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Il lettore a(r)mato - vademecum di autodifesa
di Luca Ferrieri



Il lettore ignoto. Quasi un manifesto

Uno spettro si aggira tra bancarelle e scaffali: il lettore.
A differenza di altri spettri pi famosi, questo  tale non per il terrore che incute ma per la sua natura evanescente e vagabonda. E la strategia scelta contro di lui non , almeno in apparenza, quella della guerra santa, ma quella delle blandizie e degli ammiccamenti.
Critica letteraria, semiotica, estetica della ricezione, sociologie di ogni risma si sono finalmente accorte del lettore. Hanno dato ampio riconoscimento alla sua funzione come "coautore" del testo; hanno inventato casistiche, tipologie, ritratti; hanno coniato uno zoo affollatissimo di figure retoriche come il lettore implicito, ideale, virtuale, supposto, liminare, competente, informato, superlettore, archilettore, ecc. (sono tutti animali partoriti dalla linguistica e dai suoi affluenti). La statistica ci ha prontamente fornito le medie delle letture dei lettori medi. Buon'ultime hanno fiutato la pista l'industria culturale e l'editoria, improvvisamente pronte a riscrivere la storia del mondo "dalla parte del lettore" [01 I riferimenti bibliografici riportati in questo testo sono, per esigenze di sintesi e per la natura della pubblicazione, limitati all'essenziale. Una pi esauriente trattazione di alcuni degli argomenti che in questo libretto sono solo sfiorati, si pu leggere in un volume di L. Ferrieri e P. Innocenti in corso di pubblicazione presso l'editore Unicopli. Per quanto riguarda gli orientamenti della critica "dalla parte del lettore" e l'analisi della situazione editorial-letteraria italiana, rimando poi ai lavori di Robert Escarpit, Roland Barthes, Vittorio Spinazzola, Gian Carlo Ferretti, Maria Corti, Alberto Cadioli, ecc.; per l'estetica della ricezione a quelli di Hans Robert Jauss e Wolfgang Iser.]. In mezzo a questa babele il lettore reale ha assunto una natura vagamente spettrale: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. E se qualcuno lo incontra,  capace anche di gettare un urlo.
Tutti questi riconoscimenti sono, in fondo, atti dovuti, anche se tardivi (e anche se preceduti da dimenticati omaggi di pensatori e scrittori del passato). Si potrebbe concludere (prima di iniziare) con vive felicitazioni, una pacca sulle spalle e via. Ma il dubbio che tutto questo interesse sia abbastanza sospetto, che l'attenzione sia un po'pelosa, che si cerchi di addomesticare lo spettro per farlo docilmente rientrare nella tomba, si  ormai insinuato. Nonostante il lettore abbia incontrato il favore delle mode culturali, egli resta un (insolito) ignoto, e i suoi diritti sono calpestati. Qualcuno pensa probabilmente di cavarsela con un monumento al lettore ignoto, come si fa con le vittime di tutte le guerre (e coloro che prima hanno ordinato lo sterminio in genere sono gli stessi che poi ordinano il monumento). Un effettivo riconoscimento dei diritti, della responsabilit e della libert del lettore implicherebbe invece la messa in discussione dell'intero sistema culturale ed editoriale.
Se il lettore ha da essere chiamato in gioco  per questo che val la pena di giocare: per dire che il gioco  truccato, che i quarantamila titoli rovesciati ogni anno sulle bancarelle delle librerie sono pubblicati per tenere in vita una macchina sempre pi inquinata e sempre pi inquinante.
Questa macchina ha bisogno di rendere sempre pi veloce la vita del libro; sempre pi consumabile, deperibile e sostituibile il contenuto; sempre pi anonimo, standardizzato, sempre pi ignoto, il lettore; ha bisogno di annichilire sotto l'urto della quantit ogni residua distinzione di qualit. Ha bisogno di libri precotti per lettori prefabbricati.
Che il lettore a questo punto sia e resti un perfetto sconosciuto, ancorch salito agli onori delle cronache,  un dato di fatto. Del resto, "per natura", l'autore  certo, il lettore incerto... Il revival di attenzioni e simpatie convive infatti con vuoti teorici e lacune negli studi: le inchieste empiriche sono in gran parte di tipo giornalistico, le guerre statistiche tra i diversi istituti demoscopici, per non parlare del balletto settimanale delle classifiche librarie, sono un segno della scarsa attendibilit e seriet scientifica con cui ci si muove in questo campo, ma anche dello scontro culturale e politico che in esso si va profilando.
Le discipline del libro in Italia vivacchiano stentatamente in qualche nicchia accademica; gravi ritardi e assenze si registrano soprattutto sul fronte di un'analisi storica dei lettori, delle loro tipologie e dei relativi mutamenti; altrettanto dimenticate le discipline storiche e teoretiche relative alla lettura.
Alla voce "Lettura, storia", nella Biblioteca Sormani di Milano, si trova un solo testo (il bellissimo Occhio del silenzio di Maria Tasinato [02 M. TASINATO, L'occhio del silenzio (Encomio della lettura), Venezia, Arsenale, 1986.]) e ci non  evidentemente una lacuna della biblioteca.
Non  il caso di proseguire con quest'elenco, che potrebbe anche condurci fuori strada perch quello di cui si sottolinea la necessit non  un nuovo dipartimento universitario e nemmeno un polverone di cifre o un lancio di elzeviri da parte degli editorialisti "di punta". Occorre invece riportare al centro (della teoria e della pratica) il lettore reale, e per far questo  necessario reagire anche all'opera di sterilizzazione operata da certa sociologia che espunge sistematicamente ci che pi conta: la soggettivit del lettore e le passioni della lettura.
Vi  quindi una clausola propedeutica a tutti i possibili "diritti del lettore": il diritto a uscire dalla gabbia del lettore astratto, del lettore statistico, e a far parlare il grande corpo della lettura, con le sue urgenze, le sue insofferenze. E siccome i lettori sono lettori e lettrici, vi  qui implicito il diritto (che  una necessit) alla sessuazione della lettura, alla sua "marcatura di genere": discorso che richiederebbe,  ovvio, ben altro approfondimento.

Quale lettore

Dunque questo testo, che si iscrive nella tradizione del libello o del samizdat, non si rivolge al lettore con lo scopo di farne il protagonista di una ennesima svolta in un campo, pur importante, degli studi. E questo non certo per sottovalutazione o spocchia praticona nei confronti del lavoro scientifico; ma proprio per la ragione esattamente contraria, ossia per la convinzione che la teoria, di cui  acuta la mancanza, sia e debba essere un vedere radicale, che poco ha in comune con svolte e aggiustamenti disciplinari.
Gli scopi di questo libretto sono quindi pi modesti e apparentemente pi semplici: fornire qualche indicazione e qualche esemplificazione, in forma provvisoria e "aperta", circa i diritti del lettore e gli strumenti attraverso cui egli pu farli valere.
Naturalmente il vademecum non  una piattaforma rivendicativa; e nemmeno un "ricettario" pratico-giuridico, anche se conterr qualche proposta operativa.
Esso cercher anche di non nascondere la parte di responsabilit che, nell'attuale degrado,  da attribuirsi al lettore. L'appello al lettore "reale" non equivale certo ad una supina accettazione dei lettori cos come sono, qui e ora. Il lettore non  sempre e comunque "innocente". Non c' oppressione senza una dose, anche minima, di complicit (il che non altera il chiaro discrimine delle responsabilit).
Nel caso del lettore una dose inevitabile di complicit  richiesta dai meccanismi del testo (che chiamano il lettore, come ha mostrato la semiotica, alla cooperazione interpretativa con l'autore), dalla fame di libri, dall'inesistenza di alternative, ecc. La lettura  un patto di sottile complicit (e questo  uno dei suoi aspetti pi affascinanti). Ma una  pi evitabile dose di collaborazionismo  inoculata dalla macchina di produzione del libro che abbassa le difese immunitarie del lettore e il suo tasso di criticit.
Tutto ci porta a una forma (certo indotta) di "analfabetismo culturale" del lettore: incapacit a  selezionare, a distinguere; preferenza per le soluzioni "facili"; mancanza di consapevolezza circa il proprio ruolo e i propri diritti...

Il lettore non  un consumatore

Vi  anche un altro motivo per cui non convince la strada di un prontuario di rimedi e stratagemmi contro frodi e truffe (che pure ci sono e da cui  importante difendersi!): il lettore non  (solo) un consumatore e questo vademecum non si iscrive nel campo, pur nobilissimo, dei movimenti di difesa del consumatore. Accettare l'equazione tra consumo e lettura vuol dire perdere in partenza met della battaglia. Vuol dire tra l'altro ridurre il campo di conflittualit (e, viceversa, di possibili alleanze e amicizie) in cui si muove il lettore al solo rapporto con l'editore e con la struttura distributiva. Ma il campo di conflittualit  molto pi vasto, e quindi pi ricco: comprende quanto meno il rapporto con l'autore (pag. 4-9), con l'editore (pag. 9-20) con le istituzioni della lettura (pag. 20-25), con la societ e gli altri lettori (pag. 25-30).
Uno dei maggiori danni che l'industria culturale ha inferto alla cultura del libro riguarda proprio la riduzione della lettura a una "fruizione" (parola orribilmente indicativa); somministrazione, deglutizione, incorporazione di un prodotto, da metabolizzare ed espellere, secondo ritmi comuni al restante sistema dei consumi. Questo modo di pensare la lettura, sul modello degli uffici commerciali della grande editoria, ha portato a due conseguenze principali: la separazione tra la promozione del libro e la promozione della lettura (le case editrici si preoccupano sempre di pi che un libro venga acquistato e meno che venga letto); la penetrazione, all'interno degli stessi modi di leggere, delle seduzioni e delle deformazioni proprie della sfera dei consumi (ad esempio le letture "teleguidate", i corsi di lettura veloce, le letture focalizzate sul solo intreccio, l'abbandono della pratica di rilettura ecc.).
Il lettore non pu essere considerato semplicemente un consumatore perch il rapporto che egli instaura con il testo che legge, se  di un certo tipo, tende immediatamente a oltrepassare la dimensione del consumo, e anzi a porsi ai suoi antipodi: nel consumo infatti si verifica la volatilizzazione della sostanza e ci che resta  lo scarto, nella lettura si attua la precipitazione del senso e ci che resta  un nucleo coscienziale irriducibile. Il consumo appare teleologicamente votato alla morte: i prodotti sono fabbricati in vista della loro fine, progettati per essere consumati e quindi sostituiti da nuovi. E'contro questo destino che il libro protesta. Esso porta nel colophon [03 E'la formula finale di una pubblicazione a stampa riportante i dati relativi all'editore, alla tipografia, ecc.] una data di stampa, non una data di scadenza.
Questa natura particolare della merce libro  ben presente ai pubblicitari, i quali trovano che il consumo del libro  anomalo perch "non ricorsivo" (ossia una persona compra un titolo una volta sola) e ci ostacola la sua pubblicit. Con la sua stessa esistenza il libro sembra dire che oltre il valore di scambio c' il valore d'uso; oltre l'uso, ci sono il senso e il gioco...

Lettore-autore: servo-padrone

Il primo e decisivo rapporto che si profila sulla scena del testo  quello che dialetticamente unisce e divide le figure dell'autore e del lettore. Su questo terreno si misurano i grandi raggiungimenti della lettura, su questo terreno scricchiola ogni sua visione idilliaca ed eccessivamente pacificata: perch il rapporto che inizialmente si instaura tra il lettore e l'autore  denso di conflittualit e di antagonismo. Il lettore che si avventura lungo la pagina scritta, che si avventa, un po'timoroso, sull'opera letteraria,  mosso da due istanze contraddittorie: chiede all'autore qualcosa, qualche volta addirittura pretende, e nello stesso tempo prova una sensazione di inferiorit e perfino di indegnit nei suoi confronti.
L'opera si erge di fronte a lui con tutta la superiorit che le deriva dalla sua compiutezza, dalla sua fama e dal suo valore. L'operazione di lettura pu essere vista come una dialettica in cui un po'alla volta il lettore supera questa alienazione iniziale e scopre alla fine la opposta debolezza dell'autore, che abbisogna del riconoscimento del lettore per esistere. Hegel ha scritto pagine meritatamente celebri sulla dialettica servo-padrone; ed  sorprendente vedere come esse si adattino anche alla lettura [04 Lo spunto per una dialettica "hegeliana" della lettura  preso da F. FORTINI, Opus servile, "Allegoria", (1989), 1, pp. 9 e  segg. Ma riferimenti a questo processo dialettico sono rintracciabili in W. ISER, L'atto della lettura, Bologna, Il Mulino, 1987; G. POULET, La coscienza critica, Genova, Marietti, 1991 e in molti altri spunti di Borges, Pessoa, Jauss, ecc.]
La condizione di infelicit da cui nascono le letture pi felici  il segno del travaglio dell'"anima bella" del lettore: l'angoscia e la difficolt iniziali via via si trasformano, attraverso il lavoro di lettura, in coscienza del proprio guadagno conoscitivo e del proprio godimento.
L'incontro tra autore e lettore si rende cos possibile e  la lettura, giunta a buon fine, si manifesta come una forma di amicizia (Proust) [05 M. PROUST, Giornate di lettura, Milano, Il Saggiatore, 2esima, 1979, p. 146 e segg.]. Ora s  possibile la "pace" della lettura, che come ogni vera pace nasce dal conflitto e dal suo comporsi ad un livello pi alto. Il lettore infila il libro e il suo autore nello zainetto; seguir quell'autore dovunque, ne cercher le tracce in altri testi, vivr circondato dai suoi personaggi.
Si dir che questo modello dell'operazione di lettura (qui solo accennato),  un po'altisonante (appunto perch paradigmatico), e probabilmente valido solo per le opere letterarie. La lettura meno impegnativa, la lettura rilassata, che chiede poco e poco ritiene, dove la mettiamo? In realt ogni lettura, anche se a diversi livelli di responsabilit e di coscienza, instaura con il testo un rapporto paragonabile a quello indicato. Qualunque autore, anche il pi sconosciuto e dozzinale, gode, nel rapporto con il lettore, proprio perch autore dell'opera che egli legge, di uno statuto di superiorit e e di un regime di contrattualit, che vengono mantenuti fino a quando il lettore non lo scaglia nel caminetto.

Diritti dell'autore e diritti del lettore

La conflittualit del rapporto tra autore e lettore che ha origini cos intime e cos necessarie, non esclude e anzi in certa misura implica forme di collaborazione e alleanza (addirittura di comunanza di "interessi") su un pi vasto  e pi "pubblico" ambito di problematiche. Perch le regole del gioco dialettico della lettura e della sua contrattualit siano rispettate occorrono alcune condizioni: questo fa s che autori e lettori possano essere solidali nel combattere le forme degenerative del "patto" di lettura. Che un autore sia libero di produrre e diffondere le proprie opere, per esempio,  comune interesse di autore e lettore. La censura (comunque mascherata) offende l'uno e l'altro. Cos anche la spettacolarizzazione esasperata del mondo letterario: per l'autore ha da parlare il testo, non la sua fotografia sul rotocalco o il passaggio TV o il punteggio tennistico nell'ultimo Strega.
In genere, invece, si ritiene che proprio sul terreno pubblico, del diritto, della contrattazione collettiva, autore e lettore siano irrimediabilmente divisi. I loro interessi sarebbero contrapposti per via delle royalties del primo, che salgono in proporzione ai soldi sborsati dal secondo. Ma questa visione tutta mercantile dimentica una diversa possibile impostazione del problema: il lettore che alla lettura chiede illuminazione, godimento, rverie, vizi o virt d'ogni sorta,  ben contento di riconoscere la titolarit dell'autore, e dunque tutti i suoi diritti intellettuali. L'autore che cerca un partner che annodi gli invisibili fili della lettura, e da cui non ricever mai che qualche esile e indiretta traccia di risposta,  disposto a mandare al diavolo il suo agente pur di sapere che quell'incontro gli  permesso.
Diritto d'autore e diritto del lettore non sono dunque l'un contro l'altro armati. Solo chi considera che il primo si esaurisca nella persecuzione degli studenti che fotocopiano e il secondo nell'appropriazione e riproduzione selvaggia del pensiero dell'autore, pu avere una visione di questo tipo. In effetti il diritto dell'autore non solo non  contrapposto ma  accresciuto da un vasto e crescente diritto di lettura (il primo interesse dell'autore  essere letto). E quest'ultimo non significa affatto utilizzo disinvolto e arbitrario del pensiero e del lavoro altrui n certo negazione della paternit intellettuale dell'opera.
In realt i fenomeni dell'appropriazione indebita e del plagio richiederebbero qualche ulteriore precisazione. Il diritto d'autore, nella sua attuale configurazione legislativa, si dimostra ogni giorno di pi inadeguato a tutelare i "prodotti dell'ingegno" e capace solo di distribuire compensi postumi agli eredi di grandi scrittori che in vita morirono di fame. Nello stesso tempo  sempre pi difficile identificare un fenomeno come quello del plagio (ambiguo ed opinabile sul piano letterario cos come lo  su quello del diritto comune) in una societ che si fonda sull'appropriazione sistematica del lavoro (anche intellettuale) altrui e sulla riduzione dell'autore ad un lavorante nella catena di montaggio del libro. Che responsabilit intellettuale dell'opera  possibile in un mondo dove l'unica legittima valorizzazione di questa, e cio il lavoro, viene negata? I cosiddetti "negri", o scrittori per conto terzi, fanno scandalo quando  Montale ad ingaggiarli, non quando li utilizza sistematicamente l'editoria contemporanea. La societ letteraria rivela in questo caso tutta la sua falsa coscienza che la porta da un lato ad alimentare il tab del plagio, dall'altro a fondare sull'imitazione di modelli la regola del successo letterario. L'educazione al plagio  parte predominante della formazione scolastica, delle carriere accademiche, delle regole "per" pubblicare un libro.

Metamorfosi della citazione

La citazione  un ponte che unisce e nello stesso tempo divide i territori del lettore e dell'autore. Montaigne ha osservato che la citazione pu assumere la forma di un "corpo a corpo" tra un autore e un altro [06 M. de MONTAIGNE, Saggi, Milano, Mondadori, 1986, vol. 1, p. 169.], uno dei quali in questo caso riveste i panni del lettore. Benjamin parla delle citazioni come "briganti" pronti a balzare sul lettore per strapparne l'assenso [07 W. BENJAMIN, Strada a senso unico, Torino, Einaudi, 1983, p. 59.]. Rivalit e voglia di incorporare, sublimate, prendono talvolta la strada della citazione; in essa spesso confluiscono gli opposti o complementari moventi della adulazione, della piaggeria, della solidariet. Vi sono citazioni che nascono dall'esibizionismo, altre dallo sfoggio di autorit o dall'insicurezza intrinseca dell'argomentazione; me ve ne sono molte che si presentano come necessari tributi, spontanei sbocchi di ammirazione, pezzi di un mosaico altrimenti monco.
La citazione, intesa come possibilit di circondarsi dei testi pi amati, rappresenta un fondamentale diritto del lettore.
Anche qui non si deve pensare che la citazione sia affare dei soli lettori professionali, di quelli che a loro volta scrivono, della consorteria accademica. La citazione non  solo il riporto di un testo dentro l'altro, entro le debite virgolette. La citazione  una prassi intertestuale assai pi ricca e versatile. Il cosiddetto lettore comune che a Dio piacendo comune non  mai (quante volte il disprezzo per il lettore impugna la demagogica bandiera del lettore qualunque!),  autore tutti i giorni di citazioni dei libri letti, attraverso ci che ne riferisce agli amici, attraverso i gesti della vita quotidiana. La lettura stessa  una forma di citazione.
Nell'esercizio di questo diritto il lettore  tenuto al rispetto di alcune regole "deontologiche".  La citazione non deve diventare una "fago-citazione": il rischio di travisamento va sempre tenuto presente. Per questo il lettore secondo, colui che legge o ascolta la citazione, ha un ulteriore diritto (che  anche a tutela del primo autore: ecco un altro punto di incontro), quello di poter risalire alla fonte di prima mano per controllare la citazione o semplicemente per gustare interamente quel che nella citazione viene centellinato. La risalita delle citazioni come quella dei salmoni lungo i torrenti, ci permette di ritornare alla fonte. E di scoprire i possibili inquinamenti che si sono verificati nelle citazioni di seconda, terza e quarta mano che finiscono col rappresentare una cortina fumogena tra l'autore e il lettore. Citare quello che cita un altro senza controllare la fonte pu essere peccato veniale, ma quando diviene pratica sistematica impedisce al lettore il contatto con il testo, la distinzione tra ci che si dice e ci su cui si dice, ingenerando un circolo vizioso e forzoso. In ogni caso chi ricorre alla citazione altrui non deve ritenersi esonerato dal verificarne l'attendibilit. L'uso della citazione come pedigree culturale, come volont di potenza bibliografica  un esempio di inquinamento delle fonti [08 Alfonso Berardinelli propone tre criteri di ecologia bibliografica: i libri citati andranno dichiaratamente divisi tra a) "libri che sono stati veramente letti da chi li cita"; b) "libri che sono effettivamente utili" per lo studio proposto; c) "libri che sono stati almeno visti e sfogliati" (A. BERARDINELLI, Commemorazione provvisoria del critico militante, "Linea d'Ombra", (1991), 66, pp. 27-30). Cfr. anche quanto dice Steiner sulla "cultura del commento" (G. STEINER, Vere presenze, Milano, Garzanti, 1992, passim).].
Il percorso a ritroso  una caccia alle origini e alle interconnessioni:  possibile cos scoprire le ramificate innervature che legano opere e discipline apparentemente lontane. L'arte e la scienza, la poesia e la storia, la filosofia e la matematica, la politica e la cultura hanno qualcosa in comune, e noi con loro [09 E'una citazione-omaggio a Gregory Bateson... Cfr. G. BATESON, Verso un'ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976.]...

Il gioco delle fonti

Siamo gi entrati, quindi, nel territorio dell'ecologia della lettura. Dichiarazione, valutazione e diversificazione delle fonti ne rappresentano infatti i primi atti.
La dichiarazione delle fonti (bibliografiche, documentarie, orali), su cui si fonda un'argomentazione  un diritto del lettore e un dovere dell'autore.
Essa andrebbe resa obbligatoria (in forme commisurate alla tipologia della pubblicazione) come l'elenco degli ingredienti nei prodotti alimentari e abituale come l'indicazione di copyright. Invece il malcostume giornalistico, ormai penetrato all'interno della letteratura scientifica, ci ha abituato a roboanti ed epocali affermazioni prive di ogni supporto documentario. La logica dello scoop ha da tempo sostituito il controllo della notizia, cos come la notizia  divenuta il surrogato dell'evento.
Un saggio senza bibliografia , in molti sensi, una contraddizione in termini. Le note sono il luogo dove pi spesso si colloca questo palinsesto archeologico del libro, la traccia che viene da altri libri e ad altri libri conduce. La parte pi importante di un libro, diceva Weber,  nelle note [10 Cit. in G. ANDERS, L'uomo  antiquato: la terza rivoluzione industriale, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 8.]. Ci che nel testo appare come pacificato, plateale, palmare, nelle note mostra il suo lato oscuro, tormentato, contraddittorio: nel testo stanno le tesi squillanti, nelle note le dispute, le contestazioni, i giri di danza. Le note illuminano il testo da dietro le quinte; ne mostrano l'intelaiatura nascosta; espongono la cassetta degli attrezzi.
La valutazione delle fonti  il passo successivo. Essa rappresenta una sorta di "bilancio d'impatto testuale" e si rende necessaria per restaurare un rapporto tra fonti e destinatari ormai degradato dalla crescente entropia informativa. Dovrebbe essere compiuta sia dallo scrittore quando scrive sia dal lettore quando legge. Entrambi dovrebbero interrogarsi circa l'attendibilit della fonte e il suo grado di possibile inquinamento. Le successive e continue manipolazioni delle fonti producono dissesti testuali profondi, e poi veri e propri crolli argomentativi. Vi sono fonti cui tutti hanno ripetitivamente attinto, e sono ormai disseccate. Ve ne sono certe che dirottano il testo, lo trascinano a valle per il pendio pi facile. Ve ne sono altre che disegnano percorsi trascurati e dimenticati, con forti rischi di digressivit.
Ecco perch ogni lettura si pone anche come un'operazione di "stratigrafia [11 Cfr. P. INNOCENTI, Il bosco e gli alberi, Firenze, La Nuova Italia e Giunta Regionale toscana, 1984, vol. 1, pp. 258 e segg.], di individuazione e distacco degli strati successivi che le diverse tradizioni di lettura e le diverse fonti di riferimento hanno deposto sul testo, arricchendolo e deformandolo.
Infine vi  il problema della diversificazione delle fonti, sia interna (allo stesso medium) che esterna (tra media diversi). Diffidare dell'uomo di un solo libro, come voleva San Tommaso, vuol dire anche diffidare dei libri ad una sola fonte. Vuol dire anche diffidare di una multimedialit che diventa monomedialit, schiacciando ogni medium divergente sulla lunghezza d'onda di quello video-televisivo. La diversificazione delle fonti deve consentire un intreccio tra i diversi media fondato  non sulla loro integrazione (come vuole la filosofia della "catena multimediale", in cui libro, film, cassetta, sono tutti segmenti di un unico prodotto) ma sulla loro differenza. E ci vuol dire operare un'importante funzione di controllo; vuol dire giocare un medium contro l'altro; aprire varchi nella monocoltura TV e nell'omogeneizzato culturale dominante.
Non si deve mai dimenticare, infatti, che la tolleranza di cui fa sfoggio il sistema culturale,  revocabile a un semplice cenno del manovratore non appena si oltrepassi la soglia di pericolosit e si violino le regole di compartimentazione di cui  fatta la nostra libert. Ha osservato recentemente Franco Fortini [12 F. FORTINI, Il pianto e il riso di un epigramma, "Il Sole-24 ore", (1992), 216, p. 24.] che quanto si dice in una vignetta non si pu scrivere in un editoriale (questa  la "libert di satira"); allo stesso modo ci che pu essere accettabile in un saggio erudito non lo  se diventa coscienza oppositiva diffusa. Contro questo regime di "libert vigilata" protesta un'ecologia radicale e quest'aspetto  da sottolineare con forza; troppo spesso infatti la pratica ecologica si  ridotta all'innocuo riciclaggio delle vecchie "verit" di sempre.

L'ingorgo editoriale

I quarantamila titoli che ogni anno vengono pubblicati in Italia dimostrano che ormai si  rotto ogni rapporto tra quantit e qualit. Pubblicare pi libri non serve a far leggere di pi; e poi anche questo obiettivo andrebbe liberato dalla sua gabbia quantitativa (che significa leggere "di pi"? Che salgano le rilevazioni statistiche? Che pi persone leggano? Che le persone leggano di pi?). La superfetazione libraria mette a nudo il fallimento di tutte le ipotesi fondate su un'idea puramente quantitativa dello sviluppo culturale.
Quest'idea, che ha avuto in passato una declinazione progressista ed emancipatoria, si scontra oggi con il raggiungimento di un "effetto-soglia" al di l del quale rischia di avere un valore semplicemente regressivo. La fase "eroica" dell'alfabetizzazione, della scolarit obbligatoria e di massa, della cultura diluita in pillole,  finita non perch gli obiettivi siano raggiunti  ma perch essi non sono pi raggiungibili per quella strada: analfabetismi di ritorno e di fatto sono l a dimostrare che nei punti pi alti dello sviluppo capitalistico si riformano continuamente sacche endemiche di arretratezza.
Ci che accade sul piano culturale  analogo a quanto avviene su quello dell'ambiente, dei trasporti, della sanit: siamo di fronte a veri e propri fenomeni di "controproduttivit", di "nemesi industriale" (Illich) [13 I. ILLICH, Per una storia dei bisogni, Milano, Mondadori, 1981; IDEM, Sull'isola dell'alfabeto, "Volont", (1987), 1, pp. 7-33.]. Costruire sempre pi strade e automobili sempre pi veloci non serve ad aumentare la velocit dei trasporti, che infatti  scesa, nelle metropoli del Duemila, al di sotto dei valori degli accampamenti romani. La medicalizzazione della societ ha prodotto il diffondersi di nuove malattie, molte delle quali iatrogene: gli ospedali sono fabbriche di malati, cos come le carceri di delinquenti, le scuole di neo-analfabeti e l'industria culturale di non-lettori. Tutto ci avviene per la sistematica e beninteso colposa ignoranza del principio ecologico di limite. Oltre una soglia critica, infatti, si innesca un processo di controproduttivit strutturale: tutto ci che  stato pensato per rendere l'uomo pi autonomo e indipendente (la mobilit, il benessere, la cultura) si trasforma in nuove eteronomie e in pi pesanti dipendenze.
In campo cultural-editoriale l'ingorgo produce queste principali conseguenze:
- la stazza transitante determina un abbassamento della sensibilit critica. Non  sempre semplice distinguere il libro pattumiera (debitamente imbellettato) da quello valido. Le differenze si fanno sempre pi impercettibili (ma proprio per questo sono sempre pi decisive).
- il "rumore di fondo" originato dal traffico impedisce con le sue interferenze la perfetta decifrazione dei messaggi, ostacola il silenzio della lettura, deforma anche le opere pi serie che vengono insufflate nei salotti mondano-letterari e hanno bisogno di qualche lustro per riemergere;
- il bombardamento informativo produce fenomeni di dipendenza e, quando improvvisamente viene a cessare, vere e proprie crisi di astinenza. L'"ansia da informazione"  una sindrome molto comune: non si pu vivere senza la propria dose giornaliera di giornali, telegiornali, rotocalchi. La deliberata violazione degli obblighi di informazione produce sensi di colpa. Dal "diritto all'informazione" si  passati all'"informazione obbligatoria".
- la produzione di libri cresce su se stessa, non ha altro scopo al di fuori della propria replicazione e moltiplicazione. Diviene una metastasi culturale. Un settore in cui questo fenomeno  particolarmente evidente  quello legislativo (il che fa auspicare un'energica opera di "delegificazione"): gli Stati Uniti producono in un anno una quantit di leggi tale che nessun cittadino riuscirebbe a leggerle nell'intero arco della sua vita [14 L'esempio  citato in R. PANNIKAR, La torre di Babele, Firenze, Edizioni Cultura della pace, 1990, p. 6.].
- si assiste ad una sistematica sostituzione del valore d'uso del libro con il suo valore di scambio; il libro viene esibito come oggetto di arredo o come status symbol culturale; si sviluppano "paratesti" che "fanno le veci" della lettura del libro (la recensione [15 "I libri che recensiva, li leggeva solo in seguito. Cos sapeva gi quello che ne pensava" (E. CANETTI, Il cuore segreto dell'orologio, Milano, Adelphi, 1987, p. 118)], la trasmissione, la pagina letteraria, il risvolto, il riassunto in dieci righe con punteggio: come per i film, i vini, i ristoranti; che c' da scandalizzarsi?);
- il tonnellaggio circolante  superiore alla capacit di smaltimento e si producono i primi problemi di stoccaggio dei rifiuti (dove mettere le notizie scariche?): la vita del libro si  accorciata, rimane in libreria per un solo trimestre e pi della met dei libri inviati in libreria vende al massimo una sola copia [16 E'quanto si deduce da un'inchiesta svolta nelle librerie del gruppo "Libris". Il 31% dei titoli non vende nemmeno una copia; circa il 40% vende una sola copia. Cfr. L. CASAGRANDE, Best-sellers e non-sellers, "Giornale della Libreria", (1990), 7-8, pp. 2-9.]. Alla fine di una vita sempre pi breve al libro tocca il destino del macero, in omaggio ad una logica  di distruzione delle risorse quando non pi commerciabili. Ogni anno 15.000.000 di volumi, dopo esser stati mandati al macello, vengono mandati al macero [17 Dato ricavato da BINI, Numeri, "L'Europeo", 19.12.1991.]. Si tratta di una conclusione altamente coerente, e all'interno dell'attuale modo di produzione del libro difficilmente evitabile. Ne sono una prova anche la resistenza degli editori e dei librai all'introduzione dei Remainders [18 Cfr. G. SORDINI, Il libro dimezzato, Roma, Stampa Alternativa, 1992.].

Il caso (editoriale) italiano

In generale questa realt editoriale mostra la convivenza di forme sofisticamente industriali (libri progettati a tavolino, campagne di lancio, utilizzo di strumenti di marketing ecc.) e di forme di artigianato o di editoria assistita. La standardizzazione progettuale  spesso pari alla sciatteria del prodotto finito: sviste, refusi, orrori redazionali e tipografici costellano le opere anche delle pi note case editrici. Questa ambivalenza riguarda non solo gli editori ma tutta la catena di produzione del libro e quindi in primo luogo gli autori (abbiamo cos da un lato gli scrittori "seriali" che compongono testi o parti di testo, con un ritmo da catena di montaggio e spesso con un lavoro di squadra, e dall'altro gli autori che covano un libro come un figlio e poi lo pubblicano a proprie spese).
L'idea che queste due facce dell'editoria rappresentino l'una il volto moderno, industriale, avanzato e l'altra quello arretrato,  assolutamente infondata: si tratta di due aspetti, complementari e funzionali l'uno all'altro, della stessa editoria "moderna"; cos come la rendita  funzionale al profitto e cos come baronati e consorterie accademiche si riproducono ogni giorno nelle zone pi avanzate della ricerca e dell'universit.
La finzione narrativa di Umberto Eco, che nel Pendolo di Foucault immagina una casa editrice con due ingressi separati per i libri "seri" e per quelli degli APS (autori a proprie spese),  assai vicina al vero. Esistono case editrici che hanno fatto esattamente questo; cos come esistono numerose aziende che si sono buttate rapacemente sul mercato degli APS e hanno costruito piccole fortune. Attraverso la ridicola formula del pre-acquisto di copie, esse chiedono agli autori cifre variabili dai tre ai dieci milioni per libricino, in modo da avere garantiti non solo la copertura delle spese ma un guadagno certo e anticipato. Siamo, come si vede, al limite della truffa, che andrebbe perseguita per vie legali: perch queste case editrici non si limitano a speculare sul narcisismo dell'autore (e uno potrebbe dire: ben gli sta), ma in molti casi lo raggirano millantando una "distribuzione nazionale" e una campagna di promozione del libro che non sono assolutamente in grado di realizzare. In tal modo esse rappresentano un fattore non irrilevante di imbarbarimento editoriale, alimentando negli autori il mito della pubblicazione ad ogni costo e contemporaneamente riducendo il libro ad un ruolo di contenitore a pagamento [19 Il fenomeno degli APS va attentamente distinto dalle forme di autoproduzione, che possono essere velleitarie, ma non speculative. Cfr. A. BANDINELLI, G. LUSSU, R. IACOBELLI, Farsi un libro, Roma, Biblioteca del Vascello e Stampa Alternativa, 1990.].
Ma gli APS sono solo una delle molte forme di editoria a costo zero (libri prepagati, gi in attivo prima di aver venduto una copia): banche, enti pubblici, istituti vari, a volte anche a titolo di pi che legittimo mecenatismo o di ricerca, finanziano in parte o integralmente pubblicazioni e case editrici. L'editoria scolastica  poi un caso tipico di una nicchia di mercato quasi completamente sottratta al mercato: le tirature vengono infatti esattamente dimensionate sulle adozioni ricevute e quando la macchina da stampa parte si sa gi con buona approssimazione quante copie saranno vendute. L'editoria universitaria e parauniversitaria, infine,  oggetto di un caratteristico fenomeno moltiplicatorio e inflattivo dovuto ai meccanismi concorsuali: per vincere, docenti e ricercatori devono presentare un carnet ben gonfio di pubblicazioni e questo fa s che ritroviamo spesso gli stessi saggi, con qualche ritocco, pubblicati presso diverse case editrici. Un incentivo alla ripetitivit (in cui gi eccellono molti corsi universitari) e alla proliferazione libraria incontrollata.
Il "caso italiano" in realt presenta anche qualche anomalia positiva perch ai fenomeni di crescente concentrazione editoriale unisce l'esistenza di una piccola editoria di cultura molto vivace e reattiva. Un caso abbastanza isolato in Europa, e che tuttavia da solo non  assolutamente in grado di modificare il quadro complessivo perch destinato ad esserne fortemente condizionato e periodicamente riassorbito. E'vero che in Italia, per esempio, dobbiamo essere grati alla piccola editoria di qualit per averci fatto conoscere letterature ignorate e sottovalutate (si pensi al caso della letteratura dell'est europeo per la casa editrice E/O, a quella scandinava per Iperborea, a quella jugoslava per Hefti, a quella africana per le Edizioni Lavoro ecc.). Proprio questa azione di battipista  stata per abilmente sfruttata dai grandi gruppi editoriali che hanno seguito, con maggiori mezzi finanziari, i sentieri aperti dalle piccole case editrici. Cos  accaduto che autori "scoperti" da piccoli editori (e magari pervicacemente rifiutati dai grandi) al loro secondo libro venissero sistematicamente catturati dai maggiori gruppi editoriali, in grado di offrire condizioni economiche pi allettanti. Molte piccole case editrici venivano poi a loro volta circuite dai colossi editoriali e alla fine assorbite da questi (pur mantenendo nella maggior parte dei casi il proprio marchio e l'autonomia redazionale). Ogni grande casa editrice ha ormai intorno a s un numero rilevante di piccole case "satelliti" (si veda il rapporto Tartaruga/Mondadori, Camunia/Rizzoli, Coccinella/Rizzoli, Salani/Longanesi, Pratiche/Einaudi, Il Melangolo/Einaudi, Theoria/Feltrinelli, ecc. ecc).

Capolavori cestinati

Quest'editoria che sforna un libro al giorno e fabbrica nuovi autori e rivelazioni epocali ad ogni mese che Dio manda in terra,  poi la stessa che dimostra una sistematica incapacit di scoprire e pubblicare i "veri" scrittori. Una storia dei rifiuti editoriali di questo secolo assomiglia a un bignami della letteratura contemporanea: vi compaiono, da Proust a Dostoevskij a Joyce a Eliot a Hemingway a Orwell a Moravia, Morselli e tantissimi altri, quasi tutti i maggiori autori [20 Cfr. M. BAUDINO, Il gran rifiuto, Milano, Longanesi, 1991; G.FINZI, M.LIVI, Mi hanno detto no, Milano, Leonardo, 1992.]. Gli scrittori che hanno cominciato a proprie spese sono numerosissimi (la condanna delle edizioni a pagamento non pu quindi far dimenticare che anche al loro interno, qualche volta, pu nascondersi il capolavoro). Gli autori dei pi ignobili best seller sono magnificati sui risvolti di copertina come le pi fini penne del secolo; ma le opere che cambieranno la vita di milioni di lettori vengono rinviate al mittente. Ollendorf, dopo Frasquelle e Gallimard, rifiut nel 1912 di pubblicare la Recherche proustiana perch  non capiva "come si potessero impiegare trenta pagine per descrivere come ci si gira e rigira nel letto prima di trovare il sonno"; il Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein non trov alcun editore austriaco o tedesco disponibile alla pubblicazione; la casa editrice Feltrinelli (per altro meritevole di altre scelte editorialmente coraggiose) rifiut, nei primi anni Settanta, la pubblicazione del dossier di controinformazione su Piazza Fontana (La strage di stato). Si tratta di tre esempi diversissimi tra loro ma tutti ad alto tasso simbolico.
In tutti i casi di errore editoriale ad essere colpito non  soltanto l'autore che non viene pubblicato, ma il lettore che viene defraudato della lettura. Il lettore  dunque pi che interessato alla capacit delle case editrici di individuare le opere e gli scrittori migliori; capacit su cui comincia legittimamente a nutrire qualche dubbio, visti non solo i capolavori in passato cestinati ma i pessimi titoli oggi pubblicati. Ci che forse pi preoccupa il lettore  la potenziale quantit di opere meritevoli di cui viene privato a causa dei meccanismi editoriali. Le case editrici si difendono affermando che non esiste il manoscritto nella bottiglia; esistono per interi bauli dimenticati da cinquant'anni in una cantina (ricordate Pessoa?).
Ma il punto non  questo: il vero nodo  il meccanismo di accesso e di selezione che il sistema editoriale instaura.
La critica non  dunque rivolta al rifiuto editoriale in s e non ha molto a che spartire col vittimismo che qualche volta caratterizza le posizioni degli autori (soprattutto degli aspiranti tali) in materia. Tuttavia  un fatto che per la selezione dei loro autori le case editrici (con qualche fortunata eccezione) si affidino in prevalenza ai due criteri del mercato e delle consorterie letterario-universitar-mondane. Soldi e gruppi di potere: l'editoria non sfugge, e anzi, conferma lo stato vigente delle cose. Di fronte ad esso il lettore sperimenta una grande amarezza e una quasi assoluta impotenza. Fin che il libro non  pubblicato, infatti, il potere contrattuale del lettore, gi misconosciuto,  quasi nullo. Eppure il lettore esigente sa per esperienza che i due criteri menzionati sono fallibilissimi, sono un setaccio all'incontrario che fa passare le opere dei peggiori autori (se vendibili) e quelle gradite od omogenee alle correnti (di gusto, di politica culturale) dominanti.
Restano tagliate fuori in partenza le opere controcorrente, oppositive, fuori moda, "inattuali" (termine che in genere si attaglia benissimo a molti capolavori).

Il lettore armato

La sensazione di impotenza deve lasciare il campo a una pi consapevole valutazione delle proprie possibilit, della propria capacit critica e anche della propria forza contrattuale. Il lettore disarmato pu fare del suo disarmo la sua arma: proprio l'estraneit rispetto ai giochi editoriali, la esclusione da ogni sede decisionale che non sia quella di vendita/acquisto, possono divenire punti di forza e capovolgersi in coscienza del proprio ruolo di portatore di un'utopia chiamata lettura.
La storia dei diritti del lettore sul versante editoriale comincia con la possibilit di esercitare un libero diritto di scelta. E qui il dito  innanzitutto puntato contro le forme di lettura indotta, di condizionamento occulto o palese, le promozioni gonfiate: attivit che in genere vanno di pari passo con una informazione bibliografica che invece manca o scarseggia. La pubblicit editoriale in Italia va assumendo sempre di pi i toni, lo stile e le cadute di stile tipici di tutta la restante pubblicit, in omaggio al principio per cui vendere un libro o vendere un dentifricio  pi o meno la stessa cosa. In pi quello librario  l'unico campo in cui la pubblicit redazionale non viene segnalata: non possono essere definite diversamente infatti certe recensioni prone e osannanti. Lo stretto connubio della propriet editoriale con la macchina recensoria  reso evidente dalle percentuali di recensioni o citazioni dei libri editi da una casa editrice sulle riviste o i giornali di cui questa  proprietaria (si veda in proposito il Borsino delle recensioni mensilmente pubblicato da "La Rivisteria").
Il passaggio in TV, la recensione amica, l'intervista all'autore sul quotidiano di cui l'editore  proprietario, costituiscono altrettante tessere di un meccanismo drogato, anticipatamente preordinato e spesso del tutto indipendente dalle qualit effettive del libro. Il gioco, insomma,  truccato, e si vede.
Per intanto, dunque al lettore conviene esercitarsi nella pratica della lettura contropelo: decodificare le manchettes pubblicitarie, leggere in filigrana i risvolti di copertina, le recensioni amiche e nemiche (spesso ubbidiscono allo stesso codice gaglioffo); ricorrere al tam-tam amicale accanto all'informazione specialistica; diffondere come pubblico congiurato le notizie sulle fregature ricevute, sulle manipolazioni editoriali, sulle cattive edizioni, sui non-libri annidati anche in collane prestigiose.
La fascetta che presenta un libro alle prime edizioni come "il pi grande capolavoro del..." deve subito far suonare un campanello di allarme: primo, perch in letteratura le classifiche sono ridicole; secondo, perch per "fare" un capolavoro occorrono anni, decenni e spesso secoli di letture; terzo, perch a decretarlo tale non pu essere l'editore.
In tale dimensione occorre collocare anche il problema delle stroncature, distinguendo quelle che nascono da colpi bassi, avvertimenti, ripicche, da quelle che ubbidiscono a un sincero disgusto. In generale  il critico che ama la stroncatura viscerale; il sangue che scorre insieme all'inchiostro; il lettore preferisce sobrie schede di lettura improntate al risparmio energetico e alla finalit disinquinante.

Lettore professionale e informazione bibliografica

Recensione servile e stroncatura sono dunque due facce della stessa medaglia, sono entrambe forme dello spettacolo culturale. Libros... et circenses, la gente in TV vuol vedere volare gli schiaffi. La gente, appunto: cio la media statistica dell'italiano comune, calcolata al netto di audience TV. Ma "i lettori" sono altro, vogliono altro.
Le recensioni che servono di pi al lettore non sono certo quelle "obiettive" che per fortuna non esistono, ma quelle "falsificabili": che enunciano le condizioni capaci di invalidarle; che dichiarano la propria angolazione, e consentono quindi di prescinderne; che realizzano una totale trasparenza rispetto ai giochi editoriali o accademici. Che forniscono al lettore tutte le notizie di cui ha bisogno (ivi compresa una descrizione bibliografica minima: oltre ad autore, titolo, editore anche i traduttori, i curatori, le dimensioni del libro, la paginazione, il prezzo). Che responsabilizzano e non strumentalizzano il lettore. Insomma che sono insieme schede bibliografiche e consigli di lettura (le une rigorose, gli altri appassionati). Il recensore dovrebbe ricordarsi di essere un lettore, anche se di professione.
Il lettore professionale potrebbe essere considerato un uomo fortunato, colui che ha scelto la miglior professione del mondo. Purtroppo non  cos;  spesso invece vittima e strumento dell'industria culturale. Ogni lavoro, anche il pi "nobile", deforma chi lo esercita. Il codice della professione fa spesso a pugni con quello della lettura. Ma  su questo terreno che lettore professionale e lettore tout court possono trovare un'intesa proficua per entrambi.
E poi serve pi informazione bibliografica. In Italia c' un genere letterario (perch tale pu essere) assolutamente desueto: la bibliografia. I libri che descrivono e propongono itinerari di lettura, elencano e selezionano i testi utili su determinati argomenti, scarseggiano [21 Alcune parziali eccezioni sono rappresentate dalla Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata, a cura di P. Terni e P. Innocenti, Torino, Einaudi, 1981, da Il millelibri, a cura di B. Miorelli, Milano, Mondadori, 1991, dalle Guide bibliografiche Garzanti, dalla collana "Cosa leggere" della casa editrice Bibliografica, ecc. Ma che fine ha fatto, a proposito, la lodevole iniziativa delle bibliografie tematiche delle librerie Feltrinelli?].
E questo non  un caso: le guide bibliografiche appaiono agli editori titoli invendibili. Roba per eruditi. Non si scorge (o si teme) l'effetto moltiplicatore di una segnalazione bibliografica, che  un certificato di garanzia. La miopia bottegaia misura le copie vendute, ma non la ricaduta, in termini di rilancio della cultura del libro, che una simile pubblicazione pu apportare.
Nei libri la appendice bibliografica  considerata un obolo scolastico. Gli autori la compilano spesso frettolosamente e approssimativamente, molti lettori non la leggono. Ma la costruzione di percorsi di lettura ha bisogno di questi mattoni, ha bisogno di trovare in un libro le tracce che portano ad un altro, di ricostruire la ragnatela di rimandi, di solidariet e di dissensi che legano un libro a un altro (e che spesso ne fanno la ragione d'essere).

Sotto la copertina niente

Paratesto (peritesto pi epitesto)  il nome che Genette [22 G. GENETTE, Soglie, Torino, Einaudi, 1989.] ha dato alla varia messe di testi ausiliari che stanno "intorno" al libro, per introdurlo, spiegarlo e promuoverlo: peritesto se si collocano internamente al testo, come titoli, intertitoli, introduzioni, dediche, pre e postfazioni, e cos via; epitesto se si collocano esternamente ma negli immediati dintorni (anticipazioni, recensioni, interviste, trailers ecc.). Il paratesto  un genere letterario di tutto rispetto: Kierkegaard ha scritto un libro composto solo di prefazioni [23 S. KIERKEGAARD, Prefazioni, Milano, Guerini e associati, 1990.], e Nietzsche dedic a Cosima Wagner "cinque prefazioni a cinque libri che non sono stati scritti". Perfino il "risvolto" di copertina che sembrerebbe condannato a un destino puramente encomiastico ha conosciuto nella storia editoriale validi esempi di sobriet e di sintesi, capaci di evidenziare in poche righe il tratto saliente del libro e di offrire tutte le notizie importanti per inquadrare rapidamente opera e autore (si pensi ai risvolti di Debenedetti per La biblioteca delle Silerchie del Saggiatore [24 Sono ora raccolti in volume: G. DEBENEDETTI, Preludi, Roma-Napoli, Theoria, 1991.], di Calvino per Einaudi o di Vittorini per Mondadori e Bompiani).
Oggi invece nel risvolto prevalgono sempre pi spesso gli elementi di bassa cucina editoriale o le piccole concorrenzialit (ed  dubbio che tutto ci costituisca un buon veicolo pubblicitario e promozionale). Ad esempio  raro che vengano indicati gli altri editori presso cui l'autore del libro ha pubblicato le sue precedenti opere [25 Lo osserva G. CHERCHI, in L'ossessione degli occhi, "L'unit", 5.10.1992, Inserto Libri, p. I.].
La copertina indossa sempre pi spesso i panni di specchietto per le allodole; il libro stesso  diventato una lunga copertina che rinvia sempre a un qualcosa che non arriva mai. Si  trasformato in un contenitore che non contiene pi nulla, in cui "il niente  stato composto in bozze come se fosse un testo, corretto, impaginato, nitidamente stampato, chiuso nel packaging di una copertina seducente..." [26 F. COLOMBO, Solo la fantasia ci salver dai libri trappola, "Il libro in fiera", inserto de "La Stampa" distribuito in occasione del Salone del Libro di Torino, 1989.].
Alle copertine (che spesso rappresentano la sola parte visibile di un libro al momento dell'acquisto, complice l'invalicabile incelofanatura che ne impedisce l'apertura) occorre chiedere il rispetto di alcune norme di trasparenza e di veridicit (quando non di verosimiglianza e di pudore!). Le edizioni ridotte, tagliate o sottoposte a qualche altro trattamento, dovrebbero sempre essere dichiarate in copertina. Come le etichette per i prodotti alimentari, le copertine dovrebbero elencare gli ingredienti effettivamente usati nella confezione; come i foglietti di istruzione dei farmaci, esse dovrebbero contenere le avvertenze per l'uso, e magari anche l'indicazione dei possibili effetti collaterali. Altrimenti potranno apporre una fascia di questo tenore (al posto degli inevitabili "Finalista di qui o di l"): "L'immagine reclamizzata in copertina non ha nulla a che vedere con il prodotto effettivamente contenuto" (oppure, come pi bonariamente usano le aziende, "ha esclusivamente lo scopo di presentare il prodotto", il che implicitamente la dice lunga sulla sua effettiva presentabilit). Queste norme potrebbero trovare anche qualche forma di regolamentazione legislativa e qualche Gran Giur dei Lettori che vigili sulla loro corretta applicazione.

Best seller gonfiati gonfiabili

Il best seller  il prodotto "trainante" dell'industria culturale, il suo campione esemplare e prototipico. In esso sono in genere aggrumate e concentrate le caratteristiche pi genuine di quella: il grande potere detonante e la corta gittata, il fumo spettacolare e il magro arrosto contenutistico. Il best seller deve far clamore al momento della sua uscita, deve macinare le sue copie di vendita nel giro del suo primo semestre di vita, dopodich  programmato per scomparire senza lasciar traccia, sostituito da un nuovo best seller. La produzione di questo genere di libro  ormai di tipo industriale e avviene all'insegna della parcellizzazione (il libro  sempre pi spesso il prodotto di svariate professionalit), della sostituibilit, della velocit. Ci che conta  sempre l'effetto di insieme, l'intreccio; le singole parti possono anche non essere curate, tanto non si vedr: il best seller  pensato per una lettura approssimativa, a grossi bocconi, affrettata anche se non c' fretta. L'importante  che "prenda"; il lettore deve rimanere incollato al libro. La parola-chiave del best seller, suo idolo e tab,  "leggibilit". Dell'insieme fa parte anche la cornice promozionale, l'essere inserito in una serie, in una collana. Il best seller  il tipico libro per cui non contano la qualit delle recensioni ma la quantit; vanno bene anche se sono negative, perch il lettore del best seller non si fa certo scoraggiare da una recensione negativa, ammesso che la legga; ci che egli vuole  l'effetto "massa", il leggere ci di cui tutti parlano. Oppure l'effetto "lite", nuova sofisticata variante del primo (da cui non differisce di un'unghia): leggere ci che  pubblicizzato come un prodotto esclusivo, che non  alla portata di tutti.
Parlare del best seller come se questo rappresentasse una tipologia unitaria non deve far dimenticare le grandi differenze che esistono al suo interno. Si va dalla narrativa di consumo all'instant-book di attualit, dalla varia agli annuari agli stupidari; all'estremo della scala cromatica si colloca il best seller "di qualit" [27 G. FERRETTI, Il best seller all'italiana, Roma-Bari, Laterza, 1983.], il tipico prodotto "da premio Strega". In questo tipo di opera, letterariamente curata e spesso pregevole, una caratteristica del best seller  ridotta al minimo (la priorit dell'intreccio sulla scrittura) e un'altra al massimo: la penetrazione delle logiche commerciali, delle strategie di mercato fin dentro il cuore della produzione letteraria, l'"arcano" laboratorio della scrittura. Una penna di scrittore sta vergando il tracciato dei tabulati di vendita.
Una caratteristica fondamentale del prodotto di qualit (che garantisce una sua pi larga vendibilit)  la programmazione di diversi livelli di lettura: potr essere letto da lettori diversi, e diversamente competenti, e tutti vi troveranno qualcosa di loro gradimento, pur senza cogliere altri particolari e altri riferimenti. In tal modo il possibile restringimento di mercato, indotto dalle pretese letterariamente elevate,  compensato dall'effetto di status e dalla gratificazione finale: il lettore forse non capir o non apprezzer tutto, ma potr ben dire: "Io l'ho letto!".
La necessit di opporsi alla strategia dei best seller, dal punto di vista dei lettori, non  intuitiva. Molti fanno leva proprio sulla complicit dei lettori per proporre un'assoluzione. Dicono: in un Italia che non legge, ogni libro letto in pi  un dono del cielo. A caval donato non si guarda in bocca. Ma le cose non sono cos semplici: se la lettura  quella che , in Italia, una buona parte di responsabilit ce l'ha anche la politica dei best seller, che ha puntato sulla seduzione di lettori occasionali e ha dimenticato il pi complesso e lungimirante compito di nutrire o formare dei lettori "forti", cio dei lettori tout court. La lettura non si accende se non entro il collaudato gioco di passioni e sperimentazioni che nel guscio del mercato e del consumo stanno strette.
Di fronte ai best seller e specie a quelli di pi chiara impronta fraudolenta (le risciacquature, le scopiazzature, le storie a intreccio scontato e ultraripetitivo) occorre promuovere la reazione dei lettori. Si pu pensare a varie azioni di sensibilizzazione: conferenze stampa, allestimenti di controvetrine, volantinaggi in libreria, fino a campagne di boicottaggio e agli esposti o denunce per truffa. Occorre esporre e indicare al pubblico gli ingredienti tossici che avvelenano la scrittura e la lettura di questi libri, occorre mettere a nudo l'impianto ideologico del best seller che vuole trascinare il lettore alla cassa, senza preoccuparsi di quel che succeder nel chiuso della sua stanza di lettura.

Vizi e virt dei classici

"Classico"  un'etichetta ad alto tasso di aleatoriet e a forte rischio di contraffazione. Adotteremo provvisoriamente la definizione, laicamente pragmatica, di Manganelli: si tratta del libro che fa un primo giro in pista, nessuno gli fa caso, e dopo trenta-cent'anni fa un secondo giro e tutti lo guardano con il fiato sospeso [28 La definizione  riferita alla categoria del long seller e compare nel risvolto di copertina di F. GLAUSER, Il grafico della febbre, Palermo, Sellerio, 1989.]. Dunque, l'esatto opposto del best seller, che fa il pieno a botta calda sull'onda della pressione manipolatoria dell'industria culturale e dopo qualche anno non lo ricorda pi nessuno. Foglie d'erba di Whitman in prima edizione vendette trenta copie, mentre il coevo Thymoty Sky Arthur ne vendette milioni con dei raccontini edificanti contro l'uso degli alcoolici [29 L'esempio  tratto da G. CORSINI, Whitman, amico dei marxisti, "Il Manifesto", 25.9.92, p. 13.]. Ma chi oggi si ricorda di Thymoty Sky Arthur?
I classici presentano gli aspetti positivi e negativi del riciclaggio: prestano fianco ad operazione furbette e a speculazioni discutibili ma consentono, contro la deperibilit dei libri "usa e getta" e il consumismo culturale, una pratica di "riuso", di rilettura, di scoperta dell'antico come laboratorio per il futuro. Il maggior pericolo del "classico" specie se  transitato per le patrie istituzioni scolastiche,  l'incrostazione accademica, la patina depositata dal commento circolare e ripetuto, la cristallizzazione autoritaria. Il problema che il best seller ha con il mercato, il "classico" (che  comunque un genere ben vendibile e su cui molte case editrici hanno costruito la loro fortuna) ce l'ha con la tradizione. Il peso di questa, che pu anche essere distruttivo, non riesce mai, per, a ridurre un libro all'encefalogramma piatto del titolo di consumo. Anche (e a volte soprattutto) se separati dalla tradizione che ne ha fatto dei libri di culto, questi continuano a parlare; separato dal mercato, il best seller  nulla.
Uno dei rischi cui il "classico" va incontro  legato al trattamento editoriale, spesso poco scrupoloso; alla scarsit di edizioni critiche; alle riduzioni o edizioni purgate. Le edizioni scolastiche di capolavori letterari presentano spesso sostituzioni di parole e omissioni di parti considerate "inadatte": con ridicolo anacronismo anche rispetto a ci che i ragazzi comunemente vedono e sentono ad ogni angolo di strada e di antenna.

I diritti di accesso

In Italia la retorica sulla lettura abbonda quasi quanto la concreta impossibilit o difficolt di esercitare il diritto di leggere. Tra i pi importanti diritti del lettore vi  quello di accesso: eliminazione delle "barriere" burocratiche, distributive, spaziali che ostacolano la lettura. Ci vale sia nelle librerie che nelle biblioteche e in altre strutture pubbliche. E ci vale a maggior ragione nei confronti della struttura distributiva del libro, vero Moloch che determina strozzature e discriminazioni. Va preteso anche l'accesso il pi possibile esteso e pubblico alle banche dati bibliografiche, con gratuit o prezzo politico dei programmi software o di interfaccia e dei costi di interrogazione.
I portatori di handicap sono spesso esclusi dal diritto di leggere. Basti pensare alle insufficienze delle biblioteche per ciechi, alla mancata introduzione di tecnologie elettroniche che permetterebbero il passaggio automatico dal testo scritto alla sintesi vocale; alle barriere architettoniche; ecc.
Altra categoria bistrattata e malconsiderata dall'editoria  quella dei bambini e dei ragazzi (e pi ancora i secondi dei primi). Qui non  in discussione la qualit della produzione che ha conosciuto significativi miglioramenti negli ultimi anni (anche se la cosiddetta letteratura infantile viene sempre considerata, dal punto di vista commerciale e culturale, una letteratura di serie B), quanto l'inesistenza delle strategie di raggiungimento del pubblico. Il ragazzo  penalizzato dal fatto di non essere diretto acquirente di libri, e di dover ricorrere all'adulto per procurarseli. Ma questo vale anche per giocattoli e altri generi commerciali che pure sono ampiamente pubblicizzati e promossi presso le fasce di et interessate. Ancora una volta la situazione denuncia un'insufficiente cultura del libro.

I libri costano troppo e non si trovano

In generale non  il prezzo dei libri a tenere lontana la gente (che spende ben di pi per un profumo) dalla lettura. Ci non toglie che il problema del prezzo dei libri, in Italia pi alto che nel resto d'Europa, sia drammatico per alcune decisive fasce di lettori: a) i lettori forti, che in genere non riescono a garantirsi l'approvvigionamento dei libri necessari pur impegnando fette considerevoli del loro reddito, e magari anche se questo  relativamente elevato; b) i lettori economicamente deboli come gli studenti, le casalinghe, i pensionati, i lavoratori ecc. Che la nostra editoria non si renda conto del ruolo decisivo che questi lettori esercitano sul futuro del libro  solo una prova in pi della sua miopia. Occorre ritrovare un equo rapporto tra prezzo e contenuti: si veda il caso dei libri-strenna nel cui prezzo, elevatissimo,  compreso il valore aggiunto della "bella figura" di chi lo regaler, o il caso delle edizioni economiche che seguono di qualche anno l'uscita del libro per non compromettere l'edizione di lusso.
I libri costano, e si fa sempre pi fatica a trovarli. Vi sono libri, anche importanti, che non vengono distribuiti nelle librerie. Gli editori con grosso catalogo non ristampano pi per paura di vendere poco o per i costi di gestione del magazzino. La quota di libri non venduta viene sempre pi presto avviata al circuito del libro a met prezzo o al macero. Mancano, o sempre pi spesso chiudono, le librerie (degne di questo nome) ed  sempre pi difficile trovare in quelle superstiti libri, anche recenti, specie se di piccoli o medi editori. E'una tipica perversione del meccanismo produttivo e distributivo della "fabbrica del libro". Il libraio si trova sommerso settimanalmente dalle novit; il costo di immagazzinamento sempre pi alto gli impedisce di tenere in libreria tutti i titoli meritevoli. Il reperimento di un titolo non presente, specie se di piccolo editore e specie se la libreria non si trova in una grande citt, pu richiedere molto tempo; in alcuni casi necessitano contatti epistolari; a volte gli editori rifiutano ordini di una sola copia. Inoltre nelle librerie spesso il personale non  in grado di aiutare il lettore nelle sue ricerche. Nonostante il recente avvio di una "Scuola per librai", i problemi di formazione, in questa come in altre professioni del libro, sono molto gravi. E'vero che qualche volta  pi utile la formazione sul campo rispetto al proliferare di piccole accademie (che in genere partoriscono grandi corporativismi); in molti casi per la situazione  aggravata dall'utilizzo di personale sottopagato, poco motivato e sottoposto a un forte ricambio. Il dato  evidente nelle maggiori librerie: qui il passaggio dalla tradizionale figura di libraio, curioso ed eclettico, che cerca un po'a tentoni di arrivare dappertutto, ad una pi articolata distribuzione e settorializzazione delle varie competenze e professionalit, ha per ora prodotto solo disaffezione e compartimenti stagni. Lo "stile impiegatizio" che imperversa in biblioteca, in libreria e in editoria,  spesso desolante; ma non lo si risolve con qualche levata predicatoria. E poi se il libro non  che una merce, non vedo che cosa ci sia da stupirsi se anche i commessi di libreria lo trattano come tale, cio con indifferenza.

A scuola nessun diritto

Lettori non si nasce, si diventa. Ma se anche uno nascesse lettore, la societ saprebbe convincerlo a smettere. Viene questo dubbio, scorrendo i dati di "controproduttivit" delle istituzioni della lettura. La scuola, per esempio: le statistiche di lettura mostrano una curva discendente inversamente proporzionale all'et e alla scolarizzazione. Il 70% dei ragazzi legge "almeno un libro" (extrascolastico) all'anno: una percentuale superiore a quella dei giovani che a loro volta leggono pi degli adulti [30 Su questi dati, rilevati dall'indagine Doxa "Junior 91", si sofferma G. FERRETTI, Un fantasma di nome lettore, "L'Unit", 3.8.1992.]. Naturalmente, tra questi, i lettori sono in maggioranza tra i diplomati e i laureati; ma  impressionante, per esempio, scoprire che un quarto dei laureati non legge mai un libro [31 Dato Eurisko 1985 (Cfr. "L'Espresso", 100, 8.12.1987), confermato dall'Istat. Cfr. M. LIVOLSI (a cura di) Almeno un libro. Gli italiani che non leggono, Firenze, La Nuova Italia, 1986; G. PERESSON, Passaggio a nord ovest. I cambiamenti della produzione, consumo e distribuzione del libro negli anni Ottanta, Milano, Livingstone, 1990.].
Il bilancio/lettura della scuola italiana  decisamente in rosso. Ai risultati non entusiasmanti conseguiti sul terreno funzionale, di alfabetizzazione e comprensione, si aggiungono quelli ancor pi demoralizzanti  che riguardano la passione e il piacere della lettura, a tal punto che gli insegnanti hanno smesso di pensare che la trasmissione di questo piacere sia un compito che li riguarda [32 Cos si deduce da un'inchiesta realizzata nel NordEst milanese. Cfr. L. FERRIERI, M. TARGA, Il libro sotto il banco, Milano, Bibliografica, 1992, p. 129.]. La pratica scolastica di lettura obbligatoria, decontestualizzata, ridotta a strumento di verifica linguistica, a esercitazione retorica, a campo di saccheggio, praticata in un regime di confusione, di indifferenza, di omnisostituibilit dei testi, dei lettori, degli ambienti, ecc. ecc., ha portato al sistematico abbandono della lettura fuori dalle mura scolastiche. Inoltre l'abitudine alla lettura sotto tutela, indotta dalla scuola, fa s che i ragazzi crescano nella convinzione di non saper leggere senza un aiuto esterno. La delega all'insegnante  alle origini di altre successive: al recensore, al libraio, al bibliotecario, all'anchorman... Occorre rompere il binomio scuola/lettura per tornare a fare di quest'ultima una scelta libera; occorre creare territori di lettura descolarizzata all'interno dell'istituzione scolastica. Leggere sotto il banco: ancora una volta la strategia che unisce la riscossa antiistituzionale al radicamento nell'istituzione, per farne il luogo di pratiche alternative calate "in situazione" e non ideologicamente e pregiudizialmente "esterne", si dimostra quella potenzialmente pi fruttuosa.
Nella scuola infatti sono calpestati alcuni elementari diritti del lettore; se ci pu essere (ma non sempre) reso necessario dal regime di studio,  un colpevole peccato quello di non diffondere la consapevolezza dei diritti che, in quanto lettori, spettano e spetteranno agli alunni. E'un compito di educazione civica. Se il primo diritto del lettore  quello di leggere, il secondo  quello di non leggere (Pennac) [33 Cfr. il decalogo dei "diritti del lettore" compilato da Pennac in un suo recente saggio che sar presto disponibile in traduzione italiana: D. PENNAC, Comme un roman, Paris, Gallimard, 1992.]. Solo ridimensionando il dogma della lettura, che  tale soprattutto per i non lettori, si pu riscoprirla. Questo paradosso andrebbe ricordato a tutti gli educatori.
La scuola considera esauriti i suoi compiti in fatto di lettura con l'insegnamento delle tecniche fondamentali di decifrazione e di comprensione, e infatti non prevede, dopo la fascia dell'obbligo, un vero e proprio "curricolo" di lettura, quando invece sarebbe pi necessario. L'importanza di creare, accanto ai necessari momenti di lavoro linguistico sul testo, delle zone (ambientali) e dei momenti (temporali) di lettura libera e autofinalizzata, non si  fatta ancora strada a sufficienza. Cos la scuola lede sistematicamente un altro fondamentale diritto del lettore: quello di starsene in pace, dopo la lettura di un testo, ad assaporarne in silenzio il retrogusto, la risonanza. Senza dover esibire in pubblico spiegazioni, interpretazioni. Senza dover rendere conferenze stampa. Le si richiede dopo un amore, un trauma, un'avventura? E allora perch uno dovrebbe spiattellare di fronte a venticinque sconosciuti le sue emozioni di lettura? Il "che cosa hai provato" pubblicamente domandato dopo la pi elevata delle letture si merita l'impronunciabile risposta, che  vera anche quando  falsa: "Non ho provato nulla, prof".

In biblioteca nessun diritto

Diversamente dalla scuola, in biblioteca leggere non  obbligatorio; anzi, qualche volta si direbbe che non  neanche necessario. Infatti in biblioteca si fanno tante altre cose: si depositano le borse, si compilano moduli, si fa la fila per le fotocopie o per un posto a sedere, si aspetta, si chiacchiera, si conosce gente, si consultano cataloghi.
Ma questo che sembrerebbe un discorso di mera efficienza di servizio in realt ha cause e implicazioni di tipo politico e culturale. Intanto perch i servizi sono efficienti se vengono adeguatamente finanziati e ragionevolmente organizzati, il che vuol dire anche con una giusta dose di fantasia. E poi perch la biblioteca pubblica, nel suo funzionamento e nel suo impianto concettuale, ereditato dalla tradizione della public library, soffre i limiti di una democrazia formale e di un falso egualitarismo per cui tutti i libri e tutti i lettori sono eguali. Invece ogni libro e ogni lettore  diverso dall'altro e la biblioteca  un (eco)sistema complesso. La rigidit gerarchica del meccanismo di catalogazione usato nella maggior parte delle biblioteche italiane (la CDD), che spesso corrisponde anche all'ordine di collocazione dei libri sugli scaffali e rappresenta quindi anche il "filtro" attraverso cui il lettore cerca e trova i libri, frammenta il sapere attraverso una serie di ramificazioni successive in una quantit infinita di classi e sottoclassi non comunicanti tra loro se non attraverso il meccanismo di risalita ad albero. Restano cos sacrificati i legami paralleli, trasversali, gli intrecci tra discipline diverse, le angolazioni periferiche e non-dominanti nella scelta di catalogazione di un libro.
In biblioteca i diritti del lettore pi calpestati sono quelli pi elementari (per cos dire) e pi elevati. I diritti di accesso e gli stessi diritti di lettura sono oggetto di una serie di vincoli non sempre e non tutti giustificati da obiettive esigenze di tutela (del patrimonio librario e dei diritti degli altri lettori). I limiti alla quantit di libri da prendere in prestito o in consultazione, stabiliti in modo burocratico, sono spesso un ostacolo non da poco alla lettura e alla ricerca. Stesso discorso vale per i servizi di fotocopiatura, quando non funzionano o richiedono tempi di attesa eccessivi; per le trafile necessarie all'iscrizione (che spesso prevedono l'esclusione dei non residenti); per il "ticket" sulla pubblica lettura che in molte biblioteche lombarde sta mettendo in soffitta il principio di gratuit stabilito dall'Unesco.
In generale, comunque, l'insufficiente articolazione del servizio bibliotecario per diversi generi di utenza, e soprattutto per diversa tipologia di servizio,  alle origini di un complessivo scadimento di qualit. La persona che si rivolge alla biblioteca pubblica per prendere in prestito due romanzi da leggersi a casa, quella che ha bisogno di molti libri da consultare in loco per svolgere una ricerca, quella che la frequenta per dare un'occhiata ai giornali, quella che si interessa ai supporti audio o video delle informazioni, rappresentano tipologie diverse e tutte pi che legittime di utilizzo della biblioteca. La biblioteca dovrebbe attrezzare diverse strategie di risposta a queste domande e diverse regole di utilizzo del servizio.
Ma i diritti negati in biblioteca sono anche quelli pi complessi, e non  affatto una scusante addurre i bassi standard generali di servizio. In biblioteca il lettore dovrebbe trovare servizi adeguati alle potenzialit che i raggiungimenti delle discipline e delle tecnologie di ricerca dell'informazione oggi consentono. Banche dati, repertori, collegamenti telematici, prestiti e scambi con altre biblioteche, informazione personalizzata via posta o modem, sono tutti strumenti che la biblioteca dovrebbe mettere a disposizione dei suoi utenti pi esigenti (e, questi s, magari a pagamento). Ma in Italia ben poche sono le biblioteche, non dico in grado di erogare questi servizi, ma che si stiano predisponendo a farlo in futuro.

Lettori su la testa!

Forme di autorganizzazione e di cooperazione tra lettori possono dunque essere utili e auspicabili non solo per la soluzione di singoli problemi e di piccole vessazioni, ma per portare alla luce il pi generale diritto alla lettura e l'esistenza di persone che credono che questo sia uno dei terreni di battaglia culturale nel presente e nell'immediato futuro. Insomma per dare visibilit alla lettura e ai suoi problemi. Nel fare questo per occorre anche tutta la cautela necessaria ad evitare le strade di "sindacalizzazione" dei lettori, di tutela rivendicativa, di un collettivismo che ancora una volta dimentichi la dimensione individuale e privata della lettura ( da questa, infatti, che nasce la sua particolarissima socialit). Se occorre dare visibilit alla lettura  anche per esibirne (senza violarlo) questo suo lato segreto, questa sua natura di "vizio impunito" e solitario per cui  giusto continuare a reclamare solitudine e impunit.
Ben vengano dunque le prime forme di organizzazione dei lettori (il gruppo milanese dei Biblitopi, che raccoglie gli utenti della Sormani; l'associazione culturale Ipsilon di Cologno Monzese, che si batte "per l'ecologia della cultura di massa"; i "gruppi di lettura" esistenti in qualche biblioteca lombarda; l'iniziativa del club di Milano de L'Altritalia, che stampa un giornaletto, "Palle firmate", per difendersi "dalle grandi palle raccontate dalle grandi firme della stampa nazionale";  ecc.). In generale occorre per osservare con rammarico che la rigogliosa crescita di organismi della societ civile ha spesso ignorato il terreno della lettura pubblica e privata. E invece i tempi sono maturi per riproporre e ripensare passate esperienze storiche come le societ dei lettori dell'Inghilterra dell'Ottocento, i club di lettura e le socits de pense della Francia (pre)rivoluzionaria e altre consimili [34 Notizie in: R. CHARTIER, Letture e lettori nella Francia di Antico Regime, Torino, Einaudi, 1988; IDEM, Le origini culturali della rivoluzione francese, Bari, Laterza, 1991; R.D. ALTICK, La democrazia fra le pagine, Bologna, Il Mulino, 1990.]. Il grande fermento sociale che attravers quei paesi e quelle epoche port a un fenomeno di desacralizzazione e di grande sviluppo della lettura. Nei cabinets di lettura (che fiorirono in Francia dal 1770 in avanti) i cittadini trovavano non solo libri, gazzette e fogli di propaganda, ma altri lettori pronti a scambiare informazioni e opinioni. Oggi quest'esempio potrebbe essere riproposto in termini rovesciati:  la crisi della lettura e sono le sofferenze dei lettori a pungolare una societ apatica. Nel grande freddo i lettori covano sotto la cenere.
Come ai tempi delle origini del processo di alfabetizzazione di massa, anche se in forme molto diverse, oggi siamo in presenza di una mutazione culturale e sono messe in discussione le forme di autoconsapevolezza e di identit del "popolo dei lettori". Addirittura potrebbe essere il caso di fare un ulteriore passo "indietro" e di riscoprire la lettura collettiva e di gruppo cos diffusa agli albori dell'epoca del libro a stampa [35 Cfr. M. RAK, La societ letteraria, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 16 e segg.], e che rappresent allora un importante veicolo di diffusione della cultura scritta nonostante l'analfabetismo dominante. La novit  che ora, per, questa lettura di gruppo viene dopo quella individuale e dunque la presuppone;  libera da ogni dimensione autoritaria; amplifica e mette in circolo i piaceri e i guadagni delle letture singole e private, che tali devono restare. I "gruppi di lettura" in cui in modo molto libero ciascun individuo offre agli altri assaggi di sue letture, propone libri alla discussione, chiede consigli, scambia esperienze e delusioni di lettura, possono rappresentare proprio una forma di crescita del piacere di leggere e della autoconsapevolezza e autorganizzazione dei lettori.
Azioni dimostrative in luoghi pubblici possono contribuire a sottolineare l'emergenza del problema. Dove tutto  fatto e pensato a dismisura dei lettori perch non apporre un bel cartello "Vietato leggere"? Avrebbe il merito di dire a chiare lettere quello che  segretamente invocato. E perch non pensare anche a gruppi di "provocazione alla lettura" con interventi esemplificativi capaci di proporre quella che una volta si chiamava la pratica dell'obiettivo: sinfonie di lettura in autobus, forme di disobbedienza civile nei confronti della burocrazia bibliotecaria, posta dei lettori con consigli e sconsigli nelle biblioteche pubbliche; incontri di lettura con assaggi di testi nelle case, nelle mense, nelle istituzioni concentrazionarie, ecc.
L'appello al lettore e alla sua coscienza critica va comunque al di l delle forme di organizzazione collettiva. Il lettore, pur isolato,  un congiurato in pectore; il suo rifiuto di accettare le regole del gioco, anche se pronunciato in foro interno,  priva la macchina culturale della sua principale arma di legittimazione. Il re  nudo di fronte al lettore che impugna il libro.

Dove leggere

Mancano luoghi dove si possa leggere (che non possono essere ridotti alle sole biblioteche, spesso sovraffollate e in cui comunque  a volte vietato leggere libri propri). In libreria non si pu leggere, nei bar non si pu leggere, i centri sociali e civici sono pensati per tutte le attivit possibili e immaginabili meno che per la lettura. Anche in casa propria spazi ridotti e problemi di rumore o di convivenza possono ostacolare la lettura. I mezzi di trasporto sono rimasti forse i luoghi dove la gente legge di pi; ma se escludiamo il treno, paradiso dei lettori, raramente i mezzi di trasporto offrono, per affollamento, scomodit, frastuono, delle condizioni adatte. Il metr, che Perec [36 G. PEREC, Scrivere e leggere, "Linea d'ombra", (1987), 20, pp. 44-49.] indica come il luogo della lettura per eccellenza, pu rendere difficile, anche in condizioni ottimali, che del resto non si verificano quasi mai, la lettura, per via della successione rapida delle fermate, per l'implicito pendolarismo del mezzo che ha fatto a tal punto corpo con le quotidiane migrazioni urbane da assumere su di s il degrado e la fatica che le accompagnano. Nota Jean Robert che nei nuovi e moderni mezzi di trasporto (ad esempio le francesi RER, linee espresse regionali)  ancora pi difficile leggere che nel vecchio metr [37 J. ROBERT, Tempo rubato, Como, Red Edizioni, 1992, p. 99.]. E quanto agli ingorghi automobilistici essi sembrano calcolati in modo tale da richiedere un avanzamento di qualche metro proprio nel momento in cui uno china la testa sul giornale a fianco.

Elogio della lentezza

Il problema maggiore dei lettori rimane comunque quello di ricavare nella propria giornata e nella propria vita delle quote temporali, sufficientemente estese e distese, da dedicare alla lettura. In una societ che con una mano "libera" il tempo e con l'altra lo sottrae, questo diviene risorsa scarsa. Il paradosso temporale in cui siamo immersi (e su cui naturalmente qualcuno ingrassa)  che chi ha tempo non sa che farsene, chi lo saprebbe non ha tempo... Il cosiddetto tempo libero diviene una zona temporale dominata dal frenetico attivismo del consumo oppure una landa di tempo vuoto, morto, in cui nemmeno la lettura riesce pi ad accendere qualche residuo bagliore.
La lettura chiede tempo e ristruttura la divisione sociale del tempo. Essa viene bollata come oziosa e inconcludente se si rifiuta di trasformarsi in attivit produttiva (come vogliono per esempio i corsi di lettura veloce) o di farsi docilmente inserire nei ritagli di tempo, nelle pause lavorative (le letture sui mezzi di trasporto, durante le vacanze, le malattie).
Nella battaglia per la riappropriazione di quote temporali crescenti, il tempo per la lettura deve essere reso visibile. Il "piano-regolatore" degli orari, le vertenze-tempo, devono essere esplicitamente finalizzate alla dislocazione di nuove fasce temporali per la lettura.
Una delle particolarit pi interessanti della lettura, uno degli aspetti della sua grande ricchezza,  data dalla possibilit di sostituire il tempo esterno con uno interno. La lettura sospende la temporalit dominante e i suoi ritmi coattivi e accelerati, il tempo omogeneo e vuoto della produzione; li sostituisce con una temporalit interna, dettata dal particolare incontro tra quel lettore e quel testo. La lettura realizza cos un singolare elogio della lentezza; si tratta infatti di una lentezza capace di correre alla velocit del pensiero. Questa nuova curvatura dello spazio-tempo va difesa contro le ricorrenti sanzioni dei pianificatori di tempo, degli uomini-planning, degli "schedulatori" crono-manageriali del mondo. Le accuse di devianza, di onirismo, di onanismo, di fuga dal mondo, ecc., sono pronte dietro l'angolo. Non si pu rispondere che con la rivendicazione: il vizio della lettura  padre di tutti gli ozi.

Siamo tutti evasori

L'accusa di "evasione" rivolta alla lettura va dunque rimandata al mittente. L'evasione dal mondo-prigione  il primo tratto di radicalit e di alterit della pratica di lettura. Contro l'invasione costante e sprezzante delle nostre vite, l'evasione  il minimo che possiamo fare. Ci a cui dobbiamo ribellarci  la pretesa dell'industria culturale di farci sognare i suoi stessi sogni (Pessoa) [38 F. PESSOA, Una sola moltitudine, Milano, Adelphi, 1979, p. 68.]. Sar la lettura a trovare i "suoi" tempi e i "suoi" luoghi di intersezione con la realt e con la storia: non mancher di farlo. L'alterit della lettura, il suo impegno (che  cosa diversa dall'engagement, dallo spirito di missione, dalla coazione proselitistica) hanno una particolare misura, hanno tempi autodecisi, hanno latenze e ricorrenze che vanno rispettate. Se tutti avessero letto Tolstoj ("di nuovo la guerra... Ma come possono le persone istruite predicare la guerra, contribuire ad essa, prendervi parte...?") [39 L. TOLSTOJ, Perch la gente si droga e altri saggi, Milano, Mondadori, 1988], la Guerra del Golfo probabilmente non ci sarebbe stata: ma questa non , purtroppo, un'arma contro la guerra,  solo la constatazione dell'immenso analfabetismo dell'umanit, e in primo luogo della sua parte pi "alfabetizzata", "civile".

E'pronto in tavola nel bel mezzo di Madame Bovary

Il lettore ha da difendersi anche dai suoi simili; che lo interrompono mentre legge; che tengono lo stereo alto e la tele accesa; che gli propongono a raffica altre e diverse letture; che giudicano le sue; che vogliono un giudizio su quello che ha letto; che pretendono spesso che si possa leggere in un solo modo, quello che usano loro. Lasciar leggere in pace  il primo comandamento per poter essere lasciato in pace a leggere, oltre che una elementare norma di pacifica convivenza. La lettura  un atto anarchico e non tollera intimazioni (e intimidazioni) neanche per quanto attiene alla scelta dei modi, dei tempi, dei ritmi. C' chi deglutisce un libro senza perdere una sillaba, chi va a salti, chi abbandona e ricomincia, chi legge all'incontrario. Chi pratica (ed  spesso costretto a ci dall'alluvione libraria da cui cos si difende) la lettura come "assaggio". Si  liberi (ma ogni scelta configura diversi esiti e possibilit).
La convivenza tra accaniti lettori, contro tutte le aspettative, non  sempre delle pi facili. I lettori travolti dalla passione rischiano di cadere nel proselitismo: "Tu devi assolutamente leggere questo libro! E'meraviglioso!". Oppure straripano: ogni due pagine ne vogliono leggere una al partner. Tra lettori si instaurano poi curiosi meccanismi di emulazione, sorde idiosincrasie, piccole rivalse. "L'hai letto? Ah, non l'hai letto. Credevo che l'avessi letto". "Leggi quello? Leggi ancora quello?". Se squilla il telefono e due teste che leggono si sollevano dal libro in attesa che una ceda e stacchi (la cornetta e la lettura), si pu stare certi che il perdente rubricher con precisione l'interruzione nella sua lista crediti.
E poi c' la questione oraria, il calendario organizzativo della vita quotidiana. Nessun lettore accetter mai senza proteste il fatto che proprio mentre sulla spiaggia hanno ritrovato il corpo di Steerforth, qualcuno avverta che  pronta la pastasciutta; e in ci  contenuta un'imperdonabile mancanza di rispetto verso chi ha cucinato la pastasciutta. Ma il lettore, in totale spregio alla sua natura di sincero democratico(a), penser sempre in cuor suo che l'imperdonabile mancanza di rispetto  opera di chi ha scodellato la pastasciutta proprio nel momento in cui Robinson ha scoperto quelle orme sulla sabbia. Se avete dei lettori e della lettura un'idea angelicata e idilliaca; se pensate che essi siano incapaci di far male a una mosca, ebbene, sbagliate. Lasciate che la mosca si posi sul libro che stanno leggendo ed essi sono capaci di stecchirla con una sola occhiata.
La possessione della lettura  pari alla sua possessivit. Non sar affatto generoso, il lettore, verso chi tocca, disordina (espressione che indica l'avvicinamento di mano umana altrui alla copertina dell'amato bene), e addirittura chiede in prestito un libro. Gi Barthes, e prima ancora Auden, rilevavano come si faccia fatica, non dico a prestare, ma semplicemente a consigliare e citare un libro amato [40 R. BARTHES e A. COMPAGNON, Lettura, in Enciclopedia, Torino, Einaudi, 1977-1984, vol. 8, p. 190; W.H. AUDEN, Leggere, "Linea d'ombra", (1989), 11, pp. 35-38.]: una pubblicit che rischia di corrompere privatezza, esclusivismo e segretezza del rapporto tra il lettore e il "suo" libro.
Pu forse stupire che tra i diritti del lettore possano venir compresi anche quelli che rischiano di capovolgersi in sottili prevaricazioni altrui. Infatti, alcuni non sono pi probabilmente classificabili come diritti. La asocialit tendenziale di certi comportamenti fa a pugni con le caratteristiche di salvaguardia del bene comune che sembrerebbero implicite in ogni nozione di diritto. E anche sotto il profilo etico le cose non stanno diversamente. La propriet privata del testo non  moralmente molto pi legittima se impugnata dal lettore piuttosto che dall'autore (anche se forse  meno nociva). Ma questo libretto prende le parti del lettore per finalit ecologiche e affinit elettive; non  un manuale garantista,  una chiamata di correo.

Leggere il libro che non c'

Non si leggono solo i libri esistenti, ma tutti quelli possibili e perfino quelli impossibili. Attraverso i vari libri che legge, ogni lettore legge  il suo libro (o legge se stesso, come dice Proust). Questo libro che non verr mai scritto, non rappresenta, a differenza delle opere meritevoli che rimangono chiuse nel cassetto per mancanza di editori, una perdita per il lettore. Infatti il libro del lettore, il libro che non c', alimenta la voglia e la ricerca di nuove letture. Non leggeremmo un libro se non ne sognassimo un altro, se questo libro non ce ne facesse immaginare un altro, desiderare un altro. La lettura non  mai soddisfatta.
Molti scrittori hanno detto di esserlo diventati perch non trovavano, gi scritte, le storie che volevano leggere. Molti lettori lo diventano perch non vogliono scrivere le storie che possono leggere. Scrittura e lettura si guardano negli occhi: "non si liberer l'una senza liberare anche l'altra" (Barthes) [41 R. BARTHES, Il brusio della lingua, Torino, Einaudi, 1988, p. 35.].

Leggere: un atto politico.

Non potremo mai cambiare la realt se non (la) sappiamo leggere.
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