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Il manuale di Epitteto (Enchiridion)
traduzione di Giacomo Leopardi

Preambolo del volgarizzatore

Non poche sentenze verissime, diverse considerazioni sottili, molti precetti e ricordi sommamente utili, oltre una grata semplicit e dimestichezza del dire, fanno assai prezioso e caro questo libricciuolo. Io per verit sono di opinione che la pratica filosofica che qui s'insegna, sia, se non sola tra le altre, almeno pi delle altre profittevole nell'uso della vita umana, pi accomodata all'uomo, e specialmente agli animi di natura o d'abito non eroici, n molto forti, ma temperati e forniti di mediocre fortezza, o vero eziandio deboli, e per agli uomini moderni ancora pi che agli antichi.
So bene che a questo mio giudizio  contraria la estimazione universale, reputandosi comunemente che l'esercizio della filosofia stoica non si confaccia, e non sia pure eziandio possibile, se non solamente agli spiriti virili e gagliardi oltre misura. Laddove in sostanza a me pare che il principio e la ragione di tale filosofia, e particolarmente di quella di Epitteto, non istieno gi, come si dice, nella considerazione della forza, ma s bene della debolezza dell'uomo; e similmente che l'uso e la utilit di detta filosofia si appartengano pi propriamente a questa che a quella qualit umana.
Perocch non altro  quella tranquillit dell'animo voluta da Epitteto sopra ogni cosa, e quello stato libero da passione, e quel non darsi pensiero delle cose esterne, se non ci che noi chiamiamo freddezza d'animo, e noncuranza, o vogliasi indifferenza. Ora la utilit di questa disposizione, e della pratica di essa nell'uso del vivere, nasce solo da questo, che l'uomo non pu nella sua vita per modo alcuno n conseguir la beatitudine n schivare una continua infelicit. Che se a lui fosse possibile di pervenire a questi fini, certo non sarebbe utile, n anco ragionevole, di astenersi dal procacciarli. Ora non potendogli ottenere,  proprio degli spiriti grandi e forti l'ostinarsi nientedimeno in desiderarli e cercarli ansiosamente, il contrastare, almeno dentro se medesimi, alla necessit, e far guerra feroce e mortale al destino, come i sette a Tebe di Eschilo, e come gli altri magnanimi degli antichi tempi.
Proprio degli spiriti deboli di natura, o debilitati dall'uso dei mali e dalla cognizione della imbecillit naturale e irreparabile dei viventi, si  il cedere e conformarsi alla fortuna e al fato, il ridursi a desiderare solamente poco, e questo poco ancora rimessamente; anzi, per cos dire, il perdere quasi del tutto l'abito e la facolt, siccome di sperare, cos di desiderare. E dove che quello stato di nimicizia e di guerra con un potere incomparabilmente maggior dell'umano e non mai vincibile, dall'un lato non pu avere alcun frutto, e dall'altro lato  pieno di perturbazione, di travaglio, d'angoscia e di miseria gravissima e continua; per lo contrario questo altro stato di pace, e quasi di soggezione dell'animo, e di servit tranquilla, quantunque niente abbia di generoso,  pur conforme a ragione, conveniente alla natura mortale, e libero da una grandissima parte delle molestie, degli affanni e dei dolori di che la vita nostra suole essere tribolata.
Imperocch veramente a ottenere quella miglior condizione di vita e quella sola felicit che si pu ritrovare al mondo, non hanno gli uomini finalmente altra via se non questa una, di rinunciare, per cos dir, la felicit, ed astenersi quanto  possibile dalla fuga del suo contrario. Ora la noncuranza delle cose di fuori, ingiunta da Epitteto e dagli altri Stoici, viene a dir questo appunto, cio non curarsi di essere beato n fuggire di essere infelice. Il quale insegnamento, che  come dire di dovere amar se medesimo con quanto si possa manco di ardore e di tenerezza, si  in verit la cima e la somma, s della filosofia di Epitteto, e si ancora di tutta la sapienza umana, in quanto ella appartiene al ben essere dello spirito di ciascuno in particolare. Ed io, che dopo molti travagli dell'animo e molte angosce, ridotto quasi mal mio grado a praticare per abito il predetto insegnamento, ho riportato di cos fatta pratica e tuttavia riporto una utilit incredibile, desidero e prego caldamente a tutti quelli che leggeranno queste carte, la facolt di porlo medesimamente ad esecuzione.

Manuale di Epitteto

Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere nostro l'opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri atti.
Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite n attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.
Ricrdati adunque che se tu reputerai per libere quelle cose che sono di natura schiave, e per proprie quelle che sono altrui, t'interverr di trovare quando un ostacolo, quando un altro, essere afflitto, turbato, dolerti degli uomini e degli Dei. Per lo contrario se tu non istimerai proprio tuo se non quello che  tuo veramente, e se terrai che sia d'altri quello che  veramente d'altri, nessuno mai ti potr sforzare, nessuno impedire, tu non ti dorrai di niuno, non incolperai chicchessia, non avrai nessuno inimico, niuno ti nocer, essendo che in effetto tu non riceverai nocumento veruno.
Ora se tu sei desideroso di pervenire a questo s felice stato, sappi che a ci si richiede sforzo e concitazione d'animo non mediocre, e che di certe delle cose di fuori tu di lasciare il pensiero al tutto, di certe riservarlo per un altro tempo, e attendere alla cura di te medesimo sopra ogni cosa. Che se tu vorrai ad un'ora procacciare i predetti beni ed anco dignit e ricchezze, forse che tu non otterrai n pure queste, per lo studio che tu porrai dietro a quelli, ma di quelli, senza alcun dubbio tu sarai privo, i quali sono pur cos fatti, che solo per virt di essi si pu goder beatitudine e libert.
Per tanto, a ciascuna apparenza che ti occorrer nella vita, innanzi ad ogni altra cosa avvzzati a dire: questa  un'apparenza, e non  punto quello che mostra di essere. Di poi togli ad esaminarla e farne saggio con quegli espedienti che tu sai, e prima e massimamente con vedere se ella appartiene alle cose che sono in nostra facolt o vero a quelle che non sono. Ed appartenendo a quelle che non sono, abbi apparecchiata in tuo cuore questa sentenza: ci a me non rileva nulla.
Sovvengati che l'intento dell'appetizione si  il conseguire ci che ella appetisce, e l'intento dell'aversione il non incorrere in ci che ella fugge. E colui che non ottiene quel che appetisce,  senza fortuna; colui che incorre in quel che egli schiva, ha cattiva fortuna. Ora se l'animo tuo non ischiver se non solamente, delle cose che sono in nostro potere, quelle tali che saranno contro natura, non ti avverr d'incorrere in cosa alcuna alla quale tu abbi contrariet. Ma se egli sar volto a schivare i morbi, la povert, la morte, tu avrai cattiva fortuna.
Astienti dunque dall'avversione rispetto a qual si sia cosa di quelle che sono in nostro potere, e in quella vece fa'di usarla rispetto alle cose che, nel numero di quelle che sono in tua facolt, si troveranno essere contro natura. Dall'appetizione tu ti asterrai per ora in tutto. Perciocch se tu appetirai qualcuna di quelle cose che non dipendono da noi, tu non potrai fare di non essere sfortunato; e delle cose che sono in potest dell'uomo, non ti si appartiene per ancora alcuna di quelle che sarebbono degne da desiderare. Per tanto tu non consentirai a te medesimo se non se i primi movimenti e le prime inclinazioni dell'animo ad appetire o schivare, con questo per che elle sieno lievi, condizionali e senza veruno impeto.
Abbi cura di ricordare a te medesimo il vero essere di ciascheduna cosa che ti diletta o che tu ami o che ti serve ad alcuno uso, incominciando dalle pi picciole. Se tu ami una pentola, di'a te stesso: io amo una pentola; perciocch se ella si spezzer, tu non avrai per l'animo alterato. Se tu bacerai per avventura un tuo figliuolino o la moglie, dirai teco stesso: io bacio un mortale; acciocch morendoti quella donna o quel fanciullino, tu non abbi perci a turbarti.
Qualora tu pigli a far che che sia, rcati a mente la qualit di quella cotale operazione. Se tu vai, ponghiamo caso, al bagno a lavarti, rcati al pensiero le cose che accaggiono nel bagno: la gente che ti spruzza, che ti sospinge, che ti rampogna, che ti ruba. E per metterti a quell'atto pi sicuramente, tu dirai fra te stesso: io voglio ora lavarmi, e oltre di ci mantenere la disposizione dell'animo mio in istato conforme a natura. E il simile per qualunque faccenda. Cos se per avventura al lavarti ti sar occorso alcuno impaccio, tu avrai pronto il modo di consolarti dicendo: io non voleva fare solamente questo, ma eziandio mantenere la disposizione dell'animo mio in grado conforme a natura. Ma io non la manterr in tale stato, se io mi cruccer di questo che ora m'interviene.
Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni ch'eglino hanno delle cose. Per modo di esempio, la morte non  punto amara; altrimenti ella sarebbe riuscita tale anche a Socrate; ma la opinione che si ha della morte, quello  l'amaro. Per tanto, quando noi siamo attraversati o turbati o afflitti, non dobbiamo per accagionare gli altri, ma s veramente noi medesimi, cio le nostre opinioni. Egli  da uomo non addottrinato nella filosofia l'addossare agli altri la colpa dei travagli suoi propri, da mezzo addottrinato l'addossarla a se stesso, da addottrinato il non darla n a se stesso n agli altri.
Guarda di non insuperbire di alcuna eccellenza o di alcun pregio altrui. Se un cavallo montando in superbia dicesse; io son bello; ci sarebbe per avventura da comportare. Ma quando tu ti levi in superbia dicendo: io ho un bel cavallo, avverti che tu insuperbisci di un pregio che  del cavallo. Sai tu quello che  tuo? l'uso che tu fai delle apparenze delle cose. Sicch quando nell'usare di queste apparenze tu ti reggerai conforme a quello che la natura richiede, allora tu piglierai compiacenza di te medesimo a buona ragione: imperocch quello sar un pregio tuo proprio.
Siccome in una navigazione, poich il legno ha dato in terra a qualche porto, se tu esci del legno per fare acqua, tu puoi bene ancora venir cogliendo per via qua una chiocciolina, l una radicetta, ma egli ti conviene per aver sempre il pensiero alla nave, e voltarti spesso, per intendere se il piloto ti chiama, e chiamandoti, lasciare tutte quelle cose, per non avere a esser cacciato dentro legato come si fa delle pecore; cos nella vita, se in cambio di radicette o di chioccioline ti si porger una donnicciuola o un putto, niente vieta che tu non lo debba pigliare e godertelo. Ma se il piloto ti chiama, corri tosto alla nave senza voltarti, lasciata stare ogni cosa. E se tu sarai vecchio, non ti dilungherai dal legno gran tratto, per non avere a mancare quando il piloto ti chiami.
Tu non di cercare che le cose procedano a modo tuo, ma voler che elle vadano cos come fanno, e bene star.
La malattia si  un impaccio del corpo, ma non della disposizione dell'animo, solo che esso non voglia. L'esser zoppo si  impaccio della gamba, ma non della disposizione dell'animo. Il simile dirai per ogni accidente che ti sopravvenga. Imperciocch troverai che esso sar di natura da fare impaccio a qualche altra cosa, ma non a te proprio.
A ciascuna cosa esteriore che ti occorra, rivolgiti sopra te stesso e cerca quale delle facolt che tu hai, si possa adoperare verso di quella. Se tu avrai veduto un bel garzone o una bella donna, troverai che da poter usare verso di queste cose, tu hai la facolt della continenza. Se ti occorrer una fatica da sostenere, troverai la facolt della tolleranza. Se una villania, la pazienza. E cos accostumandoti, tu non ti lascerai trasportare dalle apparenze delle cose.
Non dire mai di cosa veruna: io l'ho perduta; ma bene: io l'ho restituita. Ti  morto per avventura un figliuolo? tu l'hai renduto. Morta la tua donna? tu l'hai renduta. Ti  stato tolto un podere? or non  egli renduto anche questo? Ma colui che me ne ha spogliato  un ribaldo. Che fa egli a te che quegli che ti aveva dato il podere te lo abbia richiesto per via di tale o di tale altra persona? Fino a tanto poi che egli ti lascia tenere o il terreno o che che altro si sia, pigliane quel pensiero che tu prenderesti di una cosa che fosse d'altri, come fanno dell'albergo i viandanti.
Se tu vuoi far progresso nella sapienza, lascia da parte questi cotali discorsi; se io non avr cura della mia roba non avr di che vivere; se io non gastigher il mio schiavo, egli sar pure un furfante. Meglio  morirsi di fame dopo una vita libera da travagli e timori, che vivere inquieto in grande abbondanza di ogni cosa. Meglio  che il tuo schiavo sia tristo che non tu infelice.
Tu incomincerai dunque dalle cose picciole. Ti si versa un poco di olio? ti  rubato un poco di vino? tu dirai: a tanto si vende la tranquillit dell'animo, la costanza: niente si pu avere a gratis. Quando chiami il tuo fante, pensa ch'egli pu accadere che colui non t'oda, e che ancora udendoti, non faccia per nulla di quel che tu vuoi. Ora tu non voler tanto concedere al tuo fante, che egli abbia in sua mano di poterti turbare la quiete dell'animo.
Se tu vuoi fare profitto, comporta pazientemente di esser tenuto pazzo e stolido per cagione delle cose di fuori. Anzi se egli ci avr di quelli che ti stimino uomo da qualche cosa, diffidati di te medesimo. Perch tu di sapere che egli non si pu in un medesimo tempo conservare l'animo tuo disposto e ordinato secondo natura, e provvedere alle cose esterne; ma colui che ha cura dell'una di queste parti, di necessit dee trascurare l'altra.
Se tu vuoi che la moglie, i figliuoli e gli amici tuoi vivano sempre, tu sei pazzo. Perocch tu vuoi che dipenda da te quello che non  in tuo potere, e che quello che  d'altri sia tuo. Parimente se tu vuoi che il tuo servo non commetta errore, tu sei sciocco. Perch questo  un volere che la malizia non sia malizia ma qualcos'altro. Ma se tu vuoi non desiderare cosa che poi non ti venga ottenuta, questo s che lo puoi. Per tanto indstriati di ottenere questo che tu puoi.
Colui che ha in sua facolt di dare o trre a una persona quel che essa vuole o non vuole,  padrone di quella cotal persona. Per chiunque ha volont di essere libero, faccia di non appetire n fuggire mai cosa alcuna di quelle che sono in potest d'altri; o che altrimenti gli bisogner in ogni modo essere schiavo.
Tieni a mente che tu ti di governare in tutta la vita come a un banchetto. Portasi attorno una vivanda. Ti si ferma ella innanzi? stendi la mano, e pigliane costumatamente. Passa oltre? non la ritenere. Ancora non viene? non ti scagliar per in l collo appetito: aspetta che ella venga. Il simile in ci che appartiene ai figliuoli, alla moglie, alla roba, alle dignit; e tu sarai degno di sedere una volta a mensa cogli Dei. Che se tu non toccherai pur quello che ti sar posto innanzi, e non ne farai conto; allora tu sarai degno non solo di sedere cogli Dei a mensa, ma eziandio di regnare con esso loro. Per s fatta guisa operando Diogene, Eraclito e gli altri simili, venivano chiamati divini, e tali erano veramente.
Quando tu vedi alcuno che pianga o per morte di alcun suo congiunto o per lontananza di un figliuolo o perdita della roba, guarda che l'apparenza non ti trasporti in guisa che tu pensi che questo tale, a cagione delle cose estrinseche, patisca alcun male vero. Ma tu distinguerai teco stesso subitamente e dirai: questi  tribolato e afflitto, non dall'accaduto, poich questo medesimo non d niuna tribolazione a un altro, ma dal concetto che egli ha dell'accaduto. Ci non ostante tu non farai difficolt di secondare il suo dolore in parole, ed anco, se occorre, di sospirare insieme seco; ma guarda che tu non sospirassi per di cuore.
Sovvengati che tu non sei qui altro che attore di un dramma, il quale sar o breve o lungo, secondo la volont del poeta. E se a costui piace che tu rappresenti la persona di un mendico, studia di rappresentarla acconciamente. Il simile se ti  assegnata la persona di un zoppo, di un magistrato, di un uomo comune. Atteso che a te si aspetta solamente di rappresentare bene quella qual si sia persona che ti  destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.
Quando un corvo gracchiando porge cattivo augurio, non ti lasciar muovere da s fatta apparenza, ma subito distingui teco medesimo e d: questo animale non prenuncia niuna disavventura a me proprio, ma forse a questo mio corpicino, o forse alla mia robicciuola, alla riputazioncella, ai figliuoli, alla moglie. Quanto si  a me, questo, se io voglio,  augurio buono, anzi ottimo. Imperocch io ricaver utile dal successo, qual ch'egli sia per essere, solo che io voglia.
Tu puoi essere invitto, e ci  se tu non ti metterai a nessun arringo dal quale tu non abbia in tua facolt di riuscire colla vittoria.
Guarda che quando tu vedi uomini onorati o potenti o come che sia riputati e osservati, I'apparenza non ti faccia forza in maniera che tu li creda avventurosi e felici. Perciocch se la essenza del bene sta nelle cose che sono in nostra facolt, non deono aver luogo n invidia n gelosia. E tu per la tua parte non vorrai essere n capitano di esercito, n presidente del consiglio, n console, ma libero: e a questo ci ha una sola via, che  non curarsi delle cose che non sono in nostro potere.
Ricrdati che colui che rampogna o percuote, non offende esso, ma l'opinione che si ha che questi cotali offendano. Sicch quando tu ti senti montar la collera contro uno, pensa che la tua propria immaginazione  quella che ti sprona all'ira, e non altri. Per tanto sforzati d'impedire che l'apparenza non ti trasporti in sul primo; che se tu otterrai un poco di tempo e d'indugio, pi agevolmente ti verr fatto di vincerti e di contenerti.
Abbi tutto giorno dinanzi agli occhi la morte, l'esilio e tutte quelle altre cose che appaiono le pi spaventevoli e da fuggire, e la morte massimamente; e mai non ti cadr nell'animo un pensier vile, n ti nasceranno desiderii troppo accesi.
Vuoi tu darti a filosofare? Apparecchiati insino da ora a dovere essere schernito e deriso da molti; aspttati che la gente dica: oh, egli ci si  tramutato in filosofo a un tratto, e: che vogliono dire quelle sopracciglia aggrottate? Ora tu non aggrottare le sopracciglia, ma non lasciar per di attenerti a quello che tu estimi il migliore, perseverando, come a dire, in una ordinanza nella quale tu sii stato collocato da Dio. E sappi che se tu durerai nel tenor di vita incominciato, quei medesimi che a principio si avranno preso giuoco di te, in progresso di tempo cangiati ti ammireranno; laddove se per li motteggi ti perderai d'animo, tu ne guadagnerai le beffe e le risa doppie.
Se mai per volere acquistare la buona estimazione di alcuno, ti sar intervenuto di versarti, per dire cos, fuori di te medesimo, sappi che tu avrai rotto l'abito, e sarai uscito dei termini del tuo instituto di vita. Per non cercare altro mai che di essere filosofo, e sii contento e soddisfatto di questo in ogni cosa. Che se oltre ad essere, tu volessi eziandio parere, fa'che tu paia filosofo a te medesimo, e tanto ti basti. .
Non istare a darti pena e sconforto dicendo fra te medesimo: io mener una vita ignobile; e: io non sar nulla. Perocch se la ignobilit  un male, non puoi tu patire alcun male per cagione d'altri, pi di quello che incorrere in alcuna vergogna. Ora dimmi, il pervenire a un ufficio pubblico e l'esser chiamato a un convito, forse che sta in tuo potere? or come dovr egli essere ignobile o ignominioso che tu non abbi parte in questo convito o che non pervenghi a questo ufficio? E come di'che tu non sarai nulla, quando a te non si conviene essere qualche cosa se non solamente in quello che  in tua facolt, dove tu puoi bene essere d'assaissimo? Ma gli amici non avranno da me aiuto n benefizio alcuno? Di che benefizj e di che aiuti vuoi tu intendere? Non avranno da te oro e, in quanto a te, non saranno fatti cittadini romani. Ora chi ti ha detto che queste sono cose di quelle che dipendono dal nostro arbitrio, e non cose poste in potere altrui? Chi non pu dare a un altro ci che non ha egli? E tu fa'di acquistare, dir qualcuno, per poter dare a noi. Se io posso acquistare, salva in me la verecondia, la fede, e l'altezza dell'animo, mostratemi come si faccia, e io non mancher. Ma se voi volete che io perda i miei propri beni perch voi dobbiate ottener cose che non sono beni, vedete che poca equit e che indiscrezione  la vostra. Oltre che, qual vi eleggereste voi prima, tra danari e un amico fedele e ben costumato? Che non mi aiutate voi dunque piuttosto a esser tale, in cambio di volere che io faccia cose per le quali mi convenga perdere queste virt? Ma la patria non avr da me alcun servigio. Ancora, di che servigi vuoi tu intendere? Non avr per opera tua n bagni n portici. Oh, che maraviglia? N anco ha calzari dal fabbro, n armi dal calzolaio. Egli basta bene che ciascheduno adempia l'ufficio suo. Dimmi, se tu instituissi e informassi alla tua patria un altro cittadino modesto e leale, non le faresti tu alcun benefizio? Certo che s. Or come le sarai dunque inutile tu medesimo, essendo tale? Ma che luogo terr io nella patria? quello che tu potrai, salva la modestia e la fede. Che se per voler giovare alla patria, tu perderai la fede e il pudore, che profitto le farai tu, divenuto che sarai sleale e impudente? .
Ti  egli stato anteposto di onore il tale o il tale a un banchetto, o pur nel saluto, o nell'essere cerco di consiglio? se questi cotali onori sono beni, egli ti debbe esser caro che colui gli abbia avuti; se mali, non ti dee dispiacere che non sieno toccati a te. Poi considera che non facendo tu per amore delle cose esterne quel medesimo che gli altri fanno, tu non puoi nel conseguimento di quelle andare al paro cogli altri. Come pu, per modo d'esempio, colui che non frequenta le soglie de'grandi, che non gli accompagna, che non gli loda, andar del pari a coloro che fanno tutte queste cose? Egli sarebbe ingiustizia e ingordigia che non pagando tu quel prezzo a che si comperano i favori e i benefizj de'potenti e de'ricchi, tu gli volessi avere gratis. A quanto si vendono le lattughe oggi? Ponghiamo caso, a un obolo. Ora facciamo che uno spendendo un obolo abbia tolto delle lattughe, e tu, non ispendendo, non ne abbia tolto: tu non di per pensare di aver punto meno che si abbia colui. Perocch se egli avr le lattughe, e tu avrai l'obolo che non avrai speso. Il simile nel caso nostro. Tu non sei stato invitato a cena dal tale. Ma n anche hai dato a lui quello a che egli vende la sua cena. Ora egli la vende a prezzo di lodi, di osservanza, di ossequi. Paga dunque il prezzo se la mercanzia fa per te. Ma se tu vuoi non pagare il prezzo e avere la merce, questa si  ingordigia e furfanteria. Forse che in cambio della cena tu non hai nulla? S che tu hai ben questo, che tu non hai lodato chi non volevi, che non sei stato ad aspettarlo in sull'uscio.
L'intenzione della natura si conosce da quelle cose dove noi non abbiamo interesse. Se il fante del vicino avr spezzato un bicchiero o cosa tale, subito ti correr in sulla lingua: elle sono cose che accaggiono. Ora sappi che chi spezzasse il tuo bicchiere, tu la di pigliare in quella medesima guisa che tu piglierai che si spezzi quello del tuo vicino. Cos delle cose di maggior momento. Muore a un altro il figliuolo o la moglie? sono casi umani. Muore il figliuolo o la moglie propria? tosto gli oim, gli ahi ahi. Ma egli si converrebbe avere a memoria quello che c'interviene quando il medesimo caso ci  riferito di un altro.
Come non si mette un bersaglio acciocch l'uomo non lo colga, cos non si genera e non si ritrova al mondo la natura del male.
Se uno desse il tuo corpo in potest di qualunque che gli venisse alle mani, tu te ne sdegneresti: e dando tu la tua mente in potere di chicchessia, per modo che se egli ti dir una mala parola, quella si turbi e confonda, non ti vergogni per punto?
Innanzi di metterti a qualsivoglia operazione, divisane teco stesso le antecedenze e le conseguenze. Altrimenti tu intraprenderai con grande animo, non pensando punto alle cose che hanno a venire, ma in progresso, nascendoti qualche difficolt e qualche vitupero, tu ti vergognerai. Desideri tu diventar vincitore olimpico? E io non meno di te, per Dio; ch ella  una qualit che fa onore. Ma considera prima le antecedenze e le conseguenze, e poi mettiti all'impresa. Egli ti conviene sottoporti a una disciplina e osservare una regola; mangiare sforzatamente; astenerti dalle confetture e cotali piacevolezze; esercitare il corpo per forza a certe ore assegnate, s al caldo come al freddo; non usare bevande fresche n vino a tuo piacimento; in fine darti tutto in mano al maestro, n pi n meno come a un medico. Di poi scendere nell'arringo; a un bisogno guastarti una mano, smuoverti un tallone; ingoiare di buoni tratti di polvere; a un bisogno anche toccare delle sferzate, e poi per ultimo esser vinto. Considerato che avrai tutte queste cose, se tu persevererai nel concetto di prima, datti agli esercizj dei giuochi. Ma se tu non considererai cosa alcuna innanzi, tu ti aggirerai come i bamboli, che ora fanno i lottatori, e quando gli atleti, e quando gli schermitori, poi strombazzano, poi contraffanno le tragedie. Cos ancora tu: oggi schermitore, domani atleta, e quando oratore, poi filosofo, e nulla mai veramente, e con tutto l'animo, ma in guisa delle scimmie tu contraffai tutto quello che tu vedi, e muti voglia a ogni tratto. Perocch tu non imprendi mai cosa alcuna consideratamente, e spiatala prima bene da ogni banda, ma cos a caso e per qualche fantasia leggera. Egli ci ha di quelli che veduto per avventura un filosofo, o udito dire a questo o a quello; oh, Socrate dice pur bene, e: chi  che possa favellare come Socrate? si mettono per voler filosofare ancor essi.
O uomo, considera prima sottilmente questo fatto del filosofare, di che sorta egli sia, e quindi fa di conoscere la tua natura, a vedere se tu sei buono da comportarlo. Vuoi tu pigliare la professione di fare alla lotta o vero ai cinque giuochi? tu hai da por mente alle tue braccia, alle cosce, ai lombi, perch una complessione  acconcia a una cosa e una a un'altra. Pensi tu di potere filosofando mangiare e bere e fare lo schifo e il dilicato come al presente? Egli ti bisogna vegliare, faticare, separarti da'tuoi, essere vilipeso da un fanticello, in tutto essere inferiore agli altri, negli onori, ne'magistrati, ne'giudizj, in ogni coserella. Considera bene queste difficolt e questi incomodi, e vedi se egli ti pare espediente di sostenerli per avere in compenso di quelli la libert, lo stato dell'animo senza perturbazioni, senza passioni; e non voler fare come i fanciulli, oggi filosofo, poi gabelliere, appresso oratore, indi procuratore di Cesare. Queste qualit non si accordano insieme. Egli si vuole essere una persona sola, o valente o da poco; adoperarsi intorno alla parte principale di noi medesimi, o intorno alle cose di fuori; aver cura dell'intrinseco o dell'estrinseco; che  quanto dire essere filosofo o pure uomo comune.
I doveri e gli officj si misurano generalmente dalle relazioni. Il tale ti  padre? appartientisi aver cura di lui; cedergli in ogni cosa; se ti rampogna, se ti batte, portartelo pazientemente. Ma egli  un cattivo padre. Forse che la natura ti obbliga al padre buono? non gi, ma semplicemente al padre. Il fratello ti fa egli torto? tu non mancare per seco dell'ufficio tuo di fratello, e non guardare quello che ti faccia egli, ma quello che abbi a far tu per procedere secondo natura. Perocch gi un altro non ti pu far nocumento se tu non vuoi; ben sarai tu offeso se tu stimerai che altri ti offenda. Or dunque nel predetto modo, se tu ti accostumerai di por mente alle relazioni, troverai gli officj e i doveri che ti si appartengono rispetto al vicino, al cittadino, al capitano e a qualsivoglia altro.
La piet verso gli Dei consiste massimamente in avere sane e rette opinioni intorno a quelli; cio in credere che egli ci ha veramente Iddii, e che questi Iddii governano ogni cosa bene e con giustizia; e in assegnare a te medesimo questo ufficio e questa parte, di dovere ubbidire agl'Iddii, e cedere in ogni cosa agli avvenimenti e acconciarviti di buon grado, come quelli che sono condotti dal migliore consiglio e dalla migliore volont del mondo. Imperocch, avendo queste opinioni, tu non vorrai per cosa alcuna dolerti degli Dei, n imputarli che non ti abbiano cura. Or tutto questo non pu altrimenti essere che se tu ti distaccherai dalle cose esterne, riponendo il bene e il male in quelle cose solamente che sono in tua potest. Imperciocch se tu reputerai pure che alcune delle cose estrinseche sieno beni o mali, tu non potrai fare, quando tu non venghi a capo di ottenere quello che avevi desiderato, o che tu incorra in quello che tu fuggivi, di non querelarti degli autori di questo effetto e di non pigliarli in odio; essendo che tutti gli animali per natura fuggono e odiano quelle cose che paiono loro nocive e le cagioni di esse, siccome per lo contrario le cose riputate utili e le cagioni di quelle seguono e pregiano. Laonde egli  impossibile che uno il quale si creda ricevere nocumento, ami quella tal cosa la quale egli si penser che gli noccia, cos come  impossibile che uno ami il nocumento medesimo. Di qui  che il figliuolo trascorre alle male parole contro il padre, quando costui non gli fa parte di quelli che la gente estima essere beni; e Polinice ed Eteocle per questo vennero fra loro in discordia, perocch essi reputarono essere un bene il principato. Perci l'agricoltore, perci il navigatore e il mercatante bestemmiano gli Dei, e quelli che hanno perduto i figliuoli e le mogli bestemmiano gli Dei; essendo che la piet segue sempre l'utile. Di modo che ciascheduno che procaccia di desiderare e fuggire solamente quello che  da essere desiderato e fuggito, procaccia al tempo medesimo di essere pio. Quanto si  alle libazioni, ai sacrificj, all'offerire delle primizie, queste cose si debbono fare da ciascuno, e ci secondo le osservanze della propria terra, con purit e mondizia, e non trascuratamente n in fretta n con soverchia strettezza n sopra quello che comportano le facolt.
Quando tu andrai per consultare qualche indovino, ricrdati che tu non sai per verit il come sia per succedere il fatto, e vai per chiederne all'indovino, ma ben sai da altro canto la qualit del successo, se tu sei filosofo; perocch se esso  del numero di quelle cose che non dipendono dal nostro arbitrio, perci solamente  manifesto che il medesimo non sar n bene n male. Fa'dunque, andando all'indovino, di non recare teco n desiderio n avversione, e non ti accostare a quello tremando, anzi risoluto che qual sia per essere il successo,  cosa, verso di te, indifferente e che non ti fa nulla, poich in tutti i modi tu avrai facolt di volgerlo in tuo profitto, e ci non ti potr essere vietato da chicchessia. Per con animo franco e sicuro va', come dire, a consigliarti cogli Dei: e fatto questo, avuto qualche consiglio, ricrdati che consigliatori sono stati i tuoi, e chi sono coloro ai quali tu mancherai di prestare orecchie se tu ti dipartirai dall'avviso che ti  stato porto. Egli si vuol poi, conforme ordinava Socrate, cercare il consiglio degl'indovini in quelle occorrenze nelle quali il bene o male deliberare si riferisce totalmente alla riuscita, e dove n per ragione n per alcuna arte si hanno espedienti da conoscere il partito che si debba prendere. Di modo che se egli ti si dar occasione di doverti porre a qualche pericolo per la patria o per uno amico, tu non andrai per chiedere all'indovino se tu debba sottentrare a questo pericolo; perciocch quando pure ti fosse detto dall'indovino i segni delle vittime essere di mala qualit, manifesto  che per questa cosa ti sarebbe significata o la morte o il troncamento ovvero lo storpiamento di qualche parte del corpo, o forse l'esilio; ma ragione ti mostra che ancora con tutto questo egli si vorrebbe assistere all'amico e mettersi al pericolo per la patria; e per tanto tu obbedirai ad un maggiore indovino, io voglio dire ad Apollo Pizio, il quale scacci dal tempio colui che era mancato di soccorso all'amico in quella che egli era messo a morte.
Stabilisci a te stesso, come a dire, un carattere e una figura la quale tu abbi a mantenere da quindi innanzi s praticando teco stesso e s comunicando colle persone.
Facciasi il pi del tempo, o dicasi quel tanto che la necessit richiede, con brevit. Solo qualche rara volta, confortandovici il tempo e il luogo, discendasi a favellare distesamente; ma non di cotali materie trite e ordinarie, non di gladiatori o di corse di cavalli, non di atleti, non di cibi n di bevande, n di s fatti altri particolari di che si ode a favellar tutto il d, e sopra ogni cosa, non di persona alcuna lodando o vituperando o facendo comparazioni.
Fa', se tu puoi, di raddirizzare e ridurre al cnvenevole i ragionamenti dei compagni. Se tu ti ritroverai solo tra persone aliene dalla filosofia, tienti senza far motto. Poche risa, e non grandi, e non di molte materie. Non prendere mai giuramento, se tu potrai; se no, il pi di rado che tu possa.
Schiva di trovarti a conviti di persone comunali e rimote dalla filosofia; e se ci per alcuna occasione talvolta non si potr schivare, ricrdiati di stare desto e attento pi del consueto, che tu non trascorressi nei modi e costumi della comune gente. Imperocch sappi che di necessit, se il compagno sar lordo, e che tu gli praticherai dattorno, tu ti lorderai, ponghiamo che ora sii netto.
Le cose appartenenti al corpo, come dire il mangiare, il bere, il vestito, il tetto, la servit, adoprinsi non pi oltre che in quanto elle servono al puro uso. Tutto quello che  ad ostentazione o a delizia, taglisi via.
Innanzi alle nozze egli si vuole astenersi dai diletti carnali quanto si pu, e usandogli pure alcuna volta, non si discostare in ci dalle leggi. Ma tu non vorrai perci riprendere e noiare con parole coloro che gli sogliono usare, e non istarai ad ogni poco a mettere in campo che tu non usi di cos fatte volutt.
Chi ti riportasse che il tale o il tal altro dicesse male di te, non pigliare a scusarti e difenderti, ma rispondi che egli si vede bene che questi non ha contezza degli altri difetti che io ho, perocch, sapendogli, ei non avrebbe tocco solamente questi.
Ai teatri non accade usar molto. Ma quando ti sar data occasione di trovarti in cotali luoghi, non dimostrare sollecitudine o pensiero di qualsivoglia altro che di te stesso, cio non voler che avvenga se non quel medesimo che avverr, n che vinca altri che quegli a cui toccher la vittoria; perocch in tal modo non t'interverr che il tuo desiderio abbia impedimento. Dal gridare, dal soverchio ridere sopra alcuna qual si sia persona o cosa, dal molto dimenarti e contorcerti, convienti astenere al tutto. E uscito che tu sarai di l, non andare troppo ragionando cogli altri dell'accaduto, se gi non fosse di cose che potessero conferire a farti migliore. Perocch tu faresti segno che lo spettacolo ti fosse oltre modo piaciuto.
Non andare all'udienza di certi dicitori, anzi schiva di trovarviti in ogni modo. Che se per ventura vi ti troverai, fa'di serbare una contenenza grave e soda, e non per spiacevole n superba.
Accadendoti di dover venire a qualche ragionamento o pratica con chicchessia, e specialmente con alcuni di quelli che sono reputati soprastare agli altri, proponti dinanzi agli occhi quello che avrebbe fatto in tale occorrenza o Socrate o Zenone; e tu non sei per mancare del modo di portarti convenientemente in ogni caso.
Andando a trovare alcuno dei potenti, mettiti nell'animo che tu non sei per trovarlo a casa, ch'egli si sar serrato dentro, che non ti sar voluto aprire l'uscio, che colui non ti dar mente. E se con tutto questo, per non mancar dell'ufficio tuo, ti conviene andare, prtati in pace ogni cosa che t'intervenga, e non dire mai fra te stesso: egli non portava il pregio; che  un parlare da uomo ordinario e dato tutto quanto alle cose esterne.
Guarda bene nei cerchj e nelle compagnie, che tu non istessi a far troppe parole intorno ad azioni fatte o a pericoli sostenuti da te medesimo. Perciocch non siccome egli piace a ciascuno di raccontare i propri pericoli, cos riesce dilettevole alle persone l'udire le avventure di chi favella.
Non istare anco a studiarti di muovere il riso; perch ci facendo, si porta pericolo di trascorrere ai modi e all'usanza dei pi; oltre che di leggieri avverrebbe che i circostanti rimetterebbero pi o manco della loro riverenza verso di te.
Egli  medesimamente pericoloso lo entrare in ragionamenti di cose oscene: e per tanto ove ci intervenga, se egli ci avr luogo, tu sgriderai quel tale che sar entrato in cos fatta materia; se no, col porti a stare in silenzio e collo arrossire e fare il viso brusco, tu darai ad intendere che quel cotal favellare ti spiaccia.
Se tu avrai concetta la immaginazione di alcuna volutt, guarda che cotale impressione non ti trasporti, ma fa, per modo di dire, che la cosa aspetti, e impetra da te medesimo un poco d'indugio. Poi mettiti davanti agli occhi l'uno e l'altro tempo; quando tu ti godrai questa volutt, e quando, goduta che tu l'abbi, tu te ne pentirai e rampognerai teco medesimo, e a rincontro metti il piacere che sei per provare se tu te ne sarai astenuto, e le lodi che ne riceverai da te stesso. E se egli ti parr tempo opportuno da venire a quel cotale fatto, poni cura di non lasciarti vincere da quella piacevolezza e da quelle lusinghe e da quel dolce della cosa, e metti a rincontro quanto ei ti sapr meglio se tu sarai consapevole a te medesimo di aver vinto tu questa cos fatta vittoria.
Quando farai cosa che tu abbi considerato e giudicato di dover fare, non volerti nascondere che gli altri non ti veggano a farla, se bene il pi delle persone fossero per interpretare il fatto sinistramente. Perciocch o tu fai male, ed egli si vuole anzi fuggire il fatto medesimo; o fai bene, e che timore hai tu di quelli che ti riprenderanno a torto?
Siccome il dire: o egli  d o vero  notte, quanto al senso disgiuntivo, afferma e a gran forza, ma pigliato congiuntamente, tutto al contrario; per simile il prendersi la maggior porzione della vivanda, quanto al proprio corpo, sta bene ed  molto acconcio, ma quanto a quella comunione che vuolsi osservare nei conviti, sconviene e non  a proposito. Per tanto quando tu sarai a mangiare con qualche altro, ricordati di non guardare solo a quella convenienza che avranno le vivande coll'utilit e col piacere del tuo corpo, ma eziandio a quella che debbe osservarsi rispetto al convitatore.
Se tu prenderai a fare una persona da pi che non comportano le tue forze, primieramente tu riuscirai con poco onore in questa figura, poi tu avrai lasciato indietro quella che avresti potuto sostenere compiutamente.
Siccome, andando per le vie, tu hai l'occhio a non calpestare un chiodo e a non ti storcere un piede, cos abbi cura di non fare pregiudizio alla parte principale di te medesimo. E se altrettanto osserveremo in ciascuno atto, noi faremo ogni cosa pi sicuramente.
Misura dello avere si  a ciascheduno il proprio corpo, siccome della scarpa il piede. Per tanto se tu ti conterrai dentro ai termini di quel che  richiesto alla tua persona, tu serberai la misura; ma se tu gli passerai, di necessit da quell'ora innanzi andrai senza fine precipitando come per un dirupato. Non altrimenti che nella scarpa, se tu passi pi avanti di quello che si appartiene all'uso del piede, la scarpa ti diventa prima dorata, appresso di porpora, poi ricamata, gioiellata. Perocch di l dalla misura non ci ha limite alcuno.
Le donne insino dall'et di quattordici anni incominciano a esser chiamate dagli uomini con titolo di signore. Sicch vedendo che esse niun altro pregio hanno, ma solo sono pregiate rispetto all'usar cogli uomini carnalmente, dnnosi ad acconciarsi e ornarsi, e a riporre ogni loro speranza in cotale studio. Per tanto vuolsi por cura di far ch'elle si avveggano di non essere avute in pregio se non se in quanto si dimostrino costumate, vereconde e caste.
L'essere lungamente occupato dintorno ai servigi del corpo, come dire agli esercizj della persona, al mangiare, al bere, alle necessit naturali, alle carnalit,  segno di piccola indole. Queste cose si deono fare come per transito, e tutto lo studio si dee porre intorno alla mente.
Qualora alcuno o con parole o con fatti ti offende, sovvengati che egli opera ovvero parla in quel cotal modo, stimando che di cos fare ovvero parlare gli appartenga e stia bene. Ora  di necessit che egli si governi, non conforme a quello che pare a te, ma secondo che pare a lui. Sicch se a lui pare il falso, esso si ha il danno e non altri, cio a dire, il danno  di colui che s'inganna. Pigliamo una verit di quelle che chiamano connesse: se uno la si creder falsa, non la verit, ma questo tale, ingannandosi, porter il danno. Per s fatta guisa discorrendo, tu comporterai mansuetamente colui che ti oltragger; perocch ogni volta tu hai da dire: cos gli  paruto che convenisse.
Ogni cosa ha, per maniera di dire, due manichi: a pigliarla dall'uno, ella si sopporta, dall'altro no. Se il fratello ti far ingiuria, non pigliare la cosa per modo che tu dica: egli mi fa ingiuria, perch questo  quel manico dal quale de tu la prendi, ella non si porta; ma pigliala da quest'altra banda, e di': mio fratello, nutrito e cresciuto meco insieme; e tu la piglierai da quel lato dal quale ella si pu portare.
Queste cotali argomentazioni non reggono: io sono pi ricco di te, dunque io sono da pi di te; io pi letterato di te, dunque io sono da pi. Queste altre reggerebbero bene: io sono pi ricco di te, dunque la mia roba  da pi che la tua; io pi letterato di te, dunque la mia dicitura val pi che la tua. Ma tu non sei n roba n dicitura.
Uno si laver in fretta. Non dire: ei si lava male; ma: egli si lava in fretta. Un altro berr molto vino. Non dire: egli bee male; ma s: egli bee molto vino. Perciocch come puoi tu sapere se quelli fanno male, innanzi che tu abbi considerata e stabilita la opinione che tu piglierai? Per tal modo non t'interverr di ricevere una impressione, e giudicare secondo un'altra.
Non darti mai titolo di filosofo, e tra gente comunale non volere, se non fosse alcune poche volte, entrare in ragionamenti di dottrina speculativa, ma in quella vece opera secondo cotal dottrina. A cagion di esempio, in un convito non istare a discorrere come si debba mangiare, ma s bene mangia come si dee. N t'esca di mente che in si fatto modo anche Socrate rimosse da s ogni ostentazione. Venivano a lui quando uno e quando un altro, chiedendo ch'ei li dovesse introdurre ora a questo ora a quel maestro di filosofia, ed esso menavagli dove volevano. Tanto ben sopportava di essere non curato e lasciato indietro.
Adunque, ponghiamo eziandio che tra uomini comunali il favellare cadesse per avventura sopra qualche articolo di materia speculativa, tu ti conterrai per lo pi in silenzio. Perciocch altrimenti tu correresti gran rischio di gittar fuori quello che tu non avessi ancor smaltito. E quando alcuno ti dir che tu non sai nulla, e tu per udire questo non ti sentirai pungere, allora sappi che tu cominci a fare frutto. Vedi tu che le pecore non portano al pastore erba per dare a vedere la quantit ch'elle hanno mangiato, ma smaltita la pastura dentro, danno di fuori la lana e il latte? e tu similmente non isciorinare in sugli occhi dei non filosofi le dottrine speculative, ma da quelle ben digerite dentro, forma estrinsecamente e dimostra a coloro le operazioni.
Quando tu sarai perfetto quanto all'uso e al reggimento del corpo, non volere per pavoneggiarti e far mostra di questa cosa; e se tu berrai acqua, tu non dirai ad ogni occasione: io non beo che acqua. E se alcuna volta ti vorrai esercitare alla sofferenza per l'amore di te stesso e non delle cose estrinseche, tu non andrai ad abbracciare le statue, ma talora che tu arderai della sete, piglia una boccata d'acqua fresca e sputala, e di ci non far motto.
Stato e contrassegno dell'uomo comune si , n beneficio, n danno aspettarsi mai da se stesso, ma s dalle cose di fuori. Stato e contrassegno del filosofo, ogni qualsivoglia utilit o nocumento sperare o temere da se medesimo.
Segni che uno fa pro nella filosofia sono non parlare male di alcuno; non lodare chicchessia; di niuno lamentarsi; niuno incolpare; non favellare cosa alcuna di s come di persona di qualche peso o che s'intenda di che che sia; provando impedimento o disturbo in qualche sua intenzione, imputare la colpa a se stesso; lodato, ridere interiormente del lodare; biasimato, non si difendere; andare attorno a guisa che fanno i convalescenti, guardando di non muovere qualche parte racconcia di fresco, prima ch'ella sia bene assodata; aver posto gi ogni appetito; ridotta l'avversione a quel tanto che nelle cose che dipendono dal nostro arbitrio  contrario a natura; non dare luogo a prime inclinazioni e primi moti dell'animo se non riposati e placidi; se sar tenuto sciocco o ignorante, non se ne curare; in breve, stare all'erta con se medesimo non altrimenti che con uno inimico o uno insidiatore.
Quando alcuno si vanter o si terr d'assai per sapere intendere o poter dichiarare i libri di Crisippo, di'teco stesso: se Crisippo non avesse scritto oscuro, costui non avrebbe di che gloriarsi. Ma che  poi veramente quel che io desidero? intender la natura e seguirla. Cerco dunque chi sia quello che me la interpreti. E sentendo essere Crisippo, vo a lui. Ma non intendo il suo scrivere. Cerco dunque uno che me lo esponga. E fin qui non ci ha materia veruna di gloriarsi. Trovato lo spositore di Crisippo, resta ch'io metta in pratica gli ammaestramenti ch'io ricevo. E in ci solo consiste quel che fa onore. Ma se io invaghir della facolt medesima della interpretazione, che altro mi verr fatto se non che io diverr un grammatico anzi che un filosofo? salvo che invece di Omero chioser Crisippo. Piuttosto dunque, se uno mi dir: leggimi Crisippo: egli mi conviene arrossire, quando io non possa mostrare i fatti concordi e somiglievoli alle parole.
Ciascun proponimento che tu farai vuolsi osservare e mantenere come fosse una legge e un punto di religione. Che che poi si dica di te il mondo, non vi por mente, poich questa parte non  in tuo potere.
In che tempo dunque ti riserbi tu ad aspirare ai maggiori beni dell'uomo, e ad osservare in che che sia la regola che distingue le cose nostre e le esterne? Tu hai pur avuti i documenti che erano da meditare e quasi da conversar con essi; tu gli hai meditati e usato con esso loro: che maestro aspetti tu anco, sotto la cui disciplina tu intenda di voler dare effetto alla riforma di te stesso? Tu non sei pi mica un fanciullo, ma uomo fatto. Se tu ti starai cos neghittoso e a bada senza pensare, accumulando ogni giorno indugi con indugi, moltiplicando in propositi, destinando ora un termine e fra poco un altro, in capo al quale incominciare ad attendere a te medesimo; tu non te ne avvedrai che senza aver fatto un progresso al mondo, sarai pur vissuto e morto uomo del volgo. Incomincia adunque insino da ora a studiare di vivere da uomo perfetto e che cresce in virt; e tutto quello che ti parr essere il migliore, siati in luogo di legge inviolabile. E come prima ti si far incontro alcuna cosa dura e spiacevole o pur dilettosa e dolce, alcuna che porti seco la estimazione o la lode o vero il dispregio o il biasimo delle genti, fa'ragione ch'egli sar venuto il tempo dell'arringo, essere l'ora della solennit olimpica, e non ci aver luogo indugio; e che secondo che tu sarai per durare ovvero per cedere in una battaglia, tu perderai ovvero conserverai l'avanzamento tuo nel bene. Socrate in cos fatta guisa divent perfetto, a niente altro avendo riguardo in ciascheduna cosa che gl'incontrava, se non solamente alla ragione. Che se bene tu non sei per ancora un Socrate, tu di per vivere come uno il quale desideri di esser tale.
Il primo e pi necessario luogo nella filosofia si  quello delle proposizioni morali pratiche, come sarebbe, per modo di esempio, questa: che egli non si dee mentire. Il secondo  quello delle dimostrazioni; come, per esempio, provare con argomenti che non si dee mentire. Il terzo serve a confermazione e distinzione delle stesse cose, e vi si tratta, ponghiamo, donde  che questa tale  dimostrazione, e che cosa  dimostrazione, che cosa sono conseguenza e repugnanza, verit e falsit. Di modo che il terzo luogo  necessario a rispetto del secondo, il secondo a rispetto del primo; ma il pi necessario di tutti, e dove si dee restare, si  il primo. Ora noi facciamo al contrario; che noi soprastiamo nel terzo luogo, e in quello poniamo tutto lo studio e la industria; e del primo non abbiamo un pensiero al mondo. Sicch avviene che egli si mnte ogni d, ma il come provare che egli non si dee mentire, questo si ha in su le dita.
Abbiansi ad ogni occasione apparecchiate queste parole: menami, o Giove, e con Giove tu o Destino, in quella qual si sia parte a che mi avete destinato; e io vi seguir di buon cuore. Che se io non volessi, io mi renderei un tristo e un da poco, e niente meno a ogni modo vi seguirei.
Ancora: chiunque sa bene accomodarsi alla necessit, tiene appresso noi grado di saggio, ed esso ha il conoscimento delle cose divine.
Ancora in terzo luogo: o Critone, se cos piace agli Dei, cos sia. Anito e Melito mi possono bene uccidere, ma non gi offendere.
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