Titolo: Le Baccanti
Autore: Eurpide
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1930
Codice ISBN: Non esistente
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI

LE BACCANTI
di Eurpide
traduzione di Ettore Romagnoli

PERSONAGGI:

Diniso
CORO di Baccanti
Pnteo
Tresia
CADMO
SERVO
BIFOLCO
MESSO
gave
BACCANTI Tebane

La scena si svolge in Tebe, davanti alla reggia di Pnteo.
Da un lato si vedono, ancora fumiganti, le rovine della casa
di Semle.

(Entra Diniso, e rivolge lo sguardo alle rovine della casa di Semle)
Diniso:
   Suol di Tebe, a te giungo. Io son Dniso,
   generato da Giove, e da Semle
   figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo
   del folgore la fiamma. Ora, mutate
   le sembianze celesti in forma umana,
   di Dirce all'acqua, ai flutti ismen vengo.
   Dell'arsa madre a questa reggia presso
   veggo la tomba: le rovine veggo
   della sua casa, ove il celeste fuoco
   fumiga, vivo ancor, della vendetta
   d'Era contro mia madre eterno segno.
   D lode a Cadmo, che inaccesso volle
   questo recinto, e sacro alla sua figlia;
   ed io lo ascosi sotto tralci e grappoli.
   Abbandonati i lid solchi e i frigi,
   feraci d'oro, e i persani campi
   saettati dal sole, e le citt
   di Battria, e il gelo della nuda terra,
   all'Arabia Felice e all'Asia giunto,
   che presso giace al salso mare, e vanta
   citt belle turrite, popolose
   d'Ellni e insiem di barbari, e le danze
   quivi introdotte e i riti miei, ch chiaro
   fosse ai mortali ch'io son Nume, a questa
   citt d'Ellni primamente io giunsi.
   E l'urlo eccitatore in Tebe, prima
   che in ogni altra citt d'Ellade, alzai,
   e le addossai del daino il vello, e in pugno
   le posi il tirso, il giavellotto d'ellera,
   perch le suore di mia madre, quelle
   che meno lo dovean, disser che mai
   figlio non fu Dniso di Giove,
   e che Semle, da un mortale incinta,
   a Giove attribuita avea la colpa,
   per consiglio di Cadmo: onde l'Iddio
   per le nozze mentite a lei die' morte.
   Per fuor dalle case io le cacciai
   in preda alla follia. Prive di senno
   han per dimora il monte; e le costrinsi
   ad indossar dell'orge mie le spoglie.
   E quante donne ha la citt di Cadmo,
   fuor dalle case, a delirare, io spinsi;
   e donne insieme e giovinette corrono
   a ciel sereno sotto i verdi abeti.
   Voglia o non voglia, deve Tebe intendere
   che priva  ancor dei riti miei, che deve
   me per mia madre celebrar, ch'io sono
   figlio di Giove, e Nume apparvi agli uomini.
   Cadmo il regio poter diede a Pnteo
   che di sua figlia nacque, e ch'ora lotta
   contro la mia divinit, m'esclude
   dai sacrifici, e nelle preci oblia.
   Dunque, a lui mostrer che Nume io sono,
   ed a tutti i Tebani. E stabilite
   qui tali cose, il piede volger
   ad altra terra, a rivelarmi. E se
   Tebe, salita in ira, le Baccanti
   tenti dal monte discacciar con l'armi,
   contro essa a pugna io guider le Mnadi.
   Venni perci, mortal parvenza assunsi,
   e mutai la mia forma in forma umana.
   (Si volge verso l'interno della scena)
   Or voi, che, abbandonato il propugnacolo
   di Lidia, il Tmolo, o mie seguaci, o femmine
   che della via compagne e dell'impresa
   dalle barbare terre io meco addussi,
   levate i frigi timpani, che insieme
   Rea madre ed io trovammo, e, circondata
   la reggia di Pnteo, forte vibrateli,
   ch la citt di Cadmo oda. Frattanto
   del Citerone fra le gole io muovo,
   e danze intreccer con le Baccanti.
(Esce)
(Quasi sbito dalle due prodoi irrompe il Coro delle Baccanti)

PARODOS
PRIMO SEMICORO:                        Strofe
   L'asatico suolo
   e le balze abbandonai del sacro Tmlo:
   ch per Bromio m' soave la fatica, m' dolcezza
   la stanchezza, mentre intono l'evo!
TUTTI:
   Evo!
SECONDO SEMICORO:                           Antistrofe
   Chi sbarra, chi sbarra la via?
   Si ritiri ogni profano, lunge stia
   nella casa, in pio silenzio si raccolga: ch levare
   la canzone sacra a Bacco spetta a me!
TUTTI:
   Evo!
PRIMO SEMICORO:                            Strofe
   Oh felice, chi, ai Superi
   diletto, assiste ai lor sacri misterii,
   e il suo viver santifica
   inebrando l'anima nel taso,
   pei monti, in estro bacchico,
   rendendo puro s nei riti mistici,
   e della Madre Rea celebra l'orgie
   solenni, ed alto in aria
   il tirso squassa, e servo di Dniso
   si fa, cinto il crin d'ellera!
   Mnadi via, su via, correte, Mnadi,
   riconducete voi Bromio Dniso,
   Nume, e figlio di Nume, il Nume Bromio,
   dai monti frigi all'ampie vie de l'Ellade.
SECONDO SEMICORO:                           Antistrofe
   Bromio, cui fra l'angoscia
   fatal del parto, al guizzo della folgore,
   anche immaturo, Smele
   die' a luce; e lei strusse la fiamma in cenere,
   ed esal lo spirito.
   Ed in novello genitale talamo
   Giove l'accolse, e nella propria scpola
   lo chiuse, ove con fibule
   d'oro lo assicurava, per nasconderlo
   ad Era; e il d che vollero
   le Parche, un Nume nacque, che di tauro
   aveva corna; e si recinse d'aspidi
   un serto; onde ora avvolgono le Mnadi
   docile al crine la progenie rettile.
PRIMO SEMICORO:                            Strofe
   O Tebe, o tu che Smele
   desti alla luce, t'incorona d'ellera.
   Le frondi e le purpuree
   bacche dello smilace il crin ti velino;
   con vermene di quercia
   e d'abete ti cuopri, e all'orgia sfrnati;
   le screzate nebridi
   spargi di bianchi riccioluti biccoli,
   e, a farti santa, la guerresca ferula
   stringi. Ogni terra lanciasi
   a danza, allor che Bromio guida i tasi
   al monte, al monte, dove la femminea
   turba lo aspetta, che i telai, che i pettini
   lasci, punta dall'estro di Dniso.
SECONDO SEMICORO:                           Antistrofe
   O dei Curti talamo,
   o cretese di Giove asil santissimo!
   Nei tuoi spechi trovarono
   i Coribanti, a cui cimiero triplice
   ombra la fronte, il cerchio
   di tese pelli risonante; e fusero
   il frastuono dei timpani
   al dolce sospirar dei frigi flauti,
   ed alla madre Rea dono ne fecero,
   ch ai canti delle Mnadi
   fosse compagno; e dalla Diva i Satiri
   folleggiantl l'ottennero, ed il numero
   segnr con esso ai balli de le ferie
   triennali, onde va lieto Dniso!
PRIMA CORIFEA:                             Epodo
   Dolce tra i monti correr nel taso,
   cinte del sacro vello di dino,
   e al suol cadere, correndo in traccia
   del capro, e ucciderlo, fumante beverne
   il sangue, ai monti lid lanciandosi,
   ai frigi; e Bromio
   ci guida, e primo grida: Evo!
   Di latte il suolo scorre, di vino scorre, del nettare
   dell'api scorre: si leva fumo di sirio olibano.
   Alta squassando Bacco la rutila
   vampa che sprizza dalla sua ferula,
   si avventa in corsa, con la danza eccita,
   con le grida eccita gli erranti, e all'tere
   scaglia i suoi riccioli
   molli; ed insieme coi lieti cantici
   grida cos:
   Correte, o Mnadi, correte, o Mnadi,
   belle dell'oro cui reca il Tmolo,
   cantate al muglio grave dei timpani
   il dio Dniso,
   dell'evio Nume dite la gloria,
   tra gli evo,
   tra frigi canti, tra grida, mentre dal sacro flauto
   armonoso vibran melodi sacre che guidano
   chi al monte al monte si lancia. Ed agile
   come puledra pei campi libera, segue la Mnade,
   e a danza spinge l'agile pie'.
   Evo!
(Tutte le Mnadi sono oramai schierate intorno all'altare
di Diniso e rivolte verso la scena)
Tresia (Vestito da baccante, entra dalla sinistra, e si avvicina
alla porta della reggia):
   Chi della porta a guardia sta? D'Agnore
   il figlio a me venir si faccia, Cadmo,
   che, abbandonata la citt di Sdone,
   questa rocca di Tebe edific.
   Gli annunzi alcuno che lo vuol Tresia.
   Egli sa perch vengo, e ci ch'io, vecchio,
   con lui pi vecchio stabilii: di cingere
   pelli di cervio, ed impugnare il tirso,
   e al capo cinger ramoscelli d'ellera.
CADMO:
   O mio diletto, o savio, le tue savie
   parole io bene udii, stando in ascolto
   dentro la reggia. Io sono pronto, e meco
   ho gli arredi del Dio. Tu sai ch' figlio
   della mia figlia:  giusto ch'io lo esalti
   per quanto  in me. Dove convien danzare,
   muovere il pie', scuotere il crine bianco?
   Guida me vecchio, tu, vecchio Tresia:
   ch tu sei savio: ed io mai sar stanco
   di picchiar notte e giorno a terra il tirso:
   ch d'esser vecchio io volentier dimentico.
Tresia:
   T'avviene come avviene a me: mi sento
   giovane, e ai balli anch'io vo' prender parte.
CADMO:
   Al monte sopra un cocchio andremo dunque?
Tresia:
   A piedi! Onor pi grande il Dio ne avr!
CADMO:
   Io vecchio un vecchio guider qual pargolo?
Tresia:
   Senza fatica il Dio sapr condurci.
CADMO:
   Danzar, noi soli in Tebe, i balli bacchici?
Tresia:
   Se noi siam soli saggi, e stolti gli altri!
CADMO:
   Ma che s'indugia? La mia mano prendi.
Tresia:
   Ecco! La tua vi adatta, ed aggioghiamoci.
CADMO:
   Non spregio i Numi, io che mortale nacqui.
Tresia:
   N intorno a lor sottilizziam. Le avite
   credenze, antiche quanto il tempo stesso,
   niun argomento abbatter, per quanto
   si stilli acume da sottili menti.
   Dir taluno che non ho pudore
   della vecchiezza mia, che m'incorono
   d'ellera, e danzo. Ma non disse il Nume
   se vuol nelle sue danze o vecchi o giovani;
   ma da tutti onorato essere brama.
CADMO:
   Tresia, poich tu lume non vedi,
   odi dal labbro mio quello che avviene.
   Frettoloso s'appressa a questa reggia
   Pnteo, figliuolo d'Echine, a cui
   diedi il poter della mia terra. Oh, come
   turbato in viso! Che vorr mai dirci?
Pnteo (Entra infuriato, e, senza vedere i due vecchi, si rivolge alle
guardie e ai cittadini che stanno alla soglia della reggia):
   Mentr'ero lungi dalla patria, udii
   che nuovi guai piombarono su Tebe.
   Le donne, simulando un estro bacchico,
   abbandonate le lor case, corsero
   fra i boschi alpestri, ad onorar coi balli
   questo non so qual nuovo Dio, Dniso.
   Fra i loro crocchi son colmi boccali;
   e a sollazzo dei maschi si rimpiattano
   di qua, di l, per solitar anfratti:
   Mnadi, a loro dir, di fiere in traccia;
   ma pi che Bacco, onorano Afrodite.
   Quante ne colsi, con le mani avvinte
   stan nel carcere pubblico, e i miei servi
   a guardia loro: quante ancor son lungi,
   Ino, ed gave ond'io nacqui ad Echone,
   e d'Atten la madre, io dico Autnoe,
   le caccer pei monti, e stringer
   di ferree reti; ed avr posto fine
   ben presto al pernicioso impeto d'orgie.
   Dicon che sia qui giunto un forestiere,
   un fattucchiere ciurmator di Lidia,
   di bionde chiome ricciole fragranti,
   vermiglio in viso, e volutt spirante
   da le pupille, che d e notte celebra
   fra donne giovanette i riti bacchici.
   Se mai l'avr fra queste mura, il capo
   gli spiccher dal busto, che mai pi
   non vibri il tirso, n squassi le chiome.
   Ei bandisce che esiste un Dio Dniso,
   cucito un d di Giove nella scapola,
   che fu bruciato dal fiammante folgore
   con la sua madre insiem, perch, mentendo,
   favoleggi di sue nozze con Giove.
   E se tale onta a noi reca il foresto,
   non , chiunque ei sia, degno d'un laccio?
   (Si accorge di Cadmo e di Tresia)
   Ma che nuovo prodigio io veggo mai?
   L'indovino Tresia, avvolto in pelli
   varopinte, e il padre di mia madre
   che folleggian col tirso! Eh via, ridicoli!
   Mi vergogno per voi, padre, che veggo
   s dissennata la vecchiezza vostra!
   (A Cadmo)
   Ti vuoi strappar quella corona? Lasci
   quel tirso, o padre della madre mia?
   Tresia, a ci tu l'inducesti? Intrudere
   questo novello dio tu vuoi fra gli uomini
   per trar novelli augur, ardere vittime,
   e averne poi la tua merc. Se schermo
   non ti facesse la tua chioma bianca,
   in ceppi gi saresti fra le Mnadi,
   di tristi riti o introduttor: ch dove
   trovo donne in baldoria e umor di grappoli,
   non credo a santit di cerimonie.
PRIMA CORIFEA:
   Quale empiet! Signore, n i Celesti
   veneri tu, n Cadmo, che piantava
   la spiga altrice d'uomini? Figliuolo
   tu d'Echne, la tua stirpe macchi?
Tresia:
   Quando un uomo che sa trova al suo dire
   bell'argomento, il bel parlare  facile.
   Tu lingua hai pronta, come senno avessi;
   ma nessuna saggezza  nei tuoi detti.
   E chi ha possa ed audacia e parlar facile,
   mal cittadino , se gli manca il senno.
   Questo novello iddio che tu schernisci,
   non ti so dire quanta sia per l'Ellade
   la sua grandezza. Ch due cose, o giovane,
   hanno pregio supremo fra i mortali:
   la dea Demtra, ch' la terra, e chiamala
   con qual nome tu voglia: essa nutrisce
   con la spiga i mortali; e a lei d'accanto
   ora s' posto di Semle il figlio,
   che all'uom don l'umor dolce dei grappoli,
   l'umido succo che solleva i miseri
   d'ogni cordoglio, allor che si riempiono
   dell'umor della vite, e d nel sonno
   l'oblio dei mali cotidiani; e farmaco
   altro non v' delle fatiche. Or questi
   che Nume  pure, vien libato ai Numi,
   s che per lui profitto abbiano gli uomini.
   Tu lo beffeggi perch nella scapola
   fu cucito di Giove: io questo fatto
   ti dir proprio come avvenne. Giove,
   poich tratto dal fuoco della folgore
   ebbe il fanciullo, lo rec fra i Numi.
   E Giunone volea scaraventarlo
   dal cielo gi; ma tale astuzia Giove
   trov, ch'era pur Dio. Franse una parte
   dell'tra che la terra intorno cinge,
   e un idolo ne finse, ed in ostaggio
   a Giunone lo die'. Quindi, col tempo,
   narrr, sul nome equivocando, gli uomini
   che nutrito di Giove entro la scpola
   il Nume fu; che scapolato invece
   era cos dall'ira di Giunone.
   Ed  profeta questo Dio: ch molto
   profetico estro  nel furore bacchico.
   E quando in abbondanza alcun l'ingurgiti,
   fa' s che gli ebbri dicano il futuro.
   Ed anche ad Ares qualche dote ei prese:
   se armata schiera contro lui si spiega,
   terror la invade pria che tocchi lancia:
   ed anche tal follia vien da Dniso.
   Sul doppio giogo delle rupi delfiche
   tu lo vedrai, tra fiaccole di pece,
   danzar, vibrar, squassare il tirso bacchico,
   che in Ellade ha tal possa. Pnteo, m'odi.
   Non illuderti ch'essere sovrano
   per i mortali sia vera potenza;
   n reputarti, sol perch lo credi,
   saggio, quando non saggia  la tua mente.
   Il Nume accogli in questa terra, e liba,
   celebra l'orgie, al crin ghirlanda cingi.
   A castit Dniso le femmine
   non vuol costrette: insita dote  questa.
   Rifletti a ci. Pure fra l'orgie bacchiche
   la donna savia non sar corrotta.
   Vedi! T'allegri tu, quando s'addensa
   popolo alle tue soglie, e la citt
   il tuo nome festeggia. Anch'esso il Nume
   degli onori va lieto. Io, dunque, e Cadmo
   che tu schernisci, i crin cingiamo d'ellera,
   e caroliamo: l'uno e l'altro bianchi;
   ma pur forza  danzare; e i tuoi discorsi
   non m'indurranno a battagliar coi Numi.
   Ch folle sei d'una follia maligna;
   n filtro a te saprebbe dar sollievo,
   n senza filtri il male a te s'apprese.
PRIMA CORIFEA:
   Non indegni di Febo a cui t'ispiri
   sono i tuoi detti, o vecchio; e onor prestando
   a Bromio, a un s gran Dio, saggio ti mostri.
CADMO:
   O figlio, bene t'ammon Tresia.
   Resta fra noi, non ir dai riti in bando:
   ch'or tu vaneggi, ed ostentando senno,
   senno non hai. Se pur, come tu dici,
   Nume non , lascia che qui lo chiamino
   Nume: e parr, per questa pia menzogna,
   ch'abbia Semle generato un Dio,
   e onore avrem la nostra casa e noi.
   D'Attene ricorda il triste fato:
   si glor che superava Artmide
   in caccia; e lui sbranaron le selvagge
   cagne, che di sua mano avea nutrite.
   Perch ci non t'avvenga, io te con ellera
   ghirlander: con noi venera il Nume.
(Con la mano tremante cerca d'inghirlandare Pnteo)
Pnteo:
   Da me la mano vuoi scostare? Vattene
   altrove a folleggiar, non attaccarmi
   la tua follia! Ma costui, che maestro
   di tal follica ti fu, punir.
   (Ad una guardia)
   Presto,
   muoviti, e di costui giunto alla sede
   ov'egli oracoleggia, abbatti, scalza,
   ch tutto vada all'aria, e sian ludibrio
   le sacre bende ai venti e le tempeste.
   (La guardia parte)
   Meglio cos mi sembra d'azzannarlo!
   (Ad altre guardie)
   E voi correte a Tebe, e rintracciate
   il forestiere di donnesco aspetto,
   che alle femmine adduce il nuovo morbo,
   e contamina i letti. E se potrete
   coglierlo, in ceppi avvinto qui portatelo,
   s che sotto le pietre espii le colpe,
   e l'orgie in Tebe gli sappian d'amaro!
(Esce)
Tresia:
   Infelice, non sai come vaneggi!
   Ora sei folle, e folle eri gi prima.
   Andiamo, Cadmo, e per costui preghiamo,
   sebben s crudo, e per Tebe, ch il Dio
   qualche mal non le avventi. Ora via, seguimi
   col tuo bordone d'ellera, e procura
   di sostener tu le mie membra, ed io
   le tue: sconcio saria cader due vecchi.
   Ma pur si vada: ch onorar bisogna
   Bacco, figlio di Giove. E mai Pnteo
   a pentire non s'abbia! Il mio profetico
   spirto non parla, no: parlano i fatti:
   ch stolte cose quello stolto dice.
(I due vecchi escono)
PRIMA CORIFEA:                             Strofe
   Piet, che fra le Dee sei venerabile.
   Piet, che batti l'auree
   penne sopra la terra, odi or di Pnteo
   le minacce? Odi l'empie
   offese contro Bromio,
   contro il figliuolo di Semle, il Dmone
   che venerato  pi degli altri Superi
   fra i serti del convivio?
   Suo dono  folleggiar fra danze bacchiche,
   ridere al suon dei flauti,
   e scacciare le pene, quando l'umor del grappolo
   sopra le mense circola
   dei Numi, ed il cratere nel tripudio
   incoronato d'ellera
   dolce sopore infonde in cuore agli uomini.
SECONDA CORIFEA:                            Antistrofe
   Alla bocca sfrenata, alla protervia
   folle, sventura  termine.
   Ma dell'accorto senno e del pio vivere
   tranquillo il corso volgesi
   senza tempesta; e durano
   le prosapie per essi. Ch gli Urnidi,
   se pur lungi dimora hanno, nell'tere,
   veggon l'opre degli uomini.
   Savio non  chi troppo  savio, e l'occhio
   oltre agli umani limiti
   volge. Breve  la vita. Or chi, seguendo l'ardue
   cose, vorr le facili
   non sopportare? Offeso, a quanto sembrami,
   chi cos opra, ha il crebro
   dalla follia, n bene si consiglia.
PRIMA CORIFEA:                             Strofe
   Deh, a Cipro io giunga, d'Afrodite all'isola,
   ove stanza gli amori hanno, che gli animi
   dei mortali molciscono!
   O a Pafo, cui fecondano
   i flutti del Bocro, che in mar gittasi
   per cento bocche, e mai piogge vi cadono!
   O sopra la bellissima Peria,
   olimpio clivo ove le Muse albergano,
   e di bellezza ha il pregio.
   Tu conducine l, Bromio Bromio,
   guidane, evo Dmone!
   L'amoroso desio quivi, le Criti
   son qui: quivi alle Mnadi
   sfrenarsi all'orgie  lecito.
SECONDA CORIFEA:                            Antistrofe
   Dniso, figliuol di Giove, allegrasi
   nel tripudio, e la Pace ama, che agli uomini
   vita felice e pargoli
   largisce; e in dono al misero
   offre, non meno che al beato, il gaudio
   del vino, dove ogni dolore annegasi.
   E odia quei che spregiano
   in esultanza consumare i fulgidi
   giorni e le notti amabili.
   Ma saggia cosa  l'intelletto e l'anima
   lunge tener dagli uomini
   che presumono troppo. Io ci che i semplici
   credono, e se ne giovano,
   trre voglio ad esempio.
(Le guardie trascinano Diniso con le mani avvinte)
GUARDIA:
   Pnteo, siam qui. La preda ti rechiamo
   sulla cui traccia ne inviasti: vana
   non fu l'opera nostra. E questa fiera
   fu con noi mite, e a fuga il pie' non volse;
   ma le man' porse di buon grado, senza
   sbiancare in viso; ma cos, vermiglio
   e ridente, stie' fermo, e c'invit
   a legarlo e condurlo; e rese facile
   l'opera nostra. Ond'io, quasi confuso,
   dissi: Non per voler mio, stranero,
   ma per comando di Pnteo ti lego.
   E senti ancor. Le Mnadi, che tu
   catturasti, legasti, imprigionasti
   dentro il carcere pubblico, or, disciolte,
   lungi, fra i boschi, danzano ed invocano
   il nume Bromio: ch da s si sciolsero
   i lor legami; e senza opera d'uomo,
   da s si spalancarono le porte.
   Autor di molte meraviglie giunse
   quest'uomo a Tebe. Al resto or tu provvedi.
Pnteo:
   Stolti! Alla rete delle mani mie
   tanto veloce egli non  che sfugga!
   (Guarda Diniso)
   Ma tu sei bello, o forestero, e tale
   da piacere alle femmine; e a tal fine
   venisti a Tebe. E non son gi cresciuti
   nella palestra, i tuoi voluttuosi
   riccioli effusi per le guance. E bianco,
   per far con tua belt preda d'amore,
   ti serbi all'ombra, e i rai del sole schivi.
   Ma di' prima qual  la stirpe tua.
Diniso:
   T'han mai parlato del fiorito Tmlo?
Pnteo:
   Che cinge Sardi tutta in giro: s.
Diniso:
   Di l son giunto:  patria mia la Lidia.
Pnteo:
   Perch quest'orge in llade introduci?
Diniso:
   Di Giove il figlio m'invi, Dniso.
Pnteo:
   V' un Giove l, che nuovi Numi genera?
Diniso:
   Non l, ma qui, Semle a lui fu sposa.
Pnteo:
   In sogno ei te l'ingiunse? Oppur t'apparve?
Diniso:
   Desti eravamo; e i riti m'affid.
Pnteo:
   E di che specie questi riti sono?
Diniso:
   Conoscerli ai profani non  lecito.
Pnteo:
   E qual recan vantaggio a chi li celebra?
Diniso:
   Saperli utile d: ma tu nol puoi.
Pnteo:
   Vuoi con orpelli curoso rendermi?
Diniso:
   L'orge del Nume aborrono dagli emp.
Pnteo:
   L'hai visto, dici: e qual n'era l'aspetto?
Diniso:
   Quello ch'ei volle: io gi non glie lo imposi!
Pnteo:
   Anche or m'eludi, e nulla tu mi dici.
Diniso:
   Folle allo stolto par, chi savio parla.
Pnteo:
   E a noi per primi addotte l'orge hai tu?
Diniso:
   Ognuno gi le clebra dei barbari.
Pnteo:
   Perch pi stolti assai son che gli Ellni.
Diniso:
   Pi sav, in questo: usanze varie han gli uomini.
Pnteo:
   E di giorno o di notte i riti celebri?
Diniso:
   Di notte, per lo pi: divina  l'ombra.
Pnteo:
    un marcio inganno per sedurre femmine.
Diniso:
   Anche di giorno trovi opere turpi.
Pnteo:
   Pena darai del tuo sottilizzare!
Diniso:
   E tu di tua stoltezza e dell'empiezza.
Pnteo:
   Temerario  il Baccante, e in ciarle esperto.
Diniso:
   Di', che devo patir? Qual pena orrenda?
Pnteo:
   Mozzer prima i tuoi morbidi ricci.
Diniso:
   Sacri sono: li nutro a onor del Nume.
Pnteo:
   Quel tirso dammi poi: schiudi la palma!
Diniso:
   Toglimelo tu stesso: a Bacco  sacro.
Pnteo:
   E te custodiremo in ceppi avvinto.
Diniso:
   Mi sciorr, quand'io voglia, il Nume stesso.
Pnteo:
   Se a chiamarlo potrai gir fra le Mnadi!
Diniso:
   Ora ei m' presso, e ci ch'io soffro scorge.
Pnteo:
   Dov'? Per gli occhi miei non  visibile?
Diniso:
   Presso a me: tu, che un empio sei, nol vedi.
Pnteo:
   Prendetelo! Costui me offende e Tebe.
Diniso:
   Di non legarmi, ai folli impongo, io savio!
Pnteo:
   Io, che di te pi posso, di legarti.
Diniso:
   A che vivi, che fai, chi sei, tu ignori.
Pnteo:
   Son Pnteo, figlio d'Echne, e d'gave!
Diniso:
   Pentimento sonar sembra il tuo nome.
Pnteo:
   Va' via! - Presso alle stalle rinchiudetelo,
   ch'egli sol vegga tenebre profonde.
   Cammina! E queste, che con te recasti,
   complici tue, le venderemo; o, posto
   fine al frastuono ed al fragor dei timpani,
   me le terr, ch badino ai telai.
Diniso:
   Vado! E mai soffrir quel che non devo
   soffrir. Ma il Dio che tu neghi, Dniso,
   trarr vendetta dell'ingiurie tue:
   ch, me legando, in ceppi il Nume stringi.
(Pnteo entra nella reggia, e Diniso  trascinato dalle guardie)
(Tutto il coro si precipita verso l'erma di Dirce)
PRIMA CORIFEA:                             Strofe
   O d'Achelo progenie,
   Dirce, vezzosa e veneranda vergine,
   nelle tue scaturigini
   asilo desti al pargolo
   di Giove, allor che il padre, dalla folgore
   immortale salvatolo,
   lo chiuse entro la scapola,
   e grid: Vieni, vieni in questo maschio
   mio grembo, o Ditirambo: e Tebe sappia
   ch'io cos ti denomino.
   Dirce beata, ed or che cinti d'ellera
   conduco alle tue sponde i sacri tasi,
   mi discacci da te? Perch respingermi,
   rinnegarmi perch? Dovrai, pei grappoli
   lo giuro di Dniso,
   volgere ancor dovrai la mente a Bromio!
SECONDA CORIFEA:                            Antistrofe
   Ben mostra ch'ebbe origine
   dalla terra, e che a lui fu padre un aspide,
   Pnteo! La vita diedegli
   Echne terrigeno,
   mortale uomo non gi, ma mostro orribile,
   selvaggio, di sangue avido,
   qual Gigante dei Superi
   rivale: egli che presto me, di Bromio
   diletta, avr legata in duri vincoli,
   che gi nella sua reggia
   dei miei riti il compagno, in buio carcere
   ascoso tieni. Or vedi tu, Dniso,
   contro qual fato i tuoi seguaci lottano?
   Gi dalle cime dell'Olimpo, l'aureo
   tirso quassando, avvntati,
   e di questo crudel frena l'ingiuria!

                                       Epodo
   Dove col tirso i tasi,
   o Dniso, guidi? In Nisa, patria
   di fiere, sopra i culmini
   coric, o tra gli arborei
   d'Olimpo anfratti, dove con la ctera
   Orfeo traeva alla melode gli alberi
   e le fiere selvatiche?
   O te beata, Peria,
   ch'Evio t'onora, a e te verr coi bacchici
   tripud, in danze, conducendo il turbine
   delle Baccanti, pei veloci vortici
   dell'Assio, e il Lido, cui la fama dice
   d'agi e di beni origine
   per gli uomini; ed impingua coi bellissimi
   flutti la terra di corsieri altrice!
(Dal di dentro della reggia s'ode la voce di Diniso)
Diniso:
   Ehi l!
   Ehi l, Baccanti,
   Baccanti, udite la voce mia?
PRIMA CORIFEA:
   Qual evio snito, qual evio snito
   giunge a riscuotermi? Donde part?
Diniso:
   Ehi l! Ehi l!
   La voce ancora levo io, di Smele,
   di Giove prole!
SECONDA CORIFEA:
   Ehi l! Ehi l!
   Nostro re, nostro re,
   al nostro taso,
   Bromo, Bromo, rivolgi il pie'!
(Scossa di terremoto. Romba)
TUTTO IL CORO:
   Come la terra scuotono i Numi!
   Ahim, ahim!
   Cadr di Pnteo
   la reggia al suolo presto in frantumi.
   Sopra la casa piomb Dniso!
PRIMA CORIFEA:
   Fategli onore!
TUTTO IL CORO:
   Fategli onore!
(Nuove scosse di terremoto: la reggia comincia a crollare)
PRIMA CORIFEA:
   Veh! Le marmoree travi dagli ordini
   crollano gi!
   Alzer Bromio dentro la reggia
   ben presto il grido dell'alal!
Diniso:
   La face appressa fulminea rutila,
   brucia, la reggia brucia di Pnteo!
(Nuove scosse. Dalla tomba di Semele si levano
altissime fiamme)
CORIFEA:
   Non vedi il fuoco? Mira di Smele
   al sacro avello la fiamma attorno
   guizzar, che un giorno
   lasciar la folgore di Giove e il tuono!
CORO:
   Prostrate al suolo le membra trepide,
   prostrate al suolo, Mnadi! Il Nume
   figlio di Giove, tutta in rovina
   messa la reggia, qui s'avvicina!
(Tutte le Baccanti si prostrano. Dalla reggia esce trionfante
e volge il guardo su loro Diniso)
Diniso:
   Come dunque, o lidie femmine, v'ha il terror cos percosse,
   che giacete al suol riverse? Certo udiste quali scosse
   diede Bacco alla magione di Pnteo. Via, fate cuore,
   via, sorgete; e dalle membra vada in bando quel tremore.
CORIFEA:
   Come esulto, o delle bacchiche cerimonie somma luce,
   nel vederti, io che rimasta m'ero sola, e senza luce!
Diniso:
   V'ha sgomento invaso il cuore, allorch me visto avete
   tratto lungi, per cadere di Pnteo nelle segrete?
CORIFEA:
   Come no? Chi mi restava, se di te faceano scempio?
   Ma com' ch'ora sei libero? In poter t'avea quell'empio!
Diniso:
   Io da me, senza fatica, dalla carcere mi tolsi.
CORIFEA:
   Non t'aveva ei dunque avvinti di catene entrambi i polsi?
Diniso:
   Non pote' neppur toccarmi: anche in ci scornar lo seppi:
   si nutr d'illusone, stringer me pensando in ceppi.
   Nella stalla in cui mi chiuse, c'era un toro. Egli, di strambe
   gli ravvolse, tutto ardendo di furore, e piedi e gambe:
   ed i denti nelle labbra conficcavasi, e grondanti
   di sudore avea le membra. Io, tranquillo, a lui davanti
   mi sedevo, e lo guardavo. Giusto in quella Bacco arriva,
   scuote i muri, e su la tomba di sua madre il fuoco avviva.
   Come ci vede, un incendio Pnteo crede che s'appigli
   alla casa, e qua e l va correndo; ed ai famigli
   di portare acqua d ordine. Mentre invano ognun s'ambascia,
   egli immagina ch'io fugga; onde l'opera tralascia,
   ed in casa, stretto il ferro, si precipita. Un fantasma
   nella corte allora Bacco - Bacco almen parvemi - plasma.
   Avventando colpi e colpi sopra questo egli si gitta;
   e, credendo me sgozzare, l'aria solo ebbe trafitta.
   E di strazio anche pi amaro lo colp Bacco alla fine;
   rovesci la reggia al suolo: vedi, un mucchio  di rovine;
   ben l'avermi stretto in ceppi gli dov saper di sale.
   Stanco infine, lascia il brando, s'abbandona: ch'ei mortale
   con un Nume os combattere. Io frattanto uscii sicuro
   dalla casa, e a voi qui giunsi: di Pnteo poco mi curo.
   Ma mi sembra udire un passo risonar dentro. Uscir
   a momenti nel vestibolo. Non  pago? Che vorr?
   Io per me, se pure ei giunga pieno d'impeto selvaggio,
   sar calmo: ch frenarsi dee sapere l'uomo saggio.
(Esce dalla reggia, tra fiaccato e iracondo Pnteo)
Pnteo:
   Atroce smacco! Lo straniero, avvinto
   or ora di catene,  a me sfuggito!
   (Vede Diniso)
   Ehi, ehi!
   Eccolo,  qui. Che avviene? Sei fuggito,
   e innanzi all'atrio mio ti mostri ancora?
   (Si avventa su lui)
Diniso:
   Fermo! Deponi l'ira, e a calma torna.
Pnteo:
   Come hai spezzati i lacci e sei fuggito?
Diniso:
   Non ti dissi che alcun sciolto m'avrebbe?
Pnteo:
   Chi mai? Nuovi discorsi ognor mi parli.
Diniso:
   Chi all'uom largisce la pampinea vite.
Pnteo:
   Tutte serrate sian le porte in giro.
Diniso:
   E che? Gli Dei non valicano i muri?
Pnteo:
   Saggio, sei, saggio, tranne in quel che devi!
Diniso:
   In quel che devo appunto, io saggio sono.
   Odi or tu le parole di quell'uomo
   che a te, dal monte, a dar novelle giunge;
   e fa senno: io non fuggo: io qui rimango.
(Dalla via che guida al Citerone giunge correndo un bifolco)
BIFOLCO:
   Pnteo che reggi la tebana terra,
   or or lasciato ho il Citerone, dove
   fulge perenne scintillio di neve.
Pnteo:
   Per qual cagione a favellarmi giungi?
BIFOLCO:
   Io le Baccanti venerande vidi,
   che nel delirio vinte, saettavano
   lungi da questo suol le bianche membra;
   e a te, Signore, annunzio, e alla citt
   che incredibili gesta, e delle fole
   pi portentose compiono. - Ma dimmi,
   devo tutto narrar liberamente
   ci ch'io l vidi, o i detti miei velare?
   I tuoi sbiti affetti, o re, pavento,
   e l'umor tuo troppo regale e acerbo.
Pnteo:
   Parla: a niun patto offesa io ti far:
   e quante narrerai pi meraviglie
   delle Baccanti, tanto pi la pena
   scontar dovr chi lor tali arti apprese.
BIFOLCO:
   Una mandra di buoi guidata avevo
   poc'anzi al sommo d'una rupe. Il sole
   scagliava sulla terra ardenti i raggi.
   E tre schiere di femmine vid'io.
   Guida  alla prima Autnoe, tua madre
   gave alla seconda, Ino alla terza.
   Al sonno abbandonate avean le membra,
   tutte, poggiate alcune alla frondosa
   bassa rama d'un pino, altre reclino
   sopra foglie di quercia aveano il capo,
   compostamente; e non, come tu dici,
   ebbre, fra coppe e strepito di flauti,
   di votutt segrete invano in traccia
   per la foresta. Ora, tua madre ud
   il muggito dei buoi. Fra le Baccanti
   si lev, e grid che dal sopore
   scuotan le membra. Ed esse, dalle ciglia
   scacciato il greve sonno, in pie' balzarono,
   giovani e vecchie e vergini non dome,
   a meraviglia costumate. E prima
   sciolsero gi per gli omeri le chiome;
   e a quelle che slacciate avean le nebridi,
   ricomposero i nodi; e tutte ai velli
   varopinti fecero corone
   di serpi che lambiano a lor le gote.
   E quante ancor fresche di parto, prive
   dei lor pargoli, gonfie avean le mamme,
   stringendo al seno, fra le braccia, un daino,
   od i selvaggi cuccioli d'un lupo,
   di bianco latte lo nutriano; e al capo
   ghirlande si ponean di quercia, d'ellera,
   di fiorito smilace. E, in pugno stretto
   alcuna il tirso, percotea la rupe,
   e polle di fredda acqua ne sgorgavano:
   con la ferula un'altra il suol batteva,
   e spicciar vino ne faceva il Dio;
   e quante brama avean di puro latte,
   graffiando il suolo con le somme dita,
   ne attingevano; e gi dai tirsi d'ellera
   stillavano di miel rivoli dolci.
   S, che se fossi stato l, se avessi
   visto, con preci avvicinato avresti
   il Nume ch'or di vilipendio cuopri.
   Noi, bifolchi e pastori, ci adunammo,
   parlammo, contendemmo. Ed uno, pratico
   della citt, di pronto eloquio, disse:
   O voi che in queste sacre alpestri piagge
   dimora avete, ch non si distoglie
   la madre di Pnteo dai riti bacchici,
   per ingraziarci il nostro re? Ci parve
   che bene egli parlasse, e ci appiattammo
   tra i cespugli e le frondi. Or, giunta l'ora
   di celebrare l'orge, i tirsi scossero,
   Bacco invocando ad alte grida, il figlio
   di Giove, Bromio. E insieme rison
   ogni monte, ogni fiera; ed era tutto
   un avventarsi, un correre. Vicino
   gave a me pass nella sua corsa.
   Per afferrarla, dal cespuglio io balzo
   dove mi rimpiattavo; ed ella grida:
   O mie cagne veloci, ad assalirci
   son venuti questi uomini: seguitemi,
   seguitemi: e le man' coi tirsi armate!
   Con la fuga evitammo che le Mnadi
   ci facessero a brani. Esse piombarono
   sopra le greggi che pasceano l'erba,
   senz'arme in pugno: e l, questa vedevi
   in due squarciare una mammosa vacca
   muggente; l'altra lacerare a brani
   a brani le giovenche: e fianchi e bifidi
   zoccoli su e gi lanciar vedevansi,
   e sanguinanti penzolar dai rami.
   E i tori volenti, avvezzi al rabido
   cozzo dei corni, al suol giacean fiaccati,
   tratti gi dalle mani innumerevoli
   delle fanciulle; e in men che tu le palpebre,
   o re, non serri, fatti erano in pezzi.
   Corser poi come uccelli alzati a volo
   pei bassi campi che lunghesso l'sopo
   maturano ai Tebani il pingue grappolo.
   E in Isia, e in Eritra, che sotto il giogo
   del Citerone sorgono, piombando
   come nemiche, tutto a sacco posero.
   Dalle case rapiano i pargoletti;
   e quanto si ponean sopra le spalle,
   o bronzo o ferro, senza alcun legame
   vi adera, n cadea sul negro suolo.
   E portavano fuoco sopra i riccioli,
   n le bruciava. - I terrazzani corsero
   furosi sull'orme delle Mnadi;
   e fu, signore, un orrido spettacolo:
   ch di lor sangue tingere le cuspidi
   non potevano questi; e quelle, i tirsi
   scagliando, li ferivan, li fugavano,
   esse donne: ma un Dio le soccorreva.
   Poscia tornr novellamente ai fonti
   che per esse sgorgar faceva il Nume,
   e detersero il sangue; e da lor gote
   lo stillante sudor lambiano i serpi.
   Questo Dmone dunque accogli, o re,
   qual ch'egli sia, nella citt: ch sommo
    in tutto; ed ai mortali, a quel che dicono,
   don la vite che sopisce il duolo.
   E dove non  vino non  amore;
   n alcun altro diletto hanno i mortali.
CORIFEA:
   Dire al sovrano libere parole
   mi fa sgomenta. E pure io parler:
   A niun dei Numi  inferor Dniso.
Pnteo:
   Presto divamper questo delirio
   delle Baccanti come un fuoco, a grande
   vituperio dell'llade!
   (Ad un messo)
   Or tu, corri
   presto alla porta Elttra. E che s'adunino
   tutti gli opliti imponi, e quei che inforcano
   i corsieri veloci, e quei che imbracciano
   scudi leggeri, e risonar degli archi
   fanno le corde. Troppa onta sarebbe
   quanto or soffriamo sofferir da femmine.
Diniso:
   Pnteo, tu m'odi e ascolto non mi di.
   Ma, sebben tu m'offendi, io t'ammonisco
   a non lottar col Nume, e a star tranquillo.
   Bromio non mai sopporter che tu
   dall'orge alpestri le Baccanti scacci.
Pnteo:
   Non vo' consigli! Ai ceppi sei fuggito:
   sii cauto: o ch'io legare ancor ti faccio.
Diniso:
   Meglio che iroso calcitrare al pungolo,
   io, mortale, offrirei vittime al Nume.
Pnteo:
   Glie ne offrir: tra i gioghi alpestri: molto
   femmineo sangue, che si sparga degno.
Diniso:
   Fuggir dovrete! e a vostra onta, coi tirsi
   frangeran le Baccanti i bronzei scudi.
Pnteo:
   Mal c'imbattemmo in questo forestiero,
   che tacer non sapr, se pur l'uccidi.
Diniso (Mutando a un tratto piglio e intonazione; benevolo
e ironico):
   Brav'uomo, ancor, se vuoi, tutto s'accomoda.
Pnteo:
   Come? Servendo chi servir mi deve?
Diniso:
   Io qui, senz'arme, condurr le femmine.
Pnteo:
   Ahi! Contro me qualche tranello macchini!
Diniso:
   Quale? Se vo' con l'arte mia salvarti!
Pnteo:
   Portatemi qui l'armi; e tu sta' zitto.
Diniso:
   Ehi!
   Brami nei monti insiem vederle accolte?
Pnteo:
   Pi che ogni cosa; e ne darei molto oro.
Diniso:
   Come ti colse questa ardente brama?
Pnteo:
   Ebbre vederle mi sarebbe amaro...
Diniso:
   Amaro, e dolce ti saria vederle?
Pnteo:
   S, nascosto, in silenzio, fra gli abeti.
Diniso:
   Ti sapranno scoprire anche nascosto.
Pnteo:
   S, dici bene. E allora, a viso aperto.
Diniso:
   Vuoi ch'io ti guidi? Accingiti al cammino.
Pnteo:
   Guidami, presto! Non perdiam pi tempo.
Diniso:
   Pepli di bisso alle tue membra or cingi.
Pnteo:
   Come? Sono uomo, e devo sembrar femmina?
Diniso:
   Se ti scopron per uomo, esse t'uccidono.
Pnteo:
   Dici bene, sei fino, ormai l'ho visto.
Diniso:
   Dniso mi die' questa finezza.
Pnteo:
   Travestirmi da donna? Io n'ho vergogna.
Diniso:
   Veder dunque le Mnadi non brami?
Pnteo:
   Consigli bene, tu; ma come fare?
Diniso:
   Entriamo nella reggia, ed io ti acconcio.
Pnteo:
   Acconciarmi, tu dici? e in che maniera?
Diniso:
   La chioma pria sugli omeri ti sciolgo.
Pnteo:
   E qual foggia di veste mi porrai?
Diniso:
   Un peplo sino al pie': bende sul capo.
Pnteo:
   Quale altra veste a queste aggiungerai?
Diniso:
   D'un daino il pinto vello, e in pugno il tirso.
Pnteo:
   Mai non indosser veste da femmina.
Diniso:
   Lotta allor con le donne, e sangue effondi.
Pnteo:
    ver. Prima a spiare andar conviene.
Diniso:
   Meglio  ci, che cercar male con male.
Pnteo:
   Ma non vo' che i Cadmi per via mi scorgano.
Diniso:
   Per vie deserte andremo: io sar guida.
Pnteo:
   Tutto val meglio ch'essere ludibrio
   delle Baccanti. Entriamo nella reggia,
   e penser quello che far convenga.
Diniso:
   Fa' pure. Pronto per mia parte io sono.
Pnteo:
   Entro allora. O con l'arme indi uscir,
   o seguir gli ammonimenti tuoi.
(Entra nella reggia)
Diniso:
   L'uomo caduto  nella rete, o femmine!
   Andr fra le Baccanti, e sconter
   la colpa con la morte. A te, Dniso,
   poi che lungi non sei, forne vendetta.
   Lieve mania prima in lui poni, e sviagli
   la mente: ch vestir femminei pepli
   mai non vorr, finch lo assiste il senno;
   ma se dal senno lungi lo sospingi,
   le indosser. Quei ch'era gi terribile
   pel suo piglio minace, io vo' che, tratto
   per la citt, sotto femminee spoglie,
   sia ludibrio di Tebe. Ora gli vado
   ad adattar le vesti ond'ei recinto
   scender nell'Averno, dalle mani
   di sua madre sgozzato. E apprender
   che il figliuolo di Giove, che Dniso,
   fra i Numi  il pi benigno e il pi terribile.
(Entra nella reggia)
PRIMA CORIFEA:                             Strofe
   Or quando nella tnebra
   notturna il pie' mio candido
   agiter nel bacchico tripudio,
   la cervice crollando all'tra rorido,
   come cerbiatta che del prato allegrasi
   fra le verdi delizie,
   poi che la truce caccia
   ha sfuggita, e l'insidia
   delle ben tese reti? Col suo sibilo
   il cacciatore l'impeto
   dei cani aizza invan sulla sua traccia:
   ch'essa, pari ad un turbine,
   via per i prati lanciasi
   lunghesso il fiume; e nelle solitudini
   ove uom non giunge, posa,
   e tra i virgulti della selva ombrosa.

   Che  saggezza? E qual fu mai dai Superi
   dono pi insigne agli uomini largito,
   che la man dei nemici
   tener sulle cervici?
   E quanto  bello a noi sempre  gradito.

SECONDA CORIFEA:                            Antistrofe
   Tardo, ma non fallibile
   giunge il poter dei Superi,
   e castiga i mortali che si piegano
   reverenti ad empiezza, e dalla stolida
   mente sviati, i Numi non rispettano.
   I Numi che con vario
   accorgimento ascondono
   del tempo il lento incedere,
   e l'empio nella rete infine colgono.
   Mai nulla che travalichi
   le antiche leggi non si brami o investighi;
   e bene  cosa agevole
   reputare che il massimo
   potere abbian gli Dei, quali essi siano,
   e quel che per natura
   sembra prescritto, e da gran tempo dura.

   Che  saggezza? E qual mai fu dai Superi
   dono pi insigne agli uomini largito
   che la man dei nemici
   tener sulle cervici?
   E quanto  bello a noi sempre  gradito.

                                       Epodo
   Beato chi sfugg l'onda del pelago,
   e giunse al porto; e chi gli affanni supera,
   beato. Per fortuna e per dovizia
   altri altrimenti vince gli altri. Innumere
   speranze in cuor s'annidano
   ad innumere genti. E alcuni ad esito
   giungono fortunato, altri falliscono.
   Ma chi felice vive del fuggevole
   giorno, beato io reputo.
(Esce dalla reggia Diniso, parlando a Pnteo che lo segue)
Diniso:
   Tu che brami veder quanto vedere
   non conviene, e t'affretti a ci che meglio
   saria fuggire, esci, o Pnteo, nei panni
   di Mnade baccante a noi ti mostra.
   (Esce Pnteo)
   D'una figlia di Cadmo hai la figura!
Pnteo:
   Parmi veder due soli, e divenuta
   duplice Tebe e le sue sette porte;
   e tu mi sembri tramutato in toro:
   ch sulla fronte a te crebbero corna.
   Eri tu dunque fiera? Io nol sapevo.
Diniso:
   Tregua or fatta, ti guida il Dio che avverso
   gi t'era: ci che veder devi or vedi.
Pnteo:
   A chi dunque somiglio? Non ho forse
   l'aspetto d'Ino o d'gave mia madre?
Diniso:
   Di veder quelle, se ti miro, sembrami.
   Ma t' fuori di posto andato un ricciolo!
Pnteo:
   Nel bacchico delirio, avanti e indietro
   crollando il capo, il feci uscir di posto.
Diniso:
   Ma noi che di servirti abbiamo il cmpito
   lo riaggiusteremo. Alza la testa.
Pnteo:
   Sono nelle tue mani. Ecco. Raggiustalo.
Diniso:
   S' allentata la cintola, e le pieghe
   non ti cadono a piombo sui malleoli.
Pnteo:
   Pare anche a me, sul destro. - Ma di qui
   la veste cade proprio a perpendicolo.
Diniso:
   M'avrai, se, contro ci che pensi, trovi
   sagge le donne, pel tuo primo amico?
Pnteo:
   Per parer proprio una Baccante, il tirso
   l'ho a tener con la destra, oppur con questa?
Diniso:
   Con la destra; e levarlo col pie' dritto.
   Dal pensier tuo che sii distolto io godo.
Pnteo:
   Dimmi, potrei del Citerone i gioghi
   sugli omeri portare, e insiem le Mnadi?
Diniso:
   S, se volessi. Prima no, ch a segno
   la mente non avevi. Adesso l'hai.
Pnteo:
   Portiamo leve, o ficco il braccio e l'omero
   sotto le vette, e con le man' le svello?
Diniso:
   Non distrugger gli alberghi delle Ninfe,
   e di Pane le sedi, ov'egli sfola.
Pnteo:
   Ben detto. Usar la forza contro femmine
   non va: star nascosto fra gli abeti.
Diniso:
   Il nascondiglio troverai che addicesi
   a chi segretamente spia le Mnadi.
Pnteo:
   Fra i cespugli mi par che come augelli
   stian dei giacigli nelle dolci reti.
Diniso:
   Or non vai perci appunto ad esplorare?
   Le piglierai, se te prima non pigliano!
Pnteo:
   Guidami, via per mezzo alla citt:
   ch il solo uomo sono io che tanto ardisca.
Diniso:
   Tu sol, tu sol per Tebe ti travagli:
   e i cimenti che meriti t'aspettano.
   Seguimi! In salvo io l ti guido. Altri
   poi ti ricondurr.
Pnteo:
   Mia madre forse?
Diniso:
   Mta agli occhi di tutti.
Pnteo:
   E perci vado.
Diniso:
   Ritornerai portato.
Pnteo:
   A mio bell'agio!
Diniso:
   Nelle man' di tua madre.
Pnteo:
   Oh me felice!
Diniso:
   Quello ch'io dico.
Pnteo:
   Avr quello che merito!
(S'avvia)
Diniso:
   Duro, sei, duro, e a dura impresa or muovi:
   s che al ciel salir la gloria tua.
   Tendi, gave, le mani, e voi germane
   figlie di Cadmo. Io guido questo giovane
   ad un agone ov'io trionfer
   con Bromio. Il resto lo diran gli eventi.
(Esce)
PRIMO SEMICORO:                            Strofe
   Al monte, al monte, su', della Rabbia ministre, rapide
   cagne, nel taso dove di Cadmo le figlie danzano.
   Aizzatele
   contro il furente che di femminee
   vesti ravvolto, l'orge a spiare vien delle Mnadi!
SECONDO SEMICORO:
   Da un'erta ignuda roccia, o da un albero,
   lui nell'agguato prima sua madre scopre, e alle Mnadi
   grida: Chi dunque da Tebe volse dei piedi l'impeto
   al monte al monte, Bacche, a spiarne? Chi a luce diedelo?
   Non ei dal sangue nato  di femmina!
   Di lionessa progenie  certo, di Libia Gorgone!
PRIMO SEMICORO:
   Brandendo un ferro, venga Giustizia
   palese, e a mezza gola trafigga questo d'Echone
   figliuol terrigeno,
   che Di, che leggi, che riti abomina!
PRIMA CORIFEA:                             Antistrofe
   Che da non equo pensier sospinto, da iniqua furia,
   contro le sacre tue feste e della tua madre, o Bromio,
   si precipita
   con pazza audacia, deliro, e vincere
   vuol con la forza quanto  invincibile.
SECONDA CORIFEA:
   Aver modesta mente che docile
   si piega ai Numi, che non soverchia gli umani limiti,
   questo  tranquillo viver. Saggezza scevra da invidia
   cerco, e m'allieto. Chiaro m' ogni altro supremo cmpito:
   d e notte compier sempre sante opere:
   e respingendo ci che non lece, dar gloria ai Superi.
SECONDO SEMICORO:
   Brandendo un ferro venga Giustizia
   palese, e a mezza gola trafigga questo d'Echone
   figliuol terrigeno,
   che Di, che leggi, che riti abomina.
TUTTO IL CORO:                         Epodo
   Mstrati quale toro o dragone dalla molteplice
   cervice, quale
   lion che avvampi di fiamme rutilo:
   vien', Bacco, e sopra costui che mosse contro le Mnadi
   per farne duro scempio, con ilari
   pupille un laccio scaglia mortale.
(Dal monte giunge, esterrefatto e angosciato, un messo)
MESSO:
   O casa, avventurata un d nell'llade,
   del vegliardo Sidonio, a cui la terra
   messe frutt dal seminato drago,
   come, sebbene schiavo, io ti compiango!
CORIFEA:
   Che fu? Che nuove annunci delle Mnadi?
MESSO:
   Pnteo, figliuolo d'Echne,  morto!
CORIFEA:
   Deh, come il tuo poter dimostri, o Bromio!
MESSO:
   Come? Che dici mai? Per le sciagure
   dei signor' nostri, o femmina, t'allegri?
CORO:
   Levo di gioia selvaggio concento,
   che pi dei ceppi non ho spavento!
MESSO:
   Pensi che in Tebe alcun uom pi non sia?
CORO:
   Evo, evo!
   Tebe potere non ha pi su me!
MESSO:
   Degna di scusa certo sei. Ma turpe,
   donna,  gioire per le altrui sciagure.
CORO:
   Narrami, narra in che maniera  morto
   l'iniquo che compieva opere inique.
MESSO:
   Poi che i soggiorni del tebano suolo
   abbandonammo, dietro noi lasciate
   le fluenti dell'sopo, alle rupi
   del Citerone ci affrettiam, Pnteo,
   io, che il mio re seguivo, e lo straniero
   che a contemplare l'orge eraci guida.
   E pria posammo in un vallone erboso,
   muti, smorzando il battito dei piedi,
   per vedere non visti. In una gola
   cinta di rupi, fra spicciar di linfe,
   sotto l'ombra dei pini, eran le Mnadi.
   Sedeano, ad opre grazose intente.
   Cingevan queste nuove chiome d'ellera
   ad un tirso sfrondato; e allegre quelle,
   come puledre libere dal giogo,
   intonavano a gara un carme bacchico.
   Pnteo, che poco distinguea la turba
   delle femmine, disse: O forestiere,
   di dove siamo non veggo io le Mnadi:
   se un colle ascendo, od un eccelso abete,
   meglio vedr le loro opere turpi.
   E lo straniero compiere un prodigio
   allor vid'io: ghermita d'un abete
   la somma vetta che toccava il cielo,
   la trasse gi gi gi, sino alla terra
   negra, simile a un arco, o ad una curva
   che volubil compasso in giro incida.
   Cos curv l'alpestre albero al suolo
   lo stranier, non umana opra compiendo.
   E, posato Pnteo fra i rami, il tronco,
   pian piano, senza abbandonarlo a un tratto,
   che via non crolli il carico, rilascia.
   Dritto quello nell'tere ristie',
   su la cima reggendo il signor mio.
   E lui scoprr le Mnadi, pi ch'egli
   non le scopr. Ch mentre ancor nascosto
   era fra i rami, lo straniero sparve,
   e una voce per l'tere - la voce
   di Dniso, penso - risuon:
   L'uomo io vi reco, o femmine, che voi,
   che me, che l'orge mie mise in ludibrio:
   traetene vendetta!. Ei s gridava;
   e per la terra e il firmamento insieme
   corse un barbaglio di celeste fuoco.
   L'tere tacque, la valle selvosa
   mute rattenne le sue foglie, grido
   di fiera udito non avresti. E quelle,
   che non bene distinta avean la voce,
   in pie' surte, qua e l volgean gli sguardi.
   Ed ei grid di nuovo. Or, come bene
   inteser che di Bromio era l'invito,
   le figliuole di Cadmo si lanciarono,
   non men veloci di colombe a volo,
   gave, la sua madre, e le sorelle,
   e tutte le Baccanti. E sui torrenti
   e i precipizi, trasvolavano, ebbre
   dell'afflato del Nume. E come videro
   sull'abete nascosto il mio Signore,
   prima una rupe ascesero, che incontro
   come torre s'ergeva, e con grande impeto
   gli scagliavano sassi; ed altri i tirsi
   contro Pnteo per l'aria erti vibravano,
   miserevole meta!, e nol giungevano:
   ch'oltre la loro furia era l'altezza
   dove sedea, privo di scampo, il misero.
   Con tronchi allor di querce, senza ferro
   di leve, presero a scavar la terra,
   a scalzar le radici. E poi che l'opera
   al fine non giungeva, gave disse:
   Su, ponetevi in giro, e al tronco, o Mnadi,
   date di piglio, ch si colga infine
   l'aerea fiera, e non riveli i mistici
   riti del Dio. Con mille e mille mani
   quelle abbrancr l'abete, e lo divelsero;
   e dall'eccelso suo rifugio, a terra,
   con mille e mille strida, Pnteo gi
   cadde, che si sentia giunto al suo fine.
   Prima su lui piomb, ministra prima
   fu del rito di sangue gave a lui.
   Ed ei, perch la madre lo ravvisi,
   via dalle chiome le bende scagli,
   e le sfior la gota, e disse: O madre,
   io son Pnteo, sono tuo figlio! Nacqui
   di te, nei tetti d'Echne! Ora, abbi
   piet di me; e per gli errori suoi,
   non voler, madre, uccidere tuo figlio!.
   Quella, sputando bava, e roteando,
   torcendo le pupille, e dissennata,
   era invasa dal Nume, e non l'udiva;
   ma con la manca un braccio gli afferr,
   e, il pie' puntando sopra il fianco al misero,
   l'omero gli strapp: non di sua forza,
   ma nelle mani un Dio vigor le infuse.
   Dall'altro lato, a sbranargli le carni
   Ino s'adoperava, e Autnoe e tutte
   le Baccanti: era un ululo confuso,
   ei gemendo finch trasse il respiro,
   e l'altre alzavan grida di vittoria.
   Ed una un braccio, un pie' l'altra portava:
   nude l'ossa apparian dai fianchi rotti;
   e con le mani sanguinose tutte
   si palleggiavan di Pnteo le carni.
   E giace il corpo qua e l, tra rupi
   aspre, e del fitto bosco fra le chiome,
   n facile  trovarlo. E il capo misero,
   tra le sue man la madre il prese, e, fittolo
   sul tirso, come d'un leone alpestre,
   tra i gioghi via del Citern lo porta,
   lasciate in danza le sorelle Mnadi.
   Ed orgogliosa della triste caccia,
   a queste mura or muove, e invoca Bacco,
   che insiem con lei cacci, prese la nobile
   preda, che d di lagrime trofeo.
   Pria che giunga la misera alla reggia,
   dall'orribile vista io m'allontano.
(Il messo va via)
CORO:
   Danze intrecciamo in gloria
   di Bacco, ad alte grida
   annunciam di Pnteo la triste sorte,
   del figliuolo del drago, che femminee
   vesti cingeva, che impugn la ferula
   a cercar la sua morte;
   e un toro a lui fu guida
   lungo la via funesta.
   E voi, cadmee Baccanti,
   potete celebrar vostra vittoria
   con ululi, con pianti. Oh bella gesta
   del sangue d'un figliuolo le mani aver grondanti!
(Giungono da lungi le grida dissennate d'gave)
CORIFEA:
   Su via, la madre di Pnteo s'accolga,
   che roteando le pupille giunge,
   e il corteggio con lei dell'Evio Nume.
gave (Grida dal di dentro):           Strofe
   Baccanti d'Asia!
CORIFEA:
   Perch mi chiami?
gave (Entra in folle corsa, brandendo il tirso su cui  infitta
la testa di Pnteo, fra rami d'ellera. La segue uno stuolo di donne
in costume di Mnadi, dissennate e deliranti):
   Dall'alpe una mirabile
   preda, fra questi rami
   test recisi, a questa reggia io reco.
CORIFEA:
   Vedo! E dei balli miei socia ti faccio!
gave:
   Vedete, dunque? Io preso ho questo tenero
   leone, senza laccio!
CORIFEA:
   In che deserto luogo?
gave:
   Del Citerone il giogo...
CORIFEA:
   Che fece il Citerone?
gave:
   A lui die' morte.
CORIFEA:
   Chi prima lo colp?
gave:
   Fu mia la sorte,
   e i tasi esalteranno la mia gloria.
CORIFEA:
   E dopo te?
gave:
   La prole...
CORIFEA:
   Quale prole?
gave:
   Di Cadmo le figliuole,
   dopo me, dopo me, colpian la fiera!
CORIFEA:
   Andare puoi di simil caccia altiera!
gave:                                 Antistrofe
   Meco banchetta!
CORIFEA:
   Che dici, o misera?
gave (Vagheggia la testa):
   Del capo sotto i morbidi
   crini, questo vitello
   le gote or ora ombrava di lanugine.
CORIFEA:
   Come d'agreste belva  sua criniera!
gave:
   Bacco, ben destro cacciator, le Mnadi
   lanci su questa fiera!
CORIFEA:
   Di cacce il Nume gode!
gave:
   Or tu non mi di lode?
CORIFEA:
   S, ti d lode...
gave:
   E il popolo di Tebe,
   presto...
CORIFEA:
   e a sua madre anche il figliuol Pnteo...
gave:
   Plauso dar pel nobile trofeo!
CORIFEA:
   Mirabil preda!
gave:
   E con grand'arte colta!
CORIFEA:
   Dunque t'allegri?
gave:
   Molta,
   molta gioia m'invade; e manifesta
   a Tebe tutta sar la mia gesta!
CORIFEA:
   Ai cittadini, o misera, la preda
   vittoriosa ch'i recata, mostra.
gave:
   Venite, o voi che dimorate nella
   turrita rocca del tebano suolo,
   e vedete qual fiera abbiam cacciata
   noi, le figlie di Cadmo, senza lancio
   di giavellotti tessali n reti,
   ma con la furia delle bianche mani!
   Oh vano millantar di chi con l'armi
   muove alla caccia! Con le sole mani
   noi questa fiera abbiam predato, abbiamo
   dilacerate le sue membra. Ov'
   il vecchio padre mio? S'accosti. Ov'
   il figlio mio Pnteo? Prenda una solida
   scala, e l'appoggi ai muri della reggia,
   e questo capo del leone, ch'io
   trafissi in caccia, sopra il fregio infigga.
CADMO (Seguito da servi che portano su una barella i resti
sbranati di Pnteo):
   Seguitemi, portando questo misero
   carico di Pnteo, servi, seguitemi
   presso alla casa, dove il corpo io reco,
   che ritrovai, con mille e mille stenti,
   disfatto in brani, n un sol brano presso
   l'altro, del Citerone fra i recessi.
   Com'io ponevo entro le mura il piede,
   col vegliardo Tresia, fra le Mnadi,
   alcuno mi narr l'insana furia
   delle mie figlie: ond'io, tornato al monte,
   il figliuolo cercai, da quelle ucciso.
   Ed Ino ed Autone vagolar vidi
   fra i querceti, dall'estro ancora invase:
   d'gave alcun mi disse che l'aveva
   qui spinta Bacco; e non mi disse il falso:
   ch innanzi a me la scorgo. Ahi, fiera vista!
gave:
   O padre, molto glorarti puoi,
   che generasti valorose figlie
   come niun dei mortali: io dico tutte,
   e pi di tutte me, che, abbandonate
   presso i telai le spole, a maggior gesta
   venni, e cacciai con le mani le belve!
   E nelle braccia, come vedi, reco
   questi trofei, che in cima alla tua reggia
   vengano appesi. E tu, padre, gradiscili,
   ed orgoglioso di mia preda, invita
   a banchettar gli amici: ch beato
   ti fa, beato, l'opra che compiemmo!
CADMO:
   O doglia immane onde rifugge il guardo!
   O strage, o mani misere omicide!
   Bella vittima ai Numi hai tu sgozzata,
   che me, che Tebe a banchettare inviti!
   Oh sciagura su te, su me sciagura,
   che giusto fu, ma troppo ne distrusse
   Bromio, che nacque dalla nostra casa.
gave:
   Com' burbera e sempre accipigliata
   l'et senile! Oh, se mio figlio tanto
   valesse in caccia quanto val sua madre,
   quando si lancia delle belve in traccia
   fra i giovani di Tebe! Egli coi Numi
   soltanto, invece, sa pugnar! Ma tu
   ammoniscilo, oh padre. Or chi lo chiama,
   ch'egli vegga la mia felicit?
CADMO:
   Ahi, ahi, se al senno tornerete, orribile
   strazio v'assalir pel vostro scempio!
gave:
   Di non bello e di tristo in ci che vedi?
CADMO:
   Prima lo sguardo in questo tere figgi!
gave:
   Devo fissare l'tere? Perch?
CADMO:
   Ti par lo stesso, o che mutato sia?
gave:
   Pi limpido mi sembra, ora, pi lucido.
CADMO:
   Lo smarrimento in seno ancor ti dura?
gave:
   Non t'intendo. Ma ben parmi tramuti
   il mio pensiero, e che a ragione io torni.
CADMO:
   Puoi darmi ascolto e limpida risposta?
gave:
   S: n quanto pria dissi io pi rammento.
CADMO:
   A quale casa gl'Imeni t'addussero?
gave:
   Sposa mi desti ad Echn terrigeno.
CADMO:
   E quale figlio ad Echne nacque?
gave:
   Dall'amor suo, dal mio, nacque Pnteo.
CADMO:
   E di chi rechi fra le braccia il capo?
gave:
   D'un leon... disse chi con me lo prese.
CADMO:
   Guarda bene:  guardar lieve fatica.
gave:
   Che vedo, ahim! Queste mie man' che recano?
CADMO:
   Fissalo bene, e lo saprai ben chiaro.
gave:
   Oh me infelice! Oh spasimo crudele!
CADMO:
   Che somigli a un leon dunque ti sembra?
gave:
   No! Questo  il capo di Pnteo, me misera!
CADMO:
   Io lo piangevo, e tu nol conoscevi!
gave:
   Chi l'uccise? Com' fra le mie mani?
CADMO:
   Triste, se giunge inopportuno, il vero!
gave:
   Parla! Mi balza nell'attesa il cuore!
CADMO:
   Tu l'uccidesti e le sorelle tue.
gave:
   Dove fu ucciso? Nella reggia? O dove?
CADMO:
   Dove Atteon le cagne gi sbranarono.
gave:
   E perch al monte and lo sventurato?
CADMO:
   Per fare al Nume oltraggio, e ai vostri riti.
gave:
   E come noi su lui quivi piombammo?
CADMO:
   Bacco voi folli, e tutta Tebe rese.
gave:
   Ora comprendo! Ci colp Dniso!
CADMO:
   Dio non lo credevate! Offeso, offese.
gave:
   E il caro corpo di Pnteo, dov'?
CADMO:
   L'ho ritrovato a stento, e qui lo reco.
gave:
   Congiunte insiem le membra sue trovasti?
CADMO:
...........................................
gave:
   Che colpa avea di mia follia, Pnteo?
CADMO:
   Pari si rese a voi spregiando il Nume:
   e il Nume voi nella rovina stessa
   sospinse, e quello, e stermin la casa,
   e me, che, privo di progenie maschia,
   vedo il rampollo del tuo grembo, o misera,
   finir di s nefanda orrida fine!
   La casa volto a lui tenea lo sguardo:
   tu reggevi i miei tetti, o figlio della
   mia figlia; e lo sgomento eri di Tebe.
   N osava alcuno fare ingiuria al vecchio,
   vedendo te: ch il fio pagato avrebbe.
   Ma senza onore via dalla sua casa
   sar scacciato adesso il vecchio Cadmo,
   che dei Tebani semin la stirpe,
   e ne raccolse peregrina messe.
   Oh il pi diletto fra i mortali tutti,
   ch morto ancor fra i pi diletti sei,
   oh figlio mio, non pi con la tua mano
   accarezzando questa guancia, il padre
   della tua madre incontrerai per dirgli:
   Chi ti fa torto, chi ti nega onore?
   Il cuore tuo chi affligge e turba, o vecchio?
   Di' ch'io punisca chi t'offese, o padre!.
   Ora infelice io sono, e sventurato
   sei tu, degna di pianto  la tua madre,
   miseri i tuoi congiunti! Oh, se v' alcuno
   che disprezza i Celesti, a questa morte
   riguardi, e creda che vi sono i Numi.
CORIFEA:
   Cadmo, di te mi duol. Giusta la pena
   pel tuo nipote fu, ma per te dura!
gave:
   O padre, vedi la sciagura mia!
   Pnteo miseramente fra le rupi
   sbranato giacque. Ed ora, con che lagrime
   lo pianger? Come potr, me misera,
   stringerlo al sen, toccarlo con le mani
   che commiser lo scempio? A brani a brani
   le membra che ho nutrite io bacer!
(Sulla tomba di Semle appare Diniso)
Diniso:
   Di lacci egli m'avvinse, mi copr
   di contumelie; onde il morir fu poco
   a quanto opr. N tacer la sorte
   che agli altri incombe.
   (Ad gave)
   Tu con le sorelle
   Tebe lasciar dovrete, e il fio pagare
   del duro scempio a lui che avete ucciso;
   n vedrete pi mai la patria vostra.
   (A Cadmo)
   In drago tu tramuterai tua forma;
   ed Armonia, che a te, mortale, Marte
   diede in isposa, sar fatta serpe.
   E fatto re di barbari, una coppia
   guiderai di vitelli con tua moglie,
   come dice l'oracolo di Giove;
   distruggerai con infinito esercito
   molte citt: poi, quando il santuario
   struggeranno d'Apollo, avranno un misero
   ritorno; e te nel regno dei Beati
   Marte con Armonia stabilir.
   Questo dico io, non di mortale nato,
   ma di Giove, Dniso; se saggi
   stati voi foste allor che non voleste,
   vi sarei stato amico, e voi felici.
gave:
   Ti femmo torto. Or ti preghiam, Dniso!
Diniso:
   Tardi! Mi sconosceste a tempo debito.
gave:
   Vero ; ma troppo contro noi t'avventi!
Diniso:
   Perch da voi venni oltraggiato, io Nume.
gave:
   Rancor mortale ai Numi non si addice!
Diniso:
   Di Giove  quanto avvien decreto antico.
gave:
   Padre! ahi misero esiglio  a noi prescritto!
Diniso:
   A che indugiare quanto fare  d'uopo?
(Sparisce)
CADMO:
   In quale, o figlia, orribile sciagura
   cademmo, tu, le tue sorelle, o misera,
   ed io, tapino, che cercar, gi vecchio,
   debbo asilo tra i barbari! Destino
    per me dunque ancor guidare in Ellade
   un'accozzaglia barbara di genti,
   e, fatto drago, la consorte mia,
   figlia di Marte, tramutata in aspide,
   guidare all'are ed alle tombe Ellne,
   d'un esercito a capo. E mai, tapino,
   mai fine avranno le sciagure mie.
   Neppure quando scender l'inferna
   corrente d'Acheronte, io pace avr.
gave:
   Padre ed io da te lungi andr fuggiasca!
(Lo abbraccia)
CADMO:
   Misera figlia, a che m'abbracci? Bianco
   al par d'un cigno io sono, e nulla valgo.
gave:
   Lontana dalla patria, or dove andr?
CADMO:
   Non so! Non pu giovarti, o figlia, il padre!
gave:
   Addio, mia casa! Addio
   terra ove nacqui. Lungi dalla reggia
   ove fui sposa, me spinge sventura.
CADMO:
   O figlia, muovi or dove d'Aristo...
gave (A Cadmo):
   Io per te piango, o padre!
CADMO:
   Io per te, figlia, e per le tue sorelle.
gave:
   Troppo fu dura l'onta che Dniso
   sopra la casa tua volle aggravare.
CADMO:
   E grave onta da noi soffr: ch in Tebe
   mai non ebbe il suo nome onore alcuno!
gave:
   Salute, o padre, a te.
CADMO:
   Salute, o figlia:
   Ma che salute mai trovar potresti?
gave (Alle ancelle):
   Siatemi or guida alle sorelle mie,
   che misere compagne
   mi sian d'esiglio. E possa io, possa giungere
   dove n me pi vegga
   il Citerone maledetto, n
   queste pupille il Citerone, dove
   del tirso pi ricordo alcun non resti.
(Esce sostenuta dalle ancelle)
PRIMA CORIFEA:
   Spesso tramuta quando oprano i Dmoni,
   e inaspettati eventi i Numi compiono.
   E a ci che s'attendea negarono esito,
   e all'inatteso aprr tramite agevole.
   Della favola triste  questo il termine.


