    Erodoto.
    LE STORIE.
    ARNOLDO MONDADORI EDITORE, Milano 1956.

    Traduzione, introduzione e note di Luigi Annibaletto.

    VOLUME TERZO.


    SOMMARIO.

    Libro settimo. Polimnia: pagina 2.
    Note: pagina 170.
    Libro ottavo. Urania: pagina 196.
    Note: pagina 300.
    Libro nono. Calliope: pagina 322.
    Note: pagina 417.





    LIBRO SETTIMO.
    POLIMNIA.

    Dario medita vendetta,  ma viene a morte  (486  a.  C.)  -  Serse  gli
    succede:  doma  una  rivolta  in Egitto,  poi marcia in armi contro la
    Grecia - Scavo dell'Istmo alle falde del monte Atos -  Costruzione  di
    due  ponti  sull'Ellesponto - Rassegna delle forze persiane di terra e
    di mare - Le flotte avversarie all'Artemisio - Le Termopili -  Leonida
    e i Trecento - Tradimento di Efialte (primavera-estate 480 a. C.).


     1. Quando la notizia della battaglia combattuta a Maratona giunse al
    re Dario,  figlio di Istaspe, gi prima fieramente sdegnato contro gli
    Ateniesi per la loro incursione nel territorio di Sardi, la sua ira in
    tale  circostanza  fu  molto  pi  violenta  ancora  e  con   maggiore
    impazienza  egli  si  accinse a fare una spedizione militare contro la
    Grecia. Intanto, senza perdere tempo,  mandando dei messi per le varie
    citt,  impartiva ordini di tener pronti contingenti di truppe, di cui
    imponeva a ciascuna citt contributi molto pi  gravi  di  quelli  che
    fornivano  per  l'innanzi;  e  navi  e  cavalli e viveri e battelli da
    trasporto.  Queste imposizioni ovunque  impartite  tennero  l'Asia  in
    agitazione  per  tre  anni (1),  mentre gli uomini pi validi venivano
    arruolati in vista della campagna contro la Grecia e vi si preparavano
    convenientemente. Nel quarto anno (2),  poi,  gli Egiziani,  che erano
    stati  assoggettati  da  Cambise,  si  ribellarono  ai Persiani: Dario
    allora ancor pi diede mano ai preparativi per marciare in armi contro
    ambedue i nemici.

     2. Mentre egli si preparava alla spedizione contro l'Egitto e contro
    Atene,  tra i figli di lui sorse una violenta contesa per  il  supremo
    potere;  perch,  dicevano, secondo il costume invalso tra i Persiani,
    egli doveva designare il re futuro, prima di scendere in campo.
    Dario,  infatti,  ancor prima di essere re,  aveva avuto tre figli (3)
    dalla  prima  moglie,  che era figlia di Gobria e,  quando gi era sul
    trono, ne aveva avuti altri quattro (4) da Atossa, figlia di Ciro: dei
    primi il maggiore era Artobazane; dei secondi era Serse. Naturalmente,
    non  essendo  tutti  della  stessa  madre,   non  andavano  d'accordo:
    Artobazane  faceva  valere  che  egli  era  il pi anziano di tutta la
    figliolanza ed era norma, ormai riconosciuta presso gli uomini, che il
    primogenito avesse il potere; Serse,  invece,  ribatteva che sua madre
    era  Atossa,  la  figlia  di  Ciro,  ed era stato Ciro colui che aveva
    procurato ai Persiani la libert.

     3. Mentre Dario ancora non si pronunciava, volle il caso che proprio
    in quello stesso momento giungesse a Susa anche  Demarato,  figlio  di
    Aristone,  che in Sparta era stato spogliato della dignit regale e da
    Sparta si era egli stesso spontaneamente esiliato. Quest'uomo, che era
    venuto a conoscere  il  dissidio  esistente  fra  i  figli  di  Dario,
    presentatosi  a Serse,  a quanto di lui si racconta,  gli consigli di
    aggiungere alle altre ragioni che adduceva anche questa: che egli  era
    nato a Dario quand'era gi re e aveva in mano lo scettro dei Persiani;
    invece, Artobazane era nato quando Dario era ancora cittadino privato.
    Non era, dunque, n conveniente, n giusto che qualche altro avesse la
    dignit regia prima di lui. Poich anche a Sparta, suggeriva Demarato,
    aveva valore questa norma: se c'erano dei figli nati prima che il loro
    padre sedesse sul trono e ne sopraggiungeva pi tardi un altro, quando
    il padre gi regnava, a quest'ultimo toccava l'eredit del regno.
    Avendo  Serse  seguito il suggerimento di Demarato,  Dario,  che aveva
    riconosciuto giusto quanto gli diceva, design re proprio lui. Secondo
    il mio parere,  Serse sarebbe stato re anche senza  questo  consiglio,
    poich era Atossa che aveva in mano tutto il potere.

      4.  Dopo  aver  designato  Serse  a  regnare  sui  Persiani,  Dario
    s'accingeva a scendere in campo;  ma un anno dopo (5) questi  fatti  e
    dopo la sollevazione dell'Egitto,  accadde che Dario stesso,  in mezzo
    ai suoi preparativi,  venisse a morte,  dopo aver regnato 36  anni  in
    tutto.  E non gli fu,  quindi,  possibile trar vendetta n dai ribelli
    egiziani, n dagli Ateniesi.
    Morto Dario, il potere regale pass nelle mani di suo figlio Serse.

     5.  Orbene,  Serse non aveva in principio voglia alcuna di  marciare
    contro la Grecia, mentre, invece, raccoglieva milizie contro l'Egitto.
    Ma  siccome  faceva  parte  del  suo  seguito  e  godeva presso di lui
    un'autorit superiore a quella degli altri Persiani  Mardonio,  figlio
    di Gobria,  che era cugino di Serse, in quanto figlio d'una sorella di
    Dario, questi gli tenne un discorso di questo tenore: Signore,  non 
    giusto che gli Ateniesi,  dopo aver fatto tanto male ai Persiani,  non
    abbiano a scontare il fio dei loro  misfatti.  Suvvia,  fa'  pure  ora
    quello  che  sei  in  procinto di fare,  ma,  dopo aver ridotto a miti
    consigli l'Egitto, che s' fatto insolente,  allestisci una spedizione
    contro  Atene,  affinch  buona  fama  tu goda da parte degli uomini e
    ognuno si guardi bene per l'avvenire dall'attaccare il territorio  che
     tuo.
    Tale modo di parlare mirava a ottenere vendetta.  Ma a questo discorso
    egli soleva fare quest'altra aggiunta: che l'Europa  era  una  regione
    bellissima,   con  alberi  fruttiferi  di  ogni  specie;  era  di  una
    straordinaria fertilit e degna che,  solo fra i  mortali,  il  re  di
    Persia ne diventasse padrone.

      6.  Cos  egli  parlava  perch  era  avido  di novit e desiderava
    diventare governatore della Grecia.
    Col tempo, per, vinse la riluttanza di Serse e lo persuase a fare ci
    che diceva,  poich  anche  altre  circostanze,  sopravvenute  in  suo
    appoggio, lo aiutarono a convincerlo.
    Prima  di  tutto  erano venuti dalla Tessaglia degli ambasciatori,  da
    parte degli Aleuadi (6),  che  adoperavano  tutto  il  loro  zelo  per
    indurre  il  re  ad  attaccare la Grecia (questi Aleuadi erano signori
    della Tessaglia); c'erano, poi,  quelli dei Pisistratidi (7) che erano
    saliti  a Susa,  i quali non solo tenevano a Serse gli stessi discorsi
    degli  Aleuadi,  ma  vi  aggiungevano  degli  incitamenti  ancora  pi
    pressanti.  Essi erano saliti col in compagnia di Onomacrito (8),  un
    ateniese interprete dei  vaticini  e  raccoglitore  degli  oracoli  di
    Museo,  con  il  quale  s'erano in precedenza riconciliati,  poich da
    Ipparco,  figlio di Pisistrato,  egli  era  stato  bandito  da  Atene,
    essendo  stato  colto  sul fatto da Laso (9) di Ermione,  mentre tra i
    vaticini di Museo,  ne inseriva uno,  secondo il quale le isole  nelle
    immediate  vicinanze di Lemno sarebbero scomparse tra le onde del mare
    (10). Per questo motivo (11), Ipparco,  che pure gli era in precedenza
    molto amico,  lo aveva fatto cacciare dalla citt. Allora, dunque, che
    era salito a Susa con i Pisistratidi,  ogni volta che  si  trovava  al
    cospetto   del  re,   mentre  i  Pisistratidi  parlavano  di  lui  con
    venerazione,  egli recitava degli oracoli.  Se ce n'era  qualcuno  che
    prediceva  un  rovescio  per  il  Barbaro,  egli non ne faceva parola;
    mentre recitava invece,  scegliendoli appositamente,  quelli che erano
    di  pi  felice  augurio.  Preannunciava  come  voluto dal destino che
    l'Ellesponto fosse aggiogato con un ponte da  un  uomo  di  Persia  ed
    esponeva  l'ulteriore  percorso  della  spedizione.   Costui,  dunque,
    incitava Serse  ad  agire  recitando  oracoli  cos  come  facevano  i
    Pisistratidi e gli Aleuadi manifestandogli le loro intenzioni.

      7.  Serse  si  lasci,  dunque,  persuadere  a  fare una spedizione
    militare contro l'Ellade;  e  l'anno  dopo  (12)  la  morte  di  Dario
    cominci  con  lo  scendere  in campo contro i rivoltosi.  Dopo averli
    soggiogati e aver ridotto tutto l'Egitto a  una  schiavit  molto  pi
    dura  di  quella  sotto  Dario,  ne  affida  il governo a suo fratello
    Achemene, figlio di Dario.
    In seguito questo Achemene, che governava l'Egitto, fu ucciso da Inaro
    Libico, figlio di Psammetico.

     8.  Dopo  la  conquista  dell'Egitto,  Serse,  sul  punto  ormai  di
    accingersi  a condurre la spedizione militare contro Atene,  convoc a
    consiglio i principali Persiani,  per poterne conoscere le opinioni  e
    dichiarare  davanti  a  tutti  egli  stesso quello che voleva.  Quando
    furono radunati, Serse tenne loro questo discorso: Persiani, non sar
    io a iniziare e istituire tra di voi questa consuetudine.  Ma come dai
    miei  avi  l'ho ricevuta,  cos a essa mi conformer poich,  a quanto
    sento dire dai pi anziani,  mai,  da quando noi abbiamo tolto ai Medi
    l'egemonia  che  possediamo  e  Ciro ha rovesciato Astiage,  mai siamo
    stati inattivi.  Ma un dio in tal modo ci guida  e  noi  stessi  molte
    volte  a  seguirlo  troviamo  maggiore  utilit.  Quali popoli abbiano
    conquistato e aggiunto al loro regno Ciro,  Cambise e mio padre  Dario
    non  il caso di dirlo a voi,  che gi bene lo sapete. E io, da quando
    ho ereditato questo trono,  non ho fatto che pensare al  modo  di  non
    essere  inferiore  a coloro che,  prima di me,  si trovarono in questa
    dignit regale e di aggiungere all'impero dei Persiani una potenza che
    non fosse da meno.  E a forza  di  pensare,  trovo  che  noi  possiamo
    aggiungere gloria alla nostra gloria, e un territorio che non  n pi
    piccolo  n meno fertile di quello che ora possediamo,  anzi pi ricco
    in prodotti di ogni genere,  e nello stesso  tempo  possiamo  prendere
    vendetta  sui  nostri  nemici  e  punirli.  Per  questo  vi  ho io ora
    convocati,  per informarvi di  ci  che  penso  di  fare:  io  intendo
    aggiogare  le  rive  dell'Ellesponto e condurre un esercito attraverso
    l'Europa contro la Grecia,  allo scopo di punire gli Ateniesi  per  il
    male che hanno arrecato ai Persiani e a mio padre. Voi avete visto che
    anche mio padre Dario si preparava a marciare contro quegli uomini, ma
    egli  morto e non gli  riuscito di vendicarsi. Ora io, in nome suo e
    degli  altri  Persiani,  non avr tregua se prima non avr espugnato e
    dato alle fiamme la citt degli Ateniesi,  che sono stati  i  primi  a
    usare ingiustizia contro di me e contro il padre mio.
    Prima  di  tutto,  quando  vennero  a Sardi insieme con Aristagora di
    Mileto,  schiavo nostro,  e,  giunti che furono,  incendiarono i sacri
    boschi e i templi;  in seguito,  poi,  come ci trattarono quando, agli
    ordini di Dati e Artafrene, sbarcammo nel loro paese, tutti, io credo,
    lo sapete.
    Questi sono i motivi per cui mi accingo  a  muovere  in  armi  contro
    costoro, ed ecco quali grandi vantaggi, a ragionarci bene, io trovo in
    questa  impresa:  se noi assoggetteremo questi uomini e i loro vicini,
    quelli che abitano la terra di Pelope di Frigia (13), faremo s che la
    patria persiana confini con l'etere di Zeus,  poich il sole non vedr
    pi  paese  alcuno  che  sia  limitrofo al nostro,  ma di tutte quelle
    regioni io, con il vostro aiuto, ne far una sola,  dopo esser passato
    attraverso tutta l'Europa.
    Infatti  mi  si  dice  che  la  situazione  tale che non rester pi
    alcuna citt n popolo alcuno che sia in grado di venire  a  battaglia
    con noi, quando si siano tolti di mezzo coloro dei quali ho parlato. E
    cos  porteranno  il  giogo  della  schiavit tanto coloro che sono in
    colpa verso di noi,  quanto coloro che colpa non hanno.  Quanto a voi,
    mi  farete  cosa  gradita  facendo  quello che vi dico: quando io avr
    indicato il momento in cui  necessario che  veniate  a  raggiungermi,
    ciascuno  di  voi  si dovr presentare con sollecitudine;  a colui che
    verr con l'esercito addestrato nel modo pi brillante  io  dar  quei
    doni  che nel nostro paese sono i pi apprezzati.  Ecco come si devono
    fare queste cose.  Ma per non aver l'aria  di  prendere  deliberazioni
    solo da me,  io pongo la cosa in discussione e invito di voi chi vuole
    ad esporre il suo parere.
    Ci detto, se ne stette in attesa.

     9.  Dopo di lui,  Mardonio prese a  dire:  O  Signore,  tu  sei  il
    migliore dei Persiani,  non solo di quelli che gi furono, ma anche di
    quelli che saranno,  tu che con le tue parole hai raggiunto il massimo
    della saggezza e della verit e non permetterai che gli Ioni stanziati
    in  Europa  si  facciano beffe di noi,  mentre non hanno il diritto di
    farlo.  E infatti sarebbe vergognoso se noi,  che teniamo in  servit,
    dopo averli conquistati, i Saci, gli Indiani, gli Etiopi, gli Assiri e
    altri  popoli,  in  gran numero e importanti,  nonostante nessun torto
    abbiano essi fatto ai Persiani,  ma solo per la brama di estendere  il
    nostro  dominio,  non  infliggessimo un castigo ai Greci,  che presero
    l'iniziativa per farci del male.  E per paura di che  cosa?  Di  quale
    ammassamento di truppa?  Di quale potenza finanziaria?  Noi conosciamo
    il loro modo di combattere e non ignoriamo  le  loro  possibilit  che
    sono di poco conto; abbiamo in nostro potere, per averli assoggettati,
    i  loro  discendenti:  questi  che  abitano  nel nostro paese e che si
    chiamano Ioni,  Eoli,  Dori.  Io stesso ho fatto  gi  una  esperienza
    personale, quando marciavo contro questa gente, seguendo gli ordini di
    tuo padre, e, pur essendomi io spinto fino in Macedonia e per poco non
    essendo  arrivato  alla  stessa  Atene,  nessuno mi si fece incontro a
    darmi battaglia.  Eppure i Greci,  a quanto sento  dire,  sono  soliti
    gettarsi   nelle   guerre  con  molta  avventatezza  per  mancanza  di
    discernimento e per leggerezza.  Quando,  infatti,  si siano tra  loro
    dichiarata una guerra, cercato e trovato il luogo pi opportuno e meno
    accidentato, col essi scendono e attaccano battaglia tanto che quelli
    che  vincono se ne vanno con gravi danni.  Dei vinti non parlo nemmeno
    (e a proposito), poich questi rimangono annientati.  Parlando essi la
    medesima lingua,  dovrebbero risolvere le loro divergenze per mezzo di
    araldi, di ambascerie, in ogni altro modo pi che con le armi;  ch se
    proprio  dovessero  venire tra loro alle mani,  converrebbe scovare un
    luogo dove fosse per entrambi quanto  mai  difficile  superarsi  e  l
    tentar la sorte delle armi. Orbene, nonostante abbiano i Greci un modo
    di  agire  ben  poco  avveduto,  quando  io  mi  sono spinto fino alla
    Macedonia, non sono venuti nella determinazione di darmi battaglia.  E
    chi  mai  intender,  o re,  opporsi a te,  quando sarai alla testa di
    tutte le forze,  di tutte le navi dell'Asia,  e dichiararti guerra?  A
    mio parere, non  giunta ancora a tal punto di temerit la fortuna dei
    Greci.  Ma se anche io mi ingannassi nel giudizio,  e quelli, esaltati
    dalla loro incoscienza,  venissero a  battaglia  con  noi,  dovrebbero
    riconoscere  che  nelle  arti  di  guerra  noi siamo i pi forti degli
    uomini.  Dunque non si lasci nulla di intentato,  poich non c' nulla
    che sia spontaneo e piano, ma tutto nel mondo suole avvenire a seguito
    di tentativi.

      10.  Dopo  aver  in  tal  modo  convalidato  l'opinione  di  Serse,
    riducendone le difficolt, Mardonio smise di parlare.
    Ora, mentre gli altri Persiani se ne stavano in silenzio e non osavano
    manifestare un'opinione contraria a quella proposta, Artabano,  figlio
    di Istaspe,  zio paterno di Serse, in ci appunto confidando, parl in
    questo modo: O re,  se non si esprimono dei parere contrari tra loro,
    non    possibile,  facendone  una  scelta,  adottare il migliore.  E'
    giocoforza attenersi a quello che  stato proposto; invece  possibile
    farlo quando questi pareri siano stati manifestati come per l'oro: non
    possiamo riconoscere quello che  puro  guardandolo  isolatamente,  ma
    quando  lo  passiamo  sulla  pietra  di paragone accanto ad altro oro,
    allora s che possiamo distinguere il migliore.
    Anche al padre tuo,  mio fratello Dario,  io sconsigliavo di marciare
    contro  gli  Sciti,  uomini che in nessun luogo abitano una citt,  ma
    egli,  indotto dalla speranza di poter assoggettare gli Sciti  nomadi,
    non mi diede ascolto e,  compiuta la spedizione, se ne torn dopo aver
    perduto gran parte del suo esercito, soldati di vaglia. E tu, o re, ti
    accingi a muovere in armi contro gente molto pi  forte  ancora  degli
    Sciti;  uomini  che  per mare e per terra,  si dice,  sono fortissimi.
    Quale pericolo ci sia in questa impresa,  mio dovere dirtelo.
    Tu dici che,  dopo aver aggiogato le rive dell'Ellesponto,  condurrai
    un  esercito  in  Grecia,  attraversando l'Europa.  Orbene,  pu anche
    succedere che tu subisca una sconfitta o per  terra  o  per  mare;  o,
    magari, in ambedue le parti (si dice, infatti, che quelli siano uomini
    valorosi  e  lo  possiamo  anche  dedurre da noi,  se un esercito cos
    grande,  sbarcato in Attica con Dati di Artafrene,  bastarono da  soli
    gli  Ateniesi  a  distruggerlo).  No,  supponiamo  pure che a loro non
    arrida un duplice successo; ma se ci attaccano con la flotta, e,  dopo
    averci  vinti  sul  mare,  fanno  vela verso l'Ellesponto e in seguito
    distruggono il ponte,  questo s,  o re,  che diventa  pericoloso.  La
    supposizione  che  io  faccio  non    dettata  da una mia particolare
    prudenza ma  in rapporto al disastro che un giorno per poco non ci ha
    colpiti, quando tuo padre,  dopo aver congiunto le rive del Bosforo di
    Tracia e gettato un ponte sul fiume Istro,  l'attravers per attaccare
    gli Sciti. Allora in tutti i modi tentarono gli Sciti,  con preghiere,
    di  indurre  gli  Ioni,  ai  quali  era affidata la custodia dei ponti
    sull'Istro, a distruggere il passaggio di barche; e, allora almeno, se
    Istieo,  tiranno di Mileto,  avesse aderito all'opinione  degli  altri
    tiranni  e  non  si fosse,  invece,  opposto,  la potenza dei Persiani
    sarebbe stata distrutta.  Eppure  cosa terribile anche solo a  udirsi
    che  tutta  la  fortuna del re si sia trovata in bala d'un solo uomo.
    Tu, dunque, non voler esporti a un pericolo di tal fatta, dato che non
    c' alcuna necessit ma dammi ascolto: per il momento,  sciogli questa
    assemblea.  Un'altra volta,  quando ti parr opportuno, dopo aver teco
    stesso ben vagliata la cosa,  impartisci gli ordini che sembreranno  i
    migliori.  Infatti io trovo che prendere una saggia decisione  il pi
    grande dei vantaggi poich,  anche se pu  accadere  qualche  cosa  in
    contrario, la decisione che s' presa non  per nulla meno buona, solo
    che    stata  soverchiata dalla cattiva sorte,  quando,  invece,  uno
    decide alla leggera,  se gli si accompagna il favore della  sorte,  ha
    trovato  la  fortuna,  ma  nondimeno  la decisione che ha preso rimane
    avventata.  Tu vedi come la divinit scaglia i suoi fulmini  contro  i
    viventi  che  crescono  a  dismisura  e  non  permette che ne facciano
    ostentazione,  mentre per i piccoli non c' nulla che ne  provochi  il
    risentimento;  tu  vedi che essa lancia i dardi contro gli edifici pi
    alti e gli alberi pi elevati,  poich la divinit ama umiliare  tutto
    ci che si leva in alto.  E' cos,  a questo modo,  che da un pugno di
    soldati viene distrutto un esercito potente, quando la divinit, nella
    sua gelosia, vi faccia serpeggiare il terrore o lo spaventi col tuono,
    s da trarlo a rovina in modo indegno.  La divinit,  infatti,  solo a
    s,  non  ad  altri,  permette  di  concepire  pensieri  di grandezza.
    Inoltre, la precipitazione,  in ogni cosa,  provoca errori,  dai quali
    sogliono derivare immensi danni; invece, nel temporeggiare vi sono dei
    vantaggi che, se non appaiono al momento, con il tempo ognuno li potr
    scoprire.
    Questo    quanto consiglio a te,  o re.  E tu,  o Mardonio figlio di
    Gobria,  smettila di far discorsi sciocchi riguardo i Greci,  che  non
    meritano  di  essere  cos denigrati.  Tu,  calunniando i Greci,  vuoi
    incitare il re a scendere egli stesso in campo: proprio a questo scopo
    mi pare che tu rivolga tutta la tua premura.  Che ci non avvenga mai!
    La  calunnia    un  male  gravissimo,  nel  quale due sono quelli che
    offendono la giustizia e  uno    l'offeso.  Infatti    colpevole  il
    calunniatore, perch accusa uno che  assente; ed  colpevole l'altro,
    che  si  lascia  convincere  prima  di  aver  prese  informazioni  con
    esattezza. Quanto, poi, a chi non  presente al discorso,  egli riceve
    offesa  dal  primo,  perch ne  calunniato e dal secondo perch viene
    giudicato malvagio.  Ma  se,  a  tutti  i  costi,  si  deve  fare  una
    spedizione contro questa gente, ebbene, il re se ne rimanga nelle sedi
    abituali  dei Persiani;  noi due diamo i nostri figli in ostaggio e tu
    mettiti alla testa,  tu stesso,  dell'esercito,  dopo avere  scelto  i
    soldati che vuoi e preso con te tante truppe quante ne desideri. Se le
    cose  andranno per il re cos come tu dici,  siano uccisi i miei figli
    e, oltre a loro, io stesso; ma se,  invece,  andranno come predco io,
    subiscano questa sorte i figli tuoi e,  con loro,  anche tu stesso, se
    pure ritornerai.  Se poi a questi patti tu non vorrai  sottostare,  e,
    nonostante tutto,  condurrai l'esercito contro la Grecia,  io dichiaro
    che quelli che restano qui nel paese udiranno raccontare che Mardonio,
    causa di grave disastro per i Persiani,  viene straziato da cani e  da
    avvoltoi  in  qualche  luogo del paese degli Ateniesi o nella terra di
    Sparta, se non, magari, anche prima di giungervi,  durante il cammino,
    dopo  aver  dovuto  riconoscere  il valore di quegli uomini,  contro i
    quali tu vuoi convincere il re a scendere in campo.

     11. Cos parl Artabano. Serse, acceso d'ira, gli rispose con queste
    parole: Artabano,  tu sei fratello di mio padre e questo  ti  salver
    dal  ricevere  un  degno premio per il tuo parlar temerario.  Tuttavia
    questo  disonore  te  lo  infliggo,  perfido  e  vile  come  sei:  non
    parteciperai, al mio fianco, alla campagna contro la Grecia e rimarrai
    qui  in  compagnia  delle  donne.  Io,  anche  senza di te,  porter a
    compimento tutto quello che ho detto.
    Che io non sia nato da Dario,  figlio di Istaspe,  figlio di  Arsame,
    figlio  di  Ariaramne,  figlio  di Teispe,  figlio di Ciro,  figlio di
    Cambise,  figlio di Teispe,  figlio di Achemene,  se  non  punir  gli
    Ateniesi,  convinto come sono che, se ce ne staremo in pace noi, certo
    non faranno cos essi;  ma  certamente  marceranno  contro  il  nostro
    paese,  se si deve arguirlo dalle iniziative che hanno avuto essi, che
    incendiarono Sardi e invasero l'Asia. Non  pi possibile n a loro n
    a noi ritirarci. Ma la posta che ormai si impone  di fare la guerra o
    subirla,  affinch o tutte queste nostre regioni cadano  in  mano  dei
    Greci,  o tutte le loro vengano sotto il dominio persiano: non c' via
    di mezzo in questa rivalit. E' bene, dunque,  che noi,  prime vittime
    dell'ingiustizia,  ormai  ne  traiamo  vendetta,  perch  io  impari a
    conoscere anche questo famoso pericolo che dovr  affrontare,  movendo
    in  armi contro questi uomini,  che gi il frigio Pelope,  schiavo dei
    miei padri, debell cos decisamente,  che ancor oggi quel popolo e il
    suo paese vengono chiamati con il nome del loro conquistatore.

     12.  Con i discorsi non si and pi oltre; ma poi venne la sera e le
    ragioni addotte da Artabano rendevano inquieto Serse. Nella notte, fra
    se stesso meditando,  riconosceva che non era impresa per lui condurre
    una  spedizione  contro  la  Grecia.   Presa,  quindi,  una  decisione
    contraria a quella di prima, s'addorment, e fu qui, durante la notte,
    che, a quanto dicono i Persiani,  avrebbe avuto il sogno seguente: gli
    pareva  che  un uomo,  di grande statura e di bell'aspetto,  standogli
    accanto gli dicesse: Tu dunque, o Persiano, hai cambiato parere e non
    condurrai una spedizione contro la Grecia,  dopo aver dato ordine alle
    genti  di  Persia di raccogliere milizie?  Ebbene,  tu sbagli se cambi
    pensiero e non avrai accanto a te chi approvi la tua condotta: suvvia,
    secondo quello che durante il giorno hai deciso di fare,  prosegui per
    questa strada.
    Parve a Serse che, dette queste parole, quell'uomo fosse volato via.

     13.  Ma quando torn a splendere il giorno, senza tener conto alcuno
    di questo sogno,  Serse radun l'assemblea  dei  Persiani,  che  aveva
    convocato  anche  precedentemente,   e  tenne  loro  questo  discorso:
    Persiani,  scusatemi se cambio parere cos d'improvviso,  poich  non
    sono  ancora giunto al sommo della prudenza e quelli che mi incitano a
    fare quello che voi sapete in  nessun  momento  s'allontanano  da  me.
    Certo,  al  sentire  le  ragioni  di  Artabano,  sul  momento  la  mia
    giovinezza (14) si sent ribollire,  tanto da proferire  all'indirizzo
    d'un  uomo  d'et  parole  meno  convenienti  del necessario;  ma ora,
    d'accordo con lui, seguir il suo parere. Poich, dunque,  ho cambiato
    pensiero,  e  non  voglio  fare la spedizione in Grecia,  statevene in
    pace.
    I  Persiani,  quando  udirono  queste  parole,  pieni  di  gioia,   si
    prosternarono a terra.

     14.  Sennonch,  sopraggiunta di nuovo la notte, lo stesso fantasma,
    postosi accanto a Serse addormentato, gli disse: O figlio di Dario, 
    dunque chiaro che, alla presenza dei Persiani, hai rinunciato alla tua
    spedizione militare e le mie parole non le tieni in alcun conto,  come
    se  avessi  ascoltato  un  uomo da nulla.  Ora sappi bene che,  se non
    scendi immediatamente in campo,  la conseguenza che ne  deriver  sar
    questa:   come   in  breve  tempo  sei  diventato  grande  e  potente,
    altrettanto rapidamente ritornerai piccolo e debole.

     15. Serse,  molto spaventato dalla visione,  balz dal letto e mand
    un  messo  a  chiamare  Artabano.  Giunto  che  fu,  Serse  gli disse:
    Artabano,  sul momento,  io non ero in senno quando dissi verso di te
    stolte parole in cambio del tuo utile consiglio; subito dopo, per, io
    mi  ravvidi e riconobbi che quello che dovevo fare era quanto tu avevi
    suggerito.  Ma non mi  possibile farlo,  per quanto io  lo  desideri,
    poich,  da quando sono tornato sui miei passi e ho mutato parere,  in
    sogno  mi  appare  di  frequente  un   fantasma,   che   non   approva
    assolutamente  che  io  faccia  cos.  Poco fa,  anzi,  se ne  andato
    pronunciando terribili minacce. Se veramente  un dio che lo manda,  e
    a  questo  dio  fa  proprio  piacere che si intraprenda una spedizione
    contro la Grecia, s'accoster a volo anche a te questo stesso fantasma
    e ti dar gli stessi ordini che dava a me. E trovo che questo potrebbe
    avvenire  se  tu  prendessi  tutte  le  mie  insegne;   quindi,   cos
    travestito,  sedessi  sul  mio  trono  e  poi  t'addormentassi nel mio
    letto.

     16. Cos gli parl Serse.  Artabano,  che alla prima ingiunzione non
    voleva cedere,  in quanto si riteneva immeritevole di sedere sul trono
    regale,  alla fine,  messo alle strette,  si  dispose  a  eseguire  il
    comando,  dopo  aver  detto  quanto  segue: A mio giudizio,  o re,  
    ugualmente meritevole l'essere saggio e il voler lasciarsi  convincere
    da chi parla saggiamente: ad ambedue queste doti tu sei giunto. Ma chi
    ti fa cadere in errore  la compagnia di uomini perfidi,  cos come, a
    quanto si dice,  i venti gettandosi sul mare,  che  per gli uomini la
    cosa pi utile di tutte, non gli permettono di mettere a frutto la sua
    benevole natura.  Quanto a me,  all'udirmi da te insolentire,  non ero
    tanto tormentato dal risentimento,  quanto dal vedere che,  mentre  si
    proponevano  ai  Persiani due modi di pensare,  uno che non faceva che
    accrescere l'orgoglio, l'altro,  che era atto a reprimerlo e sosteneva
    che    dannoso educare l'animo a cercar di avere sempre pi di quello
    che c'; pur proponendosi, dico, queste due opinioni,  tu preferivi la
    pi pericolosa per te stesso e per i Persiani. E ora, che ti sei volto
    al  partito  migliore  e  rinunci alla campagna contro la Grecia,  vai
    dicendo che un uomo, mandato da qualche dio,  di frequente ti appare e
    ti  proibisce  di  deporre  il  progetto della spedizione.  Ma neppure
    questo, o figlio,  proviene dagli di poich i sogni che vanno errando
    fra  gli  uomini  sono fatti cos come ti dir io,  che di te sono pi
    vecchio di molti anni.
    Queste visioni di sogni che s'aggirano di solito non sono  altro  che
    quello  che  uno pensa durante il giorno e noi,  nei giorni trascorsi,
    eravamo occupati,  anche troppo,  per questa spedizione.  Tuttavia  se
    questo  fatto  non  proprio tale quale io lo giudico,  ma c' in esso
    qualche cosa di divino,  tu stesso tutto hai detto  in  poche  parole:
    compaia anche a me il fantasma,  come a te, e mi dia i suoi ordini. Ma
    non dovrebbe apparirmi quando ho le tue vesti, piuttosto che quando ho
    le mie;  n quando riposo nel tuo letto,  piuttosto che nel  mio;  se,
    almeno,   intende  in  un  modo  o  nell'altro  manifestarsi.  Poich,
    qualunque cosa sia quest'essere che ti compare in sogno,  non   certo
    tanto ingenuo che,  al vedermi,  mi scambi con te, basandosi sulle tue
    insegne.  Al contrario,  se di me non terr alcun  conto,  n  stimer
    opportuno  di  farmisi vedere (sia che indossi le tue vesti o tenga le
    mie) e si presenter,  invece,  a te,  questo s che vale la  pena  di
    constatarlo.  Poich,  se continuer a farti le sue apparizioni, dovr
    riconoscere pure io che si tratta d'un fatto divino. Ma se cos tu hai
    deciso che  sia  ed    impossibile  farti  cambiare  opinione,  se  
    necessario che,  senza indugio,  io dorma nel tuo letto ebbene, che io
    lo faccia e si mostri anche a me il fantasma.  Fino  a  quel  momento,
    per, rester del mio attuale parere.

     17. Dopo aver fatto tali considerazioni, Artabano, nella speranza di
    poter dimostrare che non aveva importanza alcuna ci che Serse diceva,
    fece  ci  che gli veniva comandato: indoss,  quindi,  i paramenti di
    Serse e sedette sul trono regale.  In seguito,  se ne and a  dormire.
    Quando egli fu addormentato,  gli si present lo stesso fantasma,  che
    soleva visitare anche Serse e,  standogli accanto,  gli  disse  queste
    parole:  Tu,  dunque,  sei  colui  che  cerca di dissuadere Serse dal
    muovere contro la Grecia,  sotto il  pretesto  di  provvedere  al  suo
    interesse?  Sappi che nulla tu avrai da guadagnare,  n in futuro,  n
    per il presente, cercando di stornare ci che deve avvenire.  Quanto a
    Serse,  quello  che  dovr subire,  se non mi d ascolto,   gi stato
    rivelato a lui stesso.

     18.  Queste le minacce che Artabano ritenne di udire dal fantasma  e
    gli  pareva che,  con un ferro infocato,  quello stesse per bruciargli
    gli occhi.  Con un grand'urlo egli balz in piedi e,  seduto accanto a
    Serse,  prima  gli  raccont in tutti i particolari la visione che gli
    era apparsa in sogno, poi aggiunse queste parole: Io,  o re,  da uomo
    che  ha visto molte e grandi potenze abbattute da forze meno numerose,
    cercavo di impedire che tu cedessi in tutto all'imprudenza  della  tua
    et,  ben  sapendo  che   un guaio aver molti desideri.  Io ricordavo
    quale esito aveva avuto la spedizione  di  Ciro  contro  i  Massageti;
    ricordavo pure quella di Cambise contro gli Etiopi e avevo partecipato
    alla campagna di Dario contro gli Sciti.  Tutto ci sapendo,  avevo la
    convinzione che tu saresti  stato  considerato  felice  da  tutti  gli
    uomini, se te ne fossi rimasto in pace. Ma ora, poich si manifesta un
    incitamento  divino  e  sui  Greci  incombe,  a  quanto pare,  qualche
    disastro voluto dagli di,  anch'io  mi  lascio  convincere  e  cambio
    parere.  Tu,  dunque, comunica ai Persiani l'avvertimento che ti viene
    dalla divinit e da' loro ordine di attenersi alle prime  disposizioni
    da te impartite,  riguardo ai preparativi; insomma fa' in modo che, se
    il dio ci concede il suo favore,  nulla abbia a mancare di quello  che
    sta in te.
    In seguito a questo colloquio, incoraggiati ambedue dalla visione, non
    appena  fu  giorno,  Serse  fece le dovute comunicazioni ai Persiani e
    Artabano,  che per l'innanzi era il solo che  si  mostrasse  contrario
    all'impresa, allora la sosteneva a viso aperto.

      19.  Quando  Serse,  dopo  questi  fatti,  era deciso a condurre la
    spedizione militare,  ebbe in sogno una terza visione.  I  Magi  (15),
    quando  l'ebbero  udita,  sentenziarono  che essa interessava tutta la
    terra e indicava che tutti gli uomini sarebbero  stati  asserviti  dal
    re.  La visione era questa: pareva a Serse di essere incoronato con un
    ramo d'ulivo e i ramoscelli che  ne  uscivano  ricoprissero  tutta  la
    terra.  In seguito,  la corona posata sopra il suo capo era scomparsa.
    Quando i Magi ebbero dato l'interpretazione che s' detto,  ognuno dei
    Persiani  che  erano  stati  convocati  s'affrett a fare ritorno alla
    propria provincia e ivi adoperava  tutto  lo  zelo  nell'eseguire  gli
    ordini impartiti,  desiderando ciascuno per s i doni proposti: in tal
    modo Serse procedeva a raccogliere le milizie, frugando ogni luogo del
    continente.

     20.  Per quattro anni (16) interi,  dalla sottomissione dell'Egitto,
    egli prepar il suo esercito e ci che era ad esso necessario. Durante
    il  quinto  anno  scese in campo con una grande moltitudine di truppe.
    Effettivamente, di tutte le spedizioni che noi conosciamo questa fu di
    gran lunga la pi imponente tanto che,  di fronte  ad  essa,  scompare
    quella  di  Dario  (17)  contro  gli  Sciti  e quella degli Sciti (18)
    stessi,  quando,  inseguiti i Cimmeri,  e penetrati nel territorio dei
    Medi, avevano sottomesso e occupato quasi tutta l'Asia superiore (19),
    ragione per cui,  pi tardi,  Dario cercher di trarne vendetta. N si
    pu con essa confrontare, a quel che si racconta,  la spedizione degli
    Atridi  contro  Ilio,  n  quella,  che  si ebbe prima della guerra di
    Troia,  dei Misi e dei Teucri che,  passati in  Europa  attraverso  il
    Bosforo, sottomisero tutti i Traci, discesero sul mare Ionio (20) e si
    spinsero verso mezzogiorno fino al fiume Peneo (21).

      21.  Tutte  le suddette spedizioni militari,  e altre che ci furono
    oltre a esse,  non meritano di essere  con  questa  sola  raffrontate.
    Quale popolo,  infatti,  Serse non trasse dall'Asia contro la Grecia ?
    Quale  corso  d'acqua,  a  cui  bevvero  le  truppe,   non  ne  rimase
    prosciugato,  se si eccettuano i grandi fiumi? Alcuni popoli, infatti,
    fornivano navi,  altri  avevano  ricevuto  ordini  per  costituire  la
    fanteria,  altri ancora la cavalleria;  alcuni,  che pure seguivano la
    spedizione,  dovevano fornire navi per  trasporto  di  cavalli,  altri
    grandi imbarcazioni per costruire ponti,  altri infine provvedevano ai
    viveri e ai mezzi per trasportarli.

     22. Siccome poi quelli che,  per primi,  avevano tentato di doppiare
    il  promontorio Atos avevano subto un disastro,  i preparativi che da
    circa tre anni Serse faceva erano  rivolti  particolarmente  verso  il
    monte  Atos.  Infatti,  nelle  acque di Eleunte nel Chersoneso stavano
    all'ancora delle triremi e di  l  muovevano  a  scavare,  a  suon  di
    sferza,   contingenti   di  tutti  i  popoli  dell'esercito,   che  si
    succedevano di continuo, e con loro scavavano anche gli abitanti della
    regione dell'Atos.  Al lavoro sovraintendevano due  Persiani:  Bubare,
    figlio di Megabazo e Artacheo, figlio di Arteo.
    L'Atos    una  montagna  alta e famosa,  che si protende in mare ed 
    abitata.  L dove il monte va declinando verso il  continente,  prende
    forma  di  penisola,  con  un  istmo  di  circa  12  stadi,  il quale,
    costituito da una pianura e da colline poco  elevate,  si  stende  dal
    mare di Acanto a quello che  di fronte a Torone.  Su questo istmo, in
    cui va a finire la montagna dell'Atos,  si trova  la  citt  greca  di
    Sane;  al  di  l di Sane,  invece,  entro la zona dell'Atos,  vi sono
    queste altre citt,  che il  Persiano  allora  s'accingeva  a  rendere
    insulari,  anzich  continentali:  Dio,  Olofisso,  Acrotoo,  Tisso  e
    Cleone.

     23.  Queste sono le citt abitate nella regione dell'Atos;  ed  ecco
    come i Barbari procedevano all'opera di scavo,  dopo essersi divisi il
    lavoro secondo le nazioni.  Tracciata una linea retta  all'altezza  di
    Sane (22),  quando il canale raggiungeva una certa profondit, alcuni,
    stando nel punto pi basso,  scavavano;  altri passavano il materiale,
    che di volta in volta veniva estratto, a uomini situati pi in alto su
    dei gradini.  Questi, a loro volta, ricevendolo, lo passavano ad altri
    finch si giungeva a quelli che si trovavano pi in alto di  tutti,  i
    quali lo portavano fuori e lo disperdevano.
    Orbene,  per  gli altri popoli,  eccettuati i Fenici,  le pareti della
    fossa,  che erano  a  perpendicolo,  procuravano  una  fatica  doppia.
    Infatti,  facendo  essi  la  parte  superiore  del canale della stessa
    misura di quella inferiore, doveva per forza accadere un fatto simile.
    I Fenici,  invece,  anche in quel lavoro diedero  prova  della  stessa
    abilit che dimostrano negli altri,  poich,  dopo aver tratto a sorte
    la parte che toccava loro,  procedettero allo scavo facendo  la  parte
    superiore  del  canale  larga  due  volte  quello che doveva essere il
    canale stesso,  e a mano a mano che il  lavoro  procedeva,  l'andavano
    sempre  pi  restringendo:  di modo che,  giungendo al fondo,  il loro
    scavo risultava di misura pari a quello degli altri.
    In quel luogo c' una prateria,  dove si stabil per loro il mercato e
    lo spaccio: vi si importava dall'Asia per i loro bisogni gran quantit
    di farina.

      24.  Secondo  il mio modo di vedere,  trovo che fu per orgoglio che
    Serse fece fare quello scavo, volendo egli dimostrare la sua potenza e
    lasciare ricordi insigni; infatti, mentre gli sarebbe stato possibile,
    senza che i soldati facessero alcuna fatica,  traghettare (23) le navi
    attraverso  l'istmo,  egli  diede  ordine  di  aprire verso il mare un
    canale cos largo che vi potessero insieme navigare  due  navi  spinte
    dai rematori.  Agli stessi uomini che avevano l'incarico di scavare il
    canale,  era stato dato ordine anche di  gettare  i  ponti  sul  fiume
    Strimone (24) congiungendone le rive.

      25.  Cos  egli  provvedeva  a questi preparativi ma intanto faceva
    confezionare, per i ponti, anche dei cavi di papiro e di "lino bianco"
    (25),  che ordinava ai Fenici e agli Egiziani;  e volle costituire dei
    depositi di viveri per l'esercito, affinch i soldati e gli animali da
    soma  che  venivano  condotti in Grecia non avessero a patire la fame.
    Quindi, prese informazioni sui luoghi,  diede ordine che facessero dei
    depositi  l  dov'era  pi  opportuno,  convogliando  viveri chi in un
    luogo, chi in un altro, da ogni parte dell'Asia,  con navi da carico e
    chiatte.  La  maggior  parte  dei  rifornimenti  la  portavano  in una
    localit della Tracia chiamata la  "Costa  Bianca";  ma  ne  portavano
    pure,  secondo  gli  ordini  ricevuti,  a  Tirodiza  nel territorio di
    Perinto; alcuni li portavano a Dorisco,  altri a Eione sullo Strimone,
    altri ancora in Macedonia.

      26.  Mentre  costoro  eseguivano a fatica l'incarico loro affidato,
    tutto l'esercito di terra,  che s'era andato raccogliendo,  si mise in
    marcia,  insieme con Serse,  alla volta di Sardi, movendo da Critallo,
    localit della Cappadocia.  In questo luogo,  infatti,  avevano  avuto
    ordine  di  concentrarsi  tutte  le truppe che dovevano avanzare,  con
    Serse in persona, per via di terra. Quale dei governatori di provincia
    si sia preso i doni proposti dal re,  per aver condotto il contingente
    di forze meglio equipaggiato,  non saprei dirlo, poich non so neppure
    se proprio si sia giunti a un giudizio di merito a questo proposito.
    Dopo aver passato il fiume Alis,  le truppe penetrarono  in  Frigia  e
    marciando attraverso il paese giunsero a Celene, dove sono le sorgenti
    del Meandro e di un altro fiume,  non meno importante del Meandro,  di
    nome Catarratte, il quale,  sgorgando proprio dalla piazza pubblica di
    Celene,  va a gettarsi nel Meandro.  Ivi si trova pure appesa la pelle
    del sileno Marsia,  che,  secondo la leggenda dei Frigi,  fu da Apollo
    scuoiato (26) e da lui appeso a un albero.

      27.  In  questa  citt  Pitio,  figlio  di  Ati,  uno  di Lidia che
    l'aspettava,  onor tutto l'esercito del re  e  lo  stesso  Serse  con
    splendidi  doni  ospitali  e  si  offerse spontaneamente di fornire il
    denaro necessario per le spese di guerra.  Davanti a queste offerte di
    Pitio,  Serse  chiese  ai  Persiani  che  erano presenti chi mai fosse
    questo Pitio e quali sostanze  possedesse  per  fare  simili  offerte.
    Quelli gli dissero: O re,  colui che fece dono a tuo padre Dario del
    platano  e  della vite d'oro (27): costui anche ora ,  fra gli uomini
    che conosciamo, il pi ricco, dopo di te.

     28.  Stupito per queste ultime parole,  Serse stesso  chiese  poi  a
    Pitio  direttamente  a  quanto ammontassero le sue sostanze.  E quello
    disse: O re,  non te lo nasconder;  non finger  di  ignorare  quale
    fortuna io possiedo, ma conoscendola, te ne render conto esattamente.
    Non  appena  ho  sentito  che  tu  discendevi verso il mare di Grecia,
    volendo io offrirti  denaro  per  l'impresa  di  guerra,  me  ne  sono
    attentamente  informato  e,  facendo  i  miei calcoli,  ho trovato che
    possiedo 2000 talenti di argento (28) e,  di  oro,  possiedo  quasi  4
    milioni di stateri darici;  me ne mancano solo 7000.  Ebbene, io te ne
    faccio dono: per me, posso trarre sufficienti mezzi di vivere dai miei
    schiavi e dai miei campi.

     29.  Cos egli disse  e  Serse,  ammirato  per  queste  parole,  gli
    rispose:  Ospite di Lidia,  da quando ho lasciato la terra di Persia,
    nessun uomo fino ad oggi ho incontrato che abbia voluto  offrire  doni
    ospitali  per  il  mio  esercito;  nessuno,  che,  presentatosi al mio
    cospetto spontaneamente,  mi offrisse di contribuire per sostenere  le
    spese  della  guerra:  te  solo.  Tu hai accolto con generosit il mio
    esercito e mi offri grandi tesori. Ecco, quindi, che, in cambio, io ti
    accordo questi onori e questi doni: ti faccio mio ospite e  completer
    i  tuoi  4 milioni di stateri,  dandoti dei miei i 7000,  affinch non
    manchino ai  4  milioni  queste  sette  migliaia,  e,  grazie  al  mio
    completamento, tu abbia la somma piena. Continua a possedere tu quello
    che  tu stesso ti sei procurato;  e sappi essere sempre tale quale sei
    ora poich,  cos facendo,  non avrai  a  pentirtene  n  ora,  n  in
    futuro.

      30.  Detto ci e fatto quanto aveva detto,  continu la sua marcia.
    Passando accanto alla citt dei Frigi chiamata Anava e al lago,  che 
    salato, giunse a Colosso, una grande citt della Frigia, dove il fiume
    Lico, precipitando in una voragine del terreno, scompare alla vista e,
    ricomparendo  dopo  cinque  stadi  circa,  va  a  finire anch'esso nel
    Meandro.  Movendo da Colosso,  l'esercito giunse sul  confine  fra  la
    Frigia e la Lidia, alla citt di Cidrara, dove una colonna piantata in
    terra,  erettavi  da  Creso,  indica  con  la  sua scritta la linea di
    confine.

     31. Quando, lasciata la Frigia, si penetra nella Lidia, la strada si
    divide in due: una, a sinistra, che porta verso la Caria,  l'altra,  a
    destra,  che  va  a Sardi.  E chi prende questa via deve assolutamente
    attraversare  il  fiume  Meandro  e  passare  accanto  alla  citt  di
    Callatebo  (30),  nella  quale sono i pasticceri che traggono il miele
    dal tamarisco e dal grano.  Serse,  avviandosi per  questa,  trov  un
    platano,  cui fece dono, per la sua bellezza, di ornamenti d'oro; poi,
    affidatolo alla sorveglianza di uno degli Immortali (31),  al  secondo
    giorno arriv alla capitale della Lidia.

     32. Giunto a Sardi, per prima cosa mand araldi in Grecia a chiedere
    terra  e acqua e ad avvertire di tener pronti dei banchetti per il re:
    eccetto che ad Atene e a Sparta,  egli mand  a  richiedere  l'omaggio
    della terra in ogni altra localit. E la ragione per cui domandava per
    la  seconda  volta  terra e acqua era questa: pensava che tutti coloro
    che,  in precedenza,  avevano opposto un rifiuto ai  messi  di  Dario,
    allora,  presi  dalla  paura,  l'avrebbero  senz'altro  concessa: egli
    mandava gli araldi perch voleva sapere di preciso proprio questo.

     33.  In seguito faceva  i  preparativi  per  marciare  verso  Abido.
    Frattanto  quelli che ne avevano l'incarico lavoravano per gettare dei
    ponti  sull'Ellesponto,  dall'Asia  all'Europa.   C'  nel  Chersoneso
    dell'Ellesponto,  tra  la  citt  di  Sesto  e Madito,  un promontorio
    roccioso che si protende in mare di fronte ad Abido;  proprio l dove,
    poco  tempo  dopo  questi fatti,  gli Ateniesi agli ordini di Santippo
    (32), figlio di Arifrone, catturato il persiano Artaitte,  governatore
    di  Sesto,  lo  inchiodarono  vivo  su  una croce: egli,  tra l'altro,
    conduceva delle donne nel tempio di Protesilao (33)  a  Eleunte  e  si
    abbandonava di frequente ad azioni sacrileghe.

     34.  Movendo,  quindi,  da Abido in direzione di questo promontorio,
    quelli cui era affidato il lavoro gettavano i ponti: i Fenici con funi
    di lino bianco,  gli Egiziani con cavi di papiro;  tra Abido e la riva
    opposta vi sono 7 stadi (34).  Era appena stato stabilito il passaggio
    che  una  violenta  tempesta,  scatenatasi,   distrusse  tutte  quelle
    attrezzature e le disperse.

      35.  Quando lo venne a sapere Serse,  irritato contro l'Ellesponto,
    ordin che lo si flagellasse con 300 colpi di sferza e si  calasse  in
    mare  un  paio  di  ceppi.  Ho  pure  sentito dire che,  insieme con i
    flagellatori,  Serse mand anche dei marchiatori,  perch bollassero a
    fuoco l'Ellesponto.  E' certo che,  mentre lo flagellavano, ordin che
    dicessero queste parole barbare  e  insensate:  Onda  amara,  il  mio
    signore ti infligge questo castigo perch l'hai offeso,  senza aver da
    lui ricevuta offesa alcuna.  Il re Serse ti varcher,  che tu voglia o
    che  non  voglia.  E'  ben  giusto che nessuno fra gli uomini ti offra
    sacrifici, perch tu non sei che un fiume (35) torbido e salmastro.
    Al mare, dunque, fece infliggere questo castigo e a quelli che avevano
    diretto i lavori sull'Ellesponto fece tagliare la testa.

      36.   Mentre  coloro  cui  era  stato  affidato  l'ingrato  compito
    eseguivano   questi   ordini,   altri   architetti  provvedevano  alla
    costruzione dei ponti.  Ecco  in  che  modo  procedevano  nel  lavoro:
    legarono insieme pentecontere (36) e triremi (360 a sostegno del ponte
    situato  dalla  parte  del  Ponto  Eussino;  314 per sostenere l'altro
    [37]),  disponendole  obliquamente  rispetto  al  Ponto  Eussino,   ma
    parallele  alla  corrente  dell'Ellesponto,  affinch  la  forza della
    corrente mantenesse distese le funi. Legate insieme le navi,  calarono
    in  mare  ancore  lunghissime:  quelle  del  ponte verso l'Eussino per
    proteggerlo dai venti che soffiavano dall'interno;  quelle  dell'altro
    ponte,  situato a occidente e verso l'Egeo, perch servissero contro i
    venti Zefiro e  Noto  (38).  In  tre  parti  essi  lasciarono  fra  le
    pentecontere e le triremi uno spazio libero per il transito,  affinch
    chi voleva potesse far vela con leggere imbarcazioni per  entrare  nel
    Ponto  e  uscirne.  Ci fatto,  tesero da terra le funi,  avvolgendole
    intorno ad argani di legno;  non pi utilizzando separatamente funi di
    ciascuna delle due specie, ma adoperando per ciascun ponte due funi di
    lino  e  quattro  di  papiro:  lo  spessore e la bellezza dei cavi era
    uguale ma,  in proporzione (39),  erano pi forti quelli di lino,  che
    pesavano un talento (40) ogni cubito.  Quando il congiungimento fra le
    due rive fu stabilito,  tagliati dei tronchi di legno in  misura  pari
    alla  larghezza  della  gettata,  li disposero in bell'ordine sopra le
    funi ben tese e, postili uno accanto all'altro, li fissarono sul luogo
    ancora con delle traverse. Fatto ci, vi portarono sopra delle fascine
    di  legna,  che  disposero,  esse  pure,  ordinatamente.  Sulla  legna
    portarono poi della terra,  che fu a sua volta ben pressata; infine da
    una parte e dall'altra alzarono per tutta la lunghezza  uno  steccato,
    affinch  gli  animali  da  soma  e  i cavalli non si spaventassero al
    vedere sotto di s le onde del mare.

     37.  Quando le attrezzature dei ponti furono al completo e cos pure
    i  lavori dell'Atos,  quando giunse notizia che erano a punto le dighe
    costruite alle imboccature del canale (per impedire che il  flusso  ne
    ostruisse  l'apertura)  e  il  canale  stesso  era  compiuto,   allora
    l'esercito, che aveva passato l'inverno ed era in pieno assetto, mosse
    all'inizio di primavera (41) da Sardi per portarsi ad Abido. Le truppe
    erano gi sulle mosse quando il sole,  abbandonato il  suo  posto  nel
    cielo,  scomparve  alla vista e,  sebbene non ci fossero nubi e l'aria
    fosse completamente serena, in pieno giorno si fece notte (42). Resosi
    conto del fenomeno cui aveva assistito,  Serse  ne  fu  preoccupato  e
    chiese ai Magi che cosa ci potesse presagire. Essi gli dissero che il
    dio preannunciava ai Greci la scomparsa delle loro citt; per i Greci,
    dicevano, il sole era annunziatore del futuro, come la luna per loro.
    Avuta  questa  spiegazione,  Serse,  pieno  di  gioia,  prosegu nella
    marcia.

     38. Mentre egli avanzava con l'esercito, Pitio di Lidia,  spaventato
    dal presagio venuto dal cielo,  e, nello stesso tempo, reso ardito dai
    doni ricevuti,  presentatosi  a  Serse,  gli  parl  in  questo  modo:
    Signore,  con  le mie preghiere vorrei da te ottenere un favore che 
    ben poca cosa per te concedere,  mentre ha grande importanza per  me.
    Serse,  che tutto pensava gli potesse domandare,  ma non quello che in
    realt gli chiese,  promise che l'avrebbe accontentato e lo esortava a
    dire chiaramente ci che desiderava.  Quando ud queste parole, Pitio,
    pieno di fiducia, gli disse: O signore,  io ho cinque figli e a tutti
      toccato  in  sorte  di partecipare con te alla spedizione contro la
    Grecia. Tu dunque, o re,  abbi compassione di me,  che son giunto a s
    tarda  et,  ed  esonera dal servizio militare uno dei miei figli,  il
    maggiore,  che possa prendersi cura di me e delle  mie  sostanze:  gli
    altri  quattro  portali  pure  con  te  e possa tu ritornare dopo aver
    realizzato ci che hai nella mente.

     39. Serse ne fu molto irritato e gli rispose cos: O vile uomo,  tu
    dunque,  mentre scendo io stesso in campo contro la Grecia e vi traggo
    i miei figli, i fratelli,  i familiari e gli amici miei,  hai avuto il
    coraggio  di  pensare  a  tuo  figlio;  tu  che  sei mio schiavo e che
    dovresti accompagnarmi con tutta la  famiglia,  compresa  tua  moglie?
    Sappi  or  bene  questo:  che  l'animo degli uomini ha sede nelle loro
    orecchie: se ode piacevoli cose, riempie di gioia il corpo,  ma se ode
    il contrario, si gonfia d'ira. Quando tu a onorevoli azioni aggiungevi
    promesse  altrettanto buone,  non potrai vantarti d'aver sorpassato un
    re in generosit;  ma ora che ti  sei  volto  a  eccessiva  impudenza,
    riceverai  un  castigo che non  ancora quello che meriti,  ma ad esso
    inferiore: tu e quattro dei tuoi figli sarete salvi per il vincolo  di
    ospitalit che ci lega, ma sarai punito con la morte d'un figlio solo,
    quello che ti sta particolarmente a cuore.
    Cos rispose e tosto diede ordine,  a quelli che avevano l'incarico di
    queste esecuzioni,  di ricercare il maggiore  dei  figli  di  Pitio  e
    tagliarne il corpo a mezzo;  dopo averlo fatto,  ponessero le due met
    una a destra,  l'altra a sinistra  della  strada,  e  di  l  passasse
    l'esercito.  Avendo essi eseguito quest'ordine,  l'esercito continu a
    sfilare.

     40. Aprivano la marcia prima di tutto i bagagli e le bestie da soma;
    poi venivano le truppe composte di tutti i popoli, alla rinfusa, senza
    distinzione.  L dove pi di met di queste  truppe  era  passata  era
    stato  lasciato  un intervallo,  sicch esse non si mescolavano con le
    genti del re.  In testa a queste venivano 1000  cavalieri  scelti  fra
    tutti  i  Persiani;  poi seguivano 1000 lanceri,  anch'essi scelti fra
    tutti,  che portavano la  punta  della  lancia  rivolta  verso  terra.
    Venivano poi dieci cavalli sacri, chiamati nisei, bardati nel modo pi
    splendido  (sono  detti nisei perch c' nella Media una vasta pianura
    chiamata Nisea ed  questa che  nutre  cavalli  di  razza  magnifica).
    Dietro  questi  dieci  cavalli  era collocato il cocchio sacro di Zeus
    (43),  trascinato da otto cavalli bianchi,  e  li  seguiva,  a  piedi,
    l'auriga  che  ne  teneva  le briglie;  poich nessun uomo sale mai su
    questo seggio.  Poi veniva lo stesso Serse su di un cocchio trascinato
    da cavalli nisei e accanto a lui procedeva,  a piedi, l'auriga, che si
    chiamava Patiranfe, figlio del persiano Otane.

     41. Con questo equipaggiamento Serse part da Sardi e ogni volta che
    gli faceva piacere passava dal suo cocchio su una vettura da  viaggio.
    Dietro  lui  venivano  dei  lanceri,  i  migliori dei Persiani e i pi
    nobili, in numero di 1000, che tenevano le lance secondo l'uso normale
    (44);  poi,  a cavallo,  altri 1000 uomini scelti tra i  Persiani,  e,
    dietro questo squadrone, 10 mila soldati scelti fra gli altri Persiani
    che andavano a piedi.  Mille di essi, che chiudevano tutto intorno gli
    altri,  avevano all'estremit della lancia delle  melagrane  d'oro  al
    posto  dei  puntali;  mentre  i 9000 che erano da essi inquadrati,  le
    avevano d'argento: melagrane d'oro avevano anche quelli che  portavano
    le  lance volte a terra,  mentre avevano dei pomi quelli che seguivano
    immediatamente Serse.  Ai 10 mila fanti succedevano in ordine 10  mila
    cavalieri persiani.  Passata la cavalleria, dopo un intervallo che era
    di ben due stadi, veniva alla rinfusa tutto il resto delle truppe.

     42.  Dalla Lidia l'esercito si mise in marcia verso il fiume Caico e
    il paese di Misia;  quindi,  movendo dal Caico e tenendo alla sinistra
    il monte Cane,  attraverso Atarneo,  giunse alla citt di  Carene.  Da
    questa  partito,  attravers  la piana di Tebe (45),  passando accanto
    alla citt di Atramitto e ad Antandro, la pelasgica.  Raggiunto l'Ida,
    voltosi  a sinistra,  penetr nel territorio di Ilio.  Ivi,  per prima
    cosa,  mentre l'esercito sostava di  notte  alle  falde  dell'Ida,  si
    scaten  su di esso un uragano,  accompagnato da tuoni e fulmini,  che
    fece perire l sul posto un gran numero di uomini.

     43.  Quando le truppe giunsero sulle rive dello Scamandro (che fu il
    primo  dei fiumi incontrati sul loro cammino,  da quando erano partiti
    da Sardi,  le cui acque rimasero prosciugate e non bastarono a  fornir
    da  bere  agli  uomini  e agli animali) Serse,  arrivato presso questo
    fiume,  volle salire a Pergamo,  la rocca di  Priamo,  che  desiderava
    visitare.   Dopo   averla   vista  ed  essersi  informato  dei  minimi
    particolari, fece un sacrificio di 1000 buoi ad Atena Iliade, mentre i
    Magi offrirono libagioni in onore degli  eroi.  In  seguito  a  queste
    cerimonie,  un terrore panico s'impadron dell'accampamento durante la
    notte; all'alba, l'esercito part da quel luogo,  lasciando a sinistra
    le citt di Reteo, Ofrinio e Dardano (che  confinante con Abido), e a
    destra i Gergiti Teucri (46).

     44.  Quando si giunse ad Abido, Serse volle godersi lo spettacolo di
    tutto il suo esercito. E poich sopra un'altura, scelta a bella posta,
    era stato per lui innalzato un trono di  marmo  bianco  (gliel'avevano
    fatto  gli abitanti di Abido,  in seguito a un ordine preciso del re),
    ivi si sedette;  e,  dall'alto volgendo  lo  sguardo  verso  la  riva,
    contemplava  le  sue  forze  di  terra  e le navi.  Sennonch,  mentre
    guardava,  fu preso dal desiderio di  assistere  a  una  gara  che  si
    svolgesse  fra  le  navi  e  quando la regata ebbe luogo (e riuscirono
    vincitori i Fenici di Sidone),  egli fu molto  soddisfatto  sia  dello
    spettacolo della gara, sia del suo esercito.

      45.  Alla  vista  di tutto l'Ellesponto coperto delle sue navi e di
    tutta la spiaggia del mare e  la  pianura  di  Abido  piene  dei  suoi
    soldati,  allora  s  che  Serse  si consider felice;  ma subito dopo
    scoppi a piangere.

     46. Se ne accorse Artabano, suo zio paterno,  quello stesso che,  in
    un  primo  tempo,  aveva  francamente  manifestato  la  sua  opinione,
    sconsigliando  Serse  dal  fare  una  spedizione  contro  la   Grecia.
    Quest'uomo, avendo osservato che Serse piangeva, gli disse, in tono di
    domanda:  O  re,  quanto   diverso il tuo modo di comportarti ora da
    quello di poco fa;  prima,  infatti,  ti ritenevi un uomo felice,  ora
    piangi.  E quello replic: S,  perch mi  sopraggiunto un senso di
    commiserazione,  al pensare quanto  breve nel suo complesso  la  vita
    umana,  se  di  tutta questa enorme folla nessuno sar in vita fra 100
    anni.
    L'altro rispose: Ma ben altro noi soffriamo nella  nostra  esistenza,
    pi miserevole ancora. Poich, pur in una vita cos breve, nessuno che
    sia  uomo,  n  di  questi che vedi,  n di altri ebbe da natura tanta
    felicit che a lui non  venga,  non  una  sola  volta,  ma  molte,  il
    desiderio  di  esser  morto  piuttosto  che  continuare  a vivere.  Le
    disgrazie,  infatti,  che ti piombano addosso e  le  malattie  che  ti
    tormentano fanno sembrare lunga la vita,  per quanto sia breve.  Cos,
    dato che la vita  penosa,  la morte  diventata  per  l'uomo  il  pi
    desiderabile  rifugio  e la divinit,  dopo averci lasciato gustare un
    po' di dolcezza nella vita,  proprio  in  questo  dimostra  di  essere
    gelosa.

     47. Serse replic con queste parole: O Artabano, non stiamo pi qui
    a parlare della condizione del vivere umano,  che  tale quale tu pure
    lo descrivi, e non pensiamo a cose dolorose,  ora che abbiamo tra mano
    imprese di gloria.  Tu,  invece,  dimmi questo: se la visione avuta in
    sogno non ti fosse apparsa con tanta chiarezza, saresti ancora del tuo
    primitivo  parere,   sconsigliando  l'impresa  contro  la  Grecia,   o
    l'avresti cambiato? Suvvia, dimmelo con tutta sincerit.
    E  quello rispose: O re,  faccio voti che la visione apparsa in sogno
    abbia il compimento che noi desideriamo;  ma  io,  ancora  adesso,  in
    questo  momento,  sono  pieno  di  timore,  non mi sento padrone di me
    stesso quando faccio molte altre  considerazioni  e,  in  particolare,
    quando vedo che due cose,  le pi grandi di tutte,  ti sono pienamente
    avverse.

     48. Serse, a queste parole, cos replic: Diavolo d'un uomo,  quali
    sono queste due cose che dici mi sono molto ostili?  Forse hai qualche
    rilievo da fare sul mio esercito di terra, per lo scarso numero,  e ti
    pare  che  la  forza  dei  Greci  possa  essere molto pi grande della
    nostra?  O che la nostra flotta  sar  da  meno  della  loro?  O  temi
    addirittura  ambedue  queste possibilit?  Perch se in questo ti pare
    sia piuttosto mancante la nostra forza,  si  potrebbe  al  pi  presto
    raccogliere un altro esercito.

     49. Egli rispose: O re, chiunque abbia un po' di buon senso non pu
    certo criticare n il tuo esercito,  n il numero delle tue navi: e se
    tu ne raccogliessi di pi,  le due cose che dico diventerebbero  molto
    pi ostili ancora. Queste due cose sono la terra e il mare. In nessuna
    parte del mare,  infatti,  esiste, io credo, un porto tanto vasto che,
    scoppiando una tempesta,  possa dare ricetto a codesta  tua  flotta  e
    assicurare la salvezza delle navi: eppure, non c' bisogno di un porto
    soltanto  ma  ce  ne  deve  essere  lungo  tutta  la  spiaggia  che tu
    costeggerai. Se, dunque, tu non hai porti adatti per accoglierti, abbi
    per certo che sono i casi della fortuna che dominano gli  uomini,  non
    gi gli uomini che regolano gli eventi fortunati.  Orbene, ora che gi
    s' parlato di uno dei due elementi  avversi  mi  accingo  a  parlarti
    dell'altro, la terra. Ecco in che modo ti si schiera contro nemica: se
    nessuna cosa ti sar di ostacolo,  tanto pi ostile essa ti diventer,
    quanto pi lontano ti spingerai, trascinato sempre pi innanzi, poich
    quando il successo arride,  gli uomini non se ne saziano mai.  Cos  a
    te,  supponendo che nessuno ti si opponga,  io dico che la vastit del
    paese percorso,  crescendo con il passare  del  tempo,  provocher  la
    fame.  Un  uomo  potr solo cos essere perfetto: se sar timoroso nel
    prendere una decisione,  pensando a tutto quello che potr capitargli,
    e sar, invece, audace nel realizzare ci che abbia deciso.

     50.  Replica Serse con queste parole: Artabano, in verit tu valuti
    come si conviene questi singoli elementi,  ma non voler aver paura  di
    tutto e non dare a ogni cosa la medesima importanza. Poich se di ogni
    fatto,  che  di volta in volta si presenta,  tu volessi calcolare alla
    stessa stregua ogni eventualit,  non faresti pi nulla assolutamente;
    val meglio,  affrontando con audacia ogni evento, soffrire la met dei
    mali che si preannunciano,  piuttosto che restare del tutto  inattivi,
    perch  si  teme  in precedenza ogni complicazione.  Ma se ti ostini a
    criticare  tutto  quello  che  si  propone,  senza  voler  manifestare
    un'opinione sicura,  sei soggetto a cadere in errore nello stesso modo
    di colui che sostiene il parere contrario: una posizione vale l'altra.
    E  come  potr  uno,  quand'  uomo,   raggiungere  la  certezza?   E'
    impossibile,  io credo. Il successo per lo pi suole arridere a coloro
    che hanno voglia di agire, non certo a quelli che stanno a far tutti i
    calcoli e sono indecisi sempre.  Tu vedi  a  che  punto    giunta  la
    potenza  dei Persiani.  Se i re che mi precedettero sul trono avessero
    avuto il modo di pensare che hai tu, oppure, anche non pensandola essi
    cos, avessero avuto altri a consigliarli in tal senso, non li avresti
    mai visti giungere a cos grande potenza; ora invece a tale altezza la
    portarono gettandosi arditamente nei pericoli,  poich grandi  imprese
    solo a rischio di gravi pericoli si possono compiere.  Noi che ad essi
    ci vogliamo uguagliare, scendiamo in campo nella stagione pi propizia
    dell'anno e,  dopo aver assoggettato l'intera Europa,  ritorneremo  in
    patria, senza aver incontrato la fame in nessuna parte, n aver subto
    alcun  altro rovescio.  Prima di tutto,  infatti,  nella nostra marcia
    portiamo noi stessi molte vettovaglie;  in  secondo  luogo,  nei  vari
    paesi  dove  entreremo,  avremo  il  grano dei loro abitanti: i popoli
    contro i quali andiamo a combattere sono dediti  all'agricoltura,  non
    nomadi.

      51.  A  queste osservazioni replic Artabano: O re,  poich tu non
    ammetti che si debba  aver  paura  di  cosa  alcuna,  accetta  un  mio
    consiglio:   pur necessario che,  trattandosi parecchi argomenti,  si
    tragga in lungo il discorso.  Ciro,  figlio di Cambise,  ha  costretto
    tutti i popoli di stirpe ionica a pagare un tributo ai Persiani. Io ti
    consiglio,  dunque,  di non condurre questi uomini contro i loro padri
    (47), per nessuna ragione, dato che, anche senza costoro, noi siamo in
    grado di sgominare i nemici. Infatti, se ci accompagnano,  bisogna che
    siano  molto  ingiusti  per  cooperare  all'asservimento  della  madre
    patria, oppure molto giusti, aiutandola a difendere la sua libert: se
    sono molto ingiusti nessun grande vantaggio aggiungeranno alla  nostra
    situazione mentre,  essendo molto giusti, essi possono procurare gravi
    danni (48) al tuo esercito.  Infine ricordati quanto  mai  saggio  il
    detto  antico  che quando si d inizio a una impresa non si pu vedere
    come il tutto andr a finire.

     52. A tali parole Serse replic: Artabano, questa,  fra le opinioni
    che hai manifestato,   quella in cui pi ti inganni,  tu che temi per
    gli Ioni che passino al nemico,  mentre abbiamo della loro fedelt una
    prova  importantissima,  di  cui  sei testimonio tu stesso,  come pure
    quanti,  insieme con Dario,  parteciparono alla spedizione contro  gli
    Sciti: quando,  cio,  fu in loro potere che tutto l'esercito persiano
    fosse distrutto o si salvasse, essi manifestarono i loro sentimenti di
    giustizia e fedelt e non ci portarono alcun danno.  Senza contare poi
    che,  avendo essi lasciato nel nostro paese i figli, le mogli e i loro
    beni,  non si deve nemmeno pensare che abbiano  a  macchinare  qualche
    cosa di nuovo. Stando cos le cose, non aver pi questo timore ma sta'
    di  buon  animo  e  provvedi  alla  salvezza  della mia casa e del mio
    impero, poich a te solo, fra tutti, io affido il mio scettro.

     53. Ci detto e rimandato a Susa Artabano,  Serse convoc in seguito
    i pi ragguardevoli dei Persiani,  e, quando furono alla sua presenza,
    parl loro cos: Persiani,  vi ho radunati  perch  da  voi  desidero
    questo:  che  vi  comportiate  da  uomini  prodi  e non disonoriate le
    imprese fino  ad  ora  compiute  dai  Persiani,  che  sono  in  verit
    splendide  e  degne  di grande stima: ma ognuno in particolare e tutti
    insieme dimostriamo il nostro zelo,  poich il bene cui ora si mira  
    d'interesse  comune  a tutti.  Il motivo per cui vi esorto a dedicarvi
    alla guerra con tutta decisione  questo: a quanto  mi  si  dice,  noi
    moviamo  in  armi  contro uomini valorosi: se li vinciamo,  non c' da
    temere che nessun altro esercito al mondo possa mai resistere  a  noi.
    Ordunque,  dopo  aver  rivolto  preghiere  agli  di che proteggono la
    Persia, si passi al di l del mare!.

     54.  Quel giorno fecero i preparativi per la traversata.  Il  giorno
    dopo  attesero  l'apparizione  del  sole,  che volevano veder sorgere,
    bruciando sui due ponti profumi d'ogni genere e cospargendo il cammino
    di rami di mirto. Quando il sole spunt,  Serse,  facendo libagioni in
    mare  con  una  coppa  d'oro,  preg,  rivolto all'astro,  che nessuna
    avversit lo cogliesse  tale  da  fargli  rinunciare  ad  assoggettare
    l'Europa, prima di essere giunto agli estremi confini di questo paese.
    Dopo aver rivolto la sua preghiera gett nell'Ellesponto la coppa,  un
    cratere d'oro e una spada persiana che chiamano  "acinace"  (49).  Non
    potrei  dire con esattezza se egli gett tali oggetti tra le onde come
    offerta al sole,  oppure se  era  pentito  di  aver  fatto  flagellare
    l'Ellesponto, e, in riparazione, faceva al mare tali doni.

     55. Quando queste cerimonie furono compiute, cominciarono a passare:
    su  quello  dei  due  ponti  che  era dalla parte dei Ponto Eussino la
    fanteria e tutta la cavalleria sull'altro, dalla parte dell'Egeo,  gli
    animali da soma e la folla dei servi.  In testa venivano, anzitutto, i
    10 mila Persiani, gi nominati, che portavano tutti una corona; dietro
    loro,  la massa dei soldati composta dei contingenti dei vari  popoli.
    Questi nel primo giorno.  L'indomani passarono per primi i cavalieri e
    quelli che portavano le lance rivolte a terra:  anch'essi  incoronati.
    Poi venivano i cavalli sacri e il sacro carro; quindi Serse in persona
    con  i  lanceri  della  guardia  del corpo e 1000 cavalieri di cui s'
    detto, dietro questi, il resto dell'esercito. Nello stesso tempo anche
    le navi facevano vela verso la costa di fronte.  Ho pure sentito  dire
    che il re sarebbe passato come ultimo di tutti.

     56.  Serse, appena passato in Europa, si diede a osservare le truppe
    che attraversavano lo Stretto (50) a suon di  sferzate,  e  l'esercito
    pass  in  sette  giorni e sette notti,  senza un attimo di tregua.  A
    questo punto, si racconta che quando ormai Serse era passato di l con
    le sue truppe,  un uomo dell'Ellesponto esclam: O Zeus,  perch  mai
    prendi l'aspetto d'un Persiano e il nome di Serse, invece di quello di
    Zeus  se  vuoi  distruggere  la  Grecia,  conducendole contro il mondo
    intero? Tanto, lo potevi fare anche senza tutto questo.

     57.  Tutti erano ormai passati e stavano per  mettersi  in  cammino,
    quando  apparve  loro  un  grande prodigio,  del quale Serse non tenne
    alcun conto,  sebbene  lo  si  potesse  facilmente  interpretare:  una
    cavalla,   infatti,   diede  alla  luce  una  lepre.  Ci  significava
    chiaramente che Serse si accingeva a condurre una spedizione contro la
    Grecia con sfarzo e magnificenza straordinaria  ma  sarebbe  ritornato
    indietro,  verso lo stesso luogo, in fuga per salvare la propria vita.
    Anche un altro prodigio s'era  mostrato  a  lui  quand'era  ancora  in
    Sardi:  una  mula  aveva  partorito  un  mulo  che aveva gli organi di
    ambedue i sessi,  del maschio,  cio,  e della femmina,  ma quello del
    maschio era di sopra.

      58.  Senza  dare importanza alcuna ad ambedue questi prodigi,  egli
    proseguiva la sua marcia in avanti e con lui  avanzava  l'esercito  di
    terra.  La flotta,  invece, uscita dall'Ellesponto, procedeva seguendo
    la costa e in direzione contraria a quella  della  fanteria.  Infatti,
    mentre  la flotta veleggiava a occidente,  dirigendo la rotta verso il
    promontorio Sarpedonio, dove aveva ordine di attendere quando vi fosse
    arrivata,  l'esercito di terra attraversava il Chersoneso in direzione
    dell'aurora  e del sole nascente,  lasciandosi a destra il sepolcro di
    Elle (51),  figlia di Atamante,  a  sinistra  la  citt  di  Cardia  e
    attraversando,  invece,  la  citt  che si chiama Agora.  Di l,  gir
    intorno al golfo chiamato  Melas  e  oltre  il  fiume  Melas,  la  cui
    corrente non resistette all'assalto delle truppe assetate, ma fin col
    prosciugarsi;  guadato, dunque, questo fiume, dal quale anche il golfo
    stesso prende nome,  e passando accanto alla citt eolica di Eno e  al
    lago Stentoride (52), giunse infine a Dorisco.

     59.  Dorisco,  localit della Tracia,  costituita da una spiaggia e
    una pianura vasta (attraversata da un fiume importante  che    l'Ebro
    [53])  nella quale era stato costruito un castello reale ( questo,  a
    dir il vero,  che si chiama Dorisco) e Dario vi  aveva  stabilito  una
    guarnigione  persiana fin dal tempo in cui faceva la spedizione contro
    gli Sciti.  Parve,  dunque,  a Serse che il  luogo  fosse  adatto  per
    disporre  in  ordine  l'esercito  e rilevarne la consistenza numerica:
    cosa che effettivamente  fece.  Tutte  le  navi  che  a  mano  a  mano
    giungevano  a  Dorisco,  per  ordine  di Serse venivano dai comandanti
    avviate verso la spiaggia vicina al castello, dove si trovano le citt
    di Sala,  fondata da cittadini di Samotracia,  e di  Zona,  mentre  al
    limite  estremo  della spiaggia c' il famoso promontorio Serreo: tale
    territorio,  un tempo,  apparteneva  ai  Ciconi.  Approdati  a  questa
    spiaggia,  tiravano in secco le navi e le riparavano, mentre a Dorisco
    il re, durante questo tempo, procedeva all'enumerazione dell'esercito.

     60. A qual numero ascendesse il contingente di soldati che fornivano
    i singoli popoli,  non posso dire con esattezza (poich da nessuno  ci
    viene tramandato), ma nel suo insieme l'esercito di terra risult di 1
    milione 700 mila unit (54).
    Ed  ecco  come  si  procedette per la numerazione.  Radunati in un sol
    luogo 10  mila  soldati  e  serratili  insieme,  stretti  pi  che  fu
    possibile,  segnarono  all'esterno  un  cerchio  tutt'intorno ad essi;
    fatto ci e allontanati di l i 10 mila,  alzarono un  muricciolo  che
    seguiva  il  tracciato  del  cerchio  e  giungeva,  in  altezza,  fino
    all'ombelico d'un uomo;  quando l'ebbero completato,  facevano entrare
    nello  spazio  circondato dal muricciolo altri soldati e altri ancora,
    finch in questo modo furono numerati  tutti.  Quando  poi  li  ebbero
    tutti numerati, li disposero per ordine di nazioni.

     61.  Ecco quelli che presero parte alla spedizione: i Persiani,  che
    erano equipaggiati in questo modo: in capo avevano un berretto floscio
    che chiamano "tiara";  intorno al corpo vesti fornite  di  maniche,  a
    tinte vivaci, e corazze a scaglia di ferro, che avevano l'apparenza di
    squame di pesce;  intorno alle gambe portavano delle brache; invece di
    scudi,  avevano dei ripari intrecciati di vimini,  sotto i quali erano
    sospesi  i  turcassi;  lance  corte,  grandi  archi,  frecce di canna;
    inoltre, corte sciabole che, sospese alla cintura,  pendevano lungo la
    coscia  destra.  Li  comandava  Otane,  padre di Amestri,  la sposa di
    Serse.
    Un tempo dai Greci erano chiamati Cefeni,  mentre essi denominavano se
    stessi  Artei (55),  e cos li chiamavano i vicini;  ma quando Perseo,
    figlio di Danae e di Zeus,  giunto presso Cefeo (56),  figlio di Belo,
    e, sposatane la figlia Andromeda, ne ebbe un figlio che chiam Perse e
    lasci  l  nel  paese  (poich  Cefeo  si  trovava  ad esser privo di
    discendenza  maschile);  da  questo  Perse  presero  il  loro  nome  i
    Persiani.

      62.  I  Medi partecipavano alla spedizione equipaggiati allo stesso
    modo; poich questo costume  propriamente dei Medi,  non dei Persiani
    (57): loro comandante era l'achemenide Tigrane.
    Anticamente  erano  da  tutti  chiamati Ari;  ma quando fra questi Ari
    giunse,  da Atene,  Medea,  la donna  della  Colchide,  anche  costoro
    cambiarono nome: cos raccontano di se stessi i Medi. I Cissi erano in
    campo  equipaggiati  alla  foggia  dei  Persiani,  solo  che invece di
    "tiare" portavano "mitre": li comandava il figlio di Otane, Anafe.
    Gli Ircani,  che erano vestiti e armati come i Persiani,  avevano come
    comandante Megapano, che divenne pi tardi governatore di Babilonia.

      63.  Gli  Assiri marciavano avendo in testa degli elmi che erano di
    bronzo e intrecciati secondo  una  moda  barbara  che    difficile  a
    descrivere  (58):  portavano  scudi,  lance e sciabole simili a quelle
    degli Egiziani;  in pi,  avevano delle mazze  di  legno,  fornite  di
    borchie,  e corazze di lino.  Costoro dai Greci erano chiamati Siri ma
    dai Barbari furono denominati Assiri.  [In mezzo  a  loro  (59)  erano
    mescolati i Caldei.] Li comandava Otaspe, figlio di Artacheo.

     64.  I Battriani al seguito della spedizione portavano in capo delle
    coperture molto simili a quelle dei Medi, ma avevano degli archi fatti
    di canna, alla moda del loro paese, e corte asce. I Saci, popolo della
    Scizia, avevano sulla testa dei turbanti che finivano in punta, rigidi
    e dritti,  indossavano  brache  e  avevano  archi  del  loro  paese  e
    sciabole; in pi, una specie di ascia che essi chiamano "sagari" (60).
    Costoro,  che  in  realt erano degli Sciti Amurgi,  erano detti Saci,
    perch i Persiani chiamano Saci tutti gli Sciti.  Capo dei Battriani e
    dei Saci era Istaspe, figlio di Dario e di Atossa, figlia di Ciro.

      65.  Gli  Indi  portavano  vesti fatte di cotone e avevano archi di
    canna e frecce pure di canna,  ma con la punta di  ferro:  cos  erano
    equipaggiati  gli  Indi  e accompagnavano la spedizione agli ordini di
    Farnazatre, figlio di Artabate.

     66.  Gli Ari erano forniti di archi  medi  ma  per  il  resto  erano
    equipaggiati come i Battriani: li comandava Sisamne, figlio di Idarne.
    I  Parti,  i  Corasmi,  i  Sogdiani,  i  Gandari e i Dadici militavano
    anch'essi con lo stesso equipaggiamento dei Battriani. Loro comandanti
    erano i seguenti:  dei  Parti  e  dei  Corasmi,  Artabazo,  figlio  di
    Farnace;  dei  Sogdiani,  Azane,  figlio  di Arteo;  dei Gandari e dei
    Dadici, Artifio, figlio di Artabano.

     67. I Caspi militavano vestiti di pelli caprine,  con archi del loro
    paese,  fatti di canne, e corte sciabole: cos erano essi equipaggiati
    e avevano come comandante Ariomardo, fratello di Artifio. I Sarangi si
    distinguevano per le loro vesti tinte;  avevano calzari  che  salivano
    fino al ginocchio, archi e aste di Media; li guidava Ferendate, figlio
    di  Megabazo.  I  Patti  erano  vestiti  di  villose  pelli  caprine e
    portavano archi del loro paese  e  pugnali:  avevano  come  comandante
    Artainte, figlio di Itamitre.

     68.  Gli Uti, i Mici e i Paricani erano equipaggiati come i Patti; i
    loro capi erano questi: degli Uti e dei  Mici,  Arsamene,  figlio  (di
    Dario; dei Paricani, Siromitre, figlio di Eobazo.

     69.  Gli Arabi avevano ampie vesti, succinte ai fianchi, e portavano
    alla loro destra  degli  archi  a  doppia  curvatura  (61)  di  grandi
    dimensioni.  Gli  Etiopi  indossavano  pelli  di  pantera e di leone e
    avevano archi fatti con rami di palma, di grandi dimensioni,  non meno
    di  quattro  cubiti: vi mettevano sopra delle piccole frecce di canna,
    che,  invece del ferro,  avevano all'estremit  una  punta  di  pietra
    aguzza,  la stessa pietra in cui incidono i sigilli; portavano inoltre
    delle aste,  che,  a mo' di lancia,  avevano all'estremit un corno di
    gazzella appuntito;  e, ancora, delle mazze di legno munite di borchie
    di ferro.
    Quando andavano all'attacco si spalmavano il  corpo,  met  di  gesso,
    met di rosso carminio.
    Gli  Arabi  e gli Etiopi stanziati sopra l'Egitto erano agli ordini di
    Arsame, figlio di Dario e di Artistona, figlia di Ciro,  quella fra le
    sue  mogli  che  Dario am pi vivamente e di cui fece fare una statua
    d'oro lavorata a martello. Arsame era, dunque, comandante degli Etiopi
    abitanti sopra l'Egitto e degli Arabi.

     70. Gli Etiopi,  invece,  che venivano dall'Oriente (62) (poich nel
    corpo  di  spedizione  ve  ne  erano  degli  uni  e degli altri) erano
    schierati insieme con gli  Indi.  Nell'aspetto,  non  differiscono  in
    nulla  dagli  altri  Etiopi,   salvo  che  per  la  lingua  e  per  la
    capigliatura: infatti gli  Etiopi  orientali  hanno  i  capelli  irti,
    mentre quelli di Libia sono i pi ricciuti di tutti gli uomini. Per la
    maggior parte,  questi Etiopi d'Asia avevano lo stesso equipaggiamento
    degli Indi ma portavano sul capo delle pelli  strappate  dalla  fronte
    dei cavalli con le orecchie e la criniera: la criniera serviva loro da
    cimiero,  mentre  le orecchie del cavallo si ergevano rigide e dritte;
    per difendersi, spingevano avanti delle pelli di gru, invece di scudi.

     71.  I  Libici  (63)  marciavano  con  vestiti  di  cuoio  e  usando
    giavellotti temperati a fuoco: avevano come comandante Massage, figlio
    di Oarizo.

     72. I Paflagoni militavano portando sul capo elmi fatti con corregge
    di  cuoio  intrecciate;  avevano  piccoli scudi e aste non lunghe,  ma
    portavano pure giavellotti e pugnali mentre ai piedi avevano  calzari,
    alla moda del loro paese,  che giungevano fino a met gamba. I Liguri,
    i Matiani, i Mariandini e i Siri nell'esercito erano equipaggiati allo
    stesso modo dei Paflagoni;  questi Siri  dai  Persiani  sono  chiamati
    Cappadoci.  Capo  dei  Paflagoni  e  dei  Matiani era Doto,  figlio di
    Megasidro; dei Mariandini, dei Liguri e dei Siri era Gobria, figlio di
    Dario e di Artistona.

     73.  I Frigi avevano un modo di vestire molto simile  a  quello  dei
    Paflagoni,  dai quali si distinguevano ben poco. Questi Frigi (come li
    dicono i Macedoni) erano chiamati Brigi nel tempo in cui,  vivendo  in
    Europa,  abitavano  con  i Macedoni,  ma,  passati poi in Asia,  nello
    stesso tempo che cambiavano paese,  mutarono anche  il  loro  nome  in
    quello di Frigi. Gli Armeni erano equipaggiati come i Frigi, dei quali
    erano coloni.  Ambedue questi popoli ubbidivano ai comandi di Artocme,
    che aveva sposato una figlia di Dario.

     74.  I Lidi avevano armi molto somiglianti a quelle  dei  Greci.  Un
    tempo  essi  erano  chiamati Meoni,  ma poi,  cambiando denominazione,
    presero nome da Lido, figlio di Ati.
    I Misi avevano in capo elmi propri del loro paese,  portavano  piccoli
    scudi  e usavano giavellotti temprati a fuoco.  Sono coloni dei Lidi e
    dal monte Olimpo vengono chiamati  Olimpieni.  Sui  Lidi  e  sui  Misi
    comandava Artafrene,  figlio di Artafrene, colui che aveva compiuto lo
    sbarco a Maratona insieme con Dati.

     75.  I Traci che erano nell'esercito avevano in capo berretti  fatti
    di pelle di volpe.  Intorno al corpo,  delle tuniche, su cui gettavano
    ampie vesti a vivaci colori;  i piedi e  le  gambe  erano  avvolti  in
    calzari  di pelle di cerbiatto e inoltre portavano giavellotti,  scudi
    leggeri e piccoli pugnali.  Dopo che erano passati in Asia essi furono
    chiamati  Bitini  mentre  prima  (lo  dicono  essi stessi) erano detti
    Strimoni,  dato che abitavano sulle rive dello  Strimone:  dalle  loro
    sedi avite furono scacciati, dicono, dai Teucri e dai Misi. Il capo di
    questi Traci d'Asia era Bassace, figlio di Artabano.

     76.  I Pisidi... avevano piccoli scudi di pelle di bue non conciata.
    Ognuno portava due spiedi di fabbricazione licia e sul capo un elmo di
    bronzo,  al quale erano adattate orecchie e  corna  di  bue,  pure  in
    bronzo,  e  sopra  c'era  anche un cimiero;  le gambe erano avvolte in
    fasce rosse. Nel paese di questi uomini c' un oracolo di Ares.

     77.  I Cabali Meoni,  chiamati Lasoni,  avevano la stessa foggia del
    vestire  dei  Cilici:  la  descriver  quando  nella mia rassegna sar
    giunto al contingente venuto dalla Cilicia.  I Mili avevano aste corte
    e  vestiti fermati con fibbie;  alcuni di essi portavano archi lici e,
    in testa,  dei copricapi fatti di  pelli.  Tutti  costoro  erano  agli
    ordini di Badres, figlio di Istane.

     78. I Moschi avevano in capo elmi fatti di legno e portavano scudi e
    aste  di  piccole  dimensioni,  ma sull'asta le punte erano lunghe.  I
    Tibareni,  i Macroni e i  Mossineci  militavano  equipaggiati  come  i
    Moschi.  Costoro  erano riuniti agli ordini dei seguenti comandanti: i
    Moschi e i Tibareni sotto Ariomardo,  figlio di Dario e di Parmi,  che
    era  figlia di Smerdi,  figlio di Ciro;  i Macroni e i Mossineci sotto
    Artaitte, figlio di Cherasmi, governatore di Sesto sull'Ellesponto.

     79.  I Mari avevano sul capo  elmi  intrecciati  del  loro  paese  e
    portavano piccoli scudi di pelle e giavellotti.  I Colchi portavano in
    testa degli elmi di legno;  usavano piccoli scudi di pelle di bue  non
    conciata, aste corte e inoltre avevano grosse sciabole. Sui Mari e sui
    Colchi comandava Farandate,  figlio di Teaspi. Gli Alarodi e i Saspiri
    marciavano armati come i Colchi:  li  comandava  Masistio,  figlio  di
    Siromitre.

     80.  Le popolazioni isolane,  che venivano dal Mare Eritreo (64), da
    quelle isole che il re  assegna  come  residenza  a  quelli  che  sono
    chiamati "i deportati", avevano vesti e armi molto simili a quelle dei
    Medi.  Su  questi  isolani  comandava Mardonte,  figlio di Bageo,  che
    l'anno dopo mor nella battaglia di Platea,  dove ricopriva la  carica
    di stratega.

      81.  Questi erano i popoli che marciavano per via di terra ed erano
    inquadrati nella fanteria.  Al comando di queste soldatesche c'erano i
    capi  di  cui  s' gi parlato;  essi,  ordinate e numerate le truppe,
    avevano quindi designato i comandanti di 1000 e  di  10  mila  uomini;
    questi ultimi a loro volta designavano quelli che dovevano comandare a
    100  soldati  e  quelli  che  erano a capo di 10.  Gli ufficiali delle
    divisioni regolari, non erano quelli dei contingenti nazionali.

     82. Questi,  dunque,  di cui s' gi parlato erano i capi.  Ma sopra
    costoro, e su tutte le forze di fanteria, comandavano Mardonio, figlio
    di  Gobria,   e  Tritantecme,   figlio  di  quell'Artabano  che  aveva
    manifestato la  sua  opinione  sconsigliando  di  marciare  contro  la
    Grecia, oltre a Smerdomene, figlio di Otane (ambedue [65] questi erano
    figli  di  Dario  ed  erano,  quindi,  cugini  di Serse);  poi c'erano
    Masiste,  figlio di Dario e di Atossa;  Gergi,  figlio  di  Ariazo,  e
    Megabizo, figlio di Zopiro.

     83.  I capi sopra nominati erano i comandanti di tutto l'esercito di
    terra,  eccettuati "I 10 mila": questi 10 mila Persiani  scelti  erano
    agli  ordini  di  Idarne,   figlio  di  Idarne.  Erano  essi  chiamati
    "Immortali" per questo  motivo:  quando  qualcuno  di  loro  veniva  a
    mancare dal numero,  vinto dalla morte o da malattia, ne veniva scelto
    un altro e cos non erano mai n pi n meno di 10  mila.  Quelli  che
    sfoggiavano  il massimo lusso erano i Persiani,  che erano anche i pi
    valorosi. L'equipaggiamento loro era quale ho gi descritto,  solo che
    si  distinguevano per molti fregi d'oro a non finire.  Conducevano con
    s anche delle carrozze,  dentro  le  quali  avevano  le  concubine  e
    servit  numerosa e ben equipaggiata.  I viveri per loro,  separati da
    quelli degli altri soldati,  venivano portati da cammelli e animali da
    soma.

      84.  I popoli sopra enumerati vanno a cavallo;  sennonch non tutti
    fornivano cavalleria,  ma soltanto questi.  I cavalieri persiani erano
    armati  allo  stesso modo dei fanti loro,  soltanto che alcuni di essi
    avevano in capo degli elmi di bronzo e di ferro battuto.

    85. C' un popolo di nomadi, chiamati Sagarti,  persiano di razza e di
    lingua  ma  di  costumi  intermedi  fra  i  Persiani  e  i Patti: essi
    fornivano un contingente di 8000 cavalieri;  non sono  soliti  portare
    armi,  n  di bronzo,  n di ferro,  tranne dei pugnali.  Fanno uso di
    corde fatte di corregge intrecciate,  in cui pongono la  loro  fiducia
    quando  vanno  in guerra.  Il loro modo di combattere  questo: quando
    vengono a contatto con i nemici  lanciano  queste  corde  che  portano
    all'estremit  un nodo scorsoio: quello che raggiungono,  l'attirano a
    s,  sia cavallo o uomo  e  avviluppati  cos  come  in  una  rete  li
    uccidono.  Questa   la loro tattica di battaglia ed erano incorporati
    fra i Persiani.

     86. I Medi avevano lo stesso armamento che nella fanteria. Cos pure
    i Cissi.  Gli Indi erano equipaggiati allo stesso modo  di  quelli  di
    loro  che  andavano a piedi;  ma conducevano cavalli da sella e carri,
    cui erano aggiogati cavalli  e  asini  selvatici.  I  Battriani  erano
    armati come nella fanteria e cos pure i Caspi. I Libi erano anch'essi
    come  nella  fanteria,  e anch'essi conducevano tutti dei carri.  Allo
    stesso modo, come le loro truppe di terra,  erano equipaggiati i Caspi
    (66)  e  i  Paricani.  Gli Arabi avevano lo stesso vestito di quelli a
    piedi e spingevano innanzi tutti dei cammelli che,  per velocit,  non
    la cedevano ai cavalli.

      87.  Solo  questi  popoli  fornivano contingenti di cavalleria.  Il
    numero complessivo era di 80 mila cavalli,  senza contare i cammelli e
    i  carri.  Orbene,  mentre  gli  altri  cavalieri  erano ripartiti per
    squadroni,  gli Arabi erano inquadrati  nelle  ultime  file.  Infatti,
    siccome  i  cavalli  non  possono sopportare i cammelli,  questi erano
    stati posti ultimi di tutti, perch non spaventassero la cavalleria.

     88. I comandanti della cavalleria erano Armamitre e Titeo,  figli di
    Dati. Il terzo che doveva unirsi a loro nel comando, cio Farnuco, era
    rimasto a Sardi,  perch ammalato.  Infatti,  quando s'era sulle mosse
    per partire da quella citt gli era capitato un incidente  increscioso
    e inaspettato: mentre era in sella, un cane era sgusciato fra le zampe
    del  cavallo:  questo,  che  non  l'aveva visto prima,  si spavent e,
    impennatosi, rovesci all'indietro Farnuco, il quale,  caduto a terra,
    vomit sangue; quindi il male degener in etisia.
    Al  cavallo  i  servi  fecero  immediatamente  quello  che  il padrone
    comandava: ricondottolo nel luogo dove aveva disarcionato il  padrone,
    gli tagliarono le zampe ai garretti.  Fu cos che Farnuco fu esonerato
    dal comando.

     89.  Il numero delle triremi era di 1207 e le fornivano  i  seguenti
    popoli: 300 le davano i Fenici con i Siri di Palestina, che erano cos
    equipaggiati:  in  capo  avevano elmi fatti press'a poco alla moda dei
    Greci;  indossavano corazze di lino e portavano scudi  non  rinforzati
    sull'orlo e giavellotti.  Questi Fenici,  a quanto dicono essi stessi,
    abitavano in antico sulle rive del Mare  Eritreo;  di  l  passati  in
    Siria,  ne  abitano la zona costiera: questa parte della Siria e tutta
    la regione fino all'Egitto viene denominata Palestina.  Duecento  navi
    le fornivano gli Egiziani: essi avevano in capo elmi fatti di corregge
    di  cuoio  e  portavano scudi concavi con grandi orli,  lance atte per
    combattimenti navali e grandi scuri;  per lo pi  erano  rivestiti  di
    corazza e portavano grandi sciabole.

     90. Cos essi erano armati.
    Gli  abitanti  di  Cipro  fornivano  150  navi ed erano equipaggiati a
    questo modo: i loro re avevano il capo  avvolto  da  una  mitria,  gli
    altri  portavano in testa dei turbanti;  per il resto vestivano come i
    Greci.  Tra essi vi sono i  rappresentanti  di  tutti  questi  popoli:
    alcuni oriundi di Salamina e di Atene,  altri dell'Arcadia,  di Citno,
    della Fenicia, altri ancora dell'Etiopia, a quel che i Ciprioti stessi
    raccontano.

     91.  I Cilici fornivano 100 navi: essi,  a loro volta,  portavano in
    capo  elmi  del  loro  paese;  al posto degli scudi avevano dei ripari
    vellosi fatti con pelle di bue non conciata  e  vestivano  tuniche  di
    lana;  ciascuno portava due giavellotti e una spada, molto simile alle
    sciabole egiziane.  Un tempo essi si chiamavano Ipachei e il loro nome
    lo  presero  poi  da Cilice,  figlio del fenicio Agenore.  Trenta navi
    erano fornite dai Panfili,  che portavano  armi  di  foggia  greca:  i
    Panfili  sono discendenti di quelli che,  al ritorno da Troia,  furono
    sbattuti per il mare insieme con Anfiloco e Calcante.

     92.  Cinquanta navi le fornivano i Lici,  che indossavano corazze  e
    schinieri;  avevano  archi di legno di corniolo,  frecce senza penne e
    giavellotti,  mentre dalle spalle lasciavano pendere pelli di capra  e
    sul  capo  portavano  berretti  adorni di una corona di piume: usavano
    pugnali e falci (67).
    I Lici,  che provenivano da  Creta,  si  chiamavano  prima  Termili  e
    presero poi nome da Lico, figlio dell'ateniese Pandione.

      93.  I Dori dell'Asia fornivano 30 navi: portavano essi armi greche
    ed erano oriundi del Peloponneso;  70 ne fornivano i Cari che,  per il
    resto,  erano  equipaggiati  come i Greci,  ma portavano anche falci e
    pugnali;  come si chiamassero costoro precedentemente,  l'ho gi detto
    (68) nei primi dei miei racconti.

      94.  Cento navi fornirono gli Ioni,  equipaggiati come i Greci: gli
    Ioni, per tutto il tempo in cui abitarono, nel Peloponneso, la regione
    che ora si chiama Acaia,  e,  prima che Danao e Xuto  giungessero  nel
    Peloponneso (a quello che riferiscono i Greci),  si chiamavano Pelasgi
    Egialei; poi, presero il nome di Ioni dal figlio di Xuto, Ione.

     95. Gli isolani (69), che avevano armi di foggia greca, fornivano 17
    navi: anche questo era un popolo pelasgico e  pi  tardi  fu  chiamato
    ionico  per la medesima ragione degli Ioni delle dodici citt (70) che
    provenivano da Atene.  Sessanta navi fornivano  gli  Eoli,  che  erano
    equipaggiati  come  i  Greci e anticamente,  al dire dei Greci,  erano
    chiamati Pelasgi.  Le popolazioni dell'Ellesponto,  a eccezione  degli
    abitanti  di  Abido (agli Abideni,  infatti,  aveva comandato il re di
    rimanere sul posto a custodire i ponti), tutti gli altri che,  venendo
    dal  Ponto,  accompagnavano  la spedizione,  fornivano 100 navi: erano
    equipaggiati come i Greci,  dato che essi sono coloni degli Ioni e dei
    Dori (71).

     96.  Su tutte le navi c'erano imbarcati Persiani, Medi e Saci. Tra i
    popoli ricordati,  i Fenici fornivano le navi che meglio  tenevano  il
    mare e fra i Fenici, gli abitanti di Sidone.
    Alla  testa di tutte queste forze,  come di quelle che erano schierate
    tra la fanteria,  c'erano per ciascun popolo dei capi indigeni;  ma io
    non  li  ricordo nemmeno,  poich non ne vedo necessit alcuna ai fini
    della mia ricerca: infatti,  non di tutti i popoli erano i capi  degni
    di  essere ricordati e presso ciascun popolo tanti erano i capi quante
    le citt. Questi capi poi seguivano la spedizione non come comandanti,
    ma come servi,  n pi n meno che gli  altri  i  quali  partecipavano
    all'impresa,  poich io ho gi nominato i generali che avevano in mano
    il potere supremo e i comandanti  dei  contingenti  dei  vari  popoli,
    quanti di essi erano Persiani.

      97.  Questi erano gli ammiragli della flotta: Ariabigne,  figlio di
    Dario; Pressaspe, figlio di Aspatine;  Megabazo,  figlio di Megabate e
    Achemene, figlio di Dario. E precisamente: le navi della Ionia e della
    Caria  erano agli ordini di Ariabigne,  figlio di Dario e della figlia
    di Gobria; sulle navi egiziane comandava Achemene, che era fratello di
    Serse da parte di padre e di madre;  sul resto della flotta avevano il
    comando  gli  altri  due.  Le navi da carico con 30 e con 50 remi,  le
    scialuppe  e  le  imbarcazioni  leggere  per  trasportare  i  cavalli,
    convenute per la rassegna, risultarono 3000.

     98. Dopo i generali questi erano i personaggi pi famosi imbarcatisi
    sulle navi: il sidonio Tetramnesto,  figlio di Aniso; il tirio Matten,
    figlio di Eromo; Merbalo,  figlio di Agbalo da Arado (72),  il cilicio
    Siennesi, figlio di Oromedonte; il licio Ciberni, figlio di Cossica; i
    ciprioti Gorgo,  figlio di Chersi, e Timonatte, figlio di Timagora; e,
    fra i Cari, Istieo, figlio di Timni, Pigrete,  figlio di Isseldomo,  e
    Damasitimo, figlio di Candaule.

     99. Mentre degli altri ufficiali non faccio nemmeno un rapido cenno,
    perch non ne vedo la necessit,  faccio eccezione per Artemisia,  che
    ammiro moltissimo per  aver  partecipato  alla  spedizione  contro  la
    Grecia,  pur  essendo una donna.  Essa che,  dopo la morte del marito,
    teneva in pugno  la  tirannia  e  aveva  un  figlio  ancor  fanciullo,
    scendeva in campo per il suo alto sentire e per virile coraggio, senza
    che  necessit  alcuna ve la costringesse.  Il suo nome era Artemisia,
    figlia di Ligdami,  di razza era alicarnassea per  parte  di  padre  e
    cretese   per  parte  di  madre.   Il  suo  dominio  si  estendeva  su
    Alicarnasso, Cos, Nisiro e Calimna (73) e forniva cinque navi. Come di
    tutta la flotta essa forniva le navi pi apprezzate,  dopo quelle  dei
    Sidoni,  cos  di  tutti gli alleati era lei che dava al re i consigli
    pi avveduti. La popolazione delle citt su cui,  come ho detto,  essa
    dominava,  affermo  che    tutta  dorica,  in  quanto  i cittadini di
    Alicarnasso erano originari di Trezene (74) e gli  altri  venivano  da
    Epidauro.

      100.  Per  la flotta,  basti quanto s' gi detto.  Orbene,  Serse,
    quando l'insieme delle truppe fu numerato  e  regolarmente  ripartito,
    desider di passarle egli stesso in rivista e godersene lo spettacolo.
    Cosa  che fece subito dopo: montato su un cocchio,  percorse il fronte
    dello  schieramento,  informandosi  minutamente  sui  singoli  popoli,
    mentre  i  suoi segretari prendevano nota,  finch pass da un estremo
    all'altro, tanto della cavalleria che della fanteria. Fatto ci,  dato
    che  le navi erano state di nuovo spinte in mare,  Serse,  passato dal
    suo cocchio su una nave di Sidone,  vi  si  sedette  sotto  una  tenda
    dorata  e  pass  davanti  alle  prore  delle navi,  chiedendo di ogni
    particolare,  come aveva fatto per le truppe di terra,  e  facendo  di
    tutto prendere nota.  I capitani,  condotte fuori le navi, le tenevano
    all'ancora a circa quattro pletri (75) dalla spiaggia,  con  le  prore
    tutte  rivolte  fronte  a terra e dopo aver fatto indossare le armi ai
    soldati di marina, come per un'azione di guerra.  Il re osservava ogni
    cosa veleggiando fra la linea delle prore e la spiaggia.

     101.  Quando,  passata in rivista anche la flotta,  sbarc dalla sua
    nave, fece cercare Demarato,  figlio di Aristone,  che lo accompagnava
    nella  spedizione contro la Grecia,  e,  chiamatolo alla sua presenza,
    gli fece questa domanda: O Demarato,  ora mi fa piacere di  chiederti
    quello  che desidero.  Tu sei greco e,  a quel che sento da te e dagli
    altri Greci che vengono con me a colloquio, sei di una citt che non 
    n la pi piccola, n la pi debole. Ordunque, dimmi questo; se, cio,
    i Greci avranno il coraggio di alzar le mani contro di me. Infatti,  a
    mio parere,  neppure se tutti i Greci e gli altri uomini che abitano a
    occidente si coalizzassero tra loro,  sarebbero in grado di  resistere
    al mio attacco,  a meno che non fossero molto uniti.  Tuttavia, voglio
    sapere anche  da  te,  cosa  ne  dici.  Questa  la  domanda  che  gli
    rivolgeva;  quello,  rispondendo,  disse: O re, vuoi che io parli con
    sincerit,  o per farti piacere?.  Serse gli ordin di dire il  vero,
    assicurandolo  che  non  sarebbe stato per nulla a lui meno gradito di
    prima.

     102. Udita questa assicurazione, Demarato parl cos: O re,  poich
    mi  ordini  di  dirti la verit,  parlando in modo che tu non abbia in
    seguito a cogliermi come mentitore,  sappi che ai Greci  stata sempre
    compagna  assidua  la  povert;  ma  ad essa s' aggiunto il coraggio,
    frutto di temperanza e di salde leggi: con questo la Grecia si difende
    contro la povert e l'asservimento.  Ora io lodo  tutti  i  Greci  che
    abitano  in  quelle regioni doriche;  non per a tutti vanno le parole
    che io dir,  ma agli Spartani soltanto: prima di tutto,  non sar mai
    che  essi  accettino  le  tue  proposte  che  apportano schiavit alla
    Grecia; in secondo luogo, si opporranno a te in campo aperto, anche se
    gli altri Greci tutti si dovessero schierare dalla tua  parte.  Quanto
    al numero, non chiedere quanti sono per osare di agire in questo modo:
    si  trovino  pure ad essere in 1000 schierati in campo o anche meno di
    1000, o pi, questi ti daranno battaglia.

     103.  All'udir queste parole Serse scoppi  a  ridere  e  disse:  O
    Demarato,  come  hai  potuto  dire  che 1000 uomini possono combattere
    contro cos grande esercito? Suvvia, dimmi.  Tu sostieni che di questi
    uomini  sei  stato  re:  accetteresti tu,  dunque,  di combattere qui,
    subito, contro dieci nemici? Anzi,  se nella vostra citt tutto  come
    lo  descrivi,    giusto  che tu,  essendo loro re,  secondo le vostre
    consuetudini, tenga testa a un numero doppio (76) di nemici, poich se
    ognuno di essi equivale a dieci uomini del mio esercito,  io  pretendo
    che tu ne valga venti: solo cos il giudizio che hai espresso potrebbe
    essere esatto.  Ma se vuoi,  essendo tali e della statura che hai tu e
    quelli fra i Greci che vengono alla mia presenza,  tanto  vi  vantate,
    bada che codesto tuo ragionamento non sia che vana millanteria.  Ors,
    vediamo di fare un calcolo secondo ogni probabilit.  Come  potrebbero
    mai 1000 uomini,  o sia pure 10 mila, o anche 50 mila, che siano tutti
    liberi allo stesso modo e non sottomessi all'autorit d'uno solo, come
    potrebbero opporsi a un cos grande esercito? Infatti,  se quelli sono
    5000,  noi siamo pi di 100 contro ciascuno di essi. E poi, se fossero
    sottomessi all'autorit di uno solo come  d'uso tra  noi,  potrebbero
    forse,  per paura di questo padrone,  dimostrarsi pi valorosi che non
    comporti  la  loro  stessa  natura,  e,   costretti  dallo  scudiscio,
    andrebbero  contro  avversari  pi numerosi,  pur essendo in meno.  Ma
    sbrigliati cos verso la licenza,  non potrebbero fare n l'una  cosa,
    n  l'altra.  Per conto mio,  sono del parere che,  anche se fossero a
    essi pari per numero,  ben difficilmente i  Greci  potrebbero  lottare
    contro  i Persiani soli.  Presso di noi,  piuttosto,  solo da noi,  si
    possono trovare quelli che tu dici (77) e sono tuttavia poco numerosi,
    anzi rari: ci sono,  effettivamente,  tra i Persiani della mia guardia
    del  corpo  di  quelli  che  accetteranno  di  combattere  contro  tre
    avversari greci contemporaneamente: e siccome tu non li  conosci,  vai
    dicendo molte ingenuit.

     104.  A questo Demarato replic: O re, sapevo gi da principio che,
    sostenendo la verit,  avrei detto cose che ti  fanno  dispiacere;  ma
    poich  tu  mi  obbligasti  a parlare nel modo pi schietto,  ho detto
    degli Spartani ci che loro  si  conviene.  Eppure  tu  stesso  meglio
    d'ogni altro sai qual tenerezza io nutra per loro,  che,  spogliandomi
    della mia dignit e delle prerogative ereditate  dai  miei  padri,  mi
    hanno reso esule,  senza patria;  tuo padre,  invece,  mi ha accolto e
    m'ha dato di che vivere e una dimora.  E' quindi  da  pensare  che  un
    uomo,  che  abbia  senno,  non  respinga  la  benevolenza  che  gli si
    dimostra, ma, anzi,  l'apprezzi quanto mai.  Io non pretendo di essere
    capace di combattere contro dieci uomini,  n contro due; anzi, di mia
    volont, nemmeno con uno solo mi azzufferei. Ma se ci fosse necessit,
    o una posta importante mi vi spingesse,  l'uomo  che  combatterei  pi
    volentieri  fra  tutti  sarebbe uno di quelli che si vantano di valere
    tre  Greci  ciascuno.   Cos  anche  gli  Spartani  quando  combattono
    singolarmente a nessuno al mondo sono inferiori;  uniti,  poi,  sono i
    pi valorosi di tutti gli uomini.  Poich,  se  vero che sono liberi,
    non sono poi liberi in tutto: domina su di loro un padrone,  la legge,
    di cui hanno timoroso rispetto molto pi ancora che i tuoi sudditi non
    l'abbiano per te e fanno tutto quello che essa comanda ed essa  sempre
    la  stessa  cosa  comanda:  di  non  fuggire  dal  campo  di battaglia
    qualunque sia la caterva dei nemici  e,  rimanendo  saldi  al  proprio
    posto,  vincere o morire.  Ma se ti pare che,  cos parlando,  io dica
    cose sciocche,  voglio d'ora in avanti restarmene in silenzio: se  ora
    ho sbagliato,   perch sono stato costretto.  Auguro tuttavia,  o re,
    che tutto vada secondo il tuo desiderio.

     105. Cos rispose Demarato. Serse, per, volse la cosa in ridere, e,
    senza mostrare alcun risentimento,  benevolmente lo conged.  Dopo  il
    colloquio avuto con lui, il re, che aveva intanto nominato governatore
    di questa localit di Dorisco Mascame,  figlio di Megadoste,  al posto
    del governatore stabilitovi da Dario,  si mise in marcia  con  il  suo
    esercito, attraverso la Tracia, per attaccare la Grecia.

     106.  Questo Mascame,  che egli lasciava indietro,  era uomo di tali
    doti,  che a lui solo Serse soleva  mandare  dei  doni,  come  al  pi
    valoroso  di  tutti  i governatori da lui stesso e da Dario nominati e
    glieli mandava regolarmente ogni anno,  come del  resto  faceva  anche
    Artaserse,  figlio di Serse, con i discendenti di Mascame. E' da dire,
    infatti,   che,   ancor  prima  di  questa  spedizione,   c'erano  dei
    governatori  insediati  in  Tracia e in ogni localit dell'Ellesponto.
    Orbene, tutti quelli che erano in Tracia e sull'Ellesponto, eccetto il
    governatore di Dorisco,  furono scacciati dai Greci,  in seguito  alla
    campagna di Serse: Mascame, invece, che era in Dorisco, nessuno riusc
    a scacciarlo,  nonostante molti lo avessero tentato. Ecco perch a lui
    vengono mandati dei doni da parte del re che, di volta in volta, siede
    sul trono di Persia.

     107.  Di tutti quelli scacciati dai Greci non ce n'era uno che Serse
    giudicasse  uomo  di  valore,  tranne soltanto Boge di Eione (78).  Di
    costui non  cessava  di  fare  gli  elogi  e  ai  figli  di  lui,  che
    sopravvivevano in Persia, attribuiva onori grandissimi. Effettivamente
    Boge si dimostr degno di grande onore: egli,  che era assediato dagli
    Ateniesi e da Cimone,  figlio  di  Milziade,  mentre  avrebbe  potuto,
    scendendo a patti,  uscire dalla citt e ritornare in Asia,  non volle
    farlo,  temendo che il re credesse che aveva salva la vita a prezzo di
    vilt,  ma  resistette  fino  all'ultimo.  Quando ormai entro la cinta
    fortificata non c'era pi nulla da mangiare,  fatto innalzare un  gran
    rogo, egli sgozz i suoi figli, la moglie, le concubine e i servi suoi
    e  li  gett sul fuoco;  quindi,  dall'alto delle mura disperse tra le
    acque dello Strimone tutto l'oro e l'argento che c'era in citt: fatto
    ci, si precipit egli pure tra le fiamme. E' ben giusto, quindi,  che
    un uomo simile abbia ancora ai nostri giorni le lodi dei Persiani.

     108.  Serse, dunque, lasciato Dorisco, marciava contro la Grecia e i
    popoli che man mano incontrava sul suo cammino li costringeva a unirsi
    al suo corpo di spedizione, poich, come ho gi detto precedentemente,
    tutta questa regione,  fino alla Tessaglia,  era stata assoggettata  e
    resa tributaria al re,  in seguito alla conquista di Megabazo, e, poi,
    di Mardonio.  Da Dorisco,  nella sua marcia,  Serse  pass,  prima  di
    tutto,  oltre  le piazzeforti di quelli di Samotracia,  l'ultima delle
    quali, a occidente,  la citt che si chiama Mesambria.  A confine con
    questa  c'  la  citt  di Strima,  che appartiene a quei di Taso: tra
    queste due citt scorre in mezzo il fiume Liso, che allora non bast a
    fornire acqua per l'esercito di Serse  e  ne  fu  prosciugato.  Questa
    regione  anticamente  era  chiamata  Gallaica;  ora,  invece,   detta
    Briantica ma,  per dirla nel modo pi giusto,  anche questa appartiene
    ai Ciconi.

     109.  Attraversato il fiume Liso, col letto ormai prosciugato, pass
    oltre le citt greche di  Maronea,  Dicea  e  Abdera.  Pass,  dunque,
    accanto  a  queste citt e costeggi nelle loro vicinanze questi laghi
    famosi: l'Ismaride, che si trova tra Maronea e Strima e, nei pressi di
    Dicea,  il Bistonide,  nel quale si gettano due fiumi,  il Trano e  il
    Compsato.
    Nelle  vicinanze di Abdera Serse non incontr nessun lago famoso ma il
    fiume Nesto che sfocia in mare.  Lasciandosi  indietro  questi  paesi,
    oltrepass  le  citt  continentali dei Tasi: nel territorio di una di
    esse c' un lago,  che misura circa 30 stadi tutto intorno,  ricco  di
    pesci e con l'acqua molto salata: gli animali da soma,  che soli vi si
    dissetarono, bastarono a disseccarlo. La citt si chiama Pistiro.

     110. Lasciando sulla sua sinistra queste citt, che erano marinare e
    di origine greca,  Serse procedeva oltre,  e questi erano i popoli  di
    Tracia attraverso il cui territorio egli passava: i Peti,  i Ciconi, i
    Bistoni,  i Sapei,  i Dersei,  gli Edoni e i Satri.  Di  essi,  quanti
    abitavano  in  riva  al mare s'accompagnavano alla spedizione unendosi
    alla flotta; quelli, invece,  che vivevano all'interno e di cui ho gi
    dato  l'elenco,  militavano  tutti,  eccetto i Satri,  nella fanteria,
    costretti a viva forza.

     111. I Satri, per quanto ne sappiamo noi,  non furono mai soggetti a
    nessun uomo al mondo ma,  soli fra tutti i Traci, continuano ancora ai
    giorni nostri a vivere in piena libert: infatti abitano  alti  monti,
    coperti  di  boscaglie  d'ogni  genere  e  di neve,  e sono eccellenti
    nell'arte della guerra.  Sono essi che  possiedono  il  santuario  con
    l'oracolo  di  Dioniso,  santuario  che  si  trova  sulle  pi elevate
    montagne: fra i Satri sono i Bessi, gli interpreti dell'oracolo,  ma i
    responsi vengono pronunciati da una sacerdotessa (79), come a Delfi; e
    in modo per nulla pi complicato.

      112.  Lasciato indietro il paese suddetto,  Serse pass poi accanto
    alle fortezze dei Pieri: una si chiama  Fagre,  l'altra  Pergamo.  Qui
    egli marci proprio rasente alle piazzeforti,  avendo a mano destra il
    Pangeo, montagna vasta ed elevata,  in cui si trovano miniere di oro e
    di  argento,  che  vengono  sfruttate  dai  Pieri,  dagli  Odomanti  e
    soprattutto dai Satri.

     113. Passando oltre il paese dei Peoni, Doberi e Peopli,  che vivono
    al  di  l  del Pangeo,  in direzione del vento Borea,  Serse prosegu
    verso occidente,  finch giunse al fiume  Strimone  e  alla  citt  di
    Eione,  sulla quale governava, dato che era ancora in vita, quel Boge,
    del quale ho fatto menzione poco pi sopra.  Questa regione intorno al
    monte  Pangeo  si chiama Fillide e si protende,  a occidente,  fino al
    fiume Angite, che sbocca nello Strimone,  e dalla parte di mezzogiorno
    giunge fino allo Strimone stesso, nelle cui acque i Magi, per ottenere
    presagi  favorevoli,   sacrificarono,   sgozzandoli,   alcuni  cavalli
    bianchi.

     114.  Compiuto nel fiume quell'atto  propiziatorio,  e  molti  altri
    ancora nella localit chiamata "le nove vie degli Edoni", proseguirono
    la  marcia attraverso i ponti,  che trovarono gi costruiti fra le due
    rive dello Strimone.  Venuti a sapere che quel luogo si chiamava "Nove
    vie"  vi  seppellirono  vivi altrettanti fanciulli e fanciulle vergini
    degli indigeni.  E' da credere che sia costume  proprio  dei  Persiani
    quello  di sotterrare delle persone vive,  poich mi si dice che anche
    Amestri, la moglie di Serse, ormai avanti negli anni,  fece seppellire
    vivi  quattordici  fanciulli  persiani,  figli  di  illustri famiglie,
    volendo  con  tale  offerta  ingraziarsi  il  dio  che  si  dice   sia
    sottoterra.

     115. Quando, lasciato lo Strimone, riprese la sua marcia, l'esercito
    attravers una zona costiera che si protende verso occidente e dove si
    trova  la  citt  greca di Argilo: questa regione,  e quella a nord di
    essa,  si chiama Bisaltia.  Di l,  avendo alla sua sinistra il  golfo
    dominato  dal tempio di Posidone,  attravers la piana chiamata Silea,
    oltrepassando la citt greca di  Stagira,  finch  giunse  ad  Acanto.
    Nella  sua  scia  trascinava  tutti  questi  popoli e quelli che erano
    stanziati intorno al Pangeo,  allo stesso modo di quelli che pi sopra
    ho  elencato:  le  genti che abitavano lungo le coste militavano nella
    flotta,  quelle dell'interno seguivano tra le forze di  terra.  Questa
    via,  per la quale pass Serse con il suo esercito,  i Traci non osano
    n metterla sossopra,  n seminarvi,  ma fino ai tempi miei ancora  la
    rispettano con grande venerazione.

      116.  Non  appena  arriv ad Acanto,  Serse fece proclamare che gli
    abitanti della citt erano suoi ospiti,  fece loro dono di  una  veste
    quale  portano  i  Medi  e  non  finiva di elogiarli,  vedendoli pieni
    d'ardore per la guerra e udendo del loro zelo per lo scavo del canale.

     117. Mentre Serse soggiornava ad Acanto, venne a morire per malattia
    colui che aveva diretto i lavori dello scavo, Artacheo,  che presso il
    re godeva molta stima e apparteneva alla stirpe degli Achemenidi;  per
    statura era il pi alto dei Persiani (mancavano  quattro  dita  perch
    misurasse  cinque  cubiti  regi  [80] e aveva la voce pi possente del
    mondo.  Per questo,  Serse,  profondamente addolorato,  gli fece  fare
    splendidi  funerali e una magnifica sepoltura: tutto l'esercito lavor
    per erigere il tumulo sepolcrale.  A questo Artacheo gli  abitanti  di
    Acanto,  per  volere  d'un oracolo,  offrono sacrifici come a un eroe,
    invocandolo per nome. Il re Serse dunque,  per la perdita di Artacheo,
    rimase molto addolorato.

      118.  Quei  Greci  poi  che  dovevano  accogliere l'esercito (81) e
    offrire il pranzo a Serse erano ridotti all'estremo della miseria,  al
    punto da dover abbandonare addirittura le loro case (82): tanto  vero
    che ai cittadini di Taso,  dopo che, a nome delle loro citt che erano
    sul  continente,  ebbero  accolto  e  ospitato  l'esercito  di  Serse,
    Antipatro,  figlio di Orgeo, cittadino degno di stima quant'altri mai,
    e che proprio a questo era stato scelto,  dimostr che  per  il  pasto
    erano stati spesi 400 talenti d'argento.

      119.  Press'a  poco  alla stessa cifra giungevano anche nelle altre
    citt i conti che  presentavano  coloro  che  a  tale  incarico  erano
    preposti. Poich per il pasto, da molto tempo gi preordinato e cui si
    annetteva  grande  importanza,  le  cose si svolgevano cos.  Prima di
    tutto,  non appena udivano la voce degli araldi  che,  per  le  citt,
    annunciavano l'arrivo dell'esercito, nei vari luoghi i cittadini, dopo
    essersi tra loro diviso il grano,  lavoravano,  tutti, parecchi mesi a
    farne farina, tanto d'orzo che di grano; poi ingrassavano le pi belle
    bestie che trovavano a qualunque prezzo e nutrivano uccelli  terrestri
    e  palustri,  nei  cortili e negli stagni,  per accogliere l'esercito;
    quindi facevano preparare in oro e argento coppe e crateri e tutti gli
    altri oggetti che si pongono su una tavola. Questo,  naturalmente,  lo
    si faceva per il re in persona e per quelli che banchettavano con lui,
    perch   per   il   resto   dei  soldati  era  d'obbligo  soltanto  il
    vettovagliamento.
    Ogni volta che l'esercito arrivava in un luogo,  c'era sempre  rizzata
    una  tenda,  fornita  di  tutto,  nella  quale  soleva far tappa Serse
    stesso,  mentre il resto dell'esercito se ne stava a  cielo  scoperto.
    Quando  veniva  il  momento del pranzo,  quelli che davano ricevimento
    erano continuamente in faccende affaticati;  gli altri,  invece,  dopo
    essersi  ben  rimpinzati,  passavano l sul luogo la notte e il giorno
    dopo non se ne andavano,  di solito,  se non avevano prima smontato la
    tenda e fatto man bassa di tutte le suppellettili, senza lasciar nulla
    e tutto portando con s.

      120.  A  questo  proposito  si ebbe un'arguta battuta di spirito da
    parte di un cittadino di Abdera, Megacreonte, il quale consigliava gli
    Abderiti di recarsi in massa,  uomini  e  donne,  nei  loro  templi  e
    assidersi  col  come  supplici,   pregando  gli  di  che  anche  per
    l'avvenire allontanassero dal loro  capo  la  met  dei  mali  che  li
    minacciavano.  Quanto  poi  ai mali passati,  dovevano essere agli di
    molto riconoscenti che il re Serse non avesse l'abitudine di  prendere
    due  pasti  ogni  giorno:  perch  gli  Abderiti,  se fosse stato loro
    comandato di allestire anche il pasto di mezzogiorno alla  stregua  di
    quello  della  sera,  si  sarebbero  trovati  nella necessit o di non
    attendere l'arrivo di Serse,  o,  se  l'avessero  aspettato,  rimanere
    sfiniti  nel  modo pi misero che si potesse immaginare.  Essi,  per,
    nonostante ne sentissero il peso,  tuttavia eseguivano ci che  veniva
    loro comandato.

     121. Ad Acanto Serse conged da s la flotta, dopo aver impartito ai
    capitani  delle  navi  l'ordine  di aspettarlo a Terme (la citt che 
    situata nel Golfo Termaico e dalla quale  questo  golfo  ha  preso  il
    nome); poich sapeva che di l passa la via pi breve. Fino ad Acanto,
    infatti,  a partire da Dorisco,  il corpo di spedizione aveva marciato
    disposto in quest'ordine.
    Serse,  ripartite in tre colonne tutte le forze di terra,  ordin  che
    una  di esse costeggiasse la riva del mare,  a contatto con la flotta;
    suoi comandanti erano Mardonio e Masiste;  un'altra delle tre colonne,
    al  comando  di  Tritantecme  e  Gergi,  aveva  l'ordine  di  avanzare
    tenendosi nell'entroterra; la terza colonna, alla quale s'accompagnava
    lo stesso Serse,  marciava in  mezzo  alle  altre  due  e  aveva  come
    generali Smerdomene e Megabizo.

      122.  Orbene,  la flotta quando fu lasciata libera da Serse ed ebbe
    attraversato il canale scavato ai piedi dell'Atos e che immetteva  nel
    golfo dove si trovano le citt di Assa,  Piloro,  Singo e Sarte,  dopo
    aver rilevato dei contingenti di truppa  dalle  suddette  citt,  fece
    rotta  senz'altro  a vele spiegate verso il Golfo Termaico.  Doppiato,
    quindi, l'Ampelo, che  un promontorio di Torone,  oltrepass le citt
    greche di Torone,  Galepso,  Sermila,  Meciberna e Olinto, dalle quali
    prelev navi e soldati: questa regione si chiama Sitonia.

      123.  Sicch  la  flotta  di  Serse,  tagliando  diritto  (83)  dal
    promontorio  Ampelo  al Capo di Canastro (il punto che pi si protende
    in mare di tutto il paese di Pallene),  in seguito  prese  su  navi  e
    milizie  da  Potidea,  da Afiti,  da Napoli,  da Ege,  da Terambo,  da
    Scione,  da Mende e da  Sane:  sono  queste,  infatti,  le  citt  che
    popolano  il  paese che ora si chiama Pallene,  mentre prima era detto
    Flegra.  Costeggiando anche questa regione,  fece vela verso il  luogo
    precedentemente  stabilito,   imbarcando  soldati  anche  dalle  citt
    limitrofe a Pallene e confinanti con il Golfo  Termaico,  i  cui  nomi
    sono: Lipasso,  Combrea, Lise, Gigono, Campsa, Smila ed Enea: il paese
    cui queste citt appartengono ancora  adesso  si  chiama  Crossea.  Da
    Enea,  l'ultima  delle  citt da me elencate,  veleggiando,  la flotta
    s'addentrava ormai nel Golfo stesso di Terme,  e  verso  la  Migdonia;
    quindi,   proseguendo  la  navigazione,   giunse  a  Terme  (obiettivo
    prestabilito),  alla citt di Sindo e a Calestre,  situata sulle  rive
    del  fiume  Assio  che  segna il confine fra la Migdonia e la Bottiea,
    nella cui zona costiera, localit poco estesa,  si trovano le citt di
    Icne e di Pella.

      124.  Ordunque la flotta,  in quel luogo,  presso la foce del fiume
    Isso,  davanti alla citt di Terme e alle altre citt che ci  sono  in
    mezzo, si mise all'ancora in attesa che giungesse il re.
    Serse,  intanto,  partito  da  Acanto con l'esercito di terra avanzava
    aprendosi il cammino nell'interno del paese,  nell'intento di arrivare
    a Terme.  Pass,  quindi,  attraverso la Peonia e la Crestonia fino al
    fiume Chedoro,  il quale,  sgorgando dal paese  dei  Crestoni,  scorre
    attraverso  la Migdonia e va a portare le sue acque alla palude che si
    allarga presso il fiume Assio.

     125. Mentre il re passava per questi luoghi,  dei leoni assalirono i
    cammelli  che  nel suo esercito portavano i viveri: calando,  infatti,
    dalle  alture  di  notte  e  lasciando  le  loro  tane,  i  leoni  non
    molestavano nessun altro,  n bestie da soma,  n uomini,  ma facevano
    strage soltanto di cammelli.  Io me ne  domando  stupito  la  ragione;
    quale  mai fosse la causa che spingeva i leoni a risparmiare gli altri
    esseri viventi e attaccare i cammelli,  bestie  che  non  avevano  mai
    viste, n gustate mai prima di allora.

      126.  In questi paesi ci sono,  oltre a numerosi leoni,  anche buoi
    selvatici,  le cui corna lunghissime sono quelle che vengono importate
    in  Grecia.  La zona entro cui si trovano i leoni  limitata dal fiume
    Nesto, che attraversa il territorio di Abdera, e l'Acheloo, che scorre
    attraverso l'Acarnania: infatti,  in nessun luogo  di  tutta  l'Europa
    anteriore,  ad oriente del Nesto,  si pu vedere un leone, n in tutto
    il resto del  continente  a  occidente  dell'Acheloo;  invece,  se  ne
    trovano nel paese che si stende tra questi due fiumi.

       127.   Giunto  a  Terme,   Serse  vi  fece  attendare  l'esercito:
    l'accampamento delle sue truppe si stendeva lungo tutta  la  riva  del
    mare,  a  cominciare  dalla  citt di Terme e dalla Migdonia,  fino ai
    fiumi Lidio e Aliacmone i quali,  fondendo le loro acque in uno stesso
    letto,  segnano  il  confine  fra  la Bottiea e la Macedonide (84).  I
    Barbari, dunque,  posero il campo in queste localit;  e dei fiumi che
    sopra  ho ricordato solo il Chedoro,  che scorre dalla Crestonia,  non
    bast a fornire da bere ai soldati e rimase all'asciutto.

     128.  Serse,  che da Terme vedeva levarsi imponenti  i  monti  della
    Tessaglia,  l'Olimpo e l'Ossa, ed era informato che, in mezzo ad essi,
    c'era una valle stretta, dove scorre il Peneo,  udendo che di l c'era
    una strada che portava in Tessaglia,  ebbe voglia di andare per mare a
    vedere la foce del Peneo;  poich egli aveva  intenzione  di  condurre
    l'esercito,  per  la  via  dell'interno (85),  attraverso il paese dei
    Macedoni che abitano le alture,  e giungere alla regione dei  Perrebi,
    presso la citt di Gonno: dato che la via,  da quella parte,  a quanto
    gli si diceva,  era la pi sicura.  Tosto,  come ebbe desiderio,  cos
    fece.  Salito  su  una  nave sidonia,  sulla quale si imbarcava sempre
    quando voleva in tal modo dislocarsi,  diede ordine anche  agli  altri
    comandanti  di  prendere  il  largo,  lasciando  dov'era l'esercito di
    terra. Quando giunse sul luogo e contempl lo sbocco del Peneo,  Serse
    si  sent  preso  di  grande meraviglia e,  chiamate a s le guide del
    luogo,  chiese loro se fosse possibile,  deviando il corso del  fiume,
    farlo sfociare in mare da qualche altra parte.

      129.  Racconta  la  leggenda che la Tessaglia un tempo era un lago,
    tutta rinchiusa com' da ogni parte da monti altissimi: infatti, nella
    parte che  volta all'aurora formano barriera il monte Pelio e l'Ossa,
    le cui pendici si congiungono tra loro;  nella parte  dove  soffia  il
    vento Borea c' l'Olimpo;  a occidente,  il Pindo;  a mezzogiorno,  l
    dove spira il vento Noto,  c' l'Otri.  Ci che c' in mezzo ai  monti
    sopra nominati  la Tessaglia, paese tutto valle. Di modo che, siccome
    molti  fiumi  vanno  a  confluire  in  essa  (i cinque pi famosi sono
    questi: il Peneo, l'Apidano l'Onocono,  l'Enipeo e il Pamiso),  questi
    fiumi che, sgorgando dai monti che cingono la Tessaglia, si raccolgono
    in  questo  luogo  piano,  ciascuno  con  il  proprio nome,  hanno via
    d'uscita verso il mare attraverso una sola gola e per di pi  stretta,
    nella  quale  prima  mescolano tutte le loro acque: dal momento che le
    acque si sono mescolate,  subito il Peneo con il suo  nome  prende  il
    sopravvento e fa s che gli altri non abbiano pi nome.
    Si  racconta  che  in  antico,  quando  ancora non c'era la gola e non
    esisteva questa via d'uscita, i fiumi sopra nominati e, oltre ad essi,
    il lago Bebiade,  pur non chiamandosi con i nomi d'ora,  tuttavia  non
    meno d'ora scorrevano nel paese e con le loro acque facevano s che la
    Tessaglia  fosse  tutta  un  mare.  Orbene,  a quanto i Tessali stessi
    raccontano,  sarebbe stato Posidone ad aprire la  gola  attraverso  la
    quale  scorre  il Peneo e ci che dicono  anche verosimile: chiunque,
    infatti,   convinto che sia Posidone a scuotere la  terra  e  che  le
    spaccature prodotte dal terremoto siano opera di questo dio,  potrebbe
    benissimo dire al vedere quello che c' l, che quella pure  opera di
    Posidone;  poich (a me almeno pareva) quella fenditura  dei  monti  
    l'effetto d'un terremoto.

      130.  Orbene,  quando Serse chiese alle guide del paese se ci fosse
    per il Peneo qualche altra via di sbocco al  mare,  essi,  conoscitori
    esperti, risposero: O re, questo fiume non ha altra via di uscita che
    giunga  fino  al  mare:  solo  questa  poich  la  Tessaglia  tutta  
    circondata da una corona  di  monti.  Al  che  si  dice  Serse  abbia
    replicato: Prudenti, davvero, sono i Tessali. Per questo, dunque, gi
    da  tempo  hanno  preso  precauzioni,  cambiando il loro atteggiamento
    (86);  tra l'altro,  anche perch abitano un  paese  che    facile  a
    prendersi e di rapida conquista.
    Infatti,  ci  sarebbe  da  fare  solo  una cosa: convogliare il fiume
    contro il loro paese,  facendolo rifluire dalla gola per mezzo di  una
    diga  e  deviandolo dal suo corso attuale,  perch tutta la Tessaglia,
    entro la cerchia dei suoi monti, ne rimanga sommersa.
    Questo egli diceva riferendosi  agli  Aleuadi,  perch,  primi  fra  i
    Greci, essi che erano Tessali, s'erano dati al re e Serse era convinto
    che  gli  Aleuadi gli promettessero amicizia a nome di tutto il popolo
    di Tessaglia.
    Dopo aver cos parlato e dopo essersi  goduto  lo  spettacolo,  se  ne
    torn, veleggiando, a Terme.

     131.  Serse pass parecchi giorni nella Pieria (87); poich un terzo
    delle sue truppe era impiegato a diboscare  le  montagne  macedoniche,
    affinch  per  quella via potesse passare tutto l'esercito e penetrare
    nel paese dei  Perrebi.  Intanto  gli  araldi,  mandati  in  Grecia  a
    chiedere l'omaggio della terra,  erano ritornati, alcuni a mani vuote,
    altri portando terra e acqua.

     132.  Tra quelli che avevano  dato  questi  segni  di  sottomissione
    c'erano: i Tessali (88),  i Dolopi,  gli Eniani, i Perrebi, i Locresi,
    gli abitanti di Magnesia, del Golfo Maliaco, gli Achei della Ftiotide,
    i Tebani e gli altri Beoti eccetto  quelli  di  Tespie  e  di  Platea.
    Contro  costoro,  i Greci che affrontavano la guerra contro il Barbaro
    si legarono con un giuramento la cui formula era questa: tutti  coloro
    che,  essendo  Greci,  si  sono dati al Persiano,  senza esservi stati
    costretti con la  forza,  quando  la  situazione  in  Grecia  si  sar
    opportunamente ristabilita,  dovranno versare la decima parte dei loro
    beni al dio di Delfi.  Cos era concepito il  giuramento  con  cui  si
    vincolavano i Greci.

      133.  Ad Atene e a Sparta Serse non aveva mandato araldi a chiedere
    l'omaggio della terra per questa ragione: quando, m precedenza,  ve li
    aveva  mandati  Dario,  a  questo  stesso scopo,  gli Ateniesi avevano
    scaraventato i messi nel "baratro" (89)  e  gli  Spartani  li  avevano
    scaraventati in un pozzo, ordinando loro di prendervi terra e acqua da
    portare al re. Per tale motivo Serse non aveva pi mandato a rinnovare
    la richiesta. Quale dolorosa conseguenza sia toccata agli Ateniesi per
    aver trattato cos male degli araldi,  non saprei dire;  se non che il
    loro paese e la loro citt furono messi a ferro e fuoco;  ma non credo
    che ci sia avvenuto per questo.

     134.  Sugli Spartani, invece, si sfog l'ira di Taltibio l'araldo di
    Agamennone. C' effettivamente in Sparta un santuario di Taltibio,  ci
    sono anche dei suoi discendenti chiamati appunto Taltibiadi,  cui sono
    affidate come prerogativa tutte le ambascerie inviate da Sparta.
    Ma in  seguito  all'incidente  sopra  riferito,  quando  gli  Spartani
    facevano sacrifici non riuscivano pi ad avere buoni auspici. E questo
    stato  di  cose per loro dur a lungo.  Addolorati e preoccupati,  gli
    Spartani,  convocata spesso l'assemblea generale,  facevano  richiesta
    per  bocca  dell'araldo  se qualcuno di Sparta si offrisse di morire a
    favore della sua patria: finalmente Spertia,  figlio  di  Aneristo,  e
    Buli  figlio di Nicolao,  spartiati di illustre famiglia e tra i primi
    per beni di fortuna, spontaneamente si assunsero di dare soddisfazione
    a Serse per gli araldi che erano  stati  uccisi  a  Sparta.  Cos  gli
    Spartani  mandarono  ai Medi costoro,  convinti che sarebbero andati a
    morte.

     135.  Degna d'ammirazione ,  certo,  la  forza  d'animo  di  questi
    uomini,  ma,  oltre a ci, merita lode il linguaggio che tennero nella
    seguente circostanza.  Mentre si recavano a  Susa,  arrivarono  presso
    Idarne,  che  era  di  origine persiana,  ma comandava le truppe delle
    regioni  costiere  dell'Asia:  costui  li  accolse  offrendo  loro  un
    banchetto  ospitale  e mentre erano a tavola fece loro questa domanda:
    Perch mai, o Spartani, voi rifuggite cos dal legarvi d'amicizia con
    il re?  Guardando  a  me  e  alla  mia  attuale  fortuna,  voi  potete
    constatare come sappia il re onorare gli uomini per bene. Cos sarebbe
    anche per voi,  se voleste darvi al re (presso di lui,  infatti, avete
    fama di essere uomini di valore);  ciascuno di voi avrebbe un  comando
    in  Grecia,  che  il  re  gli  affiderebbe.  A  queste  proposte essi
    risposero cos: O Idarne, il consiglio che rivolgi a noi non parte da
    un'uguale esperienza di ambedue  le  condizioni:  tu  parli  per  aver
    provata una delle due cose, ma dell'altra sei inesperto: sai, infatti,
    che  cosa  significhi  essere schiavo,  ma la libert non l'hai ancora
    provata: non sai se sia dolce  o  no.  Poich,  se  soltanto  l'avessi
    gustata,  non  solo  con  le  lance  ci  consiglieresti di lottare per
    difenderla, ma anche con le scuri.  Questa fu la risposta che diedero
    a Idarne.

     136.  Quando poi, di l, arrivarono su a Susa e giunsero in cospetto
    del re, per prima cosa,  nonostante le guardie ordinassero loro,  anzi
    li  volessero  costringere  a  prosternarsi  davanti al re e adorarlo,
    dichiararono che mai l'avrebbero fatto,  neppure se a forza  si  fosse
    sbattuto  loro  il  capo per terra: non era loro abitudine,  dicevano,
    adorare un uomo e non era per questo che erano  venuti.  Quindi,  dopo
    aver rifiutato tale gesto di ossequio, rivolsero al re queste e simili
    parole: O re dei Medi, gli Spartani ci hanno mandato a espiare a nome
    loro la colpa per gli araldi che sono stati uccisi a Sparta.
    A  questa  loro affermazione,  Serse con grandezza d'animo rispose che
    non avrebbe imitato gli Spartani: quelli infatti,  avevano  violato  i
    diritti riconosciuti da tutti gli uomini con l'uccisione degli araldi,
    ma  egli  non avrebbe commesso il delitto che rinfacciava a loro e non
    avrebbe liberato gli Spartani dalla colpa,  uccidendo egli  pure,  per
    rappresaglia, quelli che aveva davanti.

      137.  Cos,  per questo gesto degli Spartani,  nonostante Spertia e
    Buli fossero ritornati alla loro citt,  si calm per  il  momento  il
    corruccio  di  Taltibio.  Ma  molto  tempo  dopo,  a quanto dicono gli
    Spartani,   esso  si  risvegli  di  nuovo,   durante  la  guerra  fra
    Peloponnesiaci  e  Ateniesi.  E  mi  pare  che  in  questo caso si sia
    manifestato l'intervento divino con la massima evidenza. Infatti,  che
    il  risentimento  di Taltibio si sia sfogato contro degli araldi e non
    abbia avuto pace se non dopo aver ottenuta soddisfazione,  era secondo
    le leggi di giustizia, ma che la sua vendetta si sia abbattuta proprio
    sui figli di quegli uomini che, per placarne l'ira, s'erano recati dal
    re, e cio sopra Nicolao, figlio di Buli e Aneristo, figlio di Spertia
    (colui  che  aveva conquistato la citt di Aliea [90],  i cui abitanti
    venivano da Tirinto,  essendoci approdato con una nave da carico piena
    di soldati),   chiaro per me che fu una prova manifesta della volont
    divina.  Essi,  infatti,  mandati dagli Spartani come ambasciatori  in
    Asia,  traditi  da  Sitalce,  figlio  di  Tereo,  re  di  Tracia  e da
    Ninfodoro, figlio di Pitea, cittadino di Abdera,  furono catturati nei
    pressi di Bisante,  sull'Ellesponto e, portati in Attica, furono dagli
    Ateniesi mandati a morte,  insieme con  Aristea,  figlio  di  Adimanto
    cittadino  di  Corinto.  Ma  tutto ci accadde molti anni dopo (91) la
    spedizione del re: ritorno ora al mio primitivo racconto.

     138.  La spedizione militare condotta da Serse a parole  moveva  per
    punire Atene,  ma in realt era una minaccia contro la Grecia tutta; e
    i Greci,  che  gi  da  molto  tempo  ne  avevano  notizia,  ne  erano
    impressionati,  non tutti allo stesso modo.  C'erano,  infatti, quelli
    che,  avendo offerto terra e acqua al Persiano,  erano sicuri  di  non
    dover  subire  danno  alcuno  da parte dei Barbari ma ce n'erano altri
    che,  non avendo fatto tale gesto di sottomissione,  si  trovavano  in
    grande timore, perch non c'erano in Grecia navi in numero sufficiente
    per resistere all'invasore; e la massa nelle varie citt non intendeva
    partecipare alla guerra, anzi piuttosto era favorevole ai Medi.

     139.  A questo punto mi sento in obbligo di esprimere un parere, che
    mi render malvisto alla maggior parte degli  uomini;  ma,  poich  mi
    pare  che  corrisponda  a  verit,  non  mi asterr dal farlo.  Se gli
    Ateniesi,   spaventati  dal  pericolo  che  li  minacciava,   avessero
    abbandonato  la  loro  citt  o,  anche non abbandonandola e restando,
    invece, sul posto, si fossero arresi a Serse,  nessuno avrebbe tentato
    di opporsi al re sul mare;  e se per mare nessuno l'avesse affrontato,
    sul continente si sarebbe verificata questa situazione. Anche se molti
    baluardi di mura fossero stati elevati dai  Peloponnesiaci  attraverso
    l'istmo,  gli  Spartani,  abbandonati  dai  loro alleati (non certo di
    buona voglia,  ma perch costretti dalla  necessit,  quando  le  loro
    citt  venivano  conquistate  a  una  a una dalla flotta dei Barbari),
    sarebbero rimasti isolati e, da soli, anche dopo aver compiuto prodigi
    di valore, avrebbero avuto una morte gloriosa. Questa sarebbe stata la
    loro sorte oppure, prima di giungere a tanto,  vedendo anche gli altri
    Greci  corteggiare  i Barbari,  sarebbero venuti a patti con Serse.  E
    cos, sia in un caso sia nell'altro,  la Grecia sarebbe stata in bala
    dei Persiani; poich non riesco a capire quale sarebbe stata l'utilit
    delle  mura gettate attraverso l'Istmo,  se il re aveva il dominio del
    mare.  Orbene,  chi dicesse che gli Ateniesi furono i salvatori  della
    Grecia,  non  sarebbe  lontano  dal vero: poich,  a qualunque dei due
    partiti essi si fossero volti,  da quella parte doveva  traboccare  la
    bilancia;  quindi,  avendo  preferito  che  la Grecia sopravvivesse in
    libert, fatta questa scelta,  furono essi che svegliarono dal torpore
    tutti gli altri Greci che non tenevano per i Medi;  essi, dopo gli di
    naturalmente, che ricacciarono il re.  Nemmeno i tremendi vaticini che
    giungevano da Delfi e che dovevano gettarli nel terrore,  li indussero
    ad abbandonare la Grecia al suo destino ma, rimanendo saldi dov'erano,
    osarono sostenere l'impeto del nemico che invadeva il loro territorio.

     140. Infatti gli Ateniesi, mandati degli incaricati a Delfi, avevano
    voluto consultare l'oracolo;  quando,  compiute le cerimonie  consuete
    entro  il  sacro recinto,  entrati nel sacrario,  vi si sedettero,  la
    Pizia, che si chiamava Aristonice, pronunci questo oracolo:
    "O sventurati, perch ve ne state qui seduti? Lascia le tue case e le
    alte cime (92) della tua  citt  dalla  rotonda  cinta  e  fuggi  agli
    estremi limiti del mondo!  Poich n il capo (93) rimane pi saldo, n
    il corpo, n le estremit dei piedi, n le mani, n rimane alcunch in
    mezzo; solo rovina c'.  Infatti la distrugge l'incendio e l'impetuoso
    Ares  che  guida  un cocchio siriaco (95).  Anche molte altre fortezze
    roviner,  non soltanto la tua;  e al  fuoco  distruttore  dar  molti
    templi  di  immortali,  che  gi  ora  si  ergono imperlati di sudore,
    tremanti di paura mentre dagli eccelsi  fastigi  gronda  sangue  nero,
    presagio di inevitabile sventura.  Suvvia andatevene dal sacrario e ai
    mali opponete il coraggio dell'animo vostro".

      141.   All'udir  queste  parole,   gli  inviati  di  Atene   furono
    profondamente  addolorati  ma,  mentre  erano avviliti per il disastro
    predetto  dall'oracolo,  Timone,  figlio  di  Androbulo,   che  fra  i
    cittadini  di  Delfi  era  stimato  quant'altri  mai,  sugger loro di
    prendere in mano dei rami di ulivo (96)  e  presentarsi  di  nuovo  in
    veste  di  supplici  a  chiedere un altro responso.  Accettando questo
    consiglio, gli Ateniesi dissero: O signore,  mandaci qualche risposta
    pi  propizia per la patria nostra,  avendo riguardo di questi rami da
    supplicanti con i quali siamo venuti a pregarti;  altrimenti,  non  ci
    allontaneremo dal sacrario,  ma rimarremo qui,  in questo luogo,  fino
    alla nostra morte.  Mentre cos pregavano,  la profetessa diede  loro
    questo  secondo  oracolo:  "Pallade (97) non pu affatto piegare Zeus
    Olimpio, pure ricorrendo a molte preghiere e al'accorta saggezza; ma a
    te io dar questo nuovo responso saldo come acciaio. Quando sar preso
    tutto quello che  racchiuso fra il colle di Cecrope  (98)  e  l'antro
    del divino (99) Citerone,  l'onniveggente Zeus concede alla Tritogenia
    (100) che solo il muro di legno sia inespugnabile; questo salver te e
    i tuoi figli. E non aspettare inerte la cavalleria e le forze di terra
    che arrivano in massa dal continente;  ma ritrati voltando le spalle:
    verr  ancora  il  tempo che potrai restare in campo a viso aperto.  O
    divina Salamina, darai morte tu a figli di donne,  o quando il dono di
    Demetra (101) si disperde, o quando si raccoglie".

      142.  Poich  queste  parole sembravano agli invitati,  ed erano in
    realt, meno dure delle precedenti, essi,  dopo averle trascritte,  se
    ne tornarono ad Atene.  Quando, rientrati in citt, riferirono la cosa
    all'assemblea del popolo,  molte furono  le  opinioni  di  coloro  che
    volevano  penetrare  il  significato dell'oracolo e queste pi che mai
    discordanti fra loro: alcuni dei pi vecchi sostenevano  che,  secondo
    loro,  il dio aveva predetto che si sarebbe salvata l'acropoli, perch
    in antico l'acropoli di Atene era rafforzata con una palizzata.  Essi,
    quindi,  arguivano  che  quello fosse il "muro di legno" dell'oracolo;
    altri,  a loro volta,  sostenevano che il dio intendeva riferirsi alla
    flotta  e  consigliavano  di  allestire navi,  lasciando da parte ogni
    altra cosa.
    Quelli per che identificavano le navi  con  il  "muro  di  legno"  si
    trovavano in imbarazzo per i due ultimi versi pronunciati dalla Pizia:
    "O divina Salamina,  darai morte tu a figli di donne, o quando il dono
    di Demetra si disperde, o quando si raccoglie".
    Riguardo a queste parole erano  perplessi  gli  animi  di  quelli  che
    sostenevano  che  il  "muro  di  legno"  erano  le  navi.  Poich  gli
    interpreti ufficiali le intendevano nel  senso  che,  se  i  Greci  si
    preparavano  ad  affrontare  una battaglia navale,  intorno a Salamina
    sarebbero stati sconfitti.

     143. C'era, per,  in Atene un cittadino,  che da poco era giunto in
    primo  piano: il suo nome era Temistocle,  ma comunemente era chiamato
    il figlio di Neocle.  Quest'uomo  sosteneva  che  gli  interpreti  non
    vedevano  al tutto giusto e argomentava cos: se veramente la profezia
    fosse stata rivolta agli Ateniesi,  a suo parere,  il dio non  avrebbe
    usato  una  parola cos bella,  ma avrebbe detto: "O crudele Salamina"
    anzich: "O  divina  Salamina",  se  davvero  nelle  acque  dell'isola
    dovevano trovare la morte i suoi abitanti;  invece, per chi rettamente
    lo intendeva,  quel vaticinio era stato dal dio pronunciato  contro  i
    nemici, non gi contro gli Ateniesi.
    Li incitava, quindi, a fare i preparativi per affrontare una battaglia
    sulle navi,  poich proprio quelle erano il "muro di legno".  Tale era
    la spiegazione di Temistocle e gli Ateniesi la ritennero di gran lunga
    preferibile a quella degli interpreti,  i quali non  volevano  che  si
    pensasse  a  un combattimento navale e,  per dirla in una parola,  che
    nemmeno s'abbozzasse una resistenza,  ma consigliavano di  abbandonare
    l'Attica per stabilirsi in un altro paese.

     144.  Un'altra volta,  prima di questa (102) circostanza, il modo di
    pensare di Temistocle s'era  imposto  al  momento  opportuno  e  aveva
    trionfato;  quando gli Ateniesi,  affluendo nel pubblico erario enormi
    ricchezze,  che venivano loro dalle miniere del Laurio (103),  stavano
    per  ricevere individualmente dieci dramme a testa,  allora Temistocle
    era riuscito a persuadere il popolo  in  modo  che,  rinunciando  alla
    ripartizione degli utili, con quel denaro provvedesse alla costruzione
    di  200  navi da usare per la guerra,  intendendo quella contro Egina.
    Sicch la guerra scoppiata allora risult di salvezza per  la  Grecia,
    poich aveva costretto gli Ateniesi a interessarsi del mare; e fu cos
    che le navi,  non utilizzate allo scopo per cui erano state costruite,
    furono pronte al momento opportuno per la difesa dell'Ellade.
    Queste navi, dunque, in precedenza allestite, erano gi a disposizione
    degli  Ateniesi;   altre  ancora  bisognava   aggiungerne   di   nuova
    costruzione.   In  un'assemblea,   convocata  dopo  aver  ricevuto  il
    responso, stabilirono, in ossequio alla volont del dio,  di imbarcare
    tutte le loro forze sulle navi e, con l'appoggio di quelli fra i Greci
    che  l'avessero  voluto,  opporsi  sul  mare  al  Barbaro  che  moveva
    minaccioso contro la Grecia. Questi,  dunque,  erano stati gli oracoli
    ricevuti dagli Ateniesi.

     145.  Convenuti, quindi, nel medesimo luogo (104) quelli fra i Greci
    che erano animati dai  migliori  propositi  verso  la  Grecia  stessa,
    consultatisi  e  scambiatisi pegni di reciproca fedelt,  allora,  nel
    corso di una deliberazione,  stabilirono che la prima cosa da fare era
    di  por  fine alle inimicizie e alle guerre,  che li mettevano gli uni
    contro gli altri.
    Ce n'erano, infatti,  gi di avviate tra vari altri popoli,  ma la pi
    grave  di  tutte  era la guerra fra Atene ed Egina.  In secondo luogo,
    avendo saputo che Serse con l'esercito si trovava a Sardi, decisero di
    mandare in Asia delle spie a constatare quali  fossero  le  condizioni
    del  re;  di  inviare ambasciatori ad Argo,  per stringere un patto di
    alleanza contro la Persia;  altri ambasciatori  mandarli  in  Sicilia,
    presso Gelone,  figlio di Dinomene e a Corcira, per esortarli a venire
    in soccorso della Grecia;  altri ancora a Creta,  con il proposito  di
    vedere se mai di tutto il mondo greco si poteva fare un solo blocco e,
    accordatisi,  tutti  avrebbero agito con unit di intenti,  rendendosi
    conto che gravi pericoli minacciavano i Greci tutti allo stesso modo.
    I tesori di Gelone,  poi,  si diceva che fossero immensi di gran lunga
    maggiori di quelli d'ogni altro popolo greco.

      146.  Quand'ebbero  preso  queste  decisioni  e  sistemato  in  via
    amichevole le varie divergenze,  per prima cosa mandarono in Asia  tre
    spie.  Giunti costoro a Sardi, presero visione degli armamenti del re;
    ma,  siccome furono scoperti,  torturati dai generali delle truppe  di
    terra,  venivano  tratti in arresto in attesa di essere messi a morte;
    poich la morte appunto era stata per loro decretata. Sennonch Serse,
    quando lo venne a sapere,  disapprovando la  decisione  dei  generali,
    mand  alcuni  della  sua  guardia  del  corpo  con  l'ordine che,  se
    trovavano le spie ancora in vita,  le conducessero alla sua  presenza.
    Effettivamente,  li  trovarono ancora vivi e li condussero al cospetto
    del re,  il quale,  informatosi dei motivi per i quali  erano  venuti,
    diede ordine alle sue guardie di condurli in giro e mostrar loro tutta
    la   fanteria  e  la  cavalleria;   quando  fossero  stati  pienamente
    soddisfatti di ci che avevano veduto,  li  lasciassero  pure  andare,
    sani e salvi, dove volevano.

     147.  Impartendo questi ordini,  egli ne aggiungeva anche il motivo,
    che era questo: se quegli osservatori morivano,  i Greci non avrebbero
    avuto  in  precedenza  notizia che le sue forze erano superiori a ogni
    descrizione;  ai nemici,  d'altra parte,  non si faceva un gran danno,
    mandando a morte tre dei loro uomini.  Se,  invece,  egli diceva, essi
    ritornavano in patria, a suo modo di vedere, i Greci informati a pieno
    della sua efficienza,  prima ancora che la spedizione si  mettesse  in
    marcia,  gli  avrebbero fatto dono della loro libert e cos non c'era
    nemmeno bisogno di prendersi la fatica di  marciare  contro  di  loro.
    Questa   sua  decisione  assomiglia  a  quella  presa  in  quest'altra
    occasione: mentre si trovava  ad  Abido,  Serse  vide  delle  navi  da
    trasporto   che,    venendo   dal   Ponto,   veleggiavano   attraverso
    l'Ellesponto,  dirette verso  Egina  e  il  Peloponneso.  Orbene,  gli
    ufficiali  che  gli  stavano  intorno,  come  seppero  che  erano navi
    nemiche,  si disponevano a catturarle,  e,  con gli occhi fissi al re,
    aspettavano che ne desse il comando.  Serse chiese loro dove mai erano
    dirette quelle navi  ed  essi  risposero:  Verso  i  tuoi  nemici,  o
    Signore,  a portar loro grano. Ebbene replic egli non siamo forse
    anche noi diretti col dove vanno costoro,  e siamo carichi,  oltre il
    resto,  anche  di  grano?  Dunque,  che  ci fanno di male costoro,  se
    portano viveri per noi?

     148. Fu cos, dunque,  che gli osservatori,  dopo aver fatto la loro
    ricognizione ed essere stati congedati, se ne tornarono in Europa.
    Frattanto,  i  Greci che s'erano tra loro legati con giuramento contro
    il Persiano,  dopo aver mandato in Asia le spie inviarono ambasciatori
    ad Argo. Ed ecco, a quanto dicono gli Argivi, come si sarebbero svolte
    le cose che li riguardavano.
    Subito,  fin da principio,  erano venuti a conoscere i preparativi che
    il re faceva contro la Grecia e, avendolo saputo, convinti che i Greci
    si sarebbero dati da fare per attirarli nella lotta contro i Persiani,
    avevano mandato degli incaricati a Delfi per  chiedere  al  dio  quale
    potesse  essere  per  loro  il  partito  migliore.  Poco  prima (105),
    infatti,  essi avevano perduto 6000 dei loro,  uccisi dagli Spartani e
    da Cleomene, figlio di Anassandrida e appunto per questo (106) avevano
    mandato a interrogare l'oracolo.  La Pizia, alla loro domanda, avrebbe
    risposto cos: "O tu che sei in odio ai  vicini,  ma  caro  agli  di
    immortali;  dentro casa,  tenendo pronta la lancia, siedi in guardia e
    proteggiti il capo, poich il capo salver il corpo" (107).
    Questo avrebbe risposto la Pizia prima che venissero gli ambasciatori:
    poi questi erano  arrivati  ad  Argo  e,  presentatisi  al  consiglio,
    avevano  esposto  quanto  avevano ordine di dire.  Alle loro parole fu
    risposto: gli Argivi erano pronti a fare quello che loro  si  chiedeva
    se,  per,  stipulata  con  gli  Spartani  una  tregua  di trent'anni,
    avessero ottenuto il comando di met delle forze alleate;  a  dire  il
    vero,  secondo  giustizia (108) toccava a loro il comando supremo,  ma
    tuttavia s'accontentavano anche d'averlo per met.

     149.  In questo senso,  dicono,  aveva allora risposto  l'assemblea,
    nonostante  l'oracolo sconsigliasse di stringere alleanza con i Greci:
    essi si preoccupavano di ottenere una tregua trentennale,  per  quanto
    temessero  l'ira del dio,  perch i loro figli avessero modo,  durante
    questi anni, di diventare adulti; nel caso, invece,  che la tregua non
    si  potesse  concludere,  badavano  di non dover per l'avvenire cadere
    sotto il dominio di Sparta,  come sarebbe avvenuto se,  oltre a quello
    che  avevano  gi  subto,  li  avesse colpiti un altro rovescio nella
    guerra contro i Persiani.
    Orbene, quelli fra gli ambasciatori che venivano da Sparta,  di fronte
    a  tale  dichiarazione  dell'assemblea,  avrebbero  risposto in questi
    termini: per quello che riguardava la tregua,  avrebbero  riferito  al
    popolo; ma per il supremo comando avevano ordine di rispondere, ed era
    quello  che  facevano:  che essi avevano due re,  mentre gli Argivi ne
    avevano uno: non era,  dunque,  possibile privare del comando uno  dei
    due  re  di  Sparta;  ma nulla impediva che il re di Argo avesse ugual
    diritto di voto insieme con i loro due.  Fu cos,  dicono gli  Argivi,
    che  essi  non avevano potuto adattarsi all'arroganza degli Spartiati,
    ma avevano preferito essere soggetti ai Barbari,  piuttosto che cedere
    alle imposizioni degli Spartani.  Imposero,  quindi, agli ambasciatori
    di allontanarsi prima del tramonto del sole dal  territorio  di  Argo,
    altrimenti li avrebbero trattati come nemici.

     150. Questo  quanto sull'argomento raccontano gli Argivi stessi, ma
    c'  un'altra versione diffusa tra i Greci: che,  cio,  Serse,  prima
    ancora di muovere in armi contro l'Ellade,  aveva mandato un araldo ad
    Argo.  Giunto,  si  dice  che costui abbia parlato cos: Cittadini di
    Argo, ecco quanto vi dice il re Serse: per tradizione noi crediamo che
    Perse, del quale siamo discendenti, fosse figlio di Perseo e nipote di
    Danae, e sua madre fosse Andromeda,  la figlia di Cefeo.  In tal caso,
    noi  discenderemmo  da  voi.  Non sarebbe,  dunque,  giusto n che noi
    facessimo guerra contro i nostri antenati;  n che  voi,  per  portare
    aiuto  ad  altri,  scendeste  in  campo  contro  di noi;  ma  giusto,
    piuttosto,  che,  rimanendo a casa vostra,  ve ne stiate in  pace:  se
    l'impresa  riuscir  secondo il mio desiderio,  nessun popolo sar pi
    alto di voi nella mia stima.
    Si dice che gli Argivi,  ascoltato questo messaggio,  ne tennero  gran
    conto  e  per  il  momento  nulla  ai  Greci promisero e nulla da essi
    pretesero;  ma quando questi ufficialmente li invitarono all'alleanza,
    solo allora,  ben sapendo che gli Spartani non avrebbero mai condiviso
    il comando,  ne chiesero la partecipazione  per  aver  un  ragionevole
    pretesto di starsene neutrali.

      151.  Con tale spiegazione si accorderebbe anche questo fatto,  che
    alcuni Greci raccontano avvenuto molti anni dopo (109):  si  trovavano
    allora in Susa,  la citt di Memnone,  come ambasciatori di Atene, per
    trattare un altro  affare,  Callia,  figlio  di  Ipponico,  e  i  suoi
    compagni  di viaggio;  e nello stesso tempo gli Argivi avevano mandato
    anch'essi a Susa un'ambasceria a  chiedere  ad  Artaserse,  figlio  di
    Serse, se era ancora in vigore per loro, che lo desideravano, il patto
    di  amicizia  che  avevano  stipulato  con  Serse;  o  se erano da lui
    considerati come nemici. Il re Artaserse avrebbe risposto che il patto
    era pi che  mai  valido  e  che  non  v'era  citt  alcuna  che  egli
    giudicasse pi amica di Argo.

     152.  Ora, se veramente Serse abbia mandato ad Argo un araldo a fare
    la proposta che s' detta e se ambasciatori argivi,  recatisi a  Susa,
    abbiano interrogato Artaserse riguardo al patto d'amicizia, non potrei
    dirlo  con  sicurezza e su questo non esprimo parere diverso da quello
    che dicono gli Argivi stessi.  Soltanto questo io so: che se tutti gli
    uomini  portassero  nel  medesimo  luogo  i  loro  malanni  personali,
    nell'intento di scambiarli con quelli dei vicini, dopo essersi chinati
    a osservare attentamente i mali del  prossimo,  volentieri  ognuno  si
    riporterebbe  indietro  quelli  che  vi aveva portati.  Stando cos le
    cose,  neppure gli Argivi si sono comportati nel  pi  vergognoso  dei
    modi. Quanto a me, sento il dovere di riferire ci che si racconta, ma
    non  sono  in  dovere  di  credervi  in  tutto  e  per tutto (e questa
    dichiarazione sia ritenuta valida per tutta la  mia  storia);  poich,
    tra  l'altro,  si  racconta anche questo,  che furono senza dubbio gli
    Argivi quelli che invitarono i Persiani  in  Grecia,  dato  che  s'era
    conclusa  in  un  disastro  per  loro  la guerra contro gli Spartani e
    qualunque altra condizione accettavano piuttosto che  quella  dolorosa
    in cui si trovavano.

      153.  Ormai  degli  Argivi  s'  parlato abbastanza.  Intanto altri
    ambasciatori degli alleati erano arrivati in Sicilia,  per incontrarsi
    con  Gelone: tra gli altri,  proveniente da Sparta,  c'era Siagro.  Un
    antenato di questo Gelone,  uno dei primi coloni di Gela,  era oriundo
    dell'isola  di Telo (110) che si trova nelle vicinanze del promontorio
    Triopio (111); costui, quando Gela (112) era fondata dagli abitanti di
    Lindo, che venivano da Rodi al comando di Antifemo, non se ne stette a
    casa sua.  Poi,  con il passar del tempo,  i  suoi  discendenti  erano
    diventati  "gerofanti"  delle  dee  sotterranee  (113),  incarico  che
    conservavano costantemente dopo  che  uno  degli  antenati,  un  certo
    Teline,  l'aveva  ottenuto  nella  maniera  seguente.  Una parte degli
    abitanti di Gela, sopraffatta dagli avversari in una contesa politica,
    s'era rifugiata nella citt di  Mactorio,  situata  a  nord  di  Gela:
    orbene,  Teline  riusc  a ricondurli a Gela,  senza appoggio di forze
    armate,  ma solo con le sacre insegne di queste  dee.  Donde  egli  le
    avesse ricevute o se le fosse egli stesso procurate, non saprei dirlo;
    fatto  sta  che,  fiducioso in queste insegne,  ricondusse in patria i
    cittadini a condizione,  per,  che i suoi discendenti sarebbero stati
    gerofanti delle dee. Mi fa meraviglia, a ogni modo, oltre a quello che
    mi  stato detto,  anche questo: che,  cio, un impresa simile l'abbia
    condotta a termine proprio Teline: infatti,  io ho sempre ritenuto che
    azioni di tal fatta non possano esser compiute dal primo venuto, ma da
    un animo grande e di forza virile;  invece,  dagli abitanti di Sicilia
    si dice di lui tutto il contrario, che fosse, cio, un uomo effeminato
    e piuttosto molle.  In tal modo,  dunque,  egli s'era procurata questa
    dignit.

     154.  Alla morte di Cleandro (114),  figlio di Pantare,  che govern
    Gela per sette anni e mor per mano di  Sabillo,  cittadino  di  Gela,
    prese in mano il potere Ippocrate, fratello di Cleandro.
    Mentre Ippocrate esercitava la tirannia,  Gelone,  che era discendente
    di Teline,  il "gerofante",  apparteneva alla sua guardia  del  corpo,
    insieme con molti altri e con Enesidemo,  figlio di Pateco. Poco tempo
    dopo, a causa del suo valore, fu fatto comandante di tutte le forze di
    cavalleria,  poich quando Ipparco assedi Callipoli,  Nasso,  Zancle,
    Lentini, oltre a Siracusa e parecchie altre citt dei Barbari, durante
    questi   combattimenti   Gelone  aveva  dimostrato  il  pi  splendido
    coraggio. Sicch,  nessuna fra tutte le citt che ho ricordato,  se si
    eccettua  Siracusa,  era  potuta  sfuggire  al  giogo di Ippocrate.  I
    Siracusani, gi vinti in battaglia sulle rive del fiume Eloro,  furono
    salvati  dai Corinzi e dai Corciresi (115),  che riuscirono a salvarli
    dopo aver stipulato un accordo,  a  condizione  che  Siracusa  cedesse
    Camarina  ad Ippocrate: anticamente,  infatti,  Camarina apparteneva a
    Siracusa.

     155.  Quando anche Ippocrate,  dopo aver dominato tanti anni  quanti
    suo  fratello Cleandro,  venne a morire nei pressi della citt di Ibla
    (durante  una  spedizione  contro  i  Siculi)  Gelone,  allora,  sotto
    pretesto  di  prendere  le  difese  dei figli di Ippocrate,  Euclide e
    Cleandro,  contro i cittadini che non volevano  pi  star  soggetti  a
    loro,  ma,  in  realt,  avendo  sconfitto con le armi gli abitanti di
    Gela, esercit il potere egli stesso, dopo averne spogliati i figli di
    Ippocrate.  Dopo questa bella trovata,  siccome  fra  i  Siracusani  i
    cosiddetti  "gamori"  (116)  erano  stati banditi dalla citt ad opera
    della fazione popolare e dei loro servi chiamati Cilliri, Gelone, dopo
    aver ricondotti  costoro  dalla  citt  di  Casmene  in  Siracusa,  si
    impadron anche di quest'ultima;  poich il popolo di Siracusa, al suo
    arrivo, gli consegn spontaneamente la propria citt e se stesso.

     156.  Quand'ebbe in mano Siracusa,  Gelone non si cur pi che tanto
    di regnare su Gela;  anzi,  affidatala a suo fratello Gerone,  egli si
    diede a fortificare Siracusa: per lui Siracusa era  tutto.  Cos  d'un
    subito, essa cominci a salire in potenza e divenne fiorente: in primo
    luogo,  infatti,  portati  a  Siracusa tutti gli abitanti di Camarina,
    Gelone diede loro  diritto  di  cittadinanza,  mentre  ne  distruggeva
    l'acropoli;  poi,  fece  altrettanto  con pi di met dei cittadini di
    Gela. Dei Megaresi (117) di Sicilia, dopo che,  stretti d'assedio,  si
    furono  a  lui arresi,  condusse a Siracusa (e ve li fece cittadini) i
    "ricchi", proprio quelli che avevano sollevato la guerra contro di lui
    e che s'aspettavano,  perci,  di essere mandati a  morte;  invece,  i
    plebei,   che   di   quella   guerra  non  erano  responsabili  e  non
    s'aspettavano di dover subire alcun male, li fece condurre, essi pure,
    a Siracusa;  ma li fece vendere,  perch  fossero  portati  via  dalla
    Sicilia.  Lo  stesso trattamento,  la stessa discriminazione us anche
    con gli Eubeesi (118) di Sicilia;  e  fece  cos  con  ambedue  questi
    popoli  perch  pensava  che convivere con la plebe era una cosa molto
    ingrata. In questo modo, Gelone era diventato un tiranno potente.

     157. Allora, dunque, appena arrivati a Siracusa,  i messi dei Greci,
    venuti  a  colloquio  con  lui,  gli  dissero: Gli Spartani,  con gli
    Ateniesi e i loro alleati, ci hanno mandati a te, per indurti a unirti
    a loro contro  il  Barbaro:  tu  certamente  sei  informato  che  egli
    minaccia  la  Grecia;  che  un  Persiano,  che  ha  congiunto  le rive
    dell'Ellesponto e trae a s tutte le forze militari d'Oriente, sta per
    scendere in campo, armato,  contro l'Ellade: il pretesto che ne adduce
      di marciare contro Atene,  ma egli ha nell'animo di sottomettere al
    suo dominio tutta la Grecia.  Ora tu,  che sei giunto  a  cos  grande
    potenza e hai nelle tue mani una parte del mondo greco che non  certo
    la pi piccola (dato che signoreggi sulla Sicilia),  vieni in soccorso
    a coloro che combattono per la libert della Grecia e coopera con loro
    a difenderla. Poich se  tutto unito,  il mondo greco rappresenta una
    grande potenza e siamo in grado di resistere agli invasori;  ma se tra
    noi ci sono alcuni che tradiscono la causa, altri che non accettano di
    difenderla e la  parte  sana  dell'Ellade  si  riduce  a  una  piccola
    porzione,  allora  s  c'  il  pericolo  che  la Grecia tutta abbia a
    soccombere.  Non sperare,  infatti,  che  il  Persiano,  se  riesce  a
    soggiogare noi,  dopo averci vinti con le armi, non venga anche da te:
    prima che ci accada,  mettiti in guardia  poich,  aiutando  noi,  tu
    difendi  te  stesso.  Un  esito  per  lo  pi fortunato suole coronare
    un'impresa saggiamente decisa.

     158.  Essi cos parlarono,  ma Gelone vivamente replic: Uomini  di
    Grecia, con parole arroganti avete osato invitarmi ad allearmi con voi
    contro il Barbaro.  Ma voi stessi quando io,  tempo fa,  vi pregavo di
    attaccare insieme con me l'esercito  dei  Barbari,  nella  guerra  che
    avevo  ingaggiata contro i Cartaginesi,  e vi scongiuravo di vendicare
    la morte di Dorieo,  figlio di  Anassandrida,  ucciso  dagli  Egestani
    (119),  e  vi  proponevo di aiutarmi a liberare gli scali commerciali,
    dai quali voi avete ricavato grandi utili e vantaggi,  voi non veniste
    n per riguardo a me a portarmi aiuto, n per vendicare l'uccisione di
    Dorieo; e, per quanto sta in voi, tutto ci sarebbe ancora in mano dei
    Barbari. Ma ora, poich le cose si sono messe bene per me, e procedono
    al  meglio,  ora che la guerra ha cambiato campo d'azione e si  volta
    contro di voi,  ora finalmente vi siete ricordati di  Gelone.  Ebbene,
    pur  non  avendo  da  voi  ricevuto  che disprezzo,  non vi render la
    pariglia;  ma sono disposto a dare il mio aiuto fornendo 200  triremi,
    20 mila fanti di armatura pesante,  2000 cavalieri,  2000 arceri, 2000
    frombolieri e 2000 cavalleggeri. Inoltre, accetto di fornire grano per
    tutte le truppe dei Greci per la durata intera della guerra.
    Tutto ci io prometto, per, a questa condizione: che io debba essere
    il  comandante  supremo  e  il  duce  dei  Greci  contro  i   Barbari,
    altrimenti, n verr io stesso a dare il mio aiuto, n mander altri.

     159.  All'udir queste parole,  non si seppe frenare Siagro e rispose
    cos: Alti lamenti, certo, farebbe risuonare Agamennone (120), nipote
    di Pelope,  se udisse che  gli  Spartiati  sono  stati  spogliati  del
    comando  da  Gelone e dai Siracusani.  Via!  Non parlar pi d'una tale
    proposta,  che noi abbiamo a cederti il comando supremo,  ma  se  vuoi
    schierarti  a  difesa della Grecia,  sappi che sarai agli ordini degli
    Spartani;  e se non  ritieni  decoroso  ricevere  ordini,  non  venire
    neppure in nostro aiuto.

      160.  A  questo punto Gelone,  avvertita l'ostilit delle parole di
    Siagro,  fece  quest'ultima  proposta:  Ospite  spartano,  le  parole
    oltraggiose che si scagliano contro un uomo,  di solito,  ne provocano
    il risentimento; tuttavia, pur avendomi dimostrato nel modo di parlare
    il tuo disprezzo,  non mi hai indotto a essere sconveniente nella  mia
    risposta.  Dal momento che voi con tanto accanimento tenete al supremo
    comando,  naturale che, pi ancora di voi, ci tenga io, che sono alla
    testa di un esercito di terra pi numeroso e di una flotta  molto  pi
    potente.  Ma poich questa clausola vi riesce cos molesta, io lascer
    andare qualche cosa  delle  primitive  richieste:  se  voi  avrete  il
    comando dell'esercito di terra,  io comander alla flotta; se, invece,
    a voi piace il comando sul mare, io lo voglio sulla terra.  Dunque,  o
    vi  accontentate  di  questo,  o  dovrete  andarvene  senza aver avuto
    l'alleanza di uomini come noi.

     161.  Questa era la proposta  di  Gelone,  ma  l'inviato  di  Atene,
    prevenendo  quello  di  Sparta,  rispose  in  questi termini: O re di
    Siracusa, la Grecia ci ha mandati da te a chiedere non gi un capitano
    ma un esercito. Tu, invece, di milizie assicuri che non ce ne manderai
    se non sarai alla testa dei Greci,  perch la  tua  aspirazione    di
    averne il comando militare.
    Orbene,  fintanto che pretendevi di esercitare il comando su tutta la
    Grecia,  noi Ateniesi ne avevamo abbastanza  di  starcene  zitti,  ben
    sapendo  che  l'ambasciatore  di  Sparta  sarebbe  bastato  a tutelare
    l'interesse di ambedue le citt.  Ma poich,  vedendoti  rifiutare  il
    comando supremo,  chiedi quello della flotta, ecco come stanno le cose
    per te: anche se l'inviato di Sparta ti accordasse questo comando, noi
    non te lo concederemmo di certo. Esso spetta alla nostra citt, almeno
    se gli Spartani non ne  vogliono  sapere,  poich,  se  essi  vogliono
    esercitare il supremo potere,  noi non ci opponiamo; ma a nessun altro
    cederemo il comando  della  flotta.  In  tal  caso,  infatti,  sarebbe
    inutile  che  noi  possedessimo  la flotta pi numerosa dei Greci,  se
    dovessimo cedere la supremazia ai Siracusani,  noi che siamo Ateniesi,
    che rappresentiamo il popolo pi antico;  che,  soli fra i Greci,  non
    abbiamo mai cambiato paese;  quando anche il poeta Omero di uno di noi
    che s'era recato all'assedio di Ilio,  dice che era il pi valente nel
    disporre e ordinare un esercito (121).  Per questo,  non c' nulla  da
    rimproverarci se parliamo su questo tono.

      162.  Gelone  replic  con  queste  parole:  Ospite  di Atene,  ho
    l'impressione che voi abbiate s,  dei capi,  ma non uomini  cui  essi
    possano comandare. Poich, dunque, non volete fare alcuna concessione,
    e   tutto   volete   per   voi,   affrettatevi   a  tornare  indietro,
    allontanandovi al pi presto,  e riferite in  Grecia  che,  per  essa,
    l'anno  ha  perduto la sua primavera.  [Questo  il significato della
    frase,  quello cio che essa vuol dire: evidentemente,  come nell'anno
    la  parte  pi splendida  la primavera,  cos nell'esercito dei Greci
    dovevano essere i suoi soldati: quindi,  della  Grecia  rimasta  priva
    della sua alleanza parlava come dell'anno cui fosse stata strappata la
    primavera (122).]

     163.  Dopo queste trattative con Gelone,  gli ambasciatori dei Greci
    se ne tornarono veleggiando in  patria.  Gelone,  per,  di  fronte  a
    questi fatti,  rimase preoccupato,  temendo che i Greci non fossero in
    grado di superare i Barbari; d'altra parte, siccome riteneva indegno e
    insopportabile il fatto di recarsi nel Peloponneso e  sottostare  agli
    ordini  degli Spartani,  lui che era signore della Sicilia,  non volle
    mettersi per questa via e ne prese,  invece,  un'altra.  Infatti,  non
    appena  venne  a  sapere  che i Persiani avevano varcato l'Ellesponto,
    mand a Delfi,  con tre navi da  50  remi,  Cadmo,  figlio  di  Scite,
    cittadino di Cos, con molti tesori e messaggi di amicizia: egli doveva
    aspettare per sapere quale sarebbe stato l'esito della battaglia e, se
    vinceva il Barbaro,  doveva consegnare a lui i tesori e fargli omaggio
    della terra e dell'acqua,  per i paesi su cui regnava  Gelone;  se  la
    vittoria, invece, era dei Greci, doveva riportarglieli indietro.

     164.  Questo Cadmo,  anteriormente ai fatti di cui si parla,  avendo
    ricevuto  dalle  mani  del  padre  la  signoria  di  Cos,  solidamente
    stabilita,  di  sua  spontanea  volont,  senza  che alcun pericolo lo
    minacciasse, ma solo per senso di giustizia,  aveva rimesso il comando
    nelle  mani dei Coi e se ne era andato in Sicilia;  dove,  con l'aiuto
    dei Sami,  s'era impadronito di Zancle e si era  stabilito  in  quella
    citt, che aveva cambiato il suo nome in quello di Messina. Era questo
    Cadmo,  dunque,  giunto in tal modo in Sicilia per amore di giustizia,
    che Gelone (al quale personalmente per altre ragioni  tale  virt  era
    ben nota) mandava a Delfi.  Ed egli,  fra le altre azioni di giustizia
    compiute,  lasci il ricordo anche di questa,  che non  certo la meno
    significativa:  infatti,  quando ebbe in mano le grandi ricchezze,  da
    Gelone a lui affidate,  mentre aveva la possibilit di appropriarsele,
    non  volle  farlo,  ma dopo che i Greci ebbero trionfato nello scontro
    navale e Serse con l'esercito  ebbe  battuto  in  ritirata,  anch'egli
    allora se ne torn in Sicilia, riportando indietro tutti quei tesori.

      165.  Tra  gli abitanti di Sicilia corre anche questa diceria: che,
    nonostante tutto,  anche  dovendo  sottostare  agli  Spartani,  Gelone
    avrebbe portato soccorso ai Greci,  se,  press'a poco in quello stesso
    tempo,  Terillo,  figlio  di  Crinippo,  che  era  signore  di  Imera,
    scacciato  dalla  sua citt ad opera di Terone,  figlio di Enesidemo e
    tiranno di Agrigento,  non avesse fatto venire in Sicilia un  esercito
    di 300 mila uomini,  composto di Fenici (123),  Libici, Iberi, Liguri,
    Elisici  (124),  Sardi  e  Corsi,  agli  ordini  del  loro  comandante
    Amilcare,  figlio  di Annone,  che era re (125) dei Cartaginesi: ve lo
    aveva indotto Terillo per il  vincolo  di  ospitalit  che  a  lui  lo
    legava,  ma  specialmente l'appassionato zelo di Anassilao,  figlio di
    Cretine, tiranno di Reggio,  il quale,  consegnati i propri figli come
    ostaggi  ad  Amilcare,  lo  aveva  persuaso  a  passare in Sicilia per
    portare aiuto a suo fratello,  dato che Anassilao aveva in moglie  una
    figlia di Terillo, che si chiamava Cidippe. Sarebbe stato, dunque, per
    questo motivo che Gelone,  non potendo mandar soccorsi ai Greci, aveva
    mandato quei tesori a Delfi.

     166.  A ci aggiungono anche questo particolare: volle il caso  che,
    nello  stesso  giorno (126),  in Sicilia Gelone e Terone vincessero il
    cartaginese Amilcare,  e a Salamina i Greci trionfassero sui Persiani.
    Quanto  ad  Amilcare,  che  era  cartaginese  per  parte  di  padre ma
    siracusano da parte della madre e che per il suo valore era giunto  in
    Cartagine  alla dignit regale,  ho sentito dire che scomparve quando,
    nel fervore della mischia,  veniva sopraffatto in  battaglia:  infatti
    non  lo si vide pi in nessuna parte,  n vivo,  n morto,  nonostante
    Gelone facesse fare dappertutto minuziose ricerche.

     167. Tra i Cartaginesi stessi si tramanda,  per,  un racconto (ed 
    abbastanza verosimile) che,  cio, i Barbari e i Greci combatterono in
    Sicilia dall'alba fino  a  tarda  sera  (tanto  a  lungo,  dicono,  si
    protrasse  la  battaglia),  mentre  Amilcare  per  tutto questo tempo,
    standosene dentro l'accampamento,  faceva sacrifici  e  cercava  buoni
    presagi, immolando dei corpi interi (127) su un grande rogo; ma quando
    vide  le  sue  truppe ormai darsi alla fuga,  egli,  che stava facendo
    libagioni sopra le vittime,  si gett tra le fiamme:  e  cos  sarebbe
    scomparso,  bruciato dal fuoco. Ad Amilcare, sparito dalla vista degli
    uomini, o cos come dicono i Fenici, o in qualche altro modo,  offrono
    costantemente  sacrifici  e  hanno  eretto monumenti in tutte le citt
    delle loro colonie,  di cui uno,  grandissimo,  nella stessa Cartagine
    (128). Ma per le cose di Sicilia basta quanto s' detto.

     168.  Ecco quale risposta diedero agli ambasciatori e come,  invece,
    si  comportarono  i  Corciresi,   poich  anche  questi  erano   stati
    sollecitati a entrare nella Lega dagli stessi inviati che erano andati
    in Sicilia,  i quali tennero loro lo stesso discorso che avevano fatto
    con Gelone.  I Corciresi senz'altro promisero  che  avrebbero  mandato
    aiuti  e  contribuito  alla  difesa,   assicurando  che  non  dovevano
    permettere che la Grecia andasse in rovina poich,  se  avesse  dovuto
    soccombere,  nient'altro essi si sarebbero potuti aspettare che essere
    fatti schiavi subito, il primo giorno; bisognava,  invece,  schierarsi
    in  sua difesa con tutte le forze possibili.  Questa era stata la loro
    risposta  di  grande  effetto;  per,  quando  fu  necessario  portare
    effettivamente il soccorso,  essi,  mutato parere,  allestirono s, 60
    navi,  ma non appena tagliati gli  ormeggi,  si  furono  accostati  al
    Peloponneso, se ne stettero all'ancora nelle acque di Pilo e presso il
    Tenaro  (che  fa  parte del territorio spartano),  in attesa anch'essi
    (129) di vedere come sarebbe andata a finire la guerra, senza speranza
    che i Greci potessero aver la  meglio,  e  pensando,  invece,  che  il
    Persiano, riportata una strepitosa vittoria, avrebbe dominato su tutta
    la Grecia.  Si comportavano cos a bella posta,  per aver modo di dire
    al Persiano  qualche  cosa  di  simile:  O  re,  nonostante  i  Greci
    insistessero  per  averci  al  loro  fianco in questa guerra,  noi che
    disponevamo di forze non certo pi trascurabili  e  contavamo  su  una
    flotta  che non era la pi piccola,  anzi era la pi forte dopo quella
    di Atene, noi non abbiamo voluto portare le armi contro di te,  o fare
    alcuna  cosa  che ti fosse sgradita.  Potendo fare tali affermazioni,
    speravano di avere un trattamento un po' migliore  degli  altri;  cosa
    che  certamente  sarebbe  avvenuta,  secondo  il  mio modo di pensare.
    D'altra parte,  di fronte ai Greci si  erano  gi  preparata  un'altra
    scusa, della quale, anzi, si valsero. Quando, infatti, furono accusati
    di non essere accorsi in aiuto, dichiararono che avevano allestito ben
    60  triremi ma,  a causa dei venti etesii (130),  non erano riusciti a
    doppiare il Capo Malea: questo era il motivo per cui non erano  giunti
    a  Salamina,  e  non  era proprio il caso di parlare di vilt,  se non
    avevano  partecipato  alla  battaglia  navale.  In  questo  modo  essi
    sfuggirono ai rimproveri dei Greci.

      169.  I  Cretesi,  quando  quei  Greci che avevano tale incarico li
    invitarono all'alleanza,  si comportarono  cos:  mandati,  di  comune
    accordo,  dei messi a Delfi,  chiesero al dio se fosse meglio per loro
    schierarsi a difesa dell'Ellade, o no. E la Pizia rispose: "O stolti,
    voi vi dolete ancora di tutti i motivi di pianto che,  a  causa  degli
    aiuti offerti a Menelao, vi ha mandato Minosse, adirato perch, mentre
    quelli  non avevano dato il loro appoggio per vendicare la sua morte a
    Camico, a loro voi avete concesso il vostro,  per riscattare una donna
    che  un  Barbaro  aveva rapito da Sparta".  I Cretesi,  quando ebbero
    udito (131) queste parole a loro riferite dai messi,  si astennero dal
    concedere aiuti.

     170.  Si racconta,  infatti, che Minosse, giunto in Sicania (che ora
    si chiama Sicilia) alla ricerca di Dedalo,  vi per di morte  violenta
    (132).  Passato  un  po' di tempo,  per incitamento d'un dio,  tutti i
    Cretesi,  in massa,  eccetto quelli di Policne e di Preso,  venuti con
    una  grande flotta in Sicania,  avrebbero assediato per cinque anni la
    citt di Camico (133), che, ai tempi miei, era abitata da Agrigentini.
    Alla fine,  per,  non riuscendo a conquistarla,  n a rimanere pi  a
    lungo  a  lottare con la fame,  se ne sarebbero andati abbandonando il
    campo.
    Quando,  durante la navigazione,  si trovavano presso la costa Iapigia
    (134),  una  violenta  tempesta  li avrebbe sorpresi e sbattuti contro
    terra: sicch, essendosi spezzate le navi,  e non vedendosi pi alcuna
    via  di  ritornare  a  Creta,  fondata  in quel luogo la citt di Iria
    (135),  ivi rimasero  e  divennero  Iapigi-Messapi  (cambiando  nome),
    invece  di  Cretesi  e  continentali,  da isolani che erano.  Da Iria,
    dicono,  fondarono le altre colonie,  che i Tarentini molto tempo dopo
    (136)  tentarono  di  distruggere,  ma  subirono  una  sconfitta  cos
    terribile,  che si ebbe allora il pi grave massacro di Greci di tutti
    quelli che noi conosciamo (137);  non soltanto di Tarentini,  ma anche
    di cittadini di Reggio: di questi ultimi,  i quali erano venuti a dare
    aiuto  ai  Tarentini costretti da Micito figlio di Chero,  ne morirono
    3000; le perdite, poi, dei Tarentini non si contavano nemmeno. Micito,
    che era della casa di  Anassilao,  era  stato  da  lui  lasciato  come
    reggente  di  Reggio  ed    lo  stesso  che,  scacciato  da  Reggio e
    stabilitosi a Tegea nell'Arcadia,  consacr  in  Olimpia  le  numerose
    statue, che tutti conoscono.

      171.  Ma  le  vicende  di  Reggio  e  di  Taranto  non sono che una
    digressione dal mio racconto. In Creta,  rimasta priva di abitanti,  a
    quanto  dicono  quelli  di  Preso,  si  stanziarono  uomini  di  varie
    nazionalit, specialmente Greci; e durante la terza generazione (138),
    dopo la morte di Minosse si ebbe la guerra di  Troia,  nella  quale  i
    Cretesi  si dimostrarono fra i sostenitori di Menelao non certo i meno
    valenti. In ricompensa,  per,  al loro ritorno da Troia ebbero fame e
    pestilenza,  essi e le loro greggi;  tanto che nell'isola, rimasta per
    la seconda volta spopolata,  sarebbe venuta ad abitare,  insieme con i
    resti  della precedente,  una terza popolazione,  i Cretesi dei nostri
    giorni.  Fatto sta che la  Pizia,  ricordando  questi  precedenti,  li
    distolse dal portare aiuto ai Greci, nonostante essi lo desiderassero.

      172.  I  Tessali,  all'inizio,  si  schierarono con i Medi solo per
    necessit,  dopo aver dimostrato che non era di loro gradimento quello
    che macchinavano gli Aleuadi. Infatti, non appena vennero a sapere che
    i  Persiani  si  accingevano  a passare in Europa,  mandarono dei loro
    inviati all'Istmo,  dato che  all'Istmo  erano  convenuti  i  delegati
    greci,  scelti  dalle  varie  citt  che  erano  animate  dai migliori
    sentimenti a favore della causa nazionale.  Arrivati davanti  a  loro,
    gli  ambasciatori  dei  Tessali  parlarono  cos:  Uomini  di Grecia,
    bisogna bloccare il varco  dell'Olimpo  affinch  la  Tessaglia  e  la
    Grecia  tutta  siano  al  riparo  dalla  guerra.  Noi  siamo  pronti a
    contribuire alla  difesa  ma    necessario  che  anche  voi  mandiate
    numerose truppe;  sappiate che se non le manderete, noi ci accorderemo
    con il Persiano.  Non  giusto,  infatti,  che noi soli,  cos esposti
    davanti al resto della Grecia, abbiamo a morire per voi. Se non volete
    aiutarci,  non sarete in grado di imporci alcuna costrizione: non c',
    infatti,  costrizione  che  valga  a  vincere  l'impossibilit  e  noi
    cercheremo  per  conto  nostro  di  escogitare  qualche altro mezzo di
    salvezza.
    Cos parlarono i Tessali.

     173. Di fronte a queste dichiarazioni,  i Greci decisero di mandare,
    per via di mare,  un contingente di fanteria a difendere il passaggio:
    quando le truppe si furono radunate,  fecero vela attraverso l'Euripo.
    Giunte  che  furono  ad  Alo,  citt  dell'Acaia (139),  sbarcarono e,
    lasciate l, sul posto,  le navi,  procedettero per via di terra verso
    la  Tessaglia: arrivarono cos a Tempe,  dove c' il varco che,  dalla
    bassa Macedonia,  porta in Tessaglia,  lungo il fiume Peneo,  il quale
    scorre fra i monti Olimpo e Ossa.  Ivi pose il campo un raggruppamento
    di circa 10 mila opliti greci,  ai quali s'aggiunse la cavalleria  dei
    Tessali:  comandante  degli  Spartani  era Eveneto,  figlio di Careno,
    scelto fra i polemarchi (140)  pur  non  essendo  tuttavia  di  sangue
    reale;  gli Ateniesi erano comandati da Temistocle,  figlio di Neocle.
    Vi rimasero, per,  soltanto pochi giorni perch dei messi mandati dal
    macedone   Alessandro,   figlio   di   Aminta,   li  consigliarono  di
    allontanarsi di  l,  di  non  rimanere  in  quella  stretta  a  farsi
    schiacciare  dall'esercito invasore,  del quale rivelavano la forza in
    truppe di terra e in navi.
    Siccome,  dunque,  essi consigliavano  cos,  i  Greci  si  lasciarono
    convincere,  poich  i  consigli  sembravano  utili  e il Macedone era
    evidentemente animato di benevolenza nei loro  riguardi.  Secondo  me,
    invece, fu la paura che li convinse; quando vennero a sapere che c'era
    un'altra  via  di  accesso alla Tessaglia,  attraverso le alture della
    Macedonia e il paese dei Perrebi,  accanto alla citt di Gonno: quella
    appunto,  attraverso la quale irruppe poi l'esercito di Serse. Ad ogni
    modo i Greci,  discesi di nuovo verso le loro navi,  se  ne  tornarono
    indietro all'Istmo.

      174.  Questa spedizione militare in Tessaglia fu compiuta quando il
    re si preparava a passare dall'Asia in Europa,  ed era gi a Abido;  e
    fu cos che i Tessali, abbandonati dagli alleati, si schierarono dalla
    parte  dei  Persiani decisamente,  senza pi esitazioni;  tanto che si
    dimostrarono molto utili al re nello svolgersi delle operazioni.

     175.  I  Greci,  dopo  essere  ritornati  all'Istmo,  si  diedero  a
    deliberare,   in   conformit  di  quanto  era  stato  loro  detto  da
    Alessandro,  in qual modo e in quali luoghi dovessero porre un  argine
    alla  guerra.  L'opinione  che  prevalse fu di presidiare il passaggio
    delle Termopili, sia perch vedevano che era pi stretto di quello che
    dalla Macedonia portava in Tessaglia,  ed era l'unico,  sia perch era
    pi vicino al loro paese: quanto al sentiero, a causa del quale furono
    poi  aggirati  i  Greci che si trovarono bloccati alle Termopili,  non
    sapevano  nemmeno  che  ci  fosse,  prima  di  esserne  informati  dai
    Trachini,  quando  ormai  erano  arrivati  alle  Termopili.  Decisero,
    dunque,  di presidiare questo passaggio per non permettere al  Barbaro
    di penetrare in Grecia, e che la flotta si portasse all'Artemisio, nel
    territorio di Istiea: questi luoghi,  infatti,  erano tra loro vicini,
    tanto che si poteva facilmente aver notizia di quello che avveniva  in
    un posto e nell'altro. Ecco come sono queste localit.

     176.  Prima di tutto, l'Artemisio: dal mare di Tracia, cio dal mare
    aperto,  si va a finire in uno stretto passaggio che separa l'isola di
    Sciato  dalla  penisola  di Magnesia sul continente;  a questo stretto
    subito tiene dietro, in Eubea, l'Artemisio, una spiaggia dove sorge un
    santuario di Artemide.  Quanto poi  alla  via  di  accesso  in  Grecia
    attraverso  la  Trachinia,  l dove essa  pi stretta,  misura appena
    mezzo pletro (141): non  qui tuttavia il punto pi stretto  di  tutto
    questo paese, ma esso si trova prima e dopo le Termopili: infatti, nei
    pressi  di  Alpeni,  che viene dopo (142) le Termopili,  c' appena lo
    spazio sufficiente al passaggio di un carro,  e cos per un solo carro
    c' passaggio prima delle Termopili,  dove c' il fiume Fenice, vicino
    alla citt di Antela. A occidente delle Termopili si leva una montagna
    inaccessibile, scoscesa,  di grande altezza e che si protende verso il
    monte Eta;  a oriente della strada c' subito il mare e si stendono le
    paludi.  Ci sono in questa gola dei bagni caldi,  che gli abitanti del
    luogo  chiamano "chitri" (143),  e accanto ad essi s'innalza un altare
    di Eracle (144);  anche un muro era stato costruito attraverso  questo
    passaggio;  e  in  esso,  anticamente  almeno,  c'erano  delle  porte.
    L'avevano costruito i Focesi per timore  dei  Tessali,  quando  questi
    vennero dalla Tesprozia per occupare la terra di Eolia, quella che ora
    possiedono.  Siccome  i  Tessali  cercavano  di soggiogarli,  i Focesi
    s'erano cos premuniti e fu allora che convogliarono le acque calde l
    dov'era il passaggio, affinch il luogo divenisse impraticabile, nulla
    lasciando di intentato,  purch i Tessali non  irrompessero  nel  loro
    paese.  Il  muro  antico  era stato costruito molto prima e la maggior
    parte di esso era ormai  crollata  per  effetto  del  tempo;  ma  essi
    decisero  di  ricostruirlo e di sbarrare in questo luogo al Barbaro la
    via per la Grecia.  Molto vicino alla strada c' un villaggio,  che si
    chiama Alpeni, dal quale contavano i Greci di potersi approvvigionare.

     177.  Queste localit,  dunque,  parvero ai Greci favorevoli al loro
    scopo e infatti,  dopo aver precedentemente osservato ogni particolare
    e  calcolato  che  non  avrebbero avuto modo i Barbari di impiegare il
    grosso delle loro truppe,  n la cavalleria,  decisero di sostenere in
    quel  luogo  l'urto  del  nemico in marcia contro la Grecia.  E quando
    vennero a sapere che i  Persiani  si  trovavano  nella  Pieria,  essi,
    partiti  dall'Istmo,  si  avviarono: gli uni,  per via di terra,  alle
    Termopili, gli altri all'Artemisio, per via di mare.

      178.   Frattanto,   mentre  i   Greci,   ripartitisi   i   compiti,
    s'affrettavano  ad  accorrere  nel  luogo  stabilito,  gli abitanti di
    Delfi, spaventati per se stessi e per la Grecia,  interrogarono il dio
    e fu loro risposto dall'oracolo di far voti ai venti, poich sarebbero
    stati validi alleati per la Grecia. I Delfi, ricevuta questa risposta,
    in  primo  luogo comunicarono ci che era stato loro vaticinato a quei
    Greci che volevano essere liberi (e siccome quelli avevano  una  paura
    terribile   del   Barbaro,   i   Delfi  con  questa  comunicazione  si
    acquistarono  presso  di  loro  eterna  gratitudine);   subito   dopo,
    dedicarono  ai  venti  un'ara  in  Tia,  dov' il sacro recinto di Tia
    (145),  la figlia di Cefiso,  dalla quale anche il luogo ha  preso  il
    nome,  e  cercarono  di propiziarseli con sacrifici.  Ancora ai nostri
    giorni,  secondo il consiglio dell'oracolo,  i Delfi  fanno  sacrifici
    propiziatori in onore dei venti.

      179.  La  flotta  di Serse,  levate le ancore dalla citt di Terme,
    punt diritta con le navi (146) che meglio  tenevano  il  mare,  verso
    l'isola  di  Sciato,  dove  erano  in  vedetta tre navi greche: una di
    Trezene,  una di Egina e una di Atene,  le quali,  appena avvistate le
    navi dei nemici, presero la fuga.

       180.   I   Barbari,   lanciatisi   all'inseguimento,   catturarono
    immediatamente la nave di Trezene,  che era al comando di Prassino;  e
    poi,  dei marinai che vi erano imbarcati, trascinato sulla prora della
    nave quello che si distingueva per maggior  bellezza,  lo  sgozzarono,
    considerando  di  buon  augurio  che  il  primo  dei Greci che avevano
    catturato fosse molto bello.  L'uomo che fu in tal modo sacrificato si
    chiamava  Leone  e forse questo bel trattamento,  in parte,  lo doveva
    anche al nome (147).

     181. La nave di Egina, per, al cui comando era Esonide,  diede loro
    anche del filo da torcere,  a causa di Pitea,  figlio di Ischenoo, che
    vi era imbarcato e che in quel giorno si mostr uomo di  straordinario
    coraggio:  egli,  quando ormai la nave stava per essere catturata,  si
    oppose ostinatamente combattendo, finch fu tutto ridotto a brandelli.
    E siccome, quando cadde, non era morto, ma respirava ancora, i soldati
    persiani che erano a bordo delle navi si presero moltissimo  a  cuore,
    ammirati  del suo valore,  di serbarlo in vita,  medicandone le ferite
    con mirra e fasciandole con finissime bende di bisso: e quando  furono
    di ritorno al campo,  lo mostrarono,  pieni di meraviglia,  a tutta la
    flotta,  trattandolo con ogni  riguardo.  Gli  altri  uomini,  invece,
    catturati su questa nave, furono trattati come schiavi.

     182. In tal modo erano state catturate due delle tre navi; la terza,
    al  comando  dell'ateniese  Formo,   nella  fuga  and  a  incagliarsi
    all'imboccatura del Peneo: sicch i  Barbari  si  impadronirono  dello
    scafo ma non degli uomini;  perch, non appena ebbero arenato la nave,
    gli Ateniesi balzarono a terra e, a piedi, attraverso la Tessaglia, se
    ne tornarono ad Atene.

     183.  I Greci che erano  all'ancora  presso  l'Artemisio  vennero  a
    sapere  di  questi fatti dai segnali trasmessi con torce dall'isola di
    Sciato;   quando  ne  furono  informati,   presi   dalla   paura,   si
    allontanarono  dall'Artemisio e gettarono le ancore davanti a Calcide,
    con  l'intenzione  di  difendere  lo   Stretto   dell'Euripo,   mentre
    lasciavano degli osservatori sulle alture dell'Eubea.  Intanto,  delle
    dieci navi dei  Barbari,  tre  si  spinsero  avanti  fin  presso  allo
    scoglio,  che si trova a met strada tra Sciato e Magnesia e si chiama
    Mirmeco.  Quando su quello scoglio i Barbari ebbero eretto una colonna
    di marmo che avevano portato con s, l'intera flotta, levate le ancore
    da Terme,  dato che la via ormai per loro era sgombra di ostacoli,  si
    mise in mare con tutte le navi,  dopo  aver  lasciato  passare  undici
    giorni  da  quello  in cui il re era partito da Terme.  L'esistenza di
    quello scoglio,  che si trovava proprio sulla loro  rotta,  era  stata
    segnalata  da  Pammone di Sciro.  Navigando da mane a sera,  i Barbari
    arrivarono (148) fino al capo Sepiade,  nel territorio di Magnesia,  e
    alla  spiaggia  che  si  stende  fra  la  citt  di  Castanea e questo
    promontorio.

     184.  Fino a questo punto e fino alle Termopili l'esercito di  Serse
    non aveva sofferto per alcun incidente e i suoi effettivi erano ancora
    quelli che io trovo secondo i miei calcoli: sulle navi che provenivano
    dall'Asia,  e  che  erano  1207,  il  primitivo equipaggio fornito dai
    singoli popoli raggiungeva la cifra di  241.400  uomini,  calcolandone
    200  per  ciascuna  nave,  ma  su  ciascuna  di queste navi,  oltre al
    contingente di soldati indigeni,  erano imbarcati 30 soldati persiani,
    o  medi  o  saci;  di  modo che quest'altra moltitudine raggiungeva la
    cifra di 36210 uomini. A questo numero e al precedente, aggiunger gli
    equipaggi delle navi a 50 remi, calcolando che, pi o meno, ci fossero
    80 uomini su ciascuna: e di queste navi se  ne  erano  radunate  3000,
    come  ho detto anche prima.  Ci sarebbero,  quindi,  stati in esse 240
    mila uomini. Questo, naturalmente,  per la flotta venuta dall'Asia: in
    tutto, 517.610 uomini.
    I  soldati  di fanteria,  poi,  erano 1 milione e 700 mila,  quelli di
    cavalleria 80 mila.  A questi aggiunger gli Arabi che  conducevano  i
    cammelli  e i Libici che guidavano i carri,  calcolandone il numero in
    20 mila uomini.  Sicch,  messi insieme,  gli effettivi della flotta e
    dell'esercito di terra raggiungono il numero di 2.317.610 uomini. Tale
      l'effettivo  delle  forze  che,  come  s'  detto,  furono condotte
    dall'Asia, senza contare i servitori che accompagnavano la spedizione,
    le navi per trasporto viveri e gli uomini su di esse imbarcati.

     185.  A tutto  il  calcolo  che  finora  s'  fatto  bisogna  ancora
    aggiungere la massa dei soldati arrolati in Europa;  ma qui devo darne
    una  valutazione  personale.  I  Greci  della  Tracia  e  delle  isole
    adiacenti  alla Tracia fornivano 120 navi: gi gli equipaggi di queste
    navi assommano a 24 mila uomini.  Quanto  alle  truppe  di  terra  che
    fornivano i Traci, i Peoni, gli Eordi (149), i Bottiei, le genti della
    Calcidica,  i Brigi,  i Pieri,  i Macedoni,  i Perrebi,  gli Eniani, i
    Dolopi,  gli abitanti di Magnesia,  gli  Achei  e  quanti  abitano  la
    regione  costiera  della  Tracia,  penso  che  i contingenti di questi
    popoli abbiano raggiunto  le  300  mila  unit.  Queste  centinaia  di
    migliaia,  unite  alle  forze  venute dall'Asia,  formano un totale di
    2.641.610 soldati.

     186.  Pur essendo cos alto il numero dei combattenti,  ritengo  che
    non  fosse  ad  esso  inferiore,  anzi  forse  superiore,  quello  dei
    servitori che li accompagnavano,  degli uomini  imbarcati  sulle  navi
    addette  al trasporto viveri e pi ancora sulle altre imbarcazioni che
    seguivano la spedizione.  Orbene,  io li suppongo  di  numero  pari  a
    quelli,  n pi elevato, n meno; e, considerate di numero uguale alle
    forze  combattenti,  queste  genti  formano  altrettante  migliaia  di
    persone,  quanto  quelli.  Di  modo che ben 5.283.220 erano gli uomini
    (150) che Serse, figlio di Dario, condusse fino al Capo Sepiade e alle
    Termopili.

     187.  Questa cifra riguarda nel suo complesso  tutto  l'esercito  di
    Serse;  ma  nessuno  potrebbe  riferire  con esattezza il numero delle
    donne che facevano il pane,  delle concubine  e  degli  eunuchi;  come
    neppure  dei giumenti,  degli altri animali da soma e dei cani indiani
    che seguivano i soldati si potrebbe dire il  numero  esatto,  data  la
    loro moltitudine. Sicch nessuna meraviglia mi procura il fatto che le
    acque  di  alcuni  fiumi  siano  state  prosciugate;  ma  piuttosto mi
    stupisce che i viveri siano stati  sufficienti  per  tante  decine  di
    migliaia di persone.
    Infatti,  facendo  i  calcoli,  trovo  che,  se  ciascuno  riceveva un
    "chenice" di grano al giorno e  niente  di  pi,  ogni  giorno  se  ne
    consumavano 110.340 medimni (151),  senza contare,  poi, le donne, gli
    eunuchi, le bestie da soma e i cani.
    E in mezzo a tante miriadi di  uomini,  non  c'era  nessuno  che,  per
    bellezza  e  imponenza,  fosse  pi  degno di Serse di possedere tanta
    potenza da condurre a vittoria.

     188. Quando la flotta, lasciati gli ormeggi,  ebbe preso il largo ed
    ebbe raggiunto,  nel territorio di Magnesia, la spiaggia che si stende
    in mezzo fra la citt di Castanea e il promontorio  Sepiade,  le  navi
    che  arrivarono  per prime si ormeggiarono presso terra;  le altre che
    vennero dopo dovettero starsene all'ancora e,  poich la spiaggia  non
    era molto estesa, si ancorarono a scaglioni con la prora verso il mare
    e  su otto file di profondit.  Cos disposti,  passarono quella notte
    tranquilli. Ma sul fare del mattino,  mentre il cielo era sereno e non
    c'era  un  alito di vento,  d'improvviso,  tra un grande ribollire del
    mare,  piomb su di essi una tremenda tempesta e  un  forte  vento  di
    Levante,   che   gli   abitanti   di   quel   luoghi  chiamano  "vento
    dell'Ellesponto".  Ora,  quanti di essi  si  accorsero  che  il  vento
    aumentava  di  intensit e si trovavano in condizioni di ormeggio tali
    che lo consentivano,  riuscirono a trarre a terra le loro navi,  prima
    che  la tempesta infuriasse e cos misero in salvo se stessi e le loro
    navi.  Quanto,  invece,  alle navi che la tempesta  sorprese  in  mare
    aperto,  alcune  furono trascinate verso quelle localit del Pelio che
    sono chiamate "Forni",  altre furono gettate  sulla  spiaggia:  ce  ne
    furono  di  quelle  che si spezzarono proprio intorno al Capo Sepiade;
    altre furono sbalzate dai flutti verso  la  citt  di  Melibea,  altre
    ancora  verso  Castanea.  La  violenza  della tempesta era qualcosa di
    irresistibile.

     189.  Si racconta che  gli  Ateniesi,  dietro  invito  dell'oracolo,
    avevano  invocato  l'aiuto  di  Borea,  essendo stato loro riferito un
    altro oracolo  che  li  esortava  a  chiamare  il  "loro  cognato"  in
    soccorso.
    Borea,  a quanto dicono i Greci,  ha una sposa ateniese,  cio Orizia,
    figlia di Eretteo:  in  grazia  di  questa  parentela,  gli  Ateniesi,
    secondo  la  fama  che s' diffusa,  avendo pensato che Borea era loro
    cognato (152),  non appena si accorsero (erano  ancora  all'ancora  di
    fronte  a Calcide di Eubea) che si levava la tempesta,  o anche prima,
    offrirono sacrifici a Borea e a Orizia,  pregandoli di venir  loro  in
    aiuto e di distruggere le navi dei Barbari,  come avevano fatto, anche
    prima, presso il monte Atos.
    Se proprio sia stato per questo motivo che Borea  si  gett  impetuoso
    contro i Barbari,  che erano alla fonda,  non lo potrei dire; ma certo
    gli Ateniesi  affermano  che  Borea,  il  quale  gi  prima  li  aveva
    soccorsi,  anche  allora  aveva  provocato  quel disastro;  e,  quando
    ritornarono a casa loro,  eressero a Borea un tempio  sulle  rive  del
    fiume Ilisso.

      190.  In  questa  tempesta,  quelli  che  riferiscono  le cifre pi
    modeste,  dicono che le navi distrutte furono  non  meno  di  400:  le
    perdite   umane   addirittura  innumerevoli  e  immense  le  ricchezze
    disperse.  Tanto che per un uomo  di  Magnesia,  Aminocle,  figlio  di
    Cretine, che aveva dei poderi presso il Capo Sepiade, questo naufragio
    fu  di grande utilit: egli,  in seguito,  raccolse molte coppe d'oro,
    molti vasi d'argento,  gettati a riva  dalle  onde;  trov  anche  dei
    tesori  appartenuti  ai  Persiani  e  si  impadron  di infiniti altri
    oggetti preziosi.  Ma se divenne molto ricco con questi  ritrovamenti,
    non fu per il resto fortunato nella vita: c'era infatti, anche per lui
    una dolorosa vicenda che lo tormentava, l'uccisione del figlio (153).

     191.  Le navi per trasporto viveri e le altre imbarcazioni distrutte
    non si contavano nemmeno;  tanto che i capitani della flotta,  temendo
    che  i  Tessali  li  attaccassero  mentre erano cos male ridotti,  si
    circondarono di un'alta palizzata fatta con i relitti  del  naufragio.
    Per  tre  giorni,  infatti,  infuri la tempesta;  alla fine,  facendo
    sacrifici,  rivolgendo al vento formule di scongiuro ad alte  grida  e
    offrendo, oltre a ci, vittime a Teti e alle Nereidi, al quarto giorno
    la fecero cessare i Magi;  a meno che, per qualche altra ragione, essa
    non abbia voluto per conto suo quietarsi.  A Teti offrivano  sacrifici
    perch avevano saputo dagli Ioni la leggenda, secondo la quale proprio
    in  quei  luoghi  essa  era stata rapita da Peleo e tutta la scogliera
    sepiade era sacra a lei e alle altre Nereidi.

     192. Fatto sta che, al quarto giorno, la tempesta s'era calmata.
    Gi il giorno successivo a quello in cui essa aveva avuto inizio,  gli
    osservatori, correndo gi dalle alture dell'Eubea, avevano riferito ai
    Greci  tutti  i  particolari del naufragio.  Questi,  quando ne furono
    informati,  dopo aver rivolto preghiere e fatto libagioni  a  Posidone
    Salvatore, s'affrettarono a tornare al pi presto all'Artemisio, nella
    speranza  di trovarsi schierate contro solo poche navi;  ritornati sul
    posto,   per  la  seconda  volta  gettarono  le  ancore  nelle   acque
    dell'Artemisio  e,  da  allora,  ancora ai nostri giorni usano onorare
    Posidone con l'appellativo di Salvatore.

     193. Frattanto i Barbari,  quando si calm il vento e furono placate
    le  onde,  rimesse  in  mare  le  navi,  ripresero a navigare lungo il
    continente;  quindi,  doppiata la  punta  estrema  della  penisola  di
    Magnesia,  presero  direttamente la via che porta nel Golfo di Pagase.
    C' un luogo in questo golfo del territorio di Magnesia dove  si  dice
    che Ercole,  sbarcato dalla nave Argo con l'incarico di fare provvista
    di acqua, fu abbandonato da Giasone e dai compagni di viaggio,  quando
    fecero  vela  diretti  a  Ea nella Colchide,  alla conquista del Vello
    d'oro: essi dovevano proprio di l spiccare  il  volo  verso  il  mare
    aperto, dopo aver fatto provvista d'acqua e per questo venne dato alla
    localit il nome di Afete (154).
    E quivi, appunto, gettarono l'ancora le navi di Serse.

     194.  Sennonch,  15 di esse,  le ultime, si trovarono di gran lunga
    staccate dalle altre, al largo,  e per caso scorsero le navi dei Greci
    all'Artemisio: i Barbari pensarono subito che fossero le loro e a vele
    spiegate piombarono fra i nemici.
    Le comandava il governatore di Cuma Eolica Sandoce, figlio di Tamasio,
    che, in precedenza, Dario aveva fatto mettere in croce, avendolo colto
    in un fallo di questo genere: egli, che era uno dei giudici reali, per
    denaro  aveva emesso una sentenza ingiusta.  Gi era stato appeso alla
    croce,  quando Dario,  valutando attentamente la sua  condotta,  aveva
    trovato che erano pi i benefici da lui resi alla famiglia reale,  che
    non gli errori commessi; ci riconosciuto e compreso di aver agito con
    maggior precipitazione che saggezza, lo aveva fatto liberare. Cos era
    riuscito Sandoce a sottrarsi al castigo inflittogli dal re Dario  e  a
    salvarsi da morte;  ma allora, veleggiando in direzione dei Greci, non
    doveva pi sfuggire per la seconda volta al suo  destino:  infatti,  i
    Greci  quando se li videro venir incontro,  accortisi del loro errore,
    partirono all'attacco e con facilit li catturarono.

     195. Su una di queste navi era imbarcato,  e fu catturato,  Aridoli,
    tiranno  di  Alabanda  in  Caria;  su un'altra,  il comandante di Pafo
    Pentilo,  figlio di Demonoo,  che da Pafo aveva condotto 12 navi,  ma,
    perdutene  11  per la tempesta scatenatasi presso il Capo Sepiade,  fu
    preso  mentre  con  l'unica  nave   superstite   si   dirigeva   verso
    l'Artemisio.
    Dopo  aver tratto da questi prigionieri le notizie che volevano sapere
    sull'esercito di Serse, i Greci li mandarono incatenati all'Istmo.

     196. Orbene, la flotta dei Barbari, eccetto le 15 navi che,  come ho
    gi detto, erano al comando di Sandoce, giunse ad Afete.
    Serse,  intanto,  con  l'esercito  di  terra  avanzando  attraverso la
    Tessaglia e l'Acaia Ftiotide era  penetrato  gi  da  due  giorni  nel
    territorio  Maliaco.  In  Tessaglia,  aveva  fatto  fare  una  gara di
    cavalli,  volendo mettere alla prova la sua cavalleria  e  quella  dei
    Tessali, di cui aveva sentito dire che era la migliore che ci fosse in
    Grecia:  e  in  quell'occasione  i  cavalli  greci  rimasero  di molto
    inferiori.  Mentre tra i fiumi di Tessaglia,  l'Onocono fu l'unico  le
    cui  acque  non  bastarono  a  dissetare  l'esercito,  tra  quelli che
    scorrono in Acaia, neppure il pi importante di tutti, cio l'Epidano,
    neppure questo resistette all'attacco, se non a fatica.

     197. Quando Serse giunse ad Alo nell'Acaia, le guide del cammino che
    volevano dargli spiegazione di tutto gli raccontarono una  storia  del
    luogo,  riguardante  il santuario di Zeus Lafistio (155): come,  cio,
    Atamante, figlio di Eolo, d'accordo con Ino,  avesse macchinato di far
    morire Frisso (156);  e come, in seguito a ci, gli Achei, per volont
    d'un oracolo,  impongono ai discendenti di lui una pena di tal  fatta:
    al  primogenito  di  questa  famiglia  comandano  di  star lontano dal
    "leito" (cos gli Achei chiamano il Pritaneo [157] e fanno essi stessi
    buona guardia;  se vi entra,  non c' possibilit che ne esca,  se non
    per essere condotto al supplizio.  Oltre a ci,  raccontano ancora che
    molti di quelli che s'attendevano di essere sacrificati,  presi  dalla
    paura,  erano fuggiti di nascosto,  andandosene in altro paese;  e se,
    tornati indietro dopo un  certo  tempo,  vengono  colti  nell'atto  di
    entrare nel Pritaneo...  (158).  Le guide spiegavano, poi, come quello
    che veniva sacrificato fosse  condotto  all'altare  tutto  coperto  di
    ghirlande  e  di  bende  con  pubblica  processione.  I discendenti di
    Citissoro,  figlio di Frisso,  subiscono  questo  trattamento  perch,
    mentre gli Achei,  per suggerimento dell'oracolo, stavano per immolare
    Atamante,  figlio di Eolo,  come sacrificio di purificazione (159) del
    loro paese, questo Citissoro, sopraggiunto da Ea di Colchide, lo salv
    (160)  e  con  il  suo intervento attir sopra i propri discendenti la
    vendetta  del  dio.  Udita  questa  storia,  Serse,  quando  fu  nelle
    vicinanze del sacro bosco,  si astenne dal penetrarvi e ordin a tutto
    l'esercito di fare altrettanto;  la stessa riverenza dimostr  per  la
    casa dei discendenti di Atamante e per il recinto del santuario.

     198. Questo, ci che avvenne in Tessaglia e in Acaia.
    Dai  suddetti  paesi,  Serse penetr nella Malide,  presso quel golfo,
    dove si fanno sentire ogni giorno il flusso e riflusso del mare (161),
    Intorno a questo golfo si stende un territorio  piano,  da  una  parte
    largo,  ma dall'altra molto stretto e, intorno a questo territorio, le
    cosiddette "rocce Trachinie", racchiudono tutto il paese della Malide.
    La prima citt che trova nel giro di questo golfo chi viene dall'Acaia
     Anticira,  presso la quale scorre il fiume Sperchio,  il quale viene
    dal  paese  degli Eniani e sbocca in mare.  A circa 20 stadi da questo
    fiume c' un altro corso  d'acqua,  chiamato  Dire,  che,  secondo  la
    leggenda,  sarebbe  sgorgato  dalla  terra  per portar aiuto a Eracle,
    quand'era in preda alle fiamme. A 20 stadi ancora di distanza,  scorre
    un altro fiume che si chiama Melas (162).

     199.  La citt di Trachis dista cinque stadi da questo fiume Melas e
    qui appunto,  dove  situata la citt di Trachis,  si  ha  la  massima
    larghezza di tutto il paese, dai monti al mare, poich vi sono 22 mila
    pletri (163) di pianura.
    Nella  catena  di monti che cinge tutto intorno il paese Trachinio c'
    una gola a sud di Trachis: attraverso  questa  gola,  il  fiume  Asopo
    scorre lungo le pendici del monte.

      200.  A  sud  dell'Asopo,  c'  un  altro  corso d'acqua di modesta
    portata, il Fenice,  che sgorga da questi monti e si getta nell'Asopo;
    nei  pressi del Fenice si ha il punto pi stretto del paese.  Infatti,
    vi si apre una via dove non passa che una vettura soltanto.  Dal fiume
    Fenice  alle  Termopili  ci  sono 15 stadi: e a met strada tra questo
    fiume e le Termopili si trova un villaggio, che si chiama Antela,  nei
    cui pressi scorre l'Asopo,  che poi si getta in mare.  Intorno ad esso
    il  luogo  si  allarga:  ivi  si  innalza  un  santuario  di   Demetra
    Anfizionide,  ed    preparato  il  luogo di seduta per gli Anfizioni,
    oltre un tempietto dello stesso Anfizione (164).

     201. Il re Serse, dunque, pose il campo nella Malide,  in territorio
    di Trachis,  i Greci,  invece,  si accamparono nel passo: questo luogo
    dalla maggior parte dei Greci  chiamato Termopili;  ma dagli abitanti
    del  luogo  e  dai  vicini,  semplicemente  Pile (165).  Cos ambedue,
    sistemati nei rispettivi luoghi,  erano padroni:  Serse  di  tutto  il
    paese  che  si  stende  verso  il  vento  Borea  fino al territorio di
    Trachis;  i Greci di tutta la parte di questo continente situata verso
    mezzogiorno, dove spira il vento Noto.

      202.  I  Greci che in tale localit attendevano l'urto del Persiano
    erano questi: 300 opliti di Sparta,  1000 di Tegea e Mantinea,  met e
    met;   120   venivano  da  Orcomeno  in  Arcadia  e  1000  dal  resto
    dell'Arcadia: tanti erano gli Arcadi.  Di Corinto ce n'erano  400,  di
    Fliunte  200,  di  Micene  80: questi erano i Peloponnesiaci presenti.
    Dalla Beozia venivano 700 Tespiesi e 400 Tebani.

     203.  A questi si aggiunsero,  espressamente  sollecitati,  i  Locri
    Opunzi  con tutte le loro forze e 1000 Focesi.  Li avevano chiamati in
    soccorso gli stessi Greci, dicendo loro, per mezzo di araldi, che essi
    erano venuti sul posto come avanguardia del resto: gli  altri  alleati
    erano attesi di giorno in giorno. Dalla parte del mare erano protetti,
    perch  vi  facevano buona guardia gli Ateniesi,  gli Egineti e quelli
    che erano stati incorporati nella flotta;  per essi non c'era nulla da
    temere,  poich non era un dio quello che marciava contro l'Ellade, ma
    un uomo e non c'era al mondo un uomo,  n ci sarebbe stato,  al  quale
    fin dalla nascita non fosse mai toccata disgrazia: anzi, ai pi grandi
    fra  gli  uomini  toccavano  le  pi  gravi  tra  le  sventure:  anche
    l'invasore, quindi, essendo uomo mortale,  doveva pur cadere dall'alto
    del  suo orgoglio.  Udite queste ragioni,  Locri e Focesi accorsero in
    aiuto dei Greci a Trachis.

     204. I contingenti di truppe sopra nominati avevano anche altri capi
    particolari,  secondo le varie citt,  ma quello che godeva la massima
    considerazione  e  aveva  il comando di tutte le forze era lo spartano
    Leonida,   figlio  di  Anassandrida,   figlio  di  Leone,   figlio  di
    Euricratide,  figlio  di  Anassandro,  figlio di Euricrate,  figlio di
    Polidoro, figlio di Alcamene,  figlio di Teleclo,  figlio di Archelao,
    figlio di Egesilao,  figlio di Dorisso,  figlio di Leobote,  figlio di
    Echestrato,   figlio  di  Agide,   figlio  di  Euristene,   figlio  di
    Aristodemo,  figlio di Aristomaco,  figlio di Cleodeo, figlio di Illo,
    figlio di Eracle (166): egli aveva ottenuto il regno di Sparta in modo
    del tutto inaspettato.

     205.  Avendo,  infatti,  due fratelli pi vecchi di lui,  Cleomene e
    Dorieo, era ben lontano dal vagheggiare il trono; ma, siccome Cleomene
    era morto senza lasciar figli maschi e Dorieo,  pure lui,  non era pi
    in vita, essendo morto in Sicilia,  in tal modo il regno era toccato a
    Leonida,  sia  perch  era  maggiore  per  et  di Cleombroto (questi,
    infatti,  era l'ultimo dei figli di Anassandrida),  sia  anche  perch
    aveva sposato la figlia di Cleomene (167).
    Allora  egli  se  n'era  venuto alle Termopili dopo aver scelto i suoi
    uomini fra il corpo stabilito dei Trecento e quelli che avevano  (168)
    dei figli.  Arriv sul luogo conducendo con s anche i Tebani,  di cui
    ho riferito il numero facendo il calcolo  delle  truppe,  e  alla  cui
    testa c'era Leontiade,  figlio di Eurimaco.  E la ragione per la quale
    Leonida s'era preoccupato di condurre  con  s  solo  costoro,  fra  i
    Greci, era che su di loro pesava una grave accusa di parteggiare per i
    Medi;  ed  egli  li  aveva chiamati a prender parte alla guerra perch
    voleva sapere se avrebbero mandato aiuti, oppure apertamente avrebbero
    rinunciato all'alleanza con i Greci.  Ma essi  glieli  mandarono,  pur
    essendo di sentimenti opposti.

     206. Gli Spartani avevano mandato innanzi, per primo, Leonida con la
    sua  schiera  affinch gli altri alleati,  al vederli,  scendessero in
    campo e non passassero invece anche essi dalla parte dei Persiani,  se
    venivano  a  sapere che gli Spartani indugiavano.  Ma in seguito (dato
    che le feste Carnee (169) allora costituivano un  ostacolo  alla  loro
    partenza),  dopo  aver celebrato le feste,  intendevano di lasciare un
    presidio a Sparta e di accorrere in  aiuto  con  sollecitudine  e  con
    tutte  le  forze.  Allo  stesso  modo,  per,  anche gli altri alleati
    avevano in programma di fare altrettanto: infatti,  proprio nel  tempo
    stesso  in  cui avvenivano questi fatti erano venuti a cadere i Giochi
    Olimpici (170), ed essi, non pensando che lo scontro alle Termopili si
    sarebbe  risolto  cos  rapidamente,   avevano  mandato  soltanto   le
    avanguardie.

     207.  Questo era il loro piano di azione.  Ma i Greci che erano alle
    Termopili,  quando i Persiani si fecero vicino al passo,  presi  dalla
    paura,  cominciarono  a discorrere sull'opportunit di ritirarsi.  Gli
    altri Peloponnesiaci erano del parere di tornarsene nel Peloponneso  e
    mettersi a difendere l'Istmo;  Leonida,  invece,  vedendo che Focesi e
    Locri erano sdegnati per questa proposta,  decise di rimanere in  quel
    luogo  e  di  mandare dei messi nelle varie citt a sollecitare aiuti,
    poich, diceva, erano troppo pochi per poter respingere l'esercito dei
    Persiani.

     208.  Mentre  essi  discutevano  di  queste  cose,  Serse  mand  un
    osservatore  a  cavallo  a  vedere  quanti  fossero i Greci e che cosa
    stessero facendo;  aveva egli  udito,  quando  ancora  si  trovava  in
    Tessaglia,  che  s'era radunato in quel luogo un piccolo esercito,  al
    cui comando erano degli Spartani e  Leonida,  che  traeva  origine  da
    Eracle. Il cavaliere, quando si fu accostato all'accampamento, si mise
    a osservare e a guardare,  ma non tutto l'esercito,  perch quelli che
    erano al di l del muro,  che i Greci  avevano  ricostruito  e  a  cui
    facevano la guardia,  non era possibile vederli: egli osservava quelli
    che erano al difuori, le cui armi giacevano dinanzi al muro. Per caso,
    in quel momento fuori del muro erano schierati gli  Spartani.  Orbene,
    il  cavaliere  vide  che  alcuni di essi erano intenti a fare esercizi
    ginnici,  altri a ravviarsi le chiome: davanti  a  questo  spettacolo,
    egli guardava stupito e si rendeva conto del numero. Quindi, dopo aver
    osservato  ogni cosa con esattezza,  se ne torn indietro cavalcando a
    tutto suo agio. Poich nessuno pensava di inseguirlo,  nessuno si cur
    pi di lui: egli,  ritornato al campo, rifer a Serse tutto quello che
    aveva visto.

     209.  Serse,  all'udire questo rapporto,  non riusciva a comprendere
    quello  che era in realt: che,  cio,  quegli uomini si preparavano a
    morire e a dar morte secondo le loro forze;  ma siccome gli pareva che
    fosse  ridicolo  il loro modo di comportarsi,  fece chiamare Demarato,
    che si trovava  nell'accampamento.  Quando  quello  giunse,  Serse  lo
    interrog  su ciascuno di questi punti,  volendo sapere il significato
    di quello che facevano gli Spartani. Ed egli rispose: Il mio giudizio
    su questi uomini l'hai udito  anche  prima,  quando  ci  mettevamo  in
    marcia contro la Grecia;  ma tu,  dopo avermi ascoltato,  ti ridevi di
    me,  quando dicevo quale sarebbe stato l'esito  che  io  prevedevo  di
    questa campagna.  Per me, infatti, sostenere la verit davanti a te, o
    re,   un'impresa molto ardua;  tuttavia,  ascoltami anche ora: questi
    uomini  sono  venuti per contenderci il passo e a questo si preparano.
    Poich cos vuole il loro costume: quando si  accingono  a  mettere  a
    repentaglio la vita,  allora si prendono cura della loro capigliatura.
    Sappi ora bene questo: se tu assoggetterai costoro e quelli  che  sono
    rimasti  a Sparta,  nessun altro popolo al mondo,  o re,  oser alzare
    contro di te le mani,  poich tu ora ti accingi ad attaccare il  regno
    pi splendido che vi sia tra i Greci e gli uomini pi valorosi. Parve
    a  Serse che quello che gli si diceva fosse addirittura incredibile e,
    interrogandolo di nuovo, gli chiese in qual modo,  essendo cos pochi,
    avrebbero  potuto combattere contro il suo esercito.  Quello disse: O
    re, trattami pure da spacciatore di menzogne, se tutto ci non andr a
    finire come dico io.

     210. Con queste parole non riusc a convincere Serse,  il quale,  ad
    ogni modo,  lasci passare quattro giorni,  con la speranza sempre che
    quelli se ne andassero per conto  loro  alla  chetichella.  Al  quinto
    giorno,  visto che non si ritiravano e si ostinavano a rimanere, dando
    prova (cos gli pareva) di impudenza  e  di  stoltezza,  pieno  d'ira,
    mand ad attaccarli un contingente di Medi e di Cissi, con l'ordine di
    prenderli  vivi  e  di  condurli alla sua presenza.  Ma quando i Medi,
    preso lo slancio,  piombarono sui Greci,  molti di essi cominciarono a
    cadere;  altri,  per,  subentravano  nella lotta e non si ritiravano,
    bench subissero gravi perdite.  Dimostravano cos chiaramente a tutti
    e,  meglio  che  a  ogni altro,  al re stesso,  che molti l erano gli
    uomini, ma pochi gli uomini valenti. Lo scontro si protrasse per tutto
    il giorno.

     211. Poi, siccome erano aspramente maltrattati, i Medi a poco a poco
    si ritirarono e, prendendo il loro posto,  si fecero incontro ai Greci
    i  Persiani,  quelli  che  il re chiamava gli "Immortali" comandati da
    Idarne: c'era la convinzione che, essi almeno,  l'avrebbero facilmente
    fatta  finita.  Ma quando anche questi vennero a contatto con i Greci,
    ebbero lo stesso risultato, non certo migliore, di quello ottenuto dai
    Medi, in quanto la battaglia si svolgeva in un luogo stretto,  avevano
    delle  lance  pi  corte  dei  Greci e non trovavano modo di mettere a
    profitto il loro numero.  Gli Spartani,  invece,  combattevano in modo
    degno  di  essere  ricordato,  dimostrando in molti modi di saper bene
    usare delle armi tra uomini che non lo  sapevano,  soprattutto  quando
    voltavano le spalle e tutti insieme simulavano la fuga: i Barbari,  al
    vederli fuggire,  si davano ad inseguirli urlando e schiamazzando,  ma
    essi,  quando stavano per essere raggiunti,  sempre si rivolgevano, s
    da  far  fronte  ai  Barbari  e  con  queste  improvvise   conversioni
    abbattevano un numero incalcolabile di Persiani.  Anche da parte degli
    stessi Spartani in quel luogo ne cadde un piccolo numero ma, visto che
    non riuscivano a occupare nemmeno una parte del passo,  nonostante  si
    provassero  ad  attaccarlo  sia a schiere compatte,  sia in ogni altro
    modo, i Persiani batterono in ritirata.

     212. Si dice che, durante queste riprese della battaglia, il re, che
    stava a osservarne gli sviluppi,  per tre volte  diede  un  balzo  sul
    trono,  preoccupato  per  il  suo  esercito.  Per  quel giorno cos si
    combatt dall'una parte e dall'altra.  Il giorno  dopo  i  Barbari  si
    impegnarono, ma con risultato per nulla migliore; poich i Greci erano
    pochi,  essi tornavano all'assalto nella speranza che i nemici,  ormai
    coperti di ferite,  non fossero pi in grado  di  opporre  resistenza.
    Invece  i  Greci combattevano ordinatamente disposti per schiere e per
    popoli,  alternandosi a vicenda,  a eccezione dei  Focesi,  che  erano
    stati dislocati sul monte a custodire il sentiero.  Allora i Persiani,
    siccome non trovavano nulla di cambiato da quello che avevano visto il
    giorno prima, si ritirarono.

     213.  Mentre il re era in imbarazzo e non  sapeva  a  quale  partito
    appigliarsi  in  quella  circostanza,  venne  da  lui,  per parlargli,
    Efialte,  figlio  di  Euridemo,  cittadino  della  Malide,  il  quale,
    convinto di riportarne grande ricompensa, gli segnal il sentiero che,
    attraverso  il  monte,  portava  alle Termopili e provoc la rovina di
    quei Greci che col erano schierati a  difesa.  Pi  tardi  egli,  per
    paura  degli  Spartani,  se  ne fugg in Tessaglia e dopo la sua fuga,
    quando gli Anfizioni si radunarono nel consiglio  delle  Termopili,  i
    Pilagori  (171)  imposero  una taglia sopra la sua testa.  Passato del
    tempo, essendo egli tornato ad Anticira,  vi trov la morte a opera di
    Atenade di Trachis. Questo Atenade lo uccise per un motivo diverso, di
    cui parler nel seguito (172) del mio racconto;  tuttavia non fu,  per
    questo,  meno onorato dagli Spartani.  In tal modo per  Efialte,  pi
    tardi.

     214.  C' anche un'altra versione che si tramanda dei fatti, e cio:
    sarebbero stati Onete,  figlio di Fanagora,  da Caristo e Coridallo da
    Anticira  che  avrebbero  dato  al  re queste informazioni e avrebbero
    guidato i Persiani per  aggirare  il  monte,  ma  io  non  la  ritengo
    accettabile.  Prima di tutto,  infatti, bisogna tener conto di questo:
    che i Pilagori dei Greci imposero una taglia non su Onete e Coridallo,
    ma su Efialte di Trachis,  dopo aver preso (  da  credere)  tutte  le
    informazioni pi esaurienti e precise.  In secondo luogo, noi sappiamo
    che Efialte fugg appunto per sottrarsi a questa accusa;  vero,  poi,
    che Onete,  anche non essendo cittadino della Malide, poteva conoscere
    questo sentiero,  solo che avesse a lungo frequentato il paese,  ma  
    senz'altro  Efialte  colui  che condusse il nemico per il sentiero che
    girava attorno al monte: lui,  io addito,  come  colpevole  di  questo
    fatto.

     215.  Serse, poich quello che Efialte gli prometteva di fare era di
    suo gradimento,  pieno di gioia,  mand subito con lui Idarne e quelli
    che  erano  al  suo  comando;  all'ora in cui si accendono le lampade,
    erano gi partiti dal campo.  Questo sentiero l'avevano  scoperto  gli
    indigeni  della  Malide  e,  trovatolo,  avevano  guidato  per di l i
    Tessali contro i Focesi, allorquando i Focesi, sbarrata con un muro la
    via di accesso al loro paese, s'erano messi al riparo dalla guerra. Da
    quel tempo cos lontano non s'era pi mostrato di alcuna  utilit  per
    gli abitanti della Malide.

     216.  Il sentiero in parola si snoda cos: comincia dal fiume Asopo,
    l dove scorre attraverso la gola del monte;  tanto il monte quanto il
    sentiero  hanno  lo  stesso  nome,  Anopea;  questo sentiero Anopea si
    svolge lungo la cresta del monte e finisce presso la citt  di  Alpeno
    (che    la  prima  della Locride dalla parte della Malide),  verso la
    roccia detta Melampigo e la dimora dei Cercopi (173),  l dove  anche
    la parte pi stretta del cammino.

     217. Lungo questo sentiero, che era cos come s' detto, s'avviarono
    i  Persiani,  dopo  aver  attraversato  l'Asopo e camminarono tutta la
    notte,  avendo alla loro destra i monti degli Etei e a sinistra quelli
    della Trachinia.  E quando spuntava l'aurora essi erano gi sulla cima
    del monte (174). In questo punto erano stati posti a guardia,  come ho
    gi  spiegato  precedentemente,  1000 opliti focesi che difendevano il
    loro paese e custodivano il sentiero.  Il passo  ai  piedi  (175)  del
    monte era sorvegliato da quelli di cui s' gi parlato;  ma la via del
    monte era affidata alla sorveglianza dei Focesi, che volontariamente s
    erano offerti a Leonida di assolvere questo compito.

     218.  I Focesi si accorsero dei nemici quando erano gi  saliti,  ed
    ecco  come:  mentre  salivano  il  monte,  che  era tutto ricoperto di
    querce, i Persiani sfuggivano alla loro vista. Ma siccome non c'era un
    alito di vento e forte, invece, si faceva il rumore, com'era naturale,
    delle foglie sparse per terra calpestate sotto i loro piedi,  i Focesi
    balzarono su e indossarono le armi, ma i Barbari ormai erano gi l. E
    come  videro  uomini che rivestivano le armi,  ne rimasero sbalorditi:
    poich,   mentre  speravano  che  nessun  ostacolo  si  sarebbe   loro
    frapposto,  si  erano  imbattuti  addirittura  in un esercito.  Allora
    Idarne, temendo che i Focesi fossero, magari, degli Spartani, chiese a
    Efialte di qual paese erano quei  soldati:  saputolo  con  precisione,
    dispose  i  suoi  Persiani  in ordine di battaglia.  Ma i Focesi,  non
    appena cominciarono a essere  colpiti  da  un  nugolo  di  frecce,  si
    ritirarono  fuggendo  sulla cima della montagna,  convinti che proprio
    contro di loro fosse condotto l'attacco e  si  prepararono  a  morire.
    Cos essi pensavano, ma i Persiani che seguivano Efialte e Idarne, dei
    Focesi  non  si  curarono  affatto e si precipitarono gi dal monte in
    tutta fretta.

     219.  Frattanto,  a quei Greci che erano alle  Termopili,  prima  di
    tutto  l'indovino Megistia,  dopo aver attentamente osservato le sacre
    vittime, rivel che insieme con l'aurora sarebbe venuta per loro anche
    la morte;  in secondo  luogo,  pure  dei  disertori  erano  venuti  ad
    annunciare l'aggiramento da parte dei Persiani: ora, queste notizie si
    erano  avute  che  era  ancora notte;  terzi,  vennero con la notizia,
    quando ormai il giorno cominciava a spuntare,  gli osservatori diurni,
    che erano accorsi gi dalle alture. Allora i Greci tennero consiglio e
    i  loro  pareri erano discordi;  poich gli uni insistevano che non si
    doveva  abbandonare  il  posto,  gli  altri,  invece,  sostenevano  il
    contrario.   In   seguito  a  ci  essendosi  separati,   gli  uni  si
    allontanarono,  e,  sbandatisi,  fecero ritorno  ognuno  alla  propria
    citt,  gli  altri  erano  pronti  a  rimanere  sul  luogo a fianco di
    Leonida.

     220.  Si racconta pure che sia stato Leonida  stesso  a  congedarli,
    preoccupandosi che non avessero a morire;  mentre egli, pensava, e gli
    Spartiati presenti non potevano con  onore  disertare  il  posto,  per
    difendere  il quale erano venuti espressamente.  Anch'io sono in pieno
    di questo parere, e, per di pi,  penso che Leonida,  quando s'accorse
    che  gli  alleati  mancavano  di  ardore  e  non  se  la  sentivano di
    affrontare il  pericolo  con  lui  sino  alla  fine,  ordin  loro  di
    andarsene,  mentre  per  lui  non  era  decoroso  allontanarsi  di l:
    effettivamente, ivi rimanendo, a lui restava una gloria splendida e la
    fortuna di Sparta non veniva offuscata. Infatti, agli Spartiati che la
    interrogavano sull'esito di questa guerra,  subito al primo sorgere di
    essa,  la  Pizia aveva risposto che Sparta sarebbe stata distrutta dai
    Barbari,  oppure il suo  re  avrebbe  perduta  la  vita.  Questo  essa
    vaticin nella risposta che diede loro in versi esametri, che dicevano
    cos:  "A voi,  o abitatori di Sparta dalle larghe piazze: o la vostra
    grande  gloriosissima  citt  viene  distrutta  sotto  i   colpi   dei
    discendenti  di  Perseo,  oppure  questo  non avverr;  ma il paese di
    Sparta pianger la morte d'un re della stirpe di Eracle: infatti,  non
    la  forza  dei  tori,  non  quella dei leoni lo (176) potr,  fronte a
    fronte,  trattenere: ch egli ha con s la forza di Zeus;  e dico  che
    non  si  arrester,  prima  di  aver fatto completo strazio dell'uno o
    dell'altra".
    Penso,  dunque,  che Leonida meditando su queste parole e  desiderando
    assicurare  la  gloria  soltanto agli Spartani,  abbia licenziato egli
    stesso gli alleati; ma non che, per divergenze di opinioni,  quelli se
    ne siano andati cos, senza riguardo alla disciplina militare.

     221. Anche questa  per me una prova, e molto importante, di ci che
    ho  detto: pure l'indovino che era al seguito dell'esercito,  Megistia
    di Acarnania,  che si diceva per origine discendente da Melampo (177),
    quello  stesso  che,  dalla  osservazione delle viscere delle vittime,
    aveva predetto ai Greci ci che doveva loro capitare,   ben noto  che
    Leonida  lo  voleva  congedare  affinch non morisse insieme con loro.
    Megistia, per,  nonostante ne avesse il permesso,  non volle lasciare
    Leonida,  ma  fece  partire  il  figlio,  che  militava con lui ed era
    l'unico che avesse.

     222. Orbene, tutti gli altri alleati, quelli che avevano ricevuto il
    congedo,  se ne andarono via  e  obbedirono  a  Leonida;  i  Tespiesi,
    invece,  e  i Tebani furono i soli che rimasero accanto agli Spartani.
    Di essi,  i Tebani restavano loro malgrado e per  forza  (infatti,  li
    tratteneva  Leonida,  che li voleva in conto di ostaggi);  i Tespiesi,
    invece,  con il massimo slancio,  dicevano che non se ne sarebbero mai
    andati,  abbandonando Leonida e i suoi commilitoni ma, rimasti accanto
    a lui,  morirono insieme.  Loro comandante  era  Demofilo,  figlio  di
    Diadrome.

     223.  Serse, fatte le libagioni al sorgere del sole, dopo essersi un
    po' indugiato, mosse all'attacco verso l'ora,  all'incirca,  in cui il
    mercato    pieno poich cos aveva raccomandato Efialte: infatti,  la
    discesa dal monte  pi  rapida,  e  molto  pi  breve  il  tratto  da
    percorrere  che non fosse per l'aggiramento e la salita.  I Barbari di
    Serse,  dunque,  avanzavano e i Greci di Leonida,  convinti di  uscire
    incontro  alla  morte,  si  spinsero  molto pi avanti che all'inizio,
    verso la parte pi larga della gola.  Infatti,  prima  ci  tenevano  a
    custodirne   il  muro  di  difesa  e  nei  giorni  precedenti  avevano
    combattuto ritirandosi a poco a poco verso i luoghi pi stretti  della
    gola;  ma  allora,  uscendo  essi  a combattere fuori delle strette...
    (178).  I Barbari cadevano in gran  numero,  perch,  alle  spalle,  i
    comandanti dei reparti,  con gli scudisci in mano, li sferzavano tutti
    senza distinzione,  spingendoli sempre avanti.  Perci molti  di  essi
    caddero  in  mare  e  vi  trovarono  la  morte;  molti di pi venivano
    calpestati,  vivi ancora,  dai loro  compagni:  nessun  conto  di  chi
    cadeva. Siccome, infatti, sapevano i Greci che su di loro incalzava la
    morte  da  parte di quelli che stavano aggirando il monte,  spiegavano
    contro i Barbari quanto pi avevano  di  forze,  con  pieno  disprezzo
    della vita, battendosi come forsennati.

      224.  La  maggior  parte  di loro si trovava ad avere ormai in mano
    delle lance  spezzate  ed  essi  con  le  spade  facevano  strage  dei
    Persiani.  In questa mischia cadde anche Leonida, che s'era dimostrato
    uomo di straordinario coraggio, e con lui altri illustri Spartiati,  i
    nomi dei quali ho voluto sapere,  come di uomini degni che se ne serbi
    memoria: cos pure mi sono informato del  nome  di  tutti  i  Trecento
    (179).  Anche  da parte persiana caddero allora molti uomini illustri:
    tra gli altri, anche due figli di Dario,  Abrocome e Iperante,  nati a
    Dario  da  Fratagune,  figlia  di  Artane.  Artane era fratello del re
    Dario, figlio di Istaspe e nipote di Arsame;  egli dando sua figlia in
    moglie  a  Dario,  gli  diede anche tutta la sua sostanza,  perch era
    l'unica figlia che avesse.

     225. Cos,  dunque,  caddero allora due fratelli di Serse e sopra il
    cadavere  di  Leonida  si  scaten una mischia furibonda di Persiani e
    Spartani,  finch,  per merito del loro valore,  i Greci riuscirono  a
    sottrarlo  e  per  quattro volte misero in fuga gli avversari.  Questa
    lotta dur fino a che entrarono in scena quelli che erano con Efialte.
    Ma quando i Greci furono informati che essi erano giunti sul campo, da
    quel momento cambi volto la battaglia: infatti si ritirarono verso la
    parte stretta della  strada,  e,  oltrepassato  il  muro,  andarono  a
    prendere  posizione  sulla  collina  tutti quelli che restavano (180),
    tranne i Tebani: la collina si erge  all'ingresso  della  stretta,  l
    dove oggi si trova il leone di pietra in onore di Leonida (181).  E in
    questo luogo, mentre accanitamente si difendevano con le spade (quelli
    tra essi che si trovavano ancora ad averle),  con  le  mani  e  con  i
    denti,  i  Barbari  li seppellirono di dardi,  gli uni incalzandoli di
    fronte,  dopo aver abbattuto l'ostacolo del muro;  gli altri,  che  li
    avevano circondati, premendo da ogni parte intorno.

     226.  Pur essendosi Spartani e Tespiesi comportati con tanto valore,
    si dice che il pi fiero di tutti sia stato lo  spartano  Dienece,  al
    quale  si attribuisce questa risposta,  prima che venissero a contatto
    con i Persiani: avendo saputo da un tale di Trachis che,  non appena i
    Barbari  avessero  cominciato  a  scagliare  i  loro  dardi,   per  la
    moltitudine delle frecce avrebbero oscurato il sole (tanto grande  era
    il  loro numero),  egli,  per nulla sbigottito da questa notizia e non
    facendo alcun conto del numero  dei  nemici,  avrebbe  dichiarato  che
    quell'ospite  di  Trachis  riferiva  delle notizie che erano del tutto
    favorevoli per i Greci, dal momento che, se i Medi oscuravano il sole,
    la battaglia contro di loro si sarebbe svolta all'ombra e non sotto  i
    raggi  del  sole.  Queste e altre espressioni dello stesso tono dicono
    che lo spartano Dienece abbia lasciato a ricordo del suo animo forte.

     227.  Dopo costui,  si  dice  abbiano  primeggiato  per  valore  due
    fratelli spartani: Alfeo e Marone, figli di Orsifanto. Fra i Tespiesi,
    si distinse in modo particolare uno che si chiamava Ditirambo,  figlio
    di Armatide.

     228.  In onore di questi,  che furono sepolti proprio l dove  erano
    caduti,  e  in onore di coloro che morirono prima che quelli congedati
    da Leonida se ne partissero, fu scritta un'epigrafe che diceva cos:

    "Qui, un giorno, 4000 uomini del Peloponneso
    ne impegnarono a battaglia 300 miriadi" (182).

    Questa iscrizione  era  in  onore  di  tutti;  per  gli  Spartani,  in
    particolare, era questa:

    "O straniero, annuncia agli Spartani che qui noi
    giacciamo in ossequio alle loro leggi".

    Questo,  dunque,  per  gli Spartani;  in onore dell'indovino,  invece:
    "Questo  il monumento dell'illustre Megistia,  che un giorno  i  Medi
    uccisero,  dopo aver attraversato il fiume Sperchio;  dell'indovino il
    quale,  pur sapendo chiaramente  che  le  Parche  l'avvicinavano,  non
    sopport di abbandonare i duci di Sparta".
    Quelli  che  si  presero cura di onorarli con iscrizioni e colonne,  a
    eccezione dell'epigrafe per l'indovino, furono gli Anfizioni;  invece,
    l'iscrizione del vate Megistia fu Simonide (183),  figlio di Leoprepe,
    che la fece scolpire  per  i  vincoli  di  ospitalit  che  a  lui  lo
    legavano.

     229.  A riguardo di due fra questi Trecento, Eurito e Aristodemo, si
    racconta che,  mentre avevano la possibilit,  tutti e due e di comune
    accordo,  di tornare salvi insieme a Sparta (dato che Leonida li aveva
    allontanati dall'accampamento e se ne stavano in cura a Alpeni, perch
    gravemente  ammalati  d'occhi),   oppure,   se  proprio  non  volevano
    ritornare,  affrontare  la  morte  insieme con gli altri;  pur avendo,
    dico,  libera scelta di fare una delle due cose,  non vollero agire in
    concordia di spirito;  ma, divisi nelle opinioni, Eurito, come venne a
    sapere della manovra d'aggiramento dei Persiani chiese le sue armi, e,
    indossatele,  comand al suo ilota di condurlo l dove si  combatteva.
    Quando  vi  fu  condotto,  mentre quello che l'accompagnava cercava la
    salvezza nella fuga, egli, gettandosi nella mischia, vi rimase ucciso:
    Aristodemo, invece, perdutosi di coraggio, rimase in vita. Orbene,  se
    Aristodemo  fosse  stato  solo a soffrire d'occhi e per questa ragione
    fosse ritornato a Sparta,  oppure avessero fatto ritorno tutti  e  due
    insieme,  a  mio  parere,  gli  Spartani non avrebbero concepito alcun
    risentimento contro di loro.  Ora,  invece,  che  uno  di  essi  aveva
    affrontato  la  morte,  mentre  l'altro,  pur  trovandosi nelle stesse
    condizioni,  non aveva voluto  morire,  per  forza  si  sentirono  gli
    Spartani gravemente sdegnati contro Aristodemo.

     230.  Alcuni,  dunque,  dicono che fu cos e con questo pretesto che
    Aristodemo ritorn sano e salvo a Sparta; altri, invece, affermano che
    egli,  mandato a portare qualche messaggio fuori  del  campo,  sarebbe
    potuto  rientrare  mentre si svolgeva la battaglia ma non aveva voluto
    ed era riuscito a salvarsi perch aveva indugiato nel cammino;  mentre
    il  suo compagno di missione,  arrivato in tempo per prendere parte al
    combattimento, vi aveva lasciato la vita.

     231.  Fatto sta che,  ritornato a Sparta,  Aristodemo non  ebbe  che
    vergogna  e  disonore,  e  il  disprezzo da cui era colpito giungeva a
    questo punto: nessuno degli Spartiati accendeva (184) a lui il  fuoco,
    nessuno  gli  rivolgeva  la  parola e aveva egli sempre la vergogna di
    sentirsi chiamare "Aristodemo il disertore".  Ma  nella  battaglia  di
    Platea, poi, riscatt completamente ci di cui veniva accusato.

     232.  Si racconta anche di un altro, di questi Trecento, il cui nome
    era Pantite, che ritorn sano e salvo, perch era stato mandato con un
    messaggio in Tessaglia;  ma  appena  rientrato  a  Sparta,  sentendosi
    trattato con disprezzo si impicc.

     233.  Quanto ai Tebani, che erano al comando di Leontiade, fino a un
    certo punto, trovandosi in mezzo ai Greci, combatterono, forzati dalla
    necessit, contro l'esercito del re. Ma quando videro che le forze dei
    Persiani prendevano il sopravvento, allora,  mentre i Greci di Leonida
    s affrettavano a raggiungere la collina,  essi,  abbandonatili, tesero
    le mani e si accostarono di pi ai Barbari, dicendo (ed era verissimo)
    che la pensavano come loro e sarebbero stati tra i primi a dare al  re
    terra e acqua; che erano venuti alle Termopili perch costretti a viva
    forza  e non avevano nessuna colpa dello scacco che era toccato al re;
    di modo che,  adducendo questi motivi,  ebbero salva la  vita,  poich
    anche  i  Tessali  testimoniavano  sulla  verit  di  quanto dicevano.
    Tuttavia non in  tutto  ebbero  favorevole  la  fortuna:  non  appena,
    infatti,  i  Barbari  li  ebbero in mano quando vennero ad arrendersi,
    alcuni,  pochi,  li uccisero a mano a mano che s'avvicinavano;  mentre
    alla maggior parte di essi, per ordine di Serse, impressero a fuoco il
    marchio  reale  (185)  a  cominciare  dal loro capo Leontiade,  il cui
    figlio Eurimaco fu, pi tardi, ucciso dai Plateesi, quando, alla testa
    di 400 Tebani, aveva occupato la citt di Platea.

     234.  In questo modo,  dunque,  combatterono i Greci alle Termopili.
    Serse,  fatto chiamare Demarato lo interrog,  rivolgendogli per prima
    questa domanda: Demarato,  tu sei un uomo onesto: lo  arguisco  dalla
    sincerit  delle  tue  parole,  poich  tutto quello che hai detto s 
    svolto cos come dicevi tu.  Orbene,  dimmi: quanti sono gli  Spartani
    che  ancora  restano  e,  di  essi,  quanti sono come costoro prodi in
    guerra?  O si deve credere che lo  siano  tutti  allo  stesso  modo?.
    Quello  rispose:  O re,  il numero di tutti gli Spartani  grande,  e
    numerose le loro citt; per, quello che tu desideri sapere te lo dir
    io.  Nella Laconia c' la citt di Sparta,  che pu fornire circa 8000
    guerrieri:  tutti  questi  sono  pari  in  valore  a  quelli che hanno
    combattuto qui; gli altri non sono certo uguali a costoro, ma tuttavia
    sono prodi.  A queste parole Serse replic: Demarato,  in  che  modo
    potremo  noi  avere  ragione  di  questi  uomini  con  la  minor  pena
    possibile?  Suvvia,   dimmelo,   poich  tu  devi  conoscere  certo  i
    particolari dei loro disegni, dato che sei stato loro re.

     235. Demarato rispose: O re, se davvero con tanta premura tu chiedi
    il  mio  consiglio,    giusto  che  io  ti indichi la via che ritengo
    migliore: se staccherai dalla tua flotta 300 navi e le manderai  lungo
    le  coste  della Laconia.  C' accanto a esse un isola,  che si chiama
    Citera,  della quale diceva Chilone (186) (l'uomo pi saggio  che  sia
    vissuto  presso  di  noi),  che  per gli Spartani sarebbe molto meglio
    fosse sommersa nel  mare,  piuttosto  che  emergere  dalle  acque:  si
    aspettava  egli che da quell'isola,  da un momento all'altro,  potesse
    venire qualche cosa di simile a quello che io ti sto per dire pur  non
    sapendo  nulla  della sua spedizione,  ma temendo ugualmente qualunque
    spedizione potessero fare dei nemici.  Movendo da quest'isola,  le tue
    navi  portino  il  terrore  tra  gli Spartani.  Avendo essi una guerra
    vicina,  quasi in casa,  non ci sar da  temere  che,  mentre  il  tuo
    esercito  conquister il resto della Grecia,  possano accorrere in suo
    aiuto; e quando tutto il resto della Grecia sia stato assoggettato, la
    Laconia, rimasta isolata, sar senza forze. Se tu non farai cos, ecco
    che cosa ti devi aspettare: all'entrata del Peloponneso c'  un  istmo
    stretto;  ebbene  sappi  che  in  questa  localit,  dato  che tutti i
    Peloponnesiaci sono congiurati ai tuoi danni,  dovrai affrontare altre
    battaglie  pi  violente  di  quelle  che gi ci sono state.  Facendo,
    invece, quello che t'ho detto, non solo quest'istmo,  ma anche le loro
    citt verranno in tuo potere senza combattere.

      236.  Dopo  di  lui  prese la parola Achemene,  fratello di Serse e
    comandante della flotta,  il quale s'era trovato presente al colloquio
    e aveva paura che Serse si lasciasse convincere ad agire in tal senso:
    O re disse ti vedo propenso ad accettare le proposte di un uomo che
    invidia  la  tua  felicit e tradisce i tuoi interessi,  ch di questo
    costume si compiacciono i  Greci:  sono  invidiosi  di  colui  che  ha
    successo e odiano chi  pi forte di loro.  Nella presente situazione,
    se tu,  oltre le 400 navi che hanno  fatto  naufragio,  ne  staccherai
    dalla  flotta  altre  300 per mandarle a fare il giro del Peloponneso,
    gli avversari si troveranno subito in grado di tenerci testa;  mentre,
    invece,  se  rimane  compatta la nostra flotta,  diventa difficile per
    loro assalirla e non saranno assolutamente in grado  di  sostenere  la
    lotta.  Inoltre,  avanzando  di  pari  passo,  l'intera flotta sar di
    appoggio all'esercito e l'esercito alla flotta;  ma se ne  disperderai
    le  navi,  n tu potrai essere loro utile,  n esse saranno di utilit
    per  te.  Se  vuoi  opportunamente  provvedere  agli  interessi  tuoi,
    proponiti  di  non darti cura di quelli dei nemici: dove porteranno la
    guerra, cosa faranno, quanti sono di numero. Sono ben essi in grado di
    pensare alle cose loro, come del resto noi per le nostre.  Certo  che
    gli  Spartani,  affrontando i Persiani sul campo di battaglia,  nessun
    rimedio porteranno al loro presente disastro.

     237. Serse replic con queste parole: Achemene,  mi pare che il tuo
    parlare sia giusto e far come tu dici;  ma pure Demarato, anche se il
    suo parere rimane inferiore al tuo, dice quello che ritiene sia meglio
    per me. Non voglio infatti ammettere che egli sia maldisposto verso la
    mia fortuna,  e lo arguisco dalle cose che m'ha detto in precedenza  e
    dalla realt stessa: perch,  se  vero che un cittadino prova invidia
    per il suo concittadino che  fortunato,  gli dimostra con il silenzio
    la sua ostilit, e se il concittadino gli chiede un consiglio, non gli
    suggerisce  mai  il  parere  che  ritiene migliore (a meno che non sia
    molto  avanti  nel  cammino  della  virt;  ma  uomini  siffatti  sono
    piuttosto rari),  un ospite, invece, verso un altro ospite fortunato 
    pi benevolo che mai e,  se gli chiede un consiglio,  gli  consiglier
    sempre la cosa migliore.  Ecco perch esigo che, d'ora innanzi, ognuno
    si astenga dal parlar male di Demarato, che  mio ospite.

     238.  Ci detto,  Serse pass tra i corpi degli uccisi e al cadavere
    di  Leonida,  quando  sent  che  era  re e comandante degli Spartani,
    comand che fosse tagliata la testa e infissa sopra un palo.  Per me 
    chiaro da molti altri indizi e,  in particolare poi da questo, che pi
    che  contro  tutti  gli  altri  uomini,   soprattutto  contro  Leonida
    quand'era  vivo,  era irritato il re Serse: altrimenti non avrebbe mai
    oltraggiato cos gravemente il suo cadavere, poich,  degli uomini che
    io  conosco,  i Persiani sono quelli che pi di tutti sogliono onorare
    gli uomini prodi in  guerra.  Fatto  sta  che  quelli  cui  era  stato
    impartito l'ordine l'eseguirono.

      239.  Ritorno  ora  al  punto  (187) del racconto l dove era stato
    interrotto.  Gli Spartani erano stati i primi ad essere informati  che
    il  re  moveva  in  armi contro la Grecia;  e fu cos che essi avevano
    mandato a interrogare l'oracolo di Delfi,  dove era  stato  dato  loro
    quel  responso che ho riferito poco pi sopra (188): ma ne erano stati
    informati  in  modo  piuttosto  strano.  Poich  Demarato,  figlio  di
    Aristone,  rifugiatosi tra i Medi, secondo il mio modo di vedere (e la
    ragione  con me) non aveva per gli Spartani sentimenti  benevoli,  ci
    si  pu  domandare  se  quello  che  sto  per  dire  l'abbia fatto per
    benevolenza verso di loro o per  ridere  alle  loro  spalle.  Infatti,
    quando  Serse  decise di marciare contro la Grecia,  Demarato,  che si
    trovava in Susa ed era venuto a  saperlo,  volle  darne  notizia  agli
    Spartani. Ma siccome non aveva altro modo di comunicarla, perch c'era
    pericolo di essere arrestato,  immagin questo stratagemma.  Presa una
    tavoletta ripiegata,  ne raschi via la cera e sul legno della  tavola
    scrisse,  incidendo le parole,  la decisione del re;  ci fatto, sulle
    parole fece di nuovo colare la cera,  affinch la tavoletta vuota  non
    procurasse  molestie,  a chi la portava,  da parte delle guardie della
    strada. Quando poi essa arriv a Sparta, gli Spartani non riuscivano a
    comprendere che cosa mai significasse finch, a quanto mi si racconta,
    non diede loro un consiglio Gorgo,  la figlia di Cleomene e moglie  di
    Leonida,  che  ne  aveva  avuta  l'idea:  dovevano  raschiare la cera,
    diceva, e avrebbero trovato delle parole incise nel legno. Prestandole
    ascolto,  gli Spartani trovarono il messaggio,  lo lessero  e  poi  lo
    mandarono  a  leggere  agli  altri  Greci.  Cos appunto,  dicono,  si
    svolsero questi fatti.

















    NOTE.

    N.  1.  La battaglia di Maratona era avvenuta nell'autunno del 490  a.
    C.; qui siamo dunque nell'autunno del 487 a. C.
    N. 2. Cio il 487-86 a. C.
    N. 3. Artobazane, Arsame, Ariabigne.
    N. 4. Serse, Achemene, Masiste, Istaspe.
    N. 5. L'anno 486-85 a. C., Dario mor nell'autunno del 486 a. C.
    N.  6. Aleuadi: potente famiglia di Larissa. Vantandosi discendenti da
    un mitico re di Tessaglia,  chiedevano l'aiuto del re di  Persia,  cui
    rimasero  fedeli  fino  all'ultimo,  per  poter  stabilire  il proprio
    dominio su tutta la Tessaglia.
    N.  7.  Pisistratidi: non si sa a chi mai si riferisca lo Storico  con
    tale  parola,  dato  che Ippia,  se non mor a Maratona,  doveva esser
    morto certo di vecchiaia: pi oltre non se ne parla pi.
    N. 8.  Onomacrito,  vivendo alla Corte di Pisistrato e dei suoi figli,
    collabor  con  molti  altri poeti a raccogliere e redigere i canti di
    Omero.
    N. 9. Ermione era una citt dell'Argolide: questo Laso appartenne egli
    pure al  circolo  letterario  di  Pisistrato  e  Ipparco  e  fu  dalla
    tradizione designato come uno dei maestri di Pindaro.
    N.  10.  Effettivamente  si  ebbe  molto  pi  tardi,  come ci attesta
    Pausania,  la scomparsa di  qualcuno  di  tali  isolotti,  di  origine
    vulcanica.
    N.  11.  Non  si  sa quale sia stato il vero movente di questo esilio:
    forse si accusava  [Onomacrito]  di  essersi  lasciato  corrompere  da
    Lemno,  perch  in  tal modo distogliesse gli Ateniesi da un'eventuale
    spedizione di conquista;  o  forse  all'onest  di  Ipparco  ripugnava
    l'interpolazione  di questo falso: la prima ragione dovrebbe essere la
    pi verosimile.
    N. 12. Cio l'anno 485-84 a. C.
    N.  13.  La terra di Pelope di Frigia: cio,  il Peloponneso (isola di
    Pelope).  Ricordando  Pelope  che  veniva dalla Frigia (secondo altri,
    per,  dalla Lidia),  una regione soggetta al gran  re,  Serse  lascia
    intendere di vantare dei diritti anche su quel paese.
    N.  14.  Essendo  il  primo  dei  figli  di  Dario,  nati  dopo la sua
    assunzione al trono (521 a.  C.).  Serse doveva  essere  allora  sulla
    quarantina.
    N. 15. Magi: una delle sei trib in cui erano divisi i Medi (confronta
    libro  1,  cap.  101);  fornivano  in  particolare  i  sacerdoti e gli
    interpreti dei sogni.
    N. 16. Dalla primavera del 484 alla primavera del 480 a. C.
    N. 17.  Spedizione di Dario contro gli Sciti: descritta da Erodoto nel
    libro 4, cap. 83 e seguenti.
    N. 18. Spedizione degli Sciti: Erodoto ne parla nel libro 1, cap. 103.
    N.   19.   Asia  superiore:  comprendeva  la  parte  dell'Asia  allora
    conosciuta, oltre i confini orientali dell'Asia Minore,  fino al fiume
    Indo.
    N. 20. Mare Ionio: mare Adriatico.
    N. 21. Peneo: oggi Salambria, il fiume principale della Tessaglia, che
    nasce dal Pindo e sbocca nel Golfo Termaico.
    N.  22.  Sane: anche questa citt veniva tagliata fuori dal continente
    per mezzo del canale scavato da Serse.
    N.  23.  Effettivamente i Greci erano soliti tirare in secco  le  loro
    navi  (che,  per,  erano  piccole)  e  trasportarle,  su  dei  rulli,
    attraverso l'Istmo di Corinto, da un mare all'altro.
    N. 24. Strimone: uno dei fiumi pi importanti della Tracia,  l'odierno
    Struma.
    N.  25. Lino bianco: una pianta (una specie di erba sparto) originaria
    della Spagna e introdotta in Oriente dai  Fenici,  con  le  cui  fibre
    molto  resistenti  si fabbricavano corde e stuoie.  Il papiro  la ben
    nota pianta caratteristica delle sponde del Nilo;  con la  sua  radice
    dava  nutrimento,  con  la  sua scorza materia atta alla fabbricazione
    della carta di stuoie, di corde, eccetera.
    N.  26.  Sdegnato,  Apollo,  perch dal Sileno (o  Satiro)  era  stato
    sfidato e vinto al suono del flauto.
    N.  27.  Probabilmente opere pregiate di Teodoro di Samo,  famosissimo
    artefice.  Erano oggetti di piccole dimensioni (secondo Senofonte,  il
    platano era cos piccolo che non avrebbe potuto dare ombra sufficiente
    a una cicala); ma finemente cesellati e ricchi di pietre preziose.
    N.  28.  Nell'Atene del quinto secolo a.  C.,  il "talento d'argento",
    misura ponderale e unit di valore,  equivaleva a 60 "mine" e  a  6000
    "dramme" (1 dramma = 4,366 grammi); il "talento d'oro" valeva circa 10
    volte  tanto.  Lo  "statere  darico"  (moneta  persiana  con  impressa
    l'effigie di Dario, da cui il nome) corrispondeva allo "statere d'oro"
    di Atene.
    N.   29.   Anava:  situata  a  mezzogiorno  del  Meandro  non  lontana
    dall'odierna Chardak, presso un lago salato, che tuttora esiste.
    N.  30.  Callatebo:  a  nord del Meandro,  a sud-est di Susa si notano
    delle rovine presso l'odierno villaggio di Aini-gol.
    N. 31. Corpo scelto di 10 mila soldati chiamati "gli Immortali" perch
    si aveva cura di sostituire chiunque venisse  per  qualche  ragione  a
    mancare, di modo che il numero rimaneva sempre immutato.
    N. 32. Santippo era il padre di Pericle: il fatto  narrato da Erodoto
    nel libro 9, cap. 120 e si riferisce all'anno 478 a. C.
    N. 33. Protesilao: Sposo di Laodamia, uno dei pretendenti di Elena. Fu
    il  primo  dei Greci che cadde ucciso nella spiaggia di Troia,  subito
    dopo lo sbarco;  ad Eleunte,  sul Chersoneso Tracico,  egli  aveva  un
    santuario e un culto come un eroe.
    N. 34. 7 stadi: cio circa 1300 metri.
    N.  35.  L'Ellesponto poteva esser chiamato "fiume" effettivamente per
    la  sua  poca  larghezza  e  perch  l'attraversa  la  corrente  dalla
    Propontide all'Egeo,
    N. 36. Pentecontere: navi con 50 remi.
    N.  37.  Evidentemente da Abido a Sesto il ponte era pi lungo, perch
    maggiore la distanza fra le  due  rive:  quello  occidentale,  invece,
    attraversa lo stretto in linea retta.
    N.  38.  Venti Zefiro e Noto: il primo spira da occidente;  il secondo
    soffia da sud.
    N. 39. Il paragone non si fa tra due cavi di lino e quattro di papiro;
    ma tra due di lino e due di papiro.
    N. 40. Un "talento", come misura, equivaleva a 26 chilogrammi.
    N. 41. Siamo nella primavera del 480 a. C.
    N. 42. Pare che Erodoto, intenzionalmente,  o,  forse,  per seguire la
    tradizione, attribuisca al 180 a. C., l'eclissi che fu visibile a Susa
    (non  a  Sardi)  nell'anno  481  a  C.:  in Lidia fu visibile un'altra
    eclissi di sole,  ma agli  inizi  del  478  a.  C.,  quando  ormai  la
    spedizione  di  Serse  apparteneva al passato.  Quindi Serse deve aver
    assistito al fenomeno, in Susa,  qualche mese prima;  ma Erodoto.  per
    ambientare  l'episodio del padre preoccupato per la sorte del figlio e
    per spiegare in certo qual modo l'ansia di  lui  con  un  fatto  quasi
    soprannaturale,  trova utile farlo avvenire in Sardi e nella primavera
    successiva.
    N.  43.  Viene qui identificato con il dio supremo dei  Greci  il  dio
    supremo dei Persiani, Orzmud o Ahuramazda.
    N.  44.  Uso  normale:  cio  con  la punta della lancia rivolta verso
    l'alto, com era solito, senza l'eccezione di cui si parla nel capitolo
    precedente.
    N.  45.  Piana di Tebe: s'intende l'ipoplacia  Tebe,  situata  in  una
    fertile pianura,  cantata da Omero come patria di Andromaca, la moglie
    di Ettore.
    N.  46.  I Gergiti Teucri abitavano una citt della Troade  a  oriente
    dell'Ida,   dove   s'erano   probabilmente   stanziati   i  superstiti
    dall'eccidio di Troia che non avevano abbandonato il loro Paese.
    N.  47.  Gli Ateniesi che,  in quanto Ioni,  erano i progenitori degli
    Ioni emigrati in Asia.
    N. 48. Disertando e commettendo atti di sabotaggio.
    N.  49.  Acinace:  corta  sciabola  che  il soldato persiano teneva al
    fianco destro, sospesa alla cintura.
    N.  50.   Si  nota  qui,   e  non    facile  spiegarla,   una  strana
    contraddizione con quello che  detto poco sopra.
    N.  51.  Il sepolcro di Elle,  caduta in mare nello stretto che da lei
    avrebbe preso il nome, si trovava presso Pactia sulla Propontide.
    N.  52.  Stentoride: cos era chiamata una vasta palude che si  apriva
    presso la foce dell'Ebro nelle vicinanze di Eno.
    N. 53. Dorisco: l'odierna Maritza.
    N.  54.  La cifra, certamente esagerata,  stata riportata da studiosi
    recenti a proporzioni pi modeste,  cio,  press'a poco,  a  circa  un
    decimo di quella riferita da Erodoto.
    N.  55.  Artei:  dal vocabolo persiano "arta" che indica "superiorit"
    (di  cui  i  numerosi  prefissi  di  nomi  persiani  quali  Artaserse,
    Artabazo, Artafrene eccetera) significava "i Potenti".
    N. 56. Il nome, quindi, di Cefeni veniva loro da questo Cefeo, che era
    suocero  del  famoso  Perseo  (uccisore  della Gorgone e liberatore di
    Andromeda) e nonno di Perse.
    N.  57.  Vuol dire che i Persiani,  facili ad adottare usi  e  costumi
    stranieri  (lo afferma Erodoto al libro 1,  cap.  135),  avevano fatto
    proprio il costume dei Medi, che trovavano pi bello del loro.
    N.  58.  Non si sa se fossero lamine di bronzo intrecciate o  fossero,
    invece,  corregge  di  cuoio,  magari  rivestite di lamine metalliche,
    avvolte intorno all'elmo.
    N. 59.  Pare che sia una frase interpolata: i Caldei erano i sacerdoti
    di Bel.
    N.  60.  "Sagari":  voce  scitica  che significa "bipenne",  "scure da
    guerra".
    N.  61.  Archi a doppia curvatura degli Arabi: avevano,  cio,  le due
    braccia che,  allentate,  si curvavano in senso contrario a quello cui
    bisognava ridurle per scoccar la freccia;  maggiore sforzo quindi,  ma
    molta maggior forza di propulsione.
    N.  62.  Etiopi  d'Oriente:  si  tratta  degli  abitanti  d'una  parte
    dell'attuale Belucistan, specialmente della costa,  dove vivono ancora
    uomini con la pelle nera.  Essi per non hanno nulla in comune con gli
    Etiopi,  tranne il colore della pelle (confronta Legrand:  "Hrodote",
    libro 7, pag. 98 n.). E' da notare, pure, che dagli antichi il termine
    "Etiope"  era  usato genericamente a indicare uomini di colore oscuro,
    dato che esso significa "dal volto bruciato".
    N.  63.  Libici: con tale nome Erodoto abbraccia  tutti  gli  abitanti
    dell'Africa  compresa  tra i confini dell'Egitto e l'Oceano Atlantico,
    nella zona settentrionale;  la parte meridionale  era  occupata  dagli
    Etiopi.
    N.  64.  Mare  Eritreo: da ricordare che con tale nome Erodoto designa
    l'Oceano Indiano compreso il Golfo  Persico  e  anche  il  nostro  Mar
    Rosso.
    N.  65.  Si  devono  intendere  Mardonio e Tritantecme,  perch non ci
    risulta da nessuna fonte che Otane  fosse  fratello  di  Dario  mentre
    sappiamo   di  sicuro  che  Mardonio  era  figlio  di  una  sorella  e
    Tritantecme figlio d'un fratello di Dario.
    N.  66.  C'erano due popolazioni,  che Erodoto chiama Caspi (confronta
    libro  3,  capitoli  92,  93): situate una a est del Caspio,  verso la
    Battriana, l'altra a ovest, presso il Caucaso orientale.
    N. 67. Falci: si trattava, cio, di grandi sciabole,  curvate a mo' di
    falci, una specie di "scimitarra".
    N.  68.  Cari:  il primitivo nome era Lelegi e lo Storico ne parla nel
    libro 1, cap 171.
    N. 69. Isolani: abitanti delle isole minori sottomesse in seguito alla
    repressione  della  rivolta  ionica   (probabilmente   Lemno,   Imbro,
    Samotracia).
    N. 70. Lo Storico ne ha parlato nel libro 1, cap. 142: le dodici citt
    ioniche erano: Mileto,  Miunte,  Priene, Efeso, Colofone, Lebedo, Teo,
    Clazomene, Focea, Samo, Chio, Eritre.
    N. 71. Colonie ioniche erano Cizico,  Proconneso,  Lampsaco,  Perinto,
    Abido; colonie doriche erano Calcedone, Bisanzio, Selimbria, Astaco.
    N.  72.  Arado:  importante  citt della Fenicia,  su un'isoletta,  di
    fronte al promontorio Pedalio dell'isola di Cipro.
    N.  73.  Cos,  Nisiro e Calimna  erano  tre  isole  appartenenti  alle
    Sporadi.
    N.   74.   Trezene  ed  Epidauro  erano  citt  della  Argolide,   nel
    Peloponneso,  i cui  abitanti  s'erano  spinti  nei  vari  arcipelaghi
    dell'Egeo a fondare numerose colonie che,  quindi, vantavano fondatori
    dorici.
    N. 75. Ricorda che il "pletro", corrispondente a 100 piedi, equivaleva
    a 30 metri circa.
    N. 76.  Serse allude scherzando alla prerogativa dei re di Sparta,  ai
    quali  nei  banchetti  rituali  veniva  assegnato il primo posto e una
    quantit di vivande doppia di quella assegnata  agli  altri  convitati
    (Erodoto ne parla nel libro 6 al cap. 57).
    N.  77.  Cio uomini capaci di affrontare nemici molto pi numerosi di
    loro.
    N. 78. Eione: colonia persiana della Tracia, alle foci dello Strimone;
    fu liberata dal giogo persiano nell'inverno del 476-75 a. C.
    N. 79. Cio, la profetessa, invasata dal dio,  usciva in parole oscure
    e confuse; i Bessi ordinavano quanto essa diceva, disponendo le parole
    in versi, per lo pi esametri.
    N.  80. Il "cubito regio" (o "babilonese") era di metri 0,525; fatti i
    calcoli, Artacheo era alto dunque metri 2,5375.
    N. 81. Non si trattava, certo di tutto l'esercito,  per il quale erano
    stati  stabiliti  numerosi  depositi di viveri e che era seguito dalle
    salmerie;  ma della guardia personale e della scorta d'onore del  gran
    re: a ogni modo era pur sempre qualche migliaio di persone.
    N. 82. Non gi che dovessero emigrare o espatriare, ma erano costretti
    a  ridurre  di  molto  il  loro  tenore  di  vita  e la possibilit di
    spendere;  quindi,  magari,  niente pi case di lusso,  suppellettili,
    servi eccetera.
    N.  83.  Da questa espressione,  che sembra contraddire a quello che 
    detto nel capitolo precedente, si deve intendere che, mentre il grosso
    della flotta "tagliava diritto",  da  un  promontorio  all'altro,  una
    squadra deve aver fatto il giro interno del Golfo di Torone,  portando
    nelle  varie  citt  sopra  nominate  l'ordine   di   requisizione   e
    prelevandone i contingenti fissati, per unirsi poi al resto delle navi
    lungo la rotta comune.
    N.  84.  Macedonide:  non  la Macedonia;   un distretto tra l'Assio e
    l'Aliacmone, con capitale Ege, che fu la culla della potenza macedone.
    N. 85. In altre parole Serse, avendo gi deciso di prendere la via dei
    monti,  non voleva perdere lo spettacolo del Peneo  che  si  getta  in
    mare.  Sennonch  accettando  questa versione di Erodoto,  non si vede
    perch avesse dovuto condurre con s anche le altre  navi,  in  questo
    viaggio  "turistico".  E'  pi  verosimile  invece,  che  Serse abbia,
    magari,  tentato se fosse possibile fare uno  sbarco  in  forze  sulla
    regione costiera ed entrare in Tessaglia per quella via.  Constatatane
    poi l'impossibilit,  si sarebbe adattato alla "via dell'interno" dopo
    essersi  goduto lo spettacolo meraviglioso.  Lo Storico,  quindi,  non
    fece che invertire l'ordine delle azioni.
    N.  86.  Cio s'erano dichiarati favorevoli ai Persiani:  per  questo
    atteggiamento  era stato preso solo dagli Aleuadi,  senza dubbio molto
    potenti in Tessaglia,  ma non tali da averne completamente in mano  la
    politica.  E  invero  i  Tessali  solo  pi  tardi  si  adattarono  ad
    abbracciare la causa dei Barbari quando s'avvidero che i Greci avevano
    rinunciato a difendere l'ingresso nel loro paese.
    N.  87.  Pieria: regione della Macedonia che si stende lungo il fianco
    settentrionale  del  monte  Olimpo,   dove  Serse  s'era  portato  con
    l'esercito dopo aver lasciato Terme ma di cui Erodoto non fa cenno.
    N. 88. Si ha qui un'anticipazione da parte di Erodoto, perch Tessali,
    Tebani e Locresi non s'erano ancora legati a Serse in questo momento a
    cui lo Storico si riferisce: ci avvenne solo pi tardi.
    N.  89.  "Baratro" si chiamava una voragine dietro l'acropoli di Atene
    dove venivano gettati i condannati a morte.
    N.  90.  Aliea  sorgeva all'estremit sud-occidentale dell'Argolide ed
    era stata fondala dai profughi di Tirinto,  quando nel 436  a.  C.  la
    loro citt era stata distrutta da Argo. Il nome ("citt di pescatori")
    deriva dall'occupazione ordinaria dei suoi abitanti.
    N.  91.  Nel  430  a C.: in occasione dell'ambasceria che gli spartani
    mandarono in Persia nel secondo anno  della  guerra  del  Peloponneso.
    Tucidide  ne paria diffusamente,  nel libro 2,  cap.  67 dove,  anche,
    cerca in certo qual modo di giustificare l'azione degli Ateniesi  come
    rappresaglia di tutti i soprusi perpetrati dagli Spartani.
    N.  92.  Alte  cime:  intende  l'Acropoli  di Atene,  circondata dalla
    cerchia delle antiche mura.  Il dio che prima si rivolgeva in  plurale
    ai messi, ora si rivolge, idealmente, al singolo Ateniese.
    N. 93. L'oracolo designa le varie parti dell'Attica, per metafora, con
    i nomi delle varie parti del corpo umano.
    N.  94.  Siriaco:  intendi  "asiatico"  perch  Erodoto d alla parola
    "Siri" una estensione molto vasta, e sta per "Assiri".
    N.  95.  Di solito,  quando le  statue  trasudavano  umori  (qui,  per
    estensione, sono i templi stessi) presagivano vicende luttuose.
    N.  96.  Era consuetudine dei Greci deporre sull'altare del dio che si
    voleva commuovere dei ramoscelli di ulivo,  avvolti in bende  di  lana
    bianca.
    N. 97. Pallade: in quanto dea protettrice di Atene.
    N.  98.  Cio  l'Acropoli di Atene: Cecrope era il mitico fondatore di
    Atene.
    N. 99. Il Citerone,  famoso monte ai confini fra l'Attica e la Beozia,
    era  sacro  a  Zeus  e  a  Dionisio.  E'  cos  determinata  la  parte
    dell'Attica invasa per prima dall'esercito persiano proveniente  dalle
    Termopili.
    N.  100.  Tritogenia: epiteto di Atena, derivato o dal lago Tritone di
    Libia o dal torrente Tritone in Beozia, ambedue localit collegate con
    la nascita della dea.
    N.  101.  Dono di Demetra: cio il  "grano",  da  Cerere  donato  agli
    uomini.  L'ultimo verso dice semplicemente,  in linguaggio poetico: un
    giorno o l'altro.  Giova ricordare che la battaglia di  Salamina,  cui
    qui si allude, avvenne il 20 settembre del 480 a. C.
    N.  102.  Precisamente nel 491 a. C., dopo la guerra contro l'isola di
    Egina.
    N.  103.  Laurio: distretto meridionale dell'Attica,  le  cui  miniere
    d'argento costituirono per molti anni la maggiore e pi sicura rendita
    degli Ateniesi.
    N. 104. Probabilmente sull'Istmo di Corinto.
    N.  105. Nel 494 a. C., nel fatto d'armi che Erodoto racconta al libro
    5, cap. 78 e seguente.
    N.  106.  Sfiniti dalle perdite avute,  gli Argivi non si sentivano in
    grado  di  prendere  un'iniziativa  che  sarebbe  costata  molte altre
    vittime:  questo un tentativo  dello  Storico  per  giustificare,  in
    certo   modo  l'atteggiamento  neutrale  degli  Argivi  di  fronte  ai
    Persiani: atteggiamento che non fa certo onore ad Argo.
    N.  107.  Chiaramente l'oracolo consigliava di starsene neutrali e  di
    difendere  l'Acropoli,  che avrebbe assicurato la salvezza dell'intero
    territorio di Argo.
    N.  108.  Argo aveva effettivamente esercitato una vera supremazia sul
    Peloponneso,  sia  nei  tempi mitici di Eracle e dei Pelopidi,  sia al
    tempo della Lega argolica, sotto il regno gloriosissimo di Fidone.
    N. 109. Intorno all'anno 448 a. C quando fu stipulata,  fra Atene e la
    Persia, la cosiddetta "pace di Callia".
    N. 110. Telo: isola situata nella Doride, fra Rodi e Cos.
    N. 111. Triopio: promontorio della Caria nelle vicinanze di Cnido.
    N.  112.  Fondazione di Gela: nel 689 a.  C. a opera di una colonia di
    Rodiesi e Cretesi.
    N.  113.  "Gerofanti" (primi sacerdoti) erano chiamati i sacerdoti che
    iniziavano  ai  vari  riti  sacri.  Le dee sotterranee erano Demetra e
    Persefone, adorate particolarmente a Eleusi.
    N. 114. Cleandro, salito al potere nel 505 a. C., fu ucciso nel 498 a.
    C.,  anno in cui gli  successe  il  fratello  Ippocrate.  A  Ippocrate
    successe  Gelone  (491-478  a.  C.),  che  ebbe  tre fratelli: Gerone,
    Polizelo e Trasibulo.  Gerone sostitu  Gelone  a  Gela,  mentre  egli
    regnava su Siracusa che era riuscito a conquistare,  e poi, nel 478 a.
    C., gli successe anche a Siracusa.
    N. 115. Tanto Siracusa,  quanto Corcira erano colonie di Corinto: ecco
    perch erano venuti in difesa i Corinzi.
    N.  116.  "Gamori" (o geomori) erano chiamati i nobili e ricchi coloni
    dorici, proprietari del suolo,  venuti per primi in Sicilia.  I coloni
    corinzi,   immigrati  posteriormente  in  Siracusa,   godevano  minori
    privilegi e costituivano la "fazione  popolare";  mentre  gli  antichi
    abitatori  siculi  del  paese,  tenuti  in  condizione  di  servi  dai
    conquistatori (come gli Iloti in Laconia) erano chiamati Cilliri.
    N. 117.  Megaresi di Sicilia: gli abitanti di Megara Iblea,  situata a
    nord di Siracusa.
    N. 118. Eubeesi di Sicilia: abitanti di Eubea, fondata da Lentini, che
    a  sua  volta era colonia di Calcide,  nell'isola di Eubea.  Da questo
    momento Eubea di Sicilia cess di esistere.
    N.  119.  Quando suo fratello Cleomene era salito al trono di  Spirta,
    Dioreo,  avvilito,  aveva  lasciato  la  citt  diretto  in  Libia per
    fondarvi una colonia. Respinto dai Lici, aveva tentato in Sicilia;  ma
    ivi,  vinto  da  Fenici ed Egestani,  era morto sul campo.  Erodoto ne
    parla diffusamente al libro 5, capitoli 42-46.
    N.  120.  Agamennone che,  presso Omero,  era re di Argo e di  Micene,
    secondo  una leggenda spartana avrebbe regnato anche ad Amicle,  nella
    Laconia e quindi era un eroe tutelare degli Spartani: la leggenda  poi
    raccontava che Oreste, figlio di Agamennone, era divenuto re di Sparta
    dopo la morte di Menelao.
    N.  121. Era questi Menesteo, comandante del contingente ateniese, del
    quale dice appunto Omero ("Iliade" 2,  versi 553-554): "a lui  non  si
    agguagliava  alcuno  degli  uomini terreni nell'ordinare a battaglia i
    cavalli e gli uomini armati di scudi" (trad. N. Festa).
    N.  122.  L'autenticit di questo commento   contestata  da  parecchi
    studiosi, nonostante esso sia concordemente riferito dai codici: forse
    si  tratta  di  una  interpolazione  o  di un inutile ampliamento.  Il
    paragone fra la parte pi eletta della citt e la  primavera  era  gi
    stato usato da Pericle in un orazione funebre.
    N.  123.  Fenici: si devono intendere i Cartaginesi e gli altri coloni
    fenici stanziati nell'Africa settentrionale.
    N.  124.  Elisici: popolo tirrenico di incerta identificazione,  forse
    una trib di Liguri.
    N. 125. Veramente Amilcare era uno dei due "suffeti" che si eleggevano
    ogni anno e costituivano la magistratura suprema di Cartagine,  come i
    consoli a Roma.
    N.  126.  Cio il 20 settembre del 480 a  C.:  la  battaglia,  cui  si
    accenna,  quella di Imera.
    N.  127.  "Immolando dei corpi interi...": senza,  cio, riservare una
    parte delle vittime, come solevano fare i Greci.
    N. 128.  Dato che il culto degli "eroi" era sconosciuto ai Fenici,  si
    pensa  che  Erodoto  abbia  potuto  confondere  le  onoranze  che egli
    attribuisce ad Amilcare con il culto di un dio, magari Melkart, il cui
    nome entrava in composizione con quello di Amilcare  (Abd  Melkart)  e
    del  quale dovevano esistere templi e monumenti in tutte le colonie di
    Cartagine (confronta Legrand: "Hrodote", libro 7, pag. 167 n.).
    N.  129.  Come Cadmo di cui s' parlato nel cap.  163 di questo stesso
    libro.
    N.  130.  Estesii: venti che in agosto e settembre spiravano dal nord:
    il Capo Malea  era  all'estremit  meridionale  del  Peloponneso,  per
    doppiarlo  bisognava  fare rotta verso nord e la battaglia di Salamina
    avvenne il 20 settembre.
    N. 131.  Intendendo che il dio consigliasse la neutralit,  constatata
    l'ingratitudine dai Greci precedentemente dimostrata.
    N.  132. Secondo il mito, Minosse sarebbe stato ucciso dalle figlie di
    Cocalo, re di Camico, che non volevano fosse consegnato Dedalo.
    N. 133. Camico sorgeva sopra un'erta roccia, ai cui piedi pi tardi fu
    fondata Agrigento.
    N.  134.  Iapigia: corrispondeva press'a poco all'odierna  Puglia,  la
    "Calabria" dei Romani.
    N.  135.  Iria: citt da identificarsi, forse, con la romana Uria, fra
    Taranto e Brindisi.
    N. 136. Nel 473 a. C.
    N. 137. Erodoto non conosceva, dunque,  la strage di Ateniesi avvenuta
    a  Siracusa  nel 413 a.C.,  durante la guerra del Peloponneso,  che fu
    certo pi grave.
    N. 138. Infatti, Idomeneo, che comandava i Cretesi a Troia, era figlio
    di Deucalione e nipote di Minosse.
    N. 139. S'intende l'Acaia Ftiotide,  sulla costa occidentale del Golfo
    Pelasgico, a sud-est della Tessaglia.
    N.  140.  Polemarchi: si chiamavano cos, a Sparta, i comandanti delle
    sei "More" in cui era diviso l'esercito: di solito, erano scelti fra i
    membri delle famiglie reali.
    N.  141.  Ricordare  che  il  "pletro",   come  misura  di  lunghezza,
    corrispondeva a 100 "piedi" (30 metri).
    N.  142.  "Prima",  "dopo"  s'intende  rispetto a colui che veniva dal
    nord.
    N. 141. "Chitri", cio, "marmitte", "pentole".
    N. 144. Il monte Eta era stato teatro, secondo il mito,  della morte e
    della  apoteosi  di  Eracle:  tutte le localit intorno erano,  quindi
    consacrate dalla devozione al dio.
    N. 145. Secondo i Delfi,  Tia era figlia non gi di Cefiso (eponimo di
    un  fiume  della Eocide),  ma di Castalio ed era madre di Delfo.  Essa
    avrebbe introdotto in Delfi il culto orgiastico di Dioniso,  celebrato
    dalle "tiadi" o Baccanti.
    N.  146.  Si  deve intendere che la flotta lev le ancore in due tempi
    prima furono staccate dieci navi che perlustrassero il mare e l  dove
    c'era  uno scoglio affiorante erigessero una colonna come segnalazione
    visibile a tutti; poi,  fu la volta di tutto il resto della flotta che
    procedeva per una rotta libera da insidie.
    N.  147.  Cio, forse fu il nome stesso (Leone) che indusse i nemici a
    sacrificario   come   vittima   privilegiata;    era   un   segno   di
    predestinazione   a  una  morte  violenta  e  nello  stesso  tempo  di
    eccellenza fra gli altri animali.
    N. 148. Certo non si deve intendere che da Terme al capo Sepiade siano
    giunti in un solo giorno; ma in pi giorni completi di navigazione.
    N.  149.  Eordi: resti di una popolazione  spinta  verso  oriente  dai
    principi  di  Macedonia,  abitavano  fra i fiumi Strimone e Assio,  in
    Migdonia.
    N.  150.  Non  il caso di sottolineare l'evidente esagerazione  delle
    cifre,  in  buona  fede,  riferite  da  Erodoto.  Basterebbe ricordare
    l'osservazione di  H.  Delbruk  che  se  veramente  tanti  milioni  di
    individui   avessero  partecipato  all'impresa  su  una  sola  strada,
    l'avanguardia  si  sarebbe  trovata  gi  alle  Termopili  quando   la
    retroguardia non era ancora uscita da Susa o da Babilonia.
    N.  151.  Il "chenice",  misura di capacit per aridi, valeva poco pi
    d'un litro (era la quantit minima di grano necessario al mantenimento
    d'un uomo per una giornata); il "medimno" corrispondeva a 48 "chenici"
    (circa 51 litri).  Il  calcolo  di  Erodoto  sembra  inesatto,  perch
    dividendo 5.283.220 per 48,  si ha il risultato di 110.067 "medimni" e
    4 "chenici".
    N.  152.  Essendo Eretteo antico re di Atene,  essi ne erano i  figli,
    come  Orizia  che  era  la  moglie di Borea,  e quindi Borea che aveva
    sposato la loro sorella veniva a essere loro cognato.
    N. 153. Aminocle stesso aveva provocato involontariamente la morte del
    figlio.
    N.  154.  Afete: secondo l'etimologia,  il nome significa "luogo della
    partenza".
    N.  155.  Zeus Lafistio: l'epiteto significa "divoratore" con evidente
    riferimento ai sacrifici umani che anche  in  Grecia  si  usavano  nei
    tempi antichi.
    N.  156.  Frisso  era figlio di Atamante e della prima moglie,  la dea
    Nefele,  che egli aveva lasciato per sposare  Ino,  figlia  di  Cadmo.
    Frisso e sua sorella Elle erano,  naturalmente, odiate dalla matrigna,
    la quale riusc a indurre il  loro  padre  a  sacrificare  Frisso  per
    liberare il paese da una terribile carestia,  da lei stessa provocata.
    In aiuto dei due giovani venne Nefele con il famoso Ariete  dal  vello
    d'oro  che port a volo Frisso,  salvo,  nella Colchide,  mentre Elle,
    durante il tragitto,  cadde nel  mare  che  poi  fu  da  lei  chiamato
    Ellesponto, cio "mare di Elle".
    N.  157.  Pritaneo:  edificio  pubblico  che,  con  il focolare sacro,
    rappresentava l'altare domestico della grande  famiglia  dello  stato.
    Esserne  esclusi voleva dire essere banditi,  come impuri,  dalla vita
    cittadina.
    N.  158.  A questo punto ci dev'essere nel testo dei codici una lacuna
    Per  il senso generale,  pare si debba intendere: il primogenito degli
    Atamantidi non doveva entrare nel Pritaneo,  pena la morte (e per  ci
    facevano la guardia intorno).  Se,  per,  egli riusciva,  eludendo la
    sorveglianza,  a entrare senza farsi scorgere,  aveva vinto la prova e
    non  aveva  pi nulla da temere;  ritornava cio,  cittadino con pieni
    diritti. Altrimenti, non si capisce perch avrebbero dovuto tentare di
    entrare nel Pritaneo, a rischio di perdere la vita.
    N.  159.  La malvagit di Atamante verso Nefele e verso  Frisso  aveva
    provocato  l'ira  degli  di,  che avevano punito il paese con peste e
    carestia.
    N.   160.   Portando  la  notizia  che  Frisso   era   stato   salvato
    miracolosamente dalla madre ed era ancora in vita.
    N.  161.  Flussi  e riflussi che in realt sono molto considerevoli su
    questa costa.
    N. 162. Col passare dei secoli,  il Dira e il Melas hanno congiunto le
    loro acque e attualmente affluiscono nello Sperchio.
    N.  163.  Il  "pletro"  come  unit di misura lineare equivaleva a 100
    "piedi" (circa 30 metri);  come misura di superficie equivaleva  a  10
    mila "piedi quadrati" (circa 3000 metri quadrati).
    N.   164.   Anfizione:  figlio  di  Deucalione;  secondo  la  leggenda
    (derivata,  pare,  da una errata  grafia),  avrebbe  fondato  la  Lega
    anfizionica, costituita dai rappresentanti delle varie citt greche in
    una confederazione politico-religiosa,  che teneva le sue adunanze due
    volte all'anno: in autunno ad Antela, in primavera a Delfi.
    N. 165. Pile,  cio,  "le porte",  mentre il nome completo (Termopili)
    significa "le porte calde".
    N.  166.  Nel  momento in cui Leonida si appresta a dominare la scena,
    Erodoto lo circonda idealmente con la gloria  dei  suoi  antenati  per
    mezzo dei quali risaliva fino ad Eracle.
    N.  167.  La  sposa  di  Leonida:  cio Gorgo,  della quale Erodoto ha
    parlato in termini elogiativi nel  libro  5  cap.,  51.  Cleomene  era
    fratellastro   di   Leonida   mentre  suoi  fratelli  erano  Dorieo  e
    Cleombroto, uno pi vecchio, l'altro pi giovane di lui.
    N. 168. Leonida scelse costoro perch,  anche se morivano,  lasciavano
    in patria una discendenza che avrebbe garantito la conservazione delle
    famiglie  della classe dominante dorica.  I "Trecento" costituivano un
    corpo scelto, quasi una guardia privilegiata del re.
    N.  169.  Carnee: feste celebrate in onore di Apollo Carneo,  al quale
    era  consacrato tutto il mese chiamato Carneo (21 luglio - 21 agosto):
    durante queste solennit veniva sospesa ogni attivit bellica.
    N.  170.  Si  tratta  della  settantacinquesima  Olimpiade:  i  giochi
    duravano  cinque  giorni  del mese sacro ma le ostilit erano proibite
    per tutta la durata del mese.
    N.   171.   Pilagori:  si  chiamavano  cos  i  membri  del  consiglio
    anfizionico  (rappresentanti  di  tutte  le  citt  greche)  che erano
    particolarmente incaricati delle questioni  politiche  da  dirimere  e
    cause  del  genere  da  giudicare.   Gli  Ieromnemoni,  invece,  erano
    incaricati degli affari religiosi.
    N. 172.  Nell'opera di Erodoto non se ne trova pi parola: da questa e
    da  altre  omissioni  arguiscono  alcuni che le "Storie" siano rimaste
    interrotte:  secondo  altri,   invece,   tali   omissioni   andrebbero
    addebitate a trascuratezza o a mancanza dell'ultima revisione.
    N.  173.  Cercopi: erano dei nani, spiriti folletti, che molestavano e
    beffeggiavano gli uomini.  Avendo  derubato  Eracle,  mentre  dormiva,
    delle sue armi,  egli, al risveglio, li afferr e li leg con la testa
    in gi a  un  palo,  che  portava  sulla  spalla.  In  quella  scomoda
    posizione  riuscirono  a  conservare  il  loro  spirito,  tanto da far
    sorridere, con le loro trovate sulla parte posteriore, lo stesso eroe,
    che,  infine,  li lasci andare liberi.  Il nome  Melampigo  significa
    appunto "dalle villose natiche".
    N.  174.  Pi  propriamente,  il  culmine  della salita,  in quanto il
    sentiero non raggiungeva certo la cima del  monte,  dove,  invece,  si
    rifugeranno subito dopo i Focesi.
    N. 175. Cio, le Termopili, dov'erano Leonida e tutte le altre truppe.
    N. 176. Intendi: il misterioso nemico, il Persiano invasore.
    N. 177. Melampo era un famoso indovino dei tempi mitici.
    N. 178. Pare che ci sia a questo punto una lacuna.
    N.  179.  Nel 440 a.  C. gli Spartani riportarono in patria le ossa di
    Leonida e incisero su  una  colonna  i  nomi  di  coloro  che  avevano
    combattuto alle Termopili.
    N.  180.  Da  ricordare  che  gli  Spartani  erano  s  300  ma  erano
    accompagnati da un certo numero di perieci, con armatura leggera, e di
    iloti,  che facevano da scudieri e attendenti.  C'erano  inoltre  (non
    contando  i  Tebani)  700  Tespiesi.  Si  pu  quindi  calcolare  che,
    impegnati nella lotta,  vi fossero circa 2000 Greci e i resti di tanti
    combattenti fossero ancora considerevoli.
    N.  181. Il leone, oltre che un'evidente allusione al nome di Leonida,
    era anche l'insegna dei re di Sparta.
    N.  182.  Le cifre  riportate  furono  opportunamente  arrotondate:  i
    Peloponnesiaci  erano  3100  (senza  per  calcolare  i  perieci e gli
    iloti), e i Persiani, come s' detto, 2.641.610.
    N. 183. Simonide  il famoso poeta lirico di Ceo (556-468 a.  C.): gli
    vengono  attribuite tutte e tre le iscrizioni (oltre al famoso encomio
    in onore dei caduti alle  Termopili);  le  prime  due  furono  da  lui
    dettate  per  incarico  degli  Anfizioni  mentre quella per l'indovino
    provvide a farla incidere a sue spese.
    N.  184.  Era un antica sacra consuetudine di  solidariet  umana.  Un
    piccolo,  prezioso  aiuto in tempi in cui non era facile procurarsi il
    fuoco,  il simbolo del consorzio umano e della  vita  civile:  esserne
    privato voleva dire essere considerato escluso dalla vita comune.
    N.  185.  Perch  avevano  tardato ad arrendersi,  non perch avessero
    tradito un accordo.
    N.  186.  Chilone: uno dei "sette sapienti" di  Grecia;  a  lui  viene
    attribuito  il  detto:  "Conosci te stesso".  La previsione del saggio
    trov conferma durante la guerra del Peloponneso, quando nel 424 a. C.
    gli Ateniesi, occupata Citera, resero la vita dura agli abitanti della
    Laconia.
    N.  187.  Cio a completare quanto si diceva nel cap.  220: perch mai
    gli  Spartani avevano sentito il bisogno di consultare l'oracolo prima
    ancora che si profilasse la minaccia dell'invasione  persiana?  Perch
    erano  stati  informati  da  Demarato  dei  preparativi formidabili di
    Serse.  Se lo Storico non ne addusse la ragione a quel punto della sua
    opera   fu   per  non  interrompere  la  narrazione  in  quel  momento
    pateticamente   serrato   e   drammatico.   Nonostante,   per,   tale
    giustificazione,  parecchi  critici ritengono che il presente capitolo
    non sia stato scritto da Erodoto ma interpolato!
    N. 188.  Cio,  l'oracolo (riportato al cap.  220 di questo libro) che
    faceva dipendere la salvezza di Sparta dalla morte del suo re.

    LIBRO OTTAVO.
    URANIA.

    Scontri  navali  all'Artemisio  -  Serse  invade  l'Attica  ed espugna
    l'acropoli di Atene - Battaglia di Salamina (480 a.  C.) - Ritorno  di
    Serse  in  Asia  - Mardonio sverna in Tessaglia - Inutili tentativi di
    Mardonio per accordarsi con Atene (estate 480 - primavera 479 a. C.).


     1. Quelli fra i Greci che avevano contingenti schierati nella flotta
    erano i seguenti: gli Ateniesi,  che fornivano 127 navi;  insieme  con
    loro,  ne costituivano gli equipaggi i Plateesi, spinti dal coraggio e
    dall'ardore che li animava,  nonostante  fossero  inesperti  dell'arte
    marinara. I Corinzi fornivano 40 navi e 20 i Megaresi; anche quelli di
    Calcide armarono di tutto punto 20 triremi,  i cui scafi erano forniti
    da Atene; 18 navi le forniva Egina, 12 Sicione, 10 Sparta, 8 Epidauro,
    7 Eretria, 5 Trezene; 2 Stira (nota 1), mentre Ceo mandava 2 triremi e
    2 navi a 50 remi: a queste forze vennero in aiuto i Locri Opunzi con 7
    navi, anch'esse a 50 remi.

     2.  Queste erano,  dunque,  le citt accorse all'Artemisio:  ho  gi
    detto  quale  numero di navi ciascuna di esse forniva mentre il numero
    totale delle navi raccolte nelle acque dell'Artemisio,  senza  contare
    quelle a 50 remi (nota 2), era di 271.
    Gli  Spartani  fornivano  il  comandante  supremo,  che era Euribiade,
    figlio di Euriclide, poich gli alleati avevano dichiarato che, se non
    c'era alla testa un generale di Laconia,  non  avrebbero  seguito  gli
    Ateniesi  che  li  volessero  comandare;  piuttosto  avrebbero sciolto
    l'esercito che si stava raccogliendo.

     3. S'era parlato, infatti,  all'inizio,  prima ancora che mandassero
    in Sicilia a cercare l'alleanza (3), sull'opportunit di affidare agli
    Ateniesi  il  comando  della  flotta;  ma  siccome gli alleati s'erano
    ribellati a ci,  gli Ateniesi avevano ceduto,  perch  stava  loro  a
    cuore  che  la  Grecia  si salvasse ed erano convinti che essa sarebbe
    andata alla rovina,  se avessero cominciato a litigare per il comando;
    la  loro  preoccupazione  era giusta,  poich la discordia intestina 
    tanto pi dannosa d'una  guerra  sostenuta  concordemente,  quanto  la
    guerra  pi rovinosa della pace.  Convinti, dunque, di questa verit,
    non vollero impuntarsi e cedettero;  almeno,  fino a tanto che  ebbero
    bisogno del loro appoggio,  come dimostrarono in seguito.  Poich, non
    appena, ricacciati i Persiani, si impegn la lotta per conquistarne il
    territorio, gli Ateniesi, prendendo a pretesto l'arroganza di Pausania
    (4),  privarono gli Spartani  del  supremo  comando.  Ma  ci  accadde
    soltanto pi tardi.

     4.  Per allora questi Greci,  giunti che furono all'Artemisio,  come
    videro la moltitudine (5) di navi all'ancora presso Afete e  tutto  il
    paese pieno di soldati, poich la situazione dei Barbari si presentava
    loro,   in  modo  inaspettato,  ben  diversa  da  quanto  essi  stessi
    credevano,  presi da timore,  pensavano  di  ritirarsi  dall'Artemisio
    verso  il  centro  della  Grecia.  Venuti  a conoscenza di questo loro
    progetto,  gli abitanti  di  Eubea  pregarono  Euribiade  che  volesse
    attendere un po' di tempo finch essi avessero sottratto al pericolo i
    figli,   le  mogli  e  i  familiari.   Ma  siccome  non  riuscivano  a
    convincerlo,  rivoltisi al comandante ateniese,  decisero  Temistocle,
    dietro compenso di 30 talenti,  a fare in modo che la flotta rimanesse
    dov'era e si ingaggiasse battaglia davanti all'Eubea.

     5.  Ed ecco in che modo riusc Temistocle a trattenere i Greci.  Del
    denaro  diede  una  parte,  cinque talenti,  ad Euribiade,  facendogli
    credere che glieli dava del suo.  Poi,  quando costui  s'era  lasciato
    convincere, visto che Adimanto, figlio di Ocito, generale dei Corinzi,
    era  il  solo  fra  i  capi  che  recalcitrava e diceva che si sarebbe
    ritirato dall'Artemisio e non sarebbe rimasto,  Temistocle  proprio  a
    lui  tenne  questo  discorso,  convalidato  da  giuramento: Tu non ci
    lascerai,  poich io ti far dei doni ben pi grandi di quelli che  ti
    potrebbe  mandare  il  re  dei Medi,  se tu abbandonassi gli alleati.
    Mentre egli cos parlava,  faceva portare sulla nave di  Adimanto  tre
    talenti  d'argento.  Questi,  dunque,  vinti dai doni s'erano lasciati
    persuadere;  gli abitanti di Eubea  avevano  ricevuto  il  favore  che
    desideravano  e Temistocle personalmente ne aveva un bel guadagno: non
    sapevano,  infatti,  che egli si tratteneva il resto  del  denaro,  ma
    quelli  che  ne avevano avuto parte erano convinti che fosse venuto da
    Atene proprio per questo scopo.

     6.  Fu cos,  dunque,  che  rimasero  presso  l'Eubea  e  vennero  a
    battaglia  sul  mare.  Le  cose  si  svolsero in questo modo: quando i
    Barbari nel primo pomeriggio giunsero ad Afete,  essi  che  gi  prima
    avevano  sentito  come  nei  pressi  dell'Artemisio fossero alla fonda
    alcune navi dei Greci,  al vederle allora con i  propri  occhi,  erano
    smaniosi di attaccarle, per tentare di impadronirsene. Non ritenevano,
    per,  che fosse ancora il momento di investirle di fronte, per questa
    ragione:  temevano  che,  al  vederli  venire  loro  contro,  i  Greci
    battessero  in  ritirata  e  la  notte sopravvenisse a coprire la loro
    fuga: poich,  certamente non potevano  a  meno  di  fuggire,  mentre,
    secondo il piano nemico,  bisognava che neppure il "custode del fuoco"
    (6) potesse sfuggire e salvarsi.

     7. Per evitare ci, misero in opera questo piano.  Fra tutte le loro
    navi  avendone  scelte  200,  le  fecero  passare  in giro al largo di
    Sciato,  affinch dai nemici non fossero viste mentre giravano intorno
    all'Eubea,  costeggiando  il  promontorio  Cafereo e doppiando il Capo
    Geresto,  per entrare nell'Euripo: in modo da circondare i  Greci,  ai
    quali  le  navi  giunte  da quella parte avrebbero sbarrato la via del
    ritorno, mentre essi li avrebbero attaccati di fronte.
    Presa questa decisione,  diedero il via alle  navi  stabilite,  mentre
    essi  avevano  intenzione di non sferrare l'attacco contro i Greci per
    quel giorno,  n prima che fosse loro apparso il segnale convenuto  da
    quelli che aggiravano l'isola ad avvertire che erano arrivati. Fecero,
    dunque,  partire  queste  navi,  mentre  essi  ad  Afete procedevano a
    passare in rassegna il resto della flotta.

     8.  Durante questo periodo in cui essi passavano in rivista le navi,
    c'era  col,  nel  loro  campo,  Scillia  di Scione,  il palombaro pi
    valente del mondo  a  quel  tempo,  il  quale  gi  in  occasione  del
    naufragio  avvenuto  alle falde del Pelio molti tesori aveva tratto in
    salvo per i Persiani e molti anche se  n'era  tenuti  per  s.  Questo
    Scillia  gi  da  tempo  aveva  intenzione  di passare dalla parte dei
    Greci,  ma fino a quel momento non gliene s'era offerto il destro.  In
    qual  modo,  proprio  in  quella circostanza sia potuto arrivare tra i
    Greci, non saprei dirlo con esattezza, ma mi domando stupito se quello
    che si racconta  vero: poich si dice  che,  partito  da  Afete  dove
    s'era  tuffato  in  mare,  non  ne  riemerse  se  non quando fu giunto
    all'Artemisio,  dopo aver in tal modo percorso un tratto  di  mare  di
    circa 80 stadi (7). Certamente di quest'uomo si raccontano anche altre
    prodezze  (8)  che  hanno l'aria di essere inventate,  anche se alcune
    sono vere; tuttavia,  riguardo a questa,  mi sia permesso di esprimere
    l'opinione  che  egli  arriv  all'Artemisio su una scialuppa.  A ogni
    modo,  appena arrivato,  inform immediatamente  gli  strateghi  sulle
    circostanze  del  naufragio  e  sulle  navi  inviate  a  fare  il giro
    dell'Eubea.
     9. Al sentir queste notizie,  i Greci tennero tra loro consiglio.  E
    fra  i  molti  pareri espressi quello che gi prevaleva era di restare
    per quel giorno l sul posto e farvi  il  bivacco;  poi,  passata  che
    fosse  la mezzanotte,  mettersi in cammino e andare incontro alle navi
    che compivano l'aggiramento.  Ma,  pi  tardi,  siccome  vedevano  che
    nessuno veniva ad attaccarli, atteso il tardo pomeriggio, mossero essi
    stessi verso il largo contro i Barbari,  volendo mettere alla prova la
    loro capacit di combattere e l'abilit loro di manovra.

     10.  Vedendoli muovere all'attacco con cos poche navi,  non solo  i
    soldati,  ma  anche i generali di Serse pensarono che fossero al tutto
    impazziti e spinsero innanzi anch'essi la loro flotta,  nella speranza
    di  poterli  catturare con facilit;  e la loro speranza non era certo
    infondata,  vedendo che le navi dei Greci erano poche,  mentre le loro
    erano  molte volte pi numerose e tenevano meglio il mare.  Con questi
    propositi cercarono di accerchiarli,  chiudendoli  in  mezzo.  Orbene,
    quegli  Ioni  che guardavano ai Greci con simpatia e militavano contro
    voglia,  provavano una grande stretta al cuore,  al vedere che stavano
    per  essere  chiusi nella morsa e pensando che nessuno di essi avrebbe
    fatto  ritorno,  cos  inadeguati  sembravano  loro  i  mezzi  di  cui
    disponevano i Greci; al contrario, quelli che, anzi, provavano piacere
    per  l'operazione  che  veniva  eseguita,  facevano  tra  loro a gara,
    volendo ciascuno di essi essere il primo  a  impadronirsi  d'una  nave
    attica  e ricevere il premio dal re;  poich era degli Ateniesi che si
    faceva il massimo conto tra i reparti della flotta.

     11. I Greci, invece, quando fu dato loro il segnale, prima di tutto,
    rivolte le prore contro i Barbari, riunirono le poppe verso il centro:
    quindi,  a  un  secondo  segnale,  passarono  audacemente  all'azione,
    sebbene racchiusi in breve spazio e dovessero attaccare di fronte.  In
    quell'occasione si impadronirono di 30 navi dei Barbari e  catturarono
    Filaone,  figlio di Chersi,  fratello di Gorgo, re di Salamina (9), il
    quale godeva nella flotta buona fama. Primo, fra i Greci,  a catturare
    una nave nemica fu l'ateniese Licomede, figlio di Ascreo, che si prese
    il  premio  del  valore.  La  notte separ gli avversari che in questo
    scontro  navale  combatterono  con  esito  incerto,   sicch  i  Greci
    tornarono  indietro all'Artemisio.  I Barbari ripiegarono verso Afete,
    dopo  una  battaglia  che  era  stata  molto  diversa  da  quella  che
    s'aspettavano.  Durante  questo  combattimento Antidoro di Lemno fu il
    solo,  dei Greci che erano con il re,  che pass dalla parte avversa e
    in  ricompensa  di questo suo atto gli Ateniesi gli concessero in dono
    un podere a Salamina.

     12. Era intanto sopraggiunta la notte e, nonostante si fosse a mezzo
    dell'estate (10), prese a cadere una pioggia fitta e interminabile con
    tremendi schianti di tuono, che venivano dal Pelio,  mentre cadaveri e
    relitti di navi venivano spinti verso Afete e si raggruppavano intorno
    alle  prue  delle  navi,  facendo  intoppo alle estremit dei remi.  I
    soldati che si trovavano in questo luogo,  all'udire  tale  trambusto,
    cadevano nello scoramento,  aspettandosi ormai completa rovina,  tanti
    erano i malanni in cui s'erano venuti a trovare. Infatti, prima ancora
    che avessero potuto trar respiro dal naufragio e  dalla  tempesta  che
    s'era  scatenata  in  vista  del Pelio,  li aveva sorpresi un violento
    scontro navale e, dopo il combattimento,  pioggia a dirotto,  torrenti
    impetuosi che si precipitavano in mare (11), colpi tremendi di tuono.

     13. Tale fu la notte per costoro. Per quelli poi di loro che avevano
    avuto  ordine di girare intorno all'Eubea la stessa notte fu molto pi
    spaventosa ancora, in quanto li aveva sorpresi mentre navigavano sulla
    distesa del mare e la loro  fine  fu  miseranda,  poich,  siccome  la
    tempesta e gli scrosci di pioggia erano loro capitati addosso in piena
    navigazione,  mentre si trovavano nella zona delle Cave di Eubea (12),
    sbattuti dal vento,  senza sapere dove venissero portati,  andavano  a
    cozzare contro le rocce. Insomma, di tutto faceva la divinit affinch
    le  forze  dei Persiani venissero ridotte in modo da uguagliare quelle
    dei Greci e non ne fossero troppo superiori.

     14.  Costoro,  dunque,  presso le Cave di Eubea trovavano la  morte;
    quanto  ai Barbari che erano ad Afete,  quando finalmente,  sospirato,
    torn a splendere il giorno,  tennero a  riposo  le  loro  navi  e  ne
    avevano abbastanza, nella difficile situazione in cui si trovavano, di
    starsene per il momento un po' tranquilli.
    In aiuto dei Greci,  invece,  vennero ad aggiungersi 53 navi ateniesi;
    l'arrivo di questo soccorso e insieme la notizia, sopravvenuta,  che i
    Barbari  che  facevano  il  giro  dell'Eubea erano stati completamente
    distrutti  dalla  tempesta,  infusero  loro  nuovo  coraggio.  Sicch,
    aspettata l'ora stessa del giorno prima, piombarono a vele spiegate su
    alcune  navi fenicie;  dopo averle colate a picco,  dato che si faceva
    ormai notte, tornarono indietro all'Artemisio.

     15. Il terzo giorno,  per,  i capitani dei Barbari,  ritenendo cosa
    indegna  che  quelle poche navi li tormentassero a quel modo e temendo
    anche il risentimento di  Serse,  non  aspettarono  pi  che  i  Greci
    prendessero   l'iniziativa  della  battaglia,   ma,   fatti  i  dovuti
    preparativi,  verso mezzogiorno condussero al largo le loro  navi.  Si
    dava il caso che questi scontri sul mare e il combattimento per terra,
    alle  Termopili,   avvenissero  proprio  negli  stessi  giorni.  Tutto
    l'impegno per i Greci, sul mare, era di difendere l'Euripo, come per i
    soldati di  Leonida  era  di  bloccare  il  passo  e  mentre  essi  si
    esortavano  per  non  permettere ai Barbari di penetrare in Grecia,  i
    Barbari si incitavano per distruggere le forze greche  e  impadronirsi
    del varco.

      16.  Orbene,  mentre  la  flotta  di  Serse  avanzava  in ordine di
    battaglia, i Greci attendevano immobili presso l'Artemisio;  ma quando
    i Barbari, fatto con le navi un semicerchio, cercarono di circondarli,
    per  prenderli  da  ogni  parte,  allora  i Greci mossero a loro volta
    all'attacco e impegnarono battaglia.  In questo scontro le  due  parti
    erano,  press'a  poco,  in  condizioni di parit;  poich la flotta di
    Serse per la sua imponenza e per il suo numero  delle  navi  era  essa
    stessa causa della propria rovina, dato che le navi si intralciavano a
    vicenda  e  venivano a cozzare tra loro.  Pur tuttavia resisteva e non
    intendeva cedere,  poich i capi ritenevano una vergogna essere  messi
    in fuga da un numero di navi cos piccolo.  E' vero che molte navi dei
    Greci e molti uomini andarono perduti ma erano molte di pi le perdite
    dei  Barbari  in  navi  e  soldati.  Cos  svolgendosi  la  lotta,   i
    contendenti si separarono e tornarono ognuno al proprio posto.

     17. In questa battaglia navale, fra i soldati di Serse si distinsero
    in  modo  particolare gli Egiziani,  i quali,  tra gli altri splendidi
    atti di valore compiuti,  catturarono anche cinque navi greche  con  i
    loro  equipaggi.  Tra  i  Greci  si  distinsero in questa giornata gli
    Ateniesi e,  fra gli Ateniesi,  Clinia (13),  figlio di Alcibiade,  il
    quale  partecipava all'azione a proprie spese con 200 uomini imbarcati
    su una nave di sua propriet (14).

      18.  Separatesi,   dunque,   le  due  flotte,   ben  volentieri  si
    affrettarono a tornare al loro posto di ormeggio. Ma quando, terminata
    la   lotta,   si  allontanarono  dal  campo  di  battaglia,   i  Greci
    recuperarono (15) s i cadaveri e  i  relitti  delle  navi,  ma  erano
    malamente conciati;  specialmente gli Ateniesi, che avevano met delle
    loro  navi  sconquassate  tanto  che  pensarono  di  ritirarsi   verso
    l'interno della Grecia.

      19.  Temistocle,  per,  avendo  calcolato  che,  se alle forze dei
    Barbari si fossero strappati i contingenti degli Ioni e  dei  Cari,  i
    Greci  sarebbero  stati  in  grado  di  aver  la  meglio su quelli che
    restavano,  dato che gli abitanti dell'Eubea  spingevano  il  bestiame
    verso la riva del mare (16), egli raccolse in quel luogo gli strateghi
    e  disse loro che gli sembrava di aver un abile espediente,  per mezzo
    del quale sperava di indurre alla defezione i migliori fra gli alleati
    del re.  A questo punto si fermava la sua  rivelazione,  ma,  data  la
    situazione   in   cui  si  trovavano,   soggiunse  che  dovevano  fare
    quest'altra cosa: cio delle  bestie  che  avevano  quelli  dell'Eubea
    ucciderne  pure  a  volont  (poich era meglio che le avessero i loro
    soldati,  piuttosto che i nemici);  inoltre li  esortava  a  impartire
    ordini,  ciascuno  ai  propri  soldati,  di accendere dei fuochi (17);
    quanto alla partenza,  sarebbe stata sua cura di indicarne il  momento
    opportuno perch potessero giungere in Grecia sani e salvi.
    Queste  proposte incontrarono il gradimento dei capi,  i quali,  fatti
    accendere immediatamente i  fuochi,  si  volsero  a  fare  strage  del
    bestiame.

      20.   Infatti  gli  abitanti  dell'Eubea,   per  nulla  preoccupati
    dell'oracolo  di  Bacide,   come  se  quello  che  diceva  non  avesse
    importanza,  non  avevano  portato al sicuro nulla e non avevano fatto
    alcuna provvista,  come di solito si fa in previsione d'una  guerra  e
    cos  s'erano  messi  in  una situazione critica.  Poich l'oracolo di
    Bacide,  al proposito,  si esprime cos: "Quando un uomo dalla barbara
    favella  getter  sul mare un giogo (18) fatto di papiro,  provvedi ad
    allontanare dall'Eubea le capre dal frequente belato".  Dunque per non
    aver dato peso a queste parole, toccava loro di abbandonarsi al dolore
    nel  pi grave dei modi,  sia nei mali allora presenti,  sia in quelli
    che li attendevano.

     21.  Mentre i Greci erano intenti a queste operazioni,  sopraggiunse
    l'osservatore  di  Trachis.  Come,  infatti,  c'era all'Artemisio,  in
    qualit di osservatore,  Polia,  d'una famiglia di Anticira,  il quale
    aveva ordine (e aveva pronta una nave,  allestita di tutto punto),  se
    la flotta si fosse trovata in difficolt, di darne avviso a quelli che
    erano alle Termopili;  cos,  allo stesso modo,  c'era presso  Leonida
    l'ateniese Abronico, figlio di Lisicle, pronto a riferire a quelli che
    si  trovavano  all'Artemisio,  se qualche cosa di nuovo fosse capitato
    all'esercito di terra.
    Questo Abronico, dunque, appena arrivato, diede notizia di ci che era
    accaduto a Leonida e ai suoi soldati;  ed essi,  quando lo  vennero  a
    sapere,  non  posero  pi indugio alla ritirata e si misero in cammino
    secondo l'ordine con cui erano schierati: primi i Corinzi,  ultimi gli
    Ateniesi.

     22.  Temistocle,  allora, prese con s dalla flotta ateniese le navi
    migliori,  fece il giro delle sorgenti di acqua (19)  potabile,  sulle
    quali faceva incidere delle frasi,  che gli Ioni poterono leggere,  il
    giorno dopo,  arrivando all'Artemisio.  Tali  scritte  dicevano  cos:
    "Uomini della Ionia, voi non siete nel giusto movendo in armi contro i
    vostri  padri  e  adoperandovi a rendere schiava la Grecia.  Suvvia (
    questa la cosa migliore),  venite dalla nostra  parte!  Se  non  vi  
    possibile farlo,  gi fin d'ora, toglietevi di mezzo e state neutrali,
    non solo voi, ma pregate anche i Cari di fare altrettanto. E se n una
    cosa n l'altra vi  possibile di fare,  ma siete tenuti aggiogati  da
    una  forza  troppo  grande per potervi staccare dai nemici,  almeno al
    momento  della  battaglia,   quando  verremo  a  contatto   con   voi,
    comportatevi  a bella posta da indolenti,  ricordandovi che siete nati
    da noi e che, all'inizio, proprio per causa vostra ha avuto origine la
    nostra inimicizia contro il barbaro".
    A mio modo di vedere,  Temistocle faceva incidere  queste  esortazioni
    avendo  di mira un duplice scopo: o indurre gli Ioni,  nel caso che le
    scritte fossero state ignorate dal re, a cambiare parte e schierarsi a
    fianco dei Greci,  oppure,  se la cosa fosse stata riportata a Serse e
    fosse  servita ad accusarli,  rendere sospetti gli Ioni e farli tenere
    lontani (20) dai combattimenti navali.  Ecco quello che fece  incidere
    Temistocle.

      23.  Subito  dopo  questi fatti,  un uomo di Istiea si rec con una
    barca  dai  Barbari  ad  annunciare  che  i  Greci  s'erano   ritirati
    dall'Artemisio.  Essi, per, presi da sospetti, tennero l'annunciatore
    sotto custodia e mandarono delle navi  veloci  in  avanscoperta.  Solo
    quando queste riferirono quello che era in realt,  tutta la flotta in
    massa,  ai primi raggi del sole,  fece vela  verso  l'Artemisio.  Dopo
    essersi  fermati  in  tale  localit  fino  a  mezzogiorno,  di  l si
    portarono a Istiea; arrivati sul posto, s'impadronirono della citt di
    Istiea e fecero delle incursioni contro tutti i villaggi situati lungo
    la riva del mare,  nel territorio di Ellopia (21) che fa  parte  della
    Istiotide.

     24.  Mentre essi si trovavano in questi luoghi, Serse, dopo che ebbe
    fatti preparativi speciali  riguardo  ai  cadaveri,  mand  presso  la
    flotta un araldo. I preparativi erano stati questi: di tutti i soldati
    del  suo  esercito che giacevano cadaveri alle Termopili (ed erano ben
    20 mila),  ne aveva lasciati sul terreno circa 1000;  tutti gli  altri
    aveva   seppellito  in  fosse,   fatte  scavare,   e  vi  aveva  fatto
    ammonticchiare della terra e spargere sopra del fogliame,  perch  non
    fossero visti dai soldati della flotta.  Quando,  dunque,  l'araldo fu
    sbarcato a Istiea,  chiamata a raccolta  tutta  l'armata,  disse  loro
    cos: Amici alleati,  il re Serse d il permesso, a chi vuole di voi,
    di lasciare il suo posto e di  andare  a  vedere  come  egli  combatte
    contro  quegli  uomini  stolti che speravano di trionfare sopra le sue
    forze.

     25. Dopo che egli ebbe dato questo annuncio,  nulla fu pi difficile
    che trovare un'imbarcazione;  tanti furono quelli che vollero andare a
    vedere.  Trasportati sull'altra riva,  osservavano passando qua e l i
    cadaveri: tutti,  naturalmente,  credevano che quelli che giacevano l
    fossero  Spartani  e  Tespiesi,   mentre  vedevano  anche  gli  iloti.
    Tuttavia,  a  quelli  che  si erano recati a vedere non sfugg nemmeno
    quello  che  aveva  fatto  Serse  dei  cadaveri  del   suo   esercito.
    Effettivamente,  era  una cosa ridicola.  Si vedevano,  infatti,  1000
    cadaveri di una parte giacenti qua e l,  mentre tutti gli  altri  (ed
    erano 4000) giacevano ammassati, trasportati in uno stesso luogo (22).
    Per  quel giorno essi attesero solo a guardare;  l'indomani gli uni se
    ne tornarono per mare a  Istiea,  presso  le  loro  navi;  gli  altri,
    invece, che erano con Serse, s'erano gi rimessi m cammino.

     26.  Vennero ad essi dei disertori,  pochi uomini dell'Arcadia (23),
    che chiedevano di che vivere e offrivano l'opera loro. Condottili alla
    presenza del re,  i Persiani chiesero loro che cosa stessero facendo i
    Greci:  ce  n'era  uno che a nome di tutti poneva loro queste domande.
    Quelli  risposero  che  celebravano  i  Giochi  Olimpici   e   stavano
    assistendo  alle  gare  ginniche e ippiche.  Serse chiese allora quale
    fosse il premio proposto, per il quale gareggiavano, ed essi risposero
    che al vincitore veniva data  una  corona  di  olivo.  Fu  allora  che
    Tritantecme,  figlio di Artabano,  per aver espresso un giudizio molto
    nobile, si attir da parte del re la taccia di vigliacco.  Al sentire,
    infatti,  che  il premio proposto era una corona,  non gi del denaro,
    non riusc a starsene in silenzio e davanti a tutti esclam: Ohim! o
    Mardonio, contro quali uomini ci hai condotto a far guerra! Uomini che
    con tendono non per denaro, ma per valore!.

     27. Queste erano state le sue parole.
    Nel  frattempo,   subito  dopo  che  era  avvenuto  il  disastro  alle
    Termopili,  i  Tessali  mandarono  un  araldo  ai Focesi verso i quali
    serbavano un eterno rancore,  tanto pi dopo l'ultimo  scacco  subto.
    Infatti, pochi anni prima che avvenisse la spedizione del re, avendo i
    Tessali  fatta  irruzione,  con tutte le loro forze e appoggiati anche
    dagli alleati,  nel territorio dei Focesi,  ne erano stati  battuti  e
    duramente trattati.
    Non appena, infatti, i Focesi, che avevano con s l'indovino Tellia di
    Elide,  si  furono  concentrati  sul Parnaso,  Tellia escogit in loro
    favore questo stratagemma: fatti ricoprire di  gesso  600  uomini  dei
    Focesi,  i  pi valorosi,  (non solo il corpo,  ma anche le armi),  li
    mand di notte (24) contro i Tessali,  dopo aver dato loro  la  parola
    d'ordine  di  uccidere  chiunque avessero visto non biancheggiare.  Le
    sentinelle dei Tessali,  che li videro per prime,  furono prese  dalla
    paura,  convinte  che  si  trattasse  di  tutt'altra  cosa,  cio d'un
    prodigio;  e dopo le sentinelle  fu  la  stessa  cosa  per  il  grosso
    dell'esercito; sicch i Focesi rimasero padroni di 4000 cadaveri con i
    loro scudi: di questi ultimi, una met la consacrarono ad Aba, l'altra
    met  in  Delfi;  la  decima  parte  del  bottino  ricavato  da questa
    battaglia serv per le  grandi  statue,  che  si  trovano  intorno  al
    tripode,  in atteggiamento di lotta (25), davanti al tempio di Delfi e
    per altrettante statue uguali, che furono consacrate ad Aba.

     28.  In tal modo i Focesi avevano trattato la fanteria dei  Tessali,
    che li assediava; alla loro cavalleria, poi, che aveva fatto irruzione
    nella  Focide,  avevano  inflitto  un disastro veramente irreparabile:
    infatti,  dopo aver scavato una larga fossa attraverso  il  passaggio,
    che  si  apre  nei  pressi di Iampoli,  vi avevano calate delle anfore
    vuote,  sulle quali avevano disteso della terra di  scavo,  rendendola
    pari   al   livello   del  terreno  circostante  e  avevano  aspettato
    l'irruzione dei cavalieri tessali. Questi,  lanciatisi all'attacco dei
    Focesi  con impeto,  come se dovessero travolgerli,  andarono a cadere
    sopra le anfore e i loro cavalli ne ebbero spezzati i garretti.

     29.  Serbando dunque rancore contro  i  Focesi  per  ambedue  queste
    disavventure,   i  Tessali,   per  mezzo  dell'araldo,  fecero  questa
    proposta: O Focesi, ora, almeno, un po' pi accorti,  riconoscete che
    non siete alla pari con noi.  Gi prima,  infatti, tra i Greci, finch
    la loro politica fu di nostro gradimento, eravamo sempre in condizioni
    di superiorit nei vostri riguardi; ora poi,  presso il Barbaro  cos
    grande il nostro potere,  che sta in noi fare s che siate privati del
    vostro territorio,  e,  per di  pi,  resi  schiavi.  Noi,  per,  pur
    avendone ogni possibilit, non pensiamo di trarre vendetta. Suvvia, in
    cambio  di questa generosit,  versateci 50 talenti d'argento e noi ci
    impegneremo a stornare da voi  i  malanni  che  minacciano  il  vostro
    paese.

     30. Questa la proposta formulata dai Tessali.
    I Focesi,  infatti,  erano i soli, fra gli abitanti di quella regione,
    che non fossero dalla parte dei Medi e l'unica ragione  di  ci,  come
    almeno io trovo basandomi su congetture,  era l'odio contro i Tessali;
    tanto che se i Tessali si fossero schierati  a  difesa  dei  Greci,  i
    Focesi,  io  credo,  si  sarebbero  messi con i Persiani.  Orbene,  ai
    Tessali che avanzavano quelle proposte essi risposero che  danaro  non
    ne  avrebbero dato e che anche a loro,  n pi n meno che ai Tessali,
    era lecito passare dalla parte dei  Medi,  solo  che  avessero  voluto
    cambiare politica; ma che non sarebbero mai stati, di loro iniziativa,
    traditori della Grecia.

     31.  Quando questo discorso fu riportato agli interessati, allora s
    che i Tessali, furibondi contro i Focesi, si fecero guida dei Barbari.
    Dalla Trachinia penetrarono nella Doride: da questa parte, infatti, si
    protende una stretta lingua di terra della Doride, larga al massimo 30
    stadi, che si trova tra la Malide e la Focide;  quella che anticamente
    costituiva  la  Driopide:   questo paese la madre patria dei Dori del
    Peloponneso. Ordunque, penetrati nella Doride, i Barbari non vi fecero
    alcun danno; prima di tutto,  perch gli abitanti simpatizzavano con i
    Persiani, e poi anche perch i Tessali non erano di tale parere.

     32.  Quando,  poi, dalla Doride irruppero nella Focide, non poterono
    catturarvi gli abitanti: infatti,  parte dei  Focesi  s'era  rifugiata
    sulle  alture  del  Parnaso (e invero si presta ad accogliere una gran
    folla di uomini la cima del Parnaso che,  nei pressi  della  citt  di
    Neone,  si  erge  isolata  e che si chiama Titorea;  appunto su questa
    trasferirono le loro masserizie ed essi stessi  salirono):  ma  i  pi
    s'erano  ritirati  nel  paese  di  Locri  Opunzi,  presso  la citt di
    Anfissa,  situata  sopra  la  pianura  di  Crisa.   I  Barbari  allora
    percorsero  tutto  il  territorio  della  Focide,  poich  a  guidarli
    provvedevano i  Tessali  e  tutto  ci  che  capitava  loro  tra  mano
    incendiavano e devastavano, gettando fuoco nelle citt e sugli edifici
    sacri.

     33.  Procedendo, dunque, da questa parte, lungo il corso del Cefiso,
    mettevano a saccheggio ogni cosa  e  cos  incendiarono  la  citt  di
    Drimo,  e poi Caradra,  ed Eroco,  e Tetronio,  e Anficea,  e Neone, e
    Pediea, e Tritea,  ed Elatea,  e Iampoli,  e Parapotami,  e Aba,  dove
    c'era  un ricco santuario di Apollo,  adorno di tesori (26) e di molte
    offerte votive: quel luogo aveva (e c' anche ora) un  oracolo;  anche
    questo  santuario,  dopo  averlo spogliato,  essi diedero alle fiamme.
    Cos pure, dando loro la caccia per le alture intorno, catturarono dei
    Focesi e anche alcune donne,  che furono fatte morire dal gran  numero
    di soldati che abusarono di loro.

      34.  Passando  oltre  Parapotami,  i Barbari giunsero a Panopea: da
    questo punto,  ormai,  il loro esercito,  dividendosi,  si separ.  La
    parte  pi numerosa e pi forte,  alla cui testa era Serse in persona,
    nella sua marcia verso Atene,  penetr in Beozia,  e precisamente  nel
    territorio di Orcomeno.
    I  Beoti  tutti  erano  simpatizzanti  per  i Persiani e le loro citt
    furono  salvate  da  presidi  macedoni,   opportunamente  distribuiti,
    mandativi  da  Alessandro  (27);  e  le  salvavano per questo,  perch
    volevano far vedere a Serse che c'erano dei Beoti favorevoli ai Medi.

     35. Mentre, dunque, il grosso dei Barbari procedeva da quella parte,
    altri si erano subito  diretti,  al  seguito  delle  guide,  verso  il
    santuario di Delfi,  lasciandosi il Parnaso alla destra.  Anche questi
    mettevano a ferro e fuoco tutte le localit della Focide che  venivano
    nelle loro mani; e infatti incendiarono le citt di Panopea, di Daulio
    e di Lilea. Per questa via essi procedevano, dopo essersi separati dal
    resto dell'esercito, perch volevano spogliare il santuario di Delfi e
    presentarne i tesori al re Serse;  e invero,  a quello che mi si dice,
    Serse conosceva bene,  dato che molti gliene  parlavano  di  continuo,
    quello  che  esisteva  nel  sacro  recinto  di veramente notevole;  lo
    conosceva  meglio  dei  tesori  che  aveva  lasciati  a  palazzo;   in
    particolare, poi, sapeva delle offerte di Creso, figlio di Aliatte.

     36.  Gli abitanti di Delfi, al sentire queste notizie, erano rimasti
    costernati;  e,  pieni di terrore,  consultarono l'oracolo riguardo ai
    tesori sacri;  se,  cio, dovessero nasconderli sotto terra o portarli
    in salvo in altro paese: il dio, per,  non permise che si toccassero,
    assicurando che bastava da solo a difendere ci che gli apparteneva. I
    Delfi,  allora,  udita  questa risposta,  pensarono alle proprie cose.
    Trasportarono al di l del mare, in Acaia, i figli e le donne;  mentre
    essi,  per  la  maggior  parte,  salirono  sulle  alture del Parnaso e
    portarono lass i loro beni, nella grotta Coricia (28), gli altri,  di
    nascosto,  si  recarono  ad  Anfissa,  nella  Locride.  Tutti i Delfi,
    quindi, abbandonarono la loro citt, tranne 60 (29) e il profeta (30).

     37.  Quando i Barbari,  nella loro marcia,  erano gi  vicini  e  si
    trovavano  in vista del santuario,  proprio allora il profeta,  che si
    chiamava Nicerato, vide disposte sul davanti del tempio le armi sacre,
    che erano state portate fuori  dall'interno  del  sacrario,  mentre  a
    nessun uomo era lecito toccarle. Orbene, egli si rec ad annunciare il
    prodigio  a  quelli dei Delfi che erano rimasti;  ma quando i Barbari,
    che avevano una gran fretta,  furono all'altezza del tempio  di  Atena
    Pronaia  (31),  altri prodigi si manifestarono ancor pi importanti di
    quelli gi avvenuti in  precedenza.  Poich,  certo,  se    una  cosa
    sorprendente,  e  molto,  che  armi  da  guerra siano da sole apparse,
    disposte all'esterno del tempio, quello che, dopo di ci, sopraggiunse
    in un secondo tempo merita,  pi di ogni altro miracolo,  di suscitare
    la pi viva ammirazione. Infatti, quando i Barbari invasori furono nei
    pressi del tempio di Atena Pronaia,  proprio allora caddero su di loro
    fulmini dal cielo, mentre,  staccatesi dal Parnaso,  due cime rocciose
    rotolarono  con  immenso  fragore  su  di essi e ne travolsero un gran
    numero: intanto,  dall'interno del tempio della  Pronaia  si  alzavano
    grida e incitamenti alla lotta.

      38.  Per l'improvviso concorso di tutti questi prodigi era piombato
    il terrore sui Barbari; e i Delfi, avuta notizia che essi si volgevano
    alla fuga,  scesero dalle alture ad assalirli e ne  uccisero  un  buon
    numero;  gli  scampati fuggirono direttamente in Beozia.  Quei Barbari
    che poterono  tornare  dalla  spedizione  raccontavano  poi  (come  ho
    sentito  dire),  che,  oltre a questi fatti prodigiosi,  avevano visto
    anche altri interventi degli di: infatti due  opliti,  d'una  statura
    ben pi grande dell'umana, li inseguivano uccidendo e dando la caccia.

      39.  I Delfi sostengono che questi due guerrieri erano gli eroi del
    luogo Filaco e Autonoo, i cui sacri recinti si trovano nelle vicinanze
    del santuario: quello di Filaco  proprio lungo la strada  al  disopra
    del  santuario  della  Pronaia;  quello  di  Autonoo vicino alla fonte
    Castalia, ai piedi della rupe Iampea (32).  I massi caduti dal Parnaso
    si conservavano ancora ai miei tempi, nel recinto di Atena Pronaia, l
    dov'erano  precipitati  rotolando  fra le schiere dei Barbari.  In tal
    modo questi uomini furono allontanati dal santuario.

      40. Frattanto la flotta dei Greci partita dall'Artemisio,  aderendo
    alla  preghiera  degli  Ateniesi,  gett  le  ancore  a Salamina.  Gli
    Ateniesi avevano insistito presso gli  alleati  perch  si  fermassero
    nelle  acque di Salamina per due giorni: per poter pure essi trarre in
    salvo dall'Attica i loro figli e le mogli,  prima che i nemici  se  ne
    avvedessero,  e  per  poter  deliberare  sulla  condotta  da tenere in
    futuro.  E in verit,  nella situazione in cui si trovavano,  dovevano
    per  forza  tener  consiglio,  dato  che erano stati delusi nella loro
    aspettativa;  mentre,  infatti,  speravano di trovare i Peloponnesiaci
    accampati  in Beozia contro il Barbaro con tutte le loro forze,  nulla
    di tutto ci avevano  trovato;  anzi  venivano  a  sapere  che  quelli
    stavano fortificando l'Istmo, poich annettevano la massima importanza
    alla salvezza del Peloponneso,  assicurandone la difesa e abbandonando
    tutto il resto. Fu cos dunque che, ricevute queste informazioni, essi
    li avevano scongiurati di restare a Salamina.

     41.  E cos mentre gli altri  stavano  alla  fonda  nelle  acque  di
    Salamina,  gli  Ateniesi  si  trovavano a casa loro.  Appena arrivati,
    fecero un bando: ogni Ateniese nel modo che gli era possibile mettesse
    in salvo i propri  figli  e  la  gente  di  casa  sua.  Allora  i  pi
    trasportarono  i  loro cari a Trezene,  altri a Egina,  altri ancora a
    Salamina.  E s'affrettarono a sottrarli al pericolo  non  solo  perch
    volevano ubbidire all'oracolo, ma anche, anzi in modo particolare, per
    quest'altro motivo.  Al dire degli Ateniesi,  nel tempio (33) abita un
    grande serpente che custodisce l'acropoli; cos essi dicono e,  per di
    pi,  convinti  che ci sia,  continuano a presentargli ogni mese delle
    offerte: queste offerte mensili sono focacce di miele. Orbene,  mentre
    nel tempo passato,  sempre,  questa focaccia veniva consumata, in quei
    giorni era  rimasta  intatta.  Quando  la  sacerdotessa  l'ebbe  fatto
    sapere,  gli  Ateniesi  s'affrettarono  ancor  di pi,  e con maggiore
    ansia,  a lasciare la citt,  poich anche la  dea  aveva  abbandonato
    l'acropoli.  E cos,  dopo aver posto al sicuro ogni cosa, fecero vela
    verso il campo (34).

     42.  Non appena le squadre provenienti dall'Artemisio ebbero gettato
    le  ancore  a  Salamina,  anche il resto delle forze navali dei Greci,
    avutane notizia,  vennero a  raggiungerle  in  massa  da  Trezene:  in
    precedenza,  infatti,  era  stato  loro  comandato  di  concentrarsi a
    Pogone,  che era il porto di Trezene.  E cos si radunarono a Salamina
    le  navi  in numero molto maggiore di quelle che all'Artemisio avevano
    sostenuto gli scontri navali, e provenienti da pi citt.
    Il comandante in capo era lo stesso che all'Artemisio, cio Euribiade,
    figlio di Euriclide,  cittadino spartano;  ma non tuttavia  di  sangue
    regale;  quanto alle navi, il contingente di gran lunga pi numeroso e
    quelle che meglio tenevano il mare erano fornite da Atene.

     43. Ecco quelli che facevano parte della flotta.
    Dal Peloponneso v'erano quelli di Sparta che fornivano 16 navi, quelli
    di Corinto che allineavano lo stesso numero (nota 35) di  triremi  che
    all'Artemisio;  gli  abitanti  di  Sicione  avevano  15  navi,  10  ne
    fornivano quelli di Epidauro,  5 quelli  di  Trezene  e  3  quelli  di
    Ermione: tutti costoro, eccetto i cittadini di Ermione, erano di razza
    dorica  e  macedone (36),  venuti molto recentemente da Erineo e Pindo
    nella Driopide.  Gli Ermionesi,  invece,  sono Driopi,  scacciati  dal
    paese  che  ora si chiama Doride,  ad opera di Eracle e degli abitanti
    della Malide.

     44.  Queste le popolazioni del Peloponneso che avevano  parte  nella
    flotta;  del contingente esterno, erano quest'altre: gli Ateniesi che,
    in confronto con tutti gli altri, fornivano 180 navi ed erano soli (in
    quanto a  Salamina  al  loro  fianco  non  c'erano,  a  combattere,  i
    Plateesi,    per   questo   fatto:   quando   i   Greci,   ritirandosi
    dall'Artemisio,  erano giunti  all'altezza  di  Calcide,  i  Plateesi,
    sbarcati sulla costa della Beozia,  che  di fronte,  si erano volti a
    trarre in salvo le loro famiglie e cos,  mentre mettevano al sicuro i
    loro cari, erano rimasti indietro). Gli abitanti dell'Attica, al tempo
    in  cui i Pelasgi occupavano il paese che ora si chiama Ellade,  erano
    Pelasgi e si chiamavano Cranai (37),  poi,  sotto il re Cecrope furono
    chiamati Cecropidi; quando il potere fu assunto da Eretteo, cambiarono
    il nome in quello di Ateniesi (38); e quando Ione, figlio di Xuto (39)
    fu loro capitano, presero da lui il nome di Ioni.

      45.  I  Megaresi schieravano lo stesso numero di navi (nota 40) che
    avevano all'Artemisio; gli abitanti di Ambracia erano accorsi in aiuto
    con 7 navi;  Leucade ne forniva  3:  sono,  questi,  popoli  di  razza
    dorica, provenienti da Corinto.

     46.  Degli isolani,  gli Egineti fornivano 30 navi;  essi ne avevano
    anche altre 12,  armate di tutto punto;  ma  con  queste  facevano  la
    guardia  alla  loro  isola,  mentre con le 30 triremi migliori presero
    parte alla battaglia navale di Salamina: gli  Egineti  sono  dei  Dori
    venuti  da  Epidauro;  la loro isola precedentemente si chiamava Enone
    (41).  Dopo gli Egineti venivano i  Calcidesi,  con  le  20  navi  che
    avevano  all'Artemisio,  e gli Eretriesi con le loro 7 triremi: questi
    sono gli Ioni. Quindi, gli abitanti di Ceo di razza ionica,  originari
    di  Atene,  con  lo  stesso numero di navi (42).  I cittadini di Nasso
    allineavano 4 triremi: dalla loro isola erano state mandate  a  unirsi
    ai  Medi,  come  avevano  fatto  gli altri isolani;  ma,  invece,  non
    curandosi di eseguire gli ordini ricevuti, erano venute ad affiancarsi
    ai Greci,  cedendo alle insistenze di Democrito,  uomo illustre fra  i
    cittadini  e che allora comandava una trireme: i Nassi sono degli Ioni
    di origine ateniese.  I cittadini di Stira davano lo stesso numero  di
    navi (nota 43) che all'Artemisio;  i Citni fornivano una trireme e una
    nave a 50 remi: ambedue questi popoli sono  Driopi.  Anche  quelli  di
    Serifo,  di Sifno e di Melo (44) militavano nella flotta; perch erano
    gli unici fra gli isolani, che non avessero offerto terra e acqua.

     47. Tutte queste citt, i cui contingenti presero parte alla guerra,
    erano situate al di qua dei Tesprozi (45) e  del  fiume  Acheronte;  i
    Tesprozi,  infatti, sono a confine con Ambracia e Leucade, che furono,
    quindi,  le pi lontane citt fra quante parteciparono alla  campagna.
    Fra quelle situate al di l di tale limite, solo Crotone (46) venne in
    aiuto  alla  Grecia  in  pericolo  con  una nave soltanto,  che era al
    comando di Faillo, tre volte vincitore nei giochi pitici: i Crotoniati
    sono di razza achea.

     48.  Orbene,  mentre gli altri militavano fornendo alla flotta delle
    triremi,  gli abitanti di Melo,  di Sifno e di Serifo fornivano navi a
    50 remi: i Meli,  oriundi di Sparta,  ne fornivano  2,  i  Sifni  e  i
    Serifi,  Ioni  originari  di  Atene,  una  ciascuna.  Cos  il  numero
    complessivo (nota 47) delle navi fu di 378,  senza contare quelle a 50
    remi.

      49.  Quando  i  comandanti dalle citt sopra ricordate convennero a
    Salamina (48),  discutevano fra di  loro  (dato  che  Euribiade  aveva
    invitato chiunque voleva esprimere il suo parere),  in quale localit,
    di cui erano padroni,  secondo il loro modo di vedere,  sarebbe  stato
    pi  opportuno  venire  a  battaglia  sul mare: e siccome l'Attica era
    ormai stata abbandonata,  la questione si poneva riguardo  alle  altre
    regioni.  La  maggior parte delle opinioni di coloro che parlavano era
    concorde nel ritenere che si dovesse far vela verso l'Istmo e attaccar
    battaglia davanti al Peloponneso, adducendo questa ragione: se,  nello
    scontro sul mare, fossero stati vinti, trovandosi a Salamina sarebbero
    stati  assediati  in  un'isola,  dove nessuna via di scampo si sarebbe
    potuta  manifestare;  combattendo,  invece,  all'Istmo,  si  sarebbero
    portati in salvo (49) sulla loro stessa terra.

       50.   Mentre   i  capi  venuti  dal  Peloponneso  facevano  queste
    considerazioni,  sopraggiunse un uomo di Atene  ad  annunciare  che  i
    Barbari  erano  penetrati  nell'Attica  e la mettevano tutta a ferro e
    fuoco. Infatti, l'esercito che, accompagnato da Serse,  aveva preso la
    strada  attraverso  la Beozia,  dopo aver dato alle fiamme la citt di
    Tespie,  che gli  abitanti  avevano  abbandonata  per  rifugiarsi  nel
    Peloponneso,  e aver fatto altrettanto con quella di Platea, era ormai
    giunto ad Atene e vi saccheggiava ogni cosa: Serse incendi  Tespie  e
    Platea,  perch dai Tebani aveva saputo che non nutrivano simpatia per
    i Persiani.

     51.  Dalla traversata dell'Ellesponto,  donde i Barbari cominciarono
    la loro marcia (dopo aver ivi trascorso un mese [50], durante il quale
    erano  passati  in  Europa),  in  altri  tre  mesi  avevano  raggiunto
    l'Attica,  mentre in Atene era arconte  (51)  Calliade.  Ed  ecco  che
    occupano   la   citt  deserta  e  trovano  soltanto  pochi  Ateniesi,
    rifugiatisi nel santuario (52),  cio che "il muro  di  legno  sarebbe
    stato inespugnabile": sbarrato l'accesso all'acropoli con dei battenti
    di  porte e con pali,  respingevano gli assalitori: questi ultimi (53)
    non s'erano rifugiati a Salamina prima di tutto per la  loro  povert;
    ma,  oltre  a ci,  perch anch'essi pensavano di aver trovato il vero
    significato dell'oracolo che la Pizia aveva loro dato,  cio  che  "il
    muro  di  legno  sarebbe stato inespugnabile": dunque,  proprio questo
    (54) era il luogo di rifugio cui l'oracolo accennava, non gi le navi.

     52.  Orbene,  i Persiani,  accampatisi al sommo  della  collina  che
    s'erge davanti all'acropoli e che gli Ateniesi chiamano Areopago (55),
    conducevano  l'assedio nel modo seguente: circondate di stoppa le loro
    frecce, vi davano fuoco e le scagliavano contro la barricata. Tuttavia
    gli  Ateniesi  ivi  assediati  resistevano,   sebbene  si   trovassero
    all'estremo  dei  mali  e  traditi dal loro baluardo di legno;  n mai
    vollero  ascoltare  le  proposte  di  resa  che  i  Pisistratidi  (56)
    avanzavano; e tra gli altri mezzi di difesa escogitarono anche questo:
    cio,  quando i Barbari tentavano di accostarsi alle porte, rotolavano
    loro addosso dei grossi macigni; sicch Serse per lungo tempo si trov
    in grave difficolt, non riuscendo a impadronirsi di loro.

     53.  Ma col passare del tempo (57) si rivel ai Barbari una  via  di
    penetrazione che li liber dall'imbarazzo: era destino,  infatti, che,
    secondo  la  predizione  dell'oracolo,  tutta  l'Attica  che  era  sul
    continente  (58) cadesse sotto il dominio dei Persiani.  Proprio sulla
    parte anteriore della acropoli,  alle spalle,  quindi,  delle porte  e
    della  via di accesso,  proprio l dove nessuno faceva la guardia,  n
    mai avrebbe pensato che un uomo potesse arrampicarsi,  salirono alcuni
    nemici,  dalla  parte  del tempio di Aglauro (59),  figlia di Cecrope,
    sebbene il luogo fosse scosceso.  Quando gli  Ateniesi  videro  che  i
    nemici  erano  ormai  saliti  sull'acropoli,  alcuni  si gettarono gi
    dall'alto delle  mura  e  vi  rimasero  sfracellati;  altri  cercarono
    rifugio  nell'interno  del  sacrario.  Frattanto,  quei  Persiani  che
    avevano compiuto la scalata si diressero,  prima di  tutto,  verso  le
    porte,  e,  dopo  averle  spalancate,  si  diedero  a  far  strage dei
    supplici; quando questi furono tutti abbattuti,  spogliarono il tempio
    e incendiarono l'intera acropoli.

     54.  Serse, quando ebbe completamente in mano Atene, mand a Susa un
    messo a cavallo perch annunciasse ad Artabano  il  prospero  successo
    che  aveva  ottenuto.  Ma  il  giorno successivo a quello in cui aveva
    inviato il messo,  convocati gli esuli  di  Atene  che  erano  al  suo
    seguito,  diede  loro  ordine  di  salire sull'acropoli e offrirvi dei
    sacrifici secondo il loro costume;  questi  ordini  egli  impartiva  o
    perch  avesse visto qualche visione in sogno,  o che gli fosse venuto
    il rimorso per aver incendiato il  tempio.  E  i  fuorusciti  ateniesi
    fecero quanto era stato loro comandato.

      55.  Ora dir per qual ragione ho ricordato questo particolare.  In
    questa acropoli c' un tempio di Eretteo  (60),  che  si  dice  figlio
    della  terra,  nel quale si conservano una pianta di ulivo e una fonte
    d'acqua salata,  che,  secondo la leggenda accettata  dagli  Ateniesi,
    avrebbero lasciato, a testimonianza del loro potere, Posidone e Atena,
    quando  erano  venuti  a  gara per il dominio sul paese.  Orbene,  era
    successo che questo ulivo fosse incendiato dai Barbari, insieme con il
    resto del santuario;  ma il  giorno  dopo  dell'incendio,  quando  gli
    Ateniesi,  che  avevano  ordine di compiere i sacrifici,  salirono nel
    sacro recinto,  videro che  dal  tronco  era  spuntato  un  germoglio,
    cresciuto  ormai  all'altezza d'un cubito.  Questo  quanto essi hanno
    raccontato.

     56.  Intanto i Greci che erano a Salamina quando fu loro  annunziata
    la  sorte  dell'acropoli,  ne  furono  tanto costernati che alcuni dei
    capitani non attesero nemmeno che si venisse  a  una  decisione  della
    questione proposta,  ma si precipitarono sulle loro navi e alzarono le
    vele,  decisi a  salpare:  coloro  che  erano  rimasti  vennero  nella
    decisione   di  attaccar  battaglia  sul  mare  in  vista  dell'Istmo.
    Sopravvenne poi la notte ed essi,  separatisi quando il  consiglio  si
    sciolse, salirono a bordo delle proprie navi.

     57.  Fu allora che a Temistocle, arrivato sulla sua nave, l'ateniese
    Mnesifilo (61) chiese che cosa mai avessero essi deciso; e,  saputo da
    lui che s'era stabilito di condurre le navi verso l'Istmo e combattere
    davanti al Peloponneso,  replic: No,  di certo, tu non avrai pi una
    patria per la quale combattere,  se essi toglieranno le ancore e se ne
    andranno  da Salamina;  ognuno,  infatti,  si volger verso la propria
    citt e non ci sar n Euribiade,  n alcun altro al mondo  capace  di
    trattenerli, s che la flotta non abbia a disgregarsi e disperdersi, e
    la Grecia andr in rovina per una stolta decisione.  Ma se c' qualche
    possibile espediente,  va e cerca di rendere vana  la  decisione,  nel
    caso  che  ti  riesca  di  convincere  Euribiade  a cambiar parere e a
    rimaner qui sul posto.

     58. Temistocle fu molto contento del consiglio e, senza dar risposta
    a queste parole, si accost alla nave di Euribiade. Giunto col, disse
    di voler trattare con lui una questione di comune interesse; quello lo
    invit a salire a bordo e parlare,  se aveva qualche cosa  da  dirgli.
    Allora Temistocle,  seduto accanto a lui,  gli espose tutto quello che
    aveva udito da Mnesifilo,  facendo come se  fosse  suo  e  aggiungendo
    molte  altre  considerazioni  finch,  a forza di insistere,  convinse
    Euribiade a lasciare la sua nave e convocare i comandanti a consiglio.

     59.  Quando questi si furono radunati,  prima ancora  che  Euribiade
    esponesse  le  ragioni  per  cui li aveva fatti venire,  Temistocle si
    affannava a parlare,  parlare,  tanto era  il  bisogno  che  aveva  di
    raggiungere il suo scopo.  Allora,  interrompendolo, il comandante dei
    Corinzi, Adimanto, figlio di Ocito, disse: O Temistocle, bada che nei
    pubblici giochi quelli che partono in anticipo  vengono  battuti  (62)
    con la sferza!.  E quello,  scusandosi,  replic: E' vero, ma quelli
    che si lasciano sorprendere non ricevono corona.

     60.  La sua risposta al corinzio fu allora cortese;  poi,  rivolto a
    Euribiade, nulla disse di quanto aveva detto in precedenza: che, cio,
    quando  avessero  levato  le ancore da Salamina,  essi se la sarebbero
    squagliata; poich, alla presenza degli alleati, non aveva convenienza
    alcuna a fare le parti dell'accusatore; s'aggrapp,  invece,  ad altri
    argomenti, parlando a questo modo: Sta' in te ora essere il salvatore
    della Grecia, se darai ascolto al mio consiglio, e, rimanendo qui dove
    siamo,  darai  battaglia,  invece  di  condurre  la  flotta all'Istmo,
    secondo quanto dicono costoro. Tu,  infatti,  dopo aver bene ascoltato
    l'uno e l'altro parere,  mettili a confronto. Venendo alle armi con il
    nemico nei pressi dell'Istmo, dovrai combattere in mare aperto, il che
    non  assolutamente utile per noi,  che abbiamo  navi  pi  pesanti  e
    minori  di numero;  d'altra parte,  anche se per tutto il resto avremo
    buona fortuna,  tu perderai Salamina,  Megara ed  Egina.  Alla  flotta
    nemica,  poi,  terr dietro anche l'esercito di terra e in tal modo tu
    stesso lo condurrai contro il Peloponneso  e  metterai  a  repentaglio
    tutta quanta la Grecia.  Se,  invece,  farai quello che dico io,  ecco
    quali immensi vantaggi tu vi  troverai:  in  primo  luogo,  impegnando
    battaglia  in  un  luogo  stretto  con poche navi contro molte,  se il
    risultato corrisponder al piano strategico,  noi saremo di gran lunga
    superiori,  poich,  come    a  nostro  vantaggio combattere in luogo
    stretto, cos  vantaggiosa per loro una battaglia impegnata al largo.
    In secondo luogo, si salva cos Salamina, nella quale sono stati messi
    al sicuro i nostri figli e le nostre mogli. In tale disegno, poi,  c'
    anche  questo  vantaggio,  a  cui voi tenete pi che a qualunque altra
    cosa:  rimanendo  qui  sul  posto,   tu  combatterai  in  favore   del
    Peloponneso,  proprio  come  se  si  fosse all'Istmo,  mentre,  se sei
    saggio,  non condurrai i nemici contro il Peloponneso.  Se poi accadr
    quello  che  io  spero  e trionferemo con la flotta,  non ci saranno i
    Barbari all'Istmo a minacciarvi,  n si spingeranno pi avanti,  oltre
    l'Attica, ma si ritireranno in disordine. Noi cos ci guadagneremo con
    la  salvezza  di  Megara,  di  Egina e di Salamina,  nella quale anche
    l'oracolo predisse che  riporteremo  vittoria  sopra  i  nemici.  Agli
    uomini che prendono decisioni ragionevoli suole,  per lo pi, arridere
    il successo;  non cos,  invece,  avviene di  solito  per  chi  decide
    avventatamente: neppure la divinit ama accostarsi alle opinioni degli
    uomini.

      61.  Mentre  Temistocle  faceva questi ragionamenti,  di nuovo,  il
    corinzio Adimanto lo invest con male parole, volendo imporre silenzio
    a un senza patria come lui,  e impedire ad Euribiade di far  partecipe
    del  voto  un  uomo che non aveva pi citt;  quando Temistocle avesse
    mostrato di avere la sua citt, solo allora avrebbe potuto dare il suo
    parere insieme con altri.  Questi rimproveri egli glieli faceva perch
    Atene era stata conquistata e si trovava in mano nemica. Allora s che
    Temistocle  su  di lui e sui Corinzi rovesci molte e roventi parole e
    fece vedere che essi, gli Ateniesi,  avevano una citt e un territorio
    ben pi grandi dei loro, fino a che avevano 200 navi in pieno assetto;
    poich  nessun  popolo  dei Greci avrebbe potuto respingere un attacco
    che essi avessero sferrato.

     62.  Mentre metteva  in  chiaro  queste  ragioni,  si  rivolgeva  ad
    Euribiade,  parlandogli con maggiore veemenza: E tu, se qui rimarrai,
    anzi qui rimanendo,  ti comporterai da  prode;  altrimenti  trarrai  a
    rovina  la Grecia,  poich tutta la nostra speranza in questa guerra 
    posta nella flotta. Suvvia, dammi ascolto! Se non lo farai, noi, senza
    indugio, presi su i nostri cari, li porteremo a Siri (63),  in Italia,
    che  nostra gi da anni e dove gli oracoli predicono che dobbiamo noi
    fondare  una  colonia;  e  cos voi,  abbandonati da alleati quali noi
    siamo, dovrete pure ricordarvi delle mie parole.

     63.  A queste parole di Temistocle,  Euribiade si lasci persuadere:
    ma si lasci convincere,  secondo il mio modo di vedere, pi che altro
    perch temeva che gli  Ateniesi  lo  abbandonassero,  se  egli  avesse
    condotto  all'Istmo  la  flotta;  e  se gli Ateniesi abbandonavano gli
    alleati, i rimanenti non erano pi in grado di tener fronte ai nemici.
    Ad ogni modo, prese la determinazione voluta, di rimanere l sul posto
    e affrontare la battaglia decisiva sul mare.

     64. E cos,  quando Euribiade ebbe preso tale risoluzione,  i Greci,
    che a Salamina erano venuti a fiere schermaglie di parole,  si diedero
    a fare sul luogo stesso i  preparativi,  in  vista  del  combattimento
    navale.  Intanto  si  faceva giorno e col sorgere del sole si verific
    una scossa di terremoto accompagnata da maremoto;  allora decisero  di
    rivolgere  preghiere agli di e di invocare l'aiuto degli Eacidi (64).
    E fu eseguito appunto quanto si era stabilito, poich, dopo aver fatto
    suppliche a tutti gli di,  dal posto  dov'erano,  cio  da  Salamina,
    invocarono Aiace e Telamone e,  per prendere le statue di Eaco e degli
    altri Eacidi, mandarono una nave a Egina.

     65. Diceo, figlio di Teocide,  un ateniese fuoruscito e che presso i
    Persiani  godeva  grande reputazione,  raccontava che nel tempo in cui
    l'Attica, ormai deserta di Ateniesi, veniva saccheggiata dall'esercito
    di terra di Serse, egli si trovava, proprio allora, in compagnia dello
    spartano Demarato,  nella pianura triasica (65) e  vide  una  nube  di
    polvere,  come  avrebbero  potuto sollevarla 30 mila uomini circa;  e,
    mentre si domandavano stupiti quali esseri umani potessero dar origine
    a quel polverone,  d'improvviso udirono una voce e a  lui  pareva  che
    quel suono fosse il mistico inno in onore di Iacco (66). Demarato, che
    era  all'oscuro dei sacri riti che si svolgevano a Eleusi,  gli chiese
    che cosa significasse quel canto e Diceo gli disse: O  Demarato,  non
    pu  essere che una grande rovina non si abbatta sull'esercito del re.
    E' chiaro, infatti,  che,  essendo l'Attica deserta,  quella che si fa
    sentire    la divinit,  che muove da Eleusi a soccorrere e vendicare
    gli Ateniesi e i loro alleati.  Orbene,  se essa si avventa  verso  il
    Peloponneso,  correr  pericolo il re stesso e l'esercito che si trova
    in terraferma;  se,  invece,  si dirige  verso  le  navi  che  sono  a
    Salamina,  sar  la  flotta  del  re  che  correr  rischio  di essere
    distrutta.  Questa  una festa che gli Ateniesi celebrano ogni anno in
    onore della Madre e della Figlia (67),  durante la quale, chiunque fra
    gli Ateniesi e gli altri Greci lo vuole, pu farsi iniziare;  il suono
    che  tu  odi  proprio quello che fanno echeggiare in questa solennit
    inneggiando a Iacco.
    A queste parole Demarato avrebbe replicato: Taci;  non fare ad  alcun
    altro  questo  ragionamento;  poich  se ci verr riferito al re,  tu
    perderai la testa, e n io,  n alcun altro al mondo ti potr liberare
    da   questo  pericolo.   Stattene  tranquillo:  di  quest'esercito  si
    prenderanno cura gli di.
    Cos egli consigliava;  intanto da quel polverone  e  dalla  voce  che
    n'usciva si sarebbe formata una nube che,  levatasi in alto,  si port
    in direzione di Salamina,  verso la flotta greca:  in  tal  modo  essi
    avrebbero  compreso  che  la  flotta di Serse era destinata a completa
    rovina.
    Tale il racconto che faceva Diceo,  figlio di  Teocide,  adducendo  la
    testimonianza di Demarato e di altri.

     66.  I soldati schierati tra le forze navali di Serse,  quando,  dal
    territorio di Trachis  (dove  avevano  contemplato  lo  scempio  degli
    Spartani)  erano  tornati  a Istiea,  dopo essersi col trattenuti tre
    giorni, fecero vela attraverso l'Euripo e in altri tre giorni giunsero
    al Falero.  Secondo il mio modo di vedere,  i Barbari non  erano  meno
    numerosi  quando  entrarono ad Atene per via di terra e con le navi di
    quando erano arrivati al Capo Sepiade e alle Termopili: infatti,  alle
    forze da loro perdute in seguito alla tempesta,  per la battaglia alle
    Termopili e per gli  scontri  all'Artemisio,  io  contrappongo  questi
    popoli  che  in  quel  tempo  non  erano  ancora  a fianco del re: gli
    abitanti della Malide, della Doride, i Locri, i Beoti che lo seguivano
    con tutte le loro I forze, eccetto Tespiesi e Plateesi; inoltre quelli
    di Caristo,  di Andro,  di Teno e di tutte le altre isole,  tranne  le
    cinque  citt  (68)  di  cui  ho riferito i nomi poco fa.  Quanto pi,
    infatti,  il re avanzava nel cuore della Grecia,  tanto  pi  numerosi
    erano i popoli che lo seguivano.

      67.  Quando,  dunque,  tutti  questi popoli furono giunti ad Atene,
    eccetto i Pari (i Pari, rimasti indietro,  a Citno,  aspettavano quale
    sarebbe stato l'esito della guerra) e anche il resto della flotta ebbe
    raggiunto  il Falero,  allora Serse in persona scese al porto verso le
    navi,  volendo prendere contatto con quelli che vi erano  imbarcati  e
    conoscerne le opinioni.  Arrivato che fu,  si sedette al posto d'onore
    ed erano gi presenti,  espressamente invitati,  i tiranni dei  popoli
    del suo impero e i comandanti delle navi, che sedevano a seconda della
    dignit  a  ciascuno  di  essi  dal re concessa: primo il re di Sidone
    (69),  dopo di lui quello di Tiro  e  poi  gli  altri.  Quando  furono
    seduti,  in ordine,  uno dopo l'altro,  Serse, che voleva conoscere il
    pensiero di ciascuno, mandando intorno (70) Mardonio faceva chiedere a
    ciascuno se dovesse o meno attaccare battaglia sul mare.

     68.  Quando Mardonio,  seguendo il turno,  ebbe  posto  a  tutti  la
    domanda a cominciare dal re di Sidone, mentre gli altri esprimevano il
    loro  parere  nello  stesso  senso,  consigliando  che  si  venisse  a
    battaglia sul mare, Artemisia, invece,  parl cos: Riferisci pure in
    nome  mio  al  re,  o  Mardonio,  cos  come  ti  dico  io,  che,  nei
    combattimenti navali presso l'Eubea,  non fui certo la meno coraggiosa
    e  ho compiuto imprese che non sono le meno importanti.  O signore,  
    giusto che manifesti la mia vera opinione;  cio che cosa io penso  di
    meglio per la tua fortuna.  Ed ecco quello che ti dico: tieni in serbo
    le tue navi e non venire a battaglia sul mare;  poich  questi  uomini
    sono  sul  mare  tanto pi forti dei tuoi,  quanto gli uomini sono pi
    forti delle donne.  D'altra parte,  che bisogno c'  che  tu  metta  a
    repentaglio ogni cosa con una battaglia navale? Non hai tu gi in mano
    Atene,  che era lo scopo per cui movesti a questa spedizione;  non hai
    il resto della Grecia in tuo potere? Nessuno pi ti si oppone;  quelli
    che  hanno  resistito  al  tuo  attacco,  si sono ritirati,  cos come
    conveniva loro di fare.  E ora ti dir come,  secondo me,  andranno  a
    finire  le vicende dei nemici.  Se tu non ti affretterai a sferrare la
    battaglia sul mare,  ma terrai le tue navi qui,  accanto  alla  costa,
    tanto  rimanendo  sul  posto,  quanto  avanzando verso il Peloponneso,
    facilmente,  o signore,  si realizzer il piano per cui sei venuto fin
    qui;  poich  i  Greci  non  sono in grado di resistere a te per lungo
    tempo; ma li disperderai ed essi fuggiranno verso le rispettive citt.
    Non solo, infatti, per quello che mi si dice, non hanno in quest'isola
    viveri a sufficienza ma non  nemmeno da  pensare  che,  se  tu  farai
    avanzare l'esercito di terra verso il Peloponneso, se ne stiano inerti
    quelli  di  loro  che  sono  venuti  da  quella  regione;  n molto si
    preoccuperanno di combattere in difesa  di  Atene.  Ma  se  tu  agirai
    precipitosamente  con  una  battaglia navale,  io temo che la disfatta
    della flotta abbia a rovinare anche l'esercito di terra.  Oltre a ci,
    o re,  mettiti bene in mente anche questo: che gli uomini buoni hanno,
    di solito, servi cattivi; mentre i cattivi, di solito, li hanno buoni.
    Ora,  tu che sei il migliore di tutti gli uomini hai dei servi  inetti
    che  si  dicono  nel  numero  dei  tuoi  alleati:  essi sono Egiziani,
    Ciprioti, Cilici e Panfili, tutta gente che non vale nulla.

     69.  Mentre Artemisia diceva a Mardonio queste  parole,  quelli  che
    nutrivano  per  lei  della  simpatia erano sgomenti per tale risposta,
    pensando che qualche disgrazia certo le sarebbe capitata da parte  del
    re, dato che sconsigliava di combattere per mare; al contrario, quelli
    che  avevano  verso  di  lei  del  rancore  e dell'invidia,  perch la
    vedevano pi che mai onorata al di sopra di tutti gli  alleati,  erano
    contenti di questa sua opposizione, sperando che la portasse a rovina.
    Quando  le  varie  opinioni  furono  riportate a Serse,  molto egli si
    compiacque nel sentire il parere di Artemisia;  e,  se  gi  prima  la
    stimava  donna  di  valore,  allora  la  tenne in considerazione molto
    maggiore. Tuttavia ordin che si seguisse il parere dei pi,  convinto
    com'era  che  sulle  coste  di Eubea i suoi si fossero deliberatamente
    comportati da vili,  perch egli non era  presente;  ma  allora  aveva
    preso  tutte  le  disposizioni  per  poter  assistere  di persona alla
    battaglia delle navi.

     70. Dopo che venne impartito l'ordine di salpare, i Barbari spinsero
    innanzi  le  loro  navi  in  direzione  di  Salamina  e  compirono  lo
    spiegamento  nell'ordine stabilito,  senza essere disturbati.  Allora,
    per,  non bast loro il giorno per venire a battaglia perch  intanto
    era  sopraggiunta  la  notte;  quindi,  facevano  i preparativi per il
    giorno dopo.  Frattanto i Greci erano  in  preda  all'orgasmo  e  alla
    paura, ma specialmente quelli che venivano dal Peloponneso erano pieni
    di  timore  al  pensiero che essi,  accampati a Salamina,  stavano per
    affrontare una battaglia in difesa del  paese  di  Atene;  se  fossero
    stati  vinti  e  accerchiati  da  ogni  parte,  si  sarebbero  trovati
    assediati nell'isola,  avendo lasciato  privo  di  difesa  il  proprio
    paese;

      71.  mentre  l'esercito  di terra dei Barbari,  al cadere di quella
    stessa notte si metteva in marcia verso il Peloponneso. Eppure avevano
    preso tutte le precauzioni perch i nemici non vi penetrassero per via
    di terra. Infatti, i Peloponnesiaci,  non appena erano venuti a sapere
    che Leonida e i suoi erano caduti alle Termopili,  erano accorsi dalle
    varie citt all'Istmo, dove si erano accampati, avendo come comandante
    Cleombroto  (71),  figlio  di  Anassandrida  e  fratello  di  Leonida.
    Stabilitisi,  dunque,  all'Istmo  e sbarrata la strada scironica (72),
    tennero in seguito consiglio, quindi, presa la decisione, si diedero a
    innalzare un muro  attraverso  l'Istmo  stesso.  E  siccome  erano  in
    parecchie decine di migliaia e ognuno s'adoperava a lavorare,  l'opera
    procedeva  alacremente:  infatti  non  facevano  che  portare  pietre,
    mattoni, traverse di legno, ceste piene di sabbia, e non smettevano un
    momento  di  lavorare,  quelli  che  erano accorsi alla difesa,  n di
    notte, n di giorno.

     72.  I Greci affluiti in  massa  all'Istmo  erano  i  seguenti:  gli
    Spartani,  tutti  gli  Arcadi,  gli  Elei,  i Corinzi,  i cittadini di
    Sicione, di Epidauro, di Fliunte (73), di Trezene e di Ermione. Questi
    erano quelli venuti a prestare aiuto e che tremavano per  il  pericolo
    che  correva  la  Grecia.  Tutti  gli  altri del Peloponneso non se ne
    prendevano cura alcuna; e s che erano ormai passati i Giochi Olimpici
    e le Feste Carnee (74).

     73.  Il Peloponneso  abitato da sette popoli: due  di  questi  sono
    nativi  del  luogo  e si trovano oggi stanziati nel paese che anche in
    antico abitavano, e cio gli Arcadi e gli abitanti della Cinuria (75).
    Un popolo,  l'acheo,  se  vero che non usc dal Peloponneso,    per
    vero che, scacciato dal proprio paese, abita ora un paese altrui (76).
    Gli altri popoli, quattro su sette, sono immigrati e cio: i Dori, gli
    Etoli,  i  Driopi  e i Lemni.  I Dori hanno molte e famose citt;  gli
    Etoli hanno soltanto Elide;  ai Driopi appartengono  Ermione  e  Asine
    (77),  che    vicina  a  Cardamila  nella  Laconia;  ai Lemni tutti i
    Paroreati (78).  Gli abitanti della Cinuria,  che sono nati sul posto,
    pare che siano i soli Ioni; ma sono stati trasformati in Dori, a causa
    del  dominio degli Argivi e del passare del tempo: sono essi i Tireati
    (79) e i loro vicini. Orbene, se si eccettuano quelle che ho nominate,
    le altre citt di questi sette popoli si mantenevano neutrali, ma,  se
     lecito parlare con franchezza,  pur conservando la neutralit,  esse
    stavano dalla parte dei Persiani.

     74.  Quelli che erano all'Istmo,  dunque,  si trovavano impegnati in
    tale  lavoro,  convinti che ormai si correva il rischio supremo,  dato
    che non avevano speranza di poter ottenere un brillante risultato  con
    la flotta.  D'altro canto,  i Greci che erano a Salamina,  pur essendo
    informati di questo  fervore,  erano  pieni  di  angoscia,  non  tanto
    timorosi per se stessi,  quanto per le sorti del Peloponneso.  Sicch,
    per un po', accostandosi l'uno all'altro, parlottavano tra loro a fior
    di labbra,  facendo le meraviglie per l'imprudenza  di  Euribiade;  ma
    alla  fine  il  malumore scoppi pubblicamente.  Si raccolse,  quindi,
    l'assemblea e si fece un gran parlare sempre sullo  stesso  argomento,
    sostenendo  gli  uni  che  bisognava  far  vela verso il Peloponneso e
    affrontare  la  battaglia  per  difenderlo  e  non  gi  restarsene  a
    combattere in difesa di un paese gi conquistato dai nemici. Ateniesi,
    Egineti  e  Megaresi,  invece,  a ribattere che si doveva rimanere sul
    posto e impegnare la lotta.

     75. Allora Temistocle, siccome vedeva sopraffatta la sua proposta da
    quella dei Peloponnesiaci, senza farsi accorgere,  usc dalla sala del
    consiglio e,  appena fuori,  mand un uomo con una scialuppa nel campo
    persiano,  dopo avergli ordinato quello che doveva dire:  si  chiamava
    costui Sicinno;  era familiare di Temistocle e maestro dei suoi figli.
    Pi tardi, dopo questi avvenimenti,  quando i Tespiesi accolsero nuovi
    cittadini,  Temistocle  gli  fece avere la cittadinanza di Tespie e lo
    colm di ricchezze.  Costui  allora,  giunto  sul  posto  con  la  sua
    scialuppa,  disse  ai  comandanti  dei  Barbari:  Lo  stratega  degli
    Ateniesi,  che si trova a favorire la parte  del  re  e  desidera  che
    trionfi la vostra causa piuttosto che quella dei Greci,  mi manda,  di
    nascosto degli altri, a dirvi che i Greci, presi dalla paura,  pensano
    di  darsi  alla  fuga  e  ora  vi  si  offre  l'occasione di portare a
    compimento l'impresa pi splendida di tutte,  se non permetterete  che
    essi vi sfuggano tra le mani.  Tra loro, infatti, non sono d'accordo e
    non solo non vi opporranno pi resistenza;  ma li vedrete con le  navi
    combattere  fra  di loro,  poich alcuni sono favorevoli a voi,  altri
    no.

     76.  I Barbari,  siccome le notizie riferite erano per loro degne di
    fede,  prima  di  tutto  fecero  sbarcare  un  buon numero di Persiani
    nell'isoletta di Psittalea,  che si trova a met strada fra Salamina e
    il  continente;  poi,  quando  fu  mezzanotte,  fecero  avanzare l'ala
    occidentale del loro schieramento,  piegando ad  arco  verso  Salamina
    mentre  quelli  che  si  trovavano  alla fonda nelle acque di Ceo e di
    Cinosura (80) si portavano innanzi e bloccavano con le navi  tutto  lo
    stretto  fino  a Munichia (81).  Essi fecero avanzare le loro navi per
    questo motivo;  perch ai Greci non fosse possibile nemmeno darsi alla
    fuga ma, bloccati a Salamina, pagassero il fio per i successi ottenuti
    negli  scontri all'Artemisio.  Quanto all'isoletta chiamata Psittalea,
    essi vi avevano fatto sbarcare  un  contingente  di  Persiani  perch,
    appena  fosse  avvenuta  la  battaglia  fra  le  navi,  e col in modo
    particolare, sarebbero stati portati dal canale naufraghi e relitti di
    navi (l'isola, infatti,  si trovava proprio nello stretto di mare dove
    si  sarebbe  dovuta  svolgere  la battaglia navale),  avrebbero potuto
    mettere in salvo i propri soldati e dar morte a quelli nemici.  Questi
    movimenti  essi compivano in silenzio,  perch gli avversari non se ne
    accorgessero.  In tal modo,  i Barbari consacrarono la notte intera ai
    preparativi senza prendere un istante di riposo.

     77. Quanto agli oracoli, io non posso obiettare che non rispondano a
    verit,  perch  non  voglio  cercare  di  screditarli  se parlano con
    chiarezza,  quando volgo lo sguardo a predizioni di questo genere: "Ma
    quando essi avranno con un ponte di barche congiunto la sacra spiaggia
    di  Artemide  dalle  armi  d'oro  con  la  marina Cinosura,  dopo aver
    distrutto,  animati da folle speranza,  la splendida Atene,  la divina
    Giustizia  soffocher  la  violenta Saziet,  figlia di Orgoglio (82),
    che,  tremenda smania,  pensando di inghiottire ogni cosa  in  un  sol
    colpo.  E  infatti  bronzo  cozzer  contro bronzo e Ares arrosser di
    sangue il mare. Allora l'ampiveggente figlio di Crono (83) e l'augusta
    Vittoria riporteranno per la Grecia il giorno della libert".
    Quando Bacide parla di tali argomenti e con tanta chiarezza,  non solo
    non  so  fare io stesso delle obiezioni sulla veridicit dei vaticini,
    ma nemmeno le accetto da altri.

     78.  Intanto,  vivaci discussioni si accendevano fra i comandanti  a
    Salamina;  essi  non sapevano ancora che i Barbari stavano chiudendoli
    nel cerchio delle loro navi,  ma credevano che si trovassero nel luogo
    stesso dove li vedevano durante il giorno ordinatamente disposti.

      79.  Mentre i generali erano ancora raccolti a consiglio,  venne da
    Egina Aristide, figlio di Lisimaco,  che era di Atene ma per volere di
    popolo  era  stato  bandito per mezzo dell'ostracismo;  e che io,  per
    quanto ho potuto sapere delle sue doti d'animo,  considero il migliore
    uomo  di  Atene  e  il pi giusto.  Quest'uomo,  dunque,  presentatosi
    davanti alla porta del consiglio,  fece chiamar fuori Temistocle,  che
    non gli era,  certo,  amico,  anzi lo odiava di tutto cuore; tuttavia,
    data la gravit dei mali incombenti, ponendo in oblo quei rancori, lo
    faceva chiamare perch voleva intrattenersi con lui. Aveva gi sentito
    dire  che  i  popoli  del  Peloponneso  avevano  una  gran  fretta  di
    ricondurre  all'Istmo  le loro navi.  Orbene,  quando Temistocle usc,
    Aristide gli  parl  in  questo  modo:  Se  mai  in  altre  occasioni
    l'abbiamo  fatto,  ora  pi che mai dobbiamo gareggiare a quale di noi
    due procurer maggiori beni alla patria.  Io ti dico che fa lo  stesso
    ormai  discutere  a  lungo  con i Peloponnesiaci,  o dire poche parole
    sull'eventuale ripiegamento della loro flotta da questo luogo.  Poich
    ti assicuro,  per averlo constatato con i miei occhi, che ora anche se
    lo vorranno,  i  Corinzi  e  lo  stesso  Euribiade  non  potranno  pi
    allontanarsi  di  qui;  infatti  siamo chiusi tutto intorno dai nemici
    come in un cerchio. Suvvia, rientra e comunica loro questa notizia.

     80. Quello rispose cos: Molto saggio  il tuo consiglio e buone le
    notizie che ci porti poich quello che tu stesso,  per  averlo  visto,
    sei venuto a comunicarci  proprio quello che io volevo che avvenisse.
    Sappi,  infatti,  che  ci  che  fanno  i Medi  dovuto all'opera mia:
    bisognava bene che i  Greci,  dato  che  non  volevano  disporsi  alla
    battaglia di buon grado,  vi fossero costretti contro voglia.  Orbene,
    gi che sei venuto a portare queste buone notizie,  sii  tu  stesso  a
    comunicarle  loro.  Poich,  se  la  comunicazione la faccio io,  avr
    l'aria di dire cose inventate e non li persuader,  convinti come sono
    che  i  Barbari  non  facciano nulla di tutto ci: suvvia,  presentati
    davanti al consiglio e riferisci le cose come stanno.  Quando tu abbia
    fatto la tua comunicazione,  se essi vi presteranno fede sar certo la
    cosa migliore; se, invece, le tue parole non saranno per loro degne di
    essere credute,  per noi sar indifferente: tanto,  non  potranno  pi
    sottrarsi con la fuga se, come tu dici, siamo bloccati intorno da ogni
    parte.

      81.  E  cos Aristide,  presentatosi,  parl,  dicendo che egli era
    giunto da Egina e a stento era riuscito ad aprirsi un varco, sfuggendo
    alle navi che bloccavano lo stretto, dato che tutte le forze dei Greci
    erano circondate dalle  navi  di  Serse;  li  consigliava,  quindi,  a
    prepararsi per rintuzzare l'attacco.  Dopo aver cos parlato,  egli si
    ritir mentre fra i capi si accendeva di nuovo una  disputa  violenta,
    perch i pi non si lasciavano persuadere dalla notizia riportata.

     82.  Ed ecco che, mentre essi erano increduli, giunse una trireme di
    cittadini di Teno che avevano disertato, al comando di Panezio, figlio
    di Sosimene,  che portavano tutta intera  la  verit.  In  ricordo  di
    questa  loro azione,  quelli di Teno ebbero il nome inciso sul tripode
    (84) offerto a Delfi, tra i nomi dei Greci che debellarono il barbaro.
    Con questa nave che disertava a Salamina,  e con quella di  Lemno  che
    precedentemente  era  passata  ai Greci presso l'Artemisio,  la flotta
    greca s'era venuta completando in 380 triremi;  poich fino allora  ne
    mancavano due per raggiungere il numero preciso.

      83.  Cos  i  Greci,  ritenute  degne  di  fede le affermazioni dei
    cittadini di Teno,  si preparavano ad  attaccar  battaglia  sul  mare.
    Intanto,  gi l'aurora cominciava ad apparire e avendo essi radunati i
    soldati imbarcati sulle navi...  (85),  fra tutti  fu  Temistocle  che
    tenne  loro  il  discorso pi appropriato: il suo parlare era tutto un
    confronto tra le migliori disposizioni contrapposte alle  disposizioni
    peggiori, quali sogliono presentarsi nella natura degli uomini e nella
    loro condizione (86),  dopo averli incitati a preferire, tra i due, il
    partito migliore,  giunto alla fine  della  sua  allocuzione,  impart
    l'ordine  che salissero a bordo.  E mentre questi s'imbarcavano,  ecco
    giungere da  Egina  la  nave  che  s'era  staccata  dalla  flotta  per
    prelevare le statue degli Eacidi. Allora i Greci fecero avanzare tutte
    le loro navi ma,  quando essi si portarono al largo,  subito i Barbari
    furono loro addosso.

     84. Orbene,  mentre gli altri Greci si diedero a remare all'indietro
    e  ad accostare le navi a terra (87),  l'ateniese Aminia,  del demo di
    Pallene, spintosi innanzi,  diede di cozzo contro una nave avversaria;
    poi,  essendosi  impigliati  gli  scafi  e  non  riuscendo i marinai a
    districarli, fu cos che gli altri Greci accorsero ad aiutare Aminia e
    vennero a contatto con il nemico. Tale,  a quanto dicono gli Ateniesi,
    sarebbe  stato l'inizio della battaglia;  per gli Egineti,  invece,  a
    cominciare la lotta sarebbe stata proprio quella nave che s'era recata
    a Egina per prendervi gli Eacidi (88).  Si racconta pure anche  questo
    particolare: un fantasma di donna si mostr ai loro occhi e,  apparso,
    si diede a incitarli a combattere con voce cos possente, che tutta la
    flotta  dei  Greci  pot  sentirla,  dopo  aver  loro  rivolto  questa
    rampogna: O sciagurati, fino a quando ancora batterete in ritirata?.

     85.  Di fronte agli Ateniesi erano schierati i Fenici (erano questi,
    infatti, che occupavano il fianco rivolto a occidente, in direzione di
    Eleusi); di contro agli Spartani erano gli Ioni, che avevano,  quindi,
    il lato verso l'aurora, in direzione del Pireo. Ma erano ben pochi fra
    loro  quelli che,  seguendo i consigli di Temistocle,  si comportavano
    volontariamente da vili;  i pi non lo furono.  Io potrei ora riferire
    il  nome  di  parecchi  dei loro trierarchi che riuscirono a catturare
    delle navi greche;  ma non lo far,  eccezion  fatta  per  Teomestore,
    figlio  di  Androdamante  e per Filaco,  figlio di Istieo,  ambedue di
    Samo.  E faccio menzione di questi due soltanto perch,  in ricompensa
    di  tale  atto di valore,  Teomestore divenne tiranno di Samo,  dove i
    Persiani stessi lo  insediarono;  mentre  Filaco  fu  iscritto  fra  i
    "benemeriti"  (89)  del  re  ed  ebbe  in dono un vasto territorio.  I
    benemeriti del re,  in lingua persiana,  vengono chiamati  "orosangi".
    Cos si svolsero le cose riguardo a costoro.

     86. Per il grosso delle navi impegnate a Salamina veniva distrutto,
    in  parte affondato dagli Ateniesi,  in parte dagli Egineti.  Infatti,
    siccome  i  Greci  combattevano  secondo  un  piano   prestabilito   e
    mantenendo lo schieramento, mentre i Barbari non avevano conservato il
    loro e non facevano nulla con discernimento,  doveva per forza toccare
    ad  essi  l  sorte  che  in  realt  loro  accadde.   Eppure,   erano
    effettivamente  e  si  dimostrarono,  in  quel  giorno,  di gran lunga
    migliori di quello che erano stati presso l'Eubea,  poich ognuno  era
    pieno  di  zelo  e  di timore nei riguardi di Serse,  convinto com'era
    ciascuno che il re osservasse proprio lui.

     87.  Orbene,  riguardo agli altri,  io non saprei dire con esattezza
    come si comportarono nella battaglia questo o quello dei Barbari o dei
    Greci; ma nei riguardi di Artemisia (90) si verific un incidente, che
    ora  racconter,  e per merito del quale la stima che godeva presso il
    re si venne ad accrescere ancora di pi. Infatti,  proprio nel momento
    in  cui la situazione del re era giunta a una generale confusione,  la
    nave di Artemisia era inseguita da una trireme ateniese e siccome  non
    aveva  alcuna via di scampo (davanti ad essa,  infatti,  c'erano altre
    navi alleate e la sua si trovava ad essere la pi vicina ai nemici) si
    decise a una mossa tattica che,  quando la ebbe compiuta,  fu coronata
    da  buon successo: poich,  incalzata dalla nave ateniese,  si slanci
    d'impeto contro una trireme amica,  montata da gente di Calinda (91) e
    sulla quale era imbarcato lo stesso re di Calinda, Damasitimo. Se essa
    avesse  avuto  contro di lui qualche motivo di rancore da quando erano
    ancora all'Ellesponto,  non lo saprei certo dire;  come non posso dire
    se  questo  attacco  fosse  premeditato,  oppure se la nave di Calinda
    venne proprio a trovarsi sulla sua rotta per puro caso.  Fatto sta che
    non  appena l'ebbe speronata e affondata,  favorita dalla fortuna,  ne
    ricav per s due vantaggi: infatti, il capitano della trireme attica,
    come la vide dar di sprone contro una nave di Barbari, pensando che la
    nave di Artemisia appartenesse alla flotta greca o che disertasse  dai
    Barbari  e  combattesse  a  favore dei Greci,  cambiata direzione,  si
    decise ad inseguire le altre.

     88.  Questo fu il primo successo che le tocc di ottenere,  cio  di
    sfuggire  al  pericolo e non finire in fondo al mare;  ma oltre a ci,
    fortuna volle che,  avendo combinato un malanno,  si  guadagnasse  per
    questo fatto la massima stima da parte di Serse. Si racconta, infatti,
    che il re,  che stava osservando la battaglia, not quella nave che ne
    speronava un'altra e fu allora che uno dei presenti esclam: Vedi,  o
    signore,  come  validamente  combatte Artemisia,  che ha affondato una
    nave nemica?;  egli chiese se quell'impresa era proprio di  Artemisia
    ed essi risposero di s,  perch riconoscevano distintamente l'insegna
    (92) della sua nave e credevano che quella affondata  appartenesse  ai
    nemici.  Orbene,  tra  le  altre  fortune  che,  come  s'  detto,  le
    toccarono,  le and bene anche questo,  che dell'equipaggio della nave
    di Calinda nessuno si salv e nessuno la pot,  quindi,  accusare.  Si
    vuole che Serse,  a quanto gli riferivano esclamasse: Al mio servizio
    gli uomini sono diventati donne e le donne, uomini. Ecco cosa avrebbe
    detto Serse.

      89.  In questo combattimento trov la morte l'ammiraglio Ariabigne,
    figlio di Dario e fratello (93)  di  Serse;  e  morirono  molti  altri
    uomini  illustri dei Persiani,  dei Medi e degli altri alleati.  Anche
    fra i Greci ci furono  morti,  ma  pochi:  infatti,  siccome  sapevano
    nuotare,  quelli  cui  venivano  affondate  le navi e non morivano nel
    fervore della mischia, si salvavano a nuoto verso Salamina; i Barbari,
    invece, nella gran maggioranza, morirono annegati in mare,  perch non
    sapevano  nuotare.  Quando  poi  le  navi  schierate in prima linea si
    volsero alla fuga,  si ebbero allora  le  pi  gravi  perdite;  poich
    quelli  che si trovavano allineati di dietro nel tentativo di portarsi
    innanzi con le loro navi,  per mostrare  anch'essi  qualche  gesto  di
    valore al re,  urtavano contro le navi della loro flotta che tentavano
    di fuggire.

     90.  In mezzo a tanto scompiglio,  si ebbe  anche  questo  episodio:
    alcuni Fenici,  le cui navi erano state affondate, presentatisi al re,
    si diedero ad accusare gli Ioni,  come se fossero causa  del  disastro
    subto,  perch  avevano tradito.  Ma una fortuita coincidenza fece s
    che i comandanti degli Ioni non fossero messi a morte e i Fenici,  che
    li  calunniavano,  ricevessero  la  ricompensa  che dir: essi stavano
    ancora parlando, quando una nave di Samotracia (94) fece impeto contro
    una nave di Atene; la trireme ateniese stava affondando quand'ecco una
    nave di Egina, sopraggiungendo a tutta corsa, mand a picco la trireme
    di  Samotracia;   sennonch,   essendo  quelli  di  Samotracia   abili
    lanciatori di giavellotti, a forza di colpi abbatterono e trassero gi
    i  soldati  dalla  nave che li aveva speronati,  salirono a bordo essi
    stessi e se ne impadronirono.  Questa impresa  fu  la  salvezza  degli
    Ioni; poich, quando Serse li vide compiere questa grande prodezza, si
    volse contro i Fenici,  esasperato come era per la disfatta e pronto a
    scaricarne la responsabilit su chiunque,  e diede  ordine  che  fosse
    loro tagliata la testa, affinch, dopo essersi comportati da vili, non
    avessero  pi  a  calunniare  quelli che valevano pi di loro.  C' da
    dire,  infatti,  che ogni qualvolta Serse (assiso su un trono ai piedi
    del monte, che si leva di fronte a Salamina e si chiama Egaleo) vedeva
    qualcuno  dei  suoi  soldati  compiere nella battaglia qualche atto di
    valore, chiedeva chi l'avesse compiuto e i suoi segretari segnavano il
    nome del capitano della nave, con il nome del padre e della sua citt.
    Inoltre a questa disgrazia  dei  Fenici  contribu,  in  parte,  anche
    Ariamne, un persiano che era amico degli Ioni e assisteva alla scena.

      91.  Orbene,  quelli  che  ne  avevano  l'incombenza  si  volsero a
    giustiziare i Fenici.
    Mentre i Barbari si davano alla  fuga  e  cercavano  scampo  verso  il
    Falero,  gli  Egineti,  che  s'erano  appostati (95) allo sbocco dello
    stretto,  compirono imprese degne di  essere  ricordate.  Infatti  gli
    Ateniesi  nel bel mezzo della mischia colavano a picco quelle navi che
    tentavano di resistere e quelle che accennavano a fuggire; gli Egineti
    quelle che cercavano di uscire dal canale: sicch,  quelle  poche  che
    riuscivano a sfuggire agli Ateniesi,  andavano a cadere in piena corsa
    tra gli Egineti.

     92.  A un certo momento si vennero a  trovare  accanto  la  nave  di
    Temistocle, lanciata all'inseguimento di un'altra trireme, e quella di
    Policrito,  figlio di Crio,  da Egina, che aveva speronato una nave di
    Sidone,  proprio quella che aveva catturato (96) la nave di Egina  che
    era  di  vedetta  nelle  acque  di  Sciato e sulla quale navigava quel
    Pitea,  figlio di Ischenoo,  che i Persiani tenevano sulla loro  nave,
    tutto  coperto di ferite,  ammirati del suo grande valore;  appunto la
    nave sidonia che lo portava a bordo,  insieme con quei  Persiani,  era
    stata  catturata;  sicch,  in tal modo,  Pitea fu portato in salvo ad
    Egina. Orbene, quando Policrito scorse la nave di Atene, e, al vederne
    l'insegna,  riconobbe  la  nave  ammiraglia,  chiamando  a  gran  voce
    Temistocle, gli rivolse parole di scherno, rinfacciandogli la presunta
    simpatia  (97)  degli  Egineti per i Persiani.  Questi gli insulti che
    Policrito indirizz a Temistocle,  dopo aver cozzato contro  una  nave
    nemica;  mentre,  intanto,  i  Barbari  le  cui  navi erano riuscite a
    sottrarsi al disastro con  la  fuga  arrivavano  al  Pireo,  sotto  la
    protezione dell'esercito di terra.

     93.  In questa battaglia navale, i pi grandi elogi, fra i Greci, se
    li meritarono gli Egineti; e dopo di loro, gli Ateniesi; fra i singoli
    combattenti,  Policrito di Egina e gli ateniesi Eumene,  del  demo  di
    Anagiro,  e Aminia, del demo di Pallene, lo stesso che aveva inseguito
    Artemisia.  Se,  per,  egli avesse saputo  che  in  quella  nave  era
    imbarcata Artemisia,  non avrebbe avuto tregua,  se prima non l'avesse
    catturata o non fosse stato catturato  egli  stesso.  Poich  fra  gli
    Ateniesi  comandanti  di trireme erano stati impartiti degli ordini in
    proposito e per di pi era proposto anche un premio di 10 mila  dramme
    per  chi  l'avesse presa viva;  tanto ritenevano intollerabile che una
    donna marciasse in armi contro Atene.  Essa,  invece,  come s'  detto
    prima, era riuscita a mettersi in salvo e anche gli altri, le cui navi
    erano scampate alla rovina, si trovavano al Falero.

      94.  Gli  Ateniesi raccontano che Adimanto,  comandante di Corinto,
    subito, al primo inizio,  non appena le flotte presero contatto fra di
    loro,  sbigottito e oltremodo spaventato, issate le vele si diede alla
    fuga e  i  Corinzi,  al  veder  fuggire  la  nave  ammiraglia,  fecero
    altrettanto.  Ma  quando,  nella loro fuga lungo la costa di Salamina,
    furono all'altezza del  tempio  di  Atena  Scirade  (98),  venne  loro
    incontro  mandato  da  un  dio,  un vascello;  non si vide nessuno che
    l'avesse potuto mandare e  s'accost  ai  Corinzi,  che  nulla  ancora
    sapevano di ci che succedeva sul campo di battaglia. Che si trattasse
    d'un  intervento  divino  lo  arguiscono  da questo;  perch quando fu
    vicino alle navi,  quelli che erano a  bordo  del  vascello  avrebbero
    detto:  Tu,  Adimanto,  dirottate  le  navi,  ti  sei  volto in fuga,
    tradendo la causa  dei  Greci;  ma  essi  hanno  gi  conquistato  una
    vittoria,  quale  nelle loro preghiere s'auguravano di poter riportare
    sui nemici.  E siccome,  nonostante queste parole,  Adimanto rimaneva
    incredulo,  essi  avrebbero  replicato  che erano disposti a lasciarsi
    condurre come ostaggi e a morire,  se non fosse risultato  chiaramente
    che i Greci erano vittoriosi.  E sarebbe stato cos che,  invertita la
    rotta, egli e i suoi giunsero sul luogo della battaglia,  quando ormai
    l'azione era terminata.
    Tali le dicerie che su di loro fanno circolare gli Ateniesi; tuttavia,
    i Corinzi,  essi almeno, non accettano questa versione; anzi ritengono
    di essersi distinti fra i primi durante il  combattimento,  e  a  loro
    favore c' anche la testimonianza del resto della Grecia.

     95.  Quanto ad Aristide, figlio di Lisimaco, cittadino di Atene, del
    quale ho fatto menzione poco pi sopra,  come di un uomo di  altissimo
    merito,  ecco  che  cosa egli fece nella vicenda tumultuosa svoltasi a
    Salamina: preso con s un  buon  nerbo  di  opliti,  che  erano  stati
    dislocati lungo la costa del canale di Salamina, ed erano Ateniesi, si
    mise alla loro testa e li fece sbarcare a Psittalea, dove massacrarono
    tutti i Persiani che si trovavano in questa piccola isola.

     96.  Quando ormai la battaglia navale s'era risolta,  i Greci,  dopo
    aver ricuperati a Salamina tutti i relitti delle navi che si trovavano
    ancora sul luogo dell'azione,  si tenevano pronti a un  altro  scontro
    per mare, perch pensavano che il re avrebbe voluto utilizzare le navi
    che ancora gli restavano.  Molti rottami delle navi affondate,  spinti
    dal vento dell'Ovest,  venivano  portati  sulla  spiaggia  dell'Attica
    chiamata Coliade (99), cosicch trov compimento, oltre tutte le altre
    predizioni,  riguardanti questo scontro navale,  formulate da Bacide e
    da Museo, anche, in modo particolare,  il vaticinio che si riferiva ai
    rottami  sbattuti  su  questa riva,  pronunciato,  molti anni prima di
    questi avvenimenti,  da Lisistrato,  un indovino ateniese,  e che  per
    tutti  i  Greci era rimasto oscuro: "Le donne coliadi per abbrustolire
    (100) useranno dei remi".
    Questo appunto doveva avvenire in seguito alla ritirata del re.

     97.  Serse quando ebbe esatta la  cognizione  del  disastro  subto,
    preso dalla paura che qualcuno degli Ioni suggerisse ai Greci,  oppure
    essi stessi concepissero l'idea di far  vela  verso  l'Ellesponto  per
    distruggere i ponti, ed egli, bloccato in Europa, corresse pericolo di
    completa rovina,  meditava di darsi alla fuga;  ma, siccome non voleva
    che il suo progetto venisse a conoscenza dei Greci e nemmeno dei  suoi
    soldati,  tent di gettare una diga attraverso lo stretto in direzione
    di Salamina. Fece legare tra loro delle navi da carico fenicie, perch
    servissero da  ponte  e,  insieme,  da  linea  di  sbarramento;  fece,
    insomma,  dei  preparativi militari,  come se intendesse dare di nuovo
    battaglia sul mare.  Orbene,  tutti gli altri,  vedendolo impegnato in
    questi  lavori,  credevano  fermamente  che  egli con tutta l'anima si
    preparasse a rimanere per continuare la guerra;  ma nessuna di  queste
    manovre,   per,  ingannava  Mardonio,  che  pi  d'ogni  altro  aveva
    esperienza del suo modo di pensare.

     98. Nello stesso tempo che agiva in tal modo, Serse mandava anche in
    Persia un messo ad annunciare il disastro loro toccato.  Non c' alcun
    essere al mondo che arrivi dove vuole andare pi rapidamente di questi
    messaggeri:  tale    il  sistema che hanno escogitato i Persiani.  Si
    dice,  infatti,  che quante sono le giornate di cammino  che  richiede
    l'intero  percorso,  altrettanti  sono  i  cavalli e gli uomini che si
    trovano  pronti  a  determinati  intervalli;  un  cavallo  e  un  uomo
    destinato per ogni tappa di un giorno.  Non c' neve,  n pioggia,  n
    caldo,  n notte che impediscano  loro  di  compiere  con  la  massima
    celerit il percorso stabilito. Il primo corriere trasmette al secondo
    il  messaggio  che  gli   stato affidato;  il secondo lo trasmette al
    terzo,  e cos di seguito  finch  esso  giunge  alla  meta,  passando
    dall'uno  all'altro,  come  si  passano  i  Greci  la  fiaccola  nella
    "lampadoforia",  con la quale concludono  le  cerimonie  in  onore  di
    Efesto.   Questo   servizio   di  corrieri    chiamato  dai  Persiani
    "angareio".

     99. Orbene, la prima notizia, arrivata a Susa, che Serse aveva Atene
    in suo potere,  suscit tanta gioia tra  i  Persiani,  che  cosparsero
    tutte le strade di rami di mirto, bruciavano ovunque essenze odorose e
    non pensavano che a banchetti festosi e a manifestazioni di gioia;  ma
    la seconda notizia che ad essa si sovrappose ne sconvolse gli animi  a
    tal  punto,  che  tutti  si  lacerarono  le vesti e lanciavano grida e
    gemiti infiniti, gettando la colpa su Mardonio.  E questo facevano non
    tanto perch fossero addolorati per la perdita delle navi,  quanto per
    il timore che nutrivano riguardo alla persona di Serse.

     100.  Queste manifestazioni si prolungarono  tra  i  Persiani  senza
    tregua, finch non le fece finire lo stesso Serse con il suo arrivo.
    Mardonio,  intanto,  che  vedeva il re gravemente depresso per l'esito
    della battaglia e sospettava che egli meditasse di fuggire  da  Atene,
    si diede a pensare tra s e s che avrebbe dovuto scontare la pena per
    averlo  indotto  alla spedizione contro l'Ellade e che era per lui pi
    decoroso affrontare l'estremo  pericolo  allo  scopo  di  compiere  la
    conquista della Grecia,  o por fine con onore alla vita, lanciata alla
    conquista di grandi ideali (tuttavia,  pi  gli  sorrideva  l'idea  di
    poter  sottomettere la Grecia).  Fatte,  dunque,  tali considerazioni,
    tenne a Serse questo discorso: O signore, non affliggerti, e non dare
    eccessiva importanza a questo infortunio che ci  capitato; poich non
     la lotta delle navi per noi quella che porta alla decisione estrema,
    ma la lotta degli uomini e dei cavalli.  Non c' alcuno di costoro che
    ritengono  di  aver gi conseguito un risultato definitivo,  il quale,
    sbarcato dalle navi,  tenter di farti resistenza;  nessuno nemmeno di
    questo  continente:  quelli che (101) a noi si sono opposti,  ne hanno
    gi scontato la pena.  Ordunque se  tu  pure  sei  di  questo  parere,
    attacchiamo senz'altro il Peloponneso;  se, invece, a te pare di dover
    soprassedere,   possibile fare anche questo.  Non ti perdere  d'animo
    perch  non  c'  per i Greci via di scampo,  che li liberi dal render
    conto di quanto hanno fatto,  ora e  prima  d'ora,  e  diventare  tuoi
    schiavi.  Fa',  dunque,  a ogni modo, quanto io dico. E se proprio hai
    deciso di ritirarti e ricondurre indietro l'esercito,  ho un consiglio
    da  darti,  anche  su  questo  piano: non fare,  o re,  che i Persiani
    divengano oggetto di scherno per i  Greci;  poich,  nulla  della  tua
    fortuna   stato compromesso da uomini di Persia,  n potrai dire dove
    mai noi ci siamo comportati vilmente,  e se ci sono stati dei  Fenici,
    degli  Egiziani,  dei  Ciprioti  e dei Cilici che si dimostrarono poco
    coraggiosi,  questa macchia non sfiora  affatto  i  Persiani.  Orbene,
    poich non sui Persiani ricade la colpa di ci,  dammi ascolto: se hai
    fermamente deciso di non rimanere qui, ritorna tu pure in patria, alla
    tua reggia,  riconducendo il grosso  delle  truppe;  sar  mio  dovere
    consegnarti la Grecia resa schiava, purch mi lasci scegliere 300 mila
    uomini del tuo esercito.

      101.  Udite  queste  parole,  Serse si sent sollevato,  per quanto
    poteva nella situazione dolorosa, e, pieno di gioia disse,  quindi,  a
    Mardonio che, dopo essersi consigliato, avrebbe risposto quale dei due
    partiti intendeva scegliere.  Mentre,  poi, stava discutendone insieme
    con i Persiani  che  erano  suoi  consiglieri,  ritenne  opportuno  di
    invitare  a  consiglio anche Artemisia,  perch gli risultava evidente
    che essa sola,  in precedenza,  aveva avuto l'idea di  quello  che  si
    doveva fare.  E quando Artemisia arriv,  fatti allontanare gli altri,
    tanto i consiglieri persiani,  quanto le guardie del corpo,  Serse  le
    tenne  questo  discorso:  Mardonio  mi  consiglia di rimanere qui sul
    posto  e  attaccare  il  Peloponneso,  sostenendo  che  i  Persiani  e
    l'esercito  di  terra  non  hanno  colpa  nei  miei  riguardi di alcun
    insuccesso;  anzi,  ben volentieri vorrebbero esser messi alla  prova.
    Questo   quanto mi consiglia di fare,  oppure egli stesso si impegna,
    con 300 mila uomini scelti dell'esercito,  di darmi in mano la  Grecia
    ridotta  in schiavit e intanto mi consiglia di ritirarmi con il resto
    delle truppe entro i miei possessi. Ordunque tu (dato che anche per la
    battaglia navale,  da noi impegnata,  hai dato  un  saggio  consiglio,
    insistendo perch non la si facesse) consigliami anche ora quale delle
    due vie devo seguire, per prendere una buona decisione.

     102.  In tal modo le chiedeva consiglio ed essa gli rispose cos: O
    re,  ben difficile che io abbia la fortuna di dare,  a chi lo chiede,
    sempre il consiglio migliore.  Tuttavia, nella presente situazione, mi
    pare buona cosa che tu prenda  il  cammino  di  ritorno,  e  Mardonio,
    invece, se desidera e accetta di fare ci che dice, lo lasci qui con i
    soldati  che  richiede.   In  primo  luogo,   infatti,   se  riesce  a
    sottomettere quello che dice di voler sottomettere e condurr  a  buon
    effetto  ci  che  sogna,  a  te si attribuir,  o signore,  il merito
    dell'impresa, perch l'avranno compiuta dei servi tuoi; d'altra parte,
    se avviene il contrario di quello che Mardonio ha in animo,  non sar,
    poi, una grande disgrazia, dal momento che tu sarai salvo e salva sar
    laggi  la fortuna del tuo casato: poich fin che sopravvivi tu e vive
    il tuo casato,  molti pericoli,  e a pi riprese,  dovranno correre  i
    Greci per la loro sorte. Quanto a Mardonio, se gli capita disgrazia, 
    cosa di nessun conto;  n i Greci,  anche riportando qualche successo,
    potranno cantar vittoria per aver ucciso uno schiavo tuo;  e tu te  ne
    tornerai dopo aver raggiunto lo scopo per cui hai fatto la spedizione,
    perch hai incendiato Atene.

      103.  Fu  molto  lieto Serse di questo consiglio poich essa diceva
    proprio esattamente quello che egli pure pensava in cuor suo. Infatti,
    neppure se tutti, uomini e donne, gli avessero concordi consigliato di
    rimanere,   secondo  me,   egli  sarebbe  rimasto:  a  tal  punto  era
    spaventato.  Sicch,  dopo averla lodata,  fece partire Artemisia alla
    volta di Efeso (102) affidandole i propri figli:  da  dire,  infatti,
    che egli era accompagnato da alcuni figli illegittimi.

      104.  Ma  per  vegliare  sopra  i  suoi  figlioli  egli mand anche
    Ermotimo,  che era di Pedasa (103),  e fra gli eunuchi occupava  nella
    stima del re il primo posto.
    [Gli abitanti di Pedasa sono stanziati sopra Alicarnasso e tra di loro
    capita  talvolta  un  fatto  quale  sto per raccontare: quando,  in un
    determinato periodo di tempo,  deve accadere qualche cosa di  doloroso
    per tutti coloro che abitano vicino e intorno alla citt,  allora alla
    locale sacerdotessa di Atena spunta una barba fluente.  E questo  gi
    successo loro due volte.

     105.  Ordunque, da questa citt di Pedasa proveniva Ermotimo, di cui
    si parla (104)],  il quale,  per un oltraggio ricevuto,  si  prese  la
    vendetta pi tremenda che mai si sia verificata fra gli uomini che noi
    conosciamo.
    Infatti,  catturato dai nemici e messo in vendita, era stato comperato
    da un certo Panionio,  un cittadino di Chio,  che si procurava i mezzi
    per vivere con il pi empio dei mestieri: quando veniva in possesso di
    fanciulli di particolare bellezza,  dopo averli mutilati, li portava a
    Sardi e a Efeso dove li  vendeva  ad  alto  prezzo;  poich  presso  i
    Barbari  gli  eunuchi  sono  pi  apprezzati  dei veri uomini,  per la
    completa fiducia di cui godono.
    Ordunque Panionio, come aveva mutilati molti altri giovani,  poich ne
    traeva  di  che  vivere,  cos fece anche con costui.  Siccome,  per,
    Ermotimo non era sfortunato proprio in tutto,  da Sardi  era  arrivato
    nel  palazzo  del  re,  insieme  con altri doni e,  con il passare del
    tempo,  era divenuto presso Serse di gran lunga il pi  apprezzato  di
    tutti gli eunuchi.

      106.  Quando  il  re,  standosene  a  Sardi,  metteva  in marcia la
    spedizione persiana contro Atene,  Ermotimo,  essendo disceso  per  un
    certo affare in quella parte della Misia che  abitata da cittadini di
    Chio  e  si  chiama Atarneo,  incontr col Panionio.  Riconosciutolo,
    intrattenne con lui frequenti e  amichevoli  conversazioni:  in  primo
    luogo enumerandogli tutti i vantaggi di cui godeva per merito suo, poi
    promettendogli  in  cambio  tutti  i  favori  che  aveva intenzione di
    fargli,  se avesse stabilito col la sua residenza,  portandovi i suoi
    familiari.  Tanto  fece  che  Panionio,  accettando  volentieri le sue
    proposte,  port in quel luogo i figli e la moglie.  Ma quando lo ebbe
    in sua bala con tutta la famiglia, Ermotimo gli disse: O tu che, fra
    tutti gli uomini che esistono, hai guadagnato la vita con il pi empio
    dei  mestieri,  che  male  t'avevo fatto io;  che avevano fatto i miei
    antenati di male a te o  a  qualunque  dei  tuoi,  perch  mi  dovessi
    ridurre,  invece di uomo,  un nulla quale sono? E credevi che agli di
    sarebbero sfuggite le turpi tue  azioni  di  allora?  Sono  essi  che,
    seguendo  un criterio di giustizia,  dopo le tue empie azioni ti hanno
    tratto,  inconsapevole,  in mano mia,  sicch non avrai  a  lamentarti
    della ricompensa che da me riceverai.
    Dopo averlo in tal modo schernito, fattisi condurre davanti i figli di
    Panionio,  costrinse  costui  a  mutilare  i  propri figli,  che erano
    quattro: sotto la stretta della necessit egli esegu  l'operazione  e
    quando l'ebbe eseguita, furono i suoi figli costretti a mutilare a sua
    volta lui stesso.
    In  tal  modo  si  abbatt  su  Panionio  la  punizione degli di e la
    vendetta di Ermotimo.

     107.  Serse,  dopo aver affidato i suoi figli ad Artemisia perch li
    conducesse ad Efeso, fatto chiamare Mardonio, gli comand di scegliere
    nell'esercito  i  soldati che desiderava e che facesse di tutto perch
    alle parole corrispondessero adeguate azioni:
    Per quel giorno si giunse fino a qui; ma durante la notte,  per ordine
    del re,  i capitani condussero fuori dal Falero le navi,  facendo vela
    di nuovo verso l'Ellesponto,  con la velocit a  ciascuno  consentita,
    per  far  la guardia ai ponti di barche,  in attesa che vi passasse il
    re.
    Quando,  per,  i Barbari navigando furono nei pressi del Capo Zostere
    (105),  siccome  dei sottili promontori in questa parte del continente
    si spingono in mare,  credettero che si trattasse di navi e si diedero
    alla fuga per lungo tratto; dopo un certo tempo, avendo constatato che
    non erano navi,  ma punte rocciose, raccoltisi in ordine, proseguirono
    la loro rotta.

     108.  Quando spunt il giorno,  i Greci,  vedendo rimasto  al  posto
    dov'era l'esercito di terra, si immaginavano che anche le navi fossero
    ormeggiate  presso  il Falero;  s'aspettavano,  quindi,  che la flotta
    impegnasse battaglia sul mare e si preparavano a  opporre  resistenza.
    Ma  appena  vennero a sapere che le navi erano partite,  il loro primo
    pensiero fu di inseguirle. Non riuscirono,  per,  ad avvistarle,  pur
    avendole inseguite fino ad Andro: sicch,  arrivati ad Andro,  tennero
    consiglio.  Temistocle era del parere di proseguire  nell'inseguimento
    e, tagliando attraverso le isole, puntare diritti verso l'Ellesponto a
    distruggervi  i  ponti;   Euribiade,   invece,   sosteneva  il  parere
    contrario,  affermando che se avessero  distrutto  i  ponti  avrebbero
    procurato  alla  Grecia  il  danno  pi  grave di tutti: infatti se il
    Persiano,  bloccato,  fosse stato  costretto  a  rimanere  in  Europa,
    avrebbe  cercato in ogni modo di non starsene inerte,  perch se se ne
    stava in pace nessun successo avrebbe potuto ottenere,  nessuna via di
    ritorno  in  patria si sarebbe potuta aprire e le sue truppe sarebbero
    morte di fame;  invece,  se  tentava  qualche  impresa  e  si  metteva
    decisamente all opera,  poteva darsi che tutte le parti dell'Europa si
    accostassero a lui, citt per citt, un popolo dietro l'altro; gli uni
    perch conquistati, gli altri perch,  prima di esserlo,  si sarebbero
    con  lui  accordati.  Come  nutrimento,  avrebbe avuto il raccolto dei
    Greci,  che di anno in anno si rinnovava.  Al contrario,  egli pensava
    che  il  Persiano,  vinto  sul  mare,  non  sarebbe rimasto in Europa:
    bisognava, quindi, lasciarlo partire, finch fosse arrivato, fuggendo,
    nel suo territorio;  dopo di che,  la lotta si sarebbe dovuta sferrare
    per  la  conquista  del  suo  stesso  paese.   A  questa  opinione  si
    accostavano anche i comandanti degli altri Peloponnesiaci.

     109.  Quando si convinse che non avrebbe persuaso i pi,  almeno,  a
    far  vela  verso  l'Ellesponto,  Temistocle,  rivoltosi  agli Ateniesi
    (erano questi, infatti,  in modo particolare bruciati che la flotta si
    fosse  sottratta  con  la  fuga  ed erano sulle mosse di dirigersi all
    Ellesponto, disposti a prendere su di s la responsabilit della cosa,
    se gli altri non avessero voluto) tenne loro questo discorso: Mi sono
    trovato io stesso gi in molti casi e molti  di  pi  ancora  so,  per
    sentito  dire,  che  sono  avvenuti,  di  uomini  che,  stretti  dalla
    necessit,  dopo essere stati vinti,  hanno  ripreso  a  combattere  e
    riscattato  la  precedente  sconfitta.  Quanto  a noi (gi che abbiamo
    avuto la insperata fortuna di salvare noi stessi e la  Grecia,  avendo
    respinto s grande numero di nemici),  non inseguiamo gli avversari in
    fuga! Non siamo stati noi, infatti, a compiere questa impresa,  ma gli
    di e gli eroi, i quali non hanno tollerato che un uomo solo dominasse
    sopra l'Asia e l'Europa;  un uomo empio e scellerato, che teneva nello
    stesso  conto  gli  edifici  sacri  e  i  profani,  che  incendiava  e
    rovesciava  le statue degli di,  che os flagellare il mare e calarvi
    ceppi e catene. Suvvia, poich al presente la fortuna ci sorride, sar
    meglio che,  restando per ora in Grecia,  ci  prendiamo  cura  di  noi
    stessi  e delle nostre famiglie;  ognuno ricostruisca la sua casa,  si
    occupi con passione delle sementi, dopo aver definitivamente scacciato
    il Barbaro.  All'inizio poi,  della primavera,  si navighi alla  volta
    dell'Ellesponto e della Ionia.
    Questo  egli diceva perch intendeva costituirsi presso il Persiano un
    diritto di riconoscenza,  per  avere  dove  rifugiarsi  nel  caso  che
    qualche  disgrazia  gli  fosse capitata da parte degli Ateniesi: come,
    effettivamente, accadde (106).

     110. Temistocle, parlando in questo modo, ingannava; ma gli Ateniesi
    gli prestavano fede; siccome, infatti, egli, che gi prima godeva fama
    di essere abile, s'era veramente dimostrato abile e assennato,  quando
    parlava  erano  pronti  a ubbidirgli ciecamente.  Orbene,  subito dopo
    averli convinti al suo pensiero,  Temistocle mand con un'imbarcazione
    alcuni uomini,  dei quali era sicuro che non avrebbero rivelato, anche
    sottoposti a ogni tortura, quello che egli ordinava di dire al re: uno
    di essi era di nuovo Sicinno, suo familiare. Quando costoro arrivarono
    alla  spiaggia  dell'Attica,   mentre  gli  altri   rimanevano   nella
    scialuppa,  Sicinno, recatosi al cospetto del re, gli disse: Mi manda
    Temistocle,  figlio di  Neocle,  comandante  degli  Ateniesi,  il  pi
    valoroso  e  il  pi  saggio  degli alleati,  a dirti cos: l'ateniese
    Temistocle,  nel desiderio di renderti un servigio,  ha  trattenuto  i
    Greci  che  volevano  inseguire  la  tua  flotta e distruggere i ponti
    sull'Ellesponto: ora,  con tutta tranquillit,  ritirati pure nel  tuo
    paese.
    Fatta questa comunicazione, i messi se ne tornarono indietro per mare.

      111.  Frattanto i Greci,  quando ebbero deciso di non inseguire pi
    oltre le navi dei Barbari e di non far  vela  verso  l'Ellesponto  per
    tagliare la via di ritirata,  posero l'assedio ad Andro,  che volevano
    espugnare.  Poich erano stati proprio quelli di Andro i  primi  degli
    isolani  che,  sollecitati  da  Temistocle  a versare un contributo in
    denaro,  non glielo avevano dato;  anzi,  avendo Temistocle fatto loro
    questo ragionamento: che, cio, gli Ateniesi erano venuti accompagnati
    da due grandi dee,  la Persuasione e la Costrizione,  e che perci gli
    Andri  dovevano  assolutamente  versare  quel  denaro;   essi  avevano
    risposto   che  era  ben  naturale  che  Atene  fosse  cos  grande  e
    prosperosa,  se stava cos bene quanto a divinit protettrici,  mentre
    quelli  di  Andro erano giunti al limite estremo di povert di terra e
    due inutili divinit,  Povert e Indigenza,  non abbandonavano mai  la
    loro  isola,  anzi  vi si trovavano costantemente a loro agio;  sicch
    essi, che possedevano queste dee, non avrebbero dato denaro; poich la
    potenza di Atene non avrebbe  potuto  trionfare  sulla  loro  miseria.
    Dunque,  per questa risposta da loro data invece di sborsare il denaro
    richiesto, erano stretti d assedio.

     112.  Temistocle,  siccome nella sua avidit di possedere non  aveva
    pace, mandava in giro anche per le altre isole minacciose ingiunzioni,
    chiedendo  denaro,  per  mezzo dei medesimi ambasciatori di cui si era
    servito anche nei confronti di Andro,  dicendo  che  se  non  avessero
    versato quanto richiesto, avrebbe condotto contro di loro le forze dei
    Greci  e,  assediandole,  ne  avrebbe  rovinato  le citt.  Con queste
    minacce egli raccolse ingenti somme dai  cittadini  di  Caristo  e  di
    Paro,  i quali,  informati che Andro era assediata per la sua simpatia
    verso i Persiani e che Temistocle godeva della massima reputazione fra
    i generali, presi da paura mandavano il loro contributo.  Se l'abbiano
    dato  questo contributo anche altri fra gli isolani,  io non lo potrei
    dire; ritengo, per, che questi non siano stati i soli,  e anche altri
    l'abbiano versato.  Una cosa,  tuttavia,  certa: che, cio, quelli di
    Caristo, nonostante questo contributo, non ebbero dilazione alcuna per
    la loro rovina;  quelli di Paro,  invece,  avendo con  i  loro  tesori
    soddisfatto   Temistocle,   poterono   evitare   di   essere  assaliti
    dall'esercito.
    Cos Temistocle,  movendo da  Andro,  si  arricchiva  ai  danni  degli
    isolani, di nascosto dagli altri generali.

      113.  Frattanto  l'esercito  di  Serse,  che aveva aspettato alcuni
    giorni dopo la battaglia navale, prese la via del ritorno in direzione
    della Beozia per la stessa strada  che  aveva  fatto  prima.  Infatti,
    Mardonio  ritenne  opportuno  di  accompagnare  il re e,  nello stesso
    tempo,  siccome la stagione dell'anno non era  indicata  per  fare  la
    guerra, pens che fosse meglio svernare, intanto, in Tessaglia; e poi,
    all'inizio della primavera,  sferrare l'attacco contro il Peloponneso.
    Quando furono giunti in Tessaglia,  allora Mardonio scelse,  prima  di
    tutto,  i  10  mila Persiani,  chiamati gli "Immortali" eccetto Idarne
    (poich costui dichiar che non avrebbe lasciato il re); poi,  fra gli
    altri  Persiani,  quelli armati di corazze e 1000 cavalieri,  quindi i
    Medi, i Saci, i Battriani e gli Indiani, tanto fanti che cavalieri.
    Questi i popoli dei quali prese i contingenti al completo; invece, fra
    gli altri alleati,  sceglieva a gruppi coloro che si distinguevano per
    bell'aspetto e quelli che,  a sua conoscenza, avevano compiuto qualche
    buona impresa. [Egli faceva la scelta, in maniera particolare,  tra un
    popolo  solo,   quello  dei  Persiani,  uomini  adorni  di  collane  e
    braccialetti; subito dopo, venivano i Medi.  Questi ultimi per numero,
    non  erano  meno  dei  Persiani,  ma  erano a essi inferiori per forza
    fisica (107)];  di modo che,  in tutti,  risultarono 300 mila  uomini,
    compresa la cavalleria.

     114.  In questo periodo,  durante il quale Mardonio sceglieva il suo
    esercito e Serse si trovava in Tessaglia, era giunto agli Spartani, da
    Delfi,  un oracolo,  che diceva loro di esigere da Serse soddisfazione
    per  l'uccisione  di  Leonida  e  di accettare quello che egli avrebbe
    dato.  Quelli di Sparta,  dunque,  mandarono d'urgenza un  araldo,  il
    quale,  avendo  trovato  l'esercito  ancora  in Tessaglia al completo,
    presentatosi al cospetto di Serse,  gli disse cos: O re dei Medi,  i
    Lacedemoni  e  gli Eraclidi di Sparta chiedono da te soddisfazione per
    un omicidio,  perch tu hai  ucciso  il  loro  re,  che  difendeva  la
    Grecia.  Ma Serse scoppi a ridere,  e, dopo essere stato lungo tempo
    in silenzio, siccome gli stava accanto Mardonio,  accennando appunto a
    lui, disse: Ebbene, questo Mardonio dar loro la soddisfazione che ad
    essi si conviene.
    L'araldo, ricevuta la risposta, se ne torn indietro.

      115.  Lasciato,  quindi,  Mardonio in Tessaglia,  Serse si avvi in
    tutta fretta verso l'Ellesponto e in  45  giorni  raggiunse  il  luogo
    della traversata,  niente, si pu dire, riconducendo del suo esercito.
    Dovunque,  nella loro marcia,  venivano a trovarsi e presso  qualunque
    gente,  i  soldati  si cibavano facendo man bassa dei raccolti e se di
    raccolti non ne trovavano,  si nutrivano con l'erba che spuntava dalla
    terra;   perfino  la  corteccia  degli  alberi,  tanto  coltivati  che
    selvatici,  essi staccavano per mangiarla,  ne coglievano le foglie  e
    non lasciavano nulla: a tanto li costringeva la fame.
    Una specie di peste, abbattutasi sulle truppe, e la dissenteria fecero
    strage di uomini durante il cammino;  Serse,  quelli di essi che erano
    ammalati li lasciava indietro, ordinando alle citt,  dove di volta in
    volta  si  trovava  a passare,  di averne cura e di nutrirli;  cos ne
    lasci in Tessaglia, in Macedonia e in Siri, citt della Peonia.  Ivi,
    anche,  egli  aveva  lasciato il sacro carro di Zeus,  quando avanzava
    contro la Grecia,  ma nel ritorno non riusc a ricuperarlo:  i  Peoni,
    che,  in verit,  l'avevano consegnato ai Traci,  quando Serse ne fece
    richiesta,  dissero che le cavalle,  mentre stavano pascolando,  erano
    state  rubate  dai Traci delle regioni superiori,  stanziati presso le
    sorgenti dello Strimone.

     116. Fu pure l che il re di Bisaltia e di Crestonia, un Trace,  os
    commettere  un'azione mostruosa: egli aveva dichiarato che,  per conto
    suo, non si sarebbe mai adattato a fare lo schiavo di Serse, anzi,  si
    era ritirato in su, verso le alture della catena del Rodope (107) e ai
    suoi  figli  aveva  proibito  di partecipare alla spedizione contro la
    Grecia.  Sennonch essi,  o che non tenessero in alcun  conto  il  suo
    divieto,  o che fosse loro venuto,  per altri motivi,  il desiderio di
    vedere lo spettacolo della guerra;  avevano militato con il  Persiano.
    Ma quando ritornarono sani e salvi tutti,  pur essendo sei,  il padre,
    per punirli di questa colpa, fece loro cavare gli occhi e questa fu la
    ricompensa che essi ne ricevettero.

     117. Ordunque i Persiani, quando,  avanzando dalla Tracia,  giunsero
    allo Stretto,  si affrettarono ad attraversare l'Ellesponto sulle navi
    per passare ad Abido: infatti,  i ponti che essi trovarono  non  erano
    pi  tesi,  come  prima,  da  una  riva all'altra,  ma sconnessi dalla
    tempesta. Fermatisi in quel luogo,  trovarono a loro disposizione cibi
    in maggior quantit che non durante il viaggio sicch, essendosi senza
    misura alcuna rimpinzati e per di pi cambiando acqua (108),  morivano
    in gran numero i soldati dell'esercito che ancora restava.  Gli  altri
    arrivarono con Serse a Sardi.

     118.  C',  per, anche quest'altra versione che si racconta: quando
    Serse, ritirandosi da Atene, giunse ad Eione sullo Strimone, non volle
    pi proseguire di l per via di terra ma, affidato l'esercito a Idarne
    che lo conducesse all'Ellesponto, egli, imbarcatosi, invece, su di una
    nave fenicia,  si fece trasportare in Asia.  Sennonch,  mentre era in
    navigazione,  lo colse, tremendo, un vento proveniente dallo Strimone,
    che sollev tempesta.  Orbene,  siccome era sballottato dalla tempesta
    sempre pi,  mentre la nave era sovraccarica,  in quanto sopra coperta
    erano molti i Persiani che facevano la traversata con  Serse,  allora,
    pieno  di  spavento,  il  re chiese a gran voce al pilota se c'era per
    loro speranza di salvezza. Quello rispose: Nessuna, o signore, a meno
    che di questi numerosi passeggeri  non  se  ne  vada,  in  un  modo  o
    nell'altro,  una  parte.  E  si  dice  che  Serse,  udito ci,  abbia
    esclamato: Uomini di Persia,  ora ognuno di  voi  dimostri  di  esser
    devoto  al  suo  re:  da  voi infatti dipende,  a quanto pare,  la mia
    salvezza.  Cos egli avrebbe detto: essi,  prosternandosi in segno di
    ossequio,  si  sarebbero  gettati  in  mare  e in questo modo la nave,
    alleggerita,  sarebbe giunta a salvezza in Asia.  Ed ecco cosa avrebbe
    fatto Serse, appena messo piede in terra: al pilota avrebbe donato una
    corona  d'oro,  perch  aveva  salvato la vita del re,  d'altra parte,
    per,  poich aveva provocato la morte di molti Persiani,  gli avrebbe
    fatto tagliare la testa.

     119.  Questa, dunque,  l'altra versione che si tramanda sul ritorno
    di Serse; ma, secondo me, non  degna di fede,  oltre che per tutto il
    resto, in particolare per ci che riguarda questa strage dei Persiani.
    Poich, se davvero il pilota avesse detto a Serse quelle parole, su 10
    mila  persone  richieste  del  loro  parere  non  ne  troverei una che
    rifiuterebbe di ammettere che il re avrebbe  fatto  quello  che  dico:
    avrebbe,  cio,  fatto  discendere  da sopra coperta nella stiva della
    nave un certo numero di Persiani, anzi i primi dei Persiani; e avrebbe
    gettato in mare un ugual numero di  rematori,  che  erano  Fenici.  La
    verit, invece,  che Serse, come ho gi raccontato prima, se ne torn
    in Asia per via di terra insieme con il resto del suo esercito.

      120.  Una  prova  di  grande  importanza  anche questa:  noto che
    Serse,  nel suo viaggio di ritorno,  arriv ad Abdera  e  si  leg  di
    ospitalit con quei cittadini,  cui fece dono di un'acinace d'oro e di
    una tiara ricamata in oro. Per di pi,  dicono gli stessi cittadini di
    Abdera  (ma    una  cosa per me assolutamente incredibile),  qui egli
    sciolse la sua cintura (109) per la prima volta,  dopo la sua fuga  da
    Atene, perch si considerava al sicuro. Ora Abdera  situata pi verso
    l'Ellesponto che non lo Strimone ed Eione, donde, essi dicono, egli si
    sarebbe imbarcato sulla nave.

      121.  I Greci,  poich non riuscivano a espugnare Andro,  dopo aver
    fatto una scorreria nel territorio di Caristo e  averne  devastato  il
    paese,  se  ne tornarono a Salamina.  Per prima cosa,  misero da parte
    come primizie da offrire agli  di,  tra  le  altre  cose,  anche  tre
    triremi fenicie, per consacrarne una all'Istmo (questa c'era ancora ai
    tempi miei), una al Capo Sunio e la terza a Salamina, l sul posto, in
    onore di Aiace.
    In seguito,  si divisero tra loro il bottino e mandarono a Delfi delle
    primizie, con le quali fu fatta la statua di uomo che tiene in mano un
    rostro di nave,  la cui altezza  di 12 cubiti (110): questa statua si
    trova nello stesso luogo dov' quella dorata di Alessandro il Macedone
    (111).

     122. Dopo aver mandato le primizie a Delfi, i Greci fecero chiedere,
    a  nome di tutti,  al dio se avesse ricevuto offerte perfette e di suo
    gradimento. Il dio rispose che, mentre ne aveva ricevuto di tali dagli
    altri Greci,  non  cos,  invece,  era  per  gli  Egineti;  dai  quali
    richiedeva  una particolare offerta per il primo premio ottenuto nello
    scontro navale di Salamina.  Gli Egineti,  quando vennero a sapere  di
    questa risposta,  consacrarono delle stelle d'oro,  che si trovano, in
    numero di tre,  sopra un albero di bronzo,  nell'angolo del santuario,
    vicinissimo al cratere di Creso.

      123.  Dopo  aver fatto la ripartizione del bottino,  i Greci fecero
    vela verso l'Istmo con l'intenzione di dare il  premio  del  valore  a
    quel greco che ne fosse stato il pi degno,  durante questa guerra. Ma
    quando, arrivati sul posto,  i comandanti si distribuirono tra loro le
    schede  del  voto  sopra l'altare di Posidone,  per determinare il pi
    meritevole di tutti e quello  che  sarebbe  stato  al  secondo  posto,
    allora si verific questo caso, che ognuno vot a favore di se stesso,
    perch  ognuno  era  convinto  di essere stato senz'altro il migliore;
    come secondo,  la maggior parte fu concorde nel designare  Temistocle:
    cos, mentre per il primo posto ciascuno non aveva che il proprio voto
    a  favore,  per  il secondo,  Temistocle era di gran lunga superiore a
    tutti.

     124.  Nonostante i Greci,  mossi dall'invidia,  non  abbiano  voluto
    giudicare in questo senso;  e se ne tornasse, invece, ogni contingente
    per  mare  al  proprio  paese  senza  aver  fatto  una   designazione,
    Temistocle,  tuttavia, fu per tutta la Grecia celebrato e onorato come
    il pi accorto, di gran lunga, fra tutti i Greci. Siccome,  per,  pur
    essendo artefice della vittoria,  non aveva ricevuto i dovuti onori da
    quelli  che  avevano  preso  parte   alla   battaglia   di   Salamina,
    immediatamente  dopo  questi  fatti  si  rec a Sparta,  perch voleva
    esservi onorato.  Effettivamente,  gli Spartani  gli  fecero  calorose
    accoglienze  e  gli  tributarono  insigni onori;  e se assegnarono una
    corona di ulivo ad Euribiade,  come premio del valore,  ne assegnarono
    una,  pure  di ulivo,  anche a Temistocle,  a riconoscimento della sua
    avvedutezza e abilit e gli fecero dono del pi  bel  cocchio  che  ci
    fosse in Sparta.  Dopo averlo colmato di elogi,  quando se ne and via
    gli fecero scorta di onore,  fino al confine con Tegea,  300 Spartiati
    scelti, quelli che sono denominati i "cavalieri" (112) per eccellenza:
    egli fu l'unico uomo,  che noi conosciamo,  che sia stato accompagnato
    in tal modo dagli Spartiati.

     125.  Ma quando,  da Sparta,  egli fu  rientrato  in  Atene,  allora
    Timodemo  di Afidna,  uno dei suoi nemici (ma che per il resto non era
    fra i cittadini pi in vista),  fuori di s per l'invidia,  sferr  un
    attacco contro Temistocle,  rinfacciandogli, a proposito del viaggio a
    Sparta, che gli onori ricevuti dagli Spartani li aveva avuti in grazia
    di Atene, non certo per merito suo. Temistocle, visto che Timodemo non
    smetteva di ripetere queste storie,  sbott a dire: Proprio cos,  se
    ti  piace: n io sarei stato cos onorato dagli Spartani,  se fossi di
    Belbina (113); n lo saresti tu, amico, pur essendo ateniese.

     126. Questo, per allora, fu tutto.
    Artabazo, figlio di Farnace, un personaggio che gi prima era illustre
    fra i Persiani e pi ancora lo divenne,  in seguito,  per i  fatti  di
    Platea,  alla  testa  di  60 mila uomini presi dall'esercito scelto da
    Mardonio,  aveva scortato il re fino al passaggio  dello  stretto.  Ma
    quando  il  re fu in Asia ed egli,  nella marcia di ritorno,  si trov
    presso la penisola di Pallene (114),  visto che Mardonio  svernava  in
    Tessaglia  e  in  Macedonia,  mentre  egli  non aveva alcuna voglia di
    congiungersi con il resto delle truppe,  pens che  fosse  un  errore,
    giacch  si  trovava  vicino ai Potideesi che si erano ribellati,  non
    cercare di assoggettarli.  Infatti gli abitanti di Potidea dopo che il
    re,  ritirandosi,  era  passato  accanto  al  loro  paese  e la flotta
    persiana se n'era andata in  fuga  da  Salamina,  s'erano  apertamente
    staccati  dai  Barbari;  cos  come avevano fatto anche altri abitanti
    della Pallene.
    Allora, dunque, Artabazo cinse d'assedio Potidea.

     127.  Sospettando,  poi,  che pure i cittadini di  Olinto  volessero
    ribellarsi  al  re,  assedi  anche questa citt,  che era in mano dei
    Bottiei, scacciati a opera dei Macedoni dal Golfo Termaico.
    Quando, stringendoli d'assedio, se ne fu impadronito,  li trasse nelle
    paludi  e  ve  li sgozz;  quindi affid la citt a Critobulo,  che la
    governasse,  e alle genti di Calcide (115): fu cos  che  i  Calcidesi
    divennero padroni di Olinto.

      128.  Presa  questa  citt,  Artabazo  si  dedic  decisamente alla
    conquista di Potidea e mentre vi si accingeva con tutta l'anima, prese
    accordi con lui per  un  tradimento  Timosseno,  il  comandante  delle
    truppe  di Scione.  Come abbia avuto inizio questa intesa,  non saprei
    dirlo (poich non ci  viene  tramandato)  ma  alla  fine  le  cose  si
    svolgevano   in  questo  modo:  quando  Timosseno  voleva  mandare  un
    messaggio,  che aveva scritto ad Artabazo,  o  Artabazo  a  Timosseno,
    avvolgevano  la  missiva intorno a una freccia lungo le scanalature e,
    attaccatevi delle penne, la scagliavano in un luogo convenuto.  Ma nel
    tentativo  di  tradire  Potidea  Timosseno  fu  scoperto:  infatti una
    freccia che Artabazo voleva  lanciare  nel  luogo  stabilito,  sbagli
    bersaglio  e  colp  alla  spalla  un  soldato di Potidea;  intorno al
    ferito, come suole avvenire in guerra,  accorse una folla di gente che
    si  impadron  del  dardo  e  avendo  notato  il messaggio lo port ai
    comandanti: c'erano,  infatti,  in citt anche i  contingenti  alleati
    delle altre citt della penisola di Pallene. Sennonch i generali, pur
    dopo aver letto la lettera e identificato il colpevole del tradimento,
    decisero  di  non  bollare Timosseno col marchio di traditore,  per un
    riguardo alla citt di Scione,  ad evitare che gli abitanti di  Scione
    avessero,  per  tutto il tempo a venire,  la reputazione di essere dei
    traditori.

     129.  Ordunque,  Timosseno era stato scoperto nel modo che s' detto
    ed  erano  trascorsi  gi  tre  mesi  dacch  Artabazo  aveva iniziato
    l'assedio,  quando si verific un riflusso del  mare  imponente  e  di
    lunga  durata:  i  Barbari,  visto  che  s'era  fatto uno spazio quasi
    asciutto, cercavano di passare,  lungo la costa (116),  nella penisola
    di Pallene; ma quando avevano percorso appena i due quinti del cammino
    e  dovevano  ancora  percorrere  i  tre  che  restavano per entrare in
    Pallene,  sopravvenne un ritorno delle acque tanto violento  quanto  a
    detta degli abitanti del luogo,  non se n'era fino allora avuti;  e s
    che  un fenomeno che avviene di frequente.  Orbene,  quei Barbari che
    non sapevano nuotare perivano annegati,  e quelli che sapevano nuotare
    venivano uccisi dai cittadini di Potidea,  che li attaccavano  movendo
    su leggere imbarcazioni.
    Quanto  alla  causa  del  flusso violento e del disastro dei Persiani,
    quelli di Potidea osservano che i Persiani che perirono  travolti  dal
    mare  erano  gli  stessi  che,  penetrati  nel  tempio di Posidone nel
    sobborgo della citt (117),  ne avevano  profanato  la  statua.  A  me
    personalmente pare che, attribuendo all'avvenimento questa causa, essi
    dicano il vero.
    Quelli  che  scamparono  a  morte  furono  da  Artabazo  ricondotti in
    Tessaglia presso Mardonio.

     130.  Tali furono le vicende di quelli che avevano fatto  scorta  al
    re.
    Quello  che  restava  della  flotta  di  Serse  dopo che,  fuggendo da
    Salamina,  ebbe raggiunto l'Asia e trasportati dal Chersoneso ad Abido
    il re e il suo esercito,  pass l'inverno a Cuma (118).  Ma,  al primo
    spuntare della primavera,  per tempo si concentr a Samo  dove,  anzi,
    alcune  delle navi avevano svernato.  I soldati che vi erano imbarcati
    appartenevano in maggioranza ai Persiani e ai  Medi,  e  a  comandarli
    sopraggiunsero  Mardonte,  figlio  di  Bageo,  e  Artainte,  figlio di
    Artacheo;  divideva con loro il  comando  anche  Itamitre,  nipote  di
    Artainte,  che se l'era preso con s. Gravemente depressi com'erano, i
    Barbari non si spingevano pi oltre verso occidente,  n alcuno ve  li
    poteva costringere; ma stando fermi a Samo, con 300 navi, ivi comprese
    quelle  degli  Ioni,   facevano  la  guardia  alla  Ionia  perch  non
    insorgesse. D'altra parte, neppure s'aspettavano che i Greci venissero
    a scovarli nella Ionia,  ma pensavano che fossero contenti di starsene
    a  protezione  del loro paese,  basandosi sul fatto che i Greci non li
    avevano inseguiti durante la loro fuga da Salamina;  e ben  volentieri
    s'erano  allontanati  dal  campo  di  battaglia.  Battuti sul mare,  i
    Barbari erano avviliti nel loro animo ma erano convinti che  Mardonio,
    con  l'esercito  di  terra,  fosse  di gran lunga superiore ai nemici:
    sicch, standosene nelle acque di Samo,  si consultavano per vedere se
    potevano procurare qualche danno ai nemici, e nello stesso tempo erano
    anche l a spiare quale risultato avrebbero raggiunto le operazioni di
    Mardonio.

     131.  Ai Greci la sveglia fu data dal sopraggiungere della primavera
    e dalla presenza di Mardonio in Tessaglia.  Le loro forze di terra non
    si andavano ancora concentrando, mentre la flotta era giunta ad Egina,
    forte  di  110  navi.  Comandante in capo e ammiraglio era Leotichide,
    appartenente alla seconda (119) famiglia reale;  era figlio di Menare,
    figlio  di  Egesilao,  figlio  di  Ippocratide,  figlio di Leotichide,
    figlio di Anassilao,  figlio di  Archidamo,  figlio  di  Anassandrida,
    figlio di Teopompo,  figlio di Nicandro,  figlio di Carilao, figlio di
    Eunomo, figlio di Polidette, figlio di Pritanide, figlio di Eurifonte,
    figlio di Procle, figlio di Aristodemo,  figlio di Aristomaco,  figlio
    di  Cleodeo,  figlio  di  Illo,  figlio di Eracle.  Tutti costoro,  ad
    eccezione dei primi sette  nominati  dopo  Leotichide,  furono  re  di
    Sparta.  Gli  Ateniesi  erano al comando di Santippo (120),  figlio di
    Arifrone.

     132.  Quando tutte le navi si trovavano ormai a Egina,  giunsero  al
    campo greco dei messi degli Ioni,  i quali, poco prima, recatisi anche
    a Sparta,  avevano pregato i Lacedemoni di liberare la Ionia:  uno  di
    essi  era  pure  Erodoto,  figlio  di  Basilide.  Questi Ioni,  che in
    principio  erano  sette,   fatta  tra  loro  una   congiura,   avevano
    complottato  di  dar  morte  a Stratti,  tiranno di Chio.  Ma,  mentre
    tramavano l'insidia,  furono scoperti perch uno  dei  complici  aveva
    rivelato  l'impresa  e  cos  gli  altri  sei  si erano allontanati di
    nascosto  da  Chio;  s'erano  recati  a  Sparta,  e  in  quel  momento
    giungevano  anche  a  Egina,  a  scongiurare i Greci che facessero uno
    sbarco nella Ionia. A gran fatica, per, riuscirono a trascinarli fino
    a Delo poich, pi oltre,  tutto faceva paura ai Greci,  che non erano
    pratici  dei  luoghi  e pensavano che tutto vi fosse pieno di soldati:
    Samo,  poi,  nella loro immaginazione credevano  fosse  tanto  lontana
    quanto le colonne d'Ercole.  Si verificava cos un fatto strano: che i
    Barbari,  presi da timore,  non osavano  spingersi  in  alto  mare  in
    direzione d'occidente, al di l di Samo; mentre i Greci, nonostante le
    insistenze dei Chii,  non ardivano avanzare verso oriente, al di l di
    Delo: in tal modo,  la paura rendeva sicuro  da  tutti  lo  spazio  di
    mezzo.

      133.  Orbene,  mentre  i Greci facevano rotta verso Delo,  Mardonio
    passava l'inverno in Tessaglia.  Quando era in procinto di muovere  di
    l,  mand  a  visitare  i  vari  oracoli un uomo originario di Euromo
    (121),  che si  chiamava  Mus,  con  l'ordine  di  recarsi  ovunque  a
    interrogare  tutti  gli  oracoli che fosse loro possibile mettere alla
    prova.  Che cosa desiderasse sapere,  quando impartiva questi  ordini,
    non potrei dirlo,  poich non viene riferito, ma, per conto mio, credo
    che l'abbia mandato a consultarli sulle vicende incombenti  e  non  su
    altro.

      134.  Si  sa,  dunque,  che  questo Mus si rec a Lebadea (122),  e
    indusse per mezzo del denaro uno del paese a discendere nell'antro  di
    Trofonio;   come  pure  and  ad  Aba,  nella  Focide,  a  interrogare
    l'oracolo.  Ma prima di tutto,  essendosi  recato  a  Tebe,  non  solo
    consult  Apollo  Ismenio  (123)  (ivi    possibile,  come a Olimpia,
    ottenere dei responsi bruciando le vittime),  ma ottenne per mezzo  di
    denaro che uno,  estraneo al paese di Tebe,  dormisse nel santuario di
    Anfiarao  (124).   A  nessuno  di  quelli  di  Tebe    permesso  fare
    consultazioni  sul  posto  per questo motivo: Anfiarao,  trattando per
    mezzo di oracoli,  aveva ordinato loro di  scegliere  una  delle  due,
    quello  che  volevano: averlo come indovino o come alleato rinunciando
    all'altro vantaggio;  essi avevano preferito averlo alleato ed    per
    questo  che  a  nessuno  dei Tebani  permesso di passare la notte nel
    santuario.

     135.  Allora,  a quanto dicono i Tebani,  si sarebbe  verificato  un
    fatto per me molto meraviglioso: cio,  Mus di Euromo, facendo il giro
    di tutti gli oracoli, sarebbe giunto anche al santuario di Apollo Ptoo
    (125).  Questo santuario si chiama Ptoo,  ma appartiene ai Tebani e si
    trova  a  nord  del lago Copaide,  a ridosso d'un monte e molto vicino
    alla citt di Acrefia. Quando,  dunque,  il nominato Mus si present a
    questo tempio,  era accompagnato da tre uomini scelti fra i cittadini,
    pubblicamente  designati  perch  trascrivessero  quello  che  il  dio
    avrebbe vaticinato;  ed ecco,  all'improvviso, il sacerdote esprimersi
    in  lingua  barbara.  Quei  Tebani  che  accompagnavano  Mus  rimasero
    sbalorditi  al  sentire  una lingua barbara in luogo di quella greca e
    non sapevano come comportarsi nella presente  situazione;  ma  Mus  di
    Euromo,  strappata loro di mano la tavoletta che portavano con s,  vi
    andava scrivendo le parole pronunciate dal sacerdote,  affermando  che
    si  esprimeva  in lingua caria: dopo aver trascritto il vaticinio,  si
    ritir e ritorn in Tessaglia.

     136. Mardonio,  subito dopo aver preso conoscenza di quanto dicevano
    gli oracoli,  fece portare un messaggio ad Atene da Alessandro, figlio
    di Aminta,  macedone;  prima di tutto perch  egli  aveva  vincoli  di
    parentela  con  i  Persiani  (infatti  Gigea,  sorella di Alessandro e
    figlia di Aminta,  era andata sposa al persiano  Bubare,  che  da  lei
    aveva  avuto l'Aminta d'Asia,  che portava il nome del nonno materno e
    al quale il re  aveva  concesso,  in  Frigia,  l'importante  citt  di
    Alabastra  perch ne godesse i frutti);  ma ve lo mandava anche perch
    Mardonio aveva  saputo  che  Alessandro  era  col  prosseno  (126)  e
    benemerito.  In tal modo egli sperava di poter pi che mai conciliarsi
    gli Ateniesi, di cui sentiva dire che era un popolo numeroso e forte e
    sapeva che delle sconfitte toccate da loro sul mare gli Ateniesi erano
    stati i principali autori.  Era fermamente  convinto  che,  se  questi
    fossero passati dalla sua parte,  facilmente avrebbe dominato sul mare
    (come, del resto,  sarebbe anche avvenuto),  mentre per terra riteneva
    di essere di gran lunga superiore: in tal modo,  egli calcolava che la
    sua situazione sarebbe stata pi  vantaggiosa  di  quella  dei  Greci.
    Forse anche gli oracoli gli preannunciavano questo successo, quando lo
    consigliavano  a  farsi alleati gli Ateniesi;  appunto per ubbidire ad
    essi egli mandava Alessandro in missione.

     137. Questo Alessandro era il settimo discendente di Perdicca, colui
    che s'era acquistato il dominio sui Macedoni  nel  modo  seguente.  Da
    Argo  tre  fratelli  discendenti  da Temeno,  e cio Gauane,  Aeropo e
    Perdicca,  erano fuggiti in Illiria;  di l  poi,  avendo  valicato  i
    monti,  erano  giunti  nella  Macedonia  settentrionale  alla citt di
    Lebea. Ivi, dietro compenso,  s'erano messi a servizio presso quel re:
    uno  a  custodire  i  cavalli,  l'altro  a  pascolare  i buoi e il pi
    giovane,  Perdicca,  a curare il bestiame minuto.  La moglie del re in
    persona  (poich  in  antico  erano  povere di mezzi anche le famiglie
    principesche e non solo quelle del popolo) era quella  che  coceva  il
    pane per loro. Orbene, tutte le volte che lo coceva, il pane destinato
    al giovane servitore,  cio a Perdicca, raddoppiava (127) di volume; e
    poich questo fatto strano si ripeteva costantemente,  essa  ne  parl
    con suo marito.  Questi,  quando lo ud, pens subito che si trattasse
    d'un prodigio e che preannunciasse qualche  cosa  di  grande;  quindi,
    fatti  venire  a  s i servitori,  ordin loro di allontanarsi dal suo
    dominio.  Ma essi replicarono che erano in diritto di ricevere il loro
    salario  prima  di  allontanarsi.  Allora  il re,  a sentir parlare di
    salario (il sole in quel momento entrava in casa  gi  per  il  camino
    [128])  rispose,   accecato  dalla  divinit:  Ecco  il  salario  che
    meritate e indicava il sole,  io ve lo  do!.  Ora,  i  pi  vecchi,
    Gauane e Aeropo, quando udirono queste parole, rimasero attoniti senza
    parole,  ma  il  ragazzo,  che  si  trovava ad aver in mano una spada,
    rispose cos: Accettiamo, o re, quello che tu ci dai; e con la spada
    circoscrisse, sul pavimento della stanza,  la zona illuminata dal sole
    e,  circoscrittala,  fece  per  tre  volte  (129)  il  gesto  come  se
    attingesse dei raggi di sole e  se  li  ponesse  in  seno;  quindi  si
    allontan insieme con i suoi fratelli.

      138.  Essi dunque se ne andarono;  ma qualcuno dei consiglieri fece
    notare al re quanto grave fosse il gesto che aveva fatto  e  come  ben
    avvedutamente  il  pi  giovane dei servi avesse accettato il dono che
    gli era stato offerto.  Ascoltate queste osservazioni,  il  re,  preso
    dall'ira,  mand  a  inseguire  i tre fratelli dai cavalieri perch li
    uccidessero. Ma in questa regione c' un fiume (130), al quale offrono
    vittime,  considerandolo un salvatore,  i discendenti di questi uomini
    venuti  da  Argo: questo fiume,  non appena i Temenidi furono passati,
    cominci a scorrere con tanta imponenza che i cavalieri non riuscirono
    pi ad attraversarlo.  I fuggitivi,  giunti in un'altra regione  della
    Macedonia,  si  stabilirono  nelle  vicinanze  dei  giardini,  che  la
    tradizione vuole fossero di Mida, figlio di Gordia; dove spuntano allo
    stato selvatico delle rose che hanno  60  petali  ciascuna  e  il  cui
    profumo supera quello di tutte le altre;  in questi stessi giardini, a
    quanto si racconta dai Macedoni,  fu catturato il famoso Sileno (131);
    su  di essi domina il monte chiamato Bermio,  reso inaccessibile dalle
    nevi eterne.  Movendo da questa regione,  quando  ne  furono  padroni,
    assoggettarono anche il resto della Macedonia.

     139.  Da questo Perdicca,  dunque,  discendeva Alessandro secondo la
    linea seguente: egli era figlio di Aminta (132);  Aminta era figlio di
    Alcete;  Alcete aveva per padre Aeropo, Aeropo Filippo, Filippo Argeo;
    padre di Argeo era Perdicca, colui che conquist il regno.

     140.  Questa,  dunque,  era la discendenza di Alessandro,  figlio di
    Aminta.  Quando  egli,  inviato  da Mardonio,  giunse ad Atene,  tenne
    questo discorso: Ateniesi,  Mardonio vi manda a dire quanto segue: mi
      giunto da parte del re un messaggio che dice cos: "Io perdono agli
    Ateniesi tutte le colpe,  di cui sono responsabili nei miei riguardi e
    tu  ora,  o  Mardonio,  fa' come ti dico: restituisci agli Ateniesi il
    loro territorio,  non solo,  ma se ne scelgano essi  stessi  un  altro
    oltre  a  questo,  quello che vogliono,  e rimangano indipendenti.  Se
    vogliono venire ad accordi con me,  ricostruisci per  loro  tutti  gli
    edifici sacri che io ho dato alle fiamme". Tali essendo gli ordini che
    mi  sono giunti,   giocoforza che io li eseguisca,  a meno che non mi
    sia di impedimento la vostra condotta.  Ecco quello che  io  vi  dico:
    perch mai,  ora, questa pazzia di entrare in guerra contro il re? Non
    potrete, infatti, aver la meglio e nemmeno siete in grado di resistere
    in eterno.
    Avete visto la moltitudine dei soldati di Serse e  le  loro  imprese;
    siete informati, certo, anche delle forze che attualmente sono ai miei
    ordini: sicch, quand'anche vi riuscisse di superare e vincere noi (ma
    di  questo  non potete avere speranza alcuna,  se pure avete un po' di
    buon senso), vi sar pronto ur altro esercito, ben pi imponente.
    Non vogliate, dunque, nel tentativo di gareggiare con il re,  perdere
    il  vostro  territorio e correre costantemente il rischio della vostra
    vita;  ma scendete a patti,  e vi si offre l'occasione di  concluderli
    nel modo pi vantaggioso, poich il re s' messo per questa via. Siate
    liberi, stringendo con noi un'alleanza senza raggiri e senza inganni.
    Queste,  o Ateniesi,  sono le parole che Mardonio mi ha incaricato di
    dirvi.  Quanto a me,  io non dir nulla della benevolenza da cui  sono
    animato  per  la  vostra  causa (non ora,  infatti,  voi la verreste a
    conoscere per la prima volta);  ma vi scongiuro di prestare ascolto  a
    Mardonio.  Poich, non vedo in voi la capacit di sostenere per sempre
    una  guerra  contro  il  re  (infatti,   se  vedessi  in  voi   questa
    possibilit,  non  sarei  mai  venuto a portarvi proposte del genere):
    superiore ad ogni forza umana  la potenza del re  e  il  suo  braccio
    arriva molto lontano. Pertanto, se non venite subito a un accordo, dal
    momento  che  i  Persiani  vi  offrono  grandi  vantaggi per indurvi a
    concludere la pace,  io sono molto preoccupato per  voi,  che  pi  di
    tutti  gli altri alleati vi trovate a essere sul passaggio obbligato e
    destinati, in ogni caso, a perire da soli, poich abitate un paese che
    sembra fatto apposta perch due eserciti vi combattano. Suvvia, datemi
    ascolto!   Poich  anche  questo  merita  da   parte   vostra   grande
    considerazione;  che,  cio,  il  gran  re  a  voi  soli  fra i Greci,
    perdonando le vostre colpe, desideri diventare amico.

     141. Cos parl Alessandro.
    Gli Spartani,  quando vennero a sapere che Alessandro  era  giunto  ad
    Atene   per  indurre  gli  Ateniesi  a  un  accordo  con  il  Barbaro,
    ricordandosi che gli oracoli (133) predicevano che essi,  insieme  con
    gli altri Dori, dovevano essere scacciati dal Peloponneso ad opera dei
    Medi  e degli Ateniesi,  furono presi da grande paura che gli Ateniesi
    si accordassero con i Persiani: senza perder tempo,  quindi,  decisero
    di  mandare  un'ambasceria.  E  accadde  che questa venisse introdotta
    nell'assemblea contemporaneamente ad Alessandro: infatti gli Ateniesi,
    con dei pretesti, avevano tirato in lungo le cose, ben sapendo che gli
    Spartani avrebbero avuto notizia che era venuto un messo da parte  del
    Barbaro  per  concludere  un'intesa,  e  che  appena  ne fossero stati
    informati avrebbero mandato degli ambasciatori. Di proposito,  dunque,
    essi agivano cos,  perch volevano mostrare apertamente agli Spartani
    quale fosse il loro modo di pensare.

     142. Quando Alessandro ebbe finito di parlare,  presero a loro volta
    la  parola  gli inviati di Sparta,  che dissero: Ci hanno mandato gli
    Spartani a pregarvi di non voler introdurre  novit  alcuna  in  danno
    della Grecia e di non accogliere proposte da parte del Barbaro, poich
    non  sarebbe  assolutamente  giusto e non farebbe onore a nessun altro
    dei Greci;  a voi,  poi,  infinitamente meno fra  tutti  e  per  molte
    ragioni.  Foste voi, infatti, a suscitare questo conflitto, mentre noi
    non ne volevamo sapere e per difendere il  vostro  paese    scoppiata
    all'inizio  la  guerra,  guerra  che  ora  si estende a tutta l'intera
    Grecia.  D'altra parte,  anche  se  queste  ragioni  non  esistessero,
    sarebbe   assolutamente   intollerabile  che  voi,   Ateniesi,   foste
    responsabili dell'asservimento dei Greci;  voi,  che sempre,  anche in
    antico,  agli  occhi di tutti foste i campioni della libert (134) per
    molti popoli. Naturalmente,  per le vostre calamit ci affliggiamo con
    voi,  sia  perch  siete stati privati gi di due raccolti (135),  sia
    perch da molto tempo ormai le vostre  case  e  le  vostre  cose  sono
    sottoposte a devastazioni. In compenso di questi danni, gli Spartani e
    gli  altri  alleati  si  offrono  di provvedere al sostentamento delle
    vostre donne e di tutti i componenti delle vostre  famiglie  non  atti
    alle  armi,  fino  a  che  durer  questa  guerra.  Ma  non lasciatevi
    convincere da Alessandro, che cerca di rendervi accette le proposte di
    Mardonio.
    Egli, a dir il vero,  fa semplicemente quello che deve fare,  perch,
    essendo tiranno, presta l'opera sua a un altro tiranno; ma voi no; voi
    non dovete fare quello che dice,  seppure siete assennati, sapendo che
    per i Barbari non esiste affatto n lealt, n verit.
    Cos parlarono gli ambasciatori.

     143.  Orbene,  ad Alessandro gli Ateniesi diedero  questa  risposta:
    Che il Medo abbia una potenza molto superiore alla nostra,  questo lo
    sappiamo anche noi,  sicch non c' bisogno che ce  lo  rinfacci  come
    fosse  una colpa.  Tuttavia,  innamorati come siamo della libert,  ci
    difenderemo cos come ci sar possibile.  Non tentare tu di indurci  a
    venire  ad  accordi col Barbaro,  ch noi non ci lasceremo convincere.
    Ordunque, torna e riferisci a Mardonio quello che dicono gli Ateniesi:
    finch il sole proseguir per la stessa strada che ora  percorre,  noi
    non  ci accorderemo mai con Serse,  ma a lui decisamente ci opporremo,
    fidando nell'alleanza degli di e negli eroi,  dei quali  egli,  senza
    alcun rispetto,  ha incendiato le dimore e le statue. Quanto a te, per
    l'avvenire,  non ti presentare mai pi agli Ateniesi con  proposte  di
    questo genere; e, sotto pretesto di rendere loro preziosi servigi, non
    consigliarli ad una condotta ingiusta;  poich non vorremmo che avessi
    a soffrire qualche cosa di spiacevole da parte degli Ateniesi,  tu che
    ne sei "prosseno" e amico.

      144.  Questa  fu  la risposta che diedero ad Alessandro mentre agli
    inviati di Sparta risposero cos: Che agli  Spartani  sia  venuto  il
    timore  che  noi  ci  accordassimo  con il Barbaro,  era un sentimento
    schiettamente umano;  ma vergognosa,  per lo meno,  sembra  la  vostra
    paura,  quando sapevate come la pensavano gli Ateniesi,  che, cio, in
    nessuna parte della  terra  c'  tanto  oro,  n  territorio  che  per
    bellezza  e fertilit tanto tra gli altri si distingua,  in cambio dei
    quali noi accetteremmo di schierarci dalla parte dei  Medi  e  rendere
    schiava la Grecia.
    Poich molte e gravi sono le ragioni che ci impedirebbero di agire in
    tal modo,  anche se lo volessimo; prima di tutte, e la pi importante,
     che le statue e le dimore degli  di,  incendiate  e  ridotte  a  un
    cumulo  di  rovine,  ci impongono il dovere di punire,  con la massima
    severit possibile, colui che queste empiet ha perpetrato,  piuttosto
    che  venire  ad  accordi  con  lui;  in  secondo luogo,  tutto ci che
    costituisce la  patria  greca:  medesimo  sangue  e  medesima  lingua,
    santuari in comune,  riti sacri e costumanze uguali; tradire tutto ci
    non sarebbe conveniente per gli Ateniesi.
    Mettetevi bene in mente questo,  se gi prima non lo sapevate: fino a
    che  anche  un  solo  Ateniese avr vita,  noi non faremo mai pace con
    Serse.
    Vi siamo tuttavia grati  della  premura  che  dimostrate  nei  nostri
    riguardi,  perch  vi  preoccupate  di  noi rimasti senza case e senza
    beni,  al punto da voler offrire il necessario per  nutrire  i  nostri
    familiari.  Ebbene, il gesto che vi d diritto alla nostra gratitudine
     stato da  voi  compiuto;  ma  noi  resisteremo  cos  come  ci  sar
    possibile,  senza  gravare su di voi.  Per il momento,  stando cos le
    cose, mandateci delle forze militari con la massima celerit;  perch,
    secondo  un  nostro modo di pensare,  non passer tempo che il Barbaro
    verr ad invadere il nostro paese;  ma verr appena avr  notizia  che
    non faremo nulla di quello che egli ci chiedeva.  Prima,  dunque,  che
    egli  si  trovi  nell'Attica,     opportuno  che  voi  lo  preveniate
    accorrendo a difesa nella Beozia.
    Quando  gli Ateniesi ebbero dato questa risposta,  gli ambasciatori se
    ne tornarono a Sparta.








    NOTE.

    N. 1. Stira era una citt dell'isola di Eubea.
    N. 2. Navi a 50 remi: si trattava di imbarcazioni leggere,  il cui uso
    andava  passando  di  moda,  mentre  per  la  guerra si adoperavano le
    triremi che avevano 200 uomini di equipaggio.
    N.  3.  Con Gelone di Siracusa: l'ambasceria  diffusamente narrata da
    Erodoto nel libro 7, cap. 153 e seguenti.
    N. 4. Pausania, sotto accusa di tradimento degli interessi dei Greci e
    di  simpatia  verso  il  re  di Persia fu lasciato morir di fame in un
    tempio: Tucidide ne tratta a lungo nel libro 1, capitoli 132-134.
    N.  5.  La flotta persiana,  dopo la perdita di circa 400 navi per  la
    tempesta e di altre 15 catturate dai Greci, doveva essere forte di 800
    navi circa.
    N.  6.  Il "custode del fuoco" era un sacerdote, o un alto dignitario,
    che conservava per i sacrifici il fuoco portato via da un tempio della
    citt.  Era da tutti considerato inviolabile e,  quindi,  per indicare
    una rovina completa,  si diceva: non si salv nemmeno il portatore del
    fuoco.
    N. 7. 80 stadi: cio, pi di 14 chilometri.
    N.  8.  Da Pausania sappiamo che di questo Scillia c'era in Delfi  una
    statua, consacratavi dagli Anfizioni: si vede che, effettivamente, era
    un atleta fuori del comune.
    N.  9.  Si  tratta  di  Salamina  nell'isola di Cipro,  dove Gorgo era
    rimasto fedele ai Persiani quando  l'isola,  al  tempo  della  rivolta
    ionica, si era ribellata.
    N.  10. Secondo i calcoli dei moderni studiosi, si doveva essere verso
    la fine del mese di luglio del 480 a.C.
    N.  11.  Inondavano,  cio,  l'attendamento dei marinai che era  stato
    sistemato lungo la costa.
    N.  12.  Cave di Eubea: localit di difficile identificazione; secondo
    alcuni sarebbe il  tratto  dell'Eubea  da  Eretria  al  Capo  Geresto,
    stretto e sinuoso per la vicinanza dell'Attica;  secondo altri sarebbe
    indicata la costa meridionale dell'isola,  fra  Capo  Cafereo  e  Capo
    Geresto.
    N. 13. Clinia, probabilmente era il padre di quell'Alcibiade discepolo
    di  Socrate,  che  ebbe tanta parte,  e si pu dire,  decisiva,  nella
    guerra del Peloponneso. Clinia mor nella battaglia di Coronea (447 a.
    C.).
    N. 14.  Di solito,  lo Stato ateniese forniva lo scafo di una trireme,
    che  i  pi ricchi dovevano allestire e fornire di equipaggio,  al cui
    mantenimento dovevano provvedere per tutta la campagna. Era per molto
    apprezzato il gesto di quei cittadini che provvedevano a proprie spese
    anche a costruire la trireme.
    N.  15.  Vuol dire,  quindi,  che erano rimasti padroni del  campo  e,
    virtualmente, vincitori.
    N. 16. Gli abitanti della costa spingevano ogni mattina le loro greggi
    verso  i  monti  dell'interno  e  a  sera li riconducevano alle solite
    stalle: l'accenno ha soltanto valore come indicazione di tempo  (verso
    sera) e di opportunit (assicurarsi viveri a pi non posso).
    N. 17. Accendendo fuochi, i soldati dovevano far credere ai nemici che
    i   Greci   erano   sempre   all'Artemisio,   donde   non  intendevano
    allontanarsi;  nello stesso tempo  potevano  servire  ai  soldati  per
    arrostire le carni macellate.
    N.   18.   Si   riferisce   ai   ponti  di  barche  gettati  da  Serse
    sull'Ellesponto;  in uno di essi le navi erano tenute insieme da corde
    fatte di papiro.
    N. 19. In Grecia le fonti, data l'aridit del suolo, erano considerate
    sacre ed erano di solito circondate di statue e di iscrizioni;  poteva
    quindi esser facile a Temistocle aggiungervi le sue  esortazioni  alla
    diserzione.
    N.  20.  Anche  questo  sarebbe  stato  un  risultato  tutt'altro  che
    disprezzabile,  dato che gli Ioni avevano nella flotta ben 100 navi  e
    70 ne allineavano i Cari.
    N.   21.   Ellopia   era  l'antico  nome  della  parte  settentrionale
    dell'Eubea.
    N. 22. Cio,  sulla collina dove era avvenuta l'estrema eroica difesa,
    intorno al cadavere di Leonida.
    N. 23. Pi che un atto di tradimento si deve vedere in questo fatto un
    riflesso  delle tristi condizioni degli Arcadi,  che,  data la povert
    del loro paese, erano costretti a farsi mercenari al soldo di questo o
    quello, proprio per necessit di vita: Tucidide ne parla in pi luoghi
    della sua storia.
    N.  24.  E da  Pausania  (10,  1)  sappiamo  che  era  una  notte  di
    plenilunio.
    N.  25.  Rappresentavano  Eracle e Apollo in lotta per il possesso del
    tripode delfico.
    N. 26. Piccoli edifici,  architettonicamente molto curati,  che dentro
    il  sacro  recinto  custodivano  le cose pi preziose di citt e Stati
    greci e stranieri.
    N.  27.  Alessandro Primo,  figlio di Aminta Primo,  il  primo  re  di
    Macedonia  con figura di personaggio storico;  costretto ad aggiogarsi
    al persiano,  aveva schietta simpatia per la causa greca;  e sar  poi
    intermediario fra Persiani e Ateniesi.
    N.  28.  Grotta Coricia: sacra alle ninfe e a Pan,  profonda 70 metri,
    ricca di sorgenti,  che si trovava a grande  altezza,  su  un  ripiano
    circondato  da  monti,  sotto  la vetta licorea: deve il suo nome alla
    ninfa Coricia, amata da Apollo.
    N.   29.   I  60  costituivano  il  senato   delfico;   di   carattere
    aristocratico, non volevano accettare il disonore d'una fuga di fronte
    al nemico.
    N.  30.  Il profeta: probabilmente, il capo dell'ordine sacerdotale in
    Delfi.
    N. 31.  Il tempio di Atena Pronaia si trovava in un sobborgo sacro,  a
    est della citt: mentre il santuario di Apollo sorgeva su una terrazza
    sopra la valle nella zona nord-ovest di Delfi.  Il tempio di Atena (un
    edificio in tufo,  lungo pi di 27 metri)  costituiva,  si  pu  dire,
    l'atrio del grande santuario: di qui, forse, il suo nome che significa
    "Atena davanti al tempio".
    N. 32. La rupe Iampea era una delle due rupi Fedriadi che si trovavano
    sul Parnaso. l'altra si chiamava Nauplia.
    N.  33.  Il  tempio    l'"Eretteo":  vi si venerava il serpente sacro
    (identificato  con  Eretteo,   divinit  ctonica)  insieme  con  Atena
    Poliade;  il  serpente  era  simbolo  della  dea protettrice di Atene,
    testimonio della sua presenza, non gi esso stesso una divinit. Non 
    il caso di mettere in risalto che  tutto  questo  apparato  era  stata
    un'abile  messa in scena di Temistocle per indurre i suoi concittadini
    al doloroso passo di abbandonare la loro citt,  l'unica cosa da farsi
    in quel terribile frangente.
    N.  34.  Il  campo  era  a Salamina dov'era all'ancora il grosso della
    flotta.
    N. 35. Cio: 40 navi.
    N. 36. Erodoto stesso nel libro 1, cap. 56 ci fa sapere che, un tempo,
    i Dori risiedevano nel paese,  fra l'Ossa e l'Olimpo,  e di  l  erano
    passati  nella  citt  di  Pindo.  Erineo e Pindo facevano parte della
    tetrapoli dorica.
    N. 37. Cranai: il nome significa "abitanti dell'altura, della rupe".
    N.  38.  Ateniesi: da Atena che aveva  allevato  Eretteo,  nato  senza
    madre, veramente autoctono.
    N.  39.  Xuto era figlio di Elleno, padre di Ione e di Acheo, e nipote
    di Deucalione;  disceso dalla Tessaglia nell'Attica,  vi aveva sposato
    la figlia di Eretteo,  Creusa,  ma poi,  scacciato dai fratelli di lei
    era passato sulla costa settentrionale del  Peloponneso.  Suo  figlio,
    Ione,  chiamato  dagli  Ateniesi in qualit di polemarco in una guerra
    contro Eleusi, ebbe come premio di vittoria la signoria su Atene. Eolo
    e Doro, fratelli di Xuto, e Ione e Acheo suoi figli, diedero,  secondo
    la leggenda, il nome alle quattro stirpi delle genti greche.
    N. 40. Cio: 20 triremi.
    N.  41. Secondo la leggenda, Zeus avrebbe portato la ninfa Egina nella
    deserta isola di Enone,  dove essa sarebbe divenuta  madre  del  primo
    abitante, Eaco.
    N. 42. Cio: due navi.
    N. 43. Stira, nell'isola di Eubea, aveva messo in campo due triremi.
    N.  44.  Citno,  Serifo, Sifno e Melo erano isolette appartenenti alle
    Cicladi.
    N. 45. Tesprozi: una delle quattro popolazioni che abitavano l'Epiro a
    nord del golfo di Ambracia.
    N. 46. Crotone: colonia achea,  proveniente dal Peloponneso predorico,
    situata  in  Italia,  nell'odierna  Calabria,  presso il Capo Lacinio.
    Faillo, cittadino di Crotone,  era un famosissimo corridore,  divenuto
    proverbiale: probabilmente allest a sue spese le trireme,  per venire
    in aiuto della Grecia,  nella  quale  aveva  conseguito  tanta  gloria
    sportiva.
    N.  47.  Veramente, la somma delle cifre su riportate farebbe 366: pu
    darsi che Erodoto vi  abbia  aggiunto  le  12  navi  che  gli  Egineti
    tenevano  a  difesa  della  loro  isola  e che presero parte alla fase
    finale della battaglia.
    N.  48.  Probabilmente,  nella citt di Salamina,  dove si radunava il
    comando supremo.
    N.  49.  Sia  con  le  navi  che si fossero potute salvare,  sia anche
    nuotando, fra i relitti, verso la spiaggia amica.
    N. 50.  Non si sa dove i Persiani abbiano trascorso questo mese,  dato
    che  il  passaggio  dell'Ellesponto  era  durato  solo  sette giorni e
    altrettante notti, e, n ad Abido n a Sesto, Serse s'era fermato. Una
    sosta lunga devono aver  fatto  a  Dorisco  dove  si  procedette  alla
    numerazione  e  all'ordinamento  dell'immensa  accozzaglia;   ma  tale
    localit non si trova sull'Ellesponto, il cui passaggio andrebbe posto
    nella prima quindicina di luglio del 480 a. C.
    N. 51. E' la prima data precisa registrata da Erodoto: n mai prima di
    lui s'era avuto qualche cosa di simile.  L'arconte che  dava  il  nome
    all'anno  era  il  primo  dei  tre,  chiamato appunto "eponimo";  essi
    entravano in carica nel mese di luglio, inizio dell'anno attico.
    N. 52.  Il santuario era il cosiddetto "Ecatonpedon" (cio,  lungo 100
    piedi  attici,  33 metri) sacro ad Atene e ad Eretteo,  sull'Acropoli;
    poi fu dato questo nome alla cella centrale del nuovo tempio eretto da
    Fidia, il Partenone.
    N. 53.  I tesorieri del tempio (erano 10) erano rimasti per alto senso
    di religiosit; i poveri per la loro condizione, in quanto non avevano
    nulla da perdere, ma pi ancora per quello che si dir in seguito.
    N. 54. Cio l'acropoli, un tempo circondata da una palizzata, e allora
    difesa dal loro muro di legno.
    N.  55.  Aeropago:  un'altura  che fronteggiava l'acropoli sulla quale
    s'adunava la famosa assemblea dei giudici, nota, appunto,  col nome di
    Areopago;  tale  nome  significa "colle di Ares",  perch,  secondo la
    leggenda, ivi si erano accampate le Amazzoni,  figlie di Ares,  quando
    erano venute ad assalire Atene.
    N.  56.  Pisistratidi:  alcuni  figli  e  parenti di Ippia,  figlio di
    Pisistrato,  i quali avevano accompagnato Serse nella sua  spedizione:
    Ippia era gi morto o a Maratona (490 a. C.) o subito dopo.
    N. 57. La durata dell'assedio dev'essere stata di 8-10 giorni.
    N.  58.  Quindi,  escluse  la  flotta e l'isola di Salamina,  che pure
    appartenevano all'Attica.
    N.  59 .  Aglauro: una delle figlie di Cecrope  la  quale,  contro  il
    divieto di Atena,  aveva aperto l'arca dove era custodito Eretteo (che
    ne fugg trasformato in serpente e si nascose  sotto  lo  scudo  della
    dea),  e, presa da follia, si gett dall'alto d'una rupe. Il recinto a
    lei sacro era sotto il fianco settentrionale dell'acropoli.
    N. 60.  Un tempio di Eretteo: si tratta dell'edificio che esisteva sul
    luogo  dove  pi  tardi  fu  costruito il magnifico ed elegante tempio
    (dopo il 430 a. C.) di cui ancora si ammira la loggia delle Cariatidi.
    N. 61. Mnesifilo era del demo di Frearri, come Temistocle, e,  secondo
    Plutarco,  ne  sarebbe stato il consigliere e il maestro: cos solo si
    spiega il suo interessamento e la sua influenza  sul  grande  generale
    ateniese.
    N.  62.  I  sopraintendenti  alle  gare  avevano  al loro servizio dei
    "portatori di sferza" (rabduchi),  per mezzo dei quali punivano quegli
    atleti che non rispettavano il regolamento.
    N.  63.  Siri: citt fra Sibari e Taranto,  nell'odierna Lucania, alla
    foce del fiume omonimo,  che sembra sia stata colonizzata da Colofone.
    Verso il 530 a.C. fu distrutta da Sibari, Metaponto e Crotone, insieme
    confederate.  Atene che, dopo la distruzione di Mileto (494 a. C.), si
    considerava la naturale  metropoli  della  razza  ionica,  avr  forse
    vagheggiato  l'idea  di  questa  colonizzazione,  ma  nulla  si sa dei
    rapporti fra Atene e Siri,  come non si sa nulla dell'oracolo cui  qui
    si accenna.
    N.  64.  Salamina  era  l'"isola  di  Aiace",  il quale,  per mezzo di
    Telamone, suo padre, discendeva da Eaco, primo abitante e re di Egina,
    dove era nato,  appunto,  da Egina e da Zeus.  Ecco come si spiega  la
    devozione agli Eacidi tutti,  dei quali per lo Storico non parla pi,
    nella descrizione della battaglia;  sicch non sappiamo se,  e in qual
    maniera, vi abbiano partecipato.
    N.  65. La piana di Tria si stendeva, nell'Attica, fra il Citerone, il
    Parnete, la baia di Eleusi e l'Egaleo.
    N. 66. Con Iacco, data la somiglianza,  fu identificato Bacco: ad ogni
    modo, si tratta di una divinit maschile che venne accomunata al culto
    delle  due dee (Demetra e Persefone) venerate a Eleusi.  L'inno di cui
    si parla era cantato dai pellegrini, che si recavano in processione da
    Atene (uscivano per la porta triasia) a Eleusi, a sera inoltrata,  tra
    il chiarore delle fiaccole e le danze,  fra il 19 e il 20 boedromione.
    Ora la processione e il canto si  svolgono  in  senso  inverso,  segno
    della protezione delle dee verso la prediletta citt.
    N.  67.  In  onore della Madre e della Figlia: sono Demetra (Cerere) e
    Persefone (Proserpina),  venerate a Eleusi: i grandi misteri  eleusini
    venivano  celebrati,  ogni  anno,  dal  13  al 23 del mese boedromione
    (corrispondente,  press'a poco,  alla seconda met del nostro mese  di
    settembre) e risalivano, per la loro origine, alla civilt minoica.
    N. 68. Cio: Nasso, Citno, Serifo, Sifno, Melo.
    N.  69.  Forse perch comandava le navi pi veloci; il re di Sidone si
    chiamava Tetramnesto.
    N.  70.  Il cerimoniale,  introdotto alla  Corte  di  Susa  da  Deioce
    (confronta  libro  1,  cap.  99),  non  permetteva  che si comunicasse
    direttamente con il re;  ci voleva sempre un intermediario: in  questo
    caso  Mardonio che non parla mai,  quindi,  a titolo personale,  e si
    limita a trasmettere il pensiero altrui.
    N.  71.  Cleombroto era il reggente in nome di  Plistarco,  figlio  di
    Leonida, che era ancor bambino.
    N.  72.  La strada scironica era la pi breve fra la Grecia centrale e
    il Peloponneso;  tagliando il fianco di  scogliere  pericolose,  univa
    Megara con Crommione.  Prendeva nome da Scirone, il brigante ucciso da
    Teseo,  che obbligava  i  viandanti  a  lavargli  i  piedi  e  poi  li
    scaraventava, con un calcio, nel sottostante Golfo Saronico.
    N.  73.  Fliunte era una citt dell'Argolide,  a sud di Corinto, verso
    l'interno.
    N. 74. Feste che avrebbero potuto, in certo qual modo, giustificare il
    loro indugio e la loro inattivit, in seguito a scrupoli religiosi.
    N. 75.  Cinuria: vi erano due regioni di questo nome: una nell'Arcadia
    l'altra a sud dell'Argolide, nella parte orientale del Peloponneso che
     quella di cui si parla.
    N.   76.   Cio  l'Acaia,   che  prese  nome  dagli  Achei;  scacciati
    dall'Argolide e dalla Laconia ad opera dei Dori,  a  loro  volta  essi
    avevano scacciati i primitivi abitanti, che erano Ioni di Corinto.
    N.  77.  Asina: delle tre citt di questo nome qui si accenna a quella
    che si trovava sulla costa occidentale del Golfo  di  Laconia;  mentre
    Cardamila era sulla costa orientale, di fronte.
    N. 78. Paroreati: il nome significa "uomini della montagna"; abitavano
    la   cosiddetta   Trifilia,   zona   montuosa  e  costiera  dell'Elide
    meridionale. Secondo la leggenda, i Mini, discendenti degli Argonauti,
    stanziatisi nell'isola di Lemno, erano, di l,  passati nella Laconia,
    donde poi, scacciati, s'erano rifugiati nella Trifilia.
    N.  79. I Tireati abitavano la parte settentrionale della Cinuria che,
    prima di essere aggregata alla Laconia,  era stata a lungo dominata da
    Argo.
    N.  80. Cinosura, che significa "coda di cane",  una penisoletta, che
    dal lato settentrionale  dell'isola  di  Salamina  si  protende  verso
    l'Attica;  non  si   potuto identificare la localit di Ceo,  ma deve
    trattarsi d'un luogo nei pressi di Cinosura o di un punto della  costa
    dell'Attica vicino a Munichia.
    N.  81. Munichia: penisola della costa attica, che divide il Pireo dal
    Falero e che prende il nome dal santuario di Artemide Munichia.
    N.  82.  Troviamo qui,  poeticamente espressa,  la  concezione  etico-
    storica di Erodoto,  quale anche Pindaro ed Eschilo avevano accennata.
    L'uomo troppo felice concepisce "Orgoglio",  il quale fa s  che  egli
    non  s'accontenti pi di quello che ha e lo spinge a superare i limiti
    umani  per  la  "Saziet"  che  prova  della  sua  condizione;  finch
    l'equilibrio  interrotto  viene ristabilito dalla punizione o "invidia
    degli  di"  che  fa  precipitare  l'orgoglioso  dall'alto  della  sua
    superbia:    questa  la  divina Giustizia.  suprema regolatrice delle
    vicende umane.
    N. 83: Figlio di Crono: cio, Zeus.
    N.  84.  Anche altri scrittori parlano di questo  tripode  offerto  al
    tempio di Delfi,  in ricordo delle vittorie di Salamina e Platea,  sul
    quale erano incisi i nomi dei popoli  che  avevano  preso  parte  alle
    battaglie. Il nome dei Teni, per, non era inciso sul tripode, che era
    d'oro;  ma  sul  bronzeo  serpente a tre teste che lo sosteneva,  dove
    ancor oggi lo si pu leggere.
    N.  85.  Pare che nel testo qui ci  sia  una  lacuna;  d'altra  parte,
    Temistocle non era certo stato l'unico oratore dell'assemblea.
    N.  86. Per quanto riguarda la natura: contrasto fra coraggio e vilt,
    amor di patria ed egoismo.  Per quanto riguarda la  condizione  umana:
    rapporto fra libert e schiavit,  possibilit di godere i propri beni
    e costrizione a pagare un tributo eccetera.
    N.  87.  Pare che Erodoto non  abbia  compreso  il  piano  geniale  di
    Temistocle  che  era  quello  di  attirare  la  numerosa flotta nemica
    nell'interno  dell'angusto  canale  (con   un   accorto   ripiegamento
    ordinato,  verso  terra,  con  la  prora  sempre  rivolta  contro  gli
    avversari),  dove si sarebbe trovata impacciata nei movimenti e facile
    preda  delle  agili  imbarcazioni  greche.  Da  qui  la  sua  cura  di
    distinguere l'azione degli altri (che, pareva,  si davano alla fuga) e
    quella di Aminia che parte all'attacco.
    N.  88.  Probabilmente  le  due  versioni  si completano: gli Ateniesi
    diedero inizio alla lotta  sull'ala  sinistra,  gli  Egineti  sull'ala
    destra.
    N. 89. "Benemeriti del re": titolo di benemerenza, del quale gli Stati
    greci  insignivano  spesso  uomini  stranieri,  che si prendevano cura
    degli interessi dei cittadini di quello Stato nell'ambito  della  loro
    autorit:  un  po'  come  i  nostri  "consoli".  Cos facevano anche i
    Persiani,  che li designavano  con  il  nome  di  "orosangi",  il  cui
    significato  incerto.
    N.  90.  Artemisia:  regina di Alicarnasso e,  quindi,  compatriota di
    Erodoto, che ne racconta con piacere l'audacia fortunata. Donna colta,
    intelligente e molto attiva,  port Alicarnasso a  grande  floridezza.
    Vassalla  del  re di Persia l'aveva accompagnato nella spedizione;  ma
    aveva sconsigliato al re di dar battaglia ai Greci sul mare (confronta
    cap. 68 di questo stesso libro).
    N.  91.  Calinda era una citt della Caria,  regione dove  si  trovava
    anche Alicarnasso.
    N.  92.  L'insegna della nave ammiraglia era generalmente la figura di
    un dio o di un eroe dipinta  sulla  poppa,  con  il  nome  della  nave
    stessa, e talvolta anche con l'indicazione della patria.
    N.  93.  Ariabigne, pi precisamente, era fratellastro di Serse perch
    nato dalla figlia di Gobria, la prima delle sei mogli di Dario; mentre
    Serse era nato da Atossa.
    N. 94.  Samotracia: una delle isole pi settentrionali dell'Egeo;  era
    tributaria del re di Persia e gli aveva fornito una squadra navale che
    tra  stata  aggregata  a  quella  degli  Ioni:  detta  isola era stata
    colonizzata da Ioni di Samo.
    N. 95.  Probabilmente con quelle navi (forse una dozzina) che tenevano
    in  serbo  a  difesa della loro isola;  mentre alla flotta greca Egina
    aveva dato 30 triremi.
    N.  96.  L'episodio  diffusamente raccontato da Erodoto nel libro  7,
    cap. 179 e seguenti.
    N.  97.  Data  la rivalit esistente fra Atene ed Egina,  gli Ateniesi
    sospettavano  che  gli  Egineti,  in  caso  di  guerra,  si  sarebbero
    schierati  con  i Persiani ai danni di Atene.  Gi nel 490 a.  C.,  in
    seguito all'offerta di terra e acqua fatta da Egina ai messi di Dario,
    gli Ateniesi ne avevano fatto denuncia a Sparta e avevano provocato le
    due spedizioni  di  Cleomene,  in  seguito  alle  quali  il  padre  di
    Policrito era stato internato ad Atene (confronta libro 6,  cap.  73).
    Ecco perch  Policrito  faceva  vedere  a  Temistocle,  con  gesto  di
    scherno, quanta simpatia nutrissero quelli di Egina per i Persiani.
    N. 98. Atena Scirade: l'appellativo significa "dalla bianca pietra" ed
    era  anche  l'antico  nome  di  Salamina,  derivato  dalla  sua nudit
    petrosa.  Probabilmente si accenna qui a un tempio che  si  trovava  a
    circa 2 miglia a nord della citt, presso il Capo Arapis.
    N.  99.  Coliade    un promontorio dell'Attica,  a circa 20 stadi dal
    Falero, dove si trovava il tempio di Atena Coliade.
    N.  100.  Riferendosi all'uso di abbrustolire l'orzo  per  mondarlo  e
    prepararne  il pasto o alla confezione di focacce da offrire a Demetra
    che godeva di un culto locale.
    N. 101.  Qui si allude ai difensori delle Termopili e dell'acropoli di
    Atene.
    N.  102.  Efeso  era  il  punto  di  partenza della grande strada che,
    passando per Sardi, giungeva a Susa.
    N. 103. Pedasa era una citt della Caria.
    N.  104.  Il passo fra parentesi quadra  considerato  dagli  studiosi
    come una interpolazione a opera di un annotatore,  inutile ripetizione
    di quanto  detto nel libro 1, cap. 175.
    N.  105.  Capo Zostere era un promontorio dell'Attica,  situato tra il
    Pireo e il Sunio.
    N. 106. Infatti Temistocle, compromesso da alcuni documenti trovati in
    casa di Pausania,  fu poi costretto a fuggire in esilio e a vagare qua
    e l per l'Europa e l'Asia. Quando,  nel 465 a.  C.,  A Serse successe
    Artaserse,  a  lui  Temistocle  si  rivolse  per protezione,  e l'ebbe
    generosa: non pare, per, che abbia mai tentato, n consigliato azione
    alcuna contro la sua patria.
    N. 107. Il passo tra parentesi quadra  dagli studiosi considerato una
    interpolazione, oppure, al massimo, una nota provvisoria dell'Autore.
    N.  107.  Rodope: catena montuosa della Tracia,  che  conserva  ancora
    questo nome.
    N. 108. Gli antichi attribuivano grande importanza all'acqua, convinti
    che molto contribuisse, ad alterare le funzioni di organismi sfiniti e
    denutriti,  il  mutare  delle  fonti e del sapore,  sia in bene che in
    male.
    N. 109. "Sciolse la cintura" significa: "cambi vestito", cio,  prese
    un po' di respiro, un po di riposo.
    N.   110.   12  cubiti:  circa  metri  5,33;  secondo  Pausania,  essa
    rappresentava Apollo.
    N. 111.  E' questo Alessandro Primo di Macedonia che durante le guerre
    persiane  favor  apertamente  o nascostamente i Greci.  Questa statua
    sarebbe stata offerta dallo stesso Alessandro,  con  il  provento  del
    bottino.
    N.  112.  I  "cavalieri"  costituivano la scorta personale del re e lo
    seguivano costantemente in battaglia.  Quelli che  erano  caduti  alle
    Termopili, con Leonida, erano stati sostituiti.
    N.  113. Belbina: piccola isola a sud del promontorio Sunio, l'attuale
    isola di San Giorgio.
    N. 114. Pallene: la pi occidentale delle tre penisole della Calcidia.
    N.  115.  Calcide: citt della Eubea dalla quale era derivato il  nome
    della Penisola.
    N. 116. Potidea occupava completamente l'istmo che univa la Pallene al
    continente. A nord, cio dalla parte del continente, essa era protetta
    dalle mura che,  in direzione est-ovest,  sbarravano il passo verso la
    citt e la penisola.  Data l'eccezionale bassa marea,  da una parte  e
    dall'altra   delle   mura  s'era  fatto  un  passaggio  sulla  sabbia,
    attraverso il quale i  Barbari  avevano  sperato  di  penetrare  nella
    penisola, e, attaccando anche da sud la citt, prenderla alle spalle.
    N. 117. Posidone, dio del mare, era particolarmente venerato a Potidea
    le cui monete portavano appunto l'effigie di Posidone Ippio.
    N. 118. Cuma: importante colonia ionica in Asia Minore.
    N.  119.  Seconda  famiglia  reale: cio,  a quella degli Euripontidi;
    l'altra famiglia era quella degli Agidi,  cui  apparteneva  Leonida  e
    della quale si ha l'ascendenza al cap. 204 del libro 7.
    N.  120.  Santippo  fu  padre  di Pericle: arconte nel 503-502 a.  C.;
    condannato all'ostracismo nel 485-84 a. C., dovette allontanarsi dalla
    vita pubblica, oscurato da Temistocle.
    N.  121.  Euromo  una citt della Caria  nell'Asia  Minore.  I  Cari,
    essendo  bilingui,  erano  scelti  di  preferenza  come  interpreti  e
    messaggeri.
    N. 122. Lebadea: citt della Beozia, presso la quale si apriva l'antro
    di Trofonio.  Secondo la leggenda,  Trofonio era un grande  architetto
    che,  mentre  fuggiva  i  suoi nemici,  venne inghiottito dalla terra,
    nelle cui viscere viveva, col dono d'una vita eterna, annunciatore del
    futuro.  Chi voleva consultarlo doveva,  fatte  abluzioni  e  offerte,
    scendere  di  notte,  avvolto  in  panni  consacrati,  entro  una gola
    stretta: qui si sentiva attratto sottoterra e quindi respingere  fuori
    con  violenza  estrema.  Le  parole confuse che pronunciava,  in preda
    all'orgasmo,  erano raccolte e  ordinate  in  versi  dai  sacerdoti  e
    costituivano il responso desiderato.
    N. 123. Apollo Ismenio: cos chiamato dal fiume Ismeno, che scorreva a
    oriente  di Tebe: il tempio del dio sorgeva su una collina sovrastante
    l'Ismeno.
    N. 124. Anfiarao aveva partecipato, contro voglia, alla spedizione dei
    Sette contro Tebe. Dopo la morte di Eteocle e Polinice,  fugg con gli
    altri; ma Zeus con un fulmine spalanc una voragine davanti a lui, che
    ne fu inghiottito con cocchio e cavalli.
    N.  125.  Apollo  Ptoo:  epiteto  derivato  ad  Apollo dal monte Ptoo,
    situato fra il Lago Copalde,  in Beozia,  e il mare.  Il nome al monte
    sarebbe  derivato,  secondo  la  leggenda,  dall'eroe  Ptoo  figlio di
    Atamante e Temistio.
    N. 126.  Prosseno: carica onorifica per cittadini ricchi e benemeriti,
    che potevano ospitare ambasciatori e godevano speciali privilegi.
    N.  127.  Questo  prodigio  indicava  che Perdicca era destinato a una
    missione pi elevata;  a ricevere,  cio,  in determinate circostanze,
    una doppia parte, come succedeva per i re di Sparta.
    N.  128.  Il  camino  era  un'apertura  del  tetto,  corrispondente al
    focolare, da cui usciva il fumo.
    N.  129.  Con tale cerimonia,  Perdicca prendeva possesso del focolare
    (sul  quale  cadevano  i  raggi del sole) e,  quindi,  di tutto quanto
    apparteneva al padrone di casa.  Il sole era testimone e  garante  del
    diritto  di  acquisto  di  qualsiasi  cosa.  Secondo  un  antico  rito
    germanico,  chi entrava in possesso d'un luogo,  al sorgere del  sole,
    tracciava con la spada tre segni in croce nell'aria.
    N.  130.  Non  si  sa  a  quale  fiume si accenni,  forse all'Erigon o
    all'Aliacmon,  ambedue affluenti dell'Assio: pi  probabile  il  primo
    (oggi Tzerna).
    N.  131.  Sileno:  aio  e seguace di Dioniso,  si sarebbe smarrito nei
    giardini perch ubriaco.  Mida l'avrebbe preso con  l'inganno,  avendo
    mescolato   vino  all'acqua  d'una  fontana,   dove  Sileno  veniva  a
    dissetarsi;  poi l'avrebbe liberato in grazia  di  certi  princpi  di
    saggezza (tra l'altro,  il famoso: "per l'uomo,  la cosa di gran lunga
    migliore sarebbe non essere mai nato;  ma subito dopo,  morire il  pi
    presto possibile").
    N.  132.  Aminta  fu il primo sovrano di Macedonia che abbia figura di
    personaggio storico;  gli  altri,  per  noi,  non  sono  che  nomi  di
    leggenda.  Aminta  fu  sottomesso  da  Dario,  che  lo fece vassallo e
    tributario.
    N.   133.   Forse  quegli  oracoli  che  i  Pisistratidi   custodivano
    sull'acropoli e di cui Cleomene si era impadronito nel 511 a. C.
    N.  134.  Nei  tempi  mitici:  per  la protezione concessa ai figli di
    Eracle minacciati di schiavit,  il riscatto e le  esequie  dei  morti
    della famosa spedizione dei Sette contro Tebe, la spedizione contro le
    Amazzoni. Nei tempi storici: per la battaglia di Maratona.
    N. 135. Il raccolto del 480 a. C. era stato devastato dall'esercito di
    Serse;  probabilmente,  gli  Ateniesi  non  erano  potuti rientrare in
    tempo,  nell'autunno dello stesso anno,  per provvedere alla semina  e
    cos  si  doveva  considerare  perduto  anche  il  raccolto  dell'anno
    seguente, 479 a. C.

















    LIBRO NONO.
    CALLIOPE.

    Mardonio invade per la seconda volta l'Attica deserta - Sua ambasciata
    a Salamina - Sollecitazioni ateniesi a Sparta - Mardonio si ritira  in
    Beozia  -  Battaglie  di  Platea e Micale - Assedio ed espugnazione di
    Sesto (estate 479 a. C. - primavera 478 a. C.).


     1.  Mardonio,  non appena Alessandro,  ritornato da  lui,  gli  ebbe
    comunicato la risposta degli Ateniesi, movendo dalla Tessaglia, spinse
    senz'altro  l'esercito  in  direzione  di  Atene e dovunque passava si
    tirava dietro le forze del paese.  I Tessali (1),  che gli facevano da
    guida,  non  solo non sentivano rimorso alcuno di quanto avevano fatto
    precedentemente,  ma con sollecitudine  molto  maggiore  incitavano  i
    Persiani; e quel Torace di Larissa, che aveva scortato Serse nella sua
    fuga, anche allora guidava apertamente Mardonio contro la Grecia.

     2. Quando, nella sua marcia, l'esercito si trov in Beozia, i Tebani
    cercavano di trattenervi Mardonio e gli davano consigli, assicurandolo
    che  non  c'era luogo pi opportuno di quello per porvi il campo.  Non
    volevano che si spingesse pi oltre,  ma insistevano che,  accampatosi
    l  dov'essi  erano,  facesse  in  modo  da sottomettere a s tutta la
    Grecia senza colpo ferire.  Poich,  secondo loro,  aver  ragione  dei
    Greci  con  la  forza,  se  erano  concordi e,  come gi prima,  uniti
    nell'azione, era impresa difficile anche per il mondo intero. Invece,
    se farai come ti consigliamo noi dicevano renderai vani senza fatica
    tutti i loro saldi disegni.
    Manda dell'oro ai pi  potenti  di  ciascuna  citt  e  cos  facendo
    disgregherai la Grecia: in seguito ti sar facile,  con l'appoggio dei
    tuoi partigiani, sgominare quelli che non la pensano come te.

     3.  Cos consigliavano,  ma egli non dava loro ascolto: gli  si  era
    radicata  nell'animo  una gran voglia di conquistare Atene una seconda
    volta,  non solo per la sua  caparbia  ostinazione,  ma  anche  perch
    pregustava la soddisfazione di informare Serse, che risiedeva a Sardi,
    per  mezzo di segnali di fuoco da un'isola all'altra,  che si era reso
    padrone di Atene.  Arrivato che fu in Attica,  neppure allora trov al
    loro posto gli Ateniesi; veniva, invece, a sapere che la maggior parte
    si  trovava  a  Salamina  o  imbarcata sulle navi e conquist la citt
    deserta.
    Dall'occupazione effettuata dal re a questa successiva  spedizione  di
    Mardonio erano passati dieci mesi (2).

      4.  Appena  si  trov  in Atene,  Mardonio mand a Salamina un uomo
    dell'Ellesponto,  un certo Murichide,  a  proporre  agli  Ateniesi  le
    stesse condizioni che gi Alessandro il Macedone aveva loro trasmesso.
    Egli  mandava questa seconda ambasciata,  nonostante avesse gi ostili
    gli animi degli Ateniesi,  perch  sperava  che  deponessero  la  loro
    ostinazione,  dato che il territorio dell'Attica era stato conquistato
    con le armi ed era in mano sua: questo era il  motivo  per  cui  aveva
    mandato Murichide a Salamina.

      5.  Questi,  presentatosi all'assemblea (3),  espose le proposte di
    Mardonio.  Allora  uno  dei  consiglieri,  Licida,   espresse  la  sua
    opinione: che,  cio, gli sembrava miglior partito accogliere il patto
    che Murichide offriva e farne  relazione  al  popolo.  Egli  esprimeva
    questo  parere  o perch avesse ricevuto denaro da Mardonio,  o perch
    realmente gli andasse a genio cos;  fatto sta che immediatamente  gli
    Ateniesi,  infiammati  di sdegno,  tanto quelli del consiglio,  quanto
    quelli di fuori,  appena lo vennero a  sapere,  si  fecero  intorno  a
    Licida  e  lo lapidarono,  mentre rimandarono Murichide all'Ellesponto
    senza torcergli un capello.  Quando,  per lo scalpore che s'era levato
    in  Salamina intorno a Licida,  le donne ateniesi vennero a conoscenza
    del fatto,  reciprocamente  incitandosi  e  l'una  conducendo  con  s
    l'altra,  si  diressero  alla  casa  di  Licida  e l,  sul posto,  ne
    lapidarono la moglie e i figli.

     6.  Ecco in qual modo gli Ateniesi erano passati a Salamina:  finch
    c'era  speranza  che dal Peloponneso venisse un esercito a soccorrerli
    s'erano indugiati nell'Attica;  ma siccome quelli tiravano  troppo  in
    lungo  le  cose  e con troppa lentezza,  mentre il Persiano incalzava,
    anzi si diceva che fosse gi  in  Beozia,  allora  finalmente  avevano
    tratto  fuori  di  nascosto  tutte  le cose loro e se n'erano andati a
    Salamina. Nello stesso tempo, per,  mandavano agli Spartani dei messi
    non  solo  a  rimproverarli  perch  avevano  permesso  che il Barbaro
    irrompesse nell'Attica e non l'avevano, invece, affrontato insieme con
    loro in Beozia,  ma anche a ricordare quali vantaggi aveva promesso di
    concedere  loro  il  Persiano,  se  avessero  cambiato  parere,  e  ad
    avvertirli che se non soccorrevano  gli  Ateniesi,  avrebbero  trovato
    essi il modo di scongiurare il pericolo.

     7. C' da dire, infatti, che in questo periodo gli Spartani erano in
    festa,   celebrandosi  le  solennit  Giacinzie  (4),  e  ci  tenevano
    moltissimo a portare a compimento i riti del dio;  tra  l'altro,  poi,
    avevano il muro, quel muro che costruivano attraverso l'Istmo e gi si
    guarniva  di spalti.  Ordunque,  giunti che furono a Sparta i messi di
    Atene,  che conducevano seco anche inviati  da  Megara  e  da  Platea,
    presentatisi agli Efori, parlarono in questo modo:
    Ci  hanno  mandato gli Ateniesi a dirvi che il re dei Medi non solo 
    pronto a restituirci il nostro paese, ma ci vuole fare suoi alleati, a
    condizioni di uguaglianza e parit, senza frode e senza inganno; anzi,
    oltre alla nostra terra,  ce ne vuol dare  un'altra,  quella  che  noi
    preferiamo.  Ma noi,  pieni di riverenza per Zeus ellenico e ritenendo
    cosa vergognosa tradire la Grecia, non abbiamo accettato, anzi abbiamo
    opposto un rifiuto,  pur essendo ingiustamente trattati e  abbandonati
    dai Greci,  e pur sapendo che ben pi vantaggioso sarebbe stringere un
    accordo con il Persiano,  piuttosto che muovergli guerra: no di certo,
    di  nostra  spontanea volont,  non verremo mai con lui a patti: tanto
    schietta , nei riguardi dei Greci, la nostra linea di condotta.
    Ma voi,  che  poco  fa  avevate  una  sacrosanta  paura  che  noi  ci
    accordassimo con i Persiani,  ora che avete compreso, senza pi dubbi,
    che la nostra precisa intenzione  di non tradire mai la  Grecia;  ora
    che il muro da voi costruito attraverso l'Istmo  terminato,  ecco che
    non tenete pi in conto alcuno gli Ateniesi e mentre eravate d'accordo
    con noi di affrontare il Persiano in Beozia,  ci avete  abbandonati  e
    avete  permesso  che  il Barbaro penetrasse nell'Attica.  Fino ad ora,
    quindi,  a buon diritto gli Ateniesi sono con voi adirati,  poich non
    vi  siete comportati lealmente,  ma ora richiedono che mandiate al pi
    presto  insieme  con  noi  il  vostro  esercito,   affinch   possiamo
    affrontare il Barbaro nell'Attica.
    Dato che abbiamo perduto la Beozia, il luogo pi opportuno del nostro
    paese per attaccare battaglia  la pianura di Tria.

      8.   Gli  Efori,  udite  queste  parole,  rimandarono  la  risposta
    all'indomani; il giorno dopo all'altro giorno ancora e cos fecero per
    dieci giorni, rinviando da un giorno all'altro.
    In questo frattempo,  tutti i Peloponnesiaci s'adoperavano con  grande
    zelo  a  costruire  il muro di difesa dell'Istmo;  e l'opera era quasi
    ultimata.  Non saprei indicare alcun  altro  motivo  per  cui,  mentre
    all'arrivo  in  Atene  di  Alessandro il Macedone gli Spartani avevano
    dimostrato grande preoccupazione che  gli  Ateniesi  passassero  dalla
    parte dei Medi,  allora,  invece,  non se ne curassero affatto, se non
    che l'Istmo ormai era stato da loro fortificato  e  pensavano  di  non
    aver pi bisogno degli Ateniesi. Quando, invece, Alessandro era venuto
    nell'Attica,  l'opera  di  fortificazione non era ancora ultimata e vi
    lavoravano attorno, con una tremenda paura dei Persiani.

     9. Alla fine, si ottenne la risposta agli ambasciatori e l'uscita in
    armi  degli  Spartani  nel  modo  seguente:   il   giorno   precedente
    all'abboccamento, che doveva essere l'ultimo, un certo Cileo da Tegea,
    che tra i forestieri godeva a Sparta della pi grande autorit,  venne
    a sapere dagli Efori tutto il discorso che solevano fare gli Ateniesi.
    Uditolo,  Cileo disse press'a poco queste parole: E' proprio cos,  o
    Efori:  se  gli Ateniesi non sono d'accordo con noi,  ma alleati con i
    Barbari,  per quanto forte sia il muro costruito  attraverso  l'Istmo,
    rimangono  sempre  aperte  per  il  Persiano  grandi  porte  verso  il
    Peloponneso.  Suvvia,  date  loro  ascolto,  prima  che  gli  Ateniesi
    prendano qualche altra decisione, che apporti rovina alla Grecia.

      10.  Questo il consiglio che diede loro.  Essi,  vagliata tra s la
    cosa,  subito,  senza dir nulla ai messi che erano giunti dalle  citt
    (5),  mentre era ancor notte, fecero uscire dalla loro 5000 Spartiati,
    cui avevano assegnato sette iloti per ciascuno,  affidando a Pausania,
    figlio di Cleombroto, l'incarico di condurli.
    Veramente il comando supremo spettava a Plistarco,  figlio di Leonida;
    sennonch questi era ancor fanciullo e quello gli era tutore e cugino.
    Infatti non era pi in vita Cleombroto,  padre di Pausania e figlio di
    Anassandrida;  ma  poco tempo dopo aver ritirato dall'Istmo l'esercito
    che vi aveva costruito il muro,  era venuto a morte e l'esercito  egli
    l'aveva ritirato dall'Istmo per questo motivo, che, mentre sacrificava
    per trarne auspici contro il Persiano, il sole in cielo s'era oscurato
    (6).
    Come collega nel comando,  Pausania s'era scelto Eurianatte, figlio di
    Dorieo,  che apparteneva alla  sua  stessa  famiglia  (7).  E  cos  i
    soldati, con Pausania alla testa, erano usciti da Sparta.

     11.  Non appena fu giorno,  gli ambasciatori, che non sapevano nulla
    di quell'uscita,  si presentarono agli Efori,  decisi ormai nell'animo
    loro  di  tornarsene  anch'essi  ciascuno alla propria citt;  orbene,
    presentatisi, dissero cos: Voi, dunque,  o Spartani,  standovene qui
    in  casa  vostra  celebrate  le  feste Giacinzie e vi date alla gioia,
    avendo tradito i vostri alleati;  ma gli Ateniesi,  che si sentono  da
    voi  offesi e sono privi di alleati,  si accorderanno con il Persiano,
    secondo le loro possibilit. Badate per che, una volta accordatici (
    chiaro,   infatti,   che  veniamo  cos  a  essere  alleati  del  re),
    combatteremo al loro fianco dovunque essi ci condurranno. E voi, d'ora
    innanzi,  imparerete  a  vostre  spese quale danno mai da ci vi potr
    derivare.
    A  tali  proteste  degli  ambasciatori,  gli  Efori  assicurarono  con
    giuramento  che  i  soldati  erano partiti e credevano,  anzi,  che si
    trovassero gi a Oresteo (8), nella loro marcia contro gli "stranieri"
    (poich "stranieri" chiamavano essi i Barbari).
    I messi,  che non ne sapevano nulla,  chiedevano che cosa ci  volesse
    dire  e,  a  forza  di chiedere,  vennero a conoscere tutta la verit:
    sicch,  pieni di meraviglia,  si misero in cammino anch'essi  al  pi
    presto  per seguirli e con loro partirono pure 5000 soldati di pesante
    armatura, scelti fra i "perieci" (9) di Sparta.

     12.  Costoro,  dunque,  si dirigevano in fretta verso l'Istmo ma gli
    Argivi,  che  gi prima s'erano impegnati con Mardonio di fare in modo
    che gli Spartani non uscissero dal loro territorio, non appena vennero
    a sapere che i  soldati  agli  ordini  di  Pausania  avevano  lasciato
    Sparta,   mandarono,   come  araldo  nell'Attica,  il  migliore  degli
    "emerodromi" (10) che  poterono  trovare;  costui,  giunto  ad  Atene,
    disse:  O  Mardonio,  mi  mandano  gli Argivi a dirti che da Sparta 
    uscita la giovent in armi e gli Argivi non sono  stati  in  grado  di
    impedire che uscisse. Vedi ora tu di prendere a tal riguardo una buona
    decisione.

      13.  Ci detto,  egli se ne torn indietro e Mardonio,  come ud la
    notizia,  non volle pi saperne di  rimanere  pi  oltre  nell'Attica.
    Prima di aver quelle nuove,  egli se ne stava tranquillo, in attesa di
    sapere  quale  sarebbe  stata  la  risposta  degli  Ateniesi  e  quale
    decisione  avrebbero  preso;  n  il  paese  dell'Attica  era  da  lui
    devastato o saccheggiato,  in quanto  sperava  che  essi  venissero  a
    patti.
    Ma,  visto  che non riusciva a convincerli e intesa tutta la faccenda,
    prima che Pausania e  i  suoi  entrassero  nell'Istmo,  si  ritir  di
    nascosto  dall'Attica,  dopo  aver  dato alle fiamme Atene e dopo aver
    completamente abbattuto e ridotto a rovina quello che  ancora  restava
    in  piedi  delle  mura,  degli  edifici privati e dei templi.  Egli si
    ritirava di la,  perch il terreno dell'Attica  non  era  adatto  allo
    spiegamento di forze di cavalleria e,  nel caso che,  venuto alle mani
    con il nemico, fosse stato sconfitto, la ritirata non era possibile se
    non per luoghi cos stretti,  che anche pochi uomini sarebbero bastati
    a sbarrargli il cammino.
    Era,  dunque,  sua  intenzione  di  ripiegare  verso  Tebe e impegnare
    battaglia nelle vicinanze d'una citt amica e in un luogo dove potesse
    spiegare la sua cavalleria.

     14.  Cos Mardonio si ritirava ed era di gi in cammino,  quando gli
    giunse  altra  notizia:  che una punta avanzata,  un altro esercito di
    1000 Spartani, era giunta a Megara.
    Ricevuta questa informazione,  stava pensando se mai potesse,  com'era
    suo desiderio,  distruggere prima costoro; perci, cambiata direzione,
    spinse il suo esercito in direzione di Megara,  mentre la  cavalleria,
    mandata innanzi, faceva incursioni qua e l per il paese: fu questa la
    regione  pi  lontana dell'Europa,  verso occidente,  a cui sia giunta
    questa spedizione dei Persiani.

     15.  Ma,  in seguito,  giunse a Mardonio notizia che i  Greci  erano
    ormai  tutti  compatti  all'Istmo;  e  fu cos che egli torn sui suoi
    passi,  prendendo la via di Decelea: infatti,  i capi della Lega  (11)
    beotica avevano fatto venire quelli che abitavano la valle dell'Asopo,
    i quali gli avevano indicato la via per Sfendalea;  di l, poi, arriv
    a Tanagra. Passata a Tanagra la notte, si diresse il giorno dopo verso
    Scolo e si trov  in  territorio  tebano.  Ivi,  nonostante  i  Tebani
    fossero  dalla sua parte,  devastava (12) i loro campi;  non gi mosso
    dall'odio,  ma perch stretto da grande necessit,  volendo  costruire
    una trincea per l'esercito e prepararsi un luogo di rifugio,  nel caso
    che,  attaccata battaglia,  non gli andasse come  desiderava.  Il  suo
    accampamento si stendeva, a cominciare da Eritre passando presso Isie,
    fino a giungere al territorio di Platea,  snodandosi lungo le rive del
    fiume Asopo: non,  tuttavia,  di tale lunghezza era costruita la parte
    trincerata,  ma  in  modo che ogni lato misurasse circa dieci stadi di
    estensione.
    Ora,  mentre  i  Barbari  erano  impegnati  nel  faticoso  lavoro,  un
    cittadino  di  Tebe,  Attagino,  figlio  di  Frinone,  dopo aver fatto
    splendidi preparativi,  invit a banchetto lo  stesso  Mardonio  e  50
    Persiani,  i  pi  illustri,  i  quali,  invitati  ben  volentieri  lo
    accompagnarono: il banchetto si svolse in Tebe.

     16.  Quello che ora m'accingo a narrare l'ho sentito  raccontare  da
    Tersandro,  cittadino di Orcomeno, tra i pi illustri della sua citt.
    Mi diceva, dunque, Tersandro che era stato anch'egli invitato a questo
    pranzo da Attagino,  come erano stati invitati anche 50 Tebani,  e  il
    padrone  di  casa  non  aveva  disposto  le  singole  coppie  tra loro
    separate, ma in modo che su ciascun letto si trovasse un Persiano e un
    Tebano.
    Quando il pranzo era  giunto  alla  fine  e  i  convitati  facevano  i
    brindisi,  il  persiano  che  si  trovava  con lui sullo stesso letto,
    esprimendosi in lingua greca,  gli aveva chiesto di che citt fosse  e
    alla risposta che era di Orcomeno,  quello gli aveva detto: Poich tu
    ora sei mio commensale e insieme con me hai libato, ti voglio lasciare
    un ricordo di quello che io penso,  affinch,  avvisato in  tempo,  tu
    abbia  modo  di  provvedere  al  tuo stesso interesse.  Vedi tu questi
    Persiani che stanno a banchetto e sai quale esercito abbiamo  lasciato
    accampato in riva al fiume?  Ebbene,  di tutti questi uomini,  passato
    che sia poco tempo,  ne vedrai sopravvivere ben pochi.  E mentre cos
    parlava,  il persiano versava grosse lacrime.  Tersandro,  stupito per
    quel modo di parlare, gli aveva chiesto: Ordunque non sarebbe il caso
    di dire queste cose a  Mardonio  e  a  quei  Persiani  che  hanno  pi
    autorit  dopo  di lui?.  Ma il persiano aveva risposto: Ospite mio,
    quello  che  per  volere  divino  deve  accadere,   non   pu   l'uomo
    scongiurarlo,  poich  neppure  a chi dice cose degne di fede sogliono
    gli uomini dar retta.  Di questo fatto molti  di  noi  Persiani  siamo
    convinti;  eppure  lo  seguiamo,  incatenati  dalla necessit.  Il pi
    tremendo dolore che ci possa essere fra  gli  uomini    questo:  aver
    molta saggezza e nessuna autorit.
    Questo  il racconto che ho udito da Tersandro di Orcomeno e,  oltre a
    ci,  che egli stesso l'aveva riferito ad altri uomini,  prima  ancora
    che si venisse alla battaglia di Platea.

      17.  Quando Mardonio era accampato in Beozia,  tutte le popolazioni
    dei Greci che abitavano quei luoghi e nutrivano simpatie per  i  Medi,
    avevano  fornito contingenti militari e insieme con loro avevano fatto
    irruzione contro Atene;  mancavano soltanto i Focesi: erano,  infatti,
    anch'essi  dalla  parte  dei  Persiani  (e  come!) ma non di spontanea
    volont, sibbene per necessit. Per,  pochi giorni dopo il ritorno di
    Mardonio in quel di Tebe, giunsero 1000 dei loro opliti, al comando di
    Armocide, il pi illustre fra i cittadini. Quando arrivarono anch'essi
    nei  pressi di Tebe,  Mardonio,  mandando loro incontro dei cavalieri,
    ordin che si attendassero nella pianura  separati,  per  conto  loro.
    Avevano  appena  eseguito  quest'ordine  quand'ecco arrivare sul luogo
    tutta la cavalleria. In seguito a ci, nel campo dei Greci che erano a
    fianco dei Persiani,  corse voce che quelli sarebbero stati  distrutti
    dai  giavellotti  dei cavalieri e la medesima notizia si diffuse fra i
    Focesi stessi. Fu allora che il loro comandante Armocide li incit con
    queste parole:  O  Focesi,    chiaro  che  costoro  intendono  darci
    senz'altro la morte,  in seguito alle calunnie, a quanto io credo, dei
    Tessali. Ora , necessario che ognuno di voi si dimostri prode, poich
     decoroso por fine alla vita nell'atto di compiere  qualche  cosa  di
    grande  e di difenderci,  piuttosto che lasciarci distruggere nel modo
    pi turpe. Suvvia,  che ognuno di essi impari che,  Barbari come sono,
    hanno tramato la morte contro dei soldati greci.

      18.  In  tal  modo li rincorava;  intanto i cavalieri,  dopo che li
    ebbero circondati,  fecero una carica come se li volessero distruggere
    e,  infatti, tendevano l'arco con l'intenzione di scagliare le frecce,
    e,  in qualche luogo,  qualcuno anche la scagli.  Ma quelli  rimasero
    impavidi,  raccogliendosi  da ogni parte e aggruppandosi pi densi che
    potevano; allora i cavalieri fecero dietro-front e se ne andarono.  Io
    non potrei dire con sicurezza se essi, mentre erano venuti proprio con
    l'intenzione  di  distruggere  i Focesi,  per istigazione dei Tessali,
    poi, vedendoli pronti a difendersi,  si siano allontanati per paura di
    ricevere  qualche  ferita anch'essi (poich tale era stato l'ordine di
    Mardonio), oppure se Mardonio abbia voluto semplicemente metterli alla
    prova,  per vedere se avevano del coraggio.  Fatto sta che,  quando  i
    cavalieri  furono tornati indietro,  Mardonio,  per mezzo d'un araldo,
    fece dire ai Focesi: State di buon  animo,  o  Focesi,  poich  avete
    dimostrato di essere dei prodi,  contrariamente a quanto avevo sentito
    dire;  e ora con animo forte sostenete questa guerra poich  non  sar
    mai che con i vostri benefici possiate essere pi generosi di me e del
    re mio.
    Fino a questo punto giunsero le vicende dei Focesi.

      19.  Gli  Spartani,  invece,  quando  furono all'Istmo vi posero il
    campo. Saputo ci, gli altri popoli del Peloponneso,  che sentivano la
    bellezza  di un destino pi glorioso,  e alcuni,  anche solo al vedere
    che gli Spartani uscivano in campo,  ritennero cosa indegna restarsene
    indietro mentre i Lacedemoni andavano alla guerra.
    E cos dall'Istmo,  avendo i sacrifici dato favorevoli presagi,  tutti
    insieme si spinsero avanti e giunsero nel territorio  di  Eleusi;  ivi
    pure  fecero  dei  sacrifici  e,  siccome  i  presagi erano buoni,  si
    portarono pi innanzi ancora;  insieme con  essi  andavano  anche  gli
    Ateniesi,  che  da Salamina erano passati sul continente e s'erano con
    loro congiunti nei pressi di Eleusi.  Ma quando arrivarono a  Eretria,
    in Beozia, e vennero a sapere che i Barbari erano accampati sulle rive
    dell'Asopo, considerata attentamente la cosa, si schierarono di fronte
    a loro, alle falde del Citerone.

     20. Mardonio, vedendo che i Greci non intendevano scendere al piano,
    mand  loro  contro  tutta  la  cavalleria,  che  era  agli  ordini di
    Masistio,  uomo di gran fama tra i Persiani (e che i Greci  chiamavano
    Macistio [13]),  il quale montava un cavallo niseo dalle briglie d'oro
    e anche per il resto splendidamente bardato.
    Appena i cavalieri si  furono  accostati  ai  Greci,  cominciarono  ad
    attaccarli  per  squadroni,  sicch,  azzuffandosi,  provocarono gravi
    danni ai nemici e, per ischerno, li chiamavano donne.

     21.  Per caso,  i Megaresi si  trovavano  schierati  nel  punto  pi
    vulnerabile  di tutta la posizione e proprio in quel luogo si accaniva
    maggiormente l'attacco della cavalleria.  Al  punto  che  i  Megaresi,
    gravemente  provati dall'assalto dei cavalieri,  mandarono un messo ai
    capi dei Greci;  giunto alla loro presenza,  il  messo  rifer  quanto
    segue: Quelli di Megara vi dicono: noi, o alleati, non siamo in grado
    di  sostenere  da  soli  l'urto della cavalleria persiana,  mantenendo
    questa posizione che abbiamo occupato da principio; eppure fino ad ora
    abbiamo resistito con ostinazione e  con  valore,  sebbene  gravemente
    provati.  Ma ora sappiate che, se non manderete degli altri a prendere
    il   nostro   posto,   noi   abbandoneremo   la   posizione.   Questo
    l'avvertimento  che  egli  diede  loro  e  Pausania  prov a vedere se
    c'erano, fra gli altri Greci,  di quelli che accettavano di recarsi in
    questo luogo e subentrare nello schieramento ai Megaresi. Mentre tutti
    gli  altri rifiutavano,  accettarono gli Ateniesi e precisamente,  fra
    gli Ateniesi,  i 300 scelti che  erano  agli  ordini  di  Olimpiodoro,
    figlio di Iampone.

      22.  Furono essi che si assunsero tale compito e,  presi con s gli
    arceri, si schierarono davanti agli altri Greci in campo verso Eritre.
    La battaglia dur per un certo tempo e fin in questo modo: durante un
    attacco della cavalleria che avanzava per  squadroni,  il  cavallo  di
    Masistio  (che  si distingueva fra gli altri cavalli) venne colpito da
    una freccia nel fianco e per il dolore essendosi impennato scroll gi
    dalla sella il cavaliere.  Appena egli cadde,  subito gli Ateniesi gli
    furono  sopra,  si  impadronirono  del suo cavallo e uccisero Masistio
    mentre si difendeva.  Da principio non riuscivano a colpirlo a  morte,
    perch  egli  s'era  protetto  cos:  sotto aveva una corazza a squame
    d'oro e sopra la corazza aveva indossata una veste di porpora;  cos i
    colpi  che cadevano sulla corazza non gli facevano danno alcuno finch
    un tale, accortosi di quello che era in realt, lo colp in un occhio.
    Cos fu che cadde e mor. Tutto ci, non si sa come, era sfuggito agli
    altri cavalieri, che n lo videro cadere da cavallo, n quando moriva,
    e siccome si eseguiva una ritirata  e  un  ripiegamento,  non  s'erano
    accorti dell'accaduto.  Ma quando si fermarono, subito ne sentirono la
    mancanza perch non c'era nessuno che li comandasse.  Quando si resero
    conto di ci che era avvenuto, esortandosi l'un l'altro, tutti insieme
    spinsero innanzi i cavalli, per poterne almeno ricuperare il cadavere.

     23.  Gli Ateniesi, vistili avanzare non pi a squadroni separati, ma
    tutti quanti in massa,  chiamarono a  gran  voce  in  aiuto  il  resto
    dell'esercito;  e mentre accorre a dar man forte tutta la fanteria, si
    impegna frattanto una mischia  feroce  intorno  al  cadavere.  Orbene,
    finch  i  300  erano  soli si trovarono di molto inferiori e dovevano
    lasciare il cadavere sul terreno,  ma quando venne in  loro  aiuto  il
    grosso  delle  truppe,  allora  s  che  i  cavalieri non poterono pi
    reggere all urto, n riusc loro di sottrarre il corpo del comandante,
    ma, oltre a quello, altri cavalieri furono abbattuti dai Greci.  Tanto
    che,  allontanatisi  di  circa due stadi (14) deliberarono che cosa si
    dovesse fare,  e,  poich ormai erano senza un capo,  decisero di fare
    ritorno la Mardonio.

      24.  Quando  la  cavalleria  fu rientrata nell'accampamento,  tutto
    l'esercito e lo stesso Mardonio  dimostrarono  lutto  grandissimo  per
    Masistio,  tagliando a se stessi i capelli e i crini ai cavalli e agli
    animali da soma, con lamenti infiniti; tanto che l'eco riemp tutta la
    Beozia, poich era morto un uomo che, dopo Mardonio, godeva la massima
    reputazione non solo presso i Persiani, ma anche presso il re.
    I Barbari,  dunque,  onoravano  il  morto  Masistio  secondo  il  loro
    costume.

     25.  E i Greci, visto che non solo avevano sostenuto l'assalto della
    cavalleria ma,  dopo sostenuto,  l'avevano  addirittura  respinto,  si
    sentirono molto pi rincorati. Per prima cosa, posto su di un carro il
    cadavere  di  Masistio,  lo  fecero  passare attraverso le schiere: in
    realt il morto meritava di essere veduto per la sua grande statura  e
    la sua bellezza;  per questo,  appunto, lo portavano intorno, ma anche
    perch, abbandonando i loro posti, i soldati accorrevano da ogni parte
    per vedere Masistio.
    In secondo luogo, decisero di discendere nella piana di Platea, perch
    appariva loro di gran lunga pi adatta per porvi  l'accampamento,  che
    non  la localit di Eritre,  e oltre al resto,  era anche pi ricca di
    acqua.  Giudicarono,   quindi,   necessario  portarsi  nella  suddetta
    localit  e  presso la fonte Gargafia,  che si trova in questo luogo e
    ivi, opportunamente disposti, porre il campo.  Perci,  prese le armi,
    attraverso i contrafforti del Citerone,  si avviarono,  passando oltre
    Isie,  verso il territorio di Platea;  quivi giunti,  si disposero per
    popoli  e  si  accamparono  nei  pressi  della sorgente Gargafia e del
    recinto sacro all'eroe Androcrate,  tra colline poco elevate e  luoghi
    pianeggianti.

     26. Allora, nel momento di prendere posto, sorse un'aspra contesa di
    parole  tra Tegeati e Ateniesi,  poich ambedue pretendevano per s di
    occupare l'ala sinistra (15) dello schieramento,  adducendo a  riprova
    atti di valore sia recenti che antichi.  Da una parte, quelli di Tegea
    (16) dicevano: Sempre fino ad ora noi siamo stati giudicati degni  di
    questo  posto  da  tutti  gli  alleati,  in  tutte le spedizioni che i
    Peloponnesiaci fecero in comune,  sia in antico che recentemente,  fin
    da quando i figli (17) di Eracle tentarono, dopo la morte di Euristeo,
    di discendere nel Peloponneso. Fu allora che ci meritammo questo posto
    d'onore,   per  il  fatto  seguente.  Quando  noi,  accorsi  a  difesa
    sull'Istmo con gli Achei e gli  Ioni  (che  allora  si  trovavano  nel
    Peloponneso)  ci  fummo  accampati  di  fronte  a  coloro che volevano
    tornare,  Illo,  a quanto  si  racconta,  fece  questa  dichiarazione:
    bisognava  che  non  gi  l'esercito intero fosse messo a repentaglio,
    incontrandosi con l'altro  esercito;  ma  che  uno  solo  dei  soldati
    peloponnesiaci,  quello  che  ritenessero  fra loro il pi valoroso di
    tutti, venisse con lui a singolar tenzone, a determinate condizioni. I
    Peloponnesiaci  furono  del  parere  che  cos  si  dovesse   fare   e
    stipularono  con  giuramento  l'accordo a questo patto: se Illo avesse
    vinto il campione dei Peloponnesiaci gli  Eraclidi  sarebbero  tornati
    nelle sedi avite;  se,  invece,  fosse stato vinto, gli Eraclidi se ne
    sarebbero andati riportando indietro l'esercito e per cento  anni  non
    avrebbero  pi tentato il ritorno nel Peloponneso.  E cos,  fra tutti
    gli alleati,  fu scelto Echemo,  figlio di Eeropo e  nipote  di  Cefeo
    nostro  comandante  e  re,  che  si  era volontariamente offerto: egli
    combatt contro Illo e l'uccise. Per questo fatto abbiamo ottenuto tra
    i Peloponnesiaci d'allora, oltre ad altre importanti prerogative,  che
    anche  oggi  conserviamo,  pure quella di comandare una delle due ali,
    ogni volta che si facesse una spedizione in comune. Orbene, con voi, o
    Spartani, non intendiamo contendere,  e vi concediamo di essere a capo
    di  quella  delle due ali che preferite,  lasciandovene la scelta;  ma
    l'altra sosteniamo che tocca a noi di  diritto  comandarla,  come  s'
    fatto gi per l'innanzi. E a parte pure il fatto che ho ricordato, noi
    siamo  pi  degni  degli Ateniesi di tenere questo posto di privilegio
    poich sono state molte e fortunate le lotte da noi  sostenute  contro
    di voi,  o Spartani,  e molte anche contro altri popoli;  per questo 
    giusto che abbiamo noi una delle due ali,  piuttosto che gli Ateniesi,
    che  non  hanno  da  vantare  imprese come quelle da noi compiute,  n
    recenti, n antiche.

     27. Queste le ragioni che adducevano, ma gli Ateniesi replicarono in
    questo modo: Noi sappiamo che questo concilio s'  raccolto  per  dar
    battaglia  al  Barbaro,  non gi per disputare a parole;  ma poich il
    capitano dei Tegeati ha proposto che si ricordino le lodevoli imprese,
    antiche e nuove,  dall'una parte e  dall'altra  compiute  in  tutti  i
    tempi,    nostro  preciso dovere dimostrarvi per quali motivi  quasi
    eredit paterna per noi,  che siamo stati in ogni occasione  valorosi,
    essere i primi in confronto degli Arcadi. Quegli Eraclidi, il cui capo
    costoro  si vantano d'aver ucciso all'Istmo,  precedentemente,  quando
    venivano scacciati da tutti i Greci, presso i quali si rifugiavano per
    evitare di essere fatti schiavi da  quelli  di  Micene,  solo  noi  li
    accogliemmo e noi distruggemmo la potenza di Euristeo, dopo aver vinto
    in  battaglia,  al  loro  fianco,  quelli  che  allora  occupavano  il
    Peloponneso.  In secondo luogo,  di quegli  Argivi  che,  insieme  con
    Polinice,  mossero  in  armi  contro  Tebe  e  vi  lasciarono la vita,
    rimanendo col  insepolti,  noi  ci  vantiamo  di  aver  ricuperato  i
    cadaveri, dopo una fortunata spedizione contro i Cadmei (18), e averli
    seppelliti nel nostro paese, in Eleusi. Bella fu pure l'impresa da noi
    condotta contro le Amazzoni (19),  che,  dal fiume Termodonte, vennero
    un tempo a invadere il paese dell'Attica.  E  nella  battaglia  contro
    Troia  non  eravamo inferiori a nessuno.  Ma di questo non mette conto
    parlare,  poich pu darsi che quegli stessi che erano  allora  forti,
    ora  siano diventati pi vili e quelli che a quel tempo valevano poco,
    ora si siano fatti pi valorosi.  E questo  basti  sulle  imprese  dei
    tempi passati;  ma se anche nessun'altra impresa noi avessimo compiuto
    (come, invece, molte ve ne sono e fortunate,  se mai anche altri Greci
    ne hanno da vantare), pur tuttavia in seguito anche solo alla vittoria
    di  Maratona,  noi siamo meritevoli di questo onore e di altri ancora,
    oltre ad esso;  in quanto ci trovammo  soli  dei  Greci  a  combattere
    contro il Persiano e,  impegnati in cos difficile impresa, ne uscimmo
    trionfanti  e  vincemmo  ben  46  popoli.  Non  abbiamo,  dunque,  noi
    meritato,  con questo solo successo, di conservare tale posto d'onore?
    Tuttavia,  poich,  in cos difficile momento,  non  decoroso stare a
    disputare sulla posizione da prendere, noi siamo pronti a ubbidirvi, o
    Spartani,  e  a  disporci  l  dove a voi sembri pi opportuno che noi
    siamo,  e contro chiunque: in qualsiasi  luogo,  infatti,  noi  saremo
    schierati,  ci adopreremo a dimostrarci valorosi.  Comandate,  dunque,
    ch noi obbediremo.

     28. Cos essi risposero e tutto l'esercito degli Spartani si diede a
    gridare che gli Ateniesi meritavano pi degli Arcadi di occupare l'ala
    sinistra;  cos gli Ateniesi ebbero quest'onore e  la  precedenza  sui
    Tegeati. Dopo questo preambolo i Greci si schierarono in ordine, tanto
    quelli  che  erano venuti fin da principio,  quanto quelli che s'erano
    venuti  man  mano  aggiungendo:  l'ala  destra  la  tenevano  10  mila
    Lacedemoni;  di  essi,  5000,  che  erano  di Sparta,  avevano al loro
    servizio 35 mila iloti armati alla leggera,  dato che ve n'erano sette
    assegnati  ad ogni Spartano.  Ad occupare il posto pi vicino al loro,
    gli Spartani preferirono fossero i Tegeati, sia per il loro prestigio,
    sia per il loro valore: erano 1500 opliti.
    Dopo di essi si  disposero  i  5000  Corinzi,  i  quali  ottennero  da
    Pausania  che  al loro fianco si schierassero quelli di Potidea,  che,
    venuti da Pallene,  si trovavano al campo in numero di 300.  Accanto a
    costoro c'erano 600 Arcadi di Orcomeno e, subito dopo, 3000 soldati di
    Sicione;  li  seguivano  800  soldati  di  Epidauro,  al cui fianco si
    schierarono i 1000 di Trezene; accanto ad essi i 200 di Lepreo, quindi
    i 400 di Micene e di Tirinto, e, vicini,  i 1000 di Fliunte.  A questi
    seguivano 300 Ermionesi; dopo gli Ermionesi si collocarono 600 soldati
    di Eretria e di Stira;  poi 400 di Calcide e,  al loro fianco,  500 di
    Ambracia. Dopo questi,  venivano 800 uomini di Leucade e di Anattorio;
    accanto  a loro,  200 soldati di Pale,  che venivano da Cefalonia;  al
    loro fianco si schierarono 500 Egineti e accanto ad essi si  trovavano
    3000  Megaresi,  cui  subito  tenevano  dietro  600  Plateesi.  Ultimi
    venivano nell'ordine,  ed erano i primi che tenevano  l'ala  sinistra,
    8000 Ateniesi, e chi li comandava era Aristide, figlio Lisimaco.

     29. Questi che ho nominati, eccetto i sette addetti a ciascuno degli
    Spartiati,  erano  opliti  (20),  e  il loro numero complessivo era di
    38700 unit;  tanti erano,  in tutto,  gli opliti che s'erano raccolti
    contro il Barbaro.  Gli effettivi dei soldati armati alla leggera (21)
    erano questi: nella schiera spartana, 35 mila uomini,  in quanto erano
    sette per ciascun oplita;  ognuno di essi era armato,  come al solito,
    per la guerra; la fanteria leggera degli altri Lacedemoni e dei Greci,
    dato che c'era un solo uomo per ogni oplita,  era costituita di  34500
    unit   (nota  22).   Sicch  il  numero  complessivo  di  coloro  che
    combattevano con armatura leggera saliva a 69500,

     30.  mentre tutte le forze greche che erano  concentrate  a  Platea,
    compresi opliti e fanteria leggera, assommavano a 110 mila uomini meno
    1800  unit;  ma  con l'aggiunta dei Tespiesi che erano sul luogo,  la
    cifra di 110 mila fu completata: c'erano,  infatti,  nel campo tutti i
    Tespiesi che erano rimasti,  in numero, appunto, di 1800; neppure essi
    avevano armi pesanti.

     31.  Orbene,  cos distribuiti,  questi si  accamparono  sulle  rive
    dell'Asopo  mentre  i  Barbari  di Mardonio,  dopo aver reso gli onori
    funebri a Masistio,  informati che i Greci si trovavano nel territorio
    di  Platea,  si  portarono anch'essi verso l'Asopo,  che quivi scorre.
    Giunti sul posto,  venivano da Mardonio schierati di fronte ai nemici,
    nel  modo  seguente:  contro  agli  Spartani,  i Persiani e,  poich i
    Persiani,  per numero,  erano di gran lunga superiori,  non solo erano
    disposti  su  pi  file,  ma si stendevano anche di fronte ai Tegeati.
    Allora egli li dispose cos: scelti  del  suo  esercito  tutti  i  pi
    gagliardi,  li contrappose agli Spartani; quelli pi deboli li riserv
    ai Tegeati: tutto questo egli faceva per consiglio e suggerimento  dei
    Tebani.  Di fianco ai Persiani schier i Medi, che cos fronteggiavano
    le truppe di Corinto, di Potidea, di Orcomeno e di Sicione.  Vicino ai
    Medi dispose i Battriani, che avevano di fronte i soldati di Epidauro,
    di  Trezene,  di Lepreo,  di Tirinto,  di Micene e di Fliunte.  Dopo i
    Battriani, gli Indiani, che avevano di fronte le truppe di Ermione, di
    Eretria, di Stira e di Calcide. Vicino agli Indiani schier i Saci,  i
    quali  si  opponevano  alle  milizie  di  Ambracia,  di Anattorio,  di
    Leucade, di Pale e di Egina.  Accanto ai Saci,  di fronte ad Ateniesi,
    Plateesi e Megaresi,  dispose Beoti,  Locri,  Maliei, Tessali e i 1000
    Focesi  (23). Non tutti, infatti, i Focesi erano dalla parte dei Medi,
    anzi alcuni di  essi  favorivano  l'interesse  dei  Greci:  raccoltisi
    presso le falde del Parnaso,  di l movevano a fare scorrerie e rapine
    ai danni dell'esercito di Mardonio e dei  Greci  che  erano  con  lui.
    Contro  gli  Ateniesi,  Mardonio  schier pure i Macedoni e quelli che
    avevano le loro sedi in Tessaglia.

     32. Questi che sono stati nominati finora erano i pi importanti dei
    popoli di Mardonio schierati in  campo,  i  pi  famosi  e  quelli  di
    maggior conto.  Ma v'erano,  mescolati con essi,  anche contingenti di
    altri popoli,  dei Frigi,  dei Misi,  dei Traci,  dei Peoni e di altri
    ancora;  non  mancavano  pure  uomini  scelti  degli  Etiopi e,  degli
    Egiziani,  gli Ermotibi e i cosiddetti Calasiri,  portatori di  spada,
    che  sono  gli unici guerrieri fra gli Egiziani.  Mardonio,  quand'era
    ancora al Falero,  li aveva fatti scendere  dalle  navi,  sulle  quali
    erano  imbarcati come difensori: infatti gli Egiziani non si trovavano
    conglobati nell'esercito di terra che,  insieme con Serse,  era giunto
    ad Atene. In conclusione, i Barbari, come anche prima s' detto, erano
    300 mila; il numero dei Greci, che appoggiavano le azioni di Mardonio,
    nessuno  lo  sa di preciso (poich non furono,  certo,  contati),  ma,
    basandomi su congetture,  io ritengo che se ne siano radunati circa 50
    mila.
    Questi  erano  i  fanti  schierati  in ordine di battaglia,  mentre la
    cavalleria era stata ordinata a parte.

     33. Ordunque, come tutti ebbero preso il loro posto per popoli e per
    schiere,  il giorno dopo,  dall'una parte e  dall'altra  si  fecero  i
    sacrifici.
    Per i Greci,  colui che eseguiva la cerimonia era Tisameno,  figlio di
    Antioco,  che seguiva l'esercito in  qualit  di  indovino:  egli  era
    dell'Elide,  apparteneva  alla  stirpe degli Iamidi e alla famiglia di
    Clitio ma gli Spartani lo avevano fatto loro concittadino. Infatti, un
    giorno,  a Tisameno che in Delfi consultava l'oracolo sulla sua  prole
    futura,   la   Pizia  aveva  predetto  che  avrebbe  riportato  cinque
    importantissime  vittorie.  Egli,  che  non  aveva  compreso  il  vero
    significato  dell'oracolo,   s'era  dedicato  agli  esercizi  ginnici,
    convinto di essere destinato a riportar vittoria nelle gare  atletiche
    e,  siccome  si esercitava prevalentemente al Pentatlo (24),  venuto a
    contesa con Geronimo di Andro,  a causa della lotta soltanto  non  era
    riuscito a vincere le gare olimpiche. Ma gli Spartani, avendo compreso
    che  il vaticinio di Tisameno si riferiva non gi alle gare atletiche,
    bens alle azioni di guerra,  cercarono di indurlo,  per mezzo  di  un
    compenso,  a farsi loro condottiero in guerra,  insieme con i re della
    stirpe di Eracle. Sennonch egli, vedendo che gli Spartani annettevano
    grande importanza al  fatto  di  averlo  amico  e  aggregarselo  nelle
    imprese,  con  questa  certezza,  aumentava  le  sue pretese,  facendo
    intendere  che  se  l'avessero  fatto  loro  concittadino,  rendendolo
    partecipe di tutti i diritti,  avrebbe acconsentito a quanto volevano;
    ma, per altro compenso, no.
    Gli Spartani,  udite le sue richieste,  in un primo  tempo  ne  furono
    indignati e rinunciarono senz'altro al loro desiderio;  ma, alla fine,
    spinti dalla tremenda paura che pendeva  sul  loro  capo  a  causa  di
    questa  spedizione  persiana,  acconsentirono  e l'andarono a cercare.
    Egli,  per,  saputo che avevano cambiato parere,  dichiar che non si
    accontentava pi soltanto delle prime richieste ma bisognava che anche
    suo fratello,  Egia,  diventasse cittadino di Sparta,  alle sue stesse
    condizioni.

     34.  Con queste sue richieste,  a quanto si  pu  argomentare,  egli
    imitava  Melampo  (25),  per quanto si possano paragonare tra loro chi
    richiede la dignit regale e chi reclama il diritto  di  cittadinanza.
    Infatti,  siccome  le donne di Argo erano colpite da pazzia,  Melampo,
    che gli Argivi avevano invitato,  dietro compenso,  perch venisse  da
    Pilo a fare rinsavire le loro donne,  propose che,  come mercede,  gli
    fosse data met del regno. Non accettarono, naturalmente, gli Argivi e
    si allontanarono da lui,  ma siccome cresceva il numero delle donne in
    preda  alla pazzia,  solo cos si adattarono alle pretese di Melampo e
    si recarono da lui per  concedergli  quello  che  chiedeva.  Sennonch
    egli,  vedendo  che  avevano  cambiato  parere,  aument  le  pretese,
    dichiarando che non avrebbe fatto quello che essi desideravano, se non
    avessero concesso anche a suo  fratello  Biante  la  terza  parte  del
    regno. Gli Argivi, ridotti alle strette, acconsentirono pure a questo.

      35  Allo  stesso modo,  anche gli Spartani,  poich avevano un gran
    bisogno di Tisameno,  cedettero in tutto alle sue richieste e,  quando
    anche a quest'ultimo desiderio gli Spartani ebbero accondisceso,  solo
    allora  Tisameno  di  Elide,  divenuto  spartano,   con  la  sua  arte
    divinatoria  contribu  con loro al successo in cinque importantissime
    competizioni.  Questi due furono gli unici uomini al mondo che  ebbero
    la cittadinanza spartana. Le cinque battaglie furono le seguenti: una,
    anzi la prima, fu questa di Platea; poi quella (26) combattuta a Tegea
    contro  Tegeati e Argivi;  la terza fu combattuta a Dipea contro tutti
    gli Arcadi,  eccetto gli abitanti  di  Mantinea;  in  seguito,  ci  fu
    battaglia  sull'Istmo  (27)  contro  i  Messeni  e da ultimo quella di
    Tanagra, combattuta contro Ateniesi e Argivi; questa fu l'ultima delle
    cinque battaglie a lieto fine.

     36. Allora,  dunque,  questo Tisameno,  che gli Spartani avevano con
    s,  nella pianura di Platea fu l'interprete dei sacrifici per i Greci
    e per i Greci appunto gli auspici si presentavano  favorevoli,  se  si
    mantenevano  sulla  difensiva;  ma non cos,  se,  attraverso l'Asopo,
    avessero dato inizio alla battaglia.

     37. D'altra parte, nemmeno a Mardonio, che bruciava dal desiderio di
    sferrare battaglia, erano favorevoli i presagi; buoni,  invece,  anche
    per lui,  se se ne stava in difesa.  Anch'egli,  infatti, si valeva di
    sacri riti propri dei Greci,  avendo come interprete  Egesistrato,  un
    uomo  dell'Elide,  il pi famoso della stirpe dei Telliadi che,  prima
    ancora di questi fatti,  gli Spartani avevano  arrestato  e  messo  in
    ceppi per dargli morte, dato che da lui avevano ricevuto molte e gravi
    offese.
    Egli,  in cos grave frangente,  tanto che correva pericolo della vita
    (e prima ancora della morte,  avrebbe  dovuto  subire  molti  e  gravi
    oltraggi),  aveva fatto una cosa incredibile a dirsi. L'avevano legato
    a un ceppo fasciato di ferro,  ed essendo  stato  introdotto  in  quel
    luogo,  non si sa come, un ordigno di ferro, se ne impadron, e, senza
    perdere tempo,  mise in opera un'impresa che  la  pi  coraggiosa  di
    tutte quelle che conosciamo: infatti,  dopo aver calcolato in che modo
    sarebbe potuto uscire dal ceppo il resto del piede, si tagli la parte
    anteriore del piede stesso (28). Ci fatto, siccome c'erano le guardie
    che lo sorvegliavano,  attraverso un foro praticato nella parete se ne
    fugg  a Tegea,  camminando durante la notte,  e passando i giorni nel
    folto dei boschi o in aperta campagna: di  modo  che,  nonostante  gli
    Spartani  in  massa fossero sulle sue tracce,  la terza notte egli era
    arrivato a Tegea,  mentre tutti erano  profondamente  meravigliati  di
    tanto coraggio,  poich vedevano a terra amputato met di un piede, ma
    lui non riuscivano assolutamente a trovarlo. Allora, dunque,  sfuggito
    in  questo modo agli Spartani,  si era rifugiato a Tegea,  che in quel
    tempo non era in buoni rapporti  con  Sparta;  quindi,  ricuperata  la
    salute  e  fabbricatosi un piede di legno,  s'era schierato senz'altro
    tra i nemici dichiarati di Sparta. Tuttavia, almeno alla fine, non gli
    giov l'odio ormai cos inveterato contro gli Spartani poich, da loro
    catturato mentre vaticinava in Zacinto, fu messo a morte.

     38.  Ma la morte di Egesistrato avvenne dopo gli eventi  di  Platea;
    allora,  invece,  sulle rive dell'Asopo,  assoldato da Mardonio a gran
    prezzo,  celebrava i riti sacri e lo faceva con molto  zelo,  sia  per
    l'odio contro gli Spartani,  sia per amore del guadagno che ne traeva.
    Orbene,   siccome  i  sacrifici  non  risultavano  propizi,   cos  da
    consigliare  la  battaglia,  n agli stessi Persiani,  n ai Greci che
    erano con loro (anche questi,  infatti,  avevano a loro  disposizione,
    come indovino,  Ippomaco di Leucade),  mentre accorrevano e divenivano
    pi numerosi i Greci, Timagenide,  figlio di Erpi,  cittadino di Tebe,
    consigli  a  Mardonio di bloccare i passi del Citerone,  avvertendolo
    che di l affluivano sempre i Greci ogni giorno e ne avrebbe  tagliato
    fuori un buon numero.

      39.  Erano  trascorsi  gi  otto  giorni  dacch gli eserciti erano
    accampati uno  di  fronte  all'altro,  quando  il  tebano  diede  quel
    suggerimento a Mardonio.  Questi, trovatolo utile, quando sopraggiunse
    la notte,  mand la cavalleria agli sbocchi del Citerone  che  portano
    verso Platea e che i Beoti chiamano "Tre teste"; gli Ateniesi, invece,
    "Teste  di quercia".  Quell'invio di cavalieri non fu inutile,  perch
    intercettarono,  mentre entravano nella pianura,  500 bestie da  soma,
    che portavano viveri dal Peloponneso al campo dei Greci,  e gli uomini
    che le conducevano.  Avuta  fra  le  mani  questa  preda,  i  Persiani
    uccidevano da disperati,  senza risparmiare n animali,  n uomini.  E
    quando furono sazi di uccidere,  circondati quelli che  restavano,  li
    condussero da Mardonio e all'accampamento (29).

     40.  Dopo questo episodio, passarono altri due giorni, senza che gli
    uni o gli altri  si  decidessero  ad  attaccar  battaglia:  infatti  i
    Barbari  si spingevano fino all'Asopo,  cercando di provocare i Greci,
    ma nessuno varcava il fiume.  Tuttavia la cavalleria di  Mardonio  era
    sempre addosso ai Greci e li tormentava, poich i Tebani, che tenevano
    grandemente per i Medi, con grande zelo fomentavano la guerra e sempre
    avanzavano  fino  al  punto  di  venire  alle  mani;  d'allora  in poi
    succedevano,  sempre in gran numero,  Persiani e Medi,  i quali davano
    prove di valore.

     41.  Orbene,  nulla di pi si ebbe durante i dieci giorni; ma quando
    si giunse all'undicesimo giorno che nella  pianura  di  Platea  se  ne
    stavano  accampati  di  fronte,  si  trov che i Greci erano diventati
    molto pi numerosi e il generale  persiano  era  irritato  per  quella
    inattivit.  Allora vennero a colloquio Mardonio,  figlio di Gobria, e
    Artabazo,  figlio di Farnace,  il quale era tra i pochi  Persiani  che
    godevano  la  stima  di Serse.  Nel loro scambio di idee,  le opinioni
    erano queste: secondo Artabazo era necessario togliere al  pi  presto
    il campo al completo e accostarsi al sistema fortificato di Tebe, dove
    erano  stati introdotti molti viveri per loro e molto foraggio per gli
    animali da soma;  quivi con  tranquillit  sistematisi,  risolvere  la
    questione agendo in questo modo: dato che avevano grande abbondanza di
    oro  coniato  e molto anche di quello grezzo,  oltre a molto argento e
    vasellame prezioso,  mandare tutto ci,  senza alcun risparmio,  tra i
    vari  Greci,  in  modo  particolare a quelli che erano al potere nelle
    singole citt; ben presto, diceva, quelli avrebbero tradito la libert
    e non avrebbero pi affrontato  il  rischio  di  venire  a  conflitto.
    L'opinione  di  costui era poi la stessa dei Tebani,  poich anch'egli
    era un po' pi prudente di Mardonio,  ma quella di  Mardonio  era  pi
    forte, pi arrogante e tale da non potersi piegare assolutamente. Egli
    era del parere che, siccome il loro esercito era molto pi potente che
    non  quello  dei  Greci,  si  doveva  venire a battaglia al pi presto
    possibile e non permettere che si raccogliessero forze ancora maggiori
    di quelle gi raccolte; quanto agli auspici tratti da Egesistrato, era
    meglio non curarsene,  piuttosto che forzarli;  era invece  opportuno,
    seguendo il costume persiano, ingaggiare battaglia.

      42.  Naturalmente,  quand'egli  sentenziava a questo modo,  nessuno
    osava ribattere e cos prevalse il suo  punto  di  vista;  infatti  il
    comando  supremo  dell'esercito  il  re  l'aveva  dato  a lui,  non ad
    Artabazo.  Dunque,  mandati a chiamare i capi delle sue  schiere  e  i
    comandanti dei Greci che erano al suo fianco,  chiese loro se per caso
    avessero notizia di un oracolo riguardante  i  Persiani,  secondo  cui
    essi  sarebbero  stati  distrutti  in  terra  di  Grecia.  E siccome i
    convocati se ne stavano in silenzio, poich alcuni non conoscevano gli
    oracoli, altri, invece, ne sapevano qualcosa, ma ritenevano pericoloso
    parlarne, prese la parola Mardonio stesso: Poich, dunque,  voi o non
    sapete nulla o non osate parlare,  ebbene, parler io che ne sono bene
    informato.  Esiste una predizione,  secondo la quale  destino  che  i
    Persiani,  giunti  in Grecia,  mettano a sacco il tempio di Delfi;  ma
    dopo aver compiuto tale saccheggio, tutti debbano perire. Orbene, noi,
    che di questo siamo informati, non andremo a occupare il tempio, n ci
    butteremo a saccheggiarlo e, per questo motivo,  non andremo a rovina.
    Cosicch, quanti di voi nutrono simpatia per i Persiani siano contenti
    perch noi saremo vincitori sui Greci.
    Ci  detto,  subito  dopo  diede  ordine di fare tutti i preparativi e
    tener ogni cosa ben disposta,  perch il giorno dopo ci sarebbe  stata
    battaglia.

      43.  A dir la verit,  quell'oracolo che Mardonio diceva rivolto ai
    Persiani,  io so che  stato pronunciato per gli Illiri  e  l'esercito
    degli Enchelei (30), non gi per i Persiani. Ma ve n' uno composto da
    Bacide proprio per questa battaglia:
    ... "sul Termodonte (31) e sull'Asopo dalle rive erbose, l'accolta dei
    Greci e il grido dal barbaro suono, l dove molti dei Medi che portano
    l'arco  cadranno  contro  la  Parca (32) e il destino quando il giorno
    fatale sia giunto" (33).
    Questo oracolo e altri  simili  ad  esso  composti  da  Museo  so  che
    riguardano i Persiani.
    Il Termodonte  un fiume che scorre fra Tanagra e Glisante.

      44.  Dopo  che  i  capi  erano  stati da Mardonio interrogati sugli
    oracoli e successivamente incitati  a  prepararsi  per  la  battaglia,
    sopraggiunse la notte e si disposero ai turni di guardia. Ma quando la
    notte  era  ormai  molto  avanzata  e pareva che negli accampamenti ci
    fosse quiete e soprattutto  gli  uomini  fossero  immersi  nel  sonno,
    allora  Alessandro,  figlio  di Aminta,  comandante e re dei Macedoni,
    spintosi innanzi a cavallo fino ai corpi di  guardia  degli  Ateniesi,
    chiese di poter parlare con i loro comandanti.  La maggior parte delle
    sentinelle rimasero l al loro posto,  ma alcuni corsero dai  generali
    e,  arrivati  in  loro  presenza,  dissero  che  dall'accampamento dei
    Persiani era giunto,  a cavallo,  un uomo che,  senza aggiungere altra
    parola,  facendo  il  nome  dei  generali chiedeva di aver con loro un
    abboccamento.

     45.  Questi,  udita la cosa,  tosto seguirono le sentinelle verso  i
    posti di guardia. Quando vi furono giunti, Alessandro parl loro cos:
    Uomini di Atene, io vi affido in segreto queste mie parole, facendovi
    divieto  di  riferirle  ad  alcun'altra  persona che non sia Pausania,
    altrimenti voi mi trarrete a rovina: io, infatti,  non parlerei se non
    mi stesse molto a cuore la Grecia tutta,  poich io pure sono di razza
    greca fin dagli antichi tempi e non vorrei vedere l'Ellade ridotta  in
    schiavit,  anzich libera.  Vi avverto, dunque, che Mardonio e il suo
    esercito non riescono ad avere  propizio  il  presagio  delle  vittime
    poich,  altrimenti, da tempo gi voi avreste battaglia. Ora, per, ha
    deciso di non tenere pi conto alcuno dei sacrifici e di  sferrare  la
    battaglia allo spuntar del giorno;  infatti teme, io suppongo, che voi
    diventiate troppo  numerosi.  Di  fronte  a  ci  prendete  le  vostre
    disposizioni.  Se  poi Mardonio differisse il conflitto e non vi desse
    battaglia,  voi resistete e rimanete qui perch restano a loro  viveri
    per pochi giorni.
    Per,  se  questa  guerra andr a finire secondo il vostro desiderio,
    bisogner pure  che  qualcuno  si  ricordi  anche  di  me  e  pensi  a
    liberarmi,  perch  io  a  favore dei Greci ho compiuto un azione cos
    audace,  spinto  dalla  mia  simpatia  per  voi,   volendo  informarvi
    dell'intenzione  di  Mardonio,  affinch  i  Barbari  non  vi piombino
    addosso quando voi non ve l'aspettate.  Sono Alessandro il  Macedone.
    Ci detto se ne torn indietro al campo e alla sua schiera.

       46.   Allora   i  generali  ateniesi,   recatisi  all'ala  destra,
    comunicarono a Pausania quello che avevano udito da Alessandro.
    Egli,  a questa notizia,  siccome temeva i Persiani,  parl  a  questo
    modo: Poich,  dunque,  all'aurora ci sar lo scontro, sar opportuno
    che voi, Ateniesi, vi poniate di contro ai Persiani; noi,  invece,  di
    fronte  ai  Beoti  e agli altri Greci che ora sono schierati contro di
    voi;  e questo  perch  voi  conoscete  i  Medi  e  il  loro  modo  di
    combattere,  per averli combattuti a Maratona,  mentre noi non abbiamo
    pratica n conoscenza di siffatti uomini,  dato che  nessuno  fra  gli
    Spartani    mai  venuto  alla prova con i Medi.  Noi,  invece,  siamo
    pratici di Beoti e Tessali,  sicch  opportuno che,  prese le  nostre
    armi, voi veniate in questa parte e noi passiamo alla parte sinistra.
    A queste proposte,  gli Ateniesi risposero: Anche noi,  da tempo, fin
    da principio,  quando abbiamo  visto  schierati  di  fronte  a  voi  i
    Persiani, avevamo in animo di dirvi questo, che voi, prevenendoci, ora
    ci  proponete,  ma  non  l'abbiamo  fatto  perch  temevamo che non vi
    riuscissero gradite le nostre considerazioni. Ordunque, poich l'avete
    formulata voi stessi,  a noi la proposta riesce gradita e siamo pronti
    a fare quanto voi dite

      47.  Siccome  questo  consiglio  piacque a entrambi,  appena spunt
    l'aurora,  fecero il cambio delle posizioni;  ma i Beoti avendo notato
    la manovra,  ne informarono Mardonio che,  appena udita la cosa, cerc
    subito di cambiare anch'egli,  riconducendo i Persiani di contro  agli
    Spartani.  Quando  Pausania  si  accorse  di  una  manovra del genere,
    convinto che non poteva operar  mutamenti  di  nascosto,  condusse  di
    nuovo  i  suoi  Spartani  all'ala  destra  e  lo  stesso fece Mardonio
    riconducendo i suoi alla sua sinistra.

     48.  Quando furono  stabiliti  sulle  antiche  posizioni,  Mardonio,
    mandato  un  araldo agli Spartani,  disse loro cos: O Spartani,  voi
    avete fama di essere i pi valorosi degli uomini presso  gli  abitanti
    di  questi  luoghi  che vi guardano con ammirazione perch non fuggite
    mai dal nemico e non abbandonate il vostro posto, ma, rimanendo saldi,
    o distruggete i nemici o incontrate voi stessi la morte. Nulla,  per,
    di  tutto  ci  era  vero;  poich,  prima  ancora che noi venissimo a
    contatto e ci dessimo a menar le mani,  ecco che gi vi abbiamo  visti
    fuggire e abbandonare il vostro posto;  il primo esperimento lasciarlo
    agli Ateniesi,  e schierare voi stessi  di  fronte  ai  nostri  servi.
    Questo non  agire da uomini prodi, ma nei vostri riguardi ci siamo di
    gran lunga ingannati. Mentre, infatti, ci aspettavamo, data la fama di
    cui  godete,  che  voi mandaste un araldo a provocarci,  desiderosi di
    combattere contro i soli Persiani, noi che eravamo pronti a farlo, non
    vi abbiamo trovato disposti a tale gesto,  ma piuttosto smarriti dalla
    paura.  Orbene,  poich  non  avete  preso  voi l'iniziativa di questa
    proposta,  la prendiamo noi: perch non ci misuriamo noi,  pari contro
    pari di numero,  voi a favore dei Greci, dato che avete fama di essere
    i pi valorosi, e noi a vantaggio dei Barbari? Che se,  poi,  sembrer
    opportuno  che  anche gli altri partecipino alla lotta,  ebbene,  essi
    combattano dopo di noi. Ma se anche ci non si ritenga opportuno, e si
    vorr che basti la nostra prova, suvvia,  combattiamo tra noi.  Chi di
    noi due avr la vittoria, sar vincitore per tutto l'esercito.

     49. L'araldo, esposta l'ambasciata e fermatosi un certo tempo, visto
    che nessuno si preoccupava di dare una risposta,  si ritir e, tornato
    donde era venuto,  rifer a Mardonio come era andata  la  cosa.  Egli,
    tutto  lieto  e  inorgoglito  per  quella  vuota  vittoria,  lanci la
    cavalleria contro i Greci.  Quando  i  cavalieri  mossero  all'attacco
    tormentarono  tutto lo schieramento greco con un nugolo di giavellotti
    e di frecce,  in quanto erano arceri a  cavallo  e  tali  che  non  si
    lasciavano avvicinare; non solo, ma pure intorbidarono e ostruirono la
    fonte Gargafia,  dalla quale attingevano acqua tutte le truppe greche.
    Nei pressi della sorgente erano schierati soltanto gli  Spartani;  per
    gli altri Greci,  invece, essa era piuttosto lontana, secondo il luogo
    dove erano attendati,  mentre essi avevano vicino l'Asopo;  ma siccome
    dall'Asopo  venivano  tenuti  lontani,  perci appunto correvano tutti
    alla fonte: dal fiume non potevano essi attingere acqua per causa  dei
    cavalieri che li saettavano.

     50.  In tale dolorosa situazione,  i comandanti dei Greci, visto che
    l'esercito veniva  ad  essere  privato  di  acqua  ed  era  tenuto  in
    scompiglio  dalla  cavalleria,  si  raccolsero per discutere di questi
    problemi e altri ancora,  dopo essersi recati all'ala  destra,  presso
    Pausania.  C'era  dell'altro,  infatti,  che pi ancora li tormentava,
    nonostante le cose fossero a tal punto: non avevano  pi  viveri  e  i
    loro compagni d'arme che erano stati mandati nel Peloponneso per farne
    provvista, erano stati tagliati fuori a opera della cavalleria, sicch
    non potevano giungere fino al campo.

      51.  Nel  loro  convegno i generali stabilirono che,  se i Persiani
    avessero lasciato passare quel giorno senza attaccare battaglia, se ne
    sarebbero andati nell'isola.  Quest'isola dista 10 stadi dall'Asopo  e
    dalla  sorgente Gargafia (presso la quale allora erano accampati) ed 
    situata di fronte a Platea.
    Ecco come pu esservi un'isola sul continente: il  fiume,  che  scorre
    dal  Citerone  gi verso la pianura,  si apre nella parte alta del suo
    corso in due rami, le cui acque distano tra loro circa tre stadi e poi
    si ricongiunge ancora nello stesso alveo;  il suo nome  Oeroe,  e gli
    abitanti del luogo dicono che sia figlia dell'Asopo. Decisero, dunque,
    di  trasferirsi in questa localit,  affinch i soldati avessero acqua
    in abbondanza e i cavalieri non potessero pi tormentarli, come quando
    li avevano di fronte;  ma per eseguire la manovra ritenevano opportuno
    attendere  nella  notte  il  secondo turno (34) di veglia,  affinch i
    Persiani non li potessero vedere in movimento e i  cavalieri,  con  le
    loro  cariche,  non  disturbassero  l'operazione.  Quando  poi fossero
    giunti in quel luogo, intorno a cui scorre,  divisa,  l'Asopide Oeroe,
    scendendo dal Citerone,  avevano intenzione di mandare, ancora durante
    la notte, una met delle loro truppe verso il Citerone,  a prelevare i
    servi  che  erano  andati  a far provvista di viveri e che erano stati
    bloccati tra le gole del monte.

     52.  Presa  questa  decisione,  per  tutta  la  giornata  ebbero  un
    travaglio incessante,  sotto la pressione della cavalleria;  ma quando
    il giorno fu alla fine e i cavalieri smisero di  attaccare,  scesa  la
    notte  e  giunta  l'ora  in  cui s'era tra loro convenuto di muoversi,
    allora,  levato il campo,  i pi  cominciarono  ad  allontanarsi.  Non
    intendevano essi gi di recarsi nel luogo convenuto;  ma appena furono
    sulle  mosse,   si  sottrassero  ben  volentieri  alla  cavalleria  in
    direzione della citt di Platea e, fuggendo, arrivarono fino al tempio
    di Era,  che si trova davanti alla citt di Platea,  a una distanza di
    20 stadi dalla sorgente  Gargafia.  Quivi  giunti,  deposero  le  armi
    davanti al tempio.

      53.  E  mentre questi prendevano posizione nei pressi del tempio di
    Era,  Pausania appena li aveva visti allontanarsi dal campo,  convinto
    che  essi  si  dirigessero  verso il luogo che s'era stabilito,  diede
    ordine anche agli Spartani di prendere su le armi e mettersi in marcia
    seguendo gli altri che precedevano. Ma allora,  mentre tutti gli altri
    capi  erano  pronti  a  ubbidire  a  Pausania,  Amonfareto,  figlio di
    Poliade,  capitano della schiera pitanate (35),  dichiar che egli non
    sarebbe  fuggito davanti al forestiero;  n,  per quello che dipendeva
    dalla sua volont,  avrebbe disonorato Sparta;  si  stupiva  molto  al
    vedere  quello  che  succedeva,  poich  egli non aveva partecipato al
    precedente convegno.  Pausania ed Eurianatte ritenevano  cosa  indegna
    che egli non obbedisse ai loro comandi; ma pi deplorevole ancora che,
    a  causa  del  rifiuto  di  quello,  si dovesse abbandonare la schiera
    pitanate, col pericolo che,  se li avessero lasciati indietro per fare
    quanto cogli altri Greci avevano convenuto, rimasti soli, Amonfareto e
    i   suoi   soldati   venissero   distrutti.   In   seguito   a  queste
    considerazioni,  fecero fermare le truppe di Laconia  e  cercarono  di
    persuadere Amonfareto che non doveva agire in quel modo.

      54.  E  mentre  essi stavano convincendo Amonfareto,  l'unico degli
    Spartani e dei Tegeati che rimaneva indietro,  gli Ateniesi ecco  cosa
    facevano: se ne stavano tranquilli nel posto dov'erano schierati,  ben
    conoscendo il sistema degli Spartani,  che altre cose pensano e  altre
    dicono. Ma quando il campo s'era messo in movimento avevano mandato un
    loro  cavaliere,  prima  di tutto perch osservasse se gli Spartani si
    accingevano a  partire  e  poi,  se  non  pensavano  assolutamente  di
    lasciare  l'accampamento,  chiedesse  a  Pausania  che cosa si dovesse
    fare.

     55. Quando l'araldo giunse tra gli Spartani,  vide non solo che essi
    si trovavano in ordine allo stesso modo di prima,  ma anche che i loro
    capi erano  venuti  a  discordia.  Infatti,  nonostante  Eurianatte  e
    Pausania  avessero  un  bell'esortare  Amonfareto  a  non  mettersi in
    pericolo con i suoi,  soli fra gli Spartani,  rimanendo l sul  posto,
    non  riuscivano  a  convincerlo;  ed  erano  ormai  giunti  a violento
    alterco,  proprio quando era arrivato e stava davanti a loro  l'araldo
    degli Ateniesi.  Nel fervore della contesa,  Amonfareto di di piglio,
    con ambo le mani, a una gran pietra e, posandola ai piedi di Pausania,
    disse che con quel voto (36) esprimeva la sua volont di  non  fuggire
    davanti  ai  forestieri  (con  "forestieri"  intendendo i Barbari).  E
    Pausania,  dandogli del pazzo e del frenetico,  si rivolse  all'araldo
    degli Ateniesi che l'interrogava su quanto gli era stato comandato,  e
    gli ordin di riferire quello che stava tra loro succedendo e pregasse
    a suo nome gli Ateniesi di rimanere in accordo  con  gli  Spartani  e,
    quanto  alla  partenza  dal campo,  di fare quello che avrebbero fatto
    pure essi.

     56. Poi l'araldo se ne torn dagli Ateniesi;  gli Spartani,  invece,
    stavano   ancora  discutendo  quando  li  sorprese  l'aurora.   Allora
    Pausania, che per tutto quel tempo era rimasto sul luogo, non credendo
    che Amonfareto sarebbe rimasto  indietro  se  gli  altri  Spartani  si
    fossero allontanati (come anche,  in realt,  accadde),  impartiti gli
    ordini del caso,  condusse via,  attraverso le alture,  tutte le altre
    truppe,  e lo seguivano anche i Tegeati.  Ma gli Ateniesi procedevano,
    in bell'ordine,  in direzione opposta a quella degli Spartani: questi,
    infatti, per timore della cavalleria, si attenevano alle alture e alle
    falde  del Citerone,  gli Ateniesi,  invece,  s'erano rivolti in basso
    verso la pianura.

      57.  Amonfareto,  da  principio  almeno,  persuaso  pienamente  che
    Pausania non avrebbe osato abbandonarlo,  insisteva che rimanessero l
    e  non  lasciassero  il  posto;   ma  quando  i  soldati  di  Pausania
    cominciarono  a precederlo,  sospettando che senz'altro lo lasciassero
    al suo destino, comand alla sua schiera di prendere le armi e seguire
    passo passo il grosso dell'esercito.
    Questo, per, dopo essersi allontanato di circa 10 stadi,  si ferm ad
    attendere  la  schiera  di Amonfareto,  sulle rive del fiume Moloente,
    nella localit chiamata Argiopio,  dove c' anche il tempio di Demetra
    Eleusina. E attendeva per questo motivo: se Amonfareto e i suoi non si
    allontanavano  dal  posto dove erano schierati e rimanevano sul luogo,
    il grosso delle truppe poteva tornare indietro e portar loro soccorso.
    I  soldati  di  Amonfareto   avevano   appena   raggiunto   il   resto
    dell'esercito,  che gi la cavalleria barbara,  al completo, era sopra
    di loro. I cavalieri,  infatti,  avevano fatto anche allora quello che
    erano  soliti  fare  ogni giorno;  sennonch,  avendo visto deserto il
    luogo dove nei giorni  precedenti  erano  stati  alloggiati  i  Greci,
    spinsero  sempre  pi  innanzi  i  loro  cavalli  e,  come  li  ebbero
    raggiunti, sferrarono i loro attacchi.

     58. Mardonio, quando venne a sapere che i Greci, approfittando della
    notte, se ne erano andati, e vide deserto il loro campo, chiamati alla
    sua presenza Torace di Larissa e i suoi fratelli Europilo e  Trasideo,
    disse  loro:  O  figli di Aleua,  che direte ancora,  vedendo deserti
    questi luoghi? Voi, che siete i loro vicini, dicevate che gli Spartani
    non fuggono mai dalla  battaglia,  e  sono  i  primi  nell'arte  della
    guerra: orbene, prima li avete visti cambiare di posto e ora anche noi
    tutti  vediamo  che,  durante la notte passata,  se ne sono fuggiti di
    nascosto.  In verit,  ora che si dovevano azzuffare con i soldati che
    veramente sono i migliori del mondo,  hanno dimostrato che,  uomini da
    nulla come sono,  si distinguevano fra i Greci perch anche questi non
    valgono  nulla.  E per voi,  che non eravate pratici dei Persiani,  io
    provavo un gran  compatimento,  quando  lodavate  costoro,  dei  quali
    qualche cosa pure sapevate,  ma di Artabazo molto pi mi stupivo,  che
    avesse  tanta  paura  degli  Spartani,   e  per  questa  paura   abbia
    manifestato il parere pi vile di tutti: che,  cio,  fosse necessario
    levare il campo e ritirarci nella citt di Tebe,  per  lasciarci  col
    assediare;  anche  di questo bel consiglio il re sar informato da me.
    Ma di questo ci sar da parlare in altra occasione; per il momento,  
    necessario impedire che essi ci sfuggano;  bisogna inseguirli,  fino a
    che,  da noi ghermiti,  scontino la pena di tutti  i  mali  che  hanno
    provocato ai Persiani.

     59. Ci detto, sospinse i Persiani ad attraversare di corsa il fiume
    Asopo,  sulle orme dei Greci,  proprio come se fossero in fuga;  ma il
    suo attacco si rivolgeva soltanto contro Spartani e Tegeati, poich, a
    causa delle alture,  non  poteva  vedere  gli  Ateniesi,  che  s'erano
    avviati  per  la  pianura.  I  duci che guidavano le altre schiere dei
    Barbari, vedendo i Persiani lanciati all'inseguimento dei Greci, senza
    esitare strapparono le insegne e tutti si diedero a inseguire,  con la
    massima  rapidit  a  ciascuno  consentita,  senza disciplina alcuna e
    senza  ordine:  costoro  con  urla  e  schiamazzi  accorrevano,   come
    dovessero portare ai Greci lo sterminio.

     60. Pausania, visto che la cavalleria incalzava, sped agli Ateniesi
    un cavaliere a dir loro cos: Uomini di Atene, ora che ci sovrasta il
    pi  grave cimento,  da cui dipende che la Grecia sia libera o ridotta
    in schiavit,  noi Spartani e voi  Ateniesi  siamo  stati  abbandonati
    dagli alleati, che la notte passata se ne sono fuggiti. Ormai, dunque,
     deciso ci che d'ora in avanti dobbiamo fare: resistere come potremo
    nel modo migliore,  e difenderci a vicenda.  Ora,  se contro di voi si
    fosse inizialmente  scagliata  la  cavalleria,  sarebbe  stato  dovere
    nostro  e dei Tegeati che,  insieme con noi,  non abbandonano la causa
    della Grecia, accorrere in vostro aiuto; ma poich tutta la cavalleria
    s' ora scatenata contro di noi,   giusto che voi accorriate a difesa
    della  parte  che  si  trova  nel maggiore pericolo.  E se per caso vi
    trovate voi nell'impossibilit di portar soccorso, fateci il favore di
    mandare in nostro aiuto gli arceri.  Sappiamo che vi siete dimostrati,
    durante  la  presente  guerra,  oltre  ogni dire molto solleciti e che
    perci esaudirete anche questo appello.

     61. Gli Ateniesi, informati della situazione, erano pronti a portare
    aiuto e a difendere gli alleati a tutta forza;  ma quando gi erano in
    cammino,  vennero essi stessi assaliti da quei Greci che s'erano messi
    dalla parte del re ed erano stati schierati di fronte a  loro:  sicch
    non  potevano  pi accorrere in soccorso,  poich l'attacco diretto li
    metteva in grave  difficolt.  E  cos,  rimasti  isolati  Spartani  e
    Tegeati che,  insieme con i fanti armati alla leggera, erano in numero
    di 50 mila (nota 37) Lacedemoni e 3000 Tegeati (questi,  infatti,  non
    s'erano  mai  staccati  dai  Lacedemoni),   fecero  sacrifici,  perch
    intendevano dar battaglia a Mardonio e all'esercito che era con lui. E
    poich le vittime non  si  mostravano  propizie,  mentre  attendevano,
    molti  di  essi  perdettero  la  vita  e molti di pi rimasero feriti:
    infatti i Persiani,  fattisi una barriera con  gli  scudi  di  vimini,
    scagliavano  una gran quantit di frecce,  senza risparmio;  cosicch,
    trovandosi gli Spartani a mal partito e  non  riuscendo  favorevoli  i
    sacrifici,  Pausania,  rivolto lo sguardo al tempio di Era,  a Platea,
    invoc la dea, pregandola di non volerli deludere nella loro speranza.

     62.  Stava egli ancora rivolgendo questa supplica,  quando,  balzati
    avanti per primi, i Tegeati mossero contro i Barbari, e agli Spartani,
    che  stavano  sacrificando,  subito dopo la preghiera di Pausania,  le
    vittime diedero buoni presagi.  Quando,  finalmente,  questo fatto  si
    verific,  mossero  anch'essi contro i Persiani e i Persiani contro di
    loro,  lasciati da parte gli archi.  Prima di tutto  la  battaglia  si
    accese  presso  gli  scudi  di  vimini;  e caduti questi,  gi ferveva
    furibonda la lotta presso il tempio stesso  di  Demetra  e  fu  lunga;
    finch vennero a corpo a corpo,  poich i Barbari,  afferrate le lance
    dei Greci, le spezzavano.
    Certo che,  per coraggio e per forza,  i Persiani non si mostrarono da
    meno, pur essendo senz'armi pesanti e, per di pi, inesperti com'erano
    e non certo pari agli avversari in destrezza.
    Balzando innanzi o da soli, o in dieci, raggruppandosi ora in pi, ora
    in meno, si gettavano contro gli Spartani e ne venivano massacrati.

     63.  L dove si veniva a trovare Mardonio in persona, che combatteva
    dall'alto d'un cavallo bianco e aveva intorno a s un corpo scelto  di
    1000 Persiani,  i migliori, ivi anche molto di pi rendevano difficile
    la lotta ai nemici. Orbene, finch Mardonio rimase in vita,  anche gli
    altri resistevano e,  difendendosi,  davano morte a parecchi Spartani;
    ma quando Mardonio fu ucciso  e  furono  abbattuti  quelli  che  erano
    intorno a lui e costituivano il nerbo dell'esercito, allora s che gli
    altri   volsero   le  spalle  e  cedettero  all'urto  degli  Spartani.
    Moltissimo li danneggiava la loro  foggia  stessa  di  vestire,  senza
    valide difese,  poich,  quasi nudi, combattevano con soldati protetti
    da pesanti armature.

     64.  In quel giorno,  fu da Mardonio scontata verso gli Spartani  la
    morte di Leonida,  secondo le parole dell'oracolo,  e Pausania, figlio
    di  Cleombroto  e  nipote  di  Anassandrida,  colse  la  vittoria  pi
    splendida di tutte quelle che noi conosciamo.
    I  nomi  dei  suoi  antenati sono stati citati a proposito di Leonida,
    poich per loro due sono i medesimi.
    Mardonio fu ucciso per mano di Arimnesto,  uomo illustre a Sparta,  il
    quale,  parecchio  tempo  dopo  le guerre persiane,  alla testa di 300
    uomini,  partecip al fatto d'arme di Steniclero,  durante  la  guerra
    contro tutti i Messeni, e vi mor insieme con i suoi trecento.

      65.  I Persiani,  messi in fuga dagli Spartani a Platea,  cercarono
    scampo,  in pieno disordine,  verso il loro accampamento e  dietro  il
    riparo in legno, che avevano innalzato nel territorio di Tebe.
    Mi  fa meraviglia il fatto che,  mentre la battaglia si combatteva nei
    pressi del bosco sacro a Demetra, non si vide neppure uno dei Persiani
    che sia entrato nel sacro recinto, o che vi abbia incontrato la morte:
    i pi morirono in luogo profano intorno al tempio. Io penso, se pure 
    permesso nelle cose divine esprimere un'opinione,  che la  dea  stessa
    non  li volle accogliere nel suo santuario,  perch avevano incendiato
    il suo tempio in Eleusi.

     66. Tale fu l'esito di questa battaglia.
    Artabazo,  figlio di  Farnace,  subito,  fin  da  principio,  non  era
    contento  che  Mardonio  fosse  lasciato  in Europa dal re e in questa
    circostanza lo aveva molte volte dissuaso dal venire alle mani; ma non
    aveva ottenuto nulla.  Orbene,  siccome non v'era  mossa  eseguita  da
    Mardonio  che  fosse  di  suo  gradimento,  egli  si  attenne a questo
    partito: quei soldati che erano sotto il suo comando (aveva intorno  a
    s  una  forza tutt'altro che trascurabile,  che raggiungeva i 40 mila
    uomini) egli, appena fu ingaggiata la battaglia,  ben sapendo che cosa
    mai  ne  sarebbe uscito,  li condusse innanzi ben ordinati,  dopo aver
    impartito il comando di seguirlo tutti insieme  dove  egli  stesso  li
    avrebbe guidati e con la fretta che in lui avessero visto. Date queste
    disposizioni,  fece avanzare le sue truppe,  naturalmente,  come se le
    conducesse a battaglia; sennonch, mentre procedeva nel cammino,  vide
    che anche i Persiani gi si davano alla fuga.  Allora non mantenne pi
    lo stesso ordine di marcia di prima ma si diede a fuggire a gran corsa
    per la via pi breve,  non gi verso la trincea di legno  o  verso  le
    mura di Tebe,  bens in direzione della Focide, desideroso di giungere
    all'Ellesponto il pi presto possibile.

      67.  Questi,  dunque,   s'avviarono  in  fuga  per  quella  strada.
    Frattanto,  mentre  gli  altri  Greci,  che  erano  a  fianco  del re,
    combattevano a bella posta  senza  grande  ardore,  i  Beoti,  invece,
    impegnarono  in  battaglia  gli Ateniesi per lungo tempo: infatti quei
    Tebani che avevano  simpatia  per  i  Medi,  davano  prova  di  grande
    impegno, resistendo alla lotta, senz'ombra di vigliaccheria, tanto che
    ben 300,  i primi e i pi forti di loro, caddero l sul posto per mano
    degli Ateniesi: e quando anch'essi volsero le spalle,  se ne fuggirono
    a  Tebe,  ma  non  disordinatamente,  come i Persiani.  Anche tutto il
    grosso  degli  altri  alleati  era  fuggito,   senza  nemmeno  essersi
    impegnato contro qualcuno e senza aver compiuto un atto di coraggio.

      68.  Secondo  me,    manifesto  che  tutta  la fortuna dei Barbari
    poggiava sui Persiani;  tanto  vero che  queste  truppe,  allora,  si
    volsero in fuga prima ancora di venire a contatto con i nemici, perch
    vedevano che anche i Persiani facevano cos.  In tal modo, si ebbe una
    fuga generale,  fatta eccezione per la  cavalleria  in  genere  e  per
    quella  beota.  Questa,  anzi,  fu  di  aiuto  valido  ai  soldati che
    fuggivano, tenendosi sempre molto vicina ai nemici,  e impedendo che i
    Greci venissero a contatto con quelli che voltavano loro le spalle.
    Cos i Greci vincitori incalzavano i soldati di Serse,  inseguendoli e
    facendone strage.

     69. Mentre ancora durava questo massacro,  giunse notizia agli altri
    Greci,  attendati  nei  pressi  del tempio di Era e che s'erano tenuti
    lontani dalla battaglia, che lo scontro era gi avvenuto e la vittoria
    era stata riportata dai soldati di Pausania.  Quand'ebbero udito  ci,
    senza mantenere alcun ordine, le truppe di Corinto si avviarono per la
    strada  alta  che,  attraverso  le  falde  del monte e i contrafforti,
    portava diritto al tempio di Demetra, mentre i contingenti di Megara e
    di Fliunte avanzavano attraverso la pianura, per la via pi comoda. Ma
    quando Megaresi e Fliasi si trovarono  in  vicinanza  dei  nemici,  al
    vederli  venire  avanti  in  fretta e senza alcun ordine,  i cavalieri
    tebani,  che erano  al  comando  di  Asopodoro,  figlio  di  Timandro,
    spinsero i cavalli su di loro: nell'impeto dell'assalto ne abbatterono
    600  e  sgominarono gli altri,  inseguendoli fino al Citerone.  E cos
    costoro morirono senza gloria alcuna.

     70.  Intanto i Persiani con tutto il resto  della  soldatesca,  come
    giunsero al vallo di legno, si affrettarono a salire sulle torri prima
    che  gli  Spartani arrivassero e,  quando furono sopra,  barricarono e
    difesero il baluardo,  come meglio non  era  possibile.  Sopraggiunti,
    per, gli Ateniesi, si sferr pi violento l'attacco al muro: infatti,
    fintantoch  questi  erano  lontani,  i Barbari si difendevano bene ed
    erano superiori di gran lunga agli Spartani, perch questi non avevano
    esperienza d'assalti a sistemi fortificati;  ma  quando  entrarono  in
    campo  gli  Ateniesi,  allora  s  che  si fece dura la battaglia e si
    protrasse per lungo  tempo.  Alla  fine,  con  il  valore  e  la  loro
    ostinazione, gli Ateniesi riuscirono a scalare il muro e ad aprire una
    breccia, attraverso la quale irruppero i Greci.
    I  primi  a  penetrare nel sistema difensivo furono i Tegeati;  furono
    essi a saccheggiare la tenda di Mardonio,  portando via,  tra l'altro,
    la  mangiatoia dei cavalli,  che era tutta di bronzo e degna di essere
    ammirata.  Questa mangiatoia di Mardonio i Tegeati la consacrarono  al
    tempio di Atena Alea mentre il resto del bottino,  che era venuto loro
    tra mano,  lo depositarono nello stesso luogo  dove  lo  ponevano  gli
    altri Greci.
    Ormai  i  Barbari,  caduto  il  muro,  non poterono pi raggrupparsi a
    schiera;  nessuno di loro faceva pi appello al valore,  ma erano come
    istupiditi,  in quanto s'erano ridotti con la fuga in spazio ristretto
    molte decine di migliaia  di  uomini  ammassati  insieme.  E  i  Greci
    poterono cos fare un tale massacro che, di 300 mila soldati che erano
    (meno  i 40 mila con i quali Artabazo s'era dato alla fuga),  di tutti
    gli  altri,  neppure  3000  riuscirono  a  salvarsi.  Dei  Lacedemoni,
    perirono  nello  scontro  91  soldati di Sparta in tutto,  16 furono i
    morti di Tegea, 52 quelli di Atene.

     71.  Fra i Barbari,  si distinse in modo particolare la fanteria dei
    Persiani e la cavalleria dei Saci;  fra i singoli guerrieri,  si parla
    con onore di Mardonio. Da parte dei Greci,  sebbene Tegeati e Ateniesi
    si siano comportati da prodi,  per bravura, tuttavia, furono superiori
    gli Spartani.
    Nessun altro elemento io ho per  provare  questo  giudizio  (dato  che
    tutti  questi  che  ho nominato riuscirono a vincere gli avversari che
    avevano contro), se non che gli Spartani si trovarono a combattere con
    la parte pi gagliarda dei nemici e la sbaragliarono.  Il migliore  in
    campo,   fu   di   gran   lunga,   secondo  il  mio  modo  di  vedere,
    quell'Aristodemo, il quale per essere scampato,  unico fra i Trecento,
    alla strage delle Termopili,  ne aveva avuto vergogna e disonore. Dopo
    costui si distinsero in  modo  particolare  gli  spartiati  Posidonio,
    Filocione e Amonfareto.  Eppure,  essendo caduto il discorso su chi si
    fosse fra loro comportato pi valorosamente,  gli Spartani  che  erano
    presenti riconobbero che Aristodemo,  volendo a ogni costo morire, per
    il biasimo che gli si infliggeva,  come  forsennato  e  perfino  fuori
    dalla schiera,  aveva dato meravigliose prove di valore; ma Posidonio,
    pur non desiderando morire,  s'era comportato da prode,  per questo il
    migliore era lui. E' vero che potevano parlare cos anche per invidia,
    ma  certo che, fra i caduti in questa battaglia, tutti costoro che ho
    nominato, eccetto Aristodemo, ebbero pubblici riconoscimenti di onore;
    mentre  Aristodemo,  che  aveva  voluto morire per la colpa di cui s'
    parlato, non ricevette onore alcuno.

     72.  Furono questi,  fra gli Spartani,  quelli  che  ebbero  maggior
    gloria nella battaglia di Platea,  poich Callicrate, l'uomo pi bello
    che fosse venuto al campo  greco  allora,  non  solo  fra  gli  stessi
    Spartani,  ma  anche fra gli altri Greci,  mor fuori dalla battaglia:
    infatti, quando Pausania faceva i sacrifici,  costui,  che se ne stava
    seduto  al  suo  posto,  fu  ferito al fianco da una freccia.  Orbene,
    mentre gli altri accorrevano in battaglia,  egli,  tratto fuori  della
    schiera,  moriva di mala morte e diceva ad Arimnesto di Platea che non
    gli rincresceva tanto di morire per la libert  della  Grecia,  quanto
    perch  non  aveva potuto far valere la forza del suo braccio e non si
    era distinto per alcuna  azione  degna  di  lui,  come  era  suo  vivo
    desiderio.

      73.  Degli Ateniesi si dice si sia particolarmente distinto Sofane,
    figlio di Eutichide,  appartenente  al  demo  di  Decelea:  quelli  di
    Decelea, secondo il racconto degli stessi Ateniesi, avrebbero un tempo
    compiuto  un'azione  che  torn  loro  utile  poi  per  tutto il tempo
    avvenire.  Infatti,  in antico,  quando i figli di Tindaro (38) fecero
    irruzione  nell'Attica per riprendere Elena,  alla testa d'un esercito
    numeroso e,  siccome non sapevano dove fosse stata portata la sorella,
    scacciavano  le  popolazioni  dell'Attica dalle loro sedi,  allora gli
    abitanti di Decelea, dicono, o, secondo altri, Decelo in persona,  che
    era  sdegnato per le prepotenze di Teseo e preoccupato per la sorte di
    tutta l'Attica, svelata loro tutta la faccenda, li avrebbe indirizzati
    ad Afidna, che Titaco, oriundo proprio del paese, avrebbe dato in mano
    ai Tindaridi.  In seguito a questo favore,  gli  abitanti  di  Decelea
    godettero,  in  Sparta,  della  esenzione dalle tasse e del diritto di
    occupare i primi posti  negli  spettacoli:  privilegi  di  cui  godono
    ancora  al presente al punto che,  anche nella guerra (39),  scoppiata
    molti anni dopo questi  fatti,  fra  Ateniesi  e  Peloponnesiaci,  gli
    Spartani,  che  pure  mettevano  a ferro e fuoco il resto dell'Attica,
    risparmiarono il contado di Decelea.

     74. A questo demo apparteneva Sofane, che allora si distinse in modo
    particolare fra gli Ateniesi e sul conto del quale si  raccontano  due
    leggende: una, secondo la quale egli soleva portare un'ancora di ferro
    legata  alla  corazza  con  una  catenella di bronzo.  E piantava tale
    ancora in terra ogni qual  volta  veniva  a  contatto  con  i  nemici,
    appunto  perch  gli  avversari,  con  il  loro impeto,  non potessero
    smuoverlo dal suo posto di combattimento;  quando,  poi,  i nemici  si
    davano alla fuga,  era solito ritirarla e cos darsi all'inseguimento.
    Questa  la prima versione che si racconta,  ma ve  n'  un'altra,  in
    contrasto  con  quella or ora riferita,  secondo la quale egli portava
    un'ancora, come insegna, sullo scudo che era sempre in movimento e non
    aveva mai tregua;  non gi che ne avesse  una  di  ferro  appesa  alla
    corazza.

     75.  C', per, anche un'altra splendida impresa compiuta da Sofane:
    quando gli Ateniesi cingevano d'assedio Egina, egli,  sfidato a duello
    l'argivo  Euribate,  campione  di  pentatlo,  lo uccise.  Ma lo stesso
    Sofane,  col passar del tempo,  posteriormente a questi fatti,  mentre
    era al comando degli Ateniesi, insieme con Leagro, figlio di Glaucone,
    fu  ucciso  dagli Edoni (40),  combattendo da prode presso Dato per il
    possesso delle miniere d'oro.

     76.  Ormai i Greci avevano annientato  a  Platea  i  Barbari  quando
    capit  presso  di  loro  una  donna,  che disertava dal campo nemico:
    costei,  che era concubina del persiano Farandate,  figlio di  Teaspi,
    come  seppe che i Persiani avevano subto una disfatta e i Greci erano
    vittoriosi,  adornata se stessa e le ancelle con molti ninnoli d'oro e
    indossata la veste pi bella che avesse sotto mano,  scese di carrozza
    e avanz incontro agli Spartani, ancora impegnati nella strage.
    Vedendo che tutto quel movimento era regolato da Pausania,  essa,  che
    gi  ne  conosceva  il nome e la patria per averne sentito parlare pi
    volte,  lo riconobbe e,  abbracciate le  sue  ginocchia,  gli  rivolse
    questa preghiera: O re di Sparta,  salvami,  sono tua supplice, dalla
    vergogna della schiavit. Tu, infatti,  anche fino ad ora sei stato il
    mio aiuto,  per aver distrutto questi Barbari,  che non hanno rispetto
    n degli eroi,  n degli di.  Io sono dell'isola di  Cos,  figlia  di
    Egetoride  e  nipote di Antagora.  Il Persiano mi teneva con s,  dopo
    avermi con la forza rapita da Cos.
    Pausania le rispose cos: Fatti animo,  o donna,  non solo perch sei
    supplice,  ma ancor di pi,  se  vero quello che tu dici,  perch sei
    figlia di Egetoride di Cos,  che  l'ospite pi caro che io mi  abbia,
    fra coloro che abitano quei paesi.
    Ci detto, per il momento l'affid agli Efori che erano presenti, poi,
    la fece accompagnare a Egina, dove essa aveva manifestato il desiderio
    di andare.

     77. In seguito, subito dopo la partenza di questa donna, giunsero le
    truppe di Mantinea a cose ormai compiute: quando s'accorsero di essere
    venuti  troppo  tardi  per  combattere,  ne  furono  molto  avviliti e
    dichiararono di essere ben degni di castigo.  Informati,  poi,  che  i
    Medi  insieme con Artabazo erano in fuga,  volevano inseguirli fino in
    Tessaglia;  ma gli Spartani non lo permisero:  quindi,  ritornati  nel
    proprio paese,  cacciarono in bando i capitani del loro esercito. Dopo
    i Mantineesi,  vennero gli Elei e,  allo  stesso  modo  di  quelli  di
    Mantinea, pieni di amarezza se ne tornarono in patria e, quivi giunti,
    anch'essi scacciarono dal paese i loro comandanti.
    Queste furono le vicende di quei di Mantinea e dell'Elide.

      78.  C'era,  per,  in  Platea,  nel campo degli Egineti,  un certo
    Lampone, figlio di Pitea, uno dei primi fra i suoi cittadini, il quale
    se ne venne da Pausania,  per consigliargli l'azione  pi  infame  che
    mai.  Giunto al suo cospetto, con gran premura gli disse: O figlio di
    Cleombroto,  tu hai compiuto un'impresa straordinaria per grandezza  e
    splendore  e  la  divinit  ti ha concesso di conseguire la gloria pi
    grande che mai si sia conseguita dai Greci che  conosciamo,  per  aver
    assicurato  la libert dell'Ellade.  Ors,  dunque,  compi ormai anche
    quello che resta, oltre a ci, affinch tu abbia gloria ancor maggiore
    e per l'avvenire si guardi ognuno dei Barbari dal commettere  a  danno
    dei  Greci  azioni  indegne.  Quando  Leonida  cadde  alle  Termopili,
    Mardonio e Serse gli tagliarono la testa e la infissero  su  un  palo:
    facendo  tu  altrettanto a Mardonio,  avrai lode,  in primo luogo,  da
    tutti  gli  Spartani  e  poi  anche  dal  resto  dei  Greci:  infatti,
    infiggendo a un'asta la testa di Mardonio tu vendicherai Leonida,  tuo
    zio. Cos egli diceva,  credendo di ingraziarsi il re,  ma questi gli
    rispose con tali parole:

      79.  Ospite  di  Egina,  ti sono grato per la benevolenza e per la
    premura che dimostri;  tuttavia sei molto lontano  dal  retto  sentire
    poich,  dopo aver innalzato alle stelle e me e la mia patria e la mia
    impresa,  mi hai gettato nella polvere esortandomi a fare oltraggio  a
    un  morto,  col dire che avr migliore fama,  se agir in questo modo.
    Sono azioni, codeste, che si convengono a Barbari, non a Greci;  e noi
    le odiamo.  Ordunque,  se  per questo, che io non piaccia mai n agli
    Egineti, n a quanti di ci si compiacciono; a me basta, con il plauso
    degli Spartani, agire e parlare secondo piet. E quanto a Leonida, che
    tu mi esorti a  vendicare,  io  affermo  che    stato  splendidamente
    vendicato,  poich  con  le  innumerevoli  vite di coloro che qui sono
    caduti  stato reso onore a lui e agli altri che con  lui  sono  morti
    alle  Termopili.  E tu,  finch hai proposte di questo genere,  non ti
    presentare mai pi a me,  non darmi consigli;  e siimi grato se te  ne
    puoi andare incolume.

     80.  L'egineta,  udita questa risposta, se ne part e Pausania, dopo
    avere impartito l'ordine,  per mezzo dell'araldo,  che nessuno dovesse
    toccare il bottino,  comand agli iloti di raccogliere in un sol luogo
    le cose preziose.  Questi,  sparpagliandosi per  il  campo,  trovarono
    tende piene colme d'oro e d'argento, letti rivestiti d'oro e d'argento
    e  crateri  d'oro e anfore e coppe d'altro genere.  Trovarono pure sui
    carri dei sacchi,  entro i quali si vedevano lebeti d'oro e d'argento,
    e ai cadaveri che giacevano al suolo toglievano collane,  braccialetti
    e corte sciabole,  che erano d'oro,  mentre delle vesti variopinte non
    si teneva conto alcuno. In quella occasione, gli iloti vendettero agli
    Egineti  molti  oggetti preziosi,  che sottraevano di nascosto;  molti
    oggetti li facevano anche vedere,  ed erano quelli  che  non  potevano
    tenere occultati.  Di modo che di l ebbero la prima origine le grandi
    ricchezze degli Egineti,  che dagli iloti,   da  credere,  compravano
    l'oro come fosse bronzo.

     81.  Portati,  quindi,  i tesori tutti in un solo luogo, ne tolsero,
    per il dio di Delfi,  una decima parte,  con la quale  fu  offerto  il
    tripode d'oro che si trova, vicinissimo all'altare, sopra il basamento
    costituito dal serpente di bronzo a tre teste; una decima parte per il
    dio  di Olimpia e con essa dedicarono la statua bronzea di Zeus,  alta
    dieci cubiti,  e un'altra parte ancora per il dio venerato  all'Istmo,
    donde  fu  ricavata la statua in bronzo di Posidone alta sette cubiti.
    Detratto quanto s' detto,  tutto  il  resto,  sia  le  concubine  dei
    Persiani,  sia  l'oro,  l'argento,  gli  altri  oggetti preziosi e gli
    animali da soma,  se lo divisero fra loro e ne ebbe ognuno secondo  il
    proprio merito. Che cosa in particolare sia stato offerto a quelli tra
    loro che s'erano pi degli altri distinti a Platea, non viene riferito
    da  alcuno,  ma  io ritengo che anche a questi sia stato fatto un dono
    speciale. Per Pausania, di ogni sorta di doni ne furono scelti dieci e
    gli furono assegnati donne,  cavalli,  talenti,  cammelli e ogni altra
    cosa preziosa allo stesso modo.

     82.  Si racconta,  poi, anche questo: che Serse, ormai in fuga dalla
    Grecia, lasci le proprie suppellettili a Mardonio. Pausania,  dunque,
    vedendo  la tenda di Mardonio splendidamente adorna d'oro,  d'argento,
    di tappeti e tende a vari colori,  diede ordine a quelli che  facevano
    il  pane  e  ai cuochi di allestire un banchetto identico a quello che
    solevano fare per Mardonio.  Quando quelli ebbero eseguito il comando,
    allora  Pausania,  al  vedere  i letti d'oro e d'argento accuratamente
    distesi e le stoviglie pure d'oro e d'argento e gli  arredi  magnifici
    del  banchetto,  pieno di stupore per la profusione di lusso che aveva
    davanti  agli  occhi,  comand  ai  suoi  servi,   per  ischerno,   di
    preparargli un pasto alla maniera spartana. E poich, quando questo fu
    preparato, grande era la differenza fra i due, Pausania, ridendo, fece
    chiamare  i  capi dei Greci e giunti che furono disse loro,  mostrando
    l'uno e l'altro apparato del  banchetto:  Uomini  di  Grecia,  volevo
    mostrarvi la stoltezza del Medo, il quale, avvezzo a un tale tenore di
    vita,   venuto qui da noi, per portarci via questa nostra cos misera
    cena.  Tali parole,  a  quel  che  si  racconta,  disse  Pausania  ai
    comandanti dei Greci.

     83.  Tuttavia,  pi tardi,  nei giorni che seguirono a questi fatti,
    anche parecchi abitanti di Platea trovarono scrigni di oro,  d'argento
    e  altri  oggetti  preziosi;  come  pure,  qualche  tempo  dopo queste
    vicende,  venne alla luce anche questo fatto strano: quando i cadaveri
    rimasero  spogli  delle  loro  carni  (i  Plateesi,  infatti,  avevano
    ammucchiato le ossa tutte in un solo luogo), fu trovato un cranio, che
    non aveva alcuna sutura (41),  ma era formato da un solo  osso,  e  si
    vide  pure  che  le  mascelle,   tanto  quella  inferiore  che  quella
    superiore, avevano denti tutti d'un pezzo,  prominenti da un solo osso
    (42),  sia quelli davanti,  che i molari. Si notarono anche le ossa di
    un uomo alto cinque cubiti (43).

     84. Per il corpo di Mardonio,  il giorno dopo della battaglia,  era
    gi  scomparso: per opera di chi,  non saprei dirlo con esattezza.  Ho
    sentito dire gi  di  molti,  e  provenienti  da  diverse  citt,  che
    avrebbero provveduto alla sepoltura, e so che molti, per questo fatto,
    hanno  ricevuto  ricchi doni da parte di Artonte,  figlio di Mardonio.
    Per chi sia stato in verit colui che  raccolse  il  cadavere  e  gli
    diede sepoltura non mi  riuscito di saperlo con precisione.  Si parla
    anche di  un  certo  Dionisofane,  cittadino  di  Efeso,  che  avrebbe
    seppellito Mardonio.

     85.  Cos,  a ogni modo,  egli ebbe sepoltura;  mentre i Greci,  non
    appena sul campo di  Platea  ebbero  proceduto  alla  spartizione  del
    bottino,  provvidero  a  seppellire  i  propri caduti,  ciascuna citt
    separatamente dalle altre.  Gli Spartani  fecero  tre  tombe:  in  una
    seppellirono   gli   "Ireni"  (44),   tra  i  quali  anche  Posidonio,
    Amonfareto,  Filocione e Callicrate: e  questi  furono  deposti  nella
    prima delle tre fosse;  nella seconda posero gli altri Spartani; nella
    terza,  gli iloti.  In tal modo questi provvidero al seppellimento dei
    loro.  I  Tegeati  seppellirono  i propri caduti tutti insieme,  in un
    luogo separato,  cos pure fecero gli Ateniesi per i loro e i Megaresi
    e i Fliasi per i propri soldati uccisi dalla cavalleria. Naturalmente,
    le  tombe  di  tutti  costoro  risultarono  piene;  ma  per quello che
    riguarda le varie sepolture,  che si  videro  a  Platea,  degli  altri
    popoli,  io  penso  che questi popoli,  sentendo vergogna per non aver
    partecipato alla battaglia,  abbiano innalzato ciascuno per conto  suo
    dei tumuli vuoti,  per riguardo dei posteri. Poich l, sul luogo, c'
    anche il cosiddetto sepolcro degli Egineti, che fu costruito, a quanto
    sento dire,  ben dieci anni dopo questi fatti,  per  insistenza  degli
    Egineti stessi, da Cleade, figlio di Autodico, un cittadino di Platea,
    che con loro aveva pubblici vincoli di ospitalit.

     86.  Come,  dunque, ebbero dato sepoltura in Platea ai loro morti, i
    Greci,  senza perder tempo,  radunato il consiglio decisero di muovere
    contro  Tebe  e  pretendere  la consegna di quei cittadini che avevano
    parteggiato per i Medi, primi fra questi Timagenide e Attagino, che di
    questa fazione erano  i  pi  importanti  capi.  Se  i  cittadini  non
    avessero consentito a consegnarli,  non si sarebbero allontanati dalla
    citt, prima di averla espugnata. Presa questa decisione, dieci giorni
    dopo la battaglia, giunsero a Tebe e la cinsero d'assedio,  insistendo
    che  dessero loro in mano gli uomini indiziati: al rifiuto opposto dai
    Tebani, cominciarono a devastare il paese e a dar l'assalto alle mura.

     87. E siccome non accennavano a por fine al saccheggio, al ventesimo
    giorno,  Timagenide tenne ai Tebani  questo  discorso:  Cittadini  di
    Tebe,  dato  che  i  Greci hanno deciso di non togliere l'assedio alla
    citt prima di averla espugnata o prima che voi ci  diate  nelle  loro
    mani,  ebbene,  che  per  causa  nostra la terra di Beozia non abbia a
    subire maggiori guai; ma se  per desiderio di denaro che essi pongono
    innanzi a pretesto la richiesta che ci riguarda, diamo loro del denaro
    del pubblico erario (poich pure  in  comune  abbiamo  abbracciato  la
    causa dei Medi,  e non siamo stati noi soli). Se, invece, ci assediano
    perch realmente esigono la nostra consegna,  ci consegneremo  da  noi
    per rispondere in giudizio.
    Parve  loro  che egli parlasse molto bene e a proposito sicch,  senza
    perder tempo,  per mezzo d'un araldo fecero sapere a  Pausania  che  i
    Tebani erano disposti a consegnare i cittadini che egli chiedeva.

      88.  Quando  le  due parti si furono accordate a queste condizioni,
    Attagino riusc a fuggire dalla citt,  di nascosto,  e i suoi  figli,
    che  erano stati condotti da Pausania,  furono da lui liberati da ogni
    accusa,  perch,  diceva,  i figli  non  avevano  colpa  alcuna  della
    simpatia per i Medi nutrita dal padre. Quanto agli altri cittadini che
    i  Tebani  avevano  dato  in  mano ai nemici,  credevano essi di venir
    ammessi a far valere le loro ragioni e avevano naturalmente fiducia di
    aprirsi una via di scampo col denaro; ma Pausania,  che proprio questo
    anch'egli sospettava, quando li ebbe in mano, conged tutto l'esercito
    degli alleati e, condotti questi uomini a Corinto, ve li fece morire.

     89. Questo fu quanto avvenne a Platea e a Tebe.
    Intanto  Artabazo,  figlio di Farnace,  che era fuggito da Platea,  si
    trov gi molto avanti nel suo cammino.  Al suo arrivo,  i Tessali  lo
    invitarono  presso  di  loro  a banchetto e lo interrogavano sul resto
    dell'esercito,  dato che non sapevano nulla di quanto era  avvenuto  a
    Platea.  Ma Artabazo,  comprendendo che,  se avesse voluto dir loro la
    piena verit sulle battaglie,  avrebbe corso pericolo della vita  egli
    stesso e l'esercito che era con lui (ognuno,  infatti, che fosse stato
    informato dell'accaduto l'avrebbe assalito senz'altro),  in seguito  a
    questo  ragionamento,  ai Focesi non aveva rivelato nulla e ai Tessali
    parl in questo modo: Come vedete, Tessali,  io mi affanno a marciare
    a  gran  velocit  verso la Tracia e ho molta fretta perch sono stato
    mandato dal campo, insieme con costoro, per una missione; ma lo stesso
    Mardonio in persona,  con questo suo esercito,  che marcia  sulle  mie
    orme,  lo  dovete  aspettare  da  un  momento all'altro.  Accoglietelo
    ospitalmente,  fatevi  vedere  pieni  di  ogni  riguardo,  poich  per
    l'avvenire non avrete a pentirvi di aver agito cos.  Ci detto, fece
    avanzare in tutta fretta l'esercito,  attraverso  la  Tessaglia  e  la
    Macedonia,  diritto  verso  la  Tracia,  veramente  come  assillato  e
    battendo la via  dell'interno.  Giunse  cos  a  Bisanzio,  dopo  aver
    perduto  numerosi  soldati,  massacrati  lungo  il cammino dai Traci e
    sfiniti dalla lotta con la fame e la  stanchezza:  da  Bisanzio,  poi,
    prosegu per nave.

     90. In tal modo, costui se ne torn in Asia.
    Volle  il  caso  che  proprio  nello  stesso giorno in cui subivano la
    disfatta in Platea,  i Barbari subissero anche quella a Micale,  nella
    Ionia.
    Infatti,  mentre  i  Greci che,  al comando dello spartano Leotichide,
    erano venuti con la flotta se ne stavano  all'ancora  nelle  acque  di
    Delo,  vennero  da  loro,  come  inviati da Samo,  Lampone,  figlio di
    Trasicle, Atenagora, figlio di Archestratide ed Egesistrato, figlio di
    Aristagora,  che i cittadini di Samo avevano mandato all'insaputa  dei
    Persiani  e  del  tiranno  Teomestore,  figlio  di  Androdamante,  dai
    Persiani stessi messo al comando  della  citt.  Arrivati  che  furono
    presso i comandanti,  Egesistrato con lungo e vario discorso fece loro
    intendere che gli Ioni, solo che li avessero visti, si sarebbero tosto
    ribellati ai Persiani e i Barbari non  avrebbero  osato  rimanere.  Ma
    quando  pure  fossero  rimasti,  i  Greci non avrebbero potuto trovare
    altrimenti una preda cos  bella  e,  invocando  gli  di  comuni,  li
    esortavano  a  liberare  i  Greci  dalla  schiavit  e a cacciar via i
    Barbari: era facile,  diceva,  per loro il farlo,  poich le navi  dei
    nemici  male  tenevano il mare e gli uomini non erano in grado di star
    loro contro.  Quanto a loro  stessi,  se  i  Greci  nutrivano  qualche
    sospetto  che  li si volesse trascinare con l'inganno,  erano pronti a
    lasciarsi condurre sulle loro navi come ostaggi.

     91.  Siccome l'ospite  di  Samo  insisteva  lungamente  a  pregarlo,
    Leotichide,  sia che volesse davvero ricavarne un presagio, sia che lo
    facesse a caso, per suggerimento d'un dio gli chiese: Ospite di Samo,
    qual  il  tuo  nome?.  Egesistrato  (45)  gli  rispose  e  quello,
    interrompendogli  il  resto  del  discorso,   se  mai  Egesistrato  si
    accingeva a continuarlo,  replic: Accetto  l'augurio,  o  ospite  di
    Samo.  Tu, per, prima di salpare di qui, fa' in modo che non solo tu,
    ma  anche  costoro  che  si  trovano  in  tua  compagnia,   mi   diate
    assicurazione che i Sami sono disposti a essere nostri alleati.

      92.  Cos egli parl e,  nello stesso tempo,  portava ad effetto la
    cosa, poich, l per l, i Sami diedero la loro parola,  confermandola
    con giuramento, che avrebbero concesso il loro appoggio ai Greci.
    Ci   fatto,   due   dei  messi  salparono  per  ritornare  in  patria
    (Leotichide, infatti, volle che Egesistrato facesse vela con lui,  per
    avere  l'augurio  del  suo  nome);  i Greci,  invece,  per quel giorno
    rimasero  all'ancora  e  l'indomani  ebbero  favorevoli  i  sacrifici,
    essendo  per  loro interprete dei vaticini Deifono,  figlio di Evenio,
    cittadino di quell'Apollonia, che si trova sul mare Ionio (46), al cui
    padre era capitato un fatto di questo genere.

     93.  In questa citt di Apollonia c' il gregge sacro al  Sole,  che
    durante  il  giorno  va  pascolando  lungo  le  rive  del  fiume (che,
    sgorgando dal monte Lacmone [47],  attraversa il paese  di  Apollonia,
    per  sboccare  in  mare  presso il porto di Orico);  durante la notte,
    invece,  viene custodito da uomini scelti,  i pi ragguardevoli fra  i
    cittadini  per ricchezza e nobilt di origine,  che lo custodiscono un
    anno per ciascuno: grande,  infatti,   il riguardo che i cittadini di
    Apollonia  hanno  di  questo  gregge,  in  seguito a un oracolo,  e lo
    ricoverano in un antro  che    piuttosto  lontano  dalla  citt.  Ivi
    appunto una volta faceva buona guardia questo Evenio,  che era stato a
    tale ufficio scelto. Ma un giorno, essendosi egli addormentato durante
    il tempo della veglia,  vennero dei lupi nell'antro e  sbranarono  una
    sessantina  di  pecore.  Quand'egli  se  ne  accorse,  se ne stette in
    silenzio, senza dirlo a nessuno,  poich aveva intenzione di comprarne
    delle  altre e sostituirle.  Ma il fatto non pot passare all'insaputa
    di quelli di Apollonia i quali,  come  se  ne  accorsero,  sottoposero
    Evenio  a  giudizio  e  sentenziarono  che,  per  essersi addormentato
    durante il tempo di guardia,  doveva essere privato  della  vista.  Ma
    subito,  non  appena ebbero accecato Evenio,  le pecore non figliarono
    pi e la terra non era pi fertile come prima;  consultarono,  quindi,
    gli  oracoli in Dodona e a Delfi e,  poich chiedevano agli interpreti
    divini la causa del male  che  li  affliggeva,  questi  risposero  che
    avevano commesso ingiustizia, privando degli occhi Evenio, custode del
    sacro  recinto,  poich  erano  stati gli di (48) stessi a eccitare i
    lupi e non avrebbero cessato di punirli per quel fatto,  se prima  non
    avessero  dato  a  Evenio le soddisfazioni che egli stesso chiedesse e
    ritenesse  giuste:  quando  ci  si  fosse  compiuto,  essi  avrebbero
    concesso a lui un dono tale che,  quando l'avesse avuto,  molti uomini
    l'avrebbero ritenuto felice.

     94.  Questo fu il responso dell'oracolo;  ma  quelli  di  Apollonia,
    tenendolo gelosamente nascosto, incaricarono alcuni cittadini in vista
    di risolvere la questione. Essi, per venirne a capo, agirono in questo
    modo: mentre Evenio era seduto sul suo seggio,  essi, recatisi da lui,
    gli si sedettero accanto e gli parlarono del pi e  del  meno,  finch
    vennero  a  compiangerlo  per  la  sua  disgrazia.  Ed    con  questo
    sotterfugio  che  poterono  chiedergli  quale  compenso  egli  avrebbe
    scelto,   se   i   suoi  concittadini  avessero  accettato  di  dargli
    soddisfazione per il male che gli avevano fatto.  Ed egli,  che  nulla
    aveva sentito dell'oracolo,  indic le sue preferenze, assicurando che
    sarebbe stato contento se gli avessero dato alcuni poderi (e  fece  il
    nome di cittadini,  ai quali sapeva che appartenevano i due poderi pi
    belli che ci fossero in Apollonia),  e,  oltre a questi,  una casa che
    conosceva essere la pi bella che c'era in citt; diceva, dunque, che,
    se  fosse  venuto  in possesso di questi beni,  non avrebbe covato per
    l'avvenire  alcun  risentimento   e   gli   sarebbe   bastata   questa
    soddisfazione.  Questo  quanto egli diceva, e quelli che gli sedevano
    accanto,  prendendolo in parola,  gli dissero:  O  Evenio,  questa  
    appunto la soddisfazione che i cittadini di Apollonia intendono darti,
    per averti privato della vista, perch cos vogliono gli oracoli.
    A queste parole,  egli rimase molto male,  vedendosi ingannato, poich
    venne di l a conoscere tutta la storia;  ma i cittadini,  comperati i
    poderi  dai  loro  proprietari,  gli fecero dono di quanto egli stesso
    aveva scelto.  E subito,  da questo momento,  ebbe nel  sangue  l'arte
    della profezia tanto che ebbe anche grande fama.

     95. Orbene, di questo Evenio era figlio quel Deifono che, al seguito
    dei  Corinzi  (49),  esercitava  la divinazione per l'esercito;  ma ho
    anche sentito dire che Deifono prestava l'opera sua qua e  l  per  la
    Grecia, usurpando il nome di Evenio, pur non essendone il figlio.

     96.  I Greci,  avuti dai sacrifici presagi favorevoli,  salparono da
    Delo, dirigendosi verso Samo e quando giunsero a Calami,  localit del
    paese  di Samo,  ivi gettata l'ancora,  all'altezza del tempio di Era,
    che col si trova,  si preparavano a uno scontro sul  mare;  invece  i
    Persiani,  avuta  notizia  che  i  Greci  veleggiavano  verso di loro,
    mossero anch'essi le navi,  ma accostandosi al continente con tutte le
    altre,  mentre lasciavano partire le navi dei Fenici.  Infatti, tenuto
    consiglio,  avevano deciso di non impegnare una  battaglia  sul  mare,
    perch  non  si ritenevano in grado di fronteggiare i Greci e facevano
    vela verso il continente,  per essere sotto  la  protezione  del  loro
    esercito  di  terra,  che  si trovava a Micale,  e che,  per ordine di
    Serse,  era stato lasciato indietro dal rimanente esercito,  a guardia
    della  Ionia.  Erano 60 mila uomini e li comandava Tigrane,  che,  per
    bellezza e statura,  era il primo dei Persiani.  Sotto la  protezione,
    dunque,  di  questo  esercito  decisero  di  riparare i capitani della
    flotta; quindi trarre in secco le navi e circondarle con uno steccato,
    che fosse nello stesso tempo di difesa per le navi e luogo di  rifugio
    per loro.

     97. Presa questa decisione, i Barbari salparono.
    Poi  quando,  oltrepassato  il  tempio delle dee (50) in territorio di
    Micale,  giunsero al Gesone (51) e a Scolopente (dove sorge il  tempio
    di Demetra Eleusina,  eretto da Filisto,  figlio di Pasicle, che aveva
    accompagnato Neileo, figlio di Codro, a fondare la colonia di Mileto),
    in quel luogo trassero a riva le navi e,  abbattuti  degli  alberi  da
    frutta,  innalzarono  tutto  intorno  un  muro  con  pietre  e tronchi
    d'albero e  pali  a  punta  infissi  in  terra  a  rafforzarlo.  E  si
    preparavano  sia  a sostenere un assedio e sia pure a vincere,  poich
    erano pronti e deliberati all'una e all'altra impresa.

     98. I Greci, quando vennero a sapere che i Barbari se n'erano andati
    verso il  continente,  provarono  disappunto,  come  se  fossero  loro
    fuggiti di mano,  e si trovarono nell'imbarazzo sul da farsi: se cio,
    dovessero tornarsene indietro  o  piuttosto  scendere  all'Ellesponto.
    Alla fine, per, decisero di non fare n l'una cosa, n l'altra, e far
    vela,  invece, verso il continente. E cos, fatti i preparativi per la
    battaglia navale,  cio procurate le scale per lo sbarco  e  tutte  le
    altre  cose  che erano necessarie,  si diressero verso Micale.  Quando
    furono vicini al campo,  siccome non  si  vedeva  alcuno  che  movesse
    contro  di  loro,  mentre  vedevano le navi tirate al riparo dietro il
    muro e grandi forze di fanteria schierate lungo la spiaggia, allora la
    prima cosa che fece Leotichide fu di avanzare con la  nave,  tenendosi
    il  pi  possibile  vicino alla riva,  e per mezzo dell'araldo inviare
    agli Ioni questo messaggio: Uomini della Ionia,  quanti voi siate che
    mi  potete  udire,  ascoltate attentamente quello che vi dico;  tanto,
    nulla del tutto comprenderanno i Persiani delle raccomandazioni che io
    vi faccio.  Non appena noi verremo alle  mani,  ognuno  di  voi  dovr
    ricordarsi  in  primo luogo della libert;  poi della parola d'ordine,
    Era.  Anche quelli di voi che non mi hanno udito sappiano di questo da
    chi  l'ha  bene  inteso.   Lo  scopo  che  si  proponeva  con  questa
    allocuzione era lo stesso che s'era proposto Temistocle all'Artemisio;
    infatti,  se queste parole rimanevano nascoste ai Barbari,  sperava di
    convincere gli Ioni a defezionare; se, invece, venivano loro riferite,
    li rendeva sospetti nei riguardi dei Greci.

     99.  Quando Leotichide ebbe fatto agli Ioni queste esortazioni,  per
    seconda  cosa  i  Greci  fecero  cos:  accostate  a  terra  le  navi,
    sbarcarono  sulla  spiaggia  e si disposero in ordine di battaglia.  I
    Persiani,  come videro che i Greci erano pronti all'attacco e  avevano
    esortato  gli  Ioni,  prima  di tutto,  sospettando che i Sami fossero
    d'accordo con i  Greci,  li  spogliarono  delle  armi.  C'  da  dire,
    infatti,  che quando erano giunti sulle navi dei Barbari i prigionieri
    ateniesi (che i soldati  di  Serse  avevano  catturato,  perch  erano
    rimasti indietro,  nell'Attica) quelli di Samo, riscattatili tutti, li
    avevano forniti di mezzi per il viaggio  e  rimandati  ad  Atene:  per
    questo,  dunque,  pi  che  mai  li guardavano con sospetto,  dato che
    avevano riscattato ben 500 nemici di Serse.  In secondo  luogo,  danno
    ordine  a quelli di Mileto di presidiare i passi che conducevano sulle
    alture di Micale, col pretesto che conoscevano molto bene il paese, ma
    in verit,  facevano cos perch stessero fuori dell'accampamento.  In
    tal  modo  i  Persiani si salvaguardavano da questi fra gli Ioni,  dei
    quali sospettavano che volentieri avrebbero tentato qualche colpo,  se
    riuscivano  a  coglierne  l'occasione,  mentre  essi mettevano insieme
    tutti i loro scudi di  vimini  ricoperti  di  pelli,  per  farsene  un
    baluardo.

      100.  I  Greci,  ormai,  avevano  compiuto  i  loro  preparativi  e
    avanzavano contro i Barbari,  quando,  mentre procedevano,  si diffuse
    per tutto l'esercito una notizia e si vide, deposto sulla spiaggia, un
    caduceo  (52).  La  notizia  che  correva tra le schiere era questa: i
    Greci,  in Beozia,  avevano vinto l'esercito di Mardonio sul campo  di
    battaglia.  Certo  per  molti  segni  si  rende manifesto l'intervento
    divino nelle vicende umane,  se anche allora,  nello stesso giorno  in
    cui avevano i Barbari subto la sconfitta di Platea e si accingevano a
    subire  quella  di Micale,  ne giunse notizia ai Greci che erano col,
    sicch le truppe ripresero molto pi ardire ed erano pi desiderose di
    affrontare il pericolo.

     101.  Si diede anche quest'altro caso di fortuita  coincidenza,  che
    ambedue  le  battaglie  si  svolsero  nei pressi del tempio di Demetra
    Eleusina: infatti,  nella pianura di Platea lo scontro  avvenne,  come
    gi in precedenza ho raccontato,  proprio presso il tempio di Demetra,
    e a Micale stava per accadere la stessa cosa.  E che allora i Greci di
    Pausania  avessero  gi  in  pugno  la  vittoria,    notizia che pot
    giungere esatta: in quanto la battaglia di  Platea  fu  combattuta  al
    primo  levar  del  sole,   mentre  quella  di  Micale  si  svolse  nel
    pomeriggio.  E che siano avvenute nello stesso giorno e  nello  stesso
    mese, fu loro manifesto poco tempo dopo, facendo a ritroso il calcolo.
    Prima  che  giungesse  tra  loro  la  fausta  notizia,  erano in grave
    trepidazione,  non tanto per la propria sorte,  quanto per quella  dei
    Greci,  temendo che l'Ellade tutta soccombesse alle forze di Mardonio.
    Ma quando il buon presagio si  diffuse  per  l'esercito,  con  maggior
    fiducia e con pi rapido passo s'appressavano al nemico. Cos, tanto i
    Greci  che  i  Barbari  ardevano  dalla  voglia  di venire a battaglia
    poich, per loro, erano premio di vittoria le isole e l'Ellesponto.

     102.  Gli Ateniesi e quelli che erano al loro fianco,  fino  a  met
    circa  dello  schieramento,  marciavano sulla costa e in pianura;  gli
    Spartani, invece, e quelli che erano schierati subito dopo, avanzavano
    attraverso scoscendimenti e alture; sicch gli Spartani stavano ancora
    aggirando gli ostacoli,  mentre quelli che si trovavano all'altra  ala
    gi erano impegnati in combattimento.
    I Persiani,  finch rimasero dritti i ripari di vimini, tenevano testa
    ai nemici e non avevano punto la peggio;  ma quando  il  grosso  degli
    Ateniesi e dei loro vicini desiderosi che il merito dell'impresa fosse
    loro  e  non  degli  Spartani,  esortatisi  a  vicenda,  si  gettarono
    all'azione con maggiore slancio,  da quel momento le  cose  cambiarono
    aspetto. Travolto, infatti, il riparo di vimini, di slancio piombarono
    compatti  sui  Persiani,  i quali sostennero l'urto e resistettero per
    lungo tempo; ma, alla fine, fuggirono verso il muro.  Allora Ateniesi,
    Corinzi,   Sicioni  e  Trezeni  (era  questo  l'ordine  in  cui  erano
    disposti), datisi all'inseguimento, diedero l'assalto al muro.  Quando
    anche  questo  fu espugnato,  i Barbari non pensarono pi alla lotta e
    cominciarono a fuggire tutti,  eccetto  i  Persiani,  i  quali,  anche
    rimasti  in  pochi,  lottavano  tenacemente  contro  i  Greci  che non
    cessavano  di  martellare  il  muro.  Dei  comandanti  persiani,   due
    riuscirono  a fuggire e due rimasero uccisi: Artainte e Itamitre,  che
    erano i capitani della flotta, si salvarono con la fuga; Mardonte e il
    comandante delle forze di  terra,  Tigrane,  caddero  combattendo  sul
    campo.

      103.  I  Persiani  stavano ancora combattendo,  quando giunsero gli
    Spartani con quelli che erano al loro fianco e tutti insieme compirono
    quello che ancora restava.  Pure fra gli  stessi  Greci  ivi  parecchi
    rimasero  sul terreno;  tra gli altri,  anche il capitano dei Sicioni,
    Perilao.  Quelli dei Sami che si trovavano a militare  nel  campo  dei
    Medi  ed  erano stati privati delle armi,  come videro subito,  fin da
    principio,  incerto l'esito della battaglia,  andavano  facendo  tutto
    quello che potevano,  per venire in aiuto dei Greci. E gli altri Ioni,
    visto che i Sami prendevano l'iniziativa,  anch'essi,  ribellatisi  ai
    Persiani, si gettarono contro i Barbari.

     104.  Quelli di Mileto avevano avuto l'ordine dai Persiani di far la
    guardia ai passi che dovevano garantire la loro salvezza,  poich,  se
    fosse  successo  quello che in verit poi accadde,  avendo delle guide
    dei luoghi, si sarebbero potuti salvare sulle alture di Micale. A tale
    incarico erano stati comandati i Milesi proprio per questo, perch non
    si  dovessero  trovare  nell'accampamento  e  non  potessero,  quindi,
    tentare  qualche  colpo  di  mano.  Sennonch  essi  facevano tutto il
    contrario  di  quanto  era  stato  loro  comandato,   indirizzando   i
    fuggiaschi  per  vie  tutte diverse,  che magari portavano in bocca ai
    nemici; infine si mostrarono loro acerrimi nemici per la strage che ne
    fecero: e fu cos che la Ionia si ribell ai Persiani per  la  seconda
    volta.

      105.  In  questa  battaglia,  fra  i  Greci  si  distinsero in modo
    particolare gli  Ateniesi;  fra  gli  Ateniesi,  Ermolico,  figlio  di
    Eutino,  campione  di  pancrazio  (53).  A  questo Ermolico,  in tempo
    successivo a questi  fatti,  quando  vi  era  guerra  fra  Ateniesi  e
    Caristi, tocc di morire in battaglia a Cirno, localit del territorio
    di  Caristo,  e di essere sepolto presso il promontorio Geresto.  Dopo
    gli Ateniesi,  i migliori in campo furono i Corinzi,  i  Trezeni  e  i
    Sicioni.

     106.  I Greci,  dopo aver abbattuto la maggior parte dei Barbari,  o
    mentre resistevano con le armi in pugno, o mentre si davano alla fuga,
    diedero fuoco alle navi e a tutto il  muro  di  difesa;  prima,  per,
    avevano trasportato il bottino sulla spiaggia e vi avevano trovato dei
    forzieri  pieni  di  oggetti  preziosi.  Incendiate le navi e il muro,
    ripresero il mare per  il  ritorno.  Giunti  a  Samo,  cominciarono  a
    discutere  sull'opportunit  di  far evacuare la Ionia e in qual luogo
    della Grecia,  di cui erano essi padroni,  dovessero  trasferirne  gli
    abitanti,  dato che pensavano di abbandonare il territorio della Ionia
    ai Barbari. Appariva loro impossibile,  infatti,  di poter scendere in
    campo sempre,  in ogni momento, a difesa degli Ioni; d'altra parte, se
    non si schieravano essi stessi in loro aiuto,  non nutrivano  speranza
    alcuna  che  gli Ioni se la potessero passare senza danno da parte dei
    Persiani. A questo riguardo,  quei Peloponnesiaci che avevano funzioni
    di  comando  erano del parere di far sloggiare dai luoghi marittimi di
    commercio quelle popolazioni (54) greche,  le quali s'erano  schierate
    con i Persiani, e darne da abitare il paese agli Ioni; ma gli Ateniesi
    non vollero assolutamente che la Ionia fosse privata dei suoi abitanti
    e   che   sulle  proprie  colonie  prendessero  decisioni  quelli  del
    Peloponneso.  Siccome,  dunque,  questi erano di parere contrario,  di
    buon grado i Peloponnesiaci accondiscesero.  E cos i Sami,  i Chii, i
    Lesbi e gli altri abitanti delle isole,  i quali si  erano  affiancati
    con armi e navi ai Greci,  furono accolti nella Lega,  dopo che ebbero
    impegnato la loro fede con giuramento a rimanere fedeli e  a  non  mai
    defezionare. Dopo averli fatti giurare in tal senso, fecero vela verso
    l'Ellesponto  per  distruggervi i ponti,  poich credevano di trovarli
    ancora in efficienza al loro posto.

     107.  Mentre costoro,  dunque,  navigavano verso l'Ellesponto,  quei
    Barbari che,  avendo trovato scampo, s'erano addensati sulle alture di
    Micale,  e non erano molti,  se ne tornarono sani  e  salvi  a  Sardi.
    Cammin facendo,  Masiste,  figlio di Dario, che s'era trovato presente
    alla sconfitta subita,  non faceva che  colmare  di  rimproveri  e  di
    insolenze Artainte: tra l'altro,  gli diceva che era pi imbelle d'una
    donna, tale era il modo con cui aveva diretto il combattimento,  e che
    meritava ogni castigo,  per aver mandato in rovina la casa del re. Per
    i Persiani,  sentirsi dire pi imbelle d'una donna  il peggiore degli
    insulti.  Orbene  quello,  dopo  averlo a lungo ascoltato in silenzio,
    preso  dalla  collera,   sguaina   contro   Masiste   l'acinace,   con
    l'intenzione di ucciderlo.  Ma, avendo notato il suo scatto, Senagora,
    figlio di Pressileo,  cittadino di  Alicarnasso,  che  era  dietro  le
    spalle dello stesso Artainte,  lo afferra alla vita e,  sollevatolo in
    alto,  lo scaraventa a terra.  Intanto,  intervennero  le  guardie  di
    Masiste  a  proteggerlo.  Con  questo  gesto,  Senagora si assicur la
    gratitudine non solo di  Masiste,  ma  anche  di  Serse,  per  avergli
    salvato  il  fratello;  e per questa benemerenza Senagora ebbe in dono
    dal re il governo di tutta la Cilicia.
    Durante il resto del viaggio, non avvenne pi nulla di notevole e cos
    arrivarono a Sardi.  Ivi,  appunto,  si trovava il re,  sin da quando,
    dopo  la  sconfitta  ricevuta  ad  opera degli Ateniesi sul mare,  era
    giunto fuggendo da questa citt.

     108.  Proprio durante la sua permanenza in  Sardi,  Serse  fu  preso
    d'amore  per la moglie di Masiste,  che si trovava anch'essa in quella
    citt e sebbene, pur sollecitandola,  non riuscisse a ottenerne nulla,
    non volle usare la forza,  per riguardo a suo fratello Masiste (questo
    stesso pensiero valeva anche a rafforzare la resistenza  della  donna,
    poich  era  sicura  che  non avrebbe subto violenza).  Allora Serse,
    astenendosi da ogni altra mossa,  ti combina  questo  matrimonio:  d,
    cio, in moglie al proprio figlio Dario la figlia di questa donna e di
    Masiste,  sperando di poter pi facilmente con tale mezzo avere in suo
    potere la madre di lei. Combinato, dunque,  il fidanzamento e compiuti
    i  riti  tradizionali,  se  ne  torn a Susa.  Ma appena vi fu giunto,
    conducendo in casa sua la sposa per Dario,  s'era gi spenta la fiamma
    per la moglie di Masiste, e, mutata voglia, s'innamor della moglie di
    Dario  (la figlia,  quindi,  di Masiste) e ne ottenne i favori: questa
    donna si chiamava Artainta.

     109. Col passar del tempo, per, la relazione divenne palese e fu in
    questo modo: Amestri, la moglie di Serse, tessuto un gran manto a vari
    colori,  un lavoro degno d'ammirazione,  ne aveva fatto dono a  Serse.
    Egli,  tutto  contento,  lo  indossa  e  se  ne va a trovare Artainta.
    Compiaciutosi anche di costei,  volle che,  in cambio dei suoi favori,
    gli chiedesse qualunque cosa fosse nei suoi desideri, ch tutto quello
    che  gli avesse chiesto avrebbe ottenuto.  Ed essa (poich era destino
    che la sventura s'abbattesse su tutta  la  famiglia)  disse  a  Serse:
    Davvero  mi  darai  tutto  quello  che  ti  chiedo?.  Ed  egli,  che
    tutt'altra cosa pensava quella  gli  avrebbe  domandato,  conferm  la
    promessa col giuramento.  Allora la donna,  quando il re ebbe giurato,
    con  tutta  tranquillit,  gli  chiese  il  manto.  Serse  cercava  di
    schermirsi con ogni mezzo,  non volendoglielo dare,  non per altro, se
    non per timore di Amestri che, in sospetto gi da prima,  non avesse a
    scoprirlo  sul  fatto:  le  voleva  dare citt,  oro a non finire,  un
    esercito,  che lei sola e nessun altro  avrebbe  potuto  comandare:  e
    l'esercito   il dono pi ambito in Persia.  Ma siccome non riusciva a
    farle cambiar parere,  le don il mantello ed essa,  tutta soddisfatta
    del dono, lo portava ovunque e ne andava superba.

     110.  Anche Amestri venne a sapere che essa lo possedeva e,  intuito
    il fatto,  non sent odio contro questa donna  ma  contro  sua  madre;
    sicch,  convinta  che  ci  fosse  in  ci  la  sua mano e sotto sotto
    lavorasse lei a questo intrigo, decise di trarre a rovina la moglie di
    Masiste.  Aspett,  quindi,  il giorno in cui suo marito Serse  doveva
    imbandire  il  pranzo  regale  (si  tratta  di  un  banchetto  che  si
    allestisce una volta all'anno,  nel genetliaco del re;  in persiano si
    chiama "ticta",  che in lingua greca vuol dire "perfetto",  "di gala":
    solo in questa circostanza il re si deterge  il  capo  con  profumi  e
    distribuisce  doni  ai Persiani);  aspettato,  dunque,  questo giorno,
    Amestri preg Serse che le desse in dono  la  moglie  di  Masiste.  Ma
    pareva  a  lui che la cosa fosse terribile e indegna,  non solo perch
    tradiva la moglie del fratello,  ma anche perch essa era innocente di
    tale colpa: egli, infatti, aveva capito per quale motivo gli si faceva
    la richiesta.

      111.  Tuttavia,  alla fine,  siccome quella non desisteva dalla sua
    richiesta ed egli si vedeva costretto dalla legge  che  non  ammetteva
    che  uno  chiedesse  al  re  una  cosa  e  non  la ottenesse quando si
    imbandiva quel festino,  acconsent con  estrema  ripugnanza  e,  dopo
    averle  abbandonata  la  donna,  fece  cos:  a lei disse di fare pure
    quello che voleva,  ma egli,  fatto chiamare suo  fratello,  gli  fece
    questo  discorso:  Masiste,  tu  sei  figlio di Dario e fratello mio;
    oltre a ci,  sei anche uomo di gran valore: orbene,  non ritenere pi
    presso  di te la moglie con la quale ora convivi,  in sua vece,  io ti
    dar mia figlia.  Prenditi questa in sposa e lascia andare quella  che
    ora  hai,  poich non  di mio gradimento.  Masiste,  tutto stupito a
    queste parole,  replic: Quale  dissennata  proposta  mi  fai  tu,  o
    signore,  con  l'impormi  che  la donna,  dalla quale ho gi dei figli
    grandicelli e delle figlie,  di cui anzi una hai  tu  stesso  data  in
    moglie  a  tuo  figlio,  questa donna che  proprio secondo i desideri
    dell'animo mio, io debba, che tu me l'imponi, ripudiarla e sposare tua
    figlia?  Considero un grande onore,  o re,  di essere da  te  ritenuto
    degno  della  tua  figliola,  tuttavia  io  non  far n l'una cosa n
    l'altra. Tu non volermi costringere,  a forza di insistere,  a un tale
    passo;  alla tua figlia si offrir certo un altro uomo, di me non meno
    nobile; e lascia che io viva insieme con la mia sposa.
    Con tali parole egli rispose e Serse, pieno d'ira, ribatt: Questo, o
    Masiste,   il guadagno che hai fatto: ch non ti dar io pi  la  mia
    figlia  in  sposa,  n  potrai convivere pi oltre con quella che hai,
    affinch tu impari a tener caro ci che ti si dona.
    Com'ebbe ci udito,  Masiste se ne usc fuori esclamando: Ma  non  mi
    hai ancora, o despota, tolta la vita!.

      112.  In  questo  frattempo,  mentre  Serse era a colloquio con suo
    fratello,  Amestri,  chiamate le guardie di Serse,  faceva miseramente
    mutilare la moglie di Masiste: fattele amputare le mammelle,  le gett
    ai cani e, dopo averle fatto tagliare naso, orecchie, labbra e lingua,
    la rimand a casa orribilmente sfigurata.

     113.  Masiste,  nonostante nulla ancora  avesse  sentito  di  queste
    atrocit, tuttavia, temendo che gli dovesse capitare qualche sinistro,
    si  precipit  di corsa a casa sua.  Visto lo strazio della sua donna,
    senza por tempo in mezzo, consigliatosi con i suoi figli,  se ne part
    verso  la Battriana,  con gli stessi figli e alcuni altri ancora,  con
    l'intenzione di indurre alla ribellione quella provincia  e  procurare
    al  re  i  pi  gravi  danni  possibili.  E  la cosa gli sarebbe anche
    riuscita,  a mio parere,  se  fosse  davvero  potuto  arrivare  tra  i
    Battriani e i Saci,  dove egli era amato e,  anzi, della Battriana era
    pure governatore; ma Serse,  che era venuto a conoscenza del suo piano
    d'azione,  mandate contro di lui delle truppe,  lo fece uccidere lungo
    il cammino, insieme con i suoi figli e i suoi soldati.
    Cos si svolsero le cose riguardo all'amore di Serse e alla  morte  di
    Masiste.

       114.   I  Greci  che,   partiti  da  Micale  si  dirigevano  verso
    l'Ellesponto, prima di tutto, sorpresi dai venti,  gettarono le ancore
    nelle acque del Capo Lecteo (55);  di l,  poi,  arrivarono ad Abido e
    trovarono ormai disfatti i ponti, che credevano di trovare ancora tesi
    e in efficienza; anzi, era soprattutto per questo che erano andati all
    Ellesponto.
    Allora i Peloponnesiaci che  erano  con  Leotichide  decisero  di  far
    ritorno  in Grecia;  invece gli Ateniesi e il loro comandante Santippo
    erano del parere di rimanere sul posto  e  tentare  la  conquista  del
    Chersoneso.
    E fu cos che i Peloponnesiaci salparono per ritornare e gli Ateniesi,
    da Abido passati nel Chersoneso, cinsero d assedio Sesto.

      115.  Quando  si  venne  a  sapere  che  i  Greci  si trovavano gi
    all'Ellesponto,  s'erano raccolti in questa citt di Sesto,  dato  che
    era  la  fortezza  pi  salda  di  quante  ve  n'erano in quei luoghi,
    parecchi uomini dalle circostanti citt,  non solo,  ma tra gli  altri
    era  venuto anche il persiano Eobazo dalla citt di Cardia,  dove egli
    aveva portato ci che era servito per i ponti.
    La citt era in mano agli Eoli indigeni; ma vi si erano aggiunti anche
    dei Persiani e un buon nucleo di altri alleati.

     116.  Faceva da tiranno in questa provincia  il  persiano  Artaitte,
    luogotenente  di  Serse,  uomo  empio  e  sacrilego,  il  quale  aveva
    ingannato anche il re al suo  passaggio,  quand'era  in  marcia  verso
    Atene, col sottrarre da Eleunte i tesori di Protesilao (56), figlio di
    Ificlo.  C'  infatti  in Eleunte,  citt del Chersoneso,  la tomba di
    Protesilao e un sacro recinto intorno  ad  essa,  dove  si  conservano
    molti tesori,  coppe d'oro e d'argento,  vasi di bronzo, vesti e altre
    offerte preziose, che Artaitte depred col permesso del re. Egli aveva
    tratto in inganno Serse parlandogli in tal modo: Signore,  c' qui la
    casa  (57)  di  un  greco,  il  quale,  dopo  aver  partecipato  a una
    spedizione contro il tuo paese,  si  ebbe  quanto  meritava  e  vi  fu
    ucciso.  Dammi in dono la casa di costui, affinch ognuno impari a non
    venir mai pi in armi contro il tuo territorio.  Cos  parlando,  non
    doveva durare fatica a convincere il re,  che non aveva alcun sospetto
    sui suoi  reconditi  pensieri,  a  concedergli  in  dono  la  casa  di
    quell'uomo.
    Quando diceva che Protesilao aveva partecipato a una spedizione contro
    il  paese del re,  cavillava sul fatto che i Persiani ritengono l'Asia
    tutta come propriet loro e del re che,  di volta in volta,  siede sul
    trono.  Orbene,  appena ebbe ricevuto questo dono,  fece trasportare i
    tesori da Eleunte a Sesto;  il sacro terreno fu in parte seminato,  in
    parte  ridotto  a  pascolo,  e ogni qualvolta egli stesso si recava ad
    Eleunte, nella parte pi segreta del tempio si intratteneva con donne.
    In quel momento egli era assediato dagli Ateniesi,  mentre  non  aveva
    fatto  alcun  preparativo per sostenere un assedio,  n si aspettava i
    Greci, che l'avevano colto, si pu dire, alla sprovvista.

     117.  Quando sulle vicende dell'assedio sopraggiunse l'autunno,  gli
    Ateniesi si sentivano avviliti sia perch erano lontani dal loro paese
    sia  perch non riuscivano a occupare la roccaforte;  e cominciavano a
    pregare i loro comandanti,  che li riconducessero indietro.  Ma questi
    risposero  che non l'avrebbero fatto,  se prima non avessero espugnato
    la fortezza, o non li avesse richiamati in patria il governo stesso di
    Atene. E cos si rassegnarono anch'essi alla situazione.

     118. Intanto, quelli che si trovavano chiusi in citt erano giunti a
    tale estremo di mali,  che facevano bollire le cinghie dei letti e  se
    ne cibavano; ma quando non ebbero pi nemmeno di quelle, sul far della
    notte  se  ne  fuggirono  via di nascosto i Persiani,  con Artaitte ed
    Eobazo,  calandosi gi dalle mura della parte posteriore della  rocca,
    l dove i nemici erano molto rari. Allo spuntar del giorno, quelli del
    Chersoneso,  dall'alto delle torri, informarono gli Ateniesi di quanto
    era successo e aprirono loro le porte.  La maggior parte dei Greci  si
    mise sulle tracce dei fuggitivi, gli altri occuparono la citt.

     119. Eobazo, che era fuggito verso la Tracia, fu catturato dai Traci
    Absinti (58); che lo immolarono, secondo il loro rito, al dio indigeno
    Plistoro (59);  mentre quelli che erano con lui furono uccisi in altro
    modo.  Invece Artaitte e i suoi compagni,  che s'erano dati alla  fuga
    pi   tardi,   furono  raggiunti  che  di  poco  avevano  oltrepassato
    Egospotami (60) e,  dopo essersi difesi a lungo,  parte di essi furono
    uccisi,  parte fatti prigionieri.  I Greci li condussero ammanettati a
    Sesto,  e con essi trassero in catene anche lo stesso Artaitte  e  suo
    figlio.

      120.  Si racconta nel Chersoneso che a uno dei soldati addetti alla
    custodia del tiranno,  mentre faceva abbrustolire  dei  pesci  salati,
    accadde questo fatto strano: i pesci,  posti sul fuoco,  palpitavano e
    guizzavano come se fossero stati pescati allora. Orbene, mentre quelli
    che stavano  intorno  erano  sbalorditi  dalla  meraviglia,  Artaitte,
    osservato  il  fenomeno,  si  rivolse a colui che coceva i pesci e gli
    disse: Ospite di Atene, non aver timore per questo prodigio;  non per
    te,  infatti,  si  manifestato; ma  a me, piuttosto, che Protesilao,
    venerato in Eleunte, fa intendere che,  pur essendo morto e stecchito,
    egli  ha,  ricevuto  dagli di,  il potere di vendicarsi di chi gli ha
    fatto oltraggio.  Ordunque,  in espiazione,  io voglio mi sia  imposta
    questa  punizione:  in  cambio  dei  tesori  che ho sottratto al sacro
    recinto offro al dio 100 talenti;  e per la vita mia e quella  di  mio
    figlio,  dar agli Ateniesi 200 talenti,  qualora io sopravviva.  Ma,
    pure con queste  promesse,  non  riusc  a  convincere  il  comandante
    Santippo,  poich  quelli di Eleunte,  per devozione verso Protesilao,
    chiedevano che egli  fosse  ucciso;  e  questa  era  anche  l'opinione
    personale del capitano.
    Sicch,  condottolo  in  quel  punto  avanzato della costa a cui Serse
    aveva agganciato le spalle dei ponti o,  secondo altri,  sulla collina
    che domina la citt di Madito,  dopo averlo inchiodato a una croce, lo
    sollevarono in alto;  mentre lapidarono suo figlio proprio davanti  ai
    suoi occhi.

     121.  Ci fatto,  i Greci ripresero il mare per tornare nell'Ellade,
    portando con s,  tra gli altri  tesori,  anche  le  attrezzature  dei
    ponti, perch intendevano appenderle in voto nei santuari.
    E per tutto quell'anno (61) nulla di pi avvenne di quanto s' detto.

       122.   Antenato   di   questo   Artaitte   sospeso  in  croce  era
    quell'Artembare che aveva suggerito ai Persiani  quella  proposta  che
    essi,  facendola propria, riferirono a Ciro e che diceva cos: Poich
    Zeus concede ai Persiani il supremo dominio sui popoli e a te, o Ciro,
    di dominare sugli uomini, tolto ormai di mezzo Astiage,  suvvia,  dato
    che  la  terra  che possediamo  angusta e per di pi aspra e sassosa,
    andiamocene di qui e prendiamo possesso di un altro paese pi fertile.
    Ve ne sono molti vicini al confine nostro e molti anche  pi  lontani;
    solo  che ne occupiamo uno,  saranno di pi quelli che maggiormente ci
    rispetteranno.   In  tal  modo  agiscono  uomini  che  esercitano  una
    supremazia; e quando mai potremo noi fare ci con miglior successo, se
    non ora che regniamo su molti uomini e su tutta l'Asia?.
    Ciro,  com'ebbe  udito  questo  ragionamento,  sebbene la proposta non
    suscitasse la sua ammirazione,  tuttavia li  esortava  a  metterla  in
    pratica,  ma in tal modo li esortava, avvertendoli che si preparassero
    non pi a esercitare un dominio,  sibbene a subire  quello  di  altri,
    poich   legge di natura,  diceva,  che da paesi molli nascano uomini
    molli e non  proprio dello stesso suolo produrre frutti  meravigliosi
    e  uomini  valenti  nelle  arti  di  guerra.  Sicch,  ricredutisi,  i
    Persiani, convinti dal pensiero di Ciro,  se ne andarono,  rinunciando
    al  loro proposito,  e preferirono dominare,  pur abitando uno sterile
    paese, piuttosto che servire ad altri, coltivando una fertile pianura.











    NOTE.

    N. 1. Erano gli Aleuadi, famiglia principesca di Tessaglia,  che s'era
    data per prima ai Persiani.
    N.  2.  Serse aveva conquistato Atene nel settembre del 480 a.  C.: la
    seconda spedizione di Mardonio  va  collocata  verso  la  met  giugno
    circa, del 479 a. C.
    N.  3.  Forse  non  si  trattava  dell'assemblea  popolare dei 500 che
    difficilmente  poteva  funzionare  a  Salamina,   ma   del   consiglio
    dell'Areopago.
    N.  4. Solennit Giacinzie: feste che si celebravano a Sparta nel mese
    di  Ecatombeone  (luglio-agosto)  in  onore  di  Giacinto,  bellissimo
    giovane spartano,  amato da Apollo, ma da lui involontariamente ucciso
    con il disco.
    N.  5.  L'interpretazione di questo passo  incerta: si  tratta  delle
    citt  di  Atene.  Platea  e Megara (come farebbe credere l'inizio del
    capitolo seguente) o delle citt alleate di Sparta che avevano mandato
    dei rappresentanti per  decidere  una  linea  di  condotta  comune?  I
    moderni propendono per questa seconda ipotesi.
    N.  6. Pare che si tratti d'un eclissi parziale di sole, verificatasi,
    secondo gli studiosi, il 2 ottobre del 480 a. C.
    N. 7.  Eurianatte era cugino di Pausania in quanto Dorieo era fratello
    di Cleombroto, suo padre.
    N.  8.  Oresteo  era  il  capoluogo  dell'Orestide,  regione  montuosa
    dell'Arcadia meridionale a circa 40 chilometri a nord di Sparta.
    N. 9. I "perieci" erano gli antichi abitatori della Laconia che, vinti
    dai Dori invasori,  erano rimasti liberi con diritti civili  ma  senza
    diritti politici.
    N.  10.  Emerodromi:  come  indica  l'etimologia  del  nome  erano dei
    corrieri resistenti oltremodo e allenati a  percorrere  in  un  giorno
    tratti lunghissimi di strada.
    N.  11.  I capi della Lega beotica erano eletti annualmente,  a quanto
    pare, in numero variabile, da 6 a 11.
    N. 12.  Probabilmente l'opera di devastazione si limitava ad abbattere
    gli  alberi  per  aver  il  materiale  necessario a costruire il campo
    trincerato.
    N.  13.  Forse per l'uso militare di adattare  il  nome  in  modo  che
    l'assonanza  si  presti  a  mettere in risalto o in caricatura pregi e
    difetti dei capitani. Macistio, per analogia a un superlativo greco di
    "grande" voleva indicare un uomo di statura  smisurata  (confronta  il
    nostro "Maciste").
    N. 14: 2 stadi: circa 360 metri.
    N.  15.  Poich  l'ala destra spettava di diritto agli Spartani,  capi
    riconosciuti della spedizione.
    N. 16. Tegea era una citt dell'Arcadia. sulla strada Sparta-Mantinea.
    N. 17. Si accenna in modo particolare a Illo,  figlio di Eracle.  Dopo
    la  morte  del padre,  perseguitato da Euristeo,  tiranno di Argo e di
    Micene,  Illo con i suoi fratelli s'era rifugiato presso Teseo,  re di
    Atene.  Morto  Euristeo,  Illo  invase il Peloponneso,  ma vi trov la
    morte, come racconta Erodoto.
    N.  18: I Cadmei erano  gli  antichi  abitatori  di  Tebe,  prima  che
    venissero i Beoti: la spedizione cui si accenna fu condotta e vinta da
    Teseo.
    N.  19:  Secondo la leggenda Teseo,  insieme con Eracle,  recatosi sul
    Ponto, occup Temiscira, sul fiume Termodonte, capitale delle Amazzoni
    e port via la loro regina.  Allora le Amazzoni mossero armate  contro
    l'Attica e vi furono sconfitte, perdendo anche la regina.
    N.  20.  Opliti:  cio soldati forniti di armatura pesante (schinieri,
    corazza, elmo, scudo, lancia, spada e pugnale).
    N.  21.  Soldati armati alla leggera: cio arceri e  frombolieri,  che
    portavano unicamente arco e faretra piena di frecce, oppure fionda con
    una scorta di palle di piombo o sassi.
    N.  22. Ci sono, dunque, 800 fanti in pi (il conto esatto: 38700 meno
    5000 Spartani, sarebbe di 33700) di cui Erodoto trascura di parlare.
    N.  23.  Cio i mille (Focesi) che,  al comando di  Armocide,  avevano
    rischiato  di essere uccisi dalla cavalleria persiana (confronta libro
    9, capitoli 17-18).
    N.  24.  Il Pentatlo comprendeva cinque  gare  (il  numero  cui  aveva
    accennato  l'oracolo):  la lotta,  la corsa,  il salto,  il lancio del
    disco,  il lancio del giavellotto.  Per  essere  vincitore,  bisognava
    superare almeno tre dei cinque esercizi.
    N. 25. Melampo, indovino e sacerdote, figlio di Amiteone e fratello di
    Biante,  uno  dei  sette  sapienti della Grecia.  Secondo la leggenda,
    avrebbe introdotto tra i Greci il culto di Dioniso.
    N.  26.  Difficile  precisare storicamente la data di queste vittorie
    che non ebbero certamente l'importanza della prima e che devono essere
    collocate tra il 470 e il 450 a. C.
    N.  27. Localit dove, secondo Pausania, sarebbe avvenuto uno scontro,
    durante la terza guerra messenica; altrimenti il luogo  sconosciuto.
    N.  28.  Si deve pensare che avesse legato nella morsa  dei  ceppi  un
    piede solo; l'altro doveva essere libero.
    N.  29.  Cio:  gli uomini venivano condotti da Mardonio,  gli animali
    venivano convogliati verso il recinto del campo.
    N. 30. Enchelei: Popolo che abitava sulle coste dell'Adriatico, a nord
    dell'Epiro, con cui ebbero rapporti i Cadmei di Tebe.
    N. 31. Termodonte: si tratta d'un affluente dell'Asopo, in Beozia, non
    dell'omonimo fiume delle Amazzoni.
    N.  32.  Cio morranno prima del termine fissato all'uomo dal destino,
    perch uccisi sul campo di battaglia.
    N. 33. La citazione comincia a mezzo di una frase ove doveva essere il
    verbo reggente; cos il periodo rimane incompleto.
    N.  34.  Secondo  turno  di veglia: cio verso la mezzanotte,  sia che
    dalle sei di sera alle sei di mattina  ci  fossero  quattro  turni  di
    veglia  come presso i Romani,  sia che ne facessero tre di quattro ore
    ciascuno.
    N.  35.  Pare che Pitane fosse un borgo della Laconia sull'Eurota;  ai
    suoi  abitanti,  incorporati con quelli della capitale,  sarebbe stato
    assegnato questo nome quando formavano  una  schiera  (di  solito  500
    uomini) di Spartani.  Tucidide,  per, nega che questo battaglione sia
    mai esistito (confronta libro 1, cap. 20).
    N.  36.  I Greci erano soliti procedere alla votazione introducendo in
    una  coppa (o urna) delle piccole pietre che corrispondevano,  quindi,
    al "voto". Amonfareto, con quel...  "voto" sproporzionato vuol mettere
    in risalto l'incrollabile sua volont di rimanere dov'era.
    N.  37. Cio, secondo quanto  stato detto: 5000 Spartani. con 35 mila
    iloti (7 per uno);  5000 Lacedemoni con 5000  fanti  (1  per  uno).  I
    Tegeati  erano  1500  opliti,   con  altrettanti  soldati  di  leggera
    armatura.
    N.  38.  Castore e Polluce,  figli di Leda  e  di  Tindaro  (Giove)  e
    fratelli  di  Elena  e  Clitennestra.  Secondo una leggenda poco nota,
    Eiena sarebbe stata rapita da  Teseo,  che  se  n'era  invaghito,  per
    averla  vista  danzare  davanti  all'altare  di Artemide,  e l'avrebbe
    portata  in  Afidna,  borgo  a  nord-est  di  Decelea.   Approfittando
    dell'assenza di Teseo, i fratelli di Eiena avrebbero invaso l'Attica e
    ripreso la sorella, che Teseo aveva affidata alla propria madre Etra.
    N. 39. Si accenna alla guerra del Peloponneso 431-404 a. C., descritta
    da  Tucidide e precisamente all'anno 430 a.  C.  Pi tardi (nel 413 a.
    C.) gli Spartani,  comandati dal loro re Agide,  fortificarono Decelea
    (che  distava  poco  pi  di 20 chilometri da Atene),  per costringere
    Atene stessa alla resa, ma Erodoto era ormai morto.
    N.  40.  Edoni: popolo della Tracia,  stanziato presso le  foci  dello
    Strimone.  Pare  che  tale guerra si debba collocare intorno al 465 a.
    C.; ma non ci sono elementi sicuri per affermarlo.
    N.  41.  E' quella "cucitura" addentellata,  che si trova nella  parte
    superiore del cranio.  Arato,  nei suoi libri di medicina, fa menzione
    di altri crani costituiti d'un solo pezzo.
    N.  42.  Plutarco nella vita di Pirro (cap.  terzo),  dice  che  Pirro
    aveva  pochi  denti e nella parte superiore della bocca un unico osso
    compatto,  in cui gli spazi fra  i  denti  erano  segnati  da  piccole
    incisioni.
    N. 43. 5 cubiti: circa metri 2,30.
    N.  44.  Gli  "Ireni"  erano  giovani  di  prima leva,  che per meriti
    individuali venivano scelti a ricoprire cariche di responsabilit e di
    comando.
    N.   45.   Egesistrato,   secondo  l'etimologia,   significa   "guida,
    condottiero d'esercito".
    N.  46.  Apollonia:  presso il confine dell'Illiria con l'Epiro,  alla
    foce del fiume Aoo. Si contavano, in antico,  ben 30 citt di tal nome
    (cio,  sacre ad Apollo);  di qui la cura dello Storico di specificare
    che questa si trovava nel mare Ionio.
    N. 47. Lacmone: monte appartenente alla catena del Pindo, che si trova
    in Tessaglia.
    N. 48. Cio: Zeus, venerato a Dodona, e Apollo, che aveva il tempio in
    Delfi.
    N. 49. Da tener presente che Apollonia, patria di Evenio,  era colonia
    di Corinto.
    N.  50.  Le "dee" per eccellenza,  o anche le "venerande", erano dette
    dagli antichi Demetra e sua figlia Persefone.
    N. 51.  Gesone: fiume e palude nei pressi di Micale.  Non si sa invece
    con  precisione  se  il  nome  che segue,  Scolopente,  sia d'un corso
    d'acqua o d'una localit.
    N. 52. Caduceo: verga che costituiva l'insegna dell'araldo;  quello di
    Ermete era un bastone cui erano attorcigliati due serpenti.
    N. 53. Il pancrazio era una gara in cui si faceva sfoggio di "tutta la
    forza", come indica il nome: consisteva di un doppio certame, pugilato
    e lotta; qualche cosa come la nostra lotta libera.
    N.  54.  Popolazioni  greche  schieratesi  con i Persiani: ad esempio,
    Tessali, Dolopi,  Locresi,  Ftioti,  Tebani,  eccetera,  oltre ai vari
    popoli delle isole.
    N.  55.  Capo  Lecteo:  un  promontorio  all estremit sud-ovest della
    Troade.
    N.  56.   Protesilao:  sposo  di  Laodamia,   era  uno  dei  capi  che
    partecipavano  alla  guerra  di  Troia,  con 10 navi cariche di armati
    della Ftiotide (Tessaglia).  Sebbene sapesse dall'oracolo che il primo
    dei  Greci  che  avesse  posto piede sul suolo dell'Asia sarebbe stato
    ucciso,  volle esser lui il primo: subito mor per mano d'un  Troiano.
    Alla  notizia,  la  moglie Laodamia ne fu cos addolorata che gli di,
    impietositi,  concessero a Protesilao di ritornare in vita  per  breve
    tempo;  quando mor per la seconda volta,  mor con lui anche la sposa
    Laodamia. Onorato in Tessaglia come eroe,  aveva in Eleunte la tomba e
    un tempio.
    N.  57.  Il  tempio che l'eroe Protesilao aveva in Eleunte poteva,  in
    certo senso, essere considerato la sua casa.
    N.  58.  I Traci Absinti abitavano la parte orientale della Tracia fra
    la Propontide e l'Egeo: erano i pi vicini al Chersoneso.
    N.  59.  Plistoro,  forse  corrispondeva  all'Ares  dei Greci,  perch
    Erodoto,  dove parla dei Traci  (libro  5,  cap.  7),  dice  che  essi
    veneravano solo tre divinit: Ares, Dioniso e Artemide.
    N.  60.  Egospotami:  citt  sulle  rive  del  fiume  omonimo (il nome
    significa "fiume  della  capra"),  a  nord-est  di  Sesto,  di  fronte
    all'asiatica  Lampsaco:  diventer,   poi,   famosa  per  la  vittoria
    riportatavi da Lisandro contro gli Ateniesi, nel 405 a.  C.,  vittoria
    che decise le sorti della guerra del Peloponneso.  Artaitte e compagni
    non erano riusciti, dunque, a lasciare il Chersoneso tracico.
    N.  61.  Cio per tutto il 478 a C.,  poich la conquista di Sesto  fu
    compiuta, appunto, nella primavera di quell'anno.
