Autore: Esodo
Titolo: Le opere e i giorni
Lingua originaria: Greco
Traduttore: Ettore Romagnoli
Casa Editrice: Nicola Zanichelli Editore - Bologna
Luogo di pubblicazione: Bologna
Data di pubblicazione: 1929
Collana: I POETI GRECI TRADOTTI DA ETTORE ROMAGNOLI

VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA AMEDEO MARCHINI

LE OPERE E I GIORNI
di Esodo
traduzione di Ettore Romagnoli

INVOCAZIONE ALLE MUSE
Muse Pere, voi che largite nei canti la gloria,
Giove, che padre  vostro, venite, esaltate nell'inno.
Per lui gli uomini tutti divengono oscuri o famosi,
celebri, oppure ignoti, secondo il volere di Giove:
agevolmente ei la forza concede, ed al forte fa intoppo,
agevolmente l'illustre deprime, ed esalta l'oscuro,
fa' che diritto vada lo storto, e il magnifico smunge,
Giove che freme dall'alto, che in reggie sublimi soggiorna.
Odimi, o tu che vedi, che odi, e sul dritto cammino
serba le leggi: a Perse vorrei vere cose narrare.

GARE BUONE E GARE CATTIVE
Non c' sola una specie di Gare, ma due ce ne sono
sopra la terra. Un uomo di senno, d lode alla prima:
l'altra, di biasimo  degna: ch d'indole, sono diverse.
Suscita infatti l'una la guerra malvagia e la rissa
empia; n l'ama fra gli uomini alcuno; ma, pure, i Celesti
voller che pregio avesse fra loro la Gara dannosa.
L'oscura Notte all'altra die' vita; ed il figlio di Crono,
che fra sublimi gioghi nell'tra soggiorna, la pose
nelle radici terrestri. Per gli uomini  molto migliore
questa, che pure chi sia neghittoso ridesta al lavoro:
perch, se chi lavoro non ha, bada a un altro, ad un ricco,
sbito anch'egli al lavoro s'affretta, a gittar la sementa,
a piantar bene la casa. Invidia al vicino che ricco
si fa', porta il vicino: tal Gara, per gli uomini,  un bene.
Ed il vasaio ce l'ha col vasaio, ed il fabbro col fabbro,
 del pitocco il pitocco geloso, il cantor del cantore.

LAVORO E NON TRIBUNALI
O  Perse, queste cose tu fggiti in cuore; n faccia
la Gara trista, mai, che tu dal lavor ti distolga,
per bazzicar tribunali, confonderti in cause e liti.
Perch tempo n'ha poco, da perdere in cause e liti
chi dentro casa non ha copia sempre di beni, del grano
di Dmetra, cui reca, stagione a stagione, la terra.
Quando tu n'abbia a iosa, puoi liti e processi intentare
contro gli averi altrui. Ma tu, la seconda querela
non mi darai: questa volta, comporre dovremo la lite
con la diritta giustizia, ch' l'ottima figlia di Giove.
Ch gi l'asse paterno spartimmo, e molti altri dei beni
tu m'hai rubati, e via portati: ch i giudici ingordi
tu corrompesti, capaci d'emettere tali sentenze.
Stolida gente! Non sa che il mezzo val meglio del tutto,
ignora quanto pro' far possano il porro e la malva.


Promteo E Pandra
Sappi che tengono i Numi nascosto ogni bene che valga
a sostentar la vita. Se no, col travaglio d'un giorno,
agevolmente un anno campare ozando potresti:
staccar presto il timone potresti, ed appenderlo al fumo,
dei buoi nulla varrebbe, dei muli ostinati il lavoro;
ma Giove i beni ascose, per l'ira concetta nel cuore
perch Promteo, mente sottile, lo trasse in inganno.
Per questo egli tram luttuosi cordogli ai mortali:
nascose il fuoco; e il figlio sottil di Giapto, di nuovo
a Giove lo rap, per darlo ai mortali, celato
entro una ferula cava tenendolo a Giove che avventa
fulmini; e, irato, il Nume che i nuvoli aduna, gli disse:
O di Giapto figlio, maestro di tutte le astuzie,
t'allegri tu, che il fuoco m'hai preso, m'hai tesa la frode;
ma gran cordoglio, per te, sar fra le genti venture:
ch'io dar loro, in cambio del fuoco, un malanno che tutti
accoglieranno con gioia, gran festa facendo al malanno.
E, cos detto, rise, degli uomini il padre e dei Numi;
ed ordin ch'Efsto, l'artefice insigne, al pi presto,
terra mescesse con acqua, vigore ed umana favella
poi v'infondesse, e forma di vergine amabile e bella,
pari alle Dive immortali le desse; ed Atena, maestra
d'ogni lavoro a lei fosse, di stare all'industre telaio;
ed Afrodite a lei sul capo infondesse la grazia,
la tormentosa brama, le languide pene d'amore;
e l'argicda Ermte, che l'anime guida, dispose
che in lei mente infondesse di cagna, e costumi di frode.
Disse; e ubbidirono tutti di Crono al possente figliuolo.
Sbito il Nume ambidestro famoso foggi dalla terra,
come voleva il Cronde, la forma di vergine bella;
la cinse, l'adorn la Diva dagli occhi azzurrini;
le dive Grazie, e, Dea veneranda, Suada, monili
d'oro alle membra intorno le strinsero; l'Ore dai vaghi
crini, le cinser la fronte coi fiori che d Primavera;
Pllade Atena tutti dispose in bell'ordine i doni;
e il Nume ch'Argo uccise, che l'anime guida, nel petto
menzogne e furbi detti le infuse e costumi di frode,
per volont di Giove che tuona profondo; e facondia
l'araldo dei Celesti le diede. E chiam questa donna
Pandra; perch quanti Celesti han soggiorno in Olimpo,
a lei diedero un dono che fosse cordoglio ai mortali.
Compiuto or questo inganno sottil, senza scampo, il Cronde
mand l'araldo pronto dei Numi, l'insigne Argicda,
a Epimeto, ch il dono gli offrisse; n quegli ricordo
ebbe che Prometo predetto gli aveva che doni
non accettasse mai dal Sire d'Olimpo, ma invece
li respingesse: ch poi, non toccassero danni ai mortali:
l'accolse; e poi comprese che aveva accattato il malanno.
Ch pria vivean le stirpi degli uomini sopra la terra,
dai mali immuni, senza gravosi travagli, lontano
dai tormentosi morbi che gli uomini adducono a morte:
ch, tra i malanni, presto vecchiaia colpisce i mortali.
Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.
Solo il Timor del futuro rest sotto l'orlo del doglio,
nell'infrangibile casa, n fuori vol dalla porta,
perch prima Pandra del vaso il coperchio rinchiuse,
come l'egoco Giove, che i nuvoli aduna, le impose.
Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando,
perch piena  la terra di triboli, il pelago  pieno.
E vagolano morbi di giorno sugli uomini , ed altri
giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali,
muti, ch ad essi tolse la voce l'accorto Cronde:
sicch, modo non c' di sfuggire ai voleri di Giove.


LE ET DEL MONDO
In breve, ora, se vuoi, con garbo, con certa scenza,
narrar ti posso un'altra leggenda; e tu intendila bene:
come da sola una stirpe provengano gli uomini e i Numi.
D'oro la prima stirpe degli uomini nati a morire
fecero dunque i Numi d'Olimpo che vivono eterni.
Vissero sotto Crono, che era sovrano del cielo:
vivean di Numi al pari, con l'animo senza cordoglio,
senza fatica, senza dolor; n su loro incombeva
la sconsolata vecchiaia; ma forti di piedi e di mani,
scevri di tutti i mali, passavano il tempo in conviti,
morian come irretiti dal sonno. E ogni sorta di beni
era fra loro: la terra datrice di spelta, i suoi frutti,
da s, facili e in copia, porgeva; e benevoli e miti,
l'opere tutte fra s ripartivano e i beni opulenti,
ricchi com'eran di greggi, diletti ai beati Celesti.
E poi che tal progenie sparita fu sotto la terra,
Dmoni sono adesso, secondo il volere di Giove,
buoni, che stanno sopra la terra, custodi ai mortali.
Sono custodi ai mortali, dell'opere pie, dell'inique:
son circonfusi d'aria, frequentano tutta la terra,
partiscon le ricchezze, ch n'han privilegio regale.
Una seconda stirpe, di molto peggiore, d'argento,
quindi crearono i Numi celesti, signori d'Olimpo.
Simile a quella d'oro, n forma avean essi, n mente;
ma ben cento anni il bimbo, vicino alla tenera madre
pargoleggiando restava, balordo, stoltissimo, in casa.
Cresciuti ch'eran poi, raggiunta l'et pi fiorente,
viveano breve tempo, crucciati di gravi dolori,
per la stoltezza loro; perch dal reciproco oltraggio
non seppero astenersi, n voller servire i Celesti,
n sugli altari sacri offrire ai Celesti ecatombi,
com' pure uso e legge degli uomini. Infine, adirato,
Giove, figliuolo di Crono, li fece sparir da la terra,
perch privi d'onore lasciavano i Numi d'Olimpo.
E poi che dalla terra sparita anche fu tale stirpe,
Inferi son chiamati, Beati mortali. Secondi
son negli onori; eppure qualcuno ne godono anch'essi.
E Giove padre una terza progenie di genti mortali
cre, di bronzo, in tutto dissimile a quella d'argento,
cruda e terribile, nata dai frassini. L'opre di Marte
care essi avean, di pianto feconde, e le ingiurie. Non pane
era il lor cibo: il cuore feroce, nel sen, d'adamante:
informi: aveano immane vigore: indomabili mani
su le gagliarde membra sporgevan dagli omeri: l'armi
avean tutte di bronzo, costrutte di bronzo le case:
solo foggiavano il bronzo, ch il cerulo ferro non c'era.
Ed anche questi, gli uni domati per mano degli altri,
entro la squallida casa disceser del gelido Averno,
senza ricordo lasciare: sebbene tremendi, li colse
livida morte, e del sole lasciaron la fulgida luce.
Ora, poich la terra nascosta ebbe ancor tale stirpe,
sopra le zolle che tanti nutrcano, ancora una quarta
Giove Cronde ne fece, migliore di molto, e pi giusta:
stirpe divina e mortale, d'Eroi Seminumi chiamata,
che prima della nostra vivea su l'intermine terra.
E questi, anche, la Guerra maligna e la Rissa odosa
strussero, alcuni sotto le porti settemplici, nella
terra di Cadmo, mentre pugnavan pei greggi d'Edipo;
ed altri, entro le navi, sui gorghi infiniti del mare,
quando li addussero a Troia, per Elena chioma fiorente.
Il fine allora qui li strinse funesto di morte;
e Giove padre, figlio di Crono, dagli uomini lungi
vita e soggiorno a loro concesse, ai confin' della terra,
dagli Immortali lungi.  Crono fra loro sovrano.
Ed abitan costoro, con l'animo sgombro di cruccio,
avventurati Eroi, dei Beati nell'isole, presso
ai vortici profondi d'Ocano; e ad essi la terra
offre, tre volte all'anno, soavi, di miele, i suoi frutti.
Deh, fra la quinta stirpe non fossi mai nato, ma prima
io fossi morto, oppure pi tardi venuto alla luce!
Poich di ferro  questa progenie. N tregua un sol giorno
avr mai dal travaglio, dal pianto, dall'esser distrutta
e giorno e notte; e pene crudeli gli Dei ci daranno.
Pur tuttavia, coi mali commisto sar qualche bene.
E poi, questa progenie sar sterminata da Giove,
quando nascendo i pargoli avranno gi grige le tempie.
N stretti i figli pi col padre, n il padre coi figli
sar: l'ospite all'ospite avverso, l'amico all'amico;
n, come un giorno, amici saranno fra loro i fratelli:
il figlio oltragger, come invecchino, i suoi genitori,
far rampogna ad essi, berciando con dure parole.
Stolti! N san che gli Dei vedon tutto. N ai vecchi parenti
che li han cresciuti bimbi, provvedono a dare il ricambio.
Il dritto, della forza sar: le citt l'un dell'altro
porranno a sacco: pi la bont, l'equit, la parola,
non avran pregio, e stima piuttosto godr chi soverchia,
chi male adopra: ognuno giustizia far di sua mano;
n verecondia sar; ma i tristi, a rovina del buono,
adopreranno gli obliqui discorsi, faranno spergiuro.
E s'accompagner con gli uomini miseri Invidia,
lingua d'infamia, cuore che gode del male, occhio d'odio.
E lungi dalla Terra dall'ampie contrade, le belle
membra celando tutte nei candidi manti, all'Olimpo
fuggono, fra le trib dei Numi, dagli uomini lungi,
Giustizia e Verecondia. Funesti dolori ai mortali
sol resteranno; e pi non avranno riparo dai mali.


LA GIUSTIZIA
APOLOGO DELLO SPARVIERE
Giudici saggi son questi: pur, narro una favola ad essi.
Uno sparviere, che aveva fra l'unghie un Canoro usignuolo,
e per le nubi cos lo recava ghermito, gli disse -
quello, da parte a parte trafitto dall'unghie ricurve,
miseramente gemeva - cos, duramente, gli disse:
Gemi, tapino? Perch? Ti stringe uno molto pi forte:
andrai, bench tu sia valente cantor, dov'ei brama.
Di te faccio banchetto, se voglio, se voglio, ti tascio.
Chi faccia a faccia vuole lottar col pi forte,  uno stolto:
vincer, non vince; ed oltre lo scorno, gli tocca la doglia.
Disse cos lo sparviere, l'uccello dall'ala veloce.

LA PREPOTENZA E LA GIUSTIZIA
O Perse, ascolta tu la Giustizia, n mai favorire
la Prepotenza: ch' male pel debole; e il forte, ancor esso
non la sostien di leggeri, ma sotto il suo peso s'aggrava,
quand'ei nella Follia della colpa s'imbatte. Assai meglio
vale seguir l'altra via, che guida a Giustizia: Giustizia
sempre alla fine trionfa, lo stolido impara a sue spese.
Ch Giuro corre dove si dettano inique sentenze,
e di Giustizia il piato si leva, se giudici ingordi
via la discacciano, e dnno sentenza con torto giudizio.
Traverso la citt segue ella piangendo, e pei borghi,
entro una nebbia ascosa, recando malanni ai mortali
che l'hanno posta in bando, che furono giudici iniqui.
Ma quei che il buon diritto, pei lor cittadini e i foresti
soglion partire, e mai non lascian le vie di Giustizia,
d la citt rigoglio per essi, fioriscon le genti,
per le contrade, la Pace, ferace di pargoli, ride;
n contro loro la Guerra funesta mai Giove decreta.
Fame non trovi mai, fra i giusti, o Follia di peccato,
ma l'opere dei campi si svolgon fra lieti festini,
d frutti ad essi in copia la terra, la quercia sui monti
dalla sua vetta produce le ghiande, dal tronco le pecchie
le pecore lanose gravate di bioccoli sono,
gnerano le donne figliuoli simili ai padri;
ed hanno ognor di beni rigoglio; n mai su le navi
debbon salire: li nutre la terra datrice di spelta.
Ma chi la Volenza malvagia, chi l'opere tristi
pratica, Giove, figlio di Crono, gl'infligge il castigo,
e tutta la citt paga il fio pel malanno d'un solo
che mala strada batta, che d'opere inique si macchi.
Dal cielo ad essi infligge dogliosi cordogli il Cronde,
la fame, e insiem la pste. Soccombono morte le genti,
n pi generan figli le donne, distrutte le case,
per il volere di Giove signore d'Olimpo; e talvolta
egli un esercito grande distrugge, distrugge una rocca;
oppure, in mezzo al mare, le navi distrugge il Cronde.

I TRENTAMILA CUSTODI DELLA GIUSTIZIA
Ed anche voi, sovani, rivolger dovete la mente
alla giustizia di Giove: ch agli uomini stando vicini,
gli Dei scorgono quelli che falsano il giusto e, travaglio
recando l'uno all'altro, non pensano all'occhio dei Numi.
Poich son su la terra feconda, Custodi immortali,
tre volte diecimila, prefissi da Giove ai mortali,
che la giustizia sempre sorvegliano, e l'opere inique,
e girano, vestiti di nebbia, per tutta la terra.
E poi, Giustizia c', la vergine nata da Giove,
degna d'onore, e onorata dai Numi che reggon l'Olimpo.
E quando alcuno danno le reca, oppur subdolo oltraggio,
sbito presso a Giove Cronde si reca, e a gran voce
scopre degli uomini ingiusti le brame; ed il popolo sconta
le sciagurate follie dei re, che con mente funesta
svano la Giustizia, pronunciano ingiuste condanne.
Pensate a ci, tenete Giustizia sul retto cammino,
sovrani ingordi, v'esca di mente l'iniquo sopruso:
l'uomo che ad altri appresta malanni, li appresta a se stesso:
primo per chi l'ha dato, funesto  il cattivo consiglio.
Ch tutto vede l'occhio di Giove, ch tutto comprende.
Ed anche qui, se vuole, vede ora; n punto gli sfugge
quale giustizia racchiuda la nostra citt fra le mura.
Oh, d'esser non m'avvenga fra gli uomini giusto, a mio figlio
deh, non avvenga mai! Ch l'essere giusto  un malanno,
se dalle liti uscire dovr vincitore il briccone.
Ma io non vo' pensare che possa concederlo Giove.

ELOGIO DELLA GIUSTIZIA
O Perse, queste cose nel cuore tu fggiti bene.
Presta l'orecchio a Giustizia, dimentica affatto il Sopruso.
Per che stabil questa legge agli umani il Cronde:
ai pesci, ed alle fiere terrestri, e agli uccelli volanti,
che l'un mangiasse l'altro: ch norme non han di giustizia;
e agli uomini larg Giustizia, che val molto meglio:
perch, se alcuno il vero riesce a veder, lo professa,
Giove che tutto vede, benessere a quello concede;
ma chi, testimoniando, cosciente mentisce e spergiura,
lede giustizia, e folle divien d'insanabile colpa.
A poco a poco, oscura divien la sua stirpe, e si perde:
di chi rispetta il giusto, migliore la stirpe diviene.


AMMONIMENTI VARII
TRISTIZIA E VIRT
Pel bene tuo parlare ti voglio, scioccone d'un Perse.
Della malvagit puoi far facilissimo acquisto,
averla tutta in massa: ch piana, ch breve  la via.
Ma non senza sudore gli Dei stabilirono invece
che si giungesse a virt: la via per accedervi  lunga,
ripida ed aspra dapprima; ma quando si giunge alla vetta,
facile poi diviene, per quanto scabrosa era prima.

ACCORTI E STOLTI
Ottimo  l'uomo che sa riflettere con la sua testa,
e tutto quanto a bene potr riuscire, prevede.
Buono  pur quei che ascolta chi dare sa buoni consigli.
Ma chi non sa pensare da s, n quando altri favella
stare in ascolto, e farne tesoro, gli  un buono da nulla.

LAVORO E OZIO
Or tu, del mio consiglio serbando memoria perenne,
lavora, o Perse, o stirpe divina, ch mai non ti crucci
la fame, e sempre t'ami Demtra dal serto di spighe,
la veneranda, e sempre ti colmi di gran la dispensa.
Perch la fame sempre s'alloga con l'uomo poltrone.
Uomini sono e Dei nemici a chi vive infingardo,
ed i costumi segue dei fuchi, che senza pungiglio
vivono, senza far nulla, struggendo il travaglio dell'api.
A te compiere piaccia per tempo il lavoro opportuno,
sicch, quando bisogna, tu colma abbia pur la dispensa.
Rende il lavoro opulente di greggi e di beni le genti;
e se lavorerai, pi caro ai Celesti sarai
molto, e ai mortali, che tutti detestano assai gl'infingardi.
Nessun lavoro  vergogna: poltrire  vergogna. Lavora,
e presto arricchirai, sarai segno d'invidia al poltrone;
e son della ricchezza compagni il buon nome e gli onori.
Qual che il tuo Dmone sia, la cosa migliore  il lavoro,
se tu dai beni altrui distolto il cuor tuo dissennato,
come io t'esorto, vorrai lavorar, guadagnarti la vita.
 timidezza la trista compagna dell'uom bisognoso,
la timidezza, che l'uomo danneggia, e talora gli giova;
la timidezza  compagna dei grami, l'ardire dei ricchi.

NON RUBARE
Rubare i beni altrui non devi: pi giovano molto
quelli che dnno i Numi. Se alcuno gran beni conquista
con volenta mano, li preda con furba parola,
come talora avviene, se Brama di lucro corrompe
le menti, ed Impudenza soggetto a s tiene il Pudore,
agevolmente i Numi lo abbattono; e crollan le case
d'un uomo tale; e poco durare ne pu la fortuna.

COLPE E CASTIGHI
Pena del pari avr chi l'ospite e il supplice offende,
e chi del fratel suo s'introduce nel letto, e si mesce
d'amor furtivo con la sua sposa, ch' crimine tristo,
e chi gli orfani guida, con tristi consigli, a rovina,
e chi l'annoso padre, sul limite gi di vecchiaia
triste, con volente parole rampogna e lo cruccia.
S'indigna Giove stesso, per simili colpe; ed infine
a lui comparte il degno compenso dell'opere inique.
Or tu da queste cose tien lungi il cuor tuo dissennato.

SACRIFICARE AI NUMI
Secondo i mezzi, fa sacrifizi ai beati Immortali,
con puro animo e pio, brucia i fulgidi femori ad essi.
Con libagioni altre volte, con fumi d'offerte placarli
convien, sia quando sorge, sia quando si corica il sole,
ch'abbiano verso te benevolo e spirito e cuore,
s che le terre d'un altro tu acquisti, e non altri le tue.

I VICINI
Invita a mensa l'uomo che t'ama, e trascura il nemico;
e quello invita primo che a te pi vicino soggiorna,
perch, se mai sciagura ti cpita in casa, i vicini
corron discinti, i parenti si devono prima vestire.
Tanta jattura  un tristo vicin, quanto un buono  ventura.
Un gran guadagno trova, chi trova un vicino d'onore.
Neppure un bue morrebbe, se tristo non fosse il vicino.
Ci che ti presta il vicino misura, ch poi tu gli possa
restituire la stessa misura, e se puoi, di vantaggio,
s che disposto lo trovi, se ancor tu n'avessi bisogno.
Non far tristi guadagni, ch sono tutt'una coi danni.

PAGARE OGNUNO CON LA SUA MISURA
Ama chi t'ama, chi incontro ti viene, tu fattigli incontro;
e doni offri a chi doni t'offr: chi non d, tu non dare.
Al generoso si d, ma dar non si deve all'avaro.

DONI E RAPINE
Buon frutto il dono d: la rapina  datrice di morte.

ESSERE ONESTI
L'uomo che d di suo grado, per quanto il suo dono sia grande,
d'averlo fatto gode, gioisce dal fondo del cuore;
ma ci ch'altri s'arroga da s, per securo sopruso,
anche se poco sia, ci stringe, ci assidera il cuore.

ECONOMIA
Il poco, e poco sia fin che vuoi, se lo accumuli al poco,
e ci ripeti spesso, vedrai che ben presto fa molto.
Mai non vedr l'arsa fame, chi aggiunge a quant'egli possiede.
Quello che in casa  gi, d'ogni cura fa libero l'uomo.
 meglio avere in casa, ch quello ch' fuori,  molesto.
Buono  prender da quello che c', grave cruccio  del cuore
aver bisogno quando non s'ha: questo fggiti in mente.
Sciala al principio e alla fine dell'orcio; ma quando sei giunto
alla met, risparmia; non val risparmiare la feccia.

DISCREZIONI
Offri all'amico tale mercede che possa bastargli.

NON FIDARSI
Anche con tuo fratello procrati, senza parere,
i testimoni: fiducia dannosa  non men che sospetto.

GUARDARSI DALLE DONNE
Non t'ingarbugli una donna, che, stretto alle natiche il manto,
sculetta, e cerca con le moine d'entrarti in dispensa:
chi delle donne si fida, fidare si pu dei ladroni.

FIGLIUOLANZA
Abbi un sol figlio maschio, che possa curare la casa,
perch nelle famiglie s'accresce cos la ricchezza;
e quello invecchi e muoia, lasciando a sua volta un sol figlio.
Anche a pi figli Giove conceder potrebbe ricchezze:
quanti pi sono,  maggiore la cura, maggiore il provento.

CONCLUSIONE
Dunque, se l'animo tuo nel seno vagheggia ricchezze,
fa' come io ti dico, fa' che lavoro s'aggiunga a lavoro.


L'AGRICOLTURA
Quando le Pliadi, figlie d'Atlante, si levano in cielo,
tempo  di mietere; quando tramontano,  tempo d'arare.
Esse quaranta giorni rimangono ascose, e quaranta
notti; e di nuovo, poi, volgendosi il giro dell'anno,
quando si arrotan le falci, ritornano, e brillano in cielo.
Questa  la norma, dunque, dei campi, per quelli che al mare
vicino hanno soggiorno, per quelli che lungi dal mare
hanno dimora in valli profonde, su pingui terreni:
di seminare ignudi, di spingere ignudi l'aratro,
indi badare al ricolto, se l'opre di Dmetra tutte
compier si vogliono a tempo: ch ogni opera, a tempo compiuta
essere deve, se pure non vuoi, pel bisogno mendico,
andare all'altrui casa, chiedendo, ma nulla ottenendo,
come or da me venisti. Ma nulla io ti vo' regalare,
nulla vo' in prestito darti. Lavora, stoltissimo Perse,
all'opre che i Celesti prescrissero agli uomini, attendi,
se pur non vuoi, crucciato nel cuor, con la sposa e coi figli
chiedere un pane ai vicini, che cura di te non si dnno.
Forse otterrai per due volte, per tre; ma se ancora li secchi,
nulla ti dnno pi, sperderai le tue chiacchiere al vento,
nulla ti giover la tua parlantina. Per questo,
paga i tuoi debiti, dico, provvedi a schivare la fame.
Prima di tutto, una casa provvedi, ed un bove, e una donna,
moglie non dico, ma serva comprata, che attenda ai giovenchi.
Poi nella casa tutti gli arnesi in bell'ordine poni,
s da non chiederli ad altri, che poi te li neghi, ti lasci
senza, e il momento opportuno trascorra, il lavoro ne soffra.
N rimandare a dimani le cose, n a dopodimani:
ch l'uomo scioperato, quell'uomo che sempre rimanda,
mai non riempie il granaio: l'assidua cura d frutto:
l'uomo che sempre rimanda, lottar deve sempre coi guai.
Appena poi la rabbia cocente del sole desiste
dalla calura che fiacca, che stempra, e le piogge d'autunno
versa il possente Giove, tramutan le membra dell'uomo,
si fanno pi leggere di molto: ch l'astro di Sirio
poco sovresse le teste degli uomini nati a morire
volgesi il giorno, e pi a lungo viaggia la notte pel cielo.
Anche se il ferro le stronca, le selve non tarlano allora,
spargono a terra le foglie, desiston dal mettere germi.
Questo , ricorda, tempo propizio a tagliare le selve.
Taglia un mortaio largo tre piedi: tre braccia il pestello,
e sette n'abbia l'asse:  questa la giusta lunghezza:
se d'otto piedi, puoi tagliarne di giunta un mazzuolo.
E di tre spanne un cerchione, pel carro che avr dieci palmi;
ed abbi legno asciutto, ben curvo; la bure, dovunque
la trovi, al monte, al piano cercandola, portala a casa:
di leccio sia: ch' il legno pi adatto ad arare coi bovi,
allor che l'abbia il fabbro d'Atena confitto sul ceppo,
e coi cavicchi compaginato vicino al timone.
D'aratri, averne poi devi due. Costruiscili in casa:
tutto d'un pezzo l'uno: compgina l'altro.  un gran bene:
ch, se si spezza l'uno, tu aggioghi a quell'altro i giovenchi.
D'alloro o d'olmo sia, pi immune dai tarli, il timone,
di quercia il ceppo sia, di leccio la bure. I due bovi
sian maschi, di nove anni, ch intatte hanno allora le forze,
di giovinezza nel fiore, ch rendono meglio al lavoro:
non avverr che questi, cozzando nel mezzo del solco,
spezzin l'aratro, e resti cos non compiuto il lavoro.
Ed un garzone dovr seguirli, che sia sui quaranta,
ch'abbia la sua pagnotta a croce, con otto porzioni,
che badi al suo lavoro, che tracci diritto il suo solco,
e non s'incanti, gli altri ragazzi a guardare, ma invece
stia con la testa al lavoro. Nessuno dei giovani meglio
spartisce la semenza, n schiva la semina a doppio:
s'imbambola un ragazzo, occhieggia con gli altri ragazzi.
Sta bene attento, quando dall'alto dei nuvoli senti
la voce della gru discender, che ogni anno ritorna.
Essa t'adduce il tempo d'arare, t'insegna che giunti
sono la pioggia e il verno: gran cruccio per chi non ha bovi.
Avere in casa allora conviene i cornuti giovenchi:
ch facile sar dire: Prestami aratro e giovenchi;
ma facile anche pi schermirsi: I buoi sono pei campi.
Il chiappanuvole dice: che ci vuole a fare un aratro?
Stolto, e nemmeno sa quanti pezzi ci vogliono a farlo:
cento; ed averli in casa dev'essere il primo pensiero.
Or, come dunque appare per gli uomini il segno d'arare,
uscite allora tutti pei campi, gli schiavi e tu stesso,
all'umido e all'asciutto, e arate, ch' tempo d'arare,
alla prim'alba, in fretta, che tutto si compia il lavoro.
A Primavera dissoda: ch inganno all'Estate le zolle
non ti faranno. Gitta nei solchi ancor soffici il seme:
scaccia il malocchio il maggese, dei bamboli calma le smanie.
Volgi la prece a Giove terrestre e alla pura Demtra,
perch sian gravi, quando maturano, i chicchi del grano.
quando tu prima ad arare cominci, e la stiva all'estremo
manico impugni, e il dorso dei bovi col pungolo incalzi,
mentre il cavicchio tendon le cinghie. E ti segua un ragazzo
alto cos, con la mazza, che appresti fatica agli uccelli,
coprendo la semenza. Ch l'ordine  cosa fra tutte
ottima pei mortali: fra tutte il disordine  tristo.
Si curveranno a terra le spighe, cos, pel rigoglio,
se dell'Olimpo il Sire vuol dare buon esito ad esse.
E tu le ragnatele dai vasi levare potrai,
e spero che la grazia goderti potrai che possiedi,
senza contare sugli altri. Cos durerai, sinch giunga
la bianca Primavera: di te gli altri avranno bisogno.
Se invece arar la terra vorrai nel solstizio d'Inverno,
seduto mieterai, stringerai poche spighe nel pugno,
le legherai cos, come vengono, fra il polverone,
senza eccessiva allegria, sufficiente sar per portarle
un solo cesto; e oggetto d'invidia a ben pochi sarai.
Altro, altre volte, per dispone il volere di Giove,
che tanto chiaro non  da intenderlo mente mortale.
Anche se tardi arassi, trovare potresti un rimedio.
Come leva il cucc tra le foglie alla quercia il suo canto,
e su la terra infinita degli uomini il cuore gioconda,
prega che cada tre giorni la pioggia, n mai s'interrompa,
sin che uno zoccolo copra di bue, non di pi, non di meno:
del pari andranno allora chi ara presto e chi tarda.
Ma bene attento sta: non ti deve sfuggir, quando giunga,
la bianca Primavera, n quando la pioggia opportuna.
Davanti alle fucine dei fabbri ed ai luoghi di ciarle
tira di lungo, l'Inverno. Ch il freddo tien lungi dai campi;
ma chi non  poltrone, pu molto concludere in casa,
s che miseria n freddo non l'abbia a irretire fra i geli,
e con la mano scarna non s'abbia a scaldare il pi gonfio.
Lo sfaccendato che vive di vane speranze, che pieno
 di bisogni, si cruccia con molte tristezze nel cuore.
Il pigro che non ha da vivere, e passa il suo tempo
dove si ciancia, ha sempre vicina l'attesa del danno.
Appena a mezzo  giunta l'Estate, ammonisci i tuoi servi:
Non sar sempre Estate: pensate ad empir la dispensa.
Ecco il mese Leno, brutti giorni, che sciano i bovi.
Gurdati bene, schiva la brina che allora si addensa
sopra la terra, nociva pei soffi di Bora, che lungo
la Tracia, di cavalle ferace, sul mare infinito
si leva, ed imperversa. Rimbomban le terre e le selve,
e molte eccelse querce fronzute ed abeti massicci,
entro i recessi dei monti piombando, sradica e abbatte.
 tutta quanta un ululo allora la selva infinita:
abbrividiscon le fiere, si stringon la coda alle coglia;
ch'nno di peli ombrata la pelle; ma pure, per quanto
abbiano irsuto il fianco, di Bora le pnetra il gelo.
E pnetra pel cuoio dei buoi che non basta al riparo,
spira traverso il fitto pelame alle capre; ma invano
tenta la forza di Bora passar delle pecore il vello,
ch troppo  folto. E fa che si raggomitoli il vecchio;
ma offendere non pu la tenera vergine: in casa
essa rimane allora, vicino alla madre diletta,
ch d'Afrodite, che d'oro s'adorna, i piaceri essa ignora:
monda nel bagno, d'olio cospersa le tenere membra,
entro la casa, ov' pi segreta, la notte trascorre,
nei d d'inverno, quando rosicchia il suo piede il Senzossa,
nella sua tana priva di fuoco, in funesto soggiorno,
ch non gli mostra il sole un pascolo ov'egli si volga,
ma sopra le citt, su le turbe degli uomini negri
si gira, e breve tempo de l'Ellade ai popoli appare.
Quante ha la selva fiere, cornigere o prive di corna,
con miserevole streper di denti, via fuggono allora,
per i selvaggi burroni, ch tutte hanno sola una cura:
dove, cercando un rifugio, rinvengano anfratti profondi,
concavi spechi. E, simili a vecchi poggiati al bastone,
calan le orecchie sul dorso, rivolgono i musi alla terra:
simili a quelli vanno, fuggendo la candida neve.
Indossa allora, come ti dico, a riparo del freddo,
un camiciotto lungo, che tenga ben caldo, e un mantello
soffice, dove poco l'ordito, e sia molta la trama:
cngiti questo, ch poi non debba venirti la pelle
d'oca, e pel brivido i peli non debban rizzartisi addosso.
Strngiti poscia ai piedi calzari, di bue macellato,
bene assestati; e dentro, di lana una fodera aggiusta.
Le pelli prendi poi di capretti di prima figliata,
cucili con minugia di bue, come arrivano i freddi,
che ti riparino il dorso dall'acqua; e sul capo, un berretto
bene aggiustato, ch poi le orecchie bagnarti non debba:
perch gelida  l'alba nei giorni che soffia la Bora;
e sul mattino cala, dal cielo stellato a la terra,
sui campi ai fortunati, un'aura che il grano matura,
che, poi che l'acqua attinse dai fiumi che corrono eterni,
ed alta, via da terra, balz, con la furia del vento,
ora si scioglie in pioggia sul vespero, ed ora, se troppo
mulina il tracio Borea le nuvole, in vento si perde.
Tu dunque il tuo lavoro sollecita, e a casa poi torna,
pria che dal cielo il buio t'avvolga con l'umida nebbia,
che la tua pelle inzuppi, t'infracidi tutte le vesti.
Gurdati bene, ch questo fra i mesi  il pi duro di tutti.
Occorre allor met del cibo pei bovi, per l'uomo
di pi: le lunghe notti risparmiano a quelli il lavoro.
Conviene a ci badare, per tutto il trascorrer dell'anno,
a compensar le notti coi giorni, sin quando i suoi frutti
torni a produrre la terra, la madre di tutte le cose.
Quando sessanta giorni di gelo abbia Giove compiuti,
dopo il solstizio d'inverno, la stella d'Arturo abbandona
allor d'Ocano l'acque divine correnti, e si leva,
la prima volta, tutta fulgente, al tramonto del giorno.
Di Pandne quindi la figlia, la rondine, appare
nel luminoso cielo; ch torna la nuova stagione.
Tu previenila; e pota le viti; ch tempo  propizio.
Quando la Casingroppa trasmigra dal suolo alle piante,
ch dalle Pliadi fugge, non  pi stagione di vigne,
ma d'affilare le falci, di scuotere i servi dal sonno,
e di fuggir gli ombrati soggiorni ed i sonni su l'alba,
quando  di mieter l'ora, che il sole dissecca la pelle.
Sbrigarsi allora, e a casa conviene portare la msse,
sorto all'aurora, se vuoi che da vivere mai non ti manchi.
Perch la terza parte Aurora fa lei del lavoro,
Aurora d l'avvio, sollecita l'opere Aurora,
Aurora, come appare, tanti uomini spinge per via,
ch'escono, tante spinge cervici di buoi sotto il giogo.
Quando poi sboccia il fiore del cardo, e d'un albero in vetta
l'armonosa cicala, dal fitto vibrare dell'ali
spande l'arguto trillo, del caldo  la grave stagione.
Son molto pingui allora le capre, dolcissimo il vino,
tutte lascivia le femmine, gli uomini tutti fiacchezza,
perch l'astro di Sirio debilita teste e ginocchia,
e per il caldo, la pelle viene arida e secca. Abbi allora
entro una roccia ombrosa riparo, abbi vino di Biblo,
una focaccia, carne di capre, e non siano in caldo,
carne di manza pasciuta nei boschi, e non abbia figliato,
e di capretto nato primparo; e bevici sopra
limpido vino, all'ombra seduto, ben sazio di cibo,
rivolto il viso verso la brezza di Zefiro fresca,
verso una polla tersa perenne che sgorghi dal monte.
Mesci tre parti d'acqua, la quarta dev'esser di vino.
Imporre devi ai servi che il grano di Dmetra sacro
battano, come prima si mostri il selvaggio Orne,
in qualche luogo asciutto, su l'aia spianata. E nei moggi
poi lo raccolgan con garbo, ne faccian misura. Poi, quando
n'abbian raccolto tanto che basti ai bisogni di casa,
senza famiglia un servo procrati, e senza figliuoli
una fantesca: ch sono molesti, se han figli; ed alleva
un can coi denti aguzzi, n far che gli lesini il cibo,
ch poi non debba il Dormidigiorno rubarti i tuoi beni.
Poi radunare fa la paglia e la pula, ch serva
tutta la lunga annata, pei bovi e pei muli. Ed allora
concedi pur che i servi riposino; e sciogli i giovenchi.
Quando Orne e Sirio toccato hanno il sommo del cielo,
e vede Aurora, dita di rosa, la stella d'Arturo,
tutte vendemmia, o Perse, le vigne, ed i grappoli aduna.
Per dieci giorni devi, per dieci continu notti,
tenerli esposti al sole: all'ombra per cinque; ed al sesto
nei tini i doni infondi di Bacco, letizia dei cuori.
Quando le Pliadi poi, le adi, e il forte Orone
scendono in mare, ricorda che quella  stagione d'arare.
Bene pei campi cos sistemato sar tutto l'anno.


LA NAVIGAZIONE
Odimi poi, se brami del mare affrontare i perigli.
Allor che d'Orone fuggendo la furia selvaggia,
cadon le Pliadi gi, nell'azzurra caligin del mare,
di tutti i venti in furia si sfrenano allor le procelle.
Navi non spingere allora nei gorghi purpurei del ponto,
e attendi, senti me, nei modi ch'io dissi, alla terra.
Tira la nave a secco, di sassi un eccelso riparo
alzavi tutto attorno, che frenino gli umidi venti,
fa' nella chiglia un foro, perch non marcisca alla pioggia;
e poi tutti gli attrezzi ripara con ordine in casa,
ripiega bene l'ali del legno che vola sul ponto,
l'equilibrato appendi timone di sopra al camino,
e attendi poi che giunga stagione propizia alle navi.
E allora, in mare spingi le rapide navi, e la merce
bene vi aggiusta, se a casa tornare tu vuoi col guadagno,
come a tuo padre avvenne, stoltissimo Perse, a mio padre,
che navig fra l'onde, per brama di vita opulenta.
E infin, qui, dopo lungo vagare sul ponto, pervenne,
ch Cuma avea lasciata d'Eolia, sul negro naviglio,
non per fuggir l'opulenza, n il bene, n i troppi quattrini,
bens la povert, tristo dono di Giove ai mortali.
Ed in un misero borgo, nei pressi abit d'Elicona,
in Ascra, trista il verno, penosa l'estate, e mai buona.
Perse, ricrdati bene di fare ogni cosa a suo tempo,
sempre, ma specie poi se pensi di metterti in mare.
Loda la nave piccina, ma carica invece la grossa:
quanto sar pi grande il carico, tanto il guadagno
sar, qualora i venti trattengan le tristi procelle.
Se dunque il folle cuore tu volgi al commercio, ed intendi
i debiti schivare, la poco gradevole fame,
t'insegner che modi tener con l'ondsono mare,
sebbene esperenza non ho di viaggi e di navi.
Ch mai non ho solcato su navi l'ampissimo Ponto,
tranne che verso l'Euba mossi, ad Aulide, dove, frenati
gli Achei dai fieri venti, le genti de l'Ellade sacra
raccolsero contro Ilio, citt dalle femmine belle.
A Clcide, per mare, giunsi io quella volta, alle gare
pel saggio Anfidamnte: bandite con grande richiamo
le avevan dell'eroe magnanimo i figli; e nell'inno
vinsi, ed il premio n'ebbi d'un tripode duplice d'ansa.
Questo alle Muse in dono recai d'Elicona, l dove
me dell'arguto canto sui tramiti spinsero prima.
Questo soltanto io so delle navi dai multipli chiodi;
ma, pur cos, ti dir dell'egoco Giove la mente:
ch m'insegnaron le Muse cantare ogni genere d'inni.
Quando cinquanta giorni trascorsero gi dal solstizio,
ed al suo fine giunge l'afosa stagione d'estate,
per navigare allora propizio  il momento: la nave
non vedrai franta, allora, n stermina il mare le genti,
se pure il Dio che scuote la terra, Posdone, o Giove,
signor di tutti i Numi, mandarti non vuole in rovina;
perch l'esito  in essi, del pari, dei beni e dei mali.
Spirano allor sicure le brezze, pacifico  il mare:
ai venti allora puoi la nave tranquillo affidare,
spingerla in mare, tutto deporvi il tuo carico, e in fretta
quanto pi possa, il viaggio sbrigare, e tornartene in patria,
senza aspettare il vino novello e la pioggia d'Autunno,
ed il mal tempo che giunge, le fiere procelle di Noto,
che con la fitta pioggia che cade dal ciclo autunnale
giunge, e solleva il flutto, difficile il pelago rende.
A Primavera c' per le navi anche un'altra stagione,
allor che sovra i rami pi alti del fico, le foglie
tanto cresciute sono, quanta  la vestigia che lascia
d'una cornacchia la zampa; allor praticabile  il mare.
Di Primavera  questo momento propizio al nocchiero:
io non l'approvo per: ch ci che bisogna carpirlo,
poco mi piace: ch allora di rado si schiva il malanno.
Pure, anche questo fanno, per loro stoltezza, le genti.
Sono anima e quattrini tutt'una per gli uomini grami.
Duro  trovare la morte tra i flutti del mare; ma questo,
come ti dico, devi tu volgere nella tua mente.
Tutti non porre dentro le navi ricurve i tuoi beni:
lasciane in casa la parte pi grossa, e carica il meno.
Ch dura cosa  certo, tra i flutti trovare il malanno;
e duro , se del carro gravato dal peso soverchio
l'asse si frange, e tutta rimane distrutta la merce.
Tieni misura: il meglio fra tutto  il momento opportuno.


PRECETTI VARII
MATRIMONIO
Tempo opportuno per te sar di cercarti una sposa,
quando non molto ancora lontano tu sia dai trent'anni,
n superati li abbia di molto: questa  l'et giusta.
Sia da quattr'anni donna chi scegli, ed al quinto si sposi.
E una ragazza sposa, ch possa educarla modesta.
E preferisci quella che abita a te pi vicina;
e gli occhi apri, ch tu dei vicini non sposi il sollazzo.
Perch l'uomo non pu fare acquisto miglior d'una sposa
saggia, o dannoso pi d'una trista: la donna corrotta
ardere un uomo pu, sia pure il pi valido, senza
fiaccola; e vecchio prima del tempo lo fa diventare.

AMICIZIA
Abbi riguardo al volere dei Numi che vivono eterni.
N far mai che l'amico per te valga quanto il fratello.
Se poi questo avvenisse, non fargli mai torto per primo,
n, per vaghezza di ciancia, mentirgli. Se invece comincia
quello, ed agisce e parla cos che dispiaccia al tuo cuore,
tienilo a mente, e fa di rendergli il doppio; e se chiede
poi di tornarti amico, se vuol riparare, tu accetta:
ch poco val chi ha per amico ora questo, ora quello:
vedi che l'apparenza non debba far torto al pensiero.
Non devi esser chiamato scontroso, n amico di tutti;
n che frequenti i ribaldi, n che t'abbaruffi coi buoni.

MISERIA
Non insultare mai la miseria che gli uomini strugge,
che rode i cuori  anch'essa, la mandano i Numi immortali.

IL SILENZIO  D'ORO
Per l'uomo  gran tesoro, quand'essa sia parca, la lingua:
da lei, quand'essa tiene misura, derivano grazie.
Ma sentirai, se male tu parli, risponderti peggio.

SOCIEVOLEZZA
Non esser mai ritroso a prendere parte a un banchetto
comune; e allora avrai gran guadagno con poco dispendio.

GALATEO
N su l'aurora a Giove libar devi il fulgido vino,
quando non abbia pure le mani, n agli altri Immortali:
ch non t'udranno allora, ma respingeranno le preci.
N devi, contro il sole rivolto, diritto urinare,
bens quando tramonta, ricrdati, e volto a orente.
N su la via, n fuori dovrai camminando urinare,
n le vergogne mostrare: son sacre le notti ai Beati.
Accoccolare invece, si deve l'uom pio, l'uomo saggio,
ed accostarsi al muro di ben circondato recinto.
E dentro casa, mai non devi all'altare appressarti
con le vergogne bruttate di seme:  guardar te ne devi.
N generare figli, se torni da un rito di morte
lugubre; ma se torni da un'agape sacra ai Celesti.
N traversare a guado mai l'acqua dei fiumi perenni,
se tu prima non preghi, rivolto a la bella corrente,
prima le mani non mondi nell'acque piacevoli e pure.
Chi per malizia, e senza lavarsi le mani, lo guada,
si crucciano con lui, gl'inviano mali i Celesti.
N tu devi nei sacri festini col lucido ferro
nel ramo a cinque branche recider dal florido il secco.

MALAUGURII
Mentre si beve, il mestolo sopra al cratre non devi
porre: ch sopra quello si posa un augurio di morte.
Se fabbrichi una casa, non devi lasciarla incompleta,
ch non vi segga su la cornacchia ciarliera, e vi gracchi.
Attinger dai caldai, se prima non son consacrati,
per cucinare o lavarti, non devi: anche questo  peccato.
Neppure  buona cosa, seder su le tombe un fanciullo
di dodici anni: l'uomo, cos, non diventa pi uomo.
Lo stesso anche avverrebbe, se fosse di dodici mesi.
Neppur si deve un uomo lavare in un bagno di donne:
anche su ci, col tempo, s'aggrava una lugubre sorte.
N, quando mai t'imbatti dove ardono offerte su l'are,
devi schernire i misteri: ch il Dio pur di questo si cruccia.
N su le foci devi dei fiumi che corrono al mare,
n su le fonti urinare, ma bene guardar te ne devi;
n scaricarvi il ventre: gran bene sar se t'astieni.
Tanto far devi; e schivare fra gli uomini aver trista fama.
Perch la trista fama, ben lieve fatica  acquistarla,
agevole : ma duro portarla, ben arduo deporla.
E, allor che molta gente la va ripetendo, la fama
non muore pi del tutto: anch'essa diviene una diva.


GIORNI FAUSTI E GIORNI INFAUSTI
I d che son da Giove segnati, secondo la sorte,
osserva bene; e ai servi ricorda che il trenta del mese
per sorvegliare i lavori, spartir le provviste,  il pi adatto,
quando per dei giorni giusto ordine tenga la gente.
E questi sono i giorni che fausti designa il Cronde.
Per primi, il primo e il quinto son sacri, ed il settimo giorno
- ch Lato in questo a luce die' Febo dall'aurea spada.
Poscia, l'ottavo e il nono: son questi due giorni del mese
crescente, ottimi ad ogni bisogna che compia un mortale.
Anche l'undecimo  buono, buono anche il duodecimo, sia
per i ricolti, sia per tosar delle pecore il vello.
Il dodicesimo, assai dell'undecimo  meglio; ch allora
il ragno tesse, ch'alto nell'aria si libra, la tela,
quando nei giorni pi lunghi la Scaltra prepara il suo mucchio.
Pianti il telaio allora la donna, ed affretti il lavoro.
Quando  sul mezzo il mese, nel d tredicesimo, schiva
di cominciar la sementa; ma ottimo tempo  d'innesti.
Il sedicesimo, porta disgrazia alle piante. Fortuna
nascere  allora per l'uomo; per una ragazza, fortuna
non , n prima a luce venire, n muovere a nozze.
Neppur nascere il sei fortuna  per una ragazza:
il sei vale a curare gli agnelli e ogni specie di greggi:
 fausto questo d per costrurre recinti agli armenti,
buono  per l'uomo. Chi nasce quel d, predilige gli scherzi,
gl'inganni astuti, i finti discorsi, i colloqui d'amore.
Devi il diciotto del mese castrare i cinghiali ed i bovi
alto muggenti; e il dodici, i muli tenaci al lavoro.
Il giorno venti, a tempo d'Est, procreare figliuoli
un uomo accorto deve: ch allora  di mente pi saldo.
Buono  che l'uomo nasca nel decimo d, la ragazza
nel quartodecimo. In questo, le greggi ed i lenti giovenchi
dai lunghi corni, e il cane mordace, ed il mulo tenace
mansuefare devi con man carezzosa; ma schiva
bene, nel quarto giorno del mese che nasce o che muore,
l'anima roder nei crucci; ch sacro  quel giorno ai misteri.
Nel quinto d del mese, conduci la moglie alla casa,
quando gli auspici avrai consultati pi adatti a tal fine.
I quinti giorni schiva; ch infausti sono essi e nocivi.
Nel quinto d, l'Erinni si dice che girino attorno
ad Orco, figlio d'Eris, tormento a chi vola il giuro.
Deve, a met, chi bene provvede, del settimo giorno
batter su l'aia liscia di Dmetra il sacro frumento;
e deve il boscaiolo tagliare pel talamo i tronchi,
tagliare molta legna che valga a costrurre le navi.
Il quattro, a costruire comincia le navi leggere.
Il diciannove  un giorno che vale di pi sul tramonto.
Il nove, invece, mai non reca cordoglio ai mortali:
per generare  buono, per nascere  buono un tal giorno.
Ottimo  anch'esso il d ventinove, ma pochi lo sanno,
per metter mano al tino, per mettere il giogo sul collo
ai bovi, ai muli ed ai cavalli dal piede veloce,
per spingere nel mare le navi dai multipli banchi.
Come le cose stanno, ben pochi lo possono dire.
Apri il d quattro il tino. Fra tutti il quattordici  tristo.
 dopo il venti il quattro, ma pochi lo sanno, il migliore,
quando l'aurora spunta pi tristo  di molto al tramonto.
Conoscer questi giorni, grande utile reca ai mortali.
Gli altri intermed, non hanno destino, saperli non giova:
chi loda questo, chi quello; ma il vero lo sanno ben pochi.
 fortunato l'uomo, beato, che tutta conosce
questa dottrina, e, senza mancar verso i Numi, lavora,
interpretando gli auspici, schivando ogni iniquo trascorso.
