SILVIO ENRIQUEZ.

COLA DI RIENZO: LA DEMOCRAZIA NELLA ROMA DEI PAPI.

Introduzione DI FRANCO MASSARA.
I personaggi storici che traggono origine da umili condizioni per ascendere, nel
breve arco della vita umana, a posizioni di eccezionale rilievo, nel bene o nel
male, hanno sempre le qualit per esercitare un irresistibile fascino.
Cola di Rienzo, figlio di un oste e di una lavandaia, ammiratore entusiasta
della latinit, creatore di fantasiose teorie politiche, tribuno della pace,
della libert e della giustizia, liberatore della santa repubblica romana, come
egli amava definirsi,  una di queste figure. Egli ha esercitato il suo fascino
soprattutto sulle correnti storiografiche intese a rintracciare nel passato le
prime manifestazioni di un nazionalismo italico.
Ma qual  in realt la dimensione storica di Cola di Rienzo? Ci fu in lui
un'effettiva grandezza ed un chiaro disegno politico? In che relazione debbono
essere messe certe sue geniali intuizioni e certi suoi puerili atteggiamenti? In
altre parole: la sua vita  posta sotto il segno del genio o della pazzia?
Franco Massara.

COLA DI RIENZO: LA DEMOCRAZIA NELLA ROMA DEI PAPI.
Gli anni 1313-1354 costituiscono i due poli di una lunga esistenza cominciata
fra i sogni di grandezza e finita nel sangue; i limiti cronologici della vita di
un uomo la cui natura  stata quanto mai contraddittoria, piena di pagine
oscure, poco nobili quando non laide e nelle stesso tempo densa di colpi di
scena, di assurdi e demagogici tentativi di ridare a una citt come Roma la
grandezza e lo splendore di un tempo. E' proprio qui, su questo lustro
vagheggiato ma non conseguito, che naufragher miseramente un uomo fatto da s
ma che si credeva, nientemeno, figlio illegittimo di un imperatore. Cola di
Rienzo: oggi questo nome dice poco, si  perso definitivamente nelle brume del
passato;  un episodio da dimenticare, un granello nel lento moto della storia
di una citt una volta eterna. Anni fa poteva ancora dire qualcosa, esser preso
a pretesto per forbiti esercizi letterari da premiarsi dagli accademici della
Crusca; oppure poteva andar bene per qualche ponderoso romanzo pseudo storico,
una via di mezzo fra la tragedia romantica e il feuilleton o la pubblicazione a
dispense, puntualmente recapitata dal postino in famiglie piccolo borghesi che
non leggevano nient'altro.
Che rimane adesso del mito di Cola di Rienzo? Poco o nulla, abbiamo detto. Di
questi individui, non si sa bene se per disgrazia o casualit, la storia di una
penisola, che si protende come una curiosa appendice sulle acque del
Mediterraneo,  fin troppo ricca. Non c' stata epoca, si pu dire, che non
abbia avuto i suoi tribuni comizianti, esaltatori della plebe di qualche citt:
pescivendoli come Masaniello, popolani come Ciceruacchio, o frati in odor di
zolfo e santit come il Savonarola... Di nomi se ne potrebbe fare tutta una
lista: ma sempre abbiamo le medesime costanti; da un lato un'eloquenza
infiammata, un dono quasi... taumaturgico di trascinare il prossimo, dall'altra
la mancanza di misura, l'eccesso per l'eccesso, lo scarso seguito che finiscono
per avere e che li conduce in breve alla rovina; tanto rapida e strabiliante 
la loro ascesa, quanto immediata e violenta la loro fine. Dall'et di un Arnaldo
da Brescia fino agli ultimi giorni del diciannovesimo secolo, la vita delle
popolazioni che abitano lo stivale  continuamente turbata e sconvolta
dall'opera episodica ma violenta di questi ribelli per vocazione e temperamento.
Nella storia si possono trovare le leggi che si vuole; tutto dipende
dall'angolazione con cui si guarda un complesso di fatti. Abbiamo, nero su
bianco, sciorinati sul foglio di carta, una serie di dati, d'immagini, di
reperti: ci che rimane degli eventi di ieri. Come in un difficile rompicapo
che, a causa del lungo uso, abbia perso qualche pezzo o ne abbia rovinati
parecchi, si cerca di mettere insieme questi frammenti, tutte le tessere
esistenti di un mosaico da ricostruire. E per avere un concetto ordinatore di
base si sceglie una delle tante, delle mille teorie in voga; si pu fare una
storia di individui, di capi, di feudi e di poteri in lotta. E allora si
comincia dall'alto: qui i pi nobili, i pi elevati in grado per censo e per
nascita e gi gi fino alla plebe, alla massa amorfa e tumultuante; si pu
invece cercare la costante economica, la legge della crisi, del dare e
dell'avere, e allora si mettono sul piatto della bilancia da una parte le
produzioni agricole, i commerci, il denaro, dall'altra la distribuzione della
poca ricchezza, la fame delle genti. Si pu ancora cercare negli eventi umani il
riflesso delle loro idee, delle credenze, oppure il tremendo potere dei
sentimenti primordiali... E cos via. Tante sono le vie che risulta impossibile
enumerarle tutte.
Nel caso specifico di Cola di Rienzo si potrebbe seguire ad esempio, con ottimi
risultati, l'angusto sentiero della sua vita e lo avremmo di fronte come uomo,
con le sue molte pecche e i suoi scarsissimi meriti; oppure potremmo vederlo
inserito nel pi ampio contesto di una Roma ormai ridotta alla pallida ombra di
s, al simulacro della capitale di un tempo. E' lo stesso. Ne vien sempre fuori
un quadro non edificante. Le vie della citt sono ingombre di gente vociante,
cenciosa, in uno stato abissale d'ignoranza. Gruppi di nobili e piccoli potenti
spadroneggiano nel modo pi ingiusto e balordo, pi simili a cavallette
predatrici che a famiglie di alto lignaggio. La vita  quella della giornata,
con la profonda incertezza per il domani. I difetti sono quelli che, ereditati
da un periodo di profonda decadenza fatto di massicce immigrazioni e di
sconvolgimenti sociali, di fame e di rapina, si trascineranno gi per il corso
dei secoli. Solo un fanatico della socialit ad ogni costo potrebbe poi vedere
in quella plebaglia rozza, credula, superstiziosa e crudele una massa di
proletari in lotta verso traguardi progressivi.
Il Tevere trascina a valle, verso il mare, acque limacciose e putride; passa
lungo rive semifranate, bordeggia monumenti in rovina, case e dimore sfondate,
misere capanne e luridi tuguri. Le antichit servono da comoda fonte di
materiale edilizio, l'igiene delle fognature di Roma imperiale  un pio ricordo,
e mai come in questo periodo la gente si arrangia come pu. Chi in qualche modo
riesce a sgraffignare qualcosa si d alla crapula pi insolente: godi oggi ch
non sai qual sorte ti riserbi il domani...
Le cronache del tempo, per quanto molto sia andato perduto, non fanno soverchio
mistero delle condizioni romane: ...rettori non ne aveva, tutti i giorni si
combatteva, dovunque si rubava; le vergini erano rapite e insozzate, nessuno
poteva pi trovare un luogo sicuro, la moglie veniva stuprata nel letto del
consorte, i pellegrini e i viandanti erano regolarmente grassati, scannati; il
clero era corrotto; dappertutto lascivia, male, ingiustizia, sfrenatezza; la
morte era un fenomeno abituale, dato che la ragione era quella della spada; e la
sola salvezza risiedeva nell'appoggio di parenti ed amici e quanto pi armati
erano, meglio si poteva cercare di vivere...
Difficile immaginare un quadro pi catastrofico, e nello stesso tempo esatto
come una fotografia, di questo datoci da un contemporaneo di Cola di Rienzo. La
legge della giungla, del clan, della corruzione e del banditismo organizzato:
finita l'et del dispotismo romanus, crollate le vestigia di una popolazione
rude ma definitivamente imbastardita dal pi incredibile crogiolo di razze, 
l'epoca della plebe italica senza patria, senza legge, senza speranza.
Nella cronica indisciplina, nelle campagne devastate dalle continue grassazioni
e ruberie, la miseria s'annida come un cancro inestirpabile. Le malattie, le
epidemie compiono le loro periodiche apparizioni lungo le strade fangose della
citt. Le acque del Tevere sono il cimitero abituale dei senza nome e i
barcaioli sono ormai abituati a urtare con il remo contro i corpi enfiati
arenatisi nei canneti lungo la riva: cadaveri di cui qualcuno si  sbarazzato
nel modo pi spiccio e meno compromettente. Si pu dire senza tema
d'esagerazione che non passa giorno senza che non ne venga scoperto almeno uno;
l'unica cosa che si fa  quella di disincagliare il corpo e di rimetterlo nel
filo della corrente perch il fiume lo faccia defluire al mare...
Proprio sulle rive del Tevere la madre di Cola svolgeva la sua attivit: era una
lavandaia. Si chiamava Maddalena. Cagionevole di salute passava la giornata a
tuffare montagne di panni in quell'acqua maleolente, sdrusciandoli con cura
sulla pietra levigata del lavatoio del borgo chiamato della Regola, un rione
affollato fino all'inverosimile, tutto addossato all'acqua nella quale sembrava
dovesse precipitare da un momento all'altro. Poco pi in l c'era San Tommaso e
il rione dove abitavano i giudei, il ghetto di domani.
La vita era scandita dallo sciacquio ritmico delle pale dei mulini che,
sfruttando la corrente del fiume, sorgevano in gran numero nei pressi. Per
questo, di giorno, era quasi impossibile transitare in quei vicoli, in cui
s'affollavano i carri dei mugnai, gli asini carichi di sacchi e di granaglie.
Con le loro vesti variopinte e scolorite le lavandaie quando faceva bel tempo
erano tutte al fiume sotto le tettoie dei lavatoi. D'estate il caldo era
affocante, d'inverno il gelo faceva gonfiare le mani, rosse e screpolate. La
schiena rotta, le reni in fiamme, le gambe enfiate, erano donne destinate a
morire giovani, d'etisia o di tifo od anche solo di fatica se il fisico non le
reggeva.
La notte, nel rione della Regola era meglio non avventurarsi senza buona scorta.
Neppure le donne di malaffare, che pullulavano nel quartiere, facevano affari
una volta calate le tenebre. Uniche a rimanere aperte sin dopo il Vespro erano
le taverne, stipate e fumose, regno delle pulci e degli scarafaggi. Una di
queste era del padre di Nicola Rienzi, detto Cola, Cola di Rienzo.
Per fare un mestiere come il taverniere bisognava saper destreggiarsi, trovare
le giuste protezioni. Il padre di Cola c'era riuscito. Mandava avanti il suo
commercio che serviva a sfamare la famiglia composta, oltre che dalla moglie, da
tre maschi e una femmina: quattro figli sono molti per una donna che dall'alba
al tramonto  sulle rive del fiume a sbatter panni. E dopo un periodo di
malattia, dopo aver trascinato il proprio corpo scheletrito lungo il fiume e
aver cercato di frenare la devastazione fisica, Maddalena se ne andr. Prima di
morire, per, parler con una comare, una di quelle pettegole e intriganti
creature che rappresentano il flagello dell'umanit; e, forse volendo darsi un
ultimo lustro, o, chiss, per civetteria postuma o delirio febbrile, confessa,
alla donna che l'assiste, come quel ragazzo tanto sveglio di nome Cola sia nato
nell'aprile del '13 da una sua relazione adulterina nientemeno che con Enrico
VII, l'imperatore. La povera lavandaia del rione della Regola avr forse sognato
una stanza con babbucce di raso, lenzuola di lino alla lavanda e coltri
imbottite di piume, cassapanche intagliate e libri d'oro tutti istoriati; avr,
qualche volta, innocentemente, sostituito con la fantasia la figura dell'oste
dagli abiti perennemente impregnati di sego e di cucina, dai panni che sentivano
il fumo del focolare l'umido della cantina, il sudore e il lezzo degli
avventori, con quella di un azzimato aristocratico; e chi c' di pi
aristocratico dell'imperatore? Quale sogno pu essere pi accettabile per una
povera bestia da soma con fattezze umane, sbattuta dalla vita sulla riva fangosa
d'un fiume a nettar pannolini e cenci, di quello di condividere, sia pure per
una notte, i favori dell'imperatore? Ed ecco la patetica ammissione, la
colpevole confessione, in punto di morte; l'inganno postumo...
L'oste Rienzi era, a suo modo, un uomo ambizioso. Sognava di fare di quel figlio
che gli pareva tanto intelligente un letterato o quanto meno un grammatico; e
l'aveva mandato a scuola, fatto piuttosto singolare per quei tempi, in cui
l'ignoranza era il sommo bene. Cos Cola aveva imparato il latino, i rudimenti
di stilistica e di retorica, e tutte quelle arti del trivio e del quadrivio, che
facevano dell'uomo medievale un essere colto, quando occorreva. Il giovanotto
nato sui bordi del Tevere aveva subito messo a profitto quanto gli veniva
insegnato, diventando in breve un vero mago nella decrittazione delle epigrafi
monche e sbrecciate che pullulavano nei dintorni, quelle pietre di nessun
significato per i romani del rione. Come dir il suo anonimo biografo: non c'era
altri che lui che sapesse leggere gli antichi epitaffi; e dall'interpretazione
delle testimonianze di un popolo scomparso all'ammirazione incondizionata per
una civilt che aveva lasciato tante vestigia il passo era breve: cos Cola
diventa un laudator temporis aeti. Capisce confusamente che la Roma in cui 
nato non ha nulla a che vedere con quella che ha diffuso una civilt, durata
secoli, sulle rive del Mediterraneo e non solo di quel mare; si rende conto che
un abisso separa i suoi concittadini da quelli che una volta popolavano il foro
o le terme di Caracalla. I romani d'allora non ci sono pi;  rimasta la feccia
dei panem et circenses, quella che allora s'annidava nei meandri della
Suburra... Come sempre accade nella storia dei popoli, e contrariamente a quanto
avviene nel resto della natura, la selezione aveva colpito i pi forti,
lasciando il compito della sopravvivenza ai pi ignobili; morti i cavalieri
erano sopravvissuti i nipoti dei liberti...
Alla morte della madre, per, dovr piegarsi alla volont paterna e andarsene
presso dei parenti ad Anagni, a fare il contadino. Un ben misero esito per chi
aveva cos bene iniziato.
Spesse volte tuttavia interviene il fatto inopinato, la circostanza casuale a
interrompere il corso di avvenimenti che sembrano scritti una volta per tutte
nel libro del destino. E nel caso di Cola di Rienzo l'evento che lo risospinge a
Roma  la morte del padre, che avviene nel 1332. Tornato nella babele romana, la
prima cosa che fa  quella di riprendere gli studi e di mettersi a praticare
l'arte notarile. Abita in Trastevere; passa la sera e buona parte della notte a
studiare le epigrafi, la passione di sempre, e comincia a credere sempre pi
fermamente di essere davvero il figlio illegittimo dell'imperatore Enrico.
Un dolce follia, ma che nella sua vita avr effetti deleteri. Se, infatti, non
avesse pensato di aver gocce di sangue reale e quindi di essere in qualche modo
predestinato al potere, avrebbe continuato la sua carriera di notaio; non
sarebbe passato alla storia, ma in compenso avrebbe anche evitato un'altra serie
di sciagure a una citt che ne aveva gi vissute abbastanza.
A poco pi di vent'anni, comunque, Cola sente di avere molta strada da fare. E'
un bell'uomo e veste con una certa propriet; ci tiene a ben figurare, una
caratteristica questa che negli anni tardi del potere lo condurr ad
atteggiamenti ridicolmente vanagloriosi e a un lusso sfrenato. Attira in ogni
modo su di s gli sguardi rapidi e fuggevoli di molte ragazze del quartiere.
Sono le giovani di Trastevere, brune, pienotte, dagli occhi ardenti e dalle
ciglia lunghe; una di queste  la figlia del notaio Francesco Mancini. I suoi
sguardi si soffermano sempre un po' pi a lungo del corretto sopra il volto del
giovane, il quale non tarda ad accorgersene. E un giorno gli occhi dei due si
incontrano: la giovane abbassa subito le palpebre, ma  diventata di fuoco.
La sera stessa Cola le fa recapitare il primo messaggio d'amore. La figlia del
notaio Mancini non lo respinge: non aspettava altro. Sa tutto su quel giovane.
Sa che egli  un appassionato di antichit, che segue la stessa carriera di suo
padre, che la notte studia le opere di Livio, di Tacito e di Seneca; e le 
venuta anche all'orecchio la voce secondo la quale sarebbe il figlio illegittimo
di Enrico imperatore, del potente conte di Lussemburgo sceso in Italia per
essere incoronato a Roma. Ci sono ancora molti che ricordano benissimo
quell'episodio; uno di costoro  proprio suo padre. E' stato suo padre a
raccontarle di come, il 29 luglio 1312, fra uno sfarzo da mille e una notte,
Enrico VII avesse ricevuto la corona, dopo aver acceso le speranze dei
ghibellini e dei guelfi bianchi d'Italia; peccato che il destino fosse stato
crudele con lui facendolo morire un anno dopo a Buonconvento, nei pressi di
Siena. L, fra quei cipressi che costeggiano il cammino che porta all'abbazia di
Monte Oliveto Maggiore, fondata proprio allora, fra quelle dolci colline basse e
ridenti, il 24 agosto del 1313 I'lmperatore era morto. Come poteva pensare la
giovane donna che quel Cola notaio non fosse davvero figlio dell'lmperatore?
E cos la figlia del notaio, ignara fanciulla del borgo, finir per sposare
Nicola Rienzi: un matrimonio d'amore e d'ingenuit da parte sua; un legame di
comodo, data la professione paterna, per il rispettivo genero e sposo...
Cola di Rienzo ha gi una caratteristica poco simpatica che lo fa subito notare;
sorride sempre, un risolino quasi di superiorit, fatuo e irritante. I suoi
sostenitori, anche fra i biografi moderni, diranno che quel sorriso derivava
dalla consapevolezza di essere figlio illegittimo di un potente; ma conoscendo
le imprese di cui si render capace il notaio divenuto tribuno,  chiaro che si
trattava di un sorrisino di superbia, di orgoglio da parte di chi, figlio di un
oste e di una lavandaia, era gi riuscito a innalzarsi ben al di sopra dei suoi
coetanei della Regola, destinati a non scrivere neppure una pagina n nella
vita, dato che erano rimasti asini e analfabeti, n, figuriamoci, nella storia.
Questa pretesa d'esser al di sopra di molti poteva anche essere giustificata se
fosse semplicemente rimasta tale, se non fosse andata insieme a una buona dose
di vigliaccheria e di opportunismo pavido e servile, quello che comparir in
tutta la sua evidenza all'epoca dell'imposta sul sale, da lui rincarata, e
durante i tragici momenti della morte. Si dice che il carattere di un uomo lo si
capisca solo al momento della morte. Il grande criminale che disprezza uomini e
cose non ha mai paura della morte ma sempre la affronta in modo aperto, con
sdegno e stizza quasi, ma con coraggio. Il politico dalla coda di paglia, con la
coscienza sporca e le gambe tremanti finisce invece per averne un terrore folle
e dispiega nel momento supremo tutta la sua incredibile vigliaccheria. Cola non
sar da meno e fuggir travestito e tremebondo fino allo show-down finale.
Per ora Cola  giovane e sorride; ghigna dentro di s, rimuginando chiss quali
ambizioni e folli disegni. Quali fossero queste ambizioni e questi disegni lo
diranno i fatti successivi al suo matrimonio.
Che Roma avesse bisogno di un reggimento o comunque di una disciplina qualunque
che frenasse l'ondata di incredibile violenza e di soprusi, lo sperimenter lo
stesso giovane, che si vedr un fratello ucciso proditoriamente senza che mai,
neppure negli anni in cui potr sguinzagliare fior di spie e delatori per tutta
la citt, si riesca a sapere chi l'abbia ucciso e per quali motivi. Un altro
cadavere destinato al Tevere, insomma. E quasi con una sorta di reazione
rabbiosa, Cola decide di tuffarsi negli studi prediletti con un'intensit fino
allora sconosciuta. Legge di tutto, anche cose di scarso o nessun valore, come
le sciocche pagine di un libro intitolato Storie di Roma e di Troia, apparso nel
1150 e naturalmente senza alcun fondamento storico, tanto che avrebbe potuto
benissimo intitolarsi Fandonie su Roma e su Troia, senza nulla mutare alla
sostanza dell'opera.
Nella Roma di Cola il papa non c';  lontano, in una bellissima dimora su
un'altura prospiciente un fiume lento e limpido, una dimora in pietra bianca,
dalle lunghe lesene goticheggianti, le camere dipinte in azzurro smalto o verde,
ornate con lunghi intrecci di ghirlande o con ampi medaglioni di fattura
pregevole. Di fronte vi  una piazza ampia con una grande scalinata d'accesso;
sulla sinistra, assai in alto, tanto che da esso si gode un amplissimo panorama,
c' un parco, denso di fronde e di frescura; qui il pontefice suole passeggiare
in compagnia dei cardinali e passa lunghe ore ad osservare il traffico delle
imbarcazioni sotto il ponte dalle ampie arcate.
Avignone non  una reggia,  un paradiso, una piccola oasi in una campagna
fertile e generosa. Cigni bordeggiano gli specchi d'acqua creati nel parco e
pavoni fanno compunti la ruota di fronte ai cardinali. C' un'enorme cucina,
situata in alto, con una stretta via all'aperto, a picco sulle mura, per
accedervi e una cappa nera che sale a riversare il fumo; qui s'imbandiscono i
piatti prelibati della cucina papale. Pi in l, verso Salon, un'altra dimora,
ancora pi sontuosa, fa da residenza estiva e luogo di cacce nelle selve
circostanti, mentre dirimpetto un possente castello con le sue mura turrite
sbarra l'accesso della piana. Nelle strade strette nei pressi della dimora
papale  tutto un affaccendarsi di commercianti, uomini di mondo, legati,
ambasciatori e letterati. La cosiddetta cattivit avignonese  in fondo una
prigione dorata.
Ed  qui, sui bordi del Rodano, che Cola di Rienzo partito dalle rive del Tevere
finir per approdare. Vi arriva come ambasciatore eletto dal popolo in una
missione affidata a lui ed altri legati per mezzo della quale i romani
avvicinavano il papa; questa ambasceria partiva seconda dopo quella dei nobili
che s'erano rivolti, ma per altri motivi beninteso, al pontefice. D'altronde mai
come in questi anni la frattura fra nobili e romani  pi completa, tanto che le
grandi famiglie di Roma, i potenti Colonna in primis, abitavano fuori le mura e
di rado si facevano vedere in citt.
Cercare di vedere come, spinto da quella insaziabile ambizione, Cola di Rienzo
fosse riuscito a far parte del novero degli ambasciatori inviati dal popolo nel
Vaucluse non  facile. Negli annali e nelle cronache il nome di Nicola Rienzi
compare come inviato dai consoli delle arti e degli altri popolari di Roma.
Certo  che grazie a questa ambasceria Cola trova un insperato trampolino, dal
quale lanciarsi in quella che sar la pi pazza delle avventure: la lotta contro
la nobilt.
Le letture confusionarie, le scarse idee, l'accesa fantasia dovevano
inevitabilmente portare Cola di Rienzo verso un complesso di teorie politiche
grandemente ispirate al populismo e, se vogliamo, piuttosto dilettantistiche. Ma
rimarrebbe un mistero il suo ingresso nell'agone politico, se si prescindesse da
alcuni fattori che dovevano fare di un semplice notaio un dittatore (nel vero
senso della parola), sia pure in sedicesimo, di una citt sull'orlo del collasso
economico e morale.
Questi fattori risiedevano soprattutto nel particolare momento politico vissuto
da Roma e nella quasi totale assenza di potere dovuta alla residenza del
pontefice in Avignone. In tale situazione anche un uomo educatosi sulle
Istituzioni e sul Digesto di Giustiniano, lettore accanito del Defensor pacis
del suo contemporaneo Marsilio da Padova o della Descriptio Urbis eiusque
excellentiae, poteva trovare la via per emergere, per farsi avanti tentando di
resuscitare di fronte agli occhi di gente scoraggiata lo spettro delle glorie
passate in funzione antinobiliare e, si potrebbe dire, cesarea.
Roma caput mundi: ecco il sogno di Cola di Rienzo, alias Nicola Rienzi, sogno
che alcuni hanno anche interpretato come palingenesi dell'Italia di nuovo unita
e forte sotto l'egida papale e il consenso popolare. Ma per quanto indubbiamente
simili sogni possano aver fatto capolino nella mente del tribuno ex-notaio, ci
sembra tuttavia prematuro interpretarli come un preciso programma, anche se
questa tesi sembra aver lusingato parecchio la mente di certi storiografi: erano
delle idee, ecco, e niente di pi.
Ed ebbero tanto maggiore successo quanto pi frammentaria e a gruppi isolati era
la peregrinazione. Pellegrinaggio-brigantaggio: due poli, due risposte ai
medesimi problemi, aspetti inseparabili di quell'et che va sotto il nome di
medioevo, un'etichetta convenzionale certo, ma utile.
Come in certe forme di sviluppo sociale si accompagna sempre una reazione
abbastanza sintomatica e direi quasi inevitabile, cos alla vita del medioevo
s'accomuna sempre il banditismo come forma di sussistenza, di lucro e di
prevaricazione da parte di minoranze spesso fortissime, e ben organizzate, su
altre deboli e disorganizzate.
In un mondo in cui tutto  affidato alla forza, anche la pi bruta e bestiale
volont di sopraffazione ha il suo posto. Logico pertanto che a Roma non vi
fosse angolo dove non allignasse la mala pianta e la peste morale della
grassazione e del sopruso.
Molti mali della societ futura avranno origine proprio da qui, come muffa
espandentesi su un terreno favorevole e protraentesi nei secoli sul tronco di
una nazione. Anche il modo con il quale Cola perverr al potere non sfuggir
alla logica di una simile situazione. Non vi arriva con il favore del giorno ma
con quello delle tenebre, della congiura, del complotto clandestino, anche se
effettuato in maniera abbastanza ingenua come vedremo.
Alla fine dell'anno 1342, Cola  gi, si pu dire, un personaggio; si  fatto un
nome fra le vedove, gli orfani, gli oppressi; il populismo sembra, insieme allo
studio dei reperti classici, la sua vera passione. Indubbiamente deve proprio al
favore tributatogli dai meno abbienti e dagli assistiti del quartiere se
riuscir a farsi mandare ad Avignone come delegato popolare presso papa Clemente
VI; egli stesso amer firmarsi: console delle vedove, dei poveri, degli
orfanelli: il programma sul quale avrebbe fatto leva pi tardi per l'escalation
era gi in nuce qui.
L'anno 1342  anche quello della morte di Benedetto XII, il quale passa a
miglior vita il 25 aprile. Come di consueto egli ha nominato i senatori la cui
carica dura solo sei mesi; alla sua morte il potere, in Roma,  dunque vacante.
Il giorno 7 maggio ascende al soglio Clemente VI. Proprio per sentire i suoi
voleri, verso la fine di novembre, parte da Roma un'ambasceria, quella di cui fa
anche parte il nostro personaggio, Cola insomma. Guidano il gruppo due senatori
di nobile lignaggio quali Stefanuccio Colonna e Bertoldo Orsini, seguiti da
Pietro di Agapito Colonna e Giacomo di Riccardo Annibaldi. Questo per la nobilt
maggiore. La minore  rappresentata dai membri delle famiglie Boni, Rubei,
Papazurri, Gregorii, Capocci, Tosetti, eccetera, insieme col vescovo Giovanni di
Bagnorea e l'esperto giureconsulto Rainaldo di Santa Patera. C' anche un amico
del Petrarca, Lello de Tosectis, il Lelius di buona memoria. Tanti sono i
propositi che recano gli ambasciatori. Avignone  relativamente lontana, si
direbbe persa fra i suoi dolci declivi, nella piana gialla e sonnolenta. Sembra
che sotto quel sole, fra quelle mura, dietro il riparo di quei vicoli bui e
tortuosi, la citt papale nasconda alla vista del mondo la chiesa tutta intera;
almeno  questa l'impressione che hanno i romani, i quali si sentono come
orbati, privi di quella luce temporale e spirituale a un tempo che per loro 
sempre stato il papato. Questi ambasciatori dunque vanno s per conferire, come
d'abitudine, al pontefice i titoli di sindaco, capitano, difensore del popolo di
Roma, senatore; ma vanno anche per palesare nomina rappresenta un duro colpo: i
due neo-eletti sono, infatti, del partito degli ottimati. Con quel gesto
Clemente viene dunque a dar ragione ai suoi cardinali; anche l'interesse che
aveva sino a quell'istante mostrato nei riguardi di Cola  pertanto cessato. E
per il tribuno del popolo comincia il periodo della crisi; sono mesi in cui
conosce anche le pi profonde amarezze materiali, in cui arriva al punto di
chiedere l'ammissione nell'ospedale della citt del Vaucluse per non dover
morire di fame. Pi in basso di cos, Cola non sarebbe potuto andare. Unico
conforto  l'amicizia del Petrarca. Il poeta , in fondo, un veterano della
Provenza; qui ha eletto il suo domicilio; qui fa leggere i suoi versi; qui
riceve gli onori e gode dei favori papali.
Il Petrarca si  interessato a questa figura di notaio, un po' invasato per la
verit, troppo infiammato per potergli dare soverchio credito, ma che espone
delle tesi in cui egli stesso sente qualcosa di convincente, qualcosa che in
parte concorda con le sue stesse idee. Si tratta del ruolo da assegnare alla
citt italiana piegata dal destino a un rango di subordinazione e di
pallidissima immagine della metropoli di un tempo scomparso ma che potrebbe
ridivenire attuale; anche il Petrarca mostra di credere in una unit della
penisola italiana, in un cemento che amalgami popolazioni assai diverse fra di
loro per mentalit e abitudini e che dia una nuova dimensione a una contrada
dimenticata. Anche per lui la persona che potrebbe far da polo magnetico per
queste aspirazioni potrebbe benissimo essere il papa. Dunque, quel giovanotto
romano che s'avvia baldanzoso alla maturit crede anche lui che sia possibile
una cosa simile, anzi si batte strenuamente perch essa avvenga; certo, dimostra
scarsa esperienza buttandosi a testa bassa come un toro inferocito contro le
solidissime posizioni nobiliari e contro certi poteri stratificati da secoli;
ci non toglie per che nel suo entusiasmo travolgente metta a segno qualche
critica efficace e dimostri qualche idea valida. Fatte queste considerazioni il
Petrarca decide di non togliergli l'appoggio e di cercare di trarlo fuori da una
situazione non soltanto penosa ma anche insostenibile, che di l a poco avrebbe
rovinato totalmente il messo del popolo dei sette colli.
Sembra pertanto che su pressioni del poeta sia intervenuto un cardinale in
persona per garantire a Rienzo quell'aiuto che altrimenti sarebbe totalmente
mancato; e questo cardinale  un... Colonna, Giovanni Colonna per la precisione.
Eppure poco prima proprio il Colonna era stato, come  logico, uno dei pi
feroci oppositori del giovane politico...
Se Giovanni Colonna avesse potuto intravedere quello che Cola di Rienzo sarebbe
stato capace di fare un giorno nei confronti della sua famiglia, mai e poi mai
lo avrebbe aiutato a trarsi fuori dai pasticci; ma per il momento Cola di Rienzo
 solamente un povero tapino distrutto da un ingranaggio assai pi forte di lui
e al quale aveva cercato vanamente di opporsi.
Una persona che, venuto come messo da una citt lontana, e messo, per giunta,
eletto dal popolo, e che poco dopo sia costretto a mendicare un po' di cibo da
un ospedale per non dover cadere sfinito lungo la strada,  davvero un povero
diavolo, uno che delle ferree leggi della vita ha capito ben poco. Pazienza poi
se una disavventura simile gli fosse accaduta, diciamo, sui vent'anni; ma Cola
ne ha ormai trenta e qualcosetta anche in pi; non  dunque, pur essendo ancora
giovane e prestante, uno zerbinotto di primo pelo. Quell'et  decisiva; a
trent'anni un uomo ha gi giocato tutte le sue carte; se  riuscito, beh, allora
meglio per lui, ma se per disgrazia ha fallito ben poco ormai gli resta da fare:
 un candidato al fallimento continuato. E Cola sembra davvero essersi messo su
questa strada da quando ha abbandonato la via maestra e tranquilla del notaio di
quartiere ben affermato e accasato.
Un cardinale come Giovanni Colonna, una piccola potenza e non solo in quel di
Avignone o di Roma, pu dunque molto: pu schiacciare come una fastidiosa cimice
quel tanghero che ha osato opporsi con la sua prosopopea e la sua sicumera
ridicola basata sulla mutevole fiducia popolare, o pu tirarlo fuori dagli
impicci, permettergli di cambiare parere, di rinfrescarsi un poco le idee, dopo
esser stato messo al tappeto al primo round...
9 agosto 1343. La missione inviata dai cittadini di Roma ha gi preso da tempo
la via del ritorno. Non  stata una delegazione che possa dire di aver
conseguito notevoli successi, tutt'altro. Clemente VI ha fatto qualche promessa
e nulla pi. Nel frattempo, grazie ai buoni uffici, ai reiterati tentativi del
Petrarca, per Cola di Rienzo vi  all'orizzonte qualche schiarita. Le nubi
temporalesche che si addensavano sul suo capo e che minacciavano di travolgerlo
sono state diradate da una corrente di venti favorevoli; in particolare oggi, 9
agosto 1343, Clemente sigla uno scritto nel quale si difende l'opera (e le tesi
filopopolari) del tribuno; non  un trionfo ma  comunque un colpo andato nel
segno. Non solo, ma si viene anche incontro alla penuria di mezzi, ormai
cronica, del notaio; lo si nomina, infatti, familiare della corte di Clemente
con tanto di appannaggio. Vista questa buona disposizione del papa nei suoi
confronti, Cola ne approfitta per restarsene ancora in Avignone circa un anno.
La vita alla corte papale scorre piacevole;  un centro di faccende mondane, di
svaghi raffinati, di tenzoni letterarie e poetiche, vi si fa della politica ma
con quello stile e quella signorilit che si ritroveranno nelle corti
rinascimentali pi evolute. La citt  bella, il clima splendido. I cieli quasi
sempre tersi, che si spingono all'infinito lungo la linea dell'orizzonte. Terra
dai vini generosi, dalle acque fresche, dalla campagna ubertosa,  il Vaucluse;
e qui, con la sua forma ellittica, con quel palazzo arroccato sul Rocher des
Doms, con le sue case dominanti il corso del Rodano, si innalza nella sua
magnificenza goticheggiante Avignone, che cinque anni dopo, nel 1348, Clemente
acquister dalla regina Giovanna di Napoli per la notevole somma di ottantamila
fiorini d'oro. L'universit, fondata nel 1303 da papa Bonifacio VIII, d lustro
e fa convenire nella cerchia delle sue mura studenti di Francia e d'Europa. Il
palazzo, ingrandito da Giovanni XXII e abbellito successivamente da Benedetto
XII e dallo stesso Clemente VI, pi che una sede papale  una vera reggia
principesca, con gli ampi cortili, le vaste sale, le torri a picco sulla rocca,
le ampie mura di fronte alla piazza.
Nel fervore di vita che s'accalca nelle vie, racchiuse dalla cerchia di possenti
muraglie, Cola decisamente si trova a suo agio; per quanto i problemi della
collettivit romana continuino a guidarne l'azione e ad agitarne l'animo, pure
il notaio, divenuto familiare papale, capisce che Roma  davvero lontana. Tutte
le querimonie, l'instabilit politica, i continui alti e bassi di una situazione
perennemente in balia della tempesta sono remoti, quasi che una distanza non
solo materiale ma anche temporale vi fosse fra i due mondi, quello del papato
romano e quello del papato avignonese.
Attorno al romano vi sono centinaia di persone influenti, importanti, che il
giovane Cola non manca di avvicinare; c' il notaio papale Rainaldo Orsini che
diverr pi tardi cardinale, c' la compagnia e la benevolenza di Guido da
Boulogne, un munifico francese che vede in Rienzo un ospite gradito e un colto
commensale che non manca di invitare spesso alla propria tavola.
Se avesse potuto, certo Cola si sarebbe fermato assai pi a lungo, magari
dimenticando Roma e i suoi problemi e non scrivendo nella storia quella triste
pagina per cui, ancora oggi, dobbiamo occuparci di lui...
Luglio 1344... Cola  di nuovo in quel borgo di Trastevere dal quale era partito
con un bagaglio di incognite e di inesperienza. Ha ottenuto da Clemente la
nomina a notaio della camera municipale romana, una carica che non solo gli
mantiene un certo appannaggio (permettendogli quindi di non andar mendico e di
non dover ricadere nella deprimente situazione in cui si era lasciato trascinare
ad Avignone), ma ha anche ottenuto un diretto appoggio alla sua politica con
tanto di firma di Clemente in calce a una supplica in cui si promette di mettere
il popolo di Roma sotto la protezione di Sua Santit.
La prima cosa che fa  quella di collocare un'enorme tavola lignea in
Campidoglio, sulla quale ha fatto dipingere una scena allegorica, una sorta di
denuncia delle condizioni in cui versa l'antica capitale dell'impero romano a
causa del malgoverno e delle rapine di certi settori nobiliari e la situazione
dell'Italia ora afflitta dalla cocente vergogna del servilismo e del
vassallaggio. Sono concetti retorici e arditi a un tempo; ma il popolo romano...
guarda e passa oltre.
Forte dell'autorit conferitagli dal papa, il quale, lontano, non pu certo
seguire passo passo le mosse del futuro tribuno, Cola s'intromette poi in ogni
modo nelle faccende pubbliche, gettando i bastoni fra le ruote di parecchie
persone, ivi compresi gli assessori municipali e gli appartenenti
all'aristocrazia cittadina.
Nel corso di uno dei suoi interventi, infiammati come sempre, avviene un
episodio che risolver Cola a delegare ad altri quell'ufficio scomodo di notaio
della camera municipale. In breve il fatto  questo. Andreozzo di Normanno,
imparentato coi Colonna e tesoriere municipale, lo schiaffeggia in piena
assemblea, mentre lo scrivano Tommaso Fortifiocca lo dileggia apertamente e in
maniera piuttosto... sconveniente. All'insulto s'aggiunge dunque la beffa.
Quello schiaffo ricevuto in pieno consesso brucia pi di una piaga, di un ferro
rovente conficcato nella guancia; per un uomo che presume moltissimo di s,
com' appunto Rienzo, che sogna di poter dominare un giorno quella citt e
quelle persone che ora gli sono davanti, si tratta di una gravissima perdita di
prestigio e di sicurezza. Ma non sar certo questa l'ultima n la pi grave
umiliazione cui andr incontro il giovane nella sua ambizione di primeggiare ad
ogni costo...
Ci voleva tuttavia una rivincita; anche se, per il momento, questa poteva solo
essere morale, non certo materiale. Cola  ancora il classico vaso di coccio in
lotta con quelli di ferro e non pu quindi far nulla se non puntare tutte le sue
carte sulla sua superiorit culturale. Il ritrovamento di una lapide che fa al
caso suo gli permette di far sfoggio dell'erudizione latina proprio di fronte a
quei nobili che tanto mostrano di disprezzarlo... Eccolo dunque alla fine
dell'anno 1346 presentarsi in cappa alla tedesca, ampia e solenne, berrettino
bianco sormontato da un copricapo a coroncine d'oro; pare un principe... ma non
lo . Ci sono, fra il pubblico, anche due personaggi che ritroveremo pi avanti,
Stefanuccio Colonna e suo figlio Gianni, due fra gli irriducibili avversari
dell'ambizioso notaio. Lo sfoggio d'erudizione di quest'ultimo gli permette per
di rimontare un poco la china e di dimostrare che non  poi quel plebeo
intrigante come molti mostrano di ritenerlo. Nell'esposizione erudita si mescola
perci anche il commento politico, la velata minaccia, la speranza per il
domani... e chi vuol capire, questo sembra dire Cola, capisca...
La minaccia contenuta in queste parole non  poi tanto vana. Cola si  fatto i
suoi partigiani, ha i suoi seguaci; non sono legioni, certamente, ma quanto
basta per dare notevole fastidio ai nobili da lui tanto odiati. L'origine di
quest'odio non  poi cos peregrina, se si pensa al disprezzo con cui gli
ottimati lo ripagano;  in fondo la solita storia del paria che pretende di
sedere alla tavola del signore; se questi per avventura gli cede una sedia,
subito il paria pretende di essere un pari e allorch il muro di classe si alza
come un barriera fra l'ambiente che lo tollera e quello da cui proviene ecco che
nell'animo dell'escluso si fa strada il risentimento l'odio. Non c' nulla di
peggio che avvicinarsi speranzosi, vogliosi di poter appartenere a una data
cerchia etnica o sociale e sentirsi improvvisamente da questa tenuti in
disparte, considerati alla stregua di importuni o di fastidiosi postulanti. E'
quello che accade a molti immigrati che in patria sono accesamente esterofili e
che, giunti nel paese da loro considerato il non plus ultra della perfezione, si
sentono bollati come stranieri di infima categoria: da esterofili diventano i
pi accesi nazionalisti... Cola di Rienzo, che in cuor suo ha sempre
profondamente disprezzato quella plebe da cui ha avuto origine e che avrebbe
voluto essere accolto tra i nobili come uno di loro, si vede a un tratto
quell'estrazione plebea appiccicata addosso come una lebbra... e odia. Ecco il
motivo dei suoi attacchi alla corte papale, alla quale  arrivato come inviato
del popolo, ecco il cumulo di risentimenti con cui ritorna a casa dopo le
umiliazioni dell'ospedale avignonese e la condiscendenza con la quale  stato
ammesso alle mense dei cardinali, ecco l'insensato furore dal quale si sente
trascinato quando si trova di fronte a quelli che appartengono a una classe
superiore alla sua. Odio di classe e velleit demagogiche: le eterne vie di
sfogo dell'ambizione frustrata e dell'invidia.
E' il 14 febbraio 1347. Quasi a conferma delle minacce appena velate di Cola
appare sulla porta della chiesa di San Giorgio in Velabro un manifesto;  un
bando di raccolta, un chiamare alla riscossa, un voler levare gli scudi: Rienzo
fa appello ai suoi perch insorgano; la data, il momento dello scendere in
piazza verr segretamente comunicato a ciascuno. Anche qualche nobile o
rappresentante della fazione degli ottimati ha occasione di far cadere gli occhi
su quel pezzo di carta; una breve scorsa seguita da una scrollatina di spalle 
tutto quanto rappresenta la reazione del lettore della parte avversa; in altri
termini i nobili non solo non hanno affatto paura di Rienzo ma lo ritengono un
fanfarone, un buono a nulla. Va giusto bene per rallegrare i conviti o tenere
disquisizioni erudite su qualche frammento di pietra... Ma per il resto... Che
potrebbe mai fare quell'irresponsabile dagli occhi troppo accesi, dalle crisi
epilettiche puntualmente ricorrenti, dai discorsi senza senno e senza cervello?
Una sommossa? Ma che sciocchezze son mai queste? E chi vorrebbe poi tener
bordone a un simile pazzo?
Ma per sfortuna degli ottimati, dei patrizi, il 19 maggio, come una meteora che
piombi dal cielo, la sommossa ha effettivamente inizio. Non sono gente o persone
che vengano dal popolo a parteciparvi; son borghesi di censo o cavalieri
squattrinati, nobili tenuti in disparte e giovani cadetti di qualche famiglia
altolocata. E' dunque una sommossa che con il popolo ha ben poco a che fare.
La vena demagogica-populista ha dunque ancora una volta fatto da pretesto per le
insoddisfazioni della classe medio-superiore. Tiene fianco alla faccenda anche
il vescovo Raimondo di Orvieto, che pu garantire dei sentimenti di molti
appartenenti al basso clero. Il rivolgimento  stato preceduto da un'adunanza
segreta tenutasi venerd 18 maggio nella chiesa di Santa Sabina sull'Aventino.
In questa sede Rienzo ha promesso centocinquanta fiorini d'oro da destinarsi al
reclutamento di armati, un centinaio in tutto.
E cos, sabato, avviene il fattaccio. Il momento  stato scelto con una certa
accortezza, il che d in fondo torto a quanti avevano visto Rienzo come un
incapace o un dilettante della peggior specie. Prima di tutto il notaio sa
benissimo come la maggior parte dei nobili soggiorni fuori citt e come gli
stessi senatori Roberto Orsini e Agapito Colonna non amino risiedere in
Campidoglio; secondariamente i nobili da tempo si disinteressano delle faccende
pubbliche romane (tanto che molti senatori precedenti avevano addirittura
chiesto al papa di dispensarli dalla carica e quelli che vi rimanevano lo
facevano in modo piuttosto stracco, senza entusiasmo e tantomeno zelo). Ci
serve a spiegare perch il popolo non muova un dito allorch i soldati di Cola
penetrano in Campidoglio, ne cacciano in malo modo gli occupanti e a suon di
trombe fanno un tale strepito da attirare l'attenzione delle centinaia di
persone adunatesi per il consueto mercato. I soldati, dopo aver fatto piazza
pulita di ogni resistenza, convocano la plebe di Roma per la domenica seguente,
Pentecoste appunto, per udire il proclama del nuovo dittatore.
Senza una goccia di sangue, fra l'indifferenza generale, i quattro gatti di Cola
s'impadroniscono del potere. La tradizione vuole comunque che Cola abbia
trascorso la notte fra il sabato e la domenica completamente insonne, pregando
ininterrottamente per la riuscita del suo piano. E con il volto tirato, i tratti
segnati, il mattino seguente egli uscir dalla chiesa di Sant'Angelo in
Pescheria dove s'era rifugiato per pregare. Con lui sono venticinque congiurati
che fungono da guardia del corpo. Il piccolo drappello  preceduto da quattro
bandiere: una rossa con al centro una donna, simbolo di Roma, con mappamondo e
palma; una bianca con al centro l'immagine dell'apostolo Paolo; una con le
chiavi di San Pietro e l'ultima, con l'effigie di San Giorgio, racchiusa in uno
scrigno dato che, gravemente danneggiata dagli anni, non avrebbe potuto esser
sventolata come le altre.
A poco a poco una gran folla fa ala o addirittura si unisce al corteo e quando
si arriva in Campidoglio lo spettacolo non pu non destare grande ammirazione
fra gli astanti. Cola cammina con passo solenne; evidentemente si tratta per lui
di un gran giorno, del momento della piena rivincita sui suoi avversari. Egli si
 dimostrato in grado di saperli giocare al momento opportuno facendosi beffe
della tracotanza e della cieca fiducia del partito nobiliare. Le frasi che
pronuncer alla balaustra del balcone non faranno infatti che sottolineare un
profondo disprezzo per tutti i nobili nel loro complesso per coloro che egli
ritiene i veri responsabili di aver ridotto Roma a una spelonca di masnadieri, a
un covo di banditi, a un ricettacolo di ladri.
Dopo il suo infiammato discorso prende la parola Conte Mancini, nipote dello
stesso Cola. Mancini legge il nuovo progetto di ordinamento dello stato, che
fonda la propria autorit sulla volont popolare e che si ripromette di essere
il tutore e il garante della sicurezza del cittadino, dei suoi traffici, delle
sue ricchezze. Guerra al brigantaggio, alla nobilt faziosa, alla
prevaricazione: questi i punti del programma di Cola che vengono approvati
all'unanimit per alzata di mano. Rienzo d poi la misura di un certo talento
politico, allorch si definisce semplice rettore della citt unitamente al
vicario papale. Sulla base di questa premessa il primo atto della farsa 
compiuto...
Il primo colpo di scena arriva il 22 maggio. Quel giorno Rienzo assume il titolo
di tribuno, una carica onorifica che aveva perso ormai ogni preciso contorno
essendo da tempo caduta in disuso. Che cosa voglia significare agli stessi occhi
di Cola, questo malato di romanit, non si sa bene. La tradizione vuole comunque
che nel corso dell'autoinvestitura una colomba bianca abbia sorvolato pi volte
il capo del neoeletto, tanto da far pensare allo Spirito Santo che avrebbe
voluto cos testimoniare la sua adesione alle decisioni dell'ambizioso
notaio. Ingenuit a parte, con quella carica egli si arroga i pieni poteri,
divenendo di fatto il dittatore della citt e relegando in secondo piano quel
Raimondo di Orvieto, vicario papale, che aveva voluto inizialmente al suo fianco
per darsi una parvenza di rispettabilit.
E il dramma sfiorer la farsa, allorch egli si autodefinir: Nicola, clemente e
severo, tribuno della pace, della libert e della giustizia, liberatore della
santa repubblica romana. Modesto, non c' che dire...
A questo punto, sulla base delle informazioni puntualmente trasmesse da
Raimondo, la cui funzione  abbastanza chiara (quella cio di controllare che
l'autorit di Cola, accettata dal papa in quanto favorevole allo stesso potere
pontificio non abbia a degenerare andando contro gli stessi interessi della
corte avignonese), il papato si allarma. Evidentemente si  dato fuoco a una
miccia che ha cagionato un'esplosione pi forte del previsto.
Si allarmano anche i nobili i quali vedono in alcuni provvedimenti del tribuno
un'aperta sfida al loro stesso potere. Ma la fazione nobiliare  per il momento
troppo disunita e lacerata dagli odi intestini perch possa far fronte comune
contro Cola, il quale sa benissimo come stiano le cose nel campo avverso e pu
quindi garantirsi un vasto margine di sicurezza per le azioni che intende
svolgere. Ecco pertanto nascere alcune disposizioni del seguente tenore, tutte
volte a indebolire gli ottimati: i nobili vanno allontanati dalla sorveglianza
di castelli, ponti, mura e porte cittadine; nessun nobile pu vantare autorit
su qualche rione cittadino e neppure sui distretti rurali appartenenti al comune
di Roma, ma tuttavia resta sulle loro spalle la continuit del vettovagliamento
della citt, la transitabilit delle strade e via dicendo.
Non appena l'eco di questi provvedimenti si diffonde oltre la cerchia delle
mura, il pi anziano dei Colonna, il padre di Stefanuccio, l'ottantenne Stefano,
monta risoluto a cavallo e da Corneto, sua residenza, piomba nel suo palazzo
romano di piazza San Marcello e comincia a fare il diavolo a quattro. Cola di
Rienzo gli manda allora un soldato con l'ordine di abbandonare la citt...
Figuriamoci! Per poco a Stefano Colonna non viene una sincope. Si fa rosso
paonazzo, afferra il foglio, lo straccia in mille pezzi e urla in faccia allo
spaventatissimo messo: Se questo pazzo manigoldo continua a farmi uscire dai
gangheri lo scaraventer dalle finestre del Campidoglio!
Ma Stefano Colonna non ha fatto attenzione a un particolare. Per ognuno dei
tredici distretti in cui  divisa la citt Cola ha fatto arruolare, a spese
della camera cittadina, cento fanti e venticinque cavalieri, per cui adesso c'
a disposizione del tribuno un vero esercito, perfettamente equipaggiato, in
grado di piegare qualunque resistenza, anche quella di una coalizione di nobili.
Perci schiumante di rabbia, il cuore carico di fiele, il vecchio Stefano 
costretto a piegarsi di fronte al minaccioso schieramento di alcune centinaia di
armati sotto la sua porta; solo grazie alla velocit e alla vigoria del suo
cavallo riesce poi a rifugiarsi in Palestrina, sfuggendo alle non certo
pacifiche intenzioni di alcuni sostenitori del tribuno.
Il primo scontro si  dunque concluso con il pieno e totale successo del
manigoldo. Dal canto suo Rienzo capisce che dopo questo exploit deve raddoppiare
la vigilanza e rafforzare le proprie posizioni, dato che un giorno o l'altro i
Colonna gliela faranno pagare cara.
Dopo circa due settimane nelle quali ha fatto tutto il possibile per garantirsi
la fedelt assoluta delle truppe e il favore popolare, Cola spara la seconda
bordata; questa volta l'oggetto della sua attenzione sono tutti i nobili,
indistintamente. In altre parole Cola di Rienzo esige che ciascuno degli
ottimati gli dichiari piena sottomissione...
Se non puoi resistere, fai come il giunco, piegati, dice un vecchio proverbio
giapponese; e i vari Colonna, dopo aver messo sul tappeto le rispettive forze ed
essere stati costretti ad accettare la temporanea superiorit di Rienzo,
decidono di piegarsi e di comparire alla presenza di Cola per rendergli omaggio.
Qui vien fuori il lato teatrale e la tendenza alla pagliacciata che porter alla
rovina Cola. Il tribuno compare infatti con indosso un'armatura lustra e forbita
sulla quale ha gettato, alla maniera degli antichi imperatori romani, una cappa
scarlatta. Non solo, ma c' pronta per coloro che vogliono fare sottomissione
una Bibbia sulla quale giurare fedelt al governo romano cio a lui, Cola. Il
primo a chinare il capo e a flettere il ginocchio davanti al parvenu diventato
potente  Stefanuccio, proprio colui che, se non altro per solidariet con suo
padre Stefano, vedeva Rienzo come il fumo negli occhi. E l'esempio di
Stefanuccio sar seguito da tutti gli altri, anche dai pi irriducibili come
Giordano e Rainaldo Orsini. Ancora una volta dunque, Rienzo aveva vinto;
stavolta, anzi, aveva stravinto.
Finalmente li aveva ai suoi piedi, proprio lui, Cola, un uomo che cadeva spesso
a terra, colpito da una sorta di trance, con profondi dolori al petto e
tachicardia, sudore e affanno, un individuo che veniva colto da movimenti
scomposti di origine epilettoide con successivi stadi di profonda costernazione
e generale prostrazione, per cui a situazioni di irragionevole euforia alternava
giorni di sconforto e di terrori. Allora accadeva che si guardasse attorno con
occhi spauriti, il labbro inferiore cascante, le mani tremanti, il dorso curvo;
allora s'aggirava per le stanze come un fantasma, la mente ottenebrata da deliri
a carattere persecutorio, con lo sguardo vacuo, vitreo, mentre tutta quella
presunzione e quell'orgoglio smisurato che dovevano alienargli tante simpatie
sembravano di colpo svaniti per lasciare posto all'immagine di un mentecatto.
Anche Francesco Savelli, colui che era padrone dell'intero rione in cui Rienzo
era nato, era venuto a porgergli omaggio; anche lui era stato costretto a
piegare il ginocchio, a giurare con la mano sul Vangelo, a far atto di
sottomissione nei riguardi del figlio dell'oste e della lavandaia.
Ma il trionfo di Cola non era completo; mancava ancora qualcosa; ed ecco venir
fuori altri editti, altre disposizioni che intendevano colpire i nobili e gli
abbienti. Si faceva divieto a chiunque di giurare vassallaggio agli
aristocratici, non si poteva neppure chiamarli messere; gli stessi nobili erano
diffidati dal collocare sulle proprie case stemmi gentilizi o dall'ornare con la
medesima insegna le armi e gli scudi; inoltre le case patrizie non potevano pi
esser difese da muri di cinta o da palizzate, mentre le pietre recuperate dalla
loro demolizione avrebbero dovuto essere utilizzate per lavori di fortificazione
del Campidoglio. Era davvero la goccia che doveva far traboccare il vaso.
Tuttavia il popolo mostrava di essere dalla parte di Rienzo e aveva accolto
queste umiliazioni inflitte alla classe ieri dominante con pazzo entusiasmo. Ma
doveva, questo entusiasmo, raffreddarsi repentinamente di l a poco, allorch
vennero varati alcuni inasprimenti fiscali. Nel Medio Evo, come pure in tempi
successivi, il bene pi prezioso era il sale. La tassa sul sale era un po' come
la nostra IGE, una vera e propria imposta attraverso la quale ciascuno doveva
passare; non colpiva, beninteso, le entrate ma solamente il consumo del prezioso
bene. Tuttavia qualcuno arriver per analogia a chiamare scherzosamente dovere
del sale anche l'imposta Vanoni... Il polso monetario di allora si tastava
dunque badando al valore del sale; quanto pi questo era coperto da balzelli
tanto pi la situazione era critica, in particolare per i meno abbienti. E'
difficile oggi, in tempi in cui anche i baraccati delle bidonvilles alle
periferie cittadine dispongono di televisione e di auto (magari di quinta...
mano) di fronte alla porta della stamberga, avere un'idea esatta della
condizione degli indigenti di quei tempi; solo avendo di fronte alla mente certe
situazioni che si possono ancora scorgere in alcuni paesi dell'Oriente o
dell'Africa possiamo farci un'idea approssimativamente esatta. Per il povero di
quei tempi il bene pi prezioso era un sacchetto di granaglie (segale, orzo) e
un pugno di sale grossolano; gli stracci che aveva addosso erano sempre quelli,
giorno e notte, per mesi e anni; i pidocchi albergavano come una seconda pelle
su quel corpo emaciato dalla barba lunga e dai capelli incolti; le pulci e gli
altri parassiti abitavano nella sua tana, la cui paglia era nera per gli anni,
marcita da un pezzo. Il lusso pi insultante che potesse sfoggiare il nobile
consisteva allora in pantagruelici banchetti, in cui a chi non avrebbe visto un
solo pezzo di carne per intere settimane venivano fatti scorgere quarti di bue
arrosto e cinghiali allo spiedo...
La condizione, dunque, del paria medievale  al limite della sopravvivenza,
della follia. In certe zone dell'odierno Piemonte, perse fra le montagne, unico
alimento e sola sostanza era la rapa; rape da mane a sera e cos all'infinito;
perfino la granaglia costava troppo; e quando la si poteva avere era di quella
appestata dalla segale cornuta i cui effetti risultavano disastrosi. Anche le
classi nobiliari delle zone depresse di allora non guazzavano n nell'oro n
negli agi. Per fortuna nelle campagne non c'era sovrappopolazione e, guerre
permettendo e briganti pure, una via per sopravvivere finiva per essere trovata.
A petto di queste situazioni c'erano delle oasi di benessere come per esempio la
Toscana, ubertosa e ricca ancorch dilaniata dalle discordie intestine. Roma
invece era un misto di miseria e di ricchezza, di abiezione e di lusso. Un
guazzabuglio, insomma.
Ai malcapitati romani anzich il messo della citt si presentava spesso per la
riscossione della decima il milite del signorotto o del nobile del quartiere; in
questo senso la volont accentratrice di Rienzo servir a spazzare via alcune
incongruenze che da tempo immemorabile si trascinavano nel lassismo e
nell'incuria generale. Ecco pertanto Rienzo combattere i molti nobili che si
erano insediati da padroni su terreni appartenenti alla comunit dei cittadini e
al comune, allargare i limiti dell'influenza di questo, ristrutturare tassazione
ed esazione, calcare la mano nei confronti degli abbienti. Guardando dal di
fuori, a distanza di secoli, non tutti questi provvedimenti appaiono
cervellotici o, peggio, vani; parecchi, anzi, risultano utili, tanto da
permettere una certa ristrutturazione della spesa pubblica e della finanza e da
consentire il conio di nuove emissioni convenientemente garantite.
Per opera sua i commerci vengono facilitati con l'abolizione dei dazi e dei
pedaggi esatti da privati senza autorizzazione dell'amministrazione cittadina;
altri vengono elevati o invece soppressi per favorire questa o quella via di
traffico e di commercio. Si tenta di allargare il discorso verso la campagna,
favorendo in ogni modo l'afflusso dei generi di prima necessit alla
ex-capitale. Accanto a queste misure di ordine pratico ve ne sono altre dettate
da uno spiccato senso demagogico che abbiamo gi avuto modo di sottolineare;
sono quelle a favore delle vedove, degli orfani e dei poveri, le voci per le
quali si era ufficialmente battuto Cola di fronte ai cardinali avignonesi. Si
tratta di poca cosa, in genere di elargizioni una tantum e di donativi a
conventi o chiese, quanto basta in fondo per dar del fumo negli occhi della
cittadinanza minore e per far correre la voce di un despota illuminato. Non
vorremmo per sembrare adesso troppo malevoli nei confronti di Rienzo; quanto
faceva era pur sempre molto se messo a confronto con quello che avevano fatto
gli altri prima di lui; basti pensare all'istituzione di centri d'ammasso
granario in ognuno dei tredici quartieri, al divieto di abbattere case come
provvedimento successivo all'ostracismo e al bando politico (prassi diffusissima
a quei tempi), alle multe (salate) contro coloro che occultavano generi
alimentari per speculazione, ai vari decreti ingiuntivi contro i mali che
affliggevano la citt: adulterio, concubinato, prostituzione, ripudio, gioco dei
dadi.
Nella miseria, i cittadini romani erano infatti fra i pi corrotti; qualunque
mezzo era buono per uscire fuori dall'impasse economico, dalla fame. Ecco allora
il padre che vende le figliole ancora impuberi, la moglie che si concede per
quattrini a tutto il vicinato, il potente che rivendica come suo diritto il ius
primae noctis, il numero incredibile delle prostitute note come tali e (come si
direbbe oggi) non occasionali...
Tutti questi provvedimenti vengono a far parte integrante dei celebri Statuti
del 1363, un vero corpo legislativo della citt di Roma, complesso e variamente
articolato.
Contro i trasgressori alle sue disposizioni Cola proceder con insolita durezza.
Lo dimostra il seguente caso, quello del signore di Porto Martino Stefaneschi.
Costui era un vecchio che aveva impalmato una vedova piacente e fresca, famosa
per aver seppellito ben due mariti; era un parvenu a suo modo, un arricchito
grazie a un'appropriazione indebita; infatti il signore di Porto Martino aveva
virtualmente sequestrato con tutto il suo carico una nave andata ad arenarsi
alle foci del Tevere e s'era fatto un notevole gruzzolo rivendendo il possibile;
un vero sopruso contro il quale per non c'era stato nulla da fare. La vita
quindi si presentava rosea per il nostro personaggio sennonch... sennonch
interverranno due fatti a rovinarlo; il primo, il matrimonio con la vedova,
incarnazione del moderno mito dell'ape regina, il secondo l'ascesa al potere di
Rienzo. Dopo qualche mese di matrimonio il poveretto era ridotto pelle e ossa,
con i tegumenti giallastri, il ventre gigantesco, gonfio a dismisura per
l'idropisia. Tutto lascia credere che il male di cui soffriva il malcapitato
fosse una tremenda nefrite, ma per il popolino la faccenda era chiara: la colpa
era della vedova troppo incautamente impalmata.
Su di lei, anzi, correvano le voci pi tremende; si diceva, fra l'altro, che
avesse, volutamente sfinito con le sue grazie il vecchietto: macabro e piccante
dunque si mescolano indissolubilmente. Ed  contro questo idropico dal cellulare
sottocutaneo imbibito dai trasudamenti del liquido sieroso, ridotto all'ombra di
se stesso, che si accaniscono gli strali di Rienzo. Per farla breve, Cola lo
condanna all'impiccagione proprio per il reato di appropriazione indebita del
carico della nave. La scena sar straziante, con il malversatore trascinato fra
i lazzi e i dileggi della folla, il ventre gonfio come un tamburo, teso
all'inverosimile, la faccia smunta, le occhiaie scavate, che muove a fatica
verso il patibolo dal quale pender, le gambe simili a stecchini spezzati, per
pi giorni, corpo inerte in balia delle intemperie.
Poi  la volta di Pietro di Agapito Colonna, ex-senatore, uomo stimato e
possente; a Pietro tocca il pi cocente oltraggio, quello di essere condotto in
catene di fronte al Campidoglio. Ancora un episodio che fa andare in sollucchero
mendicanti e straccioni, fiumaroli e gente del contado. Di fronte a questo
spettacolo ci si pasce, ci si inebria; il potente di un tempo trascina le catene
sollevando nubi di polvere, subisce le ingiurie della moltitudine senza poter
reagire.
Nel suo zelo e nell'apparente sete di giustizia, Cola colpisce a destra e a
manca: ecco un frate pendere anche lui da un cappio perch accusato di furto,
ecco il conte Bertoldo dell'Anguillara costretto a sborsare oltre quattrocento
fiorini d'oro dietro accusa di un mulattiere derubato del suo carico, eccetera
eccetera. Neppure sei settimane dopo aver assunto il potere, Cola ha dimostrato
di voler regnare con un pugno di ferro, senza guardare in faccia nessuno, e il
favore popolare da lui suscitato con i suoi gesti clamorosi  tale che valica di
molto i confini delle mura e del contado. Egli d'altra parte si fa propagandista
di se stesso, scrivendo al papa lettere entusiastiche sui consensi raccolti e
sul giubilo che  riuscito a suscitare. Il Petrarca, pur rallegrandosi del
risultato, lo mette tuttavia in guardia contro i facili entusiasmi e soprattutto
contro la capacit di reazione di coloro che ha vessato e da lui definiti lupi.
Sono animali pericolosi, gli dice, che un giorno potrebbero anche fargli pagare
salata la sua audacia; sia dunque accorto nel proseguire in quell'opera di
risanamento dell'ltalia che avverr senz'altro, qualora riesca la bonifica
intrapresa a Roma.
E', questa dell'unit italiana, un'idea costante non solo nella mente del
Petrarca, ma anche in quella di tutti gli uomini politici che riescono a
innalzarsi al di sopra delle querelles cittadine e comunali. Guardiamo ad un
Arnaldo da Brescia, per esempio, la cui figura verr di proposito onorata alla
fine dell'800 come quella di un campione dell'unit italiana e della chiesa dei
poveri e la cui postuma rivalutazione, dopo secoli di oblio, invano sar
contrastata da persone come l'arciprete Guadagnini o gli storici di Civilt
Cattolica. Mito o aspirazione ricorrente, l'unit italiana  nella mente di un
Dante ma anche di un Petrarca, di un Luca Savelli perfino, nonostante l'evidente
carattere municipale delle sue aspirazioni. E' naturale quindi che anche Rienzo
pensi a un'Italia unita e tanto pi in quanto, volendo riesumare cariche e
vestigia romane, egli cerca di ritrovare la via della concordia e della
pacificazione al di sopra degli odi di parte. Quanto di vero ci sia in questo,
lo si vede anche dai titoli dei quali gratificher se stesso negli anni del
potere: eccolo dunque definirsi liberator rei publicae, zelator Italiae,
tribunus Augustus, amator orbis. Egli arriva di fatto a tracciare perfino i
confini di questa Italia, includendovi bellamente, oltre la Corsica e la
Sardegna, anche la Provenza in quanto possedimento degli Angioini di Napoli
prima della vendita di una citt come Avignone a papa Clemente.
Quella di Cola  un'Italia vastissima, quale nemmeno nella mente di Dante era
stata concepita. E' pi simile all'impero romano di Cesare che aderente alla
vera realt delle cose;  un sogno del passato, insomma, che ritorna che si
riaffaccia all'orizzonte. Ma purtroppo i confini entro i quali Rienzo partorisce
le sue chimere sono assai angusti; poco conta che egli signoreggi sulla
ex-capitale dell'impero di un tempo; la vera faccia dell'Europa e soprattutto lo
sfaccettamento della penisola sono tali e comportano tanti problemi quali
nessuno a quel tempo e tantomeno negli anni a venire (e nemmeno un principe di
machiavelliano sapore) potr dipanare.
Per affermare in sede pratica un'ltalia di quel genere si sarebbe dovuto andare
all'assalto dei mille e uno signorotti con un enorme esercito (quale nessuna
delle potenze locali poteva mettere in campo all'epoca), ferreo e disciplinato,
e poter spazzare, avendo dietro di s un'enorme potenza economica, di un sol
botto le centounmila resistenze, preparandosi a unificazione avvenuta ad
affrontare i potenti d'Europa, imperatori germanici in testa. E poi ancora
sarebbe stata necessaria una vita... chilometrica per ridare un assetto a un
rompicapo quale era divenuta l'Italia. Cola non aveva n la stoffa n i mezzi
per fare un'opera simile. Sognava e basta.
Che non avesse la stoffa  evidente da alcune sue mosse. Dopo aver dato prova di
fronte alla popolazione romana di voler schiacciare i nobili, dopo aver chiesto
la loro sottomissione, egli s'ingegna di cercarne i favori, tenta, forse
suggestionato dalle parole del Petrarca e dal timore di vedersi arrivare un
giorno addosso un vero branco di lupi, di accattivarsene le simpatie e di
intessere un gioco che si rivela senz'altro pi grande di lui, fatto di sottili
equilibri e di tentativi di seminare discordia fra le varie famiglie. Un colpo
al cerchio e uno alla botte: ecco come si potrebbe definire la sua politica:
sennonch la botte ha le doghe che se ne vanno per conto loro e il cerchio si 
ormai ovalizzato e non c' verso di metterlo pi a posto.
Cominciamo con il vedere come si comporta con gli Orsini. Costoro, tranne gli
appartenenti agli Orsini di Marino, accettano di tener bordone alla politica del
tribuno, se non altro per dare fastidio ai Colonna. Rienzo per legarli del tutto
a s assume come consigliere militare (una mossa senz'altro... azzardata)
Giordano Orsini, figlio di Poncello. Per giunta mette come comandante in capo
delle truppe un altro Orsini, Nicola, colui che detiene Castel Sant'Angelo.
Colonna e Savelli si mostrano invece ossi pi duri e non nascondono la loro
diffidenza. Non per nulla fra gli avversari irriducibili che Rienzo incontrer
sul proprio tormentato cammino vi saranno proprio i Savelli, che si metteranno
in questo sullo stesso piano degli Orsini di Marino, altri avversari che non
daranno quartiere.
Quanto ai Colonna l'affronto recato a Stefano, quello subito da Pietro di
Agapito, e altri fatti che vedranno coinvolto Stefanuccio (arrestato anche lui
per un certo periodo) innalzeranno un muro di ostilit malcelata, anche se per
calcolo politico ciascuno dei due avversari Rienzo da una parte, la famiglia
Colonna dall'altra, faranno per il momento buon viso a cattivo gioco. Un gioco
abbiamo detto condotto sul filo, in equilibrio precario sia per l'avventatezza
di certe mosse del tribuno, sia per i suoi non nascosti propositi di non dar
tregua alla nobilt maggiore, sia per i tentennamenti della sua politica e per
l'oscillante seguito che avr fra le masse popolari. Ci non toglie tuttavia che
l'irrequieto personaggio arriver a dovere la propria salvezza, manco a dirlo, a
un nobile, a un Orsini, il gi citato Nicola che dopo l'abdicazione lo ospiter
in Castel Sant'Angelo sottraendolo alla furia degli avversari, come vedremo a
suo tempo.
Ma non  solo fra gli aristocratici che Rienzo trova i pi feroci avversari; 
anche fra gli uomini privi di scrupoli come l'avido e prepotente prefetto
Giovanni di Vico, che sar uno dei pochi a sfidare apertamente il tribuno,
oppure fra i rettori papali come Bernardo di Lago e Neapoleo de Tibertis.
L'ostilit di un personaggio come Giovanni di Vico, il quale si fa apertamente
beffe degli editti di Cola,  di quelle che si possono piegare soltanto
avvalendosi della forza delle armi. Giovanni, uno scomunicato e un avventuriero,
si  ficcato con la forza in Viterbo, citt dalla quale estende i suoi tentacoli
e le sue mire nelle campagne circostanti fino a voler abbracciare l'intera
Tuscia. E' il primo contro il quale Rienzo addiviene ad una brink-manship.
E' il 20 giugno 1347. Dietro sollecito di Cola le citt di Perugia, Narni, Todi,
Corneto hanno inviato alcuni contingenti di truppe, che con quelle della citt
eterna sottostanno al comando dei due Orsini, Nicola e Giordano. Si tratta di un
esercito in miniatura, composto di circa seimila fantaccini e un migliaio di
cavalieri. Pensare di espugnare una rocca come quella di Viterbo con quelle
forze  semplicemente assurdo e Nicola Orsini che ha il comando sul campo lo sa
meglio di chiunque altro; ma una truppa di quel genere pu se non altro recare
gravissimi danni devastando e saccheggiando tutto quello che incontra sul
proprio cammino. Ed  precisamente quello che i soldati di Cola mettono in
pratica. Non rimane campo che non venga calpestato, distrutto, incendiato; casa
che sia indenne da rapine, granaio da spoliazioni, stalla da abigeato; perfino
le non certo attraenti contadinotte locali non sfuggono alla sorte delle
Sabine...
Una tragicommedia che per le povere popolazioni gi duramente provate dall'esoso
tiranno si muta presto in catastrofe. Ecco la cittadina di Vetralla che si 
vista arrivare addosso quella valanga famelica aprire in fretta e furia le porte
per non dover subire troppi danni, ecco i contadini fuggire a rotta di collo per
i campi onde sottrarsi alla furia, alla violenza devastatrice. La stessa Viterbo
vede con terrore dall'alto degli spalti quelle masnade di fanti e cavalieri
premere minacciose contro le mura e affastellare macchine d'assedio. E Giovanni
di Vico per non vedere il suo territorio ridotto a un ammasso di rovine 
costretto a cedere; evidentemente aveva sottovalutato il suo avversario. Si
dichiara quindi pronto a restituire un castello, il cui possesso Cola aveva pi
volte contestato e precisamente quello di Respampani, anzi accetta di darsi come
ostaggio ed offre perfino il proprio figlio Francesco, purch Cola dia l'ordine
a quella marea di locuste di ritirarsi. La completa dbacle viene sottoscritta
da Giovanni di Vico il giorno 16 luglio. Il tiranno in pochi giorni, neppure tre
settimane, ha perso tutta la sua burbanza; umile e sottomesso si presenter a
Cola disarmato, insieme con sessanta dei suoi cavalieri, onde offrire come
pattuito la propria persona come ostaggio. Di fronte a quell'irriducibile
avversario ridotto in sua mercede, questa volta Cola sa trovare la via giusta:
gli d la carica e il titolo di prefetto...
La notizia della sottomissione del signore di Viterbo e dintorni si propaga come
la folgore; tutti i signorotti del Lazio tremano e cercano di venire a patti con
quella testa calda che adesso si dimostra, alla resa dei conti il pi forte.
Ecco quindi anche i signori di Piglio, di Montelongo, di Castel Mattia piegarsi
alla stella nascente. In vena di magnanimit Cola non calca troppo la mano e si
decide perfino a rilasciare i prigionieri dell'aristocrazia, tutti tranne uno
sul quale le sue guardie avevano da poco calato le grinfie: Petruccio
Frangipani, colui che si era mostrato sempre dalla parte dei Colonna e che fino
a quel momento era stato l'incontrastato signore di Civita Lavinia. I Colonna,
che si rodono il fegato per il successo militare conseguito da due Orsini sia
pure al servizio del tribuno, adesso pare che facciano pressioni presso la nuova
potenza che governa la citt per aver anche loro una carica militare. Cola non
si lascia scappare l'occasione per gettare un ponte verso la fazione avversa;
chiss... forse i Colonna sono tali da potersi schierare dalla sua parte; fatto
si  che offre il comando militare della imminente guerra contro il conte di
Fondi nientemeno che al figlio di Stefanuccio, a Gianni insomma, il nipote del
grande Stefano...
Spirto gentil, che quelle membra reggi, dentro a le qual peregrinando alberga,
un signor valoroso, accorto e saggio, poi che se' giunto a l'onorata verga,
colla qual Roma e suoi erranti correggi, e la richiami al suo antiquo viaggio,
io parlo a te, per che altrove un raggio, non veggio di luce, ch'al mondo 
spenta...
E' l'inizio della celebre canzone del Petrarca. Lo spirito gentile di cui si
parla con commossa eloquenza, l'anima di questo signor valoroso, accorto e
saggio, sembra, senza ombra di dubbio, esser quella di Cola di Rienzo, anche se
qualcuno, adducendo altre ragioni, ha fatto i nomi di Stefano Colonna o di suo
figlio Stefanuccio, oppure anche di Paolo Annibaldi, ed altri ancora hanno
ravvisato nel personaggio il poeta e uomo politico Bosone da Gubbio eletto
senatore romano nel 1337. Ma conoscendo i legami fra il Petrarca e Cola e
soprattutto le speranze del poeta perch la situazione italiana avesse a
cambiare, quel tono solenne, l'enfasi e la messianica certezza che qua e l
baluginano fra i versi non possono essere attribuibili che al tribuno e ai suoi
successi militari dato che anche la battaglia contro il conte di Fondi si
concluder con la vittoria di Semoneta, il 26 agosto, e con la resa degli
avversari ai primi di settembre.
L'onorata verga di cui parla il poeta di Vaucluse non  solo il potere
senatoriale, ma anche il tribunizio e i richiami alla gloria passata son quelli
che ha posto davanti agli occhi dei cittadini l'erudito notaio salito al potere.
E' a lui, Cola, che il Petrarca parla, in quella marea di morte virt, in quel
pantano di ignavia e defunte ambizioni in cui l'Italia si  ridotta: Che
s'aspetti, continua il poeta, non so, n che s'agogni; dato che il malcapitato
paese che ha nome Italia suoi guai non par che senta; vecchia, oziosa e lenta,
dormir sempre, e non ha chi la svegli?...
Qualcuno, per, al richiamo di Rienzo si  svegliato; come ad esempio Arezzo,
che offre la signoria al tribuno di Roma, il quale invia subito Guido dell'Isola
per prenderne le redini. Dal primo di luglio Cola inizia tutti i suoi scritti
con la data seguita da: anno primo della repubblica romana liberata, un fatto
abbastanza sintomatico e rivelatore delle ambizioni, tutt'altro che modeste, del
personaggio.
Nella sua idea di divenire un signore sovranazionale Cola comincia
un'intensissima attivit che potremmo definire diplomatica; invia valanghe di
lettere a destra e a manca; spedisce messi e corrieri; propone, offre, variando
a volte appena il contenuto delle missive o non variandolo affatto, nonostante
che i destinatari abbiano problemi diversissimi, come  logico, l'uno
dall'altro. Insomma, si d da fare in maniera incredibile.
Ecco che tutte le citt della Toscana ricevono la loro brava missiva e subito
dopo  la volta di quelle dell'Umbria e della Romagna, della Sicilia e del
Napoletano... E in primo luogo vi sono le grandi famiglie, come i Visconti di
Milano, gli Scaligeri di Verona, gli Estensi di Ferrara... Cola scrive e scrive.
I Pepoli di Bologna e i Carrara di Padova ricevono anche loro le infiammate
epistole di Cola. In tutte queste lettere si parla sempre di Italia sacra e
unita. Questa unit, non potendo ovviamente quei signori... regalare la propria
signoria al tribuno di Roma,  un'unit federativa basata su tenaci alleanze;
nella mente del tribuno non passa neppure lontanamente il sospetto che i
destinatari siano troppi, per cui anche imbastire una serie di accordi con solo
un terzo della penisola risulterebbe pi che mai arduo e oltretutto scarsamente
produttivo nei confronti della stessa citt di Roma, nella quale sarebbe dovuto
risiedere una specie di parlamento dal quale sarebbero stati diramati ordini a
tutti i federati. Tante tendenze e tanti interessi cos microscopici e
particolari riuniti in una sola sede avrebbero infatti sortito in breve il solo
effetto possibile: il caos. Quale vantaggio poi avrebbero ottenuto i signori
dall'adesione alle proposte di Rienzo non  lecito intuire; unica cosa certa era
che il tribuno voleva regnare secondo giustizia...
Per descrivere il tenore di tutte le risposte pervenute non basterebbe un
secondo libro; alcune sono sarcastiche, insultanti, qualche altra gentile; ma
non  certo la messe che Cola aveva sperato di raccogliere. Forse questo gli fa
comprendere che la strada da percorrere  ancora lunga. Tuttavia il primo
agosto, nella loggia del palazzo Laterano, egli fa declamare un suo manifesto al
popolo di Roma, in cui si dice che va ripreso l'antico concetto di imperium
romano. E' inutile addentrarci nel ginepraio delle tesi sostenute da Rienzo per
raggiungere il suo sogno o per lo meno avvicinarne una pratica attuazione.
Sarebbe ingiusto considerarli dei semplici vaneggiamenti; si potrebbe anche
scorgere in questi disegni un che di grandioso, astrazion fatta dalla situazione
italiana del tempo, naturalmente.
Il decreto, letto nel giorno di San Pietro in Vincoli, fa seguito alla
consacrazione dello stesso Cola a cavaliere un gesto teatrale come sempre e
ancora una volta abbastanza incauto. Una certa coreografia in ogni caso non
manca; vi contribuiscono le municipalit toscane che hanno inviato messi e
araldi ai quali Rienzo consegna una bandiera e un anello, citt come Siena Pisa,
o Firenze i cui messi tuttavia non accettano i doni temendo di...
compromettersi.
Cola di Rienzo si sente ora al centro di un grande disegno che gli permette di
volersi abboccare con imperatori come lo scomunicato Ludovico il Bavaro,
suscitando cos le stizze di Clemente VI, il quale segue sempre pi preoccupato
la piega che stanno prendendo gli avvenimenti romani, dati anche i rapporti
scarsamente rassicuranti inviati dal vicario papale che invano si  opposto alla
diffusione del proclama, pur non rompendo i ponti con Cola, anzi volendo sedere
ancora alla sua stessa mensa. Per il vicario i sogni di Cola sono delle
assurdit belle e buone e si dice addirittura che avendole lette, queste tesi...
estremiste, sia caduto svenuto e abbia necessitato di soccorsi...
Il fatto che venissero a Roma i legati del re d'Ungheria apposta per incontrarsi
con lui mette tuttavia Rienzo in un'euforia a dir poco irragionevole; si sente
pi che mai quel figlio illegittimo d'imperatore che sognava d'essere. Non per
nulla il decreto letto dinanzi al popolo, che d di nuovo ai romani le
prerogative autodecisionali svincolandoli dalla sudditanza imperiale (tedesca) e
perfino papale, parla di imperium... E non potrebbe essere altrimenti. Visto nel
contesto degli avvenimenti d'allora quel decreto  quanto di pi incauto e
inopportuno si possa immaginare; la pretesa saggezza politica con la quale Cola
di Rienzo si sarebbe comportato fin qui dimostra tutta la sua evanescenza e si
riduce a quella traduzione nel campo dei fatti di chimere e fumisterie che
agitano l'animo di un uomo dalla mente ottenebrata.
Non  esagerazione; le crisi di cui soffre Rienzo si fanno sempre pi frequenti,
sono crisi epilettoidi; non derivano da epilessia, ma ne hanno tutti i
caratteri. Certo, a poco pi di trent'anni il suo nome fa tremare parecchie
persone e i risultati conseguiti nel giro di pochi mesi sono davvero notevoli;
ma c' in lui una sorta di innaturale volont di strafare, una specie di
provincialismo politico unito a una irragionevole e cieca fiducia nel proprio
fiuto, che finiranno per dannarlo.
Ad Avignone, sommersa letteralmente dalle lettere e dai dispacci del tribuno,
nonostante le sempre pi servili attestazioni di fedelt al papa, si sono aperti
tutti gli occhi e il collegio cardinalizio, puntualmente informato su quanto
avviene in Roma, nonostante capisca che nella citt eterna Avignone venga
considerata fuori del mondo, manifesta ancora una volta quell'insofferenza che
era gi servita a perdere l'ancora inesperto Cola all'epoca delle sue prime
mosse come legato del popolo.
Le assicurazioni di fedelt al papa contrastavano peraltro in maniera patente
con quanto Cola era andato scrivendo nelle lettere ai vari signori italiani e
con quelle poco diplomatiche mosse del coniar moneta in nome del popolo romano e
nel voler ficcare il naso nella gestione di conventi sia pure anche a scopo di
donativi. Per giunta, come abbiamo visto, il ruolo del vicario papale era
passato decisamente in secondo piano, in base a un preciso programma del tribuno
che adesso aspirava a divenire n pi n meno che un imperatore nazionale; una
carta sulla quale avrebbero dovuto senz'altro puntare, nei suoi intendimenti,
s'intende, tutti quanti, se non altro per sbarazzarsi degli imperatori stranieri
da Cola considerati al livello di barbari. Questi stranieri erano gli imperatori
tedeschi; e qui c' l'altra contraddizione della sua politica, perch egli non
solo cerca di mettersi in contatto con Ludovico il Bavaro ma fa anche di tutto
per svolgere una politica filo-imperiale, anche se a parole dice di volerla fare
finita con guelfi e ghibellini, ridicoli partiti che insanguinano senza ragione
la penisola.
Questo gioco complesso avrebbe forse potuto essere portato a buon fine solamente
da un diplomatico consumato e che per giunta avesse avuto dietro di s una vera
potenza (quale Roma al tempo non era), ma non poteva certo farlo un esaltato
come Cola, la cui tendenza alla pagliacciata e alla teatralit si andava facendo
sempre pi manifesta, aggiungendo all'assurdit di una politica eccessivamente
contraddittoria anche lo sfoggio di cariche cervellotiche che non poteva (come
quella di imperatore) certamente assumere...
Che Cola si rendesse conto di urtare parecchie suscettibilit e di stare
passando il segno  evidente soprattutto dalle lettere inviate ad Avignone. Sono
lettere di giorno in giorno pi servili, piene di assicurazioni che la sua
condotta  sempre stata improntata a correttezza nei confronti del papa e che
tutto quanto si va facendo in Roma  al fine di dare a Sua Santit lo scettro
non solo di un pacificato stato della Chiesa sui bordi del Tevere ma anche
dell'intera penisola. Ma se queste affermazioni possono tranquillizzare un uomo
come il Petrarca, il quale tuttavia non esita a raccomandare a Rienzo prudenza
sempre maggiore, non contentano affatto i cardinali, come abbiamo visto, e
neppure il papa.
In altre parole alla curia si stanno affilando le armi per lo scontro che dovr
inevitabilmente avvenire e che dovr costringere il troppo intraprendente
tribuno alla resa dei conti.
In neppure sette mesi di governo Rienzo ha saputo suscitare un tale vespaio da
addensare sul suo capo nubi non temporalesche ma foriere addirittura di un
uragano, di una tempesta. Pur procedendo con la sua consueta e folle sicumera,
egli comincia a rendersene conto, ma sembra simile a quei tragici personaggi
che, pur intuendo quali possono essere le conseguenze dei loro gesti, tuttavia
perseverano ad operare sul sentiero della stoltezza come spinti da un demone
interno.
Quando, il 24 giugno, si deve recare alla chiesa di San Giovanni in Laterano,
Cola lo fa con pompa inaudita;  un corteo di cento cavalieri e armati alla cui
testa c' lui, vestito di bianco e oro, con tanto di insegne sospese sul suo
capo, e per giunta montato su una bianca cavalcatura, privilegio questo
riservato unicamente ai procuratori del papa o dell'imperatore. E tutti i gesti
che Rienzo compie sono quelli che la tradizione orale o il cerimoniale
attribuivano agli imperatori, non c' dubbio che questo doveva essere l'effetto
che la sua incredibile condotta doveva fare sugli astanti. Il 1 agosto si fa
poi consacrare cavaliere. Se Stefano Colonna e Poncello Orsini s'erano fatti il
bagno in una chiesa, Cola avrebbe fatto ben di pi, come adesso vedremo.
Il 31 luglio, alle tre pomeridiane, vi sono oltre duemila invitati, una folla
mai vista; c' anche la moglie di Cola con un corteo di cinquecento damigelle
d'onore, mentre duecento sono i cavalieri convenuti da ogni parte, pavesati a
non credere, con stendardi e insegne: una festa per gli occhi nella luce
accecante del pomeriggio. Ed ecco il nostro personaggio fare la sua apparizione
con l'ormai rituale veste bianca trapunta d'oro con tanto di scettro in mano e
l'immancabile cavallo bianco; alla sua destra ha lasciato, bont sua, un
posticino per il vicario papale, il quale non nasconde una faccia preoccupata
alla quale, tuttavia, nessuno fa caso. Un tale corteo pu impiegare delle ore
per compiere qualche metro, mentre gli araldi fanno sventolare freneticamente le
bandiere e i cavalieri procedono solenni con lo scudo che quasi tocca loro i
piedi e i cui barbagli accecano la folla. Pifferi e tamburi, castagnette e
cembali, lo strepito  tale che pare davvero di trovarsi di fronte al corteo
dell'imperatore di tutta l'Italia e in cuor suo  indubbiamente questo l'effetto
che Cola ha voluto conseguire. Che altro significato avrebbero, infatti, gli
araldi delle citt come Perugia, i quali gettano alla folla la loro mantella
sontuosamente ricamata fra gli squilli delle trombe? Che altro vorrebbero
significare quei paggi che reggono compunti l'immenso strascico della veste di
Cola? O quel discorso sibillino tenuto dalla loggia del Laterano, in cui si dice
esplicitamente che quanto il popolo ha visto oggi non  nulla in confronto a
quello che scorger l'indomani, giorno in cui udr cose che piaceranno al cielo
ma soprattutto agli uomini di questa terra?
Ed  un vero peccato che questo popolo di Roma non possa assistere alla
cerimonia pi significativa di tutta la giornata, quella che fa da coronamento
alla prima serie di festeggiamenti, vale a dire il bagno di consacrazione.
Se Costantino, almeno stando alla tradizione, aveva ottenuto battesimo e
guarigione dalla lebbra nella vasca di porfido del battistero di San Giovanni in
Laterano (San Giovanni in Fonte), Cola di Rienzo avrebbe fatto di meglio;
proprio in quella vasca si sarebbe calato dopo una grandiosa messa solenne, alla
quale avrebbe fatto partecipare tutto il clero cittadino...
E la folle coreografia ha inizio. Come stabilito, le sacre buccine echeggiano
nelle navate, mentre prelati di alto rango, cavalieri, cavalerotti (cio la
nobilt minore) e sindaci prendono posto; poi, mentre i cori liturgici fanno
tremare l'aria, I'officiante impartisce la benedizione. Dopo la messa e il
battesimo, il nostro tribuno indossa vesti bianche e si corica su un letto di
parata eretto nella stessa rotonda del fonte battesimale. Incredibile. Ma il
bello deve ancora avvenire, vale a dire il clou di tutta la cerimonia, la
consacrazione vera e propria a cavaliere. La mattina del primo agosto, una
mattina che si preannuncia calda e soleggiata, vestito di scarlatto e nel corso
di una seconda messa, il sindaco della citt di Roma, Goffredo Scoto, cinge
all'omero la spada di cavaliere al nostro eroe pure lui in veste porporina; Cola
indossa quindi speroni d'oro e traccia nell'aria i tre colpi di spada
regolamentari...
Ma non era ancora finita; adesso bisognava banchettare. E mentre il vino
scorreva a fiumi per il popolo che s'accalcava all'esterno, Cola e i suoi
invitati banchettavano fino allo spasimo, con una sontuosit che obnubilava
qualunque ricordo precedente.
Quando ad Avignone arrivano i resoconti minuto per minuto, delle gesta di
Rienzo, poco ci manca che al pontefice venga una sincope. Per giunta ai
resoconti di cui sopra fanno seguito alcune lettere di Rienzo che giustificano
la propria condotta a volte in modo piuttosto ingenuo, quando non addirittura
irritante. Cola asserisce, infatti, che il suo bagno nel fonte battesimale
doveva essere accettato dal papa, in quanto se era stato concesso a un
imperatore lebbroso e, fatto ancor pi grave, pagano, tanto pi poteva
permetterselo lui, cristiano e fedele servo del pontefice...
Ma quello che aveva oltremodo irritato Clemente era stato l'episodio del
pantagruelico banchetto, in cui addobbi e allestimento erano stati di uno sfarzo
inaudito. Cola aveva fatto abbattere perfino alcune pareti divisorie del palazzo
lateranense per creare cos un enorme salone che potesse raccogliere tutti
quegli invitati, uomini da una parte, donne dall'altra. Solo per poter cucinare
le vivande s'erano costruite due cucine, la prima con cinquanta caldaie, la
seconda con ottanta, e basta leggere la descrizione che ne fa l'anonimo autore
della Vita per sincerarsi del dispendio enorme (calcolato soprattutto tenendo
conto delle condizioni economiche della citt) che la megalomania di Rienzo
aveva provocato. Quanto a quest'ultimo, egli era sempre pi perso a seguire le
voci interiori che lo comandavano a intraprendere la strada che doveva
percorrere un vero imperatore. Queste voci erano divenute, insieme con un sempre
pi accentuato misticismo di carattere spiritualista, una vera e propria
quotidiana ossessione. La mattina Cola passava ore in preghiera e meditazione,
mentre un coro di cantori stazionava in permanenza sul luogo di preghiera; un
misto di satrapo orientale e di esaltato temperamento mistico: ecco come ci
appare Rienzo all'apice del suo potere.
Evidentemente poi la sua consacrazione a cavaliere non bastava a saziarne le
manie di grandezza (in queste cose non c' mai un punto finale, ma sempre una
spirale crescente fino alla rottura), se neppure quindici giorni dopo decide di
farsi incoronare. Ecco quindi il 15 agosto, proprio nel giorno dell'Assunzione,
il nostro uomo cingere la laurea tribunicia nella chiesa di Santa Maria
Maggiore; i giorni d'intervallo fra la consacrazione a cavaliere e questa nuova,
pazzesca cerimonia sono stati spesi a far tornei, varie tenzoni, a ricevere e a
consegnare doni, ad organizzare spettacoli di giocolieri e giullari, scoccobrini
e buffoni, agli angoli delle strade dei tredici quartieri. Roma sembra
impazzita, la plebe pare invasata e si crogiola nella demenza dell'oggi, non
volendo pensare all'indomani, quando i soldi delle feste saranno finiti e si
comincer a tirare i remi in barca e a fare un magro bilancio; non si vuole por
mente al fatto che sempre pi minacciosa sventola una bandiera che reca una
colonna al centro, sormontata da una corona a quattro punte: lo stemma dei
Colonna appunto che sono pronti a dar protezione a quanti cominciano a mormorare
contro il tribuno e si mostrano scontenti dell'andazzo delle cose cittadine...
Adesso Cola si fa chiamare Augustus e Candidatus Spiritus Sancti miles, titoli
che fanno andare in bestia, letteralmente, Clemente VI. Tutta la corte
avignonese  una sola levata di scudi contro il troppo intraprendente, demente,
vanaglorioso Cola...
L'incoronazione con la laurea tribunicia  tale da far pensare a quella di un
monarca, anche se sembra che Cola voglia rimandare all'anno seguente la vera
incoronazione di fatto come sovrano. Questa, insomma, non dev'essere che
un'anticipazione, ma tale da far epoca. Non per nulla, secondo gli ordini dati
da Rienzo, chi dovr presiedere alla cerimonia sar il vicario del vescovo di
Ostia (precisamente colui che consacra abitualmente il papa e che ha un ruolo
non indifferente nell'incoronazione dell'imperatore); che qui vi sia il vicario
e non il vescovo in persona poco conta; il significato dell'intera faccenda non
sfugge certo a nessuno. E seguir quindi una messinscena che definire grottesca
 dire poco. Vi sono sei corone: una di quercia, una d'edera, una di mirto, una
d'alloro, una d'ulivo e infine c' la corona d'argento... Per ciascuna di esse
un appropriato discorsino. Accanto al tribuno c' un uomo vestito di stracci che
leva dal capo le corone a mano a mano che vengono posate sulla augusta fronte
dell'ex-notaio. Il tutto pare un balletto, tanto si  curato il sincronismo
delle mosse. Sintomatico tuttavia che il vicario papale, fino ad allora sempre
al fianco di Rienzo, questa volta sia misteriosamente assente; c' il solito
sindaco della citt, Goffredo Scoto, c' l'arcivescovo di Napoli e sono presenti
altri personaggi, ma il nostro vicario no...
Comunque sia, fra trombe e squilli avanza il priore della chiesa di San Giovanni
in Laterano, che depone sul capo di Rienzo la prima corona, quella di quercia,
dicendo che Rienzo deve accettarla perch ha liberato da morte i cittadini;
dietro di lui, mentre il nostro personaggio male in arnese ha gi tolto dal capo
del tribuno la prima corona, avanza il priore di San Pietro che depone a sua
volta la corona di edera, dicendo che la consegna avviene perch Rienzo ha
amato la religione;  quindi la volta di un terzo religioso, il decano di San
Paolo, che depone il serto di mirto perch rappresenta la fedelt al dovere; il
quarto  il priore di San Lorenzo con la corona d'alloro, perch Cola ha
dimostrato di amare la scienza e di detestare l'avarizia; la corona d'ulivo,
simbolo dell'orgoglio vinto dall'umilt,  offerta invece dal priore di Santa
Maria Maggiore...
Tutte queste corone sono state sveltamente tolte dall'omino in stracci che ogni
volta grida, a mo' di avvertimento e monito, a Rienzo di guardarsi alle spalle
pensando alla caducit delle cose umane: incredibilmente suggestivo e
potentemente retorico. Poi  il turno della corona vera e propria, quella
d'argento, che unitamente allo scettro viene consegnata dal priore dell'ospedale
di Santo Spirito; manca solo adesso il tocco finale; ogni imperatore che si
rispetti deve avere oltre allo scettro anche il mappamondo. Dopo essersi
guardato bene indietro e aver considerato la caducit delle umane cose, Cola pu
benissimo dare un'occhiatina anche di fronte a s e considerare un poco le
faccende del mondo; ecco che quindi gli occorre il piccolo simbolo della terra,
porto dal sindaco Goffredo Scoto... Et voil, les jeux sont faits! Signori e
signore, avete assistito alla sacra rappresentazione dell'incoronazione con
laurea tribunicia dell'augusto personaggio di nome Cola, o meglio Nicola per
l'anagrafe, di Lorenzo, figlio di una lavandaia del Tevere e di un oste, parvenu
d'elezione, imperatore di vocazione. Piccolo sipario che si chiude sulla
commovente scena e breve pausa, in cui andare a respirare un poco d'aria fresca
nel foyer: entrate, dunque... Entlaubet ist der walde gen diesem tvinter kalt...
Si spoglia il bosco in questi freddi invernali...
Sono i versi di una vecchia aria alemanna: ma anche il simbolo della sorte di
Rienzo, proprio all'approssimarsi dell'inverno, mentre l'autunno fa cadere le
foglie dagli alberi e spegne gli entusiasmi dell'estate. Le nebbie foriere di
gelo si profilano all'orizzonte del 15 settembre...
Finora abbiamo sbadigliato, spalancando le mascelle di fronte alla monotonia
della... singolarit; le azioni di Cola sembrano ripetere il clich di sempre,
di tutti i personaggi come lui: megalomania, ambizione, populismo; lo abbiamo
gi detto e non staremo certo a ripeterlo. Leggere la cronaca della sua Vita
nella sapida narrazione dell'anonimo pu essere piacevole, dato che il cronista
si sofferma soprattutto sulla coloritura dei fatti: non c' tenuta che egli non
descriva minuziosamente dicendoci quanti cavalieri erano vestiti cos e cos,
quante dame c'erano di nobile lignaggio, o prelati in quella cerimonia, quanto
vino scorreva per la plebe o com'era bello il clima quel giorno... Ma se 
piacevole trovarsi di fronte al technicolor della cornice esterna, lo  meno
addentrarsi nei fatti di cui Rienzo fu il protagonista principale: difficile
soffocare la noia, il fastidio, l'irritazione di fronte a un simile individuo
che pare grottescamente incarnare tutti i principali difetti dell'animo italiano
senza averne le virt: la vuota e bolsa retorica, il dilettantismo, il
nepotismo, la prosopopea e mille altre brutture che fanno poco onore non
soltanto a lui, ma anche alla gente da cui  sortito. Si sbadiglia dunque ma si
alzano anche le spalle in un moto di stizza, si vorrebbe sorridere ma vien fuori
un riso amaro, ci s'imbatte nel ridicolo e si cade nel grottesco.
Povera Italia... e poi non si riesce a comprendere come mai l'unificazione sia
sempre e solo un mito e questo per secoli: per forza, con simili individui...
che altro si sarebbe potuto fare? L'unico a veder qualcosa di positivo
nell'opera del suo conterraneo  il Petrarca, ma egli  troppo lontano per
giudicare correttamente; tale e la mesquinerie dell'individuo che non si riesce
neppure a valutare con obiettivit quel poco o quel tanto di buono che vi sar
nei suoi ordinamenti e che sopravviver alla sua fugace apparizione sulla scena
politica del tempo.
Ma torniamo al 15 settembre. Il giorno prima Rienzo ha tentato, nel classico
stile del satrapo orientale, il colpo gobbo. Ha invitato tutti i nobili,
compresi gli "amici" Colonna e naturalmente gli Orsini; classico banchetto,
classica opulenza... Il ras  alle stelle; li ha tutti di fronte; mangia con gli
occhi bassi quasi divorando le portate; sembra tutto intento al cibo, ma in
realt ascolta aguzzando le orecchie tutti i discorsi senza perdere una sillaba.
Evidentemente aspetta un pretesto e questo gli  fornito dal solito Stefano
Colonna, che senza peli sulla lingua, come sempre, dichiara che il lusso di cui
Rienzo si circonda e in particolare la sontuosit delle vesti gli sembrano
davvero esagerati; il vecchio non ha mai nascosto n la sua insofferenza n il
suo intimo disprezzo e qualunque occasione  buona per far sapere quello che in
realt pensa. Adesso Cola ha finalmente in mano la carta che si aspettava;
s'alza furibondo e senza cercare di replicare all'accusa, peraltro blanda, del
nobile ordina alle sue guardie di palazzo di arrestare tutti quanti e di
condurre quell'ammasso di nobili nella prigione capitolina. Non si salvano
neppure i due Orsini che gli hanno retto le sorti dell'esercito e nemmeno il
giovane, anzi giovanissimo, Gianni, il figlio di Stefanuccio, che Rienzo ha
voluto affiancare nel comando a Nicola Orsini; Stefanuccio invece si salva ma
solo per il fatto che non ha accettato l'invito: prudenza o fortuna, non si
sa...
Ma quell'arresto in massa doveva tradursi in una nuova buffonata, quanto c'era
di peggio per inimicarsi fino all'ultimo sangue ciascuno dei coinvolti nel
dramma in sedicesimo. Infatti il 15 mattina fa condurre ciascuno di fronte al
patibolo per... assolverlo con formula piena e conferirgli anzi cariche
onorifiche e coprirlo di doni. Ma questa volta si teme il tribuno et dona
ferentes...
In molti si fa strada l'idea che quel tribuno-cavaliere-imperatore di nome sia
completamente pazzo, cingl suonato insomma. Lo stesso Cola poco dopo sembra
rendersi conto della incredibile assurdit del suo comportamento e delle penose
ripercussioni che pu aver suscitato non solo negli animi dei... diretti
interessati. Non comprende tuttavia che in tal modo ha eretto un muro
invalicabile, qualunque cosa possa fare d'ora in avanti, e nemmeno che fra
quelli che dopo il banchetto sono stati arrestati vi sono parecchi che gli hanno
giurato odio eterno e che non moriranno contenti se prima non gliela faranno
pagare salatissima... Occhio per occhio dente per dente; sotto il sorriso di chi
accetta il dono ed il titolo onorifico c' il digrignare dei denti dello
spietato vendicatore di domani.
Comunque Cola indice il giorno 17 una bella processione, nulla di meglio,
secondo lui, per placare gli animi e sedare ogni proposito di vendetta.
Un bel Magnificat seguito da un possente Te Deum laudamus et gaudeamus igitur...
Come disse Congreve, cos va il mondo, ma invano il titolo dell'opera del
commediografo inglese pu farci accettare un comportamento sempre pi
stravagante come quello inaugurato, ormai da un bel pezzo, da Nicola Rienzi.
Ramaldo e Giordano di Marino Orsini abbandonano precipitosamente Roma ancora
prima che sia indetta la processione: fatto sintomatico e foriero di gravi
conseguenze. I Colonna fanno altrettanto. Il primo provvedimento preso dai
fuggiaschi  quello di mettere tutti i loro castelli in stato di preallarme...
E il temporale scoppia agli inizi di ottobre.
I messi di Cola gli hanno riferito che il castello di Marino  in armi; il
tribuno decide allora di inviare un ambasciatore per dare un ultimatum agli
Orsini ribelli; ma il poveretto viene precipitosamente riportato a Roma su una
barella, pressoch in coma e con il capo sanguinante per le botte ricevute;
anzich non portar pena s' preso tutte le pene del mondo. Allora Cola decide di
passare all'azione; ridurr quel covo di masnadieri alla ragione: gliela far
pagare io! Ma non far pagare un bel niente. La stagione delle piogge  in pieno
vigore, diluvi d'acqua diaccia piovono sul capo del ventimila fanti che chiss
come il tribuno  riuscito a inviare sino al castello ribelle; altrettanto
fradici sono gli ottocento cavalieri che per soprammercato mugugnano perch
sembra che le finanze del minuscolo stato stiano per esaurirsi e temono da un
giorno all'altro di rimanere senza paga. Ma non  questo il problema. Nonostante
i mormorii l'assedio va avanti e potrebbe anche risultare un successo, dato che
l'inizio delle operazioni  ben avviato e sembra favorevole al proseguimento di
un attacco fruttifero. Il fatto  un altro. E' l'ostilit della Chiesa che, come
il fulmine a ciel sereno, piomba sul capo di Rienzo. Ecco, quello che si temeva
 dunque successo; l'irreparabile  accaduto; e sar proprio questo fatto a
indurre Rienzo a compiere la pi balorda delle sue mosse. Pur avendo studiato i
classici latini, egli non sa nulla delle campagne militari: Cesare gli ha
insegnato poco e non sa, il tapino, che non si annulla mai un assedio appena
incominciato e che per di pi sembra andar bene. Invece Rienzo che cavalca alla
testa delle sue truppe fa suonare le trombe e dare l'ordine di ritirata:
corbelleria fra le corbellerie.
Ma veniamo un po' a questo ostracismo della Chiesa. Il 21 agosto Bertrand de
Deux, cardinale legato, ha ricevuto ordine di recarsi a Roma per controllare di
persona la tragica situazione, tale, s'intende, agli occhi del pontefice. Per
Rienzo, invece, va tutto bene. Il pontefice nelle sue istruzioni al cardinale
parla apertamente di pericoli e di scandali. Il 12 settembre altre
raccomandazioni: riceve il legato pontificio, ormai quasi completamente escluso
dalla politica del tribuno, perch faccia allo stesso modo del cardinale legato.
Il 1 settembre, considerata attentamente la situazione, si decide di agire allo
scoperto; i castelli e le piazzeforti sulle quali la Chiesa pu ancora contare
sono messi in allarme. Il 12 ottobre, Bertrand ha gi le carte in mano per agire
a sua propria discrezione: ha ricevuto l'autorizzazione a denunciare tutti gli
accordi presi con il tribuno, a fare in altre parole macchina indietro rispetto
al pur cauto comportamento del vicario pontificio ormai messo definitivamente in
disparte; addirittura pende su Rienzo l'accusa di usurpazione di beni
ecclesiastici: pi grave di cos... Inoltre, per sottrarre a Rienzo l'influenza
sulla plebe mutevole e irragionevole, vengono decisi donativi ed elargizioni, di
grano soprattutto, emanando nel contempo decreti che ingiungano in nome del papa
la non obbedienza al tribuno:  la fine. Tanto pi in quanto il legato ha tutti
i soldi che vuole per arruolare tutte le truppe che ritiene necessarie. Come si
sia arrivati a questo profondo fossato, davvero incolmabile, non riesce neppur
chiaro a Rienzo, che in questa circostanza anzich correre precipitosamente ai
ripari fa la parte del duro, dimostrando un contegno altero e sprezzante.
Era la guerra aperta e senza remissioni.
Cos, in gran parte per i suoi errori, ma anche e soprattutto per le sue
stranezze, nel volgere di pochi mesi Rienzo si era dato la zappa sui piedi.
Adesso una valanga di calamit gli sarebbe piovuta addosso.
Il solerte cronista della Vita segue passo passo il dipanarsi dei drammatici
avvenimenti. Nel volgere di ore Rienzo si  ridotto a un fantasma che vede
persecuzioni e tiri mancini dappertutto, che s'aggira sinistro, quasi una
replica di neroniana memoria, fra le deserte stanze del palazzo, una luce di
follia negli occhi accesi.
Per giunta gli arriva un'altra tegola sul capo, vale a dire la notizia della
morte dell'imperatore Ludovico il Bavaro che, a ragione o a torto, Rienzo
considerava come una carta favorevole da giocare qualora le cose gli fossero
andate male con il papa; Ludovico il Bavaro muore dunque in un incidente di
caccia e Rienzo si sente cos solo e abbandonato da tutti.
S'accumulano sul suo tavolo i dispacci che gli annunciano le mosse minacciose
dei Colonna e riesce a farsi assegnare un contingente di ungheresi per poter far
fronte a un eventuale tentativo d'offesa della potente famiglia; unica
circostanza davvero favorevole sembra per esser solo quella delle divisioni che
continuano a dilacerare i membri della famiglia dell'orsa, vale a dire gli
Orsini di Marino, quelli di Sant'Angelo e quelli di Campo di Fiore. Ma  poco
davvero per far pensare a rosse nuvole all'orizzonte.
Il papa lo ritiene uomo pestifero e fa sempre maggiori pressioni sul suo legato
che  trincerato a Montefiascone. La popolazione lo segue ancora, ma sempre pi
tiepidamente. In questa situazione avviene un fatto che pu essere definito il
canto del cigno del tribuno, ma che  per la famiglia dei Colonna, che muove con
le proprie truppe all'attacco della citt, una lezione durissima e una cocente
sconfitta.
Vediamo da vicino, brevemente, quest'episodio. 20 novembre 1347. Le truppe dei
Colonna sono arrivate fino al convento di San Lorenzo fuori le mura. I loro
ufficiali hanno dato l'alt. Si aspetta, infatti, che i battenti della porta di
San Lorenzo vengano aperti, come convenuto, da complici partigiani della potente
famiglia. Ma il tempo trascorre inutilmente e, nonostante i segnali le guardie
non si fanno nemmeno vedere.
Stefanuccio Colonna, il padre di Gianni, d allora di sprone e si butta avanti.
Giunto di fronte alla sentinella, che si chiamava Paolo Buffa, incomincia
un'estenuante discussione; vengono fatte promesse di ogni sorta da estendersi
anche a coloro che si trovano dall'altra parte del muro; invano, la guardia
resta incorruttibile. Anzi si vede chiaramente che a un certo punto il milite,
un arciere, fa volare lontano la chiave che permette l'apertura della pesante
porta. La spiegazione del fatto, che sconcerta gli astanti,  piuttosto
semplice. La d lo stesso Paolo Buffa: La guardia che avete chiamato non  pi
qui; il picchetto  stato cambiato; ci sono adesso io con i miei compagni. Voi
non potete entrare qui in nessun modo: la porta rimane chiusa. Voi non potete
sapere quanto il popolo sia adirato contro di voi, turbatori dello stato... Non
sentite la campana suonare a stormo? Andatevene per amor del Cielo. Non
attiratevi sul capo tanto male. E per farvi vedere come voi proprio non possiate
entrare ecco, guardate, butto via la chiave. E la grossa chiave vola lontano,
andando a finire in una grande pozzanghera...
Nelle parole del Buffa  facile vedere anche un pizzico di timore, di paura;
quegli armati sono l, tutti in fila, un vero esercito; i Colonna sono potenti;
lui non  che un balestriere e per giunta romano, con un innato ossequio per il
nobile; vorrebbe favorirlo ma non pu; il suo senso del dovere lo consiglia
altrimenti. Per questo dice la frase: ...pregove, per Dio, parteteve.
Questa di Paolo Buffa  senz'altro una delle pi vive e convincenti figure che
compaiono nella lunga vicenda di Cola di Rienzo; uno scherzo della storia, se
vogliamo, che si  compiaciuta di tramandare fino a noi anche le parole
dell'arciere, dandoci immediatamente uno spiraglio per penetrare nella
psicologia del militare; pochi tratti che ci offrono un quadro ricco come una
fotografia. Il potente Colonna che si avvicina a cavallo sotto la pioggia che
non cessa di martellare, nell'aria fredda e gelida. Poi la parola d'ordine che
avrebbe dovuto fungere da apriti Sesamo: Io so' cittadino de Roma... voglio a
casa mea tornare... vengo per lo buono stato.
Alla fine di queste parole la porta avrebbe dovuto spalancarsi; le guardie erano
state convinte a suo tempo; le aderenze dei Colonna pensavano a tutto, anche
alla corruzione spicciola. Ma, come abbiamo visto, il turno di guardia 
cambiato; non c' il picchetto sul quale faceva assegnamento il nobile. C'
Paolo Buffa con i suoi colleghi, balestrieri come lui, intirizziti sotto
l'armatura e la cotta, l'elmo lucido di pioggia. Se questo semplice soldato
avesse accettato ugualmente di aprire, la storia di Roma avrebbe seguito un
corso differente... Ma il balestriere, pur intimorito, che ha visto giungere fin
l quella lunga fila di armati, che ha assistito al dispiegamento del gonfalone
papale e di quello capitolino, che si  visto solo di fronte a un uomo come
Stefanuccio, non cede e pur di non... essere indotto in tentazione butta via la
chiave. Un gesto unico nel suo genere.
E Stefanuccio Colonna non passa. La pioggia nel frattempo continua a cadere. Il
freddo si fa sempre pi intenso. E sono le circostanze naturali, pi che la
volont del balestriere a decidere della situazione.
I notabili si riuniscono in consiglio; vien presa la decisione di abbandonare
l'impresa, ma di compiere ugualmente una dimostrazione di forza onde far capire
ai romani chi sono coloro che hanno effettivamente il coltello per il manico. In
altre parole le schiere sfileranno al rullo dei tamburi sotto le mura: lo
spettacolo non mancher di portare molti a pi miti consigli.
Cos Stefanuccio Colonna, Buccio di Braccia, Sciarretta Colonna, Giordano
Marini, Pietro Agapito e gli altri comandanti ordinano una conversione; e le
truppe incominciano lentamente sotto quell'acqua gelida a muoversi verso la
porta. Trombettieri in testa, coi gonfaloni fradici d'acqua pendenti dall'asta,
Petruccio Frangipane apre la sfilata che con grande strepito sfiora la porta San
Lorenzo. Le schiere sono tre; le prime due, fanteria e cavalleria, passano senza
intoppi. La terza, quella dei nobili, tutti a cavallo, con in testa un gruppetto
di otto nobili fra i quali Gianni Colonna, il figlio di Stefanuccio, si accinge
a fare altrettanto. I cavalli mordono il freno, l'animo dei giovani  pieno di
rancori. In questo clima, mentre le trombe sono ormai lontane dall'interno delle
mura si ode il clamore di gente che si addensa dietro i battenti. Poi si vede
un'ascia che fa volare in pezzi la parte superiore del battente destro.
Gianni Colonna crede di aver capito. Le guardie sono state nuovamente
sostituite; adesso dietro quei battenti ci sono i suoi partigiani i quali, non
trovando la chiave gettata lontano dal Buffa, non hanno potuto far altro che
creare un varco a colpi di scure. E il giovane irruente si butta in avanti scudo
e lancia imbracciati come per un torneo. In quell'istante il battente cede e
ruota sui cardini: Gianni s'infila a spron battuto...
Al di l lo attende per una sorpresa. Non sono i suoi partigiani ad avere
aperto, bens i popolani che intendono dare una lezione a quei nobili che
sfilano cos superbamente sotto la loro porta.
All'apparire dell'indemoniato cavaliere il moto pi spontaneo  un retrocedere
impauriti; quella gente crede che l'intero esercito e la cavalleria dei nobili
al completo segua la furia scatenata di Gianni. Ma non  cos; i compagni del
giovane sono rimasti fuori ad aspettarlo; un attimo di dubbio che si riveler
fatale.
Visto, infatti, che il giovane  isolato, subito quella marea urlante gli si fa
appresso cominciando a sospingerlo verso una cavit naturale poco lontano dalla
porta, sulla sinistra. Qui viene sbalzato da cavallo, mentre le armi volano
lontano. E Gianni rimane cos inerme e indifeso di fronte ai suoi persecutori.
Tutta quella furia che avvertiva dentro di s  improvvisamente scomparsa;
capisce di aver perso la partita, comprende che adesso si tratta della sua vita;
e Gianni non vuol morire in quel modo; e chiede soccorso, piet; invano. Il
popolo, le facce stravolte dall'ira, gli occhi iniettati di sangue, lancia grida
di morte.
E' l'alba. Un'alba livida di pioggia, anche se laggi, all'orizzonte, vi sono
segni di bel tempo. Forse nel corso della giornata uscir il sole, chiss; sar
comunque un sole che Gianni non vedr. Gli sono addosso in cinque, in dieci, in
venti. Lo afferrano per le ascelle, gli levano l'armatura, s'impadroniscono
della sua cotta, degli schinieri, dei calzari. Livido per le percosse, nudo come
un verme, Gianni poco dopo giace nel fango, riverso: la spada di Fonneruglia di
Trevi lo ha raggiunto; seguono altri due colpi, due stoccate mortali e come
selvaggina trafitta da frecce, Gianni ha ancora qualche contorsione, un
sussulto, poi pi nulla. Il volto giace arrovesciato, i capelli intrisi di mota,
il sangue che si allarga come una chiazza viscida presto assorbita dal terreno
fracido. Adesso Gianni  come una marionetta che abbia perso i fili; non  pi
un uomo,  una cosa, buttata l alla vista di tutti; lo hanno castrato per
dileggio, un oltraggio per chi non aveva ancora la barba tant'era giovane...
Stefanuccio ha capito che dev'essere successo qualcosa, dai clamori, dalle
grida, dalla subitaneit con la quale si  fatto improvvisamente silenzio e
senza riflettere si butta anche lui nel varco urlando il nome di suo figlio;
appena ha varcato il battente lo scorge scempiato, coperto di sangue e di mota.
E ha un moto di paura, di terrore. Tira le briglie e d di volta alla
cavalcatura. Tenta di fuggire, di allontanare da s quella tremenda visione; poi
si riprende e ripassa attraverso la porta; ma un sasso lanciato dalla torre lo
prende in pieno, mentre una lancia trafigge il cavallo. E' il segnale; una selva
di dardi lo finisce, come in un tiro a segno, poi sono i fendenti e le
sciabolate a fare scempio di un corpo ormai senza vita; e giace anche lui nel
fango, come suo figlio, la fronte spaccata in due da un fendente, un piede
mozzo, tutto coperto di sangue, orribile a vedersi.
Eccitato dalla carneficina il popolino adesso si butta fuori, all'aperto, contro
quei cavalieri che sono rimasti come inebetiti, colpiti dalla subitaneit delle
due azioni, senza che abbiano potuto prendere una decisione qualunque. Il primo
a farne le spese  uno che di armi non ne aveva mai viste se non addosso agli
altri, il prevosto di Marsiglia, che faceva parte della schiera di giovani
nobili; anziano, malfermo in sella, viene sbalzato a terra, e, incespicando sul
terreno viscido, si rifugia in una vigna per sottrarsi alla furia bestiale degli
assalitori. Neppure per lui ci sar piet.
Lo afferrano, lo sollevano di peso, lo depredano di ogni suo avere, gli levano
la cotta di maglia, lo percuotono e lo finiscono sgozzandolo come un montone;
grasso, pletorico, con la pelle bianca, rimarr inchiodato al suolo, gli occhi
sbarrati al cielo come a chiedere perch. Sar il cronista ad annotare che non
pareva uomo di guerra; infatti, pareva una bestia mandata al macello.
Ma anche per Pandolfo dei Belvedere non vi sar piet; anche lui cercher scampo
nella vigna senza riuscire a fuggire ai suoi assalitori; e verr scannato da una
turba di dodici popolani inferociti.
La reazione degli altri cavalieri tuttavia non si far attendere e poco dopo
saranno i cadaveri dei popolani, degli uomini di Cola ad arrossare con il loro
sangue la fanghiglia davanti alla porta San Lorenzo. Un gruppo di giovani piomba
in mezzo a quella turba inferocita e ne fa scempio. Le lance aprono larghi
squarci nei petti degli assalitori, i cavalli calpestano i feriti, le mazze
fendono gli elmi, sfondano il cranio, le terga. La ciurmaglia ha un attimo di
smarrimento, comincia a sbandarsi. Lo stesso Cola di Rienzo che segue a distanza
il combattimento si crede perduto; vede i suoi cadere a terra uno dopo l'altro,
scorge popolani venire assassinati proprio di fronte alla porta, in un tumulto
di cavalli imbizzarriti, di grida e di urla inumane. I rantoli dell'agonia si
confondono con le lamentazioni dei feriti, le invettive con gli incitamenti, le
contumelie con le invocazioni. Pensa che se quei cavalieri che cos infuriano di
fronte alle mura riescono a penetrare attraverso il varco  la fine per s e per
i suoi; addio al potere, addio al lusso, alle fanfaronate pseudo romane, addio a
tutto; e Cola, al culmine della disperazione, alza lo sguardo verso il cielo e
grida: Dio mio, mi hai forse tradito?
Anche fra i nobili, per, molti sono i morti. E fra questi un altro giovane,
Pietro Agapito. La pressione dei popolani  eccessiva perch si possa resistere
efficacemente, cosicch alla fine le truppe dei Colonna si ritirano. Per Cola 
il trionfo. Ma un trionfo sul campo non gli basta. Vuole quello di piazza, la
coreografia. Forse nella sua mente malata, nel suo cervello di mentecatto pensa
che debba rinverdire i fasti imperiali con i nemici che sfilano incatenati sotto
gli occhi dell'imperatore.
Si tirino fuori le buccine d'argento, si indossino panni senatoriali, ci si
ponga in capo una corona pur essa d'argento fino, lavorato a cesello... E si dia
inizio alla messinscena. Una quinta grottesca, con la plebe che si addensa di
fronte alla chiesa francescana di Santa Maria in Aracoeli; qui Cola offre alla
Vergine la coroncina e le insegne per non doverle mai pi indossare; il pazzo,
oggi, si sente umile, penitente. E mostrando la spada al popolo dice che con
quella ha tagliato la testa al partito patrizio, mozzandogli le orecchie. Nel
frattempo i corpi di Gianni, Stefanuccio Colonna e Pietro Agapito sono portati
in giro per la chiesa da frati; un funerale in piena regola con drappi d'oro e
sontuosit mai vista. Di fronte a quelle vestigia straziate coperte alla vista
dalle pieghe dei sudari Cola gode nel suo intimo; nobili piangenti e dimessi si
percuotono il petto e si strappano le chiome al cospetto dei cadaveri; le navate
risuonano dei lamenti delle donne che piangono gli uccisi. Cola vorrebbe che lo
spettacolo continuasse; quelle lacrime e quei pianti lo riempiono di gioia, ma
dentro di s avverte che la sua dev'essere una posizione di inflessibilit e
ordina che si caccino via quelle importune e minaccia, ove non venga obbedito
immediatamente, di far scaraventare quelle mutilate spoglie nella fossa comune
insieme ai ladri e alle prostitute; unico luogo degno, per lui, di simile
gentaglia... E le donne sono costrette a uscire.
Subito dopo il tribuno ordina che i corpi siano trasportati nella chiesa di San
Silvestro in Capite e che l siano seppelliti dalle monache dell'adiacente
convento. Anonima sepoltura attender, invece, i corpi di altri che erano caduti
nella mischia contro la plebe inferocita: ecco Pali di Molara, Giordano degli
Aretini, Polo di Libano, Cola Farfaro e molti altri che avevano avuto la
sventura di trovarsi nella terza schiera.
Cos adesso Cola di Rienzo pu finalmente pensare di avere davvero mozzato le
orecchie al partito nobiliare; da umile scribacchino e notaio di quartiere, da
figlio di una lavapanni e di un oste  riuscito a dettar legge ai potenti di
ieri, ha visto i loro cadaveri sconciati dai pugnali del volgo, ha assistito
alla loro sconfitta in campo. E' lungi dall'immaginare che quella stessa plebe
da lui aizzata contro i potenti e gli sfruttatori di ieri si rizzer altrettanto
crudelmente contro di lui, con la stessa belluina e cieca ferocia, con la
medesima crudelt.
Chi si fonda unicamente sul consenso di una moltitudine senza cervello, mossa
solo dalla sete di vendetta, non deve trascurare il dato di fatto che quella
stessa furia vendicativa pu rivolgersi contro le stesse persone che l'hanno
suscitata. Cola di Rienzo sbaglia proprio in questo. I problemi di una citt non
si reggono sul s di una massa miserabile di analfabeti pronti a tumultuare per
un nonnulla, a devastare ogni cosa per il gusto della devastazione, a uccidere
per uccidere. E proprio da coloro di cui si considerava il legittimo erede, il
difensore per eccellenza, questo folle malato di romanit finir per essere
scannato a sua volta.
All'indomani della sconfitta inflitta ai patrizi, Cola di Rienzo decide di
concludere la macabra messinscena dei funerali con un altro gesto clamoroso.
Chiamati a raccolta i membri della Sacra Milizia li fa convenire sul luogo dove
era morto Stefanuccio Colonna. Qui, a causa della continua pioggia di quella
notte drammatica, erano rimaste parecchie pozzanghere che il pallido sole del
giorno successivo non era riuscito a prosciugare. Una di queste era ancora
intorbidata del sangue dell'ucciso. Cola vi fa inginocchiare dinanzi il figlio
Lorenzo e lo fa aspergere con quell'acqua rossastra; poi ordina che i cavalieri
della Sacra Milizia lo consacrino Cavaliere della Vittoria imponendogli sopra le
spade. Un'ennesima dimostrazione di superbia che avrebbe anche potuto non aver
seguito, se non fosse stata conclusa con queste parole: Abbiamo fatto un'opera
comune; dobbiamo essere tutti romani; tanto a noi che a voi tocca il compito di
combattere per la patria.
Forse nel malato cervello del tribuno romano queste parole anzich profondamente
offensive avrebbero dovuto essere frasi di riconciliazione; ma come sempre
accade ai nevrotici il comportamento non riesce ad essere adeguato alle
circostanze; riesce sempre sfasato, eccessivo, mai consono. E anche la condotta
di Cola non sfugge certo a queste regole. Non c' un solo atto di quelli da lui
compiuti negli ultimi mesi della signoria sulla citt eterna che non susciti,
volontariamente o no, profondo rancore. Tutte le sue azioni risultano mal
calcolate, frutto di superbia, stravaganza o reale follia. Anche la scena,
gratuita e insolente, dell'aspersione di Lorenzo non fa che accentuare questo
quadro di un Cola che non riesce pi ad avere i piedi per terra, che ha perso
definitivamente il contatto con la realt.
Una certa resipiscenza, un certo amaro risveglio deve essersi tuttavia fatto
strada nel suo animo se il 2 dicembre tenta un abboccamento con il legato
pontificio e se cinque giorni dopo si sottomette pienamente a lui; ma la
conversione  troppo rapida e soprattutto segue troppo da vicino la morte di
Ludovico il Bavaro per poter modificare la condotta papale che anzi si fa, se
possibile, pi rigida.
Anche quei comuni della Toscana che, mentre era in vita l'imperatore, tenevano
in certo qual modo bordone alla politica di Rienzo si fanno assai pi cauti nei
suoi riguardi, mentre la gi accorta e temporeggiatrice Firenze cerca di
distaccarsi sempre pi dall'operato del folle signore di Roma, ora con la cresta
non pi rossa e cadente da un lato.
E il 14 dicembre ecco l'ultimo atto della prima rappresentazione. Il sipario si
alza su una scena in cui campeggia un personaggio nuovo, un poco di buono, un
uomo di ventura, un cappa e spada prezzolato: Giovanni di Minervino. Costui, con
le sue truppe assoldate dai Savelli, anche se ufficialmente a Roma per arruolare
mercenari per conto del re d'Ungheria, si  arroccato in Sant'Angelo in
Pescheria. Rienzo vorrebbe spazzare quella zanzara che gli tormenta il viso, ma
non pu; il popolo di Roma lo ha improvvisamente abbandonato; si  nuovamente
rintanato nei vicoli maleodoranti, fra le catapecchie invase dalle cimici, fra
gli abituri cadenti. E con pochi soldati, trombettieri in testa, Rienzo compie
allora un ennesimo colpo di testa; esce dalla scena nello sventolio degli
stendardi e va a chiedere rifugio ed aiuto nella roccaforte inespugnabile di
Castel Sant'Angelo, dove il ramo degli Orsini a lui non ostile accetta di
proteggerlo per un certo tempo.
Dunque in questo giorno del 15 dicembre 1347 Cola di Rienzo ha di fatto
abdicato; se n' andato. In Campidoglio la sua immagine insieme con quelle di
suo nipote, Conte, e del suo cancelliere, Mancini, sono state dipinte con la
testa all'ingi. Rienzo  uscito dalla scena, anche se dovr ritornarvi per una
breve apparizione il 1 agosto 1354 per poi uscire definitivamente dal
palcoscenico, orami cadavere, il giorno 8 ottobre dello stesso anno.
Tutto quello che Cola poteva dire o fare di nuovo lo ha fatto e detto nei mesi
del tribunato. Il resto non  che appendice, con i colori del fumetto e il filo
rosso della pazzia sempre pi evidente.
Da Castel Sant'Angelo a Civitavecchia e di qui nel Napoletano, Cola  ormai un
uomo braccato. Nel gennaio del 1348 fonda le sue speranze in un uomo di ventura
come Werner von Uerslingen, gi comandante di truppe della maest Luigi
d'Ungheria; ma a sventare i piani di un attacco in forze contro Roma e a ridurre
l'avventura di Werner a una semplice razzia, interviene la peste che miete
vittime a centinaia, tanto da indurre lo stesso re d'Ungheria a una fuga
precipitosa. La peste  l'altro elemento drammatico che s'inserisce nella
vicenda di Cola. Parassiti e ratti diffondono la ovunque tremenda pasteurella
pestis e la mortalit ha punte vertiginose.
Nell'immondezzaio pubblico che  la citt di Roma il morbo compie incredibili
devastazioni con una facilit che ha del pauroso. Per giunta alcune zone e rioni
interi sono funestati da scosse telluriche che provocano ingenti danni; per la
misera plebe che s'annida nei tuguri questo  un segno della tremenda collera
del cielo. La crisi di misticismo investe allora anche Rienzo, pi che mai
incline a questo genere di sfogo. Si fa pellegrino, accetta le tesi
spiritualiste, respira anche lui il vento della riforma e dell'inglese Guglielmo
di Occam. Il fatto non  casuale; Occam era stato chiamato nel 1324 alla corte
avignonese per rispondere dell'accusa d'eresia e aveva trovato poi rifugio
proprio presso quella corte di Ludovico il Bavaro cui si volgevano speranzosi
anche gli occhi di Cola; Ludovico era stato anzi difeso da Guglielmo di fronte
alle pretese di Giovanni XXII (si ricordi il celebre Dialogus de imperatorum et
pontificum potestate).
Le aspirazioni fideistiche del pensatore inglese trovano eco singolare
nell'animo esacerbato di Rienzo, che ormai vedeva la curia avignonese come un
covo di persecutori che tramavano ai suoi danni. Le semplicit del credo,
lontano dalle arzigogolate disquisizioni dei pensatori scolastici, attraevano
quanto pi risultavano estranee alla mente ecclesiale del tempo. E a questo
punto occorre dire che pare che il nostro uomo, in veste appunto di umile
pellegrino (pure sua moglie aveva rivestito l'abito talare e si era rifugiata in
un convento) si sia recato a Roma penetrandovi in incognito, ma non perdendo
l'occasione per fomentare torbidi; almeno questa era la convinzione papale,
suffragata dal reale scontento manifestato dalla plebe romana.
Sogni di grandezza, deliri mistici, impossibili tentativi si mescolano a questo
punto nella vita dello spodestato tribuno fino a renderla un groviglio
inestricabile di dati e di situazioni: compaiono profetici eremiti che
consigliano sul da farsi il farneticante Rienzo, e da parte sua questi ode
sempre pi frequenti profetiche voci che lo spingono a chiedere soccorso
all'imperatore Carlo IV di Lussemburgo, il figlio di Giovanni, re di Germania
dal 1346 e di Boemia dal 1347 che sar incoronato a Roma nell'anno 1354... Ma
quale aiuto possa ottenere il nostro Rienzo da un uomo che pubblicher la
cosiddetta bolla d'oro (nel '56) e che sar un accanito difensore
dell'ortodossia non  difficile immaginare.
Comunque, dopo un viaggio faticosissimo e condotto in mezzo alle privazioni e
alle traversie pi incredibili, Rienzo, ormai l'ombra di se stesso, giunge a
Praga nel luglio del 1350.
I discorsi che dapprima nebulosi poi sempre pi accesi tiene all'imperatore
fanno davvero dubitare del suo stato mentale; in ogni caso, d'accordo con il
vescovo Ernst von Pardubitz, Carlo lo fa mettere in gattabuia: non che gli
manchi il cibo o sia trattato come un comune delinquente, questo no, ma per
Rienzo  un'esperienza come si pu facilmente immaginare, dolorosissima. Non
tollera la birra e si  costretti a somministrargli il vino rimedio gi
consigliato un tempo dal suo medico allorch soffriva delle crisi depressive;
soffre atrocemente di stomaco e di convulsioni; comunque non ha perso la fede
nei propri vaneggiamenti e non manca di scrivere una serie di lettere al suo
carceriere-imperatore. Carlo  abbastanza signore per rispondere, ma lo fa con
malcelata ironia e con irritante paternalismo. Rienzo  dunque divenuto un
ingombrante burattino, una marionetta che non si sa bene dove collocare in mezzo
a tanti personaggi in carne ed ossa?
Sembrerebbe di s e di no al tempo stesso, anche se Rienzo, sia pure attraverso
alterne vicende che risentono della politica che il papa da una parte e
l'imperatore dall'altra conducevano, verr offerto come gentile omaggio
all'autorit avignonese. D'altra parte il clima nordico e freddo della prigione
di Raudnitz unitamente al peggioramento del suo stato di salute hanno fatto s
che il gi tribuno abbia amaramente riflettuto sulla propria sorte e si sia
miracolosamente ritrovato con la testa sgombra da visioni e da esaltanti
profezie: si direbbe insomma che ha finalmente poggiato le estremit al suolo.
Nel 1351 Rienzo pu scrivere al cardinale Guido di Boulogne una lettera piena di
sottomissione e pentimento. Il ciclo si sta dunque richiudendo sulle stesse
posizioni da cui era iniziato. E nell'agosto dell'anno successivo Cola 
condotto prigioniero per le strade di Avignone. Si tratta di un uomo che lascia
un'impressione ancora pi penosa di quella che aveva fatto al tempo del suo
ricovero per fame all'ospedale. Coperto dal disprezzo, in atteggiamento umile,
emaciato, smagrito da far paura,  in condizioni tali che non viene nemmeno
ritenuto opportuno cingergli le catene ai piedi; non potrebbe in nessun caso
fuggire: non ne avrebbe la forza.
Rienzo con s porta un unico bene: un voluminoso e ponderoso poema di argomento
mistico che ha redatto nei lunghi giorni di solitudine della prigione di
Raudnitz; e questo fa s che si sparga subito la voce che il mentecatto 
divenuto da tribuno poeta. In mezzo agli insulti e alle calunnie solo una voce
osa ancora una volta levarsi in suo favore:  quella dell'uomo che rimane fedele
alle persone cui ha concesso la propria stima, il Petrarca. E tuttavia, poeta o
no, intercessioni o no, Rienzo rimane in carcere. Per sua fortuna il 6 dicembre
1352 muore quel papa cui doveva gran parte delle sue miserie attuali, il prodigo
e mondano Clemente VI che lascia il soglio al pi severo e meno colto Innocenzo
VI. Grazie a questo cambiamento le speranze di Rienzo si riaccendono e, infatti,
il 15 settembre 1353 l'ex-tribuno riottiene la libert. La marionetta pu
tornare utile. Adesso chi regge saldamente i suoi fili in pugno  il nuovo
pontefice, che lo ha liberato perch possa servire a un suo disegno.
Rienzo, in effetti, deve tornare a Roma per riprendere in mano la situazione che
sta rasentando l'anarchia pi completa e ridare in mano al papa una citt
pacificata e concorde sotto l'egida della Chiesa. E cos viene, il nostro
personaggio, catapultato nuovamente sulla scena politica; ma riuscir a
ritrovare quell'energia che gli aveva permesso il primo exploit o cadr vittima
anche lui degli aggrovigliati avvenimenti? E' quello che vedremo.
A questo punto bisogna introdurre nella complessa storia (i cui contorni sono
stati tuttavia da noi lasciati appositamente nell'ombra per non complicare
ulteriormente le cose) un capitano di ventura, una specie di orco abilissimo
nelle armi e nel comando, il cui nome  sinonimo di terrore per tutta la
penisola. Si tratta di fra' Moreale, alle cui truppe si  rivolta la Chiesa per
parare le minacce che giorno dopo giorno venivano dai pi intraprendenti e
tumultuanti signorotti. Non dimentichiamo, infatti, che l'Italia del tempo 
come una giungla in cui le discordie e le battaglie si accendono d'ogni parte e
si spengono come miriadi di fuochi fatui. Fra' Moreale  dunque il capitaneus et
vexillifer della Chiesa. Un capitano il cui aiuto costa alla potenza
ecclesiastica, tuttavia, un pozzo di quattrini e le cui richieste si fanno
sempre pi esorbitanti avendo (e fra' Moreale lo sa benissimo) il coltello per
il manico.
Il ruolo che Moreale svolger nella vicenda che si concluder con la morte di
Rienzo  notevole. Il 16 settembre 1353, comunque, Innocenzo chiede al popolo
romano di riaccogliere Rienzo, un uomo che ha avuto i suoi gravissimi torti ma
che adesso ha espiato il dovuto. Il 20 dello stesso mese la lettera papale che
parla del ritorno dell'antico tribuno viene pubblicamente letta dal vescovo di
Castro e dal priore dell'ospedale di Santo Spirito; in essa Rienzo viene
definito uomo nobile e soldato; cos con queste etichette appiccicate addosso
Cola pu fare il suo reingresso; ma quello che pi importa, e cio i quattrini,
non ci sono; la Chiesa gli paga unicamente il... biglietto di ritorno da
Avignone a Roma, duecento fiorini in tutto.
Ma la situazione romana, che come abbiamo detto  sull'orlo del caos permanente,
 assai differente da quella che si aspetta Rienzo o che suppone lo stesso papa
dalla pur lontana Avignone.
I romani che tumultuano dal mattino alla sera hanno a modo loro anticipato le
decisioni del pontefice e si sono dati un governo nella persona di una vecchia
conoscenza del tribuno, vale a dire del suo antico assistente Francesco
Baroncelli. Quest'ultimo, volendo evidentemente ripetele l'exploit di Cola, si
fa chiamare tribunus secundus. Per giunta a Roma c' la potenza del cardinale
Gil Alvarez Carrillo Albornoz, uno spagnolo che senza darlo troppo a vedere
parteggia per il Baroncelli, anche se quest'ultimo non ha ricevuto, come 
ovvio, alcuna conferma ufficiale dal papa. Ma con il non voler far precipitare
le cose, l'Albornoz si mostra pi duttile politico e pi esperto di cose romane
che non il lontano Innocenzo. Infatti il cardinale spagnolo comprende che il
Baroncelli ha il temporaneo favore della plebe i cui umori non sono certo da
sottovalutare. Ora i poteri dell'Albornoz a Roma erano pieni e Rienzo, vedendo
gli scarsi favori che la sua persona incontrava presso l'astuto diplomatico,
avrebbe potuto benissimo accontentarsi di esser uscito dalla situazione per il
rotto della cuffia e godersi in santa pace quei quattro soldi che proprio su
consiglio dell'Albornoz e poco prima che il cardinale si recasse, sulla fine del
novembre 1353, a Montefiascone, la citt di Perugia aveva concesso senza
garanzie al gi tribuno. Si trattava dunque di una somma con la quale Rienzo
avrebbe potuto vivere dignitosamente fino alla fine dei suoi giorni e che gli
avrebbe concesso altres di ritemprarsi un poco le forze e meditare come un
pacifico cittadino sulla propria esistenza.
Ma la vita del Cincinnato evidentemente non attirava troppo la mente
dell'ex-notaio, che per sua sfortuna ribolliva ora dentro di s di odi e di
rancori che necessitavano di uno sfogo. Tutta la condotta di Rienzo dall'epoca
del suo rientro in Roma  dettata da questa disperata volont di rivalsa, per
cui non esiter a spargere del sangue pur di riuscire a mettere a tacere un
avversario.
La via per riprendere l'antica influenza sulla cosa pubblica gli viene
inizialmente dalla carica di cavaliere dell'esercito del legato papale, che gli
consente di comandare una sparuta schiera di uomini, pare da lui stesso
assoldati. Poi compie una mossa repentina e sbalorditiva: si reca a Perugia e
qui in un abboccamento con due fratelli del condottiero fra' Moreale riesce a
trarre dalla sua parte Arimbaldo, il pi colto dei due, dottore in diritto, che
s'adopera presso il potente condottiero. Non si sa bene che cosa frulli nel capo
di quest'ultimo n quali piani egli persegua appoggiando Rienzo, fatto si  che
accetta di consegnare nelle mani del tribuno di un tempo la notevole somma di
quattromila fiorini. Rienzo esulta. Con la sua eloquenza  riuscito a far aprire
la borsa a uno degli uomini pi potenti e pi temuti d'Italia.
Forte dei quattromila fiorini che gli consentono la pi ampia libert d'azione,
egli si riveste di oro e di porpora e con l'appoggio dei due fratelli del
condottiero i quali ovviamente non... lo perdono di vista, piega a pi miti
consigli lo stesso cardinale legato Albornoz. Ritrovata l'antica baldanza,
Rienzo riparte pi che mai col piede sbagliato: la sfortuna gli fa trovare
proprio in Perugia duecentocinquanta fra tedeschi, alsaziani e borgognoni i
quali sono stati licenziati da poco dal Malatesta di Rimini. Con
quell'agguerrita schiera di biondi devastatori di campagne si mette in marcia
verso Roma dove arriva il 1 agosto 1354, la data che abbiamo gi riportato. E
il ciclo ricomincia. Ai tedeschi si sono uniti anche i perugini in cerca di
ventura e i romani sono costretti a far buon viso a cattivo gioco. Se  vero
infatti che qualche centinaio d'armati non spaventano nessuno, spaventa per
l'appoggio dato da fra' Moreale all'ex-tribuno e nessuno vuol correre il rischio
di vedere Roma messa a ferro e a fuoco dai mercenari del terrore d'Italia.
Ricollocato sulla sella, la prima cosa che fa Rienzo  quella di spedire... una
seconda ondata di circolari.
Come di consueto gli scrivani sono coloro i quali hanno pi a soffrire della
venuta del notaio che non ha perso l'antica abitudine di mettere molto nero su
bianco. Riappare il progetto dell'Italia una e federata, riappare l'obbligo del
giuramento per i nobili delle diverse fazioni. Per i vari Colonna, Orsini,
Savelli si tratta di un brutto risveglio. Ma i piani militari per la riconquista
del territorio, nonostante che le truppe siano poste sotto il comando dei due
fratelli di fra' Moreale, vanno piuttosto a rilento; lo stesso fra' Moreale
giunge a Roma per cercare di sapere come si svolgono nella realt certe faccende
e per vedere se i suoi quattrini sono stati investiti proficuamente. Il
condottiero, che  tutt'altro che uno stupido, deve aver presto capito che nella
capitale aveva, suggestionato dai fratelli, o meglio dal solo Arimbaldo, dato
che l'altro, Brettone, si era sempre mostrato piuttosto scettico nei confronti
del progetto di Rienzo, aveva dunque dato credito a un folle pi che non a un
accorto politico capace di creare per s, sotto la bandiera della Chiesa, un
piccolo feudo che in mille modi sarebbe potuto tornare utile al... finanziatore.
Ed evidentemente cerca di ristabilire la situazione con maggior vantaggio per s
e i suoi due fratelli. Ma nella feroce follia che ormai spadroneggia nella mente
dell'ex-tribuno si fa strada immediatamente il sospetto di tradimento e con
mossa fulminea, approfittando di un momento in cui i tre fratelli sono soli e
ignari, li fa arrestare facendo poi decapitare seduta stante fra' Moreale. E' il
29 agosto.
L'intento di Cola  piuttosto evidente; il condottiero  ricco fuor di misura e
i suoi quattrini rappresentano ci di cui Rienzo abbisogna di pi al mondo.
Quanto a Brettone e al troppo fiducioso Arimbaldo, la sorte  pi benigna;
Brettone viene incarcerato e Arimbaldo consegnato, dietro richiesta,
all'Albornoz. Questi approfitta subito della circostanza per prevenire le mosse
di Rienzo facendo confiscare il denaro depositato dal capitano di ventura nella
banche perugine, una mossa che delude alquanto i... fiorentini i quali, mirando
allo stesso scopo, si erano affrettati ad esaltare quell'omicidio bell'e buono
come un'opera altamente meritoria e ispirata dalla misericordia divina. Non che,
intendiamoci, fra' Moreale fosse uno stinco di santo o che meritasse una sorte
diversa; ma un tradimento  pur sempre tale da qualunque parte provenga e
chiunque ne sia la vittima.
Ma la sete di sangue di Rienzo non si ferma l. Dal momento che in Roma c' un
uomo che pare godere realmente del favore popolare (che non torner mai pi al
tribuno, la cui venuta era stata subita dal popolo) lo fa arrestare e senza
processo mettere a morte. Si tratta di Pandolfo di Guido dei Franchi, un
personaggio che lo stesso Cola nel 1347 aveva inviato a Firenze come
ambasciatore. Per giunta, dopo la decapitazione di fra' Moreale avvenuta il 29
agosto, Rienzo aveva alzato notevolmente l'imposta sul sale, sul vino e su
numerosi altri generi. La morte di Pandolfo dunque viene a innestarsi su un
terreno minato, quale quello rappresentato dalla popolazione esasperata per le
vessazioni di cui si sente vittima. Colonna e Savelli son pronti ad
approfittarne. E' il giorno 8 ottobre.
Gruppi di armati prezzolati dalle due famiglie romane si stanno dirigendo dai
rioni Colonna, Trevi, Sant'Angelo e Ripa verso il Campidoglio. Rienzo non
subodora la tempesta che si avvicina come l'onda di un ciclone. E' tanto
subitanea la sommossa che le grida e il vociare di viva il popolo! lo colgono
alla sprovvista e non fa neppure in tempo a far suonare a stormo le campane.
In una frazione di secondo quegli armati e una plebe inferocita sono sotto i
suoi balconi che gridano: a morte il traditore! Rienzo per la prima volta
impallidisce, un pallore mortale, mentre un sudore gelido gli imperla la fronte.
E' smarrito, non sa che decisioni pigliare. Si guarda attorno e scopre con
angoscia che anche i valletti, il personale di servizio e di guardia se la sono
data a gambe come a un segnale convenuto. Ci sono solo due persone attorno a lui
e un suo parente, un commerciante in pelli, certo Locciolo. La scena, descritta
dal commentatore che abbiamo gi citato,  di una drammaticit difficilmente
eguagliabile; si pu paragonare alle atroci, ultime ore del dittatore fascista.
Lo stesso panico, la stessa incertezza, la medesima ingloriosa fine.
Cola appare al balcone. Ha fatto in tempo a rivestire l'armatura, ma le mani
sono ancora nude, non ha avuto il modo di allacciarsi i guanti. Appare per
parlare alla folla, spera di convincerla con la sua oratoria; invano: un nugolo
di frecce gli piomba addosso mentre i clamori della plebe eccitata salgono alle
stelle impedendogli di profferir verbo. Fa gesti ampi con la mano, ma una
freccia gli si conficca dolorosamente nel palmo. Il suo viso  terreo, lo
sguardo sonnambolico. Allora, come in trance, torna dentro, afferra il gonfalone
e lo dispiega davanti al popolo, mentre la mano trafitta macchia quella seta e
cerca di far vedere alla marea urlante la sigla del S.P.Q.R. La mano  l sotto,
sotto quell'R. di romanus; forse Rienzo vuol dire a coloro che inveiscono che
lui vuol dare a loro la passata grandezza. Dopo una salva di fischi e urla altre
frecce gli piombano addosso, conficcandosi nella cotta di maglia e obbligandolo
a rientrare precipitosamente. Nel frattempo altri facinorosi hanno appiccato il
fuoco in pi punti e le fiamme ora si elevano alte, scoppiettanti fra gli
schiamazzi e i lazzi di tutti. Guarda in faccia Locciolo, ma questi distoglie lo
sguardo e poco dopo Rienzo lo scorge fare un cenno d'intesa a un gruppo di
soldati che stanno di sotto. Allora volge, lo sgomento  notevole, gli occhi
verso le carceri capitoline e ha il tempo di vedere il capo di Brettone far
capolino fra le sbarre con un ghigno stampato sulle labbra. La scala interna
intanto  completamente in fiamme. Non si pu uscire se non calandosi dal lato
del cortile, da una finestra. E Cola afferra tre tovaglie, le lega convulsamente
fra di loro, mentre la mano ferita lascia lunghe strie sanguinose sul tessuto.
Annoda un capo della corda di fortuna cos ottenuta allo stipite interno e
armato com' si lascia scivolare in basso, sotto lo sguardo ironico e le urla
dei prigionieri racchiusi nella cancelleria. Poi si ferma, interdetto; non sa
che fare, se cercare una via verso l'esterno, o darsi alla fuga; si mette in
capo e si leva pi volte l'elmo. Mette la mano sull'elsa della spada, ma si
avvede che il braccio ricade inerte, quasi fosse privo di vita. La mano continua
a sanguinargli, lo sguardo  come perduto nel vuoto.
Allora si rifugia in un andito, l'alloggio del portiere, si toglie le armi e si
caccia in capo una mantellina da pastore ciociaro, s'avvolge in una grossa
coperta e s'avventa cos conciato verso l'ingresso che sta bruciando. Riesce a
passare quasi indenne fra le fiamme, ma vuol strafare; capitato in mezzo a una
folla indemoniata che si  data al saccheggio pi pazzo e che noncurante delle
fiamme asporta tutto quanto trova sul suo cammino (ecco la ragione per la quale
i sicari dei Colonna e dei Savelli non avevano potuto raggiungerlo nei suoi
appartamenti) grida con voce da popolano di andare al piani superiori che c'
altra roba da pigliare. Ma nel mostrare il luogo dove si trova molto da rubare
alza la mano indenne coperta di anelli e braccialetti, una mano bianca, fine, da
signore. Subito gli si fanno addosso, gli levano quel travestimento e corrono in
dieci, in cento, trascinandolo verso il patibolo. Qui la plebe inferocita si
ferma come attonita e Rienzo sta in piedi guardando con occhi bassi il suolo,
annientato. Passano alcuni secondi interminabili, poi minuti che scorrono
anch'essi con lentezza esasperante. E' quasi un'ora che Rienzo  l, muto,
lontano ormai da se stesso, come avesse abbandonato quel corpo da tempo. La sua
presenza, incurante delle voci e degli insulti che la gente gli lancia, ha il
potere di paralizzare ogni movimento nei suoi confronti; ma alla fine un
popolano, Cecco del Vecchio, si fa coraggio e gli pianta la spada in pieno
ventre mentre, sull'esempio, il notaio Trejo gli assesta un fendente sul capo.
Rienzo s'accascia in un bagno di sangue, senza un gemito; e su quel corpo ormai
privo di vita, tanto la morte  stata istantanea, la plebe s'accanisce nella
maniera bestiale che le  consueta. Tutti vogliono trafiggerlo, strappare ancora
del sangue a quel corpo, marionetta ormai senza fili; poi lo afferrano per i
piedi e lo trascinano fino a piazza San Marcello dove stanno i Colonna. Nel
tragitto qualcuno gli ha spiccato la testa, altri hanno preso a sassate il
cadavere; infine, non ancora soddisfatti, i popolani lo appendono per i piedi,
corpo informe senza testa, al centro della piazza. Vi rimarr tutta la notte e
il giorno seguente; ma era destino che anche in via di putrefazione, sconciato
fino all'inverosimile, Rienzo non avesse ancora pace; Giugurta e Sciarretta
Colonna lo faranno levare di l e trasportare di fronte al mausoleo di Augusto;
e qui chiamano gli ebrei perch gli diano una conveniente cremazione. Una fila
di barracani affasteller allora fascine su fascine e cardi secchi tanto da
farne un mucchio sul quale quella carne devastata sar collocata e abbruciata;
gli stessi ebrei avranno il compito di gettarne al vento le ceneri...

FINE.































































