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Carlo Dossi

LA DESINENZA IN A


Craignez les trous, car ils sont
dangereux
VILLON


AVVERTENZA

In questo volume, oltre i sliti, si adottrono ex-novo o si applicrono in modo inconsueto i seguenti segni di interpunzione e d'accentazione:
1 il "due vrgole", altra pusa secondaria, maggiore della smplice vrgola, minore del punto e vrgola. Vedi, per la giustificazione di questo quarto tempo letterario d'aspetto, la nota aggiunta alla "Colonia felice", pag. 175 della sua ltima edizione (Roma, Sommaruga, 1883);
2 l'"accento grave(`)", che, seguendo la regola di Carlo Cattaneo, gi seguita da Polo Gorini e da altri, fu impiegato a segnare tutte le parole non solo tronche (precipit) ma semitronche (precipiti) nonch sdrucciole (precpiti), bisdrcciole (precpitano) e trisdrucciole (precpitanosi). Le parole senza accento dbbono quindi considerarsi come piane (precipitare) o semipiane (precipuo).
Dell'accento acuto (c) non s' fatto caso, ritenendolo superfluo; n si adoper il circonflesso che a semplice indicazione delle parole sincopate (raccrre per raccgliere);
3 il doppio punto interrogativo od esclamativo, ossia antecedente e susseguente la frase (es. +Mi ameri? -  Vatti a far frggere!). E ci sul sistema spagnolo, a nostro avviso, utilssimo per evitare a chi legge a voce alta - mssime nei perodi lunghi in cui la domanda o la esclamazione non apparisce chiaramente fin dalle prime parole - di doversi ad un tratto, dinanzi all'impreveduto punto di ostcolo, arrestare per cos dire col pie'levato fuor di equilibrio. Si obedisce per al vecchio uso in quelle frasi che comnciano con parole od interiezioni che sono gi per s stesse esclamazioni od interrogazioni (come ah!, oh!, deh!, ecc.).



Margine alla "Desinenza in A"

+Da qual caminetto di letterato o banco di droghera, da qual latrina di gazzettiere o biblioteca in saccheggio bonghiano, hai t, mio temerario editore, saputo salvarmi questa copia rarssima della prima edizione della "Desinenza in A", che t'intestasti a ristampare?
Vedi quanto  lcera e unta! quanto  macchiata e scorbiata!
Nelle sue pgine, come in suola alpinstica irta di chiodi, scorgi e fiuti la traccia del lunghssimo giro che ha fatto per ritornare a m. Serba essa il meretricio profumo del boudoir della dama e il tanfo carcerario della caserma; e cneri dell'ozio elegante (la sigaretta) e il pelime del dotto. Io vi ritrovo il baffo de'polpastrelli della cuoca che se la leggeva a voce alta e tenndola stretta, per non lasciarsi almeno sfuggire il suono d'ide che non arrivava a comprndere, e lo sgraffio furioso della padrona di lei che le ava fin troppo comprese; io v'incontro la tabaccosa goccia, caduta insieme agli occhiali dal naso del mio vecchio maestro di belle lttere che blandamente ci si appisolava compassionndomi, e la gualcitura del criticuccio novello che la scagliava lontano da s al primo dubbio che l'autore fosse men bestia di quanto ei sperava.
N solamente indovino ma leggo. Segni in matita di tutti i colori, pudiche cancellature effetto d'impudicizia, punti esclamativi, e, pi ancora, d'interrogazione, postille e paraffi adulatorii e ingiuriosi, stndono sulle pgine della rduce copia una ragnaja d'interpretazioni e di note che pi grottesca e contraddicntesi non bbero Dante e il Burchiello.
+Chi siete voi, mii inditi crtici? In questo ripescato esemplare, n il frontespizio n i mrgini han mantenuto le vostre riveritssime firme. Ogni suo ltimo possessore - imitando quanto si tenta ora di fare nella genealoga letteraria, a differenza della gentilizia in cui i nipoti gnerano i nonni - raschi diligentemente il nome dell'antecessore. Senonch tutti io ringrazio e miti e spietati, perocch a m giova tanto la lrica di chi mi ama quanto la stira di chi m'odia. Per pensare, per scrvere, per vvere intellettualmente mi  indispensabile che le molcole, ora pigre, del mio cervello, riaqustino la primitiva rapidit e combustibilit. Venga la spinta dall'appluso, venga dall'oltraggio, a m basta che non difetti. Ad un morso di cane, Gerolamo Cardano, bizzarramente grande, dovette (com'egli narra) il suo ingegno; a quello dei crtici dbbono il loro non pochi scrittori. Un vento infatti  la crtica, che, se i mccoli spegne, ingagliarda i fal.
Non se ne offndano tuttava, i mii postillatori benvoli; t Cletto Arrighi, t Primo Levi, t Perelli, t Polo Mantegazza, t Cameroni, t Capuana, t Myor. Oltre la riconoscenza del letterato, vi ha quella pure dell'uomo e questa  tutta per voi. Se la frusta ed il pngolo instgano il sangue e pi spedito lo rndono a'sui uffici, lo plutonizza ancor meglio il bacio, senapismo d'affetto. E ci dico, mentre rammmoro in special modo coloro che hanno e saputo lodarmi senza l'ingiuria dell'adulazione e fatto spiccare il mio disadorno pensiero nella cornice del proprio. Vorri anzi ammirare le loro felici pensate, colle mie fuse, nella presente edizione; mi ci provi; ma mi perdnino! la soluzione era stura gi, n pi c'entrava una sola mica di sale. Prometto loro per di saccheggiarli alla prima occasione. Di memoria non manco n di audacia.
Mi ajtino intanto a discter coi loro e mii avversari, i postillatori scontenti. N a questi risponderi per le stampe se sapessi dove stan tutti di casa. Contrariamente al costituzionale principio della pubblicit ne'giudizi, io preferisco trattare le letterarie mie cuse a porte chiuse. Qu per, del nemico, non si scorge che l'arme. Sono quindi costretto, per farmi udire da alcuni, a suonare, quale campana, per tutti.
Chiamando dunque in soccorso la scienza di Rosellini e di Champollion per decifrare la scarabocchiatura, a penna, a matita, ad unghia, che copre i lembi di questa bandiera stracciata, e cercando di sgarbugliare, coll'arcolajo della riflessione, tanta matassa di segni, smbrami che, come lavoro preliminare, la si potrebbe partire in due grandi gomtoli - quello cio che s'avvolge sul generale pensiero del libro e quello sulla sua forma, che  quanto dire sulla ida al minuto.
E, cominciando dall'ltimo, e facendogli sopportare una seconda chirrgica operazione, io mi arbitrer anzitutto di collocare l'Opposizione della mia nessuna Maest, come la conquistatrice acies romana, in tr file - una dei saggiatori della purezza delle parole, l'altra degli investigatori della castit della frase, la terza de'stimatori della qualit dello stile. Come vedete, per spartizioni e per tagli io non la cedo a un beccajo... n ad un metafsico.
I nemici non sono pochi. Ma, su le mniche! e avanti. Non ho coraggio bastante per aver paura.
Si affaccia prima la pigma e sparuta (perch cibata di pura crusca) fantera de'gramtici, la penna in resta, la brachetta fuori. Prndersela con costoro - ultimo avanzo di un'oste gi debellata - gli  come azzuffarsi colle ombre del cardinal Bembo e di Benedetto Varchi. Non me ne ccupo quindi che come di partita pro-memoria in un bilancio. Questa schiera  composta, o, a dir meglio, era or f qualche anno, di tutti coloro che possedvano fede accademica di miserabilit intellettuale, di coloro che, non sapendo far libri, facvano dizionari e s'inquietvano per la corrotta italianit e pei dialettismi non trattenuti da alcuna forca e per le stesse nuove scoperte apportatrici di vocboli nuovi. Pur di non dire "vagone" avrbbero sempre viaggiato in vettura. rano, in gergo scientfico, chiamati cultori della istruzione, forse perch incaricvansi di strappare le pianticine novelle per vedere se mettan bene radice. Rondvano in avvisaglia, con passo di sghero, e quando accorgvansi che qualche scrittore cercava introdurre nei gramaticali confini da essi riputati propri, merce non nominata nelle loro tariffe, lo attornivano, assaltvanlo, arrestvanlo schiamazzando quali oche.
E: "quella  di legge", "questa  di contrabbando", affannvansi, que'gabellieri, a sfilare e palpare ogni parola di un libro, a stemperare, entro i lor stacci, i perodi di un pvero autore finch ne colasse una broda completamente sciapa, incolora, inodora. N, per essi, serviva la scusa della analoga, la raccomandazione del buon senso, l'invito della necessit. Permettendo, ad esempio, l'onomatopico "cricch" perch si legga a pgina tale, linea tal'altra del lor ricettario, proibvano irremissibilmente il suo stretto parente "cracch", non trovndosi esso in nessuna parte del mastro del loro sapere. L'ttimo autore, secondo tali noti spaccintisi per legislatori, non dova aver orecchio che pei rumori e pei suoni protocollati, udir quindi eternamente la zampogna e il liuto, non il pianoforte mai. Fuor di Toscana, anzi di Firenze, anzi di Palazzo Riccardi, non era letteraria salute. Poich Arno non diede l'aqua con cui fu bollito il proto-risotto ed impastato il capo-stipite dei panettoni, Milano era tenuta di abolir senza pi quelle sue antiche ghiottonerie non previste dalle edizioni "dal miglior fior ne coglie" per non mttersi a rischio di nominarle, salvoch non si fosse adattata a sostituirvi i pi legttimi nomi di "riso giallo" e di "pan balestrone." Cos, se c'era scrittore che ancora trovasse in isbaglio, qualche efficace metfora la quale non fosse catalogata tra "gli impacci del Rosso" e "gli avanzi del grosso Cattani o del Cibacca",,  tra "il regno di Cornovaglia" e i viaggi "a Lodi, a Piacenza, a Carpi, in Picarda, a Calcinaja, a Volterra",,  tra il "mangiar spinaci" e "l'arruffar matasse" e tutto il resto della ciurma galeotta del vocabolario toscano, gui se l'avesse pur tollerata! dova immediatamente cacciarla; pena la Crusca negli occhi ed il Frullone sul capiro, irati di non potere, per lui, russare di sguito la governativa prebenda.
Che io molto non fossi nelle grazie di smili egrege persone (umini meno di lttere che di parole)  pi chiaro della loro "chiarissimit" ora buja. Non vi ha scrittore, sempre s'intende, al saggio della loro pietra di paragone, che era poi una mola mugnaja, pi di m impuro. N io davvero, mi sono mai incomodato a cercare, per le parole che adopro, maggiori difese di quelle che danno le stesse parole accoppiate, cio del pensiero che esprmono. +Cosa infatti avrebbe valso riptere a que'bacalari per la millsima volta, che la lingua naque prima della scrittura e l'una e l'altra innanzi la rgola? +che l'Italia stette benssimo senza gramtiche tre scoli buoni e ci sarebbe potuta star sempre? +che quelle clssiche eleganze da essi additate a modello, capestrere come chiamvanle con vocbolo affatto degno della loro parlata, non rano, il pi delle volte, che solecismi solenni (n noi ce ne scandolezziamo) maggiori assi di quelli che possa creare un originale stilista? E, ancora: +che avrebbe giovato ricantar loro sul motivo di Orazio (ut sylva fliis ecc.), che un idioma, come qualsasi altro mortale frutto,  destinato, se non spgnesi in germe, a percrrere l'intero suo ciclo fino alla maturanza completa, fino alla conchiusiva caduta dall'lbero della vita, e che l'nico mezzo di evitargli una rpida morte,  di trasfndergli continuamente umore, imitando Dante, che colla falce del giudizio mieteva da ogni sottolingua italiana ed anche non italiana le spighe della nazionale favella? +che avrebbe, infine, servito provare loro statisticamente che non  tanto la qualit della materia impiegata quanto l'ingegno di chi la foggia e cordina che f l'eccellenza di un'pera d'arte, cosicch alla domanda - qual sia la miglior lingua - si pu sempre rispndere: leggete Shakspeare,  l'inglese; leggete Rchter,  il tedesco;  l'italiano con Foscolo;  il milanese con Porta?
Ripeto: non avrebbe giovato ricordar loro tanto, poich era vano sperare che gente la quale non s'impensieriva che dei mattoni lingustici, si accorgesse che, tutti insieme, tendvano a rappresentar qualche ida, a formare un letterario edificio. Interamente quindi perduto, per essi, sarebbe stato quanto ho gi detto e quanto sto qu per soggingere a titolo di buona misura.
E il contentino  questo. Pochi tra i grandi autori, gloria dell'umanit, hanno schivato le ire dei crtici loro contemporanei tentanti di impor la cavezza al genio, e quasi tutti si vendicrono, dannando i lor zoiletti all'eterno ridcolo. Ora, st il curiosssimo fatto, che quelli autori sano appunto i pi spesso mostrati ad esempio dai successori dei berteggiati, a volta loro da berteggiarsi. E, davvero, quel venosino col quale la falsa crtica f tanto chiasso, volteggiandolo minacciosa intorno alla testa dei novellini scrittori, la ha gi bastonata senza misericordia; quel fiero ghibellino cui essa domanda, per ogni suo pasto da orco, e zanne e ventrcolo, l'ha fatta pi volte tremare colla maestosa sua voce, come quando disse "pera naturale  che uom favella, - ma, cos o cos, natura lascia - poi fare a voi secondo che v'abbella." Volendo quindi scoprir la radice di tale stranezza n potndosi crdere che il ricordo de'buffetti e de'calci sia ambile a'crtici, com'era a Rousseau quel del castigo di mademoiselle Lambercier, bisogner ricercarla e la troveremo fra le astuzie stratgiche. A guisa infatti degli rabi che coi cadveri inqunan le fonti dei loro nemici, mrano i crtici, cogli autori morti, a spgnere i vivi.
Pur non riscono. La treggia non caccier pi il carro dal mondo n il carro la diligenza n la diligenza il ferroviario convoglio. Il progresso che essi combttono col tardo archibugio a pietra, loro risponde coi cleri Vtterli, come lor rispondeva mediante quel rudimentale fucile quand'essi ostinvansi a maneggiar l'arco e la freccia, e coll'arco quando ancora loro arme era il selcio. La umanit procedette sempre a dispetto d'ogni accademia, d'ogni senato, d'ogni governo. Gui se il passato avesse pi forza dell'avvenire! Saremmo tuttora alla lingua dei lupi e degli orsi e ad uno stadio di civilt affatto corrispondente.
Ma, seppelliti questi morti di hastati, ecco i prncipes qui consrgunt ad arma, pntano il loro schioppetto e fan cecca. Sono essi gli incettatori della nazionale moralit, una compagna in lamentazione perpetua - di cui fanno parte i violacei predicatori che ventilbran dal plpito i vituperi pi concupiscenti contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti, le baldracche, che han messo insieme bastvoli soldi per comprarsi il rossetto della castit; fanno parte i loschi compilatori di virt per il ppolo a dieci centsimi la dispensa e i gazzettieri che colla siflide cristallina alle labbra sermnano di pudicizia e le mamme affannate a difndere le orecchie premaritali delle loro figliuole da ogni sussurro impudico, salvo a lasciarvi precipitar dentro un mondezzajo di roba, non appena quelle figliuole sen giunte al legttimo stato di comporre adulteri; fanno insomma parte tutti coloro, i quali veri stradini della nettezza pbblica, pel sudiciume - grano, sollevando, per cos dire, la casta frasca di vite alle statue per poi urlare "allo scndalo!"
Il realismo in arte  il bersaglio contro il quale scgliano essi i lor giavellotti ed  insieme lo scudo con cui sen riprano i loro contrari. Perocch, in questo balordo argomento, una guerra s' accesa che pi fiera non suscitrono le due secchie rapite, la bolognese e la greca, una guerra a cui paragone sembr quasi sensata quella di buffa memoria dei clssici e dei romntici. Vuolsi che essa scoppiasse al primo apparire in commercio delle fotografe colorate di Zola. La grrula turba de'letterati si part allora in due campi - dicimoli meglio, stbuli - e gli uni si buttrono tosto a ginocchi ed accsero i lumi dinanzi a quella forma di arte perch imaginronsi che fosse nuova, gli altri si psero a tirar sassate contro di essa e a fischiare, principalmente istizziti da quella riputazione di novit. Il realismo, intanto, stava a guardare dal libro di Omero.
Ma il bello , che, a confndere maggiormente le ide, e fautori e avversari, stroppiando il senso di quel frasone empibocca, incapronsi di fargli significare, l a ttolo d'onore, qu di disdoro, quella parte soltanto di letteratura che studia e descrive le volutt della carne e le turpitdini umane. A chi si debba tale spilorcia interpretazione non sappiamo. Sappiamo solo, che, nella realt, se c' il male colle sue innumeri fronti, c' pure il bene in tutti i sorrisi sui. Al realismo o verismo pssono quindi appartenere con pari diritto tanto le dipinture di una cloaca, di un ubbriaco che rece, di cani che s'accppiano in piazza, quanto quelle di un fragrante roseto, di un ere che per la patria s'immola, di un uomo che respinge l'amplesso della donna del suo benefattore. Nella realt vi ha il bordello in tumulto e la pacfica casa: Protgora abderita che tutto vende e difende a seconda del prezzo e Giannone che muta continuamente paese per non mutare opinione, e, per seguire la verit,  da tutti perseguitato. Della realt fanno parte integrante e l'illusione ed il sogno e la fede e lo stesso idealismo.
Sarebbe quindi eccellente partito, che, a stabilire i trmini della questione, s'incominciasse a cambiare il nome alla questione medsima. E per si riserbi a luogo pi acconcio quella parola di "realismo", fatta per imbrogliare, e se ne addotti una di significato pi certo. Per conto nostro, nelle tr arti non sappiamo vedere che una questione sola, quella del brutto e del bello, senza riguardo n a scuole n a scopi. Se ci sono per buontemponi che vglion scaldrsela per quel letterario atteggiamento, che , come affrmano, diretto ad vrgam erigndam, si srvano! bbiano in ogni modo la compietezza di scgliere la giusta parola e non ci prlino d'altro che di "carnalismo."
Senonch, carnalismo non vuole ancor dire immoralit. Se le leggi divine impngono, se le umane favorscono, le une e le altre improvvidamente, la procreazione della spece, non vi dovrebbe ssere arte pi leggttima e pi commendvole di quella che risveglia ed instiga la foja generatrice, o, come dicvano i nostri antichi, lmbum ntrat. Tuttavia, c' un inconveniente. Le pere letterarie, anche le pi scollacciate, quando raggingono la perfezione non commuvono che il cielo dell'nimo. Si potrbbero esse paragonare "ai fidi incendi per le innocue torri" delle rappresentazioni teatrali. La volutt intellettuale sffoca la carnale. Una volgarssima serva irriter e sazier meglio la libdine tua che non una Saffo, testimoni Faone e Nicol Tommaso. Misurati col quale termmetro, gli epigrammi cos-detti osceni di Marziale ed i sonetti di Porta, che si chimano inditi anche dopo le cento edizioni, sgnano un alto grado di moralit senza confronto pi alto degli sconcssimi - perch malfatti - librcoli approvati dagli alti e bassi Consigli scolstici - Novelle esemplari, Fior di virt (e di stolidit) ecc. ecc. - fonte di lucro ai maestri e di ebetismo ai discpoli.
Pur non si pensi, con ci, che chi scrive appluda a due mani al rubensiano delirio di polpe e di sguardi procaci che ha invaso la scolaresca del giorno fatta ubbriaca da mezza bottiglia di stecchettina gazosa. La smania sessuale  in natura,,  ha dunque diritto di avere anch'essa la sua sede nell'arte; l'invito del sesso per non forma tutta la vita,,  manchvole quindi sarebbe quella letteratura che si occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri nguini non istudiando che di rnderli appariscenti, n pi n meno dell'altra che si cappona per procurarsi una voce di ngelo. Che, se in questa desinenza in A la nota lubrica ha il sopravvento, a m preme avvertire gli egregi lettori: I che l'autore non ha con essa seguito la traccia de'sui giovinetti colleghi, ma hanno questi piuttosto seguita la sua. La desinenza in A venne infatti composta nel 1876, allorch del rosario del carnalismo non rano state ancor snocciolate, almeno in Italia, che poche avemare e non si era ancor giunti ad alcun paternostro. 2 che l'autore innanzi concdere al pbblico questa sua sgualdrinella figliuola, gliene aveva gi presentato tr altre morigeratssime. La cifra di un uomo, e mssime di uno scrittore,  formata, non da un nico nmero, ma da parecchi. Cos, com'e, La desinenza in A - libro non certo per monacanda - rappresenta la giovinezza dell'autore, gli errori della poca sua carne, il suo squillo di bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli  oggi completamente sfiorita. La penna che segn qui ritratti donneschi  rotta per sempre. Bene st. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi d'infanzia e vi offersi L'Altrieri; adolescente, di adolescenza e vi diedi l'Alberto Pisani; givine, di giovent, ed ccovi La desinenza in A. Se la vecchiaja non mi sar, come sembra, contesa, scriver cose da vecchio - metafisici soliloqui, archeolgiche dissertazioni - chiss mai! anche asctica. Letterariamente almeno, il Dossi non si falsificher mai.
I cavalieri intanto e le dame, la cui virt  s fragile da temerne lo scoppio, pur coll'esporla alla temperatura di qualche grosso proverbio da fin di tvola (smili in ci a coloro che per gli eccessivi riguardi contro le infreddature trvansi perpetuamente nello stato pi proprio di buscrsene) e si spavntano all'ombra solo di quelli onorvoli... - pi onorvoli assi di parecchi votanti nei Parlamenti - ... membri che hanno, come scrive Aretino a messer Battista Zatti da Brescia, "fatto i maggiori umini del mondo, i Michelngiolo, i Tiziano, i Raffaello, e appresso loro, i papi, gli imperatori e i r" nonch gli stessi che ne pglian vergogna, - considerino, dico, questi esimii signori (del che caldamento li prego) come non savi cdice che li bblighi a comprar n il presente n altro libro del gnere suo, e, quel ch' pi, a continuarne la compitazione quando si accrgono di che si tratta. Chi ama le comedie prive di sesso ha i teatri sui, ha i burattini, dove pu assstere, senza percolo alcuno, da quello all'infuori di addormentarsi, anche al ballo. Per i pveri d'intelligenza provvede la caldaja dei frati; c' una letteratura estesssima, nientemeno che il novantanove per cento di ogni biblioteca. Ne profttino dunque. L'aqua non costa nulla e rinfresca. E se, dopo ci, si ostnano a spizzicare le mie frolle pernici in salm, per poi lamentarsi di qualche doloruccio di ventre, colpa loro! Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i veleni sono tili, basta sapere dosrseli, cosicch l'arte della salute - intendi, per burla, la medicina - fonda in gran parte su di essi.
E, ora avanti i signori triari! stavo per dire "trepiedi." Sono la schiuma... pardon! la panna dei crtici. Hanno, pressoch tutti, fatto studi profondi - di che non si s - fuori d'Italia, l nei paesi in cui le vcali cdono alle consonanti e l'uva al lppolo; le loro sentenze le sptan dall'alto delle cttedre o di que'mucchi di residui cibari che hanno nome "riviste o rassegne" mensili o quindicinali,,  non abbassandosi che raramente a ragionare spropsiti ne'fogli quotidiani, diventati, loro merc, piombo in foglia. Costoro non prdonsi nelle scaramucce delle parole n si formalzzano di qualche frase che mostri il rosato ginocchio pi delle altre. +nica loro preoccupazione  lo stile, sono gli intenti dell'autore.
Ora, il primo capo di accusa contro m di tali crtici in mitria,  quello che io scriva troppo avvolto ed oscuro. "Dimine" smbrano essi dire "la pi parte degli altri scombccheracarta, basta un'occhiata per accertarsi che non vlgono nulla; costi bisogna lggerlo due, tr volte, prima di persuadrsene."
Ebbene, voglio ssere, come nessuno pi, arrendvole; voglio per un istante dimenticare la pregiudiziale, se la incolpata oscurit dipenda dalle ide dell'autore che non sanno farsi vedere o piuttosto dagli occhi de'leggitori che non arrvano a percepirle: completamente mi crico dell'asserito peccato di una bujezza s favorvole ai lumi, ma, insieme, domando: +quale ne  la cusa? Una letteraria virt, mii signori - la densit delle ide.
Ho detto una virt; pur tuttava, giacch sono sul cdere, accorder anche che trttisi semplicemente di un bel difetto. Posseggo due scuse, per - e uno scusino: l'influenza del tempo nel quale  tuffato il mio corpo, il corpo che assipami la volont e, se ci non vi par sufficiente, questa medsima volont mia.
E, prendendo le mosse dal tempo, tutti vggono - meno i crtici dalle acute pupille nella collttola - come sia oggi impossibile ad un autore, che al manubrio dell'organetto preferisca l'arco del violino, di scrvere precisamente come quando il patrimonio delle ide era di gran lunga pi scarso dell'attuale e piscivasi chiaro perch non si beveva che aqua, compreso il vino. Bastava allora di esprimere ci che il cuore individual suggeriva e la lingua materna imboccava; ciascun paese viveva, per conto suo, dei frutti esclusivi del proprio suolo e del proprio pensiero, n pi n meno di Ippia sofista - vero smbolo di quell'poca - che, insomartosi nel principio che ciascun uomo costituisce una completa repbblica a s, anzi un intero universo, si faca colle sue cniche mani tutto, dalle ciabatte al mantello, dal letto al pranzo, dai mbili alla moglie. Senonch, oggi, si mut stile: siamo figli di esploratori, e viaggiatori noi stessi, e, in quella maniera che da occidente ad oriente, dal polo antrtico all'rtico, s'incrciano e mscolano tutti i prodotti del globo, tra cui mssimo l'uomo, gran le ide pi ancora liberamente e si spsano e ne crano altre, prolfiche come infusori.  una tendenza generale, questa, che n le poltiche tariffarie ed i cannoni dei governanti, n gli ohim dei grammtici e gli esorcismi dei preti sanno o potranno frenare. I mercati del mondo (in gergo ufficiale "Stati") grvitano a fndersi in uno solo. Si v a tutto vapore, e gi pu dirsi a tutto elttrico, verso il comunismo pi equo e la pi ordinata anarchia.
La universale e fatale tendenza trvasi poi, nel mio infinitesimale pianeta del corpo, preparata la sdrucciolina da cuse particolari, anzi orgniche. Difatti, le doppie porte per le quali le sensazioni pnetrano nella casa dell'nima (rtine, timpani, ecc.) e che, nella maggioranza degli umini sono pressoch uguali, tantoch le due correnti della percezione ntrano in essi simultaneamente e tccano con pari scocco nel campanello della coscienza, in m sono affatto assimtriche, donde un risultato opposto. N le sensazioni rivali che vngono a m dai vari oggetti, gingono a combaciarsi perfettamente e a dare un sol squillo nello sprito mio, fermentando in esso un miscuglio di ali e zampe e teste d'ide verstovi da letture affrettate, copiose, disparatissime. Era forse, originariamente, il mio cuore un nico specchio, ma, dalla memoria onerato, si spezz in centomila specchietti. Il troppo olio, dirbbesi, affog lo stoppino. Se nel bujo notturno, nei preludi del sonno, mi si rierge talvolta l'ida - come la colonna di fuoco che guidava gli ebri - luminosa,,  comparso il sole, io pi non scorgo che fumo. Vero  che nel fumo perdura la fiamma e che, a forza di gmito e pmice, la ida riaquista splendore, o, come di Virgilio e delle orse si scrisse, "frmam post terum lingua magistra prit", ma ci non avviene che a prezzo di transazioni, di sottintesi, di ripieghi, cosicch il mio stile potrbbesi bens assomigliare ad una donna sapientemente abbigliata, non mai ad una bellissima vrgine nuda. In questo mio stesso discorso, in questo stesso periodo - da m lasciati pi greggi del slito - i lettori hanno prove a biseffe di ci che affermo. Si aggiunga la preoccupazione affannosa di stipare quanto pi senso si possa in ogni frase (perocch sempre mi parve atto di letteraria disonest quello di vndere al pbblico, per libri scritti, volumi di carta tinta d'insignificante inchiostro); si aggiunga lo studio, non meno morboso, di cacciar dapertutto malizia, affinch, se la stoffa od il taglio del pensiero non vale, valga almeno la fdera, e non far meraviglia se il modo dello scrivere mio debba inevitabilmente mancare di quella tagliente sobriet che forma la caratterstica della espressione dei grandissimi ingegni e de'grandissimi stolti.
Ma della complicazione del mio attuale pensiero, c' un'altra cusa, pur fsica. Se colla continua ed ostinata meditazione, il cervello consegue la forza di ascndere e la sicurezza di aggirarsi pei greppi pi vertiginosi, smarrisce, spesso, quella di camminare in pianura. Guadagnando le ali, perde, per cos dire, i piedi. Il proverbiale esempio del matemtico, che, sciolti i clcoli pi sublimi, sbaglia la somma del domstico conto che gli propone la cuoca,  in rgola perfettamente colla verit ed  applicbile a tutte le arti.  noto come uno de'mssimi agenti del pensiero sia il sangue, la virgiliana purpurea nima. Ora, la irritazione che l'ostcolo tra la volont nostra e la cercata ida prvoca ai nervi dell'intelligenza, invita, attira al cervello il flusso sanguigno necessario ad abbttere lo stesso ostcolo, e la ida si svela. Al ragazzo che f i sui primi italianucci  sufficente irritazione nervosa la ricerca delle parole di cui riveste la traccia temtica dtagli dal maestro; all'adolescente, la caccia alla rima ed all'armona del verso colle quali ripete le ripetizioni di moda; al givane, che aspira alla artstica originalit, lo sforzo, prima di evitare le ide e le forme troppo stancate,, poi di scoprirne di nuove, poi ancora di raddoppiare, di triplicare i sensi delle sue frasi, finch, vieva, moltiplicndosi i disis e i bemolle e gli altri accidenti in chiave, arrivi a quella concentrazione, a quella ingegnosa oscurit di stile che f la delizia degli intelligenti e la disperazione del pubblicaccio. Ora, il sottoscritto, che ha passato come ogni altro autore non condannato allo sgabello della mediocrit, tali stadi, trvasi appunto a quello che si potrebbe chiamare "la distillera della quintessenza." Le difficolt che, una ventina, una decina di anni prima, bastvano a rieccitargli la Vnere intellettuale, oggi, perch superate, gliela lsciano inerte. Indictegli un masso di prfido letterario, ei ne sapr far balzare una statua; consegntegli, per una burocrtica scarpa il necessario cuojo asinino gi tagliato e il puntarolo e lo spago, dar punti svogliati e voi rimarrete a pi nudo.
Confesser tuttavia (ed ecco la mia scusa aggiuntina) come, allorquando mi accorsi che non avri potuto per nessun verso fuggire il crescendo della complicazione stilstica, lo affretti e mi vi abbandoni tutto, mirando solo di convertir la cattiva in una buona ventura, come f, della macchia che gli goccia impreveduta sul foglio, l'aquarellista. E veramente, l'originalit in arte ha pi spesso radice in difetti che non in virt. Stia certo il lettore che, se di un'oncia soltanto della lmpida mente e dell'ambile filosofa di Alessandro Manzoni o del sicuro nimo e dell'ampio umorismo di Giuseppe Rovani avessi potuto disporre, non mi sari contentato di fare il geroglfico Dossi. Gli , del resto, una fatalit cronolgica alla quale n io n i mii fratelli in letteratura sapremmo sottrarci. Trascorsa la primavera pariniana, la manzoniana state, il rovaniano autunno, pi non ci avanza, del letterario anno che st per finire, se non l'inverno. Spremuta l'uva di Alfieri, di Monti e degli altri, fatto il vin di Manzoni e di Giusti, fatto il torchitico di Aleardi, di Prati, di Rvere e d'altrettali, pi non rimane da fabbricarsi, dell'ltima svinatura, che l'aquavite. Lambicchimone dunque in buon'ora. Ci servir di sole invernale, e, riscaldate da essa, le generazioni novelle prepareranno con impulso gagliardo il terreno ed i tralci per le vendemmie future.
Tornando a noi, o piuttosto a m, io non mi lagno niente del nmero, quale si sia, che estrassi nell'ltima leva della letteratura paesana, n dell'sito degli sforzi coi quali tenti di assecondare e completarmi la sorte. Uno stile che fosse una rotaja inoliata sarebbe la perdizione de'libri mii. Uno invece a viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a procder guardingo e a sostare di tempo in tempo - parlo sempre del non dozzinale lettore ossa dello scaltrito in que'docks di pensiero che si chimano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul - segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le ide o sottintese o mezzo accennate (quel pleou emisy pants che Esodo d come rgola d'arte) fanno s ch'egli prenda interesse al libro, perocch, interpretndolo, gli sembra quasi di scriverlo. N per altra ragione le sciarade ed i "rbus" mantngono a molti giornali il favore del pbblico. Aggiungi che una smile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle ide dell'autore assi pi addentro che se queste gli si fssero di bella prima sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira il cervello - a modo di que'poppati artificiali che avvano il latte alla mammella resta - a meditarne di proprie. In altre parole, dall'addentellato di una fbbrica letteraria, egli trae invito e possibilit di appoggirvene contro un'altra - la sua - e, da lettore muttosi in collaboratore,  naturalmente condotto ad amar l'pera altri diventata propria.
Ed  al medsimo scopo di farmi lggere con attenta lentezza che dvesi ancora attribuire la mia ripugnanza di usare parecchi spedienti - meglio diri ruffianesmi - i quali, secondo l'opinione de'crtici e il gusto della plata, costituirbbero i requisiti essenziali della forma romntica, primo tra tutti l'intreccio che appassiona e rapisce. Quanto ho detto, toccando dello stile che pi conviene a libri della pasta de'mii, pu appressapoco ridirsi parlndosi dell'intreccio. Non nego che una fvola concitata, densa di colpi di scena, irritante la curiosit, incalzante la lettura, sia la maggiore fortuna, anzi la dote sine qua non per un romanzo sprovvisto di ogni sapore di stile e d'ogni potenza d'ida: l  necessario infatti che il leggitore percorra a rotta di collo il volume e precpiti al fine prima di accrgersi che l'autore  pi di lui soro,, 1 inghiotta per cos dire il cibo senza aver tempo di rilevarne la insipidit. Nei libri, invece, in cui gli avvenimenti narrati sono un mero pretesto ad esprmere ide ed una occasione di suggerirne, deve l'intreccio s esstere ma non troppo apparire, dee contentarsi di fare, non da ricamo, ma da canovaccio, adducendo carezzosamente il lettore sino alle ltime pgine, quale cmodo cocchio da viaggio che permette di osservare il paese, non gi trandovelo turbinosamente quale rozza infuriata. E smile intreccio modesto non parmi che manchi in questa Desinenza in A, poich le sue tr parti frmano gli atti di una sola tragicommedia La Donna, e poich i medsimi personaggi, che noi conoscemmo bambini nei primi captoli, li ritroviamo, salvo quelli che perdiamo provvidenzialmente per via, givani nelle scene di mezzo, vecchi nelle estreme. Oltracci, vi ha un altro legame pi ntimo, che si tent di celare nel nesso tra la natura ambiente cosdetta "morta" da chi non ha fino l'orecchio, e la storia, il carttere, il "momento" degli attori che ne son circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth, comprender le mie scritte pitture. Il mbile, la tappezzera, la pianta, vi aqustano un valore pschico, vi compltano l'uomo, e, da smplici attrezzi teatrali, vngono a far parte integrante del ruolo dei personaggi. Gli  il coro dell'antica tragedia ridotto a forma moderna. D'ogni intreccio, per, quello che credo di non aver trascurato e cui tengo massimamente  l'intreccio fra il mio e l'nimo de'lettori;... alludo sempre ai non irosi e non disattenti lettori, cio ai pochi.
Come vedete da questa ultimssima frase, qu non si tira di prezzo colla signora Crtica, allorch nota che io perdo - per ostinata premeditazione - la gran maggioranza del pbblico quella maggioranza che non s lggere se non i libri scritti a cartteri di ditta. Osserver tuttava, dal canto mio, che tale prdita non  poi cos grave, come asserscono, per chi aspiri ad arricchire meno le case editrici che la letteratura. Il pbblico di un letterato non  gi quello dell'uomo poltico e del canterino (celebrit spesso e l'uno e l'altro della gola) pei quali  indispensbile e folla e contemporaneit di fautori; non ne occrrono a lui n migliaja, n centinaja e neppure ventine in un tratto: gliene bstano pochi, uno anche, purch sano degni, a loro volta, di lode e purch si succdano - sentinelle d'onore del nome suo - fino al pi lontano avvenire. La votazione per la durvole gloria di un artista non si chiude in quel medsimo giorno in cui viene proposta, ma le urne rimngono aperte nei scoli. Se si contssero gli intellettuali custodi e inaffiatori, insino a oggi, della fama di Dante, non si arriverebbe certo alla grossa cifra della sine nmine plebs che si accalcava estasiata intorno a passate o grugnisce ora giojosa intorno a viventi volgarit. Senonch, l'appluso della moltitdine scompare colle mani che l'hanno prodotto e anche prima, mentre il luro, piantato dai pochi intelligenti sulla tomba del meritvole e con sollcito amore educato, non cessa di crscere e si rafforza cogli anni. Ci che crea la moda, la moda pur spazza via, n oggi alcuno pi sosterrebbe la burattinesca trucit dei gi celebrati romanzi della Radcliffe n la pattica pappa delle novelle, furiosamente gi lette, del Chiari, come domani non si soffrir pi da nessuno la grandssima parte del bozzettismo del giorno. Se  dunque assiomtico che un libro trovi tanta maggior grazia presso l'uomo d'ingegno quanta minore ne incontra presso il citrullo e viceversa, sar necessario evidentemente, per conquistare una sbita popolarit, di piacere ai goffi ossa di scrver goffggini. Steno per tranquilli i pubblicisti che hanno missione, dirbbesi, di alimentare il cretinismo italiano; n io n gli altri mii migliori colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche loro lettore. Per conto mio, in arte sono aristocraticssimo. Come Frine, io non ambisco all'omaggio che dei sovrani... dell'intelligenza. Nulla pi mi spaventa di quell'unnime battimani che mi farebbe domandar con Focione: +sy d pou t kakon lgon mauton lleoa?
+Parlo molto di m, non  vero, mii adorbili crtici? +Che volete? M'insegnaste voi stessi, che per fare o per dire qualche cosa almeno mediocre,  d'uopo tenersi nell'orticello che si conosce men male: ora, io descrivo m, cio la persona che m' pi nota. +Perch non vi descrivete anche voi, buoni crtici? Si vedrebbe alla prova chi f men ladra figura. Comunque; questa "subiettivit" che vi d tanto sui nervi e che st infine di casa, non ne'mii libri, ma nelle sole lor prefazioni, da considerarsi come lettere ntime al pbblico, non ha nulla d'ingiurioso, ch'io sappia, alla individualit altri. A parte che qu si tratta di un subiettivismo che riguarda, non le circostanze occasionali di un corpo, indifferentssime per tutti gli altri, ma l'essenza di un'nima, propriet universale; a parte che la letteraria coscienza  sntomo di virt, non di vizio, giacch l'occhio dell'artista che non scorge se non il suo esterno  occhio che poco vede, egli  sempre - parmi - pi cortese ed ambile, nello schidere la gallera delle fantase nostre, di non imitare que'padroni di quadri che si ritrano sultanescamente, abbandonando ai servi i visitatori, bens di accompagnar questi noi stessi, facendo loro da cicerone. Ci, non fosse altro, testfica che io non sono poi quel trappista, quel Simeone stilita, quell'antropfago di s medsimo, quell'rsus spelaeus che piaque a certuni, collo stmaco grave di anguilla, sognarmi. Voi vi fate, o crtici, una sbagliatssima ida di quello che sia la societ umana, ritenndola tutta compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati dei giornalstici uffici che smrciano i vostri veleni, sacri asili al di fuori de'quali non sarebbe che "lido e solitdine mera." Ben altro vasta  la umana societ, i cui giorni si cntano a scoli, i cui membri s'inttolano ppoli, il cui chiacchieratojo  il mondo. Per conseguire, tra essa, notoriet, lascio a voi di tentare i vostri "invescativi o coercitivi" come li dite, impiegndovi tutta quella provvisione di mntici e ruote, di olii e di unti, di zccheri e incensi, di cui disponete. Anch'io miro alla Fama ma a patto solo di gingerla all'aria aperta e colla trionfale quadriga de'cavalli bianchi, non sul carretto dell'immondezza di Checco, non sul baroccio giallo-nero ed infangato di Csare, non sulle penne rubate e sempre vendbili a chi pi paga di Ruggero.
Per finirla, o mii crtici astiosi, io vorri lusingarmi che niuno di voi, abbia letto questa Desinenza in A nel suo giusto momento. Non succhia il midollo di un libro se non il lettore il quale si trovi in una disposizione di nervi consmile a quella in cui era, scrivendo, l'autore. Il gran Mlton  da lggersi la domnica, quando si accmula nell'atmosfera il religioso uragano, fatto di nubi d'incenso, di cerei lampi, di armnico tuono di rgani; Leopardi in una giornata piovosa, colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stmaco; Cattaneo in un'ula parlamentare, assente lo sfibratore Deprtis; Carducci sotto un arco romano non medicato dal dottore Baccelli; Correnti fra le stoffe preziose e le rarit antiquarie; Hugo, al mare. Cos,  nell'poca del malincnico e verginale erotismo dell'adolescenza che pi si comprende la Vita nuova del giovinetto Allighieri ed  nell'ora del disinganno amoroso che il presente volume sembrer fcile e piano. N a quest'ltima ora rado pervngono gli umini; anzi tutti vi trnano quante volte ha loro sorriso da un fresco aspetto di donna l'inganno. Ma una illusione ancora maggiore  la mia che crtici mestieranti rilggano un libro che han giudicato una volta e indcansi, per soprassello, a cambiar di parere. Quando uno tra essi lanci la sua sentenzietta spietata, non c' pi cristi! la ripete stucchevolmente per tutta quanta la vita del condannato e anche dopo. Imitazione quindi perfetta , la crtica, della misericordia divina, privilegiata inventrice, a quanto insgnano i preti, della pena che non ha fine.
Pienamente dunque d'accordo co'mii avversari in ci, che niuno di noi rest persuaso dei ragionamenti dell'altro, non io de'loro, non essi de'mii; ritengo per sempre finita la nostra cartacea battaglia: sparsa  l'arena di penne e di matite spuntate, sparsa  di pozze d'inchiostro, e La desinenza in A entra, non troppo sconnessa, nelle sue seconde nozze col pbblico. +Ma che? +che  mai questo sciame di donne che m'assal da ogni lato? Come i cimbri, sconfitti da Mario, che si travano seco il lor feminile bagaglio, bllica impedimenta, come i bracati persiani sull'usta dei quali si affollava la bagascera di tutto l'impero, i mii crtici si rimorchirono appresso un nvolo di gonnelle - dalla seta alla cotonina - ballerine ed avvocatesse (ambo oratrici coi piedi), trecche toscane e maestre di scuola (ambo appendici de'clssici), sorelle di carit, mogli a nolo ed altre parenti posticce, sarte, balie, modelle, cantiniere, telegrafiste, filandiere... un cibro insomma di fmmina, che dopo di avere assistito ozioso alla pugna, cerca ora di riappiccarla coi denti e colle unghie. Coli che, cavalcando soprapensieri nella romana campagna, capit qualche volta in mezzo a un'orda di porci e in quella grufolante e minacciosa mara, stette minuti che gli prvero ore, potrebbe nico penetrarsi di tutta la gravit del mio caso. +Come salvarmi? +come superar tanta Eva? I lombi pure di Prcolo e di Vittorio impallidirbbero.
E una matrona, un quintale di ciccia che porta gli occhiali della filosofia e il busto della lgica e il guardinfante dell'oratoria, m'investe di una mitraglia aforstica, sbuffando: "Tutto quanto si guarda da una sol parte si vede male. Chi ingiuria la donna, ingiuria pur l'uomo che ne  il frutto peggiore. Chi non s perdonare,  di perdono non meritvole... +Se ti credevi in piena ragione, perch tanta ira?" - aggiunge iratssima.
"L'evo dell'assolutismo maschile non  pi" - sentenzia una bella sveltina in elegantssima toeletta forense (comech appena laureata dai professori e dagli studenti dell'Universit di...) cercando ingrossare la voce con empirsi le profilate narici di tabacco rosa. - "Chiusa  l'et in cui facevate a vostro profitto le leggi, divorzindoci ignominiosamente (consulta il Talmud) solo che avssimo lasciato affreddare la zuppa ai cari sposini, presumndoci adltere (vedi in Seldeno) sol che si fosse rimaste appartate con uomo che non ci era marito, il tempo di cucere un ovo. Ma il nostro dito ha gi tcco la vostra tarlata legislazione. Noi riusciremo a tutto. La persuasiva, dea della Tribuna,  noi che l'abbiamo trovata. T lo pui dire, t stesso, a cui favore la femminil parlantina seppe pi volte rinspirar la pazienza che il tuo laconismo ava fatto smarrire a tui creditori e lettori..."
"+E chi ti aperse i cieli d'amore?" domanda rimproverante una sile e pellcida vrgine con un sospiro che trmina in tosse "+di quell'amore che non muor mai, perch non si ciba di vivanda mortale? +Chi t'insegn la lgrima innamorata, seme di perla? +chi piovve sul tuo strile ingegno quella luce lunare della mestizia che feconda i pensieri? +a chi devi i primi vagiti potici?..."
"Ingratissimo!" esclama con roca voce un composto di cipria, cold-cream e pingudine floscia che ancor tenta di spacciarsi per donna, "chi smorz la tua smania amorosa? +chi sazi le tue labbra affamate? +Non pi dunque ricordi le cento volte che abbracciasti queste mie giarettiere chiamndomi Dea perch mi slacciassi alla svelta? +n la foga giojosa con cui pagavi il mio lusso? +n l'intima soddisfazione che ti procuravo, scarrozzando con m per la citt invidiante, t bruttssimo al fianco di una bella mia pari? Accidenti alla memoria tua!"
"+E chi," subentra, ironicamente soave, un pllido volto tra due cndide ali di tela, strizzndomi maliziosamente l'occhio per poi tosto velarlo di pudica palpebra, "vegli lunghe notti al tuo letto e al tuo gmito, quando tornasti piagato dalla guerra d'amore e fasci la tua doppia ferita e ministr sul tuo fronte glida aqua e baci scottanti?"
"+E chi," continua con uno strillo acutssimo un'ombra cenciosa, verso m roteando il suo rosario di bosso, "ha pregato per t che non accendevi lumi a San Rocco... dopo di averti servito da fida...?"
"+Mi riconosci tu?" interrompe una machinosa fantesca coi riflessi dei fornelli nel viso, indicndomi con una mscola e urtando in terra gli zccoli. "S, padrone de'tui stivali, ridomndami ancora, se hai faccia, que'broducci ristretti da sei capponi e ddici ova con cui ti guarivo dalle medicine che t'ingozzvano, ridomndami que'pranzettini di molti volumi che ti mantenvano, come dicevi, l'ingegno tuo e la stima de'tui amici...!"
"+E il piacere che ti susciti per gli orecchi? +e il gusto che ti diedi per gli occhi?" esclmano insieme due bmbole, giojellate e piumate, la prima con un trillo armonioso e un contemporaneo abbajamento cagnesco, l'altra con un rpido lancio di gamba e uno strido di papagallo.
"+E i bottoni che t'abbiamo cucito?" echeggia ochinescamente un coro di cameriere, il petto pieno di poppe e di spilli,  "+e le camice che ti stirammo? +e i caff che ti abbiamo opportunamente recati sull'alba?"
"+E i pedalini che t'ammagliammo?" tera un coro di vecchie punzecchindomi cogli aghi di calza, "dove li lasci?"
+Che rispndere? Dall'alto del Pgaso mio, inutilmente inquieto, cerco di pacificare la rumoreggiante folla, ma ottengo l'effetto opposto. Senza pr, infatti, mi sbraccio a fare a tutte comprndere che ogni vita di artista  zeppa di contraddizioni tra lo scrittore e l'uomo e che per io non sono (mi prvino) quell'odiatore di donne che mi si rputa; che, in ogni modo, se nella Madonna a fresco del muro mio fu occasionalmente aperta una fogna, m'impegno di tosto murarla e di ridipingrvene due, beninteso Madonne: invano prometto loro, purch non mi ammzzino prima, di cantare con entusiasmo le loro lodi,,  ch se fu inneggiato alla peste, al cancro, alla piva e a tutti quanti i malanni, si potr bene, credo, bruciare incenso rimato anche alla fmmina, che non ne  poi il peggiore: invano tento di sferrare alle nubi il mio alato destriero - pvero Pegasuccio! - non pu mversi pi, stretto dalla calca e spennato. E le iridiscenti sue penne gi battibgliano ne'cappellini delle mie inimiche.
"Rndici tutto quanto ci hai tolto... fiori... baci... carezze!"  questo il grido nico, furibondo, che si eleva alle stelle.
Mi ergo in arcione.  un mare di teste in moto, di irati ombrellini e conocchie, di tesi pugni. Anche la voce, quest'ltima delle sei ricchezze che le donne fanno prdere all'uomo (ingnium, mres, pecunia, vis, lmina, vox) ho smarrita. E, sulla chioma mi passa la fredda ombra di Orfo.
"Restituisci i tui furti!" urla quel tempestoso ocano di Mnadi, con un ondeggiamento in avanti.
Un'arma sola mi resta - crica per fortuna. Con un sbito moto, la sfdero.
Meraviglia! incanto! Un brmito di voluttuoso terrore, di riverenza e di cupidigia, distndesi di bocca in bocca. A m, torreggiante sulla sella pegasea, quelle innmeri donne, come da un colpo di vento abbattute, come Titania o la tssala dama dinanzi al scespiriano Bttom o al lucianesco Lucio inasiniti, cdono a ginocchi. Alla minaccia  sottentrata la spplica, e tutte tutte invcano la mia benedizione.

Roma, 27 settembre 1883

CARLO DOSSI


SINFONA


A
TRANQUILLO CREMONA
MIO GLORIOSO AMICO
DAL CUI PENNELLO
RIBOCCANTE DI SOLE E DI AMORE
STURO DI FINEZZE, DI SAPIENZA, DI ORIGINALIT
IMPARI A SCRVERE


Sezione di una casa civile a due piani.

O Pbblico, o solo mio R, si f porta. Due lire e tu sei in teatro. nimo! risparmia un pajo di guanti, un nastro, un fiore, un sacchettino di dolci, e ardisci di non scroccarmi il biglietto. +Chi  mai, che con un cinque-centsimi in tasca, avrebbe tanta impudenza di domandare, per grazia, a un panattiere un panuccio? +non si paga, fors'anche, una sbornia che ti f misurare la terra tra le fratellvoli risa del prssimo? +non si paga un amplesso che ti lascia un rimorso? +non si paga perfino un rimedio che ti assassina il palato, e, peggio ancora, lo stmaco? Pbblico-R, trttami almeno, ti prego, come tratti il tuo cuoco, il tuo sarto, il tuo ertico araldo. N ti rattenga la pietosa paura di rivedermi, tua merc, a tiro di quattro e col battistrada. Lo sprito costa molto olio. Siamo poi troppo signori per diventare mai ricchi.
Animo dunque! ti dazia e riempi il tuo posto. Ve'che poltrone! Che molle! oh che molle! Se la tua regnante Maest - come desdero e spero e per essa e per m - ha pranzato da papa, trover qu da disporre ampiamente la intimpanita ventraja, e potr, cullata dal tepor della sala, succiarsi il pisolino del chilo, senz'altro timore da quello all'infuori di prdere la commedia, il che  forse un guadagno; se, invece, la  favorita da qualche polposo vellicatore contatto, la Libdine tua ha di che stare a tutta sua voglia stipata in un disagio agiatssimo. E di pi, nei ritagli di tempo, badando un poco anche a m e non isdegnando la tenue fatica di pensare il pensato, potri mantenerti sull'esercizio di quella lingua italiana, in cui l'innesto lombardo distrugge la scrfola fiorentina, e chiss mai! accattarti una dozzina di concetti ingegnosi, da improvvisare poi per tui propri, cos facendo una figura men ladra nel mondo della parola, e cos confermndoti nella buona opinione, che tieni, senz'alcun forse, di t.
Ma ecco, sul limitare, tra il vorri e il non posso, una rispettbile dama.  una madre, incerta tra le ghiotte promesse di un cartellone e la verginale apparenza di una fanciulla, che le st braccio a braccio. O non tema, signora! Entri pure a cuor sciolto. Punto primo; la vera Morale, immutbile, eterna, v come il corso dei cieli, pel quale  tutt'uno che i clcoli delle pi prsbiopi spcole bttano giusto od errato; v per suo conto e ben v. Non creda, che n i libriccioli pel popolino del castratello A.., n le commedie per le bimbe da latte della maestrcola B.., sano proprio i Messa da mantenere questa vera Morale nel suo diritto cammino, caritidi, a parer mio, che si dilmbano a sostenere una mole che si sostiene da s. I dieci comandamenti, cos detti di Dio, hanno potuto, dopo Mos che li scrisse con la minaccia, ssere rispettati, appunto perch per amore lo rano gi, in altro cdice inscritti ben pi duraturo del granito e del bronzo, "la umana universale coscienza." E ci la signora favorir di accettare sulla parola, ch a voler la ragione di ciascuna ragione, si sciuperebbe a quintali la carta e a botti l'inchiostro, coll'attraente certezza, che, fatto il giro del globo, arriveremmo alle spalle di quella prima ragione da cui s'era mossi. Non mi bblighi dunque a nojarmi, per annojare lei. Se la signora ama proprio la noja, non mncano biblioteche. Punto secondo; Drammtica e Letteratura, nei loro rapporti colla Morale, nrrano pi quanto si f o si  fatto, che non insgnino il da farsi. In particolare poi "teatro" vale divertimento; tanto  ci vero, che se l'autore a questo suo scopo fallisce, pensa lo spettatore a rimpierlo, traendo dallo stesso trgico orrore una piacvole sensazione. Ma le sensazioni che scndon da un palco non divntano mai sentimenti; tutto, in un teatro  fittizio, per chi dice e chi ascolta; tutto, dai scenari alle ore. Per quanto omicida, una tragedia non fu mai rea di digestioni men buone ne'sui spettatori ed attori. N andiamo a fidarci della larva dei visi. Niun uomo s'affanna davvero o gioisce se non della propria fortuna. Calato il sipario, il sogno  finito; resta ciascuno qual'era - solitamente un briccone. E, punto terzo; concesso anche, o signora, tanto per contentarla, che la drammtica o letteraria rappresentazione di un peccato qualunque, possa lasciare vestigia nella cera ancor molle di un givane cuore, +perch allora, domando, non ne vita Ella alla sua quasi-intatta palomba il domstico esempio, reale e diuturno, ben altro efficace che non scolorite finzioni? +e quale casa - mi dica - non  viva accademia ai pi torti costumi?
Veda qu. Ho un sacco di casettine qu (e lo scuoto) sul gusto di quelle, che, scolpite nel pino, vngonci da Norimberga, la citt cara ai fanciulli. Sclgane una, madama. +Vuole che mscoli ancora?... scelga pure a suo agio... +Questa?.. Brava! Ella ha saputo pescarsi un grazioso edifizio a due piani e senza botteghe, abitazione certo di gente, che, per mangiare, non ha da far altra fatica che di recarsi il cibo alla bocca; di gente che non cmpera cenci per vesti, ma vende vesti per cenci; di gente, in una parola, per necessit buona, non perci virtuosa. Ed ecco, Pbblico mio, la casa; ecco il pccolo mondo, dove ciascuno possiede il vero suo regno, un regno in cui si comanda a chi amiamo e ci ama: ecco il sacrario del fatale palladio della poltica quiete, la pntola; o, se meglio v'aggrada, quel camerino dove si studia la parte da recitare in istrada e il genio ci appare in mutande e... Dite "basta", vi prego. Ch io, di tutta 'sta roba, far come di un pomo. Con il coltello della fantasa la spacco. Ve'che taglio nettssimo!
Passeggimola ora col guardo. Il primo piano pu dirsi un cannocchiale di stanze. Tutto  seta, velluto, tutto  oro, cristalli. Male potrbbero i pi tneri piedi desiderare una maggiore morbidit di tappeti; male saprebbe una logorssima schiena imaginarsi imbottiti pi voluttuosamente cedvoli. Eppure, fuorch i servitori, non ci si trova nessun altro padrone, il che vuol dire che a meraviglia non ci si st. Nel salottino della signora, una tenda  strappata, un pajo di sedie rovscie, e, di pi, stelleggia nel vastssimo specchio un gran crepo, colpa forse quel braccialetto che innanzi gli giace ammaccato. Fatto , che il padrone se l'ha scivolata di casa con una cera pi muffa del consueto, gualcendo un mazzo di polizzini, e che la signora scarrozz via con la vendetta nel volto; egli, probabilmente a pagare dei dbiti, ella certissimamente a farne. +Ma a che ti scalmani, o marito? +a che spesseggi i picchii irritati del tuo nodoso bastone a corno di cervo? Tua moglie ha sotto di s quattro ruote: arriver sempre lei per la prima... E la portinaja, la quale ritorna dal chiderle dietro il cancello, rianda la segreta consegna delle buge che le lasci la padrona, e ne fa sbito parte al signor mangiadormi, nascente in quel punto dalla cantina con due bottiglie tra mani e la terza in budello. Intanto, una botoletta sfoga di sala in sala la sua stizzosa verginit sui pizzi di una mantiglia, e intanto un bmbolo latterino, con l'ira nelle gengive, f traballare la ricchssima culla, strillando a sgozzarsi pel noleggiato seno della nutrice. Ma e s! sparmia il fiato, bimbo! Una giuliva fanfara ha invaso l'ambiente e la tua mucca a due gambe, che regge il seno a fatica,  andata ad esporlo a un poggiuolo, di dove, mirando il brioso passare dei bersaglieri, cerca, tra tante penne di gallo, la coda del suo. La cameriera le sopraggiunge. La cameriera abbandon, di sua parte, una cuffietta a ricami sulla scottante cucchiara. Fuma la tela battista, ma la strinatura del cuore le intasa per l'altra l'olfato. E passa l'amoroso sergente e la occhieggia, mentre il marito di lei, quel bambagione di cuoco, fischia in cucina il motivo della fanfara, battndone il ritmo su costolette di porco, nobilitate a cinghiale.
N l'altro piano si dissomiglia troppo dal primo. Se qu non si pranza in porcellana Ginori, non si sboccona neppure in terraglia di Biella. I padroni maschi, anche qu, sono fuori; giova peraltro supporre, che ci sia a sgobbare, per mantenere nell'ozio le loro massaje. E davvero, di esse massaje, due, cio la nuora e sua figlia ventenne, stan trascicando pel corso da tr o quattr'ore le loro fruscianti balzane, gratuite spazzaturaje. Sfido voi a restare tra quattro pareti, in una giornata s azzurra, con tanto lusso di vesti, e quel ch' pi, con della carne in negozio da esitare alla svelta! Ma gi sunan le cinque, e in casa non c' letto rifatto. "Ah se non ci foss'io!" sospira, scotendo il capo, la sucera, fida alla stanza per non poterne pi uscire, "addo rdine!" E insieme, f quello che pu, disordinando le ide nella ricciuta testina della nipote minore, una bimba novenne, la quale st a lei sillabando la storia di Eva che mena pel naso il protomrtire Adamo. Senonch il loro (parlo ancora di naso) non sembra molto sagace se non si raggrinza all'odore di bruciaticcio che esala dalla cucina. Cuoca malconsigliata! bada all'arrosto che se ne v, e non al pudore gi andato. Fai senso perfino allo spasimante magnano, che non arriva a capire per quale ragione paventi, la prima volta, le sue fuliginose carezze. Poich il magnano non s del ganzo rivale, chiotto nel dispensino, come tu, cuoca, non sai che l'ascoso, troppo  rapito in una libbra di cotta per ingelosir della cruda. Intanto l'arrosto v in fumo, v coi sogni leccardi dello sgobbante padrone.
E questa casa, o signori,  delle meno sconclusionate. +Non mi crede, madama? Creder. Un po'd'unguento bocchino, e rincollata  la casa, e quale pareva, torna; e ridiventa, per lui che passa in istrada e mai non pag di foctico, l'arca d'ogni terrestre salute.
Ma la plata s' zeppa. Giovinotti, in orchestra! Parlo a voi, smilzi agognanti alle meritali sferoidit,, a voi, nati all'amore dalle tr pubblicazioni e alla santa fatica del procreare in perfetta sintassi e alla felicit in carta bollata; parlo a voi, che, ancor titubanti tra una tovaglia troppo piccina per due e due lenzuola troppo ampie per uno, ergete al cielo (del letto) i lberi polsi per impetrar le manette. Tu, in buca, ira suggeritrice. Giovinotti, ai leggi! Fuori i fagotti e gli zfoli! Dice il mio quinto Vangelo "allegramente sonate, ch sarete sonati."



ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Le due popptole.

Era un giorno qualunque di un qualunque gennajo. Il palazzo dei Garza si stava abbigliando pel ballo di gala che la contessa Tullia (c' anche un marito, ma conta per vetro rotto) usava di offrire ogni anno alle stelle della citt, nel cristianssimo scopo di spgnerle tutte con il fulgore delle sue gemme, l'inaspettato della toilette, la sua bellezza spavalda e il nmero dei sospiranti. Tapezzieri e pittori, lampadi e fioristi, avvano invaso il palazzo sloggindone quasi i padroni. D'ogni parte un traurtarsi, un sorvegliare a chi sorvegliava, un comandare contro-comandi, un affannarsi a conchidere nulla o peggio; l, il lamento di un mbile grave che non voleva mutar domicilio compromettendo la sua emrita et, o lo squillo di grndine cristallina da un lampadario commosso; qu, gli accordi di un pianoforte o la scordatura improvvisa di un servizio di Svres; in complesso, nell'aria, tale un broncio, tale una luna da minacciare tutt'altro che un divertimento.
E s, che, almeno pei servitori, la festa  gi nel suo pieno! Sulle cantine, non pi catenaccio; le pletriche botti son salassate senza piet; nella cucina par convenuto il mercato; tanto  il cibo, da spaventare la fame. Eppure, sar una grazia, quest'oggi, se potranno i padroni sedersi a tovaglia e alzrsene non malcontenti. Poich la pompa ha ucciso la comodit. La sala da pranzo divent un teatrino; la scala, una serra dal vertiginoso profumo: quanto ai saloni, smplice spazio; pura mobiglia, le cmere. Basti pensare, che il ballo s' spinto fino allo studio dell'adiposo padrone, obbligndolo a evacuare d'rdine della signora, che intende sostituirvi un boudoir; s che il pvero conte Gonzalo, fttosi usbergo di scientfica flemma, ha dovuto raccrre le sue ittriche carte e colla penna all'orecchio, il calamajo in saccoccia e due messali sotto le ascelle (ch i servitori non hanno pi tempo, nemmen di servire) emigrare in uno stanzone remoto, dove, vedndosi il fiato e soffrendo di unghiella, lima ora una ottava di quel suo immenso poema tra il didasclico e il rompisctole, che tratta "della domstica pace."
Diamo adesso un'occhiata alla guardaroba. Vatti a nascnder, Babele! Armadi e tiretti, scatoloni e ceste, tutto  aperto, scoperto;  un guazzabuglio, una arlecchinera di fogge e colori, di sottanini e di gonne, di sbuffi e volanti, di bindella e cervelli... dico cio cappellini. Potri, fossi maligno, osservare che la padrona, a pezzi e a pezzetti, c' tutta. E sul tavolone un monte di bava di bachi, spuma senza sostanza come la bonne socit, che basterebbe a parare otto donne, ma non a salvare il pudore a una sola, un candidssimo monte, che decresce man mano, passando tra le gili dita di quattro sartine, le quali, sedute nel vano di una finestra, ci danno lo strano spettcolo di affacendarsi a cucire - mentre bianchggiano i tetti su di un ciel grigio - una veste di estate. E quelle ragazze agcchiano svelto, chne le fronti gentili, in silenzio, n si soffrmano che a provvedere l'ago di nuovo filo, aguzzando, verso la cruna, occhi che non hanno dormito. Sopra la sponda della finestra ziano intanto quattro grosse pagnotte e... un coltello. O sojatora cucina! o carestiosa ubert! Tuo malgrado, anzi,  per t, se anche la gabbia di Cicio, il pssero solitario, pende muta in un canto. ccoti l, Cicio mio, irrigidito sulla incommstbil sabbiuccia, vuoto l'abbeccatojo, scutto l'orciuolo, senza pi cuore, senza lattuga, senza ancor lgrime, salvoch forse da quel gattone soriano, che strofinndoti-sotto le volte pi voluttuose, guarda in s e sospira, per non potere pagarti l'ltimo ufficio.
Tanto, dico, la guardaroba era zeppa di nulla, che Isa, la settenne bambina della contessa, ava dovuto tirare i sui due metri quadrati d'immunit, il suo San Marinetto, il suo tappetino, sin contro uno sposareccio cassone, di quelli che con le scolture e gli intarsii dissmulano (come l'bito bello il cuor brutto) la bianchera sdicia. Era, quel tappetino, l'asilo di tutti i colletti all'mido renitenti, di tutti i nastri ribelli al cappio o scartati dalla instbile moda, in una parola, di tutti i banditi dall'abbigliatojo materno; ed era l'assoluta provincia della bambina e della sua amica di cartapesta, la graziosa Fanny, una fantoccia, che le assomigliava come uovo a uovo e nell'oltremare della pupilla e nel vermiglio delle guancette, tnere e tuffolotte, e nell'incipienza del naso e nel biondo-ambra della capigliatura, avvantaggiando su lei in ci solo (d'assi rilievo per) - nel silenzio.
Ma siccome, quaggi, cosa compensa cosa stando la perfezione nel complesso di tutte, valeva il muscoletto linguale dell'Isa e per l'una e per l'altra, anzi ne sovrabbondava.
"Pvera la mia Fanny!" dica essa accoccolata sul tappetino mentre aggiustava intorno alla bmbola con la manina guantata una bianca sottana di raso, "quella brutta Honorine non ti ha ancora portato l'abituccio di gala. Hai,  vero il gros lilla, hai la faille rosa, hai la moire mauve, ma li hai messi gi tutti. Fi! c'est indcent comparire due volte nello stesso salon con la stessa toilette... +Che ne direbbe la baronessa Colorno, cette dgoutante? +che ne direbbe la Breda, cette parvenue?... Eppi, tu devi ballare i lanciers con Sua Altezza, e far ghigna ghigna a quella smorfiosa di una marchesazza d'Alife. Pvera la mia Fanny! + il nojoso papp, vero? che non ti vuole dare le sou? Avaraccio!... Ha ben ragione don Peppo. Auf! ces maris! che caldo!... Ma non pingere mica, Fanny. Noi lo diremo a don Peppo, e don Peppo ti comprer lui la vestina."
Tra parntesi; chi mai sia don Peppo e quale il suo ufficio in casa del conte Gonzalo, non giureri: stanno due indizi per; l'uno che ogni qualvolta  pronunciato tal nome, s'increspa maliziosamente il cantuccio dei labbri di questa o di quella sartina; l'altro, che Isa, per ajutarsi la imaginazione, ha investito della parte di lui uno zfolo rosso da un soldo. E Isa, adducendo il delicato strumento a Fanny, seguitava:
"O caro il nostro don Peppo! que vous tes ponctuel!... Attacca pure, Francesco... Su, monti don Peppo," (e la bambina accomodava lo zufolotto a fianco della fantoccia, in una sctola gi di canditi) "la mi segga qu presso, monsieur; tout prs... Vite! dal mercante... E tip-top e tip-top e tip-top...
"Bonjour, mercante" "+In che posso servirla, signora contessa?" (faca da mercante un soffietto) "J'ai besoin di cinque e cinquanta milioni di miglia di velluto d'oro e d'argento con la coda." "Ecco, signora contessa." "+Quanto costa, mercante?" "Nove franchi, signora contessa." "Lei, mercante,  un gran ladro." "Non posso fare di meno, signora contessa." "Basteranno allora dix francs. M'impresti il suo porte-monnaie, don Peppo." "Oh non s'incmodi, signora contessa." "Adieu, mercante." "Servo suo, signora contessa..." E tip-top e tip-top e tip-top...
"Eppi, +sai? o Fanny, ti metteremo all'ingiro un collier di brillanti, azzeruole e bottoni, con un bel dndolo in mezzo, e dentro il portrait di don Peppo.
"En attendant, siedi alla pettiniera. Ici, Lulla e Amorina!" (e Isa, da un mucchio di bambolucce, elssene due e poi altre) "Allumez les bougies... Tu, Tesoretta, v a pigliare il peignoir. Tu, Carmelita, inclina la glace e dammi un miroir. Monsieur Violet, la mi faccia una coiffure  la chienne-adorable con su una bella corona di marrons glacs e di carta di dolci e una piumona di pollo del Paradiso... Du koheuil et un btonnet, Tesoretta! de la veloutine, Carmelita! une houppe, Lulla!... Bestia di un'Amorina! +non senti che mi tiri i capelli?
"Ah! c'est fini. Les gants! Mes gants a sei bottoni. Inclina un po'ancora la glace, Carmelita. Que je suis bien! que je suis ravissante!... Tu, sti distante, papp; toujours si malpropre, toi."
Ma riecco don Peppo (e la bambina riprendeva lo zfolo) "Come mi trova, don Peppo?" "Un bombonino, contessa." "Mi dia il braccio, don Peppo." "A'sui comandi, contessa." "Allons donc, de la musique!..." "+ Voulez-vous danser une valse avec moi, comtesse? " "Trs-volentiers, chevalier." (e l Isa accoppiava lo zufolotto a Fanny). "+Aimez-vous la valse, comtesse?" " la folie, chevalier; +et vous?" "Oh, j'aime les perdrix aux truffes, comtesse." "Les perdrix  don Peppo! vite! le champagne et le pt  don Peppo!" "Que vous tes spirituelle, comtesse!" "Que vous tes bien fris, chevalier!"
Ma, a questo punto, si ud lo sbadiglio di un uscio, e apparve un metro di donna, vestita di nero, dal naso che respirava sussiego, cio apparve la signora Modesta, la guardarobiera, una di quelle donnette dall'affacendatssimo ozio, indispensbili a che una casa cammini come Dio vuole. E la signora Modesta, annunziava: "Donna Isa, la maestra ti aspetta."
"Io no..." fe'la bimba.
"+Hai capito?"
"Io no..." ripet Isa con sgarbo.
"Guarda che vado a chiamare papp!"
"Vai pure.  festa. Papp non permette che si studii alla festa."
"Oggi, non  festa punto, donna Papagallina," esclam stizzita la guardarobiera "Badi che la contessa!..."
Isa sospir con dispetto. "Vengo," disse "Ma lasciami prima coucher la Fanny. Maman vuole l'rdine."
E lentamente si diede a raccgliere e a mttere in pila le sue propriet.
Quand'ecco, si riapre la porta a una rotonda e sgualdrina figura di bambinaja, che dice: "Contessina, la sarta."
Isa, in un balzo, fu in piedi. Attaccossi alla gonna di Lauretta, e via ambede. Il balocco di carne correva alla sua majscola bimba.
Rimase con quelli di stoppa la signora Modesta, che, crollando la cuffia in aria di commiserazione, si sbassava a riunirli, ne faceva un fagotto; poi, alzato il coperchio-sedile della cassa istoriata, vi seppelliva entro ogni cosa. La qual cassapanca (anacronismo antiquario a tutto vantaggio della filosfica lgica) rappresentava, nel secentista dossale, uno sculto pavone spiegante la pompa delle occhiute sue penne; nel telajo di sotto, l'intarsio maggiolinesco di una gran casa in rovina.


SCENA SECONDA

In collegio.

+Dal sopra in gi, a cinquanta metri di lontananza, quale pi grato spettcolo di un collegio di ragazze e di bimbe, in ora di ricreazione? Quanto bello vedere quelli amorosi intrecci di forme verginalmente sobrie, che non attndono migliore da Parigi o da Vienna, e quell'incompro ondeggiar di capelli e que'colori freschssimi, cui fu pittrice la sola natura! E, oh quanto mai commovente, pensare che in corpi s vaghi polsggiano nime gaje come i lor visi, buone spontaneamente, perch spensierate che di l di quel muro, fine al soddisfatto lor sguardo, s'gita, bolle una melma di birbere, dove il fratello s'adopra di affogare il fratello e il meno ribaldo soccombe; e pensarle con un solo deso e una sola paura, gli esami, con un solo rimorso, il premio fallito; accendenti ancora il lumino alla purit della Mamma di Dio, n ancor distinguenti, tra due chiavi diverse, la maschia e la fmmina... Oh, a tale veduta, a tali pensieri, fin il vecchio deluso, cui delle gioje del mondo non sono rimasti che i dbiti e le cicatrici, si leva intenerito gli occhiali, per asciugarne gli annuvolati cristalli.
Tuttava, mi si susurra all'orecchio, che, da vicino, un collegio interessa ben pi.
+Vorreste farne sperienza? Per quel privilegio, che gli scrittori hanno comune coi doganieri, di frugar dapertutto, noi scenderemo nell'istituto della signora Isidora Cornalba, un istituto messo s alla tedesca, nel quale s'impara quel tanto che basti per rimanere ignorante e si mangia quel poco che giovi a conservar l'appetito. Fatto st, che frutti migliori non si saprbbero dare. Tante le ivi educate, quante le ben maritate. E noi, sull'ali della buga, c'introdurremo in questo egregio istituto, dove ci ha divanzati il sole pi allegro che mai illuminasse una domenica di primavera. A nembi cinguttan gl uccelli sul fico del cortile-a-giardino, a nembi le ragazzine nel mezzo dei fiori. Ragazze, fiori ed uccelli, tr cose, l'una creata per l'altra.
Ecco, anzitutto, in un canto, due bambolotte di nove in dieci anni, abbigliate e velate di bianco, con le manine a mezza orazione, e tra le manine, un rosso libro di messa. Stan savie savie, lo sguardo raccolto, indifferenti agli inviti di quella frugaglia ancor senza mammelle, vera semenza di rose, che gioca chiassosamente s e gi nel cortile, qu a mosca cieca o agli sposi (cio, cantando, partita in due schiere, il "voglio una figlia" con la controdimanda del "+che dote mi date?") l a predelline o a bndolo, o, pi quietamente, a dar ciascuna da bere, per ora, al suo vaso di parco. Le due bambolotte han fatto appena bucato; la loro interna casetta, pulita di tutti que'peccatoni imparati a memoria, cndida come le loro vestine,  in attesa del primo e prssimo arrivo di bimbo-Ges in commestbile forma, e ne pregusta il sapore - un sapore assi somigliante al pane di Spagna e ai mostaccini che madama Cornalba serba e promette per tali solennit. Oh poverine! rapite in una gastro-asctica stasi non le si accrgono intanto di quelle tre monellucce loro coetanee, le quali, dietro l'uscio del luogo per cui progredscon le scienze, stan dividendo un cartoccione di roba, e rdono, verso le due, con un visino pi moscadello del slito.
Ma, mentre le nostre angiolette mditano col palato il terzo dei sacramenti, ci ha altre che si preprano al sttimo. Sono ragazze in sugli ndici, che si dsputano a gara il Millo del portinajo, un gognolino di un anno, e se lo srrano al seno, e gli fanno il linguino e il pizzicorino e lo mangicchian di baci e carezze, - baci che han denti, carezze che hanno unghie - palleggindolo, soppesndolo, mirndolo e di sopra e di sotto e all'indrizzo e al rovescio, per imparare, forse, come i bimbi si fanno. Oh simpate provvidenziali! oh innata maternit! Ma di tanto entusiasmo il neonato non s, pel momento, che fare, e d in lgrime e strilli. Amore  dolore. Millo comincia ben presto a sentire che male sia mai il bene delle ragazze.
Altre, invece, non rindano mica zoologa; sibbene geografa. Vdile, le quattro studiose, sotto quel prgolo ingraticciato, che attende la appena-semintavi ombra; vdile, fuse in un nico amplesso, vlti gli sguardi a un atlante, che una di loro, gentil morettina di trdici anni, si tien spalancato in grembo. La giovinetta poggia il flessbile mgnolo sul vecchio dei due emisferi, forse accennando le analoge tra i promontori ed i golfi; n pare si avvegga della bianca cuffiazza a bindelloni color-patriarca della signora Isidora, che sosta a osservarle con un bocchino di compiacenza a traverso la grata. Ma una gobbetta tira l'amoerre della rettrice e le spa alcunch: tosto scompare il sorriso della rettrice, tosto scompare lei stessa. Ecco riguizza sull'ampio aperto volume un libricciuolo slegato, zppo d'orecchie, e quattro sguardi vi si fsano s, con l'appetito con cui mamma Eva adocchiava quel frutto, che, voi donne, sapete.
S'udiva in questa, da una finestra a terreno, il suono di un pianoforte. Era un tremoleggiato "notturno", un frmito verginale, che si elevava quasi a implorare piet, e toccava all'accento pi gemebondo, poi, soprafatto dal duolo, ricadeva a morire sconsolatamente. E a quell'agona in minore, tr quindicenni, cui le corte gonnelle volvano ancora bambine a dispetto degli occhi, e passeggivano sobbracciate lungo il cortile, si soffermrono, scambindosi un risolino. Delle quali, una, cio Elda Batori, alta e superba figura, dalla nerssima chioma che all'opaco pallore, qual di magnolia, del suo drico viso, aggiungeva altro pallore, e dall'occhio mido e grigio e dalla voce che agiva voluttuosamente sul tatto, fe'sogghignando:
"Ci siamo."
A tali parole, gli sguardi delle tr belle educande si vlsero al secondo piano di una casa, che si innalzava di l della via, nascosta nella parte inferiore dal muraglione della corte-giardino. Ecco, difatti, il pettegolo di un obo piagnucolare il motivo del clavicmbalo; e allora il motivo, che impallidiva vieppi, riaversi, e da un tempo di chiesa, grave come un cannico, entrato ben presto nel gajo trottino di una ballata, passare - sempre seguito dal zoppicante obo - in un galoppato 3 e 4, finch, vieva, guadagnando la mano, i tasti alle dita e al ritmo le note, tutto non fu che un imperversar burrascoso, un turbino, un cos di suoni, quale un accordatore non avrebbe saputo desiderare migliore.
"Pvero piano!" sospir la seconda delle tr collegiali, la biondssima Isa di Garza, dalla pupilla cerulea. E s'era fatta, Isa, una smilza fanciulla, flessuosa come una spiga, di elegantssime forme, quelle forme nate a dar voga a una foggia e nome a una sarta, meglio assi delle belle, per le quali, anzi, la veste  il mssimo danno. N la fanciulla minacciava alla Moda una inimica. Ben si veda, dal pretenzioso suo disabbiglio, dalla studiata spettinatura, dai guanti eterni, che Isa, quand'anche non figlia del conte Gonzalo, di donna Tullia era certo.
"Miss Clelia  proprio in guazzetto col barbigino," disse allora la terza, il cui nome di Eugenia Ottonieri accompagnava la ciccia di una ragazza barocca, biancorossa e freschssima, "come pomi a odorar, soave e buona" nello stile di quella, che, se credete alla Bibbia, tena lontana la muffa dalla saggezza del vecchio r Dvide "non si scherza, ve'! Io, che s il linguaggio dei fiori, non passa d che non legga qualche dichiarazione d'amore sulla finestra o di lei o di lui. Ieri l'altro, ad esempio, il barbigino ci ava esposto un tulipano, che signfica ti amo e sbito la maestrina ha messo fuori, a rincontro, un cespo di erbasavia che vuole dire sei freddo. Ma il giorno dopo, al posto del tulipano, stava gi un peperone, che se potesse parlare, direbbe ardo, cui miss Clelia rispose con un barttolo di sanguisughe, che, come si s, equivale a un tua per sempre. E davvero, gli  un bel pasticetto coli," aggiunse vogliosamente. "Ci si pu star senza smorfie!"
"Sti puve," fe'Isa, con un frmere lieve di nari, e aristocraticamente fraudando il suo alfabeto dell'erre, nel che per si capiva, come ancora penasse a parlare men bene di quanto poteva. "Sti puve... con i tui apprentis commercianti. Avri i vestiti au prix de fabrique. Da parte mia, non ti far concorrenza. J'avoue di non ssere nata col tic degli amori all'ombra di una ditta e di un banco, tra le citole e i mastri, e con le stoffe che mi contmplan dall'alto dei loro scaffali. Je suis ne potique, moi. Io non comprendo che un amore alla Otello, salvo il colore. Io vorri, per lo meno, un pirata, nervosamente magro come un lione non del Muso, souple come un fioretto, con due nerssimi occhi, lcidi, aguzzi come i pugnali che gli pndono intorno, con i capelli, pur neri, boucls, con due lunghi mostacchi che gli pivono in bocca. Io vorri vedermi con lui sulla tolda di un brick, pas marchand, fra il tuonar degli schioppi e lo scoppiare del tuono" (e Isa, qu si allacciava un de'quattro bottoni del suo guanto sinistro) "fra monti di preda e fiumi di sangue, gettndomi, il mio pirata, ai piedi, le teste de'sui rivali, e gettando s stsso, e tremando, egli! dinanzi cui trmano tutti. E poi gli arrembaggi, e le galoppades a traverso le lande s'uno stesso corsiero! e la prigione colle catene e la luna, e lo scivolare, fuggendo, dalle corde di seta...
"Di'piuttosto il salirvi," esclam la tomboloccia Ottonieri con un sorriso senza risparmio, che, allendosi allo splendore dei denti sui e lampeggiando nelle pozzette delle sodssime guance e nel castagnino degli occhi, parve la circondasse di una giojosa aurola. "Bella vita, Isa mia, con la Questura dietro e dinanzi la Fame! vita da prdere i tacchi e l'onore! O tintela, sai, la tua pidocchiosa poesa, i tui rompicolli, il tuo puzzo di peschera e di pece, e i batticuori e la perpetua infreddatura. Io scelgo, invece, un amore con tutti i sui cmodi, con lo sgabellino sotto, e sotto la stufa russa, coi quattro piatti ed il dolce, la carrozza e il teatro, e la sua villa sul lago, oltre una lunga convalescenza, ogni anno, a Nizza o a Vichy per le malatte avvenire. S'intende poi, col suo bravo marito, anche molto mercante purch non troppo al minuto, anche un po'panciutello, purch, stando in piedi, si possa vedere, dei piedi, almeno la punta; marito che mangia e lascia mangiare, che dorme e lascia dormire..."
"Questo poi no, lasagnona," salt su a dir la Batori, dandole un pizzicotto, "una fanciulla che si rispetta dee volere un marito..." Senonch, avvertita dal gmito di Isa, interrppesi Elda, e scorta la direttrice, che a loro veniva come cercando di spigolare qualche parola della conversazione, con un sbito vezzo di bambinesca ingenuit: "+Non  vero," chiese "signora Isidora, che il giglio simboleggia il candore?" Chiese, e la mano di lei si drizzava ad una biancheggiante ajuola, nel mezzo di cui, sorga altssimo e pungiglioso un cctus, smile al Dio di Lmpsaco allorch sparge negli orti grottesco terrore.
Ma intanto, ad una delle finestre del dormitorio, le quali asolvano, spalancate, le lesbie accensioni e le notturne oppressure, appariva l'sile forma di una fanciulla, che si appoggiava languidamente al davanzale. Il viso di lei sofferente, peggio che pllido, giallo, mostrava una trasparenza di opalo, o piuttosto quella pellcida tinta del baco, quando, ricco di seta, st per ascndere ai clmini della trasfigurazione; gli occhi, due pozze di duolo, serbvano quelle tracce che gli insoddisfatti desi lsciano quanto le nauseate soddisfazioni, e gli occhi la giovinetta ava vlti, fisi estaticamente a sffici anella di nvole imaginose.
"Oh alfine! ecco l'azzrro," f qu una voce in falsetto. "Ecco l'amore ideale, l'insofferente di corpo, il primssimo amore. Sii ben venuta, nota soave di poesa fra cotanta prosaccia. Quella celeste..."
Piano, ginnasialino! Raccomanda il dottore di non lasciarla mai sola.


SCENA TERZA

Quattro salti.

E tutta la sala pareva girare.
Stanco del dritto, mi appoggii sul piede sinistro. Tr volte avevo adocchiato al mio orologio, tr al pendolo del caminetto, e gi dubitavo di ragginger la fine del ballo di donna Alessandra Batori (la mamma di Elda) al quale, in penitenza de'mii futuri peccati, mi ero lasciato sedurre. +Ho detto "ballo?" Scusate; volevo dire, uccellatojo da sposi.
E, innanzi a m, che, non cacciatore n cacciagione, inosservato osservavo, essi passvano gli inesperti anitrocchi, ciascuno con la sua nitra allettajola, gli uni neri e lugubri come mortori di prima classe, le altre, meno persone che vesti, vesti leggiere come i loro intelletti; tutti con quello scarso sorriso, che non  un sentimento, ma un'abitdine di galato, tutti con quell'impalpbile zanzaro a fiore di labbro, di ben altra famiglia della loquela, e quell'irnica galantera che non fu mai gentilezza, tanto, che a chidere gli occhi, si poteva pensare di aversi sempre dinanzi la medsima coppia. Ma l, da due mani guantate, una asciutta battuta: nitra e anitrocco dvano un saltellino, e si mettvano a girotondare. Oh che spettcolo buffo! rano vecchi dal corto respiro, i quali, facendo gli esami della lezione di ballo a ragazzine dalle corte sottane, la rimparvano; rano o elle (l) appajate con i o minscoli isse (x) sciabolanti piroette intorno a delle majscole Be, che ricordvano il gran castagno dell'Etna; era, qu, il professore Tale, che, sepolto in silenzio, assorto completamente ne'piedi sui, calcolava sovra il tappeto, col compasso de'stinchi, lenta coreogrfica geometra, senza badare alla poveretta compagna che si moriva di vivacit rientrata; era l invece lo studentello Tal'altro, quasi colpito da giubilante pazza (una gazosa gli ava dato al cervello) il quale traeva in tumulto la ballerina s e gi per la sala, schiacciando calli, urtando spgoli e lacerando balzane; tutto sul fondo di una msica cafra, macinata da uno di que'manubri di pianoforte, detti solitamente madamigelle, vera givane strega, che, loscheggiando attraverso gli occhiali, picchiava fuori di tempo, le sue unghie grifagne sulla gialla dentiera del piano, gialla come la sempre patente tastiera della boccaccia di lei - ambo intonate ad un allegro feroce.
Compiuto poi il lor giro, il loro, per cos dire, trottino di somarello, i baldi garzoni cui gi doleva il ginocchio, soccorsi provvidenzialmente dalla battuta di mani, uscvano da un'altra porta con la lor chicca incartata, il loro mucchio di mussolina, e ricomponndosi il cavaliere i manichini e la lattuga della camicia e la ballerina aggiustndosi in capo le rose di cencio o castigando qualche velo sul seno che arda velleit di pudore, andvano sottobraccio nella prssima sala a rieccitare i bollenti spriti alla credenza, dove un servo imponente, pi bottoni che panno, mesceva in clici cristallini della bellssima aqua, aggiungndovi anche, per chi ne faceva ricerca, un cucchiarino d'argento. E, dappertutto, sorrisi che non rano altro se non dissimulati sbadigli. L'mido della camicia si era diffuso nel sangue; il freddo morale che vince ogni stufa, permeava dovunque. A tratti, i vitrei gocciolotti delle lumiere mi parvan ghiaccioli; irrigidite cascate, gli specchi. Se  divertirsi questo, come dolce la noja! se tale la societ buona, viva allor la cattiva!
Ma anche il piede sinistro non mi voleva pi rggere. Vidi un cantuccio con la sua sedia, vidi la sedia senza occupante; e, colto il bello, la completi.
Cos, venivo a trovarmi fra il pesante drappeggio d'una finestra e l'ampia gonna color-verdedrago d'una signora attempata, baffuta, col petronciano pien di tabacco e le manacce sporche di guanti, ma tutta ori ed argenti come l'altare di una Madonna in fortuna. Dio buono! la signora Polonia! la clebre rompitorta, che avrebbe, a parole, seccata l'umidit - non la sua gola. E allora cerci di celare m stesso, facndomi parte, pi che potevo, del cortinaggio, e concentrando ogni mia forza visiva e intellettiva sopra una tela della parete di contro, che figurava, nello stile taccagno del tempo, un Cristo in mezzo ai beati puperes col regna coelrum in fondo.
Ma e s! ecco un colpo di tosse; di quella secca tossetta che  un artificio oratorio. Il gelo di una domanda mi lampeggi per le spalle. E difatti:
"+Non balla il signore?" chisemi la tabaccona.
Inghiotti una spiritosa insolenza che mi solleticava il palato, sovventomi a tempo che nella societ sopraffina bisogna guardarsi bene di mostrar dello sprito, pena il passarne per privi; e invece risposi con uno di que'monosllabi che non fanno uncinetto n maglia. Ma, per la vecchia, tanto era. Anzi, facendo bottino degli indifesi mii campi:
"Il signore," proced nasalmente "ha ragione di non volere ballare. Un vero cristiano non si dimntica mai, in carnevale, della quarsima. C' da guastarsi il suo buon naturale e compromttere l'nima avvicinando tanta carne scoperta che pare una becchera. Veda, a mo'd'esempio, la figlia della padrona di casa," e qu la signora Polonia indicvami con l'occhialetto quant'io mirava con assi compiacenza, cio la magnfica Elda, che turbinava, per cos dire, nuda in una nebbia di seta, " tutta uno scndalo! +Non le sembra che dica: rstino pure serviti?... Dio tolga, ch'io voglia far la preziosa, ma il soverchio rompe il coperchio. Tanto pi, che qu st la grande ragione, per cui le ragazze del giorno si avnzano, salvo poche, di coricarsi col gatto +Chi vuole mo'che le sposi? Amore vive di curiosit. Quando l'ha tutto frugato, il bimbo gitta va il balocco. Letto un romanzo in imprsto,  ben rado che lo si compri. Invece a'mii tempi non ne moriva nessuna col strato bianco. Ch certe cose, a mii tempi, non si vedvano mai che a quattr'occhi."
In questa, ci rasentava polcando una coppia, la cui ballerina, nanerttola orrenda, con i capelli senza rimesse e ingommati alla cute, tena, a differenza di tutte, suggellato il vestito fin sotto la bazza. Ed io gi stava per regalarla di un malizioso commentariolo, quando fortunatamente mi prevenne la vecchia, dicendo: "Mia figlia."
"Ah! sua figlia.." fec'io interdetto. "Brava! me ne rallegro."
"La mia Reginuccia!" esclam con orgoglio la signora Polonia, "quella s, che  diversa dalle altre. Non  alla moda, quella. Non faccio gi per vantarmi, ch non posso soffrire una madre che porta alle stelle la sua creatura, ma la verit viene sempre al disopra. Noi Polonia, del rimanente, siamo tutti cos; tutti fini!" e in dire questo la si poneva sul cuore un manone lavascodelle. "Mia figlia  il pudore incarnato. Gui lasciarsi scappare in presenza di lei una mezza di quelle ambigue espressioni, troppo comuni fra la gente ordinaria! Cara innocenza! pare si muti in un braciajo di carbonella. La si figuri, che, ancora bambina, allorch le davamo a sfogliare qualche volume di stampe, in cui rano imgini di statue o di bestie, che non avano speso troppo pel sarto, prima sua cura era di loro insegnar la modestia, provvedndole tutte, con la matita o l'inchiostro, di zendadine e di frasche. Cos, dedic la sua prima agugliata a un pannolino pel suo ngiol Custode che st sull'armadio della sala da pranzo; ma, per quanto la mia Reginuccia diventasse ben presto una cima di agucchiatrice, non ci fu verso di farle attaccare i bottoni alle brache di babbo, finch il confessore non glielo impose per penitenza. Non parlo poi del suo orrore pel matrimonio! non s' ancora, a tutt'oggi, potuta capacitare del come una moglie possa dormire in un letto solo con un marito: quanto a lei, innanzi spogliarsi (che  sempre all'Ave Mara), non manca mai di voltar contro il muro ogni ritratto di maschio, compreso quello di S. Luigino Gonzaga, che  il santo particolare di casa. Vero , che talvolta si arrischia in qualche festina di ballo, ma sono io a forzarla; e che vi danza con delle persone di sesso diverso, ma  per pura salute. Vedr infatti il mio caro signore come stia sempre in contegno e discosta dal ballerino. Ah! noi Polonia," soggiunse, "siamo tutti cos; tutti fini!"  e, riponendo la sua manaccia sul cuore, esal un sospirone d'arrosticciana e cipolle.
Ma il pianoforte-organetto azzittisce di botto, e i ballerini rimngono fuor d'equilibrio, un piede a mezz'aria, scambindosi con la civile tiepidit il slito "grazie". La modestiosa (di quella modestia, s'intende, che si copre la faccia colle sottane)  tornata alla mamma; ed io debbo cderle il posto, ringrazindola anzi con un inchino profondo.

SCENA QUARTA

Amor di sorella.

Senonch, in quella sala, tra tante facce che ran sol bocche, nasi, occhi, e non mai espressioni, ne scopri una, infine, spirante intelligenza e bont. Ed era l'ovale e brunetta di una fanciulla, modestamente seduta a fianco di un venerbile veccho; di quelle, in cui perdi tutto t stesso e l'animo ti si aqueta; incontrando le quali, l'uomo gentile, che cerca, non tanto una fmmina a s quanto una mamma al suo bimbo, balza di gioja, ed esclama "eccola!" N possbil l'inganno. Era, la faccia di lei, di quelli ampi registri scritti a majscole e sempre aperti a chiunque, ch nulla hanno a celare; tu le scendevi per la castagnina pupilla, da una sola ombra velata, l'ombra delle lunghe sue ciglia, fin nel pensier del pensiero. La esterna armoniosssima linea non poteva sser che l'eco di una interna armona.
Dove gli occhi van volentieri, anche il cuore v, n il piede tarda a seguirli. Ben presto, seppi il nome di lei - Colomba - di cui nessuno pi degno; e dal cognome Giojelli mi senti con letizia in non sconosciuto paese; ben presto, ebbi inventata una scusa per presentarmi al vecchio papp, generale in rtiro, assordato dal rumor delle pugne e mezzo cieco dal fumo, e poti assidermi presso la giovinetta, assi presso... ...ma, oh quanto ancora lontano!
E, gi s'intende, il capo della conversazione si presentava da s, quel capo, che, al pari del comincino della calzetta, serve a inviare il discorso; poi, come quello, inoltrata la maglia, si lascia.
"Salvo errore," dissi, "lei signorina ha una sorella, maritata in Azzurri..."
"S," ella fece di malagrazia, con una voce roca, s inaspettatamente roca, che io dovetti sostare un istante, cercando di cancellare la cruda impressione del suono nella inalterata soavit del suo aspetto.
E risposi:
"L'ho conosciuta ai bagni di Lucca, st'altr'anno. Una assi bella donnina!"
"+Bella?" interruppe Colomba, facendo la bocca bieca "+ se  bellezza quella, che mai sar la bruttezza? Due occhi, che non si fidan l'uno dell'altro, un bocchino carino, che susurra un segreto alle orecchie, un peperone di naso che lo si scorge mezz'ora innanzi le guance. Bellezza greca insomma! bellezza romana!" e sogghign amaramente.
"Forse," insinui con dolcezza, "io l'ho veduta con gli occhi di un uomo... se pure non me l'ha tanto abbellita il suo sprito..."
"O piglia!" sclam la fanciulla, chiudendo con una mano il ventaglio e battndone dispettosa le stecche sulla palma dell'altra. "Mia sorella, sprito! Anche questa mi toccava di udire! +Ma e dove avete il buon senso voi umini?... +Sprito, dice lei? Non c' da scaldarne un caff. Stefania  un vero porta-chignon di cartone. Fu sempre il rossore della famiglia;... sempre zero alle scuole, sempre panco dell'sino. Quand'apriva la bocca, qual fuoco artificiale di stupidit! Ah, ah! a contare le sue citrullere s'arrischierebbe una indigestione di risa..."
Ma il rdere di Colomba non passava la pelle; para piuttosto un lamento. Ed io, volgndole lentamente un'occhiata per accertarmi se il medaglione che le posava sul seno, dicesse ancora e davvero, come con gusto ci ava letto in principio, la non umana parola di Chritas;
"Sar!" sospiri. "Fcile  l'ingannarsi; n io mi pento di ssermi in bene ingannato," e stetti un istante in silenzio. "Ma la bont," ripresi, "tutto compensa, e la signora Stefania  s buona..."
"E tr," fe'Colomba, riaprendo con sgarbo il ventaglio, "riguardo alla bont, le permetto anche di crdere, che mia sorella  un ngelo per la bellezza, e per l'ingegno un divolo. Ella per non sta troppo a fidarsi di cotesta bont; le lasci, come si dice, la dritta. Se non fosse l'amore che ancora mi lega a coli, se non fosse il decoro della famiglia, e quel precetto di carit che tanto o quanto s'ha a rispettare, potri spiattellarle certe cosette... certe cosette da far ispgnere i lumi da s. La mamma, intanto,  crepata per lei, marcia; il papp s' mezzo intontito. Oh non tema! non ode;  sordo come uno scoglio. E se non c'era l io, avrebbe viaggiato dov' la pvera mamma, anche lui. Fortuna che quel veleno s' ito!... dovri dire cacciato, ma... bocca taci! N badi a chi v mormorando ch'io parlo per gelosa... +Gelosa io? Scempi! Porta a m, se, come si conta (tutte buge, del resto) la mi abbia fatta una cavalletta, sposando in mia vece quello smortone di un Dario! Io, gi, il Dario Azzurri, il figlio di un lustrascarpe, non l'avri neanche voluto per tutto l'oro del mondo... no... no..." e Colomba facvasi vento stizzosamente. "Moneta falsa di un Dario! felice chi se ne pu liberare!... Del rimanente," aggiunse, mentr'io sbassavo la testa, oppresso da tanta ira di Dio, "peggio loro che noi! S! fcciano pure una vita di sfoggio, i nostri cari sposini, birbonggino pure alla grande, spndano, spndano! Tutta allegra di pane fresco, illuminello da merli. Sotto c' il fallimento: verr il d del giudizio, e allora, una volta spiantati, via il fumo, torneranno da noi, gli orgogliosi, caveranno il cappello, piegheranno il ginocchio... Ma noi, nichts! piuttosto la morte. Babbo ha giurato di non li ricvere pi. E anch'io Babbo, gi lo s bene - o loro o m."
Dicendo le quali parole, la voce della fanciulla avea raggiunto una insopportbile asprezza. Alzi il capo. +Dove mai quella faccia dalla soave malincona, che avrebbe potuto inspirare a Cremona la sua pi innamorata fanciulla? +dove mai quel sorriso, al cui sfavillare sarbber spuntate, fin nell'inverno di un cuore, ancor rose? L'odio l'ava totalmente mutata. Tutto il didentro di lei s'era soffuso al difuori. Cadute le cndide piume della colomba, batta le funeree sue ali una strige.


SCENA QUINTA

Tra amiche.

"Mon amour," disse Isa, la nuova sposina (quell'Isa dal sempre piovoso e mortificato visuccio) entrando di pressa in un elegantssimo bito di mattina nel gabinetto della non maritata Eugenia, "due soli minuti pour t'embrasser..."
"Gioja mia!" esclam la cicciosa Ottonieri, accorrendo all'amica (e qu baci e ribaci); ma tosto sbassossi a raccrre una bianca gattona di Angora, che le era balzata di grembo e gi minacciava con lo zampino lo scapigliato musetto di Ze, la pincettina dell'Isa. "Guarda caso! - venivo giusto da t."
"Avresti perduta la strada," fece la Millerose di Garza. "In questi giorni, non sono pi mia. Tanti affari, tanti fastidi, ti dico! Non mi si lascia un momento tranquilla. Marchesina di qu... marchesina di l... debbo vnder mouchoirs e cache-nez per i bimbi lattanti, debbo distribuire les prix alle operaje che lavran di pi, debbo raccglier le offerte per un monumento a don Alessandro Manzoni, l'autore, sai, dei Fiancs; debbo... auf!... inaugurare con mio cognato il Prefetto la nuova sala da ballo... Insomma, una persecuzione! Pare, che, senza di m, non si possa concldere nulla, quasi ch'io fossi diventata un personaggio de consquence, un altro Bismarck... On dit, che dove non sono, c' bujo, che l'Olimpo  in iscipero, perch una festa comincia e finisce in m sola; che io poi giovo all'umanit assi meglio di una sur de charit, perch incoraggio il commercio... etc tera etc tera, tutte fadaises, tutti frasoni  sensation, di que'blagueurs di gazzettieri. E sprano forse scroccarmi un pranzo o un sorriso. Nenni! La loro M. di G., come mi chimano, non se ne accorge neppure. +Hai tu letto, Eugeniuccia, i giornali, dove si parla del ballo di Corte?"
"Davvero, no," rispose l'amica, con l'aria la pi ingenua del mondo. "Sono inezie che sfggono. Mi si disse per, che fu 'na festa assi fredda. Non c'erano, mi si disse, che dei rametti vestiti," e la Ottonieri non pot a meno di sogguardarsi con compiacenza il doviziosssimo seno. "Ma tu perdona," aggiunse, "Isa mia, se non t'ho fatto ancora le scuse di questa mia toilette, un po'troppo, diremo, di confidenza..."
"+Ma perch, ma toute bonne? Sei irrprochable. Chi veste a seconda del proprio stato, veste sempre per bene. Oh potessi, al pari di te, me passer di questo incmodo lusso! Dari volentieri la mia doppia corona. Quel mestiere di stella, credi, a lungo andare, annoja; quel dover sser di tutti, fuorch di noi sole, stanca. Tanto pi, che tu conosci i mii gusti. Io naqui col quietismo nel sangue; non sono niente ambiziosa io; a patto di non mttere piede in cucina, n di fare rimendi, n di notare la bianchera sale o la spesa, non penseri, stesse a m, che al mnage. Eppure, che vui! ici-bas qualcuna dee sagrificarsi alla felicit pbblica. Da m lo implrano tutti e il mio Ugo lo esige. Una volta che questo benedetto marito si ha, bisogna pure obedirlo in qualcosa, almeno nel compiacere agli altri. Ma intanto, oh che noje! Una che non appartiene alla gran societ, non pu imaginarsi quanta fatica costi a tener dietro alla moda, oggid in cui il figurino di Francia, cangia, diri, di mezz'ora in mezz'ora. Par exemple, cara, tu sai che la decorazione di una toilette, i fiori cio, les dentelles, les nuds, les rubans, jeri soltanto stava principalmente alla dritta... Bene, oggi ricevo dalla mia buona amica, la Bruscambille di Parigi, che  una delle lionnes di col, un dispaccio, col quale mi avverte qu'il faut sans dlai placer tout  gauche, pena il passare per una cocotte. Imgina il mio spavento! C'est pourquoi, in fretta e in furia vo adesso dalla Honorine a fare dcoudre e recoudre il vestito per questa sera, e Dio s quanto avr da patire, prima di crdermi in salvo. Ah, t felice, Eugeniuccia, che sei affatto au dehors di smili seccature, che sei ancora senza marito, e sans la corve," e Isa trasse un sospiro "del divertimento forzato."
"Oh! per m," disse Eugenia col tssico nella pupilla e nella voce il miele, "non ci tengo davvero. Non sono di quelle, io, obbligate a giulebbarsi al primo che passa per non andare a male. Ho aspettato, aspetter, ma non tradisco il mio cuore. E, quanto alle feste, te le regalo. Anche la mamma desidererebbe che ne frequentassi. Tante dice lei che non pssono, fanno; tu invece, che pui... Ma io m'ho voluto sempre pigliare i mii cmodi, lasciando dire gli sciocchi. Oh s! vale proprio la pena di sopportare il martirio per uscirne pi brutte di quello che siamo, mettndoci a forza di rgani in vista per farci rdere dietro... senza contare le rabbie, i malanni, i dbiti, i carrozzini..."
"Core!" interruppe pressosa la marchesina. "Duolmi di non poter stare qu molto a goderti, ma la modista..."
"A propsito di modista," l'altra riprese aggiustando all'amica il cappio della sciarpetta, "+tu hai parlato, mi pare, dell'Honorine? Gurdatene, Isa:  una linguaccia coli... V dicendo di t certe cose..."
"+Di m? +e che cose?"
"Dice... Perdona! taceri se non fossi tanto tua amica."
"Anzi. +E che dice?"
"Dice... +Indovina?... che il tuo denaro s d'aria."
"Insolente!"
"Scusa, sai."
"Pas de quoi. Non mi formalizzo a smili fraschere. Ci sono abituata. La Honorine si sar certo piccata perch nel penltimo conto le ho fatto una pccola tassa del cinquanta per cento + qui la faute se la Honorine  una ladra?"
"Dico anch'io."
"Ma, ces fournisseurs, vedi, agscono tutti ad una maniera. Non hanno educazione. Vorrbbero quasi sser pagati prima di averci serviti, senza sapere che payer tout de suite non  della gente di qualit; c'est mauvais genre. Merci bien, Eugeniuccia, grand'merci. La confidenza, tra amiche,  una indispensbil virt," e intanto Isa con lo spunterba del borzacchino puniva la sua pincetta che brontolava fisa a Min, la gattona in braccio dell'Ottonieri. "Anzi, cara, tu mi sovvieni di quanto Pronette, ma femme de chambre, m'ha contato, jer l'altro, del vostro boucher, il quale v ridicendo," e qu colla punta delle dita guantate, Isa accarezzava la gota d'Eugenia "pensa! che vi ha rifiutato la roba..."
"+A noi? bugiardaccio! Fosse in casa, la mamma, ti mostrerebbe i libretti."
La marchesina fe'una smorfiuccia di schifo.
"Di'invece," soggiunse Eugenia, "che chi la rifiuta la roba, siam noi, quando, come spesso succede,  di scarto..."
"Scusa, ve'!"
"+Ma e di che, gioja? Ti ringrazio anzi! Tra amiche!... E io t'assicuro, che il manzo, ier l'altro, era proprio cattivo. Ne  testimonio Azzolino."
"+Azzolino?" disse Isa con un lieve sussulto "+Quale Azzolino?"
"+Vui una chicca?" domand blanda l'amica, disaccocciando una manata di dolci ed offrndogliela.
"Merci," fece la Millerose, eleggndone una, "+E questo Azzolino?"
"Non c' altro Azzolino, mi sembra, che l'amico Parisi. Dimine! te ne dovresti un po'ricordare. Quell'ufficiale, sai, di cavallera, spalluto e rossiccio, che quando s'era in pollajo da madama Cornalba, galanteggiava con t, e ti spediva attraverso il graticcio le letterine, i bomboni, i libri proibiti... e tu allora giuravi che lo avresti sposato..."
"+Sposato io? +sei matta? +un Parisi tout pur senza un quattrino?... +Ma e non s' ucciso poi Azzolino?" aggiunse in un tuono di semi-rincrescimento. "Me l'ava pur scritto e promesso!"
"Eh non pare, Isa mia. Si direbbe anzi ingrassato."
"Non lo vedevo pi," labbreggi la sposina con certo quale dispetto.
"Sfido! mia gioja. O  a cavallo o  da noi. A sentirlo, egli verrebbe da mamma per giocare alla dama, ma nessuno ci crede. Figrati, se un officiale di cavallera potrebbe durarla, giocando con una vecchia, per intere serate, e con a posta un onore che non si pu mttere in pila. +Ma vui sapere il busllis? Zitto, ve'! Azzolino  innamorato pazzo di m. +Vedi que'fiori? Son sui. +Vedi quel cestellino d'argento?  suo. Anche la chicca che mstichi  delle sue..."
Isa compresse il fazzoletto alla bocca e nel fazzoletto pass il zuccherino.
"+Non ti piace forse?" chisele Eugenia, vellutando la voce.
"Non amo troppo... la menta," ribatt imbizzita la Millerose. "E... e... " riprese con uno sforzo "+non ti ha mai parlato di m l'Azzolino?"
"No," fece candidissimamente la pastosona Ottonieri, "proprio... come se neanche esistessi!"
Isa si morse le labbra, pllida, e diede uno strappo alla cordella di Ze.
"Pardonne-moi," disse, "se non mi posso pi trattenere. La modista mi attende. Volevo stare da t due minuti. Vdi! ci sono rimasta mezz'ora... effetti dell'amicizia!"
E l "mon trsor! - gioja mia!" le nostre due donne si baciottrono con espansione, mentre Ze ringhiava e soffiava Min, molto di loro pi oneste.


SCENA SESTA

Amore di figlia.

Morto! di quali idee, di qui sentimenti (sottintesi pensieri)  mai grave questo smplice annunzio, s antico e pur sempre s nuovo, di una coscienza che si smoccol, di un io passato alla terza persona! Per quanto provvisti di filosfiche sottigliezze - diciamo meglio, astuzie - per quanto persuasi della "circolazione eterna della materia", e della "immutabilit universa" e papagallanti, che "nulla saprebbe morire" e per converso, che "tutto  una morte" con l'assi zoppa consolazione, che "se tanto pi l'uomo  felice quanto men pensa, felicssimo sar nel sepolcro", basta il toccheggio di una ignota agona che scenda la cappa del nostro vampeggiante camino, in quell'ora del dopopranzo in cui il digestivo calore voca l'umanitario, a inondarci di malincona mentre la vista di un funereo convoglio che lungo-nereggi per le vie lasciando dietro di s una tal quale solennit, ci rallenta l'allegra andatura e ci attira la mano al cappello, inconsapvole omaggio a quella comun parentela, troppo fra i vivi obliata.
E, tuttavia, non conosce la morte chi non la scorse in una faccia adorata. O Amelia! mia Amelia! ccoti l su quel letto che ti doveva ssere vita, indifferente in mezzo a un nembo di fiori, fiori che a uno a uno ti avrbber destato altrettanti sorrisi; l, in quella bianchssima veste, cucita per le tue nozze, ma tu pi bianca di lei, i grandi occhi dischiusi, e pur non scorgenti l'amato, semiaperte le labbra, e pur non chiedenti altre labbra, le mani inerti, gelate agli scottanti mii baci. Bench presentita da una diuturna attesa, bench la morte di un amatssimo nostro sia perfino desiderata, per trre lui al dolore e abbandonrvici noi, ella sempre ne  flmine. Finch la paurosa parola cova in pensiero, inturgidscono tacitamente nelle glndule loro le lgrime, sol rattenute da una agugliata di speme. Ma la parola scocc; rotto  il punto, e lo scoppiar delle lgrime ci confonde la vista. Dell'estinto par che ogni vizio si abbi; non splndono che le virt.  allora, che gli insensbili oggetti fra i quali ei viveva aqustano una vita fittizia, quasich parte di lui fosse tra loro indugiata, e presentndoci in mille maniere quella medsima ida, e s tenendo discosta la smussatrice abitdine, protrggonci, rritano, ci rinnvan la piaga. Ed ecco insieme iniziarsi un processo contro di noi, gidici noi. +Come operammo con lui che cess? Al rimorso che accusa, ogni spillo  pugnale, ogni errore colpa. O tu, che fai pinger chi ti ama, oh rammenta che lo potresti poi pingere!
Morto!... - tale l'annuncio, quel d, a chi entrava in casa Giojelli. Del conto del generale l'ltima somma era fatta; ed or si poteva, ora solo, giudicar della cifra. Ma la bont stessa del risultato non ad altro serviva che a rnder pi cupo il lutto alla derelitta figliuola. Eccellente creatura! l'avan dovuta a forza staccare dal babbo, cui ella, singultando, gridava di voler seppellire il suo duolo nella tomba di lui. E inutilmente la cameriera, asciugndosi dalle ciglia, con un cantuccio del fazzoletto, la plvere, cercava incuorarla, dicendo, che "tanto tanto la malatta del pvero signor padrone era inguarbile" mentre il cuoco, passndosi un dito, anche lui, in sugli occhi lacrimosi pel vino, osservava, che "gi troppe volte il signor generale era andato a cercare la Vecchia, senza trovarla mai in casa, perch non avesse costi a restituirgli la vsita," e inutilmente il mdico e il prete, que'due lugubri figuri, che, vivendo di morte, han di cordoglio il solo vestito, avvano messo fuori la lor pi riposta mercanzietta confortatoria, la loro "in reverendi panni stultizia", e l'uno, il turba coscienze (fiutando un dolore di prima classe) parlava con fegatoso sembiante della celeste felicit, e l'altro il guasta-corpi (che gi computava nel cento anche la consolazione) svaligiava, a pr dell'erede, il slito Sneca di tutti quelli ingegnosi bisticci che si gstano tanto, quando non se ne ha di bisogno... Ahim! pei conforti, la terra  troppo vicina e troppo lontano il cielo. Il Molto Reverendo e il Magnfico avrbbero meglio esitato le lor muffere sulla cttedra e il plpito. In siffatti dolori non c' che un sollievo, il dolore. Ad ogni frasuccia elegante rispondeva uno strillo, ad ogni religiosa promessa uno scoppio di pianto, finch la fanciulla - dallo spsimo vinta - svenne, cadendo in una bene imbottita poltrona.
Oh quanto allora mai bella in quell'abbandono, che il caso faceva s artstico, sparse le nerssime chiome, ceree le guance, le palpebre velate, ammaccate dalle lunghe vigilie! Della bellezza  come della virt; nella fortuna, piace; nella sventura, innamora.
Ma, infine, merc i sali del mdico, e le palmatine (carit pelosetta) del prete, o piuttosto, essendo trascorso il tempo indicato a un deliquio, la fanciulla ritorna in s stessa. Trnano insieme le addolorate pezzuole agli occhi dei servi; trnano e mdico e prete a ravviare i loro consolatori motivi, fra cui la cameriera insinua il suo proprio, consigliando la padroncina a succiarsi una coscia di pollo e a bere un dito di vino; dalle dalle, tutti, ad una, ne dcono tante che la fanciulla si persuade ad alzarsi e a ritirarsi nella sua cmera. Il che ella f, sostando a ogni passo, sospirando sospiri che paran vedersi, ponendo infine la mano sulla spagnoletta dell'uscio, tragicamente.
Ed ecco la nostra Colomba, nella cmera sua - sola. Ella stessa, incontrando lo specchio, dovette stupire all'affanno che trasparvale in viso. Ma or pui sfogarlo senza ritegno, o Colomba, senza incmodi testimoni, che ad occhi asciutti ti misrin le lgrime. Ella siede a scrittojo, elegge un fogliuzzo dalla nera orlatura, intinge nel calamajo la penna; quindi, in un bel carttere inglese:

"Mio diletto biondone;
auf! finalmente..."

Trema la mano di lei - per la gioja.
Febo intanto, il bracco del generale, stava accucciato alla soglia dell'estinto padrone, molli le orecchie, melancnico il muso tra le zampacce. E, presso il muso, una scodella di zuppa, intatta.


SCENA SETTIMA

Amore di madre.

(Dialoghetto tra la signora Bettina Ottonieri e sua figlia Eugenia)

Signora Bettina: Credi a chi la s pi lunga di t. Fanciulla inzitellonita  come una rosa di jeri,  come un romanzo della stagione passata. Gui cominciare a far crusca! non c' pi verso di riuscire a farina. Le ragazze che fngono la inappetitosa ad ogni marito di carne dvono poi consolarsi con quello di terra cotta. Guarda un po'le tue amiche! Isa di Garza  moglie ad un Millerose, nbile, ricco, benfatto, e per soprapi, sino. Bella Adriani, la figlia dell'usurajo, quantunque noce con il guscio gi rotto, scarrozza per la citt il coronato tarocco del marchese Bamberga. Jole Canris,  vero, ha invece sposato un puro mercante, l'Araldi, ma  un mercante che  gi fallito felicemente una volta, e lascia ch'egli fallisca un paio d'altre, che Jole sar milionaria. Elda, infine, la quale, con nostra sorpresa, ava commesso la inescusbile leggerezza di un matrimonio senza le cifre, come le se ne offerse un secondo a dovere, accorgndosi tosto che al primo era mancata qualcosa, forse la sabbia, stanc leggi e avvocati, squattrin una spplica al Papa, che con un giro di chiave le riaperse la muda, ed ora Elda  Sua Eccellenza la duchessa di Stabia. Noi, intanto, passeggiamo ancora s e gi pel Corso e i giardini a coltivarci un partito e ci frustiamo inutilmente le occhiate, i sorrisi e le suola. Non gi ch'io intenda cuccarti al primo venuto, che tanto o quanto assomigli a uno sposo. Pozzi non mncano mai. Quando, peraltro, ne cpita uno quale il barone Caprara, il che viene a dire, trecentomila di rddito, altro che contentarsi! c' da attaccare un cuor d'oro e ventiquattro candele alla beata Vrgine del Cavicchio...
Eugenia: ma Azzolino...
Signora Bettina: Azzolino!... Azzolino! Comincia a pigliare marito. Verr poi, l'Azzolino.
Eugenia: eppure, tu gli davi speranze!
Signora Bettina: roba di tutti gli davo, roba che nulla costa e val molto. Il tenente Parisi andava benone, almeno come un richiamo, fintanto che non ci pioveva chi andasse assi meglio. Benedette ragazze, che avete la malincona di fare all'amore prima del matrimonio! so anch'io che la poesa  un'assi bella invenzione, mssime se prepuntata di polpe, e di poesa io ne leggo dalla mattina alla sera, ma, figliola, la vita, che  poi la cucina,  tutt'altra facenda. Non f brodo poesa. Azzolino, ti accordo, piacciotta anche a m. Finch non si parla di vesti,  un magnfico givane; pure, le vesti, +che vui? in societ fanno l'uomo, e noi, grazie a Dio, abbiamo or tale trovato, che, quanto a vesti, insacca centomila Azzolini; tale che pu mandarci in un equipaggio da r, e ci pu far baronesse, e ci pu mttere intorno toelette da chiazzar d'itterizia tutte le nostre carssime, compreso quell'alo-in-carta-da-chicche di un'Isa. Non sar un bel matrimonio - ti accordo anche questo - ma  un gran bel patrimonio. Rifletti a ci e abbandona le stitichere e i ripicchi. Vero , che gli sgarbi sono l'nico modo d'innamorarsi certuni, i quali, come le palle di gomma, tanto pi vngono a noi quanto pi li ributti; ma qu il caso  diverso. Il cuore del nostro barone  gi entrato in quiescenza,  gi pensionato: esso teme gli squassi, esso cerca l'amore per agio, non per passione, lo cerca, non come una sella, ma come una sedia. In una parola,  un ventre, il barone, che per l'amore non cambierebbe l'ora del pranzo.
Eugenia: e che dovri fare, mamma?
Signora Bettina: rgola generale per guadagnarsi le altri simpate  di non contradire mai,  di sempre adulare, principalmente, quando s'ha a darla da bere a gente dell'et del barone, in cui il giudizio  fatto di pregiudizio. Ora tu sai che il barone, a dispetto della sua aurea salute,  in busca d'una donna di casa, o, come lui dice, di una moglie da cucina e da sala. Dunque, tutt'altra tttica che con l'Azzolino. Tieni il cmbalo chiuso e il cucitojo aperto; cessa di smerlettare buchi ne'fazzoletti e invece mndane; nascondi "les mignons de l'Eglise", "les confidences d'un sofa", "l'endroit des dames" e smili scndali in rima ed in prosa, ed abbi invece tra mani "l'amico della buona massaja" e "la cucina per gli stmaci dboli." Di fare bene il caff non si discorre neanche. Magari scopa, fa-gi i ragnateli e apparecchia le lmpade. Con un po'di sentore di smoccolatura, odoreri pi soave al tuo sposo, che non con tutta Santa Mara Novella indosso. E poi, fagli vedere i tui conticini, confdagli le tue economiette (ch le confidenze sono tanti piuoli nella scala di amore) lamentndoti insieme della carezza del manzo, chiedendo se il mercato del riso e del burro  in rialzo o in ribasso, se la legna...
Eugenia (col broncio): ma io non ci dureri...
Signora Bettina: auf! che innocenza! Non si tratta della eternit, non si tratta, ma di un pajo di mesi. +Qual' quel divolo che per due o tr mesi non la pu fare da santo? Presenta prima la zampa guantata; metteri poi fuori le unghie. Senonch, figliola, non basta parer donna di casa;  pur necessario mostrarsi donna di stanza. Mi spiego. Bisogna, mia cara, prdere l'mido, e anticipare qualche moina al tuo uomo. Non dico di buttrglisi al collo e di tempestarlo di baci. Oib. Questo ci scoprirebbe troppo.  di quelle amorevolezze indirette che parlo, di quelle tcite dichiarazioni, le quali, tcche dal lievito della fantasa, lusngano meglio delle altre la vanitosa coscienza di un innamorato e lo compromttono irremissibilmente, senza compromttere noi di un sol pelo. Per esempio, dico, quando odi la scampanellata del nostro gog, corri tu stessa ad aprirgli, e diventa, se pui, rossa. +Entra? infrmati minutamente della sua preziosa salute, mentre la tua manina indugia tremando nel manone di lui, e se f per sedere presso di t sul divano, tu, con premura, sprimcciagli sotto un cuscino. +M perch ridi, bimba?  un incmodo al pari d'ogni altro; tutta salute, in fondo! E s'egli si ferma a desinare da noi, oh allora! partisci seco il tuo pane (mi raccomando di preparrtelo molle) e bevi nel bicchier suo, ambile errore, o dividi con lui un'ala di quaglia, o sulla punta del coltellino gli offri la met d'una pera, fisndolo intanto con quel languidssimo occhio che sai, e sprigionando un di quei tali sospirucci marioli...
Eugenia (con ingenuit): oh mamma! non posso fngere, io.
Signora Bettina: allora vttene da questo mondo. Tra gli umini inciviliti il pi pericoloso dei vizi  la sincerit. Ma, in ogni modo, per le buge, t'ajuter la tua mamma. Io susurrer al barone del tuo stranissimo mutamento, da ch'ei ci viene per casa, e come ti si sorprenda, sola, con le lgrime agli occhi e il greppo alle labbra - tu gi s burbona, tu s compagnona - o peggio, con la bottiglia del rumme, e come perci tu dimagri di giorno in giorno, a libbra a libbra, a non guardare l'illusione del viso, perocch  tutto soppanni, esponndogli poscia il mio dubbio, che un segreto d'amore ti strugga lentissimamente. E lui, il furbone, scorgendo che a tvola o non mangi che aria o pura insalata...
Eugenia: +e se ho fame, mamma?
Signora Bettina: mangia prima, che non ne avri pi. Fdati! feci io pure altrettanto col mio pvero Cecco buon'nima! ed io, pensa, inghiottiva perfino cnere e sabbia, per procurarmi i colori pllidi e sembrare in amore. Bada ancora! il discorso pu cadere sui givani. Tu, prlane sempre con un certo qual sprezzo, chiamndoli scolarucci, fanciulli, mezze bottiglie...; so io!... osservando che le frutta acerbe allgano i denti, che la legna ancor verde f magro fuoco, che, conosciuto il vin stagionato, non gstasi pi il torbidino, e s'egli sospira "ah! noi siamo vecchi!" (slita frase di chi desdera di udire l'opposta) tu, con uno sguardo di meraviglia "+vecchio lei? oh quante sarbber felici di..." e l ti azzitta arrossendo. Vedri, allora, come sorrider soddisfatto il minchione. Sono astuzie coteste, che non ingoffscono mai. ... Cos, giacch hai la fortuna di possedere un bel micio, tglitelo spesso in braccio, bcialo smaniosamente, sempre con la pupilla al barone, il quale non potr non riflttere "se tant' con un gatto, +che sar con un...?" - oppure, venuto il dessert, prendi un biscotto e vola a sfregucciarlo al tuo merlo, dico il merlo piccino... E il grosso allora tra s "se tale con quella bestiola... chiss!..." e per le gengive gli correr l'aquolina. E quand'anche, imbaldanzito dal vino, lui ti pregasse di un bacio... Non gi che tu gliene dia la prima, Dio tolga! ci non f mai una bimba bene ammaestrata... se, dico, ti pregasse di un bacio, ch'egli battezzer per paterno - niente paura, figliuola! - non resta segno dei baci - lsciatelo dare.
Eugenia (aggricciando): ma  vecchio, ma  brutto, ma puzza!
Signora Bettina (con impazienza): non tanto, non tanto. +Cosa c' a dire? +che ne sai tu? Io, gli umini, li conosco un pochin meglio di t. Il barone Caprara, come marito, v a meraviglia. Porta che l' un piacere i sui sessant'anni. Vdilo attorno, raffazzonato, col suo soprbito lungo e le mani in saccoccia, col suo cilindro calcato, e sotto, un bel parrucchino, col suo alto fauxcol e gli occhialoni pel sole e duemila lire di denti. Oh cos ce ne fosse! Ripeto, qu non si tratta di cuore, ma di smplice mano; resta, il cuore, tuo sempre, e cos l'altra mano. +Che pi? +brami un sicuro rimedio per scongiurare la nusea? Sbito fatto. Quando ti pjono molti i sui anni, pensa a quante pi prtiche tiene, e s'ei ti dura ancor vecchio, conslati! ch anderi presto in seconda. +Puzza? un sol fiato della sua unta cucina, e sentiri che fragranza!... +Brutto? +un po'bue? frmati alla doratura: addossa alle bestie che pasce le sue bestialit; nmera, mentre sproloquia, i sui bui, i sui sacchi di grano, le sue botti di vino, e li cambia in tanti vestiti, in tanti giojelli, da dar scaccomatto alle tue inimicssime amiche. Insomma, o figliuola, se vui che tua mamma porti per t il lutto rosa, d ascolto a queste quattr'ossa, e lsciati persuadere... di quanto desderi. Tua mamma t'insegna la strada maestra; se tu trovi, peraltro, la scorciatoja - lodato sia Ges! - pgliala.
La cameriera (di fretta): il barone ascende le scale...
Signora Bettina: presto, Eugenia; via quella lagrimetta! F scintillare lo sguardo. Andiamo! apparecchia un sorriso. E tieni - (mettndole in mano uno straccio) - Che il barone ti colga a spolverar la mobiglia. Io mi ritiro prudentemente.


SCENA OTTAVA

Gioje del matrimonio. (Prima portata)

Siamo in una ricca stanza da letto. La freccia dell'orologio segna... Attendete un istante! attendete, che il barone Caprara, il quale, fin qu, ha girellato facendo i sui pccoli preparativi per la notte, come sarebbe piantare il portaparrucche, rimboccar le lenzuola, disporre sul comodino con simetra le caramelle di pomo, i senapismi, i fiammferi, e, sopra i guanciali, gli scalferotti di lana e la calottina di seta, abbia montato l'orologione del caminetto dall'avoltojo di bronzo che becca ad un Prometeo d'avorio il fgato e lo pareggi al suo infallbil di tasca... Poi, d un buffetto al pndolo. Il cuor della stanza riprende il consueto tic-tac; rntola la sonera, tira in su il moccio, e l'avoltojo, applaudendo con l'ali, ccola ndici ore.
Fatto questo, il barone, e acceso un Virginia, si affonda in una poltrona dinanzi al camino, ravvolgndosi nella sua veste da cmera a fiori di tulipano, e adagiando gl'impantofolati piedi in una pelle leonina. Guarda che faccia oscura! Non ci vuol scala a capirlo;  un marito che riassapora l'amaro della sposalizia tregga. Infatti, compie l'anno oggisera da che egli ha commesso la indissolbile corbellera, e pesa, fastidi a parte, venti libbre di meno. +niche gioje del matrimonio, ch'egli conosca, son quelle che gli vendette, salate, l'orfice. Ah Caprara, Caprara! +che hai fatto? Tu il corteggiato dalle mammine e dalle ragazze, da cui toglievi talvolta a credenza, tu il cucco di un ngiolo di bambinaja che mantenvati grasso come i pollastri da lei capponati per t, n ti lasciava mai starnutire senza augurarti salute dal profondo del cuore e ti rincalzava le coltri e ti ammirava ogni mattina la lingua, ccoti or solo, male obedito dai servi, dagli amici scansato, che sono invisi a tua moglie, clibe in un letto matrimoniale. +A che ammucchiare cos lunga esperienza, per sciuprtela poi in s triste maniera? +a che pensarci su tanto per concldere poi con una bggera tale? Oh ingenuit sopraffina! Crdersi fuori dalla legge comune, perch s' scelta una sposa non ricca (quasich pvera di desideri) e pattuire una real controdote alle ideali sue tr, del pudore, dell'economia, dell'rdine! +rdine? s davvero! Casa Caprara non era pi casa; era un caff, un bivacco, in cui si dava la posta una baraonda di gente, amica della signora, ma che egli, il padrone, non conosceva nemmeno di nome, n conoscvalo essa, anzi lo urtava e gli camminava sui calli, senza pur chidergli scusa. Chiunque comandava in sua casa, salvoch lui. Tra tanta gente, ei non poteva accozzarsi neanche la sua partita a tarocchi. Ma, gi, la sposa avea detto "aria! aria! io voglio vver nel nuovo, io!" e senza attnder risposta, gli ava tutto cangiato, mbili e amici. Imagintevi dunque che economa! Questa sola, la cosa di cui si facesse risparmio. Sempre gi la tovaglia, sempre il gmito alzato. I balli tenvano dietro ai concerti, ai balli le scampagnate. E, col lusso, naturalmente, sua sorella lussuria. Perch, di pudore - terza dote promessa - sembrava che Eugenia non ne serbasse che per il marito. Questi, di parte sua, poteva ben dire di non possedere la moglie se non sull'atto nuziale. Ei non ava fatt'altro che aprire l'uscio agli amanti, se pure. Travedtala a pena, tra il chiaro e il bujo la prima notte, conjugal nausea, emicranie, quattro lune ogni mese, gliel'avano tosto rapita, cmplice la medicina, tanto che s'egli vola stare al corrente delle di lei abbondanze, gli toccava pagar la sua porta al teatro e godrsela in un cannocchiale. E, almeno avesse potuto dimenticarla del tutto, ma no! il registro dei conti non permettvagli manco cotesta disperatssima consolazione. Bene gli amici vecchi, imbattndosi seco in istrada ed ascoltati i sui gui "Nando," dicvano, "abbi pazienza!  effetto di giovent. Tua moglie ha bisogno uno sfogo. Verr la stanchezza, vedri, e torner a t, quando meno tel pensi." Allora, sperando, egli allungava la briglia, ma e pi conceda e pi Eugenia gli si faceva discosta. Cos,  vero, in salone ancor primeggiava il suo grande ritratto a olio con molta cornice dorata e stemmata, ma era un ben magro compenso a quell'aquarello di giovinotto rossiccio, in tenuta di ssero, che divideva col Cristo e col vaso l'inginocchiatojo di lei, il qual ritrattino, dica essa, dova aggiustarle la vista ed inspirarle bei bimbi. E i mdici tutti, che pjon sapere le arcane vie della matrice, le dvano mille ragioni, soggiungendo al marito, tanto per consolarlo, che un bimbo non sarebbe tardato. Oh non temere, Caprara; t'hanno sposato per ci!
Ai quali pensieri, il barone, facndosi ancora pi trbido, incominci a masticare stizzosamente lo sgaro. +Ma che ava mai, quel Parisi, un fatuaccio di uno, buono soltanto di montare a cavallo e d'ingommarsi i mostacchi, per far cadere in amore tutte le mogli degli altri? +e che cosa mai, lui Caprara, per tanto inimicarsi la sua?... Sgaro maledetto! anche tu! (pi non tirava lo sgaro) e spezzndolo in due, lo gett nel camino.
"Oh le donne di un tempo! oh gli antichi ingenui costumi!" sospir desioso. Ma qu lo sguardo gli cadde sopra un ritratto allato lo specchio. Era il ritratto di sua nonna paterna, una dama del regime spagnuolo, vero caval di parata. Para che intorno le crescesse la roba; tanta grazia di Dio da rivoltare lo stmaco. E donna Teresa volga superbamente al marito, che in bito di ciambellano le faca riscontro, le sue spalle pompose, n pi n meno che in vita. Ma l almanco l'ingiuria, venendo da regi lombi, onorava la casa, ma almanco donna Teresa ava coperta la cornea escrescenza del signor Pietro Taddo con un cerchio imperlato. E, dai ritratti dei nonni, scese il suo occhio allo smalto di una baldracca mascherata a vestale. Il barone allib. Ei ricordava quanto il padre di lui - fu becco Napoleone - dica della consorte, biliosamente faceto: "il glorioso mio omnimo ha bel chiamarlo un affare da canap. Io pago, intanto, le molle."
E il nostro Caprara sbass vergognando la fronte. Nella disgrazia ei non si sentiva,  vero, pi solo, ma non  detto che la compagna eccellente renda gradito l'inferno. Il freddo lo guadagnava. Gelare con una moglie per casa ai 35 Raumur,  pur duro! Si die'a inanimire a palettate il fuoco. Era la legna affetta da idropisa; nicchiava, pianga. Neanche il fuoco gli vola attaccare!
Quand'ecco, lo scattar di una toppa. Rialz le pupille, e guardando nella inclinata specchiera, vide spostarsi un drappeggio del magnfico arazzo che con la visbile istoria di Mara piena e del contento Giuseppe tappezzava la stanza, e apparire una bianca figura, mezzo slacciata, di donna - sciolti i capelli, porporine le guance, lucidssimi gli occhi. Il cuore di Nando palpit fortemente: una vampa di caldo, che non irradiava dal caminetto, lo invase; Nando risuscitava. Pur non osa ancor muversi, quasi oppresso da un sogno, e segue nella specchiera, con sempre crescente emozione, il blando appressarsi d'Eugenia, finch, piegndosi ella su lui tra il s e il no della vaporosa camicia, e in una voce che ha dita mormorndogli il nome, e gi l'assorbendo nell'anlito ardente e nel candor delle braccia e nell'onda del fragrantssimo seno...
Il pndolo, in questa, cucol mezzanotte.


SCENA NONA

Gioje del matrimonio. (Seconda portata)

Mortaretti, sparate! dindonate, campane! s, in coro, oche, merli, gabbiani, inneggiate! Il barone Caprara, nella acerba et di sessanta,  babbo, il che talora succede, ma e'se ne tiene, il che non succede s spesso.  babbo di una bamberttola, rossa come uno scojttolo, sana come un acciarino bresciano, che  settimestre eppur si direbbe di dieci, e a lui s'assomiglia come un clibri a un rospo, quantunque i servi e gli amici, facendo ressa al neonato, o piuttosto alla balia, trvingli tutti gli stessi occhi del putativo, il medsimo naso, la eguale espressione (oh! questo s, ch l'espressione era zero) e soggiunge un maligno - perch pelati ambide - "la idntica capigliatura." Sul che il barone, estasiato, un po'mira la bimba, un po's nello specchio, ed a ciascun complimento, quasich gli toccasse, s'inchina tra il riconoscente e il borioso. L'ida di aversi aquistato un erede, cio un ssere che possa alternarsi a sua moglie nelle funzioni di quotidiano bojetto e gli debba augurare tgoli in capo a ogni passo, gli f sembrar tanta piuma ogni passata durezza e gli f insieme squadrare il futuro con sembiante di sfida. "Venite pure, aquazzoni," par dica,  "ho l'ombrella."
Non v taciuto peraltro, che Eugenia non  pi quella di prima, o almeno sembra, con lui. Gli strapazzi iniquamente cercati durante la gravidanza, e da essi il laboriosssimo parto, sono pagati, soldi e denari, con una di quelle malatte violente, che dconsi di carttere. Prostrata dal male, la baronessa diventa zcchero e miele. S'accrgono allora gli amici nuovi che il vento s' vlto, e sfmano bellamente innanzi agli antichi, che riccciano in fuori i cornetti. Eugenia non soffre al suo letto se non il marito,,  anche un marito, tra i purganti e i clisteri, lo si pu sopportare; essa non vuole che lui a rispianarle i lenzuoli, a ministrarle le medicine, ad appressarle e la coppa da bere e quella che beve. Ed egli, il buon uomo, che non osa staccarsi da lei, se non per sguardare alla succhiante puttina, veglia d e notte al suo fianco e si sente inumidire le ciglia ad ogni mnima frase d'Eugenia che arieggi la tenerezza.
"Vedi!" gli fanno gli amici in trionfo "+vedi se non avevamo ragione? La pecorella  tornata..." "Tornata s... per morire," singhiozza il barone, e l sommove tutta la mdica Facolt, incomodando la Scienza fin da Parigi e da Londra, poi, quando scorge la Scienza, nell'intascarsi que'rotoletti che non psano mai abbastanza, scutere il capo, mette il sequestro su tutte le preci della citt, solleticando, con urei cuori e gemmati diademi, la femminile ambizione d'ogni pi miracolosa Madonna, e adulando, a furia di tabacco celeste, ogni canonizzato naso.
Ma, per disgrazia, Dio gli f la grazia. Un giorno, dalle pllide labbra d'Eugenia, scoppia all'indirizzo di lui una ingiuria. Fu il primo sntomo della di lei guarigione. Quel d, Eugenia mangi d'appetito una quaglia.
E qu le ricette cedendo ai mnus, con il fastidio pei frmachi Eugenia risente anche quello per il marito. Ella vuol gi le sue facce. E gi, sotto il fiuto dell'infermiere barone, pssano i sliti vigliettini, troppo fragranti per sapergli di buono e ricomnciano le adltere scibole ad ammaccargli gli intavolati. Ecco la Moda f il suo trionfale reingresso sulla rivinta Natura. Pi il male si v allontanando, e pi riavvicnansi i ticchi, i capricci, le strambere, finch Eugenia si trova perfettamente restituita nella salute e nella condotta di prima.
Senonch, stavolta, il barone vede i propri malanni col cannocchiale invertito, ch, a temperargli il dolore,  l il frutto dell'amor della moglie. Oh minuti di ore, trascorsi a pavoneggiarsi nella sua bimba appiccicata alle gonfie saldssime poppe della nutrice che le prmono in s il nasettino o a dondolarla nella srica culla, canterellando in una voce stonata la ninna-nanna! oh strilli s soavemente sgarbati! oh paradisaci effluvi! oh insudiciatine gentili, tutta roba d'ngiolo!
E la bambina cresce prosperosssima, come ogni cosa che provien dal peccato, dando di s le pi liete promesse, nella smania, ad esempio, di mostrar le gambucce, mentre il barone ha l'ineffbile gioja di udire da qui labbruzzi, sui quali un bacio ancor pena a star tutto, la loro prima buga: papp. Anche la baronessa sembra volerle un ben matto.  la piccina un pretesto per mttere in luce la grande;  il piattello, diri, che domanda e raccoglie l'elogio per la mammina. Lola  disputata fra i due innamorati parenti, i quali, come se i vizi che Dio le prodig, non fsser bastanti ad infiorarle la vita, spineggindola altri, garggiano nell'assuefrgliene nuovi. N la rossigna par di capocchio intelletto: ella ha ben presto intuito il valore e l'impiego delle sue gattesche strofinatine, delle sue smorfie e stizzucce, de'sui piantuccetti; poi, diventata la confidente del borbottare paterno in odio di donna Eugenia, e della pasquinesca imaginazione di mamma a spese di don Ferdinando, si f, tra l'uno e l'altra, la spia delle continue vicendvoli offese (aggiunti, si intende, i propri interessi in calunnia) e lucra sul dplice tradimento una doppia mercede.
Ma, a un tratto, altra scena. Alle espansioni d'amore, agli entusiasmi materni, subntrano irniche sostenutezze, mute disapprovazioni, prdi sottintesi. +Che  ci?  che dov'era una bimba st una fanciulla,  che donna Eugenia non pu vedere pi in lei una popa da vestire e svestire (ch, quanto a figlia, non ne ava mai visto) sibbene una donna, e quel ch' pi, una donna rivale. Infatti, gli smaliziati occhi di Lola ccciano gi nel suo parco. Lola  stanca di lgger l'amore, e di sentimento ne ha appreso a memoria abbastanza;  stanca di aspettar l'amoroso dal buco della serratura o dalla cappa del caminetto; tanto pi che s' accorta, come i canarini di mamma, ragliando, gurdino meno a occidente che non ad oriente. E invano, la baronessa si tien dalla sua, privilegiata alleanza, quell'arte che rende stbile il desiderio con il continuo variar d'apparenza all'oggetto desiderando, la Moda. Con giovent, la toeletta migliore  freschezza; solo ornamento, il nessuno. +Or voi credereste, voi sdici colori, messi insieme in bottega, di vncere quelli che improvvisa Natura? +or voi osereste, voi cristallini cocciuzzi dall'imprestato fulgore, compter con gemme la cui luce  sguardo? E allora, la baronessa, impotente a superar la rivale, cerca di allontanrsela, e come le sfugge di maritarla alla podagra di un vecchio, ch il terror del chirurgo ne azzitta nella fanciulla per qualche minuto il bisogno, colta da sbiti scrpoli, le riaccorcia le gonne (illudndosi quasi di accorciarle anche gli anni) e le nega i teatri e le nega i passeggi, arrivando perfino a mutarle il chiassoso appartamentino dai petulanti balconi, pi che casa strada, in una tcita fila di stanze verso un cortile dalla inviolbil gramigna. Ma e s! le manette non fanno che rattizzare la smania per la libert. N Lola  di quelle aquose ragazze, nate al martirio, che si consman tacendo e sggono in questa vita, secondo il divino inglese,

"come Pazienza sopra un monumento
sorridendo al Dolor..."

Lola non  rossa per nulla. Dunque, liti su liti tra le due donne da svergognare la pi smarronata treccaja; dunque, tempeste, che vanno poi sempre a sfogarsi, annodate, sull'nico capo di don Ferdinando, tanto di fsica ignaro da sostenerci le parti del paraflmine. E i dispetti chiman le offese, le offese le rappresaglie; vieva, il dipason dell'odio si eleva nella proporzione del cubo, finch, un d, la mammina, in un mpeto di gelosa, appoggia una solenne guanciata alla figlia, e la figlia, con meditata vendetta, ruba, fuggendo, il viceconsorte alla madre.
Cos , amici. E giacch la fanciulla ha ora pigliato s bene la sdrucciolina, non sciuperemo, a seguirla, altro inchiostro. Ben s'indovina, senza troppa maga, in su qual libro ander Lola a finire.


DCIMA ED ULTIMA SCENA

E in quello scuro, in quel tanfo tra l'ospedale e la profumera, entr, sulla punta de'piedi, una siloetta di donna, che, aperte spilorciamente le imposte, die'un filo di sole a una stanza di quelle, le quali, come certe serve di prete, srvono a tutto. Poich se il lettuccio, rimasto nella penombra, ce la presentava, in sul primo, come una cmera, mentre due dorate poltrone ed un tvolo dal vanitoso tappeto ma a strappi (strappi malenascosti dagli sparsi romanzi e dai figurini di moda) ce la volvan piuttosto infinocchiare per sala, un fornelletto sotto il camino e tr o quattro pajoli tentvano di tirarne in cucina e ci sarbber riusciti, senza due ferri a stirare sullo stesso fornello e un'impiccata di sottanini, e un mucchio, in un canto, di bianchera sdicia, che ci svivano invece in guardaroba. Da una pianta poi di Parigi incollata su 'n uscio, gi si poteva sospettare di sservi, ma il dubbio diventava certezza, scorgendo, l presso, una imagine del Sacr-Coeur, con dinanzi il suo lume, acceso in un ex-orciuoletto d'Injection-Brou.
"Chantal, quelle heure est-il?" chiese dal letto una debolssima voce.
"Deux heures, madame," rispose, dalla finestra, madamigella Chantal, cio una cndida cuffia e un bianco grembiale a petto, con entro una vecchia senza sguardo e gialliccia, che aggiunse untuosamente: "monsieur le cur va venir..."
"Ouvrez tout  fait... je vous prie."
Madamigella spalanc affatto le imposte, e la luce, invadendo ogni ngolo, pinse in una pvera cuccia, sulla quale era steso, intile pompa, un domin azzurro, una donna ai confini della giovent e della vita, cavernosa la guancia, la pupilla appannata, di una faccia peraltro che nuova non ci giungeva ma che avremmo penato assi a raffigurare se alla memoria non ci fosse soccorso un conto di sarta, che fra biglietti di pegno e lttere spiegazzate posava sul comodino, e per indirizzo recava " madame la marquise Iza Millerose di Garza."
"Mon miroir..." labbreggi la malata.
Madamigella Chantal, sempre con quel suo far dignitoso, che para dire "a Parigi si serve per passatempo," and a trre alla pettiniera lo specchio e lo present alla marchesa.
La quale, mirndovisi:
"Bon Dieu, que je suis chiffonne!... +n'est-ce pas? Prenez garde, que monsieur le cur n'entre soudainement. Oh, mon pauvre chignon! Chantal, arrangez le moi, je vous prie," e, intanto che l'infermiera gliel rassettava, "+ne vous semble-t-il pas, qu'une petite boucle  l'espigle me sirait bien sur le front?... Placez-la moi  gauche, ici," e accennava alle tempia con la trasparente manina cui ran gi gravi i pochi anelli rimasti, "C'est ca; en m'entourant ensuite les cheveux avec un ruban rouge... Mais non, tenez... J'ai trop mauvaise mine pour le rouge. Un ruban jaune ira mieux... Et..." E qu, all'inferma, dopo due o tre intili prove, riusc di levarsi un po'sulla vita, aiutata dalla Chantal, che poi le copriva di un ricco accappatojo le spalle, o piuttosto gli involontari pizzi e ricami della camicia. Ma, troppo lo sforzo; e la inferma vel la pupilla in un mezzo deliquio.
"Le cur de Sainte Croix!" annunzi una servetta, apparendo alla soglia.
Isa rinvenne.
"Attendez..." sclam, riunendo in un ltimo lampo quell'io che le si andava spegnendo. "Mes gants, Chantal!... +o sont mes gants?"
"Les voici," rispose la vecchia, porgndogliene dalla canteriera un pajo (che Isa lasci tosto cadere) e fece con un sogghigno: "+Notre Seigneur, peut-il entrer  prsent?"
"+O est mon miroir?... +Comment me trouvez-vous? Trop ple, n'est-ce pas? Pour l'amour de Dieu, Chantal, passez-moi sur les joues du rose-Pompadour... et un peu d'mailline aux lvres... Merci, Dieu vous le rendra... Laissez-moi voir," e si guard nel pccolo specchio che ava potuto raccrre ella stessa, ma per fortuna non vide lo spettcolo orrendo di un dipinto cadvere. "+Comment me trouvez-vous?" ripet mormorando quasi tra il sonno e la veglia. "Suis-je en ordre pour le bal? o tes-vous mes amis?... Dio! non raptemi il sole. Il bujo sffoca," e lo specchietto le sfugg dalla mano. "Perdo il chignon!... Mamma... il chignon..." e con un profondo sospiro, Isa pieg sulla spalla il capo, torta la bocca.
Calmissimamente, madamigella Chantal le tolse di dito gli anelli.


INTERMEZZO PRIMO



Via pblica.

Orchestrina, a noi.  ora di riattaccare. La leggera emozione par data gi. S'intende, che non parliamo dei palchi - quell'Olimpo a mezz'aria in cui la urbanit sostituisce la cordialit, abitato da sseri, i quali vanno a teatro per fare non da spettante ma da spettcolo, n si snton commossi che quando la privilegiata lor crtica dice loro che sono - parliamo della borghese plata e del plebo loggione, giudizioso complesso di scriteriate individualit - donde il fischio e l'appluso - che fanno, e nel mondo di carne e nel mondo di cartapesta, il solo Pbblico vero. La emozione pare dunque ceduta, e con essa, ogni ombra d'insegnamento. I femminili tomi comnciano a ritentare le maschili suole, i cannocchiali son ritornati ai loro ertici furti. E gi le gobbette scprono dapertutto nuove storture, le sciamannate, in ogni dove, delitti di lesa-toilette. E qu una moglie, dando del gmito in un vicin suo assi brutto ( il suo bello) gli mostra con un ghignuzzo il marito, un fior di uomo, il quale, fiduciosamente, pesa i pomi del sonno sull'altra spalla di lei, l un giovinotto in prima erba bisbiglia grate insolenze ad una donna gi in fieno, che arrossa, non di pudore; mentre, pi in l, due altre sorelle in Ges, due ntime amiche s'incnsano vicendevolmente, a turbolo pieno, con il fumo di penne. Di occhi rossi, non se ne trova che quattro... O ragazzone, che avete voluto contare i becchi del lampadario! E se bianchggian pezzuole, non una oltrepassa il naso; e se una grave matrona si asciuga col mgnolo un lagrimino,  ci piuttosto l'effetto di quella verdssima limona da lei posata, a met, sul vassojo del caffettiere. Perch, veramente, il teatro  uno specchio in cui ciascuno non scorge che il volto altri.
Ma, adesso, che si dovrebbe avere veduto come vvesi in casa, +dite, non c' da scusare chi ne st affatto alla larga o ne esce il pi possbile spesso?... Anzi, uscimone insieme.
Gi i gassajoli didero il colpo della luminosa lor lancia a tutti i lampioni: splndono le botteghe. Non havvi porta che non partorisca il suo uomo, non soglia su cui non dndoli il suo. Sbotta la gente dai ristoranti, pllula dalle chiese, come formiche da una cariosa ceppaja.  il quarto d'ora del dopopranzo, allorch il cibo, cui si pens tutto il giorno, comincia a pensare per noi, e diffondendo per la rete venosa un sangue pi pingue, pi caldo e aoppiato dal caff e dal vino, ci adagia l'intelligenza in quel lieve ebetismo che  il morale benssere. Tutti allora s' ricchi, tutti s'ha in prospettiva una eredit, o per lo meno, un terno. Il liceista, venendo dal pacchio domenicale del cannico-zio, cammina fiero, la sua sbrindolina a braccetto, e di un'aria conquistatora, dimanda, con quasi una lira in borsello, il prezzo dell'orologio aspettato dalla sua urea catena odorante l'ottone o della camicia che gli manca al colletto; mentre il portabigoncia, pinzo di merluzzo e polenta, il mostaccio lavato da un midollo d'anguria, pi non ricorda l'indolenzito dell'mero e fabbrica gi per suo conto. E a tutti, in questi sessanta minuti, psson piacere due cose, che, se si ctano a stmaco vuoto,  solo per berteggiarle; parlo di due strette parenti, Poesa e Bont. Ch  l'ora, in cui una birba, pur non compiendo una buona azione, saprebbe almeno pensarla; e potrebbe un astuto rimanere aggirato, se il suo possibile ingannatore non si trovasse nel suo idntico caso; l'ora, quando un mercante  capace perfino di non fare un affare, e Arpagone, nel prodigarsi una ciliegia allo sprito, non se ne salva il noccioletto in taschino. Noi per le strade si girndola allora, scopo la strada, scambindoci scappellate, strette di mano, sorrisi, con una prodigalit, una espansione, un affetto, che, poco prima, ricorderebbe di Giuda; e ci si scorda di tenere su il broncio col tale o tal'altro, e sopracclgonci, a volte, stranssime simpatie per sconosciute persone, cusa forse la fetta che il macellajo ha diviso, quel d, dal medsimo bue, fra esse e noi.
Ma, oh quanto roseo di facce! Sbcciano le ragazze, come i pensieri, ad un tratto, per pol, come quelli, sparire, soppiantate da nuove. Sono stormi di gonne,  un passero di voci. Cucitore, guantaje, crestaine, sartine, trnano dai lavorati, tutto punte le dita, e affollndosi con gli occhi vogliosi alle sfolgoreggianti mostre del lusso (le mille porte al bordello) dove la intatta nevata del camiciajo e la cascata dai caldi riflessi del tappezziere si altrnano con le gabbiate-di-cappellini della modista o con le ajuole di nastri e merletti (i cenci dei ricchi) o con i monti di guanti (la lor pelle fina) - dove, ai variopinti sapori del confettiere, che vanno al palato men per la bocca che per la pupilla e scilgonsi in una fragranza, succede la giovent imboccettata e la belt inscatolata del profumiere, irradiante una ebbrezza di odori, ed alla grande oziosit del quadrajo la pccola del chincagliere, inutilera sott'ogni pi indispensbile forma... - pvere tose! - estasiate alla fcile letteratura, a nica popolare, delle pbbliche carte, dal bello stile del 500 e dal migliore del 1000, o rapite nella boreale aurora del giojelliere, dimnticano l'oro fumante della polenta, che a casa le aspetta con la sbadigliosa mammina, e ascltano con sempre crescente clemenza il ronzo dei calabroni che loro aleggiano intorno, finch, stacctesi a forza, quasi rompssero un laccio, dalla dplice insidia, si riconfndon col bujo. Ma nel bujo le insegue, ida fissa, il tentatore baluccicho e lor la polenta f groppo e il pagliariccio d spine.
Altre invece, vanno ora a bottega. Sono le nottoline, le belle affamate, le maritate col pbblico - ami vestiti da donna - che ci rasntano leste, frusciando sericamente le loro tele incartate e lucicndoci in viso i loro specchietti da ldole e spargendo dalle zafferanee capigliature un sentore di cipria, quasi fuggenti per non sser fuggite; sono le cndide giovinette dal cappellino alla calabrese e dalla scusa di uno spartito sobbraccio, che ci vngono incontro come in cerca d'ata, giovinette fioccate in citt per istudiarci anche la msica; sono le miserssime bimbe, cui fu negata l'infanzia, e le orrbili vecchie dalla lingua infame, che ci tngono dietro insistenti, chiedendo la carit, offrendo di avvelenarci.
E intanto, la teatral bergamina si riunisce ai sui chiusi. Illminansi i camerini, gusci di altrettante celebrit. La istriona allo specchio si rimposticcia il cuore serale e si "f il volto", la virtuosa (perocch in medio stat vrtus) scioglie, in attesa "di superare s stessa" a tutto entusiasmo della sorda mammana, il canarino della celeste tracha; mentre la trinciasalti, come una mosca che si soffreghi i pie'inzaccherati, riavva, a tutto profitto della lievemente arrabbiata cagnetta, la polposa loquela delle sue gambe, oppure, mezzo vestita da Dea e sdrajata su 'n canap dalle molle rotte, si spassa a grattarsi un prurito che possiede zampini. Poich, di l del telone, quella belva feroce, che  "il rispettbile e colto" ancor non da segno col trepicchio e col fischio della sua graziosa presenza. Quantunque la piccionaja sia gi tutto teste, e sbrscino nella plata, ad ogni momento, di quelle brave persone, che a bene godere il proprio denaro non vglion prder neppure la noja del divertimento, l'ombra intimidisce i rumori, ombra assi grata ai servotti del loggione, che stanno insegnando come si alzi il sipario e balli la marionetta, a voi, Colombine, maliziosamente crdule.
Il che, tutto insieme,  un brulicho, una nebbia, dove l'incenso sembra fumar da una pipa, da una caffettiera il tabacco, da un incensiere il caff; dove, nel solenne bordone dell'rgano galoppa sguajatamente lo strillo dell'organetto, e sul rombo della campana, punteggiato dal tonfo del tamburone, si eleva il ricamato affanno del piano, interrotto qu e l dallo stappo delle gazose, dal fischio de'razzi e dal ruotolo dei brummi, tintinnanti nei vetri - tutto un grigio, diciamo, di rumori e di odori, nel quale inutilmente si perde il vagito che esala dalle latrine e l'afror di carbone della tradita mansarda, e di cui gli ltimi echi, sfiorando la prigioniera, aggrappata alle sbarre e smaniosa pur del ceffo aguzzino, vanno a morire, evocatori di non pentiti desi, in quella lunga corsa, divo Rocho dicata, dove - in tanti lettini, tutti, fuorch nel nmero, eguali; dai tanti consmili visi, o a meglio dire, ricordi di viso - chidonsi tante storie di gioja che ne fanno una sola di pianto.
Ma, ecch! delle storie con il singhiozzo, ne abbiamo gi pieni i cassetti, ed anche le sctole. Bando ai gufi! Altra msica e orchestra! A m i giovanotti che vvono all'avventata, facendo l'amore sui pianerttoli! a m i prudentssimi vecchi, che han sempre fatto lo zio e i verginoni senza rammrico, e i "non indegni di aver perduto la prima!..."
Or, +chi mi dona una rossa matita? +Tu, Cletto mio?... oh grazie.
E la rompo.
Mezza  per t, criti-cuccio, cui ogni spropsito nostro  seme di mille tui - tu, gidice inquisitore, che non annasti che il male, per poi, se nol trovi, invntarlo. O letterario fuco, gioisci! Hai qu casi di maggiore scomnica, erese da tanaglia e da rogo. Troveri ide nuove, ch tali almeno parranno alla tua squisita ignoranza, troveri gagliardi sapori, che a t, assuefatto alle pi scempie pappine, abbaglieranno il palato. Ma, +che vui? A gusti scaltriti (e io sol cucino per essi) non pu l'ingenuo manzo piacere se non a forza di salsa. Anzi; anche il sale  talvolta lor dolce, e per ci vuol pepe. Viva il pepe che salva i panni dal tarlo - ed i libri!
E cos, l'altra mezza  per t, autorit filolgica, la quale, a nome di quella Crusca che in Lombarda si stima assi ne'clisteri, spaventi col tuo "non si pu" le ide de'scolarucci che fanno il comporre. Ma non le nostre, bada. Noi, la lingua che Natura ci ha dato, noi la vogliamo vibrare come meglio ci sembra. Stolti voi che credete, coi dizionari e le scuole, d'immobilizzarla, quando il pensiero, suo sangue, n le manette n il boja non arrestrono mai, n Cristo n il Divolo.


ATTO SECONDO


SCENA PRIMA


Eropata

Se ad uno di que'rarssimi giovanottini, sulle cui guance la foglia di rosa ancor non cedette a quella di nicoziana, miracolosamente passati intatti fra le bambinaje, le maestrine ed i preti, si domandasse, additando una processione di gente che pare nudrita a lucerte e pende pi al verde che al giallo, mssime nelle tasche, e trae fin dalle calcagna i sospiri e ti risponde una cosa per l'altra, o cose che nessuno capisce, compresa lei, si domandasse, dico "+or che vedi?" certo risponderebbe "ammalati." E noi, battndogli amichevolmente la spalla, "bravo t" gli diremmo "hai trucciato, perocch sono innamorati." Ma allora il giovanottino, il quale, proprietario di una completa potica profumera, ha letto che amore  "il sole dell'nima" (vero, perch dal sole vien l'ombra), che senza msica e amore la vita non sarebbe che una lenta agona, e smili quiproqu, ci mostrerebbe impersuaso la sorridente fila de'sui bianchssimi denti, amndole senza la buccia, e tirerebbe innanzi, platonicamente incicciando, a confidare alla luna i sui fastidi col burro. N, noi, tolga Dio, ci ostineremmo a guastargli l'innocentssimo divertimento. L'uomo  nato all'inganno. Chi non imbroglia neppure il suo ntimo amico, bisogna bene che azzitti la naturale necessit, imbrogliando almanco s stesso.
Tuttava - fra noi, che mastichiamo da un pezzo coi denti del giudizio (pveri denti! gi la carie vi mina) - quella folla dalla tinta pantrito e dalle fiacche morelle alle occhiaje,  proprio d'innamorati. O amore, tossicoso miele! o amore, inevitbil castigo! +chi mai non reca qualche sfregio di t, fosse pure il nessuno, che  di tutti il pi ingrato? +chi pu vantarsi fuor da'tui colpi, finch di nulla pi possa, finch non lo vesta l'abete?... O amore, fonte di maggiore rovina che non la fame e la peste, tu che le sei, non di rado, ambede!
Ed ecco, nella interminbil sequela delle vttime tue, un givane. A lui, bello, ricco, d'ingegno, tutto sorrideva all'intorno. Non un cuor gli era vito, non una strada chiusa, ed egli poteva, per la preferita, procdere velocemente, ch possedeva carrozza, toccando la meta, tanto per il demrito, quanto, il che  pi difficile assi, per il mrito. Eppure, il suo volto  giallo come una foglia a novembre,  vizzo come un borsello a Natale; eppure, a paragone dell'nimo suo, il nero  un allegro colore. +Che ha mai? Il mdico, che lo tast e sper e buss, ci assicura ch'ei suona campaninamente bene. Ma il scientfico occhio non gli  giunto al cervello, dove l'imgine di una donna gli asciuga, insazibile spugna, ogni men vile pensiero, di una donna di cui il givane spsima la limsina solo di un guardo, senza osar di cercarla. Ch, amore, il quale d spesso impudenza, qu ha tolto il coraggio. Lo specchio rende al givane brutta la bellezza di lui, n intorpidito l'ingegno  l a confortarlo con rammentargli che egli sempre conserva quella seconda belt, che per le donne  la prima, la numerbil belt; dell'ingegno anzi di un tempo egli pi non si sente se non quel barlume, che fccialo avvisto come l'ingegno sia ito. E, sfiduciato completamente, fugge gli amici il cui sorriso lo offende, fugge l'umano consorzio di cui sospetta ogni occhiata; fugge, alla fine, con un'oncia di piombo, l'insopportbile s - a ventitr anni, pensate!
Poi, ecco un uomo di mezza et. Era la gioja delle brigate, il piatto migliore di un pranzo. Tanto tondo di corpo, quanto acuto d'ingegno, tena (caso non troppo frequente) il satrico umore in perfetta bilancia colla bont. Scarso a fortuna - ed anche quel poco gli costava moltssimo - gliene avanzava pur sempre per farsi un piacere, facendone altrui. La sua cassa a risparmi, dica egli, rano le saccocce de'sui amici, donde traeva per interesse, di poter guardare, senza rimorso il passato, e senza paura il futuro. Tanto che, allegramente, egli metteva gi il piede fuor dell'ltima soglia di giovent, quando, nel vlgersi indietro a serrare la porta, cadde in due occhi, trgidi di desiderio, che parvano dirgli "aspetta". Pvero Meo, sei fritto! Addo, balda scapigliatura, addo lcide bicchierate e dormite profonde! L'appetito scomparso, sostituito al sognetto il sonetto, le vesti gli fanno sacca, la zecca dello sprito suo pi non conia epigrammi, sibbene epitafi. Il buon uomo  diventato irascbile,  diventato intrattbile, veramente "moroso."  allora che il suo capo d'uffizio comincia a lagnarsi della peggiorata calligrafa di lui e de'protocolli macchiati, e gli domanda con meraviglia, perch per Agosto copii Agostina, e per quanto a, guantaja. Perch il capo d'uffizio ancor non l'ha visto in una certa bottega di mode, ad un banco e dinanzi una sninfia di tosa, rosso come un papvero, tutto sudato pel batticuore dello sforzarsi un pajo di guanti del sette su de'manoni del nove; n s che il nostro uccel di San Luca si vrgola il pasto per inviare alla sua inspida bella cartocci di parlanti confetti, mandorlati di millefiori, rosoli di lungo amore, cioccolata con la cannella, e altrettali commestbili dichiarazioni. Nel che, a onore del vero, il galantuomo pigliava la rettssima via, entrando le ide meglio assi per la bocca che non per gli occhi e le orecchie. Ma, se pi retta la via, non era quella del buon mercato. A poco a poco, le camerette di lui si sgmbrano di mobiglia. +Che mai pi orrendo d'amore senza quattrini? Bentosto, il tabarro gli si consuma in ventaglio. Infatti, con il caldo d'amore, era l'uno di troppo, e l'altro di manco. Bentosto il suo fido orologio gli s' fermato per sempre. +Dove il tempo  perduto, a che un orologio?
E, per ltimo, un vecchio. Qu usurpo alla patologia. Costi, al polo antrtico delle passioni, trovvasi appunto in quella temperatura indispensbile alla conservazione di un morto. Egli spirava la ragnosa maest di una centenaria bottiglia, para il granajo dell'esperienza, e venvano tutti a picchiare al suo uscio per domandargli pareri buoni, ch'egli accordava liberalmente, non potendo pi dare cattivi esempi. Ma, a un tratto, la sua onesta canizie si abbuja nel pi furfante dei neri; gli occhiali cdono all'occhialino, la tabacchiera alla spagnoletta, il suo mangiagroppi-portiere al tailleur de Paris. Gettati via i volumi dell'equnime scienza, noi lo vediamo, il majscolo bimbo, ricompitar febbrilmente l'ars amandi d'Ovidio, e l'art d'aimer di Bernard, o meditare il Meibonio de usu flagrrum e la ricetta itifllica di Arnaldo di Villanova; poi, tutto azzimato e olezzante s da sembrare un imbalsamato cadvere, sedersi sull'orlo de'tamboretti, lui malsicuro in una poltrona, girando caprinei sguardi, spargendo, come egli crede, amorosi disastri. Ma il disastro  uno solo, lui stesso. Gi lo stramonio e la cnape hanno iniziato il loro tremendo lavoro. Infuria l'estromana, il ttano ertico. Agonizzante ei s'aggira, gli occhi ebetiti, le labbra schiumose, barcollando sull'usta di un'inarrivbile donna, ch'ei bramerebbe inghiottire ne'sui epilttici amplessi...; O dottore! cessa il bromuro e la cnfora.  tardi. Non giova pi che lo schioppo.
Or, per chi vuole un contorno a questi tr assortiti salami, ecco monti di suole inutilmente perdute e libri zeppi di plvere e calami assetati e lenzuola lgore dall'insonnia con schiene ancor pi logorate, e patrimoni in isfascio e laghi di lgrime con cos fieri sospiri da cacciarli in burrasca. Ch se tu ti disperi di non ssere amato, il vicin tuo f ci o per sserne troppo o non abbastanza, e se tale, tradito da una diavolessa, strilla come un porcellino di latte, altri, cui tocca, piange di possedere un ngelo. Oh che burletta l'amore! Per lui, un formaggiajo si accorge, dopo trent'anni, che c' la luna, e cercando una somma, trova la rima che un poeta ha smarrito nelle idntiche ortiche. Tizio v dalla magnetizzata con i capelli della sua baja; torna Sempronio dal professore Mercuri senza i sui propri. Qu un cuoco, abbagliato dal "caro oggetto" che sar, penso, una trecca intingente la pettinina nell'aqua de'fagioletti, cmpera luccio per trota; l Automedonte, alla vista delle adorate spadine, ribalta con i padroni. In questa, un pittore, eternamente copiando l'nico muso di quella che "sola a lui pare donna", esaurisce s in compagna della pazienza del pbblico; e intanto che un organista, pensando alla maestrina normale, bacia piangendo il consapvol barbone, la maestrina sovvenendo di lui pizzicotta stizzosa la sua dozzina di scolarucci. E vi ha, chi, d'ingegno, inasinisce estasiato alle trullere che vngono da una serfica bocca, oppure si ostina a lgger Petrarca e sonare Chopin a chi non capisce se non Marchesini e Vernazzi; come vi ha, chi, nojato alle pgine le pi rovaniane ossa le pi generose, brilla di gusto ai solecismi di cuore, peggio che di sintassi, di uno di que'letterini, che, incominciati offrendo un bacio, finscono domandando un marengo. Ma e poi! che tragedia, l'amore! Trema, la prima volta, il gelato cassiere contando i rotoletti dell'oro,,  egli non scorge pi cifre, sibbene gale e sorrisi; nega l'amico il dovuto soccorso all'amico per soddisfare ai capricci di una inimica; il padre stesso strappa i pendenti alla figlia per appnderli a orecchie che danno ascolto a chiunque. +Che pi? Donizzetti muor scemo; smidollato Raffaello, e, giacch siam fra gli Dei, rcole torce le lane di Omfale (la sua peggiore fatica) ed il medsimo Giove, dall'olmpica calma, v in oca, v in bue...
Mira, o lettore, la scarna cpida faccia di chi, da quelli scacchi di ferro, vede passare lbera e fiera la ganza nella pompa di un lusso che il suo delitto le paga; odi, da quell'altra prigione cui f da aguzzino la Carit, i ruggiti di loro, che hanno per un chignon perduta la testa; sogna, a sfondo, la negra pura del milanese Tombone, dove tra frcidi mazzi di fiori e scocciate bottiglie, tra mnichi di pitale e pisciatura con li occhi, vanno convolte le lvide salme del tradimento, pasto alle cheppie e ai gazzettieri cronisti.


SCENA SECONDA

Quo mntula mens.

Ma qu, da tutti questi infelici, cui tocca, per gingere al dolce gheriglio, mrdere il mallo, o avanza, goduta la pesca, il ncciolo amaro - nime in pena, che prgansi pel Paradiso o lo prgano - mi si spicca d'incontro un giovinetto con la cravatta slacciata, e all'abbandona il cappello, gridando "io la sposo, io la sposo!"
Confesso; il mio primo pensiero fu di chidergli in mano uno scudo, e di dirgli "spendi questo piuttosto"; ma mi tenni. Quel giovinetto era fuor del comune. Niuna fanciulla pi vereconda di Nino Fiore. A lui, oltre le simpate pel sereno suo volto dalla pelle di dttamo e dalli occhioni cerulei, mi legvano quelle pel suo rarssimo ingegno, un ingegno cui non mancava, perch tale paresse, se non la mano di studio, quasi greggio diamante che attende la faccettatura. Senonch, sul pi vivo delle speranze, era caduto il mio Nino nel letargo amoroso. Pazienza, per chi, gi citrullo, incitrullisce del tutto, ma per chi, nato a superare l'ocano, affoga nel secchiolino, ogni pazienza v in furia. Principalmente, ch  della gente d'ingegno, come di certi biblifili, i quali, quanto pi un libro  sprezzato, tanto pi lo crcano e mano, o come di certi mosconi, che, gira e rigira in un giardino di fiori, finscono a posar sullo sterco. Nino difatti s'era pigliato di una cosa non uomo, e alto l. Non un rapporto tra loro da quello all'infuori, che mancava a coli quanto ad esso cresceva. +Ma come, dimando io, persuadere ad un ebbro la sobriet? +come provare a un illuso che le bellezze ch'ei mira, novello Narciso, nella sorgente de'suoi desideri, non sono se non le proprie? +come infine distor l'assetato dalla trbida aqua presente con la promessa di un'altra, bench cristallina, lontana? Ahim! l'altri esperienza non serve; ciascuno deve procurarsi la sua, che poi non si trova di avere raccolta se non giusto nell'ora di doverla lasciare, non laurendosi l'uomo nella scienza del vvere, che quando gi occorre (il che  forse tutt'uno) di sapere morire. E se  vero, che Nino veniva spesso da m ad implorare consigli, egli in ci seguitava il slito vezzo degli ammalati d'amore, i quali scppiano tutti di confidarsi a chiunque, annojando il prssimo loro come s stessi. Desiderare, del resto, il parere degli altri, vuol sempre dire, desiderare di sentirsi riaffermati nel proprio, mssime errando. Non havvi impresa pi temeraria del rndere accetta la Verit che se qu e l si sopporta  perch piglia in imprsto gli biti della Buga.
Per cui, andato a cavare dal mio armadio di facce, quella di congratulazione:
"Bravo Nino," dissi, serrndogli con espansione le mani, " me ne rallegro tanto! Vedi tu, che non ti sapevi dar pace, perch l'amore tardava! m ci hai fatto quintina, e insieme tmbola! Un givane, come t, non pu non avere incontrato un complemento condegno. Sari per giurare che in pccolo  una perfezione, incominciando da quella mnima delle doti, la dote..."
"No, no," interrupp'egli con gudio, "Gilda non tiene un quattrino. Io la scelsi col cuore, non colle dita. Volli lei per lei sola."
"Sentimenti," ripresi, "che ti farbbero meritvole della medaglia al valore civile, principalmente in giornata, in cui "la Guida d'amore"  il catasto. Inoltre, non stai lontano dalla prudenza. Spesso ai mariti costa pi la ricchezza che non la povert delle mogli, mentre bstano sempre pane e amore. E, se si vuole anche un po'di pietanza,  ben presto supplito con un po'pi di lavoro. Tua madre stessa..."
"Mamma," not il giovinetto, mentre il rossore gli lampeggiava nel volto, quale oro su argento, "non ne s nulla per ora. E il cuor mi fugge a parlrgliene. La famiglia di Gilda  s... s..."
"+Bassa, vorresti dire? +ecch importa? Nel sociale universo, come nel fsico, non c' n l'alto n il basso."
"No, non  il basso che mi scoraggi.  il sdicio, il sudiciume morale..."
"E io ti ripeto, +che importa? Ciascheduno, rotto il filo ombelicaie, f a s. Non v'ha terreno di vizio in cui non possa germogliare e dar fiore la pianta della virt, che, come tutte le piante, succhia non rado ubert dalla stessa immondezza. Ci sono corpi che pssano illesi per qualunque contagio; ci sono nime s musicalmente foggiate..."
"Gilda non tiene orecchio," sospir Nino.
"Terr occhio," sorrisi.
"Gilda  stonata anche in ci."
"Allora, o mi sbaglio o una pi fina armona la rende ottusa per l'altre; la letteraria armona."
"Nemmeno!" fe'il giovinetto sconsolatamente "Gilda non s lggere manco. Ella non  che natura,  un pvero cinquefoglie."
"+Come?" gli ribatti, "+te ne duoli?... O amico, meglio cos. Minore dottrina, minor vanit. A fare una buona nutrice e una buona massaja non occorre troppo alfabeto, ch, anzi, con i libri del giorno, l'alfabeto  un percolo. Comunque! l'ingegno innato compensa sempre lo studio, che  l'ingegno d'aquisto. +Non ti par pena sciupata, lggere in altri quanto in noi st gi scritto? E, appunto in ragione di questo suo stato di letteraria innocenza, cose la ti dir la tua Gilda ingenuamente sublimi, e tu, con essa, fuor dal timore delle sonate a organetto, potri sgropparti l'nimo liberamente..."
"Mio Dio! no," fece Nino, movendo con malincona la testa, "quanto al suo ingegno, ne ha, ma se tace: il mio, bisogna che glielo nasconda con ogni malizia, perch la mi tlleri. E inutilmente cerci di prestrgliene. L'asciuttezza di Gilda  quella, non della spugna, del sghero..."
"Basta peraltro," insinui, "per quel che deve servire, che la ragazza sia sana..."
Ma il giovinetto, traendo un lungo sospiro:
"Pvera Gilda!"
"+Che ha?"
"Ha le gonghe," gemette con un filo di voce.
Qu il volto mi si dipinse di un buon umore, di cui la met non era proprio forzata:
"Evviva!" sclami "tu se'nato vestito. Le ragazze infermicce sono pur le pi buone, ch invece il divolo, per quanto si s, non fu mai indisposto +Che  mai la perla? una malattia preziosa. Cos, la pi aerea soavit, la melancola pi chiaro-di-luna, vngono spesso da un crnico male, da una digestione cattiva. La tua fanciulla, son certo,  di que'bzzoli da cui sfarfllano gli ngioli..."
Nino non pot trattenere un ghignuzzo, e:
"Mira i segni dell'ngiolo," disse mostrndomi le sue mani graffiate, "e questo +sai, per che cosa? perch la pregi dolcemente di sser pi amica alla casa."
"+E che?" ritors'io "+ne vorresti una mnaca? Tutti cos, voi amanti, tutti tiranni! Lascia, lascia, mio Nino. Una bella ragazza non ha da covare la cnere; ha il sacrosanto dovere di andar dappertutto per mantenere la esttica. +Sar bella, m'imgino?"
Fiore mi guard con sorpresa.
"Oh bellssima!" fece.
"+Un nasino, vero, tutto finezze?"
"Il naso  piuttosto ordinario;  schiacciato. Somiglia a quello di un pinch..."
"Indizio di onesta baldanza. +E una bocca, diremo, da baci?"
"Baci, ve ne stan s forse un po'troppi."
"+E gli occhi... ampli... brillanti...?"
"No, piccini e nebbiati."
"+E i denti, cndidi, accolti?"
"A denti, non  molto felice. Poverina! sempre la benda alle guance...!"
"Guance, s'intende, dal tizianesco colore, mrbide come la cipria... +Parlo giusto, o m'inganno?"
"Scusa! sono alquanto gialline. E per pelle... Capiri! quando s' avuto il vajolo..."
"Male col becco il vajolo!... +Del rimanente, una sveltezza di forme...?"
"Non dico di no... se  seduta."
"+Con una volutt di manine...?"
"Ah! le ha goffe, +sai? Patisce tanto i geloni!"
"+E due mazzetti di piedi...?"
"No, non li dire mazzetti. Gilda possiede,  vero, il mio cuore, ma gli occhi, no. Io stesso, se non la amassi tanto, dovri chiamarli... chiamarli... (e con titubanza ) "cassette..."
"E, giacch l'ami, di'cassette di fiori. +Perch mi adocchi s intento? +Dbiti forse ch'io celii? No, amico. Tutto sommato, la tua futura met pu ssere ancora, come dicevi sul primo, bellssima. Molte bellezze nscono appunto da un complesso di errori; anzi, ti prover qualche giorno, come la vera bruttezza stia solo nella perfetta belt. In ogni modo, una donna, innamorando, abbellisce, pi o meno, s'intende, a seconda della sua interna passione, come, in ragione del vino, si f bello il bicchiere. E Dio s quanto ti amer la tua Gilda, invidiatssimo amico!"
Ma, +ecch? Nino, nelle pupille del quale gi tremolavano i luciconi, a questo punto non tnnesi pi e nelle braccia mi cadde, in una troscia di lgrime "Ecco, ecco," singhiozz egli, "la spina che stracci tutto il mio cuore, ecco il martello che mi ha frantumato l'ingegno! Gilda non mi ama. Io bacio sempre i suoi labbri, mai i sui baci; e se ella pur me ne dona - oh baci senza scoppio n lingua! -  come li desse a suo padre, anzi a suo nonno. E s di non sserle in mente che quando le sono negli occhi, s di non farle se non da gratito suggeritore per il suo prssimo amore! Gilda non mi ama, non mi ama!"
Taque, incontrando il mio sguardo, che dalla soja era balzato nell'ira. In verit, non si poteva pi fngere!... e sotto il mio sguardo, Nino chin vergognando il suo.
E gi subentrava un imbarazzato silenzio, in cui rimordeva a m dell'inganno, del disinganno a lui; quando:
"+Concedi che si ragioni?" gli domandi.
Fiore acconsent con il capo.
"Non  bella," segui, "non  ricca, e ci passi! Non  neanche istruita; e passi! Non  sana, non buona... +Che  dunque?" (egli arross) "+Vrgine?... Non giurarlo. Ogni donna pu attraversare la sua mezza dozzina di verginit. Pur, foss'anche alla prima! +stmami un poco, perduta la spirituale, quella del corpo? Ed ecco, contuttoci, tu ti ostini a fantasticare, che l'nima tua, alla quale le carni rndono, si direbbe, l'ufficio della lampa alla fiamma, sia proprio fatta per una, tutt'al pi concessa alle carni, qual sale, perch non marcscano; che, a t la met di una pera sia destinata ab aeterno, per completarsi, la met di una rapa; e cos vui da una cosa, buona, non dir per un anno, non dir per un mese, ma per una sol notte, farti la indivisbil compagna per tutta la vita, ed accordando a'sui vizi la firma dell'onesto tuo nome, vui che la stessa tua madre acconsenta, anzi goda alla completa comune rovina!..."
Il giovinetto ebbe un singulto, e fe'per rispndere:
"Attendi! Forse, che pensi, indovino. Pensi, che non si gioca impunemente all'amore e che una fanciulla non la s'inganna. Nulla di pi galantuomo, e in ci ti stringo la mano. Resta, peraltro, a vedere se qu si d tradimento. Gilda non mi ama tu lo hai detto tr volte; dunque, se tu tradisci qualcuno, ... t stesso. Ella non ti ama, eppure vui farla tua,,  vui di una, la quale forse con altri sarebbe felice, farne, costretta teco, una infelicssima. urei sensi davvero! Mditi, in conclusione, uno stupro!"
Nino mi occhieggi con corruccio. Io soggiunsi:
"Perdona, se mai ti dico, in isbaglio, la verit, quindi ti offendo. Ma, quel vero che irrita, giova. L'nima tua  forte. Essa non chiede, per sostenere il salutare martirio, n tregue n cloroformio.
"Ch se con altri avri gi chiuso il registro, o non lo avri manco aperto, debbo con t aggiustar le partite fino all'ltimo spcciolo. nimo dunque e t'annoja! Met dell'arte per camparla men male, st nel sapersi annojare con leggiadra.
"Ho parlato all'amico; parlo ora al poeta. E a lui ricordo anzitutto, che tal dei romanzi, cui d fine o la morte dei cos detti eri, o, quanto viene lo stesso, il lor matrimonio, tal' di una artstica vita. +M perch soffocar la certezza nella speranza? +distrggere il frutto nel fiore? +Rputi gloria il suicidio? Oggid, bada, alla Tragedia si ride.
"Pazienza se si trattasse di una passione, diremmo, in carta smplice; meglio, di contrabbando; ancor meglio, con la cavata del tradimento. Passioni tali ccciano il sangue in subbuglio, fermntano in genio l'ingegno; e, dal mosto tornato a posare, si spilla un vino coi baffi. Al contrario, non havvi acciajo d'artista, che non allenti in fer-dolce nella lunga lunghiera di un amor maritato, dove bisogna rimasticare la felicit che s' appena smaltita, e Cupido, gi insinutosi dalle fessure,,  per non restar carcerato in un sepolcro di ciccia, bttesela-va, intanto che pu, dal portone. Poich, a ordinare le ide, che accrrono tumultuarie alla chiamata dell'entusiasmo, pu s giovare la calma della stanchezza, non per della noja.
"Imaginimoci poi, quando, con lo sbadiglio di essa noja, si concerta anche quello dell'appetito, e la miseria si asside nel vacuo focolare. Purtroppo! non  che una la testa. F che stia sempre in cucina, non sar mai in istudio. Ed ecco coli, il quale rifiuterebbe per s la pi lucrosa indelicatezza, implorare per altri - i sui figli - le men promettenti vilt; ecco il poeta, cui la medsima fame conduceva alla Fama, prder pei nmeri, il nmero. Buona notte al poeta! Se mai l'alloro entra ancora in sua casa, sar, tutt'al pi, per coronargli il tacchino.
"E davvero che l'Arte  come il Dio che v passando di moda. Essa  gelosa dei cuori che le son dedicati, n concdesi tutta se non a chi a lei si d tutto. Tra i quali devi ssere tu, perch pui. Sei di que'pochi - lsciami dire - che gingono al midol del pensiero; ti  un orologio il cervello, che segna i minuti secondi. Solo difetto, la tua stessa abbondanza, il tuo, diri, dorar l'oro. E la fiducia mi tiene che ti si serba alla gloria una sedia a braccioli, di cui gi intaschi il biglietto (e se non l'usi, tua colpa!) fiducia che in t pure verr, allorch in mezzo alla general sconoscenza, quasi r travestito fra ignari vassalli, inorgoglieri nel segreto della tua propria grandezza, e che, invadendo poi tutti - come appena, invecchiando l'artista, abbia il tempo raggiovantene le pere - muter il vile spregio in una pi vil piaggera.
"Ti sia dunque famiglia, o mio Nino, quella che sola si addice al tuo nbile ingegno, le cui imgini scritte, quali i pinti ritratti degli avi, ti sorrdon dai palchi di ogni gentil librera - t, loro carssimo erede - e ti sano figli i tui libri, che, come figli veraci, se ti daranno sul primo fastidi, compensernnoti poi con centplici gioje, ti nutriranno in vecchiaja, e non potendo pi altro, protrarranno il tuo nome. Gente vi ha condannata a generare umini,,  gente, ide; ed una ida pu dire, come di s Garibaldi equivalgo a un esrcito. O tu amorino piccino, che hai d'uopo di scaldaletto, sempre con l'occhio alla sola tua pntola, +che mai mi diventi a confronto di quella carit universale per cui le geogrfiche carte non hanno colori, n fogge la umanit; di quell'amore, che non si consuma nel seno infecondo o di Lura o di Crezia, ma, attraversando, inesaurbile, scoli e generazioni, conforta, consiglia cuori infiniti, rialza gli stanchi intelletti che nella terra precedttero il corpo, o cambia in lacci di fiori le ferree catene che ne rattngono il volo, sfoga nella dolcezza delle potiche lgrime l'astioso pianto inturgidito nella nuda realt, d affetti, d ingegno, a cui Natura non diede o tolse Fortuna, d a Scienza i novssimi semi e i frutti di lei a Ignoranza,,  d alla Miseria le feste della Ricchezza, e a costi il goderle di quella; riunisce infine in un artstico bacio tutte quelle nime scompagnate, anelntisi invano, dalla Sorte divise, dagli spazi, dai tempi!..."
Cessi. Camminammo in silenzio. Era Nino fieramente commosso. Nel volto di lui, come nella lmpida aqua, leggasi un battibecco tra i sui nervi e i sui mscoli, entre son me et son ne. Finalmente e'ristette, e bacindomi in bocca, esclam "tu m'hai slvo."
Ma, ecco, una frotta di modistine, zampettando-via svelte coi lor scatoloni gravi di leggerezza. E una bionda, un po'scarsa di gambe, e tutto farina la testa (pani defraudati alla pancia) volge al mio amico un musetto, che para dovesse gnaulare, fisndolo cisposamente. Nino d un balzo. "Lei!" dice a m; scioglie dal mio il suo braccio e crrele appresso, come pesce che abbocchi.


SCENA TERZA

Idillio.

Fortunatamente, quell'incessbile forza (chi dice Caso, chi Provvidenza, chi Dio degli ubbriachi) la quale - come un paziente maestro, che corregge man mano gli errori de'sui scolarucci - bbliga il corso delle sociali vicende pccole e grandi, turbato dalla ragione dell'uomo, a ricomporsi sempre pel meglio, fece anche qu, nel mnimo caso di Nino, quanto n la lgica mia, n la poesa di lui avan potuto. Nino cio fu tradito! fu (slita storia da Minosse ai d nostri) posposto alle spalle facchine e alle occulte virt di un briccone; sul che osservo, non tanto ad esempio di chi potrebbe tradire (ch gli esempi son fatti pel camino e i marroni) quanto a conforto di chi rimase tradito, come l'amante nuovo sia spesso la miglior vendetta del vecchio. Del rimanente, uso qu il verbo "tradire" che non dovri; e davvero, il mio amico rasi sbarazzato, senza rimtterci, di una falsa moneta, rasi onoratamente liberato da un dbito vergognoso; par dunque che avrebbe dovuto sentire quel refrigerio che un sino prova quando gli si leva il basto o un suonatore d'orchestra quando rinchiude il messale di un'pera della giornata. Eppure no - guardate riconoscenza al destino che spesso ci salva a nostro marcio dispetto! - Nino si disper, non da burla; per poco non s'ammal, e lo si vide lumacar per le strade, giallo di malincona, curvo di schiena e di sguardo, dialogando tra le labbra e le dita, a mo'di un fittbile in piazza. Seppi poi, che egli stava, in que'd, maturando un suicidio. Oh quante volte, dopo di avere con cinque lugubri sigilli solennizzate le sue ltime volont (e non ava a lasciare se non una cosa, la mamma) appoggiossi alla fronte una pistola... vuota; oh quante impugn con precauzione quel rasojo, che non era mai stato capace, non dir di disfargli la barba, ma nemmeno di frgliela. E Nino si and a specchiare in tutti i pozzi del vicinato, pur ebbe tanto coraggio di non accrrere all'imgine sua, accontentndosi invece di tirrsela a s nella secchia, e Nino sfogli il dizionario chmico-farmacutico dove si parla di veneficio (che  quanto dir tutto) dando peraltro un'occhiata anche al poscritto dei contravveleni; Nino giunse perfino a notare ogni possbile morte in altrettante buschette, sortndone una. Nulladimeno, siccome l'estratta gli sembr la men bella, gitt a monte le schede e si die'a meditare "quel benvolo modo e voluttuoso di pena - come dica l'umanitario suo professore di diritto penale - in cui trionfa la corda." Ed ecco Nino tentare la solidit degli arpioni di casa ed allacciarvi gi il cappio, quando, cricchitagli sotto la sedia, scsene prudentemente e decise (sopravenndogli in quella il carbonaro col sacco di negra morte commesso il d prima) di morire - ava appena pranzato - di fame.
Ned io gli contraddissi, chh! ben in contrario applaudi di gran cuore alla sua econmica risoluzione, che gi durava, quand'egli me la narr, da ventiquattr'ore; me lo piglii sottobraccio e trttolo in un'ostera (imbruniva) gli presenti un buon bicchiere di rosso, dicendo, che ci gli avrebbe ravvivato le forze pel suo romano propsito, poich, del resto, egli si era impegnato a finir dalla fame, non dalla sete. Nino fe'una boccuccia di svogliatura, ma bebbe; anzi, ribevve, ch non s'accorse - tant'era assorto nella cupa sua ida e in una cesta di allegri panetti - del mio ricolmargli la tazza. E allora io mi diverti ad aggingere, che, trattndosi di un suicidio in cui almeno occorreva un lungo digiuno, egli avrebbe ben fatto a preparrvisi con una scorpacciata, per poterlo, il digiuno, durare sino alla fine. Ma nulla rispose l'amico. La sensibilit del suo orecchio era tutta assorbita da quella dell'occhio. Nino pi non seguiva il mio dire, bens la forchetta con cui ragguazzavo e avviluppavo una montagna di maccheroni. E d'altronde - ripresi, ingollndone una forchettata, che Nino accompagn d'un sospiro - un bocconcino gli avrebbe non tanto attutita quanto aguzzata la fame, che appunto era quello che si desiderava. Ma il suicida bevette in silenzio un terzo bicchiere... Davvero che il vino incominciava a pensare per lui e assi meglio! La sua mano che ava intanto appallottolato la mllica di un mezzo pane, allungvasi all'orlo della mia vuota fondella, strofinndovi-via un baffo d'intngolo, che poi recava sbadatamente alla bocca. E l, il cameriere gli depose dinanzi, forse in isbaglio, la tentazione di uno stufato, e il mio amico, in isbaglio pur esso... Alle corte! coli che ava fsso di morirsi di fame, poco manc non crepasse d'indigestione.
Ma, quando l'indigestione, tirndosi seco l'amore, pass dalle budella di lui in quelle della citt, l'organetto di Nino, bench in tono diverso, riappicc la sonata. Volata va la vespa, rimaneva lo sfrizzo. Ava la botta amorosa evocato alla pelle l'ammaccatura dell'odio. Nino si diede a chiamare la mellonggine sua, birbantera degli altri, come chi, tombolando, incolpasse, non le sue proprie, ma le gambe del prssimo, mettendo la ignorantssima infedelt di una brindccola sul conto di un sesso intero, anzi, di tutto il gnere umano. Ottimo segno per, che, pi l'odio si allarga, e men nuoce, quando pur non approdi; com' del solfrico cido, di cui il cucchiajo, che da solo ti uccide, pu in una secchia di aqua offrire ai pveri infermi (stando almeno ai rapporti delle amministrazioni pie) un'aggradvole limonata. E a questo gnere umano avrebbe fatto, il mio Nino, cose da rimandar Calgola a scuola, avesse solo potuto. Non potendo altro, lo priv della vista del suo trbido volto, riparando a quel covo d'ogni ambizioso fallito, che  la campagna. Poich anche amore  ambizione.
Ed  dalla villa, che, dopo un buon mese, io ricevetti la prima sua lttera. Evidentemente il misntropo vola che gli umini si occupssero del suo non occuparsi di loro.

"Amico;" dica la lttera  "Vinta la malatta! Ci lascii mezzo il cuore, ma l'altra met  affatto guarita. Sol con uscire dall'infetta atmosfera ritrovi la salute. Mano mano che mi allontanavo da quella volontaria prigione che si disse citt, da quella mora di pietre con cui lapidossi Natura per ergerle-sopra un monumentale ricordo, mano mano che un ere meno denso di vizi entrvami nel polmone, mi si ossigenvan le ide, mi si alleggervano; pi l'orizzonte ingrandiva e pi s'ingrandvano. E la notte scese; una notte tutto stelle e silenzi qual non avevo mai vista. +Infatti, chi pu col volto nel fango, comprndere il cielo? Malinconicamente il misterioso deso dell'indefinito mi strinse. Dimentici il terrestre sepolcro del corpo, mi sollevi come fiamma, e per gli stellati ocani, pei soli e le terre, per la universa immensit navigando con Bruno, travidi la fonte dell'intellettuale Amore e l'nimo m'inorgogl. O amico! solo dove Natura riaquista il passo sull'ingrata sua figlia, l'Arte; sol dove  dato scordarci, almeno per pochi istanti, di quel tessuto di convenzioni, in cui ci siamo abbozzolati noi stessi, che  reggia e crcere insieme; solo fra i campi, dico, l'nima pu ricongingersi, aquietndosi, in Dio; mentre non  che in citt, dove fanno da stelle i becchi del gas e viene il cantar degli augelli dalle gabbie e le stie, essendo nici prati i verdi tappeti del gioco e nici monti que'del pegno e del fimo, dove regna pei cani la museruola e pei loro padroni la poliza, dove chimasi industria la truffa, urbani costumi i vizi e verit la menzogna pi in crdito,,  solo - o amico - in citt, che un ssere ragionvole possa scndere al punto, di trovare la fine de'sui desideri, il suo complemento, il ben sommo... tra due coscie di donna."
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"Ed ora ti st scrivendo dalla biblioteca di mio zio curato. Certo, ricorderi don Vittore, quel sgrossa-messe-e-ragazze, col suo cappellone a pane di zcchero, la cacciatora eterna e le ghette, s da sembrare, non un ministro di Dio, ma solamente un brigante. Bene, mio zio, senza saperlo, possiede una librera capace d'imprestare l'ingegno a una trib di scrittori. Quando gli chiesi, se avesse qualche volume, fosse pur scompagnato, egli mi porse una arrugginita chiavaccia, dicendo guarda. Mio zio non ha di lucente se non la chiave della cantina. Quanto ai libri, non si son salvi, che per amore della legatura. Don Vittore li ammonton in un camerone, dove metteva una volta la frutta a marcire, e l li tiene, come terrebbe un castrato un gineceo. Ma a lui, per crdersi dotto ed ssere tale stimato, basta di avere, in casa la scienza, e fuori il pi persuasivo dei pugni.
"La qual librera fu messa insieme dal prroco predecessore che la leg al presbitero. La sua particolarit e il suo pregio stanno nel riunrvisi quanti scrittori dssero chiodi in femminile materia, dall'pera la pi massiccia al pi bizzarro pamphlet, e siccome la maggior parte ne disse, cos ne segue che la raccolta sia anche voluminosa. Perocch il vecchio curato, che era di quelle letterarie tignuole quae lttera vvunt (cio l'opposto del nuovo) quantunque incapace di non ssere buono con tutti, preferiva, in teora, di professare contro il sesso peggiore - forse amndolo troppo - un odio da vncere quello di un Francescano ad un Domenicano, odio che la continua societ con ide adulatrici alle proprie gli confortava, inspirndogli inoltre quella eloquenza dal strappa-pelle sarcasmo e dall'ingiuria libidinosa, la quale chiamava la gente alle prdiche sue da venti miglia lontano e le affollava... di donne.
"E per comincii, alzando le venerbili legature, vere pietre di tomba, con gran disturbo delle tarme e dei ragni, e rimovndone di tanto in tanto qualche topo crepato (altro effetto di scienza) a lggere i mii misgini autori, a ridonarli, almeno per pochi giorni, alla vita. Ma contagioso  l'ingegno. Tutte quelle ideone e ideuccie, succhiate da Giovenale e Lucrezio, da Pope e Luciano, da Tertulliano e Grisstomo e vieva, si accoppivano fra di loro, moltiplicvansi nel mio cervello e lo affogvan nel nmero. +Come mai liberrmene? Fermi di sfogarle in un libro che, usufruendo il mio stato, riuscisse per quel periglio domstico che  l'altra nostra met, altrettanta pasta badese. E in verit, l'ira mia congiunta all'ira gi in campo, non pu non formare un terrbile esrcito. Scoprir scellerggini che le medsime ree non sospttano manco, trover frasi e parole da incenerirle issofatto. Scandolezzando, meglio! avr giustamente colpito.
"Attnditi a grandi cose."

Ma io scossi con diffidenza la testa. Non facvano le brice di lui a'mii polli. Quel suo non trovare nella provvidenziale malvagit di una Gilda argomenti bastvoli a rimttersi in blico, quel suo accattare difese dagli altri, e difese che per ssere troppe s'impedvan tra loro, mostrvano chiaramente che, o il vecchio amore gli si ostinava nel cuore o che egli ava gi esposto l'"affttasi" per uno nuovo. Ed io mi consoli, riflettendo:
Primo; che, per un verso o per l'altro, avremmo un libro di Nino. Anche gli errori, principalmente del genio, son degni di rispettosssimo studio, n la menzogna pot mai contenersi se non in un vaso di verit. Secondo; che i fatti nscono continuamente a confusione delle teore. Il nuovo inquilino nell'amor del mio amico non avrebbe molto tardato, e chi ha esperienza in propsito, s che da questo al centesimo corre assi meno distanza che non dal primo al secondo.
Difatti, a complemento di questa mia ltima consolazione, bench, ahim! a totale sterminio dell'altra, nel trmine di una settimana, lessi di lui ci che segue:

"O amico!
"Nunc sco quod sit mor! Coli che sempre mancvami, ho finalmente trovato. Il mio cuore  gonfio, ha bisogno di espndersi, di cantare il Tedum.
"+A che narrarti la noja della via percorsa? La presente immensa felicit cancella ogni orma faticata a raggingerla. Basta tu sappia che non son pi da mio zio, in quella bassura di prosa, spessndomi l'intelligenza in una pingue cucina o imputridndomela in un cimitero di libri, ma sono sul clmine di una montagna - lbero come un poeta - presso un cuore che batte in consonanza del mio.
" una pastora,  un fiore gagliardo dell'Alpi. Io, che provai l'amore morboso, comprendo ora il salubre. O voi, ai quali pi aggrada il sasso malsagomato del greggio, venite a veder Cherubina! Qu, nulla di quei sentimenti nati gualciti, di quell'istinto di frode, di quella fecondit di buge, donde sono impastate le vostre cittadinuzze; tutto  fresco e sincero,, sguardo, labbro e coscienza non disaccrdansi mai. Qu nulla di quell'ipcrita castimonia che rende odiosa l'onest, ma il fidente abbandono delle purssime. Questi s che son baci, baci porpurei, che schiccano, che lsciano il succio. Cherubina  affatto ignorante di tutta la chincagliera delle graziette, delle smorfiuzze, dei complimenti, o in altre parole, del galato cittadinesco della lussuria; pur s qualcosa di meglio tacere. Eloquenza di lei, l'innocenza. A duemila metri sul mare, difficilmente v il vizio; esso non v che dove arrvan carrozze. E parebbe che Dio le avesse dato la voce, come agli augelli, solamente pel canto. Io ne odo, mentre ti scrivo, le note campanine e squillanti, che fanno concerto tra rupe e rupe, chiare come i zampilli della sua alpe, allegre come l'nimo suo. O amico! ecco l'amore dagli ampi polmoni, e dall'orizzonte senza confini, cui le montagne son stanza, e il sole lucerna. Ecco l'idillio..."
E l Nino, diffsosi alquanto su esso "idillio" nel gnere Fontenelle ossa da parafuoco, bench avesse del resto, per contrafforte, una soda maschiotta

"assi bruna, grassoccia e morbidina
come una quaglia con attorno il latte"

conchiudeva:

"Ho risoluto di nobilitare al giardino questo fiore di campo." (addo idllica semplicit!) "Voglio educar Cherubina, per poterla poi dire mia tutta. Oggi stesso comincio. Allorch, guancia a guancia, sederemo al tramonto, le sveler, in presenza dei cieli, il mistero dell'alfabeto."
Sin qu, Nino. Ed io rimasi colla curiosit di sapere come andrebbe quella prima lezione "in presenza de'cieli" e propriamente fino a qual lettera. N molto aspetti. Me lo disse, il d dopo, il seguente biglietto:
"Carssimo;
"spedscimi, ti scongiuro, un brattolo di stafisagria."


SCENA QUARTA

Fiori.

 sera e siamo in istrada. Due belle ragazze, in quella et in cui tutt'intorno par lor ripetuto quel "s" che le sntono dentro, sostvano sobbracciate davanti le luminose vetriere di un caff, raccogliendo, di tra 'l scucchiaro e il voco, i gratiti suoni di una orchestrina, uno di qui rimasugli dei godimenti degli altri, come i falliti carnovaleschi gettoni, gli effluvi de'rosticcii, i mozziconi di zgaro, i razzi e gli arestati al volo, che fanno la parte men triste delle propriet di chi non ne ha, nelle quali primggian la ruota e la strada maestra, l'ospedale e la crcere, la forca e la fossa comune. Belle, chiami le due tose, ma fu un complimento. Proprio, di bella, nessuna; la nera peraltro scusava. E le lor vesti di umilssima stoffa ma di irriprovvole taglio, ce le dicvano, a un tempo, oneste e sartine.
"To', la Milia," esclam Bortolina, pccola bionda, che ava un visoccio paffutamente scipito come la dama nelle carte da gioco. E, stringendo il braccio all'amica, accennava ad una magnfica givane, che nel caff, tutta trine e velluti e sopra s andando al pari di una regina, porgeva da una cestella, a dritta e a sinistra, fiori, e promettvane altri pi riservati, a tr o quattro di que'scozzona-cavalli in pelle da gentiluomo, detti ancora lions da chi non li ha uditi a ragliare. Pveri fiori colti per tutti! andavate ben presto sul vostro fatal mondezzajo.
"+Ti ricordi, eh? Pippetta," continu Bortolina, "quando la Milia veniva a scuola dall'Honorine e non aveva pur sottanine ed era tutta pter ed ave e metteva il suo pan di tritello accanto al nostro formaggio per dargli un poco d'odore? Ecco, in men che non cuoca un asprago, buttati via gli zccoli e tolto un nome di scarto, Cora, la ci passa dinanzi senza pi ravvisarci, perch ha orecchini di diamante e gonnella di moire. Guarda! toletta nuova anche oggi. Milia st al primo piano; tien cameriera e una corte di servitori paganti, v ai bagni di mare e alle aque, viaggia; mentre i giornali le fanno il trombetta e la sua faccia bronzina  venduta fin sulle sctole dei zolfanelli, insieme ai ritratti di Cavour e Manzoni..."
Ma la seconda fanciulla, la nera, di cui la selvaggia magrezza o piuttosto asciuttezza delle forme e del volto, tradiva gli intensi insoddisfatti desi:
"+Sai che cosa t'ho a dire?" interruppe, "che le sciocche siam noi ad ssere quello che siamo; noi, che al disopra di un quinto piano, ci ostiniamo a gettare la notte, che  del piacere, nella fatica; cucendo, con gli occhi rossi dal pianto, le gaje vesti della baldoria; allargando, con lo stmaco stracco dalla vuotezza, il corsetto della fanullona che impingua; impellicciando, con le dita agghiadate, gli altri ripari del freddo; e tutto questo, per guadagnarci... +Cosa?... tanto da prolungare la fame. Ah! gli scrpoli al papa! Un d o l'altro d un calcio allo scatolone ed imbraccio il mio panierino di fiori..."
"+E l'onest, o Pippetta?"
"Gonfia parola come la panna montata, che ti riempie la bocca un momento, e alto l; parola inventata dai ricchi per salvarsi dai pveri. Tgliami fuori una giubba da questa tua onest, se sei buona; sffiaci sopra, se pui, perch la ti scaldi la zuppa; prtala al monte senza Piet e l chiedi che ci affdino sopra! Prdichi pure il prevosto - lui che suda butiro e sospira di... replezione - che le oneste figliuole hanno il vantaggio d'andare attorno con la fronte scoperta. Intanto, il rossore delle altre  coperto da una veletta di pizzo; intanto noi seguitiamo, le oneste, in abituccio di tela, a imbastire il velluto delle inoneste. No, no, Bortolina, non mi s'imbroglia pi altro con una tale parola s opposta al nostro benssere. Ho risolto. Domani colgo i mii fiori, e mi offro..."
"Tua madre lo impedir..."
"Mamma, toccando questi," (e fe'l'atto) "diventer cieca e sorda. Certo, se mi frullasse di peccare con uno che non potesse divdere meco se non il puro peccato, ella ne inorridirebbe, mi coprirebbe d'ingiurie, e sapendo ch'io non troveri altro tetto, mi caccerebbe, senza rimorso, dal suo. Ma f che coli sia un manzetto indorato quale il contino Pava o il cavaliere Formaggia od il Num (che, in confidenza, mi fanno gi le occhiatine, pedinndomi in strada) e mamma si glorier di servirmi, ella stessa, da portinaja. Scema! a tiro di due, il vizio non  nemmeno pi vizio; a tiro di quattro  gi una virt."
"+Per cui, addo Carlo?" dimand Bortolina.
"Pvero Carlo!" disse Pippetta con una tal quale amarezza, e taque un istante. "Ma," aggiunse con smania, "alla mia et una fanciulla  fuoco. Io pi non posso camparla a sola speranza, con le ragnaje che m'invdono il seno, odorando piaceri che mai non giungo a gustare; io pi non voglio sentirmi a spedale con un cuore da r. Carlo pazienter. A lui dar il mazzolino per nulla, gli aprir un negozietto, gliel empir d'avventori,,  poi, quando n'avr in costa abbastanza da potergli sser fedele, lo sposer, se ancora non mi odia..."
"Carlo  s buono," insistette Bortolina.
"Di l di buono," rincar la compagna, aggiungendo peraltro (il che ci dispiace), "tanto buono che la sarebbe inverso la Provvidenza una ingratitdine a non accoccrgliene qualcheduna. E, in fondo, +che gli fari? Gli fari un po'prima nulla pi di quanto molte gran dame (piglia ad esempio, la duchessa di Stabia e la baronessa Caprara) hanno fatto ai loro signori sposini un po'dopo..."
"Ma una volta che la pntola  rotta..." salt su a dir la quietina, e insieme arross.
"Eh ci ha magnano per tutto," ribatt l'altra. "Un filo di verginit avanza sempre..."
"+E se ci resti?"
"In nove mesi c' tempo di non partorire."
"+Ma e la coscienza?"
"Altra parola da mandare a braccetto colla onest. Coscienza  s dolce di complessione, che ogni qualunque panzana la quieta."
"+Dunque, nessuna paura di andare in bocca al...?" e Bortolina non os proseguire.
"+Paura io?" fece Pippetta, sbottando in un'aspra risata. "Chh! se  il divolo anzi che dovr farmi il corredo! O credarella, ben altro ci vuole a prdere un'nima, fosse pur d'un bottone! Per m, odo sempre il prevosto, quando dal plpito grida imitate la Maddalena. Ora, per rettamente imitarla, bisogna incominciar dal peccato. Il pentimento vien poi. Ch qualche cosa da fare, un po'nuovo, v riserbato per la vecchiaja, quantunque di penitenza, a dire la verit, ne abbiamo, tanto io che t, anticipata fin troppo. O Bortolina! non ti confndere. Vedri che Pippetta ti raggiunger in Paradiso, e chiss mai! per la scala del taccuino. Santa Pippetta! che spicco! Gi, lo disse il prevosto, tutti i gran santi frono gran peccatori."
"Basta; f tu una cosa per bene," proffer la biondina a met persuasa.
E la nera: "Tutto st a infilar giusto la strada."
Ma, in quella, un vecchiastro - che, soffermato l presso, orecchiava - avanzando nel mezzo delle loro fragranti testine una faccia tra il cimitero e la parrucchera, dalla pupilla e dal labbro oscenamente obliqui; e accomodndosi insieme, con la paraltica mano, sulla nera cravatta di raso, una spilla a brillanti: "Bimbe," balbett con la bazza, "+posso insegnrvela io?"
Tra di esse, da braccio a braccio, pass un significante sussulto. Bortolina, abbassando lo sguardo, imbragi: l'altra si volse con occhi allegri... alla spilla.


SCENA QUINTA

Lire cinque d'amore.

+Matricolino, che fai su quella portuccia dal semiaperto cancello, dal lungo ndito scarsamente illuminato? +che fai, tra il voglio e il non voglio di una novssima sposa, nell'una mano il borsello, un lucicore d'argento nell'altra? +Dbiti forse di non averne abbastanza? oh non temere! C' amore di tutti i prezzi. Fdati nella tariffa. Entra.  porta larga a chiunque, come quella di un tempio.
I parenti! i parenti! +perch protrarti l'impaccio delle or cadute catene? E s che ben sai come ti trovi qu solo, di notte, in una buja citt dove t'ignrano tutti, fuorch un padrone di casa il quale bada piuttosto al tuo fitto e ad un bidello d'universit, puro custode di nomi. La importuna affezione de'genitori ti  finalmente lontana. Mamma che ti accompagnava finqu, per porre una mano d'amore nel noleggiato tuo nido,  gi tornata alla villa, e ti st imaginando in un bianco lettino odor di lavanda con l'ngiol custode a rincalzarti le coltri. Ella crede: +non basta? Il vero fu sempre individuale apparenza. Finch creduto, tal dura. E, quanto al babbo che russa, oh non drtene pena! Egli conosce gli umori del mondo. +Non lo hai udito tu stesso, allorquando, nell'imbottirti il borsello, dica " tempo che Silvio impari la vita." E la vita  questa. " necessario che Silvio diventi uomo." Entra, fanciullo! Uscirai fatto uomo.
Ma, forse, tu sei un pochino poeta; sei di que'strambi dai desideri senz'orlatura, che, guardando la luna, crdon giovare alla terra; e illdonsi di riformarla con il metro e la rima. Fors'anche, t'hai messo insieme un'amorosa a mosico - tra la nvola e l'ombra - e la sospiri, la attendi, non la vorresti tradire. Ah! poverino! +perch affannarsi a raggiungere un "l" che mai non  "qu"? L'uomo e il suo ideale, sono le ruote di un medsimo carro che sempre si crrono appresso e non si tccano mai. S, aspetta, aspetta. Ti sciuperi vanamente, qual solitaria accesa candela che non illmina se non lo struggersi suo. Prvati intanto, col mondo, a vantare questa potica verginit, tu ntimo orgoglio! Ecco il rossore! ecco la soglia del ravvedimento! Vrcala, sognatorello; rientra... nella Realt.
Ma Dio s che divolo ti fu impastocchiato di noi! +Noi, vero? +le balconiere, le erranti? +noi le scucite, le avvelenate, le ecctera? Il dizionario par fatto a nostra nica gloria. Gli  il rosario d'ingiurie, che ci rcita contro, ogni giorno, quel catechista dal grugno sinistramente compunto, che non dovendo aver moglie ha marito, o quel maestro di scuola, letterario purista dalle ertiche sgrammaticature, che mai non passa da noi, perch passiamo da lui. Oh fuori dalle ipocrise! Tutte le donne sono una stessa sonata. +Che importa a t, se il denaro ti vien dalla piazza oppure dalla zecca, quando il suo ttolo  pari? +che ti f se il volume sia gi tagliato od intonso, quando, per lggerlo, dovri tagliarlo egualmente? Anzi, come reliquia, che, pi baciata, pi impregia, come cambiale che, quanto ha pi firme, ha pi crdito, tale una fmmina. E, anche noi, siamo belle ragazze, n pi n meno delle altre,,  anzi, il nostro,  il mestier delle belle; e siamo sane e giojose. Oh vedessi che piatti-e-che-scoppi... di riso! quale coscienza! qual stmaco!... E quanto poi al "pulite", abbiamo la tromba sul pianerttolo, e si consuma, la parte nostra, di sapone di Como. "Ma non oneste," tu dici. +E le altre? +oneste fino a qual somma?
Contuttoci, sia. Chiamiamo pure l'amore di quelle quattro immacolatelle, fuoco di quercia; fuoco il nostro di gelso. +Forsech il gelso non scalda? Chiamimolo, il loro, "manzo"; il nostro, modestamente, "giovenca": +non vanno entrambi a finire nel medsimo cesso? Ci si paga,  vero, +ma e che non si paga sul gran mercato del mondo? Coli, che rifiuta scandolezzata un marengo, accetter sorridendo un giojello, se anche vlgane il triplo; mentre il donarsi di un'altra salder le partite di un tuo debitore, il marito. Torna insomma in quattrini il nonnulla dei dolci, dei fiori, dei prsti gentili, e del resto; t'accorgeri quanto convenga quel grtis. Noi, generose, ti domandiamo uno scudo; le altre, un anello. +Sai tu veramente, smile anello, che costi?
Oh che si gdano in casa la lor compassione insultante, queste tue mezze pulcelle dalla irremovbile gonna, vera campana del vuoto! queste tue pregne di purit lussuriosa, che, facendo l'amore con pitochera e or lusingndoti con i sorrisi, or con le ingiurie, ti tngono anni in tentgine e ti sbilnciano prima di cominciare; per poi, quando vorresti cavrtela, chiderti seco in un inferno di paradiso, donde non trovi pi uscita! oh che non tntino di soppiantarci quelle pompose tue dame, severe soltanto con chi non le prega, pudiche con chi lor non aggrada, le quali, inzuppando di lgrime i fazzoletti sui tristi casi della Stefania Gentili o sulla morte del merlo, fan disperare e lo sposo e gli amanti, ascigano questi, affmano quello, e ti contrnano di un campionario di corni sotto forma di bimbi! Guarda invece qu dentro. Ecco bocche che vgliono solo mangiare, non mrdere. Da noi la schietta natura senza sorprese n sottintesi; da noi, Vnere cmoda e fcile,,  nessuna paura di un imminente marito, o, peggio ancor, di una moglie; da noi solamente, il piacere, che ha sede nell'incostanza. Porta a t se non ti amiamo dal cuore! N quel che mangi ti ama, e tu ne pigli assi gusto. Ma noi intanto abbiam salvo moltssimi innamorati, devoti a prssima fine; e spesso le nostre labbra riunrono il bacio de'pi fieri nemici; mentre l'ingegno, per noi, sbarazzato dalla mortale zavorra, spinse il volo pi in alto, e siedette la plebe sur il trono dei r. Oh davvero il gran caso, in tante celle di miele, una puntura di ape! Viva Francia! evviva il livito dell'intelletto!
Eppure, tu non ti muovi! Si direbbe perfino che l ti stai impigliato in qualche sterpo di quel grand'albero morto ma non ancora abbattuto, che chimano "religione"; si direbbe che ti minaccia all'orecchio il brontolo di qui biliosi predicatori pei quali Adone pi non risorge. Ve'l'ingrata gena!... Foss'anche vero quanto abbjano essi, che qu si compra la perdizione, +di', non  forse la nostra che fa prosperare la loro bottega? - +dove n'andrebbe, senza peccato, la penitenza? +che lor frutterebbe quaresma, impreceduta da carnovale? Senonch, credi a m, ci calnniano. I nostri antichi diucci, come gli altri pi grossi, li battezzammo anche noi e dal disotto la foglia ci protggono sempre; n il lampadino delle nostre Madonne ha mai patito la sete. Lsciali dunque, quelli arrabbiati, latrare alle loro plate di scranne di paglia ed alle adulatrici navate; lascia, che, con il fumo di un servizivole inferno, accechino i goffi, spremendo loro dagli occhi argentino dolore. Gelosa dell'impotenza! animosit di mestiere! Ch, a esorcizzare il demonio che nel sangue ti avvampa, ci vuol ben altro (e lo sanno) di qualche sprzzolo d'aqua e di un po'di latino. Entra invece da noi, moccoluccio di sagresta. Il tuo diavoletto ci spirer tra le braccia di soavssima morte.
Eppi! +ami davvero la Patria? sostieni allora il pi popolare de'sui istituti. L'annalista ti dice che fare la storia del lupanare  un farla all'umanit, e il filsofo, che tutto  prostituzione pi o meno dissimulata, mentre il giurista ti accerta, col jus laxandi cxas, che noi guadagniamo, al pari d'ogni altra, un onestssimo pane; e il poltico, che la tutela della pbblica moralit siamo noi, noi lo smaltitojo delle passioni e il pozzo donde si attinge la castit. Attngivi dunque anche tu. Stolto chi muor di sete al fiume in riva! Attingi, dove i tui padri, gli amici, i compatrioti, il r stesso (questo tuo nome nei fasti della nazione) vngono colle secchie. E se ci non ti basta, ma esigi altre prove di nobilt, ccoti in noi (gi quel cappello!) una "privativa regia", come il tabacco, l'azzardo, l'eccidio e altrettali virt. Ch, virt non essendo, n tanti umini illustri ci avrbber difese e godute, n tante dame imitate, n ci sarebbe governo s compiacente da tollerarci; +che dico? di arruolarci egli stesso, facendo a mezzo del lucro. +Credi tu, che si possa puntellar con il vizio la vacillante virt, che  come dire, mttere a guardia della pcora il lupo? +credi tu che uno Stato abbia licenza di patentare l'immoralit, d'autorizzarla con un tributo, di pigliar quindi interesse al di lei prosperare? Oh non pensarlo nemmeno, e se lo pensi, taci. Chi ti protende la cava mano  la cenciosa Finanza. Qu la borsa e la vita.  dovere di patriota.
+Ma che? il giovinetto, mordndosi il labbro e rintascando il borsello, abbandona la insidiosa portina. Scaccomatto a Berlicche! una materna preghiera  arrivata al Signore.
"Birbe!" mrmora egli, lungi scagliando ci che brillvagli in mano. E la moneta, cadendo, d un suono di corso forzoso... volevo dire di falso.
Pvera madre! l'ardentssima prece non ava in cielo trovato pi Dio.


SCENA SESTA

Una donna che ama.

Il viso di Nino Fiore era in piena illuminazione. Ne'suoi occhi ridenti si raddoppiava la stella di gasse, che nell'alto brillava; sulle rosse sue guance, sulla punta del naso, nell'eburneo sorriso dei denti, dardeggivano i lampi degli argentati e dei vetri, ond'era sparsa la tvola, bench il vero olio a tutta questa illuminazione gliel avesse fornito piuttosto una fila di nere bottiglie, cinque come i birilli, e a bocca aperta come i cadveri. "O amico!" egli esclam, porgndomi di sopra la tvola ambede le mani, calde di onest e di Barolo, " il primo pranzo, in un anno, che m'abbia fatto buon sangue. Mi par tornare, ti giuro, dalla Brianza."
+Eccome no? Non era l a funestarlo con la velenosa sua ombra quel manzanillo ambulante di Gea. Perocch Nino, fruga e rifruga, dopo quattro amorose che non lo amvano niente, ne ava, per sua maggiore disgrazia, trovato una quinta innamoratssima. Una Gea, dico, gentile come il ginepro e i ricci delle castagne, la quale, gelosa perfin degli amori ch'egli gi ava obliati, sforzvagli le serrature dello scrittojo e gli dissuggellava le lttere, lo spiava alla rima degli usci e lo braccava travestita in istrada; una Gea, che, rotolata qual pomo della discordia tra i sui amici e lui, non perch la volssero tutti, ma perch ella non vola nessuno, gli proibiva, fuori, l'altri compagna, toglivagli in casa la propria, circondvalo insomma di quella permanente ostilit in cui ogni donna fedele non manca di tenere il suo uomo. N crediate che l'uomo facesse qu almeno le mostre di ssere tale. Egli si contentava, agli assalti della lingua di lei, di serrarsi le porte della cittadella del capo, le rasciugava, quando poteva, le lgrime con qualche taglio di veste, e, rispetto agli sgraffi, ci provvedeva con del taffet. Poi dica agli amici, tanto per iscusarsi "non nego, ella ha difettacci... ma, se non altro, io posso infine gloriarmi che una donna mi ama. Ci, per m, non  poco. E, del resto, vui l'abitdine, la quale m'ha fatto di Gea un indispensbile incmodo, vui la ragione dei dbiti cos-detti d'onore, che bbligano appunto per la mancanza dell'bbligo..." "Spsala allora del tutto," interrompevamo noi,  "e lberatene."
Comunque; pare che Nino avrebbe anche potuto far senza per tutta la vita di un smile basto, per quanto imbottito d'amore, se il solo deporlo qualch'ora, gli dava tanta allegra. E davvero, quella marinata di scuola gli ava rifatto l'umore. Nino dimenticava il morello de'pizzicotti e si sentiva rimessi i tacchi nella sua stima, quantunque vantasse ci a mezzavoce e fra due tmide occhiate.
Io intanto gli riempi il bicchiere. Die'il vino un risettuccio modesto, poi torn serio; di quel serio, peraltro, ch' f'atto di giocondit, non di broncio.
"Oh come st bene!" ripet Nino con un sospiro di soddisfacimento, brindeggindomi insieme dagli occhi e dal clice. "Vngano ora tutte le Gee del mondo...! Le sfido!"
Non l'avessi mai detto! Nel largo spiazzo dell'ostera dove noi sedevamo, si ud il ruotolo di una carrozza a gran corsa. Ahim! Pace non venne mai cos in fretta.
Ed ecco aprirsi con violenza lo sportello del brougham. Il viso di Nino ridivent opaco; la mano di lui ridepose il bicchiere.
Era lei. Stralunata, spettinata, col cappellino che le cadeva da un lato e lo scialle dall'altro, non la mostrava da capo a piedi, nella sua alta figura arsa di rabbia, un indizio che amore vi avesse, non dico gi preso stanza, ma fatto mai sosta. Per m, anche a serva, le avri risposto un bel no.
"Ah, cchete, brutto porco!" ella grid, correndo a noi e indicando con il ventaglio il mio pvero amico, che invano cercava di rannicchiare la confusione dietro una lunga bottiglia di Reno, come la gru della fvola; "+ cquesto l'affare de promura? + cquesta l'oretta e po'so'de ritorno?" e dindonava la testa. "Ah, tu credevi de falla alla Gea? +de scirpaije li sordi e anntene 'n punta de piede, senza ch'er core me facessi la spia? Ppe santa Pizzuteta! T'ensegnar io a stane allegro ffora de ccasa!"
Nino fe', a lei, un supplichvole gesto che domandava perdono, e un altro a m che domandava soccorso; per cui: "Se c' colpa, o signora," intervenni, " mia tutta. Chi l'ha invitato sono io..."
"+Vvoi? +chi ssete vvoi? +forzi quarcuno de quelli sciampagnoni amichi sui che lo prtono via da lavor, e je fanno sfrusci li sartarelli in scarrozzate e bottije, come ssi llui fussi un Roscirde? er pvero paino!... +Invit, dite vvoi?... Accidenti alli vostri inviti!" e agguantato, di colpo, due capi della tovaglia, strapp gi tutto, e vetri e terraglie, aggiungendo superbamente, "so'rromana de Rroma, io!"
"Non fate scndali!" esclami, rattenendo, se non altro, la tvola.
"Li scnnoli li ffate vvoi!" ripet l'infuriata. "Me furmini Ddio ssi tutt 'sta roba nu'annava a fin in quarche ventraccia da cquattro bajocchi!... Badate be'! buggiaroni, che ssi ci la corona, ci anche er cortello."
"Oh tacete!" feci.
"+Tacene io? er siggnor Iddo 'un ci ddata la lingua pe'st zitti. Voijo parl, strill, finche ce perdo er fiato, voijo che tutto er monno conoschi cquante profidie ha ignottite 'sta ciurcinata da cquer traditore giudo... S, dico a t, sor Nino Fiore, che scrivi la llitteratura; a t, che ddopo d'avemme fatto pperde una profossione," (+che professione? pensi) "in dove ce sari arriuscita una siconna Maribranne, perch ciavo una vosce... 'un f pe'd... una vosce,"e strillava da seggiolaja, "de sirafino; e ddopo d'avemme arruvinata e fatto lass i pi bell'mmini sposarecci de Rroma, assai meijo spalluti e cquadrinosi de t, come disca la bonnima de mi madre, ecco cquane! me butti ner monezzaro, me butti, come li cocci d'un orinale. E managgia ssan Mucchione 'un ci mai messo niente, io, ne li capelli a'sto vassallo cane. Lo dichi llui, si j'avanza un po'de vverit in cquer coraccio suo... Parla, infame! +'un sso sempre stata una donna onorata, io?"
Nino alz gli occhi verso la stella del gasse, come a dire: pur troppo!
"Ebb, in compenzo..." e l para che la voce di Gea si avvicinasse ai confini del tnero ed anche dell'mido; quando, mutato tuono di botto "Su, mascarzone!" sclam, afferrando per un braccio il mio amico. "Al, monta in botte!" e, tirndoselo dietro, ch il vino di lui s'era vlto in tant'aqua, cacciollo nella carrozza e gli siedette alle coste.
Partrono a precipizio.
Quanto a m, rimanevo intontito come chi uscisse da una battera di cannoni in salva o da un gioco di campane in volata. Senonch, un'altra nota, meno sonora ma non men disgustosa, venne a ridarmi a'miei cinque sensi - una nota, che un cameriere mi offriva sul pi bel piatto dell'ostera (e intanto e'sorrideva, il furfante), scritta fittssima, ma pi da vetrajo che da oste, e in cui, sull'imo della prima facciata, vedvasi calligraficamente un "di grazia, volti."
Volti.
Ci lberi Iddo da una fmmina nostra - ed anche da una... altri.


SCENA STTIMA

Il testamento del signor zio.

ccoci in uno di quelli antri di stregone incivilito dal sentor misto d'inchiostro, topo morto e tabacco, dove si prpetrano spesso, con ogni formalit voluta dalla legge, atti che sono reati, o in altre parole, impunemente si uccide perch le armi son di misura. Tr calotte con fiocco e con testa, tr penne, tutt'e tr d'oca, dndolano e strdono a un lungo scrittojo di cui snosi fatta parte accessoria, mettendo in bella le birbere del principale. E allorch i becchi delle tr penne picchittano contemporaneamente nei loro negri abbeverati, sei occhiettucci danno uno sguardo di maliziosa miopa a un personaggio, che dal far meno di essi ci si palesa per qualche cosa di pi, il quale, dinanzi a uno specchio che gli ritorna una faccia imbellettata dove impintasi un naso che sembra affetto da satirasi e f contorno un nastro di barba dai riflessi dell'arcobaleno, ora si accmoda un mazzo di rose allo sparato del gil, ora con un pettinino chiama i capelli della nuca in soccorso della sincipitale calvizie, e si pavoneggia e molleggia sulle sue scarpe cricchianti, facendo spiccato contrasto a quell'altro uomo (o a meglio dire scorcio di uomo) dal viso giallo e grinzuto e dalli scarsi baffucci da nessuno unto ingrassati, che noi vediamo seduto in un ngolo dello studio, tmido nella miseria, bench alla dolentssima aria ed all'bito nero si direbbe un erede.
Ma un erede, forse, non . Il suo interno colore assomgliasi troppo all'esterno. Inutilmente egli si v ripetendo di ssere il solo nipote di quel monsignore Speranzi, del quale si legger il testamento,, i sui capelli non ne divntano meno grigi. Gnogno rinuncerebbe a dieci anni per avere gi udito il cric dei cinque neri sigilli del largo piego, che - latente delitto - biancheggia sul verde tappeto del tvolo notarile, e per trovarsi di l della temuta lettura e correre a casa e crrer d'un fiato sino al quinto suo piano, gridando alla trpida moglie che vinegli incontro con un bimbo sparuto "possiamo dargli dei fratellini." Ma se la speranza saliva lentissimamente, qual colma secchia, nel cuore di lui,,  giunta all'orlo, sfuggvagli e ritonfava precipitosa. Egli guardava il suo bito, che quantunque la mamma gli avesse, un tempo, cucito il pi possbile angusto, gli si faca di giorno in giorno pi cmodo; bito, lgoro dal diserrarsi gomitoni la strada, che para volesse tornare in matassa e rammentvagli continuamente "io non vesto ragioni"; ei si guardava le scarpe, nica parte che in lui sorridesse, scarpe alle quali si sarbber potuto tagliare le unghie e cui serviva da ciabattino l'inchiostro, e la piet ch'ei di s stesso provava, sembrvagli, quasi, piet dello zio; ma s tosto il pensiero che tale zio, in vita, non gli era mai stato clemente nemmeno di una agugliata di filo per rattopparsi, soffocava in bocciuolo l'allarga-polmone sospiro e gli riempiva col sangue delle ferite dell'nima le mille righe del viso. Eppure, per quanto cupa una vita, rado  che non abbia due luminosi momenti, come appunto succede nel matrimonio, cio l'entrata e l'uscita. Era difatti incredbile, che un sacerdote morente potesse rammentare con astio qualcuno, fosse pure un nipote. Gnogno ne era il solo continuatore del nome e delle sembianze; di pi, era pvero, crico di famiglia... e la secchia della speranza rigalleggivagli in cuore. Ma e allora, +perch lo zio non avalo mai, quand'anche non ajutato a portare la soma della miseria, almeno incuorato con qualche "arr" di promessa? O prete, troppo servo di Dio per avanzarti mai tempo di servire agli umini, al tuo funerale non lagrimvano che le candele! E invano, il nipote, cercava di rattenere la fuggvole speme, invocando il ricordo dell'ora suprema del suo pvero babbo, quando il cannico si era seduto la prima volta, al fraterno giaciglio, ed era parso commosso. In verit, una bella commozione! ch, intanto, la vdova madre di Gnogno ava dovuto impegnare gli ltimi ori al cognato, perch costi sepelisse il fratello per carit; mentre poi la sua givane moglie, alla quale lo zio mostrava sul primo una spece di benevolenza, dndole spesso della bianchera... a stirare, dichiarava al marito che in casa di monsignore, sola, non avrebbe messo pi piede. N il terrbile zio era uomo da perdonare a chi egli avesse oltraggiato. Parentela, amicizia, piet! vacui nomi: tutto cadeva dinanzi al suo Dio, al suo ventre e ad una servaccia formicolante di vnere guasta, sboccata come un boccal di taverna, sola persona ch'egli potesse soffrire, perch da tutti abborrita.
Ma ecco... uno scampanello improvviso.
Il dottore Toba Migliacca precpita all'uscio e scompare. Tanta la pressa, che, rasentando il nipote Speranzi, lo ha urtato n gli ha chiesto perdono.
E la porta si riapre. I tr pagnottisti si lzano, la penna d'oca all'orecchio, i pugni allo scrittojo, inchinndosi rispettosi. Entra Innocentina Succhia, la serva, appoggiata sdolcinatamente al braccio del galante notajo, tutta piume e bindelli, tutta puzze e colori, in una toletta che avrebbe spaventato una vacca, con li orecchini della mamma di Gnogno e una miniatura del morto sul petto, e, quel ch' peggio, una grinta di oltraggioso trionfo. Giammi la malvagit era apparsa con una pi sincera espressione.
Para peraltro che dalla faccia di lei il dottore Migliacca, forse perch abituato alla propria, non risentisse troppo disgusto. Il rvido sacco non f i marenghi men mrbidi. Il notajo condusse elegantemente la serva a un poltronone, dov'ella si accomod, distendndosi intorno le ampie balzane, e insinuolle sotto le piote lo sgabelletto e le offerse il mazzo di rose, dicendo "bellssima e preziosssima padrona mia... Donna Innocenza..."
Al che, lusingata, la serva cerc di produrre il suo pi grazioso sorriso, ma, come la immonda bocca le si contrasse oltre il decente, dovette affrettarsi a dissimularne la oscdine, applicndovi il mnico del suo ombrellino scolpito a testa di pssero.
Pvero Gnogno! Dio faccia ch'io sbagli - ma il tuo bito lso t'ha a rimanere - chiss ancora per quanto! - l'bito della domnica.


SCENA OTTAVA

Tana di lupa.

Quella notte, i finestroni ogivali della torre maestra di Rocca Adelardi splendvano. L'attardato villano, che vi passava rasente colla paura alla strozza, batteva via lesto, facndosi il segno di croce.
Ch, sulla torre e i sui lumi girvano le dicere pi turchine. Anzitutto, la apparteneva alla duchessa di Stabia, quell'Elda, che con un altro cognome ma colla stessa mortezza di viso e li stessi occhi grigssimi e morsicanti e le tmide labbra e il seno profondo, abbiamo incontrato pi volte. Anche la moneta di lei ava potuto trovare chi dvale il conio per crrere liberamente, n a ci ava concorso una zecca ma due, perch la nostra fanciulla, marittasi gi per isvista, come sappiamo, a un fiore di uomo e di pvero, se n'era tosto, con una querela di solenne impotenza, sbrigata, per dar l'ltimo crollo ad un vecchio, crco di colpe e milioni e per rimanere di questi, in un medsimo tempo, sposa, vdova, erede. Fu allora come lo scoppio di una polveriera. Sfolgorante di giovent e di bellezza, con un divolo di lussuria per capello, col patrocinio di un nome illustrssimo e una ricchezza che ogni virt poteva comprare e scusare ogni vizio, Elda, sfondato il cerchio di carta dei pregiudizi, si cred tutto permesso. N ella era di quelle delicatine che intrattngono amanti, come l'analfabeta terrebbe biblioteche, per pura ostentazione, o di quell'altre, che pur leggndone qualche pgina, fanno ci con riguardi e col batticuore, tmide sfacciatelle dai baci a mezza bocca e dagli abbracci flosci, e neanche di quelle che si fan strapregare per quanto hanno zzolo, o pgliano sempre non dando mai, o vgliono (che  peggio ancora) passare per peccatrici senz'sserlo. Elda invece lo era franchissimamente, in piena buona fede, nella maggiore estensione del trmine. Tena fame di uomo, come altri di cibo. Al solo odore di maschio entrava in furore come una gatta ai profumi. Aborra qualunque rettrica lunghera, qualunque circonlocuzione pudica, qualunque vergogna, eccetto quella di castit; dicimolo anzi, rale odioso una sola spece di amore, l'amor senza scndalo. Chi non mi crede, s'informi. Ci ha pochi di mia conoscenza che non le bbiano dato, almeno una volta, del t, tanto che Elda, narrando i densi amori di lei, dica: "la tale universit, il reggimento talaltro." Uno, che avesse varcato le soglie della sua casa, dova ssere a tutto disposto. O si fosse sgrossati con il falcetto o raffinati col temperino; si fosse o marci come selvtici o acerbi qui cetrioli, ella dava a chiunque ospitalit e da tutte le parti. Preferiva, peraltro, la cipolla al tartufo; cio le garbava l'amore che odorasse un pochetto di lavandino o di stalla; e per i sui domstici rano gente atticciata, dal collo toroso e dalle spalle quadre; non persone, stature; che ella solo ingaggiava - nuova Marulla - dopo di averli ben soppesati; poi, se la notte, nel riveder la coscienza, la si trovava, con istupore, colpvole di nessuna colpa, e, incominciata a inquietarsi della anormale sua castit (poich Natura, disse la fsica antica, abhrret a vacuo) finiva col spaventrsene e accendvasele il sangue - mandava tosto in scudera o in cucina pel primo che capitasse o lavapiatti o scozzone, salvo a cacciarlo, l sui due piedi, dal tlamo e di palazzo, se il pvero stipendiato vicemarito, nel contentarla, dimenticava di chiamarla "eccellenza." - Delle sue pazze, delle sue cupe avventure ne ribccan le terre. Elda, come la lupa di Ezechel divaricvit tbias suas sub omni rbore. E noi udimmo di bagni di vino del Reno in cui s'immergeva in presenza dell'amoroso suo esrcito e di pose a modella, nuda su neri lini, in mezzo a un cerchio di artisti moltiplicanti nelle tele e nei marmi le frniche forme e la lascivia di lei; e udimmo di quando, introdttasi negli alberghi qual cameriera per le nuove sposine, ne corrompeva i mariti, o in panni maschili (che le si facvano stupendamente) scalava, nell'ora in cui la poliza dorme e i ladri son svgli, le finestruole e la santit dei seminaristi o sforzava i bordelli, dove la notte prima, sotto un nome lupario, vi ava allargato le ingorde coscie, spadaccinando colle pattuglie o schiaffeggiando e uccidendo in duello chi osava mancarle mai di rispetto col rispettarla; udimmo infine di idilli sulle montagne, alternante adulteri fra i pastori e il lor gregge, e di orge in riva ad un lago, nelle quali si baccheggiava in cristalline oscenit e si tentava, fin col sapore dei cibi (in fogge da disgraziarne Giulio Romano e Pietro Aretino) che anche il palato partecipasse ai peccati degli occhi, orge che finvano poi in un manaco tumulto, scaglindosi tutto dalle terrazze nel lago, e vasellame ed arredi, senza che la principesca prodigalit del conte di Angera fosse qu accolta e salvata dalle reti sparagne del Borromo mercante. Ma un ducale armellino pu celare ogni infamia; ma la medsima perversit  spesso, in una gran dama, la principale attrattiva; ma la canaglia in frustagno, ammessa a visitare le sale insudiciate dalla canaglia in velluto,,   allo Champagne riveduto sugli ori, all'infranto Murano, al lacerato Arras, colta da meraviglia, tacitamente adorava.
Senonch, tratto tratto, nel bujo della libdine di Elda s'intrometteva qualche lampo di amore. rano, questi, ripiani dov'ella riagglomerava le forze a salire. Gui allora a coli sul quale il suo occhio avesse imperioso insistito, mentre il pallore di lei facvasi cadavrico e la espressione pi ancor sinistra del slito! Per quell'infelice non era pi scampo. Elda non conosceva barriere. Pur si trattasse di scompigliare la pace di cento famiglie, di rovinarle, annientarle, ella correva a coli, lo circondava e avvolga ne'lussureggianti sui fianchi, nelle sue spire da serpentessa, nell'assorbente suo lito, finch, abbacinato, ubbriaco, il coniglio precipitvale in bocca. E fra le sue molte passioni, ctano quella per una celebrit della gola, per un Gennaro Stornelli detto "il divino usignuolo," la cui voluttuosssima voce invadeva le nime e al quale Elda ava, dal proprio palchetto, gettato entusiasta le rose e i giojelli del capo, i braccialetti, il ventaglio, il borsello, e dietro le quinte, s stessa. Per sua sventura, Gennaro le resisteva. Aquavite sul fuoco! carne salata alla sete!... Elda non gli diede pi tregua; lo insegu supplicante con la spada sguainata, perseguitollo della incessabile smania fin nelle Amriche, si cangi da duchessa in corista, riusc a scritturarsi con lui, a cantare con lui, a farsi, abbraccindolo scandalosamente in pieno teatro, cacciare seco dai palchi. Il tenore fu vinto. La duchessa non lo abbandon pi, lo rimorchi trionfante in Europa, si dedic tutta - ella cui fino il pasto affamava, n dieci Prcoli imperatori avrbber saziata - al di lui nico amore. O deprecbile fedelt! o malaugurata fortuna! o vulvea rabbia! o cantridi! Ei ben presto cadeva, senza voce e midolle, fra le incontentbili braccia.
Qual pianto, quale disperazione accompagnasse la fine immatura del "divino usignuolo"  pi fcile a dire che a crdersi. La morte in Grecia di Adone fu a paragone una festa. Elda coni il suo furioso dolore in ogni metallo, lo scolp, lo stamp, lo dipinse; lo affisse su tutti i muri, lo trascin per tutte le vie della citt, fra l'rder fumoso dei ceri e l'imperversare delle campane, fra il pndere a bruno delle bandiere e il tuonar del cannone, rullando cupi i tamburi, stridendo le trombe e miagolando le vrgini - in un funerale lungo parecchie miglia, di cui prima parte era lei, asiaticamente sdrajata nel suo carrozzone di pompa, in gran toletta di lutto, e con al fianco un cicisbo di consolazione, negro.
E, dopo due d dal mortorio, cos contvano i vllici di Rocca Adelardi, era venuta alla Rocca una squadra di apparatori con candelabri ed addobbi e tanta gramaglia da tappezzarne, entro e fuori, la chiesa della parrocchia. Le vuote occhiaje della torre maestra avano allora riavuto le loro pupille di vetro. E, di l una settimana, una notte, appariva un'ampia berlina a quattro neri cavalli coi postiglioni abbrunati, donde scenda Sua Eccellenza di Stabia insieme a una bara e a un certo uomo grigio pien di mistero, cui il signor farmacista si ricordava di avere altre volte fornita la stoppa da imbalsamare il mastino del feld-maresciallo Radetsky.
D'allora a noi, cinque anni. E tutti e cinque, a d 10 di ottobre, anniversario del lutto, la duchessa di Stabia ricompariva alla Rocca, a cavallo, al galoppo, spaventando di mezzo la strada nitre e bimbi - tra i riverenti cappelli e gli occhi sbircianti paurosi l'annuvolato suo volto - seguita a non breve distanza da un sempre nuovo staffiere, ma sempre (osservvano le forosette) bene condizionato.
Quella notte, i finestroni ogivali della torre maestra s'illuminvano.
E la mattina seguente, Elda sedeva a far colazione faccia faccia collo staffiere, che il giorno prima l'ava servita rispettosamente a pranzo. La duchessa para gi consolata. Brillvale fornicazione lo sguardo, e sghignazzando della capreggiante sua voce, versava con mano incitatrice da bere al commensale di lei. Ma il commensale tremava nel porsi alle labbra il bicchiere. Due lvidi segni di accusa gli sottolinevano gli occhi.


SCENA NONA

Al veglione.

Diri " l'poca delle mschere" ma, ci potendo significar tutto l'anno, dico piuttosto " l'poca in cui le maschere cdono."
Nel cos-detto tempio dell'Arte, dove echeggirono appena le melode di Rossini e Bellini, nbile cibo d'amore, si terranno 'stanotte gli Stati Generali di tutte le alte e basse puttane della citt. "La  la risorsa della pvera impresa" dicono i calvi abbonati nell'indossar la marsina e intascando un pajo di guanti da un dito. E veramente, la bottega del Divolo ha sempre fatto pi affari di quella di Dio. Chi non mi crede, entri. Entrate anche voi dalle belle ideone sulla maschile generosit e sulla femminil gentilezza, tutte ide che figran s bene nella ntida stampa di una raccolta di versi. Basta un veglione a restituire il criterio, smarrito in un anno di studio.
Entrate. Non vi ributti, se assuefatti agli ambienti senza risparmio delle montagne e dei laghi, quest'aria pregna di plvere e odorante la buccia d'arancio, l'ammonaca e il gas; questo tanfo di letamajo rimuginato. Senza colore or si suona una polca e poche coppie giritondggiano fiaccamente, quasi ballssero a nolo. La maggior parte - maschi che in nera assisa da ballo si piglierbbero per camerieri se avssero un viso un po'pi da signore; o fmmine con quel tanto di copertura che  sufficiente a tenere in crdito il nudo - passggiano di su e di gi, gareggiando di scipitezza, in un prolungato sbadiglio, in un'agona a suono di banda. E le dame nei palchi, gelate le spalle pel vicino marito, gi sospran dicendo: " un veglione che non si f."
Non disperiamo per. La pistola della folla si st caricando: l'orgia  nel perodo d'assorbimento. Per molti la cena  ancor dubbia, e chi conosce la pesca s che l'amo e le reti si gttano in silenzio.
Approfittiamo piuttosto del momento di calma per sondar le nostre aque. Teniamo dietro, ad esempio, a quel grosso fattore dalla faccia vinosa ed allocca, sceso appena in citt coll'ltimo sacco di grano, il quale procede trionfante a braccetto di due mascherine alla dbardeur, l'una in azzurro e l'altra in scarlatto. In queste, i caratterstici segni di tutte. Ambede, palle di gomma, che blzano di pugno in pugno; venditrici, ambede, di merce che rimane lor sempre. Ma se la prima  di quelle che mai non prdon la testa per farla prdere completamente altri, la seconda  dell'altre che incomnciano a prderla loro. Nell'una il peccato  clcolo, nell'altra natura. Quella in azzurro, la Sciana, dalla voce mielosa e dalla pupilla monacalmente sorniona, guarda prima il denaro, poi la mano che l'offre, bilancia l'oro e la carne, mettendo prezzo perfino alla concessione pudica del bacio e aggio al silenzio, e succhia come un sifone fino all'ltima stilla, e nel "sommo di Afrdite" pu sempre distnguere, se la camicia dell'avventore  di olandetta o battista, n manca, quando ci valga la pena, di scompagnargli i bottoni; l'altra invece, che  detta la Firisella, dagli occhi pazzi e verdgnoli e dalla voce aspreggiante, per il pi bello lascia spesso il pi ricco, non conta i baci, d pi di quanto le  crco, e, se dopo imborsella, non domanda mai prima, anzi talvolta, venuta per la mercede, se la scord. Con l'una insomma non si fanno che affari, con l'altra si pu far anche all'amore; pur, se la prima consentirebbe, basta ci guadagnasse, perfino a durarti fedele, non potrebbe ci l'altra a niun patto. E inoltre, la Firisella ha generato alla fame nuovi sseri, mentre la Sciana li ha tacitamente soppressi; con la natural conclusione, che se a quella il peccato st accelerando l'ospedale o la crcere, al contrario la Sciana, convertendo manmano questo peccato in tanta rndita pubblica, si mette in disparte - a maggior gloria della giustizia divina - un cmodo ravvedimento inaffiato a Bordeaux e nutrito a fagiani.
Ingiuritemi pure, telogi; la Verit mi difende. Quanto importa alla beatitdine provvisoria del buon campagnuolo,  ch'ei non scerne nelle due donne se non le polpe e i sorrisi, e quanto importa alla loro,  che s'avvano a cena.
E l, il teatro a poco a poco si sfolla e il lampadario rimane a illuminare s stesso.

Ma la cena  scroccata. La variopinta turba rinsccasi fracassosamente nell'amplssima sala. Si rinfllano i palchi e stuona la banda con pi accanimento di prima. Frono a eccitar l'appetito con cibi che lo farbber fuggire, se fosse; frono a conquistar l'allegra, merc una bevanda, che dello Champagne non possiede che il prezzo. Il teatro sembra un ardente colossale punch. Sparge a nembi Cupido le avvelenate sue frecce e il plline aleggia della tisi e del tifo. Vedi donne seminude e briache dar la scalata ai palchetti, gridando da ossesse; vedi gruppi di gente, o piuttosto di otri di vino, saltacchiare ad urtoni, credendo forse ballare, illusi di divertirsi. "La festa si mette bene" sorrdon dai palchi le dame e carzzan con l'occhio gli scndali della plata; poi, esclamando "che porchera!" con una smorfia di compiacenza adorbile, scompiono a riparare il pudore tra le adltere ombre dei camerini. O speziali, pestate, spalmate, mescete! Fondete, armajoli, affilate!
Non si dono pi se non grida. +rlasi, quasi il teatro bruciasse. Ma, quantunque di sprito se ne sia molto ingojato, non ne brilla una goccia.
Ed ecco una donna, mezzo svestita in scarlatto, piantarsi sul parapetto di un palco nella linea ondeggiante di Hgarth, e protendendo la mano alla folla, con una voce che tutte sorpassa strillare: "onorvoli!"
Un fischio universale. Il pbblico non vuol saperne di onore. E allora:
"Tutti vigliacchi!" sbrita il dbardeur, correggndosi; e f l'atto ribaldo che immortal la Spartana.
"Viva la Firisella!" applude la folla.
E il tumulto si eleva. Chi ha la testa un po'a casa, ve la conduca del tutto.  doppia pazza, credete, starsi da savio fra i pazzi. A che ci val la giusta ora, dove quella di tutti  sbagliata?
N c' pi lingua che obedisca a cocchiere. L'allegra si f litigiosa. Uno se la piglia con l'altro del malssere proprio; scmbiansi ingiurie e indirizzi, suonano schiaffi e copponi. Senonch l'uva, gi premuta dal piede, vndicasene sottrandolo. Vinti e vincenti, questurini e briffalde, tmbolano a catafascio e una volta sul suolo divntano suolo; quanto ancor pssono fanno, cio s'addormntano. E allora le oneste signore de'palchi, cui nulla pi avanza a vedere, riavvlgonsi nei loro scialli, dicendo: "fu il miglior dei veglioni."
+Ma e chi mai, di tutti coloro che uscvano dal teatro pieni di pellicce e di lue, si accorse, sotto l'atro di strada, di una cenciosa tosetta con un bmbolo in braccio e un ragazzino per mano, bubbolanti pel freddo e frignanti per fame? - +e chi mai, se si accorse, non rispose un insulto alla pvera bimba, che singhiozzando chieda: "c' la mia mamma l dentro? Mia mamma  la Firisella."


SCENA DCIMA

In monastero.

"Tllite jgum mum sper vos, et invenitis rquiem animbus vstris; jgum nim mum suave est et nus mum leve... Queste sono le dolci parole colle quali Ges, redentore e maestro, chiama ed invita le nime tutte a quel riposo, a quella pace, che non pu dare la lusinghivol miseria del mondo..."
Ed ecco un gran coro dal cupo intavolato di quercia, sculto baroccamente a frutta e a puttini, col suo leggo nel mezzo dell'aperto messale a miniature e pendagli, e in ogni stallo la sua monacuccia in sggolo e salterio, immota e compunta, sul malincnico pallor della quale trmola a tratti l'illuminello del sole, fttosi violaceo o aranciato nelle vetrerie istoriate; ed ecco, al posto d'onore, Sua Beatitdine la badessa, dal rubicondo faccione e dalle socchiuse palpebre vdove di sopraciglia, affondata nella propria pingudine e nei purpurei cuscini di un seggiolone che a pena la cape, ambo le mani sui due pomati bracciuoli, in dito il topazio, la croce d'oro sul petto, e ritta, al fianco di lei, la verga abaziale dall'uncino in semenza. Attraverso il rameggio dell'inferriata, posta fra il coro e l'altare, balccica intanto, nel chiarore de'ceri e ne'riflessi de'papi d'argento, l'urea teletta e la mitra gemmata del Patriarca che ufficia. Sua Eminenza intuona in falsetto, il "Veni Cretor" cui le voci flautate e oscillanti delle sorelle rispndono il "mntes turum" facendo loro bordone dalla chiesa anteriore la poderosa profonda gola dei frati. A nubi, entra l'incenso nel coro; l'rgano mugge, romba, e completa l'ebbrezza di quelle isolate dal mondo, sulle cui testoline piove a distesa, di l della volta, lo scampano, e che, lo sguardo nel cielo (il ciel della cpola) gi si sntono assunte in una tiepolesca gloria, fra le nvole a gnocchi e il color polentina, in mezzo agli scorci dei fratacchiotti dalle cmode tnache e lo svolazzante drappeggio delle Sibille e i maestosi barboni de'Vangelisti e le guancette con l'ali e i piccioni ed il resto della celestial pollera.
Ma il Coro par cancellarsi, mentre si allunga e si inquadra e gli stalli di rvere chidonsi come a credenza. Travi con gli scomparti a rosoni sostituscon le vlte, le cui pitture si stndono sulle pareti - tutti soggetti ad un tempo, di cucina e di chiesa - e dalle travi vien gi, per catene, un gran cuore di rame coronato di spine, che  un lampadario dai cento lucgnoli. Un caminone si disegna nel fondo, un monumento a taberncoli e guglie,,  e sotto, da un'ntegra quercia fra due colossi di alari, vampeggia una lieta dalle scoppiettanti faville.  questa l'ora del chilo e della mormorazione. La "rosa dei venti" della badessa non fe'che cangiare poltrona. Sola, nella sua lardosa maest, su 'n soppedaneo alto tr palmi da terra, rossa come un midollone d'anguria, lcida come se verniciata, con li occhiali sul fronte, le nari zeppe a rap e le manone intrecciate sulla tmida pancia, la badessa non d, quanto a vita, altro segno che digestivi sospiri. Ma, in attesa che Sua Beatitdine torni a qualcuno de'sui cinque sensi, vedi, intorno alla tvola che st lunghssima in mezzo, panche di suore, qu affaccendate a far mazzolini d'erba amarella e di fiori di blgaro, a cucire cuffiette pel bimbo della Madonna o strangolini pel chiericuccio nipote; l a ricamare paesaggi di margheritine o a stratagliare e arricciare le invoglie pei manuscristi, oppure menando la frbice nella indita gloria di cartapcora antica dannata alle compostiere; mentre Tarlesca, la sciamannata serva di tutte, dalla lingua incessante e dalle braccia a pntola, passa dall'una all'altra a raccgliere la tiritera delle commissioni intili.
Alcune, peraltro, si gurdano bene fin dal peccato di lavorare. Strttesi insieme in un capannello di trspoli, si accontntano invece, con gli occhi bassi e il rosario fra i diti, di calunniare le assenti. Ben si sarbbero accomodate al camino, ma  posto preso oggisera. Perocch, sotto la cappa altssima e fuliginosa, trovi riunite le novizie e le anziane, queste a far tipido un sangue che pi non viene alla pelle neppure coi vescicanti; quelle a dissimulare il troppo caldo di uno che le persegue d'impertinenti rossori. E le vecchie, su 'n lato, salivando castagne, borbttano dei fieri stmoli della carne coi relativi rimedi, e delle trppole che i maliziosi demonii, loro apparendo nelle figure pi grottescamente impudiche, rmano intorno alla loro verginit, e borbttano di certe grige notizie che una di loro ha saputo sbirciare nella I. R. Gazzetta di un sol mese prima, come cio sia imminente l'arrivo di quella furia francese, scarmigliata e sbracata, che smccola teste e ppola il mondo di ex, che s'ubbriaca col vin della messa e spalma il cacio sull'ostie, abbattendo i conventi con le lor stesse campane fuse in cannoni, Dio confiscando, violando gli hrem di Cristo... - mentre, sul lato opposto, le giovinette educande cinguttano di men lusinghieri perigli, favoleggiando paure e spaurndosi nell'inventarle,,  ora, di streghe e di ossesse, ora di nime del Purgatorio che ritornrono al sole per esgervi i requie, o d'aqua santa che ha scottato le dita di un peccatore inconfesso, o di Stana apparso a quella imprudente, che avagli scritto, per ischerzo, una lttera. E Ricciarda dal celestssimo sguardo confida alle amiche, con un tremolo di voce, di averlo veduto lei, il Maligno, una volta alla grata del parlatorio e un'altra al graticcio del confessionale, che "si sarebbe" - dice - "in buona coscienza potuto pigliare per un galantuomo", aggiungendo come talora la notte, nelle trasparenze del sonno, una mano, aspra quale il zigrino, le frisasse la guancia (che era polve di piuma di cigno) o le stirasse il cirro riottoso che pendvale in fronte o le aggroppisse i capelli, perfino osando (qu sosta) di palleggiarle le rotondit pi gelose. Sul che, la bionda Orsolina dal colmo seno cela arrossendo la faccia contro la spalla di Edvige, la maritina di lei, la quale, beccando via il dire a Ricciarda, prende a narrare della fragranza miracolosa che emana l'arca della lor Protettrice, una fragranza di mela cotogna, e del giglio (altro letale presagio) trovato sulla coral manganella di... e l addita a una suora.  suor Clara, la sempre esttica suora, dal volto che  un barlume di perla, dalla persona che  nebbia. Clara  in piedi, poggiata ad una finestra. Tien la pupilla, cupidamente, nella bujssima notte esteriore, dove la mgica lampa del suo acceso cervello dardeggia una processione di forme; tiene la palma dietro l'orecchio, quasi a raccgliere gli echi di una lontana armona - la pi soave di tutte - la libert.
Ma la lingua di bronzo del campanile annunzia l'ora della quotidiana morte. La badessa estre a fatica il suo mappamondo dal seggiolone che vorrebbe seguirla, e, suffulta alla spalla della Madre Priora, v greve greve alla porta. Tutte si sono alzate, hanno ciascuna ripreso il suo lucernino di ferro e se l'accndono l'una all'altra. Passa la bisbigliante frotta delle fiammelle per una fuga di prtici, illuminando, a intervalli, scrostate e nitrose pitture di Santi, l per cadere nelle repubblicane cartucce, e impvide colonnine sotto la soma degli archi e baratri di scale ertssime e sotterranee; poi, le fiammelle sparpgliansi pel labirinto de'corriti, una qu pare affogarsi, l un'altra, e si ode il criccho e il catenacco degli usci e si ode il tintinno del mazzo di chiavi della Madre Guardiana che ronda.
E tutto  bujo e silenzio. Comincia il rosicchiare de'topi e lo sgretolo de'tarli. Rschiansi i topi a far capolino dai loro pertugi; sdrcciolano fuori, e galoppan s e gi, scambindosi le visitine notturne. Ce n' una sorta di spaventosa grossezza, si dirbbero gatti; si dirbbero frati. E havvi celle che si socchidono tacitamente e li acclgono.
Ecco le stanze della badessa. "Sleat tumltum crnis" la soglia dice alle suola. Dentro, illuminazione. Il letto  psto, sconvolto. Al slito luogo, il slito aquasantino colla slita palma, il cilicio, una sferza stimolatrice e la imgine bruna di Quella che ad aver fama di vrgine dove'partorire. Finalmente donna Radegonda par desta.  in camicia. Si stacca da un armadiuccio a muro, i cui battenti di altare, or sbarrati, lscian vedere un grottino, donde esce un freschetto che s di formaggio; e tornata, leccndosi i baffi, a un tavolino pien di bottiglie dal collo argentato, tra ova sode, tartufi e caviale, la f finita con uno Sprito Santo rimasto a mezzo presso un'altra posata. Poich un commensale ci fu, uno almeno; basta guardare al cordone di San Francesco, dimenticato sul letto. Ma la badessa non ne par troppo edificata. Trae dal canterano un registro e si mette, con devozione, a sfogliarlo. In ogni pgina non v'ha che una linea, una cifra, una data. Brllano a qualcheduna gli occhiuzzi di lei, neri pomelli di spillo, si riassopscono ad altre. Carteggia fogli e carteggia, arriva infine a uno vuoto. S'arresta allora; bevucchia un dito di alchrmes, bgnasi al labbro una ottusa matita, indi segna, con un sospiro, un tiretto, una data ed un 2, aggiungendo (dopo di avere sguardato alla pgina retro) la somma totale di "once nostrane 40,300" pari a braccia... s e s, che fanno miglia... tant'altre. +Or dite voi, che sapete di astrometra - di qu al Paradiso, quanta ancor strada ci ha?
Sembra, del rimanente, che in tutto il chiostro regni perpetua l'estate. Il diablico stormo dei pruriginosi ricordi, delle caldane, delle oppressure, gira a far scempio delle recluse; e quei pveri alati custodi, ve l'assicuro, hanno un bel fare a difndere il vas spirituale, la janua coeli, la mystica rosa, contro le seduzioni e gli ardiri dei mille amanti d'ogni stoffa e misura che vngon s dai bauli e dai cassettoni o nscono cinque ogni mano. Orsolina ed Edvige, in un nico letto, troppo angusto per una, stanno, mezzo scoperte, allacciate in un polposssimo abbraccio. Amore, sovrano de'sogni, lbrasi lieve su loro, ed esse, pur nel dormire, si scmbiano colombinamente baci e tbano di volutt. Ricciarda invece, che non possiede una Edvige, s' addormentata abbracciata a un guanciale, bagnndolo delle sue lgrime. Un'altra ancora, in un quasi-sonnambulismo, scvola scalza e discinta in un remoto oratorio e l si prostra sul freddo marmo, dinanzi a un crocifisso di sculto legno e dipinto. Il chiaro di luna, inondando il suo volto, par che illmini neve. Clara fervorosamente prega, calda la mente delle serfiche istericit di santa Teresa e delle sue proprie e la si fisa intensa nel Cristo, si esalta, trasfigrasi in lui. Non pi ella sente il bruciore delle percosse, ond'ella martori le proterve sue carni, non pi il gelo dei lini che la si presse bagnati sull'incendio del seno e che or le si stccano ridi; non la si accorge neppure dello scattar di una btola e di un avvicinntesi anlito. Clara  rapita nelle membra formose del Salvatore e gemendo ne conta le piaghe, le lividure, gli allenttisi mscoli. A poco a poco, un divino sbigottimento la stringe; plpitale il cuore, come al beato Filippo, a scoppiarle. L'allucinazione  completa. La pupilla del Cristo si  inumidita, e l'amoroso suo fscino posa, insiste su lei, smbrano anzi le piaghe fumare, sembra la vita riguizzar sotto pelle, mentre le pllide labbra si riclman di sangue e tra le labbra gi s'intravede con il candore dei denti, la pi desiata parola. E Ges protende le braccia. Il pannolino si erge. Clara cade in deliquio.
Quando rinsensa,  nella sua cella, sul letto. Pu ancora il volto di lei rassomigliarsi alla neve, ma a neve con l'impronta del piede. Le si apport un canestrino di cibi, ebbe nusee; le offrsero sperditrici misture,,   indignata le rifiut. Ma la celletta si disadorna. Scompjono i pochi amici di Clara... la baciatssima imgine della sua Santa, il Ges-bimbo di cera, i secchi sui mazzolini - fiori di primavere che non torneranno mai pi, inutilmente adaquati dalla rugiada del pianto - la catinella stessa di latta, che ella gioiva di tenere s tersa... per ispecchirvisi. E la celletta s' dal di fuori barrata. Clara non pu veder che da lungi i favoriti luoghi del suo vaneggiare... e quel cortiletto profondo, dai gluco-oliva riflessi, dove piange la luna con s amorosa tristezza e cresce l'erba, infalciata, attorno un pozzo col secchiolino, inghirlandato di llera... e quel camposanto in pien sole, ingarbugliamento di croci e di rose come la vita, in cui fra la turba dal color schiamazzante donde il sonno si stilla e il nereggiar delle more che snguinano zcchero e il biancheggo dei gelsomini acutamente odorosi,  un continuo annaspare di cavolaje e libllule, spilli e cnere alata,  un frvere dagli avelli d'urei sciami di api,  un baciottarsi, in mezzo ai cespugli, di psseri. O poveretta! spranghe di ferro gi ti contndon la fuga, e le spranghe, inspessando, sono fatte una grata, contro di cui gli augellini, si d'accrrere alla tua difana palma brizzolata di pane, picchittano invano i beccucci. S'affonda intanto la cella - ah, non pi cella! crcere - e si trasforma in un sotterraneo. +mido  l'ere, sepolcrale. Tutti l'hanno fuggita, la prigioniera, fuorch le fiale omicide; lo stesso divino suo sposo torn quell'Orrendo che bita eccelso in silenzio. Se le lascirono un dbole lume, non tanto a conforto, quanto per non risparmiarle la vista delle pietre tombali effigiate a badesse, rgide al muro, l'nfule in capo, la verga al fianco; e degli ossicini, che spntano il mcero suolo - pccoli troppo, per avere del mondo, pure il latte, gustato. E il ventre intumidisce viepi. Fiochissimamente le bttono i polsi, bttono dentro ad armille, ahi non nuziali! e vi si arrugginscono insieme. O Dio suo, guarda! Ecco un ragno che tesse nella citola vuota; ecco l'ala pelosa di un pipistrello, che d nel dubbio lucgnolo. Clara giace aggruppata sopra un mucchio di paglia, infracidendo con essa... S'assiepa notte su tutto.
Ma, di l a poco, un barlume. Odesi il suono del mattutino e una fresc'ura ci accarezza i capelli. Gi la nebbia si solve, e nel freddo chiarore dell'alba appjono le merlate muraglie di un monastero col campanil di una chiesa diffondente su di esse la feconda sua ombra. Intorno intorno, campagne che si dirbbero un cimitero, tanto sono deserte, con tuguri di creta in sfacelo, con piante o marce o essiccate, con pozze di frcida aqua, e... Oh t'arresta! Nel verde cupo dell'erba, che suda fame e terzane, spicca bianchssimo - fra un bulicar di formiche - il nudo corpo di un bimbo, appena nato, appena morto.
E l'albore ingiallisce e scatta il sole scintille dalle vetrate del monastero. Si f s viva la luce, che gli occhi non pnno durarci pi aperti e che i mii... io li apro.
Trvomi a letto, in pien giorno.
Fug la luce monasteri e conventi.


INTERMEZZO SECONDO



L'ltimo frontispizio.

Buona notte a'mii spettatori! ccoli addormentati. Felici loro e felice m. Se il sonno , come uom dice, il pi bel dono del cielo, sar l'arte migliore quella che meglio il concilia. Trattenimoli dunque in questa beata disposizione, e per, orchestra, mttiti la sordina. Gui se si svgliano! Han per costume fischiare tutto ci che non hanno capito.
Ma anche l'orchestra  nel medsimo stato del pbblico Addo allora alla terza ouverture! La rimpiazzer un frontispizio.
+Or chi me lo f? Qual' quel pittore, che sappia vedere oltre quel che si vede e distenda, non solo colori, ma ide sopra una tela? Torna, o mano pensosa di Guglielmo Hgarth, che, dipingendo letteratura e insegnando agli artisti ad ssere nella nazionale lor storia contemporanei e nella loro arte individui, la Pittura rialzasti dalla tappezzera alla filosofia,, torna, e ritogli i tui traditi pennelli a questi riempi-cornici, a questi scombcchera-insegne, insegne senza negozio, di cui non s, la pi parte, esprmer neanche la propria ignoranza, ma solo imitare l'altri.
Quanto mi occorre,  un disegno che rappresenti l'inverno dell'et femminile. In quest'ltimo atto, il crcine di Eva muta di colpo in iscuffia. Per una donna, mezza et non esiste; da giovinezza a vecchiaja, salta la donna, non passa. E qu ameri, o pittore, che in nove parti tu dividessi il mio foglio, cio in una grande nel mezzo, circolare o quadrata, con quattro pccole ovali sui lati e quattro rotonde sugli ngoli, riunite fra loro e insieme divise da un intreccio di roba nel dominante motivo, come ad esempio, rami essiccati e scope di strega, ossa spolpate e sacchi di crusca, pani malcotti e dentiere, conocchie e arcoli, biscottini e castagne, libri di messa e di cbala, berretti frigi, bas-bleu, aquasantini, bottiglie, gazzette e seggette, e pi che altro, tricorni. Poich al soldato millantatore, qu trovi sostituito il prete che tace (il prete, che ben si direbbe la pattumiera dei resti della belt) mentre al teatro gi subentra la chiesa, al giornale di mode il poltico, al ricamo la calza, alle essenze di Flora la foglia governativa.
Nel sommo dunque del frontispizio, potresti raffigurarmi un ventaglio di carte da giuoco, con pochi cuori e moltssime picche, sotto cui risplendesse la cinquina delle "ante", cio del 40, 50, 60, 70 ed 80, e nei due oo superiori, ai lati della cinquina - a sinistra, una soffitta con una scarna e guercia figura d'ispiritata, che in mezzo a lucertoni impagliati, a bocce col diavoletto e a sgnavolanti micini, tutta cenciosa, prevede scettri e milioni sulla mano polputa di una contadinoccia che a bocca aperta l'ascolta - a dritta, una sala dove parecchie damazze hanno riunito, all'ingiro di quella domstica luna che  la lucerna col globo, i lunghi lor nasi a fiutare i peccati del prssimo, mentre, nel fondo, tr Reverendi gicano, facendo necci, al puntiglioso tarocco e pvola un quarto in una poltrona al camino. Cos, nei due altri circoletti inferiori, a questi corrispondenti, desidereri due scenari di strada. In uno, l'alba. Due guardie di poliza sorrggono per le ascelle una vecchia pleba dal grugno alcoolizzato, raccolta dinanzi ad uno spaccio di branda. Costi ha ubbriacata la sua miseria. +A chi non farebbe ella orrore, se non facesse piet? E, nella scena a riscontro, una carrozza coperta, dal cui sportello si mostra l'angoloso profilo di un'antica matrona, che d una intralciata d'rdini a un servo. Piove intanto a dirotto e il rfolo impetuoso squassa e rinversa i paraqua dei passeggeri. Ma il pvero servo, che  vecchio, che  calvo, st sempre l allo sportello col suo cilindro gi. E sulla porta, ove il cocchio  fermato, si legge: "Congregazione di Carit..." Beninteso, pittore, che io non ti voglio con ci imbrigliare la fantasa. Dio guardi! F pur macchiette, f pur scene a tua posta. Macchiette, ad esempio, di sentinelle d'amore che ci pednan tossendo, o di calottiane straccione accosciate sui marciapiedi, pizzicottando noleggiate creature cui il freddo intirizzisce il lamento; accademie di sfilosofesse, chili di giubilate, congiure di spoliticanti (poich, non rado, le donne, quando non pssono pi cospirar contro l'uomo, cosprano contro lo Stato), veglie di giocatrici, stregazzi, scuole infine di schifose megere, che ammastrano i bimbi a trovar le pezzuole nelle tasche altrui e le bimbe a vndere quanto non possggono ancora. Tuttava, io mi ti diri assi grato, o pittore, se dopo di avere sfogata la tua imaginazione nei circoletti sugli ngoli, tu riempissi, secondo la mia, i due laterali e ovali scomparti, dov'io brameri di vedere l'interno di una corte d'Assise e quel di una chiesa. E, in questo, disegneri un folto di vecchie, che la montona voce di un frate predicatore ha tutte addormentate, fuorch le priore della dottrina che si divrtono a bacchettare una fila di comunicande sullo sdrcciolo anch'esse del sonno, e la seggiolaja rimuginante la sua grembialata di rame; nell'altro, un'udienza, in cui la vendicatrice ira che fu chiamata Giustizia condanna allegramente alla forca una dozzina di pveri pazzi, detti dal cdice rei, a tutto sollievo delle spettatrici attempate, che, oh qu sono ben sveglie e si sccian le dita e scialvano di volutt.
Senonch, mio pittore, per giudicare davvero chi sei, ti si aspetta alla scena del centro. Quanto hai tu fatto sin qu, non  che sua pura cornice.
CENTO ANNI! oh sospirata et da chi pure ti teme! Ve'la marchesa, nel suo seggiolone dallo stile fuor di commercio, fattasi un corpo con esso, e nel suo antico velluto ora raso, nero altrevolte, or rossiccio; vdila sola, nel mezzo della generale ruina. Cmpos ubi Troja fit ci si pu scrvere intorno. Tutto, in quello stanzone,  tarlato, crepo, ammuffito. Vajolosa e scrostata  la vlta, e della dipntavi estate (ironicamente a fresco) non avanz che la falce: tappezzera e panneggiamenti sono sbiaditi e stracciati; le dorature appannate, i mbili cascherecci. Guai a sturbarne la plvere, ltimo loro cemento! guai affidrsi alle sedie, pena il sedersi per terra! N pi si scopa il tappeto, per la paura di scoparlo via insieme; mentre il soffietto soffia in faccia a chi l'usa ed il cordone del campanello resta in mano a chi 'l tira. Pare insomma che con un buffo debba andar tutto a rifascio, come un mastello cui seno levati i cerchi; e per si f bene a tenere ermeticamente chiuse le imposte dai vetri iridescenti, per quanto ci sia troppo propizio alla puzza di selvatichino ovvero tanfo antiquario, e troppo poco a quel vaso di semprevivi... +Ma che dico? Que'semprevivi sono gi morti da un pezzo, ed  morto anche il ragno che li velava dell'or polverosa sua bava. +Che mai pu vivere qu? Da anni, pur l'orologio vi tace; anzi, ha perduta la freccia, come le chcchere il mnico, i seggioloni le rotelette e lo specchio il mercurio. Non s'ode se non il cricchiare del tarlo che si f strada alla fame; non s'ode se non lo strder de'topi, che spadronggiano di s e di gi e pssano dentro e fuor dalle trppole.
E la secolare marchesa, tra le ruine, par la ruina maggiore. Quelle quattro pareti ariggian la cassa del cadvere suo. Da ci che ella , non  possibile immaginare qual fosse; il di lei stesso ritratto da sposa ingiall, accarpion, invecchi secoli. Le ossa le vgliono come uscir dalla pelle, pergamena matura pel grand'archivio del camposanto; i sui capelli non sono pi nemmen bianchi; cddero i denti, sparrono le sopraciglia. Di l di quel muro, blica intanto un mondo con una testa affatto nuova; gli  tutt'altro il governo; cangirono lingua e moneta; cangirono fogge e costumi; cangi perfin la morale. N il calendario le annunzia altre feste, n primavere il termmetro. Non vive pi alcuno che avrebbe il dovere di pingerla, non vive manco un erede al quale ella almeno possa asciugare gli occhi. Sopra gli amici di lei, sopra i figli, cresce altssima l'erba, anzi nei figli il becchino ha gi seppellito i nipoti. Solo le indifferenti figure di un mdico e di un'infermiera le appjono di quando in quando; quello, a fare le mostre di rimirarle la lingua e tasteggiarle il polso, tanto per allungarsi la nota, sempre all'erta pel saldo; questa, o a darle un crollo rabbioso, o a sbraitarle una ingiuria. Ma, per la marchesa, tant'. Cose e persone le si muvono intorno come in un sogno. Abbandonata da tutti, lo  anche da s medsima. La gi stura spugna della memoria le si v cancellando, e con essa la dolce meditazione dei goduti peccati che  certo quale compenso ai non godbili pi. Mentre il cristallo non s prestarle pi occhi, non c' tabacco che valga a rititillarle le nari; ogni vivanda le torna uguale al palato, ogni suono all'udito; se scoppia il flmine stesso sulla sua casa, ella apre machinalmente, muta qual pesce, la bocca, per augurargli "salute." Eppure, in cotesta sconfitta d'ogni spirto vitale, in cotesta agona, in cotesto sepolcro, trmola ancora il riflesso di un sentimento, l'eco di un desiderio, l'ombra di una soddisfazione, che  a un tempo e tocco e sapore ed odore; rirgesi a volte la larva di quella maga verghetta, che, a lei fanciulla piena di sonno e stupore apparendo, squarcivale il velo d'ogni mistero e dica: "ecco la vita." Gli  allora, che la intorpidita pupilla riaquista un transitorio brillo e la libdine le rielettrizza le fibre, gli  allora che le sue mani aggrinzate...
E, ciac, un'altra nima peccatora piomba e si frange, qual uovo, nel tegamino di Stana pel quotidiano suo ascilvere. Il che tu pui, o pittore, segnar nell'nfimo campo del frontispizio, sciorinndovi quindi all'intorno una processione a spirale - di servitori in livra colle accese candele e con le lgrime agli occhi... pel fumo - di chierichetti spzzola-cera - di carrozzoni vuoti - di cotte e di stole - di stendardi e di croci - di bianco-vestite Stelline, la carta in mano del tono, lentamente incedendo e cantando:

[vedi figura la_de_01.gif]

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Cdice e cuore.

Ersilia Blandamore, vdova Agnolotti,  nel suo Sancta-Sanctrum, fra il pizzo della pettiniera, i piedi sul caldanino. In queste gelose localit, odor di pasticca stanta, non  diffcile d'incontrare una vdova, mssime se sia sull'ammuffire; anzi diri, che una vdova e il suo abbigliatojo non fanno se non una cosa, come ne fanno una sola alchimista e fornello. La non s'acconcia per, il che signfica che la si  gi acconciata. Difatti, la colta negligenza del suo abbigliamento e della sua pettinatura le deve sser costata un mucchio di tempo, di riflessioni e di spilli. Ma or finalmente respira. Per quella sera, la freschezza e bellezza di Ersilia pssono dirsi al sicuro; e per la troviamo, quantunque ancora seduta allo specchio e alle buge della teletta, esaminando uno scartafaccio giallastro, tolto probabilmente da quel vicino stipo di sndalo, uno scartafaccio sdicio da mille dita curiali, tutto gualcito, a graffiature, a corni, fra il testamento ed il contratto di nozze. E madama ne legge un perodo, poi d una occhiata a un librino che innanzi le st, il quale (me ne rincresce per voi, fabbricatori di versi)  puramente,  prosaicamente "il Cdice civile" al ttolo delle "successioni."
Ma, a quanto pare, quella lettura e il raffronto non la soddsfano troppo. Ersilia si morde spesso le labbra, sciupndovi un sorrisetto fresco ancor di pittura. Ella ha bel lgger col cuore; il cdice, oh l'incivile! non ne riecheggia il tic-tac e le d invece risposte che sono dosi di digitale. Vgliono che le donne non intndano bricia agli affari. Io non dico di no per gli affari degli altri, ma, quanto ai propri... alla larga!
Senonch il cuore, che ha bisogno suo cibo, le attira a poco a poco lo sguardo a un ritratto in fotografa il quale posa sulla teletta, e la mano, che facilmente si lascia persuadere dagli occhi, ne segue tosto la strada. Esso  il ritratto di un militare, di un officiale di cavallera. Ersilia lo ammira innamoratamente. Di qualsisa fucina, gli sproni han sempre dolce sonato ad un orecchio di donna, ch essi annnciano il gallo, quel gallo che  la passione delle galline; e cos amore di cavallera arriva prima d'amore di fantera per la naturale ragione che bestia con quattro gambe f pi presto cammino di bestia con sole due. Aggiungi a quell'ufficiale una noma di duellista; e qu tu impara, o poeta, che una stoccata di ferro vale presso alle donne assi meglio del complimento pi acuto; aggingigli un profumo di scapestrato (cara promessa al bel sesso), di giuocatore, ed anche un tantino di birba (sinnimo tra il sesso brutto di non minchione); poi, sfida la pi impiombata sottana a non liquefarsi! Ma nel guardar quel ritratto, il bocchino da popa di Ersilia si raggrinz malizioso. Intanto la mano di lei s'era messa a frugare nello stipetto, dove scorgvansi, alla mescolata, medaglioni a capelli, lttere sciolte e a pacchetti, scatolucce, astuccini,,              e ne traeva una tabacchiera rotonda di tartaruga, che ella pul dalla plvere e depose vicino all'imgine in fotografa. Stava sulla tabacchiera un altro ritratto di uomo, una memoria preziosa per i molti brillanti. Sarbbesi detto il padre di lei, anzi il nonno; e ne era il marito! Pur, grazie al cielo! un marito col "fu." Oh pvero "fu" di un sor ngiolo! quale magra figura fan l quelli spauriti tui stinchi, invano dissimulati dalle prdighe brache, veri compagni di quel terzo bastone cui ti puntelli a mostrarti, anche in pittura, un trepiede, a confronto dei gagliardi garretti e delle dense cosce dell'ssero! oh come le tue spallucce, sulle quali st scritto ignobilmente lo sgobbo, pjono rattrappite innanzi ai larghi meri dell'ufficiale, che prtano cos superbi la lor fanullggine! oh come il tuo babbio, paragonato al faccione saldo di carni, pieno di succhio e baffuto del maggiore Parisi, sembra volere celarsi, pi ancor vergognoso, nel cravattone e sue vele latine, ittrico, senza peli, asciuttssimo... come il tabacco di cui t'hanno fatto coperchio! Il quale tabacco ben ricordava ad Ersilia il naso del fu consorte, ma questo naso, ahim! nulla. Sul che madama, aggricciando, spinse da s quel ricordo di maritale Siberia.
E torn al testamento. Il testamento non rasi intenerito. Eppure ella pi non pota serbar fedelt ad un morto, ella che non avane al vivo,, la non poteva pi sola coricarsi in un letto che suo marito medsimo ava fatto costrurre per due. Bench di cinigia cosparsi, i carboni del cuore di lei non rano estinti. Ella era ancor bella, ancora piacente - e volse gli occhi allo specchio. Ma contentssima non ne sembr, dello specchio s'intende. Oh brutti specchi del giorno, non pi fedeli come quelli di un tempo! Poich madama indugiava su quel terrbil confine che st fra il vino e l'aceto, fra lo scettro e la scopa, fra il concdere e il chidere, il quale costa a una donna pi indecisioni, pi grattacapi che non costasse al gran Giulio il passaggio del Rubicone. Ed era un pezzo che Ersilia non festeggiava il suo compleanno, e gi da cinque anni gliene mancava sempre uno a toccare que'benedetti quaranta. Invano la onesta miseria si recideva per lei le sue trecce pi nere; invano i barttoli moltiplicvansele attorno. Intnaco nuovo non rinnova la casa; paralumi e velette non ci nascndono al tempo. Era un piattino che cominciava a putire, e per gli occorreva di bolognarsi-via alla svelta, pena la fogna; era una rosa in semenza, una bellezza tarmata e invocante... - e qu Ersilia rifisse lo sguardo pien d'adulterio e coheuil sur il ritratto dell'officiale, mentre disotto la vloutine le vampeggiava la guancia - invocante i mozziconi di sgaro e il pepe.
Oh il primo amore plpita bene, ma quanto pi l'ltimo! Delle sole due volte in cui si ama davvero, l'una all'A della vita, l'altra alla Zeta, se il primo amore pu dirsi il paradiso di Adamo, cio dell'inscienza, l'altro lo  della scienza;  il paradiso di Epicuro e Gorini. In quello infatti, l'et, l'istinto, l'imperioso bisogno di ssere buoni specialmente con uno, ci fanno gridare il "trovi" al primo non inambile oggetto di desinenza diversa nel qual ci scontriamo; masi allora il pan di tritello perch l'appetito infierisce, n ancor si conobbe il pan di frumento; e, quali ignari della Brianza e dei laghi, si v felici in campagna a Precotto; come si legge con entusiasmo il d'Azeglio imprevedendo Rovani e si suona Gounod insospettando Rossini. Nell'altro invece il gusto iscaltr; si pnno fare confronti, si sceglie, e della scelta si s godere; non c' paura di rovesciare il bicchiere prima d'averlo alle labbra, ma senza spnderne goccia lo si centella - con calma, con erudizione. Il primo amore ci apre insomma una via; l'ltimo ce la chiude; il primo sottintende un secondo, l'ltimo... nulla. Ed  perci che ci attacchiamo a quest'ltimo come alla tvola estrema il naufrago.
Dai quali pensieri agitata, madama si alz e si die'a passeggiare.
Apparve alla gialla portiera la bianca cuffietta ed il rosato visino di una servuccia annunziante: "il maggiore Parisi."
Ersilia trem, bench l'aspettasse. Infatti i tr giorni di tregua ran spirati. Il maggiore veniva per la risposta. Si trattava, pensate, di una mano e di un cuore e tutta lei dica "s." Ma il testamento rumoreggiava "no e no." Ava saputo il defunto perpetuare la di lui gelosa. Da dieci anni lo mangiava la terra e nondimeno la vdova se lo sentiva, qual cataplasma, notte e d sullo stmaco. +Che mai rispndere dunque? A ventimila lire di rddito si valutava la di lei fedelt: +valvane forse altrettante Azzolino? Ahim! (e sospir) +Ebbene? +non si poteva proprio transgere? +non sarebbe bastato al suo vedovile prurito il possesso d'un cuore? +non basterebbe al maggiore? e madama, sostando alla pettiniera, si rinfresc col pennello un sorriso che una lgrima d'ira le ava rapito.
"+E gli dico?" dimand la servetta.
"Vengo."
La cameriera fe'per andrsene.
"St!" disse Ersilia cacciando rinfusamente e cdice e tabacchiera e carte legali nello scrignetto, che serr a chiave. "Vojaltri andate pure a dormire. Dovete ssere stanchi. Il maggiore ha molti affari con m... Chiuder io la porta..."
Richiese la cameriera con un ghignuzzo:
"E pel scaldaletto?"
Ma Ersilia, cristianamente:
"Scuso senza stasera."


SCENA SECONDA

Incendio di legna vecchia.

C'era una volta un signor Zfiro Virgoletti. Egli era un omino di quelli, tutto elasticit e tutto pepe, nati a confndere il fsico assioma che "dal nulla vien nulla", di quelli, che, cominciata la loro carriera arrampicndosi dietro i calessi, riscono a terminarla sdrajtivi entro comodamente. E in verit, Virgoletti posseda con abbondanza gl'indispensbili requisiti per fare una principale figura nel mondo - doppio pel sullo stmaco e doppio bronzo sul viso. E gi ava, a quell'ora, esercitato ogni sorta di "mestieri leggeri", dal giornalista al cantante, dal vendilcido al candidato poltico,, ava gi fatto il maestro di quanto non conosceva neppure di vista e l'inventore d'ogni introvbile cosa, fatto l'autore di pere in mente Dei e il presidente di Societ non ancor concepite, fatto il dottore della magnetizzata e l'emigrato e il ferito "per la patria contrada", e cos ava, per lire cinquanta, giurato in Lutero affine di rigiurare per cinquantuna nel papa; scritto quindi di asctica e negoziato di bambagina; cucito libri pel popolino sul modello-Cant e offrtogli insieme quel terno che per lui non sortiva; barato poi, composto blsami e aque per ogni classe di gonzi, cavato un dente per l'altro,, compilando progetti a estinzione dei pbblici dbiti (e ci mentr'era, per i privati, in catorbia) e fondando accademie di letterari e scientfici scrocchi o banche predestinate a fallimenti lucrosi. Ma ecch! La stella della disdetta brillvagli immota sul capo. Vane le trappolere, vana la parlantina, la sfrontatezza, la insufficienza (che  tutto dire), egli, sul buono d'ogni intrapresa, si addava di trarre il fil senza groppo, di sparar senza palla, per cui raggiunti i trent'anni e sol trovndosi in costa un appetito da ere, ava finalmente compreso che una fortuna, se non la scopriva gi bell'e fatta, per conto suo non ne farebbe mai pi.
E cos c'era una volta - appunto la volta del signor Virgoletti - una donna sul fiore della vecchiaja, che si chiamava la signora Savina Brembati. Vegetava costi in Lomellina, tra i sui fumferi letami, le sue stalle di vacche, le sue formaggere, inconscia siccome un plipo, vrgine come... - non ci ha paragone. Ella era una montagna di grascia; un puddingo di butiro e di manzo, e, perch zoppa un tantino, goda del sopranome di "diligenza Franchetti senza una ruota." Sulle poppe di lei si sarebbero accomodati agiatamente due gatti; per abbracciarla del tutto bisognava ssere in due. Buona poi, vi s dire! Stava in mezzo a cinquemila prtiche di marcita tutte sue e si contentava. Nelle ddici ore che la dormiva gi e nelle ddici dormite s, non un pensiero in jattura del prssimo. Anzi, la tenerella usciva dalla cucina ogniqualvolta vi si sgozzava un pollastro, raccomandando per di non buttarne via il sangue, e se veda un ragno, Dio guardi toccarlo! pvera bestia! - chiamava tosto la serva con la ciabatta. E mensilmente faceva la sua carit della "svnzica" nella cassetta del sagrestano, e quando sentiva che qualche colono era caduto ammalato, recvasi personalmente a vedere... se ci fosse vero, purch egli stesse a terreno, ch la di lei carit non saliva le scale. Russava poi la santa sua messa ogni domnica, mangiando devotamente a Natale il panettone, ostie a Pasqua e ova sode, rquiem ai Morti e tempia, rosario a Ognissanti e castagne, e digiunando nelle feste di magro gmberi e trote. Intorno a lei tutto ingrassava. Era lardo che respirvano i pori. Fanny, la sua cagnina di grembo, dova spellarsi, camminando, la pancia. Capponi, oche e tacchini, bui, giovenche e majali, parano, per la pingudine, bestie non mai vedute,,    facano quasi, pi che appetito, paura. D'amore, gi, non si parla. Troppa ciccia ovattava quel cuore per ssere leso da un dardo; eppi l'amore  s incmodo! "Chi men ride, men piange," dica lei. +nico vuoto che la signora Savina sentisse, era quello del ventre,,  zppo il ventre, non pensava che al letto, ma non al letto di chi non vuol riposare, a un letto invece tutto mollezze, senza rimorsi e prurito, senza desi, senza sogni, tranne qualcuno di lotto. Infatti il lotto era la sola emozione che la signora Savina si permettesse settimanalmente. E ben lo sanno que'tr galabroni impuntiglitisi a fare la corte alla sua uva e a disputarsi quelle cinquemila prtiche di cuore, al primo de'quali, cio il dottore Semenza, un terrbil barbone dalla voce in falsetto, ella fe'dire che la smettesse con le serenate, perch la notte fu fatta, non per sonar ma dormire, minaccindolo, se seguitava, di rinfrescargli la testa con qualche cosa di meno innocente dell'aqua, mentre al secondo, che era il maestro Giglioli dalla schiena a D e dalle gambucce a X, osserv sur il muso, che lei non amava un bel niente quella potica confidenza di dar del "t" nei sonetti, e che del resto non si credesse di giulebbarla con que'nomi di Ninfa, di Madonna e di ngelo, finch tenesse nella fascietta un gnus di religione e una stadera in casa; e, quanto al terzo aspirante, sotto le verdi sembianze del patentato avvelenator del villaggio, il quale filava l'amore col viso di chi subisce un clistero e sospirava com'un'armnica frusta dalla minestra al caff, non volle averlo pi a pranzo, dicendo che le impauriva la fame.
Ebbene - signori mii - fu proprio in giro di cotesta fortezza, a quanto sembrava imprendbile, che il signor Virgoletti, gratttosi le sette volte il suo inventivo cotogno, aperse le parallele e le artigliere punt.
Era la primavera. +Vorreste una descrizione? Ne ho mille. Costa poco grandeggiar dell'altri... Ver nvum: ver jam canrum; vere ntus est rbis - vere concrdant amres; vere nbunt lites... - (e, seguitando, il mio nuovo lunario:) "consoltevi, sentinelle e innamorati, i quali fate la guardia a voi stessi, consumando stolidamente le suola sotto griglie che non si vgliono o sotto inferriate che non si pssono aprire,,  il tempo dei raffreddori  passato; e consoltevi, avari, che pass insieme il percolo di sciupar la pezzuola. Consoltevi, vecchi, ch la scappaste pur bella; e voi, pavoncelle, ch potete di nuovo andar passeggiando le vostre penne alla moda. Consoltevi, bimbi, le maggiostre rossggiano, mentre per voi, bambinaje, rinverdscon le alle cogli annessi sergenti. E consoltevi, osti fuori di porta, riccciano il capo aspragi ed avventori. Consoltevi, sini di quattro piedi e di due, il mese della Madonna gi prude; consoltevi, tarme, si ripngono i panni. Piangete invece, spazzacamini, sostri, pelliccii, farmacpole! Lottajoli, piangete! ch, quanto pi corte le notti, tanto meno ci ha sogni."
Era, dunque, del giorno annuale la primavera e del giornaliero anno l'estate (lias, il mezzod). La nostra rispettbile dama scendeva machinosamente dal suo piano terreno e a traverso il giardino - un giardino, non dalle potiche ajuole di fiori, ma tutto prose a legumi - inceda, seguita dalla fedele Fanny, un po'tentennando, verso il cancello. Ch il cuoco quella stessa mattina nel pettinarla (stmaco e testa in casa Brembati rano in mano del cuoco) avale raccontato di uno strambo di uno che si veda da due o tr d al cancello, ammirando per ore quel fico venuto appena d'Amrica e bench la curiosit (questa maschile virt e femminile vizio) non parlasse tropp'alto nella signora Savina, purtuttava, siccome stavolta il soddisfacimento di essa coincideva con la quotidiana sua passeggiatella, la nostra signora la udiva e dvale ascolto.
Difatti, di l del cancello e appoggiato alla griglia, stava lo sconosciuto. Era un ometto tutto vestito di nero e dalla fisionoma di sorcio da moscajola.
Il quale, come scorse la dama, toccossi rispettosamente il cappello, e la dama, bene educata anche lei, gli rese con un cenno di capo il saluto.
"Oh che pianta! oh che pianta!" esclamava l'ometto. "Scusi, madama... +La  forse una fcus Linnei grattabolenta?"
"+Gratta...?" dimand con un sorriso intrigato la signora Savina. "Sar benssimo. Ma se il signore," aggiunse, scorgendo che Virgoletti vola come schizzare i sui curiosi occhiettini sul fico, "desiderasse di osservarla un po'meglio..." ed aperse il cancello.
Quanta compitezza! Virgoletti si confuse in ringraziamenti, si dilomb in riverenze, si sbracci in scappellate. Vola anzi tenere basso il cappello, ma la signora non lo permise. Fttosi poi alla pianta, vi si accosci. Un padre al non sperato ritorno dell'nico figlio non si sarebbe condotto altrimenti. Palpvane il fusto quasich non credesse ai propri occhi, dicale frasi di tenerezza, la contemplava estasiato, tanto estasiato che la signora Savina dovette pi di una volta e di due riptergli: "+ forse il signore un botnico?"
"Un po'..." Virgoletti rispose; e l, togliendo gl'incastri alla torrenziale sua lingua, la fe'saputa com'ella possedesse un esemplare di fico, che nelle grandi collezioni di Parigi e di Londra era chiamato "rarssimo" e sulla propagazione di cui in aperto terreno pendvano ancora indiavolate questioni e si rano posti de'grossssimi premi; come, peraltro, il suo frutto non lusingasse troppo il palato, salvo a innestarlo con una cert'altra preziosa qualit, che sapeva lui, suo segreto, ma ch'egli avrebbe ben volentieri mostrata a una s bella, a una cos nbile dama.
Alla quale profferta, incartata in un complimento, la signora Savina non pot trattenere un sorriso di riconoscente accettazione; e, tracch! il signor Virgoletti ci ribad la promessa di soddisfar la promessa al domani. Cinque-e-cinque-dieci, lascironsi simpatizzando.
E il giorno dopo arriv e con esso l'innesto del signor Virgoletti. La signora Brembati porse lei stessa le bende per la lattea ferita e colle frbici che le pendvano dalla cintura tagli il superfluo spago del cappio. L'operazione riusc a meraviglia. Zfiro e la margotta annestronsi perfettamente.
Allora la dama, per dimostrargli in qualche maniera la gratitdine sua, lo invit nel "di lei pvero nido." +Come mai dir di no alla cortesa in persona? Per cui si psero insieme in cammino e la gentile elefantessa, sempre seguita dall'adiposa Fanny, condusse il nostro cecino a vedere i sui "augelletti" (intendi la pollera) ch'ella ingrassava al filantrpico scopo che ingrassssero lei, e le sue "scudere", splndida occhiata di mammose giovenche e di cornutssimi bui, con la vicina formaggera dai cndidi laghi di latte, fresco tanto da ssere ancora caldo, e dalle pietre mugnaje di cacio, pezzi da cento lire lievitati in commestbile forma; poi, rasentando un ruscello, le cui rive ran tela e la spuma sapone, e passando framezzo a formidbili torri di legna (n ci vola meno per cucer tutto quel riso che la incessante pila brillava) lo condusse a veder le sue "grotte", che avano per stalattiti salami e per stalagmiti bottiglie, con uno sfondo di botti di cui nessuna rimbombava al nocchino, e i sui "boschi" biancheggianti e ferventi di que'preziosi operi - operi ad un tempo e materia - che cngiano foglie in seta quali artisti di genio. Non solo. Ella lo volle in sua casa, donde il frgile lusso di noi cittadini non ava ancora bandita la campagnuola massiccia comodit, anzi lo ammise ne'penetrali pi sacri, cio nella stessa sua cmera dal verginale lettone matrimoniale, una cmera in cui si ammirvano, non scatoloni di vesti ma di semenze e seccumi, non tavolette di pttini ma di cioccolata, non vasi di fiori o manteca ma di rosmarino e mostarda,,  e nel cucinone dal molto affumicato camino e dalle pareti di rame, lusso col non ozioso, non sottointendndogli manco la relativa morale (morale fatta pi chiara dalla doppia misura del seggio) consistente in quel luogo, trionfatore del mdico, che fu chiamato per eccellenza "il cmodo" dall'ssere forse solitamente l'incomodssimo.
E qu volontieri ripeteremmo le esclamazioni entusiaste del signor Virgoletti al mgico svilupparsi di cotante bellezze, ma il compositore ci avverte che in tipografia non sono punti ammirativi bastanti. Diremo solo, che le figlivano come cmici e con esse aumentava nella signora Savina il prurito di simpata per lui, tanto che quando si fu per lasciarsi (tossendo bronzinamente in quel punto la campanella del pranzo) ella il preg... di restare.
Dal quale pranzo data la nuova vita per tutti e due. Virgoletti trovvasi infine a suo posto. Capo primo; vui la speciale conformazione, vui la non flrida borsa, Virgoletti viva in un perpetuo appetito, il che, se non  la migliore delle commendatizie per noi che bruciamo pi legna a stirare che a cucere e che, contenti del fumo come gli Iddi dell'Olimpo, spendiamo pel cuoco quanto dovrbbesi in cibo, mangiando in gran porcellana porzioncine minscole e bevendo in magnfici vetri pssimo vino, quasi che fosse il bicchiere e non il vino da bersi,,  se, dico, cotesta qualit di una bocca alta di cielo non  troppo benvisa a noi dall'ambiziosa miseria,  la pi accetta,  la carssima invece ai nostri fratelli rurali, nici eredi della paterna ampia ospitalit. Capo secondo; senza contare l'inalterbile e inesaurbile buon umore, porta maestra nelle case de'ricchi, Zfiro posseda, anzi era un manuale di cognizioni per ogni sorta di pranzo: ad esempio, un pollo ei lo sapeva trinciare tenndolo infisso sul forchettone e sollevato dal tondo, sapeva condir l'insalata in maniera da soddisfare a dieci diversi palati, stappava in un colpo le pi ostinate bottiglie, riempiendo con mille giochetti l'aspettazione fra l'una e l'altra portata ossa traendo inaspettati partiti dagli stecchi, dai piatti, dalle posate... e vieva. Or voi pensate alla nostra agucchiella che non ava mai visto altrettanto! Raggiava il suo onesto faccione, le tremolava la pappagorgia, e il rdere, lagrimndole a tratti, la obbligava a posar la forchetta per asciugarsi gli occhi col tovagliolo, mentre la serva, ad aquetarle il singhiozzo, le tambussava la schiena. Zfiro poi dal buon successo eccitato, ingollava bocconi strangolati, raddoppiava le giullere, sentvasi insieme, la sedia, frsigli sotto di minuto in minuto pi sua.
In poche parole, da quel desinare il signorino  di casa. Egli vi entra ogni mattina per dare un'occhiata alla stampa (rappresentata dal Scolo) e alla margotta di fico che si abbrbica con lui e non ne esce se non in l nella sera, dopo di avere perduto una dozzina di soldi giocando all'oca con la signora. Oltre il farle allegra, il signor Virgoletti rendvale mille servizi; le regolava le pndole, tenale viva la poca corrispondenza, recvale il sottopiede e sprimacciava il cuscino, leggale il "Walter Scott" in modo d'addormentarla coll'insensbile degradar della voce, velando quindi tacitamente la finestra o la lmpada e acchiappando le mosche e i farfalloni importuni. N alcuno meglio di lui accendeva e manteneva con tutta economa il fuoco, nessuno affrittellava pi elegantemente le uova e le frullava con maggior bro la rossumatina. Egli era un divolo nell'inseguire un debitore moroso, finch costi, qual la gazzella il muschiato testcolo, non gli gettasse la borsa, ed era un dio per ritrovare le pi raffinate golosit o poltronere. Insomma il signor Virgoletti le divenne il facttum, il cane barbino. Gui se mancvale un giorno! mandava in cerca di lui per tutto il villaggio, per tutto il paese; sbuffava finch non gliel'avsser condotto. Ch un incmodo stesso - abitdine fatta - diventa un bisogno.
Ma nel sentimento di assuefazione, a stilla a stilla se ne insinuava un secondo alquanto meno simmtrico. Vnus, quae vnit ad omnia, s' ricordata della signora Savina. Quel cuore che para bruciato e gelato da un pezzo, conflagra, e che fiamme! quella dolciaccia che gi sorbiva dormitone da r (ahi! la falsa metfora) incomincia a sentir tutto stecchi la piuma del letto, incomincia ad alzarsi e a scnder nell'orto all'ora della rugiada, lei che a quella scendvaci del sudore, a fare mazzi di fiori, lei che sol ne faca d'aspragi, a sospirare - la mano sull'amorosa spia del cuore - or guardando il cancello, ora l'orme degli scarponi di Zfiro, per poi, quando questi riappare, affaccirsegli incontro, sventolicchiando il moccichino, o, incomodando i sui cento chili di polpa, sbassarsi a raccrre una viola. Pvera spigolina! la si strugga come butiro al fornello, mentre sembrava che la ciccia di lei trasmigrasse all'amato. E tu cntami, Musa, gl'idllici giorni in cui si perdvano assieme fra l'erboline e i fagioli a caccia delle farfalle o passeggivano a braccio nell'ombre della lunghssima topia, spicciolndone l'uva; e mi canta le sere, trasvolate al camino, come due trtori, con Virgoletti mezzo perduto nelle balzane della fattora e leggente con li occhi che fiutvan cipolle i fatti vari del Scolo, oppure in giardino su quel bubone di terra, quel sntomo di montagna, gi letamajo spento, fra il gracidar delle rane e l'infinito odore di sterco che l'universo fuma, tcita lei qual testggine, contemplando il lunone d'agosto o le lcciole del firmamento, lui fiso agli occhi di lei (dico que'delle orecchie, due senza-pari brillanti) e mormorndole a tratti "o Savina, o Savina, intorno a voi tutto ama!"
Finalmente, adaqua l'uno, adaqua l'altra, la pianta del loro amore cacci fuori un bocciuolo. Gi la nostra fattora trovava nel suo bel Zefiretto un po'troppa modestia - una virt che in simigliante partita  pi lodata che amata. Ma il fico, come il bblico pomo, risolse gli avvenimenti. Un anno s'era intessuto su lui e il primo suo frutto, in maturanza completa, penda qual lgrima l per staccarsi dal ciglio. +Che attndere pi? Novella Eva, la signora Savina protese con un legger tremolo la mano, lo dispicc e lo divise con il prssimo Adamo. Tutti e due lo assaporrono silenziosamente, deliziosamente; tutti e due si occhieggirono il "s."
Senonch, nel programma di quel giorno solenne, stava prima una scorpacciata di gala. E se questo  "l'adagio" del duettino a suon di forchette e di piatti e a stappar di bottiglie,, quanto "all'allegro", sia che Adamo ne avesse litreggiato un po'pi, sia che avesse ingojato troppi tartufi e troppo formaggio di grana... Via, bimbi!... un organetto sonava in cortile... la servit scodellava in tinello... ambede sullo stesso divano... fatto st...
Fatto st, che chi rompe paga. La signora Savina Brembati, da quell'onestssima donna che era, volle una riparazione e il signor Zfiro Virgoletti, un galantomone anche lui, non si sent di negrgliela; pianse ma la spos.
E qu finirebbe il racconto; ma, giacch, per contentare i lettori, bisogna che un pvero scribaccino accompagni i sui personaggi - uno almeno - fino al luogo comune (cio il camposanto) e giacch io, in propsito, tengo col pbblico colpe su colpe di rientrata curiosit, aggiunger che, oggi a'd 20 ottobre del 1876, Zfiro Virgoletti ha messo tr cose:
1 ha messo pancia,
2 ha messo carrozza,
3 ha messo la moglie sotterra.
Oh marito infelice! erdita 100.000 di rddito, eppur trova forza di vvere!


SCENA TERZA

Al verde...(.)

"+E dunque, come si passa la sera?" chiesi a Silvio Sospiri, un perticone di giovinotto biondssimo e pallidssimo tal da sembrare un'imgine a fresco semi-svanita. Il qual Silvio, che io tratteneva per un bottone in mezzo alla strada, era figlio d'un facoltoso mio conoscente di villa ed era stato, dopo vent'anni di crcere educativo in un collegio gesuita, lanciato di colpo nel mare mgnum di una citt capitale "per perfezionarlo" dica suo babbo, senza pensare che un uccello so alla gabbia - schidigli lo sportellino - o non esce o vola dritto nel gatto. Vero, peraltro, che l'egregio papp me l'ava assai raccomandato, pregndomi di procurargli delle sane amicizie. Feci quanto poteva, gli apersi a due battenti la mia librera. Arrivederci! Silvio non mi venne pi in casa.
"Eh! ci si diverte, la sera," egli rispose molleggindosi sulle gambe, "si v dalla principessa..."
"Nspole! +una principessa?"
"Eh s. +Non la conosci?... oh bella!... la Potanovv... Una gran dama di Pietroburgo che riceve ogni sera e f gli onori di casa divinamente.  vecchia, ma non t'accorgi. Da lei sono tutti  son aise, perch ciascuno ci f quanto gli accmoda. Vi si beve, si fuma, si ciancia... si giuoca anche un pochetto... Anzi! t, mi scordavo! jer l'altro le ho guadagnato un migliajo di lire..."
"Me ne duole," osservi a fiore di labbro.
"E a propsito," continu egli, affettando la spacciatura, " se pui, me le dovresti prestare..."
"+Ma e non le hai guadagnate?"
"Per ci appunto, amico... Domani me le han da pagare."
Feci un attuccio di dispiacere, esclamando:
"Guarda combinazione! stavo per chidertele io."
"Un'altra volta, allora. Adieu."
"+Vai gi?"
"Sono le sei. La principessa m'aspetta." E l, piroettando sui tacchi e chiamando il suo Stop, un levriere abbondantssimo a gambe e scarso a cervello come il padrone, Silvio si allontan a passi lunghi e sconnessi.
E ben vada e s'imprncipi e vada insieme in malora, il cuccssimo! La di lui principessa, +chi non s'accorge? era uno di que'prodotti che Santa Russia (questa immensa ghiacciaja predestinata a conservare la stramatura civilt nostra finch ne arrivi una fresca e tutta nuova d'Amrica) favorisce all'Europa - in attesa del Messa Knut - coll'argento di Tula, col cuojo, con il Mercurio che salda i conti della sorella e con gli orsi ballonzolanti a suon di bastone. Ella era di quelle slite dame, che appjono e spjono a un tratto come le celebrit della moda, sempre divise da mariti ipottici, sempre in lite col Zar per non so quanti chilmetri di sterilit confiscata, le quali han dovuto cambiare aria, dcono loro, per la salute e cui i mdici han suggerito il sole d'Italia. Del nostro sole per, Pola Nicolaevna non godeva che poca luna, Pola si alzava a coricate galline.
E questa era l'ora, allo scoccar della quale i sui dorati saloni s'illuminvano e popolvansi della crme furfantina, del liebig di tutte le bestie della citt: era l'ora del giuoco.
O giuoco! sorridente parola. Per t mi si sveglia il ricordo della seppellita infanzia, e i balocchi, gi da un pezzo disfatti, mi risscitano in cuore;  una danza macabra di schioppettini, fantocci e cavalloni di legno. E io odo ancora i nmeri della tmbola naseggiati dal cappellano e notati sol dalle zie, ch il vero gioco fra noi cuginette e cugini st disotto la tvola; e io mi risento, la benda sugli occhi, in mezzo a un gran prato ed a freschssime risa colla mia buona Marie che m'aizza e si lascia acchiappare e abbracciare s volentieri da m. Ecco poi - all'improvviso segho di un violino - il nonno, un po'brillo, porge la mano alla nonna e ritrova con lei, tra il btter di palma dei nipoti dei figli, il minuetto che gi ballvan promessi; mentre, nel caldo del caminone ospitale e nel caldo dell'autunnale liquore, incrciansi in un crocchio d'amici l'epigramma e il bisticcio, morsi privi di denti, vespeggio senza veleno, saviezza in bito di folla; ecco infine... Ma che! non  giuoco, quello. Trattenimento piacvole  il giuoco. +Or, chi direbbe che si divrton coloro, a quel verde tappeto donde si miete la gialla messe dell'oro? Mrane i visi. Son visi di agonizzanti che incbano un assassinio. Mira principalmente coli, quella vecchia (che  Pola) dallo sguardo avarssimo, la parrucca in traverso, il corsetto slacciato, dimntica di quel pudore che all'et sua  precetto, non pi di lussuria, ma di nettezza. No, non giuoca coli; soffre. E tutti chidono carte, sollecitndole febbrilmente, quasich il loro danno non fosse abbastanza veloce, e si sacchggiano reciprocamente, dissimulando sotto i sorrisi lo strazio e nel broncio la gioia - immbili su quella sedia e in quella stessa passione - finch le candele abbruciando entro le gorgerette, e il primo sole, insinundosi per gli spiragli, annncin l'ora dei galantumini.
+Or chi susurra di poliza? +chi si lamenta di lei? +chi l'invoca? Oh gl'ingenui! Que'valorosi che assaltan la strada con privilegio del r hanno troppo da fare a difnder dai mseri i ricchi, per poter da costoro la moralit, oppure crdono, quali poltici economisti, che soltanto nei cenci pidocchia la corrutela. Bella poi! sar tolto il naturale diritto di rovinarsi, quand'anche ci avvenga in ttima societ, anzi tra amici, cangiando spesso le carte con non lieve vantaggio della tassa di bollo! Ecch! +vuol forse lo Stato mandarci all'asta, lui solo, con quel diavoloso suo lotto? +sarebbe forse la truffa un monopolio governativo? Taci, dunque, Morale, e contntati di rosicchiare le ossa spolpate dalla Finanza. Proibire l'azzardo, val proibire la vita. Nato d'azzardo  il medsimo mondo. Ei ti d moglie e figliuoli; egli, con una capata, ti fa d'uno zero un genio, o d'un genio uno zero. Da lui, le scoperte pi insigni; per lui tuttava la corona d'alloro, che il mrito getta a Gorini, cade in capo a un Palmieri, e la gloria del rischioso Colombo si nmina da un Amerigo. Tanto nella pi meditata elezione quanto in un tratto di buschette o di dadi entra la stessa prudenza. Trenta e quaranta, rollina, lotto, maco, son vera vita in compendio.
Come per nella vita non  tutto sfortuna, cos non si pensi che al verde tappeto di Pola non si vincesse talvolta e che anche la dama non ci perdesse talaltra. Ella perdeva anzi spesso, ma raramente pagava. Poca memoria in smili inezie di dare ed avere  cosa da gran signore. +E chi poteva rammentrlene mai, immmore per proprio conto della serale accoglienza inalterabilmente gentile? +Non rano forse compensati fintroppo, i pveri sori, dall'assettare i loro plebi deretani sulle stemmate sue sggiole? +dal salutarla in istrada, invidianti i compagni? +dal sedrsele al fianco in calesse, sentndosi dire: mon cher? +dal potere perfino, entrando in un affollato negozio e cavando da un portafogli un conto di lei e de'propri denari, esclamare: "la principessa tale mi manda...?" - Poich a strofinarsi attorno la nobilt, come attorno l'ingegno e le marmitte, qualchecosa sen piglia; mssime dalla nobilt di fcile sdoratura.
Senonch, una mattina, giusto nell'ora in cui la notte depone il suo nero mantello nelle mani dell'alba, incontri il mio Silvio, pllido, turbatssimo. M'avano detto, in prima sera al casino, com'egli avesse perduta una grossssima somma, e ben si capiva dall'aspetto di lui che non avala riguadagnata.
"+Donde vieni?" gli chiesi.
"Vengo... vengo dalla principessa," risposemi farfocchiando. Ma stavolta quel nome non gli adulava il palato.
E, davvero! in materia di forca, tanto strozza la seta che il cnape - tanto serve Repbblica che Monarcha.


SCENA QUARTA


[vedi figura la_de_02.gif]

Amico!

+hai mille lire di pi? Se non le hai, tralascia pure di lggere questa mia e fanne un'oca pel bimbo; se s, abbi pazienza di arrivarne la fine, ch forse me le presteri.
"+Come?" io ti sento esclamare. "La selva chiede ombra al deserto, la torcia al mccolo cera, aqua il pozzo alla secchia, sale il mare al postajo!" Cos , caro. Da Mida in poi, non fu ricco pi di m miserbile.
Ch tu gi sai con qual madre mi abbia punito il Signore... mio padre. Straricca di casa sua, la potrebb'ssere quanto moltssimi dei cos-detti signori pjono; potrebbe avere cavalli, palchi, palazzi, villeggiature e fare insiem pentolino. Eppure, no. Ella  ancor l, affaticando per mantenersi nella miseria, dalle quattro della mattina (quasich indispensbile alla levata del sole) fino alle nove di sera, da quando impugna la scopa a quando smorza la lampaduccia di puzzolente petrolio - in mezzo a quel suo fndaco antico dove ogni cosa  fuor-moda salvo la lucromana, tanto antico che la mostra dai pccoli e trbidi vetri divenne un reticolato di piombo e la ditta, clebre gi fra i ragazzi della contrada per le sue pitture a olio e per i pnduli pacchi delle finte candele alternati coi lignei pani di zcchero, s' fatta un sol nero n pi n meno delle due effigi del turco e del cioccolatiere, emriti portini;  l ancora, dico, fra i barili di Mlaga e le casse di melarance, fra l'odor del sapone e della noce moscata, a quel banco, dove, cinquanta e pi anni f, assisteva presso sua mamma (altro divolo di traffichina) al far-su dei cartocci e degli avventori;  l con quel suo viso scaltrito, color caff Portoricco, rugoso al par di un fico di Smirne, dal nasetto fiut'aria, dai piperini capelli e dai mobilssimi occhiucci, vendendo sempre al minuto per guadagnare all'ingrosso, rubando colle bilance e le frttole, dividendo poi ne'riposi i nuovi quattrini dai vecchi, destinati quest'ltimi a chi avanza da lei - in una perpetua ostilit col pvero galoppino che pi non s rggersi per le troppe facende e il sottilssimo cibo - eppure, intascando, a suo mezzo, le mance - n serenndosi in volto, nelle pi ntime gioje del gabbolare, che quando o un domstico parte con una libbra di ndici once o un bimbo con una "pralina" di meno sulle sei comperate.
Come del resto, con tuttoci, non sfllino i sui clienti ti parr forse un enigma. Pare, te lo confesso, anche a m. Non vi ha infatti bottega dove si paghi pi caro uno pi scellerato servizio. Madama, inoltre, non d mai un regalo n un aggiuntino a qualsisa avventore, e neanche d quanto men costa e talora pi vale, una parola graziosa, anzi, non appena ci possa, contraddice ed insulta. Pur tuttava, +che vui? La insegna del Battistone  antichssima, assi pi di molti blasoni; i figli v'han sempre accompagnato i papp; fu sempre dessa la strada; e la stessa apparenza del fndaco - mssime oggi in cui il droghiere si atteggia a speziale e lo speziale a dottore, mentre il dottore vuol spacciarsi a filsofo, come questi a telogo e quest'ltimo... a Dio - la stessa apparenza, dico, del fndaco  s schiettamente, classicamente "drogaja" da innamorare i fedeli delle cose men nuove, che fanno i due terzi del mondo. Al che aggiungendo la fama di un incrollbile crdito e la medsima zotichera di coli che st al banco riputata da molti "un'onest legata alla rstica", cominceremo tant'io che t a sgroppire l'enigma, sciolto poi se si osserva come la nostra signora commetta le sue infedelt cos in buona fede cos onestamente, da frodare al frodato anche il diritto del lagno.
E pazienza fin qu! Basterebbe ch'ella lasciasse l'avarizia - questo legttimo furto - in bottega, e risalendo negli ammezzati dimenticasse di ssere inscritta nell'albo dei commercianti, per ricordarsi di sserlo in quello di un pi gentil sesso. Ma, signori, no. Chiude le imposte del magazzino ogni sera, non quelle della cupidit. A sentir lei, mncale sempre quel tale soldo per quella tal lira,,  per non dice che lira di che migliajo; e, non potendo altrimenti, mentre d a tutti del ladro, ruba a noi, a s stessa.
E, davvero, chi viene a trovarci la prima volta  quasi tentato di menar buona a mia madre la sua eterna querela di povert. Tu invece vedri, se ci vieni, come dai ricchi s'impari a fare il pitocco. Quanto da noi non  rotto,  sconnesso. Un mbile pericolante, piuttosto che incomodare il suo sangiuseppino chirurgo, lo si getterebbe sul fuoco, come, piuttosto che consumarla, si lascia consumarsi la roba. Vedri la cucina far quel terrore che ti dovrebbe la farmaca, minaccindoti il rame verdssima morte, ragione per cui no 'l s'adopra; vedri, anche in sala, ammucchiettarsi la spazzatura, ch, gui chi la tocca! finch la padrona non l'abbia inventariata col cribro. Difatti, nel di lei catechismo di economa domstica leggo fra l'altre gemme, che "ogni cosa vie'a taglio come l'ugne per l'aglio" e che "massaja deriv da ammassare." E cos, ella tiene socchiave un vero refgium peccatrum, una raccolta di tutte le brice beccate-su in casa o in istrada, dalle teste di chiodo ai gocciolotti delle candele, dai fiammferi usati ai suggelli di ceralacca, dalla cnere degli altri focolari alle penne che le rstano in mano nel contrattare i non comprandi pollastri.
Pensa poi agli uccelli di questa gabbia malprovveduta! Non che si pretenda al pinocchio, al superfluo: - gi si s che per noi la campagna  il giardino municipale e che il teatro non ci si apre se non nell'"ora dello scapellotto" o coi biglietti donati, quando per la signora non li abbia potuto esitare; quello che manca  il miglio. Oh vedessi le cere di babbo, della mia Bea, del nostro Brogino e della cos-detta servit, tutta compresa in un solo donnino alto una spanna! Sono rapa, son sego. Poich de'capponi di sopraffitto non ci fan sangue che quelli morti, invenduti, d'inedia, come del manzo domenicale non conosciam che la giunta e della luta cantina il sol pozzo. Ma, anche su ci, la signora ha i sui bravi aforismi, che cio "il vino, quanto pi si f vecchio, tanto pi si f buono, mentre, se lo si beve, pi non diventa n l'uno n l'altro" e che, del resto, "grassa cucina, malanno e medicina." Raro intanto, quel d, in cui ci si levi di tvola con il ventre men stretto di quando vi ci sediamo. Essa ha bel ingozzarci di pane raffermo, ha bel condirlo di strapazzate; si mangia sempre, colle posate di argento, fame.
N alla mancanza dell'interno calore compensa almeno l'esterno. Siamo oggi alla met di gennajo. Giurerj, che i nostri termmetri, messi all'aperto, accrescerbbero di qualche grado; tanto che a volere scaldarsi ci  necessario aprir le finestre od uscire di casa. O forni, o carboni, o nime del purgatorio felici! Ma qu mi avverte la casalinga mia madre che "il miglior modo di conservare su di un camino la legna,  quello di non accnderla o di spgnerla tosto" aggiungendo, che "con un s smplice mtodo, senza mai spesa di spazzacamino si ovva ad ogni percol d'incendio."
E gui se suo marito, mio babbo, osa non sser contento! Apriti cielo! "Staremmo freschi se lei non ci fosse. +Chi la ricca? +chi la padrona? +chi l'avveduta? lei, tutto lei. +Che sono mai gli Amaretti a confronto dei Cornab? regolizia paragonata col zafferano." Allora, babbo - pvera pesca spiccatoja - gi assuefatto a ubidirla fin da quando pativa da ragioniere sotto il f Gian Battista padre di lei, e che, merc il matrimonio, venne a trovarsi in uno stato di minorit - sbito buci! - riempie la pipa con un quattrino del giornaliero due-soldi di tabacco in corda e ritorna, se  d di lavoro, al mnico del macinino del Moca o a crivellar la scoviglia, e se  festa a lggere il suo giornale di quarta mano, che gli descrive i vantaggi del quarantotto e della cacciata degli austraci, o a giocar degli a-solo di carte - carte che si dirbbero fette di lardo - compesando lo spasso con il mollo di pane che, nelle solennit, gli largisce madama a pulirle. E se io piglio talora le difese di babbo, ella mi sguarda con sprezzo, dicendo: "tu f versi." Copiar rgiti, per lei  gi poesa. S che alla sera il borsello di bile mi si gonfia talmente, che, m disgraziato, se non avessi una moglie sulla quale sfogarlo. E la moglie, a torto garrita, sintetizza il proprio rancore in una ceffata al Brogino, che se ne vndica tosto sul cane... che f saldar tutti i conti dal gatto.
+Arricchisce dunque per chi, questa donna? Per lei, no di certo. Assidua la flagella miseria, frutto della piena cassa. Ella raduna denari all'nico scopo di numerarli, e a chi le dice che la moneta  tonda per crrere, risponde che  pure piatta per mtterla in pila. E nemmeno arricchisce pel figlio, salvoch creda che i figli nscan soltanto dopo la morte dei genitori, nel quale caso (alla disperazione sia perdonata la sincerit!) m'uguro di nscer presto.
Ma la morale di tuttoci, smmala tu. Io mi sono al maggiore de'grattacapi. Brogino mio cresce a galoppo in statura e ignoranza, due mali che invcano biti e libri. Bea intanto, la moglie, st compilando la sua seconda edizione, bench dalla faccia gi ti parebbe nei quaranta d; quindi abbisogna di medicina e cucina, altre due cose che cstano un occhio. Ma il compassionvole udito di babbo risponde a vuote saccocce, mentre la sordit della madre  troppo fondata sul raziocinio per mai sperarne la guarigione. Trattndosi poi della nuora, se pur ci sentisse, non ammorbidirebbe neanche il "no" col "mi spiace." In casa mia, suocera e nuora fanno concerto come il parlar di Brgamo e il toscano, come Ges ed il papa, come la legge e il regolamento in Italia. - E per, chiedo a t, quanto mi nega la madre e mi ffrono gli usuri. Mnimo  il rischio. Io sono ricco - gi il sai - anzi, ricchssimo. Prestami mille lire.
Il tuo sempre
Bindo Amaretti.


SCENA QUINTA

Nel confessionario.

 la garetta del cattolicismo, lo spiritual lavandino.  all'amicizia ci che consmili localit sono all'amore. Per forma, un farraginoso cassone in noce antica e massiccia, a tr riparti, sculto baroccamente. Difatti, i sui quattro pilastri - quattro caritidi d'ngiolo terminanti in diavoleschi sgraffi s da parer piedi loro - sorrggono un gran lattemiele di nubi, dove gui bttere il capo! prepuntato a visini paffuti, che se non avssero occhi non si dirbbero visi, e nel cui sommo si sdraja un angiolottone dalle gote abbottate, soffiante in una tromba di giudiziale asta per isvegliare o i rimorsi del peccatore o il confessore che psola. In quel casotto si scorge, di spirituale salute, una imgine della crocifissione cancellata in gran parte (salvoch nel ladro sinistro) dall'unto sacro e non sacro della nuca del prete, e di temporale il rubicondo faccione chiazzato di prpora del prete stesso che non vi cape quasi pi dentro. Dinanzi al quale, inginocchiato sulla predella, st un uomo calvo, vecchio e smontato come la gialla livra che indossa - una livra dai penzolanti bottoni e dall'orgoglio semi-sbiadito di passamani ducali.
"Avanti, figliuolo caro," f il confessore in una voce tutt'olio di mndorle dolci e un imbalsamato sorriso, allargndosi insieme con l'ndice e il pllice il colletto sudicelestrino. "Fin qu, tu mi conti peccati del d di lavoro, peccati, diremo, dal becco gentile, i quali, a lavarli, basta l'aqua del pozzo. Fruga... fruga nella pulciosa camicia della coscienza... Ne acchiapperi dei pi grossi..."
Il vecchio parve raccgliersi, intanto che il prete, aperta la tabacchiera, aspirava lentamente una presa; poi, con una trmola voce: s Iddo quanti! ma la memoria  s fiacca!...
"Allora," ripigli il confessore, spazzndosi-va dalla bottoniera la tabaccosa plvere, che andata negli occhi del penitente, obblig questi a starnutare e bttere il naso sul davanzale dello sportello, "allora ti verr incontro io. Tu hai un figliuolo..."
"+ un peccato?"
"Tutt'altro.  una grazia di Dio," e l don Perlasca spiegava sul volto del servo un moccichino tan, fatto pi per sporcare che non per pulire. "Anzi  la grazia maggiore dopo quella della verginit. Nondimeno," aggiunse, smoccolndosi il naso rumorosamente, "gli  appunto dal legno della grazia divina, che si tgliano fuori i peccati pi duri. +Com' dunque, che questo tuo figlio, per cui la eccellentssima padrona tua ha uno speciale interesse, essndosi non solo degnata di assicurargli la vita eterna col tenerlo lei stessa a battsimo, ma anche la provvisoria col preparargli un fiore di cappellana, com', dico, che quel due-soldi di cacio, quel piscialetto, vuol fare rivoluzione?"
"Geppino  ancora un ragazzo. Non ha cognizione. Fu solo, che all'apparir del barbiere del Seminario, ci scapp dalle mani, e... addo o!"
"Non  naturale, non  naturale," disse il pretocchio, dindonando la testa. "Punto primo, a un ragazzo  sempre piaciuto vestirsi da pi della sua et e mssime da abatino. Poi, la vocazione di lui era troppo decisa per potersi ingannare. Qu c' sotto cantina... una cantina di pssimo vino; qu io odoro," e fiut un'altra presa, "il divolo. E non mi sbaglio, ve'! ch, a quanto ci si rifer, t stesso, che come capo di casa, hai il sacrosanto dovere del buon esempio, ti sei rifiutato a mttere il nome in una certa sottoscrizione..."
"Oh don Serafino! bisognava dare una lira. Sono un pvero servo, io, crico di lgna verde. +Non s forse che il pane  cresciuto di due centsimi?"
"Mrito doppio allora. Il mrito consiste appunto nel dare quanto non si potrebbe. In smili casi poi! +Ma e non ti dssero, sciagurato, a quali estremi si trova il nostro miracoloso pontfice, che dopo di avere cavato alla Madre di Dio la macchia e largito gli incalcolbili benefici del sllabo e della infallibilit, , nuovo Cristo, sepolto vivo dagli odierni giudi, che gli fanno tremando la guardia? +ma non ti mostrrono mai, almeno uno, di que'fuscelli di paglia del suo santo giaciglio, che grano per tutte le terre a mantenervi il fal dello zelo, o qualche po'della rggine delle gloriose catene, donde effrvono gl'indelbili inchiostri dei di lui difensori, oppure qualcuna di quelle scaglie di pietra del crcere suo, in cui si afflan le spade che ne saranno la chiave? +E se tu ci non sapevi per ignoranza crassssima, non ti bastava l'argomento del nome a capo di lista di S.E. la tua signora padrona?"
Il servo sbass la testa mortificato.
"Ma passi ci. Quell'ngiolo d'una signora duchessa, che arriva, al pari della Provvidenza, a tutto, ha firmato lei stessa per t, sopra le mance che ti si danno a Natale. Mira tu qual padrona! E passi anche la scappatella del nostro Geppino.  ancora un ragazzo - come ben dici - e noi, sapendo da quale parte vanno pigliati i ragazzi, st di buon animo, gli mozzeremo il ciuffetto. Avanza tempo di fargli, non soltanto la chierca, ma di cambiargli la zucca di sana pianta. Quello per che non passa..." e qu la marmellata vocale di don Serafino abbruschiva, "n passerebbe neppur tra le gambe del gigante Gola..."
Il vecchio lo guardo ansiosamente.
Il sacerdote rimase un istante in un minaccioso silenzio, poi: "+Hai anche una figlia, vero?"
"S, riverenza," mormor Mansueto.
"Faccio una tale domanda, non vedndola mai n a dottrina, n a confessione. E, pazienza ancora! Ma noi sappiamo che or si marita con..."
"Oh sapesse com' innamorata!"
"Il slito delle ragazze. Un'ombra d'uomo e son calde. Ma l'importante st nel coli. Ogni buona figliuola dee innamorarsi con gli occhi de'sui genitori +S'innamor essa co'tui?"
Il vecchio titub, e: "Certo, l' un bravo..."
"+Bravo?" interruppe il ministro di Dio in un tono di voce che non era pi neanche sciroppo di pomi inagrito ma aceto perfetto. "+E osi t proferire una s nera bestemmia? +Pui chiamare t bravo, uno che f, non dico a combttere, ma a predonare gli altari, insieme a quel tale dei tali, di cui tacio il nome perch ne cadrebbe il cielo del confessionario e allora dovri ribenedire la chiesa; insieme, a quel tale dei tali che vorrebb'ssere lui il nuovo papa, mandando il vecchio a vangare e mettendo in vndita noi a metri cubi, come si fosse letame - a quel filibustiere felice, a quel r insomma della repbblica, che colle mani pollute da tanto sangue di mrtiri e da tante sgrammaticature, intasca magnanimamente... la fame dei poveretti? Oh qu non ci ha dubbio! Il testo  preciso: maledicti runt filii filirum turum usque ad centsimam generatinem. I tui figli saranno tutti bastardi, spidi tutti e basilischi! Ma gi il flmine brntola nelle mani di Dio impaziente di uscirne, mentre l'esrcito di Satanasso gi soffia nell'immensa Geenna... Hai bel aumentare i tui tiraflmini, o stolto! hai bel associarti contro i decreti del cielo!... Patatrac!... Senti che odore di solfo... No, no... io non posso concderti l'assoluzione. Corre pena di maggiore scomnica."
Il vecchio geme'di terrore.
"Per cui, vedi," continu il pretacchione, calmtosi alquanto e tergndosi con la pezzuola il sudore, "a quali rischi ci esponi. Proprio jer l'altro se n' discorso colla signora duchessa. Eravamo nel salottino amaranto, grogiolndoci al caminetto, post prndium," e qu don Perlasca rutt, forse in memoria del pranzo, "e inneggiavamo, s'intende, al nostro immortale gerarca, che ben si potrebbe chiamare il Santo dei mille dolori, domandndoci insieme le cuse della moda presente d'irreligione; e cos, passo a passo, eravamo venuti a parlare della immoralit delle classi plebe, quindi in particolare della servit, e finalmente... di t. Pvera eccellentssima dama! Faceva piet. Poich ella tiene per t e la tua famigliuola una rarssima deferenza. Non altrimenti potresti dormirla s spesso in anticmera, e pigliare la sbornia. Eppi! basta pensare quante paja di calze d a ripedulare a tua moglie e quante sottane a stirare a tua figlia! Senonch, prima della carit, vien la fede. Dio tenga lontano quel brutto caso di scndalo di cui or dicevamo, quel matrimonio, anzi concubinaggio, ma se il caso avvenisse - poni ben mente! - la tua signora padrona, per quanto di cuore, sarebbe costretta da pi sacri doveri a cancellarti dal suo servizio e dalla vicina pensione. E ora, +dimmi, o imprudente, cacciato da una s nbile casa com' casa di Stabia, chi mai, se ne togli il divolo, oserebbe aprirti la sua? e, pur ricorrendo a un ospizio, o mio ferro di scarto, trvamene uno, se pui, in cui non si effonda la soave influenza della nostra signora duchessa!"
"Oh i mii figli! " singhiozz Mansueto.
"Dunque, se ti prmono un po'questi figli, se non intendi di offndere Sua Eccellenza e Dio, devi darmi parola..."
"S," disse il vecchio colla voce strozzata.
"Ma, +n'? parola di buono, non da mercante o da deputato, parola dinanzi al Cuor di Ges e alla Madonna di Lourdes, che Geppino andr a prete e Giannetta non a marito."
"S... s," ripet il servitore col fronte sul parapetto.
Don Serafino Perlasca rimase un minuto in silenzio, guatando quella lcida nuca a di lui discrezione. E para il conte Ugolino sul teschio dell'odiato Ruggeri.
"Allora, figliuolo," riprese con un risolino tra il soddisfacimento e lo sprezzo, "giacch mi sembri pentito,,  al patto che abbiamo fermato, e anche al patto di recitare con contrizione per qundici giorni alla fila due credi, sei pter, dieci ave, ndici gnus, ddici gloria, trdici rquiem, oltre di mortificarti nella pietanza e nel vino... ego, auctoritate Jsus Christi qua fngor, absolvo t ab omni vnculo excommunicatinis, suspensinis et interdicti, si quod incurristi, quntum ego pssum et tu indges - (ei s'era tolto la teologa di capo e messo a trinciare negli occhi del penitente cabalstici segni i quali in orgine dovvano forse rammentare la croce) - deinde ego te absolvo a pecctis tis in nmine Ptris, Fili et Spritus Sancti. men. V pure." Ma come il pvero vecchio, rialzndosi tutto balordo e fregndosi colle due mani le lgore ginocchiaje, rimaneva l curvo - curvo per il lungo costume, qual chi v in cerca di funghi: "Ricrdati," aggiunse, "di presentare la mia umilssima servit a Sua Eccellenza donn'Elda, e ringrziamela tanto pel mazzo di beccafichi."


SCENA SESTA

La chioccia dei letterati.

"Favorisca di attndere. La signora st cercando una rima, e non appena l'avr trovata, sar da lei." Cos disse con prosopopa un domstico in cappa nera e fedine, introducendo Giacinto Umilt in una gran sala, ed aggiunse: "segga pure, se vuole."
Rimasto solo Umilt, rimase anche in quello stato d'impacciatura di chi, la prima volta,  in casa d'altri, principalmente di un pvero in una dimora di ricchi,, quando, assuefatto alle gelate nudit di un intnaco, trvasi intorno pompose tappezzere abbarbaglianti di dorature e alitanti un tepore di serra, e sotto le suole, rse dalla cirossa, un denso vellutato tappeto. Rimase l immbile, su gambettucce dir letterarie cio un poco guerce, col suo manoscritto dal roseo nastrino in mano, mirndosi imbarazzato le unghie che gli crescvan dai guanti e sentndosi bttere il cuore celermente. E infatti, +dov'era mai? Era in quel luogo, suo lungo deso, anzi suo sogno, ma che, per quanto si fosse sforzato a raggingere, ava sempre veduto a tiro di telescopio,,  in quel salone famoso, bigattiera di geni, donde uscvan le leggi e le sentenze della gran crtica e si schiudvano o si riempvan di nubi gli orizzonti della poltica,,  dove si gonfivano i mntici del giornalismo,,  dove, in mezzo al fumar de'turboli e il modular degli zfoli e tra uno sbadiglio e un sospiro, si smattonava una riputazione di contrabbando (leggi, non della cricca) o si scoprvano di quando in quando, fra la paletta e le molli o nello scopare la sala, i grand'umini; egli era da quella baronessa Caprara che dava fama e toglieva la fame, detta perci la portinaja della celebrit, la pitonessa del gusto, la chioccia dei letterati... E l sembrava a Giacinto di ermpere gi dal suo uovo.
In quel salone incrocivasi curiosamente un odore d'incenso che aliava da una prssima chiesa ed uno d'arrosto sorgente dalla cucina. Giacinto aspir quest'ltimo con volutt, sentndosi galoppar le budella. +A che grado mai di cottura poteva sser per lui quell'arrosto? per cui si volse a ragguagliare il suo oriuolo, dico la pancia, al pndolo del caminetto (rappresentante in bronzo dorato la nscita della Poesa al suon della lira) e insieme scorse, con un sussulto, nell'ampio specchio l'apparizione di un viso incorniciato di una zzzera negra, astiosa del parrucchiere - un viso gialliccio, a crespe ed ammaccature, dagli zgomi in fuori e dagli occhi in dentro - ch'ei riconobbe, con un altro sussulto, per suo.
In attesa peraltro di pscersi il ventre, cominci a pscer la vista gironzando la sala; e, camminando pi sffice che mai potesse, bench veramente non ci fosse percolo che le ciabatte di lui scricchiolssero, si diede a osservare, innanzi tutto, i quadri. I quadri ran pochi, ma significativi. Due grandi, di romanzesco argomento; il primo, cavato dall'Orlando Furioso, la dimora del sonno; il secondo, dal Don Chisciotte, Rocinante y el ruco, che si fregvan le schiene con tale amico entusiasmo da mttere in pelle, a chi sol li vedeva, il prurito. Due poi di mole minore; uno, di tema ortolano, raffigurante verdure d'ndole rinfrescativa come rape, malve, lattuga, aspragi e zucche,,  l'altro, di venatorio, un mucchio cio di lepri, conigli, merli, oche, barbagianni, capponi - dipinti morti s bene che parvano vivi. Senonch, ci che attraeva ogni sguardo era il ritratto a mezza figura della stessa padrona di casa - donna Eugenia Caprara - in costume di Saffo, con una ghitarra sull'anca, un rtolo in pugno e coronata la testa di quelle foglie gloriose "di cui ricca ne v la gelatina." E Giacinto la fis avidamente, compitndone il volto, grassoccio di floscia bont e sorridente a s stesso, e pi fisava, pi il cuore gli si rinfrancava, mentre gi gli pareva - allucinato dalla speranza e dall'appetito - che il cndido velo di lei si mutasse in tovaglia, in menu il rotoletto, e che sotto l'alloro comparisse un tacchino.
Il che versando nuovo olio nel lume del suo semispento coraggio, permsegli di esaminare pi davvicino e al minuto gli arredi di quel salone. E os allora scoccar perfino un buffetto alle teste pelate dei chinesini di porcellana che ornvano il caminetto e acconsentvano al mnimo soffio, poi, fttosi al pianoforte, sparso di msica appositamente scritta pel tonno, avanz temerario la mano in un grosso quaderno che ne aggravava il leggo. Era l'pera - o come vola il suo autore - il romanzo di acstica, intitolato "il grand'orso preistrico", cio dieci atti di fiasco, tra i fiaschi il pi colossale che fosse mai stato impagliato in casa Caprara,,  un'pera di cui la tesi ran gli effetti di una morsicatura arrabbiata e il dominante motivo l'asma, ma nella quale il maestro, al dire di chi s'intendeva, ava dovuto sudare una indiavolata fatica per combinare note che stssero in contrappunto perfetto, senz'ssere msica,,  un'pera inoltre, ricca di prefazioni, note, avvertenze, crtiche e controcrtiche, in cui Hans Hnschen, autor loro, enumerava le cuse filosfiche e striche del mtodo suo e del vittorioso insuccesso, scrivendo fra l'altre cose, ch'egli s'era proposto di cancellare con la sua lgebra armnica tutte le illgiche puerilit che ai tempi di Rossini e Bellini e simili effeminatori si chiamvano arie, duetti, terzetti e vieva. E, naturalmente, quest'pera recava nel frontespizio la baronale corona e il nome della Caprara, ch la nbile dama, in quella prima e ltima sera del fiasco, ava sciupato, applaudendo, quattro paja di guanti per ottenere l'onore di farsi urlar col maestro - generosssimo atto, che vala un... - e incoraggi il nostro Umilt a sfiorar colle dita la scoperta tastiera, trandone fuori un... - sol-do.
Ch, come ho detto, il coraggio ripullulava in Giacinto. Sstole e distole gli ran tornate in perfetto equilibrio. Dal pianoforte - dopo una pccola sosta ad uno scaffale sul quale scopr con assi meraviglia un volume dei Promessi sposi in istretto colloquio con un dizionario italiano-francese - and a fermarsi al tavolone di mezzo, al trpode cos detto (volgarmente, trepiede) nel centro di cui un gran mazzo di fiori di carta che paran di pezza si ergeva da un mucchio di manifesti di societ di mutua ammirazione e di seccature pel prssimo, di buste di lttere dai laudativi indirizzi, di opscoli e libri e giornali, tutti di un solo colore (cio il bl-sdicio della padrona di casa) e, torcendo la vite del collo verso una coppa, stette a occhieggiare i biglietti di vsita di tutte le celebrit delle ltime ventiquattr'ore - borsajoli in carrozza, improvvisatori felici di versi altri, cmpera-voti-per-vnderli, umani usignoli, artisti per amore del nudo, tinche e trotelle da inchiostro coi pescicani lor crtici... - finch, drusciata timidamente la palma sull'imbottito di una vicina poltrona, fece uno sforzo e vi siedette su 'n ngolo.
Di dove, godtosi alquanto l'inslito mrbido, si arrischi ad allungare la mano ai moltssimi libri sparsi sul tavolone. rano libri di tutta attualit. C'era "del vacuo infinito", filosfico saggio attribuito a Wagner, e "del paludamento imperiale sui nani", archeolgiche considerazioni dedicate a...; c'rano i romanzetti d'alcova d'alcuni mssimi nella Illetteratura, e, per converso, assi tomi della "raccolta pel seggiolino del buco", una raccolta che gi comprendeva a quell'ora Il biscottino di Novara, ossa il premio della docilit, storia patria,,  L'insalatina, novella contemporanea,,  La caduta del primo dente di latte, poema pico,,  gli o o, versi infantili, April dolce dormir, madrigali e stornelli,,  La fede di miserabilit e Il risparmio del sale, manuali per l'onesto operajo,,  L'ora delle galline osservazioni d'igiene,,  Brodo del Seminario scene del medio evo,,  oltre gli studi "sul capponarsi" e "sul far lattovari e semate." "E fra poco, anche tu," fe'Giacinto con una occhiata paterna al suo manoscritto, "anche tu siederi al convito della intelligenza, ed io a quello del cuoco." Dicendo il che, s'era messo a sfogliare un grand'albo dai dorati fermagli. Stvan nell'albo i ritratti in fotografa della pi parte delle suddette celebrit. Caso strano! para soffrssero tutti di feroce emicrania, almeno a guardarne le pndule teste poggiate con s stanco abbandono alle palme. Questo per proceda dall'ssere stati sorpresi nella mezz'ora dell'ispirazione, ed  anche per questo se molti si ran lasciati fotografare in bito tanto alla buona, anzi qualcuno in mniche di camicia e qualch'altro, principalmente tra i gazzettieri, in pouf. +Non era un segno, del resto, che in quella casa Caprara vivvasi in confidenza? Sul che Giacinto Umilt incominciava a trovarsi un po'men male abbigliato.
Quand'ecco, uno squillo di elttrici campanelli, e quasi tosto l'aprirsi di un uscio. Giacinto si alza impallidendo e cerca di combinare la maggior piegatura di schiena colla minore probabilit di strapparsi lo strozzatssimo frac.
Senonch la baronessa... non era. Era invece una zuppa,,  dir meglio, a scanso di equvoci, era un servo con un vassojo d'argento e una scodella piena fumante di zuppa, ch'ei deponeva su un tvolo.
E Umilt risiedette, posndosi il manoscritto sulle ginocchia e sbadigli lievemente.
Ma, nel medsimo punto, dalla porta a riscontro, entrava la mangizuppa. Entrava donna Eugenia Caprara con un far di pretesa, incedendo sulle otto molle, tutta di bianco appress'a poco come il suo ritratto alla Saffo, salvoch in mano, al posto del rotoletto, tena una penna di cigno, ed in capo, invece della corona d'alloro, le papigliotte.
E Umilt si rialza con pressa. Il manoscritto gli scvola dalle ginocchia. F per raccrlo di terra, si sbassa un po'troppo, egli sfugge... Gli sfugge cosa che riprnder non pu.
Addo arrosti! addo gloria!

SCENA STTIMA

Due buone mamme.

L'rgano rumoreggiava le ltime note della benedizione e para un temporale che si allontanasse. Lo spettcolo per le tasche vuote era finito e i chierichetti si affrettvano a spgnere i mille cerei che facano del palco scnico dell'altar maggiore un vasto incendio - tutta indispensbile luce per mantener la gente all'oscuro. Si udiva il fracasso delle scranne di paglia, che, appena sgmbre, ran rapite e accatastate, e il trascicare delle ciabatte di chi usciva dai panchi e i pccoli scossi della bolgetta dello scaccino che chieda pei pveri ai pveri, aprndosi insieme la strada ad ingiurie contr'essi. Donne per la pi parte. rano vecchie dall'uomo a Dio discese, venute a pentirsi di non aver commessi in giovent abbastanza peccati o a pentirsi - carit sopraffina - dei peccati del prssimo, intanto che qualche ladro le alleggeriva della vanit della borsa, oppure venute a stabaccare incenso e a pregar la Madonna di un marito o di un terno, o se non altro, di un accidente al padrone, salva l'intera pensione; rano givani aspettanti nell'ombra la conosciuta mano e il profumato biglietto o cercando qui sospirati contatti che loro il giorno negava. Da ogni parte si avanzvan le tnebre, si accumulvano, si addensvano. Le buge delle pietre tombali non si potan quasi pi lggere. Paran le vlte innalzarsi. I preti rano usciti: cominciava a entrare il Signore.
Ed io, in una potica melancnica stasi, stvomi ancora appoggiato al monumento fastoso dentro di cui continuava a marcire una nota conciliatrice del r e sul quale due statue velate abbraccivano un'urna. +Copriva il velo il loro pianto o le risa? +era l'urna di cneri o d'oro?
"Signorino..." fe'una supplichvole voce dietro di m.
Mi volsi: vidi la siloetta di una poverssima.
"Signorino," ella ripet incoraggiata dal mio pietoso silenzio. "Noi siamo in quattro... a morire di fame."
Senti al cuore una stretta. Perdonate; ero ancor galantuomo; ero in quella fortunatssima et (chi dice stolta) in cui la nostra bont ci f parer tutto buono e il nostro appetito tutto pien di sapore, quando ci domandiamo con meraviglia a che tante leggi e manette e facilmente l'amore ci si sfoga dagli occhi, n mai ci pare di entusiasmarci, di crdere mai abbastanza.
La vecchia ripigli: "Lei, signorino,  buono. Non mi ributta prima d'avermi ascoltata come fan tutti. E, forse, la colpa  mia, che non so ancor mendicare. Ma  il primo giorno che chiedo. Imparer." E, continuando in un flbile tono (dovri anche dire, con un fiato di grappa, se in verit ci avessi fatto allora attenzione) la mi cont, - intanto che ci avvicinavamo alla porta del tempio, non so se tenndo io dietro a lei o lei dietro a m - una semplicssima storia di sventure (e quanto pi smplice, tanto pi commovente) come cio ella fosse vdova di un probo impiegato - il suo pvero Pippo - cesstole improvvisamente e con lui lo stipendio e il risparmio, e lascindola in una ignota citt, priva di amici perch con bisogno di amici, ella e le sue tr figlie, tr bellssime bimbe dai qundici ai diciotto anni. Ed esse avan cercato lavoro, ma il lavoro non abbonda alle oneste. Avano implorato la carit parrocchiale. La parrocchia non pota dar ci di cui manca. L'avano chiesta alla Congregazione pia, e dopo cento vai-vieni, sppliche, aspettative, rano giunte a ottenere venti centsimi al giorno in quattro, tanto da poter crepare affamate coll'bbligo della riconoscenza. E tutto avano esse venduto; non rimanvano loro se non gli occhi per pingere. Oggi poi, il martello della necessit ava picchiato pi aspro al loro uscio: la minor figlia, la Nina, era caduta ammalata a far compagna alla Polda, e perci la pvera mamma - scesa la notte a celarle il colore della vergogna - s'era recata in chiesa, sperando che ivi qualcuno venisse, non solo a dire, ma a fare il bene. Ahim! il ragno tesseva sulla cassetta della Elemsina!
E, mentr'ella dica, la compassione mi guadagnava di parola in parola, mssime per il raffronto tra lei e la madre del monumento, la principessa gloriosa dell'impudicizia figliale. Ch l'umiliarsi di questa a stnder la mano per amore di Dio, sembrvami nobilt doppia del ricver dell'altra per amor della figlia. E qu pensavo come recarle soccorso, e sommando gli scarsi quattrini della minorenne mia borsa, facevo il conto di quanto potesse valere il mio oriuolo e l'urea catena e poich mi para che valsser ben poco a paragone del desiderio, vi aggiungevo la spilla di perla e l'anello e i bottoni, e, non contento di ci, sospiravo all'usura.
"Oh se lei si degnasse di venire con m, signorino," aggiunse la vecchia, "vedrebbe che cos' la miseria!"
"Pvera donna!" diss'io, e la segui.
Cos, dopo parecchie svoltature di strada, imboccammo una viuzza chiusa fra alte muraglie che facvano spancio, dove i radi fanali giungvano appena a mostrare che quello in cui avevamo intoppato era un coccio o una pietra e che lo sfuggicho del piede lo si dova a un topo morto o ad un guazzo, e cos fummo ad una bieca portina, sopra la quale splendeva una lanterna di carta con scritto: "per pochi soldi la felicit."
Ed ecco una turba di monellucci invdere il chiassatello. Il chiassatello ne assorda. rano gli scolaretti-operi che uscvano dalla lezione serale, sfoganti la concentrata fracassosit, quasi graziati dal crcere.
"Barbisa! Pistolfa!" strillrono essi, affollndosi alla porticina "+a quanto i pollastri?... Dammi un chilo di triolfa... un'a-mi-ca d'una lira, Barbisa!" e facano gesti che per fortuna la penna non  capace di riprodurre.
Io m'arresti spaventato e arretri. La vecchia, che gi proceda nell'ndito mi si rivolse con uno sguardo d'invito...
Ma una buccia cocomerina la colp nella fronte.
"Ah forche!" essa gemette recando la mano sul cosso.
"Lima! lima!" rispose la ragazzaglia.
Dalle finestre degli ltimi piani svegliossi un pispiglio, un parlotto...
Io mi dilungi ancor pi.
"Aspetta, che ve la dar io la triolfa!" sbrait la megera, ruca ed esasperata. E fece per spianellar sui nemici. Ma perdette uno zccolo.
"Lima! lima!" tornrono i birichini, sibilando e fuggendo.
Ella raccolse lo zccolo e lo scaravent dietro loro.


SCENA OTTAVA

In cttedra.

"Trovndosi di passaggio per questa nbil citt la clebre Sofonisba Altamura del Connecticut, laureata in medicina, filosofia, botnica e astronoma, la quale ha gi commosso, elettrizzato, fanatizzato i pbblici principali del nuovo e del vecchio emisfero, s'invtano i veri amici del progresso sociale, e specialmente le amiche, a voler rnderle omaggio, intervenendo a una conferenza che la illustre Dottrice terr intorno alla pi ardente piaga del giorno, la schiavit delle bianche. In questa conferenza, la donna verr esaminata da tutte le parti, si enumereranno i ttoli sui psicolgici e strici al primato animale, la si torr insomma da quel carruccio di minorit in cui fu messa dal maschio, non tanto per sostenerne quanto per impedirne il cammino."
S, s, donne! L'arrosto pu bene abbruciare quest'oggi, anche senza di voi, e la bianchera sporca rimanere innotata sul suolo. Presto! appendete i vostri puttini affamati al collo dei loro asciutti papp e staccate dal muro le mantellette e i cappelli... "La conferenza avr luogo alle due in un'ula dell'asilo infantile, gentilmente concessa. Prezzo d'entrata, una lira, a tutto profitto della grand'pera della Emancipazione."
Cos dica un biglietto-programma che destramente un amico avami imposto il d stesso dell'annunciato pettegolezzo e che dova aver fatto, a guardarne il color-Isabella, il giro di mezza citt, innanzi trovare il suo goffo. Ma, con m, il goffo c'era. Ch io tengo un fortssimo dbole per ogni gracchione o papagallina di cttedra, mssime quando si tratta di una, la quale, con una filza di sragionamenti - corridi che non condcono a nulla - vorrebbe persuadermi che il sesso di lei ragiona meglio del mio e l arma una requisitoria contro il sesso barbuto, taccindolo di conculcare l'imberbe, come se mezza maschilit non stesse invece a ginocchi, a bocca aperta, dinanzi a queste idolesse; taccindoci poi di mantenerle nell'ignoranza, quasich mai una legge avesse loro proibito il buon uso dei libri e dei sensi, n fosse lor stato al capire altro intoppo da quello all'infuori di un cervellino privo di zpolo e cos domandando a gran grida un invertimento con noi delle parti divise dalla stessa Natura nell'umana commedia, e divise a tutto loro vantaggio, perch, se nostri sono il giorno e la piazza, la notte  di esse e la casa - quella casa che  il cuor del paese, quella notte che gnera il giorno. Dal che vedete, s'io sono poi tanto misgino come parrebbe alla scorza. Io non dimntico mai di aver posseduta una mamma la cui profonda bont faca spesso arrossire il mio ingegno, e non dimntico il bblico de mulire homo. Uomo e donna compltansi vicendevolmente, come il bottone e l'occhiello, come il violino e l'archetto, come il seme e la terra. Potri, ne sono quasi sicuro, pensndoci un poco s, citarvi qualche dozzina di azioni che fanno onore alle fmmine, e in ogni caso, se scrivessi di noi, mi esprimeri assi peggio. Qu tuttava, in questo capriccio di fantasa e in questi cinque minuti, volli vedere pi con gli occhiali affumati del disinganno che non coi rosati dell'illusione - volli - e la mia scusa st in ci, bench non stia il perdono.
Senonch, tornando a'mii polli (che, a dire il vero, sono piuttosto galline) v a casa col biglietto-programma, d la leva alla Delia - una ignorantssima bimba che non s altro che amare, un canarino che mi tien gaja la gabbia, mia provvisoria carssima - e ce ne andiamo, allungando un po'il passo (ch Delia, quando c' da abbigliarsi, spende un tempo infinito, forse per compensare la fretta dello spogliarsi) a braccetto, contenti pi che due sposi, verso gli asili infantili. Ma, come temevo, la conferenza gi volga al suo fine. Ogni punto v'era stato discusso e naturalmente vinto, ed ora, dopo il riposo di alcuni minuti, si attendeva il ripicco della perorazione. La gruccia intanto non ava pi coccoveggia. Sofonisba Altamura se ne era eclissata, forse a cangiare l'ideale coturno colla reale scarpetta.
Dunque, io e Delia occupiamo tranquillamente il nostro sedile e vi ci orientiamo. La maggior parte del pbblico  nude panche. Nel resto, poche vecchie fisionome, troppo appagate per avere pagato, e quasi tutte in iscuffia e tutte della slita biscottera.
Ch, per esempio, c' la marchesa Pola Luzio-Medaglia, quella nana che pare stata anni in una infusione di tabacco del Moro, e che gira con un far da padrona la sala, perch fu lei la promotora dell'adunanza. La marchesa  delle pi assidue acculatrici di tutte le panche scientfiche e letterarie della citt, donde nutre la sua enciclopdica ignoranza e per ha l'ntima persuasione di ssere una gran letterata, tanto pi che impiega annualmente una somma in inchiostro, in mazzi di penne, in carta netta e sdicia. Eppure un granino d'ingegno lo ha e lo mostra nel guarnir di merletti i propri spropsiti, nello stamparli, per cos dire, in majscole, in ci diversa da molte, che li lsciano crrere come la cosa pi naturale del mondo. Delle quali un saggiuolo  coli che st in quella ztica posa coi gmiti sur il banco, reggndosi fra le rosse manacce la zucca, e che ha capelli "alla Bruto", occhi da rospo, naso camuso e bocca che par contenga due noci. Il suo nome (suo, perch l'ha inventato lei)  Ula di Monteferro, cui nel sottoscrversi aggiunge "figlia del padre Sole e della madre Terra." Ula  la presidentessa della "Societ csmico-umanitaria contro Dio e i sui vice, contro la guerra, il suicidio, il duello, la pena di morte e il matrimonio"; di pi,  cavallerizza, giocatora di pallone, gazzettiera e scrittrice di un centinajo di romanzi e di drammi sanguinolenti come la carta del macellaro. Ma il mondo pu dormire ancor quieto. Fin qu la nostra rinnovatrice non giunse ad emanciparsi che dalla sintassi. Ula, che sfida a improperi la sempreassente divinit, impallidisce al rovesciarsi di una saliera. Ula, che tiene sul tvolo un teschio ed in saccoccia un pugnale, sviene alla vista di un topo. In fondo, ve la consegno per una innocua bestiola, n pi n meno della sua vicina ed amica Aura Percotti, barilotta di donna, dai capelli imbandolinati alla cute e dal roseo visoccio, che sorride giulebbe e gira occhiate candite. Aura  una maestra ispettora. S a memoria e con abbondanza il toscano e la gramtica del Soave, ed  una indefessa collaboratrice in quella raccolta gi menzionata "pel seggiolino del buco", benemrita dell'ignoranza. N c' buona mammina che non aquisti annualmente le commediole della Percotti, dove l'amore par non impbere ma capponato, e le sue Auree novelle nelle quali la diligente Virt non manca mai di ottenere il gran premio e il ragazzaccio Vizio le pacche; tutto cibo che leva le forze, tutto vino che non lascia macchia, tutta scioccggine che si smercia e si loda nel nome di semplicit.
Ma, vh! non giunga tale parola alle dottssime orecchie di donna Apollonia Sgambati e di donna Perla Smeraldi. Sola stoltezza che ammttono queste  la complicata. Donna Apollonia, ad esempio,  la Capa della coalizione nostrana contro la msica fisiolgica a favore della patolgica, e poich donna Apollonia alla i propri principii ad un clebre cuoco, ha dalla sua la stampa e la trib di chi suona. Ch'ella abbia posto per tutti, niun dubbio. Peser cento chili a non calcolare la scienza, e si direbbe una saltimbanca di piazza cui non mancasse che il tamburone. Invece, donna Perla Smeraldi  una scopa in gonella. Costi  l'azzurra, la dottoressa della camarilla - di quelle dame cio, che, essendo al corrente di quanto succede alle fonti del Nilo ed ai poli, ignorano che mai avvenga in lor casa, che conoscendo i nomi latini e la vita d'ogni spece e subspece di tutte le bestie del globo, cmprano antichi gallastri per pollastrelle, che, zeppe la testa di logaritmi, ngoli, lati, equazioni, sono obbligate, per i conti del mese, a ricrrere ai diti della fantesca, che, ritornate da una lezione di fsica lsciano prdere il fondo alla caffettiera per mancanza di lquido, o fresche di una d'astronoma, nel regolar la lucerna, la smrzano.
Oltre le quali, intile dire come fosse nell'ula il slito stormo d'appaltatrici di quella beneficenza a campana e martello ossa pbblica, cui  dovuto se l'eccezione della miseria divenne un mestiere normale - patronesse, ispettore, visitatrici, giracase, seccamalati e vieva, tutte dilettanti-accattone, che fanno la carit coi denari degli altri e la rndono invisa colla intromissione propria, tutte propagatrici di un socialismo assassino dell'individuo e della famiglia - e intile dire, come fra loro spiccasse la nostra Eugenia Caprara, co'sui bianchi capelli a cavaturcciolo, il suo naso pien d'importanza e tabacco e il suo risolino di compiacenza e di protezione, che tradotto dica "nul n'aura de l'esprit, hors nous et nos amis." Aggiungi per che presso lei, a raccglierne il vaniloquio, stava ossequioso un barbuto figuro di cui la faccia para non troppo amica dell'aqua e l'bito della spzzola. Era egli l'nico bue di tutta la mandra - era il primo manubrio dell'rgano loro "il Giornal delle Schiave", - era di tutte lo spiritual direttore. Noto assi nella libricastratio e nella pedagoga, ava, collotorto dell'ltimo gnere, toccato i sommi onor della greppia, sempre attaccndosi alle sottane, prima dei preti, poi delle donne. "Anima cndida!" esclamvano queste. - "Tutto pelo," osservo io,,  "dal parlar dolce!" sospirvano esse,,  "dal putire di capro," io aggiungo. Fatto st, che il professore Tamberla...
Ma qu la marchesa Pola Luzio-Medaglia, che spinga lo sguardo alla rima di un uscio, volge la testa alle amiche, come a dir loro: "viene." Nell'ula si ridifonde il silenzio. Ecco difatti (e Delia dovette recarsi il fazzoletto alle labbra) Sofonisba Altamura. Sofonisba era pi gobbo che corpo e meno volto che gesso; para, parlando, che aprisse non tanto la bocca quanto il naso e la bazza, e para, guardando, che meno mirasse con le pupille che non colle cglia, tanto folte le ava e annerite. Ma, come se i naturali orrori non le bstassero, ella rasene aggiunti pi che poteva di artificiali. Certamente non la peccava ne'sottintesi. Ava indosso tutti i sui ori e tutta la sua guardaroba, un muso di guarniture - orecchini in corallo, collane alla turca, spilloni a mosico con s il Colosso, fibbie  l'Empire, braccialetti barocchi - sparsi su 'na toletta di roba vecchia e scmpagna, che cominciava da un cappellino con piuma celeste e veletta gialla e da uno sciallo aranciato a gran papveri rossi e finiva in una gonna violetta e in un pajo di guanti verdgnoli. "Un vero," come Delia osserv, "arcobaleno smontato."
Ed ccola in cttedra. La si drappeggia oratoriamente lo scialle; la si raccoglie un istante colla mano alla bocca; poi, fra il pi teso silenzio:

"Gi mi pare," o carssime, "di avervi a sufficienza mostrato come la donna meni l'uomo pel naso e sia di tutto capace, rovesciando con un buffetto quel castello di carte penosamente costrutto dai Santi Padri, Aristtile, D'Elci, Giordano Bruno, Acidalio, Buchner... e smili stupidelli, scusbili appena in riguardo al lor limitato intelletto di maschio - sul che, oso dire che di confutazione ne avanza per quanto ci si pu in sguito opporre - e cos parmi di avere, non solo risposto, ma ritornate ai nemici quelle plateali insolenze di serratura in cerca di chiave, di pera senza picciuolo, di tara, ossa giunta dell'uomo, di semovente latrina, di fair defect... e vieva, che si provrbiano contro di noi provando insieme, col numerarvi le nostre eroine dalla Saffo alla Sand, la eccellenza del sesso, donde consegue il dovere nei maschi di abbandonarci senza pi sotterfugi il posto usurpato...
"Resta ora a vedere che si farebbe, se i maschi - alla nostra equa domanda - rispondssero: no."

(Udite! udite!)

"Certo  che il caso venne da loro previsto. Non altrimenti si saprebbe spiegare quel tenerci lontane dalla pbblica cosa, quell'interdirci ogni esercizio educatore dei mscoli, quell'obbligarci, che  peggio, in una spece di sacco, che ne impedisce e nelle ide e nel fatto la libert di procdere. Di pi; tutto il ferro lo sequestrrono essi a tutela della loro paura, fuorch qualche scheggia da noi sottratta per gli aghi n ci lascirono il rame se non avvilito in caldi. Oh bella grazia davvero quel prodigarci i due pi imbelli metalli, dissimulate catene! Per loro intanto, il flmine in polve di Schwarz e le palle generatrici di morte; nostre invece, l'asciutta polve di Cipro e le palle... da rammendar le calzette!"

(Gruppi di risa feroci)

"Eppure - sorelle - un'arma, una terrbile arma, non ce la tlsero ancora - n lo potranno - un'arma, dinanzi alla quale i loro cannoni divntano cialde, e le lor plveri... Sedlitz...
"+Che  mai?
"Ci saprete. Qu st il mio sublime mistero, qu l'uovo da m covato per trenta e pi anni, qu il dolce frutto di tanta amara radice. Ma permetttemi, prima, di raccontarvi il come della scoperta.
"Essa fu fatta come ogni grande scoperta si f. Mi si offerse spontanea quando men la cercavo. Era sera; un dopopranzo. Avo bisogno, perch digerissi, d'irritarmi la bile, mio consueto caff; e per avo aperto quel mascalzone di un nostro odiatore Aristfane (che io leggo in originale n pi n meno di una Dacier) e ripassavo appunto Lisstrata.
"+Sapete voi chi fosse Lisstrata? Una ateniese, che  quanto dire, una parigina dell'antichit; una donna tutto risorse, la quale, imprecando alla guerra civile che desolava la Grecia e volendo troncarla, ava imaginato il pi nuovo e pi efficace spediente che mai si potesse. +Cio a dire? Cio a dire, chiamava celatamente a s le mogli e le amanti delle due parti nemiche e, dopo un discorso che non par scritto da un uomo, tanto  pieno di lgica, le persuadeva e stringeva coi sacri orrori della religione a non far pace coi propri mariti, finch i mariti non l'avssero prima tra essi. E il no delle donne rumoreggi allora per tutta la Grecia. Cos la guerra fu sciolta.
"+Ebbene? +che ne pensate? perch m la finzione di quel malignssimo greco non potrebbe cangiarsi in una benfica realt? Egli l'arma ci addita: preoccupimola. I nostri amici migliori sono spesso i nemici. +Perch non potremmo, ci che Lisstrata fece per amore di tutti, ripeterlo noi per amor di noi sole? Non c' uomo cui manchi un po'di gonnella alle coste; non c' donna, che, oggi o domani, non paja bella a qualcuno. Ora niente per niente. +Intendete? - Nulla da noi finch i nostri tiranni non ci domndino, supplicando, di sserci schiavi"

(Principio d'applusi).

"Senonch," seguit Sofonisba, "l'ntima essenza de'maschi  la menzogna; ch non per altro hanno inventato quel solennssimo inganno del giuramento. Giove, secondo loro, ex alto periuria rdet amntum - et jbet aelios rrita ferre Ntos. +Chi di noi non ne ha fatta lagrimosa esperienza? Dee un minuto prima, un minuto dopo s' bestie... +E allora?"

(Frmito d'attenzione. Anche Delia occhieggia la strega attraverso le stecche del ventaglio).

"Allora, o donne dei due emisferi," tuon quella furia con un trgico gesto, "vendetta! S, orrenda vendetta! La cucina  in man nostra; in nostra mano  la vita dell'uomo. Io gi aspiro con volutt l'acre fumo de'boleti agrippinei; odo gi l'unghie grattar verderame; odo i pestelli ne'bronzei morti acciaccando cantridi e gommagotta e vitriolo e scorpioni. Che ogni fornello di guardaroba si converta in un trpode d'cate! che la virt dei fiammferi si colleghi a smorzare! che tutti i veleni delle nostre toilettes pssino nelle pance maschili! Giammi la benzina avr ntta una macchia maggiore. La gran notte  venuta, la grande ora scocc. In mille fuliginosi camini si appicca casualmente l'incendio. Ogni spillo ha tolto di mezzo uno schioppo, ogni sputo una crica. Si propgan le fiamme; gmono le campane sotto il martello incessante, e alla lgubre luce, vedi i padri fuggire facndosi scudo dei figli. Ma invano! La spina del maschil sangue  strappata. Cola il sangue a torrenti, si eleva, si eleva, e tra lo scoppiar del petrolio e lo sfasciarsi degli edifici e l'urlo di chi s'affoga, l'inno s'innalza della Vittoria, che annuncia: spento  il mal seme d'Adamo. Eva s' riscattata."

E qu la megera taque, anelando. La libdine della strage scintillava negli occhi di lei e negli occhi delle sue vecchie uditrici. Ella taque e un battimani echeggi. Da ogni parte si accorre alla cattedra n l'oratora ha mani bastanti per tutte; si grida "brava!", si svntolano i fazzoletti e il professore Tamberla, entusiasta, le offre... un cartoccio di caramelle di pomo.
Io tenti nel braccio di Delia. Delia gir verso m il pi moscadello e innamorato dei visi.
"E dunque?" le dimandi. "Vui emanciparti anche t?"
Ella sorrise e rispose: "Per m m'accontento di starti tutta la vita sotto."

SCENA NONA

Tr ritratti, a figura intiera, grandi al vero.

Al viaggiatore che, per contentare "la Guida", v a visitare la pompa delle miserie dell'ospedale di X, non mai si manca di aprire con una tal quale solennit il salone delle adunanze dell'alto Consiglio, dove i signori Tarocchi della citt, cui  commesso di fare il bene il pi possbile male (precipuo scopo della beneficenza pbblica) riunsconsi mensilmente su mrbidi seggioloni, a guardare per qualche ora i polpacci delle divinit della vlta, finch il campanello del presidente annunci loro che il silenzio  levato, guadagnata la tssera di presenza, e che  tempo, con un unnime voto, di... lasciar crrere l'aqua pel P (e per le caldaje dell'ospedale) o di mttere il "visto" sulla ferocia del mdico A e le ladrere del farmacpola B, facendo quello che secolarmente si f e sottoscrivendo a quanto si trova gi scritto. E c' l pronto un prato di tavolone con un sarcfago argenteo capace d'inghiottir chi v'attinge e una barricata di carta e un mezzo deserto di sabbia e una selva di penne aquiline dalla punta d'oca. Al slito sempre! il maggior apparato di scrvere dove meno si pensa.
Ci che peraltro interessa il colto visitatore non  tanto quel lusso di cancellera e di poltronera, n il Cristo colossale di legno (un Cristo tradito da un nuovo Giuda e messo in croce nella pi indegna maniera) e neppure la Maest Sua di gesso (dico il busto del r, modellato nel gesso, o perch smbolo questo di un costituzionale sovrano o perch cmodo assi ne'repentini passaggi di temperatura poltica) quanto i tr ritrattoni delle tr somme benefattrici di quella malfica baraonda.
E il portiere, additando per primo il ritratto di faccia al Cristo di legno - cupo ritratto dallo spagnolesco costume, in cui di bianco non spicca se non la enorme inamidata gorgiera, smile a un tondo con s una testa mozzata - vi dir che quel bujo e quella patrunia son nientemeno che la marchesa Andegari, moglie di don Ramiro, coronel de su sacra real Majestad, marques de Birbana, conde, visconde, baron... e l un rosario di ttoli, indispensbili a porre un pvero uomo, cui tccano, nel comodssimo stato di non saper pi giustamente chi e'sia. La marchesa st in piedi presso una tvola. Posa, sopra la tvola, una marchionale corona ma ella par rattenerne sulla fronte aggrondata l'incerchiatura. Le contrazioni quotidianamente uniformi de'mscoli hnnole scritto nelle rughe del volto, meglio che non a parole, la fedina morale, e per, avendo l'artista tradito qu la natura un po'meno del consueto, vi si legge alla prima come la nbile dama sia di quelle creature, cattliche molto ma assi poco cristiane, le quali crdono in buona fede di ssere entrate nel mondo per una porta diversa dalla comune. Io imgino che nelle sue stanze fosse un'nica sedia e questa a lei riservata. Dal cadavrico giallo e dal secco della sua pelle la si direbbe nudrita a sol pergamena e dalla rigidit delle membra sembrerebbe impalata - mrtire dell'etichetta - sul rettssimo fusto dell'lbero gentilizio. Intanto il di lei occhio mancino sbircia ad una stella gemmata che le st al posto del cuore, mentre il destro si sbieca vers'un'urea crocetta, che la corrispondente mano - o piuttosto zampa di pollo - impugna. Poich bigottismo e albaga, coteste scimmie del rispetto all'ignoto e della conscia virt, si danno il braccio non rado.  infatti la religione che insegn la vilt agli umani ginocchi. +mile per orgoglio, Caterina Andegari s'era degnata morire nell'bito delle mnache scalze, lasciando loro le non pi sue ricchezze da sminuzzarsi in tante annue doti, al pio scopo di accrscer servi al Signore. N inefficace il suo voto +Qual miserbile per duecentotrentatr lire pu rifiutarsi d'imporre la vita ad un nuovo infelice, quando, per molto meno, gliela torrebbe? Vvano dunque le doti della marchesa! ficchin le sppliche per maritare la propria colla miseria altri!
L'altro ritratto  invece una figura chiara su fondo chiaro. Rappresenta una fresca vecchiotta dal gaudente faccione, abbigliata di un nero velluto che la ricinge fin sotto le ascelle, ma a braccia nude e scollata e con in testa una cuffia bianca di pizzo e sopra la cuffia un cappellone di paglia. Costi  una baronessa del grande impero, Olimpia Ercoliani.  uno di quelli esemplari di donna in istile romano-barocco, cos bene intonate col militare rimbombo de'rossiniani motivi, di quelle bellezze senza risparmio e peccatrici senza rimorso di cui la ricetta s' prsa. Nata in tempi nei quali ghigliottinvansi coi vecchi capi i pregiudizi vecchi, la baronessa ava entusiasticamente adottata l'acconciatura de'nuovi, inneggiando, tra i primi, a quello della fraternit. Troppo bella per ssere casta n conoscendo l'arte del negare, ella veniva assi facilmente all'ltima confidenza, anzi al napolenico "affare di canap", senza che il plline regio le desse mai la nasetta per il plebo. Non sembra per che alla salute le fosse avverso il peccato. Novella Ninon, la baronessa oltrepassava i novanta, non solo sulle sue gambe (il che sarebbe gi molto) ma con tutte le sue rotondit, tutti i capelli ed i bianchssimi denti bench pipasse da turco, con l'appetito di settant'anni addietro e uno stmaco pari,,  e cos era giunta a quel salto nel zero, che noi chiamiamo la morte, avendo ad inalterate compagne le sue inobbedienze carnali e la giacobina spregiudicatura e la pugnace vivacit dai moti di verduraja e dai "mccoli" di caserma, non ricordando altro cielo che que'della bocca e del letto ed in nulla fidando fuorch in Napoleone e s stessa. Non dbito, vivrebbe ancora, se il mdico non l'avesse voluta guarire. E la baronessa, anche lei, ava ambito al pbblico onore dei quattro metri di canovaccio dipinto e perci apriva una "ruota." +Pensava ella forse alle volte che nel giocar l'ambo sortvale il terno? Fatto st, che la ruota gira tuttora, imbastardendo i leggttimi e gareggiando col cesso. Cos, Olimpia Ercoliani ha completato il misfatto dell'Andegari. Gi figli senza paura, o sposi dalle duecentotrentatr lire! Malthus abbasso! basta la Provvidenza.
Ed ora, ccoci al terzo ritratto. Questo non  di marchesa e nemmeno di baronessa:  puramente di una Giuseppa Struzzia. Il ritratto  nel costume del giorno. Per quanto il pittore abbia cercato di confinarla, la signora Giuseppa, in una benigna penombra, dissimulndola pi che poteva fra il tappeto di un tvolo e le pieghe di una cortina, se ne vede ancor tanto da stare certi che una delle tr Grazie non . La mssima parte del seno le emigr nella schiena ed il poco avanzato le si svilupp nella gola. Non una faccia,  un naso; anzi, se tu ne avverti il tabacco e il plumbeo del colorito,  una vera boetta. Giuseppa Struzzia ti simboleggia la involontaria verginit.  la figura di una di quelle infelici che la lunga agona di un insoddisfatto appetito esaurisce e dissecca. Ma dalla scuola dei tormentati, i pi feroci tormentatori. Snape e fumo per gli occhi di chi l'attorniava, la signora Giuseppa possedvane uno (e "uno", dico, di nmero) cui non sfuggiva una sol bricia di male e possedeva una lingua che avvelenava ogni stilla di bene. Non s'induceva ad sser teco gentile, se non per mostrarsi indirettamente villana con m; e quantunque tenesse la propria vita per un nico dente, pur ne teneva abbastanza da insidiare all'altri. O t, cieco nipote, +a che strngerti il pane per adular di leccornie il suo irriconoscente palato, festeggindone o il nome o gli anni, un nome che mai non ebbe per essa diminutivi e degli anni or sfrondati da ogni promessa di frutto? E se, nondimeno, ti ostini nella fatua speranza +o perch allora pompeggiarle negli occhi l'insulto della tua fresca sposoccia e della tua nidiata di bimbi? Non  l'oro soltanto che si ammucchia da lei, ma la bile; n la bile  per indiavolrsele insieme. Muor l'uomo, non i sui odii. Vi ha gente, nota nella pbblica fede, che li raccoglie,,  vi ha leggi che li protggono. Mira bene, o nipote, il funesto loscheggio dello sguardo di lei e il sottile sorriso di quella bocca slabbrata e su tutto quel ceffo l'incubazione omicida di un testamento. +Ma che dico, mira? Gi i pesciolini del sospiratssimo stagno ti lampggiano innanzi, guizzando ver le paludi dell'officiale beneficenza. Completamente tua zia ti bugger. Pi non ti resta che a sentirne l'elogio dalle gazzette. Tua zia avr un monumento: essa ha dischiuso un ospizio alla miseria non tua - alla miseria evocata dalle sue degne predecessore.
Poich le tr illustri benefattrici han voluto eternare la loro perfidia o la loro insipiente bont - il che, negli effetti,  tutt'uno.


SCENA DCIMA

Il fmmino.

" una donna, credi."
"E io ti dico, che  un uomo."
"Ripeto, Scioli  una donna."
"Ripeto anch'io,  un uomo."
"Oh, perdo, se non la , sono io. Aspetta un po'a giudicare. +Lo diresti tu uomo, un coso che si leva alla una - parlo dell'una del mezzod - e st due ore in un abbigliatojo che sembra un negozio di profumiere, imbellettndosi il viso e le unghie, pingndosi le sopraciglia, facendo un processo ad ogni capello, ad ogni crespa della camicia, per poi, ingollata una tazza di quella tpida aqua che chimano il t e spesa un'altr'ora a scgliersi l'bito e ad annodar la cravatta, uscire... a un nuovo ozio? T, vdilo appunto! de cpsula ttus, spandendo una puzzolente fragranza, scollacciato, in calzettine di seta e lustri scarpini (ch non ebbe mai forza di portar stivaletti e tanto meno stivali) coi guanti nmero sei, tr bottoni (n in casa ne  senza), con l'ombrellino per timor della luce e col ventaglio per timor delle mosche,,  vdilo camminare tra il peritoso e il nojato, quasi andasse sulle ova, tratto tratto aspirando una boccetta di sali, fermndosi ad ogni mostra di gale, mssime dove son specchi, accomodndosi allora con un pttine i ricci... E guarda anche! ha un braccialetto. Non gli mncano insomma che gli orecchini."
"Ma io non alludo, gioja, al suo tenore di vita."
"+E chi ti parla di vita? Non  vita quella. Eppi, di'. +Ti pare uomo un ssere il cui farfallino cervello non s insstere logicamente in nessunssima ida e per o ti affolla domande sopra domande che non attendon risposta o, come vede il lampeggio di una discussione sul serio, ti pianta e v a ripararsi in mezzo alle gonne, dove si mngiano dolci e prlasi amaro, dov' sol moda e calunnia? e l chicchiera chicchiera col suo vocino da vespa - impalpbil ciarlo a nodi grammaticali che non lgano niente - offrendo, ora all'una uno spillo, ora all'altra un mentino? +un ssere, di cui gli affari pi gravi, oltre la maldicenza, sono descrverti una toilette, scarabocchiare una cifra, far cestelli di carta, raccgliere francobolli, dirgere cotillons, non leggendo altre stupidit all'infuori de'giornali di sarta, ch perfin Carcano e Sacchi son gi cajenna per lui? +un ssere finalmente, che ti s il linguaggio de'fiori meglio di una educanda e la modstica terminologa meglio di una sartrice e ti s il punto a uncinetto e il punto a crocino, mentre non regge in carrozza colla schiena ai cavalli e si ubbriaca con una ciliegia allo sprito e si mette le mani alle orecchie allo sparo di un confetto-sorpresa?"
"Eppure, fu a volontario!"
"Bel volontario! per forza. Ch, quando la guerra scoppiava, Scioli scapp... alla militare Accademia."
"Ci vuol gi del coraggio a scappare. +Chi non sarebbe codardo, se osasse? Ma lascimola l. Io non ti accampo a testimonio del sesso, il morale, le alte regioni di Scioli,,  ti accampo solo le basse..."
"E anche qu hai tortssimo. Mira l'insegna. Non un sospetto di barba. Presso la sua, la guancia di una bambina  traliccio. Ei s di muschio, viola, eliotropio, patchouly, Jockeyclub, tutto quello che vui, non di maschio. Le donne gli stanno invano vicine,, anzi, egli f loro l'effetto di quel tal sale per cui le belle britanne odiron Bacone che lo ava messo alla moda, il nitro; e per m, t'assicuro, se avessi una figlia, gliela lasceri seco a letto pi volontieri che non col casto Arbrisseul che dormiva fra due per domarsi la carne. N davvero comprendo, com'egli abbia bisogno di tanti calmanti, essndone uno egli stesso. Ma, a sentirlo, poerino! soffre sempre di nervi, di nusee, di mali di capo, quasi volesse insinuarci che  di diffcili lune. Cert', ch'egli tiene uno speciale talento per conservarsi in una perpetua infreddatura merc le pellicce e le sciarpe e, non foss'altro, di un male non manca mai, la paura. Bisognerebbe tu fossi da lui quando lo coglie un doloruccio di ventre! Tutta la casa sossopra. Scioli grida: son morto! Chi accorre col scaldaletto, chi col pitale. Panni caldi di qu, senapismi di l... Sua moglie..."
"Alt! Me la dai vinta tu stesso. +E non  uomo, se ha moglie?"
"S, l'ha, stando almeno ai registri dello stato civile; ma non signfica questo che la moglie di lui abbia marito. Altro  possedere la gabbia, altro l'augello. Uomo, dicevano i nostri antichi,  chi pu fare un altro uomo, ed io aggiungo, educarlo. Scioli ha s moglie, non figli; n io credo - se lo Sprito Santo non vi pone il suo becco - che egli ne possa aver mai, per quanto Scioli si sforzi di farsi ingravidare. "

FINALE

La palingnesi della donna.

Pbblico mio, la commedia  finita. T! pi nessuno. Gli spettatori se la cavrono bellamente per non compromttere la lor dignit cogli applusi. Nbili segni del loro passaggio, sono bucce d'arancio, gusci d'arroste, spiegazzati programmi, scorci di zgaro, asprgini ammoniacali - e un fischietto, che  la perduta espressione di uno di que'benvoli che vanno a teatro col preventivo giudizio in taschino o lggono i libri dopo di averne scritta la crtica. +Ma ecch? Lampadi del divolo! Anche i lumi si spngono; ond'io, pvero autore che pretendevo di rischiarare il mio prssimo, trvomi al bujo, obbligato a cercarmi tastoneggiando la via.
Senonch una fresc'ura mi sorrade la fronte. Non pi l'afa, non pi l'ottuso dell'arte. Sotto mi risuona il terreno, mentre m'incimpano i piedi come in radici e do'del capo in cosi ondulanti qui pndoli d'orologio. E un nuvolone si squarcia. La luna appare cornuta, inargentndomi intorno il ricco fogliame di una selva di noci, tutta a frutti di forca.
In questa, un rumore da lungi, qual tuono, e sulla mia testa, che aggriccia, uno sbttere d'ali e un rombo. Nella lunare atmosfera nereggia, un istante, un'immensa granata con su accavalcioni scarmigliate figure l'una all'altra aggrappate. Sono le streghe che, nude e unte, vanno a tregenda. E la granata dispare e in una folata zufolante di vento il rombo muore in distanza.
Ecco in fondo, un lumino - in fondo, in fondo com' nelle fiabe delle vecchie nutrici. Io anelo arrivarlo. V e v, acclero i passi, pur non procedo. Sembra piuttosto che cammini la strada per m, vnendomi incontro. Il terreno sfggemi sotto come la ruota motrice negli antichi opifizi a chi dentr'essa si sgamba. E gi il lume m' a lato.
+Che ? Una casa in rovina; la snumerata abitazione del boja. E sulla soglia, dove il chiaro di luna si sposa ai caldi riflessi della luce interiore, st lo stesso inquilino, st l'egregio chirurgo della legal medicina, in un palandrano verde-smontato e in un galeotto berretto, che a fiore di labbro mi f: "Ti attendevo."
Entriamo.  uno stanzone illuminato da torce dal giallastro chiarore e dal puzzo di camposanto. Potrebbe pigliarsi, da chi non avesse paura, per una cucina. Ma io, paura n'ho molta. Io non scorgo che coccodrilli impagliati, che aborti e diavoletti in ampolle, e lambicchi dal naso lungo e schltri e corna di narvali e ova di roc, tutta roba indispensbile a un mago,,  e scorgo nel mezzo una fornace in mattoni, bassa e quadrata, con su un trpode in bronzo e una colossale caldaja di tersssimo ottone.
L'onesto assassino si accarezzava la sua barbettina di capro, guardndomi malignamente. "Incontentabile!" disse, "te ne fabbricher una io... perfetta," e, sbasstosi, alz, per un anello di ferro, una pietra.
Un cupo stroscio si ud. Vidi un negro baratro di aqua corrente e sulla btola lessi: lcrymae amntum. E trdici volte il boja ne attinse, versando la secchia nel bacino di ottone.
Ci fatto, egli mi porse una scure grommata di sangue e capelli, e additndomi un mucchio di combustbile e un ceppo da tagliar legna umana, mi ordin: "Spacca!"
Strinsi la scure tremando. Formvano il combustbile, frcide assi di bara, rride ancora d'arruginiti chiodi e di brandelli di lino, pezzi di confessionari e inginocchiati oscenamente polluti e pezzi di trave lcidi e lsi dal cnape, querce coperte di ertici dizionari, canghe cinesi, spzzole eccitatrici, ficulnei prapi, fscini in cuojo, gambe rotte di letto... - e l mi diedi a spaccare, e, spaccando, tenevo d'occhio al mio boja, che ava aperto un vastssimo armadio dov'rano innmeri vasi a mo'di que'de'speziali, di faentina majlica, soprascritti a cartteri goti coi nomi di Filomela, Tmar, Erodade, Emma, Lyonna, Jezabel, Mirra, la Brinvilliers, mamma Needham, la Borgia, Caesar regina, Eliogbalo... e mille e mill'altre.
Sul che, babbo Stricche, gratttosi col dito infame la nuca, schiuse pel primo il barttolo di Eva, la protoputtana, donde trasse uno specchio e una piuma che dopo di avere pulito, con un rastiatojo, di certo gltine nero (e questo pose in un piatto) gitt nel bacino. Indi pass ai vasetti di Mara Stuarda, la troppo fedele alla chiesa e troppo infedele agli amanti, e di Mara Egizia, la battezzata colle lgrime sue, da cui tolse un pajo di crocefissi, con su inchiodato un dus mutnus, ch'ei nett parimenti della nera putrdine e gitt nel bacino; e cos fece dei filtri, nodi scorsi, frbici e lime, estratti dai recipienti di Dlila e Dejanira, le vincitore di Sansone e di rcole, e di Bersaba e Briside, le impazzitrici di Dvide e di Achille; e cos del ferro di mulo ch'egli trov da Santippe, (la vera cicuta di Scrate), cos della lingua della Moglie di Giobbe, (quella moglie che Dio, nel rapir tutto al suo amico, nica gli lasci, a maggior punizione), e degli stili, colubri, faci incendiarie e veleni, cavati dall'urne di Clitennestra, Meda, Taide, Locusta, Tarquinia. E in sguito il mago (ch boja non oseri pi chiamarlo) scoperse i barttoli della socrtica Aspasia "sage au parler et foltre  la couche", della mscula Saffo, d'Ipazia l'astrnoma, Afrania l'avvocatessa, Stel la letterata... ed ccone uscire uno stormo di papagallini e di palloncelli di vento con orecchie asinine, di cicale e di ochette, che, tortito sul piatto la slita pece, vlano nella caldaja, intanto che dal vaso di Lura, gran dolore al Petrarca e gran seccatura all'Italia, spriginasi spontaneamente una gentile civetta che tien la medsima strada. N basta. Dalla coppa di lei che immortal Menelo e da quella della grossa Margot, l'ammogliata al r di Navarra e a tutti gli ugonotti di Francia, il mago si provvedette corna d'ogni materia e lunghezza, mentre da Psiche, Pandora, e dalla Moglie di Lot, altrettanti pugni di frasche; dalla casta Zenobia dai candidssimi denti, da Penlope, Porzia e Lucrezia, mschere e fardi; e da Talestri, Giovanna d'Arco e Giuditta, malli di noce e fichi d'India spinosi, ch'egli contemper (sempre s'intende spazzndoli dal gltine nero che deponeva man mano sul piatto) coi grani di pepe e di ortica, tolti dai vasi di Messalina, Contessa A... e Pasfae aggintovi inoltre un po'di pelle agnellina della Vrgine-Madre riunita alla pelle di cagna d'Ipparchia, e un po'del cervello d'Eloisa, turbolente di sogni, alla prudentssima vulva commisto della Moglie d'Agrippa. E poi non manc di scoperchiare i barttoli di Semirmide, della papessa Giovanna, Agrippina, Contessa Matilde, Elisabetta la grande, Cristina Di Svezia, Marozia, Cleopatra, per elggerne penne paonine e tacchi alti tutti intrisi della slita pece, e intrisi ancor pi di quanto ne rano attaccaticci gli bachi e le tariffe, le sanguisughe, le gole di gr e i ventri di struzzo, presi da Flora, Lide e Metiche dal quarto d'ora, da Lamia, Sinope abisso, Fanstrata, Crispa e dalla Chepide. Scoperchia e scoperchia, la caldaja s'empiva - una variopinta misca d'ogni fatta di roba. Ci si vedano peli di porco, peli di volpe, di scimmia, di gatto, di giumenta e di sino (quasi tutti strappati a regine dalla mano sinistra), ci si vedano e grilli e berretti a sonagli, trppole e reti, pezzi di sghero (forse cervelli), calzette (forse coscienze), pllole d'oppio e palle di piombo, denti nascosti in sorrisi, trombe d'Eustachio al rovescio, assortite buge, tutelari spugnette, enigmi, fughe per farsi inseguire, rapine abbigliate di tenerezza, "s" che parvano "no", e "no" che parvano "s", pittole ed esche, banderuole e farfalle. E anche il piatto, che il mago teneva fra mani, rigurgitava della nerssima pece.
Allora il mago apr un finestrino nell'alto, da cui piovve un raggio di luna, e mettndovisi sotto si die'a stemperare col grattatojo la cupa tabe fojosa, piena, a quanto para, di becchi di pssero e colombino sterco. Ed ecco farsi, la sanie, trmula e iridiscente e poi fumosa e fosfurea, sviluppando un acutssimo odore di stoccofisso e di Brie. A tale odore, oscill per la stanza come un fioco tintinno d'isaci campanelli, un catenaccio di castit, appeso al muro, si ruppe, si sciolse un nodo dello spilletto e un filo di verginit si accorci,,  a tale odore, i capelli mi si drizzrono impriapiti e mi trovi sbottonato. E le chiavi inflan le toppe, i lberi chiodi si fccano nelle fessure e nelle bottiglie i turccioli, cade il pestello entro il bronzino e la paletta fra le gambe alle molli, mentre i gatti sul tetto gnulano disperatamente, bbula il gufo, e la luna falcata, che scrgesi dall'abbaino, corneggia pi volte le sue estremit, come fan le lumache, cercando di riunrsele. Spalmata  la peste, e il mago la getta fremente nella caldaja.
Io, intanto, ava zeppa la sottofornace della legna spaccata, alternndovela con carboni di rogo, fascinetti di spini e di mirto, ciuffi di sndice, eringe, puleggio, ruta e mandrgora, che crescvano a cespi fra gli interstizi del pavimento,,  anzi, v'ava aggiunto quanta carta sdicia m'era caduta fra mani, cio squarci dal Baffo, dal de matrimonio di Sanchez, dal cnone de dilectssimis, dal trattato di Villanova ut mlier hbeat dulcdinem - et caetera. Ma il mago non mi disse pur grazie. Un mago non dev'sser gentile. Ei s'inginocchia s di un cuscino colle armi della duchessa d'Estampes coronate dalla tiara papale; e borbotttavi una giaculatoria alle dee Mtuna, Cuba e Cicinia, disacccciasi un'gata in forma di cuore, gi estratta dall'urna di Caterina de'Mdici, spiccndone, merc un tau egizio di ferro, una scintilla sul combustibile. Poi scaglia il cuor nel bacino. Si attacca la fiamma e crepitando si sparge per le fascine e le legna e lentamente si svolge a lambir la caldaja. Ed egli la instiga, dischiudndovi-sotto le vlvole di due canali di rame, sull'uno de'quali st scritto suspiria; oscitatines sull'altro.
Sffiano i tubi; sprnano il fuoco. Questo si alza furiosamente, mentre il mago rimgina con una spada l'infernale misca e la misca si fonde e comincia a grillare e pllulano bolle che scppiano. Si addensa la superfice del lquido e tenta di sollevarsi ma sempre si squarcia e ricade. Aumenta il follicare dei tubi, aumenta il fragor del bollire; geme la polta e si torce per trovare una fuga. Infine, una pellcola appare, che pu, dopo vani conati, rgersi intera; e si erge prendendo vaporosamente un'umana figura e intrasparendo in un roseo di mattinal nebbia. Un biondssimo fumo dalla fragranza di muschio vela la tremolante figura e si direbbe una chioma che gi s'innanelli a larghe onde; e fra l'aurola di esse e del fumo, v la figura accentndosi a femminili curve e turgenze. Una bollicina di azzurro (vitrilum caeruleum) le scoppia nel mezzo ed ecco frmerle a pelle il reticolato venoso; una striscia di minio (cinnbaris mercurilis) vi guizza ed ecco guance soffuse di pudico rossore, con una bocca che  un bacio; due faville vi scttano, ed ecco due occhi, lucidi di desiderio e di lgrime, che intensamente mi fisano.
Amore mi tiranneggia. E gi le plpito in braccio, e dileguo entro lei; ed anche il sogno dilegua.
Un'oncia meno di sangue; un libro di pi.

1 Il simbolo   qui usato in sostituzione della "doppia virgola" usata dal testo originale, con le virgole sovrapposte, ad imitazione del ";" e dei ":" [nota all'edizione elettronica Manuzio]
(.) Tappeto
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