LA COLONIA FELICE,
UTOPIA LIRICA
DI CARLO DOSSI.

TERZA EDIZIONE
ROMA
Stab. Tip. Italiano
DIRETTO A L. PERELLI
Via del Corso, 495
MILANO
Ditta Libraria di
NATALE BATTEZZATI
Via S. Giov. In Conca, 7
1879.

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A GIUSEPPE ROVANI
innamoratamente



PRELUDIO

La condanna

Stvano i deportati - una quarantina - umini e donne, sulla nuova spiaggia tra le cataste di roba e le pacfiche forme degli agnelli e de' bui; stvano, chi in piedi in una bete immobilit, chi a terra accosciato, le palme alla faccia; tutti affranti da un viaggio lunghssimo col non sequente nimo e dal dubbio della lor meta, dubbio peggiore della pi amara certezza, e dalla brama cupa, senza speranza, della vendetta. Il caldo tramonto para si scolorasse nel pallor dei lor visi, o dai delitti di passione affilati, o fatti ottusi da que' di abitdine. N i cnici motti di alcuno, n i lazzi ran sollievo alla morale afa. Dall'ira non si figlia la gioja. Nascano e spegnvansi insieme, scintille senza pastura. E quelli stessi, dalle cui labbra era scoccato il motto, se le mordvano, quasi a punirle di avere finto un pensiero, e quelli che avano osato il lazzo, cercvano dissimulrselo. E girvano, interrogante, lo sguardo, ora alla ignota terra, segundone il dorso montuoso, findove, digradndosi e incelestendo, sfumava nell'orizzonte, ora alla cerchia delle impassbili guardie, imbracciate lo schioppo, le cui bajonette, lampeggianti nel sole, rispondvano loro con un silenzio di augurio tristssimo. S'udiva intanto il risucchio del fiotto contro la lunga costiera, e in lor suonava gemendo. Para meno uno sbarco che un naufragio.
A un tratto, gli sguardi, chiamndosi vicendevolmente, affollronsi verso la rada ad una nave in ormeggio, per dilungrsene, poi, con una scialuppa dalla sventolante bandiera, che a loro veniva, tuffando e rituffando le pinne de' sui ddici remi. In quella, era il loro destino.
E, infrenellando i marinAi le grondanti pale, s'insinu la scialuppa tra le molte altre amarrate, e blandamente approd. Due officiali ne ascsero: il primo, givane d'anni e di grado, offr la mano al secondo dal molto oro al berretto e dal molto argento al crine.
I deportati rimanvano immoti. La loro nima, tutta, affluiva nelle pupille.
I due officiali incedttero gravi. A un segno del luogotenente, le guardie strnsero il cerchio e nel cerchio i prigioni.
Il capitano, allora, volgendo su di essi un'occhiata benignamente severa, si tolse di seno un plico dal largo suggello, che ruppe, dicendo: d'rdine della Maest Sua. -
E spieg il foglio, e chiarissimamente lesse:
"Umini sventurati!
"Tutti voi - ben sapete - siete rei di delitti, che le ferree leggi, dai vostri padri sancite e per essi e per voi, e accolte dalla maggioranza presente, vndicano colla scure. Ma Noi, come fummo, ossequenti alle leggi, per segnare una irrevocbil condanna, pensando alla malfida ragione del penale diritto per la insolbile lite fra il vizio e la virt e per la dubbiosa morale identit, e pensando, che - dato anche il vizio e riconoscitolo in voi - ne era, piuttosto che voi, colpvole o la vostra miseria (come Noi forse eravamo di questa) o l'incontrollbil passione; e, pi ancora, pensando che - data la pena - quella di morte, sarebbe stata o troppa o poca - troppa perch spegneva col male il malato, poca, perch con essa vi avreste, scellerati di tanto, aquistato a lievssimo patto l'oblo; - n volendo macchiare con una sola goccia di sangue, per quanto infame, un giorno del regno Nostro, ringuainammo, inorriditi, l'addentellata spada della sempre-iniqua Giustizia, e preferimmo valerci di quella Ingiustizia pietosa, che ha nome Clemenza.
"E cos Noi vi perdonammo la scure, mutndola in un eterno esilio, in mezzo alle solitdini dell'Ocano.
"N qu cessava la Nostra Clemenza, n poteva cessare, poich, per essa, Noi volevamo, non prolungarvi la morte, ma il vvere. E per l'sola in cui vi abbiamo costretti, fu scelta in una tpida, pingue, indisputbile plaga. E insieme, vi si provvide di quanto bastasse a cibarvi le forze, finch la non mai sorda Natura risponda alle vostre assidue preghiere e provveda lei, e vi fron concesse, contro la fame, il cielo e le belve, armi a difesa di quella vita, che Noi ci rifiutammo di trvi. Risparmiata v' dunque la prima ferocssima guerra, nella quale perpetuamente sono le belve - la guerra con la Natura. St a voi di risparmiarvi l'altra, pi orrbile ancora, quella con i smili vostri. Sorga invece la terza, che  la sola benfica - la guerra con voi medsimi - e sane Pace suggello.
"Ma, qu, la Nostra Clemenza ha un fine. Non uscirete dall'sola mai. Per voi, le sue dense foreste crscono intili al mare. Era gi responsale lo Stato della punizione vostra: lo  oggi, del Suo perdono il Sovrano. Avendo voi mortalmente offesa la Legge, offendendo ora la Grazia, fareste, Noi, offensori di essa. La Patria non ha pi nulla a sperare da voi, n voi dalla Patria.
"Ed ora, ccovi completamente lberi! lungi da quella Societ, che odiavate e vi odiava; lungi dai luoghi, che vi rammentvan soltanto vergogne, consigliando vendette. Voi dicevate le leggi create contro di voi; e qu le leggi non sono. Mostravate di non potere, senza misfatti, vver tra i buoni: ccovi tra i soli malvagi. Accusavate la necessit dell'errore; qu ne dovrete accusare la volont.
"Noi ritiriamo la Nostra mano da voi, e, abbandonndovi alla implacbil Coscienza, vi condanniamo a ridiventare umini onesti."
Il capitano taque. Una tranquilla emozione si diffondeva nella indulgente sua faccia. E una lgrima cadde sull'autgrafo regio.
I deportati tacvano pure. Forse, ad alcuno di loro, il fine temuto, or che fuggiva, diventava un deso. Ma i pi, inabituati a capire, non capvano nulla.
Il capitano, rifatto severo, pieg il largo foglio, che pose sovra una cassa, dicendo:  per tutti - poi, con la mano, accenn.
E, al cenno, le guardie rppero il cerchio d'intorno ai prigioni, e, facendo schiera di s, mssero dietro ai due officiali, che ritornvano ai palischermi. E tutti si rimbarcrono e distaccaronsi dalla riva.


PARTE PRIMA

... Ex fercibus unversis snguli
metu suo, obedientes fuere.
TITUS LIVIUS


CAPITOLO PRIMO.

La belva  scatenata

Finch le scialuppe non ginsero al bastimento, finch il bastimento non le raccolse e confuse nella sua mole, stttero i relegati, silenziosi ed immoti, accompagnndole con gli occhi intensi di sguardo.
Quantunque, corrotti il palato dal pimento dei vizi, male potssero assaporare la tenuit di un affetto gentile; quantunque la Patria fosse lor stata avversa, e il suo nome non sovvenisse che pere bieche, che odii, che umiliazioni, tanto pi acute quanto pi meritate, tuttava, la maggior parte di essi non poteva sottrarsi a un languore di melanclica insoddisfazione, a una amaritdine indefinita, vedndosela allontanare. Ora, in quella nave, in que' palischermi, non iscorgvan pi il mezzo che li ava tratti alla pena, ma i figli di quelle selve, che avano forse addensato su di essi e i loro delitti una fedele ombra; n pi scorgvano nelle vacue catene che rivarcvano il mare a nuovi polsi, i servi incorruttbili dell'altri volont, i freni alla pigiata lor rabbia, ma i mscoli delle patrie montagne, che gi li donvano di armi alla esistenza, alla difesa, all'offesa; n pi, in quelli umini stessi, che avano dimenticato di ssere loro fratelli per frsene gidici ed aguzzini, scorgvano i fabbri delle armille ingegnose di cui portvano ancora le lividure, o i pensatori, Falridi per filantropa, di quelle crceri mute di cui serbvano in fronte le tetre allucinazioni, sibbene, la semovente parte di gleba, che ricopriva le ossa di genitori comuni, narrando loro le glorie e le onte di un'nica storia; della sentenza perfino che li dannava a irremebile bando, non rammentvano, ora, che il carssimo idioma. E, inoltre, si sentvano il piede malfermo su di un terreno, al quale non li legava connubio nessuno di are e di tombe, in mezzo di una natura di cui ignorvan la lingua, dove il sole medsimo para splendesse in modo strano; sentvansi da quelle leggi improtetti, che, pur ingiuriando, usavano sempre invocare, tra gente cui non potvano finger bont o pretnderne, obbligati a ricominciare la vita, essi della gi corsa astiosi. E l'agonia del giorno nutriva la lor cocente rancura. Tacvano e impallidvano.
Quand'ecco, si ud lo stampo di un piede, e una tnnula voce di donna echeggi: vili! - Una givane snella, dal profilo tagliente e dalla chioma nerssima, svolazzante, s'era piantata spavalda su di una cassa, e lampeggiando flmini neri da' sui occhi aquilini, squillava: vili! umini inutilmente maschi!... volete a marito noi donne?
- Brava! - rispose una voce secca al pari di ncchere. E veniva da un magro e lungo di uno, dal ghigno nudo di peli e giallastro, e dagli occhi - due fili di luce - che apparvano e scomparvano a tratti, quasi tementi di ssere scorti, bench riparati dall'ombra di una berretta a visiera e dalle palpbre socchiuse. Il quale, facndosi innanzi: gente! che si st qu a dire il rosario?... Date ascolto alla Nera. Su!... viviamo per vendicarci!... La forma del cappello c' ancora: nulla dunque  perduto. Han bel fuggire i nemici, han bel gittarsi migliaja di leghe alle spalle, i codardi!... Il mare  di tutti. L ci sono foreste...
- Evviva il Letterato! - fu il grido.
- E qu braccia! - url un uomo, alto-squassando un pugno massiccio, di quelli, che, se tccano irati, ammzzano; un uomo, il quale, a pie' della cassa che sosteneva la Nera, nel sobbracciare a questa, insieme alle gonne, i garretti, e volgendo un rvido viso all'ins, barbuto e cigliuto in castagno, cercava con gli azzurri sui sguardi gli ebanini di lei. E allor la druda, ratto sbassndosi, e serrndogli, in un entusiasmo selvaggio, con ambo le mani, il capo dal mozzo crine, v'impresse un bacio schioccante, dicendo: Gualdo assassino!
- Evviva il Beccajo! - si applaud nuovamente.
L'incanto era rotto. Da ogni parte, grida che volvano sser parole, parole che volvano ssere ide: ide e parole, che accumultesi da mesi e mesi in quelli angusti cervelli, irrompvano ora alle labbra, vi si stipvano per sprigionarsi, pugnando a chi primo, e a vicenda impedndosi. E parlvano tutti a una volta. Para che il tempo stesse lor per fallire. rano laidit; rano orrende bestemmie.
E intanto si sconficcvan le casse della carne salata e del pane, e due, ondeggiando, barellvano in mezzo un botticello pesante, sul quale era scritto: branda. Un lrido vecchio, plumbeo di faccia e incalottato di nero, con la barba biancastra e le fosse degli occhi che sembrvan castoni vuoti di gemma, lo fiancheggiava additando, e cavernoso faca: largo! ch il Dio si avanza... Si avanza il Tocca-e-sana, il Cacciaffanni, il Sole che non tramonta mai!... Largo all'aqua che toglie ogni macchia, all'aqua di vita!
- Scoppi un altro grido: viva il Raccagna! -
E l - a sganasciare e a cioncare.
Abbuja.
Due ore dopo, leggero il barile, greve la pancia. Dal cibo, la bestialit ava riavuto il consueto dominio. Una colonna di fuoco, accesa in un monte di stipa e di assi dalla stessa sentenza del filosfico prncipe, slancivasi altssima, lingueggiante e scoppiettante, e illuminava di un chiarore rossastro ampio tratto di mare. Fuggirono spaventati i giovenchi, fuggirono gli agnelli. Ombre ballonzolanti le si vedvano in giro; una ridda, un tumulto di fmmine e maschi, nelle cui vene avvampava il furiale liquore, confusi in amplessi ribaldi, urlando, strillando.
Di onesto, uno solo - un mastino.
Ma, tutto intorno - quale tcita accusa - penda la calma sublime della Natura. Le stelle si ammiccvan l'un l'altra amorosamente nel pi profondo turchino e la luna pioveva la sua luce di perla sul lungo-sospirante tranquillssimo mare. E nel mare, la nave - mole negra e silente.



CAPITOLO SECONDO.

Volpe e Leone

Gualdo il Beccajo svegliossi. L'acuta brezza fervagli la somma pelle; l'nimo, la sorpresa. Ch, assuefatto a svegliarsi in un ambiente bujo, pi bujo ancora del sonno, a trovarsi, dopo le imaginate lusinghe di una libert senza fine, misurata la vista e il respiro, il piede tra i ceppi, e tra i ceppi anche l'nimo, Gualdo sen stette, un istante, dubbioso ancor di sognare, temendo che il dolce sogno vanisse e alimentndolo con la volont. Ma la memoria gli cominci a rifluire: risovvenne il bagordo, lo sbarco, il viaggio; risovvenne s stesso: e lentamente, quasi a elder lo squillo della catena, si lev su di un braccio guardndosi attorno.
Il cielo si rischiarava. Le prime pennellate del giorno si distendano per l'orizzonte, arancine e porpuree. Nell'immbile mare, non pi bastimento; solo, da lungi, il biancheggiar di una vela. Il Beccajo si guard a lato. ragli a lato la Nera, accovacciata in una rozza schiavina, anelante, con le traccia, sul viso, della volutt che ha raggiunto lo spsimo, ma volutt stanca, non sazia. Qu e l, altri gruppi di gente affondata nel sonno e domata da quel bacco plebo, che, eccitando il volere ad eccessi, avali insieme, col trre il potere, impediti; in lontananza poi, sei o sette, gi svegli, gi in piedi - i pi sobri e forse i pi scellerati.
Ed  verso costoro che Gualdo il Beccajo, crollndosi l'mida notte di dosso e sbadigliando e tergndosi, con le due mani, il sopore dagli occhi, venne con passo avvolto e col cervello impaniato. E li trov complottanti, intorno ad un fascio di carabine e a de' barili di plvere.
- Buon d, apstoli - disse con voce roca il Beccajo, stendendo loro una palma negra e pesante che nessuno tocc - Ah, li avete stanati i crocifissi, vojaltri!... Gran segugi, voi, di fiutare la morte!... Bravi!... Date qu - e si sbass per raccorre uno schioppo.
- Indietro! - gracchi Antonio il Cipolla un mozzicone di uomo, opponndosi a Gualdo in una postura smargiassa.
- Come!... indietro? - Gualdo tuon, le vene frontali gonfiate - Indietro a me? Cane! - e fe' l'atto di agguantarlo alla strozza.
Aronne il Letterato allib. Saettando al Cipolla un'occhiata, che comandava pazienza: pace - disse - Beccajo!... La tua parte  tua. Non c' nessuno che ti voglia far torto. Aspetta soltanto che la divisione...
- E tu aspetti? - interruppe Gualdo insultante; e, di colpo, aggrappato un fucile, grid: ci che piglio,  mio! -
Se un'altra sguerciata di Aronne non tratteneva i compagni, di Gualdo pi non restava che un nome.
- Pace, Beccajo! - ripet il Letterato - Pace, vojaltri! Roba ce n' per tutti. Ponimola prima al sicuro... Tempo di litigare non manca mai. -
E l, intercessa una tregua, fu, innanzi tutto, deciso di mttere insieme una specie di capannone. Detto fatto, ccoli all'opra. Si ripscan dal sonno i pi al fondo, e da ogni parte vedi occhi abbagliati, bocche oscitanti, andature allacciate. Si squarcia il vergine suolo; col, piantoni, ramoruti e frondosi, rovnano sotto la scure, e qu si rilzano nudi; ecco, in brev'ora, un gran tetto, e sotto al tetto, accatastata ogni roba. E, intanto, si ripiglivano i fuggiti bui dal tintinnante sonaglio e gli agnelli dal lamentoso belo, sparsi per la campagna, o meglio, tornvano essi spontaneamente al lor laccio; ch abitdine lunga f dello stesso servire un bisogno.
Naque, allora, un bisbiglio, che propagndosi divenne grido: la divisione, la divisione! - E la divisione incominci e compissi con meno litigi di quanti ne preannunziava. Dal mangiaticcio all'infuori, che si trov di serbare in comune, il rimanente, armi, biti, attrezzi, tutto fu scompartito. Le ide di mio e di tuo, confuse assi in que' capi, rispetto alla roba degli altri, facvansi, rispetto alla propria, di una maravigliosa chiarezza. E la concordia para ristabilirsi.
Quand'ecco, Giorgio il Rampina, un grassoccio dalla cute rosea e splendente, dalla testa calva e dagli occhi libidinosi, dire con una mrbida voce: non  ancor tutto diviso... - e accarezzarsi coll'ndice e il pllice il mento.
Ma Tecla la Nera, piantndogli in faccia due sguardi, che rano stilettate, e accennando a s stessa, esclam: noi non siam roba! -
Rispose con acrdine Aronne: tu sari, o sfrontata, quanto vorremo noi... o piuttosto... io.
- Tu?... perch tu?
- Perch sono uomo io, e tu donna; perch io comando e tu devi obedire.
- Comandi? - entr a chidere Gualdo sardonicamente - comandi a chi?
- A lei... a t... - fe' il Letterato, sbilurciando ai compagni; e con audacia: a tutti.
- E chi lo dice? - torn a dimandare il Beccajo, strascicando la voce.
Saltrono in piedi otto o dieci ribaldi, battendo i calci delle lor carabine, e gridando: noi!
- E allora... all'inferno voi... lui... tutti! - eruppe il Beccajo - Tu il capo? tu?... Soppiattone!
- Io sono il pi forte...
- Pah! - sclam Gualdo con un scoppio di risa - il pi forte!... Vedi l! - e snud, distendndolo, un braccio in cui guizzvano mscoli, che gli avrbber concesso di fare alle pugna col michelangiolesco Mos.
Ma il Letterato sorrise beffardamente:
- La forza dell'uomo  questa - disse, e toccossi la fronte.
- Sei un aristcrata! - fece il Beccajo, sputando a terra con sprezzo.
- E tu un mascalzone! - ribatt l'altro - E, se vui, te lo scrivo... Scrivi tu, se lo pui.
- Carta sporca non val la pulita - sentenzi arrogante il Beccajo.
- Vale - rimbecc il Letterato - quando  sporca di un mille. Ch io non ho mai fatto la birba per meno. Non come t, stolto. Tu che scannavi un cristiano per guadagnarti un grappino... Poh!
- Ma almanco scannavo. Il sangue lava lo schifo dal furto. Tu non avesti mai tanto cuore...
- Cuore?... Gran che per averne!... Ma un uomo io lo stimo quanto insaccoccia. L'nima umana st nella borsa. Vuota la borsa, addo nima!...
- Non dottorare! - avvert, minaccioso, il Beccajo.
- Ed io - continu a gonfie vele Aronne, fastoso di sua goffssima astuzia, ch'ei reputava sapienza - tal quale mi vedi, la ho accoccata ai meglio avveduti. Gli  fra le quattro pareti, non sulle strade postali, che sfavilla l'ingegno. Io non ho mai stesa la mano che in guanti...
- Ma paurosamente, l'hai stesa - Gualdo ritorse - come avessi creduto di fare del male!... Mendicante ladro, che non avevi coraggio di mtter la firma alle tue lvide azioni e lavoravi alla muta e tremavi nell'ombra! Di t non si seppe che quando fosti in bujosa. M, invece, conoscvano tutti. Il mio nome stava, tant'alto, in ogni crocicchio, sotto quello del R. Chi lo leggeva, imbiancava...
- Bravo, ma e intanto? Intanto che il figliuol di mia madre era onorato, ringraziato, baciato da quelli stessi ch'egli tinga, tu fuggivi chi ti fugga, arso di rabbia e di fame...
- Ma spargendo il terrore - interruppe il Beccajo - Io stanci la sbirraglia. I zaffi perdvano volontieri le traccie mie. Dietro a me si sguinzagli un reggimento; non, come a t, fu informaggiata una trppola. N, come t, mi arresi a un pezzo di carta. Non mi arresi a nessuno, io: mi si pigli, grondante del mosto mio e del loro. Dillo tu, Nera, se mento! Ed io non ho cantato compagni, come t. Non mi si avrebbe potuto strappare un sol nome colle tanaglie!... N ho fatto gli occhietti umidicci ai giurati, n ho chiesto perdono... Tutti li ho stramaledetti, io, tutti!... Vedi l! - e Gualdo atteggiossi superbamente, e lo sguardo di lui esigeva l'appluso. Umanit vanitosa, che, non potendo della virt, ti glorii del vizio!
Senonch, Aronne, ghignando:
- Vera ricetta, la tua, per raddoppiarsi la pena!
- Che tu temevi, e non io! - ripicchi inviperito il Beccajo. - Al boja, con t, non era d'uopo la raspa!... E voi - (ci, alla sospesa ciurmaglia) - obedireste a quel vile?... Chiodra! Non vi fidate! Io lo conosco da lunga mano. Non vi fidate di quel suo obliquo pezzuolo inzuccherato di adulazione... V'imbroglier tutti quanti. Io no. Io vi potri anche freddare, ma intrappolarvi, giuraddo! mai. -
E Gualdo taque, attendendo; ma, come non venne risposta: tutti degni di lui! - disse - Non vi temo. Il leone non teme la volpe. Chi st colla volpe?... Chi st col leone?...
- Col leone! - grid entusiasta la Nera, e gli gitt al collo le braccia.
- Col leone! - ripet Mario il Nebbioso, e gli strinse la mano. Era Mario un givane diciassettenne, pllido, dai negri, lunghi e ondati capelli e dal profilo purssimo, ma aggrondato le ciglia, schernitore le labbra.
- Ed io! ed io! - acclamrono quattro o cinque altri fra i pi scapigliati, e due o tre donne meno scarse di sangue, attruppndosegli intorno.
Anche il mastino pass dalla sua.
Ma la pi parte continuava a tenere dal Letterato. La maggioranza st colla paura, e siccome il diritto segue la maggioranza, il diritto, stavolta, dova dirsi di Aronne.
- Avanti! - sbraitava la Nera, per niente atterrita, alto-brandendo un'accetta - Qu, baldracche, coraggiose sui letti!... Avanti, tu, Smorta! annegatrice del bimbo per vendicarti dell'uomo... M pure hanno tradita, ed uccisi, ma avessi avuto dal traditore un figliuolo, vivrebbe ancora col padre. Avanti, Maga! biascia-castagne e schiaccia-limoni, che santocciavi su e gi per le chiese a canzonare il Signore e a spogliar la Madonna degli ori... quelli ori che io, invece, le ho appesi dal collo di una rivale strozzata... Avanti, tu, Arciduchessa! maestra d'aborti, che furavi alla vita chi non era ancor nato... Anch'io ne ho gelati, e parecchi, ma rano umini e forti. Avanti, tu, Serva! che vendevi i tui baci per denaro e per schiaffi... Io pure ne prodigi, ma, ai baci i baci, e agli schiaffi le pugnalate. Con tutte voi,  fin troppo una pantfola smessa. Avanti, zambracche!
- Avanti! - url Gualdo, afferrando il suo vuoto fucile e volteggindolo in aria come un randello - A cui puzza la vita, avanti! -



CAPITOLO TERZO.

La guerra

Ma il Letterato, con l'esangue paura nel volto e le labbra convulse: alto! - disse - non rivolgiamo contro noi quelle armi, che dvon servire per noi. Ciascuno a suo senno. Chi non vuol stare con m, chi non mi vuole per capo... peggio per lui! si pigli ci che gli tocca, e... vada. Ampia  la terra. -
Non mormori, non applusi. Ma Aronne ava dato una voce al sentimento comune, sempre in cerca di forma, e per tutti tacitamente, approvando a s stessi, approvvano a lui. Il tenue suo sagrificio di amore proprio, che gli era, del resto, pagato in tanto favore, salvava il loro; n la prudenza avrebbe saputo far meglio di quanto, ora, faca la vigliacchera. Tutto al bene fluisce: dove non pu la virt, giova il vizio.
E, allora, ebbe luogo la spartizione seconda del greggie e della vettovaglia, e l'ebbe in un silenzio di umiliazione, non essndoci alcuno tanto birbante da disconscere il torto, bench nessuno ci fosse cos galantuomo da confessarlo.
E poi, il Beccajo e la fazione di lui - sette umini in tutto e tr donne - con le lor robe e il bestiame, trssero ad accamparsi fra le prime avvisaglie della montagna; n molto stette, che frono visti a gialleggiare sull'azzurro del cielo nuovi tetti di creta, mentre, dall'una parte e dall'altra, si consumvan le nozze colla vrgine terra e le si affidava il seme del pane.
Ma quella pace era infida come un sorriso di donna. In quella pace si agglomerava la guerra. Forse, que' ferocssimi non l'avrbber potuta sopportare altrimenti. Ch, se il lor piede si tratteneva, puranche, sovra i terreni che mano mano lor guadagnava il lavoro, scorra l'vido sguardo e ristava in que' de' nemici. Marra e bipenne non rano che armi dissimulate. E, intorno alle case, vedvansi fossi e rifossi non aperti alle aque, e nelle pareti, fori non aperti ai colombi. E, ogniqualvolta il fuoco assonnato si ridestava a lambire la pacfica pntola, nuovo piombo arrotondvasi in palle - palle devote a cuori, non di lepre o di lupo.

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In questa calma da temporale, si trascinrono cinque mesi. Gi si attendeva la messe dai campi, e Gualdo attendvala anche dal grembo di Tecla, ma d'ambe le parti, pi che la messe, era atteso un pretesto allo sfogo degli odii - quel tale pretesto, che foggia la stoffa del torto nel taglio della ragione.
Or pensate se ad una voglia s fissa ne poteva mancare! Un d, Cecilia la Fulva e Clementina l'Allegra, della banda di Gualdo, cui era commesso di pascolare la mandra, tornrono, quasi fuggenti, prima dell'ora, alle case, narrando come una capra, passata nelle colture degli inimici e sopragiunta da questi, fosse stata lor tolta...
Fu, sull'istante, spedita una ambascera.
Ma l'inviato non tard a riapparire, dicendo che gli si era sghignazzato sul muso e risposto: se la vi preme, venite a pigliarla. -
Gualdo traball d'ira. L'ira gli si pinga morella nel volto e gli strangolava la voce. E la Nera, fiammeggiante negli occhi e additando ingiuriosa alle case di Aronne, grid: noi verremo! -


Notte. Il cielo  una sola nube. Non un sospiro d'ura, non un grido d'augello. Eppure tale profonda immobilit par sempre in sul punto di dar la scappata e cangiarsi in un vorticosssimo moto, pare che selve, monti, cielo - viepi incombenti, viepi soffocanti - dbbano a un tratto inabissare con noi nel vacuo infinito.  il terrbil sublime,  l'orror pnico. Nulla pi spaventoso di una smile notte, fuorch una coscienza colpevole. Senza vento, il mare  grosso,  inquieto,  nero come l'inchiostro. Nel lamentoso suo ruotolarsi alla spiaggia, senti come echeggiare fioca la voce delle miradi delle sue vttime.
Zitto, dinanzi alle case di Gualdo, su di un mammoso rialto, st un gruppo di gente appoggiata ai fucili.  alle case di Aronne che guarda. E laggi, ecco un lume apparire e sparire - una - due - tr volte.
Tutto va bene. Dice quel lume, che Nicola il Dragone riusc nell'impresa. Novello Zopiro, il Dragone, sfregitosi il volto, ha disertato ai nemici, ed ora, sulle porte di quelli, immersi nella fiducia e nel sonno, veglia a tradirli.
E i cmplici sui discndon dal tmolo, poi, sparpagliati, procdono per la pianura, col fucile in bilancia, tendendo il passo pien di sospetto e lo sguardo, ghiotto di strage, alla volta del lume. E, come nubi sture di bufera, ccoli riaddensarsi sotto il nemico steccato.
Un filo di luce guizz... Orrore!... Il Dragone ava tenuto parola; il Dragone era ben l ad attnderli, ma lvido e lungo, ma appeso ad un ramo, che si piegava all'inslito frutto.
E, tosto... un barbaglio e un fragore. Due della banda di Gualdo, barcllano, e, rantolando, stramzzano.
Il colpo  fallito: bisogna fuggire.
E fggono, abbandonando i caduti, fggono verso le loro trince, gi imaginando nel trpido orecchio il pesto degli inseguenti, gi sentndone l'ombra sul dorso gelato.
Ma, purtroppo! i nemici non sono loro alle spalle. A un tratto, dalle case di Gualdo, colpi di schioppo, strilli di donna, e l'uggiolo di un cane. Una colonna di fumo vi si alza, e in mezzo al fumo, una fiara. I nemici son l: l'incendio  con essi. Nereggia l'ossatura dei tetti su 'n vvido rosso; indi, uno schianto. Le plveri sono scoppiate. Imprpora il cielo, solcato da incandescenti carboni;  un istante; poi, tutto riabbuja.
E, oh quante riabbjano insieme, fatiche e speranze!



CAPITOLO QUARTO.

Alba di pace

Era il Beccajo rimasto come folgoreggiato: era caduto il fucile di lui, e, cadendo, esplodeva. Gli altri, Lzaro il Guercio e Sergio il Ranza, avano ululato due esecrazioni in tuon di spavento, e lo stesso Nebbioso si asciugava col dorso della mano il glido orrore che trasudvagli in fronte.
Ed ecco, due femminili forme venire correndo verso di loro, svolazzanti le gonne, segute da un grosso cane al galoppo. Era Tecla, la prima.
- Gualdo - ella fece con voce affollata e ansante, mentre smaniosa agitava una pistola - per oggi, siam vinti. Stanno i nemici dov'rano le case nostre. Tutto distrutto... L'Allegra, scannata... Fuggiamo!... salvimoci alla vittoria -
L'altra, che tenvale dietro a non breve distanza, raggiungndola in quella, parve inciampare, e cadde sbattendo i denti.
- Cecilia ha paura! - disse la Nera con sdegno.
- E tu?... che hai tu?... - chiese Gualdo accennando alla destra di lei, rigata di rosso.
- Nulla! - rispose - un bacio di piombo.
E lei stessa apr arditamente la marcia. Fu raccolta di terra la tramortita, fu scagliata ai nemici un'ltima imprecazione; poi, tutti inselvrono - duce il Nebbioso, cui non ava taciuto la selva segreto alcuno.

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Ed  negli amplessi delle inviolate foreste - muta rampogna all'uomo del suo perduto rigoglio e della perduta innocenza - e tra il fragore dei diroccianti spumanti torrenti, e gli echi delle sinuose opache convalli e gli aerei picchi dove l'quila stride e i precipizi vertiginosi e le audaci rupi pendenti in eterna minaccia, che Gualdo e la banda di lui trssero e la vita e il rancore per due lunghssimi mesi, sempre accoccato il grilletto e il cuore in allarme. Era, abitazione loro, una tufosa caverna; era, lor nutrimento, la selvaggina, abbondantssima e fcile. Ch le belve, in quell'sola, non conoscvano ancora qual'altra belva l'uom fosse: la lepre, scampando il lupo, salvvasi al cacciatore; gli uccelli piglivano le mortfere canne, spianate contro di loro, per de' ballati.
Un d, Gualdo era uscito alla caccia. Era solo. Quel d, il paesaggio para addobbato a festa; non fronda che non gorgheggiasse, non foglia che non rifrangesse come scaglia di specchio, il suo dardo di sole. Ma invano su Gualdo fluiva a torrenti la gioconda luce; invano la tmida ura alivagli in volto i suoi baci piumosi. L'nimo del malvagio  impervio all'alfabeto di Dio: l'nimo del Beccajo era fitto, stipato, di maledizioni tali da scolorirne, avesse egli avuto il genio della espressione, le bibliche e le shakspeariane.
E, cammina e cammina, sempre in discesa per dirotti scaglioni, venne a trovarsi il Beccajo, fra luoghi che non gli riuscvano nuovi, dove gli abeti serbvano ancora le ferite della bipenne e il terreno le vestigia del piede. Poco dipi, diventava la selva meno frequente di travi e cessava: cessava a un tondeggiante rialto, sul quale, quasi funereo lenzuolo, era stesa una gran traccia di nero, sparsa di calcinacci fuliginosi e di scheggie carbonizzate.
Il Beccajo die' un gmito cupo, e si addent il pugno, insultando all'inarrivbile Dio. Tutto ava egli perduto; i nemici nulla. Se ne scorgvano, laggi nella piana, le odiate case, ancora salde, ancora impunite... Ma e che!... peggio loro che lui! Ei non ava da prder pi nulla: essi, tutto. E respirando l'eccidio e bestemmiando orridezze, il Beccajo si rimbosc.
E gi la notte e il silenzio si riadagivano nella fossa terrestre. Pura brillava la luna, e il paesaggio, co' sui biancheggiamenti e le ombre, renda aspetto di un viso smortssimo dai lividi calami. Dinanzi all'antro, presso una quercia che per s sola era un bosco, sedano i tre compagni di Gualdo, alimentando la fame di un queto fuoco. Sibil un fischio; un altro fischio rispose; e Gualdo si aggiunse ai compagni.
Appariva, intanto, alle fauci della caverna la ritondella e fulva Cecilia, sulla quale tremoleggiante si rifletteva la fiamma. E Cecilia, fatto segno al Beccajo di venire a lei, zitta, lo precedeva al didentro, susurrndogli: guarda... -
Col giaca la Nera. Bench illuminata da un resinoso chiarore, para che sulla faccia di lei fosse appena nevato. Non pi, ne' sui tratti, quella fera inquietezza, quella rapina di brame, di stmoli e affanni, che n il sonno domava; sibbene, una calma perfetta, la calma della soddisfazione. E, vicinssimo a lei, anzi in lei, fra il seno pomoso, alitante, e il flido braccio, posava un nuovo pccolo ssere, tutto una polpa, con le cicciose manine ai labbruzzi, bagnati di latte.
Gualdo riste' sussultando. Lo invase un rimescolo, che di senso si fe' sentimento, un sentimento a lui sconosciuto, che para rispetto e para timore e para rimorso. N osava pur di fiatare. Pi non sentiva che il bttere forte delle sue arterie.
Lentamente il sopore si elevava da Tecla come un mollssimo velo. Tecla alz le palpbre, ripos piani gli occhi su Gualdo e gli arrise. Lo sguardo di lei sarbbesi detto indrizzato. Vi si legga un'infinita letizia, un orgoglio male dissimulato, ma quell'orgoglio che non ti offende, perocch, in parte,  tuo. E poi lo sguardo volga al bambino, e lo tornava, esuberante di affetto, su Gualdo, mentre un fivole suono, aleggiando dalla bocca di lei, dica:  nostro.
- Nostro! - ripet involontariamente Gualdo, e un'ansia di gioja lo strinse. Egli, il violatore delle leggi degli umini, non poteva a quelle sottrarsi della universale Natura. Dio, il semplicssimo fra tutte le cose, entrvagli in cuore per vie inattese; quanto trent'anni di Forza non avan potuto, faca in un ttimo Amore. E Gualdo si lasci cadere, o piuttosto, trovossi a ginocchi presso della giacente, e lievissimamente tocc con le sue le pllide labbra di lei, dove il bacio di Tecla era gi corso ad attnderlo...
Fu il primo bacio tra le nime loro.



CAPITOLO QUINTO.

Uomo e uomo

E in un commosso silenzio, la mano di lei nella sua, ei rimaneva accanto alla Nera. I sui occhi, lcidi pi che mai, volgvansi, ora alla mamma, ora alla bimba, sulla quale indugiando, sembrava che ne assorbssero la innocenza e si facssero, nella gentilezza di lei, viepi carezzvoli e miti, quasi tementi incresparle, pur con un rvido sguardo, il piano specchio del sonno. Ma la fragilit della bimba risovveniva la dura vita che la attendeva, ma la inermezza sua, la folla delle nemiche armi, e Gualdo era stretto da un'inesprimbile angoscia. Gualdo, la prima volta in sua vita, si sentiva codardo e non arrossiva, e ricordava il futuro e bramava una casa... E l'stasi sua, a poco a poco mutndosi in sonno, e i sui pensieri fondndosi in sogni, ecco innalzrsegli nella fantasa, la casa tanto desiderata - una casetta gentile, di cui, glcini e rose le pareti, rondinelle e colombi l'aggrondatura dei tetti, credvano fatte per loro. Intorno intorno, un giardino, allegra tavolozza di fiori, dove ogni cespuglio para una pispigliante nidiata, dove l'auretta, una carezza profumata di viole. Gualdo vi lavorava cantando: Tecla seda alla porta del casolare, e la bimba, appesa al suo collo, sugga da lei latte e amore. Ma, repente, il cielo sereno ingrigia di nubi. Tutto ammutisce. Ingrssano i fiori in arbusti, poi in piante e piantoni, spargenti ombra e paura e giganteschi assurgenti a nvoli bui, che mincciano in gi... E, un rombo. Sono i nemici, i nemici che accrrono. Fosforescenti cadavriche faccie appjono e spjon fra i tronchi: canne di schioppo spntano lucidssime in mezzo alle macchie. Gualdo, come una belva cacciata, fugge, stringndosi al seno la bimba... Cresce il trepicchio, il corricorri degli inseguenti... I nemici gli tengono dietro, gli vngono incontro. Gualdo  spossato. Riunisce ogni spirto in un violentssimo sforzo, e... si desta.
E ud il risuono di un gmito. Freddo madore gli pullulava sul fronte. Si guard attorno. Bruciava silenziosamente la teda, ripercotendo sulle fuliginose(1) pareti il suo visbile eco. Guard la Nera e la bimba. Dormvano placidamente. Tecla para languire in una mitssima volutt. Nel volto le stava effuso il contento; e le labbra di lei, quelle labbra rinfocolatrici di astii e aizzatrici a vendette, mormorvano: pace -
Gualdo si tir in pie'. Non pi indecisioni. Biancheggivano i cieli. Bevette una sorsata di branda, s'insaccocci qualche pezzo di carne arrostita, prese il fucile, e barattate alcune parole con Mario, che vigilava alla salvezza del fuoco e alla loro, rincamminossi per le orme segnate il d prima.
Perocch Gualdo ava risolto di aquistarsi una casa. Ma casa non vi ha senza pace; ed egli ava fisso di aquistarsi la pace. Or, come arrivare alla presenza di Aronne? e come, arrivando, riuscire al suo cuore impreparato dalla sventura?... che offrirgli? che dimandargli?... Gualdo, in certo qual modo, gli avrebbe dovuto chider perdono. Pensiero tale gli sommoveva il limaccioso fondo dell'nimo, eccitndovi a galla un orgoglio luciferino, e allora capiva, che la pi ardua parte di quella impresa, non era tanto di vncere Aronne quanto s, e sostava in pendo di ritornare nella miseria e nella disperazione. Senonch, tosto, la imgine della sua bimba innocente, la cui sola difesa era la piet degli altri, s'impadroniva di lui, lo forzava a riguadagnare con doppia foga la titubata via, inorgoglindolo perfino del suo sacrificio d'orgoglio.
Ed ecco, diradndosi la pineta, sciorinrglisi al guardo, da lunge, gli azzurri deserti del mare; da presso, le carbonchiose vestigia delle sue case. E, sulle vestigia, ancor pi sinistro di esse, Aronne.
Era coli, che Gualdo cercava, che intensamente vola: eppure, diede uno scatto come a cosa inattesa.
N il Letterato parve meno sgomento. Tuttava, a ripigliarsi, fu il primo. Appunt ratto il fucile verso il Beccajo e fe' fuoco...
Ma err.
Egli si vide perduto, lasci cadere il fucile e si volse, cercando la fuga.
- Ferma! - voci terribilmente il Beccajo - ferma! o ti raggiunge la morte. -
S'arrest il Letterato di botto, e gittossi a ginocchi, implorando piet. Smarrita la lingua, favellava coi gesti.
- Io non venni - Gualdo rispose, che a lui si appressava e mitigava la voce - per voler la tua vita; sibbene la mia. Non temere! - aggiunse, scorgendo che qui non finiva di stralunare gli occhi e di trcer gemendo le spplici palme. - Non temere! - iter con un buffo, tosto represso, di bile, offeso dall'ostinata vilt di coli. - Guarda! - e depose lo schioppo - Son disarmato. Piglia bene la mira. Pui ammazzarmi con tutto tuo cmodo. -
A tali parole, Aronne, che gi gli sbirciava, fra la speranza e il sospetto, fuggvoli occhiate, port machinalmente la mano ad una delle pistole che gli pendvano dalla cintura, ma si rattenne. Lento si alz e stette, in presenza di Gualdo, muto dalla sorpresa.
Il Beccajo continu:
- Io venni per domandare... pace... perdono. Ben sai; avo giurato di mitermi il pane sulla tua testa, di averti qu sotto - e batt forte il calcagno. - Tu mi avevi oltraggiato, mortalmente oltraggiato. Se un topo, un msero topo, al pie' che lo preme, si rivolta e morde, dovr, un uomo, lasciarsi impunemente schiacciare?... Ma la Fortuna non mi segu, ma una orrbile vita, in cui la pena seminava altra pena, mi apprese, che folle  combttere contro chi tiene dalla sua... il cielo! - e l, sbassndosi Gualdo e riunendo una manata di carboni e di cnere - Ecco le case mie! - sclam in un tuon di dolore che ottenebrvasi in rabbia; e ai venti le sparse. - Ed ecco le tue! - gemette, e addit la pianura. Ma il dito gli rimase a mezz'aria. Le floridssime case del giorno prima, che la verzura abbigliava e donde usca il fumo in pacfiche spire, rano mezzo franate: campi ed ortaglie serbvano i segni della grndine umana.
- Or vedi se il cielo combatteva per noi! - subentr il Letterato con un profondo sospiro. - Vedi se noi risparmi la contagiosa Sventura! - E, in poche e desolate espressioni, si fe' a raccontare, come uno stizzo delle case inimiche avesse appiccato l'incendio alle sue; come cio, partendo il bottino di Gualdo fosse, sul luogo medsimo, sorta una nuova divisione degli nimi, anello primo a una nuova sequela di gui. - Molti sono i caduti - disse - che non si mssero pi. Jeri la vittoria fu nostra... Gabila intopp nel suo laccio... Pur tu vedi a qual prezzo!... Ah Gualdo! il male dell'uno non sar mai il bene dell'altro... Gualdo!... la guerra  comune rovina. -
Il Beccajo afferr ambede le mani del Letterato, e gliele serrando con ansia:
- E tu vui dunque continuarla?
- Per forza. La sicurezza nostra st solo nel loro totale sterminio. Troppo son vinti i nemici, per sperare una pace... quindi per domandarla.
- E tu domndala loro - fe' Gualdo.
Aronne maravigli. Egli, i cui trbidi occhi schivvano sempre gli altri, fis stavolta in pieno il Beccajo. - Io?... che ho vinto? - ribatt a mezza voce, ma insieme dovette abbassare lo sguardo, punto da un interno rimprvero.
- Non te l'ho chiesta, io, a t?... io, il pi forte? - insist Gualdo.
Oppsegli Aronne:
- Allati meco.
- Con t, s; contro di loro, no. Ti voglio ssere amico, non cmplice. -
Continuava la silente sorpresa di Aronne. Quantunque la persuasione gli permeasse gi in cuore, le labbra di lui riluttvano di confessarla. E, infatti, gli nimi non generosi stmano vile piegarsi alla ragione degli altri, senza pensare che la verit  una sola, vngaci essa da qualsisa paese, e che chi cede a questa ragione non sua, cede infine a se stesso, di cui si  gi fatta. Senonch, gli sguardi incalzanti di Gualdo non gli lascivano tregua, gli penetrvano nella pupilla, invano difesa dalla palpbra, lo raggiungvano nella coscienza, difesa invano dal pregiudizio; tanto che Aronne fu astretto a rialzare la testa e a dire:
- Ebbene... sia!... Pace con tutti. -
Gualdo balz dalla gioja:
- Giurimolo - esclam:
Distese l'altro la mano, incominciando: giuro...
Ma Gualdo gliela rattenne, facendo: aspetta. - Tolse di terra un fumaccio, segn con esso un crocione su di una pietra, e: giurimolo qu - disse, scoprndosi il capo.
Giurrono. - Era la prima volta, che Gualdo si ricordasse di un Dio, per non bestemmiarlo; era la prima, che Aronne non l'invocasse per meglio ingannare.



CAPITOLO SESTO.

Stato e famiglia

E la pace fu, e, in gran parte, si dovette al Beccajo. Caso nuovo! quel Gualdo, cui, nell'offesa, mal soccorreva, per la tardit della ida e la ingordigia dell'ira, la lingua, s ch'ei dova ben spesso parlar con le mani, sentvasi ora di una inesaurbile eloquenza, che avrebbe messo in un sacco il pi sfrontato tribunalista, una eloquenza, tanto pi insinuante quanto men pretenziosa, tanto pi persuasiva quanto pi persuasa. Ma  bens vero che Gualdo s'ava, all'ingiro, argomenti fortssimi; avasi i luoghi, che non si pngon la mschera come i loro abitanti; e col, i luoghi, non rano pi che o brughiera o moriccia.
Dunque, s'ebbe la pace. Pur non bastava. Fondamenta e muraglie dimandvano un tetto. Occorreva che la pace durasse, e che si sentisse che poteva durare. E, d'ogni intorno, si bisbigliava di un capo, si bisbigliava di leggi.
Tutti assieme, dal d dello sbarco, i deportati non s'rano pi riveduti. Si fiss un giorno. Arriv, e il convegno ebbe luogo alle case del Letterato. Molti, che gi le avan disfatte, si ran congiunti a rifarle. rano quelli forse che picchivano, ora, i chiodi pi saldi.
Ma, ahim! in quale stato si rivedvano essi! Pochi mesi di libert senza legge, il che viene a dire, di servit volontaria al vizio e alla miseria, avano cospirato a lor danno, peggio del lungo regime di una legge senza libert, il regime del crcere.
D'ogni parte, visi estenuati dai non sazi bisogni e dalle pi abbiette malatte dell'nimo, e panni che paran piuttosto filaccie a mal nascoste ferite. Bench comune fosse stato il delitto, si evitvano, a muta, lo sguardo. Non era ancor l'odio al peccato, ma qualche cosa l presso, il pudore. N osvano pur di contarsi.
Poi, quando Aronne, dopo di averli con una rpida occhiata sorrasi, disse: ccoci tutti! - quel tutti, pass, abbrividendo, di fibra in fibra, d'nima in nima.
E Aronne;
- Sopra il passato, o compagni,  meglio porre una croce. Tanto varrebbe, il parlarne, del farci l'uno dell'altro accusatori, del provocare, nello stesso scolparci di quelle prime maledette discordie, altre... pi ancor maledette. -
- Noi giuriamo la pace! - Gualdo esclam, elevando la mano.
Si ud un mormoro di assenso e venticinque destre si alzrono.
- E chi la guastasse, la pace? - dimand Aronne.
- A morte! - echeggirono tutti.
- Ma, e chi potr dire: or la pace  guastata? - ridomand Aronne con astuta ignoranza.
- La legge! - rispose il Beccajo, tosto abboccando all'esca del Letterato. - Sia fatta una legge!
- Una legge! - iter il papagallame.
- Ebbene - fe' Aronne - giacch la volete una legge, propongo anzitutto, che chi uccide o ferisce sia ucciso. Chi non accetta, si alzi. -
Nessuno si alz. Nessuno l'ardiva. E il Letterato scrisse su 'n foglio l'unnime voto. Poi;
- E chi ruba?... e chi froda?... e chi strugge?...
- A morte! - interruppe il Beccajo nell'entusiasmo dell'ira.
- Troppo! - osserv mos il Lima, un mammama color foglia-morta, e (borbottando:) -... chi uccide, sia ucciso; chi ferisce, sia ucciso; chi ruba, sia ucciso... - Dunque non c' differenza tra il fare un fazzoletto e una vita? -
Ma il Letterato pacatamente:
- Proprio; in faccia alla legge, non c'. La legge vuol la stessa obedienza e in solajo e in cantina, e nell'unghia e nel capo. Tccala in tanto cos... - e segn sulle dita - tccala in cos tanto... - e segn sulla mano -  tutt'uno per lei. -
E tutti, allora, acclamrono: a morte!
Donde, si venne a disputare del modo. Ognuno avea il suo a proporre, e tal fu, che, in cos bella occasione, ebbe a scoprirsi di un lusso di fantasa da disgradarne le illustrazioni del Santo Offizio pi scelleratamente pie. Le parolette di boja, scure, tenaglie e d'altre smili galantere, si palleggivano senza riposo fra quelli onesti legislatori, i quali, sostituita alla privata vendetta la pbblica, non pi potendo sfogar nei delitti la loro ferocia, cercvano legittimarla nelle pene. Senonch, Aronne, meno bimbo di tutti, che, se non altro, non era mai stato gratuitamente malvagio, e che or sorrideva con tcito naso ai lor disconclusi propsiti, ci diede fine, osservando, che, se diverse le vie, la meta era poi sempre la stessa, cio la morte una sola; che per, trattndosi di elggere un modo, a suo poco giudizio ei propendeva, per una certa tradizionale venerazione, al clssico della impiccatura, aggiungendo con un diabolico riso: fareste torto, scartndolo, a tante belle piantone, che pjon qu nate e cresciute apposta. - La qual sentenza fu coperta d'applusi.
- Per cui accettata la... - ei riprese, nell'inforcarsi coll'ndice e il medio la gola, e s compiendo ribaldamente la frase - chi invade una donna non sua... -
- A morte! - comp Tecla la Nera, sfavillante negli occhi.
- Donna non sua? - salt su a dire il Rampina. - St qu di casa una tal rarit? -
Abbracci Tecla il Beccajo e impetuosa bacindolo: io sono tutta di Gualdo; la nostra bimba lo vuole. -
- E le altre? - chiese il Rampina.
La discussione si annuvol, e, la passione aumentando, divenne pi e pi burrascosa. Gi le parole si facvano grida, come le ide si rano fatte parole. Dove c' donna c' lite. Eran le donne in nmero minore assi degli umini; tuttava il progetto di porle in comune fu da esse respinto fierissimamente. Ben si sarbbero, molte, accontentate di avere tutti; non una poteva soffrire d'sser di tutti. E fu specialmente respinto da Tecla, che giunse perfino a toccare del malo esempio che ne trarrbbero i figli, e da Aronne, il qual prevedeva nella incertezza della Famiglia, quella perpetua della Comunit.
- Ora, udite - diss'egli, cogliendo un istante di general mancafiato - udite m. Siamo in dieci a sottane; qundici a brache. Ma, per due paja fra esse, non c' pi frbice ed ago. Dico di quelli che tngono figli. I figli vlgono un matrimonio; anzi, secondo m, il vero matrimonio sono essi; n noi possiamo levare la mamma alla creatura, n la creatura al papp. Resterebbro dunque di lbera caccia, fmine otto e trdici maschi, bench, di questi ltimi, alcuni non possggano pi, a uso maschio, che il nome... -
- Chi, per esempio! - arroc, con quella sua voce eternamente in cantina, lo squarquojo Raccagna, il beone.
- Io - ribad il Letterato - e Gabiola il Lbera-m e Saverio l'Annegatore e Siro lo Zangarino e Luiso il Tremila, e tu anche, o Raccagna... Chi ne pu troppe contare, ne ha ben poche da fare. -
Ma ecco due allampate figure, cui non mancava se non la granata per ssere streghe, ecco due faccie rugose sulle quali la vita appariva in piena dirotta, solo durando, indomata, la foja, avanzarsi, stringendo rabbiosamente le grinfe, e con due bocche spigionate di denti strillare: e noi? -
Ribatt Aronne: vi accomoderbbero i vecchi, a voi? - Giuliana la Maga e Ortensia l'Arciduchessa soffirono offese.
- Ebbene - egli fece, con quella gioja tutt'astio che  l'irrisione - fate conto, o bambine, che i giovanotti la pnsano giusto cos. Quindi - seguit egli - messi da parte i quattro gi in gabbia, e questi due funerali, e noi sei che non abbiamo pi sesso, c' da disporre di umini sette, e sei donne. Alle quali donne, io, per evitare le graffiature, propongo d'invocare la Sorte, giocando al lotto il marito. -
Un btter giulivo di mani accolse la nuova proposizione. I polizzini coi sette nomi de' condannati furono tosto scritti. E allora, quelle zitelle un poco scucite, ma che, in virt di un prssimo matrimonio, assumvano un'aria di provvisoria verginit, zoccolrono insieme da un lato, dove, in bel gruppo, illuminate dall'aureo sole, sttter guardando, tra la soja e la sfida, i lor futuri sposini, i quali, dai Nebbioso all'infuori, riunvansi sull'altro lato, tanto quanto impacciati, tanto quanto ingoffiti, come se gi il lor sangue impigrisse di maritale elefantasi. Nel mezzo poi, da tutti gli altri attorniato e appunto fra le due vecchie che somiglivano alle due Parche peggiori, Lchesi e Cloto, rimase Aronne. In una mano egli tena la sua berretta e mescolndone entro i polizzini con l'altra, ad alta voce chiamava: Ambra, avanti! -
Ambra l'Avvelenatrice distaccossi dal gruppo. Era una bruna dalle linee severamente egizie. Para la Faranide di Cherubino Cornienti. Mova le spalle, come se sopra le fiammeggiasse una prpora; il capo, come reggesse corona. Il viso di lei non impallidiva, non arrossiva mai; lo sguardo imperioso scenda nelle ime midolle e gelava.
Era di quelle donne di cui f l'odio paura, ma l'amore spavento. Un regno... e Ambra avrebbe calpsti i diademi di tutti i prncipi della terra e coi diademi le fronti, avrebbe usurpato gli inni di tutti i poeti, eternatori la notte de' sui capelli e il giorno degli occhi sui e la insazibile brama e la voluttuosa terribilit degli abbracci; nulla... e un piatto di sospetti funghi bast a impigliarla nella ragnaja di un cdice, e gidici, fatti arcigni dal pranzo in ritardo, la condannrono prodigalmente, e le manette le divnner monile, non ottenendo in compenso dalla parziale Celebrit, che il nome e un oltraggio sulle gazzette. - E Ambra, regalmente incedendo, elesse, dalla berretta che presentvale Aronne, un biglietto, e, come l'ebbe travisto, senza scomporsi, si volse e and, degnndosi quasi, a stnder la mano a Sergio il Ranza, un barbuto. Il quale, attirndosela al seno e bacindola, aggricci di terrore.
Si applaud.
- Avanti l'ster! - appell Aronne.
Da tutti gli occhi costretta, con un sorriso intrigato, fatto a onore dei denti, si avanz una tosoccia rubiconda e polputa; quaglia aspettante il tlamo della polenta. La sua incresciosa andatura avale imposto il soprannome di Oca. Non bellezza, belluria. Era tonda e di fuori e di dentro; tonda di fianchi, di sguardo, di nimo. Quella scarsssima intellettiva, che, il Cielo o che altro le ava concesso, stava tutta in vetrina. Non passava il suo sguardo oltre la pelle; non rano i sui pallori e rossori, effetto di sentimento, ma di lune sanguigne. Rappresentava la Indifferenza; non gi la divina di chi moltssimo s, ma di chi niente. Un passo pi gi e ci saremmo trovati in pieno ebetismo.
Era insomma di quelle ragazze che non isvgliano che desiderii fatti di carne e di mscoli; di quelle che con l'eguale commovimento sntono una dichiarazione d'amore e l'annunzio della zuppa che aspetta.
ster, nata in una luta onest, non si sarebbe, certo, incomodata ad uscirne; avrebbe, come il pi delle donne, aumentato la formidbile turba degli imbecilli e attaccato bottoni saldssimi: sorta, al contrario, in un ambiente di viziosa miseria, continu, senza rimorso n gusto, a far quanto la sozza interceditrice matrigna pi non poteva; aliment il corpo col corpo, mettendo bottega de' sui baci stopposi e delle lievssime effervescenze. - E l'Oca, sempre con quel suo vpido riso e quel molleggio di anche, dondol fino al berretto di Aronne, dove, fatto un inchino e sortito una scheda, stette con questa in mano e spiegata, senza sapere che fare, senza sapere che dire, tmida no, ma analfabeta.
- Chi ? - da ogni parte si chiese, e tutti le si affollrono intorno.
- Mia! - eruppe in trionfo un giovanotto rossigno, travedendo il suo nome. E Rosario il Fanfirla l'abbracci stretto stretto e baciolla; ed essa, lasciossi baciare e abbracciare. Per quanto stolta una donna, un uomo c' sempre che la vince in stoltizia - il suo amante.
Ma intanto, l'urna di feltro era scossa di nuovo, e si udia: Cecilia avanti! -
Ed ecco, venire ad Aronne quella grassotta e fulva fanciulla, che gi conosciamo. Stette Cecilia, dinanzi la sorte sua, arrossendo e imbiancando; poi, con leggera esitanza, scelse un biglietto, che lentamente apr, incominciando dubbiosa a compitarci su un nome... N molto inoltrossi, che le si effuse la guancia di felice rossore: Mario! - diss'ella.
Senonch Mario, il qual si tena in disparte accavalciato ad un trave, senza voltarsi, senza mversi pure, rispose: io impicci non voglio. -
Tent parlare Cecilia... Il pianto anticip la parola.
Ora - via Mario - la divisione diventava ben piana. Nulladimeno, si volle continuata la lottera. E ad mos il Lima tocc la pellcida e rosea Olivetta Cuorbello; a Giorgio il Rampina, Crmen la Smorta, una bellezza in pien frutto; a Lzaro il Guercio, Battistotta la Serva, ancacciuta e baffuta schiattona; infine, ad Erminio il Tedesco, un colosso dagli occhi e dai capelli sbiaditi, tocc la Cecilia, cui, lombi torosi dovano dare passata degli affanni di cuore. N qualcuno sogghigni a smili nozze fabricate sul caso... Che  un matrimonio, in tutti i paesi del mondo, per quanto premeditato, se non un getto di dadi?
- E cos - ripigli Aronne, parlando alle otto coppie di sposi, che si schiervano dinanzi a lui braccio a braccio - or che le sedie son prese, chi scavalca l'altri... -
- Impicca! - sbraitrono ferocemente i mariti. Ma solo i mariti.
- E a chi il ricordare la legge? e il condannare? e il punire? - insinu Aronne.
- Un capoccia! un capoccia! - esclamrono tutti.
Il Letterato fe' un cenno, che invitava al silenzio, e:
- Date ascolto.  meglio non comandare del non venire obediti. Ma non si obedisce alla legge se non per amore di questo - e mostr il pugno. - Chi ha questo pi forte  capoccia... Lo  dunque il Beccaio.
- Viva il Beccajo! - voci l'ossequente bordaglia. Ma Gualdo:
- No - oppose. - Se il pugno io l'ho forte, dbole  il capo. Io non potri che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante... di una ignoranza a cui non c' menda. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! - e addit il Letterato.
Sul che, la mbile plebe, che o d tosto ragione al primo che parla per evitar la fatica di udire il secondo, o al secondo per non scomodarsi a bilanciarlo col primo, acclam a quello. Insieme al quale si elssero poi quattro gidici, che frono lo Zangarino, il Tremila, il Raccagna, e il Lbera-m, compensati in tal guisa, con un poco di fumo, dell'arrosto mancato, cio della moglie.
- E adesso - somm il Letterato, che ava scritto man mano su un ampio foglio di carta i comuni decreti - venga ciascuno, e qu giuri obedienza a quanto, egli stesso, si ha comandato. Dio danni il fedfrago al cnape, ai corvi, alla perpetua oscurit! -
E Aronne firm per il primo; indi pass la penna al Beccajo, che v'inchiostr uno stentato crocione, poi al Raccagna, che vi lasci un tremoleggiante sgorbio, e, cos via, umini e donne, psero tutti il loro segno sul foglio... un camposanto di croci.
Pi non mancava che Mario. Egli stava - sempre accavalcioni del trave, sempre chiuso in s stesso - col gmito sul ginocchio e sulla palma la guancia, come se inconscio di quanto gli succedeva all'intorno. Ma, quando ogni sguardo si fisse in lui, quando ogni bocca il chiam, donde seda scese, e, camminando di un fare sbadato e di una dispettosssima cera, venne al macigno che serviva da tvola. E col prese la penna, che gir fra le dita, alcuni momenti, indeciso;... poi, accipiglitosi a un tratto, sdegnoso la gitt via, dicendo:  intile! non obediri. -
E Mario il Nebbioso si esili dai compagni, pigliando il cammino dei boschi e della misrrima libert delle fiere.



INTERLUDIO


Tra l'oscurit e la luce

Come il malssere ava guidato all'unione, addusse l'unione al benssere. E tanto pi di concordia era necessit, che, in sulle prime, nell'assoluta uguaglianza della miseria, fu d'uopo, riafratellando la roba, trarre la vita in una specie di comunismo. Infatti, le vettovaglie, che dovan bastare a tutta un'annata, non rano quasi pi, parte perdute in un orbssimo abuso, parte distrutte da quella ferocia stolta, che gode, men del proprio gustare, che dell'altri non godere. E, intanto, la spada ava intercette le messi immature alla falce, e gi intorpidiva la terra al brumale letargo. Pressava dunque di provvedere al presente, dai campi del cielo mietendo, e al futuro, da quelli del mare. Reti e saette si altrnano senza riposo.
E l'anno gira, e il terrbil domani si cangia in un gratssimo jeri. E, all'anno, altri cinque si aggingono. Da lievi principii, incalcolbili effetti. Il prdigo suolo ha gareggiato coi desiderii e li ha vinti. Certo il pane, ecco una fame di pi elevati bisogni. Gnerano, gli strumenti, nuovi strumenti; le arti, nuove arti: s'allarga la fattora, e piglia nome villaggio.
Infine, il d giunge in cui l'uomo ridiventa individuo. Ciascuno, con la sua donna, ha la pntola sua, ha le speranze e i timori sui proprii: ciascuno in uno stato si trova, che teme, pi che non consiglia, l'offesa. All'emulazione nel male una  successa nel bene. E la Comunit, stretta gi insieme da mutua paura, a mantenersi incomincia di mutuo amore.




PARTE SECONDA

Et Vnerem sensere lupae, sensere leanee:
OVIDIUS

CAPITOLO PRIMO.

FORESTINA BIMBA

Una notte serena. Qual frmito di volutt, quale onda d'amore, bstano, queste sole parole, a svegliare in quelle nime musicali, che, perfin dalla scienza, non hanno se non nuovi conforti alla poesa, frmiti e onde, i quali, in chi naque inaccessbile al sentimento, non svegliernnosi mai, n per virt di parola, n di pennello e neppure di realt!... Molte ne ava Gualdo vedute; era la prima ch'egli sentisse. Perocch, ora, lo specchio dell'nimo suo, snebbiato da ogni malvagio pattume, poteva limpidamente riflttere le maraviglie della Natura benvola. Il sogno di Gualdo rasi fatto corpo. In quella sera, ei centellava il riposo dopo l'onesta fatica, aspirando le pingui ure de' sui ovili ed il fienoso effluvio delle campagne, seduto alla porta di una capanna sua, in sui ginocchi una bimba che, a lui dormiente, gli si pota sicura addormentar fra le braccia; una bimba cinquenne, cui il sole ava dato il colore alle chiome, i gigli e le rose alle guancie, e alla pupilla il cielo.
E Forestina, tendendo lo sguardo all'altssimo mare, che si fonda nel firmamento spolverizzato di stelle:
- Babbo - dica in tuono accarezzante qual lito di primavera - di l di quel mare che c'?
- Altro mare - qui rispondeva, insoavendo la voce, quasi temente di offndere il delicato orecchio di lei.
- E poi? - e Forestina gli molceva la barba.
- Mare ancora.
- Sempre mare?
- No - disse Gualdo con un lieve sussulto - havvi una terra... grande...
- Al pari di questa?
- Assi pi... molto pi...
- E sono, anche l, tanti babbi? e tante mammine? e tanti bambini, come qu?
- Oh ben pi! - egli fece - E assi migliori di noi - aggiunse con oppressura.
- E li hai tu visti, tu?
- S - sospir egli di un s, ch'era piuttosto a vedere che a udire.
- E perch allora, se tanto buoni, tanto pi buoni di noi, non sei rimasto con loro? -
Gualdo sentissi a scottare la faccia. Egli, che i cavillosi raggiri e i trabocchetti mille di un gidice non avrbbero pure sorraso, trovvasi, ora, da parte a parte passato dalla sublime ingenuit della bimba. Che , infatti, la riflessione barbuta a fronte la imberbe spontaneit? e le miradi di menzogne dinanzi la verit una? Al guardo solo dell'innocenza, fnnosi l'armi della malvagit, vetro e ghiaccio. E Gualdo non pot che tacere.
Senonch, Forestina medsima, per quella volubilit di pensiero tutta propria ai fanciulli, venne in suo ajuto. Il visuccio di lei s'era volto all'infinito seno dei cieli, dove l'illuminazione para, quella notte, completa. E Forestina chieda:
- Babbo, e lass, di l dalle stelle, che c'?
- Altre stelle.
- Sempre stelle? non altro? -
Gualdo, per la seconda volta, ammut. Cessando l'ida, cessvagli la parola. E per a lui dova soccrrere ed ei proferire quel nome, che esprime quanto non si giunge a capire, dissimulando le immensurbili profondit dell'ignoto; quel s cmodo nome, ch' Dio.
- Dio? - ripet Forestina - quel che tu invochi nell'ira?
- No, no - Gualdo interruppe con ansiosa premura. - Il Dio delle Terre e dei Soli  un altro Dio. Esso  il padre comune degli umini, esso  coli che riempie la pannocchia di grano e la mammella di latte; che f dalla selce spicciare l'aqua e scintillare il fuoco, che f dalla gleba spuntare la rosa e dalla rosa il miele...  il Dio, o mia bimba, che ti sorride negli occhi e sul labbro.
- Oh il buon Dio! - sclam Forestina, battendo palma con palma - E come si f a ringraziarlo?
- Pregando.
- E come si prega, babbo? -
Ei la baci sulla risarella boccuccia, e disse: - amando. -
E, allora, la bimba gli chiuse il mento selvoso fra le gentili manine, e lo affoll di baci e carezze; poi, sazia, gli si addorment nelle braccia.
Gualdo rimase sveglio co' sui pensieri. Eclissata la luce degli occhi di Forestina, l'nimo gli riabbuj di mestizia. Alle speranze, che fanno una met della vita, or succedeva l'altra met, le memorie; e Gualdo, ahim! temeva le proprie. Vedendo quell'angioletto dal latteo lito e dalle succose carnine, che, bench ignaro del male, gustava il bene, egli fu astretto a rammentare la pace, tolta da lui a tante famiglie - meritatssima pace - e a impallidir per la sua, che non meritava. Il pensiero di lui scese nei labirinti della coscienza, luoghi irti d'insidie. Gualdo, il quale ora poteva concdersi il lusso dei rimorsi, incominciava con la debolezza di un convalescente a sentire la gravit del morbo scampato. Oh avess'egli, se non i fatti, almeno potuto annientarne il ricordo! E l'nimo affaticato sud dagli occhi dolore.
In questa, una mano gli toccava la spalla; la nota mano di Tecla. Si volse. Specchironsi le loro pupille l'una nell'altra in uno stesso pensiero.
- O Tecla! - egli gemette in accento di disperato sconforto - oh fosse dato ricominciare la vita! -
Ma coli, d'una voce ch'era soave rampogna:
- Non ricomincia, o mio Gualdo? -
E, s chiedendo, additava la bimba.



CAPITOLO SECONDO.

Forestina ragazza

Di Forestina l'ottava messe. Come le treccie di lei biondeggivano i campi; come gli occhi lampeggivano le falci dei mietitori. E i mietitori cantvano. Era un inno alla Terra, alla madre comune, che, negli arcani connubii col padre Sole, ava ridato agli umini generosamente il confidtole seme:

"O Madre, o Madre, dalle tue profonde vscere, alziamo lamentoso il canto. Tu, spento sole, con feconda morte, nima e forma a noi ssciti e cibi. E noi, tui vermi, la cui storia  tutta risveglio all'ire, e alle vendette sprone, non fatte oneste dagli onesti nomi; noi, solo uniti ad impedir, che il sangue social si effonda, come vuol Natura, imparzialmente per sue giuste membra; dell'ossa tue, schermo agli aerei oltraggi, delle tue aque, vie all'industre unione, facciam, (ne  guida cupidigia pazza) fallaci mete a pi fallaci campi, seme o pretesto di perpetua lite: onde, votato a morte alterna il ferro, che tu donavi alle pacfich'opre, e supplicate a un muto Dio le mani, mani grondanti di fraterna strage, di t bramosi procombiamo in t. Pur, tu, benigna d'inesusto amore, tu, patria a tutti e eguagliatrice fine, nel tuo ci solvi non mai stanco grembo, cessi i dolori, le vergogne obli, e noi ritorni eternamente a vita, e a nuova forza - per i danni tui."

Ma, ahim! che vale nulla parte perita se il tutto non  pi quello? che importa la memoria in altri agli obliati di s? E, a pensier tale, in amarssima goccia si spegneva lo sguardo, che, molti, di s medsimi ingannatori, girvano in cerca d'irrivedbili aspetti, e, insieme allo sguardo, il canto. Perocch, a messe ben altra era stata campagna il trascorso verno. Pvera Nera! su lei biancheggiava un rosajo.
Ma, mentre il sole e il lavoro ferva, mentre Gualdo, mietendo, sospirava ai mietuti, Forestina la Bionda, si dilungava da' sui compagni di anni e, oh felici! di giuoco, e s'internava nella solinga boscaglia, un fior dopo l'altro, come la speme. Lampo, il fidssimo cane, seguvala. Andava, n se ne accorgeva. La riflessiva ragione non era per anco venuta a tagliarle l'ombelicale cordone, che allaccia il neonato alla natura universa. Forestina ancor non ava aquistato la propria individualit: l'nima sua intreccivasi a quella degli augellini che alivano a nembi, la gola zeppa di gioja, per il denso fogliame, e dei rivoletti, che gorgogliando lucicvano in gi. Sana, ella senta la sanit circostante: tutto era gaudio per lei, perch godeva al didentro.
E cos, pie' innanzi piede, arrendndosi sempre ai nuovssimi inviti, che d'ogni parte le rano fatti, ammazzolando ciclmini a margherite, e fioralisi a giunchiglie, si avvolse e riavvolse nei verdi meandri della foresta, finch venne a trovarsi in una insenatura di monte, sulla quale, una roccia pendente, para, perch vestita di fiori, offrisse un albergo pi che non minacciasse un percolo. E, l ristando la via, l riste' la ragazza, che sull'erboso siedette a inghirlandare il filosfico muso di Lampo, e che, cinguettando confidenziuccie a degli invisbili sseri, e cinguettando sogni, fin a reclinare, accarezzata dal sonno, la flava testina sul dorso paziente del cane, ella ed esso, tutto sparsi di fiori.
Quando svegliossi, la terra, girndosi a oriente, gi tralascivasi il sole. Ogni cosa cessava di posseder la sua ombra. E, di colpo, la fanciullina si sent sola, e strnsela il gelo dello svampato entusiasmo. Le vie, che, prima, le si schiudvano fcili, ora para le si serrssero incontro: d'ogni parte, vorgini di oscurit: tutto intorno un silenzio, che si facea pi e pi sospettoso. Forestina temette il timore. Grid; sol le rispose la imgine del clamor suo. E, trafelata, si lasci cadere sul cane, abbraccindolo stretto, e piangendo dirottamente.
Ma Lampo tese le orecchie, e sordamente ulul. Si udiva un frascheggio e un pedo.
- Lampo! - chiam una voce imperiosa.
La coda fronzuta del cane si mosse amichevolmente; pur Lampo, non abbandon la padrona. La quale, lagrimando e fiottando: babbino mio! - faca.
- Qu la mano! - disse la voce.
Alz Forestina gli occhi ebbri di pianto e, nel freddo chiarore che piovvan le stelle, un givane raffigur, dall'gil persona, dalla pllida faccia, accigliata qual di sparviero, e dalla chioma ebanina prolissa; quel givane stesso, che, a volte, appariva tra loro a mutar selvaggina con pane, e cui niuno faca buon viso e ne faca a nessuno ed era detto il Nebbioso.
- Qu la mano! - il givane replic, di una voce che il lungo disuso ava, per cos dire arrugginita.
Forestina la porse timidamente. Senonch, prgergliela e sentirsi tornata la sicurezza, fu un punto solo. Il piede le si riafferm; le si asciugrono, senza bisogno di mnica, i luciconi; parve perfino le si stenebrasse la via. E gi, attraverso la selva, gli ostcoli oltrepassando, che le spesse ombre lor fantasivano innanzi; gi, saltando e borri e riali, or per le frane e ora pel sdrucciolo de' prati o l'intrico degli sterpeti; egli o recndosi in collo la ragazzina o tenndola a mano; ella, contndogli intanto tutto s stessa e tempestandolo di domande.......
Di cui, fra le molte:
- E tu sei quello, che si chiama il Nebbioso?
Egli rispose di s.
- E tu sei quello, che st sempre solo? -
Egli taque, assentendo.
- Ma, e non temi star solo? -
Il Nebbioso violent quasi la lingua, e:
- Temo di stare con gli umini! - disse.
Forestina il fis con un guardo di maraviglia, che sprofondando nella di lui consapvole nima divent di rimprvero, e: oh vieni con noi! - esclam - ti vorrem tutti bene. Io te ne voglio gi, io. -
E camminvano sempre. La notte, che aprvasi a stenti dinanzi a loro, si accumulava sulle lor spalle. - Forestina! - echeggi a un tratto per gli ampi silenzi. Ella die' un grido acuto di gioja. E, al grido, rispsero altri e poi altri, mentre, lontano, gi errava un bagliore rossastro e si mostrvano faci, che illuminvano i visi di Aronne, di Erminio, di Gualdo...
La ragazzina lasci la mano di Mario, e corse dal babbo. Chi avrebbe potuto mascherar di corruccio il contento? Il babbo sciolse i rimprveri in baci; in baci, la figliuola, le scuse.
Ma, dietro a lei, veniva il Nebbioso.
Gualdo lo vide; trasal. E sollev la sua face sino al volto di lui, mirndolo ansioso; di lui, che arross del sospetto, e si pose la destra sul cuore.
- Ei m'ha trovato! - rida intanto e piangeva la ragazzina,
indicando il Nebbioso, e aguzzando ver' questi le labbra.
Senonch Mario, che gi si chinava a libarle, si ferm d'improvviso, con un: no - ch'era vlto piuttosto a s stesso che a lei.
- Vieni da noi! - dica Gualdo.
- Vieni! - pregava la fanciullina trandolo per il vestito.
- Vieni! - ripetvano tutti.
E venti mani si offrvano all'una, che Mario inconsciamente ava steso. Il melancnico occhio di lui sfavill. Irresoluto un istante; pur, facendo uno sforzo:
- A rivederci! - disse, e...
Lo schioccare dei baci di Forestina il segu.
Partiva - ma, a rivederci ava detto. Era la prima volta ch'ei promettesse tanto; era la prima, ch'egli si allontanasse a malincuore dagli umini.



CAPITOLO TERZO.

Forestina fanciulla

E, la prssima aurora, il Nebbioso ripigliava il cammino che mova al villaggio. Fu detto gi, ei vi scendeva di quando in quando, dalla fame espugnato; pur, questa volta, non era bisogno di pane; era un altro bisogno, non meno forse imperioso, quello di un viso non suo. Ch lui serrava una voglia, una smania rasentante lo spsimo, di rigustare la riconoscenza, ch'rasi pinta nella faccia di Gualdo, e i baci, che sulle labbra di Forestina rano inutilmente sbocciati. Oh inesplicbile piega dell'nimo umano! ama, pi spesso, il benefattore il beneficato, che non questi, quello; gratitdine anzi, a nostra stessa insaputa, non va lbera d'odio.
Ma, come il Nebbioso vide le prime case, allora soltanto si accorse di ci che stava per fare, e, perplesso, sost. Le sue superbie, i giuramenti, i puntigli, gli ritornvano in folla. Tanto pi, che gli occhi di lui aveano in quella incontrato una fonte, e nella fonte, essi, che non vi cercvano mai se non aqua, avan trovato uno specchio. Mario vi si mir, e inorrid. Istintivamente, port la mano alle chiome e al vestito: poi, si trattenne, al pensiero di un interno peggiore. E non fu che al pensiero! Se le fattezze dell'alma si potssero, anch'elle, specchiare, non ci sarbber pi specchi.
Ed ecco, da lungi, apparir Forestina. Regga due grossi pani sul capo, e cantava, giojosa, di gioja. E camminava nel sole, ma il sole para che pi prendesse da lei, che non le desse, splendore.
Mario si sent abbagliato. Vergogn di s stesso, come, della nudit sua, il colpvole Adamo, e chiese rifugio ad una siepe vicina.
Di dove, battndogli forte il cuore, vide passare lei e allontanarsi e sparire. E gli sembr, insieme, farsi pllido il sole.
Ma, innanzi che tramontasse quel sole, Mario, fra lo stupore di tutti e l'appluso, giurava obedienza alla legge, e rompa un dei pani che avan posato sul capo di quella biondssima.

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Cos spuntava un nuovo giorno per lui, il giorno di guadagnarsi la esistenza dal suolo, e da Forestina la vita. Mario non andava a cercare quale sorta di affetto unisse alla ragazza lui, non l'osava. Amore, s certo; ma in che non scrgesi amore?... Eppi, troppo divisi dagli anni! troppo dalla coscienza!... Pur tuttava, quand'egli seda presso di lei, ch'era un solo sorriso, tacendo, ch nulla ava ad insegnare a quella gentile, cui il Cielo era stato il maestro, e suggendo dall'aerino suo sguardo, e dalla lmpida voce e dalla nivea semplicit della frase, il bene, dimenticato un istante di s, senta ripullularsi in cuore, reminiscenze confuse, i disusati veri - l'oro si divideva dal piombo - e Mario ritornava fanciullo. Poi, sempre, si dipartiva da lei in un subbuglio di sangue, in un entusiasmo di proclamare la verit, di stnder la destra e di allargare le braccia, di perdonare, anzi, di chider perdono.
Ma, perch, a volte, que' brvidi? perch, sulla fronte, quella procella d'ide? e quelle pvide occhiate? e quelle partenze improvvise, che imitvan le fughe?
Or venne un d, che il Nebbioso trov la ragazza con gli occhi infocati...
- O tu - gli diss'ella sospirosamente - mi han raccontato una storia di orrore, la storia di Abele e Caino.  una bugia, vero? - aggiunse, illuminndosele il volto di una lieta certezza.
Ma la certezza non fu che un lampeggio. Ch esterrefatto, il Nebbioso si nascondeva la faccia con ambo le mani, e fugga. Fugga, come cacciato dal fiammeggiante brando dell'ngelo di Abele.

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Dalle quali sue assenze, alcuna volta lunghssime, ritornava egli sempre con qualche selvaggio dono per lei... rano, o frutta dagli ingenui gusti o gagliardi fiori olezzanti il percolo; rano gemme strappate alla inonora oscurit e ridonate al pregio del lume; ran pugnaci aquilotti, ancor trapassati da quelle saette, cui essi medsimi avano dato, a raggingerli, l'ali; o belve zannute, ch'egli gettava a' piedi di lei, tinte del sangue loro e del suo, e, bench morte, odio immortale spiranti.
Senonch, un giorno, fu il dono un innocente augellino; di quelle voci vestite di penne, figlie d'arcobaleni e di echi di melode.
- E tu avesti cuore di uccderlo? - dimand Forestina, avvicinndosi il poveretto alla mrbida guancia, quasi per ridonargli il calore.
- Non te l'avri, altrimenti, potuto portare - Mario rispose. Ma a mezza voce rispose, come se gi sentisse la vanit della scusa.
- E, questo, chiami portarlo? - ella disse, stendendo la palma ver' lui, e sulla palma, freddo e stecchito, l'ucciso.
Il Nebbioso fe' un gesto di raccapriccio, e additando violentemente s: io l'infame! - sclam - io il vile! - Ma, pochi d poi - mare e cielo infuriati - fu, quell'infame e quel vile, veduto a scagliarsi nelle ingordssime onde, strappando loro la preda di un bimbo.

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Cinque anni si sono aggiunti al cmulo delle memorie. La ragazza  diventata fanciulla. Amore die' l'ltimo tocco al Belliniano suo viso, non bello tutto, e perci appunto bellssimo. E i sui compagni d'infanzia, che gi dividvano seco l'allegra spensieratezza, per lei sosprano ora e sgnan di lei.
N la malincona, questa nutrice del bene, questa inevitbile amica di ogni gentile, disdegn la fanciulla. Soavemente la tonda gota affil. Forestina, che, quando rida, rida tutta, o se pianga, tutta pianga, ora, velata di pianto, sorride, o canta di gioja col singulto nel cuore. Spesso la invade un senso di copioso bisogno, spesso rimansi esttica in una indefinita attesa. E allorch mira, scolorando, alle nubi non scorge nubi soltanto, e allorch imprpora al fuoco, non sente solo il calor della fiamma.
E la fanciulla non chiede pi baci al Nebbioso, n questi osa farne, e si prita, a volte a darle del tu, e, perfino, a toccarle la mano. E se imparadisa, immergendo lo sguardo nell'aurola dei capelli di lei e nelle cilestri profondit de' sui occhi e fra le labbra succhiose, inferna, scorgndole in seno fiori ch'ei non ha colto, o sul ciglio lgrime ch'egli non provoc.

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Era giunta la chiusa della mietitura. Si usava, nella colonia, di festeggiarla con una generale allegra, e, quell'anno, si scelse il teatro. Tr carri formrono il palco; festoni di spighe e frondi di abete l'addobbo; fu la plata un prato; fu il cielo stellato, il velario.
Quanto al dramma, era pasticcio del Letterato. Egli ne ava, naturalmente, attinto il soggetto al pozzo inesaurbile della Bibbia, ed era, il soggetto, Giuseppe e i fratelli. Ma, non mai, aveva egli sudato fatica pi dura di quella di allora, nel dovere scartare man mano le ribalde espressioni, che una nativa nequizia gli affollava alla penna, o nel temperarle di artificiata bont. Infatti, conversioni complete (conversioni, intendimoci, al bene, ch, per le altre, succede appunto il contrario) non se ne danno che nelle vite dei Santi, e, anche l, a tutto pasto di fede. Virtualmente, Aronne, era un briccone n pi n meno di prima; lo era, come i compagni sui, lo era, come il pi di noi tutti. Oh quanti mai, scellerati nel santuario del cuore, sol rattenuti dall'opinione e dai cdici, sziano in letterarie od artstiche fantase le infamie che impunemente bramerbbero cmpiere; oh quanti, nel bujo imaginoso della notte, sciolti da ogni paura e vergogna, sfgano col cervello i lor pi malvagi appetiti, giacendo insieme alla madre maritalmente, uccidendo i lentssimi genitori e i coeredi fratelli, n li tornando alla vita, che per tornarli a morire in pi atroci ingegnose maniere! Gui se la legge arrivasse ai pensieri! Non sopravanzerbbero gidici.
Ma gli umini, per fortuna, se sono birbe al minuto, pnno anche, all'ingrosso, passare per brava gente; tanto  ci vero, che la plata applaud alla Virt sfortunata, e, al Vizio trionfante fischi.
Giovinetti e fanciulle ran gli attori. Bellssimo, sovra ogni altro, il Giuseppe. Sul viso di lui, che ancor serbava la mamma, Bont e Salute con Letizia lor figlia stvano in pieno fiore. Vedndolo, non si poteva non ricordar Forestina, come, vedendo costi, non ricordare quello. Imaginate i tormenti di Mario! Mario avrebbe voluto attossicar con gli sguardi quel giovinetto; la gelosa dei ddici Giacobiti non sommava alla sua.
Ma l'incolpvol Giuseppe ha trapassato, intatto, ogni insidia; non gli fu la prigione che scorciatoja alla reggia; ed ora egli gusta la soave vendetta di sentirsi implorare la vita da quelli stessi, che avano alla sua tramato. Dinanzi a lui, stanno - umili e tremanti - i fratelli, e st Beniamino. Beniamino era lei. Com'ella apparve, radiante di vereconda bellezza, un grido giulivo si alz; com'ella aperse le labbra alla melodiosa sua voce, un trmito di simpatia di vena in vena si sparse. E tutti la baciron con gli occhi, e Giuseppe la baci con la bocca.
Fremette Mario. Quel bacio gli era stato rubato.



CAPITOLO QUARTO.

Il rifiuto

Quando, l'alba seguente, il Beccajo affacciossi alla porta della sua casa, a sgombrarsi la mente, come il ciel si sgombrava, dalla pvida notte, trov Mario il Nebbioso che lo attendeva a pie' fermo, tinto del color di quell'ora. E Mario piantvagli in faccia due occhi di brama, e l'inchiesta:
- Mi odii tu? -
Gualdo, stupito, il fis, mentre gli si compona nel capo il senso della domanda; poi:
- Odiarti... io? epperch?... Io non odio nessuno.
- Mi ami dunque? - ridomand Mario.
Ambo le palme gli stese con amico trasporto il Beccajo, e disse:
- Non c' ragione perch non ti debba...
- Mi ami... come? - interruppe il Nebbioso nel pigliargli le mani e ansioso gliele stringendo.
- Ti basta un amico?
- Solo un amico?... non pi di un amico!
- Che vorresti di pi? -
Mario taque un istante. Nvole di pensieri in battaglia fra loro, gli ottenebrvano il volto.
- E come un padre? - proruppe. E spessamente serrava a Gualdo le mani, e aspettava ch'ei rispondesse ad una dimanda ancor non osata; ma, veduto, che quello, nonch non venirgli all'incontro, non lo intendeva neppure, gli si gett, di colpo, ai ginocchi, piangendo: Gualdo! dammi in isposa tua figlia. Disperatamente ardo. -
Il Beccajo arretr spaventato.
- A t! - fece (e lo appuntava col dito) - A t? - ripet, con un guardo che era tutta una storia.
Ma, fra i singulti, il Nebbioso lev a lui una faccia s traboccante d'innamorato dolore che il ribrezzo di Gualdo dovette cdere tosto ad un senso di compassione, di simpata, perfino di assentimento. E Gualdo avrebbe anche assentito, se non avesse potuto ancor dire:
-  tardi, o Nebbioso. Mia figlia  gi ad altri promessa...
Il Nebbioso si alz, improvvisamente torvo:
- Me la dai? - chiese in un tono, che minacciava pregando.
- No - disse netto il Beccajo.
- Me la dai? - torn a chidere Mario; e dal velluto della sua voce gi lampeggiava l'acciajo.
- No! - ripicchi Gualdo risolutssimo.
Il Nebbioso lancigli un insulto, e gli si tolse dagli occhi.
Per qualche tempo, nessuna nuova di lui.
Ma una notte, in cui Forestina avventurvasi sola per la campagna deserta, pascolando col canto la sua amorosa mestizia, fu, a un tratto, da nerborute braccia afferrata, imbavagliata la bocca, rapita.



CAPITOLO QUINTO.

L'amore di Mario

Pel gmito delle foreste e la notturna paura, per traccie che a lui solo ran vie, il rapitore cammina e cammina, ancor nell'abbrivo della intrapresa, mezzo correndo per quanto l'erta salita e la soma concede, senza guardare lei che pi non lo guarda.
Ma, d'improvviso, s'accorse che la fanciulla era gelo.
Giunga egli, in quel punto, a uno spiano, cinto di audacssimi abeti. Il raggio lunare vi si versava senza risparmio, e nel pallor di quel raggio, parve che il cndido volto di Forestina imperlasse ognor pi, abbandonata, com'era, sulla spalla di Mario, le molli braccia fluenti.
Mario ne sobbalz. Egli temette che il sonno non si dovesse pi distaccare da lei. E corse, con la svenuta, alla soglia di una vicina spelonca, un de' sui luoghi di posa, ve l'adagi sopra un tlamo d'erba, e a lato le si fe' ginocchioni, sentndosi sciorre la rabbia in piet e la piet mutarsi in disperazione.
Ma gi la fanciulla ava riacceso i grand'occhi, e con un filo di voce, che para un sospiro: che ti ho fatto? - chieda.
Brill la trmula voce nelle ntime fibre di lui, e le tenne, finch ci svan, oppresse. Mario il capo abbass, abbass le pupille, avrebbe voluto inabissarsi tutto. Ma, cessata la voce, ecco tornargli, da ogni banda, la rabbia, come il mar rifluente che anela riassoggettarsi la spiaggia.
- Che hai fatto? - ei grid, scattando in pie' minaccioso - hai fatto di un leone una lepre, di un uomo un pupazzo. Vedi, a che mi avvilisti in cinque anni!... Io, fuori da quello sciame di servi che ha nome umanit, senza deso di amici, n di nemici paura, senza il puerile bisogno di fabbricarmi menzogne per crederle, vivevo in una erica quiete, in una divina apata; vivevo, legge a m stesso, fruendo, indiviso e purssimo, il pi prezioso dei doni, la libert. E tu... tu me l'hai tolto. Tu mi adescasti, o maliarda, a sospirar la catena, me l'apprendesti a portare, mi hai piegato a baciarla. Per t, conobbi il sapor del mio pianto, il suono del rder mio. Da t, quell'amore che mi faca vilmente desiderare un'offesa per perdonarla, e quell'odio da avvelenar, coi voti, il creato. Da t gli entusiasmi, gli abbattimenti da t. E, pi che altro, tu sei giunta, tu sola, a quanto gli umini con la loro artefatta giustizia non sarbber mai giunti, a innestarmi il rimorso, l'inuccidbile tarlo, la pena di tutte le pene... Ma io mi riconquister - aggiunse, e gi l'estro omicida gli balenava nelle pupille - ma io ti sacrificher, o intrusa, all'amante che mi obbligasti a tradire. Morte a quelli occhi che affascinrono i mii!... morte a quella gloria di chiome, che mi allacci, capello a capello!... morte a quelle labbra bugiarde, di cui era affamato! Io sazier l'arsura della vendetta nel tuo sangue... di rosa. Tutta, tutta, io ti voglio annientata, tu che nascesti s bella per viemeglio ingannare; tutta, o sole che m'incendiasti! assassina della mia pace! -
Die' la fanciulla un lamento, e disse: continua e mi hai morta.
- Una morte  poca - ei ritorse.
- Risparmia almeno l'attesa! - supplic Forestina.
Ma, con lentezza, coli:
- Teco, l'sser pietoso,  delitto. Tu dovri prima penare un ben altro morire. Nostra verissima morte  quella dei nostri amati: io spegner, prima, il tuo...
- Ah no! - sclam la fanciulla.
- Lo spegner, s - iter inferocito il Nebbioso. - E, quella morte, egli la patir goccia a goccia, e tu insieme. Tu lo vedri perirti dinanzi, senza ch'egli ti vegga; tu lo udri invocare il tuo nome, senza che tu gli possa rispndere. N un ferro solo rossegger di t e di lui, n il sepolcro medsimo vi accoglier in un nico amplesso. E tu allora... oh allora soltanto! sari tutta mia, eternamente mia.
- Perdono! - labreggi la smarrita, giungendo palma con palma.
- Mai! - rugg egli in pieno delirio. - Io lo uccider, quel tuo amante, fosse il mio amico... fosse il fratello...
Ma, alla parola fratello, Mario ammut, indietreggi, fisi gli occhi, stravolto l'aspetto, qual cui appare un fantasma. Piangvano freddo sudore le pareti dell'antro, come le tempia di lui, e il vasto silenzio ingigantiva l'orrore... Ma, repente, ei si scosse. Gaudio selvaggio lo illuminava. - Sia! - sclam. Sangue per sangue. nima offesa, bevi! - e, strappata di tasca una breve pistola, se la volse alla faccia.
La giovinetta alz un grido straziante: - T'amo! - fu il grido.
Spar la pistola e cadde. Senonch, la mano di lui, alla voce, ava dato uno scatto, e si perda la palla nei labirinti della caverna, svegliando gli echi degli echi, da scoli addormentati.



CAPITOLO SESTO.

L'amore di Forestina

Tu mi ami? - egli fece con uno scoppio di gioja, balzando ver' la fanciulla, che gi al suolo piegava, e rialzndosela al petto. E le due nime innamorate si fsero in un lunghssimo bacio.
-  amore, questo? - dimand Forestina in uno sbttito di volutt, pinta la guancia di porpurea vergogna. - O Mario! s che le ore in cui ti attendevo mi rano le pi lunghe e le pi brevi quelle in cui ti avevo al mio fianco; s che, quando apparivi, facasi angusto al cuor rapidssimo il seno, e m'imbragiava la gota, e per t solo il pudore era pena... E s, che a m non para di avere occhi bastanti a mirarti, n tu mai mi sembravi abbastanza vicino... eppure! a darti la mano temevo, ma, se la mano posava gi nella tua, non pi sapevo ritrarla; s che, appoggiata al saldo tuo braccio, mi sentivo sicura e inturgidivo d'orgoglio... Eppi, quando ti allontanavi, e gi la distanza ava superato la vista, l'nimo mi si velava di una dolcezza amarssima, gli occhi mi diventvan lucenti, mdido il viso, e allora amavo i luoghi a t cari, dove, meditando il tuo aspetto, allibivo, smarrita in un soave languore, in una soavit tormentosa... e sempre la notte... oh la notte! notte immensa... infinita! - E ora - ella aggiunse infiammando, misto al timore l'audacia - per t, lasceri lo stesso mio babbo, ed anche la mamma, se gi in m non siedesse per non partirsi mai pi, e per t mi sarebbe ben lieve il sacrificio di vita... ah che dissi! perdona... Non sacrificio; sarebbe un tripudio... Oh parla!... Mario!  cos fatto l'amore? -
Mario, in un rapimento di cielo, meno intendendo di quel che sentisse, beva la voce di lei, flessuosa, come l'rido suolo la pioggia. Ma il dolce timore di Forestina, piovendo nel feccioso suo nimo, accrebbe in terrore; ed egli si svincol dall'abbraccio, aggricciando e gemendo:
- Ah sapessi chi sono!
- Quello che io amo! - esclam la fanciulla, riaviticchindosi a lui.
- Non toccarmi! - egli oppose con ansia. - L'ira di Dio  contagio.
- Dio non  che perdono - sorrise la giovinetta - Vdilo in croce con le braccia aperte!
- Ma inchiodate - ribatt Mario sconsolatamente. - Vi ha colpe senza perdono. Dietro di m cadde il ponte... Odiami!
- Neppur potri non amarti - ella fece.
Il Nebbioso esit, commosso a tanta fiducia: poi:
- O Forestina! - segu dicendo mestssimo - I morti vanno obliati. Chiusa  per sempre la tragicomedia della mia vita. Io non sono pi mio; son del rimorso, spsimo muto, insazibile fame... Perch tu devi sapere (e oh meglio sarebbe che la tua vrgine mente potesse ignorare pur i peccati non sui) devi sapere, che in ben altro paese, lontan lontano da qu, in altri tempi lontan lontani da questi, anch'io ava un padre, un padre al quale non si sarebbe potuto rimproverare se non la troppa clemenza, e che per m avrebbe dato tutto il suo sangue, se la met non fosse spettata a un secondo suo figlio. Ed ei faticava per noi, e si strugga, e pregava. Io intanto, giuoco di una petulante salute e di un riottosssimo ingegno, gozzovigliava, impaludato nei vizi, per le taverne e pei chiassi, tra falsi liquori attizzanti a pi false passioni, tra pestferi baci appigionati e contati, tra gente, la quale, fuorch onesta, era tutto... Or mi potresti tu amare?
- Il Signore ti perdoner, ch non portasti la taverna nel tempio - profer la fanciulla in accento di fede.
- Ma nella taverna - ei riprese - si dileguava il paterno risparmio e l'ingenuo rossore, ma il clandestino addentellato dei vizi spargvami innanzi, a m sfiancato e ubbriaco, un mazzo tentatore di carte. Ed io gioci... e perdetti: non ero ancor tanto furfante da vncere ai bari. E, tuttava, coli che a m dava una fcile giovent, e al quale io, in compenso, apparecchiavo una vecchiaja di stenti, trov scuse al mio fallo che io stesso trovar non pota, e il babbo pag di nascosto del padre. Ma inutilmente pag. Diminuisce il pudore, aumentando il delitto: n io pi chiesi, esigetti; non pi esigetti... gli tolsi... Mi ameresti tu ancora? -
Trasal la fanciulla; pur disse:
- Tuo babbo, in cuor suo, ti avr ringraziato, ch non togliesti ad altri...
- Ma intanto - interruppe il Nebbioso con sempre crescente emozione - pur perdonando, sanguinava quel cuore, e gi il bersaglio era scarso a cos spesse ferite. Venne una notte, in cui, a me nel bagordo, fu susurrato di un padre e di una agona... Balzi... Come in un sogno, corsi alla casa natia, implori di vederlo. Era la prima volta, dopo tanti anni, che comparissi da lui per chider solo di lui. Ma, sulla porta, ecco il fratello, che mi contende l'entrata, e mi dice - (e qu il Nebbioso chin turbatssimo il capo) - fuggi! sei maledetto. -
Angelicamente subentr Forestina:
- La maledizione di un padre non arriv mai al Signore. A Lui non arriva che ci che parte dal cuore, e il cuore di un padre non pu maledire.
- Ma io - fe' disperato il Nebbioso - io... Cpriti il volto, o fanciulla!... ho ucciso il fratello! -
Forestina esal un gmito lungo.
- E or ripeti che mi ami! -
Ella taque. Era pietra.
- Vedi! - diss'egli cupissimamente.

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Albeggiava.
Si udano voci. Il Nebbioso salt all'aperto su 'n masso che soprastava al pendo, e apparve staccando nel mattinale chiarore. Ma, s tosto, un rintrono: due o tre palle, fischiando, schiaccironsi contro le rupi.
Amore die' un acutssimo strido; rifatta  carne la pietra; e gi Forestina, precipittasi a Mario, lo ha circonfuso di lei, gridando:
- Uccidtemi seco, io l'inseguitrice! -




FINALE



La patria

Altssimo il sole. Scintillava dovunque un aureo polvero, e para il mar rutilante, non aqua, ma un mare tutto di luce. E, d'ogni parte, gente traeva alla spiaggia, fiso ogni sguardo alla rada e ad una balda fregata.
Era quella la patria, tanto narrata dai vecchi e tanto dai givani udita, la gi invisa patria, e, ora, il pi intenso sospiro. E, a chi, ltimo accorso, impallidendo ristava, era detto, come Aronne si fosse recato alla nave e come lo si stesse attendendo di minuto in minuto. Tutto intorno, volti su cui la tema e la speme alternvano i loro colori. Ai gruppi si aggiungvano i gruppi, e, tra essi quello spiccava del Nebbioso e di Gualdo, ritti in pie', mano in mano, silenti, intanto che Forestina, in mezzo assisa su 'n cespo, sembrava seguire, co' sui, i lor guardi, sempre incontrando per, nel raggio visivo, le clssiche forme di Mario.
Infine, la cana di Aronne si distacc dal fianco della fregata, e tosto venne raggiunta da una scialuppa e da un'altra, lucicanti di oro e festose del nazionale stendardo.
I palischermi piglirono spiaggia. Fu un serra serra l'accglierli, fu un tumulto di affetti, cui riverenza era dbole freno. Discsero marini, discsero officiali, e un capitano di austera fisionoma. E, secolui, scese Aronne, il quale, a coloro che ansiosi gli si pressvano intorno, bisbigli un: - tutto bene - che, come lampo, di bocca in bocca trasmesso, suscitvasi dietro un giubilante rumore.
E, allora, accompagnato da Aronne e dagli officiali e dalla folla di tutti, il capitano pass a visitare il villaggio, casa per casa. Intanto, Aronne, a seconda dei luoghi, gli narrava la storia, ora trista, ora lieta, della colonia, dal tempo in cui, d'uomo, non possedvano essi che il nome, quando cercvano, pazzi, il proprio vantaggio nel danno altri, finch, svegliati dal loro stesso russare e fiorita la tardiva saggezza, si riducevano a forza nell'umano diritto; e narrava come allor la sventura apprendesse la felice fortuna, il bisogno il soddisfacimento, l'Anarchia lo Stato, mentre la non mai zitta incontentabilit nutra il progresso, sostituendo ad una forzata eguaglianza nella miseria, la innata provvidenziale disuguaglianza.
Dal qual racconto, nelle interlinee, chiaramente appariva, come, non tanto le dboli voci della coscienza morale, quanto le fsiche necessit, avsseli spinti al bene comune, cio alla giustizia, e come - dal non offnder la legge per volont, spontaneamente passati a non offnderla per abitdine, e dal rispettarla per timor della pena, a rispettarla in omaggio a lei sola - guidando poi la travagliosa nequizia all'lare probit, fsser venuti a obedire norme nella legge non scritte, per gingere fino - rieducatosi il cuore - a quel pi del dovuto, che  il beneficio.
E il capitno, che, in sulle prime, non solo si manteneva in una guardinga impassibilit, ma gi tesseva i lacci di cavillose interrogazioni, inoltrando il racconto, cominci a intenerirsi; tanto che, spesso, gli fu veduta scrrer la mano sul ciglio... per aggiustarsi un non scomposto cernecchio, o il fazzoletto sul fronte... per asciugarsi un non spuntato sudore. E spesso, egli interruppe il narrante con espressioni di tenerezza e stupore, o con la insistente richiesta che quello si ripetesse; poi, come tutto fu detto, non pot trattenersi di offrirgli, con espansione, la destra.
Ma il Letterato cddegli innanzi a' ginocchi:
- Morte! - egli disse - ecco quanto ci spetta. Una colpa non  cancellata finch si rammenta, e le nostre vvono ora in noi pi che mai. Rendteci le antiche leggi, se anche per esse ci si renda al castigo; rendteci la patria nostra!... Non la chiediamo per noi, che ne siamo indegnssimi, ma per i nostri figliuoli, che non l'offsero mai. -
I deportati s'inginocchivano tutti.
Ed ecco, il commosso officiale, in pie' nel mezzo di loro, alzare al cielo uno sguardo di gratssima prece, e gi trasparndogli in viso il pi felice segreto, trarsi un rotoletto di seno, e svlgerlo lentamente.
Il silenzio era colmo. La voce del capitano lo ruppe, leggendo:
"Umini fratelli!
"Gi la vostra domanda era scesa nell'nimo Nostro.
"Egri eravate; non vi spegnemmo; guariste. Da ogni vizio, virt. Roma, covo prisco di ladri, divent nido di eri!... Siate Roma!
"Noi - obliando - ridistendiamo la mano su voi."
Un'esplosione di gioia nascose la voce del leggitore. Tolti i confini, i due campi rano fatti uno solo. Non pi gidici e rei; non pi stranieri a stranieri: figli si ritrovvano tutti di una medsima terra e di un equnime padre. Da ogni parte, baci. Baci al reale diploma, baci alle mani di chi l'ava apportato e al volto de' marini. Era uno strano miscuglio di scoppii di risa e di pianto; para perfino che l'entusiasmo, passeggera folla, si tramutasse in folla, duraturo entusiasmo.
E, quel d, la colonia ebbe statuti e governo e il titolo di Felice, essendo Gualdo ed Aronne gli eletti a tutelar quelle leggi, di cui essi ran stati i principali violatori. Ne far meraviglia, che un s memorbile d, fosse chiuso da un solenne banchetto - un banchetto sul lido, sotto un'ombrella di fronde, e in veduta alla nave pavesata a gran festa. Or, chi mai pu contare le volte della coppa fraterna? Dalla Legge al Sovrano, dalla Famiglia alla Patria, tutto si brindeggi; non obliati, s'intende, in tanto toccheggiar di bicchieri - tra il furor degli applusi e il cannoneggiamento della fregata, che rimbombava di convalle in convalle - i beneaugurosi sponsali di Forestina con Mario.
Donde ha principio la Colonia felice.

NOTA:

(1) Nell'originale "uliginose". Corretto dopo confronto con l'edizione delle Opere, a cura di D. Isella, Milano, Adelphi 1995 [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
