





      Traduzioni telematiche a cura di

      Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo

      (Casa di reclusione - Opera)




      Erasmo da Rotterdam.

      ELOGIO DELLA FOLLIA.

      Da Erasmo da Rotterdam al suo Tommaso Moro.


      Prima edizione 1511.







      Alcuni giorni fa,  tornando dall'Italia in  Inghilterra,  per  non

      sprecare  in  chiacchiere  banali  il  tempo  che dovevo passare a

      cavallo,  preferii riflettere un poco sui nostri  studi  comuni  e

      godere  del  ricordo  degli  amici  tanto dotti e cari,  che avevo

      lasciato qui. Fra i primi che mi sono tornati alla mente c'eri tu,

      Moro carissimo.  Anche da lontano il tuo ricordo aveva il medesimo

      fascino che esercitava,  nella consueta intimit,  la tua presenza

      che  stata, te lo giuro, la cosa pi bella della mia vita.

      Visto, dunque,  che ritenevo di dover fare ad ogni costo qualcosa,

      e  che il momento non sembrava adatto a una meditazione seria,  mi

      venne in mente di tessere un elogio scherzoso della Follia.

      "Ma quale capriccio di Pallade - ti chiederai  -  ti  ha  ispirato

      un'idea  del  genere?"  In  primo luogo,  il tuo nome di famiglia,

      tanto vicino al termine mora, quanto tu sei lontano dalla follia.

      E ne sei lontano a parere di tutti.  Immaginavo inoltre che la mia

      trovata scherzosa sarebbe piaciuta soprattutto a te, che di solito

      ti  diletti  in questo genere scherzi,  non privi,  mi sembra,  di

      dottrina e di sale,  perch nella vita di tutti i  giorni  fai  in

      qualche  modo  la  parte  di  Democrito.   Sebbene,  infatti,  per

      singolare acume d'ingegno tu sia tanto lontano dal volgo,  con  la

      tua   incredibile   benevolenza   e   cordialit   puoi   trattare

      familiarmente con uomini d'ogni genere, traendone anche godimento.

      Quindi,  non solo accoglierai di buon  grado  questo  mio  modesto

      esercizio  retorico,  per  ricordo  del  tuo  amico,  ma  anche lo

      prenderai  sotto  la  tua  protezione;  dedicato  a  te,   non  mi

      appartiene pi:  tuo.

      E'  probabile,  infatti,  che  non  mancheranno  voci  rissose  di

      calunniatori ad accusare i  miei  scherzi,  ora  di  una  futilit

      sconveniente per un teologo, ora di un tono troppo pungente per la

      mansuetudine  cristiana;  e  grideranno  che  prendo  a modello la

      commedia antica e Luciano,  mordendo tutto senza lasciare  scampo.

      Vorrei  per  che  quanti si sentono offesi dalla scherzosa levit

      del mio tema,  si rendessero conto che non  sono  l'inventore  del

      genere,  e  che gi nel passato molti grandi autori hanno fatto lo

      stesso.  Tanti secoli fa,  Omero cant per scherzo "la guerra  dei

      topi  con le rane",  Virgilio la zanzara e la focaccia,  Ovidio la

      noce.  Policrate  incorrendo  nelle  critiche  di  Ippocrate  fece

      l'elogio di Busiride,  Glaucone quello dell'ingiustizia,  Favorino

      di Tersite, della febbre quartana, Sinesio della calvizie, Luciano

      della mosca e dell'arte del parassita.  Sono scherzi l'apoteosi di

      Claudio  scritta  da  Seneca,  il  dialogo  fra Grillo e Ulisse di

      Plutarco,  l'asino di Luciano e di Apuleio,  e il testamento -  di

      cui  ignoro  l'autore  - del porcello Grunnio Corocotta menzionato

      anche da san Girolamo.

      Lasciamo perci che certa gente, se crede, vada fantasticando che,

      per svago, a volte, ho giocato a scacchi,  o,  se preferisce,  che

      sono  andato  a  cavallo di un lungo bastone.  Certo,   una bella

      ingiustizia concedere a ogni genere di vita i suoi svaghi,  e  non

      consentirne  proprio nessuno ai letterari,  soprattutto poi quando

      gli scherzi portano a cose serie,  e gli  argomenti  giocosi  sono

      trattati  in  modo che un lettore non del tutto privo di senno pu

      trarne maggior  profitto  che  non  da  tante  austere  e  pompose

      trattazioni.  Come  quando con mucchi di parole si tessono le lodi

      della retorica o della filosofia, o si fa l'elogio di un principe,

      o si esorta a fare la guerra ai Turchi, mentre qualcuno predice il

      futuro, o va formulando questioncelle di lana caprina.  In realt,

      come niente  pi frivolo che trattare in modo frivolo cose serie,

      cos niente  pi gradevole che trattare argomenti leggeri in modo

      da  dare  l'impressione  di  non  avere  affatto scherzato.  Di me

      giudicheranno gli altri;  eppure se la presunzione non mi  accieca

      completamente,  ho fatto s l'elogio della Follia, ma non certo da

      folle. Quanto poi all'accusa di spirito mordace, rispondo che si 

      sempre concessa agli scrittori la libert d'esercitare impunemente

      la satira  sul  comune  comportamento  degli  uomini,  purch  non

      diventasse attacco rabbioso. Per questo mi meraviglia tanto di pi

      la  delicatezza  delle orecchie d'oggi,  che riescono a sopportare

      ormai solo titoli solenni.  In taluni,  anzi,  trovi una religione

      cos  distorta  che  passano  sopra alle pi gravi offese a Cristo

      prima che alla minima battuta ironica sul conto di un pontefice  o

      di un principe, soprattutto poi se entrano in gioco i loro privati

      interessi.  D'altra parte, uno che critica il modo di vivere degli

      uomini cos  da  evitare  del  tutto  ogni  accusa  personale,  si

      presenta come uno che morde,  o non, piuttosto, come chi ammaestra

      ed educa?  E,  di grazia,  non investo anche me stesso  con  tanti

      appellativi poco lusinghieri?  Aggiungi che,  chi non risparmia le

      sue critiche a nessun genere di uomini,  dimostra di non  avercela

      con nessun uomo, ma di detestare tutti i vizi. Se, dunque, ci sar

      qualcuno  che si lamenter d'essere offeso,  sar segno di cattiva

      coscienza o per lo meno di paura. Satire di questo genere, e molto

      pi libere e mordenti, troviamo in san Girolamo, che talvolta fece

      anche i nomi. Io non solo non ho mai fatto nomi, ma ho adottato un

      tono cos misurato che qualunque lettore avveduto si render conto

      che mi sono proposto la piacevolezza piuttosto che l'offesa. N ho

      seguito l'esempio di Giovenale: non ho mai smosso  l'oscuro  fondo

      delle  scelleratezze;  ho  cercato  di  colpire  quanto  risibile

      piuttosto che le turpitudini.  Se  poi  c'  ancora  qualcuno  che

      nemmeno cos  contento, ricordi almeno questo: che  bello essere

      vituperati  dalla  Follia  e  che  avendola  introdotta a parlare,

      dovevo rimanere fedele al personaggio.  Ma perch dire queste cose

      a  te,  avvocato  cos  straordinario da difendere in modo egregio

      anche cause non egregie? Addio, eloquentissimo Moro, e difendi con

      zelo la tua Mora.

      Dalla campagna, 9 giugno 1508.


















      Elogio della follia.

      Parla la Follia.


      1.  Qualsiasi cosa dicano di me i mortali - non  ignoro,  infatti,

      quanto  la  Follia  sia  portata  per  bocca anche dai pi folli -

      tuttavia, ecco qui la prova decisiva che io, io sola, dico,  ho il

      dono  di  rallegrare  gli  Di  e  gli uomini.  Non appena mi sono

      presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo

      tutti i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarit.

      D'improvviso le  vostre  fronti  si  sono  spianate,  e  mi  avete

      applaudito  con  una  risata cos lieta e amichevole che tutti voi

      qui presenti,  da qualunque parte mi giri,  mi sembrate ebbri  del

      nettare  misto a nepnte degli Di d'Omero,  mentre prima sedevate

      cupi  e  ansiosi  come  se  foste  tornati  allora  dall'antro  di

      Trofonio.  Appena  mi avete notata,  avete cambiato subito faccia,

      come di solito avviene quando il primo sole mostra alla  terra  il

      suo aureo splendore,  o quando,  dopo un crudo inverno, all'inizio

      della primavera, spirano i dolci venti di Favonio, e tutte le cose

      mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e tornano a  vivere

      visibilmente  un'altra  giovinezza.  Cos col mio solo presentarmi

      sono riuscita a  ottenere  subito  quello  che  oratori,  peraltro

      insigni,  ottengono  a  stento  con  lunga  e  lungamente meditata

      orazione.




      2.  Perch poi io sia venuta qui oggi,  e  vestita  in  modo  cos

      strano,  lo saprete fra poco, purch non vi annoi porgere orecchio

      alle mie parole: non quell'orecchio,  certo,  che  riservate  agli

      oratori sacri,  ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza,  ai

      buffoni,  ai pazzerelli: quell'orecchio che  il  famoso  Mida,  un

      tempo,  dedic  alle  parole  di  Pan.  Mi  venuta infatti voglia

      d'incarnare con voi per un po' il personaggio del sofista: non  di

      quei sofisti,  ben inteso, che oggi riempiono la testa dei ragazzi

      di capziose sciocchezze addestrandoli a risse verbali senza  fine,

      degne  di  donne  pettegole.  Io  imiter  quegli  antichi che per

      evitare l'impopolare appellativo di sapienti,  preferirono  essere

      chiamati  sofisti.  Il  loro proposito era di celebrare con encomi

      gli Di e gli eroi. Ascolterete dunque un elogio,  e non di Ercole

      o di Solone, ma il mio: l'elogio della Follia.




      3.  Certamente,  io  non faccio alcun conto di quei sapientoni che

      vanno blaterando dell'estrema dissennatezza e tracotanza di chi si

      loda da s. Sia pure folle quanto vogliono;  dovranno riconoscerne

      la coerenza.  Che cosa c',  infatti, di pi coerente della Follia

      che canta le proprie lodi?  Chi meglio di me potrebbe descrivermi?

      a meno che non si dia il caso che a qualcuno io sia pi nota che a

      me  stessa.  D'altra parte io trovo questo sistema pi modesto,  e

      non di poco,  di quello adottato dalla  massa  dei  grandi  e  dei

      sapienti;  costoro,  di solito,  per una falsa modestia, subornano

      qualche retore adulatore,  o un poeta dedito al vaniloquio,  e  lo

      pagano  per  sentirlo cantare le proprie lodi,  e cio un sacco di

      bugie.  Cos il nostro fiore di pudicizia drizza le penne come  un

      pavone,  alza  la  cresta,  mentre  lo  sfacciato  adulatore lo va

      paragonando, lui che  un pover'uomo, agli Di, e lo propone quale

      modello assoluto di virt,  lui che da quel modello sa  di  essere

      lontanissimo. Insomma, veste la cornacchia con le penne altrui, fa

      diventare  bianco  l'Etiope,  e  di  una mosca fa un elefante.  Io

      invece seguo quel vecchio detto popolare secondo il quale, chi non

      trova un altro che lo lodi, fa bene a lodarsi da s.

      Ora,   tuttavia,    devo   esprimere   la   mia   meraviglia   per

      l'ingratitudine,  o,  come dire?,  per l'indifferenza dei mortali.

      Tutti mi fanno la  corte  e  riconoscono  di  buon  grado  i  miei

      benefici,  eppure,  in tanti secoli,  non si  trovato nessuno che

      desse voce alla gratitudine con un discorso in lode della  Follia,

      mentre  non    mancato  chi con lodi elaborate ed acconce,  e con

      grande spreco di olio e di sonno, ha tessuto l'elogio di Busiride,

      di Falaride, della febbre quartana, delle mosche,  della calvizie,

      e di altri flagelli del genere.






      4.  Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato, ma

      tanto pi vero.  Non vorrei per che  lo  riteneste  composto  per

      farvi  vedere  quanto  sono brava,  come usa il branco dei retori.

      Costoro,  come sapete,  di un'orazione su cui hanno sudato  trenta

      lunghi  anni  -  e qualche volta l'ha fatta un altro - giurano che

      l'hanno buttata gi,  e magari dettata,  in tre giorni,  quasi per

      svago.  A  me,  invece,    sempre  piaciuto moltissimo dire tutto

      quello che mi salta in mente.

      Nessuno,  perci,  si aspetti da me che,  secondo  il  costume  di

      codesti  oratori da strapazzo,  definisca la mia essenza,  e tanto

      meno  che  la  distingua  analizzandola.   Sono  infatti  cose  di

      malaugurio,  sia  porre  dei  confini  a  colei  il  cui  potere 

      sconfinato, sia introdurre delle divisioni in lei,  il cui culto 

      oggetto  di  cos  universale  consenso.  D'altra parte perch una

      definizione,  che sarebbe quasi  un'ombra  e  un'immagine,  quando

      potete vedermi con i vostri occhi?




      5.  Sono come mi vedete, quell'autentica dispensatrice di beni che

      i Latini chiamano Stulticia e i Greci Mora.

      Che bisogno c'era di dirvi tutto questo,  come se il mio volto non

      bastasse,  come  dice  la  gente,  a  mostrare chi sono?  come se,

      pretendendo qualcuno ch'io sia Minerva o  Sofia,  non  bastasse  a

      smentirlo  il  mio  sguardo,  che,  senza bisogno di parole,   lo

      specchio pi schietto dell'animo. Da me  lontano ogni trucco; non

      simulo in volto una cosa,  mentre ne ho un'altra nel cuore.  Sotto

      ogni  rispetto  sono  a tal punto inconfondibile,  che non possono

      tenermi nascosta nemmeno quelli che si arrogano la maschera  e  il

      titolo  della  Saggezza,  e  se  ne  vanno  in  giro  come scimmie

      ammantate di porpora o come asini vestiti della pelle  del  leone.

      Eppure,  per  accorti che siano nel fingere,  le orecchie di Mida,

      spuntando fuori da qualche  parte,  li  tradiscono.  Ingrati,  per

      Ercole,  sono  anche  quelli  che,  appartenendo in pieno alla mia

      parte,  si vergognano a tal segno di fronte  alla  gente  del  mio

      nome,  che lo attribuiscono genericamente agli altri come un grave

      insulto.  Essendo in realt costoro pazzi da legare proprio quando

      vogliono   sembrare  sapienti  come  Talete,   potremo  senz'altro

      chiamarli a buon diritto MORO-SOFI.




      6. Anche in questo,  infatti,  intendo imitare i retori del nostro

      tempo,   che  si  credono  proprio  degli  Di  se,  a  mo'  delle

      sanguisughe, mostrano due lingue, e considerano una grande impresa

      inserire  nel  discorso  latino,  come  in  un  intarsio,  qualche

      paroletta greca,  che magari era proprio fuori posto. Se poi fanno

      loro difetto termini esotici,  tirano fuori da pergamene ammuffite

      quattro  o  cinque termini arcaici con cui rendere oscuro il testo

      al lettore.  Cos chi riesce a capire  pi soddisfatto di  s,  e

      chi  non capisce ammira tanto di pi quanto meno capisce.  Tra gli

      eletti  piaceri  dei  nostri  contemporanei,  infatti,  c'  anche

      questo: esaltare tanto di pi una cosa,  quanto pi  straniera. I

      pi ambiziosi ridono e applaudono e,  come gli asini,  muovono  le

      orecchie,  dando ad intendere agli altri di avere capito tutto. E'

      proprio cos. Ritorno all'argomento.

      7. Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiunger?

      Quale,  se non Arcifolli?  Con quale altro pi nobile  appellativo

      potrebbe  la dea Follia chiamare i suoi iniziati?  Ma poich non a

      molti sono ugualmente noti i miei maggiori, con l'aiuto delle Muse

      tenter di parlarne.

      Non il Caos, n l'Orco, n Saturno, n Giapeto,  n alcun altro di

      questi  Di  decrepiti  e fuori moda,  fu mio padre,  ma Pluto lui

      solo,  [il dio della ricchezza],  padre degli uomini e degli  Di,

      con  buona pace di Esiodo,  di Omero e dello stesso Giove.  Un suo

      cenno,  ora come sempre,  mette sottosopra cielo e terra.  Il  suo

      arbitrio  decide  della  guerra  e della pace,  degli imperi,  dei

      consigli, dei giudizi,  dei comizi,  dei matrimoni,  dei trattati,

      delle alleanze, delle leggi, delle arti, delle cose scherzose e di

      quelle serie; da lui dipendono tutti gli affari pubblici e privati

      degli uomini.  Senza il suo aiuto,  tutta la folla degli Di,  dei

      poeti, e, oser dire,  perfino le stesse divinit maggiori,  o non

      esisterebbero,  o vivacchierebbero alla meglio,  di briciole.  Chi

      incorre nella sua ira,  neppure Pallade  potrebbe  aiutarlo.  Chi,

      invece,  ne  gode  il favore,  potrebbe trarre in catene lo stesso

      Giove col suo fulmine. Di tale padre io mi glorio.  E questo padre

      non  mi  gener  dal  suo cervello,  come Giove la fosca e crudele

      Pallade,  ma dalla ninfa Neotete [la Giovinezza],  di tutte la pi

      graziosa  e  lieta.  E  non  mi  gener  nell'uggioso  vincolo del

      matrimonio - in cui nacque il famoso fabbro zoppo ma,  ed   molto

      pi dolce,  in un amplesso d'amore, come dice il nostro Omero. N,

      a scanso d'equivoci, mi gener quel Pluto di Aristofane, gi mezzo

      morto e  gi  cieco,  ma  quello  in  pieno  vigore,  fervente  di

      giovinezza,  e  non  solo  di  giovinezza,  ebbro  soprattutto  di

      schietto nettare che aveva generosamente bevuto al banchetto degli

      Di.




      8.  Se poi volete anche sapere dove sono nata,  visto che oggi nel

      valutare  il  grado di nobilt attribuiscono la massima importanza

      al luogo dove si sono messi fuori i primi vagiti: ebbene,  io  non

      sono  nata  nell'errante Delo,  non tra i flutti del mare,  non in

      grotte profonde,  ma proprio nelle  Isole  Fortunate,  dove  tutto

      cresce  senza  seme  n aratro.  L non esiste fatica,  vecchiaia,

      malattie; nei campi non asfodeli, malva, squilla, lupini o fave, e

      simili piante da poco.

      Da ogni parte ti accarezzano gli occhi e il  naso  moly,  panacea,

      nepnte,  maggiorana,  ambrosia,  loto,  rose, viole, giacinti - i

      giardini d'Adone.  Nata fra queste delizie,  non ho cominciato  la

      vita nel pianto; subito ho sorriso dolcemente a mia madre.

      Al  sommo  figlio  di  Crono  non invidio la capretta nutrice;  ad

      allattarmi con le  loro  mammelle  sono  state  due  graziosissime

      ninfe,  Mete  l'Ebbrezza,  figlia di Bacco,  e Apedia l'Ignoranza,

      figlia di Pan. Le vedete qui con me,  nel gruppo di tutte le altre

      mie compagne e seguaci, delle quali se, per Ercole, vorrete sapere

      i nomi, da me li sentirete solo in greco.




      9.  Quella  che  vedete  con le sopracciglia inarcate  senz'altro

      Filautia;  quella che sembra ridere con gli occhi,  e che batte le

      mani,    Colaca;  quella mezza addormentata e vinta dal sonno si

      chiama  Lete;   quella  appoggiata  sui  gomiti  e  con  le   mani

      intrecciate  si  chiama Misoponia;  l'altra,  cinta da un serto di

      rose,  e tutta cosparsa di  profumi,  Hedon;  Anoia  questa,  dai

      mobili sguardi lascivi.  Quella dalla pelle splendente e dal corpo

      rigoglioso si chiama Truf.  Tra le fanciulle potete vedere  anche

      due Di: Como e Ipno,  il dio del sonno profondo. Col fedele aiuto

      di questa mia corte io  signoreggio  su  tutte  le  cose,  e  sono

      sovrana degli stessi sovrani.


      10.  Vi  ho detto origine,  educazione,  compagni.  Ora,  perch a

      qualcuno non paia senza fondamento la mia  pretesa  al  titolo  di

      dea,  drizzate  le  orecchie  e ascoltate di quanta utilit io sia

      agli Di e agli uomini,  e quanto si estenda il  mio  potere.  Se,

      infatti,  non senza saggezza qualcuno ha scritto che essere un dio

      proprio questo significa: giovare ai mortali;  se a  buon  diritto

      sono  stati  accolti  nel  consesso  degli  Di  coloro ai quali i

      mortali debbono il vino,  il grano,  e simili beni;  perch io non

      dovrei  a  buon  diritto essere ritenuta e proclamata l'alfa degli

      Di, dal momento che io, io sola, sono a tutti prodiga di tutto?




      11.  Innanzitutto,  che cosa pu esserci di pi dolce  e  prezioso

      della  vita?  ma  a  chi,  se  non a me,  riportarne la desiderata

      origine?  Non l'asta di Pallade dal padre possente,  n l'egida di

      Giove adunatore di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo

      stesso  padre  degli  Di  e  re degli uomini,  al cui cenno trema

      l'Olimpo intero, quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cio

      generare dei figli,  deve deporre quel suo famoso  fulmine  a  tre

      punte,  deve  spogliarsi del titanico sembiante con cui spaventa a

      suo piacimento tutti  gli  Di,  e,  come  un  povero  commediante

      qualsiasi,  deve  assumere  la  maschera  di un altro personaggio.

      Quanto agli stoici che si credono cos vicini agli  Di,  datemene

      uno  che  sia  stoico  magari tre o quattro volte,  o,  se volete,

      stoico mille volte! Anche lui dovr deporre, se non la barba che 

      l'insegna della sapienza (comune,  a dir il vero,  con i caproni),

      certamente il suo sussiego.  Dovr spianare la fronte,  mettere da

      parte i suoi princpi adamantini, e abbandonarsi un poco a qualche

      leggerezza e follia.  Se vuole davvero diventare  padre,  insomma,

      anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.

      E perch,  dal momento che sto chiacchierando con voi,  non essere

      pi esplicita, secondo il mio costume?  E' forse con la testa, col

      volto, col cuore,  con la mano,  con l'orecchio (parti considerate

      tutte  oneste)  che si generano gli Di e gli uomini?  No davvero!

      propagatrice del genere  umano    quella  parte  cos  assurda  e

      ridicola che non si pu neppure nominare senza ridere. Quello  il

      sacro  fonte a cui tutto attinge la vita,  quello e non la tetrade

      pitagorica.  E,  ditemi,  quale uomo vorrebbe porgere il collo  al

      capestro  del  matrimonio  se  prima,  secondo  la consuetudine di

      codesti  saggi,   ne  considerasse  gli  svantaggi?   Quale  donna

      accosterebbe un uomo, se conoscesse e avesse in mente i pericolosi

      travagli  del  parto,  e i fastidi di allevare i figli?  Perci se

      dovete la vita al matrimonio,  e il matrimonio ad  Anoia  del  mio

      seguito, comprenderete quello che dovete a me. D'altra parte quale

      donna  dopo  la  prima  esperienza vorrebbe riprovarci,  se non ci

      fosse  ad  assisterla  la  presenza  di  Letes?  Venere  medesima,

      protesti pure Lucrezio, non negherebbe mai che senza l'aiuto della

      mia divinit la sua forza sarebbe insufficiente e inutile.  Perci

       da quella nostra ebbrezza  giocosa  che  sono  nati  i  filosofi

      severi,  a  cui  ora  sono  subentrati  quelli che il volgo chiama

      monaci,  e i  re  ammantati  di  porpora,  i  pii  sacerdoti,    i

      pontefici,  tre  volte  santissimi.  E  infine  anche  tutto  quel

      consesso degli Di dei poeti,  cos affollato  che  a  stento  pu

      contenerlo l'Olimpo, pur vasto che sia.




      12. Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita,

      se non dimostrassi che quanto vi  di buono nella vita  anch'esso

      un  mio  dono.  E  che  cos'  poi  questa vita?  e se le togli il

      piacere, si pu ancora chiamarla vita? Avete applaudito! Lo sapevo

      bene,  io,  che nessuno di voi era cos saggio,  anzi cos folle -

      no,    meglio  dire saggio,  da non andare d'accordo con me.  Del

      resto neppure questi  stoici  disprezzano  il  piacere,  anche  se

      dissimulano  con cura e se,  di fronte alla gente,  rovesciano sul

      piacere ingiurie sanguinose;  in realt solo per  distogliere  gli

      altri  e goderne di pi,  loro stessi.  Ditemi,  per Giove,  quale

      momento  della  vita  non  sarebbe  triste,   difficile,   brutto,

      insipido, fastidioso, senza il piacere, e cio senza un pizzico di

      follia? E di questo  degno testimone il non mai abbastanza lodato

      Sofocle  con  quelle  sue  splendide  parole  di  elogio  per  me:

      "Dolcissima  la vita nella completa assenza di senno".

      Ma  tempo di esaminare a parte tutta la questione.




      13. E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima et dell'uomo

       per tutti di gran lunga la pi lieta e gradevole?  ma  che  cosa

      hanno  i  bambini  per  indurci  a  baciarli,  ad abbracciarli,  a

      vezzeggiarli tanto, s che persino il nemico presta loro soccorso?

      Che cosa,  se non la grazia che viene  dalla  mancanza  di  senno,

      quella  grazia  che la provvida natura s'industria d'infondere nei

      neonati  perch  con  una  sorta  di  piacevole  compenso  possano

      addolcire le fatiche di chi li alleva e conciliarsi la simpatia di

      chi deve proteggerli? E l'adolescenza che segue l'infanzia, quanto

      piace  a tutti,  quale sincero trasporto suscita,  quali amorevoli

      cure riceve, con quanta bont tutti le tendono una mano!

      Ma di dove,  di grazia,  questa benevolenza per  la  giovent?  di

      dove,  se  non  da  me?  E' per merito mio che i giovani sono cos

      privi di senno;   per questo  che  sono  sempre  di  buon  umore.

      Mentirei,  tuttavia,  se  non  ammettessi  che  appena sono un po'

      cresciuti,   e  con  l'esperienza  e  l'educazione  cominciano  ad

      acquistare una certa maturit,  subito sfiorisce la loro bellezza,

      s'illanguidisce la loro alacrit, s'inaridisce la loro attrattiva,

      vien meno il loro vigore.  Quanto pi si allontanano da me,  tanto

      meno  vivono,  finch  non  sopraggiunge la gravosa vecchiaia,  la

      molesta vecchiaia,  odiosa non solo agli  altri,  ma  anche  a  se

      stessa.  Nessuno dei mortali riuscirebbe a sopportarla se,  ancora

      una volta,  impietosita da tanto soffrire non venissi in aiuto io,

      e,  a  quel  modo che gli Di della fiaba di solito soccorrono con

      qualche metamorfosi chi  sul punto di perire, anch'io, per quanto

       possibile, non riportassi all'infanzia quanti sono prossimi alla

      tomba,  onde il  volgo,  non  senza  fondamento,  usa    chiamarli

      rimbambiti.   Se  poi  qualcuno  vuol  sapere  come  opero  questa

      trasformazione, neppure su questo far misteri.

      Conduco i vecchi alla fonte della mia ninfa Lete, che sgorga nelle

      Isole Fortunate - il Lete che scorre agli Inferi  solo  un  esile

      ruscello.  L,  bevute a grandi sorsi le acque dell'oblio, un poco

      alla volta, dissipati gli affanni, torneranno bambini.

      Ma delirano ormai, non ragionano pi! Certo. E' proprio questo che

      significa  tornare  fanciulli.  Forse  che  essere  fanciulli  non

      significa delirare e non avere senno?  e non  proprio questo,  il

      non aver senno, che pi piace di quella et? Chi non vivrebbe come

      mostro un bambino con la saggezza  di  un  uomo?  Lo  conferma  il

      diffuso  proverbio: "Odio il bambino di precoce saggezza".  E chi,

      d'altra parte,  vorrebbe rapporti e legami di familiarit  con  un

      vecchio  che  alla  lunga  esperienza  di  vita  unisse pari forza

      d'animo e acutezza di giudizio?

      Cos,  per mio dono,  il vecchio delira.  E  tuttavia  questo  mio

      vecchio  delirante    libero  dagli  affanni  che  travagliano il

      saggio;  quando si tratta di bere,    un  allegro  compagno;  non

      avverte  il  tedio  della vita,  che l'et pi vigorosa sopporta a

      fatica. Talvolta, come il vecchio di Plauto, torna alle tre famose

      lettere [AMO],  che se fosse in senno  ne  sarebbe  infelicissimo.

      Invece per merito mio  felice, simpatico agli amici, piacevole in

      compagnia. Del resto anche in Omero il discorso scorre dalla bocca

      di  Nestore  pi  dolce del miele,  mentre amare sono le parole di

      Achille;  e,  sempre in Omero,  i vecchi che se ne  stanno  seduti

      insieme  sulle  mura parlano con voce soave.  In questo senso sono

      superiori alla stessa infanzia, che  s deliziosa,  ma non parla,

      e,  priva  della parola,  manca del principale diletto della vita,

      che  quello di una schietta conversazione. Aggiungi che ai vecchi

      piacciono moltissimo i bambini, e altrettanto ai bambini i vecchi,

      "perch il dio spinge sempre il simile verso il  simile".  In  che

      differiscono,  infatti,  se  non  nelle rughe e negli anni che nel

      vecchio sono  di  pi?  Per  il  resto,  capelli  sbiaditi,  bocca

      sdentata,  corporatura  ridotta,  desiderio  di  latte,  balbuzie,

      garrulit,  mancanza di  senno,  smemoratezza,  irriflessione:  in

      breve,   sotto  ogni  altro  aspetto  si  accordano.   Quanto  pi

      invecchiano,  tanto  pi  somigliano  ai  bambini,  finch,   come

      bambini,  senza  il tedio della vita,  senza il senso della morte,

      abbandonano la vita.




      14. Paragoni ora chi vuole questo mio beneficio con le metamorfosi

      operate dagli altri Di.  E non sto a ricordare quello  che  fanno

      quando  li possiede l'ira;  parlo di coloro che godono di tutta la

      loro benevolenza: li trasformano di  solito  in  alberi,  uccelli,

      cicale,  e  perfino  in  serpenti,  come se il diventare altro non

      fosse proprio un morire. Io, invece,  restituisco il medesimo uomo

      al  periodo  migliore della vita,  al pi felice.  Se i mortali si

      guardassero da qualsiasi rapporto con  la  saggezza,  e  vivessero

      sempre  sotto la mia insegna,  la vecchiaia neppure ci sarebbe,  e

      godrebbero felici di un'eterna giovinezza.

      Non  vi  accorgete  che  gli  uomini  austeri,   dediti  a   studi

      filosofici,  o impegnati in faccende serie e difficili,  in genere

      sono gi vecchi prima di essere stati davvero  giovani,  e  questo

      per  le preoccupazioni e per il costante e teso dibattito mentale,

      che un po' alla volta esaurisce gli spiriti e la linfa vitale?

      Al contrario,  i miei bei matti sono tutti  grassottelli,  lustri,

      senza  una  ruga,   proprio  come  quelli  che  chiamano  porcelli

      d'Acarnania, immuni,  per certo,  da qualunque disturbo senile,  a

      meno che non si trovino a subire in qualche misura il contagio dei

      saggi,  come capita,  poich la vita non consente mai una completa

      felicit.

      Valida testimonianza  di  tutto  questo    il  diffuso  proverbio

      secondo  cui  solo la Follia  capace di prolungare la giovinezza,

      altrimenti  fuggevolissima,   e  di  tenere  lontana  la   molesta

      vecchiaia.  Sicch,  non  a  torto,  si  fatto l'elogio del detto

      popolare del Brabante: mentre  altrove,  di  solito,  l'et  porta

      saggezza,  qui  pi  s'invecchia  e pi matti si diventa.  Non c'

      popolazione, infatti, pi incline di questa a un giocondo abito di

      vita e meno portata ad avvertire  la  tristezza  della  vecchiaia.

      Loro  vicini,  e  dal  punto  di  vista geografico e da quello del

      costume,  sono i  miei  Olandesi  -  e  perch,  poi,  non  dovrei

      chiamarli  miei,  se  mi  sono  cos devoti da essersi meritato un

      soprannome [di folli] di cui non si vergognano per nulla, che anzi

      ne traggono il loro vanto principale?

      Vadano pure gli stoltissimi mortali a cercare le Medee,  le Circi,

      le Veneri, le Aurore, e non so quale fonte che restituisca loro la

      giovinezza, quando io sola posso, e sono solita farlo. Sono io che

      possiedo  quel  filtro  miracoloso  con  cui  la figlia di Memnone

      prolung la giovinezza di Titone suo avo.  Sono io  quella  Venere

      per  la  cui  grazia  Faone ringiovan a tal segno da essere amato

      follemente da Saffo.  Sono mie le erbe,  se ve ne sono,  miei  gli

      incantesimi,  la  fonte  che  non  solo  risuscita  la  giovinezza

      svanita, ma,  meglio ancora,  la mantiene per sempre.  Perci,  se

      siete  tutti  d'accordo  su  questo,  che  niente    meglio della

      giovinezza, e niente pi odioso della vecchiaia, vi rendete conto,

      io credo,  di quello che dovete a me,  che,  fugato un male  tanto

      grande, conservo un cos grande bene.




      15.  Ma perch parlo ancora dei mortali? Passate in rassegna tutto

      il cielo,  e possa chiunque infamare il mio nome se si trover  un

      solo  Dio  non  privo  di  grazia e di pregio che non sia sotto la

      protezione del  mio  nume.  Infatti,  perch  Bacco    sempre  il

      chiomato  efebo?  proprio perch,  pazzo ed ebbro,  passa tutta la

      vita in conviti, balli,  canti e giochi,  e non ha proprio nulla a

      che  fare con Pallade.  A tal punto rifugge dal desiderare la fama

      di sapiente,  da compiacersi di un  culto  fatto  di  beffe  e  di

      scherzi.  N  trova  offensivo  quel  detto che gli attribuisce il

      soprannome di fatuo,  e che suona:  "pi  pazzo  di  Morico".    E

      cambiarono  il  suo nome in Morico perch i contadini,  nella loro

      sfrenata allegria,  erano soliti impiastricciare  di  mosto  e  di

      fichi freschi il suo simulacro, che lo ritraeva seduto alle soglie

      del tempio.

      D'altra  parte,  quali  lazzi  non  scaglia contro di lui l'antica

      commedia? O Dio pazzo,  dicono,  degno parto d'una coscia!  Ma chi

      non  preferirebbe  essere  questo  Dio fatuo e dissennato,  sempre

      allegro,  sempre giovane,  sempre generoso di svaghi e di  piaceri

      per tutti,  piuttosto che quel tortuoso Giove,  temuto da tutti, o

      Pan che tutto va devastando con i terrori che diffonde,  o Vulcano

      avvolto  di  scintille e sempre nero del fumo della sua fucina,  o

      Pallade medesima dallo sguardo  sempre  torvo,  terribile  con  la

      Gorgone e la lancia?  Perch Cupido ,  invece,  sempre fanciullo?

      Perch?  se non per la sua leggerezza,  per la sua  incapacit  di

      fare   o  pensare  qualcosa  di  assennato.   Perch  la  bellezza

      dell'aurea Venere  sempre  in  fiore?  Perch    mia  parente  e

      conserva  nell'aspetto il colore di mio padre.  Per questa ragione

      Omero la chiama "l'aurea Afrodite".  Inoltre,  stando ai poeti,  o

      agli  scultori  loro  emuli,  ride  sempre.  E quale nume i Romani

      venerarono pi di Flora,  madre di tutti  i  piaceri?  Se  poi  si

      andasse  ad esaminare un po' meglio,  attraverso Omero e gli altri

      poeti,   la  vita  anche  degli  Di  ritenuti  pi  austeri,   si

      scoprirebbe che tutto  pieno di follie. E perch poi ricordare le

      imprese  degli altri,  quando si conoscono cos bene gli amori e i

      sollazzi dello  stesso  Giove  tonante?  Quando  la  fiera  Diana,

      dimentica  del  sesso  nella sua esclusiva passione per la caccia,

      muore tuttavia d'amore per Endimione?

      Preferirei per che gli Di se le sentissero cantare da Momo, come

      una volta accadeva piuttosto spesso.  Ma ora lo hanno scaraventato

      sulla  terra  con Ate perch le sue sagge critiche disturbavano la

      loro felicit.  N alcun mortale si degna di offrirgli ospitalit;

      tanto  meno  poi  c' posto per lui alle corti dei prncipi,  dove

      per  sempre ospite d'onore la mia Colaca,  che va d'accordo con

      Momo come l'agnello coi lupi.

      Allontanato  lui,  gli  Di  folleggiano  molto  pi liberamente e

      gradevolmente,  e se la passano bene  davvero,  come  dice  Omero,

      senza  che nessuno li critichi.  Quali scherzi scurrili,  infatti,

      non alimenta il Priapo di legno di fico?  quali  divertimenti  non

      procura  Mercurio  con  i  suoi  furti ed i suoi trucchi?  Perfino

      Vulcano,  al banchetto degli Di,  si  abituato  alla  parte  del

      buffone,  facendo  ridere  il  simposio  ora  con  la sua andatura

      zoppicante, ora con i suoi frizzi,  ora con le sue facezie.  Anche

      Sileno,  il vecchio mandrillo, uso a danzare il cordace, balla con

      Polifemo la TRETANELO' [il ballo dei  Ciclopi],  mentre  le  Ninfe

      danzano a piedi nudi.  I Satiri dal piede caprino rappresentano le

      atellane,  e Pan fa ridere tutti con le sciocche cantilene che gli

      Di preferiscono al canto delle Muse,  specialmente quando il vino

      comincia a farsi sentire.  Ma perch raccontare ora ci che  fanno

      gli Di alla fine del banchetto dopo una buona bevuta? Follie tali

      che io stessa, per Ercole, non riesco a tenermi dal riderne.

      A questo punto  meglio ricordare Arpocrate [il dio del silenzio]:

      che pu succedere che qualche Dio di Corico  sia in ascolto mentre

      narriamo fatti che neppure Momo ha potuto rivelare impunemente.




      16.  E'  tempo  ormai  di  seguire l'esempio di Omero lasciando da

      parte gli Di e tornare sulla terra per vedere fino a  qual  punto

      gioia e fortuna vi si trovino solo per mio dono.

      In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura,  madre e

      artefice del genere umano,  ebbe cura di spargere  dappertutto  un

      pizzico di follia.  Se, infatti, secondo la definizione stoica, la

      saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al

      contrario, la follia consiste nel farsi trascinare dalle passioni,

      perch la vita umana non fosse del tutto improntata a  malinconica

      severit,  Giove  infuse nell'uomo molta pi passione che ragione:

      press'a poco nella proporzione di mezz'oncia ad  un  asse.  Releg

      inoltre  la  ragione in un angolino della testa lasciando il resto

      del corpo ai turbamenti delle passioni. Quindi,  alla sola ragione

      contrappose due specie di violentissimi tiranni: l'ira, che occupa

      la rocca del petto e il cuore stesso che  la fonte della vita,  e

      la concupiscenza che estende il suo dominio fino al basso  ventre.

      Quanto valga la ragione contro queste due agguerrite avversarie ce

      lo  dice  a  sufficienza  la  condotta  abituale  degli uomini: la

      ragione pu solo protestare,  e lo fa fino  a  perderci  la  voce,

      enunciando  i princpi morali;  ma quelle,  rivoltandosi alla loro

      regina, la subissano di grida odiose, finch lei, prostrata,  cede

      spontaneamente dichiarandosi vinta.



      17.  Tuttavia,  poich  l'uomo,  nato  per far fronte agli affari,

      doveva ricevere in dote un po' pi di un'oncia di ragione,  Giove,

      per  provvedere  debitamente,  mi  convoc perch lo consigliassi,

      come su tutto il resto, anche a questo proposito;  e il mio pronto

      consiglio  fu degno di me: affiancare all'uomo la donna,  animale,

      s,  stolto e  sciocco,  ma  deliziosamente  spassoso,  che  nella

      convivenza  addolcisce  con  un  pizzico  di follia la malinconica

      gravit del temperamento maschile. Platone, infatti, quando sembra

      in dubbio circa la collocazione della donna,  se fra  gli  animali

      razionali o fra i bruti,  vuole solo sottolineare la straordinaria

      follia di questo sesso. E, se per caso una donna vuole passare per

      saggia,  ottiene solo di essere  due  volte  folle,  come  se  uno

      volesse,  contro  ogni  ragionevole  proposito,  portare un bue in

      palestra.  Infatti raddoppia il suo difetto  chi,  distorcendo  la

      propria  natura,  assume  sembianza  virtuosa.  Come,  secondo  il

      proverbio greco,  la scimmia  sempre una  scimmia,  anche  se  si

      ammanta di porpora,  cos la donna  sempre una donna, cio folle,

      comunque si mascheri.

      Non per cos folle, voglio credere,  da prendersela con me perch

      la giudico folle, io che sono folle, anzi la Follia in persona. Le

      donne,  infatti,  se ponderassero bene la questione,  anche questo

      dovrebbero considerare come un dono  della  Follia:  il  fatto  di

      essere,  sotto molti aspetti, pi fortunate degli uomini. In primo

      luogo hanno il dono della bellezza,  che  giustamente  mettono  al

      disopra di tutto, contando su di essa per tiranneggiare gli stessi

      tiranni.  Quanto  all'uomo,  di dove gli viene l'aspetto rude,  la

      pelle ruvida,  la barba folta,  e un certo che di senile,  se  non

      dalla  maledizione  del  senno?  Le donne,  invece,  con le guance

      sempre lisce,  con la voce sempre sottile,  con la pelle  morbida,

      danno  quasi  l'impressione d'una eterna giovinezza.  Ma che altro

      desiderano poi in questa vita,  se non piacere agli uomini  quanto

      pi  possibile?  Non mirano forse a questo, tante cure, belletti,

      bagni,  acconciature,  unguenti,  profumi;  tante  arti  volte  ad

      abbellire,  dipingere, truccare il volto, gli occhi, la pelle? C'

      forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare  dagli  uomini

      pi  della  follia?  Che  cosa  mai  non concedono gli uomini alle

      donne?  Ma in cambio di che,  se non del piacere?  E il diletto da

      nient'altro  viene  se non dalla loro follia.  Che questo sia vero

      non si pu negare solo che si pensi a tutte le sciocchezze che  un

      uomo dice quando parla con una donna,  a tutte le stupidaggini che

      fa ogni volta che si mette in testa di ottenerne i favori. Ecco da

      che fonte sgorga il primo e principale diletto della vita.



      18. Ma ci sono uomini,  specialmente tra i vecchi,  che alla donna

      preferiscono  il bere;  per loro il sommo piacere sta nei simposi.

      Altri pensano che possa esservi un lauto  banchetto  senza  donne;

      per  una  cosa    certa,  che senza un pizzico di follia non pu

      esservi banchetto ben riuscito.  A tal punto che,  se non c'  gi

      qualcuno  capace  di  far  ridere  con la sua follia,  autentica o

      simulata,  si  chiama  un  buffone  a  pagamento,   o  un  allegro

      parassita,  che,  con le sue comiche, ossia folli battute, dissipi

      il silenzio e la noia del simposio.  A che scopo infatti riempirsi

      il  ventre di tanti dolciumi,  leccornie e ghiottonerie,  se anche

      gli occhi,  le orecchie e l'anima intera,  non  si  nutrissero  di

      risa,  di scherzi, di facezie? ma cibi del genere posso ammannirli

      solo  io.   D'altra  parte  anche  quei  riti   conviviali,   come

      sorteggiare  il  re  del  convito,  giocare  ai dadi,  invitare al

      brindisi,  gareggiare intorno ad un tavolo  a  cantare  e  bere  a

      turno,  passarsi il mirto cantando,  ballare,  far pantomime,  non

      sono stati inventati dai sette sapienti della Grecia ma da me, per

      la felicit dell'umana specie.

      Tutte le cose di questo genere hanno un tratto comune: che  quanto

      pi  partecipano  della  follia  tanto  pi rallegrano la vita dei

      mortali,  che,  se fosse triste,  neanche  meriterebbe  di  essere

      chiamata vita.  E triste risulter senz'altro, se non le toglierai

      di dosso l'innato tedio con questo tipo di divertimenti.




      19.  Forse taluni trascureranno anche questo genere di  piacere  e

      saranno   paghi   dell'amore  e  della  familiarit  degli  amici,

      affermando che l'amicizia vale pi di tutto: l'amicizia,  un  bene

      non meno necessario dell'aria,  del fuoco, dell'acqua; tanto soave

      che se togli l'amicizia togli  il  sole;  infine  tanto  nobile  -

      ammesso  che  la  cosa  ci  riguardi - che gli stessi filosofi non

      esitano a ricordarla fra i beni fondamentali.  Ma che  succede  se

      dimostro  che  anche di questo bene cos grande sono io la poppa e

      la prora?  Io lo dimostrer non col sofisma del  coccodrillo,  non

      coi soliti cornuti o con altre simili dialettiche sottigliezze, ma

      alla buona, facendovi toccare la cosa con mano.

      Orbene, chiudere gli occhi, ingannarsi, essere ciechi, illudersi a

      proposito  dei  difetti  degli  amici,  amarne  e apprezzarne come

      qualit alcuni dei vizi pi evidenti,  non    forse  qualcosa  di

      molto  vicino  alla follia?  C' chi bacia il neo dell'amica,  chi

      trova incantevole il polipo di Agna;  il  padre  dice  del  figlio

      strabico che ha il vezzo di ammiccare.  Tutto questo,  io domando,

      che ,  se non pura follia?  Ripetano a gran voce  che    follia:

      eppure  essa  sola  capace di promuovere e cementare le amicizie.

      Parlo dei comuni mortali,  nessuno dei quali nasce senza  difetti:

      il  migliore  chi ne ha meno;  quanto poi a quei famosi saggi che

      hanno il piglio di Di, tra loro l'amicizia,  o non nasce affatto,

      o   qualcosa di cupo e scostante,  limitata poi a pochissimi (non

      oso dire che non include proprio nessuno), perch la maggior parte

      degli uomini ha un pizzico di follia, anzi non c' nessuno che, in

      un modo o in un altro,  non abbia le  sue  stranezze,  e  non  c'

      amicizia se non tra persone simili. Se, infatti, tra questi uomini

      austeri  si  desse una volta uno scambievole affetto,  non sarebbe

      per nulla stabile  e  durerebbe  ben  poco,  nascendo  tra  uomini

      difficili  e  pi  oculati  del  necessario,  capaci di cogliere i

      difetti degli amici con l'occhio acuto dell'aquila e del  serpente

      di  Epidauro.  Quando  per  si  tratta dei loro difetti,  come ci

      vedono poco!  e come ignorano la parte della bisaccia che  portano

      dietro le spalle!  Perci, dato che la natura dell'uomo  tale che

      nessuno  immune da gravi difetti (aggiungi la grande  variet  di

      caratteri  e di studi,  le tante cadute,  i tanti errori,  i tanti

      casi della vita mortale), come potranno questi Arghi gustare anche

      solo per un'ora le gioie dell'amicizia se  non  interverr  quella

      che  i  Greci  chiamano  EUETHEIA,  termine felice da tradursi con

      follia,  o con indulgente semplicit?  Del resto,  non  forse del

      tutto cieco quel Cupido,  che  artefice e padre di ogni legame? E

      come il brutto gli appare bello,  cos fa  in  modo  che  anche  a

      ciascuno  di voi sembri bello ci che gli  toccato in sorte,  che

      il vecchio ami la sua vecchia,  e il ragazzo la sua ragazza.  Sono

      cose  che  accadono  a  ogni  pi  sospinto e che muovono il riso;

      eppure sono proprio queste cose  ridicole  il  fondamento  di  una

      societ che vive con gioia.




      20.  Quanto si  detto dell'amicizia a maggior ragione vale per il

      matrimonio,  che altro non  se non un  legame  per  la  vita  tra

      singoli individui.  Dio immortale,  quanti divorzi,  o fatti anche

      peggiori  dei  divorzi,  non  si  avrebbero  dappertutto,   se  la

      domestica  convivenza  del marito con la moglie non si rafforzasse

      nutrendosi di adulazioni, di scherzi, d'indulgenza, di errori,  di

      dissimulazioni, tutte cose che appartengono al mio seguito. Quanto

      matrimoni  ci sarebbero,  se il fidanzato saggiamente s'informasse

      dei passatempi a cui gi molto prima delle nozze  si  dedicava  la

      sua  verginella  cos  delicata  e  pudica  in  apparenza.   E,  a

      celebrazione avvenuta,  quanti ne durerebbero,  se  tante  imprese

      delle  mogli  non  rimanessero  ignorate  per  la  negligenza e la

      sciocchezza dei mariti!  E anche questo,  a  buon  diritto,    da

      attribuirsi alla Follia,  a cui si deve se il marito ama la moglie

      e la moglie il marito,  se in casa regna la pace,  se  il  vincolo

      dura.

      Si  ride  del  cornuto,  del cervo (e quanti altri nomi non gli si

      danno!),  quando asciuga con i baci le lacrime  dell'adultera.  Ma

      quanto  meglio  lasciarsi  ingannare cos che rodersi di gelosia e

      volgere tutto in tragedia!




      21. Insomma,  senza di me nessuna societ,  nessun legame potrebbe

      durare  felicemente.  Il  popolo si stancherebbe del principe,  il

      servo del padrone,  la  serva  della  padrona,  il  maestro  dello

      scolaro, l'amico dell'amico, la moglie del marito, il locatore del

      locatario,  il  compagno  del compagno,  l'ospite dell'ospite,  se

      volta a volta non s'ingannassero a vicenda,  ora  adulandosi,  ora

      facendo  saggiamente  finta  di  non vedere,  ora lusingandosi col

      miele della Follia.  So che queste vi  sembrano  enormit;  ma  ne

      sentirete di pi belle.



      22. Di grazia, chi odia se stesso come potr amare qualcuno? chi 

      interiormente combattuto,  potr forse andare d'accordo con altri?

      potr, chi  sgradito e molesto a se stesso,  riuscire gradevole a

      un altro?  Nessuno,  credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo

      pi pazzo della Follia stessa.  Pertanto,  se non ci fossi pi io,

      lungi  dal  sopportare  il prossimo,  ognuno,  inviso a se stesso,

      proverebbe disgusto di s e delle sue cose. La Natura, infatti, in

      molte cose matrigna piuttosto che madre,  ha posto nell'animo  dei

      mortali, soprattutto se appena pi intelligenti, il seme di questo

      male:  scontento  di  s  e  ammirazione per gli altri.  Di qui il

      venire meno e l'estinguersi di tutte quelle squisite doti che sono

      il profumo della vita. A che giova infatti la bellezza, il massimo

      dono degli Di immortali,  se deve esser lasciata sfiorire?  A che

      la  giovinezza,  se  deve  intristire  per  il  veleno  di  senili

      malinconie? Infine, in tutti i casi della vita,  come potrai agire

      in  modo conveniente nei tuoi o negli altrui confronti (agire come

      conviene non  solo la prima regola  dell'arte,  ma  di  tutta  la

      nostra  condotta),  se  non ti sar propizia Filauta,  che a buon

      diritto tengo in conto di sorella,  tanto validamente mi presta il

      suo aiuto in ogni occasione?  Se piaci a te stesso,  se ti ammiri,

      questo    proprio  il  colmo  della  follia;  ma  d'altra  parte,

      dispiacendo  a  te  stesso,  che  cosa potresti fare di bello,  di

      gradevole,  di nobile?  Togli alla vita l'amor proprio e subito la

      parola suoner fredda sulle labbra dell'oratore,  il musicista non

      piacer a nessuno con le sue melodie,  l'attore si far  fischiare

      con  la  sua mimica,  il poeta e le sue muse saranno irrisi,  sar

      tenuto a vile il pittore con la sua arte,  si ridurr alla fame il

      medico  con  le sue medicine.  Alla fine invece di Nireo sembrerai

      Tersite, invece di Faone,  Nestore,  invece di Minerva una scrofa,

      invece  di  un  forbito oratore,  uno che non balbetta neanche una

      parola;  invece di un distinto cittadino,  un rozzo contadino.  Se

      vuoi poter essere raccomandato agli altri, devi proprio cominciare

      col raccomandarti a te stesso;  devi essere il primo a lodarti,  e

      non senza una punta di adulazione.

      Infine,  poich la felicit consiste soprattutto nel voler  essere

      ci  che  si  ,  qui  interviene  col  suo aiuto la mia Filauta,

      facendo in modo che nessuno sia  scontento  del  proprio  aspetto,

      carattere,  schiatta,  posizione, educazione, Patria, tanto che n

      un irlandese si cambierebbe con un italiano,  n un tracio con  un

      ateniese,  n  uno scita con un abitante delle Isole Fortunate.  O

      singolare bont della natura che in tanta variet di cose, stabil

      un regime di uguaglianza!  Dove scarseggia coi suoi  doni,  l,  

      solita  aggiungere  una  dose  maggiore  di  amor proprio.  Ma che

      sciocchezza ho detto!  Proprio questo  il  pi  grande  dei  suoi

      doni.




      23. Ora dovrei aggiungere che nulla di grande si pu intraprendere

      senza  la  mia  spinta,  perch  a me che si deve l'invenzione di

      ogni nobile arte.  Forse che non sia  la  guerra  la  fonte  e  il

      coronamento  di ogni celebrata impresa?  E che c' di pi pazzesco

      dell'impegnarsi,  per non so quali cause,  in un confronto da cui,

      immancabilmente,  ognuna  delle  due  parti  trae  pi  danno  che

      guadagno? Dei caduti, poi,  neanche si parla,  quasi fossero gente

      di  Megara.  Quando le schiere in armi si fronteggiano e le trombe

      intonano il loro rauco suono, a che servono, di grazia, i sapienti

      esauriti dagli studi, col loro sangue povero e privo di calore,  e

      che a malapena tirano il fiato? C' bisogno di gente ben piantata;

      con  moltissima  audacia e pochissimo cervello.  A meno che non si

      preferisca arruolare Demostene,  tanto vile soldato quanto  grande

      oratore,  che,  seguendo il consiglio d'Archiloco,  appena vide il

      nemico fugg abbandonando lo scudo.

      La  prudenza,  obiettano,  in  guerra  ha  grandissimo  peso.   Lo

      riconosco;  ma  lo  ha  in  chi  comanda;  e si tratta di prudenza

      militare,  non filosofica;  per il resto,  l'impresa tanto egregia

      della guerra  affidata a parassiti,  ruffiani,  briganti, sicari,

      contadini, imbecilli,  debitori e altri rifiuti del genere;  non a

      filosofi da tavolino.




      24.  Della  cui  totale inutilit sul piano pratico  testimone lo

      stesso Socrate che l'oracolo d'Apollo giudic -  con  poco  senno,

      del  resto - il solo sapiente: quando tent d'impegnarsi in non so

      quale faccenda pubblica,  fu costretto a ritirarsi fra il generale

      dileggio.  Anche  se  del  tutto  sciocco  non  si dimostr quando

      rifiut il titolo di sapiente che attribu solo a  Dio,  e  quando

      sostenne  che  il saggio non deve occuparsi di politica;  e meglio

      avrebbe fatto a consigliare di tenersi lontani dalla sapienza,  se

      si vuol vivere da uomini.

      D'altra parte,  quando fu processato,  che cosa se non la sapienza

      lo costrinse a bere la cicuta?  Infatti mentre andava  filosofando

      di idee e di nuvole,  mentre misurava il salto delle pulci, mentre

      ammirava la voce delle zanzare,  non imparava  nulla  di  ci  che

      riguarda  la  vita  di  tutti  i  giorni.  In  aiuto  del maestro,

      sull'orlo  di  una  condanna  capitale,  interviene  il  discepolo

      Platone,  difensore  cos  egregio  che,  turbato dal rumoreggiare

      della  folla,  a  malapena  riesce  a  pronunciare  qualche  frase

      smozzicata.  E  che  dire  di  Teofrasto?  come avrebbe mai potuto

      animare i soldati in guerra, lui che, levatosi a parlare, ammutol

      di colpo come se d'improvviso  avesse  visto  un  lupo?  Isocrate,

      pavido  per  natura,  non os mai aprire bocca.  Marco Tullio,  il

      padre  della  romana  eloquenza,   abitualmente,   preso  da  poco

      dignitoso  tremore,   esordiva  balbettando,  come  un  ragazzino.

      Quintiliano vede in questo la prova dell'oratore  di  valore,  che

      misura le difficolt; ma non farebbe meglio a dire che la sapienza

        un  ostacolo  a  condurre  in  porto le faccende pratiche?  Che

      faranno costoro quando si dovr ricorrere alle armi, se si perdono

      d'animo cos quando si combatte semplicemente a parole?

      Nonostante questo,  a Dio piacendo,  si esalta il famoso detto  di

      Platone,  che  fortunati  saranno  gli Stati se a reggerli saranno

      chiamati i filosofi,  o se i reggitori si daranno alla  filosofia.

      Se,  invece, consulterai gli storici, troverai che il concentrarsi

      del potere nelle mani di un filosofastro o di un  letterato    la

      peggiore  sciagura  che  possa  colpire  uno  Stato.  E mi pare lo

      attestino bene i due Catoni: uno dei quali  turb  la  pace  della

      repubblica  romana  con  le  sue  pazze denunce;  l'altro,  mentre

      difendeva con un eccesso di saggezza la libert del popolo romano,

      la mise del tutto a soqquadro. Aggiungi a questi i Bruti, i Cassi,

      i Gracchi,  e Cicerone stesso,  che allo stato romano  fece  tanto

      male  quanto Demostene a quello ateniese.  Quanto a Marco Antonio,

      ammesso che fosse un buon imperatore (potrei contestarlo,  perch,

      dedito  come  era  alla  filosofia,  per questa stessa fama si era

      fatto prendere a noia dai concittadini) ammesso  tuttavia  che  lo

      fosse,  certamente,  lasciando  dietro di s il figlio che lasci,

      danneggi lo Stato pi di quanto non gli avesse  giovato  col  suo

      governo.   Questa categoria, infatti, di uomini dediti allo studio

      della filosofia, di solito ha pochissima fortuna in ogni cosa,  ma

      soprattutto nei figli che mette al mondo; penso sia la provvidenza

      della  natura a volere impedire che questo malanno della filosofia

      si diffonda pi  largamente  fra  gli  uomini.  Cos  risulta  che

      Cicerone  ebbe  un  figlio  degenere,  e  che  Socrate,  il famoso

      filosofo,  ebbe figli,  com' stato scritto non del tutto a torto,

      "pi simili alla madre che al padre", e cio stolti.




      25.  Comunque,  se  fossero  come  asini  davanti  a una lira solo

      riguardo ai pubblici affari,  ci si  potrebbe  passare  sopra;  il

      guaio    che  sono  altrettanto  incapaci in ogni altra occasione

      della vita.  Invita a pranzo un sapiente: disturber col suo  cupo

      silenzio,  o con le sue noiose questioncelle. Invitalo alla danza:

      diresti che balla come un cammello.  Portalo  ad  uno  spettacolo:

      baster  la  sua espressione a guastare il divertimento alla gente

      e,  come il saggio Catone,  sar costretto a  lasciare  il  teatro

      perch non pu spianare il cipiglio.  Se per caso capiter durante

      una conversazione, sar come il lupo della favola.  Se c' da fare

      un   acquisto,   un   contratto,   insomma   qualcuna  delle  cose

      indispensabili alla  vita  di  ogni  giorno,  questo  sapiente  ti

      sembrer un pezzo di legno, non un uomo. A tal punto  incapace di

      rendersi utile a se stesso, alla patria, ai suoi, perch inesperto

      delle faccende usuali e perch tanto lontano dal giudizio corrente

      e  dalle accettate consuetudini.  Quindi,  per forza,  si fa anche

      odiare, per questa sua grande diversit di vita e di intendimenti.

      Tra i mortali,  infatti,  che cosa mai si fa che non trabocchi  di

      follia, e che non sia opera di folli in un mondo di folli? Perci,

      se  qualcuno volesse opporsi da solo a tutti,  io gli consiglierei

      di ritirarsi, come Timone, in un deserto, per godervi, da solo, la

      propria saggezza.





      26. Ma,  per tornare all'argomento proposto,  quale forza,  se non

      l'adulazione,  raggrupp  nella  citt  quegli  uomini  primitivi,

      simili ai sassi e alle  querce?  Questo  solo  vuole  indicare  la

      famosa  cetra  di  Anfione  e  di  Orfeo.  Cosa  mai  riport alla

      concordia cittadina la plebe romana che gi stava per spingersi ad

      atti irreparabili?  Forse  un  discorso  filosofico?  Nemmeno  per

      sogno! Al contrario, fu il ridicolo e puerile apologo del ventre e

      delle  altre  membra.  Altrettanto si dica dell'analogo apologo di

      Temistocle,  della volpe e del riccio.  E  quale  discorso  di  un

      sapiente avrebbe potuto raggiungere l'efficacia della famosa cerva

      immaginata  da  Sertorio,  o  della  trovata  dei due cani,  dello

      spartano  Licurgo,   o  dell'altra  ridicola  storia,   sempre  di

      Sertorio,  sul  modo  di  strappare i peli dalla coda del cavallo?

      Per non parlare di Minosse e  di  Numa:  entrambi  governarono  la

      stolta   moltitudine  con  invenzioni  favolose.   E'  con  simili

      sciocchezze che si fa presa su quella grossa e potente bestia  che

       il popolo.






      27.  Viceversa, quale citt ha mai fatto sue le leggi di Platone e

      di Aristotele, o i precetti di Socrate?

      Che cosa persuase i Deci a votarsi spontaneamente agli  Di  Mani?

      Che  cosa  trascin  nella  voragine  Quinto  Curzio,  se  non  la

      vanagloria, dolcissima sirena (ma quanto esecrata dai sapienti!).

      Che c' infatti di  pi  sciocco,  dicono,  di  un  candidato  che

      lusinga il popolo in tono supplichevole, che compra i voti, che va

      in  cerca  degli  applausi di tanti stolti,  che si compiace delle

      acclamazioni,  che si fa portare in  giro  in  trionfo,  come  una

      statua da mostrare al popolo, che fa collocare nel foro il proprio

      simulacro di bronzo? Aggiungi la sfilza dei nomi e dei soprannomi,

      gli onori divini tributati a un uomo insignificante,  il fatto che

      si d il caso di tiranni  scelleratissimi  elevati  con  pubbliche

      cerimonie alla gloria dell'Olimpo.  Sono autentiche manifestazioni

      di follia,  e per riderci sopra non basterebbe un solo  Democrito.

      Chi lo nega?  Tuttavia, proprio di qui sono nate le grandi imprese

      degli eroi, levate al cielo dall'opera di tanti letterati.  Questa

      follia  genera  le  citt;  su  di  essa  poggiano  i governi,  le

      magistrature,  la religione,  le assemblee,  i tribunali.  La vita

      umana non  altro che un gioco della Follia.



      28.  Quanto  poi  alle arti,  cosa mai se non la sete di gloria ha

      suscitato nell'animo umano la brama d'inventare  e  tramandare  ai

      posteri  tante  discipline ritenute nobili?  Furono uomini davvero

      stoltissimi  quelli  che  hanno  creduto  valesse   la   pena   di

      conquistare  a  prezzo di tante faticose veglie quella fama di cui

      niente pu essere pi vano.  Ma intanto  voi  dovete  alla  Follia

      tante  cose  e  cos  egregie della vita,  e,  ci che soprattutto

      conta, la follia altrui fa la vostra cuccagna.




      29. C', ora, qualcosa di cui stupirsi se, dopo essermi attribuita

      la  fortezza  e  l'operosit,   rivendicher  anche  la  saggezza?

      qualcuno  potrebbe  dire che  come accoppiare l'acqua e il fuoco.

      Eppure credo che riuscir anche in questo purch voi,  come prima,

      mi prestiate benevola attenzione.

      In  primo  luogo,  se la saggezza si fonda sull'esperienza,  a chi

      meglio conviene fregiarsi dell'appellativo di saggio?  Al sapiente

      che, parte per modestia, parte per timidezza, nulla intraprende, o

      al folle che n il pudore, di cui  privo, n il pericolo, che non

      misura,  distolgono  da  qualche cosa?  Il sapiente si rifugia nei

      libri degli antichi e ne trae solo sottigliezze verbali.  Il folle

      affronta  da  vicino  le  situazioni  coi  relativi  rischi e cos

      acquista, se non erro, la saggezza. Cosa, questa, che sembra avere

      visto,  bench cieco,  Omero,  quando dice: "Il  folle  capisce  i

      fatti".  Sono  due  infatti  i principali ostacoli alla conoscenza

      delle cose: la vergogna che offusca l'animo, e la paura che,  alla

      vista del pericolo,  distoglie dalle imprese.  La follia libera da

      entrambe.  Non vergognarsi mai e  osare  tutto:  pochissimi  sanno

      quale messi di vantaggi ne derivi.

      Perch, se preferiscono attingere quella sapienza che consiste nel

      saper giudicare delle cose,  state a sentire,  vi prego, quanto ne

      sono lontani coloro che si spacciano per sapienti. In primo luogo,

      com' noto, tutte le cose umane,  a guisa dei Sileni di Alcibiade,

      hanno  due  facce  affatto  diverse.  A tal segno che sulla faccia

      esteriore, come dicono, vedi la morte,  mentre,  se guardi dentro,

      scopri la vita; e, viceversa, al posto della vita scopri la morte,

      al  posto  del  bello  il  brutto,  della  ricchezza  la  miseria,

      dell'infamia la gloria, della dottrina l'ignoranza,  del vigore la

      debolezza,   della   generosit  l'abiezione,   della  letizia  la

      malinconia,   della   prosperit   la   sventura,    dell'amicizia

      l'inimicizia, del salutare il nocivo: in breve, se apri il Sileno,

      trovi  di tutte le cose l'opposto.  Se poi qualcuno giudica troppo

      filosofico questo discorso,  mi spiegher,  come suol  dirsi,  pi

      alla buona.

      Chi  negher  che  un re  ricco e potente?  Eppure,  se manca del

      tutto dei beni dell'animo,  se non   mai  contento  di  nulla,  

      davvero il pi povero di tutti.  Se poi il suo animo  una sentina

      di vizi,  addirittura uno schiavo abietto. Lo stesso ragionamento

      si  potrebbe  fare  anche  per  gli  altri.   Ma   accontentiamoci

      dell'esempio proposto.  A che scopo?  domander qualcuno.  State a

      sentire dove voglio arrivare.

      Se uno tentasse di strappare la maschera  agli  attori  che  sulla

      scena  rappresentano un dramma,  mostrando agli spettatori la loro

      autentica faccia,  forse che costui non rovinerebbe lo  spettacolo

      meritando  di esser preso da tutti a sassate e cacciato dal teatro

      come un forsennato?  Di colpo tutto muterebbe aspetto: al posto di

      una donna un uomo;  al posto di un giovane,  un vecchio; chi prima

      era un re, d'improvviso diventa uno schiavo; chi era un Dio, ad un

      tratto appare un uomo da nulla.  Dissipare  l'illusione  significa

      togliere  senso  all'intero  dramma.  A tenere avvinti gli sguardi

      degli spettatori  proprio la finzione,  il trucco.  L'intera vita

      umana non  altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera,

      chi  con  un'altra,  ognuno recita la propria parte finch,  ad un

      cenno del capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso

      lo fa recitare  in  parti  diverse,  in  modo  che  chi  prima  si

      presentava come un re ammantato di porpora,  compare poi nei cenci

      di un povero schiavo.  Certo,  sono tutte cose immaginarie;  ma la

      commedia umana non consente altro svolgimento.

      A  questo  punto,  se  un  sapiente  caduto  dal  cielo si levasse

      d'improvviso a gridare che il personaggio a cui    tutti  guardano

      come a un Dio e a un potente,  non  neppure un uomo,  perch come

      le bestie si lascia dominare dalle  passioni,  che  spontaneamente

      asservito  a  padroni  cos  numerosi  e  turpi,   l'ultimo degli

      schiavi; e,  se ad un altro che piange il padre morto ordinasse di

      ridere perch il padre,  finalmente,  ha cominciato a vivere, dato

      che questa vita altro non  che morte;  e se  chiamasse  plebeo  e

      bastardo  un terzo che mena vanto di una nobile nascita,  ma che 

      ben lontano dalla virt,  unica fonte di nobilt: se  allo  stesso

      modo  parlasse di tutti gli altri,  non agirebbe costui proprio in

      modo da sembrare a tutti pazzo da legare?  Nulla di pi stolto  di

      una saggezza intempestiva; nulla di pi fuori posto del buon senso

      alla  rovescia.  Agisce  appunto  contro  il buon senso chi non sa

      adattarsi  al  presente,  chi  non  adotta  gli  usi  correnti,  e

      dimentica  persino  la  regola  conviviale: o bevi o te ne vai,  e

      vorrebbe che una commedia non fosse pi una commedia. Invece,  per

      un mortale,   vera saggezza non voler essere pi saggio di quanto

      gli sia concesso in sorte,  fare buon viso all'andazzo generale  e

      partecipare  di  buon  grado  alle  umane debolezze.  Ma,  dicono,

      proprio questo  follia. Non lo contester,  purch riconoscano in

      cambio che questo  recitare la commedia della vita.




      30. Quanto al resto, Di immortali, parler o tacer? E perch mai

      dovrei tacere cose pi vere della verit?  Ma forse, in cos grave

      frangente,  meglio sarebbe chiamare in aiuto dall'Elicona le  Muse

      che  i  poeti  sono  soliti  invocare anche troppo spesso per vere

      sciocchezze.  Assistetemi dunque per un  poco,  figlie  di  Giove,

      finch  non  dimostri  che nessuno senza la guida della follia pu

      accedere alla sapienza,  a quella  che  chiamano  la  rocca  della

      felicit.

      In  primo luogo,   pacifico che tutte le passioni rientrano nella

      sfera della follia: ci che distingue il savio  dal  pazzo    che

      questi si fa guidare dalle passioni,  mentre il primo ha per guida

      la ragione.  Perci gli stoici spogliano il sapiente di  tutte  le

      passioni  come  fossero  delle malattie.  Tuttavia questi elementi

      emotivi,  non solo assolvono la  funzione  di  guide  per  chi  si

      affretta  verso  il porto della sapienza,  ma nell'esercizio della

      virt vengono sempre in aiuto spronando e stimolando,  come  forze

      che esortano al bene. Anche se qui fieramente leva la sua protesta

      Seneca,  col  suo  stoicismo  integrale,  negando al sapiente ogni

      passione.  Ma cos facendo distrugge anche l'uomo e  crea  al  suo

      posto  un  Dio  di  nuovo  genere,  che  non   mai esistito e non

      esister mai;  anzi,  per parlare ancora pi chiaro,  scolpisce la

      statua  di  un uomo di marmo,  privo d'intelligenza e di qualunque

      sentimento umano. Perci, se lo desiderano, si godano pure il loro

      saggio, che potranno amare senza rivali,  e dimorino con lui nella

      Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo delle idee, o

      nei giardini di Tantalo.

      Chi,  infatti,  non  sfuggir con orrore come spettro mostruoso un

      uomo cos fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace d'amore

      o di piet, come "una dura selce o una rupe Marpesia"? Un uomo cui

      non sfugge nulla,  che non sbaglia mai,  ma che con l'occhio acuto

      di  Linceo tutto vede,  tutto pesa con assoluta precisione,  nulla

      perdona; solo di s contento, lui solo ricco,  lui solo sano,  lui

      solo re,  lui solo libero.  Per dirla in breve,  lui solo tutto (e

      solo a suo giudizio);  senza amici,  pronto a mandare  all'inferno

      gli stessi Di, e che condanna come insensato e risibile tutto ci

      che  si fa nella vita.  Eppure quel perfetto sapiente  proprio un

      animale fatto cos.  Ma,  di grazia,  se si dovesse decidere con i

      voti,  quale citt lo vorrebbe come magistrato,  quale esercito lo

      designerebbe come capo?  Quale donna vorrebbe o  sopporterebbe  un

      simile marito,  quale anfitrione un simile convitato,  quale servo

      un padrone con  questi  costumi?  Chi  non  preferirebbe  un  uomo

      qualunque,  uno  della folla dei pazzi pi segnalati,  che,  pazzo

      com',  possa comandare o obbedire ad altri  pazzi,  attirando  la

      simpatia  dei  suoi  simili,  che  poi sono tanti?  Gentile con la

      moglie, gradito agli amici, buon commensale;  uno con cui si possa

      convivere,  che,  infine,  non ritenga estraneo a s niente di ci

      che  umano?  Ma ormai  del  sapiente  ne  ho  abbastanza.  Perci

      torniamo a parlare degli altri vantaggi che offro.




      31.  Supponiamo che potendo spaziare da una specola sublime con lo

      sguardo tutt'attorno - come, secondo i poeti,  fa Giove - uno veda

      quante  avversit minaccino la vita,  quanto infelice e miserabile

      sia la nascita,  quanto faticosa l'educazione,  e tutte le  offese

      cui va incontro la fanciullezza, tutti gli affanni della giovent,

      e com' pesante la vecchiaia, come amara la fatale morte; tutta la

      schiera  delle  malattie,  dei  vari accidenti,  l'incalzare delle

      contrariet: nulla mai che sia immune da un amaro veleno;  per non

      dire  di quei mali che l'uomo subisce dall'uomo,  come la povert,

      la prigionia, l'infamia, la vergogna, la tortura,  le insidie,  il

      tradimento,  le ingiurie,  i processi,  le frodi.  Ma dire tutto 

      come mettersi a contare i granelli di sabbia.  Certo non spetta  a

      me,  dire  qui  per quali colpe gli uomini abbiano meritato questa

      sorte,  o quale Dio irato  li  abbia  costretti  a  nascere  tanto

      infelici.  Chi  rifletta  a tutto questo non sar forse portato ad

      approvare l'esempio, pur cos penoso,  delle vergini di Mileto?  E

      quali sono soprattutto gli uomini che, per disgusto della vita, si

      sono  dati  la  morte?  Non sono forse quelli che alla sapienza si

      erano accostati di pi? Tralasciando Diogene, Senocrate, i Catoni,

      i Cassi,  i  Bruti,  prendiamo  il  famoso  Chirone  che,  potendo

      diventare  immortale,  prefer  cercare  spontaneamente  la morte.

      Credo vi  sia  chiaro  che  cosa  accadrebbe  se  la  sapienza  si

      diffondesse;  sarebbe necessario altro fango e un secondo Prometeo

      capace  di  plasmare  altri  uomini.  Io,  invece,   puntando  ora

      sull'ignoranza  e  ora  sulla  spensieratezza,   a  volte  facendo

      dimenticare  i  malanni,  a  volte  suscitando  speranze  di  cose

      favorevoli,  esaltando  i piaceri con qualche stilla di miele,  in

      cos grandi malanni,  sono cos  soccorrevole  che  nessuno  vuole

      lasciare  la  vita,  neppure  quando  il  filo  delle Parche  gi

      esaurito e la vita stessa viene meno. Anzi chi ha minori motivi di

      restare in vita, tanto pi ama vivere, tanto  lontano dall'essere

      comunque sfiorato dal tedio della vita.

      Si deve certo a me,  se si vedono  in  giro  tanti  vecchi  annosi

      quanto  Nestore,  vecchi  che  non hanno pi neppure volto d'uomo,

      balbuzienti, svaniti, sdentati, canuti,  calvi,  o,  per dirla con

      Aristofane,  lerci,  curvi,  miseri,  rugosi, senza capelli, senza

      denti, lascivi, ma a tal segno amanti della vita e tanto inclini a

      fare i giovinetti, che ora si tingono i capelli, ora nascondono la

      calvizie con una parrucca e  ora  si  servono  di  denti  presi  a

      prestito  magari  da un porco;  mentre c' tra loro chi si strugge

      d'amore per una fanciulla e,  in fatto di amorose sciocchezze,  d

      punti anche a un ragazzino.  Che vecchi rammolliti, gi pronti per

      il cataletto,  sposino  giovinette,  anche  se  prive  di  dote  e

      destinate a fare la gioia di altri,  cosa ormai cos frequente da

      costituire quasi motivo di vanto.

      Ma  nulla  c'  di  pi spassoso di certe vecchie praticamente gi

      morte tanto sono decrepite,  a tal punto cadaveriche  da  sembrare

      reduci   dagl'inferi,   ma   che  hanno  sempre  sulle  labbra  il

      ritornello: "la vita  bella";  fanno ancora le  vezzose;  mandano

      sentore di capra - come dicono i Greci;  conquistano a caro prezzo

      un qualche Faone,  s'imbellettano di continuo,  stanno sempre allo

      specchio,  si  sfoltiscono  i peli del pube,  ostentano le vecchie

      mammelle avvizzite,  sollecitano con tremuli mugolii il  desiderio

      che vien meno, bevono, si inseriscono nelle danze delle fanciulle,

      scrivono  bigliettini amorosi.  Sono cose di cui tutti ridono come

      di indubbie follie;  ed hanno ragione: ma loro,  le vecchie,  sono

      tanto  contente  di  s,  nuotano  in un mare di delizie,  gustano

      dolcezze senza fine,  sono felici: e tutto per merito mio.  Vorrei

      che  chi giudica queste cose degne d'irrisione riflettesse un po':

       meglio trascorrere nella follia una vita colma  di  dolcezza,  o

      andare cercando, come suol dirsi, una trave a cui impiccarsi?

      Che la loro condotta sia giudicata comunemente vergognosa, ai miei

      pazzi non importa proprio nulla: nemmeno se ne accorgono, o, se ne

      hanno sentore,  non ne tengono nessun conto. Prendersi un sasso in

      testa, questo s che fa male. La vergogna, l'infamia, il disonore,

      le offese,  nuocciono nella misura in cui fanno soffrire.  Per chi

      non se la prende, non sono neppure un male. Che t'importa se tutti

      ti  fischiano,  se tu ti applaudi?  Che questo ti sia possibile lo

      devi alla sola Follia.




      32.  Mi pare  di  sentire  protestare  i  filosofi:  l'infelicit,

      dicono,    proprio  qui,  nell'essere  prigionieri  della Follia,

      sbagliare, vivere nell'inganno,  nell'ignoranza.  Ma essere uomo 

      appunto  questo.  N  riesco a capire perch parlino d'infelicit:

      cos siete nati,  educati,  formati: questa  la  sorte  comune  a

      tutti.  Nessuno    infelice  quand'  in  armonia  con la propria

      natura, a meno di compiangere l'uomo perch non pu volare con gli

      uccelli,  n camminare a quattro zampe con gli altri mammiferi,  o

      perch, a differenza dei tori, non  armato di corna. Da tal punto

      di  vista  chiameremo  infelice anche un bellissimo cavallo perch

      non sa di grammatica e non mangia dolciumi,  infelice il  toro  in

      quanto negato agli esercizi della palestra.  In realt, come non 

      infelice il cavallo che ignora la grammatica,  cos non  infelice

      l'uomo per la sua follia, che  conforme alla sua natura.

      Ma  ecco che quegli esperti del ragionamento tortuoso tornano alla

      carica.  E'  dono  peculiare  dell'uomo,  dicono,   la  conoscenza

      scientifica,  di cui si serve per compensare con l'ingegno ci che

      la natura gli ha negato.  Come se fosse verosimile che la  natura,

      cos sollecita nei confronti delle zanzare e perfino delle erbette

      e   dei  fiorellini,   avesse  tirato  via  solo  nella  creazione

      dell'uomo,  rendendogli necessarie quelle scienze che Theuth,  col

      suo  genio  ostile  al  genere  umano,  invent  per  nostra somma

      iattura: tanto inadatte a renderci felici che anzi contrastano col

      loro presunto fine,  come con eleganza sostiene in Platone  un  re

      molto saggio a proposito dell'invenzione dell'alfabeto. Le scienze

      dunque sono penetrate fra gli uomini,  insieme alle altre calamit

      della vita mortale,  per opera di coloro da cui  partono  tutti  i

      malanni,  i  demoni che ne hanno anche derivato il nome,  in greco

      DAEMONES,  ossia "coloro che sanno".  La gente  semplice  dell'et

      dell'oro,  del tutto priva di dottrina, viveva sotto l'unica guida

      della natura e dell'istinto.  Che bisogno c'era della  grammatica,

      quando tutti parlavano la stessa lingua e niente altro si chiedeva

      se non di capirsi l'un l'altro?  A che la dialettica, se non c'era

      contrasto di opposte posizioni?  A che  la  retorica,  se  nessuno

      intentava   cause   al   prossimo?   E  che  bisogno  c'era  della

      giurisprudenza,  se non c'erano quei cattivi  costumi  che,  senza

      dubbio, hanno fatto nascere le buone leggi? Erano troppo religiosi

      per  scrutare  con  empia  curiosit  i  misteri della natura,  la

      grandezza,  i moti,  gl'influssi delle stelle,  le  cause  riposte

      delle  cose,   giudicando  vietato  ai  mortali  il  tentativo  di

      conoscere pi di quanto era loro concesso.  Lo stolto desiderio di

      andare a cercare cosa ci fosse di l dal cielo non passava neppure

      per la mente.  Col graduale esaurirsi dell'et dell'oro, dapprima,

      come ho detto, dai demoni del male furono inventate le scienze, ma

      poche,   e  limitate  a  pochi.   Poi,   i  Caldei  con  la   loro

      superstizione,  e  quei  perdigiorno  dei Greci coi loro interessi

      svagati,  moltiplicarono a  dismisura  queste  autentiche  torture

      della  mente.  Con  la sola grammatica ce ne sarebbe gi di troppo

      per il tormento di una vita intera.




      33. Tuttavia tra queste scienze le pi pregiate sono le pi vicine

      al senso comune,  cio alla Follia.  I teologi fanno  la  fame,  i

      fisici soffrono il freddo, gli astrologi sono derisi, i dialettici

      non contano nulla, mentre un solo medico vale quanto molti uomini.

      In  questa  professione  quanto  pi  uno  ignorante,  avventato,

      leggero,  tanto pi  considerato dagli stessi prncipi con  tanto

      di corona in testa.  La medicina, infatti, specialmente come viene

      esercitata oggi dai pi, si riduce, come la retorica,  a una forma

      di adulazione.  Il secondo posto, con un brevissimo stacco, spetta

      ai legulei - e starei per dire il primo; la loro professione,  per

      non esprimere pareri personali,   irrisa per lo pi dai filosofi,

      fra il generale consenso,  come un'arte  da  asini.  Tuttavia  gli

      affari,  dai  pi  grandi  ai  pi piccoli,  sono a discrezione di

      questi asini.  I loro latifondi si estendono,  mentre il  teologo,

      dopo  essersi  documentato  su  tutti  gli aspetti della divinit,

      rosicchia lupini,  impegnato in una guerra continua con  cimici  e

      pidocchi.

      Ma,  se  le arti pi fortunate sono quelle pi affini alla Follia,

      pi fortunati fra tutti sono coloro che riescono a tenersi lontani

      da qualunque disciplina per seguire la sola guida della natura che

      in nessuna parte  manchevole,  a  meno  che  non  pretendiamo  di

      oltrepassare i confini della nostra sorte mortale.  La natura odia

      gli artifici: fortunato chi  rimasto immune dalla  contaminazione

      delle arti.




      34. Ors, non vedete che fra le varie specie animali se la passano

      meglio  di  tutte  proprio  le pi lontane dalle arti,  quelle che

      hanno per unica maestra e guida la natura? che c' di pi felice o

      mirabile delle api?  E dire che non hanno neppure tutti  i  sensi.

      Come  potrebbe  un  architetto  realizzare qualcosa di simile alle

      loro costruzioni?  quale filosofo mai fond una Repubblica come la

      loro?  Il cavallo,  invece,  poich  simile all'uomo dal punto di

      vista dei sensi ed  diventato suo  compagno,    anche  partecipe

      delle  umane  calamit.  Non di rado,  vergognandosi di perdere in

      gara,  si sfianca nella corsa;  in guerra,  assetato di  vittoria,

      viene  colpito  e  morde la polvere insieme al cavaliere.  Per non

      parlare del morso, degli sproni aguzzi,  della stalla dove  quasi

      prigioniero,   del  frustino,   del  bastone,  delle  redini,  del

      cavaliere, per dirla in breve, di tutta la tragica schiavit a cui

      si  votato spontaneamente nel  tentativo  di  vendicarsi  a  ogni

      costo  del  nemico  emulando  gli eroi.  Quanto pi invidiabile la

      condizione  delle  mosche  e  degli  uccellini,  che  vivono  alla

      giornata  obbedendo  solo  al  naturale  istinto,  sempre  che  lo

      consentano le insidie degli uomini! Gli uccelli,  infatti,  chiusi

      in  gabbia  e  ammaestrati  a  imitare  la  voce umana,  quanto si

      allontanano dal primitivo splendore!  A tal segno,  sotto tutti  i

      rispetti, il prodotto di natura  migliore di quello che l'arte ha

      adulterato.

      Perci  non  loder  mai  abbastanza  il gallo in cui si reincarn

      Pitagora che,  essendo stato tutto,  filosofo,  uomo,  donna,  re,

      principe,  privato cittadino, pesce, cavallo, rana e, credo, anche

      spugna,   nessun  animale,   tuttavia,   giudic  pi  disgraziato

      dell'uomo,  perch,  mentre tutti gli altri sono contenti dei loro

      limiti naturali,  soltanto l'uomo tenta di oltrepassare i  confini

      della sua condizione.





      35.  E  tra  gli  uomini,  sotto molti punti di vista,  antepone i

      semplici ai dotti e ai grandi. Molto pi saggio di Ulisse, simbolo

      della scaltrezza,  Grillo che prefer di grugnire  in  un  porcile

      piuttosto che andare con lui incontro a tante calamit. Mi pare la

      pensi  cos  anche  Omero,  padre  delle  favole,  che,  mentre di

      continuo dice gli uomini miseri e travagliati,  e  a  pi  riprese

      chiama infelice Ulisse con la sua proverbiale avvedutezza, non usa

      mai questo termine parlando di Paride,  o di Aiace,  o di Achille.

      Perch mai?  Soltanto perch,  quell'astuto inventore  di  trucchi

      agiva solo sotto la spinta di Pallade,  e, quanto mai sordo a ogni

      richiamo della natura, era tutto cervello.

      Perci i pi lontani dalla felicit sono tra i mortali quelli  che

      aspirano  alla  sapienza,  doppiamente  stolti perch,  dimentichi

      della loro condizione di uomini,  si atteggiano a Di immortali e,

      a somiglianza dei giganti, dichiarano guerra alla natura valendosi

      di ordigni costruiti dalla loro perizia;  i meno infelici, invece,

      sembrano  quelli  che  restano  pi  vicini  all'istinto  e   alla

      stupidit  dei  bruti,  n tentano mai di oltrepassare le capacit

      dell'uomo.  Prover anche a dimostrarlo,  e non con  gli  entimmi

      degli  stoici,  ma con qualche esempio alla portata di tutti.  Per

      gli Di immortali,  vi  forse al mondo qualcosa di pi felice  di

      quella  specie  di uomini chiamati volgarmente scimuniti,  stolti,

      fatui, sciocchi? appellativi, a mio parere,  onorevolissimi.  Dir

      anzi  una cosa che,  se a prima vista pu sembrare una sciocchezza

      ed un'assurdit, in fondo  di una verit indiscutibile.

      Loro, innanzitutto, non hanno paura della morte, male,  per Giove,

      non trascurabile.  Non li tormentano rimorsi di coscienza;  non li

      turbano le storie degli spiriti dei defunti; non hanno paura delle

      apparizioni;  non si crucciano per il timore di  mali  incombenti;

      non  entrano in ansia nella speranza di beni futuri.  Insomma, non

      sono in bala dei mille affanni a cui  esposta  la  nostra  vita.

      Ignorano la vergogna,  il timore, l'ambizione, l'invidia, l'amore.

      Infine,  chi pi si avvicina alla stupidit dei bruti  -  ne  sono

      garanti  i  teologi  -    anche immune dal peccato.  Ed ora,  mio

      sciocchissimo saggio,  vorrei  che  tu  mi  esternassi  tutti  gli

      affanni  che  notte e giorno tormentano  il tuo animo e facessi un

      bel mucchio di tutti i tuoi guai; alla fine capiresti quanto gravi

      mali ho risparmiato ai miei folli.  Aggiungi che,  non solo vivono

      in  perpetua  letizia,   scherzando,  canterellando,  ridendo,  ma

      offrono anche a  tutti  gli  altri,  dovunque  vadano,  motivi  di

      piacere,  scherzo,  divertimento  e  riso,  come se la benevolenza

      divina  proprio  a  questo  li  avesse  votati:  a  rallegrare  la

      tristezza  della  vita umana.  Perci,  mentre gli uomini provano,

      caso per  caso,  sentimenti  diversi  verso  i  loro  simili,  nei

      confronti  di  questi  pazzi  nutrono  senza  eccezione sentimenti

      amichevoli: li vanno a cercare,  li nutrono,  li stringono in  una

      sorta  di caldo abbraccio e,  all'occorrenza,  li soccorrono,  non

      tenendo in nessun  conto  quanto  possono  dire  o  fare.  Nessuno

      desidera fargli del male. Persino le bestie feroci li risparmiano,

      istintivamente  consapevoli  della  loro  innocenza.  Infatti sono

      davvero sacri agli Di,  e a me in  particolare.  Perci,  a  buon

      diritto, sono da tutti onorati.




      36.  Grandi re, tanto se ne dilettano, che alcuni di loro, nemmeno

      per un'ora,  possono farne a meno n a tavola n a passeggio.  Non

      di  poco  preferiscono  questi buffoni agli austeri filosofi,  che

      tuttavia sono soliti mantenere per ragioni  di  prestigio.  Perch

      poi  li  preferiscano,  non mi sembra un mistero,  n deve destare

      stupore;  quei saggi,  per i prncipi,  sono solo  apportatori  di

      tristezza;  talora fidando nella loro dottrina, non si peritano di

      sfiorare quelle orecchie delicate con qualche pungente  verit.  I

      buffoni,  invece,  offrono  ai  prncipi  la  sola cosa che questi

      desiderano con tutta l'anima:  delizie come  passatempo,  scherzi,

      risate,   divertimenti.   E   non  dimenticate  anche  questa  non

      trascurabile dote dei folli: solo loro sono schietti e veritieri.

      E che c' mai di pi lodevole della verit? Anche se in Platone un

      detto d'Alcibiade attribuisce la verit al vino e ai fanciulli, si

      tratta tuttavia di un elogio che, in assoluto,  spetta soprattutto

      a me. Ne fa fede Euripide che a me si riferisce col celebre detto:

      "Il  folle dice cose folli".  Il folle porta scritto in faccia,  e

      traduce in parole,  tutto quanto ha nel cuore.  I  saggi,  invece,

      sempre secondo Euripide,  hanno due linguaggi: quello della verit

      e quello dell'opportunismo.  E' loro caratteristica mutare il nero

      in  bianco,  spirando  dalla  medesima  bocca ora il freddo ora il

      caldo,  avendo in fondo al cuore tutt'altro da quello  che  dicono

      nei  loro  artefatti discorsi.  Nella loro fortuna i prncipi a me

      sembrano sotto questo rispetto molto sfortunati: non hanno nessuno

      che dica loro la verit,  e sono costretti  ad  avere  come  amici

      degli adulatori.

      Ma,  si potrebbe osservare,  le orecchie dei prncipi detestano la

      verit e proprio per questo rifuggono dai saggi,  nel  timore  che

      qualcuno  di  lingua  pi sciolta osi dire cose vere piuttosto che

      gradevoli.  Cos : i re non amano  la  verit.  Tuttavia  proprio

      questo  si  volge  mirabilmente  in vantaggio per i miei folli: da

      loro si ascoltano con  piacere,  non  solo  la  verit,  ma  anche

      indubbie insolenze,  a tal punto che,  la stessa cosa, detta da un

      sapiente, gli frutterebbe la morte, detta da un buffone diverte il

      signore oltre ogni dire. La verit,  infatti,  ha  un non so quale

      schietta   capacit   di   piacere,   purch   non  si  accompagni

      all'intenzione di offendere: ma questo  un dono che gli Di hanno

      elargito ai soli folli.

      Sono press'a poco  medesime le  ragioni  per  cui  le  donne,  pi

      inclini  per natura al divertimento e alle frivolezze,  si trovano

      di solito tanto bene con  un  simile  genere  di  uomini.  Perci,

      qualunque  cosa  costoro facciano - anche se a volte sono cose fin

      troppo serie - le donne, tuttavia,  le volgono in scherzo e gioco,

      abili come sono nel mascherare ogni loro trascorso.




      37.  Ma ora torniamo alla felicit dei folli. Trascorsa la vita in

      grande letizia, senza n il timore n il senso della morte,  se ne

      vanno  diritti  ai campi Elisi,  per dilettare anche l,  coi loro

      scherzi, il riposo delle anime pie.

      Paragoniamo quindi la condizione del saggio con quella  di  questo

      buffone. Immagina, per contrapporlo a lui, un modello di sapienza:

      un  uomo che abbia consumato tutta la fanciullezza e l'adolescenza

      a istruirsi in  mille  modi,  perdendo  la  parte  migliore  della

      propria  vita  in  veglie  senza fine,  in affanni e fatiche;  che

      nemmeno in tutto il resto della propria vita abbia mai gustato  un

      istante  di  piacere;   sempre  parco,  povero,  triste,  austero,

      inflessibile con  se  stesso,  fastidioso  e  inviso  agli  altri;

      pallido,  macilento,  cagionevole;  invecchiato e incanutito prima

      del tempo, colto da morte prematura, anche se nulla importa,  dopo

      tutto,  quando  muore  un uomo cos,  che non  mai vissuto.  Ecco

      l'immagine perfetta del sapiente.




      38.  A questo punto,  sento che le rane del Portico si rimettono a

      gracidare contro di me.  "Niente,  dicono,   pi miserevole della

      demenza.  Ma una eminente follia  molto vicina alla demenza,  o 

      demenza  essa  stessa.  Che  cosa  infatti    la demenza,  se non

      l'uscire di senno?  e costoro ne sono  usciti  del  tutto.  "Ors,

      vediamo   di   confutare  con  l'aiuto  delle  Muse  anche  questo

      sillogismo".  Certo il loro ragionamento  sottile,  ma,  come  il

      Socrate platonico, procedendo per divisione, di una Venere e di un

      Cupido ne faceva due,  cos anche i nostri dialettici, se volevano

      apparire  in  senno,   dovevano   distinguere   dissennatezza   da

      dissennatezza. Infatti non ogni follia  fonte di guai. Altrimenti

      Orazio  non  si  sarebbe  chiesto:  "Si  prende  forse gioco di me

      un'amabile follia?",  n Platone avrebbe collocato il delirio  dei

      poeti,  dei vati e degli amanti tra i massimi doni della vita;  n

      la Sibilla avrebbe chiamato folle l'impresa di Enea.

      In verit ci sono due specie di  follia.    Una  scaturisce  dagli

      inferi   tutte  le  volte  che  le  crudeli  dee  della  vendetta,

      scatenando i loro serpenti, suscitano nei cuori dei mortali ardore

      di guerra, o insaziabile sete di oro,  o amore turpe e scellerato,

      parricidio,  incesto, sacrilegio, e altri consimili orrori; oppure

      quando travagliano con le furie  e  le  faci  tremende,  un  animo

      conscio  dei propri delitti.  L'altra,  non ha nulla in comune con

      questa; nasce da me e tutti la desiderano. Si manifesta ogni volta

      che una dolce illusione libera  l'animo  dall'ansia  e  lo  colma,

      insieme,  di mille sensazioni piacevoli.  Proprio questa illusione

      Cicerone,  scrivendo ad Attico,  augura a se stesso come  un  gran

      dono  degli  Di,  per potersi liberare dall'oppressione dei gravi

      mali incombenti.  N aveva torto quell'argivo  che  era  pazzo  al

      punto  da  sedere da solo in teatro per giornate intere,  ridendo,

      applaudendo,  godendosela,  perch credeva vi si  rappresentassero

      tragedie  bellissime,  mentre  non si rappresentava proprio nulla.

      Eppure,  in tutte le altre faccende della vita,  era perfettamente

      normale: cordiale con gli amici, "gentile con la moglie, capace di

      perdonare  ai  servi  e di non dare in escandescenze se il sigillo

      rotto denunciava la bottiglia  aperta".  Guarito  dalle  cure  dei

      familiari  che  gli somministrarono le medicine del caso,  tornato

      del tutto in s,  cos si lamentava con gli amici:  "Per  Polluce!

      m'avete  ammazzato,  amici  miei,  e  non salvato,  privandomi del

      piacere  e  togliendomi  con  la  forza  quella  mia  cos   dolce

      illusione".

      Aveva  ragione:  erano  loro  che  sbagliavano e che,  pi di lui,

      avevano  bisogno  dell'elleboro,   loro  che  credevano  di  dover

      estirpare con le medicine, quasi fosse un malanno, una cos felice

      e piacevole follia.

      Tuttavia  non  ho ancora accertato se qualunque errore del senso o

      della mente meriti il nome di follia.  Se uno  che  ci  vede  poco

      scambia un mulo per un asino, se un altro ammira come un monumento

      di  dottrina  una  rozza  poesia,  non si pu senz'altro chiamarlo

      pazzo.  Ma se uno sbaglia,  non  solo  col  senso,  ma  anche  col

      giudizio della mente,  e questo gli accade sempre e in proporzioni

      insolite, di lui, s,  diremo che ha un ramo di pazzia;  come chi,

      sentendo un asino ragliare,  credesse di ascoltare un meraviglioso

      concerto,  o chi,  povero e di umili origini,  credesse di  essere

      Creso,  re  di Lidia.  Ma quando questa specie di follia,  come di

      solito accade, assume aspetti piacevoli,  di non piccolo diletto,

      sia per coloro che ne sono posseduti,  sia per quelli che stanno a

      vedere senza esserne colpiti.  Si tratta, si badi, di un'affezione

      molto diffusa; pi di quanto di solito si crede. Il pazzo ride del

      pazzo, e a vicenda si offrono diletto. E non di rado vi accadr di

      vedere che, di due pazzi,   il pi pazzo quello che pi si prende

      gioco dell'altro.




      39.  Eppure,  ve lo assicura la Follia in persona, uno  tanto pi

      felice quanto pi la sua follia  multiforme,  purch si  mantenga

      entro  il genere a me peculiare: un genere cos diffuso che non so

      se fra tutti gli uomini se ne  possa  trovare  uno  solo  che  sia

      costantemente  saggio,  e  che sia del tutto immune da una qualche

      forma di pazzia.  La differenza  tutta qui: chi vedendo una zucca

      la  scambia  per  la  moglie,  viene chiamato pazzo perch la cosa

      succede a pochissimi.  Chi invece,  avendo la moglie in comune con

      molti,  giura  che  pi virtuosa di Penelope,  e,  felice del suo

      errore,   orgoglioso di s,  nessuno lo chiama pazzo,  perch  la

      cosa accade spesso e dovunque.

      Appartengono alla confraternita anche coloro che disprezzano tutto

      in confronto ad una partita di caccia,  e vanno dicendo di provare

      un incredibile piacere tutte le volte che sentono  il  suono  cupo

      del  corno  e l'abbaiare dei cani.  Credo che anche gli escrementi

      dei  cani,  quando  li  annusano,  mandino  per  loro  profumo  di

      cinnamomo. E quale dolcezza squartare la selvaggina! L'umile plebe

      pu squartare tori e castrati,  ma sarebbe un delitto farlo con un

      capo di  selvaggina:  questa    prerogativa  di  nobili.  A  capo

      scoperto sta il nobile, piegati i ginocchi, col coltello destinato

      allo  scopo  ( vietato servirsi di uno strumento qualunque),  con

      gesti rituali, in pio raccoglimento,  taglia determinate membra in

      un determinato ordine.  Una folla silenziosa lo circonda, ammirata

      come se assistesse a non so quale nuovo rito,  mentre si tratta di

      uno  spettacolo  visto  e  rivisto.  Se  poi  uno  ha  la  fortuna

      d'assaggiare un bocconcino della preda, crede di avanzare non poco

      in nobilt.  Costoro,  cacciando e cibandosi in  continuazione  di

      selvaggina,  mentre  ottengono  solamente  di trasformarsi press'a

      poco in fiere, si illudono invece di menar vita da re.

      Molto simili sono quanti,  in preda alla frenesia  del  costruire,

      senza  posa  trasformano  il quadrato in rotondo,  o il rotondo in

      quadrato. Procedono ignari di ogni limite e misura finch, ridotti

      in estrema povert,  non hanno pi n tetto n cibo.  Ma  che  gli

      importa   del  dopo?   Intanto,   per  alcuni  anni,   sono  stati

      immensamente felici.

      Molto vicini a costoro, mi pare,  sono quelli che con arti nuove e

      arcane,  tentano di trasformare la natura degli elementi e cercano

      per terra e per mare la quinta essenza. Si nutrono di una speranza

      cos dolce da non  tirarsi  mai  indietro  di  fronte  a  spese  o

      fatiche,  e  con  mirabile  spirito  inventivo  ne  pensano sempre

      qualcuna per ingannarsi una volta di pi e per rivestire l'inganno

      di liete apparenze,  finch,  dato fondo  a  tutto  il  loro,  non

      possono costruire pi niente, nemmeno un fornello. Non per questo,

      tuttavia,  smettono  di sognare i loro bei sogni,  ma spingono con

      tutte le loro forze anche gli altri verso la medesima felicit.  E

      quando  l'ultima  speranza  li ha abbandonati,  resta tuttavia,  a

      consolarli pienamente,  un detto:  le  grandi  cose  basta  averle

      volute.  Accusano  allora  la brevit della vita,  inadeguata alla

      grandezza dell'impresa.

      Sono in dubbio se annoverare nella nostra  congrega  i  giocatori.

      Tuttavia   decisamente uno spettacolo di spassosa follia vedere a

      volte  gente  cos  schiava  del  gioco  da  sentirsi  venire   le

      palpitazioni  appena  giunge  al  loro orecchio il rumore di dadi.

      Quando poi,  obbedendo  al  costante  stimolo  della  speranza  di

      vincere,  vedono naufragare tutta la loro fortuna, infranta contro

      lo scoglio del gioco, ben pi insidioso del Capo Malea,  appena in

      salvo,  nudi di tutto,  per non farsi la fama di uomini poco seri,

      defraudano chiunque,  piuttosto che chi nel gioco li ha  vinti.  E

      che  dire  di  quando,  ormai  vecchi,  con  la vista che vacilla,

      ricorrendo alle lenti,  continuano a giocare?  E quando infine  la

      meritata  gotta  impedisce l'uso delle mani,  arrivano a pagare un

      sostituto che getti sulla tavola,  per loro,  i dadi.  Gran  bella

      cosa  sarebbe  il  gioco,  se  il  pi delle volte non volgesse in

      passione rabbiosa;  ma qui siamo ormai nel regno delle Furie,  non

      nel mio.




      40.  E' senza dubbio della mia pasta, invece, la schiera di quegli

      uomini che si divertono ad ascoltare o narrare storie di  miracoli

      o  di prodigi fantastici e non si stancano mai di ascoltare favole

      in cui si parla di eventi portentosi, di spettri, di fantasmi,  di

      larve,  degl'inferi,  o  di  altre  innumerevoli  cose del genere.

      Quanto pi la favola si scosta dal vero,  tanto pi volentieri  ci

      credono,  tanto  pi  voluttuosamente  le  loro  orecchie  ne sono

      solleticate. Di qui, non solo un apprezzabile passatempo contro la

      noia, ma anche una fonte di guadagno, specialmente per i sacerdoti

      ed i predicatori.

      Sono della stessa razza  quanti  nutrono  la  folle  ma  piacevole

      convinzione  di non essere esposti a morire in giornata,  se hanno

      visto il simulacro ligneo o l'immagine dipinta  di  un  gigantesco

      san  Cristoforo  (il nuovo Polifemo);  o credono di tornare sani e

      salvi dalla battaglia,  se hanno rivolto le debite preghiere  alla

      statua  di  santa  Barbara;  o  di  arricchirsi  in breve rendendo

      omaggio a sant'Erasmo in certi  giorni,  con  speciali  moccoli  e

      determinate  formulette.  In san Giorgio hanno scoperto una specie

      di Ercole e hanno anche un secondo Ippolito.  Quasi adorano il suo

      cavallo  dopo averlo adornato con la massima devozione di falere e

      di borchie,  n risparmiano offerte di ogni sorta per accaparrarsi

      la  benevolenza  del  santo;  giurare  per  il suo elmo di bronzo,

      secondo loro,  proprio degno di un re.

      Che  dire  poi  di  quelli  che,  nella  dolcissima  illusione  di

      immaginarie indulgenze accordate ai loro peccati,  computano quasi

      con l'orologio alla mano il  periodo  da  passare  in  purgatorio,

      numerando secoli,  anni,  mesi,  giorni, ore, secondo una sorta di

      tavola matematica sicura al cento  per  cento.  O  di  quelli  che

      fidando in segni magici o in giaculatorie inventate da qualche pio

      ciurmadore,  o per naturale disposizione,  o a scopo di lucro, non

      pongono limiti alle  loro  speranze:  ricchezze,  onori,  piaceri,

      abbondanza  di tutto,  una salute costantemente ottima,  una lunga

      vita, una vecchiaia vegeta, e, alla fine, nel regno dei cieli,  un

      seggio proprio accanto a Cristo.  Questo,  per, senza fretta, per

      carit;  ben  vengano  le  delizie  dei  beati,  ma  quando,   con

      disappunto,  dovranno  lasciare  i  piaceri  della vita a cui sono

      abbarbicati con le unghie e coi denti.

      Immagina  un  negoziante,   ma  anche  un  soldato,   un  giudice:

      rinunciando a una sola monetina dopo tante ruberie, crede di avere

      lavato   una   volta   per  tutte  il  fango  di  un'intera  vita,

      un'autentica palude di Lerna, e ritiene che tanti spergiuri, tanta

      libidine,  tante ubriacature,  tante risse,  tante  stragi,  tante

      imposture, tante perfidie, tanti tradimenti, siano riscattati come

      in  base  ad  un  regolare  patto,  e riscattati al punto da poter

      ricominciare da zero una nuova catena di delitti.

      E chi  pi folle,  o meglio pi felice,  di quanti recitando ogni

      giorno sette versetti del salterio si ripromettono una beatitudine

      sconfinata?  A  indicare  a  san  Bernardo quei magici versetti si

      crede sia stato un demone faceto,  pi sciocco invero  che  furbo,

      se, poveretto, rimase intrappolato nel suo stesso inganno. Roba da

      matti!  persino io me ne vergogno. Sono cose, tuttavia, che godono

      l'approvazione,  non solo del  volgo,  ma  anche  di  chi  propina

      insegnamenti religiosi.

      O non  forse lo stesso caso di quando ogni regione reclama il suo

      particolare  santo  protettore,  ognuno  coi  suoi poteri,  ognuno

      venerato con determinati riti?  questo fa passare il mal di denti;

      quello assiste le partorienti.  C' il santo che fa recuperare gli

      oggetti rubati,  quello che rifulge benigno al naufrago,  un altro

      che  protegge il gregge;  e via discorrendo.  Troppo lungo sarebbe

      elencarli tutti.  Ve ne sono che da soli possono essere  utili  in

      parecchi casi;  vi ricordo la Vergine, madre di Dio, alla quale il

      volgo attribuisce quasi pi poteri che al figlio.




      41.  Infine,  che cosa chiedono gli uomini a questi santi,  se non

      cose  che sanno di follia?  Fra tanti ex-voto di cui sono zeppe le

      pareti, e persino le volte di certe Chiese,  ne avete mai visti di

      chi  fosse guarito dalla follia,  o che fosse diventato,  sia pure

      uno zinzino, pi saggio? Qualcuno si  salvato a nuoto;  un altro,

      ferito dal nemico,   riuscito a sopravvivere; chi, abbandonato il

      campo mentre gli altri  combattevano,  ne    uscito  con  fortuna

      salvando  anche l'onore;  uno,  con l'aiuto di un santo protettore

      dei  ladri,     caduto  dal  patibolo  per  poter  continuare  ad

      alleggerire delle loro ricchezze quelli che non le meritano. Chi 

      fuggito  dal  carcere forzando la porta;  un altro  guarito dalla

      febbre con disappunto del medico;  a uno la bevanda velenosa non 

      stata letale,  perch,  sciogliendogli il corpo,  gli  servita da

      medicina, con scarsa soddisfazione della moglie che si era data da

      fare per niente. Un uomo, pur essendoglisi rovesciato il carro, ha

      riportato sani e salvi i cavalli.  Un altro ancora,  rimasto sotto

      le macerie,   sopravvissuto;  uno,  infine, colto sul fatto da un

      marito,  riuscito a svignarsela.

      Nessuno che renda grazie per essere stato  guarito  dalla  pazzia.

      Gran  bella  cosa mancare di senno,  se i mortali tutto deprecano,

      fuori che la follia.  Ma perch poi mi vado a cacciare  in  questo

      mare di superstizioni?  "Cento lingue,  cento bocche,  un'ugola di

      ferro,  non mi basterebbero a enumerare tutte le variet di pazzi,

      a elencare tutte le forme di follia." (Virgilio,  "Eneide"). A tal

      punto la cristianit intera trabocca di vaneggiamenti del  genere;

      e  i  sacerdoti  stessi sono pronti ad ammetterle e incoraggiarle,

      non ignorando il guadagno che di solito  ne  viene.  Se  per  nel

      frattempo  qualche  odioso  saggio  si levasse a dire le cose come

      stanno - "morirai bene,  se  bene  hai  vissuto;  laverai  i  tuoi

      peccati,  se  all'offerta  di una moneta aggiungerai il pentimento

      con lacrime, veglie, preghiere, digiuni, e un radicale cambiamento

      di vita;  avrai la protezione di questo Santo,  se ne imiterai  la

      vita"  -;  se  quel  saggio  si mettesse a ripetere queste cose ed

      altre del genere,  vedresti in quale sgomento farebbe  precipitare

      le anime dei mortali, prima cos colme di letizia!

      Rientrano  in  questa  congrega coloro che da vivi stabiliscono la

      pompa del proprio funerale con tanta cura da  indicare  il  numero

      delle  torce,  degli  incappati,  dei cantori,  dei lamentatori di

      mestiere,  come  se  dovessero  avere  un  qualche  sentore  dello

      spettacolo,  o  se  da  morti  potessero  vergognarsi  qualora  il

      cadavere  non  fosse  sepolto  con  la  debita   magnificenza,   a

      somiglianza  di  chi,  elevato  ad  una  carica,  si  preoccupa di

      organizzare giochi e banchetto.




      42.  Per quanto cerchi di non dilungarmi,  non  riesco  proprio  a

      passare  sotto  silenzio coloro che,  in nulla diversi dall'ultimo

      ciabattino,  si compiacciono tuttavia oltremodo di un vano  titolo

      nobiliare.  Chi, a sentir lui, discende da Enea, chi da Bruto, chi

      da Arturo;   mostrano da  ogni  parte  gli  antenati  in  effigie,

      ritratti  da  scultori  e  pittori.  Ti enumerano uno dopo l'altro

      bisavoli e trisavoli ricordandone gli antichi  soprannomi,  mentre

      per  parte  loro non dicono molto di pi di una muta statua,  anzi

      dicono meno dei ritratti che ostentano.  E tuttavia il dolce amore

      di  s  li fa vivere in perfetta letizia.  N mancano gli sciocchi

      che guardano a questa razza di animali come se fossero divinit.

      Ma perch perdermi a  parlare  dell'una  o  dell'altra  specie  di

      gente, come se dappertutto la nostra Filauta non fosse per tanti,

      e nelle forme pi inattese, fonte di grandissima felicit?

      Questo  qui  pi brutto di una scimmia,  e si crede un Nireo.  Un

      altro,  appena ha tracciato  tre  linee  col  compasso,  si  crede

      Euclide. Un altro ancora, che sta come un asino davanti alla lira,

      ed  ha  mezzi  vocali degni di un gallo in amore quando si avventa

      sulla gallina, s'immagina di essere un secondo Ermogene.  Un posto

      a parte merita quell'ineffabile genere di follia per cui tanti, se

      uno  dei  loro  servi  ha delle doti,  se ne gloriano come di cosa

      propria. Come quel riccone doppiamente felice di cui parla Seneca,

      che, se doveva raccontare una storiella,  teneva d'intorno i servi

      perch gli suggerissero i nomi;  e, fidando nel fatto di averne in

      casa tanti assai ben piantati,  pur essendo cos debole da reggere

      l'anima coi denti, non avrebbe esitato a cimentarsi in una gara di

      pugilato.

      A  che  ricordare  chi  fa  professione di artista?  La filauta 

      peculiare a tutta questa gente a tal segno,  che faresti  prima  a

      trovarne  uno  disposto  a  cedere  il  campicello  paterno  che a

      rinunziare al suo talento,  soprattutto nell'ambito degli  attori,

      dei  cantori,  degli oratori e dei poeti.  Quanto pi uno lascia a

      desiderare,  tanto pi  arrogante  nell'autocompiacimento,  tanto

      pi  si  vanta,  tanto pi si gonfia.  Il simile ama il simile,  e

      quanto meno si vale tanto pi si  ammirati;  i pi  vanno  sempre

      dietro alle cose peggiori, perch, come ho detto, la maggior parte

      degli  uomini    soggetta  alla  follia.  Quindi,  se  chi   pi

      ignorante  pi contento di s e ha pi largo successo,  cosa  mai

      lo  dovrebbe  indurre ad optare per una cultura autentica,  che in

      primo luogo gli  costerebbe  parecchio,  e  in  secondo  luogo  lo

      renderebbe  pi fragile e pi timido;  e,  infine,  restringerebbe

      sensibilmente la cerchia dei suoi ammiratori.




      43.  Mi rendo conto che la natura,  come ha infuso un amor proprio

      particolare  nei singoli individui,  ne ha instillato uno comune a

      tutti i cittadini di ciascuna nazione,  e starei per dire  di  una

      stessa  citt.  Di  qui  la  pretesa degli Inglesi di primeggiare,

      oltre che nel resto, sul piano della bellezza, della musica, delle

      laute mense;  gli  Scozzesi  vantano  nobilt,  parentele  regali,

      nonch   dialettiche  sottigliezze;   i  Francesi  rivendicano  la

      raffinatezza dei costumi;  i Parigini pretendono  la  palma  della

      scienza  teologica  vantandone  un  possesso quasi esclusivo;  gli

      Italiani  affermano  la   loro   superiorit   nelle   lettere   e

      nell'eloquenza; e si cullano tutti nella dolcissima convinzione di

      essere i soli non barbari fra i mortali.  Primi,  in questo genere

      di felicit,  sono i Romani,  ancora immersi nei bellissimi  sogni

      dell'antica Roma;  quanto ai Veneti,  si beano del prestigio della

      loro nobilt.  I Greci,  quali inventori delle  arti,  si  vantano

      delle  antiche  glorie  dei  loro famosi eroi;  i Turchi,  e tutta

      quella massa di autentici barbari,  pretendono il primato anche in

      fatto   di   religione   e   quindi   deridono  i  cristiani  come

      superstiziosi.  Molto pi  gustoso    il  caso  degli  Ebrei  che

      aspettano  sempre incrollabili il proprio Messia,  e ancor oggi si

      tengono aggrappati al loro Mos;  gli Spagnoli  non  la  cedono  a

      nessuno  in  fatto di gloria militare;  i Tedeschi si compiacciono

      dell'alta statura e della conoscenza della magia.




      44.  Senza andare dietro ai casi particolari,  vi  rendete  conto,

      penso,  di quanto piacere venga dalla Filauta agli individui e ai

      mortali in genere. Le sta quasi alla pari la sorella Adulazione.

      La filauta, infatti,  consiste nell'accarezzare se stessi;  se si

      accarezza  un  altro,   si  tratta  di  adulazione.   Oggi,  per,

      l'adulazione non gode buona fama;  ma questo fra coloro per cui le

      parole  valgono pi delle cose.  Ritengono che l'adulazione non si

      pu accompagnare alla fedelt, mentre potrebbero rendersi conto di

      quanto sbagliano,  solo se guardassero all'esempio che viene dalle

      bestie.  Chi, infatti, pi adulatore del cane? e, al tempo stesso,

      chi pi fedele? Chi  pi carezzevole dello scoiattolo? ma chi pi

      di lui amico dell'uomo? A meno che non si vogliano considerare pi

      utili all'uomo i fieri leoni,  e le  crudeli  tigri,  o  i  feroci

      leopardi.  Anche  se  vero che c' una forma d'adulazione davvero

      perniciosa con cui taluni, perfidamente beffando i poveri ingenui,

      li portano alla rovina. Questa mia adulazione,  invece,  ha radice

      in  un  certo  bonario candore ed  molto pi vicina alla virt di

      quella durezza e severit ruvida e stizzosa,  di cui parla Orazio,

      e che si suole contrapporle.  La mia adulazione rincuora gli animi

      abbattuti,   raddolcisce  la  tristezza,   riscuote  dall'inerzia,

      sveglia  gli  ottusi,  d  sollievo ai malati,  mitiga i violenti,

      mette pace fra gli innamorati e  ne  conserva  la  buona  armonia.

      Attira  i fanciulli allo studio delle lettere,  rallegra i vecchi,

      ammonisce ed ammaestra i prncipi senza offenderli,  sotto  specie

      di  lodarli.  Insomma,  fa  in  modo  che  ciascuno  sia di s pi

      contento e a s pi  caro,  il  che    parte  della  felicit,  e

      addirittura  la parte pi importante.  Che cosa pu esservi di pi

      gentile di due muli che si grattano a vicenda?  Per non aggiungere

      che questa mia adulazione  una  notevole  parte  della  celebrata

      eloquenza,  e costituisce la parte maggiore della medicina;  della

      poesia poi  la componente massima.  Ed  miele  e  condimento  di

      tutte le relazioni umane.




      45.  Ma  male, dicono, essere ingannati; c' molto di peggio: non

      essere ingannati.  Sono,  infatti,  proprio privi  di  buon  senso

      quanti  ripongono  la  felicit dell'uomo nelle cose stesse.  Essa

      dipende dal nostro modo di vederle.  Infatti tale   l'oscurit  e

      variet  delle  cose umane che niente si pu sapere con chiarezza,

      come giustamente affermano i miei Accademici,  i meno  presuntuosi

      dei filosofi.

      Se   poi   qualcosa   si  pu  sapere,   spesso  abbiamo  poco  da

      rallegrarcene. L'animo umano, infine,   fatto in modo tale che la

      finzione lo domina molto pi della verit.  Chi ne volesse trovare

      una prova facilmente accessibile,  potrebbe  andare  in  Chiesa  a

      sentir  prediche:  qui,   se  il  discorso  si  fa  serio,   tutti

      sonnecchiano, sbadigliano, si annoiano. Ma, se l'urlatore di turno

      ( stato un lapsus,  volevo dire l'oratore),  come spesso succede,

      prende  le  mosse  da qualche storiella da vecchierelle,  tutti si

      svegliano,  si tirano su,  stanno a sentire a  bocca  aperta.  Del

      pari,  se  c'  un  Santo  leggendario e poetico - per esempio San

      Giorgio,  o San Cristoforo,  o Santa Barbara - lo vedrete venerare

      con  molto  maggiore  piet  di San Pietro,  e San Paolo,  e dello

      stesso Ges Cristo.  Ma di questo,  qui  non    il  luogo.  Costa

      veramente  poco  conquistare la felicit illusoria che dicevo!  Le

      cose vere,  anche le meno rilevanti,  come la grammatica,  costano

      tanta fatica.  Un'opinione, invece, costa cos poco, e alla nostra

      felicit giova altrettanto, se non di pi. Se, per esempio, uno si

      ciba di pesce in salamoia andato a male,  di cui un altro  neppure

      potrebbe sopportare il puzzo, mentre per lui sa d'ambrosia, di' un

      po',  che cosa mai gl'impedisce di godersela?  Al contrario,  se a

      uno lo storione d la nausea,  che razza di piacere ne trarr?  Se

      una  moglie  decisamente  brutta  al  marito  sembra tale da poter

      gareggiare con la stessa Venere,  non sar  forse  come  se  fosse

      bella   davvero?    Se   uno   contempla   ammirato   una   tavola

      impiastricciata di rosso e di giallo, persuaso di trovarsi davanti

      ad un dipinto di Apelle o di Zeusi,  non sar forse pi felice  di

      chi  ha  comprato a caro prezzo un'opera di quegli artisti per poi

      gustarla forse con minore passione?  Conosco un tale che si chiama

      come  me,  e  che  alla  sposa  novella  don  alcune  gemme false

      facendogliele credere,  con la  parlantina  che  aveva,  non  solo

      assolutamente vere, ma anche rare e di valore inestimabile.

      Ditemi  un po',  che differenza c'era per la fanciulla,  visto che

      quei pezzetti di vetro rallegravano altrettanto i suoi occhi e  il

      suo   cuore,   se   conservava  gelosamente  presso  di  s  delle

      sciocchezzuole di  nessun  valore  come  se  fossero  chiss  qual

      tesoro?   Il  marito,   frattanto,  evitava  una  spesa  e  godeva

      dell'illusione della moglie che  gli  era  grata  come  se  avesse

      ricevuto doni di gran pregio.

      Che  differenza  pensate  vi  sia  fra coloro che nella caverna di

      Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza

      desideri,  paghi della propria  condizione,  e  il  sapiente  che,

      uscito dalla caverna,  vede le cose vere? Se il Micillo di Luciano

      avesse potuto continuare a sognare  in  eterno  il  suo  sogno  di

      ricchezza,   che  motivo  avrebbe  avuto  di  desiderare  un'altra

      felicit? La condizione dei folli, perci, non differisce in nulla

      da quella dei savi,  o,  meglio,  se  in  qualcosa  differisce,  

      preferibile.  Innanzitutto perch la loro felicit costa ben poco:

      solo un piccolo inganno di s.




      46. E poi perch ne godono insieme con moltissimi, e "non c' bene

      di cui si possa godere davvero se  non  si  ha  qualcuno  con  cui

      dividerlo"  (Seneca,  "Epistulae  morales").  E  chi non sa quanto

      pochi sono i sapienti,  se pur qualcuno ve n'?  In tanti secoli i

      Greci ne contano in tutto sette, e anche di questi, per Ercole, se

      si  andasse  a guardare meglio,  nessuno,  ho paura,  risulterebbe

      sapiente a met, e forse neppure per un terzo.

      Perci,  se dei molti meriti di Bacco giustamente si considera  il

      pi  importante  la  capacit  di  scacciare gli affanni,  e anche

      questo solo  finch,  appena  smaltita  la  sbornia,  gli  affanni

      tornano all'assalto - come dicono,  su bianchi destrieri  - quanto

      pi completo ed efficace il mio beneficio per cui l'animo,  in una

      ebbrezza perenne,  senza nessuna fatica,  si riempie di gioia,  di

      piaceri, di esultanza! N lascio alcun mortale privo del mio dono,

      mentre i doni degli altri Di vanno ora a questo ora a quello.

      Non sgorga dappertutto,  a scacciare gli affanni,  un  dolce  vino

      generoso, fecondo di speranze.

      A pochi la bellezza, dono di Venere; meno ancora sono quelli a cui

      tocca l'eloquenza, dono di Mercurio; non molti hanno in sorte, col

      favore  di  Ercole,  le  ricchezze,  n il Giove omerico concede a

      tutti l'imperio.  Spesso Marte nega il suo appoggio ad entrambi  i

      contendenti.  Parecchi  lasciano  il  tripode  di  Apollo  con  la

      tristezza in cuore.  Il figlio di Saturno scaglia  spesso  i  suoi

      fulmini; a volte Febo coi suoi dardi diffonde la peste. Nettuno ne

      uccide pi di quanti ne salva;  per non menzionare cotesti Veiovi,

      Plutoni, Sventure, Pene, Febbri,  e simili,  che non sono divinit

      ma  carnefici.  Io,  la  Follia,  sono  la  sola a stringere tutti

      ugualmente in cos generoso abbraccio.




      47.  Non voglio preghiere  e  non  mi  sdegno  per  avere  offerte

      espiatorie,   se  qualche  particolare  del  cerimoniale    stato

      trascurato.  Se,  quando tutti gli altri  Di  sono  invitati,  mi

      lasciano  a  casa  non  permettendomi  neanche di annusare il buon

      odore delle vittime, non ne faccio una tragedia. Quanto agli altri

      Di,  invece,  sono cos suscettibili che quasi meglio  sarebbe  -

      senza  dubbio  sarebbe  pi prudente - lasciarli perdere piuttosto

      che venerarli.  Come certi uomini,  cos difficili ed  irritabili,

      che    preferibile  non  conoscerli  affatto piuttosto che averli

      amici.

      Nessuno, dicono, offre sacrifici o innalza templi alla Follia.  Di

      questa ingratitudine,  come dicevo,  un poco mi stupisco, anche se

      poi, col buon carattere che mi ritrovo, ci passo sopra. D'altronde

      onori del genere esulano dai  miei  desideri.  Perch  mai  dovrei

      desiderare un pugno di incenso, una focaccia, un becco o un porco,

      quando  gli  uomini  di  tutto  il mondo mi tributano un culto che

      persino dai teologi viene tenuto nel massimo pregio!  A  meno  che

      non  debba  mettermi ad invidiare Diana perch riceve sacrifici di

      sangue umano!  Io ritengo di essere  venerata  col  massimo  della

      devozione quando tutti gli uomini, come di fatto succede, mi hanno

      in  cuore  e modellano su di me i loro costumi,  le loro regole di

      vita.  Una forma di culto  che  non    frequente  neppure  fra  i

      cristiani.

      Quanti sono,  infatti, coloro che accendono alla Vergine, madre di

      Dio,  un candelotto,  magari a mezzogiorno,  quando proprio non ce

      n'  bisogno!  D'altra  parte,  quanto pochi cercano d'imitarne la

      castit,  la modestia,  l'amore per il regno dei cieli!  Mentre  

      questo alla fine il vero culto,  il pi gradito agli abitatori del

      cielo.  Inoltre,  perch mai dovrei desiderare un  tempio,  quando

      l'universo  il mio tempio?  e un gran bel tempio, se non erro. N

      mi mancano i devoti, se non dove mancano gli uomini.  N sono cos

      sciocca  da  andare in cerca di statue di pietra dipinte a colori,

      che spesso nuocciono al nostro culto perch i pi  ottusi  adorano

      le immagini invece delle divinit,  mentre a noi capita quello che

      di  solito  succede   a   quanti   sono   soppiantati   dai   loro

      rappresentanti.  Io  credo  di  avere tante statue quanti sono gli

      uomini che, anche senza volere, mostrano nel volto la mia immagine

      vivente.  Non ho nulla da invidiare agli  altri  Di,  se  vengono

      venerati  chi in un cantuccio della terra chi in un altro,  e solo

      in giorni determinati, come Febo a Rodi,  Venere a Cipro,  Giunone

      ad Argo,  Minerva ad Atene,  Giove sull'Olimpo, Nettuno a Taranto,

      Priapo a Lampsaco.  A me il mondo intero offre senza sosta vittime

      ben pi pregiate.




      48.  Se  qualcuno  giudica  questo mio discorso pi baldanzoso che

      veritiero,  andiamo un po' a vedere la vita stessa  degli  uomini,

      per mettere in chiaro quanto mi devono, e in che conto mi tengono,

      tanto i potenti come i poveri diavoli.

      Non  esamineremo  la vita di uomini qualunque,  si andrebbe troppo

      per le lunghe, ma solo quella di personaggi segnalati, da cui sar

      facile giudicare gli altri.  Che importa infatti parlare del volgo

      e  del popolino che,  al di l di ogni discussione,  mi appartiene

      senza eccezioni? Tante, infatti, sono le forme di follia di cui da

      ogni parte il popolo trabocca,  tante  ne  inventa  di  giorno  in

      giorno, che per riderne non basterebbero mille Democriti, anche se

      poi,  per  quegli  stessi  Democriti,  ci vorrebbe ancora un altro

      Democrito. E' quasi incredibile quanti motivi di riso, di scherzo,

      di piacevole svago,  i poveracci offrono agli Di.  Agli  Di  che

      dedicano le ore antimeridiane,  quando ancora non sono ubriachi, a

      litigiose discussioni  e  all'ascolto  delle  preghiere.  Ma  poi,

      quando sono ebbri di nettare,  e non hanno pi voglia di attendere

      a faccende serie,  seduti nella  parte  pi  alta  del  cielo,  si

      chinano  a  guardare cosa fanno gli uomini.  N c' spettacolo che

      gustino di pi. Dio immortale! quello s che  teatro! Che variet

      nel tumultuoso agitarsi dei pazzi!  Io stessa,  infatti,  talvolta

      vado  a sedermi nelle file degli Di dei poeti.  Questo si strugge

      d'amore per una donnetta,  e quanto meno  riamato tanto  pi  ama

      senza speranza.  Quello sposa la dote e non la donna.  Quell'altro

      prostituisce la sposa, mentre un altro ancora, roso dalla gelosia,

      tiene gli occhi aperti come Argo.  Quali spettacolari  sciocchezze

      dice e fa qualcuno in circostanze luttuose, arrivando a pagare dei

      professionisti perch recitino la commedia del compianto!  C' chi

      piange sulla tomba della matrigna,  e chi spende tutto ci che pu

      racimolare  per  impinguarsi  il  ventre,  a rischio,  magari,  di

      ridursi in breve a morire di fame.  Qualcuno pone in cima ai  suoi

      pensieri  il sonno e l'ozio.  C' chi si prodiga con ogni cura per

      gli affari degli altri mentre trascura i propri, e chi,  preso nel

      giuoco dei debiti,  prossimo a fallire,  si crede ricco del denaro

      altrui;  un altro pone all'apice della sua felicit morire  povero

      pur di arricchire l'erede.  Questi per un guadagno modesto,  e per

      giunta incerto,  corre tutti i mari,  affidando la  vita,  che  il

      denaro  non  ricompra,  alle  onde  e ai venti;  quello preferisce

      cercare di arricchirsi in guerra piuttosto che starsene al  sicuro

      in casa sua.  Ci sono di quelli che credono si possa arrivare alla

      ricchezza senza la minima fatica andando a caccia di vecchi  senza

      eredi;  n manca chi, in vista dello stesso risultato, opta per un

      legame con vecchiette danarose.  Gli uni e gli altri offrono  agli

      Di  che  stanno  a  guardare uno spettacolo oltremodo divertente,

      quando  si  fanno  abbindolare  proprio  da  coloro  che  vogliono

      intrappolare.  La razza pi stolta e abietta  quella dei mercanti

      che,  pur trattando la pi sordida delle faccende e nei  modi  pi

      sordidi,  pur mentendo,  spergiurando,  rubando,  frodando a tutto

      spiano,  si credono da  pi  degli  altri  perch  hanno  le  dita

      inanellate  d'oro.  N mancano di adularli certi fraticelli che li

      ammirano e li chiamano apertamente venerabili, senza dubbio perch

      una piccola parte degli illeciti profitti  vada  a  loro.  Altrove

      puoi  vedere dei Pitagorici,  a tal segno convinti della comunanza

      dei beni, che, se trovano qualcosa d'incustodito,  tranquillamente

      se  ne  appropriano come l'avessero ricevuto in eredit.  C' chi,

      ricco solo di speranze, sogna la felicit, e gi questo sogno, per

      lui,   la felicit.  Taluni si  compiacciono  di  essere  creduti

      ricchi,  mentre  a  casa  loro muoiono di fame.  Uno si affretta a

      dilapidare tutto quello che possiede;  un altro accumula con mezzi

      leciti e illeciti. Questo si fa portare candidato perch ambisce a

      pubbliche cariche, quello  contento di starsene accanto al fuoco.

      E  sono  tanti  quelli  che  intentano  interminabili cause e che,

      portatori di opposti interessi,  fanno a gara  per  arricchire  il

      giudice che accorda rinvii,  e l'avvocato che  in combutta con la

      parte avversa.  Uno ha la mania di rinnovare il  mondo,  un  altro

      propende  per  il  grandioso.   C'  chi,  senza  nessuna  ragione

      d'affari, lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a

      Roma, a San Giacomo di Compostella.

      Insomma,  se,  come  una  volta  Menippo  dalla  Luna,   potessimo

      contemplare  dall'alto  gli  uomini  nel loro agitarsi senza fine,

      crederemmo di  vedere  uno  sciame  di  mosche  e  di  zanzare  in

      contrasto fra loro,  intente a combattersi, a tendersi tranelli, a

      rapinarsi a vicenda, a scherzare, a giocare, nell'atto di nascere,

      di cadere, di morire. Si stenta a credere che razza di terremoti e

      di tragedie pu provocare un animaletto cos piccino e destinato a

      vita cos breve. Infatti,  di tanto in tanto,  un'ondata anche non

      grave  di  guerra  o  di  pestilenza  ne  colpisce  e ne distrugge

      migliaia e migliaia.




      49. Sarei io stessa un'autentica pazza, e meriterei proprio di far

      ridere Democrito a pi non posso, se continuassi ad elencare tutte

      le forme di stolta pazzia proprie del volgo. Mi rivolger a quelli

      che fra i mortali vestono l'abito della sapienza e,  come si dice,

      aspirano al famoso ramo d'oro.

      Fra  loro  al  primo posto stanno i grammatici,  che sarebbero per

      certo la gena pi calamitosa,  pi lugubre,  pi invisa agli Di,

      se  non ci fossi io a mitigare,  con una dolce forma di follia,  i

      guai di quella infelicissima professione. Su di essi, infatti, non

      pesano solo le cinque maledizioni di cui parla l'epigramma  greco,

      ma  tante,  tante di pi: sempre affamati,  sempre sporchi,  se ne

      stanno nelle loro scuole, e le ho chiamate scuole, ma avrei dovuto

      dire luoghi dove si lavora come schiavi,  camere di  tortura;  fra

      turbe  di  ragazzi  invecchiano  nella  fatica;   assordati  dagli

      schiamazzi,  imputridiscono nel puzzo e nel  sudiciume;  tuttavia,

      per  mio  beneficio,  avviene  che  si  ritengano  i primi tra gli

      uomini. Sono cos contenti di s,  quando col volto truce e con la

      voce  minacciosa  atterriscono  la  tremebonda folla degli alunni;

      quando  le  suonano  a  quei  disgraziati  con  sferze,  verghe  e

      scudisci,  e  in  tutti i modi incrudeliscono a loro capriccio,  a

      imitazione del famoso asino  di  Cuma.  Intanto,  per  loro,  quel

      sudiciume    la  quintessenza  del  nitore,   quel  puzzo  sa  di

      maggiorana, quell'infelicissima schiavit  pari a un regno, a tal

      punto che rifiuterebbero di scambiare la loro tirannide col potere

      di Falaride o di Dionigi.  Ma anche pi felici si sentono per  non

      so quale convinzione di essere dei dotti.  Mentre ficcano in testa

      ai ragazzi madornali sciocchezze, tuttavia, Dio buono, di fronte a

      chi,   Palemone  o  Donato  che  sia,   non  ostentano  sprezzante

      superiorit?  E  con  non  so  quali trucchi riescono a meraviglia

      nell'intento di apparire al re sciocche mammine e ai  padri  scemi

      pari all'opinione che hanno di s.

      C'  poi un'altra fonte di piacere: quando uno di loro scova in un

      foglio ammuffito il nome della madre di Anchise,  o una  paroletta

      di uso non comune,  BUBSEQUA,  BOVINATOR o MANTICULATOR, o quando,

      scavando da qualche parte, tira fuori un frammento di antico sasso

      che porta un'iscrizione mutila.  O Giove,  che esplosioni di gioia

      allora,  che trionfi, che elogi! come se avesse messo in ginocchio

      l'Africa,  o espugnato Babilonia!  E che diremo  di  quando  vanno

      sbandierando a tutto spiano i loro insulsissimi versiciattoli, che

      non  mancano peraltro di ammiratori?  credono ormai che lo spirito

      di Virgilio sia penetrato in loro.  Ma la scena pi divertente  si

      ha  quando  si scambiano lodi e complimenti,  e a vicenda si danno

      una lisciatina.  Se poi uno di loro incappa in  un  lapsus,  e  un

      altro pi avveduto per caso se ne accorge,  allora s, per Ercole,

      che ne viene fuori una tragedia a base di polemiche, di litigi, di

      ingiurie!  Possano tutti i grammatici volgersi contro  di  me,  se

      mento.

      Ho  conosciuto una volta un tale,  dotto in svariati campi: sapeva

      di greco, di latino, di matematica, di filosofia,  di medicina,  e

      questo  a  livello  superiore.  Ormai sessantenne,  messo da parte

      tutto il resto,  da oltre vent'anni si tormenta sulla  grammatica,

      ritenendo  di poter essere felice se vivr abbastanza da stabilire

      con certezza come vadano distinte  le  otto  parti  del  discorso;

      finora  nessuno,  n  dei  Greci  n  dei  Latini,  ci   riuscito

      pienamente.  Di qui quasi un  caso  di  guerra  se  uno  considera

      congiunzione  una  locuzione  avverbiale.   A  questo  modo,   pur

      essendovi tante grammatiche quanti grammatici, anzi di pi se solo

      il mio amico Aldo Manuzio ne ha pubblicate pi di  cinque,  questo

      tale  non  tralascia  di  leggerne  ed  esaminarne  minuziosamente

      nessuna,  per barbara o goffa che sia nello stile.  Guarda infatti

      con  sospetto  chiunque  faccia in materia un tentativo,  sia pure

      insignificante,  attanagliato com' dalla paura  che  qualcuno  lo

      privi della gloria,  rendendo vane cos annose fatiche.  Preferite

      chiamarla follia o stoltezza?  A me  poco  importa,  purch  siate

      disposti  a  riconoscere  che,  per  mio beneficio,  l'animale pi

      infelice di tutti pu attingere tale una felicit  da  non  volere

      scambiare la propria sorte neppure con quella dei re persiani.




      50. Meno mi devono i poeti, che pure appartengono apertamente alle

      mie  schiere,  libera  schiatta  come sono,  secondo il proverbio,

      tutti presi dall'impegno  di  sedurre  l'orecchio  dei  pazzi  con

      autentiche  sciocchezze  e  storielle risibili.  Fidando in questi

      mezzi,   mirabile  a  dirsi,   promettono  immortalit  e   divina

      beatitudine a se stessi e anche agli altri.  A costoro soprattutto

      sono legate Filauta e Kolaka, che da nessun'altra stirpe mortale

      ricevono un culto  altrettanto  schietto  e  costante.  Quanto  ai

      retori,   bench  prevarichino  un  poco  con  la  complicit  dei

      filosofi, fanno parte anche loro della nostra confraternita. Molte

      cose lo dimostrano,  ma una in primo luogo: che,  a parte le altre

      sciocchezze,  tanto  hanno scritto e con tanto impegno a proposito

      dell'arte di scherzare.  E  l'autore,  chiunque  esso  sia,  della

      RETORICA AD ERENNIO, annovera la follia tra le variet di facezie;

      Quintiliano poi,  che in questo campo  di gran lunga il migliore,

      ci ha dato sul riso un capitolo pi lungo dell'ILIADE.  Tanto essi

      valorizzano  la follia che spesso quando sono a corto d'argomenti,

      cercano una scappatoia nel riso.  A meno di negare che sia proprio

      della  follia  suscitare  ad  arte  pazze  risate dicendo cose che

      appunto, fanno ridere.

      Nella  stessa  schiera  rientrano  quelli  che  aspirano  a   fama

      immortale  pubblicando  libri.  Mi devono tutti moltissimo,  ma in

      particolare  coloro  che  imbrattano  i   fogli   con   autentiche

      sciocchezze. Gli eruditi, infatti, che scrivono per pochi dotti, e

      che  non  rifiutano  per  giudici  n  Persio  n Lelio,  a me non

      sembrano punto felici,  ma piuttosto degni di piet,  perch senza

      posa si arrovellano a fare giunte, mutamenti, tagli, sostituzioni.

      Riprendono, limano; chiedono pareri; lavorano a una cosa anche per

      nove anni, e non sono mai contenti; a cos caro prezzo comprano un

      premio da nulla quale  la lode, e lode di pochissimi, per di pi:

      la pagano con tante veglie,  con tanto spreco di sonno - il sonno,

      la pi dolce delle cose! - con tanta fatica, con tanto sacrificio.

      Aggiungi il danno della salute, la bellezza che se ne va,  il calo

      della vista,  o addirittura la cecit, la povert, l'invidia degli

      altri,  la rinuncia ai piaceri,  la senescenza precoce,  la  morte

      prematura; e chi pi ne ha, pi ne metta. Il sapiente crede che ne

      valga  la  pena:  mali  s gravi in cambio del plauso di uno o due

      cisposi.  Quanto pi felice il delirio dello scrittore mio seguace

      quando, senza starci punto a pensare, solo col modico spreco di un

      po'  di  carta,   seguendo  l'ispirazione  del  momento,   traduce

      prontamente in scrittura tutto quanto  gli  passa  per  la  testa,

      anche i sogni, sapendo che pi sciocche saranno le sciocchezze che

      scrive,  e  pi trover consenso nella maggioranza,  cio in tutti

      gli stolti e ignoranti.  Che importa il disprezzo  di  tre  dotti,

      ammesso  che le leggano?  e che peso pu avere il giudizio di cos

      pochi sapienti,  se a contrastarlo c' una folla cos  sconfinata?

      Ma   ancora  pi  avveduti  si  rivelano  coloro  che  pubblicano,

      spacciandoli  per  propri,   gli  scritti   altrui   e   valendosi

      dell'apparenza  trasferiscono sulla propria persona una gloria che

       frutto del faticoso impegno d'altri;  fidano su questo,  che  se

      anche  saranno  accusati di plagio,  tuttavia,  per qualche tempo,

      avranno tratto vantaggio dall'inganno.

      Vale la pena di vedere come sono soddisfatti di s quando la gente

      li elogia,  quando li  segna  a  dito  nella  folla:  "E  lui!  lo

      scrittore  famoso!";  quando  i  loro  libri  stanno  in mostra in

      libreria,  quando in cima a ogni pagina si leggono quei tre  nomi,

      soprattutto  se  stranieri e con un sapore di magia.  Ma cosa sono

      poi,  buon Dio,  se  non  dei  nomi?  E  quanto  pochi  saranno  a

      conoscerli,  se si pensa a quant' grande il mondo; e meno ancora,

      poi,  saranno a lodarli,  perch anche gli ignoranti  hanno  gusti

      diversi.  Che dite degli stessi nomi, non di rado fittizi e tratti

      dai libri degli antichi?  Chi si compiace di  chiamarsi  Telemaco,

      chi  Steleno  o Laerte;  chi Policrate e chi Trasimaco,  tanto che

      ormai potremmo benissimo  chiamarli  camaleonte  o  zucca,  oppure

      indicare  i libri con le lettere dell'alfabeto,  secondo l'uso dei

      filosofi.

      Eppure pi di tutto diverte vederli,  sciocchi  e  ignoranti  come

      sono,  impegnati a scambiare con altri,  sciocchi e ignoranti come

      loro,  lettere e versi elogiativi,  encomi.  In questi  scambi  di

      lodi,  chi diventa un Alceo e chi un Callimaco;  chi  superiore a

      Cicerone e chi pi dotto di Platone. A volte, per accrescere nella

      gara la loro fama, creano un avversario, e "il pubblico,  incerto,

      non sa quale partito prendere",  finch ne escono tutti vittoriosi

      e lasciano il campo da trionfatori.

      I saggi ridono di queste cose come di solenni sciocchezze,  e tali

      sono. Chi lo nega? Ma intanto, per merito mio, quelli se la godono

      e  non  scambierebbero  i  loro  trionfi  neppure con quelli degli

      Scipioni. Gli stessi dotti, del resto,  mentre ridono divertendosi

      un  mondo e godono della follia altrui,  contraggono anch'essi con

      me un gran  debito;  n  possono  negarlo,  se  non  sono  proprio

      degl'ingrati.




      51.  Fra  gli  eruditi  il primo posto spetta ai giureconsulti,  e

      nessuno pi di loro  soddisfatto di s quando,  impegnati in  una

      fatica di Sisifo,  formulano leggi a migliaia,  non importa a qual

      proposito, e aggiungendo glosse a glosse,  pareri a pareri,  fanno

      in  modo da presentare lo studio del diritto come il pi difficile

      fra tutti. Attribuiscono infatti titolo di nobilt a tutto ci che

      costa fatica.

      Accanto ai giuristi collochiamo i  dialettici  e  i  sofisti,  una

      gena  pi  loquace  dei  bronzi  di Dodona: uno qualunque di loro

      potrebbe gareggiare in fatto di chiacchiera  con  venti  donne  di

      prima  scelta.  Meglio  per  loro  sarebbe,  se  fossero  soltanto

      chiacchieroni,  e non anche litigiosi al punto di polemizzare  con

      estrema  tenacia  per  questioni  di  lana caprina e da trascurare

      spesso, nella foga della contesa, i diritti della verit. Pieni di

      s come sono, godono ugualmente quando,  armati di tre sillogismi,

      non esitano ad attaccare lite con chiunque, a qualunque proposito.

      Del  resto  la  loro pertinacia li rende invincibili,  anche se il

      loro avversario  uno Stentore.

      52.  E poi ci sono i filosofi,  venerandi per  barba  e  mantello:

      affermano di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto

      ombre inquiete. Ma com' bello il loro delirio quando costruiscono

      mondi innumerevoli;  quando misurano, quasi col pollice e il filo,

      il sole, la luna, le stelle, le sfere;  quando rendono ragione dei

      fulmini,   dei  venti,   delle  eclissi  e  degli  altri  fenomeni

      inesplicabili, senza la minima esitazione, come se fossero a parte

      dei segreti della natura artefice delle cose,  come se venissero a

      noi dal consiglio degli Di!  La natura,  intanto, si fa le grandi

      risate su di loro e sulle loro ipotesi.  A  dimostrare  che  nulla

      sanno  con  certezza,   basterebbe  quel  loro  polemizzare  sulla

      spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro, pur non sapendo nulla,

      affermano  di  sapere  tutto;  non  conoscendo  se  stessi  e  non

      accorgendosi,  a volte,  della buca o del sasso che hanno sotto il

      naso, o perch in molti casi ci vedono poco, o perch sono altrove

      con  la  testa,  sostengono  di  vedere  idee,  universali,  forme

      separate,  materie prime,  quiddit, ecceit, e cose tanto sottili

      da sfuggire, credo,  persino agli occhi di Linceo.  Disprezzano in

      particolare  il  profano  volgo,  quando  confondono  le idee agli

      ignoranti con triangoli, quadrati,  circoli,  e figure geometriche

      siffatte,  disposte  le  une  sulle  altre a formare una specie di

      labirinto,  e  poi  con  lettere  collocate  quasi  in  ordine  di

      battaglia  e variamente manovrate.  N mancano,  fra loro,  quelli

      che,  consultando  gli  astri,  predicono  l'avvenire  promettendo

      miracoli che vanno al di l della magia;  e,  beati loro,  trovano

      anche chi ci crede.




      53. Quanto ai teologi, forse meglio farei a non parlarne, evitando

      di suscitare  un  vespaio  e  di  toccare  quest'erba  puzzolente,

      perch,  altezzosi e litigiosi come sono, non abbiano ad assalirmi

      a schiere  con  centinaia  di  argomenti,  costringendomi  a  fare

      ammenda.  Se mi rifiutassi, mi accuserebbero senz'altro di eresia,

      questo essendo il fulmine con cui di solito atterriscono  chi  non

      gode  le loro simpatie.  Eppure,  ancorch siano i meno propensi a

      riconoscere i miei meriti nei loro confronti, anche loro, e di non

      poco, mi sono debitori. Infatti devono a me quell'alta opinione di

      s che li rende felici,  come se il  terzo  cielo  fosse  la  loro

      dimora, e li induce a guardare dall'alto in basso con una sorta di

      commiserazione   tutti  gli  altri  mortali,   quasi  animali  che

      strisciano a terra,  mentre  loro,  trincerati  dietro  un  valido

      esercito  di  magistrali  definizioni,   conclusioni,   corollari,

      proposizioni esplicite ed implicite,  a  tal  segno  abbondano  di

      scappatoie  da  poter  sfuggire  anche  alle  reti  di Vulcano con

      distinzioni che recidono ogni nodo con una facilit che neppure la

      bipenne di Tenedo possiede, inesauribili nel coniare termini nuovi

      e parole rare. Spiegano inoltre, a modo loro,  gli arcani misteri,

      i  criteri  che sono a base della creazione e dell'ordinamento del

      mondo;  per quali vie la macchia del peccato  si    trasmessa  di

      generazione in generazione; in che modo, in che misura e in quanto

      tempo  Cristo  si    formato  nel  grembo  della  Vergine;   come

      nell'Eucaristia ci possono essere gli accidenti senza la  materia.

      Ma  queste  sono  cose risapute.  Altre le questioni che ritengono

      degne dei teologi grandi e illuminati - cos li  chiamano.  Quando

      se le trovano di fronte si esaltano:

      "Qual' l'istante della generazione divina? ci sono pi filiazioni

      in  Cristo?    sostenibile  la  proposizione  "Dio  Padre odia il

      Figlio"? avrebbe potuto Dio assumere figura di donna,  di demonio,

      di asino,  di zucca, di pietra? In caso affermativo, come la zucca

      avrebbe potuto predicare,  fare miracoli,  essere messa in  croce?

      che  cosa  avrebbe consacrato Pietro,  se avesse consacrato mentre

      Cristo pendeva dalla croce?  e poteva  Cristo,  in  quel  medesimo

      tempo, essere chiamato uomo? Infine, dopo la resurrezione, potremo

      mangiare e bere?".  Della fame e della sete,  infatti,  costoro si

      preoccupano fino da ora.  Innumerevoli poi le sottigliezze,  anche

      molto pi sottili di queste,  circa le nozioni,  le relazioni,  le

      formalit, le quiddit,  le ecceit,  che sfuggirebbero agli occhi

      di  tutti,  fatta  eccezione di un novello Linceo capace di vedere

      nelle tenebre pi profonde anche le cose che non  sono  in  nessun

      luogo.  Aggiungi  sentenze  cos  paradossali che i famosi oracoli

      stoici,  detti appunto paradossi,  sembrano  al  confronto  luoghi

      comuni  dei  pi rozzi e banali.  Per esempio,  che accomodare una

      volta la scarpa di un povero nel giorno del Signore  delitto  pi

      grave  che strangolare mille uomini;  che dire una volta tanto una

      sola bugia, per quanto piccina,  pi grave che lasciare andare in

      malora il mondo intero con tutta la sua dovizia di  cose  utili  e

      belle.   A   rendere   ancora   pi  sottili  queste  sottilissime

      sottigliezze ci sono le tante vie battute  dagli  scolastici,  ch

      usciresti  prima  dai labirinti che non dalle oscure tortuosit di

      realisti, nominalisti, tomisti, albertisti, occamisti, scotisti; e

      non ho nominato tutte le scuole, ma solo le principali.

      In tutte c' tanta erudizione, tanta astrusit,  che,  secondo me,

      persino  gli  Apostoli,  se  si  trovassero  a dover discutere con

      questi teologi di nuovo genere,  avrebbero bisogno di  un  secondo

      Spirito Santo.  Paolo pot dimostrare la sua fede,  ma quando dice

      che "la fede  sostanza di cose sperate,  e  argomento  delle  non

      parventi",  d  una  definizione  manchevole  dal  punto  di vista

      dottrinale. Proprio Paolo, che in modo eccellente fece professione

      di carit, ne dette, nel capitolo tredicesimo della prima epistola

      ai Corinzi,  un'analisi  ed  una  definizione  difettose  in  sede

      dialettica. Gli Apostoli, certamente, celebravano l'Eucaristia con

      la dovuta piet. Non credo per che, interrogati sul termine A QUO

      e sul termine AD QUEM, sulla transubstanziazione, sull'ubiquit di

      un  medesimo  corpo;  sulla  differenza  tra il corpo di Cristo in

      cielo, sulla croce e nel sacramento dell'Eucaristia;  sull'istante

      in cui avviene la transubstanziazione, dovuta com' ad una formula

      composta di pi parole distinte,  e quindi a una quantit discreta

      in divenire: non credo, ripeto, non credo che, nel discutere e nel

      definire,  gli Apostoli avrebbero raggiunto la sottigliezza  degli

      scotisti.

      Avevano conosciuto la madre di Ges;  ma chi di loro dimostr, con

      l'ineccepibile metodo filosofico dei nostri teologi,  come  rimase

      immune  dalla macchia del peccato di Adamo?  Pietro ha ricevuto le

      chiavi, e le ha ricevute da colui che non le darebbe a un indegno;

      e tuttavia non so se avrebbe capito - certo non ne ha mai colto la

      sottigliezza - la questione del come  possa  possedere  la  chiave

      della   scienza  anche  chi  non  ha  la  scienza.   Gli  Apostoli

      battezzavano in ogni luogo; tuttavia non hanno mai insegnato quale

      sia  la  causa  formale,   materiale,   efficiente  e  finale  del

      battesimo,  n mai hanno fatto menzione del suo carattere delebile

      e indelebile.  Gli Apostoli adoravano,  s,  Dio,  ma in  spirito,

      attenendosi unicamente al principio evangelico: "Dio  spirito,  e

      chi lo adora deve adorarlo in spirito e verit". Non pare tuttavia

      sia stato ad essi ben chiaro  che  dobbiamo  adorare  Cristo  allo

      stesso modo, sia in persona che in una sua immagine scarabocchiata

      col  carbone  sul  muro,  purch vi appaia con due dita levate,  i

      capelli lunghi e tre raggi nell'aureola che  gli  cinge  la  nuca.

      Come  si  possono  cogliere  queste finezze,  se prima non ci si 

      dedicati anima e corpo,  per almeno trentasei anni,  alla fisica e

      alla  metafisica  di Aristotele e di Duns Scoto?  Allo stesso modo

      gli Apostoli parlano della grazia,  ma non fanno  mai  distinzione

      fra  grazia  gratuita  e grazia gratificante.  Esortano alle opere

      buone,  ma non distinguono fra opera  operante  e  opera  operata.

      Dappertutto insistono sulla carit,  ma non distinguono fra carit

      infusa  e  carit  acquisita,   n  spiegano  se  sia  sostanza  o

      accidente,  cosa creata o increata. Detestano il peccato, ma possa

      io morire se sono riusciti a definire cosa sia quello che  diciamo

      peccato;  per  questo  avrebbero dovuto formarsi alla scuola degli

      scotisti.  L'insegnamento di Paolo pu essere preso come punto  di

      riferimento  per giudicare di tutti gli Apostoli;  ebbene,  io non

      potrei  mai  indurmi  a  credere  che  egli  avrebbe  cos  spesso

      condannato  le questioni,  le discussioni,  le genealogie e quelle

      che   chiamava   logomache,    se   fosse   stato   un    esperto

      nell'argomentare.  E  s  che  le  dispute  dei  suoi  tempi erano

      senz'altro roba da  ridere  in  confronto  alle  sottigliezze  dei

      nostri maestri che potrebbero dare punti a Crisippo.

      Anche  se poi questi maestri,  nella loro grande modestia,  quando

      gli Apostoli hanno scritto una cosa in forma disadorna, e,  certo,

      non  magistrale,  non la condannano,  ma ne offrono un'accettabile

      interpretazione Quest'onore tributano in parte  all'antichit,  in

      parte all'autorit degli Apostoli.  Del resto,  sarebbe stata, per

      Ercole,  una bella ingiustizia pretendere la  conoscenza  di  cose

      tanto  difficili  da  chi  non ne aveva mai sentito far parola dal

      maestro. Se per la cosa si verifica in Crisostomo, in Basilio, in

      Girolamo,   ritengono  sia  sufficiente  annotare:   "affermazione

      respinta".  Eppure si tratta di autori che confutarono i pagani, i

      filosofi, gli ebrei, per loro natura ostinatissimi;  lo fecero con

      la  vita  e  coi miracoli pi che con i sillogismi.  D'altra parte

      nessuno dei loro  avversari  sarebbe  stato  in  grado  di  capire

      neppure  una  delle  "questioni quodlibetali" di Scoto.  Al giorno

      d'oggi,  qual  mai  pagano,   qual  mai  eretico  non  si  darebbe

      senz'altro  per  vinto  di  fronte a tante capillari sottigliezze?

      Bisognerebbe fosse tanto ignorante da non capirci nulla,  o  tanto

      privo di ritegno da scoppiare in sconce risate;  o,  infine,  cos

      esperto in quei medesimi cavilli da combattere ad  armi  pari:  un

      mago  di  fronte  a un mago,  o un duello fra due avversari armati

      entrambi di una spada incantata: tutto si ridurrebbe a  tessere  e

      ritessere  la  tela di Penelope.  Secondo me i cristiani darebbero

      prova di un gran buon senso se,  invece  delle  rozze  armate  che

      ormai da un pezzo combattono con esito incerto,  inviassero contro

      i Turchi gli scotisti coi loro grandi  schiamazzi,  gli  occamisti

      cos  ostinati,  gl'invitti albertisti,  e con essi l'intera banda

      dei sofisti: assisterebbero,  credo,  alla  pi  divertente  delle

      battaglie e a una vittoria mai vista prima. Chi, infatti, potrebbe

      essere  tanto  freddo  da resistere ai loro strali infuocati?  chi

      tanto torpido da non esserne stimolato?  chi tanto avveduto da non

      restarne accecato?

      Ma  voi  credete  che  i miei siano tutti scherzi.  Posso capirlo:

      anche fra i teologi ve ne  di  pi  dotti,  che  tengono  a  vile

      queste  arguzie  teologiche  giudicandole  futili.  Ve ne sono che

      considerano un sacrilegio esecrando,  e il  massimo  dell'empiet,

      parlare  con  linguaggio  cos  volgare  di cose tanto misteriose,

      oggetto d'adorazione pi che di spiegazione;  discuterne usando il

      profano argomentare dei pagani; definirle con tanta presunzione, e

      infangare  la  maest  della divina teologia con parole e concetti

      cos poveri e addirittura sordidi.

      Nel frattempo, per, gli altri rimangono pieni di s,  addirittura

      si   battono   le  mani,   e  dediti  notte  e  giorno  alle  loro

      piacevolissime cantilene non trovano neppure un minuto per leggere

      almeno una volta il Vangelo o le lettere di san Paolo.  E,  mentre

      nelle  scuole  vanno  propinando  ai discepoli simili sciocchezze,

      credono di essere  loro  a  salvare  da  certa  rovina  la  Chiesa

      universale sostenendola con la forza dei loro sillogismi,  come il

      mitico Atlante sosteneva con le spalle il mondo.  E vi  pare  poco

      gratificante  porre  mano ai misteri delle Scritture plasmandole a

      piacere,  ora in questa ora in quella guisa,  come  fossero  cera?

      Esigere  che  le  proprie  conclusioni,  gi accettate da un certo

      numero di scolastici, siano ritenute pi importanti delle leggi di

      Solone e addirittura da anteporre ai decreti dei pontefici? Se poi

      qualcosa non coincide a capello con le loro conclusioni  esplicite

      e  implicite,  come  fossero i censori del mondo,  ne impongono la

      ritrattazione  e,   come  se  parlasse   l'oracolo,   sentenziano:

      "Proposizione  scandalosa";  "proposizione  irriverente";  "questa

      odora di eresia";  "questa suona male".  Per fare un cristiano non

      basta pi il battesimo, n il Vangelo, n Pietro, n Paolo, n san

      Girolamo, n sant'Agostino; addirittura non basta neppure Tommaso,

      il  principe degli aristotelici.  Ci vuole anche il voto di questi

      baccellieri,  cos sottili  nel  giudicare.  Chi,  infatti,  senza

      l'insegnamento di questi sapienti,  si sarebbe mai accorto che non

      era  cristiano  chi  riteneva  ugualmente  corrette   queste   due

      proposizioni:  "vaso  da  notte,  tu  puzzi"  e  "il vaso da notte

      puzza"; oppure: "bolle la pentola" e "la pentola bolle"?

      Chi avrebbe liberato la  Chiesa  da  cos  gravi  errori,  di  cui

      nessuno  si  sarebbe  mai  accorto,  se  costoro  non  li avessero

      denunciati col sigillo della loro alta autorit?  E non saranno al

      colmo della gioia mentre fanno tutto ci?  o quando ritraggono con

      molta esattezza il mondo infernale come se per molti anni  fossero

      stati  cittadini  di  quella  repubblica?  o  quando  fabbricano a

      capriccio nuove sfere celesti,  creandone infine una pi grande di

      tutte,   pi  bella,   perch  le  anime  beate  abbiano  agio  di

      passeggiarvi,  di banchettare e anche di giocare a  palla?  A  tal

      segno  la loro testa  infarcita di una miriade di sciocchezze del

      genere che,  secondo me,  nemmeno quella di Giove era cos  gonfia

      quando, sul punto di partorire Minerva, chiese a Vulcano di tirare

      un  bel  colpo  di  scure.  Perci  non  vi  stupite  quando nelle

      pubbliche dispute  li  vedete  con  la  testa  cos  accuratamente

      imberrettata: se no, scoppierebbe.

      A volte, anch'io rido del fatto che, quanto pi il loro linguaggio

       barbaro e rozzo,  tanto pi si credono grandi teologi, e in quel

      balbettare,  comprensibile solo  da  un  altro  balbuziente,  loro

      chiamano finezza d'ingegno quello che la gente non capisce. Negano

      infatti  che  sia  compatibile  con la dignit delle sacre lettere

      sottomettersi  alle  leggi  della  grammatica.   Mirabile  maest,

      invero,  quella dei teologi, se a loro soli  lecito costellare di

      spropositi il discorso,  anche  se  poi  hanno  in  comune  questo

      privilegio   con  molti  ignoranti.   Infine  si  ritengono  ormai

      vicinissimi agli Di quando vengono salutati con venerazione quasi

      religiosa,   e  chiamati  maestri  nostri.   Credono  presente  in

      quell'appellativo  qualcosa  di simile al tetragramma degli ebrei.

      Perci considerano un'empiet non scrivere "Magister noster" tutto

      in lettere maiuscole. Se poi qualcuno, invertendo, dicesse "noster

      Magister", di colpo annullerebbe la maest del nome teologico.




      54. Quasi altrettanto felici, sono quelli che comunemente si fanno

      chiamare  religiosi  e  monaci,   usando,   in  entrambi  i  casi,

      denominazioni  quanto mai false.  Per buona parte,  infatti,  sono

      mille miglia lontani dalla religione; e nessuno s'incontra in giro

      pi di questi pretesi solitari. Non vedo che cosa potrebbe esserci

      di pi miserando di loro,  se non ci fossi  io  a  soccorrerli  in

      tanti modi. Perch, pur essendo questa gena a tal segno detestata

      da  tutti,  che persino un incontro casuale con qualcuno di loro 

      ritenuto di malaugurio,  si  cullano  tuttavia  nell'illusione  di

      essere  chiss  che cosa.  In primo luogo ritengono che il massimo

      della piet consista nell'essere tanto  ignoranti  da  non  sapere

      neppure leggere.  Poi,  quando con la loro voce asinina ragliano i

      loro salmi,  di cui sono in grado di indicare a memoria il  numero

      d'ordine  senza  peraltro capirli,  sono convinti d'accarezzare in

      modo dolcissimo le orecchie degli Di.  Neppure mancano quelli che

      vendono  a  caro  prezzo  il  loro  sudiciume  e  l'andare in giro

      mendicando: dinanzi alle porte chiedono il pane emettendo  muggiti

      lamentosi;  non c' albergo, non veicolo o nave in cui non portino

      scompiglio con non piccolo danno  degli  altri  mendicanti.  Cosi,

      queste  carissime  persone,  dicono  di  darci  un'immagine  degli

      Apostoli con la loro sporcizia, ignoranza, rozzezza, impudenza.

      E cosa c' di pi divertente  del  loro  fare  tutto  secondo  una

      regola,  quasi  in  base  a  un  calcolo  matematico  che  sarebbe

      delittuoso violare?  Quanti nodi deve avere  il  sandalo;  di  che

      colore  deve essere il cordone;  quale il modello della veste;  di

      cosa deve essere fatta,  e di quale larghezza la cintura;  di  che

      tipo e di che capacit il cappuccio; quale la precisa misura della

      chierica;  quante  ore  vanno  concesse al sonno?  Eppure,  quanta

      diversit, chi non lo vede,  in questa uguaglianza imposta a corpi

      e temperamenti cos vari! Tuttavia, per queste sciocchezzuole, non

      solo si considerano superiori agli altri,  ma anche fra di loro si

      disprezzano a vicenda e,  pur professando  la  carit  apostolica,

      fanno  un'autentica tragedia di una cintura diversa o di un colore

      un po' pi scuro. Ne potresti vedere di cos rigidamente attaccati

      alla regola da portare esclusivamente vesti di lana di Cilicia,  e

      biancheria di lino di Mileto;  altri,  al contrario, portano vesti

      di lino e biancheria di lana.  C' chi,  odiando toccare il danaro

      come  fosse  veleno,  non si astiene comunque n dal vino n dalle

      donne.  Infine,  mirabile in tutti,  la cura di non avere nulla in

      comune  quanto  a  regola di vita,  e questo,  non nell'intento di

      guardare a Cristo, ma per distinguersi tra di loro.

      Buona parte della loro soddisfazione deriva dai nomi: gli  uni  si

      compiacciono  del  nome  di  Cordiglieri,  distinti  in  Coletani,

      Minori, Minimi, Bollisti; altri godono del nome di Benedettini,  o

      di Bernardini;  questi di Brigidensi,  quelli di Agostiniani;  gli

      uni tengono alla denominazione di Guglielmiti, altri di Giacobiti,

      come se chiamarsi Cristiani fosse troppo  poco.    Gran  parte  di

      costoro,  a  tal  punto  d peso alle proprie cerimonie e a minute

      tradizioni umane,  da ritenere che un solo cielo  non  sia  premio

      adeguato  a  meriti  cos  grandi;  e non pensano che Cristo,  non

      facendo alcun conto del resto, chieder loro se hanno osservato il

      suo unico precetto: la carit.  Allora  uno  esibir  il  pancione

      gonfio di pesci d'ogni specie;  un altro rovescer al suo cospetto

      centinaia di moggi di salmi.  Un altro ancora far il conto  degli

      infiniti digiuni;  se poi tante volte ha rischiato di scoppiare, 

      stato per quell'unico pasto che si concedeva... dopo. Altri ancora

      mostrer il mucchio delle cerimonie a cui  ha  partecipato,  tanto

      greve che a malapena potrebbero trasportarlo sette navi da carico.

      Qualcuno  si  vanter  di  avere oltrepassato i sessant'anni senza

      toccare denaro, se non con le mani protette da due paia di guanti.

      Chi produrr la cocolla tanto  sporca  e  grassa  che  neanche  un

      marinaio se ne gioverebbe. Chi ricorder di avere fatto per pi di

      undici  anni  la  vita dell'ostrica,  sempre attaccato allo stesso

      luogo;  e chi si far un merito  della  voce  divenuta  rauca  per

      l'ininterrotto cantare,  o del rimbecillimento derivato dalla vita

      solitaria;  altri ancora della lingua resa torpida  dal  voto  del

      silenzio.  Ma Cristo, interrompendo queste vanterie che altrimenti

      rischierebbero di non finire pi,  "Di dove  viene,  dir,  questa

      nuova schiatta di Giudei? Riconosco per mia una legge sola, e solo

      di  questa  non  si  fa  parola.   Pure,  una  volta,  con  aperto

      linguaggio, e non in forma di parabola,  ho promesso l'eredit del

      padre  mio non alle cocolle,  non alle giaculatorie ed ai digiuni,

      ma alle opere di carit.  Non  conosco  questa  gente  che  esalta

      continuamente i propri meriti;  dato che vorrebbero sembrare anche

      pi santi di me,  occupino,  se vogliono,  i cieli dei seguaci  di

      Abraxas,  o  si facciano edificare un nuovo cielo da coloro le cui

      meschine tradizioni anteposero ai miei precetti".

      Quando sentiranno queste parole, e si vedranno preferire marinai e

      aurighi, con che faccia credete che si guarderanno a vicenda?

      Nel frattempo si beano  della  loro  speranza,  e  non  senza  mio

      merito.  E  poi,  bench lontani dalla vita pubblica,  nessuno osa

      disprezzarli,  i mendicanti in particolare,  perch attraverso  la

      cosiddetta  confessione  conoscono  senza  eccezione  i segreti di

      tutti. Rivelarli, tuttavia,  secondo loro,   peccato,  salvo dopo

      una  bevuta,  quando  vogliono  dilettarsi di qualche racconto pi

      divertente;  ma anche  allora  raccontano  i  fatti  solo  in  via

      ipotetica,   senza  far  nomi.  Se  per  qualcuno  irrita  questi

      calabroni,  predicando al popolo,  se ne  vendicano  a  misura  di

      carbone,  e  bollano  il  nemico  con  allusioni tanto scoperte da

      essere capite da tutti, salvo da chi non capisce proprio nulla. N

      la smettono di latrare, se prima non gli hai gettato il boccone in

      bocca.

      Eppure,  quale commediante,  quale ciarlatano andresti a vedere  a

      preferenza di costoro, quando nella predica s'esibiscono in tirate

      retoriche che,  pur nella loro assoluta ridicolaggine, s'attengono

      nel modo pi spassoso alle norme sull'arte del dire tramandate dai

      maestri? Dio immortale! come gesticolano! E come cambiano voce!  E

      come  canterellano!  Come  si  spenzolano  verso l'uditorio e come

      mutano espressione!  come punteggiano tutto con  urla!  Quest'arte

      oratoria   viene  trasmessa  come  un  segreto  da  un  fraticello

      all'altro: sebbene non mi sia concesso di  venirne  a  conoscenza,

      tenter comunque di procedere per congetture.

      Scimmiottando  i  poeti,  cominciano con un'invocazione.  Poi,  se

      devono parlare, poniamo, della carit, prendono le mosse dal Nilo,

      fiume d'Egitto. Se invece devono trattare del mistero della Croce,

      prendono opportunamente gli auspici da Bel, drago di Babilonia. Se

      si preparano a predicare sul digiuno,  si rifanno ai dodici  segni

      dello  Zodiaco  e,  se  l'oggetto  del  loro  discorso   la fede,

      premettono una lunga introduzione sulla quadratura del cerchio. Ho

      sentito con le mie orecchie un  esimio  stupido,  scusate,  volevo

      dire dotto,  che,  in una predica famosissima, dovendo spiegare il

      mistero della Trinit,  volendo fare  cosa  che  suonasse  gradita

      all'orecchio  dei teologi,  e mettere al tempo stesso in mostra la

      sua non comune dottrina,  si dette a battere  una  strada  affatto

      nuova.  Part  dalle  lettere  dell'alfabeto,  dalle sillabe,  dal

      discorso,  dalla concordanza del nome col verbo  e  dell'aggettivo

      col  sostantivo,  tra la meraviglia dei pi,  anche se non mancava

      qualcuno che borbottava tra s le  parole  d'Orazio:  "ma  a  cosa

      approdano  queste  scemenze?".   Finalmente  arriv  al  punto  di

      dimostrare che l'immagine  di  tutta  la  Trinit  scaturisce  dai

      rudimenti grammaticali in modo tale che nessun matematico potrebbe

      disegnarla  con pi evidenza nella polvere.  E nel comporre questa

      orazione,  quel  teologo  principe  per  otto  mesi  interi  aveva

      faticato  tanto,  che  anche oggi  pi cieco di una talpa,  senza

      dubbio per avere  consumato  tutta  la  forza  degli  occhi  nella

      suprema tensione della mente.  Eppure non si lamenta della cecit:

      crede anzi di avere raggiunto il successo con poca spesa.

      Ho ascoltato un altro ottuagenario, un teologo di tale statura che

      lo avresti detto Duns Scoto redivivo.  Dovendo spiegare il mistero

      del  nome  di  Ges,  con mirabile sottigliezza dimostr che tutto

      quanto se ne poteva dire era nascosto nelle lettere stesse che  lo

      componevano.  Perch  il  fatto  che la sua declinazione abbia tre

      casi soli  segno  manifesto  della  divina  Trinit.  Il  mistero

      ineffabile poi, sta nel fatto che il primo caso, JESUS, termina in

      S,  il secondo,  JESUM,  in M,  il terzo,  JESU,  in U: quelle tre

      lettere significano che    sommo,  medio  e  ultimo.  Restava  un

      mistero  anche  pi ostico,  da risolversi col calcolo matematico.

      Divise la parola Jesus in  due  parti  uguali,  in  modo  che  una

      lettera,  in  mezzo,  restasse  divisa  in  due.  Disse che quella

      lettera per gli Ebrei  SYN, che in lingua scozzese, credo, voglia

      dire peccato: di qui risulta manifesto che Ges  colui che redime

      il  mondo  dai  peccati.   Per  l'originalit  dell'esordio  tutti

      rimasero a bocca aperta, i teologi in particolare, s che per poco

      non tocc loro la sorte di Niobe;  mentre a me quasi successe come

      al Priapo di legno di fico che,  con suo grave danno,  si trov ad

      assistere ai riti notturni di Canidia e di Sagana.  E non a torto.

      Infatti, quando mai il greco Demostene, o il latino Cicerone, sono

      andati ad escogitare un simile esordio?  Essi ritenevano difettoso

      un  proemio  che troppo si scostasse dal tema: neanche i bifolchi,

      che hanno la natura per guida,  esordiscono cos.  Ma questi dotti

      ritengono  che il loro preambolo - cos lo chiamano - raggiunga il

      massimo della potenza retorica quando proprio non ha nulla  a  che

      fare  col  resto del discorso,  tanto che chi ascolta meravigliato

      finisce col dire tra s: "ma dove si va a finire?". In terzo luogo

      commentano, tirandone fuori un raccontino, qualche breve passo del

      Vangelo, ma frettolosamente e quasi incidentalmente, mentre questo

      solo era il punto da sviluppare. In quarto luogo,  cambiando parte

      in commedia, sollevano un problema teologale, che talvolta non sta

      n  in  cielo  n  in terra.  Anche questo ritengono conforme alle

      regole  dell'arte.   Qui  finalmente  assumono  piglio  teologico,

      riempiendo gli orecchi degli ascoltatori di famosi nomi di dottori

      solenni,  dottori sottili, dottori sottilissimi, dottori serafici,

      dottori santi,  dottori irrefragabili.  Allora sbandierano davanti

      ad una folla ignorante sillogismi,  maggiori, minori, conclusioni,

      corollari,  supposizioni e altre sciocchezze prive di  mordente  e

      decisamente  scolastiche.  Resta  ormai  il  quinto  atto,  in cui

      l'artista deve rivelarsi in tutta la sua bravura.  A questo  punto

      tirano  in  ballo  una  qualche rozza e sciocca storiella,  tolta,

      penso,  dallo SPECULUM HISTORIALE o  dai  GESTA  ROMANORUM,  e  ne

      offrono un'interpretazione allegorica,  tropologica, ed anagogica.

      Cos portano a compimento la loro Chimera,  qualcosa  che  neppure

      Orazio  riusciva  a immaginare quando scriveva: "aggiungete ad una

      testa d'uomo, ecc.".

      Da non so chi,  hanno poi sentito dire che l'inizio  dell'orazione

      deve  essere  basso  di tono.  Perci cominciano con una voce cos

      bassa che neanche loro la sentono,  come se  il  parlare  servisse

      quando  nessuno capisce.  Hanno anche imparato che,  a volte,  per

      suscitare emozioni,   opportuno erompere in un grido.  Perci,  a

      met  di  un  discorso  concitato,  all'improvviso  si  mettono  a

      strillare furiosamente, senza il minimo bisogno.  Quegli scoppi di

      voce che nulla giustifica ti farebbero giurare di trovarti davanti

      a casi da trattare con l'elleboro.  Inoltre, avendo appreso che il

      discorso deve animarsi via via che procede,  quando,  bene o male,

      hanno esaurito l'inizio delle singole parti,  a un tratto adottano

      un  tono  appassionato,   anche  se   l'argomento      dei   meno

      interessanti,  e  finiscono  col concludere dando l'impressione di

      essere esausti.

      Avendo infine imparato che i retori parlano del ridere, anche loro

      si sforzano di introdurre qualche battuta scherzosa,  con una tale

      grazia, per Venere, con un tale senso d'opportunit, da farti dire

      che  sono come l'asino davanti alla lira.  Talvolta mordono anche,

      ma in modo da provocare pi solletico che ferite.  N riescono mai

      ad  adulare  meglio  di quando fanno mostra di non aver peli sulla

      lingua.  Infine tutto il loro stile  tale da  farti  giurare  che

      abbiano avuto per maestri i ciarlatani di piazza,  restandone per

      molto al disotto.  Tuttavia si rassomigliano tanto da non lasciare

      dubbi: o i ciarlatani hanno imparato la retorica dagli oratori,  o

      gli oratori dai ciarlatani.

      Nondimeno, certo per opera mia, trovano chi,  ascoltandoli,  crede

      di   trovarsi  davanti  a  Demostene  o  a  Cicerone  in  persona.

      Appartengono a questo genere di uditorio soprattutto i mercanti  e

      le  donnette,  le  sole persone a cui si curano di parlare in modo

      gradito, perch i mercanti, opportunamente lisciati, sono inclini,

      di solito, ad elargire una piccola parte del mal tolto;  mentre le

      donnette,  oltre  che  per molte altre ragioni,  sono ben disposte

      verso la categoria,  soprattutto perch  loro costume  attingerne

      conforto quando vogliono sfogare i propri malumori coniugali.

      Vi rendete conto,  suppongo,  di quel che mi deve questa specie di

      uomini,  che esercitando tra  i  mortali  una  sorta  di  tirannia

      attraverso  cerimonie  da  burla,   ridicole  sciocchezze  e  urla

      scomposte, si credono dei nuovi San Paolo e Sant'Antonio.




      55. Non mi sembra vero di concludere,  oramai: ne ho abbastanza di

      questi  istrioni  tanto  ingrati nel nascondere ci che mi devono,

      quanto empi nell'ostentare una finta piet religiosa.

      E' giunto il tempo di trattare un po', con tutta schiettezza,  dei

      re e dei prncipi di corte, che, come si conviene a uomini liberi,

      mi onorano con la massima sincerit.  Se,  infatti,  avessero solo

      una briciola di senno,  che vi sarebbe di pi  malinconico,  o  di

      meno desiderabile,  della loro vita?  N riterr che valga la pena

      d'impadronirsi del potere  con  lo  spergiuro  o  col  parricidio,

      chiunque consideri l'entit del peso che grava sulle spalle di chi

      vuole  essere un principe sul serio.  Chi assume il potere supremo

      deve occuparsi degli affari pubblici,  non dei  propri  interessi.

      Deve  pensare  esclusivamente  alla  pubblica  utilit;  non  deve

      scostarsi neanche di un pollice dalle leggi,  di cui   autore  ed

      esecutore; deve assicurarsi dell'integrit di tutti i funzionari e

      di tutti i magistrati. Lui solo, agli occhi di tutti, pu, a guisa

      di  astro  benefico,  giovare enormemente alle cose di quaggi coi

      suoi costumi senza macchia,  oppure,  come letale  cometa,  trarle

      all'estrema  rovina.  I  vizi  degli  altri  non  sono altrettanto

      conosciuti e non si propagano tanto.  Ma se il  principe,  con  la

      posizione che occupa,  si scosta appena dalla retta via, subito la

      corruzione si diffonde  contaminando  moltissimi  uomini.  Inoltre

      poich  la condizione del principe porta con s parecchie cose che

      di solito inducono  a  tralignare  piaceri,  libert,  adulazione,

      lusso - tanto pi attentamente egli deve stare in guardia,  se non

      vuole venir meno al proprio compito.  Infine,  per non parlare  di

      insidie,  odi,  e altri pericoli o timori,  gli sta sopra la testa

      quel vero Re che quanto prima gli  chieder  ragione  anche  della

      colpa pi lieve, e tanto pi severamente quanto pi prestigioso fu

      il  suo  imperio.  Se  il principe riflettesse su queste cose e su

      moltissime altre del genere - e ci rifletterebbe se avesse senno -

      non dormirebbe, credo, sonni tranquilli,  n riuscirebbe a gustare

      il cibo.

      Col  mio  aiuto,  i  prncipi lasciano,  ora,  tutti questi motivi

      d'affanno nelle mani degli Di, e se la spassano porgendo orecchio

      solo a chi sa dire cose gradevoli,  perch una punta  d'ansia  non

      abbia  mai  a  levarsi  dal  fondo  del cuore.  Ritengono di avere

      compiuto in ogni suo aspetto il dovere di un  principe,  se  vanno

      sempre  a caccia,  se allevano bei cavalli,  se mettono in vendita

      per trarne un utile magistrature  e  prefetture,  se  ogni  giorno

      escogitano  nuovi  stratagemmi  per  alleggerire i cittadini delle

      loro sostanze,  facendole confluire nel loro  tesoro  privato:  ma

      trovando dei pretesti, tanto da conferire una qualche apparenza di

      giustizia anche alla peggiore iniquit. E per conquistare comunque

      le  simpatie  popolari  aggiungono  qualche  parola di adulazione.

      Dovete immaginare un uomo, come se ne vedono a volte, ignaro delle

      leggi,  quasi nemico del  pubblico  bene,  tutto  preso  dai  suoi

      interessi privati,  dedito ai piaceri, con un'autentica avversione

      per  la  cultura,  la  libert  e  la  verit,  che  non  si  cura

      minimamente  della salvezza dello Stato,  che adotta come unit di

      misura le proprie voglie e il proprio  tornaconto.  Mettetegli  al

      collo una collana d'oro, simbolo della presenza in lui di tutte le

      virt riunite;  mettetegli in testa una corona ornata di gemme che

      lo richiami al suo dovere di superare gli altri in tutte le  virt

      eroiche.  Dategli  lo  scettro  che  simboleggia la giustizia e la

      cristallina purezza dell'animo,  e infine la porpora a significare

      il   suo  straordinario  amore  per  lo  Stato.   Se  un  principe

      paragonasse questi ornamenti simbolici col  suo  genere  di  vita,

      credo  che finirebbe col provare solo vergogna della sua pompa,  e

      col temere che qualche critico salace non si  prendesse  gioco  di

      lui volgendo in beffa questo apparato scenico.




      56.  Che dir dei cortigiani pi segnalati? Bench nulla vi sia di

      pi strisciante, di pi servile, di pi sciocco, di pi spregevole

      di loro,  vogliono tuttavia essere ovunque al primo posto.  In una

      cosa sola sono modesti all'estremo: paghi di portarsi addosso oro,

      gemme,  porpora  ed  altre  insegne  della virt e della sapienza,

      lasciano  sempre  agli  altri  il  privilegio  di  praticarle.  Si

      ritengono molto fortunati perch possono chiamare "mio signore" il

      re,  perch  hanno imparato un saluto di tre parole,  perch sanno

      intercalare  titoli  onorifici:  Serenit,  Maest,  Magnificenza;

      perch sono abilissimi nel deporre ogni pudore quando si tratta di

      ricorrere a complimenti adulatori.  Queste,  infatti, sono le arti

      di un vero nobile, di un vero uomo di corte.  Del resto,  se vai a

      guardare  pi  da  vicino il loro costume di vita,  troverai degli

      autentici Feaci,  dei pretendenti di Penelope - il resto del verso

      lo  conoscete,  e l'Eco ve lo ripete meglio di me.  Dormono fino a

      mezzogiorno,  mentre un pretonzolo stipendiato aspetta accanto  al

      letto   per   celebrare   la   messa  alla  svelta  quando  ancora

      sonnecchiano. Poi la colazione e, a mala pena terminata,  gi ora

      di pranzo.  Dopo pranzo  i  dadi,  gli  scacchi,  le  lotterie,  i

      buffoni,  i parassiti,  le cortigiane,  i giochi, le insulsaggini.

      Nel frattempo un alternarsi di merende.  Di  nuovo  a  tavola,  si

      cena;  a  questa seguono i brindisi,  non uno solo,  per Giove.  E

      cos, senz'ombra di noia, passano le ore,  i giorni,  i mesi,  gli

      anni,  i secoli. Io stessa, a volte, mi allontano col voltastomaco

      quando li vedo, quei magnanimi, in mezzo alle donne,  ognuna delle

      quali  si crede tanto pi vicina all'Olimpo quanto pi lunga ha la

      coda,  mentre i grandi fanno a gomitate per mostrarsi pi vicini a

      Giove,  e ognuno tanto pi  beato quanto pi pesante ha la catena

      al collo,  segno manifesto,  non solo di ricchezza,  ma  anche  di

      robustezza.




      57.  Gi  da un pezzo i sommi pontefici,  i cardinali ed i vescovi

      hanno preso con impegno a modello il genere di vita dei  prncipi,

      e  con un successo forse maggiore.  Certo,  se uno riflettesse sul

      significato della veste  di  lino,  splendida  di  niveo  candore,

      simbolo d'una vita senza macchia;  e pensasse a quello della mitra

      a due punte riunite in un  solo  nodo,  a  indicare  una  perfetta

      conoscenza  del  Vecchio  e  del  Nuovo  Testamento;  o delle mani

      coperte dai guanti,  segno della purezza,  immune  da  ogni  umano

      cedimento,  con  cui  vengono  somministrati  i sacramenti;  se si

      chiedesse che vuol dire il pastorale,  simbolo della cura  estrema

      con  cui  si  veglia  sul  proprio  gregge;  che cosa la croce che

      precede indicando la vittoria su  tutte  le  umane  passioni;  se,

      dico,  uno riflettesse a queste cose,  e a molte altre del genere,

      che vita sarebbe la sua,  piena di malinconie e di  affanni!  Bene

      fanno  quelli  che  pensano soltanto ad ingozzarsi,  e la cura del

      gregge, o la rimettono a Cristo medesimo, o la scaricano su coloro

      che chiamano fratelli o vicari.  Del significato del loro nome  di

      vescovi   neppure   si   ricordano:   vescovo  vuol  dire  fatica,

      preoccupazione,   sollecita  premura.   Vescovi  sono  sul   serio

      nell'arraffare  quattrini:  in  questo  la  loro vigilanza  tutta

      occhi.





      58.  Altrettanto dicasi dei cardinali,  che dovrebbero  ricordarsi

      che sono i successori degli Apostoli,  e che da loro si esigono le

      stesse opere: non padroni,  ma amministratori dei beni spirituali,

      di cui tra breve dovranno rendere conto con la massima precisione.

      Riflettessero  un  po' anche al loro paludamento e si chiedessero:

      che significa il candore della cotta se non estrema e rara purezza

      di vita?  Che cosa  la  porpora  che  la  cotta  ricopre,  se  non

      ardentissimo  amore  di Dio?  Che cosa l'ampio mantello che con le

      sue pieghe fluenti ricopre tutta la cavalcatura di sua Eminenza, e

      che basterebbe a coprire anche un cammello? Non significa forse la

      carit che ovunque si diffonde per venire in aiuto a  tutti,  cio

      per  insegnare,   esortare,   consolare,  rimproverare,  ammonire,

      risolvere i conflitti e  per  opporsi  ai  prncipi  malvagi?  Non

      significa   il   generoso  sacrificio,   non  solo  delle  proprie

      ricchezze,  ma anche del proprio sangue,  per amore del gregge?  A

      che  scopo  le  ricchezze,  se  i  cardinali  fanno  le veci degli

      Apostoli, che erano poveri? Se riflettessero su queste cose, dico,

      terrebbero poco alla carica: deporla sarebbe un piacere; oppure si

      sobbarcherebbero una vita tutta presa da  cure  travagliate,  alla

      maniera degli antichi Apostoli.



      59.  Ora    la  volta  dei sommi pontefici,  che fanno le veci di

      Cristo.  Nessuno  pi  di  loro  si  troverebbe  a  soffrire,   se

      tentassero  di  imitarne  la  vita: povert,  travagli,  dottrina,

      croce, disprezzo del mondo; se pensassero al loro nome PAPA,  cio

      padre,  e  alla loro qualifica di SANTISSIMO!  Chi mai spenderebbe

      tanto per comprarsi quel posto da difendere poi con la spada,  col

      veleno,  con  tutte  le forze?  A quanti vantaggi  dovrebbero dire

      addio,  se la saggezza riuscisse appena a farsi  sentire!  Ma  che

      dico,  saggezza?  Dovrei  dire un grano di quel sale menzionato da

      Cristo. Addio a tante ricchezze, a tanti onori,  e a tanto potere,

      a  tante  vittorie,  a  tante cariche,  a tante dispense,  a tante

      imposte,  a tante indulgenze,  e a tanti cavalli,  muli,  servi  e

      piaceri.   Guardate  un  po'  che  mercato,  che  razza  di  messe

      rigogliosa,  che mare di ricchezze ho concentrato in poche parole!

      Al  loro  posto veglie,  digiuni,  lacrime,  preghiere,  prediche,

      studio,  sospiri e mille gravose occupazioni del genere.  Ancora -

      particolare  non  trascurabile - sarebbero ridotti alla fame tanti

      scrivani,  copisti,   notai,   avvocati,   promotori,   segretari,

      mulattieri,  palafrenieri,  banchieri,  ruffiani  -  e  stavo  per

      aggiungere  un'espressione  pi  sguaiata,  ma  temo  che  offenda

      l'orecchio,  insomma,  una  cos  folta  schiera  che  costituisce

      l'onere -  un LAPSUS,  volevo dire l'onore - della curia  romana.

      Sarebbe proprio inumano,  anzi un delitto abominevole!  ma sarebbe

      molto peggio riportare al  bastone  e  alla  bisaccia  quei  sommi

      prncipi della Chiesa, che sono la vera luce del mondo.

      Ora,  se  fatiche  ci sono,  si lasciano a Pietro e a Paolo che di

      tempo libero ne hanno tanto, e si mantengono per s la gloria e il

      piacere,  quando ci sono.  Cos,  col mio  aiuto,  non  c'  quasi

      nessuno che pi di loro faccia, in perfetta tranquillit, una gran

      bella  vita;  convinti  di  avere  assolto in pieno i doveri verso

      Cristo, se adempiono alla loro funzione di vescovi con un apparato

      rituale  che  ha  movenze  da  palcoscenico,   con  cerimoniali  e

      profusione   di  titoli:  beatitudine,   reverenza,   santit;   e

      benedizioni e anatemi.  Non si usa pi far miracoli: roba  d'altri

      tempi.  Insegnare  ai  fedeli    faticoso;  interpretare le Sacre

      Scritture  lavoro da farsi a scuola;  pregare   una  perdita  di

      tempo;  spargere lacrime  misero e femmineo;  vivere in povert 

      spregevole.  Turpe la sconfitta e  indegna  di  chi  a  mala  pena

      ammette il re al bacio dei suoi piedi beati: infine, spiacevole la

      morte, e infamante la morte sulla croce.

      Rimangono  solo  le armi e le "dolci benedizioni" di cui parla san

      Paolo,  e di  cui  fanno  uso  con  tanta  larghezza:  interdetti,

      sospensioni,  condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti

      a titolo di vergogna,  e quella tremenda folgore  con  cui,  a  un

      cenno del capo,  mandano le anime dei mortali all'inferno e oltre.

      Di quella folgore,  i santissimi padri  in  Cristo,  e  di  Cristo

      vicari,  si servono col massimo della violenza, soprattutto contro

      coloro che,  per diabolico impulso,  tentano  di  rimpicciolire  e

      rosicchiare   il   patrimonio   di   Pietro.   Bench   le  parole

      dell'Apostolo nel Vangelo siano: "Abbiamo abbandonato tutto  e  ti

      abbiamo seguito",  essi identificano il patrimonio di Pietro con i

      campi, le citt, i tributi, i dazi,  il potere.  E mentre,  accesi

      dall'amore  di Cristo,  combattono per queste cose col ferro e col

      fuoco,  non senza grandissimo  spargimento  di  sangue  cristiano,

      credono  di difendere apostolicamente la Chiesa,  sposa di Cristo,

      annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici.  Come se  la

      Chiesa  avesse  nemici peggiori dei pontefici empi;  di Cristo non

      fanno parola: fosse per loro,  svanirebbe nell'oblio;  legiferando

      all'insegna  dell'avidit,  lo  mettono  in  catene;  con  le loro

      interpretazioni forzate ne alterano l'insegnamento; coi loro turpi

      costumi lo uccidono.

      Poich  la  Chiesa  cristiana    stata  fondata,   rafforzata   e

      ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i

      fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con

      la  spada,  e,  pur  essendo  la  guerra una cosa tanto crudele da

      convenire alle belve pi che agli uomini,  tanto pazza che anche i

      poeti  hanno  immaginato  fossero  le  Furie  a  scatenarla,  cos

      rovinosa da portare con s la totale corruzione dei costumi, tanto

      ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore  occasione  di

      affermarsi,  tanto  empia da non avere nulla in comune con Cristo,

      tuttavia,  trascurando tutto il resto,  fanno solo la  guerra.  Si

      possono  vedere  vecchi  decrepiti  che,  inalberando  un vigoroso

      spirito giovanile,  non si  sgomentano  davanti  alle  spese,  non

      cedono  alle  fatiche,  non  indietreggiano  di  un  pollice se si

      trovano a mettere a soqquadro le leggi,  la  religione,  la  pace,

      I'intero  genere  umano.  N  mancano  colti  adulatori,  pronti a

      chiamare questa evidente follia zelo, piet, fortezza, escogitando

      stratagemmi che permettono  d'impugnare  il  ferro  mortale  e  di

      immergerlo  nelle  viscere  del fratello senza venir meno a quella

      suprema carit che secondo il dettato di Cristo un cristiano  deve

      al suo prossimo.




      60.  Una  cosa,  continuo a chiedermi: certi vescovi tedeschi che,

      andando pi per le spicce, tralasciando il culto, le benedizioni e

      altre cerimonie del genere,  si comportano addirittura da satrapi,

      fino  a  considerare  una  specie  di debolezza,  e senz'altro una

      vergogna per un vescovo,  rendere la valorosa anima a Dio  altrove

      che su un campo di battaglia, sono stati loro a offrire il modello

      di un tale comportamento, o lo hanno a loro volta imitato?

      Ma  ormai la massa dei sacerdoti,  considerando peccaminoso venire

      meno alla santit di vita dei presuli,  levando il grido di guerra

      si d a combattere per le dovute decime con spade,  frecce, sassi,

      e armi di ogni specie!  e quale accortezza  nel  tirare  fuori  da

      vecchi   documenti  qualcosa  con  cui  impaurire  il  popolino  e

      convincerlo che il suo debito va al di l delle decime! N intanto

      ai sacerdoti vengono in mente i molti passi ovunque ricorrenti sui

      doveri che, per parte loro, essi hanno verso il popolo. Nemmeno la

      tonsura basta come monito: hanno  dimenticato  che  il  sacerdote,

      libero da tutti gli appetiti del mondo, deve pensare soltanto alle

      cose  del cielo.  Sono gente buffa: sostengono di aver fatto tutto

      il loro dovere quando  hanno  borbottato  alla  bell'e  meglio  le

      solite  giaculatorie,  e  io,  per  Ercole,  mi  meraviglio che un

      qualche Dio le ascolti o le  intenda,  perch  nemmeno  loro  sono

      capaci di udirle o di intenderle,  pur gridandole con quanto fiato

      hanno in corpo.

      C' un punto,  per,  che i sacerdoti hanno in comune  coi  laici;

      entrambi  attentissimi  ad  accumulare  guadagni  sono  sempre  al

      corrente delle vie da seguire.  Se poi c'  un  peso  da  portare,

      prudentemente lo scaricano sulle spalle altrui, e lo fanno passare

      di  mano in mano,  in una sorta di gioco a palla.  Come i prncipi

      laici,  delegano a vicari,  settore per settore,  le  funzioni  di

      governo,  e  il  vicario,  a  sua  volta,  ricorre a un vicario in

      sottordine;  cos,  per modestia,  lasciano al popolo la  cura  di

      tutto quanto riguarda la religione. Il popolo la scarica su quelli

      che chiama ecclesiastici, come se per parte sua non avesse nulla a

      che  fare  con la Chiesa: pare che i voti pronunciati al battesimo

      non contino nulla.  A loro volta,  i sacerdoti che  si  denominano

      secolari,  come  se  appartenessero  al  mondo  pi  che a Cristo,

      scaricano il fardello sul clero regolare;  il clero  regolare  sui

      monaci;   i  monaci  di  meno  stretta  osservanza  su  quelli  di

      osservanza pi rigida;  gli uni e gli altri sui  mendicanti,  e  i

      mendicanti sui certosini,  i soli presso cui, sepolta, si nasconde

      la piet, ma cos nascosta che a mala pena si pu scorgerla.

      Cos fanno  anche  i  pontefici:  diligentissimi  nel  rastrellare

      soldi,  affidano ai vescovi i gravami pi strettamente apostolici;

      i vescovi li affidano ai parroci; i parroci ai vicari; i vicari ai

      frati mendicanti,  che,  a loro volta,  li rimandano a coloro  che

      tosano la lana delle pecore.



      61.  Ma io,  qui, non mi propongo di passare in rassegna i costumi

      di pontefici e sacerdoti;  non vorrei avere l'aria di comporre una

      satira,  mentre    il  mio  elogio  che  pronuncio;  n vorrei si

      credesse che,  mentre elogio i  cattivi  prncipi,  io  biasimi  i

      buoni.  Ho parlato brevemente di queste cose per mettere in chiaro

      che nessuno al mondo pu vivere felicemente,  se non  iniziato ai

      miei misteri, e se non ha me dalla sua.

      Come mai,  infatti, la stessa dea di Ramnunte, signora delle umane

      sorti,  a tal punto va d'accordo con me da  avere  giurato  eterna

      inimicizia a questi sapienti,  mentre ai folli ha donato ogni bene

      anche nel sonno?  Voi conoscete il famoso Timoteo,  che di qui  ha

      preso anche il soprannome, ed il proverbio: "anche dormendo piglia

      pesci".  C'  anche  l'altro  detto:  "la  civetta  vola per lui".

      Invece,  altri sono i proverbi che si adattano ai sapienti:  "nato

      sotto cattiva stella";  "ha il cavallo di Seio e l'oro di Tolosa".

      Smetto le citazioni: non vorrei avere l'aria  di  saccheggiare  la

      raccolta del mio Erasmo.

      Per  tornare  in  argomento:  la  Fortuna ama gli imprudenti,  gli

      audaci,  quelli che adottano il  motto  "il  dado    tratto".  La

      saggezza,  invece,  rende  piuttosto  timidi;  perci  comunemente

      vedete questi sapienti impegnati a combattere con la  povert,  la

      fame,  il  fumo;  li  vedete vivere dimenticati,  senza prestigio,

      senza  simpatie:  mentre  gli  stolti,   ben  forniti  di   soldi,

      raggiungono  le  alte cariche dello Stato  e,  per dirla in breve,

      prosperano in tutti i sensi. Infatti, se si ripone la felicit nel

      favore dei prncipi,  nell'entrare a far parte  della  cerchia  di

      questi  miei  fedeli  simili  a  Di ingioiellati,  che c' di pi

      inutile della sapienza,  anzi di pi  aborrito  presso  gente  del

      genere?  Se  si  vuole  arricchire,  che  cosa  pu  guadagnare un

      mercante attenendosi alla sapienza?  Se terr in qualche conto gli

      scrupoli dei sapienti sul latrocinio e l'usura,  avr ripugnanza a

      spergiurare; colto a mentire, arrossir.  Se si desiderano onori o

      benefizi  ecclesiastici,  un  asino  o un bue potr aggiudicarseli

      prima del sapiente.  Se  il piacere che ti muove,  le  fanciulle,

      che  in  questa  storia hanno il posto d'onore,  si danno di tutto

      cuore agli stolti,  mentre hanno orrore del sapiente e lo  fuggono

      come fosse uno scorpione.  Infine, chiunque si ripromette una vita

      in qualche misura lieta,  comincia con  l'escludere  il  sapiente,

      tollerando  piuttosto  qualunque  altro  animale.   In  breve,  da

      qualunque parte tu ti volga, presso pontefici, prncipi,  giudici,

      magistrati,  amici, nemici, grandi e piccoli, tutto si ottiene col

      danaro alla mano; ma il sapiente disprezza il danaro, e perci, di

      solito, da lui ci si tiene lontani con la massima cura.


      62. Ed ora, bench sia impossibile esaurire il mio elogio, bisogna

      pure concludere il discorso.  Perci smetter di parlare,  ma  non

      senza  avere prima dimostrato in poche parole che non sono mancate

      grandi autorit a glorificarmi,  sia con gli scritti  che  con  le

      azioni; e questo perch qualcuno non sospetti scioccamente che sia

      io  sola  a  compiacermi  di me stessa,  e perch i legulei non mi

      accusino di non produrre documenti.  Perci,  prendendo esempio da

      loro, allegher le prove senza preoccuparmi che siano pertinenti.


      In  primo luogo,  tutti sono persuasi della verit di un notissimo

      proverbio: "Quando una cosa manca, ottimo sistema  fingere che ci

      sia".  Perci  bene cominciare con l'insegnare ai ragazzi  questo

      verso:  "Fingersi folli a tempo e luogo  somma sapienza".  Potete

      rendervi conto da voi di quale gran dono sia la follia,  se  anche

      la sua ombra fallace, e la sua sola imitazione, meritano dai dotti

      cos grande lode. Con franchezza anche maggiore quel famoso "porco

      lucido  e pingue del gregge di Epicuro" prescrive di "mescolare la

      follia alla saggezza",  ma,  aggiunge,  "solo per poco": e qui  si

      sbaglia. Dice altrove: "Bella cosa folleggiare a tempo e luogo". E

      ancora,  in altra occasione: "Preferisce apparire pazzo e privo di

      iniziativa, piuttosto che mostrarsi assennato  tenendosi la rabbia

      in corpo". Gi in Omero, Telemaco, che il poeta loda sotto tutti i

      rapporti,   detto a pi  riprese  privo  di  senno,  e  spesso  e

      volentieri  i  tragici  indicano in tal modo,  quasi fosse di buon

      augurio, fanciulli e adolescenti.  Di che ci parla il divino poema

      dell'ILIADE? solo delle ire di re folli e di popoli folli. E quale

      lode  pi  alta  del  detto ciceroniano "Tutto il mondo  pieno di

      pazzi"? Chi, infatti,  non sa che qualunque bene,  a quanti pi si

      estende, tanto pi vale?




      63.  Ma  forse  per  i cristiani l'autorit di costoro non ha gran

      peso.  Perci,  se credete,  possiamo poggiare,  o,  come dicono i

      dotti,  fondare le nostre lodi sulle Sacre Scritture,  cominciando

      col chiedere il  permesso  ai  teologi.  Poi,  dato  che  un'ardua

      impresa  ci  attende,  e  che  forse non sarebbe giusto,  vista la

      lunghezza del viaggio,  invocare di nuovo le Muse dall'Elicona - e

      per  una  cosa poi che poco le interessa - credo migliore partito,

      mentre  faccio  il  teologo  procedendo  per  uno  spinoso  calle,

      scegliere  l'anima  di  Scoto,  spinosa  pi  di  ogni  istrice  e

      porcospino, perch dalla sua Sorbona per un po' si trasferisca nel

      mio petto,  per poi migrare dove preferisce,  magari in un  corvo.

      Volesse  il  cielo  che  potessi  mutare aspetto e comparire nelle

      vesti del teologo! Temo invece che mi si creda colpevole di furto,

      come se per farmi  una  cos  bella  preparazione  teologica  alla

      chetichella  avessi saccheggiato i tesori dei maestri.  Ma che c'

      da stupirsi,  se nella mia  lunga  e  intima  consuetudine  con  i

      teologi,  qualcosa ho imparato? Persino Priapo, il dio di legno di

      fico, sentendo leggere il padrone, aveva finito col tenere a mente

      qualche parola  greca,  e  il  gallo  di  Luciano,  per  la  lunga

      convivenza con gli uomini, ne conosceva a menadito il linguaggio.

      Torniamo in argomento. Scrive l'Ecclesiaste nel primo capitolo [1,

      15]:  "Infinito  il numero degli stolti".  E,  parlando di numero

      infinito, non sembra forse intendere tutti gli uomini, a eccezione

      di pochissimi che probabilmente nessuno  ha  mai  visto?  Con  pi

      chiarezza si esprime Geremia,  quando nel capitolo decimo [10, 15]

      dice: "Ogni uomo  reso stolto dalla sua sapienza". Attribuisce la

      sapienza soltanto a Dio,  e lascia la stoltezza a tutti gli uomini

      [10,  7 e 12].  E ancora,  poco prima [9, 23]: "L'uomo non riponga

      nella sapienza il suo vanto". Ma perch, ottimo Geremia,  non vuoi

      che   l'uomo  riponga  nella  sapienza  il  suo  vanto?   "Perch,

      risponderebbe certamente, l'uomo non ha la sapienza."

      Ritorniamo all'Ecclesiaste. Quando esclama [1, 2; 12,  8]: "Vanit

      delle vanit;  tutto  vanit",  che altro vuol dire, secondo voi,

      se non che la vita umana  tutta un gioco della follia? Con questo

      dava senza dubbio il suo consenso a quel detto di Cicerone, a buon

      diritto famoso,  che abbiamo riferito poc'anzi: "Tutto il mondo  

      pieno di stolti".  Tornando al saggio Ecclesiastico, quando diceva

      [27, 12]: "Lo stolto muta come la Luna; il sapiente, come il Sole,

      non muta",  voleva dire semplicemente che  tutti  i  mortali  sono

      stolti,  e  che  il titolo di sapiente spetta solo a Dio.  La Luna

      viene identificata dagli interpreti con la natura umana,  il Sole,

      fonte  di  ogni  luce,  con Dio.  Con ci si accorda quanto Cristo

      stesso nega nel Vangelo  [Matteo,  19,  17]:  che  qualcuno  possa

      chiamarsi buono, eccetto Dio. Se  stolto chiunque non  sapiente,

      e  se  chi    buono,  stando  agli Stoici,   anche sapiente,  la

      stoltezza, di necessit,  retaggio di tutti gli uomini.  Si legge

      ancora  nel  capitolo quindicesimo [21] di Salomone: "Lo stolto si

      bea della sua stoltezza";  e con questo chiaramente si ammette che

      senza la stoltezza la vita non ha nulla da offrire.

      Alla stessa conclusione approda il detto: "Chi pi sa, pi soffre;

      chi  pi conosce,  pi spesso s'indigna [Ecclesiaste 1,  18]".  La

      stessa cosa,  quell'eccelso predicatore riconosce apertamente  nel

      capitolo settimo [7,  5],  quando dice: "Nel cuore dei sapienti il

      dolore; nei cuori degli stolti la gioia".

      Non riteneva,  infatti,  che  bastasse  il  pieno  possesso  della

      sapienza; bisognava conoscere anche me, la follia. Se poi prestate

      poca  fede a me,  leggete le parole che scrisse nel primo capitolo

      [1,  17]: "Volsi il mio cuore  ad  apprendere  la  saggezza  e  la

      scienza,  gli  errori  e la follia".  E qui va notato che l'essere

      collocata  all'ultimo   posto   torna   a   lode   della   follia.

      L'Ecclesiaste  ha  scritto  -  e  sapete  che  questo    l'ordine

      ecclesiastico - che chi  primo per dignit deve occupare l'ultimo

      posto, il che  conforme al dettato evangelico.

      Che  poi  la  Follia    superiore  alla   Sapienza   lo   attesta

      chiaramente, nel capitolo 64 [64, 41 e 18], anche l'Ecclesiastico,

      chiunque egli sia.  Ma,  per Ercole, non riferir le sue parole se

      prima non avrete collaborato con me in una  serie  di  appropriate

      risposte,  come fanno nei dialoghi di Platone gli interlocutori di

      Socrate.  "Che cosa  pi opportuno nascondere,  le  cose  rare  e

      preziose,  o  quelle  comuni  e dappoco?" Perch tacete?  Anche se

      cercate di non scoprirvi,  parla per voi il  proverbio  greco  che

      dice  della  brocca  alla  porta  di  casa,  e  sacrilego  sarebbe

      rifiutarlo,  perch lo troviamo in Aristotele,  il nume dei nostri

      maestri.  O forse qualcuno di voi  cos stolto da lasciare per la

      strada oro e gemme? Non credo, per Ercole.  Sono cose che riponete

      in  nascondigli  inaccessibili,  e  addirittura  negli  angoli pi

      segreti di una cassaforte a tutta  prova.  In  mezzo  alla  strada

      lasciate i rifiuti.  Perci, se si nasconde quanto  pi prezioso,

      mentre si lascia in vista ci  che  vale  meno,  la  sapienza  che

      l'Ecclesiastico  vieta  di  nascondere  non  sar palesemente meno

      pregiata della stoltezza che comanda di nascondere?  Ascoltate  le

      sue  parole  testuali:  "L'uomo  che  nasconde la sua insipienza 

      migliore dell'uomo che nasconde la sua sapienza" [41, 18].

      Che dire dell'ingenuo candore che le Sacre Scritture attribuiscono

      allo stolto,  di contro all'atteggiamento  del  sapiente  che  non

      crede  nessuno  suo  simile?  Cos  infatti  intendo le parole del

      decimo [10,  3] dell'Ecclesiaste: "Ma lo stolto,  quando va per la

      strada,  essendo  lui stolto,  crede che tutti lo siano".  E non 

      forse indizio di singolare candore supporre che tutti siano uguali

      a te e,  in un mondo di presuntuosi,  estendere a tutti gli  altri

      ci  che  in  te  c' di buono?  Perci il gran re Salomone non si

      vergogn di  questa  qualifica  quando,  nel  trentesimo  capitolo

      [Proverbi 30,  2],  disse: "Sono il pi folle degli uomini". E san

      Paolo,  il grande dottore delle genti,  scrivendo ai Corinzi  [11,

      23],  non  disdegn la denominazione di stolto: "Parlo,  dice,  da

      dissennato: sono io il pi dissennato".  Come se,  essere superato

      in fatto di follia, fosse sconveniente.

      Qui  mi danno sulla voce certi greculi meschini che s'ingegnano di

      cavare gli occhi alle cornacchie -  cio  ai  teologi  del  nostro

      tempo - spargendo in giro il fumo delle loro chiose ai sacri testi

      (e  se  il mio amico Erasmo,  che molto spesso ricordo a titolo di

      merito, non  l'alfa [il primo] della schiera, certo  il beta [il

      secondo]).  Che razza di citazione pazzesca  -  dicono  -  proprio

      degna  della Pazzia in persona!  L'Apostolo intendeva una cosa ben

      diversa dai tuoi vaneggiamenti.  Con le sue parole  non  cerca  di

      farsi  passare  per  pi stolto degli altri;  ma,  avendo detto in

      precedenza: "Sono ministri di  Cristo;  e  anch'io  lo  sono",  ed

      essendosi cos collocato,  con una punta d'orgoglio, alla pari con

      gli altri,  rettifica: "ma io lo sono anche di  pi",  perch  nel

      ministero del Vangelo sente di essere,  non solo alla pari con gli

      altri Apostoli,  ma un poco  al  disopra.  Tuttavia,  volendo  che

      l'affermazione   suonasse   vera,   senza   peraltro   urtare  gli

      ascoltatori con un eventuale sospetto di  presunzione,  adott  la

      follia  come  copertura,  e  disse  "parlo da dissennato",  perch

      sapeva che dire la verit senza offendere nessuno  privilegio dei

      soli pazzi.

      Che cosa intendesse davvero Paolo  quando  scrisse  a  quel  modo,

      lascio  che  siano  loro  a  decidere.  Io seguo i grandi teologi,

      grassi e grossi, e in genere molto stimati; buona parte dei dotti,

      per Giove,  preferisce sbagliare con loro piuttosto che essere nel

      giusto con codesti trilingui.  E nessuno tiene il parere di questi

      greculi da quattro soldi in maggior conto  del  gracchiare  di  un

      corvo, soprattutto da quando ha commentato quel passo da maestro e

      da  teologo  un  illustre teologo (per prudenza ne taccio il nome,

      perch  i  nostri  volatili  gracchianti  non  si  affrettino   ad

      affibbiargli il motto greco dell'asino che suona la lira).  Con le

      parole "parlo da dissennato,  anzi io lo sono pi  di  tutti",  fa

      cominciare   un   nuovo   capitolo  e,   con  insuperabile  rigore

      dialettico,  aggiunge  un  nuovo  capoverso,   interpretando  cos

      (riporter le sue parole,  e non solo nella lettera,  ma anche nel

      loro significato): "parlo da dissennato, cio,  se vi sembro folle

      mettendomi  alla  pari con gli pseudoapostoli,  anche pi folle vi

      sembrer ponendomi al disopra di loro".  Purtroppo  quel  teologo,

      subito dopo, quasi dimentico di s, cambia argomento.




      64.  Ma  perch  mi  affanno tanto con questo solo esempio?  Tutti

      riconoscono ai teologi il diritto di manipolare il cielo, ossia le

      Sacre Scritture, tirandole in qua e in l come un elastico,  tanto

        vero  che  in  san Paolo entrano in contraddizione parole della

      Scrittura che nel  sacro  testo  non  sono  affatto  in  contrasto

      (almeno  se vogliamo prestare fede a san Girolamo,  che sapeva ben

      cinque lingue).  Cos,  letta per caso ad Atene la  dedica  di  un

      altare,  Paolo  ne  forz  il  significato  a beneficio della fede

      cristiana, e, tralasciando le altre parole, che avrebbero nuociuto

      al suo proposito,  stacc dal contesto solo le ultime due: "Al Dio

      ignoto",  e  anche  queste con qualche variante.  La dedica esatta

      era,   infatti,   questa:  "Agli  Di  dell'Asia,   dell'Europa  e

      dell'Africa,  agli Di ignoti e stranieri". Penso che questi figli

      di teologi,  seguendone l'esempio,  sopprimendo qua e l quattro o

      cinque parolette e, all'occorrenza, anche alterandole, le adattino

      ai  loro scopi.  Poco importa,  poi,  se le parole che precedono o

      quelle che seguono non c'entrano per nulla o, addirittura, sono in

      contrasto.  Lo  fanno  con  una  tale  impudenza,   che  spesso  i

      giureconsulti sono tratti a invidiare i teologi.

      Che mai hanno pi da temere da quando quel celebre...  - a momenti

      mi sfuggiva il suo nome,  ma di nuovo mi  trattiene  il  proverbio

      greco - ha ricavato dalla parola di Luca [22,  35-36] un principio

      che si accorda con lo spirito di Cristo come il fuoco con l'acqua?

      Infatti, nell'ora dell'estremo pericolo, quando i fedeli adepti si

      stringono di pi  ai  loro  protettori  per  impegnarsi  con  ogni

      risorsa  al  loro  fianco,  Cristo,  perch i suoi smettessero del

      tutto di confidare in questo genere di aiuti,  chiese loro se  mai

      avessero  sentito  la  mancanza  di qualche cosa,  quando li aveva

      mandati per il mondo  cos  poco  equipaggiati  da  non  avere  n

      calzari  contro  le  spine e i sassi,  n bisaccia contro la fame.

      Avendo essi risposto di no, che nulla era mancato,  soggiunse: "Ma

      ora  chi  ha  una  borsa  la  prenda,  e altrettanto faccia con la

      bisaccia, e chi non ne ha venda la sua tunica e compri una spada".

      Ora,   dato  che  tutta  la  dottrina  di  Cristo   predica   solo

      mansuetudine,  tolleranza,  disprezzo  del  mondo,  non   chi non

      intenda il giusto significato di questo passo.  Il proposito   di

      rendere  i  legati  di  Cristo  anche  pi inermi;  non solo senza

      calzari e senza bisaccia, ma anche senza tunica,  nudi e liberi di

      tutto,  affrontino  la loro missione evangelica.  Non si procurino

      nulla,  se non la spada,  non quella,  per,  di  cui  si  servono

      predoni  e  parricidi  per  i  loro  misfatti,  ma  la spada dello

      spirito, che penetra nel fondo del cuore, che taglia via una volta

      per sempre tutte le passioni,  s che nulla  vi  resti,  salvo  la

      piet.

      Orbene,  state  un  po'  a  vedere  a quale senso riesce a piegare

      questo passo il nostro famoso teologo.  Secondo lui la spada   la

      difesa  contro  i  persecutori,   il  sacchetto,  una  sufficiente

      provvista di viveri; come se Cristo, ritenendo di aver mandato per

      il mondo i suoi missionari senza provvederli  di  mezzi  adeguati,

      cambiando parere ritrattasse quanto ha predicato in precedenza.  O

      dimenticasse quanto aveva detto,  che sarebbero stati  felici  nel

      dolore,  fatti segno a ingiurie e supplizi,  non rendendo male per

      male,  perch  beati  sono  i  mansueti,   non  i  violenti;   se,

      dimenticando  di averli esortati a seguire l'esempio dei passeri e

      dei gigli,  non li volesse pi vedere partire senza la  spada.  La

      comprino, a costo di vendere la tunica; meglio nudi che disarmati!

      Il commentatore ritiene inoltre che il termine spada indichi tutto

      ci che pu servire come arma di difesa, e che il termine bisaccia

      abbracci  quanto concerne i bisogni vitali.  Cos l'interprete del

      pensiero divino fa predicare il Cristo in croce da Apostoli armati

      di lance,  balestre,  fionde e bombarde.  Li  carica  di  valigie,

      sacche e bagagli vari perch non abbiano mai a mettersi in viaggio

      senza  avere  debitamente  pranzato.  N  il  brav'uomo   turbato

      neppure dal fatto che Cristo  ingiunge  di  rimettere  subito  nel

      fodero  quella  spada  che  aveva ordinato di comprare a cos caro

      prezzo,  e che mai,  per quel che se ne  sa,  gli  Apostoli  hanno

      fronteggiato  con  spade  e  scudi  la  violenza dei pagani,  come

      avrebbero fatto se il pensiero di Cristo fosse  stato  conforme  a

      questa interpretazione.

      C'  poi un altro,  e non certo l'ultimo venuto (per deferenza non

      ne faccio il nome) che, basandosi sul riferimento di Abacuc [3, 7]

      alle tende di Madian - "le pelli del paese di Madian saranno messe

      sossopra" - ne ricava un'allusione alla pelle  di  san  Bartolomeo

      scorticato.

      Di  recente  partecipai io stessa a una discussione teologica;  lo

      faccio spesso.  Poich uno dei presenti chiedeva in che  conto  si

      doveva  tenere  il  precetto delle Sacre Scritture secondo cui gli

      eretici vanno arsi sul rogo piuttosto che non persuasi  attraverso

      la discussione,  un vecchio dall'aspetto severo, teologo anche nel

      piglio, rispose molto indignato che la legge risaliva all'apostolo

      Paolo che disse [A TITO, 3,  10]: "Dopo aver tentato ripetutamente

      di  mettere  l'eretico sulla buona strada,  evitalo".  E pi volte

      tornava a dire quelle parole, mentre erano in parecchi a chiedersi

      che cosa mai gli succedeva.  Fin con lo  spiegare  che  bisognava

      togliere DALLA VITA (E VITA) l'eretico.  Ci fu chi rise,  ma ci fu

      anche chi ritenne  l'interpretazione  ineccepibile  dal  punto  di

      vista  teologico,  e  poich  qualcuno  continuava  a  protestare,

      intervenne  un  avvocato   cosiddetto   di   Tenedo,   un'autorit

      irrefragabile:  "State  a sentire,  disse.  La Scrittura dice: non

      lasciar vivere  l'uomo  malefico.  Ma  ogni  eretico    malefico,

      quindi...".  Tutti i presenti ammirarono la soluzione ingegnosa, e

      vi aderirono battendo forte i piedi calzati di stivali.  A nessuno

      venne  in  mente  che quella legge riguardava incantatori e maghi,

      detti in lingua ebraica "malefici".  Altrimenti la pena  di  morte

      dovrebbe estendersi alla fornicazione e all'ubriachezza.

      65.  Sono  una  sciocca  a volermi dilungare su queste cose,  cos

      numerose che neanche tutti  i  volumi  di  Crisippo  e  di  Didimo

      basterebbero  a  contenerle.  Volevo  solo farvi presente che,  se

      tanto  stato concesso a quei maestri di primissima  grandezza,  

      giusto  usare qualche indulgenza a me,  teologa di ben poco conto,

      se le mie citazioni non sono del tutto esatte.

      E ora,  tornando finalmente a Paolo,  parlando di  s  dice:  "Voi

      sopportate  di buon grado i folli" [Seconda Corinzi,  11,  19].  E

      ancora: "Accettatemi come un folle". E poi: "Non parlo ispirato da

      Dio, ma quasi come un folle". E altrove,  di nuovo: "Siamo folli a

      cagione  di  Cristo".  Avete sentito quali elogi della follia e da

      quale pulpito!  E che diremo di quel suo raccomandare la stoltezza

      quale  fonte  per  eccellenza  necessaria in vista della salvezza?

      "Chi di voi sembra sapiente, divenga stolto per essere sapiente".

      In Luca [34,  25] Ges chiama "stolti" i due discepoli cui si  era

      accompagnato  per  la strada.  Non so se ci si debba meravigliare,

      visto che allo stesso Dio,  San Paolo attribuisce  un  pizzico  di

      follia,  dicendo:  "La  follia di Dio  pi saggia del senno degli

      uomini". [Prima Corinzi, 1, 25]. Origene, per certo,  contesta che

      questa  follia  sia  suscettibile  di  essere  tradotta in termini

      umani,  come nell'altro esempio: "La parola della croce    follia

      per gli uomini che si perdono" [Prima Corinzi, 1, 18].

      Ma  perch  mai  insisto  nel  sostenere  tutto  questo  con tante

      testimonianze?  Non ce n' bisogno,  se nei mistici salmi [68,  6]

      Cristo stesso dice al Padre: "Tu conosci la mia follia". E non per

      caso  i  folli  sono  sempre  stati tanto cari al Signore.  Per la

      stessa ragione,  credo,  per cui i sovrani guardano con diffidente

      antipatia  le persone troppo intelligenti.  Cos accadeva a Cesare

      con Bruto e Cassio - mentre  di  quell'ubriacone  di  Antonio  non

      aveva alcun timore;  cos accadeva a Nerone con Seneca e a Dionigi

      con Platone;  mentre si trovavano bene con  gli  uomini  privi  di

      acume.  Allo  stesso  modo Cristo costantemente detesta e condanna

      quei sapienti che hanno fiducia nella propria saggezza.

      Lo attesta chiaramente san Paolo quando dice: "Dio sceglie ci che

      il mondo considera stolto",  e che "Dio aveva  voluto  salvare  il

      mondo attraverso la stoltezza",  perch attraverso la saggezza non

      era possibile  [Prima  Corinzi,  1].  Dio  stesso  lo  rivela  con

      sufficiente  chiarezza  quando  esclama  per  bocca  del  profeta:

      "Mander in fumo la sapienza dei sapienti e condanner la saggezza

      dei saggi".

      E ancora  quando  Ges  lo  ringrazia  perch  aveva  rivelato  ai

      piccoli,  cio  agli  stolti,  il mistero della salvezza che aveva

      celato ai sapienti. In greco,  infatti,  il termine per indicare i

      bambini   infanti (npioi) in contrapposizione ai sapienti (zofi

      ).  Nello stesso senso vanno intesi certi  motivi  ricorrenti  nel

      Vangelo;  Ges  che  fieramente  si leva contro farisei,  scribi e

      dottori e, viceversa, la sollecita protezione che accorda al volgo

      ignorante. Che altro vogliono infatti dire le parole: "Guai a voi,

      scribi e farisei", se non "Guai a voi, sapienti" [Matteo, 23,  13-

      27;  Luca,  11, 42-43]. Invece il suo rapporto con bambini, donne,

      pescatori, pare fosse improntato a perfetta letizia.  Anche fra le

      bestie  Cristo  predilige le pi lontane dall'astuzia della volpe.

      Perci prefer cavalcare un  asino,  anche  se,  volendo,  avrebbe

      potuto  senza rischio cavalcare un leone.  Cos lo Spirito Santo 

      sceso dal cielo in sembianza  di  colomba,  non  di  aquila  o  di

      sparviero.  Inoltre,  nelle  Sacre Scritture,  si ricordano un po'

      dappertutto cervi, capretti,  agnelli.  Aggiungasi che Ges chiama

      pecore  i  suoi  discepoli  destinati  a vivere in eterno.  N c'

      animale pi stupido di questo,  stando anche al detto aristotelico

      "indole  di  pecora"  che,  come Aristotele avverte,  tratto dalla

      stupidit  di  quell'animale,   di  solito  si  applica  a  titolo

      ingiurioso  agli  stupidi  e  tardi.  Tuttavia  Cristo si professa

      pastore di questo  gregge;  anzi  egli  stesso  si  compiacque  di

      chiamarsi agnello,  e Giovanni Battista lo indic con questo nome:

      "Ecco l'agnello di Dio",  denominazione che ricorre  spesso  anche

      nell'Apocalisse.


      Di  qui  una  clamorosa  conclusione: i mortali,  anche quelli che

      coltivano sentimenti di piet, sono stolti. Lo stesso Cristo,  per

      venire  in  aiuto  all'umana  sapienza,  lui che  la sapienza del

      Padre, si  fatto in qualche modo stolto, quando, vestite le umane

      spoglie,  si  presentato con sembiante di uomo.  Come si   fatto

      anche  peccato  per  risanarci  dai peccati.  N volle porvi altro

      rimedio se non la follia della Croce,  valendosi di Apostoli rozzi

      e ignoranti,  cui ebbe cura di predicare come ottima condizione la

      stoltezza distogliendoli dalla sapienza quando li esorta a seguire

      l'esempio dei  bambini,  dei  gigli,  del  grano  di  senape,  dei

      passerotti, esseri del tutto privi d'intelligenza, che vivono solo

      affidandosi alla natura,  senza artifici,  senza affanni; e quando

      proibisce loro di preoccuparsi della linea da  tenere  davanti  ai

      giudici  e di stare all'erta per cogliere i momenti opportuni: non

      devono  cio  confidare  nella  propria  saggezza,   ma   mettersi

      totalmente  nelle  sue  mani.  Allo stesso principio s'ispira Dio,

      architetto del mondo,  quando proibisce di  assaggiare  il  frutto

      dell'albero  della sapienza,  quasi che la scienza fosse il veleno

      della felicit.  San Paolo,  d'altra parte,  condanna  la  scienza

      apertamente come fonte di presunzione e di rovina. E credo che san

      Bernardo  si richiamasse a lui identificando il monte che Lucifero

      aveva scelto per sua sede col monte della scienza.

      Forse c' anche un altro argomento che non dovrei tralasciare:  la

      stoltezza trova grazia presso gli Di; al sapiente non si perdona,

      tanto   vero che chi implora il perdono,  anche se ha peccato con

      cognizione di causa,  adduce a pretesto la stoltezza e di essa  si

      fa  usbergo.  Cos  infatti,  se  la memoria non mi tradisce,  nei

      NUMERI [12, 11] Aronne cerca di stornare dalla moglie la punizione

      del Signore: "Ti prego, Signore, non giudicarci colpevoli: abbiamo

      peccato per mancanza di discernimento".  E anche Saul di fronte  a

      David  si  discolpa  cos:  "E'  chiaro,  dice,  che  ho  agito da

      sciocco".  E David,  a sua volta,  cerca di propiziarsi il Signore

      con queste parole: "Ti prego,  Signore,  non accusare il tuo servo

      d'iniquit; ho agito da sciocco",  come se non potesse ottenere il

      perdono  se  non  appellandosi  alla  sua  stoltezza  e  alla  sua

      insipienza.  Prova di  eccezionale  efficacia,  Cristo  in  croce,

      quando   preg   per  i  suoi  nemici,   port  come  unica  scusa

      l'ignoranza: "Padre,  perdona loro perch  non  sanno  quello  che

      fanno" [Luca 23, 24]. Nello stesso senso Paolo scriveva a Timoteo:

      "Ho  ottenuto  la misericordia divina perch nella mia incredulit

      ho agito per ignoranza" [Prima Timoteo 1,  13].  Che vuol dire "ho

      agito da ignorante", se non che aveva agito per stoltezza, non per

      malizia?  Che significa "perci ho ottenuto misericordia",  se non

      che non l'avrebbe ottenuta se la sua stoltezza non avesse  deposto

      in suo favore?  Fa al caso nostro il mistico salmista che non mi 

      venuto in mente al momento giusto: "Non ricordare le  colpe  della

      mia giovent e le mie ignoranze" [P.S. 24, 7].

      Come  avete sentito,  adduce due argomenti: la giovane et - a cui

      sempre io, la Follia, mi accompagno - e le "ignoranze",  ricordate

      al plurale per fare intendere la grande forza della follia.




      66.  Per  non  dilungarmi  all'infinito cercher di riassumere per

      sommi  capi.  Se  la  religione  cristiana  sembra  avere  qualche

      parentela  con  la follia,  con la sapienza non ha proprio nulla a

      che fare. Desiderate averne una prova?  Guardate in primo luogo al

      fatto che bambini, vecchi, donne e anime semplici godono pi degli

      altri delle funzioni religiose,  e perci,  per puro istinto, sono

      sempre i pi vicini  agli  altari.  Vedete  inoltre  che  i  primi

      fondatori della religione,  con mirabile slancio,  scelsero le vie

      della semplicit, mentre furono nemici acerrimi delle lettere.

      Infine non c' pazzo che sembri pi pazzo di coloro che una  volta

      per sempre siano stati conquistati in pieno dal fuoco della carit

      cristiana: a tal punto sono prodighi dei loro beni,  trascurano le

      offese,  tollerano gli inganni,  non fanno distinzione tra amici e

      nemici,  hanno  orrore  del  piacere;  digiuni,  veglie,  lacrime,

      fatiche,  ingiurie,  sono il loro nutrimento;  per nulla attaccati

      alla vita,  desiderano solo la morte; per dirla in breve, sembrano

      affatto insensibili alle esigenze del senso  comune,  come  se  il

      loro  animo vivesse altrove,  e non nel loro corpo.  E che altro 

      questo se non follia?  Non dobbiamo dunque  meravigliarci  se  gli

      Apostoli sembrarono ubriachi di vino dolce,  se Paolo sembr pazzo

      al giudice Festo.

      Comunque, visto che una volta tanto ho vestito la pelle del leone,

      andr  pi  in  l  mettendo  in  chiaro  un'altra  cosa:   quella

      beatitudine  che  i  cristiani  cercano di conquistare a cos caro

      prezzo, altro non  se non una forma di follia e di stoltezza. Non

      badate alle  parole:  non  c'  intenzione  d'offesa;  considerate

      piuttosto  i  fatti.  C'  in primo luogo un punto di contatto fra

      cristiani e platonici: entrambi ritengono  che  l'anima,  irretita

      nei vincoli del corpo, trovi nella sua materia un impedimento alla

      contemplazione e alla fruizione del vero. Perci Platone definisce

      la  filosofia una meditazione sulla morte,  perch,  a somiglianza

      della morte,  distoglie la mente dalle cose visibili  e  corporee.

      Perci,  finch l'anima fa buon uso degli organi del corpo,  viene

      detta sana; ma quando,  spezzati i vincoli,  tenta d'affermarsi in

      piena  libert,  e  viene  quasi  meditando  una  fuga dal carcere

      corporeo,  allora si parla di follia.  Se per caso la cosa  accade

      per malattia,  per una qualche affezione organica, allora  pazzia

      conclamata.  Tuttavia vediamo che anche uomini  di  questa  specie

      predicono  il  futuro,  sanno  lingue  e lettere che non hanno mai

      appreso in passato,  ostentano qualcosa che appartiene decisamente

      all'ambito del divino.

      Non  c'  dubbio:  questo accade perch la mente,  libera in parte

      dall'influenza del corpo,  comincia a  sprigionare  la  sua  forza

      nativa.  Credo che per la stessa ragione qualcosa di simile accada

      nel  travaglio  della  morte  imminente:  gli  agonizzanti,   come

      ispirati, parlano un linguaggio profetico.

      Se ci accade nell'ardore della fede,  si tratta forse di un altro

      genere di follia,  ma cos vicina alla ordinaria follia che  molta

      gente  la  giudica pazzia pura,  e tanto pi in quanto riguarda un

      pugno di disgraziati che in tutto il modo di  vivere  si  scostano

      dal resto dell'umano consorzio. Qui, di solito, credo si verifichi

      il caso del mito platonico: di quelli che incatenati in fondo alla

      caverna vedono l'ombra delle cose,  e del prigioniero che, fuggito

      di l,  tornando poi nell'antro afferma di  avere  contemplato  le

      cose  reali,  e che loro s'ingannano di molto,  convinti come sono

      che nient'altro esista  se  non  delle  misere  ombre.  Il  saggio

      compiange  e deplora la follia di coloro che sono irretiti in cos

      grave errore;  ma quelli,  a loro volta,  ridono di  lui  come  se

      delirasse  e  lo  cacciano  via.  Allo stesso modo il volgo ammira

      soprattutto le cose in cui la materia prevale,  e quasi crede  che

      siano  le  sole  ad  esistere.  Chi pratica la religione,  invece,

      quanto pi una cosa  attinente al corpo tanto pi la trascura  ed

        tutto  preso  dalla  contemplazione  dell'invisibile.  Gli  uni

      mettono al primo  posto  le  ricchezze,  al  secondo  le  comodit

      relative  al  corpo,  all'ultimo l'anima: che,  dopo tutto,  i pi

      neanche credono esista perch  l'occhio  non  pu  scorgerla.  Gli

      altri,  invece,  in  primo luogo tendono con tutte le loro forze a

      Dio, il pi semplice degli esseri; in secondo luogo a qualcosa che

      ancora resta nella sua cerchia: ossia all'anima,  che pi di tutto

        vicina  a  Dio;  trascurano  la cura del corpo,  disprezzano le

      ricchezze e ne rifuggono come da cosa immonda.  Se poi non possono

      esimersi dall'occuparsene, ne sentono il peso e la noia; hanno, ed

       come se non avessero; posseggono, ed  come se non possedessero.

      Nei   singoli  casi  ci  sono  anche  molte  altre  differenze  di

      gradazione. Prima di tutto, bench tutti i sensi abbiano un legame

      col corpo, alcuni sono pi corpulenti, come il tatto, l'udito,  la

      vista,  I'olfatto,  il gusto; altri pi distaccati dal corpo, come

      la memoria, l'intelletto, la volont.

      Dato che la potenza dell'anima risulta maggiore l dove  concentra

      il  suo  sforzo,  le  persone  religiose,  poich  tutta  la forza

      dell'animo loro si volge alle  cose  lontane  per  eccellenza  dai

      sensi pi corposi,  subiscono in questi una sorta di ottundimento.

      Il volgo, invece,  in essi raggiunge il massimo della potenza,  il

      minimo negli altri. Si spiega cos ci che raccontano sia accaduto

      a certi Santi, di bere olio invece di vino.

      E  anche  fra  le  passioni dell'anima alcune sono pi legate agli

      aspetti carnali del corpo, come l'impulso sessuale,  il bisogno di

      cibo  e  di  sonno,  l'ira,  la  superbia,  l'invidia: chi coltiva

      sentimenti di piet le respinge senza  remissione;  il  volgo,  al

      contrario,  ne fa la fondamentale ragione di vita. Vi sono poi dei

      sentimenti intermedi,  quasi naturali,  come  l'amore  di  patria,

      l'affetto per i figli,  per i genitori, per gli amici. Il volgo ne

      riconosce in qualche misura l'importanza, ma quanti vivono secondo

      piet cercano di sradicare dall'animo anche questi, a meno che non

      raggiungano quel supremo livello spirituale  per  cui  si  ama  il

      padre,  non in quanto padre - che ha generato,  infatti, se non il

      corpo?  e,  alla fine,  anche questo  opera di Dio padre - ma  in

      quanto    buono  e  porta  in s il lume di quella Mente che sola

      chiamano sommo bene,  e al di fuori  della  quale  sostengono  che

      nulla merita di essere amato o desiderato.

      Con  questo  medesimo  criterio giudicano di tutti i doveri: tutto

      ci che  visibile, se non  da disprezzarsi senz'altro, va tenuto

      in  molto  minor  conto  dell'invisibile.  Dicono  che  anche  nei

      sacramenti e nelle pratiche religiose si possono distinguere corpo

      e  spirito.   Per  esempio,  nel  digiuno  non  fanno  gran  conto

      dell'astinenza dalla carne e dal pasto,  che  il  volgo  considera

      invece digiuno stretto;  bisogna che intervenga anche un controllo

      delle passioni,  che si conceda meno del solito ai moti d'ira o di

      superbia,  perch lo spirito gi meno gravato dal corpo si innalzi

      al  godimento  dei  beni   celesti.   Altrettanto   dicasi   della

      Eucaristia.  Bench  non vada sottovalutato l'aspetto cerimoniale,

      questo per se stesso giova poco,  o addirittura    pernicioso  in

      mancanza    dell'elemento    spirituale,    cio   del   contenuto

      rappresentato da quei segni visibili.  Si rappresenta la morte  di

      Cristo;  i  mortali  devono  parteciparvi  come  attori  vincendo,

      sopprimendo, starei per dire seppellendo, le passioni corporee per

      risorgere a nuova vita,  per fare,  in totale comunione fra  loro,

      tutt'uno con lui.

      Queste le azioni,  questi i pensieri dell'uomo di fede.  Il volgo,

      al contrario, crede che il sacrificio sia tutto nello stare quanto

      pi  possibile accanto agli altari,  ascoltando il  rumore  delle

      parole e badando ad altre quisquilie relative al rito.

      Quanto al pio,  non solo nelle cose che abbiamo portato a esempio,

      ma in ogni occasione, rifugge da ci che  legato al corpo,  tutto

      preso  dall'eterno,   dall'invisibile,  dalla  realt  spirituale.

      Perci,  dato il loro radicale disaccordo  su  tutto,  accade  che

      uomini  di  piet  e  volgo  a vicenda si prendano per matti.  Ma,

      secondo me,  l'appellativo si addice piuttosto alla gente pia  che

      non  al  volgo.  E ci risulter pi chiaro se,  come ho promesso,

      dimostrer in poche parole che quel sommo premio altro  non    se

      non una forma di follia.




      67.  Considerate  in  primo  luogo  che  qualcosa  di  simile  gi

      vagheggi Platone quando scrisse che il delirio degli amanti   il

      pi  felice di tutti.  Infatti chi ama ardentemente non vive in se

      stesso, ma in colui che ama,  e quanto pi si allontana da s e si

      trasferisce in lui tanto pi gode.  E quando l'animo si propone di

      uscire dal corpo e non usa debitamente dei  suoi  organi,  a  buon

      diritto  senza  dubbio  si pu parlare di delirio.  Altrimenti che

      cosa vogliono dire le comuni espressioni: "non  in s",  o  anche

      "torna  in te stesso",  e " tornato in se stesso"?  D'altra parte

      quanto pi  perfetto l'amore, tanto pi  grande, tanto pi beato

      il delirio.  Quale sar dunque quella vita celeste  che  fa  tanto

      sospirare  le  anime  pie?  Lo spirito,  che  il pi forte,  sar

      vittorioso,  e assorbir il corpo tanto pi facilmente perch  gi

      in  vita  lo  avr mortificato e indebolito in vista di una simile

      trasformazione.  Poi sar a sua volta  mirabilmente  assorbito  da

      quella  somma  Mente  la cui potenza  infinitamente superiore.  A

      questo punto l'uomo sar interamente  fuori  di  s,  e  solo  per

      questo felice,  perch,  essendo fuori di s,  subir non so quale

      ineffabile influsso di quel sommo Bene che tutto trae a s.

      Anche se questa felicit  sar  perfetta  solo  quando  le  anime,

      ripresa    l'antica   veste   corporea,    riceveranno   il   dono

      dell'immortalit,  gli uomini pii,  dato che la loro vita   tutta

      una  meditazione  di  quella  vita  immortale,  e  quasi  una  sua

      immagine,  possono talvolta  pregustare  qualcosa,  una  sorta  di

      anticipazione di quel premio. Si tratta di una goccia da niente in

      confronto  a quella fontana di eterna felicit,  ma che vale molto

      di pi di tutti i  piaceri  corporei,  anche  se  potessimo  farli

      convergere  tutti  in  un  punto solo.  A tal punto la sfera dello

      spirito    superiore  al  corpo,   e  quella  dell'invisibile  al

      visibile.  Questa  certo   la promessa del Profeta: "l'occhio non

      vide, l'orecchio non sent, non penetrarono nel cuore dell'uomo le

      cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano".  Questa    la

      parte  della  follia  che  il  passaggio da una vita all'altra non

      toglie,   ma  porta  a  perfezione.   Quelli  che   hanno   potuto

      parteciparne - pochissimi invero - sono clti da un turbamento che

      alla follia  vicinissimo;  fanno discorsi incoerenti,  proferendo

      parole  strane  e  senza  senso;  e  poi,  all'improvviso,  mutano

      completamente  d'espressione.   Ora  alacri,   ora  depressi;  ora

      piangono,  ora ridono,  ora sospirano;  insomma sono  davvero  del

      tutto  fuori  di  s.  Appena rientrano in se stessi dicono di non

      sapere dove sono stati,  se  nel  corpo  o  fuori  del  corpo;  di

      ignorare  se  erano svegli o addormentati;  di non sapere che cosa

      hanno udito,  che cosa hanno detto,  che cosa hanno  fatto;  hanno

      solo  dei  ricordi  che sembrano filtrare attraverso il velo della

      nebbia o del sogno.  Una sola cosa sanno: di essere stati al colmo

      della  beatitudine  quando erano in quello stato.  Perci piangono

      per essere tornati in senno, e soprattutto desiderano di essere in

      eterno in preda a quel genere di follia.  Hanno appena  pregustato

      la felicit futura!






      68.  Dimentica  di  me  stessa,  ho  passato da un pezzo i limiti.

      Tuttavia,  se vi pare che il discorso abbia peccato di petulanza e

      prolissit,  pensate  che  chi  parla  la Follia,  e che  donna.

      Ricordate per il detto greco: "spesso  anche  un  pazzo  parla  a

      proposito";  a  meno  che non riteniate che il proverbio non possa

      estendersi alle donne.

      Vedo che aspettate una conclusione: ma  siete  proprio  scemi,  se

      credete  che  dopo  essermi  abbandonata ad un simile profluvio di

      chiacchiere, io mi ricordi ancora di ci che ho detto.  Un vecchio

      proverbio dice: "Odio il convitato che ha buona memoria".  Oggi ce

      n' un altro: "Odio  l'ascoltatore  che  ricorda".  Perci  addio!

      Applaudite, bevete, vivete, famosissimi iniziati alla Follia.
