    Erodoto.
    LE STORIE.
    ARNOLDO MONDADORI EDITORE, Milano 1956.

    Traduzione, introduzione e note di Luigi Annibaletto.

    VOLUME PRIMO.

    SOMMARIO.

    Introduzione: pagina 2.
    Nota bibliografica: pagina 24.

    LE STORIE.
    Libro primo. Clio: pagina 28.
    Note: pagina 212.
    Libro secondo. Euterpe: pagina 238.
    Note: pagina 391.
    Libro terzo. Talia: pagina 406.
    Note: pagina 542.


    INTRODUZIONE.

    "... questo  bello: attendere al cantore
    che nella voce ha l'eco dell'Ignoto".
    (Pascoli, "Solon")

    Erodoto  il primo prosatore greco che a  noi  sia  giunto,  il  primo
    storico  dell'Occidente:  anch'egli  ci  viene  come  dono  di  quella
    meravigliosa terra ionica, che, prima,  ud e don agli uomini i canti
    di  Omero  e di Callino,  il pianto accorato di Mimnermo,  i giambi di
    Archiloco;  e prima avvi,  attraverso l'acuta disamina di  Talete  ed
    Eraclito,  il  pensiero  filosofico  alla ricerca dell'immenso mistero
    dell'universo. Ionica,  infatti,   la voce di Erodoto,  che,  sebbene
    nativo  della  dorica Alicarnasso,  scelse come sua lingua il dialetto
    della Ionia,  la cui civilt,  da secoli ormai,  ingentiliva,  con  lo
    spirito  e le forme di una vita colta e raffinata,  le estreme regioni
    occidentali dell'impero  persiano,  che  s'affacciavano  sul  mare  di
    Grecia.
    Di  famiglia,  se  non nobile,  certo molto nota e influente,  Erodoto
    nacque fra il 490 e il 480 a. C.  - cio fra l'epopea di Maratona e la
    vittoria  di  Salamina:  il  padre  si  chiamava  Lyxe (nome che molto
    risente di barbaro),  la madre (che era  di  sangue  greco)  Drio,  il
    fratello   Teodoro.   Alicarnasso  era  allora  sotto  il  dominio  di
    Artemisia,  donna di coraggio virile e dall'animo aperto a  tutto  ci
    che  fosse  splendido  e  grande,  vassalla  del re di Persia,  la cui
    fortuna aveva seguito e difeso sul mare di  Grecia,  segnalandosi  per
    decisione  e  audacia  nella  giornata  di  Salamina  (480  a.  C.)  e
    riconducendone i figli giovinetti in salvo ad Efeso,  mentre  "vile  e
    feroce,  Serse  per  l'Ellesponto  si  fuggia".  All'ombra  di  questa
    ammirata amazzone, si svolse la prima fanciullezza dello Storico,  nel
    rispetto  e nella venerazione dell'autorit del Gran Re.  Ma quando ad
    Artemisia successe il tiranno Lygdami Secondo, e cominciarono le lotte
    politiche,  Erodoto,  in  esse  implicato  con  la  sua  famiglia,  fu
    costretto a esulare a Samo: ci avvenne indubbiamente prima del 454 a.
    C., anno in cui Alicarnasso figura, come citt libera, fra gli alleati
    di Atene.  Il giovane esule mise subito questa disavventura a profitto
    della sua smania di conoscere e di  viaggiare,  percorrendo  tutto  il
    litorale dell'Egeo, e, tornato in patria dopo la cacciata del tiranno,
    riprese il suo curioso vagabondare;  tanto che,  prima del 447 a.  C.,
    egli s'era gi recato in Tracia,  sul mar Nero  (fino  alle  foci  del
    Dniepr e alla Crimea), nella Scizia, a Babilonia, nell'Egitto (fino ad
    Elefantina),  in Siria eccetera. Tra il 447 e il 445 a. C. fu ad Atene
    (dove strinse amicizia con Pericle e con Sofocle) e percorse in  lungo
    e  in largo la penisola ellenica: fu certo nella Grecia Centrale e nel
    Peloponneso,  visit le Termopili e il tempio di Delfi (forse non fece
    un sopraluogo a Maratona),  approd alle Cicladi. Subito dopo ritorn,
    pare,  alla natia Alicarnasso,  ma giusto in tempo per riconoscere che
    l'invidia  aveva lavorato contro di lui e che non era pi bene accetto
    ai suoi concittadini;  ne  ripart  e  spontaneamente  partecip  alla
    fondazione, in Italia, della colonia panellenica di Turi (nell'odierna
    Calabria),  aggregandosi alla schiera dei coloni convenuti da tutta la
    Grecia,  sotto gli auspici di Pericle,  nella primavera del 443 a.  C.
    Anche a Turi,  per, .si ferma poco e a questo periodo vanno assegnati
    i viaggi in Sicilia e forse anche la visita alla Cirenaica.  Ignoriamo
    se sia ritornato ancora ad Atene, e a Turi, pare, mor fra il 430 e il
    420 a. C.

    Spirito inquieto,  ulisside insonne alla ricerca d'un qualche cosa che
    sempre fuggiva davanti a lui,  and errando per mari e per terre,  tra
    l'arsura  del deserto di Libia e il gelo della terra di Scizia;  e dal
    cumulo  delle  attente  personali  osservazioni,   dalle  informazioni
    assunte  nei vari luoghi,  dalla sua innata facolt di discernimento e
    di confronto deriv la vasta materia  delle  sue  "Storie".  Con  esse
    Erodoto si stacca dai precedenti narratori,  i "logografi",  che, poco
    preoccupati di consultare fonti o di esaminare documenti,  mescolavano
    con  ingenua  semplicit ci che era degli uomini e ci che gli uomini
    attribuivano agli di,  o,  meglio,  facevano della storia  umana  una
    sottospecie  di quella che poteva essere la divina.  Egli,  per primo,
    distingue accuratamente ci che con i suoi occhi  ha  visto,  ci  che
    hanno  visto  quelli  che  gliene riferiscono e ci che  frutto della
    convinzione sua: tali criteri di obiettivit  fecero  s  che  Erodoto
    fosse  considerato  il  "padre  della  storia",  degno  che  a  lui si
    congiungesse il suo immediato  successore,  Tucidide,  il  pi  grande
    degli storici greci, uno dei pi grandi di tutti i tempi.

    L'opera  erodotea,  cui  l'Autore non diede titolo,  ma che i posteri,
    desumendolo dalla prima frase del  proemio,  chiamarono  "Storie"  per
    eccellenza,  cio accurata ricerca di cause e di effetti,  ci  giunta
    in nove libri,  ognuno contraddistinto col nome  di  una  Musa:  della
    divisione  in  nove  libri  si  trova  la  prima  traccia  in  Dionigi
    d'Alicarnasso  (primo  secolo  a.  C.);  mentre  il  nome  delle  Muse
    attribuito  ai singoli libri leggiamo per la prima volta in Luciano di
    Samosata (secondo secolo d.  C.).  Nel primo libro si tratta del regno
    di  Lidia,  aggregato  all'impero  persiano  da Ciro,  che muore nella
    spedizione contro i Massageti;  il secondo  interamente dedicato alla
    conquista (525 a.  C.) e agli usi e costumi dell'Egitto;  nel terzo si
    parla delle follie di Cambise,  dell'assunzione di Dario al  trono  di
    Persia  e  dell'ordinamento speciale dato da lui a tutto l'impero.  La
    campagna di Dario contro gli Sciti e quella del satrapo Ariande contro
    Cirene inducono lo Storico a parlare della Scizia e della Libia:  tale
     l'argomento del quarto libro;  nel quinto,  invece,  si tratta della
    Tracia,  della Macedonia e della Ionia,  la cui sollevazione contro il
    re  di  Persia  (499-494  a.  C.)  costituisce il prodromo alle Guerre
    persiane. La prima e seconda spedizione dei Barbari (492-490 a.  C.) e
    la  battaglia  di Maratona vengono narrate nel libro sesto,  mentre il
    settimo comprende la marcia di accostamento alla  Grecia  dell'immenso
    esercito  di  Serse  e  l'eroico  sacrificio di Leonida e dei trecento
    Spartani alle Termopili (480 a.  C.).  Scontri  navali  all'Artemisio;
    occupazione  persiana  dell'Attica;  battaglia  e vittoria di Salamina
    (480 a.  C.) costituiscono l'argomento del libro ottavo;  infine,  nel
    libro  nono  si  racconta  la  battaglia di Platea (479 a.  C.),  dove
    Mardonio viene sconfitto da Pausania e cade sul campo;  mentre,  nello
    stesso giorno,  la flotta persiana  battuta a Micale e tutta la costa
    europea dell'Ellesponto,  con l'espugnazione di Sesto  (primavera  del
    478 a. C.), torna in possesso dei Greci.

    Una delle ragioni o delle suggestioni che dovettero fortemente operare
    sullo  scrittore  di Alicarnasso nel concepire il piano delle "Storie"
    fu l'ammirazione per la potenza  dominatrice  dell'Asia:    naturale,
    infatti,  pensare  che  Erodoto,  suddito  dell'impero  persiano in un
    periodo di fortunata prosperit,  tutto preso  dall'eroica  figura  di
    Artemisia,  che  rappresentava  il potere imperiale nella citt natia,
    abbia concepito il desiderio di visitare e descrivere i paesi  su  cui
    si  era venuta a estendere la potenza di Ciro e di Dario: a cominciare
    dalla Lidia,  la regione a lui pi vicina,  per estendersi,  via  via,
    all'Egitto,  alla  Siria,  alla Scizia eccetera,  fino al teatro delle
    Guerre persiane,  la pi grande e infausta  avventura  che  fosse  mai
    stata  corsa  dagli  ambiziosi  e  prepotenti  signori di Susa.  Ecco,
    quindi, i deliziosi "racconti lidi", lo splendido "racconto egiziano",
    gli Sciti dai costumi strani e misteriosi,  prendere vita allo sguardo
    attento  e  intelligente del visitatore;  di qui la malcelata simpatia
    per il colosso asiatico,  simpatia che si rivela or qua or l nei vari
    libri,  fino alla chiusa finale dell'opera, francamente ammirativa per
    la costanza, la tenacia, la sobriet dei Persiani. Intanto, le vicende
    della  sua  nomade  vita  lo  avevano  fatto  approdare   alle   coste
    dell'Ellade e qui,  tra lo splendore dell'Atene di Pericle, tra quegli
    uomini "duri come querce" che avevano infranto il sogno  ambizioso  di
    Serse,  in dimestichezza con il grande Tragico di Colono (la cui opera
     tutta un'esaltazione della libert,  nel nome della  quale  traggono
    forza  contro  i  tiranni  e  il destino anche fanciulle dalla fragile
    vita),  Erodoto sent la grandezza di quell'epica impresa,  per cui fu
    arrestato  sul  suolo  di Grecia l'immenso esercito che prosciugava al
    suo arrivo i fiumi,  che apriva alle sue navi la rotta  attraverso  il
    continente,  che  aggiogava il mare perch vi passassero,  orgogliosi,
    fanti e cavalli.  Di questo  prodigio  era  stato  capace  un  piccolo
    popolo,  che aveva da natura come compagna la povert, ma a cui valide
    leggi avevano dato un abito di cosciente coraggio,  che lo  proteggeva
    sia  contro  le  insidie  della  povert  sia contro la prepotenza dei
    tiranni.  Questo era vanto di quel  "regime  di  uguaglianza"  che  lo
    Storico  per  la  prima  volta  sentiva  e  vedeva nella sua splendida
    realt.  Forse,  allora,  nell'animo  suo  di  apolide,  alla  ricerca
    incessante  di  un  qualche cosa che desse scopo degno alla vita e per
    cui fosse bello combattere e bello,  anche,  con  la  spada  in  pugno
    morire,  risent  l'orgoglio  immenso  di  esser Greco,  ebbe la piena
    consapevolezza di appartenere  al  popolo  depositario  dei  pi  alti
    valori  dello  spirito;  si  sent  fratello  ideale  del polemarco di
    Maratona, che nell'attimo bruciante della mischia, anche morto, rimase
    ritto in piedi,  in atteggiamento  di  lotta,  sostenuto  dalle  lance
    nemiche che l'avevano trafitto;  si sent fratello di Leonida,  il cui
    cadavere difesero con i denti fino alla morte i suoi  Trecento,  dallo
    sguardo  sereno,  sotto  le  chiome  ben  composte.  E  cos l'uomo di
    Alicarnasso si sente chiamato dalle Muse "ad evocar gli eroi",  perch
    la loro gloria non abbia a morire;  e consacra una parte preponderante
    (quattro libri) della sua opera a quell'epica lotta fra la Grecia e la
    Persia,  che ora appare al suo spirito sotto  una  luce  di  miracolo,
    nella sua vera e decisiva importanza per il corso della civilt;  e di
    essa,  egli,  primo rapsodo della storia,  canta le gesta e le glorie,
    tra  il  generale  entusiasmo,  nelle affollate assemblee dei Greci ad
    Atene,  a Olimpia e a  Corinto.  Non    meraviglia,  quindi,  se  nel
    racconto  palpita  viva  la  simpatia  e  assidua l'ammirazione per il
    popolo greco e se l'intento unitario,  che annuncia il famoso  proemio
    (certo opera della tarda maturit),  non trova conferma nello sviluppo
    complessivo dell'opera,  dove numerose sono le digressioni e  dove  un
    libro  intero (il magnifico "excursus!  sull'Egitto),  estraneo a tale
    intento,  rivela l'interno travaglio che accompagn  l'opera  nel  suo
    divenire,   dalla   prima   spontanea   ispirazione,   alla   faticosa
    elaborazione finale.

    Taluno ha trovato troppo insignificante la presa di Sesto a chiusa  di
    un'opera  cos vasta,  tanto pi che le Guerre persiane si protrassero
    ancora per almeno 30 anni oltre tale data,  e ha ritenuto le  "Storie"
    incompiute;  ma  da considerare che con la conquista di Sesto, ultimo
    lembo d'Europa in  mano  persiana,  l'avventura  europea  dei  Barbari
    poteva  considerarsi  conclusa  e  che  proseguire  pi  oltre avrebbe
    portato Erodoto a occuparsi di fatti  contemporanei  (cosa  che  egli,
    evidentemente,  non  intendeva  fare).  Ci pu far ritenere le Storie
    intenzionalmente compiute al 478 a.  C.,  anche se  vari  indizi  (gli
    accenni ai "racconti assiri",  promessi e non mai scritti, e la chiusa
    del libro nono,  ci fanno intendere che all'opera   mancata  l'ultima
    mano e una definitiva revisione.

    Immensa   l'importanza di Erodoto come storico e come artista: egli 
    il primo uomo dell'Oriente greco che, venuto ad Atene, abbia subto il
    fascino della cultura e della politica ateniesi e  questo  decisamente
    lo   tolse   dall'angusto   ambiente   provinciale   a   cui,    forse
    inconsciamente,  cercava di sottrarsi  con  i  suoi  viaggi.  Erodoto,
    infatti,  viaggi  molto,  dando  prova  non solo del suo amore per la
    conoscenza e l'indagine,  ma anche dell'audacia e del coraggio  propri
    dell'esploratore,   in   rapporto   ai   disagi   e  ai  pericoli  che
    ostacolavano, allora, la penetrazione in paesi semi selvaggi e impervi
    e le  lunghe  traversate  marine.  Molto  dura    stata  la  critica,
    specialmente nel secolo scorso,  contro Erodoto e l'opera sua. Ora, se
     vero che molti sono gli errori che vi si riscontrano (per quanto  le
    pi  recenti scoperte nei vari paesi abbiano confermato molte notizie,
    su cui si era dubbiosi);  se spesso ingenuo e  credulo  ci  appare  il
    racconto  e  non  poca  fede  si  attribuisce  a  leggende  e a divini
    interventi, non si devono sottovalutare le difficolt che egli dovette
    superare o aggirare.  Non conosceva la lingua dei  Persiani  ed  erano
    mute per lui le grandi iscrizioni dei re orientali,  che per i moderni
    sono la fonte storica pi importante.  Il suo  ardore  di  ricerca  si
    doveva appagare di quello che gli indigeni gli potevano raccontare,  e
    notizie e fatti correvano anche il  rischio  di  essere  travisati  da
    frettolosi e incolti interpreti. Nulla per egli trascura per giungere
    alla  verit,  fino  ad esporre due,  tre versioni dello stesso fatto,
    lasciando  la  facolt  di  scelta  al  lettore  provveduto;  talvolta
    razionalisticamente   criticando   credenze  e  leggende  di  pubblico
    dominio.  Naturalmente,  ben maggior valore acquista il  suo  racconto
    quando  ci  espone le Guerre persiane: i testimoni erano numerosi e la
    diligenza dello Storico va ricercando ogni  dato,  ogni  elemento  che
    valga  a  completare  il  racconto,  a  fissare per sempre i valori di
    un'epoca di grandezza e di gloria.  E' vero che,  in fatto di numeri e
    cifre (specialmente per quanto riguarda gli effettivi dell'esercito di
    Serse)  Erodoto ,  si pu dire,  iperbolico;  ma non basta questo per
    infirmare lo spirito che anima l'opera e la buona fede dello  Storico.
    Non    giusto pretendere di valutare la narrazione erodotea sul metro
    di quella  di  Tucidide  o,  peggio,  della  moderna  storiografia;  
    pretendere quanto non poteva dare.
    Certo  Erodoto  ebbe  in  qualche  momento l'intuizione di un'esigenza
    politica; sent,  cio,  l'ideale politico che vive nella storia (e ne
    tratt in qualche felice capitolo); ma egli  soprattutto un artista e
    il  significato  primo,  il valore vero della sua opera consiste nella
    gioia del raccontare,  che tutta la  pervade;  in  quel  sorprendente,
    ricco,  svagato  o malinconico novellare,  frutto della grazia ionica,
    che rinnova attraverso l'arte della parola l'aurea leggenda  di  Mida:
    dove  c'  gioco e fantasia,  piacere dell'immaginazione per le realt
    iperboliche e per i paesi favolosi.  Erodoto  come un  fanciullo  che
    apre gli occhi su un mondo misterioso e meraviglioso; cui il volo d'un
    uccello,  il  ronzio d'un'ape,  l'azzurro del cielo,  l'eco d'un canto
    colpiscono   di   pari   ammirazione;    l'infinitamente   grande    e
    l'infinitamente  piccolo,  allo stesso modo,  parlano alla sua ingenua
    fantasia e si tramutano in espressioni di gioiosa meraviglia.  Cos lo
    vide il Poeta di "Maia" nella gloria di Olimpia:

    "E vedemmo Erodto
    dagli occhi d'intento fanciullo,
    che seco recava al consesso
    dell'Ellade i rotoli gravi
    di gloria come i favi
    son pregni di miele".

    Quanto  alle concezioni religiose di Erodoto,   molto difficile,  per
    non dire impossibile,  formarsene un'idea precisa,  riducendo a  unit
    tutto  quello che nelle "Storie" troviamo;  perch,  se in taluni casi
    egli dimostra una mentalit nettamente razionalistica, alla maniera di
    Ecateo,  e una certa spregiudicatezza di  sentire,  in  altri  casi  -
    troppi  -  dimostra  una  credulit  e un'ingenuit per lo meno strane
    (sebbene,  anche  qui,   talora  la  credulit  o  semplicit  diventi
    sorridente meraviglia - che pu, perfino, colorarsi di un tono ironico
    - e talora,  anche,  sia lo stato di grazia per sollevarsi a respirare
    nel regno aureo del mito).
    Ossequiente alla religione tradizionale,  fa risalire le  cause  degli
    avvenimenti  umani alla divinit,  non a questo o a quel dio: talvolta
    fa appello a una "provvidenza divina",  ordinatrice sapiente del mondo
    fisico  e  di  quello animale.  Non poco deve avere influito anche sul
    pensiero religioso di Erodoto,  oltre che sul suo  pensiero  politico,
    l'antica sapienza attica,  la severa religione dei padri.  Quando,  ad
    esempio,  ci fa vedere la sconfitta  di  Serse  come  punizione  dello
    smisurato orgoglio del Re,  che non volle rispettare le leggi divine e
    umane,   il  pensiero  nostro  corre  immediatamente  all'Eschilo  dei
    "Persiani",  alla sua fede adamantina.  Ma quando vediamo il pio Creso
    colpito tremendamente con la morte dell'unico figlio,  perch  si  era
    creduto   il  pi  felice  degli  uomini;   quando  lo  Storico  parla
    dell'invidia che provano gli di per la felicit umana e  sentiamo  da
    lui  che  la  divinit  "invidiosa  e  torbida" interviene nelle umane
    vicende,  non gi per superiori esigenze etiche,  per un  disegno  "ab
    aeterno"  prestabilito,  ma per abbassare malignamente chi si innalza,
    dobbiamo convenire che ben pi elevata  la concezione di Eschilo,  il
    quale,  rispettoso d'una suprema legge di giustizia,  dichiara che gli
    di puniscono la colpa,  la tracotanza,  la  perversit,  non  gi  la
    felicit degli uomini. Erodoto non ha fede nella giustizia e di qui ha
    origine  il  suo  pessimismo,  il  senso  profondo  che vana  la vita
    dell'uomo,  per cui " preferibile esser morto che protrarre la vita".
    Una  malinconia profonda pervade cos tutta la sua opera,  dalla prima
    digressione maliziosa e pur tragica sulla storia di Gige, al pianto di
    Serse, che, sulla spiaggia Abidena, vede l'ombra della morte aleggiare
    sullo sterminato esercito,  fore di tutte le  sue  genti.  Malinconia,
    per,  che  costituisce  il  fascino  segreto della storia di Erodoto,
    perch tale visione triste della vita (che nasce anche da  quella  sua
    contemplazione  stupefatta  dinanzi alle forze smisurate che governano
    il mondo,  gli uomini,  il loro destino) fa  germogliare  in  lui  una
    profonda  umanit;  non  pi Greci o Barbari,  vinti o vincitori: solo
    uomini che vivono,  soffrono,  muoiono sotto l'incubo d'un  misterioso
    potere che,  beffardo,  non aspetta che il momento di abbatterli. Ecco
    perch, nonostante tanti presagi, oracoli, vaticini,  invocazioni agli
    di,  la storia di Erodoto ci appare desolatamente atea; manca la fede
    in una provvidenza che  nella storia e la guida a una  meta  lontana;
    la  quale  dia  agli  uomini  la  certezza  che se soffrono,  sperano,
    credono,  il loro dolore e le loro speranze hanno un significato e  un
    valore.

    Ci  fu  chi  nelle  "Storie" vide rinnovata l'epopea di Omero per quel
    proposito programmatico,  che dal proemio trascorre per tutti i libri,
    di  esaltare  le  imprese  degli  uomini  ("perch non rimangano senza
    gloria"  dice  lo  Storico   "i   fatti   grandi   e   meravigliosi");
    "omericissimo",  anzi, lo defin l'anonimo del "Sublime" e Cicerone lo
    vide procedere ampio e diffuso, come fiume che s'accosta maestoso alla
    foce,  convogliando sempre nuovi corsi  d'acqua.  Altri,  invece,  nei
    grandi e sfortunati eroi di Erodoto, malinconici campioni di una lotta
    impari  e  gi  perduta,  vide  trasfuso  tutto  il "pathos" che rende
    vibrante e dolorosamente viva la tragedia greca.  E  in  verit,  come
    tutte  le opere nate per trascendere il tempo e a cui l'esperienza dei
    secoli passati assicura la vita nei secoli futuri,  anche  l'opera  di
    Erodoto  offre gli elementi per avvalorare l'una e l'altra asserzione.
    E' omerico, infatti,  quell'inesausto e inesauribile suo favoleggiare;
    quello stupore attonito con cui guarda il pi piccolo particolare d'un
    quadro,  d'una  situazione;  quella  ricerca  del nuovo,  del curioso;
    l'amore dell'aneddoto  ora  scherzoso,  ora  malizioso,  molto  spesso
    triste;  ma  pur tragica quell'incombente, astiosa minaccia che senti
    gravare su tutto, su tutti ("poich era destino che male lo cogliesse"
    ripete spesso, quasi sconsolato, lo Storico);  tragico  quel doloroso
    senso  che    tutto  inutile  il  nostro  travaglio (inutilit che si
    dimostra palese non solo nello sfortunato valore di  Leonida  o  nella
    vicenda d'amore e morte vissuta da Gige, ma anche, e molto pi, quando
    meno il lettore se l'aspetta, come nell'episodio di Cleobi e Bitone: i
    due  figli della sacerdotessa di Era,  forti e pii,  tra gli elogi del
    popolo festante,  dopo che la madre,  orgogliosa e felice,  ha pregato
    per loro la ricompensa pi grande che la divinit possa concedere a un
    uomo,  s'addormentano  e  non  si  svegliano pi;  perch tale sonno 
    quanto di pi bello possa l'uomo desiderare su questa terra).  Cos la
    triste vicenda di Adrasto,  la folle empiet di Cambise, lo strazio di
    Policrate,  il dramma di Pressaspe,  il rogo di Boge  e  tante,  tante
    vicende  erodotee  ci  fanno ripensare ai tragici eroi di Eschilo e di
    Sofocle. Senonch l'uno e l'altro elemento, l'epico e il tragico,  non
    sono che aspetti parziali dell'opera di Erodoto; come il suo mondo non
    si  esaurisce  nelle  ricerche etnico-geografiche che danno materia ai
    primi cinque libri,  n si risolve nel duello tremendo fra Occidente e
    Oriente cui sono dedicati gli ultimi quattro: c' una "realt maggiore
    e  fondamentale",  come    stato giustamente osservato,  che tutte le
    precedenti  comprende  e  unifica,   "il  dinamismo  umano,   ossia  
    l'infinita  materia  e  inesausta  potenza delle umane passioni,  dove
    palpita e freme la gran forza della natura.  Dal poderoso rigoglio  di
    questa forza nulla s'astrae, neppure il divino; nulla se ne scioglie e
    libera;  nulla ha vigore di opporsi a quella: tutto ci che appartiene
    all'esperienza,  appartiene alla natura,  e le resta  immanente...  Al
    vertice estremo dell'umana esperienza,  fine ultimo della storia, egli
    pone il valore,  quel valore che  degno di gloria,  e lo riconosce  e
    designa   in  coloro  che  spingono  fino  al  sacrificio  la  solerte
    obbedienza alla necessit consaputa".

    Entro questo vasto  campo  d'interessi  e  di  passioni  prorompe  con
    prepotenza  la  grazia  tutta  ionica  del  novellatore,  cui basta un
    accenno,  un motivo,  per  sollecitare  la  fantasia,  abbandonarsi  a
    digressioni  che  della  favola  orientale  hanno  tutto il misterioso
    sapore; sicch, con una levit sorprendente,  ci sentiamo attratti nel
    gioco  dell'arte,  talvolta  lasciando  con  piacere l'interesse della
    storia per ascendere nel mondo favoloso della fantasia.  Ed  cosi che
    accanto   a  scene  grandiose  quale  quella  dell'immenso  variopinto
    esercito barbaro che attraversa l'Ellesponto e avanza a guisa di marea
    per il continente,  ci sorprendiamo ad ammirare Serse "il pi bello  e
    il pi degno" dice il Narratore "di condurlo a vittoria".
    E  cos  contempliamo nella sua maest regale il Condottiero libare al
    sole con la coppa d'oro, che poi getta fra le onde,  insieme con ceppi
    d'oro  e  una  scimitarra,  anche se Erodoto non sa trattenersi da una
    impertinente osservazione.
    Meravigliosa la  descrizione  della  lotta  strenua  e  sfortunata  di
    Leonida,  della  giornata  di Salamina,  della vittoria di Platea;  ma
    insuperabile l'arte dello Storico  nel  dar  vita  e  risalto  ai  pi
    impensati episodi,  ai tipi umani pi vari: dal re di Lidia che invade
    il paese di Mileto a suon di flauti e risparmia le  case  dei  nemici,
    per  aver  ancora qualche cosa da razziare nelle future incursioni;  a
    Pisistrato che si fa beffe degli Ateniesi facendo loro credere che una
    bella donna,  vestita da  Minerva,  fosse  veramente  la  dea  che  lo
    riconduceva in patria;  da Ciro che,  per vendicarsi del fiume Ginde -
    che gli ha inghiottito un cavallo bianco -, lo fa dividere in 360 rami
    per disperderne le acque  e  intanto  trascura  la  spedizione  contro
    Babilonia,  al  re  d'Egitto  che  nell'Ade  gioca a dadi con Demetra.
    Accanto  alla  viva  e  sofferta  vicenda  dei  Faraoni  delle  grandi
    Piramidi,   alle  fantastiche  fiaccolate  per  tutto  l'Egitto,  alla
    descrizione del magnifico tempio di Bubasti, abbiamo un mondo di altre
    inquietanti figure:  la giovane  figlia  di  Micerino,  che  nel  suo
    sarcofago d'oro, ogni anno  portata alla luce del giorno, perch essa
    stessa,  morendo,  aveva  pregato  di  poter  vedere il sole una volta
    all'anno;   lo stesso re Micerino,  che saputo  dall'oracolo  di  non
    avere  ormai pi di sei anni di vita,  "fa allestire un gran numero di
    lampade e quando si fa sera,  fattele accendere,  si d a bere e  alle
    delizie, senza allentare n di giorno, n di notte, vagando per paludi
    e  per boschi,  dovunque sentiva che ci fossero i luoghi pi adatti al
    piacere, perch gli anni,  anzich sei risultassero dodici,  divenendo
    giorni pure le notti";   il vecchio re d'Egitto,  cieco e spodestato,
    che per cinquant'anni vive in un'isola  che  egli  stesso  s'  venuta
    formando  con  terra e cenere che i suoi sudditi gli venivano portando
    di nascosto.  Talvolta lo Storico ci porta in un  clima  di  leggenda,
    lass  verso il Nord,  dove le piume bianche che si aggirano nell'aria
    impediscono il respiro,  dove i Massageti danzano e cantano attorno al
    fuoco su cui brucia il frutto dell'ebbrezza; dove Eracle ha incontrato
    la donna-serpente;  dove c' il paese degli uomini calvi, quello degli
    uomini dai piedi di capra;  e altri uomini che dormono sei mesi;  dove
    l'oro    custodito  da grifoni e dagli Arimaspi,  che hanno un occhio
    solo;  dove vivono animali senza testa,  con gli occhi  nel  petto;  e
    racconta  con  dovizia  di  particolari  la caccia all'oro su cammelli
    contro le formiche del deserto, che sono pi grandi delle volpi;  o la
    macabra  cavalcata  dei 50 Sciti,  che si ergono immobili sui cavalli,
    pure essi impalati,  intorno al morto re,  in suo  onore.  Talvolta  
    l'aneddoto che attira la nostra attenzione;  birichino e salace,  come
    quello dei giovani Sciti che  a  poco  a  poco  riducono  a  pi  miti
    consigli  le  bellicose Amazzoni;  o scherzoso come quello di Alcmeone
    imbottito di polvere d'oro,  o come  quello  del  re  di  Sparta  che,
    all'annuncio  che  gli  nato un figlio,  fa sulla punta delle dita il
    conto dei mesi, se possa essere veramente suo.  Tal altra l'aneddoto 
    istruttivo come la leggenda di Glauco e del ricco Milesio, o quello di
    Ippoclide  che si gioca le ambite nozze per una danza scomposta e poco
    gradita dal futuro suocero.
    Ora sono annotazioni piene  di  grazia  spiritosa:  la  fontana  della
    giovinezza  presso  gli  Etiopi,  o  la "sorgente del sole" presso gli
    Ammoni, che a mezzanotte bolle ed  gelida a mezzogiorno; e i giardini
    di Mida,  che hanno rose con 60 petali;  e il lago da cui le fanciulle
    traggono pagliuzze d'oro valendosi di penne d'uccello intrise di pece.
    Pi  spesso  per  sono  tocchi  di  profonda malinconia che l'Artista
    riesce a trasfondere nel lettore con una parola, con una osservazione:
     il pianto di Serse sulla brevit della vita umana,  e il  singhiozzo
    senza  ritegno  del  persiano  al  banchetto di Attagino;  la morte di
    Cambise,  le mummie in miniatura portate nei  banchetti  egiziani;  il
    suicidio  di  Pressaspe;  la  morte di Cleomene;  la miseranda fine di
    Ciro;  il sonno eterno di Cleobi e Bitone,  migliore del fiore di loro
    giovinezza;  le  atroci  vendette di Feretima e della moglie di Serse,
    mentre  con  fedelt  disinteressata  di  cronista,  ma  con  evidenza
    tremenda che anticipa il pessimismo lucreziano,  rileva come, presso i
    Trausi,  fosse salutata dal pianto la nascita d'un bimbo e accolta con
    gioia  la  morte  d'un uomo.  Tutto  mistero davanti e intorno a lui:
    mistero della vita, mistero della storia, mistero della natura;  tanto
    che nella narrazione,  da un libro all'altro, avvertiamo a pi riprese
    questa domanda inquietante: come sorse il mondo? Quale lingua si parl
    per prima?  Quale il popolo che primo apparve  sopra  la  terra?  E  i
    misteriosi riti del favoloso Egitto lo incantano,  le nascoste origini
    del Nilo, la profondit degli abissi lo attirano, e con quale ansiosa,
    insoddisfatta brama di conoscere  getta  acuto  lo  sguardo  oltre  il
    barbaglio  dell'oro  di  Etiopia  (l dove anche le catene del carcere
    sono d'oro e i morti nelle  loro  custodie  di  alabastro  restano  in
    eterno ritti a difesa delle loro citt),  per scoprire che cosa ci sia
    oltre il limite estremo; e cos oltre le nebbie, le nevi e il gelo del
    Nord a scoprire sintomi di altre  vite!  Con  quale  riverente  timore
    parla  degli  antichissimi  templi egiziani,  delle innumeri colossali
    statue,  testimoni  di  et  remotissime,   del  labirinto  immenso  e
    misterioso,  l'edificio dalle 3000 stanze di cui solo met visibili ai
    visitatori,  mentre le altre 1500,  sotterranee,  erano  adibite  come
    tombe  dei  re  antichi  e  dei  sacri coccodrilli!  Infine,  tutto un
    programma,  che si fonda sul fascino ingenuo dell'ignoto,  riassume la
    sua  asserzione  (3,  116)  "...  pare  che  le regioni estreme,  che
    circondano il resto del mondo e lo racchiudono dentro,  abbiano in s,
    e  solo  esse,  quelle  cose  che a noi sembrano le pi belle e le pi
    rare".

    E' nelle pagine  erodotee  costante  l'eco  dell'ignoto,  la  caparbia
    volont  del  fanciullo  inquieto  dall'occhio  intento  e curioso sul
    mistero che lo circonda;  sentiamo riecheggiare voci di vite  lontane,
    primigenie,  quasi  in  un  desiderio  di  riscoprire  tutta la vita a
    ritroso nelle sue fonti primitive,  alla ricerca di quello che  l'uomo
    era  quando  cominci a essere,  di ci che poteva essere dov'egli non
    fosse ancora. Questa ricchezza di motivi, di fatti,  di curiosit,  di
    eventi ci rende l'opera di Erodoto viva, interessante come un racconto
    di  favole  dell'infanzia  e  della giovinezza,  giovinezza del mondo;
    profonda come i pi profondi problemi che turbano l'umanit,  nobile e
    grande  come gli ideali per cui gli spiriti eletti sacrificano,  senza
    un rimpianto,  il dono celeste della vita.  E' tutto un mondo  che  ci
    balza  innanzi  vivo  e  palpitante  in  una  prosa che ha trovato nel
    dialetto "ionico  moderno"  un  mezzo  espressivo  colorito,  ricco  e
    pieghevole, vario di suoni - scuri e chiari, gravi e acuti - che si fa
    musica;  in  grazia  del quale il pensiero,  poco profondo,  ma di una
    straordinaria mobilit, viene reso con una chiarezza mirabile: nessuna
    ricerca del  prezioso,  del  complicato;  soltanto  qualche  citazione
    poetica  (che  pu  talvolta apparire come un fiore pi odoroso) in un
    rapido susseguirsi di proposizioni coordinate che si snodano in  piena
    autonomia.  Ne deriva una grazia inimitabile, una deliziosa semplicit
    e chiarezza, pur nell'abbondanza discorsiva e nelle frequenti riprese,
    che fanno di Erodoto uno dei pi grandi  scrittori  della  letteratura
    mondiale.  In lui,  pi che in ogni altro autore, troviamo operante in
    stato di grazia quella

    "... maraviglia ingenua
    animatrice che di ogni cosa fece
    una bellezza e la favola breve
    dell'uom fallace converse in gioia eterna" (1).

    L. A.

    Nota 1. D'Annunzio, "Laudi" 2 ("Elettra"), "La notte di Caprera", 21
    (Il buon pastore).







    NOTA BIBLIOGRAFICA.

    Grande interesse ha suscitato in tutti  i  paesi  europei  l'opera  di
    Erodoto,  specialmente  in  Germania  e in Inghilterra,  dove accurate
    edizioni e fedeli traduzioni hanno accostato  il  gran  pubblico  allo
    storico  greco,  mentre  innumerevoli  studi ne hanno esaminato i vari
    problemi e posto in risalto i lati  pi  interessanti  del  contenuto,
    della forma, della lingua.
    In  Francia   stata completata nel 1954 col nono volume la traduzione
    che accompagna l'edizione critica  curata  dal  Legrand  per  la  casa
    editrice 'Les Belles Lettres".
    In Italia numerosi furono i traduttori delle "Storie", dal pi antico,
    Matteo Maria Boiardo (Venezia 1539) a Matteo Ricci (Torino 1872-1881);
    da  P.  Sgroi  (Napoli  1947-1948),  all'opera  di  A.  Izzo d'Accinni
    (Firenze 1951).
    Le migliori edizioni  erodotee  sono:  Stein,  Berlino,  1879-81  (con
    commento,  Berlino 1856-62, pi volte riedita); Sayce e Macan, Londra,
    1883-1908 (con ampio commentario); Hude, Oxford 1908; Legrand,  Paris,
    "Les Belles Lettres" 1932-19S4.
    E'  in  corso  di pubblicazione presso l'editore Mondadori (Fondazione
    Lorenzo Valla) un'edizione critica completa delle "Storie" di  Erodoto
    in  nove  volumi,  di  cui sono gi apparsi "La battaglia di Salamina"
    (Libro 8,  1977) e "La sconfitta  dei  Persiani"  (Libro  9,  1978),
    entrambi a cura di A. Masaracchia.
    Per  il  testo,  il  traduttore  della  presente  edizione ha seguito:
    "Hrodote.  Histoires",  a cura  di  Ph.-E.  Legrand,  Paris,  Socit
    d'Edition "Les Belles Lettres" (eccetto: 4,  cap.  79 r. 13; 6, cap.
    13 r. 9; 9, cap.  85 r.  3-6,  cap.  92 r.  4;  dove alle lezioni dei
    codici  sono state preferite modificazioni suggerite dai vari editori;
    4, cap. 135 r. 11; 7, cap. 169 r. 6; 8, cap.  144 r.  6,  dove agli
    emendamenti suggeriti dallo Stein,  dal Reisk e dal Legrand sono state
    preferite le lezioni dei codici).

    SAGGI E STUDI.

    W.  Aly,  "Volksmrcken,  Sage und  Novelle  bei  Herodot  und  seinen
    Zeitgenossen", Gttingen 1969(2).
    S. Cagnazzi, "Tavola dei 28 Logoi di Erodoto", in Hermes 103, 1975,
    p. 385 e seguenti.
    R. Crahay, "La littrature oraculaire chez Hrodote", Paris 1956.
    A.  Croiset - M.  Croiset, "Histoire de la littrature grecque", Paris
    1928-1947(3), vol. 2, p.p. 588-663.
    G. De Sanctis, Erodoto, in "Enciclopedia italiana" 14, 1902, p. 258
    e seguenti.
    G. De Sanctis, "La composizione della storia di Erodoto",  in Rivista
    di filologia classica 54, 1926, p. 289 e seguenti.
    G.  De Sanctis,  "Storia dei Greci",  Firenze 1939,  vol. 2, p. 201 e
    seguenti.
    Z. Di Tillio, "Personalit e stile di Erodoto", Napoli 1967.
    C. W. Fornara, "Herodotus. An Interpretative Essay", Oxford 1971.
    M. Gigante, "NOMOS BASILEYS", Napoli 1956.
    A. Hauvette, "Hrodote, historien des guerres mdiques", Paris 1894.
    H. R. Immerwahr, "Form and Thought in Herodotus", Cleveland 1966.
    F.     Jacoby,     "Paulys    Realencyclopdie     der     classischen
    Altertumswissenschaft",   Suppl.   2,  Stuttgart  1913,  col.  205  e
    seguenti.
    Ph.-E. Legrand, "Hrodote. Introduction", Paris 1932.
    A. Masaracchia, "Studi erodotei", Roma 1976.
    S. Mazzarino, "Il pensiero storico classico" 1, Bari 1966.
    G.  Nenci,  "Introduzione alle guerre persiane e altri saggi di storia
    antica", Pisa 1958.
    M.  P.  Nilsson,  "Geschichte  der griechischen Religion" 1,  Mnchen
    1955(2).
    M. Pohlenz, "Herodot,  der erste Geschichtsschreiber des Abendlandes",
    Leipzig 1937.
    E. Powell, "The History of Herodotus", Cambridge 1939.
    C.  Schick, "Appunti per una storia della prosa greca. 3. La lingua di
    Erodoto", Memorie dell'Accademia dei Lincei Ser. 8a, 7, 7, 1956.
    W. Schmid-O. Stahlin,  "Geschichte der griechischen Literatur" 1,  2,
    Mnchen 1934.
    Th.  Spath,  "Das  Motiv der doppelten Beleuchtung bei Herodot",  Wien
    1968.
















    LIBRO PRIMO.
    CLIO.

    Proemio - Precedenti mitici sulla rivalit fra Europa e Asia -  Creso,
    re  di  Lidia,  e  i  Greci Storia della Lidia - Creso e Ciro - Medi e
    Persiani al potere in Asia - Conquiste di Ciro - Presa di Babilonia  -
    Usi  e  costumi  dei  Babilonesi  -  Ciro  contro  Tomiri,  regina dei
    Massageti - Morte di Ciro.


    Questa  l'esposizione che fa delle  sue  ricerche  Erodoto  di  Turi,
    affinch  gli  avvenimenti  umani con il tempo non si dissolvano nella
    dimenticanza e le imprese grandi e meravigliose,  compiute  tanto  dai
    Greci che dai Barbari,  non rimangano senza gloria;  tra l'altro, egli
    ricerca la ragione per cui essi vennero in guerra tra loro.

     1.  Raccontano i dotti persiani che  furono  i  Fenici  a  provocare
    l'inizio  delle  ostilit: non appena,  infatti,  questi dal mare cos
    detto Eritreo (1)  s'affacciarono  a  questo  nostro  mare  (2)  e  si
    stanziarono nella regione che tuttora essi abitano,  subito si diedero
    a grandi  navigazioni,  trasportando  merci  egiziane  e  assire;  tra
    l'altro,  sarebbero  giunti  anche  ad  Argo  - in quel periodo,  Argo
    primeggiava in tutto tra le citt del paese che ora si  chiama  Grecia
    (3).
    Arrivati, dunque, ad Argo, i Fenici vi esposero le loro mercanzie.
    Quattro  o  cinque  giorni dopo il loro arrivo,  quando quasi tutte le
    merci erano state vendute, vennero alla riva del mare,  dicono,  anche
    numerose  donne  e,  fra  esse,  la figlia del re: il suo nome (e allo
    stesso modo lo riferiscono anche i Greci) era Io, figlia di Inaco.
    Queste donne, dritte in piedi presso la poppa (4) della nave, facevano
    acquisto delle merci che  pi  erano  di  loro  gradimento,  quando  i
    Fenici, incitatisi l'un l'altro, si gettarono su di esse.
    La maggior parte riusc a fuggire, ma Io e alcune altre furono rapite:
    i  Fenici,  imbarcatele sulla nave,  se ne andarono facendo vela verso
    l'Egitto.

     2.  Fu cos,  dicono i Persiani,  che Io arriv in Egitto (non  come
    vogliono  i  Greci)  (5);  e  questo fatto segn il primo inizio delle
    rappresaglie: pi tardi,  alcuni Greci (non sono in grado i  dotti  di
    precisarne il nome),  approdati a Tiro in Fenicia, avrebbero rapito la
    figlia del re, Europa (6); potevano essere dei Cretesi costoro.
    Cos la partita poteva dirsi pareggiata;  ma  in  seguito,  dicono,  i
    Greci  si resero colpevoli d'un secondo sopruso: poich,  arrivati con
    una potente nave (7) a Ea, nella Colchide, e alle rive del fiume Fasi,
    di l,  dopo aver condotto a termine  l'impresa  per  la  quale  erano
    venuti, portarono via anche Medea, la figlia del re.
    Allora,  mandato  in  Grecia  un  araldo,  il re dei Colchi (8) chiese
    soddisfazione per quell'atto di brigantaggio e  richiese  sua  figlia;
    sennonch  i  Greci risposero che,  siccome i Barbari non avevano dato
    soddisfazione  per  il  rapimento  della  argiva  Io,   neppure   essi
    intendevano darla a loro (9).

     3.  Nella generazione successiva,  continua il racconto,  Alessandro
    (10), figlio di Priamo, dopo aver sentito questi fatti, fu preso dalla
    voglia di procurarsi una donna in Grecia  per  mezzo  d'un  rapimento,
    sicuro  com'era  che non ne sarebbe stato punito,  poich non lo erano
    stati nemmeno gli altri.
    Fu cos che,  avendo egli rapito Elena,  decisero i  Greci,  prima  di
    tutto,   di   mandare   ambasciatori   a   richiederla   e  pretendere
    soddisfazione per il ratto.
    Ma quelli,  a tali proteste,  rinfacciarono il rapimento di Medea che,
    cio,  pur  non  avendo  dato  soddisfazione  essi stessi e non avendo
    restituito  Medea  dietro  formale  richiesta,  pretendessero  ora  di
    ricevere soddisfazione dagli altri.

     4.  Fino a questo punto,  si trattava soltanto di rapimenti tra l'un
    popolo  e  l'altro;   ma,   da  questo  momento,   grave  divenne   la
    responsabilit  dei  Greci;  poich  furono  i primi a muovere in armi
    contro l'Asia, prima che quelli d'Asia venissero contro l'Europa.
    Ora,  a giudizio dei dotti persiani,  se il rapir donne    azione  da
    uomini  ingiusti,   agire da stolti il prendersi pena per vendicarle;
    mentre  da uomini benpensanti non curarsene affatto,  poich  chiaro
    che, se esse non volessero, non si lascerebbero rapire.
    Orbene,   gli   abitanti   dell'Asia,   dicono  i  Persiani,   non  si
    preoccuparono per nulla delle donne rapite; mentre i Greci,  a causa d
    una  donna  spartana,  raccolsero  una grande spedizione militare,  e,
    venuti in Asia, distrussero il regno di Priamo.
    Da allora, sempre, tutto ci che  greco  da loro considerato nemico.
    Poich i Persiani considerano l'Asia e i popoli che  vi  abitano  come
    cosa loro;  con l'Europa, invece, e con il mondo greco in particolare,
    ritengono di non aver nulla in comune.

     5.  Cos,  secondo i Persiani,  si sarebbero svolte le cose e  nella
    conquista  di  Ilio trovano essi l'origine della loro inimicizia con i
    Greci.
    Per,  per quel che riguarda Io,  i Fenici  non  vanno  d'accordo  con
    quello  che  dicono  i  Persiani: non ,  infatti,  che essi l'abbiano
    condotta in Egitto per averla rapita; ma la fanciulla, in Argo,  aveva
    avuto rapporti con il proprietario della nave;  poi,  quando s'accorse
    di essere incinta, temendo i genitori,  di buon grado si era imbarcata
    con i Fenici, perch la sua colpa non divenisse manifesta.
    Questo  quanto dicono Persiani e Fenici.
    Per  conto  mio,  non  intendo  affermare  che la cosa sia avvenuta in
    questo o in qualche altro modo;  ma,  dopo che avr posto  nel  giusto
    rilievo  colui  che,  lo so di preciso,  fu il primo (11) ad aprire le
    ostilit contro i Greci, proseguir la mia narrazione, trattando delle
    citt degli uomini, senza differenza,  sia piccole sia grandi.  Poich
    quelle  che  un  tempo erano grandi,  ora per lo pi sono diventate di
    scarsa importanza; mentre quelle che ai tempi miei sono grandi,  prima
    erano trascurabili.
    Essendo, quindi, persuaso che la prosperit umana non rimane mai fissa
    nello  stesso  luogo,  io ricorder allo stesso modo sia le une sia le
    altre.

     6. Creso era di stirpe lidia, figlio di Aliatte e signore dei popoli
    stanziati al di qua del  fiume  Alis  (12),  il  quale,  scorrendo  da
    mezzogiorno tra i Siri (13) e i Paflagoni,  sbocca,  a nord,  nel mare
    che viene chiamato Eussino.
    Creso fu il primo, tra i Barbari da noi conosciuti, che obblig alcune
    popolazioni greche a versargli un tributo,  mentre di altre si procur
    l'amicizia,  in  quanto si rese tributari gli Ioni,  gli Eoli e i Dori
    stabilitisi in Asia, e si fece amici gli Spartani.
    Prima del predominio di Creso,  tutti i  Greci  vivevano  in  libert;
    poich  anche  quando  era giunta nella Ionia l'invasione dei Cimmeri,
    che era precedente a  Creso,  non  s'erano  avuti  assoggettamenti  di
    citt, ma solo irruzioni improvvise a scopo di rapina.

      7.  Ecco  in quale maniera il regno,  che apparteneva agli Eraclidi
    (14), era passato alla famiglia di Creso, detta famiglia dei Mermnadi.
    Era  re  di  Sardi  quel  Candaule,  che  i  Greci  chiamano  Mirsilo,
    discendente da Alceo, figlio di Eracle.
    Infatti Agrone,  figlio di Nino,  nipote di Belo e pronipote di Alceo,
    era stato il primo degli Eraclidi a regnare su Sardi,  come  Candaule,
    figlio di Mirso, fu l'ultimo.
    Quelli  che  avevano  regnato  su  questo  paese prima di Agrone erano
    discendenti di Lido,  figlio di Ati,  dal quale prese  nome  tutto  il
    popolo lidio, che prima era chiamato Meone.
    Gli  Eraclidi,  discendenti  da  una  schiava  di Iardano e da Eracle,
    presero possesso della signoria,  trasmessa da costoro in  virt  d'un
    vaticinio;  e vi regnarono,  durante 22 generazioni in linea maschile,
    per 505 anni (15),  ricevendo il potere ciascuno  dal  proprio  padre,
    fino a Candaule, figlio di Mirso.

      8.  Questo  Candaule,  dunque,  era  innamorato  di sua moglie;  e,
    nell'esaltazione dell'amore,  credeva di possedere la  donna  di  gran
    lunga pi bella di tutte.
    Convinto  di  ci,  dato  che  fra le guardie del corpo c'era un certo
    Gige,  figlio di Dascilo,  che  godeva  in  modo  particolare  la  sua
    simpatia, a lui faceva le sue confidenze sugli affari pi seri; e, fra
    l'altro,  anche  sulla bellezza della moglie,  che esaltava oltre ogni
    dire.
    Ma era proprio destino che Candaule dovesse finir male;  dopo  un  po'
    tenne a Gige questo discorso . O Gige, poich ho l'impressione che tu
    non  mi creda quando ti parlo della bellezza di mia moglie (in effetti
    gli uomini prestano meno fede a  quello  che  odono,  in  confronto  a
    quello che vedono), fa' in modo di vederla nuda.
    Ma  quello,  alzando  grida  di protesta,  esclam: O signore,  quale
    discorso dissennato mi vai facendo tu,  che mi inciti a guardare  nuda
    la  mia  signora?  Insieme  con la veste la donna si spoglia anche del
    pudore.
    Gi da antico gli uomini hanno  trovato  precetti  di  saggezza,  dai
    quali giova trarre ammaestramento; uno di essi  che ciascuno volga lo
    sguardo a ci che  suo.
    Io sono convinto che essa  la pi bella di tutte le donne e ti prego
    di non chiedermi delle cose disoneste.

     9.  Con tali ragioni egli tentava di schermirsi,  temendo che gliene
    dovesse derivare qualche malanno.
    Ma quello replic cos: Fatti animo, Gige; e non temere n di me, per
    paura che ti faccia questa proposta per tentarti, n di mia moglie, al
    pensiero che te ne possa venire del danno;  poich tutto io  combiner
    in modo che nemmeno s'avveda di essere da te osservata.
    Infatti,  ti  far  entrare  nella stanza dove passiamo la notte e ti
    collocher dietro un battente della porta che si apre; subito dopo che
    io sar entrato, verr anche mia moglie per coricarsi.
    Vicino alla porta di entrata c' una sedia e su questa  essa  deporr
    gli  indumenti,  a uno a uno,  man mano che se li toglie di dosso e tu
    potrai contemplarla con tutta tranquillit.
    Quando, poi,  dalla sedia si diriger verso il letto e tu ti troverai
    alle  sue  spalle,  abbi cura che essa non ti veda mentre te ne andrai
    attraverso la porta.

     10. Sicch Gige,  visto che non poteva avere scampo,  era disposto a
    ubbidire;  e  Candaule,  quando  gli  parve  giunta  l'ora  d'andare a
    dormire,  lo introdusse nella stanza da letto: subito dopo ecco  anche
    la  moglie  e  mentre  essa  entrava e deponeva i suoi vestiti Gige la
    contemplava.
    Poi, quando la donna, accostandosi al letto,  gli volse le spalle,  di
    soppiatto  se  ne  usc;  ma  mentre se ne andava essa lo scorse.  Pur
    comprendendo quello che il marito aveva combinato, non si mise,  per,
    a strillare per la vergogna,  n fece mostra di essersene accorta,  ma
    nell'animo meditava la vendetta contro Candaule: per i Lidi,  infatti,
    come  pure,  in  generale,  per gli altri Barbari,  essere visto nudo,
    anche per un uomo,  cosa che procura grande vergogna.

     11. Per il momento, dunque,  senza dare a veder nulla,  se ne stette
    cos,  quieta;  ma non appena fu giorno,  messi sull'avviso quelli dei
    servi che vedeva esserle particolarmente devoti, fece chiamare Gige.
    Questi,  convinto che la regina nulla sapesse di quanto era  avvenuto,
    si  present all'invito,  poich anche prima era solito recarsi da lei
    quando la regina lo chiamava.
    Quando, dunque, Gige arriv, la donna gli disse: Ora, Gige, delle due
    vie che ti si presentano,  lascio  a  te  scegliere  quella  che  vuoi
    seguire: o, ucciso Candaule, ti prendi, insieme con me, anche il regno
    dei Lidi;  oppure tu stesso,  qui subito,  devi morire,  affinch,  in
    tutto ligio a Candaule,  non abbia per l'avvenire a veder pi ci  che
    non si deve.
    Poich  bisogna  pure  che  scompaia  o  lui  che ha combinato questo
    tranello,  o tu che mi hai vista nuda  e  hai  fatto  ci  che  non  
    lecito.
    Gige per un poco rimase sbalordito ad ascoltare ci che gli si diceva;
    ma poi si mise a scongiurarla di non metterlo nella necessit di dover
    fare una tale scelta.
    Siccome,  per, non riusciva a piegarla e vedeva che era assolutamente
    necessario o uccidere il suo signore o essere egli  stesso  ucciso  da
    altri, scelse di sopravvivere.
    Quindi le rivolse questa domanda: Poich mi costringi a privare della
    vita il mio padrone,  contro mia voglia, suvvia, che io sappia in qual
    modo potremo mettere le mani su di lui.
    Ed essa di rimando disse: Dal medesimo luogo partir l'insidia  donde
    anche  egli mi ha fatto apparire nuda;  lo si colpir mentre  immerso
    nel sonno.

      12.   Quando  si  furono  accordati  sulle  modalit  dell'insidia,
    sopraggiunta la notte, Gige (dato che non lo si lasciava libero, n vi
    era  alcuna  via  di  scampo,  ma  bisognava proprio che morisse lui o
    uccidesse Candaule) segu la donna nella stanza da letto.
    Essa,  dopo avergli messo in mano un pugnale,  lo  nascose  dietro  la
    stessa porta;  e,  pi tardi,  mentre Candaule riposava, Gige, sbucato
    fuori dal nascondiglio e uccisolo, divenne padrone della moglie di lui
    e del suo regno.
    Anche Archiloco (16) di Paro,  che visse nello stesso periodo,  ne  fa
    menzione in un trimetro giambico.

     13. Ebbe cos il regno e vi fu confermato da un oracolo di Delfi.
    Infatti,  siccome  i  Lidi consideravano grave sventura l'uccisione di
    Candaule e avevano gi in pugno le armi,  fra i partigiani di  Gige  e
    gli altri Lidi si venne a un accordo: che,  cio,  se l'oracolo avesse
    sentenziato che egli era re  di  Lidia,  avrebbe  regnato,  altrimenti
    avrebbe restituito il potere agli Eraclidi.
    Il responso fu a suo favore e cos Gige fu re.
    Veramente la Pizia aveva detto pure quest'altra cosa, che gli Eraclidi
    si  sarebbero  vendicati  sul  quinto (17) discendente di Gige;  ma di
    questa predizione i Lidi e i loro re non tennero conto alcuno,  finch
    non venne a compimento.

      14.  In  questo  modo,  i Mermnadi si impadronirono della signoria,
    avendone spogliato gli Eraclidi;  e Gige,  non appena  fu  sul  trono,
    invi  a  Delfi  offerte  abbondanti.  Per quel che riguarda offerte d
    argento,  ve ne sono moltissime in Delfi che appartengono  a  lui;  ma
    oltre all'argento,  egli offr un enorme quantit d'oro;  tra l'altro,
    anche questo che merita in modo particolare di essere  ricordato:  ben
    sei  crateri  d'oro furono da lui consacrati.  Si trovano questi,  del
    peso di 30 talenti (18),  nel tesoro  (19)  dei  Corinzi  (a  dire  la
    verit,  il  tesoro  non  del popolo di Corinto,  ma di Cipselo [20],
    figlio di Eezione).
    Questo Gige fu il primo dei Barbari,  da  noi  conosciuto,  che  abbia
    consacrato  delle offerte a Delfi,  dopo Mida,  figlio di Gordia re di
    Frigia.  Poich anche Mida consacr il trono regale,  sul quale sedeva
    in  pubblico  per  amministrare la giustizia,  e che merita proprio di
    essere visto: questo trono si trova l dove sono  pure  i  crateri  di
    Gige.
    Gli  oggetti d'oro e d'argento offerti da Gige,  e di cui s' parlato,
    sono chiamati da quelli di Delfi "Gigade" (21), dal nome, appunto, del
    donatore.
    Anch'egli,  salito al potere,  invase con un esercito il territorio di
    Mileto e di Smirne e s'impadron della citt bassa di Colofone.
    Ma  poich nessun'altra grande impresa fu da lui compiuta,  pur avendo
    regnato per 38  anni  (22),  dopo  quanto  abbiamo  ricordato  non  ne
    parleremo pi.

     15. Ricorder, invece, Ardi, figlio di Gige, che regn dopo di lui.
    Questi conquist Priene e invase il territorio di Mileto, e fu appunto
    mentre egli regnava in Sardi che i Cimmeri,  scacciati dalle loro sedi
    a opera degli Sciti nomadi,  vennero in Asia  e  conquistarono  Sardi,
    eccetto l'acropoli.

     16.  Ad Ardi,  il cui regno dur 49 anni (23), successe il figlio di
    lui Sadiatte, che regn 12 anni (24): a Sadiatte successe Aliatte.
    Fu costui che fece guerra (25) a Ciassare, discendente di Deioce, e ai
    Medi; che scacci i Cimmeri dall'Asia; che espugn Smirne,  abitata da
    coloni   di  Colofone  e  invase  il  paese  di  Clazomene.   Per  da
    quest'ultimo si dovette ritirare non come avrebbe desiderato,  ma dopo
    aver subto gravi sconfitte.

      17.  Ma  durante il suo regno esso comp altre azioni,  pi che mai
    meritevoli di essere raccontate, e sono queste: fece guerra ai Milesi,
    guerra che aveva ereditata da  suo  padre.  L'attacco  e  l'assedio  a
    Mileto avvenivano nel modo seguente.
    Quando  nella  campagna  il  raccolto  era bello alto,  allora egli vi
    faceva irrompere il suo esercito: la spedizione si faceva  a  suon  di
    zampogne,  arpe e flauti, tanto acuti che gravi; giunto nel territorio
    di Mileto,  egli non abbatteva le case  sparse  per  i  campi,  n  le
    incendiava, n sfondava le porte, ma le lasciava cos, come stavano e,
    dopo aver distrutto piantagioni e frutta, se ne tornava indietro.
    I Milesi, infatti, erano padroni del mare; e il suo esercito non aveva
    possibilit di cingere d'assedio completo la citt. La ragione per cui
    il  re  di  Lidia  non  faceva  abbattere le case era questa: perch i
    Milesi avessero un punto da cui partire per seminare la  terra  e  per
    coltivarla; ed egli, grazie al loro lavoro, avesse sempre qualche cosa
    da distruggere durante le sue incursioni.

      18.  Cos  facendo  protrasse  per  11 anni la guerra,  nella quale
    toccarono ai Milesi due gravi sconfitte nei  combattimenti  ingaggiati
    uno  sul  loro  territorio  a Limeneo (26),  l'altro nella pianura del
    Meandro.
    Durante i primi 6 di questi 11 anni  era  ancora  re  della  Lidia  il
    figlio  di  Ardi,  Sadiatte,  quello che allora invadeva il contado di
    Mileto e che aveva dato inizio alla guerra;  invece,  nei cinque  anni
    successivi a questi sei la guerra era condotta dal figlio di Sadiatte,
    Aliatte,  il quale,  avendola presa in eredit dal padre,  come ho gi
    detto in precedenza, la conduceva con ostinazione.
    Nessuno degli Ioni,  in questa guerra,  si mosse in aiuto dei  Milesi,
    tranne soltanto quelli di Chio; ma questi, soccorrendoli, non facevano
    che contraccambiare il favore,  in quanto, gi prima, quelli di Mileto
    avevano aiutato Chio a sostenere la guerra contro Eritre (27).

     19. Nel dodicesimo anno, per,  quando il raccolto dalla soldataglia
    veniva  dato alle fiamme,  accadde questo fatto: appena appiccata alle
    messi,  la fiamma,  spinta dal vento,  si estese al  tempio  di  Atena
    soprannominata Assesia (28), che, prese fuoco, ne fu incendiato.
    Per  il  momento  non  se ne tenne alcun conto,  ma quando il corpo di
    spedizione se ne torn a Sardi,  Aliatte cadde ammalato;  e poich  la
    malattia  andava per le lunghe,  egli mand degli incaricati a Delfi o
    seguendo il consiglio di qualcuno,  o pensando egli pure  cosa  saggia
    mandare a interrogare il dio sul suo male.
    Quando,  per, questi furono giunti a Delfi, la Pizia dichiar che non
    avrebbe dato il responso se prima non avessero ricostruito  il  tempio
    che avevano incendiato nel territorio di Mileto, ad Asseso.

      20.  Questo  io  lo so per averlo sentito da quelli di Delfi;  ma i
    Milesi vi fanno questa aggiunta: Periandro,  figlio  di  Cipselo,  che
    aveva  strettissimi  vincoli  di  ospitalit con Trasibulo,  allora al
    potere in Mileto,  informato del responso fatto ad Aliatte,  mand  un
    messo   a  riferirlo  a  Trasibulo,   affinch  questi,   saputolo  in
    precedenza, prendesse i provvedimenti del caso.
    Cos la raccontano i Milesi.

     21.  Aliatte,  intanto,  quando gli fu annunciato ci che diceva  la
    Pizia,  subito  mand a Mileto un araldo,  perch voleva stipulare con
    Trasibulo e i Milesi una tregua che durasse il  tempo  necessario  per
    ricostruire il tempio.
    Mentre, dunque, l'araldo era sulla via di Mileto, Trasibulo, che ormai
    era  stato messo chiaramente al corrente di ogni cosa e sapeva ci che
    Aliatte intendeva fare, ricorse a questo artificio: fece portare sulla
    piazza tutto il frumento che c'era in citt,  tanto il suo che  quello
    dei  privati cittadini;  e diede ordine ai Milesi che,  quando egli ne
    avesse dato il segnale,  si mettessero tutti a  bere,  intrattenendosi
    allegramente tra di loro.

      22.  Trasibulo  si  comportava  in  tal  modo  e  impartiva  queste
    disposizioni affinch l'araldo di Sardi, visto il gran cumulo di grano
    e gli uomini in piena letizia,  lo riferisse  ad  Aliatte.  Come,  del
    resto,  avvenne;  poich,  quando l'araldo, dopo aver osservato quella
    messa in scena ed esposto a Trasibulo quello che gli aveva ordinato il
    re di Lidia se ne ritorn a Sardi,  non ci fu bisogno d'altro  (mi  si
    dice) perch ci fosse pace.
    Infatti,  Aliatte,  il  quale  s'immaginava che in Mileto ci fosse una
    tremenda carestia e che il  popolo  fosse  ridotto  all'estremo  della
    miseria,  sentiva dall'araldo,  ritornato da Mileto,  notizie al tutto
    contrarie a quelle che egli si aspettava.
    In seguito,  quindi,  si stipul la pace tra i  due  popoli  a  queste
    condizioni,  che  ci  fosse  reciproca ospitalit e alleanza.  Aliatte
    eresse in Asseso due templi ad Atena invece di uno, e fu guarito dalla
    malattia.
    Queste le vicende che toccarono  ad  Aliatte  nella  guerra  contro  i
    Milesi e Trasibulo.

      23.  Periandro,  colui  che comunic a Trasibulo il vaticinio,  era
    figlio di Cipselo ed era signore di Corinto.
    Durante la sua vita,  dicono i Corinzi (e con loro  sono  d'accordo  i
    cittadini di Lesbo),  gli capit di assistere a un fatto straordinario
    e meraviglioso: Arione di Metimna (29) trasportato al capo Tenaro (30)
    sulla groppa di un delfino.  Era un citaredo (31) secondo a nessuno di
    quelli  del suo tempo e primo degli uomini,  a nostra conoscenza,  che
    compose ditirambi (32),  diede ad essi il nome e li  fece  eseguire  a
    Corinto.

     24.  Questo Arione,  dicono,  che passava la maggior parte del tempo
    presso Periandro,  fu preso dal desiderio di far vela verso l'Italia e
    la Sicilia; e, dopo aver accumulato grandi ricchezze, volle tornare di
    nuovo a Corinto.
    Part,  dunque, da Taranto e, siccome non si fidava di nessuno pi che
    dei Corinzi (33),  noleggi,  appunto,  un battello  di  cittadini  di
    Corinto.  Questi,  per,  quando  furono  in  alto mare,  tramarono di
    gettare ai pesci Arione e impadronirsi delle sue ricchezze.
    Egli,  accortosi del malvagio  proposito,  si  diede  a  scongiurarli,
    offrendo i suoi tesori, ma chiedendo salva la vita.
    Non riusc tuttavia con tale mezzo a convincerli;  anzi, i marinai gli
    imposero o di darsi egli stesso la morte, per poter avere sepoltura in
    terra (34), o di gettarsi in mare al pi presto.
    Messo in tal modo alle strette,  Arione chiese che,  se  proprio  cos
    avevano  deciso,  gli  permettessero  almeno  di  cantare per l'ultima
    volta,  ritto fra i banchi dei rematori,  con tutta la pompa dei  suoi
    ornamenti:  prometteva  che,  dopo  aver  cantato,  si sarebbe dato la
    morte; ed essi,  che erano allettati dal piacere di poter ascoltare il
    miglior cantore che ci fosse fra gli uomini, si ritirarono dalla poppa
    verso il centro della nave.
    Arione,  quindi,  indossati  tutti i suoi paramenti e presa in mano la
    cetra,  ritto tra i banchi dei rematori,  esegu,  dal principio  alla
    fine,  il "nomo ortio" (35); alla fine del canto, cos come stava, con
    tutti i vestiti, si gett in mare.
    I marinai fecero vela verso Corinto;  quanto ad Arione,  dicono che un
    delfino,  presolo sul dorso, lo port al promontorio Tenaro; qui sceso
    a terra,  si diresse a Corinto abbigliato  com'era;  e,  giunto  col,
    spieg tutto l'accaduto.
    Periandro,   dicono,   piuttosto   incredulo,   tenne   Arione   sotto
    sorveglianza, senza lasciarlo andare in alcun luogo; intanto aspettava
    con impazienza l'arrivo dei marinai: quando  questi  furono  arrivati,
    chiamatili al suo cospetto,  chiese loro se avevano qualche notizia di
    Arione da riferirgli.  E mentre quelli lo assicuravano che era sano  e
    salvo  in  Italia e lo avevano lasciato in buone condizioni a Taranto,
    comparve loro davanti Arione,  vestito come quando aveva  spiccato  il
    salto  in  mare;  di modo che essi,  sbigottiti,  non ebbero pi modo,
    colti in fallo, di negare l'accaduto.
    Questo  quanto raccontano Corinzi e Lesbi; ed esiste,  in verit,  al
    capo  Tenaro  (36)  un ex-voto d'Arione,  di modeste proporzioni,  che
    rappresenta un uomo sulla groppa di un delfino (37).

     25.  Aliatte di Lidia,  quello che aveva portato alla fine la guerra
    contro i Milesi,  venne in seguito a morire, dopo aver regnato 57 anni
    (38).
    Egli fu il secondo di  questa  famiglia  (39),  che,  guarito  da  una
    malattia,  dedic  in  Delfi  un  grande  cratere  d'argento,  col suo
    basamento in ferro le cui parti erano saldate (40),  offerta degna  di
    essere vista pi di tutte quelle che sono in Delfi; opera di Glauco di
    Chio,  l'unico  uomo  al mondo che abbia trovato il modo di saldare il
    ferro.

     26. Morto Aliatte eredit il regno Creso, suo figlio, che era in et
    di 35 anni e che assal, primi fra i Greci, gli abitanti di Efeso.
    Fu allora che gli Efesi, assediati, consacrarono la citt ad Artemide,
    avendo agganciato una fune che dal tempio giungeva fino alle  mura;  e
    tra la citt vecchia, che allora veniva assediata, e il tempio ci sono
    sette stadi (41).
    Per  primi,  dunque,  Creso  assal  costoro;  ma  poi,  a  uno a uno,
    successivamente i popoli della Ionia e della Eolia,  adducendo per gli
    uni  una causa,  per gli altri un'altra;  accusando di colpe pi gravi
    quelli per cui poteva trovarne,  ma per alcuni di essi facendo  valere
    anche pretesti di poco conto.

     27.  Allorch i Greci stanziati nell'Asia furono da lui assoggettati
    e costretti a pagare un tributo,  egli pens di costruire delle navi e
    assalire quelli che abitavano le isole.
    Quando, per, tutto era gi pronto per allestire la flotta, dicono che
    Biante  di  Priene  (secondo  altri,  sarebbe  stato  Pittaco  [42] di
    Mitilene) che era arrivato a Sardi, alla domanda di Creso se in Grecia
    ci fosse qualche cosa di nuovo,  diede questa risposta,  che gli  fece
    interrompere  i  lavori:  O  re,  gli  abitanti  delle  isole  stanno
    assoldando un  contingente  sterminato  di  cavalleria,  perch  hanno
    intenzione di muovere in armi contro Sardi e contro di te.
    Creso,  convinto che quello dicesse il vero,  esclam: Magari gli di
    ispirassero questo proposito agli isolani,  di venire ad  attaccare  i
    figli dei Lidi (43) con la cavalleria!.
    E quello,  di rimando, disse: O re, mi pare che tu ti auguri di tutto
    cuore di poter cogliere sulla terraferma gli isolani a cavallo,  ed  
    naturale  che tu la pensi cos.  Ma gli isolani che altro credi tu che
    si augurino,  da quando hanno saputo che ti accingi a  costruire  navi
    per attaccarli,  se non di cogliere i Lidi sul mare, per poter fare su
    di te le vendette dei Greci che abitano nel continente e che tu  tieni
    soggetti a schiavit?.
    Dicono che Creso molto si compiacque di questa conclusione; e, siccome
    gli  pareva che l'ospite parlasse a proposito,  lasciatosi convincere,
    pose termine alla costruzione di navi.
    E fu cos che strinse un patto d amicizia con gli Ioni  che  abitavano
    le isole.

     28. Col passare del tempo e quando quasi tutti i popoli stanziati al
    di  qua  del  fiume  Alis  erano  stati  assoggettati (infatti,  se si
    eccettuano i Cilici e i Lici,  Creso aveva sottomesso e teneva in  suo
    potere tutti gli altri popoli, che sono: i Lidi [44], i Frigi, i Misi,
    i  Mariandini,  i  Calibi  [45],  i Paflagoni,  i Traci tanto Tini che
    Bitini, i Cari, gli Ioni, i Dori, gli Eoli, i Panfili),

     29.  quando,  dunque,  questi popoli furono sottomessi (e  Creso  li
    andava aggiungendo ai Lidi),  ecco avvicendarsi in Sardi, fiorente per
    ricchezza, provenienti dalla Grecia,  tutti i sapienti che vivevano in
    quel  tempo,  man  mano che ciascuno di essi arrivava.  Fra gli altri,
    venne anche Solone (46) di Atene;  il quale,  dopo aver dato le  leggi
    agli  Ateniesi  che le richiedevano,  si era allontanato dal suo paese
    per 10 anni,  mettendosi in mare sotto il pretesto di voler vedere  un
    po'  di  mondo;  ma  in  realt  per  non essere costretto ad abrogare
    qualcuna delle leggi che aveva promulgato.  N gli  Ateniesi  potevano
    far  ci  di  loro  iniziativa,  poich  s'erano vincolati con solenni
    giuramenti a osservare  per  10  anni  le  leggi  che  Solone  avrebbe
    proposto.

      30.  Per  questi  motivi,  dunque,  e  anche per curiosit,  avendo
    lasciato il suo paese,  Solone si rec in Egitto presso  Amasi  e  poi
    anche a Sardi da Creso.  Quivi giunto,  fu ospitalmente accolto dal re
    nella reggia.
    Due o tre giorni dopo il suo arrivo,  per ordine di Creso stesso,  dei
    servi  condussero  Solone  per le sale del tesoro e gli mostrarono che
    tutto era splendido e fastoso.
    Quando egli ebbe visto e osservato con tutta comodit ogni cosa, Creso
    gli rivolse questa domanda: Ospite di Atene,  poich  giunta fino  a
    noi  grande  fama  di te,  della tua saggezza e dei tuoi viaggi,  che,
    cio,  per amore del sapere tu hai con cura visitato gran parte  della
    terra,  ora mi  venuto il desiderio di domandarti se tu hai gi visto
    un uomo, che sia il pi felice del mondo.
    Questo egli domandava nella segreta  speranza  di  essere  lui  stesso
    indicato come il pi felice degli uomini;  ma Solone,  lontano da ogni
    adulazione e badando solo alla verit,  rispose: S,  o re: Tello  di
    Atene!.
    Pieno  di  stupore  per  questa  affermazione,  Creso  gli domand con
    vivacit: ,E per quale motivo pensi  tu  che  Tello  sia  l'uomo  pi
    felice del mondo?.
    L'altro replic: Tello, in un momento di splendore per la citt, ebbe
    dei  figli  belli  e  buoni  e di tutti vide venire al mondo i figli e
    tutti rimanere in vita; non solo, ma, fortunato egli stesso nella vita
    come si pu esserlo  tra  noi  (47),  gli  sopraggiunse  la  fine  pi
    gloriosa;  poich,  essendo gli Ateniesi impegnati in una battaglia ad
    Eleusi contro i loro vicini (48) egli, accorso sul campo e costretti i
    nemici  alla  fuga,   mor  nel  modo  pi  bello.   Gli  Ateniesi  lo
    seppellirono a spese pubbliche l,  nel luogo stesso dov'era caduto, e
    gli tributarono grandi onori.

     31.  Quando Solone,  esaltandone a lungo la felicit,  ebbe  rivolto
    alle vicende di Tello l'animo di Creso,  questi gli chiese quale degli
    uomini che avesse visto poteva essere secondo dopo di quello, convinto
    che il secondo posto, almeno, sarebbe stato per lui.  Ma Solone disse:
    Cleobi e Bitone.
    Erano,  infatti,  costoro  di stirpe argiva e godevano di sufficienti
    mezzi di vivere e in pi, di una vigoria fisica a tutta prova;  poich
    ambedue,  allo stesso modo,  erano stati vincitori di pubbliche gare e
    si racconta di essi anche questo episodio: celebrando  gli  Argivi  la
    festa di Era, la loro madre (49) doveva assolutamente farsi portare su
    un carro al tempio. Ma i buoi, che erano in campagna, non tornavano in
    tempo;  allora  i  giovani,  che non potevano pi oltre attendere,  si
    misero essi stessi sotto il giogo  e  tirarono  il  carro,  sul  quale
    veniva  trasportata  la loro madre e dopo averlo trainato per 45 stadi
    (50), giunsero al santuario.
    Compiuta che ebbero questa  prodezza,  ammirati  da  tutta  la  folla
    radunata,  tocc a essi la miglior fine della vita; e nel loro caso la
    divinit fece chiaramente comprendere che  meglio  per  l'uomo  esser
    morto, piuttosto che godere la vita.
    Gli  Argivi,  infatti,  affollatisi  intorno,  complimentavano  i due
    giovani per la loro forza,  mentre le donne d'Argo  si  congratulavano
    con  la  loro  madre perch aveva dei figli siffatti.  Tanto che essa,
    piena di gioia per la loro impresa e per le lodi che sentiva  intorno,
    stando  ritta  davanti  alla  statua divina,  preg la dea che ai suoi
    figli Cleobi e Bitone,  che l'avevano grandemente onorata,  concedesse
    ci che un uomo pu ottenere di meglio.
    In  seguito  a  questa preghiera,  terminato il sacrificio e il sacro
    banchetto,  i due giovani,  che si erano  addormentati  nel  santuario
    stesso, non si rialzarono pi, ma in questo modo morirono.
    Gli  Argivi,  fatte fare due statue a loro immagine,  le consacrarono
    nel tempio di Delfi,  come  quelle  di  uomini  che  s'erano  mostrati
    eccellenti.

      32.  Solone,  dunque,  a questi giovani assegnava il secondo premio
    della felicit; e Creso,  un po' stizzito,  esclam: Ospite di Atene,
    la nostra felicit  da te cos considerata un nulla, che non ci stimi
    degni di rivaleggiare nemmeno con dei semplici cittadini privati?.
    Solone gli rispose: O Creso, proprio a me, che so come la divinit in
    tutto  sia  gelosa  e facile a sconvolgere ogni cosa,  tu poni domande
    sulle vicende umane.
    Nel lungo fluire del tempo,  molte cose si possono vedere,  che  pure
    uno non vorrebbe, e molte anche soffrirne.
    Poich,  io  considero il limite della vita umana press'a poco sui 70
    anni.  Questi 70 periodi annuali ci  presentano  (51)  125200  giorni,
    senza contare il mese intercalare;  che se poi si vorr che un anno su
    due venga prolungato di un mese (52), affinch il ciclo delle stagioni
    coincida con l'anno arrivando al tempo giusto,  nel corso dei 70  anni
    si hanno 35 mesi intercalari, e i giorni che ne derivano sono 1050.
    Orbene,  di tutti questi giorni che formano i 70 anni (e sono 26250),
    non ce n' uno che trasmetta all'altro una cosa completamente uguale.
    Cos, dunque, o Creso, l'uomo  tutto in balia degli eventi.
    A me tu,  ora,  appari possessore di grandi ricchezze e re  di  molti
    popoli;  ma  quello  che  tu mi chiedi io non te lo posso ancora dire,
    prima di aver saputo che hai chiuso  la  tua  vita  nella  prosperit.
    Poich non  vero che colui che  molto ricco sia pi felice di chi ha
    da  vivere alla giornata,  se non l'accompagna la fortuna di terminare
    la vita  in  una  completa  felicit:  molti  uomini  straricchi  sono
    infelici,  mentre  molti  che  hanno  modeste possibilit di vita sono
    felici.
    L'uomo che  molto ricco, ma infelice,  ha due soli vantaggi su colui
    che la fortuna non protegge;  questi,  invece, sul ricco e infelice ne
    ha molti.
    Il primo ha pi possibilit di soddisfare i propri desideri e di  far
    fronte a una grave disgrazia che gli sia caduta addosso, ma il secondo
    lo supera in questo: non ha la possibilit, come quello, di sopportare
    una  disgrazia  o  soddisfare  un desiderio ma da ci lo libera la sua
    buona fortuna: invece  privo di infermit, senza malattie,  al riparo
    dai mali, ha una bella figliolanza, un bell'aspetto: se, oltre a tutto
    ci,  egli chiuder in bellezza la vita, questo  colui che tu cerchi,
    quello che merita di essere chiamato  felice;  per,  prima  che  egli
    muoia bisogna sospendere il giudizio e chiamarlo non ancora felice, ma
    fortunato.
    Non    possibile  per  un  uomo  abbracciare  tutti  insieme  questi
    vantaggi,  come non c' paese alcuno che basti a fornire tutto ci  di
    cui ha bisogno.  Ma se possiede una cosa,  manca di un'altra; il paese
    che ne possiede pi di tutti, questo  il migliore del mondo.
    Cos pure non c' alcun individuo che,  da solo,  possa bastare a  se
    stesso:  se  ha  un bene,  di un altro  privo.  Ma colui che duri nel
    possesso del maggior numero di questi beni e poi chiuda serenamente la
    vita,  costui,  o re,  a  mio  giudizio  ha  il  diritto  di  ottenere
    l'appellativo di felice.
    Di ogni cosa bisogna considerare la conclusione, come andr a finire;
    poich  a  molti  gi  il  dio lasci intravedere la felicit e poi li
    precipit nella pi profonda rovina.

     33. Con queste parole non faceva, io credo, molto piacere a Creso il
    quale  lo   conged,   non   avendolo   ritenuto   degno   di   alcuna
    considerazione;  piuttosto stolto,  anzi,  gli era sembrato; egli che,
    sdegnando i beni presenti,  consigliava di badare alla  fine  di  ogni
    cosa.

      34.  Quando Solone se ne fu andato,  una terribile punizione divina
    s'abbatt su Creso,  perch ( il  caso  di  pensarlo)  s'era  creduto
    l'uomo pi felice del mondo.
    Subito,  infatti,  mentre  dormiva  gli  si  mostr un sogno,  che gli
    svelava la verit dei mali che dovevano capitargli nei riguardi di suo
    figlio.
    Aveva Creso due figli, di cui uno era disgraziato,  perch sordo-muto;
    l'altro,  invece,  fra i coetanei era di gran lunga il primo in tutto:
    il suo nome era Ati.
    Proprio questo Ati,  gli rivelava il sogno,  doveva perire colpito  da
    una punta di ferro.
    Creso,  appena si svegli e se ne rese conto,  tutto spaventato per il
    sogno,  procur al figlio una moglie (53),  e mentre prima  Ati  aveva
    l'abitudine  di  marciare  in  armi alla testa dei Lidi,  Creso non lo
    mand pi in alcun luogo a imprese del genere;  fece portar via  dagli
    appartamenti  riservati  agli  uomini  giavellotti,  lance e tutti gli
    arnesi siffatti  che  gli  uomini  usano  per  la  guerra  e  li  fece
    ammucchiare  nelle  stanze  delle  donne  per timore che qualche arma,
    appesa, potesse cadere sul capo del figlio.

     35. Mentre questo figlio si apparecchiava alle nozze, giunse a Sardi
    un uomo tormentato dalla sventura,  le cui mani s'erano  macchiate  di
    impurit: era frigio di nascita e di stirpe regale.
    Presentatosi  costui  alla  reggia  di  Creso,  chiese di poter essere
    purificato secondo il rito del paese,  e Creso lo purific (il rito di
    purificazione dei Lidi  press'a poco uguale a quello dei Greci).
    Quando  ebbe  compiute le cerimonie (54) d'uso,  Creso s'inform donde
    veniva e chi era, parlandogli cos: O straniero, chi sei tu e da qual
    parte della Frigia sei venuto a rifugiarti  presso  il  mio  focolare?
    Quale uomo o quale donna hai ucciso? .
    Quello  rispose:  O  re,  sono figlio di Gordia e nipote di Mida;  mi
    chiamo Adrasto; per aver, contro mia voglia, ucciso mio fratello, sono
    venuto qui, scacciato da mio padre e privo di tutto.
    Creso allora gli replic: Vuole il caso che  tu  sia  discendente  di
    uomini che ci sono amici, e fra amici sei giunto: qui, rimanendo nella
    nostra  casa,  non mancherai di nulla e,  sopportando codesta sventura
    col massimo coraggio, ne trarrai il massimo giovamento.

     36.  Egli cos passava la vita nella reggia di Creso  ma  in  questo
    stesso tempo, sul monte Olimpo di Misia, comparve un grosso cinghiale.
    Il  quale,  scendendo dal monte,  devastava spesso le coltivazioni dei
    Misi che, usciti pi d'una volta a dargli la caccia,  invece di fargli
    del male, piuttosto ne ricevevano.
    Alla  fine,  recatisi  da  Creso,  alcuni messi dei Misi gli parlarono
    cos: O re, un cinghiale,  un bestione enorme,   comparso nel nostro
    paese e ci distrugge le culture.  Noi, nonostante i nostri sforzi, non
    riusciamo a catturarlo.  Ordunque ti preghiamo di inviare insieme  con
    noi tuo figlio,  accompagnato da giovani scelti e da cani, affinch lo
    scacciamo dal nostro territorio.
    Cos essi pregavano: ma Creso,  che non dimenticava l'avvertimento del
    sogno,  rispose  loro  in  questo  modo:  Di  mio figlio non fate pi
    parole; ch, tanto, non lo potrei mandare con voi:  appena sposato ed
     questo che egli ha ora per la testa.  Tuttavia mander  con  voi  un
    corpo  scelto  di Lidi e l'equipaggiamento di caccia al completo;  e a
    quelli che partiranno dar ordine che con tutto l'ardore possibile  vi
    aiutino a scacciare dal paese quel bestione.

     37.  Questa fu la sua risposta;  ma, mentre i Misi erano contenti di
    questa promessa,  ecco entrare il figlio di Creso che aveva  ascoltato
    la loro preghiera.
    Ora, siccome Creso rifiutava di mandare il figlio con loro, il giovane
    gli si rivolge con queste parole: O padre,  un tempo, prima d'ora, la
    cosa pi bella e pi nobile per me era di goder  buona  fama,  andando
    spesso alla guerra e alla caccia (55).
    Ora, invece, dall'una occupazione e dall'altra tu mi tieni segregato,
    senza  che tu abbia veduto in me tracce di vilt o di scarso coraggio.
    Con quale fronte posso io comparire in pubblico, quando vado in piazza
    o ne ritorno?  Che uomo mai sembrer io ai  miei  concittadini,  quale
    uomo  alla  mia novella sposa?  Con quale marito penser essa di dover
    convivere? Suvvia, dunque, lasciami andare alla caccia;  o convincimi,
    almeno, con la ragione, che per me  meglio che non esista.

      38.  Gli  rispose  Creso: Figlio mio,  se io faccio cos non  gi
    perch abbia riscontrato in te vilt o qualche altro difetto;  ma  una
    visione,  comparsami  nel  sonno,  mi  disse  che tu avrai vita breve,
    perch da una punta di ferro avrai la morte.
    In vista, appunto,  di questo sogno,  io ho affrettato le tue nozze e
    non  vorrei mandarti a questa impresa di caccia;  sono precauzioni che
    prendo per vedere se mai io possa, finch duri la mia vita,  sottrarti
    a morte.
    Tu  infatti  vieni  ad  essere  l'unico  figlio che io abbia;  poich
    l'altro, rovinato nell'udito, faccio conto che per me non esista.

     39. Il giovane replic con queste parole: Comprendo,  o padre,  che
    tu,  dopo  aver  visto  un  sogno  tale,  abbia  a mio riguardo simili
    precauzioni; ma un particolare cui tu non attribuisci importanza, anzi
    che hai dimenticato in questo sogno,  giusto che te lo ricordi io. Il
    sogno, tu dici, rivela che io dovr morire per una punta di ferro.  Ma
    che mani ha un cinghiale?  E' forse armato d'una punta di ferro,  cio
    quella che tu temi? Poich, se la visione avesse detto che sar ucciso
    da un colpo di zanna o di qualche altra  cosa  che  ad  essa  somigli,
    sarebbe  opportuno  che tu facessi quello che stai facendo,  ma ora si
    tratta d'una punta di ferro.  Dunque,  poich non si  va  a  battaglia
    contro degli uomini, lasciami andare.

      40.  Gli  rispose  Creso:  Figlio mio,  in certo qual modo,  tu mi
    convinci, manifestando il tuo punto di vista sul sogno: quindi,  ormai
    da  te  persuaso,  cambio  opinione e ti d il permesso di partecipare
    alla caccia.

     41.  Dopo queste parole,  Creso mand a chiamare il frigio Adrasto e
    quando  giunse  gli  parl  in questo modo: O Adrasto,  quando tu eri
    colpito dalla mala sorte,  di cui  non  ti  faccio  colpa,  io  ti  ho
    purificato  e  accolto in casa mia,  dove ti ospito provvedendo a ogni
    tua necessit;  ora,  poich devi pure ricambiare con favori i  favori
    che ti ho fatto io per primo, desidero che tu sia guardia del corpo di
    mio  figlio,  che  s'accinge a partire per la caccia,  se mai lungo la
    strada dei briganti pericolosi vi  compaiano  dinanzi  per  farvi  del
    male.  Oltre a ci, anche per te  un dovere recarti l, dove tu possa
    distinguerti per belle imprese:  stato questo  il  costume  dei  tuoi
    padri e, per di pi, tu ne hai la capacit.

     42. Gli rispose Adrasto: O re, in altre circostanze io non andrei a
    una  simile impresa: non  giusto,  infatti,  che un uomo che ha avuto
    una disgrazia come la mia si unisca a giovani  della  stessa  et  che
    sono  felici;  non  ne  ho  certo  voglia  e  per  molte ragioni me ne
    asterrei.  Ma ora,  poich tu insisti e devo pur  farti  cosa  gradita
    (devo ricambiare,  infatti,  i tuoi favori) sono pronto a fare ci che
    tu vorrai; e il figlio tuo, che mi ordini di custodire, fa' conto che,
    per quanto dipende da chi  l'ha  in  custodia,  ti  ritorner  sano  e
    salvo.

      43.  Dopo  aver  dato  tale  risposta  a  Creso,  se  ne partirono,
    circondati da giovani scelti e da cani.
    Arrivati sul monte Olimpo,  si misero sulle  tracce  della  fiera;  e,
    scovatala,   la   circondarono   da  ogni  parte,   bersagliandola  di
    giavellotti.
    Fu allora che quel forestiero, proprio quello che era stato purificato
    dal suo  delitto  e  si  chiamava  Adrasto  (56),  scagliando  il  suo
    giavellotto contro il cinghiale, lo sbagli e colp, invece, il figlio
    di Creso.
    Colpito  dalla  punta  dell'arma,  questi  fece  s che s'avverasse la
    predizione del sogno e qualcuno and di corsa da Creso  ad  annunziare
    l'accaduto; e, arrivato a Sardi, lo inform dello scontro sanguinoso e
    del destino toccato a suo figlio.

     44. Creso, tutto sconvolto per questa morte, ancor pi fieramente si
    lamentava  perch  gli aveva ucciso il figlio proprio quell'uomo,  che
    egli stesso aveva purificato di un delitto.
    Sicch,  terribilmente costernato per la sventura,  invocava Zeus come
    dio  della purificazione,  chiamandolo a testimone di quello che aveva
    sofferto da parte del forestiero:  lo  invocava  come  protettore  del
    focolare  e dell'amicizia (era lo stesso dio che supplicava con questi
    nomi): come protettore del focolare,  perch,  avendo accolto in  casa
    sua  il  forestiero,  aveva  nutrito  senza saperlo l'assassino di suo
    figlio; come protettore dell'amicizia, perch,  mentre l'aveva mandato
    con Ati a custodirlo, l'aveva trovato il peggiore dei nemici.

     45.  In seguito, si presentarono i Lidi che riportavano il cadavere;
    dietro, lo seguiva l'uccisore.
    Questi,  ritto davanti  al  morto,  si  offriva  in  bala  di  Creso,
    protendendo  le  mani,  e  lo  supplicava  di  sgozzarlo  l,  su quel
    cadavere,  rammentando la sua prima sventura e protestando che non gli
    era  pi possibile sopportare la vita ora che,  dopo quella disgrazia,
    aveva dato la morte a colui che l'aveva purificato.
    Ma Creso,  all'udire questi  lamenti,  fu  preso  da  compassione  per
    Adrasto,  pur essendo egli stesso in cos grave lutto familiare, e gli
    disse: Ho gi da te,  o mio ospite,  ogni  soddisfazione,  poich  tu
    stesso pronunci contro di te sentenza di morte.
    Non  sei tu certo la causa di questa mia sventura,  se non in quanto,
    contro tua voglia, ne sei stato l'esecutore;  ma  qualcuno degli di,
    io  credo;  il  quale  gi  da tempo mi avvertiva di quello che doveva
    succedere.
    Creso, quindi, diede sepoltura al figlio, come conveniva;  ma Adrasto,
    figlio  di  Gordia e nipote di Mida,  colui che era stato uccisore del
    proprio fratello e uccisore di chi l'aveva purificato,  quando intorno
    al  sepolcro  fu solitudine e silenzio,  rendendosi conto che di tutti
    gli uomini che conosceva era il  pi  profondamente  infelice,  immol
    sopra il tumulo se stesso.

     46.  Per due anni Creso,  in seguito alla perdita del figlio, rimase
    inattivo,  chiuso nel suo grande dolore;  ma  poi,  il  fatto  che  il
    dominio di Astiage,  figlio di Ciassare, fosse stato abbattuto da Ciro
    (57),  figlio di Cambise,  e che la potenza dei  Persiani  si  andasse
    ampliando,  fece  s  che  Creso  desse  tregua  al  lutto  e gli pose
    nell'animo  il  pensiero  se  mai  potesse,   prima  che  i   Persiani
    diventassero troppo forti, arrestarne la crescente potenza.
    Non appena formulato questo pensiero, subito volle tentare gli oracoli
    che  vi erano in Grecia e quello di Libia,  mandando degli incaricati,
    chi qua, chi l; alcuni a Delfi (58),  altri ad Aba (59) nella Focide,
    altri ancora a Dodona (60). Alcuni furono pure mandati al santuario di
    Anfiarao  (61)  e  a quello di Trofonio (62),  altri nel territorio di
    Mileto presso i Branchidi (63): questi gli  oracoli  greci  che  Creso
    mand  a  interrogare.  Altri  incaricati  furono mandati in Libia,  a
    consultare Ammone.
    Creso ve li mandava volendo mettere alla prova quello che sapevano gli
    oracoli;  con l'intenzione,  poi,  se constatava  che  conoscevano  la
    verit,  di  mandare  una  seconda  ambasceria  a  chiedere  se poteva
    accingersi a una spedizione militare contro i Persiani.

    47. Le istruzioni impartite ai Lidi che mandava a tentare gli oracoli,
    erano queste: a cominciare dal momento della loro partenza  da  Sardi,
    dovevano  tener  conto,  in  seguito,  dei giorni che passavano,  e al
    centesimo  giorno  presentarsi  agli  oracoli,   ponendo  loro  questa
    domanda:  Che  sta  facendo  ora  il  re dei Lidi,  Creso,  figlio di
    Aliatte?. Tutto ci che ciascun oracolo avrebbe vaticinato,  dovevano
    trascriverlo e riportarlo a lui.
    Quali risposte abbiano dato gli altri oracoli,  nessuno ce lo dice; ma
    a Delfi,  non appena i Lidi furono entrati nell'interno del tempio per
    consultare  il  dio  ed ebbero formulato la domanda che era stata loro
    prescritta,  la Pizia,  in versi  esametri,  si  espresse  cos:  "Io
    conosco  il  numero  dei grani di sabbia e le dimensioni del mare;  io
    intendo il sordo-muto e odo la voce di colui che non parla.
    Ai miei sensi  giunto l'odore d una testuggine dal duro  guscio  che
    sta  bollendo  nel  rame  con  carni di agnello;  rame  sotto di essa
    disteso e di rame  rivestita".

     48. Dato che ebbe la Pizia questo responso, i Lidi lo trascrissero e
    se ne tornarono indietro a Sardi;  e quando anche gli altri che  erano
    stati  mandati  in  giro  furono  presenti,  portando i loro vaticini,
    allora  Creso,  aprendo  gli  scritti  a  uno  a  uno,   li  esaminava
    attentamente.
    Orbene,  degli  altri  nessuno  gli  piaceva;  ma  quando sent quello
    riportato da  Delfi,  subito  si  mise  in  preghiera,  riconoscendone
    l'esattezza,  e  fu  convinto  che  l'oracolo  di  Delfi  era  l'unico
    veramente tale,  poich aveva scoperto quello che  egli  stesso  aveva
    fatto.
    In  verit,  dopo  che  egli  aveva  mandato i suoi incaricati ai vari
    templi, atteso il giorno che s'era convenuto, escogit una trovata del
    genere: pensata una cosa che  fosse  impossibile  indovinare  o  anche
    supporre,  tagliati  a  pezzi  una testuggine e un agnello,  li mise a
    bollire egli stesso in un  recipiente  di  rame,  ponendovi  sopra  un
    coperchio, esso pure di rame.

     49.  Tale fu,  dunque,  la risposta che venne a Creso da Delfi;  per
    quel che riguarda il vaticinio dell'oracolo di  Anfiarao,  non  saprei
    dire  che  cosa  esso  abbia  risposto  ai  Lidi  dopo che essi ebbero
    compiuto nel sacro recinto le cerimonie  (64)  d'uso  (poich  nemmeno
    questo  responso ci viene tra mandato);  nient'altro posso dire se non
    che Creso fu convinto che anch'esso possedeva un oracolo veritiero.

     50. Dopo queste prove,  Creso cercava di placare il dio di Delfi con
    splendidi  sacrifici:  immol  3000  capi  di  bestiame di ogni specie
    indicata per i sacrifici; eretto un enorme rogo, vi bruci sopra letti
    rivestiti d'oro e d'argento,  e coppe  d'oro  e  vesti  di  porpora  e
    tuniche,  nella  speranza  di assicurarsi di pi con queste offerte il
    favore del dio; mentre a tutti i Lidi ordin che sacrificasse ciascuno
    quello che poteva.
    Compiuti che ebbe questi sacrifici,  fece fondere  un'enorme  quantit
    d'oro  e  formarne  dei  mezzi mattoni,  che misuravano sei palmi (65)
    nella parte pi lunga, tre in quella pi breve e un palmo di spessore:
    erano 117 di numero, di cui quattro di oro puro, che pesavano ciascuno
    due talenti e mezzo (66);  gli altri mezzi mattoni erano di oro bianco
    (67), del peso di due talenti.
    Fece fare,  inoltre, in oro puro, una statua di leone che pesava dieci
    talenti: questo leone,  quando il tempio di Delfi and in fiamme (68),
    cadde dai mezzi mattoni,  sui quali era stato collocato;  ora si trova
    nel tesoro dei Corinzi e pesa sei talenti e mezzo;  perch tre talenti
    e mezzo d'oro andarono fusi.

     51. Quando questi oggetti furono pronti, Creso li mand a Delfi e vi
    aggiunse  queste altre offerte: due crateri di grandi dimensioni,  uno
    d'oro e l'altro d'argento;  quello d'oro si trovava a  destra  di  chi
    entrava nel tempio, quello d'argento a sinistra.
    Anche questi crateri furono rimossi al tempo dell'incendio del tempio;
    ora  quello  d'oro  si  trova  nel  tesoro  dei Clazomenii e pesa otto
    talenti e mezzo,  pi dodici mine (69),  quello d'argento  all'angolo
    del  pronao  (70)  e pu contenere 600 anfore (71).  Lo si sa perch i
    Delfi vi mescolano l'acqua e il vino nella festa delle Teofanie (72).
    A Delfi dicono che sia opera di Teodoro di Samo, e io lo credo, perch
    non ha certo l'aria di essere un lavoro del primo venuto.
    Creso mand anche quattro giare d'argento,  che si trovano attualmente
    nel  tesoro  dei  Corinzi;  e consacr due urne lustrali,  una d'oro e
    l'altra d'argento: su quella d'oro  una  iscrizione  pretende  che  si
    tratti  d'un  ex-voto  degli  Spartani;  ma  non corrisponde a verit,
    poich anche questa  di Creso: l'iscrizione vi fu  posta  da  uno  di
    Delfi che voleva ingraziarsi gli Spartani;  io ne conosco il nome,  ma
    non lo dir.
    E' vero,  invece,  che la statua di fanciullo,  attraverso la cui mano
    scorre l'acqua,  degli Spartani; ma nessuna delle due urne appartiene
    a loro.
    Molte altre offerte,  senza iscrizioni, mand Creso, oltre a queste, e
    vasi d'argento rotondi, e una statua di donna in oro,  alta tre cubiti
    (73), che a Delfi sostengono rappresenti la sua fornaia (74).
    In  pi,  egli  consacr pure le collane della propria moglie e le sue
    cinture.

     52. Tutto questo fu quello che mand a Delfi;  ad Anfiarao,  invece,
    del quale aveva conosciuto il merito e la fine dolorosa,  consacr uno
    scudo in ogni parte ugualmente  d'oro,  e  una  solida  lancia,  d'oro
    massiccio, tanto l'asta quanto le due punte (75).
    I   due  oggetti  ancora  ai  miei  giorni  si  trovavano  in  Tebe  e
    precisamente nel tempio di Tebe sacro ad Apollo Ismenio.

     53. Ai Lidi incaricati di portare questi doni ai vari templi,  Creso
    ordin  di chiedere agli oracoli se avrebbe potuto fare una spedizione
    contro i Persiani  e  se  avrebbe  dovuto  cercare  di  aggregarsi  un
    esercito alleato.
    Quando, arrivati l dove erano stati mandati, i Lidi ebbero consacrato
    le loro offerte, consultarono gli oracoli dicendo: Creso, re dei Lidi
    e  di  altri  popoli,  avendo riconosciuto che questi sono i soli veri
    oracoli che ci siano al  mondo,  vi  offre  doni  degni  della  vostra
    intelligenza  e  vi domanda se pu muovere in armi contro i Persiani e
    se deve aggregarsi qualche esercito alleato.
    Questo essi domandarono e le risposte di ambedue  gli  oracoli  furono
    concordi  nel  predire  a Creso che se avesse fatto guerra ai Persiani
    avrebbe abbattuto un grande impero; e gli consigliarono di assicurarsi
    l'amicizia di quelli fra i Greci che egli avesse riconosciuto  come  i
    pi potenti.

     54.  Creso,  quando venne a conoscere i responsi che gli erano stati
    riferiti, si rallegr oltremodo per quello che dicevano gli oracoli e,
    pieno di speranza di poter abbattere il  dominio  di  Ciro,  mand  di
    nuovo  a Pito (76),  e fece dono ai Delfi,  dopo essersi informato del
    loro numero,  di due stateri (77) d'oro a testa.  In cambio,  i  Delfi
    concessero  a  Creso e ai Lidi la precedenza nel consultare l'oracolo,
    la esenzione da certe tasse,  il diritto ai  primi  posti  nei  Giochi
    pitici  e  la  possibilit,  per  quelli che volevano,  di assumere la
    cittadinanza di Delfi senza limiti di tempo.

     55. Dopo aver mandato i suoi doni a Delfi, Creso volle consultare il
    dio per la terza  volta,  poich,  da  quando  aveva  riconosciuto  la
    veridicit dell'oracolo, vi ricorreva senza moderazione.
    Nella  consultazione egli chiedeva questo: se la sua monarchia sarebbe
    stata di lunga durata. La Pizia gli diede questa risposta:
    "Quando un mulo (78)  diventer  re  dei  Medi  allora  o  Lidio  dai
    delicati piedi (79),  fuggi lungo l'Ermo sassoso; non ti fermare e non
    aver vergogna di essere pavido".

     56. Quando gli giunse questa risposta,  Creso si rallegr ancora pi
    che  per  qualsiasi altra cosa,  convinto che giammai un mulo al posto
    d'un uomo potesse salire sul trono dei Medi e che,  quindi,  egli e  i
    suoi discendenti non avrebbero mai cessato di regnare.
    In  seguito,  si diede cura di cercare quali fossero i pi potenti dei
    Greci, per farseli amici e, cercando,  trovava che Spartani e Ateniesi
    si distinguevano fra gli altri: i primi nella stirpe dorica, i secondi
    in quella ionica.
    Avevano,  infatti,  il  predominio  questi  due popoli ed erano uno di
    origine pelasgica,  l'altro di origine greca.  Il primo  (80)  non  si
    spost mai dal suo paese, l'altro invece fece parecchie migrazioni. Al
    tempo del re Deucalione abitava la regione Ftiotide (81);  sotto Doro,
    figlio di Elleno (82),  il paese che si stende sotto l'Ossa e l'Olimpo
    e  che  si  chiama  Istiotide;  scacciato  dalla Istiotide a opera dei
    Cadmei (83),  abit in Pindo (84) con il nome di Macedno (85);  di l,
    poi,  con un nuovo spostamento,  pass nella Driopide;  e quando dalla
    Driopide scese nel Peloponneso fu chiamato popolo dorico.

     57.  Quale  lingua  parlassero  i  Pelasgi,  non  potrei  dirlo  con
    esattezza;  ma  se  si  deve  trattarne,  argomentandolo da quelli che
    ancora rimangono dei Pelasgi che, sopra i Tirreni,  abitarono la citt
    di  Crotone ed erano un tempo vicini a quelli che ora si chiamano Dori
    (abitavano allora il paese che ora   chiamato  Tessagliotide),  e  di
    quei Pelasgi che,  sull'Ellesponto, colonizzarono le citt di Placia e
    Scilace e abitarono insieme agli Ateniesi, e da tutte quelle citt che
    erano pelasgiche e poi cambiarono nome, se si deve,  dunque,  parlarne
    basandosi  su  queste  congetture,  i  Pelasgi  parlavano  una  lingua
    barbara.  E se tale era la condizione di tutta la schiatta  pelasgica,
    il popolo ateniese, che ad essa apparteneva, quando pass fra i Greci,
    dovette anche imparare un'altra lingua.
    Infatti, neppure gli abitanti di Crotone hanno comunanza di lingua con
    quelli  che  ora  stanno  loro intorno,  e cos quelli di Placia,  che
    parlano come i Crotoniati e danno in tal modo dimostrazione  che  essi
    conservano  gelosamente quella particolare lingua che portarono con s
    quando trasmigrarono nelle attuali loro sedi.

     58.  A quanto mi risulta,  il  popolo  greco,  da  quando  si  venne
    costituendo, sempre e costantemente, usa la stessa lingua.
    Staccatosi,  debole  ancora,  dal  ceppo pelasgico,  partendo da umili
    origini,  si venne ampliando fino all'agglomerato attuale  di  popoli,
    essendosi  ad  esso  accostate,   di  preferenza,   molte  popolazioni
    pelasgiche e numerosi altri Barbari.
    In confronto a questo,  dunque,  mi pare che nessun  altro  popolo  di
    Pelasgi, essendo barbaro, abbia fatto mai cos vasti progressi.

      59.  Di questi due popoli (86),  dunque,  Creso veniva a sapere che
    quello di Atene era tenuto schiavo e diviso da Pisistrato,  figlio  di
    Ippocrate, che in questo tempo era tiranno degli Ateniesi.
    Infatti a Ippocrate, che era un semplice cittadino privato e assisteva
    alle  celebrazioni di Olimpia,  era accaduto un fatto prodigioso: dopo
    che egli aveva compiuto il sacrificio,  le caldaie,  ritte  accanto  a
    lui,  piene di carni e d'acqua, senza che ci fosse il fuoco, si misero
    a bollire e a traboccare.
    Lo spartano Chilone (87), che si trovava presente e aveva osservato il
    prodigio,  diede a Ippocrate  questi  consigli:  in  primo  luogo  non
    portarsi in casa una moglie che potesse aver figli;  in secondo luogo,
    se gi ne aveva una, ripudiarla e se aveva qualche figlio rinnegarlo.
    Ma,  a questi suggerimenti di Chilone,  Ippocrate,  dicono,  non volle
    prestar  fede;  e  in  seguito  gli nacque questo Pisistrato di cui si
    parla, il quale, approfittando che gli Ateniesi della costa (88) erano
    in discordia con quelli della pianura (capo  dei  primi  era  Megacle,
    figlio  di  Alcmeone,  e  di  quelli della pianura Licurgo,  figlio di
    Aristolaide) e mirando al dominio assoluto,  diede  vita  a  un  terzo
    partito: raccolti,  quindi, dei partigiani e facendosi, a parole, capo
    degli uomini dei  monti  (89),  ricorse  a  questo  stratagemma:  dopo
    essersi  ferito  da solo e aver ferito le mule,  spinse il carro nella
    piazza del mercato, come se fosse sfuggito ai nemici che,  mentre egli
    si recava nei campi,  avrebbero voluto ucciderlo. Chiedeva, perci, al
    popolo di ottenere un corpo di guardia,  egli che,  gi  prima,  s'era
    particolarmente  distinto  nella campagna contro i Megaresi,  avendovi
    conquistato Nisea (90) e compiuto altre valorose imprese.
    Il popolo di Atene,  lasciatosi ingannare,  gli concesse di scegliersi
    fra i cittadini 300 uomini che furono non gi i portatori di lancia di
    Pisistrato  ma,  piuttosto,  portatori di clava,  poich lo scortavano
    seguendolo armati di clave di legno. Costoro,  sollevatisi insieme con
    Pisistrato, si impadronirono dell'acropoli.
    Da  quel  momento  Pisistrato  fu  signore  di  Atene,  senza  turbare
    l'esercizio delle magistrature che c'erano, n modificare le leggi; ma
    con le istituzioni vigenti govern la citt,  amministrandola in  modo
    eccellente.

      60.  Dopo  poco  tempo,  per,  i partigiani di Megacle e quelli di
    Licurgo,  messisi d'accordo,  lo  scacciarono  (91).  E  fu  cos  che
    Pisistrato ebbe in mano Atene per la prima volta e,  quando non ancora
    salde erano le radici del suo potere assoluto, lo perdette.
    Sennonch quelli che avevano scacciato Pisistrato  vennero  ancora  di
    bel  nuovo  in  lotta tra loro e Megacle,  disgustato del suo partito,
    mand un araldo a Pisistrato a chiedergli se accettava sua figlia come
    moglie e avere, a questo patto, la tirannia.
    Avendo Pisistrato accolto la proposta e accettato  queste  condizioni,
    ricorsero  per  il  ritorno  dell'esule a un artificio che io trovo di
    gran lunga il pi sciocco del mondo  (dato  che,  fin  da  antico,  il
    popolo greco fu giudicato pi accorto del popolo barbaro e pi lontano
    da ogni stolta dabbenaggine) se  vero che, allora, questi uomini, tra
    gli  Ateniesi  che  avevano  fama  di  essere  i  primi  dei Greci per
    intelligenza, immaginarono una simile commedia.
    C'era nel demo di Peania una donna, di nome Fia, che aveva una statura
    di tre dita inferiore ai quattro cubiti  (92),  e  per  il  resto  era
    bella.
    Avendo  rivestita  questa  donna  di  una  armatura completa e fattala
    salire su un cocchio,  dopo averle mostrato quale atteggiamento doveva
    assumere per mostrarsi nel modo pi dignitoso possibile, la condussero
    in citt.
    Intanto,  mandarono  innanzi  a  preparare il cammino degli araldi,  i
    quali, giunti in citt,  proclamavano ci che era stato loro comandato
    di  dire,  esprimendosi  in tal modo: O Ateniesi,  accogliete di buon
    animo Pisistrato, che Atena in persona,  avendolo stimato pi di tutti
    gli uomini, riconduce alla propria acropoli.
    Questo andavano dicendo,  aggirandosi qua e l;  e ben preso si sparse
    per i borghi di campagna la notizia che Atena riconduceva Pisistrato e
    gli abitanti della citt convinti che quella donna  fosse  la  dea  in
    persona, adorarono la creatura umana e accolsero Pisistrato (93).

      61.  Salito al potere nel modo che s' detto,  Pisistrato,  secondo
    l'accordo convenuto con Megacle,  ne spos la figlia.  Ma siccome egli
    aveva  gi  dei  figli  adulti  (94)  e gli Alcmeonidi avevano fama di
    essere maledetti (95),  non desiderando  che  dalla  nuova  sposa  gli
    venisse della prole, si univa ad essa contro natura.
    In  principio  la donna tenne nascosto a tutti questo particolare;  ma
    poi, ne fosse stata interrogata o meno,  ne parl alla propria madre e
    questa al marito.
    Megacle fu preso da vivo risentimento per l'ingiuria che da Pisistrato
    gli veniva fatta; e, accecato com'era dall'ira, fece tacere il rancore
    verso quelli del suo partito.
    Informato di quanto si tramava ai suoi danni,  Pisistrato si allontan
    con tutti i suoi dal paese;  e,  ritiratosi  ad  Eretria  (96),  tenne
    consiglio con i suoi figli.
    Essendosi,  poi,  imposta  l'opinione  di  Ippia  (97)  che si dovesse
    riconquistare il potere, si diedero a raccogliere doni da quelle citt
    che, gi da tempo, avevano degli obblighi verso di loro.
    Molte citt fornirono notevoli contributi, ma i Tebani (98) superarono
    tutti per generosit di offerte.
    In seguito, per dirla in breve,  trascorse del tempo e tutto ormai era
    pronto  per  il loro ritorno.  Dal Peloponneso,  infatti,  vennero dei
    mercenari di Argo e un uomo di Nasso, il cui nome era Ligdami,  venuto
    da  loro  spontaneamente,  offriva alla causa uno zelo straordinario e
    inoltre aveva portato denari e uomini.

     62. Movendo da Eretria, nell'undicesimo anno del loro bando, presero
    la via del ritorno e la prima localit dell'Attica che  occuparono  fu
    Maratona.
    Mentre  erano  accampati in questo luogo,  accorsero i loro partigiani
    dalla citt e altri affluivano dai borghi della campagna:  quelli  cui
    la tirannia era pi gradita della libert.
    Costoro,  dunque, si andavano radunando. Intanto i cittadini di Atene,
    finch Pisistrato raccoglieva denari e anche quando  ebbe  conquistata
    Maratona,  non se ne davano alcun pensiero; ma quando vennero a sapere
    che,  da Maratona,  egli marciava sopra la  citt,  allora  finalmente
    mossero in armi contro di lui.
    E mentre costoro,  con tutte le loro forze, avanzavano verso gli esuli
    che ritornavano,  anche Pisistrato,  con le  sue  truppe,  partito  da
    Maratona  si  accostava  alla  citt;   sicch,   venendosi  incontro,
    arrivarono al tempio di Atena nel demo di Pallene e  posero  il  campo
    l'uno di fronte all'altro.
    A questo punto,  spinto da divina ispirazione, si accost a Pisistrato
    un indovino,  Anfilito di Acarnania,  il quale,  avvicinandosi a  lui,
    pronunci in esametri questo oracolo:
    "Il  lancio    stato  fatto;  la  rete si  spiegata;  i tonni vi si
    precipiteranno durante la notte al chiaro di luna".

     63. Questo l'oracolo che egli profer con voce divina; e Pisistrato,
    comprendendone il significato,  disse di accogliere l'augurio  e  fece
    avanzare l'esercito.
    Proprio  allora  gli  Ateniesi  venuti  dalla  citt  erano  intenti a
    prendere il rancio e alcuni di essi, dopo aver mangiato, si davano chi
    al gioco dei dadi,  chi al sonno.  Sicch  le  truppe  di  Pisistrato,
    piombate loro addosso all'improvviso, li volsero in fuga.
    Mentre  essi  fuggivano,  Pisistrato prese una decisione molto saggia,
    per impedire che gli Ateniesi si  riunissero  ancora  e  per  tenerli,
    invece,  dispersi:  fatti  montare in sella i suoi figlioli,  li mand
    innanzi,  ed essi,  man mano che raggiungevano i  fuggitivi,  dicevano
    loro  quello  che  aveva  ordinato Pisistrato,  incitandoli a non aver
    paura e a tornarsene ciascuno ai propri affari.

     64.  E siccome gli Ateniesi si  lasciavano  persuadere,  Pisistrato,
    avuta  in  mano  per  la  terza  volta  la  citt di Atene,  vi radic
    saldamente il suo potere,  appoggiato da molte  milizie  ausiliarie  e
    mezzi finanziari, che provenivano in parte dall'Attica (99) stessa, in
    parte  dal fiume Strimone (100),  prese come ostaggi i figli di quegli
    Ateniesi che avevano opposto resistenza, senza darsi subito alla fuga,
    e li fece stabilire a Nasso  (c'  da  dire  che  anche  questa  citt
    Pisistrato aveva conquistata con le armi e l'aveva,  poi,  affidata da
    governare a Ligdami);  oltre  a  ci,  procedette  alla  purificazione
    dell'isola di Delo, seguendo la volont degli oracoli e la purific in
    questo  modo:  fin  dove  poteva  spingersi  la vista del santuario di
    Apollo,  fatti disseppellire da tutta questa zona  i  morti,  li  fece
    trasportare in un altro luogo dell'isola di Delo.
    Cos  Pisistrato  fu  signore di Atene,  mentre degli Ateniesi,  parte
    erano caduti nella battaglia e  parte,  insieme  con  gli  Alcmeonidi,
    andarono esuli dalla loro patria.

      65.  Orbene,  Creso  ebbe  conoscenza che in quel tempo tale era la
    condizione degli Ateniesi.  Riguardo agli Spartani,  invece,  venne  a
    sapere che erano usciti da gravi traversie e avevano ormai vinto,  con
    la guerra, Tegea (101). Infatti,  quando in Sparta regnavano Leonte ed
    Egesicle,  gli  Spartani,  che  nelle  altre guerre avevano la meglio,
    soltanto da  quelli  di  Tegea  furono  battuti  e  nel  tempo  ancora
    precedente a queste vicende erano, fra tutti i Greci, quelli governati
    dalle peggiori leggi, non solo nei loro rapporti interni, ma anche nei
    riguardi  dei  forestieri,   con  i  quali  non  avevano  rapporti  di
    commercio.
    Ed ecco in che modo  essi  passarono  a  un  regime  di  savie  leggi:
    Licurgo,  uomo molto influente fra gli Spartiati, s'era recato a Delfi
    per consultare l'oracolo;  e  subito,  appena  egli  era  entrato  nel
    sacrario  del tempio,  la Pizia aveva fatto questa dichiarazione: "Tu
    al mio splendido tempio,  o Licurgo,  sei venuto caro a Zeus e a tutti
    quanti   abitano  le  sedi  dell'Olimpo.   Sono  in  dubbio  se  debbo
    proclamarti un dio o un uomo;  ma molto di pi un dio io ti  credo,  o
    Licurgo".
    C' chi dice che,  oltre a questo augurio,  la Pizia gli sugger anche
    la costituzione che ora  in vigore presso gli Spartiati; ma, a quanto
    dicono gli Spartani stessi,  Licurgo quando divenne tutore di Leobote,
    suo  nipote e re di Sparta,  introdusse le attuali norme da Creta.  E,
    non appena ebbe in mano la reggenza,  cambi tutte le  leggi  e  prese
    provvedimenti perch queste non venissero violate.
    In  seguito,  Licurgo  stabil  ci che riguardava la guerra: enomotie
    (102), triecadi (103), pasti in comune e, oltre a tutto ci, gli efori
    (104) e i geronti (105).

     66. Cos gli Spartani, cambiata la costituzione,  furono saggiamente
    governati e a Licurgo,  dopo la sua morte, eressero un sacro edificio.
    E ancora lo onorano con grande venerazione.
    Siccome, poi, il loro territorio  fertile e ricco di popolazione, ben
    presto progredirono e  raggiunsero  grande  splendore.  Anzi,  non  si
    accontentavano  pi  di  starsene  in pace ma,  convinti di essere pi
    forti degli Arcadi,  consultarono l'oracolo di Delfi  su  un'eventuale
    conquista  di  tutta  l'Arcadia.  La Pizia diede loro questa risposta:
    "Mi chiedi l'Arcadia? Grande cosa mi domandi: non te la conceder.
    Vi sono in Arcadia molti uomini mangiatori di ghiande (106),  che  ti
    respingeranno. Io per non ti frappongo ostacoli: ti dar Tegea ove tu
    possa  danzare,  battendovi  il  piede,  e  la  sua fertile pianura da
    misurare con la fune".
    Quando gli Spartani intesero  queste  parole,  che  erano  state  loro
    riferite,  si  astennero  dal  minacciare gli altri Arcadi,  e invece,
    portando con s dei ceppi,  mossero  in  armi  contro  Tegea,  fidando
    nell'ambiguo vaticinio,  che avrebbero, cio, ridotto in schiavit gli
    abitanti di  quella  citt.  Ma,  invece,  essendo  rimasti  sconfitti
    nell'incontro, quanti di essi furono presi vivi, avvinti in quei ceppi
    che  avevano portato con s e misurata con la fune (107) la pianura di
    Tegea, furono costretti a lavorarla.
    I ceppi,  che avevano servito a incatenarli,  ancora ai miei tempi  si
    vedevano, intatti, in Tegea, appesi intorno al tempio di Atena Alea.

     67.  Cos,  nella prima guerra, gli Spartani ebbero continuamente la
    peggio nella lotta contro Tegea;  ma al tempo  di  Creso  e  quando  a
    Sparta  regnavano Anassandrida e Aristone (108),  avevano gi ottenuto
    dei vantaggi contro i nemici e fu in questo modo.
    Siccome nella guerra erano sempre inferiori a quelli di Tegea, mandati
    a  Delfi  degli  incaricati,   chiesero  quale  degli   di   dovevano
    ingraziarsi per avere il sopravvento sui nemici.  La Pizia rispose che
    l'avrebbero avuto quando avessero condotto nella loro citt le ossa di
    Oreste, figlio di Agamennone.  Ma siccome non erano capaci di scoprire
    il luogo di sepoltura di Oreste,  mandarono di nuovo a chiedere al dio
    in qual luogo tale tomba si trovasse.
    A questa loro precisa domanda, la Pizia rispose agli interroganti:
    "V' in Arcadia la citt di Tegea in aperta campagna dove  due  venti
    soffiano con forzata violenza; c' colpo e contraccolpo e male su male
      posato:  ivi  la  terra,  datrice  di vita,  racchiude il figlio di
    Agamennone: portalo con te e sarai signore di Tegea".
    Anche quando udirono queste parole,  gli Spartani,  pur  cercando  per
    ogni  dove,  rimanevano  non di meno lontani dallo scoprire quello che
    cercavano;  finch lo trov Lica,  uno  degli  Spartiati  che  vengono
    chiamati "agatoergi" (109).
    Sono  costoro  dei cittadini,  i pi anziani di quelli che di volta in
    volta escono dal corpo  dei  cavalieri  (110),  in  numero  di  cinque
    all'anno,  i  quali,  nell'anno in cui escono dal corpo di cavalleria,
    non devono mai starsene inoperosi. Vengono mandati chi di qua,  chi di
    l a compiere missioni nell'interesse dello Stato spartano.

     68.  Orbene,  uno di questi uomini, Lica, scoperse in Tegea la tomba
    di Oreste,  favorito dalla buona sorte e,  al tempo  stesso,  dal  suo
    intelligente  intuito.  Poich  in  quel  tempo  s'erano stabiliti dei
    rapporti (11) con quelli di Tegea,  egli,  entrato nell'officina  d'un
    fabbro,  stava  a osservare come il ferro veniva forgiato ed era tutto
    ammirato nell'assistere al  lavoro.  Accortosi  il  fabbro  di  quello
    stupore,  interrompendo il suo lavoro,  gli disse: Certo, io penso, o
    straniero di Laconia, che molto saresti meravigliato,  se avessi visto
    quello che ho visto io, dal momento che guardi con tanta meraviglia la
    lavorazione del ferro.  Poich, volendo io scavarmi un pozzo in questo
    cortile,  nel lavoro di scavo mi imbattei  in  una  bara  lunga  sette
    cubiti  (112)  e,  siccome non volevo credere che fossero mai esistiti
    degli uomini pi grandi di quelli che ci sono ora,  la  scoperchiai  e
    vidi un cadavere delle stesse dimensioni della bara.  Io,  dopo averne
    constatato le misure, la ricopersi di terra come prima.
    Mentre il fabbro raccontava  quello  che  aveva  visto,  lo  Spartano,
    riflettendo su quanto gli si diceva,  pens che quel cadavere, secondo
    le indicazioni dell'oracolo,  doveva essere di Oreste e lo arguiva  da
    questo:  nei  due  mantici  del fabbro,  che aveva davanti agli occhi,
    trovava i venti dell'oracolo.  Il martello e l'incudine erano il colpo
    e  il  contraccolpo,  il ferro battuto dal martello era il male posato
    sul male; ragionando in questo modo,  che il ferro  stato trovato per
    il male dell'uomo.
    In seguito a queste congetture ritornato a Sparta,  raccont ogni cosa
    ai suoi concittadini,  i quali,  per,  avendogliene fatta una  colpa,
    come  se  avesse  inventata  la storia,  lo misero al bando;  ed egli,
    recatosi a Tegea a raccontare  la  sua  disgrazia  cerc  di  ottenere
    l'affitto del cortile dal fabbro, che non glielo voleva dare.
    Col  tempo,  Lica  riusc  a  fargli  cambiar parere e vi si install;
    quindi, dissotterrata la bara e raccolte le ossa, se ne torn a Sparta
    con esse.
    Da quel momento,  ogni volta che Tegea e Sparta venivano  tra  loro  a
    misurarsi,  gli  Spartani  riuscivano  di  gran  lunga superiori nella
    guerra: ormai,  anzi,  ad essi  era  soggetta  la  maggior  parte  del
    Peloponneso.

     69.  Creso, dunque, avute tutte queste informazioni, mand dei messi
    a Sparta,  a portare dei doni e a chiedere alleanza,  avendo loro dato
    istruzioni su quello che dovevano dire.
    Questi,  giunti sul luogo,  dissero: Ci manda Creso, re dei Lidi e di
    altri popoli,  a dirvi questo: "O Spartani,  poich il dio,  per mezzo
    dell'oracolo,  mi  ha ordinato di assicurarmi l'amicizia del Greco,  e
    vengo a sapere che voi siete  a  capo  della  Grecia,  proprio  a  voi
    rivolgo  il mio invito,  secondo la volont dell'oracolo,  desiderando
    esservi amico e alleato senza inganno e senza raggiro".
    Questo il messaggio che Creso rivolgeva per mezzo degli araldi;  e gli
    Spartani,  che  avevano pure essi udito il responso divino che gli era
    stato dato,  furono tutti contenti per l'arrivo dei Lidi e stipularono
    patti giurati di ospitalit e alleanza.
    Tra l'altro,  poi,  essi erano obbligati anche da alcuni beneficii che
    gi prima avevano ricevuto  da  Creso;  poich,  quando  gli  Spartani
    avevano  mandato  incaricati  a Sardi a comprare dell'oro che volevano
    adoperare per fare quella  statua  di  Apollo  che  ora  si  eleva  in
    Laconia,  sul Tornace (113),  Creso, nonostante volessero pagarglielo,
    l'aveva loro dato in dono.

     70. Questo, dunque,  il motivo per il quale gli Spartani accettarono
    volentieri l'alleanza;  ma anche perch fra tutti i Greci aveva scelto
    proprio loro come amici.  E non solo essi si dichiararono  pronti  per
    quando li avesse chiamati; ma, fatto eseguire un cratere di bronzo, il
    cui  bordo  esterno era tutto adorno di figure,  e che,  per ampiezza,
    poteva   contenere   300   anfore,   glielo   mandarono,   desiderando
    contraccambiare con un dono i favori di Creso.
    Questo  cratere  non giunse mai a Sardi e la ragione viene riferita in
    due versioni,  cos: gli Spartani dicono che,  mentre veniva portato a
    Sardi,  e si trovava nelle acque di Samo, gli abitanti dell'isola, che
    ne  furono  informati,   passati  all'attacco  con  navi  da   guerra,
    l'avrebbero  rapito;  i  Sami,  invece,  dicono che gli Spartani,  che
    portavano il cratere,  s'erano trovati in ritardo,  e  quando  avevano
    avuto   notizia   che  Sardi  era  stata  conquistata  e  Creso  fatto
    prigioniero, avevano venduto il cratere in Samo. Dei cittadini privati
    l'avevano acquistato e poi consacrato nel tempio di Era.
    Forse gli stessi che l'avevano venduto erano  quelli  che,  tornati  a
    Sparta, andavano dicendo che era stato loro rubato dai Sami.

     71.  Cos andarono le cose per il cratere;  intanto Creso, tratto in
    inganno  dall'oracolo,  si  accingeva  a  muovere  in  armi  verso  la
    Cappadocia,  convinto  di  poter  abbattere  Ciro  e  la  potenza  dei
    Persiani.
    Mentre Creso faceva i preparativi per la spedizione contro di loro, un
    uomo di Lidia (il suo nome era Sandani), che aveva fama anche prima di
    essere saggio, ma che in seguito all'opinione espressa allora gode ora
    di rinomanza veramente grande,  diede a Creso questo consiglio: O re,
    tu  ti prepari a muovere guerra contro uomini che portano pantaloni di
    cuoio e di cuoio anche il resto del vestito;  che mangiano non  quello
    che  vogliono  ma  quello che hanno,  poich il loro paese  pietroso.
    Uomini che non bevono vino, ma acqua, che non hanno fichi da mangiare,
    n alcun'altra cosa buona.
    Orbene, se tu sarai vincitore, che cosa toglierai a loro, a gente che
    non ha  niente?  Se,  invece,  tu  rimarrai  vinto,  considera  quanti
    vantaggi perderai.
    Quando,  infatti,  avranno  gustato  i  nostri  beni,  vi  rimarranno
    attaccati e non sar possibile allontanarli. Io,  per conto mio,  sono
    grato  agli  di  che  non  mettono  nell'animo dei Persiani l'idea di
    muovere guerra ai Lidi.
    Pur dicendo cos,  non  riusc  a  dissuadere  Creso.  In  effetti,  i
    Persiani,  prima che assoggettassero i Lidi,  non possedevano nulla n
    di delicato n di buono.

     72.  Gli abitanti della Cappadocia dai  Greci  sono  chiamati  Siri:
    questi Siri,  prima che i Persiani estendessero il loro dominio, erano
    soggetti ai Medi e adesso lo  sono  a  Ciro.  Poich  il  confine  fra
    l'impero  dei  Medi  e il regno dei Lidi era costituito dal fiume Alis
    che,  scendendo da una montagna dell'Armenia,  attraversa la  Cilicia,
    quindi proseguendo il suo corso,  ha i Matiani a destra e a sinistra i
    Frigi;  oltrepassati questi popoli,  si volge in su,  verso  il  vento
    Borea,  e  delimita  da  una  parte  i  Siri  Cappadoci,  dall'altra i
    Paflagoni. Cos il fiume Alis separa dal continente quasi tutta l'Asia
    inferiore,  a partire dal mare che  di fronte a Cipro,  fino al Ponto
    Eussino:  questo, si pu dire, il "collo" (114) di tutto il paese; la
    sua  larghezza   tale,  che un uomo spedito pu percorrerla in cinque
    giorni (115).

     73.  Creso faceva la spedizione  contro  la  Cappadocia  per  questi
    motivi:   per   desiderio  di  conquista,   volendo  aggiungere  altro
    territorio a quello che gli apparteneva; ma, soprattutto, perch aveva
    fiducia nella  predizione  dell'oracolo  e  voleva  vendicare  Astiage
    contro Ciro.
    Infatti  Ciro,  figlio  di  Cambise,  aveva rovesciato e teneva in suo
    potere Astiage,  figlio di Ciassare,  re dei Medi,  che era cognato di
    Creso e lo era divenuto in questo modo.  Una torma di Sciti nomadi, in
    seguito a sedizione,  aveva migrato nel territorio dei  Medi:  re  dei
    Medi, in quel tempo (116), era Ciassare, figlio di Fraorte e nipote di
    Deioce,  il  quale,  in un primo momento,  tratt con deferenza questi
    Sciti che si presentavano come supplici,  tanto che,  facendo di  essi
    gran  conto,  affid  loro  dei giovani che ne imparassero la lingua e
    l'arte di tirar con l'arco.
    Ma,  passato del tempo,  accadde che una volta  gli  Sciti,  che  ogni
    giorno  andavano  a  caccia e sempre ne riportavano qualche cosa,  non
    riuscirono a prendere  nulla;  al  vederli  ritornare  a  mani  vuote,
    Ciassare  (che  era eccessivo nell'ira,  come poi dimostr) li invest
    molto aspramente di improperi.  Essi allora,  trattati da lui  in  tal
    modo e convinti di aver subto offese che non meritavano,  decisero di
    far a pezzi uno dei giovani che venivano educati  presso  di  loro  e,
    dopo  averne  preparato  le  carni  come  erano  soliti  fare  con  la
    cacciagione,   portarle  a  Ciassare  e   servirgliele,   come   fosse
    selvaggina.  Appena servitele, per, dovevano rifugiarsi al pi presto
    a Sardi, presso Aliatte, figlio di Sadiatte.
    E cos avvenne.  Infatti,  Ciassare e i convitati che erano con lui si
    cibarono di quelle carni e gli Sciti,  compiuto il misfatto, divennero
    supplici di Aliatte.

     74.  In seguito a ci,  poich Aliatte non intendeva consegnare  gli
    Sciti a Ciassare che li chiedeva, c'era stata guerra, fra Lidi e Medi,
    per  cinque anni,  durante i quali molte volte i Medi vinsero i Lidi e
    spesso furono i Lidi a vincere  i  Medi:  tra  l'altro,  ci  fu  anche
    qualche scontro notturno.
    Ora,  essi  traevano in lungo la guerra,  con esito che si bilanciava,
    quando al sesto anno, essendosi ingaggiata una battaglia, accadde che,
    mentre ferveva la mischia,  d'improvviso il  giorno  si  trasform  in
    notte.  Questa  eclissi  di  sole (117) Talete (118) di Mileto l'aveva
    preannunciata agli Ioni e ne aveva fissato l'epoca  proprio  nell'anno
    in  cui  il fenomeno si verific.  Ma i Lidi e i Medi quando videro la
    notte subentrare al giorno,  smisero  di  combattere  e  con  maggiore
    sollecitudine desiderarono,  sia gli uni sia gli altri, che si facesse
    la pace.
    Quelli che li misero d'accordo furono Siennesi di Cilicia  e  Labineto
    di   Babilonia.   Costoro  si  adoperarono  perch  sollecitamente  si
    stipulasse un accordo giurato  e  combinarono  anche  uno  scambio  di
    matrimoni  (decisero,  infatti,  che  Aliatte desse la propria figlia,
    Ariem, ad Astiage, figlio di Ciassare),  perch senza saldi vincoli di
    parentela, gli accordi, di solito, non sono n sicuri n duraturi.
    Il  giuramento  presso queste popolazioni viene eseguito come presso i
    Greci;  in pi,  essi,  dopo aver fatto delle  incisioni  superficiali
    sulle braccia, succhiano il sangue l'uno dell'altro.

     75.  Ordunque Ciro aveva sbalzato dal trono questo Astiage,  che era
    poi suo nonno materno,  per il motivo che spiegher pi  avanti  (119)
    nel mio racconto;  e questo,  appunto, Creso gli rimproverava; per cui
    aveva mandato a interrogare gli oracoli se dovesse muovere  guerra  ai
    Persiani e,  quando gli era giunto l'oracolo ambiguo,  convinto che il
    responso fosse in suo favore, s'era messo in marcia contro una regione
    della Persia.
    Quando Creso giunse sulle rive del fiume  Alis,  procedette  oltre,  a
    quanto  io  credo,  facendo  passare l'esercito per i ponti che gi vi
    erano; invece, secondo quanto comunemente dicono i Greci, fu Talete di
    Mileto che trov il modo di farlo passare al di l.
    Infatti si racconta che,  mentre Creso era preoccupato  e  non  sapeva
    come  le  sue  truppe  avrebbero attraversato il fiume (secondo queste
    voci,  in quel tempo non ci sarebbero stati ancora i ponti che ora  ci
    sono), Talete, che si trovava nell'accampamento, per servirlo, avrebbe
    fatto   in   modo  che  il  fiume,   che  scorreva  a  sinistra  (120)
    dell'attendamento,  potesse scorrere anche alla  sua  destra,  facendo
    cos.
    A  partire  da  un  punto  del fiume a monte del campo,  avrebbe fatto
    scavare un canale profondo,  a  forma  di  semicerchio,  in  modo  che
    l'acqua del fiume, deviata a questo punto per mezzo del canale dal suo
    vecchio alveo,  avvolgesse alle spalle il luogo dov'erano attendate le
    truppe,  e poi,  di  nuovo,  passato  il  campo,  si  gettasse  ancora
    nell'antico letto: sicch,  non appena il fiume si divise in due rami,
    fu possibile passarli a guado ambedue.
    Ci sono  di  quelli  che  dicono  che  l'antico  letto  fu  del  tutto
    prosciugato,  ma questo non posso ammetterlo,  poich, nella marcia di
    ritorno, come avrebbero potuto attraversarlo? (121)

      76.  Quando,  dopo  esser  passato  sull'altra  riva,   giunse  con
    l'esercito  in  quella parte della Cappadocia che si chiama Pteria (la
    Pteria  la zona pi forte di questa regione e si trova, press'a poco,
    di fronte alla citt di Sinope, che e sul Ponto Eussino),  Creso vi si
    accamp, devastando le campagne dei Siri.
    Vi  conquist  la  citt  di  Pteria e ne ridusse schiavi i cittadini,
    quindi occup tutte le localit che erano intorno e port  a  completa
    rovina i Siri,  che pure non avevano alcuna colpa verso di lui. Allora
    Ciro, raccolto il proprio esercito,  e aggregandosi tutte le forze dei
    paesi che attraversava, mosse incontro a Creso.
    Per, prima di dar ordine alle milizie di avanzare, mand degli araldi
    in mezzo agli Ioni, per tentare di staccarli da Creso, ma gli Ioni non
    si lasciarono convincere.  E cos, quando Ciro arriv sul posto e pose
    il campo di fronte a quello di Creso,  proprio l,  nella  regione  di
    Pteria,  i  due  eserciti vennero violentemente alle mani tra loro: si
    accese un'accanita battaglia, con gravi perdite da ambo le parti; poi,
    sopraggiunta la notte,  si separarono,  senza che gli uni o gli  altri
    potessero dire di aver vinto.

     77. Questo fu il risultato della lotta fra le due parti.
    Creso,   poco  contento  dell'efficienza  numerica  delle  sue  truppe
    (infatti,  l'esercito con cui  aveva  combattuto  era  di  gran  lunga
    inferiore   di   numero   a  quello  di  Ciro),   scontento  per  tale
    sproporzione,  visto che il giorno dopo Ciro non  tentava  di  tornare
    all'attacco,  prese  la  via  del  ritorno per Sardi,  avendo in mente
    questo piano: chiamare in aiuto  gli  Egiziani,  secondo  gli  accordi
    giurati (infatti prima ancora che con gli Spartani, egli aveva stretto
    un'alleanza anche con Amasi,  re dell'Egitto), far venire i Babilonesi
    (poich pure con questi aveva fatto alleanza, e, in quel tempo,  re di
    Babilonia era Labineto),  avvertire gli Spartani che si trovassero sul
    posto a una data fissata.  Di  modo  che,  riuniti  questi  alleati  e
    raccolte  le  proprie  truppe,  aveva  intenzione  di  lasciar passare
    l'inverno e, all'inizio della primavera, attaccare i Persiani.
    Con questo progetto,  appena arrivato a Sardi,  mand araldi nei paesi
    alleati a comunicare che si dovevano radunare a Sardi nel quinto mese;
    quanto  all'esercito  che  aveva  con  s  e aveva combattuto contro i
    Persiani,  conged e lasci che si disperdessero tutti i mercenari che
    ne facevano parte, non pensando mai pi che Ciro, dopo aver combattuto
    con esito cos incerto, dovesse marciare contro Sardi.

      78.  Mentre  egli  faceva questi conti,  i sobborghi di Sardi erano
    pieni di serpenti al cui apparire  i  cavalli,  abbandonati  i  soliti
    pascoli, accorrevano a divorarli.
    A questo spettacolo,  Creso pens si trattasse d'un presagio, come era
    davvero in realt e,  senza perdere  tempo,  mand  a  consultare  gli
    indovini di Telmesso (122).
    Arrivati a destinazione,  gli incaricati vennero a sapere da quelli di
    Telmesso che cosa significasse  quel  prodigio  ma  non  fu  possibile
    informarne  Creso,  poich,  prima  che essi tornassero,  via mare,  a
    Sardi, Creso era stato fatto prigioniero.
    Tuttavia gli indovini  di  Telmesso  sentenziarono  che  Creso  doveva
    aspettarsi  che un esercito di lingua diversa attaccasse il suo paese.
    Questo esercito,  al suo arrivo,  avrebbe soggiogato gli abitanti  del
    luogo.  Dicevano,  infatti,  che il serpente  figlio della terra e il
    cavallo  il nemico venuto dall'esterno.
    Questa fu la risposta che mandarono  a  Creso,  gi  prigioniero,  gli
    indovini  di  Telmesso,  quando  ancora  nulla sapevano di ci che era
    avvenuto a Sardi e della sorte di Creso stesso.

     79. Ciro,  non appena Creso s'era messo sulla via del ritorno,  dopo
    la  battaglia  ingaggiata nella regione di Pteria,  avuto sentore che,
    eseguita  la  ritirata,  Creso  intendeva  congedare  le  sue  truppe,
    riflettendo,  trov che gli conveniva avanzare il pi presto possibile
    in direzione di Sardi,  per poterla sorprendere prima che le forze dei
    Lidi si riunissero una seconda volta.
    Presa  questa  decisione,  la  mise  rapidamente  in atto,  tanto che,
    lanciato il suo esercito nel paese di Lidia, port egli stesso a Creso
    l'annuncio della sua venuta.
    Allora Creso si trov in  grave  imbarazzo,  poich  le  cose  s'erano
    svolte  in  modo molto diverso da quanto egli aveva pensato,  tuttavia
    condusse i Lidi in campo.
    In quel tempo,  non c'era in Asia nessun altro popolo  che  fosse  pi
    coraggioso e pi forte di quello dei Lidi: essi combattevano stando in
    groppa ai cavalli, usavano lunghe aste ed erano eccellenti cavalieri.

     80.  Convennero,  quindi,  tutti insieme nella pianura che si stende
    davanti alla citt  di  Sardi  ed    vasta  e  priva  di  vegetazione
    (l'attraversano, per, dei corsi d'acqua, fra gli altri il fiume Illo,
    che  si  gettano  nel  corso  pi  grande,  chiamato  Ermo,  il quale,
    sgorgando da un monte [123] sacro alla madre Dindimene  [124],  sbocca
    nel mare presso la citt di Focea).
    Allorquando  Ciro vide i Lidi schierarsi a battaglia,  temendo la loro
    cavalleria, dietro suggerimento di Arpago, un uomo della Media,  prese
    queste  disposizioni:  fatti adunare tutti i cammelli che seguivano il
    suo esercito per il trasporto dei viveri e dei bagagli, e tolti loro i
    carichi,  li fece montare da uomini vestiti da cavalieri  e  ordin  a
    questi  cos  abbigliati  di  marciare davanti al resto dell'esercito,
    contro la cavalleria di Creso.  Alla schiera dei cammelli fece seguire
    la fanteria e dietro ai fanti dispose tutta la cavalleria.
    Quando  ormai  tutti  avevano  preso il loro posto,  diede ordine che,
    senza  alcun  riguardo,   uccidessero,   dei  Lidi,   chiunque   fosse
    d'ostacolo;  ma non dovevano uccidere Creso, neppure se, mentre veniva
    catturato, si fosse difeso.
    Questi furono gli ordini da lui impartiti.
    Quanto ai cammelli,  li fece schierare  davanti  alla  cavalleria  per
    questa  ragione:  il  cavallo  ha  paura  del  cammello  tanto che non
    sopporta di vederne la figura n  di  sentirne  l'odore.  Proprio  per
    questo, dunque, egli aveva escogitato questo sistema, perch Creso non
    potesse servirsi della cavalleria,  con la quale,  invece,  pensava di
    acquistarsi grande gloria.
    Effettivamente,  quando s'accostarono  per  venire  a  battaglia,  non
    appena  i  cavalli  sentirono  l'odore  dei  cammelli  e  se li videro
    davanti, fecero dietro-front e tutta la speranza di Creso and delusa.
    Tuttavia i Lidi,  anche dopo ci,  non si comportarono  da  vili,  ma,
    accortisi  di  quello  che  accadeva,  balzarono dai cavalli e a piedi
    ingaggiarono battaglia contro i Persiani.
    Infine,  quando molti ormai delle due parti erano caduti,  i  Lidi  si
    volsero  in  fuga  e,  rinchiusi  entro le mura,  furono assediati dai
    Persiani.

     81. Costoro, dunque, s'erano accinti all'assedio; e Creso,  convinto
    che questo dovesse protrarsi a lungo, mand dalla fortezza altri messi
    ai  popoli  alleati: quelli di prima,  infatti,  erano stati inviati a
    portare l'ordine che si raccogliessero a Sardi al quinto mese; questi,
    invece,  li mand con preghiera che corressero in aiuto al pi presto,
    poich Creso era assediato.

      82.  Come  invi  i messaggi nei vari paesi,  cos li mand anche a
    Sparta.
    Proprio in questo periodo (125),  era capitato anche agli Spartani  di
    essere in dissidio con quelli di Argo,  per la regione chiamata Tirea:
    questa,  infatti,  che apparteneva  al  dominio  di  Argo,  era  stata
    staccata dagli Spartani che l'avevano in loro potere.
    D'altra parte,  tutta la regione che si stende ad occidente (126) fino
    a Malea era possesso degli Argivi,  e non solo la parte  continentale,
    ma anche l'isola di Citera e le altre intorno.
    Essendo,  naturalmente,  accorsi gli Argivi a difesa del paese che era
    stato loro tolto,  vennero tosto a  colloquio  e  convennero  che  300
    uomini  per  parte  avrebbero  combattuto:  il  paese sarebbe stato di
    quella citt i cui campioni avessero avuto la meglio;  il grosso delle
    truppe  doveva  ritirarsi  ciascuno  presso  la  propria  parte  e non
    assistere al combattimento: e questo per evitare che, essendo presenti
    gli eserciti,  quella delle due parti che vedesse i propri soldati sul
    punto di cedere, accorresse in loro aiuto.
    Accordatisi  su  questi  punti,  lasciarono libero il campo e campioni
    scelti dei due eserciti, rimasti in mezzo, impegnarono combattimento.
    Costoro sostennero la lotta e si dimostrarono di pari  forza,  finch,
    di 600 uomini,  ne rimasero tre soltanto: da parte argiva,  Alcenore e
    Cromio;  da parte spartana,  Otriade: questi  i  sopravvissuti  quando
    ormai era calata la notte.
    Orbene,  i due Argivi,  ritenendo di aver vinto,  si diedero a correre
    verso Argo; mentre lo spartano Otriade, dopo aver spogliato i cadaveri
    degli Argivi e averne portato le armi nel suo campo,  rimase fermo  al
    suo posto.
    Il  giorno  seguente,  vennero  ambedue  gli  eserciti,  desiderosi di
    notizie: per un certo tempo,  tutte e due  le  parti  pretendevano  di
    cantar  vittoria: gli Argivi,  perch dicevano che erano di pi i loro
    rimasti in vita, gli Spartani, perch facevano notare che quelli erano
    fuggiti,  mentre il loro  campione  era  rimasto  sul  campo  e  aveva
    spogliato i cadaveri dei nemici.
    Alla fine della disputa,  degenerando,  vennero alle armi e,  dopo che
    molti uomini furono caduti da ambo le parti,  ebbero partita vinta gli
    Spartani.
    Da quel momento,  gli Argivi che prima, d'obbligo, portavano le chiome
    lunghe,  si fecero radere il capo  e,  con  disposizione  di  legge  e
    maledizioni,  proibirono  a  tutti  i  cittadini di lasciar crescere i
    capelli,  e alle loro donne di portare ornamenti d'oro,  prima di aver
    riconquistato (127) Tirea.
    Gli  Spartani,  invece,  stabilirono una legge contraria: mentre prima
    d'allora si tagliavano  i  capelli,  da  quel  momento  li  lasciarono
    crescere.
    Raccontano  pure  che  Otriade,  l'unico  sopravvissuto  dei trecento,
    vergognandosi di tornare  a  Sparta,  mentre  i  suoi  compagni  erano
    rimasti uccisi, si diede la morte (128) l, sul luogo stesso, a Tirea.

     83. Era tale la situazione a Sparta, quando giunse da Sardi il messo
    che pregava di soccorrere Creso cinto d'assedio.
    Nonostante  tutto,  appena  udito  il  messaggio,  essi si mossero per
    aiutarlo.  Ma avevano gi fatto i preparativi e le navi erano pronte a
    salpare,  quando  sopraggiunse  l'altra  notizia che la cittadella dei
    Lidi era stata conquistata  e  Creso  aveva  salva  la  vita,  ma  era
    prigioniero.
    E cos essi,  molto addolorati per l'accaduto,  lasciarono cadere ogni
    cosa.

     84.  Ecco in qual modo Sardi fu espugnata: si era al quattordicesimo
    giorno  dell'assedio di Creso quando Ciro,  mandando tra le sue truppe
    dei cavalieri,  promise che avrebbe dato dei  doni  a  chi  per  primo
    avesse scalato le mura.
    In  seguito  a  questa  prospettiva,  tentarono l'impresa i soldati ma
    senza successo; allora, mentre gli altri desistettero, un Mardo (129),
    di nome Ireade,  cerc di salire da quella parte  dell'acropoli,  dove
    non  era stata posta alcuna sentinella;  poich non c'era pericolo che
    per di l potesse  mai  essere  espugnata,  dato  che  in  quel  punto
    l'acropoli  scoscesa e imprendibile.
    Era quello l'unico lato dove nemmeno Meles,  antico re di Sardi, aveva
    fatto passare il leone, che gli era nato dalla sua concubina, quando i
    Telmessi avevano sentenziato che Sardi non sarebbe stata espugnata, se
    si fosse portato il leone (130) tutto intorno alle mura.
    Meles l'aveva fatto condurre intorno al resto  della  cinta,  l  dove
    l'acropoli  si prestava ad essere assalita;  ma trascur questa parte,
    che considerava inaccessibile,  tanto era ripida,  e che  poi  quella
    volta verso il monte Tmolo.
    Ordunque, questo Ireade, della trib dei Mardi, avendo visto il giorno
    prima  uno  dei  Lidi che era disceso da questo lato dell'acropoli per
    raccogliere un elmo rotolato dall'alto e, raccoltolo,  l'aveva portato
    su, not la cosa e ne fece tesoro.
    Egli stesso allora era salito e,  dietro lui,  altri Persiani; sicch,
    avendo fatto la scalata in molti,  Sardi fu espugnata (131) e tutta la
    citt fu in preda al saccheggio.

     85. Per quanto riguarda Creso in persona, ecco cosa avvenne.
    Egli aveva un figlio,  che ho gi precedentemente ricordato,  fornito,
    per il resto, di buone qualit, ma privo della parola.
    Nel tempo della passata fortuna, Creso aveva tentato per lui ogni cura
    e, tra le altre cose escogitate, aveva mandato a interrogare l'oracolo
    di Delfi, proprio per il suo caso.
    La Pizia gli aveva dato questa risposta:
    "O uomo di razza lidia, re di molte genti,  o stoltissimo Creso,  non
    augurarti  di  udire nella reggia il suono tanto desiderato della voce
    viva di tuo figlio.  Molto meglio per te che ci sia  lontano,  poich
    egli parler per la prima volta in un giorno di sventura".
    Infatti,  quando  la  fortezza  fu  espugnata,  un  Persiano,  che non
    conosceva il re,  si accost  a  Creso  per  ucciderlo  e  Creso,  pur
    vedendolo venirgli incontro,  come annientato dalla presente sventura,
    non se ne dava pensiero;  non gli interessava nulla di morire sotto  i
    suoi colpi.  Ma il figlio di cui s' parlato,  quello muto,  come vide
    avanzare il Persiano,  preso da terrore e dolore,  sciolse la  voce  e
    disse:
    Uomo, non uccidere Creso!
    Furono  queste  le  prime  parole  che egli pronunci;  dopo di allora
    conserv l'uso della favella per tutto il tempo della sua vita.

     86.  I Persiani s'impadronirono,  dunque,  di Sardi e  presero  vivo
    Creso  stesso,  che  aveva  regnato quattordici anni e per quattordici
    giorni era stato assediato e che,  secondo la predizione dell'oracolo,
    aveva portato a rovina un grande impero: il suo.
    Arrestatolo,  i Persiani lo condussero a Ciro, il quale, fatto erigere
    un gran rogo; ordin che sopra vi salisse Creso, coperto di catene, e,
    con lui,  quattordici giovinetti lidi,  avendo intenzione,  forse,  di
    offrire queste vittime,  come primizie,  a qualcuno degli di,  oppure
    volendo compiere un voto, o magari, anche, avendo saputo che Creso era
    un uomo pio, proprio per questo l'aveva fatto salire sul rogo, volendo
    sapere se qualcuno degli di l'avrebbe liberato dall'essere arso vivo.
    Questa, almeno dicono,  fu la condotta di Ciro;  e a Creso,  ritto sul
    rogo,   venne  in  mente,  nonostante  si  trovasse  in  cos  tragica
    situazione,  il detto di Solone.  come se fosse stato pronunciato  per
    ispirazione divina: Nessuno di quelli che sono in vita  felice.
    E  quando  questo  pensiero  gli  si  present,  riavutosi e tratto un
    profondo sospiro,  dopo un lungo silenzio,  per tre  volte  ripet  un
    nome: Solone!.
    Ciro,  che  aveva  udito,  ordin  agli interpreti (132) di chiedere a
    Creso chi fosse colui  che  invocava;  ed  essi,  accostatisi,  glielo
    domandarono.  Creso,  per  un certo tempo,  alle domande oppose il suo
    silenzio; ma poi, dato che lo si costringeva, disse: Un tale con cui,
    a qualunque prezzo,  avrei voluto che tutti  i  re  fossero  venuti  a
    colloquio.
    Ma siccome parlava loro in modo incomprensibile, gli chiesero di nuovo
    che si spiegasse.
    Insistendo essi fino a recargli molestia,  fin col raccontare che, un
    giorno, era arrivato da lui Solone di Atene e,  dopo aver osservato la
    sua  ricchezza,  l'aveva  considerata cosa da nulla,  facendo questo e
    quel ragionamento,  e che tutto gli era  accaduto  come  quello  aveva
    detto, rivolgendosi non tanto a lui in particolare, quanto a tutti gli
    uomini  e,  in  modo speciale,  a quelli che in cuor loro si ritengono
    felici.
    Mentre Creso dava queste spiegazioni, dicono,  il rogo,  cui era stato
    appiccato  il fuoco,  torno torno cominciava a bruciare.  Intanto Ciro
    che aveva udito dagli  interpreti  quello  che  Creso  diceva,  cambi
    parere;  e,  avendo riflettuto che anch'egli era uomo e stava per dare
    alle fiamme,  ancor vivo,  un altro uomo,  la cui prosperit era stata
    non inferiore alla sua, temendo inoltre la punizione divina e pensando
    che non v'era nulla di sicuro nelle umane vicende, diede ordine che si
    spegnesse  al pi presto il fuoco che divampava e Creso con quelli che
    erano con lui fosse fatto scendere dal rogo.
    Ma quelli che tentavano di soffocarlo non riuscivano pi ormai ad aver
    ragione del fuoco.

     87. Allora Creso,  raccontano i Lidi,  informato del ravvedimento di
    Ciro,  siccome vedeva che tutti intorno cercavano di spegnere il fuoco
    ma non erano capaci di arrestarlo,  a grandi grida si diede a invocare
    Apollo,  scongiurandolo  che,  se  qualcuna  delle sue offerte gli era
    riuscita gradita,  gli stesse accanto e lo  liberasse  dalla  presente
    sventura.
    Mentre  egli,  in lacrime,  invocava il dio,  d'improvviso,  mentre il
    cielo era sereno e i venti erano calmi,  essendosi addensate le  nubi,
    scoppi  un  temporale:  l'acqua prese a scrosciare violentissima e il
    rogo fu spento.
    In tal modo avendo Ciro constatato che Creso era caro agli di e  uomo
    virtuoso,  lo fece scendere dalla pira e,  dicono,  gli rivolse questa
    domanda: O Creso,  quale uomo ti indusse a marciare in armi contro il
    mio paese e a scendere in campo a me nemico, anzich amico?.
    Quello rispose: O re,  io ho fatto ci per la tua buona fortuna e per
    il mio cattivo destino: causa di tutto questo  fu  il  dio  dei  Greci
    (133), che mi incit a muoverti guerra.
    Nessuno,  infatti,    cos  stolto da preferire la guerra alla pace,
    poich in tempo di pace sono i figli  che  portano  alla  sepoltura  i
    padri,  mentre  in  tempo  di  guerra sono i padri che seppelliscono i
    figli.
    Ma agli di, si vede, era caro che queste cose si svolgessero cos.

     88. In tal modo egli parlava; Ciro, liberatolo dalle catene, lo fece
    sedere vicino a s,  trattandolo veramente con grande riguardo;  e  lo
    guardavano ammirati tanto lui quanto quelli che gli erano intorno.
    Immerso  nei  suoi  pensieri,  Creso se ne stava in silenzio;  ma poi,
    fattosi attento e visti i Persiani saccheggiare  la  citt  dei  Lidi,
    domand:
    O re,  nella mia presente situazione,  posso io dire francamente a te
    quello che penso, o devo starmene zitto?
    Ciro lo esort a dire, senza timore,  tutto quello che voleva;  sicch
    l'altro gli domand:
    Che cosa fa mai tutta codesta folla con tanto ardore?
    Rispose Ciro:
    Saccheggia la tua citt e disperde i tuoi tesori.
    E Creso, di rimando:
    Ma  non    la  mia  citt,  non  sono i miei tesori che questa gente
    saccheggia;  poich io non ho pi nulla da fare con codeste cose: essi
    rubano e portano via ci che  tuo.

     89. A Ciro queste parole fecero impressione, sicch, allontanati gli
    altri,  domand a Creso che cosa di male per lui vedesse in ci che si
    faceva.
    Quello disse:
    Poich gli di mi hanno dato a te come schiavo, io ritengo giusto, se
    vedo qualche cosa pi di te, di fartene avvisato.
    I Persiani, temerari per natura, sono poveri. Orbene,  se tu permetti
    loro di darsi alla rapina e di appropriarsi grandi ricchezze, ecco che
    cosa  ti devi aspettare da parte loro: colui che se ne prender pi di
    tutti gli altri, abbilo gi per ribelle.
    Ordunque, fa' cos come ti dico,  se non ti dispiace: colloca a tutte
    le  porte  della  citt delle guardie a far da sentinella,  e dicano a
    quelli che portano fuori il bottino,  mentre  glielo  tolgono,  che  
    assolutamente necessario consacrarne a Zeus la decima parte.
    Cos tu non ti renderai odioso, togliendo loro con la forza i beni ed
    essi,  riconoscendo che tu agisci secondo giustizia,  di buon grado vi
    rinunceranno.

      90.  All'udir  queste  parole  Ciro  rimase  incantato,  poich  il
    suggerimento  gli sembrava opportuno;  dopo averlo molto lodato e dopo
    aver dato alle guardie l'ordine di  eseguire  per  filo  e  per  segno
    quello che egli aveva consigliato, rivolto a Creso, gli disse:
    O Creso,  poich ti vedo sempre pronto,  da uomo veramente regale, ad
    agire e a parlare con saggezza,  chiedimi in dono quello che tu  vuoi,
    qui all'istante.
    E quello disse:
    O signore,  tu mi farai il pi gran piacere del mondo, se permetterai
    che io mandi queste catene al dio dei Greci,  che pi di tutti gli di
    ho  onorato,  e  gli  faccia  chiedere  se  egli  ha  per abitudine di
    ingannare quelli che si comportano bene verso di lui.
    Ciro gli chiese allora che cosa avesse da rimproverare al dio per fare
    questa preghiera.
    E Creso rifece per lui tutta la storia dei suoi pensieri,  narrandogli
    le  risposte  degli oracoli,  soprattutto parlando delle sue offerte e
    come avesse intrapresa la spedizione contro i Persiani per incitamento
    dell'oracolo.
    Cos dicendo,  fin di  nuovo  col  pregare  che  gli  permettesse  di
    rivolgere al dio questi rimproveri.
    E Ciro, ridendo, gli disse:
    Non solo questo tu otterrai da me,  o Creso,  ma qualunque altra cosa
    di cui, in ogni circostanza, tu abbia bisogno.
    Udito ci,  Creso invi dei messi a Delfi e ordin loro di  posare  le
    catene  sulla  soglia  del tempio e chiedere se non si vergognava,  il
    dio,  di aver incitato con i suoi responsi Creso a marciare  contro  i
    Persiani  con la promessa che avrebbe abbattuto l'impero di Ciro,  dal
    quale (dovevano dire mostrando le catene) quelle erano le primizie che
    aveva riportato: questo dovevano essi domandare e, oltre a ci, se era
    costume degli di di Grecia dimostrarsi ingrati.

     91.  Giunti che furono i Lidi a Delfi ed esposto  quanto  era  stato
    loro ordinato, si dice che la Pizia abbia cos risposto:
    "E'  impossibile  sfuggire al destino gi fissato,  anche per un dio.
    Creso ha scontato la colpa del suo quarto ascendente,  il quale (134),
    semplice  guardia  del corpo degli Eraclidi,  dando retta alla malizia
    d'una donna,  uccise il suo signore e si impadron del potere di  lui,
    sul quale non aveva alcun diritto.
    Nonostante  Lossia (145) si sia adoperato per far s che la rovina di
    Sardi avvenisse sotto i figli di Creso e non durante la vita  di  lui,
    non gli fu possibile piegare le Parche.
    Tutto  quello  che esse gli hanno concesso,  egli ha compiuto e ne ha
    fatto grazioso dono a Creso: poich per ben  tre  anni    riuscito  a
    protrarre  la caduta di Sardi;  e sappia,  appunto,  Creso che  stato
    fatto prigioniero in ritardo di questi tre anni sul tempo fissato  dal
    destino.
    In  secondo  luogo,  gli  venuto in soccorso quando stava per essere
    arso vivo.
    Riguardo, poi, all'oracolo che gli era stato riferito, non ha ragione
    Creso di muovere rimproveri. Lossia, infatti,  gli aveva predetto che,
    se  avesse  fatto  guerra  ai  Persiani,  avrebbe  distrutto un grande
    impero,  ma egli,  di fronte a questa  risposta,  avrebbe  dovuto,  se
    voleva  prendere una decisione saggia,  mandare di nuovo a chiedere se
    l'oracolo parlava del suo impero o di quello di Ciro.
    Se non aveva  compreso  la  parola  del  dio  e  non  l'ha  di  nuovo
    interrogato, attribuisca la colpa a se stesso.
    Nemmeno  quello  che  Lossia gli ha detto riguardo al mulo,  quando 
    stato consultato per l'ultima volta, neppure questo egli ha capito.
    Infatti, quel mulo era Ciro, in quanto nato da genitori di condizione
    diversa, pi nobile la madre, pi modesto il padre. La madre, infatti,
    era della Media e figlia di Astiage,  re dei Medi;  il padre,  invece,
    era persiano,  soggetto ai Medi e,  bench in tutto ad essa inferiore,
    aveva sposato la sua sovrana".
    Questa la risposta che la Pizia diede ai Lidi e che essi riportarono a
    Sardi e comunicarono a Creso: quand'egli l'ebbe udita,  riconobbe  che
    la colpa era sua e non del dio.

     92. Ecco come andarono le cose riguardo al regno di Creso e al primo
    assoggettamento della Ionia.
    Di  Creso  vi sono anche molte altre offerte in Grecia (136),  oltre a
    quelle di cui s' parlato: ad esempio,  in Tebe di Beozia  il  tripode
    d'oro,  che  dedic  ad Apollo Ismenio;  in Efeso le vacche d'oro e la
    maggior parte delle colonne; in Delfi un grande scudo d'oro nel tempio
    di Atena (137) Pronea.
    Queste offerte esistevano ancora ai  tempi  miei,  altre  sono  andate
    distrutte.
    A  quanto  ho  sentito  dire,  gli  "ex-voto"  di Creso nel tempio dei
    Branchidi, presso Mileto,  erano pari di peso e uguali a quelli che si
    trovavano in Delfi.
    Le  offerte  che  egli  consacr  a  Delfi  e  nel  tempio di Anfiarao
    provenivano dalle sostanze ereditate dal padre, ma le altre derivarono
    dalla fortuna d'un nemico, che, prima che Creso salisse al potere, gli
    si era posto contro, congiurando insieme con Pantaleone, perch questi
    diventasse re di Lidia.
    Pantaleone era figlio di Aliatte e fratello di Creso ma non per  parte
    di madre: Creso,  infatti,  era nato ad Aliatte da una donna di Caria;
    Pantaleone, invece, da una della Ionia.
    Quando, avendogliene fatto dono il padre (138),  Creso ebbe in mano lo
    scettro,  tratto  sullo  "scardasso"  (139)  quell'uomo  che  era  suo
    oppositore,  lo fece morire;  e la fortuna di lui gi votata agli di,
    in precedenza,  la consacr allora,  nel modo che s' detto, ai templi
    pi sopra ricordati.
    E per le offerte votive basti quanto s' detto.

     93.  Il paese di Lidia non ha  molte  cose  meravigliose,  degne  di
    essere descritte, come qualche altro paese, se non si conta la polvere
    d'oro che viene trasportata gi dal monte Tmolo (140).
    Offre  tuttavia  una  costruzione sola che,  per mole,  supera di gran
    lunga tutte le altre,  se si eccettuano le opere degli Egiziani e  dei
    Babilonesi:  vi  si  trova  il monumento funebre di Aliatte,  padre di
    Creso; il cui basamento  costituito di enormi pietre, mentre il resto
     di  terra  ammonticchiata:  lo  fecero  costruire  a  loro  spese  i
    mercanti, gli artigiani e le fanciulle dedite alla prostituzione.
    Ancora ai miei tempi,  in alto,  sulla cima del tumulo, c'erano cinque
    stele,  sulle quali erano incise delle iscrizioni indicanti il  lavoro
    che  ciascuno  dei  tre  gruppi  aveva  fatto eseguire e dal confronto
    risultava che la parte dovuta alle cortigiane era la pi importante.
    Si deve dire,  infatti,  che nel popolo di Lidia  tutte  le  fanciulle
    esercitano  la  prostituzione  e si costituiscono in tal modo la dote,
    praticandola finch non si siano accasate: e sono esse stesse  che  si
    procurano marito.
    La circonferenza del monumento misura sei stadi e due pletri (141), la
    sua  larghezza  di tredici pletri (142): accanto ad esso si stende un
    vasto lago, che i Lidi assicurano perenne, e si chiama Gigeo.
    Questo  tutto.

     94.  I Lidi hanno usi e costumi press'a poco  uguali  a  quelli  dei
    Greci, tranne che essi avviano alla prostituzione le figlie.
    Furono essi i primi degli uomini, che noi conosciamo, a coniare monete
    d'oro e d'argento e a farne uso, i primi a vendere merci al minuto.
    Secondo i Lidi stessi,  anche i giochi, che ora si praticano presso di
    loro e presso i Greci,  sarebbero stati da loro inventati: dicono  che
    questi  giochi  li  scoprirono nel medesimo tempo che colonizzarono la
    Tirrenia; ed ecco come raccontano la cosa.
    Al tempo di Atis,  figlio di Mane,  una tremenda carestia  si  sarebbe
    abbattuta  su  tutta  la  Lidia:  per  un  certo  tempo i Lidi avevano
    resistito a condurre la solita vita;  ma poi,  siccome  la  crisi  non
    accennava  a  finire,  s'erano  dati  a cercare dei rimedi e chi aveva
    escogitata una cosa, chi un'altra.
    Cos sarebbero stati allora scoperti i dadi,  gli astragali (143),  la
    palla e tutte le altre specie di giochi, tranne gli scacchi, dei quali
    i Lidi non rivendicano a s l'invenzione.
    Ed  ecco  come  si valevano di quello che avevano inventato contro gli
    stimoli della fame: per un'intera giornata,  si davano al  gioco,  per
    non essere indotti a cercare il cibo; il giorno dopo, interrompevano i
    giochi  e mangiavano.  In tal modo sarebbero vissuti per diciott'anni.
    Ma poi, siccome il malanno, invece di attenuarsi, si andava aggravando
    sempre pi,  il loro re,  divisi tutti  i  Lidi  in  due  parti,  fece
    estrarre a sorte quale dovesse rimanere e quale, invece, andarsene via
    dal paese.
    A  capo  della  schiera destinata a rimanere sul luogo,  il re avrebbe
    posto se stesso;  a capo di quella  che  doveva  esulare,  il  proprio
    figlio, che si chiamava Tirreno.
    Questi ultimi,  dunque,  destinati ad abbandonare il paese,  sarebbero
    scesi a Smirne e avrebbero costruito  una  flotta.  Caricate,  quindi,
    sulle navi tutte le suppellettili di valore che avevano, erano salpati
    alla ricerca di mezzi per vivere e d'un paese da abitare; finch, dopo
    aver  oltrepassato  parecchi  popoli,  sarebbero giunti fra gli Umbri,
    dove fondarono citt che abitano ancora oggi.
    Cambiarono, per, il loro nome di Lidi,  con quello del figlio del re,
    che  li  aveva condotti;  sicch,  prendendo da lui la denominazione e
    facendola propria, si chiamarono Tirreni (144).
    I Lidi rimasti in patria furono poi resi schiavi dai Persiani (145).

     95.  Il seguito della mia narrazione esige che si ricerchi  chi  mai
    era  quel Ciro che abbatt il regno di Creso e in qual modo i Persiani
    giunsero al dominio dell'Asia.  Ci  appunto  io  esporr  secondo  il
    racconto di alcuni Persiani,  che non intendono magnificare le imprese
    di Ciro,  ma dire la schietta verit,  pur sapendo io che,  riguardo a
    Ciro, circolano ben altre tre versioni.
    Quando  gli Assiri gi da 520 anni (146) tenevano il dominio dell'Asia
    superiore, i Medi per primi cominciarono a scuotere il giogo;  e nella
    lotta per la libert contro gli Assiri dovettero certamente dimostrare
    del coraggio, perch, spezzate le catene, si resero indipendenti.
    In seguito,  anche altre popolazioni (147) fecero quanto avevano fatto
    i Medi.

     96.  Mentre tutti sul  continente  godevano  di  autonomia,  i  Medi
    vennero di nuovo sotto il dominio di uno solo (148), e fu cos.
    C'era  tra  loro  un uomo accorto,  che si chiamava Deioce,  figlio di
    Fraorte: costui,  preso dalla brama di dominio si comportava in questa
    maniera.
    I  Medi abitavano sparsi in villaggi ed egli,  che gi prima godeva di
    buon nome nel  suo,  con  maggior  slancio  ancora  e  pi  seriamente
    praticava  la  giustizia,  e questo proprio quando il disprezzo per la
    legge era grande per tutto  il  paese  dei  Medi  e  pur  sapendo  che
    l'ingiusto  nemico del giusto. Gli abitanti del suo stesso villaggio,
    vedendo  come egli si comportava,  lo sceglievano a giudice delle loro
    controversie ed egli, che aveva di mira il potere, si dimostrava retto
    e rispettoso del giusto.
    Cos facendo, si procurava grande lode dai suoi compaesani,  tanto che
    anche  quelli  degli  altri  villaggi  vennero a sapere che Deioce era
    l'unico uomo che giudicasse  secondo  rettitudine.  Allora  essi,  che
    prima  erano  avvezzi  a  ingiuste  sentenze,  udito  ci,  volentieri
    ricorrevano a Deioce,  per sottoporgli  le  proprie  cause;  infine  a
    nessun altro concedevano la loro fiducia.

     97. Intanto l'affluenza si faceva sempre pi grande, poich sapevano
    che  le  questioni  avevano una conclusione secondo giustizia,  quando
    Deioce, resosi conto che tutto ormai veniva deferito a lui,  non volle
    pi  sedere  dove  prima  sedeva  per  rendere  giustizia e rifiut di
    continuare la  sua  funzione  di  giudice,  poich,  diceva,  non  era
    conveniente per lui trascurare in pieno i propri interessi e attendere
    per tutto il giorno alle cause degli altri.
    E siccome, in seguito a ci, le rapine e i disordini si moltiplicarono
    per  i  villaggi,  pi  ancora  di  prima,  i Medi si radunarono in un
    medesimo luogo e discussero fra di loro,  esprimendosi  cos  riguardo
    alla  situazione  (secondo me,  furono soprattutto i fautori di Deioce
    che parlarono in tal modo):
    Poich non  possiamo  abitare  il  paese  nelle  condizioni  attuali,
    suvvia,  facciamo  re  uno  di  noi:  cos  il  paese sar saggiamente
    governato e noi ci potremo dedicare  ai  nostri  affari  senza  essere
    vessati dai fuori-legge.
    Cos press'a poco dicendo, si persuasero a darsi un re.

     98.  Subito, posta la questione chi dovessero eleggere come sovrano,
    tutti con insistenza proposero Deioce e  ne  fecero  l'elogio,  finch
    stabilirono con approvazione che egli regnasse su di loro.
    Deioce   allora   pretese   che  gli  costruissero  una  dimora  degna
    dell'autorit regale e ne rafforzassero il prestigio con  una  guardia
    del corpo.
    I  Medi  fecero  ci  che  egli  domandava:  costruirono  per  lui una
    residenza vasta e fortificata, nel posto della regione da lui indicato
    e gli concessero che scegliesse le guardie del corpo fra tutti i Medi.
    Egli,  quando ebbe in mano il potere,  costrinse i Medi  a  costruirsi
    un'unica citt, a cui rivolgere le loro cure, non preoccupandosi delle
    altre localit.
    Siccome  anche  a  questo  i  Medi acconsentirono,  fece costruire una
    fortezza grande e potente,  quella che ora  chiamata Ecbatana  (149),
    con delle cinte di mura che erano concentriche.
    La  costruzione    stata  condotta  in  modo che ogni cerchia di mura
    superi la vicina solo con i bastioni.
    In certo qual modo la posizione naturale,  trattandosi di una collina,
    concorre  a  raggiungere  questo  risultato,  ma pi ancora vi cooper
    l'arte.  Sette sono in tutto  le  corone  di  mura:  nell'ultima  sono
    racchiusi la reggia e i tesori.  La pi vasta , press'a poco, come il
    circuito di Atene (150) in estensione.  I bastioni della  prima  cinta
    sono bianchi, quelli della seconda neri, quelli della terza, purpurei,
    della quarta,  azzurri, della quinta, rosso arancione: con tali colori
    sono stati dipinti i bastioni di cinque corone di mura;  le ultime due
    hanno i baluardi argentati l'una, dorati l'altra.

     99.  Queste costruzioni Deioce le fece per sua difesa e intorno alla
    propria dimora;  al resto del popolo ordin  di  abitare  fuori  delle
    mura.
    Quando tutti i lavori furono compiuti, Deioce per primo stabil queste
    norme di procedura: nessuno doveva presentarsi al cospetto del re; per
    ogni cosa ci si doveva servire di intermediari; nessuno doveva vederlo
    e,  oltre  a  ci,  era  anche per tutti sconveniente ridere e sputare
    davanti a lui.
    Questo cerimoniale nei suoi riguardi lo adottava affinch, continuando
    a vederlo i suoi coetanei, che erano cresciuti con lui e non gli erano
    inferiori  di  nascita,  n  di  lui  meno  valenti,  non  avessero  a
    crucciarsi  e  gli congiurassero contro,  ma piuttosto,  non vedendolo
    mai, lo potessero ritenere di un'altra natura.

     100.  Quand'ebbe stabilite queste norme di etichetta e rafforzata la
    propria  autorit  con l'esercizio del potere,  si dimostr severo nel
    tutelare la giustizia.
    Gli presentavano per iscritto, nell'interno del suo palazzo, i termini
    della questione: egli giudicava  le  cause  che  gli  sottoponevano  e
    mandava fuori le sue decisioni.
    Cos  egli  regolava  le  controversie  di diritto ed ecco quali altre
    misure aveva adottato: se veniva a sapere che qualcuno  commetteva  un
    delitto,  dopo  averlo  fatto  chiamare,  gli  infliggeva  un  castigo
    proporzionato  alla  colpa  e  per  tutto  il  paese  su   cui   aveva
    giurisdizione  c'erano degli osservatori e degli ascoltatori (151) che
    gli riferivano ogni cosa.

     101.  Il popolo dei Medi fu il solo che Deioce riusc a unificare  e
    sottomettere  al  suo  dominio.  Ma  parecchie  sono le trib che esso
    comprende: Busi, Paretaceni, Strucati, Arizanti, Budi, Magi.
    Queste sono le trib dei Medi.

     102.  Deioce aveva un figlio,  Fraorte,  il quale,  morto che fu  il
    padre  dopo  53  anni  (152)  di regno,  eredit il potere (153).  Ma,
    avutolo in mano,  non si tenne pago di dominare soltanto  sui  Medi  e
    fece  una spedizione contro i Persiani,  i primi che egli assal e che
    assoggett ai Medi.
    In seguito, avendo a disposizione questi due popoli,  ambedue potenti,
    si  diede  a  sottomettere  l'Asia,  passando  da un popolo all'altro,
    finch venne ad  attaccare  gli  Assiri,  e  precisamente  quelli  che
    abitavano Ninive.
    Prima, questi erano i padroni di tutti; ma in quel tempo erano rimasti
    isolati,  poich  i  loro alleati avevano defezionato;  tuttavia anche
    cos, da soli, erano un popolo fiorente;  venuto,  dunque,  alle prese
    con costoro,  Fraorte stesso rimase ucciso,  dopo 22 anni di regno.  E
    con lui fu distrutta la maggior parte dei suoi soldati.

     103. Morto Fraorte, gli successe Ciassare (154), figlio di Fraorte e
    nipote di Deioce;  costui,  si dice,  fu molto pi valoroso  dei  suoi
    predecessori.
    Fu il primo che divise in corpi regolari le truppe che c'erano in Asia
    e per primo dispose che fossero tra loro distinti quelli che portavano
    lance,  quelli che portavano archi e i cavalieri: prima di lui, tutto,
    senza distinzione, era confusamente mescolato.
    Era costui che si trovava in una  spedizione  contro  i  Lidi  quando,
    mentre  essi combattevano,  il giorno divenne notte e fu lui che riun
    intorno a s tutta l'Asia al di l del fiume Alis.
    Raccolti,  quindi,  tutti i suoi soggetti,  fece una spedizione contro
    Ninive,  con  l'intenzione di vendicare suo padre e distruggere quella
    citt.
    Venuto alle mani con gli Assiri,  li aveva vinti e  cingeva  d'assedio
    Ninive,  quando  sopraggiunse un grande esercito di Sciti condotti dal
    loro re, Madies,  figlio di Prototio.  Questi Sciti erano penetrati in
    Asia  dopo  aver scacciato dall'Europa i Cimmeri e,  inseguendo questi
    nella loro ritirata, erano in tal modo giunti al paese dei Medi.

     104.  Dalla palude Meotide (155) fino al fiume  Fasi  (156)  e  alla
    Colchide  ci  sono  30 giorni di marcia per un camminatore spedito;  e
    dalla Colchide non c' molto per passare  nella  Media:  c'  un  solo
    popolo  di mezzo,  i Saspiri (157);  attraversato il loro paese,  si 
    nella Media.  Per gli Sciti non fecero irruzione da quella parte,  ma
    prendendo,  invece,  la via a nord,  che  molto pi lunga, e avendo a
    mano destra il Caucaso.  Allora i Medi si scontrarono con gli Sciti e,
    vinti  sul  campo,  perdettero  il  loro  dominio,  mentre  gli  Sciti
    occuparono l'Asia intera.

     105. Di l, poi, essi mossero verso l'Egitto.
    Quando furono nella Siria Palestina (158),  il re d'Egitto  Psammetico
    (159), fattosi loro incontro, con doni e con preghiere li dissuase dal
    procedere  pi  oltre;  e quando,  nella loro ritirata,  giunsero alla
    citt siriaca di Ascalona (160),  mentre il grosso degli  Sciti  pass
    oltre  senza  recare alcun danno,  alcuni,  invece,  rimasti indietro,
    depredarono il tempio di Afrodite Urania.
    Questo santuario,  per quanto le mie  informazioni  mi  permettono  di
    assodare,    il  pi  antico di tutti i templi dedicati a questa dea,
    poich quello di Cipro (161) ha avuto origine di qui, come riconoscono
    gli abitanti stessi,  e quello di Citera fu fondato dai Fenici  venuti
    appunto da questa parte della Siria.
    Ordunque,  contro  quegli  Sciti  che  depredarono  il  suo  tempio in
    Ascalona  e  contro  tutti  i  loro  discendenti,  di  generazione  in
    generazione,  la  dea  scagli la malattia muliebre (162): di modo che
    s'accordano sia la spiegazione che,  in questo senso,  danno gli Sciti
    della loro malattia, sia la constatazione visiva che pu fare chiunque
    arriva  in  Scizia  sullo stato in cui si trovano coloro che gli Sciti
    chiamano "Enarei" (163).

      106.  Per  28  anni  (164)  dominarono  sull'Asia  gli  Sciti,  poi
    rovinarono ogni cosa a causa della loro prepotenza e trascuratezza.
    Da  una  parte,  infatti,  esigevano  da ciascun popolo il tributo che
    imponevano, dall'altra,  oltre al tributo,  durante le loro scorrerie,
    saccheggiavano i beni che ciascuno possedeva.
    Ciassare e i Medi ne uccisero la maggior parte, dopo averli invitati e
    fatti  ubriacare.  In  tal  modo  i  Medi  ripresero l'antica potenza,
    estesero il loro dominio su quei  popoli  che  gi  prima  dominavano,
    conquistarono  Ninive  (in  che  modo la conquistarono,  lo narrer in
    altro racconto) (165), e sottomisero gli Assiri, eccetto la regione di
    Babilonia (166).
    Poi Ciassare venne a morte,  dopo aver regnato 40 anni,  compresi  gli
    anni in cui dominarono gli Sciti.

     107. Eredit il regno il figlio di Ciassare, Astiage, il quale aveva
    una figlia che si chiamava Mandane.
    Ad  Astiage parve in sogno che la figlia orinasse con tanta abbondanza
    da riempire la sua citt e inondare anche tutta l'Asia.
    Avendo esposto la visione ai  Magi  che  interpretavano  i  sogni,  si
    spavent quando ebbe udito il significato preciso.
    In  seguito,  questa Mandane,  che era ormai in et da marito,  non la
    diede in sposa a nessuno dei Medi che fosse degno di  lui,  per  paura
    del sogno. La diede, invece, a un Persiano di nome Cambise, che sapeva
    di buona famiglia (167), di carattere mite e che giudicava molto al di
    sotto di un Medo di comune condizione.

     108. Nel primo anno di matrimonio di Cambise e Mandane, Astiage ebbe
    un  altro  sogno: gli pareva che dai genitali di sua figlia fosse nata
    una vite e che questa vite coprisse tutta l'Asia.
    Dopo aver sottoposto quanto aveva veduto agli  interpreti  dei  sogni,
    fece venire dalla Persia la figlia che era prossima al parto; e quando
    fu  arrivata  la tenne sotto custodia,  volendo uccidere il nascituro:
    poich dalla visione avuta i Magi,  interpreti dei sogni,  predicevano
    che il figlio di sua figlia doveva regnare in vece sua.
    Dunque,  Astiage  che  stava  in guardia,  quando nacque Ciro,  chiam
    Arpago, un suo parente, il pi fedele dei Medi e confidente di tutti i
    suoi affari e gli parl cos: O Arpago,  non  prendere  alla  leggera
    l'incarico  che  sto  per  affidarti;  non  ingannarmi  e,  preferendo
    favorire altri, non procurare in seguito sventura a te stesso.  Prendi
    il  figlio  che  Mandane  ha generato,  portalo a casa tua e uccidilo;
    seppelliscilo, poi, nel modo che tu vorrai.
    E quello rispose: O re,  fino ad ora nulla tu hai veduto in me che ti
    potesse  dispiacere  e  mi  guardo  bene  dal  commettere,  anche  per
    l'avvenire, qualche colpa nei tuoi riguardi. Se,  perci,  a te  caro
    che ora si faccia cos,   necessario che, per quanto sta in me, io ti
    ubbidisca con sollecitudine.

     109.  Data questa risposta,  Arpago,  quando gli  fu  consegnato  il
    bambino  avvolto  gi nei panni funebri,  se ne torn piangendo a casa
    sua e,  rientrato,  raccont alla moglie tutto il colloquio avuto  con
    Astiage.
    Essa gli chiese: E ora, che hai intenzione di fare? ed egli rispose:
    Non  certo  quello  che Astiage ha comandato.  Neanche se delirasse e
    infuriasse pi che non faccia ora,  io mi assocer alle sue decisioni,
    n sar suo strumento per un simile assassinio.
    Per  molte  ragioni  io  non  dar  la morte al bambino: anche perch
    appartiene alla mia famiglia e poi Astiage  vecchio e  non  ha  figli
    maschi:  se,  morto lui,  il potere dovr passare nelle mani di questa
    figlia, di cui ora vuole uccidere, per mezzo mio, il figlio, che altro
    mi posso aspettare per l'avvenire se non il pi tremendo dei pericoli?
    Per mia sicurezza questo fanciullo deve  perire,  ma  l'uccisore  deve
    essere qualcuno della cerchia di Astiage, non gi dei miei familiari.

      110.  Cos  disse  e  subito  mand  un avviso a uno dei pastori di
    Astiage, di nome Mitradate,  che,  a quanto egli sapeva,  pascolava il
    gregge  in  luoghi  molto  propizi al suo scopo e tra monti quanto mai
    infestati da fiere.
    Conviveva costui con una compagna di schiavit e questa donna, con cui
    viveva,  nella  lingua  dei  Medi  aveva  nome  Spaco,  che  in  greco
    corrisponde  a  "Cino",  poich  la  cagna  i Medi la chiamano "spaco"
    (168).
    Le pendici dei monti dove questo mandriano  faceva  pascolare  i  suoi
    buoi sono a nord di Ecbatana, in direzione del Ponto Eussino.
    Da questa parte, infatti, verso i Saspiri, la Media  molto montuosa e
    coperta di selve, mentre per il resto la regione  tutta piana.
    Quando,  dunque,  il  mandriano,  chiamato,  si  present  con  grande
    sollecitudine,  Arpago gli disse cos: Astiage ti ordina di  prendere
    questo bambino e di esporlo sul pi deserto dei monti,  affinch muoia
    quanto prima.  E mi ha comandato anche di  dirti  che  se  tu  non  lo
    esporrai a morte,  ma in qualche modo lo salverai,  ti far morire con
    la peggiore delle morti.
    Io ho l'incarico di constatare se il bimbo  stato esposto.

     111.  Ricevuti questi ordini,  il mandriano prese con s il bambino,
    rifece di nuovo la stessa strada e ritorn alla fattoria.
    Frattanto  la sua donna che,  vicina al parto,  attendeva di giorno in
    giorno l'evento, per la volont di un dio,  io credo,  aveva partorito
    proprio quando il mandriano s'era recato m citt.
    Ambedue  erano  piuttosto  preoccupati l'uno per l'altro: lui pieno di
    paura perch la moglie doveva  partorire;  lei,  perch  Arpago  aveva
    fatto chiamare il marito, avvenimento certo insolito.
    Allorch il mandriano,  ritornato,  le comparve davanti, la donna, che
    lo vide quando ormai non lo sperava pi,  fu  la  prima  a  chiedergli
    perch  Arpago  l'avesse  fatto  chiamare con tanta premura.  E quello
    disse: Moglie mia,  arrivato in citt,  ho visto  e  udito  cose  che
    vorrei non aver mai visto e che mai fossero accadute ai nostri giorni.
    Tutta  la  casa  di  Arpago  risonava  di  lamenti e io v'entrai tutto
    turbato.  Ma appena dentro,  ecco che vedo un bambino posato a  terra,
    che  si dibatteva e strillava,  tutto adorno d'oro e di panni di vario
    colore. Arpago appena mi scorse, mi comand di prendere immediatamente
    il bambino,  di andarmene via portandolo con me e di esporlo  sul  pi
    selvaggio  dei  monti,  dicendo  che  era  Astiage  che  mi  impartiva
    quest'ordine e minacciandomi ogni malanno se non avessi  fatto  quanto
    egli  diceva.  E io,  presolo su,  me ne andavo con lui,  convinto che
    fosse di qualcuno dei servi, poich non avrei mai potuto sospettare di
    chi fosse figlio.  Ma ero stupito di vederlo cos adorno d  oro  e  di
    belle  vesti,  tanto pi che erano palesi i segni di dolore in casa di
    Arpago.  E ben presto,  lungo il cammino,  venni  a  sapere  tutta  la
    faccenda da un servo che mi accompagnava fuori della citt e mi affid
    il bambino: che,  cio, egli era figlio di Mandane, figlia di Astiage,
    e di Cambise, figlio di Ciro, e che Astiage comandava di ucciderlo.
    E ora, eccolo qui.

     112.  Cos dicendo  il  mandriano,  scopriva  il  bambino  e  glielo
    mostrava;  e  la  donna come lo vide cos paffuto e bello,  scoppi in
    lacrime e,  abbracciando le ginocchia del  marito,  lo  preg  di  non
    esporlo in alcun modo.
    Ma quello protestava che non era possibile fare altrimenti;  sarebbero
    venute  delle  spie  da  parte  di  Arpago  a  fare  un  sopraluogo  e
    l'avrebbero fatto morire nel peggiore dei modi, se non avesse eseguito
    gli ordini ricevuti.
    Visto che non riusciva a convincere il marito, in un secondo tentativo
    la  donna gli parla cos: Poich non ho la forza di persuaderti a non
    esporre il bambino, fa' almeno cos: se  assolutamente necessario che
    si veda un bambino esposto, poich anch'io ho partorito e ho partorito
    un bimbo morto, porta via quello ed esponilo e noi alleviamo il nipote
    di Astiage come se fosse figlio nostro.
    In tal modo,  tu non sarai colto in colpa verso i tuoi signori e  noi
    avremo  preso una decisione assennata,  poich il bimbo morto avr una
    sepoltura regale e quello che vive non perder la sua vita.

     113. Il bifolco ritenne che, data la situazione,  la moglie parlasse
    molto  a  proposito  e  tosto fece come essa proponeva: il bambino che
    portava con s,  per farlo  morire,  lo  affid  alla  moglie;  prese,
    invece,  il proprio figlio,  che era morto, e lo depose nella culla in
    cui portava l'altro,  poi,  rivestitolo di  tutti  gli  ornamenti  che
    quello  aveva,  lo  port  nel  luogo  pi  deserto  dei monti e ve lo
    abbandon.
    Il terzo giorno dacch il bambino era stato esposto,  il bifolco se ne
    venne  in citt,  dopo aver lasciato l di guardia uno dei suoi aiuto-
    pastori, e presentatosi ad Arpago,  si dichiar pronto a mostrargli ii
    cadavere del bimbo.
    Arpago allora, mandate sul posto le pi fedeli fra le sue guardie, per
    mezzo  loro  constat  la  verit  e  fece  seppellire  il  figlio del
    mandriano.
    Questo,  dunque,  ebbe sepoltura;  invece,  il bimbo che pi tardi  fu
    chiamato Ciro, lo prese con s e l'allev la moglie del mandriano, che
    naturalmente gli diede un altro nome, non certo quello di Ciro.

      114.  Quando il fanciullo ebbe 10 anni,  gli capit questo episodio
    che lo fece scoprire.
    Egli giocava nel villaggio in cui era anche la fattoria e giocava  con
    altri coetanei sulla strada.  Ordunque, nel gioco, i fanciulli avevano
    scelto per essere loro re  proprio  lui,  che  era  soprannominato  il
    "figlio  del  mandriano".  Egli  allora  distribu le incombenze tra i
    compagni: alcuni dovevano costruire le case,  altri esser guardie  del
    corpo, qualcuno di loro doveva essere l'occhio del re (169), a qualche
    altro  affidava  l'incarico di portare i messaggi;  insomma a ciascuno
    assegnava il suo compito.
    Ma uno di questi fanciulli che partecipava al gioco,  ed era figlio di
    Artembare,  personaggio  importante  fra  i  Medi,  non volle eseguire
    quanto da Ciro era stato comandato.  Ciro diede ordine agli  altri  di
    arrestarlo.  Essi  obbedirono  ed  egli pun aspramente il fanciullo a
    colpi di frusta.
    Non appena lasciato libero, il fanciullo si sentiva tanto pi bruciato
    in quanto era stato trattato in modo indegno della sua  condizione  e,
    ritornato  in citt da suo padre,  si lamentava dell'affronto ricevuto
    da Ciro: non  diceva,  certo,  Ciro  (poich  quel  nome  non  l'aveva
    ancora), ma lo chiamava il figlio del mandriano di Astiage.
    Artembare,  adirato com'era,  si present ad Astiage e, conducendo con
    s il figlio, lament di esser stato trattato indegnamente: O re,  da
    un  tuo  schiavo,  dal  figlio d'un bifolco,  siamo stati insultati in
    questo modo e cos dicendo metteva a nudo le spalle del figlio.

     115. Astiage,  ascoltati i lamenti e viste le lividure,  volendo dar
    soddisfazione al fanciullo,  in vista del prestigio di Artembare, fece
    chiamare il mandriano e il figlio.  Quando  furono  presenti  ambedue,
    rivolto a Ciro, Astiage gli disse:
    Tu  dunque,  che  sei figlio d'un tal padre,  hai osato trattare cos
    indegnamente il figlio d'un uomo, qual  costui,  che  al primo posto
    presso di me?
    Ciro  rispose: O signore,  io ho agito cos con lui,  perch cos era
    giusto. I fanciulli del villaggio,  e fra questi c'era anche lui,  per
    gioco  mi  avevano fatto loro re,  poich a loro pareva che io fossi a
    ci il pi adatto di tutti.  Ora,  mentre gli altri eseguivano i  miei
    comandi,  costui  non  voleva  obbedire  e non si dava pensiero alcuno
    degli ordini: per questo ha avuto la sua punizione.
    Se,  dunque,  per questa mia condotta merito qualche castigo,  eccomi
    qui a tua disposizione.

      116.  Mentre il fanciullo parlava in tal modo,  si faceva strada in
    Astiage il sospetto sulla sua identit: i tratti del viso  gli  pareva
    assomigliassero ai suoi e il suo modo di rispondere era pi conforme a
    quello d'un uomo libero;  anche l'et gli pareva coincidesse col tempo
    in cui il nipote era stato esposto.
    Conturbato da questi particolari,  per  un  po'  di  tempo  rimase  in
    silenzio.  Finalmente, riavutosi a stento, parl e volendo allontanare
    Artembare,  per poter interrogare da solo a solo il mandriano,  disse:
    O Artembare,  far io in modo che tu e tuo figlio non abbiate nulla a
    rimproverarmi e lo licenzi.  Ciro,  invece,  fu dai servi introdotto
    nel palazzo, per ordine di Astiage.
    Quando il mandriano rimase solo con lui,  furono queste le domande che
    Astiage gli rivolse: dove aveva preso  quel  fanciullo  e  chi  glielo
    aveva affidato.
    Quello  sostenne  che era nato da lui e che colei che l'aveva generato
    era ancora sua compagna.
    Astiage ribatteva,  per,  che non era un uomo avveduto,  se faceva di
    tutto per esporsi a crudeli torture;  e,  cos dicendo, accennava alle
    sue guardie di arrestarlo.
    Allora,  mentre veniva tratto ai tormenti,  rivel la cosa come era in
    realt   e   rifacendosi  da  principio,   espose  con  esattezza  gli
    avvenimenti e fin col supplicarlo che gli perdonasse.

     117. Astiage, quando il mandriano ebbe rivelato la verit, ormai non
    si cur pi di lui; invece, fortemente sdegnato contro Arpago, comand
    alle sue guardie di chiamarlo.
    Quando fu alla sua presenza,  Astiage lo apostrof: Arpago,  in  qual
    modo hai tu dato la morte al fanciullo che ti ho consegnato, al figlio
    di mia figlia?.
    E  Arpago,  come  vide  nella  sala  il bifolco,  non si appigli alla
    menzogna, per non essere colto in fallo, ma disse cos: O re,  quando
    io ricevetti il bimbo,  riflettei considerando come potessi soddisfare
    il tuo desiderio e, senza essere in colpa verso di te, non apparire un
    assassino a tua figlia e a te stesso.
    Ecco,  dunque,  cosa faccio: mando a chiamare il mandriano che ora  
    qui  e  gli  consegno il bambino,  dicendogli che sei tu che ordini di
    ucciderlo, e non era una bugia, poich tale era il tuo comando.
    Nel consegnarglielo,  per,  gli diedi  queste  disposizioni:  doveva
    esporlo su un monte deserto e stargli accanto a sorvegliare fino a che
    non  fosse  morto,  minacciandolo  di ogni castigo se non avesse fatto
    tutto a puntino.
    Quando il bambino,  avendo costui eseguito i comandi,  venne a morte,
    io,  mandati  col  i pi fedeli fra gli eunuchi (170),  controllai la
    verit per mezzo loro e lo feci seppellire.
    Cos si sono svolte le cose,  o re,  e tale  il destino che ha avuto
    il bimbo.

      118.  Arpago  fece  il  suo  racconto senza sotterfugi;  e Astiage,
    dissimulando l'ira che aveva in corpo per quanto era  avvenuto,  prima
    di tutto si diede a ripetere ad Arpago il succedersi degli avvenimenti
    come egli stesso li aveva sentiti dal mandriano;  poi, dopo aver tutto
    ripetuto,  fin col dire che il fanciullo era vivo e che  tutto  s'era
    svolto  per  bene:  Ero  gravemente addolorato prosegu per ci che
    s'era fatto di questo fanciullo e non riuscivo a darmi pace di  essere
    in odio alla mia figlia stessa. Poich, dunque, la fortuna s' voltata
    in  bene,  fa'  venire tuo figlio presso questo figlio che  giunto da
    poco; e,  poich intendo fare dei sacrifici di ringraziamento,  per la
    salvezza  del  fanciullo,  agli  di cui spetta questo onore,  vieni a
    banchetto con me.

     119. Arpago, quando ud queste parole, si profuse in inchini e se ne
    torn a casa sua,  lieto che la sua colpa gli fosse  tornata  utile  e
    che, come felice presagio, fosse stato invitato alla mensa regale.
    Appena rientrato,  sped subito alla reggia il figlio unico che aveva,
    di circa tredici anni,  e gli comand di  andare  da  Astiage  e  fare
    qualunque cosa gli ordinasse.
    Egli  stesso,  pieno  di  gioia,  raccont  alla  moglie  ci  che era
    successo.
    Frattanto Astiage, quando il figlio di Arpago arriv da lui, lo sgozz
    e,  tagliatolo a pezzi,  ne cucin le carni: parte arrostite  e  parte
    bollite. Quindi, accomodatele per bene, le teneva pronte.
    Giunta  l'ora  del banchetto e arrivati con Arpago tutti gli invitati,
    agli altri e allo stesso Astiage furono  poste  innanzi  delle  tavole
    piene  di  carne di montone;  ad Arpago,  invece,  fu portato tutto il
    corpo del figlio,  tranne il capo,  le mani e i  piedi:  queste  parti
    giacevano accanto in un cestello ed erano coperte.
    Quando Arpago parve sazio di cibo,  Astiage gli chiese se era contento
    del banchetto;  quello disse di s,  che era molto contento.  Allora i
    servi che ne avevano avuto l'incombenza gli portarono, sempre coperte,
    la testa del figlio con le mani e i piedi e, postisi accanto a lui, lo
    invitarono a togliere il velo e a prenderne quello che voleva.
    Ubbidendo,  Arpago tolse il velo e vide ci che restava di suo figlio:
    a quella vista,  per,  non rimase turbato e fu ancora padrone  di  se
    stesso.
    Gli chiese allora Astiage se comprendesse di che bestia aveva mangiato
    le  carni  ed  egli asser di riconoscerla e che tutto gli era gradito
    quanto faceva il re.
    Dopo aver dato questa risposta, prese con s il resto delle carni e se
    ne torn a casa: io credo che egli intendesse di comporre, in seguito,
    i resti tutti e seppellirli.

      120.   Questa  la  punizione  che  Astiage  inflisse   ad   Arpago:
    preoccupato,  poi,  di  Ciro,  fece  chiamare  gli stessi Magi che gli
    avevano spiegato il sogno nella maniera che s' riferita e, giunti che
    furono, chiese loro come avevano spiegato quella visione.
    Essi ripeterono le stesse  cose,  dicendo  che  il  fanciullo  avrebbe
    dovuto regnare, se fosse vissuto e fosse scampato da morte.
    Il re ribatt con queste parole: Ma esiste il fanciullo ed  in vita.
    E  siccome  viveva in campagna,  i ragazzi del villaggio l'hanno fatto
    loro re.  Egli ha fatto proprio tutto quanto compiono  i  veri  re  e,
    stabilite le guardie del corpo,  le sentinelle alle porte, i portatori
    di messaggi e tutte le altre incombenze, esercitava il suo comando.
    E ora,  che cosa vi pare che possa presagire questo fatto?.  I  Magi
    risposero:  Se  il  fanciullo  in vita e ha gi regnato senza che ci
    sia stato un calcolo preordinato,  non aver  preoccupazioni  a  questo
    riguardo  e  sta'  di  buon  animo: perch non regner pi una seconda
    volta.
    L'esperienza,  infatti,  ci mostra che anche gli oracoli terminarono,
    talvolta,  in  cose  di  poco  conto  e le visioni dei sogni finiscono
    spesso nel nulla.
    Astiage replic: Anch'io,  o Magi,  sono pienamente del  parere  che,
    avendo  il  fanciullo  avuto il titolo di re,  il sogno s' avverato e
    questo fanciullo non costituisce pi alcun pericolo per me.  Tuttavia,
    dopo  aver attentamente esaminato la cosa,  consigliatemi un mezzo che
    possa arrecare la maggiore sicurezza alla mia casa e a voi stessi.
    A queste parole i Magi risposero: O re,  anche per noi    di  grande
    importanza  che  la  tua  autorit  rimanga  salda.  Perch,  in  caso
    contrario, il potere,  passando a questo fanciullo che  Persiano,  si
    trasferisce  in un'altra nazione e noi,  che siamo Medi,  saremo degli
    schiavi  e,  come  forestieri,  saremo  tenuti  in  nessun  conto  dai
    Persiani.  Mentre, rimanendo al potere tu che sei nostro concittadino,
    anche noi abbiamo una parte di  autorit  e  da  te  riceviamo  grandi
    onori.
    Stando cos le cose,  pi che mai noi dobbiamo prenderci cura di te e
    del tuo impero;  quindi se vedessimo qualche motivo di timore,  te  ne
    avvertiremmo in tempo per ogni caso. Ma ora che il sogno  finito cos
    in  nulla,  non  abbiamo preoccupazioni noi e consigliamo a te di fare
    altrettanto.
    Allontana questo fanciullo dai tuoi occhi e  mandalo  in  Persia  dai
    suoi genitori.

      121.  Udite  queste parole,  Astiage fu tutto contento e,  chiamato
    Ciro,  gli disse: Figlio mio,  io ho agito male nei tuoi  riguardi  a
    causa di un sogno rivelatosi poi vano;  ma per il tuo buon destino sei
    in vita. Ora, dunque,  parti contento verso la Persia e io mander una
    scorta che t'accompagni.  Arrivato col, troverai un padre e una madre
    ben diversi da Mitradate, il mandriano, e da sua moglie.

     122. Con queste parole Astiage conged Ciro il quale, al suo ritorno
    nella casa di Cambise,  fu accolto dai suoi genitori.  Essi lo presero
    con  s  e,  informati  della  cosa,  gli  fecero un'accoglienza molto
    festosa,  in quanto l'avevano creduto morto  appena  nato,  e  non  si
    stancavano di chiedergli in qual modo si fosse salvato.
    Ed  egli  raccontava,  dicendo che prima non aveva saputo nulla ed era
    vissuto nel pi  grande  errore;  ma  durante  il  viaggio  era  stato
    informato  di tutte le sue vicissitudini: fino allora,  infatti,  egli
    sapeva di essere figlio del mandriano di Astiage,  ma  da  quando  era
    venuto  da  Ecbatana  aveva  saputo  dagli accompagnatori tutta la sua
    storia.
    Raccontava che era stato allevato dalla moglie  del  mandriano,  della
    quale tesseva di continuo le lodi;  in tutti i suoi discorsi,  sempre,
    non faceva che parlare di Cino.  Tanto che i  genitori,  valendosi  di
    questo  nome,  per  far  s  che la salvezza del loro figlio apparisse
    ancor di pi agli occhi  dei  Persiani  come  opera  divina,  sparsero
    intorno  la  voce  che Ciro,  esposto,  era stato nutrito da una cagna
    (171).
    Di qui ebbe origine tale leggenda.

     123.  Ciro intanto si faceva uomo ed era fra i suoi coetanei il  pi
    ardito  e  il pi amabile: e Arpago,  mandandogli doni,  gli faceva la
    corte mosso dal desiderio di vendicarsi di Astiage.
    Da parte sua,  infatti,  dato che era  semplice  privato,  non  vedeva
    possibilit  di  trar  vendetta;  ma,  vedendo  Ciro  diventar grande,
    cercava  di  farselo  alleato,  considerando  le  sofferenze  di  Ciro
    tutt'uno con le sue.
    Prima   ancora  egli  aveva  macchinato  questo:  siccome  Astiage  si
    comportava duramente con i Medi, Arpago,  accostando a uno a uno i pi
    influenti  fra essi,  li convinceva che era necessario darsi come capo
    Ciro e deporre Astiage dal trono.
    Quand'ebbe fatto ci e  tutto  fu  pronto,  Arpago  volle  mettere  al
    corrente dei suoi disegni Ciro,  che viveva in Persia; ma, siccome non
    aveva altro modo di farlo, perch le strade erano sorvegliate, ricorse
    a questo espediente.
    Preparata in modo opportuno una lepre,  dopo averle aperto il  ventre,
    senza  strapparle  nemmeno  un  ciuffo  di peli,  s che rimaneva come
    intatta,  vi pose dentro una  lettera  in  cui  era  scritto  ci  che
    riteneva  opportuno.  Quindi,  ricucito  il ventre dell'animale e date
    delle reti da cacciatore al pi fedele dei suoi  servi,  lo  invi  in
    Persia,  con  l'ordine  di  aggiungere a viva voce,  nel consegnare la
    lepre a Ciro,  che  la  sventrasse  di  propria  mano  e  che  nessuno
    assistesse a quell'operazione.

     124.  Cos,  dunque,  fu fatto.  Ciro, ricevuta la lepre, l'aperse e
    trovatavi la lettera che c'era dentro, la prese e la lesse.
    Lo scritto diceva cos: O figlio di Cambise,  poich gli di hanno lo
    sguardo su di te (altrimenti,  tu non saresti giunto a tanta fortuna!)
    vndicati ora di Astiage,  il  tuo  assassino:  per  quanto  riguarda,
    infatti,  il suo desiderio,  tu eri gi morto.  E' per il favore degli
    di e per merito mio che sei ora in vita.
    Io penso che gi da tempo, ormai, tu sappia per filo e per segno ogni
    cosa; come, cio,  si sono svolte le cose intorno a te e quello che io
    ho  sofferto  da  parte  di  Astiage perch non ti volli uccidere e ti
    consegnai al mandriano.
    Tu ora,  se vuoi prestarmi ascolto,  sarai signore  di  tutto  questo
    paese che  in potere di Astiage.
    Induci i Persiani a ribellarsi e muovi in armi contro i Medi: se sar
    io da Astiage designato al comando contro di te, tu hai gi quello che
    vuoi;  cos  pure  sar  se  verr designato qualche altro personaggio
    illustre tra i Medi. Saranno essi, infatti, i primi che,  ribellandosi
    ad  Astiage  e passando dalla tua parte,  cercheranno di sbalzarlo dal
    trono. Sappi,  dunque,  che il terreno qui  preparato: fa' quello che
    ti dico e fallo al pi presto.

     125.  Letti questi incitamenti,  Ciro si diede a pensare quale fosse
    il modo pi intelligente di indurre i Persiani alla  ribellione  e,  a
    forza di pensare,  trov che il modo pi opportuno era questo che mise
    subito a effetto.
    Dopo aver scritto in  una  lettera  quanto  egli  desiderava,  convoc
    un'assemblea di Persiani;  quindi, aperta la lettera e leggendo quanto
    v'era scritto,  comunic che Astiage  lo  nominava  governatore  della
    Persia (172).
    Ora,  o  Persiani prosegu io vi ordino di presentarvi qui,  muniti
    ciascuno d'una falce.
    Questa fu l'imposizione di Ciro. Le trib dei Persiani sono molte;  ma
    quelle  che Ciro convoc e indusse a ribellarsi ai Medi,  sono queste,
    da cui dipendono tutti gli altri Persiani: i Pasargadi,  i Marafi e  i
    Maspi.
    Di  queste  trib,  la  pi  nobile  quella dei Pasargadi (173),  che
    hanno,  tra l'altro,  anche le famiglie degli Achemenidi,  donde  sono
    venuti i re perseidi (174).
    Altri  Persiani  sono i seguenti: i Pantialei,  i Derusei,  i Germani,
    tutti dediti all'agricoltura; altri, invece, sono nomadi,  come i Dai,
    i Mardi, i Dropici, i Sagarti.

     126. Quando tutti si furono presentati con l'arnese prescritto, Ciro
    (dato  che  c'era  una localit della Persia,  coperta di sterpi,  che
    s'estendeva in lungo e in largo per circa 18 o 20 stadi) diede  ordine
    che, prima di sera, quel luogo fosse bonificato.
    Quando i Persiani ebbero portato a termine il lavoro comandato,  Ciro,
    per seconda cosa,  ordin che il giorno seguente si presentassero dopo
    aver fatto il bagno.
    Egli,  intanto,  faceva  radunare  in un sol luogo tutte le capre,  le
    greggi e le mandrie  di  buoi  che  suo  padre  possedeva,  le  faceva
    sgozzare  e  accomodare  in  modo  da  poter  convitare  la  folla dei
    Persiani,  con l'aggiunta di vino e cibi  i  pi  squisiti  che  fosse
    possibile: il giorno dopo,  quando i Persiani furono arrivati, li fece
    sedere su un prato e offr loro un banchetto.
    Dopo il pranzo,  Ciro chiese se preferivano la condizione  in  cui  si
    trovavano  il giorno innanzi o quella di allora ed essi dissero che la
    differenza era ben grande: il giorno prima, infatti, non avevano avuto
    che fatiche, allora,  invece,  erano in mezzo a delizie d'ogni genere.
    Sicch  Ciro,  presa  a volo questa espressione,  rivel loro tutta la
    trama e disse: Uomini di Persia,  questa  la  vostra  situazione:  se
    volete fidarvi di me,  sono vostri questi beni e altri infiniti, senza
    che siate sottoposti a fatiche da schiavi;  se non volete  ascoltarmi,
    voi  avrete  innumerevoli  travagli  come  quelli  di ieri.  Ordunque,
    ascoltatemi e siate liberi.
    Quanto a me,  io ritengo di essere nato con un destino  voluto  dagli
    di,  proprio  per  prendere  su di me questa causa e giudico che voi,
    come uomini, non siate da meno dei Medi n in guerra n altrove.
    In  tali  condizioni,  dunque,  ribellatevi  contro  Astiage  al  pi
    presto.

      127.  I Persiani,  ora che avevano trovato un capo,  ben volentieri
    scotevano il giogo,  essi che gi da  tempo  ritenevano  una  vergogna
    lasciarsi dominare dai Medi.
    Astiage,  quando  fu informato che Ciro svolgeva questa attivit,  per
    mezzo di un messo lo mand a chiamare,  ma Ciro  ordin  al  messo  di
    riferirgli  che  sarebbe  andato  dal re,  prima di quanto egli stesso
    avrebbe desiderato.
    Udita questa risposta,  Astiage arm tutti i Medi e alla  loro  testa,
    tant'era accecato dagli di,  mise proprio Arpago,  dimenticando tutto
    il male che gli aveva fatto.
    Quando i Medi,  usciti in campo contro i Persiani,  vennero alle  mani
    con  essi,  alcuni  di  loro,  quanti non erano a parte del complotto,
    combattevano; altri,  invece,  disertavano verso i Persiani.  I pi si
    lasciarono vincere di proposito e si diedero alla fuga.

     128. Non appena Astiage venne a sapere che l'esercito dei Medi s'era
    dissolto  in modo vergognoso,  pieno di minacce nei confronti di Ciro,
    esclam: Ma, nonostante tutto, Ciro almeno non avr da rallegrarsi.
    Solo questo disse: e,  per prima cosa,  fece impalare  quei  Magi  che
    interpretavano i sogni e che gli avevano consigliato di lasciar libero
    Ciro;  poi,  arm  tutti i Medi che erano rimasti in citt,  giovani e
    vecchi.  Condottili,  quindi,  in campo,  e venuto  alle  mani  con  i
    Persiani, rimase sconfitto: egli stesso fu fatto prigioniero, perdendo
    quei Medi che aveva portato con s.

     129.  Quando Astiage fu catturato, gli si accost Arpago e, con aria
    di scherno, lo derideva: tra l'altro, con parole mordaci,  riferendosi
    al  banchetto che gli aveva imbandito con le carni di suo figlio,  gli
    chiese anche come  trovasse  la  propria  schiavit  in  cambio  della
    dignit regale.
    Quello, squadrandolo, gli domand a sua volta se considerava sua opera
    quello  che Ciro aveva fatto;  al che Arpago rispose che,  avendo egli
    preparato il piano per iscritto,  a  buon  diritto  quell'impresa  gli
    apparteneva.
    Astiage  allora  gli  dimostr  con  le sue parole che egli era il pi
    stolto e il pi ingiusto di tutti gli uomini: infatti,  se ci che era
    stato  fatto  era veramente opera sua,  era il pi stolto degli uomini
    perch,  avendo la possibilit di diventare  re,  aveva  procurato  ad
    altri  tale  potere  ed era il pi ingiusto perch,  per vendicarsi di
    quel banchetto, aveva reso schiavi i Medi.
    In verit,  se proprio era necessario rivestire un altro della dignit
    regale,  invece  di tenersela lui,  era pi giusto dare questo onore a
    uno dei Medi piuttosto che a un Persiano; ora, invece,  i Medi,  senza
    loro  colpa,  da  padroni  erano  diventati schiavi e i Persiani,  per
    l'innanzi schiavi dei Medi, ne erano allora divenuti i padroni.

     130.  In tal modo fu deposto dal trono Astiage che aveva regnato  35
    anni  (175).  I Medi,  a causa della sua crudelt,  piegarono il collo
    sotto il giogo persiano,  dopo aver dominato l'Asia a nord  del  fiume
    Alis  per 128 anni (176),  non contando il tempo in cui dominarono gli
    Sciti.
    Pi tardi,  vero, si pentirono di quanto avevano fatto e cercarono di
    ribellarsi contro Dario; ma, in seguito alla ribellione (177),  furono
    battuti sul campo e tornarono di nuovo sotto il giogo.
    Ordunque,  regnando Astiage,  i Persiani e Ciro, che s'erano sollevati
    contro i Medi, divennero d'allora in poi i padroni dell'Asia.
    Quanto ad Astiage,  Ciro lo tenne presso di s  fino  a  che  venne  a
    morire e non gli fece nessun altro male.
    Tali furono la nascita e l'educazione di Ciro;  in tal modo divenne re
    e, in seguito,  come ho gi narrato precedentemente,  sottomise Creso,
    che  s'era  messo  per  primo  dalla  parte  del torto.  Quando l'ebbe
    assoggettato, regn su tutta quanta l'Asia.

     131.  E' a mia conoscenza che i  Persiani  seguono  questi  costumi:
    statue,  templi  e  altari  non  hanno  l'abitudine di erigerne,  anzi
    considerano stolti quelli che lo fanno: secondo me,   perch essi non
    hanno mai pensato, come i Greci, che gli di siano della stessa natura
    degli uomini.
    Sono  soliti,  invece,  salire  sulle  pi  alte cime dei monti e fare
    sacrifici a Zeus (178),  nome con cui designano  tutta  la  volta  del
    cielo,  e onorano con vittime il sole,  la luna,  la terra,  il fuoco,
    l'acqua e i venti.
    Queste  sole  sono  le  divinit  cui   sacrificano   fin   da   tempo
    immemorabile;  ma hanno imparato anche, e l'hanno appreso dagli Assiri
    e dagli Arabi,  a sacrificare  ad  Afrodite  Urania,  che  gli  Assiri
    chiamano Militta, gli Arabi Alilat, e i Persiani Mitra (179).

      132.  I riti sacri agli di che sopra ho nominato si svolgono tra i
    Persiani in questo modo: quando s'accingono a fare un sacrificio,  non
    innalzano  altari,  n  accendono il fuoco;  non usano libagioni,  non
    suono di flauto, non bende sacre, non salso farro (180).
    Chi voglia sacrificare all'uno o all'altro di questi  di,  dopo  aver
    condotto la vittima in un luogo puro,  invoca il dio, portando intorno
    alla tiara una corona, che, per lo pi,   di mirto.  Non  permesso a
    colui che offre il sacrificio augurare del bene privatamente solo a se
    stesso; ma ognuno prega per la prosperit di tutti i Persiani e per il
    re, poich egli pure  compreso nell'insieme dei Persiani.
    Dopo che,  tagliata a pezzetti la vittima, ne ha cotto le carni, fatto
    un letto di erba fresca,  pi morbido  possibile,  preferibilmente  di
    trifoglio,  vi depone sopra tutti i pezzi di carne.  Quando li ha cos
    disposti,  un mago che  presente (infatti,  hanno l'abitudine di  non
    far mai sacrifici se non c' un mago) canta la teogonia (181),  tale 
    il nome che essi danno allo scongiuro.
    Dopo aver atteso un po' di tempo,  colui che ha compiuto il sacrificio
    si porta via con s le carni e ne fa l'uso che vuole.

     133. Il giorno che pi di tutti sogliono i Persiani festeggiare  la
    ricorrenza  della  loro  nascita;  in  quello ritengono giusto fare un
    pasto pi abbondante  che  negli  altri  giorni;  i  ricchi  si  fanno
    preparare  un  bue,  un  cavallo,  un cammello e un asino arrostiti al
    forno tutti interi; i poveri, invece, del bestiame minuto.
    Pochi sono i piatti forti che hanno in uso, molti, invece, i piatti di
    contorno e non presentati tutti insieme (182);  questa la ragione per
    cui i Persiani sostengono  che  i  Greci,  a  banchetto,  smettono  di
    mangiare quando hanno ancora appetito perch, dopo i piatti forti, non
    viene  loro  presentato  nulla di veramente buono;  ma se venisse loro
    presentato,  non smetterebbero pi di mangiare.  Sono molto portati al
    vino.
    Proibito    fra  loro  vomitare  e  orinare in presenza d'altri: e da
    questo rigorosamente si astengono; ma dei pi importanti problemi sono
    soliti discutere in stato di ebbrezza.
    Quello  che  dalla  loro  discussione  sia  risultato  accetto   viene
    riproposto  il  giorno dopo,  quando sono sobri,  dal padrone di casa,
    presso il quale si trovino a discutere.  Se  il  loro  parere  risulta
    favorevole  anche  essendo  sobri,  lo  mettono  in atto;  altrimenti,
    lasciano cadere la cosa.  E se hanno discusso qualche problema a mente
    fredda, lo riprendono in esame quando sono in stato di ebbrezza.

     134. Quando s'incontrano per la strada, si pu riconoscere se coloro
    che  si  accostano  appartengono  alla medesima condizione,  da questo
    particolare: invece di salutarsi alla voce, si baciano sulla bocca.
    Se uno dei due  di condizione un  po'  inferiore,  si  baciano  sulle
    guance; colui che  di molto pi umile, si prostra in atto di ossequio
    davanti all'altro.
    Tra  tutti,  stimano  in primo luogo se stessi e quelli che abitano le
    regioni loro pi vicine;  in secondo  luogo  quelli  che  sono  a  una
    distanza media;  poi,  gradatamente,  misurano la stima in proporzione
    della distanza.
    All'ultimo grado della loro considerazione tengono quelli che  abitano
    i luoghi pi lontani,  convinti di rappresentare essi il massimo della
    perfezione sotto tutti i  rapporti  fra  gli  uomini;  che  gli  altri
    onorano  la virt secondo la proporzione citata e che i pi lontani da
    loro sono certo i peggiori di tutti.
    Al tempo della dominazione dei Medi,  vi era anche un predominio di un
    popolo  sull'altro: i Medi l'esercitavano su tutti e,  in particolare,
    sulle genti pi vicine; queste, a loro volta,  sui popoli confinanti e
    quest'ultimi  su  quelli  che  venivano  dopo,   secondo  il  medesimo
    principio con cui i Persiani accordano anche  la  loro  stima;  poich
    ogni  popolo  si  distingueva  sull'altro nel dominio e nel diritto di
    tutela affidatogli.

     135.  Pi di tutti gli altri popoli i Persiani amano accogliere  usi
    forestieri. Infatti, adottano il modo di vestire dei Medi, che trovano
    pi bello del loro, e, in guerra, portano corazze egiziane. Si danno a
    ogni sorta di piaceri di cui vengono a conoscenza e,  tra l'altro, dai
    Greci hanno imparato a praticare l'amore verso i giovani.
    Si prendono delle mogli legittime, molte ciascuno, ma in numero ancora
    maggiore sono le concubine che si procurano.

     136. Grande dimostrazione di valore  per loro,  dopo il coraggio in
    battaglia,  poter  mostrare  molti figli: a chi pu vantarne un numero
    molto grande il re ogni anno manda  dei  doni.  Essi  pensano  che  il
    numero fa la forza.
    Ai loro figli,  a cominciare dai cinque anni fino ai venti,  insegnano
    tre cose solamente: montare a cavallo, tirar d'arco e dire la verit.
    Prima che abbia cinque anni,  il bambino non  ammesso  alla  presenza
    del  padre,  ma vive costantemente presso le donne;  e questo affinch
    non abbia a procurare alcun dolore al padre,  nel caso venga  a  morte
    durante il periodo di allevamento.

     137. E' questa un'usanza che approvo. Come trovo buona anche questa:
    che  per  una  colpa  soltanto lo stesso re non manda a morte nessuno;
    come nessuno degli altri Persiani infligge  ai  propri  domestici  una
    pena  senza  rimedio per una sola mancanza;  ma quando,  dopo aver ben
    ponderato,  uno trovi che sono pi frequenti e pi gravi le colpe  che
    non i servigi che quello rende, allora si lascia andare all'ira.
    Affermano  che  nessuno ancora ha ucciso il proprio padre o la propria
    madre; e quanto ai casi di tal genere che sono avvenuti, dicono che, a
    un attento esame, di necessit assoluta si rivelano compiuti dai figli
    supposti o adulterini: poich sostengono inammissibile che un genitore
    vero sia privato della vita dal suo stesso figlio.

     138. Di tutto ci che presso di loro  proibito fare,  non  nemmeno
    lecito parlare.
    La  cosa  pi  riprovevole    dai Persiani comunemente considerata la
    menzogna e, in secondo luogo, aver dei debiti e ci per molte ragioni;
    ma soprattutto perch,  dicono essi,  chi ha debiti    indotto  nella
    necessit di dire anche qualche menzogna.
    Il  cittadino che abbia la lebbra o la malattia bianca (183) non entra
    in citt, n mantiene rapporti con gli altri Persiani perch,  dicono,
    se    malato  ha  commesso  qualche  mancanza  contro  il Sole.  Ogni
    straniero che sia colpito da questi mali lo allontanano dal loro paese
    e cos le colombe bianche (184)... adducendo lo stesso motivo.
    In un fiume essi non orinano,  n sputano;  non vi lavano le mani,  n
    permettono  ad  altri  di farlo,  poich per i fiumi essi hanno la pi
    grande venerazione.

     139.  Ed ecco un'altra particolarit che  stata riscontrata  presso
    di loro: ai Persiani stessi  sfuggita, ma non a noi. I loro nomi, che
    hanno  rapporto  con  le  qualit  del  corpo  o  con la magnificenza,
    terminano tutti con la medesima lettera,  quella che i  Dori  chiamano
    "san" e gli Ioni "sigma".
    Se  tu  cerchi con attenzione,  troverai che cos finiscono i nomi dei
    Persiani, non alcuni s e altri no, ma tutti allo stesso modo.

     140.  Tali notizie posso riferirle con  esattezza,  perch  ne  sono
    pienamente informato; questi altri particolari, invece, che riguardano
    i  morti,  si  riferiscono  come avvolti nel mistero e senza averne la
    sicurezza: cio, non si d alla sepoltura il cadavere d'un Persiano se
    prima non sia stato straziato da un uccello o da un cane.
    Che  facciano  cos  i  Magi  lo  so  con  certezza  poich  lo  fanno
    pubblicamente: ad ogni modo,  i Persiani, dopo aver coperto di cera il
    cadavere, lo depongono in terra.
    I Magi sono molto diversi dagli altri uomini  e  anche  dai  sacerdoti
    egiziani:  mentre  questi  ultimi  ritengono  un  atto impuro uccidere
    qualunque animale, eccetto quelli che immolano per i sacrifici, i Magi
    possono uccidere di propria mano ogni essere vivente,  tranne il  cane
    (185)  e  l'uomo;  e reputano gran cosa poter dare la morte ugualmente
    alle formiche,  ai  serpenti  e  agli  altri  animali  della  terra  e
    dell'aria.
    Riguardo  a  questo  costume,  lasciamolo pure come fin dall'origine 
    stato stabilito: ma ora ritorno al racconto di prima.

     141.  Non appena i Lidi furono assoggettati dai  Persiani,  Ioni  ed
    Eoli  mandarono  a  Sardi degli ambasciatori a Ciro,  offrendo la loro
    sottomissione alle stesse condizioni che avevano avute da Creso.
    Quello,  dopo aver ascoltato  le  loro  offerte,  rispose  raccontando
    quest'apologo: Un sonatore di flauto, visti in mare dei pesci, si era
    messo  a  sonare  pensando  che sarebbero usciti dall'acqua e venuti a
    terra;  ma siccome la sua speranza era andata delusa,  aveva preso una
    rete  e,  avviluppata  una  gran quantit di pesci,  li aveva tratti a
    riva. Avendoli allora visti guizzare, disse rivolto a essi: "Fatemi il
    piacere di smetterla con le vostre danze,  poich quand'io  sonavo  il
    flauto voi non voleste nemmeno uscire dall'acqua".
    Ciro  raccont  quest'apologo  agli  Ioni  e  agli  Eoli,  perch,  in
    precedenza,  quando egli li aveva pregati,  per mezzo di ambasciatori,
    di staccarsi da Creso,  gli Ioni non gli avevano prestato ascolto,  ed
    erano pronti,  invece,  a ubbidirgli adesso,  che per loro  non  c'era
    nient'altro da fare.
    Questa,  dunque,  la risposta che,  preso dal risentimento, egli diede
    loro.
    Gli Ioni, quando queste parole, riportate nelle varie citt,  giunsero
    alle loro orecchie,  costruirono delle fortezze, ciascuno intorno alla
    propria citt e si radunarono a Panionio (186); tutti,  eccetto quelli
    di  Mileto,  poich  erano i soli con cui Ciro avesse stretto un patto
    d'alleanza alle stesse condizioni di Creso: tutti  gli  altri  presero
    all'unanimit  la  decisione  di  inviare  dei messi agli Spartani per
    pregarli di prendere le difese degli Ioni.

     142.  Questi Ioni,  ai quali appartiene anche il Panionio,  di tutti
    gli  uomini  che  noi conosciamo sono quelli che hanno fondato le loro
    citt sotto il pi bel cielo e nel miglior clima.
    N i paesi che sono a  settentrione  di  essa  possono  uguagliare  la
    Ionia,  n quelli situati a mezzogiorno,  n quelli verso l'aurora, n
    quelli verso occidente: gli uni tormentati dal freddo e  dall'umidit;
    gli altri bruciati dal caldo e dalla siccit.
    Questi  Ioni  non  usano  tutti  la stessa lingua,  ma vi sono quattro
    inflessioni.
    Mileto  la prima delle loro citt,  situata verso  sud,  poi  vengono
    Miunte  e  Priene:  esse  sono situate nella Caria e parlano lo stesso
    dialetto.
    Queste altre, invece,  sono in Lidia: Efeso,  Colofone,  Lebedo,  Teo,
    Clazomene,  Focea: per la lingua, non hanno nulla in comune con quelle
    nominate prima, ma si intendono bene tra di loro.
    Restano altre citt ioniche,  di cui due sono situate nelle isole,  le
    isole di Samo e di Chio, e una sul continente, Eritre: gli abitanti di
    Chio  e di Eritre parlano lo stesso dialetto;  quelli di Samo ne hanno
    uno per conto loro.
    Ecco le quattro variet della lingua ionica.

     143. Fra gli Ioni, dunque,  quelli di Mileto erano al riparo da ogni
    timore,  avendo stipulato un accordo; quelli delle isole non correvano
    alcun pericolo poich i Fenici non  erano  ancora  soggetti  (187)  ai
    Persiani e questi ultimi non erano uomini di mare.
    Gli  Ioni  che  ho  nominato  si  separarono  dagli altri per una sola
    ragione: se tutta la stirpe dei Greci era in quel  tempo  debole,  fra
    tutti i suoi popoli di gran lunga il pi debole era il popolo ionico e
    quello  tenuto  in minor considerazione,  poich,  eccetto Atene,  non
    v'era altra citt di una certa importanza.
    Sicch gli altri Ioni,  compresi gli Ateniesi,  rifuggivano da  quella
    denominazione e non gradivano di essere chiamati Ioni; anzi anche ora,
    mi pare, la maggior parte di essi ha vergogna di quel nome.
    Queste dodici citt,  invece,  se ne facevano un vanto; ed eressero un
    santuario  proprio  per  loro   soltanto,   chiamandolo   Panionio   e
    deliberarono  di  non  ammettervi nessuno degli altri Ioni (del resto,
    nessuno nemmeno si sogn di chiederlo, tranne gli abitanti di Smirne).

     144.  Allo stesso modo,  anche i Dori del paese che  ora  si  chiama
    "Pentapoli",  lo stesso che prima era chiamato "Esapoli", si astengono
    rigidamente dall'ammettere nel santuario  triopico  (188)  alcuno  dei
    Dori  che  sono  intorno;  anzi hanno escluso dalla partecipazione del
    luogo sacro quelli della loro federazione stessa che  avevano  mancato
    nei riguardi del tempio.
    Infatti,  nelle  gare in onore di Apollo Triopio,  si davano un tempo,
    come premio ai vincitori, dei tripodi di bronzo; per, chi li riceveva
    non poteva asportarli dal  santuario  ma  doveva,  sul  luogo  stesso,
    consacrarli al dio.
    Ordunque uno di Alicarnasso di nome Agasicle,  riuscito vincitore, non
    tenne alcun conto della consuetudine e,  portatosi a casa il  tripode,
    lo  appese  con un chiodo al muro: per questo motivo,  le altre cinque
    citt, cio Lindo,  Ialiso,  e poi Camiro e Cos e Cnido,  esclusero la
    sesta, che era Alicarnasso, dalla loro comunit: questa fu la penalit
    che essi le inflissero.

      145.  La  ragione  per cui gli Ioni costituirono dodici citt e non
    vollero accoglierne altre in pi,  a me sembra questa,  che cio anche
    quando  abitavano nel Peloponneso erano dodici i loro distretti,  come
    sono dodici ora quelli degli Achei che  scacciarono  gli  Ioni:  prima
    Pallene, verso Sicione; poi Egira ed Ege, nel cui territorio scorre il
    Crati,  fiume  perenne  dal  quale  prese nome il corso d'acqua che si
    trova in Italia (189); e Bura ed Elice, nella quale si rifugiarono gli
    Ioni quando furono vinti in campo dagli Achei; poi Egio, Ripe,  Patre,
    Fare e Oleno,  dove si trova il Piro,  fiume imponente;  quindi Dime e
    Tritea, che  l'unica situata entro terra.
    Questi sono ora i dodici distretti degli Achei,  che una  volta  erano
    degli Ioni.

      145.  E  questa    la  ragione per cui anche gli Ioni costituirono
    dodici citt poich  una grande sciocchezza dire che  essi  sono  pi
    Ioni  degli  altri Ioni,  o sono di pi nobile origine;  dato che gran
    parte di essi sono Abanti,  venuti dall'Eubea,  che  con  l'Ionia  non
    hanno nulla in comune,  nemmeno il nome e sono a essi mescolati i Mini
    di Orcomeno, i Cadmei,  i Driopi,  i Focesi dissidenti,  i Molossi,  i
    Pelasgi di Arcadia, i Dori di Epidauro e molte altre popolazioni.
    Quelli  tra  loro che erano mossi dal Pritaneo (190) di Atene e che si
    ritenevano i pi nobili degli Ioni non avevano condotto nella  colonia
    le  loro  mogli,  ma  avevano preso delle donne di Caria,  dopo averne
    eliminato i genitori.
    Per  tale  delitto,   quelle  donne  s'imposero  questa   legge,   cui
    s'obbligarono  con giuramento e che trasmisero alle loro figlie di non
    prendere mai cibo con i loro mariti e di non chiamarli mai con il nome
    personale, dato che avevano ucciso i loro padri, i mariti,  i figli e,
    dopo aver commesso tale scempio, le tenevano come compagne.
    Questo era quanto avveniva a Mileto.

      147.  Come  re,  alcuni  di essi si presero dei Lici discendenti da
    Glauco, figlio di Ippoloco; altri dei Cauconi di Pilo,  discendenti da
    Codro, figlio di Melanto; altri ancora i due insieme.
    Dal momento che, dunque, questi tengono tanto al nome, pi degli altri
    Ioni,  siano pure essi gli Ioni dal sangue puro;  ma in verit,  per,
    sono Ioni tutti quelli originari di Atene e  che  celebrano  le  feste
    Apaturie (191),  feste rispettate da tutti, eccetto da quelli di Efeso
    e di Colofone: sono questi soli,  fra gli Ioni,  che non celebrano  le
    Apaturie e se non lo fanno  a causa di un delitto.

      148.  Il  Pamonio  una localit sacra del monte Micale,  rivolta a
    settentrione,  che gli Ioni,  in comune,  hanno  dedicato  a  Posidone
    Eliconio;  e  Micale    un promontorio del continente che si protende
    verso occidente e presso il quale si raccoglievano,  di solito,  dalle
    varie  citt  gli  Ioni  a  celebrare  una festa,  che essi chiamarono
    Panionia.
    Ci non  avvenuto soltanto per le feste degli Ioni, ma anche le altre
    solennit di tutti i Greci hanno nomi che terminano con questa  stessa
    lettera (192), come del resto s' osservato per i nomi dei Persiani.

     149. Quelle che abbiamo nominato sono le citt ioniche; quest'altre,
    invece,  sono  le  eoliche:  Cuma,  detta  Friconide  (193);  Larissa,
    Castelnuovo, Temno, Cilla,  Nozio,  Egiroessa,  Pitane,  Ege,  Mirina,
    Grinia.
    Sono  queste le antiche citt eoliche,  in numero di undici,  dato che
    una di esse, Smirne, fu staccata dagli Ioni,  mentre le citt loro sul
    continente erano, anch'esse, dodici.
    Gli  Eoli si sono trovati a colonizzare un paese pi fertile di quello
    degli Ioni, ma non allietato da ugual clima.

     150.  Ed ecco come gli Eoli perdettero Smirne: avevano  accolto  dei
    cittadini  di  Colofone  che  erano  stati sopraffatti dagli avversari
    politici e scacciati dalla patria.
    In seguito,  per,  questi esuli di Colofone,  dopo aver aspettato che
    quelli di Smirne celebrassero la festa in onore di Dioniso fuori delle
    mura,  sbarrate  le  porte,  si  impadronirono della citt.  Tuttavia,
    essendosi contro di loro levati in massa  gli  Eoli,  si  venne  a  un
    accordo,  secondo  il  quale  gli  Ioni  restituivano agli Eoli i beni
    mobili, e gli Eoli sgombravano Smirne.
    Conclusi i patti, le undici citt si ripartirono tra loro gli abitanti
    di Smirne e li considerarono come propri concittadini.

     151. Queste erano,  dunque,  le citt eoliche del continente,  senza
    contare quelle del monte Ida, che sono a parte.
    Quanto  alle citt delle isole,  cinque si trovano nell'isola di Lesbo
    (la sesta,  Arisba,  fu ridotta in schiavit  da  quelli  di  Metimna,
    nonostante fossero della medesima stirpe),  una nell'isola di Tenedo e
    un'altra in quelle che sono chiamate "le cento isole" (194).
    I Lesbi e i Tenedi, come gli Ioni che abitano le isole,  non correvano
    pericolo alcuno. Gli altri decisero, di comune accordo, di seguire gli
    Ioni dovunque li potessero guidare.

      152.  Quando,  dunque,  gli  ambasciatori  degli  Ioni e degli Eoli
    giunsero a Sparta (le cose si svolgevano con rapidit),  designarono a
    parlare,  a nome di tutti, il rappresentante di Focea, che si chiamava
    Pitermo.
    Costui, indossato un paludamento di porpora, affinch, informati della
    cosa,  gli Spartani convenissero  nel  maggior  numero  possibile,  si
    present e fece un lungo discorso, chiedendo che portassero aiuto agli
    Ioni.  Ma  gli Spartani non si lasciarono convincere e decisero di non
    concedere loro alcun soccorso.
    Gli inviati si allontanarono.  Ma gli Spartani  che  pure  li  avevano
    respinti,  mandarono  tuttavia  degli  uomini con una nave a cinquanta
    remi,  perch,  secondo  il  mio  parere,   osservassero  attentamente
    l'azione di Ciro e le vicende della Ionia.
    Giunti costoro a Focea, mandarono a Sardi quello che, tra loro, era il
    pi  ragguardevole,   di  nome  Lacrine,  perch  comunicasse  a  Ciro
    l'avvertimento degli Spartani, di non molestare alcuna citt del paese
    greco, poich essi non l'avrebbero permesso.

     153. Si dice che Ciro,  quando il messo ebbe esposto il suo mandato,
    chiese ai Greci,  che aveva intorno, che uomini fossero gli Spartani e
    quale fosse il loro numero per osare di rivolgergli tale imposizione.
    Quando ebbe le dovute informazioni,  all'inviato spartano diede questa
    risposta: Fino ad ora,  non ho mai temuto uomini che hanno nel centro
    della loro  citt  un  luogo  stabilito  nel  quale  si  radunano  per
    ingannarsi  a  vicenda con giuramenti.  Se io godr buona salute,  non
    saranno certo i malanni degli Ioni ad andare  per  le  bocche  di  tal
    gente; ma saranno i loro propri.
    Queste  parole  di  scherno Ciro le rivolgeva a tutti i Greci,  perch
    hanno istituito i mercati e  se  ne  servono  per  la  compra-vendita.
    Mentre  i  Persiani  non  hanno  affatto  l'abitudine  di  valersi dei
    mercati, anzi non hanno nemmeno il luogo per essi.
    In seguito,  Ciro,  dopo aver affidato la citt di Sardi  al  persiano
    Tabalo  e al lidio Pattia l'incarico di trasportare il tesoro di Creso
    e degli altri Lidi,  se ne torn a Ecbatana,  conducendo con s Creso,
    senza tenere alcun conto, sulle prime, degli Ioni.
    Era,  infatti,  Babilonia  che  gli  creava dei fastidi e il popolo di
    Battriana;  erano i Saci e gli  Egiziani,  contro  i  quali  intendeva
    scendere  in  campo personalmente,  e contro gli loro mandare un altro
    generale.

     154.  Non appena Ciro  si  fu  allontanato  da  Sardi,  Pattia  fece
    sollevare i Lidi contro di lui e contro Tabalo.
    Disceso  verso  il  mare  portando  con  s  tutto il tesoro di Sardi,
    assold milizie ausiliarie e  indusse  gli  abitanti  del  litorale  a
    scendere in campo con lui.
    Spintosi  contro Sardi,  vi assediava Tabalo che s'era rinchiuso nella
    rocca.

     155. Ciro, venuto a conoscenza di questi fatti lungo il viaggio,  si
    espresse  cos  con  Creso:  O Creso,  che fine avranno per me queste
    vicende? A quanto pare, i Lidi non smetteranno mai di darmi delle noie
    e di procurarsene essi stessi.  Sto pensando se la cosa  migliore  non
    sia ridurli in schiavit,  poich,  ora almeno,  mi pare di aver fatto
    come quel tale che, dopo aver ucciso un padre di famiglia, ne tenga in
    vita i figli: tu, infatti,  sei qualche cosa di pi che un padre per i
    Lidi  e  io  ti  ho privato della libert e ti porto con me.  Ai Lidi,
    invece,  in persona ho affidato la citt e poi faccio le meraviglie se
    mi si rivoltano contro.
    Cos  egli  esprimeva  il  suo  parere  e Creso,  per paura che quello
    abbattesse Sardi dalle fondamenta,  rispose con queste parole: O  re,
    ben a ragione tu parli cos;  tuttavia non cedere completamente al tuo
    risentimento e non voler distruggere una  citt  antica,  che  non  ha
    colpa di quanto  avvenuto prima e di quel che succede ora.
    Di ci che  avvenuto nel passato,  la colpa  mia e ne porto il peso
    sulla mia testa; quanto al presente,  il colpevole  Pattia,  al quale
    tu hai affidato Sardi: egli stesso sconti la pena.
    Ai  Lidi,  invece,  perdona  e,  affinch  non si ribellino pi e non
    costituiscano per te  un  pericolo,  impartisci  queste  disposizioni:
    manda  loro  il  divieto di possedere armi da guerra,  con l'ordine di
    indossare la tunica sopra le altre  vesti  e  di  calzare  i  coturni;
    comanda  inoltre  che  insegnino ai loro figli ad accompagnarsi con la
    cetra,  a sonare strumenti a corda e praticare il commercio.  In breve
    tempo,  o re,  li vedrai non pi uomini ma diventati donne, sicch non
    ci sar pericolo che abbiano a ribellarsi.

     156.  Questi erano i consigli che Creso gli dava,  perch li trovava
    pi utili ai Lidi che non essere venduti come schiavi, e perch sapeva
    bene  che,  se non gli prospettava un motivo conveniente,  non sarebbe
    riuscito a fargli cambiar parere.
    Temeva pure che,  pi tardi,  i Lidi,  se  riuscivano  a  superare  la
    stretta del momento, potessero, magari, rivoltarsi contro i Persiani e
    correre a completa rovina.
    Ciro  accolse  lieto  il  consiglio  e,  placata  l'ira,  disse che si
    lasciava persuadere.
    Fece quindi venire Mazare, un medo, e gli comand di impartire ai Lidi
    gli ordini che Creso suggeriva; inoltre, di ridurre in schiavit tutti
    gli altri che, insieme con i Lidi,  avevano marciato contro Sardi e di
    condurre, vivo, davanti a lui, Pattia, a ogni costo.

      157.  Ciro,  dopo  aver  dato  queste disposizioni in una sosta del
    viaggio, prosegu verso il paese dei Persiani,  mentre Pattia,  quando
    venne  a  sapere che c'era vicino un esercito che gli marciava contro,
    preso dalla paura, se ne fugg in fretta a Cuma.
    Il medo Mazare che,  con la parte delle forze di Ciro che allora aveva
    a disposizione, s'era spinto fino a Sardi, quando trov che Pattia e i
    suoi se n'erano gi andati, la prima cosa che fece fu di costringere i
    Lidi  a  uniformarsi  agli  ordini di Ciro;  ed  appunto in seguito a
    questa imposizione che i Lidi hanno cambiato tutto  il  loro  modo  di
    vivere.
    Pi  tardi  Mazare  mand  a  Cuma  dei  messi  con  l'ordine  che gli
    consegnassero Pattia.
    Ma i Cumani decisero di rimettere la cosa al dio dei Branchidi, per un
    consiglio. Infatti, c'era col un oracolo d'antica istituzione,  a cui
    tutti  gli  Ioni  e  gli  Eoli erano soliti ricorrere: questo luogo si
    trova nel paese di Mileto sopra il porto di Panormo.

     158.  Dunque i Cumani,  avendo  mandato  presso  i  Branchidi  degli
    incaricati,  chiesero, nei riguardi di Pattia, che cosa dovessero fare
    per riuscire graditi agli di.
    A tale domanda la risposta dell'oracolo fu  di  consegnare  Pattia  ai
    Persiani.
    Quando  queste  parole  furono  riportate  e  i Cumani l'ebbero udite,
    s'accinsero a compiere la restituzione. Ma,  mentre la maggioranza era
    a  ci  disposta,  uno  dei  pi ragguardevoli cittadini,  Aristodico,
    figlio di Eraclide,  che non voleva prestar fede all'oracolo e pensava
    che  gli incaricati non riferissero la verit,  trattenne i Cumani dal
    farlo,  in attesa che altri messi,  tra  i  quali  Aristodico  stesso,
    andassero  a  interrogare  l'oracolo  per  la  seconda volta intorno a
    Pattia.

     159.  Giunti che furono dai Branchidi questi  inviati,  in  nome  di
    tutti  Aristodico  rivolse  all'oracolo  la  domanda,  formulandola in
    questo modo: O Signore,  presso di noi s' rifugiato,  come supplice,
    il lido Pattia, che fuggiva una morte violenta, di cui lo minacciavano
    i  Persiani:  ora  questi  lo  richiedono,   imponendo  ai  Cumani  di
    consegnarlo. E noi,  pur temendo la potenza dei Persiani,  non abbiamo
    fino  a ora avuto il coraggio di restituire il supplice,  prima che ci
    sia reso chiaro da parte tua,  senza dubbio alcuno,  che cosa dobbiamo
    fare.
    Cos  egli  domandava,  e  il dio per la seconda volta,  diede loro la
    medesima risposta, ordinando di restituire Pattia ai Persiani.
    A queste parole, Aristodico, di proposito,  fece cos: girando intorno
    al tempo,  scacci via i passeri e tutte le altre razze di uccelli che
    vi avevano nidificato.
    Mentre egli era intento a ci, una voce,  si dice,  usc dai penetrali
    e,  rivolgendosi  ad  Aristodico,  gli disse: "O il pi empio fra gli
    uomini,  come mai tu osi fare ci?  Tu dunque strappi dal mio tempio i
    supplici?"  e  Aristodico,  per  nulla  impressionato,  a tali parole
    rispose: O Signore,  e tu che tanto proteggi i  supplici,  ordini  ai
    Cumani di consegnare il loro?.  Al che,  di rimando,  il dio replic:
    "Certo che lo ordino affinch, convinti di empiet, corriate a rovina
    pi  presto:  cos,  per  l'avvenire,  non  verrete  pi  a  domandare
    all'oracolo se  lecito abbandonare i supplici".

     160.  I Cumani,  quando queste parole,  riferite, giunsero alle loro
    orecchie,  non volendo provocare la propria rovina col cedere  Pattia,
    n,  d'altra  parte,  tenendolo  con  loro,  esporsi a un assedio,  lo
    mandarono a Mitilene.
    I Mitilenesi,  pressati dalle richieste di Mazare,  si  preparavano  a
    restituirlo  dietro  un  certo compenso: non potrei dire con esattezza
    quanto fosse, poich poi non se ne fece nulla.
    Infatti, quelli di Cuma,  come seppero di questi maneggi dei cittadini
    di  Mitilene,  mandata  a  Lesbo  una  nave,  prelevarono  Pattia e lo
    trasportarono a Chio.
    Quivi, per, strappato dal tempio di Atena protettrice della citt, fu
    consegnato dai Chii,  i quali lo restituirono per averne in cambio  il
    paese di Atarneo, una localit della Misia, di fronte a Lesbo.
    Avuto,  quindi, in mano Pattia, i Persiani lo tenevano sotto custodia,
    intendendo presentarlo a Ciro.
    Ci fu un periodo di tempo,  e non breve,  durante il quale nessuno  di
    Chio,  sacrificando  a  un  dio  qualunque  offriva in suo onore grani
    d'orzo provenienti da Atarneo;  n coceva per s focacce di  grano  di
    quel  paese,  e  tutto  ci  che di l veniva era escluso da ogni rito
    religioso.

     161. Dopo che i Chii ebbero restituito Pattia,  Mazare mosse in armi
    contro quelli che,  insieme con lui, avevano assediato Tabalo: ridusse
    in  schiavit  Priene  e  percorse  tutta  la  pianura  del   Meandro,
    mettendola  a  ferro  e  fuoco  con  l'esercito  e  lo stesso fece con
    Magnesia (195). Ma subito dopo venne a morire per malattia.

     162.  Morto Mazare,  venne dall'interno  Arpago  a  succedergli  nel
    comando.  Anche egli era medo di origine: era quello a cui Astiage, re
    dei Medi,  aveva apprestato il nefando banchetto e che  aveva  aiutato
    Ciro a impadronirsi del regno.
    Eletto  allora  generale  da Ciro,  quest'uomo non appena giunse nella
    Ionia,  cominci a  conquistare  le  citt  valendosi  di  terrapieni.
    Infatti,  quando  doveva  costretto  gli abitanti a chiudersi entro le
    mura, egli allora passava all'attacco, erigendo degli argini a ridosso
    degli spalti.

     163. La prima citt della Ionia che assal fu Focea.
    Questi Focesi furono i primi dei Greci a  darsi  ai  grandi  viaggi  e
    furono  essi  a scoprire il golfo Adriatico,  la Tirrenia,  l'Iberia e
    Tartesso (196).
    Non navigavano con battelli da carico, ma con navi a 50 remi.
    Giunti che furono a Tartesso,  s'assicurarono l'amicizia  del  re  dei
    Tartessi,  di nome Argantonio, che domin sul suo popolo per 80 anni e
    visse in tutto 120 anni.
    Con lui i Focesi divennero tanto amici, che,  dapprima,  li incitava a
    lasciare la Ionia e venirsi a stabilire nel suo paese, dove volessero;
    poi,  siccome  non riusciva a convincerli,  informato dai Focesi delle
    conquiste che faceva il re dei Medi,  diede  loro  del  denaro  perch
    erigessero  delle mura intorno alla citt.  E ne diede con abbondanza,
    perch il giro delle mura  di parecchi stadi ed   tutto  formato  di
    blocchi di pietra grandi e tra loro ben collegati.

     164. In tale modo, dunque, fu dai Focesi costruito il loro muro.
    Arpago, spinto innanzi l'esercito, li cinse d'assedio, pur proclamando
    che  egli si riteneva soddisfatto se i Focesi accettavano di abbattere
    anche un solo bastione delle mura e consacrare (197)  una  sola  delle
    loro case.
    Ma  i  Focesi,  intolleranti  della schiavit,  chiesero un giorno per
    decidere e dissero che poi avrebbero dato la risposta; per, pregarono
    Arpago che,  mentre essi prendevano una decisione,  egli  allontanasse
    dalle loro mura l'esercito.
    Arpago  rispose  che  sapeva  bene  che  cosa  essi  intendevano fare;
    tuttavia permetteva loro di deliberare.
    Mentre,  dunque,  Arpago conduceva via  il  suo  esercito,  i  Focesi,
    trassero  in  mare  le loro navi da 50 remi e,  imbarcati i figli,  le
    donne con tutte le suppellettili, e, per di pi, le statue degli di e
    gli altri doni votivi ai  santuari,  ad  eccezione  degli  oggetti  di
    bronzo,  di marmo,  e dei quadri;  imbarcate,  dunque,  tutte le altre
    cose,  salirono anch'essi e fecero vela per  Chio:  e  i  Persiani  si
    presero Focea vuota dei suoi abitanti.

      165.  Ora  i  Focesi,  poich i cittadini di Chio,  nonostante essi
    desiderassero comperarle,  non avevano voluto vendere  loro  le  isole
    chiamate  Enusse  (198)  per  timore  che  divenissero  un  centro  di
    commercio, e la loro isola, di conseguenza, venisse tagliata fuori, si
    misero in cammino verso Cirno (199),  dove,  vent'anni prima,  s'erano
    assicurati il possesso d'una citt, di nome Alalia (200).
    A quel tempo, Argantonio era gi morto.
    Pronti  a far vela per l'isola di Cirno,  prima di tutto approdarono a
    Focea e distrussero la guarnigione persiana che  custodiva  la  citt,
    avendone ricevuto l'incarico da Arpago.  Poi, fatto ci, pronunciarono
    terribili imprecazioni contro chi,  di loro,  volesse rinunciare  alla
    spedizione:  inoltre,  scaraventarono  in  mare  una  massa di ferro e
    fecero giuramento che non sarebbero pi  tornati  a  Focea,  se  prima
    quella massa non fosse riapparsa alla superficie.
    Ma quando furono sulle mosse per partire, pi della met dei cittadini
    fu presa dalla nostalgia e dal rimpianto della citt e delle abitudini
    del paese, e, fattisi spergiuri, ripresero il mare ancora verso Focea.
    Quelli,  invece,  che rimasero fedeli al giuramento,  levate le ancore
    dalle isole Enusse, presero il largo.

     166. Quando arrivarono a Cirno, fecero vita comune, per cinque anni,
    con quelli che erano giunti prima ed eressero anche dei santuari.
    Ma poich essi  molestavano  e  depredavano  tutti  i  popoli  vicini,
    Tirreni e Cartaginesi,  di comune accordo,  mossero loro guerra con 60
    navi ciascuno.
    I Focesi  allora,  armate  anch'essi  le  loro  navi,  che  erano  60,
    affrontarono i nemici nel mare detto di Sardegna.
    Venuti  a  battaglia,  i  Focesi riportarono una vittoria Cadmea (201)
    poich delle loro navi,  40 furono distrutte e le 20 superstiti  erano
    inutilizzabili, avendo i rostri ripiegati.
    Ripresa la via di Alalia, imbarcarono i figli, le mogli e quanti degli
    altri  beni  le navi erano in grado di portare e poi,  lasciata Cirno,
    navigarono verso Reggio (202).

     167. Quanto agli uomini che prima si trovavano sulle navi affondate,
    i Cartaginesi e i Tirreni [se li  divisero.  Gli  abitanti  di  Agilla
    (203)]  ne  ebbero  il  numero di gran lunga pi grande e,  condottili
    fuori citt, li lapidarono.
    Da quel momento,  presso gli Agillei,  chiunque passava per  il  luogo
    dove  i  Focesi  erano  stati  lapidati e dove giacevano i loro corpi,
    diventava rattrappito, storpio, impotente; si trattasse di pecore,  di
    animali da soma o di uomini, era la stessa cosa.
    Allora  gli  Agillei  mandarono messi a Delfi,  disposti a riparare il
    malfatto;  e la Pizia ordin loro di fare quello che ai nostri  giorni
    ancora continuano a osservare: offrono,  cio,  ai loro Mani splendidi
    sacrifici  e  in  loro  onore  istituiscono  delle  gare  ginniche  ed
    equestri.
    Tale destino ebbe questa parte dei Focesi.
    Quelli,  invece,  che  s'erano  rifugiati  a  Reggio,  movendo  di  l
    s'impadronirono di quella citt, del paese d'Enotria (204), che ora si
    chiama Iela (205) e che essi colonizzarono dopo  aver  sentito  da  un
    uomo  di  Posidonia  (206)  che  la  Pizia,  parlando di Cirno,  aveva
    comandato loro di erigere un santuario per l'eroe di  tale  nome,  non
    gi di fondare una colonia nell'isola.
    Cos, dunque, si svolsero le cose riguardo a Focea d'Ionia.

      168.  Press'a  poco  allo  stesso  modo  si  comportarono anche gli
    abitanti di Teo.
    Infatti, quando Arpago per mezzo di terrapieni si fu impadronito delle
    loro mura,  essi,  imbarcatisi tutti sulle navi si diressero per  mare
    verso  la  Tracia,  dove  colonizzarono  la citt di Abdera.  Prima di
    costoro l'aveva colonizzata Timesio di Clazomene, senza, per,  trarne
    alcun  vantaggio,  in quanto ne era stato scacciato dai Traci;  ora da
    parte dei cittadini di Teo che vivono ad Abdera egli riceve onori come
    un eroe.

     169. Questi, per, furono i soli fra gli Ioni che, anzich subire la
    schiavit, abbandonarono la loro patria.
    Gli altri,  eccetto quelli di Mileto,  vennero a battaglia con Arpago,
    proprio  come  quelli  che  se  n'erano  andati,  e si comportarono da
    valorosi, combattendo ciascuno per il proprio paese.
    Per,  vinti e fatti schiavi,  rimanevano nel  proprio  territorio  ed
    eseguivano ci che veniva loro imposto.
    I Milesi, invece, come ho gi detto prima, avendo stretto un patto con
    Ciro stesso, se ne stavano indisturbati.
    E cos la Ionia era stata asservita per la seconda volta (207).
    Quando  Arpago  ebbe  sottomesso  gli Ioni del continente,  quelli che
    abitavano le isole,  spaventati per gli  avvenimenti,  si  arresero  a
    Ciro.

      170.  Agli  Ioni  che,  pur  sotto  il  peso della sventura s'erano
    nondimeno adunati nel Panionio,  Biante di Priene,  secondo quanto  ho
    sentito dire,  diede un consiglio molto utile e,  se gli avessero dato
    ascolto,  sarebbero stati di gran lunga i pi  felici  dei  Greci:  li
    esortava,  cio,  a  salpare  con  una  flotta unica,  e,  recatisi in
    Sardegna, fondare col un'unica citt tutta di Ioni.
    Cos, liberi di ogni schiavit, sarebbero vissuti felici,  abitando la
    pi  vasta  di  tutte  le  isole  e  dominando sugli altri popoli.  Se
    rimanevano nella Ionia, diceva, non vedeva speranza di libert futura.
    Questo fu il parere che diede Biante di  Priene  agli  Ioni,  avvenuto
    ormai il disastro.
    Ma utile era anche quello che,  prima della rovina della Ionia,  aveva
    manifestato Talete di Mileto,  il quale originariamente era di  stirpe
    fenicia (208): egli incitava gli Ioni a costituire un unico consiglio,
    il  quale  doveva  essere  a  Teo,   (Teo,   infatti,  era  al  centro
    dell'Ionia);  e le altre citt dovevano continuare a governarsi da s,
    come se fossero dei demi.
    Tali erano stati i pareri espressi da Biante e da Talete.

     171. Arpago, dopo aver assoggettato la Ionia, mosse in armi contro i
    Cari,  i  Cauni  e i Lici,  conducendo con s anche degli Ioni e degli
    Eoli.
    Tra essi,  i Cari erano passati sul continente provenendo dalle isole;
    poich  in  anticipo  essi,  sudditi  di  Minosse  e  chiamati Lelegi,
    abitavano, appunto,  le isole: non pagavano alcun tributo,  per quanto
    mi  possibile risalire il pi lontano nella tradizione;  ma ogni qual
    volta Minosse lo richiedeva, essi fornivano gli equipaggi per le navi.
    E siccome Minosse aveva esteso il suo dominio su vasti territori e gli
    arrideva in guerra il favore della  sorte,  il  popolo  dei  Cari,  in
    questo  medesimo tempo,  era quello che fra tutti godeva di gran lunga
    la pi grande considerazione.
    Risalgono a essi tre invenzioni che poi  furono  adottate  dai  Greci:
    furono i Cari,  infatti, che diedero l'esempio di saldare sull'elmo il
    cimiero,  di raffigurare le insegne sugli scudi e furono  i  primi  ad
    adattare  agli  scudi delle corregge interne: fino allora tutti quelli
    che  solevano  servirsi  degli  scudi  li  portavano  senza  corregge,
    manovrandoli per mezzo di bandoliere di cuoio che cingevano intorno al
    collo e alla spalla sinistra.
    In  seguito,  molto tempo dopo,  Dori e Ioni scacciarono dalle isole i
    Cari, che in tal modo arrivarono sul continente.
    Tale, secondo i Cretesi, sarebbe stata la storia dei Cari;  ma nemmeno
    questi sono d'accordo con loro.  Anzi essi sostengono di essere nativi
    del continente e di aver avuto sempre lo stesso nome che hanno ora.  E
    adducono  come  prova l'antico santuario di Zeus Cario in Milasa,  cui
    sono ammessi Misi e Lidi,  considerati in tal modo parenti  dei  Cari.
    Poich  Lido  e  Miso,  essi  dicono,  erano  fratelli di Care: questi
    popoli, dunque, vi sono ammessi, invece tutti quelli che sono di altra
    razza, anche se parlano la stessa lingua dei Cari, sono esclusi.

     172.  Quanto ai Cari,  secondo me,  sono nativi del paese;  tuttavia
    essi  asseriscono  di  provenire  da  Creta.  Per  la lingua,  si sono
    accostati al modo di parlare dei Cari o i Cari  si  sono  accostati  a
    loro  (questo non lo saprei dire con esattezza),  ma per usi e costumi
    sono molto lontani dagli altri popoli, e, in particolare, dai Cari.
    Per loro,  ad esempio,   la pi bella  cosa  del  mondo  radunarsi  a
    simposio, uomini, donne e fanciulli, in compagnie della medesima et e
    legate d amicizia.
    Siccome  avevano  eretto  dei  templi  a di forestieri,  e in seguito
    avevano mutato parere (e deciso,  quindi,  di dar culto soltanto  agli
    di  patrii)  armatisi,  tutti  quanti  i  giovani Cauni avanzarono in
    corteo fino ai confini di Calinda  (209),  percotendo  l'aria  con  le
    lance e dicendo di scacciare cos gli di stranieri.

     173. Tali sono i costumi di questi popoli.
    I  Lici hanno avuto origine,  anticamente da Creta,  la quale un tempo
    era occupata tutta da Barbari.
    Essendo venuti a contesa in Creta i  figli  di  Europa,  Sarpedonte  e
    Minosse,   per  il  potere,  Minosse,  che  nella  lotta  era  rimasto
    vincitore,  scacci dal paese Sarpedonte e i suoi fautori.  E  questi,
    allontanati di l,  arrivarono in Asia,  nella regione Miliade. Poich
    il paese che ora  abitato da Lici in antico si chiamava Miliade  e  i
    suoi abitanti allora erano chiamati Solimi.
    Finch  Sarpedonte regn su di essi,  venivano designati con lo stesso
    nome che avevano portato;  e per cui  anche  ora  i  Lici  dai  popoli
    circonvicini sono chiamati Termili.
    Ma quando da Atene venne fra i Termili,  presso Sarpedonte,  il figlio
    di Pandione (210) Lico (anch'egli bandito dalla patria per  opera  del
    fratello Egeo),  dal nome di questo Lico, col passar del tempo, furono
    chiamati Lici.
    I loro costumi risentono un po' di Creta, un po' della Caria.
    Questo soltanto  un uso loro proprio e non trova riscontro  in  alcun
    altro  popolo:  essi traggono il loro nome da quello della madre,  non
    dal padre,  e se uno chiede a un altro  chi  sia,  questi  esporr  la
    propria  genealogia  da  parte  della madre ed elencher le ascendenti
    materne.
    Se una donna di civile condizione si marita con uno schiavo,  i  figli
    sono considerati ben nati.  Se,  invece,  un cittadino, fosse anche il
    primo fra i cittadini, si prende una moglie straniera o una concubina,
    i suoi figli non vengono tenuti in alcuna considerazione.

     174. Ordunque i Cari,  senza aver compiuto alcuna splendida impresa,
    furono  asserviti  da  Arpago,  e non solo i Cari non si distinsero in
    particolari imprese,  ma neppure tutti i  Greci  stabiliti  in  quella
    regione.  E  tra  gli  altri vi sono Cnidi,  coloni di Sparta,  il cui
    paese,  che  poi quello che si chiama Triopio (211),   proteso verso
    il mare, a cominciare dal Chersoneso Bibassio.
    Siccome  quasi  tutto  il territorio di Cnido  circondato dal mare (a
    nord, infatti,   limitato dal Golfo Ceramico e a sud dal mare di Sime
    e  di  Rodi),  eccetto  una  piccola parte,  proprio in questa piccola
    parte,  che misura circa cinque stadi (212),  i Cnidi,  quando  Arpago
    soggiogava la Ionia,  stavano scavando un canale. Volevano, cio, fare
    un'isola nel loro paese,  che era gi tutto verso il mare.  E  l'istmo
    nel  quale  essi  scavavano  il  canale  si  trova  proprio l dove il
    territorio di Cnido finisce verso il continente.
    E infatti erano intenti al lavoro con  molta  gente,  ma,  poich  gli
    infortuni  che  capitavano  ai  lavoratori,  a  causa delle schegge di
    pietra,  in tutto il corpo,  e soprattutto negli occhi,  apparivano un
    po'  pi  frequenti  del  solito  e rivelavano uno speciale intervento
    divino, essi mandarono a Delfi degli incaricati a chiedere che cosa li
    avversasse. E la Pizia rispose loro cos,  in trimetri giambici (213),
    come raccontano i Cnidi stessi:
    "Non  fortificate l'istmo e non scavate canali;  poich,  se l'avesse
    voluto, Zeus stesso l'avrebbe fatto isola, il vostro paese".
    A questa risposta della Pizia, i Cnidi interruppero il lavoro di scavo
    e  quando  Arpago  sopraggiunse  con  l'esercito  si  arresero   senza
    combattere.

     175. A nord di Alicarnasso, verso l'interno, erano situati i Pedasi:
    quando  a  essi  o  ai  loro  vicini  sta per accadere qualche cosa di
    dannoso,  la sacerdotessa di Atena si vede crescere una  folta  barba:
    ci capit loro ben tre volte.
    Questi  soli,  fra  gli  abitanti  della Caria,  fecero resistenza per
    qualche tempo ad Arpago e gli  diedero  molto  filo  da  torcere,  col
    fortificare una montagna che si chiama Lide.

     176. Ma col tempo anch'essi furono tolti di mezzo.
    Quando Arpago spinse il suo esercito nella pianura dello Xanto, i Lici
    gli uscirono incontro e, ingaggiata battaglia, pochi com'erano, contro
    molti,  diedero prova di grande valore. Poi, sopraffatti e respinti in
    citt, radunarono nella rocca le loro donne, i figli, i beni, i servi;
    quindi vi appiccarono il fuoco e incendiarono  tutta  l'acropoli.  Ci
    fatto,  dopo  essersi  vincolati  con giuramenti tremendi,  fecero una
    sortita e cos tutti gli Xanti morirono con le armi in pugno.
    Ora la maggior parte dei Lici che sostengono di essere di Xanto,  sono
    degli immigrati,  tranne ottanta famiglie,  le quali,  per un caso, in
    quella circostanza erano lontane dalla citt e cos si salvarono.
    In tal modo Arpago si prese Xanto e press'a poco nello stesso modo  si
    prese anche Cauno, poich i Cauni per lo pi seguono le orme dei Lici.

      177.  Mentre  Arpago  portava  la devastazione nei pressi dell'Asia
    inferiore,  Ciro in persona s'occupava di quelli  dell'Asia  superiore
    (214), assoggettandone i popoli tutti, senza eccettuarne alcuno.
    Io  passer  sotto  silenzio  la  maggior  parte di essi e mi fermer,
    invece, a ricordare quelli che gli procurarono la maggior fatica e che
    sono i pi degni di memoria.

     178.  Quand'ebbe sottomesso a s  l'intero  continente  (215),  Ciro
    rivolse i suoi attacchi contro gli Assiri.
    In  Assiria  vi sono,  senza dubbio,  altre citt importanti,  in gran
    numero;  ma la pi illustre e la pi forte,  quella in cui  era  stata
    posta  la  reggia dopo la distruzione di Ninive (216),  era Babilonia,
    una citt che  fatta cos.
    Si stende in una grande pianura;   di  forma  quadrata  e  ogni  lato
    misura  120  stadi,  di  modo  che il perimetro della citt risulta in
    tutto di 480 stadi: tale  l'estensione dell'abitato di Babilonia;  ed
    era  cos  a regola d'arte costruita come nessun'altra delle citt che
    io conosco.
    Prima di tutto, intorno ad essa corre una fossa profonda, larga, piena
    d'acqua;  poi vi  un muro largo 50 cubiti reali (217) e alto 200:  da
    notare che il cubito reale  tre dita pi lungo del cubito ordinario.

      179.  Bisogna  ancora  che,  a  questi  dati,  io  aggiunga dove fu
    collocata la terra ricavata dallo scavo della fossa e in che modo  era
    stato costruito il muro.
    A  mano a mano che scavavano la fossa,  riducevano in mattoni la terra
    che veniva estratta: quando ebbero composto un numero  sufficiente  di
    mattoni,  li misero a cuocere entro forni: quindi, usando come cemento
    dell'asfalto caldo e introducendo, ogni trenta ordini di mattoni,  dei
    graticci  di  canne,  costruirono prima le sponde della fossa,  e poi,
    alla stessa maniera, anche il muro.
    Nella parte superiore delle mura,  lungo  i  margini,  eressero  delle
    casematte, una di fronte all'altra: nel mezzo lasciarono lo spazio per
    il passaggio di un carro a quattro cavalli.
    Lungo  la  cinta  delle  mura si aprono cento porte,  tutte in bronzo,
    tanto gli stipiti, quanto gli architravi.
    Un'altra citt, che si chiama Is  situata a otto giorni di cammino da
    Babilonia: l scorre un fiume di modesta portata,  chiamato esso  pure
    Is, che getta le sue acque nell'Eufrate.
    Ordunque questo fiume Is fa sgorgare,  insieme con l'acqua, dei fiotti
    di asfalto e di  l  appunto  fu  tratto  l'asfalto  per  le  mura  di
    Babilonia.

     180. Questo il sistema secondo cui era stata costruita Babilonia; ma
    due  sono le parti della citt,  poich essa  divisa,  in mezzo,  dal
    fiume che si chiama Eufrate, il quale proviene dal paese degli Armeni,
    ha un corso ampio,  profondo e rapido e si  getta,  quindi,  nel  Mare
    Eritreo (218).
    Da una parte e dall'altra il muro si spinge con le sue braccia fino al
    fiume;  di l, poi, una curva, e, lungo le due rive del fiume, si alza
    un muraglione di mattoni cotti.
    Quanto alla citt,  che  piena di case a tre e  a  quattro  piani,  
    divisa in strade diritte, tanto le parallele, quanto le perpendicolari
    che portano al fiume.
    In corrispondenza di ciascuna strada,  si aprivano delle piccole porte
    nel muraglione che costeggiava il fiume: tante di numero quante  erano
    le  vie  fra  le case.  Anche queste porte erano di bronzo e portavano
    direttamente al fiume.

     181.  La cinta di mura di cui si    parlato  costituisce  quasi  la
    corazza della citt,  ma all'interno corre tutt'intorno un altro muro,
    che non  molto meno forte del primo ma  pi stretto (219).
    Ciascuna delle due parti della citt aveva, nel suo centro, una grande
    costruzione: l'una il palazzo reale con un  muro  di  cinta  grande  e
    forte,  l'altra  il  santuario  dalle bronzee porte di Zeus Belo (220)
    (che esisteva ancora ai miei tempi), di forma quadrangolare, ogni lato
    lungo due stadi.
    Nel centro del sacro edificio  costruita una  torre  massiccia  (221)
    lunga  uno  stadio  e  larga  altrettanto.  Sopra questa torre ve ne 
    sovrapposta un'altra e un'altra ancora sopra la seconda, e cos fino a
    otto torri.
    La via d'accesso ad esse  costruita esternamente a spirale intorno  a
    tutte le torri.
    In un certo punto,  a met salita,  c' un luogo di sosta e dei sedili
    per riposo sui quali siedono e prendono fiato coloro che salgono.
    Nell'ultima torre c' un gran tempio,  nell'interno del quale vi   un
    gran letto,  adorno di bei drappi, e, accanto,  apprestata una tavola
    d'oro.
    Nessuna statua  eretta in quel luogo;  nessun essere umano passa col
    la  notte,  soltanto  un'unica  donna del paese,  quella che il dio ha
    scelto fra tutte,  a quanto affermano  i  Caldei  (222),  che  sono  i
    sacerdoti di questo dio.

     182. Gli stessi sacerdoti asseriscono, ma secondo me non  credibile
    ci che raccontano, che il dio in persona entra nel tempio e si adagia
    sul  letto,  proprio  come  avverrebbe  in  Tebe  di Egitto,  a quanto
    raccontano gli Egiziani (anche l, infatti, una donna dorme nel tempio
    di Zeus Tebano,  e n l'una n l'altra di queste donne,  si  dice,  ha
    rapporto  con  alcun  uomo) e come farebbe in Patara di Licia (223) la
    profetessa del dio, quando  nelle sue funzioni; poich col l'oracolo
    non  presente per tutto l'anno, ma quando c', essa, di notte,  viene
    rinchiusa col dio all'interno del tempio.

     183.  In Babilonia fa parte del santuario anche un altro tempio,  in
    basso,  dove si trova una grande statua di Zeus seduto e,  accanto  ad
    essa,  una  grande tavola d'oro,  tanto il basamento,  quanto il trono
    sono in oro.  Il tutto,  secondo le affermazioni dei Caldei,    stato
    fatto con 800 talenti (224) d'oro.
    All'esterno del tempio c' un altare d'oro,  ma ve n' anche un altro,
    di grandi dimensioni, su cui vengono uccisi gli animali adulti, poich
    sull'altare d'oro non  lecito sacrificare se non animali da latte.
    Su questo altare pi grande i Caldei fanno anche  bruciare  ogni  anno
    1000 talenti di incenso, quando celebrano la festa del dio.
    In questo sacro recinto c'era,  sempre in quel tempo, anche una statua
    alta dodici cubiti (225),  d'oro massiccio;  io personalmente non l'ho
    vista,  ma riferisco quello che raccontano i Caldei.  Dario, figlio di
    Istaspe, che avrebbe voluto mettere le mani su questa statua, non ebbe
    il coraggio di prenderla: se ne impadron,  invece,  Serse,  figlio di
    Dario  e fece uccidere il sacerdote che cercava di opporsi perch egli
    non la toccasse.
    Tali dunque gli ornamenti che abbelliscono  questo  santuario,  ma  vi
    sono anche doni votivi offerti da privati, in gran numero.

     184.  In questa citt di Babilonia vi furono molti altri re,  di cui
    parler nella storia d'Assiria,  i quali abbellirono sia le mura che i
    templi. Fra essi anche due donne.
    Quella che regn per prima,  e precedette di cinque generazioni la pi
    recente,  si chiamava Semiramide  (226):  essa  fece  costruire  nella
    pianura degli argini veramente degni di essere visti,  mentre prima il
    fiume soleva inondare senza ritegno tutta la pianura.

     185. La regina che sal al potere dopo di essa,  si chiamava Nitocri
    (227): costei, pi avveduta di quella che l'aveva preceduta sul trono,
    non  solo  lasci dei monumenti che io illustrer,  ma,  vedendo che i
    Medi  si  facevano  potenti  e  non  si  davano  pace,   anzi  s'erano
    impadroniti  di  molte  citt,  tra  le  quali anche Ninive,  cerc di
    premunirsi al massimo, per quanto era in suo potere.
    La regina in primo luogo,  facendo scavare dei canali  a  monte  della
    citt,  rese  il  fiume  Eufrate,  che  scorre proprio nel mezzo della
    citt,  da diritto che era,  cos tortuoso che durante  il  suo  corso
    tocca anche tre volte qualche localit dell'Assiria: il nome del luogo
    dove cos arriva l'Eufrate  Ardericca.
    Sicch  ora  quelli  che  dal nostro mare (228) si recano a Babilonia,
    scendendo lungo l'Eufrate, passano tre volte per questo stesso paese e
    in tre giorni.
    Essa fece dunque questo lavoro cos ingegnoso; e lungo le due rive del
    fiume innalz una diga degna d'ammirazione, tanto  lo spessore, tanta
    l'altezza che ha.
    Molto al disopra di Babilonia fece scavare, lungo il fiume, ma a breve
    distanza da esso, il bacino per un lago, scavando sempre in profondit
    fino a trovar l'acqua e in larghezza  dandogli  uno  sviluppo  di  420
    stadi:  del  materiale,  poi,  proveniente  dallo  scavo  si serv per
    depositarlo lungo gli argini del fiume.
    Quand'ebbe terminata l'opera di scavo,  fece portare  delle  pietre  e
    tutto intorno al bacino fece costruire un parapetto.
    Ambedue  questi  lavori,  cio  rendere  sinuoso  il corso del fiume e
    scavare quel bacino ch'era tutto palude,  essa li faceva  affinch  la
    corrente del fiume, spezzandosi per tante curve, risultasse pi lenta,
    la navigazione fluviale verso Babilonia fosse soggetta a complicazioni
    e, dopo il tragitto sul fiume, chi veniva si trovasse davanti il lungo
    cammino per aggirare lo stagno.
    Infatti essa faceva questi lavori nella parte del paese dove erano gli
    accessi  e  la via pi breve per venire dalla Media,  affinch i Medi,
    aggirandosi per la regione, non venissero a sapere i fatti suoi.

     186.  Queste le opere di difesa che la regina costru col  materiale
    degli scavi,  ma ne trasse anche un vantaggio accessorio di tal fatta.
    Siccome la citt era divisa in due parti,  poich vi scorreva in mezzo
    il  fiume,  sotto  i  re precedenti quando uno voleva passare dall'una
    all'altra parte,  doveva usare un'imbarcazione ed era,  io  credo,  un
    grave  incomodo.  Essa provvide anche a questo e mentre faceva scavare
    il bacino  per  il  lago,  lasci  di  quest'opera  anche  quest'altro
    ricordo.
    Fece estrarre delle smisurate pietre e quando le ebbe a disposizione e
    il  lavoro  di  scavo  fu compiuto,  fece deviare nel bacino che aveva
    preparato tutta la corrente del fiume.  Quindi,  trovandosi  in  secco
    l'antico alveo mentre si riempiva il nuovo, rivest con mattoni cotti,
    con lo stesso sistema adottato per il muro,  le sponde del fiume entro
    la citt,  e le discese che dalle piccole porte conducevano al  fiume.
    Non solo ma, press'a poco nel centro della citt, costru un ponte con
    le  pietre che aveva fatto cavare,  legandole fra loro con spranghe di
    ferro e piombo.
    Su di esso, quand'era giorno,  faceva stendere delle traverse quadrate
    di legno sulle quali i Babilonesi transitavano.  Ma di notte, per, le
    faceva togliere per impedire che,  passando i cittadini nottetempo  da
    una riva all'altra, avvenissero reciproci furti.
    Quando,  poi,  il  bacino  scavato  era  diventato  un  lago  riempito
    dall'acqua del fiume e la costruzione del ponte era  ormai  terminata,
    essa  fece  di nuovo passare l'Eufrate dal lago artificiale all'antico
    letto.
    Cos il lago artificiale, rifattosi palude,  dava prova evidente della
    sua opportunit e i cittadini si trovarono un ponte in pieno assetto.

     187.  Questa stessa regina architett anche una beffa che mi accingo
    a narrare.
    Al disopra della porta pi frequentata della citt si  fece  preparare
    la sua tomba,  posta in alto, proprio sopra la porta e sulla bara fece
    incidere queste parole: Se qualcuno dei re che dopo di me domineranno
    su Babilonia si trover ad aver bisogno stretto  di  denaro,  apra  la
    tomba e prenda quante ricchezze egli vorr: in altro caso,  per,  non
    l'apra se non ha grave bisogno, poich non gli porter bene.
    Questa tomba rimase inviolata finch il potere venne in mano a  Dario;
    a  Dario,  per,  sembrava inconcepibile non potersi servire di quella
    porta e,  mentre c'erano delle  ricchezze  e  l'iscrizione  stessa  lo
    invitava, non prendersele (di questa porta egli non si serviva affatto
    per  la  ragione  che,  se  passava di l,  aveva il cadavere sopra la
    testa).
    Ordunque, fatta aprire la bara, di denari nemmeno l'ombra, ma trov il
    cadavere e una scritta che diceva: Se tu  non  fossi  insaziabile  di
    ricchezze  e  avido  di turpi guadagni,  non violeresti i sepolcri dei
    morti.
    Tale era il carattere, a quanto si racconta, di questa regina.

     188. Ora Ciro faceva la spedizione contro il figlio di questa donna,
    che si chiamava, come suo padre, Labineto e regnava sugli Assiri.
    Il gran re, quando esce in campo per le spedizioni militari,  porta da
    casa  sua  ricche  provviste  di  viveri e di bestiame e perfino anche
    l'acqua del fiume Coaspe, che scorre presso Susa,  dato che il re beve
    soltanto l'acqua di questo fiume e di nessun altro.
    Quindi  un  gran  numero di carri a quattro ruote e trascinati da muli
    portano in vasi d'argento l'acqua di questo Coaspe  e  seguono  il  re
    dovunque egli vada.

      189.  Quando Ciro,  nella sua marcia verso Babilonia,  giunse sulle
    rive del Ginde (229) (fiume che ha le sorgenti tra  i  monti  Matiani,
    attraversa  il paese dei Dardani [230] e sfocia in un altro fiume,  il
    Tigri,  il quale,  scorrendo a sua volta presso la citt di Opi,  va a
    gettarsi  nel Mare Eritreo),  e tent di passarlo a guado,  nonostante
    fosse navigabile,  uno  dei  sacri  cavalli  bianchi,  baldanzosamente
    entrato nel fiume,  tent la traversata, ma il fiume lo inghiott e lo
    trascin via tra i gorghi.
    Ciro si sdegn violentemente contro il fiume  che  aveva  avuto  tanta
    audacia  e minacci di renderlo cos debole che per l'avvenire,  anche
    le  donne  lo  avrebbero  agevolmente  passato,   senza  bagnarsi   il
    ginocchio.
    In  seguito  a  tale  minaccia,  messa  da  parte la spedizione contro
    Babilonia,  divise il suo esercito  in  due  parti  e,  quando  l'ebbe
    diviso,  per  mezzo di funi distese in linea retta,  fece tracciare il
    piano di 180 (231) canali,  per  ognuna  delle  due  rive  del  Ginde,
    rivolti in tutte le direzioni.  Quindi,  assegnate le varie squadre di
    soldati, diede ordine di scavare.
    Dato il gran numero di quelli che lavoravano,  l'opera  fu  portata  a
    compimento.  Tuttavia,  in tale lavoro, consumarono l, in quel posto,
    tutta l'estate.

     190.  Quando Ciro si fu vendicato del fiume Ginde,  col dividerne le
    acque  in 360 canali,  allora si mise in marcia contro Babilonia,  che
    gi cominciava a spuntare la successiva primavera.
    I Babilonesi,  usciti fuori in armi,  lo attendevano.  E quando  egli,
    avanzando,  fu nei pressi della citt,  vennero con lui alle mani, ma,
    vinti sul campo, furono respinti entro le mura.
    Siccome,  per,  gi da tempo sapevano che Ciro non poteva  vivere  in
    pace,  anzi  lo  vedevano  tormentare allo stesso modo tutti i popoli,
    avevano accumulato viveri in abbondanza per molti anni.
    Sicch allora essi non si davano pensiero alcuno dell'assedio,  mentre
    Ciro  era  preso  dalla preoccupazione perch il tempo che passava era
    molto e la sua impresa non procedeva affatto.

     191.  Allora,  fosse per suggerimento di altri che  lo  vedevano  in
    imbarazzo  o  che  egli stesso avesse intuito il da farsi,  adoper un
    espediente di tal fatta: dispose il grosso del suo esercito  al  punto
    di ingresso del fiume, l dove esso penetra in citt, e altri soldati,
    invece, alla parte opposta, dove il fiume esce e diede ordine alle sue
    forze  che  quando  avessero  visto  il fiume divenuto guadabile,  per
    quella via penetrassero in citt.
    Prese  queste  disposizioni  e  impartiti  gli  ordini  del  caso,  si
    allontan egli con la parte meno efficiente dell'esercito.
    Giunto che fu al lago artificiale, fece anche lui ci che la regina di
    Babilonia aveva fatto appunto con il fiume e con il lago. Infatti, per
    mezzo  di  un  canale  avendo immesso le acque dell'Eufrate nel bacino
    scavato che era allo stato di palude,  fece s  che,  abbassandosi  il
    livello del fiume, il vecchio letto diventasse guadabile.
    Ottenuto un tale risultato, i Persiani che avevano ricevuto gli ordini
    proprio in vista di questo,  quando l'Eufrate si fu abbassato tanto da
    non giungere nemmeno a met coscia d'un uomo, ne seguirono il corso ed
    entrarono in Babilonia.
    Se i Babilonesi fossero stati informati in precedenza di ci che  Ciro
    intendeva  fare,  o  se  ne  fossero accorti,  essi dopo aver lasciato
    entrare i Persiani in citt,  li avrebbero distrutti nel peggiore  dei
    modi. Infatti, sbarrate le piccole porte che davano sul fiume e saliti
    essi  stessi  sul  muraglione  che avevano costruito lungo le rive del
    fiume, li avrebbero presi come in una rete.
    Ora, invece, i Persiani si trovarono loro davanti all'improvviso.
    Data la  grande  estensione  della  citt,  a  quanto  raccontano  gli
    abitanti  stessi,  erano  gi  in  mano dei nemici i quartieri estremi
    della citt,  quando i Babilonesi che abitavano il centro non sapevano
    ancora  di  essere  presi;  ma  in  quel  momento si davano alla danza
    (capitava infatti,  che per loro fosse giorno di festa) e  alla  pazza
    gioia, finch anche troppo vennero a conoscere lo stato delle cose.
    In questo modo allora (232) fu presa Babilonia per la prima volta.

      192.  Quanto  grande  sia la potenza di Babilonia lo dimostrer con
    molti altri argomenti e tra l'altro anche con questo.
    Il gran re ha ripartito tutto il  paese  sul  quale  domina  in  varie
    circoscrizioni  perch,  oltre  a  versare  il tributo,  provvedano al
    mantenimento suo e dell'esercito.
    Orbene, sui dodici mesi che compongono un anno,  per quattro mesi  il
    territorio  di  Babilonia che provvede;  per gli altri otto,  il resto
    dell'Asia: vuol dire che, riguardo alla ricchezza,  l'Assiria equivale
    a un terzo di tutta quanta l'Asia.
    Anche  il  sistema  di  governo di questo paese,  o satrapia,  come la
    chiamano i Persiani,  di tutti di gran lunga il migliore, dal momento
    che a Tritantaicme,  figlio di Artabazo,  che a nome del re  governava
    questa provincia,  esso fruttava ogni giorno un'artaba piena d'argento
    (l'artaba [233],  che  una misura persiana,  contiene tre chenici pi
    del  medimno  attico).  Inoltre  egli  aveva  scuderie  private (senza
    contare i cavalli da guerra),  800 cavalli per  la  monta  e  16  mila
    cavalle: poich ogni stallone di questi montava venti cavalle.
    Veniva  poi allevato un numero cos grande di cani d'India (234),  che
    quattro grandi paesi tra quelli della pianura,  esenti da  ogni  altra
    imposta, avevano l'obbligo di provvedere al loro nutrimento.
    Tali erano i vantaggi di cui godeva il governatore di Babilonia.

     193.  Sul paese degli Assiri cade poca pioggia ed  questa che nutre
    la radice del frumento;  tuttavia,  siccome  irrigato con l'acqua del
    fiume,  crescono le messi e giunge a maturazione il grano.  Non, per,
    come in Egitto  dove  il  fiume  sale  da  solo  a  inondare  i  campi
    coltivati;  qui  l'irrigazione  si fa a mano e con macchine elevatrici
    d'acqua.
    Infatti tutto il paese  di  Babilonia,  come  del  resto  l'Egitto,  
    intersecato  da  canali,  il  pi  grande  dei  quali  navigabile,  e
    orientato verso il punto ove sorge il sole  d'inverno  (235),  venendo
    dall'Eufrate,  va a finire in un altro fiume, il Tigri, sulle cui rive
    era costruita la citt di Ninive.
    Di tutte le terre che noi conosciamo questa  di  gran  lunga  la  pi
    adatta  a produrre cereali,  poich le altre piante nemmeno si prova a
    farle crescere, n il fico, n la vite, n l'ulivo.
    Quanto al grano,  invece,  il paese  cos ferace che rende di  solito
    almeno  il 200 per uno,  e,  quando d proprio il meglio di se stesso,
    anche 300.
    In questo  paese  le  foglie  del  frumento  e  dell'orzo  raggiungono
    facilmente  la  larghezza  di quattro dita;  e dal miglio e dal sesamo
    sorgono piante di tanta grandezza  che,  pur  essendone  pienamente  a
    conoscenza, non ne accenner nemmeno, ben sapendo che a quelli che non
    sono andati a Babilonia, anche ci che ho detto riguardo ai cereali ha
    incontrato molta incredulit.
    I Babilonesi non fanno uso dell'olio di oliva e traggono un grasso dai
    semi di sesamo.
    Per  tutta  la pianura poi crescono naturalmente le palme,  la maggior
    parte delle quali portano frutti e da essi ricavano  alimenti  solidi,
    vino e miele.
    Curano  i  palmeti  allo  stesso  modo  dei fichi.  Tra l'altro legano
    insieme il frutto delle palme,  che i  Greci  chiamano  "maschi",  con
    quello  delle  palme che producono datteri,  affinch il cinipe (236),
    penetrando  nel  dattero,  lo  faccia  maturare,  senza  che  abbia  a
    staccarsi  il  frutto  dalla pianta: poich i palmizi portano nei loro
    frutti i cinipi, proprio come i fichi selvatici.

     194.  Ma la pi grande di tutte le meraviglie che esistono  col,  a
    mio  parere,  dopo  la  citt in se stessa,   quella che mi accingo a
    narrare.
    Le loro imbarcazioni,  con  le  quali  seguendo  il  corso  del  fiume
    arrivano a Babilonia, sono di forma rotonda e tutte di pelle.
    Infatti, quando in Armenia, che  sopra l'Assiria, con delle tavole di
    salice  ne hanno costruito lo scafo,  vi stendono sopra una coperta di
    pelli all'esterno, come si fa con i pavimenti,  senza segnare la poppa
    con  un allargamento o la prora con un restringimento;  ma,  facendolo
    rotondo come uno scudo,  lo colmano tutto  di  paglia  e  lo  lasciano
    andare secondo corrente, dopo averlo riempito di mercanzie.
    Per lo pi trasportano cos recipienti di vino di Fenicia. Il battello
     governato,  per mezzo di due pali, da due uomini che stanno ritti in
    piedi: quando uno tira a s il palo, l'altro lo spinge in fuori.
    Se ne costruiscono di veramente grandi e anche di  minore  portata:  i
    pi robusti reggono un carico anche di 5000 talenti (237).
    In ciascun battello si imbarca un asino vivo,  in quelli pi grandi un
    numero maggiore. Quando, dunque, seguendo la corrente,  siano giunti a
    Babilonia  e  abbiano  venduto la loro mercanzia,  vendono all'asta le
    fiancate e tutta la paglia,  ma le pelli le caricano  in  groppa  agli
    asini e se ne tornano in Armenia.
    Infatti non potrebbero essi, in alcun modo, risalire il fiume, data la
    rapidit  della corrente;  ed  per questo,  anche,  che essi fanno le
    imbarcazioni non di legno, ma di pelle.
    Quando poi, spingendosi innanzi gli asini, siano ritornati in Armenia,
    con lo stesso modo si procurano altri battelli.
    Di tal fatta sono le loro imbarcazioni.

     195.  E questi sono i vestiti che essi usano:  una  tunica  di  lino
    lunga  fino ai piedi sulla quale indossano un'altra tunica di lana,  e
    si avvolgono in un piccolo mantello bianco.  Le loro calzature sono di
    tipo paesano, molto simili a sandali beoti (238).
    Portano  capelli  lunghi,  si  cingono  la  testa con una benda,  e si
    cospargono di unguenti tutto il corpo.
    Ciascuno porta un anello con sigillo e un bastone lavorato a mano:  su
    ogni bastone v' incisa una mela, o una rosa, o un giglio, o un'aquila
    o qualche altro oggetto.  Non usano,  infatti,  portare un bastone che
    non abbia un distintivo.
    Questo  il loro modo di abbigliare il corpo.

     196. E queste le leggi che vigono presso i Babilonesi.
    La pi saggia, secondo la mia opinione,  questa che, sento dire,  in
    uso anche presso i Veneti di Illiria.
    Tutti gli anni,  una volta all'anno nei  singoli  villaggi  si  faceva
    questa cerimonia: tutte le fanciulle che erano in quell'anno in et da
    marito erano radunate insieme e venivano fatte entrare tutte in un sol
    luogo:  intorno  ad  esse  stavano in piedi gli uomini in gran numero.
    L'araldo pubblico,  facendole alzare  a  una  a  una,  le  metteva  in
    vendita, a cominciare dalla pi bella di tutte. Quando questa, trovato
    un ricco compratore,  veniva venduta, il banditore ne metteva all'asta
    un'altra, la pi bella dopo la prima.
    Naturalmente venivano vendute perch poi fossero sposate.
    Tutti i facoltosi di Babilonia in et da prendere moglie,  cercando di
    superarsi  a  vicenda  con  le  offerte,  si assicuravano le donne pi
    graziose; quelli del popolo, invece, che aspiravano al matrimonio, del
    bell'aspetto non sapevano che farsi e  prendevano  quelle  pi  brutte
    insieme con un compenso in denaro.
    Infatti  il  banditore,  quando aveva finito di vendere all'incanto le
    fanciulle pi avvenenti,  presentava la pi brutta o,  se  c'era,  una
    storpia  e  cercava  di  aggiudicarla a chi volesse convivere con lei,
    ricevendo il minor  compenso,  fino  a  che  veniva  assegnata  a  chi
    s'impegnava di sposarla a minor prezzo.
    Il  denaro  che  veniva  dato  proveniva dalla vendita delle fanciulle
    belle,  e cos le belle  ragazze  facevano  sposare  le  brutte  e  le
    disgraziate.
    A  nessun  padre  era  concesso  di  maritare  la propria figlia a chi
    voleva,  n uno poteva portarsi via la fanciulla che aveva  comperato,
    senza  dare  una  garanzia.  Prima  bisognava che desse malleveria che
    l'avrebbe realmente sposata e solo cos poteva portarla  con  s;  se,
    poi, i coniugi non andavano d'accordo, la legge imponeva di restituire
    il denaro.
    Chiunque  voleva  poteva  comperarsi  la sposa,  anche se veniva da un
    altro villaggio.
    Ora,  per,  questa bellissima consuetudine di un tempo non   pi  in
    vigore:  recentemente  hanno  escogitato un altro sistema [affinch le
    loro fanciulle non subiscano affronti e non siano portate in una citt
    forestiera (239)]. Dacch sono caduti in miseria e hanno avuto le case
    distrutte,  tutti i capi famiglia del popolo,  che non hanno mezzi  di
    vivere, prostituiscono le loro figlie.

      197.  Ecco  un'altra abitudine che essi hanno e che,  per saggezza,
    viene subito dopo: portano i loro ammalati in piazza  poich  da  loro
    non  usano  medici.  Accostandosi dunque all'ammalato,  i passanti gli
    danno consigli sul suo male, se l'hanno gi avuto essi stessi, o hanno
    visto altri soffrire.  Questo appunto gli consigliano e  l'inducono  a
    fare  quello  che essi stessi hanno fatto o hanno visto fare ad altri,
    per guarire dalla medesima malattia.
    Non  loro permesso passare  oltre,  quando  c'  un  ammalato,  senza
    parlare, senza chiedergli di che male egli soffra.

     198. I loro morti li cospargono di miele e i canti funebri sono come
    quelli degli Egiziani.
    Ogni  qualvolta  un  marito  babilonese si sia unito a sua moglie,  si
    mette a  sedere  tra  il  profumo  d'incenso  che  egli  fa  bruciare;
    altrettanto  fa la moglie dal canto suo.  All'alba ambedue si lavano e
    non toccheranno alcun vaso, prima di aver fatto le loro abluzioni.
    Anche gli Arabi del resto hanno la medesima consuetudine.

     199.  D'altro canto,  la pi riprovevole delle abitudini che ci sono
    fra i Babilonesi  questa.
    E'  obbligo  che  ogni  donna  del  paese,  una volta durante la vita,
    postasi nel recinto  sacro  ad  Afrodite,  si  unisca  (240)  con  uno
    straniero.
    Molte  che  disdegnano  di  andare  mescolate  alle  altre,  in quanto
    orgogliose della loro ricchezza,  si fanno condurre al tempio  da  una
    pariglia su un carro coperto,  e l se ne stanno,  avendo dietro di s
    numerosa servit.
    Per lo pi il rito si svolge cos: se ne stanno le  donne  sedute  nel
    sacro  recinto  di  Afrodite  con una corona di corda intorno al capo:
    sono in gran numero,  perch mentre alcune sopraggiungono altre se  ne
    vanno.
    Tra le donne si aprono dei passaggi,  delimitati da corde e rivolti in
    tutte le direzioni,  per i quali s'aggirano i forestieri  e  fanno  la
    loro scelta.
    Quando  una  donna  si  asside in quel posto,  non torna pi a casa se
    prima  qualche  straniero,   dopo  averle  gettato  del  denaro  sulle
    ginocchia, non si sia a lei congiunto all'interno del tempio.
    Nell'atto  di  gettare il denaro,  egli deve pronunciare questa frase:
    Invoco per te la dea Militta.
    Militta  il nome che gli Assiri danno ad Afrodite.
    La quantit di denaro  quella che . Non c' da temere, infatti,  che
    la  donna  lo  rifiuti: non le  permesso,  perch quel danaro diventa
    sacro.
    Essa segue il primo che glielo  getta  e  non  rifiuta  nessuno.  Dopo
    essersi data a quello,  fatto un sacrificio espiatorio alla dea, se ne
    torna a casa,  e da quel momento  non  potrai  offrire  mai  tanto  da
    poterla avere.
    Le  donne che sono dotate d'un bel viso e d'una figura slanciata se ne
    tornano presto. Quelle, invece,  che sono brutte rimangono lungo tempo
    senza  poter  soddisfare  la prescrizione di legge;  alcune,  infatti,
    aspettano anche tre o quattro anni (241).
    Una consuetudine simile a questa  si  trova  anche  in  alcuni  luoghi
    dell'isola di Cipro.

     200. Queste sono le leggi in vigore presso i Babilonesi.
    Vi  sono,  poi,  tre  trib che non si cibano d'altro se non di pesci.
    Dopo averli pescati e disseccati al sole,  li trattano in questo modo:
    li  gettano  in  un mortaio e,  trituratili con il pestello,  li fanno
    passare attraverso una tela.  A volont,  poi,  ognuno  li  mangia,  o
    impastati come una focaccia o cotti alla maniera del pane.

     201.  A Ciro, quand'ebbe soggiogato questo paese, venne il desiderio
    di ridurre in suo potere i Massageti,  un  popolo,  dicono,  grande  e
    valoroso,  situato  a  oriente,  verso  il  levar  del sole,  al di l
    dell'Arasse, di fronte agli Issedoni.
    C' chi dice anche che sia di origine scitica.

     202.  Il fiume Arasse chi lo dice pi  grande  dell'Istro,  chi  pi
    piccolo.
    Narrano che in esso vi sono numerose isole,  le quali, per estensione,
    sono press'a poco come Lesbo e in esse abitano uomini che d'estate  si
    cibano di radici d'ogni genere che essi dissotterrano, mentre i frutti
    trovati  sugli  alberi  li mettono in serbo,  quando sono maturi,  per
    nutrirsene e se ne cibano durante l'inverno.
    Altri alberi furono da loro scoperti,  a quanto  si  racconta,  i  cui
    frutti  hanno  questa  particolarit:  quando  gli  abitanti  si  sono
    radunati a gruppi in un determinato luogo e  hanno  acceso  il  fuoco,
    seduti  intorno  gettano  tra  le fiamme qualcuno di questi frutti,  e
    mentre esso brucia, odorandone il profumo si sentono inebriare, come i
    Greci per il vino. Pi frutti gettano sul fuoco pi si inebriano, fino
    a che si alzano per danzare e si mettono a cantare.
    Tale, si dice,  il genere di vita di quegli uomini.
    Quanto al fiume Arasse,  esso proviene dal paese  dei  Matiani  (donde
    viene anche il Ginde la cui corrente Ciro disperse per i 360 canali di
    cui s' parlato),  scorre per 40 rami che,  tranne uno,  vanno tutti a
    finire tra paludi e stagni,  dove si dice vivano degli uomini  che  si
    nutrono di pesci crudi e usano vestirsi con pelli di foca.
    L'unico  ramo  dell'Arasse  che  non  muore  cos  va a sfociare senza
    ostacoli nel Mar Caspio.

     203. Il Caspio  un mare a s, che non comunica con l'altro, poich,
    nell'insieme, il mare che percorrono con le loro navi i Greci,  quello
    che   denominato Atlantico oltre le colonne d'Ercole e quello Eritreo
    costituiscono un mare unico.
    Il Caspio, invece,  un altro mare per conto suo;  ha una lunghezza di
    quindici giorni di navigazione per chi si vale dei remi; la larghezza,
    l dove  maggiore, e di otto giorni.
    Nella parte occidentale di questo mare si stende il Caucaso, che delle
    catene di monti  la pi vasta e la pi elevata.
    Il Caucaso racchiude in s molti popoli, di tutte le razze, che vivono
    per lo pi di frutti selvatici.
    Tra loro si trovano degli alberi,  a quanto si racconta, le cui foglie
    hanno questa propriet: tritandole e mescolandole con  acqua,  possono
    con esse disegnare delle figure sulle vesti;  queste figure,  poi, non
    si cancellano lavandole, ma si logorano con il resto del vestito, come
    se vi fossero state tessute fin dall'origine.
    Dicono pure che questi uomini si accoppiano senza alcun riguardo, cos
    come le bestie.

     204. Dunque, a occidente di questo mare chiamato Caspio,  il confine
     segnato dal Caucaso;  invece, dalla parte dell'aurora, l dove sorge
    il sole, si stende una pianura sconfinata a perdita d'occhio.
    Di questa grande pianura una gran  parte    occupata  dai  Massageti,
    contro i quali Ciro ebbe vaghezza di muovere in armi.
    Infatti  molti  e  importanti  erano  i  motivi che ve lo spingevano e
    l'esaltavano: in primo luogo il vanto della stirpe, il credersi, cio,
    pi che uomo;  secondariamente la buona fortuna che l'assisteva  nelle
    guerre,  poich  dovunque Ciro rivolgeva le sue armi,  era impossibile
    che il popolo minacciato gli potesse sfuggire.

     205. Regnava allora sui Massageti, in seguito alla morte del marito,
    una donna, che si chiamava Tomiri. Ciro, per mezzo di messi, ne chiese
    la mano,  dicendosi desideroso di  prenderla  in  moglie.  Ma  Tomiri,
    comprendendo  che  non  era  lei  che  desiderava,  ma  il  regno  dei
    Massageti, gli rispose rifiutando ogni approccio.
    Ciro, allora, visto che con l'astuzia non ne veniva a nulla, marciando
    verso l'Arasse,  mosse una guerra aperta contro i Massageti: gett dei
    ponti  di  barche  sul  fiume per far passare i soldati e sulle barche
    fece costruire delle torri a difesa di quelli che passavano.

     206. Mentre Ciro era occupato in queste operazioni,  Tomiri mand un
    messo  a  dirgli: O re dei Medi,  desisti dall'affannarti per codesta
    impresa,  poich non puoi sapere se alla fine  essa  sar  per  te  un
    vantaggio:  regna  in  pace  sui  tuoi sudditi e sopporta di veder noi
    dominare su coloro che ci sono soggetti.
    Certamente, per, tu non vorrai far tesoro di questi consigli e tutto
    amerai pi che startene tranquillo.
    Allora,  se tanto desideri misurarti con i Massageti,  ebbene: lascia
    la  fatica  che  ora ti prendi di gettar ponti fortificati sul fiume e
    passa pure nel nostro paese,  dopo che noi ci saremo  ritirati  a  tre
    giorni di cammino da questo fiume.
    Se,  invece, vuoi essere tu ad accoglierci nel tuo territorio, fa' tu
    quanto io ti propongo.
    Udito questo messaggio,  Ciro convoc i capi persiani e quando li ebbe
    radunati,  li mise a parte della proposta,  chiedendo loro quale delle
    due cose dovesse fare.
    Tutti erano concordi nello stesso parere e lo esortavano ad accogliere
    nel proprio paese Tomiri e il suo esercito.

     207.  Ma Creso di Lidia,  che era presente e  non  approvava  questo
    consiglio,  sostenne un parere contrario a quello che veniva proposto,
    dicendo cos: O re,  altre volte ti ho gi detto che,  poich Zeus mi
    ha  dato  in tuo potere,  io far di tutto per stornare dalla tua casa
    ogni male che io veda sovrastarle.  Le mie sventure tanto  gravi  sono
    state per me di ammaestramento.
    Se  tu  ritenessi  di  essere immortale e di comandare un esercito di
    immortali,  non ci sarebbe bisogno che io ti esponessi il mio  parere,
    ma  se  riconosci  che  anche  tu  sei  uomo e tali sono quelli su cui
    comandi,  considera in primo luogo che le vicende umane sono come  una
    ruota  che  gira  e  non  permette  che  siano felici sempre le stesse
    persone.
    Orbene,  riguardo alla questione che si propone,  io sono  di  parere
    contrario a quello di costoro.
    Se, infatti, accetteremo di accogliere qui i nemici, ecco il pericolo
    che ci sovrasta: in caso di sconfitta,  tu, con la battaglia, perderai
    anche tutto il tuo dominio, poich  naturale che, tenendo in pugno la
    vittoria,  i Massageti non torneranno certo  indietro,  ma  muoveranno
    contro le tue province.
    D'altra parte, in caso di vittoria, non sar essa tanto grande quanto
    sarebbe se tu,  passato nel territorio dei Massageti, li vincessi e li
    inseguissi nella loro fuga,  poich,  all'eventualit di  cui  parlavo
    prima,  contrapporr ora, allo stesso modo che, dopo aver sgominate le
    truppe opposte a te, potrai puntare diritto sull'impero di Tomiri.
    Ma, oltre a queste considerazioni, sarebbe vergognoso e intollerabile
    che Ciro,  figlio di Cambise,  cedesse a una donna e si ritirasse  dal
    campo.
    Ordunque,  a me sembra cosa saggia passare il fiume e avanzare fino a
    che quelli si ritireranno; in seguito,  cercare di vincerli con questa
    tattica.
    Per quanto io vengo a sapere, i Massageti sono ignari delle ricchezze
    persiane e non conoscono grandi agiatezze: per questi uomini,  dunque,
    sgozziamo,  senza risparmio,  pecore in gran  numero,  prepariamole  e
    allestiamo  un  banchetto  nel  nostro  campo,  aggiungendo,  poi,  in
    abbondanza crateri di vino puro e cibi d'ogni genere.
    Fatto ci,  lasciamo indietro la parte pi debole dell'esercito e gli
    altri ritornino di nuovo verso il fiume.  Poich, se io non m'inganno,
    i nemici al veder tutte quelle delizie,  si getteranno su di esse e  a
    noi si offrir, in seguito, l'opportunit di compiere grandi imprese.

     208. Questi furono gli opposti pareri.
    Ciro,  lasciato  da  parte il primo e fatto suo il consiglio di Creso,
    mand a dire a Tomiri di ritirarsi,  poich egli aveva  intenzione  di
    passare  il  fiume  e marciare contro di lei.  Quella si ritir,  come
    aveva precedentemente promesso.
    Dopo aver affidato Creso alle cure  del  figlio  suo  Cambise,  a  cui
    intendeva  lasciare  il  regno,  e  avergli con calore raccomandato di
    onorarlo e di fargli del bene,  se la campagna contro i Massageti  non
    avesse avuto esito felice,  Ciro,  prese tali disposizioni e inviatili
    in Persia, pass il fiume alla testa del suo esercito.

     209.  Quand'ebbe superato l'Arasse,  sopraggiunta la  notte,  mentre
    dormiva nel territorio dei Massageti, ebbe questo sogno.
    Gli  parve  di  vedere,  durante  il sonno,  che il primo dei figli di
    Istaspe aveva le ali dietro le spalle e con  una  ombreggiava  l'Asia,
    con l'altra l'Europa (242).
    Il  primo  dei  figli  di  Istaspe,  figlio  di  Arsame,  della stirpe
    achemenide,  era Dario,  che aveva allora circa 20 anni ed  era  stato
    lasciato in Persia perch non ancora in et atta alle armi.
    Quando  dunque  Ciro  si  svegli,  si diede a riflettere sul sogno e,
    siccome gli sembrava che la visione fosse di grande  importanza,  fece
    chiamare Istaspe e,  trattolo in disparte,  gli disse: O Istaspe, tuo
    figlio  stato colto a  congiurare  contro  di  me  e  contro  il  mio
    dominio: come questo io sappia con sicurezza, te lo dir.
    Gli  di  si  prendono cura di me e mi rivelano in precedenza tutti i
    mali che mi minacciano: orbene, la notte scorsa,  nel sonno,  ho visto
    il  pi  vecchio dei tuoi figli con tanto d'ali dietro le spalle e con
    una di esse ombreggiava l'Asia, con l'altra l'Europa.
    Una sola cosa  possibile arguire da  questo  sogno  ed    che  egli
    congiura contro di me.
    Tu,  dunque, torna immediatamente in Persia e fa' in modo che, al mio
    ritorno col,  dopo ch'io avr assoggettato questo paese,  tu mi possa
    presentare tuo figlio a dissipare il sospetto.

      210.  Questo diceva Ciro,  convinto che Dario gli tendesse insidie:
    invece il dio gli rivelava che egli era  ormai  sul  punto  di  morire
    proprio  l,  in  quella  regione,  e il suo regno stava per passare a
    Dario (243).
    Ad ogni modo,  Istaspe gli rispose cos: O re,  mi auguro che non  ci
    sia  persiano  alcuno che intenda congiurare contro di te;  ma se c',
    che muoia all'istante poich tu hai dato la libert  ai  Persiani  che
    erano  schiavi  e  hai  fatto  che dominassero tutti gli altri anzich
    esserne dominati.  E se un sogno ti rivela che  il  figlio  mio  vuole
    ribellarsi  a  te,  io te lo do in mano perch tu ne faccia quello che
    vuoi.
    Istaspe, data questa risposta,  riattravers l'Arasse e se ne torn in
    Persia per tenere il figlio Dario a disposizione di Ciro.

     211.  Questi,  intanto, spintosi avanti una giornata di marcia dalle
    rive del fiume, metteva in pratica quanto Creso aveva consigliato.
    Ci fatto,  Ciro e il nerbo dell'esercito persiano  avevano  ripiegato
    verso  l'Arasse,  mentre  era  stata  lasciata  sul posto la parte pi
    debole,  quando sopraggiunsero i Massageti con  un  terzo  delle  loro
    forze:  fecero strage dei soldati lasciati da Ciro,  che pur cercavano
    di resistere,  e,  come  videro  le  mense  apparecchiate,  dopo  aver
    sopraffatti  gli  avversari,  si  sedettero  a tavola e banchettarono;
    quindi, pieni di cibi e di vino, si addormentarono.
    Ma i Persiani,  sopraggiunti,  ne uccisero molti e  molti  di  pi  ne
    presero vivi;  fra gli altri, anche il figlio della regina Tomiri, che
    si chiamava Spargapise e comandava le forze dei Massageti.

      212.   Tomiri,   quando  fu  informata  di  ci  che  era  accaduto
    all'esercito e a suo figlio,  mand un araldo a Ciro a dirgli cos: O
    Ciro,  avido di sangue,  non insuperbire per ci che   avvenuto,  se,
    cio,  grazie al frutto della vite, che rende pazzi pure voi quando ne
    siete pieni, tanto che,  mentre il vino scende nel vostro stomaco,  vi
    sgorgano  dalla  bocca sconce parole,  se con tale veleno tu hai avuto
    ragione di mio figlio,  prendendolo con l'inganno,  e non gi  con  la
    forza sul campo di battaglia.
    Ordunque,  dato  che  io  ti offro un buon consiglio,  accogli la mia
    proposta: rendimi mio figlio e allontanati da questo  paese  impunito,
    nonostante  l'oltraggio  che  tu hai inflitto a un terzo dell'esercito
    dei Massageti.
    Se non lo farai, io giuro per il sole, signore dei Massageti,  che ti
    sazier di sangue, sebbene tu ne sia insaziabile.

      213.  Ciro,  di  queste  parole che gli erano state trasmesse,  non
    teneva alcun conto. Ma Spargapise, il figlio della regina Tomiri, come
    l'ebbrezza del  vino  l'abbandon  e  comprese  in  quale  disgraziata
    situazione  si  trovava,  preg  Ciro di essere liberato dalle catene:
    l'ottenne,  ma non appena fu sciolto dai ceppi ed ebbe libere le mani,
    si diede la morte.

     214. In tal modo egli pose fine alla sua vita.
    Tomiri,  poich Ciro non aveva voluto darle ascolto, raccolte tutte le
    sue milizie, venne a battaglia con lui.
    Io sono del parere che questa battaglia sia stata la pi  violenta  di
    quante avvennero fra eserciti barbari e,  secondo le mie informazioni,
    essa si svolse cos.
    Prima di tutto,  si  dice  che  gli  avversari,  stando  a  una  certa
    distanza,  si  scagliarono vicendevolmente delle frecce con gli archi;
    poi,  quando non ebbero pi armi  da  getto,  lanciatisi  contro  l'un
    l'altro  con spade e pugnali vennero a corpo a corpo.  Per lungo tempo
    essi rimasero avvinghiati combattendo e nessuno voleva indietreggiare:
    ma, alla fine, i Massageti ebbero il sopravvento.
    La maggior parte dell'esercito persiano fu distrutta l sul  posto  e,
    per di pi,  vi mor (244) lo stesso Ciro,  che aveva regnato in tutto
    29 anni.
    Tomiri,  dopo aver riempito un otre  caprino  di  sangue  umano,  fece
    ricercare  fra  i  cadaveri  persiani il corpo di Ciro e quando l'ebbe
    trovato ne  tuff  il  capo  nell'otre  e,  all'oltraggio  del  morto,
    aggiungeva  queste parole: Sebbene io sia in vita e ti abbia vinto in
    battaglia,  tu mi  hai  rovinata,  avendo  catturato  mio  figlio  con
    l'inganno: ora io ti sazier di sangue, come ti avevo promesso.
    Molte  sono  le  versioni che si riferiscono alla morte di Ciro (245),
    questa che da me  stata raccontata  la pi degna di fede.

     215.  Il modo di vestire dei Massageti  simile a quello degli Sciti
    e  cos il loro tenore di vita: combattono tanto a cavallo che a piedi
    (perch pratici di ambedue i generi di lotta). Sono arcieri, lancieri,
    e hanno l'abitudine di portare la bipenne.
    Per ogni cosa si servono dell'oro e del bronzo:  per  le  punte  delle
    lance,  dei  giavellotti e per le bipenni usano sempre il bronzo;  con
    l'oro, invece, adornano le capigliature, le cinture e i baltei.
    Allo stesso modo per i cavalli: ne avvolgono il petto  in  corazze  di
    bronzo,  mentre  con l'oro adornano le briglie,  i morsi e i frontali;
    non adoperano assolutamente n ferro n argento;  poich non ne esiste
    nel loro paese; mentre di oro e bronzo c' grande abbondanza.

     216. I costumi dei Massageti sono questi.
    Ogni uomo sposa una donna,  ma delle donne fanno un uso comune: poich
    quella pratica che i Greci attribuiscono  agli  Sciti    propria  non
    degli Sciti, ma dei Massageti.
    Infatti, quando un massageto prova desiderio per una donna, appende la
    propria  faretra davanti al carro di lei,  e con lei si unisce,  senza
    preoccupazione alcuna.
    Presso di loro non c' un limite fisso per la durata  della  vita;  ma
    quando  uno    diventato molto vecchio,  i suoi parenti si raccolgono
    tutti insieme e lo uccidono; insieme con lui immolano altri animali e,
    fattane cuocere la carne, se ne cibano.
    Questa  la fine pi felice,  secondo le  loro  consuetudini:  quello,
    invece, che muore per malattia non lo mangiano, ma lo seppelliscono in
    terra, ritenendo come una sventura il fatto che non sia giunto all'et
    di essere sacrificato.
    I  Massageti non usano seminare: vivono di selvaggina e di pesci,  che
    loro fornisce in grande abbondanza il fiume Arasse e sono bevitori  di
    latte.
    Fra gli di,  onorano esclusivamente il Sole, al quale sacrificano dei
    cavalli.
    Questo  il significato  del  sacrificio:  al  pi  veloce  degli  di
    sacrificano il pi veloce degli esseri mortali.









    NOTE.

    N.  1. Con tale nome Erodoto intende non solo quello che noi chiamiamo
    appunto "Mar Rosso",  ma anche il  Golfo  Persico  (dove  prima  erano
    stanziati i Fenici) e l'Oceano Indiano.
    N.  2.  Cio,  il  mare  frequentato  soprattutto  dai  Greci e di cui
    occupavano una parte delle coste: il Mediterraneo orientale.
    N.  3.  In origine tale  nome  designava  una  piccola  regione  della
    Tessaglia; poi la Grecia settentrionale e, infine, tutta la Grecia.
    N. 4. Quando approdavano, di solito, i marinai rivolgevano verso terra
    la  poppa  della  nave,  che  rimaneva  cos  pronta  per  la partenza
    immediata.
    N. 5. Secondo la leggenda greca, lo,  sacerdotessa di Giunone,  di cui
    si  era  innamorato  Zeus,  fu  trasformata dalla gelosa dea in vacca,
    custodita da Argo. Quando Ermete, per incarico di Zeus, ebbe ucciso il
    custode,  Giunone impose ad Io un  assillo  che,  tormentandola  senza
    posa,  la  fece  vagare in Europa e in Asia,  finch giunse in Egitto,
    dove una carezza di Zeus le restitu la primitiva forma.
    N. 6. Secondo i Greci, invece, Europa, figlia di Agenore, fu rapita da
    Zeus,  trasformatosi  in  toro,   e  portata  a  Creta:  di  qui,   la
    supposizione  di  Erodoto  che  gli  anonimi rapitori potessero essere
    Cretesi.
    N. 7. La nave Argo, su cui gli Argonauti, guidati da Giasone,  mossero
    alla conquista del Vello d'oro, conservato ad Ea nella Colchide, lungo
    il  Ponto  Eussino,  a  oriente,  bagnata  dal  fiume Fasi che in esso
    sfocia. Gi la conquista del Vello d'oro era un offesa per i Colchi.
    N. 8. Era Eeta, figlio del Sole.
    N.  9.  Cio,  i Greci coinvolgevano nella stessa responsabilit tutti
    quelli che non appartenevano alla loro razza.
    N. 10. Alessandro: nome greco di Paride.
    N. 11. Cio Creso re di Lidia, del quale parler subito dopo.
    N.   12.   Erodoto  si  riferisce  alla  posizione  della  sua  citt,
    Alicarnasso, e intende dire a occidente del fiume Alis.
    N. 13. Si tratta qui dei Siri di Cappadocia.
    N. 14. Questi Eraclidi pretendevano di discendere dal dio solare che i
    Lidii chiamavano Sandone, gli Assiri Belo e i Greci identificavano con
    Eracle.
    N.  15.  Altrove (l.  2,   142),  Erodoto determina la durata di  una
    generazione in 33 anni;  ma qui il calcolo deve essere diverso, perch
    cos non torna.
    N.  16.  Archiloco.  Vissuto fra il 690 e il 630 a.  C.,  fu  uno  dei
    maggiori  poeti greci e il pi celebrato fra gli autori di giambi.  Il
    verso a cui qui si accenna dice: "A me nulla interessano  i  fatti  di
    Gige  ricco  d'oro".  N.  17.  Veramente  Creso,  su cui si abbatt la
    vendetta,  secondo i nostri calcoli sarebbe il quarto  discendente  di
    Gige;   ma  i  Greci  nel  computo  solevano  tener  conto  anche  del
    capostipite, cio Gige stesso.
    N. 18. Cio circa 780 chilogrammi;  dato che un "talento",  come peso,
    corrispondeva a 26 chilogrammi circa.
    N.  19.  Tesoro dei Corinzi.  Si chiamava cos una cella nel tempio di
    Delfi,  sacro ad Apollo,  dove si riponevano tutti i doni votivi: ogni
    Stato greco aveva il suo "tesoro".
    N. 20. Cipselo: tiranno di Corinto dal 670 a. C.
    N. 21. Significa "tesoro di Gige" e lo storico riferisce questa parola
    conservando il vocalismo dorico, come l'aveva certo sentita a Delfi.
    N. 22. Forse dal 720 al 682 a. C.
    N. 23. Dal 682 (?) al 633 (?) a. C.
    N. 24. Cio dal 633 (?) al 621 (?) a. C.
    N. 25. Ne parler pi avanti, ai  73-74 di questo stesso libro.
    N. 26. Limeneo: porto presso Mileto.
    N. 27. Eritre: citt della Ionia, colonizzata dai cittadini di Eretria
    in Eubea.
    N.  28.  Da Asseso,  borgata presso Mileto,  dove sorgeva un tempio ad
    Atena
    N. 29. Metimna: nell'isola di Lesbo, la seconda citt, per importanza,
    dopo Mitilene.
    N. 30.  Capo Tenaro: l'odierno capo Matapan, all'estremit meridionale
    della Laconia.
    N.  31.  Citaredo: era un poeta che  cantava  accompagnandosi  con  la
    cetra.
    N.  32.  Ditirambi:  canti  corali  in  onore di Dioniso,  a carattere
    orgiastico, non certo inventati da Arione, ma da lui perfezionati.
    N. 33. Sia perch avevano,  in antico,  fama di essere ottimi marinai;
    sia  perch  Corinto era quasi sua patria di adozione e col intendeva
    recarsi.
    N. 34. Gli antichi attribuivano alla sepoltura immensa importanza, per
    la credenza che avevano che le anime  degli  insepolti  non  potessero
    trovar pace nell'al di l.
    N.  35.  "Nomo ortio": era un inno liturgico,  a struttura rigidamente
    regolare e a tono elevato;  di solito accompagnato dal flauto,  ma  da
    Arione eseguito con la cetra.
    N.  36.  In  un  tempio  di Posidone,  dove lo vide anche Pausania nel
    secondo secolo d. C.
    N.  37.  Arione a cavallo d'un delfino si trova raffigurato  anche  su
    delle monete di Metimna, nell'isola di Lesbo.
    N. 38. Forse dal 621 al 564 a. C.
    N. 39. Cio della famiglia dei Mermnadi: il primo era stato Gige.
    n.  40.  Fatto, cio, di lamine saldate l'una sull'altra, senza uso di
    perni o di chiodi.
    N. 41. Sette stadi; cio, circa 1300 metri.
    N.  42.  Biante e Pittaco furono due dei sette Sapienti della  Grecia,
    famosi  per la loro prudente assennatezza.  Si sa,  per,  che Pittaco
    mor prima  che  Creso  salisse  al  potere  e  quindi  l'aneddoto  va
    attribuito a Biante.
    N.  43.  Frase  di  sapore epico: da ricordare che i Lidi erano famosi
    cavalieri.
    N. 44.  Nominati qui non gi come popolo conquistato,  dato che era il
    suo; ma come parte del suo vasto regno.
    N.  45.  Quasi tutti gli scrittori antichi collocano i Calibi al di l
    del fiume Alis.
    N.  46.  Tale notizia di Erodoto non  conforme a  verit,  poich  la
    promulgazione delle leggi di Solone fu fatta nel 593 a. C. Subito dopo
    egli si sarebbe recato a Sardi: ma l'avvento di Creso al potere non si
    ebbe  che  verso  il 560 a.  C.  Tuttavia,  ci nulla toglie al valore
    artistico e morale dell'episodio che lo storico si accinge a riferire.
    N.  47.  Cio fra i  Greci,  che  vivevano  piuttosto  sobriamente  in
    confronto  con  lo  sfarzo  e  la  mollezza propria degli Orientali in
    genere e, in particolare dei Lidi.
    N. 48.  I Megaresi,  con i quali gli Ateniesi furono a lungo in guerra
    per  il  possesso  dell'isola di Salamina;  Eleusi si trova,  appunto,
    sulla strada da Atene a Megara.
    N. 49. Da Plutarco sappiamo che essa era la sacerdotessa della dea.  4
    N. 50. 45 stadi: circa 8500 metri.
    N. 51. Ammettendo l'anno composto di 12 mesi, di 30 giorni ciascuno.
    N.  52.  Si attribuiva a Solone l'introduzione del "ciclo trieterico":
    ecco perch Erodoto lo rappresenta  alle  prese  con  simili  calcoli.
    L'aggiunta  di  un  mese  ogni  altro  anno era un rimedio imperfetto,
    perch la media risultava nettamente  superiore  a  quella  d'un  anno
    solare.
    N. 53. Forse per indurlo a rimanere in casa, oppure per assicurarsi da
    lui una discendenza, data la minaccia di morte imminente.
    N.  54. L'omicida si sedeva sopra la pelle di un montone sacrificato e
    gli si versavano sulle mani sangue di porcello e acqua.
    N.  55.  La "caccia grossa"  sempre  dagli  antichi  presentata  come
    un'impresa pericolosa, da star a pari con la guerra.
    N.  56. Adrasto significa l'"inevitabile" e tale riferimento, a questo
    punto, acquista un colore tragico: era come lo strumento del destino.
    N.  57.  Salito al trono verso il 559 a C.,  Ciro fra il 550 e il  547
    aveva imposto la sua autorit sugli antichi vassalli della Media.
    N. 58. Delfi: vi era il famosissimo tempio di Apollo.
    N.  59. Aba: questa localit, nel centro della Grecia, aveva un tempio
    e un oracolo di Apollo, antichissimi ambedue.
    N.  60.  Nell'Epiro vi era un oracolo di  Zeus;  ivi  erano  le  sacre
    querce, dal cui stormire un tempo i sacerdoti traevano i responsi.
    N.  61. Anfiarao: l'indovino che dopo aver preso parte alla spedizione
    dei Sette contro Tebe,  fu inghiottito con il suo cocchio e i cavalli,
    dalla  terra  in  una  localit  della  Beozia  dove  poi sorse un suo
    oracolo. N. 62. Trofonio: architetto,  insieme con il fratello Agamede
    aveva costruito la "sala del tesoro" di Ireo, re di Iria in Beozia; ma
    insieme  con lui aveva architettato anche il modo di rubarne i tesori.
    Essendo stato colto il fratello nei lacci  egli  ne  tagli  la  testa
    perch non fosse riconosciuto; ma, mentre fuggiva con il capo mozzo in
    mano fu inghiottito dalla terra,  presso Lebadea in Beozia,  e in quel
    luogo fu costruito un santuario.
    N.  63.  Branchidi: discendenti da un mitico Branco,  erano una stirpe
    sacerdotale addetta al culto di Apollo Didimeo,  presso Mileto,  nella
    Ionia.
    N. 64. Dopo un giorno di digiuno, si soleva sacrificare ad Anfiarao un
    montone,  la cui pelle  veniva  distesa  sul  pavimento:  su  di  essa
    dormivano quelli che consultavano l'oracolo,  e ricevevano in sogno il
    desiderato responso.
    N. 65. Un palmo corrispondeva a 8 centimetri.
    N. 66. Il "talento" pesava 26 chilogrammi.
    N. 67. Oro bianco: cio, mescolato d'argento; pi pallido,  quindi,  e
    di minore densit che l'oro puro.
    N.  68.  tempio  [di  Delfi]  fu  incendiato  nel 548 a.  C.  e la sua
    ricostruzione, cui posero mano gli Alcmeonidi,  fu compiuta nel 430 a.
    C.
    N. 69. La "mina attica", come peso, valeva circa 436 grammi.
    N. 70. Pronao: l'atrio del tempio ricostruito.
    N. 71. L'"anfora", come misura, conteneva circa 40 litri.
    N. 72. Teofanie: feste primaverili in onore di Apollo, che si mostrava
    dopo  il  suo  soggiorno presso gli Iperborei;  cio ritornava il sole
    dopo la stagione invernale.
    N. 73. Il cubito misurava metri 0,443.
    N. 74. Da Plutarco sappiamo che la fornaia,  incaricata dalla matrigna
    di  Creso  di  preparargli  un  pane  avvelenato,  lo aveva avvertito,
    salvandogli cos la vita.
    N. 75. Dalle pitture vascolari del sesto secolo a. C.,  vediamo che le
    lance avevano una punta ad ogni estremit.
    N.  76.  Pito  era,  precisamente,  il luogo dove sorgeva il tempio di
    Apollo a Delfi; qui ha lo stesso valore di Delfi.
    N.  77.  Lo "statere" era una moneta aurea che pesava poco  pi  di  8
    grammi.
    N.  78. L'oracolo si riferiva a Ciro, figlio di una principessa e d'un
    uomo di povera condizione.
    N. 79. Al tempo di Erodoto era proverbiale la mollezza dei Lidi ma qui
    si tratta di un anacronismo;  solo pi tardi  presero  l'abitudine  di
    calzare i coturni.
    N.  80.  Vale a dire gli Ateniesi;  con "l'altro" si intendono non gi
    spartani, in particolare, ma tutti i Dori.
    N.  81.  Ftiotide: regione della Tessaglia,  tra i Golfi di Malea e di
    Pagase.
    N.  82.  Elleno:  era  figlio  di Deucalione.  Doro ed Elleno sono gli
    eponimi dei Dori e degli Elleni.
    N.  83.  Cadmei,  cio i Tebani,  cos chiamati da  Cadmo,  il  mitico
    fondatore della rocca di Tebe.
    N.  84.  Pindo: non il monte omonimo,  ma una citt antichissima della
    Istiotide.
    N. 85. Macedno: significa "di alta statura".
    N. 86. Spartani e Ateniesi.
    N. 87. Chilone: uno dei sette sapienti della Grecia.
    N.  88.  Gli abitanti della costa meridionale e orientale  dell'Attica
    erano,  di  preferenza,  mercanti  e  pescatori;  mentre  quelli della
    pianura,  lungo il Cefiso,  fra le colline e il mare,  erano ricchi  e
    nobili.
    N.  89.  Quelli, cio, che abitavano sulle pendici del Pentelico e del
    Parnete; ed erano molto poveri.
    N.  90.  Nisea: era il porto di Megara;  qui si accenna alla guerra di
    Atene contro la suddetta citt per il possesso dell'isola di Salamina,
    eterno pomo di discordia fra le due citt.
    N. 91. Nel 555 a. C
    N. 92. Cio un metro e 75 circa.
    N.  93.  La  verit,  adombrata  da questa leggenda (che altri storici
    antichi ripresero nonostante il negativo giudizio di Erodoto),    che
    Pisistrato  ottenne  vittoria  sopra i suoi nemici presso il tempio di
    Atena Pallenide e pot, quindi, rientrare ad Atene sotto la protezione
    ideale della dea.
    N. 94. Precisamente, erano quattro: Ippia e Ipparco, avuti dalla prima
    moglie; Iofonte e Agesistrato dalla seconda che era di Argo.
    N.  95.  Gli Alcmenoidi erano accusati  di  aver  mandato  a  morte  i
    partigiani di Cilone,  nonostante si fossero rifugiati presso l'altare
    di Atena,  quando Cilone aveva tentato invano di occupare  l'acropoli.
    Di  questo  fatto parla Erodoto al libro 5,   71 e anche Tucidide nel
    libro 1, cap 126.
    N.  96.  Eretria: nell'isola di Eubea,  molto vicina all'Attica e alle
    localit abitate dai suoi partigiani.
    N.  97. Ippia: era il maggiore dei figli, il pi autorevole, quindi, e
    destinato a succedere al trono.
    N.  98.  In Tebe c'era un governo aristocratico che aveva interesse ad
    ostacolare la democrazia di Atene e a favorire, quindi, la tirannia.
    N. 99. In particolare dalle miniere d'argento del monte Laurio.
    N.  100.  Strimone:  fiume  della  Tracia,  dove  pare  che Pisistrato
    possedesse terre ricche di metalli.
    N. 101. Tegea: citt dell'Arcadia con la quale Sparta fu in guerra nel
    sesto secolo, probabilmente verso il 560 a. C.
    N.  102.  Enomotie: erano drappelli di circa 40 soldati (secondo altri
    di  30)  legati  fra loro da un giuramento come indica il nome stesso:
    anche Tucidide ne parla (confronta libro 5, cap. 68).
    N. 103. Triecadi: probabilmente gruppi di 30 famiglie.
    N.  104.  Efori;  cio,  ispettori: erano  cinque  e  costituirono  la
    magistratura pi importante della costituzione di Sparta.
    N.  105.Geronti;  cio,  anziani: erano una trentina eletti a vita dal
    popolo; dovevano avere oltrepassato i 60 anni e formavano il consiglio
    supremo.
    N. 106.Cio di tempra forte e di vita aspra e dura.
    N. 107. La fune non doveva servire per misurare i lotti di terreno che
    i vincitori  si  sarebbero  appropriati,  ma  per  delimitare  i  vari
    appezzamenti  in  cui  da schiavi dovevano lavorare e la terra sarebbe
    stata si battuta dai piede,  ma il sinistro rimbombo dei ceppi  doveva
    rendere ben dolorosa la... danza.
    N.  108.  Anassandrida e Aristone. Questi due re salirono al trono nel
    560 a. C. e morirono il primo nel 520 il secondo nel 510 a.C.
    N.  109."Agatoergi": il nome significa "esecutori di  belle  imprese":
    benemeriti, si direbbe noi.
    N.  110. Corpo di 300 giovani spartiati, che costituiva la guardia del
    re.
    N. 111. Forse per una tregua o un armistizio.
    N.  112.  Essendo il "cubito" di circa metri 0,45,  si trattava di una
    misura non comune, circa metri 3,15.
    N. 113. Tornace era un monte a nord-est di Sparta.
    N. 114. Cio, la parte pi stretta del continente.
    N.  115.  Anche  tenendo  conto di rapide scorciatoie e che magari gli
    "uomini  spediti"  potessero  essere  dei  corrieri  speciali  che  si
    alternavano, il tempo indicato da Erodoto sembra essere troppo breve e
    fa meraviglia che altri autori,  di molto posteriori al nostro storico
    (ad esempio Plinio il Vecchio), siano caduti in simile errore.
    N. 116. Dal 624 al 585 a.C. circa.
    N. 117. In queste regioni ci furono due eclissi di sole: nel 610 a. C.
    e nel 585 a. C. Qui pare che si tratti della prima.
    N. 118. Talete,  vissuto dal 624 al 546 a.  C.,  fu il fondatore della
    scuola filosofica ionica.  Giova ricordare che per gli antichi,  molto
    superstiziosi, l'eclissi era uno dei segni pi infausti.
    N. 119. Al capitolo 107 e seguenti, di questo stesso libro.
    N.  120.  Evidentemente stavano rimontando il fiume verso la sorgente,
    dirigendosi a sud.
    N.  121.  Cio:  se avessero fatto passare tutta la corrente del fiume
    alla destra dell'accampamento avrebbero avuto da  superare  la  stessa
    difficolt  al ritorno sul loro cammino;  n avrebbero avuto il tempo,
    nella  precipitosa  ritirata,   di  incanalare  di  nuovo   il   fiume
    nell'antico alveo.
    N.  122.  Telmesso:  citt  della Lidia,  famosa per i suoi indovini o
    interpreti.
    N. 123. Dindimo di Frigia.
    N.  124.  Epiteto di Cibele,  la Gran Madre;  divinit principale  dei
    Frigi,  veniva  venerata,  in  modo particolare,  sulla cima del monte
    Dindimo, dove aveva un tempio molto famoso.
    N. 125. Verso il 550 a. C.
    N.  126.  Si tratta qui della zona costiera a sud-est del  Peloponneso
    (fino alla punta estrema,  dove si trova Malea),  separata,  per mezzo
    dei monti,  dal bacino dell'Eurota e dal Golfo Laconico.  In  rapporto
    alla penisola di Argo, che si protende ad oriente sino a Ermione, tale
    zona si trova pi ad occidente.  Un tempo,  quando Argo era al massimo
    del suo splendore,  tutta questa regione era sotto il suo dominio:  la
    Tireatide  ne  costituiva  il  distretto  meridionale  e Sparta glielo
    contendeva.
    N. 127. Da Tucidide (libro 5, cap. 41) sappiamo che,  pi di un secolo
    dopo  (nel 420 a.  C.).  gli Argivi non s'erano ancora rassegnati alla
    perdita della Tireatide.
    N. 18.  Secondo gli Argivi,  invece,  sarebbe stato ucciso da Perilao,
    figlio di Alcenore, uno dei due scampati di Argo.
    N. 129. Mardi: era una trib nomade persiana di briganti e di predoni,
    che militavano come mercenari nell'esercito di Ciro.
    N.  130. Il significato di questa leggenda pu essere che la citt era
    sotto la protezione di Eracle-Sandon,  a cui era consacrato il  leone.
    E, in effetti, un leone era raffigurato sopra le monete di Sardi.
    N. 131. La data della caduta di Sardi va collocata fra il 547 e il 546
    a. C.
    N.  132.  Creso parlava in lingua lidia; Ciro in lingua persiana: ecco
    perch si deve ricorrere agli interpreti.
    N. 133. Apollo, per mezzo del suo oracolo di Delfi.
    N. 134. Gige che aveva ucciso Candaule (confronta libro 1, cap. 13).
    N.  135.  Lossia: uno dei nomi di  Apollo  di  incerta  etimologia  e,
    conseguentemente,  d'incerto  significato.  Secondo  alcuni,  vorrebbe
    significare  "  lo  splendente",  il  dio  del  sole;  secondo  altri,
    l'"obliquo", con irriverente allusione all ambiguit degli oracoli.
    N.  136.  Con  tale  nome intende Erodoto indicare i paesi abitati dai
    Greci;  quindi anche le coste dell'Asia Minore  (ad  esempio  Efeso  e
    Mileto, subito dopo ricordate).
    N.  137.  Un  santuario  della dea,  che costituiva come il pronao del
    tempio di Apollo in Delfi. Di qui il suo appellativo.
    N. 138. Aliatte, come pi tardi Dario,  scelse il suo successore fra i
    vari figli.
    N.  139.  Scardasso:  strumento  di  tortura,  cos  chiamato  per  la
    somiglianza che aveva con il pettine dei cardatori.
    N.  140.  Si tratta di pagliuzze d'oro  che  si  trovavano  nel  fiume
    Pattolo, il quale sgorgava dal monte Tmolo a sud di Sardi.
    N. 141. Metri 1170 circa.
    N. 142. Metri 400 circa; dato che il "pletro" misurava cento piedi (30
    metri circa) ed era la sesta parte di uno "stadio" (180 metri circa).
    N. 143. Astragali: erano anch'essi dei dadi, ma con i punti segnati su
    quattro facce, anzich su sei.
    N.  144.  Tirreni: sarebbero,  cio, gli Etruschi; ma tale racconto di
    Erodoto lascia molto perplessi sull'argomento.
    N.  145.  Con questa conclusione lo storico si riporta alla  presa  di
    Sardi  e  prepara  l'entrata  dei  Persiani  che,  vincitori dei Lidi,
    subentrano ad essi nella lotta contro i Greci.
    N. 146.  La fondazione del grande impero assiro risaliva al 1270 circa
    a.C. I Medi cominciarono a sollevarsi nel 712 a.C.
    N.  147.  E  cio  i  Cilici,  i  Siri,  gli Ebrei,  ma specialmente i
    Babilonesi che,  alleatisi  con  i  Medi,  sconfissero  Sardanapalo  e
    distrussero la sua capitale nel 625 a. C.
    N. 148. Per effetto delle conquiste di Fraorte, Ciassare, Ciro.
    N.  149.  Ecbatana: l'odierna Hamadan,  presso il monte Oronte, la pi
    antica citt del regno dei Medi e loro capitale.
    N.  150.  Il circuito di Atene,  escluse le lunghe mura e  quelle  del
    Pireo,  era  di  60  stadi circa e non corrispondeva certo a quello di
    Ecbatana, che, da altre fonti, sappiamo molto maggiore.
    N.  151.  Ascoltatori: erano i famosi "occhi e orecchi del  re"  della
    polizia achemenide.
    N.  152.  Il suo dominio sarebbe durato,  secondo calcoli, non per da
    tutti accettati, dal 699 al 646 a. C.
    N. 153. Conservato dal 646 al 625 a. C.
    N.  154.  Il regno di Ciassare sarebbe durato dal 624 al  585;  ma  la
    cronologia di Erodoto  confusa e contraddittoria.
    N.  155.  Meotide:  l'odierno  Mar  d'Azof,  donde  sarebbero venuti i
    Cimmeri.
    N.  156.  Fasi: scaturisce dal Caucaso  occidentale  e,  attraversando
    l'antica Colchide, sfocia nel Ponto.
    N. 157. Saspiri: un popolo che abitava l'Armenia, forse nel territorio
    dell'odierna Georgia.
    N. 158. Siria Palestina: espressione geografica che in Erodoto designa
    varie  regioni,  o  meglio,  parti pi o meno estese di quella che noi
    chiamiamo Siria: qui s'intende la Terra  Santa  e  il  litorale  della
    Fenicia fino all'Egitto.  Quest'invasione pare risalga al 633 a. C., e
    un quadro terrificante ce ne ha lasciato il profeta Geremia.
    N. 159. Psammetico regn dal 663 al 610 a. C.
    N. 160. Ascalona: citt dei Filistei, dov'era venerata,  sotto il nome
    di Derketo, la dea che Erodoto chiama Afrodite Urania, propriamente la
    dea dell'amore puro.
    N.  161.  A Pafo e ad Amatunte, nell'isola di Cipro, era molto diffuso
    il culto di Afrodite,  che sembra per  pi  antico  di  quanto  lasci
    credere Erodoto.
    N.  162. Malattia muliebre: una forma di degenerazione fisica, per cui
    l'uomo assume i caratteri esteriori della donna.
    N. 163. "Enarei": androgini o ermafroditi.
    N. 164. Dal 633 al 605 a. C.?
    N.  165.  Pare si accenni alle "storie assire" che Erodoto annuncia al
    cap. 184; ma che a noi non sono giunte.
    N. 166. Il re dei Babilonesi, Nabopolassar, s'era alleato con i Medi e
    aveva contribuito alla conquista di Ninive (612 a.C.).
    N. 167. In verit Cambise, pur riconoscendo la sovranit dei Medi, non
    era un semplice privato, ma re del suo paese.
    N.  168.  "Cyno", in greco, vuol dire "cane", "cagna" e "spaco", dallo
    zendo "sp", ha lo stesso significato.
    N. 169. Occhio del re: cos erano chiamati in Persia gli "ispettori di
    polizia", come diremmo noi.
    N.  170.  Pu darsi che Arpago adoperi  questo  termine  al  posto  di
    "guardie"  come  era  detto  prima,  perch  gli eunuchi passavano per
    essere gente particolarmente degna di fiducia.
    N.  171.  Interpretazione razionalista della  leggenda  primitiva  che
    voleva  Ciro  salvato  e  nutrito da una cagna.  Il cane era l'animale
    sacro al dio supremo Ormuzd o Ahuramazda.
    N.  172.  Erodoto qui  in contraddizione con la  verit  storica:  la
    Persia  non  era  una  provincia  dell'impero dei Medi.  Costituiva un
    regno,  il regno di Anzan,  su cui la famiglia di Ciro dominava gi da
    tre generazioni.
    N.  173. Pasagardi: la loro citt principale, Pasargada, fu fondata da
    Ciro a ricordo della sua vittoria su Astiage;  in essa si  trovava  il
    monumento sepolcrale dello stesso Ciro, di cui rimangono poche rovine.
    N. 174. Accostamento arbitrario tra i Persiani e l'eroe attico Perseo,
    figlio di Danae,  con il quale,  per,  i Persiani nulla avevano a che
    fare.
    N. 175.  Cronologia non esatta, ad ogni modo molto confusa.  La caduta
    di  Astiage  avvenne nel 550 a C.;  il suo regno sar stato dal 585 a.
    C.?
    N. 176. Sommando i 53 anni di Deiore, i 22 di Fraorte i 40 di Ciassare
    e i 35 di Astiage si ha un totale di 150 anni non di  128.  Perch  il
    conto  torni  bisogna  invertire  la  durata  dei  primi  due  regni e
    attribuire 22 anni di regno a Deiore, che aveva regnato solo sui Medi,
    e 53 anni a Fraorte. Cos, sommando i regni degli ultimi tre, si ha il
    numero riferito da Erodoto (confronta E.  Legrand:  "Hrodote",  ediz.
    "Les belles lettres", vol 1 pag. 149 n.).
    N.  177.  Come risulta da un iscrizione del 520 circa a.C., scoperta a
    Behistun,  la ribellione avvenne contro Dario Primo (522-485 a.  C.) e
    fu  capitanata  da  un  certo  Fraorte  che  si vantava discendente di
    Ciassare e si proclam re dei Medi.
    N. 178.  Per i Persiani il dio supremo quale era Zeus per i Greci,  fu
    Ormuzd.
    N.  179.  Presso i Persiani non c'era una dea di questo nome; pare che
    Erodoto abbia preso per un nome femminile quello del dio solare Mitra.
    N. 180. Salso farro: grani d orzo abbrustoliti e misti a sale,  che si
    mettevano sulla testa della vittima prima di sacrificarla.
    N.  181.  Non era un canto sulla genealogia degli di, ma una sequenza
    di nomi divini con rispettivi attributi.
    N. 182. Cio, dovevano accompagnare ciascuno dei piatti principali.
    N. 183. Ambedue malattie della pelle; il primo termine [lebbra] allude
    a un affezione squamosa, il secondo [malattia bianca] a un'alterazione
    del colore della pelle stessa.
    N. 184.  Qui il testo presenta una lacuna;  sembra,  ad ogni modo,  si
    accenni  a  una  speciale  prevenzione  dei  Persiani  per  le colombe
    bianche, come uccelli di cattivo augurio.
    N. 185. Perch il cane era l'animale scaro ad Ahuramazda.
    N. 186. Panionio: bosco e tempio di Posidone, presso Micale;  luogo di
    convegno della Confederazione ionica.
    N.  187. I Fenici divennero sudditi dei Persiani sotto Cambise, figlio
    e successore di Ciro.
    N. 188. Tempio di Apollo Triopio,  che sorgeva sul promontorio omonimo
    presso  Cnido,  nella  Caria,  e  dove si celebrava la festa nazionale
    dorica.
    N.  189.  Nell'Italia meridionale,  [il Crati] si getta nel mare Ionio
    presso  Sibari,  dopo  aver  segnato  il  confine  fra la Lucania e il
    Bruzio.
    N.  190.  Pritaneo: era il focolare della citt,  dal quale i  coloni,
    partendo  per nuovi lidi,  attingevano il fuoco sacro da portare nella
    nuova citt: era la sede del governo centrale.
    N.  191.  Feste Apaturie: si celebravano verso la  fine  del  mese  di
    pianepsione (ottobre-novembre) in onore di Zeus, di Atena e di Efesto.
    Duravano  tre giorni e in esse i figli dei cittadini venivano iscritti
    alle "fratie" (suddivisioni delle trib attiche).
    N. 192.  Cio: osserva Erodoto che i nomi delle feste greche terminano
    in alfa.
    N. 193. Friconide: cos nominata dal monte Fricio nella Locride, dove,
    secondo  la leggenda,  avevano abitato a lungo i suoi fondatori,  cio
    Malao e Cleva, discendenti da Agamennone.
    N.  194.  Cento isole: nome iperbolico per indicare un gruppo di circa
    quaranta isolotti, situati fra Lesbo e le coste dell'Asia.
    N.  195.  Magnesia:  citt  sulla  riva  destra  del  Meaniro,  da non
    confondersi con l'altra Magnesia nella Lidia.
    N.  196.  Tartesso: paese situato oltre le  colonne  d  Ercole,  nella
    regione di Cadice.
    N. 197. Al gran re, s'intende, in segno di sottomissione.
    N. 198. Enusse: sono cinque isolette situate fra Chio e il continente,
    da  non  confondersi  con  le tre dello stesso nome che si trovano nel
    Golfo messenico.
    N. 199. Cirno: era la Corsica.
    N.  200.  Alalia: pi tardi chiamata Aleria,  nel centro  della  costa
    orientale della Corsica: era stata colonizzata nel 560 a. C.
    N.  201.  Vittoria  Cadmea:  espressione  proverbiale per indicare una
    vittoria conseguita a caro prezzo. Si allude ai due fratelli Eteocle e
    Polinice,  discendenti da Cadmo,  che,  durante la  guerra  dei  Sette
    contro Tebe, si uccisero vicendevolmente sul campo.
    N.  202.  Reggio:  colonia  calcidica,  all'estremit  della Calabria,
    fondata verso il 700 a C.
    N.  203.  Il testo presenta qui una lacuna,  che  stata cos  colmata
    dallo  Stein  (Confronta "Hrodote",  E.  Legrand;  ediz.  "Les belles
    lettres" vol. 1,  pag.  169).  Agilla,  detta pi tardi Cere,  era una
    delle  pi  importanti  citt  della dodecapoli etrusca,  fra la costa
    tirrenica e il lago di Bracciano.
    N.  204.  L'antica Enotria comprendeva all incirca  la  Lucania  e  la
    Calabria odierne.
    N.  205.  Iela: pi tardi chiamata,  atticamente,  Elea,  e dai Latini
    Velia; si trovava nella Lucania,  fra i promontori Enipeo,  a nord,  e
    Palinuro, a sud.
    N. 206. Posidonia, detta pi tardi Paestum,  un antica colonia greca,
    a circa 40 chilometri a sud di Salerno.
    N. 207. La prima volta gli Ioni erano stati soggiogati da Creso.
    N.  208. In quanto discendeva da una famiglia di quei Cadmei che dalla
    Beozia erano passati a Mileto;  e i Cadmei facevano risalire  la  loro
    origine a Cadmo, che era fenicio.
    N.  209. Calinda, citt della Caria il cui territorio confinava con la
    Licia.
    N. 210. Pandione,  mitico re di Atene,  nonno di Teseo,  il pi famoso
    eroe della stirpe ionica.
    N. 211. Il Triopio, pi che la regione di Cnido, indica il promontorio
    estremo del Chersoneso.
    N. 212. Vale a dire un chilometro, circa.
    N.  213. Trimetro giambico: verso di dodici sillabe, usato comunemente
    nelle parti dialogate di commedie e tragedie. Gli oracoli,  di solito,
    erano resi in esametri,  pi propri della poesia epica,  pi elevati e
    solenni.
    N. 214.  Cio al di l del fiume Alis rispetto ad Alicarnasso,  patria
    di Erodoto .
    N. 215. Erodoto intende qui parlare dell'Asia Minore.
    N. 216. Avvenuta nell'anno 612 a. C.
    N.   217.   Il   "cubito   reale"  corrispondeva  a  52,5  centimetri;
    l'"ordinario" a 44,4 centimetri.
    N. 218. Mare Eritreo: qui s'intende il Golfo Persico.
    N.  219.  Costituiva la cinta della citt propriamente detta e formava
    un quadrilatero regolare, i cui lati misuravano, rispettivamente, 2550
    metri e 1500 metri di lunghezza.
    N.  220.  Era  il  santuario di Bl-Marduk,  o Baal,  suprema divinit
    solare babilonese.
    N. 221. E' la famosa "Torre di Babele" della tradizione biblica, detta
    dai Babilonesi torre di Etemenanki, di cui ora rimangono delle rovine,
    dette di Birs Nimrud.
    N. 222. Caldei: casta sacerdotale di Babilonia, astrologi e interpreti
    di fenomeni celesti.  Questo termine per lo pi designa  gli  abitanti
    del paese fra Eufrate e Tigri.
    N.  223.  Patara  di  Licia: citt litoranea,  famosa per l'oracolo di
    Apollo, il quale vi si tratteneva soltanto nei mesi invernali,  mentre
    in estate passava a Delfi.
    N. 224. Pari a 24000 chilogrammi.
    N. 225. Pari a 5,32 metri.
    N.  226.  Semiramide:  non   la mitica moglie di Nino ma Sammu-ramat,
    principessa forse babilonese,  madre del re Adad-Nirari Terzo (810-762
    a. C.).
    N.  227.  Nicotri  la trasformazione in donna, forse per la desinenza
    del nome del persiano Nabukudracara (che  per  l'orecchio  d'un  greco
    aveva suono femminile),  del famoso Nabucodonosor.  Una regina Nitocri
    non  mai esistita.
    N. 228. S'intende il Mediterraneo.
    N. 229. Ginde: l'odierno Dijla che, nascendo dallo Zagros, sfocia nel
    Ligri presso Bagdad.
    N. 230. Dardani: popolazione di cui non sappiamo nulla.
    N. 231. In tutto,  dunque,  i canali risultavano 360,  quindi i giorni
    dell'anno.
    N.  232.  Si  era  nell'anno  538  a.  C.:  in  seguito,  Babilonia fu
    conquistata altre due volte sotto Dario d'Istaspe.
    N.  233.  "Artaba": misura di capacit contenente circa 55  litri;  il
    "medimno attico" conteneva circa 52 litri e il "chenice" 1,094.
    N.  234.  I cani d'India, utilizzati specialmente per la caccia, erano
    d'eccezionale grandezza,  tanto forti da poter lottare anche contro  i
    leoni.  Il  loro  mantenimento  richiedeva una grande spesa: di qui la
    necessit di alleviare le popolazioni dagli altri balzelli.
    N.  235.  Questo canale,  dunque,  che   quello  fatto  costruire  da
    Nabucodonosor,  per  collegare  l'Eufrate al Tigri,  si dirigeva verso
    sud-est, dove appunto si leva il sole d'inverno.
    N.  236.  Il  cinipe    un  insetto  che  veniva  utilizzato  per  la
    maturazione dei fichi per mezzo della caprificazione. Erodoto confonde
    il  processo  di  maturazione  accelerata dei fichi con la cultura dei
    datteri,  la quale avviene,  invece,  accostando non  i  frutti  delle
    palme,  ma i fiori, maschio e femmina, in modo che il polline dell'uno
    si versi sui pistilli dell'altro.
    N.  237.  Come peso,  il "talento eginetico-attico" era  di  circa  36
    chilogrammi;  il "solonico-attico" di 25 chilogrammi circa. La stazza,
    quindi,  di queste imbarcazioni arrivava fino  a  150  tonnellate,  ma
    sembra che si tratti di un esagerazione.
    N.  238. Sandali beoti: scarpe di lino, di color rosso, che lasciavano
    scoperta gran parte del piede.
    N.  239.  Questa frase male s'adatta con il senso  generale  e  sembra
    interpolata. Pare si debba intendere che, non essendovi pi babilonesi
    ricchi dopo la perdita dell'indipendenza,  la presunta legge sull'asta
    delle vergini fu abolita,  per impedire che  le  pi  belle  fanciulle
    fossero sposate da stranieri e abbandonassero la loro citt.
    N.  240.  Le  donne  che si offrivano cos ai visitatori erano le cos
    dette "serve del tempio".  Erodoto,  prendendo lo  spunto  da  quelle,
    intende  accennare  alle  imposizioni  di  certi  culti  orientali che
    esigevano che ogni donna facesse sacrificio della sua  verginit  alla
    dea della fecondit e dell'amore.
    N.  241.  Si deve intendere: nei giorni di festa di Militta, nei quali
    appunto aveva luogo la prostituzione.
    N.  242.  Il sogno vuol alludere alla  monarchia  universale,  che  fu
    appunto il programma del regno di Dario.
    N.  243.  Cos  com' riferito da Erodoto il sogno non indica nulla di
    simile.
    N. 244. Siamo nel 579 a. C.: Ciro era,  dunque salito al trono nel 558
    e non nel 550 come io storico dice nei capitoli precedenti.
    N.  245.  Secondo  Senofonte,  Ciro  sarebbe  morto  vecchio nella sua
    reggia;  secondo Ctesia,  per una ferita riportata  contro  i  Derbici
    dell'Iran orientale.

    LIBRO SECONDO.
    EUTERPE.

    Cambise,   successore  di  Ciro,  muove  per  conquistare  l'Egitto  -
    Descrizione del paese dono del Nilo - Usi e costumi degli Egiziani -
    Culti religiosi,  imbalsamazione,  eccetera - Storia  dell'Egitto  dal
    primo  re,  Mene  -  I  Faraoni  delle grandi Piramidi - Straordinaria
    prosperit del regno di Amasi.


     1.  Dopo la morte di Ciro,  sal al trono Cambise che era figlio  di
    Ciro e di Cassandane,  figlia di Farnaspe. Per la morte di costei, che
    l'aveva preceduto,  non solo Ciro stesso aveva preso un lutto stretto,
    ma l'aveva imposto anche a tutti gli altri che erano a lui soggetti.
    Figlio,  dunque,  di  questa donna e di Ciro,  Cambise considerava gli
    Ioni e gli Eoli come schiavi avuti in eredit dal padre. E quando fece
    la spedizione contro l'Egitto prese con s, oltre alle altre forze del
    suo impero, anche contingenti dei Greci di cui era padrone.

     2. Gli Egiziani,  prima che Psammetico (1) salisse al potere,  erano
    convinti  di  essere  essi i primi uomini comparsi sulla terra;  ma da
    quando Psammetico,  divenuto re,  volle indagare chi fossero davvero i
    primi uomini, da allora riconoscono che prima di loro vennero al mondo
    i Frigi; poi comparvero essi prima di tutti gli altri.
    Non  riuscendo Psammetico,  per quante ricerche facesse,  a trovare un
    mezzo per sapere chi fossero stati i primi fra gli uomini,  ricorse  a
    questo artificio.
    Affid  a  un  pastore due bambini neonati,  figli di gente qualsiasi,
    perch li allevasse presso il gregge nel  modo  seguente:  ordin  che
    nessuno  davanti  ai  bimbi  pronunciasse  parola  alcuna;  che  se ne
    stessero da soli in una capanna isolata;  all'ora giusta,  egli doveva
    condur  loro  delle capre e,  dopo averli saziati di latte,  attendere
    alle altre occupazioni.
    Psammetico faceva cos e dava  questi  ordini  perch  voleva  sentire
    quale  parola  sarebbe  sbottata per prima dai fanciulli,  passata che
    fosse l'et degli indistinti mugolii. E cos si fece.
    Infatti,  erano gi due anni che il  pastore  eseguiva  questi  ordini
    quando,  avendo egli aperta la porta ed essendo entrato nella capanna,
    ambedue i bambini gli si gettarono ai piedi e gli  gridarono  "becos",
    tendendogli le mani.
    Sulle prime il pastore,  pur avendo udito,  non ne fece cenno; ma poi,
    siccome  si  recava  spesso  ad  accudire  ai  loro  bisogni  ed  essi
    ripetevano  frequentemente  questa parola,  egli avvert il padrone e,
    dietro suo ordine, port i fanciulli alla sua presenza.
    Quando Psammetico pure li ebbe uditi di persona,  fece ricercare quali
    fra  gli  uomini  chiamassero  qualche  cosa con la parola "becos" e a
    forza di ricerche trov che i Frigi chiamavano cos il pane  (2).  Per
    tale ragione,  fondandosi su questo fatto, gli Egiziani convennero che
    i Frigi avevano un'origine pi antica della loro.
    Che cos si siano svolte le cose, l'ho sentito dai sacerdoti di Efesto
    (3) in Menfi; i Greci, invece, tra molte altre sciocchezze, raccontano
    che Psammetico,  fatta tagliare  la  lingua  ad  alcune  donne,  aveva
    disposto che in casa loro fossero allevati i due fanciulli.

      3.  Questo  il  racconto che mi facevano riguardo ai fanciulli e al
    loro sistema di vita,  ma  anche  altre  cose  ho  sentito  in  Menfi,
    conversando  con i sacerdoti di Efesto.  Per di pi,  mi recai anche a
    Tebe (4) per accertarmi delle medesime  cose,  volendo  sapere  se  le
    narrazioni  sarebbero  state  concordi con quelle fattemi in Menfi;  e
    cos pure a Eliopoli,  perch questi sacerdoti hanno fama  di  essere,
    fra gli Egiziani, i pi dotti nelle cose antiche.
    Orbene,  quanto  io  sentii  da  loro riguardo alle cose divine non mi
    sento invogliato a riferirlo,  tranne  soltanto  il  nome  degli  di,
    convinto  come  sono che su questo argomento tutti gli uomini ne sanno
    ugualmente.  E se ne  far  cenno,  lo  far  perch  costretto  dalla
    necessit del racconto.

     4.  Per quanto, invece, riguarda le vicende umane, essi mi dicevano,
    unanimi fra loro, che, primi fra tutti gli uomini, furono gli Egiziani
    a scoprire l'anno,  avendo diviso il ciclo delle  stagioni  in  dodici
    parti, e l'avevano scoperto, a quel che dicevano, osservando gli astri
    (5).
    Il  loro modo di calcolare,  a mio parere,   pi esatto di quello dei
    Greci. In quanto i Greci, in vista appunto delle stagioni, introducono
    ogni  due  anni  un  mese  intercalare;  gli  Egiziani,  invece,   che
    considerano  i  dodici  mesi  di trenta giorni,  ogni anno introducono
    cinque giorni (6) oltre il numero solito;  e cos per  loro  il  ciclo
    delle stagioni, periodicamente, si presenta sempre alla medesima data.
    Furono  gli  Egiziani,  essi  dicevano,  che  usarono per primi i nomi
    caratteristici dei dodici di (7) e da loro li appresero  i  Greci;  i
    primi  che assegnarono agli di altari,  statue,  templi;  i primi che
    scolpirono figure d'animali (8) nelle pietre; e per lo pi,  mi davano
    con i fatti la prova che cos era avvenuto.
    Mi  dissero pure che il primo re d'Egitto,  che fosse uomo,  era stato
    Mina (9),  e che ai suoi tempi tutto l'Egitto,  eccetto la regione  di
    Tebe, era una palude e nulla emergeva da quei territori che ora sono a
    valle  del  lago  Meri,  al  quale  si  giunge dal mare,  risalendo la
    corrente del fiume, con sette giorni di navigazione.

     5. A me pareva che dicessero la verit sul loro paese.  Poich anche
    senza  averne sentito parlare in precedenza,  ma solo a vederlo,  a un
    uomo che abbia un po' di giudizio,   evidente che l'Egitto,  al quale
    giungono  i  Greci  con  le  navi  (10),   per gli Egiziani una terra
    d'acquisto e un dono  del  fiume.  E  si  deve  dire  altrettanto  dei
    territori  che  si  stendono  a monte di questo lago Meri,  fino a una
    distanza di tre giorni di navigazione,  e dei quali fino ad oggi  quei
    sacerdoti non hanno ancora detto nulla di simile.
    Ecco,  infatti,  com' la natura del suolo d'Egitto: come prima prova,
    se tu arrivi per mare e sei lontano dalla costa ancora una giornata di
    corsa,  calando lo scandaglio,  trarrai su del fango e non sarai che a
    undici "orgie" (11) di profondit: questo dimostra che,  fino a quella
    distanza, si ha terreno alluvionale.

     6. In secondo luogo,  l'Egitto stesso si stende dalla parte del mare
    per  una  lunghezza  di  60 "scheni",  secondo i confini che noi diamo
    all'Egitto dal golfo di Plintina al lago Serbonide,  presso  il  quale
    s'eleva il monte Casio: a partire da questo lago,  dunque,  si hanno i
    60 "scheni".  Poich,  quelli che sono poveri di terreno  misurano  il
    loro suolo a "orgie"; quelli meno poveri a "stadi" (12); quelli che ne
    hanno  molto  lo  misurano  a  "parasanghe";  e quelli che ne hanno in
    grande abbondanza a "scheni".
    La parasanga corrisponde a trenta stadi  e  ogni  scheno,  che    una
    misura egiziana, a sessanta stadi.
    Cos,  dunque, l'Egitto, sulla fronte del mare, misurerebbe 3600 stadi
    (13).

     7.  Dalla costa verso l'interno e fino a Eliopoli l'Egitto   largo,
    tutto piano, pieno di acquitrini e di melma.
    La strada che porta a Eliopoli, per chi viene dal mare,  press'a poco
    uguale in lunghezza a quella che da Atene,  dall'altare dei Dodici di
    (14), porta a Pisa (15) e al tempio di Giove Olimpio.
    In verit,  a voler  fare  il  calcolo  esatto  di  queste  strade  si
    troverebbe   una   piccola  differenza,   che  fa  s  che  non  siano
    perfettamente uguali: ma non pi di quindici stadi.
    Infatti da Atene a Pisa mancano 15 stadi per farne  1500:  invece  dal
    mare a Eliopoli il tragitto raggiunge esattamente quella cifra.

     8.  Da Eliopoli procedendo verso l'interno,  l'Egitto si stringe: da
    una parte,  infatti,  si stende  la  catena  dell'Arabia,  che  va  da
    settentrione verso mezzogiorno e il vento del Sud,  sempre spingendosi
    all'interno,  in direzione del mare chiamato Eritreo: qui vi  sono  le
    cave  di pietra che furono aperte per costruire le piramidi di Menfi e
    a questo punto arrestandosi, il monte si volge nella direzione che s'
    gi detto: l dove essa    pi  larga,  secondo  le  notizie  che  ho
    assunto,  la zona montuosa si estende per una lunghezza di due mesi di
    viaggio da oriente a occidente,  e le sue  estreme  pendici  orientali
    portano  incenso:  tali  sono  le  caratteristiche di questa catena di
    monti.
    Dalla parte dell'Egitto che guarda verso la Libia si  stende  un'altra
    montagna pietrosa,  dove s'innalzano le piramidi, ricoperta di sabbia,
    che si prolunga nella stessa direzione di quella  parte  della  catena
    d'Arabia che volge verso mezzogiorno.
    A partire da Eliopoli il paese non  pi molto esteso,  per essere una
    parte dell'Egitto;  ma per un tratto equivalente a quattro  giorni  di
    navigazione  risalendo  il  Nilo    stretto: nella parte che  tra le
    catene anzidette il territorio  piano,  e l dove  pi stretto mi  
    sembrato che,  al massimo, non ci fossero pi di 200 stadi tra i monti
    d'Arabia e la catena chiamata libica.
    In seguito, l'Egitto torna di nuovo a essere largo.

     9. Tale , dunque, per sua natura il paese.
    Da Eliopoli s'arriva a Tebe,  risalendo il fiume in  nove  giorni:  la
    distanza  di 4860 stadi, dato che gli scheni sono 81.
    Riassumendo,  sono queste le misure dell'Egitto, espresse in stadi: la
    parte che confina col mare,  s' gi detto prima,  misura 3600  stadi;
    ora indicher la distanza che c' dal mare verso l'interno fino a Tebe
    e  cio  vi  sono  6120  stadi;  da  Tebe  alla  citt  che  chiamata
    Elefantina (16) gli stadi sono 1800.

     10. La maggior parte del territorio test descritto a me parve, come
    del resto raccontavano i sacerdoti,  un acquisto  che  s'  venuto  ad
    aggiungere al paese degli Egiziani.
    Infatti la regione che si stende fra i monti anzidetti, che si elevano
    a  sud  di  Menfi,  parve a me che in antico fosse stata un'insenatura
    marina, come i dintorni di Ilio,  di Teutrania,  di Efeso e la pianura
    del  Meandro,  almeno  per  quanto   lecito confrontare con le grandi
    queste piccole cose,  perch nessuno dei fiumi (17) che  con  le  loro
    alluvioni hanno formato questi paesi pu essere paragonato, per la sua
    portata, a uno solo dei rami del Nilo, che pure ne ha cinque.
    Vi  sono  anche  altri fiumi che,  pur non essendo della grandezza del
    Nilo,  hanno tuttavia prodotto effetti di grande importanza.  Tra  gli
    altri  che potrei citare,  ricordo in modo particolare l'Acheloo,  che
    attraversa l'Acarnania,  e,  sfociando in mare,  ha gi  congiunto  al
    continente la met delle isole Echinadi.

      11.  Fa  parte  del  territorio d'Arabia,  non lontano dall'Egitto,
    un'insenatura (18) marina che,  dal mare  chiamato  Eritreo  (19),  si
    protende  verso  la  Siria,  lunga  e  stretta  cos come dir subito:
    riguardo alla lunghezza,  se si parte con una nave dal fondo del golfo
    per uscire nel mare aperto,  occorrono quaranta giorni facendo uso del
    remo; quanto a larghezza, l dove il golfo  pi vasto, ci vuole mezza
    giornata di navigazione: ogni giorno  in  esso  si  fanno  sentire  il
    flusso e il riflusso.
    Un altro golfo di tal fatta,  a mio modo di vedere,  deve essere stato
    anche  l'Egitto:  questo  dal  Mare  Mediterraneo  si  spingeva  verso
    l'Etiopia,  mentre  il  Golfo  d'Arabia dal mare del Sud si protendeva
    verso la Siria.  Si pu dire che fra di  loro  congiungano  quasi  gli
    alvei, separati soltanto da un piccolo tratto di terra.
    Se  dunque  il  Nilo dovesse sviare la sua corrente verso questo Golfo
    d'Arabia, che cosa potr impedire che, a forza di scorrere,  non abbia
    a colmarlo entro, diciamo, 20 mila anni?
    Per  me,  io penserei che potrebbe esserne colmato anche entro 10 mila
    anni.
    E allora,  perch in tutto  il  tempo  trascorso  prima  della  nostra
    generazione  non potrebbe essere stata interrata un'insenatura,  anche
    molto maggiore di questa,  ad opera di un fiume di tale portata e cos
    attivo?

     12.  Riguardo all'Egitto,  dunque, non solo sono portato a credere a
    quelli  che  riferiscono  questi  particolari;   ma  io  stesso   sono
    pienamente  convinto  che cos sia,  dopo aver constatato che l'Egitto
    s'avanza in mare pi delle  terre  vicine,  che  si  rinvengono  delle
    conchiglie sui monti, che certe efflorescenze saline giungono al punto
    da  intaccare  perfino  le Piramidi e,  infine,  che l'unico posto del
    paese che sia coperto di sabbia  il monte a sud di Menfi,  di cui s'
    parlato.
    Inoltre  il  suolo dell'Egitto non somiglia n a quello d'Arabia,  che
    pure  a confine, n a quello di Libia, come neppure a quello di Siria
    (infatti, la zona costiera dell'Arabia e abitata da Siri),  ma  terra
    nera e friabile,  composta com' di fango e di detriti che il fiume ha
    portato gi dall'Etiopia.  La terra di Libia,  invece,  sappiamo che 
    piuttosto  rossa e dal fondo pi sabbioso,  quella d'Arabia e di Siria
    pi ricca d'argilla e dal fondo pietroso.

     13. I sacerdoti,  poi,  sulla natura di questo paese,  mi riferivano
    anche quest'altra prova importante: che,  cio,  al tempo del re Meri,
    il fiume,  per poco che giungesse all'altezza  di  otto  cubiti  (20),
    soleva irrigare l'Egitto a nord di Menfi.  Orbene, quando io ascoltavo
    questi racconti dei sacerdoti non erano ancora passati 900 anni  dalla
    morte di Meri (21).
    Ora,  invece,  se  il  fiume  non  sale  almeno all'altezza di 16 o 15
    cubiti, non riesce a inondare il paese.
    Sicch quegli Egiziani che abitano le regioni a nord del lago  Meri  e
    in  particolare  il  cosiddetto Delta,  se questo paese cresce cos in
    proporzione e s'alza nella stessa misura, dovranno, secondo me, poich
    il Nilo pi non strariperebbe,  soffrire essi  stessi,  per  tutto  il
    tempo che verr, il male che un tempo predicevano ai Greci.
    Essendo,  infatti,  venuti  a  sapere  che  tutta  la  regione greca 
    irrorata dalla pioggia,  ma non irrigata,  come la  loro,  dai  fiumi,
    dissero  che  i Greci,  un giorno,  delusi nella loro grande speranza,
    avrebbero sofferto terribilmente la fame.
    Queste parole vogliono dire che se il dio non vorr pi loro  elargire
    la pioggia e far durare invece la siccit, i Greci saranno preda della
    fame,  poich non hanno essi alcun'altra possibilit di aver acqua, se
    non soltanto dal cielo.

     14.  E in verit questo che gli Egiziani hanno  detto  per  i  Greci
    corrisponde a verit. Ora, per, voglio dire come stanno le cose anche
    per gli Egiziani stessi.
    Se dunque, come si diceva anche prima, il paese che  a valle di Menfi
    (poich    questo  in  aumento)  dovesse  continuare a crescere nella
    misura del tempo passato, che altro potranno fare se non patir la fame
    gli Egiziani che l'abitano, se la terra non ricever pioggia dal cielo
    e il fiume non sar in grado di sommergere i campi?
    Poich certo,  per il momento almeno,  fra tutti gli altri popoli e il
    resto dell'Egitto, sono costoro che traggono il frutto dalla terra con
    la  fatica  minore:  essi che non hanno la pena di aprire i solchi con
    l'aratro,  n di usare la vanga,  n di compiere alcuno di quei lavori
    che gli altri uomini fanno con fatica per le loro messi.  Ma quando il
    fiume, per conto suo,  sia venuto a innaffiare i loro campi,  e,  dopo
    averli bagnati, se ne sia ritirato, allora ognuno getta la semente nel
    proprio podere e vi immette una mandria di porci e in seguito,  quando
    con tale mezzo abbia fatto calpestare il seme, non ha che aspettare il
    tempo della mietitura e cos,  dopo aver fatto battere  il  grano  dai
    porci, se lo porta a casa.

     15.  Se, dunque, parlando dell'Egitto, accettassimo l'opinione degli
    Ioni, i quali sostengono che l'Egitto  soltanto il Delta,  precisando
    che  il  fronte  marino si estende dalla torre chiamata di Perseo (22)
    fino alle Tarichee di Pelusio, su una lunghezza di quaranta "scheni" e
    dal mare verso l'interno si protende fino  alla  citt  di  Cercasoro,
    dove  il  Nilo  si  divide  in  due rami che proseguono l'uno verso il
    Pelusio,  l'altro verso Canopo,  se dunque,  ci attenessimo  a  questa
    affermazione,  potremmo  dimostrare  che  una  volta  gli Egiziani non
    avevano paese.
    Si sa,  infatti,  che il Delta (gli Egiziani stessi lo affermano ed  
    anche il mio parere)  prodotto da alluvione e,  per cos dire, venuto
    alla luce di recente.  Se,  dunque,  non avevano nessun paese,  perch
    s'ostinavano  nel  credere di essere i primi venuti fra gli uomini?  E
    non era nemmeno il caso di ricorrere alla prova dei due fanciulli, per
    sapere quale lingua avrebbero parlato come primitiva.
    Ma,  in verit,  mentre sono del parere che  gli  Egiziani  non  siano
    venuti  al  mondo insieme con il Delta (che gli Ioni chiamano Egitto),
    io penso che essi siano sempre esistiti,  da quando comparve la stirpe
    degli uomini;  ma che, poi, sviluppandosi il loro paese, molti di essi
    siano rimasti indietro,  molti,  invece,  siano discesi a poco a  poco
    lungo il fiume.
    Anticamente, dunque, si chiamava Egitto la regione di Tebe, che misura
    6120 stadi di estensione.

     16. Se le nostre cognizioni sull'argomento sono esatte, non  giusto
    quanto pensano gli Ioni dell'Egitto.  Se, invece, si ammette come vera
    l'opinione degli Ioni,  io posso dimostrare che i Greci e  gli  stessi
    Ioni  non  sanno  fare  i conti,  quando dicono che le parti del mondo
    intero sono tre: Europa,  Asia e Libia.  Bisogna,  infatti,  che  essi
    aggiungano,  come quarta parte,  il Delta dell'Egitto,  se esso non fa
    parte n dell'Asia,  n della Libia,  poich,  secondo questo calcolo,
    non    il  Nilo che divide l'Asia dalla Libia.  Il Nilo al vertice di
    questo Delta si divide in due e l'abbraccia sicch il Delta verrebbe a
    trovarsi di mezzo tra l'Asia e la Libia.

     17. Ma noi lasciamo da parte l'opinione degli Ioni,  ed esponiamo la
    nostra,  sull'argomento,  press'a  poco  cos: Egitto  tutto il paese
    abitato da Egiziani, come Cilicia  quello abitato da Cilici e Assiria
    la regione abitata da Assiri e fra Asia e Libia non conosciamo, a dire
    il vero, limite alcuno, se non sono i confini dell'Egitto. Mentre,  se
    adotteremo l'opinione comune fra i Greci,  dovremo ammettere che tutto
    l'Egitto, a cominciare dalle Cataratte e dalla citt di Elefantina,  
    diviso  in due parti ed  compreso sotto le due denominazioni.  Poich
    una di queste parti appartiene alla Libia, l'altra all'Asia.  Infatti,
    il Nilo,  a cominciare dalle Cataratte, scorre verso il mare dividendo
    in mezzo l'Egitto.  Fino alla citt di Cercasoro scorre  in  un  letto
    unico  e  dopo questa citt si divide in tre diramazioni: una si volge
    verso oriente e si chiama Pelusica,  la seconda verso occidente  e  si
    chiama Canopica.  E per quel ramo del Nilo che prosegue diritto,  ecco
    qui: scendendo dall'alto Egitto,  arriva al vertice  del  Delta  e  da
    questo punto,  dividendo il Delta a met,  va a finire in mare.  E' il
    ramo che convoglia la maggior massa d'acqua ed  il pi conosciuto: si
    chiama Sebennitico.
    Vi sono anche  due  altre  bocche  le  quali,  dipartendosi  dal  ramo
    sebennitico, portano l'acqua al mare, e sono chiamate con questi nomi:
    Saitica l'una, e Mendesia l'altra.
    Quanto  alle  bocche  Bolbitinica  e  Bucolica,  esse non sono sbocchi
    naturali ma scavati dalla mano dell'uomo.

     18. A favore della mia opinione, che, cio, l'Egitto sia tanto vasto
    quanto  vado  dimostrando  con  il  mio  ragionamento,  c'  anche  la
    testimonianza  di  un  responso  che  diede  Ammone  e  di cui venni a
    conoscenza dopo che gi m'ero  formato  la  mia  convinzione  riguardo
    all'Egitto.
    Infatti  i  cittadini  di  Marea  e  di Api,  che abitavano la regione
    dell'Egitto a confine con la Libia,  sia  perch  convinti  di  essere
    Libici  e  non  Egiziani,  sia  perch  sopportavano  a  malincuore le
    prescrizioni riguardanti i sacrifici, in quanto non volevano che fosse
    loro  proibito  di  consumare  carni  di  vacca  (23),  mandarono  una
    legazione  al  santuario  di Ammone,  protestando che essi non avevano
    nulla in comune con gli Egiziani: abitavano fuori del Delta, dicevano,
    e non avevano simile a loro nemmeno la lingua. Volevano,  quindi,  che
    fosse loro lecito mangiare di tutto.
    Ma  il  dio non diede loro il permesso,  dichiarando che l'Egitto  il
    paese che il Nilo irriga coprendolo e che sono Egiziani  tutti  quelli
    che,  abitando sotto la citt di Elefantina,  attingono acqua a questo
    fiume.
    Cos fu loro risposto dal dio a tale richiesta.

     19. Ora il Nilo,  quando si trova in piena,  ricopre non soltanto il
    Delta,  ma  anche  alcune  zone del territorio che si dice Libico e di
    quello che si chiama Arabico,  fino a una distanza di  due  giorni  di
    cammino da ambo le parti e talvolta pi ancora, talaltra meno.
    Circa  la  natura  del  fiume,  non mi fu possibile raccogliere alcuna
    notizia n dai sacerdoti n da alcun'altra persona.
    Ero desideroso di sapere da loro perch  mai  il  Nilo  scende,  tutto
    gonfio,   per  cento  giorni  a  cominciare  dal  solstizio  d'estate.
    Raggiunto poi questo numero di giorni, si ritira indietro,  abbassando
    il  livello  della  corrente  di  modo che dura tutto l'inverno povero
    d'acqua, fino al ritorno del solstizio d'estate.
    Su questo argomento,  dunque,  non potei saper nulla da nessuno  degli
    Egiziani,  quando  chiedevo  loro  quale  forza mai avesse il Nilo per
    essere di natura contraria a quella degli altri fiumi.
    Non solo queste che ho detto erano le questioni che io  ponevo  e  che
    desideravo conoscere; ma anche perch dal Nilo, fra tutti i fiumi, non
    spirino brezze.

      20.  Sennonch alcuni Greci,  volendo acquistarsi fama di sapienti,
    hanno proposto per questo comportamento dell'acqua tre spiegazioni, su
    due delle quali non ritengo opportuno fermare l'attenzione,  se non in
    quanto voglio soltanto segnalarle.
    La  prima  (24) di esse sostiene che i venti Etesii (25) sono la causa
    del rigonfiamento del fiume,  perch impediscono al Nilo di riversarsi
    in mare, ma spesse volte tali venti non soffiano e il Nilo, invece, si
    comporta alla stessa maniera.  Inoltre, se gli Etesii fossero la causa
    del fenomeno,  anche gli altri fiumi,  che scorrono in senso contrario
    alla  direzione  degli  Etesii,  si  dovrebbero comportare allo stesso
    modo,  e proprio come il Nilo;  anzi,  molto di pi ancora in  quanto,
    essendo pi poveri di acqua, hanno meno impetuosa la corrente: orbene,
    molti  sono  i  fiumi  in  Siria  e  molti  pure  in Libia i quali non
    presentano nulla di simile a quello che presenta il Nilo.

     21.  La seconda teoria (26),  se  meno scientifica  di  quella  gi
    accennata,  a  raccontarla,  per  ha  un  carattere pi meraviglioso:
    sostiene che il Nilo  d  origine  a  questi  fenomeni  perch  deriva
    dall'Oceano, il quale scorrerebbe tutto intorno alla terra.

     22.  La terza (27),  che  di gran lunga la pi appariscente  anche
    la pi falsa; poich non significa nulla dire che il Nilo deriva dalla
    fusione di nevi, dato che viene dalla Libia,  attraverso l'Etiopia,  e
    sbocca in Egitto.
    Come,  dunque,  potrebbe derivare dalle nevi se proviene dalle regioni
    pi calde e va verso le pi temperate?  Molte sono le prove (solo  che
    un  uomo  sia  in  grado  di  ragionare  su  tali  problemi) che non 
    possibile che il Nilo derivi dalle nevi.
    La prima e pi convincente ce la offrono i venti che spirano da quelle
    localit e che sono caldi.  La seconda prova  che  quella  regione  
    costantemente senza piogge e senza ghiacci. Orbene, dopo una nevicata,
     pur necessario che abbia a piovere entro lo spazio di cinque giorni,
    di modo che,  se in quei luoghi cadesse la neve,  vi cadrebbe anche la
    pioggia.  Terza prova,  il colore degli uomini,  i quali per il calore
    sono neri.
    Inoltre,   i  nibbi  e  le  rondini  durante  l'anno  non  cessano  di
    soggiornare col  e  le  gru,  fuggendo  l'inverno  della  Scizia,  si
    rifugiano in quei luoghi per svernarvi.
    Se,  dunque,  scendesse  anche  solo  un po' di neve su questa regione
    attraverso la quale scorre il Nilo e dove  il  suo  corso  ha  inizio,
    nulla di tutto questo avverrebbe, come  necessario convenire.

      23.   Colui  (28),   al  contrario,  che  ha  parlato  dell'Oceano,
    proiettando il suo racconto nel campo dell'inconoscibile,  non ammette
    possibilit di prova: poich io,  per conto mio,  non so che esista un
    fiume Oceano e penso,  invece,  che Omero,  o qualcuno  degli  antichi
    poeti,  ne  abbia  inventato  il  nome  e l'abbia poi introdotto nella
    poesia.

     24.  Ma se,  dopo aver confutato le opinioni prospettate fino a ora,
    devo  io  pure  esporre ci che penso di questi fenomeni oscuri,  dir
    qual ,  secondo me,  la ragione per cui il Nilo sale in piena durante
    l'estate.
    Nella stagione invernale il sole,  sviato, a causa delle tempeste, dal
    suo corso normale,  si porta nelle regioni dell'alta  Libia.  Per  una
    spiegazione  che  s'attenga  al minimo,  s' gi detto tutto: poich 
    naturale che il paese cui    vicinissimo  questo  dio,  e  sul  quale
    trascorre,  sia  povero d'acque al massimo grado e vi si dissecchino i
    fiumi.

     25. Ma per chiarire la cosa con maggiori particolari, ecco com'.
    Attraversando la Libia superiore,  il sole d origine a questi  fatti:
    siccome  l'aria  di  questa  regione    perpetuamente serena,  sempre
    ardente il suolo e non ci sono venti freddi, il sole, attraversandola,
    fa quello appunto che suole fare da noi durante l'estate, quando passa
    nel mezzo del cielo, attira,  cio,  il vapore acqueo a s e lo spinge
    verso le regioni pi a monte,  dove i venti l'afferrano, lo disperdono
    e lo fanno liquefare.
    Naturale, quindi, che i venti che spirano da quella regione, il Noto e
    il Libeccio (29),  siano fra tutti di gran  lunga  i  pi  carichi  di
    pioggia.
    Non credo, per, che ogni volta il sole rimandi tutta l'acqua del Nilo
    che  ha  assorbito durante l'anno.  Ma penso che ne trattenga (30) una
    certa quantit intorno a s.
    Quando, poi,  l'inverno va mitigandosi,  il sole se ne torna indietro,
    verso  il centro del cielo e da allora attira a s,  allo stesso modo,
    l'acqua da tutti i fiumi.
    Sennonch questi,  fino a tale momento,  scorrono gonfi,  perch vi si
    mescola  molta  acqua piovana,  dato che le regioni sono bagnate dalla
    pioggia e percorse da  torrenti:  mentre  d'estate,  venendo  meno  le
    piogge e agendo la forza d'attrazione del sole, sono poveri d'acqua.
    Il  Nilo,  invece,  che non riceve piogge,  ma  attratto dal sole,  
    l'unico fiume che in questa stagione  sia,  com'  naturale,  di  gran
    lunga al disotto del suo normale livello, pi che non d'estate. Poich
    in  estate  viene  attratto  dal  sole  alla  pari  degli altri fiumi,
    d'inverno, invece,  solo a subir tale azione.
    Cos,  secondo l'opinione che mi sono fatta,  la causa dei fenomeni di
    cui parliamo  il sole.

      26.  Lo stesso sole  pure causa,  a mio parere,  dell'altro fatto:
    che, cio,  l'aria in quella regione sia secca: poich quando passa il
    sole la brucia e cos nell'alta Libia regna un'estate perenne.
    Se  il  corso delle stagioni dovesse mutare e in quella parte di cielo
    dove ora si trovano il vento Borea e l'inverno si venisse a trovare il
    vento Noto e mezzogiorno e l dove ora   Noto  ivi  fosse  Borea;  se
    questo,  dico,  avvenisse,  il sole,  respinto dal centro del cielo, a
    causa dell'inverno e di Borea, salirebbe verso l'alta Europa, come ora
    percorre la Libia superiore,  e,  passando attraverso l'Europa intera,
    credo che farebbe sull'Istro quello che ora fa sul Nilo.

      27.  Riguardo  alle  correnti d'aria,  al fatto,  cio,  che non ne
    spirano dal Nilo,  io penso che  naturale che da regioni molto  calde
    non  provenga  soffio alcuno.  L'aria suole spirare da qualche cosa di
    freddo.

      28.  Ma  lasciamo  pure  questi  fenomeni  come  sono  e  come  fin
    dall'inizio sono stati.
    Riguardo alle sorgenti del Nilo, non ci fu nessuno degli Egiziani, dei
    Libici  o  dei  Greci,  venuti  a colloquio con me,  che affermasse di
    conoscerle,  tranne lo scrivano del tesoro sacro di Atena (31),  nella
    citt  di Sais in Egitto.  Costui,  per,  mi aveva l'aria di celiare,
    quando sosteneva di conoscerle con sicurezza.
    Mi diceva, dunque, che, situati fra le citt di Siene,  nella Tebaide,
    ed Elefantina, ci sono due monti, le cui cime finiscono in punta e che
    si  chiamano  uno  Crofi,  l'altro  Mofi:  le  sorgenti del Nilo,  che
    sarebbero senza fondo,  sgorgherebbero appunto in mezzo a  questi  due
    monti  e  met dell'acqua prenderebbe la direzione dell'Egitto,  verso
    nord, l'altra met scorrerebbe verso l'Etiopia e il sud.
    Alla prova,  poi,  che le sorgenti  si  perdono  nell'abisso,  sarebbe
    giunto,  secondo lui,  il re d'Egitto Psammetico,  il quale, dopo aver
    intrecciato un cavo,  lungo parecchie  migliaia  di  orgie,  vi  aveva
    calato lo scandaglio, ma non era riuscito a toccare il fondo.
    Se realmente  avvenuto cos come raccontava lo scrivano, vuol dire, a
    mio modo di pensare,  che in quel luogo ci sono dei vortici violenti e
    dei rigurgiti,  per  il  frangersi  dell'acqua  contro  i  monti,  che
    impediscono allo scandaglio gettato di andare fino in fondo.

     29.  Nessuno pi potei interrogare su tale argomento. Ma tante altre
    notizie sono venuto a conoscere, spingendomi il pi lontano possibile:
    fino a Elefantina io stesso giunsi e vidi.  Da  questa  citt  in  poi
    assunsi informazioni e m'affidai a racconti.
    Risalendo  dalla citt di Elefantina,  il paese si fa ripido sicch l
    bisogna che il battello avanzi assicurato a dei cavi da  una  parte  e
    dall'altra,  come  si fa con i buoi: se dovesse esserne strappato,  il
    battello verrebbe trascinato via dalla violenza della corrente.
    Per attraversare questa zona occorrono quattro giorni di  navigazione.
    Il  Nilo  quivi tortuoso,  come il Meandro e dodici sono gli "scheni"
    che si devono percorrere con la nave assicurata a quel modo.  Dopo  di
    che,  giungerai  a  una  pianura aperta,  nella quale il Nilo circonda
    un'isola, che si chiama Tacompso (32).
    Gi a sud di Elefantina abitano gli Etiopi,  e quest'isola  per  met
    abitata da Etiopi,  per met da Egiziani.  Fa seguito a essa una vasta
    palude,   intorno  alla  quale   s'aggirano   degli   Etiopi   nomadi:
    attraversatala, imboccherai la corrente del Nilo, che in questa palude
    dilaga.  Pi  avanti,  dovrai  camminare  per quaranta giorni lungo il
    fiume,  dopo esser sceso a terra,  poich dal Nilo spuntano  su  degli
    scogli  aguzzi  e  vi sono molte rocce a fior d'acqua,  tra mezzo alle
    quali non  possibile passare con nave.
    Dopo aver attraversato in quaranta giorni questa regione,  entrato  di
    nuovo  in un'altra imbarcazione,  farai dodici giorni di navigazione e
    giungerai, quindi,  a una grande citt,  che si chiama Meroe (33).  Si
    dice che sia la capitale degli altri Etiopi, i quali in essa venerano,
    fra gli di,  soltanto Zeus e Dioniso, cui tributano grandi onori. C'
    pure tra loro un oracolo di Zeus.  Scendono in campo quando questo dio
    ve  li  spinge  con  i  suoi responsi e portano la guerra l dove esso
    comandi.

     30. Proseguendo con il battello da questa citt,  giungerai al paese
    dei  "disertori" (34) impiegando tanto tempo quanto  stato necessario
    per arrivare alla capitale degli Etiopi da Elefantina.
    Questi "disertori" hanno un nome,  Asmach,  che,  tradotto  in  greco,
    significa "coloro che stanno alla sinistra del re";  ed erano 240 mila
    Egiziani,  della casta dei guerrieri,  i quali avevano disertato verso
    gli Etiopi da questa regione, per il motivo seguente.
    Durante  il  regno  di  Psammetico  erano stati stabiliti dei corpi di
    guardia: uno nella citt di Elefantina,  di  fronte  agli  Etiopi,  un
    altro a Dafne Pelusica,  contro Arabi e Assiri e un terzo a Marea,  di
    fronte ai Libici.
    Ancora ai tempi nostri,  i corpi di guardia dei Persiani occupano  gli
    stessi  posti  che  occupavano  allora  quelli  di Psammetico: infatti
    guarnigioni persiane si trovano a Elefantina e a Dafne.
    Ordunque questi Egiziani,  dopo aver fatto la guardia  per  tre  anni,
    visto  che  nessuno  veniva  a  rilevarli  dal  loro posto,  si misero
    d'accordo e, con decisione unanime, tutti, abbandonato Psammetico,  si
    diressero verso l'Etiopia.
    Psammetico,   quando  lo  venne  a  sapere,   corse  loro  dietro,  e,
    raggiuntili,  li pregava e scongiurava.  Non voleva che abbandonassero
    gli di patri,  i figli e le mogli.  Ma uno di essi, dicono, mostrando
    il segno della sua virilit,  dispose che dovunque c'era  quello,  ivi
    essi avrebbero avuto e figli e mogli.
    Giunti  che  furono  in Etiopia,  si consegnarono al re del paese,  il
    quale li ricambi in questo modo: gli si erano ribellati alcuni  degli
    Etiopi  ed egli spinse questi "disertori" a scacciarli e a occupare il
    loro territorio.
    Essendosi,  dunque,  costoro stanziati in Etiopia,  gli Etiopi stessi,
    adottati i costumi egiziani, ne risultarono pi civilizzati.

     31.  Dunque,  senza contare il tratto che scorre in Egitto, il corso
    del Nilo si conosce fino a  una  distanza  di  quattro  mesi  (35)  di
    navigazione e di cammino;  (tanti sono i mesi che occorrono,  se si fa
    il  calcolo,  per  arrivare  da  Elefantina  alla  regione  di  questi
    "disertori"); esso proviene dalla regione della sera, dove tramonta il
    sole.
    Che cosa ci sia oltre questo punto, nessuno lo pu dire con sicurezza,
    poich tale paese  deserto a causa del caldo eccessivo.

      32.  Per  ecco  quello  che  ho  sentito  da  alcuni di Cirene che
    raccontavano di essersi recati all'oracolo di Ammone e di esser venuti
    a colloquio con il re del paese,  Etearco.  L,  come succede,  da  un
    discorso  all'altro  erano  venuti  a dire,  del Nilo,  che nessuno ne
    conosceva le sorgenti.
    Allora Etearco prese a raccontare  che,  un  giorno,  aveva  avuto  la
    visita di alcuni Nasamoni (,  questo, un popolo libico, che abita nei
    pressi della Sirte e a oriente  della  Sirte  stessa  per  un  piccolo
    tratto).  A  tali visitatori Nasamoni egli aveva domandato se potevano
    dire qualche cosa di  pi  sui  deserti  di  Libia,  ed  essi  avevano
    risposto  che  c'erano  stati fra loro dei giovani esaltati,  figli di
    persone influenti,  i quali,  fra le altre imprese audaci  escogitate,
    quand'ebbero  raggiunto  la  virilit,  avevano  anche  tratto a sorte
    cinque di loro che dovevano esplorare i deserti di Libia e spingere le
    loro osservazioni pi avanti di quelli che  avevano  visto  gi  molto
    lontano.
    Infatti  tutta  quella  parte  della  Libia  che  confina  con il mare
    settentrionale,  a cominciare dall'Egitto fino al promontorio  Solunte
    (36), che segna la fine del continente libico,  abitata da Libici con
    le  varie  loro  stirpi,  eccettuate  le parti occupate dai Greci e da
    Fenici (37).
    A sud del mare e delle popolazioni che abitano la regione costiera, la
    Libia  popolata di fiere e a sud di questa zona delle fiere  non  c'
    che sabbia, aridit tremenda, paese sprovvisto di tutto.
    Quei giovani,  dunque,  incaricati dai loro compagni, ben provvisti di
    acqua e di viveri,  avevano percorso  dapprima  le  localit  abitate.
    Attraversatele, erano giunti nella zona delle fiere, dalla quale, poi,
    erano penetrati nel deserto, dirigendo il cammino verso ovest.
    Dopo  aver  attraversato un vasto paese sabbioso,  impiegando parecchi
    giorni, avevano visto finalmente degli alberi cresciuti spontaneamente
    nella pianura,  e accostatisi,  s'erano messi a cogliere i frutti  che
    c'erano sui rami;  sennonch,  mentre li coglievano erano sopraggiunti
    degli uomini di bassa statura,  inferiore alla media degli  uomini,  i
    quali, presili, li avevano condotti via. N i Nasamoni conoscevano una
    parola   della  lingua  di  quelli,   n  quelli  che  li  conducevano
    conoscevano la lingua dei Nasamoni.
    Li avevano condotti attraverso sconfinate paludi  e,  passate  queste,
    erano  giunti  a una citt nella quale tutti avevano la stessa statura
    di coloro che li conducevano, ed erano di colore nero.
    Presso quella citt  scorreva  un  fiume  importante,  che  veniva  da
    occidente  e  si dirigeva verso oriente: in esso si vedevano anche dei
    coccodrilli.

     33. Per il racconto dell'Ammonio Etearco, basti quanto ho gi detto,
    con l'aggiunta soltanto che egli assicurava,  per quel che gli avevano
    riferito i Cirenei,  che quei giovani Nasamoni erano,  poi, tornati al
    loro paese e che quegli uomini,  presso i quali  erano  giunti,  erano
    tutti stregoni.
    Ora,  il  fiume che scorreva presso quella citt anche Etearco pensava
    che fosse il Nilo,  tanto pi che il ragionamento  a  questo  pure  ci
    conduce.  Il  Nilo,  infatti,  viene dalla Libia e la divide a met e,
    secondo il mio modo di vedere,  dalle cose note argomentando  ci  che
    non  si  conosce,  esso  prende  origine  a una distanza pari a quella
    dell'Istro.
    Questo fiume Istro, le cui sorgenti sono nel paese dei Celti presso la
    citt di Pirene (38), con il suo corso taglia a met l'Europa (i Celti
    sono stanziati oltre le colonne d'Ercole e confinano con i Cinesi, che
    sono gli ultimi abitanti dell'Europa  ad  occidente),  e,  traversando
    l'Europa intera,  sbocca nel Ponto Eussino dove c' la citt di Istria
    (39), abitata da coloni di Mileto.

     34. Orbene l'Istro,  dato che bagna territori abitati,   conosciuto
    da molti.  Nessuno, invece, sa parlare delle sorgenti del Nilo, poich
    la Libia, che esso attraversa,  disabitata e deserta.  Per,  del suo
    corso  ho gi detto quanto era possibile conoscere,  allargando il pi
    possibile le mie indagini.
    Mette foce nell'Egitto,  e l'Egitto si trova press'a  poco  di  fronte
    alla  montuosa Cilicia.  Dalla Cilicia a Sinope sul Ponto Eussino,  ci
    sono,  in linea retta,  cinque giorni di cammino per uno  che  proceda
    spedito e Sinope  situata di fronte al luogo dove l'Istro si getta in
    mare.
    Per tali ragioni,  io ritengo che il Nilo, che scorre attraverso tutta
    la Libia, possa essere uguagliato all'Istro.
    Per quel che riguarda il Nilo, basti quanto s' detto.

     35.  Mi accingo,  invece,  a sviluppare il mio racconto  sull'Egitto
    perch,  a  preferenza  di  ogni  altro  paese,  sono  innumerevoli le
    meraviglie che contiene e le  opere  che  presenta  superiori  a  ogni
    descrizione:  per  questi  motivi saranno pi abbondanti i particolari
    che lo riguardano.
    Gli Egiziani, in conformit,  appunto,  del clima che presso di loro 
    diverso che altrove e del Nilo che offre caratteristiche insolite agli
    altri fiumi, in generale hanno adottato usi e costumi tutti contrari a
    quelli degli altri uomini.
    Tra loro, sono le donne che vanno al mercato e praticano il commercio.
    Gli uomini,  invece,  rimangono a casa e tessono e nel tessere, mentre
    gli altri popoli spingono la trama in su,  gli Egiziani la spingono in
    gi.
    Gli uomini portano i carichi sulla testa, le donne sulle spalle.
    Le donne orinano ritte in piedi, gli uomini stando accucciati.
    Soddisfano ai loro bisogni nell'interno delle case, e prendono i pasti
    all'aperto  nelle  strade,  giustificandosi  col  dire  che  le azioni
    indecenti,  anche se necessarie,  vanno compiute  in  luogo  nascosto,
    quelle che non hanno nulla di riprovevole, alla luce del sole.
    Non  v'  donna  che  faccia  da sacerdotessa ad alcuna divinit,  sia
    maschile o femminile; sono gli uomini che esercitano il sacerdozio per
    tutti gli di e tutte le dee.
    Nessuna necessit per  i  figli,  se  non  vogliono,  di  mantenere  i
    genitori.  Le figlie,  invece,  vi sono costrette assolutamente, anche
    contro voglia.

     36. I sacerdoti degli di,  nelle altre nazioni coltivano la chioma,
    in Egitto, invece, se la tagliano.
    Presso gli altri popoli  costume,  quando capita un lutto, che coloro
    che sono particolarmente colpiti si  facciano  radere  la  testa:  gli
    Egiziani,  in occasione di qualche morte, si lasciano crescere capelli
    e barba, mentre fino allora erano rasati.
    Gli altri  uomini  conducono  la  vita  separati  dagli  animali,  gli
    Egiziani, invece, la conducono in comune.
    Gli  altri popoli vivono di grano e di orzo.  In Egitto,  invece,  chi
    vive di questi prodotti gode pessima reputazione:  i  loro  cibi  sono
    fatti di "olira" che alcuni chiamano "zeia".
    Lavorano  la pasta con i piedi,  l'argilla con le mani e raccolgono il
    letame.
    Mentre gli altri popoli,  tranne quelli che l'hanno imparato da  loro,
    lasciano  gli  organi  genitali  cos  come  sono  nati,  gli Egiziani
    praticano la circoncisione.
    Gli uomini indossano due vestiti ciascuno, le donne uno.
    Gli anelli e le corde per le vele  gli  altri  li  legano  all'esterno
    dell'imbarcazione, gli Egiziani all'interno.
    I Greci scrivono le lettere dell'alfabeto,  e fanno i calcoli portando
    la mano da sinistra a  destra,  gli  Egiziani,  invece,  da  destra  a
    sinistra e, pur facendo cos, sostengono di scrivere essi verso destra
    e  i  Greci  verso  sinistra.  Usano due generi di scrittura (40): una
    chiamata sacra, l'altra popolare.

     37.  Dediti,  pi di tutti gli uomini,  in modo  straordinario  alla
    religione, osservano con scrupolo queste consuetudini.
    Bevono  in  coppe  di bronzo e ogni giorno le puliscono con cura;  non
    l'uno s e l'altro no, ma tutti indistintamente.
    Indossano vesti di lino sempre fresche di  bucato,  cosa  cui  tengono
    moltissimo.
    Praticano  la  circoncisione  per motivi di igiene,  preferendo essere
    puliti pi che brillanti d'aspetto.
    I sacerdoti si fanno radere tutto il corpo ogni due  giorni,  per  non
    avere  su  di s pidocchi o altra impurit;  quando celebrano in onore
    degli di portano una sola veste di lino e calzari fatti con corteccia
    di papiro; n  loro permesso prendere altri vestiti o calzari d'altra
    materia.  Fanno il bagno due volte al giorno nell'acqua fredda  e  due
    volte  ogni  notte,  e  compiono,  si  pu dire,  un'infinit di altre
    cerimonie religiose.
    Per, godono anche di privilegi, e non pochi: nulla consumano dei loro
    beni familiari n spendono del loro;  ma si  fanno  cuocere  dei  cibi
    sacri, e ogni giorno ciascuno di essi ha grande abbondanza di carne di
    bue e di oca.  Viene loro fornito anche vino d'uva,  mentre non  loro
    lecito cibarsi di pesce.
    Di fave gli Egiziani assolutamente non ne seminano nel loro  paese,  e
    quelle  che vi sono non le mangiano n crude,  n cotte.  I sacerdoti,
    poi, non sopportano nemmeno di vederle, ritenendole un legume impuro.
    Non c' per ciascun dio un sacerdote solo, ma ve ne sono parecchi. Uno
    di essi  il sommo sacerdote: quando uno viene a morire,  gli  succede
    il figlio.

      38.  I  buoi  sono  considerati  sacri  a Epafo e per questo motivo
    vengono esaminati nel modo seguente: se si vede che uno  ha  anche  un
    solo  pelo  nero,  lo  si giudica impuro e chi fa la ricerca  uno dei
    sacerdoti a ci incaricato,  il quale esamina l'animale tanto ritto in
    piedi,  quanto  supino,  facendogli  anche tirar fuori la lingua,  per
    vedere se  pura dai contrassegni indicati  e  dei  quali  parler  in
    altro racconto.  Inoltre guarda anche i peli della coda: se cio, sono
    spuntati secondo il modo normale di natura.
    Se il bue viene trovato  esente  da  tutte  queste  particolarit,  il
    sacerdote  lo  contrassegna  con  una  corteccia di papiro che avvolge
    intorno alle corna: quindi,  avendovi applicato un  po'  di  creta  da
    sigillo, vi imprime il suo marchio e cos lo conducono via.
    Chiunque  abbia sacrificato un bue senza contrassegno viene punito con
    la morte.
    In questo modo,  dunque,  viene esaminata la vittima.  Ed ecco come si
    svolge il rito del sacrificio.

     39.  Dopo aver tratto l'animale con tanto di sigillo presso l'altare
    dove si compie il rito,  accendono il fuoco.  Quindi,  presso l'altare
    stesso,  versano  del  vino sopra la vittima e la sgozzano,  dopo aver
    fatto  le  consuete  invocazioni  al  dio:  all'animale  ucciso,  poi,
    tagliano la testa.  Il corpo viene scuoiato, la testa, invece, colmata
    di maledizioni viene portata via.  Qualora nel paese ci sia un mercato
    e,  tra  la  popolazione  si siano stabiliti dei mercanti greci,  sono
    soliti portarla sulla piazza e venderla;  se non vi abitano dei Greci,
    gettano la testa nel fiume.
    Questa   la formula di imprecazione che usano contro le teste recise:
    se qualche malanno deve capitare o a quelli che compiono il sacrificio
    o all'Egitto intero, tale malanno vada a finire su quella testa.
    Tutti in Egitto,  e in tutti i sacrifici,  si comportano  allo  stesso
    modo con le teste degli animali sacrificati, e riguardo alla libagione
    di  vino.  Anzi,  per  una estensione di questa consuetudine,  nessuno
    degli Egiziani vorr neppure mai mangiare  la  testa  di  alcun  altro
    animale.

     40.  Varia,  invece, secondo i diversi sacrifici, la consuetudine di
    estrarre le viscere delle vittime e di bruciarle.  Dir  ora  come  il
    rito si compie nella pi grande festa in onore della divinit (41) che
    essi considerano la pi importante. Quando hanno scuoiato il bue, dopo
    le  preghiere  di  rito,   estraggono  dal  ventre  completamente  gli
    intestini. Lasciano, invece,  nel corpo i visceri e il grasso,  mentre
    tagliano le gambe,  l'estremit dell'anca,  le spalle e il collo.  Ci
    fatto,  riempiono quello che resta del corpo del bue con farina  pura,
    miele,  uva  passita,  fichi,  incenso,  mirra  e altri aromi e,  cos
    riempito,  lo  pongono  sul  fuoco,   versandovi  sopra  dell'olio  in
    abbondanza.
    Essi compiono il rito dopo aver prima digiunato,  e, mentre le vittime
    bruciano,  tutti si battono il petto.  Quando hanno finito di battersi
    cos,  si  fanno  servire come in un banchetto ci che  rimasto delle
    vittime sacrificate.

     41.  Mentre tutti gli Egiziani immolano i buoi che non presentino  i
    segni incriminati e i vitelli,  le giovenche,  invece,  non solo non 
    lecito a loro sacrificarle, ma sono consacrate alla dea Iside.
    Infatti,  la statua di Iside,  che ha figura di donna,    fornita  di
    corna,  proprio  come  i  Greci rappresentano Io (42): di modo che gli
    Egiziani  tutti  senza  distinzione  hanno  per   le   giovenche   una
    venerazione di gran lunga superiore a quella per ogni altro animale.
    Perci  nessun  uomo  d'Egitto e nessuna donna accetter di baciare un
    Greco sulla bocca, n si servir mai del coltello di un Greco,  n dei
    suoi  spiedi,  o  del suo braciere e nemmeno guster la carne d'un bue
    puro che sia stata tagliata con un coltello greco.
    I bovini che vengono a morire  li  seppelliscono  nel  modo  seguente:
    gettano  le  giovenche  nel fiume e seppelliscono i buoi nei sobborghi
    delle singole citt, lasciando emergere un corno, o anche ambedue, per
    poterne riconoscere il luogo. Quando l'animale si sia putrefatto e sia
    giunto il tempo  stabilito,  arriva  nelle  singole  citt  una  barca
    dall'isola cos detta Prosopitide.
    Quest'isola    situata  nel Delta (43) e ha una circonferenza di nove
    "scheni". Vi sono in essa numerose altre citt, oltre quella da cui si
    dipartono le barche che vanno a ricuperare le ossa dei buoi: citt che
    si chiama Atarbechi e in cui sorge un santuario venerato  di  Afrodite
    (44).
    Da  Atarbechi  muovono  molti uomini i quali,  recandosi alcuni di qua
    altri di l nelle varie citt,  dissotterrano le ossa che portano  via
    con s e che seppelliscono tutte in un solo luogo.
    Allo  stesso modo dei buoi vengono seppelliti anche gli altri animali.
    Quando,  per,  muoiono.  Poich anche per questi animali vigono  tali
    norme di legge e nemmeno questi gli Egiziani sogliono uccidere.

     42. Tutti coloro che hanno consacrato un tempio a Zeus Tebano (45) o
    che  fanno  parte del distretto di Tebe,  si astengono dal sacrificare
    montoni e immolano,  invece,  delle capre  (non  tutti,  infatti,  gli
    Egiziani  venerano  allo  stesso modo gli stessi di,  ad eccezione di
    Iside e di Osiride, che identificano con Dioniso;  questi due di sono
    senza distinzione venerati da tutti).
    Al contrario,  quelli che hanno il santuario di Mendes (46) o che sono
    del suo circondario, astenendosi dalle capre,  sacrificano montoni.  I
    Tebani,  e  tutti  quelli  che,  seguendone  l'esempio,  rispettano  i
    montoni,  dicono che tale imposizione  stata  loro  data  per  questa
    ragione:  Eracle  (47)  voleva  assolutamente  vedere  Zeus e Zeus non
    voleva farsi vedere da lui. Alla fine, per, siccome Eracle insisteva,
    Zeus era ricorso a questo artificio: aveva fatto scuoiare un montone e
    tagliarne la testa.  Poi,  indossatane la pelle e tenendo davanti alla
    sua la testa del montone, si mostr cos camuffato a Eracle.
    Da  allora  gli  Egiziani  alla  statua  danno  il volto di montone e,
    sull'esempio loro,  fanno cos pure gli Ammoni,  che sono coloni degli
    Egiziani  e  degli Etiopi,  e parlano una lingua che  qualche cosa di
    mezzo fra le due.
    Secondo me,  anche il nome gli Ammoni se lo coniarono  da  quello  del
    dio, poich gli Egiziani a Zeus danno il nome di Amon.
    Per  questa ragione,  dunque,  i Tebani non sacrificano i montoni che,
    anzi, per loro sono sacri.
    Per un giorno all'anno,  nella festa di Zeus,  dopo aver abbattuto un
    solo  ariete,  lo scuoiano e con la pelle rivestono la statua di Zeus,
    proprio come avrebbe fatto il dio.  Quindi alla  statua  ne  accostano
    un'altra,  quella di Eracle.  Ci fatto, tutti quelli che sono intorno
    al santuario si battono  il  petto  in  onore  dell'ariete  e  poi  lo
    seppelliscono nel recinto sacro.

     43.  Riguardo ad Eracle, ho sentito dire che era uno dei dodici di;
    l'altro Eracle, invece, quello che conoscono i Greci,  in nessun luogo
    dell'Egitto mi tocc di sentirlo nominare,
    E  che  non siano stati gli Egiziani al accogliere dai Greci la figura
    di Eracle ma piuttosto dagli Egiziani lo abbiano preso i Greci, e, fra
    i Greci,  quelli che posero il nome di Eracle al figlio di Anfitrione,
    vi  sono molti indizi,  per conto mio,  che lo provano come cosa vera.
    Fra gli altri anche questo: non solo  ambedue  i  genitori  di  questo
    Eracle,   Anfitrione   e   Alcmena,   erano   originariamente  oriundi
    dell'Egitto,  ma  anche  di  Posidone  e  dei  Dioscuri  gli  Egiziani
    dichiarano  di  ignorare  le  prerogative,  e  non sono stati accolti,
    questi di, fra gli altri.
    Eppure,  se avessero preso dai Greci qualche divinit,  era di  questi
    che avrebbero dovuto conservare il ricordo non tra gli ultimi, ma anzi
    prima  di tutti,  dal momento che,  anche in quei tempi,  alcuni Greci
    esercitavano la navigazione ed erano uomini di mare.  Cos la penso io
    e cos il mio ragionamento dimostra.
    Sicch  pi facilmente gli Egiziani dovrebbero conoscere gli attributi
    di questi di,  che non di Eracle.  Ma quest'Eracle era un antico  dio
    per gli Egiziani: a quanto dicono essi stessi,  fino al regno di Amasi
    (48) sono passati 17 mila anni dal tempo in cui gli di,  da otto  che
    erano sono diventati dodici: uno di essi, pensano, fu Eracle.

      44.  Volendo  io  su questi fatti sapere qualche cosa di preciso da
    coloro che potevano esserne informati,  feci vela anche  per  Tiro  di
    Fenicia,  essendo a conoscenza che col c'era un venerato santuario di
    Eracle (49).  E vidi il tempio riccamente adorno di molti doni votivi,
    tra  l'altro c'erano due stele,  una d'oro puro,  l'altra di smeraldo,
    che nella notte emanava intensi bagliori.
    Venuto a colloquio con i sacerdoti del  dio,  chiesi  loro  da  quanto
    tempo  era stato innalzato il santuario.  Ma trovai che neppure quelli
    s'accordavano con i Greci poich assicuravano che la  costruzione  del
    tempio  era  stata  contemporanea  alla  fondazione di Tiro e Tiro era
    abitata gi da 2300 anni.
    Siccome,  poi,  a Tiro avevo visto un altro tempio  di  Eracle,  detto
    Tasio,  mi  recai  anche  a  Taso  e  vi trovai il santuario di Eracle
    fondato dai Fenici,  i quali,  messisi in mare  per  ricercare  Europa
    (50),  avevano  colonizzato  Taso:  e  ci  era  avvenuto  ben  cinque
    generazioni (51) umane prima che, in Grecia, venisse alla luce Eracle,
    figlio di Anfitrione.
    Le mie ricerche,  dunque,  dimostrano all'evidenza l'antichit del dio
    Eracle. E a mio parere, fanno molto bene quei Greci che hanno santuari
    eretti  a due Eracli: a uno,  che chiamano Olimpio,  offrono sacrifici
    come a un dio; al l'altro onori funebri come a un eroe.

     45.  Molte altre cose raccontano i Greci,  ma  senza  discernimento.
    Come    sciocco anche questo aneddoto che essi riferiscono di Eracle:
    che,  cio,  arrivato in Egitto,  gli Egiziani l'avevano coronato e lo
    traevano  con grande seguito per sacrificarlo a Zeus.  Fino a un certo
    punto egli se  ne  stette  tranquillo,  ma  quando,  presso  l'altare,
    cominciarono  i  preparativi  per il sacrificio,  facendo ricorso alla
    forza, li uccise tutti.
    A me, per, sembra, quando me lo raccontano, che i Greci non conoscano
    affatto l'indole degli Egiziani e le loro  leggi.  E  infatti,  se  la
    legge divina vieta loro,  perfino,  di uccidere degli animali,  se non
    sono maiali,  buoi,  vitelli (che siano  per  esenti  da  determinate
    caratteristiche)  e  oche,  come  potrebbero immolare degli uomini?  E
    inoltre,  possibile che Eracle, che era solo ed era ancora uomo, come
    essi riconoscono,  ne abbia ucciso molte decine di migliaia?  Che  gli
    di  e  gli  eroi  ci  conservino  la  loro benevolenza per quello che
    abbiamo detto su questo argomento.

     46.  Se quegli Egiziani di cui abbiamo parlato  non  sacrificano  n
    capre n montoni,   per questa ragione: i Mendesi considerano Pan uno
    degli otto di, e questi otto, dicono, furono anteriori ai dodici di.
    Ora,  pittori e scultori dipingono e scolpiscono  l'immagine  di  Pan,
    come  del  resto  i  Greci,  con  il  volto  caprino e con le gambe di
    montone, non gi perch credano che sia tale, ch, anzi,  lo ritengono
    simile agli altri di, ma la ragione per cui lo rappresentano cos non
    mi va di riferirla.
    Tutta  la  razza  caprina  gode  la venerazione dei Mendesi;  ma pi i
    maschi che le femmine: ai maschi i caprai rivolgono maggiori  cure  e,
    fra  questi,  a  uno  in  modo particolare: quando esso muore tutto il
    distretto di Mendes ne prova un dolore profondo.
    In egiziano si chiama Mendes tanto il capro quanto Pan.
    Ai miei tempi, in quella circoscrizione  avvenuta questa mostruosit:
    un montone si univa  con  una  donna  apertamente  e  tale  fatto  era
    divenuto di pubblico dominio.

     47.  Gli Egiziani hanno sempre ritenuto il maiale un essere immondo:
    prima di tutto, se uno di loro,  passando accanto a un maiale soltanto
    lo sfiora, corre subito a gettarsi nel fiume completamente vestito; in
    secondo  luogo,  i  guardiani  di  porci,  anche  se  sono Egiziani di
    nascita,  sono i soli fra tutti che non possono entrare in un  tempio,
    fra  quanti  ve  ne sono in Egitto.  Nessuno suole dar loro la propria
    figlia in moglie,  n sposarne le figlie,  sicch i porcari accasano e
    si accasano senza uscire dalla loro cerchia.
    Mentre gli Egiziani non ritengono giusto sacrificare maiali agli altri
    di,  solo a Selene e a Dioniso (52), nel medesimo tempo e proprio nel
    plenilunio, li sacrificano mangiandone le carni.
    Perch mai in questa circostanza usino  immolare  dei  maiali,  mentre
    nelle  altre  feste ne rifuggono con disgusto,  esiste una spiegazione
    che viene raccontata dagli Egiziani.  Ma  io,  pur  conoscendola,  non
    trovo troppo conveniente riferirla.
    Il  sacrificio  dei maiali in onore a Selene si compie in questo modo:
    quando il sacerdote ha ucciso la vittima, raccolte insieme l'estremit
    della coda,  la milza e l'omento,  le copre con tutto  il  grasso  che
    l'animale  ha  intorno  al ventre e poi le brucia sul fuoco.  Il resto
    delle carni, invece, viene consumato il giorno del plenilunio,  in cui
    abbiano  compiuto  il  sacrificio;  in altro giorno non potrebbero pi
    gustarle.
    Quelli fra loro che sono poveri,  data la scarsit dei mezzi di  vita,
    fanno  cuocere  dei porci confezionati con pasta di farina,  e offrono
    quelli in sacrificio.

     48.  In onore di Dioniso,  invece alla vigilia  della  festa  ognuno
    uccide  un porcellino davanti alla sua porta di casa e lo d da portar
    via allo stesso custode di porci che gliel'ha venduto.
    Il resto della festa dagli Egiziani  celebrato quasi  in  tutto  allo
    stesso  modo  dei  Greci,  se  si eccettuano i cori.  Per,  invece di
    emblemi  fallici,   essi  hanno  escogitato  un'altra  trovata:  delle
    marionette,  alte  quasi  un cubito (53),  che mettono in movimento il
    membro virile, non di molto pi piccolo di tutto il resto del corpo, e
    che le donne portano in giro per  i  sobborghi:  va  loro  innanzi  un
    sonatore di flauto ed esse lo seguono cantando Dioniso.
    Perch  queste  marionette  abbiano  il membro sproporzionato e perch
    muovano solo questa parte del corpo,  c' una sacra  leggenda  che  lo
    spiega e che si racconta comunemente.

      49.  Secondo il mio parere,  gi Melampo,  figlio di Amitaone,  non
    doveva essere all'oscuro di questo sacrificio,  anzi ne doveva  essere
    esperto, poich fu Melampo che fece conoscere fra i Greci la figura di
    Dioniso, il suo culto e le processioni falliche.
    A  dire il vero,  egli non illustr tutto in una volta il procedimento
    sacro;  furono i saggi che vennero dopo di lui,  ad  ampliare  i  suoi
    insegnamenti.   Per  la  processione  fallica  in  onore  di  Dioniso
    l'introdusse Melampo e da lui i Greci hanno imparato a fare quello che
    fanno.
    Io,  dunque,  sostengo che Melampo,  da uomo avveduto,  non solo  fece
    propria  l'arte  divinatoria,  ma introdusse fra i Greci molte nozioni
    che  egli  aveva  appreso  in  Egitto.  Tra  l'altro,  anche  ci  che
    riguardava  Dioniso,   solo  con  qualche  piccola  modificazione  nei
    confronti dei modelli.
    Infatti non potr mai accettare che i riti,  che si svolgono in Egitto
    in onore del dio, coincidano per puro caso con quelli che si celebrano
    fra  i  Greci;  poich  dovrebbero essere in armonia con i costumi dei
    Greci e non sarebbero stati introdotti di recente. N,  d'altra parte,
    posso  dire che gli Egiziani abbiano importato dai Greci questi riti o
    qualche altra istituzione.
    A me,  invece,  pare molto probabile che Melampo abbia  saputo  quanto
    riguarda  Dioniso  da  Cadmo  di  Tiro  e  da quelli che con lui se ne
    vennero dalla Fenicia nella regione che ora si chiama Beozia.

     50.  Del resto anche gli altri di sono quasi tutti venuti in Grecia
    dall'Egitto: infatti, dalle mie informazioni trovo che essi provengono
    da  paesi  forestieri,  ma sono convinto che siano venuti specialmente
    dall'Egitto. E in verit,  a eccezione di Posidone e dei Dioscuri (dei
    quali ho parlato anche prima), di Era, di Estia, di Temi, delle Cariti
    e delle Nereidi, gli Egiziani venerano gli altri di nel loro paese in
    ogni tempo: io ripeto quanto affermano gli stessi Egiziani.
    E  quelle divinit che essi ammettono di non conoscere,  a me pare che
    abbiano avuto origine e caratteri  dai  Pelasgi,  salvo  Posidone:  la
    conoscenza  di  questo dio i Greci l'ebbero dai Libici,  poich nessun
    popolo possiede il culto di  Posidone  fin  dai  primordi,  tranne  il
    popolo libico che l'onora da sempre.
    Nemmeno  ai  semidi  gli  Egiziani hanno l'abitudine di attribuire un
    culto.

     51.  Questi sono gli usi che i Greci hanno adottato dagli Egiziani e
    poi  altri  ancora  dei quali parler.  Ma quello di fare le statue di
    Ermes con il membro eretto non l'hanno imparato dagli Egiziani,  bens
    dai  Pelasgi:  primi  fra tutti i Greci lo accolsero gli Ateniesi e da
    questi gli altri.
    Infatti,  quando gli Ateniesi erano gi ellenizzati  (54),  vennero  a
    convivere  con  loro,  nel  paese,  i  Pelasgi,  che  da  quel momento
    cominciarono essi pure ad essere considerati Greci.
    Chi  iniziato ai misteri dei Cabiri (55) che i  Samotraci  celebrano,
    avendoli ricevuti dai Pelasgi, costui sa ci che io voglio dire.
    Effettivamente  questi  Pelasgi  che  sono  venuti a convivere con gli
    Ateniesi, recentemente (56) abitavano Samotracia e da loro i Samotraci
    hanno ricevuto e conservano i misteri.
    Dunque gli Ateniesi furono i primi dei Greci a fare le statue di Ermes
    con il membro eretto, avendolo imparato dai Pelasgi.
    A questo proposito i Pelasgi hanno coniato una tradizione  sacra,  che
    viene costantemente riferita durante i misteri in Samotracia.

      52.  Un tempo,  come io so per averlo sentito in Dodona,  i Pelasgi
    celebravano ogni sacrificio invocando  semplicemente  gli  di,  senza
    attribuire ad alcuno di loro degli appellativi (57) o dei nomi, poich
    non  avevano  ancora  sentito una cosa simile;  ma li chiamarono "di"
    (58) perch, avendo posto ordine all'universo, avevano anche il potere
    su tutte le ripartizioni delle cose.
    Poi,   passato  un  lungo  periodo,   vennero  a   conoscere,   giunte
    dall'Egitto,  la  caratteristiche particolari degli altri di,  tranne
    Dioniso che conobbero molto pi tardi:  anzi,  dopo  un  certo  tempo,
    interrogarono,  su queste designazioni personali, l'oracolo di Dodona,
    poich  considerato il pi antico  degli  oracoli  che  vi  siano  in
    Grecia e in quel tempo era unico.
    Quando, dunque, i Pelasgi domandarono a Dodona se dovessero accogliere
    le designazioni particolari,  che erano venute dai paesi stranieri, il
    dio rispose di adottare pure quell'uso.
    Da quel momento,  quando facevano  sacrifici,  si  valevano  dei  vari
    appellativi degli di; pi tardi dai Pelasgi li ricevettero i Greci.

      53.  Di  chi  fosse  figlio ciascuno degli di,  o se tutti fossero
    eternamente esistiti,  quale aspetto avessero,  nulla sapevano i Greci
    fino a poco fa, fino a ieri, si pu dire.
    Poich Esiodo e Omero io ritengo che siano vissuti,  quanto a et, 400
    anni prima di me,  non pi;  e furono essi a fissare per i  Greci  una
    teogonia,   ad  assegnare  agli  di  i  vari  attributi,   ripartendo
    prerogative e competenze e determinandone i tratti fisionomici, mentre
    quei poeti (59) che si dice siano vissuti prima di questi due,  a  mio
    giudizio, vennero dopo.
    Di  quanto  sopra    detto,  la  prima parte  quel che raccontano le
    sacerdotesse di Dodona;  la seconda,  che si riferisce ad Esiodo e  ad
    Omero,  quanto sostengo io.

     54.  Sull'origine dei due oracoli (60), quello in Grecia e quello in
    Libia, gli Egiziani raccontano questa storia.
    I sacerdoti di Zeus Tebano mi narrarono che, da Tebe, due sacerdotesse
    erano state rapite dai Fenici.  Avevano poi saputo che una di esse era
    stata portata in Libia e ivi venduta,  l'altra era giunta fra i Greci:
    queste donne sarebbero state quelle che per  prime  avevano  stabilito
    gli oracoli presso i popoli suddetti.
    E  poich  io  chiesi  come  mai  avessero saputo con sicurezza quanto
    raccontavano,  mi risposero che essi avevano fatto attente ricerche di
    quelle donne e non erano riusciti a trovarle,  ma,  pi tardi, avevano
    saputo su di loro quelle notizie che appunto mi riferivano.

     55.  Questo il racconto che io sentii dai sacerdoti in  Tebe.  Ecco,
    invece, ci che dicono le sacerdotesse di Dodona.
    Da  Tebe  d'Egitto  avrebbero  spiccato  il volo due colombe nere: una
    verso la Libia, l'altra, invece, era giunta presso di loro e, posatasi
    su una quercia, avrebbe dichiarato con voce umana che,  in quel luogo,
    si  doveva stabilire un oracolo di Zeus: gli abitanti avevano ritenuto
    che quello  fosse  un  ordine  divino  e,  di  conseguenza,  l'avevano
    eseguito.
    L'altra  colomba  che  s'era  diretta  verso la Libia,  dicono,  aveva
    imposto ai Libici di fondare un oracolo di Ammone. E anche questo  un
    oracolo di Zeus.
    Cos, almeno,  mi raccontavano le sacerdotesse di Dodona,  delle quali
    la  pi  anziana  aveva  nome  Promenia,  la seconda Timarete,  la pi
    giovane Nicandra e con esse concordavano anche gli altri abitanti  che
    erano addetti al santuario.

     56. Io, invece, ho sul fatto questa opinione.
    Se    vero  che i Fenici rapirono le due sacerdotesse e le andarono a
    vendere l'una in Libia, l'altra in Grecia, secondo me, quest'ultima fu
    venduta agli abitanti di quella che  l'attuale Grecia  (e  che  prima
    era detta Pelasgia ma  la stessa terra), cio ai Tesprozi.
    Poi,  schiava  com'era,  deve  aver  fondato in quel luogo,  sotto una
    quercia cresciuta spontaneamente,  un santuario  di  Zeus;  come,  del
    resto,  era naturale che essa,  in Tebe addetta al tempio di Zeus,  ne
    conservasse il ricordo nel luogo dov'era giunta.
    In seguito, imparata la lingua greca,  fond un oracolo.  Raccont che
    sua  sorella era stata venduta in Libia da quegli stessi Fenici da cui
    essa pure era stata venduta.

     57.  Colombe,  poi,  furono chiamate queste donne dagli abitanti  di
    Dodona, a mio modo di vedere, per il fatto che erano barbare e il loro
    parlare sonava a quegli orecchi quasi come un cinguettare di uccelli.
    Dopo un po' di tempo,  dicono,  la colomba si espresse con voce umana,
    poich la donna parlava in modo per loro comprensibile; mentre, finch
    usava una lingua diversa dalla greca,  pareva loro che  si  esprimesse
    come  un  uccello:  infatti,  in  che  modo una colomba avrebbe potuto
    emettere una voce umana? Dicendo poi che la colomba era nera, vogliono
    indicare che la donna proveniva dall'Egitto (61).
    L'arte della divinazione come viene  praticata  in  Tebe  d'Egitto  ha
    molti  rapporti  di  somiglianza  con  quella  di  Dodona;   anche  la
    divinazione dall'esame delle vittime ci  venuta dall'Egitto.

     58.  Certamente gli  Egiziani  furono  i  primi  fra  gli  uomini  a
    celebrare feste nazionali,  processioni per accompagnare gli di o per
    portare offerte ai templi;  da loro impararono i Greci,  come prova il
    fatto  che in Egitto le cerimonie le vediamo praticate da lungo tempo.
    Quelle greche, invece, sono state introdotte di recente.

     59.  Gli Egiziani non celebrano le grandi  solennit  nazionali  una
    sola volta all'anno, ma ne celebrano parecchie.
    In primo luogo,  e con straordinario zelo,  si radunano nella citt di
    Bubasti (62),  in onore di Artemide,  per la seconda festa  si  recano
    nella  citt  di  Busiride  (63),  in onore di Iside: infatti,  c' un
    importantissimo tempio della dea in questa citt, che sorge nel centro
    del Delta Egiziano: Iside  la dea che,  in lingua  greca,  si  chiama
    Demetra.
    La terza festa,  per Atena,  viene celebrata nella citt di Sais (64);
    la quarta, per onorare il Sale, in Eliopoli; la quinta a Buto (65), in
    onore di Latona; la sesta a Parmei (66) in onore di Ares.

     60.  Quando si recano a  Bubasti,  si  comportano  in  questo  modo:
    s'imbarcano  sul  fiume  uomini  e donne insieme,  una grande quantit
    d'ambo i sessi su ciascuna barca.  Alcune  delle  donne,  che  portano
    delle nacchere,  le fanno risonare;  fra gli uomini, vi sono di quelli
    che suonano il flauto lungo tutto il percorso,  gli  altri,  uomini  e
    donne, cantano e battono le mani.
    Allorch,  durante  la navigazione,  passano di fronte a qualche altra
    citt, accostato il battello alla riva, ecco cosa fanno: mentre alcune
    delle donne continuano a fare quello che ho detto, le altre o lanciano
    frizzi e grida alle donne di quella citt,  o accennano a movimenti di
    danza;  o, ritte in piedi, si tiran su le vesti: e questo a ogni citt
    che incontrano lungo il fiume.
    Giunti che siano  a  Bubasti,  celebrano  la  festa  compiendo  grandi
    sacrifici:  e  si  consuma pi vino di vite in questa solennit che in
    tutto il resto dell'anno.
    A quanto dicono gli abitanti del paese,  vi si danno convegno  fino  a
    700 mila persone, uomini e donne, senza contare i bambini.

      61.  Cos si celebra la festa in Bubasti;  nella citt di Busiride,
    invece,  la festa in onore di Iside si svolge  come  ho  gi  riferito
    prima.
    Dopo il sacrificio,  tutti si battono il petto,  uomini e donne,  cio
    molte decine di migliaia di persone: per chi mai essi si percuotano il
    petto, riterrei empio il rivelarlo. Certo si  che i Cari stanziati in
    Egitto in tali manifestazioni sono pi esagerati ancora,  in quanto si
    sfregiano il volto con la spada;  e in ci si rivelano forestieri, non
    Egiziani.

     62.  Quando,  poi,  si raccolgono in Sais,  tutti  nella  notte  del
    sacrificio accendono molte lampade, a cielo aperto, tutto intorno alle
    loro  case.  Le  lampade  non sono che piccoli vasi,  di forma piatta,
    pieni di sale e di olio (67);  sopra vi galleggia  il  lucignolo,  che
    brucia tutta notte: questa si chiama la festa delle lampade accese.
    Tutti  quelli  fra  gli  Egiziani  che non si recano a tale cerimonia,
    aspettano la notte del  sacrificio,  e  accendono  anch'essi  le  loro
    lampade:  cos  queste  splendono  non  solo  in  Sais,  ma  per tutto
    l'Egitto.
    Per quale ragione questa notte abbia avuto dalla tradizione  splendore
    di  luci  e  tale  onore  c'  una leggenda sacra che ne parla e che 
    diffusa.

     63. A Eliopoli e a Buto, quando vi si recano,  compiono soltanto dei
    sacrifici;  invece  a  Papremi hanno luogo sacrifici e riti sacri come
    altrove.
    Quando il sole volge al tramonto,  un piccolo numero di  sacerdoti  si
    danno  da fare intorno alla statua di Ares;  mentre i pi se ne stanno
    nel vestibolo del tempio, muniti di mazze di legno, altri uomini,  che
    soddisfano dei voti,  e sono pi di un migliaio, se ne stanno raccolti
    insieme di fronte ai sacerdoti,  anch'essi con una mazza  di  legno  a
    testa.
    La  statua  del  dio,  che  si  trova in un piccolo tempietto di legno
    dorato,  viene portata,  il giorno che precede la festa,  in un  altro
    edificio sacro.
    Ordunque  quei  pochi sacerdoti restati accanto alla statua trascinano
    un carro a quattro ruote con su il tempietto e la statua che  in esso
    racchiusa;   ma  gli  altri  che  si  sono  collocati  nell'atrio  non
    permettono  loro di entrare nel tempio.  Sicch i fedeli obbligati dai
    voti,  schierandosi in difesa del dio,  si mettono a pestarli,  mentre
    quelli reagiscono.
    S'accende allora una violenta zuffa a colpi di bastone e si fracassano
    le teste e molti,  io credo, ci lasciano persino la vita a causa delle
    ferite: per quanto gli Egiziani, almeno, mi abbiano assicurato che non
    c' stato mai nessun morto.
    Gli abitanti del luogo raccontano che questa  festa    entrata  nella
    tradizione  per il seguente motivo: abitava in quel santuario la madre
    di Ares, il quale,  essendo stato allevato lontano,  quando fu adulto,
    ritorn  desiderando intrattenersi con la madre.  Sennonch i ministri
    di lei,  che non l'avevano mai  visto  prima,  non  gli  permisero  di
    accostarsi  e  lo respinsero;  ed egli,  raccolti rinforzi da un'altra
    citt, diede una dura lezione ai ministri e penetr presso sua madre.
    Da quel momento, concludono,  hanno introdotto nella festa in onore di
    Ares questo tradizionale scambio di legnate.

      64.  Gli  Egiziani  sono  anche  i primi che ritennero come pratica
    religiosa di non aver contatto con donne nei templi e di non entrarvi,
    dopo il contatto, senz'essersi lavati. Quasi tutti, invece,  gli altri
    uomini,  eccetto Egiziani e Greci, si uniscono alle donne nell'interno
    dei templi o,  levandosi dopo il contatto,  entrano  in  un  santuario
    senza essersi lavati,  considerando che gli uomini sono come gli altri
    animali.
    Ora,  si vedono tutte le razze di animali,  dicono,  e ogni specie  di
    uccelli  accoppiarsi  entro i templi degli di e nei sacri recinti: se
    ci,  dunque,  non fosse  gradito  al  dio,  nemmeno  gli  animali  lo
    farebbero.
    Tali  le ragioni che costoro adducono;  ma il loro modo di agire a me,
    almeno, non va proprio a genio.

     65. Gli Egiziani, che sono straordinariamente rispettosi di tutte le
    disposizioni riguardanti le cose  sacre,  lo  sono  anche  per  quanto
    segue.
    Pur  essendo  a  confine  con la Libia,  l'Egitto non  molto ricco di
    animali;  ma tutti quelli che vi si trovano sono da  loro  considerati
    sacri, tanto quelli che vivono con l'uomo, quanto gli altri.
    Se  volessi  spiegare  per quali motivi sono stati consacrati,  dovrei
    scendere a parlare delle cose  divine,  e  rifuggo  pi  che  mai  dal
    diffondermi  su  tale  argomento;  anche  ci che ho detto s di esse,
    sfiorandole appena, l'ho detto perch spinto dalla necessit.
    C' una legge riguardo agli animali che dispone cos: degli  Egiziani,
    uomini  e  donne,  sono  designati a sorvegliare l'alimentazione delle
    singole specie di animali: incarico onorifico che  il  figlio  eredita
    dal padre.
    I cittadini,  ciascuno per conto proprio,  adempiono cos i loro voti,
    quando  rivolgono  preghiere  al  dio  cui  appartiene  quell'animale:
    radendo  la testa dei figli completamente,  o met o solo un terzo del
    capo,  pongono i capelli come contrappeso a una quantit  d'argento  e
    consegnano alla guardiana degli animali tanto argento quanto basta per
    ristabilire  l'equilibrio: con quel denaro essa procura del pesce,  lo
    taglia in pezzi e lo d in pasto alle bestie.
    Tale  il sistema di mantenimento che per esse  stato stabilito.
    Chi uccide qualcuno di questi animali ha, come pena,  la morte,  se lo
    ha fatto deliberatamente; se involontariamente, paga quella pena che i
    sacerdoti  stabiliscono.  Chi per uccide un ibis o uno sparviero,  lo
    faccia volontariamente o meno, deve morire.

     66.  Pur essendo molti gli animali che vivono con l'uomo,  sarebbero
    anche molto pi numerosi se non capitassero ai gatti queste stranezze.
    Quando le gatte hanno figliato,  non si accostano pi ai maschi e, per
    quanto questi cerchino di accoppiarsi con quelle, non riescono.
    Di fronte a tale atteggiamento,  essi ricorrono a  questo  espediente:
    strappati  dalle  madri  i  gattini  con la forza o con l'astuzia,  li
    uccidono; tuttavia, pur uccidendoli, non li mangiano.
    Le gatte,  private dei figli e vogliose di averne degli altri,  poich
    sono animali amanti della prole, solo cos si avvicinano ai maschi.
    Quando,  poi,  scoppia  un  incendio,  i  gatti sono presi da fenomeni
    strani. Gli Egiziani, infatti, disponendosi a regolare distanza, fanno
    loro la guardia,  trascurando,  perfino,  di spegnere il fuoco;  ma  i
    gatti  sgusciando  tra  uomo e uomo,  o,  magari,  saltandoli via,  si
    gettano nel fuoco.  Quando ci avviene,   grande  il  dispiacere  che
    prende gli Egiziani.
    Se in una casa un gatto viene a morire di morte naturale, tutti quelli
    che vi abitano si radono le sopracciglia, solo quelle; se per viene a
    morire un cane, si radono tutto il corpo e anche il capo.

     67. I gatti vengono portati nella citt di Bubasti in locali sacri e
    ivi vengono sepolti,  dopo essere stati imbalsamati; le cagne, invece,
    le seppelliscono in tombe sacre, ciascuno nella propria citt.
    Allo stesso modo delle cagne vengono sepolti pure gli icneumoni (68).
    I topi-ragno e gli sparvieri li portano a Buto; gli ibis a Ermopoli.
    Le orse,  che sono rare,  e i lupi,  che non sono di molto pi  grandi
    delle volpi, sono sepolti nel luogo stesso dove vengono trovati morti.

     68. Il coccodrillo ha queste caratteristiche: durante i mesi del pi
    duro inverno (che sono quattro) non mangia nulla;   un quadrupede che
    vive su terraferma e in acque paludose: in terra,  infatti,  depone le
    uova e le schiude e,  all'asciutto, passa la maggior parte del giorno;
    ma tutta la notte la passa nel fiume,  poich  l'acqua    pi  tepida
    dell'aria serena e della rugiada.
    Di tutti gli animali che noi conosciamo  questo che dalle proporzioni
    pi  piccole  arriva alle pi grandi: le sue uova,  infatti,  non sono
    molto pi grandi di quelle dell'oca e il piccino che  ne  nasce    in
    proporzione all'uovo; ma poi, crescendo, raggiunge persino i 17 cubiti
    e  anche  pi.   Ha  occhi  di  porco  e  denti  grandi  e  sporgenti,
    proporzionati al suo corpo.  E' l'unico degli animali che non abbia la
    lingua (69);  e non muove la mascella inferiore,  ma,  anche in questo
    unico fra gli animali, accosta la mascella superiore all'inferiore. Ha
    inoltre unghie forti e una pelle coperta di squame  impenetrabile  sul
    dorso; cieco quand' in acqua, all'aria  di vista acutissima.
    Siccome  vive a lungo nell'acqua,  ne porta fuori la bocca tutta piena
    di sanguisughe.  Cos,  mentre gli altri uccelli e animali lo fuggono,
    il trochilo vive in pace con lui che se ne avvantaggia perch,  quando
    il coccodrillo esce dall'acqua sulla terraferma e poi tiene spalancata
    la bocca (ha l'abitudine di farlo, quasi sempre,  rivolto in direzione
    dello  zefiro),  allora  il trochilo penetrandogli in gola,  ingoia le
    sanguisughe; e il coccodrillo,  che si compiace di sentirsi sollevato,
    non gli fa alcun male.

      69.  Per  alcuni  Egiziani i coccodrilli sono sacri,  per altri no;
    anzi, li trattano da nemici.  Ma quelli che abitano i dintorni di Tebe
    e  il  lago  Meri  in  modo tutto speciale li hanno sempre considerati
    sacri.
    Ognuna delle due regioni alleva un coccodrillo scelto fra  tutti,  che
    viene  reso mansueto: gli mettono agli orecchi pendenti di pietra fusa
    e d'oro,  e braccialetti alle zampe anteriori;  danno  loro  dei  cibi
    determinati  e  vittime,  trattandoli nel modo migliore finch vivono;
    quando  muoiono,   li  seppelliscono  in  recinti  sacri  dopo  averli
    imbalsamati.
    Invece  quelli  che  abitano intorno alla citt di Elefantina,  non li
    ritengono sacri e anzi ne mangiano le carni.
    Il loro nome,  per,  non  coccodrillo,  ma "campse": furono chiamati
    coccodrilli dagli Ioni,  che ne confrontavano l'aspetto con quello dei
    "coccodrilli" (70), che nel paese loro si trovano tra le macerie.

     70.  Molti e d'ogni genere sono i sistemi di dar loro la caccia;  ma
    io descrivo quello che mi sembra il pi degno di essere illustrato.
    Il cacciatore,  dopo aver agganciato come esca,  intorno all'amo,  una
    schiena di porco,  la lascia andare in mezzo al fiume: egli se ne  sta
    sulla riva con un porcellino vivo che colpisce a morte.
    Il coccodrillo,  udendone gli urli, si slancia in direzione del suono;
    s'imbatte nella schiena di porco,  che ingoia e i cacciatori lo tirano
    a terra.
    Una  volta  trattolo fuori all'asciutto,  per prima cosa il cacciatore
    suole impiastricciarne gli occhi con fango: facendo cos, pu fare del
    resto quello che  vuole  molto  agevolmente;  altrimenti,  dura  molta
    fatica.

     71.  Nella regione di Papremi sono sacri gli ippopotami, che per gli
    altri Egiziani, invece, non hanno nulla di sacro.
    Queste sono le caratteristiche fisiche che  l'ippopotamo  presenta:  
    quadrupede,  con  l'unghia  fessa,  come  l'hanno  anche i buoi;  naso
    camuso,  ha una criniera da cavallo e mette in mostra denti sporgenti,
    coda  da  cavallo  e  nitrito;  per grandezza,   come un bue,  il pi
    grosso. La sua pelle, poi,   cos spessa che,  quando  secca,  se ne
    possono fare aste per giavellotti.

      72.  Nel  fiume vivono anche le lontre,  considerate sacre;  e pure
    sacri ritengono: fra i pesci, quello chiamato "lepidoto" e l'anguilla,
    consacrati, dicono, al dio Nilo; fra gli uccelli, le oche-volpine.

     73. C' anche un altro uccello sacro,  che si chiama fenice.  Io non
    l'ho mai visto,  se non dipinto; poich, tra l'altro, compare tra loro
    soltanto raramente: ogni 500  anni,  come  affermano  i  sacerdoti  di
    Eliopoli; e si fa vedere, dicono, quando gli sia morto il padre.
    Per dimensioni e per forma,  se  come lo si dipinge,  cos: le penne
    sono parte color d'oro,  parte color rosso vivo:  soprattutto  esso  
    molto somigliante all'aquila per contorni e per grandezza.  Dicono che
    esso compia un'impresa di questo genere (ma,  secondo me,  il racconto
    non    credibile): cio,  partendo dall'Arabia,  porta nel tempio del
    Sole il padre,  tutto  avvolto  nella  mirra,  e  lo  seppellisce  nel
    santuario.
    Per trasportarlo farebbe cos: prima di tutto,  dicono, impasta con la
    mirra un uovo grande quanto le forze gli permettono di portarlo;  poi,
    si  prova  a tenerlo sollevato e,  quando si sia in tal modo allenato,
    avendo svuotato l'interno dell'uovo,  vi introduce suo  padre.  Quindi
    con  altra  mirra  spalma  la  parte  per  la  quale  ha  praticato lo
    svuotamento e introdotto il  padre,  di  modo  che,  essendovi  quello
    dentro,  si  ristabilisce  il  peso  di prima;  avendolo dunque,  cos
    avvolto, lo trasporta in Egitto, nel santuario del Sole.
    Ecco quanto raccontano di questo uccello.

     74. Nei dintorni di Tebe, vi sono dei serpenti sacri,  assolutamente
    innocui per gli uomini,  che, piuttosto piccoli di misura, portano due
    corni cresciuti  a  sommo  del  capo:  dopo  la  loro  morte,  vengono
    seppelliti nel santuario di Zeus;  poich si dice che siano consacrati
    a questo dio.

     75. Vi  una localit dell'Arabia,  situata press'a poco vicino alla
    citt  di  Buto,  dove mi sono recato io stesso per avere informazioni
    sui serpenti alati.  Giunto col,  vidi ossa di  serpenti  e  vertebre
    dorsali,  in numero tale che  impossibile riferire;  cumuli di spine,
    ed erano molti: cumuli grandi, meno grandi, pi piccoli ancora.
    Questo luogo dove sono ammonticchiate le ossa dei serpenti   disposto
    cos:  uno  stretto  passaggio  che  dai  monti  si  apre in una vasta
    pianura, la quale si congiunge con la pianura egiziana.
    Si racconta che, all'inizio di primavera, i serpenti alati spiccano il
    volo dall'Arabia verso l'Egitto; ma gli ibis,  fattisi loro incontro a
    quest'imbocco  della  valle,  non  li  lasciano entrare nel paese e li
    uccidono.
    Per questa azione,  dicono gli Arabi,  gli ibis sono in  grande  onore
    presso  gli Egiziani;  e anche gli Egiziani riconoscono con loro che 
    questa la ragione per cui onorano tali uccelli.

     76.  L'aspetto dell'ibis  questo: completamente nero  in  tutto  il
    corpo,  ha  gambe di gru e becco straordinariamente adunco,  grandezza
    pari a una gallinella: tale la figura  degli  ibis  neri,  quelli  che
    lottano contro i serpenti.
    Ed  ecco,  invece  (poich  due  sono  le specie di ibis) l'aspetto di
    quelli (71) che, pi volentieri,  si aggirano tra i piedi agli uomini:
    nuda la testa e tutta la gola;  bianche le piume,  eccetto il capo, il
    collo, l'estremit delle ali e della coda (tutte queste parti,  che ho
    nominato,  sono  terribilmente  nere);  gambe  e becco simili a quelli
    degli altri.
    Quanto al serpente,  ha forma simile a quella dell'idra,  e porta  ali
    prive di piume, molto somiglianti a quelle del pipistrello.
    E sugli animali sacri, sia sufficiente quanto s' detto.

     77.  Fra gli Egiziani stessi,  quelli che abitano il paese (72) dove
    si semina il grano,  coltivando in  modo  particolare  fra  tutti  gli
    uomini  il  ricordo  del  passato,  sono  di gran lunga i pi dotti di
    quelli che ho potuto conoscere alla prova.
    Essi osservano un regime di vita di tal fatta: si purgano  tre  giorni
    di   seguito  ogni  mese,   cercando  salute  con  emetici  e  lavaggi
    intestinali, convinti,  come sono,  che tutte le malattie vengono agli
    uomini dai cibi di cui si nutrono.
    In verit,  per altre ragioni, gli Egiziani, dopo i Libici, sono i pi
    sani di tutti gli uomini;  ma,  a mio  parere,  anche  a  causa  delle
    stagioni,  perch  non  cambiano  molto  temperatura;  infatti,   dai
    cambiamenti,  soprattutto,  che derivano i  malanni  per  gli  uomini:
    mutamenti d'ogni genere, ma, in modo speciale, delle stagioni.
    Mangiano  pane,  e  precisamente,  pani  confezionati con segala,  che
    chiamano "cillesti".  Fanno uso di vino distillato  dall'orzo,  poich
    non  ci  sono  viti  nel loro paese.  Si cibano di pesci,  mangiandone
    alcuni crudi,  dopo  averli  seccati  al  sole,  altri  conservati  in
    salamoia; fra gli uccelli, essi mangiano crudi le quaglie, le anitre e
    gli  uccelli  minuti  che hanno salato in precedenza.  Tutti gli altri
    uccelli e pesci che si trovano nel loro paese, eccetto quelli che sono
    indicati come sacri, tutti vengono mangiati arrostiti e lessati.

     78.  Durante i banchetti dei ricchi Egiziani,  quando i convitati si
    levano da tavola, c' uno che porta in giro, raffigurata in legno, una
    mummia nella sua bara,  imitata alla perfezione sia per colore che per
    modellatura,  alta,  in tutto,  uno o  due  cubiti  e,  mostrandola  a
    ciascuno  dei  convitati,  gli  dice:  "Guardando questa,  bevi e sta'
    allegro; poich, dopo morto, sarai cos anche tu".
    Questo essi fanno durante i banchetti.

     79. Gelosi delle patrie tradizioni, non ne accettano altre.
    Essi,   tra  gli  altri  usi  degni   di   essere   ricordati,   hanno
    particolarmente  anche  questo:  conoscono un canto solo,  in onore di
    Lino, il quale, a dir vero,  celebrato pure in Fenicia; non solo,  ma
    anche in Cipro e altrove, solo che il nome cambia (73), secondo i vari
    popoli.
    Si conviene, per, nel pensare che sia il medesimo che i Greci cantano
    sotto il nome di Lino;  sicch tra le molte altre cose che suscitavano
    il mio stupore per quanto avveniva  in  Egitto,  c'era  anche  questa:
    donde mai avessero preso questo Lino (74).  Ad ogni modo,  risulta che
    essi lo cantano dai tempi pi antichi.
    In lingua egiziana,  Lino   chiamato  Manero;  e  degli  Egiziani  mi
    raccontavano  che era questi l'unico figlio del primo re d'Egitto,  il
    quale,  essendo morto anzi tempo,  fu dagli Egiziani onorato con  tali
    canti   funebri.   Questa   sarebbe   per   loro  la  prima  ed  unica
    manifestazione di canto.

     80.  Anche in quest'altra consuetudine gli Egiziani vanno  d'accordo
    con  i  Greci,  con  i  soli  Spartani  per:  i  loro  giovani quando
    incontrano persona pi anziana cedono il passo, si scansano; e al loro
    appressarsi s'alzano da sedere.
    In quest'altro punto, invece,  non si accordano con nessuno dei Greci:
    incontrandosi per la strada, invece di scambiarsi il saluto, fanno una
    profonda riverenza abbassando la mano fino al ginocchio.

      81.  Portano delle tuniche di lino guarnite di fiocchi intorno alle
    gambe: inoltre sogliono portare dei  mantelli  di  lana  bianca,  come
    sopravveste;  tuttavia  queste  vesti  di  lana non si possono portare
    dentro il tempio,  n vengono seppellite  insieme  con  loro:  sarebbe
    un'empiet.
    In questo vanno d'accordo con le prescrizioni dette orfiche, bacchiche
    (le quali,  poi,  vengono dall'Egitto) e pitagoriche, poich neppure a
    chi  iniziato a questi misteri   permesso  di  farsi  seppellire  in
    vesti di lana.
    E su questo argomento si racconta una sacra leggenda.

     82.  Ecco altre cose che sono state scoperte dagli Egiziani: a quale
    degli di  sacro ciascun mese e ciascun giorno;  a seconda del giorno
    di nascita,  quali vicende uno incontrer, come morir, che uomo sar:
    e di questo si valsero quelli dei Greci (75) che  si  dedicarono  alla
    poesia.
    Sono  stati  scoperti da loro pi presagi,  che non da tutti gli altri
    uomini insieme: e ci perch, quando si verifica un fatto strano, essi
    osservano quello che ne deriva e lo segnano; e se, pi tardi,  avviene
    qualche  cosa  di  simile,  arguiscono  che  si  avranno  le  medesime
    conseguenze.

     83.  L'arte divinatoria per loro  sistemata cos:  a  nessuno  (76)
    degli  uomini  riconoscono  quest'arte;  ma  solo  a qualche divinit:
    infatti ci sono nel loro paese oracoli di Eracle, di Apollo, di Atena,
    di Artemide, di Ares, di Zeus e, quello che fra tutti  tenuto nel pi
    grande onore, l'oracolo di Latona nella citt di Buto.
    Tuttavia il procedimento della divinazione per loro non    sempre  lo
    stesso, varia secondo il dio o la dea.

      84.  L'arte  della  medicina in Egitto  ripartita come segue: ogni
    medico cura una malattia soltanto, non pi.
    Tutti i luoghi sono pieni di  medici,  poich  vi  sono  medici  degli
    occhi,  quelli  della  testa,  dei  denti,  della regione addominale e
    quelli delle malattie che non hanno precisa localizzazione.

     85.  Ecco come si svolgono presso di loro le lamentazioni funebri  e
    le sepolture:
    Quando  in  una  casa viene a morire un personaggio che goda anche una
    certa reputazione,  tutte le donne di quella  casa  si  cospargono  di
    fango il capo o anche il viso;  poi,  lasciando il morto in casa, esse
    si aggirano per la citt percotendosi il petto,  con le vesti succinte
    e i seni scoperti: con loro vanno tutte le donne del parentado.
    Da  un'altra  parte  si battono il petto gli uomini,  anch'essi con le
    vesti succinte.
    Dopo  aver  compiuto  questi  riti,   portano  il  cadavere  a   farlo
    imbalsamare.

      86.  Vi  sono  uomini  addetti  proprio  a  questo  ufficio e a cui
    appartiene quest'arte.
    Essi, quando viene loro portato un morto,  fanno vedere,  a coloro che
    l'hanno  portato,  dei modelli in legno di cadaveri,  dipinti a colore
    naturale; e li informano che la maniera pi accurata di imbalsamazione
     quella usata per colui (77) il cui nome non ritengo lecito  in  tale
    argomento dire espressamente;  ma ne indicano anche un'altra inferiore
    e meno costosa; e una terza a prezzo molto basso.
    Dopo aver dato queste spiegazioni,  si informano da loro in qual  modo
    desiderano che il morto sia trattato;  poi i clienti,  accordatisi sul
    prezzo,  si allontanano,  mentre gli imbalsamatori  rimasti  nel  loro
    luogo  di  lavoro procedono alla imbalsamazione pi accurata in questo
    modo.
    Per prima cosa, servendosi di un ferro ricurvo, estraggono il cervello
    attraverso le narici: in parte, appunto, estraendolo con questo mezzo;
    in parte, versandovi dentro un liquido drogato.
    Poi,   con   un'aguzza   pietra   d'Etiopia,   praticano   nell'addome
    un'incisione,  dalla  quale  sogliono trar fuori l'intestino completo,
    che, purificato e una prima volta lavato con vino di datteri, viene di
    nuovo trattato con aromi tritati. Infine, dopo aver riempito la cavit
    addominale di mirra pura tritata, di cassia e di altri aromi,  eccetto
    l'incenso, la ricuciono.
    Ci fatto,  disseccano il corpo con nitro,  tenendovelo immerso per 70
    giorni: non devono lasciarvelo pi oltre.
    Trascorsi i 70 giorni,  lavano il cadavere  e  l'avvolgono  tutto  con
    bende  tagliate  in  un  lenzuolo  di  bisso,  spalmandole nella parte
    interna di gomma,  che gli Egiziani usano  per  lo  pi  invece  della
    colla. Da questo momento lo ricevono i parenti, che fanno confezionare
    una  bara di legno a forma d'uomo: quando  pronta,  vi pongono dentro
    il morto e,  cos chiuso,  lo custodiscono gelosamente in  una  camera
    sepolcrale, collocandolo dritto contro una parete.

     87. Cos vengono trattati i cadaveri secondo il sistema pi costoso.
    Per  quelli  che  preferiscono  una  via di mezzo,  evitando una spesa
    eccessiva,  l'imbalsamazione vien fatta cos: preparati  dei  clisteri
    pieni  di  olio  che  si ricava dal cedro,  ne riempiono il ventre del
    morto, senza per praticare tagli n asportare l'intestino;  ma,  dopo
    averlo iniettato per via anale e aver impedito che il clistere ritorni
    indietro,  lo  tengono  immerso  nel  nitro  per  il  tempo stabilito.
    All'ultimo giorno,  fanno uscire dal ventre l'olio  di  cedro  che  vi
    avevano  iniettato precedentemente;  e questo ha tanta forza che porta
    con s intestini e  visceri  macerati  (78);  quanto  alle  carni,  le
    consuma l'azione del nitro. E cos del morto restano soltanto la pelle
    e le ossa.
    Ottenuto  questo  risultato,  gli  imbalsamatori restituiscono cos il
    cadavere e non se ne danno pi cura.

     88. E questa  la terza forma di imbalsamazione con la quale vengono
    trattati quelli che  sono  piuttosto  poveri  di  mezzi:  dopo  averne
    purificato  l'intestino  con  della  "sirmea'' (79),  li depongono nel
    nitro per i 70 giorni stabiliti,  e poi li consegnano ai loro  parenti
    perch li portino via.


      89.  Per,  le  mogli  degli uomini eminenti,  quando muoiono,  non
    vengono subito consegnate nelle mani degli  imbalsamatori;  e  neppure
    quelle   che   si   siano   distinte   per  bellezza  o  per  maggiore
    considerazione: solo quando siano passati, dalla morte,  tre o quattro
    giorni le affidano alle loro cure.
    E  questo  per  impedire che gli imbalsamatori possano approfittare di
    tali donne: dicono,  infatti,  che uno  sia  stato  sorpreso,  per  la
    denuncia  d'un compagno di lavoro,  mentre si univa al cadavere di una
    donna morta da poco.

     90.  Quando uno,  egiziano  o  forestiero  non  importa,  sia  stato
    afferrato  da un coccodrillo o dal fiume stesso,  e ne venga alla luce
    il cadavere,  gli abitanti di quella citt presso la quale  sia  stato
    trasportato,  hanno  obbligo preciso di seppellirlo nei recinti sacri,
    dopo aver provveduto  alla  sua  imbalsamazione  e  avergli  fatto  il
    funerale nel modo migliore.
    A  nessun  altro    lecito  toccarlo,  n  parenti  n amici;  solo i
    sacerdoti del Nilo,  in persona,  con le loro stesse mani,  gli  danno
    sepoltura,  poich    considerato  qualche cosa di pi di un cadavere
    umano.

     91. Rifuggono dall'adottare usi del popolo greco o,  per dire in una
    parola, da nessun altro popolo al mondo accettano costumanze; cos, in
    generale, gli Egiziani: e se ne guardano bene.
    Per nel distretto di Tebe c' una citt importante,  Chemmi, vicino a
    Neapoli, nella quale esiste un santuario di Perseo, figlio di Danae: 
    di forma quadrangolare e tutto intorno  sono  cresciute  delle  palme;
    l'atrio,  di  marmo,    molto  grande;  e,  l,  si ergono due statue
    marmoree di grandi dimensioni.
    All'interno di questo recinto sorge un tempio e nel tempio, una statua
    di Perseo.  Gli abitanti di Chemmi assicurano che Perseo si fa  vedere
    spesso,  qua e l,  nel loro paese e spesso all'interno del tempio; vi
    si trova allora un sandalo, da lui gi calzato,  che misura due cubiti
    di  lunghezza:  ogni qual volta questo sandalo appare,  tutto l'Egitto
    gode prosperit.
    Questo essi raccontano e, in onore di Perseo, ecco cosa fanno seguendo
    l'uso greco: indicono dei giochi ginnici che comprendono  gare  d'ogni
    genere, offrendo come premio al vincitore animali, vesti e pelli.
    E  quando  io  chiedevo  perch  mai  soltanto  a  loro  Perseo  aveva
    l'abitudine  di  rivelarsi  e  perch  si  distinguevano  dagli  altri
    Egiziani  nell'indire delle gare ginniche,  mi rispondevano che Perseo
    era originario della loro citt: infatti,  Danao e  Linceo,  dicevano,
    erano di Chemmi e di l avevano fatto vela verso la Grecia: da costoro
    attraverso le varie generazioni (80), discendevano fino a Perseo.
    Secondo  loro,  quando  Perseo era venuto in Egitto per la ragione che
    anche i Greci ammettono,  cio di riportare dalla Libia la testa della
    Gorgone,  s'era  recato anche nella loro citt e vi aveva riconosciuto
    tutti i suoi parenti;  egli era venuto in Egitto,  dicono,  conoscendo
    gi  il  nome  di  Chemmi,  che  aveva sentito da sua madre e i giochi
    ginnici si svolgevano, appunto, per obbedire a un suo comando.

     92. Tutti questi sono usi praticati dagli Egiziani che abitano al di
    sopra delle paludi; per,  quelli che abitano nelle paludi adottano le
    stesse costumanze degli altri e,  in particolare,  ognuno di essi vive
    con una moglie sola,  come fanno i Greci;  solo che,  per aver cibi  a
    buon mercato, hanno escogitato questi altri mezzi.
    Quando  il  fiume  in piena e la pianura ne viene inondata,  spuntano
    dall'acqua,  con  grande  abbondanza,  dei  gigli,  che  gli  Egiziani
    chiamano  loto.  Essi li colgono e li seccano al sole;  poi,  estratto
    quanto c' nel cuore del loto che  simile al papavero,  lo pestano  e
    ne  confezionano dei pani che cuociono al fuoco.  C',  poi,  anche la
    radice del loto che pu essere mangiata,  ed    abbastanza  dolce;  
    rotonda e grossa quanto una mela.  Anche altri gigli vi sono, simili a
    rose,  che crescono nel fiume pure essi,  il cui frutto si trova in un
    altro  calice  su uno stelo che cresce accanto,  sorgendo dalla stessa
    radice ed  molto simile per forma,  a un favo di vespe:  in  esso  si
    trovano  molti  grani commestibili,  grossi quanto una bacca d'oliva e
    che si mangiano freschi o anche secchi.
    Quanto al papiro, che nasce ogni anno,  dopo averlo tratto fuori dalle
    paludi,  ne  recidono  la parte superiore,  che adattano ai vari usi o
    mettono in vendita.  La parte inferiore che rimane,  circa un  cubito,
    l'usano come cibo.
    Quelli  che  vogliono fare del papiro una leccornia,  lo mangiano dopo
    averlo fatto abbrustolire nel forno rovente.
    Quei pochi di loro che  vivono  esclusivamente  di  pesci,  quando  li
    abbiano  pescati  e  svuotati,  li espongono al sole e poi li mangiano
    quando sono secchi.

     93.  I pesci che vanno a torme non  facile trovarli nelle paludi  e
    si comportano cos.
    Quando venga loro il desiderio di concepire,  a torme si portano verso
    il mare: vanno innanzi i maschi spargendo del  seme;  le  femmine  che
    vengono  dietro  lo  inghiottono e ne sono fecondate.  Dopo che queste
    hanno concepito in aperto  mare,  ritornano  indietro,  ciascuno  alle
    proprie sedi: tuttavia non precedono pi i maschi,  sibbene tocca alle
    femmine fare da guida.  Ed esse aprendo il cammino  alla  torma  fanno
    quello  che  facevano prima i maschi: poich vanno spargendo le uova a
    piccoli gruppi di grani, che i maschi, venendo dietro, ingoiano.
    Questi grani, poi, sono altrettanti pesci; e,  infatti,  da quelli che
    rimangono  intatti  e  non  sono  divorati,  nascono  i  pesci che poi
    crescono.
    Quei pesci che vengano presi mentre sono diretti  verso  il  mare,  si
    nota che sono compressi nella parte sinistra del capo; quelli, invece,
    che vengono presi quando risalgono dal mare,  hanno compressa la parte
    destra.  Questo fenomeno  si  spiega  cos:  scendono  verso  il  mare
    tenendosi  vicini  alla  terra  con il loro lato sinistro e,  tornando
    indietro,  rimangono attaccati alla stessa  riva,  urtando  contro  la
    terra e rasentandola il pi possibile,  per non esser portati fuori di
    strada per la corrente.
    Quando il Nilo comincia a gonfiarsi,  le zone basse  del  paese  e  le
    paludi  che costeggiano il fiume sono le prime a riempirsi,  perch vi
    penetra l'acqua del fiume; non appena queste si colmano d'acqua,  ecco
    che subito tutte brulicano di piccoli pesci.
    Riguardo  alla probabile origine di questi pesci,  io credo di doverla
    intendere cos: quando il Nilo nell'anno  precedente  s'era  ritirato,
    con l'ultima acqua se n'erano andati anche i pesci,  dopo,  per, aver
    deposto le loro uova nel fango; quindi, trascorso il tempo stabilito e
    tornata l'acqua, da quelle uova ben presto nascono i pesci nuovi.

     94.  Gli abitanti delle regioni paludose dell'Egitto fanno uso  d'un
    olio  che  traggono  dal  frutto  del ricino: gli Egiziani lo chiamano
    "kiki" e lo preparano cos.
    Lungo le rive dei  corsi  d'acqua  e  degli  stagni,  seminano  questo
    ricino, che in Grecia, invece, cresce spontaneo, allo stato selvatico.
    Seminata,  questa pianta produce,  in Egitto,  frutti abbondanti ma di
    cattivo odore,  che gli abitanti raccolgono: poi alcuni,  dopo  averli
    battuti,  li  premono  col  torchio;  altri,  tostatili,  li mettono a
    bollire e raccolgono il liquido che ne distilla.
    E' un olio grasso e adatto per le lucerne non meno di quello  d'olivo;
    ma l'odore che emana  sgradevole.

      95.  Contro  le  zanzare,  che sono innumerevoli,  hanno escogitato
    questi rimedi: per quelli che abitano la regione sopra le paludi  sono
    molto utili le torri (81),  sulle quali salgono per dormire;  dato che
    le zanzare, ostacolate dai venti, non sono in grado di volare in alto.
    Quelli che abitano la regione delle paludi, invece delle torri,  hanno
    trovato quest'altro rimedio: ognuno di essi possiede una rete,  con la
    quale di giorno prendono i pesci, mentre di notte l'adoperano a questo
    scopo: collocano  la  rete  tutt'intorno  al  letto  su  cui  sogliono
    riposare,  e  poi,  infilandosi sotto,  vi si mettono a dormire.  E le
    zanzare che, se uno si avvolge in un mantello e in un lenzuolo,  anche
    attraverso questi cacciano il pungiglione, attraverso la rete, invece,
    non vi si provano nemmeno.

      96.  Le  imbarcazioni,  per  quelli  che trasportano carichi,  sono
    costruite con legno di acacia,  che  molto simile,  come aspetto,  al
    loto di Cirene, solo che ci che ne stilla  gomma.
    Da  questa  acacia,  dunque,  tagliano  delle  assi,  lunghe circa due
    cubiti,   che  accostano  insieme  a  guisa  di  mattoni,   costruendo
    l'imbarcazione  nel  modo  che  segue:  intorno  a caviglie numerose e
    lunghe stringono le assi di due cubiti e  quando  abbiano,  in  questo
    modo, consolidato l'ossatura, vi stendono sopra per il lungo i banchi:
    non  hanno  bisogno  di fiancate;  e le connessure all'interno vengono
    ristoppate con papiro.
    Vi fanno un timone unico e questo passa attraverso la carena: hanno di
    solito l'albero di acacia e le vele di papiro.
    Queste imbarcazioni non possono da sole risalire il fiume,  a meno che
    non vi domini un forte vento, ma devono essere tirate dalla riva.
    Nel  senso  della  corrente,  invece,  il  movimento viene regolato in
    questo modo: c' un graticcio fatto di rami di  tamerice,  intrecciati
    con vimini di canne,  e una pietra forata del peso di due talenti (82)
    circa; si lascia andare il graticcio davanti all'imbarcazione,  legato
    ad una fune,  in modo che preceda,  e,  dietro,  con un'altra fune, si
    cala la pietra.
    Il graticcio,  sotto la spinta della corrente,  avanza  velocemente  e
    trascina  la "baris" ( questo il nome che danno a tali imbarcazioni);
    mentre la pietra,  trascinata alle spalle e che  striscia  sul  fondo,
    mantiene diritta la rotta.
    Ve ne sono molte di tali imbarcazioni e alcune trasportano anche molte
    migliaia di talenti.

     97.  Quando il Nilo inonda il paese,  si vedono emergere soltanto le
    citt,  press'a poco simili alle isole che si trovano nel  Mare  Egeo:
    poich,  mentre tutto il resto dell'Egitto diventa mare, le sole citt
    spuntano dalle acque.
    Sicch, quando si verificano queste condizioni,  si va con il battello
    non  pi  secondo  la  corrente del fiume,  ma diritto,  attraverso la
    piana: ad esempio, per risalire da Naucrati a Menfi, il battello passa
    proprio accanto alle Piramidi; mentre non sarebbe questa la via, bens
    attraverso la punta del Delta e la citt di Cercasoro.
    E se dal mare e  da  Canopo  ti  recherai  a  Naucrati  attraverso  la
    pianura, passerai per la citt di Antilla e quella detta di Arcandro.

      98.  Di  queste due citt,  la prima,  Antilla,  che  notevole,  
    particolarmente destinata a fornire  le  calzature  alla  consorte  di
    colui  che di volta in volta regna sull'Egitto: consuetudine,  questa,
    che dura da quando l'Egitto  sottomesso ai Persiani (83).
    L'altra  citt  mi  pare  che  debba  il  nome  al  genero  di  Danao,
    quell'Arcandro  che  era figlio di Ftio,  a sua volta figlio di Acheo:
    infatti,  si chiama Arcandropoli.  Ci potrebbe anche essere  un  altro
    Arcandro; tuttavia il nome non  egiziano.

      99.  Fino  a  questo  punto ho detto quanto io stesso ho visto;  ho
    esposto le mie supposizioni personali e le informazioni da me assunte;
    d'ora innanzi riferir ci che raccontano gli  Egiziani,  come  li  ho
    sentiti  io;  e  vi  si  aggiunger  anche  qualche  particolare da me
    direttamente osservato.
    Dunque,  mi raccontavano i sacerdoti  che  Mene,  primo  re  d'Egitto,
    difese  con  degli  argini il territorio di Menfi: il fiume,  infatti,
    scorreva in tutta la sua larghezza  lungo  la  catena  sabbiosa  dalla
    parte della Libia;  Mene, a monte, a circa cento stadi da Menfi, verso
    sud,  avendo costretto  il  fiume  con  degli  sbarramenti  a  formare
    un'ansa,  mise a secco l'antico alveo, e incanal il fiume in modo che
    scorresse in mezzo alle due catene montuose.
    Ancora oggi,  da parte dei Persiani,  quest'ansa del Nilo  oggetto di
    attenta sorveglianza,  che il fiume scorra bene imbrigliato; e di anno
    in anno lo sbarramento viene rafforzato;  poich,  se il Nilo  dovesse
    rompere  gli  argini  e  straripare  da  questa  parte,   tutta  Menfi
    correrebbe pericolo d'essere sommersa.
    Quando, dunque, questo Mene, primo re del paese,  ebbe ridotto a terra
    asciutta lo spazio da cui era stato allontanato il fiume,  ivi proprio
    fond la citt che ora si chiama Menfi (di fatto,  Menfi   gi  nella
    parte  stretta  dell'Egitto)  e  fuori  di  essa fece scavare un lago,
    alimentato dal fiume,  che la circonda a nord e a ovest (a est c'  il
    Nilo stesso che la delimita).
    Nella citt, poi, fece erigere il santuario di Efesto, che  grande, e
    quanto mai degno di essere ricordato.

     100. Dopo Mene, i sacerdoti, consultando un loro libro, elencavano i
    nomi  di  altri  330  re;  e  in tante generazioni umane c'erano stati
    diciotto Etiopi, e una donna indigena: tutti gli altri erano uomini ed
    Egiziani.
    La donna che ebbe il potere regale si chiamava Nitocri, come la regina
    di Babilonia; e raccontavano che, per vendicare il fratello,  dato che
    gli  Egiziani,  nonostante  fosse  loro re,  l'avevano ucciso e,  dopo
    averlo soppresso, avevano affidato a lei il regno; essa,  dunque,  per
    vendicarlo, aveva fatto perire con inganno molti Egiziani.
    Infatti,  dopo  essersi  fatta  costruire  una  sala sotterranea assai
    vasta,   dicendo  a  parole  di  volerla  inaugurare,   ma  nell'animo
    macchinando  ben  altro,  aveva dato un banchetto,  invitandovi quegli
    Egiziani che sapeva massimamente responsabili del  delitto,  ed  erano
    molti;  e  mentre  quelli banchettavano,  aveva immesso contro di loro
    l'acqua del fiume per mezzo d'un grande canale segreto.
    Soltanto questi particolari mi raccontavano della  regina  aggiungendo
    solo  che  essa,  dopo  aver portato a termine questa vendetta,  s'era
    gettata in una stanza piena di cenere, per evitare ogni rappresaglia.

     101.  Per gli altri re,  dicevano,  nessuno splendore poich  nessun
    vanto  d'impresa  riferivano,  tranne che per l'ultimo di loro,  Meri.
    Costui, dicevano, aveva costruito, a ricordo del suo regno, i propilei
    (84) del tempio di Efesto, che guardano a nord; aveva fatto scavare il
    lago,  del quale dar,  in seguito,  le misure espresse in stadi e  in
    esso  aveva  costruito  le  piramidi,  le  cui dimensioni io ricorder
    parlando del lago stesso.
    Queste le opere compiute da Meri: pi nulla per nessuno degli altri.

     102. Sicch,  passandoli sotto silenzio,  ricorder quello che regn
    dopo di loro e che si chiamava Sesostri.
    Dicevano, dunque, i sacerdoti che egli, prima di tutto con grandi navi
    movendo dal golfo di Arabia, assoggett i popoli stanziati sulle coste
    del Mare Eritreo finch,  spingendosi sempre innanzi, giunse a un mare
    che non era pi navigabile, a causa dei bassifondi.
    Quando,  di l ritornato indietro,  fu  di  nuovo  in  Egitto,  sempre
    secondo  la  narrazione  dei sacerdoti,  radunati un potente esercito,
    marci attraverso il continente, sottomettendo ogni popolo che trovava
    sul suo cammino.
    Quando s'imbatteva in popoli forti e che valorosamente difendevano  la
    propria  libert,  innalzava  nei  loro  paesi delle colonne con delle
    iscrizioni che ricordavano il suo nome,  la sua patria e come  con  la
    forza delle sue armi egli fosse riuscito a soggiogarli.  In quei paesi
    invece,  che gli avevano dato in mano le citt senza combattere e  con
    facilit,  faceva  incidere  sulle  colonne  le  stesse iscrizioni dei
    popoli valorosi; ma vi faceva,  in pi,  raffigurare le parti genitali
    della  donna,  volendo  rendere  manifesto  a  tutti  che  erano degli
    imbelli.

     103.  Cos facendo,  egli attravers il continente  finch,  passato
    dall'Asia in Europa,  sottomise gli Sciti e i Traci: questo , secondo
    me,  il punto pi remoto a cui sia giunto l'esercito egiziano,  poich
    in questo paese ancora si trovano erette le famose colonne: oltre, non
    pi.
    Di l, dunque, fatto dietro-front, se ne torn sui suoi passi.
    Quando  fu  nei  pressi del fiume Fasi,  non saprei dire con esattezza
    quel che avvenne in seguito; se, cio, il re Sesostri stesso, staccata
    una parte qualunque del suo esercito,  ve la lasci a  colonizzare  il
    paese o se un contingente di soldati,  stanchi per il continuo vagare,
    si ferm di propria iniziativa sulle rive del fiume.

     104.  Fatto sta che i Colchi sono evidentemente di origine egiziana;
    io  lo  affermo  perch ne ero gi convinto prima di averlo sentito da
    altri;  e quando presi a cuore  la  cosa  e  interrogai  individui  di
    ambedue  le  regioni,  trovai  che  i Colchi avevano pi ricordi degli
    Egiziani,  che non gli Egiziani dei Colchi;  per  degli  Egiziani  mi
    dissero che i Colchi discendevano dai soldati di Sesostri.
    Per  conto mio l'avevo intuito da questo: prima di tutto,  perch sono
    di color bruno e  hanno  i  capelli  crespi  (in  verit,  questo  non
    significa  nulla;  poich  vi  sono  anche altri popoli che hanno tali
    caratteristiche); ma oltre a questo, e a maggior ragione, perch,  fra
    tutti  gli  uomini,  soltanto  i  Colchi,  gli  Egiziani  e gli Etiopi
    praticano la circoncisione fin dalle prime origini.
    I Fenici,  invece,  e i Siri di Palestina (85) riconoscono essi stessi
    di  aver  adottato  quest'uso dagli Egiziani;  mentre i Siri stanziati
    (86) lungo il fiume Termodonte e il Partenio,  nonch  i  Macroni  che
    sono  loro  vicini,  affermano  di averlo ricevuto dai Colchi in epoca
    recente.
    Questi, infatti, sono i soli, fra gli uomini,  che si circoncidono;  e
    questi,  evidente, non fanno che imitare gli Egiziani.
    Fra  Egiziani,  poi,  ed  Etiopi  non saprei dire quale popolo l'abbia
    imparato dall'altro: poich risulta come un uso molto antico.
    Ma che quei popoli l'abbiano adottato quando vennero  a  contatto  con
    l'Egitto,  per  me  una valida prova anche questa: tutti i Fenici che
    vivono tra i Greci non seguono pi in questa consuetudine gli Egiziani
    e i loro figli non li circoncidono pi.

     105.  Ecco  poi  che  io  dir  un'altra  cosa  dei  Colchi  in  cui
    s'accostano  agli  Egiziani: essi,  con gli Egiziani,  sono i soli che
    lavorano il lino allo stesso modo;  e per tutto il sistema di  vita  e
    per la lingua sono simili fra loro.
    Il  lino  della Colchide viene dai Greci chiamato "sardonico";  mentre
    quello dell'Egitto  detto egiziano.

     106.  Quanto alle colonne che il re d'Egitto  Sesostri  erigeva  nei
    vari  paesi,  per  la  maggior parte non esistono pi;  ma nella Siria
    Palestina ne ho viste in piedi con i miei  occhi  e  portavano  incisa
    l'iscrizione, di cui s' parlato, con i genitali femminili.
    Vi  sono  poi  nella  Ionia due bassorilievi,  scolpiti in pietra,  di
    questo uomo: uno sulla via che va da  Efeso  a  Focea;  l'altro  sulla
    strada da Sardi a Smirne.
    In  ambedue  i  luoghi  rappresentato un uomo,  alto quattro cubiti e
    mezzo, che porta nella mano destra una lancia (87),  nella sinistra un
    arco; il resto dell'armatura  allo stesso modo, parte egiziana, parte
    etiopica.   Da   una   spalla  all'altra  corre  attraverso  il  petto
    un'iscrizione, in lettere sacre egiziane, che dice cos:
    Io questo paese con la forza delle mie spalle l'ho conquistato.
    Chi sia e donde venga, l non lo dice; ma l'ha indicato altrove.
    Alcuni che hanno visto queste figure credono di ravvisarvi  l'immagine
    di Memnone (88); ma sono molto lontani dalla verit.

     107.  Ordunque, questo Sesostri egiziano che se ne tornava indietro,
    conducendo con s  molti  prigionieri  dei  popoli,  dei  quali  aveva
    conquistato il paese, secondo il racconto dei sacerdoti, quando giunse
    a Dafne Pelusica fu invitato da suo fratello,  al quale aveva affidato
    il governo dell'Egitto,  a un banchetto ospitale insieme con i  figli.
    Sennonch  quello aveva fatto accumulare,  all'esterno,  tutto intorno
    alla casa dov'erano radunati, della legna e, quando l'ebbe circondata,
    vi appicc il fuoco.
    Non appena Sesostri se ne accorse,  subito si consigli con la moglie;
    dato che, a quel che dicono, egli conduceva con s anche la moglie. Ed
    essa consigli di prendere due dei figli,  che erano sei,  distenderli
    sopra la pira,  facendo quasi un ponte sulla legna  che  bruciava,  ed
    essi, passando sui loro corpi, mettersi in salvo.
    Cos,  dicono, fece Sesostri: due dei figli furono, in tal modo, preda
    del fuoco; ma gli altri, insieme col padre, riuscirono a salvarsi.

     108.  Ritornato in  Egitto  e  vendicatosi  del  fratello,  Sesostri
    utilizz la massa d'uomini che aveva condotto dalle terre conquistate,
    in questo modo: quelle pietre immense che,  sotto il suo regno, furono
    per lui portate al santuario di Efeso,  vi furono  ben  trascinate  da
    costoro;  e cos pure tutti i canali che attualmente vi sono in Egitto
    sono stati scavati,  a suon di nerbate,  da costoro;  i  quali,  senza
    volerlo,  facevano  s  che  l'Egitto,  che prima si poteva percorrere
    tutto con cavalli e con carri, fosse privato di questa comodit.
    Da quel tempo, infatti,  il paese,  pur essendo tutto pianeggiante,  
    divenuto impraticabile per cavalli e carri,  a causa dei canali che vi
    sono, numerosi e rivolti in tutte le direzioni.
    Il re, d'altra parte,  aveva questa ragione per farne scavare in tutto
    il  paese:  tutti gli Egiziani che avevano le citt non nei pressi del
    fiume,  ma piuttosto all'interno,  ogni volta che il Nilo si ritirava,
    venendo a scarseggiare l'acqua,  dovevano servirsi di acque salmastre,
    che attingevano dai pozzi:  per questo che  l'Egitto  fu  solcato  da
    canali.

     109. Raccontavano, poi, che questo re aveva distribuito la terra fra
    tutti  gli  Egiziani,  assegnando  a ciascuno,  in misura uguale,  una
    porzione di terreno in forma quadrangolare;  e  si  era  procurato  in
    questo  modo  delle entrate,  con lo stabilire un tributo che dovevano
    pagargli ogni anno.
    Se il fiume asportava una parte qualsivoglia della porzione  assegnata
    ad  uno,  questi  andava  di  volta  in  volta  dal  re  a segnalargli
    l'accaduto;  e il re mandava degli addetti  a  fare  sopraluoghi  e  a
    misurare  di quanto risultasse ridotto l'appezzamento,  affinch,  per
    l'avvenire,  il cittadino riducesse  proporzionalmente  il  contributo
    stabilito.
    Di qui,  secondo me, ha avuto origine la scoperta della geometria che,
    poi, fu introdotta in Grecia; poich l'orologio solare, la meridiana e
    la divisione del giorno in dodici parti i  Greci  la  ricevettero  dai
    Babilonesi (89).

      110.  Questo re fu l'unico egiziano che abbia dominato sull'Etiopia
    e,  a ricordo,  lasci davanti al tempio di Efesto  alcune  statue  di
    pietra:  due,  alte trenta cubiti,  che raffiguravano lui stesso e sua
    moglie; quattro, quanti erano i suoi figli, di venti cubiti ciascuna.
    Molto tempo dopo,  Dario il persiano voleva davanti  a  queste  statue
    innalzare la sua, ma il sacerdote di Efesto non lo permise, affermando
    che  non  aveva compiuto imprese tali quali erano quelle dell'egiziano
    Sesostri: questi, infatti,  oltre ad aver conquistato altri popoli non
    meno  numerosi,  n meno forti di quelli che aveva vinto Dario,  aveva
    anche  dominato  gli  Sciti,  che  Dario,  invece,  non  aveva  potuto
    assoggettare;  non  era,  quindi,  giusto  che davanti a quelle statue
    votive ponesse la sua chi non gli era stato superiore nelle imprese.
    E Dario, dicono, a queste ragioni si dimostr condiscendente.

     111. Morto Sesostri, dicevano,  eredit il potere suo figlio Ferone,
    il  quale  non  comp  nessuna  impresa militare,  mentre gli tocc la
    disgrazia di diventare cieco: e fu cos.
    Essendo il fiume disceso verso il mare,  in quel tempo,  molto gonfio,
    fino  a  raggiungere l'altezza di diciotto cubiti e a sommergere tutta
    la terra coltivata,  sotto il soffio del vento si sollevarono le onde.
    Allora  questo  re,  dicono,  preso  da follia,  diede di piglio a una
    lancia e la scagli in mezzo alle onde del fiume: subito dopo cominci
    a soffrire d'occhi e rimase cieco.
    Per dieci anni egli non vide nulla,  ma  all'undicesimo  venne  a  lui
    dalla  citt  di  Buto il responso dell'oracolo ad annunziargli che il
    tempo della punizione era passato e che avrebbe riacquistato la vista,
    lavandosi gli occhi con urina di donna che avesse avuto contatto  solo
    con suo marito e non avesse avuto consuetudine con altri uomini.
    Egli  prova prima con sua moglie;  poi,  siccome la vista non tornava,
    con molte altre donne, l'una dopo l'altra.  Alla fine,  quando vide di
    nuovo,  fece  radunare tutte le donne che aveva in tal modo messo alla
    prova (eccetto quella che con la sua urina gli aveva ridata la  vista)
    in  una  sola citt,  che si chiama Eritrebolo (90);  e,  riunitele in
    essa, le diede tutte alle fiamme, insieme con la citt.
    Quella,  invece,  con la cui urina s'era lavato e  aveva  riacquistato
    l'uso degli occhi, se la tenne egli stesso per moglie.
    Liberato  da questa infermit agli occhi,  egli consacr varie offerte
    votive in tutti i templi d'una certa rinomanza;  ma una   soprattutto
    degna  di  essere ricordata: nel santuario del Sole pose due opere che
    meritano di essere viste; cio, due obelischi di pietra (91), ricavati
    ciascuno da un unico masso e alti ognuno cento cubiti, larghi otto.

     112. Dopo di lui, dicevano,  aveva preso in mano il regno un uomo di
    Menfi, il cui nome in lingua greca  Proteo.
    Di costui esiste ancora in Menfi un santuario (92),  molto bello e ben
    adorno, situato a sud del tempio di Efesto: intorno a questo santuario
    abitano dei Fenici di Tiro e tutta la localit  chiamata  "Campo  dei
    Tiri".
    Entro  il  recinto  sacro  di Proteo c' un tempio,  detto di Afrodite
    Forestiera (93), che io penso sia quello di Elena,  figlia di Tindaro;
    sia  perch  ho  sentito raccontare che Elena soggiorn presso Proteo;
    sia anche per questo appellativo di Afrodite  Forestiera;  poich  fra
    tutti  gli  altri templi di Afrodite che vi sono,  non c' nessuno che
    abbia questo nome.

     113.  In seguito alle mie domande,  i sacerdoti mi  raccontarono  le
    vicende di Elena, che s'erano svolte cos.
    Alessandro,  dopo aver rapito Elena,  aveva fatto vela da Sparta verso
    il suo  paese  ma,  giunto  nel  Mare  Egeo,  dei  venti  contrari  lo
    respinsero  verso  il mare di Egitto;  quindi (dato che i venti non si
    placavano) giunse in Egitto e,  precisamente,  a quella foce del  Nilo
    che ora si chiama Canopica e alle Tarichee.
    C'era allora sulla spiaggia,  e c' tuttora,  il tempio di Eracle: chi
    vi si rifugia,  di qualunque uomo  sia  schiavo,  pur  che  si  faccia
    imprimere  i sacri segni consacrandosi al dio,  non pu essere toccato
    da alcuno:  questa una consuetudine che, dagli inizi,  s' conservata
    tale e quale fino ai nostri giorni.
    Ordunque  i  servi  di  Alessandro,  conosciuta  la  legge del tempio,
    abbandonarono  il  padrone  e,  assisi  come  supplici  del  dio,   lo
    accusarono,  volendo fargli del male, e raccontarono come s'era svolta
    tutta la vicenda, riguardo a Elena e all'offesa recata a Menelao.
    Queste accuse essi le fecero davanti ai  sacerdoti  e  al  custode  di
    questo ramo del Nilo, che si chiamava Toni.

      114.  Uditili,  Toni manda in tutta fretta a Menfi,  da Proteo,  un
    incaricato a dirgli cos: E' giunto un forestiero, di stirpe troiana,
    che in Grecia ha compiuto un'azione empia; infatti,  sedotta la moglie
    del suo ospite,  se n' venuto qua, spinto nel nostro paese dai venti,
    portando con s la donna stessa e gran numero di ricchezze.  Dobbiamo,
    dunque,  lasciarlo  ripartire sano e salvo o dobbiamo togliergli tutto
    quello con cui  venuto?.
    In risposta Proteo gli rimanda a dire:  Questo  uomo,  chiunque  egli
    sia,  che  contro  il  suo  ospite ha compiuto un'azione cos nefanda,
    prendetelo e conducetelo alla mia presenza,  affinch io sappia  quali
    spiegazioni dar del suo operato.

     115. Udito quest'ordine, Toni fa arrestare Alessandro e ne trattiene
    le navi: poi lo fa condurre a Menfi, insieme con Elena, con i tesori e
    inoltre anche con i supplici.
    Quando  tutti  furono  davanti a lui,  Proteo chiese ad Alessandro chi
    fosse e donde venisse con le sue navi.
    Quello gli espose esattamente la sua discendenza,  gli disse  il  nome
    della patria e lo inform anche sulla sua rotta e donde veniva.
    Poi  Proteo  gli chiese dove avesse preso Elena;  e siccome Alessandro
    vagava qua e l con il discorso e non si decideva a  dire  la  verit,
    quelli   che   s'erano   fatti  supplici  del  dio  lo  smascherarono,
    denunciando tutta la trama del misfatto.
    Alla fine,  Proteo manifesta loro la sua decisione con queste  parole:
    Se  non  fosse  per  me  di grande impegno il non uccidere alcuno dei
    forestieri che,  tratti fuori di strada dai venti,  siano approdati al
    mio  paese,  io stesso vendicherei quel greco contro di te,  o pessimo
    fra gli uomini, che,  dopo aver ricevuto il dono dell'ospitalit,  hai
    commesso la pi indegna delle azioni.
    Ti  sei  insinuato presso la consorte del tuo ospite;  n questo ti 
    bastato, ch'era pur grave;  ma con lusinghe l'hai esaltata e te ne sei
    andato  portandola  con te,  dopo averla rapita.  E nemmeno questo t'
    bastato;  ch te ne sei  venuto  via,  dopo  aver  devastato  la  casa
    dell'ospite.
    Ordunque,  poich  mi sono sempre ben guardato dal mandare a morte un
    forestiero,  non ti conceder certo di portarti via questa donna e  le
    sue  ricchezze;  ma  le  conserver  io stesso per quello straniero di
    Grecia, finch gli piaccia di venire egli in persona a prendersele.
    Quanto a te e a quelli che con te erano  sulle  navi,  vi  ordino  di
    allontanarvi,  entro  tre  giorni,  dal  mio  paese e di passare in un
    altro; in caso contrario vi tratter da nemici.

     116. Cos raccontavano i sacerdoti l'arrivo di Elena presso Proteo e
    penso che anche Omero fosse a conoscenza di questa storia.
    Siccome, per, non era adatta,  per un canto epico,  come l'altra,  di
    cui  realmente  si valse,  la lasci da parte,  pur facendo vedere che
    anche questa versione egli la conosceva.
    Lo si vede dal modo come,  nell'"Iliade"  tratta  del  vagabondare  di
    Alessandro  (e  in nessun altro luogo ritratta quel che ha detto) che,
    cio, fu dalle tempeste portato, insieme con Elena,  a vagare per vari
    luoghi e giunse anche a Sidone di Fenicia.
    E'  nelle  "Imprese di Diomede" che Omero ne parla e i suoi versi (94)
    dicono cos:
    "Ivi erano i pepli dai molti svariati ricami,  opera  delle  donne  di
    Sidone, che Alessandro stesso, dall'aspetto simile a un dio, da Sidone
    aveva  portato,  veleggiando  sul  vasto mare,  quando condusse Elena,
    figlia di padre illustre".
    Anche nell'"Odissea" (95) lo ricorda, in questi versi:
    "Tali rimedi efficaci ed eccellenti aveva la figlia di  Zeus,  cui  li
    aveva dati la moglie di Toni,  l'egiziana Polidamna,  l dove la terra
    rigogliosa di messi porta innumerevoli succhi di varia  natura,  molto
    benefici, ma molti altri dannosi.
    E in questi altri versi (96), in cui Menelao dice a Telemaco:
    "In Egitto mi trattennero gli di nonostante io desiderassi tornarmene
    qui, perch non avevo immolato a loro perfette ecatombi".
    Da  tali  versi  risulta  evidente che Omero sapeva che Alessandro nei
    suoi viaggi era giunto in Egitto: infatti la Siria    a  confine  con
    l'Egitto  e i Fenici,  ai quali appartiene Sidone,  abitano appunto in
    Siria.

     117.  Anche un'altra cosa da questi versi appare manifesta nel  modo
    pi chiaro,  senz'ombra di dubbio che,  cio, i "Canti Cipri" non sono
    di Omero, ma di un altro poeta.
    Nei "Canti Cipri",  infatti,   detto che,  il terzo giorno della  sua
    partenza da Sparta,  Alessandro arriv a Ilio,  in compagnia di Elena,
    favorito dal vento propizio e dal mare tranquillo;  mentre nell'Iliade
    il  poeta  dice  che,  nel  condurla in patria,  venne tratto fuori di
    strada.
    Orbene, di Omero e dei "Canti Cipri" basti quanto s' detto.

     118.  Quando io chiesi ai sacerdoti se erano  sciocchezze,  o  meno,
    quelle  che i Greci raccontavano sui fatti di Ilio,  essi mi risposero
    quanto segue, affermando di averlo saputo da Menelao in persona.
    Dopo il rapimento di Elena, effettivamente un grande esercito di Greci
    s'era recato  nel  territorio  troiano,  per  appoggiare  l'azione  di
    Menelao.
    Sbarcato  sul  continente e accampatosi,  l'esercito mand dei messi a
    Troia, e con essi vi si rec pure Menelao.
    Quando questi furono dentro la piazzaforte,  chiesero la  restituzione
    di  Elena  e dei tesori che Alessandro aveva sottratto quando se n'era
    andato, ed esigevano soddisfazione per i torti ricevuti.
    I Troiani,  per,  tennero allora lo stesso discorso  che  fecero  poi
    anche  in  seguito,  con e senza giuramenti,  che essi non avevano tra
    loro n Elena n le pretese ricchezze: tutte queste  si  trovavano  in
    Egitto,  e  non  era  giusto che rendessero conto essi di quanto aveva
    Proteo, re d'Egitto.
    Tuttavia i Greci,  convinti che volessero  prendersi  gioco  di  loro,
    strinsero d'assedio la citt, finch la presero.
    Siccome,  per,  anche  dopo  averla  presa,  Elena  non  compariva  e
    sentivano ripetersi lo stesso racconto di prima, finalmente lasciatisi
    persuadere, i Greci mandarono Menelao stesso alla reggia di Proteo.

     119. Egli, giunto che fu in Egitto e, quindi,  salito lungo il fiume
    fino  a  Menfi,  com'ebbe  esposto con verit la situazione,  non solo
    ricevette ricchi doni ospitali e riebbe Elena,  che non aveva sofferto
    alcun male ma,  per di pi,  rientr in possesso anche di tutti i suoi
    tesori.
    Tuttavia,  pur avendo  ottenuto  un  simile  trattamento,  Menelao  si
    dimostr  ingiusto  nei  riguardi  degli  Egiziani: quando egli era in
    procinto di salpare, il tempo sfavorevole lo tratteneva; e poich tale
    situazione si protraeva a lungo,  ricorse a un empio espediente: prese
    due figli di uomini del paese e li immol.  Poi,  quando si scopr che
    aveva commesso quel delitto,  odiato e inseguito,  se ne fugg via con
    le sue navi in direzione della Libia. Dove poi, di l, si sia diretto,
    gli Egiziani non erano in grado di dirlo.
    Di  queste notizie,  una parte dicevano di conoscerle per informazioni
    assunte; l'altra parte,  invece,  su fatti che s'erano svolti nel loro
    paese, dicevano di riferirla con piena cognizione della verit.

     120.  Tale il racconto dei sacerdoti egiziani e,  per conto mio,  io
    pure convengo su quanto mi dissero di Elena,  in vista delle  seguenti
    considerazioni.
    Se  Elena  si  fosse  trovata in Troia,  sarebbe stata riconsegnata ai
    Greci, lo volesse o no Alessandro.
    Priamo, infatti, e i suoi familiari non avevano, certo,  la mente cos
    sconvolta  da voler mettere in pericolo la propria incolumit,  quella
    dei figli  e  la  salvezza  della  citt,  perch  Alessandro  potesse
    convivere con Elena.
    E  supponendo  pure  che  in  un  primo  tempo la pensassero cos,  in
    seguito, quando a ogni scontro con i Greci,  numerosi Troiani cadevano
    e  a  Priamo stesso non c'era combattimento in cui non morissero due o
    tre figli, o anche pi (se ci si pu fidare dei poeti epici), io penso
    che,  in tale stato di cose,  anche se Priamo in persona avesse goduto
    di Elena, l'avrebbe senz'altro restituita agli Achei, potendosi in tal
    modo liberare dalle presenti sventure.
    Non    nemmeno da credere che il regno dovesse toccare ad Alessandro,
    in modo che, essendo ormai vecchio Priamo, tutto il potere fosse nelle
    sue mani; dato che c'era Ettore,  di lui pi vecchio e molto pi uomo,
    cui  sarebbe  toccato  il regno dopo la morte di Priamo e al quale non
    conveniva certo permettere che il fratello  si  macchiasse  d'infamia,
    tanto pi che,  per colpa sua, gravi sciagure incombevano su di lui in
    particolare e su tutti gli altri Troiani.
    Il fatto  che non avevano  la  possibilit  di  restituire  Elena  e,
    nonostante dicessero la verit, non erano dai Greci creduti, perch (e
    qui esprimo il mio parere) la divinit disponeva le cose in modo che i
    Troiani,  portati  a  completa rovina,  dimostrassero chiaramente agli
    uomini che a gravi colpe gli di infliggono non meno gravi castighi.
    Cos ho esposto quello che  il mio punto di vista.

     121. Dopo Proteo, dicevano i sacerdoti, sal al trono Rampsinito, il
    quale lasci, a ricordo,  i propilei del tempio di Efesto che guardano
    a occidente e,  davanti a essi,  fece erigere due statue, di 25 cubiti
    di altezza,  che gli Egiziani chiamano l'"Estate" quella sul lato nord
    e  l'"Inverno"  quella  rivolta  a sud.  E mentre adorano e onorano la
    statua che chiamano "Estate",  fanno tutto il contrario con quella che
    chiamano "Inverno".
    a) Questo re,  a quanto dicono, aveva tanta ricchezza d'argento, quale
    nessuno dei re che vennero dopo pot,  non dico superare,  ma  nemmeno
    accostarlesi.
    Volendo  egli  mettere i suoi tesori al sicuro,  si fece costruire una
    camera di sicurezza in pietra, una delle cui pareti faceva parte della
    cinta esterna del palazzo.
    Quello che la  costruiva,  per,  avendo  dei  progetti  poco  onesti,
    escogit  questa  trovata: dispose uno dei massi di pietra in modo che
    potesse essere tolto dal muro con una certa facilit da due  uomini  e
    anche da uno solo.
    Quando la sala fu condotta a termine,  il re vi depose in serbo i suoi
    tesori.
    Passato, poi, del tempo,  il costruttore,  che era sul punto di morte,
    chiamati  a  s  i  suoi  figli  (ne  aveva  due),  spieg  loro come,
    preoccupato che avessero essi i mezzi di vivere in  abbondanza,  aveva
    giocato  d'astuzia  nel  costruire per il re la sala del tesoro.  Dopo
    aver loro fornito con esattezza tutte le informazioni  necessarie  sul
    modo  di togliere la pietra,  comunic anche le misure,  assicurandoli
    che,  se avessero osservato fedelmente quanto aveva  detto,  sarebbero
    stati gli effettivi padroni del tesoro del re.
    Egli,  poi,  venne a morire e i suoi figli non aspettarono a lungo per
    mettersi all'opera.
    Avvicinatisi nottetempo al palazzo reale e individuato il masso  nella
    costruzione  esterna,  facilmente  lo smossero con le mani e portarono
    via gran parte dei tesori.
    b) Avendo, per,  il re aperto per caso la sala,  rimase stupefatto al
    vedere  che  dai  vasi mancavano delle monete d'argento;  n,  d'altra
    parte,  sapeva chi incolpare,  dato che i sigilli erano intatti  e  la
    stanza l'aveva trovata chiusa.
    Ma  siccome,  essendovi entrato due e tre volte,  trovava che i tesori
    continuamente diminuivano (i ladri,  infatti,  non smettevano di  fare
    man  bassa),  ecco  cosa fece: ordin che si apprestassero dei lacci e
    che si disponessero intorno ai vasi contenenti i preziosi.
    Vennero i ladri come per l'innanzi e uno di essi  penetr  dentro  ma,
    quando fu vicino a un vaso, subito rimase impigliato nel laccio.
    Quando ebbe egli l'idea esatta del pericolo in cui si trovava,  subito
    chiam il fratello, lo mise al corrente della situazione e lo incit a
    entrare al pi  presto  e  tagliargli  la  testa,  affinch,  visto  e
    riconosciuto chi era, non trascinasse con s nella rovina anche lui.
    Questi ritenne che la proposta fosse buona,  e, lasciatosi convincere,
    la esegu; poi, adattata di nuovo la pietra mossa, se ne torn a casa,
    portando la testa del fratello.
    c) Quando fu giorno,  il  re,  che  era  entrato  nel  tesoro,  rimase
    strabiliato  al vedere tra i lacci il corpo del ladro senza la testa e
    l'edificio intatto, che non presentava n entrata n uscita.
    Nel pi grande imbarazzo,  si comport cos: fece appendere gi  dalle
    mura il cadavere del ladro e,  postivi degli uomini a guardia, comand
    loro che, se vedevano qualcuno piangere o lamentarsi, lo prendessero e
    lo conducessero al suo cospetto.
    Quando il cadavere cominci a penzolare,  la madre del ladro non  pot
    resistere e, venuta a parole con il figlio rimasto in vita, gli impose
    che,  in  qualunque  modo,  facesse  di tutto per staccare dal muro il
    cadavere  del  fratello  e  portarlo  a  lei.   Se  non  se  ne  fosse
    interessato,  lo minacciava di recarsi essa stessa dal re a denunciare
    che egli aveva i tesori.
    d) Il figlio superstite,  messo cos  aspramente  alle  strette  dalla
    madre,  poich,  nonostante  adducesse  molte ragioni,  non riusciva a
    dissuaderla, ricorse a questa astuzia.
    Procuratisi alcuni asini e riempiti degli  otri  di  vino,  li  caric
    sulle bestie,  che spingeva avanti a s. Quando giunse vicino a quelli
    che facevano la guardia al cadavere appeso,  avendo tirato due  o  tre
    cinghie degli otri, ne sciolse i nodi che li tenevano stretti: il vino
    scorreva ed egli a battersi il capo ed emettere alti lamenti,  come se
    non sapesse a quale degli asini rivolgersi per primo.
    I soldati di guardia,  a vedere il vino scorrere con tanta abbondanza,
    accorsero  sulla  strada con dei recipienti e si portarono via il vino
    versato, considerandolo una vera fortuna.
    Il padrone, fingendosi irato,  distribuiva improperi a tutti,  ma poi,
    siccome le guardie lo consolavano, dopo un po' finse di mitigarsi e di
    lasciar sbollire l'ira; infine, spinse egli stesso gli asini fuori dal
    sentiero e si mise ad assestarli.
    Fattasi  pi  serrata  la conversazione,  a qualche battuta di spirito
    anch'egli sbott a  ridere  e  offr  loro  uno  degli  otri:  quelli,
    sdraiati  l come si trovano,  pensano solo a bere;  traggono il ladro
    con s e lo invitano a restare a  bere  in  loro  compagnia:  egli  si
    lascia persuadere e rimane; e siccome mentre bevevano lo trattavano da
    amico,  egli  diede  loro  in  dono  un altro otre;  sicch le guardie
    approfittando della generosa libagione,  si ubriacarono  completamente
    e, vinti dal sonno, si addormentarono sul posto stesso dove bevevano.
    Quello,  allora,  dato che era gi notte inoltrata, stacc il cadavere
    del fratello,  lo pose sopra gli  asini,  e,  dopo  aver  rasata,  per
    scherno,  la  guancia  destra a tutte le guardie,  se ne torn a casa,
    avendo in tale modo eseguito ci che la madre gli aveva comandato.
    e) Il re,  quando gli fu riferito che era stato sottratto il  cadavere
    del ladro,  ne fu molto irritato e, volendo a ogni costo trovare colui
    che architettava questi colpi,  ecco che cosa fa,  ma io non riesco  a
    crederlo.
    Colloca  sua  figlia in una casa pubblica,  con l'ordine di accogliere
    allo stesso modo tutti i visitatori ma,  prima  di  intrattenersi  con
    loro,  obbligarli  a  raccontare  l'azione  pi  intelligente e la pi
    scellerata che avessero commesso nella loro vita.
    Quello che avesse narrato le cose avvenute intorno al ladro, lo doveva
    trattenere e non lasciarlo uscire dalla casa.
    Mentre la figlia del re eseguiva gli ordini impartiti  dal  padre,  il
    ladro,  che  aveva compreso per quali ragioni ci si faceva,  e voleva
    superare il re in astuzia, ecco cosa ti combina.
    Dopo aver reciso, all'altezza della spalla,  il braccio di uno che era
    appena  morto,  se  ne and tenendolo sotto il mantello.  Presentatosi
    alla figlia del re e interrogato anche lui come  gli  altri,  raccont
    che  l'azione  pi scellerata l'aveva commessa quando,  nella sala del
    tesoro del re, aveva tagliato la testa di suo fratello, impigliato nei
    lacci;  la pi  intelligente  quando,  ubriacati  i  guardiani,  aveva
    staccato dal muro il cadavere del fratello che vi era appeso.
    Come ebbe udito ci,  la donna volle mettere la mano su di lui,  ma il
    ladro, nel buio,  le protese il braccio del morto,  che essa afferr e
    trattenne,  convinta di stringere il braccio di lui. Invece, il ladro,
    libero, presa la porta, se ne fugg.
    f) Quando anche questa beffa gli fu riferita, il re rimase addirittura
    sbalordito per la scaltrezza e l'audacia di quell'uomo; infine,  mand
    per  tutte  le citt a dire che non solo gli concedeva l'impunit;  ma
    avrebbe anche aggiunto grandi doni, se fosse venuto alla sua presenza.
    Il ladro, fidando nella sua parola, venne a lui;  e Rampsinito,  preso
    da  grande  ammirazione,  gli  diede  in  moglie  la figlia di cui s'
    parlato, come all'uomo che ne sapeva pi di tutti al mondo: infatti se
    gli Egiziani superano per intelligenza gli altri,  egli  superava  gli
    Egiziani stessi.

    122.  In seguito,  raccontavano i sacerdoti,  questo re discese, ancor
    vivo,  sottoterra in quello che i Greci pensano sia l'Ade (97);  e ivi
    gioc  ai  dadi con Demetra,  talvolta vincendola,  talaltra essendone
    vinto; e di nuovo, poi,  ritorn sulla terra,  riportando come dono di
    lei un mantile d'oro.
    In  seguito a questa discesa agli inferi di Rampsinito - mi dicevano -
    gli Egiziani celebrarono una festa quando egli fu di ritorno,  e io so
    che essi la celebrano anche al presente: tuttavia non potrei dire se 
    proprio questa la ragione per cui fanno la festa.
    I sacerdoti, dopo aver tessuto nella stessa giornata un mantello, sono
    soliti coprire con una benda gli occhi di uno di loro e condurlo,  con
    indosso quel mantello,  sulla strada  che  porta  a  un  santuario  di
    Demetra; poi essi ritornano indietro.
    Questo sacerdote che ha gli occhi bendati viene condotto, essi dicono,
    da  due  lupi  fino  al tempio della dea,  che dista dalla citt venti
    stadi,  e poi,  di nuovo,  dal tempio i lupi lo  ricondurrebbero  allo
    stesso luogo di prima.

     123. Di tutto quanto raccontano gli Egiziani si valga pure colui che
    tali cose ritiene credibili; quanto a me, io mi sono proposto in tutta
    la mia storia di scrivere,  come le ho sentite,  le cose narrate dagli
    uni e dagli altri.
    A quanto dicono gli Egiziani,  i signori del  mondo  sotterraneo  sono
    Demetra  e Dioniso (98),  e furono ancora gli Egiziani a formulare per
    primi la dottrina che l'anima dell'uomo    immortale,  e,  quando  il
    corpo  si  dissolve,  entra essa in un altro animale che,  di volta in
    volta, viene al mondo.
    Dopo essere passata per tutti gli animali  della  terra,  del  mare  e
    dell'aria,  di nuovo l'anima entra nel corpo di un uomo che nasce alla
    vita: questo giro di trasmigrazione per l'anima si compie, dicono,  in
    tremila anni.
    Di  questa  teoria  si  valsero alcuni fra i filosofi greci (99),  chi
    prima,  chi dopo;  come se fosse stata loro propria: io ne  conosco  i
    nomi, ma tuttavia non ne parlo.

     124. Ordunque, fino al regno di Rampsinito, dicevano i sacerdoti, in
    Egitto  regnava  un  ordine  perfetto  e  il  paese  godeva  di grande
    prosperit;  ma quando sal al trono dopo di  lui  Cheope,  questi  lo
    gett nella pi completa miseria.
    Per prima cosa, fatti chiudere tutti i templi, imped agli Egiziani di
    compiere sacrifici; in seguito li obblig tutti a lavorare per lui. Ad
    alcuni  fu  imposto  di  trascinare le pietre delle cave fino al Nilo,
    cave che si trovano nella montagna  d'Arabia;  ordin  poi  che  altri
    ricevessero le pietre,  trasportate oltre il fiume su delle chiatte, e
    le trascinassero al monte chiamato Libico.
    Lavoravano a turni di  100  mila  uomini,  che  si  alternavano  senza
    interruzione ogni tre mesi.
    Quanto al tempo,  ben dieci anni passarono, per il popolo sottoposto a
    logorante fatica,  nella costruzione  della  strada,  lungo  la  quale
    trascinavano le pietre,  opera,  a mio modo di vedere,  non molto,  di
    certo, inferiore alla piramide ( lunga infatti,  cinque stadi;  larga
    dieci  orge  [100];  e  l'altezza    di  otto orge),  fatta di pietre
    levigate e adorna di figure d'animali intagliate.
    Dieci, dunque, furono gli anni impiegati per costruire questa strada e
    le camere sotterranee sopra l'altura,  dove  si  ergono  le  piramidi,
    camere  che  egli  faceva  perch servissero alla sua sepoltura in una
    piccola isola, dopo avervi immesso con un canale l'acqua del Nilo.
    E vent'anni furono passati nell'erigere la piramide stessa;  la quale,
    di forma quadrata,  misura su ciascuna fronte,  da tutti i lati,  otto
    pletri (101) e altrettanti ne misura in altezza (102):  rivestita  di
    lastre levigate e connesse tra loro alla perfezione;  e nessuna pietra
    misura meno di trenta piedi.

     125.  E fu costruita cos questa piramide: prima di tutto,  a mo' di
    gradinata,  con una serie di ripiani,  da alcuni chiamati "sporgenze",
    da altri "basamenti d'altare"; poi, quando l'ebbero fatta in tal modo,
    le rimanenti pietre le sollevavano per mezzo di  macchine  formate  di
    piccole travi alzandole da terra fino al primo ripiano; ogni volta che
    le  pietre  arrivavano  l,  le si ponevano su un'altra macchina,  gi
    pronta sul primo  ripiano  e,  da  questo,  veniva  tirata  sul  piano
    successivo e su un'altra macchina.
    Poich  tanti  erano  i ripiani della gradinata,  altrettanto erano le
    macchine; o forse, era la stessa unica macchina, facile a maneggiarsi,
    che essi trasportavano da un piano  all'altro,  dopo  averla  liberata
    dalla pietra.
    Tanto  sia  detto  per l'un caso e l'altro,  come,  appunto,  vuole la
    tradizione.
    Furono portate a compimento prima le parti pi elevate della piramide;
    poi si completarono le parti vicine a esse;  infine,  fu data l'ultima
    mano alle parti vicine al suolo e alle pi basse.
    Sulla  piramide    segnato  in  caratteri egiziani quanto fu speso in
    rafani, cipolle e aglio per i lavoratori e,  se ben ricordo quello che
    mi  diceva l'interprete decifrando l'iscrizione,  la somma spesa fu di
    1600 talenti d'argento.
    E se questa cifra  esatta,  quanti altri talenti    da  pensare  che
    siano stati spesi per gli arnesi di ferro con i quali lavoravano,  per
    il nutrimento e  il  vestiario  dei  lavoratori,  dal  momento  che  a
    costruire  le  opere impiegarono il tempo che s' detto!  Ma ben altro
    tempo, e,  a mio parere,  non breve,  consumarono quando tagliavano le
    pietre, le portavano e scavavano il canale sotterraneo.

     126.  Cheope sarebbe giunto a tale perversit che, avendo bisogno di
    denaro,  collocata la sua figlia in una casa di  piacere,  le  avrebbe
    imposto  di  esigere  una  certa somma di denaro,  che non si conosce,
    perch i sacerdoti non la precisarono.
    Ma essa,  oltre a farsi rilasciare  quanto  dal  padre  le  era  stato
    comandato,  per conto suo pens di lasciare anch'essa un ricordo;  e a
    ciascuno di quelli che si  intrattenevano  con  lei  chiedeva  che  le
    facesse dono d'una pietra: con queste pietre, dicevano i sacerdoti, fu
    costruita  quella delle tre piramidi che si erge nel mezzo,  di fronte
    alla grande piramide,  e  i  cui  lati  misurano  un  pletro  e  mezzo
    ciascuno.

      127.  Questo  Cheope,  a  quel  che  dicevano  gli Egiziani,  regn
    cinquant'anni e, alla sua morte, prese il potere suo fratello Chefren;
    il quale adott gli stessi sistemi dell'altro e in particolare costru
    anch'egli una piramide, che per non raggiunge le dimensioni di quella
    di Cheope (anche noi la potemmo misurare)... Non ci sono, infatti,  le
    camere  sotterranee;  n  c'  un condotto d'acqua che dal Nilo giunge
    fino ad essa; come, invece, c' nell'altra, dove l'acqua, scorrendo in
    un canale artificiale, penetra all'interno e circonda un'isola,  nella
    quale, dicono, riposa Cheope in persona.
    Dopo  aver  costruito  il  primo  ripiano con granito etiopico di vari
    colori,  innalz la sua piramide accanto a quella grande del fratello;
    solo  che,  quanto  ad  altezza,  rimase 40 piedi (103) al di sotto di
    essa.
    Ambedue sorgono sulla medesima collina, alta cento piedi al massimo.
    Chefren, al dire dei sacerdoti, avrebbe regnato 56 anni.

     128.  E considerano questi 106 anni come quelli in cui ogni sorta di
    malanni  si  rivers  sugli  Egiziani;  e  per un periodo cos lungo i
    templi che erano stati chiusi non furono mai riaperti.
    Per l'odio che hanno contro di loro, gli Egiziani non vogliono nemmeno
    nominare questi due re ma dicono che  le  piramidi  sono  del  pastore
    Filiti, il quale allora faceva pascolare il gregge in questi luoghi.

     129. Dopo Chefren, dicevano i sacerdoti, regn sull'Egitto il figlio
    di Cheope, Micerino; il quale, disapprovando l'operato del padre, fece
    riaprire  al  culto  i  templi  e lasci che il popolo,  logorato fino
    all'estrema miseria,  attendesse alle sue occupazioni e ai suoi  riti;
    mentre  egli nelle loro liti emetteva sentenze che erano le pi giuste
    di tutti gli altri re.
    Per questa sua benemerenza,  vanno a lui in modo particolare  le  lodi
    fra tutti quelli che regnarono sull'Egitto;  poich, oltre a giudicare
    con imparzialit, per di pi, quando uno,  in seguito al suo giudizio,
    si  mostrava  scontento,  egli,  donandogli  del  suo,  ne  placava il
    risentimento.
    Mentre  Micerino  era  tanto  affabile  verso  i  suoi  sudditi  e  si
    comportava in questo modo, a dar inizio a una serie di mali, gli venne
    a morire la figlia,  l'unica che avesse nella sua casa. Egli, affranto
    dal dolore per la sventura che l'aveva colpito,  e volendo dare a  sua
    figlia  una  sepoltura  con  maggiore  magnificenza degli altri,  fece
    costruire una vacca di legno,  vuota all'interno,  quindi  rivestitala
    d'oro, vi pose dentro a giacere questa figlia che aveva perduto.

     130.  Questa vacca,  dunque,  non fu messa sottoterra;  ma ancora ai
    miei tempi la si poteva vedere,  nella citt di  Sais,  collocata  nel
    palazzo reale,  in una stanza decorata: accanto ad essa,  per tutto il
    giorno,   bruciano  incensi  d'ogni  sorta,   e  ogni  notte  vi  arde
    costantemente una lampada accesa.
    Vicino  a  questa vacca,  in un'altra stanza,  si trovano delle statue
    che, a detta dei sacerdoti di Sais, rappresenterebbero le concubine di
    Micerino; si tratta,  infatti,  di figure colossali in legno,  press'a
    poco una ventina,  lavorate in modo da sembrare nude;  per, chi siano
    io non posso dirlo  con  esattezza,  soltanto  riferisco  ci  che  si
    racconta.

     131. Ci sono di quelli che, riguardo alla vacca di cui s' parlato e
    ai  colossi,  raccontano  che  Micerino si innamor di sua figlia e la
    costrinse contro voglia ad unirsi con lui.
    Per il  dolore,  dicono,  la  fanciulla  si  impicc:  egli  le  diede
    sepoltura  in  questa  vacca;  ma  la madre fece tagliare le mani alle
    ancelle che avevano abbandonato la figlia ai voleri del padre.  E  ora
    le loro statue sono state trattate, come esse lo erano state da vive.
    Ma in questo racconto non vi sono che fandonie,  a mio modo di vedere;
    in particolare,  poi,  per quanto riguarda  le  mani  delle  colossali
    statue; anche noi abbiamo constatato che le hanno perdute, corrose dal
    tempo;  e  ancora  ai  miei  tempi  erano chiaramente visibili ai loro
    piedi.

     132. La vacca  tutta nascosta da un manto di porpora; lascia vedere
    soltanto il collo e la testa, ricoperta da uno spesso strato d'oro: in
    mezzo alle due corna essa porta,  raffigurato in  oro,  il  disco  del
    sole.
    La  bestia  non   ritta in piedi,  ma piegata sulle ginocchia e,  per
    grandezza,  come una vacca viva di forte complessione.
    Tutti gli anni essa viene tratta fuori dalla sua  stanza,  quando  gli
    Egiziani  si  battono  il  petto  in  onore  del  dio  che,  in simile
    circostanza, non pu essere da me nominato; allora,  appunto,  portano
    fuori  alla  luce anche la vacca;  poich,  dicono,  la figlia stessa,
    morendo,  aveva pregato il padre Micerino di poter vedere il sole  una
    volta all'anno.

     133.  Dopo la disgrazia della figlia,  ecco cosa accadde allo stesso
    re,  e fu la seconda sventura: venne a lui  dalla  citt  di  Buto  un
    oracolo  ad  annunciargli  che  sei anni solo ancora doveva vivere: al
    settimo sarebbe morto.
    Spaventato,  egli mand al santuario a lamentarsi a sua volta  con  il
    dio,  movendo  biasimo  perch  mentre  suo  padre e suo zio,  che pur
    avevano chiuso i templi e mai  s'erano  ricordati  degli  di  e  anzi
    avevano tratto in rovina gli uomini,  avevano avuto lunga vita;  egli,
    che era rispettoso della divinit, doveva morire cos presto.
    Dal santuario,  dicono,  venne a lui un secondo responso a dirgli  che
    era  proprio  questa  la  ragione  per cui egli si abbreviava la vita,
    poich non  aveva  fatto  quello  che  avrebbe  dovuto:  era  destino,
    infatti,  che  l'Egitto  soffrisse miserie per 150 anni.  I due che lo
    avevano preceduto sul trono l'avevano capito, egli no.
    Quand'ebbe udito ci, Micerino,  convinto ormai che il suo destino era
    fissato,  fece  allestire  gran numero di lampade e,  quando si faceva
    sera,  fattele accendere,  si  dava  a  bere  e  alle  delizie,  senza
    allentare n di giorno,  n di notte; vagando per paludi e per boschi,
    dovunque sentiva che ci fossero i luoghi pi adatti al piacere.
    Egli faceva tutto questo volendo  dimostrare  che  l'oracolo  mentiva;
    perch gli anni,  anzich sei,  risultassero dodici, diventando giorni
    pure le notti.

     134. Anche questo re lasci una piramide, molto meno vasta di quella
    del padre,  dato che per ogni  lato,  quadrangolare  com'era,  mancano
    venti  piedi  per  fare  tre pletri (104);  fino a met  rivestita di
    granito d'Etiopia.
    Alcuni Greci sostengono che sia opera della cortigiana Rodopi,  ma non
    dicono il vero.
    Mi pare che essi parlino senza nemmeno sapere quale donna fosse Rodopi
    (infatti  non  le  avrebbero  mai  attribuito  di  aver  costruito una
    piramide come  quella,  per  la  quale  furono  spesi,  si  pu  dire,
    innumerevoli migliaia di talenti) e che Rodopi era nel suo fiore sotto
    il regno di Amasi, non gi sotto Micerino.
    Essa,  infatti,  visse  molti anni dopo i re che hanno lasciato queste
    piramidi;  proveniva dalla Tracia,  era  schiava  del  samio  Iadmone,
    figlio  di  Efestopoli,  e compagna di servit di Esopo,  scrittore di
    favole.
    Infatti, che anche costui fosse schiavo di Iadmone,  lo dimostr senza
    possibilit  di  dubbi  il  fatto  seguente:  sebbene  spesso i Delfi,
    seguendo il  consiglio  dell'oracolo,  avessero  domandato  per  mezzo
    dell'oracolo  chi volesse accettare il risarcimento (105) per la morte
    di Esopo, nessuno si fece vedere; solo un altro Iadmone accett ed era
    figlio di quello: cos anche Esopo fu schiavo di Iadmone.

     135. Rodopi giunse in Egitto, condottavi da Xanto di Samo e,  giunta
    col  per  esercitarvi  il mestiere,  fu riscattata a prezzo di grandi
    ricchezze da Carasso di Mitilene, figlio di Scamandronimo,  e fratello
    di Saffo la poetessa.
    Cos Rodopi,  diventata libera,  rimase in Egitto; e siccome era molto
    attraente, accumul grandi ricchezze, sufficienti certo per soddisfare
    una Rodopi; ma non tanto da poter giungere a costruire una piramide di
    tal fatta.
    Non  il caso di attribuirle straordinarie ricchezze,  dato che ancora
    ai nostri giorni  possibile a chi vuole vedere a che corrispondeva la
    decima parte delle sue sostanze.
    Ebbe,  infatti,  Rodopi  il  desiderio  di  lasciare un suo ricordo in
    Grecia,  facendo fare una cosa che non fosse mai stata  escogitata  da
    alcuno e consacrata in un tempio: questa, appunto, essa dedic a Delfi
    in sua memoria.
    Con  la decima dei suoi beni,  fece confezionare molti spiedi di ferro
    atti a trapassare buoi, quanti ne consentiva la somma stabilita,  e li
    mand a Delfi.
    Questi  spiedi sono ancora adesso ammonticchiati dietro l'altare che i
    Chii vollero consacrare, di fronte al tempio stesso.
    Vuole la tradizione, a quanto pare, che a Naucrati le cortigiane siano
    affascinanti: non solo,  infatti,  colei di cui  si  parla  in  questo
    racconto fu cos famosa che anche i Greci tutti vennero a conoscere il
    nome di Rodopi (106);  ma anche un'altra, dopo costei, divenne celebre
    in  Grecia:  si  chiamava  Archidice;   ma  fu  meno  celebrata  della
    precedente.
    Carasso che, dopo aver riscattato Rodopi, se n'era tornato a Mitilene,
    fu da Saffo in una poesia colmato di rimproveri.
    Intorno a Rodopi, ho finito di parlare.

      136.  Dopo  Micerino,  secondo  i  sacerdoti,  sarebbe diventato re
    d'Egitto Asichi,  colui che fece costruire nel santuario di  Efesto  i
    propilei  rivolti  a  oriente,  di  gran  lunga  i  pi  belli e i pi
    imponenti.
    In generale,  tutti i propilei hanno figure scolpite e presentano alla
    vista gran variet di linee architettoniche;  ma questi li superano di
    gran lunga.
    Sotto il regno di  costui,  dicevano  i  sacerdoti,  essendovi  grande
    penuria  di  moneta  circolante,  fu  promulgata  per gli Egiziani una
    legge,  secondo la quale uno poteva ricevere un prestito,  se dava  in
    pegno  il  cadavere  di  suo  padre:  a  tale legge,  poi,  s'aggiunse
    quest'altra: colui che concedeva un prestito diventava  padrone  anche
    di tutta la tomba di famiglia di chi lo riceveva.
    Se  uno,  dopo  aver  dato  il  pegno  di  garanzia,  si  rifiutava di
    restituire quanto aveva ricevuto,  incorreva in questa pena:  n  lui,
    dopo  morto,  poteva  ottenere sepoltura,  nel sepolcreto paterno o in
    quello di altri;  n vi poteva seppellire alcuno  dei  suoi  cari  che
    fosse deceduto.
    Desiderando questo re superare quelli che prima di lui avevano regnato
    sull'Egitto, lasci come monumento una piramide costruita con mattoni,
    e su di essa una iscrizione scolpita nel marmo che dice cos:
    "Non mi disprezzare nel confronto con le piramidi di pietra: poich io
    sono a esse superiore come Zeus  superiore agli altri di.
    Infatti  i  mattoni  furono  tratti  immergendo  la pertica nel lago e
    raccogliendo quel po' di fango che vi rimaneva  attaccato  e  in  tale
    maniera io fui costruita".
    Di questo re, dunque, raccontavano siffatte imprese.

      137.  Dopo  di  lui  avrebbe regnato un uomo cieco,  della citt di
    Anisi, e che si chiamava pure Anisi (107).
    Sotto il regno di costui,  mossero contro l'Egitto con grande esercito
    gli Etiopi con il loro re Sabacone.
    Il  cieco  se  ne  and  fuggendo  tra  le  paludi  e  l'Etiope domin
    sull'Egitto per 50 anni, durante i quali si comport in questo modo.
    Quando qualcuno degli  Egiziani  commetteva  una  mancanza,  egli  non
    voleva  che  fosse mandato a morte;  ma egli stesso secondo la gravit
    della  colpa  sentenziava,  ordinando  a  ciascuno  dei  colpevoli  di
    accumulare terra nelle vicinanze della citt da cui traeva origine.
    E  fu  cos  che  le  citt  risultarono ancora pi elevate: una prima
    volta, infatti, erano stati alzati dei terrapieni da coloro che, sotto
    il regno di Sesostri,  avevano scavato i  canali;  una  seconda  volta
    sotto il re etiope: sicch il loro piano fu molto alto. E fra le citt
    d'Egitto che furono sopraelevate, la massima elevazione, a mio parere,
    l'ebbe  la  citt di Bubasti,  nella quale si trova anche il santuario
    della dea Bubasti, quanto mai degno d'essere descritto, poich,  se vi
    sono  altri templi pi grandi e pi sontuosi,  nessuno  pi di questo
    piacevole a vedersi.
    La dea Bubasti, in lingua greca,  chiamata Artemide.

     138. Il suo tempio  cos formato.
    Tranne l'ingresso,  tutto  il  resto    isola,  poich  dal  Nilo  si
    ripartono  due  canali  che,  senza  confondersi  tra  loro,  arrivano
    entrambi fino all'ingresso del santuario, cui scorrono intorno,  l'uno
    a destra,  l'altro a sinistra;  l'uno e l'altro hanno una larghezza di
    cento piedi e sono ombreggiati da alberi.
    I propilei sono alti dieci orge e adorni di figure di  sei  cubiti  di
    altezza, degne di essere nominate.
    Trovandosi il tempio nel centro della citt,  pu essere visto da ogni
    parte, girandogli intorno, dall'alto; poich,  mentre la citt  stata
    elevata  con  terrapieni,  il  tempio  invece   rimasto,  senz'essere
    toccato, come era stato costruito da principio ed  ben visibile.
    Lo cinge un muro tutto scolpito a  figure;  dentro  c'  un  bosco  di
    altissimi  alberi,  che  si  ergono intorno a un grande sacrario,  nel
    quale  racchiusa la statua:  in  lunghezza  e  larghezza,  il  tempio
    misura uno stadio per ogni lato.
    Di  fronte  all'entrata  c' una strada,  lastricata in pietra,  lunga
    circa tre stadi al massimo,  la quale,  attraversando  la  piazza  del
    mercato,  conduce  verso  oriente  e ha una larghezza di forse quattro
    pletri;  da una parte e dall'altra della strada sono  cresciuti  degli
    alberi che s'innalzano fino al cielo;  ed essa porta fino al santuario
    di Ermete.
    Il tempio di Bubasti  cos come l'abbiamo descritto.

      139.  La  completa  ritirata  dell'Etiope  dall'Egitto,   a  quanto
    raccontano i sacerdoti,  avvenne cos: egli se ne sarebbe fuggito dopo
    aver visto in sogno una siffatta visione.
    Gli  pareva  che  un  uomo,  standogli  accanto,  lo  consigliasse  di
    raccogliere  tutti  i sacerdoti che c'erano in Egitto e di tagliarli a
    mezzo.
    Avuto questo sogno, egli avrebbe detto che, a suo modo di vedere,  gli
    di  gli  mettevano  innanzi  un  pretesto perch si attirasse qualche
    sciagura da parte degli di o degli uomini, se avesse commesso empiet
    riguardo alle cose sacre: non l'avrebbe, quindi, fatto.
    D'altra parte era per lui gi trascorso il tempo durante il  quale,  a
    detta  dell'oracolo,  avrebbe dominato sull'Egitto e poi se ne sarebbe
    andato.
    Infatti,  quand'egli era ancora in Etiopia,  l'oracolo,  al quale  gli
    Etiopi   si   rivolgono,   gli  aveva  predetto  che  avrebbe  regnato
    sull'Egitto per cinquant'anni.
    Dato che questo periodo era  trascorso  e  la  visione  del  sogno  lo
    preoccupava,  Sabacone  si  allontan  dall'Egitto  di  sua  spontanea
    volont.

     140. Quando l'Etiope si fu allontanato dall'Egitto, di nuovo prese a
    regnare il cieco, ritornato dalle paludi, dove per cinquant'anni aveva
    abitato un'isola che era venuto formando con cenere  e  terra;  poich
    ogni  qual  volta  venivano a portargli il cibo gli Egiziani,  secondo
    quanto  era  stato  a  ognuno  comandato,   all'insaputa  dell'Etiope,
    domandava che gli portassero in dono anche della cenere.
    Quest'isola  nessuno  pot scoprirla prima di Amirteo (108) ma per pi
    di 700 anni non  erano  riusciti  a  trovarla  quelli  che  sul  trono
    l'avevano preceduto: il nome dell'isola  Elbo (109), la sua grandezza
     di dieci stadi in tutti i sensi.

     141.  Dopo il cieco, sal al trono, dicevano, il sacerdote di Efesto
    che si chiamava Setone.
    Costui non teneva in  alcun  conto,  anzi  la  disprezzava,  la  casta
    egiziana dei guerrieri, convinto che non ne avrebbe mai avuto bisogno.
    Tra gli altri soprusi che egli us, tolse loro le terre, mentre, sotto
    i  re  precedenti,  a  ciascuno  di  essi erano state date in possesso
    personale dodici "arure" (110).
    Sicch quando, pi tardi (111),  mosse contro l'Egitto,  con un grande
    esercito,  il re degli Arabi e degli Assiri,  Sennacherib, i guerrieri
    d'Egitto non vollero prestare aiuto al loro re.
    Il sacerdote, allora,  trovandosi nell'imbarazzo,  entr nel tempio e,
    rivoltosi  alla  statua  del dio,  lamentava la sorte cui rischiava di
    soggiacere.
    Ma,  mentre cos si rammaricava,  gli venne sonno e nella visione  che
    ebbe  gli parve che il dio,  standogli accanto,  gli facesse coraggio,
    assicurandolo che nulla di male avrebbe sofferto se avesse  affrontato
    l'esercito  degli  Arabi:  egli stesso,  infatti,  gli avrebbe mandato
    degli aiuti.
    Fiducioso per quanto aveva visto in sogno e raccolti  quelli  fra  gli
    Egiziani  che  accettavano  di  seguirlo,  si  accamp  presso Pelusio
    (poich  di l che si entra nell'Egitto):  nessuno  della  casta  dei
    guerrieri lo seguiva;  ma solo piccoli mercanti, artigiani e gente del
    mercato.
    Quando giunsero in quel luogo gli avversari (112) ...  un gran  numero
    di  topi  di campagna durante la notte avventatisi contro di loro,  ne
    rosicchiarono le faretre,  gli archi e le cinghie degli scudi;  sicch
    il giorno dopo, datisi alla fuga spogli delle armi, caddero in molti.
    E  ora  sorge  nel tempio di Efesto una statua in pietra di questo re,
    che tiene su una mano un topo e un'iscrizione gli fa dire:  "Guardando
    me ognuno coltivi la piet".

      142.  Fino  a questo punto della mia narrazione le notizie venivano
    dagli Egiziani e dai loro sacerdoti,  i quali mi dimostravano che  dal
    primo  re  fino  a  questo sacerdote di Efesto,  che ebbe il regno per
    ultimo,  si contano 341 generazioni umane e in tale periodo  di  tempo
    altrettanti furono i sommi sacerdoti e i re.
    Orbene,  300 generazioni d uomini rappresentano 10 mila anni, dato che
    tre di esse completano un secolo;  e  le  41  generazioni  che  ancora
    restano, quelle che si aggiungevano alle 300, fanno 11340 anni.
    Cos,  essi  dicevano,  in 11340 anni (113),  nessun dio era stato tra
    loro in forma umana. Nemmeno prima, del resto, come neppure dopo,  tra
    gli altri re che regnarono in Egitto, s'era verificato, a sentir loro,
    alcunch di simile.
    In  questo  periodo  di tempo,  raccontavano,  il sole si svi quattro
    volte dall'usato suo corso: due volte sarebbe spuntato di l dove  ora
    tramonta; e dove ora sorge, ivi due volte sarebbe tramontato: nulla in
    Egitto, per tutto questo tempo, ebbe a subire mutamenti: n i prodotti
    della  terra,  n  quanto  veniva dato dal fiume,  n il decorso delle
    malattie o le cause di morte.

     143.  Tempo fa,  con lo storico Ecateo,  che in Tebe esponeva la sua
    genealogia  e faceva risalire la sua famiglia a un dio come sedicesimo
    ascendente,  i sacerdoti di Zeus si comportarono come fecero  con  me,
    che pure non esponevo genealogie che mi riguardassero.
    Avendomi  condotto  nell'interno  del  tempio,  che  molto vasto,  mi
    mostrarono,  enumerandole,  le colossali statue di  legno,  che  erano
    tante  quante  ho  gi  detto;  poich  ivi  ogni  sommo  sacerdote fa
    innalzare, mentre  ancora in vita, la propria statua.
    Mentre, dunque, illustrandole, me le numeravano, i sacerdoti mi fecero
    vedere che ciascun personaggio era figlio di un padre  compreso  nella
    serie;   e   cominciarono   dalla  statua  di  quello  che  era  morto
    recentissimamente,  passando dall'una all'altra,  finch me le  ebbero
    mostrate tutte.
    Cos,  quando Ecateo espose la propria genealogia, facendo risalire la
    sua origine a un dio come sedicesimo progenitore,  essi  gli  opposero
    nel computo quest'altra genealogia, non accettando, quant'egli diceva,
    che un uomo fosse nato da un dio.
    Gliela  contrapposero  in  questo  senso:  sostenendo  che ciascuna di
    quelle statue rappresentava un "piromi" nato  da  un  altro  "piromi";
    finch  non  gli ebbero fatto vedere,  attraverso 345 colossi,  che si
    trattava di "piromi" generati da "piromi" senza ricollegarli a un  dio
    o a un eroe.
    A dirlo in greco, "piromi" sarebbe "uomo dabbene e valoroso".

      144.  E tali appunto,  dimostravano i sacerdoti,  erano stati tutti
    quelli che le statue rappresentavano; molto lontani dall'esser di.
    Ma erano,  invece,  di quelli che,  prima di questi  uomini,  avevano
    regnato in Egitto, convivendo con gli uomini: sempre il supremo potere
    era stato in mano ad uno solo di essi.
    Ultimo, avrebbe regnato sull'Egitto Oro, figlio di Osiride, quello che
    i Greci chiamano Apollo: egli, dopo aver detronizzato Tifone (114), fu
    l'ultimo che domin sul paese.
    Osiride, in lingua greca,  Dioniso.

      145.  Presso i Greci Eracle,  Dioniso e Pan sono considerati come i
    pi recenti fra gli di.  Presso gli Egiziani  invece  Pan    il  pi
    antico  e  tra  gli  otto che sono chiamati i primi di;  Eracle  nel
    numero dei dodici considerati i secondi;  e  Dioniso  appartiene  alla
    terza serie, cio di quelli che sono nati dai dodici.
    Quanti  anni,  secondo  gli Egiziani stessi,  sarebbero intercorsi tra
    Eracle e il re Amasi  gi stato da me riferito (115) precedentemente;
    pi ancora si dice siano stati per il dio Pan; per Dioniso la distanza
    sarebbe la pi breve e si calcola che fra questo dio  e  il  re  Amasi
    siano passati 15 mila anni.
    Sono  cifre  queste  che  gli Egiziani dicono di sapere con esattezza,
    poich sempre essi  fanno  il  computo  degli  anni  e  li  registrano
    fedelmente.
    Mentre invece,  da quel Dioniso, che si dice nato da Semele, figlia di
    Cadmo,  fino ai nostri giorni sono passati mille anni al  massimo;  da
    Eracle,  il  figlio di Alcmena,  circa 900 anni;  e da Pan,  figlio di
    Penelope (poich da costei e da Ermete, secondo i Greci,  sarebbe nato
    Pan)  fino  a  noi circa 800 anni al massimo: meno che dalla guerra di
    Troia.

     146.  Di queste due versioni pu ognuno valersi a secondo  che  quel
    che  vi  si  dice  lo  convincer pi o meno;  quanto a me,  io ho gi
    espresso (116) la mia opinione sull'argomento (117)...
    Se, infatti, anche Dioniso, figlio di Semele, e Pan, nato da Penelope,
    fossero stati famosi e fossero invecchiati in Grecia, come  stato per
    Eracle, figlio di Anfitrione,  si potrebbe affermare che anche i primi
    due,  pur essendo uomini, avevano i nomi di quegli di che erano stati
    prima di loro.
    Ora, invece, di Dioniso i Greci dicono che subito,  appena nato,  Zeus
    se  lo  cuc  in una coscia e lo port a Nisa che  in Etiopia,  oltre
    l'Egitto;  e di Pan non sanno dire con precisione dove sia andato dopo
    la nascita.
    Per  me,  dunque,    chiaro  che  i  Greci  vennero  a  conoscere  la
    personalit di questi  di,  dopo  quella  degli  altri;  e  ne  fanno
    risalire la nascita al tempo in cui hanno avuto tale conoscenza.

     147. Finora ho esposto quello che dicono gli Egiziani soltanto; dir
    ora quanto gli altri uomini e,  d'accordo con loro,  pure gli Egiziani
    affermano che  avvenuto in questo paese: a ci  si  aggiunger  anche
    qualche particolare di quello che io stesso ho veduto.
    Riacquistata  la libert,  dopo il regno del sacerdote di Efesto,  gli
    Egiziani (poich essi mai  potevano  vivere  se  non  avevano  un  re)
    crearono  dodici  re,  dopo  aver  diviso  l'Egitto  intero  in dodici
    dipartimenti.
    Costoro, legatisi per mezzo di matrimoni,  regnarono stabilendo queste
    norme di vita: non eliminarsi reciprocamente; non cercare di possedere
    uno  pi dell'altro;  essere amici il pi possibile.  E la ragione per
    cui stabilirono queste leggi e vi  si  attenevano  scrupolosamente,  
    questa: era stato loro predetto fin da principio, subito appena saliti
    al  potere,  che  quello  tra  loro che avesse libato nel santuario di
    Efesto con una coppa di bronzo,  avrebbe dominato su  tutto  l'Egitto:
    infatti essi solevano raccogliersi tutti insieme in tutti i santuari.

     148.  Stabilirono, poi, anche di lasciare un monumento a ricordo del
    comune dominio e,  quando l'ebbero deciso,  costruirono il  Labirinto,
    che  si  trova un po' sopra il lago Meri,  press'a poco all'altezza di
    quella che  detta la "citt dei coccodrilli" (118).  E L'ho visto  io
    stesso  ed  superiore a quanto si possa dire: poich se si facesse un
    calcolo di tutte le costruzioni dei Greci e delle loro  opere  d'arte,
    apparirebbero  certo  di  minore impegno e di meno grave spesa che non
    questo labirinto;  eppure,  il tempio di Efeso e quello di Samo  (119)
    sono ben degni di essere ricordati.
    Gi  le  piramidi  erano  al  disopra  di ogni possibile descrizione e
    ognuna di esse degna di essere confrontata con molte  e  grandi  opere
    greche, ma il Labirinto vince il confronto anche con le piramidi.
    In  esso,  infatti,  vi  sono dodici cortili coperti,  con le porte di
    fronte l'una all'altra; sei rivolte a nord, sei aperte verso sud;  e i
    cortili sono contigui, e un muro unico li recinge all'esterno.
    Vi sono due ordini di stanze, parte sotterranee, parte sul livello del
    suolo sopra le prime: in numero di 3000; 1500 per ordine.
    Le  stanze  superiori  le  abbiamo  viste  noi  stessi passando da una
    all'altra e ne parliamo per averle visitate,  ma di quelle sotterranee
    abbiamo  solo  informazioni  per  sentito  dire;  poich  quelli degli
    Egiziani che vi sovraintendono non hanno voluto assolutamente  farcele
    vedere,  dicendo  che  ci  sono  le  tombe  dei re che fin dall'inizio
    costruirono questo labirinto e dei coccodrilli sacri.
    Cos,  delle sale che sono sotto terra  diciamo  solo  quanto  abbiamo
    sentito  dire;  ma  le sale sopraelevate noi stessi abbiamo constatato
    che sono superiori a ogni umano lavoro.
    Infatti,  il cammino per uscire dalle stanze che si attraversano,  gli
    andirivieni  che  sono  molto tortuosi per attraversare i cortili,  ci
    davano  motivo  di  straordinaria  meraviglia,  quando  passavamo  dal
    cortile alle sale e dalle sale nei portici; e poi dai portici in altre
    stanze e dalle stanze in altri cortili.
    Il  tetto di tutte queste costruzioni  di pietra,  come anche i muri;
    questi, poi, sono coperti di figure incise;  ogni cortile  circondato
    da  colonne  di  pietre  bianche,  connesse  tra loro alla perfezione.
    Vicino all'angolo dove ha termine il Labirinto,  s'eleva una  piramide
    alta quaranta orge,  sulla quale sono scolpiti degli animali di grandi
    dimensioni; la via che porta a essa  stata scavata sotto terra.

     149.  Pur essendo cos meraviglioso il Labirinto che  ho  descritto,
    meraviglia ancor maggiore suscita il lago che si chiama "lago di Meri"
    nelle cui vicinanze  stato costruito il Labirinto.
    Il suo perimetro  di 3600 stadi, dato che misura 60 scheni, lunghezza
    pari a quella del fronte d'Egitto sul mare.
    Il  lago  si  stende in lunghezza da nord a sud;  la sua profondit al
    punto massimo  di 50 orge.  Che si tratti d'un bacino  artificiale  e
    scavato  lo  rivela  a prima vista,  poich press'a poco nel mezzo del
    lago si alzano due piramidi che dall'acqua  emergono  cinquanta  orge,
    sia  l'una  che  l'altra;  e  altrettanto  misura la parte che  stata
    costruita sotto  il  livello  dell'acqua:  sopra  ciascuna  delle  due
    piramidi c' un'enorme statua seduta in trono.
    Cos  le  piramidi  misurano  in  tutto  cento  orge;  le  cento  orge
    corrispondono esattamente  a  uno  stadio  di  sei  pletri,  dato  che
    ciascuna  orgia equivale a sei piedi o a quattro cubiti,  ed essendo i
    piedi a loro volta pari a quattro palmi (120) e i cubiti a sei  palmi.
    L'acqua  che si trova nel lago non  sorgiva (in quel luogo,  infatti,
    il paese  terribilmente arido), ma vi  stata introdotta dal Nilo per
    mezzo d'un canale: per sei mesi essa affluisce nel lago; per altri sei
    mesi defluisce di nuovo nel Nilo.  Quando l'acqua esce dal  lago,  per
    quei  sei  mesi  la  pesca del pesce frutta al tesoro reale un talento
    d'argento ogni giorno; quando, invece,  vi entra,  frutta appena venti
    mine (121).

      150.  Mi dicevano gli abitanti del paese,  tra l'altro,  che questo
    lago sbocca nella Sirti libica per una via sotterranea che si  affonda
    a  occidente verso l'interno del continente,  lungo la catena montuosa
    che sovrasta Menfi.
    Ma poich di tale scavo non vedevo in alcun  luogo  la  terra  che  se
    n'era tratta, e d'altra parte la cosa mi stava molto a cuore, chiesi a
    quelli  che  abitavano  nelle  immediate vicinanze del lago,  dove mai
    fosse il materiale ricavato dallo scavo.  Essi mi  spiegarono  dov'era
    stato portato e non durarono fatica a persuadermene, poich io sapevo,
    per averlo sentito dire, che qualche cosa di simile era avvenuto anche
    a Ninive, citt degli Assiri.
    L,  infatti,  dei  ladri  avevano  progettato  di  rubare i tesori di
    Sardanapalo,  re di Ninive,  che erano ingenti e custoditi in depositi
    sotterranei.  A  cominciare,  dunque,  dalle  loro case,  si diedero a
    scavare sotto terra, calcolando la distanza fino al palazzo reale e il
    materiale che proveniva dallo scavo lo portavano,  appena scendeva  la
    notte,  nel  fiume  Tigri,  che  scorre  accanto  a Ninive: fino a che
    portarono a compimento quello che volevano.
    La stessa cosa ho sentito che  avvenuta quando si scav  il  lago  in
    Egitto,  tranne  che  il trasporto veniva effettuato non di notte,  ma
    durante il giorno: a mano a mano  che  procedevano  nello  scavo,  gli
    Egiziani portavano la terra nel Nilo, il quale, ricevendola, la doveva
    poi disperdere.
    A questo modo, si racconta, fu scavato il lago test descritto.

     151.  I dodici re governarono, dunque, nel rispetto della giustizia.
    Ma dopo  alquanto  tempo,  com'ebbero  sacrificato  nel  santuario  di
    Efesto,  siccome, proprio all'ultimo giorno della festa, s'accingevano
    a compiere le libagioni,  il sommo sacerdote trasse fuori per loro  le
    coppe d'oro con le quali erano soliti libare; ma sbagliando numero, ne
    trasse undici, invece di dodici.
    Allora,  siccome  non aveva coppa,  quello che s'era trovato ad essere
    l'ultimo di loro, Psammetico, slacciatosi l'elmo che era di bronzo, lo
    tese al sacerdote e fece la libagione.
    Anche tutti gli altri re solevano portare l'elmo  e  allora,  appunto,
    l'avevano  in  testa;  sicch Psammetico protese il suo,  senza alcuna
    intenzione di ingannare.  Ma gli altri,  che avevano  collegato  nella
    loro  mente  il gesto di Psammetico con l'oracolo loro riferito,  che,
    cio, quello tra essi che avesse libato in una coppa di bronzo sarebbe
    stato unico re d'Egitto,  ricordandosi del  vaticinio,  non  ritennero
    azione giusta mandare a morte Psammetico,  in quanto,  mettendolo alle
    strette,  avevano trovato che aveva agito senza alcuna premeditazione;
    ma decisero,  invece,  di confinarlo nelle paludi, dopo averlo privato
    della maggior parte delle sue prerogative:  dalle  paludi  non  doveva
    muoversi e venire a contatto con il resto dell'Egitto.

      152.  Precedentemente,  questo Psammetico era stato esiliato dal re
    etiope Sabacone (122),  che gli aveva ucciso il padre  Neco;  e  s'era
    rifugiato allora in Siria;  poi, quando, indotto dal sogno apparsogli,
    l'Etiope s'era ritirato,  era stato ricondotto  in  patria  da  quegli
    Egiziani che abitano il distretto di Sais.  In seguito,  per,  mentre
    era al potere,  gli capit per la seconda  volta  di  essere  esiliato
    nelle  paludi,  per volere degli undici colleghi a causa dell'elmo con
    cui aveva libato.
    Consapevole di essere stato da  loro  trattato  indegnamente,  pensava
    come potersi vendicare di quelli che l'avevano scacciato.
    Avendo,  quindi,  mandato alla citt di Buto dei messi al santuario di
    Latona,  dove per gli Egiziani esiste l'oracolo pi degno di fede,  ne
    ricevette  il  responso  che  la  sua vendetta sarebbe venuta dal mare
    quando fossero apparsi uomini di bronzo.
    Naturalmente,  fu preso da grande incredulit  per  questi  uomini  di
    bronzo  che  sarebbero  venuti  in  suo aiuto ma,  passato appena poco
    tempo,  il caso volle che degli Ioni e dei Cari,  messisi in mare  per
    far prede,  fossero spinti verso l'Egitto e vi sbarcassero,  armati di
    bronzo com'erano.
    Allora qualche egiziano arrivato, attraverso le paludi, da Psammetico,
    siccome prima non aveva mai visto individui  protetti  da  corazze  di
    bronzo,  gli  riferisce  che  uomini  di  bronzo,  arrivati  dal mare,
    mettevano a ferro e fuoco la pianura.
    Quello,    comprendendo   che   il   vaticinio   s'avvera,    accoglie
    amichevolmente  Ioni e Cari e con grandi promesse li induce a mettersi
    dalla sua parte. E cos, quando li ebbe convinti, con l'appoggio degli
    Egiziani che sostenevano la sua causa e di questi alleati, abbatt gli
    altri re, suoi colleghi.

     153.  Divenuto padrone di tutto l'Egitto,  Psammetico,  in onore  di
    Efesto,  costru in Menfi i propilei volti a mezzogiorno e,  di fronte
    ai propilei eresse, per Api,  un cortile nel quale esso viene nutrito,
    quando  si sia rivelato (123):  tutto circondato di colonne e coperto
    di figure;  per,  invece delle colonne,  sono delle statue di  dodici
    cubiti che ne sostengono il tetto.
    Api per i Greci  Epafo (124).

      154.  Agli  Ioni  e  ai  Cari,  che  avevano  collaborato  con lui,
    Psammetico diede da abitare due localit l'una di fronte all'altra (in
    mezzo vi scorre il Nilo), cui fu posto il nome di "campi militari".
    Assegn,  dunque,  loro questi luoghi e concesse  anche  tutto  quanto
    aveva promesso.  Oltre a ci, affid loro, perch li istruissero nella
    lingua greca,  dei giovani egiziani dai quali,  divenuti padroni della
    lingua, sono discesi gli attuali interpreti che si trovano in Egitto.
    Ioni  e  Cari abitarono per lungo tempo queste localit che si trovano
    dalla parte del mare, un po' al disotto della citt di Bubasti,  sulla
    foce del Nilo che  detta Pelusica.
    Pi  tardi,  il  re Amasi,  avendoli tolti di l,  li fece sistemare a
    Menfi, facendosene una guardia del corpo, in luogo degli Egiziani.
    Appunto perch costoro si stanziarono in Egitto,  noi  di  Grecia  che
    abbiamo  rapporti con loro possiamo sapere con esattezza tutto ci che
    avvenne in Egitto, a cominciare dal regno di Psammetico in poi; poich
    furono questi i primi uomini di lingua diversa che si siano  stabiliti
    in Egitto.
    Nei luoghi dai quali furono tolti per volere di Amasi,  ancora ai miei
    tempi si vedevano i resti  degli  arsenali  e  le  rovine  delle  loro
    abitazioni.
    Ecco, dunque, come Psammetico divenne padrone dell'Egitto.

     155.  Pi volte gi ho fatto menzione dell'oracolo d'Egitto e ora ne
    parler diffusamente perch lo merita.
    Infatti,  quest'oracolo d'Egitto  un santuario di Latona,  eretto  in
    una grande citt,  presso la foce del Nilo detta Sebennitica,  per chi
    dal mare risale verso l'interno.
    Il nome di questa citt dov' l'oracolo    Buto;  l'ho  gi  nominata
    anche prima; e in essa c' pure il tempio di Apollo e di Artemide.
    Quanto al santuario di Latona, nel quale c' l'oracolo, oltre a essere
    in se stesso imponente,  ha anche i propilei che raggiungono l'altezza
    di dieci orge.  Ma degli  elementi  esterni  dir  quello  che  mi  ha
    procurato la pi grande sorpresa.
    In questo sacro recinto di Latona,  c' un tempio ricavato da una sola
    pietra sia nel verso dell'altezza, sia in quello della lunghezza; ogni
    parete ha dimensioni uguali: quaranta cubiti ciascuna; a copertura del
    tetto c' un'altra pietra che ha una cornice di quattro cubiti.

     156. Questo tempio,  fra le cose che risaltano all'occhio,   quella
    che  ho  ammirato  pi  di tutto nel sacro recinto;  subito dopo viene
    l'isola che si chiama Chemmi.  Si trova essa in  un  lago  profondo  e
    vasto,  presso il santuario di Buto e, a detta degli Egiziani, sarebbe
    un'isola  galleggiante:  io,   personalmente,   non  l'ho   vista   n
    galleggiare,  n scossa da alcun movimento e,  all'udir tale voce,  mi
    sono domandato stupito se veramente esista un'isola che galleggi. Vero
     che in essa sorge un gran tempio di Apollo,  in cui sono elevati tre
    altari;  e  vi  sono  nate  in gran numero palme e molte altre piante,
    alcune da frutto, altre infruttifere.
    Gli Egiziani  sostengono  che  essa    vagante  e  aggiungono  questo
    racconto: Latona,  una delle otto divinit primitive che abitava nella
    citt di Buto, dove c' questo suo oracolo, in quest'isola,  che prima
    era immobile,  avrebbe posto in salvo Apollo,  ricevuto in deposito da
    Iside;  e lo tenne celato in quella che ora si dice un'isola  vagante,
    quando,  cercando  per ogni dove,  giunse Tifone che voleva scovare il
    figlio di Osiride (a quello che dicono,  Apollo e  Artemide  sarebbero
    figli  di  Dioniso e di Iside;  Latona la loro nutrice e quella che li
    avrebbe salvati.  In  egiziano  Apollo    detto  Oro,  Demetra  viene
    chiamata  Iside  e  Artemide  Bubasti.   Da  questa  leggenda,   e  da
    nessun'altra,  tolse Eschilo,  figlio di Euforione,  unico fra i poeti
    che  l'hanno  preceduto,  la  notizia  che segue: poich egli present
    Artemide come figlia di Demetra).
    Questa la ragione per cui l'isola divenne vagante:  cos,  almeno,  la
    raccontano gli Egiziani.

      157.  Psammetico regn sull'Egitto per 54 (125) anni;  29 dei quali
    egli li spese a cingere d'assedio Azoto (126),  una grande citt della
    Siria; finch gli riusc di espugnarla.
    Questa Azoto fu, fra tutte le citt che conosciamo, quella che oppose,
    a un assedio, la pi lunga resistenza.

     158.  Psammetico ebbe per figlio Neco, il quale regn sull'Egitto, e
    pose mano per primo al canale che porta al Mare Eritreo,  il cui scavo
    fu ripreso, in un secondo tempo, dal persiano Dario.
    La  lunghezza  del canale  quattro giorni di navigazione e,  quanto a
    larghezza,   fu   scavato   in   modo   che   vi   potessero   passare
    contemporaneamente due triremi.
    Nel  canale  viene immessa l'acqua del Nilo e il punto di deviazione 
    un poco a sud della citt di Bubasti;  passa,  poi,  accanto a  Patumo
    (127) citt dell'Arabia, e sbocca nel mare Eritreo.
    Lo  scavo  cominci,   prima,  nelle  parti  piane  dell'Egitto  verso
    l'Arabia; vicino a questa pianura,  verso l'interno,  c' la catena di
    monti che si stende di fronte a Menfi e in cui sono le cave di pietra.
    Alle  falde  di  questa  montagna  stato tracciato il canale,  che si
    stende in lunghezza da occidente a  oriente;  prosegue  poi  verso  le
    gole, portandosi, dalla montagna, verso mezzogiorno e verso la regione
    dove soffia il vento Noto, fino al Golfo Arabico.
    L  dove  la  distanza   pi breve e pi rapido il passaggio dal mare
    settentrionale a quello meridionale,  che viene detto  anche  Eritreo,
    cio  dal  monte Casio,  che segna il confine fra l'Egitto e la Siria,
    fino al Golfo Arabico, ci sono mille stadi. Questa, naturalmente,  la
    distanza pi breve;  ma il canale  molto pi lungo,  in quanto   pi
    tortuoso: ben 120 mila Egiziani perirono,  sotto il re Neco, mentre lo
    scavavano.  Neco,  per,  lo lasci  interrotto  a  met,  poich  era
    intervenuto a distoglierlo un oracolo, secondo il quale egli preparava
    il  lavoro  per un Barbaro: gli Egiziani chiamano Barbari tutti quelli
    che non parlano la loro stessa lingua.

     159.  Interrotto lo scavo del canale,  Neco si  volse  a  spedizioni
    militari. Furono costruite triremi, parte per il mare settentrionale e
    parte  nel  Golfo  Arabico  per  il Mare Eritreo: se ne possono ancora
    vedere gli arsenali.
    Neco si valeva delle navi in caso di necessit;  con  i  Siri  invece,
    venne  a  battaglia in terraferma e li vinse a Magdolo (128);  dopo la
    vittoria, s'impadron di Caditi (129), che  un'importante citt della
    Siria. Consacr, poi,  ad Apollo,  avendola mandata ai Branchidi (130)
    di Mileto,  la veste che si trovava ad indossare quando aveva compiuto
    le vittoriose imprese.
    Mor dopo aver regnato in tutto 16 anni (131),  lasciando il potere  a
    suo figlio Psammi.

     160.  Mentre questo Psammi regnava sull'Egitto, vennero dei messi da
    Elea,  i quali dicevano con orgoglio che i  Giochi  di  Olimpia  erano
    regolati  da  loro  nel  modo  pi  giusto  e  pi splendido che fosse
    possibile fra gli uomini;  pensavano che  nemmeno  gli  Egiziani,  che
    erano i pi saggi del mondo,  avrebbero potuto escogitare qualche cosa
    di pi perfetto.
    Ordunque,  quando gli Elei,  arrivati in  Egitto,  ebbero  esposto  le
    ragioni  per  cui  erano  venuti,  allora il re convoc quelli fra gli
    Egiziani che avevano fama di essere i pi saggi.
    Questi, quando si furono adunati, s'informarono minutamente dagli Elei
    che esponevano tutto quanto spettava loro di fare per indire le  gare;
    finita e completata la loro esposizione,  dissero che erano venuti per
    sapere se gli Egiziani potevano  immaginare  qualche  cosa  che  fosse
    secondo giustizia pi di quello che essi facevano.
    Gli Egiziani,  dopo essersi tra loro consultati, chiesero agli Elei se
    i loro concittadini partecipassero alle gare e quelli  risposero  che,
    chiunque voleva,  poteva prender parte ai giochi, tanto i loro, quanto
    gli altri Greci, senza distinzione alcuna.
    Gli Egiziani, per, osservarono che,  cos ordinando le gare,  s'erano
    del tutto allontanati dal giusto; poich era assolutamente impossibile
    che essi non si schierassero con il loro concittadino in gara, facendo
    torto al forestiero.
    Se volevano,  quindi,  prendere delle misure di giustizia,  ed era per
    questo che erano venuti in Egitto,  li consigliavano di indire le gare
    per  i concorrenti stranieri e che a nessuno degli Elei fosse permesso
    parteciparvi.
    Questo fu il suggerimento che gli Egiziani diedero a quelli di Elea.

     161.  A Psammi,  che regn sull'Egitto sei anni (132) soltanto e che
    venne  a  morire  subito dopo aver condotto una spedizione militare in
    Etiopia, successe il figlio Aprieo, che fu il pi fortunato dei re che
    lo precedettero, eccettuato il suo bisavolo Psammetico, avendo regnato
    per 25 anni (133),  durante i quali mosse con l'esercito contro Sidone
    e combatt per mare contro il re di Tiro.
    Ma poich era pur destino che lo cogliesse sventura, questa gli capit
    per  il  motivo  che io pi diffusamente esporr nei "racconti libici"
    (134), e cui, per il momento, accenner soltanto.
    Infatti,  pur avendo mandato un potente esercito contro Cirene,  ne fu
    gravemente   sconfitto;   e   i   soldati,   che   gli  rimproveravano
    l'insuccesso, si staccarono da lui,  convinti che Aprieo a bella posta
    li avesse mandati a una sicura disfatta,  per poter poi, liberatosi di
    loro, dominare pi sicuramente sugli altri Egiziani.
    Cos,  pieno di sdegno,  questi reduci e gli amici di quelli che erano
    morti, si staccarono immediatamente dal re.

     162. Informato di ci, Aprieo manda da loro Amasi, perch con le sue
    parole li induca a desistere.
    Quello,  arrivato in mezzo ai ribelli, tentava di trattenerli dal fare
    quanto avevano in mente ma,  mentre egli parlava,  un egiziano che gli
    stava  alle  spalle gli pose in capo un elmo,  dicendo,  mentre glielo
    imponeva, che lo designava come loro re.
    A lui questo gesto non doveva certo riuscire sgradito,  come  dimostr
    anche  la  sua  condotta;  poich,  non  appena  i  rivoltosi egiziani
    l'ebbero fatto re, egli si prepar per marciare contro Aprieo.
    Questi,  venuto a conoscenza della cosa,  sped da Amasi un uomo,  che
    godeva  molta  reputazione  fra  gli  Egiziani  del suo seguito,  e si
    chiamava Patarbemi,  con l'ordine che gli portasse vivo Amasi  al  suo
    cospetto.
    Arrivato a destinazione,  Patarbemi invit Amasi a ritornare;  ma egli
    (per caso, si trovava a cavallo),  sollevata una gamba,  fece udire un
    suono e ordin di portar quello ad Aprieo.
    Nonostante ci,  Patarbemi insisteva con lui che si presentasse al re,
    dato che il re lo chiamava,  e l'altro a rispondere che era quello che
    da  tempo si preparava a fare;  Aprieo non avrebbe avuto da lamentarsi
    di lui,  poich non  solo  egli  si  sarebbe  presentato,  ma  avrebbe
    condotto anche altri.
    Da  questo  modo  di  parlare,  Patarbemi  comprese  qual  era  la sua
    intenzione e,  vedendolo preparato,  s'affrett a  ritornare,  volendo
    informare al pi presto il re di quanto avveniva.
    Quando  egli si present ad Aprieo,  senza condurgli Amasi,  il re non
    stette a riflettere un attimo, ma al colmo dell'ira com'era,  gli fece
    tagliare  le orecchie e il naso.  Allora gli altri Egiziani che ancora
    avevano simpatia per lui,  al vedere quell'uomo,  che era tra loro  il
    pi ragguardevole, cos vergognosamente deturpato, senza attendere pi
    oltre,   abbandonarono   il   re  passando  dall'altra  parte,   e  si
    consegnarono ad Amasi.

     163. Udita anche quest'altra defezione, Aprieo arm i suoi ausiliari
    e marci contro gli Egiziani: egli aveva intorno a  s,  come  milizia
    ausiliaria,  30  mila uomini fra Cari e Ioni;  la sua residenza regale
    era nella citt di Sais, ed era vasta e degna di essere vista.
    Sicch Aprieo, con le sue forze, moveva contro gli Egiziani,  e Amasi,
    con i suoi, marciava contro i soldati forestieri: ambedue gli eserciti
    arrivarono  presso  la  citt  di  Momenfi (135) e si accingevano alla
    prova sul campo di battaglia.

     164. In Egitto vi sono sette classi, denominate cos: i sacerdoti, i
    guerrieri, i pastori, i porcari, i mercanti, gli interpreti, i piloti.
    Tante sono (136) le caste degli Egiziani, e i loro nomi derivano dalle
    professioni esercitate.
    Quelli tra essi che sono i guerrieri,  quanto  al  nome,  si  chiamano
    "Calasiri" ed "Ermotibi"; e quanto ai "distretti" (dato che l'Egitto 
    tutto diviso in distretti), abitano i seguenti:

     165. Gli Ermotibi i distretti: Busiride, Saite, Chemmite, Papremite,
    l'isola  chiamata  Prosopitide e la met di Nato;  da queste localit,
    provengono gli  Ermotibi  che,  nei  momenti  di  massima  prosperit,
    raggiunsero  la  cifra  di  160  mila: nessuno di essi ha mai imparato
    alcun mestiere;  ma si  sono  dedicati  completamente  all'arte  della
    guerra.

      166.  Ai  Calasiri  appartengono  questi  altri  distretti: Tebano,
    Bubastite, Aftite, Tanite, Mendesio, Sebennite,  Atribite,  Farbetite,
    Tmuite,  Onufite, Anusio, Miegforite (quest'ultimo occupa un'isola, di
    fronte alla citt di Bubasti); questi i "distretti" dei Calasiri, che,
    nei periodi pi floridi, giunsero fino a 250 mila uomini.
    Neppure a costoro  lecito praticare un'arte qualsiasi: solo a  quella
    della guerra si dedicano e la tramandano di padre in figlio.

      167.  Se i Greci abbiano ricevuto anche questa consuetudine di vita
    dagli Egiziani,  non potrei affermarlo con sicurezza,  poich vedo che
    anche i Traci,  gli Sciti,  i Persiani, i Lidi e quasi tutti i Barbari
    considerano di minor riguardo,  in  confronto  agli  altri  cittadini,
    quelli  che  imparano  un'arte e i loro discendenti;  mentre,  invece,
    ritengono nobili quelli che sono liberi da  lavori  manuali;  in  modo
    particolare quelli che si sono consacrati all'esercizio della guerra.
    E'   questa  una  mentalit  che  tutti  i  Greci  hanno  assorbito  e
    specialmente gli Spartani; i Corinzi, invece,  sono quelli che meno di
    tutti disprezzano gli artigiani.

      168.  I guerrieri,  soli fra gli Egiziani,  eccettuati i sacerdoti,
    godevano questi speciali privilegi: a ciascuno erano assegnate  dodici
    "arure" di terra libere da imposte.
    L'"arura"  un quadrato che misura su ogni lato 100 cubiti egiziani, e
    il cubito egiziano, per combinazione,  uguale a quello di Samo (137)
    Era  questo  un  privilegio  speciale che avevano tutti;  quest'altro,
    invece, lo godevano a turno e non toccava mai agli stessi.
    Ogni anno,  1000 Calasiri e altrettanti Ermotibi costituivano il corpo
    di  guardia  del re;  orbene a costoro,  oltre alle "arure",  venivano
    concessi questi altri compensi: ogni giorno,  un peso di cinque mine a
    testa  di  grano  abbrustolito,  due  mine  di  carne bovina e quattro
    "aristeri" (138) di vino.
    Ecco quanto veniva fornito a quelli che, di volta in volta,  formavano
    il corpo di guardia.

     169. Quando, venendosi incontro, Aprieo alla testa degli ausiliari e
    Amasi  al  comando  di  tutti  gli  Egiziani,  giunsero  nei pressi di
    Momenfi,  si scontrarono (139) sul campo:  i  forestieri  combatterono
    valorosamente;  ma,  poich  erano di gran lunga inferiori per numero,
    furono sopraffatti.
    Aprieo,  si dice,  aveva la convinzione che nessuno,  nemmeno un  dio,
    avrebbe  potuto  sbalzarlo dal trono,  tanto saldamente credeva che la
    sua potenza fosse radicata.
    Eppure, allora,  nello scontro fu battuto e,  preso vivo,  fu condotto
    nella citt di Sais, in quella che prima era la sua residenza e allora
    era ormai divenuta la reggia di Amasi.
    Ivi,  per un certo tempo,  visse nel palazzo reale e Amasi lo trattava
    con riguardo;  ma,  alla fine,  siccome gli  Egiziani  lo  biasimavano
    perch  non  agiva  secondo  giustizia  mantenendo  in vita il peggior
    nemico del paese e suo, Amasi lo diede in mano a loro.
    Essi lo strangolarono e poi lo deposero nel sepolcro dei  suoi  padri,
    che  si  trova nel recinto sacro di Atena,  molto vicino al tempio,  a
    mano sinistra di chi entra: in questo santuario gli abitanti  di  Sais
    seppellirono tutti i re (140) che appartenevano al loro distretto.
    Poich,  se  la  tomba  di  Amasi  un po' discosta dal tempio che non
    quella di Aprieo e dei  suoi  padri,    pur  tuttavia  anch'essa  nel
    cortile  del  santuario:    un grande vestibolo di pietra,  adorno di
    colonne,  imitanti piante di palma,  e  di  altri  costosi  ornamenti;
    all'interno  del  vestibolo  si levano due porte maestose;  tra le due
    porte il monumento sepolcrale.

     170. In Sais e, precisamente, nel santuario di Atena, si trova anche
    la tomba di colui (141) che ritengo  doveroso  non  nominare  in  tale
    circostanza:    situata nella parte posteriore del tempio e si stende
    lungo tutta la parete del sacrario di Atena.
    Nel sacro recinto si elevano dei grandi  obelischi  di  pietra  e,  l
    vicino, ornato d'un parapetto in pietra accuratamente lavorato, c' un
    lago che, per grandezza, m' sembrato pari, press'a poco, a quello che
    c' in Delo ed  chiamato lago "circolare"

      171.   Presso  questo  lago  gli  Egiziani,   di  notte,  fanno  le
    rappresentazioni delle dolorose vicende di Lui (142); rappresentazioni
    che essi chiamano misteri: con maggiori dettagli io so  come  ciascuno
    di essi si svolge; ma non se ne parli nemmeno.
    Anche  intorno  all'iniziazione  di  Demetra,  che  i  Greci  chiamano
    "Tesmoforie",  anche su questo si faccia  silenzio  se  non  per  dire
    quanto    lecito: furono le figlie di Danao che portarono dall'Egitto
    questo rito e lo insegnarono alle donne pelasgiche. Pi tardi,  quando
    gli  abitanti del Peloponneso furono scacciati dai Dori,  la cerimonia
    and in disuso;  ma la conservarono gli Arcadi,  i  soli  rimasti  dei
    Peloponnesiaci e che non furono costretti ad emigrare.

     172. Tolto, dunque, di mezzo Aprieo, sal sul trono (143) Amasi, che
    era del distretto di Sais; ma la sua citt di origine si chiamava Siuf
    (144).
    In  un primo tempo gli Egiziani lo guardavano con disprezzo,  e non lo
    tenevano certo in grande considerazione,  perch era un popolano e  la
    sua  famiglia  non  era illustre;  ma,  in seguito,  Amasi se li seppe
    accattivare con l'abilit, non con l'arroganza.
    Tra gli infiniti oggetti preziosi che possedeva, c'era anche un bacile
    d'oro nel quale  solevano  lavare  i  piedi  Amasi  stesso  e  i  suoi
    convitati in ogni circostanza. Egli, dunque, ridotto in pezzi, ne fece
    fare  la  statua di un dio,  che poi colloc nel luogo della citt che
    era il pi opportuno.
    Gli Egiziani,  venendo in folla presso la statua,  la circondavano  di
    grande venerazione, e Amasi, informato di quanto facevano i cittadini,
    chiamatili  a raccolta,  rivel loro che la statua aveva avuto origine
    da quel bacile nel  quale,  prima,  gli  Egiziani  solevano  vomitare,
    orinare e lavarsi i piedi,  e che allora,  invece, onoravano con tanto
    trasporto.
    Allo stesso modo,  proseguiva,  anch'egli aveva  avuto  la  sorte  del
    bacile poich, se prima era un semplice popolano, al presente egli era
    loro  re  e  pretendeva  che  l'onorassero  e  lo trattassero con ogni
    riguardo.
    In tal modo,  attir a s gli Egiziani tanto che accettarono come cosa
    giusta essere a lui soggetti.

      173.  Nel  disbrigo  dei  suoi doveri egli aveva questo sistema: al
    mattino,  fino  all'ora  in  cui  il  mercato    pieno,  si  dedicava
    attivamente  agli  affari che gli si presentavano;  ma da quell'ora in
    poi si dava al bere, combinava scherzi ai suoi compagni di mensa, e si
    dimostrava frivolo e buffone.
    I suoi amici,  che tolleravano  a  malincuore  questi  suoi  modi,  lo
    ammonivano  dicendogli  cos:  O re,  tu non ti comporti saggiamente,
    lasciandoti andare troppo in basso: tu dovresti, assiso con maest sul
    sacro trono,  per tutta la giornata attendere ai tuoi uffici;  in  tal
    modo  gli  Egiziani  riconoscerebbero che sono governati da un uomo di
    valore e tu godresti migliore reputazione.
    Ora, invece, quello che fai non  assolutamente degno d'un re.
    Ma egli rispondeva: Quelli che  possiedono  un  arco,  quando  devono
    adoperarlo  lo  tendono;  quando,  per,  l'hanno  usato,  lo lasciano
    allentare; poich, se fosse costantemente teso, finirebbe col rompersi
    e non potrebbero valer sene in caso di necessit.
    Cos    anche  la  condizione  dell'uomo.   Se  volesse  uno  essere
    costantemente impegnato in cose serie,  e non si lasciasse andare,  di
    tanto in  tanto,  al  sollievo  e  allo  scherzo,  senza  accorgersene
    diventerebbe pazzo o finirebbe, almeno, per abbrutirsi.
    Ora, io che lo so, do all'una e all'altra cosa la sua parte.
    Questa fu la risposta che diede agli amici.

      174.  Si  racconta  che Amasi,  anche quando era cittadino privato,
    beveva volentieri, era amante dello scherzo e non era certo quello che
    si dice un uomo serio.
    Quando,  a forza di gozzovigliare e di  darsi  alla  bella  vita,  gli
    venivano a mancare i mezzi, soleva andar qua e l a rubare.
    Orbene, quelli che lo accusavano di tenere presso di s beni che erano
    loro,  quando  si  ostinava  a  negare,  lo traevano di solito davanti
    all'oracolo  del  luogo,   dove  ciascuno  si  trovava:  spesso  anche
    dall'oracolo  veniva  convinto  di  furto;  ma  pure  spesso ne usciva
    assolto.
    Quando,  poi,  sal al trono,  ecco cosa fece: di tutti  gli  di  che
    l'avevano scagionato dall'accusa di furto,  egli trascurava in pieno i
    templi e non concedeva nessun contributo per  restaurarli;  n  vi  si
    recava a offrire sacrifici, perch, diceva, non meritavano nulla, dato
    che  possedevano oracoli che mentivano;  mentre si prendeva la massima
    cura di tutti quelli che  l'avevano  condannato  come  ladro,  poich,
    quelli s, erano veramente di e avevano oracoli non menzogneri.

      175.  E  quindi,  a Sais,  in onore di Atena,  non solo costru dei
    propilei meravigliosi,  che per altezza e splendore superavano di gran
    lunga  quelli  di  tutti  gli altri,  oltre che per la dimensione e la
    qualit delle pietre adoperate;  ma consacr anche statue colossali ed
    enormi  sfingi con volto d'uomo,  e fece portare altri massi di pietra
    di straordinarie dimensioni per le opere di restauro.
    Parte di questi blocchi li fece venire dalle cave che erano di  fronte
    a  Menfi;  gli  altri,  invece,  quelli pi colossali,  dalla citt di
    Elefantina, che dista da Sais ben venti giorni di navigazione.
    Non meno di tutti,  per,  anzi,  al massimo  grado,  suscita  la  mia
    ammirazione  questo  che sto per descrivere: fece venire da Elefantina
    un tempietto, tratto da un solo masso: per trasportarlo ci vollero tre
    anni, e ben duemila uomini ne furono incaricati, tutti "piloti".
    All'esterno  le  dimensioni  di  questa  stanza  sono  21  cubiti   di
    lunghezza,  14  di larghezza e 8 di altezza.  Queste le misure esterne
    del piccolo tempio monolitico.
    All'interno,  sono diciotto cubiti e un  pigone  (145)  di  lunghezza,
    dodici cubiti di larghezza e cinque di altezza.
    Questo  masso  si trova presso l'ingresso del santuario: non fu tirato
    dentro il sacro recinto, dicono,  per questa ragione: il direttore dei
    lavori,  mentre l'operazione di accostamento si svolgeva, poich c'era
    voluto molto  tempo  ed  era  sfinito  dalla  fatica,  s'era  lasciato
    sfuggire un gemito; e Amasi s'era fatto scrupolo di non permettere che
    si procedesse pi oltre.
    Altri,  invece,  raccontano  che  sotto di esso rimase schiacciato uno
    degli uomini che s'affannavano a spingerlo per mezzo di  leve;  e  che
    per  questa  disgrazia  s'era rinunciato a trascinarlo all'interno del
    recinto sacro.

     176.  Anche in tutti gli altri templi rinomati  Amasi  dedic  delle
    opere  che,  per  la  loro  grandezza,  meritano di essere viste.  Tra
    l'altro.  in Menfi,  il colosso che giace supino davanti al tempio  di
    Efesto, e che misura 75 piedi di lunghezza.
    Sul  medesimo  piedestallo  si  ergono due colossi in pietra etiopica,
    alti venti piedi ciascuno,  l'uno da una parte  e  l'altro  dall'altra
    della grande statua.
    Anche  in  Sais esiste un altro colosso,  cos grande,  che giace allo
    stesso modo di quello in Menfi;  e fu pure Amasi che fece costruire in
    Menfi  il  santuario in onore di Iside,  vasto e molto degno di essere
    visitato.

     177. Sotto il regno di Amasi,  si dice,  l'Egitto godette il massimo
    della  prosperit,  sia per i vantaggi che vennero al paese dal fiume,
    sia per i prodotti che la terra offriva agli  abitanti:  le  citt  in
    esso abitate sarebbero state, allora, in tutto, 20 mila.
    Fu  Amasi  che  promulg  per  gli  Egiziani la legge che,  ogni anno,
    ciascun cittadino dovesse dichiarare al  governatore  della  provincia
    donde  traeva i suoi proventi: chi non lo faceva e non giustificava il
    suo tenore di vita, veniva punito con la morte.
    Solone di Atene prese dall'Egitto questa legge per divulgarla tra  gli
    Ateniesi: ed essi l'osservano tuttora, perch  veramente giustissima.


      178.  Animato  da  simpatia verso i Greci,  Amasi ad alcuni di essi
    concesse particolari favori: tra l'altro,  a quelli  che  venivano  in
    Egitto  assegn  la citt di Naucrati affinch l'abitassero;  a quelli
    che non intendevano stabilirvisi,  ma giungevano col soltanto per  il
    commercio, diede dei luoghi per erigervi altari e templi ai loro di.
    Quello che,  attualmente,  il loro santuario pi grande, pi famoso e
    pi frequentato,  e che si chiama  "Ellenio",  fu  costruito  a  spese
    comuni  delle  seguenti  citt:  per  gli  Ioni,  Chio,  Teo,  Focea e
    Clazomene; per i Dori, Rodi,  Cnido,  Alicarnasso e Faselide;  per gli
    Eoli, la sola Mitilene.
    A  queste citt appartiene il sacro recinto: ed esse pure forniscono i
    sopraintendenti al mercato; tutte le altre citt che pretendono farlo,
    hanno una pretesa che non le riguarda affatto.
    A parte, gli Egineti,  per conto loro,  costruirono un tempio in onore
    di Zeus; un altro, consacrato ad Era, lo costruirono quelli di Samo, e
    quelli di Mileto eressero il santuario di Apollo.

     179.  In antico,  soltanto Naucrati era centro di commercio e non ve
    n'era altri in Egitto.
    Se uno approdava a qualche  altra  foce  del  Nilo,  era  costretto  a
    giurare  di  non esservi giunto deliberatamente e,  dopo aver prestato
    giuramento,  doveva mettersi in mare con la stessa nave  in  direzione
    della foce Canopica;  oppure, se non era possibile salpare a causa dei
    venti contrari,  si dovevano trasportare le merci facendo il giro  del
    Delta, su imbarcazioni egiziane, fino a che non giungevano a Naucrati.
    Tanto era rispettato il privilegio di Naucrati.

      180.  Quando  gli  Anfizioni  diedero in appalto per 300 talenti la
    costruzione del tempio che esiste attualmente  in  Delfi  (quello  che
    c'era  prima aveva preso fuoco per cause fortuite),  tocc a quelli di
    Delfi di fornire la quarta parte della somma.  Sicch essi,  recandosi
    di citt in citt, raccoglievano offerte; e, cos facendo, dall'Egitto
    ricavarono,  si  pu dire,  il maggiore contributo: poich Amasi diede
    loro 1000 talenti di allume; i Greci residenti nel paese contribuirono
    con venti mine.

     181.  Con gli abitanti di Cirene Amasi strinse legami di amicizia  e
    di alleanza. Anzi volle persino prendere in moglie una donna di quella
    citt,  sia  che  sentisse  desiderio  d'una  donna  greca;  sia anche
    semplicemente, per la simpatia che aveva verso quelli di Cirene.
    E sposa,  dunque,  chi dice la figlia di Batto,  figlio di  Arcesilao;
    chi,  invece,  la figlia di Critobulo,  un cittadino ragguardevole, la
    quale si chiamava Ladice.
    Ogni qual volta,  per,  Amasi giaceva con lei,  non gli  riusciva  di
    possederla, mentre poteva godere delle altre donne.
    Siccome  la  cosa  andava per le lunghe,  Amasi disse a questa Ladice:
    Donna,  tu mi hai stregato,  e non c' scampo che tu  non  faccia  la
    morte peggiore di tutte le donne.
    Ladice, allora, poich, nonostante le sue proteste di innocenza, Amasi
    non  si faceva pi ragionevole,  fece in cuor suo un voto ad Afrodite:
    se la notte successiva,  Amasi  avesse  potuto  unirsi  con  lei  (era
    questo, infatti, l'unico suo rimedio del male), le avrebbe mandato una
    statua a Cirene.  Dopo la preghiera,  subito Amasi pot possederla;  e
    d'allora in poi, sempre, quando veniva a visitarla, con lei si univa e
    in seguito l'am teneramente.
    Ladice sciolse, poi, il voto alla dea: fatta fare una statua, la mand
    a Cirene e ancora ai miei tempi essa vi  era  conservata,  all'esterno
    della citt di Cirene.
    Questa  Ladice,  quando Cambise divenne padrone dell'Egitto e sent da
    lei chi fosse, fu rimandata a Cirene e non le si fece alcun male.

     182.  Amasi consacr anche delle offerte nel paese  dei  Greci:  non
    solo,  infatti, mand a Cirene una statua dorata di Atena e la propria
    immagine dipinta; ma pure ad Atena venerata in Lindo (146), dedic due
    statue di pietra e una corazza di lino, opera degna di essere vista; e
    a Samo,  in onore di Era,  mand due  proprie  immagini,  scolpite  in
    legno,  che  ancora  al  mio  tempo  erano collocate nel grande tempio
    dietro le porte.
    A Samo egli fece queste offerte per i vincoli  di  ospitalit  che  lo
    legavano a Policrate, figlio di Eace; a Lindo, invece, non per ragioni
    di  ospitalit;  ma  perch  il  tempio di Atena in Lindo,  secondo la
    tradizione,  sarebbe stato fondato dalle figlie  di  Danao,  approdate
    col quando fuggivano i figli di Egitto.
    Queste furono le offerte sacre di Amasi.
    Egli  fu il primo al mondo (147) che s'impadron dell'isola di Cipro e
    la costrinse a pagargli un tributo.







    NOTE.

    N. 1. L'avvento ufficiale al trono d'Egitto di Psammetico Primo, della
    Ventiseiesima dinastia, viene comunemente fissato nell'anno 666 a. C.
    N.  2.  Effettivamente la parola "becos"  si  trova  nelle  iscrizioni
    frige.  D'altra  parte  sappiamo  da  Ipponatte  che  a Cipro con tale
    termine designavano il pane.
    N. 3. E' il dio egiziano chiamato Phtah,  a cui era dedicato in Menfi,
    la sua citt sacra,  un tempio grandioso, molto venerato e visitato da
    indigeni e forestieri.
    N.  4.  Tebe: citt santa.  famosa per il culto di Amon  (Zeus);  come
    Eliopoli era famosa per il culto di Ra (il sole).
    N.  5.  Specialmente il sorgere di Sothis (Sirio), la cui comparsa (20
    luglio circa) segnava per gli Egiziani il principio dell'anno. L'anno,
    poi,  aveva tre stagioni,  in rapporto appunto al Nilo: 1) inondazione
    (luglio,   agosto,  settembre,  ottobre);  2)  seminagione  (novembre,
    dicembre,  gennaio,  febbraio);  3) raccolto (marzo,  aprile,  maggio,
    giugno).
    N.  6. Erano giorni sacri alla celebrazione del genetliaco di Osiride,
    Horos, Set, Iside e Nephthys.
    N. 7. Dodici di: Zeus,  Era,  Apollo,  Artemide,  Posidone,  Demetra,
    Efesto, Atena, Ares, Afrodite, Ermete, Estia.
    N. 8. Si accenna ai bassorilievi raffiguranti vari animali (sparviero,
    ibis,  toro,  gatto,  serpente)  sotto  le  cui forme alcuni di erano
    venerati.
    N.  9.  Mina  Menes,  il fondatore di Menfi,  a cui si fa risalire la
    costituzione dell'impero tinita con la prima e seconda dinastia, e che
    Manetone ricorda come primo re-uomo, dopo i re divini.
    N. 10. S'intende il Delta e, forse la valle fino a Menfi.
    N.  11.  Cio a 22 metri circa, dato che l'"orgia", corrispondente a 6
    "piedi", misurava circa 2 metri.
    N. 12. Lo "stadio" misurava 177,70 metri;  la "parasanga" 5,328 metri;
    lo "scheno" 10656 metri.
    N.   13.   Cio  639,360  chilometri,   misura,   naturalmente,   solo
    approssimativa.
    N.  14.  Sorgeva sulla piazza del mercato ed era  stato  costruito  da
    Pisistrato, figlio del tiranno Ippia.
    N.  15.  Pisa: localit dell'Elide, nel Peloponneso: in essa, lungo le
    rive dell'Alfeo, era la citt di Olimpia.
    N.   16.   Elefantina:  citt  ai  confini  dell'Etiopia  nei   pressi
    dell'antica Syene, l'odierna Assuan, dove giunse nei suoi viaggi anche
    Erodoto.
    N.  17.  Cio  io Scamandro (Ilio),  il Cairo (Teutrania),  il Caistro
    (Efeso) e il Meandro.
    N. 18. "Insenatura marina", il Mar Rosso.
    N. 19. Mare Eritreo: l'Oceano Indiano.
    N. 20. Il "cubito" corrispondeva a 0,443 metri.
    N.  21.  Per Erodoto,  Meri precedeva di due generazioni la guerra  di
    Troia e questa guerra (1250 circa a.  C.) era anteriore di poco pi di
    otto secoli ai tempi dello storico. In realt,  se si deve individuare
    il  leggendario  Meri  (non  c'  alcun re di tal nome tra le dinastie
    egiziane!) con Amenemhet Terzo, questo re sarebbe vissuto molti secoli
    prima.
    N.  22.  Torre di Perseo: doveva essere una torre di vedetta (sacra  a
    una  divinit egiziana che corrispondeva all'eroe greco Perseo),  che,
    secondo Strabone, si trovava ad est della foce solbitinica, del resto,
    non la pi occidentale del  Nilo.  Le  Tarichee,  forse,  erano  degli
    stabilimenti  per l'essiccazione dei pesci e la loro salatura,  che si
    trovavano sparse un po' ovunque sulla costa egiziana.
    N.  23.  Agli Egiziani era vietato sacrificare le  vacche  e,  quindi,
    consumarne le carni, perch erano sacre a Iside.
    N.  24.  Estesii: venti di tramontana,  che spirano a met dell'estate
    per circa 40 giorni da nord-ovest.
    N. 25.  Questa teoria sembra risalire ad Eutimene di Marsiglia,  i cui
    viaggi ebbero forse luogo verso la fine del sesto secolo a.  C.  Sulle
    coste dell'Africa occidentale aveva visto la foce d'un fiume che, alla
    stagione delle piogge,  formava delle lagune  d'acqua  dolce,  in  cui
    vivevano coccodrilli e ippopotami,  come nel Nilo, e ne aveva concluso
    che l era l'origine del Nilo.  Le inondazioni  avrebbero  avuto  come
    causa  l'azione dei venti di nord-ovest che spingevano all'imboccatura
    del fiume l'acqua dell'oceano (Legrand: "Hrodote", pag. 79 n.).
    N. 27. Prospettata da Anassagora.
    N. 28. Si deve trattare di Ecateo, che ammetteva l'esistenza del fiume
    Oceano tutto intorno alla terra e riproponeva,  forse,  la spiegazione
    di Eutimene.
    N. 29. Noto e Libeccio: venti di sud e di sud-ovest.
    N.  30.  Secondo  una  teoria dei fisici antichi il sole e altri corpi
    ignei sarebbero alimentati da vapori d'acqua.
    N. 31. Atena, cio la dea Neith.
    N. 32. Tacompso: localit non bene identificata. Forse  l'isola Derar
    (in egiziano Kemsa),  situata  un  po'  a  sud  di  Dakken  (confronta
    Legrand, op. cit. pag. 84).
    N.  33.  Meroe:  capitale degli antichissimi Etiopi,  a sud di Napata,
    ricca di templi dedicati ad Amon e ad Osiride,  che Erodoto identifica
    in Zeus e Dioniso.
    N.  34.  Paese  dei  disertori:  localit  dove,  secondo Erodoto,  si
    sarebbero concentrati molti nobili Egiziani che, sentendosi offesi per
    la  fiducia  che  il  loro  re  Psammetico  riponeva   nelle   milizie
    mercenarie,  gli  si  erano  ribellati  ed  erano stati accolti dal re
    etiope di Napata.
    N. 35. Per la verit, sarebbero esattamente solo 112 giorni.
    N.  36.  Solunte: promontorio situato all'estremit occidentale  della
    Mauritania,    corrispondente,    forse,   all'attuale   Capo   Cantin
    sull'Atlantico.
    N. 37.  Giova ricordare,  fra tutte,  le famose colonie di Cirene,  di
    Barca, di Cartagine.
    N.   38.   Pirene,   nominata   anche  da  altri  scrittori,   sorgeva
    all'estremit orientale dei Pirenei.  Non  il caso di insistere sulle
    errate  cognizioni  geografiche  che il nostro Storico condivideva con
    tutte le persone del tempo suo.
    N. 39. Istria: sorgeva sulle coste della Dobrugia,  a sud dell'attuale
    foce di San Giorgio, ove ora si trova Istere.
    N.  40.  Cio  la "geroglifica-ieratica",  detta anche scrittura degli
    di, e la "demotica", detta anche scrittura dei libri.
    N. 41. Sembra fuori dubbio che si debba intendere la dea Iside.
    N. 42.  Io,  figlia di Inaco,  era stata trasformata in giovenca dalla
    gelosa Giunone.
    N. 43. Tra le diramazioni Canopica e Sebennitica.
    N.  44.  Afrodite: la dea egiziana, Hathor, il cui nome entra anche in
    quello della citt, Atarbechi: come Iside, anche ad Hathor erano sacre
    le giovenche.
    N. 45. Zeus Tebano: Amon o Amon-Ra, il grande dio di Tebe.
    N.  46.   Mendes: citt che si trovava nella parte nord-orientale  del
    Delta,  ove  aveva  un  culto particolare il dio Pan,  raffigurato con
    testa e  piedi  di  capro.  In  lingua  egiziana  la  parola  "Mendes"
    designava tanto il dio Pan, quanto il capro.
    N. 47. Eracle: il dio che Erodoto chiama cos , forse, Chonsu, figlio
    di Amon e di Mout.
    N.  48.  Il  re  Amasi,  citato  come  estremo  limite  delle dinastie
    egiziane,  perch sotto il regno di suo figlio Psammenito l'Egitto  fu
    occupato dai Persiani, regn dal 569 al 526 a. C.
    N. 49. Eracle: identificato con la divinit siriaca "Bal", onorata dai
    Tiri sotto il nome di Melkart.
    N.  50.  Europa:  figlia  di Agenore,  era stata rapita da Giove sotto
    forma di toro; i suoi fratelli, Taso e Cadmo, s'erano subito affannati
    per ricercarla.
    N. 51. Eracle era ritenuto contemporaneo ai figli di Edipo,  Eteocle e
    Polinice: risalendo nelle generazioni,  si avr,  quindi: Edipo, Laio,
    Labdaco,  Polidoro e Cadmo,  il cui fratello,  Taso,  avrebbe  fondato
    l'omonima citt.
    N.  52.  Dioniso  Osiride,  come  gi stato detto;  quanto a Selene,
    secondo alcuni sarebbe la dea Nekheb; secondo altri la dea Iside.
    N. 53. Cubito: unit di misura corrispondente a 0,443 metri.
    N. 54. Anche gli Ateniesi erano di razza pelasgica.
    N. 55. I Cabiri erano divinit del fuoco, lavoratori di metalli, figli
    di Vulcano e di Cabira. D'origine pelasgica,  erano venerati a Lemno e
    a Samotracia.
    N.  56.  Poco prima dei tempi di Erodoto,  i Pelasgi dell'Attica erano
    passati a Samotracia e a Lemno donde erano stati scacciati  dai  Sami.
    N.  57. Epiteti che facevano allusione all'origine, al carattere, alla
    storia  delle  persone  cui   venivano   applicati   o   servivano   a
    qualificarli.
    N.  58.  Erodoto fa risalire ingenuamente la parola "thes" (dio) alla
    radice del verbo greco "tithemi" (porre in ordine),  come se i Pelasgi
    parlassero la lingua greca, mentre egli stesso ha dichiarato (libro 1,
    cap. 57) che usavano altra lingua.
    N. 59. Orfeo, Museo, Lino, Olimpo' eccetera.
    N.  60.  Cio,  l'oracolo di Dodona, in Epiro e quello di Zeus Ammone,
    nell'oasi di Sivah.
    N.  61.  E come tale,  aveva una tinta piuttosto scura,  anche se  non
    nera.
    N. 62. Bubasti: l'odierna Tell-Basta, dove era venerata la dea Bastit,
    rappresentata con testa di gatto.
    N.  63. Busiride: probabilmente l'odierna Abousir, sulla riva sinistra
    dell'antico canale Sebennitico.
    N. 64. Sais: l'attuale S-el-Hagar,  presso la foce di Rosetta;  vi si
    venerava la dea egizia Neith (Atena).
    N.   65.  Buto:  quasi  all'estremit  del  Delta,  presso  il  canale
    Sebennitico.
    N.  66.  Parmei: non si sa,  di preciso,  la posizione di questa citt
    (forse  Pelusio?).  Ares  viene  identificato  con Set o con Su-Anuri,
    figlio di Ra.
    N.  67.  Il sale serviva,  pare,  non tanto  per  assorbire  l'umidit
    dell'olio,  quanto per rendere pi lenta la combustione e farla durare
    tutta la notte.
    N.  68.  Icneumoni: sono le  donnole  che  rintracciano  le  uova  del
    coccodrillo.
    N.  69.  Errore spiegabile con il fatto che la lingua del coccodrillo,
    quasi completamente aderente alla mascella inferiore, non  visibile.
    N. 70. "Coccodrilli" degli Ioni, cio, le lucertole.
    N. 71. E' l'"ibis religiosa" consacrata al dio Thoth.
    N.  72.  Non quindi gli  abitanti  della  parte  paludosa  dell'Egitto
    Settentrionale.
    N.  73. Presso i Lidi, il nome era Adone; presso i Misi, Ila; presso i
    Greci, Lino; e poi Ati, Bormo, eccetera.
    N.  74.  Si tratterebbe,  cio,  d'un'infrazione al loro  disdegno  di
    adottare  usi  forestieri;  infrazione  per,  che,  a  quanto dice in
    seguito, dovrebbe risalire al tempo dei tempi.
    N. 75. Cio Esiodo, Orfeo, Melampo, eccetera.
    N. 76. Non c'erano, come in Grecia e altrove,  delle persone addette a
    un  santuario e per bocca delle quali parlasse la divinit.  Il dio si
    rivelava direttamente a tutti per mezzo dei  movimenti  degli  animali
    sacri o mandando dei sogni.
    N.  77.  Si accenna ad Osiride,  imbalsamato da Anubi che era ritenuto
    l'inventore dell'imbalsamazione.
    N. 78. In verit l'olio di cedro,  anzich dissolvere l'intestino,  ne
    ritardava la decomposizione in attesa che agisse l'azione del nitro.
    N.   79.  "Sirmea":  pianta  purgativa  e  disinfettante  egiziana  di
    difficile identificazione.
    N.  80.  Cio: Danao e Linceo erano figli di Egitto: da Danao era nata
    Ipermnestra, madre di Abante, a sua volta padre di Acrisio. Di Acrisio
    era figlia Danae, la madre di Perseo.
    N.  81.  Costruzioni  leggere  sovrastanti  i  tetti a terrazza: vi si
    dormiva a riparo delle  zanzare  e,  ancor  pi,  dai  rettili,  dagli
    scorpioni, eccetera.
    N. 82. Circa 50 chilogrammi complessivi.
    N. 83. Cio, dall'anno 525 a. C.
    N.  84.  Propilei:  si  tratta  di  costruzioni che,  su varie fronti,
    precedevano il  tempio  vero  e  proprio:  di  solito  era  una  porta
    monumentale  fra  due  elevate  costruzioni  che andavano accostandosi
    verso l'alto.
    N. 85. Siri di Palestina: i Giudei.
    N. 86. I Cappadoci.
    N.  87.  La lancia era un arma  comune  presso  gli  Egiziani;  mentre
    l'arco, dice lo stesso Erodoto, era preferito dagli Etiopi.
    N.  88.  Memnone:  il  figlio  dell'Aurora,  eroe  d'un poema ciclico,
    l'"Etiopide", attribuito ad Arctino di Mileto.
    N. 89. Intende dire Erodoto che come hanno di misurare il tempo,  cos
    possono aver di misurare la terra.
    N. 90. Eritrebolo: il nome significa "terra rossa" e rievoca l'idea di
    un macello; ma non si sa dove fosse situata tale citt.
    N.  91.  Un  obelisco  eretto  da  Sanwosret Primo  ancora in piedi a
    Eliopoli: in parte affondato, emerge dal suolo una ventina di metri.
    N.  92.  Non pare che questo santuario fosse consacrato a  Proteo,  ma
    piuttosto che egli ne sia stato il costruttore.
    N. 93. Afrodite Forestiera  senza dubbio l'Astarte dei Fenici.
    N.  94. "Iliade", 6, versi 289-292: nella divisione attuale del poema
    omerico,  dovuta ai grammatici alessandrini,  il  titolo  "Imprese  di
    Diomede"  riferito al canto 5.
    N. 95. "Odissea", 4, versi 227-230.
    N. 96. "Odissea", 4, versi 351-352.
    N.  97.  Questo  luogo sotterraneo dagli Egizi era chiamato "Amente" e
    collocato nelle regioni occidentali: la sua entrata era  custodita  da
    due sciacalli confusi con i lupi, talaltra con i cani.
    N. 98. Demetra e Dioniso corrispondono a Iside e Osiride.
    N. 99. Ad esempio: gli Orfici, Ferecide, Pitagora, Empedocle.
    N.  100.  Giova ricordare che l'"orgia",  equivalente a 4 cubiti o a 6
    piedi, corrispondeva a 1,80 metri circa.
    N.  101.  Il "pletro",  corrispondente a 100 piedi,  era di  circa  30
    metri.
    N.  102. Qui Erodoto cade certo in grave errore: in realt la piramide
    misura 146,59 metri di altezza.
    N. 103. La piramide di Chefren era alta 143,50 metri.
    N. 104. Erano,  cio,  280 piedi;  ma il riferimento non corrisponde a
    verit, dato che, in effetti, la misura esatta  di 342 piedi.
    N.  105.  Esopo  era stato falsamente accusato di un furto sacrilego a
    Delfi e condannato a morte. In seguito a un grave flagello,  l'oracolo
    aveva ordinato ai cittadini di Delfi di pagare,  a chi lo volesse,  il
    prezzo del suo sangue.
    N.  106.  Rodopi: era questo un  pseudonimo,  significante  "volto  di
    rosa"; il nome vero era Dorica.
    N.  107. Anisi: non si conosce nessun faraone il cui nome possa essere
    accostato a questo con una certa verosimiglianza.
    N.  108.  Amirteo visse intorno al 450 a  C.  Parlando  di  700  anni,
    Erodoto contraddice se stesso: infatti,  fra la dominazione etiopica e
    i tempi di Amirteo intercorsero meno di tre secoli.
    N. 109. Elbo: tale nome non risulta in alcun documento antico e non si
    sa dove potesse essere quest'isola "introvabile". L'isola Prosopitide,
    che  stata proposta,   troppo estesa per aver avuto un'origine quale
    quella narrata da Erodoto.
    N.  110.  Arura: unit di misura egiziana, corrispondente a 100 cubiti
    quadrati.
    N. 111. Nel 701 a. C. Allora era re d Egitto l'etiope Taharka, con cui
    pare si debba identificare il suddetto Setone.
    N.  112.  Il testo qui presenta una lacuna: probabilmente vi si doveva
    parlare dell'assedio di Pelusio da parte degli Assiri.
    N. 113. Il calcolo esatto porterebbe a 11366 anni.
    N.  114.  Tifone:  Set,  nemico  di  Osiride e autore della sua morte,
    simboleggia le forze distruttrici della natura.
    N. 115. Cio, com' detto al cap. 43, 17 mila anni.
    N.  116.  Nel capitolo 50 afferma che,  per lui,  quasi tutti gli  di
    della Grecia provenivano dall'Egitto.
    N.  117.  E' stata notata, a questo punto, una probabile lacuna: vi si
    doveva parlare di Eracle in modo particolare,  come si pu comprendere
    da quel che segue.
    N.  118.  "Citt  dei  coccodrilli": cio Shodit che pi tardi divenne
    Arsinoe.
    N. 119. Templi famosi, sacri ad Artemide (Efeso) e ad Eracle (Samo).
    N. 120. Il "palmo" misurava circa 8 centimetri.
    N.  121.  Venti mine: cio un terzo di "talento",  dato che la  "mina"
    corrispondeva a 100 "dramme".
    N.  122.  Sabacone: bisogna osservare che,  sotto questo nome, Erodoto
    comprende e  confonde  ben  quattro  re  etiopi:  Shabaka,  Shabataha,
    Taharka e Tanut-Amon.
    N.  123.  Api  era  chiamato  il  bue in cui s'incarnava,  secondo gli
    Egiziani, il dio Ptah: doveva essere tutto nero,  solo con una piccola
    macchia in fronte e sotto la lingua avere uno scarabeo.
    N.  124. Epafo, figlio di Zeus e di Io, nato dal tocco di Giove su Io,
    donde il suo nome.
    N. 125. Dal 664 al 610 a. C.
    N. 126. Azoto: Asdod, citt dei Filistei. che ora si chiama Esdud.
    N.  127.  Patumo: oggi Tell-el-Maskutah,  a 17 chilometri a  ovest  di
    Ismailia.
    N.  128.  Magdolo:  a Magiddo,  in Palestina,  Neco sconfisse e uccise
    Giosia, re d'Israele.
    N. 129. Caditi: citt marittima, a sud della Palestina,  probabilmente
    Gaza.
    N.  130.  Branchidi:  stirpe di sacerdoti,  fondata dal mitico Branco,
    addetta al culto di Apollo Didimeo in Mileto.
    N. 131. Dal 610 al 594 a. C.
    N. 132. Dal 594 al 588 a. C.
    N. 133. Dal 588 al 563, a. C.  Manetone gliene attribuisce soltanto 19
    non contando,  forse, gli anni in cui Aprieo fu re di nome, durante la
    rivolta di Amasi.
    N. 134. Cio al libro 4, cap. 159: anche l,  per,  non ci sono molti
    dettagli.
    N.  135.  Momenfi: l'odierna Men-uf,  sul canale che congiunge la foce
    Canopica con il lago Mareotico.
    N. 136. Erodoto omette qui alcuni gruppi importanti, che sono, invece,
    nominati da altri autori greci: ad esempio, gli operai, gli artigiani,
    eccetera.
    N. 137. Cio, un "cubito" di 7 palmi, pari a 0,525 metri;  un'"arura",
    quindi, era poco pi di un quarto di ettaro.
    N. 138. "Aristero": corrispondeva a una "cotila", misura per liquidi o
    materie secche, pari a un terzo di litro.
    N. 139. La battaglia sarebbe avvenuta nell'anno 569 a. C.
    N.  140.  Cio,  Psammetico Primo,  Neco, Psammetico Secondo, Aprieo e
    Amasi (di cui parler subito dopo),  che aveva sposato  la  figlia  di
    Aprieo e quindi era considerato di Sais.
    N. 141. Cio, Osiride.
    N. 142. Osiride.
    N. 143. Vi rimase dal 569 al 526 a. C.
    N. 144. Siuf: oggi Es-Seffeh.
    N.  145.  Il "pigone" misurava 0,385 metri;  mentre il "cubito" valeva
    0,443 metri.
    N. 146. Lindo: citt dell'isola di Rodi.
    N. 147. Non esatto. Il primo degli Egiziani, forse,  perch,  prima di
    lui Cipro era stata conquistata dall'assiro Sargon e prncipi ciprioti
    erano stati tributari di Asar Abdon e Assurbanipal.











    LIBRO TERZO.
    TALIA.

    Cambise conquista l'Egitto (525 a. C.) - Tentativi contro gli Etiopi e
    gli  Ammoni  -  Pazze  crudelt  di Cambise - Digressione sui fatti di
    Grecia - Ribellione del falso Smerdi e morte di Cambise (522 a.  C.) -
    Congiura  dei  Sette  Persiani  -  Dario eletto re - Nuovo ordinamento
    dell'impero - Policrate di Samo - Ribellione  di  Babilonia  -  Eroico
    sacrificio di Zopiro.


     1.  Contro questo Amasi,  dunque,  mosse in armi Cambise,  figlio di
    Ciro, conducendo con s,  oltre ad altri suoi sudditi,  contingenti di
    Greci della Ionia e della Eolia: causa della guerra, la seguente.
    Cambise,  mandato  un  araldo  in  Egitto,  aveva chiesto ad Amasi una
    figlia,  per farla sua moglie,  e l'aveva chiesta dietro  suggerimento
    d'un   egiziano.   Il   quale  aveva  combinato  la  cosa  animato  da
    risentimento contro Amasi perch quando Ciro aveva mandato a  chiedere
    un  medico  per  i  suoi  occhi,  il  migliore che ci fosse in Egitto,
    proprio lui il re aveva scelto fra tutti i medici egiziani  e  l'aveva
    consegnato ai Persiani,  strappandolo,  cos,  alla moglie e ai figli.
    Per questo l'egiziano,  pieno di rancore,  aveva istigato con  i  suoi
    consigli  Cambise inducendolo a chiedere ad Amasi la figlia: affinch,
    se la  concedeva,  ne  avesse  a  soffrire,  se  gliela  rifiutava  si
    attirasse l'odio di Cambise.
    Amasi,   dal  canto  suo,  che  alla  potenza  persiana  guardava  con
    inquietudine e timore,  non osava n concederla,  n  rifiutarla:  ben
    sapeva, infatti, che non come moglie la voleva tenere Cambise, ma come
    concubina.
    Vagliando tali cose,  si attenne a questo partito. C'era una figlia di
    Aprieo (il re che l'aveva preceduto),  molto slanciata e di  splendido
    aspetto,  l'unica  rimasta  della  famiglia  e  che aveva nome Niteti.
    Amasi, dopo averla adornata di belle vesti e di monili d'oro,  l'invi
    in Persia, come fosse stata sua figlia.
    Dopo  qualche tempo,  siccome Cambise la salutava chiamandola col nome
    del padre, la fanciulla gli disse: O re, tu non sai, dunque,  che sei
    stato ingannato da Amasi,  il quale mi ha mandato a te, opportunamente
    abbigliata,  come se ti desse sua figlia,  mentre in  verit  io  sono
    figlia  di  Aprieo,   colui  che  era  il  suo  signore  e  che  egli,
    ribellandosi insieme con gli Egiziani, fece morire.
    Queste parole  e  l'accusa,  che  in  esse  era  contenuta,  indussero
    Cambise,  figlio  di  Ciro,  fieramente  sdegnato,  a  muovere  contro
    l'Egitto.
    Cos ora raccontano la cosa i Persiani.

     2. Gli Egiziani, invece, rivendicano per s Cambise,  sostenendo che
    egli nacque da questa figlia di Aprieo, poich sarebbe stato Ciro, non
    Cambise, che aveva mandato a chiedere ad Amasi sua figlia.
    Ma  cos dicendo essi non parlano secondo verit.  Poich non ignorano
    certo  (gli  Egiziani,   infatti,   conoscono  gli  usi  dei  Persiani
    quant'altri mai),  prima di tutto,  che non  abitudine presso di loro
    che un figlio illegittimo salga sul trono quando c' quello legittimo;
    in  secondo  luogo,  che  Cambise  nacque  da  Cassandane,  figlia  di
    Farnaspe, discendente dagli Achemenidi, e non dall'Egiziana.
    Il  fatto    che deformano la verit,  fingendo di aver dei legami di
    parentela con la famiglia di Ciro.
    Cos stanno le cose.

     3.  Si fa anche quest'altro racconto,  a cui,  per,  io non  presto
    fede: che, cio, una donna persiana, venuta a far visita alle donne di
    Ciro,  vedendo ritti accanto a Cassandane i suoi figli grandi e belli,
    si lasci andare a grandi lodi ed espressioni di  ammirazione.  Allora
    Cassandane,  che era la moglie di Ciro, le disse: Eppure, pur essendo
    io madre di siffatti figli,  Ciro mi tiene a vile e  tiene  in  grande
    onore il nuovo acquisto che  venuto dall'Egitto.
    Essa  cos  si  sarebbe  espressa  piena  di rancore per Niteti,  e il
    maggiore dei figli, Cambise,  cos avrebbe replicato: Ebbene,  mamma,
    quando  sar  uomo,  metter  a  soqquadro  l'Egitto,  lo  sconvolger
    dall'alto in basso.
    Queste parole avrebbe detto quand'egli aveva, s e no, dieci anni e le
    donne ne rimasero stupite.  Egli,  per,  conservando in tal  modo  il
    ricordo,  quando  si  fece  uomo  ed  ebbe  in mano il regno,  avrebbe
    condotto la spedizione militare contro l'Egitto.

     4. Era accaduto,  poi,  anche un altro fatto che aveva contribuito a
    questa spedizione non poco. Eccolo. C'era tra le milizie ausiliarie di
    Amasi  un  tale  di  Alicarnasso,  che  si chiamava Fanete,  di grande
    avvedutezza e valente nell'arte della guerra. Costui, adirato,  non so
    per quale motivo,  contro Amasi, se ne fugge dall'Egitto con una nave,
    intendendo di venire a colloquio con Cambise.
    Siccome egli,  tra gli ausiliari,  era uomo di gran conto e  conosceva
    alla  perfezione  tutte  le  cose d'Egitto,  Amasi si d a inseguirlo,
    mettendoci tutto l'impegno per catturarlo e lo insegue mandando  nella
    sua  scia  con  una  trireme  il  pi fedele degli eunuchi.  Costui lo
    raggiunge in Licia ma,  pur avendolo preso,  non riusc a condurlo  in
    Egitto,  poich con l'astuzia quello lo gioc e,  ubriacati coloro che
    lo custodivano, se ne fugg tra i Persiani.
    Sicch, mentre Cambise era sulle mosse per marciare contro l'Egitto ed
    era incerto sulla via da seguire per  attraversare  la  regione  priva
    d'acqua, sopraggiunge Fanete che lo mette al corrente della situazione
    in  cui  si  trova  Amasi  e  gli  d anche opportuni schiarimenti sul
    cammino da seguire, consigliandolo di mandare dei messi al re d'Arabia
    e pregarlo che gli permettesse una traversata senza pericoli.

     5. Solo di l si apre la via per entrare in Egitto.
    Infatti,  dalla Fenicia fino ai confini della citt di Caditi  (1)  il
    paese  appartiene  ai  Siri chiamati Palestini;  da Caditi,  che  una
    citt,  a mio parere,  non di molto inferiore a Sardi,  fino a  Ieniso
    (2), gli scali commerciali sul mare sono sotto la giurisdizione del re
    degli Arabi.
    Riprendendo  da  Ieniso,  si    di nuovo nel paese dei Siri fino alla
    palude Serbonide (3),  lungo la quale corre  il  monte  Casio  che  si
    protende verso il mare.
    Dalla  palude  Serbonide,  dove    fama  che  sia sepolto Tifone (4),
    comincia gi l'Egitto.
    Ora,  tutta la regione tra la citt di Ieniso,  il monte  Casio  e  la
    palude Serbonide,  che non  in verit un piccolo tratto,  dato che si
    estende per  tre  giorni  di  cammino,    priva  d'acqua  in  maniera
    terribile.

      6.  Pochi  di  quelli che si recano a far commercio in Egitto hanno
    notato quanto io sto per dire: due volte all'anno da tutta la Grecia e
    anche dalla Fenicia vengono importati nell'Egitto vasi pieni di  vino;
    eppure,  un vaso solo da vino vuoto, uno di numero, per cos dire, non
    lo si pu vedere.
    Dove mai, dunque, si potrebbe chiedere,  vengono essi impiegati?  Ecco
    appunto quanto sto per dire.
    Ogni governatore di provincia ha l'ordine di raccogliere i vasi che ci
    sono nella sua citt e portarli tutti a Menfi;  quelli di Menfi devono
    riempirli d'acqua e portarli in questa parte della Siria cos arida.
    In tal modo,  ogni vaso nuovo che arriva e si vuota  in  Egitto  viene
    portato in Siria a raggiungere il vecchio.

     7.  Furono,  per, i Persiani che attrezzarono cos la via d'accesso
    all'Egitto,  fornendola d'acqua nel  modo  su  accennato,  non  appena
    divennero padroni dell'Egitto.
    Ma  allora  non  c'era  acqua  a disposizione e Cambise,  informato di
    questo dal suo ospite di Alicarnasso,  mand dei  messi  al  re  degli
    Arabi  a  chiedere  di assicurargli il passaggio e l'ottenne dopo aver
    dato pegni di lealt e averli da lui ricevuti.

     8.  Gli Arabi rispettano i patti pi di qualsiasi altro popolo e  li
    stipulano nel modo seguente.
    Quando  due  vogliono  stringere un accordo,  un terzo,  che se ne sta
    ritto in piedi in mezzo a loro,  con una pietra aguzza fa un'incisione
    all'interno  delle  mani,  presso  i  pollici,  dei  contraenti;  poi,
    prendendo dal vestito di ambedue un bioccolo di lana, bagna col sangue
    sette pietre che si trovano in mezzo e,  facendo questo  atto,  invoca
    Dioniso e Urania.
    Quando    compiuto  tale  rito,  colui  che  ha  stipulato  l'accordo
    raccomanda ai suoi amici l'ospite suo o anche il suo concittadino,  se
    il  patto  concerne  un  cittadino e gli amici si tengono,  essi pure,
    vincolati a rispettare l'accordo. Dioniso ,  con Urania,  il solo dio
    del  quale  ammettono  l'esistenza e pretendono di tagliarsi i capelli
    allo stesso modo in cui erano tagliati quelli di Dioniso: in  effetti,
    essi se li tagliano in giro, radendosi le tempie.
    Dioniso  da loro chiamato Orotalt, Urania Alilat.

     9.  Ordunque,  il re d'Arabia, quando ebbe impegnata la sua fede con
    gli ambasciatori venuti da Cambise, ricorse a questo sistema: riempiti
    d'acqua degli otri di pelle di cammello, li caric su tutti i cammelli
    vivi che aveva. Ci fatto,  li avvi verso la zona desertica e aspett
    l l'esercito di Cambise.
    Questo racconto,  fra quelli che si fanno,   il pi degno di fede, ma
    devo pur riferire anche quello meno  credibile,  dato  che  esso  pure
    viene raccontato.
    Scorre  in Arabia un fiume importante,  che viene chiamato Coris e che
    va a sfociare nel mare detto Eritreo.
    Orbene, si dice che il re degli Arabi,  avendo insieme cucite pelli di
    bue  e  di altri animali,  prepar un condotto lungo tanto da arrivare
    alla regione arida partendo dal fiume,  e attraverso queste pelli fece
    passare l'acqua.  Nel deserto,  poi,  erano state scavate delle grandi
    cisterne che, ricevuta l'acqua,  la dovevano conservare (da notare che
    dal  fiume  a questa regione sitibonda c' un tragitto che si percorre
    in dodici giorni di cammino).
    Egli avrebbe portata  l'acqua  in  tre  localit,  per  mezzo  di  tre
    condotti.

     10. Alla foce del Nilo, chiamata Pelusica, era accampato Psammenito,
    figlio di Amasi,  ad attendere Cambise: infatti,  Cambise quando mosse
    contro l'Egitto non trov pi in vita Amasi.
    Egli era morto dopo aver regnato per 44 anni (5),  durante i quali non
    gli era capitata alcuna grave calamit.
    Dopo  la  sua  morte,  fu  imbalsamato e sepolto nelle tombe del sacro
    recinto, che egli stesso s'era fatto costruire.
    Durante il regno di Psammenito,  figlio di Amasi,  accadde un fenomeno
    che  per  gli Egiziani assunse grandissima importanza: a Tebe d'Egitto
    cadde la pioggia;  mai prima d'allora v'era caduta  e  neppure  doveva
    caderne in seguito,  a quanto dicono gli Egiziani stessi, fino ai miei
    tempi.  Poich nell'alto Egitto non piove assolutamente  mai;  allora,
    invece, su Tebe cadde una pioggia fina fina.

      11.  Quando i Persiani,  attraversato il tratto di deserto,  ebbero
    posto il campo vicino  a  quello  degli  Egiziani,  pronti  a  passare
    all'attacco,  allora gli ausiliari del re d'Egitto,  che erano Greci e
    Cari,  sdegnati contro Fanete  perch  aveva  condotto  in  Egitto  un
    esercito  straniero,  escogitarono,  per  punirlo,  un fatto di questo
    genere.
    Fanete aveva dei figli che aveva lasciati in  Egitto:  fattili  venire
    nel campo e sotto gli occhi del padre, collocarono nello spazio libero
    fra i due eserciti un cratere.  Poi, accostandovi i fanciulli, a uno a
    uno li sgozzarono facendone  scorrere  il  sangue  nel  cratere.  Dopo
    averli  sgozzati tutti,  uno dopo l'altro,  vi versarono dentro vino e
    acqua e tutti gli ausiliari  bevettero  di  quel  sangue  e  passarono
    all'attacco.
    La  battaglia (6) si scaten feroce;  da ambo le parti caddero in gran
    numero e gli Egiziani furono volti in fuga.

     12.  Ho constatato una cosa molto strana,  messo  sull'avviso  dagli
    abitanti del luogo.
    Essendo  state  raccolte le ossa dei caduti di questa battaglia in due
    mucchi  separati  (da  una  parte,  infatti,  giacevano  le  ossa  dei
    Persiani,  come erano state divise fin da principio, dall'altra quelle
    degli Egiziani),  si nota che i crani dei Persiani sono  cos  fragili
    che,  se vuoi colpirli con un semplice sasso, li puoi passare da parte
    a parte. Quelli degli Egiziani, invece, cos resistenti che con fatica
    si possono spezzare a colpi di pietra.
    La ragione di questo fatto,  dicevano e facilmente me ne convincevano,
     che gli Egiziani,  subito,  fin da fanciulli,  si radono la testa, e
    cos le ossa, sotto l'effetto del sole, si rinvigoriscono.
    Questa stessa consuetudine fa s che essi non divengano calvi: infatti
    non c' popolo al  mondo  dove  si  vedano  meno  calvi  che  fra  gli
    Egiziani.
    Ecco  perch  essi  hanno  il cranio resistente.  I Persiani,  invece,
    l'hanno fragile per questa ragione: vengono  allevati  fin  dai  primi
    anni nell'ombra, portando dei copricapi che chiamano "tiare".
    Questo io ho visto,  tale e quale. Ma qualche cosa di simile ho potuto
    constatare anche a Papremi,  per quelli che furono uccisi con Achemene
    (7), figlio di Dario, da Inaro il Libico.

      13.  Gli  Egiziani,  non  appena  sul campo di battaglia volsero le
    spalle, si diedero a una fuga disordinata.
    Quando si furono  rinchiusi  in  Menfi,  Cambise  mand  una  nave  di
    Mitilene,  che  risaliva  il  Nilo  e portava un araldo di nazionalit
    persiana, a invitare gli Egiziani a venire a patti. Ma questi,  quando
    videro  la nave entrare in Menfi,  precipitatisi fuori dalle mura come
    un sol uomo,  distrussero  la  nave,  e,  fatti  a  pezzi  gli  uomini
    dell'equipaggio,  ne  portarono  i  resti  entro la citt fortificata.
    Stretti d'assedio dopo questo fatto,  col tempo furono costretti  alla
    resa.
    I  vicini  Libici,  spaventati  di  quanto era avvenuto in Egitto,  si
    arresero senza opporre resistenza.  Accettarono di pagare un tributo e
    mandarono  doni.  Cos  pure quelli di Cirene e di Barca,  presi dalla
    stessa paura dei Libici, fecero altrettanto.
    Cambise accolse  benignamente  i  doni  dei  Libici.  Mentre,  invece,
    sdegnando  quelli  giunti  da Cirene perch,  secondo me,  erano pochi
    (infatti,  i Cirenei avevano mandato soltanto 500  mine  di  argento),
    prese  a  manciate questi denari con le proprie mani e li gett a ruba
    alla soldataglia.

     14.  Nove giorni dopo aver espugnato le mura di Menfi,  Cambise fece
    sedere  in  un  sobborgo,  con  l'intenzione  di ferirlo,  il re degli
    Egiziani Psammenito,  che aveva regnato sei mesi e,  fattolo sedere in
    compagnia di altri Egiziani, ne metteva alla prova la forza d'animo in
    questo modo.
    Fece  indossare alla figlia di lui una veste da schiava e la mand con
    un secchio ad attingere acqua.  Con lei mand anche  altre  fanciulle,
    scelte  dalle  principali  famiglie,  vestite  allo  stesso modo della
    figlia del re.
    Quando le fanciulle tra grida  e  pianti  passarono  accanto  ai  loro
    padri,  mentre  tutti  gli  altri,  al  vedere  le  loro  figlie  cos
    maltrattate, facevano eco con alte grida e pianti, Psammenito,  appena
    ebbe vista e riconosciuta la sua, chin il capo a terra.
    Passate le portatrici d'acqua,  Cambise, come seconda prova, gli mand
    davanti il figlio insieme con altri 2000 Egiziani  della  stessa  et,
    con  una corda legata al collo e un morso in bocca.  Venivano tratti a
    morte come rappresaglia per i Mitilenesi che erano stati fatti a pezzi
    in Menfi con la  loro  nave:  cos,  infatti,  avevano  sentenziato  i
    giudici reali: per ciascun uomo,  dovevano perire dieci Egiziani delle
    prime famiglie.
    Ordunque,  Psammenito avendoli visti passare e riconosciuto suo figlio
    che  li  guidava  alla morte,  mentre tutti gli altri Egiziani che gli
    sedevano attorno scoppiavano in  pianto  e  si  disperavano,  egli  si
    comport come aveva fatto al passaggio di sua figlia.
    Quando anche questi giovani furono passati, volle il caso che un uomo,
    piuttosto  anziano,  che  un tempo era stato compagno di mensa del re,
    decaduto ora dalla fortuna e che nient'altro possedeva se  non  quanto
    possiede  un  mendico,  mentre  appunto  chiedeva  l'elemosina  tra  i
    soldati,  passasse accanto a Psammenito,  il figlio di Amasi,  e  agli
    altri Egiziani seduti nel sobborgo.
    Quando lo vide,  Psammenito scoppi in un pianto dirotto e,  chiamando
    il vecchio compagno per nome,  si batt  con  le  mani  sconsolato  la
    testa. Allora, siccome presso di lui c'erano le guardie che riferivano
    a  Cambise  tutto  quello  che  il  re  faceva  ad  ogni passaggio dei
    prigionieri,  Cambise,  stupito della sua condotta,  per mezzo  di  un
    messo gli rivolse questa domanda:
    O  Psammenito,  il tuo signore Cambise ti chiede perch mai al vedere
    la tua figliola oltraggiata e il tuo figlio che s'avviava  alla  morte
    non  hai  emesso n un grido n un gemito;  mentre hai concesso questo
    onore a un pezzente che con te, a quanto altri gli riferiscono, non ha
    legame alcuno.
    Questa la domanda che gli poneva, e quello rispose:
    O figlio di Ciro,  le sventure della mia famiglia erano troppo  gravi
    perch io le potessi compiangere;  ma degna,  bens, di lacrime era la
    disgrazia del mio compagno,  che,  caduto da una condizione di  grande
    ricchezza,    precipitato  nella  miseria,  ormai  alle  soglie della
    vecchiaia.
    Queste parole,  quando le udirono,  come erano riferite,  parvero loro
    molto sagge e,  a quanto raccontano gli Egiziani, non solo strapparono
    le lacrime a Creso (poich anch'egli,  per caso,  si trovava presente,
    avendo accompagnato Cambise in Egitto), ma piangevano anche i Persiani
    che assistevano.  Cambise stesso fu preso da un senso di compassione e
    tosto ordin che il  figlio  di  Psammenito,  tolto  dalla  lista  dei
    condannati  a morte,  fosse salvato,  e che lo stesso Psammenito fosse
    ritirato dal sobborgo e condotto alla sua presenza.

     15. Quanto al giovane, quelli che ne fecero ricerca non lo trovarono
    pi in  vita:  era  stato  giustiziato  per  primo.  Tolsero,  invece,
    Psammenito  dal  luogo  dove  era  e lo condussero a Cambise presso il
    quale,  d'allora in poi,  visse senza ricevere alcuna molestia.  E  se
    avesse  resistito  alla tentazione di tessere intrighi,  avrebbe anche
    riavuto l'Egitto,  con la carica di  governatore,  poich  i  Persiani
    hanno  l'abitudine  di  rendere onore ai figli dei re;  e anche quando
    questi si siano ribellati, ridanno tuttavia il potere ai loro figli.
    Da  molti  esempi  si  pu  dedurre  che  essi  hanno  l'abitudine  di
    comportarsi cos.  Tra l'altro,  da quello di Tannira, figlio di Inaro
    il Libico (8), il quale riebbe il dominio che era stato di suo padre e
    da quello di Pausiri, figlio di Amirteo (9),  poich anch'egli riprese
    il regno paterno: eppure nessuno ancora ha provocato danni ai Persiani
    pi di Inaro e Amirteo.
    Ora,  invece,  avendo tramato insidie,  Psammenito si ebbe il compenso
    meritato: fu colto, infatti,  mentre tentava di sollevare gli Egiziani
    (10);  quando ci fu saputo da Cambise,  fu costretto a bere sangue di
    toro e mor subito.
    Cos scomparve Psammenito.

     16. Cambise, da Menfi, si rec alla citt di Sais, volendo portare a
    effetto quello che poi in realt fece: poich,  appena  entrato  nella
    residenza di Amasi, tosto ordin che fosse tratto fuori dalla tomba il
    cadavere  del  re.  E  quando  quest'ordine  fu  eseguito,  comand di
    flagellarlo, di strappargli i capelli,  di trafiggerlo con pungiglioni
    e infliggergli tutti gli altri oltraggi possibili.
    E  quando quelli furono stanchi di trattarlo a quel modo (il cadavere,
    infatti,  siccome era stato imbalsamato,  opponeva resistenza e non si
    dissolveva),  Cambise  ordin  di  distruggerlo  con  il fuoco: ordine
    empio,  poich i Persiani venerano il fuoco come un dio (11).  Cos il
    bruciare  i cadaveri  decisamente contrario al costume dell'un popolo
    e dell'altro: i Persiani,  per la ragione che  ho  esposto,  ritengono
    cosa  indegna  offrire  a  un dio il cadavere d'un uomo e gli Egiziani
    sono convinti che il fuoco sia una bestia animata,  che  ingoia  tutto
    ci  che  pu raggiungere,  e,  rigonfio poi di cibo muore insieme con
    quello che ha divorato.  Ecco perch non usano affatto dare  in  pasto
    alle bestie i cadaveri ed  per questo che praticano l'imbalsamazione,
    perch non vengano, giacendo in terra, divorati dai vermi.
    Fu  cos che Cambise ordin di fare una cosa contraria alla tradizione
    di entrambi i popoli.
    Vero  che, a quello che dicono gli Egiziani, chi sub questi oltraggi
    non era Amasi,  ma un altro egiziano qualunque,  della  stessa  et  e
    statura,  sul  quale  i Persiani sfogarono la loro rabbia,  credendolo
    Amasi.
    Raccontano infatti che egli,  avendo saputo da un oracolo  le  vicende
    che  dovevano  capitargli  dopo morto,  per sfuggire alla sorte che lo
    minacciava,  fece seppellire all'interno  della  sua  stanza  funebre,
    proprio vicino alla porta,  il cadavere dell'uomo di cui s' parlato e
    che venne poi flagellato.  Per il  proprio  sarcofago,  invece,  diede
    ordini  al  figlio  che  lo  collocasse  nella  parte della stanza pi
    interna che fosse possibile.
    Per,  il mio parere  che queste disposizioni di Amasi riguardanti la
    sepoltura  propria  e  dell'individuo di cui si parla,  non siano,  in
    verit,  mai state prese;  ma le abbiano falsamente messe in giro  gli
    Egiziani per vanteria.

      17.  Dopo  questi  fatti,  Cambise  pose i piani per tre spedizioni
    militari: contro i Cartaginesi,  contro gli Ammoni e contro gli Etiopi
    longevi, che abitano in Libia sulle rive del mare australe (12).
    Vagliando  bene  la  situazione,  decise di mandare la flotta contro i
    Cartaginesi e  reparti  scelti  di  fanteria  contro  gli  Ammoni.  In
    Etiopia,  invece, pens di mandare, prima di tutto, degli osservatori,
    i quali,  con il pretesto di  portar  doni  al  re,  constatassero  se
    veramente  esisteva  la mensa del Sole,  che si diceva si trovasse nel
    paese di questi Etiopi e,  oltre a  questa,  osservassero  ogni  altra
    cosa.

     18.  La mensa del Sole,  a quanto si racconta,  sarebbe press'a poco
    cos.
    C' un prato,  davanti alla citt,  tutto  pieno  di  carni  cotte  di
    animali di ogni genere: durante la notte,  quelli fra i cittadini che,
    a turno, occupano le cariche pubbliche si prendono cura di deporre sul
    prato le carni.  Durante il giorno,  poi,  chiunque vuole si  siede  a
    banchetto:  gli  abitanti  del  paese sostengono che  la terra stessa
    che, di volta in volta, fornisce queste carni.
    Tale sarebbe quella che  chiamata la mensa del Sole.

     19. Cambise, quand'ebbe deciso di inviare questi esploratori,  tosto
    fece  venire  dalla  citt di Elefantina (13) quelli fra gli Ittiofagi
    che conoscevano la lingua etiopica.
    Frattanto,  mentre si faceva ricerca di costoro,  diede ordine che  la
    flotta  facesse  vela  alla  volta  di  Cartagine.   Ma  i  Fenici  si
    rifiutarono di partire perch, dicevano,  erano vincolati da terribili
    giuramenti   e  sarebbero  stati  colpevoli  di  empiet  se  avessero
    partecipato a una spedizione contro i loro stessi figli.
    D'altra parte, se i Fenici non volevano fare la guerra,  gli altri non
    erano  pi  in  forza  di  poterla  fare;  e fu cos che i Cartaginesi
    sfuggirono al pericolo di essere assoggettati dai Persiani.
    Cambise,  infatti,  non riteneva conveniente usare la forza  contro  i
    Fenici,  tenuto conto che s'erano dati ai Persiani di libera volont e
    che da loro dipendeva l'efficienza dell'intera flotta.
    Oltre ai Fenici,  anche quelli di Cipro s'erano dati spontaneamente in
    mano ai Persiani e partecipavano alla campagna d'Egitto.

      20.  Quando da Elefantina giunsero gli Ittiofagi,  Cambise li mand
    presso gli Etiopi,  dopo aver loro ordinato  che  cosa  dovevano  dire
    mentre portavano,  come doni, una veste di porpora, una collana d'oro,
    dei braccialetti,  un vaso d'alabastro per unguenti e un orcio di vino
    di Fenicia.
    Questi Etiopi,  presso i quali Cambise li mandava,  sono,  a quanto si
    dice,  i pi alti e i pi belli di tutti gli  uomini.  Tra  gli  altri
    costumi che si trovano presso di loro, del tutto diversi dal resto del
    mondo,  avrebbero  anche  quello  che riguarda il potere regale: cio,
    ritengono giusto che abbia a regnare quello fra i cittadini  che  essi
    riconoscono  per statura il pi alto e che in proporzione della figura
    abbia anche la forza.

      21.  Giunti  che  furono  nel  paese  di  costoro,  gli  Ittiofagi,
    consegnando i doni al re gli parlarono cos: Il re di Persia Cambise,
    che  desidera  diventare  tuo  amico  e ospite,  ci ha mandati qui con
    l'ordine di venire con te a  colloquio  e  ti  manda  in  dono  questi
    oggetti, del cui uso anch'egli pi che mai si compiace.
    Ma  l'Etiope,  che  aveva compreso che erano venuti a spiare,  rispose
    loro con queste parole: No,  non  vero che il re  di  Persia  vi  ha
    mandato  a  portare  questi  doni  perch egli faccia un gran conto di
    essere mio ospite;  n  vero quanto voi  dite  (voi,  infatti,  siete
    venuti a fare un sopraluogo sul mio dominio) n egli  un uomo che ami
    la giustizia.
    Infatti,  se l'amasse, non avrebbe avuto brame su un altro paese, che
    non fosse il suo,  n ridurrebbe in schiavit uomini dai quali non  ha
    ricevuto alcuna offesa.
    Ora,  dunque,  consegnandogli quest'arco,  ditegli cos: "Il re degli
    Etiopi d un consiglio al re dei Persiani: quando i Persiani  potranno
    tendere  con tanta facilit,  come faccio io,  degli archi grandi come
    questo,  allora venga in armi contro gli Etiopi longevi  con  forze  a
    loro superiori;  ma fino a quel giorno sia ben riconoscente agli di i
    quali non mettono nell'animo ai figli degli  Etiopi  il  desiderio  di
    conquistare altro paese da aggiungere a quello che hanno".

     22.  Cos disse e, allentato l'arco, lo consegn ai visitatori. Poi,
    preso il manto di porpora, chiese che cosa fosse e come confezionato e
    quando gli Ittiofagi gli  ebbero  detto  la  verit  sulla  porpora  e
    sull'uso di tingere,  il re osserv che falsi erano gli uomini e falsi
    anche i loro vestiti.
    Ripet,  poi,  le stesse domande riguardo  alla  collana  d'oro  e  ai
    braccialetti,  e  mentre  gli  Ittiofagi  gli  spiegavano  il  modo di
    adornarsene,  il re si mise a ridere e,  convinto che si trattasse  di
    catene  e  di  ceppi,  disse  che  nel  suo  paese  c'erano  ceppi pi
    resistenti di quelli.
    In terzo luogo,  s'inform dell'unguento,  e avendogli essi detto come
    viene  distillato  e  come  usato  per  ungersi,  egli  fece la stessa
    osservazione che aveva fatta per il vestito.
    Quando,  per,  si venne al vino e fu informato sul modo d  produrlo,
    rimase  incantato  per  questa  bevanda:  chiese allora di che cosa si
    cibasse il re e quale fosse,  per un persiano,  la  durata  pi  lunga
    della vita.
    Gli Ittiofagi dissero che il re si nutriva di pane,  spiegandogli come
    nascesse il grano e che,  per un uomo,  il termine massimo della  vita
    era ottant'anni.
    Al  che l'Etiope osserv che non c'era nulla da meravigliarsi se essi,
    nutrendosi di letame,  vivevano pochi anni,  anzi neppure  quei  pochi
    sarebbero  in grado di viverli,  se non avessero il ristoro d'una tale
    bevanda, intendendo il vino; in questo, senza dubbio, gli Etiopi erano
    superati dai Persiani.

     23. Alle domande, poi,  che a loro volta gli Ittiofagi gli rivolsero
    intorno  alla  durata della vita e al sistema alimentare degli Etiopi,
    il re disse che la maggior parte di loro giungeva  fino  a  centoventi
    anni,  anzi alcuni li superavano. Il loro nutrimento era costituito da
    carni cotte e la bevanda era il latte.
    E siccome gli osservatori si meravigliavano  per  il  gran  numero  di
    anni, li avrebbero condotti a una fonte, nella quale si bagnavano e ne
    uscivano pi lucidi,  come se fosse d'olio: emanava,  poi,  da essa un
    profumo come di viole.
    L'acqua  di  questa  fonte  era  cos  leggera,  dicevano  sempre  gli
    osservatori,  che nessuna cosa vi poteva sopra galleggiare, n schegge
    di legno, n quanto  pi leggero del legno; tutto ci colava a fondo.
    Se veramente essi possiedono quest'acqua,  tale quale si dice,    per
    questo, forse, che, facendone uso costante, sono cos longevi.
    Allontanatisi dalla fontana,  li avevano poi condotti al carcere degli
    uomini,  dove trovarono che tutti i prigionieri erano legati con ceppi
    d'oro;  poich,  tra  questi Etiopi,  il bronzo  il pi raro e il pi
    prezioso di tutti i metalli.
    Visitato il carcere,  essi poterono vedere anche quella che  chiamata
    la mensa del Sole.

      24.  Dopo  di questa,  ammirarono,  per finire,  le sepolture degli
    Etiopi, che si dice siano fatte di materia trasparente (14) e lavorate
    in questo modo: quando abbiano disseccato il cadavere o  alla  maniera
    degli Egiziani o in qualche altro sistema, lo spalmano tutto di gesso,
    che  adornano  di  vari  colori  cercando di riprodurre,  per quanto 
    possibile, l'aspetto del defunto. Poi gli pongono intorno una colonna,
    che  stata svuotata,  di materia trasparente (che,  presso  di  loro,
    viene estratta in grande quantit ed  facile a lavorarsi).
    Chiuso  nel  mezzo di questa stele,  il cadavere si pu vedere da ogni
    parte;  non  emana  alcun  odore  cattivo,  n  presenta  alcunch  di
    sgradevole,  anzi  offre alla vista una perfetta rassomiglianza con il
    morto stesso.
    Per un anno i parenti pi stretti si tengono in  casa  la  stele,  cui
    offrono le primizie di ogni cosa, facendo sacrifici in suo onore. Dopo
    questo  tempo,  le  portano  fuori  dalla loro abitazione e le pongono
    ritte tutto intorno alla citt.

     25.  Dopo aver ammirato ogni cosa,  gli osservatori se ne  tornarono
    indietro. Udita la loro relazione, Cambise subito, acceso d'ira, mosse
    in armi contro gli Etiopi,  senza aver prima dato disposizioni per una
    sufficiente provvista di viveri e senza riflettere un istante che egli
    stava per portare l'esercito agli estremi confini della terra.
    Pazzo com'era e dissennato, appena udite le parole degli Ittiofagi, si
    mise in marcia: ai Greci che erano nel suo esercito  diede  ordine  di
    attenderlo  l  sul  luogo,  mentre  condusse con s tutte le forze di
    terra.
    Quando, procedendo nel cammino,  giunse a Tebe,  scelse e distacc dal
    corpo di spedizione circa 50 mila soldati, a cui comand di ridurre in
    schiavit gli Ammoni e di incendiare l'oracolo di Zeus.  Egli,  con il
    resto delle sue forze, prosegu verso gli Etiopi.
    Ma prima che avessero percorso la quinta parte del viaggio,  gi erano
    venute  a  mancare  tutte le provviste di viveri che avevano con s e,
    dopo i viveri, anche le bestie da soma vennero a mancare, divorate dai
    soldati.
    Ora,  se  Cambise,  constatato  ci,   si  fosse  ravveduto  e  avesse
    ricondotto  indietro  l'esercito,  non  ostante  l'errore  commesso da
    principio, si sarebbe dimostrato uomo saggio; invece egli, senza darsi
    alcun pensiero, continuava sempre la marcia in avanti.
    I soldati,  finch avevano qualche cosa da strappare  alla  terra,  si
    tenevano  in  vita mangiando erbe e radici,  ma quando giunsero tra le
    sabbie del deserto,  alcuni di essi fecero una cosa tremenda: tratto a
    sorte, fra di loro, un uomo su dieci, lo mangiarono.
    Informato di questi fatti,  Cambise, spaventato da quel divorarsi l'un
    l'altro,   rinunci  alla  spedizione  contro  gli  Etiopi  e  ritorn
    indietro.  Giunse  cos  a  Tebe  dopo aver perduto gran parte del suo
    esercito.
    Da Tebe discese a Menfi,  e ivi lasci liberi i Greci di salpare verso
    il loro paese.
    Tale fu l'esito della campagna contro gli Etiopi.

     26. Quel corpo scelto di Persiani che era stato mandato a far guerra
    contro gli Ammoni,  dopo la partenza da Tebe aveva iniziato la marcia,
    seguendo le guide ed  provato che giunse a Oasi (15),  citt  abitata
    dai  Sami  della trib escrionia (cos,  almeno,  dicono) e lontana da
    Tebe sette giorni di cammino,  attraverso una  zona  sabbiosa:  questa
    localit in lingua greca  denominata "Isola dei Beati".
    Fino a questo luogo, dunque, l'esercito sarebbe arrivato; ma di qui in
    avanti nessuno pu pi dir nulla di esso, se non quanto raccontano gli
    Ammoni stessi e quelli che da loro l'hanno udito: poich agli Ammoni i
    soldati non giunsero mai, n pi tornarono indietro.
    Ed ecco quello che raccontano gli stessi Ammoni.  Dopo che i Persiani,
    da Oasi,  avevano iniziato la marcia attraverso la zona  sabbiosa  per
    attaccarli  ed  erano  arrivati press'a poco a met strada tra il loro
    paese e Oasi,  mentre stavano  prendendo  il  rancio  di  mezzogiorno,
    cominci  a  soffiare  da  sud  un  vento  insolitamente tremendo che,
    trasportando cumuli di sabbia,  li seppell e in questa  maniera  essi
    scomparvero.
    Tale, dicono gli Ammoni, fu la sorte di questa spedizione.

     27.  Quando Cambise giunse a Menfi,  agli Egiziani s'era manifestato
    Api,  che i Greci chiamano Epafo (16);  e,  avvenuta  la  rivelazione,
    subito  gli Egiziani indossarono le vesti pi belle e si diedero a far
    festa.
    Vedendoli comportarsi a quel modo, Cambise, fortemente sospettando che
    manifestassero  quei  segni  di  gioia  perch  era  fallita  la   sua
    spedizione,  fece  chiamare i prefetti di Menfi e,  quando furono alla
    sua presenza, chiese loro come mai prima, quand'egli era in citt, gli
    Egiziani non davano tali segni di giubilo e li davano  invece  allora,
    che v'era ritornato dopo aver perduto buona parte delle sue milizie.
    Quelli  gli  spiegarono come il loro dio,  che era solito manifestarsi
    dopo lungo intervallo di tempo,  s'era rivelato proprio allora e  che,
    quando  il  dio  si manifestava,  allora tutti gli Egiziani,  pieni di
    gioia, facevano festa.
    Udite queste parole,  Cambise sentenzi che  essi  mentivano,  e  come
    mentitori li pun con la morte.

      28.  Fatti  uccidere  costoro,  chiam,  poi,  alla  sua presenza i
    sacerdoti e siccome questi gli  ripetevano  le  stesse  ragioni  degli
    altri,  egli replic che avrebbe ben potuto constatare se veramente un
    dio mansueto era venuto tra gli  Egiziani:  disse  soltanto  questo  e
    ordin  ai  sacerdoti  di  portare Api davanti a lui.  Essi andarono a
    cercarlo per condurglielo.
    Questo Api, o Epafo,  un vitello nato da una vacca che, poi,  non pu
    pi concepire altra vita: dicono gli Egiziani che uno splendore scende
    gi dal cielo sulla vacca, la quale, cos fecondata, d alla luce Api.
    Questo  vitello  che viene chiamato Api ha come segni caratteristici i
    seguenti:  tutto nero,  tranne una macchia quadrangolare bianca sulla
    fronte;  sul dorso ha la figura d'un'aquila;  nella coda i peli che si
    dividono in due e, sotto la lingua, uno scarabeo (17).

     29. Quando i sacerdoti gli condussero innanzi Api, Cambise,  che non
    era  troppo  padrone  della  sua mente,  tratto il pugnale,  mirando a
    colpire  Api  nel  ventre,   lo  fer  a  una   coscia.   Poi   disse,
    sghignazzando,  ai  sacerdoti:  O teste stolte,  sono dunque tali gli
    di, con sangue e carne, e che sentono il ferro? Oh,  davvero  questo
    un  dio  degno dell'Egitto.  Ma voi non avrete a rallegrarvi di avermi
    burlato.
    Ci detto, ordin, a quelli che avevano tale incarico, di flagellare i
    sacerdoti e di uccidere qualunque degli altri  Egiziani  trovassero  a
    celebrare la festa.
    Cos  i  festeggiamenti  dell'Egitto  furono  interrotti,  i sacerdoti
    puniti;  Api,  ferito alla  coscia,  si  spegneva,  giacendo  nel  suo
    santuario:  quando,  per  la ferita,  venne a morire,  i sacerdoti gli
    diedero sepoltura all'insaputa di Cambise.

     30.  Subito,  a causa di questo empio delitto,  dicono gli Egiziani,
    Cambise,  per  quanto  anche prima non fosse in senno,  fu preso dalla
    pazzia e,  per prima cosa,  fece morire suo fratello Smerdi (18),  che
    pur era nato dallo stesso padre suo e dalla stessa madre.
    Lo  aveva  allontanato  dall'Egitto  e  mandato  in  Persia per motivo
    d'invidia,  poich egli solo tra i Persiani era riuscito a tendere per
    circa  due  dita l'arco che gli Ittiofagi gli avevano portato da parte
    del re etiope: nessun altro era stato capace di tanto.
    Tornato Smerdi tra i Persiani, Cambise, durante il sonno,  ebbe questa
    visione:  gli  pareva  che  un  messaggero,  venuto dalla Persia,  gli
    annunciasse che Smerdi, assiso sul trono reale, toccava con il capo il
    cielo.
    Perci, preso dal timore per s, che il fratello, cio,  non lo avesse
    a uccidere e prendergli il potere,  mand in Persia Pressaspe,  il pi
    fedele a lui dei Persiani, perch lo uccidesse.
    Pressaspe,  recatosi a  Susa,  fece  morire  Smerdi:  secondo  alcuni,
    avendolo  tratto a una partita di caccia,  secondo altri,  dopo averlo
    condotto sul Mare Eritreo, ve l'avrebbe fatto affogare.

     31.  Fu questo per Cambise,  dicono,  il delitto che aperse la serie
    degli altri.
    Per secondo, mand a morte la sorella, che l'aveva seguito in Egitto e
    con  la  quale conviveva maritalmente,  nonostante gli fosse congiunta
    per parte di padre e di madre.
    E poich,  prima di lui,  i Persiani non avevano  avuto  assolutamente
    l'abitudine  di unirsi con le proprie sorelle,  ecco come era giunto a
    sposarla.
    Preso d'amore per una delle sorelle,  che poi volle fare  sua  moglie,
    siccome  sapeva  che  ci  era  fuori  dell'usanza  comune,  convoc i
    cosiddetti "giudici regi" e chiese loro se c'era una  disposizione  di
    legge  che  autorizzasse,  chiunque  volesse,  a  sposare  la  propria
    sorella.
    I  "giudici  regi"  sono  personalit,  scelte  tra  i  Persiani,  che
    rimangono tali fino alla loro morte, o fino a che non si sia trovato a
    loro  carico  qualche  azione  indegna:  sono essi che amministrano la
    giustizia tra i Persiani,  ne interpretano le tradizioni patrie  e  ad
    essi tutto si rimette.
    Ordunque,  alla domanda di Cambise risposero secondo giustizia e senza
    compromettersi, dicendo che non trovavano alcuna legge che permettesse
    a un fratello di sposare la sorella,  ma ne avevano  trovata  un'altra
    che  autorizzava  il re dei Persiani a fare quello che desiderava.  In
    tal modo,  essi non abrogarono la legge  per  paura  che  avessero  di
    Cambise  e,  per  non  soccombere essi stessi difendendo la legge,  ne
    trovarono un'altra favorevole  al  desiderio  del  re  di  sposare  la
    sorella.
    E cos, per il momento, Cambise prese in moglie quella che amava (19);
    poco dopo,  per,  si prese anche l'altra sorella. La pi giovane (20)
    di esse,  quella che l'aveva seguito in Egitto,  egli,  poi,  la  fece
    uccidere.

     32.  Sulla morte di questa donna,  come sull'uccisione di Smerdi, si
    hanno due versioni.
    I Greci raccontano che Cambise fece un giorno azzuffare  tra  loro  un
    leoncino  e  un  cagnolino,  mentre egli e questa sua moglie stavano a
    guardare:  orbene,  il  cagnolino  aveva  la  peggio,  quando  un  suo
    fratello,  un  altro  cucciolo,  rotto il guinzaglio si slanci in suo
    aiuto e cos, essendo in due, ebbero vittoria sul leoncino.
    Cambise gustava con piacere lo spettacolo,  ma colei  che  gli  sedeva
    accanto piangeva;  sicch egli,  quando se ne avvide, chiese il perch
    di quel pianto.  La moglie disse che al vedere quel cucciolo  che  era
    accorso in aiuto del fratello,  s'era messa a piangere ricordandosi di
    Smerdi  e  sapendo  che  per  quello  non  vi  sarebbe   stato   alcun
    vendicatore.
    Secondo i Greci, per questa frase Cambise l'avrebbe fatta uccidere.
    Raccontano,  invece, gli Egiziani che mentre erano seduti a tavola, la
    donna, presa in mano una pianta di lattuga,  l'andava sfogliando e poi
    chiese  al marito se la lattuga era pi bella cos ridotta o con tutte
    le sue foglie. Quello naturalmente rispose che era meglio con tutte le
    sue foglie ed essa gli  avrebbe  detto:  Eppure,  tu  un  giorno  hai
    imitato  quello che io faccio con la lattuga,  depauperando la casa di
    Ciro.
    Quello,  preso dall'ira,  le si sarebbe scagliato  contro,  nonostante
    fosse incinta ed essa, in seguito ad aborto, sarebbe spirata.

     33.  Cos contro i parenti pi stretti infier Cambise in preda alla
    pazzia o per la morte di Api o per qualche altro motivo, dato che sono
    molte le disgrazie che colpiscono comunemente gli uomini.
    E, infatti,  si dice che fin dalla nascita Cambise avesse una malattia
    grave, quella che alcuni chiamano "il male sacro" (21).
    Non  v'era  nulla  di strano che,  essendo il corpo gravemente malato,
    nemmeno la mente fosse del tutto sana.

     34.  Ed ecco le  pazzie  che  egli  commise  ai  danni  degli  altri
    Persiani.
    Si  dice,  dunque,  che a Pressaspe,  che egli onorava moltissimo (era
    quello che gli portava i messaggi e suo figlio faceva  da  coppiere  a
    Cambise,  onore  questo tutt'altro che disprezzabile) egli fece questa
    domanda: O Pressaspe,  che uomo mi giudicano i Persiani  e  che  cosa
    dicono sul mio conto?. Quello rispose: O Signore, per tutto il resto
    ricevi grandi elogi, ma dicono che ami un po' troppo il vino.
    Cos egli riferiva il giudizio dei Persiani, ma il re in preda all'ira
    rispose  con  queste parole: Ora,  dunque,  dicono i Persiani che io,
    dedito al vino,  sono fuori di senno e non sono sano di mente.  Allora
    non corrispondeva a verit quello che dicevano prima.
    In  precedenza,  infatti,  mentre  i  Persiani e Creso erano seduti in
    assemblea,  Cambise aveva chiesto quale opinione essi avessero  a  suo
    riguardo  in  confronto del padre.  Essi risposero che era superiore a
    suo padre perch, oltre a conservare tutto quello che aveva lui,  egli
    aveva aggiunto il possesso dell'Egitto e il dominio sul mare (22).
    Questo avevano detto i Persiani!  Ma Creso, che era presente e non era
    soddisfatto di quel giudizio, parl cos a Cambise: O figlio di Ciro,
    a me non pare che tu sia uguale a tuo padre poich tu non  hai  ancora
    un figlio, quale egli ha lasciato, lasciando te.
    Tutto  contento  Cambise  di  udir  queste parole,  aveva approvato il
    giudizio di Creso.

     35. Dunque, ricordandosi di questo fatto, con ira disse a Pressaspe:
    Tu stesso ora renditi conto se  giusto quello che dicono i Persiani,
    o se, parlando cos, sono essi che sragionano.
    Poich se io,  mirando a  tuo  figlio  che  sta  l  ritto  in  piedi
    nell'atrio,  lo  colpir  nel  mezzo  del  cuore,  sar evidente che i
    Persiani dicono sciocchezze; se, invece, fallir il colpo,  va' pure a
    dire  che  i  Persiani hanno ragione di parlare cos e che io non sono
    pi in senno.
    Ci detto,  avrebbe teso l'arco e  colpito  il  fanciullo.  Quando  il
    fanciullo  cadde,  ne  avrebbe  fatto  aprire il corpo ed esaminare la
    ferita: e constatato che la freccia s'era infissa proprio  nel  cuore,
    ridendo  e  molto  allegro  avrebbe  detto  al  padre  del ragazzo: O
    Pressaspe,  ti si  fatto manifesto che io non sono pazzo e che sono i
    Persiani  che  non  ragionano.  Ora,  dimmi: chi altro hai visto tu al
    mondo che colpisse in tal modo nel segno?.  Pressaspe,  che lo vedeva
    fuori di senno e temeva per la propria vita, rispose: O signore, sono
    convinto  che  nemmeno  il  dio stesso (23) potrebbe colpire con tanta
    precisione.
    Questi furono gli eccessi che commise allora. In altra occasione, fece
    seppellire,  vivi  con  la  testa  in  gi,  12  Persiani  fra  i  pi
    ragguardevoli,   dopo   averli  fatti  arrestare  senza  alcun  motivo
    apprezzabile.

     36.  Mentre egli si comportava  cos  ferocemente,  Creso  di  Lidia
    ritenne  opportuno  ammonirlo  con  queste  parole: O re,  non cedere
    sempre e in tutto all'ardore dell'et e dell'ira.  Suvvia,  frenati  e
    sii padrone di te stesso. E' buona cosa essere previdenti. E' saggezza
    la cautela;  ma tu mandi a morte,  senza un motivo apprezzabile, degli
    uomini che sono tuoi concittadini, tu uccidi i fanciulli. Bada che, se
    insisti a comportarti in questo modo,  i Persiani si allontaneranno da
    te.
    Tuo  padre  Ciro  mi  ha dato l'incarico,  e me l'ha raccomandato con
    molta insistenza,  di ammonirti e di suggerirti  quello  che  trovassi
    buono per te.
    Questi erano i consigli che gli dava, mostrandogli premura e simpatia.
    Ma  quello  rispose: Tu,  dunque,  hai anche il coraggio di darmi dei
    consigli.  Tu che cos saggiamente hai governato la tua patria e  cos
    bene  hai  consigliato  mio padre,  incitandolo ad attraversare lui il
    fiume Arasse per marciare contro i Massageti,  mentre erano disposti a
    venire  loro  nel nostro paese: cos,  non solo hai rovinato te stesso
    governando male il tuo paese,  ma hai tratto a rovina anche Ciro,  che
    ti  dava  ascolto.  Ma non avrai a rallegrartene poich da lungo tempo
    desideravo cogliere un pretesto per colpirti.
    Ci detto, dava di piglio all'arco per trafiggerlo,  ma Creso,  con un
    balzo, corse fuori dalla stanza.
    Il  re,  allora,  poich non lo poteva cogliere,  diede ordine ai suoi
    uomini di prenderlo e dargli la morte. Sennonch quelli, conoscendo il
    suo carattere,  tennero  nascosto  Creso  con  questa  intenzione:  se
    Cambise   si   fosse   ravveduto  e  avesse  ricercato  Creso,   essi,
    presentandoglielo,   avrebbero  ricevuto  un   compenso   per   averne
    risparmiata  la  vita.  Se,  invece,  il  pentimento  non veniva e non
    sentiva il bisogno di quell'uomo, allora lo avrebbero ucciso.
    In verit, passato poco tempo,  Cambise sent la mancanza di Creso e i
    suoi  uomini,  che  se n'erano accorti,  gli annunciarono che egli era
    ancora in vita.
    Cambise si disse molto contento che Creso fosse vivo,  per essi,  che
    non avevano eseguito il suo comando, non sarebbero andati impuniti, ma
    li avrebbe fatti uccidere: e cos fece.

      37.  In  tal modo e con insistenza egli dava prova di pazzia contro
    Persiani e alleati,  durante il soggiorno in  Menfi,  aprendo  antiche
    sepolture di cui esaminava, violandoli, i cadaveri.
    Fu  cos  che entr pure nel santuario di Efesto e fece un gran ridere
    per la sua statua,  poich la statua  di  Efesto    molto  simile  ai
    "Pateci",  che i Fenici portano in giro infissi sulla prora delle loro
    triremi.  Per chi  non  avesse  mai  visto  un  patecio,  dar  questa
    indicazione:  il ritratto di un pigmeo.
    Penetr  anche  nel  santuario dei Cabiri,  nel quale a nessun altro 
    permesso di entrare se non al sacerdote.  Anzi diede fuoco  alle  loro
    statue,   dopo  averle  in  vari  modi  derise,  poich  anche  queste
    assomigliavano alle immagini di Efesto,  del quale i Cabiri sostengono
    di essere figli.

     38.  Da tutto questo , dunque, manifesto che Cambise fu preso da un
    grave  accesso  di  follia,  altrimenti  non  avrebbe  certo  preso  a
    schernire le cose sacre e i costumi tradizionali.
    Poich,  se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le
    varie tradizioni  e  li  si  invitasse  a  scegliersi  le  pi  belle,
    ciascuno,  dopo  opportuna  riflessione,  preferirebbe  quelle del suo
    paese: tanto a ciascuno sembrano di gran  lunga  migliori  le  proprie
    costumanze.
    Non    da  pensare,  quindi,  che  un altro,  che non fosse un pazzo,
    potesse gettare nel ridicolo  simili  credenze.  E  che  cos  abbiano
    sempre  giudicato  gli uomini tutti a riguardo degli usi,   possibile
    arguirlo da molte altre prove, ma in particolare anche da questa.
    Dario,  durante il tempo del suo potere,  chiamati al suo  cospetto  i
    Greci  che  erano  con  lui,  chiese  loro a qual prezzo mai avrebbero
    acconsentito a cibarsi dei loro padri morti,  ma quelli dissero che  a
    nessun prezzo l'avrebbero fatto.
    In  un secondo tempo,  Dario,  fatti convocare quegli Indiani che sono
    chiamati Callati,  e  che  hanno  l'abitudine  di  mangiare  i  propri
    genitori,  chiese  loro,  alla  presenza  dei  Greci  che,  per  mezzo
    dell'interprete,  capivano ci che si diceva,  a qual prezzo avrebbero
    accettato  di  distruggere  col  fuoco  i loro padri morti,  ma quelli
    uscirono in alte grida e lo invitarono a non dire  parole  di  cattivo
    augurio.
    Cos sono fatte queste tradizioni avite;  e, secondo me, ha detto bene
    Pindaro nei suoi versi che "la tradizione  regina del mondo".

     39.  Quando Cambise marciava contro  l'Egitto,  anche  gli  Spartani
    fecero una spedizione contro Samo e contro Policrate,  figlio di Eace,
    che, essendo insorto, aveva preso il comando della citt.
    In un primo tempo, dopo averla divisa in tre parti,  ne aveva affidato
    due  ai  fratelli Pantagnoto e Silosonte,  ma poi,  mandato a morte il
    primo e cacciato in esilio il pi giovane,  Silosonte,  aveva preso in
    pugno  tutta  la  citt.  Avuto  il potere,  aveva stretto un patto di
    ospitalit con Amasi,  re d'Egitto,  mandandogli  doni  e  ricevendone
    altri da lui.
    In  breve  tempo,  rapidamente  la  fortuna di Policrate era cresciuta
    molto e se ne parlava con ammirazione nella Ionia e per il resto della
    Grecia: dovunque,  infatti,  rivolgesse le sue spedizioni,  tutte  gli
    riuscivano felicemente.
    Aveva   cento   navi   a  cinquanta  remi  e  mille  tiratori  d'arco.
    Taglieggiava  e  depredava  tutti,  senza  fare  nessuna  distinzione:
    diceva,  infatti, che a un amico si fa cosa pi gradita restituendogli
    quanto gli si  tolto,  che a non prendergli nulla  del  tutto.  S'era
    cos  impadronito  di  parecchie  isole  e  di  molte  citt anche sul
    continente: tra l'altro,  aveva vinto in battaglia navale i Lesbi  che
    erano  accorsi  in  massa  in  aiuto di Mileto,  e li aveva catturati:
    questi,  incatenati,  scavarono tutta la fossa che circonda le mura di
    Samo.

     40.  Amasi,  certo,  non ignorava la grande fortuna di Policrate, ma
    questa gli dava piuttosto dell'inquietudine. E siccome tale prosperit
    si faceva di giorno in giorno pi grande,  scrisse e mand a Samo  una
    lettera  di  questo  tenore:  "Amasi dice questo a Policrate: fa senza
    dubbio piacere sentir dire che un amico e un ospite  fortunato,  ma i
    tuoi  grandi  successi  mi  procurano  turbamento,  perch  so  che la
    divinit  invidiosa. E, in certo qual modo,  per quanto riguarda me e
    quelli che mi stanno a cuore,  desidero che parte degli affari abbiano
    buon esito,  parte no;  e in tal modo  variare  la  vita  con  alterne
    vicende, piuttosto che avere in tutto il favore della fortuna.
    "Infatti,  non  ho  mai  sentito dire di alcuno che,  essendo in tutto
    fortunato, non abbia, alla fine, malamente concluso la sua vita,  come
    divelto dalle radici.  Tu, di fronte a tanto favore della sorte, dammi
    ascolto e fa' cos: pensa fino a che tu abbia trovato qual  l'oggetto
    per te pi prezioso e la cui perdita al tuo cuore dar  il  pi  grave
    dolore  e  gettalo  via  in modo da farlo scomparire dagli occhi degli
    uomini. E se, d'ora in poi, ai successi non si alterneranno i rovesci,
    rimedia tu stesso nel modo che ti ho suggerito".

     41.  Policrate,  quand'ebbe letto quelle parole e si fu convinto che
    Amasi  lo  consigliava  bene,  si  diede  a cercare fra i suoi tesori,
    quello per la cui perdita il suo cuore  avrebbe  sofferto  di  pi  e,
    cercando,  lo trov: egli aveva un sigillo, che portava incastonato in
    un anello d'oro,  fatto di smeraldo,  opera d'arte di Teodoro di Samo,
    figlio di Telecle.
    Poich, dunque, era deciso a disfarsene, ecco come fece: allestita con
    tutto  l'equipaggio  una nave a cinquanta remi,  vi sal egli stesso e
    diede ordine di portarlo in mare aperto;  quando fu ben lontano  dalla
    sua  isola,  alla vista di tutti i compagni di navigazione,  sfilatosi
    l'anello, lo gett tra le onde. Ci fatto, fece vela per il ritorno e,
    rientrato a palazzo, si crogiolava nel suo dispiacere.

     42.  Quattro o  cinque  giorni  dopo,  ecco  cosa  gli  accadde:  un
    pescatore  che aveva preso un pesce grande e bello,  pens che valesse
    la pena di farne dono a Policrate. Portatolo, dunque, alle porte della
    reggia,  chiese di  essere  ammesso  alla  presenza  di  Policrate  e,
    ottenutolo,  gli  disse  presentandogli  il  pesce:  O re,  avendo io
    pescato questo pesce,  non ho ritenuto opportuno portarlo al  mercato,
    sebbene  io  mi  guadagni  la  vita  con il lavoro delle mie mani;  ho
    pensato, invece,  che esso  degno di te e di un re come sei tu: a te,
    quindi, l'ho portato e ne faccio dono.
    A queste parole, il re, tutto contento, rispose: Hai fatto molto bene
    e io ti sono doppiamente grato, sia per le tue parole, sia per il dono
    e ti invito a pranzo.
    Il  pescatore  se ne torn a casa,  tutto orgoglioso di questo invito.
    Ma, quando i servi tagliarono il pesce, trovarono che nel ventre c'era
    l'anello di Policrate;  come  lo  videro  e  lo  presero  in  mano  lo
    portarono tutti contenti a Policrate e,  consegnandogli l'anello,  gli
    spiegarono in che modo era stato trovato.
    Gli entr,  allora,  nell'anima l'idea che quel fatto fosse di origine
    divina.  Perci scrisse in una lettera quanto aveva fatto e quello che
    gli era toccato e quando l'ebbe scritta, la fece portare in Egitto.

     43. Amasi,  appena letto il messaggio pervenutogli da Policrate,  si
    convinse  che  non  era possibile a un uomo sottrarre un altro uomo al
    destino che gli incombeva  e  che  non  poteva  fare  una  buona  fine
    Policrate,  che  aveva  una  fortuna cos sfacciata da ritrovare anche
    quello che voleva gettar via.
    Mand,  quindi,  un araldo a Samo a dire che denunciava  il  patto  di
    ospitalit.  Egli  lo  faceva  perch,  se  qualche  rovescio  grave e
    doloroso fosse capitato  a  Policrate,  non  avesse  il  suo  animo  a
    provarne dolore, come quando si tratta d'un ospite.

      44.  Contro  questo  Policrate,  dunque,  cos  fortunato in tutto,
    movevano in armi gli Spartani, invitati da quei Sami che,  dopo questi
    fatti, fondarono Cidonia nell'isola di Creta.
    Policrate,  all'insaputa dei Sami,  aveva inviato dei messi a Cambise,
    figlio di Ciro,  che stava raccogliendo l'esercito contro l'Egitto,  a
    pregarlo   di   mandare  anche  da  lui  a  Samo  degli  incaricati  a
    richiedergli delle truppe. Cambise, udita la proposta,  ben volentieri
    mand  a  Samo  a  pregare  Policrate  che inviasse con lui una flotta
    contro l'Egitto e Policrate, avendo, fra i cittadini,  scelto quelli a
    lui  pi  sospetti di simpatie rivoluzionarie,  li imbarc su quaranta
    triremi,  raccomandando a Cambise di  non  lasciarglieli  pi  tornare
    indietro.

      45.  Ora,  alcuni  dicono  che  questi  uomini  di  Samo mandati da
    Policrate non giunsero mai in Egitto, ma non appena, navigando, furono
    nelle acque di Carpato,  s'accordarono fra di loro e decisero  di  non
    proseguire pi oltre nella navigazione;  altri, invece, sostengono che
    arrivarono in Egitto e che di l, poi, nonostante la sorveglianza,  se
    ne fuggirono via.
    Mentre  per mare se ne tornavano a Samo,  Policrate,  fattosi incontro
    con la  flotta,  li  impegn  a  battaglia.  Rimasti  vincitori  nello
    scontro,   i  reduci  sbarcarono  nell'isola,  ma,  in  una  battaglia
    ingaggiata sulla terraferma,  furono sopraffatti e allora fecero  vela
    verso Sparta.
    C'  chi  dice  che i reduci dall'Egitto sbaragliarono Policrate.  Ma,
    secondo me,  ci che dicono non   vero:  non  c'era,  infatti,  alcun
    bisogno che chiamassero in aiuto gli Spartani, se veramente erano essi
    in grado di piegare Policrate.
    Oltre a ci,  non  nemmeno ragionevole che uno,  come lui, che poteva
    contare su gran numero di alleati mercenari e di  arcieri  del  paese,
    sia stato battuto da quei reduci di Samo che erano pochi.
    Fatto  che Policrate,  raccolti negli arsenali i figli e le mogli dei
    cittadini che aveva in suo potere,  li  teneva  pronti  per  bruciarli
    insieme  con  gli  arsenali,  nel  caso  che  i loro padri e mariti lo
    tradissero, passando dalla parte dei reduci.

     46.  Quando i Sami,  scacciati  da  Policrate,  giunsero  a  Sparta,
    presentatisi ai magistrati,  parlarono i lungo, assillati, come erano,
    dal bisogno.
    I magistrati, per, nella prima udienza risposero che le prime cose da
    loro dette le avevano gi  dimenticate,  mentre  le  seguenti  non  le
    comprendevano  (24).  Dopo  di  ci,  presentatisi  una seconda volta,
    portando con s un sacco,  nient'altro dissero se  non  che  il  sacco
    aveva  bisogno  di  farina  e  i  magistrati  risposero che era fatica
    inutile quel parlar del sacco: tuttavia  decisero  di  venir  loro  in
    aiuto.

     47. Dopo aver fatto i necessari preparativi, gli Spartani mossero in
    armi contro Samo: a quanto dicono gli abitanti dell'isola,  per debito
    di riconoscenza,  dato che Samo per prima aveva mandato un contingente
    di  navi ad aiutarli contro i Messeni.  A quanto,  invece,  dicono gli
    Spartani,  essi accorrevano in armi non gi per aiutare i Sami che  li
    pregavano,  ma perch volevano punirli di aver rapito il cratere (25),
    che essi portavano a Creso e la corazza che aveva loro mandato in dono
    Amasi, re d'Egitto.
    Infatti,  quelli di Samo avevano rubato la corazza un anno  prima  del
    cratere: era di lino, con molte figure di animali intessute, adorna di
    ricami d'oro e di cotone; ogni filo di questa corazza merita di essere
    ammirato;  perch,  pur essendo esso sottile,  ne contiene in s altri
    360, tutti visibili.
    Simile a questa  anche l'altra corazza,  quella che Amasi consacr ad
    Atena di Lindo.

      48.  Perch  questa spedizione contro Samo si facesse s'adoperavano
    ben volentieri anche i Corinzi,  che avevano  da  vendicare  un'offesa
    inflitta  loro  da quei di Samo,  due generazioni (26) prima di questa
    guerra, non, quindi, contemporanea al ratto del cratere.
    Infatti, Periandro (27), figlio di Cipselo, aveva mandato a Sardi,  da
    Aliatte,  300  figli  dei  principali cittadini di Corcira,  per farne
    degli eunuchi.
    Quando i Corinzi che scortavano i fanciulli approdarono  all'isola  di
    Samo,  gli  abitanti dell'isola,  che erano venuti a sapere la ragione
    per cui  erano  condotti  a  Sardi,  per  prima  cosa  suggerirono  ai
    fanciulli di mettersi sotto la protezione del tempio di Artemide; poi,
    siccome  essi  non permettevano che i supplici venissero strappati dal
    tempio e i Corinzi impedivano che si desse loro da  mangiare,  i  Sami
    istituirono una festa, che anche ora celebrano allo stesso modo.
    Al  sopraggiungere della notte,  per tutto il tempo in cui i fanciulli
    furono supplici,  formavano  cori  di  vergini  e  giovanetti  e,  nel
    formarli,  stabilirono per legge che essi portassero focacce di sesamo
    e di miele affinch i fanciulli di Corcira, rubandole, se ne potessero
    nutrire.
    Questo si ripet fino a quando i Corinzi,  che  erano  a  guardia  dei
    fanciulli,   se   ne   andarono  abbandonandoli;   allora  i  Sami  li
    ricondussero a Corcira.

     49. Se, dopo la morte di Periandro,  i Corinzi si fossero trovati in
    buona  armonia  con  i  Corciresi,  non avrebbero certo favorito,  per
    questo motivo,  la spedizione contro Samo;  ma la verit  che sempre,
    fin da quando colonizzarono (28) l'isola,  sempre sono in lotta fra di
    loro, pur essendo del medesimo sangue.
    Appunto per queste discordie,  i Corinzi conservavano  rancore  contro
    quelli di Samo.
    Periandro  aveva  mandato  a  Sardi,  perch  vi  fossero castrati,  i
    fanciulli scelti dalle prime famiglie di  Corcira,  per  desiderio  di
    vendetta,  poich erano stati primi i Corciresi a darne motivo, avendo
    compiuto nei suoi riguardi un indegno delitto.

     50.  Infatti,  dopo che ebbe provocato la morte della propria moglie
    Melissa (29),  accadde che, alla disgrazia gi avvenuta, per Periandro
    s'aggiungesse quest'altra.
    Egli aveva avuto  da  Melissa  due  figli  che  contavano  allora  uno
    diciassette,  l'altro diciotto anni;  il nonno materno Procle, che era
    tiranno di Epidauro, fattili venire presso di s, li curava con grande
    affetto,  com' naturale,  trattandosi dei figli  di  sua  figlia.  Ma
    quando  venne  il momento di congedarli,  mentre li accompagnava disse
    loro: Ricordate voi,  ragazzi miei,  chi ha ucciso vostra madre?.  A
    queste parole il maggiore non fece alcun caso,  ma il pi giovane, che
    si chiamava Licofrone, fu tanto addolorato nell'udirle, che,  giunto a
    Corinto,  non  rivolse nemmeno la parola a suo padre,  che considerava
    l'uccisore della madre; n sosteneva la conversazione quando quello la
    intavolava,  n  dava  risposta  alcuna  alle  domande  che  egli  gli
    rivolgeva.
    Alla fine, Periandro, irritato, lo scacci di casa.

      51.  Allontanato il pi giovane,  interrogava il maggiore su quello
    che il nonno aveva  detto  loro;  ed  egli  raccontava  che  li  aveva
    trattati con tanto affetto, ma non faceva cenno della frase che Procle
    aveva   detto   mentre  li  accompagnava,   in  quanto  non  ne  aveva
    approfondito il senso.
    Periandro, per, diceva che non era possibile che non avesse dato loro
    qualche  consiglio  e   insisteva   nel   chiedere:   allora   quello,
    ricordandosi, rifer anche quelle parole. Periandro comprese e, deciso
    a  non  usare  mitezza  alcuna,  l dove il figlio da lui scacciato si
    trovava a dimorare, mandava dei messi a proibire che lo si accogliesse
    in casa;  e quando il giovane,  scacciato da una casa si rifugiava  in
    un'altra,   anche  da  questa  veniva  allontanato,  poich  Periandro
    minacciava chi gli dava ospitalit e comandava di respingerlo.
    E cos quello, continuamente respinto, passava da una dimora all'altra
    dei suoi amici i quali,  vedendo in lui il figlio di  Periandro  (30),
    anche se pieni di paura, tuttavia gli davano ricetto.

     52.  Alla fine Periandro, per mezzo di pubblico araldo, proclam che
    chiunque l'avesse accolto in casa,  o con lui avesse  parlato,  doveva
    pagare ad Apollo una sacra ammenda e specific l'importo della multa.
    A  causa  di questo proclama nessuno pi volle rivolgergli la parola o
    dargli ospitalit. D'altra parte nemmeno lui riteneva di dover esigere
    ci che era proibito e sopportando con animo forte  s'aggirava  per  i
    portici.
    Al  quarto giorno Periandro,  avendolo visto caduto nella sordidezza e
    nella fame,  ne ebbe  compassione  e,  lasciata  sbollire  l'ira,  gli
    s'accost e disse:
    Figlio mio,  quale delle due condizioni ti sembra preferibile: questa
    in cui ti trovi ora di tua elezione,  oppure  ereditare  il  potere  e
    tutti  i  beni che possiedo io ora,  solo che tu sia ossequiente a tuo
    padre? Tu che sei figlio mio e re dell'opulenta Corinto, hai scelto la
    vita errabonda,  insorgendo in preda all'ira contro chi  meno  avresti
    dovuto.
    Poich se,  in queste vicende, una disgrazia  accaduta, per la quale
    hai concepito questa diffidenza verso di me,  questa disgrazia  mia e
    chi  ne  porta  il  peso  pi grave sono io,  in quanto io stesso l'ho
    provocata.  Ma tu,  ora che hai esperimentato quanto sia meglio essere
    invidiato  che  commiserato e,  nello stesso tempo,  quanto sia penoso
    essere adirato contro i genitori e  contro  i  pi  potenti,  torna  a
    casa.
    Con tali parole Periandro cercava di ammansire il giovane.  Ma quello,
    per tutta risposta osserv al padre che doveva pagare la multa al dio,
    per essersi intrattenuto a colloquio con lui.
    Convinto ormai che il male di suo figlio era incurabile e invincibile,
    lo allontana dalla sua vista,  mandandolo con una nave a Corcira,  ch
    anche quest'isola era in suo potere.
    Dopo  averlo mandato col,  Periandro marci contro il suocero Procle,
    che considerava il principale responsabile della situazione che  s'era
    venuta formando,  espugn Epidauro e, preso lo stesso Procle, lo tenne
    prigioniero.

      53.  Ma,  col  passare  del  tempo,  Periandro  era  invecchiato  e
    riconosceva  di  non  essere  pi,  ormai,  in  grado di sorvegliare e
    amministrare i pubblici affari.  Mand allora  qualcuno  a  Corcira  e
    invit  Licofrone  a  prendere  il  potere: non vedeva,  infatti,  nel
    maggiore dei figli l'attitudine necessaria,  anzi gli pareva piuttosto
    tardo d'ingegno.  Ma Licofrone a chi gli recava l'annuncio non ritenne
    nemmeno di rivolgere una domanda.
    Periandro,  che era molto attaccato al giovane,  mand a lui,  con  un
    secondo  invito,  la sorella (sua figlia,  quindi) pensando che a lei,
    pi che ad alcun altro, avrebbe dato ascolto.
    Costei, arrivata, gli disse: Ragazzo mio,  vuoi tu che il regno passi
    in mano d'altri e che la fortuna di tuo padre vada dispersa, piuttosto
    che venire tu stesso a possederla? Torna a casa, e smettila di far del
    male  a  te  stesso.  L'ostinazione   una cosa riprovevole: non voler
    sanare un male con un altro male. Molti al rigido diritto preferiscono
    l'equit pi ragionevole.  Molti  gi,  cercando  di  salvaguardare  i
    diritti materni,  perdettero i beni che avrebbero avuti dal padre.  La
    tirannide  un possesso  malsicuro;  molti  ne  sono  cupidi.  Egli  
    vecchio  ormai e ha gi passato l'et della forza: non dare in mano ad
    altri i beni che sono tuoi.
    Ammaestrata dal padre,  essa gli faceva i ragionamenti  pi  adatti  a
    persuaderlo;  ma  il  giovane,  rispondendo,  le disse che non sarebbe
    giammai andato a Corinto, finch sapeva che era in vita suo padre.
    Quando la  figlia  gli  rifer  queste  parole,  per  la  terza  volta
    Periandro  mand  un messaggero con questa proposta: egli stesso se ne
    sarebbe andato a Corcira,  ma voleva che il figlio venisse a Corinto e
    gli succedesse sul trono.
    A questi patti avendo il giovane acconsentito,  Periandro si preparava
    a partire per Corcira e suo  figlio  a  tornare  a  Corinto  quando  i
    Corciresi,  informati di tutto ci,  a impedire che Periandro mettesse
    piede nel loro paese, uccisero il giovane.
    Era  per  questa  ragione  che  Periandro  si  voleva  vendicare   dei
    Corciresi.

     54.  Gli Spartani,  dunque,  arrivati con una grande flotta,  posero
    l'assedio a Samo. Passati poi all'attacco delle mura,  posero il piede
    su una fortezza che si ergeva di fronte al mare,  in un sobborgo della
    citt;  ma subito dopo,  essendo accorso in aiuto Policrate in persona
    con una folta schiera, ne furono scacciati.
    Dalla  parte  della torre superiore,  che si alza sul dorso del monte,
    sbucarono le milizie ausiliarie, fiancheggiate da numerosi Sami. Essi,
    per,  dopo aver fronteggiato gli Spartani per breve tempo,  batterono
    in ritirata e i nemici, inseguendoli, ne facevano strage.

     55.  Se gli Spartani,  che erano in campo, si fossero in quel giorno
    comportati come Archia e Licopa, Samo sarebbe stata espugnata.
    Questi due, infatti, piombati da soli entro la cinta delle mura,  alle
    spalle dei Sami in fuga, essendo stata loro chiusa la via di ritirata,
    morirono dentro la citt stessa.
    Mi sono incontrato io stesso,  due generazioni dopo questo Archia, con
    un altro Archia, figlio di Samio, a sua volta figlio di Archia: orbene
    egli,  nel demo  di  Pitane  (al  quale  apparteneva)  fra  tutti  gli
    stranieri  onorava in modo particolare i cittadini di Samo e ricordava
    che a suo padre era stato posto il nome di Samio,  perch il padre  di
    lui, Archia, era morto in Samo, dopo aver combattuto da valoroso; e se
    egli onorava i Sami,  diceva,  era perch gli abitanti di quella citt
    avevano dato sepoltura onorevole a suo nonno a pubbliche spese.

     56.  Gli Spartani,  visto che erano ormai  passati  quaranta  giorni
    nell'assedio   di  Samo  e  l'impresa  non  segnava  alcun  progresso,
    ripartirono per il Peloponneso.
    Secondo una versione che  stata  fatta  circolare,  ma  non    molto
    attendibile,  Policrate  avrebbe  fatto  coniare  in  piombo  una gran
    quantit di moneta corrente nel paese e dopo averla  rivestita  d'oro,
    l'avrebbe data agli Spartani, che, accettatala per buona, si sarebbero
    in tal modo allontanati da Samo.
    Fu  questa  la  prima  spedizione  che  fecero in Asia gli Spartani di
    stirpe dorica.

     57. I Sami che avevano provocato la guerra contro Policrate,  quando
    videro  che  gli  Spartani avevano intenzione di lasciarli,  anch'essi
    fecero vela verso Sifno.
    Infatti,  avevano bisogno di denaro e le condizioni di Sifno  in  quel
    tempo erano fiorenti.  Anzi, fra gli isolani, erano senza dubbio i pi
    ricchi,  grazie alle miniere di oro e di argento esistenti nell'isola;
    tanto che,  dalla decima dei proventi che ne traevano,  consacrarono a
    Delfi un tesoro pari a quello dei  popoli  pi  ricchi:  e  ogni  anno
    ripartivano fra loro le ricchezze che si venivano accumulando.
    Nel periodo in cui fecero costruire il tesoro, chiesero all'oracolo se
    la prosperit di cui godevano sarebbe durata loro per lungo tempo e la
    Pizia rispose con questi versi:
    "Ma quando, in Sifno, sar bianco il pritaneo - e bianca la cinta del
    mercato,  allora  c'  bisogno d'un uomo per guardarsi dall'insidia di
    legno e dall'araldo rosso".
    In quel tempo i Sifni avevano la piazza  del  mercato  e  il  pritaneo
    decorati con marmo di Paro.

      58.  Questo  oracolo  essi  non furono in grado di interpretarlo n
    subito allora,  n quando arrivarono i Sami;  i quali,  appena  furono
    nelle  acque  di Sifno,  mandarono alla citt una delle navi con degli
    ambasciatori.
    In antico tutte le navi  erano  tinte  di  rosso  ed  era  questo  che
    intendeva  la  Pizia  quando  consigliava ai Sifni di stare in guardia
    dall'insidia di legno e dall'araldo rosso.
    Arrivati,  dunque,  i parlamentari pregarono i Sifni  di  dar  loro  a
    prestito dieci talenti e siccome i Sifni rifiutavano di concederli,  i
    Sami si misero a devastarne i campi.
    Avutane notizia,  subito i Sifni corsero in aiuto e,  scontratisi  con
    loro,  ebbero la peggio; anzi molti dei Sifni furono dai Sami tagliati
    fuori dalla loro citt.
    In seguito a questi fatti i Sami pretesero cento talenti.

     59.  Con denaro sonante  ottennero  dagli  abitanti  di  Ermione  il
    possesso  di  Idrea,  un'isola  sulle  coste del Peloponneso,  che poi
    affidarono a quelli di Trezene: essi,  invece,  colonizzarono Cidonia,
    nell'isola  di  Creta,  per  quanto  non fosse questo lo scopo per cui
    s'erano messi in mare,  ma per scacciare dalla loro isola gli abitanti
    di Zacinto.
    Rimasero  sul  luogo  cinque anni e vi prosperarono,  tanto che furono
    essi a costruire i santuari che si trovano a Cidonia e anche il tempio
    di Dittinna (31).
    Nel sesto anno, gli Egineti insieme con i Cretesi,  avendoli vinti sul
    mare,  li ridussero in schiavit e, asportati i rostri delle navi, che
    avevano la prora a forma di cinghiale,  li consacrarono nel tempio  di
    Atena in Egina.
    Tutto  ci perch gli Egineti serbavano rancore contro quelli di Samo.
    Infatti,  erano stati primi i Sami che,  mentre  regnava  il  loro  re
    Anficrate,  in  una spedizione militare avevano provocato agli Egineti
    gravi danni, anche se essi pure ne avevano subto.
    Era questo, dunque, il motivo.

     60.  Mi sono diffuso a parlare pi volentieri dei Sami perch presso
    di loro sono state realizzate le tre opere pi importanti che ci siano
    fra i Greci tutti: in un colle,  che si eleva fino a 150 orge (32),  
    stata scavata una galleria,  che comincia proprio ai piedi del colle e
    va  a  sboccare sull'altro versante.  La galleria  lunga sette stadi,
    alta otto piedi e larga altrettanti;  per tutta  la  sua  lunghezza  
    stato  compiuto  un  altro  scavo,  profondo  venti cubiti e largo tre
    piedi, attraverso il quale, incanalata per mezzo di tubi,  giunge alla
    citt l'acqua derivata da una grande sorgente.
    L'architetto  di quest'opera di scavo fu il megarese Eupalino,  figlio
    di Naustrofo.
    Questa  una delle tre meraviglie: la seconda  il molo che recinge il
    porto sul mare e raggiunge la profondit perfino di 20 orge, mentre la
    sua lunghezza supera i due stadi.
    La terza  la mole di un tempio,  il pi grande di tutti i templi  che
    noi conosciamo, il cui primo architetto fu Roico, figlio di Fileo, che
    era del paese.
    Queste  sono  le ragioni per cui mi sono diffuso pi a lungo a parlare
    dei Sami.

     61.  Mentre Cambise s'indugiava in Egitto e sfogava la  sua  follia,
    gli  si  ribellarono due Magi,  che erano fratelli;  ad uno dei quali,
    anzi, lo stesso Cambise aveva lasciato la cura della casa.
    Costui, dunque, si sollev contro di lui,  poich s'era accorto che la
    morte  di  Smerdi  era  tenuta gelosamente segreta e che ben pochi dei
    Persiani ne erano a conoscenza,  mentre i pi credevano che egli fosse
    ancora in vita.
    Perci, mise in atto questo piano e s'impadron del potere.
    Egli  aveva un fratello,  che,  ho gi detto,  s'era unito a lui nella
    ribellione, il quale assomigliava in modo straordinario nell'aspetto a
    Smerdi,  figlio di Ciro,  quello che Cambise aveva  mandato  a  morte,
    nonostante  fosse  suo  fratello.  E  non  solo gli assomigliava nella
    figura, ma aveva anche lo stesso nome (33), Smerdi.
    Ora il  mago  Patizeite  (34),  dopo  aver  persuaso  il  fratello  ad
    assecondarlo in tutto,  lo trasse al trono del re e ve lo fece sedere.
    Ci fatto, invi araldi nei diversi luoghi e uno,  in particolare,  in
    Egitto per comunicare alle truppe che per l'avvenire dovevano ubbidire
    a Smerdi, figlio di Ciro, e non pi a Cambise.

      62.  Ordunque gli altri araldi andavano facendo tale comunicazione.
    Quello tra loro che aveva avuto l'ordine di recarsi in Egitto (siccome
    aveva trovato Cambise e il suo esercito  gi  in  Ecbatana  di  Siria)
    postosi in mezzo ai soldati, espose quanto gli era stato comandato dal
    mago.
    Cambise,  udite  che  ebbe le parole dell'araldo,  convinto che quello
    dicesse il vero e timoroso di essere stato tradito da Pressaspe  (che,
    cio,  mandato a uccidere Smerdi,  non l'avesse fatto), fissandolo gli
    disse: In questo modo,  Pressaspe,  hai portato a termine  l'incarico
    che  ti avevo affidato?.  Quello replic: O signore,  non  vero ci
    che dice costui: n che Smerdi,  tuo fratello,  si sia levato in  armi
    contro  di  te;  n  che  da lui possa nascere per te motivo alcuno di
    contesa n grave,  n lieve: poich  io  stesso  l'ho  seppellito  con
    queste mie mani, dopo aver eseguito i tuoi comandi.
    Ora,  se i morti si levano dai sepolcri,  fa' conto che anche il medo
    Astiage si lever in armi contro di te;  ma se  come  sempre  stato,
    sta'  pur  certo  che,  da  parte  di Smerdi almeno,  nulla di nuovo e
    pericoloso ne nascer.
    Ordunque il mio parere  di rincorrere il corriere, di interrogarlo e
    accertarsi da parte di chi egli  venuto a imporci di obbedire  al  re
    Smerdi.

      63.  Poich questa proposta di Pressaspe incontr il favore del re,
    subito l'araldo, raggiunto,  viene ricondotto al suo cospetto e giunto
    che  fu,  Pressaspe  gli  rivolse  queste  domande:  O  uomo,  poich
    asserisci di venire come messaggero da  parte  di  Smerdi,  figlio  di
    Ciro,  di'  ora  la  verit  e  te ne andrai poi in santa pace: questi
    ordini te li ha impartiti  Smerdi  in  persona,  mostrandosi  ai  tuoi
    occhi,  o qualcuno dei suoi ministri?. Quello rispose: Io Smerdi, il
    figlio di Ciro,  da quando  il  re  Cambise  port  l'esercito  contro
    l'Egitto,  non  l'ho pi visto;  chi mi diede questi ordini fu il Mago
    che Cambise design come custode della reggia.  Egli affermava che era
    il figlio di Ciro che mi comandava di fare a voi questa imposizione.
    Egli  cos  parlava e nulla diceva che non fosse vero;  allora Cambise
    esclam: Tu,  o Pressaspe,  avendo da uomo leale eseguito ci che  ti
    veniva  comandato,  sei  fuori  di  causa;  ma chi potrebbe essere dei
    Persiani colui che a me si  ribellato, usurpando il nome di Smerdi?.
    Pressaspe rispose: Io credo di comprendere ci che  avvenuto,  o re;
    sono  i  Magi che si sono sollevati contro di te: quel Patizeite,  che
    hai lasciato perch curasse la reggia, e suo fratello Smerdi.

     64.  Subito,  all'udire il nome di Smerdi,  Cambise fu colpito dalla
    verit  non  solo  di  quelle  parole,  ma anche del sogno: durante il
    sonno, gli era sembrato che un tale gli annunciasse che Smerdi, seduto
    sul trono regale, toccava il cielo col capo. Comprendendo, quindi, che
    inutilmente aveva mandato  a  morte  il  fratello,  vers  lacrime  su
    Smerdi;  quando  l'ebbe  pianto  e  si fu rammaricato per tutte le sue
    vicende,   balz  sul  cavallo,   avendo  intenzione  di  muovere  con
    l'esercito al pi presto verso Susa, contro il Mago.
    Se  non che,  mentre egli saltava a cavallo,  gli si stacc il puntale
    del fodero della spada,  e la lama  nuda  gli  penetr  nella  coscia.
    Ferito   in   quella   parte   del   corpo  nella  quale  egli  stesso
    precedentemente aveva colpito Api,  il dio degli Egiziani,  e convinto
    che la ferita ricevuta era mortale, Cambise chiese quale fosse il nome
    della citt. Gli dissero: Ecbatana.
    Gi  prima  egli  aveva  avuto  dalla  citt  di Buto il vaticinio che
    avrebbe finito la sua vita in Ecbatana: pensava che sarebbe  morto  di
    vecchiaia  in Ecbatana di Media,  dov'era il centro della sua potenza;
    mentre l'oracolo evidentemente intendeva dire Ecbatana di Siria.
    Quando, dunque,  in seguito a sua domanda venne a sapere il nome della
    citt,  vivamente  impressionato  sia  per il colpo che gli veniva dal
    Mago, sia per la ferita, torn in senno e, comprendendo il significato
    dell'oracolo, dichiar: Qui deve morire Cambise, figlio di Ciro,  per
    volere del destino.

     65.  Solo questo disse allora,  ma circa 20 giorni dopo, convocati i
    pi illustri Persiani che erano presso di lui,  tenne questo discorso:
    O  Persiani,  mi trovo costretto dalla necessit a rivelarvi una cosa
    che contavo di tener nascosta pi di ogni altra al mondo.
    Io,  quand'ero ancora in Egitto,  vidi nel sonno una visione  (e  non
    l'avessi mai vista!): mi pareva che un messo,  giunto alla reggia,  mi
    annunciasse che Smerdi, seduto sul trono regale,  toccava il cielo con
    il  capo.  Temendo  allora  che  mi  fosse  strappato  il regno da mio
    fratello,  agii pi avventatamente che con saggezza;  poich  non  era
    certo  nella  possibilit  d'un  uomo  stornare  ci che  destino che
    avvenga e cos io,  stolto,  mandai Pressaspe a Susa perch  uccidesse
    Smerdi.
    Compiuto  un  cos  grave  delitto,  senza  paure vivevo la mia vita,
    convinto che in nessun caso mai, tolto di mezzo Smerdi,  qualche altro
    uomo  avrebbe  osato  sollevarsi  contro  di  me.  Ma  avendo in tutto
    sbagliato il calcolo su quello che  doveva  accadere,  sono  diventato
    l'assassino  di  mio  fratello,  senza  che ce ne fosse bisogno e sono
    stato ugualmente spogliato del regno; poich quello Smerdi, che il dio
    nel sogno mi avvertiva si sarebbe ribellato, era il Mago.
    Ormai il male  stato da me compiuto e Smerdi,  figlio di  Ciro,  non
    calcolatelo  pi  tra  i  viventi.  Del  potere  del vostro re si sono
    impadroniti i Magi,  quello che io avevo lasciato a guardia della casa
    e  il  fratello  di  lui,  Smerdi.  Colui che pi d'ogni altro sarebbe
    dovuto venire in soccorso a me,  cos turpemente offeso  dai  Magi,  
    finito con un'indegna morte per mano dei suoi parenti pi stretti: ora
    che non c' pi lui,   a voi,  o Persiani,  che, in secondo luogo, io
    sono spinto dalla pi grave necessit a  trasmettere  gli  ordini  che
    desidero  siano  eseguiti,  mentre sto per morire.  E a voi appunto io
    raccomando,  in nome degli di protettori dei re,  a voi tutti  e,  in
    particolare, a quegli Achemenidi che sono presenti: non permettete che
    il  supremo  comando  passi  di nuovo ai Medi.  Ma se ora lo detengono
    perch l'hanno conquistato con l'inganno,  con l'inganno pure  sia  da
    voi ripreso;  e se con qualche atto di forza se lo sono procurato, con
    la forza anche voi, con mezzi violenti, lo dovete ricuperare.  Se cos
    farete,  possa  la  terra  darvi  i suoi frutti;  le vostre donne e le
    gregge essere feconde e godere voi la libert per sempre;  ma  se  non
    ricupererete  l'egemonia e a ci non consacrerete i vostri sforzi,  io
    vi auguro tutto il contrario di quanto ho detto e, oltre a ci,  che a
    ogni persiano tocchi la stessa fine che  toccata a me.
    Mentre diceva queste parole Cambise piangeva tutto il suo destino.

      66.  I  Persiani,  come  videro  il  loro  re  in pianto,  tutti si
    lacerarono i vestiti d'addosso e si abbandonarono a  un  interminabile
    lamento.
    In  seguito,  essendosi  a  lui cariato l'osso,  la cancrena raggiunse
    molto rapidamente la coscia e il male si port via Cambise,  figlio di
    Ciro,  che in tutto aveva regnato sette anni (35) e cinque mesi, e non
    lasciava nessun figlio, n maschio, n femmina.
    Per i Persiani,  che  erano  presenti,  avevano  accolto  con  grande
    incredulit  la  notizia  che  il potere fosse in mano dei Magi: erano
    convinti che Cambise avesse detto quanto aveva detto  sulla  morte  di
    Smerdi  per  fargli del male,  per sollevargli contro in armi tutta la
    Persia.
    Costoro, dunque, credevano che proprio Smerdi,  figlio di Ciro,  fosse
    sul  trono,  poich  anche Pressaspe negava recisamente di aver ucciso
    Smerdi: infatti,  costituiva per lui un pericolo,  ora che Cambise era
    morto,  affermare che,  di sua propria mano, aveva ucciso il figlio di
    Ciro.

     67. Dopo la morte di Cambise, il Mago regn senza timori,  usurpando
    le prerogative del suo omonimo,  figlio di Ciro,  durante i sette mesi
    che restavano a Cambise per compiere gli otto anni di regno.
    Per tutto questo tempo  diede  prove  a  tutti  i  sudditi  di  grande
    benevolenza; sicch quand'egli mor, tutti i popoli dell'Asia, eccetto
    i Persiani,  lo piansero. Poich il Mago aveva mandato di qua e di l,
    ad ogni popolo sotto  il  suo  dominio,  a  proclamare  che  concedeva
    l'esenzione dal servizio militare e dal tributo per tre anni.

     68.  Questo egli fece proclamare subito, appena salito al potere, ma
    all'ottavo mese il suo inganno fu scoperto nel modo seguente.
    Otane era figlio  di  Farnaspe,  e,  per  nobilt  di  origine  e  per
    ricchezze, pari al primo dei Persiani.
    Questo Otane fu il primo a sospettare del Mago: che,  cio,  non fosse
    Smerdi, figlio di Ciro,  ma quello che era in realt;  e l'arguiva dal
    fatto  che  non  soleva  uscire  dalla  rocca  e non chiamava alla sua
    presenza alcuno dei notabili persiani.
    Concepito il sospetto, ecco che cosa egli fece. Cambise aveva preso in
    moglie una sua figlia,  di nome Fedima;  questa stessa donna allora la
    possedeva il Mago, che conviveva con lei come con tutte le altre donne
    che gi erano di Cambise.
    Otane,  dunque,  mandando un messo a questa sua figlia, le domand chi
    fosse quell'uomo accanto al quale dormiva;  se,  cio,  fosse  Smerdi,
    figlio di Ciro, o qualche altra persona.
    Essa  rispose  dicendo  che  non lo sapeva: poich non aveva mai visto
    Smerdi figlio di Ciro,  n poteva sapere chi fosse  l'uomo  col  quale
    conviveva.
    Otane  le  mand  una  seconda volta a dire: Se tu stessa non conosci
    Smerdi,  figlio di Ciro,  chiedi ad Atossa chi  colui presso il quale
    vivete,  essa  e  tu;  poich di sicuro essa deve conoscere almeno suo
    fratello.
    La figlia,  a questo suggerimento,  cos rispose: Non posso venire  a
    colloquio  con  Atossa,  n  vedere alcuna delle donne con le quali un
    tempo convivevo poich, non appena questo uomo,  chiunque egli sia,  
    salito al potere, ci ha disperse, sistemandoci una qua, una l.

     69.  Udendo questi particolari, a Otane la faccenda si faceva sempre
    pi chiara.
    Le manda,  quindi,  una terza ambasciata a dirle cos: Figlia mia,  
    pur necessario che tu,  che sei di nobile origine, accetti il pericolo
    che tuo padre ti ordina di affrontare: poich,  se  quest'uomo  non  
    Smerdi,   figlio  di  Ciro,   ma    colui  che  io  penso,  non  deve
    assolutamente andarsene in pace,  lui che con te si giace e detiene il
    potere sui Persiani; ma deve pagarne il fio.
    Ora,  fa'  come ti dico: quando avviene che egli dorma con te e tu ti
    accorgi che  sprofondato nel  sonno,  toccagli  le  orecchie.  Se  ti
    risulta che le abbia,  fa' conto che tu convivi con Smerdi,  figlio di
    Ciro, ma se non ha le orecchie, tu giaci con il mago Smerdi.
    Fedima gli risponde affermando che grave sarebbe stato il pericolo  se
    avesse  fatto  quello che le suggeriva,  poich,  se per caso egli non
    aveva le orecchie,  ed  essa  veniva  sorpresa  mentre  gliele  voleva
    toccare,  sapeva  bene  che  l'avrebbe  fatta  scomparire dai viventi:
    tuttavia, l'avrebbe fatto.
    Essa, dunque, promise al padre di portare ad effetto la cosa;  ma  da
    sapere che a questo mago Smerdi,  Ciro,  padre di Cambise,  quando era
    sul trono aveva fatto tagliare le orecchie per una qualche  colpa  che
    non doveva essere di poco conto.
    Orbene,  questa Fedima,  figlia di Otane,  decisa a fare fino in fondo
    ci che aveva promesso al padre,  quando venne la sua volta di recarsi
    dal  Mago  (poich  in  Persia le donne vanno dai loro mariti a turno)
    entr  a  dormire  accanto  a  lui  e  quando  egli  fu  profondamente
    addormentato, gli tast le orecchie.
    Senza difficolt,  anzi agevolmente,  avendo constatato che l'uomo era
    senza orecchie,  non appena fu giorno,  mand ad avvertire il padre di
    quanto era avvenuto.

     70.  Allora Otane, presi con s Aspatine e Gobria, che erano i primi
    fra i Persiani e i pi adatti per lui a riporvi la sua fiducia, spieg
    loro tutta la faccenda.
    Essi che gi per conto loro,  in verit,  avevano il sospetto  che  la
    cosa fosse cos,  quando Otane ebbe fatto la sua relazione,  ne furono
    pienamente convinti.
    Quindi  stabilirono  che  ciascuno  si  associasse  un  altro,  tra  i
    Persiani,  verso  il  quale  nutrisse  la massima fiducia;  cos Otane
    introduce Intafrene, Gobria porta Megabizo, e Aspatine Idarne.
    Erano gi in numero di sei quando  arriv  a  Susa  Dario,  figlio  di
    Istaspe,  che  veniva dalla Persia,  di cui suo padre era governatore;
    all'arrivo di costui,  i sei Persiani  decisero  di  aggregarsi  anche
    Dario.

      71.   Essendosi  riuniti  costoro,  che  erano  ora  in  sette,  si
    scambiarono le loro proposte.
    Quando tocc a Dario di manifestare il suo punto di  vista,  parl  in
    questo  modo:  Credevo  di  essere il solo a sapere che  il Mago che
    tiene il potere e che Smerdi, figlio di Ciro,  gi morto;  per questa
    ragione sono venuto con sollecitudine,  con l'intenzione di tramare la
    morte del Mago.  Ma poich il caso ha voluto che anche voi ne foste al
    corrente,  e  non  solo  io,  il mio parere  di agire subito e di non
    rimandare, poich non ne avremo alcun vantaggio.
    A queste parole replic Otane: O  figlio  di  Istaspe,  sei  nato  da
    nobile  padre  e  pare  che ti dimostri per nulla da meno di tuo padre
    stesso.  Tuttavia,  non  voler  affrettare  inconsideratamente  questa
    impresa,  ma prendi la cosa con un po' di prudenza; bisogna essere pi
    numerosi per poter cos tentare la sorte.
    Dario gli risponde:  O  amici  qui  presenti,  sappiate  che,  se  vi
    comporterete come consiglia Otane, voi finirete nel peggiore dei modi;
    poich certo qualcuno,  ripromettendosi particolari vantaggi, riveler
    ogni cosa al Mago.  Meglio di  tutto  sarebbe  stato  che  voi  agiste
    prendendo l'impresa su voi stessi,  ma, poich vi  sembrato opportuno
    riferire la cosa a pi persone e avete avuto fiducia in me, mettiamoci
    all'opera subito oggi, o sappiate che, se lasciate passare la giornata
    odierna,  nessun altro mi preceder nella denuncia,  ma io stesso dir
    tutto al Mago.

     72. A queste parole, Otane che vedeva Dario pieno di ardore rispose:
    Poich  tu  ci  forzi  ad  affrettare  l'impresa e non vuoi che la si
    rimandi, suvvia,  spiegaci in qual modo potremo penetrare nella reggia
    e attaccare i Magi.
    Che ci siano delle sentinelle poste di guardia qua e l, lo sai certo
    anche tu se non per averle viste, almeno per sentito dire: in che modo
    le potremo passare?.
    Dario  risponde cos: Vi sono molte cose,  Otane,  che non si possono
    chiarire con le parole bens con i  fatti;  altre,  invece,  che  sono
    facili a parole, all'azione poi risultano pi oscure che mai.
    Voi  pure  sapete che non  per nulla difficile passare attraverso ai
    corpi di guardia stabiliti. Prima di tutto,  data la nostra posizione,
    nessuno  ci  impedir di passare,  sia forse per rispetto,  sia magari
    anche per paura; in secondo luogo, io ho un motivo molto appariscente,
    che ci aprir il passaggio,  dicendo che  sono  giunto  or  ora  dalla
    Persia  e  desidero comunicare al re qualche messaggio da parte di mio
    padre.
    L dove,  infatti,  sia necessario dire una  menzogna,  la  si  dica;
    poich  allo stesso scopo tendiamo noi che diciamo il falso,  e quelli
    di  noi  che  fanno  uso  della  verit:  gli  uni,  infatti,  mentono
    allorquando credono di poter trarre qualche vantaggio, convincendo con
    le menzogne; gli altri, invece, si appellano alla verit allo scopo di
    ricavare  appunto  da  essa  un  guadagno  e  si abbia in loro maggior
    fiducia.  Cos,  pur non seguendo le stesse vie,  abbiamo di  mira  lo
    stesso scopo.  Che se non ne dovessero ricavare guadagno alcuno, senza
    differenza colui che ama  la  verit  mentirebbe  e  colui  che  mente
    sarebbe veritiero.
    Orbene  i guardiani della porta che ci lasceranno passare avranno dei
    vantaggi in futuro; quello, invece, che tenter di ostacolarci, sia in
    quel momento tenuto come nemico dichiarato e poi,  forzato l'ingresso,
    mettiamoci all'opera.

      73.  In  seguito parl Gobria: Amici,  quando mai ci si presenter
    occasione pi bella di questa per riconquistare il potere,  oppure per
    morire,  se  non saremo in grado di riprenderlo?  Dal momento che noi,
    che siamo Persiani,  siamo dominati da un Mago di Media,  e per di pi
    senza  orecchi!  Quanti  di  voi  assistevate Cambise ammalato,  senza
    dubbio,  certo,  ricordate le imprecazioni che sul finire  della  vita
    egli  scagli  contro i Persiani se non avessero tentato di riprendere
    il potere: allora noi non vi facemmo caso,  ma  eravamo  convinti  che
    Cambise parlasse per nuocere a Smerdi.
    Ora, dunque, io sono del parere di ascoltare Dario e non separarci da
    questa adunanza, se non per andare diritti contro il Mago.
    Cos parl Gobria e tutti a ci acconsentirono.

      74.  Mentre  essi prendevano tale decisione,  accaddero per caso di
    questi fatti.  I Magi,  dopo  uno  scambio  di  idee,  stabilirono  di
    procurarsi l'amicizia di Pressaspe,  perch aveva ricevuto un affronto
    sanguinoso da Cambise che,  con  una  freccia,  gli  aveva  ucciso  il
    figlio;  poi perch era il solo a conoscere la morte di Smerdi, figlio
    di Ciro,  dato che l'aveva finito di sua mano e inoltre  anche  perch
    Pressaspe godeva fra i Persiani della massima reputazione.
    Per  questi  motivi,  chiamatolo a s,  cercavano di renderselo amico,
    vincolandolo con pegni di fede e giuramenti a tenere per s  e  a  non
    rivelare  a  persona al mondo l'inganno che essi avevano perpetrato ai
    danni dei Persiani e promettendogli in cambio che l'avrebbero sempre e
    ovunque colmato di infiniti doni.
    Accettando Pressaspe di fare cos come lo volevano convincere i  Magi,
    aggiunsero  una seconda pretesa: essi,  dicevano,  avrebbero convocato
    tutti i Persiani sotto le mura  della  reggia,  e  volevano  che  lui,
    salito  sulla  torre,  proclamasse  al  popolo che il re che comandava
    allora era Smerdi, figlio di Ciro, e nessun altro.
    Questo raccomandavano a lui di dire,  perch evidentemente egli era il
    pi  degno  di  fede  di tutti i Persiani e spesso aveva affermato che
    Smerdi figlio di Ciro era in vita, negando che fosse stato ucciso.

     75.  Siccome Pressaspe diceva che era pronto a fare anche questo,  i
    Magi,  chiamati a raccolta i Persiani,  lo fecero salire sulla torre e
    gli ordinarono di parlare al popolo.
    Egli, per,  volontariamente dimentic quanto essi pretendevano da lui
    e, a cominciare da Achemene, espose la genealogia di Ciro da parte del
    padre;  poi,  quando il suo discorso arriv a Ciro, termin enumerando
    tutti i beni che egli aveva procurato ai Persiani.
    Fatta questa esposizione, passava a svelare la verit, dichiarando che
    fino allora l'aveva tenuta nascosta (poich  era  pericoloso  per  lui
    dire  ci  che  era  avvenuto);  ma  in  quel  momento la necessit lo
    costringeva a rivelare il segreto: disse,  dunque,  che  egli  stesso,
    costretto da Cambise,  aveva dato la morte a Smerdi, figlio di Ciro, e
    che allora sul trono regale sedevano i Magi.
    Dopo aver scagliato  molte  maledizioni  contro  i  Persiani,  se  non
    avessero  ripreso  in  mano il potere e non avessero fatto scontare ai
    Magi la pena dovuta,  si precipit,  capo all'ingi,  dall'alto  della
    torre.
    Questa  fine ebbe Pressaspe,  che per tutta la sua vita era stato uomo
    degno di alta stima.

     76. Frattanto i sette persiani, di cui s' parlato, avendo deciso di
    attaccare i Magi senza indugio e non rinviare l'impresa,  si misero in
    cammino dopo aver invocato l'aiuto divino,  del tutto ignari di quanto
    era accaduto a Pressaspe.
    Quando poi furono a met del loro viaggio e vennero a sapere  ci  che
    era  avvenuto  di Pressaspe,  allora,  toltisi fuori dalla strada,  si
    consultarono di nuovo tra di loro: Otane e i  suoi  amici  insistevano
    che  si  doveva  assolutamente  differire  l'azione  e  non accingersi
    all'opera,  mentre era in agitazione  la  situazione  interna;  invece
    Dario e i suoi erano del parere di procedere immediatamente,  eseguire
    ci che s'era stabilito, senza differire l'azione.
    Mentre  ancora  discutevano  tra  loro,   apparvero  sette  coppie  di
    sparvieri  che inseguivano due coppie di avvoltoi,  li spennavano e li
    graffiavano.
    A quella vista,  i sette congiurati approvarono tutti la  proposta  di
    Dario  e mossero verso la reggia,  sentendosi rinfrancare dal presagio
    degli uccelli.

     77.  Quando furono davanti alle porte della reggia,  avvenne  quello
    che  Dario  pensava: i guardiani,  presi da rispetto per quegli uomini
    che erano i primi fra i  Persiani,  e  non  sospettando  che  da  loro
    potesse venire una cosa tanto grave,  li lasciarono passare,  protetti
    quasi da una scorta divina, e nessuno pose loro domande.
    Ma quando furono entrati nel cortile, s'imbatterono negli eunuchi, che
    introducono le ambascerie,  i quali domandarono il motivo  della  loro
    venuta;  nello  stesso  tempo,  proferivano  minacce contro le guardie
    perch li  avevano  lasciati  entrare,  e  siccome  i  sette  volevano
    proseguire, essi impedirono loro di procedere pi oltre.
    Allora  i  congiurati,  incitatisi  a  vicenda  e  tratti  i  pugnali,
    trafissero l sul posto coloro che li trattenevano,  e si  slanciarono
    di corsa verso l'appartamento degli uomini.

     78.  Per caso, dentro, in quel momento si trovavano ambedue i Magi e
    stavano discutendo di ci che aveva fatto Pressaspe.
    Quando videro gli eunuchi tutti sconvolti e ne udirono  le  grida,  di
    nuovo  balzarono  (36)  ambedue  in  piedi e,  resisi conto di ci che
    avveniva,  si disposero alla difesa: uno  di  essi  fece  in  tempo  a
    staccare  il  suo  arco,  l'altro  diede di piglio all'asta: allora si
    venne tra le due parti alle mani.  Quello dei due che aveva  afferrato
    l'arco  non  pot  farne uso alcuno,  poich i nemici lo stringevano e
    incalzavano  da  vicino,   ma  l'altro,   con  l'asta,   si  difendeva
    validamente  e cos fer Aspatine alla coscia e Intafrene a un occhio:
    quest'ultimo,  per il colpo,  perdette l'uso dell'occhio,  ma  non  ci
    rimise la vita.
    Dunque uno dei Magi fer quelli che ho detto,  l'altro invece,  poich
    l'arco non lo poteva aiutare e c'era una  stanza  che  comunicava  con
    l'appartamento  degli  uomini,  in  essa si rifugi,  con l'intento di
    chiuderne le porte. Ma insieme con lui piombarono nella stanza due dei
    sette  congiurati,  Dario  e  Gobria,   e  avendo  Gobria  avvinghiato
    strettamente  il Mago,  Dario,  che gli stava presso,  non sapeva cosa
    fare, dato che erano al buio (37), preso dal timore di colpire Gobria;
    ma questi,  vedendo che se ne stava  l  accanto  inerte,  gli  chiese
    perch  non facesse uso della spada.  Dario rispose: Sono preoccupato
    per te, ho paura di colpirti!;  ma Gobria di rimando: Caccia pure la
    spada   anche  attraverso  ambedue!.   Dario,   allora,   lasciandosi
    persuadere,  cal la spada e fortuna volle  che  colpisse  proprio  il
    Mago.

     79.  Uccisi i Magi e tagliata loro la testa, i congiurati lasciarono
    l sul posto quelli  di  loro  che  erano  feriti,  sia  per  la  loro
    invalidit e anche perch custodissero la rocca; gli altri cinque, con
    le  teste  dei  Magi,  corsero fuori,  gridando e facendo gran rumore.
    Chiamavano a raccolta gli altri Persiani,  spiegando loro ci che  era
    avvenuto  e  mostrando  le  teste  recise,  mentre  nello stesso tempo
    uccidevano qualunque Mago capitasse loro tra i piedi.
    I Persiani,  informati di ci che avevano fatto i sette  congiurati  e
    dell'inganno  dei  Magi,  si  tennero  autorizzati  a  fare  anch'essi
    altrettanto e, sguainate le spade, dovunque trovavano un Mago vivo gli
    davano la morte: se la notte sopraggiunta non li avesse distolti,  non
    ne avrebbero lasciato vivo nemmeno uno.
    Questo  giorno    festeggiato in comune dai Persiani pi di tutti gli
    altri giorni;  in esso celebrano una grande festa,  che dai Persiani 
    chiamata "Strage dei Magi", durante la quale nessun Mago ha diritto di
    presentarsi  in  pubblico e per quel giorno i Magi se ne stanno a casa
    loro.

     80.  Quando il tumulto fu sedato e furono  trascorsi  cinque  giorni
    (38),  quelli  che  si  erano  ribellati  ai  Magi  deliberarono sulla
    situazione generale e si tennero dei discorsi, incredibili, forse, per
    alcuni Greci, ma che tuttavia furono veramente pronunciati.
    Otane consigliava di introdurre fra i Persiani  il  governo  popolare,
    adducendo queste ragioni: Io sono del parere che non debba pi uno di
    noi farsi padrone assoluto,  poich non  cosa n bella n buona. Voi,
    infatti,  avete visto fino a qual punto  arrivata  la  tracotanza  di
    Cambise  e  avete  sperimentato  anche la prepotenza del Mago.  E come
    potrebbe essere un governo ben ordinato il dominio d'un solo,  se egli
    pu fare quello che vuole, senza rendere conto ad alcuno? Poich anche
    l'uomo migliore del mondo, investito di questa autorit, si trover al
    difuori del consueto modo di pensare. Per l'abbondanza dei beni che lo
    circondano,  mette  radici  in  lui l'orgoglio,  mentre in ogni uomo 
    radicata per natura l'invidia fin dalla prima  origine  e  quando  uno
    possiede  questi  due  vizi,  racchiude in s ogni perversit: infatti
    molte ed empie azioni egli  compie  perch  gonfio  d'orgoglio,  altre
    perch roso dall'invidia.
    Eppure,  il  tiranno almeno dovrebbe esser libero dall'invidia,  dato
    che possiede tutti i beni;  invece,  di fronte  ai  suoi  concittadini
    dimostra tutto il contrario: in verit, suole invidiare i migliori che
    ancora restano e sono in vita.  Si trova a suo agio con i peggiori fra
    i cittadini e non c' chi lo superi nell'accogliere le calunnie.
    La pi assurda delle istituzioni,  poich se lo lodi con moderazione,
    si offende perch non  troppo onorato;  se gli fai una corte assidua,
    si adira perch ti ritiene adulatore. Ma il pi grave  quello che sto
    per dire: egli sconvolge le istituzioni patrie, fa violenza alle donne
    e manda a morte senza regolari giudizi.
    Invece quando  il popolo che detiene il comando,  in primo luogo  il
    governo  ha  il  nome  pi bello d'ogni altro: uguaglianza di diritti;
    poi,  non commette nessuno di quei soprusi che compie il  monarca;  le
    cariche pubbliche si ottengono per sorteggio; il governo  soggetto al
    rendiconto e tutte le decisioni sono prese in comune.
    Io  propongo,  quindi,  che  noi rinunciamo alla monarchia,  per dare
    forza al governo popolare poich nella maggioranza c' la fonte d'ogni
    diritto.

     81. Questa l'opinione che sosteneva Otane.
    Megabizo, invece, consigliava di affidare gli affari a un'oligarchia e
    parlava in questo modo: Quello che Otane  ha  detto  nell'intento  di
    abolire la monarchia,  consideratelo detto pure da me;  ma quando egli
    vi consigliava di deferire  il  potere  al  popolo,  era  ben  lontano
    dall'opinione pi giusta,  poich non v' nulla di pi stolto e di pi
    insolente d'una folla buona a nulla.
    Tuttavia che gli uomini,  per sfuggire alla prepotenza d'un  tiranno,
    debbano  cadere  nell'insolenza  d'un  popolo  sfrenato,  non  si  pu
    assolutamente tollerarlo: poich se il  tiranno  fa  qualche  cosa  di
    male,  lo fa a ragione veduta, ma il popolo non ha nemmeno la capacit
    di conoscere.
    D'altra parte,  come potrebbe averla dal  momento  che  non    stato
    istruito,  che non ha mai visto nulla di buono che sia suo e sconvolge
    gli affari,  su cui si getta senza discernimento,  simile a  un  fiume
    impetuoso?  Ordunque  al  governo  di  popolo  s'attacchino quelli che
    desiderano il male dei Persiani; ma noi, scelto un gruppo degli uomini
    migliori,  affidiamo ad essi il potere,  poich tra questi saremo pure
    anche  noi  ed    naturale che le deliberazioni degli uomini migliori
    siano senza dubbio le migliori.

     82. Megabizo,  dunque,  sosteneva questo parere;  terzo,  fu Dario a
    esporre  quello  che  pensava  con  queste parole: Per conto mio,  le
    ragioni addotte da Megabizo contro il potere popolare sono giuste; non
    cos, invece, quello che egli ha detto sull'oligarchia. Poich,  delle
    tre  forme  di  governo  che  a  noi  si  offrono  e  che  per ipotesi
    consideriamo tutte nelle condizioni ideali, e cio un governo popolare
    perfetto,  un'ottima oligarchia e un'ottima monarchia,  io affermo che
    quest'ultima  di gran lunga la migliore.
    Nulla, infatti, ci pu apparire migliore del comando di un uomo solo,
    se questo  ottimo;  poich,  valendosi appunto d'un ottimo consiglio,
    pu governare  il  popolo  in  maniera  irreprensibile,  e  solo  cos
    potranno  rimanere  segrete  al  massimo le decisioni che riguardano i
    nemici.
    Nell'oligarchia,  invece,  poich sono molti che fanno sfoggio  delle
    proprie  qualit  per  il comune interesse,  sogliono sorgere violente
    inimicizie  private.  Infatti,  volendo  ciascuno  primeggiare  e  far
    trionfare la propria opinione, si arriva a gravi rivalit vicendevoli:
    dalle rivalit nascono le sedizioni; dalle sedizioni le stragi e dalla
    strage  si finisce nel comando d'un solo.  Anche in questo si dimostra
    quanto tale forma di governo sia di tutte la migliore (39).
    Quando, al contrario, il potere sia in mano al popolo,   impossibile
    che non vi si sviluppi la malvagit e quando la malvagit prende piede
    nei pubblici affari,  non sorgono gi tra malvagi le inimicizie, bens
    violente amicizie.  Poich quelli che  rovinano  lo  Stato,  lo  fanno
    cospirando tra loro.  E questo avviene finch un uomo,  postosi a capo
    del popolo,  non metta fine alle trame di tali individui: per  questo,
    appunto,  quest'uomo  si attira l'ammirazione del popolo e,  ammirato,
    viene poi proclamato signore assoluto.  Cos,  anche in questo caso si
    dimostra che la monarchia  la forma migliore di tutte.
    E  per raccogliere tutto in una sola parola,  donde  venuta a noi la
    libert? Chi ce l'ha data?  Ci  venuta dal popolo,  dall'oligarchia o
    dalla monarchia?
    Io sono, dunque, del parere che noi, liberati per il merito d'un solo
    uomo (40),  dobbiamo aver cura di tale forma di governo e, anche senza
    di questo,  non dobbiamo abbattere  le  patrie  istituzioni  che  sono
    saggiamente stabilite, poich non ne avremmo alcun vantaggio.

      83.  Tali erano le tre proposte che venivano presentate;  gli altri
    quattro, dei sette, si dichiararono a favore di quest'ultima.
    Allora,  quando il  suo  parere  fu  sopraffatto,  Otane,  quello  che
    desiderava  introdurre tra i Persiani l'uguaglianza di diritti,  prese
    in mezzo all'adunata la parola  e  disse:  Miei  compagni  di  lotta,
    poich  ormai evidente che uno di noi deve divenire re, sia che venga
    eletto  per  sorteggio,  o  che  noi  lasciamo  al  popolo persiano di
    designare quello che preferisce, o la designazione avvenga con qualche
    altro mezzo, io ora non entrer in gara con voi: non voglio comandare,
    n che mi si comandi.
    Rinuncio quindi al potere a questa condizione:  che  nessuno  di  voi
    pretenda  imporre  i  suoi ordini,  n a me,  n a quelli che da me in
    perpetuo discenderanno.
    Quando ebbe detto queste parole,  gli altri sei si trovarono d'accordo
    nell'accettare  questi  patti;  egli,  quindi,  non  prese  parte alla
    competizione e si ritir in disparte.
    Anche ora il casato di Otane, unico fra i Persiani,  continua a essere
    libero  e  si  sottomette  solo  per quel tanto che esso stesso vuole,
    senza tuttavia trasgredire le leggi del paese.

     84. I sei che restavano si misero a discutere sul modo pi giusto di
    costituire il re e le sue prerogative.
    Intanto stabilirono che Otane e i suoi discendenti in perpetuo,  se il
    regno  fosse  toccato  a  uno  di  loro  sei,  avrebbero  avuto,  come
    distinzione particolare,  una veste della Media ogni anno e tutti quei
    doni  che per i Persiani costituiscono il massimo onore;  la decisione
    di dargli questo speciale attestato era dovuta al fatto che  egli  era
    stato il primo a progettare l'impresa e li aveva poi riuniti.
    Questo,   dunque,  il  privilegio  di  Otane;  per  loro  tutti,  poi,
    stabilirono quanto segue: chiunque dei sette, a suo piacimento, poteva
    entrare nella reggia, senza bisogno di farsi annunziare, a meno che il
    re non si trovasse a dormire con sua moglie,  e al re non era permesso
    prendere moglie d'altra famiglia, che non fosse quella dei congiurati.
    Per la designazione del re, ecco quello che decisero: allo spuntar del
    sole, nel sobborgo della citt, quando tutti fossero montati in sella,
    colui  il  cui  cavallo  avesse per primo lanciato un nitrito,  quello
    sarebbe stato re.

     85. Dario aveva come scudiero un uomo astuto, che si chiamava Ebare.
    A lui,  quando si sciolse il convegno,  Dario parl  in  questo  modo:
    Ebare, per la scelta del re noi abbiamo deciso di fare cos: colui il
    cui cavallo sar il primo a nitrire appena spunta il sole e noi saremo
    montati in sella,  avr le prerogative di re. Ordunque, se hai qualche
    astuzia,  mettila in pratica,  in modo che questo privilegio tocchi  a
    noi e non l'abbia nessun altro.  Ebare gli risponde cos: Se  vero,
    o signore,  che da questo dipende che tu  sia  re  o  meno,  non  aver
    preoccupazione  su  questo  punto e sta' di buon animo,  poich nessun
    altro sar re al posto tuo: ho  tali  rimedi  io....  Replica  Dario:
    Dunque,   se  hai  qualche  accorgimento  di  tal  fatta,    ora  di
    adoperarlo,  e senza indugio,  poich la gara per il potere avr luogo
    domani.
    Udite queste parole, ecco cosa combina Ebare: non appena fu notte, tra
    le cavalle ne scelse una,  quella che il cavallo di Dario amava pi di
    tutte e,  condottala nel sobborgo,  ve la leg.  Vi  port  quindi  il
    cavallo  di  Dario  e  gli  fece fare molti giri intorno,  vicino alla
    cavalla, tanto da sfinirlo e infine lasci che la montasse.

     86. Allo spuntar del giorno, i sei, secondo quanto era convenuto, si
    presentarono sui loro cavalli.  Ma mentre attraversavano il  sobborgo,
    quando  furono  nelle vicinanze del luogo dove la notte appena passata
    era legata la cavalla,  allora il destriero di  Dario,  con  un  balzo
    spintosi in avanti, si mise a nitrire. E mentre il cavallo nitriva, un
    fulmine scoppi a cielo sereno e si ud un tuono.
    Questi fenomeni, che s aggiungevano a favore di Dario, completarono il
    presagio,  come  se fossero avvenuti per un qualche accordo: gli altri
    balzarono gi dai loro cavalli e si prosternarono davanti a Dario.

     87.  Secondo alcuni tale sarebbe stato l'accorgimento  adoperato  da
    Ebare;  altri,  invece,  lo raccontano in quest'altro modo (ambedue le
    versioni vengono tramandate  dai  Persiani);  cio,  egli,  dopo  aver
    passato  la  mano  sopra  le parti genitali della cavalla,  di cui s'
    parlato, avrebbe tenuto riparata questa mano tra le ampie brache; poi,
    quando,  al sorgere del sole,  i cavalli stavano per prendere il  via,
    Ebare,  tirata  fuori  la  mano,  l'avrebbe  accostata alle narici del
    cavallo di Dario e quello, sentito l'odore, si sarebbe messo a fremere
    e nitrire.

     88. Cos, dunque, era stato tatto re (41) Dario, figlio d'Istaspe, e
    tutti i popoli dell'Asia,  tranne gli Arabi,  erano a lui  sottomessi,
    poich li aveva assoggettati Ciro e, dopo di lui, di nuovo, Cambise.
    Gli  Arabi  non  si piegarono mai in schiavit ai Persiani;  ne erano,
    per,  alleati,  avendo permesso a Cambise il passaggio per  l'Egitto;
    poich,  se essi non lo avessero voluto,  i Persiani non sarebbero mai
    penetrati in Egitto.
    Come mogli (42),  Dario si prese le pi illustri donne che ci  fossero
    fra  i Persiani: due figlie di Ciro,  Atossa e Artistone (Atossa aveva
    convissuto gi con Cambise, suo fratello e poi con il Mago; Artistone,
    invece,  era nubile);  inoltre spos una figlia di Smerdi,  figlio  di
    Ciro,  di nome Parmi,  e si prese pure la figlia di Otane,  quella che
    aveva smascherato il Mago.
    Tutto ormai era pieno della sua potenza.
    Per prima cosa, dunque,  fece costruire e innalzare un monumento,  sul
    quale  era  rappresentato  un  uomo  a cavallo,  con un'iscrizione che
    diceva: "Dario,  figlio d'Istaspe,  per virt del suo cavallo (e c'era
    il nome del cavallo) e del suo scudiero Ebare,  conquist il regno dei
    Persiani".

     89. Ci fatto, nell'impero persiano stabil venti province, che essi
    chiamano "satrapie". Determinate le province e messi dei governatori a
    reggerle,  fiss la misura dei  tributi  che  dovevano  venire  a  lui
    secondo le varie genti,  ai popoli principali aggregando i confinanti,
    e,  al di l dei pi vicini,  ripartendo tra di loro gli altri  popoli
    pi lontani.
    Ecco  le  norme  secondo  le  quali  distribu le province e l'entrata
    annuale dei tributi.
    A coloro che versavano argento fu ordinato che pagassero  a  peso  del
    talento  babilonese;  a  quelli che versavano oro,  a peso del talento
    euboico: il talento babilonese vale quanto 70 mine di Eubea (43).
    Sotto l'impero di Ciro,  e poi sotto quello di Cambise,  non era stato
    determinato nessun tributo: al re portavano di solito dei doni.
    Per  questa  imposizione  del  tributo  e  per  altre disposizioni del
    genere,  i Persiani amano dire che Dario era un mercante,  Cambise  un
    padrone,  Ciro  un padre: perch il primo mercanteggiava su tutto;  il
    secondo era duro e sprezzante; il terzo, invece, era mite e aveva loro
    procurato ogni sorta di vantaggi.

     90. Dagli Ioni, dai Magneti d'Asia, dagli Eoli, dai Cari,  dai Lici,
    dai  Mili  e dai Panfili (era stata da lui fissata una unica cifra per
    il tributo di questi popoli) entravano 400 talenti  d'argento:  questa
    era la prima provincia da lui creata.
    Dai Misi,  dai Lidi,  dai Lasoni, dai Cabalii e dagli Itennei venivano
    500 talenti: era questa la seconda provincia.
    Gli abitanti dell'Ellesponto che si trovano sulla destra di chi  entra
    nello stretto,  i Frigi, i Traci d'Asia, i Paflagoni, i Mariandini e i
    Siri pagavano un tributo  di  360  talenti  e  costituivano  la  terza
    provincia.
    I  Cilici  fornivano  360  cavalli  bianchi  (cio uno per ogni giorno
    dell'anno) e 500 talenti d'argento: 140 di essi venivano spesi per  la
    cavalleria  che  presidiava  la  regione della Cilicia;  gli altri 350
    talenti andavano a Dario: questa era la quarta provincia.

     91.  A cominciare dalla citt  di  Posideio,  fondata  da  Anfiloco,
    figlio di Anfiarao,  sui confini fra Cilicia e Siria, fino all'Egitto,
    eccetto la parte abitata dagli Arabi (questa era esente da tributi) si
    ricavavano 350 talenti: appartengono a  questa  provincia,  che    la
    quinta, tutta la Fenicia, la Siria chiamata Palestina e Cipro.
    Dall'Egitto,  dai Libici che sono a confine con l'Egitto,  da Cirene e
    da Barca (queste citt erano state inserite nella provincia  egiziana)
    provenivano  a  Dario  700  talenti,  senza  contare  l'argento che si
    ricavava dal lago di Meri, come introito per la pesca.
    Erano, dunque,  700 talenti senza contare quest'argento e la fornitura
    del frumento nella misura fissata;  poich bisogna aggiungere 120 mila
    medimni di grano che gli Egiziani forniscono ai Persiani che in  Menfi
    occupano il Castello bianco e ai loro ausiliari: questa  la provincia
    sesta.
    I Sattagidi,  i Gandari,  i Dadici e gli Apariti,  riuniti in una sola
    circoscrizione,  versavano 170 talenti  e  costituivano  la  provincia
    settima.
    Da  Susa  e dalla restante regione dei Cissi venivano 300 talenti: era
    la provincia ottava.

     92. Da Babilonia e dal resto dell'Assiria si ricavavano 1000 talenti
    d'argento e 500 giovinetti evirati (44): era la provincia nona.
    Da  Ecbatana  e  dal  resto  della  Media,   dai  Paricani   e   dagli
    Ortocoribanti  si  ricavavano  450  talenti:  era  questa la provincia
    decima.
    I Caspi,  i  Pausi,  i  Pantimati  e  i  Dariti,  mettendo  insieme  i
    contributi,   versavano   200   talenti  e  costituivano  l'undicesima
    provincia.
    Dai Battriani fino agli Egli,  il tributo era di 360 talenti e  questa
    provincia era la dodicesima.

      93.  Dal  paese  dei Patti,  dagli Armeni e dai loro vicini fino al
    Ponto Eussino si ricavavano 400 talenti:   la  tredicesima  provincia
    questa.
    Sui  Sagarti,  sui Sarangei,  sui Tamanei,  sugli Uti e i Mici,  sugli
    abitanti delle isole del Mare Eritreo,  nelle quali il re fa risiedere
    i  cosiddetti  esiliati,  su  tutti  costoro gravava un tributo di 600
    talenti: era questa la quattordicesima provincia.
    I Saci e i Caspi versavano 250 talenti e costituivano la  quindicesima
    provincia; i Parti, i Corasmi, i Sogdi e gli Arii 300 talenti ed erano
    la sedicesima provincia.

     94. I Paricani e gli Etiopi d'Asia versavano 400 talenti: era questa
    la provincia diciassettesima.
    Ai Matieni, ai Saspiri e agli Alarodi erano stati imposti 200 talenti:
    come provincia era la diciottesima.
    Ai  Moschi,  ai  Tibareni,  ai Macroni,  ai Mossineci e ai Marsi erano
    stati fissati 300 talenti; era la provincia diciannovesima.
    La popolazione degli Indiani  di gran lunga la pi numerosa di  tutti
    i popoli che noi conosciamo e pagavano un tributo equivalente a quello
    di  tutti gli altri,  cio 360 talenti di polvere d'oro: questa era la
    ventesima provincia.

     95. L'argento che si versava in talenti babilonesi,  ragguagliato al
    talento  d'Eubea,  d  la  cifra di 9540 talenti (45);  d'altra parte,
    calcolando  il  peso  dell'oro  come  13  volte  superiore  a   quello
    dell'argento,  si  trova  che  il valore della polvere d'oro  di 4680
    talenti euboici.
    Dunque, mettendo insieme tutti questi valori,  per il tributo annuo si
    raccoglievano  in favore di Dario 14560 talenti d'Eubea e non calcolo,
    passandolo sotto silenzio, quello che c'era ancora di minor conto.

     96.  A tanto ammontava il tributo che proveniva a Dario dall'Asia  e
    da  una piccola parte della Libia;  ma poi,  con il passare del tempo,
    altri contributi gli venivano dalle isole e dai  popoli  stanziati  in
    Europa fino alla Tessaglia.
    Quest'oro e quest'argento il re lo conserva nei suoi forzieri nel modo
    che  dico: liquefatto il metallo,  lo versa in vasi di terracotta,  e,
    riempitili, fa togliere il recipiente di terra che l'avvolge;  quando,
    poi,  ha bisogno di denaro liquido, il re ne fa coniare quel tanto che
    di volta in volta gli  necessario.

     97. Queste, dunque, erano le province e questi i tributi imposti.
    Solo il territorio della Persia  non    stato  da  me  nominato  come
    tributario;  poich  i  Persiani  abitano  un  paese  che   esente da
    tributi.
    Questi altri popoli che seguono non ebbero un'imposizione  precisa  di
    contribuzioni,  ma  di solito presentavano al re dei doni: gli Etiopi,
    che sono a confine con l'Egitto e che  Cambise  assoggett  nella  sua
    marcia  verso  gli  Etiopi...  e quelli che abitano intorno alla sacra
    Nisa e celebrano le feste in onore di Dioniso: [questi Etiopi e i loro
    vicini hanno lo stesso seme degli Indiani Callanzi e abitano in rifugi
    sottoterra] (46).
    Questi due popoli,  uniti insieme,  facevano dono ogni due anni,  e lo
    fanno  ancora  ai  miei  tempi,  di  due  chenici  (47) d'oro greggio,
    duecento tronchi d'ebano, oltre a cinque giovani Etiopi e venti grossi
    denti di elefante.
    Si tassarono pure per un donativo i Colchi e i loro  vicini,  fino  al
    monte  Caucaso  (poich,  fino  a  questa catena di monti si stende il
    dominio dei Persiani;  mentre le regioni a nord  del  Caucaso  non  si
    preoccupano  pi  di  loro);  questi  popoli,  dunque,  ancora ai miei
    giorni,  ogni quattro anni offrivano il dono che s'erano imposto:  100
    fanciulli e altrettante fanciulle.
    Gli Arabi versavano ogni anno 1000 talenti di incenso.
    Questi  erano i donativi che i popoli suddetti portavano al re,  oltre
    al tributo.

     98.  S gran quantit d'oro,  del quale portano al re la polvere  di
    cui s' detto, gli Indiani se la procurano nel modo seguente.
    La  parte  del loro paese volta a oriente  tutta sabbia;  poich,  di
    tutti quelli che noi conosciamo e di cui si tramanda  qualche  notizia
    sicura,  gli  Indiani  sono  effettivamente  i primi che abitano verso
    l'aurora e il sole nascente fra i popoli dell'Asia:  a  oriente  degli
    Indiani il paese  deserto per la sabbia.
    Vi  sono  molte  popolazioni  di Indiani,  che non parlano la medesima
    lingua;  alcune sono nomadi,  altre no;  altre  ancora  abitano  nelle
    paludi del fiume e si nutrono di pesce crudo,  che prendono servendosi
    di barche di canna: ogni barchetta  fatta di un tronco di  canna  fra
    due nodi.
    Costoro,  fra gli Indiani, portano vestiti intessuti di giunchi: colto
    il giunco dal fiume e battutolo per bene,  lo intrecciano poi a mo' di
    stuoia e lo indossano come fosse una corazza.

     99.  Altri Indiani, che abitano a oriente di questi, sono nomadi, si
    cibano di carni crude e si chiamano Padei (48).  Si dice  che  abbiano
    abitudini  di questo genere: quando un cittadino,  donna o uomo,  cade
    ammalato,  se  un uomo,  gli uomini che sono a  lui  pi  vicini  per
    parentela  lo  uccidono  (49)  adducendo  come  ragione  che,   se  lo
    lasciassero struggersi dal male,  le sue carni  sarebbero  guaste  per
    loro;  l'ammalato  naturalmente  insiste  di  non aver alcun male,  ma
    quelli, non riconoscendo per buone le sue ragioni, lo uccidono e se lo
    mangiano. Allo stesso modo,  se chi si ammala  una donna,  le donne a
    lei  legate  con  i  vincoli  pi stretti,  fanno le stesse cose degli
    uomini.
    Poich, chi  giunto a vecchiaia lo immolano e ne fanno banchetto;  ma
    sono  ben  pochi  quelli che giungono a contare tanti anni,  dato che,
    prima di giungere a quel traguardo,  ognuno che  cade  ammalato  viene
    ucciso.

      100.  Altri  Indiani  hanno quest'altro costume: non uccidono alcun
    essere vivente, non seminano nulla,  n sono soliti avere case,  ma si
    nutrono  d'erbe:  hanno  un  legume  grosso quanto un grano di miglio,
    avvolto in un involucro,  che cresce spontaneo (50) dalla terra e  che
    essi raccolgono, mettono a cuocere con l'involucro e poi lo mangiano.
    Chi  di  loro  cade  ammalato  se  ne  va  nel deserto e vi si mette a
    giacere: nessuno si cura di lui, n dopo morto, n mentre sta male.


     101.  Tutti  questi  Indiani  che  ho  enumerato  si  accoppiano  in
    pubblico,  come le bestie e hanno tutti lo stesso colore, molto simile
    a quello degli Etiopi.
    Il seme che secernono con le donne non   bianco,  come  quello  degli
    altri uomini, ma nero come il colore della loro pelle: di tal colore 
    pure il seme che emettono gli Etiopi.
    Questi   Indiani   sono  situati  pi  lontano  dai  Persiani,   verso
    mezzogiorno e non furono mai soggetti al re Dario.

     102.  Altri Indiani sono vicini alla citt di Caspatiro e  al  paese
    dei Patti;  in rapporto agli altri Indiani sono situati a nord,  verso
    il vento Borea e conducono un sistema di vita molto  simile  a  quello
    dei Battriani.
    Sono  i  pi  bellicosi fra gli Indiani e sono essi che eseguiscono le
    spedizioni alla ricerca dell'oro;  poich  dalla  loro  parte  c'  la
    regione-desertica a causa della sabbia.
    In  questo deserto e fra queste sabbie vivono delle formiche (51),  di
    dimensioni inferiori a quelle dei cani,  ma superiori a  quelle  delle
    volpi:  se  ne  trovano anche presso la residenza del re di Persia,  e
    vengono di l,  catturate dai  cacciatori.  Queste  formiche,  dunque,
    scavandosi la tana sotto terra sollevano la sabbia (proprio come fanno
    in Grecia le formiche,  alle quali, del resto, sono molto simili nella
    figura) e a quella sabbia sollevata  mescolato dell'oro.
    Per raccogliere appunto questa sabbia  s'addentrano  nel  deserto  gli
    Indiani,  dopo  aver  aggiogato  ciascuno tre cammelli: a sinistra e a
    destra, due maschi, legati alla fune, che tirano di fianco;  in mezzo,
    una femmina.  Su questa sale il cercatore d'oro che avr avuto cura di
    aggiogarla dopo averla strappata ai figli,  quanto    pi  possibile,
    teneri. Infatti i cammelli non cedono ai cavalli in velocit ma, oltre
    a questo, sono molto pi forti a portare pesi.

     103.  Non sto a descrivere per i Greci, che gi lo conoscono, qual 
    l'aspetto del cammello;  ne dir,  invece,  quello  che  essi  possono
    ignorare:  il cammello ha nelle zampe posteriori quattro ossa femorali
    e quattro ginocchia e nel maschio il membro,  fra le zampe posteriori.
     rivolto verso la coda.

     104.  Gli Indiani,  dunque,  in tale assetto e con questo sistema di
    aggiogamento muovono alla conquista dell'oro,  dopo aver calcolato  in
    modo  da  essere sul luogo del furto quando il caldo sia nel suo punto
    massimo; poich, a causa del caldo,  le formiche se ne stanno nascoste
    sotto terra.
    Per  questa  gente,  il sole pi caldo  quello del mattino,  non gi,
    come per gli altri uomini,  quello di mezzogiorno;  ma da quando  esso
    appare  all'orizzonte  fino  all'ora  in  cui si fa deserto il mercato
    (52): durante questo periodo il sole brucia molto di pi che in Grecia
    a mezzogiorno,  tanto che in quelle ore,  dicono,  gli  uomini  se  ne
    stanno  immersi nel l'acqua.  Sul mezzogiorno brucia press'a poco allo
    stesso modo gli Indiani e gli altri uomini.  Nel  primo  meriggio,  il
    sole diventa per gli Indiani come per gli altri quello del mattino e a
    mano  a  mano che dal mezzogiorno si allontana concede sempre maggiore
    refrigerio finch, giunto al tramonto, fa oltremodo fresco.

     105. Quando giungono sul posto, gli Indiani,  che portano con s dei
    sacchetti,  li  riempiono  di sabbia e in tutta fretta prendono la via
    del ritorno poich subito le formiche, avvertite dall'odore,  a quanto
    dicono i Persiani,  si lanciano a inseguirli. E non c' altro animale,
    dicono,  che in velocit s'agguagli ad esse;  tanto che se gli Indiani
    non  si  portassero  in vantaggio sulla via,  mentre le formiche vanno
    raccogliendosi, nessuno di essi riuscirebbe a scampare.
    Ordunque,  i cammelli maschi,  poich sono inferiori nella corsa  alle
    femmine,  quando si lasciano trascinare,  vengono sciolti,  uno prima,
    l'altro dopo (53); mentre le femmine,  che hanno sempre il ricordo dei
    piccoli che hanno lasciato, non danno segno di alcuna fiacchezza.
    In  questo  modo  gli Indiani si procurano,  a detta dei Persiani,  la
    maggior parte dell'oro;  altro ce n',  in minor quantit,  che  viene
    estratto dal suolo del paese.

     106. Le estreme regioni della terra, in certo qual modo, hanno avuto
    in  sorte  i doni pi belli di natura;  come,  del resto,  la Grecia 
    stata dotata del clima pi bello,  di gran  lunga  il  pi  temperato.
    Infatti, come ho gi detto poco fa, l'India , a oriente, l'ultimo dei
    paesi abitati e in essa,  non solo gli animali, quadrupedi e volatili,
    sono molto pi grandi che  negli  altri  paesi,  se  si  eccettuano  i
    cavalli  (poich  questi  la  cedono  a  quelli di Media,  che vengono
    chiamati cavalli Nisei);  ma c' anche oro  in  grandissima  quantit,
    parte estratto dal sottosuolo,  parte portato gi dai fiumi,  e parte,
    come ho gi detto, sottratto dal deserto.
    In quel paese gli alberi selvatici portano, come frutto, una lana (54)
    che,  per bellezza e altre doti,  supera quella  delle  pecore  e  gli
    Indiani usano vesti che appunto ricavano da queste piante.

     107.  Verso sud,  l'ultimo dei paesi abitati  l'Arabia, l'unica fra
    tutte le  regioni  del  mondo  che  produca  incenso,  mirra,  cassia,
    cinnamomo e ledano.
    Tutti  questi  prodotti,  tranne  la mirra,  gli Arabi durano fatica a
    procurarseli.  L'incenso lo raccolgono bruciando lo storace (55) che i
    Fenici esportano in Grecia, e bruciano lo storace perch questi alberi
    che  producono  incenso  sono custoditi da serpenti alati,  piccoli di
    corpo e di vari colori,  che  s'addensano  in  molti  intorno  a  ogni
    albero: gli stessi serpenti che attaccano l'Egitto (56). Non c' altro
    mezzo  che  valga  ad allontanarli dagli alberi,  se non il fumo dello
    storace.

     108.  Gli Arabi dicono che tutta la terra si riempirebbe  di  questi
    serpenti  se  non capitasse a essi qualche cosa di simile a quello che
    sapevo accadere alle vipere.
    Io penso che la provvidenza divina, la quale, com' naturale,   piena
    di  saggezza,  abbia  creato  molto prolifici tutti quegli animali che
    sono mansueti d'indole e buoni  da  mangiare,  affinch,  a  forza  di
    mangiarne,  essi non venissero a mancare, mentre ha fatto poco fecondi
    gli animali feroci e nocivi.
    E' cos che la lepre, cui d la caccia ogni fiera, ogni uccello e ogni
    uomo,   particolarmente prolifica: essa sola,  fra tutti gli animali,
    pu concepire ancora quando  gi fecondata e, mentre porta nel ventre
    un figlio gi avvolto di peli, ne ha pure uno senza peli, un altro che
    si  va  appena  formando  nella matrice,  mentre un altro ancora viene
    concepito.
    Tale  il ciclo riproduttivo della lepre,  mentre la leonessa,  che  
    l'animale  pi forte e pi feroce,  pu partorire una sola volta nella
    sua vita e un figlio solo (57); poich insieme con il leoncino espelle
    anche la propria matrice.  Questa ne  la cagione: quando  comincia  a
    muoversi nel seno materno,  il leoncino,  che ha le unghie acutissime,
    molto pi d'ogni altro animale,  comincia a graffiare la matrice  e  a
    mano  a mano che cresce sempre pi profondamente la lacera;  quando il
    parto ormai  vicino,  della matrice non resta assolutamente pi nulla
    di sano.

     109.  Allo stesso modo se pure le vipere e i serpenti alati d'Arabia
    nascessero cos come comporterebbe la loro natura, sarebbe impossibile
    la vita per gli uomini. Ora, invece, quando questi animali a coppia si
    congiungono e il maschio  sul punto di emettere il seme,  nel momento
    in  cui lo secerne la femmina lo afferra al collo e non allenta la sua
    stretta se non l'abbia prima divorato. Cos muore il maschio, nel modo
    che ho descritto,  ma la femmina viene punita nella maniera  seguente:
    per  vendicare  il padre,  i figli,  mentre sono ancora nel seno della
    madre, la divorano e appunto dopo averne distrutto l'utero,  si aprono
    una via per uscire alla luce.
    Gli altri serpenti,  invece, che non sono nocivi agli uomini, non solo
    depongono le loro uova,  ma ne fanno uscire un'abbondante  nidiata  di
    figli. Orbene le vipere si trovano disperse per tutta la terra, mentre
    i serpenti alati che sono raggruppati,  si trovano solo in Arabia e in
    nessun altro luogo: ecco perch sembrano cos numerosi.

     110. Questo , dunque, il modo con cui si procurano l'incenso li cui
    si  parlato; per la cassia, invece, fanno cos. Dopo essersi fasciati
    con ripari di cuoio e altre pelli tutto il corpo,  e  anche  il  viso,
    eccetto  gli occhi,  vanno alla ricerca della cassia che cresce in una
    palude non molto profonda,  intorno alla quale,  per,  e anche sopra,
    soggiornano, pare, continuamente, degli animali alati, molto simili ai
    pipistrelli,  che  stridono  in maniera impressionante e sono ostinati
    nell'opporre resistenza: bisogna tenerli lontani dagli occhi per poter
    in tal modo cogliere la cassia.

     111.  In modo pi strano ancora,  essi fanno raccolta di  cinnamomo.
    Dove  esso cresce e quale sia la terra che lo produce non sanno dirlo.
    Solo alcuni sostengono, con un ragionamento abbastanza verosimile, che
    esso germoglia nei luoghi dove fu nutrito Dioniso (58).
    Dei grandi uccelli,  dicono,  trasportano  questi  fuscelli,  che  noi
    chiamiamo  cinnamomo,  con  nome appreso dai Fenici,  e li portano nei
    loro nidi fatti di fango, a ridosso di monti scoscesi dove non c' via
    di accesso per l'uomo.
    Di fronte a queste difficolt,  ecco  l'artificio  che  adoperano  gli
    Arabi: tagliate in pezzi, grossi il pi possibile, le carogne di buoi,
    asini e altri animali da soma,  le portano in questi luoghi e, postele
    in vicinanza dei nidi, essi se ne stanno un po' discosti. Gli uccelli,
    dicono, piombano immediatamente sulle carni, le portano nei loro nidi,
    i quali,  per,  non potendo resistere al peso,  si rompono e cadono a
    terra ed  cos che gli Arabi,  sopraggiunti, raccolgono il cinnamomo,
    che, di qui raccolto, arriva nelle altre regioni.

     112.  Il ledano,  poi,  che gli  Arabi  chiamano  "ladano",  ha  una
    provenienza  ancora  pi  sorprendente di questa;  poich esso,  che 
    profumatissimo,  si trova nel luogo pi puzzolente di tutti: si trova,
    infatti,  nelle  barbe  dei  capri a cui si attacca,  come il vischio,
    staccandosi dagli arbusti.  E' una sostanza utile per preparare  molti
    unguenti e gli Arabi lo usano di preferenza per fare dei suffumigi.

      113.  Sulle  essenze  odorose basti quanto s' gi detto: dal paese
    d'Arabia spira un profumo d'una dolcezza straordinaria.
    Gli Arabi possiedono due specie di pecore degne di essere  ammirate  e
    che non si trovano assolutamente altrove.
    Quelle  della  prima specie hanno code lunghe,  non meno di tre cubiti
    (59), che, se si lasciasse loro trascinarle,  non avrebbero che piaghe
    per lo sfregamento della coda contro il terreno; ma, invece, ognuno di
    questi  pastori sa lavorare il legno almeno fino al punto di costruire
    dei piccoli carretti che adattano sotto la coda,  legandola saldamente
    su ogni carretto. Le pecore dell'altra specie hanno delle code grosse,
    che in larghezza raggiungono anche un cubito.

      114.  L  dove  il  sole  declina  a  mezzogiorno si stende,  verso
    occidente, l'Etiopia,  ultima delle terre abitate: essa produce oro in
    abbondanza,  elefanti enormi, ogni sorta di alberi selvatici, ebano, e
    gli uomini pi grandi,  pi belli e di pi lunga vita che esistano  al
    mondo.

      115.  Queste  che  ho nominato sono le regioni estreme in Asia e in
    Libia;  per quelle d'Europa,  a occidente,  non posso dire  nulla  con
    sicurezza  poich io non credo che dai Barbari sia chiamato Eridano un
    fiume che sbocca nel mare settentrionale e dal quale verrebbe  l'ambra
    (60); come non so che vi siano delle Isole Cassiteridi, dalle quali ci
    verrebbe lo stagno (61).
    Poich,  nel  primo  caso  il nome stesso,  Eridano,  ci rivela che si
    tratta di un nome greco, non barbaro, inventato da qualche poeta;  nel
    secondo,  per quanto io mi sia adoperato,  non sono riuscito a sentire
    da alcun testimonio oculare che vi sia  mare  al  di  l  dell'Europa:
    certo    che  lo stagno e l'ambra vengono a noi dagli estremi confini
    d'Europa.

     116. E' fuori dubbio che la quantit d'oro di gran lunga pi grande,
    si trova a nord dell'Europa,  ma come  sia  ricavato,  neppure  questo
    potrei dire con sicurezza.
    Si  racconta  che  gli  Arimaspi (62),  uomini con un occhio solo,  lo
    rapiscano di tra gli artigli dei grifoni;  ma  nemmeno  di  questo  io
    posso  convincermi;  che ci siano,  cio,  degli uomini che abbiano un
    occhio solo e che, per tutto il resto, siano uguali agli altri uomini.
    Sennonch,  pare che le regioni estreme,  che circondano il resto  del
    mondo,  e lo racchiudono dentro,  abbiano in s,  e solo esse,  quelle
    cose che a noi sembrano le pi belle e le pi rare.

     117. C' nell'Asia una pianura, circondata tutt'intorno da montagne,
    nelle quali per si aprono cinque gole: questa pianura apparteneva  un
    tempo ai Corasmi,  situata com' ai confini dei Corasmi stessi,  degli
    Ircani,  dei Parti,  dei Sarangi e dei Tamanei;  ma da quando hanno il
    predominio i Persiani, essa appartiene al re.
    Ordunque dai monti,  che chiudono questa pianura,  sgorga un fiume, di
    vasta portata,  che si chiama Aces (63) e che precedentemente,  diviso
    in  cinque  rami,  bagnava  le  regioni  di  questi  popoli ricordati,
    defluendo da ciascuna gola verso i vari paesi.  Ma da quando essi sono
    sotto  il  dominio  persiano,  ecco cos' loro toccato: il re,  avendo
    sbarrato con dighe le gole dei monti, in ciascuna fece fare una porta.
    In tal modo,  non potendo  pi  l'acqua  uscire,  la  pianura  interna
    diventa  un mare,  poich il fiume continua a immettere acqua e non ha
    sfogo in alcun luogo.
    Quelli,  dunque,  che prima erano abituati a  godere  dell'acqua,  non
    potendo pi usarne, si trovano in grave difficolt. Poich se, durante
    l'inverno,  il cielo largisce loro la pioggia, come agli altri uomini,
    d'estate,  per,  quando seminano il miglio e il  sesamo,  essi  hanno
    assoluto bisogno dell'acqua.
    Allora,  quando non viene loro data nemmeno una stilla d'acqua, questi
    popoli si recano in Persia con le loro donne e, stando presso le porte
    del re,  si mettono a gridare a gran voce.  Il re,  a favore di quelli
    che  ne  hanno  maggior necessit,  ordina che sia aperta la porta che
    immette nel loro paese;  quando,  poi,  il terreno  di  costoro  abbia
    bevuto  a  saziet,  questa  porta  viene  chiusa e arriva l'ordine di
    aprirne un'altra,  per quelli fra  gli  altri  che  ne  hanno  maggior
    bisogno.
    Ma, a quanto ho sentito dire, il re fa aprire le porte esigendo grosse
    somme, che non sono comprese nel tributo stabilito.
    Cos si svolgono queste cose.

      118.  A Intafrene,  uno dei sette personaggi che avevano congiurato
    contro il Mago,  tocc di essere tratto a morte,  poco tempo  dopo  la
    congiura,  per  aver  commesso  quest'atto  di insolenza.  Egli voleva
    entrare nella reggia per trattare degli affari con il  re;  e  siccome
    esisteva  il patto che i membri della congiura contro il Mago avessero
    libero accesso alla reggia senza bisogno di farsi annunciare,  a  meno
    che  il  re  non  fosse  per caso a colloquio intimo con una delle sue
    donne,  Intafrene pretendeva che nessuno annunciasse  la  sua  visita:
    voleva entrare,  perch era uno dei sette. Ma il guardiano della porta
    e colui che portava i messaggi non glielo permisero, dicendo che il re
    era in compagnia di una delle sue donne. Intafrene,  invece,  pensando
    che  quelli  non  dicessero  il vero,  ecco cosa combin: sguainata la
    scimitarra, tagli ad ambedue le orecchie e il naso, che poi leg alla
    briglia del suo cavallo e,  dopo aver attorcigliato la briglia intorno
    al loro collo, li lasci andare.

      119.  Essi  allora  si  presentarono  al re e raccontarono per qual
    motivo avevano ricevuto  cos  grave  punizione.  Dario,  temendo  che
    questo  affronto  fosse  stato  compiuto  di comune accordo con i sei,
    fattili chiamare  a  uno  a  uno,  ne  sond  l'animo  per  vedere  se
    approvavano quanto era stato fatto.
    Quando  si  convinse  che Intafrene aveva agito senza la complicit di
    quelli,  fece arrestare lui,  i suoi figli e i parenti  tutti,  avendo
    molte ragioni di sospettare che, appoggiato dal parentado, tentasse di
    ribellarsi; fatta, dunque, la retata, li mise in carcere, in attesa di
    dar loro la morte.
    Ma  la  moglie  di  Intafrene,  andando di continuo alla porta del re,
    piangeva e si disperava finch,  a forza di ripetere sempre lo  stesso
    lamento,  indusse Dario ad avere piet di lei. Sicch il re, per mezzo
    d'un messo,  le mand a dire: O donna,  il re  Dario  ti  concede  di
    liberare  uno solo di tutti i tuoi familiari,  quello che vuoi.  E la
    donna, dopo un po' di riflessione,  rispose cos: Se il re mi concede
    la  vita  di  uno solo dei miei,  ebbene,  io scelgo,  fra tutti,  mio
    fratello.
    Quando Dario fu informato di ci,  meravigliato per  la  risposta,  le
    mand  a  dire:  O  donna,  il  re  ti domanda per quale ragione mai,
    abbandonato il marito e i figli,  hai preferito salvare  il  fratello,
    che ti  certo pi estraneo dei figli e meno caro del marito.
    E  quella rispose cos: O re,  io potrei trovare un altro marito,  se
    cos volesse il destino,  e anche  altri  figli,  se  dovessi  perdere
    questi,  ma  poich  non  sono pi al mondo mio padre e mia madre,  un
    altro fratello non lo potr avere  in  nessun  altro  modo;    questo
    pensiero che mi ha fatto dire quello che ho detto.  Parve a Dario che
    la donna parlasse saggiamente; e,  compiacendosi con lei,  non solo le
    concesse  la  vita  di  colui  che  gli chiedeva,  ma anche quella del
    maggiore dei figli. Tutti gli altri, invece, li mand a morte.
    Cos uno dei sette congiurati era venuto ben presto a morire nel  modo
    che ho raccontato.

      120.  Press'a  poco  nel  periodo in cui Cambise era ammalato,  era
    accaduto ci che segue.
    Nominato da Ciro,  era satrapo di  Sardi  il  persiano  Orete;  costui
    concep  un'impresa empia perch,  senza aver ricevuto alcun affronto,
    n udita alcuna mala parola da Policrate di Samo, senza averlo nemmeno
    visto prima,  desider averlo tra le mani e ucciderlo  e  la  ragione,
    secondo i pi, sarebbe la seguente.
    Intrattenendosi un giorno Orete,  presso la porta del re, con un altro
    persiano,  di nome Mitrobate,  che era governatore della provincia  di
    Dascilio,  dalla  discussione  a  parole  erano  scesi  alle offese e,
    siccome si  parlava  del  valore  personale,  Mitrobate  con  fare  di
    rimprovero disse a Orete: Tu,  dunque, dovresti essere nel numero dei
    valorosi;  tu che non hai saputo acquistare al dominio del re  l'isola
    di  Samo,  cos  vicina  al  tuo  territorio  e  cos  facile a essere
    conquistata che uno del paese (64),  levatosi in armi con  15  opliti,
    l'ha occupata e ora la regge da tiranno?.
    Raccontano,  dunque,  che Orete,  sentite queste parole e sdegnato per
    l'offesa ricevuta,  desider non tanto di farle pagar care  a  chi  le
    aveva  pronunciate,  quanto  piuttosto  di  portare  a completa rovina
    Policrate, a causa del quale aveva subito l'affronto.

     121. Altri, in minor numero,  raccontano che Orete mand un giorno a
    Samo  un  araldo  a  richiedere  non  so  che  cosa  (questo non viene
    tramandato) e Policrate  si  trovava  per  caso  adagiato  sul  divano
    dell'appartamento degli uomini: con lui c'era anche Anacreonte (65) di
    Teo.  Allora,  sia  che  l'abbia  fatto di proposito perch non teneva
    alcun conto delle richieste di Orete o fosse una fortuita coincidenza,
    fatto sta che l'araldo di Orete si present e gli rivolse  la  parola,
    ma Policrate (che era rivolto verso il muro) n si volt, n gli diede
    risposta.

      122.  Sono queste le due versioni sul motivo che avrebbe causato la
    morte di  Policrate,  ognuno  pu  credere  a  quella  delle  due  che
    preferisce.
    Ordunque,  Orete  che risiedeva in Magnesia,  citt situata sulle rive
    del fiume Meandro,  mand a  Samo  il  lidio  Mirso  figlio  di  Gige,
    portatore  di  un  messaggio  per  Policrate,  dei  quale conosceva la
    segreta aspirazione.
    Infatti Policrate  il primo dei Greci, che noi conosciamo,  che abbia
    concepito   il   disegno   di   dominare  sul  mare,   senza  contare,
    naturalmente, Minosse di Cnosso e qualche altro che prima di lui regn
    sul mare;  ma dell'epoca cosiddetta degli uomini (66) fu Policrate  il
    primo,  e  aveva  buone  speranze di estendere il proprio impero sulla
    Ionia e sulle isole.
    Avendo, dunque,  saputo che egli aveva di questi propositi,  Orete gli
    mand  un  messaggio  cos  concepito:  Orete  fa  questa  proposta a
    Policrate: sento che tu hai dei progetti grandiosi,  ma  non  possiedi
    ricchezze che siano proporzionate ai tuoi desideri. Ora, se farai come
    io ti dico,  migliorerai le tue condizioni e salverai anche me, poich
    il re Cambise vuole la mia morte e me lo si fa capire chiaramente. Tu,
    dunque,  porta via da questo paese me e le mie  ricchezze:  di  queste
    ultime,  una  parte prendila pure tu,  ma l'altra parte lasciala a me:
    grazie a questo tesoro tu dominerai su tutta la Grecia.
    Se a me non credi per quel che riguarda le ricchezze,  mandami l'uomo
    che gode maggiormente la tua fiducia e gliele mostrer.

      123.  Udite queste parole,  Policrate fu tutto contento e accett e
    poich era quanto mai avido di denaro,  per prima cosa mand a fare un
    sopraluogo  Meandrio,  figlio  di  Meandrio,  un cittadino che era suo
    segretario; quello stesso che, poco tempo dopo questi fatti,  consacr
    nel tempio di Era tutto l'arredamento,  proveniente dalla sala (67) di
    Policrate riservata agli uomini, che era degno di essere ammirato.
    Orete,  quando fu informato che doveva attendere  l'osservatore,  fece
    quel  che  segue: riemp di pietre otto casse,  tranne un piccolissimo
    spazio intorno agli orli, e sopra le pietre distese dell'oro;  quindi,
    legate,  le  teneva pronte.  Meandrio,  arrivato sul luogo,  si guard
    intorno e torn a riferire a Policrate.

     124.  Questi si  preparava  a  recarsi  col,  nonostante  molto  lo
    dissuadessero  gli  indovini e molto lo sconsigliassero gli amici;  e,
    per di pi, sua figlia avesse avuto in sogno questa visione: le pareva
    che suo padre, sospeso in alto,  fosse lavato da Zeus e unto dal sole.
    Dopo  aver  visto  un  tal  sogno,  s'adoperava  in  ogni  modo perch
    Policrate non si recasse da Orete e anche  quando  egli  saliva  sulla
    nave a 50 remi, gli ripeteva parole di triste presagio.
    Egli  la  minacci  che,  se  ritornava sano e salvo,  sarebbe rimasta
    nubile per lungo tempo,  ma  la  figlia  preg  gli  di  che  ci  si
    verificasse   poich  preferiva  aspettare  pi  a  lungo  un  marito,
    piuttosto che essere privata del padre.

     125. Policrate, incurante di ogni consiglio, fece vela alla volta di
    Orete, conducendo con s, oltre a molti altri compagni, anche Democede
    di Crotone,  figlio di Callifonte,  il quale non solo era  medico,  ma
    nella sua arte era il pi abile di quelli del suo tempo.
    Giunto che fu in Magnesia,  Policrate mor di mala morte,  in modo non
    certo degno di lui e del suo grande animo; poich,  se si eccettuano i
    tiranni  che  regnarono  a  Siracusa,  nessuno  degli altri tiranni di
    Grecia  merita  di  essere  paragonato  a   Policrate   per   la   sua
    magnificenza.
    Orete,  dopo  averlo  fatto  morire  in  modo  indegno  (68) di essere
    riferito,  lo fece affiggere a  una  croce:  quanto  agli  uomini  del
    seguito,  se erano di Samo li lasci andare, consigliandoli d'essergli
    grati se potevano godere la libert; quanti, invece,  erano forestieri
    o  gi schiavi degli accompagnatori,  li trattenne nel numero dei suoi
    schiavi.
    Cos Policrate, sollevato in alto, rese vera in pieno la visione della
    figlia: era, infatti,  lavato da Zeus,  quando pioveva ed era unto dal
    sole, ch dal corpo spremeva stille di umore.
    Cos  miseramente  fin la grande felicit di Policrate,  proprio come
    gli aveva predetto Amasi, re d'Egitto.

     126.  Ma poco  tempo  dopo,  anche  Orete  fu  raggiunto  dal  genio
    vendicatore di Policrate.
    Infatti,  dopo  la  morte  di  Cambise e il regno dei Magi,  Orete che
    risiedeva a Sardi non rese alcun servigio ai Persiani,  spogliati  dai
    Medi del loro potere;  anzi, approfittando di quel periodo di torbidi,
    mand a morte Mitrobate,  governatore  della  provincia  di  Dascilio,
    quello che gli aveva rinfacciata, a vergogna, la condotta di Policrate
    e,  in  seguito,  uccise  anche  il  figlio  di  Mitrobate,  Cranaspe,
    nonostante fra i Persiani questi uomini godessero molta reputazione.
    Altri delitti d'ogni genere egli commise nella sua insolenza e  quando
    a  lui venne un messo di Dario (69),  siccome ci che gli riferiva non
    era di suo gradimento,  egli lo fece uccidere  mentre  se  ne  tornava
    indietro,  avendo appostato degli uomini sulla sua strada. Dopo averlo
    ucciso, lo fece scomparire insieme al cavallo.

     127. Dario, appena ebbe in mano il potere, pens di punire Orete per
    tutte le sue colpe, ma in modo particolare per la morte di Mitrobate e
    di suo figlio.
    Sennonch non gli sembrava opportuno mandare direttamente delle truppe
    contro di lui,  dato che la situazione era ancora tutta in  subbuglio,
    egli  da poco al potere ed era informato che Orete disponeva di grandi
    forze,  avendo ben 1000 Persiani nella sua  guardia  del  corpo  e  il
    governo della Frigia, della Lidia e della Ionia.
    Di fronte a queste difficolt, ecco a quale mezzo fece ricorso.
    Convocati i pi ragguardevoli Persiani, tenne loro questo discorso: O
    Persiani,  chi  di voi si assume di portare a termine l'impresa che io
    dico con la sua abilit,  senza far ricorso alla forza  e  al  numero?
    Poich  l  dove occorre abilit,  non c' bisogno alcuno di violenza.
    Dunque chi di voi sapr condurmi qui vivo Orete,  o almeno  dargli  la
    morte?
    Egli fino a oggi nessun vantaggio ha arrecato ai Persiani,  mentre ha
    commesso molti delitti;  non solo ha fatto scomparire due dei  nostri,
    Mitrobate  e  suo  figlio,  ma  mette  a  morte quelli da me inviati a
    richiamarlo    al    dovere,    dimostrando    un'insolenza    davvero
    insopportabile.
    Prima,  dunque,  che  combini  qualche malanno pi grave ai Persiani,
    bisogna fermarlo e ucciderlo.

     128.  Questa la domanda  che  Dario  poneva,  e  ben  30  uomini  si
    offersero, volendo ciascuno per conto suo compiere l'impresa.
    Dario,  per,  tenne  a  freno  le  loro contese,  consigliando che si
    ricorresse al sorteggio e,  traendo essi  a  sorte,  fra  tutti  venne
    designato Bageo, figlio di Artonte.
    Bageo,  favorito dalla sorte,  immagina questa astuzia: fatte scrivere
    molte lettere che trattavano  di  vari  affari,  vi  fece  apporre  il
    sigillo personale di Dario e con quelle se ne and a Sardi.
    Giunto  col  e  introdotto alla presenza di Orete,  dissuggellando le
    lettere a una a una, le passava al segretario reale perch le leggesse
    (tutti i satrapi hanno dei segretari reali) e Bageo gli consegnava  le
    lettere per mettere alla prova l'animo delle guardie del corpo, se per
    caso gli davano segno di volersi ribellare a Orete.
    Sicch, vedendoli pieni di grande rispetto per le lettere e pi grande
    ancora per quello che nelle lettere si diceva,  ne passa al segretario
    un'altra con queste parole: O Persiani!  il re Dario vi proibisce  di
    fare servizio di guardia a Orete.  Quelli,  all'udir tali parole, gli
    deposero ai piedi le  loro  lance.  E  Bageo  allora,  vedendoli  cos
    obbedienti  alla  lettera,  pieno  di  audacia  consegn al segretario
    l'ultima lettera,  in cui era scritto: Il re Dario ordina ai Persiani
    che sono in Sardi di uccidere Orete.  Le guardie, come udirono questo
    comando, tratte le scimitarre, lo uccisero all'istante.
    Fu cos che la vendetta di Policrate di  Samo  raggiunse  il  persiano
    Orete.

      129.  Poco  tempo  dopo  che erano giunti a Susa,  dove erano stati
    trasportati i beni (70) di Orete,  volle il caso  che  Dario,  in  una
    partita  di  caccia  alle fiere,  balzando da cavallo,  si slogasse un
    piede e certo la slogatura doveva essere abbastanza grave,  poich  la
    caviglia gli era uscita fuori dalle articolazioni .
    Il  re,  che era solito anche prima circondarsi di quegli Egiziani che
    avevano fama di essere i pi valenti nell'arte  medica,  ricorse  alla
    loro opera. Ma questi, storcendo e forzando il piede, non facevano che
    peggiorare il male; tanto che per sette giorni e sette notti Dario non
    pot  prendere  sonno  a  causa  del  dolore che non lo abbandonava un
    minuto.   All'ottavo  giorno,   mentr'egli  si  trovava   in   cattive
    condizioni,  un  tale che ancora prima,  quand'era a Sardi,  aveva per
    caso udito parlare della abilit  di  Democede  di  Crotone,  ne  fece
    parola con Dario.  Questi diede ordine che fosse condotto a lui il pi
    presto possibile e quando l'ebbero scovato fra gli schiavi  di  Orete,
    non  so  dove  confinato e del tutto negletto,  lo condussero alla sua
    presenza, che trascinava i ceppi ed era rivestito di cenci.

     130.  Quando gli fu ritto davanti,  Dario gli  chiese  se  conosceva
    l'arte  medica;  ma quello subito non volle ammetterlo,  per timore di
    essere per sempre privato della sua Grecia,  se  avesse  rivelato  chi
    era.
    Dario,  per,  si avvide che egli simulava, pur sapendo di medicina, e
    diede ordine a quelli che l'avevano condotto di portare l in mezzo  i
    flagelli  e  i  pungoli.  Allora quello si manifest,  dicendo che non
    aveva in materia  cognizioni  precise  ma,  avendo  praticato  con  un
    medico, aveva dell'arte qualche conoscenza.
    Dario  gli si affid ed egli usando dei rimedi greci e applicando cure
    blande dopo quelle violente,  fece s che il re potesse prendere sonno
    e  in breve tempo gli ridiede la salute,  quando ormai non sperava pi
    di potersi reggere sul piede.
    In seguito a ci, Dario gli don due paia di ceppi d'oro; ma il medico
    gli domand se era con intenzione che  gli  raddoppiava  il  male,  in
    ricompensa perch l'aveva guarito.
    Soddisfatto  da  questa  battuta  di  spirito,  Dario lo fece condurre
    presso le sue donne,  e gli eunuchi  che  l'accompagnarono  spiegavano
    alle donne che era quello che aveva ridato la vita al re.
    Allora  ciascuna  di  esse,  attingendo  con  una  coppa  allo scrigno
    dell'oro,  ne faceva dono a Democede  con  tanta  abbondanza,  che  un
    servo,  che gli veniva dietro e si chiamava Scitone,  raccogliendo gli
    stateri che cadevano dalle coppe ricolme,  anche per  s  ne  pose  in
    serbo una bella quantit.

     131.  Ecco come questo Democede,  che veniva da Crotone, era entrato
    in dimestichezza con Policrate.  In Crotone egli viveva con  il  padre
    che  era  di  carattere  difficile;  e  poich  non  poteva resistere,
    lasciatolo, s'era recato a Egina.
    Stabilitosi in quest'isola,  nel primo anno aveva superato  gli  altri
    medici,  pur  non  essendo fornito di mezzi e non avendo nessuno degli
    arnesi che si richiedono per esercitare quell'arte.  Nel secondo  anno
    lo  prendono  a  pubbliche  spese  gli  Egineti,  dietro compenso d'un
    talento;  il terzo anno,  gli Ateniesi per 100 mine;  il  quarto  anno
    Policrate per due talenti.
    Fu  cos che giunse a Samo e per merito di lui non poco godettero fama
    i medici di Crotone;  poich tutto ci  avvenne  quando  i  medici  di
    Crotone  avevano  fama  di essere i primi per tutta la Grecia: dopo di
    loro venivano quelli di Cirene.  [In questo stesso tempo,  gli Argivi,
    per  conto  loro,  godevano  fama  di  essere  i pi valenti dei Greci
    nell'arte della musica (71).]

     132. Allora, dunque,  Democede per aver guarito Dario,  ebbe in Susa
    una  magnifica  casa ed era diventato compagno di mensa del re.  Nulla
    gli mancava, tranne una sola cosa: non poteva tornare in Grecia.
    Intanto,  quei medici egiziani che prima curavano  il  re  e  dovevano
    essere  impalati,  perch  s'erano  lasciati superare in abilit da un
    medico greco,  egli con la sua intercessione presso  il  re  riusc  a
    salvarli. Cos pure liber dalla miseria un indovino di Elea che aveva
    accompagnato  Policrate  e  se  ne  stava  tra  gli schiavi negletto e
    disprezzato.
    Era insomma un potente personaggio questo Democede presso il re.

     133.  Poco tempo dopo tali avvenimenti si verificarono questi  altri
    fatti.
    Atossa, figlia di Ciro e moglie di Dario, sent radicarsi un tumore al
    seno,  che poi,  essendosi rotto,  si andava diffondendo. Finch fu di
    modeste proporzioni essa lo teneva nascosto  e,  per  pudore,  non  ne
    parlava  ad  alcuno;  ma  quando si trov in stato grave,  fece venire
    Democede e glielo mostr.  Egli,  mentre  l'assicurava  che  l'avrebbe
    guarita,  le fece giurare che, in cambio, gli avrebbe reso il servizio
    che le chiedeva;  naturalmente non  le  avrebbe  richiesto  nulla  che
    potesse portarle vergogna.

      134.  Quando,  dopo  questa  promessa,  egli con la sua arte l'ebbe
    guarita, allora Atossa, seguendo i consigli di Democede,  in letto con
    Dario  gli tenne questo discorso: O re,  tu,  pur avendo in mano cos
    grande potenza,  te ne stai ozioso,  senza  aggiungere  all'impero  di
    Persia  altri popoli o accrescerne il prestigio.  E' necessario che un
    uomo,  nel fiore della giovinezza e padrone di mezzi  potenti,  mostri
    anche il suo valore con qualche impresa,  affinch i Persiani sappiano
    che sono dominati da un uomo. Per due ragioni ti conviene fare questo:
    perch i Persiani conoscano che chi detiene il comando    un  uomo  e
    perch  si  logorino  con  la  guerra  e  non abbiano voglia,  vivendo
    nell'ozio,  di congiurare contro di te.  Ed  in questo momento che tu
    potrai compiere qualche grande azione,  finch sei nell'et giovanile:
    poich col crescere del corpo crescono  anche  le  forze  dell'ingegno
    che, invece, invecchiano, quando il corpo invecchia e diventano inette
    a ogni impresa.
    Questo  essa  diceva  per  suggerimento  di  Democede  e  il  re  cos
    rispondeva: O donna,  tu hai detto proprio tutto quello che io ho gi
    in animo di fare; poich io ho deciso di aggiogare con un ponte questo
    continente all'altro e di marciare contro gli Sciti.
    In poco tempo questo sar fatto compiuto.
    Replica  Atossa:  Ascoltami  ora:  lascia  da parte l'idea di muovere
    dapprima contro gli Sciti,  poich questi saranno sempre tuoi,  quando
    tu lo voglia.
    Fammi,  invece,  una  spedizione contro la Grecia perch io desidero,
    per averne  sentito  parlare,  delle  ancelle  di  Laconia,  di  Argo,
    dell'Attica e di Corinto.
    Hai  con  te un uomo che  il pi indicato di tutti per informarti su
    ogni particolare della Grecia e fare da guida: quello che  ha  guarito
    il tuo piede.
    Dario  risponde:  O  donna,  poich  tu  pensi che dobbiamo per prima
    sfidare la Grecia, a me pare in primo luogo che sia meglio mandare tra
    i Greci, insieme con l'uomo che tu dici,  degli osservatori,  i quali,
    dopo aver notato e osservato ogni cosa, riferiranno a noi; poi, quando
    avr tutte le informazioni, muover contro di loro.

     135. Cos disse, e parlare e agire fu tutt'uno.
    Infatti,  non appena spunt il giorno,  chiamati a s 15 ragguardevoli
    Persiani, comand loro che sotto la guida di Democede percorressero le
    regioni  litoranee  della  Grecia,   ponendo  cura  che  Democede  non
    sfuggisse loro, ma glielo riconducessero indietro ad ogni costo.
    Impartiti  tali  ordini  a  costoro,  chiam per secondo Democede e lo
    preg di ritornare da lui dopo aver mostrato la Grecia ai  Persiani  e
    aver  spiegato  ogni  cosa:  gli  concedeva  di  prendere tutte le sue
    suppellettili e di portarle  in  dono  a  suo  padre  e  ai  fratelli,
    promettendogliene altre in gran numero; inoltre a quei doni promise di
    aggiungere una nave da carico piena di ogni ben di Dio,  che l'avrebbe
    accompagnato nella navigazione.
    Dario, secondo me,  gli faceva queste promesse senza alcuna intenzione
    di  ingannarlo;  ma Democede,  per timore che il re lo volesse mettere
    alla prova,  non fu precipitoso nell'accettare tutto ci  che  gli  si
    offriva;  dichiar  che  le cose sue le avrebbe lasciate l sul posto,
    per riaverle  ancora  al  suo  ritorno;  ma  la  nave  che  Dario  gli
    prometteva per portar doni ai fratelli, l'accettava volentieri.
    Dopo aver impartito anche a lui i suoi comandi, Dario li lasci andare
    verso il mare.

      136.  Discesi  costoro in Fenicia e precisamente presso la citt di
    Sidone, fecero subito allestire due triremi e, contemporaneamente,  un
    grande  vascello  pieno  di vettovaglie di ogni sorta: quando tutto fu
    pronto, salparono alla volta della Grecia.
    Approdati sul litorale,  osservavano ogni cosa e  ne  prendevano  nota
    finch,  dopo aver visitato la maggior parte delle localit,  e le pi
    rinomate, arrivarono in Italia, a Taranto.
    Qui il re della citt, Aristofilide, per simpatia verso Democede,  non
    solo fece togliere i timoni alle navi persiane,  ma cacci in prigione
    i Persiani stessi come se fossero senz'altro delle spie.
    E mentre essi subivano questo  trattamento,  Democede  se  ne  and  a
    Crotone:  solo  quando  egli fu arrivato alla sua citt,  Aristofilide
    lasci liberi i Persiani e restitu ci  che  aveva  tolto  alle  loro
    navi.

      137.  Di  l,  messisi  in  mare,  i  Persiani,  che s'erano dati a
    inseguire Democede,  giunsero a Crotone e,  trovatolo nella piazza del
    mercato, misero le mani su di lui.
    Quelli di Crotone,  in parte, per timore della potenza persiana, erano
    pronti a lasciarlo andare, altri, invece,  si opponevano e picchiavano
    con  bastoni  i  Persiani,  che  s'affannavano  a dir loro: Uomini di
    Crotone,  badate bene a quello che fate: voi cercate di  liberare  uno
    schiavo  che    fuggito via dal re.  Come sopporter il re cos grave
    oltraggio?  Come ci che fate andr a finir bene,  se  ci  strapperete
    dalle  mani  costui?  Quale  citt attaccheremo con le armi,  prima di
    questa? Quale, prima di questa, cercheremo di ridurre in schiavit? .
    Pur con queste minacce,  non riuscirono  a  convincere  i  Crotoniati;
    sicch,  privati di Democede e spogliati del vascello che li scortava,
    fecero di nuovo vela verso l'Asia  e  non  cercarono  di  visitare  la
    Grecia e di proseguirvi pi oltre i loro studi,  essendo rimasti senza
    guida.
    Per, al momento in cui prendevano il mare,  Democede aveva fatto loro
    una raccomandazione,  incaricandoli di dire a Dario che Democede aveva
    preso in moglie la figlia di Milone;  poich  il  nome  del  lottatore
    Milone godeva grande prestigio presso il re.
    Secondo me, la ragione per cui Democede affrett tali nozze, spendendo
    grandi  somme,  era  di  far vedere a Dario che anche nella sua patria
    egli era tenuto in gran conto.

     138. Salpati da Crotone,  i Persiani andarono a sbattere con le navi
    presso il territorio Iapigio (72), e ivi, ridotti in schiavit, furono
    liberati  da  Gillo,  esule  di Taranto,  il quale li ricondusse al re
    Dario.
    Costui, in ricompensa, era disposto a concedergli quello che voleva; e
    Gillo,  dopo aver esposto i particolari delle  sue  dolorose  vicende,
    scelse di poter ritornare a Taranto;  ma,  per non mettere sossopra la
    Grecia, se, per causa sua,  una grande spedizione avesse preso il mare
    alla  volta  dell'Italia,  dichiar  che i Cnidi (73) da soli potevano
    bastare per ricondurlo in patria, convinto che, per mezzo loro,  amici
    dei Tarentini, sarebbe stato quanto mai favorito il suo ritorno.
    Dario,  avendo accettato, pose mano all'impresa; e in effetti, mandato
    a Cnido un messo,  ordin a  quei  cittadini  di  ricondurre  Gillo  a
    Taranto.
    I  Cnidi,  per,  che pur volevano obbedire a Dario,  non riuscirono a
    convincere i Tarentini; n, d'altra parte,  erano in grado di usare la
    forza.
    Ecco,  dunque,  come  si  svolsero  i  fatti  e  furono questi i primi
    Persiani che dall'Asia passarono in Grecia e questa la ragione per  la
    quale erano stati inviati come osservatori.

      139.  In seguito il re Dario s'impadron di Samo,  che era la prima
    fra tutte le citt greche e barbare, per il motivo seguente.
    Quando  Cambise,  figlio  di  Ciro,  fece  la  sua  spedizione  contro
    l'Egitto, molti Greci se ne vennero in Egitto: alcuni, com' naturale,
    per esercitarvi il commercio,  altri unicamente per visitare il paese.
    Uno di questi era anche Silosonte, figlio di Eace, che era fratello di
    Policrate ed esule da Samo.
    Capit, dunque, a questo Silosonte il caso fortunato che segue.
    Preso e indossato un rosso  mantello,  s'aggirava  per  le  piazze  di
    Menfi, quando Dario, che era allora guardia del corpo di Cambise e non
    godeva  ancora  di  alcuna  reputazione,  al  vederlo,  fu  preso  dal
    desiderio di avere quel mantello e, accostatosi, lo voleva comperare.
    Silosonte,  vedendo che Dario ne aveva una  gran  voglia,  felicemente
    ispirato  da  un  dio,  gli  disse: Io questo mantello non lo vendo a
    nessun prezzo;  piuttosto,  te lo dono,  se  necessario assolutamente
    che cos sia.
    Dopo aver lodato questo slancio generoso, Dario si prese il mantello.

     140. Ordunque Silosonte era convinto di averlo perduto a causa della
    sua dabbenaggine.
    Ma quando, col passare del tempo, Cambise era venuto a morire e contro
    il mago si erano ribellati i sette,  e,  fra i sette, Dario era salito
    al potere,  Silosonte venne un giorno a sapere che  l'autorit  regale
    era  toccata  all'uomo  cui  egli  in Egitto un giorno aveva donato il
    mantello, che con insistenza gli chiedeva.  Recatosi tosto a Susa,  si
    pose  a  sedere nell'atrio della reggia e disse che era un benefattore
    di Dario.
    Il guardiano della porta,  quando  l'ebbe  udito,  lo  rifer  al  re;
    questi,   stupito,  gli  disse:  E  chi    mai,  fra  i  Greci,  mio
    benefattore; cui io debba gratitudine, io, che sono al potere da poco,
    e nessuno o quasi,  di questi uomini fino ad ora  giunto a noi e  non
    saprei citare obbligo alcuno che io abbia verso un greco?
    Tuttavia,  introducilo!  Che  io  sappia  che  cosa vuole per parlare
    cos.
    Il guardiano introdusse Silosonte e quando egli si trov alla presenza
    di Dario,  gli interpreti gli chiesero chi fosse  e  che  cosa  avesse
    fatto per proclamarsi benefattore del re.
    E  Silosonte  raccont  tutti  i particolari riguardanti il mantello e
    come fosse egli stesso quello che gliel'aveva donato.
    Dario a queste parole, esclam: O il pi generoso fra gli uomini; tu,
    dunque, sei colui che, quando io non avevo ancora alcuna autorit,  mi
    hai  fatto quel dono.  Anche se di poco conto,  era tuttavia un favore
    della stessa importanza che se ora,  da qualche  parte,  ricevessi  un
    grande regalo. Per questo, io ti voglio dare oro e argento senza fine,
    affinch  tu non abbia mai a rammaricarti di aver fatto una gentilezza
    a Dario, figlio di Istaspe.
    A questa offerta Silosonte  replic:  O  re,  non  darmi  n  oro  n
    argento, ma salva e rendimi la mia patria Samo!
    Da quando mio fratello Policrate fu ucciso per opera di Orete, essa 
    in  mano  a  un nostro schiavo (74): rendimela,  libera da strage e da
    schiavit.

     141.  Udite queste parole,  Dario decise di mandare un  esercito  e,
    come comandante,  Otane,  che era stato uno dei sette congiurati,  con
    l'ordine preciso di eseguire tutto ci che Silosonte aveva richiesto.
    Otane, sceso al mare, si diede ad allestire il corpo di spedizione.

     142. In Samo il potere era in mano di Meandrio,  figlio di Meandrio.
    che da Policrate aveva ricevuto l'incarico di reggere il governo. Egli
    voleva  dimostrarsi  il pi giusto degli uomini,  ma non gli riusc di
    farlo.
    Infatti, non appena gli fu riferita la morte di Policrate, si comport
    come segue.
    Per prima cosa, fece erigere l'altare di Zeus Liberatore e, intorno ad
    esso,  segn i limiti del sacro recinto che ora si vede nel  sobborgo.
    Poi,  ci fatto, convoc l'assemblea di tutti i cittadini e disse loro
    cos: Come sapete bene anche voi,  stato affidato a me lo scettro di
    Policrate e tutto il suo potere;  sicch ora mi si offre il destro  di
    regnare su di voi.
    Io,  per,  per  quanto  mi  possibile,  non intendo fare quello che
    rimprovero ad altri;  poich n mi piaceva Policrate,  quando trattava
    da  padrone  uomini  simili a lui,  n mi piace chiunque agisca in tal
    modo.
    Ora,  Policrate ha compiuto il suo destino e io,  mettendo il dominio
    in  comune,  proclamo  tra  voi  l'uguaglianza  di diritti.  Tuttavia,
    ritengo giusto che mi vengano riconosciute queste prerogative: che  si
    prelevino a mio vantaggio, almeno dal tesoro di Policrate, sei talenti
    e,  oltre a ci,  pretendo per me e per i miei discendenti in perpetuo
    il sacerdozio di Zeus Liberatore,  al quale io stesso ho fatto erigere
    un santuario e nel nome del quale vi faccio dono della libert.
    Questo  egli  propose  ai  Sami;  ma  uno di essi,  levatosi in piedi,
    ribatt: Di comandare a noi,  tu almeno,  non ne sei  degno;  tu  che
    ignobilmente sei nato e sei la nostra rovina;  pensa,  piuttosto, come
    potrai renderci conto delle ricchezze che hai avuto tra mano.

     143. Colui che disse queste parole era un cittadino di riguardo, che
    si chiamava Telesarco.
    Meandrio allora, convinto che, se avesse rinunciato al potere,  al suo
    posto  si  sarebbe  fatto  tiranno  qualche  altro,  non  pens  pi a
    rinunciare;  ma,  dopo essersi ritirato nella rocca,  fece venire  gli
    oppositori  a  uno  a uno,  come se volesse render conto dei tesori di
    Policrate e, arrestatili, li fece mettere in catene.
    Costoro cos erano stati imprigionati ma Meandrio,  in seguito,  cadde
    ammalato  e suo fratello,  che si chiamava Licareto,  convinto che non
    sarebbe sopravvissuto,  per poter pi agevolmente farsi padrone  della
    situazione  in  Samo,  mand  a morte tutti i prigionieri dato che,  a
    quanto pare, non volevano (75) assolutamente vivere in libert.

     144. Quando, dunque,  arrivarono a Samo i Persiani che riconducevano
    Silosonte,  non ci fu alcuno che levasse le mani contro di loro: tanto
    i seguaci di Meandrio,  quanto  lo  stesso  Meandrio  si  dichiararono
    pronti ad allontanarsi dall'isola, in seguito a regolare accordo.
    Avendo Otane acconsentito a questa richiesta e stipulato l'accordo,  i
    Persiani che avevano la pi alta autorit, fatti disporre i loro seggi
    di fronte alla rocca, vi si posero a sedere.

     145. Il tiranno Meandrio aveva un fratello, non troppo in senno, che
    si chiamava Carilao,  e che,  per non  so  qual  mancanza,  era  stato
    gettato in una prigione sotterranea.
    Allora,  avendo egli udito quanto avveniva e,  guardando attraverso la
    finestrella della prigione, visti i Persiani cos placidamente seduti,
    si mise a gridare  e  dichiar  che  voleva  avere  un  colloquio  con
    Meandrio.
    Uditolo, Meandrio ordin di scioglierlo e di condurlo davanti a lui.
    Non  appena  egli fu tratto alla sua presenza,  coprendolo d'insulti e
    d'improperi, cerc di indurlo a piombare sui Persiani dicendogli cos:
    A me dunque, o feccia di tutti gli uomini, che pur ero tuo fratello e
    non  avevo  commesso  nulla  che  meritasse  le  catene,  hai  creduto
    opportuno di infliggere lacci e prigione; e ora vedendo che i Persiani
    ti  scacciano dalla citt e ti mandano in esilio,  non hai il coraggio
    di vendicarti,  mentre sarebbe cos facile averli in pugno?  Ma se  tu
    hai tanta paura di loro,  affida a me le truppe ausiliarie; ci penser
    io a punirli per essere venuti fin qui.
    Quanto a te, io sono pronto a farti uscire salvo dall'isola.

     146. Cos parl Carilao; Meandrio accett la proposta,  non gi,  io
    penso,  perch  egli  fosse giunto a tal punto di stoltezza da credere
    che le sue forze potessero prevalere su quelle del  re,  ma  piuttosto
    perch era geloso di Silosonte, se questi, senza fatica, avesse dovuto
    riprendere la citt intatta.
    Provocando  i  Persiani,  egli  voleva  rendere  debole quanto pi era
    possibile  la  potenza  di  Samo  e  solo  in  tali  condizioni,  poi,
    lasciarla; ben sapendo che i Persiani, se ricevevano un tale affronto,
    si  sarebbero  ancor di pi inaspriti contro i Sami e sapendo pure che
    egli aveva un mezzo sicuro di andarsene  dall'isola,  quando  l'avesse
    voluto;  poich s'era fatto scavare un passaggio sotterraneo che dalla
    rocca portava fino al mare.
    Meandrio in persona, uscito da Samo, si mise in mare; Carilao, invece,
    armate le truppe ausiliarie, fece aprire le porte, e le aizz contro i
    Persiani che nulla di simile si attendevano  e,  anzi,  credevano  che
    l'accordo ormai fosse completo.
    Essendo  stato  l'assalto  improvviso,  gli ausiliari uccisero,  fra i
    Persiani,  quelli che avevano diritto di farsi portare  con  seggi  ed
    erano i pi ragguardevoli.
    Mentre,  per,  questi erano impegnati in ci,  il resto dell'esercito
    persiano era gi accorso in aiuto e gli ausiliari,  stretti da vicino,
    furono ricacciati indietro, entro la rocca.

      147.  Otane,  che  comandava il corpo di spedizione,  constatato il
    grave danno che i Persiani avevano subto,  pur  ricordando  bene  gli
    ordini  che,  nel congedarlo,  gli aveva impartito Dario,  che,  cio,
    nessuno dei Sami egli doveva uccidere o fare schiavo,  ma  che  doveva
    consegnare  a  Silosonte  l'isola  senza  che  avesse  a  subire alcun
    sopruso,  fece come se li avesse dimenticati,  e comand ai soldati di
    passare per le armi chiunque avessero preso, uomini o fanciulli, senza
    distinzione.
    Allora  una parte dell'esercito cingeva d'assedio la rocca;  gli altri
    uccidevano tutti quelli in cui s'imbattevano,  senza badare se fossero
    in luogo sacro, o fuori di esso.
    Meandrio, intanto, fuggito da Samo, faceva vela verso Sparta.

      148.  Giunto col,  dopo aver fatto portare dalla spiaggia in citt
    quanto aveva preso con s nel lasciare il suo paese,  si comportava in
    questo modo.
    Di  tanto  in tanto esponeva coppe d'argento e d'oro e,  mentre i suoi
    servi le lucidavano, egli,  intavolata una conversazione con Cleomene,
    figlio di Anassandrida,  che regnava a Sparta, lo faceva arrivare fino
    a casa sua.
    Ogni qual volta Cleomene vedeva  le  coppe,  ne  rimaneva  ammirato  e
    stupito  e quello insisteva che se ne prendesse pure quante voleva.  E
    avendo Meandrio  ripetuto  l'invito  due  o  tre  volte,  Cleomene  si
    dimostr il pi onesto degli uomini: non solo non si degn di prendere
    quanto  gli veniva offerto,  ma,  sapendo che,  se faceva tali doni ad
    altri cittadini, avrebbe trovato aiuto, si present agli efori e disse
    che era meglio per Sparta che quel forestiero di Samo si  allontanasse
    dal Peloponneso,  per evitare che riuscisse a corrompere lui o qualche
    altro spartano.
    Gli efori gli diedero  ascolto  e  per  mezzo  d'araldo  intimarono  a
    Meandrio di andarsene.

     149.  Quanto a Samo,  i Persiani,  dopo averla rastrellata (76),  la
    consegnarono a Silosonte priva di tutti gli abitanti.
    In un secondo  tempo,  per,  il  generale  Otane  contribu  anche  a
    ripopolarla,  per una visione avuta in sogno e per una malattia che lo
    colp nelle parti genitali.

     150.  La flotta era gi  partita  alla  volta  di  Samo,  quando  si
    ribellarono i Babilonesi,  che si erano molto bene preparati. Infatti,
    durante il regno del Mago e la congiura dei sette,  per  tutto  questo
    tempo   e  approfittando  di  quella  confusione,   non  facevano  che
    prepararsi a sostenere un assedio; e,  a quanto pare,  lo fecero senza
    farsi accorgere.
    Allorch,  poi, si sollevarono apertamente, fecero quanto segue: fatta
    eccezione per le madri e per una sola donna che ciascuno sceglieva,  a
    suo piacere,  tra quelle di casa, tutte le altre donne, radunatele, le
    strozzarono:  quell'unica  donna  che  ciascuno   risparmiava   doveva
    preparargli il cibo; le altre furono strozzate perch non consumassero
    le loro provviste di viveri.

      151.  In  seguito  a queste notizie,  Dario,  radunate tutte le sue
    forze, scese in campo contro di loro; e, attaccata Babilonia, la cinse
    d'assedio,  mentre i cittadini non se ne davano alcun pensiero.  Anzi,
    salendo  sui  bastioni  delle  mura,  accennavano  a  passi di danza e
    beffeggiavano Dario e il suo esercito e ci fu anche chi usc in queste
    parole: Perch ve ne state qui, o Persiani,  a perdere il tempo e non
    ve  ne andate?  Tanto,  voi espugnerete la nostra citt quando le mule
    riusciranno a partorire.
    Cos disse qualcuno  di  Babilonia,  giammai  pensando  che  una  mula
    potesse partorire.

     152. Un anno e sette mesi erano ormai trascorsi e Dario con tutte le
    sue truppe, era adirato di non potere aver ragione dei Babilonesi.
    Eppure,  tutto  aveva  messo  in  opera  contro  di  essi,  tutti  gli
    accorgimenti,   tutte  le  macchine,   ma  neppure  cos  riusciva  ad
    espugnarli,  e s che,  tra gli altri artifici cui era ricorso,  aveva
    tentato anche quello (77) con il quale Ciro  si  era  gi  impadronito
    della  citt;  siccome,  per,  i Babilonesi stavano diligentemente in
    guardia, non gli riusciva di sorprenderli.

     153.  Fu allora,  al ventesimo mese,  che a Zopiro,  figlio di  quel
    Megabizo  che  era  stato uno dei sette che avevano ucciso il Mago,  a
    Zopiro, dico, figlio di Megabizo, avvenne siffatto prodigio: una delle
    mule che portavano viveri, partor. Quando gli fu annunziata la cosa e
    Zopiro, che non ci credeva, ebbe visto con i suoi occhi il nato,  dopo
    aver ordinato a quelli che avevano assistito di non dire a nessuno ci
    che era avvenuto,  si diede a riflettere.  E ripensando alle parole di
    quel babilonese, che, in principio,  aveva detto che le mura sarebbero
    state  espugnate  allorquando  avessero  figliato  le  mule,  per tale
    predizione,   Zopiro  pensava  che  ormai  Babilonia  era   facile   a
    espugnarsi;  poich,  non  senza  il  volere d'un dio quell'uomo aveva
    parlato e la sua mula aveva partorito.

     154.  Siccome gli pareva evidente che il destino  ormai  voleva  che
    Babilonia  fosse  conquistata,  presentatosi  a  Dario,  gli chiese se
    annetteva proprio molta importanza alla conquista di Babilonia.
    Avendo saputo che egli ci faceva  grande  assegnamento,  di  nuovo  si
    diede  a  meditare  come  avrebbe  potuto  egli  stesso conquistarla e
    assicurarsi cos il vanto dell'impresa: poich sono molto onorate  tra
    i Persiani le nobili imprese e valgono ad accrescere potenza.
    Pens, dunque, che non c'era alcun mezzo con cui potesse avere in mano
    la  citt,  se  non mutilandosi,  e passando come disertore dall'altra
    parte.
    Allora,  senza dar molto peso alla cosa,  si infligge una  mutilazione
    insanabile: poich,  fattosi tagliare il naso e le orecchie, radere la
    chioma in modo indegno e flagellare il corpo,  si present  davanti  a
    Dario.

      155.  Dario fu molto impressionato al vedere cos deturpato un uomo
    di tanta reputazione; e,  balzato gi dal trono,  a gran voce gridando
    gli  chiese  chi  l'avesse  mutilato a quel modo e che cosa mai avesse
    fatto.
    Quello disse: Nessun altro uomo se non tu,  che hai tanto  potere  da
    ridurmi in questo stato;  e non l'ha fatto, o re, straniero alcuno; ma
    io stesso mi sono punito, ritenendo insopportabile che degli Assiri si
    prendano beffe dei Persiani.
    Il re rispose: O sciaguratissimo fra tutti gli uomini;  tu  alla  pi
    turpe delle azioni hai dato il nome pi bello,  dicendo che per coloro
    che assediamo ti sei rovinato irrimediabilmente.  Ma come,  o  stolto,
    ora che ti sei mutilato,  i nemici si arrenderanno pi presto? Come si
    pu dire che non sei uscito di senno, rovinandoti cos?.
    Zopiro replic: Se avessi sottoposto a te quello che intendevo  fare,
    tu  non me lo avresti permesso;  allora ho agito consigliandomi con me
    stesso.
    Ormai, dunque, se non verrai meno al tuo compito, noi abbiamo in mano
    Babilonia.  Poich io,  in queste condizioni,  passer come  disertore
    entro  le mura e dir loro che questo bel trattamento l'ho ricevuto da
    te: io ritengo che,  convintili  che  le  cose  stanno  proprio  cos,
    otterr il comando dell'esercito.
    Tu,  dunque,  cominciando  a  contare  dal giorno in cui sar entrato
    nella citt, il decimo giorno a partire da quello,  stacca dalla parte
    del  tuo  esercito,  la  cui perdita non ti sar di grande importanza,
    1000 soldati e disponili presso le porte dette di Semiramide. Poi,  di
    nuovo,  il settimo giorno a partire da questo decimo,  schierane altri
    2000 presso le porte chiamate di Ninive.  Dopo questo settimo  giorno,
    lasciane  passare altri 20 e disponi in campo altri 4000 uomini,  dopo
    averli condotti davanti alle porte dette dei Caldei.
    Tanto i precedenti soldati,  quanto questi ultimi  non  abbiano  arma
    alcuna di difesa,  tranne la spada: questa lascia pure che la portino.
    Ma  subito  dopo  quel  ventesimo  giorno,   da'   ordine   al   resto
    dell'esercito  di  investire  tutto  intorno  la  cerchia delle mura e
    ponimi i Persiani di fronte alle porte chiamate Belidi e Cissie.
    Poich io  penso  che,  in  grazia  delle  splendide  imprese  da  me
    compiute,  oltre al resto,  i Babilonesi mi offriranno anche le chiavi
    delle porte.
    Poi sar cura mia e dei Persiani fare ci che sar necessario.

     156.  Dopo aver fatto queste  raccomandazioni,  si  avvi  verso  le
    porte, voltandosi di frequente, con l'aria d'un autentico disertore.
    Al vederlo dall'alto delle torri coloro che erano di guardia da quella
    parte,  si  precipitarono  a  basso  e,  scostato  solo un po' uno dei
    battenti, gli chiesero chi fosse e per quale ragione era venuto.
    Egli spieg loro che era Zopiro e che veniva  a  mettersi  dalla  loro
    parte.
    Udito  ci,  i  guardiani  della porta lo condussero dai magistrati di
    Babilonia.
    Quando fu alla loro presenza,  cominci a lamentarsi,  dicendo di aver
    ricevuto  da  Dario  quelle ferite (che s'era egli stesso procurate) e
    che  aveva  sofferto  tale  indegnit   perch   s'era   permesso   di
    consigliargli  di ritirare l'esercito,  visto che non si vedeva alcuna
    via possibile per conquistare la citt.
    Ora, o Babilonesi continu a dire io sono venuto a portare a voi il
    massimo dei vantaggi, e rendere a Dario, al suo esercito e ai Persiani
    il  peggiore  dei  servigi;  poich  non  andr  impunito  per  avermi
    sfigurato  in questo modo: io sono a conoscenza di tutti i particolari
    dei suoi piani.
    Cos egli parlava.

     157.  I Babilonesi,  vedendo quell'uomo,  che era fra i Persiani pi
    autorevoli, privo del naso e delle orecchie, tutto coperto di lividure
    e  di sangue,  pi che mai convinti che dicesse il vero e fosse a loro
    venuto come alleato, erano disposti a concedergli ci che chiedeva.
    Egli chiedeva un comando militare; e quando l'ebbe ottenuto,  cominci
    a mettere in esecuzione il piano che aveva concertato con Dario.
    Infatti,  il  decimo  giorno,  condotte fuori dalla citt le truppe di
    Babilonia e circondati quei 1000  soldati  che  aveva  raccomandato  a
    Dario di mettere in campo per primi, li stermin.
    I  Babilonesi,  constatato  che  i fatti che egli compiva non erano da
    meno delle parole, pieni di gioia erano pronti a ubbidirgli in tutto e
    per tutto.
    Zopiro,  lasciati passare i giorni convenuti,  di nuovo condusse fuori
    un  corpo  scelto  di  Babilonesi  e fece massacro dei 2000 soldati di
    Dario.
    Testimoni anche di questa impresa,  i Babilonesi tutti non avevano  in
    bocca  che  parole  di  lode per Zopiro;  il quale,  lasciati di nuovo
    passare i giorni stabiliti,  condusse le  sue  milizie  nel  luogo  in
    antecedenza fissato e, circondati i 4000, li annient.
    Conseguito anche questo successo, agli occhi dei Babilonesi Zopiro era
    tutto  e  fu  da  loro  eletto  non solo capo dell'esercito,  ma anche
    custode delle mura.

     158.  Quando,  per,  Dario,  secondo l'accordo precedente,  attacc
    tutto intorno la cerchia delle mura,  allora Zopiro mise allo scoperto
    tutto il suo inganno; infatti, mentre i Babilonesi, saliti sulle mura,
    cercavano  di  respingere  l'assalto  dei  soldati  di  Dario,   egli,
    spalancate le porte chiamate Cissie e Belidi,  fece entrare i Persiani
    entro la fortezza.
    I Babilonesi che avevano  visto  quello  che  aveva  fatto,  cercarono
    scampo nel santuario di Zeus-Belo; gli altri che non videro, restarono
    ciascuno al proprio posto, finch anche questi si convinsero di essere
    stati traditi.

     159. In tal modo, Babilonia fu espugnata per la seconda volta (78).
    Dario,  quando ne fu padrone,  prima di tutto smantell la cinta delle
    mura e abbatt tutte le porte (Ciro, infatti,  che l'aveva conquistata
    la  prima volta,  non aveva fatto n l'una n l'altra di queste cose);
    poi,  fece impalare circa 3000 uomini,  i pi implicati nella rivolta;
    ai  Babilonesi  che  restavano  concesse  che  abitassero pure la loro
    citt.  E affinch avessero donne e,  quindi,  una discendenza che  li
    seguisse  (poich,  come  all'inizio si  detto,  i Babilonesi avevano
    soffocato le loro donne, preoccupati di risparmiare i viveri),  Dario,
    che guardava innanzi,  trov questo mezzo: impose ai popoli confinanti
    di condurre a Babilonia delle donne,  fissando per  ciascuno  di  essi
    quante  dovevano essere: di modo che il numero complessivo delle donne
    giunse a 50 mila.
    Da tali donne discendono i Babilonesi che vivono oggi.

     160. Quanto a Zopiro, nessuno dei Persiani, a giudizio di Dario,  ne
    super  la splendida impresa,  n fra quelli che vennero dopo,  n tra
    quanti erano vissuti prima,  tranne soltanto Ciro,  poich,  con  Ciro
    nessuno  ancora  dei  Persiani  ha  avuto  il  coraggio  di mettersi a
    paragone.
    Dario ebbe spesso, si dice, a manifestare questa opinione, che avrebbe
    desiderato che Zopiro non avesse sofferto quelle indegnit,  piuttosto
    che  avere  ai  suoi ordini venti Babilonie,  oltre a quella che aveva
    conquistata.
    E lo colm di onori: tutti gli anni,  infatti,  gli elargiva quei doni
    che sono dai Persiani pi ambiti;  gli assegn da governare Babilonia,
    esente da tributi,  fino a che fosse vissuto,  e gli diede molte altre
    attestazioni di stima.
    Da  questo  Zopiro  nacque  Megabizo,  il quale comand un esercito in
    Egitto contro gli Ateniesi (79) e i loro alleati; e da Megabizo nacque
    quello Zopiro che se ne venne ad Atene disertando dai Persiani (80).










    NOTE.

    N. 1. Caditi, probabilmente,  Gaza.
    N. 2. Ieniso: ora El Arish.
    N. 3. Serbonide: una vasta laguna,  che si stendeva parallela al mare,
    lunga 200 stadi, larga 50.
    N.  4.  Tifone: il minore dei figli di Gea e del Tartaro,  aveva cento
    teste  di  drago  vomitanti  fuoco.   Ribellatosi  contro  Giove,   fu
    precipitato  nel  Tartaro.  Secondo  altri  fu rinchiuso nelle viscere
    dell'Etna;  secondo  leggende  posteriori  fu  affogato  nella  palude
    Serbonide.
    N. 5. Dal 569 al 525 a. C.
    N. 6. E' la famosa battaglia di Pelusio (525 a. C.).
    N.  7.  Achemene era fratello del re Serse e satrapo dell'Egitto: mor
    nel 460 a. C. nei pressi di Pelusio, combattendo contro Inaro,  figlio
    di  Psammenito,  principe  della Libia e di Marea,  quando l'Egitto si
    ribell per la seconda volta.
    N. 8. Pur essendo riuscito vincitore, Inaro si arrese nel 454 a. C. in
    seguito al disastro subto dagli Ateniesi,  suoi  alleati,  nell'isola
    Prosopitide.  Suo figlio Tannira fu rimesso sul trono dal re Artaserse
    Primo.
    N.  9.  Amirteo si ribell ai  Persiani  contemporaneamente  a  Inaro;
    rimase rifugiato nelle paludi del Delta almeno fino al 449 a. C.
    N.  10.  E' stato notato che, disapprovando Psammenito per non essersi
    rassegnato a servire supinamente,  Erodoto  dimostra  di  essere  nato
    suddito del gran re.
    N. 11. Il fuoco  figlio di Ahuramazda.
    N.  12.  mare australe: che, secondo Erodoto, limitava a sud la Libia:
    si tratta qui degli Abissini.
    N. 13. Elefantina era la localit pi meridionale dell'Egitto,  la pi
    vicina,  quindi,  all'Etiopia,  della  quale  ivi  si  potevano meglio
    conoscere lingua e costumi.  Gli Ittiofagi  (o  mangiatori  di  pesce)
    abitavano le coste del Mare Arabico e dell'Oceano Indiano.
    N.  14.  Infinite  le  congetture  che  si sono fatte intorno a questo
    materiale. Escluso il vetro, per i particolari che seguono s' pensato
    all'alabastro o al salgemma;  quest'ultimo sembra pi accettabile,  ma
    non a tutti.
    N.  15.  Oasi: pare che Erodoto abbia qui preso un nome comune per uno
    proprio: si deve trattare dell'oasi di  El  Khargeh,  tra  Dachileh  e
    Tarafra,  dove  le rovine d'un tempio costruito da Dario attestano che
    essa fu sottomessa ai Persiani.
    N. 16.  L'unica spiegazione che si pu dare per tale identificazione 
    che  Api  era un vitello ed Epafo era figlio di Io,  che la gelosa Era
    aveva trasformata in vacca.
    N.  17.  Si tratta di  una  escrescenza  carnosa  scura,  a  forma  di
    scarafaggio.
    N.  18.  Secondo  quanto si legge nella grande iscrizione di Behistun,
    Smerdi fu ucciso prima ancora che avesse inizio la campagna d'Egitto.
    N. 19. Atossa.
    N. 20. Secondo Strabone,  essa chiamava Meroe e la citt di Meroe deve
    a lei il suo nome.  Strabone,  per,  non dice che sia stata uccisa da
    Cambise.
    N. 21. Male sacro; cio l'epilessia, le cui convulsioni, che ricordano
    l'estasi religiosa passavano nell'opinione volgare per  manifestazioni
    divine.
    N.  22.  Poich  aveva  sottomesso  o  attirato  nella  sua alleanza i
    Ciprioti, i Fenici e Policrate di Samo.
    N.  23.  Pare  che  Erodoto  intendesse  Apollo,   "il  dio  dall'arco
    d'argento",  dimenticando  che chi parla  un persiano;  nulla,  per,
    vieta di pensare  al  Sole,  il  dio  venerato  dai  Persiani,  che  
    raffigurato come un arciere, le cui frecce sarebbero i raggi solari.
    N.  24.  E'  nota  la  tradizionale brevit con cui si esprimevano gli
    Spartani ("parlare laconico"). Per loro, sarebbe bastato presentare il
    sacco vuoto;  non c'era bisogno di aggiungere che richiedeva di essere
    riempito.
    N.  25.  Il furto del cratere ebbe luogo poco tempo prima della caduta
    di Sardi, cio nel 547-546 a. C.
    N. 26. Cio, intorno ai 590 a. C.
    N.  27.  Periandro:  tiranno  di  Corinto,  dapprima  mite;  poi,  per
    consiglio  del tiranno di Mileto,  fattosi molto crudele: mor nel 585
    a. C.
    N. 28. La fondazione della colonia, ad opera di Corinto,  era avvenuta
    nel 755 a. C.
    N.  29.  Melissa:  cos chiamata per la dolcezza dei suoi modi e delle
    sue parole, calunniata dalle concubine, era stata dal marito seviziata
    tanto crudelmente da morirne.
    N. 30. E quindi futuro suo successore e probabile loro signore.
    N.  31.  Tempio di Dittinna: secondo Strabone,  tale tempio si trovava
    sul  confine  tra  Cidonia  e  Polirrenia.   Dittinna  (che  significa
    "cacciatrice  con  la   rete")   era   una   divinit   della   caccia
    corrispondente ad Artemide.
    N. 32. Circa 300 metri.
    N.  33.  Ci  si  riscontra  solo  nel  racconto  di Erodoto;  il nome
    dell'usurpatore era Gaumata.
    N.  34.  Patizeite: anche questo nome lo troviamo solo in Erodoto:  si
    pensa che sia la trascrizione d'un titolo equivalente a "custode della
    casa" (come si vedr nel cap. 63), scambiato per un nome proprio.
    N. 35. Regno di Cambise: dal 529 al 522 a. C.
    N.  36.  Per  discutere  s'erano adagiati su dei divani,  e l'insolito
    trambusto ii fece balzare di nuovo in piedi.
    N. 37.  Di solito queste stanze non avevano aperture verso l'esterno e
    venivano illuminate artificialmente.
    N.  38.  Era  costume  dei  Persiani  che,  dopo la morte d'un re,  si
    sospendesse per cinque giorni l'applicazione delle leggi,  in modo  da
    far constatare i disagi provocati dall'assenza di tale freno.
    N. 39. Perch costituisce un rifugio per le vittime della oligarchia.
    N. 40. Cio, Ciro.
    N.  41. Ci avvenne nel 512 a. C. non senza per aver dovuto soffocare
    agli  inizi  dei  regno  numerose  rivolte,   come   si   pu   vedere
    dall'iscrizione di Behistun.
    N.  42.  Dario ebbe,  in tutto,  sei mogli: Atossa,  Artistone, Parmi,
    Frataguna, Fedima e prima di salire al trono una figlia di Gobria.  Da
    esse ebbe, complessivamente, undici figli.
    N.  43.  Mentre  il  talento  d'argento equivaleva a 60 mine: per tali
    misure vedi nota al cap. 194 del libro 1.
    N. 44. Erano gli eunuchi che servivano di custodia nel palazzo.
    N.  45.  Non si sa come spiegare l'evidente divario esistente  fra  le
    cifre  addotte,  anche  in  confronto  al  rapporto  da Erodoto stesso
    riferito al cap.  89,  se non concludendo che lo Storico si trovava  a
    mal  partito  con  i numeri,  tanto pi dovendo ridurre e manipolare i
    dati, che raccoglieva in Persia,  a uso dei lettori greci.  (Confronta
    Legrand: "Hrodote", 3, pag. 143 n.n. 1, 3, 4.)
    N. 46. Gli studiosi ritengono, date alcune incongruenze, che in questo
    punto  ci  debba  essere  qualche lacuna e che le parole tra parentesi
    quadra debbano considerarsi interpolate.
    N.  47.  Chenico: misura attica di  capacit  per  solidi  e  liquidi:
    corrispondeva a litri 1,083.
    N.  48. Padei: forse era questo un soprannome, derivato dal sanscrito,
    il cui significato sarebbe "malvagi".
    N.  49.  Era regola generale,  quindi,  che gli individui  fisicamente
    sfiniti   venissero  soppressi.   Quello  degli  ammalati    un  caso
    particolare e per questo lo Storico si ferma a segnalarlo.
    N. 50. Questo grano non  stato identificato: forse il riso?
    N. 51.  Pare che si debba trattare di una specie di marmotte,  che gli
    Indiani avrebbero indicato con tal nome,  perch, come le formiche, si
    scavano le tane sottoterra.
    N. 52. Cio, secondo l'uso dei Greci, verso mezzogiorno.
    N.  53.  Evidentemente venivano condotti per essere lasciati in  preda
    alle  formiche,  quando  fossero  giunte  a  una vicinanza pericolosa:
    mentre le formiche divoravano il primo,  gli  altri  due  guadagnavano
    terreno: poi veniva abbandonato il secondo,  intanto la cammella con i
    sacchi di sabbia aurifera arrivava in salvo.
    N.  54.  Intende dire il cotone,  che in Grecia fu conosciuto dopo  le
    conquiste di Alessandro Magno.
    N.  55.  Storace:  pianta resinosa proveniente dalla Siria dalla quale
    stilla gomma odorosa, utile per suffumigi.
    N. 56. Erodoto ne ha gi parlato nel libro 2 al cap. 75.
    N. 57. Asserzione inesatta e fantastica, perch la leonessa partorisce
    tutti gli anni e pu avere parecchi figli alla volta come,  del resto,
    precis Aristotele.
    N. 58. Forse in Etiopia, secondo il racconto di Erodoto.
    N.  59.  Il "cubito" era di circa 50 centimetri,  corrispondendo a sei
    "palmi" che misuravano circa otto centimetri ciascuno.
    N. 60.  L'ambra veniva dal Baltico dove va a sfociare la Vistola,  che
    potrebbe  essere  il  fiume  cui accenna qui Erodoto.  La leggenda che
    sulle rive del Po (Eridano) sarebbero state trasformate in  piante  le
    sorelle di Fetonte,  precipitato col con il carro del sole,  e che le
    loro lagrime diventassero stille di ambra,  vuol forse significare che
    alle foci del Po i navigatori mediterranei venivano a far provvista di
    ambra portata, via terra, attraverso tutta l'Europa.
    N.  61.  Lo stagno veniva dalle isole britanniche.  Ma non si riesce a
    determinare  che  cosa  precisamente  intendesse  Erodoto  con   Isole
    Cassiteridi.   L'insieme  delle  Isole  britanniche?  La  penisola  di
    Cornovaglia? Le isole Sarlinge?
    N.  62.  Arimaspi: esseri mostruosi,  il  cui  paese  dovrebbe  essere
    identificato  con  il  bassopiano  degli Altai (Siberia),  che Erodoto
    considera appartenente all Europa. I grifoni,  animali popolari fra le
    trib  dell'Ob,  dello  Ienissei  e dell'Altai,  erano raffigurati con
    corpo di leone, ali e testa di aquila.
    N.  63.  Aces: forse  un nome immaginario,  che si trova solo qui  in
    questo passo.  Anche la pianura viene indicata con dati contraddittori
    e non si sa come identificarla.  Il significato di quanto racconta qui
    Erodoto    solo che il re di Persia,  padrone delle acque in tutto il
    suo impero,  ne controllava  la  distribuzione  e  ne  ricavava  delle
    rendite,  che  vanno  aggiunte  al calcolo dei tributi di cui si parla
    genericamente nel capitolo 95 del presente libro.
    N. 64. Cio Policrate che s'era impadronito del potere con un colpo di
    mano.
    N. 65.  Anacreonte di Teo (colonia dell'Asia Minore)  il famoso poeta
    lirico  che cant l'amore,  il vino,  la giovinezza e visse dal 570 al
    500 circa a. C.
    N.  66.  Epoca degli uomini: per distinguerla  dai  tempi  "mitici"  o
    "eroici" ai quali ancora apparteneva Minosse.
    N.  67.  Si trattava della sala da ricevimento, che serviva anche come
    sala da pranzo, e in cui era raccolto ci che v'era di pi bello nella
    casa: mobili, vasellame, soprammobili, eccetera.
    N.  68.  L'animo greco rifugge dal descrivere le efferate crudelt dei
    "Barbari";  dal contesto e da quanto si sa di quei costumi di vita, si
    pensa che Policrate sia stato scorticato vivo.
    N.  69.  Da quanto dir in seguito,  si comprende che era  venuto  per
    rimproverarlo della sua condotta e per destituirlo.
    N. 70. Cio i tesori e gli schiavi che gli erano stati confiscati: tra
    essi il medico di fiducia, che aveva accompagnato a Sardi Policrate.
    N.  71.  Questo accenno agli Argivi,  quanto mai inopportuno in questo
    punto,  da molti studiosi considerato come interpolato.
    N. 72. Cio la terra abitata dagli Iapigi,  nell'attuale Puglia (terra
    d'Otranto).
    N. 73. Cnido era una colonia spartana, come Taranto.
    N.  74. E' un'esagerazione perch Meandrio, di cui si parler nel cap.
    142, era s di bassa condizione, ma cittadino libero.
    N.  75.  La  frase    variamente  interpretata:  secondo  alcuni,   i
    prigionieri  avrebbero  rifiutato una liberazione condizionata offerta
    loro da Licareto;  secondo altri (e forse meglio)  vuol  dire:  se  si
    trovavano  in  carcere  era  perch  non avevano aderito all'invito di
    libert loro offerta da Meandrio: giacch non amavano la libert,  era
    logico che avessero la morte.
    N.  76. Propriamente sarebbe "far passare l'isola attraverso le maglie
    d'una rete" perch i Persiani avevano un  modo  tutto  particolare  di
    occupare  un paese: si prendevano per mano l'un l'altro e percorrevano
    tutto il territorio procedendo compatti, sicch nulla sfuggiva a loro.
    N. 77.  Ciro aveva fatto deviare il corso dell'Eufrate,  come racconta
    Erodoto stesso (libro 1, cap. 188 e seguenti).
    N.  78.  Siamo nel 519 a.  C.;  la prima volta, per opera di Ciro, era
    caduta nel 538 a. C.
    N. 79. Megabizo: nel 454 a.  C.  costrinse alla resa Inaro e poi anche
    gli Ateniesi,  bloccati nell'isola Prosopitide, come racconta Tucidide
    (libro 1, cap. 109).
    N.  80.  Ben poco si sa di sicuro intorno a questa defezione di Zobiro
    figlio  di  Megabizi;  solo  che  si ribell ad Artaserse e che mor a
    Cauno,  ove s'era recato con forze ateniesi  per  sottomettere  quella
    citt.
