    Erodoto.
    LE STORIE.
    ARNOLDO MONDADORI EDITORE, Milano 1956.

    Traduzione, introduzione e note di Luigi Annibaletto.

    VOLUME SECONDO.

    SOMMARIO.

    Libro quarto. Melpomene: pagina 2.
    Note: pagina 144.
    Libro quinto: Tersicore: pagina 161.
    Note: pagina 259.
    Libro sesto: Erato: pagina 273.
    Note: pagina 378.






    LIBRO QUARTO.
    MELPOMENE.

    Spedizione di Dario contro gli Sciti (513 a.  C.) - Descrizione  della
    Scizia:  usi,  costumi,  tradizioni  -  Spedizione del satrapo Ariande
    contro Barca,  per istigazione di Feretima - Popoli della Libia e loro
    storia - Storia di Cirene.


      1.  Dopo la conquista di Babilonia,  Dario in persona mosse in armi
    contro gli Sciti (1).
    Infatti, siccome l'Asia era rigogliosa di uomini, e grandi ricchezze a
    lui affluivano  da  ogni  parte,  Dario  fu  preso  dal  desiderio  di
    vendicarsi  degli  Sciti,  poich  erano stati i primi a passare dalla
    parte del torto, per aver invaso la Media e aver vinto in campo quelli
    che cercavano di opporsi.
    Gli Sciti,  come ho anche pi sopra narrato,  avevano dominato  l'Asia
    superiore  per  28 anni;  poich,  appunto,  inseguendo i Cimmeri essi
    erano penetrati in Asia,  spogliando del loro potere i Medi,  i quali,
    prima che arrivassero gli Sciti, erano i padroni dell'Asia.
    Gli  Sciti,  che erano stati assenti per 28 anni e che ritornavano nel
    loro paese  dopo  cos  lungo  intervallo,  dovettero  affrontare  una
    difficolt  non  minore  di  quella  che  avevano superato con i Medi.
    Infatti si trovarono  schierato  loro  contro  un  esercito  imponente
    poich  le  loro  donne,  visto  che  i  mariti stavano s lungo tempo
    lontani da casa, s'erano congiunte con gli schiavi.

     2.  Gli Sciti sono soliti accecare  tutti  i  loro  schiavi  per  il
    trattamento del latte, che  la loro bevanda e che raccolgono nel modo
    seguente: presi dei tubi d'osso,  molto simili ai flauti, e inseritili
    nelle parti genitali delle cavalle,  vi soffiano dentro con la  bocca,
    e, mentre alcuni soffiano, altri mungono. Fanno cos, essi dicono, per
    questa  ragione: con quel soffio,  le vene della cavalla si gonfiano e
    le poppe pendono m gi.
    Quando abbiano munto il latte,  lo versano in profondi vasi di  legno;
    poi,  posti  intorno  a  questi  vasi i ciechi,  lo fanno agitare,  e,
    schiumando la parte che viene di sopra, la ritengono per pi pregiata;
    quella che resta sotto  tenuta in minor conto dell'altra.
    E' questa la ragione per cui gli Sciti privano della vista  (2)  tutti
    quelli  che  prendono;  poich  essi  non coltivano la terra,  ma sono
    nomadi.

     3.  Da tali schiavi,  dunque,  e dalle donne scite era cresciuta una
    generazione  di  giovani,  i  quali,  quando ebbero notizia della loro
    origine (3),  opposero resistenza a quegli Sciti che  tornavano  dalla
    Media.
    In primo luogo,  isolarono il loro paese, scavando una larga fossa che
    dai monti Taurici  si  stendeva  fino  alla  palude  Meotide  (4),  l
    dov'essa  pi ampia,  poi,  siccome gli Sciti cercavano di forzare il
    passaggio,  si schierarono  loro  di  fronte  e  ne  rintuzzavano  gli
    assalti.
    Dopo  parecchi  scontri,  non  riuscendo  gli Sciti ad avere sul campo
    alcun vantaggio,  uno di loro prese a dire: O uomini di  Scizia,  che
    stiamo facendo? In lotta con i nostri schiavi, facendoci uccidere, non
    facciamo  che ridurre le nostre file e,  uccidendo loro,  rendiamo pi
    ristretto il campo su cui domineremo domani.  Ordunque io propongo  di
    deporre  lance  e  archi  e che ci facciamo loro dappresso con in mano
    ciascuno la frusta che adopera per il suo cavallo.  Poich,  mentre ci
    vedono  con  le armi in pugno,  essi pensano di essere pari a noi e di
    origine uguale;  ma quando ci vedranno impugnare il  frustino,  invece
    delle armi,  si convinceranno che sono nostri schiavi e,  riconoscendo
    la loro situazione, non opporranno pi resistenza.

     4.  Udito questo consiglio,  gli Sciti lo misero in  pratica  e  gli
    schiavi,  disorientati  per  quanto  avveniva,  non pensarono pi alla
    lotta e si diedero alla fuga.
    Cos  gli  Sciti,  che  avevano  esteso  il  loro  dominio  sull'Asia,
    scacciati  in seguito dai Medi,  in questo modo erano tornati nel loro
    paese. Ed  per questa ragione che Dario,  volendo vendicarsi,  andava
    raccogliendo un esercito contro di loro.

     5. A quanto sostengono gli Sciti, il loro popolo sarebbe di tutti il
    pi  recente e avrebbe avuto questa origine: in questo paese,  che era
    deserto,  nacque per primo un uomo di nome Targitao  i  cui  genitori,
    dicono,  (per  me  la cosa non  credibile ma essi pure la raccontano)
    sarebbero Zeus e una figlia del fiume Boristene (5).
    Di tal razza,  dunque,  sarebbe Targitao e avrebbe  avuto  tre  figli:
    Lipossai, Arpossai e Colassai, che era il pi giovane.
    Durante il regno di costoro,  dicono, caddero sulla Scizia, discesi da
    cielo, degli oggetti d'oro: un aratro con un giogo,  una bipenne e una
    coppa (6);  il pi vecchio dei fratelli, che li aveva visti per primo,
    si accost ad essi per prenderli, ma l'oro, al suo avvicinarsi,  prese
    fuoco.  Tiratosi indietro costui,  si avvicin il secondo,  e l'oro di
    nuovo sprizz fiamme.  Cos l'oro ardente respinse  i  primi  due,  ma
    quando  s'accost,  per terzo,  il pi giovane,  il fuoco si spense ed
    egli port l'oro a casa sua.
    Allora i fratelli pi vecchi, a questo segno, s'accordarono per cedere
    al pi giovane tutto intero il potere regale.

     6.  Da Lipossai sarebbero  discesi  quegli  Sciti  che  si  chiamano
    Aucati;  da  Arpossai,  quello  di  mezzo,  verrebbero  coloro  che si
    chiamano Catiari e Traspi;  dal pi  giovane  dei  fratelli,  dal  re,
    quelli che sono detti Paralati.
    Il  nome  comune per tutti  Scoloti;  i Greci li chiamarono Sciti (7)
    dal nome del re.

     7. Cos raccontano gli Sciti la loro origine.  E da quando esistono,
    cio dal primo re Targitao, fino all'invasione di Dario contro il loro
    paese, dicono che in tutto siano passati 1000 anni, n pi n meno.
    L'oro sacro, di cui s' parlato, viene custodito dai re con somma cura
    e  ogni  anno  vanno  a  implorarne  la  protezione  con  solenni riti
    propiziatori.
    Se colui che ha la custodia  dell'oro  sacro,  durante  la  festa,  si
    addormenta  a  cielo  aperto,  costui,  dicono gli Sciti,  non passer
    l'anno;  e appunto per questo (8) gli assegnano in  dono  tante  terre
    quante ne pu girare a cavallo in un giorno solo.
    Siccome il paese  vasto,  dicono che Colassai ne fece tre regni per i
    suoi figli, di cui uno molto grande nel quale era conservato l'oro.
    Nelle regioni che si stendono a nord dei popoli stabiliti  al  disopra
    di  questo  paese,  non   possibile n vedere n spingersi pi oltre,
    dicono, a causa delle piume (9) sparse ovunque: ch di piume  coperta
    la terra e piena l'aria; ed  ci che preclude la vista.

     8.  Questo  quanto narrano gli Sciti sul proprio conto e sul  paese
    situato a nord del loro;  ma,  secondo i Greci che abitano le rive del
    Ponto,  le cose starebbero cos: Eracle,  spingendo davanti  a  s  le
    giovenche  di  Gerione,  sarebbe giunto in questo paese che allora era
    deserto e ora  abitato dagli Sciti.  Gerione abitava,  dicono,  fuori
    dal  Ponto,  avendo  la  sua residenza nell'isola che i Greci chiamano
    Eritia, situata presso Cadice,  oltre le colonne d'Eracle,  sulle rive
    dell'oceano .
    Quanto all'oceano,  essi dicono,  s, a parole, che ha origine l dove
    si leva il sole e che scorre tutto intorno alla terra,  ma in  pratica
    non ne danno prova alcuna.
    Quando  Eracle,  venendo  di  l,  giunse  nel paese che ora si chiama
    Scizia,  sorpreso dall'inverno e dal freddo,  si tir addosso la pelle
    di  leone,  e si addorment;  ma le cavalle che erano aggiogate al suo
    cocchio,    mentre   in   questo   frattempo    stavano    pascolando,
    miracolosamente scomparvero.

     9. Appena svegliatosi, Eracle si diede a cercarle, percorrendo tutto
    il  paese,  finch  arriv  alla terra detta Ilea (10) e quivi,  in un
    antro, trov,  dicono,  una donna-serpente,  che partecipava delle due
    nature,  poich  le  parti  superiori del suo corpo,  a cominciare dal
    bacino, erano di donna; le parti inferiori erano di serpente.  Egli la
    guard  pieno  di  stupore  e  le chiese se mai avesse visto vagare in
    qualche luogo intorno le sue cavalle.  Quella gli disse che  le  aveva
    proprio lei e non gliele avrebbe restituite,  se prima non le si fosse
    unito: a questo prezzo Eracle si un con lei. Sennonch essa rimandava
    sempre la restituzione delle cavalle,  desiderosa com'era di godere il
    pi  a  lungo possibile della compagnia di Eracle,  mentre egli voleva
    ricuperarle e andarsene.
    Alla fine,  essa gliele restitu dicendo: Io  ti  ho  salvato  queste
    cavalle  che  s'erano  qui sbandate,  e tu me ne hai dato il compenso,
    poich io  da  te  ho  concepito  tre  figli.  Quando  questi  saranno
    cresciuti,  dimmi  tu  che cosa debbo fare,  se li debbo stabilire qui
    stesso (poich sono io stessa la regina di questo paese) o se li  devo
    mandare a te.
    Questo essa chiedeva ed egli,  dicono, le rispose cos: Quando vedrai
    i tuoi figli gi fatti uomini,  non ci sar pericolo che tu sbagli  se
    farai quanto ti dico: quello tra loro che tu vedrai tendere quest'arco
    cos  come  lo  tendo io (11) e cingersi questa cintura a questo modo,
    lascia che si stabilisca in questo  paese;  quello,  invece,  che  non
    riesca  a  compiere quanto io prescrivo,  allontanalo dal paese.  Cos
    facendo tu sarai felice  e,  nello  stesso  tempo,  eseguirai  i  miei
    voleri.

      10.  Quindi,  toltosi di spalla uno degli archi (poich fino allora
    Eracle ne portava due) e mostratole il modo di cingere la cintura,  le
    consegn  l'arco e la cintura,  che,  all'estremo dove si congiungeva,
    aveva una coppa d'oro; e dopo averglieli dati se ne part.
    Essa, quando i figli che le erano nati raggiunsero l'et virile, prima
    di tutto diede loro un nome: al primo Agatirso;  a  quello  che  venne
    dopo,   Gelono  e  al  pi  giovane  Scita.  Poi,  ricordandosi  delle
    raccomandazioni  ricevute,  esegu,   dicono,   quanto  le  era  stato
    prescritto.
    Orbene due di essi,  cio Agatirso e Gelono, per non essere riusciti a
    superare la prova proposta,  dovettero  uscire  dal  paese,  scacciati
    dalla loro madre;  il pi giovane, Scita, riusc a superarla e rimase.
    E da questo Scita,  figlio di  Eracle,  sarebbero  discesi  i  re  che
    ininterrottamente  si  succedono presso gli Sciti;  ed  in ricordo di
    quella coppa che gli Sciti, ancora fino ai nostri tempi, portano delle
    coppe appese alle cinture.
    La madre avrebbe fatto di tutto in favore di Scita, perch fosse lui a
    rimanere.
    Questo  quanto raccontano i Greci che abitano le rive del Ponto.

     11. C' poi anche un'altra versione dei fatti,  alla quale io stesso
    molto volentieri mi accosto, e che dice cos.
    Gli  Sciti  nomadi  che  abitavano  in  Asia,  stretti  in  guerra dai
    Massageti,   sarebbero  passati  nel  paese  dei  Cimmeri  dopo   aver
    attraversato  il  fiume  Arasse:  poich  il paese che ora abitano gli
    Sciti, si dice che in antico fosse dei Cimmeri.
    Ora i  Cimmeri,  sotto  la  minaccia  degli  Sciti,  si  raccolsero  a
    deliberare,  dato  che  un  esercito  potente stava per invaderli e le
    opinioni erano tra loro discordi, ambedue sostenute con decisione;  ma
    la migliore era quella dei re (12).  Il popolo,  infatti, sosteneva la
    necessit  di  cedere  il  campo  e  che  non  bisognava  aspettare  e
    affrontare il pericolo contro nemici cos numerosi;  il parere dei re,
    invece, era di combattere in difesa del paese contro gli invasori.
    Ordunque nessuno voleva cedere: n il popolo al parere dei re, n i re
    prestare ascolto al popolo.  Sicch gli uni decisero  di  allontanarsi
    senza combattere,  abbandonando il paese ai nemici;  i re,  invece, di
    morire piuttosto e  farsi  seppellire  nella  propria  terra,  ma  non
    fuggire con il popolo;  e ci dopo aver valutato tutti i privilegi che
    avevano goduto e quanti malanni  dovevano  aspettarsi  di  subire,  se
    fuggivano dalla loro patria.
    Presa,  dunque,  questa  decisione  e  divisisi in due parti,  pari di
    numero,  vennero a battaglia fra di loro: quando tutti  furono  morti,
    uccisi per mano dei loro fratelli,  la fazione popolare dei Cimmeri ne
    seppell i cadaveri sulle rive del fiume Tiras  (13)  (e  se  ne  vede
    ancora  la  tomba)  e  solo  dopo averli sepolti abbandonarono il loro
    paese.
    Gli Sciti, poi, quando sopraggiunsero,  presero possesso d'una regione
    che era un deserto.

      12.  Ancora ai nostri giorni nella Scizia ci sono le mura cimmerie;
    c' il varco cimmerio;  anche una regione che si chiama Cimmeria e c'
    il cosiddetto Bosforo cimmerio.
    E' chiaro,  poi, che i Cimmeri, fuggendo davanti agli Sciti, passarono
    in Asia e si stabilirono nella penisola dove ora  la citt  greca  di
    Sinope; come pure  evidente che gli Sciti si diedero a inseguirli ma,
    avendo sbagliato strada,  penetrarono nel territorio dei Medi;  poich
    mentre i Cimmeri nella loro fuga costeggiarono  sempre  il  mare,  gli
    Sciti li inseguirono avendo alla destra il Caucaso, fino a che, avendo
    piegato verso l'interno, sboccarono nella regione dei Medi.
    Questa    l'altra  versione  che  si  tramanda  e  nel  cui  racconto
    s'accordano i Greci con i Barbari.

     13.  D'altra parte Aristea di Proconneso (14) figlio di Caistrobio e
    poeta  epico,  racconta che,  ispirato da Febo,  egli giunse fino agli
    Issedoni; a nord degli Issedoni,  dice,  abitano gli Arimaspi,  uomini
    con un occhio solo e,  sopra questi, i Grifoni che custodiscono l'oro;
    oltre i Grifoni si trovano gli Iperborei che si estendono fino al mare
    (15).  Tutti questi popoli,  eccettuati gli Iperborei e  a  cominciare
    dagli  Arimaspi,  sono  sempre  in  lotta  con i loro vicini: cos gli
    Issedoni furono scacciati dal loro paese per opera degli  Arimaspi;  a
    loro  volta  gli  Issedoni  scacciarono  gli Sciti,  e i Cimmeri,  che
    abitano sulle rive del mare meridionale (16), sotto la pressione degli
    Sciti,  furono costretti a lasciare la  loro  terra.  Sicch,  nemmeno
    Aristea  va  d'accordo con gli Sciti (17) per quel che riguarda questo
    paese.

    14. Ho gi detto donde proveniva quell'Aristea che compose un poema su
    tale argomento;  riferir  ora  quello  che  di  lui  ho  sentito  nel
    Proconneso e a Cizico.
    Dicono, dunque, che Aristea, per nobilt di origine a nessuno dei suoi
    concittadini inferiore,  entrato in una lavanderia del Proconneso,  vi
    mor e che il lavandaio,  chiusa a chiave la sua bottega,  si  rec  a
    darne notizia ai parenti del morto.
    Essendosi  sparsa  per  la  citt in un baleno la voce che Aristea era
    morto,  si diede a contraddire coloro che la diffondevano un  uomo  di
    Cizico,  che  veniva  dalla  citt  di  Artaca  e sosteneva di essersi
    imbattuto con lui che stava recandosi a Cizico,  anzi  s'era  con  lui
    intrattenuto  a  parlare.  E mentre egli con decisione teneva testa ai
    suoi oppositori,  i parenti del morto si presentarono alla  lavanderia
    portando  con  s  quant'era necessario per la rimozione del cadavere;
    sennonch, aperta la stanza, non trovarono Aristea n morto, n vivo.
    Riapparso, per, dopo sei anni nel Proconneso, vi compose il poema che
    dai Greci    chiamato  "Canti  arimaspi"  e,  dopo  averlo  composto,
    scomparve per la seconda volta.

      15.  Questo  quanto si racconta nelle citt che sopra ho nominato.
    Ed ecco quanto so che  accaduto ai cittadini di Metaponto in  Italia,
    240 anni dopo la seconda scomparsa di Aristea,  a quanto ho cercato di
    stabilire,  confrontando i racconti che si facevano a Proconneso  e  a
    Metaponto.
    Dicono,  dunque,  quelli di Metaponto che Aristea in persona,  essendo
    comparso nel loro paese,  ordin di erigere  un  altare  in  onore  di
    Apollo e, accanto a esso, porre una statua sotto il nome di Aristea di
    Proconneso; poich, diceva, essi erano i soli fra gli Italioti (18) al
    cui paese fosse giunto Apollo e al suo seguito c'era anche lui, che in
    quel momento era Aristea,  mentre allora,  quando accompagnava il dio,
    era un corvo.
    Dopo aver detto questo, era scomparso;  ed essi,  continuano quelli di
    Metaponto,  avevano  mandato  a  Delfi,  per  chiedere al dio che cosa
    significasse l'apparizione di quell'uomo.
    La Pizia aveva loro ordinato di  obbedire  al  fantasma:  se  avessero
    ubbidito si sarebbero trovati in migliori condizioni ed essi,  accolto
    l'augurio, avevano eseguito l'ordine ricevuto.
    E ora si erge una statua, che porta il nome di Aristea, proprio presso
    il monumento sacro ad Apollo e  tutto  intorno  si  levano  lauri:  il
    monumento  sistemato nella piazza del mercato.
    Per Aristea basti quanto s' detto.

     16. Che cosa ci sia a nord del paese (19), del quale ho cominciato a
    parlare,  nessuno  lo  sa con precisione;  poich non mi  riuscito di
    interrogare proprio nessuno, che dichiarasse di saperlo per aver visto
    con i suoi occhi.
    Infatti,  nemmeno Aristea,  che ho ricordato poco fa,  nemmeno lui  si
    spinse oltre gli Issedoni, come afferma nei carmi che ha composto; dei
    paesi che sono oltre quelli egli parlava per sentito dire, dichiarando
    che dagli Issedoni derivavano le notizie da lui riferite.
    Noi,  per,  narreremo  compiutamente  tutto  ci che per sentito dire
    siamo riusciti a conoscere con precisione,  giungendo il  pi  lontano
    possibile.

      17.  A cominciare dal porto dei Boristeniti (20) ( questo infatti,
    che occupa il punto  centrale  della  regione  costiera  di  tutta  la
    Scizia), a partire da questo, si incontrano per primi i Callipidi, che
    sono  Greco-sciti,  e  a  nord  di essi un altro popolo,  gli Alazoni:
    questi ultimi,  come anche i Callipidi,  per tutto il resto  hanno  il
    modo  di vivere degli Sciti,  ma seminano il grano e se ne cibano come
    fanno per le cipolle, l'aglio, le lenticchie e il miglio.
    Oltre gli Alazoni sono stanziati gli Sciti aratori,  i quali  seminano
    il grano non per consumarlo ma per farne mercato.
    A  nord  di questi abitano i Neuri;  oltre i Neuri,  la regione che si
    stende verso il vento Borea,  per quanto ne  sappiamo,    deserta  di
    uomini.
    Sono  queste  le  popolazioni  stanziate lungo il fiume Ipani (21),  a
    occidente del Boristene.

     18. Quindi, attraversato il Boristene, procedendo dal mare, prima si
    incontra la regione Ilea; dopo di quella, proseguendo verso l'interno,
    sono stanziati gli Sciti agricoltori,  che i Greci situati sulle  rive
    del fiume Ipani chiamano Boristeniti,  mentre essi si danno il nome di
    Olbiopoliti.
    Questi Sciti agricoltori, dunque, abitano un territorio che si stende,
    verso oriente, per tre giorni di cammino,  giungendo fino al fiume che
    ha  nome  Panticape (22),  e verso settentrione,  per undici giorni di
    navigazione, risalendo il Boristene.
    A nord di questi popoli  c'  una  vasta  zona  deserta;  dopo  questo
    deserto si trovano gli Androfagi,  un popolo a s e che non ha nulla a
    che fare con gli Sciti.  Al di  l  di  questi,  domina  veramente  il
    deserto, n vi  alcuna razza di uomini, per quanto ne sappiamo noi.

     19.  A oriente degli Sciti agricoltori,  di cui s' parlato,  subito
    passato il fiume Panticape,  si ha gi il paese degli Sciti nomadi,  i
    quali  non  seminano nulla,  n arano: tutta questa regione  priva di
    alberi,   eccetto  l'Ilea  e  queste  popolazioni  nomadi  abitano  un
    territorio  che  si  stende verso or'ente per 14 giornate di cammino e
    giunge fino al fiume Gerro.

     20.  Al di l del fiume Gerro si trovano i territori chiamati "regi"
    e  gli  Sciti  che  sono  i  pi  valorosi  e  i  pi numerosi,  e che
    considerano gli altri Sciti come soggetti. Il loro paese si stende,  a
    mezzogiorno,  fino alla regione dei Tauri;  a oriente, fino alla fossa
    che scavarono i  figli  degli  schiavi  accecati  e  fino  allo  scalo
    commerciale chiamato Cremni, nella palude Meotide; e una parte di essi
    si spinge fino al fiume Tanai.
    Sopra  gli  Sciti regi,  verso nord abitano i Melancleni (23),  popolo
    diverso, non certo di razza scita.
    Oltre i Melancleni,  per quanto ne sappiamo,  non vi sono che paludi e
    deserto privo di uomini.

     21.  Passato il fiume Tanai, non  gi pi territorio scitico; ma la
    prima delle zone in cui  diviso,  appartiene ai Sauromati i quali,  a
    partire dal punto pi interno della palude Meotide,  si spingono verso
    nord,  per 15 giorni di marcia,  in un paese  completamente  privo  di
    alberi, sia selvatici sia di cultura.
    Sopra questi,  occupano la seconda zona i Budini, che abitano un paese
    denso tutto di vegetazione d'ogni specie.

     22. Oltre i Budini, sempre verso nord, si ha prima, per sette giorni
    di cammino,  una zona desertica;  dopo la  quale,  piegando  piuttosto
    verso  levante,   abitano  i  Tissageti,  un  popolo  rigoglioso,  con
    caratteri propri e che vive di caccia.
    Accanto ad essi, nella stessa regione,  si sono stanziati i cosiddetti
    Iurci,  i  quali  pure  vivono di caccia che praticano in questo modo:
    ognuno si pone in agguato salendo su uno degli alberi,  che si trovano
    in  gran  numero  per tutto il paese;  e ha l pronto,  insieme con il
    cane,  il suo cavallo,  che  stato ammaestrato a stendersi  ventre  a
    terra,  per  rendersi meno visibile;  quando dall'albero il cacciatore
    avvista la fiera, la prende di mira con l'arco e, balzato sul cavallo,
    la insegue, mentre il cane le si avventa contro.
    Al di l degli  Iurci,  piegando  verso  oriente,  s'incontrano  altri
    Sciti, i quali si sono staccati dagli Sciti regi e sono giunti cos in
    questi luoghi.

      23.  Fino  al paese di questi Sciti,  tutte le localit che abbiamo
    elencato formano una pianura dal suolo profondo;  da qui in avanti  il
    suolo  pietroso e aspro.
    Oltrepassato  un  ampio tratto di paese roccioso,  s'incontrano uomini
    che abitano ai piedi di alte montagne e che si dice siano calvi  tutti
    fin dalla nascita,  tanto i maschi che le femmine. Hanno naso camuso e
    mento prominente, parlano una lingua loro propria,  e vestono come gli
    Sciti  e  vivono  dei  frutti  di  alcuni  alberi.  L'albero dal quale
    traggono di che vivere si chiama "pontico" (24),   grande,  presso  a
    poco,  come una pianta di fico e il frutto che porta  grosso come una
    fava, ma ha un nocciolo.  Quando il frutto  maturo,  lo spremono e lo
    filtrano  attraverso dei panni;  ne cola gi un liquido spesso e nero,
    che chiamano "aschi" e che essi sorseggiano o bevono mescolato con  il
    latte;  mentre  dalla sua feccia rassodata traggono degli impasti,  di
    cui si cibano.
    Presso di loro le greggi non sono numerose,  dato che in quel luogo  i
    pascoli  non sono ubertosi.  Ognuno abita sotto una pianta: d'inverno,
    dopo aver avvolto tutto l'albero con  una  copertura  impermeabile  di
    feltro bianco,  d'estate,  senza tale copertura. Nessuno pensa a recar
    offesa a questi uomini (poich si  dice  che  siano  sacri);  n  essi
    possiedono  arma  alcuna  da  guerra  anzi,  sono essi che dirimono le
    controversie  che  sorgono  tra  i  paesi  circonvicini,  e  chiunque,
    scacciato dal suo paese,  tra loro cerchi rifugio,  al riparo da ogni
    offesa: il loro nome  Argippei.

     24.  Dunque,  fino a questi uomini calvi,  abbiamo molte notizie sul
    paese e sui vari popoli che sono al di qua; poich vi sono degli Sciti
    che giungono fino a loro e non  difficile interrogarli.  Cos pure vi
    arrivano dei Greci che si partono  dallo  scalo  presso  la  foce  del
    Boristene e dagli altri centri commerciali del Ponto. Quegli Sciti che
    si recano fra loro si servono, per negoziare, di sette interpreti e di
    sette lingue.

      25.  Dunque,  fino al paese di questi uomini calvi giunge la nostra
    conoscenza; ma di quello che  oltre, nessuno sa parlare con esattezza
    poich alte catene di  montagne  inaccessibili  precludono  la  via  e
    nessuno riesce a valicarle.
    Questi uomini calvi raccontano (ma,  secondo me,  ci che dicono non 
    credibile) che su quei monti abitano uomini dai piedi di capra (25) e,
    pi lontano ancora,  altri uomini  che  dormono  per  sei  mesi  (26);
    questo, poi, non l'accetto assolutamente.
    A  oriente  degli  uomini  calvi  si  sa con sicurezza che abitano gli
    Issedoni; ma di ci che si stende oltre, a nord sia degli Issedoni sia
    dei calvi, nulla si sa se non quanto raccontano questi popoli stessi.

     26. Gli Issedoni, a quanto si dice,  hanno di questi costumi: quando
    a  qualcuno viene a morire il padre,  i parenti tutti portano alla sua
    casa del bestiame e,  dopo averlo immolato e tagliatene  in  pezzi  le
    carni,  tagliano  pure il cadavere del padre del loro ospite;  quindi,
    mescolate tutte le carni, imbandiscono un banchetto. Il capo del morto
    viene depilato,  pulito e indorato e  poi  se  ne  servono  come  d'un
    oggetto  di  culto,  quando ogni anno compiono grandi sacrifici in suo
    onore.  Cos ogni figlio rende onore al padre,  come presso i Greci si
    celebrano i riti anniversari.
    Quanto  al  resto,  anche  gli  Issedoni  sono considerati per la loro
    giustizia e presso di  loro  le  donne  godono  uguali  diritti  degli
    uomini.

     27.  Anche questi popoli,  dunque,  si conoscono abbastanza;  ma per
    quello che c' oltre il loro paese, verso nord,  sono gli Issedoni che
    sostengono  che  ci  sono  uomini con un occhio solo,  e i grifoni che
    custodiscono l'oro: dagli Issedoni gli Sciti hanno ricevuto le notizie
    che essi ripetono e dagli Sciti le abbiamo raccolte noi,  che diamo  a
    quegli  uomini  il  nome di Arimaspi,  vocabolo scita;  poich tra gli
    Sciti "arima" vuol dire uno e "spu" occhio.

     28.  In tutti questi paesi che ho nominato l'inverno  cos duro che
    ivi,  per ben otto mesi, il freddo diventa addirittura insopportabile.
    Durante questo tempo,  gettando dell'acqua  per  terra  non  ne  farai
    fango; mentre l'otterrai accendendo il fuoco: gela il mare, gela tutto
    il  Bosforo  cimmerio  e  nel  ghiaccio  si muovono in massa gli Sciti
    situati fuori della fossa e vi spingono i loro carri  per  passare  di
    l, nel paese dei Sindi.
    Ma  se l'inverno  cos costantemente duro per otto mesi,  negli altri
    quattro in quei luoghi non fa certo caldo. Per il suo carattere,  poi,
    si distingue da tutti gli inverni che si riscontrano negli altri paesi
    questo,  nel  quale  la  pioggia non cade in quantit degna di ricordo
    nella stagione ordinaria delle piogge;  mentre d'estate non smette mai
    di  piovere  e  i  tuoni  ivi non si sentono mai quando normalmente si
    fanno sentire altrove,  mentre scoppiano violenti  in  estate.  Quando
    tuona  durante  l'inverno,  gli  abitanti  se ne stupiscono come di un
    prodigio.  Cos pure,  nella Scizia,  si ritiene un  fatto  miracoloso
    allorch  si  verifica  una  scossa  di  terremoto,  sia  d'estate sia
    d'inverno.
    I cavalli resistono a sopportare un inverno cos rigido;  ma i muli  e
    gli asini non lo sopportano affatto.  Altrove,  invece, sono i cavalli
    che, trovandosi esposti al freddo intenso, muoiono assiderati,  mentre
    asini e muli resistono bene.

     29.  Secondo me,   questa la ragione per cui col, tra l'altro, non
    crescono le corna a quella razza di buoi che appunto ne sono privi;  e
    il   mio  parere    confermato  anche  da  un  verso  di  Omero  che,
    nell'"Odissea" (27), si esprime cos: "E la Libia dove gli agnelli ben
    presto mettono le corna",  dove  detto secondo verit che  nei  paesi
    caldi  le corna crescono rapidamente,  mentre dove il freddo  intenso
    gli animali o  non  mettono  affatto  corna,  o  se  queste  crescono,
    crescono a stento.

     30.  In quella regione,  dunque,  questi fenomeni si spiegano per il
    freddo;  ma io mi domando stupito (dato  che  la  mia  storia  fin  da
    principio  ha richiesto delle digressioni) perch mai in tutta l'Elide
    non possano nascere dei muli,  nonostante il clima del paese  non  sia
    rigido  e non vi sia altra causa manifesta: gli Elei stessi dicono che
     per effetto d'una maledizione (28) che essi non  possono  avere  dei
    muli.  Sicch,  quando s'avvicina la stagione adatta alla fecondazione
    delle cavalle,  essi le spingono  fuori  dell'Elide  presso  i  popoli
    confinanti e l,  nel paese vicino, le fanno montare dagli asini, fino
    a che le cavalle non abbiano concepito: allora le riportano indietro.

     31.  Riguardo,  poi,  alle piume di cui,  a quanto dicono gli Sciti,
    sarebbe  piena  l'aria  e per le quali non sarebbe possibile n vedere
    pi avanti nel continente, n aggirarvisi, ecco qual  il mio parere.
    Al Nord di questa regione  cade  continuamente  la  neve,  con  minore
    intensit  d'estate che non d'inverno,  come,  del resto,   naturale.
    Orbene,  chiunque abbia visto da vicino una copiosa nevicata,  intende
    quanto  io  dico:  poich  le falde della neve somigliano a piume ed 
    appunto in conseguenza di tali freddi che la parte  settentrionale  di
    questo continente  inabitabile.
    Ordunque,  io  penso  che gli Sciti,  e i popoli che abitano intorno a
    loro, parlino di piume intendendo indicare le falde di neve.

     32.  Questo che ho detto  quanto si racconta intorno  alle  regioni
    pi  remote;  ma  degli  Iperborei n gli Sciti fanno cenno,  n alcun
    altro di quelli che abitano da quella parte; a meno che non ne parlino
    gli Issedoni. Secondo me, per,  nemmeno questi ne parlano,  poich ne
    parlerebbero  anche gli Sciti,  come raccontano degli uomini che hanno
    un occhio solo
    Ma  da Esiodo (29) che sono nominati  gli  Iperborei;  come  pure  da
    Omero,  negli  "Epigoni",  se  pure  in verit  Omero che ha composto
    questo poema.

     33. Per, quelli che,  a loro riguardo,  tramandano di gran lunga le
    pi numerose notizie sono gli abitanti di Delo, i quali raccontano che
    offerte sacre, avviluppate in paglia di grano, portate dagli Iperborei
    giungono  tra  gli Sciti;  a cominciare da questo paese,  ogni popolo,
    ricevendole dal popolo vicino, le porta verso occidente il pi lontano
    possibile,  fino alle  rive  dell'Adriatico.  Di  qui,  avviate  verso
    mezzogiorno  le accolgono,  primi fra i Greci,  quelli di Dodona;  dal
    paese di costoro le offerte scendono verso il Golfo Maliaco e  passano
    nell'Eubea dove, da una citt all'altra, si fanno giungere a Caristo.
    Dopo questa citt,  lasciano da parte Andro,  poich sono gli abitanti
    di Caristo che le portano a Teno e quelli di Teno  le  accompagnano  a
    Delo.
    In questo modo,  dicono, le sacre offerte arrivano a Delo; ma la prima
    volta gli Iperborei avevano mandato a portarle due  fanciulle,  cui  i
    Deli  danno  i  nomi  di Iperoche e Laodice.  Insieme con queste,  per
    ragioni  di   sicurezza,   gli   Iperborei   avevano   mandato,   come
    accompagnatori,  cinque  dei  loro  cittadini,  quelli che ora vengono
    chiamati "perferei" e ricevono in Delo grandi onori.
    Siccome,  per,  questi inviati non volevano  pi  ritornare  al  loro
    paese,  gli Iperborei, ritenendo intollerabile che dovesse sempre loro
    capitare di non vedere pi di ritorno quelli che  inviavano,  da  quel
    momento avrebbero portato,  dicono, ai propri confini le offerte sacre
    avvolte in paglia di grano,  e raccomandato ai loro  vicini  di  farle
    inoltrare  dal  loro,  nel  paese  d'un altro popolo.  In questo modo,
    dicono, passando di mano in mano giungono a Delo.
    Io so per conoscenza diretta che c' quest'altro costume  che  si  pu
    raffrontare con tale modo di presentare le offerte: le donne di Tracia
    e di Peonia, quando offrono un sacrificio in onore di Artemide Regina,
    non  tengono  tra  le  mani  le sacre offerte se non hanno anche della
    paglia di grano.
    E che queste donne abbiano l'abitudine di fare cos lo so di sicuro.

     34.  In onore di queste vergini che,  venute dagli Iperborei,  hanno
    finito la loro vita a Delo, si tagliano i capelli sia le fanciulle sia
    i giovani: le fanciulle, prima delle nozze, si recidono un ricciolo e,
    avvoltolo  intorno  a  un  fuso,  lo  depongono  sulla tomba delle due
    vergini (la tomba si trova all'interno del recinto sacro ad  Artemide,
    a  mano  sinistra  di  chi  entra  e vi  anche spuntato un olivo);  i
    giovani di Delo avvolgono dei loro capelli intorno a un ciuffo  d'erba
    verde e lo depongono anch'essi sopra la tomba.

      35.  Questo  l'onore che ricevono quelle vergini dagli abitanti di
    Delo.
    Gli stessi Deli, per,  raccontano che,  prima ancora di Iperoche e di
    Laodice, erano giunte a Delo, passando attraverso gli stessi popoli di
    cui  s'  parlato,   anche  Arge  e  Opi,  vergini  provenienti  dagli
    Iperborei. Sennonch, mentre Iperoche e Laodice erano venute a portare
    a Ilitia il tributo che gli Iperborei s'erano imposto in  riconoscenza
    per il parto (30) agevolato,  Arge e Opi erano giunte in compagnia con
    le stesse dee (31).  Dicono,  poi,  che altre testimonianze  di  onore
    vengono  tributate ad Arge e Opi da quelli di Delo: infatti,  le donne
    fanno per esse delle collette invocandone i  nomi  nell'inno  che  per
    loro  ha  composto  Oleno,  di Licia.  Dai Deli avrebbero ricevuto gli
    isolani e gli Ioni l'uso di inneggiare a Opi e  ad  Arge,  chiamandole
    per nome e facendo collette (poich questo Oleno,  venuto dalla Licia,
    compose anche gli altri antichi inni che vengono cantati in  Delo),  e
    quando le cosce delle vittime vengono bruciate sull'altare,  la cenere
    che ne deriva viene tutta adoperata per spargerla sulla tomba di Opi e
    di Arge: la quale si trova dietro il recinto sacro ad Artemide,  volta
    verso  l'aurora,  molto  vicina alla sala da convito (32) di quelli di
    Ceo.

     36. Per gli Iperborei basti quanto s' detto, poich non mette conto
    che io parli della storia di Abari (33) (che  si  dice  fosse  uno  di
    essi)  secondo la quale egli portava in giro per tutto il mondo la sua
    freccia, senza nemmeno toccare cibo.
    Se esistono "uomini dell'estremo nord",  esistono anche altri  "uomini
    dell'estremo sud".
    Mi  vien  da  ridere  quando  vedo che molti hanno gi tracciato varie
    figurazioni della  terra,  ma  nessuno  ne  ha  dato  una  spiegazione
    ragionevole.  Essi  rappresentano l'oceano come scorrente intorno alla
    terra,  che sarebbe rotonda come lavorata  al  tornio  e  si  figurano
    l'Asia  di  dimensioni  uguali all'Europa.  Orbene,  io dimostrer con
    poche parole quanto  grande ciascuno dei  continenti  e  quale    di
    ciascuno la configurazione.

     37. Nel centro dell'Asia sono sistemati i Persiani che giungono fino
    al  mare meridionale detto Eritreo (34): sopra i Persiani,  verso nord
    sono i Medi; sopra i Medi abitano i Saspiri; oltre i Saspiri, i Colchi
    si stendono fino al mare settentrionale (35) nel quale sfocia il fiume
    Fasi:  questi  quattro  popoli  occupano  il  territorio  da  un  mare
    all'altro.

     38. Di l, da questo centro dell'Asia, verso occidente si staccano e
    si  protendono  fino  al  mare  due  penisole  distinte,  che io tosto
    descriver.
    Una di esse, partendo,  a nord,  dal fiume Fasi,  si addentra nel mare
    (36),  bagnata dal Ponto e dall'Ellesponto, fino al Sigeo, promontorio
    della Troade;  a sud,  questa stessa penisola  dal  Golfo  Miriandrico
    (37),  vicino  alla  Fenicia,  si  stende nel mare fino al promontorio
    Triopio (38): in questa penisola abitano 30 popoli.

     39.  Questa,  dunque,   una delle due  penisole:  l'altra,  che  si
    diparte dalla Persia,  si sviluppa verso il Mare Eritreo: comprende la
    Persia;  dopo di essa l'Assiria e dopo l'Assiria  l'Arabia,  la  quale
    finisce,  o meglio,  finisce solo per convenzione,  nel Golfo Arabico,
    dove Dario fece sfociare il canale  che  veniva  dal  Nilo.  Ordunque,
    dalla  Persia fino alla Fenicia il paese  vasto e disteso;  a partire
    dalla Fenicia,  questa penisola si  allunga  attraverso  questo  mare,
    seguendo  le  coste  della Siria,  Palestina e dell'Egitto,  dove va a
    finire: qui vi sono soltanto tre popolazioni.

     40.  Questi sono i paesi dell'Asia verso occidente,  a partire dalla
    Persia:  quanto  alle  regioni  che sono oltre i Persiani,  i Medi,  i
    Saspiri e i Colchi,  e quelle che si stendono verso  l'aurora  e  dove
    sorge  il  sole,  a  sud sono limitate dal Mare Eritreo a nord dal Mar
    Caspio e dal fiume Arasse, che scorre verso oriente.
    Fino all'India l'Asia  abitata;  da  questa  regione,  andando  verso
    l'aurora,  deserta e nessuno sa assolutamente dire che cosa ci sia.

      41.  Tale    la  configurazione  dell'Asia  e  tanto grande la sua
    estensione: la Libia,  invece,    compresa  nella  seconda  penisola,
    poich  segue  immediatamente l'Egitto.  E fino all'Egitto questa zona
    costiera  stretta: poich da questo nostro mare (39) al Mare  Eritreo
    ci  sono  100 mila orge,  che sarebbero quanto dire 1000 stadi;  ma da
    questa parte stretta in poi,  la penisola  si  fa  molto  larga  ed  
    chiamata Libia.

     42. Io mi stupisco di coloro che hanno distinto e diviso il mondo in
    Libia,  Asia  ed  Europa,  poich  non  sono piccole le differenze che
    intercorrono tra queste parti.  L'Europa,  infatti,  nel  senso  della
    lunghezza,  si stende quanto le altre due insieme e, per larghezza, mi
    pare che non sia nemmeno da confrontare con quelle. Quanto alla Libia,
    si vede chiaramente che  tutta circondata dal mare,  eccetto il breve
    tratto in cui confina con l'Asia;  e fu Neco,  il re d'Egitto,  che ne
    diede la dimostrazione, primo di quelli che noi conosciamo: egli, dopo
    aver interrotto lo scavo del canale che dal  Nilo  portava  nel  Golfo
    Arabico,  fece  partire  su delle navi dei marinai fenici con l'ordine
    che, nella via del ritorno,  penetrassero nel mare settentrionale (40)
    attraverso  le  colonne  d'Ercole  e  per questa via raggiungessero di
    nuovo l'Egitto.
    Partiti, dunque,  i Fenici dal mare Eritreo,  veleggiarono per il mare
    meridionale  (41): quando sopraggiungeva l'autunno,  essi,  approdati,
    seminavano il suolo in qualunque parte della Libia si fossero  trovati
    nella loro navigazione e aspettavano la stagione della mietitura. Dopo
    aver  raccolto il grano,  si mettevano di nuovo in mare e cos essendo
    passati due anni, nel terzo,  girate le colonne d'Ercole,  giunsero in
    Egitto.  E  raccontavano  (cosa,  per conto mio,  incredibile,  ma per
    qualche altro,  forse,  no) che,  mentre giravano intorno  alla  Libia
    avevano avuto il sole alla loro destra (42).

      43.  Fu  cos  che  si ebbe per la prima volta la nozione esatta di
    questa  regione.  Poi  ci  sono  i  Cartaginesi  che  confermano  tale
    conoscenza, poich Sataspe, figlio di Teaspe, Achemenide, non riusc a
    compiere il giro completo della Libia, preciso scopo per cui era stato
    mandato.  Ma,  preso  da sgomento per la lunghezza della navigazione e
    per la solitudine,  fece marcia indietro  e  non  port  a  compimento
    l'impresa che sua madre gli aveva imposto.
    Egli,  infatti,  aveva  fatto  violenza  ad una vergine,  la figlia di
    Zopiro,  figlio di Megabizo.  Poi,  mentre doveva,  per questa  colpa,
    essere impalato per ordine del re Serse,  la madre di Sataspe, che era
    sorella di Dario,  chiese per lui  la  grazia,  assicurando  che  essa
    stessa  gli  avrebbe  inflitto  una  punizione pi grave di quella che
    voleva dargli il re: poich sarebbe stato costretto  a  fare  il  giro
    della  Libia,  fino  a che,  sempre costeggiandola,  fosse arrivato al
    Golfo Arabico.
    Avendo Serse acconsentito a queste condizioni,  Sataspe se ne venne in
    Egitto e, presa sul posto una nave con dei marinai, fece vela verso le
    colonne  d'Ercole.  Oltrepassatele  e doppiato il promontorio di Libia
    che si  chiama  Solunte  (43),  punt  verso  mezzogiorno:  dopo  aver
    percorso in molti mesi gran tratto di mare,  visto che gliene rimaneva
    sempre di pi da percorrere, invertita la rotta, se ne torn ancora in
    Egitto.  Di qui,  poi,  recatosi presso il re Serse,  gli raccont che
    nella  parte pi lontana del suo viaggio aveva costeggiato il paese di
    uomini piccoli,  che usavano vestiti di  foglie  di  palma,  i  quali,
    quand'essi  approdavano  con  la  nave,  immancabilmente fuggivano sui
    monti,  abbandonando i loro paesi:  essi,  per,  entrandovi,  non  vi
    facevano  alcun  danno,  accontentandosi  di  prendere  solo  cose  da
    mangiare.
    Se poi egli non aveva interamente compiuto il suo viaggio intorno alla
    Libia, lo si doveva al fatto che la nave non era pi stata in grado di
    proseguire e s'era arrestata.
    Serse,  per,  non riconoscendo come vere queste ragioni,  o,  almeno,
    siccome  quello  non  aveva  assolto il compito assegnatogli,  lo fece
    impalare, infliggendogli cos la pena gi da tempo decretata.
    Un eunuco di questo Sataspe,  appena avuto notizia che il suo  padrone
    era  morto,  se  ne  fugg  a  Samo con grandi ricchezze,  delle quali
    s'impadron,  poi,  uno di Samo: io conosco il nome di quest'uomo;  ma
    deliberatamente lo passo sotto silenzio.

     44.  Riguardo all'Asia, la maggior parte delle scoperte furono fatte
    per merito di Dario,  il quale,  volendo sapere dove mai vada a finire
    in  mare il fiume Indo che,  fra tutti i fiumi,   il secondo (44) che
    nutra dei coccodrilli, mand con delle navi vari uomini che era sicuro
    gli avrebbero riferito la verit e,  tra gli altri,  anche Scilace  di
    Carianda (45).
    Costoro,  partiti  dalla  citt di Caspatiro e dalla regione dei Pati,
    fecero vela,  seguendo la corrente del  fiume,  verso  l'aurora  e  il
    sorgere del sole fino al mare;  poi attraverso il mare navigando verso
    occidente, giunsero,  dopo 29 mesi,  a quello stesso luogo donde il re
    d'Egitto aveva fatto partire i Fenici, di cui ho parlato prima, perch
    facessero il giro della Libia.
    Dario, dopo che costoro ebbero compiuto il loro viaggio tutto intorno,
    assoggett gli Indi e prese a valersi di questo mare.
    Cos  anche  l'Asia,  se  si  eccettua  la parte verso oriente,  offre
    caratteristiche (46) uguali a quelle della Libia.

     45. Riguardo all'Europa, invece,  nessuno conosce con sicurezza se 
    circondata dal mare,  n a oriente, n a settentrione: si sa solo che,
    in lunghezza,  si stende quanto le altre due  parti  del  mondo  prese
    insieme.
    N io riesco a comprendere per quale ragione alla terra, che  una, si
    diano tre distinte denominazioni,  prese da nomi di donna,  e alle sue
    parti siano stati fissati, come confini, il Nilo, fiume d'Egitto, e il
    Fasi,  fiume della Colchide (secondo altri,  invece,  il  Tanai  [47],
    fiume della Meotide e lo stretto dei Cimmeri);  n si possono sapere i
    nomi di quelli che ne hanno determinato i limiti,  n donde ne abbiano
    tratto le denominazioni.
    Infatti secondo la maggior parte dei Greci,  la Libia avrebbe avuto il
    nome la Libia,  una donna del paese,  e l'Asia (48)  dalla  moglie  di
    Prometeo:  i  Lidi,  per,  rivendicano  a  s  questa  denominazione,
    sostenendo che l'Asia  stata cos chiamata da Asio, figlio di Coti, a
    sua volta figlio di Mane,  non dall'Asia di Prometeo;  anche la  trib
    Asia in Sardi trae origine da Asio.
    Dell'Europa  nessuno  degli  uomini sa se sia circondata dal mare,  n
    donde abbia avuto il suo nome,  n si conosce chi  gliel'ha  posto;  a
    meno  che  non  si  voglia  dire che la regione ha ricevuto il nome da
    Europa di Tiro,  dato che,  prima,  era senza nome come le altre parti
    del mondo.  Ma  certo che quest'Europa era originaria dall'Asia e non
    giunse mai fino  a  quella  regione  dai  Greci  chiamata  Europa,  ma
    soltanto dalla Fenicia arriv a Creta e da Creta in Licia.
    Questo   basti  per  quanto  s'  detto;   noi  ci  varremo  dei  nomi
    tradizionali.

     46.  Il Ponto Eussino,  verso il quale era diretta la spedizione  di
    Dario, fra tutti i paesi  quello che presenta i popoli pi ignoranti,
    se si eccettuano gli Sciti; poich, entro il bacino del Ponto, non c'
    popolazione  che  noi  possiamo  citare  per  la sua intelligenza,  n
    sappiamo che sia vissuto un uomo colto,  se si escludono  appunto  gli
    Sciti e Anacarsi. In verit, una sola questione, molto importante, fra
    quelle degli uomini fu risolta dal popolo scita nel modo pi saggio di
    tutti  quelli  che  noi  conosciamo;  per  il  resto,  non ho nulla da
    ammirare.
    Ma la scoperta,  molto importante,  che  stata da loro  fatta    che
    nessuno  possa sfuggire loro,  quando li abbia assaliti,  e che non ci
    sia assolutamente il verso di coglierli se  essi  non  vogliono  farsi
    scoprire.
    E  infatti,  come  potrebbero  non essere imbattibili,  anzi,  nemmeno
    avvicinabili,  uomini che non hanno n citt n  mura  costruite;  ma,
    portandosi  dietro  la  propria  casa,  sono  tutti arcieri a cavallo,
    vivono di bestiame, non gi dei prodotti della terra,  e hanno la loro
    abitazione sui carri?

      47.  Naturalmente,  essi  hanno trovato questo sistema di vita e di
    difesa perch hanno favorevole  il  paese  e  come  alleati  i  fiumi:
    infatti,  il  territorio,  che    tutto  piano,   ricco di pascoli e
    abbondante di acqua.  Lo percorrono fiumi  che  non  sono  molto  meno
    numerosi  dei  canali  che si trovano in Egitto e di essi io ricorder
    questi che sono conosciuti e sono navigabili venendo dal mare: l'Istro
    (49) dalle cinque foci e, quindi, il Tiras, l'Ipani, il Boristene,  il
    Panticape, l'Ipaciri, il Gerro e il Tanai.
    Il corso dei fiumi si svolge nel modo seguente.

     48.  L'Istro,  che  il pi importante dei fiumi che noi conosciamo,
    scorre sempre uguale a se stesso, sia d'estate,  sia d'inverno.  E' il
    primo,  venendo da occidente,  che scorre nella Scizia e se si  fatto
    di portata grandissima  perch anche altri fiumi vanno a portargli le
    loro acque; e a renderlo imponente sono questi: prima di tutto, cinque
    che scorrono in territorio scitico e sono importanti; cio, quello che
    gli Sciti chiamano Porata e  i  Greci  Pireto  (50);  un  altro    il
    Tiaranto, poi c' l'Araro, poi il Napari e l'Ordesso.
    Il primo dei fiumi che ho nominato  importante e mescola all'Istro le
    sue acque, scorrendo a Oriente; il secondo nominato, il Tiaranto (51),
     pi a Occidente e di minor portata;  l'Araro,  il Napari e l'Ordesso
    si gettano nell'Istro scorrendo nel territorio  che  si  trova  tra  i
    primi due.
    Sono  questi i fiumi di Scizia che,  nati sul posto,  contribuiscono a
    ingrossare l'Istro,  ma ad esso si mescola pure il Maris che  proviene
    dal paese degli Agatirsi.

     49.  Dalle cime del monte Emo (52) altre tre grandi fiumi, scorrendo
    in direzione nord, si gettano nell'Istro: l'Atlas, l'Auras e il Tibisi
    (53); attraverso la Tracia e i Traci Crobizi scorrono l'Atri,  il Noes
    e  l'Artane  (54) che sfociano nell'Istro e nell'Istro pure mette foce
    il fiume Scio (55),  che scende dal paese dei Peoni e dal monte Rodope
    e divide a met il monte Emo.
    Dal  paese  degli  Illiri,  scorrendo verso nord,  il fiume Angro (56)
    irrompe nella pianura dei Triballi e nel fiume Brongo,  il quale a sua
    volta  finisce  nell'Istro;  in  tal modo,  l'Istro accoglie ambedue i
    corsi d'acqua che sono importanti.
    Dalla regione sopra gli Umbri (57)  si  gettano  nell'Istro  il  fiume
    Carpi  (58)  e  un  altro  fiume,  l'Alpi,  che  scorrono anch'essi in
    direzione nord. Infatti,  l'Istro scorre attraverso tutta l'Europa,  a
    cominciare  dal  paese  dei Celti,  che abitano le regioni pi lontane
    dell'occidente  d'Europa,   eccettuati  i  Cineti;   e   dopo   averla
    attraversata tutta, va a costeggiare un lato della Scizia.

     50. E' per questo apporto d'acqua dai fiumi su ricordati, e da molti
    altri  che vi confluiscono,  che l'Istro diventa il pi importante dei
    fiumi;  poich a confrontare la massa  d'acqua  solamente,  l'uno  con
    l'altro,  il  Nilo ha una portata superiore: infatti in questo non c'
    fiume  (59)  o  sorgente  che  vada  a  sfociare  e  contribuisca   ad
    accrescerne il volume.
    L'Istro,  poi, scorre sempre uguale, sia d'estate che d'inverno, a mio
    modo di vedere,  per la ragione seguente: d'inverno esso  quello  che
    ,  e non supera di molto la sua naturale portata, poich d'inverno in
    quella regione piove pochissimo, mentre costantemente vi cade la neve.
    D'estate, invece, la neve caduta durante la stagione invernale,  che 
    abbondante,  fondendosi,  va  a  finire  da  ogni  parte nell'Istro: e
    appunto questa neve che si getta nel  fiume  contribuisce  a  renderlo
    imponente,  unita a piogge frequenti e abbondanti: poich, d'estate s
    che piove.  E cos quanto  pi l'acqua che il sole  attira  a  s  in
    estate che in inverno, tanto pi considerevole  l'apporto d'acqua che
    si  mescola  all'Istro d'estate che non d'inverno.  Da questi fenomeni
    contrari si ha un compenso; cos che l'Istro si mostra sempre uguale.

     51. Uno, dunque,  dei fiumi della Scizia  l'Istro.  Dopo questo c'
    il  Tiras  (60),  che  viene  dalla  direzione  del vento Borea e trae
    origine da un gran lago,  che segna i confini fra il paese degli Sciti
    e  quello dei Neuri: alla foce di questo fiume sono situati dei Greci,
    che si chiamano Tiriti.

     52. Terzo  il fiume Ipani (61),  che ha la sua origine nella Scizia
    stessa e fluisce da un grande lago, intorno al quale pascolano cavalli
    bianchi  allo  stato selvaggio: a ragione questo lago  chiamato madre
    dell'Ipani.
    Di l,  dunque,  traendo origine,  la corrente dell'Ipani  per  cinque
    giorni di navigazione  di portata modesta e la sua acqua  dolce;  ma
    da questo punto,  a quattro giorni di navigazione dal mare,  l'acqua 
    terribilmente amara; infatti, in esso si riversa una sorgente di acqua
    amara,  ma  cos amara,  che,  pur essendo di modesta portata,  altera
    quella dell'Ipani,  che  un fiume grande quanto  ce  ne  sono  pochi.
    Questa  fonte  si  trova sui confini del paese degli Sciti agricoltori
    con quello degli Alazoni. La sorgente, e la localit donde sgorga,  in
    lingua scitica si chiamano "Esampeo", in lingua greca "Vie sacre".
    Il  Tiras  e  l'Ipani,  nei  pressi  degli  Alazoni,  accostano  l'uno
    all'altro i loro  alvei;  ma  da  questo  punto,  ognuno  di  essi  si
    allontana, lasciando nel mezzo un ampio spazio.

     53.  Quarto fiume  il Boristene (62),  che,  dopo l'Istro,  il pi
    importante di questi corsi d'acqua e,  a mio parere,  il pi ricco  di
    risorse  non  solo dei fiumi della Scizia ma anche di tutti gli altri;
    eccettuato sempre il Nilo d'Egitto.  Poich con questo non c'  nessun
    altro fiume che si possa confrontare. Per dei rimanenti, il Boristene
      il pi ricco di risorse,  dato che offre pascoli bellissimi e molto
    ubertosi per gli animali;  pesci che sono decisamente i pi saporiti e
    i  pi  numerosi;  la  sua  acqua    molto piacevole a bersi e scorre
    limpida, mentre gli altri fiumi sono fangosi;  tutto ci che si semina
    lungo le sue rive cresce meravigliosamente e l'erba, anche l dove non
    viene  seminata,   altissima.  Alla sua foce,  il sale spontaneamente
    cristallizza in quantit immensa;  alla  salatura  fornisce  pesci  di
    grosse dimensioni, senza spine, che si chiamano storioni e molte altre
    risorse offre che meritano di essere ammirate.
    Fino  al  territorio  di  Gerro,  cui  si  giunge  con  40  giorni  di
    navigazione,  si sa che esso proviene dalla direzione del vento Borea;
    ma  oltre  quel  luogo,  nessuno  sa  dire attraverso quali paesi esso
    scorra. E' chiaro,  per,  che attraversa il deserto prima di giungere
    alla regione degli Sciti contadini, poich questi Sciti abitano le sue
    rive  su  un tratto di dieci giorni di navigazione.  E' questo il solo
    fiume, insieme con il Nilo, di cui non sono in grado di dire dove sono
    le sorgenti, n credo che lo sappia alcun altro dei Greci.
    Appena il Boristene, nel suo corso, giunge vicino al mare,  subito con
    le sue acque si mescola l'Ipani,  sfociando nella medesima palude.  Il
    tratto di territorio fra questi fiumi,  che   una  lingua  di  terra,
    viene  chiamato  promontorio  di Ippolao,  e in esso  stato eretto un
    santuario  a  Demetra:  al  di  l  del  santuario,  sull'Ipani,  sono
    stanziati i Boristeniti.

     54. Ci  quanto si sa di questi fiumi.
    Proseguendo,   c',  come  quinto,  un  altro  fiume,  che  si  chiama
    Panticape: anche esso viene dal nord e nasce da un lago; nel paese tra
    questo e il Boristene abitano gli Sciti agricoltori;  sbocca presso la
    regione Ilea e, dopo averla costeggiata, va a gettarsi nel Boristene.

     55. Sesto fiume  l'Ipaciri che nasce da un lago e, attraversando la
    regione  degli  Sciti  nomadi,  sbocca  presso la citt di Carcinitide
    (63), chiudendo a destra l'Ilea e il cosiddetto "Corso d'Achille".

     56. Il Gerro, che  il settimo fiume, risulta staccato dal Boristene
    in quel luogo del territorio fin dove  il  corso  di  questo  fiume  
    conosciuto;  se  ne stacca,  dunque,  da questo punto e prende il nome
    stesso della localit, Gerro; quindi, correndo verso il mare, segna il
    confine fra il paese degli Sciti nomadi e quello degli Sciti  reali  e
    va a finire nell'Ipaciri.

     57. Ottavo fiume  il Tanai (64), che scorre a Nord, traendo origine
    da  un grande lago,  e finisce in un lago ancora pi grande,  chiamato
    Meotide,  che segna il confine fra gli Sciti reali e i  Sauromati.  In
    questo Tanai sbocca un altro fiume che si chiama Irgi (65).

     58.  Non solo per,  gli Sciti si avvantaggiano in tal modo di fiumi
    conosciuti, ma per le loro bestie, il foraggio che cresce nella Scizia
    favorisce la secrezione della bile  pi  di  tutte  le  erbe  che  noi
    conosciamo;  e che sia cos,  lo si pu constatare quando si sventrano
    gli animali.

     59.  Cos delle cose pi importanti per la vita  essi  hanno  grande
    abbondanza; per il resto, ecco quali sono i loro usi.
    Gli  di  cui rivolgono preghiere sono soltanto questi: in primo luogo
    Vesta;  poi,  Zeus e la Terra,  che ritengono sposa  di  Zeus;  quindi
    Apollo e Afrodite Urania ed Eracle e Ares: a queste divinit tutti gli
    Sciti  rendono  culto;  ma  gli Sciti che chiamano "reali" sacrificano
    anche a Posidone.  Vesta in lingua scita   denominata  Tabiti;  Zeus,
    molto opportunamente a mio modo di vedere,   chiamato Papeo (66);  la
    Terra si chiama Api; Apollo,  Goitosiro;  Afrodite Urania,  Argimpasa;
    Posidone, Tagimasada.
    Non  hanno  per  abitudine  di  erigere loro statue,  altari e templi,
    tranne che ad Ares; a questo s che usano innalzarli.

     60.  Il modo di sacrificare  lo stesso per tutti  e  per  tutte  le
    cerimonie  alla  stessa  maniera  si svolge cos: la vittima se ne sta
    ritta con le zampe anteriori legate da una corda; il sacrificante, che
    si pone dietro all'animale,  con uno strattone al capo della  fune  lo
    abbatte,  e,  mentre  la  vittima  cade,  egli  invoca il dio al quale
    intende offrire il sacrificio.  Poi le avvolge  intorno  al  collo  un
    laccio e, introdottovi un bastone, ve lo fa girare, finch la strozza,
    senza  che  sia  stato acceso il fuoco,  senza l'offerta di primizie e
    senza fare libagioni.  Dopo averla strozzata e scuoiata,  si accinge a
    cuocerne le carni.

     61. Siccome, poi, la terra di Scizia  quanto mai povera di legname,
    ecco  cos'hanno  essi  escogitato per cuocere le vittime.  Dopo averle
    scuoiate, ne liberano le carni dalle ossa, e poi le gettano in caldaie
    (quando le hanno) che sono caratteristiche del paese,  molto simili ai
    crateri di Lesbo, solo che sono molto pi grandi; dunque, gettatele in
    queste,  le  cuociono  bruciandovi  sotto  le ossa delle vittime.  Se,
    invece, non hanno caldaie, essi insaccano tutte le carni nel ventre e,
    mescolandovi dell'acqua,  vi accendono sotto le ossa.  Queste bruciano
    molto  bene  e le pance contengono agevolmente le carni,  quando siano
    state liberate dalle ossa: cos un bue offrir materia per cuocere  se
    stesso; e per ogni altro animale  la stessa cosa.
    Quando le carni siano cotte,  il sacrificante, consacrando le primizie
    delle carni e delle viscere, le scaglia in alto, avanti a s.
    Fra gli altri animali, essi sacrificano, in modo particolare, cavalli.

     62. In tal modo e con questi animali fanno sacrifici agli altri di;
    per Ares, invece, si comportano cos.
    In ognuna delle province dei loro regni si innalza un monumento  sacro
    ad  Ares  costruito  nella maniera seguente: si accumulano fastelli di
    legna su uno spazio che misura tre stadi in lunghezza e altrettanti in
    larghezza; meno, per, in altezza. Sopra questo cumulo viene sistemata
    una superficie piana quadrata: tre dei lati sono ripidi, a picco;  per
    uno  solo  si  pu salire.  Ogni anno,  con 150 carri,  si completa il
    carico di legna,  perch a causa delle intemperie il  mucchio  subisce
    delle perdite.  Ordunque, sopra questa catasta in ogni provincia viene
    piantata una antica scimitarra di ferro,  ed  questa  il  simbolo  di
    Ares. A questa scimitarra essi ogni anno offrono sacrifici di bestiame
    e  di cavalli;  anzi,  in pi che agli altri di compiono anche questi
    altri riti: di tutti i nemici che  hanno  catturato  vivi  sacrificano
    l'uno  per cento,  immolandoli non con lo stesso rituale che usano per
    il bestiame; ma in modo diverso.
    Dopo aver libato vino sopra la testa dei prigionieri,  li sgozzano  in
    modo da raccoglierne il sangue in un vaso;  quindi, portato il vaso in
    alto sulla catasta di legna, versano il sangue sopra la scimitarra.  E
    mentre  si porta in alto il sangue,  ai piedi della sacra catasta,  in
    basso,  ecco cosa fanno: dopo aver reciso a tutti i nemici immolati la
    spalla  destra  insieme  con  il braccio,  le scagliano all'aria e poi
    quando hanno finito anche con le altre  vittime,  si  allontanano:  il
    braccio rimane l dove  caduto e separato da esso rimane il cadavere.

     63.  Questi sono i generi di sacrifici in onore presso di loro; essi
    non usano assolutamente immolare  porci,  anzi  non  vogliono  nemmeno
    allevarli nel loro paese.

      64.  Ecco  ora come sono le loro abitudini per quel che riguarda la
    guerra.
    Quando uno scita abbatte il suo primo nemico,  ne beve  il  sangue.  A
    tutti  quelli che uccide in battaglia taglia la testa e la presenta al
    re; solo,  infatti,  se porta una testa pu aver parte del bottino che
    hanno fatto; se non la porta, niente! E la scotenna nel modo seguente:
    praticata un'incisione tutto intorno alle orecchie, afferra la pelle e
    la strappa dal cranio;  poi,  raschiata via la carne servendosi di una
    costola di bue,  macera la pelle con le mani e conciatala,  ne fa  una
    specie di pannolino, che, poi, lega alle briglie del cavallo che monta
    e  di  ci  mena  vanto,  poich  chi  ha  il maggior numero di questi
    pannolini  considerato il pi valoroso di tutti.
    Molti di essi con tali pelli scorticate si confezionano anche mantelli
    da indossare,  cucendole insieme,  come  si  fa  per  le  casacche  da
    pastori; e molti, pure, ai cadaveri dei loro nemici strappano la pelle
    della mano destra insieme con le unghie e se ne fanno coperchio per la
    faretra.
    Ho potuto constatare che la pelle umana era spessa e lucida;  forse di
    tutte le pelli la pi brillante per la sua bianchezza. Molti,  infine,
    perfino a dei corpi interi tolgono la pelle,  che poi distendono sopra
    sostegni di legno e portano in giro a cavallo.

     65.  Questi sono gli usi in voga presso di loro e in tale modo  sono
    rispettati.  Quanto,  poi, alle teste, non di tutti, ma dei nemici pi
    odiati, essi le conciano cos: dopo aver tagliato con la sega la parte
    del cranio che  sopra le ciglia, ognuno ne pulisce l'interno; poi, se
    lo scita  povero se ne serve  come  tazza,  cos,  solo  dopo  averlo
    rivestito esternamente con pelle di bue non conciata;  se,  invece,  
    ricco,  non s'accontenta della pelle di bue all'esterno ma lo usa come
    coppa dopo averne rivestito d'oro l'interno.  Fanno questo anche con i
    crani dei familiari,  se tra loro sia sorta contesa e uno abbia  avuto
    vittoria a giudizio del re.  E quando giungono a lui degli ospiti, dei
    quali tenga gran conto,  presenta loro questi crani e  racconta  come,
    pur essendogli parenti,  gli abbiano mosso guerra e siano stati da lui
    debellati:  una prodezza questa, di cui si vantano.

     66. Una volta ogni anno, i vari governatori offrono,  ciascuno nella
    propria  provincia,  un  cratere di vino misto ad acqua,  a cui bevono
    quegli Sciti che abbiano ucciso  dei  nemici;  quelli  che  non  hanno
    compiuto questa prodezza, non possono gustare di quel vino, ma siedono
    in disparte disprezzati:  questo per loro il disonore pi grande.
    Al  contrario,  quelli  che  ne  abbiano  uccisi  un  numero veramente
    notevole,   attingono  con  due   tazze   alla   volta   che   vuotano
    contemporaneamente.

      67.  Numerosi  sono  tra  gli Sciti gli indovini,  che traggono gli
    auspici per mezzo di parecchie  verghe  di  salice,  in  questo  modo.
    Portati dei gran fasci di verghe, li depongono a terra e li slegano e,
    ponendo  a  parte  a una a una le verghe (67),  recitano delle formule
    magiche;  quindi senza interrompere le invocazioni  le  raccolgono  di
    nuovo e di nuovo le rimettono a parte,  a una a una. Questa  per loro
    la forma di divinazione tramandata dai padri.
    Gli Enarei, uomini-donne,  affermano che fu Afrodite che concesse loro
    tale arte;  essi,  dunque, traggono auspici dalla corteccia di tiglio:
    dopo averla spaccata in  tre  parti,  ognuno  rende  i  suoi  vaticini
    avvolgendola e svolgendola sulle sue dita.

      68.  Quando  il  re  degli Sciti cade ammalato manda a chiamare tre
    degli indovini che godono della massima reputazione,  i quali svolgono
    le loro pratiche nel modo che s' detto; per lo pi, essi si esprimono
    generalmente  cos;  cio,  il  tale  e  il tal altro (indicando fra i
    cittadini quello cui si riferiscono)  ha  prestato  giuramento  falso,
    invocando  il  focolare regale;  poich gli Sciti hanno l'abitudine di
    giurare in preferenza per il focolare del  re,  allorquando  intendono
    pronunciare  il  giuramento  pi  solenne.  Tosto  viene  arrestato  e
    condotto al re  colui  che  essi  indicano  come  spergiuro  e  appena
    arrivato,  gli indovini gli rivolgono l'accusa che dai riti divinatori
    risulta che egli ha giurato il falso per il focolare regale e questa 
    la ragione per cui il re si trova a  soffrire.  Quello,  naturalmente,
    protesta  che  non    vero,  che  non  ha  spergiurato  e  si lamenta
    risentito.  Alle sue proteste,  il re manda a chiamare altri indovini,
    in  numero doppio;  e se anche questi,  ricorrendo alla divinazione lo
    condannano come spergiuro,  senz'altro gli tagliano la testa e i  suoi
    beni vengono ripartiti fra i primi indovini.  Se, invece, gli indovini
    sopraggiunti lo dichiarano innocente,  ne  vengono  chiamati  altri  e
    altri   ancora:  se  la  maggior  parte  di  essi  si  dichiarano  per
    l'innocenza di quell'uomo,   stabilito che i primi  indovini  debbano
    essi stessi morire.

     69. Ed ecco in che modo li fanno morire.
    Riempito  un  carro con un cumulo di legna da ardere,  vi si aggiogano
    dei buoi;  quindi gli indovini,  con i ceppi ai piedi,  le mani legate
    dietro  le  spalle e un bavaglio alla bocca,  vengono stipati in mezzo
    alla legna,  cui si d fuoco e si lasciano partire i buoi dopo  averli
    spaventati.
    Insieme  con gli indovini spesso anche i buoi restano preda del fuoco;
    ma molti, anche mezzo bruciati, riescono a sfuggire,  quando il timone
    del carro sia stato distrutto dalle fiamme.
    Anche  per  altre colpe gli indovini vengono bruciati nel modo che s'
    detto, perch accusati di falsa divinazione. Per, di quelli che manda
    a morte il re, non risparmia nemmeno i figli; sicch fa uccidere tutti
    i maschi, mentre non fa alcun male alle figlie.

     70.  Questo  il rito secondo il  quale  gli  Sciti  pronunciano  un
    giuramento nei riguardi di qualcuno.
    In  una  grande  coppa  di  terracotta,  dove  hanno versato del vino,
    mescolano un po' di sangue di quelli  che  stringono  il  patto,  dopo
    averli  punti  con  una  lesina o aver loro praticato con la spada una
    piccola  incisione  sul  corpo;   quindi  immergono  nella  coppa  una
    scimitarra,  delle  frecce,  un'ascia  e  un  giavellotto.  Ci fatto,
    pronunciano molte formule religiose e quindi  bevono  quello  che  c'
    nella  tazza,  non solo coloro che stringono il patto;  ma anche,  dei
    presenti, le persone di maggior riguardo.

     71.  I sepolcri dei re sono nella regione dei Gerri,  l fin dove il
    Boristene    navigabile.  Ivi,  quando il re viene a morire,  scavano
    nella terra una grande  fossa  quadrata  e  quando  l'hanno  preparata
    prendono  su  il  cadavere (il corpo  stato completamente spalmato di
    cera; il ventre,  aperto,  ripulito e,  dopo averlo riempito di cipero
    tritato,  di  aromi  di  semi  d'apio  e  di  aneto,  di nuovo  stato
    ricucito) e lo portano su un carro presso un altro popolo.  Quelli che
    ricevono  il  cadavere  che   stato portato tra loro,  fanno come gli
    Sciti reali: si tagliano un pezzo d'orecchio,  si radono tutto intorno
    i  capelli,  si fanno incisioni intorno alle braccia,  si graffiano la
    fronte e il naso e si trafiggono con frecce la mano sinistra.  Di  l,
    sempre col carro, portano il cadavere del re presso un altro popolo di
    quelli  soggetti e lo segue un corteo dal paese dove prima era giunto.
    Quando con il morto abbiano fatto il  giro  per  tutti  i  popoli,  si
    trovano  tra i Gerri,  stanziati nel paese pi lontano di tutti quelli
    sottoposti al loro dominio,  e al luogo  della  sepoltura.  Qui,  dopo
    averlo deposto nella stanza sepolcrale sopra un giaciglio di fogliame,
    piantate in terra delle lance, da una parte e dall'altra del cadavere,
    vi  mettono sopra dei travicelli,  indi ricoprono il tutto con stuoie.
    Nel restante spazio libero della stanza  funebre  seppelliscono,  dopo
    averla strangolata,  una delle sue concubine, oltre al suo coppiere, a
    un cuoco, uno scudiero, un servo, un portamessaggi,  dei cavalli e una
    parte scelta di tutte le altre cose, e coppe d'oro (essi non fanno uso
    alcuno di argento o di rame). Ci fatto, tutti s'adoprano a erigere un
    tumulo  e  vanno  a  gara  con  grande  zelo perch sia il pi elevato
    possibile.

     72.  Trascorso un anno,  compiono un nuovo rito che si svolge  cos:
    presi,  degli  altri  servi,  quelli che gli erano i pi familiarmente
    vicini (sono Sciti nati nel paese e diventano servi quelli cui  il  re
    comanda;  non hanno,  essi,  domestici comprati per denaro); di questi
    servi,  dunque,  ne strangolano una cinquantina e cos  fanno  con  50
    cavalli, i pi belli; poi, svuotato loro il ventre, che viene pulito e
    riempito di paglia, lo ricuciono di nuovo. Poi fissata al suolo su due
    sostegni  di  legno  una  mezza  ruota,  con l'arco verso terra,  e la
    seconda met su altri due,  piantano,  allo stesso modo,  parecchie di
    queste mezze ruote.  Fanno, quindi, passare entro i cavalli, nel senso
    della lunghezza, dei grossi pali, fino al collo e appoggiano i cavalli
    sopra le mezze ruote; di modo che quelle davanti sostengono gli omeri,
    e quelle di dietro sorreggono il ventre presso  le  cosce;  mentre  le
    zampe anteriori e posteriori restano sospese all'aria.  Infine mettono
    ai cavalli anche le briglie e il morso, che tendono, per, in avanti e
    agganciano a dei pioli.
    Su ogni cavallo,  poi,  fanno salire ognuno dei 50  giovani  che  sono
    stati  strangolati,  montandoli  cos:  fanno  passare  in  ognuno dei
    cadaveri un palo verticale lungo la spina dorsale fino  al  collo;  la
    parte inferiore di questo palo sopravanza e viene infissa per mezzo di
    un foro nell'altro legno che passa attraverso il corpo del cavallo.
    Dopo aver collocato siffatti cavalieri intorno alla tomba del re,  gli
    Sciti si allontanano.

     73. In questo modo seppelliscono i loro re.
    Quanto agli altri Sciti, allorch sono morti, i parenti pi stretti li
    conducono, adagiati sui carri,  presso gli amici,  ciascuno dei quali,
    accogliendo  il corteo,  offre un banchetto a chi l'accompagna e anche
    al morto presenta tutto quello che serve agli altri.
    Per 40 giorni le salme dei  privati  vengono  cos  portate  in  giro,
    finch vengono seppellite.
    Compiuta la sepoltura, gli Sciti si purificano in questo modo.
    Dopo essersi spalmata la testa con unguenti e averla poi lavata,  ecco
    cosa fanno per il corpo: rizzate tre pertiche,  inclinate l'una  verso
    l'altra,  vi  stendono  tutto  intorno  coperte  di  feltro  di  lana,
    congiungendole fra loro il pi strettamente possibile  e  poi,  in  un
    catino che  collocato in mezzo alle pertiche e alle coperte,  gettano
    delle pietre rese incandescenti al fuoco.

     74. Essi hanno, perch cresce nel loro paese, la canapa molto simile
    al lino, se si eccettua lo spessore e la lunghezza,  poich per queste
    due qualit la canapa  di gran lunga superiore.
    Questa  pianta  cresce  spontanea e anche viene seminata e i Traci con
    essa confezionano altres dei vestiti,  che assomigliano moltissimo  a
    quelli  di  lino;  tanto  che  colui  che non ne abbia una particolare
    esperienza non potrebbe distinguere se sono fatti di lino o di canapa;
    chi non ha mai visto la canapa,  creder senz'altro che  quella  veste
    sia di lino.

      75.  Ordunque  di  questa  canapa  gli  Sciti  prendono i semi,  si
    introducono sotto le coperte di cui s' parlato, e gettano questi semi
    sopra le pietre arroventate.  A mano a mano che il seme viene gettato,
    si  mette  a  fumare  e  sprigiona esalazioni odorose cos intense che
    nessuna stufa greca potrebbe di pi: e gli Sciti,  deliziati di questo
    bagno di vapore,  uggiolano di piacere. Questo tiene per loro il posto
    del bagno, poich essi non si lavano mai il corpo con l'acqua.
    Le loro  donne  tritano  sopra  una  pietra  ruvida,  su  cui  versano
    dell'acqua,   dei  pezzetti  di  cipresso,   di  cedro  e  dell'albero
    dell'incenso; poi con quello che hanno tritato,  una pasta spessa,  si
    spalmano  tutto il corpo e il viso: le pervade cos un soave profumo e
    insieme, quando il giorno dopo si tolgono il cataplasma, la loto pelle
    ne risulta brillante.

     76.  Anche questo popolo  terribilmente contrario ad  adottare  usi
    forestieri,  non  solo  degli  altri ma in modo particolare quelli dei
    Greci,  come dimostrarono nel caso di Anacarsi  e  poi  di  nuovo  con
    Scila.
    Anacarsi,  infatti,  dopo  aver visitato gran parte del mondo e avervi
    dato prova di grande saggezza,  se ne tornava al suo paese di  Scizia,
    quando,  veleggiando per l'Ellesponto, prese terra a Cizico. E siccome
    trov che gli  abitanti  del  luogo  stavano  celebrando,  con  grande
    splendore, la festa in onore della Madre degli di (68), Anacarsi fece
    voto alla Madre stessa che, se fosse ritornato sano e salvo in patria,
    non  solo avrebbe compiuto dei sacrifici con lo stesso rito che vedeva
    praticato dai Ciziceni, ma avrebbe anche istituito una festa notturna.
    Orbene,  quando giunse in Scizia,  inoltratosi nella regione  chiamata
    Ilea  (si  trova  questa  presso il "Corso d'Achille" ed  tutta densa
    d'alberi  d'ogni  genere),  nascostosi  in  essa,  Anacarsi  celebrava
    completa la festa in onore della dea,  tenendo in mano un tamburello e
    legate intorno al petto sacre immagini (69). Uno scita,  accortosi che
    egli faceva questi riti,  ne avvert il re Saulio e questi,  venuto di
    persona, quando vide Anacarsi intento alla cerimonia, lo colp con una
    freccia e lo uccise.
    E ora se qualcuno chiede di Anacarsi,  gli  Sciti  assicurano  di  non
    conoscerlo perch, uscito dal paese, aveva viaggiato in Grecia e aveva
    adottato costumi forestieri. Ma io ho sentito da Timna, che fu uomo di
    fiducia di Ariapite,  che Anacarsi era zio paterno del re degli Sciti,
    Idantirso;  ed era figlio di Gnuro,  figlio di  Lico,  figlio,  a  sua
    volta, di Spargapite.
    Se, dunque, Anacarsi apparteneva a questa famiglia, sappia che  morto
    ucciso da suo fratello: Idantirso,  infatti, era figlio di Saulio e fu
    appunto Saulio quello che uccise Anacarsi.

      77.  Eppure,  io  ho  sentito  un'altra  versione,  raccontata  dai
    Peloponnesiaci,  che,  cio,  Anacarsi,  mandato  espressamente dal re
    degli Sciti, s'era messo alla scuola dei Greci e poi, ritornato, aveva
    riferito a colui che l'aveva inviato che tutti i  Greci  s'applicavano
    senza  respiro  a  ogni  sorta  di studi,  a eccezione degli Spartani.
    Questi,  per,  erano i soli che sapessero  parlare  e  ascoltare  con
    avvedutezza. Ma questo racconto  stato inventato senza fondamento dai
    Greci stessi e quell'uomo fu ucciso in verit come sopra s' detto.

     78. Tale fine egli ebbe per aver abbracciato costumanze forestiere e
    aver  avuto  contatti  con i Greci;  ma molti anni dopo sub la stessa
    sorte, press'a poco, Scila, figlio di Ariapite.
    Infatti il re degli Sciti Ariapite,  tra gli altri figli,  ebbe  anche
    Scila,  che  era  nato  da una donna proveniente dalla citt di Istria
    (70), non quindi paesana,  la quale gli insegn di persona la lingua e
    le  lettere  greche.  Dopo  un certo tempo,  Ariapite venne ucciso con
    l'inganno dal re degli Agatirsi, Spargapite,  e Scila eredit il regno
    del  padre e anche la sua sposa che si chiamava Opea.  Questa Opea era
    un'indigena,  dalla quale Ariapite aveva  avuto  un  figlio,  di  nome
    Orico.
    Ordunque,  quando fu re degli Sciti, Scila non provava alcuna simpatia
    per la vita che si conduceva in Scizia ed era molto pi portato  verso
    i costumi greci dall'educazione che aveva ricevuto; ecco, quindi, come
    si comportava.
    Ogni  qual  volta  conduceva le truppe (71) degli Sciti alla citt dei
    Boristeniti (questi Boristeniti si proclamano essi  stessi  coloni  di
    Mileto);  ogni  volta,  dunque,  che  giungeva  da loro,  Scila soleva
    lasciare l'esercito nei sobborghi mentre  egli,  entrato  nella  cinta
    delle  mura e fatte chiudere le porte,  deponeva il costume da Scita e
    soleva indossare una veste greca,  con  la  quale  s'aggirava  per  la
    piazza del mercato, senza essere scortato dalle guardie del corpo o da
    alcun'altra  persona (naturalmente,  alle porte stavano in guardia che
    qualche scita non lo vedesse vestito a quel  modo);  e  anche  per  il
    resto  egli  adottava  il  sistema di vita proprio dei Greci e offriva
    agli di sacrifici secondo il loro costume.  Passato cos un  mese,  o
    anche pi, se ne andava, dopo aver indossato di nuovo il vestito degli
    Sciti.  Questo  egli  faceva  di frequente;  anzi in Boristene si fece
    costruire un palazzo e vi sistem una donna del paese che  egli  aveva
    sposata.

     79. Ma poich era destino che egli finisse male, fu questo il motivo
    che lo port a rovina.
    Gli  venne  il  desiderio  di  essere  iniziato ai misteri di Dioniso;
    sennonch, mentre stava per incominciare la sua iniziazione avvenne un
    presagio gravissimo.
    Aveva egli nella citt dei Boristeniti un palazzo  grande  e  sfarzoso
    dall'ampia  cinta,  cui  poco  sopra accennavo,  e intorno al quale si
    ergevano sfingi e grifoni in marmo bianco: orbene,  su questo  palazzo
    il dio scagli un fulmine e tutto ne avvamp,  ma non per questo Scila
    volle interrompere l'iniziazione.
    E' da sapere che gli Sciti rimproverano ai Greci  le  orge  bacchiche;
    non   naturale,  dicono,  che si trovi un dio che induca gli uomini a
    delirare.
    Orbene,  quando Scila fu  iniziato  ai  misteri  dionisiaci,  uno  dei
    Boristeniti  s'affrett  a  correre  di nascosto fra gli Sciti a dire:
    Voi dunque,  o Sciti,  deridete noi perch ci diamo all'orgia e siamo
    invasati dal dio; ma ora questo dio ha invasato anche il vostro re, il
    quale  s'abbandona ai trasporti di Bacco e dal dio  reso furente.  Se
    non mi prestate fede, seguitemi e io ve lo far vedere.
    Lo seguirono i maggiorenti degli  Sciti,  e  il  boristenita  li  fece
    salire di nascosto su una torre e ve li pose in vedetta.
    Quando  Scila  pass  accanto a loro con il tiaso e gli Sciti l'ebbero
    visto in preda a Bacco,  ne furono profondamente addolorati e,  usciti
    fuori  dalla  citt,  riferirono  ai  soldati tutto quello che avevano
    visto.

     80.  Sicch,  quando,  dopo questi fatti,  Scila se  ne  torn  alla
    consueta  dimora,  gli  Sciti  gli  si  ribellarono contro,  dopo aver
    costituito loro capo il fratello di lui, Octamasade, nato dalla figlia
    di Tereo.
    Scila, saputo quello che si macchinava contro di lui e quale ne era la
    ragione,  cerc scampo in Tracia;  appena ne fu informato,  Octamasade
    mosse  in  armi  contro  la  Tracia.  Quando  egli  giunse  sulle rive
    dell'Istro, i Traci gli si schierarono contro e gi stavano per venire
    alle mani quando Sitalce mand a  dire  ad  Octamasade  quanto  segue:
    Perch  dobbiamo  proprio  metterci  alla prova l'un l'altro?  Tu sei
    figlio di mia sorella e hai in tuo potere mio fratello:  restituiscilo
    a me e io metto nelle tue mani Scila.
    Non tentiamo, n tu n io, il rischio d'una battaglia campale.
    Questo    quanto  Sitalce aveva mandato a dire per mezzo d'un araldo:
    effettivamente  presso  Octamasade  s'era  rifugiato  un  fratello  di
    Sitalce.
    Octamasade accett la proposta e, restituito il proprio zio a Sitalce,
    si prese il fratello Scila.
    Sitalce,  preso in consegna il fratello,  si ritir;  a Scila, invece,
    Octamasade fece tagliare la testa l sul posto.
    Con tanta cura gli Sciti difendono le istituzioni patrie,  e tali sono
    le punizioni che infliggono a quelli che adottano costumi stranieri.

      81.  Quanto  al numero degli Sciti,  non mi  stato possibile avere
    notizie esatte,  ma erano ben discordi i dati  che  sentivo  riferire;
    poich erano troppi, o troppo pochi, per un popolo come gli Sciti.
    Ecco tuttavia quello che rivelavano alla mia vista.
    C' una localit fra i fiumi Boristene e Ipani, che si chiama Esampeo,
    e  di  cui  ho  fatto  menzione poco prima di queste notizie,  l dove
    dicevo che c' una fonte di acqua amara e l'acqua che ne sgorga  rende
    imbevibile  quella dell'Ipani.  In questo luogo  collocato un vaso di
    bronzo che  sei volte pi grande del cratere che Pausania,  figlio di
    Cleombroto, ha consacrato (72) all'ingresso del Ponto Eussino; per chi
    ancora non avesse visto questo cratere,  dar le seguenti indicazioni:
    questo vaso di  Scizia  pu  contenere  comodamente  600  anfore  (73)
    d'acqua e lo spessore di questo recipiente di bronzo  di sei dita.
    Mi  dicevano,  dunque,  gli abitanti del luogo che esso fu formato con
    punte di dardi. Infatti il loro re,  che si chiamava Arianta,  volendo
    sapere  quale  era il numero degli Sciti avrebbe dato ordine che tutti
    gli Sciti si presentassero portando ciascuno una punta  tolta  da  una
    freccia; pena la morte a chi non l'avesse portata. Ne fu cos portata,
    dicono, una quantit straordinaria ed egli avrebbe pensato di farne un
    monumento  da lasciare in suo ricordo: fece,  quindi,  costruire detto
    vaso di bronzo e lo consacr in questo luogo dell'Esampeo.
    Ecco quanto udivo raccontare sul numero degli Sciti.

     82.  Questo  paese  non  presenta  nulla  di  straordinario,  se  si
    eccettuano  i  fiumi  che  sono  di gran lunga i pi imponenti e i pi
    numerosi;  ma non sar taciuta una cosa che merita ammirazione,  al di
    fuori  dei  fiumi  e della vastit della pianura: nei pressi del fiume
    Tiras mostrano l'orma del piede  di  Eracle,  impressa  sulla  roccia:
    assomiglia  a  quella  di  un piede umano,  ma ha una lunghezza di due
    cubiti (74).
    Tali,  dunque,  sono queste cose,  ma ritorner  al  racconto  che  mi
    accingevo a fare da principio.

      83.  Mentre  Dario  faceva i preparativi contro gli Sciti e mandava
    intorno dei messaggeri per  imporre  agli  uni  di  fornire  forze  di
    fanteria,  agli altri di allestire navi, ad altri ancora di gettare un
    ponte sul Bosforo tracio, suo fratello Artabano, figlio di Istaspe, lo
    pregava di non voler egli condurre  una  campagna  contro  gli  Sciti,
    enumerandogli  ci  che rendeva difficile la spedizione in quel paese.
    Ma siccome con i suoi saggi consigli non gli riusciva di  persuaderlo,
    aveva  infine  smesso di pregarlo e Dario,  poich i preparativi erano
    ormai al completo, si mise in marcia da Susa con l'esercito.

     84. Fu allora che un persiano, Eobazo, che aveva tre figli e tutti e
    tre facevano parte della spedizione,  preg Dario che gliene lasciasse
    uno.  Dario  gli  rispose,  come  si  fa con una persona che  amica e
    chiede una cosa giusta,  che glieli avrebbe lasciati tutti.  Eobazo ne
    fu esultante, sperando che i suoi figlioli fossero stati esonerati dal
    servizio  militare;  ma  il  re  ordin,  a coloro che erano addetti a
    questo compito, di mettere a morte tutti i figli di Eobazo.

     85. E furono lasciati l sul posto, sgozzati.
    Dario quando, movendo da Susa, arriv in Calcedonia sul Bosforo,  dove
    era  stato costruito il ponte,  salito su una nave,  veleggi verso le
    rocce chiamate Cianee (75),  le quali,  secondo i Greci,  prima  erano
    erranti;  e, preso posto su un promontorio, se ne stette a contemplare
    il Ponto, che  spettacolo degno di essere visto.
    Infatti, di tutti i mari  il pi meraviglioso;  la sua lunghezza  di
    11100  stadi  (76) e la larghezza,  l dov'esso  pi aperto,  di 3300
    stadi.  L'imboccatura del Ponto ha una  larghezza  di  quattro  stadi,
    mentre  la  lunghezza di quel braccio di mare che  chiamato Bosforo e
    attraverso il quale era stato gettato il ponte, raggiunge i 120 stadi:
    il Bosforo va a finire nella Propontide.  A sua volta  la  Propontide,
    che  misura  500  stadi  di larghezza e 1400 di lunghezza,  si riversa
    nell'Ellesponto,  che si restringe  fino  a  sette  stadi,  mentre  di
    lunghezza ne misura 400; l'Ellesponto sbocca poi in un mare pi vasto,
    quello appunto che si chiama Egeo.

     86.  Tali misure sono state stabilite in questo modo.  Una nave,  in
    generale, percorre nelle giornate lunghe, press'a poco, 70 mila orge e
    60 mila nelle notti: ordunque,  dall'imboccatura del Ponto  fino  alla
    foce  del  Fasi  ( questa la massima lunghezza del mare) ci sono nove
    giorni e otto notti di navigazione, che fanno in tutto 1.110.000 orge;
    e queste orge danno 11100 stadi (77).
    Dalla regione dei Sindi fino a Temiscira sul fiume Termodonte  (poich
      questo  il  punto della massima larghezza) ci sono tre giorni e due
    notti di navigazione; sono, cio, 330 mila orge e quindi 3300 stadi.
    Ecco,  dunque,  come sono state da me calcolate le misure relative  al
    Ponto,  al Bosforo e all'Ellesponto,  che sono realmente come io le ho
    descritte.
    Questo Ponto Eussino presenta anche un lago, che in esso sbocca, e che
    non  molto meno vasto, cio quello che  chiamato palude Meotide (78)
    e madre del Ponto Eussino.

     87.  Dario dopo aver contemplato  lo  spettacolo  del  Ponto,  torn
    indietro al ponte,  che era opera di Mandrocle,  architetto di Samo e,
    dopo aver ammirato anche il Bosforo, innalz sulla riva due colonne di
    marmo  bianco  e  vi  fece  incidere,  su  una  in  caratteri  assiri,
    sull'altra in lettere greche,  il nome di tutti i popoli che conduceva
    con s e conduceva tutti quelli che erano sotto il suo dominio.
    La somma di questi contingenti era di  700  mila  uomini,  compresi  i
    cavalieri,  esclusa,  invece,  la  gente  di  mare;  le  navi raccolte
    risultavano 600.
    Queste colonne furono,  in seguito,  dai Bizantini portate in citt  e
    usate  per  l'altare  di  Artemide  Ortosia  a  eccezione d'una pietra
    soltanto, che fu lasciata presso il tempio di Dioniso in Bisanzio ed 
    coperta di caratteri assiri.
    Il luogo del Bosforo che Dario congiunse con un ponte  si  trova,  per
    quanto  io  possa  congetturare,  a  met  strada  fra  Bisanzio  e il
    santuario (79) che si trova all'ingresso del Ponto Eussino.

     88. Dopo aver fatto questo, Dario, molto soddisfatto per il ponte di
    barche,  fece dono all'architetto che l'aveva costruito,  Mandrocle di
    Samo, della decima parte d'ogni introito.
    Come  primizia  di questi doni,  Mandrocle fece dipingere un quadro in
    cui era rappresentato tutto il lavoro compiuto per  gettare  il  ponte
    sul  Bosforo  e  il  re  Dario  assiso  su di un trono,  mentre il suo
    esercito era in atto di attraversare il ponte,  e,  dopo averlo  fatto
    dipingere, lo consacr al tempio di Era con questa iscrizione: "Avendo
    aggiogato  le  rive  del Bosforo pescoso,  Mandrocle consacr a Era un
    ricordo del ponte di barche, avendo procurato a se stesso una corona e
    ai Sami gloria per aver portato a compimento quanto era nell'animo  di
    re Dario".

     89. Questo fu il ricordo lasciato da colui che costru il ponte.
    Dario,  ricompensato  Mandrocle,  pass in Europa,  dopo aver ordinato
    agli Ioni di navigare nel Ponto fino al fiume Istro;  e quando fossero
    arrivati  col,  ivi lo aspettassero,  attendendo a costruire un ponte
    sul fiume; effettivamente erano Ioni, Eoli e genti dell'Ellesponto che
    conducevano la flotta.
    Ordunque l'armata di mare, oltrepassate le "Cianee", fece vela diritto
    all'Istro e, risalito il corso del fiume per due giorni di navigazione
    dal mare,  si accinse a congiungere le due rive in un punto  a  partir
    dal quale l'Istro si divide in pi rami.
    Dario,  intanto,  attraversato il Bosforo sul ponte di barche, si mise
    in marcia attraverso la Tracia e quando giunse alle sorgenti del fiume
    Tearo, vi si accamp per tre giorni.

     90. Dicono gli abitanti del luogo che le acque del Tearo sono ottime
    per la cura di varie malattie,  ma in  modo  particolare  per  guarire
    dalla scabbia uomini e cavalli.
    Le sue sorgenti sono 38 e sgorgano dalla roccia stessa: alcune di esse
    sono fredde,  altre calde.  La strada per raggiungerle  uguale, tanto
    dalla citt di Ereo presso Perinto,  quanto da quella di Apollonia sul
    Ponto Eussino: due giorni di cammino da ambo le parti.
    Questo   Tearo   sbocca   nel  Contadesdo,   il  Contadesdo  si  getta
    nell'Agriane,  l'Agriane va a finire nell'Ebro e questo in mare presso
    la citt di Eno.

      91.  Giunto,  dunque,  alle  sorgenti di questo fiume,  Dario vi si
    accamp, e,  incantato dalla bellezza del luogo,  anche l innalz una
    colonna,  con  incisa una iscrizione che diceva cos: "Le sorgenti del
    fiume Tearo fanno sgorgare acque che sono le migliori e le  pi  belle
    di  tutti  i  fiumi;  e  a  queste  sorgenti  giunse,  conducendo  una
    spedizione militare contro gli Sciti,  il migliore e il pi  bello  di
    tutti gli uomini, Dario, figlio di Istaspe, re dei Persiani e di tutto
    il continente".
    Queste le parole che vi furono incise.

     92.  Dario,  partito di l,  giunse sulle rive di un altro fiume, di
    nome Artesco,  che scorre attraverso  il  paese  degli  Odrisi.  Quivi
    giunto,  fece  quanto segue: dopo aver indicato all'esercito un luogo,
    diede ordine che ogni soldato,  passando oltre,  deponesse una  pietra
    nel  posto  fissato: avendo la truppa eseguito questo comando,  spinse
    innanzi le milizie, lasciando sul luogo immensi cumuli di pietre.

     93.  Prima di arrivare in riva all'Istro,  i  Geti,  quelli  che  si
    ritengono  immortali,  furono  i primi che Dario sottomise.  Infatti i
    Traci che abitano Salmidesso e che sono stanziati oltre  le  citt  di
    Apollonia  e  di  Mesambria,  quelli  che vengono chiamati Scirmiadi e
    Nipsei, si arresero a lui senza combattere; i Geti,  invece,  decisi a
    una resistenza inconsiderata,  furono tosto ridotti in schiavit, pure
    essendo i pi valorosi dei Traci e i pi amanti della giustizia.

     94.  Essi si  ritengono  immortali  in  questo  senso:  sono,  cio,
    convinti  di  non morire,  ma che colui che scompare se ne vada presso
    Salmoside, che  un dio, da alcuni di essi chiamato Gebeleizi.
    Sempre, ogni quattro anni, mandano uno di loro,  tratto a sorte,  come
    messaggero presso Salmoside,  affidandogli l'incarico di cui volta per
    volta hanno bisogno.
    Ed ecco come  avviene  la  missione:  quelli  di  loro  che  ne  hanno
    l'incarico protendono tre giavellotti,  mentre altri, afferrato per le
    mani e i piedi quello che  delegato ad andare  presso  Salmoside,  lo
    lanciano  in alto in modo che cada sopra le punte dei giavellotti.  Se
    muore trafitto, essi pensano che il dio sia favorevole;  se non muore,
    gettano  la colpa sul messaggero stesso dicendo che  un uomo perfido,
    e dopo aver  incolpato  questo,  ne  delegano  un  altro;  l'incarico,
    naturalmente, l'affidano mentre ancora  in vita.
    Questi medesimi Traci anche quando scoppia un tuono o guizza un lampo,
    scagliano frecce in alto contro il cielo,  minacciando il dio,  poich
    sono convinti che non ci sia altro dio, tranne il loro (80).

     95.  A quel che ho sentito dire dai Greci che abitano l'Ellesponto e
    il Ponto,  questo Salmoside, che era un uomo, sarebbe stato schiavo in
    Samo e, precisamente, schiavo di Pitagora, figlio di Mnesarco; di poi,
    divenuto libero,  si sarebbe procurato molti  beni  e,  ricco,  se  ne
    sarebbe tornato al suo paese.
    Ora,  siccome  i  Traci vivevano miseramente ed erano piuttosto rozzi,
    egli che,  per aver avuto  rapporti  con  i  Greci  e  con  il  saggio
    Pitagora, che per saggezza era il pi eminente dei Greci, conosceva il
    modo  di  vivere  ionico  e  costumi  ben pi progrediti di quelli dei
    Traci,  fece costruire una grande sala in cui accoglieva e convitava i
    pi ragguardevoli fra i cittadini, cui insegnava che n lui, n i suoi
    commensali, n i loro discendenti per tutti i tempi sarebbero morti ma
    sarebbero  andati  in un luogo tale in cui sarebbero sopravvissuti per
    l'eternit, godendo di ogni bene. Per, mentre si comportava cos come
    s' detto,  e teneva questi ragionamenti,  nello stesso  tempo  faceva
    costruire  per s una stanza sotterranea.  Quando questa fu terminata,
    egli scomparve dalla  vista  dei  Traci  e,  sceso  gi  nella  dimora
    sottoterra, visse col per tre anni.
    I  Traci  ne  sentivano la mancanza e lo piangevano come morto ma,  al
    quarto anno,  apparve loro di nuovo e cos tutto quello che  Salmoside
    diceva divenne credibile.
    Cos, a quanto dicono, egli si comport.

     96.  Io,  per quel che riguarda la stanza sotterranea, n mi rifiuto
    di credere, n presto credenza eccessiva;  mi pare,  per,  che questo
    Salmoside sia vissuto molti anni prima di Pitagora.  Ma sia egli stato
    un uomo, o,  piuttosto,  una divinit indigete dei Geti,  basti quanto
    s' detto.
    Costoro dunque, con tale loro modo di pensare, quando furono vinti dai
    Persiani, seguirono il resto dell'esercito.

      97.  Quando  giunse,  insieme  con l'esercito di terra,  sulle rive
    dell'Istro, Dario, dopo che tutti furono passati,  ordin agli Ioni di
    distruggere   il  ponte  di  barche  e  di  seguirlo  all'interno  del
    continente con gli equipaggi delle navi.
    Stavano gi gli Ioni per disfare il ponte ed eseguire ci  che  veniva
    comandato, quando Coes, figlio di Erxandro, comandante del contingente
    di Mitilene, si rivolse a Dario con queste parole, dopo, per, avergli
    chiesto se gli faceva piacere ascoltare uno che voleva esporgli il suo
    parere:  O re,  tu ti accingi ad attaccare un paese dove non si vedr
    n un campo lavorato, n una citt abitata; lascia, dunque, che questo
    ponte stia qui dov',  ponendovi a guardia quegli stessi  che  l'hanno
    costruito. Cos, se troviamo gli Sciti, e riusciamo a fare quanto  in
    programma,  abbiamo  la  via  del  ritorno;  e  se  anche  non potremo
    trovarli, il ritorno, almeno,  assicurato.
    Non gi io temo che possiamo essere sconfitti sul campo dagli  Sciti;
    piuttosto che, non potendo trovarli, abbiamo a trovarci a mal partito,
    errando alla ventura. Qualcuno potrebbe dire che io parlo cos nel mio
    interesse,  per starmene qui;  ma,  invece, mentre espongo chiaramente
    l'opinione che trovo per te la  pi  utile,  io,  ci  nonostante,  ti
    seguir; non vorrei essere lasciato indietro.
    Molto  si  compiacque  Dario  di  questo consiglio e gli rispose cosi:
    Straniero di Lesbo,  quando io sar tornato sano e  salvo  nella  mia
    reggia,  presentati in ogni caso a me,  affinch ti possa ricompensare
    con dei benefici per il tuo utile consiglio.

     98.  Dette queste parole e fatti 60 nodi in una correggia  chiam  a
    rapporto  i tiranni degli Ioni e disse loro cos: Uomini della Ionia,
    il progetto precedentemente comunicato riguardo al ponte  deve  essere
    abbandonato; voi prendete, invece, questa correggia, e fate ci che vi
    dico: non appena mi vedete in marcia contro gli Sciti, a cominciare da
    quel momento,  sciogliete un nodo ogni giorno. Se nel frattempo io non
    sar  qui,  e  saranno  passati  tanti  giorni  quanti  sono  i  nodi,
    riprendete il mare e tornate alla vostra terra. Ma fino a quel giorno,
    poich  questo  il mio nuovo volere,  vegliate sul ponte,  adoperando
    ogni cura per la sua conservazione e la sua custodia; cos facendo, mi
    farete cosa molto gradita.
    Ci detto, Dario si spinse avanti con sollecitudine.

     99.  La Tracia si spinge verso il mare pi gi della Scizia:  girato
    il  golfo  formato  da  questo  paese,  comincia la Scizia e vi sbocca
    l'Istro con il suo corso inferiore rivolto verso Euro (77) Intendo ora
    indicare, per quel che riguarda la misura del territorio scitico, qual
    , a cominciare dall'Istro,  il suo fronte sul mare.  Dall'Istro si ha
    gi  la Scizia litoranea,  quella che si stende verso mezzogiorno,  in
    direzione di Noto,  e giunge fino alla citt che si chiama Carcinitide
    (78);  dopo  di  questa,  la regione,  che guarda sullo stesso mare e,
    montuosa, si spinge innanzi nel Ponto,   abitata dal popolo dei Tauri
    che giungono fino al Chersoneso chiamato "aspro" (79) proteso verso il
    mare che si trova in direzione del vento di Levante. Infatti la Scizia
    ha due lati dei suoi confini,  quello verso mezzogiorno e quello verso
    l'aurora, che danno sul mare,  press'a poco come l'Attica,  e in certo
    qual  modo  si  pu  dire  che  i  Traci  abitano  la  Scizia  come se
    nell'Attica un altro popolo, diverso dagli Ateniesi,  abitasse il Capo
    Sunio,  la  parte  che pi si protende nel mare,  dal demo di Torico a
    quello di  Anaflisto  (80):  parlo  naturalmente,  per  quello  che  
    permesso mettere a confronto queste piccole localit con quelle grandi
    l. Tale appunto  la Tauride (81).
    Per chi poi non avesse costeggiato questi luoghi dell'Attica, chiarir
    la  cosa con altro esempio: sarebbe come se,  nella Iapigia,  un altro
    popolo che non fossero gli Iapigi,  a cominciare dal porto di Brindisi
    fino  a Taranto,  rendesse isolato e abitasse per conto suo lo sperone
    che si protende in mare.
    Come cito questi due promontori, ne potrei citare molti altri ai quali
    assomiglia la Tauride.

     100.  Subito al di l della Tauride abitano gli Sciti,  tanto a nord
    dei  Tauri  (82),  quanto  dal  lato del mare orientale (83);  come ad
    occidente del Bosforo cimmerio (84) e della palude  Meotide,  fino  al
    fiume Tanai, che sfocia nella parte pi interna di questa palude.
    Ordunque, a partire dal fiume Istro, nella parte che a settentrione si
    spinge  nell'entroterra,  la  Scizia   limitata prima dagli Agatirsi,
    quindi dai Neuri, poi dagli Androfagi e infine dai Melancleni.

     101.  Avendo quindi la Scizia la forma d'un quadrato,  due lati  del
    quale  sono  bagnati  dal  mare,  le sue dimensioni sono in ogni parte
    uguali,  sia verso l'interno sia lungo le  coste  del  mare:  infatti,
    dall'Istro  al  Boristene  si  hanno dieci giorni di cammino,  e altri
    dieci dal Boristene alla palude Meotide  e  appunto  venti  giorni  di
    marcia si hanno dal mare verso l'interno, fino ai Melancleni, che sono
    stanziati a nord degli Sciti.
    Ora,  il  cammino  che  si  pu  percorrere in un giorno  stato da me
    calcolato in 200  stadi;  e  cos  i  lati  trasversali  della  Scizia
    potrebbero essere di 4000 stadi e altrettanto dovrebbero essere i lati
    perpendicolari  che  portano  verso  l'interno.  Tanto   vasto questo
    paese.

     102. Orbene gli Sciti,  convintisi che da soli non erano in grado di
    respingere  in  battaglia  campale  l'esercito  di  Dario,   mandarono
    ambasciatori ai popoli loro  vicini.  E  appunto  i  loro  re  s'erano
    riuniti e tenevano consiglio,  poich l'esercito invasore era potente:
    i convenuti erano i re dei Tauri,  degli Agatirsi,  dei  Neuri,  degli
    Androfagi, dei Melancleni, dei Geloni, dei Budini e dei Sauromati.

      103.   Tra  questi  popoli,  i  Tauri  hanno  i  seguenti  costumi.
    Sacrificano alla Vergine (85) i naufraghi e tutti i Greci che riescono
    a catturare spingendosi in alto mare,  e che immolano nel modo che ora
    si descrive.
    Dopo  aver  consacrato la vittima la colpiscono al capo con una mazza.
    Poi,  secondo alcuni,  staccato il capo dal busto,  ne precipitano  il
    corpo  gi  da una rupe (dato che il tempio  situato sopra una roccia
    scoscesa) mentre la testa la configgono su un palo; altri, invece, pur
    essendo d'accordo con i  precedenti  per  quanto  riguarda  la  testa,
    sostengono tuttavia che il busto non viene precipitato gi dalla rupe,
    ma viene nascosto sotto terra.
    Questa  divinit  in  onore  della quale sacrificano vittime umane,  a
    quanto affermano i Tauri stessi,  sarebbe Ifigenia (86) la  figlia  di
    Agamennone.
    Quanto,  poi,  ai  nemici  di  cui si siano impadroniti,  ecco come li
    trattano: ogni vincitore,  tagliata la testa al vinto,  se la porta  a
    casa  sua;  poi,  conficcatala  su  una  lunga pertica,  pianta questa
    pertica sopra la sua abitazione, molto in alto,  ma generalmente sopra
    il foro da cui esce il fumo.
    Dicono che cos,  sollevati in alto, questi diventano custodi di tutta
    la loro casa.
    Vivono di rapina e di guerra.

     104.  Gli Agatirsi sono uomini molto amanti del lusso e usano per lo
    pi portare monili d'oro (87), praticano la comunanza delle donne, per
    essere tra loro legati da vincoli di sangue,  e quindi,  essendo tutti
    parenti,  non abbiano a regnare vicendevoli invidie e rancori.  Per il
    resto, i loro costumi sono molto vicini a quelli degli Sciti.

     105. I Neuri, pure, hanno costumi sciti.
    Una generazione prima della spedizione di Dario, erano stati costretti
    ad  abbandonare  tutto  il  paese a causa dei serpenti.  Infatti molti
    serpenti soleva produrre il  suolo  stesso;  ma  ancor  pi  ne  erano
    piombati  dalle  regioni  desertiche  del  Nord;  sicch,  alla  fine,
    gravemente tribolati,  andarono ad abitare con i Budini,  lasciando il
    proprio paese.
    Questi  uomini,  poi,  hanno  anche l'aria di essere stregoni;  poich
    raccontano gli Sciti e i Greci che dimorano nella Scizia che una volta
    all'anno ognuno dei Neuri diventa  lupo  per  pochi  giorni  e  torna,
    quindi, di nuovo alla forma di prima.
    Io  di  questa asserzione non sono persuaso,  ma ci nondimeno essi lo
    raccontano e confermano le parole con giuramento.

     106. Gli Androfagi hanno i costumi pi selvaggi di tutti gli uomini,
    in quanto non rispettano giustizia, n conoscono legge alcuna.
    Sono nomadi;  il loto modo di vestire  simile a quello degli Sciti ma
    parlano una lingua propria e,  soli fra i popoli ricordati,  si cibano
    di carne umana.

     107.  I Melancleni sono tutti vestiti di nero e di qui  traggono  il
    nome (88), usano i costumi degli Sciti.

      108.  Il  popolo  dei  Budini  potente e numeroso: tutti hanno gli
    occhi d'un azzurro intenso e fulve le chiome;  nel loro territorio c'
    una  citt,  che si chiama Gelono,  fabbricata tutta in legno: il muro
    misura su ogni lato 30 stadi,   piuttosto elevato e tutto  di  legno,
    come pure di legno sono le loro case e i sacri recinti.
    Infatti in quel luogo ci sono dei recinti sacri a di greci,  che alla
    maniera greca sono forniti di statue,  altari e templi in legno;  anzi
    in onore di Dioniso ogni due anni celebrano feste e fanno baccanali.
    La verit  che i Geloni,  in antico,  erano Greci,  i quali, respinti
    dai loro empori,  avevano preso dimora nel paese dei  Budini;  parlano
    una lingua che  in parte scitica, in parte greca.

      109.  I  Budini,  invece,  non usano la stessa lingua,  n hanno lo
    stesso sistema di vita che hanno i Geloni,  poich,  popolo autoctono,
    sono nomadi e,  soli fra gli abitanti di questi luoghi,  mangiano coni
    di pino;  mentre i Geloni lavorano  la  terra,  si  cibano  di  grano,
    possiedono  dei  giardini e non hanno con gli altri somiglianza alcuna
    nell'aspetto e nel colore.
    Tuttavia dai Greci anche i Budini vengono chiamati Geloni ma  il  nome
    non  esatto.
    Il  loro  paese  tutto coperto li folti boschi d'ogni specie: nel pi
    esteso di questi boschi vi  uno stagno vasto e profondo e  intorno  a
    esso  un paludoso canneto.  In questo stagno vengono catturate lontre,
    castori e altri animali dal muso quadrato, le cui pelli vengono cucite
    insieme lungo rozze cappe,  mentre i testicoli sono  utilizzati  nella
    cura di affezioni uterine.

     110. Riguardo ai Sauromati, ecco cosa si racconta.
    Nel tempo in cui i Greci combatterono contro le Amazzoni, gli Sciti le
    chiamano  Oiorpata,  nome  questo  che  in greco significa "quelle che
    uccidono gli uomini";  infatti,  "Oior"  vuol  dire  "uomo"  e  "pata"
    "uccidere".  Allora,  si racconta,  i Greci,  riusciti vincitori nella
    battaglia al Termodonte (89),  ripresero il mare conducendo con s  su
    tre  navi  tutte  le  Amazzoni che poterono prendere vive;  ma quelle,
    quando furono in alto mare,  assalirono gli uomini e  li  sterminarono
    gettandoli in acqua.
    Sennonch  esse  non  avevano  pratica di navi e non sapevano usare n
    timone,  n vele,  n remi;  sicch quand'ebbero  ucciso  gli  uomini,
    venivano portate in bala delle onde e del vento.
    Giungono,  infine, a Cremni, sulla palude Meotide: Cremni fa parte del
    paese degli Sciti liberi.  Quivi sbarcate dalle navi,  le Amazzoni  si
    avviarono verso il paese abitato;  imbattutesi, prima di tutto, in una
    mandria di cavalli,  se ne impadronirono,  e,  montate in  groppa,  si
    diedero a razziare le propriet degli Sciti.

      111.  Gli  Sciti  non  sapevano  spiegarsi  l'accaduto,  poich non
    conoscevano n la lingua,  n il costume,  n la razza delle Amazzoni,
    ma  si  domandavano stupiti donde mai fossero venute fuori.  Pensavano
    che fossero  uomini,  tutti  della  stessa  et  (90)  e  ingaggiarono
    battaglia contro di loro; ma dopo lo scontro essendosi impadroniti dei
    cadaveri, vennero a conoscere che erano donne.
    Allora  essi  si  consigliarono  e  decisero di non ucciderne pi,  in
    nessun modo; e di mandare,  invece,  verso di quelle i pi giovani tra
    loro,  in  numero  uguale  a  quello  che essi congetturarono fosse il
    numero delle donne: questi giovani dovevano accamparsi vicino a esse e
    fare quello che anch'esse avrebbero fatto: se davan  loro  la  caccia,
    dovevano   fuggire  senza  combattere;   ma  quando  quelle  cessavano
    l'inseguimento, dovevano tornare di nuovo ad accamparsi loro vicino.
    Questa la tattica che adottarono gli Sciti perch volevano aver  figli
    dalle Amazzoni.

      112.  I giovani,  inviati sul posto,  si attenevano alle istruzioni
    ricevute.
    Quando  le  Amazzoni  si  convinsero  che  quelli  erano  venuti   con
    l'intenzione  di  non  far  loro  alcun  male,  li lasciarono in pace:
    intanto  gli  attendamenti  ogni  giorno  pi  si  accostavano   l'uno
    all'altro.
    I giovani, come del resto le Amazzoni, non avevano niente altro che le
    armi e i cavalli; ma vivevano la stessa loro vita, dandosi alla caccia
    e alla preda.

      113.   Verso  mezzogiorno,  le  Amazzoni  solevano  fare  cos:  si
    disperdevano qua e l,  a  una  o  a  due,  allontanandosi  poi  l'una
    dall'altra per soddisfare ai loro bisogni.
    Quando  l'ebbero  notato,  anche  gli  Sciti  facevano altrettanto.  E
    qualcuno riusc a imbattersi con una di esse isolata:  l'amazzone  non
    lo  respinse,  ma gli permise di intrattenersi con lei.  E siccome non
    poteva parlargli (dato che non si comprendevano l'un l'altro),  con  i
    cenni  delle  mani  gli  fece  capire  che il giorno dopo venisse allo
    stesso luogo e vi conducesse un altro,  intendendo che fossero in due,
    ch anch'essa avrebbe condotto una compagna.
    Il  giovane,  rientrato al campo,  raccont agli altri l'avventura: il
    giorno dopo si rec in persona al luogo fissato,  conducendo con s un
    compagno, e vi trov l'amazzone che l'aspettava con una compagna.
    Gli  altri  giovani,  informati  della  cosa,  cercarono  essi pure di
    ammansire le restanti amazzoni.

     114.  In seguito,  fatto un unico  accampamento,  vivevano  insieme,
    avendo ciascuno come donna quella con cui per primo si era unito.
    Gli  uomini  non  riuscivano  a imparare la lingua delle donne,  ma le
    donne, invece seppero comprendere quella degli uomini.
    Quando,  dunque,  si  intesero  fra  loro,  gli  uomini  dissero  alle
    Amazzoni:  Noi  abbiamo  dei  genitori,  abbiamo dei beni di fortuna:
    ordunque,  non  prolunghiamo  pi  oltre  un  tale  sistema  di  vita,
    ritorniamo  a  vivere  tra il nostro popolo: come mogli,  avremo voi e
    nessun'altra.
    Ma a questa proposta esse risposero cos:  Noi  non  potremmo  vivere
    insieme con le vostre donne poich non abbiamo le stesse consuetudini,
    noi  e  loro.  Noi  sappiamo  tendere  l'arco,  scagliar giavellotti e
    montare a cavallo;  non abbiamo mai imparato i  lavori  femminili:  le
    vostre  donne,  invece,  nulla fanno di quanto abbiamo ricordato ma si
    occupano di lavori femminili,  standosene sui loro carri;  non vanno a
    caccia,  non  vanno  in  alcun  luogo.  Non  potremmo,  quindi,  andar
    d'accordo.  Ma se volete aver noi come mogli ed essere reputati uomini
    quanto mai giusti, recandovi dai vostri genitori, fatevi dare la parte
    dei  beni che vi spetta;  poi,  ritornati da noi,  abitiamo per nostro
    conto.

     115. Quando i giovani, ottenuta la parte dei beni che loro spettava,
    ritornarono di nuovo presso le  Amazzoni,  esse  tennero  loro  questo
    discorso:  Noi  siamo  preoccupate,  abbiamo  paura all'idea di dover
    vivere in questo luogo,  prima di tutto perch vi abbiamo separati dai
    vostri  padri,  poi,  perch  abbiamo  fatto dei gravi danni al vostro
    paese.  Ma poich ritenete cosa buona averci come mogli,  fate con noi
    cos: suvvia,  allontaniamoci da questo paese e, attraversato il fiume
    Tanai, fissiamo al di l la nostra dimora.
    E i giovani anche a questo si lasciarono persuadere.

     116.  Oltrepassato,  quindi,  il Tanai,  camminarono per tre  giorni
    verso  levante,  a  partire  da  questo fiume;  e per tre giorni dalla
    palude Meotide camminarono in direzione  del  vento  Borea.  Arrivati,
    finalmente,  nella localit dove,  al presente, sono stanziati, ivi si
    fermarono ad abitare.
    E da allora le donne dei Sauromati vivono  secondo  l'antico  costume,
    andando  a  caccia a cavallo con i loro mariti o anche senza,  andando
    alla guerra e portando le stesse vesti degli uomini.

     117.  I Sauromati parlano la lingua scitica;  ma,  fin dall'origine,
    piuttosto  scorrettamente  poich  le  Amazzoni non l'avevano imparata
    alla perfezione.
    Riguardo alle nozze,  c'  presso  di  loro  questo  costume:  nessuna
    fanciulla  va  sposa  se prima non abbia ucciso un nemico;  vi sono di
    quelle che muoiono vecchie prima di essere maritate,  perch non  sono
    in grado di soddisfare questa legge.

     118.  Mentre,  dunque, i re dei popoli sopra ricordati erano riuniti
    in assemblea,  i messi degli Sciti,  presentatisi a loro,  presero  la
    parola  per  informarli  che  il re di Persia,  dopo aver assoggettato
    tutti i popoli che c'erano  sull'altro  continente  (91),  gettato  un
    ponte  sullo  Stretto del Bosforo,  era passato sul continente loro e,
    quivi giunto, soggiogati i Traci,  stava per aggiogare con un ponte il
    fiume  Istro,  intendendo  sottomettere  al  suo  potere anche tutti i
    popoli  che  ivi  si   trovavano.   Voi,   dunque,   non   permettete
    assolutamente  che noi veniamo distrutti,  standovene in disparte;  ma
    tutti,  uniti in un solo pensiero,  facciamo fronte all'invasore.  Non
    farete  voi,  dunque,  cos?  Ebbene,  noi,  oppressi  dal  nemico,  o
    abbandoneremo il paese,  o,  rimanendo,  verremo con lui a patti:  che
    altro,  infatti,  potremmo fare, se voi non volete portarci aiuto? Ma,
    in questo caso,  non sar pi dolce nemmeno la sorte vostra poich  il
    Persiano non  venuto contro di noi pi che non contro di voi;  n gli
    baster di assoggettare noi e lasciare voi indisturbati.  E vi  daremo
    anche  una prova evidente di questa nostra asserzione,  poich,  se il
    Persiano movesse in armi soltanto contro  di  noi,  nel  desiderio  di
    vendicare  il  suo precedente asservimento,  dovrebbe lasciare in pace
    tutti gli altri  popoli  e  marciare  cos  contro  il  nostro  paese:
    dimostrerebbe  chiaramente  a  tutti  che   contro gli Sciti che egli
    porta guerra, non contro gli altri. Ora,  invece,  non appena ha posto
    piede su questo continente, ecco che sottomette tutti i popoli che, di
    giorno in giorno,  trova sul suo cammino: gi egli tiene in suo potere
    i Traci, e, fra gli altri, quelli che sono a confine con noi, i Geti.

     119. A queste richieste degli Sciti,  i re convenuti dai vari popoli
    sopra  ricordati  si  misero  a deliberare e i loro pareri risultarono
    discordi: il re dei Geloni,  il re dei Budini e quello dei  Sauromati,
    accordatisi in un'unica linea di condotta,  promisero di portare aiuto
    agli Sciti; ma quelli degli Agatirsi, dei Neuri, degli Androfagi,  dei
    Melancleni  e  dei  Tauri  diedero agli Sciti questa risposta: Se non
    foste stati voi i  primi  a  offendere  i  Persiani  e  ad  aprire  le
    ostilit, ci apparirebbero giuste le richieste che ora ci rivolgete e,
    ascoltando  la  vostra preghiera,  agiremmo con voi di comune accordo.
    Ora, invece, voi avete invaso il territorio dei Persiani senza di noi;
    avete su loro dominato per tutto il tempo che il dio  vi  concesse  ed
    essi,   poich   il  dio  li  desta  alla  riscossa,   vi  rendono  il
    contraccambio.  E noi,  come non abbiamo allora offeso questi  uomini,
    cos neppure ora saremo i primi a voler fare loro del male.
    Se  il Persiano ci attaccher e prender l'iniziativa di offendere il
    nostro paese, noi pure lo respingeremo;  ma finch non vedremo un tale
    sopruso,  resteremo tranquilli a casa nostra poich siamo convinti che
    non contro di noi vengono  i  Persiani,  ma  contro  quelli  che  sono
    responsabili dell'offesa loro inflitta.

      120.  Quando  queste parole,  riferite,  vennero a conoscenza degli
    Sciti,  essi decisero di non ingaggiare apertamente  alcuna  battaglia
    campale,  dal momento che non volevano,  almeno quei popoli,  unirsi a
    loro  in  alleanza;  piuttosto,  invece,  ritirarsi  a  poco  a  poco,
    trascinare  con s gli armenti,  colmare i pozzi e le sorgenti per cui
    venissero a passare,  sradicare l'erba che cresceva dal terreno,  dopo
    essersi divisi in due corpi d'armati (92).
    A una delle due parti, che era al comando del re Scopasi, si sarebbero
    aggiunti i Sauromati; costoro, se il Persiano si fosse volto in quella
    direzione,   dovevano   sottrarsi  fuggendo  dritto  al  fiume  Tanai,
    costeggiando la palude Meotide;  nel caso,  invece,  che  il  Persiano
    battesse in ritirata, dovevano passare all'attacco e inseguire.
    Questo  contingente,  che era solo una parte della forza "regia",  era
    disposto lungo la strada che s' detto.  Le altre due parti  di  Sciti
    "regi",  quella  grande su cui regnava Idantirso e la terza di cui era
    re Taxaci,  riunite in un solo corpo,  con l'aggiunta dei Geloni e dei
    Budini,  dovevano  anch'esse  ritirarsi  a  poco a poco,  precedendo i
    Persiani di una giornata di cammino,  cedendo terreno  e  mettendo  in
    pratica il piano stabilito: prima di tutto,  ripiegare diritto verso i
    paesi che avevano rifiutato di allearsi con loro, per coinvolgere essi
    pure nella guerra (e se non avevano di spontanea volont accettato  la
    lotta  contro i Persiani,  almeno vi si sarebbero trovati in mezzo per
    forza);  fatto questo,  dovevano tornare nel loro territorio e passare
    all'attacco se, deliberando, lo ritenevano opportuno.

      121.  Dopo  aver  preso queste decisioni,  gli Sciti mossero contro
    l'esercito di Dario,  mandando come avanguardia i migliori  cavalieri.
    Allontanarono  tutti  i  carri  sui  quali  vivevano i loro figli e le
    mogli, e cos pure tutto il bestiame,  eccetto soltanto quello che era
    strettamente   necessario  per  il  loro  sostentamento:  solo  questo
    lasciarono;  tutto il resto lo mandarono  via  insieme  con  i  carri,
    avendo dato ordine che il convoglio procedesse sempre verso nord.

     122. Mentre questi si mettevano in salvo, gli Sciti dell'avanguardia
    trovarono  i  Persiani,  distanti  ormai  circa  tre giorni di cammino
    dall'Istro e da quando li ebbero trovati mantenevano il loro  campo  a
    una giornata di distanza,  mentre distruggevano tutto ci che spuntava
    dalla terra.
    I Persiani,  quando videro spuntare la cavalleria scitica,  le mossero
    contro,   seguendo  le  tracce  dei  cavalieri  che  continuamente  si
    ritiravano e poi (siccome  quelli  ripiegavano  verso  le  truppe  del
    contingente isolato) i Persiani si diedero a inseguirli verso l'aurora
    in direzione del Tanai.
    Gli  Sciti  attraversarono  questo fiume e i Persiani,  attraversatolo
    dopo di loro, continuavano l'inseguimento,  finch,  percorso tutto il
    paese dei Sauromati, giunsero in quello dei Budini.

     123. Per tutto il tempo che i Persiani passavano attraverso il paese
    degli Sciti e dei Sauromati, essi non trovarono nulla da saccheggiare,
    dato  che  la  terra  era  incolta;  ma  quando fecero irruzione nella
    regione dei Budini,  ivi si imbatterono  nella  citt  dalle  mura  di
    legno,  che  i  Budini avevano abbandonata e svuotata di ogni cosa,  e
    l'incendiarono.  Ci fatto,  spinsero il loro inseguimento sempre  pi
    avanti  sulle  tracce  dei  nemici finch,  attraversato questo paese,
    arrivarono al deserto.  Questo deserto non c'  alcun  popolo  che  lo
    abiti;  si  trova  sopra  il paese dei Budini,  e si estende per sette
    giorni di cammino.
    Oltre il deserto abitano i Tissageti,  dal cui suolo  partono  quattro
    fiumi  importanti,  i quali,  scorrendo attraverso il paese dei Meoti,
    vanno a sfociare nella palude Meotide;  i loro nomi sono: Lico,  Oaro,
    Tanai, Sirgi (93).

     124. Quando Dario, dunque, giunse al deserto, posto fine alla corsa,
    fece  accampare il suo esercito sulle rive del fiume Oaro.  Ci fatto,
    s'accinse a costruire otto grandi fortezze,  a uguale  distanza  l'una
    dall'altra (60 stadi circa), le cui rovine sussistevano ancora ai miei
    tempi.  Mentre,  per,  egli era intento a questi lavori, gli Sciti da
    lui inseguiti,  girando per  la  parte  superiore  del  paese,  se  ne
    tornarono nella Scizia.
    Allora, essendo costoro completamente scomparsi e non vedendoli pi in
    alcun  luogo,  Dario  lasci  interrotte  a met quelle costruzioni e,
    retrocedendo, si avvi verso occidente,  convinto che quelli che aveva
    inseguito fossero tutti gli Sciti e che fuggissero, appunto, in quella
    direzione.

     125.  Non appena Dario,  spingendo i soldati a marce forzate, arriv
    nella  Scizia,   si  imbatt  nei  due  contingenti  degli  Sciti  che
    procedevano uniti e,  stabilito il contatto,  li insegu mentre quelli
    si sottraevano all'inseguimento frapponendo,  tra loro e i nemici,  un
    giorno  di  cammino.  E  siccome Dario non cessava di tallonarli,  gli
    Sciti,  secondo il piano stabilito,  ripiegarono  verso  il  paese  di
    coloro che avevano rifiutato la loro alleanza,  primo fra tutti quello
    dei Melancleni.
    Quando,  entrati nel paese dei Melancleni,  prima gli Sciti  e  poi  i
    Persiani,  l'ebbero  sconvolto,  gli  Sciti  attirarono i nemici nelle
    terre degli Androfagi; messe sossopra anche queste,  ripiegarono verso
    il paese dei Neuri e,  mentre anche questo veniva devastato, gli Sciti
    se ne fuggirono in  direzione  degli  Agatirsi.  Gli  Agatirsi,  per,
    vedendo  che  anche  i  popoli  vicini  erano  costretti dagli Sciti a
    fuggire e ne erano malmenati,  prima che gli Sciti irrompessero contro
    di loro,  mandarono un araldo a proibire ai nomadi di passare sul loro
    territorio,  avvertendoli  che  se  avessero  tentato  di  forzare  il
    passaggio, avrebbero prima dovuto combattere con loro.
    Orbene,  gli Agatirsi,  dopo aver mandato questa diffida, accorsero in
    armi ai confini,  decisi a  respingere  gli  invasori;  i  Melancleni,
    invece,  gli Androfagi e i Neuri,  quando i Persiani, al seguito degli
    Sciti,  irruppero nel loro territorio,  non fecero ricorso alla  forza
    ma,  dimentichi  delle  minacce  d'un tempo,  se ne fuggirono in pieno
    disordine sempre verso nord, verso il deserto.
    A ogni  modo,  gli  Sciti,  in  seguito  al  rifiuto  degli  Agatirsi,
    rinunciarono  a  entrare  in  quel  paese e,  allontanatisi dai Neuri,
    ricondussero i Persiani nella propria terra.

     126.  Siccome per la cosa si faceva lunga e non accennava a finire,
    Dario,  mandato  un  cavaliere  al re degli Sciti Idantirso,  gli fece
    parlare in questo modo: O uomo strano,  perch  continui  a  fuggire,
    mentre potresti prendere una decisione fra queste due?  Poich,  se tu
    pensi di avere con te una  forza  sufficiente  per  opporti  alla  mia
    potenza,  suvvia,  fermati  e,  terminando  il  tuo  vagare,  vieni  a
    battaglia; se, invece,  riconosci la tua inferiorit,  anche in questo
    caso,  smetti di correre qua e l e vieni a far visita al tuo padrone,
    portandogli in dono terra e acqua (94).

     127.  A questa imbasciata il re degli Sciti Idantirso rispose  cos:
    La  mia situazione,  o Persiano,   questa: fino ad oggi non sono mai
    fuggito per paura d'alcun uomo,  n ora fuggo davanti  a  te;  fino  a
    questo momento non ho fatto nulla di diverso da quello che sono solito
    fare in tempo di pace. Perch non vengo subito alle mani con te? Te lo
    spiego  subito:  noi non abbiamo n citt,  n terre coltivate per cui
    siamo indotti ad attaccare battaglia contro di voi troppo presto,  per
    la paura che siano espugnate o devastate. Ma se proprio si deve venire
    quanto  prima  alla  lotta,  noi  abbiamo  le  tombe dei nostri padri:
    suvvia,  provatevi a scovarle e a  violarle;  saprete  allora  se  per
    quelle tombe noi vi combatteremo o ce ne staremo inerti.  Ma prima,  a
    meno che non ce ne prenda la voglia, non ti attaccheremo.
    Dunque, per la battaglia, basti quanto s' detto.
    Quanto ai miei padroni,  i soli  che  io  riconosco  sono  Zeus,  mio
    antenato,  e Vesta,  la regina degli Sciti. A te, invece di farti dono
    della terra e dell'acqua,  mander doni tali  quali  conviene  che  si
    mandino;  e perch tu hai detto di essere mio padrone, io rispondo: ti
    colga il malanno.
    Questa  la risposta che ti viene dagli Sciti.

     128. L'araldo se ne and a portare queste notizie a Dario;  mentre i
    re  degli Sciti,  che avevano sentito pronunciare la parola "servit",
    rimasero traboccanti di sdegno.
    Mandarono, quindi, quella parte delle loro milizie che erano schierate
    con i Sauromati (sotto il comando del re Scopasi) presso  quegli  Ioni
    che  erano  a guardia del ponte sull'Istro,  dando disposizioni perch
    prendessero contatti con loro.  Quelli di loro che restavano sul posto
    stabilirono  di non far pi oltre vagare i Persiani;  ma di attaccarli
    ogni qualvolta fossero intenti  a  raccogliere  vettovaglie.  Spiando,
    dunque,  il  momento  in cui i soldati di Dario facevano rifornimento,
    mettevano in esecuzione quanto avevano stabilito.
    Negli scontri di cavalleria,  quella degli  Sciti  soleva  piegare  la
    squadra  nemica,  cos  che  i  cavalieri  persiani,  messi  in  fuga,
    piombavano sulla propria fanteria;  i fanti correvano alla riscossa ma
    gli Sciti, dopo aver rovesciato su di loro la cavalleria, si voltavano
    indietro e fuggivano, per timore delle forze a piedi.
    Anche  durante  la  notte  gli  Sciti  davano origine a scaramucce del
    genere.

     129. Ci che costituiva per i Persiani un vantaggio,  e il contrario
    per gli Sciti che attaccavano il campo di Dario,  era (e dir cosa che
    far sbalordire) il ragliare degli asini e la vista dei muli.
    Infatti la terra di Scizia,  come ho gi detto prima,  non produce  n
    asini,  n muli e non esiste in tutto il territorio della Scizia n un
    asino, n un mulo,  a causa del gran freddo.  Ragliando,  dunque,  gli
    asini  scompigliavano  la  cavalleria degli Sciti;  e spesso,  nel bel
    mezzo di una carica contro i Persiani,  i cavalli,  quando udivano  il
    raglio degli asini, si voltavano indietro spaventati ed erano pieni di
    stupore  con le orecchie ritte,  poich non avevano mai udito prima un
    tale suono, n mai visto animali di tal fatta.
    Per questo i Persiani ricavavano un  certo  qual  vantaggio,  sia  pur
    piccolo, nella condotta della guerra.

     130.  Gli Sciti,  quando vedevano che i Persiani erano sconcertati e
    sfiduciati,  per indurli a trattenersi pi  a  lungo  nella  Scizia  e
    perch,  ivi rimanendo, fossero tormentati dalla mancanza d'ogni cosa,
    ricorrevano  a  questo  artificio:  lasciavano  sul  posto,   con  dei
    guardiani,  una  parte del loro bestiame,  ed essi,  di soppiatto,  si
    ritiravano in un'altra localit: cos  i  Persiani,  sopraggiunti,  si
    impadronivano   delle  mandrie  e  da  questo  successo  si  sentivano
    rianimati.

     131. Essendosi tale fatto ripetuto pi di una volta, alla fine Dario
    si trov disorientato;  e i re degli Sciti,  venuti a conoscenza della
    cosa, mandarono un araldo a portargli in dono un uccello, un topo, una
    rana e cinque frecce.
    I  Persiani  chiesero  a  chi li portava che significato avessero quei
    presenti;  ma l'araldo disse che nient'altro gli era stato  comandato,
    se  non  di consegnarli e tornare immediatamente: invitava i Persiani,
    se avevano un po' d'intelligenza,  a comprendere da  loro  stessi  che
    cosa volevano significare quei doni.
    Udite queste parole i Persiani tennero consiglio fra di loro.

      132.  Il  parere di Dario era che gli Sciti gli facevano dono di se
    stessi, della terra e dell'acqua, e si fondava su questo ragionamento:
    il topo vive entro terra e si nutre dello stesso frutto dell'uomo;  la
    rana vive nell'acqua;  l'uccello somiglia moltissimo (95) al cavallo e
    con le frecce intendevano rimettere a lui la loro  forza.  Questa  era
    l'opinione espressa da Dario; ma ad essa si opponeva quella di Gobria,
    uno  dei  sette  che  avevano  tolto di mezzo il Mago.  Secondo la sua
    interpretazione i  doni  volevano  dire:  Se  voi,  o  Persiani,  non
    volerete  in cielo,  divenuti uccelli o,  fatti topi,  non penetrerete
    sotto terra oppure,  trasformati  in  rane,  non  vi  tufferete  negli
    stagni,  voi  non ritornerete al vostro paese,  trafitti qui da queste
    frecce.
    Cos i Persiani cercavano di interpretare i doni ricevuti.

     133. Frattanto quella parte di Sciti che, prima,  aveva avuto ordine
    di far la guardia lungo la palude Meotide,  e,  allora,  di entrare in
    trattative con gli  Ioni  che  erano  sulle  rive  dell'Istro,  quando
    giunsero al ponte di barche, parlarono in questo modo: O uomini della
    Ionia, noi siamo venuti a portarvi la libert, se voi, almeno, vorrete
    ascoltarci.
    Sappiamo  che  Dario  vi ha comandato di stare a guardia del ponte 60
    giorni soltanto e se entro questo tempo egli stesso non si presenter,
    potrete tornarvene al vostro paese. Ordunque,  se voi farete quanto vi
    diciamo  sarete  al  sicuro  da ogni accusa da parte del re e anche da
    parte nostra: aspettate pure che passino i giorni stabiliti, ma appena
    trascorsi, allontanatevi.
    Avendo  gli  Ioni  promesso  che  cos  avrebbero  fatto,   gli  Sciti
    ritornarono sui loro passi in tutta fretta.

     134.  Dopo l'arrivo dei doni a Dario, gli Sciti che erano rimasti si
    schierarono,  con fanti e  cavalieri,  con  l'intenzione  di  sferrare
    battaglia.
    Ora mentre gli Sciti erano gi in posizione di combattimento, balz in
    mezzo alla schiera una lepre: ed essi,  a mano a mano che la vedevano,
    si slanciavano a inseguirla.
    Essendo sorto lo scompiglio fra gli Sciti,  che lanciavano alte grida,
    Dario si inform del tumulto che si notava fra gli avversari; e saputo
    che  quelli  inseguivano  una lepre,  rivolto a quelli con i quali era
    solito anche per altre cose confidarsi,  disse:  Davvero  che  questa
    gente  ci disprezza molto e ora a me pare che quello che Gobria diceva
    sui doni degli Sciti corrispondesse a verit. Poich, dunque,  anche a
    me  ormai  pare che le cose stiano cos,  abbiamo bisogno di un saggio
    consiglio, per poter ritornare indietro sani e salvi.
    A queste parole Gobria rispose:  O  re,  anche  prima  io  conoscevo,
    press'a  poco  e  per  sentito dire,  la difficolt di aver ragione di
    questi uomini; ma da quando sono venuto qui, me ne sono convinto ancor
    di pi, vedendoli prendersi gioco di noi.
    Ordunque a me sembra  cosa  saggia,  non  appena  sar  scesa  notte,
    accendere i fuochi,  come siamo soliti fare anche le altre volte e poi
    trattenendo con false giustificazioni quei  soldati  che  sono  troppo
    deboli per affrontare i disagi della marcia, e legati tutti gli asini,
    andarcene  via  di  qui,  prima  che  gli  Sciti  puntino direttamente
    sull'Istro per distruggere il ponte  di  barche,  o  magari  gli  Ioni
    prendano qualche decisione che sia tale da portarci a rovina.

      135.  Questo  era  il  consiglio di Gobria e in seguito a ci,  non
    appena fu notte,  Dario s'affrett a metterlo in pratica: quei soldati
    che  erano  in cattive condizioni di salute,  e la cui perdita sarebbe
    stata di  pochissimo  conto,  furono  lasciati  l  sul  posto,  entro
    l'accampamento; come pure gli asini tutti, saldamente legati.
    Le  ragioni  per  cui  Dario  lasci indietro gli asini e gli invalidi
    dell'esercito furono queste: gli asini,  perch  facessero  sentire  i
    loro ragli;  gli uomini, invece, furono abbandonati per la cagionevole
    salute;  ma  il  motivo  loro  addotto  fu,  naturalmente,  che  Dario
    intendeva  dar l'assalto agli Sciti con il nerbo sano dell'esercito ed
    essi dovevano presidiare il campo durante questo tempo.
    Dopo aver fatto queste  raccomandazioni  a  quelli  che  rimanevano  e
    accesi  i  fuochi  per  l'accampamento,  Dario si mise in marcia verso
    l'Istro in tutta fretta.
    Gli asini, rimasti isolati dal grosso, si diedero a ragliare molto pi
    ancora del solito; all'udirli, gli Sciti erano pienamente convinti che
    i Persiani fossero sempre sul posto.

     136.  Fattosi giorno,  i soldati  lasciati  indietro  compresero  di
    essere  stati  traditi  da  Dario;  protesero quindi le mani verso gli
    Sciti e spiegarono loro ci che era avvenuto.
    Questi,  quando l'ebbero saputo,  si riunirono al pi  presto:  i  due
    contingenti  di  Sciti  con quello che operava isolato (96),  oltre ai
    Sauromati e ai Geloni e si gettarono  all'inseguimento  dei  Persiani,
    puntando diritti sull'Istro.
    Per, siccome il grosso dell'esercito persiano era costituito di forze
    di  fanteria  e non conosceva le strade (non ce n'erano di tracciate),
    mentre la truppa scitica era  formata  di  cavalieri  e  conosceva  le
    scorciatoie,  i  due  eserciti  non  vennero  a  contatto  e gli Sciti
    giunsero al ponte molto prima dei Persiani.
    Quando seppero che i  Persiani  non  erano  ancora  arrivati,  tennero
    questo  discorso  agli  Ioni che si trovavano sulle loro imbarcazioni:
    Uomini della Ionia,  il numero dei giorni pattuito  gi trascorso  e
    non vi comportate secondo giustizia se rimanete pi oltre. Ma se prima
    d'ora  rimanevate  per  paura,   ora  affrettatevi  a  distruggere  il
    passaggio e andatevene lieti della vostra libert, grati non solo agli
    di,  ma anche agli Sciti.  Poich quello  che  prima  era  il  vostro
    padrone  noi lo metteremo in condizione tale,  che non far pi guerra
    contro nessun altro fra gli uomini.

     137.  Davanti a queste dichiarazioni,  gli Ioni  tennero  consiglio.
    L'ateniese   Milziade,   comandante   e  tiranno  degli  abitanti  del
    Chersoneso sull'Ellesponto,  era del parere di dare ascolto agli Sciti
    e assicurare la libert alla Ionia;  ma di parere contrario era Istieo
    di Mileto, il quale faceva notare che in quel momento ciascuno di loro
    era signore della propria citt in grazia di Dario;  ma se la  potenza
    di Dario fosse stata annientata, n egli stesso sarebbe stato in grado
    di  imporre la propria autorit su Mileto,  n lo sarebbe stato alcuno
    degli  altri,  assolutamente;  poich  ogni  citt  avrebbe  preferito
    reggersi democraticamente, piuttosto che farsi dominare da un tiranno.
    Mentre Istieo esponeva questo punto di vista,  tutti si erano bentosto
    orientati verso di esso,  mentre prima  erano  propensi  ad  ascoltare
    Milziade.

      138.  Quelli che presero parte alla votazione e che godevano di una
    certa considerazione presso il re erano i seguenti: fra i tiranni  dei
    Greci stanziati sull'Ellesponto,  Dafni di Abido, Ippoclo di Lampsaco,
    Erofanto di Pario,  Metrodoro di Proconneso,  Aristagora di  Cizico  e
    Aristone di Bisanzio; questi erano i tiranni dell'Ellesponto.
    Quelli della Ionia erano: Stratti di Chio, Eace di Samo, Laodamante di
    Focea  e  Istieo  di  Mileto,  quello  il cui parere,  suesposto,  era
    contrario a Milziade;  fra i tiranni  degli  Eoli  l'unico,  degno  di
    riguardo, presente era Aristagora di Cuma.

      139.  Costoro,  dunque,  dopo essersi dichiarati per la proposta di
    Istieo,  stabilirono,  inoltre,  di  fare  e  di  dire  quanto  segue:
    distruggere la parte del ponte dal lato della Scizia, abbattendolo per
    un tratto lungo quanto un tiro d'arco, per aver l'aria di fare qualche
    cosa,  mentre  in  effetti non facevano nulla,  e per impedire che gli
    Sciti,  anche volendo,  tentassero con la  forza  di  passare  l'Istro
    attraverso  quella  via;  e proprio mentre scardinavano il ponte dalla
    parte scitica,  dovevano dichiarare che tutto avrebbero  fatto  quanto
    era gradito agli Sciti.
    Questa era l'aggiunta che essi facevano al parere di Istieo,  il quale
    dopo di ci a nome di  tutti  diede  questa  risposta:  O  uomini  di
    Scizia,  siete  venuti  a  portarci buone cose e opportuna  la vostra
    sollecitudine.  E come da parte vostra ci viene  indicata  la  via  da
    seguire, da parte nostra siamo pronti a compiacervi. Infatti, come voi
    vedete,  stiamo  distruggendo  il ponte e ci metteremo tutto il nostro
    zelo, volendo godere la libert.
    Mentre,  per,  noi lo distruggiamo,   il momento buono per  voi  di
    ricercare quelle truppe e,  trovatele,  infliggere loro, per noi e per
    voi stessi, la punizione che meritano.

     140. Gli Sciti,  fidando per la seconda volta che gli Ioni dicessero
    la   verit,   tornarono  indietro  alla  ricerca  dei  Persiani,   ma
    sbagliarono completamente la strada che quelli avevano seguito.
    La colpa di questo errore fu degli Sciti  stessi,  in  quanto  avevano
    rovinato  le  pasture  per i cavalli,  che la regione poteva offrire e
    ostruito le sorgenti d'acqua; poich se non l'avessero fatto,  sarebbe
    stato  agevole  per  loro,  solo  che  l'avessero  voluto,  scovare  i
    Persiani.
    Ora,  invece,  in quella che era loro sembrata la pi indovinata delle
    decisioni,  proprio  in  questa s'erano ingannati.  Ordunque gli Sciti
    andavano cercando i loro avversari  attraverso  le  regioni  del  loro
    paese  che potevano offrire foraggio per i cavalli e sorgenti d'acqua,
    pensando che anche i nemici avrebbero eseguito la ritirata  attraverso
    simili luoghi;  invece i Persiani procedevano seguendo attentamente le
    tracce del loro precedente itinerario e anche cos durarono  fatica  a
    trovare il luogo dove avevano passato il fiume.
    Siccome,  poi,  erano  arrivati  di  notte  e avevano trovato il ponte
    distrutto,  furono presi da grande paura  che  gli  Ioni  li  avessero
    abbandonati.

      141.  C'era  nel seguito di Dario un egiziano che aveva la voce pi
    potente del mondo;  a quest'uomo Dario comand che stando  sulla  riva
    del  fiume,  chiamasse  Istieo di Mileto: cosa che egli fece.  Istieo,
    obbedendo al primo  richiamo,  allest  tutte  le  navi  che  potevano
    permettere  il  passaggio  dell'esercito e riatt il ponte.  In questo
    modo Persiani riuscirono a sfuggire.

     142.  Gli Sciti,  intanto,  che li andavano a cercare per la seconda
    volta,  non  riuscirono  a  incontrare i Persiani;  e il loro giudizio
    sugli Ioni  che, in quanto uomini liberi,  essi sono i pi inetti e i
    pi  vili  di tutti gli uomini;  ma,  considerandoli come servi,  sono
    schiavi quanto mai attaccati al loro padrone e incapaci di sfuggirgli:
    questi erano gli insulti che gli Sciti rivolgevano agli Ioni.

     143.  Dario,  procedendo attraverso la Tracia,  arriv a  Sesto  nel
    Chersoneso:  di  l,  egli  si imbarc per passare in Asia e lasci in
    Europa, a capo delle truppe, Megabazo,  un persiano al quale un giorno
    aveva dato una singolare testimonianza d'onore,  quando tra i Persiani
    aveva espresso un  giudizio  di  tal  fatta:  s'era  accinto  Dario  a
    mangiare  delle  melagrane e aveva appena aperta la prima,  quando suo
    fratello Artabano gli chiese che cosa mai avrebbe desiderato di  avere
    che  uguagliasse  in numero i chicchi di una melagrana,  ed egli aveva
    risposto che avrebbe preferito altrettanti uomini come  Megabazo,  pi
    che di avere la Grecia sottomessa ai suoi ordini.
    Con tali parole,  pronunziate tra i Persiani, l'aveva un tempo onorato
    e allora lo lasciava al comando del suo esercito che contava  80  mila
    soldati.

     144. Questo Megabazo, poi, lasci presso le genti dell'Ellesponto un
    ricordo  incancellabile  per aver espresso questo giudizio: trovandosi
    in Bisanzio,  aveva saputo che  gli  abitanti  di  Calcedonia  avevano
    colonizzato  il loro paese 17 anni prima (97) di quelli di Bisanzio e,
    quando lo seppe, esclam che per tutto quel tempo quelli di Calcedonia
    erano stati ben  ciechi;  poich  se  non  fossero  stati  ciechi  non
    avrebbero scelto per stabilirvisi una localit pi ingrata,  mentre se
    ne offriva una migliore.
    Allordunque questo Megabazo,  lasciato alla testa delle  truppe  nella
    regione,  s'adoprava  a  sottomettere le citt dell'Ellesponto che non
    vedevano di buon occhio i Medi.

     145.  Mentre egli esplicava questa attivit,  proprio  nello  stesso
    tempo  avveniva  contro  la Libia un'altra spedizione in grande stile,
    per il motivo che io riferir, dopo aver premesso quest'altre notizie.
    Dei discendenti degli Argonauti,  scacciati da Lemno a opera  di  quei
    Pelasgi che a Braurone avevano rapito le donne ateniesi,  si misero in
    mare,  recandosi a Sparta e,  accampatisi sul  Taigeto,  accesero  dei
    fuochi.
    Gli Spartani,  quando li videro, mandarono un messo per sapere chi mai
    fossero e donde venissero,  ed  essi  all'araldo  che  li  interrogava
    dichiararono  di  essere  Mini (98) discendenti degli eroi che s'erano
    imbarcati sulla nave Argo: quelli, infatti, erano approdati a Lemno ed
    erano stati loro progenitori.
    Gli Spartani,  dopo aver ascoltato la genealogia dei  Mini,  mandarono
    una  seconda volta a chiedere che cosa volessero,  perch erano venuti
    nel loro paese e vi accendevano il fuoco  (99).  Quelli  dissero  che,
    scacciati dai Pelasgi,  erano venuti nella terra dei loro padri poich
    era quanto mai giusto che fosse cos: chiedevano  di  poter  convivere
    con loro, di aver parte negli onori e un'assegnazione di terreni.
    Gli  Spartani  si compiacquero di accogliere i Mini alle condizioni da
    loro stessi dettate;  ma pi di tutto li  indusse  ad  agire  cos  la
    considerazione  che  i figli di Tindaro (100) avevano partecipato alla
    spedizione degli Argonauti.
    Cos accoltili,  assegnarono loro della terra e li distribuirono nelle
    varie trib.
    I  Mini  ben  presto  contrassero  nuove nozze e cedettero ad altri le
    donne che avevano condotto con s da Lemno.

     146. Sennonch, passato poco tempo,  i Mini cominciarono a diventare
    insolenti, a pretendere di aver parte nel governo e a commettere altre
    azioni contrarie alle leggi.
    Gli Spartani decisero allora di ucciderli e, arrestatili, li gettarono
    in  prigione;  poich solo di notte essi uccidono quelli che intendono
    togliere di mezzo; durante il giorno, nessuno.
    Quando,  dunque,  stavano per eseguire la condanna a  morte  contro  i
    Mini,  le mogli,  che erano cittadine spartane e figlie dei principali
    Spartiati,  chiesero di poter entrare nella prigione e intrattenersi a
    colloquio, ciascuna con il proprio marito.
    Le lasciarono entrare, non sospettando da parte loro alcun inganno; ma
    esse,  non  appena  furono  dentro,  ecco cosa fanno: passate tutte le
    vesti che avevano ai mariti,  esse indossarono le loro.  Cos i  Mini,
    vestiti con indumenti femminili, scambiati per donne, poterono evadere
    e, scampati in questo modo, si accamparono di nuovo sul Taigeto.

     147.  In questo periodo di tempo, Tera, figlio di Autesione, che era
    figlio di Tisamene, figlio a sua volta di Tersandro, il quale era nato
    da Polinice,  si apprestava  a  partire  da  Sparta  per  fondare  una
    colonia.  Questo  Tera,  di  razza  cadmea  (101),  era zio materno di
    Euristene e di Procle,  figli di Aristodomo  (102),  e  finch  questi
    furono in giovane et, Tera tenne in Sparta la reggenza. Quando, per,
    i  nipoti furono cresciuti ed ebbero preso possesso del potere,  Tera,
    ritenendo insopportabile essere sottoposto ad altri, dopo aver provato
    il gusto di comandare,  dichiar che non sarebbe rimasto a Sparta,  ma
    si sarebbe imbarcato verso un popolo della sua stessa stirpe.
    Vivevano nell'isola (103) che ora  chiamata Tera (prima, la stessa si
    chiamava  Callista) i discendenti di Membliaro,  figlio di Pecile,  di
    origine fenicia; poich Cadmo,  figlio di Agenore,  quando andava alla
    ricerca  di  Europa  (104),  era approdato all'isola che ora si chiama
    Tera e sia che il paese nel quale era sbarcato gli  piacesse  in  modo
    particolare,  sia  che  qualche  altro motivo l'abbia indotto a farlo,
    lasci in quest'isola  un  certo  numero  di  Fenici,  tra  cui  anche
    Membliaro, che era della sua famiglia.
    Questi  uomini  abitarono l'isola detta Callista per otto generazioni,
    prima che Tera vi  giungesse da Sparta.

     148. Verso quest'isola, dunque, si preparava a partire Tera,  con un
    gruppo  di  uomini  delle  varie  trib,  intendendo convivere con gli
    antichi abitanti, non gi, assolutamente, scacciarli; ma anzi con ogni
    mezzo  assicurarsi  la  loro  simpatia.   E  siccome  c'erano  allora,
    accampati sul Taigeto,  anche i Mini sfuggiti dal carcere,  mentre gli
    Spartani erano decisi a mandarli  a  morte,  Tera  preg  che  non  si
    facesse  quella  strage e s'assunse egli la responsabilit di portarli
    fuori dal paese.
    Avendo gli Spartani acconsentito a  questa  sua  proposta,  egli  fece
    vela,  con  tre  navi  da  30 remi,  verso i discendenti di Membliaro,
    conducendo con s solo una  parte  dei  Mini,  non  tutti;  poich  la
    maggior parte di essi preferivano rivolgersi verso i Paroreati (105) e
    i Cauconi,  che essi poi scacciarono dal loro paese; e divisisi in sei
    parti, fondarono, in seguito, queste citt: Lepreo,  Macisto,  Frisse,
    Pirgo, Epio e Nudio: la maggior parte di queste citt ai giorni nostri
    furono distrutte dagli Elei.  L'isola,  dal nome del fondatore,  prese
    nome di Tera.

     149.  Ma poich il figlio rifiut di mettersi in mare con il  padre,
    questi  disse che l'avrebbe lasciato come una pecora fra i lupi: fu in
    seguito a queste parole che il giovinetto ebbe il soprannome di Eolico
    (106) e, a quanto pare, tale nome si impose.
    Figlio di Eolico fu Egeo,  dal  quale  traggono  il  nome  gli  Egidi,
    famiglia  importante  in  Sparta.  E  siccome  agli  uomini  di questa
    famiglia non sopravvivevano i  figli,  essi  eressero,  per  consiglio
    dell'oracolo,  il  santuario  alle Erinni di Laio e di Edipo (107);  e
    dopo questo, i figli rimasero in vita.
    Lo stesso fatto accadde  anche  in  Tera,  ai  discendenti  di  questi
    uomini.

      150.  Fino  a  questo  punto  del  racconto  Spartani  e Terei sono
    d'accordo: d'ora innanzi soltanto i Terei affermano  che  le  cose  si
    sono svolte come segue.  Grinno,  figlio di Esania,  che discendeva da
    Tera ed era re dell'isola di Tera,  se ne venne  a  Delfi,  conducendo
    dalla  sua  citt un'ecatombe,  e lo seguivano altri cittadini,  e fra
    essi Batto (108) figlio di Polimnesto, che era della stirpe di Eufemo,
    uno dei Mini. Mentre il re di Tera,  Grinno,  interrogava l'oracolo su
    tutt'altro  argomento,  la  Pizia  gli rispose di fondare una citt in
    Libia.  Ma quello replic: O signore (109),  io sono  troppo  vecchio
    ormai  e  carico  d'anni per assumermi tale impresa;  ma tu impartisci
    l'ordine di fare ci a qualcuno di questi che  sono  pi  giovani.  E
    mentre diceva tali parole,  accennava a Batto. Allora si giunse fino a
    questo punto,  ma poi,  partitisi di l,  non fecero pi  alcun  conto
    dell'oracolo, dato che non sapevano in qual parte della terra fosse la
    Libia e non osavano far partire una colonia verso destinazione ignota.

     151.  Dopo questi fatti,  per,  su Tera non cadde pioggia per sette
    anni continui,  durante i quali  tutte  le  piante  che  si  trovavano
    nell'isola, tranne una, s'erano inaridite.
    Ai  Terei  che  consultavano l'oracolo,  la Pizia ripet il comando di
    condurre una colonia in Libia.  E poich non c'era rimedio per i  loro
    malanni,  mandarono  degli  inviati  a Creta a cercare se qualcuno dei
    Cretesi (110),  o dei forestieri che erano con loro,  fosse mai giunto
    fino  in  Libia.  Aggirandosi  qua  e  l  per  l'isola  questi  messi
    arrivarono anche alla  citt  di  Itano  e  in  essa  incontrarono  un
    pescatore  di  porpore,  di nome Corobio,  il quale affermava di esser
    giunto, portato dal vento,  in Libia e a Platea (111),  un'isola della
    Libia.  Allora  convincono costui,  dietro compenso,  e lo conducono a
    Tera;  di qui poi degli uomini si imbarcano per  esplorare  i  luoghi,
    dapprima in piccolo numero.  Avendoli Corobio guidati a quest'isola di
    Platea, ivi lo lasciarono con una scorta di viveri per un certo numero
    di mesi; essi,  invece,  ripresero il mare in tutta fretta per fare ai
    Terei una relazione riguardo all'isola.

      152.  Siccome,  per,  la  loro assenza si prolungava pi del tempo
    stabilito, Corobio venne a mancare di tutto.  Ma poi una nave di Samo,
    di cui era proprietario Coleo e che faceva vela verso l'Egitto, fu dal
    vento  dirottata  verso  quest'isola  di  Platea e i Sami,  da Corobio
    informati di tutta la questione,  gli lasciarono viveri per  un  anno.
    Quindi  essi,  salpati  dall'isola  con  gran desiderio di raggiungere
    l'Egitto, veleggiarono, trasportati dal vento di Levante,  fuori rotta
    e,  siccome  il vento non cessava di spirare,  oltrepassate le colonne
    d'Ercole, come guidati da un dio giunsero a Tartesso.
    Questo scalo commerciale (112) era a quel  tempo  ancora  inesplorato;
    sicch  i  Sami,  ritornati  in  patria,  realizzarono  con le merci i
    guadagni  pi  elevati  di  tutti  i  Greci  di  cui  abbiamo  precise
    informazioni,  senza  contare,  per,  Sostrato  di  Egina,  figlio di
    Laodamante:  poich  con  costui  non    possibile  che  altri  possa
    gareggiare.
    Ora i Sami, presa la decima parte dei loro guadagni, cio sei talenti,
    ne  fecero  un vaso di bronzo in forma di cratere argolico,  con tutto
    intorno teste di grifone in forte rilievo e lo consacrarono nel tempio
    di Era,  dopo averlo collocato su tre giganti di  bronzo,  alti  sette
    cubiti, poggiati sulle ginocchia.
    Da  questo  gesto  di  Coleo ebbe origine l'amicizia a tutta prova che
    lega gli abitanti di Cirene e di Tera a quelli di Samo.

     153.  Intanto,  i Terei  che,  lasciato  Corobio  nell'isola,  erano
    tornati  in  patria,  riferirono che avevano preso possesso d'un'isola
    presso la Libia.
    Decisero allora i Terei di mandare col degli uomini,  tratti da tutti
    i  distretti  (che  erano  sette)  in  ragione  di un fratello su due,
    designato dalla sorte,  e che avrebbero avuto Batto come capo e re.  E
    cos essi inviarono a Platea due navi a 50 remi.

      154.  Questa   la versione dei Terei;  il resto del racconto ormai
    coincide con ci che dicono quelli di Cirene;  poich,  per  quel  che
    riguarda  Batto,  i  Cirenei  non  vanno assolutamente d'accordo con i
    Terei: essi, infatti, la raccontano cos.
    C' nell'isola di Creta la citt  di  Oasso,  su  cui  allora  regnava
    Etearco,  il quale,  siccome aveva una figlia di nome Fronima, rimasta
    senza madre,  per lei spos un'altra donna.  Ma  costei,  introdottasi
    nella sua casa,  pens di dover essere, per Fronima, matrigna non solo
    di  nome,  ma  anche  di  fatto,   infliggendole  ogni  umiliazione  e
    macchinando contro di lei inganni d'ogni sorta; alla fine, accusandola
    di  dissolutezza,  convinse  il  marito  che  ci che diceva era vero.
    Quello,  persuaso dalla  moglie,  tram  contro  la  figlia  un  empio
    disegno.
    C'era in Oasso un mercante di Tera, che si chiamava Temisone; Etearco,
    avendolo  invitato  a  banchetto  come  ospite,  gli  fece giurare che
    senz'altro gli avrebbe reso il servigio  di  cui  lo  pregava.  Quando
    l'ebbe legato a s con giuramento,  fece venire la propria figlia e lo
    preg che la portasse fuori dal paese e l'affogasse in mare.
    Temisone,  allora,  sdegnato per  l'inganno  con  cui  gli  era  stato
    strappato il giuramento,  rotto ogni legame di ospitalit, si comport
    in questo modo: presa con s la fanciulla, sciolse le vele; quando poi
    fu in alto mare,  per liberarsi dal vincolo del  giuramento  fatto  ad
    Etearco,  la  leg  con  delle funi e la fece calare in mare;  ma poi,
    tiratala su di nuovo, se ne and a Tera.

     155.  In seguito Polimnesto,  uomo che godeva  di  prestigio  fra  i
    Terei, presa Fronima con s, la tenne come sua concubina.
    Col  passare del tempo,  ne nacque un figlio,  difettoso nel parlare e
    balbuziente, al quale,  secondo i Terei e i Cirenei,  fu posto il nome
    di Batto;  secondo me, invece, qualche altro nome. Cambi poi in Batto
    il suo nome quando giunse in Libia,  deducendolo dall'oracolo che  gli
    era  stato  comunicato  in  Delfi  e dalla dignit regale che vi ebbe.
    Poich i Libici chiamano "Batto" il re ed  per questo, io credo,  che
    la  Pizia,  nello  esprimere  il  vaticinio,  lo  interpell in lingua
    libica, perch sapeva che egli sarebbe stato re in Libia.
    Infatti,  quando fu uomo maturo se ne venne  a  Delfi  per  consultare
    l'oracolo  sul  proprio  difetto di pronuncia;  ma alla sua domanda la
    Pizia diede questa risposta:
    "O Batto,  sei venuto per la tua voce,  ma il signore Febo Apollo  ti
    manda a fondare una colonia nella Libia, nutrice di greggi".
    Era come se gli avesse detto in lingua greca: O re, sei venuto per la
    tua voce.
    Quello allora replic: O signore, io sono venuto a te per consultarti
    sulla  mia  pronuncia difettosa;  tu,  invece,  mi rispondi tutt'altra
    cosa,  impossibile a farsi,  ordinandomi di colonizzare la Libia:  con
    quali mezzi? Con quali compagni? .
    Ma pur dicendo cos, non riusc a convincere la Pizia che gli desse un
    altro  responso;  ora,  siccome quella ripeteva lo stesso vaticinio di
    prima, Batto, lasciatala nel bel mezzo, se ne torn a Tera.

     156.  In seguito,  per lui e per gli  altri  Terei  fu  un  continuo
    susseguirsi  di  malanni  e  i  Terei  che non sapevano spiegarsene la
    ragione,  mandarono a Delfi per interrogare il dio  sui  mali  che  li
    opprimevano.  La Pizia rispose loro che avrebbero avuto sollievo dalle
    sventure se, insieme con Batto, avessero fondato Cirene in Libia.
    In conseguenza di ci,  essi fecero partire Batto con due  navi  a  50
    remi.
    Questi,  per, giunti che furono in Libia, poich non avevano altro da
    fare,  se ne tornarono  nuovamente  a  Tera.  Ma  quando  stavano  per
    approdare, i Terei li ricacciarono, non permisero che s'accostassero a
    terra e imposero loro di riprendere il mare.
    Cos,  costretti  con  la forza,  invertirono la rotta e colonizzarono
    un'isola che si trova sulla costa della Libia,  quella che,  come  s'
    detto  precedentemente,  si  chiama Platea.  E si dice che quest'isola
    abbia un'estensione pari a quella  che  ha  attualmente  la  citt  di
    Cirene.

     157. L'abitarono per due anni; ma poi, visto che non c'era nulla che
    riuscisse  favorevole,  lasciato  col  uno  di loro,  tutti gli altri
    fecero  vela  verso  Delfi:  giunti   alla   sede   dell'oracolo,   lo
    consultarono,  facendo notare che essi abitavano bens la Libia, ma le
    loro cose non andavano,  per questo,  meglio.  A tali  rimostranze  la
    Pizia rispose cos:
    "Se tu, pur non essendoci stato, conosci la Libia, nutrice di greggi,
    meglio di me,  che ci sono andato (113),  io sono molto ammirato della
    tua sapienza".
    Udite queste parole,  Batto e i suoi,  ripresero di nuovo la  via  del
    ritorno.  Era  chiaro,  infatti,  che  il  dio non li riteneva assolti
    dall'obbligo della  colonia,  se  prima  non  giungevano  nella  Libia
    propriamente detta (114).
    Arrivati  all'isola  e  preso  il  compagno  che  v'avevano  lasciato,
    colonizzarono nella Libia stessa,  proprio di  fronte  all'isola,  una
    localit  che  si  chiamava  Aziri: da due parti la chiudono splendide
    colline,  ricche di boschi,  e,  da un lato un  fiume  che  le  scorre
    accanto.

     158. In questo luogo abitarono per sei anni; ma al settimo, i Libici
    avendoli  scaltramente lusingati che li avrebbero condotti in un luogo
    migliore, li persuasero a lasciarlo.
    Toltili, quindi, di l, i Libici li condussero verso occidente e,  per
    evitare  che  i  Greci,  attraversando  la  regione pi splendida,  vi
    lasciassero gli  occhi,  avendo  calcolato  il  cammino  in  modo  che
    coincidesse con la durata del giorno, ve li fecero passare di notte: 
    questa la regione che si chiama Irasa.  Li condussero,  quindi, presso
    una sorgente che si diceva sacra ad Apollo e  dissero:  O  uomini  di
    Grecia,    qui che vi conviene abitare;  poich qui il cielo  forato
    (115).

     159. Finch fu in vita il fondatore Batto, che regn per 40 anni,  e
    suo figlio Arcesilao, che ne regn 16, gli abitanti di Cirene rimasero
    tanti di numero,  quanti erano stati in principio mandati a fondare la
    colonia. Ma sotto il terzo re,  Batto soprannominato Felice,  la Pizia
    con  i  suoi  responsi  prese  a  incitare  i  Greci di ogni regione a
    imbarcarsi, per abitare la Libia insieme con i Cirenei;  poich questi
    li allettavano con la promessa di una ripartizione del terreno.
    Il  responso della Pizia diceva cos: "Chiunque giunger troppo tardi
    nell'amabile Libia, quando il paese sar gi diviso,  io dico che poi,
    un giorno, se ne avr a pentire".
    Essendo,  quindi, affluita gran folla a Cirene, vedendosi spogliati di
    gran parte delle loro terre,  i Libici del vicinato e il loro  re,  di
    nome  Adicrane,  che  si  trovavano depauperati del paese e gravemente
    offesi dai Cirenei,  mandarono in Egitto a fare atto di  sottomissione
    al re egiziano Aprieo (116).
    Quello,  raccolto un potente esercito di Egizi,  lo mand a Cirene e i
    Cirenei,  usciti in campo contro di loro  nella  regione  di  Irasa  e
    presso la fonte Testa, si scontrarono con gli Egiziani e li vinsero in
    battaglia.  Gli  Egiziani,  che prima non avevano mai avuto esperienza
    della forza dei Greci e  li  tenevano  in  poco  conto,  subirono  una
    disfatta  cos  grave,  che ben pochi di essi tornarono in Egitto.  Fu
    appunto per questo insuccesso e perch a lui ne attribuivano la  colpa
    che gli Egiziani si ribellarono ad Aprieo.

     160.  Figlio di questo Batto fu Arcesilao, il quale, appena divenuto
    re,  venne in discordia con  i  suoi  fratelli,  fino  a  che  questi,
    lasciata  Cirene,  se  ne andarono in un altro luogo della Libia e l,
    dopo essersi tra loro consultati,  fondarono la citt  che  allora  si
    chiam  Barca,  come  si  chiama  tuttora:  nello  stesso tempo che la
    fondavano fecero s che i Libici defezionassero dai Cirenei.
    In seguito a questi fatti,  Arcesilao mosse guerra contro quei  Libici
    che  li  avevano  accolti,  che  erano  poi  gli  stessi  che  s'erano
    ribellati, e che, presi da timore, si diedero a fuggire verso i Libici
    orientali.  Arcesilao li insegu nella loro fuga,  fino a che giunse a
    Leucone di Libia,  dove per i Libici decisero di assalirlo.  E venuti
    alle mani, i Cirenei ricevettero una sconfitta cos bruciante, che ben
    7000 opliti caddero l sul posto.
    Dopo questa disfatta,  Arcesilao,  che era ammalato e aveva gi bevuto
    del veleno,  fu strangolato dal fratello Learco il quale,  per, a sua
    volta fu ucciso,  con inganno,  dalla  moglie  di  Arcesilao,  che  si
    chiamava Erisso.

     161.  Ad Arcesilao successe nel regno il figlio Batto, che era zoppo
    e malfermo sulle gambe.
    I  Cirenei,   preoccupati  per  l'insuccesso  che  li  aveva  colpiti,
    mandarono  a  Delfi  per  sapere con quale forma di costituzione (117)
    sarebbero vissuti nel modo migliore.
    La Pizia consigli  di  far  venire  un  arbitro  da  Mantinea,  citt
    dell'Arcadia;  mandarono,  dunque,  a chiederlo e i Mantineesi diedero
    loro un uomo che godeva fra i cittadini  il  massimo  prestigio  e  si
    chiamava Demonatte.
    Costui,  arrivato a Cirene e presa conoscenza di ogni cosa,  li divise
    in 3 trib, disponendoli in questo modo: costitu la prima trib con i
    Terei e i Perieci (118); la seconda,  di Peloponnesiaci e Cretesi;  la
    terza,  con tutti gli abitanti delle isole.  D'altra parte, riserv al
    re Batto alcuni particolari  possedimenti  e  uffici  sacerdotali;  ma
    tutto  quello  che  precedentemente i re possedevano lo mise in comune
    per il popolo.

     162.  In questo modo disposte,  le cose durarono finch visse questo
    Batto;  ma sotto suo figlio Arcesilao, si ebbero dei gravi tumulti per
    quel che riguardava le prerogative reali; poich Arcesilao,  figlio di
    Batto,  lo  zoppo,  e di Feretima,  dichiar di non volersi adattare a
    quello che Demonatte di  Mantinea  aveva  stabilito;  ma  chiedeva  di
    riavere i privilegi di cui avevano goduto i suoi antenati.
    Avendo,  quindi, provocato una rivolta, ebbe la peggio e fugg a Samo;
    mentre la madre sua si rifugi a Salamina nell'isola di Cipro.
    In quel tempo era padrone di Salamina Eveltonte,  colui che consacr a
    Delfi quell'incensiere, degno di essere ammirato, che ora si trova nel
    tesoro dei Corinzi.
    Giunta  presso di lui,  Feretima lo pregava di concedere loro un corpo
    di spedizione che avrebbe ricondotto lei e suo  figlio  a  Cirene;  ma
    Eveltonte  a lei faceva doni d'ogni specie,  tranne che d'un esercito.
    Essa ricevendo quanto le veniva donato, dichiarava che, s,  era bello
    anche quello,  ma pi bella era quell'altra cosa, cio se le concedeva
    i soldati da lei richiesti.  E  poich  essa  ripeteva  queste  stesse
    parole  ad ogni dono che le veniva offerto,  infine Eveltonte le invi
    un fuso d'oro e una conocchia, che aveva anche, sopra,  della lana;  e
    avendo  Feretima ripetuto lo stesso ritornello,  Eveltonte replic che
    erano quelli gli oggetti di cui si faceva dono alle donne, non gi gli
    eserciti.

     163. Durante questo tempo, Arcesilao, che si trovava a Samo,  andava
    raccogliendo uomini d'ogni sorta facendoli sperare in una assegnazione
    di territorio e quando si fu radunata una massa imponente,  fu mandato
    egli stesso a Delfi per consultare l'oracolo sul suo ritorno.
    La Pizia gli diede questo responso:
    "Per la durata della vita  di  quattro  Batti  e  quattro  Arcesilai,
    quindi  di  otto  generazioni  di  uomini,  Lossia (119) vi concede di
    dominare su Cirene;  oltre questo periodo (120) vi  consiglia  di  non
    tentare nemmeno.
    "Tu,  per,  rientrato che sia nella tua citt, stattene tranquillo e
    se troverai il forno pieno di anfore, non volerle cuocere, ma lasciale
    andare via con il favore del vento;  se invece le  farai  cuocere  non
    entrare  nella citt che  cinta dalle acque,  altrimenti morrai tu e,
    con te, il pi bel toro (121).

     164. Questo fu il responso che la Pizia diede ad Arcesilao.
    Egli,  presi con s i compagni da  Samo,  se  ne  torn  a  Cirene  e,
    divenuto  padrone  della  situazione,  non  si  ricord  pi le parole
    dell'oracolo;  ma trasse vendetta contro i suoi avversari  per  averlo
    mandato in esilio.
    Di questi nemici,  alcuni se ne andarono senz'altro dal paese,  altri,
    caduti in mano di Arcesilao,  furono da lui inviati  a  Cipro,  perch
    fossero mandati a morte (122);  ma,  sbattuti dai venti verso le coste
    di Cnido,  furono dagli abitanti del luogo liberati e inviati  a  Tera
    (123).
    Altri  ancora,  che  s'erano rifugiati in una grande torre,  propriet
    privata di Aglomaco,  Arcesilao li arse vivi,  avendo ammassato  tutto
    intorno della legna. Per, non appena commessa l'empia vendetta, intu
    che  era quello che intendeva l'oracolo,  quando la Pizia gli proibiva
    di  cuocere  le   anfore   che   avrebbe   trovato   nel   forno,   e,
    volontariamente,  si  tenne lontano da Cirene,  per timore della morte
    che gli era stata vaticinata e convinto  che  la  citt  "cinta  dalle
    acque" fosse appunto Cirene.
    Ora,  egli aveva in moglie una sua parente, figlia del re di Barca, il
    quale si chiamava Alazir;  presso costui egli si  reca  e  ivi  alcuni
    cittadini  di  Barca  e  alcuni  esuli  di Cirene,  riconosciutolo che
    s'aggirava per la piazza del mercato,  lo uccisero  e,  oltre  a  lui,
    abbatterono anche il suocero Alazir.
    Cos Arcesilao pose termine al suo destino, per non aver dato ascolto,
    volontariamente o meno, alle parole dell'oracolo.

     165.  In questo frattempo, mentre Arcesilao, che s'era adoperato per
    la propria rovina,  viveva nella citt  di  Barca,  la  madre  di  lui
    Feretima,  in  Cirene,  godeva  essa  stessa  i  privilegi del figlio,
    amministrando tutti gli affari e sedendo in consiglio; ma quando venne
    a sapere che il figlio suo era stato  ucciso  nella  citt  di  Barca,
    prese la fuga e se ne ando in Egitto.
    Aveva,  infatti, da far valere delle benemerenze da parte di Arcesilao
    verso Cambise;  poich era stato  proprio  Arcesilao  che  aveva  dato
    Cirene in mano a Cambise e s'era assoggettato a tributo.
    Recatasi, dunque, in Egitto Feretima si present supplice ad Ariande e
    lo preg di prestarle aiuto, adducendo come motivo alla sua richiesta,
    che il figlio era stato ucciso a causa della devozione che nutriva per
    i Medi.

     166. Questo Ariande era governatore dell'Egitto, investito della sua
    carica da Cambise;  un certo tempo dopo questi fatti,  egli,  per aver
    voluto uguagliarsi a Dario, fu tratto a rovina.
    Infatti egli che sapeva e vedeva come Dario desiderasse lasciare di s
    un ricordo quale nessun altro re prima di lui  si  era  procurato,  lo
    imit in questo, fino a che non ne ebbe ricevuto il castigo.
    Dario,  infatti,  coniava  le monete dopo aver portato l'oro per mezzo
    del fuoco al grado pi alto possibile di purezza;  Ariande,  nella sua
    qualit  di  governatore  dell'Egitto,  faceva  la  stessa cosa ma con
    l'argento;  tanto che,  anche ora,  l'"ariandico"  l'argento pi puro
    che ci sia.
    Dario, venuto a sapere che Ariande faceva questo, avendolo accusato di
    tutt'altra colpa (124) e, cio, di volersi a lui ribellare, lo mand a
    morte.

      167.  Allora,  dunque,  questo  Ariande,  mosso  a  compassione  di
    Feretima,   le  concesse  tutto  l'esercito  che  si   potesse   avere
    dall'Egitto,  tanto le forze di terra,  che quelle di mare: al comando
    delle forze di terra design Amasi,  della trib dei  Marafi;  a  capo
    della flotta Badres, della stirpe dei Pasargadi.
    Prima,  per,  di  dare  il  via all'esercito Ariande mand a Barca un
    araldo per sapere chi fosse il colpevole della morte di Arcesilao;  ma
    quelli  di  Barca  se  ne  assunsero  la responsabilit tutti insieme,
    poich molti erano i mali che soffrivano sotto il suo comando.
    Cos, ricevuta questa risposta, Ariande fece partire le truppe insieme
    con Feretima. Questo, naturalmente,  non era che un semplice pretesto,
    ma,  a  mio  modo  di vedere,  quella spedizione aveva come intento la
    conquista della Libia,  poich molti e di varia razza  sono  i  popoli
    della  Libia  e,  di  essi,  soltanto  pochi erano sottomessi al re di
    Persia; i pi, invece, non si davano alcun pensiero di Dario.

     168. I popoli di Libia sono stanziati nell'ordine che segue.
    I primi,  a cominciare dall'Egitto,  sono gli Adirmachidi,  che hanno,
    per lo pi, usi e costumi degli Egiziani, ma vestono alla foggia degli
    altri  Libici.  Le  loro  donne  portano d'uso degli anelli di rame su
    ciascuna gamba;  tengono  lunghi  i  capelli  e  quando  prendono  dei
    pidocchi, d ciascuna un colpo di denti a quelli che ha presi e poi li
    getta  via.  Sono i soli fra i Libici che abbiano questa abitudine e i
    soli che presentano al re le fanciulle che stanno per prendere marito:
    se ve n' qualcuna che piaccia al re, dal re stesso viene deflorata.
    Questi Adirmachidi si stendono dall'Egitto fino al porto che si chiama
    Plino (125).

     169.  A confine con costoro sono  i  Giligami,  che  abitano,  verso
    occidente,  un  paese  che  giunge  fino  all'isola Afrodisiade: entro
    questo spazio si ha,  nelle vicinanze della costa,  l'isola di Platea,
    colonizzata dai Cirenei e, sul continente, Porto-Menelao e Aziri, dove
    un tempo abitavano quelli di Cirene.
    Da  questo  punto  comincia  la coltivazione del silfio (126),  che si
    estende dall'isola di Platea fino all'imboccatura della Sirte (127).
    I Giligami hanno costumi molto simili agli altri Libici.

     170. Vicini a questo popolo sono,  sempre a occidente,  gli Asbisti,
    che abitano sopra Cirene, ma non giungono fino al mare, perch la zona
    costiera  popolata di Cirenei.
    Non  sono gli Asbisti i meno esperti,  anzi sono i pi abili guidatori
    di  quadrighe  e  si  adoprano  a  imitare  la  maggior  parte   delle
    istituzioni dei Cirenei.

      171.  Con  gli Asbisti confinano,  a occidente,  gli Auschisi: essi
    abitano sopra  Barca  e  si  stendono  fino  al  mare  nei  pressi  di
    Evesperide (128).
    In mezzo al paese degli Auschisi abitano i Bacali,  piccolo popolo,  i
    quali raggiungono il mare nei pressi  di  Tauchira  (129),  citt  del
    territorio di Barca;  come costumi, essi adottano gli stessi che hanno
    i Libici abitanti sopra Cirene.

     172. Vicini agli Auschisi di cui s' parlato sono i Nasamoni, popolo
    prolifico,  i quali d'estate lasciano le greggi sulla riva del mare  e
    risalgono  all'interno  fino  alla localit Augila,  per raccogliere i
    datteri,  poich ivi crescono frequenti e rigogliose le palme e  tutte
    portano frutti.
    Vanno a caccia di cavallette e quando le prendono, le fanno seccare al
    sole,  le riducono in polvere e poi le trangugiano mescolandole con il
    latte.
    Essendo loro costume di aver molte mogli ciascuno,  a esse si uniscono
    in  comune,  allo stesso modo,  press'a poco,  dei Massageti: piantano
    davanti al luogo,  dove si trovano,  un bastone e si congiungono  alla
    donna.
    Quando uno dei Nasamoni prende moglie per la prima volta,  tradizione
    che,  la  prima  notte,  la  sposa  passi da uno all'altro fra tutti i
    convitati,  unendosi ad essi: e ciascuno di quelli con cui s'  unita,
    le d in dono ci che ha con s e che ha portato da casa sua.
    Quanto  ai giuramenti e alla divinazione,  essi si comportano nel modo
    seguente: giurano invocando il nome di quegli uomini che hanno fama di
    essere stati i pi giusti e i migliori,  e tenendo la  mano  sopra  la
    loro  tomba;  e  traggono  gli auspici recandosi sui sepolcri dei loro
    antenati e ivi, dopo aver fatto preghiera, si addormentano: la visione
    che uno ha in sogno,  come un vaticinio.
    E questo  il modo con cui impegnano la  loro  fede:  uno  d  a  bere
    all'altro  con  il  cavo della sua mano ed egli stesso beve dalla mano
    dell'altro; se non hanno a disposizione nulla di liquido,  prendono su
    da terra della polvere e la leccano.

     173. Confinanti con i Nasamoni erano i Psilli; questi sono scomparsi
    dal  mondo  nel  modo seguente: il vento del Sud,  soffiando contro di
    loro,  aveva inaridito le cisterne di acqua e tutto il paese,  che  si
    trova all'interno della Sirte, era riarso dalla siccit. Essi, allora,
    dopo aver ben deliberato in comune,  mossero in guerra contro il vento
    del Sud (io dico,  naturalmente,  quello che raccontano i  Libici),  e
    quando  furono nella regione delle sabbie il vento del Sud,  che aveva
    ripreso a soffiare, li seppell tutti.
    Da quando essi  scomparvero  dal  mondo,  occupano  il  loro  paese  i
    Nasamoni.

      174.  Al di sopra di costoro,  verso Sud,  abitano,  in una regione
    infestata dalle fiere,  i Ganfasanti che fuggono lontano da ogni  uomo
    ed evitano ogni convivenza; non possiedono arma alcuna da guerra e non
    sanno nemmeno difendersi.

     175.  Questi, dunque, si trovano a sud dei Nasamoni. Vicini ad essi,
    costeggiando il mare verso occidente,  si trovano i Maci,  i quali  si
    radono  a  ciuffo,  lasciando  crescere  i  capelli  a sommo il capo e
    tagliandoli alle tempie fino alla pelle;  in guerra portano  a  difesa
    delle  pelli  di  struzzo.  Attraverso  il  loro paese scorre il fiume
    Cinifo,  che,  sgorgando dal colle detto "delle Grazie",  si getta  in
    mare.
    Questa  collina delle Grazie  densa di boschi,  mentre tutto il resto
    della Libia, di cui finora s' parlato,  privo di vegetazione e dista
    dal mare 200 stadi.

     176. Confinano con questi Maci i Gindani, le cui donne portano degli
    anelli di cuoio intorno alle caviglie: ognuna  ne  porta  molti  e  la
    ragione,  a  quanto  si  dice,    questa:  per  ogni  uomo con cui si
    uniscono, si legano un nastro che cinge il malleolo. Cos colei che ne
    ha pi di tutte  considerata la pi affascinante, in quanto amata dal
    maggior numero di uomini.

     177. Su una lingua di terra,  che si protende in mare oltre a questi
    Gindani,  abitano i Lotofagi,  i quali vivono cibandosi esclusivamente
    del frutto di loto. Questo frutto di loto  grosso quanto una bacca di
    lentisco e per dolcezza   molto  simile  al  frutto  della  palma:  i
    Lotofagi ne traggono anche un vino.

     178.  Vicini ai Lotofagi,  sempre lungo il mare,  sono i Maclui, che
    fanno,  essi pure,  uso del loto;  ma meno di quelli che abbiamo test
    nominati.  Si  estendono  fino  a  un  fiume  imponente  che si chiama
    Tritone; esso va a sfociare nel vasto lago Tritonide (130),  nel quale
    si  trova  l'isola  denominata  Fla:  quest'isola,  a  quanto si dice,
    secondo un oracolo doveva essere colonizzata dagli Spartani.

     179.  C' poi anche un'altra storia che si racconta,  ed    questa:
    Giasone,  quando  alle falde del Pelio gli fu allestita di tutto punto
    la nave Argo,  imbarcatavi una ecatombe e,  oltre al resto,  anche  un
    tripode   di   bronzo,   veleggi   costeggiando  il  Peloponneso  con
    l'intenzione di recarsi a Delfi.  Ma giunto  che  fu,  navigando,  nei
    pressi del promontorio Malea (131),  lo colse di sorpresa il vento del
    Nord, che lo allontan dalle coste, portandolo verso la Libia; e prima
    ancora che vedesse terra si trov incagliato nei bassifondi  del  lago
    Tritonide.
    Ora,  mentre egli non sapeva come uscire dalle secche,  dicono che gli
    apparve Tritone,  il quale ordin a Giasone di  donargli  il  tripode,
    promettendo  che  avrebbe  mostrato  loro la via d'uscita e li avrebbe
    lasciati andare sani e salvi.
    Avendo Giasone acconsentito a questa richiesta, Tritone fece vedere il
    passaggio attraverso il bassofondo e ripose il tripode nel suo tempio,
    dopo, per,  aver vaticinato dal tripode stesso e predetto a Giasone e
    compagni  tutta  completa  la  vicenda:  che,  cio,  quando  uno  dei
    discendenti degli Argonauti avesse riportato via  il  tripode,  allora
    non  si  poteva  assolutamente  evitare  che  100 citt greche fossero
    fondate intorno al lago Tritonide.
    Udita questa predizione,  i Libici del luogo avrebbero tenuto nascosto
    il tripode.

     180. Confinano con i Maclui, di cui s' parlato, gli Ausei: essi e i
    Maclui abitano intorno al lago Tritonide,  e il Tritone segna in mezzo
    il confine fra i due popoli.  Mentre i Maclui portano i capelli lunghi
    sulla nuca, gli Ausei li lasciano crescere sulla fronte.
    Nella festa in onore di Atena,  che essi celebrano ogni anno,  le loro
    fanciulle,  divise in due campi,  combattono fra di loro con pietre  e
    bastoni, rispettando cos, esse dicono, le istituzioni patrie verso la
    dea  indigena,  che  noi  chiamiamo  Atena  (132):  le  fanciulle  che
    soccombono per le ferite  vengono  chiamate  "false  vergini".  Prima,
    per,  di  lasciarle  ingaggiare  battaglia,  ecco cosa fanno: a spese
    comuni rivestono una fanciulla,  che  sempre ogni volta la pi bella,
    con  un  elmo di Corinto e un'armatura greca al completo,  e,  fattala
    salire su un cocchio,  la portano in giro intorno al lago.  Con  quali
    armi  adornassero  in  antico  queste fanciulle,  prima che i Greci si
    fossero stanziati nelle vicinanze, non saprei dirlo; penso, per,  che
    le ornassero con armature egiziane; poich  dall'Egitto, io dico, che
    sono giunti tra i Greci lo scudo rotondo e l'elmo.
    Quanto  ad Atena,  dicono che fosse figlia di Posidone e della dea del
    lago Tritonide,  ma che avendo avuto con il padre suo qualche screzio,
    si sarebbe affidata a Zeus, il quale l'avrebbe adottata come figlia.
    Questo  quello che raccontano.
    Possiedono  le loro donne in comune,  non gi convivendo con esse,  ma
    unendosi come le bestie.
    Quando il bimbo di una  donna  abbia  preso  una  certa  decisione  di
    tratti,  gli uomini si radunano tutti in un sol luogo, nel terzo mese,
    e colui al quale pi somiglia  il  fanciullo,  viene  considerato  suo
    padre.

      181.  Questi che sono stati nominati sono i Libici nomadi stanziati
    lungo la riva del mare.
    A sud di questi, nell'interno del continente, c' la Libia delle belve
    feroci; e oltre la regione delle fiere si stende un ciglione sabbioso,
    che si protende da Tebe di  Egitto  fino  alle  Colonne  d'Ercole.  In
    questo  ciglione,  a  circa 10 giorni di cammino l'uno dall'altro,  si
    trovano sopra delle alture blocchi di sale,  che risultano  di  grossi
    grani agglomerati;  sulla cima di ogni collina zampilla prepotente, in
    mezzo al sale,  una polla d'acqua fresca e  dolce  e  intorno  a  essa
    abitano degli uomini, che sono gli ultimi nella direzione del deserto,
    a sud della regione delle fiere.
    I primi che si incontrano,  a dieci giorni di marcia da Tebe, sono gli
    Ammoni (133), che possiedono il santuario di Zeus,  derivato da quello
    di  Tebe,  poich  anche  in  Tebe,  come ho gi detto precedentemente
    (134), la statua di Zeus ha il volto di montone.
    Presso di loro c' anche un'altra sorgente,  la cui acqua al mattino 
    tiepida,  pi  fresca    all'ora  in cui il mercato  pieno (135);  a
    mezzogiorno  addirittura fredda ed  allora che gli Ammoni innaffiano
    i  giardini.   Col  declinare  del  giorno  l'acqua  perde  della  sua
    freschezza,  finch  non  tramonta il sole e la fonte diventa tiepida;
    poi,  sempre facendosi a poco a poco pi calda,  ci si  avvicina  alla
    mezzanotte,  ora  in  cui  essa bolle fino a traboccare;  passa poi la
    mezzanotte e l'acqua si va rinfrescando fino all'aurora.
    Quanto al nome, essa si chiama "la sorgente del Sole".

     182. Dopo gli Ammoni,  seguendo il ciglione sabbioso per altri dieci
    giorni di marcia,  si trova una collina di sale, simile a quella degli
    Ammoni,  con la sua acqua sorgiva,  e intorno vi abitano degli uomini:
    il  nome  di questa localit  Augila ed  qui,  appunto che vengono i
    Nasamoni per cogliere i datteri.

     183.  Lontano da Augila altri dieci giorni di cammino,  c' un'altra
    collina  di  sale,  con acqua sorgiva e molte palme da frutto: proprio
    come negli altri luoghi,  vi abita una popolazione molto  numerosa,  i
    Garamanti  (136),  i  quali  portano e distendono della terra sopra il
    sale e cos possono gettarvi la semente.
    La via pi diretta  verso i Lotofagi, per raggiungere i quali ci sono
    da questo paese 30 giorni di cammino.  Qui si trovano anche i buoi che
    pascolano  a ritroso e fanno cos per questa ragione: siccome hanno le
    corna ricurve in avanti, pascolano camminando indietro;  in avanti non
    possono, altrimenti le corna si infiggono nel terreno.
    Nient'altro  di  diverso  hanno  dagli altri buoi,  tranne questo e la
    pelle che  spessa e ruvida.
    Questi Garamanti vanno a caccia  degli  Etiopi  con  i  loro  carri  a
    quattro  cavalli,  poich gli Etiopi trogloditi sono i pi veloci alla
    corsa di tutti gli uomini  dei  quali  noi  abbiamo  sentito  parlare.
    Mangiano essi serpenti,  lucertole e simili rettili;  usano una lingua
    che non ha somiglianza con alcun'altra,  ma emettono delle strida  che
    ricordano quelle dei pipistrelli.

      184.  Altri  dieci  giorni  di cammino distante dai Garamanti,  c'
    un'altra collina di sale,  altra sorgente e intorno a essa abitano gli
    Ataranti;  sono gli unici fra gli uomini,  che noi conosciamo, che non
    abbiano nomi propri: tutti insieme, infatti, si chiamano Ataranti,  ma
    non c' un nome particolare per ciascun individuo.
    Essi contro il sole che dardeggia a dismisura scagliano maledizioni e,
    oltre  ad  esse,  gli  rivolgono  offese d'ogni sorta,  poich col suo
    ardore li consuma, non solo gli uomini, ma anche il paese (137),
    Dopo altri dieci giorni di cammino s'incontra un'altra collina di sale
    e acqua sorgiva e uomini che  abitano  intorno  ad  essa.  Contiguo  a
    questa collina c' il monte che si chiama Atlante:  di base ristretta
    e rotondo da ogni parte,  ma cos alto,  a quel che si dice, che non 
    possibile vederne le cime,  poich le nubi non le abbandonano mai,  n
    d'estate, n d'inverno: sostengono gli abitanti del luogo che esso sia
    la colonna (138) che sostiene il cielo.
    Da  questo monte gli indigeni hanno avuto la denominazione,  poich si
    chiamano Atlanti.
    Si dice che non si cibino d'alcun  essere  vivente  (139)  e  che  non
    vedano mai sogni.

     185.  Fino a questi Atlanti, io ho la possibilit di elencare i nomi
    dei popoli stanziati nel ciglione sabbioso;  ma d'ora in  avanti,  non
    pi.
    Si  stende,  dunque,  il ciglione fino alle Colonne d'Ercole,  e anche
    oltre; e vi si trovano, a intervalli di dieci giorni di cammino,  cave
    di  sale  e abitanti.  Le dimore di tutti questi uomini sono costruite
    con blocchi di sale: in questa parte della Libia,  infatti,  ormai non
    cadono pi piogge;  altrimenti,  non potrebbero resistere i muri,  che
    sono di sale, se piovesse. Il sale che ivi si estrae  bianco, o anche
    rosso all'aspetto.
    Al  di  l  di  questo  ciglione,   verso  mezzogiorno  e   penetrando
    nell'interno  della  Libia,  il  paese   deserto,  senz'acqua,  senza
    animali,  senza pioggia,  senza piante;  non  c'  traccia  alcuna  di
    umidit.

     186.  Cos,  dunque, a cominciare dall'Egitto fino al lago Tritonide
    vivono popoli libici nomadi,  che mangiano carni e bevono  latte,  che
    per  non toccano carne di vacca,  per la stessa ragione per cui se ne
    astengono anche gli Egiziani (140) e non allevano maiali.
    Anche le donne di Cirene ritengono di doversi astenere dalle carni  di
    vacca,  per  rispetto  a  Iside  egiziana;  anzi,  in suo onore,  esse
    praticano, inoltre, dei digiuni e celebrano delle feste.
    Le donne di Barca non solo non gustano  carni  di  vacca,  ma  neppure
    quelle di maiale.
    Cos stanno queste cose.

     187.  A occidente del lago Tritonide,  invece, i Libici non sono pi
    nomadi;  non fanno uso dei medesimi costumi,  n  praticano  sui  loro
    figli quello che sono soliti fare i nomadi.
    Infatti  i  Libici  nomadi  (se  proprio  tutti  non  potrei dirlo con
    precisione,  ma certo molti fra essi) fanno cos: quando i loro  figli
    hanno quattro anni,  con della lana di pecora ancora grassa,  bruciano
    loro le vene (141) a sommo del capo;  alcuni anche quelle delle tempie
    e ci perch,  per tutta la vita,  il siero non abbia pi a colare dal
    capo e recar danno alla loro salute:  questa la ragione, dicono,  per
    cui essi sono sanissimi.
    Effettivamente   vero che i Libici di tutti gli uomini che conosciamo
    sono i pi sani: se sia per questo,  non potrei dirlo con esattezza ma
     certo che hanno una salute di ferro.
    Se poi,  mentre li bruciano, i fanciulli vengono presi da convulsioni,
    essi hanno gi bell'e trovato il rimedio:  li  guariscono  irrorandoli
    con orina di capro.
    Naturalmente io riferisco quello che raccontano i Libici stessi.

     188. Per i sacrifici, i nomadi hanno questi riti.
    Dopo aver staccato come primizia un pezzo d'orecchio della vittima, se
    lo  gettano al di sopra della spalla;  ci fatto,  torcono indietro il
    collo dell'animale.
    I soli di a cui sacrificano sono il Sole  e  la  Luna  o,  meglio,  a
    questi  sacrificano  tutti i Libici;  ma quelli che abitano intorno al
    lago Tritonide offrono sacrifici  prima  di  tutto  ad  Atena,  poi  a
    Tritone e a Posidone.

      189.  I  Greci  presero  l'abbigliamento  e l'egida che adornano le
    statue di Atena dalle donne  di  Libia:  sennonch  il  vestito  delle
    libiche   di cuoio e le frange,  che dalle egide stesse pendono,  non
    sono serpenti, ma strisce di cuoio;  per il resto,  il vestito  tutto
    uguale.
    Anche il nome,  del resto, rivela che il modo di rivestire i Palladi 
    derivato dalla Libia; infatti,  le donne di Libia gettano sopra i loro
    vestiti delle pelli di capra, dal pelo rasato, adorne di frange, tinte
    di  rosso: orbene,  da queste "pelli di capra" i Greci hanno tratto il
    loro nome di "egida".
    Secondo me,  anche le grida acute che risuonano nei riti  sacri  hanno
    avuto  la  prima origine qui in Libia;  poich l'uso di alzare grida 
    molto in voga fra le Libiche e ne approfittano bene.
    Cos pure dai Libici i Greci hanno appreso l'arte di aggiogare insieme
    4 cavalli.

     190. Quanto ai morti, i nomadi li seppelliscono come i Greci, tranne
    i Nasamoni;  questi li depongono  nelle  tombe  seduti;  avendo  cura,
    quando  uno  sta per emettere l'ultimo respiro,  di metterlo a sedere;
    che non muoia disteso supino (142).
    Hanno abitazioni  formate  di  gambi  di  asfodeli  intrecciati  e  di
    giunchi; e sono trasportabili.
    Tali sono i costumi di questi popoli.

      191.  A occidente del fiume Tritone,  accanto agli Ausei si trovano
    gi dei Libici agricoltori, i quali usano possedere delle case (143) e
    che si chiamano Massi (144): essi portano i capelli lunghi dalla parte
    destra del capo,  e si radono dalla sinistra;  hanno il corpo tinto di
    rosso  e sostengono di essere discendenti degli uomini venuti da Troia
    (145).
    Il loro paese, come il resto della Libia verso occidente,   molto pi
    popolato  di  fiere  e  denso  di  boschi che non la terra dei nomadi:
    infatti,  la parte della Libia verso oriente,  quella  che  abitano  i
    nomadi,   squallida e sabbiosa fino al fiume Tritone; la parte che si
    stende da questo fiume in poi,  verso ponente,  cio  il  paese  degli
    agricoltori,   molto montuosa,  boscosa e ricca di animali. Presso di
    loro infatti si trovano i serpenti mostruosi e i leoni;  cos pure gli
    elefanti,  e orsi, aspidi e asini con le corna (146), e i cinocefali e
    gli animali senza testa che hanno gli occhi  nel  petto  (almeno  cos
    raccontano  i Libici),  e gli uomini e le donne selvaggi e molti altri
    numerosi animali favolosi.

     192.  Presso i nomadi,  invece,  non c' nulla di simile  ma  vi  si
    trovano questi animali: pigargi,  drcadi e bubali (147); e poi asini,
    non quelli con le corna, ma altri che resistono alla sete (in effetti,
    essi quasi non bevono) e origi,  dalle cui corna si traggono i manichi
    delle  cetre  fenicie  (  questo un animale che ha le dimensioni d'un
    bue);  e piccole volpi,  e iene,  e istrici,  e montoni  selvatici,  e
    dittii  (148),   e  sciacalli,  e  pantere,  e  borni,  e  coccodrilli
    terrestri,  che arrivano anche a tre cubiti e sono molto  simili  alle
    lucertole,  e struzzi e piccoli serpenti,  che hanno un corno solo per
    ciascuno.
    Queste sono le variet di animali che si trovano col,  oltre a quelli
    che si trovano altrove,  tranne il cervo e il cinghiale: il cervo e il
    cinghiale in Libia assolutamente non esistono.
    Di topi ve ne sono tre specie: alcuni sono  chiamati  "dipodi";  altri
    "zegeri"  (  questo un nome libico,  che in greco significa "colline"
    [149]);  altri ancora "echinei" (150).  Vi sono anche le  donnole  che
    nascono nel silfio e sono molto simili a quelle di Tartesso.
    Questi sono gli animali che vivono nella terra dei Libici nomadi,  per
    quanto a noi  stato possibile accertare, spingendo le ricerche il pi
    lontano possibile.

     193.  A confine con i Libici Massi si trovano gli Zavechi,  presso i
    quali sono le donne che guidano i carri quando vanno alla guerra.

     194. Vicini a questi si trovano i Gizanti, ai quali le api producono
    abbondante miele;  ma molto di pi ancora  il miele che,  a quanto si
    dice, fabbricano uomini industriosi (151).
    Tutti questi uomini si tingono di rosso  e  mangiano  le  carni  delle
    scimmie che sono straordinariamente numerose sui loro monti.

     195.  Di fronte al paese di costoro,  dicono i Cartaginesi, si trova
    l'isola che ha nome  Cirani  (152),  lunga  200  stadi,  ma  piuttosto
    stretta,  che  pu  essere raggiunta a piedi dal continente ed  tutta
    coperta di ulivi e di viti.  In essa ci sarebbe un lago dal  quale  le
    fanciulle  del  paese,  valendosi di penne di uccello intrise di pece,
    traggono delle pagliuzze d'oro che si trovano nel fango.
    Se ci sia vero, non saprei dire: io scrivo quello che si racconta. Ma
    potrebbe essere anche tutto vero,  dal momento che io stesso ho visto,
    a Zacinto (153), estrarre della pece dall'acqua d'un lago.
    L  ve  ne sono parecchi di laghi;  ma il pi grande di essi misura 70
    piedi in ogni senso e ha una profondit di due "orge";  in esso calano
    una  pertica,  alla  cui estremit hanno legato un ramo di mirto e con
    questo mirto, appunto, estraggono la pece, che ha odore di bitume;  ma
    per  il  resto    migliore di quella della Pieria (154).  La versano,
    quindi, in una fossa scavata nei pressi del lago,  e quando ne abbiano
    raccolta una notevole quantit, dalla fossa la versano nelle anfore.
    Tutto ci che cade nel lago,  passando sotto terra,  ricompare poi nel
    mare, che dista dal lago circa quattro stadi.
    Stando cos le cose,  dunque,  anche ci che  si  racconta  dell'isola
    situata vicino alle coste della Libia, pu essere conforme a verit.

     196.  I Cartaginesi raccontano anche questo particolare: che c' una
    localit della Libia e vi sono degli uomini,  situati al di  l  delle
    Colonne  d'Ercole,  con  i  quali  commerciano  in questo modo: appena
    arrivati e sbarcate le merci,  le dispongono in bell'ordine  lungo  la
    spiaggia;  poi,  imbarcatisi sui loro navigli,  fanno salire del fumo;
    gli indigeni,  quando vedono il fumo,  scendono al mare e,  dopo  aver
    deposto  la  quantit d'oro che offrono in cambio delle mercanzie,  si
    ritirano lontano dalle merci stesse.
    I Cartaginesi,  allora,  sbarcano e osservano: se giudicano che  l'oro
    sia  sufficiente a compensare le merci,  lo prendono su e se ne vanno;
    se, invece,  non sembra sufficiente,  ritornano sulle navi e stanno in
    attesa.   Quelli,  accostatisi  di  nuovo,  continuano  ad  aggiungere
    dell'altro oro, fino a che non li abbiano soddisfatti.
    Nessun inganno,  n da una parte,  n  dall'altra:  n  i  Cartaginesi
    toccano  l'oro prima che,  a loro giudizio,  abbia raggiunto il prezzo
    delle merci,  n gli indigeni toccano le merci,  prima che  quelli  si
    siano preso l'oro corrispondente.

     197.  Sono queste le popolazioni di Libia che noi possiamo ricordare
    per nome: la maggior parte di esse n si  preoccupa  ora  del  re  dei
    Medi, n allora se ne dava pensiero alcuno.
    Solo  quest'altra  notizia  posso ancora dare riguardo a questo paese:
    che, a quanto noi sappiamo,  solo quattro stirpi lo abitano,  non pi;
    e,  di queste,  due sono native del luogo e due no;  e precisamente, i
    Libici e gli Etiopi sono indigeni  e  abitano,  i  primi,  la  regione
    settentrionale  della  Libia;  i  secondi,  la regione meridionale;  i
    Fenici e i Greci, invece, sono immigrati (155).

     198. Secondo me,  nemmeno per la fertilit del suolo la Libia  tale
    da essere messa a confronto con l'Asia e l'Europa,  eccettuata solo la
    regione del Cinifo (156) (il nome del fiume vale anche  per  designare
    il paese): questa,  per la produzione dei cereali, pu stare alla pari
    con i territori pi fertili e non somiglia per nulla a tutto il  resto
    della  Libia,  infatti la terra  nera e ricca di sorgenti;  non ha da
    temere per la siccit,  n ha da  soffrire  per  eccesso  di  pioggia,
    poich  da notare che in questa parte della Libia cade la pioggia.
    Quanto alla resa del grano  la stessa che si riscontra nel territorio
    di Babilonia.  Fertile  pure il paese abitato dagli Evesperiti (157),
    poich,  quando la produzione  migliore,  rende fino a cento per uno;
    la regione del Cinifo, invece, d anche trecento per uno.

     199.  Anche il territorio di Cirene,  che  il pi elevato di questa
    parte della Libia occupata dai nomadi,  ha una particolarit degna  di
    nota, e, cio, ha tre stagioni di raccolto.
    Primi,  infatti,  sono  i frutti della zona costiera a maturare per la
    mietitura e la vendemmia; non appena questi sono stati raccolti,  ecco
    che maturano e urgono per farsi cogliere i frutti della zona centrale,
    che si stende a sud del litorale e che chiamano "le alture";  e quando
    i frutti di questa zona mediana sono stati raccolti, gi si maturano e
    urgono quelli della parte pi alta del paese:  di  modo  che  i  primi
    frutti  sono  gustati  e  bevuti  che  gi  arrivano e sono pronti gli
    ultimi.
    Cos per i Cirenei la stagione dei raccolti dura ben otto mesi.
    Ma di ci basti quanto s' detto.

     200.  I Persiani che dovevano vendicare Feretima quando,  per ordine
    di Ariande,  dall'Egitto giunsero a Barca, cinsero d'assedio la citt,
    reclamando che venissero loro consegnati i responsabili della morte di
    Arcesilao;  ma gli abitanti non accettarono nemmeno di trattare,  dato
    che tutta la popolazione si proclamava responsabile del delitto.
    Allora  i  Persiani  cominciarono  l'assedio,  che dur ben otto mesi,
    scavando delle gallerie sotterranee  che  dovevano  portare  entro  la
    cinta di mura e sferrando poderosi assalti.
    Per  i  loro lavori di scavo furono scoperti da un fabbro,  per mezzo
    d'uno scudo di bronzo,  con questo accorgimento: portando in  giro  il
    suo scudo all'interno delle mura, l'appoggiava qua e l al suolo.
    Ora,  mentre gli altri luoghi dove batteva rimanevano sordi,  l dove,
    invece,  il terreno era minato,  il bronzo dello scudo ripercuoteva il
    suono.
    Scavando a loro volta in quel luogo, i cittadini di Barca uccidevano i
    Persiani intenti all'opera di scavo.
    In  tal  modo,  dunque,  il  lavoro  sotterraneo veniva scoperto e gli
    assalti erano rintuzzati dai cittadini.

     201.  Trascinandosi ormai in lungo la cosa,  e poich cadevano molti
    da  ambo le parti,  non meno nel campo persiano che nel campo avverso,
    Amasi,  che comandava  la  fanteria,  ricorse  a  questo  stratagemma:
    convinto che quelli di Barca non si potevano vincere con la forza,  ma
    si potevano prendere con l'inganno, ecco che cosa fa.
    Di notte,  fatta scavare una larga fossa,  vi stese sopra un  tavolato
    poco  resistente  e sopra questo fece portare e distendere della terra
    in modo che la superficie risultasse pari al luogo intorno.
    All'alba,  poi,  invit  a  colloquio  i  cittadini:  essi  volentieri
    acconsentirono e infine si decise di stipulare un accordo.
    Il  patto  che essi giurarono,  sacrificando le vittime sopra la fossa
    coperta,  era questo: fino a tanto che  quella  terra  rimaneva  cos,
    sarebbe  rimasto  saldo  l'accordo giurato e cio i cittadini di Barca
    promettevano di corrispondere un giusto tributo al re e i Persiani  di
    non fare pi danno alla loro citt.
    Dopo  il  giuramento,  i  cittadini pieni di fiducia nel patto,  se ne
    uscivano tranquillamente dalla loro citt e permettevano a chi  voleva
    dei  nemici  di  penetrare  entro le mura,  avendo spalancate tutte le
    porte.
    Ma i Persiani vi si precipitarono dentro di corsa, dopo aver distrutto
    il ponte nascosto.
    Essi abbatterono il ponte che avevano costruito, per non venir meno al
    giuramento prestato: avevano promesso a quelli di Barca che  il  patto
    sarebbe  durato  sempre  in  vigore,  finch  la  terra rimanesse cos
    com'era allora; ma dal momento che avevano abbattuto il tavolato,  non
    c'era pi ragione che rimanesse immutato l'accordo.

     202.  Quando dai Persiani le furono consegnati i colpevoli, Feretima
    fece  impalare  intorno  ai  bastioni   quei   cittadini   che   erano
    maggiormente implicati nel delitto;  e, alle loro donne fatte tagliare
    le mammelle,  ne punteggi  tutto  intorno  le  mura.  Per  gli  altri
    abitanti di Barca,  invit i Persiani a farne loro preda, ad eccezione
    di quelli che erano discendenti di  Batto  e  non  erano  responsabili
    dell'uccisione.
    A costoro, appunto, Feretima affid il governo della citt.

     203.  I Persiani,  dopo aver reso schiavi gli altri che restavano in
    Barca,  presero la via del ritorno;  e quando  furono  all'altezza  di
    Cirene,  i  Cirenei  per  rispetto  all'ingiunzione  d'un oracolo,  li
    lasciarono passare attraverso la loro citt.
    Durante il passaggio, Badres, che comandava la flotta,  consigliava di
    occupare militarmente la citt,  ma Amasi,  comandante della fanteria,
    si oppose,  facendo valere che Barca era la sola citt greca contro la
    quale   erano  stati  mandati:  alla  fine,   per,   quando  l'ebbero
    attraversata ed erano gi  attendati  sul  colle  di  Zeus  Liceo,  si
    pentirono di non aver occupato Cirene.
    Tentarono,  allora,  di penetrarvi per la seconda volta,  ma i Cirenei
    non lo permisero e i Persiani,  sebbene non si fosse  impegnato  alcun
    combattimento, furono presi da terrore e, fuggiti via, posero il campo
    a circa 60 stadi di distanza.
    Mentre  erano  attendati  in  quel  posto,  venne un messo da parte di
    Ariande che li richiamava;  essi chiesero ai Cirenei di  fornire  loro
    viveri  per il viaggio e l'ottennero;  avutili,  si allontanarono alla
    volta dell'Egitto.
    In  seguito,  per,  li  presero  di  mira  i  Libici,  i  quali,  per
    impadronirsi delle loro vesti e dell'equipaggiamento loro,  uccidevano
    quelli che venivano lasciati indietro e i ritardatari;  finch  posero
    piede in Egitto.

     204. Questa spedizione persiana giunse, in Libia, al massimo fino ad
    Evesperide.
    I  Barcei  che  erano  stati  fatti  schiavi,  furono  da  loro  tolti
    dall'Egitto e portati in esilio presso il re di Persia;  il  re  Dario
    assegn  loro  un villaggio della Battriana da abitare;  e furono essi
    che diedero il nome di Barca a questo  paese  (158),  che  era  ancora
    abitato ai miei tempi, nel territorio della Battriana.

     205. Per, neppure Feretima pose fine degnamente alla sua vita.
    Infatti,  era  appena  tornata in Egitto dalla Libia,  dopo aver fatto
    quella vendetta contro i Barcei,  quando mor di mala  morte;  poich,
    ancor  viva  fu  tutta  un  brulicare  di  vermi:  tanto  vero che le
    vendette eccessive attirano sopra gli  uomini  il  risentimento  degli
    di.
    Tale fu,  e tanto crudele,  la vendetta di Feretima,  moglie di Batto,
    contro gli abitanti di Barca.














    NOTE.

    N. 1. Con questo nome generico,  Erodoto designa le popolazioni nomadi
    della regione a nord del Mar Nero,  fra il Don e il Volga.  L'epoca di
    questa spedizione  difficile da determinarsi; forse,  fra il 514 e il
    512 a.C.
    N.  2.  Non  appare  chiaro il rapporto fra causa ed effetto: forse li
    accecavano per impedir loro di fuggire, data la loro vita nomade o per
    evitare che,  nella lavorazione del latte,  si  prendessero  la  parte
    migliore.  O  non  sar  una  falsa interpretazione data da Erodoto al
    vocabolo scita che designava gli schiavi?
    N.  3.  Cio,  essendo bastardi e figli di  schiavi,  sarebbero  stati
    certamente accecati o uccisi.
    N.  4.  Cio,  dalla Crimea,  dove sono i monti Taurici, alle rive del
    mare d'Azov (la palude Meotide).
    N. 5. Boristene: l'odierno Dniepr.
    N. 6.  Sono i simboli delle tre classi sociali dell'Iran: la coppa per
    la classe dei sacerdoti; la bipenne, ascia di guerra, per i guerrieri;
    l'aratro congiunto con il giogo, per i contadini.
    N. 7. Dal re Scita, di cui parler al cap 10.
    N.  8. Per compensarlo, in certo qual modo, del rischio che comportava
    per lui la custodia dei sacri arnesi.
    N. 9. Pi tardi, nel cap. 31, Erodoto ci informer che si tratta delle
    falde di neve.
    N. 10. Ilea: vuol dire "paese selvoso" in contrasto con il resto della
    Scizia, che era una immensa steppa, priva d'alberi.
    N.  11.  Non si tratta qui di un gesto di forza ma di un modo speciale
    di  tendere  l'arco:  in  realt  gli Sciti tenendo l'arco con la mano
    destra,  traevano la corda con la sinistra non per al petto,  ma alla
    spalla, lasciando cos scoperto il fianco al nemico.
    N.  12.  Dal seguito del racconto,  si deve credere si trattasse della
    classe aristocratica.
    N. 13. Tiras: l'odierno Dniestr.
    N.   14.   Proconneso:  isola  della  Propontide,   che  corrispondeva
    all'odierno Mare di Marmara.
    N.  15.  Difficile  poter  stabilire di quale mare si tratti: Mare del
    Nord   oppure   Oceano   Glaciale   Artico?    Il   nome   "Iperborei"
    etimologicamente, significa: "uomini dell'estremo Nord".
    N. 16. Il Mar Nero.
    N.  17.  I  quali  Sciti pretendevano che il loro paese fosse,  prima,
    deserto e di essere nati in luogo.
    N.  18.  Italioti: cio i  Greci  immigrati  in  Italia:  gli  oriundi
    d'Italia si chiamavano Itali.
    N. 19. Cio a settentrione della Scizia.
    N.  20. La citt di Olbia, situata sulla riva destra del fiume Ipani a
    sud dell'attuale Nicolaiev,  poco lontano  dalla  foce  del  Boristene
    (l'attuale Dniepr).
    N. 21. Ipani: corrisponde all'odierno Bug.
    N.   22.  Panticape:  affluente  del  Boristene  e,  secondo  Erodoto,
    affluente di sinistra; ma  difficile poterlo identificare, data anche
    la scarsa precisione dello Storico per i  dati  geografici  di  queste
    regioni.
    N. 23. Melancleni: il nome significa "dal nero mantello", forse per il
    loro uso di vestire sempre di nero.
    N.  24.  Pontico: si crede di identificarlo con una specie di ciliegio
    selvatico, che i Calmucchi ancora oggi utilizzano,  press'a poco nella
    stessa maniera.
    N.   25.   Probabile  allusione  alla  particolare  agilit  di  certe
    popolazioni montanare.
    N. 26. Si accenna alle notti boreali,  che costringono alla reclusione
    per tanti mesi.
    N. 27. E' il verso 85 del libro quarto.
    N.  28.  Secondo  Plutarco,  la maledizione sarebbe stata scagliata da
    Enomao, re dell'Elide,  il quale,  appassionato allevatore di cavalli,
    voleva  fosse  bandita una pratica che era nociva al prospero sviluppo
    della razza equina.
    N. 29. Cio sono i poeti che ne parlano e, quindi, poco degni di fede.
    Non sappiamo che cosa ne dicesse Esiodo,  perch nei versi che ci sono
    conservati non si fa menzione degli Iperborei. Gli "Epigoni" di cui si
    parla subito dopo,  era un poema, probabilmente posteriore a Omero, in
    cui venivano cantati i "successori" dei  sette  principi  che  mossero
    contro  Tebe  e  che,   per  riaverne  i  cadaveri,  dieci  anni  dopo
    rinnovarono la guerra.
    N. 30. Il parto di Latona, che Ilitia, dea delle partorienti,  avrebbe
    facilitato, alleviandone i dolori.
    N.  31.  Cio Latona giunta a Delo per partorirvi e Ilitia stessa, che
    veniva dagli Iperborei per assisterla.
    N.  32.  Cio la sala dove si radunavano a banchetto  quegli  isolani,
    quando  venivano  a  celebrare le grandi solennit: pare che tutti gli
    Stati ionici possedessero a Delo un edificio speciale per proprio uso.
    N. 33. Abari: ricordato anche da altri scrittori antichi,  era poeta e
    sacerdote di Apollo,  dal quale avrebbe avuto una freccia miracolosa e
    il dono della profezia.
    N. 34. Mare Eritreo: Oceano Indiano e il Golfo Persico.
    N. 35. Mare settentrionale: si tratta del Ponto Eussino (Mar Nero).
    N. 36. Il Mare Mediterraneo.
    N. 37. Golfo Miriandrico: detto anche Golfo di Isso, si addentra nella
    costa fra la Cilicia e la Siria, l'odierno Golfo di Alessandretta.
    N. 38. Triopio: un promontorio nei pressi di Cnido, in Caria.
    N. 39. Dal Mediterraneo al Mar Rosso; cio,  praticamente,  l'Istmo di
    Suez.
    N. 40. Il Mediterraneo.
    N. 41. L'Oceano Indiano.
    N.  42.  Effettivamente,  navigando da est a ovest, per tutto il tempo
    che si trovarono oltre l'equatore dovettero avere il  sole  a  nord  e
    quindi alla loro destra.
    N.  43.  Solunte:  sulla  costa  occidentale della Libia,  corrisponde
    all'attuale Capo Spartel, o, secondo altri, al Capo Cantin.
    N. 44. S'intende dopo il Nilo.
    N. 45. Scilace di Carianda: famoso navigatore, scrisse un "periplo" di
    cui abbiamo alcuni frammenti: Carianda  isola e citt lungo la  costa
    della Caria.
    N.  46.  Cio  l'una  e  l'altra  sono,  a  sud,  circondate dal mare.
    Veramente,  dato che Erodoto,  a torto,  credeva  che  il  fiume  Indo
    scorresse  al  mare in direzione est,  avrebbe potuto dire che anche a
    oriente l'Asia era bagnata dal mare.
    N. 47. Tanai: il Don, che si getta nel Mar d'Azov.
    N.  48.  I moderni propendono a credere: Libia,  derivato dal nome dei
    Berberi  "Lewata",  sul  cui territorio i Greci avrebbero stabilito la
    loro prima colonia africana;  Africa,  dal nome dei Berberi  "Awriga";
    Asia,  dal vocabolo sanscrito "Usha" (Aurora), a indicare il paese del
    sol levante.
    N. 49. Istro: il Danubio.
    N. 50. Pireto: l'odierno Pruth.
    N.  51.  Tiaranto: forse l'attuale Sereth.  Gli altri fiumi  non  sono
    facilmente  identificabili;  forse  erano  corsi d'acqua della pianura
    Valacca, che Erodoto poneva troppo a est, in Moldavia.
    N. 52. Monte Emo: la catena dei Balcani.
    N. 53. Atlas, Auras,  Tibisi: pare corrispondessero,  rispettivamente,
    ai moderni Taban, Distra e Osma.
    N. 54. Atri, Noes, Artane: forse gli odierni Iantra, Osem e Vid.
    N. 55. Scio: l'odierno Isker.
    N.  56. Angro: viene identificato con la Morava serba, e il successivo
    Brongo con la Morava bulgara.
    N.  57.  Umbri: secondo Erodoto abitavano nell'Italia  settentrionale,
    che comprendeva anche l'Etruria.
    N.  58.  Carpi: forse la Sava;  mentre, per il nome successivo (Alpi),
    pu darsi che lo Storico abbia confuso con  un  fiume  il  nome  della
    catena montana.
    N.  59.  La  conoscenza  di  Erodoto non giungeva fino alla confluenza
    dell'Atbara.
    N. 60. Tiras: il Dniestr, che conserva anche il nome di Tyral.
    N. 61. Ipani: il Bug.
    N. 62. Boristene: il Dniepr.
    N. 63. Carcinitide: situata nel golfo che s'apre a ovest dell'Istmo di
    Perecop.
    N. 64. Tanai: il Don.
    N. 65. Irgi: il Donez.
    N. 66. Papeo: in quanto "padre" comune di uomini e di di. Qui Erodoto
    accosta il termine scita al vocabolo greco che designa il padre.
    N.  67.   Le  quali  verghe  dovevano  avere,   necessariamente,   dei
    contrassegni:  dal  casuale  incontro  di tali segni si deducevano gli
    oracoli.
    N. 68. Cibele che sul monte Dindimo, presso Cizico, aveva un santuario
    famoso.
    N. 69. Erano immagini di Cibele e di Attis.
    N. 70. Istria: colonia di Mileto presso la foce dell'Istro.
    N. 71. Per riscuotere tributi,  o per ribadire la propria autorit sul
    paese.
    N.   72.  Pausania:  il  vincitore  dei  Persiani  a  Platea,  l'aveva
    consacrato dopo la caduta di Bisanzio, nel 477 a. C.
    N.  73.  Corrispondendo l'anfora,  come unit di misura,  a  circa  20
    litri, il vaso aveva quindi una capienza di litri 12 mila circa.
    N. 74. Due cubiti: cio circa 90 centimetri.
    N.  75.  Rocce  Cianee,  cio  "nere" o "azzurro-cupe": sono le famose
    Simplegadi,  due isole rocciose allo sbocco del  Bosforo  tracio,  che
    secondo  il  mito  si  movevano  e  sfracellavano le navi che volevano
    entrare. Dopo la traversata degli Argonauti diventarono immobili.
    N. 76.  Le misure fornite qui dallo Storico sono piuttosto lontane dal
    vero,  come  si  voglia  intendere la lunghezza dello stadio;  d'altra
    parte,  il criterio di valutazione (la velocit diurna e  notturna  di
    una nave) era quanto di pi infido si possa immaginare.
    N.  77. L'"orgia" corrispondeva a metri 1,71 e lo "stadio" a 100 orge,
    cio metri 177 circa.
    N.  78.  Palude Meotide: Mar d'Azov,  intorno  al  quale  gli  antichi
    avevano  idee  molto  vaghe,  come  si pu vedere anche dalle presenti
    informazioni erodotee.
    N. 79. Sulla riva europea, di fronte al tempio di Zeus Urio.
    N. 80. Si trattava,  quindi,  di un'altra forma di "comunicazione" con
    Salmoside,  loro  dio,  cui  attribuivano  le prerogative che presso i
    Greci godeva Zeus.
    N.  77.  Euro: Vento di Sud-Est;  l'indicazione data dallo  Storico  
    evidentemente inesatta.
    N.  78.  Carcinitide:  sull'Istmo di Perekop,  che unisce la Crimea al
    continente.
    N.  79.  Chersoneso  chiamato  "aspro":  la  penisola  di  Kertch  che
    appartiene ancora alla Scizia: la Tauride,  da questa parte,  comincia
    verso Teodosia.
    N.  80.  Uno a occidente (Anaflisto sul Golfo Saronico)  e  l'altro  a
    oriente  (Torico  nell'Attica):  a partire da questi luoghi la regione
    del Sunio si protende nel mare.
    N. 81. Tauride: l'odierna Crimea.
    N.  82.  Cio nella parte settentrionale  della  Crimea,  che  Erodoto
    ignorava fosse una penisola.
    N. 83. Nella penisola di Kertch, verso il Mar d'Azov.
    N. 84. L'odierno Stretto di Jenikal, fra il Mar Nero e il Mar d'Azov.
    N. 85. Questa dea Vergine fu dai Greci identificata con Artemide.
    N.  86.  Secondo  la  leggenda  greca,  invece,  Ifigenia,  salvata da
    Artemide mentre stava  per  essere  immolata  in  Aulide,  e  portata,
    appunto,  in Tauride, aveva soltanto funzioni di sacerdotessa, addetta
    al culto della dea sanguinaria.
    N.  87.  Agatirsi: il loro paese,  la Transilvania,  era  molto  ricco
    d'oro,  per  le  miniere  col esistenti,  la cui conquista fu,  molto
    probabilmente, il vero scopo della spedizione di Dario.
    N. 88. Melancleni significa appunto "uomini dai neri mantelli".
    N. 89. Termodonte: fiume del Ponto, l'odierno Thermeh,  sulla cui foce
    sorgeva Temiscira, la favolosa capitale delle Amazzoni.
    N. 90. Tutti giovani, perch imberbi.
    N. 91. Cio in Europa.
    N.  92.  I  regni  degli  Sciti erano tre (confronta cap 7);  ora,  si
    formano due  corpi  d'armati:  il  primo  comprendente  i  sudditi  di
    Scopasi,  cui  si  aggiungono  i  Sauromati;  il secondo comprendeva i
    sudditi degli altri due re, con l'aggiunta di Geloni e Budini.
    N. 93. Lico, Oaro, Tanai,  Sirgi: i primi due e l'ultimo non sono bene
    identificati:  si  pensa  che  il Lico e il Sirgi potessero essere due
    rami del Don (Tanai), da Erodoto ritenuti, per errore,  come due fiumi
    distinti;  l'Oaro potrebbe identificarsi con il Volga,  che per mette
    foce nel Mar Caspio, non nel Mar d'Azov.
    N. 94.  "...in dono terra e acqua": era il simbolo che si accettava la
    signoria del re di Persia per terra e sul mare.
    N. 95. Forse per la sua rapidit.
    N. 96. Cio quello di Scopasi.
    N.  97.  Calcedonia era stata fondata nel 674 a. C. - Bisanzio nel 657
    a. C.
    N.  98.  Mini: erano cos chiamati gli Argonauti perch erano  partiti
    dalla  citt di Iolco (di cui era re Esone,  padre di Giasone) che era
    il centro dei Mini di Tessaglia.
    N. 99.  Non spiega Erodoto quale speciale importanza attribuissero gli
    Spartani a questo particolare del fuoco.
    N. 100. Castore e Polluce, figli di Tindaro re di Sparta.
    N.  101. Infatti Polinice, attraverso Edipo, Laio, Labdaco e Polidoro,
    discendeva da Cadmo.
    N.  102.  Aristodemo marito di Argia,  sorella di  Tera.  Da  Argia  e
    Aristodemo nacquero i capostipiti delle case regnanti a Sparta.
    N. 103. Isola di Tera: una delle Cicladi; un tempo fertilissima, tanto
    che  fu chiamata "Bellissima" (Callista);  ora  un desolato cumulo di
    lava.
    N.  104.  Europa era sorella di Cadmo e figlia di  Agenore,  il  quale
    regnava in Tiro di Fenicia. Rapita da Zeus, che aveva preso aspetto di
    toro,  fu ricercata da Cadmo, il quale poi, giunto in Beozia, vi fond
    la rocca di Tebe.
    N.  105.  Paroreati: termine generico ("coloro che  abitano  presso  i
    monti")  che  indicava la regione dell'Elide,  nel Peloponneso,  detta
    Trifilia  ("terra  delle  tre  trib").  I  Cauconi  erano  un  popolo
    stanziato nella parte occidentale del Peloponneso.
    N. 106. Eoplico: che in greco significa, appunto, "pecora - lupo".
    N.  107.  Tisameno,  il fondatore di questa famiglia, colui che a Tebe
    era venuto a Sparta,  era nipote di Edipo  e  pronipote  di  Laio.  Si
    dovevano  placare  le  Erinni,  perch Laio era stato ucciso da Edipo,
    Edipo offeso e maltrattato dai figli Eteocle e Polinice.
    N.  108.  Batto: capostipite della famiglia dei battiadi che regn  su
    Cirene, fondata appunto da Batto, dal 635 al 450 a. C.
    N. 109. Apollo: Grinno si rivolge direttamente al dio, di cui la Pizia
    non era che il portavoce.
    N. 110. I Cretesi avevano fama incontrastata di essere i pi valenti e
    spericolati navigatori e pirati.
    N. 111. Platea: l'isola di Bomba, nel golfo omonimo, sulle coste della
    Cirenaica.
    N. 112. Tartesso: era all'imboccatura del Guadalquivir e il retroterra
    aveva una ricchezza favolosa.
    N.  113.  Apollo  aveva  condotto in Libia Cirene,  figlia d'un re dei
    Lapiti, di cui s'era invaghito e che aveva rapito dal monte Pelio.
    N. 114. L'isola di Platea era posta nelle acque di Libia, ma, si vede,
    non faceva parte del suo territorio.
    N.  115.  "..  cielo forato": intendevano dire che in quel luogo erano
    abbondanti le piogge ed era questo un vantaggio non indifferente.
    N. 116. Aprieo: il faraone Hophra, di cui Erodoto ha parlato nel libro
    2, capitoli 161-169.
    N.   117.  Attribuendo  la  colpa  del  loro  insuccesso  all'autorit
    dispotica del re, cercavano una forma di governo che li salvaguardasse
    da eventuali altri colpi di testa da parte d'un individuo.
    N. 118.  Perieci: probabilmente s'intendono i Libici,  clienti o servi
    dei Terei, che costituivano forse la vera aristocrazia di Cirene.
    N. 119. Lossia: epiteto costante di Apollo, di incerta significazione:
    secondo alcuni,  vorrebbe dire "obliquo" riferendosi all'ambiguit dei
    suoi responsi;  secondo altri "splendente",  dato che Apollo  il  dio
    del sole e della luce.
    N. 120. I Battiadi regnarono in Cirene dal 631 al 431 a. C.
    N. 121. La citt "cinta dalle acque" poteva essere tanto Barca, quanto
    Cirene,  che si protendevano in mare.  Quanto al "toro",   inteso nel
    senso di "vittima" e si riferir al suocero  di  Batto,  Alazir,  come
    risulter dal capitolo seguente.
    N.  122.  Probabilmente a opera della madre, che col si era ritardata
    ed era esperta in crudelt.
    N. 123. Tera era la metropoli di Cirene, la patria dei loro antenati.
    N.  124.  Secondo alcuni,  la colpa di Ariande consisteva nel traffico
    d'argento che,  in rapporto con l'oro,  era pi pregiato in Egitto che
    in Persia;  secondo altri,  la colpa era di aver voluto gareggiare con
    Dario  per  la purezza del metallo adoperato,  anche se si trattava di
    metallo meno prezioso.
    N. 125. Plino: corrisponde all'odierno porto di Elardia in Marmarica.
    N. 126.  Silfio: pianta pregiatissima e molto ricercata nell'antichit
    per  le  sue  virt  medicinali  e  come  ottimo  condimento:  la  sua
    esportazione  era,  forse,   l'unica  ricchezza  di  Cirene,   che  ne
    riprodusse,  stilizzata,  l'immagine  nelle monete.  Non si sa a quale
    delle nostre piante assimilarla;  era un'ombrellifera e pu darsi  che
    sia anche scomparsa.
    N. 127. Erodoto conosceva una sola Sirte, la Grande (Golfo di Sidra).
    N.  128. Evesperide, detta pi tardi Berenice, corrisponde all'odierna
    Bengasi,  nel cui territorio si trovavano i  favolosi  giardini  delle
    Esperidi.
    N.   129.   Tauchira,  poi  chiamata  Arsinoe,    l'odierna  Terkera,
    nell'Algeria.
    N. 130.  Tritonide: molto si  discusso sull'identificazione di questo
    lago;  l'opinione pi accreditata  che si tratti di quella che oggi 
    chiamata "Piccola Sirte".
    N.  131.  Malea: una delle estremit meridionali del  Peloponneso,  di
    fronte  all'isola  di  Citera:  con  il  Capo Tenaro,  chiude il Golfo
    Saronico.
    N. 132. Atena: identificata con la dea egiziana Neith.
    N. 133. Ammoni: abitanti dell'odierna oasi di Siva, che, per,   a 20
    giorni di cammino da Tebe.
    N. 134. Ne parla al cap. 42 del libro 2.
    N. 135. Verso le 10, circa, antimeridiane.
    N. 136. L'oasi dei Garamanti  identificata con l'odierno Fezzan.
    N.  137.  Doveva essere un paese particolarmente torrido: si  pensato
    all'oasi di Ghat,  vicina al Tropico.  D'altra  parte,  considerazioni
    riguardanti il nome lo farebbero situare fra il lago Ciad e il Niger.
    N.  138.  Colonna  che sostiene il cielo: si accenna al famoso mito di
    Atlante che regge sulle spalle il cielo.
    N.  139.  L'alimentazione degli  abitanti  del  Sahara    soprattutto
    vegetariana.
    N.  140.  In  segno  di  rispetto  verso  la  dea  Iside,  che  veniva
    rappresentata in forma muliebre  con  corna  bovine,  come  dai  Greci
    veniva raffigurata Io.
    N.  141.  E' questa l'operazione detta "cauterio" che serve a liberare
    il corpo dagli umori nocivi e ancor oggi  in uso presso alcuni popoli
    orientali, in particolare, gli Arabi.
    N.  142.  Per evitare  che  la  rigidit  cadaverica  li  sorprenda  e
    impedisca di far loro assumere la posizione tradizionale.
    N. 143. Cio sono sedentari, avendo una fissa dimora.
    N. 144. Massi: abitavano, press'a poco, l'odierna Tunisia e Algeria.
    N.  145.  Narrava  la  leggenda che il troiano Antenore,  navigando da
    Troia con Menelao ed Elena,  sarebbe stato  gettato  dai  venti  sulle
    coste dell'Africa nelle vicinanze di Cirene.
    N. 146. Asini con le corna: potevano forse essere le antilopi.
    N.  147.  Erano  variet  della  famiglia  delle  antilopi,  gazzelle,
    eccetera.
    N.  148.  I  "dittii",  come,  pi  sotto,   i  "borni"  sono  animali
    completamente per noi sconosciuti.
    N.  149. Si tratta, forse, di "topi campestri" o talpe; di qui il nome
    di "colline" per  i  piccoli  rialzi  di  terra  che  essi,  scavando,
    sollevano nei campi.
    N. 150. Echinei: topi a pelo irto.
    N.  151. E' da notare che in quelle regioni, ancor ora, si produce una
    qualit di miele, tratto dal lattice della palma.
    N.  152.  Cirani: non si  riusciti a  identificarla  con  precisione;
    secondo i pi,  sarebbe l'isola di Cercina, che si trova nella Piccola
    Sirte, di fronte a Sfax.
    N.  153.  Ancor oggi a Zacinto esistono delle sorgenti  di  pece,  che
    viene estratta press'a poco con lo stesso sistema.
    N.  154.  Pieria: regione della Tessaglia, dove si trovava la pece pi
    pregiata fra i Greci.
    N.  155.  Non si parla degli Egiziani,  perch l'Egitto   considerato
    come parte dell'Asia.
    N. 156. Cinifo: nei pressi dell'odierna Leptis Magna.
    N. 157. Gli Evesperiti abitavano il territorio di Bengasi.
    N.  158.  L'omonimia delle due localit ha potuto suggerire ad Erodoto
    questo racconto,  che  stato detto un "mito etimologico",  in  quanto
    s'   potuto   dimostrare   che  i  Barcei  della  Battriana  sono  da
    identificarsi con i Barcani, cio gli Ircani.

    LIBRO QUINTO.
    TERSICORE.

    Conquista persiana dell'Egeo settentrionale - Digressioni sulla Tracia
    e sulla Macedonia  -  Sollevazione  delle  Colonie  ioniche  dell'Asia
    Minore (499 a. C.) - Aristagora a Sparta e ad Atene - Storia delle due
    citt  -  Atene  ed Eretria aiutano gli Ioni - Incendio di Sardi - Gli
    Ioni sconfitti a Efeso - Dario giura di vendicarsi di Atene.


     1.  Quei Persiani che da Dario erano stati lasciati  in  Europa,  al
    comando  di  Megabazo,   sottomisero  per  primi,   fra  gli  abitanti
    dell'Ellesponto,   i  Perinti  (1),   che  non  volevano   riconoscere
    l'autorit  di  Dario  e  che,  in  precedenza,  erano  stati trattati
    duramente anche dai Peoni (2).
    Questi Peoni,  infatti,  che  venivano  dal  fiume  Strimone,  avevano
    ricevuto dal dio l'incitamento a muovere in armi contro i Perinti: se,
    quando  fossero  accampati  tra loro di fronte,  i Perinti li avessero
    sfidati gridando il loro nome,  essi dovevano passare all'attacco,  ma
    se non fosse stato gridato il loro nome, non dovevano muoversi. E cos
    fecero.
    Essendosi i Perinti accampati di fronte a loro nel sobborgo, si venne,
    in  seguito a provocazione,  a un triplice duello: infatti,  a un uomo
    contrapposero un altro uomo,  a un cavallo un cavallo e a un  cane  un
    cane.
    I  Perinti,  riusciti  vincitori nelle prime due gare,  tutti contenti
    intonarono il "peana" (3),  i Peoni pensarono  che  fosse  quello  che
    intendeva  l'oracolo,  e,  certo,  si dissero fra loro: Ora l'oracolo
    potrebbe essersi compiuto; tocca a noi, ora, l'agire.
    E cos i Peoni piombarono addosso  ai  Perinti,  mentre  cantavano  il
    peana,  e  riportarono  una  grande vittoria.  Ben pochi ne lasciarono
    sopravvivere.

     2.  Questo era quanto i Perinti  avevano  subto  precedentemente  a
    opera dei Peoni.
    Allora (4),  per,  essendosi mostrati strenui difensori della propria
    libert,  i Persiani di Megabazo  riuscirono  a  sopraffarli  solo  in
    grazia del loro numero.
    Quando  la  regione  di  Perinto  fu  in  suo potere,  Megabazo spinse
    l'esercito attraverso la Tracia,  sottomettendo al re tutte le citt e
    tutti  i popoli che col erano stanziati.  Poich era questo che Dario
    gli aveva comandato: conquistare la Tracia.

     3. Il popolo dei Traci  il pi numeroso (5) del mondo,  almeno dopo
    gli Indiani.  Se fosse dominato da uno solo,  o riuscissero a mettersi
    d'accordo, sarebbe imbattibile, e, a mio parere,  il pi forte di gran
    lunga di tutti i popoli esistenti.  Ma poich questo  difficile e non
    c' possibilit che possa verificarsi,   qui la  ragione  della  loro
    debolezza.
    Hanno molti nomi,  secondo i vari paesi, ma hanno tutti, press'a poco,
    gli stessi usi e costumi in tutto,  tranne i Geti,  i Trausi e  quelli
    che abitano a nord dei Crestonei.

      4.  Tra  di  loro,  quello  che fanno i Geti,  i quali si ritengono
    immortali, l'ho gi detto (6). I Trausi,  invece,  mentre per tutto il
    resto si comportano alla stessa maniera degli altri Traci,  quando uno
    di loro nasce o uno viene a morire, fanno cos: intorno al bambino che
     nato siedono i parenti e piangono per i mali che,  dal momento che 
    venuto  al  mondo,  deve soffrire,  enumerando tutte le sofferenze che
    toccano agli uomini!  Il morto,  invece,  lo depongono  in  terra  tra
    manifestazioni  di  tripudio  e  di  gioia,  adducendo la ragione che,
    liberato ormai da tanti mali, egli si trova pienamente felice.

     5.  Quelli che abitano a nord dei Crestonei hanno questa  abitudine:
    ognuno  ha parecchie mogli e quando uno di essi viene a morire,  sorge
    fra le mogli una grande  contesa,  a  cui  gli  amici  prendono  molto
    interessamento,  per  stabilire  quale  di  esse  era la pi amata dal
    marito morto.
    Quella che viene  scelta  e  riconosciuta  degna  d'onore,  dopo  aver
    ricevuto  gli  elogi da parte di uomini e donne,  viene sgozzata sulla
    tomba per mano del suo  parente  pi  stretto  e,  dopo  morta,  viene
    seppellita insieme con il marito.
    Le  altre,  che  non  sono  state scelte,  si ritengono colpite da una
    grande disgrazia,  poich  questa la massima vergogna che possa  loro
    toccare.

     6. Gli altri Traci hanno questo costume: vendono i loro figli perch
    siano  condotti  in  altri paesi.  Non sorvegliano le loro fanciulle e
    permettono  che  s'uniscano   agli   uomini   che   vogliono,   mentre
    custodiscono  severamente le donne maritate: e acquistano le donne che
    sposano dai loro genitori a prezzo di grandi ricchezze.
    Portare sulla pelle dei tatuaggi  considerato segno di  nobilt,  non
    averne  prova di ignobilt.  La migliore delle condizioni  quella di
    chi non si cura dei campi,  la pi spregevole  quella di lavorare  la
    terra: assolutamente splendido  vivere di guerra e di rapina.
    Sono questi i loro costumi pi notevoli.

      7.  Fra  gli  di,  essi venerano soltanto questi: Ares,  Dioniso e
    Artemide. Ma i loro re, a differenza degli altri cittadini, onorano in
    modo particolare fra gli di Ermes.  Solo nel nome di lui giurano e da
    lui si vantano di essere discesi.

     8. I funerali dei ricchi da loro si svolgono cos: per tre giorni ne
    espongono il cadavere e, immolando vittime d'ogni specie, banchettano,
    dopo, per, aver fatto le dovute lamentazioni. Quindi li seppelliscono
    o bruciandoli,  o,  altrimenti,  deponendoli sotto terra e dopo avervi
    innalzato un tumulo,  istituiscono gare d'ogni genere,  in cui  i  pi
    vistosi premi vengono riservati,  come  logico, ai vincitori di lotte
    individuali.
    Cos si svolgono i funerali dei Traci.

     9.  Che cosa ci sia ancora a nord di questo paese nessuno pu  dirlo
    con sicurezza,  n quali uomini vi abitino. Ad ogni modo, pare che, al
    di l dell'Istro,  il paese sia deserto e sconfinato.  Solo ho  potuto
    aver  notizia  che oltre l'Istro vivono degli uomini,  che si chiamano
    Siginni e vestono alla foggia dei Medi.
    I loro cavalli avrebbero tutto il corpo rivestito di fitto  pelo,  che
    pu raggiungere la lunghezza anche di cinque dita. Sono, per, piccoli
    e camusi e sono incapaci di reggere un uomo.  Ma,  aggiogati ai carri,
    sono focosissimi:  per questo che gli  abitanti  del  luogo  sogliono
    adoperare i carri.
    Le  frontiere  dei  Siginni  giungerebbero  fin  nelle vicinanze degli
    Eneti,  che abitano sul Mare  Adriatico.  Essi  sostengono  di  essere
    coloni dei Medi.  Come costoro abbiano potuto esserlo, io non riesco a
    farmi una ragione;  ad ogni modo,  tutto potrebbe avvenire  nel  lungo
    passare  del tempo.  Sta di fatto che i Liguri,  che abitano a nord di
    Marsiglia,  chiamano "Siginni" i commercianti al minuto e  i  Ciprioti
    con tal nome chiamano le lance.

     10. A quanto raccontano i Traci, le regioni al di l dell'Istro sono
    infestate  da  sciami  di api e sarebbero esse che rendono impossibile
    andare pi avanti. Ma a me pare che,  con questi racconti,  essi siano
    lontani  dalla  verit  poich  detti  animali  pare  non resistano al
    freddo,  mentre ci che rende inabitabili  le  regioni  situate  sotto
    l'Orsa, a mio giudizio,  proprio il freddo.
    A ogni modo questo  quanto si racconta intorno a questo paese, di cui
    Megabazo rendeva sottomesse ai Persiani le parti vicine al mare.

      11.  Dario non appena,  passato l'Ellesponto,  giunse a Sarcii,  si
    ricord del servigio (7) resogli da Istieo di Mileto e  del  consiglio
    (8) avuto da Coes di Mitilene;  e, fattili venire a Sardi, lasci loro
    facolt di scegliere il premio meritato.
    Ordunque Istieo,  che era gi signore di Mileto,  non desider  alcuna
    signoria in pi. Chiese solo Mircino (9), localit degli Edoni, perch
    voleva fondarvi una citt.
    Egli,  dunque,  fece  questa  scelta e Coes,  che non era tiranno,  ma
    semplice cittadino, chiese la signoria su Mitilene.

     12.  Essendo stati ambedue esauditi,  essi se ne tornarono  verso  i
    luoghi  che avevano ottenuto.  A Dario,  invece,  accadde di vedere un
    fatto cos strano, che gli mise il desiderio di ordinare a Megabazo la
    conquista dei Peoni e di trapiantarli dall'Europa nell'Asia.
    Pigrete e Mantia erano due  giovani  Peoni,  i  quali,  desiderosi  di
    dominare  sopra i loro conterranei,  quando Dario era tornato in Asia,
    se n'erano venuti  a  Sardi,  conducendo  con  s  una  sorella  alta,
    slanciata  e  di  bell'aspetto.  Dopo  aver  aspettato che Dario fosse
    assiso nel sobborgo (10) della capitale dei Lidi, fecero quanto segue:
    abbigliata  la  sorella  nel  modo  pi  splendido  che  potevano,  la
    mandarono  ad attingere acqua con un'anfora sul capo,  mentre,  con le
    redini legate a un braccio,  si tirava  dietro  un  cavallo  e,  nello
    stesso tempo, filava del lino.
    Quando  la  donna  gli  pass  accanto,  Dario  fu  preso  da speciale
    interesse, poich quello che essa faceva non era secondo il costume n
    dei Persiani, n dei Lidi, n di alcun altro popolo dell'Asia.
    Dato,  dunque,  questo particolare interesse,  manda alcune delle  sue
    guardie  con  l'ordine di osservare che cosa avrebbe fatto la donna di
    quel cavallo.  Essi le andarono dietro e  quella,  giunta  che  fu  al
    fiume,  lasci  che  il  cavallo  bevesse  e,  dopo averlo abbeverato,
    riempita l'anfora di acqua,  se ne torn per la stessa  via,  portando
    l'acqua sul capo, tirandosi dietro il cavallo assicurato a un braccio,
    e facendo girare il fuso.

      13.  Dario,  pieno  di  meraviglia per quello che aveva udito dagli
    osservatori e per quello che egli  stesso  vedeva,  ordin  che  fosse
    condotta alla sua presenza.
    Quando essa gli fu condotta, erano presenti anche i suoi fratelli che,
    non lontani di l, osservavano ci che avveniva.
    Alla  domanda  di  Dario  di  quale  luogo  ella fosse,  i due giovani
    risposero che erano Peoni e quella era loro sorella. Replic allora il
    re chiedendo che uomini erano i Peoni e  in  qual  parte  della  terra
    abitavano e che cosa essi erano venuti a fare in Sardi.
    Quelli  risposero  che erano venuti a mettersi nelle sue mani,  che la
    Peonia era una regione situata presso il fiume Strimone e lo  Strimone
    non  era  lontano  dall'Ellesponto  e  che  erano coloni dei Teucri di
    Troia.
    Quando ebbero dato queste precise risposte, chiese Dario se col anche
    tutte le altre donne erano cos laboriose.  Al  che  essi  prontamente
    risposero di s: infatti era proprio per giungere a questo che avevano
    combinato la cosa.

     14. Allora Dario scrive una lettera a Megabazo, che aveva lasciato a
    capo delle truppe in Tracia, con l'ordine di sradicare dalle loro sedi
    i  Peoni  e  di  condurli a lui: non solo gli uomini,  ma anche i loro
    figli e le mogli.
    Subito  un  cavaliere,   a   spron   battuto,   porta   il   messaggio
    all'Ellesponto e,  traghettato di l, lo consegna a Megabazo il quale,
    quando l'ebbe letto,  prese in Tracia delle guide,  marci  contro  la
    Peonia.

      15.  I  Peoni,  quando  furono  informati che i Persiani marciavano
    contro di loro,  unitisi,  uscirono in  armi  dalla  parte  del  mare,
    pensando  che di l i nemici avrebbero tentato di invadere il paese ed
    erano pronti a respingere l'attacco delle truppe  di  Megabazo.  Ma  i
    Persiani,  avendo  saputo che i nemici avevano fatto blocco tra loro e
    custodivano le vie d'accesso dalla parte del mare,  seguendo le guide,
    prendono  una  via  per  la  parte alta del paese e,  all'insaputa dei
    Peoni,  piombano sulle loro citt,  che erano ormai senza pi uomini e
    assalendole  prive  com'erano  di  difensori,  non  durarono  fatica a
    conquistarle.
    I Peoni quando seppero  che  le  loro  citt  erano  occupate,  tosto,
    sbandatisi, se ne tornarono ciascuno a casa e si arresero ai Persiani.
    Fu cos che i Siriopeoni, i Peopli (11) e quelli che abitavano fino al
    lago Prasiade, strappati dalle loro dimore, furono condotti in Asia.

      16.  Ma  quelli che abitano la regione del monte Pangeo e i Doberi,
    gli Agriani, gli Odomanti e quelli intorno al lago Prasiade stesso non
    furono assolutamente sottomessi da Megabazo.
    E' vero, per,  che egli tent di conquistare anche quelli che abitano
    il lago, dove sono sistemati come segue.
    In mezzo al lago ci sono dei tavolati,  uniti insieme sopra degli alti
    pali,  che hanno una stretta via di accesso da parte della  terraferma
    per  mezzo di una unica passerella.  I pali che sostengono i tavolati,
    almeno  in  antico,  erano  stati  collocati  in  comune  da  tutti  i
    cittadini,  ma  pi  tardi  furono  piantati in base alla consuetudine
    seguente: ogni volta che uno prende moglie porta gi dal monte che  si
    chiama Orbelo tre pali,  che infigge nel lago. E' da notare che ognuno
    sposa parecchie donne.
    Ivi abitano in questo  modo:  ognuno  sul  tavolato    padrone  d'una
    capanna,  nella  quale  vive  e  dove  c'  una  porta  a  botola che,
    attraverso le tavole, d sul lago.
    Legano i figli quando sono piccoli con una corda al piede,  per  paura
    che abbiano a rotolare in acqua.
    Ai  cavalli  e  agli  animali da soma danno in cibo dei pesci,  la cui
    produzione  cos abbondante che quando uno abbassa la botola  e,  con
    una funicella,  cala nel lago una cesta vuota,  dopo non molto la tira
    su piena di pesci.  E ve ne sono di due specie,  che vengono  chiamati
    "papraci" e "tiloni".

      17.  Mentre  i  Peoni  fatti  schiavi  venivano  condotti  in Asia,
    Megabazo,  quando li ebbe assoggettati,  mand  come  ambasciatori  in
    Macedonia  sette  personaggi  persiani che,  dopo di lui,  erano i pi
    insigni che ci fossero nell'accampamento.
    Venivano costoro mandati presso Aminta (12)  per  chiedergli  terra  e
    acqua in nome del re Dario.
    Dal lago Prasiade alla Macedonia la via  assai breve. In primo luogo,
    subito dopo il lago, c' la miniera dalla quale, in tempi posteriori a
    questi fatti, Alessandro (13) ricavava un talento d'argento al giorno.
    Dopo la miniera,  superato appena il monte che si chiama Disoro,  si 
    in Macedonia.

     18.  Ordunque,  i Persiani che erano stati  inviati  alla  Corte  di
    Aminta,  quando  furono  arrivati,  presentatisi al suo cospetto,  gli
    chiesero in nome del re Dario terra e acqua.
    Aminta promise di darle: intanto li invitava a un  incontro  ospitale,
    e,  fatto  allestire  un  suntuoso  banchetto,  accolse i Persiani con
    grande affabilit. Finita la cena, mentre bevevano a pi non posso,  i
    Persiani gli parlarono cos: O ospite di Macedonia,  tra noi Persiani
    c' questa consuetudine,  che  quando  offriamo  un  grande  banchetto
    facciamo  intervenire come commensali accanto a noi anche le concubine
    e le mogli legittime. Tu, dunque, che cos benevolmente ci hai accolto
    e cos splendidamente ci ospiti e sei  disposto  a  dare  la  terra  e
    l'acqua al re Dario, accondiscendi al nostro costume.
    A  queste  parole  rispose  Aminta: O Persiani,  l'abitudine,  almeno
    presso di noi,  non  cos.  Gli uomini  sono  separati  dalle  donne.
    Tuttavia  poich  voi  che  siete padroni lo desiderate,  avrete anche
    questo.
    Ci detto, Aminta mand a cercare le donne e quando esse,  all'invito,
    furono giunte, si sedettero in ordine di fronte ai Persiani.
    Allora questi,  al veder quelle belle donne,  fecero le rimostranze ad
    Aminta,  dicendo che quello che aveva fatto non era per nulla  saggio.
    Poich  era meglio che le donne non venissero affatto,  piuttosto che,
    venendo,  si sedessero di fronte e  non  a  lato  ed  essere  cos  un
    tormento per i loro occhi.
    Costretto  dalla  loro  insistenza,  Aminta  ordin  alle donne che si
    sedessero al loro fianco e avendo esse obbedito,  subito  i  Persiani,
    pieni  di  vino  pi  del giusto,  misero le mani ai loro seni e c'era
    anche chi cercava di baciarle.

     19. Aminta, nel vedere queste libert,  si manteneva calmo,  sebbene
    ne soffrisse,  poich temeva oltremodo i Persiani.  Ma Alessandro, suo
    figlio,  che era presente  e  vedeva  ogni  cosa,  giovane  com'era  e
    inesperto  ancora  di mali,  non riusc pi a dominarsi,  e,  pieno di
    sdegno,  rivolse ad Aminta queste parole:  Tu,  o  padre,  cedi  pure
    all'et,  ritirati  da  questo luogo e concediti riposo.  Non bere pi
    oltre.  Rester io qui e provveder tutto quanto sar  necessario  per
    gli ospiti.
    A  queste parole,  Aminta,  comprendendo che Alessandro aveva in animo
    qualche cosa di nuovo,  rispose: O figlio,  forse comprendo dalle tue
    parole,  che sono di un uomo bruciato dall'ira,  che vuoi allontanarmi
    per compiere qualche gesto d'audacia. Ma io te ne prego: non macchinar
    nulla contro questi uomini,  per non  trascinare  noi  alla  rovina  e
    sopporta di vedere ci che sta succedendo.  Quanto poi al ritirarmi di
    qui, io ti prester ascolto.

     20.  Quando Aminta,  fatte queste raccomandazioni,  se ne fu andato,
    Alessandro disse, rivolto ai Persiani: Queste donne, o ospiti, sono a
    vostra completa disposizione sia che vogliate goderle tutte,  o quante
    di esse vi sembri bene: su questo,  voi stessi esprimerete  il  vostro
    desiderio.  Ma  ora,  poich  s'avvicina  ormai  il momento per voi di
    andare a letto e  vi  vedo  in  stato  di  beatitudine  per  il  vino,
    lasciate,  se non vi dispiace,  che queste donne prendano un bagno; le
    accoglierete di nuovo al ritorno, dopo che si saranno lavate.
    Ci detto,  siccome i Persiani si dimostrarono d'accordo,  fece uscire
    le  donne  che rimand nell'appartamento loro riservato,  mentre egli,
    Alessandro, dopo aver adornato con vesti femminili altrettanti giovani
    imberbi quante erano le donne,  e aver loro fornito  dei  pugnali,  li
    fece entrare nella sala del convito e, mentre li introduceva, disse ai
    Persiani:  O Persiani,  ho la convinzione che siate stati accolti con
    un'ospitalit squisita  e  perfetta:  tutto  quello  che  avevamo,  e,
    inoltre,  tutto  quello  che  ci  fu possibile scovare per offrirvelo,
    tutto vi  stato offerto; per di pi,  cosa che  la pi straordinaria
    di  tutte,  vi  cediamo  con  generosit  le  nostre madri e le nostre
    sorelle, affinch siate pienamente convinti che ricevete da noi quegli
    onori di cui siete degni, e riferiate poi al re che vi ha mandati, che
    un uomo di razza greca, governatore della Macedonia,  vi ha degnamente
    accolti a tavola e a letto.
    Ci detto,  Alessandro fece sedere accanto ad ogni persiano un giovane
    macedone,  camuffato da  donna.  Questi  giovani,  quando  i  Persiani
    tentarono di toccarli, li pugnalarono.

     21.  E cos, con questa morte, furono eliminati. E non solo essi, ma
    anche il loro seguito,  poich li avevano accompagnati carri e servi e
    tutto un completo equipaggiamento.  Orbene,  tutto questo, insieme con
    loro, d'improvviso scomparve.
    Per non pass molto tempo che ci fu  una  grande  ricerca  di  questi
    uomini  da  parte  dei  Persiani,  ma  Alessandro con abilit li seppe
    trattenere,  avendo fatto correre molto denaro  e  concedendo  la  sua
    stessa sorella,  di nome Gigea. Li ferm, dunque, donando tutto questo
    a Bubare,  un persiano che era il capo di  coloro  che  andavano  alla
    ricerca degli scomparsi.
    Sicch  l'uccisione  di  questi  Persiani fu in tal modo passata sotto
    silenzio.

     22.  Che i principi di Macedonia di cui s' parlato,  discendenti di
    Perdicca,  siano di razza greca, come del resto essi stessi affermano,
    io sono personalmente in grado di saperlo con precisione.  E non  solo
    io  dimostrer,  nel seguito del racconto (14) che sono davvero Greci,
    ma, che cos , sentenziarono, tra l'altro, anche gli Ellanodici (15),
    coloro che sovrintendono alle gare in Olimpia.
    Infatti,  avendo Alessandro deciso di prendere parte ai giochi  e  per
    questo scopo essendo disceso a Olimpia,  i Greci che dovevano scendere
    in lizza nella  corsa  contro  di  lui,  cercavano  di  impedirglielo,
    sostenendo che la gara non era per atleti barbari, ma soltanto greci.
    Quando,  per,  Alessandro dimostr che era d'origine argiva (16),  fu
    giudicato come realmente greco e nella corsa  dello  stadio  fu  dalla
    sorte accoppiato con il primo (17).

     23. Cos dunque, a un dipresso, si svolsero questi avvenimenti.
    Frattanto  Megabazo che conduceva i Peoni arriv all'Ellesponto,  e di
    l,  fattosi trasportare sull'altra riva,  giunse a Sardi.  E  siccome
    Istieo  di Mileto stava gi cingendo di mura quella localit che aveva
    chiesto e ottenuto in dono dal re Dario,  come ricompensa della  buona
    guardia  fatta  al ponte di barche (questa localit si trova presso il
    fiume Strimone e si chiama Mircino),  Megabazo,  informato  di  quanto
    stava facendo Istieo,  non appena, conducendo i Peoni, arriv a Sardi,
    tenne a Dario questo discorso:  O  re,  quale  guaio  hai  combinato,
    concedendo  a un greco,  che  non solo astuto,  ma anche accorto,  di
    fondare una citt in Tracia,  dove c' infinita abbondanza di  legname
    per  costruire navi e molte piante vi sono per trarne remi,  e miniere
    d'argento, mentre tutto intorno abitano in gran numero i Greci e molti
    Barbari, i quali, se troveranno un capo, saranno disposti a fare tutto
    quello che egli comandi, sia di giorno, sia di notte.  Tu ora,  fa' in
    modo  che  quell'uomo  smetta di fare quello che sta facendo,  per non
    trovarti poi implicato in una  guerra  in  casa.  Ma  fallo  smettere,
    mandandolo a chiamare con le buone maniere.  Quando,  per, tu l'abbia
    in mano, fa' in modo che egli non ritorni mai pi fra i Greci.

     24.  Cos dicendo,  Megabazo non dur fatica a convincere Dario  che
    egli aveva una idea esatta di quello che poteva in avvenire succedere.
    Di  conseguenza,  mandato un messo a Mircino,  Dario gli fece dire: O
    Istieo,  questo ti dice il re Dario.  Per quanto io pensi,  non  trovo
    alcun uomo che pi di te sia animato di buoni sentimenti verso di me e
    verso i miei affari e questo lo so non gi per averlo sentito dire, ma
    perch  l'ho constatato con i fatti.  Ordunque,  poich ho in animo di
    compiere delle grandi imprese, vienimi a trovare a ogni costo,  che io
    possa sottoporle al tuo giudizio.
    Pieno di fiducia in queste parole e, nello stesso tempo, stimando gran
    cosa essere diventato consigliere del re, Istieo se ne venne a Sardi.
    Quando  fu arrivato,  Dario gli parl cos: O Istieo,  la ragione del
    mio richiamo  questa: dal momento che sono tornato dalla campagna  di
    Scizia  e tu sei stato lontano dalla mia vista,  di nessun'altra cosa,
    in cos breve tempo,  ho  sentito  prepotente  il  bisogno  quanto  di
    vederti  e di parlarti,  avendo dovuto riconoscere che di tutti i beni
    il pi prezioso  un amico intelligente e  che  ti  voglia  bene:  ora
    ambedue  queste doti so che in te ci sono nei riguardi delle cose mie,
    e posso testimoniarlo.
    Ordunque, poich hai fatto bene a venire,  ti faccio questa proposta:
    lascia  andare  Mileto  e  la citt di recente fondata in Tracia e tu,
    seguendomi a Susa,  prenditi  i  miei  stessi  onori,  diventando  mio
    commensale e consigliere.

     25.  Detto ci,  Dario si mise in viaggio verso Susa in compagnia di
    Istieo,  dopo aver stabilito come governatore di  Sardi  suo  fratello
    Artafrene,  nato  dallo  stesso padre e aver nominato Otane comandante
    delle truppe della regione costiera.
    Il padre di costui, Sisamne, che era uno dei giudici reali,  era stato
    sgozzato per ordine del re Cambise,  perch,  per danaro, aveva emesso
    una sentenza ingiusta;  quindi gli era stata strappata dal corpo tutta
    la pelle, che, tagliata e ridotta in varie strisce di cuoio, era stata
    distesa sul trono dal quale, seduto, soleva rendere giustizia.
    Quando ne ebbe fatto ricoprire il trono, Cambise, al posto di Sisamne,
    che aveva fatto uccidere e scuoiare,  nomin giudice il figlio di lui,
    raccomandandogli di non dimenticare  mai  su  qual  trono  sedeva  per
    amministrare la giustizia.

      26.  Questo  Otane,  dunque,  che  sedeva su un trono di tal fatta,
    divenuto allora successore  di  Megabazo  nel  comando  dell'esercito,
    conquist  Bisanzio  e  Calcedonia;  prese  la  citt  di Antandro nel
    territorio della Troade,  assoggett Lamponio e con delle  navi  avute
    dai  Lesbi  s'impadron  di  Lemno e di Imbro,  che a quel tempo erano
    ancora ambedue abitate dai Pelasgi.

     27.  Ora,  gli abitanti di Lemno combatterono da valorosi e solo col
    tempo, mentre si difendevano, furono sopraffatti: a quelli di loro che
    rimasero  in  vita  i  Persiani assegnarono come governatore Licareto,
    fratello di Meandrio che  aveva  dominato  in  Samo.  Questo  Licareto
    govern in Lemno fino alla sua morte... (18).
    Questa    la  ragione  per cui Otane si comportava cos: egli rendeva
    schiavi tutti questi popoli e ne devastava i  paesi  perch  incolpava
    gli  uni  di non aver partecipato alla spedizione contro gli Sciti,  e
    accusava gli altri  di  aver  molestato  l'esercito  di  Dario  mentre
    ritornava indietro dalla campagna di Scizia.

     28. Queste le imprese che egli comp quando fu a capo delle truppe.
    In seguito,  per un periodo non molto lungo ci fu un po' di tregua. Ma
    di nuovo,  poi,  ricominciarono per gli Ioni i guai a causa di Nasso e
    di Mileto.
    Infatti,  se  Nasso si distingueva fra le isole per la sua prosperit,
    nello stesso periodo Mileto si trovava nel suo  massimo  splendore  ed
    era l'orgoglio della Ionia.
    E' vero che,  precedentemente, per lo spazio di due generazioni, aveva
    terribilmente sofferto a causa delle discordie interne.  Ma alla  fine
    avevano ricondotto l'ordine turbato i Pari, poich, fra tutti i Greci,
    i Milesi avevano scelto proprio costoro come arbitri.

     29. Ed ecco come s'era venuti alla riconciliazione a opera dei Pari.
    Quando   gli   arbitri  designati,   che  erano  i  pi  ragguardevoli
    dell'isola,  giunsero  a  Mileto,  visto  lo  stato  disastroso  della
    pubblica  economia,  dissero  di  voler  visitare  il paese.  E,  cos
    facendo,  mentre percorrevano  tutto  il  contado  di  Mileto,  quando
    vedevano  nella  campagna,  desolata  per  l'abbandono,  un podere ben
    coltivato, facevano registrare il nome del padrone del campo.
    Dopo aver percorso tutto il paese e averne trovato pochi  che  fossero
    cos,   appena   ritornati   in   citt,   raccolsero   l'assemblea  e
    sentenziarono che la citt doveva essere amministrata da coloro i  cui
    campi  essi  avevano trovati ben coltivati.  Pensavano,  infatti,  che
    anche degli interessi pubblici si sarebbero curati,  cos come avevano
    curato i propri interessi;  disposero,  quindi,  che gli altri Milesi,
    prima in preda alla discordia, obbedissero a costoro.

     30. In tal modo i Pari avevano riconciliato i Milesi. Allora,  per,
    da  queste  due  citt,  come  s' detto,  ebbero inizio i mali per la
    Ionia, e fu cos.
    A Nasso erano stati scacciati dal popolo degli esponenti della  grassa
    borghesia, i quali, esiliati, se ne vennero a Mileto.
    Era  in  quel  tempo  governatore  di  Mileto  Aristagora,  figlio  di
    Molpagora, genero e cugino di Istieo,  figlio di Lisagora,  quello che
    Dario tratteneva in Susa.
    In  effetti,  il  tiranno  di  Mileto era Istieo e per caso si trovava
    appunto a Susa nel periodo in cui vennero quelli di Nasso, i quali gi
    prima erano ospiti di Istieo.
    Recatisi,  dunque,  i Nassi a  Mileto,  pregarono  Aristagora  se  mai
    potesse fornire loro delle milizie e farli rientrare nella loro citt.
    Aristagora, considerando che, se per opera sua quelli fossero tornati,
    egli  avrebbe  avuto  in  suo potere l'isola,  prendendo a pretesto il
    vincolo di ospitalit che essi avevano con Istieo,  tenne loro  questo
    discorso: Io,  personalmente,  non sono in grado di fornirvi un corpo
    di spedizione tale che vi possa ricondurre in patria, contro il volere
    di quelli che hanno in mano la citt di Nasso,  poich sono  informato
    che essi hanno ottomila soldati di pesante armatura e numerose navi da
    guerra. Tuttavia mi adoprer in ogni modo per aiutarvi.
    Penso  di fare cos: Artafrene  mio amico e voi sapete che Artafrene
     figlio di Istaspe,  fratello del re Dario,  che comanda su  tutti  i
    popoli della zona costiera dell'Asia,  con un potente esercito e molte
    navi.
    Io  credo  che  quest'uomo  far  tutto  quello  che   noi   possiamo
    desiderare.
    Udite  queste  parole  i Nassi diedero incarico ad Aristagora di fare,
    per quanto  gli  era  possibile,  del  suo  meglio.  Lo  incitavano  a
    promettere  donativi e il mantenimento delle soldatesche,  di cui essi
    stessi avrebbero sostenuto le spese,  poich  avevano  molte  speranze
    che,  quando si fossero mostrati in Nasso, i cittadini avrebbero fatto
    quanto avessero comandato, come del resto, anche gli altri isolani.
    Poich di queste isole Cicladi nessuna ancora era sotto il dominio  di
    Dario.

     31.  Recatosi, dunque, a Sardi Aristagora fece presente ad Artafrene
    che Nasso era un'isola non vasta come  territorio,  tuttavia  bella  e
    fertile,  e  a  ridosso  della Ionia.  C'eran dentro molte ricchezze e
    schiavi in abbondanza. Tu, dunque, muovi in armi contro questo paese,
    riconducendovi gli esuli che ne sono stati scacciati.  Se lo fai,  non
    solo  io  ho  pronti per te grandi tesori,  senza contare le spese per
    l'esercito (poich  giusto che  queste  siano  fornite  da  noi,  che
    sollecitiamo l'impresa) ma,  in pi,  tu aggiungerai al dominio del re
    delle isole, Nasso stessa e quelle che da Nasso dipendono,  cio Paro,
    Andro e altre che vengono chiamate Cicladi.
    Manovrando  da  quelle  basi,  potrai  facilmente  assalire  l'Eubea,
    un'isola vasta e prosperosa, non meno estesa di Cipro e molto facile a
    essere sottomessa.
    Bastano cento navi per conquistare tutte queste isole.
    Artafrene gli rispose cos: Tu per la casa del re sei  ispiratore  di
    belle imprese e tutto questo che consigli  buono, tranne il numero di
    navi. Invece di cento navi, all'inizio della primavera (19) ne avrai a
    disposizione duecento,  ma bisogna pure che anche il re in persona dia
    la sua approvazione a questi progetti.

     32.  Udite queste parole,  Aristagora tutto contento se ne  torn  a
    Mileto.  Mentre Artafrene,  dopo aver mandato a Susa e, avendo esposto
    quanto da Aristagora gli era stato detto,  aver  avuto  l'approvazione
    dello  stesso  Dario,  allest duecento triremi,  raccolse un corpo di
    spedizione molto numeroso fra i Persiani e gli altri alleati e design
    a comandarle Megabate,  un persiano della famiglia  degli  Achemenidi,
    cugino  suo e anche di Dario,  quello stesso la cui figlia (se  vero,
    almeno,  quello che si  racconta)  lo  spartano  Pausania,  figlio  di
    Cleombroto,  un  certo  tempo  dopo  questi avvenimenti (20) chiese in
    sposa, preso dal desiderio di diventare padrone della Grecia.
    Dunque,   dopo  aver  stabilito  che  Megabate  ne  fosse  comandante,
    Artafrene mand l'esercito ad Aristagora.

     33.  Megabate, presi con s a Mileto, Aristagora, le forze ioniche e
    gli esuli di Nasso, fece vela verso l'Ellesponto,  almeno cos pareva.
    Sennonch  quando  giunse  a Chio,  ferm la flotta a Caucasa (21) con
    l'intenzione di passare poi di l a Nasso col  favore  del  vento  del
    nord.
    Ma  era  destino  che  Nasso  non  dovesse cadere in rovina per questa
    spedizione, poich accadde l'incidente che qui si racconta.
    Mentre Megabate compiva sulle navi il suo giro di ispezione, trov che
    su una nave di Mindo (22) non c'era nessuno che facesse la guardia,  e
    considerando  questo  fatto una grave mancanza,  diede ordine alle sue
    guardie del corpo di scovare il comandante  di  quella  nave,  che  si
    chiamava Scilace; poi legarlo e farlo passare cos, attraverso il foro
    del pi basso dei remi, con la testa fuori e il corpo dentro la nave.
    Quando Scilace fu in tal modo legato, un tale rifer ad Aristagora che
    Megabate aveva fatto legare,  e in modo cos vergognoso, il suo ospite
    di Mindo. Sicch,  quello,  recatosi dal persiano,  gli chiese grazia,
    ma,  non  ottenendo nulla di quello che domandava,  and egli stesso a
    liberarlo.
    Informato della cosa, Megabate se l'ebbe molto a male e s'adir contro
    Aristagora, ma questi lo aggred: Che c'entri tu con queste cose? Non
    ti ha forse mandato Artafrene perch  mi  obbedissi  e  facessi  rotta
    secondo  i  miei  comandi?  Perch ti dai tanto da fare?.  Cos parl
    Aristagora e quello, pieno di rabbia per questo modo di agire,  quando
    fu notte,  mand a Nasso su un'imbarcazione degli uomini per avvertire
    quelli dell'isola del pericolo che li minacciava.

     34.  Infatti,  i Nassi,  non sospettavano assolutamente  che  quella
    spedizione sarebbe andata ad attaccare proprio loro.  Tuttavia, appena
    lo seppero,  s'affrettarono a portare dentro le mura tutto quello  che
    avevano  nei  campi,  fecero  provviste  di  viveri  e  di  acqua,  in
    previsione d'un assedio, e fortificarono le mura.
    Essi  dunque  facevano  i  preparativi,   nell'attesa   d'una   guerra
    imminente.  Sicch quando i nemici,  da Chio, fecero passare le navi a
    Nasso,  urtarono contro gente  gi  fortificata  e  l'assediarono  per
    quattro mesi.
    Ma  quando  i  denari,  che i Persiani avevano portato con s,  furono
    spesi tutti,  mentre molti altri ne aveva consumato Aristagora stesso,
    e di pi ancora ne richiedeva l'assedio,  allora,  dopo aver costruito
    una fortezza per  gli  esuli  di  Nasso,  essi  se  ne  tornarono  nel
    continente, ridotti in cattive condizioni.

    35.  Aristagora, dunque, non aveva modo di portare a compimento quanto
    aveva promesso ad Artafrene.  Nello stesso  tempo  lo  preoccupava  la
    richiesta  che  gli  veniva  fatta  di  provvedere  alle  spese  della
    spedizione,  lo angustiavano le cattive condizioni in cui si trovavano
    le soldatesche e il dissidio scoppiato con Megabate e pensava, infine,
    che gli sarebbe stata tolta la signoria su Mileto.
    Pieno di timori,  dunque,  per tutti questi motivi,  aveva in animo di
    ribellarsi.
    Per combinazione, proprio in quel tempo,  era venuto da Susa,  mandato
    da Istieo, l'uomo che portava tatuato sulla testa un messaggio, in cui
    si ordinava ad Aristagora di abbandonare la fedelt al re.
    Infatti,  Istieo,  che  voleva  dare  ad  Aristagora  il segnale della
    defezione, non aveva alcun modo sicuro di comunicarglielo, dato che le
    strade erano sorvegliate.  Egli allora,  fatta radere la testa al  pi
    fedele  dei  suoi  schiavi,  vi impresse delle parole e poi attese che
    crescessero i capelli. Non appena questi furono cresciuti,  lo sped a
    Mileto con l'ordine che,  non appena arrivato, non facesse nient'altro
    se non dire ad Aristagora di  tagliargli  i  capelli  e  di  osservare
    attentamente  la  sua testa: le parole che vi erano impresse,  come ho
    gi detto prima, recavano l'ordine di ribellione.
    Questo faceva Istieo perch sopportava molto a  malincuore  dl  essere
    trattenuto  a  Susa:  se  fosse  scoppiata  una  rivolta,  aveva buone
    speranze di essere di nuovo rimandato verso il mare,  ma se  a  Mileto
    non  succedeva  nulla  di  nuovo,  temeva  che  non vi sarebbe mai pi
    ritornato.

     36. Istieo, in seguito a queste riflessioni, mandava il suo messo. E
    capit ad Aristagora che tutte quelle circostanze coincidessero  nello
    stesso torno di tempo.
    Tenne,  dunque, consiglio con quelli della sua parte, rivelando la sua
    idea e il messaggio venutogli da Istieo.  Orbene,  tutti gli altri  si
    espressero  nello stesso senso,  spingendo alla ribellione,  invece lo
    storico Ecateo (23),  prima di tutto sconsigli di  intraprendere  una
    guerra contro il re dei Persiani,  enumerando tutti i popoli sui quali
    Dario regnava e le forze di cui disponeva;  in secondo  luogo,  poich
    non  riusciva  a  persuaderli,   li  consigli  a  far  di  tutto  per
    assicurarsi il dominio del  mare.  E  non  vedeva  alcun  altro  modo,
    continuava  nel suo discorso,  di riuscire a questo scopo (egli sapeva
    bene che le forze di Mileto erano scarse) se non si fossero  prelevati
    dal  santuario  dei  Branchidi  (24)  i tesori che vi aveva consacrato
    Creso, re di Lidia: in tal modo,  nutriva buone speranze che avrebbero
    avuto  la  supremazia  sul mare e cos quei tesori li avrebbero goduti
    loro stessi e non li avrebbero depredati i nemici.
    Questi tesori erano effettivamente ingenti,  come ho gi fatto  notare
    nel primo libro (25) del mio racconto.
    Questo parere non fu accettato.  Si stabil invece di ribellarsi e che
    uno di loro si recasse per mare a Miunte (26),  presso la flotta  che,
    rientrata  da  Nasso,  era all'ancora col,  e cercasse di catturare i
    comandanti che erano a bordo delle navi.

     37. Con questo preciso scopo fu mandato Ietragora, che con l'inganno
    riusc a impadronirsi di Oliato, figlio di Ibanoli da Milasa (27),  di
    Istieo,  figlio  di  Timni,  da  Termera,  di Coes figlio di Erxandro,
    quello a cui Dario aveva fatto dono di Mitilene, di Aristagora, figlio
    di Eraclide,  da Cuma e parecchi altri: in tal  modo,  Aristagora  era
    passato alla ribellione manifesta (28), ogni cosa macchinando ai danni
    di Dario.
    In  primo luogo,  rinunciando,  a parole,  alla tirannide,  instaur a
    Mileto l'uguaglianza di diritti,  affinch spontaneamente i  cittadini
    si  ribellassero  insieme  con lui.  Poi,  estese anche al resto della
    Ionia questo stesso regime: alcuni tiranni  furono  scacciati,  quegli
    altri  che aveva fatto catturare sulle navi che l'avevano accompagnato
    nella spedizione contro Nasso, volendo far cosa gradita alle citt, li
    lasci andare, chi qua chi l, nei vari luoghi donde ciascuno veniva.

     38. Quanto a Coes,  i cittadini di Mitilene,  non appena l'ebbero in
    mano,  lo  trassero  fuori dalla citt e l'uccisero a colpi di pietra.
    Quelli di Cuma,  invece,  lasciarono il loro tiranno andare,  come del
    resto  fecero  anche  la  maggior  parte  degli  altri.  E  il dominio
    tirannico nelle varie citt ebbe fine.
    Aristagora,  come ebbe fatto deporre i tiranni,  diede ordine  che  in
    ogni  citt  si stabilissero degli strateghi.  In seguito,  part egli
    stesso in missione alla volta di Sparta con una  trireme,  poich  era
    pur necessario che trovasse l'appoggio di una potente alleanza.

     39.  A Sparta non era pi sul trono Anassandrida,  figlio di Leonte,
    che era gi morto. Ma aveva il regno suo figlio,  Cleomene,  non certo
    per suo merito personale, ma per diritto di nascita.
    Anassandrida, infatti, aveva preso in moglie la figlia di sua sorella,
    e,  per  quanto  essa gli fosse molto cara,  non ne aveva avuto figli.
    Stando cos le cose,  gli efori (29) lo convocarono e gli dissero: Se
    proprio tu non vuoi preoccuparti dei tuoi interessi,  non dobbiamo noi
    permettere una cosa simile e che si estingua la  stirpe  di  Euristene
    (30). Perci, ripudia la moglie che hai, dato che  sterile, e sposane
    un'altra: cos facendo, farai cosa gradita agli Spartani.
    Ma  egli  rispose che non avrebbe fatto n l'una cosa n l'altra;  non
    era un buon consiglio quello che gli davano,  incitandolo a  ripudiare
    la  moglie  che gi aveva,  e che verso di lui non aveva alcuna colpa,
    per introdurre in casa un'altra: non li avrebbe ascoltati.

     40. A questa risposta,  gli efori e gli anziani,  dopo aver tra loro
    deliberato,  fecero  ad Anassandrida la seguente proposta: Poich tu,
    lo vediamo,  sei completamente preso dall'amore per la sposa che  hai,
    fa', almeno, quello che ti consigliamo, e non opporti a questo, perch
    gli  Spartani  non  abbiano  a  prendere qualche altra decisione a tuo
    riguardo.
    Non insistiamo pi perch tu scacci la moglie che  hai.  Adempi  pure
    tutti  i  tuoi  doveri,  come  ora,  verso costei,  ma oltre a questa,
    sposane un'altra che possa avere dei figli.
    Questo,  press'a poco,  essi dicevano e  Anassandrida  acconsent.  In
    seguito,  egli visse con due mogli,  presso due focolari,  facendo una
    cosa che non era secondo il costume di Sparta.

     41. Passato non molto tempo, la moglie entrata per seconda nella sua
    casa mise al mondo questo Cleomene,  di cui ora  si  parla  e,  mentre
    costei  dava alla luce il futuro successore al trono di Sparta,  nello
    stesso tempo anche la prima moglie, che fino allora era stata sterile,
    non si sa come, favorita dalla fortuna,  rimase incinta.  Ma,  sebbene
    fosse veramente in queste condizioni,  i parenti della seconda moglie,
    che erano  venuti  a  saperlo,  le  recavano  continuamente  molestia,
    dicendo che si vantava senza ragione e voleva simulare il parto.
    E  siccome  quelli  facevano  molto  rumore e il tempo stringeva,  gli
    efori,  che non erano al tutto persuasi,  si diedero a osservare  ogni
    cosa,    stando   attorno   alla   donna   mentre   partoriva;   essa,
    effettivamente,  non appena ebbe dato alla luce Dorieo,  rimase subito
    incinta di Leonida,  e,  dopo questo,  subito,  di Cleombroto: alcuni,
    anzi, affermano che Cleombroto e Leonida erano gemelli.
    Invece la madre di Cleomene, cio la seconda moglie, che era figlia di
    Prinetade,  figlio di Demarmeno,  non pot pi partorire  una  seconda
    volta.

     42.  Orbene,  Cleomene,  a quanto si dice,  non era completamente in
    senno e aveva una punta di pazzia; mentre, invece,  Dorieo primeggiava
    fra tutti i suoi coetanei, e sperava che, per i suoi meriti personali,
    sarebbe toccato a lui il regno.
    Con questo modo di pensare,  quando,  alla morte di Anassandrida,  gli
    Spartani in base alla legge  crearono  re  il  primo  nato,  Cleomene,
    Dorieo,   ritenendosi  offeso  e  non  volendo  restare  sottomesso  a
    Cleomene, chiese agli Spartani degli uomini del popolo per fondare una
    colonia.  E senza aver consultato  l'oracolo  in  qual  paese  dovesse
    andare  a  fondare la colonia e senza aver rispettato alcuno degli usi
    ormai  radicati,   incapace  com'era  di  sopportare  pi   oltre   la
    situazione,  diresse la navigazione verso la Libia, mentre i Terei gli
    servivano da guida.
    Arrivato al paese di Cinifo,  si stabil nel  posto  pi  bello  della
    Libia,  sulle rive di un fiume. Di l, per, scacciato dopo due anni a
    opera dei Maci,  dei  Libici  e  dei  Cartaginesi,  se  ne  torn  nel
    Peloponneso.

     43.  Ivi un uomo di Eleone (31),  Anticare,  gli diede il consiglio,
    secondo gli oracoli di Laio,  di colonizzare la "terra di  Eracle  che
    era  in  Sicilia" dicendo che tutto il territorio di Erice apparteneva
    agli Eraclidi, poich l'aveva acquistato Eracle (32).
    Udito ci,  Dorieo si rec a Delfi a chiedere all'oracolo  se  avrebbe
    conquistato il paese, verso il quale si dirigeva. La Pizia lo assicur
    sulla  conquista  ed  egli,  presa  con  s  la  moltitudine che aveva
    condotta anche in Libia, si mise a veleggiare lungo le coste d'Italia.

     44. In questo periodo di tempo,  a quanto raccontano gli abitanti di
    Sibari,  essi con il loro re Teli erano in procinto di muovere in armi
    contro Crotone,  ma i Crotoniati,  oltremodo  spaventati,  chiesero  a
    Dorieo  di  aiutarli  e  ottennero ci che chiedevano: Dorieo si un a
    loro contro Sibari e, insieme con loro, la conquist (33).
    Orbene, secondo i Sirabiti, questo  quello che fecero Dorieo e i suoi
    compagni. I Crotoniati, invece, sostengono che nessuno straniero s'un
    a loro nella guerra contro Sibari  tranne  Callia,  indovino  di  Elea
    della  stirpe  di  Iamo (34),  e anch'egli per il motivo seguente: era
    venuto in mezzo a loro,  fuggendo via  da  Teli,  tiranno  di  Sibari,
    poich,  sacrificando  egli  in merito alla guerra contro Crotone,  le
    vittime non offrivano presagi favorevoli.
    Questa  la loro versione.

     45.  Ambedue le citt adducono a conferma  delle  loro  affermazioni
    queste testimonianze: i Sibariti mostrano, presso il letto prosciugato
    del  Crati  (35),  il  recinto  sacro  e  il tempio che Dorieo avrebbe
    innalzato,   dopo  aver  cooperato  alla  conquista  della  citt,   e
    consacrato ad Atena soprannominata "Cratia". E d'altra parte, la morte
    dello  stesso  Dorieo    per  essi  la prova pi convincente che egli
    soccombette mentre faceva cosa che  oltrepassava  ci  che  era  stato
    predetto dall'oracolo (36): infatti se egli non avesse fatto nulla che
    lo  sorpassasse,  se avesse fatto ci per cui era partito,  si sarebbe
    impadronito del territorio di Erice, e, presolo, se lo sarebbe tenuto.
    N egli stesso e i suoi compagni sarebbero corsi a rovina.
    I Crotoniati,  dal canto loro,  mostrano che a Callia  d'Elide  furono
    date  in  dono molte parti scelte nel territorio di Crotone,  possessi
    che ancora ai miei tempi godevano i discendenti di Callia, ma a Dorieo
    e ai suoi nulla fu dato: eppure,  se davvero Dorieo avesse partecipato
    al  loro fianco alla guerra contro Sibari,  gliene avrebbero assegnate
    molto pi che a Callia.
    Ora queste sono le testimonianze che fanno  valere  dall'una  parte  e
    dall'altra: ognuno libero di accostarsi all'opinione di coloro che pi
    lo persuadono.

      46.  Con  Dorieo s'erano imbarcati,  per fondare la colonia,  anche
    altri Spartani: Tessalo,  Parebate,  Celees ed  Eurileonte,  i  quali,
    giunti  in  Sicilia  con  tutta  la spedizione,  morirono sul campo di
    battaglia,   sopraffatti  dai  Fenici  e  dagli   Egestani:   soltanto
    Eurileonte, fra i fondatori di colonia, sopravvisse a questo disastro.
    Egli,  presi  con  s  quelli  che  restavano del corpo di spedizione,
    occup Minoa,  colonia di Selinunte,  e aiut i cittadini a  liberarsi
    dalla  tirannia  di  Pitagora.  Per,  dopo  aver  rovesciato  costui,
    s'impadron egli stesso del potere assoluto in Selinunte e  domin  da
    solo.  Ma  per  breve  tempo,  poich  i  cittadini  di  Selinunte  si
    sollevarono e  lo  uccisero,  nonostante  si  fosse  rifugiato  presso
    l'altare di Zeus Agoraio (37).

     47.  Aveva accompagnato Dorieo,  e con lui era morto, anche Filippo,
    figlio di Butacide,  cittadino di Crotone,  che  era  stato  scacciato
    dalla sua citt, perch s'era fidanzato con la figlia di Teli, signore
    di  Sibari: non avendo potuto celebrare le nozze,  se n'era andato per
    mare a Cirene e da questa movendo,  s'accompagn alla  spedizione  con
    una trireme sua propria e con marinai assoldati a sue spese;  egli era
    vincitore di Giochi Olimpici e il pi bello dei Greci del suo tempo. A
    causa della sua bellezza,  dagli  abitanti  di  Egesta  riport  onori
    quanti  nessun  altro  mai;  poich,  sulla sua tomba avendo eretto un
    tempietto, con vittime e sacrifici se lo rendono propizio.

     48.  In tal modo,  dunque,  Dorieo venne a morire.  Ma se  si  fosse
    adattato a subire il comando di Cleomene e fosse rimasto in Sparta, ne
    sarebbe divenuto re.  Poich ben poco tempo domin Cleomene,  che mor
    senza figli maschi, lasciando solo una figlia, che si chiamava Gorgo.

     49. Ordunque, Aristagora, tiranno di Mileto, giunse a Sparta, mentre
    era al potere Cleomene. Venne a colloquio con lui, a quello che dicono
    gli Spartani,  portando una tavola di bronzo,  su cui erano  incisi  i
    contorni di tutta la terra, con tutti i mari e tutti i fiumi.
    Quando  fu  alla sua presenza,  gli fece questo discorso: O Cleomene,
    non ti faccia meraviglia la sollecitudine con  cui  sono  venuto  qua,
    poich la situazione attuale si presenta cos.
    Che i figli degli Ioni siano schiavi,  anzich liberi,  una vergogna
    e un dolore grandissimo per noi, ma anche, fra gli altri, per voi,  in
    quanto siete i dominatori della Grecia.
    Ordunque,  per  gli  di  dei  Greci,  vi  scongiuro,  liberate dalla
    schiavit gli Ioni,  uomini del vostro  stesso  sangue.  Ed    questa
    un'impresa che con facilit vi pu riuscire, poich i Barbari non sono
    degli  eroi,  mentre voi nelle arti di guerra siete giunti al pi alto
    grado di valore.
    Il loro sistema di combattere  questo: adoperano archi e corte spade
    e vanno in battaglia rivestiti di ampie brache e con la testa  avvolta
    da turbanti. Cos impacciati  facile vincerli. Nello stesso tempo gli
    abitanti di quel continente hanno tante ricchezze, quante non ne hanno
    tutti gli altri insieme,  a cominciare dall'oro: argento,  rame, vesti
    ricamate,  animali da soma e schiavi.  Le avrete voi queste ricchezze,
    purch ci mettiate l'anima nel desiderarle.
    Sono stanziati,  essi,  gli uni vicini agli altri, cos come ti dir:
    accanto agli Ioni stanno i Lidi,  che abitano un territorio fertile  e
    sono  i  pi ricchi di minerali preziosi (mentre parlava,  indicava i
    vari paesi sulla raffigurazione della terra incisa  sulla  tavola  che
    portava con s).  Accanto ai Lidi continuava Aristagora sono questi
    Frigi, verso oriente,  di tutti gli uomini che io conosco i pi ricchi
    di greggi e di prodotti del suolo.
    Con i Frigi confinano i Cappadoci,  quelli che noi chiamiamo Siri;  e
    con questi sono a confine i Cilici, che si stendono fino a questo mare
    qui, dove c' quest'isola di Cipro, e che versano al re, ogni anno, un
    tributo di cinque talenti.
    Subito dopo i Cilici vengono gli Armeni,  anch'essi  ben  forniti  di
    greggi e, accanto agli Armeni, i Matiani, che abitano il paese. Questa
    regione,  che confina con essi,   la Cissia,  nella quale,  presso il
    fiume, il Coaspe, si trova la famosa citt di Susa, dove il gran re ha
    la sua residenza,  e dove sono anche  depositati  i  suoi  tesori:  se
    prenderete questa citt, senza pi timori ormai, potrete gareggiare in
    ricchezza con lo stesso Zeus.
    Suvvia, ora per un territorio che non  vasto, non cos fertile, e di
    ristretti  confini,  siete  costretti  a ingaggiare battaglie contro i
    Messeni, che sono forti come voi; contro gli Arcadi e gli Argivi,  che
    non  possiedono nulla che somigli all'oro e all'argento,  il cui amore
    pu spingere anche qualcuno a morire con le armi in pugno ed essendovi
    possibile dominare con facilit tutta l'Asia,  sceglierete voi qualche
    altra soluzione?.
    Cos parl Aristagora e Cleomene gli rispose: O ospite di Mileto,  mi
    riservo di darti una risposta fra due giorni.

     50. Per il momento, arrivarono fino a questo punto.
    Quando,  per,  giunse il giorno stabilito per la risposta ed essi  si
    incontrarono nel luogo convenuto, Cleomene chiese ad Aristagora quanti
    giorni  di marcia c'erano dal mare degli Ioni per giungere fino al re.
    Allora Aristagora,  che del resto era astuto e in grado  di  ingannare
    per  bene  il  suo interlocutore,  a questo punto cadde egli stesso in
    inganno.
    Infatti,  mentre era necessario che non dicesse la verit,  almeno  se
    voleva trarre gli Spartani in Asia, disse chiaro e tondo che la marcia
    verso l'interno doveva durare tre mesi.  Allora, quello, interrompendo
    il resto del discorso  che  Aristagora  gi  aveva  cominciato  con  i
    particolari  del viaggio,  disse: O ospite di Mileto,  allontanati da
    Sparta prima che il sole sia  tramontato!  Poich  non  fai  certo  un
    discorso gradito alle orecchie degli Spartani,  se vuoi condurli a tre
    mesi di marcia lontano dal mare.

     51. Dette queste parole, Cleomene se ne and a casa sua.
    Aristagora,  preso un ramo d'ulivo (38),  si  rec  all'abitazione  di
    Cleomene. E, una volta entrato, in atteggiamento di supplice, lo preg
    di  dargli  ascolto,  dopo  aver  allontanata  la fanciulla,  dato che
    accanto a Cleomene c'era la figliola, di nome Gorgo: era questa la sua
    unica figlia,  e aveva otto o nove anni di  et.  Cleomene,  per,  lo
    invit a dire pure quello che voleva, senza farsi dei riguardi a causa
    della  figlia  e  allora  Aristagora  cominci  col promettergli dieci
    talenti, se avesse fatto quello che egli chiedeva.  E siccome Cleomene
    rifiutava,  Aristagora  progrediva nelle offerte aumentandole,  finch
    giunse a promettergli cinquanta talenti e  allora  la  bambina  grid:
    Padre, il forestiero ti corromper, se non te ne vai via di qui.
    Cleomene,  lieto per l'esortazione della figlia, si ritir in un'altra
    stanza e Aristagora dovette lasciare del tutto Sparta,  senza che  gli
    fosse  possibile  dare  maggiori  informazioni riguardo al viaggio dal
    mare verso la sede del re.

     52. Ecco, dunque, com' questo viaggio.
    Ovunque sono stabiliti dei "luoghi di sosta  reali"  (39)  e  alberghi
    bellissimi,  mentre  la  strada  si  snoda  tutta  attraverso localit
    abitate e sicure.
    Nella traversata della Lidia e della Frigia si susseguono 20 stazioni,
    su un percorso di novantaquattro parasanghe e mezzo (40).
    Subito dopo la Frigia, si trova il fiume Alis,  sulle cui rive ci sono
    delle  porte,  che  non si pu fare a meno di passare.  In tal modo si
    passa all'altra sponda del fiume,  presso il quale c'  anche  un  ben
    nutrito  corpo di guardia.  Superate queste,  e proseguendo il cammino
    attraverso la Cilicia,  si incontrano tre posti di tappa,  in quindici
    parasanghe e mezzo.
    Il  confine  tra  la  Cilicia  e  l'Armenia    segnato  da  un  fiume
    navigabile, che si chiama Eufrate.
    In  Armenia  si  hanno  quindici  stazioni,   con  posti  di  ristoro,
    cinquantasei  parasanghe e mezzo,  e,  lungo il percorso,  un corpo di
    guardia.  Chi dall'Armenia entra nel paese dei Matiani ha 34 stazioni,
    in 137 parasanghe di percorso.
    Attraverso  questo  paese  scorrono  quattro  fiumi navigabili,  che 
    assolutamente necessario  attraversare:  primo    il  Tigri  poi,  un
    secondo  e un terzo che portano lo stesso nome,  Zabato (41),  pur non
    trattandosi dello stesso fiume e non provenendo dalla stessa sorgente,
    poich il primo nominato scende dai monti  dell'Armenia,  l'altro  dal
    paese  dei Matiani;  il quarto fiume si chiama Ginde,  ed  quello che
    Ciro un giorno disperse per 360 canali (42).
    Di l,  si passa nel paese di Cissia ove si hanno  undici  stazioni  e
    quarantadue  parasanghe  e  mezzo,  fino  al  fiume Coaspe,  anch'esso
    navigabile e sulle cui rive  stata fondata la citt di Susa.
    In tutto, le stazioni che abbiamo numerate sono 111 e altrettanti sono
    gli alberghi di tappa, per chi da Sardi sale fino a Susa.


     53.  Ma (43) se la "strada reale"  stata calcolata  esattamente  in
    parasanghe e la parasanga vale,  com' in realt,  30 stadi,  da Sardi
    fino alla reggia che  detta Memnonia ci sono 13500 stadi, dato che le
    parasanghe sono 450: percorrendo 150 stadi  al  giorno,  si  impiegano
    esattamente novanta giorni.

      54.  Ecco,  quindi,  che Aristagora di Mileto,  quando informava lo
    spartano Cleomene che per giungere presso il re dalla  riva  del  mare
    occorrevano tre mesi di marcia, aveva detto il vero.
    Che se poi qualcuno ricerca un'esattezza ancora maggiore, lo informer
    anche  di  questo,  che al tragitto calcolato bisogna aggiungere,  nel
    computo,  il percorso da Efeso a Sardi e  concludo  che  dal  mare  di
    Grecia  fino  a  Susa  (poich  questa che viene chiamata la citt di
    Memnone) vi sono, in tutto, 14040 stadi, poich da Efeso a Sardi ve ne
    sono 540.  Cos il viaggio di tre mesi viene prolungato di  altri  tre
    giorni.

     55. Espulso, dunque, da Sparta, Aristagora si avvi verso Atene che,
    poco prima, s'era liberata dai tiranni in questo modo.
    Dopo  che Ipparco,  figlio di Pisistrato e fratello del tiranno Ippia,
    nonostante in sogno avesse avuto una visione che,  in seguito alla sua
    disgrazia, risult molto chiara, era stato ucciso da Aristogitone e da
    Armodio, appartenenti alla stirpe dei Gefirei, gli Ateniesi anche dopo
    questo  fatto  continuarono  non di meno a essere sotto il dominio del
    tiranno per quattro anni (44),  anzi pi duramente di prima.  Ecco ora
    quale fu la visione che Ipparco aveva avuto in sogno.

     56. Nella notte che precedeva le Panatenee gli era parso che un uomo
    di  figura  imponente e di splendido aspetto,  standogli accanto,  gli
    dicesse con fare misterioso queste parole:
    "Resisti, o leone, a irresistibili mali con resistente cuore!  Nessun
    uomo che commetta ingiustizia (45) sfuggir l'espiazione".
    Non  appena  fattosi giorno,  con tutta franchezza aveva sottoposto la
    visione agli interpreti dei sogni,  ma poi,  senza tenerne pi  conto,
    diede il via alla processione, nella quale effettivamente fu colpito a
    morte.

      57.  I  Gefirei,  ai  quali  appartenevano gli uccisori di Ipparco,
    secondo quello che dicevano essi stessi,  traevano origine da Eretria.
    Invece, in base alle mie ricerche, trovo che erano dei Fenici, di quei
    Fenici  che  insieme con Cadmo vennero nella regione che ora si chiama
    Beozia e abitavano di  questo  paese  la  parte  che  era  stata  loro
    assegnata dalla sorte, quella di Tanagra.
    Di l, dopo che i discendenti di Cadmo erano stati per primi scacciati
    dagli Argivi, questi Gefirei, scacciati in un secondo tempo dai Beoti,
    si  rivolsero  ad  Atene:  e  gli Ateniesi a determinate condizioni li
    accolsero nella loro cittadinanza,  imponendo loro  delle  restrizioni
    (46),  non  molte  in  verit  e  che  non  vale  la  pena di riferire
    diffusamente.

      58.   Questi  Fenici  che  erano  venuti  con  Cadmo  e  ai   quali
    appartenevano i Gefirei, stanziatisi in questo paese, introdussero fra
    i  Greci molte altre cognizioni e anche l'alfabeto,  che prima,  a mio
    parere, tra i Greci non esisteva: in un primo tempo,  erano le lettere
    che  ancora tutti i Fenici usano;  in seguito,  col passare del tempo,
    insieme con il suono ne mutarono anche la forma.
    Le localit intorno a loro erano, in quel tempo, abitate per lo pi da
    Greci di stirpe ionica,  i quali,  imparate  le  lettere  come  gliele
    insegnavano  i  Fenici,  le  adoperarono  leggermente  modificate,  e,
    usandole, le fecero conoscere col nome di "lettere fenicie",  come del
    resto  era  anche  giusto,  poich  le  avevano introdotte in Grecia i
    Fenici.
    Anche i libri di papiro,  per antica  consuetudine,  sono  dagli  Ioni
    chiamati   "pelli"  perch,   una  volta,   per  scarsit  di  papiro,
    adoperavano delle pelli di capra e di pecora: ancora ai miei tempi  vi
    sono molti dei Barbari che scrivono sopra siffatte pelli.

      59.  Ho  visto  anch'io,  nel  tempio  di Apollo Ismenio in Tebe di
    Beozia, scolpite su tre tripodi,  delle lettere cadmee,  in gran parte
    simili alle lettere ioniche.
    Uno  dei  tripodi  ha  un'iscrizione  che  dice  cos:  "Al  dio mi ha
    consacrato Anfitrione, reduce dai Teleboi" (47).
    Questo fatto lo si potrebbe riportare  al  tempo  di  Laio  figlio  di
    Labdaco, figlio di Polidoro, che era figlio di Cadmo.

     60. Un altro tripode, in esametri, dice cos:
    "A te,  lungi-saettante Apollo, mi ha consacrato, splendido dono, Sceo
    dopo aver vinto la gara del pugilato".
    Sceo,  figlio di Ippocoonte (almeno se  lui che ha dedicato il dono e
    non ,  invece, un altro con lo stesso nome del figlio di Ippocoonte),
    pot vivere al tempo di Edipo, figlio di Laio.

     61. Il terzo tripode, anch'esso in esametri, dice cos:
    "Laodamante (48),  quando era re,  a te,  o Apollo che colpisci sempre
    nel segno, consacr in persona un tripode, splendido dono".
    Proprio  sotto  il  regno di questo Laodamante,  figlio di Eteocle,  i
    Cadmei furono scacciati dagli Argivi e si volsero verso gli  Enchelei,
    mentre  i Gefirei,  rimasti sul posto,  furono pi tardi costretti dai
    Beoti a rifugiarsi ad Atene.  E in Atene furono da loro costruiti  dei
    templi,  sui  quali il resto degli Ateniesi non ha diritto alcuno: tra
    gli altri,  ben distinti dai rimanenti santuari,  il tempio di Demetra
    Acaia con i suoi riti.

      62.  Della  visione  avuta  in  sogno da Ipparco e dell'origine dei
    Gefirei,  ai quali appartenevano i  suoi  uccisori,  ho  gi  dato  le
    opportune informazioni.  Bisogna,  invece,  che io riprenda, dopo aver
    detto ci,  il racconto che avevo iniziato,  per narrare come Atene si
    liber dai tiranni.
    Mentre  Ippia imperava e infieriva contro gli Ateniesi per la morte di
    Ipparco,  gli Alcmeonidi,  che erano Ateniesi e vivevano in esilio per
    causa  dei Pisistratidi,  visto che,  pur tentando con gli altri esuli
    ateniesi l'uso della forza,  non s'apriva per loro la via del  ritorno
    (anzi,  nello sforzo di rientrare in patria e liberare Atene,  avevano
    subto una grave sconfitta, quando avevano fortificato Leipsidrio, nel
    demo di Peonia) allora gli Alcmeonidi, mettendo in opera ogni arte pur
    di nuocere ai Pisistratidi,  intavolarono trattative con gli Anfizioni
    per ricostruire il tempio di Delfi, quello che c' ora, ma che in quel
    tempo era distrutto.
    Siccome   erano   ben  forniti  di  ricchezze  e  godevano  di  grande
    reputazione da lungo tempo,  essi condussero a termine il  tempio  pi
    bello  ancora  del  modello  originale:  tra  l'altro,   mentre  s'era
    convenuto di costruire il tempio in  pietra  di  tufo,  ne  fecero  la
    facciata in marmo di Paro.

      63.  Ordunque,  secondo il racconto degli Ateniesi,  questi uomini,
    stabilitisi a Delfi, trassero dalla loro con premi in danaro la Pizia,
    che,  ogni qual volta venivano degli uomini da Sparta  a  interrogarla
    per motivi privati o pubblici, li invitava a liberare Atene.
    Gli  Spartani,  allora,  poich si sentivano sempre ripetere la stessa
    esortazione,  mandarono Anchimolio,  figlio di  Astere,  cittadino  di
    grande reputazione,  con un corpo di spedizione,  che doveva scacciare
    da Atene i Pisistratidi,  nonostante con loro avessero stretti vincoli
    di  ospitalit  e  ci  perch  ritenevano degni di maggior riguardo i
    diritti degli di, che quelli degli uomini.
    Vengono, dunque, mandati su delle navi per via di mare,  e Anchimolio,
    approdato  al  Falero,   vi  fece  sbarcare  i  suoi  soldati.   Ma  i
    Pisistratidi,  che ne avevano avuto notizia in precedenza,  chiamarono
    in  aiuto  i  Tessali,  con  i  quali  avevano  stipulato  un patto di
    alleanza.
    I Tessali,  alla loro richiesta,  mandarono,  di  comune  accordo,  un
    migliaio di cavalieri e il loro re Cinea di Gonno.
    Avuti a disposizione gli alleati,  i Pisistratidi misero in pratica il
    seguente piano: liberata dalle piante la pianura del Falero  e  resala
    adatta  alle  evoluzioni equestri,  lanciarono la cavalleria contro il
    campo nemico ed,  essendo essa piombata all'improvviso,  abbatt molti
    Spartani,  tra  gli  altri  anche  Anchimolio,  e  quelli  di loro che
    scamparono furono costretti a riparare sulle navi.
    Cos miseramente fin la prima spedizione venuta da Sparta e la  tomba
    di  Anchimolio  si  trova in Attica,  ad Alopece,  vicino al tempio di
    Eracle di Cinosarge (49).

     64.  Successivamente gli Spartani,  organizzata una  spedizione  pi
    imponente  e  designato  a  comandarla  il  re  Cleomene,   figlio  di
    Anassandrida, la mandarono ad Atene,  non pi per mare,  ma per via di
    terra.
    Appena essi invasero l'Attica,  fu prima la cavalleria dei Tessali che
    venne a contatto con loro,  ma dopo poco si  volse  in  fuga:  pi  di
    quaranta uomini caddero morti, gli altri, cos come stavano, ripresero
    immediatamente la via per la Tessaglia.
    Cleomene,  arrivato  alla  citt,  insieme  con  quegli  Ateniesi  che
    desideravano riacquistare la libert,  cinse d'assedio i tiranni,  che
    s'erano rinchiusi entro la cinta del Pelargico (50).

      65.  Gli  Spartani.  per,  non avrebbero in alcun modo potuto aver
    ragione dei Pisistratidi (non pensavano di fare un  assedio  in  piena
    regola e,  d'altra parte, i Pisistratidi erano ben provvisti di viveri
    e di bevande);  sicch,  dopo aver aspettato un po' di giorni,  se  ne
    sarebbero ritornati a Sparta.
    Ma  sopravvenne un caso fortuito che fu rovinoso per gli uni;  per gli
    altri,  invece,  fu propizio;  i figli  dei  Pisistratidi,  mentre  si
    cercava  di  trafugarli fuori del paese,  furono catturati.  Da questo
    fatto,  la situazione dei Pisistratidi era stata tutta  sconvolta.  In
    compenso  dei  figli  accettarono di accordarsi alle condizioni volute
    dagli Ateniesi, che, cio, entro cinque giorni, se ne sarebbero andati
    dall'Attica.
    In seguito,  ripararono a  Sigeo  (51),  sullo  Scamandro,  dopo  aver
    regnato in Atene per trentasei anni (52): erano anch'essi, in origine,
    di  Pilo e della famiglia di Neleo (53);  discendenti di quelli stessi
    da cui discendevano le famiglie di Codro e  di  Melanto,  i  quali  un
    tempo, pur essendo forestieri, erano divenuti re di Atene.
    Per  ricordare  appunto quest'origine,  Ippocrate non aveva mancato di
    dare al proprio figlio il nome di Pisistrato, derivandolo da quello di
    Pisistrato, figlio di Nestore.
    In tal modo gli Ateniesi si liberarono dai tiranni.
    Ora racconter,  prima di tutto,  ci che essi in  regime  di  libert
    avevano  fatto  o  sofferto,  degno di ricordo,  prima che la Ionia si
    ribellasse contro Dario e prima che Aristagora di  Mileto  venisse  ad
    Atene per pregarli di prestare il loro aiuto.

      66.  Atene,  che  gi  prima era grande,  pi grande ancora divenne
    allora che si era liberata dai tiranni.
    In  essa  due  uomini  primeggiavano:  Clistene,   della  razza  degli
    Alcmeonidi,  che ha fama di aver subornato la Pizia e Isagora,  figlio
    di Tisandro,  che era di famiglia distinta ma non saprei dire di quali
    antenati: il suo parentado sacrifica a Zeus Cario (54).
    Questi  due  uomini  erano  in lotta per il potere e Clistene,  che si
    vedeva sopraffatto, si assicur il favore del popolo.
    In seguito,  divise in dieci trib gli Ateniesi,  che prima ne avevano
    solo  quattro,  ne  abol le denominazioni derivate dai figli di Ione:
    Geleonte, Egicore, Argade e Oplete (55),  immaginandone altre,  tratte
    dai nomi di eroi del paese (56), eccetto Aiace, che egli aggiunse agli
    altri, sebbene forestiero, perch era vicino d'Atene e alleato.

     67.  Cos facendo,  a mio modo di vedere,  Clistene imitava il nonno
    suo materno, Clistene, tiranno di Sicione.  Questi,  infatti,  siccome
    era  in  guerra  con  gli Argivi,  prima di tutto proib ai rapsodi di
    scegliere per le loro gare in Sicione i carmi  di  Omero,  perch  gli
    Argivi  e  Argo vi sono quasi dappertutto esaltati.  In secondo luogo,
    siccome proprio nella piazza di Sicione c'era, e c' ancora adesso, un
    tempietto dedicato ad Adrasto (57), figlio di Talao, Clistene fu preso
    dalla voglia di scacciare dal paese questo eroe, perch era Argivo.
    Recatosi,  dunque,  a Delfi interrog l'oracolo  se  poteva  scacciare
    Adrasto;  ma la Pizia gli rispose dicendo che mentre Adrasto era il re
    dei Sicioni, egli, invece, ne era l'assassino (58).
    Poich in questo,  almeno,  il dio non gli  dava  il  permesso,  egli,
    ritornato in citt,  escogit un mezzo perch Adrasto se ne andasse di
    l  per  conto  suo.  Quando  gli  parve  di  averlo  trovato,   mand
    un'ambasceria  a  Tebe di Beozia,  a dire che desiderava introdurre in
    Sicione i resti di Melanippo,  figlio di  Astaco  e  i  Tebani  glielo
    concessero.
    Clistene,  allora,  portato  Melanippo in citt,  gli assegn un sacro
    recinto entro il pritaneo (59) stesso e gli innalz una statua l  nel
    luogo pi forte.
    Egli   aveva  fatto  venire  questo  Melanippo  (poich  bisogna  pure
    spiegarlo) ritenendolo il nemico pi fiero di Adrasto,  in quanto  gli
    aveva ucciso il fratello Mecisteo e il genero Tideo.
    Dopo  avergli  consacrato  il  tempio,  trasfer in onore di Melanippo
    tutti i sacrifici e le feste che erano di Adrasto.
    I Sicioni erano soliti onorare Adrasto con grande magnificenza, poich
    il paese stesso era appartenuto a Polibo e siccome Adrasto era  nipote
    di Polibo,  per parte della figlia,  quando Polibo era venuto a morire
    senza figli maschi, a lui aveva lasciato il regno.
    Ad Adrasto i Sicioni  attribuivano  molti  onori  e,  tra  gli  altri,
    celebravano con cori tragici le sue dolorose vicende (60), dando onore
    non gi a Dioniso, ma ad Adrasto.
    Ora  Clistene restitu a Dioniso i suoi cori,  ma tutto il resto delle
    cerimonie lo assegn a Melanippo.

     68. Questo egli aveva fatto nei confronti di Adrasto. Riguardo, poi,
    alle trib doriche,  per evitare che i Sicioni le avessero  uguali  di
    nome  agli Argivi,  cambi i loro nomi (61) in altri.  Anzi,  a questo
    proposito, prese un gran gusto a dileggiare i Dori di Sicione,  poich
    impose  loro  dei  nomi  derivandoli  dal  maiale,  dall'asino  e  dal
    porcello,  con l'aggiunta soltanto delle  desinenze.  Non  cos  per,
    quelli  della  sua  trib,  cui  diede  un  nome  che ricordava il suo
    comando: questi,  dunque,  erano chiamati Archelai,  quelli  di  altra
    trib, Iati, altri Oneati e altri ancora Chereati.
    Tali furono i nomi delle trib in uso fra i Sicioni,  sotto il dominio
    di Clistene,  e anche,  quand'egli fu morto,  per sessant'anni ancora.
    Tuttavia,  pi tardi, accordatisi tra loro, li mutarono (62) in quelli
    di Illei, Panfili e Dimanti; gli appartenenti a una quarta trib,  che
    a  queste  aggiunsero,  furono chiamati Egialei,  derivando il nome da
    Egialo, figlio di Adrasto.

     69. Tali le disposizioni che aveva preso Clistene di Sicione.
    Orbene Clistene di Atene,  che di quello di  Sicione  era  nipote  per
    parte di madre e aveva anche lo stesso nome, spinto anch'egli, secondo
    me,  da un senso di disprezzo verso gli Ioni,  perch gli Ateniesi non
    avessero le stesse trib degli Ioni,  pens di imitare il Clistene suo
    omonimo.
    Infatti, non appena ebbe aggiunto al suo partito la classe popolare di
    Atene, che fino allora era stata esclusa da ogni diritto, mut il nome
    delle  trib  e  ne  accrebbe  il  numero:  fece che i "capi di trib"
    fossero dieci, invece di quattro e in dieci gruppi, pure,  distribu i
    "demi" fra le trib stesse.
    Cos,  essendosi  guadagnato  il  favore  popolare,  divenne molto pi
    potente dei suoi avversari politici.

     70.  A sua volta,  per,  Isagora,  in  condizioni  di  inferiorit,
    ricorre  a questo espediente: chiama in aiuto Cleomene di Sparta,  che
    era suo ospite fin da quando assediava i  Pisistratidi  e  si  diceva,
    anzi, che avesse troppa consuetudine con la moglie di Isagora stesso.
    Per  prima  cosa  Cleomene,  mandato un araldo ad Atene,  tent di far
    cacciare dalla citt Clistene e, con lui, molti altri Ateniesi, quelli
    che chiamava "impuri".
    Tutto questo egli mandava a dire per suggerimento di  Isagora.  Poich
    gli  Alcmeonidi  e  i  loro  partigiani  erano  s incolpati di questo
    delitto, ma Cleomene e i suoi amici non c'entravano proprio per nulla.

     71.  Ecco come una parte degli Ateniesi s'era meritata questo titolo
    di "impuri".
    V'era  in  Atene  un certo Cilone,  vincitore ai Giochi Olimpici (63):
    costui,  pieno di orgoglio,  mir al supremo potere,  e,  assicuratosi
    l'appoggio  d'una  compagnia  di suoi coetanei,  tent di impadronirsi
    dell'acropoli (64). Ma, non essendo riuscito a conquistarla, si mise a
    sedere, in atteggiamento di supplice, presso la statua della dea (65).
    Allora i pritani dei naucrari (66),  che  in  quel  tempo  governavano
    Atene,  li indussero a togliersi di l, garantendo loro salva la vita.
    Invece gli Alcmeonidi, dice l'accusa, ne fecero un massacro.
    Tutto questo era avvenuto prima del tempo di Pisistrato.

     72.  Quando Cleomene mand l'ingiunzione di allontanare dalla  citt
    Clistene e gli "impuri",  Clistene se ne and, di soppiatto, per conto
    suo. Ma, in seguito, Cleomene venne ugualmente ad Atene con un modesto
    contingente,  e,  appena  arrivato,  scacci  come  impure  settecento
    famiglie ateniesi, quelle che gli suggeriva Isagora.
    Ci  fatto,  tent  in  un  secondo  tempo  di  sciogliere l'assemblea
    popolare  e  volle  mettere  in  mano  le  varie  cariche  a  trecento
    partigiani di Isagora. Ma, in seguito alla opposizione dell'assemblea,
    che non voleva adattarsi al sopruso,  Cleomene, Isagora e i partigiani
    di costui si impadronirono dell'acropoli.
    Allora gli altri Ateniesi  che  erano  solidali  con  l'assemblea,  li
    cinsero  d'assedio  per due giorni;  finch,  al terzo,  in forza d'un
    accordo,  quanti degli assediati erano Spartani dovettero  uscire  dal
    paese.
    Si compiva cos la predizione che era stata fatta a Cleomene. Infatti,
    quand'egli    era   salito   sull'acropoli,    con   l'intenzione   di
    impadronirsene, aveva voluto penetrare nel santuario della dea;  ma la
    sacerdotessa, balzata dal suo trono, prima che varcasse la soglia, gli
    aveva  detto: Forestiero di Sparta,  indietro!  Non voler entrare nel
    tempio, poich ai Dori non  permesso presentarsi in questo luogo. Ma
    quello aveva replicato: O donna, non sono Doro, io, ma Acheo!  (67).
    Sicch egli,  non tenendo in alcun conto l'avvertimento divino,  aveva
    tentato l'impresa e dovette allora tornarsene  indietro,  con  i  suoi
    Spartani.
    Quanto agli altri assediati, gli Ateniesi li incatenarono per metterli
    a  morte;  tra  essi  anche  Timesiteo  di Delfi (68) del quale potrei
    elencare splendidissime imprese di forza e di audacia.
    Questi uomini, dunque, morirono in catene.

     73.  Dopo questi fatti  gli  Ateniesi,  richiamate  in  patria,  con
    Clistene,  le  settecento famiglie bandite da Cleomene,  mandarono dei
    messi a Sardi,  poich volevano stipulare una alleanza con i Persiani:
    sapevano,  infatti,  che  ormai  non  gli Spartani e Cleomene erano in
    costante stato di guerra.
    Giunti che furono i messi a Sardi,  mentre esponevano  quanto  avevano
    avuto ordine di riferire, Artafrene, figlio di Istaspe, governatore di
    Sardi, chiese che razza di uomini fossero gli Ateniesi e in qual parte
    della terra abitassero per chiedere l'alleanza dei Persiani,  e quando
    l'ebbe saputo dagli ambasciatori, rispose loro brevemente cos: se gli
    Ateniesi intendevano dare al re Dario terra e  acqua,  egli  stipulava
    con   loro   l'alleanza,   altrimenti   il   suo  ordine  era  che  si
    allontanassero da Sardi.
    I messi, che volevano a ogni costo concludere l'accordo, presero su di
    s la responsabilit di assicurare che gli Ateniesi si sottomettevano.
    Ma poi,  quando rientrarono in patria,  furono sottoposti a gravi atti
    di accusa.

     74. Cleomene, convinto di essere stato gravemente offeso in parole e
    in  atti  dagli Ateniesi,  andava raccogliendo un esercito da tutto il
    Peloponneso,  senza rivelare a quale  scopo  lo  raccoglieva,  volendo
    vendicarsi  contro  il popolo di Atene e intendendo costituire tiranno
    Isagora, che era uscito insieme con lui dall'assedio dell'acropoli.
    Con grandi forze,  quindi,  invase il territorio di Eleusi e i  Beoti,
    secondo  l'accordo,  occuparono  Enoe  e Isie,  demi posti sul confine
    dell'Attica mentre,  dall'altra parte,  i Calcidesi,  assalendo  varie
    localit dell'Attica, vi portavano la devastazione.
    Gli Ateniesi,  sebbene si trovassero tra due fuochi, rimandarono a pi
    tardi di preoccuparsi di Beoti e Calcidesi,  e rivolsero,  invece,  le
    armi contro i Peloponnesiaci che erano ad Eleusi.

     75.  Mentre i due fronti stavano per ingaggiare battaglia, i Corinzi
    per primi,  avendo riflettuto che non era giusto quello che  facevano,
    cambiarono  pensiero e si allontanarono.  Poi fu la volta di Demarato,
    figlio di Aristone: era  anch'egli  re  di  Sparta  e  aveva  condotto
    l'esercito  dalla  sua  citt,  d'accordo con Cleomene,  con il quale,
    prima di allora, non aveva mai avuto alcun attrito.
    Dopo questa divergenza di opinioni fu stabilita in  Sparta  una  legge
    che impediva ai re di seguire ambedue l'esercito quando usciva per una
    spedizione; mentre fino allora l'accompagnavano tutti e due insieme.
    Cos,  essendo  uno  dei due re libero dalla guerra,  restava in citt
    anche uno dei due Tindaridi (69),  mentre  prima  ambedue,  anch'essi,
    erano invocati e seguivano i re al campo.

     76.  Allora,  dunque, sul campo di Eleusi gli altri alleati, vedendo
    che i re di Sparta erano in disaccordo tra loro e che  per  di  pi  i
    Corinzi  avevano  abbandonato  il loro posto,  anch'essi si ritirarono
    allontanandosi.
    Era questa la quarta volta che i Dori venivano nell'Attica: due  volte
    v'erano  entrati per farvi guerra e due per portare aiuto al popolo di
    Atene.
    La prima spedizione era stata quando avevano anche colonizzato  Megara
    (e la si potrebbe giustamente designare dal nome di Codro, che regnava
    in  Atene);  la  seconda e la terza quando,  mossisi da Sparta,  erano
    venuti per contribuire  alla  cacciata  dei  Pisistratidi;  la  quarta
    spedizione   proprio   allora,   quando   Cleomene   alla   testa  dei
    Peloponnesiaci aveva invaso il paese di Eleusi.
    E cos era allora la  quarta  volta  che  i  Dori  facevano  irruzione
    nell'Attica.

      77.  Scioltasi,  dunque,  ingloriosamente  questa  spedizione,  gli
    Ateniesi, che desideravano vendicarsi,  mossero prima in armi contro i
    Calcidesi,  ma  i  Beoti,  per  dar man forte ai Calcidesi,  accorsero
    sull'Euripo (70).  Gli Ateniesi allora  quando  videro  le  truppe  di
    soccorso,  decisero  di attaccare prima i Beoti dei Calcidesi: vennero
    quindi alle mani con loro,  rimasero di gran lunga superiori  e,  dopo
    averne uccisi un gran numero, ne presero vivi settecento (71).
    Nello  stesso  giorno,  gli  Ateniesi,  passati nell'Eubea,  vennero a
    contatto con i Calcidesi e, vinti anche questi, lasciarono quattromila
    "cleruchi" (72) sulle terre degli "ippoboti" (73): si chiamavano  cos
    i "ben pasciuti" fra i Calcidesi.
    I  prigionieri  che  essi  fecero  anche  fra  costoro li gettarono in
    carcere insieme con i Beoti  catturati,  dopo  averli  incatenati:  in
    seguito,  diedero  loro la libert accettando come prezzo di riscatto,
    due mine per ciascuno.
    Appesero le catene,  con le quali li avevano legati,  sull'acropoli ed
    esistevano  ancora ai miei tempi,  pendenti dalle mura ancora in parte
    bruciate nell'incendio provocato dai Medi (74),  di fronte al sacrario
    (75)  che  volto a occidente.  Offrirono poi alla dea la decima parte
    delle somme ricavate dal riscatto, avendo fatto costruire una quadriga
    in bronzo,  che si trova a mano sinistra  subito  appena  entrati  nei
    propilei (76) dell'acropoli, e porta un'iscrizione che dice cos:
    "Dopo  aver  domato  in  azioni  di  guerra  le  forze dei Beoti e dei
    Calcidesi, i figli degli Ateniesi ne spensero l'orgoglio col ferro nel
    buio del carcere: a Pallade, come decima del riscatto,  queste cavalle
    consacrarono".

     78. E cos Atene s'era fatta potente.
    Appare,  quindi,  manifesto,  non da quest'unico caso, ma in generale,
    qual tesoro prezioso sia l'uguaglianza di  diritti,  se  gli  Ateniesi
    che, sotto l'oppressione tirannica, non si distinguevano affatto nelle
    arti  di  guerra  da  nessuno  dei  loro vicini,  quando,  invece,  si
    liberarono dai tiranni divennero di gran lunga i pi potenti di tutti.
    E' dunque,  evidente  che  quando  erano  schiavi  deliberatamente  si
    lasciavano  vincere,  convinti  di  operare per il tiranno;  una volta
    liberi, invece,  ciascuno si dava da fare con grande zelo in vista del
    suo proprio interesse.

      79.  Tale la situazione di Atene.  Ma i Tebani,  dopo questi fatti,
    mandarono a interrogare  il  dio,  perch  volevano  vendicarsi  degli
    Ateniesi.
    La Pizia rispose che,  da soli,  essi non potevano trarre vendetta. Li
    consigliava,  invece,  di riferire la cosa all'assemblea "risonante di
    molte voci" e chiedere aiuto ai "popoli pi vicini".
    Ritornati coloro che erano andati a consultare l'oracolo,  convocarono
    l'assemblea e riferirono il responso  ricevuto.  Ma  quando  i  Tebani
    vennero  a  sapere  dalla  loro  bocca  che dovevano chiedere aiuto ai
    popoli pi vicini,  dopo averli ascoltati,  si dissero: Ma i popoli a
    noi  pi  vicini  non  sono  forse quelli di Tanagra,  di Coronea e di
    Tespie?  Orbene,  essi,  sempre e  volentieri  combattendo  al  nostro
    fianco, sopportano con noi il peso della guerra.
    Che bisogno c'e di pregare costoro?  Vediamo,  piuttosto, che non sia
    ben altro il senso dell'oracolo.

     80. Mentre si scambiavano tali considerazioni,  un tale,  a un certo
    momento,  al  corrente  della cosa,  prese a dire: Io credo di capire
    quello che intende dirci l'oracolo.
    Tebe ed Egina si dice che fossero figlie di Asopo:  essendo,  dunque,
    esse tra loro sorelle,  io penso che l'oracolo ci abbia consigliato di
    pregare gli Egineti (77) ad aiutarci nella vendetta.
    Ora,   siccome  pareva   che   nessun'altra   proposta   migliore   si
    manifestasse,  subito  mandarono  a  pregare  gli  Egineti,  adducendo
    l'autorit dell'oracolo,  di portar loro aiuto,  poich erano  essi  i
    "pi  vicini"  e quelli,  davanti alla loro richiesta,  accettarono di
    mandare in aiuto a Tebe gli Eacidi (78).

     81. I Tebani, per, dopo aver tentato la fortuna delle armi, fidando
    nella protezione degli Eacidi,  e aver ricevuto una grave sconfitta da
    parte  degli  Ateniesi,  rimandarono indietro le statue degli Eacidi e
    chiesero pressantemente aiuti di soldati.
    Gli Egineti,  allora,  superbi della loro grande prosperit  e  memori
    dell'antica  ruggine che avevano contro Atene,  cedendo alle preghiere
    di  Tebe,  mossero  guerra  agli  Ateniesi,  senza  averla  dichiarata
    apertamente a mezzo di araldi.
    Infatti,   mentre  gli  Ateniesi  premevano  contro  i  Beoti,   essi,
    accostatisi all'Attica con navi da guerra, fecero man bassa sul Falero
    e su molte localit della costa,  e in tal modo provocarono  ad  Atene
    ingenti danni.

      82.  L'inimicizia  d'antica  data  che  gli  Egineti  nutrivano nei
    riguardi di Atene ebbe questa origine.
    A Epidauro il suolo non produceva pi alcun frutto e intorno a  questo
    flagello  gli  Epidauri  interrogarono  l'oracolo  in Delfi.  La Pizia
    consigli loro di erigere delle statue a  Damia  e  ad  Auxesia  (79):
    quando le avessero erette,  le cose sarebbero andate meglio.  Chiesero
    allora se le statue dovessero farle di bronzo o di marmo,  ma n l'uno
    n l'altro permise la Pizia: dovevano essere di ulivo domestico.
    Gli Epidauri,  quindi, pregarono gli Ateniesi che concedessero loro di
    tagliare dei tronchi d'ulivo,  poich pensavano che quelli dell'Attica
    fossero  i pi sacri.  Tra l'altro,  si dice pure che in quel tempo in
    nessun luogo della terra c'erano ulivi, tranne che ad Atene.
    Gli Ateniesi promisero loro tale permesso a patto che, ogni anno, essi
    portassero vittime ad Atena,  protettrice della citt,  e  ad  Eretteo
    (80).
    Gli  Epidauri,  accettati i patti,  ottennero quello che chiedevano e,
    fatte fare delle statue con quegli ulivi,  le innalzarono:  la  terra,
    presso  di  loro,  ridivenne  feconda,  mentre essi mantenevano quanto
    avevano pattuito con gli Ateniesi.

     83.  In quel tempo  ancora,  come  pure  prima,  gli  Egineti  erano
    soggetti  a  Epidauro,  dove,  tra l'altro,  si dovevano recare quando
    avevano da sostenere una causa di difesa o di accusa, ma,  in seguito,
    costruitesi  delle  navi  da  guerra  e  dando prova di arroganza,  si
    staccarono da Epidauro.
    Divenuti, ormai, nemici, facevano razzie contro di loro, tanto pi che
    erano padroni del mare: tra l'altro,  sottrassero loro le  statue,  di
    cui  s'  parlato,  di  Damia  e di Auxesia,  le portarono con s e le
    collocarono nel bel mezzo del loro paese,  in un luogo chiamato Ea che
    dista al massimo dalla citt circa 20 stadi.
    Sistematele, dunque, in questa localit istituirono, per placarle, dei
    sacrifici  e  dei  cori  femminili  licenziosi  e mordaci,  mentre per
    ciascuna delle due dee erano assegnati dieci uomini  che  facevano  da
    "coreghi" (81).
    Tali  cori  non  si  sfogavano con invettive contro gli uomini ma solo
    contro le donne del paese.  Anche presso gli Epidauri  si  celebravano
    queste  stesse  cerimonie  e  presso  di  loro  ci sono anche dei riti
    segreti.

     84. Poich erano state loro portate via queste statue,  gli Epidauri
    non  corrispondevano  pi  agli  Ateniesi  quanto era stato convenuto,
    tanto che questi ultimi mandarono a esprimere il loro risentimento. Ma
    gli Epidauri dimostrarono a fil di logica che non  erano  dalla  parte
    del torto: finch avevano avuto le statue sul loro suolo, essi avevano
    mantenuto  l'accordo,  ma dal momento che ne erano stati privati,  non
    era  giusto  che  continuassero  a  contribuire.   Li   consigliavano,
    piuttosto,  di  esigere  tali  offerte dagli Egineti,  che possedevano
    anche le statue.
    In seguito a ci, gli Ateniesi, mandati dei messi a Egina, chiesero la
    restituzione delle statue,  ma gli  Egineti  risposero  che  essi  non
    avevano nulla a che fare con loro.

      85.  Si  racconta  in Atene che,  dopo l'inutile richiesta,  furono
    mandati con una sola trireme alcuni cittadini  i  quali,  inviati  per
    conto dello Stato, non appena giunsero ad Egina tentarono di strappare
    dai  basamenti queste statue,  dato che erano fatte con legno del loro
    paese, per portarle via con s.
    Siccome,  per,  non  riuscivano  a  impadronirsene  in  questo  modo,
    gettarono  intorno  alle statue delle funi e tirarono;  ma mentre essi
    tiravano, scoppi un tuono e, insieme col tuono, si avvert una scossa
    di terremoto.
    Quelli della trireme che erano aggrappati alle  funi  ne  uscirono  di
    senno e, in seguito a questa disgrazia, si uccisero l'un l'altro, come
    nemici, finch, di tutti quelli, uno solo rimase in vita e questo solo
    pot ritornare a Falero (82).

     86.  Cos raccontano il fatto ad Atene. Ma gli Egineti affermano che
    non con una sola trireme se ne  vennero  gli  Ateniesi  (fosse  stata,
    infatti,  una  sola,  o  anche  poco  pi  di  una,  avrebbero  potuto
    facilmente respingere l'attacco,  anche se non  avessero  avuto  delle
    navi),  ma con molte triremi erano venuti ad assalire il loro paese ed
    essi avevano ceduto il campo, senza impegnarsi in scontri navali.
    Non sanno dire, per,  con precisione se hanno ceduto per il fatto che
    si  riconoscevano inferiori in seguito a un combattimento sul mare,  o
    non piuttosto perch intendevano dare esecuzione a quel piano che  poi
    in realt mandarono a effetto.
    Gli  Ateniesi,  dunque,  visto  che  nessuno  si  disponeva a dar loro
    battaglia,  sbarcati dalle navi,  si  volsero  direttamente  verso  le
    statue,  ma,  non  riuscendo a strapparle dai loro basamenti,  gettate
    intorno a esse delle funi,  si misero a tirare,  fino a che,  sotto la
    forza della trazione, ambedue le statue fecero la stessa cosa (per me,
    quello  che  raccontano  non    certo  credibile;  per qualche altro,
    forse...), cio caddero in ginocchio davanti ad essi e da quel momento
    continuano a mantenere la stessa posizione.
    Questo,  dicono  gli  Egineti,  fecero  gli  Ateniesi;  essi,  invece,
    informati che gli Ateniesi stavano per muovere in armi contro di loro,
    avrebbero pregato gli Argivi di tenersi pronti sicch gli Ateniesi non
    avevano ancora fatto in tempo a sbarcare in Egina,  che gi gli Argivi
    erano sul posto per prestare man forte.  E passati,  di  nascosto,  da
    Epidauro nell'isola,  piombarono all'improvviso sopra gli Ateniesi che
    non se ne erano accorti,  tagliando loro il ritorno dalla parte  delle
    navi:  proprio mentre si svolgeva questa azione,  sarebbe scoppiato il
    tuono e sarebbe tremata la terra sotto di loro.

     87.  Raccontano,  a ogni modo,  Argivi ed Egineti (e  lo  confermano
    anche gli Ateniesi) che uno solo di essi pot giungere sano e salvo in
    Attica.  Sennonch  gli Argivi affermano che furono essi a distruggere
    l'esercito ateniese,  da cui  si  salv  quell'unico  superstite.  Gli
    Ateniesi, invece, pretendono che sia stata la divinit.
    In verit,  dicono,  neppure quest'unico scampato riusc sopravvivere,
    ma lasci la vita nel modo seguente.
    Ritornato ad Atene, egli port la dolorosa notizia.  Quando la vennero
    a  sapere  le  mogli di quelli che avevano partecipato alla spedizione
    contro Egina,  sdegnate che egli solo,  fra tanti,  si fosse  salvato,
    presero in mezzo a loro l'infelice e, trafiggendolo con i fermagli dei
    loro vestiti,  chiedevano ognuna dove fosse il proprio marito.  In tal
    modo egli fu linciato e agli Ateniesi l'insano gesto delle donne parve
    pi grave ancora della disfatta subta.
    Non sapendo, per, quale altro castigo infliggere ad esse, vollero che
    cambiassero la loro foggia di vestire,  adottando la moda ionica (83):
    fino allora le donne di Atene avevano portato vestiti alla maniera dei
    Dori,  molto  simile  a quella di Corinto;  allora li cambiarono nella
    tunica di lino,  perch  non  potessero  pi  aver  tra  le  mani  dei
    fermagli.

     88. A voler dire il vero, questo modo di vestire, all'origine, non 
    ionico,  ma cario; poich l'antico abbigliamento femminile, in Grecia,
    era per tutte uguale, quello che ora chiamiamo dorico.
    E' pure in seguito a questi fatti che  Argivi  e  Egineti  presero  le
    seguenti  disposizioni:  norma  generale  nei  loro  due  paesi che si
    facessero i fermagli una volta e mezzo la misura allora in uso  e  che
    le donne soprattutto di fermagli facessero offerte al tempio delle dee
    di  cui s' parlato.  Al tempio non dovevano portare nulla che venisse
    dall'Attica,  n vasi di terra,  n alcun altro oggetto;  e  per  bere
    d'ora  innanzi dovevano adoperare in quel luogo dei piccoli recipienti
    fatti nel paese.
    Ecco perch,  da quel momento ancora fino  ai  tempi  miei,  le  donne
    d'Argo e di Egina,  in odio agli Ateniesi,  portavano delle spille pi
    grandi che per l'innanzi.

     89.  Cos,  come s' detto,  ebbe origine l'inimicizia da  parte  di
    Egina contro Atene.
    Allora,  dunque,  che  i  Tebani chiedevano aiuto,  ben volentieri gli
    Egineti,  che non dimenticavano ci che era avvenuto  per  le  statue,
    diedero  il  loro  appoggio  ai  Beoti,   e  devastavano  le  localit
    dell'Attica poste lungo la  costa.  E  gli  Ateniesi  erano  decisi  a
    marciare  contro  di  loro,  quando  venne  da Delfi un oracolo che li
    consigliava di lasciar  passare  trent'anni  dal  giorno  in  cui  gli
    Egineti  avevano  iniziato le loro offese: al trentunesimo anno,  dopo
    aver consacrato un tempio ad Eaco, avrebbero dichiarato guerra a Egina
    e tutto sarebbe andato secondo i loro desideri.  Se,  invece,  fossero
    passati   subito   all'attacco,   molti   malanni  avrebbero  sofferto
    nell'intervallo; molti danni avrebbero anche procurato. Tuttavia, alla
    fine, i nemici sarebbero stati assoggettati (84).
    Quando udirono questo consiglio loro riportato,  gli Ateniesi eressero
    in onore di Eaco il tempio,  che ancora oggi esiste nel foro (85),  ma
    non sopportarono di udire che dovevano  astenersi  per  trent'anni  da
    atti  di  guerra,  essi  che  avevano  subto  dagli  Egineti  indegni
    oltraggi.

     90. E mentre si preparavano alla vendetta,  un avvenimento suscitato
    da Sparta venne a impedire i loro piani.
    Infatti   gli  Spartani,   quando  vennero  a  sapere  degli  intrighi
    intercorsi fra gli Alcmeonidi e la Pizia e quello che la  Pizia  aveva
    combinato a loro danno e contro i Pisistratidi, ne furono sdegnati per
    due  motivi:  in  primo  luogo perch avevano scacciato dal loro paese
    uomini con cui avevano vincoli di ospitalit; in secondo luogo perch,
    dopo aver fatto tale  azione,  non  avevano  ricevuto  dagli  Ateniesi
    alcuna testimonianza di gratitudine.  Oltre tutto, li incitavano anche
    dei vaticini (86),  che li avvertivano come molti e  indegni  affronti
    essi avrebbero ricevuto dagli Ateniesi;  vaticini,  di cui prima erano
    all'oscuro, ma che proprio allora erano venuti a conoscere,  perch li
    aveva portati Cleomene.
    Questi,  infatti,  si  era  impossessato  sull'acropoli di Atene degli
    oracoli,  che prima possedevano i Pisistratidi e  che,  dopo  la  loro
    cacciata,  essi avevano lasciati nel tempio. Egli li aveva ricuperati,
    abbandonati com'erano.

     91.  Allora,  dunque,  gli Spartani,  avuti in mano  quei  vaticini,
    poich  vedevano  che  gli  Ateniesi crescevano in potenza e non erano
    assolutamente disposti a ubbidire ai loro  comandi,  persuasi  che  il
    popolo  di  Atene,  se lasciato libero,  avrebbe potuto essere pari al
    loro in forza, ma, sotto gli artigli del tiranno, sarebbe stato debole
    e pronto alla sottomissione,  fatti tutti i vari calcoli,  mandarono a
    chiamare Ippia,  figlio di Pisistrato,  dal Sigeo sull'Ellesponto dove
    egli e i suoi parenti si erano rifugiati.
    Quando Ippia, in seguito al loro invito, fu giunto,  convocati anche i
    rappresentanti  degli altri alleati,  gli Spartani tennero loro questo
    discorso: O alleati,  siamo consapevoli pienamente di non aver  agito
    secondo  giustizia.   Infatti,  esaltati  da  falsi  oracoli,  abbiamo
    scacciato dalla  loro  patria  uomini  che  avevano  con  noi  vincoli
    strettissimi  di  ospitalit  e  che  garantivano  di conservare Atene
    soggetta al nostro volere.  Inoltre,  dopo aver commesso  quest'azione
    indegna,  abbiamo dato la citt in mano a un popolo ingrato, il quale,
    per nostro merito liberato, appena pot sollevare il capo ha scacciato
    noi e il nostro re in  modo  vergognoso;  e,  pieno  di  orgoglio,  va
    crescendo,  come hanno potuto provarlo, anche troppo, i loro vicini di
    Beozia e di Calcide,  e ben presto anche qualche altro lo  imparer  a
    sue spese, solo che non faccia bene i suoi calcoli.
    Poich,  dunque,  agendo a quel modo, abbiamo commesso un errore, ora
    cercheremo, con il vostro aiuto, di rimediarvi. Questa, infatti,   la
    ragione  per  cui  abbiamo fatto venire qui Ippia e invitato voi dalle
    vostre  citt,  affinch,  di  comune  accordo  e  con  forze  comuni,
    ricondottolo  ad  Atene,  possiamo ridargli quello che gi gli abbiamo
    tolto.

     92. Cos essi parlarono. Ma la maggioranza degli inviati non accolse
    di buon grado le loro ragioni;  ora,  mentre gli altri se  ne  stavano
    zitti, Socle di Corinto prese a dire:
    Primo.  Certo  che  il  cielo  sprofonder  sotto terra e la terra si
    lever in alto al di sopra del cielo;  gli uomini avranno la loro sede
    nel  mare  e  i  pesci  l  dove finora l'hanno avuta gli uomini,  dal
    momento che voi, o Spartani, vi accingete ad abbattere i regimi che si
    basano sull'uguaglianza di diritti,  per  ricondurre  nelle  citt  le
    tirannie,  delle  quali  non  esiste  nulla fra gli uomini che sia pi
    ingiusto e pi crudele.
    Poich,  se davvero,  a voi almeno,  sembra giusto che le citt siano
    sottoposte a un tiranno,  siate voi i primi a stabilirlo presso di voi
    e poi adoperatevi per costituirlo anche presso gli altri.
    Ma, invece, voi che non sapete nemmeno cosa sia un tiranno e state in
    guardia con cent'occhi perch non abbia a sorgere in  Sparta,  non  vi
    comportate  ugualmente  bene  verso  i  vostri  alleati:  se ne aveste
    l'esperienza  dolorosa  che  ne  abbiamo  noi,   avreste  da   portare
    sull'argomento opinioni pi sagge di quelle espresse ora.
    Secondo.  I Corinzi avevano una forma di governo costituita in questo
    modo: era  un'oligarchia,  i  cui  membri,  chiamati  Bacchiadi  (87),
    reggevano la citt;  davano in spose le proprie figlie e prendevano le
    proprie mogli fra di loro.
    Anfione, che era uno di tali uomini,  aveva una figlia zoppa,  che si
    chiamava Labda. Siccome nessuno dei Bacchiadi la voleva sposare, se la
    prese Eezione,  figlio di Echecrate,  che era del demo di Petra, ma di
    origine lapita, anzi discendente da Ceneo (88). Visto che n da questa
    moglie,  n da un'altra gli nascevano dei figli,  si rec  a  Delfi  a
    domandare se ne avrebbe potuto avere.
    Appena  fu  entrato,  subito  la  Pizia  lo salut con queste parole:
    "Eezione,  nessuno ti onora pur essendo di onore tanto degno;  Labda 
    incinta  e partorir un macigno,  che si abbatter su coloro che hanno
    il potere e castigher Corinto".
    Questo responso, reso ad Eezione, venne riferito, non si sa come,  ai
    Bacchiadi,  i  quali  non erano riusciti ancora a comprendere il senso
    d'un altro oracolo venuto precedentemente riguardo a Corinto,  che  si
    riferiva  allo  stesso  argomento  di quello di Eezione e diceva cos:
    "Tra le rocce c' un'aquila gravida, che partorir un leone possente e
    feroce; a molti esso spezzer le ginocchia.  Considerate ci con animo
    attento,  o Corinzi, che abitate intorno alla bella Pirene (89) e alla
    rocciosa Corinto".
    Terzo.  Questo vaticinio,  reso  precedentemente  ai  Bacchiadi,  era
    oscuro.  Ma  allorquando  vennero  a  sapere quello di Eezione,  tosto
    compresero anche  il  primo,  che  aveva  analogia  con  l'oracolo  di
    Eezione.  Ma,  pur  avendo  interpretato  anche quello,  mantennero il
    segreto, volendo uccidere il figlio che sarebbe nato da Eezione.
    Quindi, non appena la donna ebbe partorito,  mandarono dieci dei loro
    satelliti nel paese dove abitava Eezione, con l'ordine di ucciderne il
    figlio.
    Giunti costoro a Petra e presentatisi alla casa di Eezione,  chiesero
    di vedere il bambino. Labda, che nulla sapeva del motivo per cui erano
    venuti e credeva che chiedessero di vederlo per l'amicizia che avevano
    col padre, portatolo fuori, lo pose in braccio a uno di essi.
    C' da dire che,  durante il viaggio,  essi avevano stabilito che  il
    primo  di  loro  che  avesse  avuto  tra  mano  il bambino,  l'avrebbe
    scaraventato contro il suolo.
    Orbene, quando Labda l'ebbe portato fuori e dato loro in braccio,  il
    bambino,  per l'intervento d'un dio,  sorrise a quell'uomo che l'aveva
    ricevuto e quello,  notando il sorriso,  fu trattenuto da un senso  di
    piet  e  non  l'uccise,  ma,  preso da compassione,  lo consegn a un
    secondo e questo a un terzo: cos il  bimbo  pass  palleggiato  dalle
    mani  di  tutti  i  dieci,  senza  che alcuno si sentisse di dargli la
    morte.
    Restituitolo, quindi,  a colei che l'aveva generato,  se ne uscirono.
    Ma  poi,  appena fuori dalla porta,  cominciarono a rimproverarsi l'un
    l'altro, specialmente ad accusare il primo che aveva avuto il bimbo in
    mano, perch non aveva fatto quanto era stato stabilito. Infine,  dopo
    un certo tempo,  si accordarono di entrare di nuovo in casa,  e di dar
    mano, tutti insieme, all'uccisione.
    Quarto.   Ma  era  proprio  destino  che  dalla  stirpe  di   Eezione
    germogliassero  malanni  per Corinto.  Labda,  infatti,  ritta proprio
    vicino alla porta,  ascoltava tutto quello che  dicevano  e  presa  da
    paura  che,  mutato  parere,  le prendessero il bambino per la seconda
    volta e l'uccidessero,  lo port via e lo nascose nel luogo che a  lei
    pareva il pi impensabile,  in una cassa,  ben sapendo che, se fossero
    ritornati per darsi alla ricerca del bambino, avrebbero messo sossopra
    ogni cosa. Come, del resto, avvenne.
    Entrarono infatti:  ma  siccome.  nonostante  le  loro  ricerche,  il
    bambino  non  compariva,  decisero  di  andarsene definitivamente e di
    dire, a quelli che li avevano mandati,  che avevano eseguito tutti gli
    ordini ricevuti.
    Essi, quindi, ritiratisi di l, riferirono quanto s' detto.
    Quinto.  Dopo questi fatti,  il figlio di Eezione crebbe e poich era
    sfuggito al pericolo di cui sopra,  gli fu dato il  nome  di  Cipselo,
    tratto appunto dalla cassa (90).
    Fatto  ormai  uomo,  interrogando l'oracolo ebbe in Delfi un responso
    favorevole in pieno: in esso confidando, assal Corinto e la prese.
    Il responso  era  questo:  "Felice  quest'uomo  che  nella  mia  casa
    discende,  Cipselo,  figlio  di  Eezione,  re  della gloriosa Corinto;
    felice lui e i suoi figli; non pi, per, i figli dei figli.
    Questo diceva l'oracolo. E Cipselo, divenuto tiranno,  si comport in
    tale  maniera:  mand  molti  Corinzi  in  esilio,  molti  priv delle
    ricchezze e molti, molti di pi priv della vita.
    Sesto.  Dopo aver regnato per trent'anni  (91)  e  vissuto  una  vita
    intessuta  di  giorni  felici,   gli  successe  nel  regno  il  figlio
    Periandro.
    Questi,  in principio,  si dimostrava pi mite del padre;  ma quando,
    per mezzo di ambasciatori,  venne a contatto con Trasibulo, tiranno di
    Mileto, egli divenne pi sanguinario ancora di Cipselo.
    Infatti, inviato a Trasibulo un araldo, gli fece chiedere quale fosse
    il sistema di governo pi sicuro da instaurare,  per reggere la  citt
    nel modo migliore.
    Trasibulo,  quando  il messo di Periandro giunse da lui,  lo condusse
    fuori della citt,  entr in un campo  coltivato,  e,  mentre  passava
    attraverso  i  solchi  di grano,  non faceva che chiedere e richiedere
    all'araldo il motivo della sua venuta da  Corinto.  Intanto,  recideva
    tutte  le  spighe  che  vedeva sorpassare le altre e,  tagliatele,  le
    gettava a terra; fino a che, in tal modo,  non ebbe distrutto la parte
    pi bella e rigogliosa del podere di grano.
    Dopo aver percorso cos il campo,  conged l'araldo, senza aggiungere
    una parola.
    Quando il messo ritorn a Corinto,  Periandro era  tutto  ansioso  di
    conoscere  il consiglio atteso.  Ma quello disse che Trasibulo non gli
    aveva dato consigli, anzi, si meravigliava che l'avesse mandato presso
    un tipo simile,  come a dire un pazzo e distruttore  dei  suoi  stessi
    beni.  Cos  dicendo,  gli  spiegava  quello  che  aveva  visto fare a
    Trasibulo.
    Settimo.  Periandro,  per,  avendo compreso il significato  di  quei
    gesti,  si  convinse  che Trasibulo gli consigliava di uccidere quelli
    fra i cittadini che pi fossero in vista. Da allora non ci fu perfidia
    che egli non sfogasse contro i cittadini:  tutti  quelli  che  Cipselo
    aveva  risparmiati  dalla  morte o dall'esilio,  li fin completamente
    Periandro.
    In un sol giorno priv dei loro vestiti tutte le donne di Corinto,  a
    causa di sua moglie Melissa (92).
    Egli, infatti, aveva mandato degli incaricati presso i Tesprozi (93),
    sulle rive del fiume Acheronte, a consultare l'oracolo dei morti su un
    certo deposito che aveva fatto un suo ospite;  ma Melissa, apparsa, si
    rifiut di dargli informazioni e disse che  non  avrebbe  indicato  in
    qual luogo si trovava quel deposito,  perch aveva freddo ed era nuda:
    nessun vantaggio, infatti,  le veniva dalle vesti che egli aveva fatto
    seppellire con lei, dato che non erano state bruciate sul rogo stesso.
    E  che  quanto  diceva  fosse vero,  poteva averne una prova evidente
    Periandro, che aveva posto i suoi pani entro un forno freddo.
    Quando queste parole furono riferite a Periandro (per  lui,  infatti,
    la  prova  risultava degna di fede,  in quanto si era unito a Melissa,
    quando era gi morta) subito, appena ricevuto il messaggio, ordin per
    mezzo di araldi che tutte le  donne  di  Corinto  si  radunassero  nel
    tempio di Era.
    Quelle,  naturalmente,  vi  andarono  come  a  una festa,  con i loro
    vestiti pi belli,  ma Periandro,  che aveva appostato le sue guardie,
    le  fece  spogliare tutte,  senza distinzione,  tanto le donne libere,
    quanto le loro ancelle; quindi,  fatti portare i vestiti in mucchio in
    una fossa, vi diede fuoco, mentre invocava i Mani di Melissa.
    Ci  fatto,  mand  a  consultare l'oracolo per la seconda volta e lo
    spettro di Melissa rivel il luogo dove aveva  collocato  il  deposito
    dell'ospite.
    Ottavo.  Tale peste, sappiatelo bene, o Spartani,  la tirannide e di
    tali azioni colpevole.
    Gi allora, subito, noi Corinzi fummo presi da grande stupore, quando
    vedemmo che voi facevate venire qui Ippia,  ma ora,  certo,  ancora di
    pi siamo sbigottiti a sentirvi fare questi discorsi.
    Vi  scongiuriamo,  chiamando  a  testimonianza gli di protettori dei
    Greci:  non  vogliate  insediare  tiranni  nelle  libere  citt.   Non
    desisterete,  dunque,  dalla vostra azione,  e cercherete,  invece, di
    ricondurre Ippia, facendo oltraggio alla giustizia?  Sappiate,  a ogni
    modo, che i Corinzi almeno non approvano quello che fate.

      93.  Cos  parl  Socle,  rappresentante di Corinto.  A lui rispose
    Ippia, invocando gli stessi di a cui quello aveva fatto appello, che,
    senza dubbio,  i Corinzi,  pi di tutti gli  altri  uomini,  avrebbero
    sospirato  i  Pisistratidi,  quando  fossero  giunti per loro i giorni
    fissati dal destino di essere tormentati dagli Ateniesi.
    Ippia diede questa risposta,  poich conosceva pi esattamente di ogni
    altro  le  predizioni  degli  oracoli;  ma  gli  altri  deputati degli
    alleati,  che fino allora se n'erano stati in silenzio,  quando ebbero
    udito le franche parole di Socle, tutti, facendo sentire la loro voce,
    si  schierarono  con  il  Corinzio  e scongiurarono gli Spartani a non
    voler introdurre cambiamenti di sorta in nessuna citt della Grecia.
    Cos questa iniziativa fu abbandonata.

     94.  A Ippia,  che si partiva di l,  Aminta  di  Macedonia  offriva
    Antemunte  (94)  e i Tessali Iolco (95),  ma egli non accett n l'una
    citt n  l'altra  e  si  ritir  di  nuovo  al  Sigeo,  localit  che
    Pisistrato  aveva  sottratto  con  le armi a Mitilene,  e,  divenutone
    padrone,  vi aveva stabilito come tiranno il  suo  figlio  illegittimo
    (96) Egesistrato,  natogli da una donna di Argo,  il quale con le armi
    in pugno dovette difendere ci che aveva ricevuto da Pisistrato.
    Infatti,  c'era stata guerra per lungo tempo  fra  i  Mitilenesi,  che
    movevano  dalla  citt  di  Achilleo  e gli Ateniesi che operavano nel
    Sigeo stesso: i primi reclamando come  loro  questo  paese  (97),  gli
    Ateniesi  non riconoscendo per buona tale ragione e dimostrando a filo
    di logica che sul paese di Ilio non avevano gli Eoli  maggior  diritto
    di  loro e degli altri Greci,  che avevano aiutato Menelao a vendicare
    il ratto di Elena.

     95. Durante queste guerre, si ebbero negli scontri incidenti molti e
    di vario genere;  tra l'altro,  il poeta Alceo (98),  nel folto  d'una
    mischia in cui gli Ateniesi avevano la meglio, si mise in salvo con la
    fuga,  ma le sue armi rimasero in mano agli Ateniesi,  che le appesero
    alle pareti del tempio di Atena a Sigeo.
    Su questa vicenda Alceo compose un carme lirico,  che fece  portare  a
    Mitilene,  in  cui  informa Melanippo,  uno dei suoi amici,  della sua
    disavventura.
    Mitilenesi e Ateniesi furono poi messi d'accordo  (99)  da  Periandro,
    figlio di Cipselo al quale s'erano rivolti, perch facesse da arbitro.
    Egli li mise d'accordo cos: ognuna delle due parti avrebbe conservato
    il paese che gi aveva occupato.
    In tal modo Sigeo era passato (100) sotto il dominio di Atene.

     96.  Ippia non appena,  allontanatosi da Sparta, pose piede in Asia,
    usava ogni mezzo per mettere in cattiva luce gli Ateniesi  agli  occhi
    di Artafrene,  facendo di tutto perch Atene ritornasse soggetta a lui
    e fosse sotto il potere di Dario.
    Mentre egli si dava cos da fare,  gli Ateniesi,  che ne  erano  stati
    informati,  mandarono a Sardi una delegazione, perch non volevano che
    i Persiani si  lasciassero  convincere  da  coloro  che  essi  avevano
    scacciato. Ma Artafrene impose loro, se volevano assicurare la propria
    salvezza, di accogliere di nuovo Ippia.
    Gli  Ateniesi rifiutarono di accettare le condizioni a loro riportate.
    Quindi,  non accettandole,  avevano ormai deciso di  venire  a  guerra
    aperta con i Persiani.

      97.  Mentre  erano  essi  in questo stato d'animo e si trovavano in
    cattiva luce presso i Persiani,  proprio allora  (101)  Aristagora  di
    Mileto,  che lo spartano Cleomene aveva allontanato da Sparta,  arriv
    ad Atene: era questa, infatti,  la citt di gran lunga,  fra le altre,
    la pi potente.
    Presentatosi,  dunque,  all'assemblea  popolare,  Aristagora ripet le
    stesse cose che aveva detto a Sparta sulle ricchezze  d'Asia  e  sulla
    guerra contro i Persiani, come, cio, non facessero uso n di scudo n
    di lancia e fosse, quindi, facile vincerli.
    Ci egli disse e,  al resto, aggiunse anche queste considerazioni: che
    i Milesi erano coloni degli Ateniesi ed era naturale che  essi,  tanto
    potenti,  li proteggessero e nessuna promessa egli risparmi,  stretto
    com'era dal bisogno, fino a che non gli riusc di persuaderli.
    A quanto pare, dunque,  pi agevole trarre in inganno una moltitudine
    che un uomo soltanto,  visto che egli non fu capace  di  ingannare  lo
    spartano Cleomene, che pur era solo, e pot farlo, invece, con 30 mila
    Ateniesi.
    Ad   ogni   modo,   i  cittadini  di  Atene,   lasciatisi  convincere,
    deliberarono di inviare in aiuto degli Ioni venti navi e a  comandarle
    designarono Melanzio,  un cittadino che godeva buon nome sotto tutti i
    riguardi.
    Furono queste navi fonte di sventure per i Greci e per i Barbari.

     98. Aristagora,  intanto,  che s'era messo in mare prima degli altri
    ed  era  tornato  a Mileto,  concep un piano che agli Ioni non doveva
    arrecare alcun vantaggio (d'altra parte,  non era questo lo scopo  che
    si proponeva, ma solo di recare molestie al re Dario). Mand in Frigia
    un  suo  emissario presso i Peoni,  originari dal fiume Strimone,  che
    erano stati assoggettati da Megabazo e abitavano  una  localit  della
    Frigia e un villaggio per conto loro.  Costui,  quando fu tra i Peoni,
    parl a loro in questo modo: Uomini di Peonia,  mi manda  Aristagora,
    tiranno di Mileto,  a darvi un consiglio che vi assicurer la salvezza
    se pure vorrete ascoltarlo.
    Ora che  tutta  la  Ionia    insorta  contro  il  re,  vi  si  offre
    l'opportunit  di ritornare sani e salvi al vostro paese.  Sar affare
    vostro giungere fino al mare;  a partire di l,  poi,  provvederemo  a
    tutto noi.
    Udito questo messaggio, i Peoni l'accolsero con grande gioia, e, presi
    con  s figli e mogli,  se ne fuggirono verso il mare.  Eccetto alcuni
    che, pieni di paura, preferirono rimanere sul luogo.
    Giunti che furono al mare,  passarono  di  l  a  Chio.  Erano  appena
    nell'isola che gi era sulle loro tracce,  in forza, la cavalleria dei
    Persiani,  lanciati  all'inseguimento  dei  Peoni;  ma,   non  essendo
    riusciti  a  raggiungerli,  intimarono  ai  Peoni di abbandonare Chio.
    Questi,  per,  non accettarono l'invito e furono i  Chii  stessi  che
    dalla loro isola li condussero a Lesbo. I Lesbi poi li traghettarono a
    Dorisco (102); di l per via di terra se ne tornarono in Peonia.

     99. Aristagora, quando gli Ateniesi giunsero con le loro venti navi,
    conducendo  con s cinque triremi degli Eretriesi,  i quali si unirono
    alla spedizione non gi per un riguardo ad  Atene,  ma  per  far  cosa
    grata  ai Milesi stessi,  cui dovevano gratitudine (tempo prima [103],
    infatti,  Mileto aveva sostenuto insieme con Eretria la guerra  contro
    Calcide;  allorquando  i Calcidesi,  contro Eretria e Mileto,  avevano
    avuto l'aiuto di Samo); quando, dunque, costoro arrivarono e gli altri
    alleati erano sul posto,  Aristagora  diede  il  via  alla  spedizione
    contro  Sardi.  Egli,  per,  non  accompagnava le truppe e rimaneva a
    Mileto. Nomin,  invece,  a comandarle,  altri di Mileto: suo fratello
    Caropino e, fra gli altri cittadini, Ermofanto.

      100.  Giunti  a  Efeso  con  questo  corpo di spedizione,  gli Ioni
    lasciarono a Coresso (104), nel territorio di Efeso,  le navi,  mentre
    essi  con  forze  considerevoli risalirono verso l'interno,  facendosi
    guidare da quelli di Efeso.
    Quando, marciando lungo le rive del fiume Caistro, e quindi,  valicato
    il  monte Tmolo,  giunsero a Sardi,  la occuparono senza che alcuno si
    opponesse.   Si  impadronirono  di  tutta  la  citt,   ad   eccezione
    dell'acropoli, che era difesa da Artafrene in persona con una numerosa
    guarnigione di soldati.

     101.  Questo incidente,  per,  imped che essi,  dopo averla presa,
    mettessero a sacco la citt.
    Le case in Sardi erano,  nella maggior parte,  di canne e anche quelle
    che erano fatte di mattoni avevano di canne il tetto.
    Ora,  siccome  qualcuno  dei  soldati appicc il fuoco a una di queste
    capanne,  in un lampo,  il fuoco,  passando  da  una  casa  all'altra,
    avvamp per tutta la citt.
    Mentre  l'abitato  era  in  fiamme,  i  Lidi e tutti i Persiani che si
    trovavano in citt, avvolti com'erano da ogni parte, dato che il fuoco
    devastava tutto intorno l'estrema periferia  e  non  avevano  modo  di
    uscire  in  campagna,  s'affollarono  tutti nella piazza del mercato e
    sulle rive del fiume Pattolo, che, sgorgando dalle pendici del Tmolo e
    trasportando nelle sue acque delle pagliuzze d'oro, scorre proprio nel
    mezzo della piazza di Sardi e sbocca, quindi, nel fiume Ermo, il quale
    si getta in mare.
    Ammassati, dunque, sulle rive di questo Pattolo e nella piazza, i Lidi
    e i Persiani si videro costretti a difendersi.
    Sicch gli Ioni, al vedere che parte dei nemici si metteva in stato di
    difesa e altri con grandi forze si avvicinavano minacciosi, intimoriti
    si ritirarono verso il monte chiamato Tmolo e di  l,  sul  far  della
    notte, si allontanarono in direzione delle navi.

      102.  Fu  cos che Sardi venne incendiata e in essa anche il tempio
    della dea indigena Cibele (105) and in fiamme e serv  pi  tardi  di
    pretesto  ai Persiani per bruciare,  per rappresaglia,  i santuari dei
    Greci.
    Allora i Persiani che sono stanziati al di qua del fiume  Alis  (106),
    avuto notizia della cosa, si radunarono e corsero in aiuto dei Lidi. E
    siccome,  per varie circostanze,  non trovarono pi gli Ioni in Sardi,
    seguendone subito le tracce, li colsero in Efeso.
    Si schierarono  allora  gli  Ioni  di  fronte  a  loro,  e,  venuti  a
    battaglia, subirono una grave disfatta.
    I Persiani ne uccisero molti e,  tra gli altri uomini famosi, anche il
    comandante degli Eretriesi, Evalcide,  il quale aveva riportato corone
    in gara e da Simonide di Ceo ebbe molti elogi.
    Quelli  di essi che scamparono alla morte,  si dispersero per le varie
    citt.

     103. Tale, dunque, fu l'esito di quella battaglia.
    In seguito gli Ateniesi,  abbandonati completamente gli Ioni,  sebbene
    Aristagora  li  pregasse  per  mezzo  di  ambascerie,  rifiutarono  di
    prestare  il  loro  aiuto.  Ci  nondimeno  gli  Ioni,  anche  privati
    dell'alleanza  ateniese,  continuarono a preparare la guerra contro il
    re; tanto, ormai era compromessa la loro posizione di fronte a Dario.
    Quindi,  portatisi per mare all'Ellesponto,  sottomisero alla  propria
    autorit  Bisanzio  e  le  altre  citt tutte che si trovano in quella
    regione;  poi,  usciti con la flotta dall'Ellesponto,  si assicurarono
    l'alleanza di gran parte della Caria.  Infatti, anche Cauno, che prima
    non  voleva  saperne,  si  un  a  loro,  dopo  che  Sardi  era  stata
    incendiata.

     104. Gli abitanti di Cipro, tutti, a eccezione di quelli di Amatunte
    (107),  si  accostarono  agli  Ioni di loro spontanea volont,  poich
    anch'essi s'erano ribellati ai Medi; e fu cos.
    Onesilo era fratello minore del re di Salamina (108) Gorgo; era figlio
    di Chersi, nipote, quindi, di Siromo (109) e pronipote di Eveltonte.
    Orbene,  quest'uomo  spesso,  anche  prima,  aveva  incitato  Gorgo  a
    rivoltarsi contro il re: allora, poi, che aveva sentito come anche gli
    Ioni  si  fossero  ribellati,  lo spingeva con estrema insistenza.  Ma
    siccome non riusciva a convincerlo, avendo aspettato che Gorgo uscisse
    da Salamina, Onesilo, appoggiato dai suoi partigiani,  lo chiuse fuori
    dalle porte.
    Gorgo,  perduta la propria citt,  si rifugi presso i Medi e Onesilo,
    che era padrone di Salamina,  indusse tutti i Ciprioti a  scuotere  il
    giogo.  Riusc a convincerli tutti,  ma siccome quelli di Amatunte non
    volevano ascoltarlo, accampatosi l vicino, li cinse d'assedio.

     105. Ora, mentre Onesilo assediava Amatunte,  al re Dario fu portata
    la notizia che Sardi,  conquistata, era stata incendiata da Ateniesi e
    Ioni,  e che il capo che aveva radunato i  ribelli,  colui  che  aveva
    tessuto tutta la trama, era stato Aristagora di Mileto.
    Orbene,  quando  fu  informato di ci,  prima di tutto,  si dice,  non
    tenendo in alcun conto gli  Ioni,  poich  sapeva  che  non  sarebbero
    andati  impuniti  per  la loro ribellione,  chiese chi mai fossero gli
    Ateniesi. Poi, quando l'ebbe saputo, chiese il suo arco,  l'afferr e,
    incoccata  una  freccia,  la  scagli  su,  verso il cielo e mentre la
    vibrava nell'aria grid: O Zeus,  mi sia concesso di vendicarmi degli
    Ateniesi!.
    Ci detto,  diede ordine a uno dei suoi servi che, ogni qual volta gli
    veniva imbandito il pranzo,  gli ripetesse per  tre  volte:  Signore,
    ricordati degli Ateniesi!.

      106.  Impartite  queste  disposizioni,  Dario  fece venire alla sua
    presenza quello Istieo di Mileto che da lungo tempo, ormai, tratteneva
    con s,  e gli disse: Mi si informa,  o Istieo,  che il tuo  uomo  di
    fiducia,  al quale hai affidato la reggenza di Mileto, mi ha sollevato
    contro una rivoluzione.  In verit,  fatti venire ai miei danni  degli
    uomini  dall'altro continente,  e,  con essi,  subornati gli Ioni (che
    sconteranno a caro prezzo ci  che  hanno  fatto),  indotti  questi  a
    marciare a fianco di quelli, mi ha strappato Sardi.
    Ti pare forse che questo sia un bel modo di agire?  E come s' potuto
    fare una cosa simile senza i tuoi consigli?  Bada che  pi  tardi  non
    abbia, poi, ad accusare te stesso!.
    Istieo  gli  rispose: O re,  quale parola hai tu pronunciato?  Che io
    abbia potuto consigliare un'azione dalla quale dovesse a  te  derivare
    del  danno,  o grande o piccolo che sia?  Con quale speranza potrei io
    far questo?  Di che cosa io ho bisogno?  Godo di tutta la potenza  che
    hai  tu  e  mi  ritieni  degno  di esser messo a parte di tutti i tuoi
    disegni.
    Se veramente il mio reggente si comporta cos come tu dici, sappi che
    egli ha agito sotto la sua  piena  responsabilit;  ma  io  non  posso
    assolutamente  credere a questa storia: che,  cio,  i Milesi e il mio
    uomo di fiducia provochino dei torbidi contro i tuoi interessi.  Per,
    se  realmente  essi  agiscono  in  questo modo e quello che ti  stato
    riferito corrisponde a verit,  considera,  o re,  quale errore tu hai
    commesso,  quando mi hai strappato dal mare. Poich gli Ioni, a quanto
    pare,  approfittando che io ero lontano dai loro  occhi,  hanno  fatto
    quello  che  da tanto tempo desideravano fare;  ma se io fossi rimasto
    nella Ionia, nessuna citt si sarebbe mossa nemmeno per poco.
    Ordunque,  lascia che al  pi  presto  io  vada  tra  gli  Ioni,  per
    riportare  tutte  le cose di l allo stato di prima e consegnare nelle
    tue mani quel governatore di Mileto che ha tramato questa rivolta.
    Sistemate queste cose secondo i tuoi interessi, ti giuro, per gli di
    della casa reale,  che non deporr il chitone (110) con cui discender
    dalla  Ionia prima di aver reso tributaria a te la Sardegna,  che  la
    pi grande delle isole (111).

     107.  Istieo,  cos dicendo,  era in malafede.  Ma Dario  si  lasci
    persuadere e gli permise di andare,  con l'ordine di ritornare a Susa,
    non appena avesse portato a termine quello che prometteva.

     108. Frattanto,  mentre giungeva al re la notizia dei fatti di Sardi
    e  Dario,  dopo  il  gesto  dell'arco,  s'intratteneva a colloquio con
    Istieo e costui, autorizzato da Dario,  si metteva in cammino verso il
    mare, durante tutto questo tempo si ebbero i fatti seguenti.
    A  Onesilo  di  Salamina,  che assediava Amatunte,  fu riferito che si
    aspettava  a  Cipro  il  persiano  Artibio  con  un  potente  esercito
    persiano.
    Saputa  questa  notizia,   Onesilo  mand  araldi  tra  gli  Ioni,   a
    sollecitare  il  loro  aiuto:  ed  essi,   dopo  breve  consultazione,
    accorsero con una flotta numerosa.
    Erano gi a Cipro gli Ioni,  quando i Persiani,  che con le navi erano
    sbarcati nell'isola dalla Cilicia,  movevano,  per via di terra,  alla
    volta  di  Salamina,  mentre,  con  le  navi,  i  Fenici doppiavano il
    promontorio che  chiamato "Chiavi di Cipro" (112).

     109. Stando cos le cose, i signori di Cipro, convocati i comandanti
    degli Ioni, tennero loro questo discorso: Uomini della Ionia,  noi di
    Cipro lasciamo a voi la scelta: quali nemici volete voi affrontare,  i
    Persiani o i Fenici?  Infatti,  se volete schierarvi in campo aperto e
    misurarvi  con  i  Persiani,    il  momento per voi di sbarcare dalle
    vostre navi e prendere posizione sulla terraferma; per noi, invece, di
    salire sulle vostre imbarcazioni per affrontare i Fenici.
    Se, al contrario, preferite misurarvi con i Fenici,  ,  a ogni modo,
    necessario che,  qualunque delle due vie abbiate a prendere,  facciate
    tutto quanto sta in voi perch alla Ionia e a Cipro sia assicurata  la
    libert.
    A  queste  parole gli Ioni replicarono: Noi siamo stati mandati dalla
    comunit degli Ioni (113) a far buona guardia sul mare,  non  gi  per
    cedere  le  nostre  navi  ai  Ciprioti  e  affrontare i Persiani sulla
    terraferma.
    Noi, pertanto, nel ruolo che ci  stato assegnato faremo di tutto per
    renderci utili;  ma  pur necessario che voi,  ricordando  quello  che
    soffrivate sotto il giogo dei Medi, vi dimostriate uomini valorosi.
    Questa fu la risposta degli Ioni.

     110.  In seguito, poich i Persiani erano ormai giunti nella pianura
    di Salamina,  i principi dei Ciprioti schierarono il fiore scelto  dei
    soldati  di  Salamina e di Soli contro i Persiani e disposero il resto
    delle truppe di Cipro di fronte ai  contingenti  degli  altri  popoli:
    Onesilo, deliberatamente, prese posto in faccia ad Artibio, comandante
    dei Persiani.

     111. Artibio montava un cavallo che era stato ammaestrato a rizzarsi
    dritto contro l'avversario.
    Quando ne fu informato Onesilo, che aveva uno scudiero di razza caria,
    molto esperto nelle arti di guerra e,  per di pi,  pieno di coraggio,
    gli disse: Vengo a sapere che il cavallo  di  Artibio    abituato  a
    mettere a mal partito l'avversario su cui si avventa,  levandosi ritto
    e colpendo con gli zoccoli e con i denti. Tu, dunque,  pensaci e dimmi
    subito  quale  dei  due vuoi tener d'occhio e colpire: il cavallo o lo
    stesso Artibio.
    Lo scudiero a queste parole rispose: O re,  io  sono  pronto  a  fare
    ambedue queste cose,  o l'una o l'altra, e, a ogni modo, ci che tu mi
    comandi.  Tuttavia,  ti dir quello che,  secondo me,  pi si conviene
    alla tua posizione.
    Orbene, io dico che un re e un generale deve misurarsi con un re e un
    generale,  poich se tu abbatti un comandante,  un gran vanto per te;
    secondariamente, se  lui che ti uccide, ci non avvenga mai, anche il
    morire per mano di un uomo degno di riguardo  mezza sciagura.
    A noi,  invece,  che siamo servi,  conviene affrontare altri servi  e
    lottare  contro un cavallo.  E del cavallo non temere assolutamente le
    virt; poich io ti prometto che non si rizzer pi contro alcun altro
    uomo.

     112.  Cos disse e subito dopo gli eserciti si azzuffarono,  sia  in
    terra che sul mare.
    Sul  mare  gli  Ioni,  che in quel giorno combatterono splendidamente,
    superarono  i  Fenici;  e,  tra  gli  Ioni,   si  distinsero  in  modo
    particolare quelli di Samo.
    In terraferma,  quando i due eserciti cozzarono insieme, lottarono con
    grande impeto: ed ecco quanto accadde fra i due comandanti in capo.
    Quando Artibio,  in groppa  al  suo  cavallo,  mosse  contro  Onesilo,
    questi,   secondo   l'accordo   fatto  con  il  suo  scudiero,   colp
    l'avversario mentre gli si  lanciava  addosso;  e  quando  il  cavallo
    sollev  gli  zoccoli  contro lo scudo di Onesilo,  pronto,  il Cario,
    colpendolo con una falce, gli stronc i piedi. Cos Artibio,  generale
    dei Persiani, stramazz l sul posto insieme con il cavallo.

      113.  Mentre  anche  gli  altri  erano  impegnati  nella battaglia,
    Stesenore,  che era tiranno di Curio (114) e aveva con s una  schiera
    considerevole  di  soldati,  si  arrese  al nemico (si dice che questi
    cittadini di Curio siano coloni di Argo).
    Quando i Curi ebbero traditi gli alleati,  subito  anche  i  carri  da
    guerra  (115) di Salamina fecero altrettanto;  ed essendosi verificate
    queste defezioni, i Persiani risultarono superiori ai Ciprioti.
    Ormai,  voltosi in fuga l'esercito,  molti furono i  caduti;  fra  gli
    altri,  anche  Onesilo,  figlio  di  Chersi,  che  aveva  provocato la
    ribellione di Cipro;  e il re di  Soli  Aristocipro,  figlio  di  quel
    Filocipro  che l'ateniese Solone,  venuto a Cipro (116),  aveva lodato
    nei suoi versi sopra tutti gli altri tiranni.

     114.  I cittadini di Amatunte tagliarono la testa a Onesilo,  perch
    li aveva cinti d'assedio,  e, portatala in citt, la appesero sopra le
    porte.  Quando il capo,  cos esposto,  era gi  diventato  un  cranio
    vuoto, uno sciame di api, penetratovi, lo riemp di favi.
    Essendosi  verificato  un fatto simile,  la gente di Amatunte consult
    l'oracolo e fu loro risposto che dovevano togliere di l quel cranio e
    dargli sepoltura,  mentre a Onesilo dovevano far sacrifici  ogni  anno
    come  a  un  eroe:  cos  facendo,  si  sarebbero  trovati  meglio per
    l'avvenire.

     115. Cos essi fecero e lo facevano ancora ai tempi miei.
    Gli Ioni che, nelle acque di Cipro,  s'erano impegnati nella battaglia
    navale,  quando  vennero  a  sapere  che le posizioni di Onesilo erano
    crollate e tutte le citt di Cipro  erano  strette  d'assedio,  tranne
    Salamina  che  i  cittadini  avevano  riconsegnato  a  Gorgo,   il  re
    precedente, appena conosciuta la cosa,  se ne tornarono per mare nella
    Ionia.
    Fra  le  citt di Cipro quella che,  pi a lungo di tutte,  resistette
    all'assedio fu Soli,  che i Persiani solo al quinto mese riuscirono  a
    espugnare,  dopo  aver  scavato  di  sotto la cinta delle mura,  tutto
    intorno.

     116. Cos i Ciprioti,  che avevano goduto della libert per un anno,
    di bel nuovo tornarono a essere assoggettati.
    Frattanto Daurise,  genero di Dario,  insieme con Imea e Otane,  altri
    generali persiani (che avevano sposato,  pure essi,  delle  figlie  di
    Dario),  dopo  aver  inseguito  gli  Ioni che avevano partecipato alla
    spedizione contro Sardi e,  vintili in  battaglia,  averli  ricacciati
    nelle navi,  s'erano, in seguito, divisi tra loro le citt e le davano
    al saccheggio.

     117.  Daurise,  voltosi verso le  citt  dell'Ellesponto,  conquist
    Dardano,  prese Abido,  Percote,  Lampsaco e Peso (ad occupar le quali
    impieg un giorno per ciascuna);  ma mentre da Peso marciava contro la
    citt  di  Pario,  gli  giunse  notizia  che  i Cari,  fatto lo stesso
    pensiero degli Ioni, s'erano sollevati contro i Persiani.
    Lasciato allora l'Ellesponto,  mosse con l'esercito in direzione della
    Caria.

     118.  Qui, per, non si sa come, se ne ebbe notizia prima ancora che
    Daurise arrivasse, sicch i Cari, informati della cosa,  si radunarono
    nella localit chiamata "Colonne bianche" sulle rive del fiume Marsia,
    che, venendo dalla regione Idriade (117), sfocia nel Meandro.
    Quando  si furono radunati ivi,  molte opinioni furono presentate e la
    migliore,  almeno secondo il mio  parere,  era  quella  di  Pissodoro,
    figlio di Mausolo,  cittadino di Cindia, che aveva in moglie la figlia
    di Siennesi, re di Cilicia.
    La sua proposta era che i Cari dovessero attraversare  il  Meandro,  e
    cos attaccar battaglia,  avendo il fiume alle spalle, affinch, senza
    possibilit di fuggire indietro,  costretti a rimanere sul  posto,  si
    dimostrassero superiori alla loro stessa natura.
    Questo  piano  non  riusc  a prevalere.  Si prefer,  invece,  che il
    Meandro fosse alle spalle  dei  Persiani,  piuttosto  che  alle  loro;
    evidentemente  perch,  se  i  Persiani  fossero  stati  battuti nello
    scontro e si fossero dati alla fuga,  non avessero modo di ritirarsi e
    cadessero nel fiume.

     119.  Subito dopo,  poich ormai i Persiani erano in vista e avevano
    attraversato il Meandro,  i Cari vennero con loro alle mani sulle rive
    del  fiume  Marsia;  ingaggiarono  una battaglia violenta e che dur a
    lungo: alla fine, sopraffatti dalla moltitudine, furono sconfitti.
    Da parte persiana i caduti furono circa duemila;  da parte  dei  Cari,
    circa diecimila.
    Quelli  che  di  l  riuscirono a scampare,  si rifugiarono in massa a
    Labraunda (118),  nel santuario di Zeus "Stratio",  un sacro  e  vasto
    bosco di platani (i Cari sono i soli,  tra quelli che conosciamo,  che
    offrono sacrifici a Zeus "Stratio").
    Concentratisi,  dunque,  in questo luogo,  deliberarono  intorno  alla
    propria salvezza: se,  cio,  sarebbe stato per loro meglio arrendersi
    ai Persiani, o abbandonare completamente l'Asia.

     120.  Ma mentre erano intenti a deliberare,  sopraggiunsero,  a dare
    man  forte,  quelli  di  Mileto  e  i  loro  alleati;  allora,  i Cari
    lasciarono perdere  quello  di  cui  stavano  discutendo  prima  e  si
    prepararono a riprendere ancora la guerra da principio.  E,  siccome i
    Persiani avanzavano,  vennero con loro alle mani;  a conclusione della
    battaglia,  furono  sconfitti  pi gravemente ancora di prima: molti i
    caduti da tutte le parti, ma i danni pi gravi li subirono i Milesi.

     121. In seguito,  da questo rovescio i Cari si ripresero e passarono
    di nuovo alla lotta: infatti, avendo saputo che i Persiani erano sulle
    mosse  per  marciare  contro le loro citt,  tesero un'imboscata sulla
    strada che conduceva a Pedaso: i Persiani vi incapparono di notte e vi
    furono  massacrati,  essi  e  i  loro  comandanti  Daurise,  Amorge  e
    Sisimace: insieme con i quali per anche Mirso,  figlio di Gige. Colui
    che diresse l'imboscata fu Eraclide,  figlio di Ibanoli,  cittadino di
    Milasa.

    122. Cos fu distrutto questo contingente persiano.
    Frattanto,   Imea,   anch'egli  uno  di  quelli  che  s'erano  gettati
    all'inseguimento degli Ioni che avevano  fatto  la  spedizione  contro
    Sardi, voltosi verso la Propontide, conquist Cio di Misia.
    Dopo  averla  presa,  quando venne a sapere che Daurise aveva lasciato
    l'Ellesponto  per  marciare  contro  la  Caria,   egli,   lasciata  la
    Propontide,  condusse  l'esercito  contro  l'Ellesponto,  vi sottomise
    tutti gli Eoli che  abitavano  la  regione  di  Ilio  e  assoggett  i
    Gergiti, resti degli antichi Troiani.
    Mentre,   per,  conquistava  queste  popolazioni,  egli  stesso,  per
    malattia, mor nella Troade.

     123. Cos dunque venne a morire questo Imea: Artafrene,  governatore
    di Sardi,  e Otane, il terzo dei generali, ebbero l'ordine di marciare
    contro la Ionia e la vicina terra di Eolia.
    Fra le citt ioniche conquistarono Clazomene; fra le doriche, Cuma.

     124. Mentre queste citt venivano sottomesse,  Aristagora di Mileto,
    che non aveva un cuor da leone (come gli eventi dimostrarono), lui che
    aveva  messo  in subbuglio la Ionia e vi aveva provocato dei disordini
    gravi,  faceva progetti di fuga: vedeva infatti come si svolgevano  le
    cose  e  per di pi gli risultava evidente che era impossibile aver la
    meglio sopra il re Dario.
    Per questi motivi, dunque,  radunati i suoi partigiani tenne consiglio
    sostenendo che era meglio per loro che ci fosse gi pronto un luogo di
    rifugio,  nel caso venissero scacciati da Mileto. Dal luogo dov'erano,
    egli li avrebbe condotti in Sardegna a fondarvi una colonia; oppure, a
    Mircino fra gli Edoni,  la citt che Istieo  aveva  fortificato,  dopo
    averla avuta in dono da Dario.
    Su questo, appunto, Aristagora chiedeva il loro parere.

     125. L'opinione di Ecateo, figlio di Egesandro, scrittore di storie,
    era che egli non andasse in nessuno dei due paesi;  invece,  costruita
    una fortezza nell'isola di Lero, se ne stesse l tranquillo,  nel caso
    fosse  stato  bandito da Mileto.  In seguito,  movendo da quest'isola,
    sarebbe potuto rientrare a Mileto.

     126. Questo consigliava Ecateo, ma il parere di Aristagora,  pi che
    mai saldo, era di condurli a Mircino.
    Affid,  quindi,  il governo di Mileto a Pitagora,  un cittadino molto
    stimato,  mentre egli,  presi con s tutti quelli che  volevano,  fece
    vela  verso la Tracia e prese possesso del paese verso il quale si era
    diretto.
    Ma in una spedizione che fece partendo di l,  Aristagora con  il  suo
    esercito  per  (119) per mano dei Traci,  mentre stava assediando una
    citt,  da cui i  Traci  acconsentivano  a  uscire,  secondo  modalit
    concordate.





    NOTE.

    N.  1.  Pi  propriamente Perinto era sulla Propontide (odierno Mar di
    Marmara), ma Erodoto pi volte include anche quella nell'Ellesponto.
    N. 2. I Peoni occupavano la Tracia meridionale, tra i fiumi Strimone e
    Assio.
    N. 3. Peana: canto in onore di Apollo,  per invocare la vittoria o per
    ringraziare  di averla ottenuta: il ritornello ("i Pain,  i Pain")
    corrispondeva  al  nome  stesso  del  popolo  dei  Peoni   (in   greco
    "Paines").
    N. 4. Cio al tempo dell'attacco di Megabazo.
    N.  5.  Erodoto  credeva  la  Tracia molto pi estesa che non fosse in
    realt, riportandone molto a nord i confini settentrionali.
    N. 6. Vedi libro 4, capitoli 93-94.
    N. 7. Nel libro 4 (cap.  137) Erodoto racconta che Istieo si oppose al
    proposito  manifestato  da  Milziade di distruggere il ponte di barche
    sull'Istro e lasciar perire l'esercito di Dario nella Scizia.
    N.  8.  Coes (confronta libro 4,  cap.  97) s era opposto al progetto,
    formulato  da  Dario  stesso,  di  distruggere  il  ponte,  dopo  aver
    attraversato l'Istro, intendendo forse seguire altro itinerario per il
    ritorno. Gli aveva fatto notare che non conveniva tagliarsi la via del
    ritorno  per  qualunque  cosa  fosse  potuta  accadere.   Dario  aveva
    accettato il consiglio e l'aveva invitato, anzi, a presentarsi da lui,
    quando fossero tornati, per ricevere un compenso.
    N. 9. Mircino: cittadella appartenente ai Traci Edoni, stanziati a est
    del fiume Strimone.
    N. 10. Dove soleva rendere giustizia.
    N.  11.  Siriopeoni  e Peopli: i primi erano Peoni chiamati cos dalla
    loro capitale Siris. I Peopli abitavano a nord del monte Pangeo.
    N. 12. Aminta: re di Macedonia.
    N.  13.  Alessandro,  figlio di  Aminta  sopra  ricordato,  riusc  ad
    annettersi la Migdonia e la Bisaltia, fino alle localit qui nominate.
    N.  14.  Nel libro 8,  cap. 137 e seguenti parla a lungo di Perdicca e
    della sua storia.
    N.  15.  Ellanodici: in numero di 10,  erano i giudici  di  gara,  che
    stabilivano  a  chi  spettava  il premio;  contro il loro giudizio era
    possibile l'appello solo presso il Senato di Olimpia.
    N. 16. Perdicca, da cui Alessandro discendeva, sarebbe disceso,  a sua
    volta, da Temeno, che aveva regnato in Argo.
    N.  17.  Cio il suo nome era stato sorteggiato insieme con il primo e
    aveva con lui costituito la prima coppia della corsa.
    N. 18. A questo punto il testo presenta una lacuna,  a meno che non si
    tratti addirittura di una interpolazione dall'inizio del capitolo fino
    a  queste parole.  Pi probabile che sia caduto qualche periodo in cui
    l'attenzione del lettore veniva richiamata di nuovo su Otane,  dopo la
    breve digressione sul comportamento dei Lemni.
    N. 19. Probabilmente quella del 499 a. C.
    N. 20. Precisamente nel 474 a. C., dopo la caduta di Bisanzio: Erodoto
    mostra  di  non  accettare tale versione.  Tucidide,  invece,  che non
    dubita della colpevolezza di Pausania, riporta la lettera dello stesso
    Pausania,  in cui chiedeva in sposa la figlia di  Serse,  non  gi  di
    Megabate.
    N. 21. Caucasa: porto nella parte meridionale dell'isola di Chio.
    N. 22. Mindo: citt della Doride, poco lontano da Alicarnasso.
    N.  23.  Ecateo: il pi grande dei logografi che precedettero Erodoto.
    Visse intorno al 500 a. C., scrisse una "Genealogia" in cui narrava la
    storia delle grandi famiglie antiche e un "Giro della  terra"  in  due
    libri: uno riguardante l'Europa, l'altro l'Asia.
    N.  24.  Branchidi:  schiatta  di sacerdoti addetti al culto di Apollo
    Dimideo, nelle vicinanze di Mileto.
    N. 25. Confronta libro 1, cap. 92.
    N. 26. Miunte: citt della Caria, presso le foci del Meandro.
    N. 27. Milasa come, pi sotto, Termera erano citt della Caria.
    N. 28. Siamo nell'autunno-inverno del 499 a. C.
    N.  29.  Efori: erano  cinque  magistrati  spartani  che  godevano  di
    un'autorit superiore a quella dei re stessi.
    N.  30. Euristene: discendente di Eracle, capostipite d'una delle case
    reali di Sparta.
    N. 31. Eleone: localit della Beozia,  dove,  fin da antico,  esisteva
    una famiglia di profeti che conservava gli oracoli dati al re Laio.
    N.  32.  Secondo la leggenda, Eracle di ritorno dall'Occidente, giunto
    in Sicilia nel paese di Erice,  figlio  di  Afrodite,  lo  sfid  alla
    lotta: in caso di vittoria Eracle sarebbe stato padrone del paese,  in
    caso di sconfitta gli  avrebbe  dato  i  buoi  di  Gerione.  Erice  fu
    sconfitto.
    N. 33. Sibari fu distrutta dai Crotoniati nel 510 a. C.
    N.  34.  Iamo  ebbe  il  dono  della  profezia  per  s  e  per i suoi
    discendenti.
    N. 35. I Crotoniati, vinta Sibari,  deviarono il corso del Crati,  che
    scorreva vicino, e sommersero la citt.
    N.  36.  Dorieo  aveva domandato se avrebbe conquistato il paese verso
    cui andava, senza specificare il nome del paese; l'oracolo aveva detto
    di s: quindi, conquistata Sibari, l'oracolo aveva avuto compimento.
    N. 37. Zeus Agoraio: cio protettore dell'assemblea,  della piazza del
    mercato, dove di solito si erigeva un altare in suo onore.
    N. 38. Un ramo d'ulivo o d'alloro, circondato di bende di lana bianca,
    era il simbolo del supplice e gli garantiva incolumit e rispetto.
    N.  39. "Luoghi di sosta reali": si trattava di confortevoli luoghi di
    riposo che servivano al gran re e ai grandi personaggi in  viaggio  di
    trasferimento: di qui l'appellativo di "reali".
    N.  40.  Parasanga:  unit  di  misura persiana che corrispondeva a 30
    "stadi" e, quindi, a cinque chilometri e mezzo circa.
    N. 41. Zabato: sono attualmente i due Zab.
    N. 42.  Del Ginde,  l'odierno Diala,  Erodoto parla nel libro 1,  cap.
    190.
    N.  43.  Prevedendo l'obiezione che 111 tappe occupavano ben pi che i
    90 giorni di cui  Aristagora  parlava  con  Cieomene,  Erodoto  fa  il
    calcolo  in  base  al  numero  di  stadi  che si potevano giornalmente
    percorrere,  senza tener conto delle varie stazioni prestabilite,  per
    concludere che Aristagora diceva il vero.
    N. 44. Dal 514 al 511 a. C.
    N.  45.  Forse  si riferiva alla grave umiliazione inflitta da Ipparco
    alla sorella di Armodio svergognandola pubblicamente e impedendole  di
    seguire la processione panatenaica come canefora.
    N.  46.  Probabilmente  erano  esclusi da alcune cerimonie e solennit
    religiose: forse di questo  appunto  Ipparco  aveva  approfittato  per
    umiliare la sorella di Armodio.
    N.  47.  Teleboi: popolo dell'Acarnania, contro il quale prese le armi
    Anfitrione,  figlio di Alceo,  per vendicare l'uccisione dei figli  di
    Elettrione,  suo  zio.  Dopo aver ucciso involontariamente Elettrione,
    Anfitrione visse a Tebe, purificato da Creonte.
    N. 48.  Laodamante: figlio di Eteocle,  essendo ancora giovane di et,
    rimase  sotto  tutela di Creonte,  che aveva preso il dominio di Tebe,
    per trasmetterlo a lui quando fosse giunto all'et  legale.  Sotto  il
    suo  regno  i  discendenti dei sette re,  che avevano partecipato alla
    guerra contro Tebe,  ne scatenarono  un'altra,  e  Laodamante  dovette
    fuggire presso gli Illiri, dov'era riparato anche Cadmo.
    N.  49.  Cinosarge:  localit  nei  dintorni  di  Atene,  ai  piedi di
    Licabetto,  dove Eracle avrebbe rinchiuso il cane Cerbero: di  qui  il
    suo nome.
    N. 50. Pelargico: era una parte del versante nord-ovest dell'acropoli,
    dove  i  tiranni  avevano  la  loro residenza e una roccaforte che per
    parecchio tempo, poi, rimase disabitata e maledetta.
    N. 51. Sigeo: promontorio della Troade.
    N.  52.  Interrotti dagli esili di Pisistrato: 17 anni avrebbe regnato
    egli stesso, 18 anni i suoi figli.
    N.  53. Neleo: re di Pilo e padre di Nestore, nonno di un Pisistrato e
    di Periclimeno. Da Periclimeno discendeva Melanto, re di Messenia, che
    scacciato dal suo regno dagli  Eraclidi,  si  rifugi  ad  Atene.  Suo
    figlio Codro, divenuto re, si sacrific per la salvezza di Atene.
    N.  54. Lo Storico vuol mettere, forse, in risalto l'umilt di origine
    di Isagora: i Cari non godevano reputazione fra  gli  Ateniesi.  Erano
    stati  i  primi  mercenari e molti di essi,  in Grecia,  erano schiavi
    (ricorda le famose Cariatidi!).
    N.  55.   Geleonte,   Egicore,   Argade  e  Oplete:  le  denominazioni
    corrispondevano  anche  alle  varie  classi  sociali: nobili,  pastori
    operai, guerrieri.
    N. 56. Cio: Eretteide, Egea,  Pandionea,  Leontea,  Acamantea,  Enea,
    Cecropia, Ippotoontea, Antiochea, Aiantea.
    N.  57. Scacciato da Argo, sua patria, Adrasto, uno dei sette eroi che
    mossero contro Tebe,  s'era rifugiato a Sicione ed era succeduto al re
    Polibo.
    N.  58. Forse la Pizia alludeva alla crudelt usata da Clistene contro
    i suoi oppositori, che egli avrebbe fatto lapidare.
    N. 59. Il posto era, indubbiamente,  pi onorifico di quello che aveva
    avuto Adrasto sulla piazza del mercato.
    N.  60.  Adrasto aveva subto la sconfitta,  l'esilio,  la perdita dei
    suoi cari ed era morto di dolore.
    N. 61. Illei, Panfili, Dimanati,  nomi che erano in rapporto con Illo,
    figlio di Eracle, con Panfilo e Dimane, figli di Egimio.
    N. 62. Si tornava, quindi, agli antichi nomi.
    N. 63. Cilone conquist la vittoria ai Giochi Olimpici nel 640 a. C.
    N. 64. Il tentativo, (che, secondo Tucidide, sarebbe riuscito) avvenne
    nel 620 a. C.
    N. 65. Era la statua di Atena Poliade nell'Eretteo.
    N. 66. Pritani dei naucrari: le quattro primitive trib di Atene erano
    suddivise  in 48 "naucrarie" (12 per ogni trib): i cui capi,  uno per
    naucraria,  erano chiamati "pritani" e avevano  potere  consultivo  ed
    esecutivo.
    N.  67.  Come  discendente  di  Eracle,  il  quale aveva regnato sulla
    regione che, prima dell'invasione dorica, si chiamava Acaia.
    N. 68. Timesiteo di Delfi ebbe, tra l'altro,  l'onore di una statua in
    Olimpia  dove  aveva  riportato due vittorie nel pancrazio.  Tre altre
    vittorie, sempre nel pancrazio, le aveva riportate a Pito.
    N. 69. Tindaridi: Castore e Polluce,  che erano protettori dei due re:
    con tale disposizione di legge,  almeno uno dei due restava in citt a
    proteggere le opere di pace.
    N.  70.  Euripo: lo stretto di mare che separa l'Attica dall'isola  di
    Eubea, dov'era Calcide.
    N. 71. Tale episodio risale al 507-50G a. C.
    N.  72.  Cleruchi: cittadini poveri cui si assegnavano nei paesi vinti
    degli appezzamenti di terreno perch li coltivassero
    N.  73.  Ippoboti: il nome  significa  "allevatori  di  cavalli".  Era
    un'occupazione  che  assicurava  facili guadagni e quindi costituivano
    essi i "grossi proprietari" o,  come li chiama subito dopo  il  nostro
    Storico, cittadini "ben pasciuti".
    N. 74. In seguito alla conquista di Serse nel 480 a. C.
    N. 75. Si riferisce alla cella occidentale dell'Eretteo.
    N.   76.   Naturalmente   si  tratta  dell'ingresso  all'acropoli  che
    esisteva.,  prima dei propilei di Mnesicle,  costruiti negli anni 437-
    432 a. C. e che Erodoto non ebbe occasione di vedere.
    N.  77.  Egineti:  per  i  discendenti di Tebe i popoli pi vicini non
    potevano essere che i discendenti di Egina, sua sorella.
    N. 78.  Eacidi: si tratta delle statue di Eaco e dei suoi discendenti,
    dagli Egineti venerati come numi tutelari.  Eaco,  che era ritenuto il
    primo re dell'isola, aveva avuto, come figli, Peleo,  padre di Achille
    e Telamone, padre di Aiace.
    N.  79.  Damia  e  Auxesia: dee della fecondit e della crescita,  pi
    tardi identificate in Demetra e Persefone. Presiedevano alla fertilit
    dei campi.
    N. 80. Eretteo: eroe capostipite degli Attici,  aveva sull'acropoli un
    tempio: l'"Eretteo".
    N.  81.  Coreghi:  cio incaricati di provvedere a proprie spese tutto
    quanto potesse occorrere per l'allestimento dei cori stessi:  era  una
    contribuzione   piuttosto  grave  e  faceva  parte  delle  cos  dette
    "liturgie" o prestazioni pubbliche.
    N. 82. Falero: antico porto di Atene,  che decadde dopo la costruzione
    del Pireo.
    N.  83.  Il vestito dorico era di lana,  senza maniche, fermato su una
    spalla con una fibbia e aperto dall'altro  lato,  che  aveva  bisogno,
    quindi,  anch'esso  di fibbie o spilli;  era corto e lasciava scoperta
    buona parte della gamba.  Gli Ioni,  invece,  portavano un chitone,  o
    tunica, di lino, cucito da ogni parte, fornito di maniche e lungo fino
    ai piedi; non c'era bisogno alcuno di fibbie.
    N.  84.  In effetti Egina fu sottomessa nel 457 a. C., quindi circa 50
    anni dopo questi avvenimenti.
    N. 85.  Foro: si tratta,  naturalmente,  dell'antica "agor" di Atene,
    che si apriva tra il colle della Pnice, l'areopago e l'acropoli.
    N. 86. Dovevano essere delle pseudo-profezie, manipolate anche a scopo
    politico  dai  Pisistratidi  nel  loro interesse,  contenute in alcuni
    libri che venivano custoditi nel tempio dell'acropoli.
    N. 87. Bacchide era stato un re dorico di Corinto,  uno dei successori
    dell'eraclide Alete.
    N.  88.  Ceneo:  uno  dei  Lapiti che,  nella zuffa sorta fra Lapiti e
    Centauri alle nozze di Piritoo e Laodamia,  si schier  con  lo  sposo
    contro i Centauri.
    N.  89.  Pirene: famosa fonte nei pressi di Corinto,  celebrata per il
    mito di Bellerofonte e del cavallo Pegaso.
    N. 90. Il vocabolo greco che significa "cassa"  "kypsle".
    N. 91. Regno di Cipselo: dal 655 al 625 a. C.;  secondo Aristotile,  i
    Cipselidi regnarono in tutto 73 anni e mezzo.
    N.  92.  Melissa  era  gi  morta: anzi,  come racconta Erodoto stesso
    (confronta libro 3, cap. 50), era stata uccisa proprio da Periandro.
    N.  93.  Tesprozi: popolo dell'Epiro,  confinante con i  Leucadi  e  i
    Molossi.
    N.  94.  Antemunte:  citt  della  Tracia nelle vicinanze dell'odierna
    Salonicco.
    N. 95. Iolco si trovava in Tessaglia presso il golfo di Pegase, da cui
    partirono gli Argonauti.
    N.  96.  Pisistrato oltre ai due figli legittimi (Ippia e Ipparco)  ne
    aveva  avuto  anche due illegittimi (Iofonte ed Egesistrato,  chiamato
    anche Tessalo).
    N.  97.  Perch Sigeo era in territorio eolico ed essi  erano  appunto
    Eoli.
    N.  98. Alceo: il famoso poeta lirico, che era di Mitilene e visse fra
    il 650 e il 580 a. C.
    N.  99.  Ci dev'essere avvenulo prima del 595 a C.,  anno in  cui  si
    crede di porre la morte di Periandro.
    N.   100.   Certo   non   definitivamente,   se   Pisistrato   dovette
    riconquistarlo e suo figlio difenderlo con le armi in pugno.
    N. 101. Siamo nel 499 a. C.
    N. 102. Dorisco: localit sulla costa della Tracia,  bagnata dall'Ebro
    (l'odierna Maritza), piuttosto lontana, a dir il vero, dallo Strimone;
    tanto pi che vi erano anche guarnigioni persiane.
    N.  103.  Durante  la famosa "guerra di Lelanto" scoppiata nel settimo
    secolo a. C.  fra Calcide ed Eretria per il possesso,  appunto,  della
    fertilissima piana di Lelanto.  Tucidide pure ne parla come dell'unica
    guerra,  dopo quella di Troia e prima di quella del  Peloponneso,  che
    abbia diviso in due campi avversi il mondo greco.
    N. 104. Coresso: una spiaggia molto adatta per uno sbarco, ai piedi di
    un monte, a circa 40 stadi da Efeso.
    N.  105. Pi comunemente detta Cibele, venerata come la "Grande Madre"
    era adorata da una gran parte dell'Asia Minore.
    N. 106.  Riferendosi Erodoto alla sua citt di Alicarnasso,  intendeva
    dire  "a ovest del fiume Alis".  Questo fiume,  uno dei pi importanti
    dell'Asia Minore,  nasce nell'Armenia,  attraversa la Cappadocia e  la
    Paflagonia per sboccare poi nel Ponto Eussino.
    N.  107.  Amatunte: citt di Cipro, famosa per il culto di Venere e di
    Adone: corrisponde all'odierna Famagosta.
    N. 108. Salamina: da non confondersi con la citt e l'isola situata di
    fronte ad Atene. E' una citt,  con buon porto,  nella parte orientale
    di Cipro,  fondata, vuole la tradizione, da Teucro, fratello di Aiace,
    quando fu scacciato dal padre Telamone,  per esser  tornato  da  Troia
    solo, senza il fratello.
    N.  109.  Erodoto,  parlando  altrove di Eveltonte (confronta libro 4,
    cap. 162), non lascia posto per questo Siromo, che si deve considerare
    introdotto qui abusivamente.
    N.  110.  Chitone: era un indumento che si portava sulla  pelle  e  la
    promessa era piuttosto impegnativa.
    N.  111.  Sembra strano questo accenno proprio alla Sardegna: forse va
    inteso in senso generico, come dire che, per il re, egli avrebbe fatto
    imprese che avevano dell'incredibile.
    N.  112.  "Chiavi di Cipro": pi esattamente erano cos chiamati degli
    isolotti  vicini al promontorio presso la costa orientale di Cipro,  a
    sette stadi circa dalla foce del fiume Piramo.
    N.  113.  La comunit degli Ioni comprendeva  i  rappresentanti  delle
    dodici citt ioniche "confederate",  che si radunavano nel "Panionio",
    tempio della Lega stessa, presso Micale.
    N. 114. Curio: una delle nove principali citt dell'isola di Cipro. Le
    altre otto erano: Salamina, Cizico,  Amatunte,  Mario,  Soli,  Lapeto,
    Cerinia e Citrio.
    N. 115. All'inizio del quinto secolo a. C. i carri da guerra non erano
    in uso presso i Greci: probabilmente, questi erano montati da elementi
    orientali  e  ci  spiegherebbe  la  loro  defezione  e  la resa senza
    combattere.
    N.  116.  Intorno al 570 a.  C.,  quando Solone ritornava dall'Egitto.
    Erano,  dunque,  passati circa settant'anni e il figlio del suo ospite
    non doveva essere pi giovanissimo.
    N.  117.  Idriade: una regione  della  Caria,  che  aveva  per  centro
    principale Idria (o Crisaori), pi tardi chiamata Stratonicea.
    N. 118. Labraunda: villaggio nel territorio di Milasa, in Caria: vi si
    venerava   un  tempio  di  Zeus,   detto  "Labraundeno",   che  veniva
    rappresentato con una lancia nella sinistra e una doppia ascia (da cui
    deriverebbe il suo appellativo) nella mano destra.  Era considerato il
    dio "protettore degli eserciti", donde il nome "stratio" che come tale
    lo designa.
    N. 119. Ci avveniva nel 497 a. C.











    LIBRO SESTO.
    ERATO.

    Riconquista  persiana della Ionia - Presa di Mileto e battaglia navale
    di Lade (494 a. C.) - Storia di Milziade e del Chersoneso - Spedizione
    di Mardonio contro la Grecia (492 a.  C.) - Naufragio  al  promontorio
    Atos  - Lotte intestine fra i Greci - Spedizione di Dati e Artafrene -
    Battaglia di Maratona (490 a. C.) - Difesa degli Alcmeonidi - Morte di
    Milziade.


     1.  Cos,  dunque,  mor Aristagora,  colui che aveva  sollevato  la
    Ionia.  Invece Istieo,  tiranno di Mileto, se ne venne a Sardi, con il
    permesso di Dario.
    Quando vi giunse da Susa,  il governatore  di  Sardi,  Artafrene,  gli
    chiese  quale  era,  secondo  lui,  il motivo per cui gli Ioni s'erano
    ribellati. Istieo, per,  rispose che non ne sapeva nulla e si stupiva
    che ci fosse avvenuto, proprio come se fosse completamente all'oscuro
    della situazione che s'era formata. Ma Artafrene, che sapeva la verit
    sulla  ribellione,  vedendo  che quello giocava d'astuzia,  gli disse:
    Ecco,  te lo dico io,  o Istieo,  com' questa faccenda:  questo  un
    calzare che hai cucito tu, anche se l'ha calzato Aristagora.

     2.  Cos gli disse Artafrene, alludendo alla sollevazione; tanto che
    Istieo, preso da paura perch quello sapeva, sul far della notte se ne
    fugg verso il mare,  avendo cos apertamente ingannato il  re  Dario:
    egli,  che  aveva promesso di sottomettere a lui la Sardegna,  "la pi
    grande delle isole",  si accingeva ad assumere il comando  degli  Ioni
    nella guerra contro Dario.
    Passato a Chio, fu messo in catene dagli abitanti, che lo sospettavano
    di  voler  sollevare  dei torbidi fra di loro per ordine di Dario;  ma
    quando vennero a sapere tutta la storia, che, cio, era avverso al re,
    lo liberarono.

     3.  E siccome gli Ioni allora gli domandarono perch mai  con  tanta
    fretta  aveva  dato  ordine  ad  Aristagora di ribellarsi al re e cos
    grave rovescio aveva procurato agli Ioni,  egli  si  guard  bene  dal
    rivelare  loro  la  vera ragione (1): disse,  invece,  che il re Dario
    aveva deciso di togliere dalle loro sedi i Fenici per trapiantarli  in
    Ionia  e gli Ioni trasferirli in Fenicia: questo era il motivo (2) per
    cui aveva impartito l'ordine di agire.
    Sebbene il re non avesse assolutamente avuto questo  pensiero,  Istieo
    voleva tenere gli Ioni in apprensione.

     4.  In seguito, valendosi di Ermippo, cittadino di Atarneo (3) mand
    dei messaggi a quei Persiani che si trovavano in Sardi,  come a  gente
    con cui gi prima aveva parlato della ribellione.  Ma Ermippo,  invece
    di recapitarli ai destinatari,  port i messaggi ad Artafrene e glieli
    pose in mano.
    Questi,  presa conoscenza di tutto ci che avveniva,  ordin a Ermippo
    di consegnare pure le lettere di Istieo a coloro cui doveva  portarle,
    ma le risposte che quelli avrebbero mandato,  a loro volta,  a Istieo,
    doveva consegnarle a lui.
    Quando questi intrighi divennero palesi Artafrene  mand  a  morte  un
    gran numero di Persiani.

     5.  Sardi, naturalmente, fu tutta in subbuglio e Istieo, deluso cos
    nella sua speranza,  fu da quelli di Chio  condotto,  per  sua  stessa
    preghiera, a Mileto.
    I  Milesi,   per,  che  ben  volentieri  s'erano  liberati  anche  di
    Aristagora,  ora che avevano  provato  il  gusto  della  libert,  non
    avevano  assolutamente  voglia  di  accogliere nel loro paese un altro
    tiranno. E pertanto quando Istieo, approfittando della notte, tent di
    ritornare a Mileto con la forza, fu ferito alla coscia da un milesio.
    Cos egli,  bandito dalla sua stessa terra,  se ne torn  di  nuovo  a
    Chio.  Di l,  per,  dopo aver tentato invano di convincere i Chii ad
    affidargli una flotta,  pass a Mitilene e indusse i Lesbi a fornirgli
    delle navi.
    Questi,  allestite otto triremi,  fecero vela con lui verso Bisanzio e
    ivi,  appostatisi,  catturavano tutte le navi che uscivano dal  Ponto,
    eccetto  quelle  i  cui  equipaggi si dichiaravano pronti a obbedire a
    Istieo.

     6.  Mentre Istieo e quelli di Mitilene  si  comportavano  in  questo
    modo,  contro la stessa Mileto si aspettava l'attacco di potenti forze
    di mare e di terra.  Poich i  generali  dei  Persiani,  riunitisi,  e
    costituito un unico esercito,  marciavano alla volta di Mileto,  senza
    tenere in gran conto le altre cittadelle.
    Nella flotta,  i pi focosi erano i  Fenici,  ma  s'erano  uniti  alla
    spedizione  anche  i  Ciprioti,  da poco assoggettati,  i Cilici e gli
    Egiziani.

     7.  Mentre queste forze movevano contro  Mileto  e  il  resto  della
    Ionia,  gli  Ioni,  conosciuti  tali  preparativi,  mandavano  i  loro
    rappresentanti a Panionio.
    Giunti costoro sul luogo e iniziata la discussione,  fu deciso di  non
    arruolare  nessun esercito da opporre ai Persiani;  che i Milesi,  per
    conto loro, difendessero le loro mura; invece,  avrebbero allestito la
    flotta,  senza  lasciar da parte una sola nave,  e,  armatala di tutto
    punto,  si sarebbero radunati al pi presto a Lade,  per combattere in
    difesa  di  Mileto:  Lade    un'isola piccola che si trova proprio di
    fronte alla citt di Mileto.

     8.  In seguito a questa decisione,  quando le navi furono  in  pieno
    assetto,  gli  Ioni si trovarono sul posto e,  con loro,  gli Eoli che
    abitano Lesbo.
    Questo fu il loro schieramento: all'ala verso oriente c'erano i Milesi
    stessi con 80 navi;  vicini a loro erano quelli di Priene con 12 navi,
    e quelli di Miunte con 3;  accanto a quelli di Miunte, venivano quelli
    di Teo con 17 navi; subito dopo questi,  venivano i Chii con 100 navi,
    e  oltre  questi  erano  schierati  gli Eritrei e i Focesi;  quelli di
    Eritre mettevano in campo 8 navi;  3,  quelli  di  Focea.  Accanto  ai
    Focesi c'erano i Lesbi con 70 navi: ultimi nell'ordine,  all'ala volta
    a occidente, erano disposti i Sami con 60 navi.
    Il numero complessivo di tutte le navi insieme fu di 353 triremi.

     9.  Tante erano le navi degli Ioni mentre il numero  di  quelle  dei
    Barbari era di 600.
    Quando,  dunque,  la flotta dei Barbari giunse nelle acque di Mileto e
    tutte le forze  di  terra  furono  presenti,  allora  i  generali  dei
    Persiani,  conosciuto  il  numero delle navi ioniche,  furono presi da
    timore  di  non  poterli  superare,  e,  in  questo  caso,  non  poter
    conquistare Mileto, non essendo padroni del mare, e correre rischio di
    ricevere da Dario qualche punizione.
    In  seguito a queste considerazioni,  convocarono i tiranni degli Ioni
    che,  rovesciati dal loro potere a  opera  di  Aristagora  di  Mileto,
    s'erano  rifugiati tra i Medi,  e che allora si trovavano a combattere
    sotto le mura di  Mileto.  Raccolti,  dunque,  quanti  di  loro  erano
    presenti,  tennero  questo  discorso:  Uomini della Ionia,   ora che
    ciascuno di voi dimostri di essere benevolo e utile agli interessi del
    re: ognuno di voi,  dunque,  cerchi di staccare i propri cittadini dal
    resto della Lega.
    Nelle  vostre  offerte,  promettete  loro  che non avranno a soffrire
    nessuna  rappresaglia  a  causa  della  ribellione,  che  non  saranno
    incendiati  n  i loro templi n le loro case e avranno una condizione
    di vita per nulla peggiore di prima.
    Ma se non si staccheranno dalla  Lega  e  verranno  a  ogni  costo  a
    battaglia,   fate  pur  loro  queste  minacce,   che  senza  fallo  li
    colpiranno.  Dite che,  in caso vengano sconfitti,  saranno ridotti in
    schiavit,  evireremo  i loro figli,  deporteremo le loro figlie nella
    Battriana e ad altri assegneremo il loro paese.

     10.  Essi parlarono cos e i tiranni degli Ioni mandarono nottetempo
    degli  emissari,  ciascuno  presso  i  soldati  del  proprio paese,  a
    comunicare la cosa.
    Ma gli Ioni,  ai quali specialmente  giunsero  queste  sollecitazioni,
    insistevano  nella  loro  ostinazione  e  non  accettavano  l'idea del
    tradimento,  convinti quelli delle singole citt che  a  loro  soli  i
    Persiani facessero queste promesse.  Ci avveniva subito dopo l'arrivo
    dei Persiani nei pressi di Mileto.

     11.  In seguito,  quando gli Ioni si furono concentrati a  Lade,  vi
    tennero  varie  assemblee;  anche  altri,  certo,  presero tra loro la
    parola, ma in particolare Dionisio, il comandante di Focea,  che disse
    cos:  E'  fuor  di  dubbio,  o  uomini  della  Ionia,  che la nostra
    situazione  sul filo di un rasoio: essere liberi o schiavi,  e per di
    pi trattati da schiavi fuggitivi.  Ordunque voi,  se non rifiutate di
    affrontare fatiche, avrete per il momento la vita dura,  ma sarete poi
    in  grado  di vincere gli avversari e vivere liberi;  se,  invece,  vi
    lascerete andare alla mollezza e al disordine,  non  ho  pi  per  voi
    speranza  alcuna  che  evitiate  di  pagare  al re il fio della vostra
    ribellione.
    Ebbene, ascoltatemi e affidatevi a me; io vi assicuro che, se gli di
    rimangono imparziali,  i nemici non verranno alle mani con voi  o,  se
    verranno a contatto, saranno gravemente sconfitti.

     12. Udite queste parole, gli Ioni si mettono nelle mani di Dionisio.
    Ed  egli,  conducendo ogni volta le navi al largo in fila indiana (4),
    quando aveva fatto allenare i rematori, col far passare le navi le une
    attraverso alle altre (2),  e armati di tutto punto i soldati di mare,
    per il resto della giornata teneva all'ancora le navi, di modo che gli
    Ioni dovevano faticare da mane a sera.
    Per ben sette giorni essi obbedirono ed eseguivano ci che veniva loro
    comandato.  Ma  all'ottavo  gli  Ioni,  insofferenti com'erano di tali
    fatiche, sfiniti dalle tribolazioni e bruciati dal sole,  cominciarono
    a  dire fra di loro: Ma qual dio abbiamo noi offeso,  per essere cos
    estremamente angustiati?  Noi che,  quasi in delirio e usciti fuori di
    senno,   ci  siamo  affidati  ciecamente  a  un  uomo  di  Focea,   un
    millantatore,  che alla causa fornisce solo 3 navi?  Da quando  ci  ha
    presi in mano, ci tratta in modo indegno, insopportabile: molti di noi
    sono gi caduti malati,  molti altri ancora sono in procinto di subire
    la stessa sorte.  Davanti a questi mali,  per  noi  almeno,    meglio
    soffrire  qualunque  altro  malanno  e  sopportare  la  servit che ci
    minaccia qualunque essa sia,  piuttosto  che  lasciarci  opprimere  da
    questa che ci sta sopra.  Suvvia,  da ora in avanti,  non diamogli pi
    ascolto!.
    Cos dissero,  e  immediatamente  nessuno  pi  volle  obbedirgli;  ma
    proprio  come  se  si  trattasse  d'un  esercito  di  terra,  piantate
    nell'isola le tende, se ne stavano tranquilli all'ombra e non volevano
    pi salire sulle navi, n esercitarsi in mare.

     13. Informati di quanto avveniva nel campo degli Ioni,  i comandanti
    di  Samo  cominciarono  a prestare ascolto alle proposte che gi prima
    aveva loro presentato Eace,  figlio di Silosonte,  il quale per ordine
    dei  Persiani li invitava ad abbandonare l'alleanza degli Ioni: i Sami
    accettavano allora di parlarne,  non  solo  perch  vedevano  l'enorme
    disordine  che  regnava fra gli Ioni,  ma anche perch appariva a essi
    manifesta l'impossibilit di aver ragione della potenza  del  re,  ben
    sapendo  che,  anche  se  avessero superato l'attuale flotta di Dario,
    un'altra se ne sarebbe presentata, cinque volte pi forte.
    Cogliendo, dunque, questo pretesto, non appena videro che gli Ioni non
    intendevano pi adoperarsi efficacemente,  pensarono  fosse  nel  loro
    interesse salvare i templi e gli edifici privati della loro citt.
    Questo  Eace,  di  cui  i Sami accoglievano i consigli,  era figlio di
    Silosonte,  figlio a sua volta di Eace: era tiranno di Samo quando  da
    Aristagora di Mileto era stato privato del suo dominio, come gli altri
    tiranni della Ionia.

     14.  Allora,  dunque,  quando i Fenici mossero all'attacco, gli Ioni
    avanzarono anch'essi con le navi disposte in fila e  quando  furono  a
    breve distanza, vennero a cozzare fra di loro.
    D'ora in avanti io non posso narrare con sicurezza quali Ioni si siano
    dimostrati  codardi  o  valorosi in questa battaglia sul mare: infatti
    essi si accusano l'un l'altro.
    Si dice,  a ogni modo,  che a questo punto i Sami,  secondo quanto era
    stato convenuto con Eace, alzate le vele (6), abbandonarono la schiera
    e  si diressero a Samo,  eccetto 11 navi i cui capitani,  disobbedendo
    agli ordini dei generali, rimasero imperterriti a combattere.
    Per questo loro gesto,  il governo di Samo ne  fece  incidere  su  una
    stele  i  nomi,  insieme con quelli dei loro padri,  in segno di onore
    perch s'erano dimostrati coraggiosi: esiste ancora questa stele sulla
    piazza del mercato.
    Anche i Lesbi,  vedendo i loro vicini darsi alla fuga,  fecero come  i
    Sami; e pure la maggior parte degli Ioni fece altrettanto.

     15. Fra quelli che nello scontro navale resistettero arditamente, le
    perdite  pi  gravi  le subirono i Chii,  che diedero vita a splendide
    azioni e non volevano comportarsi da vili. Avevano fornito, come anche
    prima s' detto,  100 navi e su ciascuna di esse  cera  un  equipaggio
    scelto  di  40 cittadini,  e,  pur vedendo il tradimento della maggior
    parte degli alleati, sdegnarono di imitarne la codardia;  ma,  restati
    in  linea  con  pochi,  proseguirono la lotta forzando lo schieramento
    avversario,  fino a che,  dopo aver distrutto numerose  navi  nemiche,
    perdettero  la  maggior parte delle proprie.  Quindi,  con le navi che
    loro restavano, se ne fuggirono verso il proprio paese.

     16. Ma quelli le cui navi non tenevano pi il mare a causa dei danni
    subti, siccome venivano inseguiti, cercavano scampo a Micale.
    Quivi approdati, vi lasciarono gli scafi ed essi,  a piedi,  si misero
    in marcia attraverso il continente. Ma quando, proseguendo il cammino,
    penetrarono  nel  territorio  di Efeso (essi vi giunsero di notte e le
    donne vi stavano  celebrando  le  Tesmoforie  [7],  gli  uomini  della
    regione,  che non avevano avuto alcun sentore della critica situazione
    dei Chii,  vedendo che un esercito aveva fatto  irruzione  nel  paese,
    senza  alcun  dubbio persuasi che si trattasse di predoni venuti a far
    razzia di donne,  accorsero in massa a  difenderle  e  massacrarono  i
    Chii.
    Cos questi cadevano per tale mala sorte.

     17.  Dionisio di Focea,  quando comprese che la causa degli Ioni era
    perduta, catturate 3 navi nemiche, fece vela non pi verso Focea,  ben
    sapendo  che  doveva  cadere in schiavit,  insieme con il resto della
    Ionia, ma, cos come stava, si diresse subito verso la Fenicia.
    Dopo aver ivi affondato delle navi da carico ed essersi impadronito di
    molte ricchezze, navig alla volta della Sicilia e di l esercitava la
    pirateria contro Cartaginesi e Tirreni,  senza  per  recar  danno  ad
    alcuno dei Greci.

      18.  I Persiani,  dopo aver riportato la vittoria navale contro gli
    Ioni, cinsero d'assedio Mileto per terra e per mare, e, scavando sotto
    sotto  le  mura  e  accostando  ad  esse  macchine  d'ogni  sorta,  la
    espugnarono da cima a fondo nel sesto anno (8) dacch Aristagora s'era
    ribellato:  i  cittadini  furono  resi  schiavi  e  cos  il  disastro
    corrispose a quanto prediceva l'oracolo che a Mileto si riferiva.

     19. Infatti, quando gli Argivi avevano consultato l'oracolo di Delfi
    sulla salvezza della propria citt,  era stato loro dato  un  responso
    cumulativo, in quanto una parte si riferiva agli Argivi stessi, mentre
    un'aggiunta il dio la faceva per Mileto.
    Orbene, quello che riguarda gli Argivi lo ricorder quando sar giunto
    a quel punto (9) della mia narrazione.  La predizione,  invece, che si
    rivolgeva ai Milesi, che pur non erano presenti, suona cos:
    "... E allora, o Mileto,  macchinatrice di azioni nefande,  diventerai
    per  molti convito e splendido dono.  Le tue donne laveranno i piedi a
    molti uomini dalla lunga capigliatura e altri  si  prender  cura  del
    nostro tempio a Didima" (10).
    Allora appunto toccarono ai Milesi queste sventure,  quando la maggior
    parte degli uomini furono uccisi dai Persiani,  che portavano lunghi i
    capelli.  Le  donne  e  i  figli erano tenuti in conto di schiavi e il
    santuario che si trovava in Didima,  tanto il tempio quanto l'oracolo,
    veniva  spogliato  e  incendiato.  Dei tesori raccolti in questo sacro
    recinto ho fatto pi volte  menzione  in  altre  parti  (11)  del  mio
    racconto.

     20. I Milesi fatti prigionieri furono condotti a Susa e il re Dario,
    senza far loro alcun altro male,  li deport sulle rive del mare detto
    Eritreo (12),  nella citt di Ampe,  lambita dal fiume Tigri che va  a
    sfociare in mare.
    Del  territorio  di  Mileto  i  Persiani tennero per s la citt con i
    dintorni e la  pianura;  la  zona  montuosa,  invece,  la  diedero  in
    possesso ai Cari di Pedasa.

     21.  Quando i Milesi furono colpiti da questa sventura per opera dei
    Persiani, gli abitanti di Sibari, che, privati della loro citt, erano
    allora  stanziati  a  Lao  e  a  Scidra  (13),   non  resero  loro  il
    contraccambio  nel  compiangerli:  infatti,  quando  Sibari  era stata
    conquistata (14) da quelli di Crotone, tutti i Milesi in et atta alle
    armi si erano rasati il capo e avevano dimostrato  un  grande  dolore,
    poich Sibari e Mileto erano fra tutte le citt che conosciamo,  unite
    fra loro dai vincoli pi stretti di ospitalit.
    Non cos, invece, si comportarono gli Ateniesi, i quali, in mille modi
    dimostrarono di essere oltremodo afflitti per la caduta di Mileto. Tra
    l'altro, in particolare,  siccome il poeta Frinico (15) aveva composto
    e  fatto  rappresentare una tragedia sulla presa di Mileto e il teatro
    tutto era scoppiato in pianto,  lo condannarono a pagare una multa  di
    1000  dramme,  perch  aveva ricordato sventure cittadine e ordinarono
    che nessun altro mai potesse far rappresentare quella tragedia.

     22. Cos Mileto era rimasta priva di cittadini.
    Intanto,  a Samo,  quelli che avevano dei beni di  fortuna  non  erano
    assolutamente  contenti  di  quanto  avevano  fatto  i loro generali a
    favore dei Medi e subito dopo  la  battaglia,  essendosi  consigliati,
    stabilirono di andarsene per mare a fondare una colonia,  prima che in
    citt arrivasse Eace; non rimanere come schiavi dei Medi e di Eace.
    In effetti,  proprio in quel torno di tempo,  gli abitanti  di  Zancle
    (16)  mandando dalla Sicilia nella Ionia degli incaricati,  invitavano
    gli Ioni a venire a Calatte (17),  dove intendevano fondare una  citt
    di  Ioni:  questa  Calatte   una localit della Sicilia,  sulla costa
    rivolta al Tirreno.
    Dietro questo invito,  i Sami furono i soli fra gli Ioni che si misero
    in  viaggio  e  con loro cerano quelli dei Milesi che erano riusciti a
    salvarci

     23. In questo frattempo, per, ecco cosa accadde.
    I Sami,  navigando alla volta della Sicilia,  erano a Locri  Epizefiri
    (18),  quando  i  cittadini  di  Zancle e il loro re,  che si chiamava
    Scite, assediavano una citt di Siculi, che volevano distruggere.
    Informato di ci, il tiranno di Reggio,  Anassilao,  che allora era in
    disaccordo  con  quelli  di Zancle,  venuto a contatto con i Sami,  li
    persuase che dovevano lasciar perdere Calatte, a cui erano diretti,  e
    conquistare, invece, Zancle, che era priva di soldati.
    Essendosi  i  Sami  lasciati convincere e avendo occupato Zancle,  gli
    Zanclesi,  quando vennero a sapere che la loro citt era  militarmente
    occupata,  subito  accorsero a difesa e chiamarono in aiuto il tiranno
    di Gela, Ippocrate, che aveva con loro un patto di alleanza.
    Ma quando venne a raggiungerli con un esercito di soccorso,  Ippocrate
    fece  arrestare (19) Scite,  signore di Zancle,  perch aveva lasciato
    indifesa la citt e lo releg, con il fratello di lui Pitogene,  nella
    citt  di  Inica  (20);  quanto agli altri abitanti di Zancle,  previo
    accordo con i Sami, dopo aver dato e ricevuto i giuramenti, li trad.
    Il compenso che per  lui  i  Sami  avevano  stabilito  era  questo:  a
    Ippocrate  doveva  toccare  la  met di tutte le suppellettili e degli
    schiavi che si trovavano in citt e  tutti  i  beni  che  c'erano  nei
    campi.
    Egli,  messi  in  catene la maggior parte dei cittadini di Zancle,  li
    teneva in conto di schiavi mentre 300 di essi, i pi ragguardevoli, li
    diede ai Sami, perch li uccidessero: ma i Sami non lo fecero.

     24. Scite, il signore di Zancle,  fugg da Inica a Imera e,  di qui,
    passato in Asia, si rec presso il re Dario il quale lo giudic il pi
    onesto di tutti gli uomini che dalla Grecia s'erano recati da lui.
    Infatti  s'era recato in Sicilia dopo aver chiesto al re il permesso e
    poi di nuovo al re se ne era tornato; finch, carico di onori, mor di
    vecchiaia tra i Persiani.
    I Sami,  che s'erano messi al sicuro dai Medi,  senza  fatica  alcuna,
    divennero padroni della bellissima citt di Zancle.

      25.  Dopo  la  battaglia navale combattutasi di fronte a Mileto,  i
    Fenici, per ordine dei Persiani,  ricondussero al potere in Samo Eace,
    figlio di Silosonte,  come uomo che s'era acquistato ai loro occhi dei
    grandi meriti e aveva reso importanti servigi. E soltanto i Sami,  fra
    quanti  s'erano rivoltati contro Dario,  evitarono che la loro citt e
    gli edifici sacri fossero incendiati: e ci in vista  della  defezione
    delle loro navi durante la battaglia sul mare.
    Espugnata  Mileto,  subito  i  Persiani assoggettarono anche la Caria,
    alcune citt essendosi arrese  volontariamente,  altre  essendo  state
    ridotte al dovere con la forza.

     26. In tal modo si svolgevano questi avvenimenti.
    Intanto,  a  Istieo di Mileto,  che si trovava nelle acque di Bisanzio
    intento a catturare le navi da carico ioniche che uscivano dal  Ponto,
    giunge notizia delle vicende di Mileto.
    Affidati,  allora,  gli  affari  dell'Ellesponto a Bisalte,  figlio di
    Apollofane, di Abido,  egli,  in persona,  con i Lesbi fece vela verso
    Chio  e,  siccome  le  truppe  di presidio della citt non lo volevano
    accogliere,  venne con esse  alle  mani  in  una  localit  dell'isola
    chiamata le "Cave".
    Ne uccise un gran numero; e poi, con l'appoggio dei Lesbi, movendo gli
    assalti  da Policna,  nell'isola stessa,  ebbe ragione del resto della
    popolazione di Chio, sfinita, com'era, per il combattimento navale.

     27.  La divinit,  a quanto pare,  suole mandare alcuni avvertimenti
    quando delle gravi sventure stanno per abbattersi sopra una citt o su
    un popolo poich anche i Chii,  prima di queste vicende, avevano avuto
    dei presagi manifesti.
    Prima di tutto,  avendo essi mandato a Delfi un coro di  100  giovani,
    solo  due  di essi poterono tornare.  Gli altri 98 se li prese e port
    via la peste.  Poi,  nello stesso torno di  tempo,  poco  prima  della
    battaglia navale,  in citt, il soffitto d'una scuola era crollato sul
    capo di fanciulli che imparavano i primi elementi  e  di  120  bambini
    solo uno si salv.
    Questi  i  presagi che il dio aveva in precedenza mandato.  Dopo,  era
    seguita la battaglia navale che aveva ridotto in ginocchio  la  citt;
    quindi,  dopo lo scontro per mare,  era sopravvenuto Istieo alla testa
    dei Lesbi ed era stato facile per lui ottenere  la  sottomissione  dei
    Chii, ormai sfiniti dai mali.

     28.  Da Chio,  con numerose forze di Ioni e di Eoli, Istieo mosse in
    armi contro Taso (21). Ma mentre era intento ad assediarla,  gli venne
    notizia  che i Fenici riprendevano il mare,  da Mileto,  per attaccare
    altre citt della Ionia.
    Saputo ci,  lasci intatta Taso,  e con tutto l'esercito si  affrett
    verso Lesbo.  Di l,  siccome le truppe soffrivano la fame,  pass sul
    continente, con l'intenzione di raccogliere il grano di Atarneo e, con
    questo, quello della piana del Caico,  che apparteneva ai Misi.  Ma in
    quei  luoghi,  per  caso,  si  trovava Arpago,  un persiano che era al
    comando di forze considerevoli.  Questi attaccatolo mentre era  appena
    sbarcato,  prese  vivo  Istieo stesso e distrusse la maggior parte del
    suo esercito.

     29. Ecco in qual modo Istieo fu fatto prigioniero.
    I Greci erano impegnati in  uno  scontro  con  i  Persiani  a  Malene,
    localit del paese di Atarneo;  per lungo tempo lottarono a pi fermo,
    ma poi la cavalleria, passata all'attacco, piomb sopra i Greci.
    Questa, effettivamente, fu l'opera della cavalleria;  e quando i Greci
    furono volti in fuga, Istieo che, nonostante la presente colpevolezza,
    sperava  ancora  di  essere dal re risparmiato,  concep un tale amore
    alla vita, che,  raggiunto,  mentre fuggiva,  da un soldato persiano e
    gi  sul  punto  di essere passato a fil di spada da colui che l'aveva
    arrestato,  si fece conoscere,  e,  in lingua persiana,  disse che era
    Istieo di Mileto.

      30.  Orbene,  se,  come  egli  fu  preso,  fosse stato portato alla
    presenza del re Dario, io credo che non avrebbe avuto a soffrire nulla
    di grave,  e il re gli avrebbe condonato la  sua  colpa.  Ma,  invece,
    proprio per questa ragione,  perch,  cio,  sfuggendo alla morte, non
    divenisse di nuovo potente  a  corte,  Artafrene,  il  governatore  di
    Sardi,  e Arpago, che l'aveva catturato, non appena egli fu condotto a
    Sardi, ne impalarono l sul posto il corpo; mentre mandarono la testa,
    imbalsamata, a Susa dal re Dario.
    Dario, quando lo venne a sapere,  rimprover aspramente i responsabili
    perch non l'avevano condotto vivo alla sua presenza,  e ordin che la
    testa di  Istieo  fosse  lavata;  e,  trattatala  con  ogni  cura,  la
    seppellissero onorevolmente,  come quella d un uomo che verso di lui e
    verso i Persiani aveva avuto dei grandi meriti.
    Questa fu la sorte di Istieo.

     31. La flotta persiana,  dopo aver passato l'inverno nei dintorni di
    Mileto,  l'anno  successivo  (22)  riprese il mare e non dur fatica a
    sottomettere le isole situate vicino  al  continente:  Chio,  Lesbo  e
    Tenedo.
    Quando s'impadronirono di qualcuna di queste isole,  i Barbari, a mano
    a mano che ne occupavano una,  catturavano gli abitanti  come  in  una
    rete.
    La  retata  si svolge in questo modo: tutti i soldati,  tenendosi l'un
    l'altro per mano,  a cominciare dalla costa settentrionale,  penetrano
    nell'interno,  giungendo  fino  alla  costa meridionale: attraversano,
    quindi, l'isola tutta quanta rastrellandone gli abitanti.  Allo stesso
    modo,  assoggettavano anche le citt ioniche del continente,  soltanto
    che non ne rastrellavano come in una rete gli abitanti; poich non era
    possibile.

     32.  Allora i comandanti persiani non mancarono di mantenere  quello
    che  avevano minacciato agli Ioni,  quando erano accampati di fronte a
    loro.
    Infatti, come diventavano padroni delle citt, sceglievano i fanciulli
    pi prestanti e  li  mutilavano,  rendendoli  eunuchi  anzich  uomini
    completi e portavano via le fanciulle pi belle,  che inviavano al re:
    questo essi facevano e poi davano fuoco alle  citt  con  gli  edifici
    sacri.
    Cos  gli  Ioni  furono  fatti schiavi per la terza volta: prima erano
    stati assoggettati dai Lidi: era  quella  la  seconda  volta  (23)  di
    seguito che li sottomettevano i Persiani.

      33  Allontanandosi  dalla  Ionia,  la  flotta  conquistava tutte le
    localit dell'Ellesponto situate a sinistra di chi vi entra con  nave;
    le  posizioni  che  si  trovano  sulla  destra erano gi state ridotte
    all'obbedienza dagli stessi Persiani per via di terra.
    I paesi dell'Ellesponto che appartengono all'Europa  sono  questi:  il
    Chersoneso  (24),  nel  quale  vi  sono parecchie citt,  Perinto,  le
    Fortezze della Tracia, Selimbria e Bisanzio (25).
    I Bizantini e i Calcedoni che abitano sull'altra sponda  non  attesero
    nemmeno  che i Fenici li assalissero,  ma,  abbandonata la loro citt,
    penetrarono all'interno verso il Ponto Eussino e ivi  abitarono  nella
    citt di Mesambria.
    I  Fenici,  dopo  aver  dato alle fiamme le localit che abbiamo sopra
    elencato, si volsero contro Proconneso e Artace (26); incendiate anche
    queste,  fecero di nuovo rotta verso il Chersoneso per distruggere  le
    citt che restavano,  quelle che non avevano devastato quando vi erano
    approdati precedentemente.
    Quanto a Cizico,  non misero nemmeno  le  navi  in  quella  direzione,
    poich  i  Ciziceni  stessi,  ancor  prima  che  la  flotta dei Fenici
    entrasse nell'Ellesponto,  s'erano adattati al dominio del re,  avendo
    concluso  un  accordo  con Ebare,  figlio di Megabazo,  governatore di
    Dascilio.
    Tutte le citt del Chersoneso,  a eccezione di Cardia,  caddero  nelle
    mani dei Fenici.

      34.  Su  di  esse fino allora aveva dominato come tiranno Milziade,
    figlio di Cimone e nipote di Stesagora,  poich tale potere  se  l'era
    precedentemente procurato Milziade, figlio di Cipselo, in questo modo
    Il Chersoneso (27),  di cui si parla,  era allora abitato dai Dolonci,
    popolo della Tracia;  i  quali,  oppressi  in  guerra  dagli  Absinti,
    mandarono  a  Delfi  i  loro  principi,  a interrogare l'oracolo sulle
    vicende della guerra stessa.  La Pizia rispose loro  di  condurre  nel
    proprio  paese,  come fondatore di colonia,  quell'uomo che per primo,
    quando essi si fossero allontanati dal tempio,  li avesse  invitati  a
    ospitale banchetto.
    I Dolonci,  percorrendo la "via sacra",  attraversarono la Focide e la
    Beozia, ma, siccome nessuno li invitava, deviarono verso Atene.

     35.  In Atene,  allora,  aveva il supremo potere Pisistrato;  ma  vi
    primeggiava  anche  Milziade,  figlio  di Cipselo,  appartenente a una
    famiglia che poteva mantenere (28) cavalli da  quadrighe:  per  antica
    origine  discendeva da Eaco e da Egina,  ma per ascendenti pi recenti
    era ateniese,  in quanto Fileo,  figlio di Aiace,  era stato il  primo
    della sua stirpe che avesse cittadinanza ateniese.
    Questo  Milziade,  dunque,  che  se ne stava seduto nell'atrio di casa
    sua,  vedendo passar oltre i Dolonci con vesti di foggia  straniera  e
    con  tanto  di armi (29),  li chiam e quando essi gli si accostarono,
    offerse loro di riposare e di sedersi a una mensa ospitale.
    Quelli accettarono l'invito  e,  trattati  da  lui  come  ospiti,  gli
    rivelarono  tutto  quanto  aveva  detto l'oracolo,  quindi dopo averlo
    messo al corrente, lo pregarono di obbedire al dio.
    Udito ci,  Milziade si lasci persuadere senza fatica,  in quanto gli
    riusciva gravosa la tirannia di Pisistrato e voleva andarsene lontano.
    Senza  perdere  tempo,  si rec a Delfi a chiedere all'oracolo se egli
    poteva fare quello di cui lo pregavano i Dolonci.

     36. Anche la Pizia un il suo incitamento e cos Milziade, figlio di
    Cipselo, che, prima di queste vicende,  aveva riportato in Olimpia una
    vittoria con la quadriga,  allora, presi con s tutti gli Ateniesi che
    volevano partecipare alla spedizione,  si mise in mare insieme  con  i
    Dolonci  e  prese  possesso  del  loro  paese: e quelli che lo avevano
    condotto con s lo fecero loro tiranno.
    Per prima cosa egli sbarr con un muro l'istmo del  Chersoneso,  dalla
    citt  di  Cardia a Pattia,  per impedire che gli Absinti irrompessero
    nella regione e la devastassero:  la  larghezza  dell'istmo    di  36
    stadi:  a  partire  da  quest'istmo il Chersoneso si protende tutto in
    lunghezza per 420 stadi.

     37.  Dopo aver cos fortificato la parte pi stretta del Chersoneso,
    e tenuti in tal modo lontano gli Absinti,  i primi fra gli altri a cui
    Milziade port guerra furono gli  abitanti  di  Lampsaco;  ma  questi,
    tesagli un'imboscata,  lo fecero prigioniero. Egli, per, era da tempo
    entrato nelle grazie di Creso, re di Lidia, sicch,  quando lo venne a
    sapere,  Creso mand ai Lampsaceni l'ordine che lo lasciassero libero;
    in caso contrario,  minacciava di stroncarli come si stronca  un  pino
    (30).
    Mentre  essi si perdevano in chiacchiere,  non sapendo che significato
    avesse la minaccia di Creso di "stroncarli come un pino",  finalmente,
    con  fatica,  uno  degli  anziani  che l'aveva compreso spieg loro la
    verit: che,  cio,  fra tutte le piante,  il  pino    la  sola  che,
    tagliata  che  sia,  non  fa germogliare nessun pollone,  ma muore del
    tutto.
    Sicch per  paura  di  Creso,  i  Lampsaceni,  liberato  Milziade,  lo
    lasciarono andare.

      38.  Cos,  per l'intervento di Creso,  egli si salva e muore senza
    figli, lasciando il dominio e le ricchezze a Stesagora, che era figlio
    di Cimone, suo fratello uterino.
    Dal giorno della sua morte gli abitanti  del  Chersoneso  gli  offrono
    sacrifici,  come  si  usa fare per i fondatori di citt e in suo onore
    istituiscono giochi ippici e ginnici,  ai quali nessuno di Lampsaco ha
    il diritto di partecipare.
    Durante  una  guerra  contro  Lampsaco,  volle  il  caso che Stesagora
    morisse,  anch'egli senza figli,  per un colpo di scure infertogli  al
    capo,  mentre era nel pritaneo, da un individuo che a parole si diceva
    disertore, ma in realt era nemico e anche piuttosto esaltato.

     39.  Morto anche Stesagora nel modo che s'  detto,  i  Pisistratidi
    mandarono  con  una trireme nel Chersoneso ad assumere il governo,  il
    fratello del defunto Stesagora e figlio di Cimone, Milziade,  che essi
    gi  in  Atene  trattavano  con riguardo,  proprio come se non fossero
    stati complici dell'assassinio di suo padre, Cimone; assassinio di cui
    esporr i particolari in altro luogo (31) della narrazione.
    Milziade, appena giunto nel Chersoneso,  se ne stava appartato in casa
    sua,  per  onorare,  com'era  naturale,  la  memoria  del fratello suo
    Stesagora.
    Quando gli abitanti del Chersoneso lo vennero a sapere,  si radunarono
    da  ogni  parte  i  principi di tutte le citt e vennero tutti insieme
    come a presentargli le loro condoglianze; ma egli li fece arrestare.
    Cos, mantenendo un presidio di 500 satelliti, Milziade tenne in pugno
    il Chersoneso e prese in moglie Egesipile, la figlia di Oloro,  re dei
    Traci.

      40.  Questo  Milziade,  figlio  di Cimone,  era da poco tornato nel
    Chersoneso,  quando altri malanni lo colsero pi gravi di  quelli  che
    gi l'avevano colpito.
    Tre anni prima di questi avvenimenti,  egli era dovuto fuggire davanti
    agli Sciti nomadi i quali,  irritati dal re Dario,  avevano riunito le
    proprie forze e s'erano spinti fino a questo Chersoneso.
    Milziade,  senza  aspettare  il  loro  attacco,  se  n'era  andato dal
    Chersoneso,  fino a che i nemici non avevano sgomberato il paese  e  i
    Dolonci non ve lo avevano ricondotto.
    Questo  era  avvenuto tre anni prima delle vicende che lo tormentavano
    in quel momento.

     41. Allora (32), dunque, sentendo che i Fenici erano a Tenedo, egli,
    riempite cinque triremi con tutte le cose preziose che aveva a portata
    di mano,  fece vela verso Atene;  e come era salpato  dalla  citt  di
    Cardia,  cos  procedette  attraverso  il golfo Melas (33),  ma mentre
    tentava di oltrepassare il Chersoneso,  i Fenici furono addosso al suo
    convoglio.
    Milziade  stesso,  con  quattro delle sue navi,  riusc a rifugiarsi a
    Imbro.  Invece la quinta nave fu dai Fenici inseguita e catturata.  La
    comandava proprio Metioco, il pi vecchio dei figli di Milziade, nato,
    per, non dalla figlia del trace Oloro, ma da un'altra donna.
    Anch'egli,  naturalmente,  fu  preso  insieme  con la nave e i Fenici,
    quando seppero che era figlio  di  Milziade,  lo  condussero  dal  re,
    convinti  di  farsene un gran merito perch proprio Milziade aveva tra
    gli Ioni manifestato il suo parere consigliandoli a  prestare  ascolto
    agli  Sciti,  quando  questi insistevano perch gli Ioni rompessero il
    ponte di barche (34) e se ne tornassero a casa loro.
    Dario,  invece,  quando i Fenici gli  condussero  il  figlio  di  lui,
    Metioco,  non gli fece alcun male,  anzi lo colm di favori. Gli diede
    una casa,  dei possedimenti,  e una moglie di  razza  persiana,  dalla
    quale ebbe dei figli che vennero considerati come Persiani.
    Milziade, intanto, partitosi da Imbro, giungeva ad Atene.

     42. Per tutto quell'anno gli Ioni non subirono, oltre questi, nessun
    altro  trattamento  ostile,  anzi  proprio in quell'anno si presero le
    seguenti disposizioni, molto utili per essi.
    Artafrene,  il governatore di Sardi,  convocati i rappresentanti delle
    varie citt,  costrinse gli Ioni a stipulare tra loro un accordo,  con
    cui si  obbligavano  a  rimettere  ai  tribunali  ogni  questione  che
    sorgesse, e non si abbandonassero a vicenda a saccheggi e ruberie. Non
    solo li costrinse a questo,  ma, avendo misurato il loro territorio in
    "parasanghe" (cos chiamavano i Persiani una misura  corrispondente  a
    30 stadi [35]), secondo i dati di questa misurazione impose a ciascuna
    citt il tributo che doveva versare,  tributi che,  da allora,  sempre
    durano immutati ancora ai miei tempi,  cos come da  Artafrene  furono
    fissati. E furono stabiliti press'a poco nella stessa misura di prima.

      43.  Erano  queste  per  loro delle disposizioni che garantivano la
    pace.  Ma all'inizio della primavera (36),  mentre gli altri  generali
    erano  stati dal re esonerati dal comando Mardonio,  figlio di Gobria,
    discese verso il mare conducendo con s un esercito molto  numeroso  e
    ingenti forze di marina: era giovane d'et e da poco aveva sposato una
    figlia del re Dario, Artozostre.
    Quando,  alla testa di queste truppe,  arriv in Cilicia, egli sal su
    una nave e si mise in viaggio con tutto il resto della flotta,  mentre
    altri    comandanti   conducevano   l'esercito   di   fanteria   verso
    l'Ellesponto.
    A  questo  punto,   io  riferir  una  cosa  che  dester  grandissima
    meraviglia  in  quei  Greci  che  non vogliono credere che Otane,  nel
    consiglio dei sette Persiani,  abbia sostenuto il suo punto di  vista:
    che,  cio,  ai  Persiani  era necessaria una costituzione democratica
    (37).
    Infatti Mardonio,  non appena,  seguendo le  coste  dell'Asia,  giunse
    nella Ionia, vi depose tutti i tiranni e istitu nelle varie citt dei
    regimi democratici. Ci fatto, prosegu in fretta verso l'Ellesponto e
    quando  si  fu  radunato  un  gran  numero  di  navi  e concentrato un
    imponente esercito di terra, i Persiani, attraversato l'Ellesponto per
    mezzo della flotta,  si misero in marcia attraverso  l'Europa,  contro
    Eretria e Atene.

      44.  Queste  citt  costituivano il pretesto della spedizione,  ma,
    siccome avevano intenzione di sottomettere il maggior numero possibile
    di citt greche, da una parte, con la flotta,  soggiogarono l'isola di
    Taso,  senza  che  questa  accennasse  a difendersi;  dall'altra,  con
    l'esercito di terra, si assicurarono la sottomissione dei Macedoni, da
    aggiungere agli altri popoli gi soggetti: poich tutte le popolazioni
    situate al di qua (38) della Macedonia erano gi passate sotto il loro
    giogo. Da Taso, accostatisi all'altra sponda,  navigarono costeggiando
    fino ad Acanto, e da Acanto mossero per doppiare il promontorio Atos.
    Ma, mentre giravano attorno, un vento furioso di Borea, contro cui non
    c'era scampo, piombato loro addosso, torment le navi molto duramente,
    mandandone moltissime a infrangersi contro le scogliere.
    Si dice,  infatti,  che circa 300 furono le navi distrutte e pi di 20
    mila gli uomini che vi perirono: e siccome il mare intorno all'Atos  
    infestato  di  animali feroci,  gli uni perivano addentati dai mostri,
    gli altri sbattuti contro le rocce:  ce  n'erano  di  quelli  che  non
    sapevano  nuotare  e  per  questo  affogavano,  altri  ancora morivano
    intirizziti dal freddo.

     45. Mentre la flotta subiva questa triste sorte, Mardonio e le forze
    di  terra,   che  erano  accampati  in  Macedonia,   furono  assaliti,
    nottetempo,  dai traci Brigi,  che ne fecero un massacro e ferirono lo
    stesso Mardonio.
    E' vero che nemmeno essi evitarono la schiavit da parte dei Persiani,
    poich Mardonio non volle allontanarsi da questi luoghi,  se prima non
    li ebbe sottomessi; ma quando ebbe ridotto in suo potere queste trib,
    mise  l'esercito  sulla  via  del  ritorno,  poich le truppe di terra
    avevano subto gravi danni combattendo contro  i  Brigi  e  la  flotta
    aveva subto addirittura un disastro nelle acque dell'Atos.
    E cos questo corpo di spedizione, dopo una sfortunata campagna, se ne
    torn in Asia.

     46.  L'anno successivo (39) a questi avvenimenti,  Dario mand prima
    di tutto  dei  messi  ai  Tasi,  che  i  vicini  avevano  accusato  di
    macchinare una rivolta, con l'ordine che abbattessero tutto intorno le
    loro mura e convogliassero le loro navi ad Abdera.
    Infatti,  quelli  di  Taso,  da  quando  Istieo  di  Mileto  li  aveva
    assediati,  siccome avevano ingenti rendite,  si  valevano  di  quelle
    ricchezze  per  costruire  navi  da  guerra ed erigere una cerchia pi
    potente di mura.
    Le loro risorse provenivano dal continente e dalle miniere. Le miniere
    d'oro di Scaptesila (40)  rendevano  di  solito  80  talenti;  quelle,
    invece,  che erano nell'isola stessa davano minori proventi.  Tuttavia
    tanto forti che, in generale,  i Tasi (che erano poi esenti da imposte
    fondiarie) ogni anno ricavavano,  dal continente e dalle miniere,  ben
    200 talenti e, nei periodi di massimo rendimento, anche 300.

     47. Anch'io ho visto queste miniere, e le pi meravigliose,  di gran
    lunga,  erano  quelle  scoperte  dai  Fenici  (41)  venuti  con Taso a
    colonizzare quest'isola, la quale appunto da questo Taso di Fenicia ha
    derivato il suo nome.
    Queste miniere fenicie  si  trovano  entro  l'isola  di  Taso  tra  le
    localit chiamate Enira e Cenira, di fronte a Samotracia (42): un gran
    monte tutto sconvolto dalle escavazioni: ecco cos'.
    Orbene,  i  Tasi  in  seguito  all'ordine del re,  abbatterono la loro
    cerchia di mura e condussero ad Abdera tutte le navi.

     48. In secondo luogo,  Dario volle provare quali intenzioni avessero
    i Greci: se,  cio,  intendevano fargli guerra o consegnarsi nelle sue
    mani.
    Dispose, quindi, che fossero mandati degli araldi qua e l nelle varie
    regioni della Grecia,  con l'ordine di pretendere terra e acqua a nome
    del re.
    Mentre  mandava  questi araldi in Grecia,  ne invi altri per le citt
    marittime, che gli erano tributarie, a comandare che costruissero navi
    da guerra e navi per trasporto cavalli.

     49. Ora,  mentre queste ponevano mano ai preparativi richiesti,  gli
    araldi  recatisi  in  Grecia  da molti popoli del continente ottennero
    quello che il Persiano nella sua proposta chiedeva e cos fecero tutti
    gli abitanti delle isole, ai quali erano giunti a fare la richiesta.
    Orbene,  tra gli altri isolani che erano propensi a dare a Dario terra
    e acqua, c'erano anche quelli di Egina. Ma l'avevano appena fatto, che
    subito  gli  Ateniesi  furono  loro addosso,  convinti che gli Egineti
    avessero fatto ci  con  intenzione  ostile  nei  loro  riguardi,  per
    muovere  in  armi contro di loro con l'appoggio dei Persiani;  sicch,
    ben contenti di aver trovato un pretesto,  si  recarono  a  Sparta  ad
    accusarli  per  quello  che  avevano  commesso,  come  traditori della
    Grecia.

     50.  Di fronte a questa denuncia Cleomene,  figlio di  Anassandrida,
    che  era re di Sparta,  si rec ad Egina con l'intenzione di trarre in
    arresto i  maggiori  responsabili  della  resa.  Ma  quando  tent  di
    procedere  all'arresto,  gli  Egineti  gli fecero resistenza.  Fra gli
    altri, e con particolare accanimento, c'era Crio, figlio di Policrito,
    il quale andava dicendo che nessuno degli Egineti egli avrebbe portato
    via impunemente, poich Cleomene faceva questo senza avere il consenso
    dello Stato spartano,  ma indotto dagli Ateniesi con  denaro  sonante:
    altrimenti, sarebbe venuto ad arrestarli accompagnato dall'altro re.
    Questo  egli  diceva  per  suggerimento di Demarato.  Sicch Cleomene,
    costretto ad andarsene da Egina, chiese a Crio quale fosse il suo nome
    e quello, senza reticenze, glielo disse.
    Cleomene allora l'apostrof: Gi fin d'ora, o montone (43),  rafforza
    con  bronzo  le  corna,  poich  dovrai  cozzare  contro  un  tremendo
    malanno.

     51. Durante questo periodo,  Demarato,  figlio di Aristone,  che era
    rimasto a Sparta, non faceva che calunniare Cleomene: era anch'egli re
    di Sparta, ma di una famiglia meno illustre e meno illustre per nessun
    altro motivo (dato che le due famiglie discendono dallo stesso ceppo),
    se non che per diritto di primogenitura, io penso, si  attribuito nel
    tempo maggior onore a quella di Euristene.

     52.  Gli Spartani, infatti, contro quello che narrano tutti i poeti,
    sostengono che non furono i  figli  di  Aristodemo  a  condurli  nella
    regione che ora possiedono,  ma Aristodemo stesso,  che era re, figlio
    di Aristomaco, nipote di Cleodeo, e pronipote di Illo (44).
    Dopo poco tempo la moglie di Aristodemo divenne madre: il suo nome era
    Argia e dicono fosse figlia di Autesione,  figlio di Tisameno,  nipote
    di Tersandro e pronipote di Polinice (45).
    Costei,  dunque,  avrebbe  dato alla luce due gemelli,  che Aristodemo
    fece appena in tempo a vedere. Poi mor di malattia.
    Gli Spartani di quel tempo deliberarono,  secondo la legge,  di creare
    loro re il maggiore dei suoi figli,  ma non avevano alcun elemento che
    permettesse di sceglierlo,  tanto erano simili  e  di  uguale  figura.
    Nell'impossibilit,  quindi,  di  riconoscerlo,  o magari anche prima,
    interpellarono colei che li aveva messi al  mondo,  ma  neppure  essa,
    diceva,  riusciva  a  distinguerli:  questo  la  donna affermava,  pur
    sapendolo anche troppo bene.  Ma voleva,  se mai  era  possibile,  che
    ambedue  diventassero  re.  Sicch  gli Spartani si trovarono in grave
    imbarazzo e,  nell'incertezza,  mandarono a chiedere a Delfi  come  si
    dovessero comportare in tale circostanza.
    La Pizia consigli loro di considerare re tutti e due i fanciulli,  ma
    di attribuire maggior onore a quello pi anziano.  Cos  avrebbe  loro
    risposto  la  Pizia.  Ma  gli  Spartani  erano,  non  meno  di  prima,
    imbarazzati nello scoprire quale dei due  fosse  il  maggiore,  quando
    sugger loro un consiglio un uomo di Messene,  che si chiamava Panite.
    Ed era questo il suggerimento che egli dava agli Spartani: sorvegliare
    attentamente la madre e vedere quale dei due piccoli essa  lavava  per
    primo e allattava e se l'avessero vista comportarsi sempre allo stesso
    modo,  essi avrebbero saputo quanto cercavano e desideravano scoprire;
    se, invece, essa pure si mostrava indifferente, rivolgendo le sue cure
    alternativamente  ora  all'uno,   senza  preferenza,   ora  all'altro,
    avrebbero avuto una chiara conferma che neppure la madre ne sapeva pi
    di loro e dovevano indirizzarsi per altra via.
    Allora,  seguendo  il  consiglio del vecchio di Messene,  gli Spartani
    sorvegliarono la madre dei figli di Aristodemo e  la  sorpresero  che,
    quando li allattava e li puliva,  rendeva onore costantemente al primo
    nato; n essa sapeva per quale motivo veniva in tal modo osservata.
    Presero,  quindi,  il  bambino  particolarmente  curato  dalla  madre,
    convinti  che  fosse  il  maggiore,   e  lo  allevarono  nell'edificio
    pubblico: a lui fu posto il nome di Euristene,  a quello pi  giovane,
    il nome di Procle.
    Divenuti  uomini,  dicono,  questi  due,  nonostante fossero fratelli,
    vissero continuamente in  disaccordo  fra  di  loro  e  i  discendenti
    continuano a comportarsi allo stesso modo.

     53.  Ci  quando dicono,  in Grecia,  solo gli Spartani.  Riferir,
    invece,  quello che  conforme alla versione datane dagli altri Greci:
    questi  re dei Dori fino a Perseo,  figlio di Danae,  senza contare il
    dio (46), sono con esattezza ricordati secondo la loro genealogia (47)
    ed  dimostrato che sono di stirpe greca: gi,  infatti,  fin d'allora
    erano considerati Greci.
    Ho  detto  fino  a  Perseo,  e non mi sono spinto pi lontano,  per la
    ragione che al nome di Perseo non si aggiunge quello  di  alcun  padre
    mortale,  come  a Eracle si aggiunge quello di Anfitrione.  Perci,  a
    ragione veduta, ho usato precisamente l'espressione: "fino a Perseo".
    Ma a partire da Danae,  figlia di  Acrisio,  risalendo  la  serie  dei
    padri, si vedr chiaro che i capi dei Dori discendevano dagli Egiziani
    in linea diretta.

     54. Questa  la loro genealogia per quello che raccontano i Greci.
    Secondo  la versione che ne danno i Persiani,  fu Perseo stesso che si
    fece greco,  mentre era assiro,  non  gli  antenati  di  lui.  Ma  gli
    antenati di Acrisio,  almeno, che non hanno con Perseo rapporto alcuno
    di parentela, costoro, dico, furono Egiziani, come affermano i Greci.

     55. E su questo argomento basti quanto s' detto.  Per quale ragione
    poi,  essendo  di origine egiziana,  essi ottennero i regni (48) fra i
    Dori e quali imprese segnalate compirono,  io tralascer  di  narrare,
    poich gi altri (49) ne hanno parlato: far, invece, menzione di quei
    particolari, che altri finora non hanno trattato.

     56.  Ai loro re gli Spartani hanno assegnato queste prerogative: due
    uffici sacerdotali,  quello di  Zeus  Lacedemonio  e  quello  di  Zeus
    Uranio,  facolt  di  portare  guerra  dove  vogliono  e nessuno degli
    Spartani pu opporvisi,  altrimenti si macchia  di  sacrilegio.  Nelle
    spedizioni  militari,  i  re  hanno l'onore di avanzare per primi e di
    ritirarsi per ultimi,  100 uomini scelti costituiscono  sul  campo  di
    battaglia la loro guardia del corpo;  hanno diritto di immolare quante
    vittime credono nelle spedizioni fuori  del  paese;  e  di  tutti  gli
    animali spetta loro portarsi via le pelli e le terga.

     57.  Queste sono le prerogative di cui godono in tempo di guerra, ma
    ne sono loro concesse altre per il tempo di pace e sono queste: quando
    si offre un sacrificio a spese pubbliche,  tocca  ai  re  sedersi  per
    primi  al  banchetto  e  da  loro  anzitutto  si  comincia  a servire,
    assegnando a ciascuno di essi,  di  tutte  le  offerte,  una  porzione
    doppia  (50)  di  quella  degli  altri  convitati.  E  spetta  loro la
    precedenza nelle libazioni,  come appartengono  loro  le  pelli  degli
    animali sacrificati.
    A ogni novilunio (51) e al settimo giorno di ogni mese viene assegnata
    a  ognuno  dei  due re,  a spese dello Stato,  una vittima perfetta da
    immolare nel tempio di Apollo,  oltre a un medimmo (52) di farina e un
    quartario  di  vino,  misura  della Laconia,  mentre in tutti i giochi
    vengono tenuti in serbo per loro dei posti privilegiati.
    Spetta loro indicare come prosseni (53) quei cittadini che vogliono  e
    scegliere  ciascuno  due Pizi: i Pizi sono dei personaggi da inviare a
    Delfi a consultare l'oracolo,  che vengono  mantenuti  a  spese  dello
    Stato insieme con i re.
    Se non intervengono al pubblico banchetto, si mandano loro a domicilio
    due "chenici" (54) di farina per ciascuno e una "cotila" di vino;  se,
    invece,  sono presenti si offre loro di tutte le vivande una  porzione
    doppia  degli  altri.  Anche  quando  sono  invitati  a  banchetto  da
    cittadini privati ottengono questo stesso segno di riguardo.
    E' compito loro custodire i vaticini che vengono  di  volta  in  volta
    proferiti, ma ne sono a conoscenza anche i Pizi.
    Le questioni che soltanto i re possono dirimere sono queste: quando si
    tratta  d'una  fanciulla,  che  sia  unica  ereditiera  delle sostanze
    paterne, decidere a chi debba andare sposa (55), nel caso che il padre
    non l'abbia gi promessa a qualcuno;  poi tocca  loro  la  cura  delle
    pubbliche strade, e se qualcuno vuole adottare un figlio, lo deve fare
    alla presenza dei re.
    Inoltre  essi siedono nel consiglio degli Anziani,  che sono 28 e se i
    re non intervengono,  gli Anziani che sono  ad  essi  pi  vicini  per
    vincoli di parentela adempiono le funzioni regali, deponendo due voti,
    pi un terzo loro personale.

      58.  Queste  testimonianze  d'onore  sono  attribuite  dallo  Stato
    spartano ai suoi re,  quando sono in  vita;  quando  muoiono,  invece,
    ricevono quest'altre onoranze.
    Dei  valletti  a  cavallo  vanno  intorno  per  tutta  la  Laconia  ad
    annunciare la morte avvenuta mentre per la citt si aggirano le donne,
    percotendo i lebeti (56).
    Quando in tal modo viene dato il segnale,   d'obbligo che due  membri
    d'ogni famiglia,  un uomo e una donna,  che siano liberi, si vestano a
    lutto; se non lo fanno sono soggetti a gravi pene.
    Gli Spartani, in caso di morte dei loro re, hanno la stessa usanza dei
    Barbari che vivono in Asia poich la  maggior  parte  dei  Barbari  si
    comporta allo stesso modo quando muoiono i loro.
    Infatti,  appena un re di Sparta viene a morire,  bisogna che da tutta
    la Laconia,  oltre agli Spartiati,  un certo numero di "perieci"  (57)
    venga per forza ai funerali;  e quando questi, gli iloti, e gli stessi
    Spartiati si siano raccolti nello stesso  luogo  in  numero  di  molte
    migliaia,  uomini e donne insieme, si percuotono violentemente il viso
    ed emettono lamenti infiniti,  mentre vanno proclamando ogni volta che
    l'ultimo re morto  stato di tutti il migliore.
    Quando,  poi,  un re dovesse morire in guerra, ne fanno un simulacro e
    lo portano a seppellire adagiato su un letto ben adorno.
    Dopo i funerali,  per dieci giorni ogni attivit  sospesa,  e non  si
    tengono  comizi  per l'elezione dei magistrati: per tutto questo tempo
    mantengono il lutto.

     59.  Con i Persiani s'accordano anche su quest'altro punto:  quando,
    alla  morte  d'un  re,  un  altro  venga  messo sul trono,  questo che
    subentra libera tutti gli Spartani da  eventuali  debiti  che  abbiano
    contratto  verso  il  re  o  verso lo Stato;  allo stesso modo,  tra i
    Persiani  colui  che  viene  eletto  re  condona  a  tutte  le   citt
    l'eventuale tributo non ancora pagato.

     60.  Gli Spartani hanno dei punti di contatto anche con gli Egiziani
    e sono questi: presso di loro gli araldi,  i sonatori di  flauto  e  i
    cuochi  ereditano dai padri i singoli mestieri;  sicch il flautista 
    figlio di un flautista,  il cuoco di un cuoco e l'araldo di un araldo.
    Non  c'  pericolo  che altri,  aspirando a quest'incarico per la voce
    squillante,  ne escludano gli araldi in carica,  ma  continuano  essi,
    secondo  le  occupazioni  paterne.  E  proprio cos si svolgono queste
    cose.

     61.  Allora (58),  dunque,  mentre Cleomene si  trovava  a  Egina  e
    s'adoperava  per  il  bene  comune  della  Grecia,  Demarato  l'andava
    colmando di accuse, non gi perch fosse cos sollecito degli Egineti,
    ma perch spinto da gelosia e da invidia.
    Cleomene,  per,  al ritorno da Egina si propose di sbalzare  Demarato
    dal trono e prese le mosse, per eliminarlo, dai fatti seguenti.
    Aristone, quand'era re (59) di Sparta, pur avendo avuto due mogli, non
    aveva figli e siccome non riusciva a convincersi di essere egli stesso
    la  causa di tale sterilit,  volle sposarne una terza;  e la spos in
    questo modo.
    Aveva  egli  come  amico  uno  Spartano,   al  quale  era  legato   in
    dimestichezza  pi che agli altri cittadini,  e che aveva in moglie la
    donna di gran lunga pi bella che ci fosse a Sparta: bellissima, per,
    essa era diventata dopo essere stata molto brutta.
    Infatti,  vedendola di aspetto ripugnante,  la sua nutrice (in quanto,
    pure  con  il corpo deforme,  era figlia di gente facoltosa) la quale,
    per di pi,  vedeva i genitori  farsi  un  gran  cruccio  per  la  sua
    bruttezza,  valutati  a  uno a uno questi inconvenienti,  ricorse a un
    simile espediente.  Ogni giorno la portava al santuario di Elena (60),
    che  si  trova  nella  localit  chiamata Terapne,  sopra il tempio di
    Apollo; e quando ve l'aveva portata,  la collocava davanti alla statua
    della  dea e la pregava di guarire la bambina dalla sua deformit.  Si
    racconta che un giorno,  mentre la nutrice si allontanava dal  tempio,
    le apparve una donna; presentatasi, le chiese che cosa portasse tra le
    braccia. La balia disse che portava una bambina e la donna la invit a
    mostrargliela.  Ma quella si scherm,  dicendo di avere la proibizione
    da parte dei genitori di mostrare la bimba a chiunque. La donna, per,
    insisteva perch a ogni costo  gliela  facesse  vedere  tanto  che  la
    nutrice,  visto  che  ci  teneva  tanto a vederla,  solo allora gliela
    mostr.
    La donna, accarezzando la testa della bambina, disse che sarebbe stata
    la pi bella di tutte le donne di Sparta.
    Da quel giorno, effettivamente, il suo aspetto si trasform e,  giunta
    che  fu  all'et  delle  nozze,  se la spos Ageto,  figlio di Alcide,
    l'amico, appunto, di Aristone, di cui si sta parlando.

     62.  Orbene,  Aristone si infiamm d'amore per questa donna ed  ecco
    che cosa ti combina.
    Promette egli al suo amico,  che l'aveva per moglie, di accordargli in
    dono,  di tutti i suoi tesori,  quello che egli stesso avesse scelto e
    pretendeva  che l'amico a lui rendesse il contraccambio.  Quello,  che
    non aveva motivo di temere nei riguardi della  moglie,  poich  vedeva
    che  anche  Aristone  ne aveva una,  ader alla proposta;  e su questo
    patto formularono i giuramenti.
    Di conseguenza,  Aristone fece dono di quella,  tra le  sue  cose  pi
    care, quale si fosse, che Ageto volle scegliersi. E quando egli stesso
    cerc,  a sua volta,  di farsi dare da lui la cosa desiderata, pretese
    di portarsi via la moglie dell'amico.
    Questi, allora, a protestare che era stato d'accordo su tutto il resto
    eccetto che su questo solo punto;  ma,  stretto dal giuramento e dalla
    perfidia dell'inganno se la lasci portar via.

      63.  Fu  cos appunto che Aristone spos la sua terza moglie,  dopo
    aver ripudiato la seconda.
    In un periodo di tempo inferiore al normale e quando non erano  ancora
    passati i dieci mesi (61),  la donna diede alla luce (62) Demarato, di
    cui si parla qui.
    Sedeva Aristone nel consiglio insieme con gli Efori,  quando  uno  dei
    servi venne ad annunziargli che gli era nato un figlio.  Ed egli,  che
    ben sapeva il tempo in cui aveva sposato sua moglie,  fatto  il  conto
    dei mesi sulla punta delle dita, esclam solennemente: Non pu essere
    mio!.
    Gli  Efori  udirono  questa  esclamazione,  ma sul momento non diedero
    importanza alla cosa.
    Intanto il fanciullo si faceva grande e ad Aristone dispiaceva  quella
    frase  che  aveva  pronunciato,  poich  pi  che mai era convinto che
    Demarato fosse figlio suo.  Anzi,  il nome Demarato glielo  diede  per
    questo  motivo:  in  precedenza,  gli  Spartani  avevano pubblicamente
    rivolto suppliche agli di perch concedessero un figlio ad  Aristone,
    che  essi  consideravano  degno  di stima sopra tutti i re che avevano
    regnato a Sparta: e per questa ragione al fanciullo fu posto  il  nome
    di Demarato (63).

     64.  Col passar del tempo,  Aristone venne a morire e sal al potere
    Demarato. Per,  era destino,  a quanto pare,  che,  risaputesi queste
    cose,  fosse  sbalzato  dal  trono,  perch era divenuto tremendamente
    odioso  a  Cleomene,   in  un  primo  tempo  perch  aveva  ricondotto
    l'esercito da Eleusi e,  in un secondo, all'epoca in cui siamo, quando
    Cleomene era passato a Egina,  per arrestare quelli che  vi  si  erano
    pronunciati a favore dei Medi.

      65.   Deciso,  quindi,  di  vendicarsi,  Cleomene  si  accorda  con
    Leotichide,  figlio di Menare e nipote  di  Agide,  discendente  dalla
    stessa stirpe di Demarato,  a questa condizione che, se l'avesse posto
    sul  trono  al  posto  di  Demarato,  lo  avrebbe  accompagnato  nella
    spedizione punitiva di Egma.
    Leotichide  era  diventato  acerrimo  nemico di Demarato per il motivo
    seguente: nonostante egli  fosse  fidanzato  con  Percalo,  figlia  di
    Chilone  e  nipote  di  Demarmeno,  Demarato  con  l'inganno gli aveva
    mandato in fumo il matrimonio,  perch di sorpresa  gli  aveva  rapito
    Percalo e se l'era sposata.
    Di qui aveva avuto origine l'odio di Leotichide per Demarato e allora,
    sollecitato  da  Cleomene,  afferma con giuramento contro Demarato che
    era illegittimo il suo potere regale sugli Spartani, in quanto non era
    figlio di Aristone.
    Dopo questa dichiarazione giurata,  lo cit in  giudizio,  richiamando
    alla  memoria  la  frase  pronunciata  da Aristone quando il servo gli
    aveva dato notizia che gli era  nato  un  figlio  ed  egli,  fatto  il
    calcolo  dei  mesi,  aveva recisamente affermato che non poteva essere
    suo. Insistendo su quell'affermazione, Leotichide volle dimostrare che
    Demarato non era figlio di Aristone  e  che  illegalmente  regnava  su
    Sparta,  invocando a sostegno la testimonianza degli Efori che, a quel
    tempo (64),  sedevano a consiglio accanto a lui  e  avevano  udito  le
    parole di Aristone.

     66. Infine, sorgendo su questi fatti continue contese, agli Spartani
    parve opportuno chiedere all'oracolo di Delfi se Demarato fosse, o no,
    figlio di Aristone.
    Come  la  proposta  di  ricorrere  alla  Pizia  era  stata  fatta  per
    suggerimento di Cleomene,  cos egli si assicur l'appoggio di Cobone,
    figlio  di  Aristofante,   l'uomo  che  in  Delfi  godeva  la  massima
    reputazione e Cobone indusse la profetessa Perialla a dire quello  che
    Cleomene voleva si dicesse.
    Cos,  quando  gli  inviati  formularono  la  loro  domanda,  la Pizia
    sentenzi che Demarato non era figlio di Aristone.  Pi  tardi,  per,
    questi  intrighi  si  vennero a sapere: Cobone se ne dovette andare da
    Delfi in esilio e la  profetessa  Perialla  fu  destituita  dalla  sua
    carica onorifica.

      67.  Cos  si  svolsero  le  cose  riguardo alla detronizzazione di
    Demarato; ma quello che lo indusse a fuggirsene da Sparta e rifugiarsi
    tra i Medi fu l'offesa che ora narrer.
    Dopo aver perduto il trono,  Demarato esercitava una magistratura,  in
    seguito a regolare elezione.
    Si celebravano,  dunque,  le Gimnopedie (65), e vi assisteva Demarato,
    quando Leotichide, che era diventato re al posto suo, gli mand il suo
    servo a chiedergli, per deriderlo e fargli oltraggio,  che impressione
    provasse  a  esercitare  una carica,  dopo essere stato re.  Demarato,
    ferito da questa domanda,  replic che egli aveva fatto ormai  ambedue
    queste  esperienze,  ma Leotichide no;  che,  per,  da quella domanda
    avrebbero avuto origine per gli Spartani o infiniti  mali  o  infiniti
    beni (66).
    Ci  detto,  coprendosi il viso col mantello,  usc dal teatro e se ne
    torn a casa sua. Ivi, fatti i dovuti preparativi,  sacrific un bue a
    Zeus, e, compiuto il sacrificio, chiam sua madre.

     68.  Quand'essa giunse, le pose tra le mani parte delle viscere (67)
    della vittima e la supplic rivolgendole queste parole: Mamma,  te ne
    supplico  per  tutti  gli  di  e in particolare per questo Zeus Erceo
    (68), dimmi la verit: chi  mio padre vero?  Infatti Leotichide,  nel
    pieno  della  contesa,  sosteneva che tu passasti a nozze con Aristone
    mentre eri incinta ancora  del  primo  marito;  altri,  invece,  dando
    credito  a  un  racconto  ancor  pi  insensato,  dicono che tu avesti
    rapporti con uno dei servi,  l'asinaio,  e che  io  sono  suo  figlio.
    Perci ti scongiuro,  in nome degli di,  di dirmi la verit: ch,  se
    hai fatto alcunch di ci che vanno dicendo, non sei stata tu l'unica,
    anzi,  sei in buona compagnia.  E si dice  comunemente  a  Sparta  che
    Aristone non aveva forza procreativa: altrimenti avrebbero avuto figli
    anche le precedenti mogli.

      69.  In  tal  modo  egli  si  sfogava e la madre rispose con queste
    parole: Figlio mio,  poich tu mi preghi e mi scongiuri di  dirti  la
    verit, tutto ci che  vero ti sar detto.
    Quando Aristone mi aveva gi condotto a casa sua, la terza notte dopo
    la  prima  di  nozze,  venne a me una figura d'uomo in tutto simile ad
    Aristone che, dopo essersi con me intrattenuto,  mi cinse intorno alla
    fronte  le corone (69) che aveva con s.  Poi il fantasma se ne and e
    subito dopo venne Aristone; il quale, come vide che avevo le corone mi
    chiese chi me le avesse date. Io naturalmente dissi che era stato lui,
    ma egli non voleva ammetterlo.  E siccome io  giuravo  e  spergiuravo,
    aggiungendo  che  non  era  bello  quello  che faceva,  insistendo nel
    negare, mentre poco prima egli era venuto e,  dopo essersi a me unito,
    mi aveva donato le corone, vedendo, dunque, che non esitavo a giurare,
    Aristone si convinse che si trattava di un intervento divino. Infatti,
    non solo risult che le corone provenivano dal tempietto, che chiamano
    di Astrabaco (70),  eretto presso la porta dell'atrio, ma gli indovini
    sentenziarono che  quello  apparso  era  veramente  l'Eroe  stesso  in
    persona.
    Eccoti, figlio mio, tutto quello che tanto desideri sapere: dunque, o
    tu  sei  figlio  di  quest'eroe  e l'eroe Astrabaco  tuo padre o lo 
    Aristone,  poich in quella stessa  notte  io  ti  ho  concepito.  Per
    quanto, poi, riguarda quello su cui pi ostinatamente insistono i tuoi
    nemici.  dicendo che lo stesso Aristone,  quando gli fu annunciato che
    tu eri nato, avrebbe detto, alla presenza di molti che udivano, che tu
    non eri suo figlio (poich il tempo normale,  cio i dieci  mesi,  non
    era  ancora  trascorso) sappi che egli si lasci scappare quella frase
    per la scarsa cognizione che aveva di siffatte cose.
    Le donne,  infatti,  possono partorire anche dopo nove  mesi  o  dopo
    sette,  non tutte, a ogni modo, dopo che siano trascorsi dieci mesi; e
    io, o figlio, ti ho dato alla luce nel settimo mese.
    Lo stesso Aristone ha riconosciuto, subito dopo, che quelle parole le
    aveva buttate fuori, cos, sconsideratamente.
    Altre insinuazioni sulla tua nascita,  non ti degnare di  accoglierle
    poich tu hai udito ormai tutta la pi schietta verit.
    Che  a  Leotichide  stesso,  e a quanti vanno propalando calunnie del
    genere, le mogli diano figli da guardiani d'asini.

     70.  Cos essa parl e  Demarato,  venuto  a  conoscenza  di  quanto
    desiderava,  prese  con  s  il  necessario  per un lungo viaggio e si
    diresse verso l'Elide, lasciando correre la voce che si recava a Delfi
    per interrogare l'oracolo.
    Gli Spartani,  per,  che sospettavano che Demarato si disponesse alla
    fuga  (71),  gli  si  misero  alle calcagna.  Egli pot,  non so come,
    precederli e dall'Elide  pass  a  Zacinto;  ma,  essendovi  sbarcati,
    dietro  di  lui,  anche gli Spartani,  riuscirono a raggiungerlo e gli
    portarono via il seguito.  Sennonch pi tardi,  dato  che  quelli  di
    Zacinto  non  permettevano la sua estradizione,  di l pot passare in
    Asia e rifugiarsi presso il re Dario,  il quale lo accolse con  grande
    magnificenza e gli fece dono di terra e di citt (72).
    In  tal  modo,  e dopo tali vicende,  arriv in Asia Demarato,  che in
    molte circostanze s'era fra gli Spartani distinto per le sue imprese e
    le sue assennate decisioni.  Ma pi di tutto aveva procurato alla  sua
    patria  l'onore  d'una  vittoria  in Olimpia,  vittoria che egli aveva
    colto gareggiando con la quadriga,  unico fra tutti i re di Sparta che
    abbia compiuto una simile impresa.

      71.  Leotichide,  figlio di Menate,  quando Demarato fu deposto dal
    trono,  gli successe nel regno ed ebbe per figlio  quello  Zeussidamo,
    che alcuni Spartani chiamavano Cinisco.
    Costui,  per,  non  pot  regnare  su  Sparta,  poich  mor prima di
    Leotichide, lasciando il figlio Archidamo.
    Leotichide,  dopo la perdita di Zeussidamo,  prese  in  seconde  nozze
    Euridame,  sorella  di  Menio e figlia di Diattoride,  dalla quale non
    ebbe nessun figlio maschio, bens una figlia, Lampito,  che and sposa
    ad  Archidamo  (73),  figlio  di  Zeussidamo,  al  quale  l'aveva data
    Leotichide.

     72.  Neppure Leotichide pot invecchiare a  Sparta,  ma  scont,  in
    certo qual modo, la sua colpa verso Demarato. E fu cos: era a capo di
    una  spedizione  militare  spartana  in Tessaglia (74).  Ma mentre gli
    sarebbe  stato  possibile  sottomettere  tutto  il  paese,  si  lasci
    corrompere  da  una  grande  quantit  d'argento.  Colto  in flagrante
    proprio l, sul campo,  mentre era tranquillamente seduto su una borsa
    piena di denaro,  e tratto in giudizio, fu esiliato da Sparta e la sua
    casa fu abbattuta.
    Egli si rifugi a Tegea e in questa citt mor.

     73. Tutto questo, per, accadde pi tardi (75).
    Allora,  essendo riuscita felicemente a Cleomene la trama ai danni  di
    Demarato,  preso  con  s  Leotichide  subito  egli  mosse  contro gli
    Egineti,  covando contro di loro un terribile rancore per  l'oltraggio
    che ne aveva ricevuto.
    E  cos  gli  Egineti,  vedendosi  venire  addosso  ambedue i re,  non
    pensarono nemmeno pi di opporre  resistenza,  sicch  quelli,  scelti
    dieci uomini di Egina, i pi ragguardevoli per le loro ricchezze e per
    la loro nascita,  li condussero via (fra gli altri, specialmente Crio,
    figlio di Policrito e Casambo,  figlio di  Aristocrate,  che  godevano
    della  massima autorit) e trasferitili nell'Attica,  li lasciarono in
    consegna ai peggiori nemici di Egina, gli Ateniesi.

     74.  Dopo questi fatti,  essendo venute di pubblico dominio le  male
    arti  che  aveva usato nei riguardi di Demarato,  Cleomene fu preso da
    timore degli Spartani e, di nascosto, se ne and in Tessaglia (76). Di
    l,  poi,  recatosi in  Arcadia,  cerc  di  provocarvi  dei  torbidi,
    sollevando  gli  Arcadi  contro gli Spartani,  facendo loro giurare in
    vario modo che senza fallo  l'avrebbero  seguito  dovunque  li  avesse
    condotti.  Tra  l'altro  ci  teneva  molto a far venire nella citt di
    Nonacri coloro che erano alla testa degli Arcadi,  per  farli  giurare
    sull'acqua dello Stige (77).
    Si  dice  appunto  dagli  Arcadi  che  nelle vicinanze di questa citt
    scorra l'acqua dello Stige,  e,  in  effetti,  presenta  press'a  poco
    questo aspetto: una tenue vena di acqua che,  sgorgando da una roccia,
    va a cadere in un burrone goccia a goccia e il burrone  circondato da
    pietre e dirupi.
    Nonacri,  nel cui territorio  si  trova  questa  fonte,    una  citt
    dell'Arcadia, presso Feneo.

      75.  Quando gli Spartani vennero a sapere quello che Cleomene stava
    tramando,  ne ebbero paura e  lo  fecero  rimpatriare,  reintegrandolo
    nelle prerogative di prima. Ma appena tornato, egli, che gi prima era
    alquanto  strambo,  fu subito preso da un accesso di pazzia,  poich a
    tutti gli Spartani che incontrava assestava dei colpi in faccia con lo
    scettro. Sicch i suoi parenti,  vedendo che si comportava a quel modo
    e  gi ormai era fuori senno,  lo fecero legare a un ceppo (78).  Cos
    legato,  come vide che chi lo custodiva era stato lasciato  solo,  gli
    chiese un coltello, e siccome quello sulle prime non voleva darglielo,
    gli gridava minaccioso i castighi che,  una volta libero,  gli avrebbe
    inflitto. Allora la guardia,  presa dalla paura (era,  per verit,  un
    ilota [79]) gli mise in mano un coltello.  Cleomene, stretto il ferro,
    cominci dalle gambe  a  fare  strazio  del  proprio  corpo.  Infatti,
    incidendo per il lungo le sue carni, procedeva dalle gambe alle cosce,
    da  quelle  alle  anche  e  ai  fianchi  finch  giunse  al  ventre e,
    squarciando anche questo in lunghe strisce, mor in tal modo.  Perch,
    a  quanto  dice  la maggior parte dei Greci,  aveva egli con male arti
    indotto la Pizia a dire quanto aveva detto intorno a Demarato. Secondo
    gli Ateniesi,  invece (e sono i soli che lo dicono) fu perch,  quando
    aveva  fatto irruzione in Eleusi,  aveva abbattuto le piante del sacro
    recinto delle dee (80); per gli Argivi, poi, la colpa era che,  avendo
    invitato  a  uscire dal santuario del loro eroe Argo quegli Argivi che
    in seguito alla battaglia vi si erano rifugiati, ne aveva poi fatto un
    macello e,  nel suo disprezzo,  aveva dato alle fiamme il sacro  bosco
    stesso.

      76.  In effetti,  un giorno (81) che consultava l'oracolo di Delfi,
    Cleomene ne ebbe  in  risposta  che  egli  avrebbe  conquistato  Argo.
    Sicch, quando, alla testa degli Spartani, giunse sulle rive del fiume
    Erasino,  che,  a  quanto  si  dice proviene dal lago di Stinfalo (82)
    (infatti l'acqua di questo lago si riversa in una  voragine  oscura  e
    riaffiora,  dicono,  nel territorio di Argo;  di l, poi, questo corso
    d'acqua dagli Argivi viene chiamato Erasino); quando, dunque, Cleomene
    giunse sulle rive di questo fiume, fece sacrifici alla sua divinit. E
    siccome i presagi non  davano  alcun  segno  favorevole  al  passaggio
    sull'altra  sponda,  egli dichiar che ammirava l'Erasino,  perch non
    voleva tradire i suoi cittadini;  ma che neppure cos (83) gli  Argivi
    avrebbero avuto da rallegrarsi.  Quindi,  ritirato l'esercito, lo fece
    retrocedere nella regione di Tirea.  Poi,  immolato un toro al dio del
    mare, condusse le sue truppe su navi nel paese di Tirinto e a Nauplia.

     77. Gli Argivi, avutane notizia, accorsero in difesa verso il mare e
    quando furono nei pressi di Tirinto,  nella localit cui si d il nome
    di Sepia, posero il campo di fronte agli Spartani, lasciando fra i due
    eserciti uno spazio piuttosto breve.
    In tale posizione,  gli Argivi temevano non gi la battaglia in  campo
    aperto,  ma di essere presi a tradimento. Appunto a questa possibilit
    faceva allusione l'oracolo, che la Pizia aveva dato, in comune, a loro
    e ai Milesi e che diceva cos (84):
    "Ma quando la femmina, superato il maschio, lo scaccer e si procurer
    gloria fra gli Argivi,  allora essa sar causa che molte donne di Argo
    facciano strazio delle loro gote.
    "Si che, un giorno, anche fra gli uomini futuri si dir: 'Il terribile
    serpente dalla triplice spira per, domato dalla lancia'."
    Tutte queste circostanze concorrevano a provocare paura negli Argivi.
    Orbene,  di  fronte  a  tali previsioni,  decisero di uniformarsi agli
    ordini dell'araldo dei nemici e,  presa la decisione,  facevano  cos:
    ogni volta che l'araldo spartano dava un segnale ai nemici,  lo stesso
    ordine l'eseguivano anche gli Argivi.

     78.  Cleomene,  venuto a sapere che gli Argivi eseguivano tutti  gli
    ordini di cui il suo araldo avesse dato il segnale, fece passar parola
    tra loro che quando il trombettiere avesse suonato per il rancio, essi
    prendessero, invece, le armi e marciassero contro gli Argivi.
    Questi  ordini  furono  eseguiti  dagli Spartani: infatti,  piombarono
    addosso agli Archivi mentre,  al segnale  dell'araldo,  prendevano  il
    rancio e ne uccisero un gran numero. Molti di pi ancora furono quelli
    che  si  rifugiarono  nel  bosco  sacro  di  Argo  e  che gli Spartani
    circondarono e tennero sotto stretta sorveglianza.

     79.  In seguito Cleomene  si  comport  in  questo  modo:  avute  le
    opportune  informazioni  da  alcuni  disertori che aveva presso di s,
    mand un araldo a invitare a  uscire,  chiamandoli  per  nome,  quegli
    Argivi  che  s'erano  rinchiusi  nel  sacro  recinto,  e  li  invitava
    assicurando di aver gi in mano il loro riscatto:  il  prezzo  fissato
    dai  Peloponnesiaci  da pagarsi per il riscatto  di due mine (85) per
    ogni prigioniero di guerra.
    Cos circa una cinquantina di Argivi risposero all'appello e, a mano a
    mano che uscivano, Cleomene li fece uccidere.
    A quanto pare,  quelli che restavano entro il  santuario  non  s'erano
    accorti di quanto avveniva poich,  essendo folto il bosco,  quelli di
    dentro non vedevano che cosa facessero quelli che  erano  all'esterno;
    fino a che un tale, salito su un albero, vide ogni cosa.
    Da quel momento, anche sollecitati, non uscirono pi.

     80.  Allora Cleomene diede ordine che tutti gli iloti ammucchiassero
    legna intorno al bosco sacro e quando essi ebbero obbedito,  fece  dar
    tutto  alle  fiamme.  Ma mentre gi il bosco ardeva,  chiese a uno dei
    disertori a quale degli  di  esso  fosse  sacro:  quello  disse:  Ad
    Argo!.
    Udita questa risposta, Cleomene trasse un profondo sospiro ed esclam:
    O Apollo,  dio degli oracoli;  davvero tu mi hai malamente ingannato,
    dicendo che avrei preso Argo. M'accorgo,  purtroppo,  che il vaticinio
    per me s' gi compiuto.

      81.  Dopo  questi  fatti,  Cleomene  lasci  che  la  maggior parte
    dell'esercito se ne tornasse a Sparta. Egli, invece, presi con s 1000
    soldati,  i migliori,  si rec al tempio di Era (86) per  offrirvi  un
    sacrificio.  Ma  siccome  voleva  egli  stesso  compiere il rito sopra
    l'altare,  il sacerdote si oppose,  dicendo che non era permesso a  un
    forestiero sacrificare in quel luogo.  Cleomene,  allora, diede ordine
    agli iloti che,  strappato il sacerdote dall'altare,  lo prendessero a
    nerbate ed egli, da solo, port a termine il sacrificio.
    Ci fatto, se ne torn a Sparta.

      82.  Tornato che egli fu,  i nemici lo citarono a comparire davanti
    agli  Efori,   sostenendo  che  s'era  lasciato  corrompere  per   non
    conquistare Argo, mentre gli sarebbe stato facile farlo.
    Egli  diede  loro  questa risposta (n io posso dire con esattezza che
    dicesse il falso, oppure la verit;  ma  certo che disse cos nel suo
    discorso)  che cio,  dopo aver conquistato il santuario di Argo,  gli
    pareva che il vaticinio del dio fosse ormai giunto a  compimento.  Non
    riteneva, quindi, di dover sferrare l'assalto alla citt, se prima non
    avesse  fatto  dei  sacrifici  e  saputo  se  il  dio gli concedeva di
    conquistarla, ovvero intendeva ostacolargli l'impresa.
    Ora mentre sacrificava,  per averne buoni auspici,  nel tempio di Era,
    dalla  statua della dea era sfolgorata una luce di fuoco,  proprio dal
    petto ed egli solo aveva,  cos,  compreso la verit: che,  cio,  non
    poteva espugnare Argo. Se, infatti, la luce si fosse sprigionata dalla
    testa della statua, era segno che egli avrebbe conquistato la citt da
    capo a fondo,  ma dal momento che la fiamma usc splendente dal petto,
    significava che egli aveva gi compiuto quello che il dio  voleva  che
    avvenisse.
    Questo  modo di raccontare le cose parve agli Spartani degno di fede e
    naturale ed egli sfugg alla condanna con la maggioranza dei voti.

     83.  Quanto ad Argo,  la citt si trov cos priva di uomini  che  i
    loro servi divennero padroni di ogni cosa,  tanto delle cariche quanto
    delle amministrazioni fino a che non giunsero alla virile et i  figli
    di coloro che avevano perduto la vita.
    Quando questi,  riconquistata Argo al loro comando, ebbero scacciati i
    servi estromessi, con la forza delle armi si impadronirono di Tirinto.
    Per un certo tempo,  regnarono fra le  due  parti  cordiali  reciproci
    rapporti  ma poi venne tra i servi un indovino,  Cleandro,  originario
    dalla citt di Figalia in Arcadia,  e questi li istig ad  assalire  i
    loro padroni.
    Scoppi,  quindi,  una  guerra  tra  loro,  che dur lungo tempo (87),
    finch a stento gli Argivi riuscirono ad avere il sopravvento.

     84. Per queste empie azioni, dicono gli Argivi, Cleomene,  uscito di
    senno, mor di mala morte.
    Gli Spartani stessi, per, sostengono che nella pazzia di Cleomene non
    c'entra alcuna divinit;  piuttosto egli,  avendo praticato gli Sciti,
    era divenuto intemperante nel bere e per questo (88) era impazzito.
    Infatti,  gli  Sciti  nomadi,  dicono,  dopo  che  Dario  aveva  fatto
    irruzione nel loro territorio, desideravano ardentemente di vendicarsi
    di  lui  e,  mandata un'ambasceria a Sparta,  avevano stretto un patto
    d'alleanza. Di comune accordo, quindi, avevano stabilito che gli Sciti
    dovevano tentare di penetrare in territorio persiano,  lungo il  fiume
    Fasi, mentre gli Spartani erano invitati a muovere da Efeso e marciare
    verso l'interno per incontrarsi poi nello stesso luogo.
    Dicono,  dunque,  che Cleomene,  quando gli Sciti vennero per trattare
    questo affare, cominci a praticarli; e,  per tale consuetudine spinta
    pi in l che non fosse conveniente, ne aveva contratto l'abitudine di
    bere  smodatamente.  Questa  fu,  come pensano gli Spartani,  la causa
    della sua pazzia.
    Da allora, lo affermano essi stessi,  quando vogliono bere del vino un
    po' gagliardo: Versami alla maniera degli Sciti! dicono.
    Tale la versione che dei fatti di Cleomene danno gli Spartani; secondo
    me,  invece,  fu  questa  una espiazione per i torti da lui inflitti a
    Demarato.

     85.  Quando gli Egineti vennero a sapere  che  Cleomene  era  morto,
    mandarono  dei  messi  a  Sparta a reclamare contro Leotichide per gli
    ostaggi loro trattenuti in Atene.
    Gli Spartani,  radunato il  consiglio,  riconobbero  che  gli  Egineti
    avevano  subto un sopruso per opera di Leotichide e sentenziarono che
    egli fosse consegnato loro perch lo portassero a Egina, in cambio dei
    cittadini che si trovavano ad Atene.
    E gli Egineti stavano,  appunto,  per condur via  con  s  Leotichide,
    quando  Teaside,   figlio  di  Leoprepe,   che  in  Sparta  era  molto
    considerato, disse loro: Ma che decidete di fare,  o uomini di Egina?
    Di portare con voi il re di Sparta, consegnatovi dai suoi cittadini?
    Se ora gli Spartani,  in un momento d'ira,  hanno deciso in tal modo,
    badate che in seguito,  se voi fate cos,  non abbiano a scatenare nel
    vostro paese una totale distruzione.
    Udito  questo  ammonimento,  gli Egineti rinunziarono a condurre il re
    con s.  Si accordarono,  invece,  a  questo  patto:  che  Leotichide,
    accompagnandoli  ad  Atene,  facesse  loro  restituire  i cittadini di
    Egina.

     86. Ma quando, giunto egli in Atene,  reclam quelli che erano stati
    col  posti  in  deposito,  gli  Ateniesi,  che non volevano renderli,
    andavano mendicando pretesti,  dicendo che erano due i re che  avevano
    affidato  loro  gli  ostaggi e non ritenevano giusto restituirli a uno
    dei due, senza l'altro.
    Al rifiuto opposto dagli Ateniesi,  Leotichide disse loro cos:  Voi,
    Ateniesi, fate pure quello che volete. Poich, restituendo gli ostaggi
    fate  ci  che   secondo giustizia,  trattenendoli,  invece,  fate il
    contrario: comunque,  io vi voglio  raccontare  quanto    accaduto  a
    Sparta, riguardo a un deposito fatto.
    Si  racconta,  dunque,  da  noi che,  due generazioni prima della mia
    (89), visse a Sparta un certo Glauco, figlio di Epicide.
    Quest'uomo che in tutti i campi era giunto, dicono,  alla perfezione,
    in  modo  particolare  aveva  fama  di  essere il pi rispettoso della
    giustizia di tutti quelli che abitavano in quel tempo a Sparta.
    Orbene, diciamo noi, ecco cosa gli accadde al momento giusto: un uomo
    di Mileto,  venuto a Sparta,  volle abboccarsi con lui e fargli questa
    proposta:  "Io sono di Mileto,  e sono venuto qua,  o Glauco,  per far
    tesoro della tua giustizia.  Siccome anche nella Ionia,  oltre che  in
    tutto  il  resto  della  Grecia,  si  faceva un gran parlare della tua
    onest, io andavo tra me e me dicendo che, da tempo ormai,  la Ionia 
    troppo  esposta  al  pericolo ed  per questo che non si vedono mai le
    ricchezze avere gli  stessi  possessori;  il  Peloponneso,  invece,  
    costituito in completa sicurezza.
    "In  seguito  a  queste  considerazioni  prendendo una decisione,  ho
    ritenuto  opportuno  convertire  in  denaro  liquido  met  della  mia
    sostanza  e  depositarla  presso  di te,  ben sapendo che sotto la tua
    custodia essa sarebbe stata al sicuro. Ricevi, dunque,  per conto mio,
    questo  denaro e prendi e conserva questi contrassegni (90): chiunque,
    in possesso di essi, te lo venga a chiedere, restituiscilo".
    Cos parl lo straniero che era venuto da Mileto; e Glauco accett il
    deposito alle condizioni gi dette.
    Passato che fu molto tempo,  arrivarono a Sparta i figli di colui che
    aveva  depositato  il tesoro i quali,  venuti a colloquio con Glauco e
    mostratigli i contrassegni, gli domandarono indietro il denaro.  Egli,
    per,  cercava  di sottrarsi all'impegno,  e ribatteva con risposte di
    questo genere: "Io non ricordo questo fatto e non c' nulla di  quello
    che  mi dite che valga a richiamarmelo alla memoria.  A ogni modo,  io
    intendo, se me ne ricorder, di fare tutto ci che  giusto: cio,  se
    ho ricevuto il denaro,  secondo giustizia restituirlo.  Ma se non l'ho
    assolutamente ricevuto,  mi comporter con voi secondo le consuetudini
    dei Greci (91).
    Mi  riservo,  dunque,  di risolvere con voi questa questione di qui a
    tre mesi, a partire da questo in cui ci troviamo.
    I Milesi allora, mogi mogi, se ne andarono,  convinti ormai di essere
    stati defraudati del loro danaro, mentre Glauco si recava a Delfi, per
    interpellare  l'oracolo.  Ma  quando egli chiese al dio se,  per mezzo
    d'un giuramento,  si poteva appropriare di quel denaro,  la  Pizia  lo
    apostrof  con  queste  parole: "O Glauco,  figlio di Epicide,  per il
    momento,  certo,    pi  vantaggioso  cos,  come  tu  dici,  con  un
    giuramento cantar vittoria e carpirsi un tesoro.  Giura pure poich la
    morte,  almeno,  attende anche  chi  rispetta  i  giuramenti.  Ma  dal
    giuramento nasce un figlio,  che non ha nome,  n mani,  n piedi,  ma
    impetuoso si avventa,  finch,  tutta insieme ghermita la stirpe e  la
    famiglia  tutta,  non  la  tragga a rovina;  mentre  pi prospera nel
    tempo la stirpe di colui che rispetta il giuramento".
    Udite queste parole,  Glauco supplic il dio di  concedergli  perdono
    per  quanto  aveva  detto.  Ma  la  Pizia  replic che interrogare con
    malizia (92) e con malizia agire avevano lo stesso valore.
    A ogni modo, Glauco, chiamati a s gli stranieri di Mileto,  restitu
    loro il denaro.
    Ma vi spiegher,  o Ateniesi,  perch mai io mi sia indotto a narrare
    proprio a voi questa storia.
    Ora di Glauco non esiste pi alcuna discendenza.  Non un focolare che
    si possa considerare di Glauco: la sua stirpe  stata strappata via da
    Sparta fin dalle pi profonde radici.  Tanto  bello,  quando si abbia
    un deposito,  non ammettere nemmeno un  altro  pensiero  che  non  sia
    quello di restituirlo a coloro che lo richiedono.

     87. Quand'ebbe detto ci, Leotichide, visto che gli Ateniesi nemmeno
    allora  gli  prestavano ascolto,  se ne part.  Ma gli Egineti,  prima
    ancora di scontare la pena per i torti precedentemente  arrecati  (93)
    agli  Ateniesi  per far piacere ai Tebani,  perpetrarono anche questo.
    Sdegnati  contro  Atene  e  convinti  di  essere  stati   offesi,   si
    preparavano  a  farla  pagar  cara  agli  Ateniesi;  e  poich  questi
    celebravano la festa delle Penteterie (94) al Sunio, essi, appostatisi
    in un certo luogo, catturarono la nave sacra (95),  piena di cittadini
    molto  ragguardevoli d'Atene,  che gli Egineti arrestarono e misero in
    catene.

     88.  Gli Ateniesi,  ricevuto  questo  nuovo  scacco  dagli  Egineti,
    decisero  di  non  dover pi rimandare (96) ogni possibile preparativo
    contro di essi.
    C'era,  infatti,  in Egina un uomo  di  grande  prestigio,  Nicodromo,
    figlio   di   Cneto,   che,   sdegnato   contro   gli  Egineti  perch
    precedentemente l'avevano bandito dall'isola,  quando venne  a  sapere
    che  gli  Ateniesi  erano  allora  decisi  a fare del male a quelli di
    Egina, prese accordi con loro per tradire l'isola, indicando il giorno
    preciso in cui avrebbe tentato l'impresa e quello in cui essi dovevano
    venirgli in aiuto. Di conseguenza,  secondo quanto era stato convenuto
    con  gli  Ateniesi,  Nicodromo s'impadron di quella che  chiamata la
    Citt Vecchia; ma gli Ateniesi non si presentarono al momento giusto.

     89.  Infatti non avevano essi navi che fossero in grado di opporsi a
    quelle  di  Egina  e  mentre  rivolgevano  ai  Corinzi la preghiera di
    fornirle, in questo frattempo l'occasione favorevole svan.
    I Corinzi,  che in questo periodo di tempo erano pi che mai amici  di
    Atene,  in  seguito  alla  richiesta  misero a loro disposizione venti
    navi,  ma le diedero facendosi versare  cinque  dramme  per  ciascuna.
    Infatti,  secondo  la  nota  prescrizione  di legge,  non era permesso
    cederle in dono.
    Gli Ateniesi,  dunque,  prese queste navi,  e quelle che avevano essi,
    mettendo cos insieme una flotta di 70 navi in tutto, fecero vela alla
    volta di Egina e giunsero con un giorno di ritardo su quello fissato.

     90.  Nicodromo,  quando vide che gli Ateniesi non si presentavano al
    momento opportuno,  imbarcatosi su una nave da carico,  se ne fugg da
    Egina,  e con lui si accompagnarono anche altri Egineti,  ai quali gli
    Ateniesi diedero da abitare il Sunio.
    Di l essi movevano per le loro scorrerie, depredando e spogliando gli
    Egineti dell'isola.
    Ma tutto questo avvenne pi tardi.

      91.  Allora  quelli  che,  fra  gli  Egineti,  erano  i  possidenti
    riuscirono a prevalere sul popolo che s'era levato loro contro insieme
    con  Nicodromo  e quando ebbero in mano i loro avversari,  li trassero
    fuori della citt per metterli a morte.  Anzi,  in conseguenza di ci,
    accadde  loro  di macchiarsi d'un tale sacrilegio,  che poi non fu pi
    possibile espiare per quanti sacrifici facessero,  ma furono scacciati
    dall'isola (97), prima che la dea (98) tornasse loro propizia.
    Infatti,  mentre conducevano fuori dalla citt,  per farli morire, 700
    uomini del partito  popolare  che  avevano  catturato,  uno  di  essi,
    liberatosi  dalle catene,  si rifugi nell'atrio del tempio di Demetra
    Legislatrice  e,  afferrate  le  maniglie  della  porta,  vi  rimaneva
    aggrappato.  Orbene, siccome non erano capaci di strapparlo di l, per
    quanto tirassero,  gli tagliarono le mani e  lo  trascinarono  via  in
    quelle  condizioni: quelle povere mani erano rimaste l attaccate alla
    maniglia.

     92. Questi i mali che a se stessi procurarono gli Egineti.
    Quando poi giunsero gli Ateniesi con le  70  navi,  essi  ingaggiarono
    battaglia ed essendo stati battuti nello scontro sul mare,  invocarono
    in aiuto gli stessi di prima,  cio gli Argivi  (99).  Ma  questi  non
    accorsero  pi,  non potendo dimenticare che navi di Egina,  occupate,
    sia pure con la forza,  da Cleomene,  erano  approdate  in  territorio
    argivo  e  gli equipaggi vi erano sbarcati a fianco degli Spartani.  A
    questo sbarco avevano partecipato anche equipaggi di navi  fornite  da
    Sicione.  Per  questo  gli  Argivi  avevano loro imposto dl pagare una
    multa di 1000 talenti, 500 per uno.
    Ora i Sicioni, riconoscendo di essere in colpa, si accordarono in modo
    che, pagati 100 talenti,  fossero esentati dal resto.  Ma gli Egineti,
    anzich  riconoscere  il  proprio  torto  si  dimostravano  ancor  pi
    insolenti. Per questo, dunque, nonostante li pregassero,  nessun aiuto
    venne loro da Argo a spese pubbliche; ma accorsero solo dei volontari,
    circa  1000  al  comando  di  Euribate,  uomo  che  aveva praticato il
    pentatlo (100). Di questi, la maggior parte non torn pi indietro, ma
    mor per mano degli Ateniesi in  Egina:  il  loro  comandante  stesso,
    Euribate, che, impegnato in singoli duelli, era riuscito a uccidere in
    tal  modo tre avversari,  cadde ucciso poi per mano del quarto: Sofane
    di Decelea.

     93. Gli Egineti, invece,  attaccati con le loro navi gli Ateniesi in
    un momento in cui erano disorientati, li vinsero e catturarono quattro
    navi con gli equipaggi al completo.

     94. Mentre, dunque, gli Ateniesi erano impegnati nella guerra contro
    Egina,  il  re di Persia metteva in esecuzione il suo piano.  Non solo
    c'era il servo che gli ricordava sempre di non dimenticare quello  che
    gli  avevano  fatto  gli  Ateniesi,  ma  gli  stavano  attorno anche i
    Pisistratidi che non cessavano di mettergli  in  cattiva  luce  Atene.
    Nello  stesso tempo,  voleva Dario approfittare di questo pretesto per
    ridurre sotto il suo comando quei Greci che non gli avevano dato terra
    e acqua.  E cos esoner  dal  supremo  comando  Mardonio,  che  aveva
    condotto  la  mal  riuscita  spedizione precedente e,  avendo nominato
    altri generali, mand contro Eretria e contro Atene, Dati,  che era di
    razza  meda,  e Artafrene,  figlio di Artafrene,  suo nipote.  E ve li
    mand con l'ordine preciso che,  ridotte a completa schiavit Atene ed
    Eretria, portassero gli schiavi al suo cospetto.

     95. Quando questi due generali da lui designati, congedatisi dal re,
    giunsero nella loro marcia in Cilicia, nella pianura Aleia, conducendo
    con  s  un esercito di fanteria numeroso e bene equipaggiato,  mentre
    erano accampati in  questo  luogo,  vennero  a  raggiungerli  tutti  i
    contingenti  di marina che ai singoli popoli erano stati comandati.  E
    si trovarono sul posto anche le navi per il trasporto dei cavalli,  il
    cui allestimento l'anno prima Dario aveva imposto alle citt che erano
    sue tributarie.
    Imbarcati  su  queste i cavalli e fatte salire sulle navi le truppe di
    terra, fecero vela con 600 triremi verso la Ionia.  Di l,  per,  non
    diressero  il  corso delle navi lungo il continente,  puntando diritti
    sull'Ellesponto e la Tracia;  ma,  partendo da Samo e sfiorando Icaro,
    passarono  navigando attraverso le isole.  Secondo me,  perch avevano
    paura soprattutto di doppiare il monte Atos,  dato  che  l'anno  prima
    (101),  seguendo  quella  rotta,  avevano  subto  gravi perdite e poi
    c'era,  tra l'altro,  anche  l'isola  di  Nasso,  che  non  era  stata
    conquistata, e li costringeva (102) a passare di l.

      96.  Quando poi,  usciti dal mare Icario,  approdarono a Nasso (era
    questa,  infatti,  la prima isola contro cui si proponevano i Persiani
    di  portare  le  armi),  gli  abitanti dell'isola,  ricordandosi delle
    precedenti vicende,  se  ne  andarono  in  fuga  per  i  monti,  senza
    aspettare  l'attacco.  E  i Persiani,  ridotti in schiavit quelli che
    riuscirono a prendere,  incendiarono gli  edifici  sacri  e  tutta  la
    citt.
    Ci fatto, salparono verso le altre isole.

      97.  Mentre  essi  proseguivano  la  rotta,  gli  abitanti di Delo,
    abbandonata anch'essi la loro isola, se ne fuggirono a Teno (103).  Ma
    Dati,   precedendo   con   la  sua  nave  la  flotta  che  s'accostava
    all'approdo,  proib che le navi gettassero l'ancora  nelle  acque  di
    Delo e volle invece che approdassero d fronte ad essa, a Renea (104).
    Egli,  poi, saputo dove erano rifugiati i Deli, mand loro un araldo a
    dire: Uomini sacri,  perch vi date alla fuga,  pensando cos male di
    me e cos poco a proposito?  Io gi da me stesso giungo a tanto con il
    pensiero e dal re pure mi   stato  ordinato  che  nessun  danno  deve
    subire quest'isola, nella quale sono nati i due di (105), n il suolo
    stesso, n i suoi abitanti.
    Ordunque, ritornate ormai alle vostre case, abitate in pace la vostra
    isola.
    Questo egli fece proclamare ai Deli per mezzo dell'araldo.  Poi, fatti
    ammucchiare 300 talenti d'incenso sull'altare ve li fece bruciare.

     98.  Compiute queste operazioni,  Dati prese a navigare con  il  suo
    esercito,  prima  di  tutto  alla volta di Eretria,  conducendo con s
    anche degli Ioni e degli Eoli;  egli aveva tolto appena le  ancore  da
    Delo,  che l'isola fu scossa dal terremoto,  a quanto dicevano i Deli,
    per la prima e l'ultima volta fino ai tempi miei.  E bisogna pur  dire
    che  fu  questo un segno che il dio mandava agli uomini per i mali che
    dovevano avvenire: infatti sotto il regno di Dario, figlio di Istaspe,
    di Serse,  figlio di Dario,  e di Artaserse,  figlio  di  Serse,  cio
    durante  queste tre generazioni di seguito,  toccarono alla Grecia pi
    sventure che non sotto le altre  venti  generazioni  che  precedettero
    Dario:  parte  di queste sventure le vennero dai Persiani,  ma l'altra
    parte dai capi stessi dei Greci,  che si  combattevano  per  avere  il
    predominio.
    Nulla di strano,  quindi, che fosse scossa da terremoto Delo, che fino
    allora era rimasta immobile.
    C'era pure un oracolo, riguardo a essa, che diceva cos:
    "Scuoter anche Delo, per quanto sia ben salda."
    I nomi sopra ricordati,  in greco hanno questo significato: Dario  "il
    potente", Serse "il bellicoso", Artaserse "il molto bellicoso".
    Cos,  appunto,  potrebbero  rendere  i  Greci propriamente nella loro
    lingua il nome di quei re.

     99. Orbene, i Barbari,  quando salparono da Delo,  approdarono nelle
    varie  isole  da  cui prelevarono milizie ausiliarie e prendevano come
    ostaggi i figli degli isolani. Ma quando,  nel loro aggirarsi di isola
    in isola,  gettarono le ancore anche a Caristo (106),  dato che quegli
    abitanti non volevano consegnare ostaggi,  n accettavano di  marciare
    contro  citt  vicine  (e  intendevano Eretria e Atene),  i Barbari li
    cinsero d'assedio e ne devastarono il paese  finch  anche  i  Caristi
    aderirono al parere dei Persiani.

      100.  Gli  Eretriesi,  informati che la flotta persiana si dirigeva
    contro di loro,  pregarono gli  Ateniesi  di  accorrere  ad  aiutarli.
    Questi  non  rifiutarono  il  richiesto  aiuto e assegnarono loro come
    ausiliari i 4000 "cleruchi" che coltivavano le terre  degli  "ippoboti
    di Calcide" (107).
    Sennonch  non era certo saggia la decisione degli Eretriesi,  i quali
    mentre invocavano gli  Ateniesi,  erano  essi  stessi  divisi  in  due
    fazioni  opposte: gli uni,  infatti,  pensavano di lasciare la citt e
    rifugiarsi sulle alture dell'isola; gli altri, invece,  nella speranza
    di  conseguire  dei  guadagni  personali  da  parte  dei Persiani,  si
    preparavano a tradire.
    Conosciuti i veri intendimenti di entrambe le parti,  Eschine,  figlio
    di Notone,  che era fra i pi ragguardevoli di Eretria, inform quegli
    Ateniesi che erano venuti,  per filo e  per  segno,  degli  umori  che
    regnavano dalla sua parte e aggiunse il consiglio che se ne tornassero
    a casa loro, per non essere trascinati pure essi nella rovina.
    E gli Ateniesi al suggerimento di Eschine prestarono ascolto.

     101.  Ora, mentre questi, passando a Oropo, si mettevano in salvo, i
    Persiani,  continuando  nella  loro  rotta,  accostavano  le  navi  al
    territorio  di Eretria,  all'altezza di Tamine,  Cherea ed Egilia.  E,
    gettate le ancore presso queste localit,  subito sbarcarono i cavalli
    e si preparavano per attaccare i nemici.
    Gli Eretriesi non avevano in programma di uscire in campo e ingaggiare
    battaglia,  ma di difendere le mura,  se mai possibile;  questo s che
    stava  loro  a  cuore,   dato  che  era  prevalsa  l'opinione  di  non
    abbandonare la citt.
    In  seguito  a  violenti  attacchi contro le mura,  per ben sei giorni
    molti soldati caddero,  da una parte e dall'altra.  Al  settimo,  poi,
    Euforbo,  figlio di Alcimaco,  e Filagro,  figlio di Cinea, uomini che
    godevano prestigio fra  i  cittadini,  tradirono  la  loro  patria  ai
    Persiani.
    Questi,  fatta  irruzione  nella  citt,  spogliarono  i  templi  e li
    incendiarono,  vendicandosi cos dei santuari che erano stati bruciati
    in Sardi.  Quindi, in conformit con gli ordini di Dario, ridussero in
    schiavit i cittadini.

     102.  Dopo essersi impadroniti di Eretria e trattenutisi col  pochi
    giorni,  fecero  vela versa l'Attica,  pieni di travolgente baldanza e
    convinti di poter fare con Atene quello che avevano fatto con Eretria.
    E poich era Maratona il luogo dell'Attica pi adatto alle  evoluzioni
    di  cavalleria  e  il pi vicino a Eretria,  quivi appunto li condusse
    Ippia, figlio di Pisistrato.

      103.  Ma  gli  Ateniesi,  appena  ne  furono  informati,  accorsero
    anch'essi a Maratona per difendere il loro paese.
    Erano  agli  ordini  di  dieci  (108)  strateghi;  decimo tra essi era
    Milziade,  il  cui  padre  Cimone,  figlio  di  Stesagora,  era  stato
    costretto  a  fuggire  da  Atene  a  causa  di  Pisistrato,  figlio di
    Ippocrate.
    Mentre si trovava in esilio,  era riuscito a cogliere in  Olimpia  una
    vittoria,  correndo  con la quadriga,  e,  riportando questo successo,
    aveva conseguito lo stesso onore di suo  fratello  uterino,  Milziade.
    Pi  tardi,  avendo  trionfato  anche nell'Olimpiade successiva con le
    stesse cavalle, aveva ceduto a Pisistrato l'onore di essere proclamato
    vincitore e,  lasciandogli questa vittoria,  era potuto  ritornare  in
    possesso dei suoi beni in virt di un preciso accordo.
    Quindi,  dopo aver vinto ancora (109) una volta in Olimpia, sempre con
    le stesse cavalle,  gli  tocc  di  morire  per  opera  dei  figli  di
    Pisistrato,  quando  questi  ormai non era pi in vita (110).  Essi lo
    fecero uccidere davanti al  pritaneo,  avendo  appostato,  nottetempo,
    alcuni sicari.
    Ora  Cimone    sepolto  fuori della citt,  al di l della strada che
    attraversa il sobborgo  chiamato  Cele  (111),  e  di  fronte  al  suo
    sepolcro sono state sotterrate quelle famose cavalle che avevano colto
    ben tre vittorie olimpiche.
    La stessa prodezza compirono anche altre cavalle,  ad esempio,  quelle
    di Evagora di Laconia; ma oltre queste, non ce ne furono altre.
    In questo tempo,  il maggiore dei figli di Cimone,  Stesagora,  viveva
    presso lo zio paterno, Milziade, nel Chersoneso. Il pi giovane era ad
    Atene presso lo stesso Cimone, e si chiamava Milziade; aveva, cio, lo
    stesso nome di quel Milziade che aveva colonizzato il Chersoneso.

      104.  Appunto  questo Milziade,  venuto dal Chersoneso,  era allora
    stratego degli Ateniesi,  dopo esser sfuggito alla morte per  ben  due
    volte: prima,  infatti,  erano i Fenici che, dandogli la caccia fino a
    Imbro,  si facevano un punto d'onore di catturarlo e condurlo  al  re;
    poi,  appena sfuggito a costoro e giunto nel suo paese, quando credeva
    di essere ormai al sicuro,  proprio allora i suoi nemici lo colsero e,
    citatolo  in tribunale,  lo accusarono di aver esercitato la tirannide
    nel Chersoneso.
    Liberatosi anche da questi avversari, divenne stratego degli Ateniesi,
    designato dal favore popolare.

     105.  Per prima cosa,  mentre erano ancora in citt,  gli  strateghi
    mandarono a Sparta,  come araldo, l'ateniese Filippide, che di solito,
    per, faceva il "corriere", e lo faceva anzi di professione.
    A costui,  come egli stesso raccontava e secondo la relazione  che  ne
    fece agli Ateniesi,  giunto nei pressi del monte Partenio (112) a nord
    di Tegea, si fece incontro il dio Pane il quale, dopo aver chiamato ad
    alta voce il nome di Filippide, gli ordin di rivolgere questa domanda
    agli Ateniesi: per quale ragione essi non si  davano  alcuna  cura  di
    lui, mentre egli era a loro amico e in molte circostanze gi era stato
    loro di valido aiuto e lo sarebbe stato ancora, anche per il futuro.
    Gli  Ateniesi,  convinti  che  tutto  ci  fosse vero,  quando la loro
    situazione politica s'era ormai ben  consolidata,  eressero  ai  piedi
    dell'acropoli un tempio a Pane e, da quel messaggio in poi, cercano di
    conservarsi  il  favore  del  dio con sacrifici annuali e con la corsa
    delle fiaccole (113),

      106.   Ordunque  questo  Filippide  inviato  dagli  strateghi,   in
    quell'occasione, appunto, in cui diceva pure che gli era apparso Pane,
    il  giorno  dopo che era partito da Atene era gi in Sparta (114),  e,
    presentatosi ai magistrati,  disse cos: O Spartani,  gli Ateniesi vi
    scongiurano  di  accorrere  in  loro aiuto e di non permettere che una
    citt tra le pi antiche  (115)  che  ci  siano  in  Grecia,  cada  in
    schiavit  di  uomini  barbari:  gi,  infatti,  anche Eretria  stata
    asservita e la Grecia si  fatta  pi  debole  per  la  perdita  d'una
    importante citt.
    Egli  fece agli Spartani le comunicazioni che gli erano state affidate
    ed essi decisero di mandare  ad  Atene  l'aiuto  richiesto,  ma  erano
    nell'impossibilit  di farlo subito,  non volendo venir meno alla loro
    legge: era, infatti, il nove del mese e dissero che il giorno nove non
    sarebbero partiti per la guerra,  perch la luna non era ancora  piena
    (116).

     107. Mentre, dunque, questi aspettavano il plenilunio, Ippia, figlio
    di Pisistrato,  guidava i Barbari verso Maratona, dopo che nella notte
    precedente aveva avuto nel sonno una visione,  nella quale gli  pareva
    di essersi trovato a giacere con sua madre.
    Da  questo sogno egli argu che sarebbe ritornato ad Atene e,  ripreso
    il potere, sarebbe morto di vecchiaia nella sua patria.
    Queste le congetture che egli trasse dal suo sogno.  Per  il  momento,
    prendendo le opportune disposizioni,  prima fece sbarcare in un'isola,
    appartenente agli Stirei, chiamata Egilia,  gli schiavi portati via da
    Eretria poi, a mano a mano che le navi si accostavano al territorio di
    Maratona,  proprio  lui ve le faceva ancorare.  Da ultimo,  sbarcati i
    Barbari in terra ferma, li disponeva in ordine di battaglia.
    Mentre era intento a prendere  queste  disposizioni,  gli  accadde  di
    starnutire  e  di  tossire  in  modo pi violento del solito: vecchio,
    ormai, com'era, la maggior parte dei denti suoi erano malfermi; sicch
    uno di essi,  in un forte colpo di tosse,  gli usc di bocca  e  cadde
    nella sabbia.  Si diede una gran pena di trovarlo, e, siccome il dente
    assolutamente non si vedeva,  traendo un profondo sospiro,  disse agli
    astanti:
    Questa  terra  non    pi  nostra e non potremo a noi sottometterla.
    Tutto quel poco che costituiva la mia parte,  se l'occupa  questo  mio
    dente.

      108.  In  tal modo pensava Ippia che la visione avesse avuto il suo
    compimento.
    Agli Ateniesi,  che s'erano disposti  nel  recinto  sacro  ad  Eracle,
    sopraggiunsero  in aiuto i Plateesi in massa: infatti,  i cittadini di
    Platea s'erano messi sotto la protezione di Atene,  che gi  parecchie
    fatiche aveva sopportato in loro favore.
    S'erano  dati  in  bala  agli Ateniesi per questo motivo: oppressi di
    continuo dai Tebani,  i Plateesi volevano in un primo tempo  affidarsi
    agli  Spartani,  che si trovavano nelle vicinanze (117),  con Cleomene
    figlio di Anassandrida; ma questi, rifiutando l'offerta,  dissero loro
    cos: Noi siamo da voi troppo lontani e ben poco efficace sarebbe per
    voi aiuto siffatto;  poich rischiereste di essere chiss quante volte
    sottomessi,  prima che qualcuno di noi lo venisse  a  sapere.  Noi  vi
    consigliamo  di darvi in mano agli Ateniesi,  che sono vostri vicini e
    pi che mai in grado di difendervi.
    Gli Spartani davano questo consiglio non certo per benevolenza verso i
    Plateesi,  quanto perch volevano  che  gli  Ateniesi  si  logorassero
    venendo alle prese con i Beoti.  Fatto sta che cos essi consigliarono
    ai Plateesi e questi non posero indugio ad ascoltarli ma,  mentre  gli
    Ateniesi  facevano  solenni  sacrifici ai dodici di,  essi andarono a
    sedere come supplici presso l'altare e si affidarono in pieno a loro.
    I Tebani, appena saputolo, mossero in armi contro Platea. Gli Ateniesi
    accorsero in aiuto e stavano gi per venire alle mani,  ma  i  Corinzi
    non  lo  permisero.  Anzi,  postisi in mezzo e pacificatili,  dato che
    entrambe le parti si erano affidate al loro arbitrato,  stabilirono  i
    confini  del territorio,  a patto che i Tebani lasciassero liberi quei
    Beoti che non volessero pi far parte della confederazione beotica.
    I Corinzi, dunque,  dopo aver arbitrato in tal senso,  se ne andarono;
    ma i Beoti piombarono addosso agli Ateniesi che stavano ritirandosi e,
    nonostante la loro mossa offensiva, nello scontro furono battuti.
    Allora  gli  Ateniesi  passarono oltre i confini che i Corinzi avevano
    determinato per i Plateesi e,  superatili,  fecero che il corso stesso
    dell'Asopo  segnasse  i  limiti  al  territorio di Tebe dalla parte di
    Platea e di Isie.
    Cos, come s' detto,  i Plateesi s'erano precedentemente dati in mano
    agli Ateniesi e allora accorsero a Maratona per recar loro soccorso.

      109.  Tra  gli  strateghi ateniesi i pareri erano discordi,  poich
    alcuni non volevano che si attaccasse battaglia (erano  troppo  pochi,
    dicevano,  per tener fronte all'esercito dei Medi!);  altri, invece, e
    tra essi Milziade, insistevano per sferrare l'attacco.
    Erano, dunque,  divisi in due campi e stava per prevalere la tesi meno
    onorevole. Ma, poich doveva dare il suo voto l'undicesimo, colui che,
    col  sistema  della  fava (118),  era stato scelto ad essere polemarco
    degli Ateniesi (in  antico,  infatti,  gli  Ateniesi  attribuivano  al
    polemarco  un  diritto di voto pari a quello degli strateghi) e allora
    polemarco era Callimaco,  del demo di  Afidna,  in  questo  frangente,
    Milziade, recatosi da lui, gli parl in questo modo: Sta in te ora, o
    Callimaco,  provocare  l'asservimento  di  Atene  o,  assicurandole la
    libert, lasciare di te,  per tutto il tempo in cui ci saranno uomini,
    un  ricordo  tale  quale  nemmeno  Armodio  e Aristogitone (119) hanno
    lasciato.   Poich  ora  gli  Ateniesi  sono  giunti  al  momento  pi
    pericoloso della loro esistenza e se piegheranno il capo sotto i Medi,
      gi  scontato  quello che avranno a soffrire,  lasciati in bala di
    Ippia;  ma se questa nostra citt riesce a trionfare,  essa  in grado
    di occupare il primo posto fra tutte le citt della Grecia.
    Orbene,  ora  ti  dir  come  ci  possa  divenire realt e come a te
    specialmente tocchi la suprema decisione di queste vicende.
    Noi strateghi,  che siamo in dieci,  abbiamo pareri diversi: c'  chi
    consiglia  di  attaccare  e  c'  chi lo sconsiglia.  Ora,  se noi non
    veniamo subito a  battaglia,  temo  che  qualche  violenta  discordia,
    abbattutasi  sugli  Ateniesi,  ne  abbia  a scuotere gli animi e farli
    propendere per i Medi;  ma se attacchiamo i nemici,  prima che qualche
    cosa, diciamo pure, di meno sano, si insinui in certi Ateniesi, sempre
    che  gli  di  si  mantengano  imparziali,  siamo in grado di riuscire
    vincitori nello scontro.
    Tutto questo ora riguarda te e da te dipende: se tu ti accosti al mio
    modo di vedere,  ecco che gi la patria nostra  libera e la prima fra
    le citt della Grecia;  se,  invece, preferisci la parte di quelli che
    decisamente sconsigliano la lotta,  sappi che accadr il contrario  di
    tutti i vantaggi che ti sono venuto elencando.

      110.  Con  queste  parole  Milziade  assicur  alla  propria  causa
    Callimaco e cos,  essendosi aggiunto il voto del  polemarco,  restava
    deciso che si doveva combattere.
    In  seguito  a  ci,  gli  strateghi il cui parere era favorevole alla
    battaglia,  a mano a mano che giungeva il loro turno di comando per la
    giornata,  lo cedevano a Milziade.  Ma questi,  pur accettandolo,  non
    volle sferrare l'attacco, se non quando venne il turno suo.

     111. Quando arriv il suo giorno di comando,  allora gli Ateniesi si
    schierarono  per  la  battaglia in quest'ordine: all'ala destra,  dava
    inizio allo schieramento  il  polemarco  Callimaco,  poich  la  legge
    ateniese  allora  esigeva che il polemarco fosse all'ala destra (120).
    Dando costui inizio allo schieramento,  si  susseguivano,  secondo  il
    loro  numero  d'ordine,  le  varie  trib,  vicine  le une alle altre;
    ultimi, all'ala sinistra, erano schierati i Plateesi.  Tant' vero che
    dal  giorno  di quella battaglia,  quando gli Ateniesi offrono vittime
    nelle feste solenni che si celebrano ogni quattro  anni,  l'araldo  di
    Atene  fa  voti  di felicit,  augurando ogni bene per gli Ateniesi e,
    nello stesso tempo, per i Plateesi.
    Allora,  per,  nello schieramento preso dagli Ateniesi a Maratona  si
    verific questo fatto particolare: siccome la fronte si stendeva tanto
    da  uguagliare  quella  dell'esercito  persiano,  il  centro risultava
    costituito di poche file (121),  e qui era il  punto  pi  debole  del
    sistema; le due ali, invece, erano state rese forti e numerose.

     112.  Quando,  dunque,  ebbero preso le loro posizioni e i sacrifici
    riuscirono favorevoli, allora, appena fu dato il segnale dell'attacco,
    gli Ateniesi si slanciarono nella direzione dei  Barbari  a  passo  di
    corsa: la distanza fra i due eserciti era di non meno di 8 stadi.
    I Persiani, al vederli arrivare di corsa, si prepararono a riceverli e
    li  prendevano  per  pazzi,  presi da una follia addirittura rovinosa,
    vedendo il loro scarso numero e che per di pi  caricavano  di  corsa,
    mentre non avevano n cavalli n arcieri.
    Cos la pensavano i Barbari; ma gli Ateniesi quando, a ranghi serrati,
    vennero  a  contatto  con  i  nemici,  combatterono  in  modo degno di
    ricordo.
    In verit,  fra tutti i Greci che noi conosciamo,  furono essi i primi
    che  adottarono  la  tattica della corsa contro i nemici,  i primi che
    sopportarono di vedere l'armamento persiano e i guerrieri che ne erano
    rivestiti,  mentre fino allora ai Greci incuteva  terrore  anche  solo
    sentire il nome dei Medi.

      113.  La  battaglia  ingaggiata  a Maratona dur lungo tempo.  E al
    centro, dove erano schierati i Persiani stessi e i Saci (122), avevano
    la meglio  i  Barbari:  sicch  da  questa  parte  essi  vincevano  e,
    sgominate le file avversarie, inseguivano i nemici verso l'interno del
    paese.  Alle due ali,  invece, erano pi forti Ateniesi e Plateesi. Ma
    questi pur essendo vincitori,  non si diedero a inseguire la parte dei
    Barbari da loro messa in fuga e invece,  facendo una conversione delle
    due ali,  presero  a  combattere  contro  quelle  truppe  che  avevano
    sfondato  il  centro  della  propria  linea  e la vittoria arrise agli
    Ateniesi.
    Sui Persiani in fuga si gettarono i Greci,  facendone  strage  finch,
    giunti  sulla  riva  del  mare,  ricorsero  al  fuoco  e  cercarono di
    catturare le navi.

     114.  In questa lotta accanita non solo mor il polemarco Callimaco,
    che  s'era  comportato  da  prode,  ma cadde pure uno degli strateghi,
    Stesilao,  figlio  di  Trasilao.  Anche  Cinegiro  (123),   figlio  di
    Euforione, il quale, afferratosi agli aplustri (124) d'una nave, aveva
    avuto  la mano recisa da un colpo di scure,  cadde in mare e cos pure
    morirono molti altri Ateniesi di gran nome.

     115.  Sette furono le navi di cui gli Ateniesi si  impadronirono  in
    tal  maniera.  Con  le altre i Barbari,  ripresa la rotta verso l'alto
    mare e rilevati dall'isola, in cui li avevano lasciati, gli schiavi di
    Eretria,  doppiarono il Capo Sunio,  volendo giungere in  citt  prima
    degli Ateniesi.
    Sorse  poi  fra  gli  Ateniesi  il  dubbio che essi avessero formulato
    questo progetto per suggerimento  degli  Alcmeonidi.  Infatti  questi,
    accordatisi  con  i  Persiani,  avrebbero  sollevato in alto uno scudo
    (125) quando essi erano gi sulle navi.

     116.  Sennonch,  mentre essi doppiavano il Sunio,  gli Ateniesi,  a
    piedi, con la massima rapidit possibile accorsero in aiuto di Atene e
    riuscirono  a  giungere  (126)  in  citt,  prima che vi arrivassero i
    Barbari,  quindi,  partiti dal recinto sacro a Eracle in Maratona,  si
    attendarono  nell'altro  recinto  d'Eracle  che si trova nel Cinosarge
    (127).
    I Barbari,  invece,  giunsero in vista del Falero (era questo,  allora
    [128],  il  porto di Atene);  ma dopo aver fermato le navi al largo di
    esso, ripresero per mare la via del ritorno in Asia.

     117.  In questo scontro di Maratona,  morirono da parte dei  Barbari
    circa  6400 uomini,  da parte ateniese 192 (nota 129);  tanti furono i
    caduti  nell'un  campo  e  nell'altro.  Ivi  accadde  anche  un  fatto
    prodigioso,  eccolo: un ateniese,  Epizelo, figlio di Cufagora, mentre
    combatteva nella mischia e si comportava da  prode  fu  privato  della
    vista,  pur  non  essendo  stato toccato da vicino in alcuna parte del
    corpo,  n colpito da lontano,  e per il resto della vita  rimase,  da
    quel momento, per sempre cieco.
    Ho  sentito  che,  riguardo  al  suo  infortunio,  egli  faceva questo
    racconto:  gli  era  sembrato  che  gli  si  ergesse  contro  un  uomo
    gigantesco,  vestito  d'armi  pesanti,  la  cui barba gettava ombra su
    tutto lo scudo. Questo fantasma gli era passato accanto senza toccarlo
    e aveva ucciso il soldato che combatteva al suo fianco.
    Tale il racconto (130) di Epizelo, a quel che ho sentito dire.

     118.  Nel frattempo Dati che,  insieme con la flotta era in  viaggio
    verso  l'Asia,  quando giunse nelle acque di Micono (131),  durante il
    sonno ebbe una visione. Che sogno fosse, non ci  stato tramandato, ma
    non appena venne la luce del giorno,  fece un'ispezione alle  navi  e,
    avendo trovato su una nave fenicia una statua di Apollo dorata, chiese
    donde fosse stata rubata.
    Saputo  da  quale santuario proveniva,  con la sola sua nave fece vela
    verso Velo.  E poich qui gli abitanti erano proprio allora  ritornati
    nella  loro  isola,  depose  nel tempio la statua e incaric i Deli di
    riportarla a Delio,  localit nei pressi di Tebe,  situata sulla  riva
    del mare, di fronte a Calcide.
    Dopo aver dato queste disposizioni, Dati riprese il mare.
    Quanto  alla statua,  i Deli non la riportarono dove avrebbero dovuto,
    ma  furono  i  Tebani  stessi  che,   vent'anni  dopo,   per   volont
    dell'oracolo, la portarono a Delio.

     119.  Dati e Artafrene quando,  proseguendo la rotta, approdarono in
    Asia, condussero a Susa gli schiavi di Eretria.
    Il re Dario che, prima che fossero fatti prigionieri, covava contro di
    loro un'ira violenta, perch proprio gli Eretriesi erano stati i primi
    a fargli torto,  quando li vide tratti al suo cospetto e ormai in  sua
    bala,  senza  far  loro  alcun  altro  male,  li fece stanziare nella
    regione di Cissia,  in una sua propriet privata,  chiamata Ardericca,
    che  da  Susa  dista 210 stadi;  ma appena 40 da quel famoso pozzo che
    fornisce tre sostanze diverse.
    Infatti da esso  si  estraggono  bitume,  sali  e  petrolio  nel  modo
    seguente:  per  attingerli  ci  si serve di un mazzacavallo (132),  al
    quale,  a mo' di secchio,  viene legato un otre tagliato a  met.  Con
    questo ordigno,  che viene calato nel fondo, si attinge il miscuglio e
    lo si versa in una cisterna; da questa, poi, fatto passare in un altro
    recipiente, prende tre vie diverse: infatti, il bitume e i sali subito
    si rapprendono;  quanto  all'olio...  (133)  i  Persiani  lo  chiamano
    "radinace":  di color nero ed emana un odore forte e pesante.
    In  quel  luogo  il re Dario fece sistemare gli Eretriesi,  i quali vi
    abitavano ancora ai tempi miei, pur conservando la loro antica lingua.
    Questa fu la sorte degli Eretriesi.

     120. Dopo il plenilunio,  giunsero ad Atene gli Spartani,  in numero
    di 2000, e avevano un desiderio cos vivo di arrivare in tempo, che il
    terzo giorno dopo la partenza da Sparta erano gi in Attica.
    Bench   arrivati  troppo  tardi  per  prendere  parte  allo  scontro,
    desiderarono tuttavia veder da vicino i Medi. E,  recatisi a Maratona,
    poterono  rimirarli.  Poi,  profondendosi in elogi verso gli Ateniesi,
    per la loro eroica impresa, presero la via del ritorno.

     121.  Mi fa meraviglia,  e non posso accettare per vera l'accusa che
    gli  Alcmeonidi  abbiano  mai  fatto segnali ai Persiani,  sollevando,
    d'accordo con loro,  uno  scudo,  perch  volevano  che  gli  Ateniesi
    cadessero  in mano dei Barbari e sotto la tirannia di Ippia,  mentre 
    chiaro che essi sono odiatori di tiranni allo stesso modo, se non pi,
    di Callia, figlio di Fenippo e padre di Ipponico.
    Callia, infatti, non solo era l'unico degli Ateniesi che osasse,  ogni
    qual volta (134) Pisistrato veniva bandito da Atene, acquistare i beni
    di  lui,  che  erano  venduti  all'incanto dal pubblico banditore,  ma
    tramava ogni altro pi ostile raggiro contro di lui.

     122.  Di questo Callia vale la pena che ognuno conservi memoria  per
    molte  e  varie ragioni: non solo,  infatti,  per quello che prima s'
    detto,  che,  cio,  fu il principale  artefice  della  libert  della
    patria,  ma  pure  per  le  prodezze compiute in Olimpia.  Avendo egli
    riportato una vittoria (135) nella corsa dei cavalli e conquistato  un
    secondo  posto  in quella delle quadrighe,  oltre al successo ottenuto
    precedentemente nei giochi pitici, divenne famoso presso tutti i Greci
    per le sue enormi spese.  Infine dimostr che tempra di uomo fosse nei
    riguardi delle sue tre figlie: quando,  infatti, esse furono in et da
    marito,  non solo diede loro una dote quanto mai splendida,  ma  fu  a
    loro compiacente anche in questo: diede ciascuna in sposa a quell'uomo
    che,  fra tutti gli Ateniesi,  a ognuna di esse era piaciuto scegliere
    come marito (136).

     123.  Orbene,  anche gli Alcmeonidi furono odiatori della  tirannide
    allo stesso modo di lui, non certo meno.
    Mi  fa  meraviglia,  quindi,  e  non l'accetto per vera,  l'accusa che
    proprio costoro abbiano fatto dei segnali ai  Barbari,  mostrando  uno
    scudo;  essi  che  furono  banditi per tutto il tempo che dominarono i
    tiranni  e  per  opera  loro  i  Pisistratidi  furono   costretti   ad
    abbandonare il sommo potere.
    In  tal  modo essi furono i liberatori di Atene,  molto di pi,  a mio
    giudizio, di Armodio e Aristogitone.  Questi infatti,  con l'uccisione
    di  Ipparco,  non  fecero  che inasprire i Pisistratidi che restavano,
    senza riuscire a por fine al loro  dominio.  Gli  Alcmeonidi,  invece,
    s'adoperarono chiaramente per la libert, se in verit furono essi che
    indussero la Pizia a imporre agli Spartani di liberare Atene,  come ho
    gi in precedenza narrato.

     124.  Ma forse,  dir qualcuno,  intendevano essi  tradire  la  loro
    patria,  perch  avevano  qualche cosa da rimproverare alla democrazia
    ateniese.  Anzi,  non c'erano  altri  allora,  almeno  in  Atene,  che
    godessero  pi  reputazione  di  loro  e  pi di loro fossero onorati.
    Sicch nemmeno la ragione ci convince che, per un motivo di tal fatta,
    questa famiglia abbia fatto alzare lo scudo come segnale  ai  Barbari.
    Infatti uno scudo fu sollevato in alto, non lo si pu negare, dato che
    il  fatto  avvenuto: ma,  quanto a sapere chi mai l'abbia alzato,  io
    non posso dire pi di quanto ho gi detto.

     125.  A dir la verit,  gli Alcmeonidi erano gi da antico famosi in
    Atene,  ma lo diventarono ancora di pi a partire da Alcmeone e poi da
    Megacle.
    Prima  di  tutto,  infatti,  Alcmeone,   figlio  di  Megacle,   quando
    giungevano  da  Sardi  i Lidi incaricati da Creso (137) di interrogare
    l'oracolo in Delfi,  si metteva a loro disposizione e li  aiutava  con
    molta premura.  E Creso, quando venne a sapere, dai suoi cittadini che
    erano soliti esservi inviati, delle cortesie che quello gli usava,  lo
    invit  a  Sardi:  giunto  che egli fu,  gli promise in dono tanto oro
    quanto ne poteva portar fuori, sulla sua persona, in una sola volta.
    Alcmeone di fronte a un dono fatto a tali condizioni ricorse a  questa
    ingegnosa  trovata.  Indossato un ampio chitone e lasciato che facesse
    alla cintura una piega profonda,  dopo  aver  calzato  i  coturni  pi
    larghi  che  pot  trovare,  entr  nella  stanza  del  tesoro dove lo
    conducevano. Quivi, gettatosi su un mucchio di polvere d'oro, cominci
    col riempire di oro i coturni,  tutto attorno alle  gambe,  quanto  ne
    potevano  contenere.  Quindi  colmata  d'oro  interamente la piega del
    vestito,  cosparsi d'oro i suoi capelli e d'altro oro avendo  riempito
    la bocca,  se ne usc dalla stanza del tesoro,  a fatica trascinando i
    calzari e a ogni altra cosa assomigliando pi che a una figura  umana:
    con bocca zeppa a scoppiare e tutte le parti del corpo rigonfie.
    Al vederlo, Creso scoppi a ridere e non solo gli lasci tutto quello,
    ma gli fece ancora altri doni, che non erano da meno.
    Fu  cos  che questo casato si arricch in modo straordinario e in tal
    modo Alcmeone,  avendo allevato cavalli da corsa,  pot riportare  una
    vittoria (138) in Olimpia.

     126.  Pi tardi,  durante la generazione seguente, Clistene, tiranno
    di Sicione, esalt tanto questa famiglia che divenne tra i Greci molto
    pi rinomata di prima.
    Infatti Clistene,  figlio di Aristonimo,  nipote di Mirone e pronipote
    di Andrea,  aveva una figlia di nome Agariste ed egli volle trovare il
    migliore fra tutti i Greci per dargliela in sposa.
    Durante i  Giochi  Olimpici,  in  cui  riport  una  vittoria  con  la
    quadriga, egli fece proclamare dall'araldo che chiunque fra i Greci si
    riteneva degno di diventare genero di Clistene se ne venisse a Sicione
    entro 60 giorni, o anche prima, poich egli intendeva fissare le nozze
    entro l'anno, a cominciare da quel sessantesimo giorno.
    Allora  quanti  dei  Greci andavano superbi per meriti propri e per la
    loro stirpe,  cominciarono a presentarsi come  pretendenti:  Clistene,
    fatto  costruire per essi uno stadio e una palestra,  li teneva presso
    di s proprio per questo scopo.

     127. Dall'Italia vennero Smindiride, figlio di Ippocrate, da Sibari,
    l'unico che sia giunto veramente al massimo della raffinatezza (Sibari
    in quel periodo era quanto mai al culmine  della  sua  prosperit),  e
    Damaso,  da Siri (138), figlio di Amiri, che era chiamato "il saggio".
    Questi, dunque, vennero dall'Italia.
    Dal Golfo Ionico (139)  venne  Anfimnesto,  figlio  di  Epistrofo,  da
    Epidamno (140). Egli, quindi, proveniva dal Golfo Ionico.
    Dall'Etolia,  invece,  venne  Males,  fratello  di quel Titormo che la
    natura aveva dotato di forza superiore agli  altri  Greci  e  che  era
    fuggito  lontano  dal  consorzio degli uomini,  nella parte pi remota
    della regione etolica.
    Dal Peloponneso venne Leocede, figlio del tiranno di Argo, Fidone.  Di
    quel  Fidone  che introdusse fra i Peloponnesiaci il sistema metrico e
    fu di gran lunga il pi impertinente di  tutti  i  Greci,  in  quanto,
    avendo  scacciato  gli Elei (141) dalla direzione dei Giochi,  si mise
    egli stesso a dirigere le gare in Olimpia.
    Venne, dunque, il figlio di costui. E poi Amianto,  figlio di Licurgo,
    un  Arcade di Trapezunte,  e Lafane,  dalla citt di Peo,  nell'Azenia
    (142), figlio di quell'Euforione che, a quanto si racconta in Arcadia,
    ospit in casa sua i  Dioscuri  (143)  e,  da  quel  momento,  offriva
    ospitalit a tutti gli uomini; e, infine, dall'Elide, Onomasto, figlio
    di Ageo: tutti costoro vennero dal Peloponneso (144) stesso.
    Da  Atene,  invece,  giunsero Megacle,  figlio di quell'Alcmeone,  che
    s'era recato alla reggia di Creso;  e  inoltre  Ippoclide,  figlio  di
    Tisandro, che, per ricchezza e bellezza, era il primo degli Ateniesi.
    Da Eretria, che in quel momento (145) era in fiore, venne Lisania e fu
    il solo che giunse dall'Eubea.
    Dalla Tessaglia venne Diattoride,  di Crannon (146), appartenente alla
    stirpe degli Scopadi.
    Dal paese dei Molossi (147) venne Alcone.

     128. Tanti furono i pretendenti alle nozze.
    Giunti costoro al giorno che era stato stabilito, Clistene,  per prima
    cosa,  si  inform della loro patria e della stirpe di ciascuno.  Poi,
    trattenendoli presso di s per tutto un anno,  ne metteva attentamente
    alla  prova  il  valore,  il  carattere,  l'educazione  e  i  costumi,
    convivendo  con   loro,   sia   individualmente   con   ciascuno   che
    collettivamente,  impegnando  in  esercizi  ginnici quelli di loro che
    erano pi giovani,  e,  soprattutto,  li andava soppesando  durante  i
    banchetti  in comune.  Poich per tutto il tempo che egli li trattenne
    con s,  continu a sottoporli a  ogni  prova  e  nello  stesso  tempo
    offriva loro un'ospitalit generosa.
    Maggiormente  gli piacevano i pretendenti che erano venuti da Atene e,
    fra questi, in modo particolare, Ippoclide, figlio di Tisandro, era il
    preferito,  sia per i meriti suoi personali e sia anche perch  con  i
    suoi antenati era imparentato con i Cipselidi di Corinto.

     129. Quando poi giunse il giorno fissato, in cui si doveva celebrare
    il  banchetto di nozze e Clistene doveva dichiarare quale,  fra tutti,
    intendeva scegliere, egli, immolati 100 buoi, invit a festoso convito
    i pretendenti stessi e tutti gli abitanti di Sicione.
    Giunti  alla  fine  del  banchetto,   i  pretendenti  cominciarono   a
    gareggiare  tra loro in musica e canto,  oltre che in piacevole comune
    conversare.
    Prolungandosi intanto il  simposio,  Ippoclide,  che  costituiva  buon
    centro  di  attrazione per gli altri,  ordin al sonatore di flauto di
    intonare un motivo di  danza  e,  quando  quello  obbed,  si  mise  a
    danzare.
    Egli, senza dubbio, seco stesso si compiaceva del ballo che faceva, ma
    Clistene,  al  vedere  tutto quel modo di fare,  provava un mal celato
    sospetto. Dopo un breve riposo, Ippoclide ordin che si portasse nella
    sala una tavola. Quando vi fu portata,  cominci a eseguire su di essa
    delle  figurazioni  alla  maniera  di  Laconia.  Poi  altre secondo il
    costume attico, in terzo luogo (148) poggiata la testa alla tavola, si
    diede a fare con le gambe i gesti da farsi con le braccia.
    Clistene che,  alla prima danza e anche alla seconda,  pur respingendo
    ormai  con disgusto l'idea che Ippoclide dovesse diventare suo genero,
    per l'indecenza di quei suoi movimenti, s'era tuttavia trattenuto, non
    volendo  uscire  in  escandescenze  contro  di  lui,  quando  lo  vide
    gesticolare  con  le  gambe  come  fossero  braccia,  non riusc pi a
    contenersi e gli disse: O figlio di Tisandro, con la tua danza ti sei
    giocato le nozze!. Ma quello, di rimando, rispose: Non se ne cura un
    Ippoclide.

     130. Da allora questo detto  passato in proverbio.
    Quindi Clistene,  fatto far silenzio,  in mezzo a tutti parl cos: O
    uomini che desiderate la mano della figlia mia, a tutti voi io rivolgo
    la mia lode e a tutti,  se fosse possibile,  vorrei fare cosa gradita,
    non gi, uno solo tra voi scegliere, escludendo i rimanenti. Ma poich
    non  concesso,  trattandosi d'una sola fanciulla,  venire incontro ai
    desideri  di  tutti,  a quelli di voi che dovranno rinunciare a queste
    nozze, io dar in dono un talento d'argento ciascuno,  per l'onore che
    mi  avete fatto nel chiedere in sposa mia figlia,  e come compenso per
    esservi allontanati dal vostro paese.
    Invece,  a Megacle,  figlio di Alcmeone,  io concedo  in  moglie  mia
    figlia Agariste, secondo le leggi di Atene (149). Avendo naturalmente
    Megacle acconsentito, rimasero concluse le nozze volute da Clistene.

      131.  Fu cos che si svolse la scelta dei pretendenti e in tal modo
    gli Alcmeonidi andarono famosi per tutta la Grecia.
    Da questo matrimonio, poi, nacque Clistene, colui che stabil in Atene
    le varie trib e il regime democratico,  e rinnovava il nome  dell'avo
    materno,   tiranno  di  Sicione:  oltre  a  lui,  Megacle  ebbe  anche
    Ippocrate. Da Ippocrate nacquero un altro Megacle e un'altra Agariste,
    che derivava  il  nome  dall'Agariste,  figlia  di  Clistene.  Costei,
    sposata  a  Santippo,  figlio di Arifrone,  in attesa di essere madre,
    ebbe in sogno una visione: le pareva, cio,  d'aver partorito un leone
    e pochi giorni dopo, don a Santippo Pericle.

     132.  Dopo la disfatta subita dai Persiani a Maratona Milziade,  che
    gi prima godeva buona fama presso gli Ateniesi,  allora ancor di  pi
    vide crescere il suo prestigio.
    Richiese allora agli Ateniesi 70 navi, un contingente di soldati e del
    denaro,  senza comunicare loro contro quale paese avrebbe egli rivolto
    le armi,  ma dicendo solo che,  se lo  avessero  seguito,  li  avrebbe
    arricchiti a dismisura, poich intendeva condurli a un paese tale, che
    ne  avrebbero riportato,  senza fatica,  infinite ricchezze,  con tali
    promesse egli richiedeva le navi e gli Ateniesi,  esaltati  da  queste
    parole, gliele accordarono.

     133.  Prese in consegna le truppe,  Milziade fece vela alla volta di
    Paro, adducendo come pretesto della spedizione il fatto che essi erano
    stati i primi a  iniziare  le  ostilit,  con  la  trireme  mandata  a
    Maratona a fianco dei Persiani.
    Questo,  naturalmente,  era un puro pretesto verbale,  ma,  in verit,
    egli covava un certo rancore contro i Pari,  a causa di quel Lisagora,
    figlio  di  Tisia,  che  era  proprio  di Paro e che lo aveva messo in
    cattiva luce presso il persiano Idarne.
    Giunto con la flotta all'obiettivo verso cui moveva, cinse d'assedio i
    Pari che s'erano rinchiusi entro le mura e  mand  loro  un  araldo  a
    chiedere  100 talenti,  dichiarando che,  se non glieli avessero dati,
    non avrebbe ritirato le sue truppe di l prima di averli completamente
    sterminati.
    Ma i Pari non pensarono nemmeno alla possibilit di  dare  a  Milziade
    del denaro e,  invece, in ogni modo si industriavano per assicurare la
    difesa della citt. E, tra gli altri mezzi escogitati, l dove il muro
    era di volta in volta pi che altrove  espugnabile,  ivi,  col  favore
    della notte,  esso veniva innalzato del doppio rispetto all'altezza di
    prima.

      134. Fino a questo punto del racconto,  tutti i Greci sono concordi
    nella narrazione: d'ora innanzi sono i Pari che raccontano che le cose
    si svolsero cosi.
    Mentre,  dunque,  Milziade  si  trovava  piuttosto perplesso,  sarebbe
    venuta a parlargli una donna prigioniera,  Paria di nascita e di  nome
    Timo,  che  era  sacerdotessa  subalterna  delle  dee infernali (150).
    Costei, venuta alla presenza di Milziade, gli avrebbe consigliato,  se
    proprio  ci  teneva molto a espugnare Paro,  di fare tutto quanto essa
    gli avrebbe suggerito.  Dopo di che la donna gli diede i  consigli  ed
    egli,  attraversando  (151)...  sull'altura  che  fronteggia la citt,
    scavalc  con  un  salto  il  recinto  di  Demetra  Legislatrice,  non
    riuscendo ad aprirne le porte. Scavalcatolo, si diresse verso la cella
    per  farvi all'interno non si sa che.  Per rimuovere,  forse,  qualche
    cosa di quello che doveva  essere  inamovibile  o  per  qualche  altra
    azione.  Giunse egli presso alle porte,  ma, all'improvviso colpito da
    un brivido di terrore,  ritorn indietro sui suoi passi e nel  saltare
    di nuovo dal muro, si slog il femore: altri, invece, dicono che batt
    col ginocchio in terra.

      135.  Fatto  sta  che  Milziade,  in  cattive condizioni di salute,
    riprese per mare la via del ritorno,  senza poter recare agli Ateniesi
    le  ricchezze promesse e senza aver conquistato Paro: l'aveva soltanto
    assediata per 26 giorni e aveva messo l'isola a ferro e fuoco.
    I Pari,  venuti a sapere che la sacerdotessa delle  dee,  Timo,  aveva
    fatto  da  consigliera  a  Milziade  e  volendo punirla per questa sua
    azione,   non  appena  ebbero  tregua  dall'assedio,   mandarono   una
    delegazione a Delfi;  e ve la mandarono a chiedere se dovevano mettere
    a morte la sacerdotessa delle dee per aver suggerito ai nemici il modo
    di conquistare la sua patria e per aver rivelato a  Milziade  i  sacri
    misteri  interdetti  al  sesso  maschile.  Ma la Pizia non lo permise,
    dichiarando che di ci che era avvenuto non era Timo la causa vera, ma
    (poich era destino che Milziade facesse una cattiva fine) il fantasma
    di lei gli era apparso per trarlo a rovina.

     136. Questa fu la risposta che ai Pari diede la Pizia.
    In Atene,  intanto,  tutti facevano un gran parlare  contro  Milziade,
    dopo il suo ritorno da Paro.  Pi di tutti si sfogava Santippo, figlio
    di Arifrone,  il quale,  trattolo davanti  al  tribunale  del  popolo,
    accus Milziade di delitto capitale per aver ingannato gli Ateniesi.
    Milziade,  pur  essendo presente,  non si difese personalmente (non lo
    poteva, poich la coscia gi gli andava in cancrena); ma,  mentre egli
    giaceva  in  mezzo  all'assemblea su un giaciglio,  lo difendevano con
    calore  gli  amici,   ricordando  molti  particolari  della  battaglia
    sostenuta a Maratona e della conquista di Lemno; come, cio, dopo aver
    espugnato  quell'isola  e puniti i Pelasgi,  ne avesse fatto dono agli
    Ateniesi.
    Essendosi  il  popolo  pronunciato  a  favore  della  sua  assoluzione
    dall'accusa  capitale,  ma  avendolo  condannato  a  una  multa  di 50
    talenti,  in rapporto alla sua colpa,  Milziade,  dopo  questi  fatti,
    venne  a morte col femore in cancrena e putrefatto;  e i 50 talenti di
    ammenda dovette pagarli il figlio di lui, Cimone (152).

     137.  Ecco quale fu il motivo per cui Milziade,  figlio  di  Cimone,
    s'impadron di Lemno.
    I Pelasgi erano stati scacciati dall'Attica a opera degli Ateniesi: se
    con ragione o meno, io non ho modo di poterlo affermare. Non posso che
    riferire  ci  che  si  racconta,  cio  quello che dice Ecateo (153),
    figlio  di  Egesandro,   nelle   sue   storie,   affermando   che   fu
    un'ingiustizia.
    Infatti,  secondo lui, quando gli Ateniesi videro quel tratto di terra
    che avevano loro concesso di abitare  alle  falde  dell'Imetto  (154),
    come  compenso  per  le  mura  che  un tempo avevano costruito intorno
    all'acropoli e constatarono che quella zona era stata coltivata  molto
    bene  mentre  prima  era  sterile e di nessun valore,  furono presi da
    invidia e  dal  desiderio  di  riaverla:  fu  cos  che  gli  Ateniesi
    scacciarono i Pelasgi, senza poter addurre alcun altro motivo.
    Invece,  secondo  quanto  dicono  gli  Ateniesi  stessi,  li avrebbero
    espulsi a  buon  diritto,  poich  questi  Pelasgi,  stabilitisi  alle
    pendici dell'Imetto,  movevano di l per commettere atti di spregio di
    tal fatta.
    Le figlie degli Ateniesi solevano recarsi sempre  ad  attingere  acqua
    alla  sorgente  "Enneacruno"  (155)  (a  quel  tempo,   infatti,   non
    esistevano ancora gli schiavi, n presso di loro,  n presso gli altri
    Greci);  e  ogni  volta  che  vi si recavano i Pelasgi le colmavano di
    insolenze e di scherni.  Tuttavia non bast ad essi commettere  queste
    prodezze;   ma  alla  fine  furono  clti  sul  fatto  mentre  stavano
    macchinando un'insidia contro di loro.
    Gli Ateniesi, quindi, a sentir loro, si sarebbero comportati tanto pi
    nobilmente  dei  Pelasgi,   in   quanto,   mentre   avrebbero   potuto
    sterminarli,  per averli colti proprio mentre tramavano ai loro danni,
    non avevano voluto, ma avevano loro semplicemente imposto di andarsene
    via dal paese.
    Ed essi,  sgombrata l'Attica,  erano andati a occupare altre localit,
    fra le quali Lemno.
    Quello,  dunque,   il racconto di Ecateo.  Questo  quanto dicono gli
    Ateniesi.

      138.  Orbene,  questi  Pelasgi,  che  allora  abitavano  in  Lemno,
    desiderosi  di  vendicarsi  degli Ateniesi,  siccome conoscevano molto
    bene le loro solennit religiose,  procuratesi delle navi a  50  remi,
    tesero  un'imboscata alle donne di Atene,  che celebravano la festa in
    onore di Artemide a Braurone (156); rapitene un buon numero, si misero
    di nuovo in mare allontanandosi e, portatele a Lemno,  le tennero come
    concubine.
    Esse,  per,  quando  cominciarono ad abbondare di figli,  insegnarono
    loro la lingua e i costumi di Atene.  I  ragazzi,  poi,  non  volevano
    confondersi con i figli delle donne pelasgiche e se uno di essi veniva
    picchiato da qualcuno di quelli,  tutti accorrevano a dargli man forte
    e si difendevano a vicenda, non solo, ma anche pretendevano di imporre
    sui figli dei Pelasgi il proprio comando ed effettivamente erano molto
    pi forti.
    Informati della cosa,  i Pelasgi cominciarono a consultarsi tra loro e
    mentre deliberavano furono presi da una grande preoccupazione: se quei
    fanciulli  gi  avevano  l'accortezza di portarsi aiuto contro i figli
    delle mogli legittime e cos presto tentavano di dominare su di  essi,
    che  avrebbero  mai  fatto  quando  fossero diventati adulti?  Presero
    allora la decisione di uccidere i figli nati dalle donne  ateniesi;  e
    in verit cos fecero e, per di pi, massacrarono anche le loro madri.
    Da  questo  delitto  e  da  quello,  ad esso precedente,  che le donne
    avevano commesso uccidendo i Lemni del tempo  di  Toante  (157),  loro
    mariti,   invalsa in tutta la Grecia l'abitudine di chiamare "lemnie"
    tutte le azioni empie e scellerate.

     139.  Quando i Pelasgi ebbero sterminato i propri figli e le  mogli,
    la  terra  non  port  loro  pi alcun frutto,  n le donne furono pi
    feconde come prima, n le greggi. Oppressi dalla carestia e angustiati
    dalla mancanza di figli,  mandarono a chiedere a Delfi una liberazione
    da  questi  mali.  La Pizia ordin loro di dare agli Ateniesi tutte le
    soddisfazioni che quelli avessero giudicato giusto di imporre.
    Si recarono effettivamente i Pelasgi ad Atene e si dichiararono pronti
    a dare le opportune  soddisfazioni  per  tutto  il  male  che  avevano
    commesso.
    Gli  Ateniesi allestirono nel pritaneo un letto nel modo pi splendido
    possibile,  e,  preparata l accanto una tavola colma di ogni  ben  di
    Dio,  ordinarono  ai  Pelasgi  di  consegnare  loro il paese in simile
    condizione.
    Ma i Pelasgi, interrompendo il loro dire,  risposero: Quando,  spinta
    dal  vento del Nord,  una nave compir il tragitto dal vostro paese al
    nostro in una sola giornata, allora noi vi daremo in mano Lemno;  ben
    sapendo  che  questo era impossibile che avvenisse,  poich l'Attica 
    situata molto a Sud (158) della loro isola.

     140. Per il momento le cose rimasero a questo punto; ma quando molti
    anni dopo questi fatti,  il Chersoneso tracico (159)  pass  sotto  il
    dominio di Atene,  Milziade, figlio di Cimone, avendo compiuto con una
    nave,  mentre spiravano i venti Etesii (160),  il tragitto da Eleunte,
    nel  Chersoneso,  a Lemno,  impose ai Pelasgi di sgombrare dall'isola,
    ricordando  quella  risposta,  di  cui  speravano  non  veder  mai  la
    realizzazione.
    Gli  abitanti  di Efestia (161) si rassegnarono;  quelli,  invece,  di
    Mirina,  che non volevano riconoscere che il Chersoneso fosse  Attica,
    furono assediati finch anche essi dovettero cedere.
    Fu cos che gli Ateniesi e Milziade divennero padroni di Lemno.













    NOTE.

    N.  1.  Cio  che egli,  Istieo,  aveva provocato la sommossa per aver
    l'occasione di fuggir via da Sardi,  dove il re lo tratteneva come  in
    prigione,  nonostante  l'apparenza  di  onori  e  di  favore di cui lo
    circondava
    N.  2.  Tra Ioni e Fenici c'era una rivalit insanabile sia  marittima
    che  commerciale.  Insostenibile,  quindi,  l'idea  di dover cedere il
    proprio territorio ai Fenici, odiatissimi.
    N. 3. Atarneo era una citt della Misia.
    N.  4.  Uscivano dal porto l'una dietro  l'altra,  ma,  al  largo,  si
    dividevano in due file parallele.
    N.  5.  La  manovra  consisteva  nel passare con la nave tra due altre
    navi,  cercando di spezzare i remi dei  nemici,  senza  danneggiare  i
    propri.  Poi  far  dietro-front  e  attaccare  la nave avversaria alle
    spalle o di fianco.
    N. 6. Durante il combattimento le vele venivano ammainate e le triremi
    si manovravano solo per mezzo dei remi.
    N.  7.  Tesmoforie: feste in onore di Demetra Legislatrice,  celebrate
    dalle donne fuori dalle mura della citt e durante la notte.
    N. 8. Cio nel 494-93 a. C.
    N. 9. Vedi libro 6, cap. 77.
    N.  10.  Didima:  localit  a 12 miglia a sud di Mileto,  a due miglia
    dalla costa: vi era un famosissimo tempio sacro a Zeus  e  ad  Apollo,
    amministrato dalla famiglia sacerdotale dei Branchidi.
    N. 11. Confronta libro 1, capitoli 46 e 92; libro 5, cap. 36.
    N. 12. mar Eritreo: qui  il Golfo Persico.
    N. 13. Lao e Scidra: colonie di Sibari sul golfo di Taranto.
    N. 14. Tale fatto d'arme era avvenuto nel 510 a. C.
    N.  15.  Fiorito  fra  il  511  e il 476 a.  C.,  Frinico fu un audace
    innovatore nel campo della tragedia,  il primo che os  portare  sulla
    scena  fatti  della  storia  contemporanea.   Nel  494  a.   C.   fece
    rappresentare la "presa di Mileto" di cui si parla qui: e nel  476  a.
    C., le "Fenicie" in cui si esaltava la gloria di Atene per la vittoria
    conseguita  a  Salamina: lo stesso argomento canter,  nel 472 a.  C.,
    Eschilo con i suoi "Persiani".
    N. 16.  Zancle,  pi tardi fu chiamata Messina: il nome che veniva dal
    suo porto falcato ("zanclon" = falce).
    N.  17.  Calatte:  il  nome  significa  "Bella  riva":  essendo Ioni i
    cittadini di Zancle cercavano di aver  come  confinanti  popoli  della
    stessa stirpe.
    N.  18.  Locri  Epizefiri:  antica  citt  della  Magna Grecia,  nella
    Calabria Ionica.
    N. 19. Si vede che, pi che alleato, Ippocrate era il padrone anche di
    Scite, che probabilmente era suo vassallo.
    N. 20.  Inica si trovava nella regione di Agrigento,  e quindi lontano
    da Zancle.
    N.  21.  Forse era sua intenzione impadronirsi delle miniere d'oro che
    si trovavano nell'isola.
    N. 22. Nella primavera del 493 a. C.
    N.  23.  La prima volta dopo la caduta di Creso,  quando Mileto s  era
    assicurata un trattamento di favore.
    N. 24. E' il Chersoneso tracico, l'odierna penisola di Gallipoli.
    N.  25.  Si  vede  che  Erodoto  intendeva l'Ellesponto in senso molto
    largo,  perch vi comprendeva anche le coste della Propontide (Mar  di
    Marmara) e il Bosforo su cui sorgeva Bisanzio.
    N. 26. Proconneso e Artace: isoletta e citt della Propontide.
    N.  27.  Il nome Chersoneso, che significava "penisola", era piuttosto
    frequente nel mondo greco: di qui la necessit di specificare di quale
    penisola si tratti.
    N.  28.  Mantenere cavalli da quadrighe: questa  possibilit  denotava
    ricchezza non comune e costituiva anche titolo di nobilt.
    N.  29.  In Grecia da tempo ormai avevano smesso l'antica abitudine di
    circolare armati.  I costumi s'erano di molto addolciti: ecco perch a
    Milziade fa impressione questo particolare.
    N. 30. La citt di Lampsaco aveva in antico il nome di Pitioessa, cio
    "citt  dei  pini":  fu  indubbiamente  il  ricordo di questo nome che
    sugger a Creso la similitudine del pino.
    N. 31. Vedi, pi avanti, al cap. 103.
    N.  32.  Si torna,  cio,  all'anno  493  a.  C.  in  cui  i  Persiani
    conquistano e devastano il Chersoneso.
    N.  33. Evitando di attraversare l'Ellesponto, sperava di sfuggire pi
    facilmente al blocco delle navi nemiche.
    N. 34. Per il consiglio di Milziade e l'opposizione di Istieo a questo
    proposito, ricordare quanto racconta Erodoto nel libro 4, cap. 142.
    N. 35. E quindi a chilometri 5,520.
    N. 36. E' la primavera del 492 a. C.
    N.  37.  L'episodio  descritto con tutti i particolari nel  libro  3,
    cap. 80.
    N. 38. S'intende in riferimento alla Persia e, quindi, a oriente.
    N. 39. Siamo nel 491 a. C.
    N.  40.  Scatepsila:  localit  della  Tracia,  il  cui nome significa
    "foresta delle miniere".
    N. 41.  Erano uomini di Tiro,  citt della Fenicia,  che erano partiti
    alla ricerca di Europa, rapita da Zeus. Essi colonizzarono Taso cinque
    generazioni  prima  che nascesse Eracle,  come Erodoto stesso racconta
    nel libro 2, cap. 44.
    N. 42. Samotracia: isola dell'Egeo settentrionale a sud-est di Taso.
    N. 43. In greco il suo nome ("cris") significava appunto montone.
    N. 44. Per Aristodemo si risaliva, quindi, ad Eracle, padre di Illo.
    N.  45.  Polinice: figlio di Edipo e fratello  di  Eteocle,  che  egli
    uccise sotto le mura di Tebe, rimanendo a sua volta colpito a morte da
    lui.
    N. 46. Cio Zeus che am Danae e ne ebbe Perseo: non avendo Perseo tra
    gli  uomini  un padre putativo,  la sua ascendenza umana non si poteva
    ricostruire che  secondo  la  linea  materna.  Erodoto  non  intendeva
    risalire alla Teogonia.
    N. 47. I discendenti di Perseo erano: Alceo, Anfitrione, Eracle, Illo,
    Cleodeo, Aristomaco e Aristodenno.
    N. 48. A Sparta, in Argo a Messene e, forse, a Corinto e a Sicione.
    N. 49. I poeti epici, i logografi, gli autori di genealogie.
    N.  50.  Non  gi perch mangiassero le carni in quantit doppia degli
    altri ma perch avessero la possibilit  di  fare  al  dio  un'offerta
    maggiore di quella degli altri.
    N.  51.  Siccome i Greci avevano il mese lunare,  il giorno della luna
    nuova era anche il primo del mese.
    N. 52.  Il "medimno" attico equivaleva a circa 52 litri,  ma variava a
    seconda delle varie regioni: a Sparta era pi grande.
    N.  53.  Prosseni: di solito tale parola designava dei magistrati che,
    per incarico di qualche Stato,  tutelavano gli interessi dei cittadini
    in  altre  citt  dove  risiedevano.   A  Sparta,  invece,  erano  dei
    funzionari incaricati  di  ricevere  i  forestieri  e  di  fungere  da
    intermediari fra questi e le autorit dello stato.
    N.  54.  "Chenice"  era  un  unit  di  misura  per  liquidi  e solidi
    corrispondente a poco pi di un litro.  La "cotila",  di cui si  parla
    subito dopo, conteneva circa un quarto di litro.
    N. 55. Il controllo dello Stato aveva lo scopo di impedire che il nome
    della famiglia si estinguesse e i beni patrimoniali passassero in mano
    straniera.
    N.  56.  Lebeti:  erano  recipienti  (specie  di  catini)  di rame che
    all'occorrenza, come qui, potevano essere adoperati come tamburi.
    N.  57.  Perieci: la parola significa "quelli  che  abitano  intorno":
    erano gli abitanti delle terre conquistate dai Dori attorno a Sparta.
    N. 58. Dopo la digressione, riprende a narrare i fatti dell'estate del
    491 a C.
    N.  59.  Cio  al  tempo di Creso (574-520 a.  C.),  quando aveva come
    collega Anassandrida.
    N.  60.  Elena era onorata come dea della  bellezza  nel  luogo  dove,
    secondo  la  leggenda,  sarebbe  stata sepolta insieme con Menelao,  a
    Terapne,  residenza degli antichi re achei,  sopra un'altura a sud-est
    di Sparta.
    N. 61. Si tratta di 10 mesi lunari, pari a 270 giorni.
    N. 62. Circa l'anno 542 a. C.
    N.  63.  Demarato:  tale  nome,  composto  di due vocaboli,  significa
    "Invocato dal popolo".
    N. 64.  L'accusa di Leotichide contro Demarato veniva fatta nel 491 a.
    C., quando quest'ultimo era re gi da 20 anni. Si trattava, quindi, di
    testimoniare su un fatto avvenuto 50 anni prima: dovevano avere un'et
    certo veneranda quegli Efori.
    N.  65.  Gimnopedie:  feste  in  onore  di Apollo e di Artemide che si
    celebravano nella prima decade di luglio: giovani nudi (donde il  nome
    delle feste) vi danzavano in onore degli di mentre si svolgevano gare
    musicali, canti e inni di guerra.
    N.  66.  Il  secondo termine  aggiunto solo per dar risalto al primo,
    quasi a dire che, posto nell'alternativa,  Leotichide aveva scelto gli
    infiniti mali e li avrebbe avuti.
    N.  67.  Per  fare che pure la madre partecipasse al sacrificio e,  in
    caso di menzogna si trovasse colpevole di spergiuro.
    N. 68. Zeus Erceo: cio, "protettore della famiglia".
    N. 69. Corone alla fronte: ornamento proprio delle nozze in uso ancora
    presso molti popoli orientali.
    N. 70. Astrabaco: antico eroe vissuto nella Laconia,  dopo l'invasione
    dei Dori. Il suo nome, che  affine ad "astrabe" (basto), potrebbe, in
    certo  senso  giustificare  la  insinuazione  di  coloro  che volevano
    Demarato figlio d'un asinaio.
    N.  71.  Una legge spartana vietava rigorosamente che un  Eraclide  si
    allontanasse per sempre dalla patria.
    N.  72.  Donate  a  Demarato  erano  le citt di Pergamo,  Teutrania e
    Atisarna, tutte nella Misia. Secondo Senofonte,  tale dono gli avrebbe
    fatto non gi Dario, ma Serse.
    N.  73.  Lampito, dunque, nata da un matrimonio tardivo di Leotichide,
    era pi giovane di suo nipote Archidamo, che divenne poi suo marito.
    N. 74. Press'a poco nel 478 a.  C.,  dopo la battaglia di Platea,  per
    punire quelli di Larissa che s'erano dati ai Persiani.
    N. 75. Leotichide, salito al trono nel 491 a. C., mor nel 469 a. C.
    N. 76. Circa nell'anno 490 a. C.
    N.  77.  Il giuramento per le acque dello Stige era il pi venerando e
    il pi temuto. perfino dagli di.
    N.  78.  Il ceppo era  un  tronco  biforcuto  su  cui  si  stringevano
    saldamente  i piedi del paziente (di solito uno schiavo fuggito),  che
    ne aveva impedito ogni passo.
    N.  79.  Ilota: cio,  appartenente  all'infima  classe,  costretta  e
    rassegnata,  sempre  e  dovunque,  a  sottostare a un comando,  a dire
    sempre di s.
    N. 80. Demetra e Core; per i latini Cerere e Proserpina.
    N. 81. Probabilmente nel 494 a. C.
    N.  82.  Lago di Stinfalo: si trova ai piedi del monte Cillene,  nella
    parte nord-est dell'Arcadia.
    N. 83. Cio, nonostante l'aiuto divino.
    N. 84. Molto oscuro, come in generale tali oracoli, questo responso ha
    avuto  molte  interpretazioni.  Chi  lo  intende  in  senso  piuttosto
    generico spiega i primi versi come un avvertimento a stare in  guardia
    dagli inganni,  che possono, anche, assicurare la vittoria a una donna
    su un uomo. E gli altri versi come preannuncio di futuri danni, che la
    Pizia facilmente poteva prevedere,  data la superiorit spartana.  Nel
    serpente vedono raffigurato Argo stesso, il mostro onniveggente, posto
    a  custodia  di  Io.  Quelli  che preferiscono una interpretazione pi
    precisa vedono nella "femmina" raffigurata la poetessa Telesilla, che,
    con l'esempio,  seppe infiammare  le  donne  di  Argo  alla  riscossa,
    vincere e scacciare Cleomene.  Ma resta, in tal caso, piuttosto oscuro
    il rapporto fra questa vittoria argiva,  lo strazio delle donne  e  la
    morte del serpente (Argo) a opera delle armi nemiche.
    N. 85. Una "mina" equivaleva a 100 dramme.
    N. 86 Il tempio di Era si trovava a poca distanza da Argo, a est della
    citt:  era  sacro  alla  dea  che  dagli  Argivi  riceveva  un  culto
    particolare.
    N. 87. Ebbe termine con la distruzione di Tirinto, nel 468 a. C.
    N.  88.  Data la forte gradazione dei vini,  i  Greci  solevano  berli
    mescolati  con  due o tre parti di acqua: gi bere in pari proporzioni
    vino e acqua era considerato riprovevole e da  ubriacone:  gli  Sciti,
    invece,  erano  abituati  a berlo puro e non stupisce che Cleomene sia
    morto per intossicazione alcoolica.
    N. 89. Al tempo, quindi,  di suo nonno Agide,  verso la met del sesto
    secolo,  quando la Ionia era in lotta con i Lidi e Mileto era in preda
    alle discordie civili.
    N.  90.  I contrassegni di solito erano monete di metallo spaccate  in
    due,  in  modo da potersi ricomporre,  e di cui ogni contraente teneva
    una parte;  talvolta si usava a tale scopo un anello o anche un  pezzo
    di legno.
    N.  91.  Cio  convalidando  con  giuramento  l'asserzione di non aver
    ricevuto alcun deposito.
    N.  92.  Glauco aveva recato offesa  al  dio,  ritenendolo  capace  di
    approvare e consigliare uno spergiuro.
    N. 93. Quelli dell'anno 506 a. C., e di cui parla Erodoto nel libro 5,
    cap. 81.
    N.  94.  Penteterie:  ogni  quattro anni gli Ateniesi celebravano tali
    feste al promontorio Sunio, in onore di Posidone, di cui c'era col un
    tempio, o, secondo altri, in onore di Atena.
    N. 95. Gli Ateniesi avevano due navi sacre,  la Paralo e la Salaminia,
    adibite  esclusivamente  a  portare  le rappresentanze ufficiali dello
    Stato o le missioni sacre e le offerte votive a Delo.
    N.  96.  Come avevano dovuto fare nel 506 a.  C.  Pare che i fatti qui
    narrati  debbano  collocarsi  intorno  al 487 a.  C.,  anche se alcuni
    propendono a credere che si siano svolti cinque o sei anni pi tardi.
    N.  97.  Gli  Egineti  furono  scacciati  dall'isola  ad  opera  degli
    Ateniesi, all'inizio della guerra del Peloponneso, nel 431 a. C.
    N. 98. Cio, Demetra, come si dir subito dopo.
    N.  99.  Come  al tempo delle statue: vedi la narrazione di Erodoto al
    libro 5, cap. 86.
    N. 100. Pentatlo: cos era chiamato un genere di sport che comprendeva
    cinque specialit: salto, corsa, disco, lotta e giavellotto.
    N.  101.  Si deve qui pensare a una svista dello Storico.  Perch,  in
    realt,  la  spedizione  di  Mardonio  e  il  relativo  disastro erano
    avvenuti non l'anno precedente, ma due anni prima, nel 492 a. C.
    N. 102.  Per riparare all insuccesso di Aristagora di cui si parla nel
    libro 5, cap. 34.
    N.  103.  Teno  un isola che si trova a circa 20 chilometri a nord di
    Delo.
    N. 104. Renea, situata a ovest di Delo, era a essa cos vicina che nel
    542 a.  C.  Policrate di Samo la congiunse a Delo  con  delle  catene,
    facendone un offerta votiva al tempio di Apollo.
    N.  105.  Nati a Delo: Apollo e Diana, figli di Giove e di Latona, nei
    quali forse,  i Persiani potevano riconoscere il Sole e  la  Luna  che
    essi veneravano.  Questo spiegherebbe la moderazione e l'ossequio alla
    divinit dimostrati in questa circostanza.
    N.  106.  Caristo: la citt pi  meridionale  dell  Eubea,  sul  golfo
    omonimo.
    N. 107. Erodoto ne ha parlato nel libro 5, cap. 77.
    N.  108.  Dieci  strateghi:  quante  erano le trib;  ognuna di queste
    forniva  un  contingente  di  soldati  che  avevano  il   loro   bravo
    comandante: capo supremo dell'esercito era il polemarco.
    N. 109. Pare che le vittorie di cui si parla siano avvenute negli anni
    532, 528, 524 a. C., corrispondenti alle Olimpiadi 61, 62, 63.
    N. 110. Pisistrato mor nel 528-27 a. C.
    N.  111.  Cele deve il suo nome,  che significa "cavo",  alla profonda
    insenatura formata dall'Illisso,  a sud-ovest della citt,  sul fianco
    della collina chiamata Museion.
    N. 112. Monte Partenio: monte del Peloponneso che segna il confine tra
    l'Argolide, l'Arcadia e la Laconia.
    N.  113.  Corsa delle fiaccole: gara che si svolgeva di notte, durante
    le feste Panatenaiche, le Efestee, le Promtee e le solennit di Pane,
    oltre che nelle feste Bendidie, che si celebravano al Pireo.  A sera i
    giovani  si  riunivano  intorno  a  un  altare  consacrato  a Prometeo
    (divinit del fuoco e della luce) sul quale ardeva la  fiamma,  a  cui
    accendevano le fiaccole: poi si iniziava la corsa.  La fiaccola veniva
    trasmessa, accesa da un corridore all'altro, scaglionati a determinata
    distanza su un percorso dl circa 1000 metri: vincitore era quello  che
    arrivava  per  primo  alla meta (l'altare di Prometeo) con la fiaccola
    accesa.
    N.  114.  In un tempo massimo  di  48  ore  Filippide  aveva,  dunque,
    percorso  la  distanza  fra le due citt,  che si calcola in circa 200
    chilometri alla media di 5 chilometri orari!
    N.  115.  Gli Ateniesi si vantavano di essere nativi del luogo  e  non
    perdevano occasione per ricordarlo a tutti e gloriarsene.
    N.  116.  Si era nel mese Carneo, corrispondente al Metagitnione degli
    Attici (agosto-settembre); e dal 7 al 15 di questo mese si celebravano
    le feste di Apollo Carneo,  durante le quali era vietato far uso delle
    armi.  Secondo  i calcoli moderni il plenilunio cadeva il 15 settembre
    mentre la battaglia di Maratona avvenne il 12 settembre del 490 a. C.
    N.  117.  Forse durante la seconda spedizione di Cleomene nell'Attica,
    avvenuta nel 509 circa a. C.
    N.  118.  E' un anacronismo perch nel 490 a.  C.  non si usava ancora
    eleggere gli Arconti per mezzo delle fave: si cominci solo nel 488 a.
    C.  Consisteva nell'estrarre da un'urna  i  nomi  dei  candidati  alla
    carica  e,  contemporaneamente,  da  un'altra urna,  in cui erano fave
    bianche e nere,  una fava: veniva eletto colui il cui nome usciva  per
    primo insieme con una fava bianca.
    N. 119. Nel 514 a. C. Aristogitone aveva organizzato la congiura nella
    quale era rimasto ucciso Ipparco: Armodio e Aristogitone furono sempre
    esaltati  come  gli  eroi puri dell'indipendenza di Atene dai tiranni.
    Erano entrambi di Afidna,  e per questo Milziade ne ricorda la  gloria
    al  loro  compaesano Callimaco,  incitandolo cos a rinnovarne i fasti
    contro  Ippia,   che  24  anni  prima  era  sfuggito  al  pugnale  dei
    congiurati.
    N.  120. L'ala destra era il punto pi delicato e di maggiore impegno;
    in antico era quello il posto del re.
    N.  121.  Al centro erano schierate le trib  Leontide  e  Antiochide,
    comandate rispettivamente da Temistocle e da Aristide.
    N. 122. Saci: popolo rude e bellicoso della Scizia orientale, abitante
    le odierne steppe dei Kirghisi.
    N. 123. Cinegiro: fratello del poeta tragico Eschilo, che ne esalt la
    morte gloriosa.
    N.  124.  Aplustri: ornamenti che si trovavano sulla poppa delle navi;
    di solito erano figure di divinit o di eroi,  talvolta  in  forma  di
    palma e a vari colori.
    N. 125. Uno scudo, dalla superficie levigata che poteva ben riflettere
    i  raggi  del  sole,  sollevato  da una posizione elevata poteva certo
    costituire un ottimo mezzo di segnalazione. Qui, per,  si tratta d'un
    sospetto senza fondamento di verit,  diffuso per odio di parte contro
    gli aristocratici.  Pare,  anzi,  che l'attacco alla  citt  fosse  il
    progetto  vero  dei  Persiani  e  che  lo  scontro di Maratona dovesse
    servire soltanto come diversivo per distogliere da Atene le truppe pi
    pericolose.
    N. 126.  La distanza fra Atene e Maratona era di 40 chilometri (misura
    base per le maratone moderne!) e sarebbe stata percorsa in poco pi di
    otto ore.
    N.  127.  Cinosarge: localit suburbana di Atene, alle falde del monte
    Licabetto.
    N.  128.  Pi tardi si costruirono i porti di Munichia  e  del  Pireo.
    Quest'ultimo ad opera specialmente di Temistocle,  che proprio nel 490
    a. C. cominci i lavori.
    N.  129.  Forse Erodoto non tiene conto delle perdite dei  Plateesi  e
    degli schiavi; mentre si sa che a Maratona si elev un tumulo sopra le
    ceneri  dei caduti ateniesi e un altro,  vicino,  per i Plateesi e gli
    schiavi.
    N.  130.  Dai commentatori viene data a questa cecit (di Epizelo) una
    spiegazione naturale: pu essere stata provocata da distacco spontaneo
    della  retina  (facile  in  soggetti molto miopi),  accompagnato da un
    fenomeno di deformazione delle immagini,  per cui il nemico che  aveva
    davanti poteva sembrargli un gigante.
    N.  131.  Micono: isola a nord-est di Delo,  la quale si trova fra due
    isole maggiori: Micono e Renea.
    N. 132. Mazzacavallo: strumento per attingere acqua: una lunga asta di
    legno, tenuta in bilico su un'altra trasversale; a una estremit aveva
    un recipiente,  all'altra un contrappeso: serviva molto per  inaffiare
    gli ortaggi.
    N.  133.  Nel  testo originale si accusa una lacuna,  in cui si doveva
    dire del modo adoperato dai Persiani per raccogliere e  conservare  il
    petrolio.
    N.  134.  Pisistrato fu esiliato, al massimo, due volte: nel 556 e nel
    550 a.  C.  Gli storici moderni,  per,  sono  propensi  ad  ammettere
    avvenuta soltanto la cacciata del 556 a.C.
    N. 135. Ci avvenne durante la 54esima Olimpiade, nel 564 a. C.
    N.  136.  I  critici  ritengono  che  questo  capitolo  sia spurio: si
    tratterebbe di un ampliamento di  note  marginali,  elaborato  da  uno
    scrittore della Nuova Sofistica (secondo secolo d. C.).
    N. 137. Avendo Creso regnato dal 563 al 550 a. C. non pot, secondo la
    critica  storica,  accogliere  come  ospite e amico Alcmeone,  che era
    contemporaneo di Aliatte: probabilmente,  l'ospite dei Lidi fu Megacle
    e a lui andrebbe riferito questo episodio.
    N. 138. Forse con la biga, nel 592 a. C.
    N.  138.  Siri: citt dell'Italia meridionale, fra Sibari e Metaponto,
    lambita dal fiume omonimo.
    N.  139.  Golfo Ionico: con tale nome Erodoto  comprendeva  il  tratto
    meridionale del Mare Adriatico e,  quindi,  la costa occidentale della
    Grecia fino all'Illiria.
    N. 140. Epidamno corrispondeva all'odierna Durazzo.
    N.  141.  Trovandosi Olimpia nell'Elide,  i giudici  delle  gare  (gli
    "agonoteti")  furono  in  un primo tempo degli Elei;  ma poi i Giochi,
    dalla  ventottesima  Olimpiade,   divennero  panellenici  e  gli  Elei
    dovettero  rinunciare  a  tale  prerogativa:  questo  ,   forse,   il
    significato dell'episodio cui qui si accenna.
    N. 142. Azenia: era una delle tre parti, quella posta a nord-ovest, in
    cui si divideva l'Arcadia.
    N. 143. Dioscuri: i "figli di Zeus": Castore e Polluce.
    N. 144. Cio dalla regione in cui si trovava pure Sicione.
    N. 145. Pi tardi, nel 490 a. C., Eretria fu distrutta dai Persiani.
    N. 146. Crannon: citt tessalica della Pelasgiotide.
    N. 147. Molossi: vicini all'Epiro e a Dodona.
    N.  148.  I Greci avevano tre danze principali: l'"emmelia"  piuttosto
    dignitosa  e  seria,  la  "sicinnide"  che  imitava  i  movimenti  pi
    caratteristici  degli  animali  e  la  "cordace"  che  riproduceva   i
    movimenti  scorretti  e ridicoli degli uomini.  Ognuna conserv il suo
    posto nel dramma antico: la prima nei cori  tragici,  la  seconda  nei
    cori satirici, la terza nei cori comici.
    N.  149.  Nel 571 a.  C. la legislazione vigente in fatto di matrimoni
    era quella istituita da Solone: notano gli studiosi che non era  certo
    molto  rigorosa,  altrimenti Clistene non avrebbe votato sua figlia ad
    essere madre di bastardi (confronta Legrand, libro 6, pag. 121 n.).
    N.  150.  Dee infernali: Demetra e Persefone;  il  loro  santuario  si
    trovava  fuori  la  cinta  delle  mura  e  Timo pot,  quindi,  essere
    catturata.
    N. 151. Nel testo si riscontra una lacuna. Manca, forse, una frase che
    diceva aver Milziade attraversato qualche cosa (sobborgo,  campo)  per
    giungere sulla collina.
    N.  152. Cimone, per poter sborsare la forte somma dovette sposare sua
    sorella Eipinice al ricchissimo Callia,  che si sobbarc volentieri il
    duro obbligo.
    N.  153.  Ecateo di Mileto,  vissuto fra il 549 e il 479 a.  C.  Fu il
    maggiore dei "logografi" che precedettero Erodoto.  Scrisse due opere:
    "Il giro della terra" e "Le genealogie".
    N. 154. Imetto: colle che si eleva a sud-est di Atene: ricco di timo e
    di fiori,  fu famoso in tutta l'antichit per il miele che si ricavava
    dai suoi alveari.
    N.  155.  "Enneacruno": il nome  significa  "nove  fonti"  e  fu  cos
    chiamata  al  tempo  dei  Pisistratidi,  che  vi eseguirono dei lavori
    speciali di assestamento e di  ordine;  prima  era  chiamata  Calliroe
    (cio  "dalla bella corrente"): si trovava presso l'Ilisso,  a sud-est
    della citt, a uno stadio fuori dalle mura.
    N. 156. Braurone: localit sulla costa nord dell'Attica, nei pressi di
    Maratona.  Secondo la leggenda ateniese,  Oreste avrebbe ivi collocato
    la  statua  di  Artemide,  sottratta  dalla  Tauride.  Le  donne vi si
    recavano a celebrare un culto femminile, durante il quale, per espiare
    l'uccisione di un'orsa sacra alla dea,  delle fanciulle travestite  da
    orse, eseguivano delle danze mimiche.
    N.  157.  Le donne di Lemno avevano massacrato i loro mariti e tutti i
    maschi  dell'isola,  perch  le  avevano  trascurate,  per  ordine  di
    Afrodite  che  era  stata  da loro offesa.  Issipile,  a cui era stata
    deferita la suprema autorit,  salv suo padre Toante nascondendolo  e
    fingendo di averlo ucciso. Quando poi l'inganno fu scoperto, Toante fu
    costretto a fuggire insieme con la figlia.
    N.  158.  Non poteva una nave,  procedendo contro vento, percorrere la
    distanza di circa 150 miglia che intercorre fra Atene e Lemno, situata
    a nord-est, quasi all'imbocco dei Dardanelli.
    N.   159.   L'Attica:  cio  l'odierna  penisola  di  Gallipoli,   che
    costituisce la sponda europea dello Stretto dei Dardanelli.
    N.  160. Estesii: venti periodici, che soffiano in direzione nord-sud,
    per 40 giorni circa, durante l'estate.
    N. 161. L'isola di Lemno aveva due sole citt: Efestia,  piccolo porto
    a nord, e Mirina, situata a occidente.
