Erodoto.

Le Storie. Libri 1 e 2: Lidi, Persiani, Egizi.

Traduzione di Fulvio Barberis.

Testo elettronico adattato ai mezzi di lettura dei ciechi, dalla Fondazione
Ezio Galiano. Catanzaro, 16 Febbraio 2000.

LIBRO I

Erodoto di Alicarnasso espone qui il risultato delle sue ricerche
storiche; lo scopo  di impedire che avvenimenti determinati dall'azione degli
uomini finiscano per sbiadire col tempo, di impedire che perdano la dovuta
risonanza imprese grandi e degne di ammirazione realizzate dai Greci come dai
barbari; fra l'altro anche la ragione per cui vennero a guerra tra loro.
I dotti persiani affermano che i responsabili della rivalit furono i
Fenici. Costoro giunsero in queste nostre acque provenienti dal mare detto
Eritreo; insediatisi nella regione che abitano tuttoggi, subito, con lunghi
viaggi di navigazione, presero a fare commercio in vari paesi di prodotti
egiziani ed assiri, e si spinsero fino ad Argo. A quell'epoca Argo era da ogni
punto di vista la citt pi importante fra quante sorgevano nel territorio
oggi chiamato Grecia. I Fenici arrivarono ad Argo e vi misero in vendita le
loro mercanzie. Quattro o cinque giorni dopo il loro arrivo, ormai quasi
esaurite le merci, scesero sulla riva del mare diverse donne, tra le quali si
trovava la figlia del re Inaco: si chiamava Io, anche i Greci concordano su
questo punto. Secondo i dotti persiani, mentre le donne si trattenevano
accanto alla poppa della nave, per acquistare i prodotti che pi desideravano,
i marinai si incoraggiarono a vicenda e si avventarono su di loro: molte
riuscirono a fuggire, ma non Io, che fu catturata insieme con altre; risaliti
sulle navi, i Fenici si allontanarono, facendo rotta verso l'Egitto.
Secondo i Persiani Io giunse in Egitto cos e non come narrano i Greci; e
questo episodio avrebbe segnato l'inizio dei misfatti. In seguito alcuni Greci
(essi non sono in grado di precisarne la provenienza), spintisi fino a Tiro,
in Fenicia, vi rapirono la figlia del re, Europa;  possibile che costoro
fossero di Creta. E fino a qui la situazione era in perfetta parit, ma poi i
Greci si resero responsabili di una seconda colpa: navigarono con una lunga
nave fino ad Ea e alle rive del fiume Fasi, nella Colchide, e l, compiuta la
missione per cui erano venuti, rapirono Medea, la figlia del re dei Colchi;
questi mand in Grecia un araldo a reclamare la restituzione della figlia e a
chiedere giustizia del rapimento, ma i Greci risposero che i barbari non
avevano dato soddisfazione del ratto dell'argiva Io e che quindi per parte
loro avrebbero fatto altrettanto.
Narrano che nella generazione successiva Alessandro, figlio di Priamo, a
conoscenza di quei fatti, volle procurarsi moglie in Grecia per mezzo di un
rapimento; era assolutamente convinto che non ne avrebbe mai dovuto rendere
conto ai Greci perch questi in precedenza non lo avevano fatto nei confronti
dei barbari. E cos, quando ebbe rapito Elena, i Greci decisero per prima cosa
di inviare messaggeri a chiedere la sua restituzione e a pretendere giustizia
del rapimento; di fronte a tale istanza i barbari rinfacciarono loro il ratto
di Medea: non era accettabile che proprio i Greci, rei di non avere pagato il
proprio delitto e di non avere provveduto a nessuna restituzione malgrado le
richieste, pretendessero ora di ottenere giustizia dagli altri.
Comunque, fino a quel momento, fra Greci e barbari non c'era stato altro
che una serie di reciproci rapimenti; a partire da allora invece i maggiori
colpevoli sarebbero diventati i Greci: essi infatti cominciarono a inviare
eserciti in Asia prima che i Persiani in Europa. Ora, i barbari ritengono che
rapire donne sia azione da delinquenti, ma che preoccuparsi di vendicare
delitti del genere sia pensiero da dissennati: l'unico atteggiamento degno di
un saggio  non tenere il minimo conto di donne rapite, perch  evidente che
non le si potrebbe rapire se non fossero consenzienti. Secondo i Persiani gli
abitanti dell'Asia non si curano minimamente delle donne rapite; i Greci
invece per una sola donna di Sparta radunarono un grande esercito, si spinsero
fino in Asia e abbatterono la potenza di Priamo; da allora e per sempre i
Persiani avrebbero guardato con ostilit a tutto ci che  greco. In effetti
essi considerano loro propriet l'Asia e le genti barbare che vi abitano e ben
separate, a s stanti, l'Europa e il mondo greco.
Insomma i Persiani descrivono cos la dinamica degli eventi: fanno
risalire alla distruzione di Ilio l'origine dell'odio che nutrono per i Greci.
Per, a proposito di Io, i Fenici non concordano con i Persiani; secondo la
loro versione essi condussero s Io in Egitto, ma non dopo averla rapita,
bens perch lei ancora in Argo aveva avuto una relazione con il timoniere
della nave; accortasi di essere rimasta incinta, per la vergogna aveva
preferito partire con i Fenici, per non doverlo confessare ai propri genitori.
Ecco dunque le versioni dei Persiani e dei Fenici; quanto a me, riguardo a
tali fatti, non mi azzardo a dire che sono avvenuti in un modo o in un altro;
io so invece chi fu il primo a rendersi responsabile di ingiustizie nei
confronti dei Greci e quando avr chiarito di costui proceder nel racconto.
Verr a parlare di varie citt, ma senza distinguere fra grandi e piccole: il
fatto  che alcune erano importanti nell'antichit e poi, in gran parte, sono
decadute, altre, notevoli ai miei tempi, prima invece erano insignificanti;
io, ben consapevole che la condizione umana non  mai stabile e immutabile, le
ricorder senza fare distinzioni.
Creso era di stirpe lidia e figlio di Aliatte; era re delle popolazioni
al di qua di quel fiume Alis che, scorrendo da sud fra i Siri e i Paflagoni,
procede verso settentrione fino al Ponto Eusino. Creso, per primo fra i
barbari di cui abbiamo notizia, sottomise alcune citt greche al pagamento di
un tributo, mentre di altre cercava di acquistarsi l'amicizia: le vittime
furono gli Ioni, gli Eoli e i Dori d'Asia, i privilegiati furono gli Spartani.
Prima del regno di Creso tutti i Greci erano indipendenti: anche all'epoca
dell'invasione della Ionia ad opera di un esercito di Cimmeri, alquanto prima
del regno di Creso, non si erano avute sottomissioni di citt, bens soltanto
scorrerie e saccheggi ai loro danni.
In Lidia il potere apparteneva agli Eraclidi; pervenne alla famiglia di
Creso, ai Mermnadi, come ora vi narro. A Sardi il re era Candaule, dai Greci
chiamato Mirsilo, discendente di un figlio di Eracle, Alceo. Il primo dei
discendenti di Eracle a divenire re di Sardi era stato Agrone, che era figlio
di Nino il quale a sua volta era figlio di Belo e nipote di Alceo; l'ultimo fu
Candaule, figlio di Mirso. Quanti avevano regnato sul paese prima di Agrone
erano discendenti di Lido, figlio di Atis; da Lido presero nome i Lidi, prima
chiamati Meoni. Gli Eraclidi, progenie di Eracle e di una schiava di Iardano,
ottennero il potere in affidamento dai discendenti di Lido in base a un
oracolo e lo esercitarono per ventidue generazioni, vale a dire per 505 anni,
trasmettendoselo di padre in figlio fino a Candaule figlio di Mirso.
Questo Candaule era molto innamorato della propria moglie e perci era
convinto che fosse di gran lunga la pi bella donna del mondo. Con una simile
convinzione, poich era solito confidarsi anche sugli argomenti pi delicati
con un certo Gige, una guardia del corpo, suo favorito, figlio di Dascilo,
fin in particolare per esaltargli l'aspetto fisico della moglie. Ma era
fatale che a Candaule ne derivasse un grave danno: poco tempo dopo disse a
Gige: Gige, ho l'impressione che tu non mi credi quando ti parlo del corpo di
mia moglie; succede certo che gli uomini abbiano le orecchie pi incredule
degli occhi, ma allora fai in modo di vederla nuda. Ma Gige protestando gli
rispose: Signore, ma che razza di discorso insano mi fai? Mi ordini di
guardare nuda la mia padrona? Quando una donna si spoglia dei vestiti si
spoglia anche del pudore; i buoni precetti sono ormai un patrimonio antico
dell'umanit e da essi bisogna imparare: uno dice che si deve guardare solo
ci che ci appartiene. Io creder che lei  la pi bella donna del mondo e ti
prego di non chiedermi assurdit.
Insomma, rispondendo cos, opponeva il suo rifiuto: temeva che da quella
situazione gli potesse derivare qualche guaio. Ma Candaule insistette:
Coraggio, Gige, non avere paura di me, come se ti facessi un simile discorso
per metterti alla prova, n di mia moglie, che per opera sua ti possa accadere
qualcosa di male; tanto per cominciare io studier la maniera che lei non si
accorga di essere osservata da te. Ecco, ti metter dietro la porta spalancata
della stanza in cui dormiamo; pi tardi, quando io sar entrato, anche mia
moglie verr, per mettersi a letto. Vicino alla porta c' una sedia su cui
lei, spogliandosi, appogger le vesti, una per una; e cos potrai guardartela
in tutta tranquillit; ma quando lei si sposter dalla sedia verso il letto,
dandoti la schiena, allora esci dalla stanza, ma fai attenzione che lei non ti
veda.
Non avendo via di scampo, Gige era pronto a obbedire. Candaule, quando
gli parve ora di andare a dormire, condusse Gige nella sua camera; subito dopo
comparve anche la moglie: Gige la osserv mentre entrava e posava i propri
vestiti. Appena la donna si volt per avvicinarsi al letto, dandogli le
spalle, Gige usc dal nascondiglio e si allontan; lei lo scorse mentre
usciva, ma, pur avendo compreso il misfatto del marito, invece di gridare per
la vergogna, finse di non essersi accorta di niente, con l'intenzione per di
vendicarsi di Candaule. Bisogna sapere che presso i Lidi, come presso quasi
tutti gli altri barbari,  grande motivo di vergogna persino che sia visto
nudo un uomo.
Sul momento non lasci trasparire nulla e rimase tranquilla; ma non
appena fu giorno diede istruzioni ai servi che vedeva a s pi fedeli e mand
a chiamare Gige. Gige credeva che lei ignorasse l'accaduto e si present
subito: era abituato anche prima ad accorrere ogni volta che la regina lo
chiamava. Quando lo ebbe davanti, la donna gli disse: Ora tu, caro Gige, hai
di fronte a te due strade e io ti concedo di scegliere quale preferisci
percorrere: o uccidi Candaule e ottieni me e il regno dei Lidi, oppure 
necessario che tu muoia subito, cos non sarai pi costretto a vedere ci che
non devi per obbedire a tutti gli ordini del tuo padrone. Non ci sono
alternative: o muore il responsabile di tutte queste macchinazioni o muori tu
che mi hai vista nuda e che hai compiuto azioni cos poco lecite. Gige
dapprima rimase sbalordito dalle parole della regina, poi supplic per un po'
di non costringerlo a compiere una simile scelta; ma non riusc a persuaderla,
anzi si rese conto senza pi dubbi di trovarsi di fronte all'ineluttabile:
uccidere il proprio padrone o venire ucciso lui stesso da altri, e scelse la
propria salvezza. Rivolgendosi alla donna le chiese: Poich mi costringi a
uccidere il mio padrone contro la mia volont, voglio almeno sapere in che
modo lo aggrediremo. E lei gli rispose: L'aggressione avverr esattamente
dallo stesso luogo dal quale lui mi ha mostrata nuda e il colpo si far mentre
dorme.
Studiarono i particolari del piano e appena scese la notte Gige segu la
donna nella camera da letto: gli era stato impedito di allontanarsi e non
aveva nessuna possibilit di sottrarsi a quel compito: era inevitabile la
morte sua o di Candaule. La regina lo nascose dietro la stessa porta dopo
avergli consegnato un pugnale. Pi tardi, quando Candaule si addorment, Gige
usc dal suo nascondiglio, lo uccise ed ebbe cos insieme la donna e il regno.
Archiloco di Paro, vissuto nella stessa epoca, menzion Gige in un suo
trimetro giambico.
Ottenne il regno e vide consolidato il suo potere grazie all'oracolo di
Delfi, perch quando gi i Lidi, considerando la gravit dell'assassinio di
Candaule, erano in armi, i partigiani di Gige e gli altri Lidi vennero a un
accordo: se l'oracolo lo avesse designato re dei Lidi, allora Gige avrebbe
regnato, in caso contrario avrebbe restituito il potere agli Eraclidi.
L'oracolo gli fu favorevole e cos Gige fu re. La Pizia vaticin che gli
Eraclidi si sarebbero rivalsi sul quinto discendente di Gige, ma di questa
profezia i Lidi e i loro sovrani non si curarono pi fino a quando non si
comp.
Ecco insomma come i Mermnadi avevano conquistato il potere, sottraendolo
agli Eraclidi. Gige, quando fu re, invi rilevanti offerte a Delfi, in pratica
la maggior parte di tutte le offerte in argento che vi si trovano; e oltre
all'argento dedic anche oro in grande quantit, fra cui  degna di menzione
una serie di sei crateri d'oro: oggi si trovano nel tesoro dei Corinzi e
raggiungono un peso di trenta talenti. Per a dire il vero il tesoro non
appartiene allo stato di Corinto, bens a Cipselo figlio di Eezione. Gige fu
il primo barbaro di cui abbiamo notizia a inviare offerte a Delfi dopo Mida,
figlio di Gordio, re di Frigia. Mida aveva consacrato il trono regale da cui
amministrava la giustizia, un oggetto che merita di essere visto: questo trono
si trova dove sono collocati anche i crateri di Gige. Gli abitanti di Delfi
chiamano Gigade, dal nome del donatore, l'oro e l'argento offerti da Gige.
Quando ebbe il potere, anch'egli invi spedizioni militari contro Mileto e
Smirne, ed espugn la citt di Colofone, ma non ci fu nessuna altra impresa
durante i 38 anni del suo regno, e anche di questa baster aver fatto
menzione.
Mi limiter a menzionare soltanto anche Ardi, figlio di Gige, che regn
dopo il padre: costui espugn Priene e organizz una spedizione contro Mileto;
fu durante il suo regno che i Cimmeri, muovendo dalle loro sedi a causa della
pressione di nomadi Sciti, si spostarono in Asia e occuparono tutta Sardi a
eccezione dell'acropoli.
Dopo i 49 anni del regno di Ardi sul trono sal suo figlio Sadiatte, che
regn per 12 anni. Il figlio di Sadiatte, Aliatte, combatt poi una guerra
contro Ciassare, il discendente di Deioce, e contro i Medi, scacci i Cimmeri
dall'Asia, prese Smirne, colonia di Colofone e assal pure Clazomene: da
questo conflitto non usc proprio come aveva sperato, anzi con insuccessi non
indifferenti. Per mentre fu al potere realizz altre imprese degne di essere
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date. Combatt contro i Milesi una guerra ereditata dal padre, guidando
le manovre di offesa e stringendo l'assedio nella maniera seguente: mandava
all'attacco l'esercito ogni volta che in quella terra i prodotti erano giunti
a maturazione; le operazioni si svolgevano al suono di zampogne, di pettidi e
di flauti acuti e gravi. Quando entrava nei territori di Mileto non abbatteva
o incendiava le case che si trovavano nei campi; non ne forzava neppure le
porte, le lasciava intatte in tutta la contrada; gli alberi e i frutti della
terra li faceva distruggere e poi si ritirava. Il fatto  che i Milesi erano
padroni del mare, sicch non era possibile per un esercito stringerli
d'assedio. Il re lidio non abbatteva le costruzioni affinch i Milesi muovendo
da esse potessero coltivare e lavorare la terra e lui, grazie al lavoro di
quelli, avesse qualcosa da depredare durante le sue incursioni.
Con questo sistema la guerra dur undici anni, durante i quali i Milesi
subirono due gravi sconfitte, a Limeneo nel loro territorio e nella piana del
Meandro. Per sei anni su undici a capo dei Lidi era stato ancora il figlio di
Ardi Sadiatte: era stato lui a suo tempo a invadere con le sue truppe il paese
di Mileto, ed era stato anche il responsabile dell'inizio della guerra. Nei
successivi cinque anni a combattere fu Aliatte figlio di Sadiatte il quale,
come ho gi spiegato, eredit dal padre il conflitto e lo diresse con
particolare energia. Nessuna popolazione della Ionia aiut i Milesi a
sostenere il peso di quella guerra tranne i soli abitanti di Chio, che vennero
in loro soccorso per ricambiare un analogo favore: infatti in tempi precedenti
Mileto aveva condiviso con Chio i disagi della guerra contro Eritre.
Al dodicesimo anno, mentre il raccolto veniva dato alle fiamme
dall'esercito, si verific questo fatto: quando le messi presero a bruciare,
il fuoco, spinto dal vento, raggiunse il tempio di Atena Assesia: il tempio si
incendi e rimase completamente distrutto dalle fiamme, cosa alla quale sul
momento nessuno fece caso. Ma dopo il ritorno a Sardi dell'esercito, Aliatte
si ammal; e siccome la malattia non guariva, invi a Delfi degli incaricati,
vuoi per suggerimento di qualcuno vuoi avendo deciso da solo di interrogare il
dio sulla natura del proprio male. E agli inviati la Pizia rispose che non
avrebbe emesso alcun responso se prima non avessero ricostruito il tempio di
Atena che avevano incendiato ad Asseso nel territorio di Mileto.
Io sono a conoscenza di questi particolari perch mi sono stati
raccontati a Delfi, ma i Milesi aggiungono che Periandro, figlio di Cipselo,
legato da strettissimi vincoli di ospitalit con l'allora re di Mileto
Trasibulo, quando venne a conoscenza dell'oracolo dato ad Aliatte, tramite un
messaggero lo rifer a Trasibulo affinch, saputolo prima, potesse regolarsi
di conseguenza. Cos andarono le cose secondo il racconto dei Milesi.
Quando Aliatte ricevette il responso, subito invi a Mileto un araldo,
intenzionato a stipulare una tregua con Trasibulo e con i Milesi per tutto il
tempo necessario alla edificazione del santuario. Cos, mentre l'inviato era
in viaggio verso Mileto, Trasibulo, ormai al corrente di ogni cosa e in grado
di prevedere le mosse di Aliatte, prepar la seguente messinscena: fece
raccogliere nella piazza principale tutte quante le riserve alimentari della
citt, pubbliche e private, e ordin ai cittadini di attendere il suo segnale
e poi di abbandonarsi a bevute e a bagordi collettivi.
Trasibulo dava queste disposizioni affinch l'araldo di Sardi tornasse a
riferire ad Aliatte di aver visto grandi cumuli di vivande ammonticchiate e
uomini dediti a festeggiamenti. Come appunto avvenne: l'araldo vide quello
spettacolo, rifer a Trasibulo il messaggio del re lidio e ritorn a Sardi; e,
secondo le informazioni che ho ricevuto, fu proprio quella la causa della
ricomposizione del conflitto. In realt Aliatte sperava che Mileto fosse ormai
in preda a una dura carestia e la cittadinanza ridotta all'estremo limite di
sopportazione: invece ud dall'araldo ritornato da Mileto esattamente il
contrario di ci che si aspettava. In seguito stipularono una pace stringendo
fra loro vincoli di ospitalit e di alleanza; Aliatte fece costruire ad Asseso
non uno ma due templi dedicati ad Atena e guar della sua malattia. Questo
accadde ad Aliatte durante la guerra contro Trasibulo e Mileto.
Periandro, quello che aveva informato Trasibulo del responso, era figlio
di Cipselo e signore di Corinto; gli abitanti di Corinto narrano (e i Lesbi
concordano con loro) che durante la sua vita si verific un evento portentoso,
l'arrivo al Tenaro di Arione di Metimna, in groppa a un delfino. Arione fu il
pi grande citaredo dell'epoca, il primo uomo a nostra conoscenza a comporre
un ditirambo, a dargli nome e a farlo eseguire in Corinto.
Ebbene si narra che Arione, il quale trascorreva accanto a Periandro la
maggior parte del suo tempo, aveva provato grande desiderio di compiere un
viaggio per mare fino in Italia e in Sicilia; l si era arricchito, poi aveva
deciso di ritornare a Corinto. Quando dunque si tratt di ripartire da
Taranto, poich non si fidava di nessuno pi che dei Corinzi, noleggi una
nave di Corinto; ma quando furono in mare aperto gli uomini dell'equipaggio
tramarono di sbarazzarsi di Arione e di impossessarsi delle sue ricchezze.
Arione se ne accorse e cominci a supplicarli: era disposto a cedere i suoi
averi, ma chiedeva salva la vita; tuttavia non riusc a convincerli, anzi i
marinai gli ingiunsero di togliersi la vita cos da ottenere sepoltura nella
terra oppure di gettarsi in mare al pi presto. Arione, vistosi ormai senza
scampo, chiese il permesso, poich avevano deciso cos, di cantare in piedi
fra i banchi dei rematori in completa tenuta di scena: promise di togliersi la
vita al termine del canto. I marinai, piacevolmente attirati dall'idea di
ascoltare il miglior cantore del mondo, si ritirarono da poppa verso il centro
della nave. Arione indoss i suoi costumi di scena, prese la cetra ed esegu
un canto a tono elevato, stando in piedi tra i banchi dei rematori; alla fine
del canto si gett in mare cos com'era, con tutto il costume. Sempre secondo
il racconto i marinai fecero poi rotta verso Corinto mentre Arione fu raccolto
da un delfino e trasportato fino al Tenaro; qui tocc terra e da qui si
diresse verso Corinto, ancora in tenuta di scena; quando vi giunse narr tutto
l'accaduto a Periandro, il quale, alquanto incredulo, decise di trattenere
Arione sotto sorveglianza e di concentrare la sua attenzione sull'equipaggio
della nave. Cos, quando i marinai furono a disposizione, li fece chiamare e
chiese loro se potevano dargli notizie di Arione; essi risposero che si
trovava vivo e vegeto in Italia, che lo avevano lasciato a Taranto in piena e
felice attivit; ma Arione si mostr davanti a loro, ancora vestito come
quando era saltato dalla nave, e quelli, sbigottiti e ormai scoperti, non
poterono pi negare. Questo raccontano i Corinzi e i Lesbi; inoltre sul Tenaro
si trova una statua votiva di bronzo di Arione, non grande, che rappresenta un
uomo in groppa a un delfino.
Aliatte, il re di Lidia che aveva portato a termine la guerra contro
Mileto, mor assai pi tardi, dopo 57 anni di regno. Guarito dalla malattia,
aveva consacrato a Delfi, secondo nella sua famiglia, un grande cratere
d'argento e un sottocratere di ferro saldato, oggetto che merita di essere
visto pi di tutti gli ex-voto di Delfi;  opera di Glauco di Chio che fu
l'unico artista a scoprire la tecnica di saldatura del ferro.
Alla morte di Aliatte gli succedette nel regno il figlio Creso che
all'epoca aveva 35 anni; egli assal per primi tra i Greci gli Efesini. In
quella circostanza gli Efesini, assediati dall'esercito di Creso, affidarono
la citt ad Artemide legando una fune dal tempio fino alle mura. Fra la parte
antica della citt, che era quella allora assediata, e il tempio ci sono sette
stadi. Gli Efesini furono solo i primi perch poi in seguito Creso aggred una
per una tutte le citt degli Ioni e degli Eoli, prendendo a pretesto le colpe
pi svariate, muovendo accuse gravi quando poteva trovarne di gravi, ma anche
adducendo ragioni di poco conto.
Dopo aver costretto tutti i Greci d'Asia al pagamento di un tributo,
progett di far costruire delle navi e di assalire gli abitanti delle isole.
Si racconta che, quando ormai tutto era pronto alla costruzione delle navi,
giunse a Sardi Biante di Priene (secondo altri era Pittaco di Mitilene): e
costui riusc a fare interrompere i lavori dando a Creso, che gli chiedeva se
ci fossero novit dalla Grecia, la seguente risposta: Signore, gli abitanti
padelle isole stanno facendo incetta di cavalli per organizzare una spedizione
contro Sardi e contro di te. Creso, credendo che stesse parlando seriamente,
esclam: Magari gli dei glielo mettessero in testa a quegli isolani di venire
contro i figli dei Lidi con la cavalleria! E l'altro replic: Mio re, vedo che
ti auguri ardentemente di ricevere sul continente degli isolani trasformati in
cavalieri, ed  una speranza ben logica; ma poi, cos'altro credi che si
augurino gli isolani, da quando hanno saputo che stai facendo costruire navi
per assalirli, se non di ricevere i Lidi sul mare, dove potrebbero farti
pagare la schiavit in cui tieni i Greci del continente? Raccontano che a
Creso piacque molto questa conclusione e poich gli parve molto pertinente si
persuase a interrompere la costruzione delle navi. Fu cos che strinse un
patto di buon vicinato con gli Ioni residenti nelle isole.
Col passare del tempo quasi tutte le popolazioni stanziate al di qua del
fiume Alis furono sottomesse: Creso assoggett al suo dominio, tranne Cilici e
Lici, tutte le altre genti: Lidi, Frigi, Misi, Mariandini, Calibi, Paflagoni,
Traci (Tini e Bitini), Cari, Ioni, Dori, Eoli e Panfili.
Creso li sottomise e ne annesse i territori al regno dei Lidi; cos in
una Sardi all'apice dello splendore giunsero in seguito tutti i sapienti di
Grecia dell'epoca, uno dopo l'altro, e tra gli altri Solone di Atene. Solone
formul le leggi per i propri concittadini, su loro richiesta, e poi soggiorn
fuori della patria per dieci anni, partito col pretesto di un viaggio
conoscitivo, ma in realt per non essere costretto ad abrogare alcuna delle
leggi che aveva promulgato; perch gli Ateniesi, da soli, non erano in
condizione di farlo: solenni giuramenti li vincolavano per dieci anni a
valersi delle norme stabilite da Solone.
Per tale ragione e anche per il suo viaggio, Solone rimase all'estero,
recandosi in Egitto presso Amasi e, appunto, a Sardi presso Creso. Al suo
arrivo fu ospitato da Creso nella reggia: due o tre giorni dopo, per ordine
del re, alcuni servitori lo condussero a visitare i tesori e gli mostrarono
quanto vi era di straordinario e di sontuoso. Creso aspett che Solone avesse
osservato e considerato tutto per bene e poi, al momento giusto, gli chiese:
Ospite ateniese, ai nostri orecchi  giunta la tua fama, che  grande sia a
causa della tua sapienza sia per i tuoi viaggi, dato che per amore di
conoscenza hai visitato molta parte del mondo: perci ora m'ha preso un grande
desiderio di chiederti se tu hai mai conosciuto qualcuno che fosse veramente
il pi felice di tutti. Faceva questa domanda perch riteneva di essere lui
l'uomo pi ricco, ma Solone, evitando l'adulazione e badando alla verit,
rispose: Certamente, signore, Tello di Atene. Creso rimase sbalordito da
questa risposta e lo incalz con un'altra domanda: E in base a quale criterio
giudichi Tello l'uomo pi felice? E Solone spieg: Tello in un periodo di
prosperit per la sua patria ebbe dei figli sani e intelligenti e tutti questi
figli gli diedero dei nipoti che crebbero tutti; lui stesso poi, secondo il
nostro giudizio gi cos fortunato in vita, ha avuto la fine pi splendida:
durante una battaglia combattuta a Eleusi dagli Ateniesi contro una citt
confinante, accorso in aiuto, mise in fuga i nemici e mor gloriosamente; e
gli Ateniesi gli celebrarono un funerale di stato nel punto esatto in cui era
caduto e gli resero grandissimi onori.
Quando Solone gli ebbe presentato la storia di Tello, cos ricca di
eventi fortunati, Creso gli domand chi avesse conosciuto come secondo dopo
Tello, convinto di avere almeno il secondo posto. Ma Solone disse: Cleobi e
Bitone, entrambi di Argo, i quali ebbero sempre di che vivere e oltre a ci
una notevole forza fisica, sicch tutti e due riportarono vittorie nelle gare
atletiche; di loro tra l'altro si racconta il seguente episodio: ad Argo c'era
una festa dedicata a Era e i due dovevano assolutamente portare la madre al
tempio con un carro, ma i buoi non giungevano in tempo dai campi; allora, per
non arrivare in ritardo, i due giovani sistemarono i gioghi sulle proprie
spalle, tirarono il carro, sul quale viaggiava la madre, e arrivarono fino al
tempio dopo un tragitto di 45 stadi. Al loro gesto, ammirato da tutta la
popolazione riunita per la festa, segu una fine nobilissima: con loro il dio
volle mostrare quanto, per un uomo, essere morto sia meglio che vivere.
Intorno ai due giovani gli uomini di Argo ne lodavano la forza, mentre le
donne si complimentavano con la madre che aveva avuto due figli come quelli; e
la madre, oltremodo felice dell'impresa e della grande reputazione derivatane,
si ferm in piedi di fronte all'immagine della dea e la preg di concedere a
Cleobi e a Bitone, i suoi due figli che l'avevano tanto onorata, la sorte
migliore che possa toccare a un essere umano. Dopo questa preghiera i giovani
celebrarono i sacrifici e il banchetto e poi si fermarono a dormire l nel
tempio; e l'indomani non si svegliarono pi: furono colti cos dalla morte.
Gli Argivi li ritrassero in due statue che consacrarono a Delfi, come si fa
con gli uomini pi illustri.
A quei due dunque Solone assegnava il secondo posto nella graduatoria
della felicit; Creso si irrit e gli disse: Ospite ateniese, la nostra
felicit l'hai svalutata al punto da non ritenerci neppure pari a cittadini
qualunque? E Solone rispose: Creso tu interroghi sulla condizione umana un
uomo che sa quanto l'atteggiamento divino sia pieno di invidia e pronto a
sconvolgere ogni cosa. In un lungo arco di tempo si ha occasione di vedere
molte cose che nessuno desidera e molte bisogna subirle. Supponiamo che la
vita di un uomo duri settanta anni; settanta anni da soli, senza considerare
il mese intercalare, fanno 25.200 giorni; se poi vuoi che un anno ogni due si
allunghi di un mese per evitare che le stagioni risultino sfasate, visto che
in settanta anni i mesi intercalari sono 35, i giorni da aggiungere risultano
1050. Ebbene, di tutti i giorni che formano quei settanta anni, cio di ben
26.250 giorni, non uno solo vede lo stesso evento di un altro. E cos, Creso,
tutto per l'uomo  provvisorio. Vedo bene che tu sei ricchissimo e re di molte
genti, ma ci che mi hai chiesto io non posso attribuirlo a te prima di aver
saputo se hai concluso felicemente la tua vita. Chi  molto ricco non 
affatto pi felice di chi vive alla giornata, se il suo destino non lo
accompagna a morire serenamente ancora nella sua prosperit. Infatti molti
uomini, pur essendo straricchi, non sono felici, molti invece, che vivono una
vita modesta, possono dirsi davvero fortunati. Chi  molto ricco ma infelice 
superiore soltanto in due cose a chi  fortunato, ma quest'ultimo rispetto a
chi  ricco  superiore da molti punti di vista. Il primo pu realizzare un
proprio desiderio e sopportare una grave sciagura pi facilmente, ma il
secondo gli  superiore perch, anche se non  in grado come lui di sopportare
sciagure e soddisfare desideri, da questi per la sua buona sorte lo tiene
lontano; e non ha imperfezioni fisiche, non ha malattie e non subisce
disgrazie, ha bei figli e un aspetto sempre sereno. E se oltre a tutto questo
avr anche una buona morte, allora  proprio lui quello che tu cerchi, quello
degno di essere chiamato felice. Ma prima che sia morto bisogna sempre evitare
di dirlo felice, soltanto "fortunato". Certo, che un uomo riunisca tutte le
suddette fortune, non  possibile, cos come nessun paese provvede da solo a
tutti i suoi fabbisogni: se qualcosa produce, di altro  carente, cosicch
migliore  il paese che produce pi beni. Allo stesso modo non c' essere
umano che sia sufficiente a se stesso: possiede qualcosa ma altro gli manca;
chi viva, continuamente avendo pi beni, e poi concluda la sua vita
dolcemente, ecco, signore, per me costui ha diritto di portare quel nome. Di
ogni cosa bisogna indagare la fine. A molti il dio ha fatto intravedere la
felicit e poi ne ha capovolto i destini, radicalmente.
Creso non rimase per niente soddisfatto di questa spiegazione; non tenne
Solone nella minima considerazione e lo conged; considerava senz'altro un
ignorante chi trascurava i beni presenti e di ogni cosa esortava a osservare
la fine.
Dopo la partenza di Solone Creso sub la vendetta del dio: la sub, per
quanto si pu indovinare, perch aveva creduto di essere l'uomo pi felice del
mondo. Non era trascorso molto tempo quando nel sonno ebbe un sogno
rivelatore: sogn le sventure che sarebbero poi effettivamente capitate a suo
figlio. Creso aveva due figli, uno dei quali menomato (era muto), mentre
l'altro, di nome Atis, primeggiava fra i suoi coetanei in ogni attivit; il
sogno indic a Creso chiaramente che Atis sarebbe morto colpito da una punta
di ferro. Al risveglio, quando si rese conto del contenuto del sogno, ne prov
orrore; allora fece prendere moglie al figlio e siccome prima era abituato a
guidare l'esercito lidio, non lo invi pi in nessun luogo per incarichi di
questo tipo. Frecce, giavellotti e tutti quegli strumenti che si usano per
combattere, li fece asportare dalle sale degli uomini e ammucchiare nelle
stanze delle donne, perch nessuno di essi, rimanendo appeso alle pareti,
potesse cadere accidentalmente sul figlio.
Quando il figlio era impegnato nelle nozze, giunse a Sardi uno sventurato
di nazionalit frigia e di stirpe reale, le cui mani erano impure. Costui si
present alla reggia di Creso e chiese di ottenere la purificazione secondo le
norme locali, e Creso lo purific. Il rituale di purificazione dei Lidi 
pressoch identico a quello dei Greci. Compiuti gli atti rituali, Creso gli
chiese chi fosse e da dove venisse: Straniero, chi sei? Da quale parte della
Frigia sei venuto a rifugiarti presso il mio focolare? Quale uomo o quale
donna hai ucciso? E quello rispose: Signore, io sono nipote di Mida e figlio
di Gordio, il mio nome  Adrasto; sono qui perch senza volerlo ho ucciso mio
fratello e perch sono stato scacciato da mio padre e privato di ogni cosa. Al
che Creso disse: Si d il caso che tu sia discendente di persone legate a noi
da vincoli di amicizia; e fra amici pertanto tu sei arrivato. Se rimani con
noi non ti mancher nulla e se vivrai di buon cuore questa tua disgrazia,
avrai molto da guadagnarci.
E cos Adrasto soggiornava presso Creso quando comparve sul monte Olimpo
di Misia un grosso esemplare di cinghiale che muovendo dalla montagna
distruggeva le coltivazioni dei Misi; pi di una volta i Misi avevano
organizzato battute di caccia, senza per riuscire ad arrecargli alcun danno,
subendone anzi da lui. Infine dei messaggeri Misi si recarono da Creso e gli
dissero: O re, nella nostra regione  comparso un gigantesco cinghiale che ci
distrugge le coltivazioni; e noi, con tutto l'impegno che ci mettiamo, non
riusciamo ad abbatterlo. Perci ora ti preghiamo di mandare tuo figlio insieme
con giovani scelti e cani, cos potremo allontanarlo dai nostri territori.
Queste erano le loro richieste, ma Creso, memore del sogno, rispose: Quanto a
mio figlio non se ne parla nemmeno: non lo posso mandare con voi perch si 
appena sposato e ora ha da pensare a ben altro. Mander invece uomini scelti e
ogni sorta di equipaggiamento utile alla caccia, e ordiner agli uomini della
spedizione di garantire tutto il loro impegno nell'aiutarvi a scacciare il
cinghiale dal vostro paese.
Ma mentre i Misi erano soddisfatti della risposta ricevuta, si fece
avanti il figlio di Creso, che aveva udito le richieste dei Misi; visto che
suo padre si era rifiutato di inviarlo con loro, il giovane gli disse: Padre,
una volta per noi l'aspirazione pi bella e pi nobile consisteva nel
meritarsi gloria in guerra o nella caccia, ma ora tu mi vieti entrambe le
attivit; eppure non hai certamente scorto in me qualche segno di
vigliaccheria o di paura. Con quale faccia ora devo mostrarmi fra la gente
andando e venendo attraverso la citt? Che opinione avranno di me i cittadini,
e mia moglie, che mi ha appena sposato? Con quale marito creder di convivere?
Adesso perci o tu mi lasci partecipare alla caccia, oppure mi dai una
spiegazione sufficiente a convincermi che  meglio non farlo.
E Creso rispose: Figlio mio, io non agisco cos perch abbia scorto in te
vigliaccheria o qualche altra cosa spiacevole; ma una visione apparsami nel
sonno mi disse che tu avresti avuto una vita breve, che saresti morto colpito
da una punta di ferro. Perci dopo il sogno affrettai le tue nozze e perci
ora non invio te per l'impresa che ho accettato: agisco con cautela per vedere
se in qualche modo, finch sono vivo, riesco a sottrarti alla morte. Il
destino vuole che tu sia il mio unico figlio: l'altro infatti, che  menomato,
non lo considero tale.
E il giovane gli rispose: Ti capisco, padre, e capisco le precauzioni che
hai nei miei riguardi dopo un simile sogno. Ma di questo sogno ti  sfuggito
un particolare ed  giusto che io te lo faccia notare. Dal tuo racconto
risulta che il sogno ti annunciava la mia morte come causata da una punta di
ferro: e quali mani possiede un cinghiale? Quale punta di ferro di cui tu
possa avere paura? Se ti avesse annunciato la mia morte come provocata da una
zanna o da qualcosa del genere, allora sarebbe stato tuo dovere agire come
agisci, ma ha parlato di una punta. E allora, visto che non si tratta di
andare a combattere contro dei guerrieri, lasciami partire.
E Creso concluse: Figlio mio, si pu dire che nell'interpretare il mio
sogno tu batti le mie capacit di giudizio: e io, in quanto sconfitto da te,
cambio parere e ti lascio partecipare alla caccia.
Detto ci, Creso fece chiamare il frigio Adrasto al quale, quando lo ebbe
davanti, pronunci il seguente discorso: Adrasto, - disse - tu eri stato
colpito da una dolorosa disgrazia, che non ti rimprovero, e io ti ho
purificato e accolto nella mia casa dove ora ti ospito offrendoti ogni mezzo
di sussistenza; adesso dunque, visto che per primo ti ho concesso enormi
favori, tu sei in debito verso di me di favori uguali; io desidero che tu
vegli su mio figlio che sta partendo per una battuta di caccia, che lungo la
strada non vi si parino davanti pericolosi ladroni armati di cattive
intenzioni. Oltre tutto non puoi esimerti dal recarti l dove tu possa
segnalarti con qualche bella impresa: cos facevano i tuoi antenati, senza
contare che le tue forze te lo consentono ampiamente.
E Adrasto gli rispose: Sovrano, se non me lo chiedessi tu, io non
parteciperei a una simile impresa, perch non  decoroso per me, con la
disgrazia che ho avuto, accompagnarmi a giovani della mia et dalla vita
felice: non  quanto io voglio, anzi ne farei volentieri a meno. Ma ora,
poich sei tu a spingermi e verso di te io devo mostrarmi cortese, in debito
come sono di enormi favori, ora sono disposto a farlo; tuo figlio, che affidi
alla mia sorveglianza, per quanto dipende da me fai pure conto di vederlo
tornare sano e salvo.
Quando Adrasto ebbe dato a Creso la sua risposta, la spedizione part,
con ampio seguito di giovani scelti e di cani da caccia. Giunsero al monte
Olimpo e cominciarono a cercare il cinghiale; trovatolo lo circondarono e
presero a scagliargli addosso i loro giavellotti: a questo punto l'ospite,
proprio quello purificato da Creso, Adrasto, nel tentativo di centrare il
cinghiale fin per sbagliarlo colpendo invece il figlio di Creso. Questi,
trafitto dalla punta, dimostr l'esattezza profetica del sogno. Qualcuno corse
ad annunciare a Creso l'accaduto: come giunse a Sardi gli raccont della
battuta di caccia e della disgrazia del figlio.
Creso, sconvolto dalla morte del figlio, fu ancora pi dispiaciuto per il
fatto che a ucciderlo era stato l'uomo da lui purificato da un omicidio.
Prostrato dalla sciagura, invocava con rabbia Zeus Purificatore, chiamandolo a
testimone di ci che aveva sofferto per mano del suo ospite, e lo invocava
come protettore del focolare e dell'amicizia, sempre lo stesso dio ma con
attributi diversi: in quanto protettore del focolare perch, avendo accolto
nella propria casa lo straniero, senza saperlo aveva dato da mangiare
all'uccisore di suo figlio, in quanto protettore dell'amicizia perch lo aveva
inviato come difensore e se lo ritrovava ora odiosissimo nemico.
Pi tardi tornarono i Lidi portando il cadavere e dietro li seguiva il
responsabile della disgrazia: Adrasto, in piedi di fronte al cadavere, si
consegnava a Creso protendendo le mani, invitandolo a immolarlo sul corpo del
figlio; ricordava la precedente sventura e sosteneva di non avere pi diritto
di vivere dato che aveva rovinato chi a suo tempo si era fatto suo
benefattore. Creso, nonostante il grande dolore per la disgrazia abbattutasi
sulla sua famiglia, udendo queste parole ebbe compassione di Adrasto e gli
disse: Ho gi da parte tua ogni soddisfazione visto che tu stesso ti assegni
la morte come punizione. Tu non hai colpa di questa sciagura se non in quanto
ne sei stato strumento involontario: il responsabile forse  un dio, che gi
da tempo mi aveva preannunciato quanto sarebbe accaduto. Poi Creso diede al
figlio degna sepoltura; Adrasto, discendente di Gordio e di Mida, uccisore del
proprio fratello e uccisore di chi da quell'omicidio lo aveva purificato,
riconoscendo di essere l'uomo pi sciagurato del mondo, attese che tutti si
fossero allontanati dal sepolcro e l, proprio sulla tomba, si tolse la vita.
Creso, rimasto privo del figlio, per due anni mantenne un lutto
strettissimo. Pi tardi la caduta di Astiage figlio di Ciassare e l'assunzione
del potere da parte di Ciro, figlio di Cambise, con la conseguente crescita
della potenza persiana, distolsero Creso dal suo dolore e determinarono in lui
la preoccupazione insistente di frenare, se possibile, l'espansione della
potenza dei Persiani prima che divenissero troppo influenti. Con questa idea
decise subito di mettere alla prova gli oracoli greci e l'oracolo di Libia
inviando corrieri un po' ovunque: a Delfi, ad Abe nella Focide, a Dodona;
altri furono mandati ai santuari di Anfiarao e di Trofonio, altri ancora
presso i sacerdoti Branchidi, nel territorio di Mileto. Tanti furono gli
oracoli greci che Creso mand a consultare; in Libia invi un'altra
delegazione a interrogare l'indovino di Ammone. In tal modo Creso voleva
verificare le conoscenze degli oracoli: se avesse riscontrato che conoscevano
la verit, avrebbe inviato nuovi corrieri per chiedere se poteva intraprendere
spedizioni militari contro la Persia.
Ai Lidi spediti a saggiare gli oracoli diede le seguenti istruzioni:
dovevano tenere il conto esatto dei giorni trascorsi dopo la loro partenza da
Sardi; al centesimo giorno dovevano consultare gli oracoli chiedendo loro che
cosa stesse facendo in quel momento il re dei Lidi Creso, figlio di Aliatte;
dovevano trascrivere parola per parola il responso degli indovini e tornare a
riferirlo. Nessuno sa dire quali furono le risposte degli altri oracoli, ma a
Delfi, non appena i Lidi furono entrati nel santuario ed ebbero consultato il
dio formulando la domanda prescritta, la Pizia diede in versi esametri la
seguente risposta:
Io so quanti sono i granelli di sabbia e so le dimensioni del mare,
io intendo chi  muto e ascolto anche chi non ha voce.
Fino a me giunge l'odore di una testuggine dal duro guscio
che sta cuocendo nel rame insieme con carni di agnello:
c' rame sotto di lei e rame sopra.
I Lidi trascrissero il responso della Pizia e partirono per tornare a
Sardi. Quando anche gli altri inviati furono presenti, tutti con il loro
responso, Creso apr gli scritti, uno per uno, e ne esamin il contenuto:
nessuno degli altri gli parve soddisfacente, ma quando apprese il responso
proveniente da Delfi subito lo accolse con devozione, e ritenne quello di
Delfi l'unico vero oracolo, poich aveva scoperto ci che lui stava facendo.
Infatti, dopo aver inviato i suoi messi presso gli oracoli, aveva tenuto
d'occhio con la massima cura la data prestabilita, preparando il suo piano:
pens qualcosa che fosse impossibile indovinare o prendere in considerazione:
uccise una testuggine e un agnello e li cucin personalmente in una pentola di
rame chiusa da un coperchio, pure di rame.
Tale dunque fu il responso che Creso ricevette da Delfi. Quanto
all'indovino di Anfiarao non sono in grado di dire quale risposta diede ai
Lidi, quando ebbero esaurito il consueto rituale intorno al santuario: nemmeno
il testo di questo oracolo ci viene tramandato, ma posso dire che Creso
giudic di avere ricevuto un vaticinio veritiero.
Dopodich Creso cercava di procurarsi il favore del dio di Delfi con
offerte imponenti: immol 3000 capi di bestiame di tutte le specie adatte al
sacrificio, ammass una gigantesca pira sulla quale bruci lettighe rivestite
d'oro e d'argento, boccette d'oro, vesti di porpora e tuniche, sperando di
guadagnarsi maggiormente il favore del dio con simili offerte. E a tutti i
Lidi ordin di sacrificare quanto ciascuno potesse. Al termine dei sacrifici
fece fondere un enorme quantitativo d'oro e ne ricav dei mezzi mattoni lunghi
sei palmi, larghi tre e spessi uno: erano 117 di numero, di cui quattro di oro
puro, ciascuno del peso di due talenti e mezzo, mentre gli altri mezzi mattoni
pesavano due talenti essendo costituiti da oro bianco. Fece fondere in oro
puro anche la statua di un leone, pesante dieci talenti. Questo leone, quando
ci fu l'incendio del tempio di Delfi, cadde dai mattoni, sui quali era appunto
collocato: ora si trova nel tesoro di Corinto e pesa sei talenti e mezzo,
perch tre talenti e mezzo si fusero e andarono perduti.
Appena pronti tali oggetti, Creso li sped a Delfi; e vi aggiunse due
crateri di grandi dimensioni, uno d'oro e uno d'argento; quello d'oro fu posto
a destra di chi entra nel tempio e quello d'argento a sinistra, ma anch'essi
vennero dislocati altrove all'epoca dell'incendio del santuario. Ora quello
d'oro si trova nel tesoro dei Clazomeni e ha un peso di otto talenti e mezzo e
dodici mine, quello d'argento in un angolo del pronao e ha una capacit di 600
anfore: ancora lo usano a Delfi durante le feste delle Teofanie. I Delfi
dicono che  opera di Teodoro di Samo, un parere che condivido, perch non 
certamente un oggetto fabbricabile da chiunque. Sped anche quattro orci
d'argento, ora nel tesoro dei Corinzi, e offr due vasi per l'acqua lustrale,
uno d'oro e uno d'argento; su quello d'oro c' una iscrizione che ne
attribuisce l'offerta agli Spartani, ma  un falso: l'oggetto  proprio di
Creso e la scritta  dovuta a uno di Delfi che voleva ingraziarsi gli
Spartani: io ne conosco il nome, ma non lo menzioner. Dono degli Spartani 
il fanciullo dalla cui mano scorre l'acqua, ma certamente non lo sono i due
vasi lustrali. Assieme a questi Creso consacr altri oggetti senza
contrassegni e due catini rotondi d'argento e, ancora, una statua d'oro alta
tre cubiti, che rappresenta una donna, anzi pi precisamente la fornaia di
Creso, secondo quanto si dice a Delfi. E inoltre Creso offr le collane e le
cinture della moglie.
Questo  quanto invi a Delfi. Invece ad Anfiarao, di cui aveva appreso
il valore e la sorte sventurata, consacr uno scudo interamente d'oro e una
solida lancia, essa pure d'oro massiccio tanto nell'asta come nelle punte.
All'epoca della mia visita entrambi gli oggetti si trovavano ancora a Tebe, e
esattamente nel tempio di Apollo Ismenio.
Ai Lidi incaricati di portare i doni ai santuari Creso ordin di chiedere
agli oracoli se convenisse muovere guerra ai Persiani e se fosse il caso di
aggregarsi qualche esercito amico. I Lidi, giunti a destinazione, consacrarono
le offerte e interrogarono gli oracoli: Creso, re dei Lidi e di altre
popolazioni, convinto che questi sono gli unici veri oracoli al mondo, vi
destina questi doni degni dei vostri vaticini, e vi chiede se gli conviene
muovere guerra contro i Persiani e se  il caso di aggregarsi qualche esercito
alleato. Alle loro domande entrambi gli oracoli diedero identica risposta,
preannunciando a Creso che, se avesse mosso guerra ai Persiani, avrebbe
rovesciato un grande regno; e gli consigliarono di trovare quali fossero i
Greci pi potenti e di assicurarsene l'amicizia.
Venuto a conoscenza dei responsi, Creso se ne compiacque molto: tutto
preso dalla speranza di abbattere il regno di Ciro, invi a Pito una ulteriore
delegazione: si inform quanti fossero i Delfi di numero e a ciascuno di loro
don due stateri d'oro. In cambio i Delfi concedettero a Creso e ai Lidi il
diritto di precedenza nella consultazione dell'oracolo, l'esenzione dai
tributi, il diritto di seggio privilegiato negli spettacoli e la possibilit,
per sempre, a ogni Lido che lo desiderasse di diventare cittadino di Delfi.
Dopo quei doni Creso si rivolse al santuario per la terza volta: da
quando ne aveva riconosciuto la veridicit abusava dell'oracolo. Questa volta
chiese se il suo regno sarebbe durato a lungo e la Pizia gli diede il seguente
responso:
Quando un mulo sar divenuto re dei Medi,
allora, o Lidio dal piede delicato, lungo l'Ermo ghiaioso
fuggi e non fermarti, e non avere vergogna di essere vile.
Quando gli giunsero tali parole Creso ne gio molto pi che di tutte le
precedenti: non si aspettava certo che un mulo venisse mai a regnare sui Medi
al posto di un uomo e quindi n la sua, n la sovranit dei suoi discendenti
avrebbero avuto mai fine. Poi si preoccup di scoprire quali erano i Greci da
farsi amici in quanto pi potenti, e a forza di indagini risult che Spartani
e Ateniesi prevalevano nettamente all'interno dei loro gruppi etnici,
rispettivamente il dorico e lo ionico. Erano in effetti i due popoli
preminenti: l'uno di antica origine pelasgica, l'altro di origine ellenica;
gli Ateniesi non si erano mai mossi dai territori che occupavano, gli altri
avevano compiuto numerosi spostamenti: al tempo del re Deucalione abitavano la
Ftiotide, al tempo di Doro figlio di Elleno la regione detta Estiotide alle
falde dell'Ossa e dell'Olimpo; cacciati dalla Estiotide ad opera dei Cadmei si
erano stanziati a Pindo con il nome di Macedni. Da l ancora si trasferirono
nella Driopide e infine dalla Driopide passarono nel Peloponneso, dove
assunsero il nome di Dori.
Quale lingua parlassero i Pelasgi non sono in grado di dirlo con
esattezza: se  indispensabile fornire qualche indicazione, basandosi sulle
popolazioni pelasgiche superstiti, sia quelle insediate oggi nella citt di
Crestona a nord dei Tirreni e gi limitrofe degli attuali Dori nella regione
adesso chiamata Tessagliotide, sia quelle che nell'Ellesponto avevano
colonizzato Placia e Scilace e avevano condiviso il territorio con gli
Ateniesi, o sulle citt un tempo pelasgiche ma che poi avevano mutato nome,
ebbene, deducendo su queste basi, bisogna concludere che i Pelasgi parlavano
una lingua barbara. Se dunque i Pelasgi erano di lingua barbara, allora gli
Attici, Pelasgi di stirpe, una volta divenuti Greci dovettero anche cambiare
il modo di esprimersi. Infatti, bisogna aggiungere che gli abitanti di
Crestona e di Placia parlano due idiomi assolutamente diversi dagli idiomi dei
popoli circostanti, ma molto simili fra loro, dimostrando cos di avere
conservato l'originaria impronta linguistica anche dopo esser immigrati nei
rispettivi nuovi territori.
A me risulta che il gruppo degli Elleni fin dalla sua origine abbia
sempre parlato la stessa lingua: staccatisi dai Pelasgi, erano deboli e poco
numerosi, ma poi, estendendo il proprio dominio, crebbero fino all'attuale
moltitudine di popolazioni, grazie ai continui apporti di Pelasgi,
soprattutto, e di altre etnie barbare. Al confronto mi pare senz'altro che
nessun popolo pelasgico, restando barbaro, abbia mai compiuto progressi
considerevoli.
Di quelle due genti Creso venne a sapere che una, la attica, era retta e
tenuta divisa dal figlio di Ippocrate Pisistrato, allora tiranno di Atene. A
Ippocrate era capitato un evento assolutamente prodigioso: si trovava ad
Olimpia, come privato cittadino, per assistere ai Giochi e aveva appena
terminato un sacrificio quando i lebeti, che erano l pronti, pieni di acqua e
di carni, presero improvvisamente a bollire senza fuoco e a traboccare. L
accanto per caso c'era Chilone di Sparta; egli, osservato il prodigio, rivolse
a Ippocrate i seguenti consigli: per prima cosa non sposare una donna in grado
di procreare, se invece aveva gi moglie ripudiarla e rinnegare il proprio
figlio se era gi venuto al mondo. Ma non pare proprio che Ippocrate abbia
voluto seguire le indicazioni di Chilone: e cos pi tardi nacque Pisistrato.
Gli Ateniesi della costa e gli Ateniesi dell'interno, i primi capitanati da
Megacle figlio di Alcmeone, i secondi da Licurgo figlio di Aristolaide, erano
in conflitto fra di loro: Pisistrato mirando al potere assoluto diede vita a
una terza fazione: riun un certo numero di sediziosi, si autodichiar
fittiziamente capo degli Ateniesi delle montagne ed escogit il seguente
stratagemma. Fer se stesso e le proprie mule e poi spinse il carro nella
piazza centrale fingendo di essere sfuggito a un agguato di nemici che, a
sentire lui, avrebbero avuto la chiara intenzione di ucciderlo mentre si
recava in un suo campo; chiese pertanto che il popolo gli assegnasse un corpo
di guardia, anche in considerazione dei suoi meriti precedenti, quando,
stratega all'epoca della guerra contro i Megaresi, aveva conquistato il porto
di Nisea e realizzato altre grandi imprese. Il popolo ateniese si lasci
ingannare e gli concedette di scegliere fra i cittadini un certo numero di
uomini, i quali diventarono i lancieri privati di Pisistrato, o meglio i suoi
mazzieri, visto che lo scortavano armati di mazze di legno. Questo corpo di
guardia contribu al colpo di stato di Pisistrato occupando l'acropoli. Da
allora Pisistrato govern su Atene senza riformare le cariche dello stato
esistenti e senza modificare le leggi: resse la citt amministrandola con
oculatezza sulla base degli ordinamenti gi in vigore.
Non molto tempo dopo i partigiani di Megacle e quelli di Licurgo si
misero d'accordo e lo cacciarono dalla citt. Cos andarono le cose la prima
volta che Pisistrato ebbe in mano sua Atene: perse il potere prima che si
radicasse saldamente. Ma tra coloro che lo avevano scacciato rinacquero i
contrasti e Megacle, messo in difficolt dai tumulti, fin col mandare un
messaggero a Pisistrato offrendogli il potere assoluto a patto che sposasse
sua figlia. Pisistrato accett la proposta e fu d'accordo sulle condizioni;
per il suo rientro in Atene ricorsero a un espediente che io trovo
assolutamente ridicolo, visto che i Greci fin dall'antichit sono sempre stati
ritenuti pi accorti dei barbari e meno inclini alla stoltezza e alla
dabbenaggine, e tanto pi se in quella circostanza attuarono effettivamente un
simile disegno in barba agli Ateniesi, che fra i Greci passano per essere i
pi intelligenti. Nel demo di Peania viveva una donna, di nome Fia, alta
quattro cubiti meno tre dita e per il resto piuttosto bella. Vestirono questa
donna di una armatura completa, la fecero salire su di un carro, le
insegnarono come atteggiarsi per ottenere il pi nobile effetto e la guidarono
in citt facendosi precedere da alcuni araldi, i quali, giunti in Atene,
secondo le istruzioni ricevute andavano ripetendo il seguente proclama:
Ateniesi, accogliete di buon grado Pisistrato: Atena in persona, onorandolo
sopra tutti gli uomini, lo riconduce sulla acropoli a lei dedicata. Facevano
questo annuncio percorrendo la citt e ben presto la voce si sparse fino ai
demi: Atena riconduce Pisistrato; e in citt, credendo che Fia fosse la dea in
persona, a lei, che era una semplice donna, si rivolsero con devozione; e
accolsero Pisistrato.   |[continua]|


|[LIBRO I, 2]|

Riavuto il potere nel modo ora esposto, Pisistrato rispett l'accordo
preso con Megacle e ne spos la figlia; ma poich aveva gi dei figli adulti e
correva fama che sugli Alcmeonidi pesasse la maledizione divina, non volendo
avere prole dalla nuova moglie, non si univa con lei come vuole natura. La
donna, l per l, tenne nascosta la cosa, ma poi, che glielo avessero chiesto
o meno, ne parl alla madre; e questa lo rifer al marito. Il fatto fu
considerato un terribile affronto da parte di Pisistrato: in preda all'ira
com'era, Megacle si riconcili con quelli della sua fazione. Pisistrato,
informato di quanto si stava concretizzando ai suoi danni, non esit ad
allontanarsi dal paese: si rifugi a Eretria e l studi la situazione insieme
coi figli. Prevalse il parere di Ippia, di tentare la riconquista del potere,
e allora cominciarono a sollecitare doni dalle citt che in qualche modo erano
obbligate nei loro confronti. E fra le tante citt che fornirono ingenti somme
di denaro i Tebani superarono tutti con il loro contributo. Insomma, per farla
breve, venne il momento in cui tutto era pronto per il rientro in Atene: dal
Peloponneso erano arrivati dei mercenari argivi, e un uomo di Nasso, di nome
Ligdami, giunse di sua iniziativa, ben fornito di uomini e mezzi, e offr i
suoi servigi.
Muovendo da Eretria fecero ritorno in Attica, a distanza di oltre dieci
anni dalla loro fuga. In Attica il primo luogo che occuparono fu Maratona;
mentre stavano l accampati si unirono a loro dei ribelli provenienti dalla
citt, e altri ne affluivano dai demi: tutta gente che abbracciava la
tirannide preferendola alla libert. Costoro quindi si andavano radunando: gli
Ateniesi rimasti in citt, finch Pisistrato raccoglieva finanziamenti e poi
per tutto il tempo che si trattenne a Maratona, non si preoccuparono
minimamente; ma quando seppero che stava marciando da Maratona su Atene allora
finalmente scesero in campo contro di lui. Mentre l'esercito cittadino
marciava incontro agli assalitori, Pisistrato e i suoi si erano mossi da
Maratona e avanzavano verso la citt; convergendo finirono perci per
incontrarsi nel demo di Pallene, all'altezza del tempio di Atena Pallenide, e
l i due eserciti si schierarono uno di fronte all'altro. In quel momento,
spinto da ispirazione divina, si present a Pisistrato l'indovino Anfilito di
Acarnania, gli si avvicin e pronunci la seguente profezia in esametri:
La rete  stata lanciata, le sue maglie si sono distese,
i tonni vi irromperanno dentro in una notte di luna.
Cos vaticinava sotto l'ispirazione del dio e Pisistrato comprendendo la
profezia dichiar di accoglierla e guid in campo l'esercito. Nel frattempo
gli Ateniesi della citt avevano pensato bene di mangiare e, dopo, si erano
messi chi a giocare a dadi, chi a dormire. Pisistrato e i suoi piombarono su
di loro e li volsero in fuga. Mentre essi fuggivano Pisistrato trov la
maniera pi saggia per impedire che gli Ateniesi si raccogliessero ancora, e
anzi per tenerli dispersi. Fece montare a cavallo i suoi figli e li mand
avanti: essi, raggiungendo i fuggitivi, parlavano loro secondo le disposizioni
di Pisistrato, esortandoli uno per uno a non avere paura e a tornare ciascuno
alle proprie occupazioni.
Gli Ateniesi si lasciarono persuadere e cos Pisistrato per la terza
volta fu padrone di Atene; questa volta rese pi saldo il proprio potere
grazie alle molte guardie e agli ingenti contributi in denaro, che gli
provenivano tanto dall'Attica come dal fiume Strimone. Inoltre prese in
ostaggio i figli degli Ateniesi che erano rimasti a combattere senza darsi
subito alla fuga e li tenne sequestrati a Nasso (perch Pisistrato aveva
sottomesso anche Nasso e l'aveva affidata a Ligdami). Poi obbedendo agli
oracoli purific l'isola di Delo, in questo modo: fece disseppellire e
trasportare in un'altra parte dell'isola tutti i resti umani che si trovavano
in zone visibili dal santuario. E cos Pisistrato fu signore di Atene; ma vari
Ateniesi erano caduti nella battaglia e altri avevano seguito gli Alcmeonidi
in esilio lontano dalla loro patria.
Questa era la situazione in Atene all'epoca in cui Creso raccoglieva le
sue informazioni; dal canto loro gli Spartani erano appena usciti da un
periodo di grosse difficolt e stavano ormai prevalendo nella guerra contro
Tegea. Effettivamente nel periodo in cui a Sparta regnarono Leonte ed
Egesicle, gli Spartani, che avevano risolto a proprio favore gli altri
conflitti, non riuscivano a superare l'ostacolo di Tegea. In epoca ancora
precedente a questi avvenimenti erano, si pu dire, i pi arretrati in tutta
la Grecia in fatto di legislazione interna ed erano isolati dal punto di vista
internazionale. Il progresso verso un buon ordinamento legislativo avvenne nel
modo che ora vi narro. Una volta all'oracolo di Delfi si rec Licurgo, uno
degli Spartiati pi in vista; non appena fu entrato nel sacrario la Pizia cos
parl:
Licurgo, tu vieni al mio tempio opulento
tu, caro a Zeus e a quanti abitano le dimore dell'Olimpo.
Sono in dubbio se dichiararti dio o essere umano
ma penso piuttosto che tu sei un dio, Licurgo.
Alcuni aggiungono che la Pizia gli sugger anche l'attuale costituzione
degli Spartiati, ma a quanto raccontano gli Spartani stessi, Licurgo la
introdusse derivandola da quella di Creta al tempo in cui lui era tutore di
suo nipote, il re di Sparta Leobote. Non appena assunse la tutela provvide a
riformare tutte le leggi e vigil che non si verificassero violazioni. In
seguito Licurgo fiss gli ordinamenti militari: corpi speciali dell'esercito,
unit di trenta uomini, mense comuni, e istitu, inoltre, le cariche di eforo
e di geronte.
Con simili riforme gli Spartani ottennero una buona legislazione; e alla
morte di Licurgo gli dedicarono un santuario che  tuttora molto venerato.
Poich risiedono in un buon territorio e costituiscono una massa non
indifferente di uomini, ebbero un rapido sviluppo e raggiunsero un notevole
grado di prosperit. Al punto che non si accontentarono pi di vivere in pace,
ma, presumendo di essere pi forti degli Arcadi, consultarono l'oracolo di
Delfi sull'Arcadia intera: e la Pizia diede loro il seguente responso:
Mi chiedi l'Arcadia? Chiedi molto: non te la conceder.
In Arcadia ci sono molti uomini che si nutrono di ghiande
i quali vi respingeranno; ma non voglio opporti solo un rifiuto:
ti conceder Tegea, battuta dai piedi, per ballare,
e la sua bella pianura, da misurare con la fune.
Appresa la risposta gli Spartani si tennero lontani da tutti gli altri
Arcadi, ma intrapresero una spedizione militare contro Tegea; e avevano tanta
fiducia nell'ambiguo responso che portarono con s anche le catene, per essere
pronti a rendere schiavi i Tegeati. Ma quando furono sconfitti nella
battaglia, quanti di loro rimasero prigionieri furono costretti a lavorare la
terra della pianura di Tegea dopo aver misurato con la fune la parte spettante
a ciascuno e incatenati con gli stessi ceppi che si erano portati dietro.
Questi ceppi, gli stessi che servirono a incatenarli, li ho visti io, ancora
intatti, a Tegea, appesi tutto intorno al tempio di Atena Alea.
Durante questo primo conflitto gli Spartani continuarono ad avere la
peggio negli scontri contro i Tegeati, ma al tempo di Creso e del regno
spartano di Anassandride e di Aristone, gli Spartiati ormai avevano acquistato
una sicura superiorit bellica, ed ecco come. Visto che in guerra risultavano
sempre inferiori ai Tegeati, inviarono a Delfi una delegazione a chiedere
quale dio dovessero propiziarsi per prevalere nella guerra contro Tegea. La
Pizia rispose che ci sarebbero riusciti quando avessero traslato nella loro
citt le ossa di Oreste figlio di Agamennone. Ma poich non erano capaci di
scoprire il luogo in cui Oreste era stato seppellito, mandarono di nuovo a
chiedere al dio dove esattamente giacesse Oreste. E agli inviati la Pizia
diede la seguente risposta:
In Arcadia c' una citt, Tegea, in una aperta regione:
dove soffiano due venti sotto dura costrizione,
dove c' colpo e ci che respinge il colpo, dove male giace su male,
l la terra, generatrice di vita, racchiude il figlio di Agamennone.
Quando lo avrai con te sarai signore di Tegea.
Anche dopo aver ricevuto questa risposta, gli Spartani non riuscivano
affatto a scoprire il luogo in questione, pur cercandolo dovunque; finch lo
trov un certo Lica, uno degli Spartiati che possono onorarsi del titolo di
Agatoergi. Gli Agatoergi sono quei cinque cittadini di anno in anno pi
anziani fra coloro che si congedano dalla cavalleria: essi per tutto l'anno in
cui escono dalle file dei cavalieri hanno l'obbligo di non rimanere inattivi e
di accettare missioni all'estero per conto dello stato.
Ricopriva dunque questo incarico Lica quando, grazie ad un colpo di
fortuna e alla sua intelligenza, trov a Tegea la tomba di Oreste. Esistevano
allora libere relazioni fra Sparta e Tegea; Lica, entrato in una fucina, se ne
stava ad osservare ammirato la lavorazione del ferro. Il fabbro si accorse del
suo stupore e interrompendo il proprio lavoro gli disse: Ospite spartano, sono
sicuro che rimarresti a bocca aperta se vedessi quello che ho visto io, dal
momento che guardi con tanta meraviglia battere il ferro. Devi sapere che io
volevo costruire un pozzo nel mio cortile e scavando ho urtato in una bara
lunga sette cubiti. Non potendo credere che fossero mai esistiti uomini pi
alti degli attuali, la scoperchiai e vidi un cadavere lungo quanto la bara. Lo
misurai e lo seppellii di nuovo. Il fabbro gli raccontava quanto aveva visto e
Lica riflettendoci ne argu che quel morto fosse Oreste; lo deduceva dal testo
dell'oracolo, interpretato cos: nei due mantici del fabbro, che aveva
sott'occhio, riconobbe i venti, nel martello e nell'incudine il colpo e ci
che respinge il colpo, nel ferro battuto il male che giace sul male,
interpretando in base al principio che il ferro sia stato scoperto per il male
dell'uomo. Avendo compreso l'enigma, fece ritorno a Sparta e rifer ai suoi
concittadini come stavano le cose. Essi lo accusarono di propagazione di
notizie false e lo bandirono dalla citt. Lica torn a Tegea e narrando al
fabbro quanto gli era accaduto cerc, ma senza successo, di prendere in
affitto da lui quel cortile. Col tempo riusc a convincerlo e vi si pot
installare; allora disseppell la bara, raccolse le ossa di Oreste e con esse
rientr a Sparta. E da quel momento, ogni volta che avevano luogo degli
scontri con i Tegeati, gli Spartani avevano sempre la meglio. E ormai essi
avevano sottomesso anche la maggior parte del Peloponneso.
Creso, venuto a conoscenza di tutti questi fatti, invi a Sparta dei
messaggeri, latori di doni e di una richiesta di alleanza e bene istruiti
sulle parole da riferire. Quando arrivarono a Sparta essi dichiararono: 
stato Creso, re dei Lidi e di altre popolazioni, a mandarci qui, affidandoci
questo messaggio: "Spartani, il dio mi ha ordinato per bocca di un oracolo di
rendermi amico il popolo greco, e io so che voi siete i primi della Grecia:
pertanto obbedendo alla parola del dio a voi rivolgo il mio appello,
desideroso di diventare vostro amico e alleato, senza inganni, senza secondi
fini". E fu quanto i messaggeri di Creso riferirono da parte del loro re; gli
Spartani, a cui era noto il responso in questione, furono molto lieti della
venuta dei Lidi e strinsero vincoli giurati di amicizia e di alleanza
militare. Del resto erano legati da alcuni benefici ricevuti da Creso in tempi
precedenti: a Sardi gli Spartani avevano mandato a comprare dell'oro, di cui
intendevano servirsi per la fabbricazione della statua di Apollo che ora si
trova sul Tornace, in Laconia, e Creso, bench fossero disposti a pagarlo,
gliene aveva offerto in dono.
Per questi motivi gli Spartani accettarono il patto di alleanza e anche
perch li aveva scelti come alleati anteponendoli a tutti gli altri Greci. E
oltre a dichiararsi disponibili a ogni appello fecero fabbricare un cratere di
bronzo, decorato con figure lungo il bordo esterno e tanto grande da avere una
capacit di 300 anfore: lo donarono a Creso intendendo cos contraccambiarlo.
Questo cratere non arriv mai a Sardi, fatto di cui si danno due diverse
spiegazioni: gli Spartani sostengono che quando il cratere durante il viaggio
verso Sardi venne a trovarsi all'altezza dell'isola di Samo, gli abitanti di
Samo, informati, li assalirono con lunghe navi da battaglia e se ne
impadronirono; invece i Sami raccontano che gli Spartani incaricati del
trasporto avevano ritardato, sicch poi, quando giunse la notizia della caduta
di Sardi e della cattura di Creso, decisero di cedere l'oggetto in Samo: lo
acquistarono dei privati cittadini per offrirlo al tempio di Era; poi, forse,
gli stessi che lo avevano venduto, una volta tornati a Sparta, raccontarono di
essere stati depredati dai Sami.
Cos andarono le cose a proposito del cratere. Dal canto suo Creso,
fraintendendo il senso dell'oracolo, organizzava una invasione della
Cappadocia, convinto di abbattere Ciro e la potenza persiana. Mentre Creso si
preparava a marciare contro i Persiani, un lido di nome Sandani che gi in
occasioni precedenti aveva dimostrato di essere un saggio, ma che dopo il
parere espresso in questa circostanza si guadagn la massima reputazione in
Lidia, diede a Creso il seguente consiglio: Mio re, - gli disse - tu stai
facendo preparativi per combattere contro uomini che portano brache di cuoio e
di cuoio anche il resto dei loro vestiti, che si cibano non di ci che
vogliono ma di ci che hanno, perch la loro terra  avara; inoltre non
toccano vino, ma bevono solo acqua, non hanno fichi da mangiare e nient'altro
di buono. Insomma se li batti cosa potrai ricavare da loro, visto che non
possiedono nulla? Se invece rimani sconfitto, pensa a quanti beni perdi! Se
faranno tanto di gustare le nostre risorse, se le terranno strette e noi non
potremo mai pi liberarci dei Persiani. Per me io ringrazio gli di che non
mettono in mente ai Persiani di muovere guerra ai Lidi. Pur con questi
argomenti non riusciva a persuadere Creso. In effetti i Persiani prima di
sottomettere la Lidia non possedevano nulla di delicato e di buono.
Gli abitanti della Cappadocia dai Greci sono chiamati Siri. Questi Siri
prima del dominio persiano erano stati sudditi dei Medi; allora lo erano di
Ciro. Il confine tra il regno dei Medi e quello dei Lidi correva lungo il
fiume Alis, il quale scende dal monte Armeno attraverso la Cilicia e poi,
proseguendo nel suo corso, ha sulla riva destra i Matieni e sulla sinistra i
Frigi; pi avanti risale verso nord e separa i Siri della Cappadocia, sulla
destra, dai Paflagoni, sulla sinistra. In tal modo il fiume Alis delimita
quasi tutta l'Asia inferiore, a partire dal mare che fronteggia l'isola di
Cipro fino al Ponto Eusino; questa zona  un po' come una strozzatura
dell'intero continente: un corriere equipaggiato alla leggera impiega cinque
giorni a percorrerla.
Creso decise di aggredire la Cappadocia per varie ragioni, un po' per
desiderio di nuove terre da annettere ai propri possedimenti, ma soprattutto
perch aveva fiducia nell'oracolo e voleva vendicare Astiage contro Ciro.
Bisogna sapere che Ciro figlio di Cambise aveva rovesciato dal trono e teneva
imprigionato Astiage, figlio di Ciassare e cognato di Creso nonch re dei
Medi; cognato di Creso lo era divenuto come sto per raccontare. In seguito a
una sedizione una trib di nomadi Sciti era penetrata nel territorio dei Medi;
a quell'epoca re dei Medi era il nipote di Deioce e figlio di Fraorte Ciassare
il quale in un primo momento aveva trattato con riguardo questi Sciti,
considerandoli supplici; li teneva in tanta considerazione che affid loro
alcuni giovani perch ne imparassero la lingua e la tecnica di tiro con
l'arco. Pass del tempo; gli Sciti andavano regolarmente a caccia, e ne
tornavano regolarmente con qualche preda, ma una volta accadde che non
riuscirono a prendere nulla; vedendoli tornare a mani vuote Ciassare, che era,
e lo dimostr, eccessivamente collerico, si rivolse loro piuttosto duramente,
finendo per offenderli. Vistisi oltraggiati in quel modo da Ciassare e
convinti di non esserselo meritato, gli Sciti decisero di tagliare a pezzi uno
dei giovani affidati alle loro cure, di cucinarne le carni come di solito
preparavano la selvaggina e di servirle a Ciassare come se fosse cacciagione;
dopo di che sarebbero riparati in tutta fretta a Sardi presso il re Aliatte
figlio di Sadiatte. E cos avvenne: Ciassare e i suoi compagni di tavola
mangiarono quelle carni e gli Sciti, autori del misfatto, si fecero supplici
di Aliatte.
Dopo qualche tempo, dato che Aliatte si rifiutava di soddisfare le
richieste di Ciassare di consegnare gli Sciti, fra Lidi e Medi scoppi una
guerra, lunga cinque anni, nei quali varie volte i Medi sconfissero i Lidi e
varie volte i Lidi sconfissero i Medi; in quella guerra ebbe luogo anche una
battaglia notturna. Mantennero un sostanziale equilibrio fino alla fine del
conflitto, al sesto anno di lotta, quando, durante una battaglia,
nell'infuriare degli scontri, improvvisamente il giorno si fece notte. Questa
trasformazione del giorno era stata preannunciata agli Ioni da Talete di
Mileto, che aveva previsto come scadenza proprio l'anno in cui il fenomeno si
verific. Lidi e Medi, quando videro le tenebre sostituirsi alla luce, smisero
di combattere e si affrettarono entrambi a stipulare un trattato di pace. I
mediatori dell'accordo furono Siennesi di Cilicia e Labineto di Babilonia.
Costoro sollecitarono anche un giuramento solenne e combinarono un matrimonio
incrociato: stabilirono che Aliatte concedesse sua figlia Arieni al figlio di
Ciassare Astiage, perch se non ci sono solidi legami di parentela i trattati,
di solito, non durano. Presso questi popoli il rituale del giuramento 
identico a quello greco: in pi si praticano una incisione sulla pelle del
braccio e si succhiano a vicenda un po' di sangue.
Ciro, per una ragione che esporr pi avanti, aveva spodestato e teneva
prigioniero Astiage, che era suo nonno materno:  quanto Creso gli
rimproverava allorch mand a interrogare l'oracolo sulla possibilit di
attaccare la Persia; ottenuto l'ambiguo responso, si illuse di avere l'oracolo
dalla propria parte e si mosse contro il territorio persiano. Quando giunse
sulla riva del fiume Alis, io credo che fece passare dall'altra parte le sue
truppe servendosi dei ponti allora esistenti; ma una versione dei fatti molto
diffusa fra i Greci vuole attribuire il merito dell'attraversamento a Talete
di Mileto. Si dice infatti che Talete si trovasse l nell'esercito nel momento
in cui Creso era in grave difficolt non sapendo come traghettare i suoi
soldati (perch a quell'epoca non sarebbero esistiti ponti sull'Alis); allora
pare che Talete sia riuscito a far scorrere anche sul lato destro
dell'esercito quel fiume che prima avevano solo sulla sinistra, e ci riusc
nella maniera seguente. Ordin di scavare un profondissimo canale
semicircolare che iniziava a monte dell'accampamento; lo scopo era quello di
incanalare le acque e di farle scorrere alle spalle dell'esercito accampato,
per poi farle rifluire nel vecchio letto una volta superato l'accampamento;
cos il fiume fu diviso in due rami che divennero immediatamente guadabili.
C' persino chi sostiene che l'antico letto fu del tutto prosciugato,
un'ipotesi per me del tutto inaccettabile: come avrebbero potuto in tal caso
attraversare il canale al ritorno? 76
Creso dunque attravers il fiume con le sue truppe e si spinse in quella
parte della Cappadocia che viene chiamata Pteria; la Pteria  la regione che
si estende grosso modo a sud della citt di Sinope sul Ponto Eusino ed  la
zona pi fortificata del paese; qui si accamp cominciando a devastare i
possedimenti dei Siri. Espugn la citt di Pteria e ne ridusse in schiavit
gli abitanti, occup tutte le localit circostanti e si accan a saccheggiare
quella regione, che non aveva nessuna colpa verso di lui. Ciro si diresse
contro Creso dopo aver radunato l'esercito e prese con s tutte le popolazioni
che lo separavano dall'invasore. Prima di muovere le sue truppe aveva inviato
araldi alle citt della Ionia nel tentativo di sollevarle contro Creso; ma gli
Ioni non si erano lasciati convincere. Ciro raggiunse Creso e pose il proprio
accampamento di fronte al suo: qui, nella regione di Pteria misurarono le
rispettive forze. Ci fu una terribile battaglia, con numerosi caduti da
entrambe le parti, che si interruppe al sopraggiungere della notte senza che
uno dei due eserciti fosse riuscito a prevalere.
Tanto fu l'impegno profuso da tutti i combattenti. Creso, insoddisfatto
della consistenza numerica del proprio esercito (le truppe che avevano
combattuto erano assai inferiori a quelle di Ciro), a causa di tale sua
insoddisfazione e visto che il giorno dopo Ciro non arrischiava un altro
assalto, torn precipitosamente a Sardi con l'intenzione di chiamare in suo
aiuto gli Egiziani (aveva stretto una alleanza pure con il re egiziano Amasi
ancora prima che con gli Spartani); di far accorrere anche i Babilonesi (anche
con loro aveva stipulato un trattato di alleanza militare; a quell'epoca il re
di Babilonia era Labineto); di notificare agli Spartani la scadenza entro la
quale presentarsi; contava di riunire gli alleati e radunare il proprio
esercito, di lasciar passare l'inverno e di marciare contro i Persiani
all'inizio della primavera.
Con questo piano in mente, appena giunse a Sardi invi araldi ai diversi
alleati per avvisarli che il raduno era fissato a Sardi di l a quattro mesi.
L'esercito di cui gi disponeva e che si era battuto contro i Persiani, ed era
composto di mercenari, lo conged tutto e lasci che si sciogliesse: non
avrebbe mai immaginato che Ciro, dopo aver sostenuto una battaglia dall'esito
cos equilibrato, si sarebbe spinto fino a Sardi.
Mentre Creso meditava questo suo piano, i sobborghi di Sardi furono
invasi dai serpenti; e, al loro apparire, i cavalli, abbandonati i pascoli
consueti, accorsero a divorarli. Creso vedendo ci pens che si trattasse,
come in effetti era, di un presagio; subito invi degli incaricati ai
Telmessi, i famosi indovini. Gli inviati di Creso giunsero a destinazione e
appresero il significato del prodigio ma non riuscirono a informarne il re:
prima che potessero imbarcarsi per ritornare a Sardi, Creso era stato fatto
prigioniero. I Telmessi avevano sentenziato che Creso doveva attendersi
l'invasione del proprio paese da parte di un esercito straniero il quale
avrebbe assoggettato la popolazione locale: spiegavano che il serpente era il
figlio della terra e che il cavallo rappresentava il nemico straniero. I
Telmessi diedero questa risposta quando Creso era gi stato catturato ma
quando ancora non potevano essere al corrente di ci che era accaduto a lui
personalmente e alla citt di Sardi.
Non appena Creso si fu messo sulla via del ritorno, dopo la battaglia
svoltasi nella Pteria, Ciro intu che Creso, dopo essersi ritirato, avrebbe
sciolto l'esercito; riflettendo trov che la cosa fondamentale a quel punto
era avanzare su Sardi con la massima celerit possibile, prima che le forze
dei Lidi si radunassero una seconda volta. Prese questa decisione e ag con
rapidit: spinse le sue truppe in Lidia e in pratica fu lui stesso ad
annunciare a Creso il proprio arrivo. Allora Creso, bench messo in grave
difficolt dal corso degli eventi, cos diversi da come se li era prospettati,
tuttavia guid i suoi Lidi alla battaglia. A quell'epoca non esisteva in Asia
un popolo pi valoroso e pi forte dei Lidi: combattevano da cavallo, armati
di lunghe lance ed erano tutti eccellenti cavalieri.
Si fronteggiarono nella pianura antistante la citt di Sardi, una pianura
ampia e sgombra: attraverso di essa scorrono l'Illo e altri torrenti
immettendosi nel fiume principale, l'Ermo, che nasce da un monte sacro alla
Gran Madre di Dindimo e sfocia poi in mare presso la citt di Focea. Ciro,
quando vide i Lidi schierati per la battaglia, ebbe paura della loro
cavalleria e dietro suggerimento del Medo Arpago oper come segue: radun
tutti i cammelli al seguito del suo esercito per il trasporto di
vettovagliamenti e salmerie, li sbarazz del carico e li fece montare da
soldati equipaggiati da cavalieri; al termine di tali preparativi, ordin a
questi soldati di marciare in testa all'esercito contro la cavalleria di
Creso; ordin poi alla fanteria di avanzare dietro ai cammelli e infine alle
spalle dei fanti schier l'intera sua cavalleria. Quando tutti furono al loro
posto, diede l'ordine di massacrare senza piet ogni Lidio che trovassero
sulla loro strada, ma di non uccidere Creso, anche se avesse tentato di
resistere alla cattura. Queste furono le sue disposizioni: i cammelli li
schier di fronte alla cavalleria nemica perch i cavalli hanno un grande
terrore dei cammelli, non riescono a sopportarne la vista e neppure a sentirne
l'odore. Appunto per ci aveva escogitato questo astuto espediente, per
impedire a Creso di utilizzare la cavalleria, con la quale invece il re lidio
contava di coprirsi di gloria. In effetti quando avvenne lo scontro, non
appena ebbero fiutato e visto i cammelli, i cavalli retrocedettero, e Creso
vide andare in fumo cos tutte le sue speranze. I Lidi tuttavia non si persero
di coraggio per questo, anzi, come si resero conto di ci che stava accadendo,
balzarono di sella e si gettarono come fanti contro i Persiani. Alla fine,
dopo molte perdite da entrambe le parti, i Lidi presero la fuga: si
asserragliarono dentro le mura della citt, dove furono assediati dai
Persiani.
I Persiani dunque posero il loro assedio; e Creso, credendo che tale
situazione si sarebbe protratta a lungo, cominci a fare uscire dei messaggeri
dalla cinta delle mura inviandoli ai propri alleati. I messaggeri precedenti
portavano la richiesta di concentrare gli aiuti a Sardi entro un termine di
quattro mesi, questi invece furono mandati a sollecitare soccorsi con la
massima urgenza, visto che Creso si trovava gi assediato.
Fra le varie citt alleate a cui mand i suoi messaggi, c'era ovviamente
anche Sparta. Proprio in quel periodo gli Spartani avevano una contesa aperta
con Argo a proposito di una regione chiamata Tirea: gli Spartani avevano
sottratto la Tirea al dominio di Argo e la tenevano in loro potere. Il fatto 
che tutta la regione a ovest di Argo fino al capo Malea, tanto la parte
continentale quanto Citera e le altre isole, era in mano degli Argivi. Gli
Argivi accorsero a difesa del territorio che veniva loro sottratto: allora
concordarono, dopo varie trattative, di far combattere trecento soldati per
parte e di assegnare la regione ai vincitori. Il grosso dei due eserciti
doveva ritirarsi nelle rispettive sedi e non assistere al combattimento per
evitare che una delle due parti, vedendo i propri campioni in difficolt,
accorresse in loro aiuto. Stretto questo patto, si ritirarono; i due gruppi di
soldati scelti rimasero sul campo e diedero inizio allo scontro. Si batterono
con pari successo, finch, di seicento che erano, rimasero in tre: per gli
Argivi Alcenore e Cromio, per gli Spartani Otriade. Al calar della notte
sopravvivevano solo questi tre. I due Argivi, ritenendosi vincitori, tornarono
di corsa ad Argo, invece lo Spartano Otriade spogli delle armi i cadaveri
argivi, le trasport nel proprio campo e continu ad occupare il suo posto di
combattimento. Il giorno dopo vennero i due eserciti per informarsi sull'esito
della lotta e a quel punto entrambi si dichiararono vincitori: gli Argivi
sostenendo di essere rimasti in numero superiore, gli Spartani facendo notare
che gli avversari erano fuggiti mentre il loro campione era rimasto sul campo
e aveva spogliato i cadaveri nemici; insomma, litigando vennero alle mani e
ingaggiarono una vera e propria battaglia che fu vinta dagli Spartani dopo
grandi perdite da entrambe le parti. A partire da quel momento gli Argivi, che
per un ben saldo costume portavano i capelli molto lunghi, si rasarono il capo
e stabilirono per legge, con minaccia di maledizione, che nessun Argivo si
lasciasse mai pi crescere i capelli e che le donne non portassero mai pi
ornamenti d'oro, fino a quando non avessero riconquistato Tirea. Invece gli
Spartani introdussero una norma del tutto contraria: essi, che non avevano mai
portato i capelli lunghi, da quel momento se li lasciarono crescere. E si
racconta che Otriade, l'unico superstite dei trecento, vergognandosi di
ritornare a Sparta mentre tutti i suoi compagni erano morti, si sia tolto la
vita ancora l, nella Tirea.
Questa era la situazione degli Spartani quando giunse l'araldo di Sardi a
richiedere soccorsi per Creso assediato. Nonostante tutto essi, come ebbero
udito l'araldo, si mossero per organizzare i soccorsi. Quando ormai avevano
terminato i preparativi e le navi erano pronte a salpare, giunse un secondo
messaggio ad annunciare che le fortificazioni dei Lidi erano state espugnate e
che Creso era stato fatto prigioniero. Gli Spartani, profondamente addolorati
per l'accaduto, desistettero dalla spedizione.
Ecco come i Persiani espugnarono Sardi: Creso subiva ormai l'assedio da
quattordici giorni, quando Ciro mand dei cavalieri attraverso le file del
proprio esercito a diffondere un annuncio: prometteva un grosso premio a chi
avesse scavalcato per primo le mura nemiche. In seguito, dopo tanti inutili
tentativi, quando tutti gli altri ormai avevano rinunciato, ci prov un Mardo,
di nome Ireade, scalando quella parte dell'acropoli dove non era stata posta
alcuna sentinella proprio perch non si temeva che da l potesse venire
conquistata; infatti su quel lato la rocca scende gi a picco e si presenta
inespugnabile. Quello era anche l'unico lato intorno al quale l'antico re di
Sardi Melete non aveva fatto passare il leone natogli dalla sua concubina,
allorquando i Telmessi avevano sentenziato che Sardi non sarebbe mai caduta se
il leone avesse compiuto il giro delle mura; Melete lo aveva condotto intorno
alle fortificazioni in ogni punto in cui l'acropoli si prestava a un assalto,
ma aveva escluso proprio quello in quanto scosceso e quindi, come credeva,
inespugnabile: si tratta del lato della citt che guarda verso il Tmolo.
Ebbene il Mardo Ireade il giorno prima aveva scorto un Lidio scendere da
questa parte dell'acropoli per recuperare un elmo rotolato dall'alto; notato
il fatto, non se l'era scordato. Allora diede personalmente la scalata e altri
Persiani lo seguirono; quando furono saliti in tanti, Sardi fu presa e
l'intera citt messa a sacco.
Ed ecco cosa accadde a Creso personalmente: come ho gi una volta
ricordato aveva un figlio che era ben dotato per il resto, ma muto. Al tempo
delle sue passate fortune Creso aveva fatto di tutto per lui e fra gli altri
tentativi escogitati aveva anche mandato a interrogare in proposito l'oracolo
di Delfi. E la Pizia cos gli aveva risposto:
Tu, che sei di stirpe lidia e re di molti popoli, stoltissimo Creso,
non augurarti di udire in casa tua la desideratissima voce
di tuo figlio. Sarebbe molto meglio che ci non accadesse.
Parler per la prima volta in un giorno di sventura.
Effettivamente quando le mura furono espugnate, un Persiano che non lo
aveva riconosciuto stava aggredendo Creso per ucciderlo; Creso dal canto suo,
pur vedendosi assalito, non se ne cur: nella sciagura che ormai gli era
toccata non gli importava di morire sotto i colpi. Ma suo figlio, il muto,
quando vide che il Persiano lo stava aggredendo, per la paura e per il dolore
sciolse la voce e grid: Uomo, non uccidere Creso!. Questa fu la prima volta;
poi conserv la favella per tutta la vita.
I Persiani occuparono Sardi e fecero prigioniero Creso al quattordicesimo
anno del suo regno e al quattordicesimo giorno di assedio: Creso, come aveva
previsto l'oracolo, pose fine a un grande regno, il proprio. Quando i Persiani
lo catturarono, lo condussero davanti a Ciro; Ciro ordin di erigere una
grande pira e vi fece salire Creso legato in catene e con lui quattordici
giovani Lidi; la sua intenzione era di consacrare queste primizie a qualche
dio o forse voleva sciogliere un voto; o forse addirittura, avendo sentito
parlare della devozione di Creso, lo destin al rogo curioso di vedere se
qualche dio lo avrebbe salvato dal bruciare vivo. Cos agiva Ciro; ma a Creso,
ormai in piedi sopra la pira, nonostante la drammaticit del momento, venne in
mente il detto di Solone: Nessuno che sia vivo  felice; e gli parvero parole
ispirate da un dio. Con questo pensiero, sospirando e gemendo, dopo un lungo
silenzio, pronunci tre volte il nome di Solone. Ciro lo ud e ordin agli
interpreti di chiedere a Creso chi stesse invocando; essi gli si avvicinarono
e lo interrogarono. Creso dapprima evit di rispondere alle domande, poi,
cedendo alle insistenze rispose: Uno che avrei dato molto denaro perch fosse
venuto a parlare con tutti i re. Ma poich queste parole suonavano
incomprensibili, gli chiesero ulteriori spiegazioni. Visto che continuavano a
infastidirlo con le loro insistenze, raccont come una volta si fosse recato
da lui Solone di Atene e dopo aver visto le sue ricchezze le avesse
disprezzate; ne rifer anche le affermazioni e narr come poi tutto si fosse
svolto secondo le parole che Solone aveva rivolto non soltanto a lui, Creso,
ma a tutto il genere umano e specialmente a quanti a loro proprio giudizio si
ritengono felici. Mentre Creso raccontava questi fatti, la pira, a cui era
stato appiccato il fuoco, bruciava ormai tutto intorno. Ciro ud dagli
interpreti il racconto di Creso e cambi parere: pens che lui, semplice
essere umano, stava mandando al rogo, ancora vivo, un altro essere umano, che
non gli era stato inferiore per fortune terrene; inoltre gli venne timore di
una vendetta divina, al pensiero che nella condizione dell'uomo non vi  nulla
di stabile e sicuro, e ordin di spegnere al pi presto il fuoco ormai
divampante e di far scendere Creso e i suoi compagni. Ma nonostante tutti i
tentativi non riuscivano ad avere ragione delle fiamme.
I Lidi raccontano che a questo punto Creso, resosi conto del cambiamento
avvenuto in Ciro e vedendo che tutti si sforzavano di domare il fuoco e non ci
riuscivano, invoc ad alta voce Apollo, supplicandolo di stargli accanto e di
salvarlo dalla sventura in cui si trovava, se mai una delle sue offerte gli
era riuscita gradita. Invocava il dio fra le lacrime quando all'improvviso il
cielo, prima sereno e privo di vento, si annuvol, scoppi un temporale e
cadde un violentissimo acquazzone che spense completamente le fiamme. Allora
Ciro, resosi conto che Creso era un uomo giusto e caro agli dei, lo fece
scendere dal rogo e gli chiese: Creso, quale uomo ti convinse a marciare
contro le mie terre, a essermi nemico invece che amico? E Creso rispose:
Sovrano, ho agito cos per la tua felicit e per la mia rovina: di tutto
questo il colpevole fu il dio dei Greci, che mi esort alla guerra. Perch
nessuno  cos folle da preferire la guerra alla pace: in pace i figli
seppelliscono i padri, in guerra sono i padri a seppellire i figli. Ma piaceva
forse a un dio che le cose andassero come sono andate.
Cos Creso rispose. Ciro lo liber dalle catene e lo fece sedere al suo
fianco trattandolo con molti riguardi: Ciro lo guardava con una sorta di
ammirazione e cos quelli del suo seguito. Dal canto suo Creso rifletteva in
silenzio, ma a un certo punto si sollev e, vedendo che i Persiani stavano
devastando la citt dei Lidi, disse: Signore, nella situazione in cui mi trovo
posso dirti quello che penso o devo tacere? Ciro lo invit a dire senza timori
ci che voleva e allora Creso gli domand: Che cosa sta facendo tutta questa
gente con tanto ardore? Ciro rispose: Saccheggia la tua citt, si spartisce le
tue ricchezze. Ma Creso ribatt: No, non sta saccheggiando la mia citt n le
mie ricchezze, perch queste cose non appartengono pi a me; quelli si stanno
portando via la roba tua.
Ciro fu molto colpito dalle parole di Creso; allontan i presenti e gli
chiese come interpretasse quanto stava succedendo; e Creso rispose: Visto che
gli dei mi hanno dato a te come schiavo, mi pare giusto, se vedo pi in l di
te, informartene. I Persiani, oltre a essere tracotanti per natura, sono
poveri; se tu dunque permetti loro di rapinare e ammassare grandi ricchezze,
attenditi pure che uno di loro, quello divenuto pi ricco, si ribelli contro
di te. Ecco dunque, se convieni con me su quello che ti dico, come dovresti
agire: disponi a guardia di tutte le porte della citt degli uomini fidati i
quali, sequestrando il bottino a chi esce, dichiarino che  assolutamente
indispensabile offrirne a Zeus la decima parte. Cos non se la prenderanno con
te se gli sottrai con la forza la preda di guerra e anzi, riconoscendo che ti
comporti giustamente, vi rinunceranno volentieri.
Ciro fu quanto mai lieto di udire questo consiglio, che gli parve ottimo;
lo approv senz'altro e quando ebbe dato alle sue guardie le istruzioni
suggerite da Creso, si rivolse ancora a lui e gli disse: Creso, visto che sei
disposto ad agire e a parlare con la nobilt di un re, chiedimi pure un dono,
quello che vuoi, subito. Creso replic: Signore, mi farai un grandissimo
favore se mi permetti di mandare queste catene al dio dei Greci, il dio da me
pi onorato, e di chiedergli se  sua abitudine ingannare chi si comporta bene
verso di lui. Ciro gli domand il motivo di questa preghiera, che rimproveri
avesse da muovere al dio, e Creso gli raccont ogni cosa, risalendo al suo
antico progetto e alle risposte degli oracoli: narr in particolare delle
proprie offerte votive e di come avesse mosso guerra ai Persiani spintovi
dall'oracolo. Concluse il discorso pregando nuovamente che gli fosse concesso
di rivolgere al dio il suo biasimo. Ciro scoppi a ridere e disse: Non solo
questo tu otterrai da me, ma qualunque altra cosa di cui tu senta la
necessit, in qualunque occasione. Udito ci, Creso mand a Delfi dei Lidi con
l'ordine di posare le catene sulla soglia del tempio e di chiedere al dio se
non si vergognasse di aver spinto Creso con i suoi responsi a muovere guerra
ai Persiani con la promessa che avrebbe abbattuto l'impero di Ciro; dovevano
poi mostrare le catene e dichiarare che erano le primizie ricavate da tale
impero; e inoltre dovevano chiedere se  abitudine degli dei Greci essere
ingrati.
Ai Lidi che, giunti a Delfi, la interrogavano secondo le istruzioni
ricevute, si dice che la Pizia abbia risposto cos: Neppure un dio pu
sfuggire al destino stabilito. Creso ha scontato la colpa del suo quinto
ascendente, che era una semplice guardia del corpo degli Eraclidi e che,
rendendosi complice della macchinazione di una donna, uccise il proprio
padrone e si appropri della sua autorit, senza averne alcun diritto. Il
Lossia ha fatto il possibile perch la caduta di Sardi avvenisse sotto i figli
di Creso e non durante il suo regno, ma non  stato in grado di stornare le
Moire; quanto esse gli hanno concesso, il Lossia lo ha compiuto come un dono
per Creso: per tre anni ha differito la presa di Sardi; lo sappia, Creso, di
essere stato imprigionato con tre anni di ritardo sul tempo stabilito; e
un'altra volta lo ha soccorso quando gi si trovava sul rogo. Quanto
all'oracolo, Creso muove rimproveri ingiusti. Perch il Lossia gli aveva
predetto che, se avesse marciato contro i Persiani, avrebbe distrutto un
grande dominio. Di fronte a questo responso se voleva prendere una decisione
saggia doveva mandare a chiedere ancora se il dio intendeva il dominio suo o
quello di Ciro. Non ha afferrato le parole del dio n chiesto ulteriori
spiegazioni; dunque, consideri se stesso responsabile di quanto  accaduto. E
infine consultando l'oracolo non comprese neppure le parole del dio sul mulo:
questo mulo era proprio Ciro. Ciro  nato, infatti, da due persone di diversa
nazionalit, di pi nobile origine la madre, di condizioni pi modeste il
padre; lei della Media e figlia di Astiage, re dei Medi, lui Persiano, suddito
dei Medi: bench le fosse in tutto inferiore, spos la sua padrona. Questa fu
la risposta della Pizia ai Lidi; essi la riportarono a Sardi e la riferirono a
Creso, il quale, quando l'ebbe appresa, riconobbe che la colpa era sua e non
del dio.
Questa  la storia del regno di Creso e del primo assoggettamento della
Ionia. Esistono in Grecia anche molti altri doni di Creso, non solo quelli gi
elencati: a Tebe, in Beozia, un tripode d'oro, dedicato ad Apollo Ismenio, a
Efeso le vacche d'oro e la maggior parte delle colonne, a Delfi, nel tempio di
Atena Pronaa, un grande scudo d'oro. Questi doni si conservano ancora ai miei
tempi, altri sono andati perduti. E sono venuto a sapere che gli oggetti
dedicati da Creso nel santuario dei Branchidi di Mileto sono pari, per
quantit e qualit, a quelli di Delfi. Le offerte a Delfi e al tempio di
Anfiarao erano costituite da oggetti suoi personali, derivanti dal patrimonio
paterno; tutte le altre provenivano dal patrimonio di un nemico, il quale,
prima che Creso salisse al potere, gli si era opposto caldeggiando l'ascesa al
trono di Pantaleonte. Pantaleonte era figlio di Aliatte e fratello di Creso,
ma non per parte di madre: Creso era figlio di Aliatte e di una donna caria,
Pantaleonte di una donna ionica. Creso, quando ottenne il potere per
conferimento paterno, uccise il suo oppositore facendolo torturare a morte; i
suoi beni poi in base a un voto precedente li dedic nel modo che si  detto
nei templi sopra indicati. E con questo sia chiuso il discorso sulle offerte
votive di Creso.
A differenza di altri paesi, la Lidia non offre molte meraviglie da
descrivere, ad eccezione delle pagliuzze d'oro che vengono trasportate gi dal
monte Tmolo. Possiede un'unica costruzione veramente gigantesca, la pi grande
del mondo dopo i monumenti dell'Egitto e della Babilonia: vi si trova la tomba
di Aliatte, padre di Creso, il cui basamento  costituito da enormi blocchi di
pietra; il resto  un gran tumulo di terra. Contribuirono a erigerla i
mercanti della citt, gli artigiani e le ragazze con i proventi della
prostituzione. Sulla sommit del sepolcro ancora ai miei tempi correvano
cinque pilastrini sui quali erano state incise iscrizioni per ricordare il
lavoro dovuto a ciascuna categoria: da una adeguata valutazione risultava
chiaro che il contributo delle ragazze era il maggiore. Bisogna sapere che
tutte le figlie del popolo dei Lidi esercitano la prostituzione, mettendo cos
insieme la propria dote, e lo fanno fino al momento di sposarsi: e sono loro
stesse a procurarsi il marito. Il perimetro del sepolcro misura sei stadi e
due pletri, mentre la sua larghezza  di tredici pletri. Immediatamente
accanto all'edificio si stende un vasto lago detto Lago di Gige, che i Lidi
sostengono essere perenne. E questo  quanto.
Le usanze dei Lidi sono molto simili a quelle dei Greci, se si eccettua
il fatto che prostituiscono le figlie. Per quanto ne sappiamo furono i primi
uomini a fare uso di monete d'oro e d'argento coniate e i primi anche a
esercitare il commercio al minuto. Secondo i Lidi anche i giochi praticati
oggi dai Greci e dai Lidi sarebbero una loro invenzione: sostengono di averli
escogitati all'epoca in cui colonizzarono la Tirrenia; ma ecco in proposito la
loro versione. Sotto il regno di Atis figlio di Mane si era abbattuta su tutta
la Lidia una terribile carestia: per un po' i Lidi avevano resistito, ma poi,
visto che la carestia non aveva fine, cercarono di ingannare la fame
inventando una serie di espedienti. E appunto allora sarebbero stati ideati i
dadi, gli astragali, la palla e tutti gli altri tipi di gioco, tranne i
"sassolini"; solo l'invenzione dei "sassolini" non si attribuiscono i Lidi. Ed
ecco come fronteggiavano la fame con le loro scoperte: un giorno lo
trascorrevano interamente a giocare per non sentire il desiderio di mangiare,
il successivo lasciavano perdere i divertimenti e si cibavano. Tirarono avanti
con questo sistema di vita per ben diciotto anni. Ma poich la carestia non
terminava e anzi la situazione si faceva sempre pi grave, allora il re dei
Lidi divise in due parti l'intera popolazione e affid al sorteggio di
decidere quale dovesse restare e quale dovesse emigrare dal paese; alla parte
cui sarebbe toccato restare assegn se stesso come re e a quella che sarebbe
partita suo figlio, che si chiamava Tirreno. I Lidi designati dalla sorte a
emigrare scesero fino a Smirne, costruirono una flotta e su di essa caricarono
quanto possedevano di valore: salparono poi alla ricerca di una terra che
procurasse loro i mezzi per vivere; oltrepassarono numerosi paesi finch
giunsero fra gli Umbri: qui fondarono delle citt e qui abitano a tuttoggi. E
cambiarono anche il loro nome assumendo quello del figlio del re, che li aveva
guidati: da allora, dal suo nome si chiamarono Tirreni. I Lidi rimasti in
patria caddero poi sotto il dominio dei Persiani.
A questo punto la narrazione esige che si indaghi sulla figura di Ciro,
il re che rovesci il dominio di Creso, e sui Persiani, per spiegare in che
modo arrivarono alla conquista dell'Asia intera. Fonder il mio resoconto
sulla base di quanto raccontano alcuni Persiani, quelli che non intendono
magnificare la storia di Ciro, ma semplicemente attenersi alla realt dei
fatti; volendo sarei in grado di riferire altre tre versioni su Ciro. Ormai da
520 anni gli Assiri dominavano sulla parte settentrionale dell'Asia, quando i
Medi, per primi, cominciarono a ribellarsi; e in qualche modo essi, battendosi
contro gli Assiri per l'indipendenza, si mostrarono ben valorosi: riuscirono a
scrollarsi di dosso la schiavit e a ottenere la libert. Dopo di che altre
popolazioni seguirono l'esempio dei Medi.
Ma quando tutti i popoli del continente furono indipendenti, caddero
nuovamente sotto un unico dominio. Ed ecco come. Viveva tra i Medi un uomo
molto saggio, che si chiamava Deioce e che era figlio di Fraorte. Questo
Deioce fu preso dal desiderio del potere assoluto e ag come segue. I Medi
risiedevano in villaggi sparsi; nel proprio villaggio Deioce si segnal, pi
di quanto gi non fosse stimato, praticando la giustizia con sempre maggiore
impegno; e agiva cos mentre in tutta la Media quasi non esisteva il rispetto
delle leggi e bench sapesse che l'ingiusto  ostile a chi  giusto. I Medi di
quel villaggio in considerazione della sua condotta lo scelsero come loro
giudice. Lui per la verit era probo e giusto perch aspirava al potere. In
questo modo ottenne una notevole stima da parte dei suoi concittadini,
cosicch, quando negli altri villaggi si sparse la voce che Deioce era l'unico
retto nell'amministrare la giustizia, tutti quanti, prima abituati ad avere a
che fare con sentenze inique, appena intesero di Deioce, furono ben lieti di
accorrere da lui per dirimere le loro questioni; alla fine non si rivolgevano
pi a nessun altro.
La folla cresceva col passare dei giorni perch si sapeva che i processi
avevano l'esito dovuto; Deioce, resosi conto di tenere ormai in pugno l'intera
situazione, rifiut di sedersi sullo scranno dove sino ad allora si era
installato per dirimere le cause; e dichiar che non avrebbe pi emesso
sentenze: non era vantaggioso per i suoi affari occuparsi delle questioni
altrui e fare il giudice per tutta la giornata. Cos, quando ruberie e
illegalit nei vari villaggi furono ancora pi frequenti di prima, i Medi si
riunirono in assemblea e discussero fra di loro, parlando della situazione
presente (a parlare, io credo, furono soprattutto gli amici di Deioce): Nelle
condizioni attuali il nostro paese non  abitabile. Nominiamo re uno di noi;
il paese sar regolato da buone leggi e noi potremo dedicarci ai nostri affari
senza i rischi dovuti al disordine pubblico. E con questi ragionamenti si
convinsero a darsi un re.
Quando si tratt di proporre candidati per il trono, Deioce subito venne
candidato e decantato da tutti, finch decisero di eleggerlo. Deioce pretese
che gli edificassero un palazzo degno della sua condizione di re e che gli
conferissero un potere effettivo assegnandogli una scorta. E i Medi
obbedirono: gli costruirono una reggia grande e solida nel punto del paese da
lui indicato e gli consentirono di scegliersi fra tutti i Medi un corpo di
guardia. Una volta assunto il potere Deioce costrinse i Medi a costruire una
citt e a occuparsi soprattutto di quella trascurando gli altri villaggi.
Anche allora i Medi obbedirono e innalzarono una grande e ben munita fortezza,
che oggi si chiama Ecbatana, costituita da una serie di mura concentriche.
Essa  studiata in modo tale che ogni giro di mura superi il precedente solo
per l'altezza dei bastioni. In certo qual modo anche la natura del luogo, che
 collinoso, contribu a una simile realizzazione, ma molto di pi agirono le
precise intenzioni dei costruttori. In tutto le mura di cinta sono sette:
l'ultima racchiude la reggia e i tesori; la pi ampia si estende all'incirca
quanto il perimetro di Atene. I bastioni del primo giro sono bianchi, quelli
del secondo neri; sono rosso porpora al terzo, azzurri al quarto e rosso
arancio al quinto; i bastioni delle prime cinque cerchie sono stati tinti con
sostanze coloranti, invece le ultime due hanno bastioni rivestiti
rispettivamente di argento e d'oro.
Queste opere murarie Deioce le faceva costruire per s e intorno alla
propria reggia; al resto del popolo ordin di abitare all'esterno delle mura.
Ultimati i lavori, Deioce stabil, e fu il primo a farlo, il seguente
regolamento: a nessuno era consentito presentarsi direttamente al re, ogni
comunicazione doveva avvenire tramite araldi, il re non poteva essere visto da
nessuno; inoltre era vietato a tutti, come atto indecoroso, anche ridere e
sputare in sua presenza. Cercava di rendere solenne tutto ci che lo
circondava, affinch i suoi antichi compagni, cresciuti con lui e non certo a
lui inferiori per capacit personali o per nobilt di nascita, non finissero,
vedendolo, per irritarsi contro di lui e non gli cospirassero contro; anzi non
vedendolo lo avrebbero sempre considerato diverso da loro.
Dopo aver introdotto queste norme di comportamento ed essersi rafforzato
con l'esercizio del potere, fu poi un inflessibile guardiano della giustizia.
Gli facevano pervenire per iscritto i termini di una questione, all'interno
della reggia, e Deioce da l giudicava le cause che gli venivano sottoposte ed
emetteva le sue sentenze. Cos si regolava per i processi, ma prese anche
altri provvedimenti: se veniva a sapere che qualcuno aveva violato le leggi,
lo convocava e gli infliggeva una pena commisurata alla colpa commessa; a tale
scopo aveva osservatori e informatori sparsi in tutta la regione da lui
governata.
Deioce unific e govern soltanto il popolo dei Medi, il quale si compone
di varie trib: Busi, Paretaceni, Strucati, Arizanti, Budi, Magi. Queste sono
le trib dei Medi.
Figlio di Deioce era Fraorte, il quale alla morte del padre (avvenuta
dopo un regno durato 53 anni) eredit il potere. Quando lo ebbe nelle sue mani
non si accontent di regnare soltanto sui Medi, anzi comp una spedizione
militare contro i Persiani che furono i primi a subire il suo attacco e i
primi a diventare sudditi dei Medi. In seguito, disponendo di queste due
popolazioni, forti entrambe, intraprese la conquista dell'Asia intera,
avanzando da una nazione all'altra, fino a che entr in guerra con gli Assiri,
o meglio con quelle genti assire che abitavano Ninive e che una volta avevano
avuto il dominio su tutti: a quell'epoca invece erano isolate in seguito alla
defezione dei loro alleati, ma godevano pur sempre di una ottima situazione
interna. Nel corso di quella spedizione Fraorte per, dopo 22 anni di regno, e
con lui fu distrutta la maggior parte dell'esercito.   |[continua]|


|[LIBRO I, 3]|

Deceduto Fraorte gli successe Ciassare, figlio suo e nipote di Deioce. Si
racconta che Ciassare fosse ancor pi valoroso, e molto, dei suoi antenati. Fu
anche il primo a dividere in corpi le truppe dell'Asia e a schierare
separatamente i soldati armati di lancia, quelli armati di arco e i cavalieri;
prima di lui stavano tutti mescolati in grande confusione. Era lui quello che
combatteva contro i Lidi quando durante la battaglia il giorno si oscur per
farsi notte e fu lui a unificare sotto il proprio scettro tutta l'Asia al di
l del fiume Alis. Raccolse tutte le forze di cui era a capo e marci contro
Ninive con l'intenzione di vendicare il padre e di distruggere la citt. Aveva
sconfitto in battaglia gli Assiri e stava assediando Ninive quando
sopraggiunse un grosso esercito di Sciti, guidato dal re degli Sciti Madie,
figlio di Protothie; essi erano penetrati in Asia dopo aver scacciato
dall'Europa i Cimmeri e si erano spinti fino alla regione dei Medi proprio
inseguendo i Cimmeri in fuga.
Un corriere equipaggiato alla leggera impiega trenta giorni di cammino
per arrivare dalla palude Meotide al fiume Fasi e alla Colchide; poi dalla
Colchide non occorre molto tempo per trasferirsi nella terra dei Medi: solo
una popolazione si frappone fra i due territori, i Saspiri, superati i quali
si  subito nella Media. Comunque gli Sciti non penetrarono da quella parte,
ma seguirono un percorso pi settentrionale e assai pi lungo, tenendosi sulla
sinistra della catena del Caucaso. I Medi si scontrarono con gli Sciti, ma
furono sconfitti in battaglia e persero la loro egemonia: gli Sciti occuparono
tutta l'Asia.
Da l si diressero verso l'Egitto, ma quando giunsero nella Siria
Palestina il re d'Egitto Psammetico and loro incontro e con donativi e
suppliche li distolse dall'avanzare pi oltre. Essi poi, durante la loro
ritirata, toccarono la citt di Ascalona, in Siria, e mentre la maggior parte
di loro prosegu senza causare danni, alcuni, rimasti indietro, saccheggiarono
il tempio di Afrodite Urania. Questo santuario, a quanto risulta dalle
informazioni che ho ricevuto,  il pi antico di tutti quelli dedicati ad
Afrodite; anche il tempio di Cipro trasse origine da l, come raccontano gli
abitanti stessi dell'isola, e quello di Citera l'hanno costruito dei Fenici
che erano per l'appunto nativi della Palestina. Sugli Sciti che saccheggiarono
il tempio di Ascalona e sui loro discendenti la dea scaten la 'malattia
femminile': sono gli Sciti stessi a dare questa spiegazione per la loro
malattia, e del resto chi si reca in Scizia pu constatare in che stato si
trovino coloro che gli Sciti chiamano Enarei.
Gli Sciti furono padroni dell'Asia per 28 anni e ridussero tutto in uno
stato disastroso con le loro violenze e la loro incuria. Da un lato esigevano
dai singoli i tributi che avevano ad essi imposto, dall'altro,
indipendentemente dai tributi, percorrevano il paese saccheggiando tutto
quello che trovavano. Ciassare e i Medi riuscirono a eliminarne un gran numero
ospitandoli e facendoli ubriacare; in tal modo i Medi riottennero il loro
predominio, assoggettarono le stesse popolazioni di prima ed espugnarono
Ninive (in che modo lo spiegher in un'altra parte del mio racconto),
sottomettendo tutta l'Assiria a eccezione del territorio di Babilonia. Pi
tardi Ciassare mor, dopo quaranta anni di regno, compresi quelli del
predominio scita.
Nel regno gli succedette il figlio Astiage. Astiage ebbe una figlia che
chiam Mandane; e una volta sogn che Mandane orinava con tanta abbondanza da
sommergere la sua citt e inondare l'Asia intera. Sottopose questa visione
all'attenzione di quei Magi che interpretano i sogni e si spavent molto
quando essi gli spiegarono ogni particolare. Pi avanti, quando Mandane fu in
et da marito, non volle concederla in moglie a nessun pretendente medo, per
degno che fosse: per la paura, sempre viva in lui, di quel sogno, la diede a
un Persiano, che si chiamava Cambise: lo trovava di buona casata, di carattere
tranquillo e lo giudicava molto al di sotto di un Medo di normale condizione.
Durante il primo anno di matrimonio di Cambise e Mandane, Astiage ebbe
una seconda visione: sogn che dal sesso della figlia nasceva una vite e che
la vite copriva l'Asia intera. Dopo questa visione e consultati gli
interpreti, fece venire dalla Persia sua figlia, che era vicina al momento del
parto, e quando arriv la mise sotto sorveglianza, intenzionato a eliminare il
bambino che lei avrebbe partorito. Perch i Magi interpreti dei sogni gli
avevano spiegato, in base alla visione, che il figlio di Mandane avrebbe
regnato al posto suo. Perci Astiage prese tutte le precauzioni e quando Ciro
nacque chiam Arpago, un parente, il pi fedele dei Medi e suo uomo di fiducia
in ogni circostanza, e gli disse: Arpago, bada di eseguire con grande
attenzione l'incarico che ora ti affido e di non ingannarmi; se abbracci la
causa di altri col tempo te ne dovrai pentire. Prendi il bambino partorito da
Mandane, portalo a casa tua e uccidilo; poi fa sparire il cadavere come
preferisci. E Arpago rispose: Mio re, tu non vedesti mai nulla in me, io
credo, che non ti fosse gradito e anche in avvenire star bene attento a non
commettere mai alcuna mancanza nei tuoi confronti. E se ora vuoi che questo
sia fatto,  mio dovere per quanto dipende da me, servirti pienamente.
Dopo questa risposta gli fu consegnato il bambino, gi avvolto nei panni
funebri; Arpago si avvi verso casa piangendo. Quando vi giunse rifer a sua
moglie tutte le parole di Astiage, ed essa gli chiese: E tu ora che cosa hai
intenzione di fare? Le rispose: Non certo di obbedire agli ordini di Astiage,
neppure se sragioner o se impazzir peggio di quanto gi ora deliri: non mi
associer al suo disegno e non eseguir per lui un simile delitto. Non
uccider il bambino per molte ragioni, perch  mio parente e perch Astiage 
vecchio e non ha figli maschi; se dopo la morte di questo bambino il potere
passer a Mandane, di cui ora lui fa uccidere il figlio servendosi di me,
cos'altro dovr aspettarmi se non il pi grave dei pericoli? Per la mia
incolumit  necessario che questo bambino muoia, ma a ucciderlo dovr essere
uno di Astiage e non uno dei miei.
Disse cos e immediatamente invi un messo a un mandriano di Astiage che
a quanto sapeva si trovava nei pascoli pi adatti al suo disegno, su montagne
popolate da numerose bestie feroci: si chiamava Mitradate e viveva con una
donna, sua compagna di schiavit, che si chiamava Spaco e il cui nome in greco
suonerebbe Cino, dato che i Medi chiamano spaco appunto il cane. Le falde dei
monti su cui questo mandriano pascolava il suo bestiame si trovano a nord di
Ecbatana in direzione del Ponto Eusino; infatti la Media in questa direzione,
verso i Saspiri,  assai montuosa, elevata e coperta di boscaglie, mentre il
resto del paese  tutto pianeggiante. Il bovaro, dunque, convocato, si
present con sollecitudine e Arpago gli disse: Astiage ti ordina di prendere
questo bambino e di andarlo a esporre sul pi solitario dei monti affinch
muoia al pi presto. E mi ha ordinato di avvisarti che se non lo uccidi e in
qualche maniera lo risparmi ti far morire tra i pi terribili supplizi. Io ho
il compito di controllare che il bambino venga esposto.
Udito ci il mandriano prese il bambino, se ne torn indietro per la
stessa strada e giunse al suo casolare. Per l'appunto anche sua moglie era in
attesa di partorire un figlio da un giorno all'altro e, forse per opera di un
dio, lo diede alla luce durante il viaggio in citt del marito. Erano
preoccupati entrambi, l'uno per l'altro, lui in apprensione per il parto della
moglie, e lei perch non era cosa abituale che Arpago mandasse a chiamare suo
marito. Quando lui ritorn, fu la moglie, come se avesse disperato di
rivederlo, a chiedergli per prima per quale ragione Arpago lo avesse chiamato
con tanta fretta. E lui rispose: Moglie mia, sono andato in citt e ho visto e
udito cose che vorrei non aver visto e che non fossero mai accadute ai nostri
padroni: tutta la casa di Arpago era in preda al pianto e io vi entrai
sconvolto. Appena dentro ti vedo un neonato, l in terra, che si agita e
piange con indosso un vestitino ricamato e ornamenti d'oro. Arpago come mi
vede mi ordina di prendere il bambino, di portarlo via con me e di andarlo poi
a esporre sulle montagne pi infestate dalle fiere, dicendo che questi sono
ordini di Astiage e aggiungendo molte minacce nel caso io non li esegua. E io
l'ho preso con me credendo che fosse figlio di qualche servo. Non potevo
immaginare da chi era nato. Ma mi sembravano un po' strani quegli ornamenti
d'oro e quei tessuti preziosi e il pianto generale che regnava nella casa di
Arpago. Pi avanti lungo la strada vengo a sapere tutta la verit dal servo
incaricato di accompagnarmi fuori le mura e di consegnarmi il neonato:  il
bambino di Mandane, la figlia di Astiage, e di Cambise, figlio di Ciro, e
Astiage ordina di ucciderlo! Ora eccolo qua.
Il mandriano diceva queste parole e intanto svolgeva il fagotto per
mostrare il bambino. Quando lei vide il neonato cos sano e bello, scoppi a
piangere e afferrando le ginocchia del marito lo scongiurava di non esporlo,
in nessuna maniera. Ma lui sosteneva di non poter fare altrimenti; sarebbero
venuti degli spioni di Arpago a controllare, e lui sarebbe stato condannato a
una morte orribile se non avesse eseguito gli ordini. Non riuscendo a
persuadere il marito la donna tent una seconda strada e gli disse: Visto che
non riesco a persuaderti a non esporlo, tu almeno fai come ti dico io, se
proprio  assolutamente inevitabile che la si veda esposta, questa creatura:
devi sapere che anch'io ho partorito, ma ho dato alla luce un bambino morto;
prendilo ed esponilo e noi invece alleviamoci il nipotino di Astiage come se
fosse nostro. In questo modo non si accorgeranno della tua colpa verso i
padroni e noi non avremo preso una brutta decisione: il nostro bambino morto
avr una sepoltura da re e l'altro non perder la vita.
Al mandriano parve assai saggia in quella circostanza la proposta della
moglie e immediatamente la mise in opera. Affid alla moglie il bambino che
aveva portato con s per ucciderlo, quindi prese il cadaverino del proprio
figlio e lo pose nel cesto dentro cui aveva trasportato l'altro; lo vest con
gli arredi regali, lo port sul pi solitario dei monti e ve lo lasci. Due
giorni dopo l'esposizione del bambino, il mandriano torn in citt dopo aver
lasciato lass di guardia uno dei suoi aiutanti; si rec in casa di Arpago e
si dichiar pronto a mostrare il corpo senza vita del neonato. Arpago mand le
pi fedeli delle sue guardie del corpo a constatare per lui il fatto: ma
quello che seppellirono fu il figlioletto del mandriano. E cos mentre l'uno
fu seppellito, la moglie del pastore tenne con s l'altro, che pi tardi fu
chiamato Ciro e lo allev, dandogli un altro nome e non quello di Ciro.
Quando il ragazzo aveva dieci anni si verific un episodio che rivel la
sua identit: giocava nel villaggio dove erano anche gli stazzi del bestiame,
giocava per strada con dei coetanei; e giocando i bambini lo avevano eletto
loro re, lui che per tutti era il figlio del mandriano. E lui distribuiva le
mansioni: voi dovete costruirmi un palazzo, voi essere le mie guardie; tu
sarai l'occhio del re, a te tocca l'incarico di portare i messaggi: insomma a
ognuno assegnava il suo compito. Ma uno dei bambini che giocavano con lui era
il figlio di Artembare, uomo di grande prestigio fra i Medi, e non volle
obbedire agli ordini di Ciro; allora Ciro comand agli altri ragazzi di
arrestarlo e, quando essi ebbero obbedito, pun assai duramente il ribelle
facendolo fustigare. Appena lasciato libero, il ragazzo, ancora pi infuriato
al pensiero di aver subito un trattamento indegno della sua condizione, si
rec in citt a lamentarsi col padre dell'affronto ricevuto da Ciro,
naturalmente non parlando di Ciro (non poteva essere questo il nome) ma del
figlio del mandriano di Astiage. Artembare, adirato com'era, si rec da
Astiage conducendo con s il figlioletto e si lament di aver subito dei
mostruosi oltraggi: Signore, - disse - ecco la violenza insolente che abbiamo
patito da parte di un tuo servo, dal figlio di un bovaro; e mostrava la
schiena del figlio.
Astiage ud e vide; e desiderando vendicare il bambino per riguardo ad
Artembare, fece chiamare il mandriano e il suo ragazzo. Quando furono entrambi
presenti, Astiage, guardando in faccia Ciro, disse: Dunque tu, che sei figlio
di un pover'uomo, hai osato trattare cos ignominiosamente il figlio di un
uomo che  il primo nella mia corte? E il ragazzo rispose: Signore, quello che
gli ho fatto  stato secondo giustizia: i ragazzi del villaggio, lui compreso,
mentre giocavamo mi elessero loro re ritenendomi il pi adatto a questo
titolo. Ora, tutti gli altri bambini eseguivano i miei ordini, lui invece non
li voleva ascoltare e non ne teneva il minimo conto, fino a quando ha avuto la
giusta punizione. Se dunque, per questo, mi merito un castigo, sono qui a tua
disposizione.
Mentre il bambino dava questa risposta poco per volta Astiage lo
riconosceva: gli pareva che i lineamenti del viso fossero molto simili ai
propri, troppo libero il tono della risposta; e anche l'epoca dell'esposizione
corrispondeva all'et del ragazzo. Impressionato da questi particolari, per un
po' rimase senza parola; poi, ripresosi a stento, apr bocca per congedare
Artembare e per poter interrogare da solo a solo il mandriano: Artembare -
disse - agir in maniera che tu e tuo figlio non possiate lamentarvi. Mand
via Artembare e diede ordine ai servi di condurre Ciro in un'altra stanza.
Quando il mandriano rimase solo, Astiage gli chiese dove avesse trovato quel
bambino e chi glielo avesse consegnato. Rispose che era figlio suo e che la
donna che lo aveva dato alla luce viveva ancora con lui. Ma Astiage ribatt
che non era una buona idea quella di candidarsi ad atroci supplizi, e intanto
faceva cenno alle guardie di arrestarlo; mentre veniva condotto alla tortura
confess ogni cosa. A cominciare dall'inizio raccont tutto per filo e per
segno e giunse infine a pregare e a implorare il perdono.
Dopo che il mandriano gli ebbe rivelato la verit, Astiage non si cur
pi di lui: ormai era enormemente adirato con Arpago e ordin alle sue guardie
di andarlo a chiamare. Quando Arpago fu al suo cospetto, Astiage gli chiese:
Arpago, che sorte hai riservato al bambino che ti consegnai, e che era nato da
mia figlia? E Arpago, vedendo l nella sala il mandriano, non tent pi la via
della menzogna, per non correre il rischio di venire smentito e disse: Mio re,
appena ebbi in mano il bambino studiai come regolarmi secondo la tua volont e
nello stesso tempo non risultare colpevole verso di te, non essere un omicida
agli occhi di tua figlia e ai tuoi. Decisi di agire cos: chiamai il mandriano
qui presente e gli consegnai il neonato, dicendogli che eri tu a ordinare di
ucciderlo; e con queste parole io non mentivo perch proprio tu avevi dato
quelle disposizioni. Glielo consegnai precisando che doveva esporlo su di un
monte deserto e restare l di guardia fino a quando fosse morto, e aggiunsi le
pi varie minacce nel caso che non eseguisse gli ordini. Quest'uomo esegu
quanto gli era stato comandato e il bambino mor, allora io mandai i pi
fedeli dei miei eunuchi e attraverso di loro constatai l'accaduto e feci
seppellire il neonato. Ecco come andarono le cose, mio signore, e questa  la
sorte che tocc al bambino.
Arpago quindi disse tutta la verit e Astiage, nascondendo la rabbia che
lo divorava per quanto era successo, per prima cosa ripet ad Arpago la
versione dei fatti come l'aveva appresa dal mandriano; poi alla fine del
racconto disse che il bambino era vivo e che era bene che tutto fosse finito
cos. Ero molto addolorato - disse - al pensiero di ci che avevo fatto a
questo bambino e mi pesava il rancore di mia figlia. Ora visto che tutto 
andato per il meglio, manda qui tuo figlio presso il ragazzo appena arrivato e
poi, visto che ho intenzione di offrire un sacrificio di ringraziamento per
l'avvenuta salvezza agli dei cui spetta questo onore, vieni a cena da me.
Udito ci Arpago si prostern e si avvi verso casa contento che la sua
colpa avesse avuto un esito positivo e di essere stato invitato a cena con
tanti buoni auspici. Appena entr in casa si affrett a inviare a corte il
proprio unico figlio, che aveva circa tredici anni, ordinandogli di andare da
Astiage e di fare tutto quello che lui comandasse. Poi, tutto lieto, and a
raccontare alla moglie quanto era accaduto. Ma Astiage, quando il figlio di
Arpago fu da lui, lo uccise, lo squart in tanti pezzi e ne fece cucinare le
carni una parte lessate e una parte arrosto e le tenne pronte. Venne l'ora
della cena: si presentarono tutti i convitati fra i quali Arpago. Davanti agli
altri e allo stesso Astiage furono imbandite mense ricolme di carne di
montone, invece ad Arpago furono servite tutte le carni del figlio, tranne la
testa e le mani e i piedi, che stavano a parte celate in un canestro. Quando
Arpago si sent sazio di cibo, Astiage gli domand se le portate erano state
di suo gusto e Arpago rispose che gli erano piaciute molto; allora dei servi,
precedentemente istruiti, gli misero davanti la testa, le mani e i piedi del
ragazzo ancora coperte e standogli di fronte lo invitarono a scoperchiare il
piatto e a servirsi liberamente. Arpago obbed, scoperchi il piatto, vide i
resti del figlio: li vide, ma rimase impassibile e riusc a dominarsi. Astiage
gli chiese se riconosceva l'animale delle cui carni si era cibato e lui
rispose che lo riconosceva e che per lui andava bene ogni cosa che il re
facesse. Dopo aver cos risposto, raccolse i resti delle carni e se ne torn a
casa. E l, credo, li ricompose e seppell.
E questa fu la punizione che Astiage inflisse ad Arpago. Nei confronti di
Ciro, riflett un po' e poi mand a chiamare gli stessi Magi che a suo tempo
gli avevano interpretato il sogno; quando furono davanti a lui, Astiage chiese
loro di ripetergli la spiegazione della visione, ed essi ribadirono che il
bambino era destinato a regnare se fosse rimasto in vita e non fosse morto
prima. Il re ribatt: Il bambino c' ed  vivo e mentre viveva in campagna i
bambini del suo villaggio lo hanno eletto re: lui si  comportato esattamente
come un vero sovrano: ha creato guardie del corpo, custodi delle porte,
messaggeri e tutto il resto, e ha regnato. E ora tutto questo, secondo voi, a
che cosa porta? I Magi risposero: Se il ragazzo  vivo e ha regnato senza un
disegno predisposto, allora per quanto lo riguarda puoi stare tranquillo e
rallegrarti: non regner una seconda volta. Infatti  gi successo che alcuni
dei nostri vaticinii si siano risolti in poca cosa e che il contenuto dei
sogni abbia perso ogni sua consistenza. E Astiage concluse: Anch'io, Magi,
sono quasi del tutto convinto che il sogno si  gi realizzato: questo bambino
ha gi ricevuto il titolo di re, e dunque non rappresenta pi per me un
pericolo. Tuttavia esaminate per bene la questione e aiutatemi a prendere una
decisione che garantisca la massima sicurezza per la mia casa e per voi
stessi. Al che i Magi risposero: Sovrano, anche per noi  molto importante che
il potere rimanga ben saldo nelle tue mani, perch se passa a questo ragazzo,
che  Persiano, cade nelle mani di un'altra nazione e noi che, siamo Medi,
diventeremo schiavi e non godremo del minimo prestigio presso i Persiani,
essendo stranieri. Se invece rimani re tu, che sei nostro concittadino,
abbiamo anche noi la nostra parte di potere e riceviamo da te grandi onori.
Perci  assolutamente nostro interesse vegliare su di te e sul tuo regno; e
ora, se vedessimo qualche motivo per avere paura, te ne avviseremmo
senz'altro. Ma ora, poich il sogno si  risolto in una cosa da nulla, da
parte nostra abbiamo fiducia e ti consigliamo di fare altrettanto. Questo
ragazzo mandalo lontano dai tuoi occhi, fra i Persiani, dai suoi genitori.
Astiage fu lieto di udire questo consiglio, fece chiamare Ciro e gli
disse: Ragazzo, io sono stato ingiusto con te a causa di un sogno risultato
vano, e tu sei vivo perch cos ha voluto il tuo destino. Ora sii contento di
andare fra i Persiani; io ti far scortare fino l. L troverai un padre e una
madre ben diversi da Mitradate, il bovaro, e da sua moglie.
Cos disse e conged Ciro. Ad accogliere Ciro di ritorno nella casa di
Cambise c'erano i suoi genitori i quali, quando seppero chi era, lo salutarono
con grande affetto, perch lo credevano morto subito a suo tempo; e
continuavano a chiedergli come fosse riuscito a salvarsi. E lui raccont che
fino a poco prima era vissuto nell'errore ignorando ogni cosa e che solo lungo
il viaggio era venuto a conoscenza di tutte le sue vicissitudini; si era
sempre creduto figlio di un mandriano di Astiage, invece, dopo la partenza da
Ecbatana, aveva appreso tutta la verit dai suoi accompagnatori. Raccont di
essere stato allevato dalla moglie del mandriano e non smetteva di profondersi
in lodi nei suoi confronti: e in tutti i suoi discorsi non parlava che di
Cino. I genitori tennero a mente questo nome e, per dare agli occhi dei
Persiani una coloritura miracolosa alla avvenuta salvezza del fanciullo,
misero in giro la voce che Ciro, esposto, era stato allevato da una cagna. Di
qui ebbe origine questa leggenda.
Poi Ciro si fece adulto ed era il pi coraggioso fra i suoi coetanei e il
pi benvoluto. Arpago faceva di tutto per ingraziarselo mandandogli doni,
desideroso com'era di vendicarsi di Astiage: non vedeva come da solo, essendo
un comune cittadino, avrebbe potuto vendicarsi, ma vedeva Ciro crescere e
cercava di farselo alleato, paragonando i gravi torti da entrambi subiti. Gi
prima si era dato da fare in questo senso: sfruttando il comportamento odioso
di Astiage nei confronti dei Medi, Arpago, avvicinando ciascuno dei
maggiorenti medi, tentava di convincerli che occorreva deporre Astiage e
offrire il regno a Ciro. Compiute queste manovre, quando si sent pronto,
Arpago volle esporre il suo piano a Ciro, il quale per viveva in Persia; le
strade erano sotto controllo e perci, in mancanza di altre soluzioni, ricorse
a un espediente. Si serv di una lepre alla quale apr il ventre senza
rovinarne il pelo, ma lasciandolo intatto; nel ventre nascose un messaggio in
cui descriveva il suo piano; ricuc il ventre della lepre che consegn,
insieme con una rete, come se fosse un cacciatore, al pi fidato dei suoi
servitori; lo invi in Persia con l'ordine di consegnare la lepre a Ciro
personalmente e di invitarlo a sventrare la bestia di sua mano e quando
nessuno fosse presente.
Cos dunque fu fatto e Ciro, avuta la lepre, la squarci; vi trov dentro
la lettera, la prese e la lesse. Il contenuto del messaggio suonava cos:
Figlio di Cambise, gli dei ti guardano con favore, altrimenti non saresti mai
giunto a tanta fortuna; e allora vendicati di Astiage, il tuo assassino: se
fosse dipeso dai suoi desideri tu saresti morto, se sei vivo lo devi agli dei
e a me. Credo che tu sia a conoscenza ormai da un pezzo di quello che hanno
fatto a te e di quello che ho subito io da parte di Astiage, per non averti
ucciso ma consegnato al mandriano. Tu dunque, se mi darai ascolto, potrai
regnare su tutta la terra su cui ora regna Astiage. Convinci i Persiani a
ribellarsi e marcia contro la Media. E se io sar nominato da Astiage generale
in capo contro di te, tutto ci che vorrai  gi tuo. E cos sar pure se
viene designato un altro dei Medi pi illustri. Essi saranno i primi a
ribellarsi ad Astiage e a passare dalla tua parte e faranno di tutto per
abbatterlo. Considera che tutto qui  pronto e agisci, ma agisci in fretta.
Apprese queste notizie, Ciro pens al modo pi accorto per convincere i
Persiani alla rivolta e riflettendo trov il pi opportuno e lo mise in opera:
scrisse quanto serviva al suo scopo in una lettera e convoc una assemblea dei
Persiani. Quindi apr la lettera e scorrendola dichiar che Astiage lo
nominava capo dei Persiani: Ora, Persiani, - disse - vi invito a presentarvi
qui ciascuno con una falce. Proprio questo fu l'ordine di Ciro. Le trib
persiane sono numerose; Ciro convoc e indusse a ribellarsi ai Medi solo
quelle a cui fanno capo poi tutti i Persiani: Pasargadi, Marafi e Maspi. Fra
questi i pi nobili sono i Pasargadi, ai quali appartiene anche la famiglia
degli Achemenidi, da dove provengono i re discendenti di Perseo. Altri
Persiani sono i Pantialei, i Derusiei, i Germani; si tratta di trib tutte
dedite all'agricoltura, le rimanenti invece sono nomadi: i Dai, i Mardi, i
Dropici, i Sagarti.
Quando furono tutti presenti con in mano la falce, allora Ciro ordin
loro di andare a falciare prima di sera un terreno che si trovava l in
Persia, tutto coperto di sterpi ed esteso per un quadrato di 18 o 20 stadi di
lato. I Persiani compirono la fatica ordinata e Ciro diede loro una seconda
disposizione: dovevano presentarsi la mattina seguente dopo aver fatto il
bagno. Nel frattempo Ciro radun tutte le greggi di capre e di pecore e tutte
le mandrie di suo padre, le fece macellare e cucinare, pronto ad ospitare la
massa di Persiani, e vi aggiunse vino e cibarie, tra i pi squisiti. La
mattina dopo Ciro sistem su di un prato i Persiani venuti e offr loro un
grande banchetto. Quando ebbero finito di mangiare Ciro domand se preferivano
il trattamento attuale o quello del giorno prima. Ed essi risposero che c'era
una gran bella differenza: il giorno prima gli erano toccati solo guai, al
presente invece solo cose belle. Ciro colse al volo queste parole e,
manifestando la sua intenzione, disse: Persiani, dipende proprio da voi: se
volete darmi ascolto vi attendono questi e molti altri piaceri e non
conoscerete pi fatiche da schiavi; se invece non volete obbedirmi vi
attendono innumerevoli fatiche pari a quella di ieri. Seguite me, dunque, e
sarete liberi. Io credo di essere nato col divino soccorso della sorte per
condurre con le mie mani questa impresa e ritengo che voi siate uomini per
nulla inferiori ai Medi, n in guerra n in nessun altro campo. Questa  la
realt dei fatti e ora voi ribellatevi contro Astiage al pi presto.
I Persiani, avendo trovato un capo, furono ben lieti di lottare per la
libert: gi da tempo non tolleravano pi di essere comandati dai Medi.
Astiage, come seppe dei preparativi di Ciro, mand un messaggero a convocarlo,
ma Ciro ordin al messaggero di riferire ad Astiage che sarebbe arrivato da
lui prima di quando Astiage stesso avrebbe desiderato. Udita tale risposta,
Astiage mise in armi tutti i Medi e nomin loro comandante Arpago,
dimenticando, quasi fosse accecato da un dio, tutto il male che gli aveva
fatto. Quando i Medi scesero in campo e si scontrarono con i Persiani, alcuni
di loro combatterono, quanti non erano a parte della congiura, altri passarono
dalla parte dei Persiani, i pi scelsero la strada della vilt e si
dispersero.
Non appena Astiage venne a sapere che l'esercito medo si era
vergognosamente dissolto, esclam con tono di minaccia per Ciro: Nonostante
tutto Ciro non potr rallegrarsene! Disse cos e per prima cosa fece impalare
quei Magi interpreti di sogni che gli avevano consigliato di risparmiare Ciro,
poi arm tutti i Medi rimasti in citt, giovani e vecchi. Li guid fuori delle
mura e con loro attacc i Persiani, ma fu sconfitto: Astiage stesso fu
catturato e perse i Medi che aveva fatto scendere in campo.
Allora Arpago piazzatosi di fronte ad Astiage, ormai prigioniero, lo
derideva e lo beffeggiava, con parole che potessero ferirgli il cuore: in
particolare, in cambio del banchetto che gli aveva offerto con le carni del
figlio, gli chiedeva come trovasse la schiavit dopo essere stato re. Astiage
guardandolo in faccia gli domand se considerava opera sua l'impresa di Ciro;
al che Arpago rispose che era stato lui a scrivere a Ciro, e che quindi
riteneva a ragione opera sua quell'impresa. Allora Astiage gli dimostr a
rigor di logica che era l'uomo pi imbecille e pi colpevole del mondo: il pi
imbecille perch potendo diventare re lui stesso, se tutto davvero era
accaduto grazie a lui, aveva rimesso il potere nelle mani di un altro; e il
pi colpevole perch a causa di una cena aveva reso schiavi i Medi: se proprio
doveva affidare a qualcun altro il regno e non tenerlo nelle proprie mani
sarebbe stato pi giusto trasmetterlo a un Medo e non a un Persiano; ora
invece i Medi senza averne alcuna colpa da padroni erano diventati schiavi,
mentre i Persiani, che prima erano schiavi dei Medi, erano diventati ora i
loro padroni.
Astiage dunque fu spodestato dal trono dopo 35 anni di regno e i Medi, a
causa della sua crudelt, piegarono il capo davanti ai Persiani; essi avevano
mantenuto per 128 anni la sovranit sui territori asiatici dell'alto corso
dell'Alis meno il periodo del predominio scita. Molto pi tardi si pentirono
del loro antico comportamento e insorsero contro Dario; ma dopo essersi
ribellati, conobbero la sconfitta sul campo e vennero nuovamente assoggettati.
I Persiani e Ciro, sollevatisi contro i Medi al tempo di Astiage, furono da
allora i padroni dell'Asia. Ciro non si accan ulteriormente contro Astiage e
lo tenne presso di s fino a quando mor. Cos Ciro nacque e fu allevato e
cos ottenne il regno: in seguito, come ho gi raccontato, sottomise Creso,
che aveva dato lui l'avvio alle ingiustizie; e quando lo ebbe sottomesso
estese la propria egemonia su tutta l'Asia.
Io so per averlo constatato di persona che presso i Persiani sono in
vigore le seguenti usanze: non  loro consuetudine erigere statue degli dei o
templi o altari e anzi accusano di stoltezza quanti lo fanno; a mio parere ci
si spiega perch non hanno mai pensato, come i Greci, che gli dei abbiano
figura umana. Essi di solito offrono sacrifici a Zeus salendo sulle montagne
pi alte; e chiamano Zeus l'intera volta del cielo. Sacrificano al sole, alla
luna, alla terra, al fuoco, all'acqua e ai venti. Queste sono le sole divinit
cui dedicano offerte fin dalle origini; pi tardi hanno appreso dagli Assiri e
dagli Arabi a compiere sacrifici anche a Urania. Gli Assiri chiamano questa
dea Afrodite Militta, gli Arabi la chiamano Alilt e i Persiani Mitra.
Ed ecco come si svolge presso i Persiani il rito di sacrificio agli dei
or ora ricordati: quando devono fare la loro offerta non costruiscono altari e
non accendono il fuoco; non praticano la libagione, non usano flauti, n bende
sacre n grani d'orzo salati. Chi voglia compiere sacrifici a uno di quegli
dei conduce la vittima in un luogo puro, si lega intorno alla tiara una
coroncina, di mirto per lo pi, e invoca il dio. Non  lecito pregando
chiedere vantaggi per s personalmente: chi invoca del bene lo fa per tutti i
Persiani e per il re; lui stesso ovviamente risulta compreso fra tutti i
Persiani. Quando poi ha tagliato a pezzetti le carni della vittima e le ha
bollite, le depone tutte su un tappeto d'erba la pi tenera possibile (per lo
pi trifoglio) da lui precedentemente preparato; dopo che le ha ben sistemate,
un Mago l presente canta una teogonia, come essi stessi definiscono la
formula dell'invocazione; si noti che essi non compiono mai un sacrificio se
non  presente un Mago. Il sacrificante si trattiene un po' di tempo: quindi
si riporta via le carni che usa poi come meglio gli aggrada.
Fra tutti i giorni dell'anno  loro costume onorare particolarmente
quello del compleanno: in questa circostanza ritengono giusto mangiare con pi
abbondanza che negli altri giorni: i pi benestanti si fanno servire un
vitello, un cavallo, un cammello e un asino cotti al forno tutti interi: i
poveri, invece, si cucinano animali domestici di taglia minore. In generale
non hanno molti piatti principali, ma usano molto i contorni, distribuiti per
tutto il pasto; per questo i Persiani dicono che i Greci hanno ancora appetito
quando smettono di mangiare, perch non si fanno servire dopo il pranzo
nessuna leccornia: altrimenti, aggiungono, non smetterebbero di mangiare. Per
il vino i Persiani hanno una vera passione. A loro  vietato vomitare e
orinare di fronte ad altri; e rispettano accuratamente questa norma, ma hanno
l'abitudine di discutere le questioni pi serie in stato di ubriachezza; le
decisioni eventualmente prese vengono riproposte il giorno seguente, da sobri,
dal padrone della casa in cui si trovano a discutere: se le approvano anche da
sobri le confermano altrimenti le lasciano cadere. Se la prima decisione
avviene quando sono lucidi, la ridiscutono da ubriachi.
Quando due Persiani si incontrano per strada allora si pu stabilire se
sono di pari condizione: infatti in questo caso invece di salutarsi, si
baciano sulla bocca; se per uno dei due  di condizione appena inferiore, si
baciano sulle guance; se il divario di rango  notevole allora l'inferiore si
getta ai piedi dell'altro e si prosterna. Dopo se stessi, fra tutti stimano in
primo luogo i popoli insediati pi vicini a loro, poi quelli subito oltre e
cos via, proporzionando la stima alla distanza: si considerano da ogni punto
di vista gli uomini migliori, mentre gli altri, pensano, si attengono alla
virt in misura inversamente proporzionale: e perci quelli che abitano pi
lontano da loro sarebbero i peggiori. All'epoca della sovranit dei Medi
esisteva un criterio gerarchico fra le varie popolazioni: i Medi dominavano su
tutti i popoli e in particolare sui pi vicini; questi a loro volta sui propri
confinanti e cos via;  lo stesso criterio in base al quale i Persiani
attribuiscono la loro stima: ogni popolazione prevaleva sull'altra dominandola
ed esercitando su di essa un diritto di tutela.
Quello persiano  il popolo pi di ogni altro disposto ad accogliere
usanze straniere: tanto  vero che indossano vestiti medi, trovandoli pi
belli dei propri, e in guerra portano corazze egiziane. Quando vengono a
sapere di qualche usanza piacevole, da qualunque parte provenga, subito la
adottano: per esempio hanno imparato dai Greci a praticare l'amore con gli
adolescenti. Ogni Persiano pu sposare legalmente molte donne e ancora pi
numerose sono le concubine che si procura.
Dimostra una autentica virt virile chi, oltre ad essere un buon
combattente, mette al mondo molti figli. Annualmente il re invia un premio a
chi ne ha messi al mondo di pi; si ritiene che il numero sia forza. Ai loro
bambini, da quando hanno cinque anni fino ai venti, insegnano tre sole cose:
cavalcare, tirare con l'arco e dire la verit. Prima dei cinque anni il
bambino non si presenta mai al cospetto del padre ma vive assieme alle donne.
Fanno questo perch, se il bambino muore nel periodo dell'allevamento, il
padre non ne debba soffrire.
Io approvo questa usanza e ne approvo anche un'altra: per una sola colpa
neppure il re pu mettere a morte qualcuno; e nessun altro Persiano pu recare
un danno irreparabile a uno dei suoi schiavi per una sola colpa; solo quando
si  ben riflettuto e si  stabilito che i torti sono pi numerosi e pi
rilevanti dei servigi, allora si lascia libero campo alla collera. Sostengono
che nessuno ancora ha ucciso il proprio padre o la propria madre: esaminando
tutti i casi di questo tipo gi verificatisi, si giungerebbe inevitabilmente a
concludere che gli assassini erano figli supposti o adulterini; essi ritengono
inverosimile che un autentico genitore possa morire per mano del proprio
figlio.
Presso i Persiani delle cose che non  lecito fare non  lecito neppure
parlare. La cosa pi vergognosa  considerata la menzogna; secondariamente
avere debiti, e ci per molte e svariate ragioni ma soprattutto perch chi ha
un debito, dicono, necessariamente si trover anche a mentire. Il cittadino
colpito dalla lebbra o dal morbo bianco si tiene lontano dalla citt ed evita
il contatto con gli altri Persiani. Secondo loro soffre di queste malattie chi
ha commesso una colpa nei confronti del Sole. Scacciano dal paese ogni
straniero affetto da tali piaghe e molti pure le colombe bianche, adducendo la
medesima ragione. Evitano di orinare e di sputare in un fiume e neppure vi si
sciacquano le mani o permettono che un altro lo faccia; per i fiumi hanno un
enorme rispetto religioso.
Ed ecco un'altra particolarit, sfuggita agli stessi Persiani ma non a
noi: i loro nomi, che sono adeguati alle qualit fisiche e a una idea di
magnificenza, finiscono tutti con la stessa lettera, quella chiamata san dai
Dori e sigma dagli Ioni. Se si indaga in questo senso, si trova che i nomi dei
Persiani terminano tutti nella stessa maniera, senza eccezioni.
Tutte queste notizie posso fornirle con assoluta sicurezza, perch mi
derivano da personale esperienza. Invece quanto si dice circa il trattamento
dei cadaveri  avvolto in un alone di mistero e non  certo: pare che il
cadavere di un Persiano non venga seppellito prima di essere stato straziato
da un cane o da un uccello; so con certezza che almeno i Magi si comportano
cos, perch lo fanno apertamente. Comunque i Persiani cospargono di cera il
cadavere e lo inumano. I Magi sono molto diversi dagli altri uomini e in
particolare dai sacerdoti egiziani; questi infatti ritengono empiet uccidere
degli esseri viventi, tranne quelli destinati al sacrificio rituale, invece i
Magi uccidono con le loro mani qualsiasi animale tranne il cane e l'uomo e lo
fanno con grande impegno eliminando indistintamente formiche e serpenti e
altri animali terrestri o volatili. Ma lasciamo pure questa usanza come stava
quando ebbe origine e riprendiamo il filo del nostro racconto.
Gli Ioni e gli Eoli, non appena i Lidi furono sottomessi dai Persiani,
mandarono a Sardi dei messaggeri, presso Ciro: desideravano essere sudditi di
Ciro alle stesse condizioni di cui godevano sotto Creso. Ciro ascolt le loro
proposte; poi cominci a raccontare un aneddoto: narr di un suonatore di
flauto che aveva visto in mare dei pesci e che suonava il suo flauto convinto
di attirarli verso la terra ferma: deluso nelle sue speranze prese una rete,
la lanci, trascin a riva una grande quantit di pesci; e guardandoli
guizzare disse loro: Smettetela di danzare: quando io suonavo il flauto non
siete mica voluti uscir fuori a ballare! Ciro raccont questo aneddoto agli
Ioni e agli Eoli perch gli Ioni, tempo prima, invitati da Ciro a ribellarsi
contro Creso, non lo avevano ascoltato, mentre allora, a cose fatte, erano
pronti a seguirlo. Chiaramente Ciro rispose in questo modo perch serbava
rancore. Quando gli Ioni udirono la risposta riferita nelle varie citt, tutti
fortificarono le proprie mura e si riunirono a Panionio; tutti tranne i
Milesi, i soli con cui Ciro aveva stipulato un accordo alle stesse condizioni
di Creso. Gli altri decisero di comune accordo di mandare messaggeri a Sparta
con una richiesta di soccorso.
Questi Ioni, quelli a cui appartiene il Panionio, di tutti gli uomini a
nostra conoscenza sono quelli che hanno edificato le loro citt nei luoghi
migliori del mondo per bellezza di cielo e condizioni climatiche; a nord e a
sud della Ionia , come a oriente e a occidente, la situazione  assai
differente: pi a nord c' la morsa del freddo e della pioggia, pi a sud del
caldo e della siccit. Questi Ioni non parlano la stessa lingua, bens quattro
variet di dialetto. Mileto  la citt pi meridionale, poi vengono Miunte e
Priene: tutte si trovano nella Caria e adoperano lo stesso dialetto. In Lidia
si trovano Efeso, Colofone, Lebedo, Teo, Clazomene e Focea, che non si servono
dello stesso dialetto delle citt sopra nominate, ma che usano fra loro la
stessa parlata. Restano ancora tre citt ioniche, di cui due situate su isole,
Samo e Chio, e la terza, Eritre, sul continente. A Chio e a Eritre parlano lo
stesso dialetto, i Sami invece ne usano uno proprio. Ed ecco quindi i quattro
diversi caratteri linguistici.
Fra gli Ioni i Milesi non avevano motivo di preoccupazione grazie
all'accordo stipulato con Ciro e quelli delle isole stavano tranquilli perch
i Fenici non erano sudditi dei Persiani e perch i Persiani non erano marinai.
Gli Ioni d'Asia si separarono dagli altri Ioni per una semplice ragione; se
gi tutta la gente greca era in una condizione di debolezza, gli Ioni
costituivano, fra tutti, il gruppo pi debole e il meno importante: e infatti,
se si esclude Atene, non c'era nessuna citt degna di nota. Perci gli altri
di quel ceppo e gli Ateniesi non gradivano l'appellativo di Ioni e cercavano
di evitarlo; e mi pare che ancora adesso molti di loro si vergognino di tale
denominazione. Invece queste dodici citt ne erano orgogliose e si costruirono
un santuario riservato a loro che chiamarono Pan-Ionio; e decisero di non
consentire l'accesso al tempio a nessuna altra gente ionica (del resto mai
nessuno chiese di accedervi, ad eccezione degli abitanti di Smirne).
Allo stesso modo i Dori dell'attuale territorio della Pentapoli, lo
stesso che una volta si chiamava Esapoli, si guardano bene dall'accettare nel
loro santuario Triopico gli altri Dori confinanti, anzi da sempre escludono da
ogni partecipazione al tempio anche quelli di loro che ne abbiano violato le
regole. Ai giochi in onore di Apollo Triopio avevano posto anticamente come
premio per i vincitori dei tripodi di bronzo, che per non potevano essere
portati via da chi se li fosse guadagnati, ma dovevano essere dedicati al dio,
l sul posto. Una volta accadde che un uomo di Alicarnasso, di nome Agasicle,
dopo aver vinto non rispett la norma: si port via il tripode e lo fiss al
muro di casa sua. Per questa ragione le cinque citt, cio Lindo, Ialiso,
Camiro, Cos, e Cnido, vietarono l'accesso al tempio a tutti gli abitanti di
Alicarnasso, sesta citt dell'Esapoli. Tale fu il castigo che imposero loro.
A mio parere gli Ioni formarono dodici citt e non vollero aggiungerne
altre perch anche prima, quando vivevano nel Peloponneso, erano divisi in
dodici regioni, esattamente come adesso il territorio degli Achei, che a suo
tempo scacciarono gli Ioni,  suddiviso in dodici parti: Pellene  la prima, a
partire da Sicione, poi Egira ed Ege, in cui scorre il Crati, dal flusso
perenne e dal quale ha preso nome l'omonimo fiume italiano, poi Bura ed Elice,
in cui ripararono gli Ioni sconfitti in battaglia dagli Achei; poi ancora
Egio, Ripe, Patre, Fare, Oleno, in cui scorre il grande fiume Piro, nonch
Dime e Tritea, l'unica citt situata nell'interno.
Questi sono i dodici distretti degli Achei, che una volta appartenevano
agli Ioni. Ed ecco perch anche gli Ioni d'Asia costruirono dodici citt: 
una grande sciocchezza definire costoro pi Ioni degli altri Ioni o di nascita
pi elevata: una parte non piccola di loro sono Abanti, provenienti
dall'Eubea, che non hanno niente a che vedere con gli Ioni, neppure per il
nome; e inoltre a loro si sono mescolati dei Mini di Orcomeno, dei Cadmei, dei
Driopi, dei Focesi dissidenti; e Molossi, Pelasgi d'Arcadia, Dori di Epidauro
e molte altre popolazioni. Quelli partiti dal Pritaneo di Atene, che
ritenevano di essere i pi nobili fra gli Ioni, non portarono con s le donne
nella nuova colonia, ma si procurarono mogli in Caria, uccidendone i padri. A
causa di questo delitto tali donne si imposero come regola con tanto di
giuramento, e la trasmisero alle figlie, di non mangiare mai in compagnia dei
mariti e di non chiamarli mai per nome; e ci perch avevano ucciso i loro
padri e mariti e figli e, dopo, se le erano sposate. Questo  quanto avvenne a
Mileto.
Come re una parte degli Ioni d'Asia si scelse i Lici discendenti di
Glauco figlio di Ippoloco, una parte i Cauconi di Pilo discendenti di Codro
figlio di Melanto, e altri si scelsero re di entrambe le stirpi. E visto che
sono tanto affezionati al loro nome, pi di tutti gli altri Ioni,
consideriamoli dunque gli Ioni puri. In realt sono Ioni tutti quelli che
vengono da Atene e che celebrano la festa delle Apaturie; la celebrano tutti
tranne gli abitanti di Efeso e di Colofone, gli unici a non celebrarla col
pretesto di un omicidio.
Il Panionio  un luogo sacro di Micale, rivolto verso nord e dedicato per
comune accordo dagli Ioni a Posidone Eliconio. Micale  un promontorio del
continente che si stende verso occidente in direzione dell'isola di Samo, sul
quale gli Ioni delle varie citt si radunavano per celebrare la loro festa,
chiamata Panionie. Non solo le feste degli Ioni, ma proprio tutte le feste
della Grecia intera hanno un nome terminante con la medesima lettera, come
succede per i nomi dei Persiani.
Queste sono le citt ioniche; le eoliche sono Cuma, detta anche
Friconide, Larissa, Neontichos, Temno, Cilla, Nozio, Egiroessa, Pitane, Egee,
Mirina, Grinia: ecco le undici antiche citt eoliche; un'altra loro citt,
Smirne, fu staccata ad opera degli Ioni; infatti erano dodici anche gli
insediamenti eolici sul continente. Gli Eoli si trovarono a colonizzare una
regione ancora pi fertile di quella degli Ioni, ma che quanto a clima non
regge il paragone.
Gli Eoli persero Smirne cos. Avevano accolto a Smirne dei cittadini di
Colofone sconfitti in una lotta intestina e perci messi al bando dalla
patria. Pi tardi i profughi di Colofone aspettarono che gli abitanti di
Smirne celebrassero fuori delle mura una festa in onore di Dioniso e,
chiudendone le porte, si impadronirono della citt. Poich tutti gli Eoli
erano accorsi a difendere gli interessi degli abitanti di Smirne, vennero a un
accordo: gli Eoli avrebbero abbandonato la citt se gli Ioni avessero
restituito almeno le loro masserizie. Cos fu fatto: le altre undici citt si
divisero gli ex abitanti di Smirne, conferendo loro la piena cittadinanza.
Queste insomma sono le citt eoliche continentali, eccetto quelle situate
sull'Ida, che vanno considerate a parte. Di quante si trovano nelle isole
cinque si dividono il territorio di Lesbo (la sesta citt abitata di Lesbo,
Arisba, la ridussero in schiavit i Metimni, bench fossero del medesimo
sangue); a Tenedo vi  una sola citt, una sola anche nelle cosiddette Cento
Isole. Gli abitanti di Lesbo e di Tenedo non avevano nulla da temere,
esattamente come le popolazioni ioniche delle isole. Alle altre citt eoliche
piacque di seguire la sorte degli Ioni, dovunque questi le avessero condotte.
I messi degli Ioni e degli Eoli quando giunsero a Sparta (tutto fu fatto
in gran fretta) scelsero a parlare per tutti il rappresentante di Focea, il
cui nome era Pitermo. Costui indoss una veste di porpora affinch gli
Spartiati, informati del particolare, accorressero in numero maggiore; davanti
a loro parl a lungo, chiedendo aiuto per gli Ioni. Ma gli Spartani non gli
diedero retta e decisero di non inviare soccorsi agli Ioni. I messaggeri degli
Ioni si ritirarono. Gli Spartani, dopo averli allontanati, inviarono tuttavia
degli uomini, su di una pentecontere, immagino come osservatori delle vicende
di Ciro e della Ionia. Arrivati a Focea, da l questi uomini inviarono a Sardi
il pi stimato di loro, che si chiamava Lacrine, perch riferisse a Ciro un
messaggio degli Spartani: Ciro non doveva toccare nessuna citt della Grecia,
perch essi non l'avrebbero tollerato.
Si dice che quando l'araldo ebbe riferito il suo messaggio Ciro chiese ai
Greci che erano presenti che uomini fossero e quanti questi Spartani per
mandargli un simile avvertimento; ottenuta risposta, si rivolse
all'ambasciatore degli Spartiati: Io non ho mai avuto paura di gente che nella
propria citt, al centro, ha riservato uno spazio, in cui riunirsi per
ingannarsi a vicenda con dei giuramenti. Questa gente, se resto vivo e in
buona salute, non avr da ciarlare delle disgrazie degli Ioni, ma delle
proprie. Ciro pronunci queste parole sprezzanti nei confronti di tutti i
Greci perch essi compiono i loro acquisti e le loro vendite sulla piazza
principale adibita a mercato; invece i Persiani non hanno l'abitudine di
servirsi di piazze per il mercato, anzi non hanno mercati del tutto. In
seguito Ciro affid Sardi al Persiano Tabalo, e al Lido Pattia il compito di
trasportare l'oro di Creso e dei Lidi; poi part alla volta di Ecbatana,
portando con s Creso e quasi senza pi tener conto, inizialmente,
dell'esistenza degli Ioni. Aveva problemi con Babilonia, i Battri, i Saci e
gli Egiziani: contro costoro decise di guidare personalmente l'esercito,
contro gli Ioni invece di inviare un altro generale.
Appena Ciro si fu allontanato da Sardi, Pattia sollev i Lidi contro
Tabalo e contro di lui: scese verso il mare e, visto che disponeva di tutto
l'oro di Sardi, assold mercenari e convinse le popolazioni della costa a
schierarsi con lui. Poi mosse il suo esercito contro Sardi e strinse d'assedio
Tabalo che si asserragli sull'acropoli.
Ciro apprese questi fatti mentre era in viaggio e disse a Creso: Creso,
come andranno a finire tutte queste faccende? I Lidi a quanto pare non
smetteranno di procurarmi e di procurarsi dei problemi. Mi chiedo se non
sarebbe molto meglio ridurli definitivamente in schiavit: io ho l'impressione
di essermi comportato come uno che abbia ucciso il padre e risparmiato i
figli. Perch ho catturato e mi porto via te, che sei pi che un padre per i
Lidi, e la citt l'ho rimessa nelle loro stesse mani; e poi mi meraviglio se
mi si ribellano. Ciro diceva quanto pensava e Creso, temendo che volesse
distruggere Sardi, gli rispose: Sire, il tuo discorso  logico, per non
abbandonarti assolutamente all'ira, non distruggere una antica citt che non
ha alcuna colpa delle vicende passate e presenti; tutto quanto  accaduto in
passato fu opera mia e con la mia persona ne sconto la pena. Ci che accade
ora  colpa di Pattia, a cui tu hai affidato Sardi, e sia lui, allora, a
pagarne le conseguenze. Perdona i Lidi e fai in modo che non possano pi
ribellarsi e costituire un pericolo per te. Mandagli l'ordine di non tenere
armi da guerra, imponigli di indossare tuniche sotto le vesti normali e di
calzare coturni; invitali a insegnare ai loro figli a suonare la cetra e gli
altri strumenti musicali e a fare i mercanti. In questo modo, Signore, tu li
vedrai presto trasformati da uomini in donne e non dovrai pi temere una loro
ribellione.
Creso suggeriva queste misure perch le trovava per i Lidi preferibili al
rischio di essere venduti come schiavi; sapeva bene che senza proporre un
valido rimedio non avrebbe dissuaso Ciro dalla sua idea; e aveva paura che i
Lidi, quand'anche l'avessero scampata per il momento, prima o poi segnassero
la propria condanna ribellandosi ai Persiani. Ciro soddisfatto dei
suggerimenti lasci cadere la sua ira e disse a Creso che lo aveva convinto.
Convoc il Medo Mazare e lo incaric di ordinare ai Lidi quanto gli aveva
indicato Creso: e in pi gli ingiunse di ridurre in schiavit quanti altri
avevano marciato su Sardi con i Lidi e di condurre davanti a lui Pattia, a
ogni costo, e vivo.
Ciro diede queste disposizioni mentre era in viaggio; quindi ripart
verso le sedi persiane; Pattia, informato che non lontano c'era un esercito in
marcia contro di lui, atterrito, corse a rifugiarsi a Cuma. Mazare il Medo
spinse contro Sardi tutta la parte dell'esercito di Ciro di cui disponeva e,
non trovandovi pi gli uomini di Pattia, per prima cosa costrinse i Lidi a
eseguire gli ordini di Ciro; e fu proprio in seguito a queste imposizioni che
i Lidi cambiarono completamente il loro sistema di vita. Poi Mazare invi
messaggeri a Cuma con l'ordine di consegnare Pattia; i cittadini di Cuma
stabilirono di rimettersi, per consiglio, al dio dei Branchidi; l esisteva da
lungo tempo un oracolo al quale tutti gli Ioni e gli Eoli erano soliti
ricorrere: questo luogo si trova nel territorio di Mileto sopra il porto di
Panormo.
Gli abitanti di Cuma mandarono i loro incaricati presso i Branchidi e
chiesero come avrebbero dovuto regolarsi nei confronti di Pattia per fare cosa
gradita agli dei; questo chiedevano, e il responso fu di consegnare Pattia ai
Persiani. Quando la risposta del dio fu riferita ai Cumani, essi si
apprestarono alla estradizione. Gi il popolo si era deciso in tal senso,
quando uno dei pi ragguardevoli cittadini, Aristodico figlio di Eraclide, non
credendo al responso e convinto che gli incaricati non dicessero la verit,
trattenne i Cumani dal farlo fino a quando altri messi, tra cui lo stesso
Aristodico, non fossero andati una seconda volta a consultare il dio sulla
sorte di Pattia.
Quando poi questa delegazione giunse presso i Branchidi, fu Aristarco fra
tutti a interrogare l'oracolo, dicendo: Signore, presso di noi venne il lido
Pattia, come supplice, fuggendo la morte violenta che gli riservavano i
Persiani; ora essi lo reclamano ordinando ai Cumani di consegnarlo. E noi, pur
temendo la potenza persiana, non abbiamo osato consegnarlo fino a quando non
fosse fermamente chiaro il tuo responso su ci che dobbiamo fare. Questa fu la
sua domanda; e il dio diede nuovamente la stessa risposta, esortandoli a
consegnare Pattia ai Persiani. Di fronte a queste parole Aristodico ag come
aveva premeditato: girando intorno al tempio, scacci i passeri e tutte le
altre specie di uccelli che vi avevano nidificato. E mentre lui faceva cos
dai penetrali del tempio, si dice, si lev una voce all'indirizzo di
Aristodico: Come osi fare questo, - diceva - maledetto sacrilego? Scacci i
miei supplici dal mio tempio? Aristodico, per nulla turbato, rispose: Signore,
e cos tu assicuri il tuo aiuto ai supplici tuoi, e poi ordini ai Cumani di
consegnare il loro? E l'oracolo ribatt: S lo ordino, perch voi,
comportandovi da empi, possiate andare in rovina pi presto: cos non verrete
pi qui in futuro a chiedere all'oracolo se sia il caso di consegnare dei
supplici.
Questa risposta fu riportata ai Cumani; quando la conobbero, essi
decisero di mandare Pattia a Mitilene, non volendo n riconsegnarlo, e quindi
rovinarsi, n tenerlo presso di loro, e quindi subire un assedio. Mazare mand
dei messaggi agli abitanti di Mitilene, i quali si dichiararono pronti a
consegnare Pattia in cambio di un adeguato riscatto; non so precisarne con
esattezza l'entit, perch poi la cosa and in fumo. Infatti, appena i Cumani
appresero le intenzioni dei Mitilenesi, mandarono subito una imbarcazione a
Lesbo e trasferirono Pattia a Chio. L a consegnarlo furono gli abitanti
dell'isola che lo strapparono via dal tempio di Atena protettrice della citt:
ottennero in compenso il territorio di Atarneo, che si trova nella Misia, di
fronte a Lesbo. I Persiani, dopo aver ricevuto Pattia, lo tenevano sotto
sorveglianza con il proposito di consegnarlo a Ciro. Per un periodo di tempo
non breve nessun cittadino di Chio offr ad alcun dio grani d'orzo di Atarneo
n prepar focacce col frumento proveniente da l: tutti i prodotti di quella
regione erano esclusi da qualsiasi sacro rito.
E cos i Chii consegnarono Pattia; Mazare pi tardi marci contro le
popolazioni che avevano partecipato all'assedio di Tabalo: ridusse in
schiavit la cittadinanza di Priene e percorse l'intera pianura del Meandro
abbandonandola ai saccheggi del suo esercito, e lo stesso fece con Magnesia.
Subito dopo cadde ammalato e mor.
Gli succedette alla guida dell'esercito Arpago, anche lui Medo, quello
stesso Arpago che il re dei Medi Astiage aveva invitato all'orribile banchetto
e che poi aveva aiutato Ciro a impadronirsi del regno. Costui, nominato da
Ciro comandante dell'esercito, quando arriv nella Ionia, cominci a espugnare
le citt servendosi di terrapieni: ogni volta, infatti, costringeva i nemici
dentro le loro mura, faceva ammassare enormi quantitativi di terra contro gli
spalti e poi li assaltava.
La prima citt della Ionia di cui si impadron fu Focea. Questi Focei
furono i primi Greci a compiere lunghe navigazioni: furono loro a scoprire
l'Adriatico, la Tirrenia, l'Iberia e la regione di Tartesso: non navigavano
con grandi navi da carico ma con delle penteconteri. Giunti a Tartesso
strinsero amicizia con il re locale, che si chiamava Argantonio e che fu
signore di Tartesso per ottanta anni, vivendo in tutto per 120 anni. I Focesi
divennero cos amici suoi che egli li invit prima ad abbandonare la Ionia e a
stabilirsi nel suo paese, ovunque volessero; in seguito, non essendo riuscito
a convincerli e avendo saputo com'era cresciuta la potenza dei Medi, regal
denaro ai Focesi perch potessero munire di fortificazioni la loro citt; e il
regalo fu molto generoso, tanto  vero che il perimetro delle mura di Focea si
sviluppa per non pochi stadi; ed esse sono tutte costituite da grandi blocchi
di pietra ben connessi tra loro.
Fu cos che i Focei costruirono le loro mura; Arpago fece avanzare il suo
esercito e pose l'assedio; ma gli sarebbe bastato, proclam, che i Focei
abbattessero anche uno soltanto dei bastioni del muro e consacrassero anche
una sola casa. I Focei, non tollerando la schiavit, dissero che volevano
discutere tra loro per un giorno; poi avrebbero dato la risposta; per
l'intanto invitarono Arpago a ritirare l'esercito da sotto le mura per il
periodo di tempo in cui deliberavano. Arpago rispose di sapere bene quanto
stavano per fare: tuttavia avrebbe permesso loro di consultarsi. E dunque
mentre Arpago portava il suo esercito lontano dalle mura, i Focesi misero in
mare delle penteconteri, vi imbarcarono le donne, i bambini e tutte le loro
masserizie e vi aggiunsero le statue e le offerte votive che poterono trarre
dai templi: a eccezione degli oggetti in bronzo e in pietra e dei dipinti
caricarono tutto il resto, si imbarcarono sulle navi e fecero rotta alla volta
di Chio. I Persiani occuparono una Focea completamente deserta.
I Focei pensavano di acquistare le isole chiamate Enusse ma i Chii non
gliele vollero vendere per paura che diventassero un emporio e che la loro
isola venisse tagliata fuori dai commerci; di conseguenza si diressero a
Cirno. Nell'isola di Cirno venti anni prima in base ad un oracolo avevano
fondato una citt chiamata Alalia. A quell'epoca ormai Argantonio era morto.
Nel dirigersi verso Cirno, in un primo momento, fecero una puntata fino a
Focea dove uccisero la guarnigione persiana a cui Arpago aveva affidato il
presidio della citt; poi, compiuta questa impresa, pronunciarono durissime
maledizioni contro chi di loro avesse abbandonato la spedizione. Inoltre
gettarono in mare un blocco rovente di ferro e giurarono che non avrebbero
fatto ritorno a Focea prima che questo blocco di ferro fosse riemerso a galla.
Ma mentre puntavano su Cirno pi di met di loro fu presa dalla nostalgia e
dal rimpianto della citt e delle abitudini del loro paese; e cos violarono i
giuramenti e tornarono indietro voltando la prua verso Focea. Quelli che
rispettarono il giuramento proseguirono il viaggio prendendo il largo dalle
isole Enusse.
Giunti a Cirno, per cinque anni coabitarono con le genti che vi erano
arrivate prima di loro e vi edificarono dei templi. Ma visto che derubavano e
depredavano tutte le popolazioni limitrofe, Tirreni e Cartaginesi di comune
accordo mossero contro di loro, entrambi con una flotta di sessanta navi.
Anche i Focesi equipaggiarono delle imbarcazioni, in numero di sessanta, e
affrontarono la flotta avversaria nelle acque del mare chiamato di Sardegna.
Si scontrarono in una battaglia navale e ai Focesi tocc una vittoria cadmea;
infatti delle loro navi quaranta furono affondate e le restanti venti
risultarono inutilizzabili, avendo i rostri torti all'indietro. Allora
navigarono fino ad Alalia, imbarcarono le donne, i bambini e tutto ci che le
navi potevano trasportare e abbandonarono Cirno dirigendosi verso Reggio.
|[continua]|


|[LIBRO I, 4]|

I Cartaginesi e i Tirreni si spartirono gli uomini delle navi affondate:
gli abitanti di Agilla, ai quali tocc il gruppo pi numeroso, li condussero
fuori citt e li lapidarono. Pi tardi ad Agilla ogni essere che passava
accanto al luogo in cui giacevano i Focei lapidati diventava deforme, storpio
o paralitico, fossero pecore o bestie da soma o uomini, senza distinzione.
Allora gli Agillei, desiderosi di rimediare alla propria colpa, si rivolsero
all'oracolo di Delfi. E la Pizia impose loro un obbligo che adempiono ancora
oggi: infatti offrono imponenti sacrifici e bandiscono giochi ginnici ed
equestri in onore dei morti. Ed ecco cosa tocc a questi Focei; quelli invece
fuggiti verso Reggio, muovendo di l si impadronirono di una citt nella terra
di Enotria, citt oggi chiamata Iela; essi la colonizzarono dopo aver appreso
da un uomo di Posidonia che la Pizia ordinando loro di edificare a Cirno non
intendeva riferirsi all'isola, bens all'eroe. Cos dunque andarono le cose
riguardo la citt ionica di Focea.
Vicende molto simili toccarono anche agli abitanti di Teo. Infatti,
quando Arpago espugn le mura di Teo col sistema del terrapieno, si
imbarcarono tutti sulle loro navi e si allontanarono facendo rotta verso la
Tracia; qui colonizzarono la citt di Abdera. Prima di loro Abdera era stata
colonizzata da Timesio di Clazomene, ma senza trarne vantaggi perch i Traci
lo avevano cacciato: ora  onorato come eroe dai cittadini di Teo stanziatisi
ad Abdera.
Focei e Tei furono i soli fra gli Ioni ad abbandonare la loro patria non
potendo tollerare la schiavit; gli altri Ioni, eccetto gli abitanti di
Mileto, combatterono contro Arpago, come gli Ioni poi emigrati, e dimostrarono
il loro valore battendosi ciascuno per la propria patria; ma, sconfitti e
catturati, restarono ciascuno nel proprio paese obbedendo agli ordini che
ricevevano. Invece i Milesi, come ho gi ricordato, avevano stretto un patto
giurato con Ciro e vissero in pace. Cos, per la seconda volta, la Ionia fu
asservita. Non appena Arpago si fu impadronito della Ionia continentale, gli
Ioni delle isole, terrorizzati da quegli avvenimenti, si consegnarono nelle
mani di Ciro.
Nonostante le loro avversit gli Ioni si radunavano ugualmente al
Panionio e io so che una volta Biante di Priene espose a tutti un
vantaggiosissimo progetto, che avrebbe consentito loro, se lo avessero
seguito, di raggiungere il pi alto grado di benessere fra i Greci: li
esortava a salpare, tutti uniti in un'unica flotta, via dalla Ionia, a
raggiungere la Sardegna e a fondarvi un'unica citt di tutti gli Ioni; in
questo modo, liberati dalla schiavit, avrebbero vissuto felicemente,
insediati nella pi grande di tutte le isole e dominando su altre popolazioni.
Invece, se fossero rimasti nella Ionia, non vedeva pi - diceva - speranza di
libert. Questa fu l'idea di Biante di Priene anche se esposta agli Ioni ormai
dopo la loro disfatta. Ma prima della disfatta, sarebbe risultata utile anche
l'idea di Talete di Mileto, la cui famiglia era di antica origine fenicia:
aveva suggerito di istituire un Consiglio della Ionia, di dargli sede a Teo
(visto che Teo si trova nel centro della Ionia), e che le altre citt, pur
restando abitate, venissero considerate alla stregua di demi.
Tali progetti Biante e Talete esposero agli Ioni. Arpago dopo aver
sottomesso la Ionia comp una spedizione contro la Caria, la Caunia e la
Licia, conducendo con s anche Ioni ed Eoli. Di questi popoli i Cari erano
giunti in continente provenienti dalle isole: anticamente erano stati sudditi
di Minosse e col nome di Lelegi avevano abitato le isole: non erano costretti
a pagare alcun tributo, per quanto indietro nel tempo io possa risalire con le
mie informazioni; per, ogni volta che Minosse lo richiedeva, gli fornivano
gli equipaggi per le navi. E dal momento che Minosse aveva sottomesso una
regione assai ampia e aveva fortuna in guerra, il popolo dei Cari era quello
tenuto, allora, in maggior prestigio fra tutti. Ai Cari vanno attribuite tre
invenzioni di cui poi si servirono i Greci: per primi insegnarono a fissare
dei pennacchi sugli elmi, scolpirono figure sui loro scudi e applicarono
all'interno di questi delle imbracciature. Fino ad allora i soldati che
abitualmente si armavano di scudo lo reggevano senza imbracciature, muovendolo
per mezzo di cinghie di cuoio portate intorno al collo e alla spalla sinistra.
In seguito, molto tempo dopo, i Cari furono scacciati dalle isole ad opera dei
Dori e degli Ioni e cos giunsero nel continente. Questo  quanto dei Cari
raccontano i Cretesi; ma dal canto loro i Cari non sono d'accordo in
proposito: essi ritengono di essere originari del continente e di avere avuto
sempre il medesimo nome di adesso. Esibiscono come prova l'antico tempio di
Zeus Cario a Milasa che appartiene anche ai Misi e ai Lidi, in quanto parenti
dei Cari; perch Lido e Miso, dicono, erano fratelli di Caro. Misi e Lidi
accedono a questo santuario mentre tutte le popolazioni d'altra origine
etnica, pur avendo adottato la lingua dei Cari, ne sono escluse.
A me pare che autoctone siano le popolazioni della Caunia, le quali
invece sostengono di provenire da Creta. I Cauni assunsero la lingua dei Cari
(o i Cari quella dei Cauni, non saprei dirlo con esattezza), ma le loro usanze
sono assai diverse da quelle degli altri popoli, Cari compresi. Il loro
massimo divertimento consiste nell'andare a bere in compagnia: lo fanno a
gruppi secondo l'et e l'amicizia, uomini, donne, bambini. Poich avevano
edificato santuari di divinit straniere, pi tardi, quando cambiarono parere
e decisero di venerare soltanto gli dei dei loro padri, tutti i Cauni adulti
si armarono e si diressero in corteo sino ai confini di Calinda, percuotendo
l'aria con le lance e dicendo che stavano scacciando gli dei stranieri.
Queste sono le loro usanze; quanto ai Lici, essi sono nativi di Creta;
anticamente l'intera isola di Creta era occupata da popolazioni barbare. A
Creta scoppi una contesa per il regno fra Sarpedonte e Minosse, figli di
Europa; qundo riusc a prevalere nella lotta per il potere Minosse scacci
Sarpedonte e i suoi partigiani. Allontanati dal loro paese essi giunsero in
Asia nella regione Miliade: infatti la regione ora abitata dai Lici
anticamente era la Miliade, e i suoi abitanti a quell'epoca si chiamavano
Solimi. Fino a quando Sarpedonte fu il loro re essi conservarono l'antico nome
di Termili, col quale tuttora i Lici vengono chiamati dalle popolazioni
confinanti. Ma quando da Atene giunse fra i Termili, presso Sarpedonte, Lico
figlio di Pandione, scacciato anche lui dal fratello Egeo, col tempo, dal nome
di Lico, essi furono detti Lici. Hanno usanze in parte cretesi in parte carie;
ce n' una sola tipicamente loro e che non ha assolutamente uguali presso
altri popoli: derivano il nome dalla madre e non dal padre: quando uno chiede
a un altro come si chiami, quello si qualifica col matronimico e precisa la
sua genealogia secondo la linea materna. E se una donna con piena cittadinanza
s'unisce a uno schiavo, i suoi figli sono considerati di alto lignaggio. Se
invece  un uomo ad avere una moglie straniera o una concubina, fosse pure il
pi illustre dei cittadini, i suoi figli non godono del minimo diritto.
I Cari furono asserviti da Arpago senza aver compiuto alcuna impresa
significativa, n i Cari, dico, n tutti quei Greci che abitano nel loro
paese. In effetti anche altre popolazioni vi sono insediate, per esempio i
coloni spartani di Cnido: il loro paese, che si chiama Triopio, si protende
tutto sul mare a partire dal Chersoneso Bibassio: l'intero territorio, eccetto
una piccola parte,  circondato dalle acque ed  compreso tra il golfo
Ceramico a nord e il mare di Sime e di Rodi a sud: in quel tratto, che misura
in larghezza circa cinque stadi, i cittadini di Cnido volevano scavare un
canale al tempo in cui Arpago sottometteva la Ionia; l'intenzione era di
trasformare in isola il loro paese, tutto compreso al di qua dell'istmo:
infatti l'istmo che volevano tagliare segna proprio la linea di confine tra la
Cnidia e il continente. Gli Cnidi lavoravano con grande impiego di braccia, ma
visto che rompendo la roccia gli operai si ferivano pi del normale (e quindi
forse per opera di un dio) in tutte le parti del corpo e specialmente agli
occhi, inviarono degli incaricati a Delfi per chiedere cosa li avversava. E la
Pizia, come essi raccontano, vaticin come segue in trimetri giambici:
Non fortificate l'istmo e non scavate un canale.
Zeus avrebbe fatto un'isola se l'avesse voluto.
Considerato il responso della Pizia, gli Cnidi interruppero lo scavo e
senza colpo ferire si consegnarono nelle mani di Arpago, che stava avanzando
in forze contro di loro.
Sopra Alicarnasso, nell'interno, abitavano i Pedasei, alla cui
sacerdotessa di Atena cresce una lunghissima barba ogni volta che a loro o ai
loro confinanti sta per accadere qualcosa di spiacevole: tre volte questo
fenomeno si  gi verificato. Unici in tutto il territorio della Caria essi si
opposero ad Arpago per qualche tempo e lo misero in grave difficolt
fortificando il monte chiamato Lide.
Col tempo i Pedasei furono spazzati via. I Lici, quando Arpago spinse il
suo esercito nella pianura di Xanto, gli uscirono incontro e pur combattendo
in netta inferiorit numerica compirono prodigi di valore; sconfitti, si
asserragliarono nella loro citt, radunarono sull'acropoli le mogli, i figli,
i loro beni, i servi e vi appiccarono il fuoco perch bruciasse tutta. Dopo di
che si vincolarono con un giuramento terribile, e uscirono dalla citt
lanciandosi contro i nemici: gli Xanti morirono tutti con le armi in pugno. La
maggior parte degli attuali abitanti di Xanto che ora sostengono di essere
Lici sono in realt forestieri, tranne ottanta famiglie; queste ottanta
famiglie in quella circostanza erano casualmente lontane dalla citt e
poterono salvarsi. Fu cos che Arpago occup Xanto; e in maniera molto simile
occup anche Cauno, visto che anche i Cauni seguirono per lo pi l'esempio dei
Lici.
Le regioni costiere dell'Asia le mise a ferro e fuoco Arpago; le regioni
pi interne invece fu Ciro in persona a devastarle, sottomettendo ogni
popolazione, nessuna esclusa. Noi ne trascureremo la maggior parte per
ricordare soltanto quelle che gli diedero pi filo da torcere e che sono le
pi degne di memoria.
Ciro, una volta impadronitosi di tutto il continente, si rivolse contro
gli Assiri. Nell'Assiria ci sono certamente molte grandi citt, ma la pi
rinomata e insieme la pi potente, quella dove era stata stabilita la reggia
dopo la caduta di Ninive, era Babilonia; Babilonia  cos fatta: giace in una
grande pianura e ha forma quadrangolare e ogni lato  lungo 120 stadi cosicch
il perimetro della citt misura in tutto 480 stadi. E se tale  gi
l'estensione di Babilonia, la sua bella struttura, poi, non ha rivali tra le
altre citt a noi note. Tanto per cominciare la circonda un fossato largo e
profondo, colmo d'acqua, e il muro di cinta, poi,  spesso cinquanta cubiti
reali e alto duecento. Il cubito reale  tre dita pi lungo del cubito
ordinario.
A tutto ci bisogna poi aggiungere quale uso fu fatto della terra scavata
dal fossato e in che modo fu realizzato il muro. Con la terra estratta dallo
scavo fabbricarono mattoni, che, appena furono in numero sufficiente, fecero
cuocere nelle fornaci; usando bitume caldo come malta e inserendo dei graticci
di canne ogni trenta file di mattoni costruirono prima gli argini del fossato
e poi il muro stesso, con la medesima tecnica. Sulla sommit del muro, lungo
gli spalti, alzarono costruzioni a un solo piano, rivolte l'una verso l'altra;
fra di esse lasciarono uno spazio sufficiente al passaggio di un carro
trainato da quattro cavalli. Nel giro del muro sono inserite cento porte,
interamente di bronzo, stipiti e architravi compresi. A otto giorni di viaggio
da Babilonia c' un'altra citt, chiamata Is e attraversata da un fiume non
grande, esso pure chiamato Is, e affluente dell'Eufrate. L'Is insieme con le
acque trascina dei grumi di bitume; da l fu portato a Babilonia il bitume per
le mura.
E cos fu fortificata Babilonia. La citt  divisa in due settori
separati da un fiume, l'Eufrate; l'Eufrate discende dai monti Armeni, ampio,
profondo, rapido e va poi a sfociare nel mare Eritreo. Dalle due parti i
bracci del muro si spingono fino al fiume: a questa altezza si piegano a
gomito e procedono lungo la corrente formando su entrambe le rive dell'Eufrate
argini di mattoni cotti. La citt in s, ricca di case a tre o quattro piani,
 attraversata da strade rettilinee, tutte, comprese le trasversali che
portano al fiume; all'altezza di ciascuna strada nell'argine che costeggia il
fiume aprirono delle porticine, in numero pari alle viuzze. Anche queste porte
erano di bronzo e immettevano direttamente sul fiume.
Questo muro  una specie di corazza: al suo interno se ne trova un
secondo, poco meno robusto del precedente, ma alquanto pi stretto. Al centro
dei due settori della citt furono eretti due edifici fortificati: da una
parte la reggia munita di un ampio e robusto muro di cinta, dall'altra il
santuario di Zeus Belo con le porte di bronzo, di forma quadrata con ogni lato
pari a due stadi, esistente ancora ai miei tempi. Al centro del santuario si
trova una solida torre, lunga e larga uno stadio: sulla prima torre ne  stata
alzata una seconda, sulla seconda una terza e cos via fino a un totale di
otto torri; per accedere alle torri  stata costruita una scala a chiocciola
che corre tutto intorno all'esterno dell'edificio. A met della scala c' un
pianerottolo con dei sedili per riposarsi, sui quali quanti salgono possono
sedersi a riprendere fiato. Sopra l'ultima torre si trova un grande tempio; al
suo interno  collocato un ampio letto ben fornito di cuscini con accanto una
tavola d'oro. Dentro non c' assolutamente alcuna statua; e nessun essere
umano vi passa la notte se non una sola donna babilonese che il dio abbia
scelto fra tutte, come dicono i Caldei, cio i sacerdoti di questa divinit.
Sempre costoro aggiungono, ma io non ci credo, che il dio in persona
viene nel tempio a riposarsi su quel letto; tutto accadrebbe esattamente come
a Tebe d'Egitto, secondo quanto asseriscono gli Egiziani (anche l infatti una
donna dorme nel tempio di Zeus Tebano; e anche di costei come della donna
babilonese si dice che non ha rapporti con alcun uomo) e cos farebbe pure la
profetessa del dio a Patara in Licia, quando c': l l'oracolo non  sempre
attivo, ma quando c' allora di notte la sacerdotessa viene chiusa col dio nel
tempio.
Nel grande santuario di Babilonia, in basso, si trova un altro tempio, in
cui sono collocate una grande statua di Zeus assiso, in oro, e accanto una
grande tavola d'oro; e d'oro sono altres il basamento e il trono. A sentire i
Caldei per la loro fabbricazione sarebbero stati impiegati 800 talenti d'oro.
All'esterno di questo tempio c' un altare d'oro: e c' anche un secondo
altare, grande, sul quale vengono offerte in sacrificio le vittime adulte:
infatti sull'altare d'oro  consentito sacrificare esclusivamente animali da
latte; sempre sull'altare pi grande i Caldei bruciano ogni anno mille talenti
d'incenso, quando celebrano la festa del dio. Nell'area del santuario a
quell'epoca si trovava anche una statua d'oro massiccio alta dodici cubiti; io
personalmente non l'ho vista, riferisco quanto affermano i Caldei. Dario
figlio di Istaspe che pure l'avrebbe voluta, non si sent di portarsi via
questa statua: fu suo figlio Serse ad asportarla, arrivando a uccidere il
sacerdote che cercava di proibirgliene la rimozione. E questo  l'arredamento
del santuario; dentro poi vi sono anche molte offerte di privati.
Molti, credo, furono i sovrani di Babilonia (e di essi far menzione nei
miei Racconti Assiri) che attesero alla edificazione delle mura e del
santuario, e fra essi anche due donne; una si chiamava Semiramide e visse
cinque generazioni prima della successiva: costei fece erigere nella pianura
argini che meritano di essere visti; prima regolarmente il fiume allagava le
campagne.
La seconda delle due regine si chiamava Nitocri: dotata di maggior
lungimiranza della sovrana che l'aveva preceduta sul trono, lasci s i
monumenti che descriver pi avanti, ma in pi, vedendo la potenza dei Medi
ormai grande e inquieta, forte delle citt gi annesse, tra cui anche Ninive,
prendeva contro di loro tutte le precauzioni in suo potere. Cominci
occupandosi dell'Eufrate, il fiume che attraversa Babilonia; aveva andamento
rettilineo, ma lei, facendo scavare dei canali lungo tutto il suo corso, lo
rese tanto tortuoso che ora esso tocca addirittura tre volte un villaggio
dell'Assiria. Questo villaggio si chiama Ardericca: quanti viaggiano dal
nostro mare verso Babilonia discendendo l'Eufrate, costeggiano Ardericca per
ben tre volte nell'arco di tre giorni. Nitocri dunque attu quest'opera
grandiosa; inoltre fece costruire su entrambe le sponde del fiume degli argini
che lasciano stupefatti tanto sono spessi e alti. Abbastanza a monte di
Babilonia, poi, fece scavare l'invaso per un lago, non molto discosto dal
fiume, scendendo in profondit fino a trovare l'acqua e ampliandolo in
estensione per un perimetro di 420 stadi; utilizz il materiale estratto dallo
scavo ammucchiandolo lungo le rive del fiume. Quando il bacino fu pronto vi
costru intorno un parapetto con pietre precedentemente trasportate sul luogo.
Realizz tutto questo, la tortuosa canalizzazione del fiume e la
trasformazione dell'invaso in palude, affinch il fiume, deviato in molti
meandri, scorresse pi lentamente, la navigazione verso Babilonia risultasse
tortuosa e una volta finita la navigazione si dovesse ancora percorrere il
lungo perimetro della palude. Esegu tali lavori nella parte del paese dove
c'erano le vie d'accesso e le strade pi brevi provenienti dalla Media, per
impedire ai Medi di fre
quentare Babilonia e di ottenere informazioni sulla sua situazione.
Con le opere di scavo realizz queste costruzioni; e ne ricav un
vantaggio ulteriore. Dal momento che la citt  divisa in due settori separati
dal fiume, all'epoca dei re precedenti chi voleva recarsi da un settore
all'altro della citt era costretto ad attraversare il fiume con una
imbarcazione, una cosa, mi pare, assai fastidiosa. Nitocri vi pose rimedio e
approfittando dello scavo per il bacino pot trasmettere ai posteri un altro
grande ricordo del proprio operato: fece tagliare immense lastre di pietra che
furono pronte quando anche il bacino era stato ultimato; allora devi l'intera
corrente del fiume nell'invaso preparato, e mentre questo si riempiva e quindi
l'antico letto si prosciugava, rivest di mattoni cotti, con la stessa tecnica
usata per le mura, le sponde del fiume all'interno della citt e il fondo
delle strade che dalle porticine conducono al fiume; poi quasi esattamente nel
centro della citt con le pietre di riporto dello scavo costru un ponte,
legando le pietre con barre di ferro e di piombo. Di giorno vi faceva stendere
sopra una passerella di tronchi di legno squadrati, su cui i Babilonesi
transitavano; di notte la passerella veniva tolta, perch non andassero in
giro a derubarsi da una parte all'altra. Quando l'invaso colmato dalle acque
del fiume era ormai diventato uno stagno e i lavori intorno al ponte erano
terminati, ricondusse l'Eufrate dalla palude nel suo antico alveo; in questo
modo lo scavo, divenuto palude, apparve in tutta la sua utilit e intanto i
cittadini ebbero un ponte.
Questa stessa regina escogit anche un bell'inganno: ordin che si
allestisse la sua tomba a mezz'aria, cio sopra la porta pi frequentata della
citt; e su di essa fece incidere una iscrizione che diceva: Se uno dei re di
Babilonia miei successori, si trover a corto di denaro, apra la tomba e
prenda tutte le ricchezze che vuole: la apra soltanto se ha davvero bisogno di
denaro, e per nessuna altra ragione, o non ne avr alcun vantaggio. Questa
tomba rimase intatta finch il regno non venne nelle mani di Dario; a Dario
sembrava assurdo non potersi servire di quella porta e non toccare le
ricchezze ivi giacenti quando persino l'iscrizione invitava a prenderle. Non
si serviva della porta perch se l'avesse attraversata si sarebbe trovato il
cadavere sopra la testa. Dario fece aprire la tomba ma ricchezze non ne trov,
solo il cadavere e una scritta che diceva: se tu non fossi insaziabile di
denaro e ignobilmente avido, non violeresti le tombe dei defunti. Ecco, come
si narra, che genere di donna fu questa regina.
Ciro combatt contro il figlio di Nitocri, che portava lo stesso nome di
suo padre, Labineto, e regnava sull'Assiria. Il grande re persiano comp la
sua spedizione militare ben fornito di vettovaglie e di bestiame persiano; tra
l'altro aveva con s persino acqua del Coaspe, il fiume che scorre vicino a
Susa: un re persiano beve solo acqua di questo fiume e di nessun altro. Perci
molti carri a quattro ruote trainati da mule seguono sempre il re, dovunque
vada, carichi di acqua bollita del Coaspe contenuta in recipienti d'argento.
Ciro nella sua marcia verso Babilonia giunse a un certo momento al fiume
Ginde. Il Ginde ha le sue sorgenti sui monti dei Matieni, attraversa il paese
dei Dardani e poi va ad affluire in un altro fiume, il Tigri, il quale a sua
volta scorre presso la citt di Opis e sfocia nel Mare Eritreo. Dunque, mentre
Ciro tentava di attraversare il Ginde, che  navigabile, uno dei suoi sacri
cavalli bianchi  entr impetuosamente nel fiume tentando di guadarlo, ma la
corrente lo travolse sott'acqua e lo trascin via. Ciro si infuri nei
confronti del fiume, autore di un simile oltraggio, lo minacci di renderlo
tanto debole che in seguito anche le donne avrebbero potuto guadarlo
facilmente, senza bagnarsi neppure le ginocchia. Pronunciata la minaccia
trascur la spedizione contro Babilonia e divise il suo esercito in due parti:
su ciascun lato del Ginde disegn con delle corde tese in linea retta il
tracciato di 180 canali rivolti in ogni direzione, distribu i suoi uomini
sulle due rive del fiume e ordin di cominciare lo scavo. Poich la manodopera
era assai numerosa l'impresa fu condotta a termine, tuttavia passarono
l'estate intera a scavare in quella zona.
Consumata la sua vendetta disperdendo il corso del Ginde in 360 canali,
Ciro al sorgere della primavera successiva si spinse contro Babilonia. I
Babilonesi lo attesero schierati fuori della citt; quando nella sua marcia fu
vicino a Babilonia, lo assalirono, ma poi, sconfitti nella battaglia,
ripiegarono dentro la rocca. Poich da tempo sapevano che Ciro non era tipo da
starsene tranquillo e anzi lo vedevano aggredire senza distinzioni qualunque
popolo, si erano premuniti raccogliendo viveri per molti anni. Cos non si
preoccupavano minimamente dell'assedio, mentre Ciro era in grave difficolt:
il tempo passava senza che la situazione registrasse per lui alcun progresso.
Infine, vuoi che qualcuno lo avesse consigliato in tal senso, vedendolo
in difficolt, vuoi che lui stesso si fosse reso conto del da farsi, prese una
decisione: schier il suo esercito all'imboccatura del fiume, cio nel punto
in cui esso entra in Babilonia e dispose altri uomini al capo opposto della
citt, dove il fiume esce dal centro abitato e ordin ai soldati di attendere
che la corrente fosse divenuta guadabile e poi di entrare in citt per quella
via. Dopo aver schierato le sue truppe e impartiti i relativi ordini, condusse
via con s gli uomini meno adatti al combattimento. Giunse fino al bacino
artificiale e l ripet l'operazione compiuta a suo tempo dalla regina Nitocri
per il fiume e lo stagno: per mezzo di un canale devi il fiume nella palude;
in tal modo al ritirarsi delle acque il letto del fiume divenne percorribile.
Quando ci accadde i Persiani che erano stati opportunamente schierati lungo
il corso dell'Eufrate poterono penetrare in citt per questa via: il livello
del fiume si era abbassato al punto che l'acqua arrivava appena a met coscia.
Se i Babilonesi avessero avuto notizia delle manovre di Ciro o se ne fossero
accorti, avrebbero consentito ai Persiani di penetrare in citt per poi
massacrarli; infatti, sbarrando tutte le porte che danno sul fiume e salendo
sugli spalti che corrono lungo le rive, li avrebbero presi come in una nassa.
E invece i Persiani piombarono loro addosso all'improvviso. A causa
dell'estensione di Babilonia, come raccontano i suoi stessi abitanti, quando
gi i quartieri periferici della citt erano stati espugnati, ancora i
Babilonesi residenti nel centro non se ne erano accorti; e anzi, dato che per
combinazione era un giorno di festa, in quel momento erano dediti a danze e
divertimenti; fino a quando, naturalmente, non si resero conto esattamente
della situazione. In tal modo Babilonia fu espugnata, allora, per la prima
volta.
Mostrer con molti argomenti quanto siano immense le risorse della
Babilonia e gi con una semplice considerazione. Il grande re ha suddiviso
l'intero territorio del suo dominio in varie zone che provvedono a turno,
indipendentemente dai tributi annuali, al mantenimento suo e del suo esercito.
Ebbene, per quattro mesi, sui dodici che compongono un anno,  la Babilonia a
provvedere, per gli altri otto tutto il resto dell'Asia; ci vuol dire che
l'Assiria assomma la terza parte delle risorse dell'Asia intera. E il
governatorato di questa regione, o satrapia, come lo chiamano i Persiani, 
fra tutti di gran lunga il pi potente; tanto  vero che a Tritantecme figlio
di Artabazo, che aveva ricevuto dal re questo territorio, affluiva una rendita
quotidiana di una artaba di argento (l'artaba  l'unit di misura persiana,
corrispondente a un medimno e tre chenici attici); e possedeva privatamente,
senza tener conto dei cavalli da guerra, 800 stalloni e 16.000 femmine per la
riproduzione, poich ogni stallone montava venti cavalle. Inoltre allevava un
tale numero di cani d'India che quattro grandi villaggi della pianura erano
incaricati del loro mantenimento, e non pagavano altro tributo che questo.
Tale era l'appannaggio del governatore di Babilonia.
Per la terra degli Assiri riceve poca pioggia, appena sufficiente a far
spuntare la radice del frumento;  poi grazie alla irrigazione che le messi
crescono e il grano giunge a maturazione, non per come avviene in Egitto,
dove il fiume stesso straripa nelle campagne, bens grazie al lavoro manuale e
all'uso di mazzacavalli. In effetti la Babilonia, come l'Egitto,  interamente
attraversata da canali, il pi grande dei quali, navigabile, si sviluppa in
direzione sud-est a partire dall'Eufrate immettendosi nell'altro fiume, il
Tigri; lungo il Tigri sorgeva la citt di Ninive. Fra tutte le regioni a
nostra conoscenza questa  certamente la pi indicata per la produzione del
frutto di Demetra, tanto  vero che non si tenta nemmeno di far crescere altri
tipi di piante, n fichi, n viti, n olivi;  talmente adatta alla coltura
dei cereali che in media frutta 200 se si semina 1 e quando rende al massimo
delle proprie possibilit frutta persino 300. In quella terra le foglie del
grano e dell'orzo raggiungono tranquillamente una larghezza di quattro dita.
Quanto all'altezza raggiunta dalle piante del miglio e del sesamo, anche se la
conosco eviter di segnalarla: so bene che a chi non  mai stato nella
Babilonia sembrano del tutto incredibili anche i dati che ho esposto sui
cereali. Non usano olio di oliva ma estraggono olio dal sesamo. In tutta la
pianura crescono spontaneamente le palme, quasi tutte fruttifere; da esse
ricavano cibi solidi, vino e miele; curano queste palme come si fa con i
fichi, in particolare quelle che i Greci chiamarebbero maschio: ne legano i
frutti intorno alle palme da datteri affinch lo pseno penetrando nei datteri
li porti a maturazione e il frutto della palma non vada perduto; infatti le
palme maschio portano nei loro datteri lo pseno esattamente come i fichi
selvatici.
Ma ora parler di quella che a mio parere costituisce la meraviglia pi
grande di Babilonia, dopo la citt naturalmente: possiedono imbarcazioni, di
forma circolare e interamente di cuoio, che arrivano fino a Babilonia
scendendo lungo la corrente del fiume. Nella regione d'Armenia, a nord
dell'Assiria, essi fabbricano lo scafo con vimini tagliati opportunamente e vi
distendono intorno delle pelli per ricoprirle, come un impiantito; non
differenziano la poppa e non modellano una prua pi stretta: le fanno invece
rotonde come uno scudo; poi ricoprono di canne tutta l'imbarcazione, la
riempiono di mercanzie e lasciano che sia il fiume a portarla; per lo pi
imbarcano recipienti fenici colmi di vino. Con due pertiche due uomini in
piedi ne governano la direzione: mentre uno tira verso di s la pertica
l'altro la spinge in fuori. Imbarcazioni di questo tipo ne costruiscono di
molto grandi e di piccole: le pi grandi hanno una stazza di 5000 talenti. Su
ogni battello viaggia un asino vivo, sulle barche pi grandi ve n' pi d'uno;
una volta arrivati a Babilonia scendendo lungo la corrente e, smerciato il
carico, vendono lo scafo e tutte le canne al miglior offerente; le pelli
invece le caricano sull'asino e se ne ritornano in Armenia. Infatti in nessun
modo  possibile risalire il fiume in battello per via della corrente troppo
forte; e questo  anche il motivo per cui non costruiscono imbarcazioni di
legno bens di pelli. Quando con i loro asini sono nuovamente tornati in
Armenia si costruiscono altre imbarcazioni nella stessa maniera.
Tali sono i loro mezzi per la navigazione fluviale. Come indumenti
adoperano una tunica di lino lunga fino ai piedi sulla quale indossano
un'altra tunica di lana e una mantellina bianca, gettata intorno alle spalle.
Ai piedi portano calzature locali simili ai sandali che si usano in Beozia.
Portano capelli lunghi e se li legano con nastri; si profumano tutto il corpo.
Ciascuno di loro ha un anello con sigillo e un bastone lavorato a mano; il
pomo di ciascun bastone  scolpito in forma di mela, di rosa, di giglio, di
aquila o d'altro; non  loro abitudine portare un bastone senza un
contrassegno. Questo per quanto riguarda l'abbigliamento. Veniamo adesso alle
loro leggi.
Ecco secondo me la pi saggia (in uso, a quanto apprendo, anche fra i
Veneti di Illiria). Una volta all'anno, in ogni villaggio si faceva cos:
conducevano in un unico luogo, allo scopo di riunirle tutte, le ragazze che si
trovassero in et da marito e intorno ad esse si radunava una folla di uomini.
Poi un araldo le faceva alzare in piedi, una per una, e le vendeva: cominciava
dalla pi bella, poi, quando questa aveva trovato un generoso compratore,
metteva all'asta la seconda per bellezza. La vendita si faceva a scopo
matrimoniale. I Babilonesi benestanti in et da prendere moglie superandosi a
vicenda con le offerte si acquistavano le pi graziose; invece gli aspiranti
mariti del popolo, che non badavano all'estetica, si prendevano le ragazze pi
brutte e una somma di denaro. Infatti quando il banditore aveva terminato di
vendere le pi belle, faceva alzare la pi brutta oppure una storpia, se
c'era, e la offriva a chi accettasse di sposarla con il compenso pi basso;
finch la ragazza veniva aggiudicata a chi s'accontentava della somma minore.
Il denaro derivava dalla vendita delle ragazze avvenenti: in questo modo erano
le belle ad accasare le brutte e le menomate. Nessuno aveva il diritto di dare
la propria figlia in moglie a chi volesse lui e senza garanzie non era
possibile portarsi via la ragazza comprata; l'acquirente doveva prima fornire
garanzie che avrebbe sposato effettivamente la ragazza, poi poteva condurla
con s; se poi non andavano d'accordo, il denaro doveva per legge essere
restituito. Chiunque volesse partecipare all'asta poteva farlo, anche venendo
da un altro villaggio. Questa era dunque la loro tradizione pi bella; ora
per non  pi in vigore e hanno studiato un nuovo sistema [per non
danneggiare le loro donne e per impedire che vengano condotte in un altro
paese]. Da quando la conquista di Babilonia ha ridotto male e rovinato i suoi
abitanti, tutti i popolani, che non hanno di che vivere, prostituiscono le
figlie.
Ed ecco l'usanza in vigore presso di loro seconda per saggezza: non
avendo medici portano sulla pubblica piazza i loro infermi. Chi si avvicina al
malato esprime un parere sulla sua malattia, se per caso ha avuto gli stessi
sintomi o se ha saputo di qualcuno che li abbia avuti. Dunque si accostano per
dar consigli e ciascuno esorta a fare ci che lui stesso ha fatto o visto fare
a un altro per guarire da una analoga affezione. Non  consentito passare
oltre in silenzio senza chiedere all'infermo di quale malattia soffra.
Seppelliscono i morti nel miele; i lamenti funebri sono assai simili a
quelli in uso in Egitto. Ogni volta che un Babilonese ha fatto l'amore con la
propria moglie, brucia delle sostanze aromatiche e si siede accanto al fumo;
la stessa cosa, separatamente, fa anche la donna. All'alba entrambi provvedono
a lavarsi e non toccano nessun vaso se prima non si sono lavati. Identica cosa
fanno anche gli Arabi.
Ed ecco la peggiore delle usanze babilonesi. Ogni donna di quel paese
deve sedere nel tempio di Afrodite una volta nella sua vita e fare l'amore con
uno straniero. Molte, sentendosi superiori per la loro ricchezza, sdegnano di
mescolarsi con le altre e si fanno trasportare sopra un carro coperto fino al
tempio e l si fermano, con un gran seguito di servit. La maggior parte
invece si comporta come segue: nel recinto sacro di Afrodite siedono in molte
con una corona di corda intorno alla testa, alcune arrivano, altre se ne
vanno; con delle funi tese fra le donne si ottengono dei corridoi rivolti in
tutte le direzioni: gli stranieri passano attraverso di essi e fanno la loro
scelta. Una donna che si sia l seduta non se ne torna a casa se prima uno
straniero qualsiasi non le ha gettato in grembo del denaro e non ha fatto
l'amore con lei all'interno del tempio; gettando il denaro deve pronunciare
una formula: Invoco la dea Militta. Con il nome di Militta gli Assiri chiamano
Afrodite. L'ammontare pecuniario  quello che  e non sar rifiutato: non 
lecito perch tale denaro diventa sacro. La donna segue il primo che glielo
getti e non respinge nessuno. Dopo aver fatto l'amore, e aver soddisfatto cos
la dea, fa ritorno a casa e da questo momento non le si potr offrire tanto da
poterla possedere. Le donne avvenenti e di alta statura se ne vanno
rapidamente, ma quelle brutte rimangono l molto tempo senza poter adempiere
l'usanza; e alcune rimangono ad aspettare persino per tre o quattro anni. Una
usanza assai simile esiste anche in qualche parte dell'isola di Cipro.
E questi sono i costumi dei Babilonesi. Fra loro vi sono tre trib che si
nutrono esclusivamente di pesce, opportunamente seccato al sole dopo la pesca,
preparandolo cos: lo gettano in un mortaio, lo sminuzzano con il pestello e
lo passano al setaccio; poi lo mangiano preparandolo come pastone o cuocendolo
al forno, come fosse pane, secondo i gusti.
Quando Ciro ebbe sottomesso anche questo popolo, fu preso dal desiderio
di ridurre in suo potere i Massageti. I Massageti hanno fama di essere un
popolo grande e valoroso: le loro sedi si trovano a est, dove sorge il sole,
al di l del fiume Arasse, di fronte agli Issedoni; c' chi sostiene che
questo popolo sia di razza scita.
Quanto all'Arasse ora lo si dice pi grande ora pi piccolo dell'Istro.
Si racconta anche che in mezzo al fiume ci sono numerose isole estese quasi
quanto Lesbo: su di esse vivrebbero uomini che d'estate si cibano di radici di
ogni tipo estraendole dalla terra e d'inverno di frutti staccati dagli alberi
e messi in serbo nel periodo della maturazione; e pare che essi abbiano
trovato altre piante il cui frutto possiede strane propriet: quando si
riuniscono in gruppi in uno stesso luogo e accendono i fal, vi siedono
attorno e gettano nel fuoco questi frutti, aspirando i vapori che se ne
sprigionano; con tali effluvi si ubriacano esattamente come i Greci con il
vino: e pi frutti gettano nel fuoco pi si inebriano, fino al punto di
alzarsi per danzare e di mettersi a cantare. Tale sarebbe, a quanto si
racconta, il loro modo di vivere. Il fiume Arasse scorre dal paese dei
Matieni, come pure il Ginde (quello disperso da Ciro in 360 canali), e riversa
poi le sue acque in quaranta ramificazioni, le quali tutte, tranne una,
sfociano in stagni e paludi; qui vivono, a quanto si dice, uomini che si
cibano di pesci crudi e che si vestono normalmente con pelli di foca. L'unico
ramo dell'Arasse a scorrere libero e aperto sfocia nel Mar Caspio.
Il Caspio  un mare a s senza alcuna comunicazione con l"altro mare';
effettivamente le acque percorse dalle navi greche, quelle situate al di l
delle colonne d'Ercole, dette Atlantico, e il Mare Eritreo, formano un unico
mare. Le acque del Caspio formano un secondo mare a parte, lungo quindici
giorni di navigazione a remi e largo otto, nel tratto di maggiore larghezza.
Sulla riva occidentale si stende il Caucaso, il complesso montuoso pi vasto e
pi elevato del mondo. Nella zona del Caucaso abitano numerose popolazioni di
tutte le razze, che vivono per lo pi di frutti selvatici. Da quelle parti, si
dice, esisterebbero piante dalle cui foglie triturate e mescolate con acqua
ottengono una tintura per disegnare figure sulle loro vesti; e queste figure
non sbiadiscono affatto, si consumano con il resto della stoffa come se vi
fossero state intessute fin dall'origine. Pare che fra queste genti gli
accoppiamenti avvengano davanti a tutti come fra gli animali.
Dicevamo che il Caucaso delimita la parte occidentale del mare Caspio;
invece procedendo verso est, verso il sorgere del sole, si estende una pianura
immensa, a perdita d'occhio; una parte non piccola di questa sconfinata
pianura  abitata dai Massageti, contro i quali appunto Ciro era ansioso di
marciare. Molte e importanti ragioni lo spingevano e lo sollecitavano in tal
senso: prima di tutto la sua nascita, la convinzione di essere qualcosa di pi
che un uomo, in secondo luogo la sua buona sorte, quale si era rivelata nelle
guerre precedenti: dovunque infatti avesse diretto le sue truppe, nessuna
popolazione era riuscita a trovare scampo.
Sui Massageti, da quando le era morto il marito, regnava una donna, di
nome Tomiri. Ciro le mand un messaggio in cui la chiedeva in matrimonio
dicendo di volerla per moglie; ma Tomiri, comprendendo che lui non aspirava
tanto alla sua mano quanto al regno dei Massageti, rifiut i suoi approcci.
Allora Ciro, visto che con l'astuzia non aveva ottenuto alcun risultato, si
spinse fino all'Arasse e dichiar apertamente guerra ai Massageti; gett dei
ponti fra le due rive del fiume per il passaggio dell'esercito e costru torri
di difesa sulle imbarcazioni che attraversavano il fiume.
Mentre era impegnato in questi lavori, la regina Tomiri gli invi un
araldo con il seguente messaggio: O re dei Medi, smettila con gli sforzi che
stai compiendo: tu non sai se l'impresa ti riuscir felice. Desisti, regna sui
tuoi territori e lascia che noi regniamo sui nostri sudditi. Ma so gi che non
vorrai accettare i miei suggerimenti e anzi tutto vorrai fuorch startene in
pace. Perci, se davvero aspiri tanto a misurarti con i Massageti, lascia
perdere il ponte sul fiume, che ti costa tanta fatica; passa pure nel nostro
territorio, le nostre truppe si ritireranno a tre giorni di cammino dal fiume.
Se invece preferisci essere tu ad accogliere noi nel vostro paese, allora fai
tu le stesse cose. Sentita questa proposta, Ciro convoc i Persiani pi
autorevoli e quando li ebbe radunati espose i termini della questione,
chiedendo consiglio sul da farsi. E i pareri di tutti concordemente lo
esortarono a ricevere Tomiri e il suo esercito sul suolo persiano.
Ma Creso il Lido, presente alla discussione, critic questo parere ed
espose la sua opinione, che era esattamente opposta: Signore, - disse - gi
altre volte ti ho promesso, poich Zeus mi ha dato nelle tue mani, che mi
sarei impegnato a fondo per scongiurare qualunque sciagura io vedessi
incombere sulla tua casa. Le mie sventure personali, cos spiacevoli, mi hanno
insegnato molto. Ora, se tu credi di essere immortale e di comandare a un
esercito immortale, non ha senso che io ti esponga il mio parere; ma se
riconosci di essere un uomo anche tu e di comandare ad altri uomini, sappi
prima di tutto che le vicende umane sono una ruota, che gira e non permette
che siano sempre gli stessi a godere di buona fortuna. Circa la presente
questione io la penso al contrario di costoro: se decideremo di ricevere i
nemici in territorio persiano tu corri un bel rischio: se rimani sconfitto
perdi tutto il tuo regno perch  chiaro che i Massageti, vincendo, non
torneranno pi indietro ma avanzeranno contro i tuoi domini. Invece se li
batti, non vinci tanto quanto vinceresti se trovandoti gi in casa loro
potessi inseguire i Massageti in fuga. La conseguenza infatti sarebbe uguale
ma contraria alla precedente: se sconfiggi tu i nemici, sarai tu a puntare
dritto sul dominio di Tomiri. Inoltre, indipendentemente da quanto ti ho gi
esposto, mi pare vergognoso e intollerabile che Ciro, il figlio di Cambise,
ceda a una donna e si ritiri. Pertanto il mio parere  di passare il fiume e
avanzare di quanto i nemici arretreranno; e l tentare di sconfiggerli con la
seguente tattica. A quanto mi risulta i Massageti non hanno mai gustato i
piaceri persiani e non hanno mai provato grandi delizie. Per uomini cos
dunque facciamo a pezzi bestiame in abbondanza, cuciniamolo e prepariamo un
banchetto nel nostro campo: e aggiungiamo generosamente grandi orci di vino
puro e cibarie d'ogni sorta; dopo di che si lascino sul posto i contingenti
meno validi e gli altri si ritirino nuovamente verso il fiume. E vedrai, se
non mi inganno, che i Massageti a vedere tutto quel ben di dio vi si
getteranno sopra e a quel punto a noi non rester che compiere notevoli gesta.
Questi furono gli opposti pareri; Ciro trascur il primo e accett il
suggerimento di Creso: avvis la regina Tomiri di ritirare le sue truppe,
perch sarebbe stato lui ad attraversare il fiume. Ed essa si ritir come
aveva promesso. Ciro affid Creso nelle mani di suo figlio Cambise, erede
designato del regno, con molte esortazioni a onorarlo e a trattarlo
degnamente, nel caso la spedizione contro i Massageti non avesse buon esito.
Con queste raccomandazioni li rimand in Persia, poi pass il fiume con il suo
esercito.
La notte successiva al passaggio dell'Arasse, mentre dormiva nella terra
dei Massageti, ebbe un sogno: nel sonno gli parve che il figlio maggiore di
Istaspe avesse due ali sulle spalle: con una gettava ombra sull'Asia, con
l'altra sull'Europa. Il maggiore dei figli di Istaspe, figlio di Arsame, della
famiglia degli Achemenidi, era Dario, che allora aveva circa vent'anni e per
questo, non avendo l'et per combattere, era stato lasciato in Persia. Ciro si
svegli, e rifletteva sul sogno; e poich gli sembrava una visione importante,
mand a chiamare Istaspe, lo prese da parte e gli disse: Istaspe, tuo figlio 
stato sorpreso a complottare contro di me e il mio potere. Come mai lo so con
certezza, ora te lo spiego. Gli dei hanno cura di me e mi preannunciano tutto
ci che mi minaccia; ebbene la notte scorsa dormendo ho visto in sogno il
maggiore dei tuoi figli avere sulle spalle due ali e con una gettare ombra
sull'Asia, con l'altra sull'Europa. Non c' altra spiegazione per questo
sogno, se non che tuo figlio sta tramando contro di me. Pertanto ti ordino di
rientrare immediatamente in Persia; e bada di sottoporre tuo figlio al mio
giudizio, quando avr assoggettata questa terra e sar di ritorno in Persia.
Ciro parl cos convinto che Dario stesse cospirando contro di lui,
mentre il dio voleva soltanto rivelargli che doveva morire l, in quel paese,
e che il suo potere sarebbe finito nelle mani di Dario. Istaspe gli rispose: O
re, io mi auguro che non sia nato un Persiano che complotta contro di te, ma
se esiste, allora muoia al pi presto! Tu, da schiavi che eravamo, ci hai resi
liberi, tu ci hai reso da servi signori. Se un sogno ti annuncia che mio
figlio sta preparando una ribellione contro di te, sar io stesso a
consegnarlo nelle tue mani, perch tu ne faccia quello che vorrai. Dopo questa
risposta Istaspe riattravers l'Arasse e torn in Persia per tenere suo figlio
Dario a disposizione di Ciro.
Ciro avanz oltre il fiume per circa una giornata di cammino e mise in
pratica i suggerimenti di Creso. Poi indietreggi verso l'Arasse con le truppe
pi valide lasciando sul posto i meno adatti a combattere. Allora un terzo
dell'esercito massageta sopraggiunse e stermin, nonostante la loro
resistenza, i soldati lasciati sul posto da Ciro; ma, come videro le mense
imbandite, appena spazzati via i nemici, si sdraiarono a banchettare: infine,
rimpinzati di cibo e di vino si addormentarono. Sopraggiunsero i Persiani e
uccisero molti di loro, e ancor pi ne presero prigionieri incluso il figlio
della regina Tomiri, che comandava l'esercito dei Massageti e si chiamava
Spargapise.
Quando la regina seppe quanto era accaduto all'esercito e a suo figlio,
mand un araldo a Ciro col seguente messaggio: Ciro, insaziabile di sangue,
non esaltarti per ci che  avvenuto, se col frutto della vite, riempiendovi
del quale anche voi impazzite, fino al punto che il vino scendendo nel vostro
corpo vi fa salire alla bocca sconce parole, non esaltarti se con l'inganno di
questo veleno hai sconfitto mio figlio, e non in battaglia misurando le vostre
forze. Io ora ti do un buon consiglio e tu seguilo: restituiscimi mio figlio e
potrai andartene dal mio paese senza pagare per l'oltraggio inflitto a un
terzo del mio esercito; altrimenti, lo giuro sul sole, signore dei Massageti,
bench tu ne sia avido, ti sazier di sangue!
Queste parole furono riferite a Ciro, ma lui non le prese in
considerazione. Il figlio della regina Tomiri, Spargapise, quando svanirono i
fumi del vino e si rese conto della sua sciagurata situazione, preg Ciro di
essere liberato dalle catene e l'ottenne, ma come fu sciolto e padrone delle
sue mani si suicid.
Cos mor Spargapise. E Tomiri, poich Ciro non le aveva prestato
ascolto, raccolse tutte le sue truppe e lo attacc. Io ritengo questa
battaglia la pi dura di quante i barbari abbiano mai combattuto fra loro. Ed
ecco come si svolse secondo le mie informazioni. In un primo momento si
tennero a distanza e si lanciarono frecce, poi, terminate le frecce, si
gettarono gli uni contro gli altri brandendo lance e spade. Per lungo tempo si
protrasse lo scontro senza che una delle due parti accennasse a fuggire;
infine prevalsero i Massageti. La maggior parte dell'esercito persiano fu
distrutto e sul campo cadde Ciro stesso. Aveva regnato complessivamente per 29
anni. Tomiri riemp un otre di sangue umano e fece cercare fra i cadaveri dei
Persiani il cadavere di Ciro; quando lo trov immerse la sua testa nell'otre e
mentre cos infieriva su di lui, disse: Tu hai ucciso me, anche se sono viva e
ti ho sconfitto, sopprimendo con l'inganno mio figlio; ora io ti sazier di
sangue, esattamente come ti avevo minacciato. Fra le tante versioni correnti
sulla morte di Ciro questa che ho raccontato mi pare la pi degna di fede.
I Massageti hanno un modo di vestire e un regime di vita simili a quelli
degli Sciti. Combattono a cavallo o a piedi (sono esperti in entrambi i
campi), sono arcieri e lancieri; abitualmente hanno pure una scure bipenne.
Per ogni cosa adoperano oro e bronzo: usano il bronzo per le punte delle lance
e delle frecce e per le bipenni, mentre si ornano d'oro l'elmo, la cintura e
le tracolle; allo stesso modo corazzano con il bronzo il petto dei cavalli
mentre ne rivestono di oro le briglie, il morso e le borchie. Non si servono
assolutamente di ferro e di argento perch nel loro paese non se ne trova.
Mentre abbondano l'oro e il bronzo.
Ed ecco le loro usanze: ciascuno sposa una donna ma le donne poi sono in
comune per tutti. I Greci sostengono che sono gli Sciti a comportarsi cos, ma
non  vero: non sono gli Sciti bens i Massageti; ogni Massageta che desideri
una donna appende una faretra al suo carro e fa tranquillamente l'amore con
lei. Essi non hanno prefissato un limite alla loro vita, per quando uno 
divenuto assai vecchio, tutti i suoi parenti si riuniscono, lo uccidono
insieme con altri animali domestici, ne fanno cuocere le carni e se lo
mangiano. E questa  considerata da loro la fine pi bella; non si cibano
invece di chi muore per malattia, anzi lo seppelliscono, considerando una
disgrazia che non sia giunto all'et di essere sacrificato. Non praticano
l'agricoltura ma vivono di allevamento e di pesca, pesci ne trovano tanti nel
fiume Arasse. Sono bevitori di latte. Venerano il sole quale unico dio e gli
sacrificano cavalli in base alla seguente considerazione: al pi veloce di
tutti gli dei offrono il pi veloce degli esseri mortali.

LIBRO II



Alla morte di Ciro Cambise eredit il regno: era figlio di Ciro e
Cassandane, figlia di Farnaspe; per Cassandane, morta ancora prima del marito,
Ciro aveva osservato un lutto molto stretto e lo aveva imposto anche a tutti i
suoi sudditi. Figlio di questa donna e di Ciro, Cambise considerava gli Ioni e
gli Eoli come schiavi appartenenti al patrimonio familiare; quando mosse
guerra all'Egitto prese con s truppe dalle varie popolazioni del suo dominio,
compresi i Greci su cui comandava.
Gli Egiziani, prima del regno di Psammetico, ritenevano di essere stati i
primi uomini a venire al mondo; ma da quando Psammetico, salito al trono,
volle sapere con certezza quale popolo avesse avuto origine per primo, da
allora ritengono i Frigi pi antichi di loro, e loro stessi, poi, pi antichi
di tutti gli altri. Nonostante le molte ricerche Psammetico non riusciva a
scoprire quali uomini fossero nati per primi; allora escogit il seguente
espediente: prese due neonati, figli di persone qualsiasi, e li affid a un
pastore perch li allevasse presso le sue greggi; al pastore diede le seguenti
istruzioni: che nessuno pronunciasse una sola parola davanti a quei bambini;
essi dovevano starsene da soli in una capanna abbandonata; a ore stabilite il
pastore doveva condurre da loro delle capre, sfamarli col latte e sbrigare le
altre incombenze. Psammetico faceva e ordinava tutto questo con l'intenzione
di ascoltare poi quale parola i bambini avrebbero pronunciata per prima quando
avessero smesso di emettere vagiti senza senso. Come appunto accadde: ormai da
due anni il pastore si comportava in quel modo, quando un bel giorno, mentre
apriva la porta per entrare, i bambini gli andarono incontro tendendo le
braccia e gridando bekos. La prima volta il pastore li ud e non lo disse a
nessuno; ma dato che si recava spesso dai bambini per provvedere alle loro
necessit ed essi varie volte gli ripeterono quella parola, segnal la cosa al
suo padrone, che gli ordin di portare i bambini al suo cospetto. Quando ebbe
ascoltato personalmente i bambini, Psammetico cerc di sapere quali uomini
chiamassero qualcosa bekos e ricercando scopr che i Frigi chiamano cos il
pane. Pertanto, sulla base di questo esperimento gli Egiziani riconobbero che
i Frigi erano pi antichi di loro. Questo  quanto ho appreso dai sacerdoti
del tempio di Efesto a Menfi. I Greci dicono invece molte altre sciocchezze,
tra cui che Psammetico fece tagliare la lingua ad alcune donne e affid loro i
bambini da allevare.
Cos mi raccontavano i sacerdoti di Efesto sui due neonati e sul loro
allevamento. Ma anche altre cose ho appreso a Menfi nei miei colloqui con
questi sacerdoti; e per raccogliere informazioni mi recai anche a Tebe e a
Eliopoli, desideroso di verificare se le versioni locali concordassero con
quella di Menfi; perch i sacerdoti di Eliopoli hanno fama di essere i pi
dotti fra gli Egiziani. Ci che mi dissero sugli dei, tranne appunto i nomi
dei medesimi, non sono dell'idea di riferirlo perch ritengo che gli uomini in
questo campo ne sappiano pi o meno tutti lo stesso; se mi capiter di farne
menzione  perch le necessit del racconto mi ci costringeranno.
Riguardo invece alle cose umane, sostenevano concordemente che gli
Egiziani per primi al mondo scoprirono l'anno, avendo suddiviso le stagioni in
dodici parti per formarlo, scoperta che facevano risalire alla osservazione
degli astri. A mio parere il loro sistema di computo  pi oculato di quello
greco: i Greci ogni due anni inseriscono un mese intercalare nel loro
calendario a causa delle stagioni; gli Egiziani invece calcolano dodici mesi
di trenta giorni e aggiungono ogni anno cinque giorni soprannumerari, e cos
il loro ciclo delle stagioni viene sempre a cadere nelle stesse date. Secondo
loro gli Egiziani furono i primi a designare i dodici dei con nomi
caratteristici (e i Greci da essi derivarono tale usanza), i primi a dedicare
altari e templi alle varie divinit e a scolpire sulla pietra figure di
animali; e quasi sempre i sacerdoti comprovavano in modo tangibile la verit
delle loro asserzioni. Sostennero tra l'altro che il primo uomo a regnare
sull'Egitto fu Mina; a quell'epoca l'intero Egitto, tranne il territorio di
Tebe, era una palude, dalla quale non emergeva alcuna delle terre ora
esistenti a nord del lago Meride; il lago dista dal mare sette giorni di
navigazione contro corrente.
E mi pare che queste informazioni sul paese siano esatte. Infatti
qualunque persona dotata di intelligenza, senza avere saputo mai nulla
dell'Egitto, comprende con tutta evidenza, solo a vederlo, che il territorio
egiziano a cui arrivano le navi greche  per gli Egiziani una terra acquisita,
un dono del fiume; e lo stesso vale per le regioni situate a sud del lago
Meride, fino a tre giorni di navigazione, anche se i sacerdoti, su di esse,
non mi dicevano ancora niente del genere. La natura del paese in Egitto  tale
che gettando lo scandaglio quando la nave  ancora a un giorno di distanza da
terra, si tira gi su del fango; e l l'acqua  profonda undici orgie; e ci
dimostra che sin l si trova terreno alluvionale.
L'Egitto raggiunge lungo la costa una estensione di sessanta scheni, se,
come facciamo noi, se ne stabiliscono per confini il golfo di Plintina e il
lago Serbonide, presso il quale si erge il monte Casio. Misurando a partire da
quel lago si hanno i sessanta scheni. I popoli che possiedono poca terra, la
misurano a orgie, a stadi quelli che ne possiedono un po' di pi, a parasanghe
quelli che ne hanno molta; quelli che ne hanno in grande abbondanza la
misurano a scheni. Una parasanga corrisponde a trenta stadi, uno scheno,
misura egiziana, a sessanta stadi. In questo modo le coste dell'Egitto
equivarrebbero a 3600 stadi.
La regione compresa fra la costa e Eliopoli  assai ampia, tutta
pianeggiante, ricca d'acqua e di fango. Il tragitto dal mare fino a Eliopoli
risalendo il fiume  pressoch pari in lunghezza a quello che porta da Atene,
dall'altare dei dodici dei, fino al tempio di Zeus Olimpio a Pisa; a
confrontare proprio con esattezza i due percorsi si troverebbe che una piccola
differenza c' e che le due distanze non sono proprio identiche, ma lo scarto
non supera i quindici stadi. Infatti la strada da Atene a Pisa non raggiunge
per soli quindici stadi i 1500, l dove la distanza fra il mare ed Eliopoli
completa esattamente questa cifra.
Continuando a risalire il fiume da Eliopoli l'Egitto si fa stretto; da un
lato si stende la catena dell'Arabia, che  orientata da nord a sud e si
prolunga verso l'interno e verso il mare detto Eritreo; in questi monti si
trovano le cave di pietra da dove furono estratti i blocchi adoperati per le
piramidi di Menfi. Qui la catena si arresta e piega verso la direzione su
menzionata: nel suo punto pi largo questa catena, cos m'hanno detto,
raggiunge una estensione di due mesi di cammino, in direzione est-ovest, e nel
suo settore pi orientale  assai ricca di incenso. Ecco come sono i monti
dell'Arabia; in direzione della Libia l'Egitto  attraversato da un'altra
montagna pietrosa, proprio dove si innalzano le piramidi, tutta coperta di
sabbia e protesa verso meridione alla stessa maniera della catena d'Arabia.
Insomma a partire da Eliopoli non c' pi molto territorio a paragone del
resto del paese: per una estensione di quattordici giorni di navigazione
l'Egitto vi  ridotto a una sottile striscia. La parte pianeggiante intermedia
fra le suddette montagne non mi pareva misurare, nel suo punto pi stretto,
pi di 200 stadi dalla catena d'Arabia fino al massiccio denominato Libico.
Pi avanti l'Egitto si fa di nuovo largo.
Tale  la configurazione naturale dell'Egitto. Da Eliopoli a Tebe ci sono
nove giorni di navigazione pari a 4860 stadi ovvero 81 scheni. Riassumendo, le
dimensioni dell'Egitto sono: 3600 stadi di sviluppo costiero, come ho gi
precedentemente chiarito, e, lo preciso ora, 6120 stadi dal mare verso
l'interno fino a Tebe, 1800 stadi da Tebe alla citt chiamata Elefantina.
La maggior parte della terra di cui s' parlato  parsa anche a me
essere, per gli Egiziani, una acquisizione, come sostenevano i sacerdoti.
Infatti mi fu abbastanza chiaro che tutta la parte mediana fra le montagne
prima citate, a sud della citt di Menfi, costituiva un tempo una ampia
insenatura del mare, come la zona circostante Ilio o Teutrania o Efeso o come
la piana del Meandro, sempre che sia lecito confrontare il piccolo con il
grande; in effetti nessuno dei fiumi che hanno originato coi loro sedimenti
questi territori  abbastanza grande da essere paragonato degnamente anche
solo a uno dei rami del Nilo; e di rami cos il Nilo ne ha cinque. Esistono
altri fiumi, non della stessa portata del Nilo, che possono vantarsi autori di
una imponente opera naturale: potrei citarne molti, l'Acheloo per esempio, che
scorre attraverso l'Acarnania: sfociando in mare ha gi trasformato in terra
ferma una buona met delle isole Echinadi.
Nel paese d'Arabia, non lontano dall'Egitto, c' un golfo che dal Mare
Eritreo penetra nell'interno, lungo e stretto quanto mi accingo a precisare:
in lunghezza, per arrivare dal suo punto pi interno al mare aperto, occorrono
quaranta giorni di navigazione a remi; in ampiezza, dove  pi largo, misura
mezza giornata di viaggio. In quel braccio di mare ogni giorno si verifica un
moto di flusso e di riflusso. Io credo che anche l'Egitto fosse una volta un
golfo di questo tipo: dal mare settentrionale, penetrava in direzione
dell'Etiopia, mentre il golfo d'Arabia da sud si volge verso la Siria; i due
golfi avevano quasi comunicanti le loro parti pi interne divise soltanto da
una sottile striscia di terra ferma. Ora, se il Nilo per caso volesse deviare
il proprio corso verso il golfo d'Arabia, che cosa gli impedirebbe di
interrarlo completamente nel giro di 20.000 anni? Io credo anzi che potrebbe
riempirlo in 10.000 anni soltanto. E allora in tutto il tempo passato prima
che io nascessi non avrebbe potuto interrarsi anche un golfo molto pi ampio,
ad opera di un fiume cos immenso e cos attivo?
Pertanto non solo credo a quanti descrivono cos la formazione
dell'Egitto, ma io stesso sono convinto che quella  la giusta spiegazione. Io
ho visto che l'Egitto si inoltra nel mare pi delle terre circostanti, che
sulle montagne si trovano conchiglie e che a tratti il sale affiora fino al
punto di corrodere le piramidi, che le uniche montagne che hanno sabbia si
trovano a sud di Menfi; e inoltre che il suolo dell'Egitto non somiglia n a
quello dell'Arabia, con cui confina, n a quello della Libia e neppure a
quello della Siria (la zona costiera dell'Arabia  abitata da Siri): ma 
terra nera e friabile, perch composta di fango e detriti che il fiume ha
trasportato dall'Etiopia. Noi sappiamo che il suolo della Libia  pi
rossastro e sabbioso, mentre in Arabia e in Siria  pi argilloso e ricco di
pietrisco.
I sacerdoti mi hanno fornito una ulteriore prova sulla natura di questo
terreno, raccontandomi che al tempo del re Meride ogni volta che il fiume
superava una altezza di otto cubiti inondava tutta la parte dell'Egitto a nord
di Menfi; e quando io udivo questi racconti dei sacerdoti, non erano ancora
trascorsi 900 anni dalla morte di Meride. Ora invece, se il livello del fiume
non sale almeno a quindici o a sedici cubiti, non straripa nelle campagne.
Secondo me gli Egiziani residenti a nord del lago di Meride e in particolare
nel cosiddetto Delta, se l'Egitto continuer a sollevarsi e ad allungarsi con
lo stesso ritmo, visto che il Nilo non romperebbe pi gli argini, dovranno
soffrire per tutto il tempo a venire la stessa sorte che una volta mi
prospettarono per i Greci. In effetti una volta, apprendendo che tutto il
territorio dei Greci non  irrigato da fiumi come il loro, ma  bagnato
soltanto dalle piogge, mi dissero che i Greci avrebbero prima o poi sofferto
di qualche carestia non appena la loro grande speranza fosse andata delusa. In
altre parole, se il dio non volesse mandare la pioggia, ma far perdurare la
siccit, i Greci sarebbero in preda alla fame, non avendo risorse d'acqua
diverse dalla pioggia mandata da Zeus.
Il ragionamento degli Egiziani sulla situazione dei Greci  corretto. Ma
applichiamolo ora alla situazione egiziana. Se, come dicevo prima, la parte a
nord di Menfi (quella in espansione) dovesse continuare a crescere allo stesso
ritmo che in passato, i suoi abitanti non soffrirebbero forse la fame quando,
privi di piogge, non avessero nemmeno pi il fiume a irrigare le campagne?
Attualmente fra tutti i popoli del mondo compresi i restanti Egiziani sono
loro a faticare meno per trarre frutto dal suolo: non devono sudare a scavare
solchi con l'aratro n a zappare n a compiere alcuno di quei lavori faticosi
che gli altri uomini dedicano alla coltivazione. Dopo che il fiume
spontaneamente tracima, irriga i campi e poi si ritira, spargono le semenze
ciascuno nel proprio terreno e vi spingono sopra i maiali, i quali fanno
penetrare i semi nella terra; poi aspettano l'epoca della mietitura, battono
il grano ancora servendosi dei maiali e in tal modo il raccolto  bell'e
fatto.
Se volessimo adottare l'opinione degli Ioni e sostenere che soltanto il
Delta  Egitto, limitandone lo sviluppo costiero fra la cosiddetta torre di
Perseo e le Tarichee di Pelusio, per una estensione di quaranta scheni, e la
lunghezza dal mare verso l'interno solo fino alla citt di Cercasoro, dove il
Nilo si divide scorrendo verso Pelusio e verso Canobo (mentre le restanti
parti dell'Egitto apparterrebbero all'Arabia e alla Libia), adottando, dicevo,
questa opinione arriveremmo a dimostrare che gli Egiziani anticamente non
avevano un paese. Il fatto  che il Delta, come dichiarano gli Egiziani stessi
e come pare anche a me,  una terra alluvionale e, se cos si pu dire,
apparsa di recente. Ora, se davvero essi non avevano alcun paese, perch mai
si affannavano tanto a credersi i primi uomini venuti alla luce? E non avrebbe
avuto senso spingersi all'esperimento dei bambini per vedere in quale lingua
per prima si sarebbero espressi. Io non credo affatto che gli Egiziani siano
nati insieme con il Delta (come lo chiamano gli Ioni), credo che siano sempre
esistiti, da quando esiste l'uomo, e che con l'avanzare della terra sul mare
alcuni di loro rimasero indietro, nell'interno, mentre altri discesero a poco
a poco lungo il corso del fiume. E cos anticamente si chiamava Egitto la
regione di Tebe, il cui perimetro misura 6120 stadi.
Se dunque la nostra idea  giusta, gli Ioni non ragionano bene
sull'Egitto; se invece  esatta l'opinione degli Ioni allora io posso
dimostrare che i Greci in generale e gli Ioni in particolare non sanno fare di
conto, quando sostengono che il mondo abitato  diviso in tre parti, Europa,
Asia e Libia. Essi dovrebbero aggiungere, al quarto posto, il Delta d'Egitto,
se non appartiene n all'Asia n alla Libia; perch in base a tale
ragionamento non  il Nilo a segnare il confine tra l'Asia e la Libia: al
vertice del Delta il Nilo si divide creando una zona intermedia fra la Libia e
l'Asia.
Ma noi lasciamo perdere l'opinione degli Ioni ed esponiamo al riguardo il
nostro parere:  Egitto l'intero territorio abitato dagli Egiziani, cos come
Cilicia e Assiria sono i territori abitati dai Cilici e dagli Assiri; e non
conosciamo alcuna linea di demarcazione tra Asia e Libia, a dire il vero, se
non i confini dell'Egitto. Adottando la teoria dei Greci siamo obbligati a
ritenere che l'intero Egitto, a partire dalle Cateratte e dalla citt di
Elefantina, sia diviso in due e cada sotto entrambe le denominazioni, sia cio
in parte Libia e in parte Asia. Infatti il Nilo dalle Cateratte fluisce verso
il mare dividendo a met l'Egitto: fino a Cercasoro scorre compatto, a partire
da questa citt si divide in tre rami. Uno si dirige verso oriente e si chiama
Pelusico, un altro verso occidente e si chiama Canobico; il ramo del Nilo che
procede rettilineo proviene dall'interno del paese e raggiunge il vertice del
Delta da dove poi si getta in mare tagliando a met il Delta stesso: si chiama
Sebennitico e oltre a essere il pi conosciuto presenta anche la maggiore
portata d'acqua. Dal Sebennitico si biforcano e vanno a sfociare in mare altre
due bocche, dette Saitica e Mendesia. Il Bolbitinico e il Bucolico non sono
rami naturali bens canali artificiali.
Una conferma alla mia convinzione che l'Egitto sia esteso quanto vado
mostrando nel mio discorso la fornisce anche un oracolo di Ammone, di cui
peraltro ebbi notizia quando ormai la mia opinione me l'ero formata. Una volta
gli abitanti delle citt di Marea e di Api, ai confini fra l'Egitto e la
Libia, ritenendo di non essere egiziani bens libici, irritati dai rituali del
culto (desideravano sottrarsi alla proibizione delle carni di mucca),
mandarono una delegazione presso il santuario di Ammone, per protestare che
essi non avevano nulla in comune con gli Egiziani: abitavano fuori del Delta,
e non concordavano in niente con loro; reclamavano dunque il diritto di
gustare qualsiasi vivanda. Ma il dio non glielo permise dichiarando che
l'Egitto comprende tutti i territori irrigati dal Nilo con le sue piene, e che
quanti abitano a nord di Elefantina e bevono l'acqua di questo fiume sono
Egiziani. Cos si pronunci l'oracolo.
Il Nilo quando  in piena non inonda solo il Delta ma anche il cosiddetto
territorio libico e in qualche luogo anche quello arabico fino a una distanza,
da entrambe le sponde, di due giorni di viaggio in media. Sulla natura del
fiume non mi  riuscito di ottenere informazioni n dai sacerdoti n da nessun
altro. Avrei molto desiderato che mi spiegassero per quale motivo il Nilo
scorre in piena per cento giorni a cominciare dal solstizio d'estate, e poi,
una volta vicino lo scadere di questo periodo, si ritira abbassando il livello
delle proprie acque, tanto da restare in regime di magra per tutto l'inverno e
fino al successivo solstizio d'estate; ma in proposito non ho potuto
apprendere nulla dagli Egiziani. Io chiedevo loro in base a quale sua
propriet il Nilo abbia un regime contrario a quello degli altri fiumi. Questa
era la domanda che rivolgevo a loro nel mio desiderio di imparare e chiedevo
anche perch il Nilo  l'unico fiume dal quale non soffiano brezze.
Alcuni Greci, desiderosi di segnalarsi per sapienza, hanno proposto a
spiegazione del fenomeno dell'acqua tre diverse teorie, due delle quali non mi
sembrano degne di nota al di l di una semplice menzione. La prima attribuisce
le piene del Nilo all'azione dei venti etesii, che impedirebbero al fiume di
sfociare nel mare; per spesso accade che il Nilo si comporti nell'identico
modo senza che i venti etesii abbiano soffiato: inoltre, se la causa risalisse
ai venti etesii, anche gli altri fiumi che scorrono in senso contrario alla
direzione di quei venti sarebbero soggetti a un identico fenomeno, anzi
maggiormente soggetti, in quanto essendo pi poveri d'acqua presentano
correnti pi deboli. Invece esistono molti fiumi in Siria, e molti in Libia,
che non si comportano affatto come il Nilo.
La seconda teoria  meno scientifica della precedente ma pi affascinante
da esporre: essa afferma che il Nilo si comporta in maniera innaturale perch
trae origine dall'Oceano, e l'Oceano  quel fiume che circonderebbe tutta la
terra.
La terza teoria, di gran lunga la pi plausibile,  la pi menzognera. In
effetti non spiega nulla affermando che il Nilo  alimentato dallo
scioglimento delle nevi. Ora, il Nilo proviene dalla Libia, scorre attraverso
l'Etiopia e sfocia in Egitto; come dunque potrebbe originarsi dalle nevi se
fluisce dalle regioni pi calde del mondo in direzione di regioni in gran
parte pi temperate? Per chiunque sia in grado di fare uso della ragione su
simili argomenti la prima e principale prova che l'origine del Nilo dallo
scioglimento delle nevi non  una spiegazione logica  gi nel fatto che i
venti che spirano dalle regioni in questione sono venti caldi. Una seconda
prova  l'assenza di precipitazioni e di ghiacci in tutto il paese e per tutto
l'anno: ora, entro cinque giorni dopo una nevicata, sempre, inevitabilmente
comincia a piovere, cosicch, se in queste regioni cadesse la neve, dovrebbe
cadervi pure la pioggia. Terza prova, gli uomini hanno la pelle scura a causa
del caldo. Nibbi e rondini, poi, vi trascorrono l'intero anno senza migrare,
mentre le gru, quando fuggono l'inverno della Scizia, si trasferiscono sempre
in quei paesi per trascorrervi la stagione fredda. Ora, nessuno di questi
fatti si verificherebbe se nevicasse anche solo un po' lungo il corso del
Nilo, sia nel paese in cui scorre sia nella zona delle sorgenti: questa  una
prova inequivocabile.
Chi ha parlato dell'Oceano non teme smentita perch ha tirato in ballo
l'ignoto; io non ho mai saputo dell'esistenza dell'Oceano, anzi credo che quel
nome sia un'invenzione poetica di Omero o di qualcuno dei primi cantori.
Se per, dopo aver criticato le opinioni sin qui esposte, devo proprio
fornire una mia interpretazione di fatti cos oscuri, dir perch, a mio
parere, il Nilo va in piena nel periodo estivo. Nella stagione invernale il
sole si allontana dal suo originario percorso a causa delle tempeste e si
porta sopra le regioni pi interne della Libia; e questo  gi sufficiente se
ci si limita ad una spiegazione minimale:  naturale che il paese pi da
vicino sorvolato dal dio sole sia il pi povero di acqua e che si prosciughi
il corso dei suoi fiumi.
Volendo dare una spiegazione pi ampia si deve parlare, le cose stanno
cos, dell'azione del sole quando attraversa le contrade interne della Libia.
Dato che in queste zone l'atmosfera  sempre serena in ogni momento dell'anno
e il clima  sempre torrido, privo di venti freschi, il sole attraversandole
opera esattamente come da noi in estate quando passa nel mezzo del cielo:
attira verso di s l'elemento umido e quindi lo spinge verso le regioni pi
interne; l poi i venti se ne impadroniscono, lo disperdono e lo fanno
svaporare. Ed  perci naturale che i venti provenienti da quella parte del
mondo, il noto e il libeccio, siano in assoluto i pi piovosi. Per io credo
che il sole non si liberi completamente dell'acqua attirata ogni anno dal
Nilo, ma che ne trattenga un po' attorno a s. Col mitigarsi dell'inverno il
sole ritorna nella parte mediana del cielo e da allora ormai attira a s
ugualmente acqua da tutti i fiumi. Fino ad allora i fiumi, se attraversano
paesi bagnati dalla pioggia o solcati da torrenti, scorrono in piena grazie al
consistente apporto di acqua piovana, d'estate invece per l'assenza di piogge
e per l'attrazione del sole, sono in magra. Al contrario il Nilo, che non
riceve mai piogge ma  attratto dal sole,  l'unico fiume ad essere, per
ragioni del tutto naturali, pi povero d'acqua in inverno che in estate:
d'estate come tutti i fiumi risente del processo di evaporazione, d'inverno
invece  l'unico a subirlo. Cos io ritengo il sole all'origine dei fenomeni
in questione.
E secondo me, sempre il sole fa s che l'aria sia l asciutta, perch
attraversandola la brucia: in tal modo nelle zone interne della Libia  sempre
estate. Se si verificasse una rivoluzione delle stagioni e nella parte di
cielo in cui ora si trovano il vento borea e l'inverno si trovassero il noto e
il mezzogiorno e viceversa dov' il noto soffiasse borea, se le cose stessero
cos, il sole, scacciato dalla parte mediana del cielo dall'inverno e da
borea, si porterebbe sulle zone settentrionali dell'Europa, esattamente come
ora sorvola la Libia; e io mi attenderei che attraversando l'Europa intera
influisse sul corso dell'Istro come ora influisce su quello del Nilo.
Quanto all'assenza di brezze lungo il corso del fiume, non ritengo per
niente naturale che da regioni calde provengano correnti d'aria; l'aria
solitamente soffia da qualche luogo freddo.
Ma tutti questi fenomeni stiano pure come sono e come furono fin
dall'origine. Quanto alle sorgenti del Nilo nessun Egiziano, Libico o Greco
venuto a colloquio con me sostenne mai di conoscerle, tranne lo scriba del
sacro tesoro di Atena, nella citt di Sais, in Egitto; ma quando costui mi
disse di conoscerle con certezza, ebbi l'impressione che mi stesse prendendo
in giro. Parlava infatti di due monti dalle cime aguzze situati fra le citt
di Siene nella Tebaide e di Elefantina, detti Crofi e Mofi; le sorgenti del
Nilo, che sono inesplorabili, scaturirebbero appunto in mezzo a questi due
monti: met dell'acqua si riverserebbe a nord, verso l'Egitto, l'altra met a
sud, verso l'Etiopia. A stabilire che le sorgenti del Nilo sono inesplorabili
sarebbe giunto il re d'Egitto Psammetico; costui, fatta intrecciare una corda
lunga molte migliaia di orgie, l'avrebbe calata l senza riuscire a
raggiungere il fondo. Questo scriba, ammesso che raccontasse cose realmente
avvenute, dimostrava soltanto, per quanto posso capire, che esistevano nelle
sorgenti dei gorghi violenti, un rigurgito, e che lo scandaglio non poteva
raggiungere il fondo per via del cozzare dell'acqua contro le rocce.
Da nessun altro ho potuto ottenere informazioni. Ma ecco altre notizie,
le pi complete che ho potuto mettere insieme; fino a Elefantina mi sono
spinto di persona, come osservatore; da questo luogo in poi possiedo solo
opinioni altrui, raccolte interrogando la gente. Ebbene oltre la citt di
Elefantina il paese si fa scosceso; a questo punto  indispensabile procedere
assicurando l'imbarcazione con delle funi su entrambe le rive, come si fa con
i buoi; e se la corda si strappa il battello viene trascinato via dalla
violenza della corrente. Si procede cos via fiume per quattro giorni; qui il
Nilo  tortuoso come il Meandro. Sono dodici gli scheni da percorrere
navigando cos, dopo di che arrivi in una pianura uniforme nella quale il Nilo
scorre intorno ad un'isola chiamata Tacompso. La regione a sud di Elefantina 
abitata dagli Etiopi, l'isola invece  per met abitata da Etiopi e per met
da Egiziani. Contiguo all'isola  un grande lago intorno al quale vivono
popolazioni etiopiche nomadi; lo attraversi e ritorni nel corso del Nilo,
immissario del lago. Poi devi scendere a terra e risalire lungo il fiume a
piedi per quaranta giorni: qui nel Nilo affiorano scogli aguzzi e ci sono
molte rocce che non consentono la navigazione. In quaranta giorni superi
questo tratto e t'imbarchi su un altro battello; dopo altri dodici giorni di
navigazione arrivi finalmente a una grande citt chiamata Meroe. Meroe, si
dice,  la metropoli di tutti gli altri Etiopi. I suoi abitanti venerano fra
gli dei solamente Zeus e Dioniso: li onorano in sommo grado e hanno persino un
oracolo di Zeus: fanno guerra solo quando questo dio glielo ordina per mezzo
di vaticini, e solo contro i paesi da lui indicati.
Risalendo il fiume da Meroe, in un tempo pari a quello necessario per
arrivare da Elefantina alla citt madre degli Etiopi, si raggiungono i
disertori. Questi disertori si chiamano Asmach termine che tradotto in greco
significa quelli che stanno alla sinistra del re: si tratta di 240.000
guerrieri egiziani rifugiatisi in questa parte dell'Etiopia per la ragione che
ora vi narro. Sotto il regno di Psammetico erano state dislocate guarnigioni
in varie citt: a Elefantina per difendersi dagli Etiopi, a Dafne Pelusica
contro Arabi e Siri, e a Marea contro i Libici. Ancora ai miei tempi sotto i
Persiani i corpi di guardia sussistono dove si trovavano all'epoca di
Psammetico: guarnigioni persiane sono appunto di stanza a Elefantina e a
Dafne. Ebbene quegli Egiziani, visto che dopo tre anni di presidio nessuno
veniva a sollevarli dall'incarico, si consigliarono fra loro e di comune
accordo defezionarono in blocco da Psammetico per passare in Etiopia.
Psammetico, informatone, li insegu e quando li ebbe raggiunti li preg a
lungo, esortandoli fra l'altro a non abbandonare gli dei della loro patria, i
figli e le mogli; ma uno di loro, sembra, mostrando al re i genitali rispose
che dovunque ci fossero quelli avrebbero avuto e figli e mogli. Essi poi,
giunti in Etiopia, si consegnarono al re degli Etiopi, il quale li ricompens
invitandoli a scacciare alcuni gruppi di Etiopi ribelli e a occuparne i
territori. Da quando questi disertori si insediarono in Etiopia, gli Etiopi si
sono fatti pi civili avendo imparato alcune abitudini egiziane.
Insomma il Nilo, escluso il suo tratto egiziano, si conosce fino ad una
distanza di quattro mesi di navigazione e di cammino; tanti infatti risultano,
a calcolarli, i mesi necessari a un viaggiatore per recarsi da Elefantina fino
presso i disertori; il fiume proviene da ovest, dalle regioni del tramonto.
Che cosa vi sia oltre nessuno  in grado di dirlo con precisione: quella
regione  disabitata per via del clima torrido.
Per io ho parlato con dei Cirenei che raccontavano di una loro visita
all'oracolo di Ammone: mentre conversavano con Etearco, re degli Ammoni, il
discorso era caduto fra l'altro sul Nilo, sul fatto che nessuno ne conosce le
sorgenti; allora Etearco raccont di aver ricevuto una volta la visita di
alcuni Nasamoni (si tratta di una popolazione libica che abita la Sirte e una
piccola porzione di territorio a est della Sirte). Quando arrivarono da lui,
dunque, il re chiese a questi Nasamoni se potevano aggiungere qualche notizia
a quanto gi sapeva sui deserti della Libia; essi gli risposero che c'era
stato fra i Nasamoni un gruppo di giovani temerari, figli di notabili, i
quali, divenuti adulti, fra le altre straordinarie imprese escogitate, avevano
tratto a sorte cinque di loro che andassero a esplorare i deserti della Libia,
per tentare di vedere qualcosa di pi di quelli che avevano visto i luoghi pi
lontani. La fascia costiera settentrionale della Libia, a partire dall'Egitto
fino al promontorio Solunte, dove la Libia termina,  abitata interamente da
Libici, divisi in molte e varie popolazioni, a eccezione dei territori
occupati da Greci e Fenici. A sud della zona costiera e di quanti vi abitano
la Libia  popolata da bestie feroci; oltre ancora si estende un deserto di
sabbia terribilmente arido e completamente disabitato. I giovani inviati dai
loro coetanei partirono con buone provviste di viveri e d'acqua: subito
attraversarono la fascia abitata, poi, superatala, raggiunsero la zona
popolata da fiere; da qui si spinsero attraverso il deserto avanzando sempre
in direzione ovest. Dopo aver superato un vasto tratto sabbioso, in capo a
molti giorni videro degli alberi cresciuti in una landa pianeggiante; si
avvicinarono e presero a staccare i frutti prodotti da quegli alberi, ma
mentre li staccavano sopraggiunsero uomini piccoli, di statura inferiore alla
media umana, che li catturarono e li condussero via; i Nasamoni non
conoscevano la loro lingua e quelli non conoscevano la lingua dei Nasamoni. Li
condussero attraverso immense distese paludose; terminate le paludi giunsero a
una citt i cui abitanti erano tutti alti quanto gli uomini che li conducevano
e avevano tutti la pelle scura. Lungo la citt scorreva un grande fiume,
proveniente da ovest e diretto a est, dentro al quale si vedevano dei
coccodrilli.
E per quanto ci riguarda, il racconto dell'Ammonio Etearco si fermi pure
qui; si aggiunga solo che, secondo il racconto dei Cirenei, i Nasamoni fecero
ritorno, e che gli uomini presso cui essi erano arrivati erano tutti degli
stregoni. Quanto al fiume che scorreva nei pressi della citt, anche Etearco
conveniva trattarsi del Nilo, e lo esige il ragionamento: il Nilo in effetti
proviene dalla Libia e la taglia a met; e per quanto posso indovinare,
congetturando le cose ignote dalle cose visibili, direi che il Nilo raggiunge
la stessa lunghezza dell'Istro. Il fiume Istro ha origine nelle regioni
celtiche presso la citt di Pirene e col suo corso divide in due l'Europa. I
Celti dimorano al di l delle colonne d'Eracle e confinano con i Cinesii, il
pi occidentale di tutti i popoli insediati nell'Europa. L'Istro, dopo aver
attraversato l'Europa, termina sfociando nel Ponto Eusino, all'altezza di
Istria, citt abitata da coloni di Mileto.
Insomma scorrendo attraverso territori ben popolati l'Istro  ben
conosciuto da molti; nessuno invece  in grado di parlare delle sorgenti del
Nilo, perch la Libia, attraverso cui fluisce,  disabitata e deserta: sul suo
corso ho detto tutto ci che mi  stato possibile apprendere con le mie
ricerche. Sbocca in Egitto e l'Egitto  situato all'incirca di fronte alla
montuosa Cilicia; dalla Cilicia a Sinope sul Ponto Eusino un corriere
equipaggiato alla leggera impiega cinque giorni di viaggio in linea retta; e
Sinope  situata proprio di fronte alle foci dell'Istro. Perci io credo che
la lunghezza del Nilo, che attraversa tutta la Libia, sia pari a quella
dell'Istro. E questo concluda il discorso sul Nilo.
Passo invece a parlare diffusamente dell'Egitto perch, rispetto a ogni
altro paese,  quello che racchiude in s pi meraviglie e che presenta pi
opere di una grandiosit indescrivibile: ecco perch se ne discorrer pi a
lungo. Gli Egiziani oltre a vivere in un clima diverso dal nostro e ad avere
un fiume di natura differente da tutti gli altri fiumi, possiedono anche
usanze e leggi quasi sempre opposte a quelle degli altri popoli: presso di
loro sono le donne a frequentare i mercati e a praticare la compravendita,
mentre gli uomini restano a casa a lavorare al telaio; e se in tutto il resto
del mondo per tessere si spinge la trama verso l'alto, gli Egiziani la
spingono verso il basso. Gli uomini portano i pesi sulla testa, le donne li
reggono sulle spalle. Le donne orinano d'in piedi, gli uomini accovacciati;
inoltre fanno i loro bisogni dentro casa e consumano i pasti per la strada,
sostenendo che alle necessit sconvenienti bisogna provvedere in luoghi
appartati, a quelle che non lo sono, invece, davanti a tutti. Nessuna donna
svolge funzioni sacerdotali n per divinit maschili n per divinit
femminili: per gli uni e per le altre il compito spetta agli uomini. I figli
maschi non hanno alcun obbligo di mantenere i genitori se non lo desiderano,
ma per le figlie l'obbligo  ineludibile anche se non vogliono.
Negli altri paesi i sacerdoti degli dei portano i capelli lunghi, invece
in Egitto se li radono. E se presso gli altri popoli, in caso di lutto, i pi
colpiti, di regola, si radono il capo, gli Egiziani, quando qualcuno muore, si
lasciano crescere i capelli e la barba che prima si radevano. Gli altri uomini
vivono ben separati dagli animali, in Egitto si abita insieme con loro. Gli
altri si nutrono di grano e orzo, in Egitto chi si nutre di questi prodotti si
attira il massimo biasimo: essi si preparano cibi a base di olira, che alcuni
chiamano zeia. Impastano la farina con i piedi mentre lavorano il fango con le
mani [e ammucchiano il letame]. Gli Egiziani si fanno circoncidere, mentre le
altre genti, a eccezione di quanti hanno appreso da loro tale pratica,
lasciano i propri genitali come sono. Ogni uomo possiede due vestiti; le donne
ne possiedono uno solo. Gli altri legano gli anelli delle vele e le sartie
all'esterno, gli Egiziani all'interno. I Greci scrivono e fanno di conto coi
sassolini da sinistra a destra, gli Egiziani da destra a sinistra, e ci
facendo sostengono di procedere nel verso giusto, mentre i Greci scriverebbero
a rovescio. Possiedono due sistemi di scrittura che chiamano sacra e popolare.
Sono straordinariamente devoti, pi di tutti gli uomini e si attengono
alle seguenti prescrizioni: bevono in tazze di bronzo, che sfregano ben bene
ogni giorno, tutti, senza eccezioni; indossano vesti di lino sempre lavate di
fresco, e nel lavarle mettono molta cura. E si circoncidono per ragioni
igieniche, anteponendo l'igiene al decoro personale. Ogni due giorni i
sacerdoti si radono tutto il corpo per non avere addosso pidocchi o sudiciume
di qualunque genere mentre servono gli dei: i sacerdoti portano solo vesti di
lino e calzano solo sandali di papiro: non possono portare indumenti o calzari
di materiale diverso. Si lavano con acqua fredda due volte al giorno e due
volte ogni notte e si attengono a vari altri cerimoniali: ne hanno a migliaia,
si fa per dire. Ma la loro condizione comporta anche privilegi non
indifferenti; per esempio non consumano e non spendono il loro patrimonio
privato: gli vengono cotti pani sacri e quotidianamente ricevono ciascuno una
grande quantit di carni bovine e di oca; e gli si offre anche vino d'uva; di
pesci per non possono cibarsi. Gli Egiziani non seminano assolutamente fave
nel loro paese, e quelle che crescono spontaneamente non le mangiano n crude
n cotte: i sacerdoti non ne tollerano neppure la vista considerandole un
legume impuro. Non c' un solo sacerdote per ciascuna divinit, ma molti e uno
di loro funge da sommo sacerdote; e quando ne muore uno gli succede il figlio.
Considerano sacri ad Epafo i buoi e perci li selezionano con cura: se
vedono in un bue anche un solo pelo nero lo ritengono impuro. Uno dei
sacerdoti  preposto a compiere questa ispezione: esamina l'animale facendolo
stare in piedi e steso sul dorso e gli osserva anche la lingua accertandone la
purezza sulla base di certi indizi prestabiliti di cui parler in un'altra
occasione; esamina anche i peli della coda per vedere se sono cresciuti
normalmente. Se il bue risulta completamente privo di impurit, il sacerdote
lo contrassegna legandogli un foglio di papiro intorno alle corna; sul papiro
applica creta da sigilli; vi appone il marchio e l'animale viene portato via.
Per chiunque sacrifichi un bue privo di marchio  prevista la morte come
punizione.
Questo per quanto riguarda la cernita del bestiame; il sacrificio poi si
svolge cos: conducono la bestia marchiata presso l'altare designato per il
rito e accendono il fuoco; versano quindi libagioni di vino sulla vittima e la
sgozzano sull'altare invocando il dio, e dopo averla sgozzata le tagliano la
testa. Il corpo lo scuoiano, la testa invece, dopo averle scagliato contro
numerose maledizioni, la portano via: dove c' un mercato e tra la popolazione
si trovino commercianti greci, allora la portano al mercato e la vendono, dove
non ci sono Greci la gettano nel fiume. Nel maledire le teste di bue pregano
che se una sciagura sta per sopravvenire sui sacrificanti o sull'Egitto
intero, si scarichi invece su quella testa. Quanto alle teste degli animali
sacrificati e alla libagione di vino tutti gli Egiziani osservano lo stesso
rituale, identico, per tutti i sacrifici; in conseguenza proprio di tale
usanza, nessun Egiziano si ciberebbe mai della testa di alcun animale.
Invece l'estrazione delle viscere della vittima e il modo di bruciarle
differiscono a seconda dei sacrifici. E ora vengo a parlare della dea che essi
considerano pi importante, in onore della quale celebrano la festa pi
importante. Dopo aver scuoiato il bue, pronunciano le preghiere rituali e lo
sventrano togliendo tutti gli intestini ma lasciando nella carcassa i visceri
e il grasso; tagliano poi le zampe, la punta dei lombi, le spalle e il collo.
Quindi riempiono ci che resta del bue con pani di farina pura, miele, uva
secca, fichi, incenso, mirra e altre sostanze aromatiche, e cos riempito lo
bruciano in sacrificio versandovi sopra olio in abbondanza. Prima del
sacrificio osservano il digiuno; e mentre le vittime bruciano tutti si battono
il petto; quando hanno smesso di battersi il petto, si preparano un banchetto
con le parti rimaste della vittima.
Tutti gli Egiziani sacrificano i buoi maschi e i vitelli che risultano
puri, ma non possono toccare le mucche in quanto sacre a Iside. E infatti la
statua di Iside rappresenta una donna con corna bovine, proprio come i Greci
raffigurano Io; assolutamente non c' animale domestico venerato dagli
Egiziani pi delle femmine dei bovini. Per questo motivo mai nessun Egiziano,
uomo o donna, accetterebbe di baciare un Greco sulla bocca, n mai userebbe il
coltello, lo spiedo o la pentola di un Greco, e neppure assaggerebbe la carne
di un bue puro tagliato con un coltello greco. Quando un bovino muore, gli
danno sepoltura nel modo seguente: le mucche le gettano nel fiume, i buoi li
seppelliscono ciascuno nel proprio sobborgo, lasciando spuntare dal suolo a
mo' di indicazione un corno della bestia o anche entrambi. Si attende che
l'animale si sia decomposto e al momento stabilito in ogni citt arriva una
barca dall'isola chiamata Prosopitide. L'isola si trova nel Delta: nel suo
perimetro, di nove scheni, si trovano varie altre citt, ma quella da cui
vengono le imbarcazioni a caricare le ossa dei buoi si chiama Atarbechi; qui
ha sede un tempio sacro ad Afrodite. Da Atarbechi partono in molti verso
differenti citt: dissotterrano le ossa, le portano via e le seppelliscono in
un unico luogo. E cos seppelliscono anche gli altri animali che muoiono;
anche per essi vige l'identica legge: non li possono uccidere.
Quanti hanno eretto un tempio a Zeus Tebano, o sono del distretto di
Tebe, sacrificano capre evitando di toccare le pecore. In effetti gli Egiziani
non venerano tutti ugualmente gli stessi dei, tranne Iside e Osiride, che
dicono corrispondere a Dioniso: queste due divinit le venerano proprio tutti.
Quanti hanno un santuario di Mendes o fanno parte del distretto Mendesio si
astengono dal sacrificare caprini e uccidono solo ovini. I Tebani e chi ha
appreso da loro ad astenersi dalle pecore dicono che tale regola venne imposta
loro per la seguente ragione. Eracle, raccontano, fu preso da un gran
desiderio di vedere Zeus, ma Zeus non voleva essere visto da lui; poich
Eracle insisteva Zeus dovette ricorrere ad un artificio: scuoi un montone e
gli tagli la testa; poi si mostr a Eracle tenendo la testa del montone
davanti alla propria e indossandone la pelle. Ecco perch gli Egiziani
rappresentano Zeus nelle statue con la testa di montone; e come gli Egiziani
fanno gli Ammoni, che sono coloni egiziani ed etiopici e la cui lingua  una
via di mezzo tra l'egiziano e l'etiope. A mio parere gli Ammoni derivarono dal
dio egizio anche il loro nome, dato che gli Egiziani chiamano Ammone Zeus.
Dunque per questo motivo i Tebani non sacrificano i montoni, anzi li ritengono
animali sacri. Per c' un giorno, nell'anno, durante la festa di Zeus, in cui
uccidono un montone, lo scuoiano e con la sua pelle rivestono nella stessa
maniera la statua di Zeus; accanto ad essa trasportano una statua di Eracle;
dopodich tutti gli addetti al tempio si battono il petto in segno di lutto
per il montone e lo seppelliscono in una fossa consacrata.
A proposito di Eracle ho sentito raccontare che  una delle dodici
divinit. Dell'altro Eracle, quello conosciuto dai Greci, in nessuna parte
dell'Egitto ho potuto avere notizie. Che non siano stati gli Egiziani a
prendere il nome di Eracle dai Greci, ma piuttosto i Greci dagli Egiziani, e
precisamente quei Greci che chiamarono Eracle il figlio di Anfitrione, molti
indizi me lo provano e il seguente in particolare: Anfitrione e Alcmena, i
genitori dell'Eracle greco, avevano antenati originari dell'Egitto. Del resto
gli Egiziani dichiarano di non conoscere i nomi n di Posidone n dei
Dioscuri, e non li annoverano fra le restanti divinit. Ora, se gli Egiziani
avessero adottato dai Greci un personaggio divino, si sarebbero ricordati di
questi in misura non minore, ma maggiore, se  vero che anche allora erano
dediti alla navigazione ed esistevano dei marinai Greci; cos almeno mi
aspetterei e questo il mio ragionamento richiede. Insomma non Eracle bens
queste altre figure divine gli Egiziani avrebbero dovuto derivare dai Greci.
L'Eracle egiziano  certamente un dio antico; come essi stessi raccontano fra
il regno di Amasi e l'epoca in cui gli originari otto dei diventarono dodici
(Eracle secondo loro era uno di questi dodici) son passati 17.000 anni.
Io poi, volendo conoscere le cose con chiarezza da chi era in grado di
dirmele, mi recai per mare fino a Tiro, in Fenicia; avevo saputo che l si
trovava un tempio sacro a Eracle, e lo vidi, riccamente adorno di molti e vari
doni votivi; e fra l'altro c'erano due colonnine, una d'oro puro, l'altra di
smeraldo che nella notte riluceva grandemente. Conversando con i sacerdoti del
dio domandai da quanto tempo fosse stato costruito il tempio, e cos constatai
che neanche nel caso loro c'era concordanza con i Greci: mi risposero infatti
che il tempio risaliva all'epoca della fondazione di Tiro, e che Tiro era
abitata da 2300 anni. A Tiro vidi anche un altro tempio di Eracle, detto di
Eracle Tasio, perci visitai anche Taso e vi trovai un santuario di Eracle
edificato dai Fenici che, andando per mare alla ricerca di Europa, fondarono
Taso; e tutto ci era accaduto almeno cinque generazioni prima che in Grecia
nascesse l'Eracle figlio di Anfitrione. Le indagini dimostrano dunque, con
evidenza, che Eracle  un dio molto antico. Per conto mio l'atteggiamento pi
corretto lo mostrano quei Greci che hanno edificato santuari dedicati a due
Eracle, a uno sotto l'appellativo di Olimpio offrendo sacrifici come a un dio
immortale, all'altro rendendo onori come a un eroe.
Sono molte e varie le cose che i Greci raccontano con assoluta
superficialit, fra le quali una sciocca storia riguardante un viaggio di
Eracle in Egitto; qui gli Egiziani dopo avergli legato intorno alla testa le
sacre bende lo avrebbero condotto in processione per immolarlo a Zeus; lui per
un po' sarebbe rimasto tranquillo, ma poi, quando cominciarono presso l'altare
i riti per il suo olocausto, fece ricorso alla forza e uccise tutti gli
Egiziani. A me pare che i Greci narrando questa favoletta dimostrino di
ignorare assolutamente l'indole e le usanze egiziane. Infatti, gente per cui
costituisce empiet persino immolare animali, tranne ovini, buoi, vitelli, e
purch siano puri, e oche, come potrebbe, gente cos, compiere sacrifici
umani? E come avrebbe potuto Eracle, da solo, e per di pi da semplice
mortale, a sentir loro, uccidere decine di migliaia di Egiziani? A noi che
abbiamo speso cos tante parole su tali argomenti gli dei e gli eroi concedano
il loro favore.
Ma ecco perch i Mendesi, Egiziani da noi gi nominati, non sacrificano
n i maschi n le femmine delle capre: essi annoverano Pan fra le otto
divinit, e dicono che queste otto divinit esistevano prima dei dodici dei, e
gli artisti nelle loro pitture e nelle loro sculture rappresentano Pan come
fanno i Greci, con volto di capra e zampe di capro; non perch lo credano
fatto cos, anzi lo ritengono simile agli altri dei, ma per una ragione che
ora non mi fa piacere riferire. I Mendesi venerano tutti i caprini, gli
esemplari femmina e ancora di pi i maschi, i cui guardiani ricevono onori
maggiori; tra gli animali ce n' uno particolarmente venerato alla cui morte
nel nomo di Mendes si proclama un lutto generale. Tra l'altro capro e Pan, in
egiziano si dicono mendes. E ai miei tempi in questo distretto avvenne un
fatto straordinario: pubblicamente una donna si accoppiava con un capro, alla
luce del sole, dico, davanti a tutti.
Gli Egiziani considerano il maiale un animale immondo; gi uno, se fa
tanto di sfiorare un maiale passandogli accanto, va subito a immergersi nel
fiume, cos com', con tutti i vestiti indosso; i guardiani di maiali, poi,
anche se egiziani di nascita, sono gli unici a non poter entrare in alcun
santuario egiziano; e nessuno desidera concedere per sposa sua figlia a uno di
loro, o prendere in moglie la figlia di un porcaro, tanto che i porcari
finiscono per celebrare matrimoni solo all'interno del gruppo. Gli Egiziani
non ritengono lecito offrire suini a dei che non siano Selene e Dioniso; a
tali divinit sacrificano maiali, nello stesso periodo, nello stesso
plenilunio, e ne mangiano le carni. Sul motivo per cui nelle altre feste si
astengono con orrore dai maiali, e in questa invece ne sacrificano, gli
Egiziani narrano una leggenda: io la conosco ma non mi sembra molto decorosa
da riferire. L'offerta del maiale alla dea Selene avviene nel modo seguente:
una volta ucciso l'animale, si prendono insieme la punta della coda, la milza
e l'omento, li si ricopre per bene col grasso ventrale della vittima e li si
brucia; delle altre carni ci si ciba nel giorno di plenilunio, lo stesso in
cui il rito ha luogo: in giorni diversi non le si assaggerebbe nemmeno. I
poveri, non avendo altre risorse, impastano focacce in forma di maiale, le
fanno cuocere e poi le sacrificano.
Invece in onore di Dioniso, la vigilia della festa, ciascuno sgozza un
porcellino davanti alla propria porta e lo consegna allo stesso porcaro che
glielo aveva venduto perch se lo porti via. Per il resto, a parte l'assenza
di cori, la festa dedicata dagli Egiziani a Dioniso  pressoch identica a
quella dei Greci. Al posto dei falli hanno inventato statuette mosse da fili,
alte circa un cubito che le donne portano in giro per i villaggi; ogni
marionetta  fornita di un pene oscillante, lungo quasi quanto il resto del
corpo. In testa alla processione va un suonatore di flauto, le donne lo
seguono inneggiando a Dioniso. Una leggenda sacra spiega per quale ragione il
fallo  cos sproporzionato e perch nelle statuette  l'unica parte dotata di
movimento.
A me pare che gi Melampo figlio di Amitaone non ignorasse questo rito
sacrificale, anzi ne avesse esperienza diretta. Effettivamente fu Melampo a
introdurre fra i Greci la divinit di Dioniso, i sacrifici relativi, e la
processione dei falli; o meglio, egli non rivel tutto in una volta tale
culto: i sapienti venuti dopo di lui ampliarono le sue rivelazioni. Fu per
Melampo a introdurre la processione del fallo in onore di Dioniso, ed  dopo
averlo appreso da lui che i Greci fanno quello che fanno. Io dico insomma che
Melampo, certamente persona di grande sapienza, si procur capacit
divinatorie e introdusse in Grecia parecchi culti conosciuti in Egitto, tra
cui in particolare quello di Dioniso, operando in essi poche modifiche. Non
posso ammettere che il rito egiziano coincida fortuitamente con quello greco:
in questo caso il rito greco sarebbe conforme ai costumi greci e non di
recente introduzione; n posso ammettere che gli Egiziani abbiano derivato dai
Greci questa o altre usanze. A me pare altamente probabile che Melampo abbia
appreso il culto di Dioniso da Cadmo di Tiro e dai suoi compagni, giunti dalla
Fenicia nel paese oggi chiamato Beozia.
Dall'Egitto vennero in Grecia quasi tutte le divinit. Di una loro
origine barbara io sono convinto perch cos risulta dalle mie ricerche; e
penso a una provenienza soprattutto egiziana. Infatti a eccezione di Posidone
e dei Dioscuri, come ho gi avuto modo di dire, nonch di Era, di Estia, di
Temi, delle Cariti e delle Nereidi, le altre divinit sono tutte presenti da
sempre in quel paese, fra gli Egiziani: riporto quanto essi stessi dichiarano.
Quanto alle divinit che sostengono di non conoscere io credo che tutte siano
espressione dei Pelasgi, tranne Posidone. Conobbero questo dio dai Libici;
infatti nessun popolo conosce Posidone fin dalle origini tranne i Libici, che
da sempre lo onorano. Quanto al culto degli Eroi, esso  del tutto estraneo
alle consuetudini egiziane.
Tutto questo dunque i Greci accolsero dagli Egiziani, e altro ancora che
dir pi avanti; ma l'uso di fabbricare le statue di Ermes con il pene ritto
non deriva dagli Egiziani bens dai Pelasgi: i primi ad adottarlo fra i Greci
furono gli Ateniesi, e da loro lo impararono gli altri. Infatti, quando ormai
gli Ateniesi si erano del tutto ellenizzati, nel loro paese vennero ad abitare
dei Pelasgi; che  anche la ragione per cui costoro cominciarono a essere
considerati Greci. Chi  iniziato ai misteri dei Cabiri, misteri che i
Samotraci celebrano dopo averli acquisiti dai Pelasgi, sa ci che dico. In
effetti i Pelasgi venuti a coabitare con gli Ateniesi si stanziarono poi in
Samotracia e da loro i Samotraci appresero tali misteri. Insomma gli Ateniesi
furono i primi Greci a raffigurare nelle statue Ermes con il membro ritto
perch lo avevano imparato dai Pelasgi. In proposito i Pelasgi composero un
sacro racconto divulgato durante i misteri di Samotracia.   |[continua]|


|[LIBRO II, 2]|

Un tempo i Pelasgi, come io stesso so avendolo udito a Dodona, compivano
tutti i sacrifici e invocavano gli dei senza usare un nome personale o un
appellativo: ancora non conoscevano nulla del genere. Li chiamarono dei
($$) in quanto avevano stabilito ($$) l'ordine dell'universo e
quindi regolavano la ripartizione di ogni cosa. Molto tempo dopo appresero i
nomi di tutti gli altri dei, originari dell'Egitto, tranne quelli di Dioniso
che appresero molto pi tardi; dopo un certo tempo interrogarono l'oracolo di
Dodona a proposito di tali nomi; l'oracolo di Dodona  considerato il pi
antico della Grecia intera e a quell'epoca era anche l'unico. Dunque i Pelasgi
chiesero a Dodona se dovevano accogliere le divinit provenienti da genti
barbare e l'oracolo rispose di accoglierle pure. Da allora nei loro sacrifici
adoperarono gli appellativi divini. Tale uso pass pi tardi dai Pelasgi ai
Greci.
Da chi sia nato ciascuno degli dei, oppure se siano sempre esistiti tutti
e quale aspetto avessero, non era noto fino a poco tempo fa, fino a ieri, se
cos si pu dire. Io credo che Omero ed Esiodo siano pi vecchi di me di 400
anni e non oltre: e furono proprio questi poeti a fissare per i Greci la
teogonia, ad assegnare i nomi agli dei, a distribuire prerogative e attivit,
a dare chiare indicazioni sul loro aspetto; i poeti che hanno fama di essere
vissuti prima di loro io li credo invece posteriori. Di quanto qui sopra
esposto, le prime informazioni provengono dalle sacerdotesse di Dodona, ci
che si riferisce a Omero e a Esiodo  opinione mia.
A proposito dei due oracoli, quello greco di Dodona e quello libico di
Zeus Ammone, gli Egiziani narrano una storia. I sacerdoti di Zeus Tebano mi
raccontarono di due donne, due sacerdotesse, rapite da Tebe ad opera di
Fenici: una di loro, come avevano appreso pi tardi, era stata venduta in
Libia, l'altra in Grecia; a queste donne risalirebbe la fondazione degli
oracoli esistenti fra i suddetti popoli. Io domandai ai sacerdoti da dove
attingessero notizie cos precise sugli avvenimenti ed essi mi risposero che
avevano cercato a lungo quelle donne senza riuscire a trovarle; solo pi
tardi, aggiunsero, avevano ottenuto su di loro le informazioni a me riferite.
Questo  quanto seppi dai sacerdoti di Tebe. La versione delle indovine
di Dodona  differente: secondo loro due colombe nere volarono via da Tebe
d'Egitto e giunsero l'una in Libia, l'altra a Dodona. Quest'ultima,
appollaiata su di una quercia, con voce umana avrebbe proclamato che si doveva
fondare in quel luogo un oracolo di Zeus; la gente di Dodona, ritenendo di
origine divina un simile annuncio, si comport di conseguenza. La colomba
direttasi in Libia, narrano, avrebbe ordinato ai Libici di fondare l'oracolo
di Ammone, che  anch'esso di Zeus. Questo mi raccontarono le sacerdotesse di
Dodona, che si chiamavano Promenia, la pi anziana, Timarete, la seconda, e
Nicandre, la pi giovane; e con la loro versione concordano anche gli altri
abitanti di Dodona addetti al santuario.
La mia opinione al riguardo  la seguente: se veramente i Fenici rapirono
le sacerdotesse e le vendettero, l'una in Libia e la seconda in Grecia, io
credo che quest'ultima fu venduta nel paese dei Tesproti, nell'attuale Grecia,
che allora si chiamava Pelasgia; l visse come schiava, poi, sotto una quercia
cresciuta spontaneamente, fond un santuario di Zeus; era logico che lei, gi
sacerdotessa di Zeus a Tebe, volesse perpetuarne il ricordo anche l dov'era
giunta. Pi avanti, quando impar la lingua greca, diede inizio alle attivit
dell'oracolo. Fu lei a raccontare di una sua sorella venduta in Libia dagli
stessi Fenici che avevano venduto lei.
A mio avviso i Dodonesi hanno chiamato colombe le due donne perch erano
barbare e perci a loro sembravano emettere suoni simili al canto degli
uccelli, e aggiungono che la colomba prese a parlare con favella umana col
passare del tempo, cio quando la donna cominci a esprimersi in maniera
comprensibile: finch si serviva di un idioma barbaro sembrava a tutti che
emettesse una specie di verso da uccello; come avrebbe potuto una colomba
parlare con voce umana? Descrivendo poi la colomba come nera di colore,
indicano che la donna proveniva dall'Egitto. Guarda caso l'arte mantica
praticata a Tebe d'Egitto e quella praticata a Dodona sono assai simili fra
loro. E anche la divinazione mediante l'esame delle vittime sacrificate
proviene dall'Egitto.
Gli Egiziani sono stati i primi al mondo a istituire feste collettive,
processioni e cortei religiosi; i Greci hanno imparato da loro e ne abbiamo
una prova: le solennit egiziane risultano celebrate da molto tempo, quelle
greche hanno avuto inizio di recente.
Le feste collettive gli Egiziani non le celebrano una sola volta
all'anno, ma in continuazione: la principale, e seguita con maggiore
partecipazione,  dedicata ad Artemide, nella citt di Bubasti; la seconda ha
luogo a Busiride ed  dedicata a Iside; in questa citt, situata in Egitto nel
bel mezzo del Delta, si trova un grandissimo santuario di Iside, la dea che in
greco si chiama Demetra. La terza festa  per Atena, nella citt di Sais, la
quarta a Eliopoli, per il dio Elio, la quinta a Buto in onore di Leto; la
sesta  dedicata ad Ares e ha luogo nella citt di Papremi.
Ecco che cosa fanno quando si recano a Bubasti: viaggiano sul fiume,
uomini e donne insieme, una gran folla di entrambi i sessi sopra ogni
imbarcazione; alcune donne hanno dei crotali e li fanno risuonare, alcuni
uomini suonano il flauto per tutto il tragitto; gli altri, uomini e donne,
cantano e battono le mani; quando giungono all'altezza di un'altra citt,
accostano a riva e si comportano cos: alcune continuano a fare ci che ho
detto, altre a gran voce dileggiano le donne del posto, altre danzano, altre
ancora si alzano in piedi e si tirano su la veste. Cos in ogni citt che
incontrino lungo il fiume. Una volta arrivati a Bubasti, celebrano la festa
offrendo imponenti sacrifici; in questa ricorrenza si consuma pi vino d'uva
che in tutto il resto dell'anno. Vi accorrono, a quanto sostengono i locali,
fino a settecentomila persone fra uomini e donne, senza contare i bambini.
Cos a Bubasti; a Busiride quando celebrano la festa di Iside tutto si
svolge come ho gi ricordato prima. Dopo il sacrificio uomini e donne si
battono tutti il petto, e sono svariate decine di migliaia di persone: ma dire
in onore di chi si battono il petto sarebbe empio da parte mia. Tutti i Cari
che vivono in Egitto si spingono molto pi in l: con dei coltelli si
infliggono ferite sulla fronte, e da questo si capisce che non sono Egiziani,
ma stranieri.
A Sais, quando si riuniscono per i riti sacrificali, una determinata
notte ciascuno accende molte lampade intorno alla propria casa, all'aperto; le
lampade sono delle ciotoline piene di sale e di olio, sulla cui superficie
galleggia il lucignolo e brucia per tutta la notte; sicch la festa  detta
dei lumi accesi. Gli Egiziani che non si recano a questo raduno festivo
aspettano la notte del sacrificio e accendono a loro volta, tutti, le lucerne;
e in tal modo non solo a Sais si accendono lucerne, ma nell'intero Egitto. Si
tramanda un racconto sacro che spiega per quale motivo la notte in questione
ha ricevuto luce e venerazione.
Quelli che si recano a Eliopoli e a Buto compiono soltanto dei sacrifici.
Invece a Papremi hanno luogo sacrifici e riti sacri come altrove: al tramonto
del sole, mentre pochi sacerdoti si occupano della statua del dio, i pi,
invece, attendono in piedi all'ingresso del tempio armati di mazze di legno;
altri uomini, oltre un migliaio di persone che compiono un voto, se ne stanno
tutti insieme in un gruppo a parte, anch'essi armati di mazze. La statua del
dio, contenuta dentro una specie di piccolo tabernacolo di legno ornato d'oro,
era stata trasportata, la vigilia della festa, in una diversa dimora sacra. I
pochi sacerdoti rimasti accanto ad essa tirano un carretto a quattro ruote,
che porta il tabernacolo con dentro la statua stessa, ma i sacerdoti in piedi
vicino all'ingresso non la lasciano entrare: allora il gruppo delle persone
impegnate a soddisfare il voto prende le difese del dio randellando i
sacerdoti; questi a loro volta reagiscono. Insomma si scatena una violenta
rissa a colpi di bastone: si fracassano la testa e secondo me molti ci
lasciano la pelle in seguito alle ferite riportate; gli Egiziani comunque
escludono categoricamente che sia mai morto qualcuno. Gli abitanti di Papremi
dicono di aver introdotto tale festa per il seguente motivo. Abitava un tempo
nel santuario la madre di Ares; Ares che era stato allevato altrove, divenuto
adulto, venne a Papremi per congiungersi con lei; ma i servitori della madre
non lo avevano mai visto prima di allora, perci non gli consentirono
l'ingresso e lo mandarono via; Ares raccolse uomini da un'altra citt e usando
le cattive maniere nei confronti dei servitori pot entrare da sua madre. Da
tale episodio, dicono, avrebbe tratto origine l'usanza della bastonatura
durante la festa in onore di Ares.
Gli Egiziani sono stati anche i primi ad osservare religiosamente il
divieto di accoppiarsi con le donne all'interno dei santuari e di entrarvi
dopo un accoppiamento senza essersi lavati. Quasi ovunque nel mondo, tranne in
Egitto e in Grecia, uomini e donne hanno rapporti sessuali dentro aree sacre,
o vi entrano, dopo, senza essersi lavati, ritenendo che gli uomini sono come
le altre bestie. Infatti si vedono tutti gli animali e varie specie di uccelli
accoppiarsi all'interno dei templi o dei sacri recinti; se ci non fosse
gradito agli dei, dicono, gli animali non lo farebbero. Con questa
giustificazione tengono un comportamento che a me non piace affatto.
Invece gli Egiziani hanno uno straordinario rispetto per le norme
religiose in generale e per queste in particolare. Pur confinando con la
Libia, l'Egitto non  molto popolato da animali, ma quelli che vi sono, sono
considerati sacri, senza eccezione, sia quelli domestici come i selvatici. Se
spiegassi perch sono considerati sacri verrei a parlare di questioni divine,
sulle quali io evito il pi possibile di intrattenermi. Se talora ho sfiorato
simili argomenti, l'ho fatto perch costretto dalla necessit. Esiste una
legge sugli animali: essa prescrive che degli Egiziani, uomini o donne,
vengano incaricati di provvedere al nutrimento di ciascuna specie; e tale
onore si trasmette dal genitore al figlio. Gli abitanti delle citt, ciascuno
per conto suo, quando fanno voti al dio protettore di un dato animale compiono
questi riti: radono il capo dei propri figli, per intero, per met o per un
terzo, e poi sui due piatti della bilancia pongono i capelli e dell'argento:
l'argento che controbilancia il peso dei capelli lo danno alla guardiana degli
animali; in cambio di tale somma essa sminuzza del pesce e lo d in pasto alle
bestie. Ecco dunque, come  prescritto che vengano nutrite. Se qualcuno uccide
uno di questi animali, se lo fa volontariamente la pena prevista  la morte,
se involontariamente paga la pena stabilita dai sacerdoti. Nel caso si uccida
un ibis o uno sparviero, volontariamente o involontariamente, la pena di morte
 inevitabile.
Le bestie che vivono con l'uomo sono gi molte, ma sarebbero ancora di
pi se ai gatti non accadesse una cosa strana: le femmine dopo aver partorito
non vanno pi con i maschi; questi provano ad accoppiarsi con esse, ma senza
riuscirci. Ricorrono allora a una astuzia: rapiscono e sottraggono alle
femmine i piccoli e li uccidono, dopo, per, non li divorano. Le gatte,
private dei figli, ne desiderano altri e cos ritornano ad accoppiarsi con i
maschi:  un animale che ama molto la sua prole. Se scoppia un incendio i
gatti assumono un comportamento prodigioso: gli Egiziani formano un cordone
per tenere lontani i gatti, trascurando persino di spegnere le fiamme, ma i
gatti sgusciando fra gli uomini o saltando sopra di loro si lanciano nel fuoco
e quando questo avviene gli Egiziani provano una grande afflizione. Nelle case
in cui un gatto muore di morte naturale tutti gli abitanti della casa si
radono solo le sopracciglia; dove muore un cane si radono tutto il corpo e la
testa.
I gatti morti vengono trasportati in ricoveri sacri, dove vengono
imbalsamati e seppelliti, nella citt di Bubasti. I cani invece li
seppelliscono ciascuno nella propria citt, in sacri loculi, e come i cani
seppelliscono anche le manguste. I topiragno e gli sparvieri li portano a
Buto, gli ibis a Ermopoli. Gli orsi, che sono rari, e i lupi, che non sono
molto pi grossi delle volpi, li seppelliscono nello stesso punto in cui li
trovano morti.
Ecco le caratteristiche del coccodrillo: nei quattro mesi pi freddi non
mangia nulla; ha quattro zampe e vive tanto nell'acqua come sulla terra ferma,
dove depone e fa schiudere le uova; trascorre la maggior parte del giorno
all'asciutto, ma l'intera notte nel fiume perch l'acqua  pi calda dell'aria
e della rugiada. Fra tutti gli animali conosciuti  quello che dalle
dimensioni pi piccole raggiunge le pi grandi: infatti depone uova non molto
pi grosse di quelle di un'oca e il piccolo appena nato  grande in
proporzione; poi crescendo raggiunge i 17 cubiti e anche di pi. Possiede
occhi di maiale, denti e zanne smisurate in ragione del corpo;  l'unico degli
animali a non possedere lingua. Non muove la mascella inferiore, ma, anche in
questo unico fra gli animali, accosta la mascella superiore all'inferiore. Ha
unghie robuste e sul dorso una pelle scagliosa indistruttibile; nell'acqua 
cieco ma all'aria aperta possiede una vista acutissima. Poich trascorre in
acqua parte del suo tempo, ne esce con la bocca coperta di sanguisughe; e
mentre tutti gli altri uccelli o fiere lo fuggono, il trochilo invece  con
lui in ottimi rapporti perch gli rende un prezioso servizio: infatti quando
il coccodrillo  uscito dall'acqua sulla riva e spalanca le fauci (cosa che fa
abitualmente e per lo pi in direzione dello zefiro) allora il trochilo gli
penetra in bocca e ingoia le sanguisughe: il coccodrillo gode del sollievo
procuratogli dal trochilo e non gli fa alcun male.
I coccodrilli sono sacri per alcuni Egiziani e per altri no; anzi li
trattano con grande ostilit. Quanti abitano intorno alla citt di Tebe e al
lago di Meride li ritengono assolutamente sacri: in entrambe queste regioni
provvedono al mantenimento di un coccodrillo scelto fra tutti, ammaestrato e
addomesticato: gli ornano le orecchie con ciondoli di smalto e d'oro, e con
anelli le zampe anteriori, lo nutrono con cibi scelti e vittime di sacrifici,
trattandolo insomma nel modo migliore finch  in vita. Quando muore lo
imbalsamano e lo seppelliscono in loculi sacri. Al contrario coloro che
abitano nei pressi di Elefantina arrivano a cibarsi dei coccodrilli, cos poco
li considerano sacri. Il loro nome non  coccodrilli, bens champsai; furono
gli Ioni a chiamarli coccodrilli quando li videro simili per aspetto ai
coccodrilli che nel loro paese si trovano sui muri di pietra.
La cattura del coccodrillo avviene secondo molte e varie tecniche; io
descriver quella che mi sembra pi meritevole di esposizione. Il cacciatore
sistema su di un uncino una spalla di maiale e la lancia in mezzo al fiume;
quindi stando sulla riva percuote un porcellino vivo: il coccodrillo sente le
grida del maialino e avanza in direzione della voce, si imbatte nell'esca e la
divora: a quel punto lo trascinano a riva; quando  sulla terra per prima cosa
il cacciatore gli copre gli occhi con del fango: se fa cos, dopo riesce
facilmente ad averne ragione, se non fa cos deve sudare parecchio.
Gli ippopotami sono sacri nel nomo di Papremi ma non per gli altri
Egiziani. Le caratteristiche esteriori dell'ippopotamo sono: quattro zampe,
zoccolo fesso come quello dei buoi, muso rincagnato, criniera da cavallo,
fauci con zanne in bella evidenza, coda e voce simili a un cavallo;  grosso
quanto il pi grosso dei buoi. La sua pelle  talmente spessa che quando 
secca se ne possono fare aste per dardi.
Nel fiume ci sono anche lontre che gli Egiziani considerano sacre. Tra i
pesci ritengono sacri il cosiddetto lepidoto e l'anguilla; li dicono sacri al
Nilo, come pure, fra gli uccelli, le chenalopeci.
E c' anche un altro uccello sacro, chiamato fenice; per altro io non ne
ho mai visti se non in dipinti; pare infatti che compaia in poche circostanze,
ogni 500 anni a sentire gli abitanti di Eliopoli. E dicono che apparirebbe
solo quando gli muore il padre; se le raffigurazioni sono fedeli per
dimensioni e per forma  come segue: le penne delle ali sono in parte dorate e
in parte rosse; per sagoma e dimensioni somiglia molto a un'aquila. Gli
attribuiscono, ma a me non pare troppo credibile, un'impresa straordinaria:
volerebbe dall'Arabia fino al tempio del dio Elio trasportando il padre
avvolto nella mirra per seppellirlo nel santuario; lo trasporta cos: prima
con la mirra fabbrica un uovo grande quanto  in grado di sollevare; dopo
alcuni voli di prova lo svuota e vi introduce il padre; poi spalma altra mirra
sul buco usato per svuotare l'uovo e per farvi entrare il padre; l'uovo con
dentro il padre pesa quanto pesava prima; a questo punto lo trasporta in
Egitto al tempio del dio Elio. Questo farebbe la fenice, a quanto riferiscono.
Nella zona di Tebe sono sacri dei serpenti del tutto innocui per l'uomo e
di dimensioni assai ridotte che portano due corni sulla sommit della testa;
quando muoiono li seppelliscono nel tempio di Zeus: dicono infatti che sono
sacri al dio.
C' una localit in Arabia, pressappoco di fronte alla citt di Buto,
dove mi sono recato per ottenere informazioni a proposito dei serpenti alati.
Quando vi giunsi vidi resti e scheletri di rettili in quantit indescrivibili:
interi cumuli di spine dorsali, un gran numero di cumuli grandi, piccoli e di
medie dimensioni. La localit dove le ossa giacciono ammucchiate si presenta
cos: un passaggio fra anguste montagne verso un'ampia pianura, pianura che 
collegata alla piana d'Egitto. Si racconta che all'inizio della primavera i
serpenti alati volano dall'Arabia in direzione dell'Egitto, ma che gli ibis li
affrontano all'ingresso di questa regione e impediscono loro di entrare, anzi
ne fanno strage. A ci gli Arabi fanno risalire il grande onore tributato agli
ibis dagli Egiziani; e gli Egiziani stessi sono d'accordo nello spiegare cos
il rispetto che portano agli ibis.
L'ibis, di aspetto,  un uccello del tutto nero con zampe simili alle
zampe di una gru e becco assai ricurvo; la taglia  quella di una gallinella.
Cos si presentano gli ibis neri, quelli che combattono contro i serpenti
alati; ma le specie di ibis sono due, e quella che gli uomini si trovano tra i
piedi  cos: ha nudi la testa e il collo, tutte bianche le piume tranne che
sul capo, sulla gola e sulla punta delle ali e della coda, dove sono al
contrario perfettamente nere; per zampe e sagoma  simile all'altra specie.
L'aspetto dei serpenti  simile a quello delle idre; hanno ali senza penne,
molto simili alle ali del pipistrello. E quanto ho detto basti sul conto degli
animali sacri.
Gli Egiziani residenti nella parte seminata dell'Egitto sono i pi dotti
fra tutti coloro con cui io abbia mai avuto a che fare, perch coltivano
memoria dell'umanit intera. Essi hanno il seguente sistema di vita: si
purgano per tre giorni consecutivi al mese cercando la salute con emetici e
clismi intestinali, convinti che dai cibi di cui si nutrono derivino agli
uomini tutte le malattie. In effetti gli Egiziani sono inoltre la popolazione
pi sana al mondo dopo i Libici, e ci a mio parere a causa delle stagioni ,
cio per l'assenza di mutamenti di stagione; le malattie degli uomini hanno
origine per lo pi nei cambiamenti, e in particolare nei cambi di stagione. Si
cibano di pane preparato con farina di olira, che chiamano killestis; bevono
vino d'orzo perch nel loro paese non hanno viti; mangiano pesci crudi e
seccati al sole o conservati sotto sale. Fra gli uccelli mangiano quaglie,
anatre e uccellini, crudi e sotto sale; tutti gli altri uccelli e pesci che
possiedono, tranne quelli considerati sacri, li mangiano arrosto o lessi.
Alle riunioni dei benestanti, appena si  finito di mangiare, un uomo
porta in giro una scultura di legno raffigurante un cadavere nella sua bara,
imitato alla perfezione nell'intaglio e nei colori, e lungo in tutto uno o due
cubiti, e mostrandolo a ciascuno dei convitati dice: Guardalo e bevi e
divertiti: quando sarai morto anche tu sarai cos. Questo fanno quando sono
riuniti per bere.
Conservano le loro usanze nazionali e non ne acquisiscono di nuove. Tra
le varie notevoli tradizioni si segnala l'esistenza di un unico canto, il
canto di Lino, lo stesso presente in Fenicia, a Cipro e altrove: il nome 
diverso presso ciascuna popolazione, ma si  d'accordo nel ritenerlo lo stesso
cantato dai Greci sotto il nome di Lino; cosicch tra tante altre cose
d'Egitto che mi incuriosivano c'era anche l'origine di questo canto.
L'impressione  che l'abbiano sempre cantato; in egiziano Lino si chiama
Manero. Alcuni Egiziani mi hanno raccontato che Manero fu l'unico figlio del
primo re dell'Egitto; alla sua morte prematura gli Egiziani cantarono in suo
onore questi lamenti funebri, che furono il loro primo e unico tipo di canto.
Un'altra usanza gli Egiziani hanno in comune con i Greci, o meglio con
gli Spartani: quando dei giovani incontrano per strada persone pi anziane
cedono il passo, si scostano e al loro arrivo si alzano se erano seduti.
Diversa assolutamente dall'uso greco  l'abitudine di inchinarsi abbassando la
mano fino al ginocchio, invece di scambiarsi semplicemente un saluto, per
strada.
Vestono tuniche di lino chiamate calasiri, ornate di frange intorno alle
gambe; sopra le tuniche indossano mantelli di lana bianca, ma non possono
portarli dentro un tempio e usarli nel corredo funebre: non  infatti
consentito. In questo vanno d'accordo con i precetti denominati Orfici e
Bacchici, che sono in realt egiziani, e Pitagorici: chi  iniziato a tali
misteri commette empiet se si fa seppellire con vesti di lana. In proposito
esiste un racconto sacro.
Agli Egiziani risalgono le seguenti altre scoperte: a quale dio
appartengono ciascun mese e ciascun giorno, e, sulla base del giorno di
nascita, quali eventi gli capiteranno, come terminer la vita e quale
personalit avr; di tali scoperte si valsero quanti fra i Greci si dedicarono
alla poesia. Da soli hanno individuato effetti miracolosi pi di tutti gli
altri uomini messi assieme; perch dopo il verificarsi di un prodigio
osservano con attenzione l'avvenimento che ne consegue e lo registrano,
sicch, quando poi si verifica qualcosa di simile, ritengono che si ripeter
lo stesso avvenimento.
L'arte della divinazione in Egitto  cos fatta: non si attribuisce a
nessun uomo, ma spetta ad alcune divinit. E infatti in Egitto esistono
oracoli di Eracle, di Apollo, di Atena, di Artemide, di Ares e di Zeus, nonch
di Latona, nella citt di Buto, l'oracolo che fra tutti gode della maggiore
considerazione. Le tecniche di predizione non sono ovunque le stesse, ma
differiscono fra loro.
L'arte medica in Egitto  cos suddivisa: ogni medico cura una e una sola
malattia; e ci sono medici dappertutto: alcuni curano gli occhi, altri la
testa, altri i denti, altri le affezioni del ventre, altri ancora le malattie
oscure.
Ed ecco come si svolgono lamentazioni funebri e funerali: quando in una
casa viene a mancare un uomo di una certa importanza, tutte le donne della
casa si impiastricciano di fango la testa o anche il volto; poi, lasciando il
morto nella casa, girano succinte e a seno scoperto per la citt battendosi il
petto e con loro tutte le donne del parentado. Anche gli uomini si battono il
petto succinti, ma separatamente. Fatto ci, portano il cadavere
all'imbalsamazione.
In Egitto esistono persone depositarie di tale tecnica funeraria che
svolgono questa mansione. Costoro, quando ricevono un cadavere, mostrano a
quelli che l'hanno portato un campionario di salme di legno, rese somiglianti
con la pittura; e li informano che la pi accurata imbalsamazione  quella di
colui il cui nome non mi  lecito riferire in una simile circostanza, poi
mostrano la seconda che  inferiore e meno costosa e infine la terza che  la
meno cara; e parlando chiedono ai clienti con quale tipo desiderino che il
loro morto sia trattato. I clienti si mettono d'accordo sul prezzo e se ne
vanno, ed essi, senza muoversi dai loro laboratori, imbalsamano, nel modo pi
accurato, come segue: per prima cosa con ferri uncinati, attraverso le narici,
estraggono il cervello; in parte usano questi ferri, ma si aiutano anche con
acidi. Poi con un'affilata pietra etiopica aprono il cadavere all'altezza
dell'addome e ne asportano tutto l'intestino; quindi lo puliscono, lo
cospargono di vino di palma e poi ancora lo purificano con varie sostanze
aromatiche in polvere. Infine riempiono il ventre con mirra pura in polvere,
con cassia e con tutti gli altri aromi, a eccezione dell'incenso, e lo
ricuciono. Terminata questa operazione, disseccano il cadavere tenendolo a
bagno nel nitro per settanta giorni; tenervelo per un tempo maggiore non 
assolutamente consigliato. Trascorsi i settanta giorni, risciacquano il
cadavere e lo avvolgono interamente con bende tagliate da una tela di bisso e
spalmate di gomma (in genere gli Egiziani usano tale gomma al posto della
colla). A questo punto se lo riprendono i parenti, che fanno costruire una
bara di legno a figura umana e dopo averla fatta vi rinchiudono il morto; cos
com' poi, chiuso in questa bara, lo ripongono in una camera sepolcrale,
sistemandolo in piedi contro la parete.
Questo  il sistema pi costoso per imbalsamare i cadaveri; preparano
invece come segue chi desidera la maniera media per evitare una spesa elevata:
preparano clisteri di olio di cedro con cui riempiono il ventre del morto
senza operare tagli e senza asportare l'intestino; li introducono per via
rettale e impediscono poi la fuoriuscita dei liquidi; quindi disseccano il
cadavere per i giorni stabiliti e allo scadere fanno uscire dal ventre il
cedro che vi avevano immesso. Questo ha una tale efficacia che porta via con
s l'intestino e le viscere ormai dissolte; a loro volta le carni vengono
consumate dal nitro, sicch del cadavere non restano che la pelle e le ossa.
Fatto ci riconsegnano il cadavere cos com', senza prendersene ulteriore
cura.
Il terzo sistema di imbalsamazione  quello che prepara le persone pi
povere. Purificano gli intestini con l'erba sirmea, fanno disseccare il
cadavere per i settanta giorni e lo consegnano da portar via.
Le mogli dei personaggi pi illustri non vengono mandate
all'imbalsamazione immediatamente dopo la morte, e cos pure le donne di
particolare bellezza o di una certa condizione: lasciano passare due o tre
giorni e poi le consegnano agli imbalsamatori. Agiscono cos per impedire che
gli imbalsamatori abbiano rapporti fisici con queste donne; pare infatti che
una volta uno di loro sia stato sorpreso mentre si univa carnalmente con il
cadavere di una donna morta da poco; lo denunci un collega di lavoro.
Se un Egiziano o anche uno straniero viene ghermito dai coccodrilli o
dalla corrente stessa del fiume e il suo cadavere ricompare, gli abitanti
della citt dove esso approda devono assolutamente provvedere a imbalsamarlo e
a dargli sepoltura nel modo pi onorevole possibile, in loculi sacri. Nessuno
pu toccare questa salma, n parente, n amico, n altro: soltanto i sacerdoti
del dio Nilo possono dargli sepoltura con le loro mani, perch  considerato
qualcosa di pi che un semplice cadavere.
Gli Egiziani rifuggono dall'adottare usi greci, o meglio per dirla
intera, costumi di qualunque altro popolo. Questa in Egitto  la norma
generale, ma nel territorio di Tebe vicino a Neapoli, in una grande citt
chiamata Chemmi sorge un tempio di forma quadrangolare e circondato da palmizi
dedicato a Perseo, figlio di Danae: il santuario ha propilei costruiti con
pietre di grandi dimensioni; oltre i propilei si trovano due statue in pietra,
assai alte. All'interno di questa area sacra sorge il tempio vero e proprio,
che a sua volta contiene una statua di Perseo. Gli abitanti di Chemmi
sostengono che Perseo appare spesso nel loro paese e spesso all'interno del
tempio; che vi si trova un sandalo calzato da lui, lungo due cubiti, e che,
quando Perseo si mostra, tutto l'Egitto gode di prosperit. Questo  quanto
dicono di Perseo; ed ecco quanto fanno in suo onore, alla maniera dei Greci:
indicono giochi ginnici completi di tutte le specialit, stabilendo come premi
capi di bestiame, mantelli e pelli. Quando io chiesi perch mai Perseo si
mostrasse abitualmente solo a loro e per quale motivo avessero istituito gare
ginniche a differenza di tutti gli altri Egiziani, mi risposero che Perseo era
originario della loro citt perch Danao e Linceo erano di Chemmi e poi si
recarono in Grecia per mare; dai due poi le varie generazioni discesero fino a
Perseo. Quando Perseo giunse in Egitto, per la stessa ragione indicata anche
dai Greci, cio per portare dalla Libia la testa della Gorgone, si sarebbe
fermato presso di loro e vi avrebbe riconosciuti tutti i propri parenti;
quando giunse in Egitto gi gli era nota la citt di Chemmi almeno di nome,
avendone sentito parlare dalla madre: allora celebrarono per lui i giochi
ginnici, obbedendo a un suo ordine.
Tutte queste usanze appartengono alle popolazioni egiziane al di sopra
delle paludi; invece quanti abitano nella regione delle paludi hanno gli
stessi costumi degli altri Egiziani; fra l'altro ciascuno di loro pu sposare
una sola donna, come in Grecia. E per procurarsi da vivere a buon mercato
hanno studiato varie soluzioni. Quando il fiume  in piena e la pianura assume
l'aspetto del mare aperto, nell'acqua spuntano numerosi fiori di un giglio che
gli Egiziani chiamano loto; essi li raccolgono e li fanno seccare al sole,
quindi ne estraggono la parte centrale, simile a quella del papavero, la
tritano e ne fanno pani cotti sul fuoco. Anche la radice del loto 
commestibile,  un bulbo sferico delle dimensioni di una mela e di sapore
dolciastro. Vi sono anche altri gigli, simili a rose, che spuntano essi pure
nel fiume e il cui frutto si sviluppa su un altro gambo, separato dal
principale ma spuntato dalla medesima radice; a vederlo  molto simile a un
nido di vespe; nel frutto si trovano moltissimi semi commestibili, grandi come
noccioli di oliva, che si mangiano freschi o secchi. Quando estraggono dalle
paludi il papiro, che cresce in un anno, tagliano e mettono da parte per altri
usi la sua parte superiore; di quella inferiore, per circa un cubito di
lunghezza, si cibano e fanno commercio. Chi desidera fare il migliore uso del
papiro lo abbrustolisce entro un forno rovente e se lo mangia cos. Alcuni di
loro si nutrono esclusivamente di pesce: lo catturano, lo sventrano, lo fanno
seccare al sole e poi lo consumano cos com', secco.
I pesci che vivono in branchi non nascono nei fiumi, crescono nelle
paludi e tengono il seguente comportamento: quando si manifesta in loro
l'istinto di riproduzione, si dirigono a frotte verso il mare; i maschi
precedono il branco spargendo il loro seme, le femmine seguendoli lo
inghiottono al volo e ne rimangono fecondate; dopo aver concepito in mare,
tornano tutti indietro ciascuno ai luoghi abituali. Ma non sono pi i maschi a
capeggiare il branco, la guida tocca ora alle femmine; ed esse nel tornare a
frotte si comportano come facevano i maschi: espellono le loro uova,
raggruppate in piccoli ammassi, e i maschi che vengono dietro se le divorano.
Le uova sono pesci: infatti, fra le uova superstiti che non sono state
divorate, quelle che si sviluppano diventano pesci. I pesci catturati mentre
si trasferiscono in mare presentano come una ammaccatura sulla parte sinistra
della testa, quelli catturati sulla via del ritorno la presentano invece sul
lato destro; ci si verifica perch nuotano verso il mare tenendosi vicini
alla riva sulla loro sinistra, e tornano indietro facendo la stessa cosa sulla
loro destra; rasentano, e arrivano a urtare la riva, pi che altro per non
essere trascinati fuori rotta dalla corrente. Quando il Nilo  all'inizio
della piena, le concavit del terreno e le depressioni lungo il fiume sono le
prime a cominciare a colmarsi dell'acqua che vi filtra dal fiume: non appena
colme, subito si riempiono dappertutto di piccoli pesciolini. Io credo di
indovinare da dove  probabile che essi vengano: ogni anno quando il fiume si
ritira anche i pesci se ne vanno con le ultime acque, ma lasciano le loro uova
nella fanghiglia; l'anno dopo, quando l'acqua ritorna, ecco che subito da
quelle uova nascono i pesci. E sui pesci basti cos.
Gli Egiziani residenti nelle zone paludose usano un olio ricavato dal
frutto del ricino; lo chiamano kiki e lo preparano come segue: lungo le rive
dei canali e dei laghi seminano questi ricini, che in Grecia crescono
spontanei allo stato selvatico; in Egitto vengono seminati e producono molti
frutti maleodoranti: una volta raccolti c' chi li batte e li spreme con il
torchio, c' invece chi li fa abbrustolire e bollire e poi ne raccoglie il
succo derivato;  un olio grasso e adatto alle lampade non meno di quello di
oliva, ma emana un odore assai sgradevole.
Contro le zanzare, che sono numerosissime, hanno studiato vari rimedi.
Quanti abitano al di l delle paludi trovano sollievo grazie a delle torri, su
cui salgono per andare a dormire: le zanzare a causa del vento non sono in
grado di volare oltre una certa altezza. Invece quanti vivono proprio nelle
zone paludose al posto delle torri hanno studiato un altro sistema; ognuno di
loro possiede una rete, che di giorno serve per la pesca e di notte invece si
usa cos: l'appendono tutta intorno al letto in cui si va a riposare e poi vi
si infilano sotto per dormire; le zanzare, che riescono a punzecchiarti anche
se dormi avvolto in un mantello o in un lenzuolo, attraverso questa reticella
non ci provano neppure.
Le loro navi mercantili sono costruite con legno di acacia; questo albero
somiglia moltissimo al loto di Cirene, eccetto per la gomma che ne sgocciola.
Dall'acacia ricavano tavole di due cubiti che uniscono come fossero mattoni
costruendo la barca come segue: fissano le assi di due cubiti intorno a fitte
e lunghe caviglie; fabbricato cos lo scafo vi sistemano sopra i banchi.
Queste imbarcazioni non hanno costole e le giunture vengono calafatate con
papiro; il timone  uno solo e attraversa la carena; hanno l'albero in legno
di acacia e vele di papiro. Tali battelli non sono in grado di risalire il
fiume a meno che non soffi un forte vento, perci vengono trascinati da riva;
invece quando seguono la corrente procedono cos: sono muniti di un graticcio,
formato da rami di tamerici intrecciati con fuscelli di canne, e di una pietra
forata pesante circa due talenti: si cala il graticcio, assicurato con una
fune davanti all'imbarcazione perch la trascini, e la pietra, a poppa, legata
ad un'altra fune. Il graticcio, spinto dalla forza della corrente avanza
velocemente e tira la baris (tale  il nome di queste imbarcazioni); di dietro
la pietra, trascinata a una certa profondit, mantiene rettilinea la
navigazione. Di queste imbarcazioni ve ne sono in grande quantit e alcune
trasportano molte migliaia di talenti di carico.
Quando il Nilo inonda il paese, dalle acque emergono soltanto le citt,
molto simili alle isole nel Mare Egeo. Solo le citt emergono, tutto il resto
del territorio egiziano si trasforma in una distesa d'acqua. Allora non si
naviga pi lungo i rami del fiume, bens attraverso la pianura; per andare da
Naucrati a Menfi si passa accanto alle piramidi, mentre la rotta abituale
tocca il vertice del Delta e la citt di Cercasoro; navigando attraverso la
pianura verso Naucrati, a partire dal mare all'altezza di Canobo, si passa
accanto alla citt di Antilla e a quella cosiddetta di Arcandro.
Delle due, Antilla, un centro notevole,  stata scelta per la fornitura
dei calzari alla moglie dei re che si succedono al trono; ci accade da quando
l'Egitto  sottomesso ai Persiani. L'altra citt a mio parere prende il nome
dal genero di Danao, Arcandro, figlio di Ftio e nipote di Acheo: si chiama
appunto Arcandropoli; forse si tratta di un altro Arcandro, ma il nome in ogni
caso non  di origine egiziana.
Tutto ci che ho riferito fino ad ora era il risultato della mia visione
diretta delle cose, o di una mia indagine o era una mia opinione; d'ora in
avanti verr a riferire racconti di Egiziani cos come li ho uditi: al pi
aggiunger qualche particolare ricavato dalla mia osservazione dei fatti. I
sacerdoti mi dissero che Mina, il primo re dell'Egitto, protesse Menfi con
argini; il fiume scorreva interamente lungo le montagne di sabbia situate in
direzione della Libia: Mina con degli sbarramenti devi a gomito il fiume
verso sud, un centinaio di stadi a monte di Menfi, facendo prosciugare
l'antico letto e incanalando il fiume perch scorresse in mezzo alle montagne.
Ancora adesso all'altezza di quest'ansa del Nilo i Persiani sorvegliano con
cura che il fiume scorra lungo i nuovi argini; e li rinforzano annualmente,
perch, se il fiume dovesse romperli e straripare in questo punto, l'intera
Menfi rischierebbe di finire sommersa. Mina, il primo re, bonific il terreno
sottratto al fiume e vi fond una citt, proprio l'attuale Menfi (anche Menfi
effettivamente sorge nella parte stretta dell'Egitto); poi intorno alla citt,
verso nord e verso ovest fece scavare un lago alimentato dal fiume (il lato
est  gi delimitato dal Nilo); in citt eresse un santuario di Efesto, grande
e degno di molta considerazione.
I sacerdoti poi mi elencarono da un loro libro i nomi di altri 330 re;
fra cos tante generazioni diciotto erano di origine etiopica, gli altri erano
tutti Egiziani, compresa l'unica donna. La donna che sedette sul trono
d'Egitto si chiamava Nitocri, come la regina babilonese. Di lei mi
raccontarono come vendic il fratello; lui era re d'Egitto quando gli Egiziani
lo uccisero e affidarono il potere nelle mani di Nitocri, ma lei per
vendicarlo macchin un inganno e comp una strage di Egiziani. Fece costruire
una grande sala sotterranea, poi, ufficialmente per inaugurarla, ma in realt
meditando in animo ben altro, vi invit a banchetto molte persone, quelle che
sapeva maggiormente implicate nell'assassinio; e mentre pranzavano, attraverso
una grande conduttura segreta, rovesci su di loro le acque del fiume. Questo
 quanto mi raccontarono di lei, aggiungendo solo che, compiuta la sua
vendetta, si butt gi in una stanza piena di cenere per sfuggire alle
rappresaglie.
Gli altri sovrani, mi dissero, non si erano distinti minimamente; in
effetti non mi citarono nessuna opera dovuta a qualcuno di loro, se si fa
eccezione per Meride, l'ultimo della serie, il quale innalz a ricordo di s i
propilei del tempio di Efesto che guardano verso settentrione; e fu lui a
realizzare un lago artificiale, della cui estensione parler pi avanti;
nell'invaso innalz piramidi; quanto fossero grandi tali piramidi lo preciser
al momento di soffermarmi sulle dimensioni del lago. Queste furono le opere
realizzate da Meride; degli altri non avevano nulla da menzionare.
Io dunque li tralascer per menzionare invece il re salito al potere dopo
di loro, che si chiamava Sesostri. Di Sesostri i sacerdoti mi raccontarono che
per primo si mosse con una flotta di lunghe navi dal Golfo d'Arabia per
soggiogare le popolazioni insediate lungo le coste del Mare Eritreo; avanz
con le sue navi finch raggiunse un braccio di mare non pi navigabile a causa
dei bassi fondali. Se ne torn allora di l in Egitto, dove, secondo il
racconto dei sacerdoti, raccolse un numeroso esercito e marci attraverso il
continente, sottomettendo ogni popolazione che gli si parava sul cammino.
Quando si imbatteva in popoli valorosi e particolarmente attaccati alla
propria libert, sul posto lasciava delle stele con iscrizioni che ricordavano
il suo nome, la sua patria e come li avesse soggiogati con il suo esercito;
quando si vedeva consegnare le citt senza combattere e prontamente, incideva
sulle stele lo stesso discorso riservato ai popoli valorosi, ma vi aggiungeva
l'immagine degli organi sessuali femminili; intendeva cos rendere chiaro che
quelle erano genti imbelli.
Cos facendo attravers l'intero continente, poi pass dall'Asia in
Europa e assoggett gli Sciti e i Traci. Queste mi sembrano le regioni estreme
toccate dall'esercito egiziano: in effetti nel paese degli Sciti e dei Traci
si vedono ancora erette delle stele commemorative, che spingendosi oltre non
si vedono pi. Di l ritirandosi torn indietro e raggiunse il fiume Fasi dove
non saprei dire con certezza se fu il re Sesostri personalmente a distaccare
una parte del suo esercito e a lasciarla sul posto per colonizzare la regione,
oppure se alcuni soldati decisero di stabilirsi nei dintorni del Fasi, stanchi
di girovagare con il loro re.
 chiaro comunque che gli abitanti della Colchide sono di origine
egiziana: io lo avevo pensato prima ancora di sentirlo dire da altri. E come
mi venne in testa l'idea, condussi un'indagine fra le due popolazioni; ne
risult che i Colchi conservavano memoria degli Egiziani pi che gli Egiziani
dei Colchi; ma gli Egiziani ritenevano, cos dissero, che i Colchi
discendessero da una parte dall'esercito di Sesostri. Io me ne ero gi accorto
per conto mio: i Colchi hanno la pelle scura e i capelli crespi (cosa che, per
la verit, non permette di trarre nessuna conclusione certa, dal momento che
anche altre popolazioni presentano queste caratteristiche); ma decisiva mi era
parsa la constatazione che Colchi, Egiziani ed Etiopi sono gli unici popoli a
praticare la circoncisione fin dalle origini. Gli stessi Fenici e i Siri della
Palestina ammettono di averla derivata dagli Egiziani; i Siri del fiume
Termodonte e del Partenio e i Macroni loro confinanti dichiarano di avere
appreso tale uso dai Colchi e di recente. Questi sono i soli popoli a
praticare la circoncisione e tutti chiaramente rifacendosi agli Egiziani. Fra
Egiziani ed Etiopi non saprei dire chi abbia imparato da chi, perch in
entrambi i casi si tratta evidentemente di una istituzione antica. Ma del
fatto che tutti gli altri l'abbiano appresa per aver avuto frequenti relazioni
con l'Egitto, io possiedo una prova decisiva: tutti i Fenici che hanno
contatti con la Grecia non seguono pi le usanze egiziane e non circoncidono
pi i loro figli.
E gi che ci siamo citer un ulteriore particolare che avvicina i Colchi
agli Egiziani: sono i soli due popoli a lavorare il lino nella stessa maniera.
E nell'insieme il loro sistema di vita, come le loro lingue, si assomigliano.
Il lino dei Colchi dai Greci  chiamato sardonico, mentre quello proveniente
dall'Egitto  detto egiziano.
La maggior parte delle stele fatte erigere dal re dell'Egitto Sesostri
non sopravvive pi ai nostri occhi, ma nella Siria Palestina io stesso ne ho
viste di superstiti, con le iscrizioni suddette, e i genitali femminili. Nella
Ionia restano anche due bassorilievi raffiguranti Sesostri, scolpiti nella
roccia, uno sulla strada che porta da Efeso a Focea l'altro sulla strada da
Sardi a Smirne; in entrambi  raffigurato un uomo alto quattro cubiti e mezzo
che stringe nella mano destra una lancia e nella sinistra un arco e che porta
cos ripartito anche il resto dell'abbigliamento, met egiziano e met
etiopico: una iscrizione in geroglifici egiziani  incisa sul suo petto, da
una spalla all'altra, e dice: Io con queste mie spalle mi sono conquistato
questo paese; chi sia e da dove venga il personaggio in questione l'iscrizione
qui non lo spiega, l'ha indicato altrove. Alcuni di quelli che l'hanno vista
avanzano l'ipotesi che l'immagine raffiguri Memnone, ma sono molto lontani
dalla verit.
Come raccontavano i sacerdoti, l'egiziano Sesostri, mentre ritornava in
Egitto conducendo con s molti prigionieri appartenenti alle popolazioni da
lui sottomesse, si trov a un certo punto del cammino a Dafne Pelusica, dove
suo fratello (era il fratello a cui Sesostri aveva affidato il governo
temporaneo dell'Egitto) invit lui e i figli a un banchetto e poi fece
ammassare cataste di legna intorno alla casa e vi appicc il fuoco. Come se ne
accorse, Sesostri si consigli con la moglie (l'aveva infatti con s) ed essa
gli sugger di gettare due dei loro figli (che erano sei in tutto) sulle
cataste incendiate e di mettersi in salvo camminando sui loro corpi come su di
un ponte; cos fece Sesostri: due figli dunque morirono tra le fiamme, mentre
gli altri si salvarono con il padre.
Tornato in Egitto e vendicatosi del fratello, ecco poi come utilizz la
massa di individui che aveva condotta con s dai paesi sottomessi: li adib al
traino di quelle pietre di dimensioni spropositate che furono trasportate fino
al tempio di Efesto sotto il suo regno; e li obblig a scavare tutti i canali
oggi esistenti in Egitto; contro il loro volere trasformarono cos l'Egitto,
prima interamente percorribile a cavallo o con carri, in un paese tutto
diverso. Da allora infatti l'Egitto, pur essendo del tutto pianeggiante, 
diventato intransitabile per chi proceda a cavallo o con un carro, e ci
proprio per via dei canali, numerosi e rivolti in ogni direzione. Ma ecco la
ragione per cui il re fece tagliare con canali il territorio: tutti gli
Egiziani residenti in citt lontane dal fiume, nell'interno, ogni volta che
cessava la piena del Nilo, rimanevano privi di acqua e si servivano perci di
acque salmastre che attingevano dai pozzi; ecco perch l'Egitto fu solcato da
canali.
I sacerdoti mi dissero che Sesostri ripart il territorio fra tutti gli
Egiziani, assegnando a ciascuno un lotto di forma quadrangolare di uguali
dimensioni: poi si garant le entrate fissando un tributo da pagarsi con
cadenza annuale. Se a qualcuno il fiume sottraeva una parte del lotto, c'era
la possibilit di segnalare l'accaduto presentandosi al re in persona: questi
inviava dei tecnici a verificare e a misurare con esattezza la diminuzione di
terreno, affinch il proprietario potesse per il futuro pagare il tributo in
giusta proporzione. Scoperta, mi pare, per questa ragione, la geometria pass
poi dall'Egitto in Grecia. La meridiana, lo gnomone e la suddivisione della
giornata in dodici parti i Greci li hanno appresi invece dai Babilonesi.
Sesostri fu l'unico re egiziano a regnare anche sull'Etiopia; in ricordo
di s lasci davanti al tempio di Efesto due grandi statue di pietra di trenta
cubiti, raffiguranti lui e la moglie, e altre quattro dei figli, di venti
cubiti ciascuna. Molto tempo pi tardi il sacerdote di Efesto non permise a
Dario il Persiano di erigere accanto a esse una sua statua; negava che Dario
avesse compiuto imprese pari a quelle di Sesostri, l'Egiziano: Sesostri aveva
sottomesso non meno popolazioni di Dario, ma in pi anche gli Sciti che Dario
invece non era stato capace di assoggettare, pertanto non sarebbe stato giusto
collocare di fronte ai monumenti dedicati a Sesostri la statua di uno che non
aveva superato le sue imprese. E pare che Dario, di fronte a questa
argomentazione, lo abbia perdonato.
I sacerdoti mi raccontavano che, morto Sesostri, ricevette il regno suo
figlio Ferone; e che questi non comp alcuna impresa militare: gli capit anzi
di diventare cieco per la ragione che ora esporr. Una volta il fiume si
ingross fino a raggiungere una altezza di 18 cubiti, tanto da sommergere le
coltivazioni e, levatosi un forte vento improvviso, il fiume divenne agitato;
pare allora che il re con un gesto avventato ed esecrando, impugnata una
lancia, l'abbia scagliata fra i gorghi del fiume; subito dopo cadde ammalato e
divent cieco. Tale rimase per dieci anni; all'undicesimo gli pervenne un
oracolo dalla citt di Buto: il tempo della punizione era terminato e avrebbe
riavuto la vista lavandosi gli occhi con l'orina di una donna che avesse avuto
rapporti soltanto col proprio marito e non avesse mai conosciuto altri uomini.
Il re prov prima con sua moglie, poi, dato che restava cieco, con molte altre
donne, una dietro l'altra. Quando riebbe la vista, radun in una sola citt,
ora chiamata Eritrebolo, le donne con cui aveva fatto la prova, fuorch quella
con la cui orina s'era lavato quando aveva recuperato la vista; dopo averle
radunate le fece bruciare tutte, insieme con la citt. La donna poi con la cui
orina s'era lavato riacquistando la vista, se la tenne come moglie. Una volta
guarito dalla malattia agli occhi, consacr vari ex-voto in tutti i principali
santuari: il pi considerevole  quello dedicato nel santuario di Elio,
davvero degno di ammirazione: due obelischi di pietra, monolitici entrambi,
alti ciascuno cento cubiti e larghi otto.
A Ferone succedette nel regno, raccontavano, un uomo di Menfi, il cui
nome greco  Proteo; a Menfi esiste un suo santuario molto bello e ottimamente
arredato, situato a sud del tempio di Efesto. Intorno al santuario abitano dei
Fenici di Tiro; e tutta insieme questa localit  denominata Campo dei Tiri.
Nel santuario di Proteo sorge un tempio detto di Afrodite Straniera: io credo
che sia un tempio di Elena figlia di Tindaro, sia perch ho udito raccontare
che Elena soggiorn presso Proteo, sia perch lo chiamano di Afrodite
Straniera; e in nessuno dei templi a lei dedicati, per tanti che siano,
Afrodite viene detta Straniera.
Interrogati da me in proposito, i sacerdoti mi raccontarono, su Elena,
che le cose erano andate cos: dopo aver rapito Elena da Sparta, Alessandro
fece rotta verso il proprio paese, ma, giunto nel Mare Egeo, i venti contrari
lo spinsero fino al Mare d'Egitto; di qui (i venti non cessavano) arriv in
Egitto e precisamente alla foce di quel ramo del Nilo oggi chiamato Canobico e
alle Tarichee. C'era sulla spiaggia, e c' ancora, un tempio di Eracle: chi vi
si rifugia, di chiunque sia servo, se si fa imprimere il santo marchio
consacrando se stesso al dio, non pu pi essere toccato; tale regola si 
conservata identica dalle origini fino ai giorni nostri. Insomma alcuni servi
infidi di Alessandro, venuti a sapere della norma in vigore nel tempio,
sedutisi come supplici del dio denunciarono Alessandro: con l'intenzione di
rovinarlo raccontarono tutta la storia di Elena e il torto commesso ai danni
di Menelao. Pronunciarono le loro accuse di fronte ai sacerdoti e di fronte al
guardiano del ramo Canobico, che si chiamava Toni.
Toni ud le accuse e subito, con la massima sollecitudine, invi a Menfi
un messaggio indirizzato a Proteo, che diceva cos:  giunto uno straniero di
stirpe Teucra, autore in Grecia di una azione nefanda: ha sedotto la moglie
del suo ospite e ora  qui, con lei, e con ingenti ricchezze, trascinato nel
tuo paese dalla forza dei venti. Dobbiamo lasciarlo andare impunito oppure
requisirgli quanto si  portato dietro fino a qui?. Proteo invi una risposta
di questo tenore: Quell'uomo, chiunque sia, che ha agito da empio nei
confronti del suo ospite, prendetelo e portatelo davanti a me. Voglio proprio
vedere che cosa mai potr dire.
Appresa la risposta, Toni cattura Alessandro e gli sequestra le navi,
quindi lo conduce a Menfi insieme con Elena e con i tesori, e assieme anche ai
supplici. Quando ebbe tutti di fronte a s, Proteo chiese ad Alessandro chi
fosse e da quali mari venisse; quello gli elenc i suoi antenati, disse il
nome della sua patria e spieg la rotta seguita dalle sue navi. Poi il re gli
chiese dove avesse preso Elena e, poich Alessandro divagava nel discorso e
non diceva la verit, i servi che si erano fatti supplici lo accusarono
denunciando per filo e per segno il suo misfatto. Per ultimo parl Proteo:
Quanto a me, - disse - se non considerassi fondamentale non uccidere nessuno
degli stranieri che arrivano nel mio paese trascinati dai venti, io prenderei
vendetta su di te per il Greco; tu sei un miserabile: dopo aver ricevuto i
doni di ospitalit hai compiuto una azione cos empia! Accostarsi alla moglie
dell'ospite! E questo ancora non ti  bastato: l'hai istigata alla fuga e te
la sei portata via, l'hai rapita. Ma neppure questo ti  bastato: hai
saccheggiato la casa del tuo ospite prima di partire. Ora dunque, anche se mi
guardo bene dall'uccidere uno straniero, non per questo ti lascer condurre
via la donna e le ricchezze: le terr in custodia per l'ospite greco, fino a
quando lui stesso vorr venirsele a riprendere. Quanto a te e ai tuoi compagni
di viaggio vi concedo tre giorni per lasciare il mio paese e trasferirvi
altrove, altrimenti vi tratteremo come nemici.   |[continua]|


|[LIBRO II, 3]|

Cos dunque i sacerdoti raccontano l'arrivo di Elena presso Proteo; a mio
parere questa versione era nota anche a Omero, ma per la composizione del suo
poema epico non si prestava altrettanto di quella da lui accolta; ecco perch
la trascur pur palesando di esserne a conoscenza: lo si capisce da come
nell'Iliade Omero racconta del girovagare di Alessandro (e in nessun altro
punto si smentisce): di come fu portato dai venti, avendo con s Elena,
vagando di qua e di l e di come giunse a Sidone, in Fenicia; ne parla nelle
gesta di Diomede, ecco i versi:
dov'erano i mantelli ricamati, opera di quelle donne di Sidone
che Alessandro stesso, simile a un dio, da Sidone
aveva portato con s navigando sull'ampia distesa del mare,
proprio nel viaggio in cui condusse la nobile Elena.
[E ne parla anche nell'Odissea, come segue:
La figlia di Zeus possedeva queste pozioni sapienti
ottimi farmaci che le aveva fornito Polidamna, la moglie di Toni,
in Egitto, l dove una fertile terra produce erbe medicinali,
in gran numero, le buone mescolate alle velenose.
E ancora ecco le parole rivolte da Menelao a Telemaco:
In Egitto gli dei mi trattennero, bench fossi impaziente
di navigare fin qui, perch non gli avevo offerto perfette ecatombi.]
In questi versi Omero fa capire di essere a conoscenza del viaggio in
Egitto di Alessandro: infatti la Siria confina con l'Egitto e i Fenici, a cui
appartiene Sidone, vivono nella Siria.
E sulla base di questi versi e di questa indicazione di luogo si capisce
altres, con evidenza ancora maggiore, che i Canti Cipri non sono di Omero,
bens di un altro poeta; infatti in essi si dice che Alessandro giunse a Ilio
con Elena, proveniente da Sparta, nello spazio di tre giorni, avendo trovato
venti favorevoli e mare calmo; invece nell'Iliade si parla di un lungo
girovagare insieme con lei. E qui si chiuda il discorso su Omero e sui Canti
Cipri.
Domandai ai sacerdoti se ci che i Greci raccontano delle vicende di Ilio
 falso o no, ed essi mi risposero citando quanto, a sentir loro, avevano
appreso da Menelao in persona: dopo il ratto di Elena, dissero, un grande
esercito greco aveva raggiunto la terra dei Teucri, in aiuto di Menelao; una
volta sbarcato e accampato l'esercito, furono mandati a Ilio dei messaggeri,
tra i quali lo stesso Menelao; essi entrarono nelle mura della citt,
reclamarono la restituzione di Elena e delle ricchezze che Alessandro aveva
sottratto e si era portato via, e chiesero soddisfazione per i torti subiti.
Ma i Troiani risposero allora come avrebbero sempre risposto anche in seguito,
giurando e non giurando che Elena e i tesori non si trovavano l bens in
Egitto; e non era giusto, dicevano, che dovessero rendere conto loro di quanto
era in mano di Proteo, il re egiziano. I Greci, convinti di essere presi in
giro, strinsero d'assedio la citt, finch non la conquistarono; quando poi,
espugnate le mura, non trovarono traccia di Elena e continuarono a sentirsi
ripetere lo stesso discorso, allora ci credettero, e i Greci inviarono presso
Proteo Menelao in persona.
Menelao giunse in Egitto, risal il fiume fino a Menfi, dove spieg
esattamente quanto era accaduto: allora ricevette grandi doni ospitali e pot
riprendersi Elena, sana e salva, nonch tutte le sue ricchezze. Per Menelao,
pur avendo ottenuto ci si comport da uomo ingiusto nei confronti degli
Egiziani: le avverse condizioni del tempo gli impedivano di partire, mentre
era gi pronto a salpare; dato che il ritardo si protraeva, tram una azione
esecranda: prese due bambini, figli di gente del luogo, e li us come vittime
per un sacrificio; in seguito, quando si scopr che aveva commesso tale
delitto, fugg con le sue navi in direzione della Libia, odiato e inseguito.
Dove poi si sia diretto gli Egiziani non erano in grado di dirlo; di una parte
dei fatti ammettevano di avere informazioni indirette, ma di quanto era
successo nel loro paese vantavano una sicura conoscenza.
Questo mi narrarono i sacerdoti egiziani; quanto a me sono d'accordo
sulle notizie relative a Elena, sulla base di alcune considerazioni: se Elena
si fosse trovata a Ilio l'avrebbero certamente riconsegnata ai Greci con o
senza il consenso di Alessandro. Senza dubbio Priamo e gli altri suoi parenti
non sarebbero stati cos dementi da voler rischiare la propria esistenza e
quella dei loro figli nonch la sopravvivenza dell'intera citt, solo perch
Alessandro potesse starsene con Elena. E anche ammesso che nei primi tempi la
pensassero cos, dopo che negli scontri con i Greci erano caduti molti Troiani
e non c'era battaglia in cui non morissero almeno due o tre figli dello stesso
Priamo, o magari anche di pi, a basarsi sul racconto dei poemi epici, io
voglio credere che, in circostanze del genere, anche se fosse stato lui in
persona a vivere con Elena, Priamo l'avrebbe restituita pur di liberarsi di
tutte le sventure che lo affliggevano. N il regno era destinato a passare
nelle mani di Alessandro; se Priamo era vecchio non toccava lo stesso a lui
governare il paese: dopo la morte di Priamo il successore designato era
Ettore, pi anziano e pi valoroso di Paride: e a lui non si addiceva certo
rimettersi alle decisioni del fratello, che era nel torto; e tanto pi quando,
a causa sua, grandissime disgrazie stavano cadendo su di lui personalmente e
su tutti gli altri Troiani. In realt essi non erano in condizione di
restituire Elena e i Greci non credevano ai Troiani bench dicessero la
verit; anche perch, e questa  una mia interpretazione, cos il dio aveva
disposto le cose: che perendo tutti miseramente dimostrassero al mondo come a
colpe grandi rispondano grandi castighi da parte degli dei. Questa almeno  la
mia opinione.
I sacerdoti mi dissero che a Proteo succedette nel regno Rampsinito, il
quale lasci a ricordo di s i propilei occidentali del tempio di Efesto;
davanti ai propilei eresse due statue, alte 25 cubiti: gli Egiziani chiamano
estate quella posta pi a nord e inverno quella pi a sud; adorano e colmano
di onori la statua estate , mentre fanno tutto il contrario nei confronti
della statua inverno. Rampsinito dispose di una enorme quantit di denaro,
quale nessuno dei re venuto dopo di lui riusc mai a superare e anzi neppure a
uguagliare. Volendo conservare in un luogo sicuro tanta ricchezza, fece
costruire una stanza di pietra che aveva una delle pareti confinante con
l'esterno della reggia; ma il costruttore tramando insidie escogit un suo
piano: sistem una delle pietre in modo che fosse facilmente estraibile dal
muro, sia da due che da una sola persona. Quando la camera fu pronta, il re vi
deposit le sue ricchezze. Tempo dopo il costruttore, ormai in punto di morte,
chiam i suoi figli (erano due) e raccont come, pensando al loro futuro, a
procurar loro un'esistenza agiata, fosse ricorso a un'astuzia nel costruire la
stanza del tesoro reale. Spieg con chiarezza il sistema per rimuovere la
pietra e ne diede le esatte misure, aggiungendo che se avessero seguito
esattamente le sue istruzioni sarebbero diventati custodi dei beni del re.
Quindi mor e i suoi figli non rimandarono a lungo l'impresa: una notte si
avvicinarono alla reggia, individuarono la pietra nell'edificio, la spostarono
facilmente e fecero man bassa delle ricchezze. Il re, quando gli capit di
aprire il tesoro, si stup di vedere gli orci non pi colmi di tesori; n
sapeva chi incolpare dato che i sigilli erano intatti e la stanza ben chiusa.
Ma quando due o tre volte ancora a entrare nella stanza le ricchezze
apparivano sempre di meno (infatti i ladri non smettevano di venire a rubare),
ecco come ag: ordin di preparare delle trappole e di disporle fra gli orci
contenenti i suoi averi. Vennero di nuovo i ladri, come le altre volte, e uno
di loro si introdusse nel tesoro; ma non appena si accost ad un orcio subito
rimase preso nella trappola; si rese conto del guaio in cui si trovava, chiam
il fratello, gli spieg la situazione e lo esort a entrare al pi presto e a
tagliargli la testa: non voleva, una volta visto e riconosciuto, coinvolgere
nella rovina anche il fratello. Questi comprese la bont della proposta, si
convinse e la mise in opera. Poi ricolloc al suo posto la pietra e torn a
casa, portando con s la testa del fratello. Quando fu giorno, il re entr
nella stanza e rimase sbalordito a vedere il cadavere decapitato del ladro
bloccato nella trappola e la camera intatta, senza alcuna via di entrata o di
uscita. Incapace di trovare una spiegazione, ag come segue: fece appendere al
muro del palazzo il corpo del ladro e vi mise a guardia degli uomini con
l'ordine di arrestare e condurre di fronte al re chiunque vedessero piangere o
disperarsi. La madre non riusc a tollerare che il corpo restasse appeso e
parl con il figlio superstite, ordinandogli di studiare la maniera, in
qualche modo, di slegare il corpo del fratello e di portarlo via; se non
l'avesse fatto minacciava di andare dal re a denunciarlo quale possessore
delle ricchezze. Il figlio superstite vistosi cos minacciato e incapace,
nonostante i molti tentativi, di far cambiare parere a sua madre, ricorse a
uno stratagemma. Tenne pronti degli asini, e avendo riempito di vino degli
otri li caric sugli asini che poi spinse davanti a s; quando fu vicino ai
guardiani del cadavere appeso, tirando due o tre cinghie degli otri ne sciolse
la legatura; il vino si versava e lui allora si batteva la testa, lamentandosi
a gran voce, fingendo di non sapere verso quale asino volgersi per primo; le
sentinelle, visto scorrere tutto quel vino, si precipitarono in strada
portando recipienti e raccoglievano il vino versato, considerandola una gran
fortuna. Quello cominci a litigare aspramente con tutti loro, simulando
rabbia; ma poi, poco per volta, calmato dalle sentinelle, finse di mettersi il
cuore in pace e di deporre la sua ira; infine spinse lui stesso gli asini
fuori di strada per risistemare il carico; cominciarono a chiacchierare, a
scherzare, a ridere finch il ladro regal ai guardiani uno degli otri; ed
essi, cos come erano, si sdraiarono pensando solo a bere, invitarono con loro
il ladro e lo esortarono a fermarsi per bere tutti in compagnia; il giovane
obbed e rimase con loro; visto poi che tra una bevuta e l'altra lo trattavano
con grande familiarit, offr loro anche un altro otre: a forza di generose
libagioni le sentinelle si ubriacarono completamente e, vinte dal sonno, si
addormentarono proprio l dove bevevano. Il ladro, non appena fu notte
inoltrata, sleg il corpo del fratello e a maggior scorno delle guardie rase
loro la guancia destra; caric il cadavere sugli asini e li spinse verso casa:
aveva perfettamente eseguito gli ordini della madre. Il re, quando gli
comunicarono che il cadavere del ladro era stato trafugato, si adir
moltissimo e volendo a ogni costo scoprire l'autore di tutte quelle astuzie
fece una cosa che a me sembra incredibile: mise sua figlia in un postribolo
ordinandole di accettare qualunque uomo senza eccezioni, ma di costringerli
tutti, prima di concedersi, a raccontarle l'azione pi astuta e scellerata che
mai avessero commesso in vita loro; doveva trattenere e non lasciare uscire
pi dalla casa la persona che le avesse narrato i fatti relativi a quel furto.
La ragazza segu i comandi del padre, ma il ladro, venuto a sapere lo scopo
della cosa e volendo superare il re in astuzia, fece cos: recise un braccio
all'altezza della spalla al cadavere di un individuo morto da poco e tenendolo
nascosto sotto il mantello si rec dalla figlia del re; interrogato come gli
altri, narr di aver compiuto l'impresa pi empia quando aveva decapitato il
fratello impigliato in una trappola nella stanza del tesoro reale, e la pi
astuta quando aveva ubriacato le sentinelle e slegato il cadavere appeso del
fratello. Come lo ud la ragazza gli si accost, ma il ladro nel buio le porse
il braccio del morto: lei lo gherm e lo tenne stretto credendo di aver
afferrato la mano del ladro, il quale invece lasciandole il braccio fugg
tranquillamente attraverso la porta. Quando tutto ci gli fu riferito, il re
rimase impressionato dalla scaltrezza e dal coraggio dimostrati dallo
sconosciuto; infine invi messaggi in ogni citt promettendo l'impunit e
anche ricchi doni se si fosse presentato al suo cospetto: il ladro credette
alla parola del re e venne da lui. Rampsinito, pieno di ammirazione, gli diede
sua figlia in moglie giudicandolo l'uomo pi intelligente della terra: perch
gli Egiziani a suo parere erano superiori a tutti gli altri uomini, e lui era
il primo degli Egiziani.
Narrato questo episodio, i sacerdoti mi dissero che Rampsinito era
disceso vivo nel luogo detto Ade dai Greci, dove avrebbe giocato a dadi con
Demetra, ora vincendo ora perdendo; poi sarebbe ricomparso sulla terra
portando con s come dono della dea un asciugamano d'oro. Dopo la discesa agli
inferi di Rampsinito o meglio dopo il suo ritorno, sempre secondo i sacerdoti,
gli Egiziani indissero una grande festa, che so celebrata ancora ai giorni
nostri, anche se non sono in grado di confermarne l'origine. Il giorno stesso
della festa i sacerdoti intessono un mantello, poi con una benda coprono gli
occhi di uno di loro e quindi lo conducono, vestito di quel mantello, sulla
strada che porta al tempio di Demetra; poi se ne tornano via; il sacerdote,
con gli occhi bendati, viene guidato da due lupi, dicono, fino al tempio di
Demetra, lontano dalla citt venti stadi; gli stessi lupi lo
riaccompagnerebbero indietro dal tempio fino al punto di prima.
Accetti pure questi racconti egiziani chi li giudica credibili; quanto a
me il mio unico scopo in tutta la mia opera  di registrare, come l'ho udito,
quello che ciascuno racconta. A sentire gli Egiziani i re dell'oltretomba sono
Demetra e Dioniso. E gli Egiziani furono i primi a sostenere che l'anima 
immortale e che trasmigra, perito il corpo, in un altro essere vivente, che
sta nascendo a sua volta; dopo essere passata attraverso tutti gli animali
terrestri e acquatici, e alati, l'anima trasmigrerebbe nuovamente nel corpo di
un uomo: il ciclo si compierebbe nell'arco di tremila anni. Questa teoria fu
poi ripresa da alcuni Greci, in varie epoche, come se si fosse trattato di una
loro scoperta: io ne conosco i nomi, ma non li scrivo.
Fino al regno di Rampsinito, mi dicevano i sacerdoti, l'Egitto godette di
una ottima amministrazione e di una grande prosperit; ma Cheope, che regn
dopo di lui, gett il paese in una gravissima situazione; per prima cosa
Cheope chiuse tutti i templi e viet i sacrifici, poi costrinse tutti gli
Egiziani a lavorare per lui. Ad alcuni impose di trascinare pietre dalle cave
situate nelle montagne d'Arabia fino al Nilo; ad altri assegn di ricevere le
pietre, trasportate su navi attraverso il fiume, e di trainarle a loro volta
fino al monte chiamato Libico. Ai lavori partecipavano sempre 100.000 uomini
per volta in turni di tre mesi. In termini di tempo ci vollero dieci anni di
duro lavoro collettivo per la costruzione della strada su cui trainare le
pietre, opera a mio parere che ha poco da invidiare alla piramide stessa (
lunga cinque stadi, larga dieci orgie, l'altezza nel punto pi elevato
raggiunge le otto orgie,  realizzata con pietre levigate e vi sono incise
figure animali). Dieci anni occorsero per la strada e per l'allestimento delle
camere sotterranee nell'altura su cui sorgono le piramidi: Cheope si fece
costruire queste camere come sepoltura per s in un'isola ricavata con un
canale derivato dal Nilo. Per edificare la piramide occorsero venti anni:
ognuna delle sue quattro facce ha la base di otto pletri, e altrettanto misura
in altezza; essa  completamente fatta di blocchi di pietra levigati e
perfettamente connessi fra loro: nessuna delle pietre misura meno di trenta
piedi.
La piramide fu realizzata a gradini, detti crossai da alcuni e bomides da
altri. Quando la ebbero costruita cos, con macchine di corti legni
sollevarono le pietre rimanenti dal livello del suolo al primo ripiano. Dopo
che era stata alzata sul primo la pietra veniva affidata a una seconda
macchina posta sul primo ripiano, e questa la sollevava fino al secondo
gradino su una terza macchina: le macchine erano in numero pari ai gradini, ma
poteva anche esserci un unico macchinario, sempre lo stesso, facilmente
trasportabile da un ripiano all'altro, ogni volta che la pietra fosse stata
levata. Devo riferire entrambe le versioni perch entrambe vengono narrate.
Dapprima fu ultimata la parte pi alta della piramide, poi le altre in
successione, per ultimi il piano sopra il livello del suolo e il gradino pi
basso. Una iscrizione in caratteri egizi sulla piramide dichiara quanto fu
speso in rafani, cipolle e aglio per i lavoratori e, se ben ricordo le parole
dell'interprete che mi lesse l'iscrizione, la cifra ammontava a 1600 talenti
di argento. Se questa cifra  esatta, quanto altro denaro deve essere stato
speso per i ferri di lavoro, per il mantenimento e per le vesti degli operai?
Tanto pi che se impiegarono il tempo suddetto per la realizzazione delle
opere, altro ne occorse, io credo, per tagliare le pietre, per il loro
trasporto e per lo scavo sotterraneo.
Cheope in difficolt economiche sarebbe giunto a tanta infamia da mandare
la figlia in un postribolo con l'ordine di incassare una determinata cifra di
denaro; non ne conosco l'entit perch i sacerdoti non me lo riferirono; la
ragazza ricav la somma richiesta dal padre e per conto suo pens di lasciare
memoria di s, chiedendo a ciascuno dei suoi clienti di donarle una pietra:
con queste pietre, a quanto mi dissero, si fece costruire la piramide posta in
mezzo alle altre tre e di fronte alla pi grande; ogni lato di essa misura un
pletro e mezzo.
Gli Egiziani mi dissero che Cheope regn sull'Egitto per cinquanta anni;
alla sua morte il potere pass nelle mani del fratello Chefren. Chefren si
comport esattamente come il suo predecessore: fra l'altro si fece costruire
anche lui una piramide, ma non delle dimensioni di quella di Cheope (noi
l'abbiamo personalmente misurata): non possiede vani sotterranei e non c' un
canale che porti fino ad essa le acque del Nilo come accade per l'altra
piramide; il Nilo infatti attraverso un condotto artificiale circonda un
isolotto dove pare che Cheope sia seppellito. Dopo aver costruito il primo
ripiano in granito etiopico di vari colori, eresse la propria piramide accanto
all'altra, la grande, ma restando quaranta piedi di meno in altezza. Sorgono
entrambe sullo stesso colle, alto all'incirca un centinaio di piedi. Mi
dissero che Chefren regn per 56 anni.
E calcolano cos a 106 gli anni di totale miseria per gli Egiziani:
inoltre per tutto questo periodo i templi che erano stati chiusi non vennero
mai riaperti. Gli Egiziani non amano ricordare il nome di questi due re, tanto
 l'odio che nutrono verso di loro; persino le piramidi le chiamano dal nome
del pastore Filiti, che all'epoca faceva pascolare le sue greggi da quelle
parti.
Dopo Chefren regn sull'Egitto Micerino, figlio di Cheope; a Micerino non
piaceva l'operato del padre: allora riapr i templi e consent al popolo,
ormai ridotto alla estrema miseria, di tornare ai propri lavori e alle proprie
pratiche religiose; inoltre dirimeva le cause con senso di giustizia pi forte
di tutti i re precedenti. Per questa sua attivit gli Egiziani lodano Micerino
pi di tutti i re succedutisi sul trono fino ad oggi; in effetti, oltre a
emettere sempre eccellenti sentenze, donava denaro proprio a chi risultasse
insoddisfatto della sua decisione, per placarne il risentimento. A Micerino,
re mite nei confronti dei sudditi e che si comportava come ho detto,
capitarono una serie di sventure: la prima fu la morte dell'unica sua figlia.
Profondamente addolorato dalla sciagura che gli era piombata addosso, volle
seppellire la figlia in una maniera assolutamente eccezionale: fece costruire
una vacca di legno, cava, la fece rivestire interamente d'oro e vi introdusse
la salma della figlia.
Questa vacca non fu poi calata nella terra, ma lasciata a Sais dentro la
reggia in una stanza decorata, dove era visibile ancora ai miei tempi; tutti i
giorni vi bruciano aromi di ogni genere, e ogni notte, vi arde una lampada
costantemente accesa. In un'altra stanza, a poca distanza dalla vacca, si
trovano le statue delle concubine di Micerino, cos perlomeno dicevano i
sacerdoti della citt di Sais. Ci sono infatti alcune enormi statue di legno,
una ventina circa, raffiguranti dei nudi femminili; nulla posso dire circa la
loro identit, oltre a ci che si racconta.
Alcuni narrano a proposito della vacca e delle statue la seguente
leggenda: Micerino si innamor della figlia e la costrinse a unirsi con lui;
dicono inoltre che subito dopo, per il dolore, la ragazza si impicc; mentre
il padre provvedeva a seppellirla nella vacca, la madre fece tagliare le mani
alle ancelle che avevano consegnato sua figlia nelle mani del padre; e ora
appunto le statue di queste ancelle avrebbero patito la punizione subita da
loro vive. Ma a mio parere dicono delle sciocchezze, sia nel resto sia nel
dettaglio delle mani delle statue; ho potuto constatare personalmente che si
sono staccate a causa dell'azione del tempo: erano ancora visibili all'epoca
della mia visita, per terra, ai piedi delle statue.
Il corpo della vacca  coperto da un tessuto di porpora da cui spuntano
il collo e la testa, chiaramente rivestiti di uno spesso strato d'oro: in
mezzo alle corna  effigiato in oro il disco del sole. La vacca non  dritta
in piedi ma giace sulle ginocchia: le sue dimensioni sono quelle di un grosso
esemplare vivo. Una volta all'anno viene portata fuori dalla stanza, nei
giorni in cui gli Egiziani si battono il petto in onore del dio che preferisco
non nominare in questo momento; allora portano alla luce del sole anche la
vacca: sembra sia stata la ragazza stessa, in punto di morte, a chiedere al
padre di vedere il sole una volta all'anno.
Dopo la scomparsa della figlia, un'altra sventura colp il re: un oracolo
proveniente dalla citt di Buto gli predisse solo sei anni di vita: sarebbe
morto nel settimo. Molto contrariato il re invi all'oracolo un messaggio di
biasimo per il dio: suo padre e suo zio, - cos rinfacciava Micerino
all'oracolo - erano vissuti molto a lungo bench avessero chiuso i templi, si
fossero scordati degli dei e avessero fatto morire la gente, mentre lui, che
si era comportato devotamente, presto avrebbe dovuto morire. E dall'oracolo
gli venne un secondo responso; proprio per questo gli era stata accorciata
l'esistenza: non aveva agito come doveva, perch bisognava che l'Egitto
patisse sciagure per 150 anni. I suoi due predecessori lo avevano capito, lui
invece no. Udito ci Micerino, a cui il destino pareva ormai segnato, si fece
fabbricare molte lampade: ogni volta che scendeva la notte le accendeva e si
abbandonava al bere e alle baldorie, senza smettere n di giorno n di notte,
vagando tra i boschi o le paludi e ovunque accertasse l'esistenza di luoghi di
divertimento. Voleva cos dimostrare che l'oracolo mentiva e aumentarsi da sei
a dodici gli anni di vita, trasformando le notti in giorni.
Anche questo re lasci una piramide, molto pi piccola di quella del
padre: misura su ciascun lato tre pletri meno venti piedi, ha base di forma
quadrangolare ed  per met in pietra etiopica. Alcuni Greci attribuiscono
questa piramide a Rodopi, la cortigiana, ma non  vero: costoro secondo me
parlano senza neppure sapere chi era Rodopi, altrimenti non potrebbero
attribuirle la costruzione di una piramide come quella che costa migliaia di
talenti, una cifra per cos dire incalcolabile; inoltre Rodopi godette il
massimo splendore all'epoca del re Amasi e non sotto il regno di Micerino,
vale a dire parecchi anni dopo i re che lasciarono queste piramidi; Rodopi era
di stirpe tracia, schiava di Iadmone di Samo, figlio di Efestopoli, e compagna
di schiavit di Esopo, il favolista. Anche Esopo infatti fu schiavo di
Iadmone; lo dimostra senz'altro il fatto seguente: quando gi varie volte i
cittadini di Delfi in seguito a un oracolo avevano diffuso un bando, cercando
chi volesse riscuotere il compenso dovuto per la vita di Esopo, fu un Iadmone,
nipote appunto di quel Iadmone, a farsi avanti, non altri; ci dimostra che
Esopo era appartenuto a Iadmone.
Rodopi giunse in Egitto al seguito di Xanto di Samo, vi giunse per
esercitarvi l'antica professione, e vi fu riscattata per una somma enorme da
un uomo di Mitilene, Carasso, figlio di Scamandronimo e fratello della
poetessa Saffo. Divenuta in tal modo libera, Rodopi rimase in Egitto e siccome
era molto attraente riusc ad arricchirsi, ma quanto basta per essere una
Rodopi, non certo per permettersi una piramide come quella. Ancora oggi
chiunque lo voglia pu valutare coi propri occhi la decima dei suoi averi, e
non  proprio il caso di attribuirle spropositate ricchezze. Infatti Rodopi
volle lasciare in Grecia memoria di s ordinando che le venissero allestiti
oggetti mai escogitati per una offerta a un tempio; e volle dedicarli a Delfi
a ricordo di s. Con la decima parte dei suoi averi fece fondere numerosi
spiedi di ferro, da bue, quanti ne consentiva quella somma, e li mand a
Delfi. Ancora oggi essi si trovano accatastati dietro l'altare donato dagli
abitanti di Chio, di fronte alla cella del tempio. Generalmente le grandi
prostitute di Naucrati sono molto attraenti: gi Rodopi, la pro
tagonista del nostro discorso, divenne tanto famosa che tutti i Greci ne
conobbero il nome; pi tardi, dopo di lei divenne celebre in tutta la Grecia
una certa Archidice, anche se costitu meno argomento di conversazione. Quanto
a Carasso, dopo aver riscattato Rodopi, torn a Mitilene, e Saffo lo
rimprover duramente in un carme. Ma su Rodopi ormai ho terminato.
I sacerdoti raccontavano ancora che dopo Micerino divenne re Asichi;
Asichi eresse i propilei orientali del tempio di Efesto, che sono di gran
lunga i pi belli e imponenti. Tutti i propilei presentano bassorilievi e
infinite meraviglie architettoniche, ma quelli li superano largamente. Sotto
il regno di Asichi, narravano, essendo scarsa la circolazione di denaro, fu
promulgata per gli Egiziani una legge in base alla quale era consentito
ricevere un prestito a chi desse in pegno il cadavere del padre. A tale legge
se ne aggiunse poi un'altra: il creditore poteva diventare proprietario
dell'intera tomba del debitore, il quale appunto, se aveva concesso quel tipo
di garanzia e rifiutava poi di restituire il prestito, come sanzione perdeva
il diritto di essere seppellito, dopo morto, nella tomba di famiglia o in
un'altra qualunque; n poteva dar sepoltura ad alcuno dei suoi. Asichi,
volendo superare tutti i re suoi predecessori sul trono dell'Egitto, lasci in
ricordo di s una piramide di mattoni, sulla quale campeggiava una lapide con
incise queste parole: Non disprezzarmi a confronto con le piramidi di pietra:
io sono superiore ad esse quanto Zeus  superiore agli altri dei, perch hanno
immerso una pertica nel lago e con il fango ad essa rimasto attaccato hanno
fatto dei mattoni e cos mi hanno costruito. Queste furono tutte le imprese di
Asichi.
Dopo di lui sal al trono un cieco della citt di Anisi, che si chiamava
a sua volta Anisi. Sotto questo sovrano mosse contro l'Egitto un forte
contingente di Etiopi guidati dal re Sabacos. Allora il cieco Anisi fugg in
direzione delle paludi; l'Etiope regn sull'Egitto per cinquanta anni durante
i quali si regol come segue: quando un Egiziano commetteva qualche crimine,
non voleva mandarlo a morte, ma gli assegnava una pena proporzionata alla
gravit del reato, imponendo a ciascun colpevole di compiere lavori di
terrazzamento nella sua citt natale. E in tal modo le citt divennero ancora
pi alte; i primi lavori di questo tipo si erano avuti all'epoca del re
Sesostri, in seguito allo scavo dei canali, per la seconda volta si fecero
durante il regno dell'Etiope; e le citt furono elevate di molto. Fra le tante
citt egiziane che vennero rialzate quella a mio parere dove i terrazzamenti
furono pi cospicui fu Bubasti, dove sorge anche il notevolissimo tempio della
dea Bubasti: esistono certamente altri santuari pi grandi di questo, ma
nessuno  altrettanto bello da visitare. La dea Bubasti  l'equivalente della
dea greca Artemide.
Il suo santuario si presenta cos: all'infuori della strada di accesso
tutto il resto  un'isola: in effetti dal Nilo due canali si spingono
paralleli fino all'ingresso del tempio dove divergono per scorrere intorno al
santuario uno da una parte, uno dall'altra; ciascuno dei canali  largo 100
piedi ed  ombreggiato da file di alberi. I propilei raggiungono le dieci
orgie in altezza e sono ornati di figure scolpite alte sei piedi, degne di
essere ricordate. Il tempio, trovandosi nel centro della citt,  visibile in
basso da qualunque punto circostante, perch mentre la citt  stata rialzata
con terrapieni, il tempio invece non  mai stato toccato da quando fu
costruito; e quindi risulta in bella vista. Lo circonda un muro di cinta
ornato di bassorilievi al cui interno si trova un boschetto di altissimi
alberi intorno alla grande cella dove  racchiusa la statua della dea; in
lunghezza e in larghezza il santuario misura uno stadio. Davanti all'ingresso
c' una strada lastricata di pietra, lunga circa tre stadi e larga circa
quattro pletri: attraversa la piazza della citt e procede verso oriente. Su
entrambi i lati della strada, che porta al tempio di Ermes, crescono alberi
che si levano fino al cielo. Cos  il tempio di Bubasti.
Ecco come i sacerdoti raccontavano la definitiva partenza dell'Etiope; fu
una vera e propria fuga dovuta a una visione apparsagli in sogno: aveva
sognato che un uomo, accanto a lui, gli consigliava di radunare tutti insieme
i sacerdoti egiziani e di farli tagliare a met. Avuta questa visione dichiar
che a suo parere gli dei gli offrivano un pretesto perch si macchiasse di
empiet e venisse a patire sventure da parte degli dei e degli uomini; perci
non avrebbe obbedito; tanto pi che era arrivato il tempo, predettogli da un
oracolo, di ritirarsi dopo aver regnato sull'Egitto. Infatti quando ancora
stava in Etiopia gli oracoli consultati abitualmente dagli Etiopi gli avevano
profetizzato cinquanta anni di regno sull'Egitto. Siccome dunque questo tempo
era trascorso e dato che il sogno notturno lo aveva sconvolto, Sabacos di sua
spontanea volont si ritir dall'Egitto.   |[continua]|


|[LIBRO II, 4]|

Dopo la partenza dell'Etiope prese di nuovo a regnare sull'Egitto il
sovrano cieco, tornato dalle paludi dove per cinquanta anni aveva vissuto in
un isolotto da lui stesso formato con terra e cenere; infatti ogni volta che
gli Egiziani venivano a portargli del cibo, secondo gli ordini e all'insaputa
del re etiope, chiedeva loro di portargli in dono anche un po' di cenere.
Nessuno riusc a scoprire quest'isola prima di Amirteo: per pi di settecento
anni i predecessori del re Amirteo non furono capaci di trovarla; l'isola si
chiama Elbo e misura dieci stadi in ogni direzione.
Dopo Anisi sal al trono un sacerdote del tempio di Efesto, di nome
Setone; costui non aveva nessuna considerazione per la classe dei guerrieri
egiziani anzi li disprezzava, pensando forse di non dover mai avere bisogno di
loro; fra le altre angherie che impose loro li priv dei terreni: sotto i re
precedenti a ciascun guerriero era stato assegnato un lotto di dodici arure.
Pi tardi, quando il re d'Arabia e d'Assiria Sennacherib mosse con un grande
esercito contro l'Egitto, i guerrieri egiziani non vollero accorrere a difesa
del paese. Allora il re sacerdote, ormai in una grave situazione, entr nella
sala del tempio a lamentarsi, di fronte alla statua del dio, delle sciagure
che rischiava di subire; mentre si lamentava si addorment e sogn che il dio,
standogli accanto, lo rincuorasse: non gli sarebbe successo nulla di
spiacevole se avesse affrontato l'esercito arabo, perch il dio in persona gli
avrebbe mandato dei soccorsi. Fiducioso in quanto aveva sognato prese con s
tutti gli Egiziani disposti a seguirlo e si accamp presso Pelusio (dove
appunto si trovano le vie di accesso all'Egitto). Nessun guerriero lo aveva
seguito, soltanto bottegai, artigiani e mercanti. Quando sopraggiunsero, i
nemici subirono, di notte, un'invasione di topi di campagna che rosicchiarono
le loro faretre e gli archi e le cinghie degli scudi, sicch il giorno dopo,
inermi ormai, si diedero alla fuga e caddero in gran numero. E oggi nel tempio
di Efesto si trova una statua in pietra raffigurante questo sacerdote con in
mano un topo, e con un'iscrizione che dice: Guardate me e siate devoti agli
dei.
Fino a questo punto della storia le fonti sono state gli Egiziani e i
loro sacerdoti; essi mi hanno spiegato che dall'epoca del primo re fino a
questo sacerdote di Efesto, ultimo regnante, si erano avvicendate 341
generazioni umane e che in tale lungo arco di tempo altrettanti erano stati i
sommi sacerdoti e i re. Ora, siccome tre generazioni compongono un secolo, 300
corrispondono a 10.000 anni; le 41 restanti (oltre le 300), corrispondono a
1340 anni; ebbene in 11.340 anni, - affermavano - mai nessun dio si mostr in
figura di uomo; e nulla di simile era mai accaduto prima n accadde dopo, fra
gli altri che divennero re dell'Egitto. Inoltre dicevano che in questo lungo
periodo il sole si era per quattro volte allontanato dal suo corso abituale:
due volte sorse l dove di solito tramonta e due volte tramont l dove di
solito sorge. In questo periodo l'Egitto non ebbe a patire alterazioni di
sorta, n per i prodotti agricoli n per i fenomeni connessi al fiume, n per
quanto riguarda malattie o decessi.
In precedenza, nei confronti dello storico Ecateo, che l a Tebe aveva
esposto la propria genealogia famigliare risalendo nel tempo per sedici
generazioni fino a una origine divina, i sacerdoti di Zeus si erano comportati
esattamente come nei miei confronti, ma io non avevo elencato le mie
ascendenze: mi introdussero nella sala interna del tempio, vastissima, e mi
enumerarono, mostrandole una per una, le colossali statue di legno col
presenti, tante quante ho gi detto: ogni sommo sacerdote, infatti, erige in
quella sala una propria statua. Contandole e esibendole mi spiegarono che
erano tutti discendenti diretti l'uno dell'altro: cominciarono dal sacerdote
morto pi di recente procedendo a ritroso, di personaggio in personaggio,
finch me li ebbero indicati tutti. A Ecateo, che aveva fatto risalire la
propria famiglia a un dio attraverso sedici generazioni, essi opposero quella
genealogia, cos calcolata, e non accettarono, del discorso di Ecateo,
l'origine divina di un uomo; la contrapposero sostenendo che ogni statua
rappresentava un piromi nato da un altro piromi; le mostrarono tutte quante,
345, escludendo ogni relazione con gli dei o con gli eroi. Piromi corrisponde
in lingua greca a uomo bello e valoroso.
Insomma tali erano i personaggi raffigurati in quelle immagini, mi
precisarono, e ben diversi dagli dei. Invece prima di essi tutti i sovrani
dell'Egitto erano dei, vissuti fra gli uomini: di volta in volta un dio si
avvicendava al potere. L'ultimo a regnare sull'Egitto sarebbe stato Horo,
figlio di Osiride, e corrispondente egiziano del greco Apollo; Horo aveva
messo fine al regno di Tifone, dominando per ultimo. Osiride in lingua greca
si chiamerebbe Dioniso.
Fra i Greci gli dei pi recenti sono ritenuti Eracle, Dioniso e Pan,
invece fra gli Egiziani Pan  il pi antico e appartiene al novero degli otto
indicati come primi dei; Eracle invece  fra i secondi dei, detti i dodici, e
Dioniso in quella terza serie originata dai dodici. Gi ho precisato quanti
anni, secondo gli Egiziani, siano trascorsi dall'epoca di Eracle a quella del
re Amasi; da Pan dicono siano stati di pi, da Dioniso meno, e calcolano
15.000 anni da lui fino al regno di Amasi. Gli Egiziani si dichiarano sicuri
di queste informazioni, perch tengono costantemente il conto degli anni e lo
registrano per iscritto. E dunque, dall'epoca del Dioniso che si dice sia nato
da Semele, figlia di Cadmo, fino ai nostri giorni sarebbero trascorsi non pi
di 1000 [e 600] anni, da quella dell'Eracle figlio di Alcmena, circa 900, e
dal Pan figlio di Penelope (nato appunto da Ermes e da Penelope, come
asseriscono i Greci) fino a oggi meno anni di quelli che ci separano dalla
guerra di Troia, ossia circa 800 anni.
Ciascuno accolga pure delle due la versione che gli pare pi convincente,
io per me la mia opinione al riguardo l'ho gi espressa. Se questi due
individui, il Dioniso figlio di Semele e il Pan figlio di Penelope, fossero
nati e invecchiati in Grecia come accadde per Eracle figlio di Anfitrione,
allora li si potrebbe ugualmente ritenere degli esseri umani omonimi di
divinit sorte ben prima di loro: ma i Greci narrano che questo Dioniso,
appena concepito, fu cucito da Zeus in una sua coscia e portato a Nisa, cio
oltre l'Egitto, in Etiopia; quanto a Pan, poi, i Greci non sanno proprio dire
dove sia andato a finire dopo essere venuto al mondo. A me perci sembra
chiaro che i Greci conobbero Dioniso e Pan pi tardi degli altri dei e poi
attribuirono la loro nascita all'epoca in cui ne avevano sentito parlare per
la prima volta.
Tutto ci che precede  di fonte egiziana. Ora invece passo a esporre i
racconti egiziani che concordano con notizie di altra provenienza sempre a
proposito di questo paese; e vi aggiunger anche qualche cosa constatata da me
personalmente. Gli Egiziani, dopo il regno del sacerdote di Efesto,
acquistarono la libert; ma non erano assolutamente in grado di vivere neppure
per breve tempo senza un sovrano, sicch insediarono dodici re, uno per
ciascuna delle parti in cui avevano diviso l'intero territorio egiziano. Essi
si legarono fra loro per mezzo di matrimoni e regnarono, attenendosi a queste
norme: non si sarebbero sopraffatti a vicenda, non avrebbero aspirato a
possedere ciascuno qualcosa pi dell'altro, e insomma sarebbero rimasti amici
in tutto e per tutto. Stabilirono le regole suddette e ad esse si attennero
strettamente, perch appena insediati al potere gli era pervenuto un
vaticinio: chi fra loro avesse libato con una coppa di bronzo dentro il tempio
di Efesto sarebbe diventato re di tutto quanto il paese; bisogna sapere che
essi si riunivano in tutti i santuari.
A ricordo di s decisero di lasciare un unico monumento in comune e
fecero costruire il labirinto che si trova a sud del lago di Meride,
all'altezza della cosiddetta citt di Coccodrilli. Io l'ho visto con i miei
occhi ed  al di sopra di ogni possibilit di descrizione: anche a pensare di
descrivere una per una tutte le mura e le costruzioni dei Greci, queste
apparirebbero pur sempre inferiori, per lavoro e denaro occorsi, a questo
labirinto. Certamente  notevole anche il tempio di Efeso, o quello di Samo;
gi le piramidi andavano oltre ogni descrizione e ciascuna di loro era capace
di reggere il paragone con molte e anche imponenti opere greche; ma il
labirinto davvero supera le piramidi. Esso si compone di dodici cortili
coperti, contigui, con le porte opposte tra loro, sei rivolte verso nord e sei
verso sud; un unico muro di cinta li separa dall'esterno. All'interno, su due
piani, uno sotterraneo, l'altro superiore, si stendono 3000 stanze, 1500 per
piano; le stanze del piano superiore le ho visitate e percorse personalmente,
quindi posso parlarne per conoscenza diretta; su quelle sotterranee ho avuto
solamente informazioni: gli addetti egiziani si rifiutarono di mostrarmele
sostenendo che vi si trovano le sepolture dei re che furono i primi
costruttori del labirinto e dei coccodrilli sacri. Pertanto posso parlare del
piano inferiore solo basandomi su quanto mi hanno riferito; ma al piano
superiore ho visto opere che travalicano i limiti dell'umano: le porte che
collegano le varie stanze e le svariatissime tortuosit attraverso i cortili
mi lasciarono a bocca aperta: passavo dal cortile alle stanze e dalle stanze
ai porticati e dai porticati ad altre stanze e da esse ad altri cortili: il
soffitto di tutte queste costruzioni  di pietra come pure le pareti, ma le
pareti sono ricche di bassorilievi; ogni cortile  circondato da colonne di
pietra bianca che si armonizzano alla perfezione. Vicino all'angolo dove
termina il labirinto si innalza una piramide, quaranta orgie di base, che reca
scolpite figure di grandi proporzioni; la via di accesso alla piramide 
sotterranea.
Bench il labirinto sia gi straordinario ancora pi meravigliati lascia
il lago cosiddetto di Meride, presso il quale il labirinto  stato costruito;
il perimetro del lago misura 3600 stadi, vale a dire sessanta scheni, una
lunghezza pari all'intero sviluppo costiero egiziano; il lago si estende nel
senso della lunghezza in direzione nord-sud e nel punto di massima profondit
raggiunge le cinquanta orgie. Che si tratti di un bacino artificiale, opera di
scavo, lo rivela il lago stesso: nel bel mezzo infatti vi sorgono due piramidi
alte ciascuna cinquanta orgie sul livello dell'acqua; e altrettanto misura la
parte sommersa. Sopra entrambe le piramidi c' un colosso di pietra seduto sul
trono. In questo modo l'altezza delle piramidi raggiunge le cento orgie; cento
orgie corrispondono esattamente a uno stadio di sei pletri, visto che ogni
orgia  pari a quattro cubiti o a sei piedi; piede e cubito corrispondono
rispettivamente a quattro e sei palmi. L'acqua del lago non  di sorgente
(quella zona del paese  terribilmente arida) ma vi  stata portata dal Nilo
mediante un canale: per sei mesi all'anno l'acqua scorre verso il lago, per
gli altri sei rifluisce nel letto del Nilo. Quando le acque defluiscono dal
lago allora, in quei sei mesi, la pesca frutta alla reggia un talento
d'argento al giorno; quando invece vi affluisce frutta soltanto venti mine.
Gli abitanti del luogo dicevano anche che il lago  collegato con il
golfo della Sirte in Libia per mezzo di un canale sotterraneo; il lato
occidentale del lago si protende verso ovest nell'interno lungo la catena
montuosa che sta sopra Menfi. Poich non riuscivo a vedere dove mai fosse
stata accumulata la terra dello scavo, e la cosa mi aveva incuriosito, chiesi
a quelli che abitavano nei dintorni del lago dove si trovasse la terra
scavata. Essi mi spiegarono dove era stata trasportata e mi convinsero
facilmente; sapevo infatti, perch l'avevo sentito raccontare, che anche a
Ninive, citt degli Assiri, era avvenuto qualcosa di simile. Infatti dei ladri
avevano concepito il progetto di rubare l'immenso tesoro, custodito in camere
sotterranee, del re di Ninive Sardanapalo: essi, cominciando dalla loro casa e
calcolando con precisione le distanze fino alla reggia, scavarono sottoterra
una galleria e ogni notte andavano a scaricare la terra rimossa nel Tigri, che
scorre a poca distanza da Ninive, finch non ebbero eseguito il loro piano. Un
lavoro del genere, a quanto mi dissero, fu compiuto anche per lo scavo del
lago egiziano, con la sola differenza che non fu realizzato di notte bens
alla luce del sole: gli Egiziani trasportarono il materiale estratto dallo
scavo fino al Nilo che, ricevendolo, avrebbe pensato a disperderlo. Cos fu
realizzato, pare, l'invaso del lago.
I dodici re esercitarono il potere comportandosi con giustizia; passato
un certo tempo, una volta si riunirono per un sacrificio nel tempio di Efesto;
nell'ultimo giorno della festa quando stavano per libare il sommo sacerdote,
nel dare loro le coppe d'oro usate di solito per le libagioni, ne sbagli il
numero, distribuendone undici invece di dodici. Psammetico era l'ultimo della
fila: rimasto senza coppa, si sfil l'elmo di bronzo, lo porse e con esso
lib. Anche gli altri re, tutti, portavano un elmo, e lo avevano allora in
testa; Psammetico non porse il suo con l'intenzione di ingannare gli altri. Ed
essi, quando ebbero collegato mentalmente il gesto di Psammetico con l'oracolo
che era stato loro vaticinato (chi di loro avesse libato con una coppa di
bronzo sarebbe diventato sovrano unico dell'intero Egitto), bench memori
della profezia, non ritennero giusto uccidere Psammetico: si resero conto,
interrogandolo a fondo, che non aveva agito con premeditazione, perci
decisero di privarlo della maggior parte del suo potere e di esiliarlo nelle
paludi, col divieto di allontanarsi da l e di avere contatti con il restante
territorio egiziano.
Questo Psammetico, in precedenza, era stato gi una volta cacciato in
esilio dal re Etiope Sabacos, che gli aveva ucciso il padre Necos; allora era
riparato in Siria; poi, quando l'Etiope, dopo il sogno, si ritir, gli
Egiziani del nomo di Sais lo ricondussero in patria; pi tardi, mentre era re,
per la seconda volta e per colpa dell'elmo gli altri undici sovrani lo
costrinsero in esilio, nelle paludi. Si ritenne vittima di un sopruso da parte
dei suoi colleghi e pens di vendicarsi di quanti lo avevano bandito. Mand
una delegazione a Buto all'oracolo di Latona, che per gli Egiziani  l'oracolo
pi veritiero, e ottenne un responso in base al quale la sua vendetta sarebbe
venuta dal mare, quando fossero apparsi degli uomini di bronzo. Davvero lui
non poteva credere che mai sarebbero accorsi in suo aiuto degli uomini di
bronzo, ma, non molto tempo dopo, il destino volle che degli Ioni e dei Cari,
salpati per fare della pirateria, fossero gettati sulle coste dell'Egitto;
costoro sbarcarono a terra indossando armature di bronzo e qualcuno corse
nelle paludi ad avvisare Psammetico: poich non aveva mai visto prima degli
uomini con armature di bronzo, il messaggero rifer che dal mare erano venuti
uomini di bronzo a depredare la campagna. Psammetico comprese che l'oracolo si
stava avverando: tratt da amici gli Ioni e i Cari e con grandi promesse li
convinse a schierarsi con lui; poi, un po' col favore degli Egiziani disposti
ad aiutarlo, un po' col soccorso di questi alleati, detronizz i re avversari.
Divenuto padrone di tutto quanto l'Egitto, Psammetico fece costruire in
onore di Efesto i propilei meridionali a Menfi e di fronte ai propilei edific
per Api il cortile in cui Api viene nutrito quando si manifesti; il cortile 
contornato da colonne e ricco di bassorilievi; non sono per propriamente
colonne quelle che reggono il tetto, ma piuttosto colossali statue di dodici
cubiti. Api corrisponde in lingua greca a Epafo.
Agli Ioni e ai Cari che lo avevano aiutato Psammetico concesse di abitare
due territori situati uno di fronte all'altro, separati dal Nilo, che presero
il nome di Accampamenti. Assegn i territori e mantenne anche tutte le altre
promesse. Inoltre affid loro dei ragazzi egiziani perch imparassero la
lingua greca; da questi ragazzi che appresero allora il greco discendono tutti
gli attuali interpreti in Egitto. Ioni e Cari abitarono assai a lungo in
questi territori situati lungo la costa un po' al disotto di Bubasti, presso
la foce del Nilo detta Pelusio. Pi tardi il re Amasi li tolse da quei
territori e li trasfer a Menfi facendosene un corpo di guardia personale in
luogo degli Egiziani. Costoro si stabilirono in Egitto e proprio grazie ai
contatti intervenuti con essi noi Greci possiamo avere una esatta conoscenza
delle cose d'Egitto, a partire dal regno di Psammetico in poi; Ioni e Cari
furono i primi alloglotti a stabilirsi in Egitto. Nei luoghi da cui poi furono
trasferiti a Menfi, ancora all'epoca della mia visita erano rimasti gli
scivoli per calare in acqua le imbarcazioni e i ruderi delle abitazioni. E
cos Psammetico divenne padrone dell'Egitto.
Varie volte ho fatto menzione dell'oracolo egiziano e ora bisogna che ne
parli:  davvero un argomento degno di essere toccato. Questo oracolo
[egiziano]  sacro a Latona: sorge in una grande citt che si incontra
risalendo il Nilo dal mare sul ramo detto Sebennitico. Il nome della citt
sede dell'oracolo  Buto, come gi precedentemente ho ricordato; a Buto si
trova anche un santuario di Apollo e di Artemide. Il tempio di Latona, sede
dell'oracolo,  veramente imponente: i suoi propilei raggiungono un'altezza di
dieci orgie; ma dir quella che fra tutte le cose visibili mi procur il
maggior stupore: nell'area sacra a Latona c' un tempio costituito da pareti
monolitiche, identiche in lunghezza e in altezza; ogni spigolo misura quaranta
cubiti; il tetto  formato da un'unica lastra di pietra con un aggetto di
quattro cubiti.
Questo tempio  per me fra tutte le cose visibili nell'area del santuario
la pi stupefacente. La seconda meraviglia  l'isola detta di Chemmi: essa 
situata in un lago vasto e profondo, non lontano dal santuario di Buto, e a
sentire gli Egiziani sarebbe un'isola galleggiante. Personalmente io non l'ho
mai vista navigare n mai spostarsi minimamente e nel ricevere l'informazione
mi ha lasciato molto perplesso la possibilit che esistano isole natanti.
Comunque nell'isola sorge un grande tempio di Apollo con tre altari; su di
essa crescono numerose palme e anche molte altre specie di alberi, da frutta e
non da frutta. Gli Egiziani quando dicono che questa isola galleggia
aggiungono anche un racconto: narrano che Latona, una delle prime otto
divinit, abitava nella citt di Buto, dove ora si trova il suo santuario: su
quest'isola che prima era fissa ricevette in custodia Apollo dalle mani di
Iside e ve lo tenne in salvo; lo nascondeva insomma nell'isola che ora ha fama
di essere galleggiante, quando giunse Tifone che cercava ovunque pur di
trovare il figlio di Osiride. Essi sostengono che Apollo e Artemide sono figli
di Iside e di Dioniso e che Latona fu la loro nutrice e salvatrice. In
egiziano Apollo corrisponde a Horo, Demetra a Iside e Artemide a Bubasti. Da
questa leggenda e non da altre Eschilo figlio di Euforione trasse quanto vengo
a dire, distinguendosi dai poeti suoi predecessori: fece che Artemide fosse
figlia di Demetra. Ecco perch l'isola sarebbe divenuta galleggiante. Cos
almeno raccontano gli Egiziani.
Psammetico regn sull'Egitto per 54 anni, 29 dei quali li trascorse
accampato in assedio della grande citt di Azoto in Siria, finch non l'ebbe
espugnata; Azoto, fra tutte le citt a nostra conoscenza fu quella che
resistette pi a lungo a un assedio.
Psammetico ebbe un figlio, Necos, che regn sull'Egitto: costui per primo
inizi lo scavo del canale che si immette nel Mare Eritreo; il canale fu poi
scavato in un secondo tempo dal Persiano Dario.  lungo quattro giorni di
navigazione e fu realizzato talmente largo da consentire il passaggio
contemporaneo a due triremi procedenti a remi. Il canale riceve l'acqua del
Nilo; la riceve esattamente poco a sud di Bubasti non lontano dalla citt
araba di Patumo, e poi va a sfociare nel Mare Eritreo. Lo scavo cominci nella
piana d'Egitto dalla parte dell'Arabia; appena un po' al di sopra di essa
inizia la catena montuosa che si sviluppa di fronte a Menfi, dove si trovano
le cave di pietra. Il canale passa per lungo tratto alle falde di questa
catena montuosa e si allunga da ovest a est, quindi si spinge verso le gole;
dalle montagne piega poi verso il vento Noto, andando a sfociare nel Golfo
d'Arabia. Dove la distanza  minore e la via  pi breve per passare dal mare
settentrionale a quello meridionale, detto anche Eritreo, vale a dire dal
monte Casio che segna il confine fra l'Egitto e la Siria, fino al Golfo di
Arabia, ci sono <esattamente> mille stadi. Mille stadi in linea d'aria, ma in
realt il canale  alquanto tortuoso e quindi molto pi lungo. Nei lavori di
scavo, avvenuti sotto il regno di Necos, perirono 120.000 Egiziani. Necos poi
interruppe a met i lavori: un oracolo gli imped di continuare avvisandolo
che stava lavorando a vantaggio del barbaro. Gli Egiziani chiamano barbari
tutti quelli che non parlano la loro lingua.
Abbandonato il taglio del canale, Necos si volse ad alcune spedizioni
militari: triremi furono costruite sul mare settentrionale e altre sul Mare
Eritreo nel Golfo di Arabia: ancora ne sono visibili gli scivoli di varo. Le
navi venivano utilizzate in caso di necessit; con i Siri Necos combatt sulla
terra ferma a Magdolo, dove risult vincitore; dopo questo scontro conquist
Caditi, grande citt della Siria. Allora dedic ad Apollo la veste da lui
indossata mentre compiva quelle imprese, inviandola al tempio dei Branchidi di
Mileto. Dopo sedici anni in tutto di regno Necos mor lasciando il potere al
figlio Psammi.
Mentre Psammi regnava sull'Egitto vennero messaggeri da Elea che
esaltavano i Giochi di Olimpia come i pi belli e i meglio regolati del mondo,
convinti che neppure gli Egiziani, cio gli uomini pi sapienti della terra,
avrebbero mai saputo escogitare qualcosa di simile. Quando gli Elei giunti in
Egitto ebbero esposta la ragione del loro arrivo, allora il re convoc gli
Egiziani che passavano per i pi sapienti; essi si riunirono e si informarono
dagli Elei, minutamente, sul regolamento dei Giochi e delle gare; gli Elei
esposero ogni dettaglio e dichiararono di essere venuti in Egitto per sapere
se l erano capaci di studiare un sistema pi equo. Gli Egiziani si
consultarono fra loro e infine domandarono agli Elei se i loro concittadini
prendevano parte alle competizioni; ed essi risposero che era consentito di
gareggiare a chiunque lo desiderasse, fosse Eleo o di un'altra regione della
Grecia, senza discriminazioni. Allora gli Egiziani ribatterono che cos
facendo gli Elei avevano commesso una assoluta ingiustizia: non c'era infatti
modo di evitare che favorissero un loro concittadino a danno dei forestieri.
Se davvero volevano fissare delle regole eque e per questo motivo erano venuti
in Egitto, li esortavano a indire Giochi riservati ai soli stranieri e a non
permettere ad alcun cittadino di Elea di gareggiare. Questi furono i
suggerimenti dati dagli Egiziani agli Elei.
Psammi regn solamente per sei anni; fece in tempo a combattere contro
l'Etiopia e subito dopo mor; gli succedette suo figlio Aprieo il quale, dopo
il bisnonno Psammetico, fu il pi fortunato in confronto ai sovrani suoi
predecessori: regn per 25 anni durante i quali mosse con le sue truppe contro
Sidone e combatt per mare contro il re di Tiro. Ma era destino che facesse
una brutta fine; nei Racconti libici ne esporr diffusamente la ragione, qui
la riassumer per sommi capi. Aprieo invi un grande esercito contro i Cirenei
e sub una grave sconfitta; gravissima: gli Egiziani gliela rimproverarono al
punto da ribellarsi contro di lui; erano convinti che Aprieo li avesse
consapevolmente inviati verso una prevedibile sciagura perch avvenisse una
strage di Egiziani e lui potesse regnare con maggiore sicurezza sui sudditi
restanti. Furiosi i sopravvissuti e gli amici degli scomparsi gli si
ribellarono apertamente.
Informato della cosa Aprieo invi presso di loro Amasi perch con le sue
parole li placasse. Amasi giunse presso i ribelli e cercava di dissuaderli dai
loro propositi, ma poi, mentre parlava, un Egiziano, che era in piedi dietro
di lui, gli pose sul capo un elmo e asser che con questo gesto lo designava
re. Il gesto non dovette andare troppo contro la volont di Amasi a giudicare
dal suo successivo comportamento: quando gli Egiziani lo ebbero eletto loro
sovrano, si prepar alla guerra contro Aprieo. Informato di ci, Aprieo invi
ad Amasi un uomo del suo seguito che godeva di un certo prestigio fra gli
Egiziani: a Patarbemi, cos si chiamava, ordin di condurgli Amasi vivo.
Patarbemi raggiunse Amasi e lo invit a seguirlo, ma Amasi, per tutta
risposta, si sollev leggermente sulla sella (per caso era a cavallo), tir un
peto e invit Patarbemi a riportare quello a Aprieo. Ciononostante Patarbemi
insisteva nell'invitarlo a presentarsi al re che lo chiamava. Amasi gli
rispose che era esattamente quanto gi da tempo si preparava a fare: e Aprieo,
aggiunse, non sarebbe stato scontento di lui, perch con s avrebbe condotto
molti altri. Patarbemi comprese il senso dell'affermazione e, vedendolo ormai
pronto alla spedizione, decise di tornare dal re in gran fretta per
comunicargli al pi presto quanto stava accadendo. Ma quando torn dal re
senza Amasi, Aprieo senza concedergli di fornire spiegazioni e in preda
all'ira, ordin che gli fossero tagliate le orecchie e il naso. Gli altri
Egiziani rimasti fedeli ad Aprieo, vedendo il pi ragguardevole di loro
trattato cos sconciamente, senza por tempo in mezzo passarono dall'altra
parte e si consegnarono ad Amasi.
Appreso anche questo, Aprieo arm i mercenari e mosse contro gli
Egiziani. Aveva con s, come mercenari, 30.000 uomini fra Cari e Ioni. La sua
reggia si trovava a Sais, era molto grande e degna di essere vista. Cos
Aprieo e i suoi marciarono contro gli Egiziani e Amasi e i suoi contro i
mercenari; entrambi raggiunsero la citt di Momenfi e si prepararono allo
scontro.
In Egitto la popolazione  divisa in sette classi: sacerdoti, guerrieri,
bovari, porcari, commercianti, interpreti, piloti. Tante sono le classi
egiziane, che prendono nome dai mestieri. Comunque i guerrieri sono anche
detti Calasiri e Ermotibi e appartengono ai seguenti nomoi; tutto l'Egitto
infatti  diviso in nmoi.
Ecco i distretti degli Ermotibi: Busirite, Saite, Chemmite, Papremite,
Isola di Prosopitide e a met del distretto di Nato; provenienti da queste
localit gli Ermotibi nel momento di massima crescita raggiunsero il numero di
160.000. Nessuno di loro ha mai imparato altra professione: si dedicano solo
alla guerra.
Ed ecco i distretti dei Calasiri: Tebano, Bubastite, Aftite, Tanite,
Mendesio, Sebennite, Atribite, Farbetite, Tmuite, Onufite, Anisio, Miecforite:
quest'ultimo occupa un'isola di fronte alla citt di Bubasti; provenienti
dunque da queste localit i Calasiri nel momento di massima crescita
raggiunsero il numero di 250.000; neppure costoro possono praticare altre
professioni, ma coltivano solo l'arte della guerra e se la trasmettono di
padre in figlio.
Non sono in grado di giudicare con certezza se anche questo uso i Greci
lo hanno imparato dagli Egiziani; vedo che pure Traci, Sciti, Persiani, Lidi e
quasi tutte le popolazioni barbare hanno minor considerazione per i cittadini
che apprendano un mestiere e per i loro figli, mentre ritengono nobili le
persone libere da lavori manuali e in modo particolare quanti attendono alle
attivit militari. Comunque  un modo di pensare ben appreso dai Greci tutti:
pi degli altri dagli Spartani e meno degli altri dai Corinzi, che non
disprezzano affatto gli artigiani.
I soli guerrieri fruivano, con i sacerdoti, di determinati vantaggi:
dodici arure di terreno scelto, esenti da tasse. L'arura  una estensione
quadrata di cento cubiti egiziani su ogni lato; il cubito egiziano per
l'appunto coincide con quello di Samo. Accanto a tale privilegio generale
esistevano prerogative particolari concesse a turno e mai alle stesse persone:
ogni anno 10.000 Calasiri e altrettanti Ermotibi prestavano servizio come
guardie del re; oltre alle arure, ricevevano giornalmente cinque mine di grano
abbrustolito a testa, due mine di carne bovina e quattro aristeri di vino;
tanto elargivano alle guardie in servizio.
Quando dunque, nella loro marcia di avvicinamento, Aprieo con i mercenari
e Amasi alla testa di tutti gli Egiziani, raggiunsero la citt di Momenfi, si
accese lo scontro: si batterono bene gli stranieri, ma erano molto inferiori
per numero e perci rimasero sconfitti. Aprieo, si racconta, credeva che
nessuno, neppure un dio, potesse porre fine al suo potere, tanto gli sembrava
saldamente radicato. E invece, venuto a battaglia, fu sconfitto, fatto
prigioniero e condotto nella citt di Sais, nella sua dimora di un tempo,
divenuta ormai la reggia di Amasi. Per un certo periodo Amasi lo ospit nella
reggia, trattandolo con onore; ma infine, biasimato dagli Egiziani, tacciato
di ingiustizia perch ospitava il loro e suo massimo nemico, decise di
consegnare Aprieo agli Egiziani. Essi lo impiccarono e quindi lo seppellirono
nella tomba di famiglia, che si trova nel tempio di Atena, proprio accanto al
sacrario, a sinistra per chi entra. I cittadini di Sais seppellivano nel
tempio di Atena tutti i re originari del loro distretto: cos vi si trova pure
la tomba di Amasi, ma pi discosta dal sacrario rispetto alle tombe di Aprieo
e dei suoi antenati, e precisamente nel cortile del santuario; consiste di un
lungo porticato di pietra, ornato di colonne a forma di palmizi e di ogni
altra decorazione di lusso; all'interno del porticato vi sono due grandi
portali, in mezzo ad essi  collocato il monumento funebre.
Sempre l a Sais nel santuario di Atena si trova anche la tomba di colui
che ora sarebbe empiet nominare; giace nella parte posteriore del santuario
lungo il muro di cinta. Sempre nell'area del tempio si ergono grandi obelischi
di pietra; accanto vi  un laghetto, ornato da un parapetto di pietra e
perfettamente circolare, vasto, come mi parve, quanto il cosiddetto lago
rotondo di Delo.
In questo laghetto si svolgono di notte le sacre rappresentazioni delle
vicende di lui; gli Egiziani le chiamano misteri: io so come si svolgono in
ogni particolare, ma conserver un religioso silenzio. E mi guarder anche dal
parlare dei misteri di Demetra, che i Greci chiamano Tesmoforie, se non per
quanto mi sia lecito dire: furono le figlie di Danao a introdurre in Grecia
questa cerimonia originaria dell'Egitto, insegnandola alle donne pelasgiche;
poi, quando l'intero Peloponneso fu sconvolto dai Dori, il rito scomparve;
solo gli Arcadi, unici superstiti delle popolazioni del Peloponneso, unici non
dispersi, lo tennero in vita.
Detronizzato Aprieo, govern Amasi, originario del nomo di Sais e pi
precisamente della citt di Siuf. In un primo momento gli Egiziani
disprezzavano Amasi e non lo stimavano affatto, in quanto era del popolo e non
di una casata illustre; ma poi Amasi, con accortezza e prudenza, riusc a
guadagnarsi il loro favore. Possedeva una enorme quantit di oggetti preziosi:
fra gli altri un bacile d'oro nel quale lui e tutti i suoi invitati erano
soliti lavarsi i piedi in ogni circostanza; egli lo ridusse a pezzi per
ricavarne la statua di un dio, collocata poi nel punto pi adatto della citt;
e gli Egiziani vi si affollavano attorno con grande venerazione; Amasi,
informato del comportamento dei suoi sudditi, li convoc e rivel loro che
l'immagine era stata fabbricata con un bacile e che ora gli Egiziani
veneravano con profonda devozione un oggetto in cui si erano lavati i piedi e
avevano vomitato e orinato. Seguit dicendo che lui si era trovato in una
situazione paragonabile a quella del catino: se prima era uno del popolo ora
invece era il loro sovrano e perci li esortava a rispettarlo e a onorarlo. In
questo modo si guadagn la stima degli Egiziani, che accettarono di essere
suoi sudditi.
Amasi sbrigava i suoi affari come segue: dall'alba fino a quando la
piazza del mercato  affollata, si occupava delle questioni che gli venivano
sottoposte, dopo di che beveva, beffava i suoi convitati, era frivolo e
allegro. Rammaricandosi per questo, gli amici lo ammonivano: Sovrano, - gli
dicevano - tu non agisci bene, ti comporti con troppa leggerezza. Dovresti
startene seduto dignitosamente su un venerabile trono per tutto il giorno e
affrontare questioni serie; in questo modo gli Egiziani saprebbero di essere
governati da un uomo importante e tu avresti una fama maggiore. La tua attuale
condotta, invece, non  affatto regale. Ma lui una volta rispose: Chi possiede
un arco lo tende quando deve usarlo e dopo lo lascia allentato; questo perch
se restasse continuamente in tensione l'arco si spezzerebbe, e quindi gli
arcieri, al momento buono, non potrebbero pi servirsene. Identica  la
condizione dell'uomo: uno che vuole essere sempre serio e non si lascia andare
ogni tanto allo scherzo senza nemmeno accorgersene diventerebbe pazzo o
stupido. Io ne sono convinto e perci divido il mio tempo fra seriet e
scherzo. Cos Amasi rispose ai suoi amici.
Si dice che Amasi, anche da privato cittadino, abbia sempre amato bere e
divertirsi; e che non fosse mai stato un individuo severo. Se bevendo e
divertendosi gli veniva a mancare il necessario, andava in giro a rubacchiare.
Quanti lo accusavano di possedere qualche loro bene, se lui si ostinava a
negare, lo conducevano spesso di fronte all'oracolo del luogo dove si
trovavano. Spesso fu dichiarato colpevole dai responsi, ma spesso veniva
assolto. Una volta salito al trono si comport come segue: non si dette cura
alcuna dei templi degli dei che lo avevano assolto dall'accusa di essere un
ladro; non concesse denaro per restaurarli n li frequentava per compiere
sacrifici; riteneva quegli dei indegni di considerazione, perch possedevano
oracoli menzogneri; aveva invece molto riguardo per quelli che lo avevano
condannato come ladro, stimando che fossero autentici dei e possedessero
oracoli non menzogneri.
In onore di Atena a Sais costru dei propilei stupendi, superiori a tutti
gli altri per altezza e grandezza nonch per le dimensioni e la qualit delle
pietre impiegate; inoltre offr come dono votivo statue colossali e sfingi
maschili, di grandi proporzioni e si procur altri blocchi di pietra enormi
per opere di restauro. Alcune di queste pietre le fece venire dalle cave
esistenti all'altezza di Menfi, altre, le pi smisurate, dalla citt di
Elefantina, che dista da Sais una ventina di giorni di navigazione. E ancora,
e ci suscita in me la maggiore meraviglia, fece venire da Elefantina una
costruzione monolitica, impiegando per il trasporto tre anni e duemila operai,
tutti appartenenti alla casta dei piloti. La larghezza di questa costruzione
esternamente  di circa venti cubiti: quattordici ne misura in larghezza e
otto in altezza. Tali sono le sue dimensioni esterne; all'interno la lunghezza
 di diciotto cubiti e un pigone, la larghezza di dodici cubiti e l'altezza di
cinque cubiti. Questa costruzione sorge presso l'ingresso del santuario. Non
lo portarono dentro l'area sacra, si dice, per questa ragione: stavano
trainando l'edificio quando il direttore dei lavori emise un sospiro a causa
della fatica e del tempo occorsi per un simile lavoro; allora Amasi, facendosi
scrupolo, non consent che lo si trasportasse pi oltre. Altri invece
raccontano che uno degli operai che manovravano le leve mor schiacciato: per
questo motivo quindi non lo avrebbero pi portato dentro.
Amasi dedic in tutti gli altri celebri santuari opere sempre degne di
essere viste per la loro imponenza; e fra le altre un colosso che giace supino
a Menfi di fronte al tempio di Efesto, lungo ben 75 piedi. Sul medesimo
piedistallo, ai lati del colosso maggiore, si ergono altre due statue in
pietra etiopica, ciascuna delle quali  alta venti piedi. Anche a Sais esiste
un colosso simile, cio giacente alla maniera di quello di Menfi. Fu poi
ancora Amasi a far costruire a Menfi il tempio di Iside, un tempio assai
grande e che assolutamente merita una visita.
Sotto il regno di Amasi, si racconta, l'Egitto godette di una grandissima
prosperit: le piene del fiume gratificarono sempre la terra e i raccolti gli
uomini: le citt abitate in Egitto erano allora circa 20.000. Fu Amasi a
stabilire per gli Egiziani la legge per cui ognuno doveva ogni anno dimostrare
di cosa vivesse; e per quanti eludevano quest'obbligo o non dimostravano di
vivere onestamente era prevista la pena di morte. L'Ateniese Solone prese in
Egitto questa norma e la introdusse ad Atene; e vi  tuttora in vigore,
trattandosi di una legge ineccepibile.
Divenuto molto amico dei Greci, Amasi fece varie concessioni ad alcune
popolazioni greche: in particolare permise a chi si recava in Egitto di
risiedere a Naucrati; a chi non intendeva abitarvi, ma vi giungeva in viaggio,
offr delle aree per la edificazione di altari e templi per gli dei; fra
queste l'area sacra pi grande, pi rinomata e pi frequentata si chiama
Ellenio; la allestirono insieme varie citt: le ioniche Chio, Teo, Focea,
Clazomene, le doriche Rodi, Cnido, Alicarnasso, e Faselide, e la sola Mitilene
per gli Eoli. Le citt alle quali appartiene il santuario sono le stesse che
forniscono i sopraintendenti al mercato. Tutte le altre citt che rivendicano
una partecipazione lo fanno senza averne diritto. Gli abitanti di Egina per
conto loro si costruirono un tempio di Zeus, e i Sami uno dedicato a Era, un
altro ancora i Milesii ad Apollo.
L'unico grande antico emporio, e non ve n'erano altri in Egitto, era
Naucrati. Se qualcuno approdava a una foce del Nilo diversa, doveva giurare di
esservi arrivato per sbaglio, e dopo aver giurato doveva subito dirigersi
verso il Nilo di Canobo; se i venti contrari impedivano di prendere il mare,
allora bisognava trasportare le mercanzie attraverso l'intero Delta a bordo di
barche egiziane, finch non si giungeva a Naucrati; di tale privilegio godeva
Naucrati.
Quando gli Anfizioni appaltarono per trecento talenti la costruzione
dell'attuale tempio di Delfi (il precedente era stato distrutto da un incendio
scoppiato per cause naturali), i cittadini di Delfi dovettero pagare la quarta
parte del prezzo di appalto. Allora si recarono in varie citt per raccogliere
fondi e cos facendo non fu certo dall'Egitto che ricavarono la somma minore.
Amasi infatti regal loro mille talenti di allume e i Greci residenti in
Egitto versarono venti mine.
Amasi firm un trattato di amicizia e di alleanza militare con gli
abitanti di Cirene. Anzi decise persino di prendere moglie in quella citt,
vuoi per il desiderio di avere una donna greca vuoi come segno di amicizia nei
confronti dei Cirenei: secondo alcuni spos la figlia di Batto figlio di
Arcesilao, secondo altri una certa Ladice figlia di Critobulo, un cittadino
ragguardevole. Ora, accadeva che quando Amasi andava a letto con lei non era
capace di fare l'amore, cosa che gli riusciva invece con le altre donne: il
fatto si ripet varie volte sicch Amasi disse a Ladice: Moglie mia, tu mi hai
stregato e perci non hai nessuna possibilit di sfuggire alla sorte peggiore
mai toccata a una donna. Ladice negava, ma senza arrivare a calmare il marito;
perci preg fra s Afrodite, promettendole di inviarle una statua a Cirene se
la notte seguente Amasi fosse riuscito a fare l'amore con lei; che era, poi,
l'unico rimedio al male. Dopo tale preghiera immediatamente Amasi riusc a
possederla e da allora tutte le volte che l'andava a trovare si univa con lei;
e dopo la am molto. Ladice sciolse poi il voto alla dea facendo fabbricare
una statua e inviandola a Cirene; la statua esiste ancora oggi e si trova
all'esterno delle mura di Cirene. Quanto a Ladice, quando Cambise divenne il
padrone dell'Egitto e seppe di lei chi fosse, la rimand a Cirene sana e
salva.
Amasi consacr offerte anche in Grecia: a Cirene una statua d'oro,
raffigurante Atena, e un proprio ritratto; a Lindo due statue di pietra
dedicate ad Atena e una corazza di lino che merita di essere vista; ad Era in
Samo due sue statue in legno che ancora ai miei tempi erano collocate nel
tempio grande, subito dietro le porte. A Samo consacr le sue offerte a causa
dei vincoli di ospitalit esistenti fra lui e Policrate figlio di Eace; a
Lindo non per legami di ospitalit (non ne aveva), ma perch secondo la
leggenda il tempio era stato costruito dalle figlie di Danao, col approdate
durante la loro fuga dai figli di Egitto. Questi furono i suoi doni votivi.
Amasi fu il primo al mondo a conquistare l'isola di Cipro e a costringerla al
pagamento di un tributo.
FINE.
