faceva brillare il  fiume,  scaldava  i  tetti  d'ardesia.

      Mamma Simon, tornata nella stanza, si addormentava quietamente.

      I rintocchi della campana la svegliarono; era l'uscita dai vespri.

      Il delirio di Felicita cess. Pensando alla processione, la vedeva

      come se l'avesse seguita.

      Tutti i bambini delle scuole, i cantori e la banda camminavano sui

      marciapiedi,  mentre al centro della strada avanzavano in testa il

      cerimoniere armato d'alabarda,  lo scaccino con una grande  croce,

      il  sorvegliante  dei  ragazzi,  la  suora  preoccupata per le sue

      bambine;  tre  delle  pi  graziose,  coi  riccioli  come  angeli,

      gettavano  in aria petali di rose;  il diacono,  a braccia aperte,

      dirigeva la musica; e due turiferari,  ad ogni passo,  si giravano

      verso  il  Santissimo Sacramento.  Sotto un baldacchino di velluto

      rosso vivo, sostenuto da quattro fabbricieri, esso era portato dal

      curato nella sua bella pianeta. Una marea si accalcava dietro, tra

      gli addobbi bianchi che coprivano i muri delle case;  e arrivarono

      ai piedi della collina.

      Un  sudore  freddo  bagnava  le  tempie  di  Felicita.   La  Simon

      l'asciugava con una pezza, dicendosi che un giorno sarebbe toccato

      anche a lei.

      Il brusio della folla aument,  per un momento fu  fortissimo,  si

      allontan.

      Una scarica a salve fece tremare i vetri.  Erano i postiglioni che

      salutavano l'ostensorio.  Felicita rote gli occhi  e  disse,  pi

      forte che pot:

      "Sta bene?", preoccupata per il pappagallo.

      Ebbe inizio l'agonia. Un rantolo sempre pi frequente le sollevava

      le  costole.  Fiotti  di  schiuma  le  uscivano dagli angoli della

      bocca, e tutto il suo corpo tremava.

      Presto si sentirono i borbottii degli oficleidi,  le limpide  voci

      dei  bambini,  la  voce  profonda degli uomini.  Di tanto in tanto

      tutto taceva, e il ticchettio dei passi, smorzato dai fiori, aveva

      il suono di un gregge sui prati.

      Nel cortile comparve il clero.  La Simon si arrampic su una sedia

      per arrivare alla finestrella, e cos dominava il tabernacolo.

      Ghirlande verdi pendevano sull'altare, ornato da una balza a punto

      inglese.  Al  centro  c'era una piccola teca con le reliquie,  due

      piante d'arancio ai lati e,  tutt'intorno,  candelieri d'argento e

      vasi di porcellana,  dai quali svettavano girasoli, gigli, peonie,

      digitali,  mazzi  d'ortensie.   Quel  grappolo  di  colori  vivaci

      scendeva obliquamente, dalla tavola fino al tappeto, prolungandosi

      sul  selciato;   e  cose  preziose  attiravano  gli  sguardi.  Una

      zuccheriera di vermeil con una ghirlanda  di  viole;  pendenti  di

      pietre  d'Alenon  brillavano  sul  muschio;  due paraventi cinesi

      mostravano i loro paesaggi. Lul, nascosto sotto le rose, lasciava

      vedere solo la  sua  fronte  azzurra,  simile  ad  una  lamina  di

      lapislazzuli.

      I fabbricieri,  i cantori,  i bambini si disposero ai tre lati del

      cortile.  Il prete sal lentamente i gradini,  e pos sul merletto

      il  suo grande sole d'oro raggiante.  Tutti s'inginocchiarono.  Si

      fece  un  grande  silenzio.   I  turiboli  volteggiando  nell'aria

      scorrevano nelle loro catenelle.

      Un  vapore  azzurro  sal  nella  stanza di Felicita.  Lei tese le

      narici aspirandolo con mistica sensualit;  poi chiuse gli  occhi.

      Le sue labbra sorridevano.  I battiti del suo cuore rallentarono a

      uno a uno,  ogni volta pi incerti,  pi tenui,  come si esaurisce

      una sorgente,  come si disperde un'eco;  e,  quando esal l'ultimo

      respiro, le sembr di vedere,  nei cieli dischiusi,  un pappagallo

      gigantesco che aleggiava sulla sua testa.






      LA LEGGENDA DI SAN GIULIANO OSPITALIERE.


      1.

      Il  padre e la madre di Giuliano abitavano in un castello in mezzo

      ai boschi, sul pendio di una collina.

      Le quattro torri agli angoli avevano  tetti  a  punta  coperti  di

      lamelle  di  piombo  e  la  base delle mura poggiava su blocchi di

      roccia che cadevano a strapiombo fin gi nei fossati.

      Il selciato del cortile  era  liscio  come  il  pavimento  di  una

      chiesa.  Lunghe grondaie, raffiguranti draghi con le fauci in gi,

      sputavano l'acqua piovana verso la cisterna; e sul davanzale delle

      finestre, ad ogni piano,  in un vaso di argilla dipinta,  spuntava

      un basilico o un eliotropio.

      Una  seconda  cinta  fatta  di  pali delimitava prima un frutteto,

      quindi un'aiuola dove i  fiori  si  combinavano  a  formare  delle

      cifre,  poi un pergolato con delle nicchie per prendere il fresco,

      infine uno spiazzo per la pallamaglio che serviva al  divertimento

      dei paggi. Dall'altro lato si trovavano il canile, le scuderie, il

      forno,  il  frantoio  e  i  granai.  Un  pascolo  di erba verde si

      stendeva tutt'attorno,  chiuso a sua volta da una larga  siepe  di

      rovi.

      Si  viveva  in  pace da cos lungo tempo che la saracinesca non si

      abbassava pi; i fossati erano pieni d'acqua,  le rondini facevano

      il  nido tra le punte dei merli;  l'arciere,  che durante tutto il

      giorno passeggiava su e gi sulla cortina, appena il sole bruciava

      troppo rientrava nella garitta, e si addormentava come un frate.

      All'interno,   gli  arredi  di  metallo  brillavano   dappertutto;

      nelle  camere  gli  arazzi  proteggevano dal freddo;  e gli armadi

      erano   stracolmi   di   biancheria,   le   botti   di   vino   si

      ammonticchiavano   nelle   cantine,    i   forzieri   di   quercia

      scricchiolavano sotto il peso dei sacchi di monete.

      Nella sala d'armi si vedevano,  tra stendardi e teste  di  animali

      feroci,  armi  di  ogni tempo e di tutte le nazioni,  dalle fionde

      degli Amaleciti e i  giavellotti  dei  Garamanti  alle  daghe  dei

      Saraceni e alle cotte di ferro dei Normanni.

      Lo spiedo grande della cucina poteva arrostire un bue; la cappella

      era  sontuosa  come l'oratorio d'un re.  C'era anche,  in un luogo

      appartato,  un calidario alla  romana;  ma  il  buon  signore  non

      l'usava, considerandolo una abitudine da idolatri.

      Sempre  avvolto  in  una  pelliccia di volpe,  girava per la casa,

      rendeva giustizia ai vassalli, sedava le liti dei vicini.  Durante

      l'inverno  guardava  i  fiocchi  di neve cadere,  oppure si faceva

      leggere delle storie.  Alle prime belle  giornate,  se  ne  andava

      sulla  sua  mula  lungo  piccoli sentieri,  costeggiando le spighe

      ancora verdi e conversava con i villani,  ai quali dava  consigli.

      Dopo molte avventure,  aveva preso in moglie una damigella di alto

      lignaggio.

      Era di pelle bianchissima,  un po' altera e  seria.  I  corni  del

      copricapo  sfioravano gli architravi delle porte;  la coda del suo

      abito di panno  strisciava  a  tre  passi  da  lei.  La  sua  vita

      domestica  era  regolata  come  all'interno di un monastero;  ogni

      mattina assegnava il lavoro alle serve,  sorvegliava le conserve e

      gli unguenti,  filava alla conocchia o ricamava tovaglie d'altare.

      A forza di pregare Dio, le arriv un figlio.

      Allora ci furono grandi festeggiamenti,  e un banchetto  che  dur

      tre giorni e quattro notti alla luce delle fiaccole al suono delle

      arpe, su tappeti di frasche. Si mangiarono le spezie pi rare, con

      polli  grossi come montoni;  per scherzo un nano salt fuori da un

      timballo, e, non bastando pi le coppe,  poich la folla aumentava

      sempre, furono costretti a bere negli olifanti e negli elmi.

      La  puerpera  non  assistette a quelle feste.  Se ne stava nel suo

      letto, tranquillamente. Una sera si svegli, e intravide, sotto un

      raggio di luna, un'ombra che si muoveva. Era un vecchio vestito di

      un saio di rozzo panno,  con un rosario alla  vita,  una  bisaccia

      sulla  spalla,  in tutto simile ad un eremita.  Si avvicin al suo

      capezzale e le disse, senza dischiudere le labbra:

      "Rallegrati, o madre! tuo figlio sar un santo!".

      Lei stava per gridare;  ma scivolando sul  raggio  di  luna,  egli

      s'innalz  lentamente  nell'aria,   poi  scomparve.  I  canti  del

      banchetto esplosero pi forti. Lei ud le voci degli angeli;  e il

      capo  le  ricadde sul guanciale,  sovrastato da un osso di martire

      incorniciato da rubini.

      Il giorno dopo tutti i servitori interrogati dichiararono  di  non

      aver visto nessun eremita. Sogno o realt che fosse, doveva essere

      un  messaggio del cielo;  ma lei fece attenzione a non dire nulla,

      temendo che l'accusassero di superbia.

      I convitati se ne andarono alle prime luci; e il padre di Giuliano

      si trovava  fuori  della  porticina  esterna,  dove  aveva  appena

      accompagnato l'ultimo ospite, quando improvvisamente un mendicante

      si  fece  avanti  nella  nebbia.  Era  uno  zingaro con la barba a

      treccioline,   anelli  d'argento  alle  braccia   e   le   pupille

      fiammeggianti. Balbett con aria ispirata queste parole sconnesse:

      "Ah!  Ah!  tuo figlio!... molto sangue!... molta gloria!... sempre

      felice! la famiglia di un imperatore".

      E chinandosi per  raccogliere  l'elemosina,  si  perse  nell'erba,

      svan.  Il  buon  castellano guard a destra e a sinistra,  chiam

      finch pot. Nessuno! Il vento fischiava,  le brume del mattino si

      dileguavano.

      Attribu  questa  visione  alla  stanchezza  della  mente per aver

      dormito troppo poco.  "Se ne parlo rideranno  di  me",  si  disse.

      Tuttavia  gli  splendori  destinati  a suo figlio lo abbagliavano,

      anche se la promessa non era chiara ed egli dubitasse  persino  di

      averla sentita.

      Gli  sposi si nascosero i loro segreti.  Ma tutti e due amavano il

      figlio di pari amore; e, rispettandolo come segnato da Dio, ebbero

      per lui infiniti riguardi.  Il suo  lettino  era  imbottito  della

      piuma  pi  fine;  una lampada a forma di colomba vi ardeva sopra,

      continuamente; tre balie lo cullavano;  e ben avvolto nelle fasce,

      la  faccia  rosea  e  gli  occhi  azzurri,  con il suo mantello di

      broccato e  la  cuffia  tempestata  di  perle,  sembrava  un  Ges

      Bambino.  I  denti  gli  spuntarono  senza  che piangesse una sola

      volta.

      Quando ebbe sette anni,  la  madre  gli  insegn  a  cantare.  Per

      renderlo  coraggioso,  il  padre  lo  mise  in  groppa a un grosso

      cavallo. Il bambino, contento, sorrideva, e cos non tard molto a

      conoscere tutto ci che riguarda i destrieri.

      Un vecchio monaco molto sapiente gli insegn la  Sacra  Scrittura,

      la  numerazione  araba,  le  lettere  latine,  e  a  fare eleganti

      miniature su pergamena finissima. Lavoravano insieme in cima a una

      torretta, lontano dai rumori.

      Finita la lezione scendevano  in  giardino,  dove,  andando  passo

      passo, studiavano i fiori.

      A  volte  si  vedeva,  in fondo alla valle,  una fila di bestie da

      soma,  condotte da un uomo  a  piedi,  vestito  all'orientale.  Il

      castellano,  che  l'aveva riconosciuto come mercante,  gli mandava

      incontro un domestico. Lo straniero, rinfrancato,  deviava dal suo

      cammino;  e, introdotto nel parlatoio, tirava fuori dai suoi bauli

      gioielli, aromi, oggetti strani dall'uso sconosciuto; alla fine il

      brav'uomo se ne andava, con un grosso guadagno,  senza aver subito

      nessuna violenza.  Altre volte,  un gruppo di pellegrini bussavano

      alla porta. I loro abiti bagnati fumavano davanti al camino;  poi,

      quando erano sazi,  raccontavano i loro viaggi, le peripezie delle

      navi sul mare schiumoso, le marce a piedi nelle sabbie ardenti, la

      ferocia dei pagani,  le grotte  della  Siria,  il  Presepio  e  il

      Sepolcro.  Poi davano al giovane signore qualche conchiglia cucita

      alle loro vesti.

      Spesso il castellano faceva  festa  con  i  suoi  vecchi  compagni

      d'armi.  Mentre  bevevano,  rievocavano le battaglie,  gli assalti

      alle fortezze in mezzo al fragore delle macchine da  guerra  e  le

      portentose ferite. Giuliano, che li ascoltava, esplodeva in grida;

      e  cos  il  padre non dubitava che un giorno sarebbe diventato un

      conquistatore.  Ma  alla  sera,  all'uscita  dall'Angelus,  quando

      passava  tra  i  poveri che piegavano la testa,  metteva mano alla

      borsa con tanta modestia e tanta nobilt  nel  portamento  che  la

      madre era sicura di vederlo, in un futuro, arcivescovo.

      Il  suo  posto  nella  cappella  era a fianco dei genitori;  e per

      quanto lunghe fossero le funzioni,  rimaneva  genuflesso  sul  suo

      inginocchiatoio, il berretto in terra e le mani giunte.

      Un giorno,  durante la messa,  vide, alzando la testa, un topolino

      bianco che usciva da un  buco  del  muro.  Trotterell  sul  primo

      gradino dell'altare,  e dopo due o tre giri a destra e a sinistra,

      fugg dalla stessa parte. La domenica seguente,  l'idea di poterlo

      rivedere  lo  turb.  Il  topo  ritorn;  e  ogni  domenica lui lo

      aspettava,  ne era infastidito;  cominci a odiarlo,  e decise  di

      ucciderlo.

      Dopo  aver  chiuso la porta e sparso sui gradini le briciole di un

      dolce, si appost davanti al buco con una bacchetta in mano.

      Dopo  un  bel  po'  spunt  un  muso  rosa,   e  poi  l'animaletto

      tutt'intero.  Giuliano  vibr  un colpo leggero,  e rimase stupito

      davanti a quel corpicino immobile.  Una goccia di sangue macchiava

      la  pietra.  Lo asciug subito con la manica,  gett via il topo e

      non disse niente a nessuno.

      Uccellini di ogni specie beccavano i semi nel giardino.  Gli venne

      in  mente  di mettere dei piselli in una canna cava.  Quando udiva

      cinguettare in un albero si avvicinava pian piano,  poi alzava  la

      canna,  gonfiava  le  gote,  e  gli  uccellini gli piovevano sulle

      spalle cos numerosi che non poteva fare a meno di ridere,  felice

      della sua astuzia.

      Un mattino, mentre se ne tornava lungo il camminamento, vide sulla

      cima del bastione un grosso colombo che gonfiava il petto al sole.

      Giuliano si ferm ad osservarlo; siccome il muro in quel punto era

      sbrecciato,  si trov in mano una scheggia. Rote il braccio, e la

      pietra abbatt l'uccello che cadde di peso nel fossato.

      Si  precipit  dabbasso,   graffiandosi  fra  i   rovi,   frugando

      dappertutto pi svelto di un giovane cane.  Il colombo, con le ali

      spezzate,  palpitava ancora impigliato tra i rami di un  ligustro.

      Il  persistere  di  quella vita irrit il ragazzo.  Lo afferr per

      strangolarlo;  e le convulsioni dell'uccello gli facevano  battere

      il  cuore  e  lo  riempivano di una volutt selvaggia e impetuosa.

      All'ultimo sussulto, si sent mancare.

      La sera,  a cena,  suo padre dichiar che alla sua et  si  doveva

      imparare  l'arte  venatoria,  e and a cercare un vecchio quaderno

      che conteneva, in forma di domande e risposte,  i punti essenziali

      della caccia. Un maestro spiegava all'allievo l'arte di addestrare

      i cani e di addomesticare i falconi,  di tendere le trappole, come

      riconoscere il cervo dai suoi escrementi, la volpe dalle impronte,

      il lupo dai  solchi  lasciati  sul  terreno,  il  modo  giusto  di

      distinguere  le loro tracce,  come si scovano,  dove si trovano di

      solito le loro tane,  quali sono  i  venti  pi  propizi,  insieme

      all'elenco  dei  gridi  e  alle  regole  per  la porzione di preda

      spettante ai cani.

      Quando Giuliano fu in grado di ripetere  a  memoria  tutte  queste

      cose, suo padre gli mise insieme una muta.

      Anzitutto  vi  si notavano ventiquattro levrieri barbareschi,  pi

      veloci delle gazzelle,  ma facili alla  collera,  poi  diciassette

      coppie  di  cani  bretoni,  picchiettati di bianco su fondo fulvo,

      saldi nel  non  mollare  la  preda,  forti  di  petto  e  possenti

      urlatori.  Per  attaccare  il  cinghiale  e  per  i  suoi passaggi

      pericolosi, c'erano quaranta grifoni, pelosi come orsi.  I mastini

      di Tartaria,  alti quasi come asini,  del colore del fuoco, con il

      dorso largo e il garretto dritto, erano riservati all'inseguimento

      degli uri.  Il mantello nero degli spaniel  luccicava  come  raso,

      l'uggiolio  dei talbot risuonava come quello dei canterini ciechi.

      In un cortile a parte latravano, scuotendo la catena e roteando le

      pupille, otto alani, bestie formidabili, che assaltano al ventre i

      cavalieri e non hanno paura dei leoni.

      Tutti mangiavano pane di  frumento,  bevevano  in  abbeveratoi  di

      pietra e avevano nomi squillanti.

      La schiera dei falconi,  forse,  superava in quantit la muta;  il

      buon signore,  a forza di denaro,  si era procurato  terzuoli  del

      Caucaso,  sagri  di  Babilonia,  girifalchi di Alemagna,  e falchi

      pellegrini, catturati sulle scogliere, in riva ai mari freddi,  in

      paesi lontani. Erano sistemati in un capannone coperto di stoppie,

      e attaccati, secondo la taglia, sulla gruccia; davanti avevano una

      zolla  d'erba,  dove  di  tanto in tanto venivano posati perch si

      sgranchissero.  Furono costruiti sacchi,  esche,  trabocchetti,  e

      ogni altro tipo di ordigni.

      Spesso  conducevano nella campagna i cani da penna,  che subito si

      mettevano di punta.  Allora i battitori,  avanzando  piano  piano,

      stendevano  con  cautela sui loro corpi immobili una immensa rete.

      Abbaiavano a un preciso comando; le quaglie s'alzavano in volo,  e

      le  dame  dei  dintorni  invitate con i loro mariti,  i figli,  le

      cameriere,   tutti  vi  si  lanciavano  sopra  e   le   prendevano

      facilmente.

      Altre volte,  per stanare le lepri, battevano il tamburo; le volpi

      cadevano  nelle   fosse,   oppure   una   tagliola,   chiudendosi,

      imprigionava la zampa di un lupo.

      Ma  Giuliano disprezz quei comodi espedienti,  preferiva cacciare

      lontano dalla gente,  con il cavallo e  il  falcone.  Si  trattava

      quasi sempre di un gran tartaretto di Scizia, bianco come la neve.

      Il suo cappuccio di cuoio era sormontato da un pennacchio, sonagli

      d'oro  tintinnavano  alle  sue zampe azzurre.  Si teneva saldo sul

      braccio  del  padrone  mentre  il  cavallo  galoppava  e  i  campi

      scorrevano via.  Giuliano, sciogliendo i lacci, lo lasciava andare

      di colpo;  la bestia ardita saliva nell'aria come una freccia e si

      vedevano  due  macchie  ineguali  volteggiare,  congiungersi,  poi

      sparire nell'azzurro.  Il falco non  tardava  a  scendere  con  un

      uccello  dilaniato,  posandosi  sul  guanto  di ferro,  con le ali

      frementi.

      Cos Giuliano gherm al volo l'airone, il nibbio,  la cornacchia e

      l'avvoltoio.

      Suonando  il  corno,  gli piaceva seguire i cani che correvano sul

      pendio delle colline,  saltavano i ruscelli,  risalivano verso  il

      bosco;  e  quando  il cervo cominciava a gemere sotto i morsi,  si

      affrettava ad abbatterlo, poi si dilettava della furia dei mastini

      che divoravano i pezzi dell'animale sulla sua pelle fumante.

      Nei giorni di nebbia si inoltrava nella palude per fare  la  posta

      alle oche selvatiche, alle lontre e ai germani.

      Tre  scudieri  lo  aspettavano,  fin  dall'alba,  ai  piedi  della

      scalinata; e il vecchio frate, sporgendosi dal suo abbaino,  aveva

      un  bello  sbracciarsi  per  richiamarlo.  Giuliano non si girava.

      Andava sotto il sole cocente,  sotto la pioggia,  con la tempesta,

      beveva  l'acqua nel cavo della mano,  mangiava,  cavalcando,  mele

      selvatiche,  se era  stanco  si  riposava  sotto  una  quercia;  e

      ritornava nel cuore della notte, coperto di sangue e di fango, con

      spini  nei  capelli,  con  addosso  l'odore  delle  bestie feroci.

      Divent come loro. Quando la madre lo abbracciava,  accoglieva con

      freddezza la sua stretta, sembrava assorto in meditazioni.

      Uccise orsi a colpi di coltello,  tori con l'ascia,  cinghiali con

      lo spiedo;  e una volta accadde perfino che non essendogli rimasto

      altro  che  un  bastone,  si  difendesse  con  quello dai lupi che

      divoravano cadaveri ai piedi di una forca.


      Un mattino d'inverno, part prima di giorno, ben equipaggiato, con

      una balestra sulla spalla e la  faretra  piena  di  frecce  appesa

      all'arcione della sella.

      Il  suo  ginetto  danese,  seguito da due bassotti,  trottando con

      passo regolare,  faceva vibrare il terreno.  Gocce di brina gelata

      gli si attaccavano al mantello;  soffiava una violenta tramontana.

      Una parte dell'orizzonte si  schiar,  e  nella  luce  livida  del

      crepuscolo  vide dei conigli saltellare sull'orlo delle loro tane.

      I due bassotti subito si avventarono su  di  loro  e  furiosamente

      spezzavano loro la schiena, mordendoli all'impazzata.

      Poco dopo entr in un bosco;  in cima a un ramo,  un gallo cedrone

      intorpidito dal freddo dormiva con la testa sotto  l'ala.  Con  un

      colpo  di spada gli recise le zampe e continu la sua strada senza

      raccoglierlo.

      Tre ore dopo,  si trov sulla vetta di una montagna cos alta  che

      il cielo sembrava quasi nero.  Davanti a lui, una roccia simile ad

      una muraglia scendeva a picco su un precipizio; e sulla cima dello

      strapiombo,  due caproni selvatici fissavano l'abisso.  Trovandosi

      senza  frecce (perch il suo cavallo era rimasto indietro),  pens

      di scendere fino ad essi; piegato in due, a piedi nudi,  raggiunse

      finalmente  il  primo  caprone  e  gli affond il pugnale sotto le

      costole. Il secondo,  terrorizzato,  salt nel vuoto.  Giuliano si

      lanci  per colpirlo,  e,  scivolando col piede destro,  cadde sul

      cadavere  dell'altro,   la  faccia  sull'abisso   e   le   braccia

      spalancate.

      Ridiscese  quella  pianura,  segu  i  salici che costeggiavano un

      fiume.  Delle gru che  volavano  bassissime  gli  passavano  sulla

      testa. Giuliano le abbatteva con la frusta, e non ne manc una.

      Nel  frattempo  l'aria pi tiepida aveva sciolto la brina,  grandi

      vapori fluttuavano,  e comparve il sole.  Egli  vide  brillare  in

      lontananza un lago gelato,  che pareva di piombo. In mezzo al lago

      c'era una bestia che Giuliano non conosceva,  un castoro dal  muso

      nero.  Nonostante  la  distanza,  una  freccia  lo abbatt;  e gli

      dispiacque di non poterne portar via la pelle.

      Poi si inoltr lungo un  viale  di  grandi  alberi,  le  cui  cime

      formavano  come un arco di trionfo all'entrata di una foresta.  Un

      capriolo balz fuori da una forra,  un daino comparve ad un bivio,

      un tasso usc da una buca, un pavone sull'erba dispieg la coda; e

      quando  li  ebbe  uccisi  tutti  comparvero altri caprioli,  altri

      daini, altri tassi, altri pavoni, e merli,  gazze,  faine,  volpi,

      ricci,  linci,  una miriade di bestie, ad ogni passo pi numerose.

      Gli giravano intorno, tremanti,  con uno sguardo pieno di dolcezza

      e di implorazione.  Ma Giuliano non smetteva di ucciderle, ora con

      la balestra, ora sguainando la spada,  ora vibrando coltellate,  e

      non  pensava  pi  a  nulla,  non  aveva  memoria di nulla.  Stava

      cacciando in un paese senza nome,  da un tempo indeterminato,  per

      il solo fatto di esistere,  e tutto si compiva con la facilit che

      si prova nei sogni.  Uno spettacolo straordinario lo fece fermare.

      Un  branco  di  cervi riempiva un vallone che aveva la forma di un

      circo;  stavano gli uni addosso agli altri,  e si  scaldavano  col

      fiato che si vedeva fumare nella nebbia.

      Per  qualche  minuto,  la  speranza  di una simile carneficina gli

      mozz il respiro dal piacere. Poi scese da cavallo, si rimbocc le

      maniche e cominci a tirare.

      Al sibilo della prima freccia,  tutti i cervi insieme voltarono la

      testa,  nel mucchio si aprirono dei vuoti, si alzarono dei gemiti,

      e un gran subbuglio agit il branco.

      La sponda del vallone era troppo alta perch potessero  superarla.

      Saltavano  in  quello  stretto  cercando scampo.  Giuliano mirava,

      tirava.  E le frecce  cadevano  come  sferzate  di  pioggia  nella

      tempesta. I cervi infuriati si urtavano, si impennavano, montavano

      gli  uni  sugli  altri;  e  i  loro  corpi  con  le  corna  ramose

      aggrovigliate formavano una massa che, spostandosi, crollava.

      Alla fine, distesi sulla sabbia, morirono con la bava alle narici,

      sventrati,  e il palpito del loro ventre si affievoliva a  poco  a

      poco. Poi tutto fu immobile.

      Stava per calare la notte; e dietro al bosco, negli spiragli tra i

      rami, il cielo era rosso come una coltre di sangue.

      Giuliano  si  appoggi  ad  un  albero.  Contemplava con gli occhi

      spalancati l'enormit di quel massacro, e non riusciva a

      capire come avesse potuto farlo.

      Dall'altro lato del vallone,  sul limitare del  bosco,  scorse  un

      cervo, una cerva e il loro piccolo.

      Il  cervo,  che era nero e di statura prodigiosa,  aveva corna con

      sedici ramificazioni e una barba bianca. La cerva,  bionda come le

      foglie  morte,  brucava l'erba;  e il cerbiatto dal pelo maculato,

      senza intralciarle il passo, poppava alla mammella.

      Ancora una volta la balestra  sibil.  Il  cerbiatto,  subito,  fu

      ucciso.  Allora  la  madre,  guardando  il  cielo,  bram con voce

      profonda, straziante, umana. Giuliano, esasperato, con un colpo in

      pieno petto l'abbatt.

      Il grande cervo lo  aveva  visto,  fece  un  balzo.  Giuliano  gli

      scagli la sua ultima freccia. Essa lo raggiunse alla fronte, e vi

      rimase conficcata.

      Il  grande  cervo  non  sembr  sentirla;  scavalcando  i cadaveri

      continuava ad avanzare, stava per piombargli addosso e sventrarlo;

      Giuliano indietreggiava preso da una paura indicibile. Il mirabile

      animale si ferm;  e con gli occhi fiammeggianti,  solenne come un

      patriarca e come un giustiziere,  ripet tre volte, mentre lontano

      rintoccava una campana:

      "Che tu sia maledetto!  maledetto!  maledetto!  Un giorno,  mostro

      feroce, assassinerai tuo padre e tua madre!".

      Pieg le ginocchia, chiuse lentamente gli occhi e mor.

      Giuliano fu sbalordito, poi oppresso da una stanchezza improvvisa;

      e un disgusto,  una tristezza immensa s'impadronirono di lui.  Con

      la fronte tra le mani, pianse a lungo.

      Il suo cavallo era perduto;  i cani  lo  avevano  abbandonato;  la

      solitudine  che  lo  circondava  gli sembr carica di minacce e di

      vaghi pericoli. Allora, spinto da un impulso di terrore, si mise a

      correre attraverso i campi;  scelse  a  caso  un  sentiero,  e  si

      ritrov quasi di colpo alla porta del castello.

      Quella notte non dorm.  Alla luce tremolante della lampada appesa

      rivedeva sempre  il  grande  cervo  nero.  La  sua  predizione  lo

      ossessionava;  si rivoltava contro di essa. "No! no! no! non posso

      ucciderli!" poi pensava: "E se  lo  volessi  invece?..."  e  aveva

      paura che il diavolo gliene ispirasse il desiderio.

      Per  tre  mesi  la  madre angosciata preg al suo capezzale,  e il

      padre, gemendo, vagava senza riposo per i corridoi.  Fece venire i

      pi  famosi  medici  speziali che gli prescrissero una quantit di

      farmaci. Il male di Giuliano, dicevano,  era provocato da un vento

      funesto,  o  da  un desiderio d'amore.  Ma il giovane,  a tutte le

      domande, scuoteva il capo.

      Gli ritornarono le forze;  e lo facevano passeggiare nel  cortile,

      accompagnato   dal  vecchio  frate  e  dal  buon  signore  che  lo

      sorreggevano ciascuno per un braccio.

      Quando fu completamente ristabilito,  si ostin a non andare pi a

      caccia.

      Suo padre, volendo che ridiventasse allegro, gli regal una grande

      spada saracena.  Essa faceva parte di un'armatura posta in cima ad

      una colonna.  Per raggiungerla ci volle  una  scala.  Giuliano  vi

      sal.  La  spada,  troppo  pesante,  gli cadde di mano,  e cadendo

      sfior il buon signore cosi da vicino che la sua palandrana ne  fu

      tagliata; Giuliano pens di avere ucciso suo padre, e svenne.

      Da  quel  momento  ebbe  paura  delle  armi.  La  vista d'una lama

      sguainata lo faceva impallidire.  Quella  sua  fragilit  era  una

      desolazione per la famiglia.

      Alla  fine  il vecchio frate,  in nome di Dio,  dell'onore e degli

      avi, gli ordin di riprendere le sue attivit di gentiluomo.

      Tutti  i  giorni,  gli  scudieri  si  divertivano  al  lancio  del

      giavellotto.  Ben  presto  Giuliano vi primeggi.  Lanciava il suo

      dritto  nel  collo  delle  bottiglie,   spezzava  i  denti   delle

      banderuole,  colpiva i chiodi delle porte da una distanza di cento

      passi.

      Una sera d'estate,  nell'ora in cui la nebbia rende indistinte  le

      cose,  mentre era sotto la pergola del giardino,  scorse nel fondo

      due ali bianche che  svolazzavano  all'altezza  della  siepe.  Non

      dubit che fosse una cicogna; e lanci il giavellotto.

      Si ud un grido lacerante.

      Era  sua  madre,  rimasta  con  i  lunghi nastri del suo copricapo

      inchiodati alla parete.

      Giuliano fugg dal castello, e non ricomparve pi.



      2.

      Si arruol in una banda  di  soldati  di  ventura  che  passavano.

      Conobbe  la fame,  la sete,  le febbri e i pidocchi.  Si abitu al

      fracasso delle mischie,  alla vista dei moribondi.  Il  vento  gli

      scur  la  pelle.  Le  sue membra si indurirono al contatto con le

      armi; e siccome era molto forte, coraggioso, temperante,  accorto,

      ottenne senza fatica il comando di una compagnia.

      All'inizio  delle battaglie infondeva slancio ai suoi con un ampio

      gesto della spada.  Con una corda a nodi,  si arrampicava sui muri

      delle cittadelle,  la notte,  sballottato dall'uragano,  mentre le

      fiammelle del fuoco greco gli si appiccicavano alla corazza,  e la

      resina bollente e il piombo fuso colavano gi dai merli. Spesso il

      colpo di una pietra gli fracass lo scudo.  Ponti sovraccarichi di

      uomini crollarono sotto di lui.  Facendo roteare la mazza ferrata,

      si sbarazz di quattordici cavalieri.  Affront,  in campo chiuso,

      tutti quelli che lo sfidavano.  Fu  creduto  morto  pi  di  venti

      volte.

      Grazie al favore divino,  la scamp sempre;  perch lui proteggeva

      gli uomini di chiesa,  gli orfani,  le  vedove,  e  soprattutto  i

      vecchi.  Quando  ne  vedeva  uno camminargli davanti,  gridava per

      vederlo in faccia,  come se avesse avuto paura  di  ucciderlo  per

      errore.

      Schiavi  in  fuga,  contadini  in  rivolta,  bastardi  senza beni,

      intrepidi di ogni sorta affluirono sotto la sua bandiera,  e  cos

      si form intorno a lui un esercito.  L'esercito si ingross.  Egli

      divenne famoso. Era cercato da tutti.

      Soccorse,  di volta  in  volta,  il  delfino  di  Francia,  il  re

      d'Inghilterra,  i templari di Gerusalemme, il surena dei Parti, il

      negus d'Abissinia e l'imperatore di Calcutta.  Combatt Scandinavi

      ricoperti  di scaglie di pesce,  Negri muniti di rondacce di cuoio

      di ippopotamo e che cavalcavano asini  rossi.  Indiani  color  oro

      che, al di sopra dei loro diademi, brandivano grandi sciabole, pi

      lucenti  di  specchi.   Vinse  i  Trogloditi  e  gli  Antropofagi.

      Attravers  regioni  cos  torride  che  al  calore  del  sole  le

      capigliature  prendevano fuoco come fiaccole,  e altre cos gelide

      che le braccia, staccandosi dal corpo,  cadevano a terra;  e paesi

      dove vi era tanta nebbia che si camminava attorniati da fantasmi.

      Repubbliche  in  difficolt lo consultarono.  Nei colloqui con gli

      ambasciatori otteneva  condizioni  insperate.  Se  un  monarca  si

      comportava  troppo  male,  egli arriva all'improvviso e gli faceva

      sentire  le  sue  rimostranze.  Affranc  popoli.   Liber  regine

      rinchiuse nelle torri. Fu lui, e non altri, che schiacci la serpe

      di Milano e il drago di Oberbirbach.

      Ad  un  certo punto accadde che l'imperatore di Occitania,  avendo

      trionfato sui Musulmani spagnoli,  si fosse unito in concubinaggio

      con  la  sorella del califfo di Cordova;  e ne ebbe una figlia che

      teneva con s e aveva  allevato  cristianamente.  Ma  il  califfo,

      fingendo di volersi convertire,  and a fargli visita accompagnato

      da una numerosa scorta,  gli massacr tutta la  guarnigione  e  lo

      precipit  nella pi profonda segreta,  dove lo trattava duramente

      per estorcergli tesori.

      Giuliano  accorse  in  suo  aiuto,   distrusse  l'esercito   degli

      infedeli, assedi la citt, uccise il califfo, gli mozz la testa,

      e  la  butt  come  una  palla  al  di l dei bastioni.  Liber di

      prigione l'imperatore e lo ristabil sul  trono,  in  presenza  di

      tutta la corte.

      In  premio  di  tale aiuto,  l'imperatore gli offr ceste colme di

      denaro; Giuliano lo rifiut.  Credendo che ne volesse di pi,  gli

      offr  i  tre quarti delle sue ricchezze;  nuovo rifiuto.  Poi gli

      propose di dividere con lui il suo regno; Giuliano lo ringrazi; e

      l'imperatore  piangeva  di  rabbia,   non  sapendo  in  che   modo

      testimoniargli  la  sua riconoscenza,  quando di colpo si batt la

      fronte, disse una parola all'orecchio di un cortigiano; le cortine

      di una tenda arabescata si aprirono e apparve una fanciulla.

      I suoi grandi occhi  neri  brillavano  come  lumi  dolcissimi.  Un

      sorriso  incantevole le schiudeva le labbra.  I capelli inanellati

      le si impigliavano nelle gemme della veste semiaperta; e, sotto la

      trasparenza della tunica,  si indovinava  la  giovinezza  del  suo

      corpo. Era molto graziosa, ben tornita e con la vita sottile.

      Giuliano  fu  preso  d'amore,  tanto  pi che la sua esistenza era

      stata fino ad allora castissima.

      E cos prese in  sposa  la  figlia  dell'imperatore,  ed  ebbe  un

      castello  che  lei  aveva  ereditato  dalla  madre.  Terminata  la

      cerimonia nuziale, essi se ne andarono,  dopo infinite cortesie da

      entrambe le parti.

      Era  un palazzo di marmo bianco in stile moresco,  costruito su un

      promontorio,  in mezzo ad un bosco di aranci.  Terrazze  di  fiori

      scendevano  fin  sulla  riva  di  un  golfo,  dove conchiglie rosa

      crepitavano sotto i  passi.  Dietro  al  castello  si  apriva  una

      foresta a forma di ventaglio. Il cielo era perennemente azzurro, e

      gli  alberi  si  piegavano ora alla brezza del mare,  ora al vento

      delle montagne che, lontane, chiudevano l'orizzonte.

      Le stanze,  pervase di crepuscolo,  erano rischiarate dai preziosi

      rivestimenti  dei  muri.   Alte  colonnine,  sottili  come  canne,

      sostenevano  la  volta  delle  cupole,  decorate  di  rilievi  che

      imitavano le stalattiti delle grotte.

      C'erano zampilli d'acqua nelle sale,  mosaici nei cortili,  pareti

      traforate,  mille squisitezze architettoniche,  e ovunque un  tale

      silenzio  che  si poteva udire il fruscio di un velo o l'eco di un

      sospiro.

      Giuliano non faceva pi guerre.  Si  riposava,  circondato  da  un

      popolo pacifico;  e ogni giorno una folla gli passava davanti, con

      inchini e baciamani secondo l'uso orientale.

      Vestito di porpora,  se ne stava appoggiato coi gomiti nel vano di

      una  finestra,  ricordando  le  sue  cacce di un tempo;  e avrebbe

      voluto inseguire nel deserto  le  gazzelle  e  gli  struzzi,  star

      nascosto  tra  i  bamb a fare la posta ai leopardi,  attraversare

      foreste piene di rinoceronti,  raggiungere la vetta delle montagne

      pi inaccessibili per osservare meglio le aquile, e combattere gli

      orsi bianchi sul mare ghiacciato.

      A volte, in sogno, si vedeva come nostro padre Adamo al centro del

      Paradiso,  tra  tutti gli animali;  stendendo il braccio li faceva

      morire; oppure, gli sfilavano davanti,  a due a due,  in ordine di

      grandezza,  dagli  elefanti  e  dai  leoni fino alle anatre e agli

      ermellini,  come il giorno in cui erano entrati nell'Arca di  No.

      All'ombra   di   una  caverna  scoccava  su  di  essi  infallibili

      giavellotti;  ma altri  se  ne  aggiungevano,  senza  fine;  e  si

      svegliava stralunato, con occhi feroci.

      Alcuni  prncipi  suoi amici lo invitarono a caccia.  Egli rifiut

      sempre,  credendo con quella specie di penitenza di allontanare da

      s  la sua sventura;  perch gli sembrava che dall'uccisione degli

      animali dipendesse il destino dei suoi genitori.  Ma  soffriva  di

      non vederli, e questa mancanza gli diventava intollerabile.

      Per distrarlo, sua moglie fece venire giocolieri e danzatrici.

      Passeggiava  con  lui  in  campagna,  su una portantina aperta;  a

      volte,  sdraiati sul bordo d'una barca,  guardavano i pesci vagare

      nell'acqua,  limpida  come il cielo.  Spesso lei gli gettava fiori

      sul viso;  accoccolata ai suoi piedi,  improvvisava melodie su una

      mandola a tre corde;  poi, posandogli sulla spalla le mani giunte,

      diceva con voce timida: "Cosa mai vi rattrista, dolce signore?".

      Egli non rispondeva,  o scoppiava in singhiozzi;  infine un giorno

      confess la sua tremenda angoscia.

      Lei  lo contest con un ragionamento molto lucido: suo padre e sua

      madre probabilmente erano morti; e se anche li avesse rivisti, per

      qual caso, per quale scopo,  sarebbe giunto ad una simile infamia?

      Quindi  il suo timore non era giustificato,  e doveva rimettersi a

      cacciare.

      Giuliano l'ascoltava sorridendo,  ma non si decideva a  soddisfare

      il suo desiderio.

      Una  sera  d'agosto  erano  nella  loro stanza;  lei si era appena

      coricata e lui si inginocchiava per recitare le preghiere,  quando

      ud  il  guaito  di  una  volpe,  poi  dei  passi leggeri sotto la

      finestra;  e gli  sembr  di  vedere  delle  forme  d'animali.  La

      tentazione era troppo forte.

      Stacc la faretra.

      Lei parve sorpresa.

      "E' per obbedirti!" disse. "Al levar del sole sar di ritorno".

      Ma lei temeva un'avventura funesta.

      Lui  la  rassicur,  poi usc,  stupito dall'incoerenza dell'umore

      della moglie.

      Poco dopo,  un paggio le annunzi che due sconosciuti,  in assenza

      del  signore,  chiedevano  della signora,  immediatamente.  Subito

      entrarono nella camera un vecchio e una vecchia, curvi, polverosi,

      vestiti di tela, appoggiandosi ognuno ad un bastone.

      Si fecero animo e annunciarono di portare a Giuliano  notizie  dei

      suoi genitori.

      Lei si chin per ascoltarli.

      Ma,  dopo  essersi scambiati uno sguardo d'intesa,  le chiesero se

      egli li amava ancora, se qualche volta parlava di loro.

      "Oh! s!" fece lei.

      Allora, essi esclamarono:

      "Ebbene! siamo noi!". E si sedettero, perch erano molto stanchi e

      sfiniti dalla fatica.  Niente garantiva alla giovane sposa che suo

      marito fosse loro figlio.

      Ma  essi  ne diedero la prova descrivendo alcuni segni particolari

      che lui aveva sulla pelle.

      Lei salt gi dal letto,  chiam il suo paggio e fece servire loro

      una cena.

      Nonostante  avessero molta fame,  non riuscivano quasi a mangiare;

      lei,  in disparte,  osservava il tremito delle  loro  mani  ossute

      quando alzavano i bicchieri.

      Fecero  mille  domande su Giuliano.  Lei rispose a tutte,  ma ebbe

      cura di tacere l'angoscia che li riguardava.

      Erano partiti dal loro castello non vedendolo ritornare;  ed erano

      in  cammino  da  anni  e anni,  seguendo vaghe indicazioni,  senza

      perdere la speranza. C'era voluto tanto denaro per il pedaggio dei

      fiumi e nelle locande,  per  i  diritti  dei  prncipi  e  per  le

      richieste dei briganti,  cos il fondo della loro borsa era vuoto,

      e adesso mendicavano.  Ma che importava,  poich presto  avrebbero

      riabbracciato  il loro figlio!  E lodavano la sua fortuna di avere

      una moglie tanto graziosa,  e non si  stancavano  di  ammirarla  e

      baciarla.

      La  ricchezza della casa li sbalordiva;  e il vecchio,  dopo avere

      esaminato i muri,  chiese  come  mai  vi  si  trovasse  lo  stemma

      dell'imperatore di Occitania.

      Lei rispose:

      "E mio padre!".

      Allora  egli trasal,  ricordando la profezia dello zingaro;  e la

      vecchia  pensava  alle  parole  dell'Eremita.  Senza  dubbio,   la

      magnificenza di suo figlio era solo l'alba degli splendori eterni;

      e  tutti e due restavano sbalorditi,  sotto la luce del candelabro

      che illuminava la tavola.

      Dovevano essere stati molto belli  in  giovent.  La  madre  aveva

      ancora tutti i capelli,  che divisi in due bande sottili, simili a

      falde di neve, le scendevano fin sotto le guance; e il padre,  con

      la  sua  alta  statura  e la grande barba,  sembrava una statua di

      chiesa.

      La moglie di Giuliano li preg di non aspettarlo.  Lei  stessa  li

      fece  stendere  nel  suo  letto,   poi  chiuse  la  finestra;   si

      addormentarono.  Stava per far giorno,  e dietro  la  vetrata  gli

      uccellini cominciavano a cantare.

      Giuliano  aveva  attraversato il parco;  e camminava nella foresta

      con passo nervoso, godendo dell'erba soffice e dell'aria tiepida.

      Le ombre degli alberi si allungavano sul muschio.  La luna  creava

      macchie bianche nelle radure, ed egli procedeva esitante, credendo

      di scorgere una pozza d'acqua o la superficie di stagni silenziosi

      confuse  nel colore dell'erba.  Tutto intorno era silenzio;  e non

      scorgeva nessuno degli animali che, pochi istanti prima,  vagavano

      intorno al suo castello.

      Il  bosco  si infitt,  l'oscurit divenne fonda.  Folate di vento

      caldo passavano,  cariche di odori snervanti.  Egli affondava  nei

      mucchi  di  foglie  morte,  e  si  appoggi  ad  una  quercia  per

      riprendere fiato.

      Ad un tratto, alle sue spalle scatt una massa cupa, un cinghiale.

      Giuliano non ebbe il tempo di afferrare l'arco,  e se  ne  lament

      come  di una disgrazia.  Poi,  uscito dal bosco,  vide un lupo che

      correva lungo una siepe.

      Giuliano gli tir una freccia.  Il lupo si ferm,  volt la  testa

      per  guardarlo  e  riprese la corsa.  Correva mantenendo sempre la

      stessa distanza, di tanto in tanto si fermava, e, appena era sotto

      mira, riprendeva la fuga.

      In tal modo Giuliano attravers una pianura  sconfinata,  poi  dei

      monticelli  di  sabbia,  e  infine  si  trov  su un altopiano che

      dominava una larga  parte  del  territorio.  Pietre  piatte  erano

      disseminate tra tombe in rovina.  Inciampava su ossa di morti; qua

      e l, croci divorate dai vermi si piegavano miseramente. Ma alcune

      forme si mossero nell'ombra vaga delle tombe; e ne balzarono fuori

      delle iene impaurite e ansimanti.  Con un secco  suono  di  unghie

      sulle  lapidi,  si mossero verso di lui e lo annusavano aprendo le

      fauci fino a  scoprire  le  gengive.  Egli  sguain  la  sciabola.

      Fuggirono  tutte  insieme  in ogni direzione,  e continuando nella

      loro corsa zoppicante e precipitosa  scomparvero  lontano  in  una

      nube di polvere.

      Un'ora dopo,  incontr in un burrone un toro furioso, con le corna

      basse, e che raspava la sabbia con lo zoccolo.

      Giuliano gli ficc la lancia sotto la gola.  La lancia si  spezz,

      come  se  l'animale  fosse  stato  di  bronzo;  chiuse  gli occhi,

      aspettando la morte. Quando li riapr, il toro era scomparso.

      Allora la sua anima cedette per la vergogna.  Un potere  superiore

      distruggeva la sua forza;  e, per tornarsene a casa, rientr nella

      foresta.

      Essa era tutta intricata di liane;  ed egli  le  tagliava  con  la

      sciabola  quando  una  faina  gli  scivol  improvvisamente tra le

      gambe, una pantera gli balz al di sopra della spalla, un serpente

      si attorcigli intorno a un frassino.

      In mezzo al fogliame c'era una taccola  mostruosa,  che  osservava

      Giuliano;  e,  sparse,  apparvero tra i rami miriadi di scintille,

      come se il firmamento avesse fatto piovere nella foresta tutte  le

      sue  stelle.   Erano  occhi  d'animali,  di  gatti  selvatici,  di

      scoiattoli, di gufi, di pappagalli, di scimmie.

      Giuliano scocc contro di loro le sue frecce; le frecce piumate si

      posavano sulle foglie come  farfalle  bianche.  Gett  loro  delle

      pietre;  le  pietre,  senza  colpire  nulla,  ricadevano  a terra.

      Maledisse se stesso, avrebbe voluto battersi,  imprec,  soffocava

      di rabbia.

      E tutti gli animali che aveva inseguito ricomparvero, stringendolo

      in  un  cerchio.  Alcuni stavano seduti,  altri dritti in tutta la

      loro altezza. E lui era in mezzo, gelato dalla paura, incapace del

      minimo movimento.  Con uno sforzo  supremo  di  volont,  fece  un

      passo;  quelli  che  stavano  appollaiati sugli alberi aprirono le

      ali,  quelli che calpestavano la terra mossero le membra;  e tutti

      l'accompagnavano.

      Le iene camminavano davanti a lui,  il lupo e il cinghiale dietro.

      Il toro, alla sua destra, dondolava il muso; e, alla sua sinistra,

      il serpente ondeggiava nell'erba,  mentre la pantera,  arcuando il

      dorso,  avanzava a passo di velluto e a grandi falcate.  Camminava

      il pi adagio possibile, per non innervosirli, e vedeva uscire dal

      folto dei cespugli porcospini, volpi, vipere, sciacalli e orsi.

      Giuliano si mise a  correre;  e  anch'essi  corsero.  Il  serpente

      sibilava,   le  bestie  puzzolenti  sbavavano.  Il  cinghiale  gli

      sfregava i talloni con le zanne; il lupo,  il palmo delle mani con

      i  peli  del muso.  Le scimmie lo pizzicavano facendo smorfie;  la

      faina si rotolava sui suoi piedi.  Un orso,  con una zampata,  gli

      tolse il cappello;  e la pantera, sdegnosamente, lasci cadere una

      freccia che teneva nelle fauci.

      Una certa  ironia  traspariva  dal  loro  atteggiamento  sornione.

      Continuando  ad  osservarlo  con  la coda dell'occhio,  pareva che

      meditassero un piano  di  vendetta.  Assordato  dal  ronzio  degli

      insetti,  percosso  dalle code degli uccelli,  soffocato dal fiato

      delle belve, egli camminava con le braccia tese e gli occhi chiusi

      come un cieco, senza nemmeno avere la forza per gridare "piet!".

      Il canto del gallo risuon nell'aria.  Altri  gli  risposero;  era

      giorno;  ed egli riconobbe,  al di l degli aranceti,  la cima del

      suo palazzo.

      Poi, sul ciglio di un campo, a tre passi di distanza, vide pernici

      rosse che svolazzavano tra le stoppie. Si sfibbi il mantello e lo

      gett su di esse come  una  rete.  Quando  lo  sollev,  ne  trov

      solamente una, per di pi morta da molto tempo, putrefatta.

      Questa  delusione  lo  esasper pi di tutte le altre.  La sete di

      massacro lo riprendeva;  in mancanza  di  bestie,  avrebbe  voluto

      sterminare uomini.

      Sal le tre terrazze,  sfond la porta con un pugno;  ma, ai piedi

      delle scale,  il ricordo della cara  sposa  plac  il  suo  cuore.

      Certamente dormiva e l'avrebbe sorpresa.

      Si sfil i sandali, gir piano la maniglia, ed entr.

      I  vetri  legati  in  piombo  oscuravano  il  chiarore  dell'alba.

      Giuliano inciamp in vesti che giacevano a terra;  poco pi in  l

      urt contro una tavola ancora piena di piatti.  "Avr mangiato" si

      disse;  e avanzava verso il letto,  perduto nelle tenebre in fondo

      alla  stanza.  Quando  fu  alla sponda,  per baciare sua moglie si

      chin sul guanciale dove  le  due  teste  riposavano  una  accanto

      all'altra. Allora ebbe sulle labbra la sensazione di una barba.

      Indietreggi, credendo d'impazzire; ma ritorn accanto al letto, e

      le sue dita,  tastando, incontrarono dei capelli molto lunghi. Per

      convincersi del suo errore,  pass ancora una volta  la  mano  sul

      guanciale. Era proprio una barba, questa volta, e un uomo! un uomo

      coricato con sua moglie!

      Sconvolto  da  una  collera  incontenibile,  si avvent su di loro

      colpi di pugnale;  e barcollava,  schiumava,  con urla  da  bestia

      selvaggia.  Poi si ferm. I morti, trafitti al cuore, non si erano

      nemmeno mossi. Ascoltava attentamente i loro rantoli quasi uguali,

      e man mano che si affievolivano, un altro, lontano, li continuava.

      Dapprima  incerta,   questa   voce   lamentosa,   incessante,   si

      avvicinava,  si  ingross,  divenne  atroce;  ed  egli  riconobbe,

      terrorizzato, il bramito del grande cervo nero.

      E mentre si voltava,  gli sembr di vedere nel  vano  della  porta

      l'ombra della moglie,  con un lume in mano. Il rumore della strage

      l'aveva fatta accorrere.  Pass intorno lo sguardo,  cap tutto e,

      fuggendo inorridita, lasci cadere il lume.

      Lui lo raccolse.

      Suo padre e sua madre gli stavano davanti,  distesi supini con uno

      squarcio nel petto;  e i loro  visi,  di  una  maestosa  dolcezza,

      sembravano  custodire  un  segreto  eterno.  Schizzi  e macchie di

      sangue si allargavano sulla loro pelle bianca,  sulle lenzuola del

      letto, per terra, su un crocifisso d'avorio appeso nell'alcova. Il

      riflesso  scarlatto  dei  vetri  colpiti in quel momento dal sole,

      illuminava quelle chiazze rosse e ne gettava numerose altre  nella

      stanza.  Giuliano  avanz verso i due morti ripetendo a se stesso,

      volendo credere, che non era possibile, che si era ingannato,  che

      vi sono talvolta somiglianze misteriose.  Poi si chin leggermente

      per osservare bene il vecchio da vicino;  e  scorse,  tra  le  sue

      palpebre semichiuse,  una pupilla spenta che lo bruci come fuoco.

      Infine si spost dall'altro lato del  letto,  occupato  dall'altro

      corpo,  con  i  capelli  bianchi che coprivano una parte del viso.

      Giuliano pass le dita sotto i capelli, sollev quella testa, e la

      osservava tenendola  all'estremit  del  suo  braccio  irrigidito,

      mentre  con  l'altra mano si faceva luce col lume.  Dal materasso,

      gocce stillavano ad una ad una sul pavimento.

      Sul finire del giorno si present davanti alla moglie e,  con voce

      che  non  era  pi  la  sua,   le  ingiunse  innanzitutto  di  non

      rispondergli, di non avvicinarsi a lui,  di non guardarlo nemmeno,

      e di eseguire,  pena la dannazione, tutti i suoi ordini, che erano

      irrevocabili.

      I funerali dovevano essere fatti secondo le  istruzioni  che  egli

      aveva lasciato per iscritto,  su un inginocchiatoio,  nella camera

      dei morti.  Le lasciava il suo palazzo,  i suoi vassalli,  tutti i

      suoi beni, senza nemmeno tenersi i vestiti che aveva indosso, n i

      sandali, che avrebbero trovato in cima alle scale.

      Lei  aveva obbedito alla volont di Dio,  dandogli l'occasione del

      delitto,  e doveva pregare per la sua anima,  perch lui ormai non

      esisteva pi.

      I morti furono sepolti fastosamente, nella chiesa d'un monastero a

      tre giornate dal castello.  Un frate col cappuccio calato segu il

      corteo,  lontano da tutti gli  altri,  senza  che  nessuno  osasse

      parlargli.  Rest, durante la messa, disteso bocconi al centro del

      portale, con le braccia a croce, e la fronte nella polvere.

      Dopo la sepoltura,  fu visto prendere il cammino che portava  alle

      montagne. Si volt indietro pi volte, e poi scomparve.





      3.

      Se ne and mendicando la vita per il mondo.

      Tendeva  la  mano  ai cavalieri lungo le strade,  si inginocchiava

      davanti ai mietitori,  o se ne stava immobile davanti  al  recinto

      dei  cortili;  e  il  suo viso era cos triste che mai nessuno gli

      rifiutava l'elemosina.

      Per spirito d'umilt,  raccontava  la  sua  storia;  allora  tutti

      scappavano via,  facendosi il segno della croce. Nei villaggi dove

      era gi passato, appena lo riconoscevano chiudevano le porte,  gli

      lanciavano  minacce,   gli  tiravano  sassi.  I  pi  caritatevoli

      posavano una  scodella  sul  davanzale  della  finestra  sotto  la

      tettoia, poi la chiudevano per non vederlo.

      Respinto  ovunque,  evit  gli  uomini;  e si nutr di radici,  di

      piante,  di frutti buttati via e di molluschi che cercava lungo le

      spiagge.

      A  volte,  alla  svolta di un'erta,  vedeva di sotto un ammasso di

      tetti,  di guglie di pietra,  ponti,  torri,  strade nere  che  si

      incrociavano,   e   dalle  quali  saliva  fino  a  lui  un  brusio

      incessante.

      Il bisogno di  mescolarsi  all'esistenza  degli  altri  lo  faceva

      scendere  in  paese.  Ma  l'espressione di quei visi da bruti,  il

      frastuono dei mestieri,  l'indifferenza dei discorsi gli gelava il

      cuore.  Nei giorni di festa,  quando il campanone delle cattedrali

      spandeva letizia fin dall'alba nel cuore della gente, guardava gli

      abitanti uscire dalle loro case,  poi le danze  nelle  piazze,  le

      fontane che davano birra ai crocicchi, le tende di damasco davanti

      alle dimore dei prncipi,  e caduta la sera, attraverso le vetrate

      dei pianterreni,  le lunghe tavolate di famiglia in cui  i  vecchi

      tenevano  i  nipotini  sulle  ginocchia;  allora  i  singhiozzi lo

      soffocavano, e se ne tornava verso la campagna.

      Contemplava colmo di impeti d'amore i  puledri  nei  pascoli,  gli

      uccelli  nei  nidi,  gli insetti sui fiori;  ma al suo avvicinarsi

      tutti correvano via,  si nascondevano  impauriti  e  volavano  pi

      lontano.

      Cerc  le solitudini.  Ma il vento portava al suo orecchio lamenti

      di  agonia;  le  lacrime  della  rugiada  cadendo  per  terra  gli

      ricordavano  altre gocce di un peso pi greve.  Il sole,  tutte le

      sere, spandeva sangue sulle nuvole; e ogni notte, in sogno, il suo

      parricidio si ripeteva.

      Si fece un cilicio con punte di ferro. Percorse in ginocchio tutte

      le colline che avevano una cappella sulla vetta.  Ma l'implacabile

      pensiero  oscurava lo splendore dei tabernacoli,  lo torturava con

      le macerazioni della penitenza.

      Non si ribellava contro Dio che gli aveva inflitto  quell'atto,  e

      tuttavia si disperava per averlo potuto commettere.

      La  sua  stessa  persona gli faceva un tale orrore che sperando di

      liberarsene la espose ad ogni  pericolo.  Salv  paralitici  dagli

      incendi,  bambini  caduti  nel  fondo  dei  burroni.  L'abisso  lo

      rifiutava; le fiamme lo risparmiavano.

      Il  tempo  non   plac   la   sua   sofferenza.   Essa   diventava

      intollerabile. Decise di morire.

      E  un  giorno,  mentre  si  trovava sull'orlo d'un pozzo,  e vi si

      chinava sopra per misurare la profondit dell'acqua,  gli  apparve

      davanti un vecchio scarnito, con la barba bianca e un aspetto cos

      pietoso  che  gli  fu  impossibile  trattenere  le lacrime.  Anche

      l'altro piangeva.  Senza riconoscere quell'immagine,  Giuliano  si

      ricordava  confusamente  un viso simile a quello.  Gett un grido;

      era suo padre; e non pens pi a uccidersi.

      Cos,  portando il peso del suo ricordo,  percorse molti paesi;  e

      arriv  presso  un  fiume  la cui traversata era pericolosa per la

      violenza della corrente,  e perch sulle sponde c'era  una  grande

      distesa di melma. Da molto tempo nessuno osava pi attraversarlo.

      Una  vecchia  barca,  affondata di poppa,  drizzava la prua tra le

      canne.  Giuliano esaminandola scopr un paio di remi;  e gli venne

      l'idea di mettere la sua esistenza al servizio degli altri.

      Cominci   a  costruire  sulla  riva  una  specie  di  argine  che

      permettesse di scendere fino al canale;  e si spezzava le unghie a

      smuovere  le  pietre  enormi,  se  le  appoggiava sulla pancia per

      trasportarle,  scivolava nella  melma,  vi  affondava;  pi  volte

      rischi di morire.

      Poi ripar la barca con relitti di navi, e si fece una capanna con

      argilla e tronchi d'albero.

      Il  traghetto  divenne  noto,  e  i viaggiatori vi affluivano.  Lo

      chiamavano dall'altra sponda,  agitando delle  bandiere;  Giuliano

      rapido   saltava   nella   barca.    Era   pesantissima;    e   la

      sovraccaricavano d'ogni sorta di bagagli e di pesi,  senza contare

      le  bestie  da  soma  che,  scalciando  per la paura,  aumentavano

      l'ingombro. Egli non chiedeva nulla per la sua fatica;  alcuni gli

      davano  gli  avanzi  del cibo che tiravano fuori dalle bisacce o i

      vestiti logori di cui si volevano disfare.  I pi  rozzi  urlavano

      bestemmie.   Giuliano   li   rimproverava   con   dolcezza,   essi

      rispondevano con ingiurie. Egli si accontentava di benedirli.

      Un piccolo tavolo,  uno sgabello,  un letto di foglie secche e tre

      scodelle d'argilla erano tutto il suo mobilio.  Due buchi nel muro

      servivano da  finestre.  Da  un  lato,  si  stendevano  a  perdita

      d'occhio pianure sterili interrotte qua e l da pallidi stagni;  e

      di fronte a lui il grande fiume scorreva svolgendo i  suoi  flutti

      verdastri.  In primavera, la terra umida aveva un odore di marcio.

      Poi,  un vento disordinato sollevava turbini di  polvere.  Entrava

      dappertutto,  rendeva l'acqua torbida,  scricchiolava fra i denti.

      Dopo arrivavano  nugoli  di  zanzare  che  ronzavano  e  mordevano

      incessantemente, giorno e notte. Infine, sopraggiungevano tremende

      gelate che davano alle cose la rigidit della pietra, e inducevano

      un folle bisogno di mangiare carne.

      Passavano  mesi  senza  che  Giuliano  vedesse  qualcuno.   Spesso

      chiudeva  gli  occhi,   cercando  con  la   memoria   di   tornare

      alla  sua  giovinezza;  e appariva il cortile di un castello,  con

      levrieri su una scalinata, valletti nella sala d'armi e,  sotto un

      pergolato  di pampini,  un adolescente con i capelli biondi tra un

      vecchio coperto di pellicce e una dama dall'alto copricapo;  ma di

      colpo,  ecco apparire due cadaveri.  Allora si gettava bocconi sul

      letto, e ripeteva piangendo:

      "Ah! povero padre! povera madre! povera madre!".

      E cadeva in un torpore in cui le visioni funeste continuavano.


      Una notte,  mentre dormiva,  gli sembr di sentire qualcuno che lo

      chiamava. Tese l'orecchio e distinse solo il mugghiare del flutti.

      Ma la stessa voce ripet:

      "Giuliano!".

      Veniva dall'altra sponda,  cosa che gli parve straordinaria,  data

      la larghezza del fiume.

      Una terza volta la voce chiam:

      "Giuliano!".

      E quella voce alta aveva l'intonazione d'una campana di chiesa.

      Accesa  la  lanterna,  usc  dalla  capanna.  Un  uragano  furioso

      riempiva la notte.  Le tenebre erano profonde, squarciate qua e l

      dal biancore delle onde che salivano impetuose.

      Dopo un minuto d'esitazione, Giuliano sciolse l'ormeggio.  L'acqua

      si calm immediatamente, la barca vi scivol sopra e tocc l'altra

      sponda, dove un uomo aspettava.

      Era  avvolto  in  un  telo  a  brandelli,  la  faccia simile a una

      maschera di gesso e gli occhi pi rossi delle braci. Avvicinando a

      lui la lanterna, Giuliano si accorse che era coperto da una lebbra

      ributtante;  tuttavia aveva nel suo atteggiamento una certa regale

      maest.

      Appena  entr  nella  barca,  questa  sprofond straordinariamente

      sotto il suo peso;  uno scossone la risollev e Giuliano si mise a

      remare.

      A  ogni  colpo di remo la risacca dei flutti le sollevava la prua.

      L'acqua,  pi nera dell'inchiostro,  correva con furia ai due lati

      dell'imbarcazione.  Scavava  abissi,  si  innalzava a picco,  e la

      scialuppa vi era spinta sopra,  e poi ributtata  nei  gorghi  dove

      girava su se stessa, sballottata dal vento.

      Giuliano piegava il corpo, stendeva le braccia e facendo forza sui

      piedi  si  rovesciava  indietro torcendo il busto per prendere pi

      spinta. La grandine gli frustava le mani,  la pioggia gli scorreva

      per  la  schiena,  la  violenza del vento lo soffocava;  si ferm.

      Allora la barca fu trascinata alla deriva. Ma,  consapevole che si

      trattava di una cosa importante,  di un ordine a cui non si poteva

      disobbedire, riprese i remi;  e il battito degli scalmi rompeva il

      fragore della tempesta.

      La   piccola   lanterna   ardeva  davanti  a  lui.   Gli  uccelli,

      svolazzando,  a tratti gliela nascondevano.  Ma sempre scorgeva le

      pupille  del lebbroso che si teneva dritto a poppa,  immobile come

      una colonna.

      E tutto questo dur a lungo, molto a lungo!

      Quando furono giunti nella capanna, Giuliano chiuse la porta; e lo

      vide sedersi sullo sgabello.  La specie di sudario che lo  copriva

      gli era caduto sui fianchi;  e le sue spalle, il suo petto, le sue

      braccia magre sparivano sotto croste squamose.  Enormi  rughe  gli

      solcavano  la fronte.  Come uno scheletro,  aveva un buco al posto

      del naso; e dalle labbra livide usciva un alito denso come nebbia,

      e fetido.

      "Ho fame!".

      Giuliano gli dette ci che aveva,  un pezzo  di  lardo  vecchio  e

      avanzi di pane nero.

      Dopo che li ebbe divorati,  la tavola, la scodella e il manico del

      coltello avevano le stesse chiazze che si vedevano sul suo corpo.

      Poi disse: "Ho sete!".

      Giuliano cerc la brocca;  e mentre la prendeva,  ne usc un aroma

      che gli dilat le narici e il cuore. Era vino; che sorpresa! ma il

      lebbroso allung il braccio e vuot tutta la brocca d'un fiato.

      Poi disse: "Ho freddo!".

      Giuliano  accese  con  la candela un fascio di felci in mezzo alla

      capanna.

      Il lebbroso si avvicin per riscaldarsi,  e,  chinato sui talloni,

      tremava  in  tutte  le  membra,  si affievoliva;  i suoi occhi non

      brillavano pi,  le sue ulcere colavano e,  con voce quasi spenta,

      mormor: "Il tuo letto!".

      Giuliano lo aiut a trascinarvisi piano piano,  e stese su di lui,

      per coprirlo, anche la tela della sua barca.

      Il lebbroso gemeva. Gli angoli della bocca gli scoprivano i denti,

      un rantolo affannoso gli scuoteva il petto,  e il  suo  ventre  ad

      ogni inspirazione si incavava fino alle vertebre.

      Poi chiuse gli occhi.

      "Mi sento il ghiaccio nelle ossa! Vienimi vicino!".

      E  Giuliano,  alzando  la  tela,  si  coric  sulle foglie secche,

      accanto a lui, fianco a fianco.

      Il lebbroso gir il viso.

      "Spogliati, lasciami ricevere il calore del tuo corpo!".

      Giuliano si tolse le vesti; poi, nudo come alla nascita, si rimise

      sul giaciglio;  e sentiva contro la coscia la pelle del  lebbroso,

      pi fredda di un serpente e ruvida come una lima.

      Cercava di fargli coraggio; e l'altro rispondeva, ansimando:

      "Ah!  sto morendo!... Avvicinati, riscaldami! Non con le mani! no!

      con tutto il tuo corpo".

      Giuliano gli si distese sopra completamente,  bocca contro  bocca,

      petto su petto.

      Allora il lebbroso lo strinse;  e i suoi occhi di colpo presero il

      chiarore delle stelle; i suoi capelli si allungarono come raggi di

      sole; il soffio delle sue narici aveva il profumo delle rose;  una

      nuvola d'incenso si alz dal focolare,  le onde cantavano. Intanto

      una  profusione  di  delizie,  una  gioia  sovrumana  scendeva  su

      Giuliano  estatico inondando la sua anima;  e colui le cui braccia

      lo stringevano sempre, diventava sempre pi grande, fino a toccare

      con la testa e con i piedi i muri della  capanna.  Il  tetto  vol

      via,  il firmamento si spalancava; e Giuliano sal verso gli spazi

      azzurri,  col viso contro il viso di Nostro Signore  Ges  che  lo

      portava con s in cielo.

      Questa   la storia di san Giuliano Ospitaliere,  come la si trova

      pi o meno raccontata sulla vetrata di una chiesa, nel mio paese.
