Eschilo.

Prometeo incatenato.

Traduzione di Ezio Savino.

Testo elettronico adattato ai mezzi di lettura dei ciechi, dalla Fondazione
Ezio Galiano. Catanzaro, 16 Febbraio 2000.

PERSONAGGI DEL DRAMMA
DOMINIO e TERRORE
EFESTO
PROMETEO
CORO delle Oceanine
OCEANO
I
ERMES

Il luogo: una rupe desolata, ghiacciata, ai confini del mondo.

PROMETEO INCATENATO
Compaiono Dominio e Terrore. Tra loro, serrato, Prometeo. Li segue Efesto, che
reca una catena e un cuneo. In pugno ha la mazza da fabbro ferraio.

DOMINIO
Ci siamo: qui, all'orizzonte del mondo, su questo spiazzo, ultima costa di
Scizia. Disumani, vuoti silenzi.
Efesto, forza: fa' tuo l'impegno che il Padre ti diede, piantare alle rocce,
ai picchi d'abisso quel disperato - guardalo - tra blocchi senza spiragli, di
nodi d'acciaio. La gemma ch' tua, la fiamma lucente radice d'industrie, lui
l'ha carpita, l'ha fatta compagna dell'uomo. Eccolo, il suo delitto:  dovere
che ne sconti il castigo agli di. Gli serva da scuola, per farsi devoto a
Zeus Padrone, per spegnere quel suo amoroso tendere all'uomo.

EFESTO
Dominio e tu, Terrore:  fatta, per voi due. L'incarico di Zeus  concluso,
nulla vi frena quass. Io no. Mi manca, dentro, lo scatto brutale di stringere
un dio del mio sangue alla rupe, rabbiosa di gelo. Ma  certo, fatale: io devo
afferrarla, in me, la forza del gesto. Pesa, non dare importanza alla parola
del Padre. S, pozzo d'ingegno, figlio di Temi dai probi pensieri, io -
ribellandomi, dentro - dovr martellarti ribelle al massiccio inumano, con
blocchi di bronzo, duri a slacciare. Qui non vedrai n figure, n suoni di
esseri vivi: fisso, cotto alla vampa fiammante del sole, sentirai la tua carne
sformarsi, sfiorire. Che sollievo sar, per te, la notte col suo velo gemmato,
che soffoca il lampo, e il riapparire del sole, che scioglie la crosta di
brina nell'alba! Ti peser addosso, a schiantarti, questa fissa vicenda di
mali. Non esiste, ancora, la tempra di chi possa darti conforto. Questo ti
frutta la tua tensione d'affetto per l'uomo. Gi: tu, dio, non ti curvi
fremendo sotto il cruccio degli altri divini, e hai fatto compagni ai viventi
privilegi che varcano il giusto. Ora paghi, con questa veglia al sasso del tuo
sacrificio: irrigidito, senza chiudere occhio, le ginocchia contratte. E
striderai, fitte grida dolenti, e pianti, nel vuoto. Sai che Zeus, dal fondo
di s, resiste alle suppliche. Ferreo, chi ha fresco dominio. Sempre.

DOMINIO
Via! Che spreco di tempo, che piet folle  la tua? Non hai disgusto d'un dio
coperto dall'odio di tutti gli di? Lui che di frodo ha passato la tua dote ai
mortali?

EFESTO
Lo stesso sangue, il vivere insieme.  tremendo!

DOMINIO
Anch'io lo dico. E restare sordi alla parola del Padre?  lecito forse? Non ti
fa tremare pi forte?

EFESTO
Sei truce, ogni volta trabocca la tua insolenza.

DOMINIO
Cantargli la nenia  una cura da nulla. Tu non sforzarti a vuoto,  fatica
folle la tua.

EFESTO
O mani maestre dell'arte, vi odio, vi odio!

DOMINIO
Ti fanno ribrezzo, e perch? Parliamoci chiaro: radice di questo suo strazio
non  il tuo mestiere.

EFESTO
Eppure, se fosse toccata ad un altro quest'arte.

DOMINIO
Tutto  peso che inchioda: salvo comandare agli di. Gi, nessuno  padrone di
s: salvo Zeus.

EFESTO
L'ho appreso. Non ho parole, da contraddirti.

DOMINIO
Vuoi muoverti? Eccolo, chiudigli addosso gli anelli! Non ti adocchi il Padre,
dall'alto, che ciondoli in ozio.

EFESTO
Sono qui, le ho in pugno, le cinghie: qui, sotto gli occhi di tutti.

DOMINIO
Piantale ai polsi, mulina la mazza con furia ostinata, martellalo al sasso.

EFESTO
Ecco, fa progressi il mio sforzo, non  vano.

DOMINIO
Grndina peggio, allaccialo, non rallentare.  tremendo, scova la strada anche
dove non esiste lo sbocco.

EFESTO
Ecco, il braccio  bloccato. Duro, slacciarlo!

DOMINIO
Allora cinghiagli l'altro, con attacco sicuro. Deve capire: con tutto il suo
ingegno,  pi ottuso di Zeus.

EFESTO
Salvo lui, o Prometeo, nessuno a rigore mi pu criticare.

DOMINIO
 tempo: incuneagli in cuore, salda, la ganascia caparbia di un chiodo
d'acciaio.

EFESTO
Aaah, Prometeo, io piango su questo tuo strazio.

DOMINIO
Ancora ti freni? E piangi su quelli odiati da Zeus? Attento, che domani la
pena non sia su te stesso.

EFESTO
Che scena negli occhi! Torci lo sguardo a guardare.

DOMINIO
Io, negli occhi, ho uno che ha quanto gli spetta. Tu pensa a imbrigliargli col
pettorale le costole.

EFESTO
 fatale che io esegua: non sforzarti a dar ordini.

DOMINIO
Se te ne dar di comandi! Anzi, ti latrer addosso! Gi, torna, torna,
cerchiagli forte gli stinchi.

EFESTO
Ecco, un buon lavoro davvero, senza sforzo eccessivo.

DOMINIO
Ora martella ben fermi i blocchi che traffigono. Bada,  rude chi scruter la
fatica.

EFESTO
 stridente la tua voce: s'accorda alla faccia.

DOMINIO
Tu sciogliti, dentro. Io, di carattere, resto aspro, caparbio. Non ostinarti a
gettarmelo in faccia.

EFESTO
In cammino. Gi tutto - polsi, caviglie -  avvolto nei nodi.

DOMINIO (a Prometeo)
Sta' l, sfgati, adesso, a predare gli onori riservati ai celesti, offrili
agli esseri che in un giorno tramontano. Come sapranno i viventi cavarti di
dosso la zavorra della tua sofferenza? E i divini ti chiamano Prometeo, il
Presago: illusione d'un nome! Di presagi proprio tu hai bisogno, del trucco,
come sgusciare da questo cerchio ingegnoso. Gli aguzzini escono. Sulla scena 
Prometeo, solo.

PROMETEO
O aria lucente, o scatto alato dei venti, e voi, vene dei fiumi; mare,
sconfinata vicenda di creste ridenti, e tu, maestosa Genitrice, terra, e tu,
cosmico occhio, cerchio del sole, io vi chiamo: vedete quanto patire, io, dio,
per mano di di!
Inorridite al mio strazio
- in polvere, cado - alla mia agonia
destinata a durare millenni.
Tanta  l'infamia che il giovane Duce
del cielo scov a serrarmi!
Aaah, io singhiozzo sui dolori che soffro
e su gli altri, pronti all'assalto.
Sar destino, un tempo, che albeggi
il termine del mio soffrire?
Basta, che dico? Ho limpida scienza, io, in anticipo, di ci che sar. Nessun
male verr, improvviso, a sorprendermi. Certo, io devo portare il mio peso
fatale - quanto mi tocca - pi sciolto che posso: so che  assurdo resistere
contro un duro, fisso destino. Eppure, n star muto, n non star muto m' dato
ugualmente, su quel che mi capita ora. Ho offerto privilegi ai viventi ed
eccomi, soffro sotto le stanghe di questa stretta fatale. Quel giorno, a
colmare uno stelo di canna, intrappolo di frodo lo zampillo del fuoco. Esso
riluce, da allora, tra gli uomini, artefice, strada maestra d'ogni mestiere
ingegnoso. Fu questo il peccato: ora ne sconto il castigo, qui, perso nel
cielo, trafitto nei ceppi. Una pausa. Poi come un battito d'ali lontane.
L, ecco, ecco! Che accento,
che cieca fragranza m'aleggia sul viso?
Spira da un dio, da un uomo
o intreccio d'entrambi
arriva al mio picco, frontiera del mondo?
Pellegrino a scrutare il mio strazio,
o diverso  l'impulso?
Mi vedete? Sono io, dio disperato, legato
io incarno l'odio di Zeus, tocco
il fondo dell'odio
di tutti gli di, quanti fanno corona
al soglio di Zeus.
Radice  il mio affetto violento per l'uomo.
Aaah, che battito avverto, ora,
di voli vicini? Nell'aria un sibilo lieve,
di snelli palpiti d'ali.
 angoscia, tutto ci che mi spunta vicino.

Un cocchio alato approda alla rupe, presso Prometeo. Reca le Oceanine, ninfe
figlie di Oceano.

CORO
str. I
Non angosciarti!
T' fraterno lo stuolo
che a sfida, nello scatto del volo,
approda al tuo picco. Ha sciolto,
suadente, il divieto paterno
fondo, ostinato.
M'hanno retto fedeli folate di vento.
Sorda, un'eco
di mazza sonora d'acciaio
cadde, a picco, nel cavo
anfratto marino
disfece il riserbo
che china lo sguardo.
Un balzo - scalza, perfino -
e via sul cocchio volante.

PROMETEO
Ah, figliole,
frutto della fertile Teti
e d'Oceano padre - spirale
fluente d'acque vivaci
intorno al pianeta - gelate d'orrore
a vedere che cinghia mi serra
alle punte scheggiate del mio precipizio:
solitario, aborrito turno di veglia!

CORO
ant. I
Mi brucia, Prometeo, la tua vista:
assalto, ai miei occhi, d'una nebbia
angosciosa velata di pianto
a vederti disfatto sul sasso
nello strazio d'acciaio che inchioda.
Giovani di alla barra:  loro dominio
l'Olimpo. Domina Zeus
con regole di strano stampo
non radicate alla legge. Disperde
la grandezza d'un tempo.

PROMETEO
M'avesse scagliato sotterra, pi fondo
dell'Inferno che ospita i morti
nel Tartaro senza spiragli: ferocia
di nodi serrati, ribattuti. N un dio,
allora, n un altro godrebbe
di queste mie pene. Invece patisco
- brandello che sventola in cielo -
e il martirio  festa a chi m'odia.

CORO
str. II
Chi dei celesti  tanto spietato
in petto, da far festa al tuo strazio?
Chi non ribolle concorde
al tuo sacrificio? Zeus, solo lui. Duro
non scioglie il rancore, la mente diritta:
schianta il ceppo d'Urano,
non vuole placarsi, se prima non sfama
il suo cuore. O se scaltro colpo di mano
non gli schianta d'assalto l'arcigna potenza.

PROMETEO
Di me, s, di me - di quest'infamia vivente
coi polsi nei ceppi di ferro -
avr urgenza il sovrano celeste:
che gli spieghi il nuovo tranello, la mano
decisa a razziargli corona e potere.
Dolci scongiuri a incantarmi, fascini
a farmi dire di s: nulla potranno.
N mai mi fletto all'aspra minaccia.
Non chiarir il segreto, se prima non snoda
i disumani ceppi, e consente
a pagarmi il riscatto d'osceno martirio.

CORO
ant. II
Hai coraggio. Non t'incrina
l'amaro soffrire.
Ma il tuo labbro  sfrenato.
Irta angoscia mi scava, profonda.
 spavento per me il tuo domani:
mi chiedo se un giorno potrai salutare
porto sicuro al tormento.
Non si espugna il cuore di Zeus: non si stempra,
parlando, il figlio di Crono.

PROMETEO
So.  dispotico, Zeus. Giustizia
 suo possesso privato. Pure,
un giorno si far fragile, dentro:
a quel colpo di maglio che so.
Levigando il carattere rude
verr a fraterna alleanza da me,
lui desideroso a me desideroso.

CORO
Fa' piena luce, gridaci alto il motivo: che crimine Zeus t'ha addossato, da
farti tanto patire, tra spasimi vili brucianti? Facci comprendere: se il
ragionare non ti fa aspra la pena.

PROMETEO
 una fitta, per me, il puro parlare di questi miei casi. Ma anche il silenzio
trafigge: cerchio sinistro, fatale! Fu subito quando gli di, collerici,
presero a odiarsi. Montava tra loro il contrasto: chi era ansioso di scuotere
Crono dal seggio, sperando che Zeus - lui, certo - divenisse monarca; negli
altri una contraria passione: che mai nel tempo Zeus fosse principe in mezzo
agli di. In quell'ora io suggerivo ai Titani, figli di Urano e di Terra, la
scelta pi accorta. Non seppi farmi ascoltare. Non dettero peso alla scaltra
malizia, sicuri - ferrea arroganza! - di poter essere loro i padroni,
d'impeto, sciolti da ogni fatica. La madre, Temi - o Gea: ha una sola figura,
ma titoli vari - pi d'una volta m'aveva predetto, ispirata, il domani,
com'era destino finisse. Era fatale: sarebbe emerso al potere non chi contava
sullo sforzo bruto, ostinato, ma sull'insidia. Ed io, ragionando, volevo
guidarli: neppure un'occhiata da loro, per tutta risposta. Era il mio stato
d'allora. Scelsi come meglio pareva: tenermi a sostegno la madre e offrirmi,
franco, alla franca alleanza di Zeus. Io l'ispiravo, e ora la fossa, il gorgo
nero di Tartaro inghiotte Crono, remota creatura, e con lui i suoi scudieri.
Ecco il frutto, che il divino despota ha goduto da me: ed ecco l'atroce
riscatto con cui mi liquida ora! Certo:  nel cuore dell'essere despoti -
un'intima peste, di resti - non confermare fiducia a chi  pi vicino.
Ora, la vostra domanda: il crimine per cui mi tortura. Voglio dirvelo chiaro.
Rapido - s'era allora insediato sul trono del padre - di volo spartiva i
poteri, il proprio a ciascuno dei numi, e pensava a inquadrare, fila per fila,
il suo impero. Degli uomini invece - dolente miseria - non volle saperne.
Aspirava a dissolverne il ceppo, a fondo, a trapiantarne una fresca semenza.
Nessuno provava a resistergli, in questo: io da solo. Io, temerario, io volli
salvare i viventi, che non finissero - polvere sfatta - sotterra, da Ade. Per
questo m'inarca il tormento, soffrire che lacera, da piangere forte a vedermi.
Io s, io ho pianto - fu mia quella scelta - sugli esseri umani: fortuna - il
compianto - che a me, troppo vile,  stata negata. Cos eccomi, rimesso in
riga senza piet: spicco, vivido sfregio all'onore di Zeus.

CORO
 ferro, dentro,  figura di sasso, Prometeo, chi non freme concorde al tuo
spasimo. Anch'io, vorrei non averlo negli occhi: da quando lo vedo davanti ho
fitte acute nel cuore.

PROMETEO
Certo: per i miei sono vista pietosa, io.

CORO
Non varcasti - un passo, forse - questa soglia di colpa?

PROMETEO
Era fisso, sbarrato all'ora fatale l'occhio dell'uomo: io lo distolsi.

CORO
Che medicina inventasti a questa piaga?

PROMETEO
Opaco sperare: l'ho fatto colono dei cuori.

CORO
Regalo grande hai donato ai viventi.

PROMETEO
Non basta: io, ho fatto loro compagna la fiamma.

CORO
E ora ha il lampo del fuoco chi tramonta col giorno?

PROMETEO
Una fonte, da trarne la scienza di molti mestieri.

CORO
Cos, di tanto Zeus t'incrimina e ti...

PROMETEO
... tortura, e non smorza per nulla la pena.

CORO
Non c' limite fisso, nel tempo, alla tua agonia?

PROMETEO
Nessuno. Finch a quello - quando, chiss - non paia il momento.

CORO
Gli parr, poi? C' speranza? Tui hai peccato, lo vedi? Il tuo peccato: dirlo
non  gioia, per me; per te, poi,  una fitta. Basta parlarne, scova un
sollievo alla tua agonia.

PROMETEO
Lieve cosa, a chi cammina fuori dai mali, alzare la voce, criticare chi naviga
in acque agitate. Io, io sapevo le cose fino in fondo. Scelsi, scelsi io di
peccare, non voglio negarlo. Da me, da me ho creato il mio strazio per
proteggere l'uomo. Oh no, non credevo di dover tanto pagare, rigido, riarso
agli aerei dirupi: caso fatale, per me, questo morto, spopolato macigno! Oh
no, basta lacrime sul mio vivo tormento di oggi; posatevi in terra vicine.
Udite anche il mio fatale domani che lento trapela. Saprete fino in fondo le
cose. Fate, fate ci che vi chiedo, stringetevi a me, soffrite il mio strazio.
Equa, l'angoscia. Vaga randagia e approda: da te, poi subito via, da un altro.

CORO
Non a sorde, Prometeo, gridasti,
acuto, l'invito: eccomi, snello
 il mio passo. Abbandono
il cocchio saettante
e l'aria, intatto varco d'alati:
tocco questa terra scheggiata
nell'ansia d'udire,
fino in fondo, i tuoi mali.

Le Oceanine posano al suolo, fanno cerchio davanti a Prometeo. Dall'orizzonte
spunta il padre loro, Oceano, sul magico carro mosso da un grifone.

OCEANO
Sono da te! Varco ora la soglia
d'un viaggio che si stende remoto,
Prometeo. Ecco il mio alato,
scattante nel volo: lo reggo
col puro volere, senza colpo di briglie.
Sento con te il tuo soffrire fatale, ti dico.
 il ceppo comune - credo - che tanto mi spinge.
Ma il ceppo non basta: non esiste
un altro che goda da me
l'alto grado di stima ch' tuo.
Proverai questo dire, s' schietto. Folle
illusione, a sedurre: non sarebbe da me.
Ora illustra che soccorso ti serve:
son pronto. Non dirai nel futuro:
uno m' stato pi franco, pi fraterno
di lui, di Oceano.

PROMETEO
Strano, arrivi tu pure, curioso del mio tormento? Che slancio t' nato, nel
sangue, di staccarti dal cerchio di acque che porta il tuo nome, dalle volte
di sasso, dagli anfratti nativi, per recarti quass, alla terra che d il
ferro alla luce? O il tuo scopo, venendo,  scrutare i miei casi fatali,
saldare alla mia la tua rabbia, per tanto patire? Orrore nei tuoi occhi: ecco,
sono io, il fratello di Zeus, io che al suo fianco gli ho fatto saldo il
dominio. Come m'inarco, al tormento che mi viene da lui!

OCEANO
O Prometeo, vedo. Sento che devo ispirarti la scelta migliore. A te, che pure
sei sciolto di mente. Studiati, dentro: accorda nel modo pi adatto, rinnova
le tue tendenze. C' un despota nuovo adesso, in mezzo agli di. Se t'ostini e
saetti sempre le crude parole, vere armi temprate, c' rischio che Zeus presti
orecchio, pure se il trono  ad altezze infinite, lass, sul tuo capo. Finisce
che la folla - gi viva in te - dei tuoi mali, ti pare trastullo di bimbi.
Creatura di dolore, placa la tensione che hai dentro, studia le vie per
staccarti dal tuo martirio. C' sapore di tempi passati in queste mie frasi,
dirai. Prometeo, bada. La tua lingua s'impenna, superba: e ora ne incassi la
paga. Neppure t'abbassi, non t'inchini ai colpi maligni, vuoi tirartene
addosso di nuovi, oltre a quelli che soffri. Lascia che io ti insegni: non
devi impuntarti sotto la sferza. Vedi, oggi domina un despota aspro, immune da
ogni giudizio.  ora, parto. Voglio tentare a mio modo, chiss se ho potere di
scioglierti da questo martirio. Calmati, intanto. Soffoca in gola la rabbia.
Sei pieno d'ingegno sottile: come non sai che supplizio inchioda una lingua
sventata?

PROMETEO
Mi fa gola il tuo stato, davvero! Nessuno t'incrimina. Eppure tutto hai
spartito27 con me, hai osato con slancio costante. Ora smetti per non
prenderti a cuore il mio caso. Non puoi fletterlo in nulla.  inflessibile,
lui. Anzi, sta' ad occhi aperti. Non esporti da te a qualche colpo penoso, con
questo tuo andare.

OCEANO
Sei bravo a istruire chi ti trovi di fronte, pi che te stesso: l'hai nel
sangue. Realt  la mia prova, non chiacchiere. Bene, in cammino! Tu non
crearmi ostacoli:  inutile. Ho fiducia, s, piena fiducia che Zeus per me
far quel favore: io riuscir a darti sollievo da questo soffrire.

PROMETEO
Voglio fartene onore, ora e per sempre, senza stanchezze. Se c' bisogno di
cuore, tu non ti tiri mai indietro. Ora per non devi impegnarti. Sperderesti
alla cieca il tuo impegno - impegno certo sincero - senza frutto per me.
Calmati, intanto. Alla larga da questa vicenda. Il mio  destino sinistro. Mi
spiace, se - per mia colpa - cresce la cerchia di quelli che soffrono urti
fatali. Non voglio! Gi mi tortura il destino di Atlante, mio fratello:
radicato laggi, dove risiede il crepuscolo, regge sul dorso il pilastro tra
firmamento e terra, mole ingrata alle spalle. Gemetti pietoso pure sul figlio
di Terra - ospite delle caverne cilicie - sanguinario prodigio, Tifeo
centoteste, il flagello: lo scorsi abbattuto di schianto. Irto, ribelle al
cosmo divino, schiumava spavento dalle zanne agghiaccianti, scrosci, dagli
occhi, di saette roventi, a impietrire; avido - forse - di schiantare
d'assalto, furibondo, l'impero di Zeus. Lo tocc lo strale di Zeus, che non sa
la quiete; la folgore, a picco, fiato che avvampa. Cos lo precipita dalla
vertigine delle sue ciarle spavalde: trafitto nel fondo del superbo sentire,
fu scintille, subito, e cenere, assalto che sfuma in saette tonanti. Ora
dilaga, carne ferma, oziosa, sull'orlo d'un breve varco marino: lo torchia,
nell'abisso, il ceppo dell'Etna. In alto, sui picchi, Efesto signore martella
la colata rovente. Verr il giorno, e lass sar scatenarsi di fiumane
infuocate, a straziare golose, con zanne bestiali, gli aperti poderi, la
Sicilia incantata di messi. Sar Tifeo: la sua rabbia, che erutta e ribolle.
Strali brucianti, ostico nembo vaporante di fiamme. E pure la saetta di Zeus
l'ha fatto nero, tizzo riarso!28
Ma a te l'esperienza non manca. Non sar io a insegnarti, non serve. Pensa tu
a risparmiarti: sai bene il sistema. Io, giorno per giorno, scarico la zavorra
fatale che ho addosso: aspetto che Zeus, dal fondo di s, lasci morire la
rabbia.

OCEANO
Prometeo, informati. Si cura, la febbre dell'ira: ragionando.

PROMETEO
Se la fase  propizia e sai sciogliergli il cuore. Certo, non devi asciugargli
di colpo il gonfiore, l'interna tensione.

OCEANO
Se uno si offre di cuore, nel suo scatto s'annida rovina, ai tuoi occhi.
Insegnami, quale?

PROMETEO
Sciupare le forze. Leggerezza, da buonuomo senza criterio.

OCEANO
 questa la mia febbre. Lasciami questa mia febbre. Preferisco provare, io,
sensi d'affetto e parere insensato.

PROMETEO
 il mio caso! Io, mi sentir dire che proprio questo  il mio sbaglio.

OCEANO
Capisco. La tua parola  un invito a tornarmene indietro.

PROMETEO
Piangermi pu attirarti odio nemico. Non voglio.

OCEANO
Da lui? Da lui che siede da poco sul trono del cosmo?

PROMETEO
Da quello. Veglia, che il suo cuore non senta il peso dell'odio.

OCEANO
Il tuo patire, Prometeo,  scuola per me.

PROMETEO
Ti saluto. Incamminati, tieniti la tua mentalit.

OCEANO
Mi sferzi, col tuo ultimo grido. Ma io gi mi stacco. Ormai il destriero
volante scivola d'ala nell'etere aperto.  gi festa per lui: gli par quasi
d'essere a casa, di posare sui garretti alla greppia. Al suono di queste
parole, Oceano s' staccato dal suolo e ora sparisce volando.

CORO
str. I
Singhiozzo sulla tua
devastata vicenda, Prometeo.
Spiove dagli occhi languore di pianto
- mio dono votivo - a rigare la gota
gi fradicia, da liquide fonti.
Tremendo, s,  l'impero di Zeus
- la sua Legge  Sovrana -
che sul capo degli antichi celesti
sfoggia scettro abbagliante.

ant. I
 gi tutto un vibrare di pianto
qui intorno. Lacrime...
sul fregio superbo, sul culto
che ti fece bello, Prometeo
un tempo, insieme al tuo sangue.
E la gente che vive qui accanto
nella terra devota dell'Asia
intreccia concorde singhiozzo
al tuo urlante patire;

str. II
fino in Colchide, l, le guerriere
fanciulle senza paura
e la scitica truppa che tiene
l'ultimo orlo del mondo, rasente
lo stagno Meotide;

ant. II
e l'eroica gemma d'Arabia,
popolo di vertiginose fortezze
laggi, al Caucaso, armata
tremenda, fluttuante
baleno di lame.

[str. III?]
Solo un altro divino - ricordo -
sub - curvo - rovina di nodi d'acciaio:
Atlante, il Titano, forza enorme, sovrana
che tra le lacrime regge la volta stellata.

[ant. III?]
Spasima, geme il mare bollente
onda di pianto che l'abisso ripete.
Ha brividi cupi l'antro di Ade, sotterra
e le vene dei limpidi fiumi
lamentano fitta struggente.

PROMETEO
No, no. Se sto muto - credete - non  il mio amore di me, che mi scalda,
ostinato.  Rifletto, e intanto mi lacero, dentro: vedo me stesso coperto di
fango! E s che io - chi altri? - proprio io distinsi i poteri tra questi
giovani di. Basta. Sto zitto. Che serve, spiegare a voi che sapete le cose?
Sentite invece che dolori in mezzo ai viventi, creature puerili a quei tempi.
Io li formai: riflessivi, sovrani del loro intelletto. Narrer non a umiliare
gli esseri umani, ma a svelare fino in fondo l'affetto che mi dettava quei
doni. Anche prima di me guardavano, ed era cieco guardare; udivano suoni, e
non era sentire; li vedevi, erano forme di sogni, la vita un esistere lento,
un impasto opaco senza disegno; non sapevano case - trame di cotti mattoni -
inondate di sole, n il mestiere del legno; l'alloggio era un buco sotterra -
come formiche sul filo del vento - nel seno di grotte cieche di sole.
Mancavano loro i fissi presagi del gelo che viene, della primavera fragrante,
fiorita, del tempo caldo dei frutti. Era tutto un darsi da fare senza lume di
mente. Finch io insegnai le aurore e i tramonti nella volta stellata: un
problema, saperli! Fu mia - e a loro bene - l'idea del calcolo, primizia
d'ingegno, e fu mio il sistema di segni tracciati, Memoria del mondo, fertile
madre di Muse. Io, inventai l'attacco di bestie selvatiche al giogo, io le
domavo sotto cinghie: dovevano essere loro gli eredi dell'uomo nella fatica
pesante, che stronca. Io trassi il cavallo alle stanghe del carro, lo feci
tutt'uno alle briglie: fregio stupendo del lusso che spicca e trionfa.
Fu mia, solo mia, la scoperta di un mezzo marino - vele come ali - per la
gente che corre le onde. Io che ho ideato tanti congegni per l'uomo non trovo
per me uno scaltro pensiero, sollievo al tormento che ora m'assale.  la mia
sofferenza!

CORO
Passione che ti offende, la tua! Brancoli, scivoli ormai nel delirio. Sembri
un medico inetto, piombato nel male: ti senti mancare, nel cuore, non scorgi
rimedi, come fare a sanarti.

PROMETEO
C' altro. Crescer il tuo stupore, udendo il racconto dei mezzi, delle strade
maestre che la mia mente ha tracciato. Senti ci che conta di pi: se l'uomo
piombava infermo, nulla gli faceva da scudo, n alimento, n pozione, n
balsamo. Sempre pi secco, scavato: disperato bisogno di cure. Finch venni io
a indicare gli amalgami, i composti che alleviano, fanno barriera a qualunque
malanno. Non basta: io regolai le linee infinite dell'arte profetica. Io primo
scelsi fra i sogni quelli destinati a farsi mondo reale, io interpretai gli
ambigui rumori e i segni, in cui t'imbatti per strada. Fui io a definire con
termini netti i voli degli uccelli dall'artiglio falcato - quelli da destra
che hanno in s forza propizia, e gli altri... che hanno il bene nel nome - e
l'indole, le schermaglie di guerra e d'amore, l'affollarsi d'ogni razza
d'alati; poi il nitore delle viscere, l'aspetto della bile a suscitare la
grazia dei numi, la diversa armonia benigna del fegato. Io misi al fuoco
quarti fasciati di grasso e - intero - il filo del dorso: cos feci strada ai
viventi, verso la chiusa scienza dei segni, e diedi sguardo eloquente ai
messaggi del fuoco, vitrei, un tempo, appannati. Tutto qui in questo campo.
Poi i beni che l'uomo si gode, sepolti da sempre nel fondo, sotterra: bronzo e
ferro, oro e argento. Avanti, chi pu dire di averli scovati prima di me?
Nessuno, son certo. Altrimenti  parlare borioso, da folle. Poche parole a
dirti intero il concetto: fonte di tutte le scienze ai viventi  Prometeo.

CORO
Tu non ostinarti a far ricchi i viventi. Non  pi il caso se per questo
abbandoni te stesso al destino sinistro. Io sono piena di fede, ti dico:
libero da questi tuoi nodi avrai forza non meno di Zeus.

PROMETEO
La Quota Fatale decide la fine: per lei non  ancora destino che sia questa la
mia realt. Folla di spasimi e strazi, fino a lasciarmi infranto: solo dopo
sfuggo ai miei nodi. Fragile cosa l'ingegno, contro il destino che stringe.

CORO
Chi drizza la barra del fato?

PROMETEO
Quota trina, e le Erinni, memoria di ferro.

CORO
Vuoi dire che Zeus  fragile contro di loro?

PROMETEO
Il suo futuro  obbligato, non pu svincolarsi.

CORO
Che altro futuro, per Zeus, se non perpetuo dominio?

PROMETEO
Non t' dato saperlo, non fare domande.

CORO
Forse  un arcano ci che serri in cuore?

PROMETEO
Mutate argomento. Non  l'ora di gridare il segreto. Bisogna seppellirselo
dentro, pi forte. Solo se io lo proteggo mi sciolgo - libero - da questo
groppo d'infamia e miseria.

CORO
str. I
Che la potenza cosmica, Zeus,
non sbarri mai i miei disegni!
Che io non sia pigra, col culto
delle feste di rito, cruente d'offerte
agli di, laggi, al fuggitivo fluire
d'Oceano padre. Sia casta la lingua!
Mi si radichi dentro l'impegno, non sfumi.

ant. I
Soave, inarcare la vita
sullo slancio di sogni sereni:
dentro, ti matura luminosa la gioia.
Gelo d'orrore, a fissare la folla di strazi che t'azzanna la carne...
Zeus non ti turba. Ti dai tu la tua legge
Prometeo: culto acceso dell'uomo.

str. II
Come pu concretarsi, la gratitudine? O caro
rispondi: che soccorso, che scudo
da chi tramonta? Non scorgi
il languore spossato
-  d'incubo, quasi - che annoda
il fioco ceppo vivente?
Ci che l'uomo decide
non varca il cosmo di Zeus.

ant. II
M'ha fatto scuola, Prometeo,
la vista di te devastato.
Che abisso, quest'onda che sboccia di canto,
dall'aria nuziale ch'io dedicavo
quel giorno - a corona del letto,
dell'acqua lustrale - a voi sposi:
tu seducevi coi doni di nozze
Esione, la nostra sorella, la fecevi tua donna
a fianco, nel letto.   |[continua]|


|[PROMETEO INCATENATO, 2]|

Entra I in delirio. Ha una maschera bovina. Scarta come giovenca resa pazza
dall'aculeo di un tafano. A voce altissima.

I
Che paese? Che ceppo? Mi abbaglia
la vista di uno imbrigliato alla roccia
al flagello del gelo. Chi sar?
Che colpa sconti, morendo? Fa' segno,
che terra  qui, meta al mio randagio penare?

Aaah!
Soffro! Ecco, lancinante aculeo
lo spettro di Argo, sangue di Terra.
Svialo, mio dio! Orrore
il bovaro - lo vedo! - costellato di occhi.
Cammina. Ho addosso il suo occhio. Mi spia.
Occhio morto, e neanche la terra lo vela!
A darmi tormento
varca l'abisso, mi bracca: cagna
magra, sbandata sulle dune salmastre.

str. I
Soffuso m'asseconda l'intreccio
di canne e di cera,
docile eco, ritmo che spande sopore.
Aaah, che dolore! Dove, dove mi scaglia
la corsa randagia che si perde lontano?
Tu, figlio di Crono, dove, dove, m'hai colto
in peccato, da gettarmi addosso le
stanghe del mio tormento?
Aaah! Perch mi trapassi
- spavento d'aculeo ch'inchioda -
spaurita, in delirio?
Fammi lucente al tuo fuoco, cancellami
gi nella terra,
offrimi, carne alle zanne
dell'abisso marino.
O Sovrano, non chiuderti
al mio supplicare.
Basta con l'immensa corsa randagia:
la corsa, la mia lotta  finita. Mi manca
l'idea per spogliarmi dei mali.
Mi senti? Sono io giovinetta che ti grido,
io, mascherata di corna, giovenca!

PROMETEO
Potrei non udirti? Tu sei quella di naco, la giovane che l'aculeo sferza. Sei
quella che scalda Zeus di passione. Incarni l'odio di Era: ora gareggi senza
via di scampo, tappa di corsa che non ha confini.

I
ant. I
Da che fonte tu chiami per nome mio padre?
Di' a me, di' alla sofferente chi sei
tu o dolente che a me addolorata
parlasti sincero, tu che hai saputo
dare il suo nome al male sfrecciato da dio
a smagrirmi, trapassarmi
con sproni di sbandato furore.
Aaah!
che miseria, i miei scatti continui
- via, digiuna - scalpitare, a folate,
e approdare quass
sfiancata dal carico d'odio
fondo, cosciente di Era.
Gente, voi che avete nemico il destino,
chi soffre la mia tortura?
Avanti, scava,
illumina il fondo della mia passione
che m'attende al varco.
C' mezzo, da sanare il mio male?
Devi dirlo, se sai.
Parla alto, svelalo
alla donna che lotta col suo vagare.

PROMETEO
Scaver fino in fondo. Dir quanto cerchi sapere. Non intreccio storte parole.
Con trasparente linguaggio, come  dovere aprire le labbra con chi ti 
vicino. Sono io, fautore del fuoco ai viventi: Prometeo!

I
Oh splendore di bene che illumina il mondo mortale, Prometeo! Ma tu soffri,
che colpa sconti col tuo patimento?

PROMETEO
In questo punto ho placato i lamenti sul mio soffrire.

I
Vorrai per porgermi questo favore...

PROMETEO
Di' la richiesta. Puoi apprendere tutto da me.

I
Chi t'inchiod al precipizio? Spiega.

PROMETEO
L'insidia di Zeus. E il braccio di Efesto.

I
 castigo, il tuo. Di quali delitti?

PROMETEO
Basta. Per me t'ho svelato abbastanza.

I
Prego, va' avanti. La meta, la meta del mio correre: dilla! E di' il giorno:
chiss se esiste nel mio futuro di pena.

PROMETEO
Non sapere il futuro vale pi che saperlo, per te.

I
Non tenermi nel buio sul mio futuro soffrire.

PROMETEO
Bene, non voglio negarti questo regalo.

I
Per dubiti. Non vuoi farmi pienamente luce?

PROMETEO
Non  chiuso egoismo. Tremo, a schiantarti la mente.

I
Non angosciarti pi per me, per cose che m' grato sentire.

PROMETEO
Lo vuoi caldamente. Bisogna parlare. Attenta.

CORO
Fermo, ti prego. Ci sono anch'io. Fa' cosa grata anche a me. Vogliamo la
storia del suo delirio, dalle sue vive labbra il racconto del suo devastante
passato. Poi s'istruisca da te sulla lotta che le resta da vivere.

PROMETEO
I devi scegliere di piegarti, assecondare la loro preghiera. Bada, anzitutto:
hanno il tuo sangue paterno. E disperarsi, sospirare sul proprio passato - se
poi chi t'ascolta ti porge tributo di pianto -  prezzo buono per il tempo
speso.

I
Non so certo tradirvi. State per udire l'intera mia storia, con lingua
sincera, com' vostro volere. Confesso. Ho pudore anche solo a narrare il
gelido vento alitato da un dio, il mio bel viso stravolto, disfatto, la radice
di quell'assalto che mi fu addosso di volo, a prostrarmi.
S. Nelle notti era fitto aleggiare di sogni al mio letto di giovane, a
sedurmi con voci come carezze: Fanciulla, il destino ti bacia. Perch questa
verginit caparbia, se t' offerto godere -  il tuo fato - di nozze sovrane?
Zeus, s Zeus  tutto caldo del tuo strale, della tua febbre. La sua voglia 
godere Afrodite con te. Figlia, non scalpitare contro il letto di Zeus.
Alzati, corri alla radura di Lerna, nel folto, laggi agli steccati, ai
pascoli paterni: che tu sia di refrigerio all'occhio spasimante del dio!.
Ecco che specie di sogni gremiva la mia pace notturna. E io gemevo! Alla fine
trovai la forza: svelai a mio padre le visioni che mi popolavano il sonno. E
s'affannava, con gli esperti del dio, che corressero fitti a Pito, a Dodona:
il suo scopo era sapere la supplica o il rito richiesto, a guadagnare la
grazia dei numi. Al loro ritorno era sempre sfarfallio di presagi sfumati,
insensati: una lotta, sbrogliarli. Finch trasparente parola venne a mio
padre. Alto, imperioso comando, e diceva di me: cacciarla dalle mura e dalla
terra paterna, randagia fino all'orlo remoto del mondo, animale slegato. Se
negava, scattava incandescente saetta da Zeus: e il suo ceppo intero svaniva
nel buio. Credette mio padre all'Obliquo, alla sua voce presaga. Mi gett
sulla strada, mi sprang in faccia le porte: lui disperato, io disperata! Ma
lo schiacciava lo sperone di Zeus, senza via di fuga: era agire obbligato.
D'un tratto si sfaceva la mia bellezza, e insieme il sentimento. Sulla fronte
le corna - ecco, guardate - addosso le fitte, i morsi del moscone, a
lacerarmi: delirio di scarti e di balzi, fino alla cara, dissetante fiumana
Cercneia e allo sgorgo di Lerna. M'era ombra un bovaro, sangue di Terra, Argo:
pura rabbia furiosa, una folla di occhi, di avidi sguardi a contare uno dopo
l'altro i miei passi. Una fine fatale - insperata, fulminea - lo strapp dalla
vita. Da allora, ai colpi d'aculeo, celeste scudiscio, io mi trascino fuggendo
paese dopo paese.
Ecco, sai la vicenda. Se puoi dire il fondo del mio sacrificio, spiegalo. Via
il consolante tepore delle bugie pietose: il pi maligno vizio, ti dico, 
parlare artefatto.

CORO
Via, via, frenati, basta!
Io no, io no; non osavo aspettarmi
d'udire storia fuori dal mondo
- pene, infamie, paure
riluttano, a coglierle, i sensi, la vista! -
che mi togliesse il respiro
il gelo che spira
dall'aculeo a due tagli.
Aaah, caso fatale:
tremo, negli occhi il passato di I.

PROMETEO
Troppo in fretta spasimi, trabocchi quasi d'angoscia. Frenati, completa la tua
conoscenza con gli ultimi casi.

CORO
Di' tutto, spiega la fine. Chi soffre  pi lieto, se apprende per tempo,
scavando, il fondo dei propri dolori.

PROMETEO
Il vostro volere di prima  compiuto. Fu comodo. A me, lo dovete. Volevate da
lei, dal suo vivo racconto, sapere per prima la lotta che I ha vissuto. Ora
attente, vi dico la fine; i dolori che lei, questa giovane donna, deve ancora
soffrire: Era  la fonte. E tu, germoglio di naco, chiuditi dentro il mio
dire: saprai fino in fondo dove termina il viaggio.
Parti da noi, volgi il viso alle sorgenti del sole e corri pianure che non
sanno aratro. Toccherai gli Sciti errabondi: per alloggio tettoie a graticcio,
sospesi su carovane robuste, per armi hanno archi che vanno lontano. Non devi
accostarli. Lambisci col passo gli anfratti ululanti di flutti, e traversa il
paese.
A sinistra stanno i Calibi, fabbri ferrai: guardati bene da loro, sono
incivili, scontrosi coi forestieri. Eccoti ora all'Ibistre, il fiume Furioso:
il suo nome non mente. Tu non passarlo - del resto non offre passaggi - finch
non ti trovi sul Caucaso, la catena sovrana. Lass, dalla cresta pi alta, il
fiume sventaglia il suo soffio possente. Poi ti tocca scalare picchi compagni
alle stelle, e imboccare la strada, gi, al mezzogiorno, finch incontrerai le
Amazzoni armate, nemiche del maschio. Questa gente, col tempo, fisser la sua
sede a Temiscira, l al Termodonte. Laggi  Salmidesso irta ganascia marina:
odia ospitare marittimi, lei, madre snaturata di navi. Saranno le Amazzoni a
dirti la via, gioiose. Cos arriverai alla lingua Cimmeria proprio alle bocche
del lago, a quel varco serrato. Qui devi raccoglierti dentro il coraggio,
partire, e guardare il canale Meotico. E sar perenne nel mondo la storia
famosa di questo tuo varco. Da esso avr il nome: Bosforo, Guado di I la
Giovenca.
Cos avrai lasciato la terra d'Europa, e verrai nei paesi dell'Asia. Che vi
sembra: quello, il despota del cielo, non  impetuoso, troppo, con tutti?
Ecco, una donna: lui, dio, per la voglia di lei le precipita addosso questa
vita randagia. Aspro innamorato ti tocc fanciulla, per la tua mano. Pensa: la
vicenda che hai udito narrare non  ancora la prima nota del canto!

I
Aaah, I I!

PROMETEO
Ancora tu mugoli, stridi. Che altro farai, se senti la fine dei tuoi dolori?

CORO
S? Narri il fondo della sua passione?

PROMETEO
Gelido mare nemico di penosi strazi.

I
Ormai, che mi frutta la vita? Anzi, dovevo essere svelta, lasciarmi cadere dal
picco pietroso. Uno schianto alle rocce, ed era il sollievo da tutti i
tormenti. S, meglio la morte, e finirla per sempre, che vivere intero -
catena di giorni maligni - il mio patimento.

PROMETEO
Che schianto, per te, se vivessi la mia agonia! Non esiste la morte, per me: 
fatale. Quello mi sarebbe sollievo al tormento. Nel mio avvenire non 
tracciata sicura frontiera al dolore: se prima Zeus non crolla dal suo potere
di despota.

I
Esiste, quel tempo: Zeus che crolla dal regno?

PROMETEO
Festa grande, per te, vedere quel giorno, io credo.

I
E come, altrimenti?  colpa di Zeus la mia prova.

PROMETEO
Rallegrati: quest'evento  gi quasi realt.

I
Che mano lo spoglier del suo scettro imperiale?

PROMETEO
La sua. Sar colpa del suo vuoto cervello.

I
Come si svolge? Di' chiaro, se non temi colpo maligno.

PROMETEO
Sposa. Sposalizio che col tempo l'amareggia di pena.

I
Creatura celeste o vivente? Se t' dato, rispondi.

PROMETEO
Non chiedere chi!  segreto che non si rivela.

I
 colpa della sposa, se Lui piomba dal trono?

PROMETEO
Di lei. Far un figlio pi potente del padre.

I
Non c' mezzo per lui di sviare il futuro?

PROMETEO
Nessuno: solo io, quando mi siano aperti i miei ceppi.

I
Chi pu aprirli, se Zeus  contrario?

PROMETEO
Dev'essere uno che viene da te, dal tuo sangue.

I
Come? Un figlio, da me, ti strapper alla tua pena?

PROMETEO
Il terzo nato: conta dieci nascite, prima.

I
Non  esplicito questo tuo canto presago.

PROMETEO
Anche tu, non chiedere pi. Non sviscerare la pena futura.

I
M'allunghi una grazia, poi la ritrai. Non farlo.

PROMETEO
Due vicende. Una soltanto te ne posso offrire.

I
Due, quali? Spiegale prima e concedimi scelta.

PROMETEO
Concedo. Tu scegli. O svelo chiara la passione che ancora ti attende, o quello
che verr a slegarmi.

CORO
Fanne uno a lei, l'altro a me di questi favori. Accetta, non deluderci:
meritiamo il racconto. A lei profeta l'ultimo peregrinare, a noi il
liberatore. Lo voglio, ti dico.

PROMETEO
Se vi sta tanto a cuore, non posso impedire: ecco l'aperta predizione, come
voi insistete.
I comincer da te. Svelo il gorgo infinito del tuo vagare: segnalo, tu, nei
fogli profondi della memoria. Compiuto il tuo guado del fiume, frontiera di
due terreferme, cammina alle fonti lucenti del sole, passa fragore di mare ed
ecco, ti trovi alle zolle Gorgonie, laggi, a Cistene. Vi stanno le Forcidi,
tre, millenarie fanciulle - cigni, a vederle - una sola pupilla per tutte, un
identico dente. Mai si pos su di loro sguardo radioso di sole, o di notte
lunare. Accanto, le loro sorelle, pennute, villose di rettili: tre Gorgoni,
schifo del mondo. Un'occhiata, e non c' creatura che serbi il respiro. Ti
serva da scudo il racconto. Attenta. Ecco il quadro che segue: ripugna, al
contatto. Schiva la muta di Zeus, i Grifoni: becchi taglienti, non sanno
ringhiare. Con loro il branco sgroppante dei guerci Arimaspi, al galoppo:
stanno alla sponda del rivo Opulento, che fluisce dorato. Gente da non starci
vicina. Poi arrivi alla terra ai confini del mondo, agli uomini negri che
vivono sotto le fonti del sole, l dove scorre l'Etiope, il fiume Riarso.
Inoltrati lungo gli argini, finch incontrerai la cascata: laggi, dalle
alture dei Libri sgorga il flusso adorato e prezioso del Nilo. Sar lui ad
aprirti la strada, gi al triangolo di terra che si chiama Nilotide. A tale
distanza, I  deciso che sorga a te e al tuo ceppo la nuova dimora.
Se nel racconto c' parola che zoppica, chiusa, ostinata, chiedi due volte,
illumina la tua conoscenza. Tanto  fermo il mio tempo: pi di quel che
vorrei.

CORO
Continua, se t' rimasta una fine - o parole taciute - da predire al suo
devastante vagare. Ma se la tua storia  conclusa, rendi a noi il favore
richiesto. Certo ricordi.

PROMETEO
Conosce ormai l'ultima soglia del suo viaggiare. Ma voglio ridirle le pene
patite, prima di giungere qui. Che sappia: non  folle la storia che ha udito.
Sar questo il pegno della mia profezia.
Lascio nell'ombra il groppo pesante del tuo passato, eccomi dritto alla soglia
del tuo viaggio randagio.
Dopo che fosti alle campagne Molossie, a Dodona - la cresta scoscesa, dov' il
soglio veggente di Zeus Tesprozio e il sovrumano prodigio, le querce
eloquenti, la cui voce grid tersa, senza giri viziosi, che tu diventavi col
tempo sposa illustre di Zeus: c' sprazzo di festa, per te, in quel tuo
passato? - poi partisti, e a colpi d'aculeo, per la strada rasente la
spiaggia, scappasti al seno vasto di Rea, e da qui raffiche di delirio, a
rimbalzarti in scorrerie senza fine. Ma tempo verr, e quel rientro marino -
ricordalo bene - Ionio, avr nome: testimonio del tuo viaggio alle genti del
mondo. Ecco, questa  per te garanzia del mio intelletto che sa spingere
l'occhio ben oltre la chiara parvenza dei fatti.
Voi e lei, qui, unitevi, attente: svelo la fine. Ritorno nel solco della mia
storia di prima. Esiste citt, estrema del paese d'Egitto, Canobo: alla bocca
del Nilo, alla sua massicciata terrosa. In quel punto Zeus ti fa gravida: col
tocco, delicato sfiorare di mano che non sa tremore. E darai alla luce Epafo
negro, Figlio del tocco, che dice col nome il suo essere nato da Zeus. Sar
lui a far fruttare la piana, quanta ne irrora il corso possente del Nilo. Alla
quinta progenie da Epafo, cinquanta fanciulle sbocciate al suo ceppo verranno
ad Argo di nuovo: sar scelta ribelle, fuggitiva ripulsa all'unione nuziale -
intreccio di sangue - ai cugini. La passione di questi sar fondo delirio:
falchi che tortore non sanno staccare, caleranno alla caccia di nozze. Caccia
vietata: e un dio sottrarr questa carne di donna. Si spalancher per loro il
suolo Pelasgio, prostrati da mano armata, assassina, di donna: scatto insonne,
la notte di nozze! Sposa che strappa al suo uomo la vita: una per una, tempra
la lama tagliente allo squarcio. Fosse tale, a chi mi odia, l'assalto d'Amore!
Ma la voglia d'amare sar magico freno a una giovane donna: non pu uccidere
l'uomo a letto con lei, si smussa il suo progetto di morte. Tra due, sar
questa la sua scelta: avr nome di fragile donna, non d'assetata di sangue.
Sar lei a far nascere ceppo di re, in Argo. Ma scavare, scorrere i fatti
richiede storia infinita. Da questa semenza sorger tempra d'eroe, destinato a
brillare per l'arco: lui mi salver da questo patire! Cos suona il presagio
che mi narr la millenaria madre, la Titanide Temi.
Il momento, il mezzo,  storia che non termina mai: e tu non hai frutto a
saperla completa.

I
Aaah! Piet!
m'arroventano crampi, raffiche in cuore
dementi, punta d'aculeo,
senza tempra di fuoco, mi buca.
Scalpita il cuore d'angoscia,
si torcono gli occhi - ruote impazzite.
Cieco delirio, a folate, mi scaglia
fuori di me. Si scatena la lingua.
Impasto fangoso il mio dire,
risacca che picchia nei flutti
di amara rovina.

CORO
str.
Lucido, lucido ingegno l'uomo che primo
coltiv nella mente, spieg con le labbra:
Nozze a misura di s sono scelta sovrana!
Chi suda la vita non pu innamorarsi
di nozze con gente sfinita dal lusso
o altera per la gloria del sangue.

ant.
Quote, Quote fatali, non fate ch'io sia
colta che entro nel letto di Zeus:
mai mi affianchi a uno sposo venuto dai cieli.
Orrore, la vista di I: freschezza di donna
che non vuole l'amore, e si sperde,
randagia, dolente, nell'andare che Era le infligge.

ep.
Per me, solo chi sposa il suo pari  sereno.
Passione di celesti sovrani non sfrecci
su me lo sguardo che inchioda.
Che lotta! Lottare non serve.
Foce che sfocia nel nulla.
Ignoro che fine mi tocca.
Se  Zeus che mi pensa,
non ho mezzo, a salvarmi!

PROMETEO
 sicuro. Con tutto il suo amore di s, Zeus precipita in basso, col tempo.
Pensa, che nozze prepara. Nozze capaci di farlo sparire, crollato dal soglio
imperiale. Quel giorno avr pieno vigore la minaccia rabbiosa che Crono, suo
padre, gl'imprecava piombando dall'antico potere. Gravoso futuro: dei celesti,
nessuno pu offrirgli la chiara visione di come stornarlo. Io solo! Io so la
vicenda, la piega che prende: l'affronti, ci provi, Zeus, maest che
s'appoggia ai boati lass tra le nubi, sicuro di s, se solo sventaglia col
pugno saette che sbuffano fiamma! Boati, saette non potranno fargli da scudo,
evitargli uno schianto umiliante, insopportabile. Con le mani, si sta
fabbricando a suo danno un campione di lotta, un miracolo, ostico, senza
sconfitta. Sar lui a scovare saetta pi robusta del fulmine, e boato possente
che schiaccia la voce del tuono, sapr sperdere nel nulla l'oceanica febbre
che fa spasimare la terra, l'arpione, lama acuta di Poseidon. Lascia che Zeus
picchi contro questo sfacelo: sapr allora l'abisso tra dominare e vivere
servo.

CORO
Gi, cos sfoghi il tuo sogno: sbavando su Zeus.

PROMETEO
Sogno presto reale. Di mio, v'aggiungo la brama.

CORO
 certo, nel futuro c' uno che domina Zeus?

PROMETEO
Pesi gli spezzeranno il collo, ostici pi dei miei pesi.

CORO
Non hai brividi, sferrando tante bestemmie?

PROMETEO
Terrore, di che? Non c' morte, nella mia parte di mondo.

CORO
Pu darti agonia pi esasperante di ora.

PROMETEO
Che la dia. Ho tutto previsto, io.

CORO
Flettersi all'Inevitabile  equilibrio.

PROMETEO
Tu sempre in ginocchio, lusinga il padrone: il tuo idolo! Zeus, a me, sta a
cuore meno di niente. Decida, faccia il padrone, a suo piacimento. Gli resta
ben poco. Non potr comandare i celesti per molto. (Appare Ermes, affannato).
L! Chi vedo. Lui, il corridore di Zeus, braccio destro del despota, appena
arrivato. Senz'altro  qui a riferire fresche notizie.

ERMES
Ehi, pozzo di scienza, testardo intestardito, l'hai fatta grossa agli di:
passare i poteri a chi tramonta in un giorno! Ladro di fuoco, dico a te. Zeus
padre comanda: indica di che nozze ti glori, per mano di chi deve cadere il
suo impero. E aggiunge: senza giri viziosi, ma svelando fatto per fatto. Non
infliggermi doppio cammino, Prometeo. Non  modo, lo vedi, per fare pi
morbido Zeus.

PROMETEO
Discorso sublime, davvero. Si sente, mente superba, la tua: da sgherro di di.
Siete di oggi. Di oggi  il vostro dominio: illusi di vivere in torri sbarrate
all'angoscia. Non sono gi due i sovrani piombati dall'alto? Coi miei occhi li
ho visti. Un lampo, e vedr anche il terzo, quello che  ora monarca: pi
umiliato che mai.
Rabbrividire, io, acquattarmi di fronte a quei giovani di? Ti par proprio? Ne
manca, anzi, non sar mai. Tu riprendi la tua strada, spicciati: da me non
udrai parola, di quello che chiedi.

ERMES
Gi una volta, per amore caparbio di te, t'incagliasti tra questi tormenti.

PROMETEO
Il tuo stare a servizio, il mio sacrificio: non farei cambio mai, imparalo
bene.

ERMES
Gi, meglio il servizio a questa tua roccia, che esser portavoce docile di
Zeus padre, immagino.

PROMETEO
Peccatori superbi cos peccano, superbamente!

ERMES
Ti scaldi, mi pare, al pensiero di quello che sei.

PROMETEO
Io, scaldarmi? Vedessi caldo cos chi mi odia. Nel numero metto anche te.

ERMES
Io? Addossi anche a me la disgrazia che soffri?

PROMETEO
Semplice. Sono carico d'odio contro gli di, tutti. Gente che mi deve favori e
invece, tradendo, m'offende.

ERMES
Sento che ormai deliri: una febbre non passeggera.

PROMETEO
Febbre, delirio? Se  delirio esecrare chi t'odia.

ERMES
Impossibile reggerti, se fossi tu il fortunato.

PROMETEO
Aaah, che miseria!

ERMES
Ecco parola che Zeus neppure conosce.

PROMETEO
Il tempo, quel vecchio perenne, insegna di tutto, alla fine.

ERMES
Tu ancora per non conosci equilibrio di mente.

PROMETEO
Purtroppo: non starei a parlare con te, sgherro.

ERMES
Nulla hai da dire, vedo, alle richieste del Padre.

PROMETEO
Al contrario. Che gli sono obbligato, e vorrei ricambiarlo.

ERMES
Ti beffi. Per bimbo immaturo m'hai preso.

PROMETEO
Peggio. Peggio di un bimbo immaturo, pi demente, se t'illudi di cavarmi
parola di bocca. Zeus non possiede n infamia, n scaltra tortura, da piegarmi
a svelare le cose: prima deve farmi cadere di dosso l'offesa dei nodi. Che
risponda sferrando vampa infuocata. Sfasci, agiti il cosmo con piume lucenti
di neve, coi boati d'abisso. Nulla mi far inginocchiare, a svelargli la mano
capace di gettarlo gi dall'impero.

ERMES
Pensa bene, se  il modo di porti al riparo.

PROMETEO
 un pezzo che penso. Ho deciso: va bene cos.

ERMES
Coraggio, cieco che sei! Abbi coraggio, una volta, di riflettere a mente
serena sul tuo soffrire.

PROMETEO
Cieco tu. M'angosci. Ma  come parlassi alla risacca del mare. Non ti venga
pensiero che il progetto di Zeus mi spaventi, mi riduca ad aver cuore di
donna.  lui tutto il mio odio vivo. Non avr mai la mia supplica - donnetta,
diresti di me, le mani curve, protese - che mi salvi da queste catene: tempo
eterno, c' in mezzo.

ERMES
Parlo, mi ostino. Ma  sempre parlare alla cieca, vedo. Non ti sciogli, non
hai cedimenti, neppure alle mie insistenze. Sei puledro fresco di stanghe:
morsica il ferro, tempesta, fa guerra alle briglie. Ma la tua furia  frutto
d'ingegno spossato. Puro, nudo amore di s, in chi non gode equilibrio di
mente, vale meno che nulla. Puoi anche non essere vinto dal mio ragionare:
pensa la raffica, l'enorme ondata di mali pronta all'assalto. Non hai fuga.
Comincer cos. A boati, a colpi di saetta lucente il Padre ti spacca il tuo
precipizio scoglioso. La tua carne sprofonda, ti raccoglie tenaglia di sasso.
Sconterai fino in fondo vastissimi anni, per riemergere al sole. Allora il
segugio volante di Zeus, l'aquila striata di sangue, golosa, far macello di
te, cencio smisurato di carne: tu non l'inviti, ma lei scivola dentro, al
festino, e finch dura la luce fa onore alla mensa, al tuo fegato scuro! Non
illuderti, non esiste confine al tormento, se prima dai celesti non sorge uno
che erediti il tuo sacrificio, deciso a calarsi sotterra, dove raggio non
brilla, nel Tartaro cavo, spento.
Pesa i fatti, poi scegli. Sta' certo, non  presunzione bugiarda la nostra, 
realt ribadita, fermissima. Lingua di Zeus non sa menzogna: ogni parola 
spinta al suo fine. Sii prudente, calcola tutto: non seguire l'idea che
l'amore di s abbia forza pi del chiaro intelletto.

CORO
Per noi, Ermes ragiona come il momento richiede. Ti comanda di deporre l'amor
proprio caparbio, d'esplorare la via del chiaro, pensoso equilibrio. Seguilo:
peccare sfregia chi possiede ragione.

PROMETEO
M'era gi noto da sempre l'annuncio
che questa voce scandisce. Se c' l'odio
non  sfregio patire da quello che t'odia.
Risponda fiondandomi addosso
l'affilata voluta di fuoco, s'impenni
la volta stellata ai boati, al delirio
di folate furenti. Oh, se il vortice schioda
il pianeta dal perno, con tutto il suo tronco!
Se oceano ribolle, roca mugghiante
muraglia al passaggio
dei corpi celesti! Sollevi, fiondi
la mia carne al Tartaro cupo:
morsa massiccia, fatale.
Non pu dare morte totale al mio io!

ERMES
Voci, ragioni d'un cervello sconvolto:
sei subito certo, a sentirle.
Perfetta frenesia, corda stridente
il suo sogno. Non  folle, caparbio?
A voi, ora, che concordi spartite
il suo strazio: lasciate di volo
la vetta, che il rantolo sordo
prodigioso del tuono
non v'abbagli la mente.

CORO
Muta argomenti. Dimmi ragioni
che possa seguire. Il tuo dire
dilaga: una piena, senza riparo.
Allnati a essere vile, mi dici. Perch?
Soffro al suo fianco, fino in fondo.
Io, scelgo. So l'odio contro chi  perfido.
Non c' peste
che mi disgusti tanto.

ERMES
Bene. V'anticipo tutto: fisstelo in mente.
Non bestemmiate Fortuna
quando Supplizio
vi avr nel carniere. Non dite che Zeus
v'ha scagliato improvviso castigo.
Non Zeus. Voi, proprio voi. Coscienti
- non come un lampo, di frodo -
cadrete nei nodi, rete senza spiraglio
di Supplizio: causa  la vostra demenza.

PROMETEO
Non  favola,  reale
questa terra che vibra.
Roco si rifrange il boato
- muggito profondo - turbine esplode
di rovente saetta, nodo di vento
mulina la sabbia: sgroppano raffiche
intreccio di folate rissose
scena di soffi che urtano, saldi.
Oceano, cielo: un impasto sconvolto.
Eccolo, il pugno, da Zeus:
 forgia d'angoscia. S'accosta. Risplende!
Madre adorata. O Cielo
che ruoti, diffondi chiarore nel cosmo,
contempla il martirio: vola Giustizia.

La rupe si spacca. Prometeo e le Ninfe sprofondano. Bagliori e boati chiudono
il dramma.
FINE.
