Titolo: Alcsti
Autore: Eurpide
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1928
Codice ISBN: Non esistente
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI

Alcsti
di Eurpide
traduzione di Ettore Romagnoli

PERSONAGGI:

APOLLO
TNATO
Alcsti
ANCELLA
Admto
Eumlo
ERCOLE
Frete
CORO di cittadini di Fre

La scena si svolge a Fre, in Tessaglia,
dinanzi alla reggia d'Admto.

APOLLO (Esce dalla casa d'Admto, si volge
a contemplarla, e parla tristemente):
   Addio, casa d'Admto, in cui dovei
   piegarmi, io Nume, a servil mensa! Giove
   causa ne fu, che, il vampo della folgore
   vibrato in petto al mio figliuolo Asclepio,
   l'uccise. Ond'io, del divin fuoco i fabbri,
   i Ciclopi, a vendetta, sterminai;
   e, per punirmi, mi costrinse il padre
   a servire un mortale. E a questo suolo
   giunto, i bovi a un estranio pasturai,
   e la sua casa fino a questo d
   protessi: ch in un uom pio m'imbattei,
   nel figliuol di Frete. Ora io da morte,
   deludendo le Parche, lo salvai.
   Mi concessero quelle che l'Averno
   schivar potesse Admto, se in sua vece
   offrisse un altro agl'Inferi. Prov
   tutti gli amici, a tutti ebbe ricorso,
   e al padre e alla canuta madre; e niuno
   trov, tranne la sposa, che sostenne
   per lui morire, e abbandonar la luce.
   Ella, portata a braccia, or ne la casa
   l'anima rende. Ch morire deve
   in questo giorno, e abbandonar la vita.
   Or la casa diletta io lasciar devo,
   perch me non contamini il contagio.
   Ch gi Tnato veggo avvicinarsi,
   sacerdote dei morti, che la donna
   condurr nell'Averno. Il d spiava
   ch'ella morir dovesse; e in punto giunse.
Tnato (Appare improvviso.  un giovine avvolto
in un peplo nero: impugna una spada):
   Che fai su la soglia? Che giri
   qui attorno? Non operi, o Febo,
   secondo giustizia, che predi
   agl'Inferi i loro diritti!
   Assai non ti fu contrastare
   al fato d'Admto, eludendo
   con arte di frode le Parche,
   che, armata la destra dell'arco,
   or giungi a soccorrer la sposa,
   la figlia di Pelio, che s
   offriva alla morte, se salvo
   facesse lo sposo?
APOLLO:
   Fa' cuor. Diritto ed argomenti adduco.
Tnato:
   E se diritto adduci, a che quell'arco?
APOLLO:
   L'arco portare sempre  mio costume.
Tnato:
   E questa casa a mal dritto proteggere.
APOLLO:
   Il male d'un amico al cuor m' grave.
Tnato:
   Questa seconda salma anche vuoi togliermi?
APOLLO:
   Se neppur l'altra io ti sottrassi a forza!
Tnato:
   E come  su la terra, e non sotterra?
APOLLO:
   La sposa in cambio die', ch'ora tu cerchi.
Tnato:
   E l'addurr nei regni della tenebra.
APOLLO:
   Prendila e va. Non so se t'indurrei...
Tnato:
   A uccider, s, chi debbo. A questo venni.
APOLLO:
   Modo non c' che vecchia Alcsti muoia?
Tnato:
   Non c': d'onori anch'io debbo andar lieto.
APOLLO:
   Non pi che un'alma ad ogni modo avrai.
Tnato:
   Pi grande  l'onor mio, se muore un giovine.
APOLLO:
   Ricche esequie ella avr, se morr vecchia.
Tnato:
   Comoda legge per i ricchi, o Febo!
APOLLO:
   Io non sapevo che tu loico fossi.
Tnato:
   Non morrebber pi ricchi. Troppo comodo!
APOLLO:
   Questa grazia non vuoi dunque concedermi?
Tnato:
   Davvero no. Conosci i miei costumi.
APOLLO:
   S: nemici ai mortali, in odio ai Numi!
Tnato:
   Non avrai tutto ci che aver non devi.
APOLLO:
   Ti piegherai, sebben duro sei tanto!
   Tal di Fre alla casa un uomo giunge.
   Euristo lo mand, che le cavalle
   dai ghiacci traci e il cocchio gli radduca.
   Ei, nei tetti d'Admto ospite, a forza
   ti rapir la donna; e non avrai
   grazia alcuna da me: dovrai piegarti;
   e l'odio mio guadagnerai per giunta.
Tnato:
   Nulla otterrai, per quanto a lungo parli:
   gi nell'Averno scender la donna.
   Ora muovo su lei: con la mia spada
   la tocco; e quanti il crine hanno sfiorato
   da questo ferro, sono sacri agl'Inferi.
(Apollo e Tnato escono, uno da una parte, uno dall'altra)
(Dalle due prodoi avanza il coro, composto di cittadini di Fre,
uomini, donne, giovani, vecchi. I due corifei cantano la strofe
e l'antistrofe. Altri, a volta a volta, prendono la parola)
UN CITTADINO:
   Perch questa pace dinanzi alla reggia?
    muta la casa d'Admto. Perch?
   N alcun degli amici qui scorgo, che dica
   se morta gi debbasi piangere,
   se ancor vede luce la figlia di Pelio,
   Alcsti, che a me,
   che a tutti, tal donna  sembrata
   che mai sulla terra la simil non visse.
PRIMO CORIFEO:                         Strofe prima
   Ode alcun nella reggia
   suono di mani, o gemito,
   od ululo che dia nuova funesta?
   N alcun dei servi scorgesi
   presso alla porta. O Apolline,
   fulger tu possa in mezzo alla tempesta!
A:
   Non tacerebbero, se morta fosse!
B:
   Ella  gi spenta!
C:
   No, non uscita  ancor dalla dimora.
D:
   Che ne sai? Non lo spero! E che t'incuora?
E:
   Celebrar forse a cos santa sposa
   potrebbe Admto esequie solitarie?
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe prima
   Non veggo su la soglia
   acqua di scaturigine,
   come pei morti. Ad onorar la salma
   non cadde ancor cesarie
   recisa innanzi all'atrio:
   picchiar non odo di femminea palma.
A:
   Eppure, il giorno fatale  questo!
B:
   Che mai, che dici?
A:
   In cui conviene che sotterra scenda.
B:
   Tocchi l'animo mio, tocchi il mio cuore!
C:
   Quando sui buoni piomba la sciagura,
   triste divien chi buono  per natura.
PRIMO CORIFEO:                         Strofe seconda
   N su la terra  plaga,
   non la Licia, n l'arida
   dell'Ammonio dimora,
   a cui volger la prora
   alcuno possa, e l'anima
   della misera Alcsti
   riscattar: ch su lei
   pesa l'ineluttabile
   Fato. Di quali Dei
   mover debba all'altare
   non so, n quali debba ostie sgozzare.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe seconda
   Solo se vivo ancora
   fosse il figliuol d'Apolline,
   essa lasciar dell'Ade
   le soglie, le contrade
   buie lasciare, e riedere
   potrebbe: ch'ei risorgere
   fea la gente defunta:
   sinch su lui del folgore
   divin la fiammea punta
   piomb. Ma che speranza
   che a vita ella ritorni, oggi m'avanza?
A:
   Gi tutto a salvare la nostra regina
   tentammo. Dei Numi
   sovressi gli altari,
   di vittime sangue, di vittime fumi.
   Al male non v' medicina.
(Dalla reggia esce un'ancella)
B:
   Veh! Dalla casa una fantesca giunge,
   versando pianto. Udir che mai dovr?
   Se la sciagura i signor nostri coglie,
   versar lagrime  giusto. - Ora tu dicci
   se viva ancora o spenta  la regina.
ANCELLA:
   Puoi dirla viva, puoi gi morta dirla.
PRIMO CORIFEO:
   Come pu morto e vivo essere alcuno?
ANCELLA:
   Gi presso  a morte, gi lo spirto esala.
PRIMO CORIFEO:
   Di quale sposa, ahi, quale sposo  privo!
ANCELLA:
   Nol sapr, se perduta pria non l'abbia!
PRIMO CORIFEO:
   Pi non v' speme di serbarla in vita?
ANCELLA:
   Il d fatale a morte la costringe.
PRIMO CORIFEO:
   E l'esequie per lei gi s'apparecchia?
ANCELLA:
   Pronti Admto ha gli arredi a seppellirla.
PRIMO CORIFEO:
   Sappi, Alcsti, che muor con te la donna
   miglior fra quante sotto il sole vivono.
ANCELLA:
   Come no? La migliore. E chi contendere
   potr che questa ogni altra donna avanzi?
   Chi mai potr l'amor pel suo consorte
   dimostrar meglio che per lui morendo?
   Ma questo a tutti i cittadini  noto.
   Quanto in casa ella fece, odi, e stupisci.
   Poi che giungere vide il giorno estremo,
   volonterosa, pria le pure membra
   lav nella corrente acqua; e dall'arche
   di cedro, vesti ed ornamenti trasse,
   e s'abbigli compostamente. E stando
   presso all'ara di Vesta, la preg:
   Ora che ai regni sotterranei scendo,
   quest'ultima preghiera, o Dea, ti volgo.
   Proteggi i figli miei. Fida una sposa
   unisci a questo: un generoso sposo
   a questa. E non come io, lor madre, muoio,
   muoiano innanzi tempo i figli miei;
   ma nella patria vivano felici.
   E a quanti altari nella reggia sono,
   and, li ghirland, preg, scerpendo
   dalla chioma d'un mirto i ramicelli,
   senza pianto, n gemito: n il vago
   viso turbava l'imminente fine.
   Entr quindi nel talamo, sul letto
   nuzale; e qui pianse, e favell.
   Letto che avesti il fior della mia vita,
   addio: non t'odio io, no, sebbene muoio
   solo per te: per non tradir lo sposo
   e te, muoio. Sarai d'un'altra donna,
   non pi casta di me: pi fortunata.
   E su vi cade; e lo bacia; e d'un fiotto
   di lagrime la coltre  molle tutta.
   Or, poi che sazia fu del pianto lungo,
   si stacca dalle coltri, e s'allontana.
   Ma nell'uscir dal talamo, si volge
   pi volte; e sovra il letto ancor si gitta.
   Stretti alle vesti della madre, i figli
   piangeano. In braccio essa li prese: e gi
   moribonda, baciava or l'uno or l'altra.
   Tutti i servi piangean nella dimora,
   per la piet della regina. Ed essa
   tese a tutti la destra. E niuno v'era
   umil cos, che a lui non favellasse,
   che a lei non rispondesse. Ecco che avviene
   nella casa d'Admto. Oh, s'egli fosse
   morto, non pi sarebbe. Ma, scampato,
   tale  il suo duol, che non avr mai fine.
PRIMO CORIFEO:
   Di s nobile sposa andare privo!
   Certo, per questo male Admto piange.
ANCELLA:
   Tien fra le braccia la diletta sposa,
   e piange, e prega perch non lo lasci.
   L'impossibile cerca! Ella si strugge
   nel suo male, si disfa, s'abbandona,
   triste peso, al suo braccio. E, bench poco
   respiri pi, del sole i raggi anela.
   Or vado ad annunciar la tua presenza:
   ch non tanto aman tutti i lor signori,
   che serbin fido cuor nelle sciagure;
   e tu sei dei padroni amico vecchio.
(L'ancella rientra nella reggia)
A:
   Giove, qual fine avranno i mali? Come
   allontanar dal capo del nostro re gli affanni?
B:
   Esce alcun gi? Recider le chiome?
   Cinger le mie membra col vel dei negri panni?
C:
   Gi tutto  chiaro, amici. Pur tuttavia, preghiere
   leviamo ai Numi. Grande  dei Numi il potere!
PRIMO CORIFEO:                         Strofe terza
   Oh dio Peane,
   trova rimedio tu pei casi tristi
   d'Admto, e a lui lo porgi. Un'altra volta
   gi tu lo rinvenisti.
   Giungi anche adesso, giungi,
   frena Averno sanguineo,
   e la morte tien lungi.
A:
   Ahim, ahim! Che sposa a te s'invola,
   o figliuol di Frete! Ahi, sventura, sventura!
B:
   Stringere ei non dovrebbe alla sua gola
   laccio funesto, o spegnersi di morte anche pi dura?
C:
   La tua, cara non dico, carissima consorte,
   veder dovrai quest'oggi cader preda alla morte.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe terza
   Oh vedi, vedi!
   Esce gi dalla reggia anche il signore.
   Ulula, piangi tu, suolo di Fre!
   Dal morbo la migliore
   delle donne consunta,
   per sotterraneo valico
   nel buio Averno  giunta.
A:
   Puoi tu dir che le nozze non rechino
   pi che gioia dolor, se argomenti
   dagli eventi trascorsi, e ai presenti
   volgi il guardo: al mio sire che, privo
   della sposa pi nobile, vivo
   pur vivendo, mai pi non sar?
(Entra Admto, sostenendo Alcsti moribonda,
seguita dai figli che si appendono alle sue vesti.
Ancelle, servi, guardie)
Alcsti:
   Sole, luce del giorno,
   tere, limpide veloci nuvole!
Admto:
   Te vede il sole e me, due sventurati.
   Nulla offendemmo i Numi: eppur tu muori.
Alcsti:
   Terra, tetto dell'atrio,
   nuzal talamo di Jolco mia!
Admto:
   Misera, sorgi, non lasciarmi! Prega
   gli Dei possenti ch'abbiano piet.
Alcsti:
   Vedo la cimba, vedo! Con la mano sul remo,
   Caronte, il navicchiere dei defunti, gia gi
   mi chiama. Non t'affretti? Che indugi? Tarderemo
   per te! La sua parola pi veloce mi fa.
Admto:
   Misero me! Di che partenza dura
   favelli! Qual su noi piomb sventura!
Alcsti:
   Mi tragge alcun, mi tragge! Su me confitta  d'Ade
   la cerula pupilla fosca: trascina me
   dei morti all'aula. - Lasciami. Che mi fai? - Per che strade,
   o donna infelicissima, volgere debbo il pie'!
Admto:
   Strade di pianto per gli amici, e pi
   per me, pei figli, che abbandoni in lutto.
Alcsti:
   Lasciatemi, lasciatemi,
   adagiatemi. Pi
   non mi reggono i piedi.
   Morte  gi presso:
   ombrosa notte sopra gli occhi repe.
   Figli, figli, la madre
   vostra non vive pi.
   Addio, figli, godete
   questa luce del giorno.
Admto:
   Ahim! Questi detti al mio cuore
   son pi che ogni morte funesti!
   Oh no, non partire, ti prego
   pei Numi, pei figli che tu
   lasci orfani! Sorgi, fa' cuore!
   Se muori, io morr.
   Tu sola puoi darmi la vita o la morte.
Alcsti:
   Admto, a te che la mia sorte vedi,
   dir, pria di morir, quello che bramo.
   Io pi che me, te caro avendo, a prezzo
   del viver mio, la luce a te serbata,
   muoio. E potevo non morir per te,
   ma chi volessi sposo aver dei Tssali,
   e sovrana regnar ne la mia reggia.
   Ma divelta da te non volli vivere
   coi figli derelitti; e abbandonai
   di giovinezza i doni ond'io godevo.
   L'uom che te gener, la madre tua
   ti tradirono. Ed erano pur giunti
   agli anni in cui lasciar la vita  giusto;
   e bello era per lor salvare il figlio,
   glorosa la morte; e avean te solo,
   n speranza d'avere altri figliuoli
   se tu morivi; ed io vissuto avrei
   sempre vicino a te; n tu soletto
   piangeresti la sposa, e i figli tuoi
   orfani educheresti. Ma un Dio volle
   che cos fosse tutto questo. E sia.
   Ma tu, memore, rendimi una grazia.
   Al beneficio pari non sar,
   ch nulla val quanto la vita vale;
   ma ben giusta: e tu stesso lo dirai:
   ch'ami non men di me questi fanciulli,
   se pure hai senno. Fa' ch'essi padroni
   sian della casa mia, schiva le nozze,
   ai figli miei non dare una matrigna,
   che, non avendo il cuore mio, per astio,
   sui miei, sui tuoi figliuoli, alzi la mano.
   Non farlo, no, ti prego. Ai primi figli
   sopraggiunge nemica una matrigna:
   cuore non ha pi mite d'una vipera.
   Il figlio maschio trova un baluardo
   nel padre suo; ma tu, pargola mia,
   chi curer la tua giovine vita?
   come sar con te la nuova sposa
   del padre tuo? Di mala fama, forse,
   nei floridi anni tuoi ti brutter,
   s che distrugga le tue nozze. Sposa
   te non far la madre: ai parti, o figlia,
   te non assister, dove nessuno
   ha d'una madre il cuore! Io morir devo,
   e non domani, e non il terzo d
   del mese, il mal m'attende; ma fra poco
   viva chiamar me non potrete. Addio,
   siate felici. Glorarti, o sposo,
   potrai che la tua sposa ottima fu:
   e voi, figliuoli, della madre vostra.
PRIMO CORIFEO:
   Fa' cuor: per lui parlare non mi prito.
   Quanto brami far, se non  folle.
Admto:
   Sar, tutto sar. Non temere. Io
   t'ebbi sposa da viva; e morta, ancora
   unica sposa mia detta sarai.
   Niuna Tessala pi mi chiamer
   sposo, e sia pur di nobil sangue, sia
   di vaghissime forme. Ai Numi, questo
   soltanto io chiedo: che mi sia concesso
   gioir dei figli, or che di te gioire
   pi non m' dato. E non un anno il lutto
   tuo porter; ma sin ch'io resti in vita,
   o sposa: e aborrir la madre mia,
   il padre aborrir. M'erano amici,
   non a fatti, a parole. Invece tu,
   la carissima vita in cambio offerta,
   salvato m'hai. Come potrei non piangere,
   perduta avendo una compagna tale?
   Porr fine ai conviv, ed ai simpos,
   alle ghirlande, ai canti che sonavano
   nella mia casa. Pi non toccher
   cetra, n pi sollever lo spirito,
   cantando al suon di flauto libio. Tu
   della vita m'hai tolto ogni diletto.
   La tua figura effigata dalla
   mano di saggio artefice, star
   distesa su le coltrici; ed io, prono
   accanto a lei, la cinger con queste
   braccia, invocando il nome tuo, pensando
   fra le braccia tener la mia diletta.
   Gelida gioia, ahim! Ma forse il peso
   sollever dell'anima. E nei sogni
   m'apparirai, m'allieterai. Soave
    la notte vedere i nostri cari
   quando che sia. Se le parole e il canto
   possedessi d'Orfeo, s che, molcendo
   di Demtra la figlia e il suo signore,
   te dall'Averno raddur potessi,
   vi scenderei; n di Plutone il cane
   mi tratterrebbe, n Caronte, d'anime
   conduttor, pria che a luce io ti rendessi.
   Ora attendimi l, quando io sia morto,
   e prepara la casa ove dimora
   avrai con me. Ch porre io mi far
   in questa istessa arca di cedro, il fianco
   vicino al fianco tuo; n, morto, mai
   sar da te disgiunto, o sola fida!
PRIMO CORIFEO:
   Il tuo duol per costei con te partecipo,
   amico per l'amico; essa n' degna.
Alcsti:
   Figli, del padre le parole udiste:
   non sposer, che sia vostra nemica,
   un'altra donna: a me non far torto.
Admto:
   Lo affermo anche una volta; e manterr.
Alcsti:
   E allor, dalla mia mano abbiti i figli.
Admto:
   Oh caro dono di mano diletta!
Alcsti:
   In vece mia, sii tu madre per essi.
Admto:
   Forza sar, quand'io di te son privo.
Alcsti:
   Quando viver dovevo, o figli, parto.
Admto:
   Che far di te privo, o me infelice!
Alcsti:
   Chi muor dispare. Avrai medico il tempo.
Admto:
   Con te laggi, con te laggi mi reca!
Alcsti:
   Io basto, che per te volli morire.
Admto:
   Di quale sposa, o Dmone, mi privi!
Alcsti:
   Gi pieno d'ombra l'occhio mio s'aggrava.
Admto:
   Morto anche io sono, se mi lasci, o sposa!
Alcsti:
   Dire ben puoi che nulla io sono pi.
Admto:
   Leva il tuo volto... non lasciare i figli!
Alcsti:
   Non io voglio lasciarli... Oh figli... Addio!
Admto:
   Guardali ancor, guardali ancora!
Alcsti:
   Muoio!
Admto:
   Che fai? Ci lasci?
Alcsti:
   Addio!
Admto:
   Morto son io!
PRIMO CORIFEO:
   Spir. Spenta d'Admto  la consorte.
Eumlo:
   Oh mia sciagura! La madre  scesa
   sotterra, o padre! Non vede pi
   il sole; ed orfana
   la vita mia
   povera lascia.
   Vedi, le palpebre
   vedi, e le mani
   gi rilasciate!
   Odimi, odimi, ti prego, o madre!
   Io sono, o madre,
   sono il tuo pargolo,
   io che ti bacio,
   io che ti chiamo!
Admto:
   Chiami chi pi non ode e pi non vede.
   Dura sciagura me con voi percuote.
Eumlo:
   Pargolo io sono, padre; e me solo
   con la sorella la madre lascia.
   Me sventurato,
   te sventurato!
   Invano, invano
   per te le nozze
   furono: al limite
   della vecchiezza
   con la tua sposa non giungi. Morte
   prima la prese.
   Tutta in rovina,
   poi che tu parti,
   madre,  la casa!
PRIMO CORIFEO:
   Sopportar la sciagura, Admto,  forza.
   Non il primo fra gli uomini, n l'ultimo
   sarai, che perda una consorte egregia.
   Pensa che tutti siamo sacri a morte.
Admto:
   Lo so. N sopra me questa sciagura
   batte l'ali improvvisa. E ben, saperlo,
   gi da gran tempo mi crucciava. Or via,
   l'esequie adesso celebrar conviene.
   Voi qui restate. E il lugubre peana
   s'intoni alterno al Dio d'Averno immite.
   Ed ai Tessali tutti onde ho l'impero,
   pubblico lutto per Alcsti impongo:
   recidere le chiome, e negre vesti.
   Ed ai cavalli che aggiogate ai cocchi,
   ed ai corsieri, sian recisi i crini.
   N pi clamor di flauti n di lire,
   pria di dodici mesi, in Fre s'oda.
   Ch mai seppellir morto pi caro
   di questo, e a me pi amico. Ed onorarlo
   deggio io, poi che per me morte sostenne.
(Admto si allontana)

PEANA FUNEBRE
PRIMO CORIFEO:                         Strofe
   O figlia di Plio,
   ti siano gradita dimora le tnebre inferne.
   E sappia Ade, il Nume che negre ha le chiome,
   e il vecchio che i morti conduce,
   al remo seduto e al timone,
   che mai d'Achernte
   sovressa la morta palude,
   mai donna pi degna
   rec sul bireme battello.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe
   Te molto i poeti
   diran su l'alpestre settemplice lira, con gl'inni,
   diran senza lira, nei giorni che riede
   a Sparta la vece del mese
   carno, fulgendo alta la luna
   per tutta la notte,
   e nella felice, fulgente
   Atene: tal msse
   di canti lasciasti ai poeti.
PRIMO CORIFEO:
   Potessi io dal soggiorno
   d'Averno, il sotterraneo
   fiume solcando, al giorno
   te ricondurre, Alcsti!
   Ch tu cara, tu unica
   fra le donne, valesti,
   te sacrando alla morte,
   salvare dalle tnebre
   dell'Ade il tuo consorte.
   Cada la terra sopra te leggera!
   Ch se novello talamo
   Admto mai salisse, ai figli tuoi
   segno d'odio sarebbe, e a tutti noi.
SECONDO CORIFEO:
   La madre e il padre stanco
   sotto la terra ascondere
   non sostennero il fianco,
   per evitar la fine
   precoce al figlio misero:
   e bianco aveano il crine.
   Ma tu, nella fiorita
   giovent, pel tuo caro
   abbandoni la vita.
   Oh!, se a me pure concedesse il Fato
   tale una sposa! Il termine
   breve  di vita: deh!, potessi gli anni
   miei presso a lei varcar, scevro d'affanni!
(Mentre suonano le ultime note del peana,
sulla scena irrompe improvviso Ercole)
ERCOLE:
   Ospiti, che dimora avete in questa
   terra di Fre, trovo in casa Admto?
PRIMO CORIFEO:
   Ercole! In casa  di Ferte il figlio.
   Ma, di': qual causa ti sospinse al suolo
   della Tessaglia, alla citt di Fre?
ERCOLE:
   Compier per Euristo debbo un impresa.
PRIMO CORIFEO:
   E dove? quale strada  a te prescritta?
ERCOLE:
   Del tracio Domde il cocchio io cerco.
PRIMO CORIFEO:
   Come l'avrai? Non sai chi  quel barbaro?
ERCOLE:
   No! Dei Biston al suolo io mai non giunsi.
PRIMO CORIFEO:
   Quei corsier, senza lotta aver non puoi.
ERCOLE:
   Mio costume non  fuggir fatica!
PRIMO CORIFEO:
   Tornerai se l'uccidi; o laggi resti.
ERCOLE:
   Non  gi questa la mia prima impresa.
PRIMO CORIFEO:
   E se uccidi il signor, poi che farai?
ERCOLE:
   Reco i corsieri, di Tirinto al re.
PRIMO CORIFEO:
   Por morso a quelle fauci non  facile.
ERCOLE:
   Spirano forse dalle nari fiamme?
PRIMO CORIFEO:
   Con voraci mascelle sbranan gli uomini.
ERCOLE:
   Belve alpestri son dunque, e non cavalli!
PRIMO CORIFEO:
   Vedrai di sangue infusi i lor presep.
ERCOLE:
   E l'uom che li allev, qual padre vanta?
PRIMO CORIFEO:
   Marte. Dei Traci clipei d'oro  re.
ERCOLE:
   Il travaglio che dici,  quale il Dmone
   li serba a me: duro, a meta ardua volto,
   se coi figli di Marte appiccar zuffa
   io devo sempre. Con Licne prima,
   poscia con Cigno; e in questo terzo agone,
   tali cavalli e tal signore affronto.
   Ma nessuno vedr che tremi il figlio
   d'Alcmna pel valor dei suoi nemici.
PRIMO CORIFEO:
   Ercole, vedi! Il re di questa terra,
   Admto, dalla sua reggia s'avanza.
(Entra Admto)
Admto:
   Stirpe di Giove e di Perso, salute!
ERCOLE:
   E a te salute, o Admto, o re dei Tssali!
Admto:
   Salute avessi, come tu me l'auguri!
ERCOLE:
   Che avvenne? A che le chiome hai rase a lutto?
Admto:
   Quest'oggi seppellir devo un defunto.
ERCOLE:
   Il mal dai figli tuoi distolga un Nume!
Admto:
   Vivi son nella casa i figli miei.
ERCOLE:
   Se morto  il padre, a morte era maturo.
Admto:
   Anch'egli  vivo, e lei che a luce diemmi.
ERCOLE:
   Morta non  la tua consorte, Alcsti?
Admto:
   Dare debbo per lei risposta ambigua.
ERCOLE:
   D'una morta favelli? o vive ancora?
Admto:
   Vive e non vive: ed il mio cuore angoscia.
ERCOLE:
   Non ne so pi di prima. Oscuro parli.
Admto:
   Non sai quale destino su lei pesa?
ERCOLE:
   S. Che morire elesse in vece tua.
Admto:
   E se tanto accett, puoi dirla viva?
ERCOLE:
   Ah! Non piangerla avanti! Attendi l'ora.
Admto:
   Morto  chi morir dee. Chi mor, sparve.
ERCOLE:
   Non  dover morire esser gi morto.
Admto:
   Tu cos pensi; ed io penso altrimenti.
ERCOLE:
   Chi piangi, via? Qual dei tuoi cari  morto?
Admto:
   Una donna: una donna, or or t'ho detto.
ERCOLE:
   Stranera, o di stirpe a te congiunta?
Admto:
   Stranera: e al mio tetto era pur utile.
ERCOLE:
   E come in casa tua fin la vita?
Admto:
   Mortole il padre, fu cresciuta qui.
ERCOLE:
   Ahim!
   Trovato non t'avessi, Admto, in duolo!
Admto:
   Perch dici cos? Che mai disegni?
ERCOLE:
   D'altri ospiti alla mensa andare io penso.
Admto:
   Mai non sar. Tal male, oh, non avvenga!
ERCOLE:
   A chi soffre, molesto giunge l'ospite.
Admto:
   I morti sono morti. Entra, su via.
ERCOLE:
   Turpe  il banchetto, se gli amici piangono.
Admto:
   Appartata  la stanza ov'io ti reco.
ERCOLE:
   Lasciami andare; e grato ti sar.
Admto:
   D'altr'uomo a mensa non andrai. Precedimi.
   Le camere remote apri degli ospiti,
   ed ai ministri di' che t'apparecchino
   quello che brami.
   (Ercole entra. Ai servi)
   E sian chiuse le porte
   di mezzo. Chi banchetta, udire gemiti
   non deve. N attristar bisogna gli ospiti.
PRIMO CORIFEO:
   Che fai? Su te grava tal male, o Admto,
   e hai cuor d'accogliere ospiti? Sei folle?
Admto:
   Se dalla casa via, se dalle mura
   respinto avessi l'ospite, m'avresti
   data lode? Minor, se inospitale
   fossi, sarebbe la sciagura mia?
   S'aggiungerebbe ai mali un mal, se detto
   fosse il mio tetto inospital. Costui,
   quando alla terra sitibonda giungo
   d'Argo, il miglior degli ospiti  per me.
PRIMO CORIFEO:
   E perch mai celasti la tua sorte
   all'uom, che, come dici, amico t'?
Admto:
   Se conosciuto il mio dolore avesse,
   la mia soglia varcata ei non avrebbe.
   Forse anche a lui, cos facendo, folle
   sembrer; lode non ne avr; ma il tetto
   mio non sa n scacciar n spregiare ospiti.
(Esce)
PRIMO CORIFEO:                         Strofe prima
   O casa d'un uom generoso, che a tutti dischiusa ognor sei,
   Aplline pizio, signor dell'armonica lira,
   in te dimorare
   degnavasi, in te pasturare
   le greggi sui tramiti
   alpestri sostenne,
   guidando gli armenti col sufolo
   d'agresti imenei.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe prima
   E insieme, pel gaudio del canto, le linci macchiate pascevano,
   lasciate le valli de l'Otro, venian dei leoni
   le fulve coorti;
   e al suon di tua cetera, o Febo,
   il versicolore
   cerbiatto danzava,
   lanciandosi, ebbro dei cantici,
   sovressi gli abeti.
PRIMO CORIFEO:                         Strofe seconda
   Per ne la sede ferace
   di greggi, vicino a le belle
   Bebadi fluenti, dimora,
   e il ciel dei Molossi gli segna il confine,
   nei piani ove a notte i corsieri riposan del sole,
   e stende l'imperio su Egna marina,
   e sovra l'inospite spiaggia del Pelio.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe seconda
   Ed ora, dischiusa la casa,
   con oochio di lagrime, l'ospite
   accoglie, piangendo la sposa
   or ora defunta. Ch i nobili cuori
   trattiene pudore. E s'accoglie fior d'ogni saggezza
   nei buoni. Fiducia nel cuore mi siede
   che prosperi eventi succedano al sire.
(Dalla reggia esce il corteo funebre
che reca Alcsti al sepolcro)
Admto:
   Cittadini di Fre, amici miei,
   la morta spoglia recano i ministri
   gi nei funebri arredi, al rogo eccelso
   ed al sepolcro. La defunta or voi,
   com' costume, salutate, mentre
   lascia la casa pel viaggio eterno.
PRIMO CORIFEO:
   Tuo padre vedo, che l'antico piede
   muove; e seco ha ministri, che ad Alcsti
   gli estremi doni dei defunti recano.
Frete (Entra, seguito da servi che recano vesti, vasi, collane
ed altri doni funebri):
   Figlio, son qui. Pel cruccio tuo mi cruccio.
   Una buona consorte, una consorte
   saggia hai perduta. Chi lo nega? Eppure
   convien piegarsi al Fato, anche se grave.
   Per lei gradisci questi doni. Ed ella
   sotterra scenda. Onore abbia la salma
   di lei, che die' la sua per la tua vita;
   e non permise ch'io privo dei figli
   restassi, e senza te mi consumassi
   in dogliosa vecchiezza; e con quest'atto,
   nobile tutta la femminea stirpe
   e illustre ha reso. - O tu, che salvo il figlio
   hai fatto, noi cadenti hai sollevati,
   salve! Prospera sorte anche in Averno
   t'arrida. Oh!, tali spose sceglier gli uomini
   dovrebbero; o non mai stringere nozze.
Admto:
   Invito io non ti feci a queste esequie,
   n so dir grata la presenza tua.
   Dei doni tuoi costei non s'orner:
   senza nulla di tuo sar sepolta.
   Quando presso alla morte ero, dovevi
   crucciarti del mio cruccio. Allor, da parte
   rimanesti, lasciasti che per me
   morisse un altro, un giovine, tu vecchio.
   Ed or su questa morta versi lagrime?
   No, padre mio non sei, quella che chiamano
   mia madre, a luce non mi die'. D'un servo
   io sono sangue, e al sen della tua donna,
   di sotterfugio avvicinato fui.
   Arrivato al cimento, hai ben mostrato
   chi sei: d'essere tuo sangue non credo.
   Pusillanime sei come niun altri,
   che, cos grave d'anni, giunto al termine
   della vita, morir pel figlio tuo
   n volesti, n ardisti. E a morte and
   questa donna stranera, che a buon dritto
   io creder mia sola madre e padre.
   Eppure, egregia prova era per te
   morir pel figlio tuo, quando a ogni modo
   sol breve tempo a te di vita resta.
   E con Alcsti ancor vissuto avrei,
   n solo piangerei le mie sciagure.
   Quanto uom beato pu godere, tutto
   goduto hai tu. La giovent passasti
   regnando: avevi me, tuo figlio, erede
   della tua casa; n, morendo, i beni
   lasciati avresti alla rapina altrui:
   n dir potrai che a morte mi lasciasti,
   perch negassi a tue canizie onore:
   ch reverente io sempre fui. Per questo
   tale merc mia madre e tu mi date.
   Ma or, t'affretta a procreare figli,
   che curin gli anni tuoi tardi, che morto
   ornino te, che la tua salma espongano:
   mai questa mano ti seppellir:
   ch, per tua parte, io sarei morto. Or, s'io,
   grazie ad un altro, ancor la luce veggo,
   di quello figlio mi dir, di quello
   curer la vecchiaia. I vecchi fingono
   quando invocan la morte, e gli anni tardi
   biasimano, e che troppa sia la vita.
   Se morte appressa, niuno vuol morire
   pi: n pi grave la vecchiezza sembra.
PRIMO CORIFEO:
   Basta! Gi troppa  la sciagura vostra!
   Non irritar l'alma del padre, o figlio!
Frete:
   Figlio, che tracotanza  la tua? Sono
   un Lidio, un Frigio schiavo tuo, da battere
   di contumelie? Non sai tu che tessalo
   sono io, di padre tessalo, legittimo,
   libero? Troppo m'offendesti; e i detti
   fanciulleschi che tu contro me scagli,
   non andranno impuniti. Io di mie case
   signor t'ho generato, e t'ho nutrito;
   ma debito non  che per te muoia.
   Legge patria non , non legge ellna,
   che la vita pel figlio il padre dia.
   O prospera o infelice,  tua la vita
   tua. Quel che aver da me devi, tu l'hai:
   di molte genti sei signore, molti
   campi e vasti io ti lascio, che dal padre
   ebbi in retaggio. In che ti feci torto?
   Di che ti privo? Non dar la tua vita
   per me, n io la mia per te. La luce
   t' cara. Pensi che al tuo padre cara
   non sia? Della mia vita, certo, poco
   mi resta; e il poco  pur dolce: ben lunghi
   giorni sotterra passer: ma tu,
   tu combattesti svergognatamente,
   per non morire; e vivi; e sei sfuggito
   al tuo destino, e uccisa hai la tua sposa.
   E poi la vilt mia biasimi, o tristo
   fra i tristi, tu confuso da una femmina,
   che s'uccise per te, bel giovinetto!
   Ingegnosa trovata, ad evitare
   sempre la morte, se saprai convincere
   sempre a morir per te qualsiasi sposa
   tu abbia. E tu, s vile, anche vituperi
   i cari tuoi, che a ci non son disposti?
   Taci. Sappi che se la vita  cara
   a te,  cara a tutti. E se m'offendi,
   altre offese udrai: molte, e meritate.
PRIMO CORIFEO:
   Troppe le offese sue, troppe le tue.
   Taci, non oltraggiar tuo figlio, o vecchio.
Admto:
   Dille, e risponder. Se udire il vero
   ti cruccia, errar contro me non dovevi.
Frete:
   Pi errato avrei, se per te morto fossi.
Admto:
   Ugual cosa  morire un vecchio e un giovine?
Frete:
   Una sol vita abbiamo, e non un paio!
Admto:
   Lunga tu possa pi che Giove averla!
Frete:
   Nessun torto hai sofferto, e imprechi al padre?
Admto:
   Perch di viver molto sei troppo avido.
Frete:
   E tu, non mandi in vece tua la sposa?
Admto:
   Grazie alla tua vilt, tristo fra i tristi.
Frete:
   Dirai che morta sia per salvar me?
Admto:
   Ahim!
   Possa un giorno aver tu di me bisogno!
Frete:
   Sposane molte, tu, spacciane molte.
Admto:
   Vergogna tua, che morir non volesti.
Frete:
   Caro  il fulgor di questo cielo, caro!
Admto:
   Vile  l'animo tuo: non  virile.
Frete:
   Non riderai nel dar sepolcro al vecchio.
Admto:
   Senza gloria morrai, quando morrai.
Frete:
   Che mi fa, dopo morte, mala voce?
Admto:
   Ahi ahi! Vecchiaia spudorata troppo!
Frete:
   Spudorata costei non fu: fu pazza.
Admto:
   Vattene! lascia ch'io la seppellisca!
Frete:
   Seppelliscila, dopo averla uccisa.
   Vado! Ma tu render dovrai ragione
   ai suoi congiunti. O Adrasto pi non vive,
   o la sorella a vendicar verr.
Admto:
   Alla malora, tu e la donna ch'abita
   con te. Senza figliuoli invecchierete,
   pur vivo essendo il figlio vostro. Tanto
   meritate. N pi la stessa casa
   ci accoglier. Se rinunciar potessi
   col bando d'un araldo al tetto avito,
   rinuncerei! - Su via, poi che bisogna
   chinarsi al mal presente, or noi moviamo:
   sopra il rogo poniamo il corpo estinto.
(Il Coro si avvia lentamente, cantando, col corteo funebre)
CORO:
   Ahim, ahim! Che cuore fu il tuo, misera!
   Oh generosa, oh nobile,
   salve! Benigno Ermte sotterraneo
   te accolga, e l'Ade. E se la nobile opera
   anche l si remunera,
   sendone tu partecipe,
   sedere possa a lato di Persfone.
(Da una porta secondaria della reggia esce un servo,
tutto pieno d'indignazione e di cruccio)
SERVO:
   N'ho visti molti, forestieri, e d'ogni
   parte del mondo, giungere alla reggia
   d'Admto, e il pranzo gli ammannii. Ma uno
   pi tanghero di questo, non ci ha messo
   mai piede. Prima, trova il mio padrone
   in lutto, ed entra, senza farsi scrupolo
   di varcar questa soglia. Poi, saputa
   tanta disgrazia, non ha mica accolta
   con discrezione l'ospitalit!
   Ci scordavamo qualche cosa? E lui
   tempestava, per farsela portare.
   E messa mano ad una coppa d'ellera,
   dlli a trincare puro sugo d'uva,
   sin che il fuoco del vino, serpeggiandogli
   nelle vene, lo accese. E, cinto il capo
   con rami di mortella, abbaia e abbaia
   fuori di tno. C'erano due musiche:
   quello berciava, senza darsi il menomo
   pensier d'Admto, e dei suoi guai: noi servi
   piangevam la signora; ma le lagrime
   nascondevamo all'ospite: ch Admto
   ce l'aveva ordinato. - E adesso, io
   devo servirlo a tavola, quest'ospite,
   questo birbone, questo ladro, questo
   brigante! E intanto, la padrona mia
   la portan via di casa, ed io non l'ho
   seguita, verso lei non ho potuto
   tender la mano, sfogarmi a singhiozzi,
   lei che per me, che per i servi tutti,
   era una madre, che ci risparmiava
   mille castighi, mitigando l'ira
   dello sposo. Ho ragione o no, se odio
   lo stranier che piomb fra i nostri guai?
(Dalla stessa porta esce Ercole, ubriaco, con una coppa
in mano ed una corona in testa)
ERCOLE:
   Perch stai l cogitabondo e scuro,
   amico? Un servo non ha gi da fare
   quel muso lungo agli ospiti, ma accoglierli
   con garbo e grazia. Tu, vedi l'amico
   in casa del padrone, e lo ricevi
   accipigliato, con un viso d'uggia!
   Sentimi qui, che metterai giudizio.
   Lo sai qual  la sorte dei mortali?
   Credo di no. Chi pu avertelo detto?
   Debbon morire tutti quanti gli uomini;
   n tra i mortali alcuno v' che sappia
   se dimani vivr: ch oscuro  l'esito
   della ventura; e non s'impara; ed arte
   non te l'insegna. Adesso che sai tanto,
   che l'impari da me, datti alla gioia,
   trinca, pensa che il giorno che tu vivi
    tuo, della Fortuna  il resto. E onora
   Cpride, delle Dee la pi soave,
   la pi benigna pei mortali. E l'altre
   malinconie, lasciale stare, e dammi
   retta, se non ti par ch'io dica male.
   A me, pare di no. Dunque, non startela
   a pigliar troppo, cingi una corona,
   varca la soglia, e bevi insiem con me:
   e ti so dir che il tintinnio del calice
   far mutare subito di rotta
   a quella grinta amara, e all'umor negro.
   Chi  mortale, ha da pensare da
   mortale; e per la gente ammusonita
   sempre e accigliata, credi pure a me,
   la vita non  vita:  un'agonia.
SERVO:
   Tutto questo lo so; ma non passiamo
   un momento da risa e da bagordi.
ERCOLE:
    morta una stranera: non pigliartela
   troppo: i signori della casa vivono.
SERVO:
   Vivono? Non sai dunque i nostri mali?
ERCOLE:
   Vivono! o il tuo signor mentito m'ha!
SERVO:
   Troppo amico  il mio re, troppo, degli ospiti!
ERCOLE:
   Dovea, per lutto estraneo, male accogliermi?
SERVO:
   Davvero estraneo, s: troppo era estraneo!
ERCOLE:
   Forse mi tacque alcuna sua sciagura?
SERVO:
   Va' in pace: noi del re piangiamo i mali.
ERCOLE:
   Non parli no, come d'estraneo lutto!
SERVO:
   Crucciato mi sarei del tuo bagordo?
ERCOLE:
   Che? M'ha l'ospite mio tratto in inganno?
SERVO:
   Non giungi in punto da ricevere ospiti!
ERCOLE:
   Morto  dei figli alcuno? O il vecchio padre?
SERVO:
   D'Admto, ospite, spenta  la consorte!
ERCOLE:
   Che dici? E in casa pur m'avete accolto?
SERVO:
   Troppo si peritava di respingerti.
ERCOLE:
   Di quale sposa orbato fosti, o misero!
SERVO:
   Tutti perduti siam, non solo Alcsti.
ERCOLE:
   Ben sentito l'avea, vedendo il pianto
   scorrere, e il volto, e il capo raso. Ma
   mi convinse, dicendo che un estraneo
   alla tomba recava. E, a mal mio grado,
   questa soglia varcata, entrato in casa
   dell'amico ospitale, immerso in tanta
   calamit, sto qui gozzovigliando.
   E un serto cinge il capo mio! - Ma tu,
   perch tacere, quando sulla casa
   tanta sciagura era piombata? Dove
   la seppell? Dove potrei trovarla?
SERVO:
   Per la via dritta che a Larissa mena,
   vedrai la bianca tomba, oltre il pomerio.
ERCOLE:
   Cuor mio, temprato a mille prove, or mostra
   qual figlio a Giove diede Alcmna. Io devo
   salvar la donna or ora spenta, Alcsti,
   e a questa casa ricondurla, e all'ospite
   degna mercede ricambiare. Andr,
   affronter dei morti il sire, Tnato
   dal negro peplo. Vicino alla tomba,
   certo, a suggere il sangue delle vittime,
   lo trover. Lo apposter. N s'io,
   balzando dall'agguato, potr cingerlo
   nel cerchio delle mie mani, sar
   chi svellar possa dalla stretta l'ansimo
   del fianco suo, se Alcsti non mi rende.
   Che se mai questo agguato mi fallisce,
   n venga alla sanguigna epula, gi
   nella dimora senza sol di Cora,
   discender, la chieder. Sicuro
   sono, di ricondurre al mondo Alcsti,
   e consegnarla nelle man dell'ospite
   che non mi rimand, ma in mezzo a tanta
   sciagura, in casa sua mi diede albergo,
   e la nascose, nobil cuore, ed ebbe
   riverenza di me. Chi mai, fra i Tssali,
   pi ospitale di lui? Chi nelle terre
   d'llade tutta? Ora ei, s generoso,
   non dir che fu largo ad un ingrato.
(Esce di furia. Il servo si ritira)
(Scena come nel principio. Torna Admto,
seguito dai cittadini che formano il coro)
Admto:
   Ahim!
   Ritorno odoso,
   aspetto odoso dei tetti deserti!
   Ahim ahim, ahi, ahi!
   Dove andr? Dove star?
   Che devo dire? Che faveller?
   Deh! morte mi colga!
   A trista ventura mi nacque mia madre:
   invidio gli estinti, di loro ho vaghezza:
   ch i raggi del sole mirare non godo,
   n muovere i piedi sovressa la terra:
   tal pegno mi tolse, per darlo all'Averno,
   il Nume di morte.
PRIMO CORIFEO:
   Avanza, avanza, alla tua casa in seno!
Admto:
   Ahim!
PRIMO CORIFEO:
   Degna di pianto  la sciagura tua!
Admto:
   Ahi, ahi!
PRIMO CORIFEO:
   T'opprime il duolo,
   bene lo so!
Admto:
   Ahim, ahim!
PRIMO CORIFEO:
   Ma nulla a lei ch' in buia terra, giova.
Admto:
   Misero me, misero me!
PRIMO CORIFEO:
   Mai pi vedere della tua consorte
   il carissimo viso! Oh amara sorte!
Admto:
   La doglia rammemori che il cuore mi piaga:
   qual male peggiore per l'uomo, che perdere
   la fida compagna? Deh!, mai questo tetto
   accolto m'avesse, con simile sposa!
   Invidio chi sposa, chi figli non ha.
   Abbiamo una vita, dolersi per questa
    pena mediocre; ma i morbi dei figli, ma il talamo
   di nozze, soffrire
   da morte deserto, perch,
   se pur senza sposa n figli, si vive?
PRIMO CORIFEO:
   T'opprime il Fato, il Fato ineluttabile.
Admto:
   Ahim!
PRIMO CORIFEO:
   Nessun confine alla tua doglia poni!
Admto:
   Ahi!
PRIMO CORIFEO:
   Duro  patirla;
   ma pur bisogna.
Admto:
   Ahim, ahim!
PRIMO CORIFEO:
   Tllera: il primo tu non sei che perda...
Admto:
   Misero me, misero me!
PRIMO CORIFEO:
   la sposa. Sovra i miseri mortali
   sciagura piomba con diversi mali.
Admto:
   O lunghi dolori, tormenti pei cari
   che sceser sotterra!
   Perch proibiste che gi nella tomba
   mi precipitassi, che spento giacessi
   vicino alla donna mia cara?
   Avrebbe l'Averno, non uno
   ma due fidi spiriti visti
   insieme varcare la buia palude.
PRIMO CORIFEO:                         Strofe
   Io m'ebbi un parente
   a cui nella casa si spense,
   ben degno di lagrime, l'unico figlio.
   E pur, bench orbo di prole,
   bench gi vicino a canizie,
   gi oltre con gli anni,
   sostenne con forza il suo male.
Admto:
   Deh!, come abitar la mia casa,
   come entrarvi potr, poi che tanto
   mut la mia sorte? Oh, me misero!
   Un d tra le fiaccole pelie
   v'entrai, fra clamor d'imenei,
   tenendo per mano la sposa
   diletta; e il sonoro corteo
   segua, me felice dicendo,
   felice la sposa defunta:
   ch nobili entrambi, di nobile
   progenie, ci fossimo uniti.
   Ma grido suona or ben diverso
   dai canti di nozze; ma invece
   di candidi pepli, le fosche gramaglie
   m'adducono al talamo vuoto.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe
   In prospera sorte
   su te, non esperto del duolo,
   il duolo piomb. Ma la vita, ma l'alma
   salvasti. Mor la tua sposa,
   perd l'amor tuo. Cosa nuova
   ti sembra? La morte
   a molti rap la consorte!
Admto:
   Amici, il fato della sposa giudico
   pi felice del mio, sebben non pare.
   Ch niun dolore lei pi toccher,
   e gloroso fin pose alle ambasce.
   Ma io, che viver non dovea, schivata
   la sorte, condurr misera vita:
   ora lo intendo. Come in casa io posso
   entrare? A chi rivolger parole,
   da chi parole udr, s che l'ingresso
   mi sia giocondo? Ove mi volger?
   Via mi scaccia di qui la solitudine,
   or che deserte della sposa vedo
   le stanze, e il trono ove sedeva, e squallido
   il suolo, e i figli alle ginocchie mie
   caduti, piangan la lor madre, i servi
   piangan perduta la signora loro.
   Questo mi aspetta entro la casa. E fuori,
   dalle tessale nozze cruccio avr,
   e dai convegni femminili. Come
   sopporter la vista delle donne
   negli anni uguali alla mia sposa? E quanti
   mi son nemici, diranno cos:
   Vedi chi vive lunga vita, chi
   morire non ard, ma, dando in cambio
   la sua consorte, per vilt schiv
   l'Averno. D'essere uomo forse ei reputa?
   E aborre i genitori, ei che non seppe
   morire! - Questa mala fama avr
   tra i maligni. E che pi mi giova, amici,
   vivere in mala sorte, in mala fama?
(Rimane in atto di profonda angoscia)
PRIMO CORIFEO:                         Strofe prima
   Spesso fui con le Muse, spesso
   sursi a volo d'idee sublimi;
   ma, per quanto cercassi, nulla
   vidi mai che pi forza avesse
   della Sorte; n alcun rimedio
   ritrovai ne le tracie tavole,
   negl'incanti d'Orfeo vocale,
   n tra l'erbe che Febo colse, che, bland farmachi
   per le misere genti, porse d'Asclepio al figlio.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe prima
   Ma non ara, n sculta effigie
   cui tu supplice giunga, questa
   Dea possiede: non cura vittime.
   Non gravare su la mia vita
   pi di quanto finor gravasti:
   ch sin quanto disegna Giove,
   o Divina, per te si compie.
   Tu fra i Clibi domi il ferro con la tua possa;
   n si piega, n il tuo volere piet conosce.
PRIMO CORIFEO:                         Strofe seconda
   Ed or nei vincoli non estricabili delle sue mani, te questa Diva
   strinse. Fa' cuore. Non con le lagrime potrai dagl'Inferi
   tornare a luce la morta gente. Sinanche i figli degl'Immortali
   scendon di morte nel buio regno.
   Era diletta la tua consorte
   fra i vivi: spenta, diletta  ancora:
   tu la pi nobile fra quante donne
   vivono, avesti compagna al talamo.
SECONDO CORIFEO:                       Antistrofe seconda
   N riguardata sar la tomba della tua s come il tumulo
   di chi morendo scompare. Onori simili ai Numi
   avr: per quanti transiteranno, sar motivo di riverenza.
   E alcun, distoltosi dal suo cammino,
   per ricercarla, dir: Costei
   per il suo sposo diede la vita.
   Ora  fra i Numi! Salute! E siine
   propizia! Tale sar sua fama.
CORIFEO:
   Se non m'inganno, Admto, alla tua casa
   rivolge il pie' d'Alcmna il prode figlio.
(Entra Ercole, conducendo per mano una donna di
forme giovanili, eleganti, tutta avvolta in un velo nero)
ERCOLE:
   A un amico, parlar liberamente
   bisogna, Admto, e non tacere, e chiuse
   dentro tenere le rampogne. Io, giunto
   tra i mali tuoi, ben degno mi credevo
   che l'amicizia mia mettessi a prova;
   ma tu la esposta salma della sposa
   mi nascondesti; e d'un estranio lutto
   ti fingesti dolente, e m'ospitasti.
   Ond'io la fronte ghirlandai, libai,
   nella tua casa sventurata, ai Numi!
   Ti rampogno di questo, ti rampogno.
   Ma non vo' fra i tuoi mali pi crucciarti.
   Senti adesso perch son qui tornato.
   Prendimi questa donna, e custodiscila,
   sin quando, ucciso dei Bistoni il re,
   con le cavalle tracie io qui non rieda.
   E se sciagura me cogliesse - ma
   torner, torner - te ne fo dono,
   ch ancella sia nella tua casa. - Duro
   travaglio fu, l'averla in queste mani.
   Genti rinvenni che una gara pubblica,
   ben degna di cimento, avean proposta
   per gli atleti. E di l vengo io, recando
   questo trofeo. Cavalli erano premio
   ai pi lievi certami: a chi vincesse
   i maggiori, la lotta e i ludi pugili,
   greggi; premio supremo era la donna.
   Poi che l mi trovai, vile mi parve
   lucro s nobil non curare. Ed ora,
   tu questa donna custodisci, come
   ti pregai. Ch rubata ella non ,
   ma con gran pena guadagnata. E forse,
   un giorno, lode mi darai di ci.
Admto:
   Non per dispregio, e non per reputarti
   nemico, ti celai la sorte misera
   d'Alcsti mia. Ma dolore, a dolore
   aggiunto avrei, se tu d'un'altra casa
   ospite andavi; e gi pianto abbastanza
   mi dava il male mio. - Ma questa donna,
   se puoi, signor, te ne scongiuro, dlla,
   dlla in custodia ad un altro dei Tssali,
   che sofferto non abbia ci ch'io soffro.
   Molti son tra i Fersi ospiti tuoi:
   non far che il male mio sempre ricordi.
   Come potrei, vedendo in casa mia
   costei, frenar le lagrime? Malato
   sono io; di nuovo mal non aggravarmi!
   Gi su me troppo la sciagura pesa.
   Dove potrebbe in questa casa vivere
   una giovane? Giovane  costei,
   quanto alle vesti e agli ornamenti pare.
   Nelle stanze degli uomini? Ma come
   rispettata sar, stando fra giovani?
   Ai giovani por freno, non  facile,
   Ercole: ed io per te son previdente.
   O nelle stanze della sposa morta
   l'ospiter? Come potrei condurla
   al talamo di lei? Duplice biasimo
   temo: dei cittadini, che diranno
   che, tradita la mia benefattrice,
   d'un'altra donna il talamo m'accolse;
   e della morta, degna ch'io la veneri,
   dare mi debbo gran pensiero. O donna,
   qual che tu sia, sappi che hai tu d'Alcsti
   la forma stessa, e le somigli in tutto.
   Triste me! Lungi dalle mie pupille
   questa donna conduci: non aggiungere
   strazio a strazio. Mi par, se la contemplo,
   la mia sposa vedere. Mi s'intorbida
   il cuor, dagli occhi miei fonti dirompono.
PRIMO CORIFEO:
   Tua sorte lieta io non dir. Ma forza
   , qual che sia, dei Numi il dono accogliere.
ERCOLE:
   Deh! tanta forza avessi io, che la sposa
   tua ricondurre dalle buie case
   potessi a luce, e questa merc renderti!
Admto:
   So che vorresti. Ma poterlo! E come?
   I morti pi non tornano alla luce!
ERCOLE:
   Troppo non disperarti; ed abbi senno.
Admto:
   Pi che soffrire, dar consigli  facile!
ERCOLE:
   Che vantaggio ti d perpetuo pianto?
Admto:
   Anch'io lo so; ma mi costringe amore.
ERCOLE:
   Amare un morto, non pu dar che lacrime!
Admto:
   Pi che dir non saprei; perduto io sono.
ERCOLE:
   Chi lo nega? Era egregia la tua sposa.
Admto:
   Tanto, che mai pi gioia avr dal vivere.
ERCOLE:
   Il tempo molcir la doglia or fresca.
Admto:
   Il tempo! Se per tempo intendi morte!
ERCOLE:
   Oblio dar di nuove nozze brama.
Admto:
   Taci! che ci dicessi io non credevo!
ERCOLE:
   Che? Pi non sposerai? Resterai vedovo?
Admto:
   Donna pi mai con me non giacer.
ERCOLE:
   Giovar con questo a lei ch' spenta credi?
Admto:
   Venerar quella, ovunque siasi, debbo.
ERCOLE:
   Lode, lode ti d. Ma folle sei.
Admto:
   Lodami ch'io mai pi sposo sar!
ERCOLE:
   Che alla sposa fedele sii, ti lodo.
Admto:
   Morr, pria di tradirla, ancor che spenta.
ERCOLE:
   Nella casa ospitale or questa accogli.
Admto:
   No! Per Giove tuo padre io te ne supplico.
ERCOLE:
   Erri, se quanto io chiedo non adempi.
Admto:
   Troppo, adempierlo, il cuor mi morderebbe.
ERCOLE:
   Fallo: forse ne avrai degno compenso.
Admto:
   Ahim!
   Mai dall'agon costei condotta avessi!
ERCOLE:
   Fu la vittoria mia, vittoria tua.
Admto:
   Dici bene: ma la mia sposa  morta.
ERCOLE:
   Se meglio , se n'andr: ma prima pensaci.
Admto:
   Meglio , se contro me tu non t'adiri.
ERCOLE:
   Non  senza ragion questa mia brama.
Admto:
   Mi piego! Ma non fai cosa a me grata.
ERCOLE:
   Fallo, e ti basti. Un d mi loderai.
Admto:
   Poi che ospitarla  d'uopo, accompagnatela.
ERCOLE:
   Non lascer la donna ai tuoi ministri!
Admto:
   Guidala dentro, se lo vuoi, tu stesso.
ERCOLE:
   Vo' consegnarla nelle mani tue.
Admto:
   La casa  aperta; ma non vo' toccarla.
ERCOLE:
   Sol nelle mani tue vo' consegnarla.
Admto:
   Signor, quel ch'io non bramo a far m'astringi!
ERCOLE:
   Fa' cuor: tendi la man: tocca l'estranea.
Admto:
   La tendo, come al capo della Grgone.
ERCOLE:
   La tieni?
Admto:
   S.
ERCOLE:
   Sta bene, custodiscila;
   ed un giorno dirai che non ingrato
   ospite fu di Giove il figlio. Guarda
   se ti par che somigli alla tua sposa.
   (Toglie il velo dal capo d'Alcsti)
   E dalla doglia a gioia oramai torna.
Admto:
   Oh dio! Che devo dir? Quale prodigio?
   Chi lo sperava? La mia sposa vedo?
   La mia sposa davvero? O un Dio nemico
   d'ingannevole gioia me percuote?
ERCOLE:
   No! la tua sposa  quella che tu vedi!
Admto:
   Dell'Averno non  dunque un fantasma?
ERCOLE:
   Non sono io mago evocatore d'anime!
Admto:
   Vedo la sposa a cui diedi sepolcro?
ERCOLE:
   Quella. Che tu nol creda io non stupisco.
Admto:
   Favellarle potr, viva toccarla?
ERCOLE:
   Parla! Quanto bramavi adesso hai tutto.
Admto:
   Oh volto, oh membra della donna mia
   dilettissima, or v'ho, contro ogni speme,
   quando pensavo di mai pi vedervi!
ERCOLE:
   L'hai. Non ti colga dei Celesti invidia.
Admto:
   Del sommo Giove o generoso figlio,
   sii tu felice, e te protegga il padre
   tuo: mutata hai tu sol la sorte mia! -
   Come dal buio l'hai tornata a luce?
ERCOLE:
   Col Signore dei morti a pugna venni.
Admto:
   Con Tnato? E il cimento dove fu?
ERCOLE:
   L'appostai, lo ghermii presso alla tomba.
Admto:
   E perch muta la mia donna resta?
ERCOLE:
   Non  concesso che costei la voce
   di chi la chiama oda, se pria non venga
   purificata dagl'influssi inferni,
   e giunga il terzo giorno. In casa adducila.
   E giusto sii per l'avvenire, e pio
   con gli ospiti tuoi, sempre. Admto, addio.
   Io di Stnelo al figlio, ad Euristo
   parto, a compire la dovuta gesta.
Admto:
   Con noi rimani! Siedi alla mia mensa!
ERCOLE:
   Al mio ritorno. Adesso ho fretta. Addio.
(Parte)
Admto:
   Vivi felice; e a noi rivolgi il passo
   al tuo ritorno. E ai cittadini tutti
   indco, e ai quattro regni, che per questa
   prospera sorte, danze istituiscano
   e canti, e l'are fumino di vittime.
   Verso pi dolce vita ora moviamo:
   ch non lo nego: io sono, io son felice!


