Titolo: Il Ciclpe
Autore: Eurpide
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1931
Codice ISBN: Non esistente
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI

Il Ciclpe
di Eurpide
traduzione di Ettore Romagnoli

PERSONAGGI:

Silno
ULISSE
Ciclpe
CORO di Satiri


Silno:
   Passo un mondo di guai, Bacco, per te,
   e n'ho passati ai miei verdi anni. Prima,
   quando Giunone il senno ti rap,
   e tu lasciasti le montane Ninfe
   nutrici tue. Poi, nella cruda mischia
   contro i Giganti. Alla tua destra, piede
   contro piede, io pugnavo; e con la lancia
   forai lo scudo a Enclado, e l'uccisi.
   (Interrompendosi, fra s)
   Un momento. L'avrei forse sognato?
   No, che, perdio, mostrai le spoglie a Bacco!
   (Ripigliando come sopra)
   E adesso n'ho passata una di peggio.
   Quando Giunone ai danni tuoi la razza
   dei tirreni pirati scaten,
   per farti in lungo e in largo errar pel mondo,
   io che lo seppi, m'imbarcai coi satiri
   miei figli, a rintracciarti. Io sulla poppa,
   governando il timone, e i miei figliuoli
   sedendo ai remi, e biancheggiar facendo
   coi tonfi il glauco mar, ti si cercava.
   Or, quando eravam gi presso al Mala,
   gonfi le vele un vento di levante,
   e ci gitt su questa rupe etna,
   dove in antri deserti hanno dimora
   i Ciclopi monocoli, omicidi,
   figli del Dio del pelago. E noi, presi
   da un di questi, gli facciamo in casa
   da servitori. E ha nome Polifemo.
   E cos, scambio dei tripudi bacchici,
   custodiamo le greggi del Ciclpe.
   I figli miei, che son ragazzi, guidano
   le bestie giovinette in vetta ai colli,
   ed io sto in casa, a riempir le secchie
   e spazzare le stalle a questo infame
   Ciclpe, ghiotto di nefandi pasti.
   Dunque, eseguiamo gli ordini: spazziamo
   col rastrello, e rendiam nette le stalle
   per accoglier le greggi ed il Ciclpe.
   Ma vedo i figli miei che riconducono
   di gi le greggi. Oh che succede? Sento
   strepito di trescone. Oh che pensate
   d'essere ai tempi che fra sciali ed orge
   andavate con Bacco alla dimora
   d'Alta, ballando al suono delle ctere?
(I satirelli invadono l'orchestra, cacciandosi avanti la greggia,
con movimenti appena disciplinati da una danza vivacissima)
CORO (Una voce):                       Strofe
   Dove ti sbandi, o figlio
   di balde madri e validi
   padri, su per le rupi?
   Non  qui rezzo mite,
   non sono erbe fiorite?
   Vicino agli antri cupi
   dove belan gli agnelli,
    l'acqua tolta ai gorghi dei ruscelli.
Un'altra voce:
   Presto, su, tu qui, tu l, sopra le zolle
   del rugiadoso colle!
Un'altra voce:
   Oh, tra poco ti lancio un sasso!
Un'altra voce:
   Oh tu, montone, allunga, allunga il passo,
   torna al vecchio che queste
   rocce guarda al Ciclpe, al pecoraro agreste.
La prima voce:                         Antistrofe
   Offri le mamme turgide,
   accogli i tuoi lattonzoli!
   Li lasci, e il lungo giorno
   giacciono addormentati
   nell'antro. Or coi belati
   bramano il tuo ritorno.
   Lascia il pascolo e l'erba,
   entra nella rocciosa etna caverna!
Un'altra voce:
   Presto su! Tu qui, tu l, sopra le zolle
   del rugiadoso colle!
Un'altra voce:
   Oh, tra poco ti lancio un sasso!
Un'altra voce:
   Oh, tu, montone, allunga, allunga il passo,
   torna al vecchio che queste
   rocce guarda al Ciclpe, al pecoraro agreste.
(Tutti i satiri sono oramai radunati sulla scena. Il movimento
di danza diviene sempre pi stretto)
CORIFEO:                               Epodo
   Non  qui Bromio, non qui le danze,
   non le tirsgere
   Bacche, o dei timpani l'alto frastuono
   presso cadenti sorgive linfe,
   n stilla gocce d'ambra la vite,
   n tra le Ninfe
   in Nisa l'inno bacchico intono
   per Afrodite,
   su la cui traccia spingeami a volo
   con le Baccanti dal bianco pie'.
   Oh caro Bacco, dove, o diletto, vagando solo,
   scuoti le anella del biondo crine?
   Io, tuo ministro, servo il moncolo
   Ciclpe, ed erro, cinto di misere
   vesti caprine,
   lungi da te!
Silno:
   Zitti, figliuoli. Ed imponete ai servi
   di radunar le greggi entro lo speco.
CORIFEO (Ai servi di scena):
   Andate. Ma che fretta hai dunque, o babbo?
Silno:
   Vedo una nave greca sulla spiaggia,
   e i rematori e il loro capo, muovono
   verso quest'antro, e portano sul capo
   brocche per l'acqua ed altri vasi vuoti.
   Vengono a far provviste. Ah, disgraziati!
   Chi mai saranno? Non lo sanno che
   razza d'uomo  il padrone Polifemo,
   che vengono a quest'antro inospitale,
   a finir sotto i denti del Ciclpe?
   Ma zitti, via. Sentiamo un po' di dove
   giunsero a questa etna sicula rupe.
ULISSE (Vestito da navigatore, seguito da uno stuolo di compagni):
   Indicar ci sapreste, amici, dove
   scorra l'acqua d'un fiume, onde s'attinga
   refrigerio alla sete, e se alcun vuole
   vendere provvigioni ai navicchieri?
   (Movimento di sorpresa)
   Ma che? Di Bromio alla citt, mi sembra,
   ci gittr l'onde! Tanta schiera io veggo,
   presso all'antro, di satiri. - Salute
   al pi vecchio di voi, per prima, io dico.
Silno:
   Salve! Chi sei? Di qual paese? Parla.
ULISSE:
   Il re dei Cefallni, Ulisse d'taca.
Silno:
   La progenie di Ssifo? Quel bindolo?
ULISSE:
   Io son quel desso; e tu non oltraggiarmi.
Silno:
   E di dove giungesti alla Sicilia?
ULISSE:
   Da Troia giungo, e dall'iliache gesta.
Silno:
   E non potevi andar diritto a casa?
ULISSE:
   Ventosi nembi a forza qui mi spinsero.
Silno:
   Come  toccata a me. Poveri noi!
ULISSE:
   Qui trascinato a forza anche tu fosti?
Silno:
   Mentre inseguia di Bromio i rapitori.
ULISSE:
   Qual terra  questa, e chi dimora in essa?
Silno:
    di Sicilia il clivo eccelso, l'Etna.
ULISSE:
   Mura io non veggo, o cittadine torri!
Silno:
   Non ce n'. Qui, foresto, uomo non vive.
ULISSE:
   E chi occupa il suol? Dei bruti, forse?
Silno:
   I Ciclpi, in caverne e non in case.
ULISSE:
   A chi soggetti? Oppur sovrano  il popolo?
Silno:
   Nomadi. Niuno a niuno in nulla impera.
ULISSE:
   E coltivan la spiga? O di che vivono?
Silno:
   Di latte e cacio, e di caprine carni.
ULISSE:
   Hanno il succo dell'uva, il licor bacchico?
Silno:
   Punto! E per non danze ha la contrada.
ULISSE:
   Sono ospitali e pii con gli stranieri?
Silno:
   Dicon che la lor ciccia  gustosissima.
ULISSE:
   Che sento! Ghiotti son d'umana carne?
Silno:
   Nessuno arriva qui che non l'accoppino.
ULISSE:
   E il Ciclpe dov'? Dentro lo speco?
Silno:
   Lungi, pel monte, coi suoi cani, a caccia.
ULISSE:
   Sai, per mandarci via, che devi fare?
Silno:
   Non lo so. Ma per te siam pronti a tutto.
ULISSE:
   Vendine cibo, ch ne siamo a corto.
Silno:
   Gi te l'ho detto: altro non c' che carne.
ULISSE:
   Buon rimedio alla fame anche la carne.
Silno:
   E cacio sodo e latte di giovenca.
ULISSE:
   Portate fuori, io compero alla luce.
Silno:
   E tu, mi sborserai quattrini? Quanti?
ULISSE:
   Non quattrini: il licor meco ho di Bacco.
Silno:
   Dolci parole! Non se n'ha da un secolo!
ULISSE:
   Marone me lo die', figlio del Nume.
Silno:
   Quello che crebbi un d fra le mie braccia?
ULISSE:
   Di Bacco il figlio, se la vuoi pi chiara.
Silno:
    nelle navi, o tu con te lo rechi?
ULISSE:
   Lo contiene quest'otre. Eccolo, guarda.
Silno:
   Di questo non ne fo neppure un sorso.
ULISSE:
   Come lo mesci, si riempie a doppio.
Silno:
   Ah, gusto mio! Bella fontana, dici.
ULISSE:
   Ne vuoi prima gustare un sorso pretto?
Silno:
   S, l'assaggio  il richiamo della compera.
ULISSE:
   Ho portato con l'otre anche il bicchiere.
Silno:
   Ingozzamene, via, ch lo ricordi.
ULISSE:
   Toh!
(Si accinge a versargli in gola il vino)
Silno:
   Cospettone, ha proprio un bell'odore!
ULISSE:
   Che, lo vedi, l'odore?
Silno:
   Eh, no, lo fiuto.
ULISSE:
   Non per intesa, hai da lodarlo! Gustane.
(Gli versa vino nella gola)
Silno:
   Bene mio! Bacco gi m'invita a danza!
   Uh, uh, uh!
(Ballonzola)
ULISSE:
   T'ha infilato per bene il gorgozzule?
Silno:
   Lo credo! M' arrivato in punta all'unghie!
ULISSE:
   Dunque, portate il cacio ed i capretti.
Silno:
   Certo. E m'infischio tanto dei padroni!
   Ci farei patto di scaraventarmi
   gi da una roccia a picco, se potessi
   bevere un buon bicchiere, ubbriacarmi,
   schiacciare un sonnellino, e dare in cambio
   le vettovaglie di tutti i Ciclpi.
   Chi non ha gusto a bere,  un grullo. Bere!
   E rizzar questo, e brancicar poppine,
   e palpeggiare pratellini rasi
   a contropelo, e ballare, e scordarsi
   dei mali. Ed io non ho da comprar questo
   licor, mandando al diavolo quell'asino
   di Ciclpe, e quell'occhio a mezza fronte?
(Entra nella caverna)
CORIFEO:
   Ulisse, di', si fanno quattro chiacchiere?
ULISSE:
   Vi rivolgete amici ad un amico.
CORIFEO:
   Prendeste Troia? Aveste Elena in pugno?
ULISSE:
   E sterminammo i Priamdi tutti.
CORIFEO:
   E si capisce, presa la ragazza,
   tutti l'avrete cavalcata, a turno:
   aver mariti a iosa  il gusto suo!
UN ALTRO SATIRO:
   La traditrice! Che a vedere un uomo
   con le brache a fiorami ed un collare
   di princisbecche al collo, rest cotta,
   e piant quel tesoro d'un ometto
   di Menelo!
UN ALTRO SATIRO:
   Non fossero mai nate
   femmine al mondo!
UN ALTRO SATIRO:
   Meno che per me!
(Dalla caverna esce Silno, carico di vettovaglie)
Silno:
   Eccoti, o Sire Ulisse, questi capi
   di greggi, figli di belanti agnelli,
   e cacio sodo senza economia.
   Portateveli, andatevene sbito
   sbito via dall'antro, e in cambio datemi
   l'evio succo del grappolo... Ahim!
   Viene il Ciclpe! E adesso che si fa?
(S'ode dal di dentro canticchiare una voce roca e stonata,
e il calpesto d'un passo pesantissimo)
ULISSE:
   Siamo perduti! Ove fuggire, o vecchio?
Silno:
   Dentro lo speco! L c' da nascondersi.
ULISSE:
   Che brutto affare! Entrar dentro la rete!
Silno:
   Brutto! Macch! C' tanti nascondigli!
ULISSE (Sta per entrare, si ripiglia):
   Ebbene, no! Ch d'onta macchierei
   l'iliaca gesta, se un sol uom fuggissi,
   io che sovente col mio scudo feci
   fronte dei Frigi all'infinite schiere.
   No! Se d'uopo  morir, morr da prode,
   o vivo serber l'antica fama.
Ciclpe (Urlando):
   State su! Largo! Che avviene! Che 
   questa baldoria, questo baccanale?
   Qui non  aria n per Bacco, n
   pei crotali di bronzo, n pei timpani!
   (Un po' raddolcito)
   Come mi stanno gli agnelletti nati
   di fresco? Sono alla mammella? Corrono
   sotto i fianchi alle madri? Sono pieni
   di cacio fresco, i corbelli di giunco?
   Non rispondete? Dite, via! Qualcuno
   dovr toccarne e lagrimare, presto
   presto! Guardate in su, e non in gi!
CORO (I satiri alzano tutti il viso al cielo):
   Ecco: la faccia abbiam rivolta proprio
   al cielo, e gli astri ed Orone io miro.
Ciclpe:
   Il pranzo  preparato in piena regola?
CORIFEO:
    pronto. Manca sol chi se lo pappi.
Ciclpe:
   E le mezzine son piene di latte?
CORIFEO:
   Da berne, se n'hai voglia, un tino intero.
Ciclpe:
   Di pecora, di vacca, o mescolato?
CORIFEO:
   Quel che vuoi: sol che non ingozzi me.
Ciclpe:
   Punto! Ch, sgambettandomi nel ventre,
   m'ammazzereste con i vostri balli.
   (S'accorge d'Ulisse)
   Ehi! Che gente  cost, presso la stalla?
   Son dei pirati forse? Dei ladroni?
   Oh guarda! Agnelli della mia caverna
   avvincigliati con i giunchi, e ceste
   di formaggio assortito. E quel pelato
   del vecchio, ha il viso gonfio per le busse!
Silno (Piagnucolando):
   Tapino me! La febbre ho, per le btte!
Ciclpe:
   Di chi? Chi mai t'ha scazzottato il viso?
Silno:
   Questi: perch, Ciclpe, non volevo
   che portassero via la roba tua!
Ciclpe:
   Sapean che Nume io son, figlio di Numi?
Silno:
   Glie l'ho detto, io; ma ho avuto un bell'oppormi!
   Pigliavano la roba, si mangiavano
   il cacio, e trascinavano gli agnelli.
   E disser che t'avrebbero legato
   con un collare di tre braccia, e a forza
   t'avrebbero falciate le budella
   di mezzo all'ombelico, e scorticata
   ben ben la groppa con la frusta, e poi,
   legatoti e gittatoti fra i banchi
   della nave, t'avrebbero venduto
   per girare la ruota o scalzar pietre!
Ciclpe:
   Davvero? E tu non corri ad affilare
   i coltellacci da scannare, e a fare
   un gran mucchio di legna, e dargli fuoco?
   Vo' sgozzarli alla spiccia, e riempirmene
   il buzzo. Parte me li pappo caldi
   caldi, levati appena dalla brace,
   senza aiuto di scalchi, e parte lessi
   nella caldaia, e spappolati. Giusto
   di selvaggina n'ho fin sopra agli occhi.
   Leoni e cervi n'ho mangiati troppi,
   e che non gusto carne umana,  un secolo!
Silno:
   Le novit, padrone, dopo il solito
   tran tran, dnno pi gusto. E forestieri,
   a casa tua, da un pezzo non ci cpitano.
ULISSE:
   Ciclpe, adesso ascolta i forestieri.
   Noi, per bisogno di comprar provviste,
   dalla nave appressammo alla tua grotta.
   E questo, in cambio d'un boccal di vino,
   ci ha venduti gli agnelli: ce li ha dati
   ed ha bevuto: d'amore e d'accordo,
   e tutto and senz'ombra di sopruso.
   Ma ora, clto a vender di soppiatto
   la roba tua, sbalestra a pi non posso.
Silno:
   Io? Ti pigli un malanno...
ULISSE:
   Se mentisco.
Silno:
   Per Nettuno, o Ciclpe, onde sei nato,
   pel gran Tritone, per Nero, per le
   Neridi, per Calipso, per i sacri
   flutti, e dei pesci per la stirpe tutta,
   ti giuro, o Ciclopuccio, o padroncino,
   bellezza rara, ch'io non ho venduto
   ai forestieri la tua roba. E s'io
   mentisco, pigli un accidente a queste
   birbe dei figli miei, ch'amo, che adoro.
CORO:
   A te ti pigli! Io t'ho veduto vendere
   la roba a quelli! E se mentisco, crepi
   il babbo mio! - Rispetta i forestieri.
Ciclpe:
   Voi dite il falso. Io credo a questo pi
   che a Radamanto, e dico ch' pi giusto
   di lui. Ma voglio interrogarli. Donde
   giungeste, o forestieri? Di che stirpe
   originati? In qual citt cresciuti?
ULISSE:
   Itaca  nostra patria. E dalla rocca
   d'Ilio espugnata, dai marini venti
   spinti, giungiam, Ciclpe, alla tua terra.
Ciclpe:
   Quelli che ad Ilio, allo Scamandro in riva,
   corsero dietro a quella peste d'Elena?
ULISSE:
   Quelli. E compiemmo una ben dura gesta.
Ciclpe:
   Vituperosa gesta! Navigare
   per una donna sino ai lidi frigi!
ULISSE:
   Dio lo volle! Non dar colpa ai mortali!
   Or ti preghiamo e franchi ti parliamo,
   del Dio del mare o generoso figlio:
   non voler, no, sgozzare ed empio pasto
   far dei tuoi denti uomini amici, giunti
   alla tua casa! Noi salvammo, o sire,
   nel cuor d'Ellade i temp di tuo padre.
    di Tnaro illeso il sacro porto,
   e di Mala gli eccelsi anfratti: salvi
   i Gerest recessi, e l'argentifero
   Sunio, diletto alla divina Atena.
   N condonammo i temulenti affronti
   ai Frigi. E sei di ci tu pur partecipe,
   tu che nel cuore d'Ellade hai dimora,
   sotto la rupe etna fuoco stillante.
   E se queste ragioni non ti valgono,
    legge fra i mortali, ai peregrini
   naufraghi offrir doni ospitali e vesti,
   non infilarli a madornali spiedi,
   ed empirtene il ventre e il gorgozzule.
   Gi vedov di Priamo la terra
   tanto la Grecia, e tanto sangue bevve
   d'eroi caduti sotto l'aste, ed orbe
   di figliuoli e di sposi e spose e madri
   rese, e padri canuti. Or, se i superstiti
   arrostisci, e ne fai truce banchetto,
   dove salvarsi pi? Ciclpe, ascoltami:
   della tua gola l'ingordigia frena,
   e meglio ch'empio essere pio ti piaccia;
   ch l'empiet frutt castigo a molti.
Silno (Al Ciclpe):
   Ascolta un mio consiglio. Della carne
   di costui, non lasciarne un solo briciolo;
   ch se ingolli la lingua, diverrai
   tutto lingua, o Ciclpe, e tutto spirito.
Ciclpe:
   Il dio di chi capisce, ometto mio,
   sono i quattrini: tutto quanto il resto
   sono fanfaronate e belle frasi.
   Tanti saluti ai promontor dove
   mio padre ha i temp: a che li tiri in ballo?
   Io, forestiere mio, non ho paura
   del fulmine di Giove; e non capisco
   perch mai Giove sia pi dio di me.
   Del resto, poi, non me ne importa nulla.
   E sai perch? Perch, quando l'amico
   di lass versa pioggia, io sto al riparo
   in questa grotta: e l, pappando qualche
   vitello arrosto, e qualche buon boccone
   di selvaggina, mi consolo il buzzo,
   a pancia all'aria; e poi ci bevo sopra
   una secchia di latte, e avvento peti,
   e coi miei tuoni tengo testa a Giove.
   Quando poi versa neve il tracio Borea,
   m'avvolgo in buone pelli, e attizzo il fuoco,
   e della neve me n'infischio tanto.
   E la terra, volere o non volere,
   produce l'erba, e ingrassa le mie greggi;
   ed io non le sacrifico a nessuno,
   tranne che a me, e a questo ventre, il primo
   degl'Immortali: e i Numi a becco asciutto!
   Ch bevere e mangiare alla giornata,
   questo  il dio della gente che capisce;
   e non stare a pigliarsela. E quei tali
   che scrissero le leggi, e complicarono
   la vita dei mortali, te li mando
   a quel paese. Io mai non lascer
   di far quel che mi gusta... e di papparti.
   E per non farmi criticare, voglio
   darti doni ospitali: il fuoco, e l'acqua,
   e la caldaia, che col suo bolllore
   ti terr caldo meglio d'un vestito.
   Ma entrate, via: ch stando intorno all'ara
   del dio dell'antro... m'ammanniate il pranzo!
ULISSE:
   Ai perigli di Troia, ahim, sfuggii,
   all'insidie del mare; ed or mi frango
   contro un animo duro, inospitale.
   O Palla, o Dea che Giove a padre avesti,
   or tu m'aiuta, ch a maggior pericolo
   di quello d'Ilio giunsi, e all'orlo estremo
   della rovina. E tu, Giove ospitale,
   che fra lucide stelle hai la dimora,
   qui volgi il guardo: ch se ci non miri,
   dio ti chiamano a torto, e dio son sei!
(Il Ciclpe, cacciandosi avanti brutalmente Ulisse
e i compagni, entra nella spelonca)
CORIFEO:                               Strofe
   Ciclpe, spalanca le fauci
   del tuo gorgozzule capace:
   ch gli ospiti allesso ed arrosto levar dalla brace
   puoi gi, sgretolarli, trinciarne,
   steso su velli morbidi, la carne.
TUTTO lL CORO:
   Non me n'offrire, non me n'offrire!
   Solo soletto impinza la sentina.
   Lungi da me quest'antro,
   lungi la carneficina,
   l'immondo rito che il Ciclpe celebra
   etno, che mangia tanto volentieri
   ciccia di forestieri.
CORIFEO:                               Antistrofe
   Crudele, sacrilego! I supplici
   foresti che giungono presso
   al tuo focolare, li accoppi, li accomodi allesso,
   ne rodi la carne coi sozzi tuoi denti,
   levata appena dai carboni ardenti!
TUTTO lL CORO:
   Non me n'offrire, non me n'offrire!
   Solo soletto impinza la sentina.
   Lungi da me quest'antro,
   lungi la carneficina,
   l'immondo rito che il Ciclpe celebra
   etno, che pappa tanto volentieri
   ciccia di forestieri.
ULISSE (Esce dalla caverna esterrefatto):
   Oh Giove, che dir! Visto ho nell'antro
   incredibili orrori, a fole simili,
   non ad opere umane!
CORIFEO:
   Ulisse, che
   cosa  successo? Alcun dei tuoi compagni
   s' pappato l'empissimo Ciclpe?
ULISSE:
   Due! Li ha sbirciati e li ha trascelti a peso:
   i due ch'eran pi grassi e pi pasciuti.
CORIFEO:
   Come tal danno, o miseri, patiste?
ULISSE:
   Come nella spelonca entrati fummo,
   prima gett sul focolare grossi
   ceppi d'eccelsa quercia, una catasta
   da portarla tre carri, e accese il fuoco,
   e ci mise a bollire una caldaia
   di bronzo; e accosto al fuoco, a farne un letto,
   stese frasche d'abete. E le giovenche
   poi munse, e riemp di bianco latte
   un secchio che tenea dieci boccali,
   ed una tazza d'ellera vi pose
   presso, larga tre braccia, e fonda quattro,
   e rami di verruca, a mo' di spiedi
   lisciati con la falce, e resi duri
   in cima sopra il fuoco, e scannatoie
   col morso della scure arrotondate.
   Poi, quando tutto pronto fu, l'atroce
   cuoco d'inferno, afferr due de' miei
   compagni, e li ammazz: questo nel cavo
   d'un bacile di bronzo; e quello, presolo
   per un calcagno, lo sbatte' sull'aspra
   sporgenza d'una rupe, e gli schizz
   fuori il cervello; e, fatto a brani il corpo
   con un ferro affilato, ne gitt
   parte a lessar nella caldaia, e parte
   ne mise ad arrostire. Io, sciagurato,
   versando pianto da queste pupille,
   stavo accanto al Ciclpe, e lo servivo:
   gli altri, senza pi sangue nelle vene,
   stavano rimpiattati come uccelli
   negli anfratti dell'antro. Or, poi che gonfio
   fu della carne dei compagni, e cadde
   rovescioni, emettendo un fiato greve,
   qualche Dio m'ispir: colma una coppa
   di vin maronio, glie l'offersi, e dissi:
   Figlio del Dio del mar, Ciclpe, vedi
   che divino licor dalle sue viti,
   bacchico refrigerio, Ellade t'offre!
   Ed egli, gonfio del nefando cibo,
   accetta, e trinca, e manda gi d'un sorso,
   e se ne loda, e volge a me la mano:
   Dopo un buon pranzo, ospite mio carissimo,
   tu m'offri un buon bicchiere! Ed io, veduto
   che ci pigliava gusto, glie ne mesco
   un'altra tazza: ben sapea che il vino
   gli avrebbe dato in testa, e glie l'avrei
   fatta presto scontare. E lui, si diede
   alle canzoni. Ed io glie ne mescevo
   una sull'altra; e bevi e bevi, andava
   in bollore. Ei berciava, e i miei compagni
   piangevano; e nell'antro era un rimbombo.
   Io zitto zitto sono uscito, e voglio
   me salvare, e insiem voi, se lo bramate.
   Ditemi, via, volete o non volete
   fuggir questo selvaggio, e nelle case
   viver di Bacco, insieme con le Naiadi?
   Il padre tuo, ch' l dentro, acconsente:
   ma troppo frollo, e al vino troppo ligio,
   come un uccello al vischio, se ne sta
   presso al bicchiere, e invan dibatte l'ale.
   Tu che giovine sei, slvati meco,
   e a Dniso torna, al vecchio amico
   tuo, che per nulla  simile al Ciclpe.
CORO:
   Oh, se potessi, amico mio, vedere
   tale giorno, e fuggir l'empio Ciclpe!
   Ch da gran tempo a becco asciutto questo
   doccione sta, n mai trova ricovero!
ULISSE:
   Odi or come io trarre vendetta penso
   dell'empia fiera, e a libert te rendere.
CORIFEO:
   Parla: ch dolce pi di lidia ctera
   per me sarebbe del Ciclpe il rantolo!
ULISSE:
   Reso allegro dal vino, ei vuol recarsi
   dai fratelli Ciclpi a far baldoria.
CORIFEO:
   Intendo: solo fra i querceti coltolo,
   vuoi scannarlo, o gittarlo in un burrone.
ULISSE:
   Punto! Servirmi dell'astuzia io penso.
CORIFEO:
   Quale? Da un pezzo so che tu sei fino.
ULISSE:
   Distorlo vo' da tal baldoria, e dirgli
   che ai Ciclpi non dia questo licore,
   ma lo beva da solo, e se la sciali.
   Quando poi dormir, vinto dal vino,
   ho visto dentro un ramo d'oleastro,
   che in vetta aguzzer con questa spada,
   e lo porr sul fuoco. E quando sia
   ben rosolato, toltolo rovente,
   lo pianter nel ciglio del Ciclpe,
   e gli sfar col fuoco la pupilla.
CORO:
   Evviva, evviva!
   Che gusto il tuo trovato! Io ne vo pazzo!
ULISSE:
   Poi, te, gli amici e il vecchio condurr
   al curvo scafo della nave nera,
   e a tutti remi fuggir di qui.
CORO:
   Impugnar non potrei pure io la fiaccola,
   come si fa nei sacrifizi, e immergergliela
   nell'occhio? Anch'io vo' esserci a finirlo.
ULISSE:
   Anzi, lo devi:  grande assai la fiaccola.
CORO:
   Solleverei di cento carri il carico,
   pure d'affumicar come un vespaio
   l'occhio al maledettissimo Ciclpe!
ULISSE:
   Dunque, silenzio. Or sai la trama. Quando
   comando, s'obbedisca a chi l'ord.
   Salvarmi solo non voglio io, non voglio
   lasciar dentro lo speco i miei compagni.
   Fuggir potrei, ch son dall'antro fuori;
   ma non giusto  lasciar gli amici miei,
   coi quali venni, e pormi in salvo solo.
(Entra nella caverna)
UN SATIRO:
   Su! Chi per primo, chi per secondo,
   l'elsa impugnando di quel tizzone,
   del ciglio fulgido spintolo al fondo,
   l'occhio al Ciclpe stritoler?
UN SECONDO SATIRO:
   Zitto! Sta zitto! Preso ha la cotta;
   e urlando, senza garbo n grazia,
   quell'arfasatto lascia la grotta.
   Che stonatore! Mai schianter!
CORIFEO:
   Su via, cantiamo qualche canzone,
   ammaestriamo quel bietolone:
   tanto fra poco non ci vedr!
CORO:
   Oh beato chi tripudia
   con l'umor dolce dei grappoli,
   dopo i fumi del banchetto,
   steso presso a un giovinetto,
   o su molle materasso
   con la bella si d spasso,
   e di mirra asperso i riccioli,
   canta: Chi dunque l'uscio m'aprir?
Ciclpe (Esce ubriaco, appoggiandosi a Silno e ad Ulisse)
   Tra la la l, son pien di vino,
   sono brillo pel festino:
   rimpinzata  la mia stiva,
   sino al ponte il vino arriva.
   Primavera! L'erba fresca
   fra i Ciclpi a gir m'adesca
   miei fratelli, a far baldoria.
   Oh forestiere, dammi l'otre qua!
CORO:
   Esce il giovine leggiadro
   fuor di casa: ah, l'occhio ladro!
   Noi si piace a chi ci piace.
   Per te pronta  gi la face,
   e una Ninfa ben formosa
   nella grotta rugiadosa;
   e di serti un color vario
   ben presto ai crini tuoi s'avvolger.
(Dalla grotta escono Ulisse, il Ciclpe e Silno.
I due ultimi sono briachi fradici)
ULISSE:
   Ciclpe, ascolta, ch'io son vecchio amico
   di questo Bacco ch'io t'ho dato a bere.
Ciclpe:
   Bacco! E che stima gode questo Bacco?
ULISSE:
   D'allegrar pi d'ogni altro i giorni agli uomini.
Ciclpe:
   Eh, difatti, lo rutto e vado in estasi!
ULISSE:
    tale il Dio: non fa male a nessuno.
Ciclpe:
   E un Dio si adatta a star chiuso in un otre?
ULISSE:
   Si trova bene ovunque lo si collochi.
Ciclpe:
   Dentro una pelle un Dio! Non c' decoro!
ULISSE:
   Che fa la pelle, se ti d sollazzo?
Ciclpe:
   L'otre l'ho in tasca, ma il licore l'amo.
ULISSE:
   Qui resta allor, Ciclpe, e bevi e sciala.
Ciclpe:
   Non debbo dunque offrirne ai miei fratelli?
ULISSE:
   Se l'avrai solo, avrai maggior prestigio.
Ciclpe:
   Ma se l'offro agli amici, acquisto merito.
ULISSE:
   Risse produce la baldoria, e pugni!
Ciclpe:
   Pur se brillo son io, guai chi mi tocca!
ULISSE:
   Rimanga in casa chi ha bevuto, grullo!
Ciclpe:
   Citrullo chi non trinca in compagnia!
ULISSE:
   Saggio chi resta, quand' brillo, in casa!
Ciclpe (A Silno):
   Silno, che si fa? Si va? Si resta?
Silno:
   Restiamo. Oh a che ci servono altre bocche?
Ciclpe:
   E il tappeto c', qui, d'erbetta fresca!
ULISSE:
   E il calore del sole invita a bere.
Silno:
   Sdriati, e stendi sulla terra il fianco.
(Nasconde il boccale dietro al Ciclpe)
Ciclpe:
   Oh perch dietro me poni il boccale?
Silno:
   Perch qualcuno non lo rubi!
Ciclpe:
   Vuoi
   berlo tu di nascosto? In mezzo, mettilo!
   (Ad Ulisse)
   E tu, foresto, dimmi il nome tuo.
ULISSE:
   Nessuno. - E tu che grazia vuoi concedermi?
Ciclpe:
   Te dei compagni tuoi papper ultimo.
ULISSE:
   Bel regalo offri all'ospite, o Ciclpe!
Ciclpe (A Silno che beve):
   Che fai l, coso? Trinchi di nascosto?
Silno:
   No! Mi baciava lui perch son bello.
Ciclpe:
   Ami chi non ti vuol? Sono dolori!
Silno:
   Dolori, s, se dici che non m'ama.
Ciclpe:
   Andiamo, via, colma una tazza, e dammela.
Silno:
   Come si mischia? Aspetta, che ricordi.
Ciclpe:
   Tu m'assassini! Dammelo cos.
Silno:
   Non te lo mescer, perdio, se prima
   non t'ho veduta la corona in capo!
Ciclpe:
   Briccone d'un coppiere!
Silno:
   Oh che! Non sono
   briccone io: il vino  troppo buono!
   Ma se vuoi bere, prima hai da forbirti.
Ciclpe (Si forbisce goffamente):
   Ecco: forbiti son labbra e mustacchi.
Silno:
   Adesso appoggia con bel garbo il gomito,
   e dopo bevi come faccio io,
   e smetti come me.
(Beve d'un sorso)
Ciclpe:
   Ehi, ehi, che fai?
Silno:
   Ho fatto un sorso solo! Ah, che dolcezza!
Ciclpe (A Ulisse):
   Piglia, foresto, sii tu mio coppiere.
ULISSE:
   Amici son la vigna e questa mano.
Ciclpe:
   Mesci, via!
ULISSE:
   Mesco: basta che tu taccia.
Ciclpe:
   Tacer col vino in corpo?  troppo dura!
ULISSE:
   Toh, piglia, bevi, e non lasciarne gocciola:
   sopra il bicchiere s'ha da lasciar l'anima.
Ciclpe (Briaco fradicio):
   Bene mio! Fino, il frutto della vite!
ULISSE:
   Se tu sopra un buon pranzo ne tracanni
   senza risparmio, ch t'annaffi il ventre
   e ti disseti, ti concilia il sonno.
   Se ci vai fiacco, il vin ti d l'arsura.
Ciclpe:
   Evviva, evviva!
   Eccomi a riva! Oh pura volutt!
   Mi par che cielo e terra insiem confusi
   roteno; e di Giove il trono scorgo,
   e dei Celesti le beate schiere.
   Mi tentano le Grazie. E non vi voglio
   baciare!
   (Afferra Silno)
   Ho meco questo Ganimede
   bello pi delle Grazie; e mi soddisfano
   i ragazzetti meglio delle femmine.
Silno (Esterrefatto):
   Ganimede sono io, dunque, o Ciclpe?
Ciclpe:
   Perdio, certo! E t'involo a questo Drdano!
Silno (Reluttando invano al Ciclpe che lo trascina):
   Figliuoli miei, son fritto! Patir
   l'estremo oltraggio!
Ciclpe:
   Sdegni il tuo patito?
   Fai lo spocchioso perch son briaco?
Silno:
   Ahi! Mi torna in veleno, oggi, quel vino!
(Spariscono nella spelonca)
ULISSE:
   Su via, di Bacco generosi figli,
   dentro  colui. Vinto dal sonno, presto
   dal gozzo osceno erutter la carne.
   Nella caverna gi la face fumiga,
   e tutto  pronto: resta sol che s'arda
   la pupilla al Ciclpe. Uomo ora mstrati.
CORO:
   Di sasso il cuore, d'adamante avremo.
   Va' dentro, prima che mio padre soffra
   qualche nefandit. Noi siamo pronti.
ULISSE (Volto al cielo):
   O Signore dell'Etna, o Efsto, brucia
   la pupilla fulgente al tuo vicino
   empio, e una volta alfin da lui t'affranca.
   E tu, figliuol dell'atra Notte, o Sonno,
   profondo invadi l'odoso mostro,
   s che non cada, Ulisse e i suoi compagni,
   dopo l'iliache gloriose gesta,
   per man di tal ch'uomini e Numi spregia.
   O credere dovrem che il Caso  Dio,
   e che meno del caso i Numi valgono.
(Entra nella grotta)
CORO:
   Omai ghermir la tenaglia
   con solida stretta la strozza
   d'un tale che gli ospiti ingozza:
   le molle arderan la pupilla
   ch'or lucida brilla.
PRIMO SEMICORO:                        Strofe
   Fra i carboni ascosa aspetta,
   rosolata gi, la fiaccola,
   di querciolo immane vetta.
SECONDO SEMICORO:                      Antistrofe
   Fa', Marone, il tuo dovere,
   al Ciclpe cava l'occhio,
   ch in velen gli torni il bere.
TUTTO IL CORO:
   Ed io vo' rivedere il caro Bromio,
   sospiro del cuor mio, d'ellera adorno,
   e queste del Ciclpe solitudini
   abbandonare. Ah! Vedr mai tal giorno!
ULISSE (Esce dalla caverna):
   Tacete, o fiere, per gli Dei! Sbarrate
   il varco della bocca! Io non vi lascio
   spurgarvi, n ammiccar, n respirare,
   se prima il fuoco arso al Ciclpe l'occhio
   non abbia! Guai, se si ridesta il mostro!
CORO:
   Acqua in bocca! Siam muti come pesci!
ULISSE:
   Entrate dentro, dunque, ed alla fiaccola
   date di piglio:  arroventata a punto.
CORIFEO:
   Oh dunque, ordina tu, chi deve primo
   dar di piglio alla trave, e bruciar l'occhio
   del mostro, ed affrontar teco la sorte!
ALCUNI SATIRI:
   Noi siam troppo lontani dall'ingresso,
   per arrivar col trave alla pupilla!
ALTRI:
   Noi ci siamo azzoppiti, adesso adesso.
ALTRI:
   Toh! Come noi! C' preso, non so come,
   a furia di star ritti, il granchio ai piedi.
ULISSE:
   Il granchio a star diritti?
ALTRI:
   E abbiamo pieni
   gli occhi, non so, di polvere o di cenere.
ULISSE:
   Oh vile gente! Oh inutili alleati!
CORO:
   Perch uso riguardo al mio groppone
   e al filo della schiena, e non ho voglia
   di sputare i miei denti pei cazzotti,
   sar vile? So invece un canto magico,
   infallibil d'Orfeo, per cui la fiaccola,
   mossa di per se stessa, arder l'occhio
   al monocolo figlio della terra.
ULISSE:
   Da un pezzo ch'eri tal sapevo: adesso
   n'ho la prova. Dovr servirmi a forza
   dei miei compagni. Almen, poi che tu nulla
   per la man vali, almen dcci l'are,
   e con la voce i miei compagni incora.
CORIFEO:
   Che ci si perde? Siamo pronti. Basta
   dar l'are? Il Ciclpe  bello e cieco!
(Ulisse entra nella caverna)
SATIRI:
   Coraggio, sotto! Che s'indugia?
   L'occhio bruciate a quel selvaggio
   che gli ospiti trangugia!
   Affumicate, ohop!,
   ardete, ohop!,
   dell'Etna il pecoraio!
   Spingi, trapana, attento
   che scattando pel tormento
   non combini qualche guaio!
(Dalla caverna esce un urlo formidabile)
Ciclpe:
   Ahi! Dell'occhio il fulgor bruciato m'hanno!
CORIFEO (Al Ciclpe):
   Bello questo peana! Vuoi ripeterlo?
Ciclpe:
   Che strazio, che rovina, ahi! Ma fuggire
   non potrete di qui, gente da nulla!
   Corro a piantarmi sull'ingresso, a mani
   protese; e avrete da star poco allegri!
(Sbuca, e spalanca le mani avanti all'ingresso, sbarrandolo)
CORO:
   Perch gridi, o Ciclpe?
Ciclpe:
   Sono morto!
CORO:
   Quanto sei brutto!
Ciclpe:
   E pi sono infelice!
CORO:
   Sei caduto briaco sui carboni?
Ciclpe:
   Nessuno mi fin!
CORO:
   Sei dunque illeso!
Ciclpe:
   Nessuno m'accec!
CORO:
   Dunque ci vedi!
Ciclpe:
   Cos tu ci vedessi!
CORO:
   E come mai
   pu accecare, nessuno?
Ciclpe:
   Ah! Tu mi beffi!
   Nessuno, dove sta?
CORO:
   In nessun luogo!
Ciclpe:
   Il forestiero, sappilo, m'ha ucciso!
   Mi die' una coppa, ed io mi ci affogai!
CORO:
   Non ci si pu col vino!  traditore!
Ciclpe:
   Per gli Dei, son fuggiti, o sono in casa?
CORO:
   Si son messi al riparo della roccia,
   e stan l, chiotti chiotti.
Ciclpe:
   Da che mano?
CORO:
   Alla tua destra.
Ciclpe:
   Dove?
CORO:
   Proprio addosso
   alla roccia. Li hai presi?
Ciclpe (Si avventa, e picchia il capo contro la roccia):
   Male sopra
   male! Ho picchiato e mi son rotto il capo!
CORO:
   Ti son fuggiti ancora.
Ciclpe:
   E da che parte?
   Non m'hai detto da questa?
CORO:
   Nooh! Da quella!
Ciclpe:
   Da quale, insomma?
CORO:
   Grati a mancina!
Ciclpe (Si slancia come sopra):
   Ahi! Mi beffate! Mi spezzate il cuore
   nella sciagura!
CORO:
   Ora no, basta.  avanti
   a te!
Ciclpe:
   Pozzo d'infamia, ove sei tu?
ULISSE:
   Da te lontano, ed al sicuro  Ulisse!
Ciclpe:
   Che sento? Un nome nuovo? L'hai cambiato?
ULISSE:
   Mi pose il padre mio d'Ulisse il nome.
   Pagar dovevi il fio dell'empio pasto.
   Ho arsa Troia, e non dovevo farti
   scontar la morte dei compagni miei?
Ciclpe:
   Ahim! Si compie un vaticinio antico,
   che delle luci tu m'avresti orbato
   ritornando da Troia. Ma dovrai
   pagar tu pure il fio di questo scempio,
   errando a lungo alla merc dei flutti.
ULISSE:
   Ti pigli un male! E te l'ho fatto prendere
   gi! Sulla spiaggia or vado, e il legno spingo
   sovra il siculo mar, verso la patria.
Ciclpe:
   No, ch le creste a questa rupe svelte,
   le scaglier su te, ti affonder
   coi tuoi compagni. E, bench cieco, posso
   per questo foro arrampicarmi in cima.
(Sparisce in un foro della rupe)
CORO:
   E noi, la nave ascesa con Ulisse,
   di Bacco, d'ora in poi, servi saremo!


