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Carlo Dossi

Vita di Alberto Pisani


A Cletto Arrighi
che, primo, si accorse di me



Capitolo quarto


Degno di Paraclso!  lo studio degli studi. Sente il tabacco, l'inchiostro e la citazione latina.  a tramontana, a terreno;  a volta da cui die'in fuori l'umidit. Tien le pareti, tutte a scaffali, con su spaventosi volumi in ramatina come il sospiro dei gatti. Ecco i dieci schienali arabescati di oro della rarssima pera "de nmero atomorum"; presso,  la completa voluminosa srie delle gramtiche (gramtica, cio a dire, il modo con cui si apprende a piedi il montare a cavallo); poi, raccolta delle pi massiccie disputazioni... e quella sulla parola culex, e l'altra intorno alla lttera e considerata siccome cpula, e la arcifiera "sulla natura dell'aurola del Monte Tbor". Ed ecco, in un tratto dell'ltimo palco, il famoso trattato "de nuce beneventana" quaranta tomi in-octavo, vestiti di pergamena, i quali, per il manco di uno, smbran dentiera priva di un dente occhiale; ecco - tagliando corto - una infinita turba di libraccioni, e nelle scanse e fuori... spcula, theatra, convvia, thesuri... di astrologa, teologa, etimologa, ed altre scienze in a - tutta marrca.
Ma - st! c' seduta. Avverti a que'seggioloni pesanti, in cerchio, alti della spalliera, che qudran le chiappe e intontscon la nuca... Vuoti? eh! ci non toglie n d; barba facit philsophum, il seggiolone val l'acadmico. rano, non  l'ora, occupati da sei polpettoni eruditi; dei quali, i troppi ttoli e i nomi, chi sa tenere a memoria? chiarssimi peraltro, e che, ronfando, si rifacvano delle dotte fatiche.
E vuota  pur la poltrona dietro la tvola. Vi si scriveva. Che? Stanno, sullo scrittojo, pigne di calepini e di cdici, uno scannello, quaderni di carta involgi-salame, una bottiglia d'inchiostro, e un moccichino tan; sotto, due pantfole. Sfido io a non vi si porre con l'nimo di fabricare un in-folio, grande, grosso, e zeppo di erudizione, cio di roba furata; sfido io a non attngere da quella mchina di calamajo d'ottone, stopposo, con quelle penne di oca scrizzanti, se non se dei perodi indiavolati, che tngono il capo, dove, naturalmente, si mttono i piedi, coi ragnateli in mezzo, fatti per disgustarci dal lggere, oppure foggiati ad una maniera, di tante lnee, di tante parole, senza un chiarore n un bujo, che pare dcano tutti la medsima cosa, non c'invogliando di ricercarne altre.
Ma, giuraddiana! ove mai riuscimmo? Fallata ho la strada. Da capo!
Per, si faccia prima tonnina di questa gran tarabccola d'ipocrisa e di scienziata idiotggine; si abbttano le illustrssime sedie... dalle, allo scrittojo! una spinta, un'altra. Senti una gamba che scricchia... cede... Alla larga! E lo scrittojo patatrcca gi; vanno sossopra scartafacci e libroni; la boccia d'inchiostro si spezza... quante dissertazioni abortite!... Gigio, vuoi che ti tenga la scala? Bttami abbasso quel tarapatm... Mi ti raccomando la testa! S'cincami dalle loro coperte di cuojo, scarpe andate a male, tante poltrone scritture. Che  questa? "Question moral si la bbida del chocolate quebranta el ayuno eclesistico"... al divolo! Gi tai volumi, che nessuno pi vuole, che fan starnutare chi li apre! Solo, risprmiami le cartepcore... per le marene allo sprito. Ma, non perdno a'scaffali! strappa; uno tre l'altro; tutto  tarlato, muffito... Che svolazzo di tarme! che crrer briaco di topi! - Qu, la stadera.
E si ripari in un altro studio; ben grazioso, bellino, n' vero? Qu, la scienza non teme la luce; questa, entra a larghssime onde. Sulle pareti, dalla tappezzera gris-perla ammarezzata, vedi fotografe con alto mrgine bianco, incorniciate leggermente d'oro... il Partenne... il Pandrsio... tutte cose che trgon la vista; sul lustro intavolato, sedie dall'elegante profilo, fcili a mvere; sul tavolino, niente libri, s bene una rosa non aperta del tutto, in un bicchiere d'qua. No, qu non ci ha percolo d'instupidirsi a furia di sgobbo, qu bisogna pensare col proprio cervello, e qu i pensieri, passati a ingentilirsi nel cuore, dvono saltellare allegri gi dalle dita lungo quella cannuccia d'argento a penna d'acciajo, dvono rimanere prigioni senza penne sciupate, sopra il fogliuzzo di lcida carta, innanzi agli occhi di quell'Amorino di bronzo, il quale, sull'orlo del calamajo, si st fregando il nasuccio, tntogli da un altro mariolo d'Amore dal di l della pozza.
N ci  manco a temere che le novelline idee si spaurscan vedendo i freddi resti delle loro antenate. I libri, nel nostro studiolo, chiusi in una breve scansa di cero rimpetto al franclno, son, quasi tutti, vivi, vivssimi. Pochi, ma con i baffi. E vlgono una biblioteca di centomila volumi, se, a dire il vero, non la val l'abic, che tien, fra il panetto e la mela nel panierino, lo scolaruccio.
Oltredich son tutti con il millsimo dell'ottocento sonato, a carta quasi una panna, a cartteri ntidi e svelti. Se clssici, senz'una di quelle profonde dichiarazioni, che appccansi ai passi pi chiari per rnderli oscuri, o note che mndan da Erode a Pilato. Come, del pari, senza n neis n ligneis figuris, sia nel testo, sia aggiunte. Alberto Pisani non ne poteva soffrire, fssero state di un Van Dyck. Per lui, gli illustratori erano gente, che gli si volvano imporre alla fantasa, che, non chiamati, s'introducvano l, dove desiderava trovarsi col suo autore - da solo a solo.
E, giacch parliamo di libri, Alberto, fra le cento stranezze, ne contava parecchie intorno alle legature e ai formati. Secondo lui, a Tcito, a Machiavelli stava bene l'in-quarto, il tomo nico, la coperta robusta, smplice, seria; Metastasio invece potvasi rmpere a volumetti e a molti, caricare di fregi; Ortis dovasi lasciare in camicia, molle, pronto a sparire sotto ai quattr'occhi della signora maestra.
E ora, questo Alberto Pisani, che  un brunettino dal viso tanto quanto soffrente, magro, e di un venti anni e coda, quantunque ne dia a vedere al pi al pi diciasette, st in pie'su 'na sedia alla libreriuccia aperta. Egli, coll'indice, scorre il dosso dei libri del palchetto di mezzo. Si ferma a Parini, lo tre di rango, pone sull'ltimo piano. Sgue. Passa l'epistolario di Ugo, insigne romanzo perch non scritto a disegno, perch di tale che fieramente sentiva; passa il cigli-aggrottato e taciturno Alfieri, stoffa di Dante; e l'amoroso professor di diritto, cui certo qual rugginume d pi spicco e mala che non a Petrarca l'addormentatrice scorrevolezza; passa "I Promessi" crcolo chiuso, adorbile misto d'ingenuit e malizia, lo stile appunto che Beccaria invocava - e di nuovo si arresta.
Chi intoppa  il Boccaccio. Alberto delicatamente il rimove, lo lascia cadere vr terra. Poi, tira innanzi; e dcima.
Finita la strage, ridispone i suprstiti.
Stavolta, Aleardi riesce accosto a Carducci; uno, poeta dai contorni nebbiosi, dal tristo abbandono, che stringe alle lgrime; l'altro, risoluto nell'andatura, dai versi di acciajo, che infiamma - tutti e due, strnui. Cos, Rovani, artista-scienziato, si appressa a Gorini, scienziato-artista; Rovani, dall'ingegno settmplice, rossiniano, che, dopo di averci, con uno stile vastamente umorstico, narrato cento degli ltimi anni della vita del mondo - torna a crearsi - e con un periodare togato, dissolvendo la Roma convenzionale delle platee e dei panchi che spiega capponi non quile, soffia potente vita in una Roma vera, messa gi insieme dall'antiquaria pazienza, completa forse, ma rimasta cadvere; Gorini, altssimo genio, che sa forzar la materia a narrare le antiche vicende e a predir le venture, e che nel sublime racconto ritrova i fili d'insospettate scoperte, n, pago di sser profeta di splndidi veri, splendidamente - nuovo Galileo - li annuncia.
Qu lo sguardo di Alberto cade sulla coperta della "Vita Nuova". Corrvagli sempre nell'incontrarla un trmito di simpata; ora, non gli  possbile oltrepassare, toglie il mignone libruccio di mezzo ai vicini, e s'aggruppando sul mrgine dell'armadietto base alla librera, i pie'sulla sedia, l'apre. Ecco Alberto entrare in quella spirtica vita, dove donsi bizzarri suoni, balginano strani chiarori, illuminelli di specchi e riflessi di qua; ccolo dolcemente sorpreso da quella ertica malincona sotto la quale l'adolescente Allighieri si coricava, angosciato, in lgrime "come un pargoletto battuto".
Imbruniva. La mestssima ora cullava il crescicore dei due givani amici. Alberto tenea dietro con gli occhi umidamente appannati alle parole di Dante. Allorch queste, insieme all'ltimo lembo di luce, infievolrono, i pensieri di Alberto, a poco a poco, loro si fsero entro, poi continuron da soli.
Fu la mirbile Beatrice, vera? e tutta vera? oppure Dante, dalla sua unicit condannato a non trovare altri, che, pari a lui, sentisse, se la plasm o comp nell'alta fantasa, poi illuso gio e sofferse dell'ombra sua?... Ma, chh! Dante a parte; quantnque da ognuno si dica che Amore ci , chi veramente il travide? - In questa folla che passa, mai non cessando, e si trarta come i pajoli, tingndosi anche, i pi, cio il marame, crdono amore, cose che ponno avere altri nomi; i gentilssimi, e pochi, sosprano inutilmente il loro secondo ed ltimo tomo.
Quanto ad Alberto, nulla! Gli parea la vita, montona, stracca, come una strada postale alla Bassa. Vedeva bene un nvolo di giovanette, ma neppure una tirata su ad amare; tutte di matrimonio, o di altro; poi, stesse maniere, sprito uguale, una medsima aria di viso; di pi, legate a questi cnque palmi di terra da un nome, da una parentela, da un patrimonio. No, no - Alberto non ne voleva; troppo dense, troppo reali.
Alberto avrebbe invece voluto una semidifana amante. A notte chiusa i convegni. Ella sarbbegli apparsa vestita di abbagliante belt, contornata da un filo nebuloso di luce. Fianco a fianco, entro il lume lunare, avrbbero passeggiata la solitaria campagna, favellando de'cieli. Al rischiararsi di cui - disciltasi ella ne la rsea nebbia - Alberto, gonfio di amore, fiero di tanto segreto, sarebbe tornato nel slito.
Cos, egli avrebbe voluto che la sua strana amorosa entrasse, mentre stava scrivendo, nello studietto, e lievemente gli sedesse di contra. Ed egli, alzando gli occhi, avrebbe incontrato quelli di lei... nuotanti nella passione. Pure, non si sarbber nemmeno toccati, mai. Alberto credeva amore perfetto un fascio di desideri ardentssimi, di cui si fuggisse l'adempimento. Scopo raggiunto, amore finito.
E anche adesso, in questa ora grigia nella quale sentiva la fatica del vvere, ella pietosa dovea venire a lui; di dove, ben non sapeva, ma la dovea per quella porta dallato al franclno... Epperch no? che ci ha d'impossbile? Forse, ella ne era gi dietro; forse, posava la mano sulla maniglia...
E Alberto, inebriato dalle imgini sue, riste', fiso alla porta, attendendo.
Passrono alcuni momenti.
Trac; la maniglia diede un sobbalzo..
Ne sobbalz egli pure...
Le imposte infatti si aprvano.

Capitolo primo

Un dopo-pranzo di estate; il sole f da trpoli ancora alle gronde, e stelleggia i vetri a Praverde. Praverde  una brigata di case attorno di un campanile su 'n monticello isolato.
Sotto di lui, la pianura. L'occhio, dall'alto, non si lascia mai di crrere lungo le viti a festone ed i filari di gelsi dalle seguaci ombrettine; di attraversare i verdi pratelli solcati di rivoletti e i campi dalle ande quasi a riga e compasso; n di girare e le cascine e i tuguri, cos puliti, cos di pace... in distanza, saltando e risaltando canali, siepi, sentieri. , come si avesse innanzi una gran planimetra a colori.
Ma, da lontano, un rintrono. Che vi ha? Niun contadino astrloga il cielo. Vi ha un temporale, ma  copia; quello dell'uomo; cattivo mille volte di pi; mille di meno, maestoso.
Cannone che tuona annuncia sempre malanno; dove ora rimbomba, quel medsimo sole, che qu a Praverde con un faccione padre-famiglia assngua le uve e annera la barba alle spighe, rischiara la via, d rilievo al delitto. L in fondo, venti miglia da qu, case rubate, tralci schiantati, pozze di sngue; l in fondo - o fraolne infelici! - migliaja di poveretti, temerari per la paura, incalzndosi, ammontonndosi, slgono un colle, sotto la scaglia che spazza.

Ma dileguata  la luce; il cannoneggiamento tque.
A Praverde, su 'n terrazzino che riguardava la sanguinosa scacchiera, stvano abbracciate due donne; scera e nuora. Inondava il raggio lunare la piana, come un dolce rimprvero.
- Mamma - diceva con angoscia Arrighetta - me l'hanno ucciso il mio Alberto...
- Ma perch - interruppe donna Giacinta - perch tormentarti con queste nere imaginazioni? Un ufficiale di Stato Maggiore non  poi tanto in percolo...
- Ah le palle vanno lontano! - sospir la givane moglie - Alberto ha troppo oro sulla divisa -
Si fece alla soglia un villano, di que'sgrossati a falcetto; spalle quadrate, viso da pipa.
Le donne lo interrogron col guardo.
- Allegri! - esclam il cavallante (notate ch'egli appariva di mezza in mezz'ora) - I nemici sono picchiati a tutto picchiare. Corre voce, anzi  sicuro, che noi s' preso un cento cannoni. Prigionieri, tremila!... morti, altrettanti... Viva il r!
- E dei nostri?
- Duecento, padrona... Viva il r!
- Oh Alberto! - disse rabbrividendo Arrighetta. Il cavallante usc. Elle rimsero silenziose, pi strettamente abbracciate di prima.
- Mia cara - ripigli donna Giacinta, accarezzando la nuora - tu tremi. F a modo mio, riposa. Se verranno notizie, te le dar. Ricorda Alberto, ma non scordare Albertino.
- Oh! mai - mormor Arrighetta, e levossi. Poi, col moto ondulante delle fmine incinte, entr nella stanza. Svestissi; mglio, venne svestita.
Donna Giacinta stette alcun poco, fisa, presso di lei. Sentiva mano mano fuggirsi quell'ombra di fede, che avea tentato partire con la givane nuora. Scoraggita del tutto, cadde sull'inginocchiatojo, volse gli occhi ad un Cristo...
Il Cristo rimase ciliegia.
Verso quattr'ore si ud dalla strada, confusamente, un gran rumore di voci e di passi. E Arrighetta, al pllido lume dell'alba, vide donna Giacinta staccarsi dal seggiolone, su dove, abbigliata, avea passato la notte, e camminare in punta di piedi verso la porta... In quella, ccoti entrare, tutto sgomento, una fantesca:
- I nemici si avnzano!
- Zitto! - fece la vecchia. Ma, troppo tardi! sua nuora era gi balzata dal letto.
- Fuggiamo! - ella gridava - Il mio Alberto  morto, fu ucciso! Ed ora gli uccideranno anche il figlio... Mamma, per carit! Perch mi tenete? Ajuto! mi lascia... Voglio fuggire, devo - E cadde in una tale eccitazione convulsa e tanto si dibatt, che donna Giacinta dovette ordinare, a voce alta, che si attaccasse.
- La carrozza ha rotta la sala - osserv il cavallante, comparendo alla porta.
- Fuggiamo! - sclam, quasi strozzata, Arrighetta. E cercava strapparsi dalle robuste braccia della fantesca.
La vecchia era alla disperazione.
- Se non c' la carrozza - disse - i cavalli ci sono. Attccali a una timonella, attccali a una carretta.
- Presto! - grid la givane moglie.
- Sbito - fe'il cavallante, e scomparve.
Arrighetta pos qualche poco. Vestissi sollecitamente, poi discese a terreno con donna Giacinta.
S'era messa una pioggia fina fina: a mezzo il cortile alcuni paesani s'affacendvano intorno a due tarchiati ponies e a un calesso.
- Dove si va? - dimand il cavallante.
E la vecchia: a Montalto.
- Dio! come fanno adagio - geme'la nuora battendo i denti.
Ma, infine, son nel calesso: il cavallante rana le briglie, d l'are ai cavalli.
Per toccare la strada che saliva a Montalto, era di necessit fare un due miglia su quella che, pi lontano, attraversava la scellerata campagna; due miglia, imaginate, di spsimo! Arrighetta stava nicchiata nel carrozzino, tenendo chiusi gli occhi, e abbandonando una mano in una di donna Giacinta: tratto tratto, fievolmente chiedea "vngono?"
Ci fu un istante in cui la vecchia signora strinse pi forte la mano alla nuora. Avea veduto sul mrgine della via, contro di un paracarri, un msero tamburino, lungo e disteso, con aperte le scarpe. Ivi, egli era stato raggiunto da colei che fuggiva... Fuori un lume di pi!
E, appresso, nuove deplorvoli scene. I campi, di qu e di l della strada, comnciano ad ssere sparsi di fantaccini abbattuti dalla fatica. Oh fssero prima fuggiti! Poco manca a svoltare, quando il cocchiere tre i cavalli da lato, e ferma.
- ccoli - f con un dbole grido Arrighetta, e cade in delquio.
Ma, no; non  ancora il nemico; una cinquantina invece di nostri, stracciati, infangati. Dio! Chi avrebbe in essi riconosciuto quegli arcigni sott'-ufficiali, che scrupolosi contvano ogni mattina i bottoni alla soldatera; o que'lucenti sopra-ufficiali, che si atteggivan superbi e nelle sale e nei corsi? Passrono alla rinfusa, avviliti, volgendo sospettose occhiate al calesso.
Il quale, due ore dopo, entrava in Montalto. Assieme entrava quaggi il nostro Alberto Pisani. Egli nasceva, giallo come un limone, tinto dalla paura della sua mammina, e, a pena salpato, pianse: forse, perch sentiva di cominciare a morire, forse perch, miglia e miglia da lui, sull'orlo di un ruscelletto, giaceva intanto supino un uomo, toccato in fronte dal piombo, con le spalline strappate e le saccoccie rovescie. E avvenne che il neonato fu appeso alla poppa di una lagrimosa nutrice; una, cui il cielo, dopo molte preghiere, non avea dato un figliolo che per potrglielo trre. Dnque, Albertino, tra per le sue e quelle della nutrice, beve', pi che non latte, lgrime: volea la provvidenza ch'ei se ne facesse una scorta.
Chiare volte si diede una piantella pi delicata di lui. A traverso della bambagia che lo avvolgeva continuamente, segnava pi che un barmetro il rimbeltempire e il maltempo o abbrividiva al suono di una voce angolosa. Ora, pensate a'suoi oscillanti nervetti in mezzo a un casone, come quel di Montalto, gi fratera, dalla mobiglia che d e notte stiantava, e di cui la pi pccola sala, poniamo l'abbigliatojo di donna Giacinta, avrebbe, con tutta comodit, tenuto un grosso elefante!
Per la qual cosa, i primi ricordi di Alberto, quelli cio, che, primi, hanno un deciso profilo in quella nebbia di strane e mezze memorie, traccie di una pre-esistenza, sunano vastit. Alberto ancor si rammenta di certo immenso scalone coi buchi da soffocare le faci, ch'egli, rasente al muro, leggero, sotto lo spago di solleticarne gli echi, scendeva; come di tal corritojo, che, nell'ora in cui le buone mammine rinclzano le lenzuola ai loro cittelli, egli, sejenne, affidato dall'ava alla bambinaja e abbandonato da questa, dovea passare da solo; un corritojo, lungo come la vita de'frati, i quali, un scolo prima, lo passeggivano; a travi, dall'ammattonato su e gi, terrbile tanto, sopratutto agli svolti.
E altro degli antichi ricordi di Alberto  una figura di donna, senza-sguardo e sbattuta, cui lo si conduceva sovente. Essa piglivalo in grembo, accarezzava, baciava; spesso per stringeva con tale grande passione s da farlo strillare. Poi - una volta - ei si svegli atterrito fra abbracci che lo strozzvano quasi, baci furiosi, morsicature e graffiate; da quella volta non vide la pallidssima donna che da lontano e rado, quando scendeva in giardino. Un giardino, notate, alla italiana, cio, tutto geometra salvo il buon senso, a soli pini e mortella, perci sempre verde, ma sempre di un verde senza speranza. Quanto ai viali... ghiaja; i fiori, portulca ed ortiche... Gi, per fomento, non ci avea sotterra che frate.
E, nel giardino, il favorito luogo di Alberto era presso la casa, intorno a uno stagno, pretta pura di lenti. Per ore ed ore ivi egli stava seduto, giocando con le lumache, oppure fisando una finestra a ramata, giusto di sopra ad una cmera sua e dell'ava. A quella si affacciava talvolta la pallidssima donna, ed  di l che dovea anche venire quel gemito che lo angustiava, la notte.
Inquantoch, o il mio Cletto, Alberto pigliava sonno a fatica. Bolliva sempre nel suo pccol cervello qualche panzana della bambinaja... carrozze che ribaltvano, ladri di sorrisi e di lgrime, streghe, sgranocchiaputtini... Berto tenvasi allora aggruppato sotto le coltri, spesso aggricchiando, con il respiro che gli moriva, ma non osando mttere fuori il capo per non incontrare faccie fosforescenti e fumose, n tampoco voltarsi, come impietrito a una schioppettata imminente.
A notti, ei non potea durarla; una, tra l'altre, sentndosi orribilmente mancare la lena, si die'coraggio e arrischi dalle lenzuola la testa, a centellini, come se succhiellasse una carta; fuori, sbarr di colpo gli occhi...
Nulla! - e si lev in mezza vita a rifiatar la paura.
Il raggio lunare, sfuggendo da male-unite imposte, attraversava - ruscelletto splendente - tra il letto di lui ed il lontano dell'ava, lo spazzo. L'ava dormiva tranquilla; i seggioloni, vuoti perfettamente.
Senonch, il rammaricho della stanza di sopra sembrava pi lamentoso del consueto; un gmito, di tempo in tempo, ruggito. Berto, Dio sa da chi spinto, salta abbasso dal letto e corre, i pie'nudi, sul pavimento di marmo; monta il gradino del finestrone, e, come gli scuri hanno i serragli gi, prene uno.
In quella, schianto di legni e squillo di vetri all'esterno, dinanzi a lui, di l dell'imposta, passa cadendo un gran fagotto di roba; tosto, un tonfo entro qua... e, accapricciando, egli sviene.
Qu, una malatta. Berto non ne usc fuori che per vestirsi di nero; non vestissi di nero se non per salire, insieme alla nonna, un vagone... vr la citt.
Col quale nuovo scenario comincia l'atto secondo della vita di lui. Alla citt i suoi nervettini quietronsi. E, invero, l si trovvano in un appartamento, che avrebbe potuto ballare in un salone a Montalto, e tappezzato e dipinto troppo di fresco per annidare fantasmi; di pi, un appartamento, nel quale, da ogni qualnque stanza, era possbil di scrvere la lista dei piatti fumanti nella cucina. A me credete! in fatto di nervi, gli effluvi solo degli stufati ed arrosti vlgono tanto quanto, anzi! il doppio delle que di fiori-d'-arancio, le camamille e gli aceti.
Ed  in questo raccolto appartamentino che Alberto si lasci andare al vizio del lggere. Egli ne avea gi imparata la strada a Montalto nei melancnici giorni quando cadeva a pannilini la neve, ma l non avea mai sentito il bisogno di ricercare oltre i confini del sillabario. Toccvanlo troppe emozioni dirette per dimandarne in impresto. Alla citt, invece, fu clto da una vera lupa pei libri; leggeva ogni cosa; gli capitasse fra mani la sanguinente carta del manzo, gli capitasse il dizionario de'verbi.
- Smetti - gli consigliava talvolta la nonna - hai gli occhi tanto infiammati! -
Berto, rinchiuso il libro, diceva:
- S, se mi conti una istoria -
Osservava donna Giacinta:
- Che vuoi mai che ti conti? che pu sapere di bello la tua pvera nonna?
- Oh! ne sai tante... nonnina!... Una...
- Proprio? - chiedeva con un sorriso la vecchia, posando nella cestella il lavoro.
- Aspetta! - esclamava Bertino, e si tirava con lo sgabello a suoi piedi. Poi - alzato quel tre-quattrini di faccia:
- Conta -
La nonna gli faceva una cara, e cominciava, a mo'd'esempio, cos:

IL CODINO

Ti dir una scenetta che accadde a mio fratello maggiore... morto anche lui! Me la contava sovente, e come, nel ricordarla, si rischiarava il suo viso!
Quando la avvenne, io era in Francia, in collegio. Corrvano tempi tristssimi. Mio fratello faceva gli studj nella paterna citt presso una scuola di Barnabiti, se non eccellente, buona.  vero che la malatta rivoluzionaria l'avea tanto quanto intaccata, ma che poteva allora sfuggire a tal malatta? Era nell'aria. Infatti, i reverendi sequestrvano spesso ai loro scolari imgini sediziose, libri guasta-cervelli, e allorch poi, a castigare, mettvan mano alla sferza, gli zuffettini pappagallvano su certe ideone intorno alla dignit umana, e che so io! Mio fratello per, uno tra i pochi, non avea peranco rizzata la cresta; tanto  vero, che il padre reggitore la scuola, pel quale era sempre la terza posata sulla nostra tovaglia, affermava ogni dopo-pranzo a donna Francesca mia madre, che il suo Carlomagnino avrebbe, senza alcun fallo, inscritto nel calendario la famiglia Etelrdi.
Senonch, un giorno, il nostro futuro santuccio, tornato a casa da scuola... e qu, avverti... rano le prime volte ch'egli tornava da solo, avendo tcchi i venti anni...

Alberto: ne ho sette io, e vado attorno senza nessuno, io.
La nonna: oggi s' messo il vapore, si nasce con un sgaro in bocca; allora, si maturava pi tardi...

... dnque, tornato mio fratello da scuola, e, come l'etichetta ponea, rectosi a baciare la mano alla contessa mammina, parve straordinariamente rosso.
- Che avete? - ella chiese con il suo slito imperio.
- Niente - egli rispose turbato.
- Eppure - osserv mia madre - siete di un tal colore s acceso... Sembrate un villano!
- Io? - disse il contino ancora pi arrossando.
Mia madre, che stava seduta, cominci a tripillare per l'impazienza un ginocchio, e a dire: so cosa avete -
Don Carlomagno si spaur.
- Voi - seguit la contessa nell'additarlo con l'ndice - oggi... poco f... udiste e forse avete anche tenuti discorsi, mi duole d'insudiciarmi le labbra... rivoluzionari. No? allora leggeste qualcuno di que'lridi fogli scritti da quei pieni-di-pulci di republicani... gente che non usa le brache, e si gloria!... canaglia...
- Ma no, signora mammina - interruppe don Carlomagno.
- No? - ribatt la contessa, studindolo con l'occhialetto - Bene, andate -
Don Carlomagno fe'un tondo inchino, e rimase.
- Ho detto? - esclam la contessa.
- Vado - balbett mio fratello e si allontan a ritroso.
Mia madre se la sent fumare. Balz dalla sedia, e corse al contino. Quello, continuando a indietreggiare, s'addoss contro il muro.
Oh il bel quadretto, Bertino! L, mio fratello, un traccagnotto, alto come un granatiere di Prussia, tutto tremante; qu, rimpetto a lui, mia madre, donnettina dell'India, gli occhi fuor dalla testa, soffiando come una gatta.
- Conte! - ella esclam - si vlti! - e, senza dargli un momento, lo fe'girare sui tacchi.
Orrore! Don Carlomagno s'era tagliato il codino.
Imgina la signora mia madre! Fu, come se le avssero tolto un quarto di nobilt; non riuscendo a parlare, s'ajt con le mani, e gi, una solenne guanciata al figliolo.
- Ho dnque in casa un ribelle? - grid, non appena pot rinviare la lngua - Ed io! sono io che lo ha allattato! Cielo! che cosa ne avrebbe mai detto il vostro pvero padre? Disonore degli Etelrdi! - e qu, sulla seconda gota di mio fratello, poggi un altro splndido schiaffo, forse per simmetra.
Il ragazzone, clto dalla paura, non alzava nemmeno lo sguardo; si limitava a fregarsi con le due palme le guancie.
- O dove il metteste? - dimand imperiosa mia madre.
Il poveretto aguzz le labbra quasi a impetrare piet: l'ho in tasca - disse con un filo di voce.
- Qu - ordin la contessa; e, come don Carlomagno traeva timidamente fuori il codino, ella glielo strapp dalle mani e gliel misur sulla faccia.
- Ora - conchiuse - o creatura ingratssima, andate! e Pietro vi serri nel camerino. Vi resterete ad qua, pane e formaggio... no, non meritate il formaggio... a solo pane e qua qundici giorni. Obbedite! -
Quel pampalugo di un mio fratello, se non pi rosso e confuso, ben altro gonfio che non all'entrare, usc. Ch'egli ubbidisse,  certo: era abituato.
Quanto a mia madre, piangendo rabbia e dolore, serr sotto chiave il codino. E lo tirava poi oltre per castigar Carlomagno.

Ti piace?
Alberto: s... ma nrrane un'altra... seria -
La nonna: incontentbile!
- Oh ne sai tante, tu!
- Bene, alla seria!

ISOLINA

Ti ho detto che mi avano messa in un collegio di Francia; aggiungo ch'ei si trovava in una mezza citt di provincia, Chateau-Mauvrt. L, mentr'io toccava i nove anni, corrvano i giorni i pi vermigli della Rivoluzione. La tolle faceva la testa senza riposo. Giorni, ricorda bene, nei quali per ottener l'eguaglianza si calpestava la fraternit, e, proclamando i diritti dell'uomo, legvasi il volume riformatore in pelle umana.
Il nostro collegio s'era fatto deserto. Non vi restvano che quelle poche, le quali non avan potuto fuggire, cio sei o sette bambine del tempo mio e una ragazza intorno ai diciotto, che noi chiamavamo la grande. Quanto alle suore, due - suora Clotilde e suor'Anna - givani creature, amorose, che la nostra innocenza, in quegli orrbili tempi, pi che tutt'altro, teneva in un contnuo sbttito.
Una mattina, noi, raccolte in una pccola sala, ascoltavamo suora Clotilde. Essa, con la sua voce vellutata e soave, pingvane le dolcezze della carit. Entra di pressa il giardiniere, e: suora - dice - un commissario della Repblica... il ciabattino Garnier -
Suora Clotilde, impallidita oltre il suo abituale pallore, si alz: ben venga - disse.
Ma, a che il permesso? - L'ex-tiraspaghi, in nome della onnipossente libert, se l'era gi preso. Ecco apparire alla soglia un uomo dal viso tutto occhielli e bottoni, con la slita fascia dai tre-colori, seguito da mezza dozzina di mascalzoni, scidi, a strappi, armati di picche.
- Cittadina Beaumont! - egli fece, nemmen toccando il berretto, ch cortesia non  republicana virt - rispondi: ci hai qu una cotale Isolina, figlia di un sdicente conte della Roche-Surville, smoccolato a Parigi? -
Suora Clotilde trem: forse, le sue purssime labra stvano per proferire la prima buga. Senonch, i nostri occhiettini avano di gi tradita Isolina. Anzi, ella si avea da lei, sorgendo. Era la grande. Oh la gentile figura! svelta, frgile, come un bicchier di Murno: poi, di certe manine! mani s bianche, s trasparenti e voluttuose!...
- Garnier - proruppe la suora quasi piangendo - non per piet! per giustizia. Voi non potete strapparci questa delicata fanciulla, innocentssima. Ella ci venne affidata da'suoi genitori, e i suoi genitori son morti. Fssero anche stati i pi malvagi del mondo, che ci pu ella mai? e la Repblica nostra, gloriosa, come mai pu temere una ragazza, tmida, senza parenti n amici, pvera...
- Pvera? - ghign il commissario - Con quella miseria alle dita? - e accenn a tre o quattro anelli di lei, nica fortuna sua che or le tornava in disgrazia - Intanto - ci vr gli straccioni alle terga - noi, ppolo, crepiamo di fame!... Cittadina Beaumont! guarda col tuo parlare anticvico di non obbligarmi a ritornare da te... gurdati bene! -
E l il birbone venne alla giovinetta:
- Isolina La Roche - disse - ti arresto! - e allung la mano su lei.
- Largo! voi puzzate di vino - disse arretrando la tosa.
- Aristocrta! - voci il canagliume.
Cos, ne fu condotta via un'amica: ed allorquando suora Clotilde, uscita dietro Isolina, rincas verso l'Ave-Maria, a noi che chiedevamo: e dnque? - venne solo risposto: pregate -
S'andava chiudendo la sera. Prima di coricarci, noi usavamo entrare in una stanza dedicata al Signore. Peraltro, non vi si vedea nessunssimo segno della nostra salute. A mezzo allora di gente, la quale imponeva la libert del pensiero, tai segni, o per paura o pudore, si nascondvano. Noi li portavamo nel cuore.
E l'oratorio dava sur una viuzza perduta. Quando splendeva la luna, non vi si accendvano lumi. Quella sera, splendeva la luna.
Le suore s'inginocchirono senza dire parola; intorno di esse, noi; e pregammo.
Gemea la calma notturna. Per chi pregavamo, tu sai.
Ma, a un tratto, suono di vetri spezzati; e, a terra, il tonfo di cosa morta. E un grido: vive la rpublique! -
Balzammo in pie'sbigottite... Dio! Sul pavimento giaceva tagliata una mano, bianca, ornata ancora di anella...

- Basta! - qu esclamava Albertino, serrndosi all'ava. E rimanea pensoso il resto della giornata. A notte, sognava - e mani e mani spiccate, sotto il chiaro di luna, che gocciolvano sngue, fine, bianchssime, inanellate di topazi e smeraldi.

Capitolo secondo

Alberto, a furia di bvere su, e dagli orecchi e dagli occhi, storie d'ogni gnere musicorum, pens che ne poteva mettere insieme egli pure. E cominci a misurare dei versi; slito cominciamento; foggia di esprmersi la men naturale di tutti, e per la pi fcile.
Ma il caso ora antivenne al volere. Poco sotto al d natalizio di donna Giacinta, Alberto stava sudando una di quelle lttere d'augurio, che si ricpiano poi in carta da torta, e appunto avea gi combinato:

Mia cara nonna - Essendo...

allorch, giusto dopo l'essendo, cadde una gotta d'inchiostro. Ci che una gotta d'inchiostro pu fare, non  prevedbile; qu, fece un poeta.
Rttosi, per l'accidente, il filo alle idee dello scrittore, e s che era un filo da pozzo! Alberto, a riappiccarlo rivolse l'occhio allo scritto. Mia cara nonna - essendo... Mia cara nonna - essendo... dgli e ridgli, ud come un suono in cadenza, come un verso. E se proprio? Alberto se ne commosse. Credeva il far versi cosa arcidffcile, un quid-smile all'ingoiare coltelli, stoppa-accesa e turccioli, abituale pasto de'bossolottaj. Nulladimeno cont sulle dita... uno, due, tre, quattro, cinque, sei... sette! Per vero, non ne sapeva la giusta misura; ma, poco su, poco gi, questo avea ben l'aria di sserne uno. E ne azzarder egli un altro?.. Sprito!

Mia cara nonna. Essendo
cotesto giorno quello...

Forza!

del nome tuo, e parendo-
mi, pi degli altri, bello...

O sommo coro! gi quattro. E cos, continuando a tagliuzzare le frasi, che mano mano gli venvano sotto, e avvertendo che qu e l consuonssero (per evitare il che, in prosa, c' il suo da fare) giunse la fine. Rilesse. Grande fu lo stupore di lui nel trovare come la istessa istessssima cosa, scritta, invece che alla distesa - a luccnica - sembrasse, se non un'altra, tre volte tanto di considerazione.
In quella, t sopraviene don Romualdo, un corto e spesso di uno, il quale faceva il prete di casa: don Romualdo, lui che regolava i camini e le stufe, montava gli orioli, metteva lo zcchero entro il caff, sostituiva lo smoccolatojo; lui che teneva, e ci per qualnque avventore, un magazzino di poese d'occasione, gi bell'e pronte.
Va co'suoi piedi che il no-poeta chiedesse parere al navigato (forse, pi che parere, cercava un rampino per declamare le sue povere cose); e non altrimenti va che il pretocchio ne paresse entusiasta. Que'versi, se non ambrosia, spirvano odor di cucina. Don Romualdo, maraviglindone Alberto, disse ch'rano dei settenari, e tutto insieme costituvano un'oda, parola che discendeva dal greco... nientedimeno!... cio da od, es, e, intorno alla quale certi testoni, avan composto volumi e volumi. N censur che un manco di classicismo (notiamo che il prete spolverizzava mitologa anche sopra i sonetti da chiesa) "ma il classicismo" aggiunse fiutando verso di Alberto "sento io,  in viaggio". Intanto, amichevolmente si offriva a fornir la pestata di Giove, Giunone, e compagni.
Dopo, i due fratelli in Apollo tnner consulta circa il come produrre a donna Giacinta la ode. Consegnrgliela? No, era troppo alla buona: ai versi, via l'importanza, che resta?... Lggergliela? Bene; non peraltro, benssimo. L ci volea la cosdetta sorpresa.
- Oh santolina! - sclam il reverendo - trovato!
- Cosa? - dimand Alberto.
- Ma - osserv il reverendo, accarezzndosi il mento - or che ci penso! mi abbisognerebbe una tal quale idea del pranzo di gala...
- Perch?
- Perch - fe'il prete misteriosamente - se ci fosse un pasticcio... Giove Barbetta! - e fin con un'espressiva mmica.
Alberto approv a pi riprese.
- Per il pasticcio, stia certa... Ne parler io al cuoco.
- E guarda - raccomand il reverendo - ch'esso sia di Strsburg.  la forma indicata. Un'altra sminuirebbe l'effetto...
- Stia certa -
Lascironsi in questa intesa.
E Alberto riusc a far porre nella minuta il pasticcio, e nel pasticcio la poesa. Giunto il d natalizio, venuta l'ora tpica, don Romualdo esegu il taglio solenne, e:
- Ooh!
- Cosa c'? - chisero i commensali.
- Non so bene; sembra una carta - rispose don Romualdo, guardando con un fare d'Indiano entro il pasticcio - anzi!  - (qu la estrasse e spiegolla) - Un'ode! per la cara mia nonna... Santssimi lanternari! di Alberto! proprio?... Lggila dunque - e la porse al ragazzo.
E il ragazzo si alz. Con la rubiconda vergogna nel viso, lesse.
Un successone!... Perfino l'ingegnere Gabuzzi, tnghero il quale portava ogni festa la bocca in casa Pisani, cio v'appariva insieme alle cnque, mangiava a coscie di dindo, non pausando che il tempo necessario per bere, poi, preso il caff, dileguava non salutando nessuno, esclam "bravo!"  vero ch'egli tirvasi gi, proprio allora, un fettone del saporito inviluppo. Quanto alla nonna, pensate! Durante il dire di Alberto, segu con un sorriso mostoso e ninnolando la testa, la tiritra dei versi; poi, uno s'cissero bacio al nipote e un triplo buon-d incartato; al domani, la ode, di sotto il vetro e in cornice, al capezzale di lei.
Dnque, la vocazione di Alberto s'era spiegata. Ne venne, Dio scampi noi! un diluvio di versi, versi di ogni quantit e qualit. Ch, se, infiammato da Ariosto, incominci a rompicollo un poema zeppo di paladini dalla fatata e sguizzasole armatura, e dame tra le ritorte, e incantamenti, e cavallieri

con armi e aspetto, che dicea mistero

i quali comparvano all'improvviso sul finire del Canto, ed inventari di sculti marmi od arazzi eterni, e profezie per l'anno nuovo, e singolari tenzoni, e combattenti che - andati in paniccia - con un po'd'unguento bocchino rano ai primi amori; clto dall'ombra d'Alfieri, il nostro amico abbandon a mezza strada (canto quarantesimonono) il suo "Don Galavrone di Papironda" per ingolfarsi in una di quelle tragedie che fanno accapponare la pelle, greca, a stbile scena, atti cnque, e personaggi quattro in artculo mortis. Nulladimeno, Alberto non ne pot ammazzare che due; affilava lo scannatojo pel terzo, quando incontr Leopardi. E Leopardi gli fe'buttare il coturno nelle ciabatte. Gi allora canzoni che puzzvano il frcido, gi sonetti sbattuti in chiaro di luna... Qundici giorni dopo, Leopardi non pi! il nostro poeta, in Vittorelliato e in Frugoniato da capo a piedi, sdrajvasi arcadicamente in un paesaggio da parafoco, tra pastorelle alla Pompadour, agnellini dal nastro rosso, zefiretti soavi, ed altra roba minuta in elli, in ini ed in etti, cantando poesiuccie cos gentili e verdi "da mttere voglia di un'insalata indivia con chiappe".
E un d, o piuttosto una sera, mentre giocava con nonna, don Romualdo, e una serva alla tmbola, lesse i seguenti due versi su di una cartella:

Poeta senza amore,
giardino senza fiore.

Ne impensier. Era egli poeta?
Altro! - e perde'la quaderna.
Amava?
No - e fall la cinquina.
Dnque, gli bisognava cercare.
Ch, nel captolo amore, non si potvano porre le simpate da bimbo; una, ad esempio, per la maestra di baco e di abic, che nonna, piantando casa in citt, gli avea affibbiato. Pina Racheli era sui trenta, n bella; faccia patita, tarmata, con due lagrimuccie perenni, da formaggio di grana. Tuttava, come accarezzante il suo sguardo! e quale naso... dolce! - Oltredich, teneva sempre in saccoccia o manuscristi o mndorle spaccherelle o alla perlina. Amore, giusta l'Alberto d'allora, volea dir matrimonio; e matrimonio, giocare agli sposi. Dicea dnque alla Pina, che, fatto grande, egli l'avrebbe sposata. Ma lei, o ingratssima Pina! non aspett. Un giorno fece tenere, in suo luogo, ad Alberto un cartoccione di dolci. E lui? Lui sel spazz di gran gusto.
Cos, altra di smili fiamme, fiamme beninteso dipinte, gli era stata una cuoca; la Giulia. Al primo servire, cotesta tosa parea pi stagna di un materasso da campo. O che? A poco a poco, innanzi ai fornelli di casa Pisani, le die'come in fuori la umidit; oggi le si gonfiava una guancia; dimani, l'altra; dopo-dimani, un orecchio, poi una mano, poi un occhio... E donna Giacinta la compassionava! Infine, la maligna flussione prese la Giulia pi a basso. Allora, donna Giacinta crede'conveniente di salutrmela tanto; e Alberto perdette colei che vestiva, s premurosa e s bene, le marionette.
Ma questi due, ripeto, ed altri della stessa portata, se anche amori, non rano di quel tale barttolo or sospirato da Alberto. Dimando io! come mai un poeta che la pigliava sul serio, poteva, per dolce obietto, avere o una pilatella di cuoca che sbuzzava pollastri, o una maestra di prima, tanto paziente da far scappar la pazienza?
- To... to... tmbola! - qu eruppe don Romualdo approfittando delle altrui distrazioni.
E, dal mattino seguente, Alberto si diede ancora a cercare.
Gi molte volte egli avea ceduto la dritta sui marciapiedi al capitano Balotta e alla signorina sua figlia. Nel primo gli era sempre parso vedere un rispettbile pensionato in l bene negli anni (e ci a dispetto di un parrucchino rossastro) ma di legname stagionatssimo; nell'altra una sottile pivella quattordicenne, dal pellcido viso (quasi di madreperla, a due macchiuccie leggermente carmine) ed una buona massaja che orlava i moccichini di babbo, ne mendava le calze, non pensava che a babbo...
Ora invece, messi i potici occhiali, ecco l'ex-militare diventargli un tiranno dal frreo cuore, il grugno di bronzo, lo sguardo d'acciaio, insomma una collezione de'pi duri metalli; ecco la giovanetta cangirsegli in una creatura di cielo, con treccie d'oro filato, fronte spaziosa d'agata, due zaffiri per occhi, perle in cambio di denti, insomma una bachca di orfice.
E Alberto risolve'tentare una lttera, maraviglitevi! in prosa; spicco, che gli fece sudare una goccia ogni capello. Scritta, la ricopi calligraficamente sopra lcida carta, pinta a svolazzi di ben pasciuti amorini, la insabbi d'oro, poi, piegata e accomodata in una busta a ricami, la chiuse con un rosso obbiadino dalla figura di cuore. Usc. Sonava l'ora de'pipistrelli. In tasca il prezioso viglietto, tenne verso le case di lei.
E tanto egli si era ubriacato del suo, che non esit neppure un momento a oltrepassarne la soglia e a entrare nella portinara.
Ma l ristette confuso; col sedeva la Giulia (ben sott'inteso, con la faccia bendata) chiacchierando al portiere.
- Oh! signor Albertino!
- Tu qu?
- Vede bene. Sono al servizio della famiglia Balotta. E sua nonna? -
Alberto si smarriva, smarriva; uccello nella ragnaja, impaurito all'alzar degli stracci, fugg vr le reti.
- Giulia - disse - t'ho a confidare un segreto; vieni.
- Un segreto? a me? -
E la fantesca levossi, e il segu: fermronsi tutti e due in istrada sotto a un lampione. Ivi il nostro poeta, dimentictosi affatto che un guatterino grembiale cingeva la Giulia, si diede a sballarle una terrbile storia d'amore; meglio, una quintessenza di storie. Ella ascoltava con un sorriso di approvazione, dico cio, non ne capiva una goccia.
- E ne morr, sai! - conchiuse lui che narrava.
- Vrgine-madre! - fece la cuoca - che torlobrlo!
- E morir avvelenato - ripicchi Alberto convinto...
- Il Signore ne guardi! - disse ancora la cuoca.
Qu, il disgraziato

trasse di seno l'amoroso foglio.

- Per lei -
- Chi, lei? - dimand Colombina stupita.
- Gigia! - rispose Florindo con un lungo sospiro.
- Taccuni belli! - esclam la fantesca, soffogando a pena le risa - la Balottina! - e, con un sbito moto, s'impossess del viglietto che, tragicamente, ma non senza interno tremore, porgvale Alberto.
Giusto il d dopo, in sulle ndici ore, violente scampanellata alla porta di casa Pisani. Era qualcuno, il quale o avea diritto di entrare, o volea.
E la servetta, che sollcita accorse, apr a un signore, tutto vestito di nero, abbottonato da capo a pie', compresa la faccia, e col cilindro su 'n occhio.
- C' donna Giacinta Pisani? - dimand egli, sciutto come il pane di miglio.
- Signore, s - disse la cameriera.
- Bene, annunciate il capitano Balotta.
- Balotta? sbito -
E il capitano venne annunciato e introdotto.
Donna Giacinta, dal suo seggiolone, lo riceve'con guardo interrogante.
Egli, in mano il cappello, fece un inchino, serio, ministeriale. E chiese:
- Parlo io alla nbil signora Pisani?
- Proprio a lei - rispose donna Giacinta - Segga - E gli indic una poltrona rimpetto quasi alla sua.
Il capitano fe'un altro inchino e siedette. Mise, tra le quattro gambe della poltrona, il cilindro; fis un istante la punta delle sue scarpe, quella delle sue mani guantate; aggrond i sopracigli; poi, battendo le palme sopra i ginocchi, alz vivamente la testa, e...
Fu clto da uno starnuto.
- Salute! - augur donna Giacinta.
- Grazie! - ribatt egli instizzito, in cerca di un fazzoletto che non riusciva a trovare. Ma, infine, il trov; soffiossi replicatamente la cappa, e riprese contegno.
- Badaba - cominci egli a dire col naso intasato - il mio nome  Marc'Aurelio Balotta ex-capitano effettivo. La mia divisa, posso assicurare a badama,  senza macchia, ! -
(S'intende! avea e figliola e sapone.)
E la signora: me ne rallegro.
- Senonch - aggiunse il Balotta con la voce in cantina - un'onta, un'indicbile onta pende sopra i miei bianchi capelli - (e si toccava il parrucchino rossastro) - Madama! io sono un nico padre... cio, ho un'nica figlia, pianta educata con lungo amore... mio solo tesoro e speranza. Ora, o madama, qualcuno  l l per strapprmela!
- Me ne dispiace - osserv la nonna di Alberto.
- Due - segu il capitano con un gelato sorriso - non pi di due, sono i cerotti a smili piaghe. Lei capir, credo, a che alludo. I Balotta, nti, sono pvera gente, ma certa stoffa di gente, che non s'abbassa, corpo dell'uva! a nessuno, fosse il gran Kan della China!
- A meraviglia! - interruppe donna Giacinta - ma, se non disgrada al signore, dica; come ci posso io entrare in questi suoi interessi?
- Come? - grid il capitano strabuzzando gli occhi - Come? -
La vecchia sogguard il campanello.
- Tenga - egli disse disaccocciando un viglietto - legga! -
Donna Giacinta lo prese, e frug per gli occhiali... Inutilmente!
- Se lei, signore, volesse... - mormor ella nel riofferirgli il viglietto.
Il capitano lo ripigli.
- Cotesta lttera - disse - fu intercettata e recata a me jeri sera. Senza la fedelt, non comune, di una fantesca, forse a quest'ora, i bia... i capelli di un pvero padre rano contaminati per sempre! -
(Ahim! privo del bianco, il pensiero non valeva pi nulla)
- Oda! -
E il capitano aperse il viglietto:

Angiolo del Paradiso!...

- Dice la soprascritta: alla signorina Balotta - mia figlia. Che la sia un angiolo, ammetto, ma devo dirlo io, non altri.

Angiolo del Paradiso!

I plpiti del cuor mio sono da un lustro per te - te sola. Io ti seguii, mille fiate, nei variopinti giardini, nei devoti templi, alle armone; ora, assidndomi sopra i marmrei seggi o di contorto legno o di ferro, che gi tu avevi beato; ora, errando, desioso di mttere il piede nelle tue orme... (giravolte di tigre!)... Ma tu, o creatura azzurrina, non ne lasciavi!
E, m'hai alcuna volta avvertito? Sovente le tue luci belle incontrron le mie, sovente tu sfavillasti, guardndomi, d'un celestiale sorriso. Quel riso, quell'anglico sguardo rano essi d'amore? e, se d'amore, per me? (Gesuita!)
Io ti giuro innanzi a Giove e agli umini...

- Qu f grazia a madama d'una sfuriata d'esclamazioni anticristiane. Stia bene attenta; ccoci al sugo -
E lesse con accensione:
Ah! l'inimico fato dideti a genitore un sospettoso tiranno (io!) un geloso (io!) il quale... Ma no, non voglio risovvenire le tue brbare pene. Coraggio, o sfortunata donzella! c' chi veglia su te. (altro! il lupo f l'occhiolino all'agnello) Spera! attndimi. Di qu a tre notti, nell'ora in cui la luna  a mezzo della sua carriera, io fuggir da'miei lari, tu per srica scala da'tuoi, e uniti spiegheremo le vele verso la lbera terra, figlia del Gran Genovese...

la quale - parafras il capitano - salvo errore,  l'Amrica... E in tal maniera - aggiunse irritato - si tenta, a furia di vili calunnie e frasi ipocritamente melate, di attossicare una candidssima nima, anzi! di rivoltarla contro a'suoi superiori, naturali e leggttimi. Per la croce di Dio! non soffrir mai si calpesti il mio onore.  una riparazione che esigo, pronta, completa. Che ne dice, madama? -
Donna Giacinta, per vero, non sapeva che dire; ma gi allungava la mano al campanello.
- E sa di chi ? - fece l'ex-militare, squadrndole innanzi il viglietto. - Ne conosce il carttere?
-  intile... non ho gli occhiali - disse la vecchia nojata.
- Suo figlio! - voci il capitano.
- Il mio nico figlio  morto - oppose donna Giacinta.
- Eh? - chiese l'altro interdetto - Ma e allora... questo Alberto Pisani? -
Donna Giacinta stup.
- Infatti - ella disse - il nome  di un mio nipote.
- Vede! - sclam trionfante il Balotta - ccolo il seduttore.
- Scusi! - fece la nonna di Alberto - non credo proprio sia lui. Dimine! comincerebbe un po'presto... Pur tuttava, quando verr dalla scuola...
- Scuola? - dimand il capitano con un sobbalzo - che scuola?
- Ei f la terza-ginnasio - rispose donna Giacinta. - E ha solo ddici anni! - aggiunse con compiacenza.
Marc'Aurelio Balotta si lev dalla sedia, pllido, spaventato.
- Accidenti! - sclam; e stette l muto; poi: me l'hanno dunque accoccata? - (e dopo un altro silenzio:) - me la pagheranno! - Tolse, disotto dalla poltrona, il cilindro, salut secco, e part.
I risultati del quale collquio, per quel che riguarda la Giulia (che fu la burlona) non so; circa ad Alberto, essi vnnero oltre in una lavata di capo in famiglia, e lavata solenne, inquantoch avea la nonna a castigar nel nipote anche il di lei violente morbno; caso, vero riscontro a quello del gatto di una vecchia mia za, il quale, avendo nell'anticmera usufruito il nicchio di don Spiridione Badrla per certo suo affare, ebbe tante pi botte dalla padrona, in quanto, ella tra s, applaudiva a due mani lo spiritoso trovato.
Ma il nostro Alberto, che non potea vedere di nonna se non il difuori, addolor del rabbuffo: intanto, la stizza gli ritornava il Balotta, gi pei cnque minuti tiranno da teatro diurno, in un pensionato con le cigne e le staffe; e la mira fanciulla in una qualnque popla, che rattoppava camicie ed attaccava bottoni.
In conseguenza, la poesa di lui si fe'disperata; e, come gli  vizio d'ogni scrittore... che dico! d'ogni uomo, l'ergere s, in tutto, a unit di misura, cos il nostro amico infil migliaja di versi per annunciare Virt ed Amore riascesi in grembo ai celesti, il mondo... fango, opra terrena... vana (epperch scrverlo allora?) ed in una certa canzona, lunga come la broda de'Luoghi Pii, prov che mille e mille sciagure avano fatto del cuore di lui una pmice, s conchiudendo:

Giuro mai non alzar vecchio caduto;
Giuro restarmi muto
A chi mi chieder pane o pietanza;
Giuro non pinger mai
Su vergin morta o spezzata fidanza:
Se manco, o Sol! per me avvelena i rai.

Ma, a gran fortuna, tai giuramenti rimati si mantngono rado. Neppure un mese dalla canzone di Alberto, uno strato di terra, alto a dir poco due metri, avea coperto la sopradetta sua pmice; e il sole, generosssimo babbo, lungi dall'adontrsene, era l ancor pronto a covargli e le carote e i fagioli.
Camilla di-Negro fu la nuova sua stella; una tosa che usciva allor di collegio, figlia a una vdova dama, amica di donna Giacinta. Camilla, la quale compiva i diciotto, era un bel pezzo di Marcantonio, bionda, a pieni colori, soda e fresca come la dea Salute. Per vero, non sembrava la bella conveniente a una musa sempre coi lucciconi come quella di Alberto; il viso di lei era un libro, non solo sbarrato, ma un libro in cui si scorgvano i conti della cucina; tuttava, Camilla ascoltava con molto piacere le poese di Alberto (il che gli  giulebbe a un poeta) e dimandvagli continuamente libri in impresto.
Bene, una sera, il nostro carssimo amico, da solo a solo con nonna, leggeva come di consueto alla vecchia un non so quale romanzo.
A un tratto si ferma.
- Cos'hai? - f donna Giacinta. E infatti quella fermata era fuori di tempo; n lei avea da calcolare i punti della calzetta; n lui, starnutare.
Alberto si perit a rispndere.
- Nonna - poi disse con una voce sottqua - amo...
- Hai fame? - chiese donna Giacinta, spesso, come la pi parte dei vecchi, maliziosamente sorda.
- Amo! - ripet, a forte, il ragazzo.
- Ancora? - sclam ghignando la nonna - E chi?
- Camilla! - arditamente egli fece - Camilla, che sposer -
Donna Giacinta divenne pensosa.
- Ma, sai - disse - o il mio caro Bertino, che ti sei scelta una eccellente compagna? Bene, e poi bene! Manca che non dicessi di s! Spsala... spsala sbito... Dimine! Camilla  ricca; ti comprer un arsenale di giochi. Camilla  grande; ti porter in braccio alla nanna... -
Tque, perch Albertino piangeva.
Che l'indomani fosse domnica, senz'almanacco, anche senza memoria, sarbbesi detto: tutt'all'ingiro, quiete; nell'aria, note smussate di rgano e leggier sentore d'incenso; da lungi, rombo di campanoni e mpeti convulsi di tosse di qualche squilla crepa. O delizioso odor di domnica!
E Alberto, nella cmera sua, in attesa della contessa di-Negro e Camilla, le quali usvano accompagnarsi a donna Giacinta e a lui per la messa, stava facndosi bello innanzi allo specchio.
Si ud uno scampanello.
- Camilla! - sclam Alberto contento.
E sent tutta la casa risvegliarsegli intorno. Difatti, quella ragazza era sett'nime e un animno. Al suono giojoso della voce di lei mettvansi a chiuccurlare tutti gli uccelli di gabbia del vicinato, crocchivano i parrocchetti, il cane barbone abbajava, scappvano quasi scopati i mici; all'apparire della sua faccia da rosa-Bengla sembrava che doppiamente brillssero e i cristalli e gli ottoni, sembrava che sorridssero i muffi ritratti dei nonni.
Dnque Alberto, sotto l'allegra influenza di lei, fin di abbigliarsi; poi, guantato, in una mano il berretto, il libro di messa nell'altra, lasci la cmera sua e attravers quella di nonna vr il salotto.
Nel quale, l per schiderne l'uscio, prvegli si ridesse. Aperto, nulla. Trov invece Camilla e la contessa e la nonna, che discorrvano serie; troppo serie...
Ed egli ne insospett. Girato lentamente lo sguardo su loro, comprese che spasimvan di ridere.
A che? Alberto crede'capire anche questo: per cui, cambi il risolino del soddisfatto amor-proprio in una smorfia di malumore.
- Buon giorno - cominci egli gutturalmente, e ston.
Non ci mancava proprio altro! La contessa di-Negro rec il fazzoletto alla bocca, donna Giacinta il ventaglio: quanto a Camilla, gi, in uno scoppio di risa.
Il poverino imbragi.
- Oh mi verranno i baffi! - disse infuriato.
Ma intanto gli venvan le lgrime.

Capitolo terzo

Tutti gli sguardi si rivlsero a lui...
Avverto che noi ci troviamo in un'ula del liceo Rovani. C' un professore che insegna non bene, ed una occhiata di giovanetti che ascltano male. Il lui  Alberto. Saputo dire alla commissione esaminatrice e quanti chiodi No adoperava per l'arca, e in che maniera i Fenici aprvano l'striche, e di qual pelo era Dante, egli, pochi d innanzi, ravi stato ammesso; ora, facea la sua prima comparsa.
E Alberto, rosso come un garfano, sal alla ctedra e susurr alcune parole al professore. Il quale:
- Ah? ella si chiama Alberto Pisani - disse con la medsima cantilena con cui dottorava - dell'istituto privato Rosmini?... Bene, vada e segga nel quarto panco a sinistra, l, fra Caldarini e Tebaldi. Almeno la mi divider due ciarloni - (risa) - Non mi diventi il terzo per - (altre risa) - Signori! prego - e ripigli la lezione.
Alberto, con l'aria la pi spaesata, giunse al posto indicato, e siedette.
La lezione, filosofa.
Il professore - e cavaliere, s'intende - era l'illustre Pignacca, un uomo di peso (n solo a stadera) il quale gi avea commosso il mondo scienziato, il che viene a dire quattr'umini e un caporale, per certa sua particolare suddivisione nella psicologa, quasich la torta, con il variare del taglio, cangiasse. Inoltre, egli avea dato fuori un libro, scritto come italiano filsofo pu, cio in istile-droghiere, nel quale e'volea insegnare scientificamente virt... pensate voi! a frmole! come se matemtica!... A buon conto, lui non ne apprese; seguit a tenere la moglie sotto chiave e lucchetto, allorch non le stava, tormento infernale alle coste; e ad incollare semenza nostrana su Giapponesi cartoni. Pignacca poi, come ognuno della filsofa cricca, avea il suo gergo; dal che, liti strappa-capegli con chi, pur dell'istessa opinione, gergoneggiava diverso; e, come tutti gli altri frfuris ejusdem, non educava gi a fare, ma a dire, n tanto a pensare con il capo nostro, quanto con quello di lui.
Fortunatamente, nessuno degli scolari porgeva attenzione: era proprio la sua per conservare il cosdetto lbero arbitrio, quel lagrimino cio, che l'poca, il luogo ed il corpo in cui dobbiamo trarre una vita, pare ci lscino. Degli scolari, chi leggeva romanzi e chi scolpiva od inchiostrava panchi, chi giocava a tresette, a smerelli, ed anche alla mra... e si fumava e rideva e barattvansi pugni. Due stvano attenti; rano due margnucconi. Quanto ad Alberto, uso alla quiete di una pccola scuola, tenea la testa intronata, allocca, da veneziano sbalzato dalla sua morta laguna in una via di Londra.
E, pria ch'ei vi facesse l'orecchio, crsero settimane; pot solo allora capire tra chi si trovava.
Ei si trovava in mezzo a una turba di giovanetti con il prrito nell'nima. Qualcuno avea intravisto cose non sospettate. Gli altri s'rano affollati intorno allo scopritore, cercando essi pure vedere, chiedendo l'un l'altro. E l, nuove parole venvano mormorate e si stancvano i dizionari pi del dovere e circolvano alla nascosa imgini e libri, di que'che vndonsi con la mano sinistra.
E i giovanetti, allora, non ridvano pi alle ambgue spiritosit de'babbi e de'zii; invece, arrossvano. A volte, alcuno, fugga il bacio di mamma.
- Ma che ha il nostro Giorgetto? - questa dicea al marito, la sera - Come ingiallisce, n'? - e ricordava il latte-e-vino fanciullo di due anni addietro.
- Bah! - rispondeva il grosso pap volgndosi fra le coltri - mali di giovinezza - Sogghignava un pochino, poi si metteva a russare.
- O spose! - sospirava la mamma - a che verginit e candore? -
E intanto il Giorgetto imbalogiva vieppi; avvelenava l'nima sua e il sngue de'futuri figli.
Osserva il mio amico "tu calchi troppo la penna" - Vero; ma qu non sono io che pensa,  Alberto; e, in via morale, ciascuno, vede... quello ch' predisposto a vedere.
In verit, ben pochi de'compagni di Alberto rano quel che sembrvano o volan sembrare.
Per esempio, Rico Fiorelli! a sentirlo, una sbrnia ogni d; sempre ribotte, sempre allegre; in fatto, si coricava a nov'ore e non si arrischiava, al caff, oltre l'qua di pomi. E Peppino Milesi? Peppino,  vero, sul corso, in compagna d'altra lattuga d'orto novello, avea risposto "va e lavora" a un pver'omo sfinito che gli diceva "ho fame"; eppoi? poi rifece la strada in sua traccia e pianse non rinvenndolo pi. Cos, di Giannetto Campana, il conte Ory, quel che a suo dire, eclissava il gran Turco: bene, v'accerto che le di lui prodezze amorose restvano sempre al di fuori delle vetrine delle modiste, e de'balconi delle cantanti, come vi accerto che quella tal graffiatura alla mano ch'egli mostrava, segno di amore geloso di una tra le cento sue belle, era di gatto, gatto con quattro gambe. E aggiungo, che, navigato com'ei si vantava, un d, saputo che nella stanza di mamma era una certa cugina, da anni e anni non vista, la quale passava per una stella-Diana, ei non os uscir dalla sua.
Ma Alberto, carttere rococ, s' insospettito de'suoi novi compagni, e da lor si dilunga. Egli credeva nel raccontino "le pere sane e la guasta" un buon avviso per chi ripone la frutta, ma non pensava che ad ogni qualnque credenza dvesi unire un mrgine largo per correzioni ed aggiunte.
Forse, avess'egli incontrato un amico, chiss che altro sarebbe avvenuto di lui! certo, il non incontrarne, fu una disgrazia, ch la imaginazione di Alberto, a non soffocare, avea d'uopo uno sfogo, e inquantoch, mentr'ei viaggiava col capo di l delle nubi, era bisogno che, qu, un amico tenssegli d'occhio i piedi.
Secondo lui, i condiscpoli suoi, bevvano falso-Champagne in mancanza di schietto: a ci, nico scudo o rimedio, era un amore, fosse anche ideale. E Alberto, per la seconda volta in sua vita, cerc; questa, non di maniera.
Ma di vivente, nulla. Non gli parea di abbttersi se non in testiere da parruccajo o cuffiara; talora, lusingtosi clto da qualche givane aspetto, com'esso gli dileguava, il cuore di lui serbvane traccia, quanto la tela, esauriti i vetri della lanterna mgica.
Quindi, si vide il nostro gtico amico, per delle settimane alla fila, in volta nelle pinacoteche, assaporando a centelli le gloriose bellezze, tra una santa indeciso, una regina e una dea. Ma, chh! rano quelle un po'troppo a chinque. Alberto avrebbe invece voluto serrarle nella sua stanza, goderle egli solo. Poi, dicimolo, la loro vita d'amore era gi stata compiuta, scritta, stampata; mancvano d'un non so che... Cosa? (questo, Alberto, sentiva senza osar di pensarlo) - Fragranza di carne.
Cos, egli usciva dalla pinacoteca, solo come all'entrare, o spesso, col cupo sfondo del quadro nell'nima.
E, a cibo del suo chiuso umore, lesse un mattino, di una tal stiratrice, che, piantata da una birba di amante, avea ricorso al carbone. Alberto ne intenebr. Ei sospirava un amore; altri rane stucco; a lui nessuna gentile pensava, per altri - e indegno - ecco una poveretta, precipitarsi a cacciare dal suo stambugio il creatore soffio di Dio, a morirne i sospiri con le spergiure lttere; ccola destare smaniosa il fornellino che gi le dava la vita; poi - nascosta quella Madonna, non mai nascosta per altro - buttarsi sul letticciolo, la faccia contro i guanciali, attendendo... muta.
La fantasa di Alberto infiamm. Quella mattina, ei pass oltre il liceo, tenne verso una porta della citt, pass quella pure, e gi, a traverso i campi ed i prati. Il cuore or gli piangeva alla tristssima fine della tradita; ora, avvampava geloso: oh! egli non sarebbe stato sleale. E, d'ago in filo, sempre pi conflagrando il cervello, si persuase che lei, la suicda, avagli dato, per quella stessa mattina, un convegno.
Dove?
Ei rasentava un gruppo di piante incespugliate al pedale. M perch non l dietro?
Le piante, sotto l'onda del vento, chnan le cime come a rispndere "s"; Alberto, agitato, s'apre la via in mezzo al cespuglio, guarda...
Paciacic - salta in qua un ranocchio.
E fu in questo giro di tempo, che l'odore di cera attravers casa Pisani. La nonna s'era partita dal seggiolone... Dio! un seggiolone senza nonna... Ma - del resto - tal morte, non era stata improvvisa (e quale altra ?); tre quarti bene dell'nima di donna Giacinta s'ran da un pezzo, a poco a poco, annientati; l'ltimo, dissolvvasi ora con le molcole stanche, tra la pelle incallita.
Un d, si mormor ad Alberto:
- Pvero signorino! -
Che ho a dirvi? Alberto non trem, n impallid; e nemmeno pianse, quantnque ereditasse.
Senonch, morta ufficialmente la nonna, egli sentissi solo, pi solo della tabacchiera di lei. Di amici, sapete gi, non ne avea: due o tre conoscenze e alcuni mezzi-parenti facvangli l'istesso effetto del sarto e del calzolajo. E non avea pure fastidi; ei, maggiorenne; il suo patrimonio, se in miniatura, lmpido come un cristallo; per soprassello, una perla di servitore; uno, la cui fedelt, intelligenza, ordinatezza, scampvalo da quella fitta di guaj casalinghi, la quale vince gli eroi.
Ma il nostro amico, in mancanza di altro, guardate un poco, invidiosi! si die'a rancurarsi perch tutto gli andava a ruote inoliate, a rangognare di non averne il di che.
E, via su questa strada, Alberto si cominci a frugar la coscienza. Non dico gi, che il dare una occhiata ai nostri conti morali, di tanto in tanto, sia male... anzi! noi vi scopriamo partite nuove o dimenticate; noi vi facciamo, e con frutto, un corso di tiche. Tuttava, calma! mai sottigliezze. Diversamente, si ponno errare le somme, scambiar le partite, e per fuggire un abisso, caderci. Viva e viva colui, che tiene i suoi soldi in una schiera di citole, e spndeli a occhio!
Dico adnque, che Alberto si mise attorno a'suoi conti, e ci si mise con l'nimo ancor pi a rampini del slito.
Buffata via una polve di convenzionale virt, s'ebbe alla vista un pigio di vizi. In prima, cap che il suo cuore era un tappo di sghero. Eccome! Per esempio, il d innanzi, a un ragazzino, che offriva piagnucolando fiammferi e che parea cascasse di fame, egli avea risposto un "no" tagliente.  vero che gi tenane in tasca un due mazzi, ma! non importa; egli avrebbe dovuto comperarne qualch'altro - chh! molti - anzi! tutti. Per soprapi, quel medsimo d - sostando nella portinara a due amorosi piccioni l'uno all'altro accostati - come gli si dimandava "le piciono?" avea esclamato "arrosto!" Non nego, rano mnime cose, ma  appunto da queste, perch sbiti moti, che la natura nostra si svela. E poi! quante lgrime gli ran gocciate alla partenza di nonna? Nessuna. Pvera nonna! se non di quelle, che stzzicano mille appetiti nei nipotini per il gran gusto di soddisfarli, pur si trattasse di una fetta di luna, donna Giacinta ponea in lui molto amore, n mai s'era spassata di castigarlo, di costumarlo, come dicea una mia serva brianzola.
E il bello , che invece avea pianto a salatssime goccie la stiratora. Bene, che signfica ci? Che noi ci lasciamo pigliare, spesso dall'apparenza, rado dalla sostanza; che un brodo in tazza di porcellana ci par migliore di uno in iscudella di terra. Dite, avrebb'egli pianto lo stesso, se la infelice si fosse, ignobilmente, appiccata?
In conclusione, ei si sentiva malvagio; se non ancora assassino n ladro, in grazia delle circostanze solo.
Nulladimeno, i malvagi, per la pi parte, hanno talento; forse perch, dovendo, pssano quella virt aquistare che non fu loro donata. Ed egli? Avea s la gobba sul naso l'ingenii mons della fisiognoma; ma, in verit, leggendo, egli stentava a capire. Le poese di lui, regalarle ai camini, sarebbe stata superbia. Memoria? da penna d'oca. Tatto crtico? peggio che peggio; sempre si distaccava da un libro, da una sinfona, da un quadro, incerto se e perch piacssegli o no. Quanto al discorso poi, mai botte risposte, mai lampi di genio; parlava a lambicco, poco, e anche quel poco sconnesso, segno di roba mal digerita e di pensieri informi.
E nemmanco avea in costa un marsupio di studi, sia tili, sia dilettvoli, come vuol la corrente  stpida distinzione. Infatti, che sapeva egli a msica? Tamburellar con le dita e fuori di tempo sui vetri. E a disegno? Non temperarsi un lpis. E a matemtiche, istorie, leggi, e via via? Bah! della parte maggiore il nome solo soletto; dell'altra, sottosopra lo scopo, e non pi. Infine! agli esercizi anche del corpo, n adatto, n uso. In nuoto, un pesce di piombo; nelle ginnstiche, smplice spettatore; in arte equestre, noto solo alle scope e ai cavalloni di legno... Era palpbile prova il suo pvero corpo, malnato, male-cresciuto... T, vedi.
E qu Alberto, tolto dal tavolino un candeliere acceso (ch, nota bene, egli usava sperar le sue ova al chiaro di luna o a quello della candela) and a piantarsi innanzi uno specchio.
E il lume, battndogli in viso da lato, gli riemp d'ombra le occhiaje e gli incavi delle magrssime guancie.
Ne impaur. Sgocciolndosi addosso la cera e singhiozzando, si lasci cader su 'na sedia... Egli senza talento! egli senza dottrina!... Cattivo... E brutto!

Capitolo quinto

"Trac - la maniglia diede un sobbalzo...
Ne sobbalz egli pure...
Le imposte infatti si aprvano"... Vi ricordate? Se s, voi, miei lettori, cui il sopranaturale d urto, non indispettite: polve di Pimpirlimpna, in questo racconto, non ci ha.
Certo, si apriva la porta, ma semplicemente a Paolino, il servo, con un candeliere acceso ed un pacco.
Fu un verso sbagliato dopo una frotta di decasllabi equisonanti nei pensieri di Alberto. Il viso di cui prvene s malgrazioso che Paolino, deposto senza dire parola ci che recava, sbito se la batt in punta di piedi.
Alberto rimase dov'era, cio seduto sul mrgine dell'armadietto sostegno alla librera. E fisava l'involto.
Degli altri! rano clssici, pesca minuta. Dio sa, come sciocchi! Ma e perch allora comprarli?
Anni gi innanzi, gliene avea dato consiglio un professore di lttere, il cavalier Tamarglio (conoscerete) quel chiarssimo tale, che, com'ebbe scoperti i conti della cucina, mille-e-duecentisti; di Cervellata Martelli fiorentino patrizio, li publicava nella raccolta de'clssici.
- Ah! tu - avea egli detto ad Alberto - leggesti l'Alfieri, il Fscolo, il Manzoni, il Rovani, ed altri del medsimo sacco? Male, mio caro. Sono autori non puri, pericolosi; o da non lggersi mai, o solo allorquando non ponno pi niente sulla nostra corazza di studi. Conosci "il Pataffio"?
- No.
- Come? tu non conosci quell'inesaurbile cava di schietti e nativi modi di dire? Ed il Guittone d'Arezzo? e il Burchiello? e sopratutto quel prezioso librino publicato a mia cura? No? Poffar l'Anta! vuoi un consiglio d'amico? Va per la corta a pigliarli -
Alberto era peranco arancino. Credendo agli occhiali, al barbone, e alla sapiente sporcizia del professor Tamarglio, di bella prima and a comperarsi un mucchio di testi di lingua. Bruciava di mangirseli tutti, come se avesse avuto dinanzi un piatto di dolci. Ma il paragone val per met (quale, val tutto intero?): que'libri ran cattivi al palato; bens, a somiglianza de'dolci, impiastrvan lo stmaco.
- Gi - pensava egli a tanta scioccggine - sono ancor troppo novizio per poterli capire; mi abituer; non ci si abtua allo sgaro? Forse, sono ancora il villano che, innamorato della sua nigra sed non formsa Madonna, guarda indifferente una di Raffaello o Correggio. E, fssero cotesti clssici anche letame, non feconda il letame? -
Cos, cercando persuadersi a forza di metaforuccie che il male era sano, tirava innanzi a inghiottire le pi insulse scritture. Senonch, quelle che riuscvano ai palchi della librerietta sua, ran poche; alcune, mssevi a prova, ne venvan rimosse prima dei quaranta d. E dalla mente di lui?
O beata ignoranza! slida volta che celi orrbili abissi; per te si cammina sicuri, n si cade mai. Povert non teme indugiarsi a ora tarda pei boschi; se chiude la porta,  solo in riguardo dell'aria.
Mirate invece frutti del troppo studiare! dico in arte, intendete. Anzitutto, spendiamo il terzo migliore della vita nostra, quello di amare e creare, nelle cantine e nei spazzacasa, in busca di code di sorci e di capocchie di chiodi. Quando poi ci sovviene d'avere sul collo una testa e nella testa un cervello, la nostra originalit (primo tesoro a ciascuno)  svanita; noi, pensiamo secondo vuole la rima, facciamo a ricetta; oppure, incapati a seguire le orme di qualche grand'uomo, gettiamo la rimanente vita senza alcun pr. Per fare il Manzoni, ccoci Carcanini!
E alcuna volta si apprende, dopo un lunghssimo rigiro, che, fiori, smili a quegli essiccati che noi cercavamo di rinfrescare, venvan su a dispregio nel nostro giardino; che quella chiave, per cui frugavamo tutta la casa, era l, dove meno ci si pensava - in una tasca di noi.
Ma e se non fosse l pure?
Oh! allora, notte felice. Se qualche volta lo studio, a chi ha la presa divina, pu non far male; a colui che ne manca, mai non f bene. Inaffia il tuo ghiarone, concima! non caverai che de'sassi; i fiori tuoi, carta; i prati, saranno felpa.
Tuttava, poniamo che le qualit essenziali del genio sano in te, basta? No. Lo schioppo caricato e montato ha d'uopo di che fccialo espldere; per esempio, l'incontro con un'pera somma, prodssene altre; ecco dnque un portato di quello studio, che poco sopra (vvano le contraddizioni!) abbiamo detto non tile. E fuor dallo studio? S - Cosa? Amore - La biscia mettvasi in bocca la coda; va e va per un labirinto d'idee, Alberto giungeva appunto sul luogo da cui s'era partito.
Amore, bene. Come il denaro, esso  coppella all'individuale natura; cretinizza lo sciocco; aggenia il talento. Ma tutto st a trovarlo. Amore, gi, non s'era mai scomodato a salire le scale del nostro givane amico, n mai l'avea abbordato in istrada. E a dire che, se il destino ponea ch'egli, in et d'amore, avesse ad amare, ella, in questo vero momento, vivea... chi? dove?... e forse, ella pure sognava all'incgnito lui... Oh avsser potuto, almeno l'nime loro, preunirsi!
A buon conto, lo stare l immusonito, fantasticando, non era un mezzo davvero d'anticipare sul tempo. Poetino mio, necessitava che ti mettessi bravamente in viaggio verso la folla. Non rinvenendo anche lei, v'avresti, se non altro, posato di tanto in tanto, le imaginazioni tue e tratto vigore e materia per altre.
Ma, chh! Alberto temeva la societ. In societ cuore gentile non basta. E Alberto sentvasi e all'orba di tutti gli usi di quella e privo di spacciatura per se ne impipare. D'altra parte, fuori dell'qua, come apprndere il nuoto? A raccrre con disinvoltura il fazzoletto, sempre per terra, della marchesa Trestelle, dmine! bisognava vederlo a cadere.
Studia, studia, ripeto, a che? a niente. Tu miri troppo, e la rndine fugge. Bel gusto, ve', di passare quel breve tempo in cui si fanno a tre a tre gli scalini (quando, in isbaglio, non quattro) l, solo, presso del fuoco, contando le monachine; oppure a scrittojo, s'ammobigliando, stipando il cervello, per rnder poi dotti... i topi del cimitero.
S, giacch ne fu data, pi per forza che amore questa intile vita, dimentichimola in mezzo ai piaceri. Dopo, che ci pu ssere mai? Abbndano le risposte, ma chi le detta  mattssimo orgoglio, quel tale orgoglio che ci f copie di un Dio, e insegna come la provvidenza cresca la lana all'agnello per riparare dal freddo noi.
Dimando io, prima d'uscire alla luce, che fummo? Se siamo immortali, perch principiammo? N mi toccate a scusa l'oblo; il vostro oblo  il mio nulla.
E Alberto qu s'affis in una lunga lunghiera di stranssime idee, giunte a fila di ragno. Sfido la penna a seguirlo! Ma, se anche il potesse, la ratterrei; io non voglio che voi, o lettori, abbiate a lasciarmi in un accesso di disperazione; quindi, alla chiusa! Alberto si scosse, scese dall'orlo dell'armadietto, e borbottando "carpamus dulcia, nostrum est quod vivis" pass nella stanza da letto.
Andava a pigliare il cannocchiale e il soprbito. qua! che slancio. Ma pens, prima, di lavarsi la faccia: tltosi e la giubba e il panciotto, si trov la camicia non fresca. Fuori dnque i cassetti! questa qu, no; quella l, neanche; sclsene finalmente una battista a lattuga. La quale nuova camicia chiam un altro panciotto, come il panciotto gli fe'mutar, ben'inteso, e i calzoni e la giubba. Ma intanto le sue luntiche idee scioglivansi, s che, allo scricchiare di due stivaletti lucenti, non rano pi.
Cari miei, altro che lbero arbitrio! molte volte si pensa come vuole il nostro bito. Esempio, me. Quando sono a Milano, in cilindro, in marsina, guantato, con un sentore di muschio, leggo "la Perseveranza" fumo cigaretti di carta ed esclamo "sapristi!" Mi vedeste invece a Pava, oh mi vedeste quando f lo studente... con tanto di cappellaccio e mantello! Allora, pipo, giuro "per Cristo e Mara!" d del tu a chinque, e grido "viva Mazzini! e Garibaldi! e il suo inno!"
Torniamo ad Alberto. ccolo a quattro spilli, vestito come un figuro da moda e spiritoso del pari. D un'altra occhiata allo specchio. Stavolta, la luce, tenendo il lume Paolino, venvagli dal sopra in gi, parea ingrassarlo... N'? non si poteva dir brutto, anzi!
E di una signorile andatura - m perch ridi, mio Cletto? - signorile, dico, e ci ho le mie brave ragioni. Chh! non  forse il camminare in un pezzo, ingommato, ed il parlare stroppiatamente, molto pi da signore che non l'andare via lisci, come ci taglia il passo e la parola natura? non vuoi tu che il signore, in qualche cosa oltre ai panni, possa venire distinto dal poverame?
Dnque, Alberto, di una signorile andatura, pi non pensando che le sue quattr'assi, forse, rano gi in magazzino, si avva al teatro. Correva allora la moda pel crcolo equestre: egli vi giunge e solleva la pesante imbottita della porta di strada, di Dio sa quanti sospiro, cui la moglie moriva dalla febbre e dal freddo.
Al dispensino stava un biondone, acceso di colorito. Per il momento si limitava a vnder biglietti. Bast un'occhiata di lei a confndere Alberto; al quale se aggiungi un pajo di guanti nuovi strettssimi, comprenderai quanto dovesse penare a produr fuori il borsino e ad aprirlo. Pag. La dispensiera, con il biglietto, gli rendette de'spccioli; egli se ne allog, uno nella tasca di destra, un altro in quella di manca, e, come gliene avanzava fra mani un terzo, chiese una sedia.
- Trois francs - ella disse nel presentargli un secondo biglietto.
Alberto ricomincia la pesca; gli manca una lira; fruga di qu, tasta di l, crede di averla scoperta...  un soldo.
Arrossa; torna a cercare con rabbia. Pur finalmente trova; e paga.
Senonch, allontantosi dal dispensino e tentando cacciarsi in una finta di tasca quel maledettssimo soldo gi scambiato per lira, esso gli sfugge, e pirla sul pavimento. Ma Alberto, schiavo dell'bito, non se ne d per inteso.
- Signore! - sclama un monello, venditor di giornali, corrndogli appresso.
Alberto dovette ristare. Il ragazzino gli present la palanca. E Alberto, pi confuso che mai, se la mise in saccoccia!... Il ragazzino gli tenne dietro con gli occhi, tra il disappunto e l'offeso.
Ecco il teatro. Tcche le sedie, il nostro amico rimane un istante a calcolare il terreno; conta le file; poi, entra in una.
Gran tramesto di gambe e di pudche sottane. Egli si ferma a un ufficiale che ride con una bella vicina, e:
- Di grazia - dice.
- Eh? - f il militare alzando la testa; e, come Alberto accenna alla sedia - Pardon!  la mia. Guardi meglio il biglietto! -
Proprio! Alberto avea sbagliato la fila.
- Scusi! - mrmora. E torna a fare la strada in tanta stizza e vergogna, che per un pelo non iscapp dal teatro.
Intrattanto la banda suonava; banda a istrumenti un po'corti di fiato. Per contraccambio, ciascuno tendeva ad aprirsi una via sua propria, e Dio sa dove sarbber finiti, se, a contenerli, non sopraveniva qualche gran colpo di tamburone, uno di qu, uno di l, come quando s'incrchian le botti.
Ma, di sconnesso ancor pi, stava nel mezzo del cerchio, un disgraziato fanciullo che si storceva per solazzo del pblico. Era l'uomo-caoutchouc; un mingherlino a cui i bimbi della platea e dei palchi invidivano il bel vestito da diavoluccio, rosso, a paglicole d'oro, ma che, d'inferno, sentiva solo le pene.
O pveri ossicini! come dovevate crocchiare! E il pblico, gi ad applaudire. Sai allora chi ringraziava? Un grassone in livrea "le braccia al sen conserte" pure nel cerchio. Cpperi! Lo avea egli fatto!... e disfatto!

LA CASSIERINA

Dieci anni di meno - Alberto si trovava in campagna. Era solo, su 'n terrazzino della casa paterna che soprastava al villaggio, stanco, come generalmente si  agli sgccioli di una domnica, il giorno del fare niente, e si sentiva la faccia accarezzata dalla frescura notturna. Poco innanzi, una ventina di razzi - imgine della pi desidervole vita, corta e splendente - avea, per annunciare la chiusa di una festa paesana, stracciato l'ere, e apparecchiato tabacco di naso agli uccelli. Il cielo, nero-fulgine. Tratto tratto, una lusnta vi abbarbagliava per un batti-palpbra, facendo brillare, vetri, gronde ed ardesie: poi, tutto rintenebriva; e rispiccvano le illuminate finestre. Ancor pi nero dell'ere, il villaggio pareva allora un ammasso di spenti carboni.
E al villaggio salvano ad Alberto i suoni male-accordati di un tamburo e una tromba. Essi, di tempo in tempo, cedvano a una voce di donna, acuta... Di botto, Alberto, si parte dal terrazzino, stacca un cappello dal muro, esce di casa; e, gi per la rampa, arriva al sagrato.
In cui, a mezzo di una folla di rstici e in pie'su 'na panca, illuminata da ficcole, era un toccone di carne fmina, con i capelli a vaso di maggiorana, le guancie a pane buffetto, e la pappagorgia; sua veste, una petturina di raso non-bianco, e una gonnella di garza; sotto, due colonnette da balaustrato. Il che maledettamente stonava con la vocina di lei. Ma ella ricorreva spesso al tamburo. Allora, un uomo alla destra, in maglie, con una ghigna da pignatta bruciata ed i capelli alla ciabattina, strideva una tromba; e intanto, un pagliaccio a sinistra, abbigliato da Meneghino, sganzrla di uno a ventre di contrabasso e a muso biacca-e-mattone, gestiva, e, in ruca voce quasi annegata nell'aquavite, gridava.
E i tre saltimbanchi, rullando il tamburo, suonando la tromba, facendo un fracasso per trenta, si mttono in marcia: dietro, la barabbaglia intruppata, a ciufoletti ed a fischi.
I saltimbanchi vanno alla loro baracca. Ma, ivi, perch la folla si arresta?  che l tira vento di rame. Ha bel strillare il donnone: "sotto, ppolo generoso! si tratta della miseria di un dieci-centsimi..." tutti rimngono sodi. Corre quel diffidente sospetto, che  la prudenza di chi moltssimo ignora e poco ragiona.
Alberto volle rmpere il ghiaccio. Si fe'coraggio, e, camminato vr la baracca - l ove si stava a cassiere una tosuccia di circa otto anni, in bianco, con un visino stregato, gli occhi nerssimi, lcidi lcidi forse dal lagrimare contnuo, ed i braccetti nudi, che ricordvano i bastoncini del t - butt una moneta sul tondo.
Fu 'n soldo che diede un suono di argento.
- Lei... - prese a dire la bimba, tirando una falda di Alberto. Ma non disse di pi. Il saltatore dalla mtria affumata, avea grugnito con ira. Ella serr le palpbre come a tuono imminente, e Alberto, che s'era vlto e avea egli pure compreso, tque, e con stringicore seguit la sua via.
Nti - chi si diletta a dipngere - come pezzi di tela e pali formsser due lati della baracca; gli altri, un muro di orto. E, nell'interno, si vedvano panche, un pajo di cavalletti con padelline di grasso e fumosa fiammella agli estremi, e un organetto guardato da un cane barbone: volta, quella del cielo.
Quanto per a spettatori, all'entrare di Alberto non si toccava la mezza dozzina. Senonch, il panno tira il frustagno. "Va tu... vengo ancor io" appena Alberto fu entro, bbevi ressa alla porta; e nella baracca, folla.
E comincirono i giuochi - giuochi infami!
Imgina due piccini, di non pi di sei anni per uno, pezzati di nudo e con le animuccie l pelle pelle, ballottati senza misericordia; e imgina una tosuccia (la cassierina) incesa da bicchieretti di branda, a saltar trafelata, cerchi, corde e sedili, tossendo, e gettando a guisa di gioja i gridi che le strappava il dolore.
A un punto, sghitole il piede, la cadde contro del muro; n il muro era, per pasta, di quelli di Grico.
Alberto non pot pi durarla, si alz, e dilungossi con l'nimo che gli sapeva di brusco. E, quella notte, nella fantasa di lui, fu un vai-e-vieni; ora, di vispi e puliti pop dall'odore di cipria, cui, parlando, ognuno addolciva e le parole e la voce, e i quali, se piangvano mai, era per non riuscire a spezzare tutti i loro be'-belli; ora, invece, di avvizziti puttini - meglio, di pccoli vecchi - a strappi, lavati dalle loro lgrime solo, mai da nessuno baciati, mai sorrisi, qu a grignotare secchetti di pane dinanzi alle golose mostre di una rosticcera, l rannicchiati entro un pagliajo, bubbolando pel freddo, in compagna di qualche cane perduto o abbandonato com'essi.
Il domani, Alberto, si dest di buon'ora. Bisogno, pi che non voglia, stringvalo a ritornare sul luogo del crudele spettcolo. E, come vi fu, trov la baracca, spiantata; sen caricava un carretto. Sopra del quale, uno de'saltatori (quel dal mostaccio di spazzacamino) in maglie ma con la giacchetta a ridosso, dava di piglio ad un palo prtogli dal Meneghino. E questi era gi, la camicia slacciata (il che scopriva degli agnus), col muso ancor mezzo dipinto e mezzo verd'aglio. L accosto, i due pveri bimbi sotto di un asse, uno per capo, aspettando; in fondo, il donnone, floscio carname, in ginocchio, che legava un fardello.
E, tra i curiosi, Alberto. L'occhio di cui, pi che a tutt'altro, indugi sulla faccia di uno dei due tormentati piccini, faccia sparuta, smorta, ma intelligente che mai. Poterne cangiar l'avvenire, quale felicit! E, Dio sa che cammino di gloria gli si sarebbe dischiuso!... Una frasuccia bastava...
Ma la frasuccia non venne, ma Alberto si allontan.
Ch a lui mancava qualch'altro da rivedere, pur non sapeva dir che. Proprio, come allorquando s'ha una parola da proferire, se ne conosce il suono, se ne conosce il valore, ma non c' verso di spiccicarla; notando poi, che la cosa, cui tal parola  veste, torna, apparendo, moltssime volte inaspettata.
La quale cosa, ad Alberto (che svoltava in un vcolo) fu 'na tosetta, seduta sullo scalino di una portella, fisa a un collo di fiasco, rimstole in mano: a terra, dinanzi a lei, cocci di vetro ed una traccia di rosso.
La cassierina! Perch s assorta? Gi, era vano di attndere una di quelle fate benigne, le quali, a bei tempi andati "splif splaf" avrebbe, con un colpetto di verga, riuniti i ciapelli e riempiuto il pestone. Il vino continuava a colare. Ma ella non si moveva. Tanto f! le busse non le avrebbe perdute. Se lei non andava, loro sarbber bene venuti. Oh! per le busse, non la dimenticvano!... mai... - E tristamente, girava il collo del fiasco.
- Tu! - disse Alberto.
La ragazzetta alz due occhioni neri e calamarenti.
- Ti batteranno, eh? - dimand egli con una voce pietosa.
Ella bass la testina, e sospir.
- Prendi - fe'Alberto, rovescindole in grembo tutto che insaccocciava... e soldi di rame, e soldi di argento. Poi, fugg via.
Due sguardi maravigliati e di riconoscenza lo accompagnrono. Ei non li vide; li sent.

E questi due sguardi sono ancor l, nel teatro, vivi, e prtono da quella pallidotta fanciulla, la quale - come Alberto appariva - si era levata a mirarlo.

Capitolo sesto

Tuttava, di questi riconoscenti sguardi, Alberto - il quale avea raggiunto, a dritta, e presso della corsa, il suo posto - non rasi accorto, o meglio, non sapeva di ssersi, ch, non  impossbile che la sensitiva parte di lui se ne fosse, all'insaputa delle altre. Oh quante volte ci sovveniamo del viso, lungamente obliato, di tale, che viene in quella vr noi, prima che la nostra pupilla il rifletta! oh quante, ci ritorna un motivo, canticchiato chiss dove lontano, prima che il nostro udito ne raccolga una nota! Bisogna crdere dnque ci sia qualch'altro senso oltre i sliti cnque... sarebbe il pre-sentimento? E, nel caso di Alberto, una prova, era il ricordo della infelice bambina.
Dal quale, un gran battimani lo trasse. L'uomo-caoutchouc avea trinciato, doppio, uno di que'tai salti, i quali, per alleccornir la vivanda, han nome mortali; in segno di grazie, pigliava ora la corsa per trinciarne de'nuovi.
Senonch, Alberto, gir il cannocchiale ai palchi di prima fila. E diede sbito in uno con giovanotti nelle pi indecenti pose... Indecenti? epperch? non si vlgono tutte? - e pass poi ad un altro, al davanzale di cui stvano tre nonolini, con le braccine fuori e le teste sur il velluto del parapetto, moscatelli ed allegri, mentre la mamma allo specchio dei loro visucci godeva dello spettcolo; dopo, ad un terzo, con un signore ed una signora attempati e dall'aria muffa... marito e moglie senza figlioli! I figli, e chi nol sa? si mttono tra i genitori, tlgono a quelli la vista della runa del tempo, anzi, li ringiovanscono in loro. E cos, su e gi per i palchi, Alberto continu fino al vano della porta di mezzo, dai due poliziotti agli stpiti, i propri sostegni del palchettone regio.
Di l del quale, l'amico nostro, ripigliando il suo viaggio attraverso le lenti, sorpass un palco, in cui, viso a viso di un saporito vecchietto a cera da mela cotta, sedea una givane dama, vestita di nero velluto e in gorgeretta bianca increspata. Ma tosto vi ritorn. Era, la givane dama, castagnina di chioma, di sngue gentile, e mrbida siccome neve-di-latte; negli occhi, azzurra e della pi lmpida qua; in profilo, la Vittoria di Brescia. E Alberto le segn tutt'intorno, col cannocchiale, quasi una lnea, scendendo dal fronte di lei, per la guancia rotonda ed il mento, girando verso l'orecchio mezzo nascosto sotto ai capegli, e seguendo il gustoso contorno della spalla e del braccio fino al velluto rosso del parapetto. Poi, tir innanzi. Ma e che? ccol di nuovo a lei fiso. Certo , che le cose, belle di vera bellezza, sebben non comprese alla prima, lsciano desiderio di s. Ed ella or sorrideva; di qual sorriso, Dio! non gi della grinza, nata allo specchio ed usa nel mondo elegante, ma di un sorriso di quelli, che, venendo dal cuore, rimbeltempscono i bimbi, ed accontntano i poveretti.
- Eh! - salt su a dire una voce dietro di Alberto, mentre una mano il tentava.
Ei, sobbalzando, si volse; come se clto ad un furto. In verit, furava a un marito.
E vide Enrico Fiorelli, uno de'suoi condiscpoli molti di un tempo e delle sue poche conoscenze dell'oggi. Fiorelli era un grassotto, tal da sembrare imbottito, piuttosto rosso che biondo, e con un'aurola tutt'all'ingiro di far 'na vita da papa.
- Alberto - continu Enrico, scavalcando il dossale ad una sedia non occupata presso di lui - l' mesi mesorum da che ci siamo incontrati. Ti dir la mia cera che vengo dalla campagna. Salvo una fame assassina, st a gonfie vele. E tu?
- Vivo.
- Non credo. C' da giurare che ti stai sempre fra quei tuoi morti di libri. Studii alla disperata, eh? -
Alberto fe'una boccuccia di noja: niente lo contrariava di pi del passar per sgobbone.
- Non mi dare la berta - rispose - Dimmi invece una cosa...
- Due.
- Gi; tu conosci moltssimi...
- Conosco, f conto, mezza citt.
- Siamo a casa allora. Sai dirmi chi ... chi  quella... Guarda in fila seconda, a sinistra... quel fagotto di donna, in raso colore cangiante? -
Ipcrita di un Alberto! Ve', se piglivala larga.
- O? t'innamora? - dimand ridendo Fiorelli - Bene, quella brutta sgoma l, e quel secchetto di uomo faccia a faccia con lei, fanno un sol pajo. Tenvano droghera, sar un dieci anni, sulla piazzetta di santa Polonia; si chiamvan Del-B. Adesso, eh, ti leva il cappello, sono i signori baroni Del-Bue. Non han fatt'altro che trasportare l'insegna dalla bottega al calesso...
- Vorrei - Alberto interruppe con un zinzino d'aceto - diradare le nebbie che avvlgono prudentemente le orgini antiche di molte e molte nobilssime case... Altro che droghera!... E quelle due appresso ai Del-B? smbrano bmbole, n'?
- Bravo! sono quello che smbrano. Roba da gioco, e da buttare poi via. Un magazzino all'ingrosso e al minuto. Ne vuoi?
- No, grazie. Di'ancora. Chi  quella... quella... - (e qu Alberto, che voleva accennare alla dama in velluto, tra la vaghezza di udirne e la paura di udirne e dir male, titub) - quella signora... bellina... in quel palco a diritta, presso la porta di mezzo -
Fiorelli mir il cannocchiale vr lei. Alberto azzitt, e attese con batticuore.
- Divolo! - Enrico esclam, maravigliando di s - Non conosco...
- E conosci mezza citt? - chiese Alberto un po'in broncio.
- Ma non l'altra - oppose Fiorelli (e, tornando a guardare:) - magnfica donna, per mo! Vado a informarmi di lei.
- Dove?
- L; nella corsa che mena alle stalle; da colui che discorre coi cavallerizzi; non quello in soprbito grigio; l'altro, il nero di barba, pllido...
- Anzi, verde - osserv Alberto - Chi ?
- Un mio amico; il marchese Lotteringo Andal; suppergi, un buon ragazzo. Gi ti dissi, credo -
Difatti, s. Alberto si risovvenne che gliel avano pinto per uno, che nelle pi furiose dissolutezze si era infrollito nima e corpo. Ora, usato di troppo alle sensuali emozioni e troppo alle morali non-uso per riuscirne a godere, vivea tanto da mttere un giorno sull'altro; giorni tediosi, di una pesantezza di piombo.
Enrico, appresstosi, in questa, alla sbarra tra la corsa e le sedie, chiamava Andal.
Il quale, venne.
- Sapresti - cominci Enrico; ma qu s'interruppe, e - Andal; ti presento Alberto Pisani, mio amico. Alberto! il marchese Lotteringo Andal, ut supra -
I due nominati inchinronsi.
- Sapresti - seguit Enrico al marchese - il nome di quella bellssima donna, in prima fila, alla dritta della porta di mezzo? Non mi par forestiera -
Andal volse a lei un'occhiata, e...
Un momento! un momento! Io, Carlo Dossi, ho quattro cosette da dire alle mie signore lettrici. Per voi, lettori uominacci, nulla: saltate. E dico "donne, st in forse sul come a voi riferire il parlare del marchese Andal, parlare senza camicia, e peggio. Certo, se voi foste state allevate secondo natura, esso non vi darebbe n caldo n freddo; ma, invece, vi hanno insegnata la cosdetta virt del pudore - virt cara ai deformi, sempre posticcia, figlia e madre ad un tempo della libdine... O! non fuggite. Per voi, transigo con me e brucio io pure sull'ara di tale sporca virt il mio granino d'incenso: non voglio darvi la pena (sebbene sia pena che acuisca il piacere) di lggermi alla nascosa. Passer, dico, i discorsi del marchese Andal per tutti e sette i crivelli... vi va? - sicuro, del resto, che la imaginazione vostra, pudca, pu ricomporli... e con giunta".
- No; non  forestiera - disse adnque il marchese con una voce slojata, che a chi l'udiva attaccava la fiacca -  di qu. Si chiama Claudia Bareggi, figlia di un appaltatore di armata, un gatto in grande, morto cnque o sei anni addietro... -
E l principi a narrare a Enrico e ad Alberto quello che a voi, mie lettrici, secondo l'intesa, ripeto ora istacciato; come cio, Claudia, intorno ai diciotto innamorasse di un tal Savojardo, nient'altri che il lava-piatti e pela-capponi e menarrosti di casa. Sorprsili il babbo, priti cielo! un affare di stato! Si cacci via sur i due piedi il sonator di ghirnda, ma la sua bella crsegli appresso, e insieme a lei... le posate d'argento. E il babbo, dietro anche lui. Ma il babbo, per troppa furia di gingerli, ribalt e mor; per troppa furia di uscire dal mondo, dimentic il testamento. I due rondinini gli dedicrono allora un monumento, costoso... Ma e perch volron poi sbito a Nizza? e vi piantrono il nido? Egli  che l'aria di qu avea troppa buona memoria. Qu tuttava, di tempo in tempo, spigan le ali; egli, per dare una scorsa agli interessi di lei, ella per rinfrescar la memoria di una certa proza, innumervole a soldi e ad anni.
Cos dicea il racconto del marchese Andal. Ma Alberto, tenendo fisi gli occhi in quelli di Claudia, bevea dal loro lmpido smalto il contravveleno.
A un tratto, ella si leva, e, s'avvolgendo in un scialle bianco, scompar nel fondo del palco.
Alberto ha un sbito moto.
- Scappi? - chiese Fiorelli nel trattenerlo.
L'amico nostro arross, impallid, e stette.
- Un giramento di capo... - balbett egli.
- Forse i lumi... - osserv Enrico.
Era invece un colpo di sole!
E uscrono insieme.
Tuttava, in istrada, Alberto rinvenne. Non volle n punch, n que calde, ma volle andrsene a casa. Fiorelli l'accompagn. E il fresco risvegliava in Fiorelli la brillantina del chiacchierare. Era sul dare consigli. Disse ad Alberto, che, a non guastarsi e il corpo e il cervello, abbisognava, ad ogni mano di studio, una alternarne di vita giojosa, o maritare almeno l'aria morta dei libri a quella, viva, della campagna:
- Non par vero - disse - che un givane come te, fuori di tutte le busche; che non ha a rndere i conti a nessuno, abbia da stare, quanto il giorno  mai lungo e qualche volta la notte, a sbriciolarsi sui libri, cercando la quarta al trifoglio od ingollando pllole d'alo!... Uh!... Che mangi di colazione?
- Perch?
- Perch gli  quel pasto che ti d il tono del d. Che mangi?
- Un uovo... ma questo  a bere piuttosto.
- E d'altro?
- Una tazza di t.
- E d'altro?
- Un chfel.
- E d'altro?
- Niente.
- Come! niente?
- No.
- Ecco il marcio!... T... uovo a bere... chfel! Va, se la duri,  segno che ti han costrutto di ferro! -
Alberto sorrise pallidamente.
- Sei male informato - disse.
- Ma e allora, come vuoi rafforzarti con quella tua qua da occhi? Sai che ci va? Sleppe di manzo, o amico, costolette e bistecche. Ch, se tu mangi ben bene, studierai poco poco. Tvola e tavolino non sono in troppa armona. Per digerire tu dovrai passeggiare, le passeggiate ti desteranno appetito... via via, diventerai come me, una invidia alla luna di Agosto.
- ccoci! - fe'Alberto. E sost.
- T'ho pur rotta la gloria? - disse allegramente Fiorelli.
- Non dico.
- Dico io. Ma, quel ciarlone di Enrico, ti ha, se non altro, risparmiato del fiato. Va, e dormi. Gli  gi ora turchina per un figliolo da bene -
E strinse la mano di Alberto, aggiungendo:
- Riposa il grande stravizzo.
- Addo -
Alberto entr; serr la postierla; e, preso il suo lume, che lo stava attendendo acceso, attravers lentamente il cortile verso la scala.
La sua testa girava girava. Gli risonava l'orecchio come alla romba di una cascata " amore o  sonno?" chiedvasi machinalmente "oh maledetto il grillo di recarmi a teatro! Ero s quieto, cos contento!"
E raggiunse la scala. Si mise adagio a salire; ma, dopo un quattro o cnque gradini, riste'e siedette su di uno, posndosi a fianco il lume.
No, non era possbile ch'egli ci fosse cascato: era la brama di sserci, che glielo volea far crdere. Tutte panzane, smili amori improvvisi, quasi colpi di schioppo; o, per lo meno, amori apparenti, ch i veri hanno la fonte lor prima nella bellezza dell'nima. E conoscea m egli quella di Claudia? No.
Piano col no! La di lei nima, Alberto, l'avea pure veduta; essa non , come la gente pone, invisbile: ci che noi appelliamo il sembiante, l'aria, la idea di un volto, che  se non lei?
Ma  poi essenziale in amore il connubio delle nime? Non  forse al rovescio? E qu, se un cuore gli rispondea di s, un altro non si stancava a negare.
Quante contraddizioni! Chi vuol ragionare ci affonda. Vlta e rivlta, nulla di certo, se non se l'incertezza... e questa?... N s' manco sicuri di esstere! Presente, gi, non ci ha, perch il passato confina con l'avvenire; ma se il passato fu, l'avvenir non  ancora. Eppure, egli poteva pensare! e volere! e mversi... quasi a persuadersi del che, batt fortemente la mano sullo scalino.
E il colpo lo tir dalle nubi. Si spaur di s stesso; si torn in soggezione. Raccolto allora il lumino, si alz, e riprese a montare la scala, pensando "trgua ai contorti sofismi; andiamo a dormire. Dormendo, s' pi desti che in veglia".
E infino al ripiano, la testa di Alberto cess dal frullare, o parve. Ma, come all'uscio, si rinvi.
M perch a letto? Perch tante ore perdute tra le lenzuola? Se a riposare le fatiche del giorno, a che il riposo eterno di morte?
Ed ecco Alberto voltarsi, ridiscnder la scala, e riuscito alla porta di strada, riporre, nella nicchietta, il lumino.
Riapr la postierla.
Il chiaro di luna inondava la via, dolcssima luce agli afflitti. Il sole feconda s il formentone, ma il sentimento, no;  un padre, buono fin che volete, ma che st troppo in sussiego;  sempre padre, mai babbo. La luna invece  mamma; essa indovina i nostri minuti affari di cuore, ci piglia interesse; nei dispiaceri conforta, o almeno piange con noi.
E Alberto, al carezzvole influsso, sentndosi pi e pi alleggerir la persona, corrndogli voluttuoso il sngue, a lungo passo cammina: gi di qu, su di l, vede un palazzo, e al primo piano di quello una finestra splendente.  la sua. Alberto, con le lgrime agli occhi, la fisa. E una silotta di donna vi appare.  lei!... Ma la finestra si abbuja.
Ddici ore!
Lettori miei, niente paura! non vi allargate dal muro. Oggid, questa, non  pi l'ora dei ladri; oggi, si ruba in pieno meriggio.
 l'ora, invece, in cui il mercato di Prapo affolla.
Gi, il bujo, pesa su quegli intavolati, pi che campi dell'arte, ruffiani dei vizi; e le torme di lupe dalla voce ruca, che il dopopranzo battrono i marciapiedi infranciosando i cervelli mezzo intontiti dal cibo, son covigliate e tripdiano; gi, quasi tutti serrati, son que'caff, ove dei csi, torti di gambe come di nimo, sprsero effigi di pezzi di carne con l'indirizzo dietro; e la timidetta fanciulla, che poco innanzi valzava sotto gli occhi di mamma con qualche bel cavaliere, dorme, imaginando di lui, ignara di che gli serv. Or la citt va prendendo una sospettosa aria; quella di una ragazza, che, con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi.
Ve', un barbisino di qundici anni, il cappello negli occhi, che rade il muro di un vcolo. Egli pot fuggire da casa, e, mentre il vecchio suo padre lo sogna in preghiere, egli... Va o viene?  troppo allegro; va... E quel bambino, tristo, stracciato, su 'na scala, che aspetta? Pare venda fiammferi... Fiammferi solo?
Intanto, dei broughams dalle tendine calate fanno a precipizio, ch il Diavol li porta, la strada.
E intanto una carrozza si arresta in una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintna. Lo sportello si apre; ed ecco un alto signore, il quale offre la mano a una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. T! quel signore non riscemi nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni... E la bella sua moglie gli passa dinanzi. Egli le f un ampio inchino, e, come la vede sparire in una pccola porta - porta alle grandi fortune - tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incugnan col r, rimonta nella carrozza.
Un'ora!
Umini inferajolati, a viso da campana e martello, ne pednano ancora, tossendo; o ne vngono incontro soffindosi il naso. Aumntano dalle finestre i pst pst... alcune vie, da cima a fondo, pispgliano. Nabucco imbestia; la citt  in frgola.

Capitolo settimo

Allorch Alberto risal la sua scala, battano le tre della notte; e, che tale per lui fosse una vera strara, il viso di Paolino gliel disse.
Alberto arross. Perch? Davvero, non ci avea il di che; ei rincasava con tanti denari, quanti all'uscir di teatro, e il vizio costa.  dunque a pensare come noi arrossiamo ben pi di ci che la coscienza degli altri potrebbe rimproverarci di quello che possa la nostra.
E Alberto fugg prestamente gli occhi del servo, si chiuse nella cmera sua, e si gett sul letto, vestito. Era inebriato d'amore, ma pi ancora di sonno "no, io non debbo dormire, io non voglio dormire, non dormir pi mai" diceva a fiore di labbro; e ci rimase, come clto dall'oppio!
Lettori miei; conter intanto una storia.

LA PROVVIDENZA

Oh aveste avuta una mano sul cuore della fanciulla Claudia, quand'ella incontrava l dove la scala potea ancor dirsi scalone, un certo givane bruno; e di capegli e di occhi e di baffi, nerssimo! - Tuttava, egli non salutava in lei che la figliola del padrone di casa, e salutava senza pure fisarla. Egli era pvero e bello, ma non si sentiva che povero.
Chi fosse, udiamo la portinaja: "un givane molto gentile - ch le chiudeva sempre la porta e accarezzava il bargnau - il quale, da circa tre mesi, avea tolto a pigione una stanza nelle soffitte. Precisamente non sovvenvano il nome, ma quel si vedeva stampato e attaccato su pei cantoni, come maestro di... di... non ricordava di che. Nondimeno, gli affari suoi, quali si fssero, non dovano crrere a olio; nessuno ne avea mai chesto; ed egli, se spesso usciva con dei fardelli, rientrava sempre a man vuote".
Alle quali parole, Claudia, volgvasi in fretta, e, lasciando la portinara, saliva nelle sue stanze. L, presto abbandonava il ricamo per l'ago; l'ago per i fiori di carta, metteva insieme o una rosa turchina o un geranio verde; poi, indispettita anche dei fiori s'andava a sedere nel vano di una finestra con un qualche romanzo. E Lisa Angiolelli, che gliel'avea appostato non appena fnito, si guadagnava a pazienza il suo spicchio di cielo.
Altre notizie intorno al givane bruno, Claudia le ebbe da cui meno pensava, da un cugino di lei, Pietro Bareggi. Chi lo conobbe?... un mangia-dormi a faccia da mascarpone?... con un eterno sorriso a crtta?... un seccatore atroce?... No? - Gi; i connotati sono un po'troppo comuni. Pietro faceva assiduamente la corte alla bella cugina, e in generale s'avea per il suo sposo futuro. Nondimeno, se  vero che molti folletti in gonnella lo sospirssero come un marito completo, io v'assicuro che la nostra ragazza la pensava diverso.
Bene, questo Pietro Bareggi, uscendo un dopopranzo in carrozza con la cugina e il padre di lei (un mezzo accidentato e tutto acciucchito, antico bevone in cui s'era rifatto al rovescio il prodigio delle nozze di Cana) Pietro, dico, salut il bel givane bruno, che rincasava in quel punto.
- Lo conosci, tu? - disse con vivacit la ragazza.
Nta, lettore, che Claudia con quel suo allocco parente, stava sempre imbronciata; sul dimandare, mai; sul rispndere, rado; e, puta il caso, con dei s o dei no. L'inaspettato favore die'quindi un sorriso al pvero babbio, che:
- Altro! - disse, e cominci a narrarle (avvrti ancora, lettore, che, per amor tuo, inslo tanto o quanto il suo parlare ftuo) com'egli, due o tre estati prima, avesse conosciuto a Nizza, mentre vi ranocchiava, in quel givane bruno, un tale Guido Slis, conte, ricco allora da parte di madre di un diecimila e passa lire di rndita. Ma, Guido, avea per babbo uno strappacasa, giocatore finito e di Borsa e di bisca. Il quale, un bel giorno, fatto cinquanta e dieci, trenta, and con un po'di stricnna a stoppar la sua buca. Una fortuna, vero? Senonch Guido volle prefgerle un'esse, e accett la successione paterna. Ed ccolo intorniato da un nvolo di scortichini, con fasci di carte sgorbiate, bollate. Egli, gi allegramente a pagare! paga di qu, paga di l, non si trov alla fine avanzati che i piedi fuor dalle scarpe.
- E, jeri l'altro - aggiunse il cugino - lo rincontrai qu da noi. Quantunque molto male in arnese, ed io moltssimo bene, attraversai la contrada apposta. Gi; si sa, io sono un signore alla mano, io. E lo invitai a pranzo: parami dire il suo viso "ho fame" giusto, come le sue scarpe - (e qu il cugino bass un'occhiata di compiacenza alle proprie, nuove e a vernice) - Che vuoi? rifiut. E con un far di superbia! qua! -
Ma, no; io sostengo il contrario. Guido, superbo? Oh l'aveste veduto, pochi d appresso al racconto di Pietro, far capolino, con il cappello fra le mani e in aria di soggezione, nella ragionera Bareggi! Claudia, che a caso ivi era, il pu dire.
Slis veniva all'amministratore, e, nel pagargli una parte arretrata di fitto, si congedava dalla cameretta sua e da lui.
La bella ragazza lo fis tristamente.
L'amministratore borbott una frase convenzionale di dispiacere.
Il givane allora, sempre con lo sguardo vr terra, salut e si volse.
- Ftegli agio - sugger, sottovoce e con pressa, Claudia all'amministratore.
Il quale:
- Signore - fece - se  per il fitto... -
La faccia di Guido imbragi:
- Grazie! - disse - ma io... io parto per l'Ocenia - e, salutando ancora, spar.
Al trac della porta che si chiudea dietro di lui, rispose una picca violente nel cuore della ragazza. Ella cap di quale incendio o di quanto avvampasse.
Partito Guido, sembr insieme partito dalle labbra di lei, il sorriso. Claudia lasci le amiche, i libri, le passeggiate; prese a cibarsi a fregucci, a limarsi nell'nima; e, dalla fresca fanciulla a cera spazzata di un tempo, a cambiarsi in una di viso affilato, smorto, balogio.
Fu poi, in quel torno, che quello sfasciume di un padre di lei, da un pezzo a s non pi vivo, cess di morirle. Ci prsele alquanto sollievo, le disfog quel lago di lgrime, che dalla partenza di Guido le si era al di dentro ammassato; per la ragione stessa per cui, in piena battaglia, un bravo maggiore mio amico, tcco leggermente nel naso, diede in quegli urli, i quali, una prima e grave ferita in luogo meno eminente, gli provocava. E invano, Pietro cugino, commosso allo struggimento di Claudia, cerc a forza di buffonate di ridonarle allegra e di rimtterla in carne. Pena gettata il fare da nano, il travestirsi da cuoco, il travestirsi da balia! non otteneva da lei un sorriso, neanche di sprezzo.
Ma un d, il sincerone disse all'afflitta cugina di avere, in una viuzza perduta, incontrato ancor Guido. E Guido, stavolta, non gli avea pur reso il saluto!
- O il mio carssimo Pietro! - sclam la fanciulla con un sospiro di gioja, disincantndosi quasi. E a pranzo mangi due bistecche. Picciavi o no, sentimentali lettrici, stmaco e cuore sono vicini di casa.
E qu verrbbemi il taglio per un sermone circa le gioje morali, le niche vere, che la ricchezza potrebbe apportare. Apporta anche fastidi, non dico di no; ma, come scrisse un milanese brav'uomo "ogni qualnque cosa ha due mnichi" n, ora, sarebbe il caso da mtter mano al sinistro. Intorno al quale, parler poi a lungo, a consolazione degli spiantati, lor dimostrando anzitutto, che se i nudi-a-quattrini vlgono in capo i pi generosi e i pi bizzarri progetti, i ricchi, per contrappeso, hanno i denari, solo.
Pur tuttava si danno eccezioni: ccone una:
Alcuni giorni, dopoch Slis fu segnalato alla tosa da quel gog di cugino, un servitore di lei ne scopriva la casa ed entrava in un desolato stambugio, dove, neanche il sole, universale parente, si era mai arrischiato. E il servitore offriva a Guido un viglietto, con tali parole:
- Da parte della signorina Bareggi -
Slis lo pigli con tremore.
- Accomodtevi! - fece al domstico.
Questi, guardtosi attorno, dovette strsene in piedi.
Quanto al viglietto, diceva:

Signore;
desiderosa da un pezzo d'imparare il disegno, ora, mi sono risolta. Voi ne siete maestro, e, mi si disse, egregio. Vorreste insegnrmelo? Se s, vi aspetto: tardi  meglio che mai; presto  ancor meglio che tardi.

Il givane non si moveva.
- Ha una risposta? - azzard il servitore.
Guido si scosse, e corse alla tvola (tvola e letto era la sua sola mobilia). Ma, a che? di carta, non si vedeva se non se un brano d'invoglia, gi di salame; quant' al calamajo, l'inchiostro era s secco che la ruginosa penna di acciajo rppesi tosto. E allora ei si frug nelle tasche; e ne cav un mozzicone di lpis mezzo mangiato; era monco! Tent di aguzzarlo con una lama di coltello da tvola; non tagliava oltre il cacio.
Ma lo soccorse un temperino del servo.
E Guido, dietro il viglietto di Claudia, scrisse:

Signorina gentile;
non posso proprio accettare: un pblico impiego mi vuole di giorno e spesso di notte. Di malincuore  il mio no; pur mi consolo pensando che lascio il posto a qualch'altro, certo pi degno di me.

Voi, capirete, lettori, che il pblico impiego di Guido era tutta fandonia, sebbene ei gi avesse, e l'ozio di un alto e la fame di un mile. Dnque, che ne era del suo schietto carttere? m perch ricusare un onestssimo ajuto?
- Bella! - se  un matto! - salta su a dire un N.N., che a questo mondo cant sempre nei cori. E, matto, in confidenza,  quel nome, molto di uso, che noi regaliamo a coloro, i quali san pensare diversamente di noi, quando ne sembra un po'forte il chiamarli o bestie o birbanti.
Ma il viso della mia Bigia si f pi gognino del slito.
Ve', se ha compreso!
Tu allora, Bigia, e insieme a te, quelli che hanno intelletto d'amore e sclgono le scorciatoje del sentimento, non chiederete certo perch, allontantosi il servo, Guido si buttasse sul letto, a pingere e a pentirsi, prima del suo rifiuto, del pentimento poi. Guido sentiva di aversi accecato il solo spiraglio di luce che ancor gli restasse, di avere perduto l'ltimo filo che il ratteneva alla vita.
Ma, un'ora dopo, un picchio alla porta: forse, della vecchia padrona di casa pel fitto settimanale.
- Avanti! - Slis rispose, con la faccia contra il paglione.
Si ud l'aprire dell'uscio.
- Signore - principi oscillando una voce di donna; ma questa voce descrisse una curva; non, come Guido attendeva, un ngolo.
Egli ne trasal. Levando lentamente e con timore la testa:
- Oh! - fece; e balzando in sui pie', poggiossi alla tvola.
- Signore - Claudia continu, dal lato opposto di quella - il mio servitore m'ha detto... io vengo... mi disse il mio servitore... voi... - ma l, s'empiendo di parole la bocca, tque rossa e confusa, e fis l'occhio alla tvola.
- Signorina... voi... - cominci allora il givane bruno - avete scritto... il vostro servitore mi disse... io... l'impiego... -
E batti con questo impiego! Guido si moltiplicava le macchie sulle unghie. Ma il dir buge non  roba da tutti. Ed egli turbossi, azzitt, e scese lo sguardo su dove posava quello di Claudia.
In cui, era un intreccio di lttere, un intreccio a matita; Guido leggvavi Claudia; Claudia, Guido. E le pupille di essi, rialzndosi insieme, didero l'una nell'altra; n si fuggirono.
Dio! che scontro! In un baleno, due storie di amore, che ne formvano una!
- Claudia! - egli esclam, giugnendo le mani - io ti fuggii; tu mi sgui.
- Dnque, ci amiamo? - fe'la ragazza con uno scoppio di gioja.
Ma il givane impallid, e si lasci cadere sul letto, e si nascose tra le palme la faccia.
- Oh noi infelici! - disse.
- Perch? - dimand la tosa, agitata.
Ei trasse un profondo sospiro.
- A che sono ricca, io! - sclam con angoscia la bella.
E qu, silenziosi momenti. Poi, s'ode un passo che si slontana; poi, una porta che cricchia. Egli leva le mani dal volto; guarda:  solo. E geme "la povert f paura".
In qual maniera, si maritrono dnque? State a sentire. La conclusione par da comedia. Un prete Armeno (chi dice Greco, ma ci nulla importa) apparve Deus-ex-mchina a Guido, e gli rimise, in nome di tale, morto pentito a Betlemme, una grossssima somma, truffata, anni gi molti, al babbo di lui. Il che era bene possbile. La vecchia casa dei Slis, disordinata che mai, vincea per ladri il nuovo regno d'Italia; poi, l'Armeno produsse una filatra di scritti; infine, prova senza risposta, era il pagamento sonante.
Bigia, or che pensi?
- Penso che la Provvidenza  pur buona!... con l'ajutarla un tantino -

E detta istoria venne poi anche raccolta da Alberto a pezzi e a pezzetti da bocche meno bugiarde di quella del marchese Andal; principalmente da Enrico. E, per le molte lacune, era proprio il caso di dire:

Se imgini cos',
c' un grppolo per te.

Ma, alla morale, il veleno. Come fuggire il confronto tra quella istoria a chiaroscuri e di amore, e la sua (di Alberto) morta di affetti e di un montono grigio? Pi; e'sentiva che la comedia dei due givani sposi era bella e finita; e, se ancor non finita, il posto di lui era in platea: avrebbe parso, in sul palco, una quinta di selva in un scenario di sala.
Felicit stava con que'due cnjugi-amanti. A che buono turbarla?
Ma l i pensieri di Alberto cambirono strada. Vncere un cuore? egli? con quel disgraziato suo corpo? - e sospir e singhiozz - Oh! foss'egli stato bello!... bello come un givane Dio pagno. ccolo venire all'incontro di una lunga fila di giovanette, poniamo un collegio, fiero, splendente -  E passa, lasciando dietro di s, in ogni seno uno sbttito, su d'ogni labbro un sospiro...
A notte, nei dormitori... il divolo.

Capitolo ottavo

Alberto, per i cnque minuti, s'era condotto a vedere, con gli occhi solo del corpo, amore; non gli accordando di sprito se non quel tanto per cui la carne potesse avere coscienza di s. Accrtosene, intorbidossi. E torn, per puntiglio, in mezzo a'suoi cavalloni di legno.
Voleva egli perfetto amore da Claudia? Le nime loro dovano piacersi anzitutto. Un mezzo? Scrvere un libro; gignersi a lei in isprito. In modo tale, Alberto, credasi riconciliate le sue opinioni, e non si addava che la rerum essentia era una. Qu, al pari di l, essendo patrimonio comune agli sposi anche le res divin , avasi e cito ed adulterio.
Bene, si scriva. Ma ecco sopravenire una folla di dubbi; i quali dubbi, in pieno, nscono, non dal cervello, ma da un cert'osso in noi altri italiani pronunciatssimo. Oh quante volte non si f qualche cosa non reputndosene atti! "dammi quel ferro" - "pesa" - e non s' ancora toccato; come, per la medsima inerzia, noi lavoriamo. Diffcile  l'inviarsi e il restare.
E la pigrizia sotto forma di dubbi, d'indecisioni, di scoramenti, si die'a batostare col nostro amico.
Correva il mercoled. Alberto cominci a transgere seco, mettendo la prima zappata al prssimo luned. E come fare di meno di questo tratto di tempo, per preparare le penne, il calamajo, la carta? Ma intanto, per attutire la noja ch'egli si procurava, prese a frugare ne'vecchi suoi cenci, vo'dire nella raccolta delle pere sue in versi ed in prosa; sopra la quale da anni - morta la nonna e don Romualdo inciullito - ci dormiva su il gatto: chi vuole darsi infatti la pena di lggere a s i propri pensieri?
E Alberto ci ricorse con smania. Ahim! rimsene mortificato.
- N'? - potrebbe qu osservare qualcuna di quelle prudenti persone, le quali, a scanso di sbagli, non fanno mai niente - Vedete la fretta, ragazzi? Fortuna che Alberto non avea peranco stampato! -
Ed io: ragazzi, ridtegli in muso. Per me v'uguro, allorch rileggete i vostri vecchi lavori, di ritrovarli ben brutti, e spesso; ci, a casa mia,  buon segno. Sen duole Alberto? che importa! non ho mai sognato tracciarvi una falsariga di lui, ma unicamente un carttere, scelto  vero di tra i pi arlecchini. Tirando in lungo di fare, quando saremo su quel tale ripiano dove i pedanti danno vnia a chi osa, non sapremo di sserci. Non si creda peraltro che il progresso sia in tutti; (lasciamo stare che alcuni divntano grattaculi prima che rose); come del corpo, il quale a data statura f il groppo, cos, del nostro intelletto. Perci, io vi giuro che le poese di Alberto avrbbero ancora riscossi i battimani di donna Giacinta, Don Romualdo, e di moltssimi altri.
Il luned venne. L'amico nostro siedette a scrittojo. Ei si sentiva la testa piena di belle pensate, ma senza verso di sprmerle; si die'con la penna a tormentar la stoppina; niente! (dovea tormentarsi il cervello); addent la cannuccia; nulla!
Senonch, togliendo questa di bocca, gocci a mezzo del foglio una macchia. E Alberto, soprapensieri, psesi a racconciarla; le aggiunse una testa, una coda; e non s'accorse di penneggiare un cagnolo, se non a lavoro finito. Pensate come dovette istizzire! Lanci lontano la penna, strinse, gett per terra il fogliuzzo; fu per gettarvi il calamajo financo, ma si rattenne, avvertendo al tappeto. Convenzionalssima ira!
E si lasci andare sdrajato nella poltrona (tra noi, pi che cmoda) in maledendo e il poco ingegno di lui, ed il carttere brutto; disse che la imaginazione ragli imbozzacchita; chiam in soccorso i suoi favoriti... Sterne, Thackeray, Porta... E Porta, Thackeray, Sterne, tnnero mano alla poltronara di lui.
Al marted! L'amico bello - fermo stavolta di vncersi - prima di tutto, cambia la sua pigra poltrona con una sedia di pelle duramente imbottita. Fede di vncere, f: ma una colazione abbondante impaccia ad Alberto la virt volitiva.
Inoltre, com'egli  a scrittojo, un raggio di sole, battendo in una vetriata di faccia alla sua e riflesso, viene a baluginargli a pi riprese negli occhi. Egli si leva, socchiude gli scuri; ed ecco l'illuminello lampargli per altra via. Abbranca il tavolino egli allora, e lo trasporta in parte diversa; torna a sedere, bagna la penna; ma il tavolino, di cui solo tre gambe tccano il pavimento, si mette ad ondare.
Cristomara! Alberto balza in pie'spazientito, e intanto lo sguardo di lui cade su 'n taccuno, il quale segna il d trdici. Chi  che non sa come noi siamo superstiziosi, cattivi, quindi anche buoni, secondo meglio ci torna? qua! il d trdici?... Poltronara apr tosto ad Alberto un sacco di arle.
Dnque, allontanossi del tutto dallo scrittojo, prese il cappello ed usc. S'intende ch'egli sentvasi in corpo quella stracchezza e quella vergogna che ci tormntano allorch transigemmo col nostro dovere: come, peraltro, l'uomo si studia di rinvenir sempre ragioni fuori di s per la mala sua voglia, e di sempre ingannarsi, cos Alberto pens che scrver col cuore e con l'arte possbil non era in una s gnocca e sonnolente aria, e tuttogiorno vedendo gli stessi visi di persone e di case (e tu cambia strada!) di pi, abitndone una dall'eterno sbadiglio. Inquantoch, per vicini, egli avea, a terreno un banchiere; a primo piano, un generale in ritiro, e un alto impiegato; al secondo, due giubilati civili e un cannico. Oh! avess'egli vissuto tra il rntolo delle seghe, lo squillar delle ancdi cadenzato col canto, lo strpito de'telai, il moto, le grida, insomma il fervente lavoro!

Notte; il cortil delle poste. In mezzo, nell'ombra, una diligenza a gobba coperta di tela cerata, alla quale, degli stallieri in camiciotto azzurro, attccano tre robusti cavalli. E intanto, presso un lampione, il cocchiere aggroppa una nuova scoppiarella alla frusta.
- L'interno, completo - f un uomo a berretto listato di oro, scendendo lo smontatojo dell'mnibus.
E va a dare un'occhiata al coup. Vi  un givane intabarrato.
- Uno - egli dice, consultando un libretto; poi, volgndosi al prtico - manca un signore! il signore nmero due.
- Signore... nmero due! - ripete alla soglia della sala da pranzo una voce.
Qu il vetturino, per le maniglie, s'arrmpica vr la cassetta.
- ccolo! - grida un ragazzo.
Infatti, due donne ntrano frettolose dalla porta di strada; si frmano alla diligenza; si abbrcciano; bciansi; pnano a separarsi. Ed il commesso si mette a far nte; il vetturino si calza i guanti pi adagio.
Ma concambiato  l'ltimo bacio.
- Ol! op op! - vocia il cocchiere, raccogliendo le briglie e s'giaccando la frusta. E la greve carrozza si muove, passa lentamente il portone, e ruota sui trottatoj di granito. Vi ha passeggieri, di quegli infelici, costretti, nell'ampiezza del mondo, a trarre la vita entro quel torno di mura di cui nquer prigioni, che l'accompgnano con un sospiro. Molti de'viaggiatori sosprano invece nel lasciare la gabbia.
Nel coup, Alberto, il quale sembra dormire, guarda la sua vicina, sottqua. Egli, nel nmero due, non aspettvasi certo una donna, e, quel ch' pi, una donna givane e bella come gli avan tradito i fanali. Troppo desiderava e temeva ci. Ora, il cuore gli lngue in una commozione dolcssima. La sua compagna st avvolta in un waterproof, il velo del cappellino gi. Tra essi, posa una sacchetta di cuojo, poca barriera, ma che val, per l'onore, quanto una catena di monti.
E chi potea mai ssere la solitaria viaggiatrice? Alberto vdela trarre un fazzoletto di tasca, e prselo agli occhi; dnque, una istoria di pianto! Tosto, il cervello di lui si die'a fabricare romanzesche avventure; tuttava e's'annaspava vieppi; tuttava e'sentiva quel smarrimento di s, quell'abbandono, che precdono il sonno. N c'era in mezzo se non il rumor del selciato; s, che allorquando si cominci a crrer soave sur il battuto, Alberto non finse pi di dormire.
Come destossi, la luna splendeva diritto nei vetri innanzi al coup, illuminando, al di l, i dorsi e le teste dei tre cavalli; di qu, egli e la vicina di lui, sopta. Il velo del cappellino era su. L'ovale sua faccia, da cui le lgrime avano cancellato e il colore e il sorriso, pareva al melancnico chiaro uno schizzo a carbone su 'n bianco muro. Dio sa quali occhi sotto quelle palpbre a lunghe ciglia di seta!
E il guardo del nostro amico, vinto a incandescenza cotanta, dovette abbassarsi. Dal waterproof di lei, sopra un ginocchio, usciva una mano guantata, stringente una lttera.
Un'ora pass. Svegliossi anche la bella, s'addiede di ci che avea tra mani, e, vlto alla sfuggita un'occhiata ad Alberto, l'apr.
Quella lttera avea forte-impresse le pieghe, ed era sciupata. La incognita stette un istante indecisa, poi la stracci, e tornolla a stracciare; sogguard un'altra volta ad Alberto, si alz, e, sceso un cristallo (senti che brisa!) sparpagli fuori i pezzetti. Quanto al suo cuore, era di gi lacerato!
Impallidisce la luna; la punta del freddo si aguzza. Con il disslversi di una spolverina di nebbia, si disgnano e stccano su 'n fondo celeste a pennellate rsee, violette ed arancie, le creste delle montagne, e de'villaggi i contorni. Il gallo, canta.
E, come la machinosa carrozza, in discesa con uno stridore di scarpa, tocca un acciottolato, la sconosciuta si tira in grembo la sua sacchetta di cuojo.
Ecco! la diligenza si arresta. Generale risveglio nell'mnibus; vi si scuton le membra intorpidite da uno scmodo sonno; si danno i diti negli occhi; si ritrvan le gambe: qualcuno, lo storcicollo; altri, il naso stoppato. E un uomo, di barba nera, smorto e accigliato, apparso, di l dei vetri, al coup, prene lo sportello mormorando parole, che Alberto non riesce a far sue, alla givane. La quale smonta...
Lontan lontano, in una selva di quercie, tetti acuti e torri...
- Ol! op op! - f il vetturino di nuovo, riprovando la voce inumidita ad un fiasco. E il carrozzone ripiglia la pesante sua corsa, mentre l'amico nostro mira con amarezza l'abbandonato canto. Ella, per lui, non  pi. Quale sorte attendvala?
Ma a terra  un brano di lttera che gli potrebbe rispndere.
Alberto il raccoglie, e... Scusa, lettore mio! Egli lo straccia a minutssimi pezzi.

E fu sulle cnque del pomeriggio che Alberto giunse a Silvano. Era Silvano un gruppo di case, che si serrvano l'una contro dell'altra come conigli barbellanti pel freddo; un campanile puntuto, nel mezzo; innanzi, un lago; alle spalle, un'erta montagna. E giustamente ei si ferm all'ostera "Il cannone" cannone di latte-mero, intendete, ch la Pace ivi facea da ostessa; poi, cos netta da non parere italiana.
Sulla porta di cui, Paolino, tra i servitori il pi dolce di sngue e di piedi, attendeva. Egli, di alcuni giorni, avea con i bauli preceduto il padrone a scgliergli una cameretta.
In fede mia! ben scelto.
Ragione prima; nella cameretta fluvano l'aria e la luce a torrenti. Non si cercava di lor contrastare, ch se la mobilia era di smplice abete, e i muri imbiancati e non pi, non vi s'avea a porre nell'ombra n cnque-dita, n macchie di umidit e di fumo. Tutto sembrava appena piallato e dipinto. Coscienza sporca non vi avrebbe potuto abitare.
Ragione seconda; si allargava la stanza sopra la via con un terrazzino. Da questo, lo sguardo, passata un'alla a robinie e un murello, frisava il lmpido specchio del lago, e finiva a sciugarsi nel verde della montagna di faccia. L'occhio, oh quanti sentieri scopriva! il cuore, quante avventure!
Il che, tutto insieme, spronava gi l'appetito. E state certi che a pranzo, Alberto, non comand, quella sera, le mezze porzioni n lasci molto pel gatto. Inoltre, vi era un certo vinetto, s allegro, frizzante! Dgliene un sorso, dgliene il secondo, egli e Paolino svenrono un tre bottiglie. La pupilla di Alberto brillava; sfido voi, attraverso un bicchiere schiettamente rosso, a non iscrgere il mondo in flrida cera!
Poi; come torngli buono anche il letto! Spento il lume, ecco la luna. E nel gustare il freddiccio delle lenzuola ed aspirando l'odor di lavanda e intravedendo gi il sonno, da lungi, forse dal lago, gli arriva un melancnico canto, di quelli che vanno al cuore diritto, perch ne sanno il cammino. Il canto comp la soave emozione di Alberto: ei cadde in un amore tale per tutto, che gli gocciron le lgrime; avrebbe allora baciato il suo pi grande nemico; n sono fandonie, ch, una delle poche volte in sua vita, sentissi in buona con s.
E dorm s serrato, lui il quale la notte pativa la svegliarla, da non destarsi, il d dopo, se non se quando il sole si procur egli stesso la pena di tirargli le orecchie. Dieci ore! Imaginate la confusione di Alberto! Un bel principio, per mo! Vestissi di furia; poi, carta in tvola, penna in bocca...
Voglia, non ne mancava.
Ma, t! dal di fuori, un maledetto rumore, un rombo. Alberto instizz. Perch? Il rumore era quello di un torno, uno solo; non desiderava m egli tutta una casa dal fervente lavoro? Comnque, si die'a passeggiare in lungo e in largo la stanza, sbuffando; il rombo continuava: siedette, si tur con le mani le orecchie, le distopp; ancora!
Al divolo il torno! Cacciato nel cassettino, uno sull'altro, libri e quaderni, scese ed usc nella strada a vedere... indovinate un po'che? a vedere cosa il mondo pensasse di quell'irritante rumore.
Il mondo non ci pensava un bel niente. Paolino, ad esempio, seduto sur il murello che rispondeva al laghetto, le gambe in fuori, pescava alla canna; mentre, sullo stesso murello, un bracco, fiso alla lenza, accennava col muso ogniqualvolta un pesce abboccava.
Alberto gemette di rabbia.
- Va a fare i bauli - disse improvvisamente.
Riusc, la novella, grata soltanto ai pesci. Paolino fe'un gesto di malumore; il bracco baub ad Alberto.

Capitolo nono

Ma, fatti i bauli, Alberto ancor non sapeva dove inviarli. Quanto a partir da Silvano, di ci nessun dubbio. Ei s'era gi compromesso con Paolino, e non voleva a fronte di lui, essndo un pochetto, passare per matto. Inoltre capiva che la cristallina aria di l, mettvagli indosso pi voglia di fare che non di scrver romanzi... alla larga! alla larga!
Ma, e dove andare? Ecco il punto. Alberto si rinfresc quel poco di geografa che gli restava in memoria, travers l'Asia, tocc l'Oceania, l'Amrica, l'Africa; viaggia e viaggia, fin con la mente nei Corpi-Santi della sua citt, ad una pccola casa, gi di un prozo. Di essa, non conosceva oltre la pianta, e si tenea padrone, solo perch ne pagava le tasse. Mai non avea potuto n affittarla n vnderla.

IL MAGO

Eppure, cotesta casa, non avea niente di strano! non gronde sporgenti, non fumajoli bizzarri o torrette, non cabalstici segni. Era una borghesssima casa, col suo rispettbile nmero senza n l'uno n il tre, a due piani, semplicemente rinzaffata di bianco, e dalle persiane grigie.
- Ma le persiane stvano sempre chiuse!
Ebbene? che volea ci dire? ch'essa avea molto pi sonno delle altre. Non si pu forse tenere gli occhi serrati anche di giorno?
E neanche il padrone di lei, almeno per vista, era fuori del slito; un lanternone a barba biancastra, come tanti altri. Tuttava la gente dicvalo il mago; tuttava le mamme, nel minacciarlo ai loro bambini quando cattivi, sentvano, elle pure, spago. Ed io v'accerto ch'egli, ben in contrario, avrebbe baciato que'tosi che al suo apparire fuggvano! Un mago poi, che, con l'abbondanza di spiritelli a'suoi cenni, scarpeggia gobbo e doglioso con la salvietta accoccata a comperarsi egli stesso, ogni mattina, e la fetta di manzo e il cnque quattrini di sale ed il pane;  un mago, mi sembra, un po'troppo domstico.
Ma s! va e persuadi la contrada San Rocco. A lei era rimasto, fitto e saldato, il racconto di due operai, i quali, ammessi nella misteriosa casetta per aggiustare un camino che pativa di fumo, avano scorto sopra un gran tondo una testa mozzata, ancora con i capelli, con gli occhi invetriti e con in bocca... una pipa. Tonio inoltre, il garzone, narrava con la voce in cantina, che lo strione, trttolo a un certo punto in disparte, avagli offerto una pila di doppi marenghi, purch gli fosse andato a strappare un braccio di una tal croce di legno appesa ad una tal porta...
- Naturalmente - Tonio aggiungeva - ho risposto di no -
- Oca! - osservvano i preti - dovevi accettare, poi far dir tante messe -
Di pi; la contrada San Rocco avea veduto un bel giorno fermarsi alla casa del mago un carretto e uscirne caldaje, storte, lambicchi. La contrada bbene i batistini; lei, che avea pure assistito, due mesi prima, tranquilla, al trasporto di una battera di roba tal quale nel liquorista di contra!
- Ei cerca l'oro - pispiglivasi il volgo, mandando gi la saliva. Ma il volgo, secondo l'usanza, sbagliava: il mago non era in traccia dell'oro, quantnque il fosse di cosa, al pari di quello, cpida e paurosa a una volta.
Infelice! Il pi orrbile morbo che imaginare si possa lo tormentava, ch, se negli altri ci  dato e la illusione e la trgua, o spesso, la forza del male tgliene la coscienza, qu, il martro, sorto dalla fantasa, alimentato da questa, e sempre in novssime foggie, non requiava mai.
Fanciullo ancora, ei raggrinzava le mani e nella voce affiochiva alla parola "morte" e si palpava la faccia segundone l'ossa. In tutto, un accenno di lei; montava una scala, ogni gradino suggervagli un anno... oh! come presto al ripiano. A volte, stretto da improvvisi spaventi, correa strillando le stanze...
- Che hai? - gli dimandava la mamma.
Egli taceva, aggricchiava.
E, a soffocare tali atroci paure, credette, adolescente, una via, il gittarsi nella nemica idea, il non pensare, il non udir che di essa. Ahim! il rimendo fu peggior dello straccio. Certo, ci ha libri, i quali ne famigliarzzano con la figura di morte, mostrando la sua poca importanza, pingndone urne rischiarate dal sole e inghirlandate di rose; ma altri, e molti, (la pi parte di frati cui il digiuno del mondo fe'brusco) aumntano i nostri terrori, col mtterne innanzi un inventario di strazi... grinfe, code e pi-d'oca sopra e sotto del letto, sudari, e puzzolenti tenbre. E - poich noi, verso dove incliniamo si cade - Martino, invece d'aprire gli scuri al sereno, asserragliossi nel bujo.
Sbaglio su sbaglio, didesi alla medicina. Questa, nella maniera che la psicologa avvagli tolta ogni fede e ogni opinione sul patrimonio dell'nima, gli giunse a destare intorno a quello del corpo un biribra di dubbi. Solo, cap su quale frgile trama fosse l'uomo tessuto, quanta folla di casi potvala rmpere. E, nuova scienza, nuovi dolori.
Tuttava, uno svario gli si frammise a tali ombre. Le ombre e la giovanezza di lui facvano ressa a vicenda; Martino si ubbriac, stalloneggi, e riusc a sottrarsi per qualche tempo a s.
Ma, una notte, allo znit di un'orgia che rasentava i confini della ribaldera, la biondssima Giulia, assieme alla quale egli avea bevuto la vita, alztasi con un far risoluto, teso il bicchiere, gridato "viva il..." cadde improvvisamente, senza compire la frase, all'indietro.
Il cuore le si era spezzato. Martino svenne; fu chi credette per la fine di Giulia, e, invece, era per quella di lui! per quella di lui, che riapparivagli a un tratto. Egli avea gi spesi trent'anni; quanti gliene avanzava? altrettanti? oh il buffo!... e mettiamo pure quaranta, cinquanta... serriamo tutte le ante... cos'era? Un buffo del pari.
- No, non voglio morire - giurossi - N morir -
E con la foga della disperazione, a capofitto si rigett nelle naturali scienze, le quali, agli sforzi di lui, si aprrono come l'onda a chi nuota. Ma l'onda mai non finiva. Dopo vent'anni di studio, feroce, senza una posa (dnque vent'anni di morte) ei si trov ricco di non cercati segreti, capace di far di un cadvere pietra, di sospndere il corso dell'umano orologio e ravviarlo; anzi, dietro a un filo sicuro per costruirne a sua posta; nondimeno, impotente, e, quel ch' pi, nudo a speranze di eternar quel bttito, mosso in noi, primo, da... Da chi? Va te l'accatta! - E intanto il corpo di lui avea perduto l'acciajo, la barba rasegli fatta grigia; ei si vedeva in l molto su quello stretto sentiero, affondato tra insormontbili muri e chiuso alle spalle man mano, entro di cui, noi vale il coraggio, non la vilt; voglia o non voglia, bisogna camminare in avanti, sempre, finch un abisso c'inghiotte.
Sino allora, Martino, avea corso l'que e le terre, inquieto all'ubba che la presente sua stanza diventssegli l'ltima, vido di contemplare la morte sotto ogni clima. Oh quanta avea accolta eredit di sospiri!... e, in slontanarsi dai funrei letti, gemeva "uno di manco... vr me". Ma, quando sent che irreparbili guasti nell'interno congegno gli minaccivan lo sfascio, bruci di fuggire non avvertito dal teatro del mondo, di conigliarsi in qualche oscuro cantuccio, per aspettarvi da solo lei, schivando almeno cos le lgrime degli amici, il leppo dei ceri, il borbottare dei preti, tutta insomma la pompa dell'ltimo tuffo. E comper nel sobborgo la casina a due piani.
Vngono gli strasudori in pensare a quegli anni, s brevi da lungi e cos lunghi da presso, vissuti da lui, solamente con s. Io me lo vedo, banfando a fatica, mezzo seduto su di un cadver spaccato, a interrogare "morte, che sei?" a rovistarvi le traccie di vita, la quale vita ... Cosa? Le definizioni, molte; materialstiche alcune; altre spiritualstiche. E, tanto o quanto, ciascuna, per la sua strada, va; mttile insieme, picco e ripicco.
Disperato, allora Martino si buttava a ginocchi, supplicando quel Dio, al quale nell'ntimo suo mai non avea creduto n oggi pure credeva, d'incretinirlo; poi, dalla stessa vilt svergognato, spregava ansiosamente la prece. E altre volte, ccolo, con lo sguardo smarrito, dimandare a folla quello per cui la scienza era muta; or mescidando ai fornelli indiavolate pozioni; or riunendo la volont sua, tutta, nei pi turchini scongiuri; ed ora a sfogliare con un tremore di speme, stranssimi libri di scrittori sotterra, che a parte a parte insegnvano e il vvere eterno e la giovinezza perptua.
Ma il tempo non si arrestava, mai.
E finalmente, agli albori di un giorno, un vicino di lui, s e no in pantfole e col tabarro sulla camicia a ridosso, apparve alle due portinaje del mago e disse loro che qualcheduno stava sballando od era fatto sballar nella casa; egli ne avea sentito le grida, il rntolo.
Le portinaje, prima atterrite, occhieggronsi poi indecise. Romperbbero esse il divieto del loro padrone? traverserbbero l'atrio? ne salirbber le scale? E tentennrono un poco. Senonch, il caso premeva; risolvttero il s. Infatti, giunte al di l del ripiano, udrono angosciosa la voce del mago gridare "oh mi risparmia; piet!" indi, un gmito lungo.
Precipitrono nella stanza.
Martino, in uno de'suoi peggiori accessi di necrofoba, gi dal letto, e il letto sembrava quel delle streghe, era dinanzi uno specchio, al pllido lume dell'alba, mirndosi con ispavento. E certo, l'aspetto di lui, dovea ssere bene stravolto, se le due donne agghiaccirono, e l'uomo se la cav... in cerca di un prete.
Non l'avesse mai fatto!
Il mago si vide perduto, vdesi alle cimosse!
- Gira largo, via! - stridette.
Ma il prete fe'per pigliargli una mano. Martino addietr, con terrore, come tcca una biscia; diede nel letto, cadde entro la stretta...
E in quella, per paura di morte, mor.

E, come il mago non lasci testamento, venne la sostanza di lui nel capitano Pisani, padre di Alberto; il quale fu nella misteriosa casina, prima ed ltima volta, il giorno de'funerali del zo. Ch, se il prevosto avea detto e ridetto che don Martino era assegnato da un pezzo a cibo di Barlicche-barlocche, non avea ci tolto di glielo inviare con tutti gli onori possbili. Senonch, le parole di un prete fan sempre male a qualcuno, salvo a lui ben'inteso; per cui la casa del mago l'ebbe bianca a pigione. E a chi poi mi dimanda, come le portinaje, due beatocche e paurose, potssero mai abitarla, rispondo con la ragione delle ragioni, che fuori non ne dovano mttere. Del resto, rano bene ferrate: avano intornava un arsenale di croci, aquasantini, agnus-dei, palme... e brigidini e rosari e candeluccie dipinte.
E fu alla casa sudetta che il brougham di Alberto, partito dalla citt, fermossi.
Primo, s'apr lo sportello a Paolino... O, marchesa Clemenza, non aggricciate le labbra, voi che tenete in sui pie', dietro la vostra carrozza, i servi, e che non stareste in bilancia, rinvenendo la moda, di sguinzaglirveli innanzi. Epperch, dite un po', con due cmodi posti al didentro, obbligare Paolino a schiacciarsi le coste a cassetta? Io v'assicuro che Alberto non s'aquistava un pulce di pi.
- Uh! una livrea! - esclamate.
Chiedo perdono! Paolino non ne portava. L'amico nostro credeva, ed io con lui, gi per s umiliante la condizione di un servo, senz'aggingerle altro a rammentrgliela continuamente, come ai vecchioni de'Luoghi Pii la verde mostreggiatura, la quale sembra lor dica "vivete di carit". Carit riesce ben dolce, ma a colui solo che d. E almeno i pveri vecchi ponno celar nell'ospizio la loro vergogna; i servi dvono farne parata.
Bene, Paolino ed Alberto smontrono, e il primo, preceduto il secondo nella portinara, grid:
- Il signorino Pisani -
Le due portinaje, delle quali una era sull'iscoppiare e una sull'insecchire, stvan cucendo pattine. Alzrono il capo sorprese: forse non ricordvano pi di avere, loro e la casa, un padrone; e dimandrono:
- Il signore? -
- Pisani! - torn a gridare Paolino - il figlio di don Alberto!
- Oh verze e rape! - fe'al servitore la magra, levando su da sedere - Riverisco, padrone. Il figlio di don Alberto? M, guarda, Peppa, gli  tutto lui! tutto quel pvero signor capitano!
- B - approv la grassona - lo stesso taglio di faccia, i medsimi occhi!
- Le pare? - chiese Paolino ad Alberto.
Questi fece un ghignuzzo. Non dimandvasi pi "perch le livree?"
Quanto alle donne, accrtesi del loro marrone, rimsero un istante confuse. Poi:
- Gi - ebbe l'impudenza di dire la rinfichisecchita nell'appressarsi ad Alberto - lei, padroncino,  proprio tutto suo padre!... l'occhio principalmente... -
E Alberto con allegra:
- Dnque - disse - mio babbo ne possedeva uno nero e l'altro celeste? Un bel casetto, eh!
- Atrio: pccola porta - interruppe Paolino, che, avendo scelto una chiave da un mazzo recato con s, leggvane il materzzolo - O dov' questa porta? -
Ma le due donne stttero rinfrignite; dignitosamente in silenzio.
- Dov'? - ripet Alberto un po'brusco. Le portinaje s'affrettrono allora a indicarla. E Paolino, mosso l'armadio che le avano contro appoggiato, e dato gi un pajo di mani di chiavi e catenaccio e paletto, schiuse la via ad un atrio, a suolo di terra battuta, a tre comparti di volta, e chiaro per due mezze-lune gi a vetri. Era, sulla diritta a chi entrava dal pccolo uscio, chiuso e sbarrato il portone di strada, e, a fronte a fronte di esso, il cancello che conduceva all'ortaglia, chiuso e sbarrato anche lui; ai lati del quale, di sotto le mezze-lune, due sedili di pietra ed una lunga carriola.
- Suo barba - fe', a bassa voce, la magra - andava a pigliarli con quella...
- E li portava? - dimand Alberto.
- L! - ella rispose, additando a sinistra una porta.
- Laboratorio a terreno - lesse, scegliendo una chiave, Paolino - Apro?
- Apri -
Il servitore ubbid. Una tanfata li accolse. E, come frono tolti gli scuri, Alberto si vide in una stanzotta travata, a quattro finestre, due verso la via e due vr l'orto, con un immenso camino a cappa sporgente nella parete di faccia e un tavolone rivestito di marmo nel mezzo. Oh quante notti avea l trascorso Martino a disfare, a studiare l'umano bamboccio senza poterlo capire!
- Su quella panca - ricominci a dire la magra, la quale, delle due portiere, s'avea pigliato l'appalto del chiacchiero - la panca sotto la cappa, era un pvero morto, abbigliato come un signore. Dcono che don Martino facesse vita con lui, discorrssegli assieme, mangiasse... E di pveri morti, sa, ce n'rano altri, e tanti! a pezzi e a bocconi, su que'rampini e que'palchi. Una fila di teste, poi!... Venne suo babbo, e li fe'tutti interrare.
- Oh! guardi - disse Paolino (e accennava ad una lumiera) -  a gas; fin d'allora!
- St! - fece la portinaja -  l'nima dei pveri morti. Come sia bene la storia, non so; ne dcono tante! pure ci ha molta cantina sotto... diavolere, mage... ossrvino! - E tese la mano a un camerino senz'uscio.
Servitore e padrone vi vlsero l'occhio. E, poich stava nel camerino, un coso, un taberncolo degli Ebrei, suppergi un usuale gasmetro, la fantasa di Paolino rest; quella invece di Alberto si spinse pi in l; trattvasi d'indovinare, sua passione, suo forte. Ed egli vi apprese, che il mago avea saputo utilizzare, oltre la vita, l'uomo. L'uomo, non pu pi fare? Illmini colui che f.
Tornrono silenziosi nell'atrio.
- Ecco la scala! - disse la vecchia nell'indicare un rastrellino di ferro, giusto riscontro all'uscio della portinara. E Paolino l'apr. La grassa delle portinaje rimase a terreno; gli altri, montron la scala.
E riuscrono in un salone.
Il quale salone, che rispondeva sull'atrio, mostrava, al pari di quello, un aspetto deserto; le pareti, nude; i calcinacci, per terra; non una sedia; vi sobbalzava quindi allo sguardo un assone con due cavalletti a sostegno. L il bucatino del mago, l il taglio della sua ltima veste. E a dire che que'cavalletti e quell'asse venvano da un palco-scnico! da un teatruccio gi nella medsima sala!
- Qu - disse la vecchia con una stilla di fiele - al tempo dei tempi, prima che il suo signore prozo comperasse la casa, era la societ dei Burloni! - e sospir. Poverina! Ella, che ora, tutta naso e bazza, rappresentava per forza la parte di strega, una volta, fresca e pienotta, l avea recitato le vispe di crestana e servetta! Oh dove quella platea a lei sorridente e che applaudiva? oh dove quel capo-ameno di suggeritore, il quale, ammiccando e facendo le mocche, cercava, ma invano, di smarrirle il contegno? e, infine, dove il suo Antonio, il givane biondo dal mazzolino di rose, che dalle quinte mirvala con batticuore?
Paolino, nel mentre, fedele al suo ufficio, avea sbarrato una porta:
- Oh che riso e fagioli! - esclam - Venga a vedere -
Alberto venne. E vide una stanzettina con tutta quella bizzarra e sospettosa parvenza, che una collezione di bielle, pairli, caldari, fiaschi, pirotte, non della slita forma, d; e che, pi d'ogni altro, dnno e le storte e i lambicchi, fssero pure stillando del tamarindo, del vigliacchssimo tamarindo. Ma  sempre la medsima storia; fortis imaginatio gnerat casum; un lavativo a sistema guisier, e anche non-guisier, pu, tra il chiaro ed il bujo, con la sua sola fisionoma, tgliere il fiato; ed io conosco un brav'omo, che, in mezzo a una strada fuori di mano, riusc a vlgere in fuga quattro assassini, mirando lor contro - indovinate m cosa? - un salame. Qu poi, ad aumentar lo scuriccio, era un ammasso di libri, libri ben'inteso vecchi e ben'inteso oni, sparsi un po'dapertutto... sopra i fornelli... per terra... sugli scaffali... sul tvolo...
E Alberto dimand il nome a qualcuno:
E un primo frontispizio rispose "trait pour ter la crainte de la mort et la faire dsirer" e un altro "de propaganda vita puellarum anhlitu" e un altro "ars moriendi" e un quarto "serraglio dei personaggi che vivrono scoli e ringiovanttero" e un quinto "trinum mgicum sive arcana arcanssima"; via via cos, Alberto si trov possessore di un manicomio di libri... mgica, astrologa, asctica... di Pietro d'Abano, Celso, Longino, Bailardo, Ottavio e Tomaso Pisani, Andalotto del Negro, Flmel, Cardano, atque aliorum magnorum clericorum multorum.
- Scusate se  poco! - salt su a dire Paolino, aprendo un armadio - Aqua! che compagna brusca d'ampolle, di scatolini, caraffe... E che razza di nomi! Tedesco pretto di Vienna! -
E Alberto leggendo:
- Sexta-essentia... Anima Solis... Cedrorum Lybani essentia... Macrobitica Pulvis... Sancti Germani the... Sal secretssimus... Eh? capisci, Paolino?
- Poco.
-  gi troppo quel poco - e continuando: - Pulvis procreationis... Coeli tintura... Caliostri elixir... Mundi spritus universus... Lapis Philosophorum... Nctar... Potbile aurum... Risolvente flogstico... Giovent eterna... Sanatodos...
- Chiss! se ne potrebbe anche trovare... - interruppe la vecchia con un barlume nel viso di cupidigia e di speme.
- Il cielo ne guardi! - fe'Alberto - E a scanso che se ne possa - aggiunse - tu, Paolino, butterai via tutta 'sta roba. Ma... -
Il ma gli correva alle labbra nello scoprire, fra quelle quintessenze di vita, una terzetta a due colpi, crica.
- Ma - riprese - eccettuando cotesta - E se la mise in saccoccia.
Pi non restava da visitare se non la cmera a letto del mago. Vi s'accedeva per la cucina... scusate! volevo dire laboratorio; ed il pennello di luce, che insieme alla portinaja e ai nostri due amici vi entr, ivi loro dipinse una catasta di mbili.
Alberto cammina dritto a disbarrare le imposte.
Sotto, ecco un'ortaglia; al disopra, odi rugugliare i piccioni. E, nell'ortaglia, non un segno di andari, ma un guazzabuglio di piante; poi, una cinta; al di l, pratera. Di cui, seguendo una scriminatura, la quale giusto si parte dalla casina del mago, incntrasi un'altra cinta, quella del cimitero: ancora al di l, ppolo fitto di spade appuntate nel suolo.
- Alt! - sclama Alberto, battendo la mano sul davanzale della finestra. E pensa: qu scriver. Quella veduta, sprona -

Capitolo decimo

Appesa al fuoco la pntola nella casina del mago, una settimana dopo, Alberto riusciva a coprire di nero un foglio buono di bianco; n, rileggendo, stracciava.
Gi dissi; il nocco della difficolt  il principio: che altro brama Arlecchino, quando vuol porre assieme una lttera? Cos, fatta una volta la prima, si va, ch' un piacere, fino all'ltima maglia; quel perioduccio, in cui abbiamo potuto, senza guastarla, accalappiare un'idea, ne invoglia a riptere il gioco; le pgine chiman le pgine; la stessa oltrepassata fatica, perch non vada perduta, spngene a nuova; e, a poco a poco, prendiamo la piega del fare; ancora un colpetto, ccoci artisti a mchina.
E qu si nti, come noi ci adusiamo a pensare in date ore, luoghi e posture: l'amico nostro, ad esempio, innanzi al meriggio, cammin facendo, nel camposanto.
Pur non crediate, ch'egli l passeggiasse a covare malincona. Per s, un cimitero non  n triste n allegro, ma, al pari del mondo su-terra,  a tratti, ora l'uno, ora l'altro. Vi ha bene il morto di fame, ma quello anche d'indigestione. Tuttava, ai presenti miei occhi (i quali non sono gli stessi di jeri e non saranno que'di domani) nulla il vince in grottesco: ci, per quella propria ragione, per cui la tristezza pi fieramente mi assale ove regna la gioja.
Eppoi! sfido a tremare, innanzi a una morte in s ridcoli panni! Leggete quegli epitfi; non vi pjono, dite, una copia dell'altro? stampe di poche mdule, non differenti che per il nome e la data? Oh quanta accolta di grossolane buge! oh quale di lagrimose espressioni, crche sui dizionari di carta, fredde siccome il marmo che le sopporta!
- E tu non leggi! - osserva il mio amico.
Bravo! ma e gli occhi? Non una pietra, che col suo smplice aspetto ti stilli in cuore mestizia; se alcuna, come capirla in mezzo a smile chiostra, a smile bric--brac di roba gettata? In tutte, grettera e sparata; dolore alla greca, all'etrusca; dolore latino, egiziano, ma che non va oltre la veste; mobilia di sasso... letti e scaffali, comodini ed armadi... ma sepolcri, no.
Ci ha poi un giorno nell'anno in cui affllano i cimiteri. Il taccuno segna al due novembre tal giorno, e, a dirla schietta, ne  l'usanza utilssima; volentieri si piange quando si pu ssere visti, e il pianto f s carine le donne! le vdove principalmente, che con le palme alla faccia, ma le dita allargate, dal tmulo del loro primo adcchiano in giro per l'altro.
Nel resto invece dell'anno, vsite rade. Chi veramente ebbe il cuore trafitto, va a visitare lui che il lasci, portato; gli altri, se ricchi, sono in facende gi troppo con le modiste e i notai; pveri, han breve agio di andarvi, e alcuna volta, anzi, di piangere: le lgrime della sartina non potrbbero forse sciupare una veste da ballo? Dnque, nel rimanente dell'anno, scarsi i visitatori; tra essi, qualche f-niente che vi gironza e legge, sgusciando e mangiando arrostite, le pietre, come se ditte; o compagne di brilli, che, frma la pincionella alla soglia, fan la mattata di entrare; o scolarucci, i quali, marinata la scuola, grano a rintracciare sulle etichette dei morti gli errori d'ortografa.
E Alberto? Alberto ivi cercava caldo e appetito. Pur vi raccolse di pi.
Un d, tenendo entro la fitta dei paracarri luttuosi, presso del muro, scopr, seduto sur i calcagni, un uomo o meglio l'ombra di un uomo, che distaccava le brnzee lttere di una iscrizione.
Alberto ristette a guardarlo. Ma fu anche veduto. Il ladro, spesso, con sospettosa inquietezza volgeva lo sguardo. E il ladro arross:
- Signore - disse - muojo di fame io... e i morti non mangiano.
- Sia! - Alberto sclam, die'un'alzatina di spalle, e continu la sua via. Poi riflett: una menzogna di meno -
E un'altra volta, a una fossa novellamente scavata, ei s'incontr in un convoglio funbre. La pretendeva il convoglio alla seconda di classe, ma fuor mostrava i gmiti della terza. Oh meglio! i preti non avano troppo storiato il pvero morto in chiesa.
Quanto allo strato, bianco. Alberto, di bella prima, pens ad uno di que'Regi Impiegati, clibi, egoisti fin alla sttima pelle, i quali, messa la pezza della giubilazione, trano l, in barba al governo, oltre il nmero sommo del lotto; poi, a qualcuna di quelle vecchie prudenti, morte zittelle, perch vissute a mostrini; e fece per slontanarsi.
Ma in quella... soffio imponente di naso. Non gli  il baleno a un discorso? Infatti, come Alberto si volge, vede un bottacciuto pretone (scido, ben'inteso) in nicchio e calzetta, porsi sul monticino che costeggia la buca. Dentro di cui  scesa la scricchiolante cassa, e resta con un sordo lamento. E allora, i pochssimi astanti, tutte quasi ragazze, le quali senza risparmio lascivano lagrimare e i loro begli occhi e le lor smilze candele, si aggrppano intorno. L'amico nostro, pure.
E il sacerdote si passa e ripassa la mano sulle palpbre! togliesi il cacciavite, aggistasi il cupolino, e comincia:
- "Adelina nostra  beata.
Adelina Gentili, fin dai pi tneri anni, trov il sentiero del Cielo. Non si lasciando adulare o da specchio o da labbro, aliena da ogni esterna pompa di abbigliamento, aliena del pari dalle conversazioni e dalle comparse, a disfogare la piena soave de'suoi affetti, mai si trattenne se non nei collqui col suo Ges. Solo di lui gustava le si parlasse. Il suo voto, anzi il sospiro, era di sserne sposa, e se l'Eterno, prvvido sempre, non le ne avesse accorciata la via chiamndola a s, ella avrebbe di certo aggiunto un nuovo splendore all'Ordine delle Cappuccine.
Oh voi aveste veduto, mie figlie, con qual religiosa paura ella correva a narrarmi le sue apparenze di colpa, se pur di colpa si pssono dire, e con quanto fervore si avvicinava alla mensa degli Angioli, desiderosa, pregante - ricevendo Ges - di volrsene a lui!
E Dio l'esaud.
In sul mattino di lei e di un purssimo giorno, Adelina partiva. Sfinita di forze, pi non riuscendo n a mormorare preghiere n a stringere al seno la crocettina amica, con la soavit del sorriso, col vlger dolce del guardo, mostrava come a delizia le fosse il nome, il pensiero del suo Ges.
Placidamente mor, come un colombo. E a me, che al fianco di lei, in sui ginocchi, oravo... parve un istante sentire ed un sbttere di ali ed un odore d'incenso ed un riflesso di arei rgani...
Or perch dnque piangete? Egli  per lei o per voi?...
Per lei, il De-profundis va detto con un Te-Deum -"
Ma, ben incontrario, raddppiano i singulti. E nella buca si gttano fiori e vi si getta la prima palata di terra. Alberto sentissi la gina di cacciarvi anche il prete.
E si rivolse turbato, e vide? Vide una delicata fanciulla, stretta, sotto le volte maestose di un Duomo, e tra gl'incensi, le melode, le faci, da sacro orrore; la mente affollata dalle pene infernali e dalle gioje del Paradiso; cercando con ansia nelle vite dei Santi i modelli; in brama di una celletta, senza conscere ancora con che cosa si muta.
Senonch, l'istinto, sveglindosele a un tratto, gliel dice.
Che ? Sarbbero forse le tentazioni di Stana? sarbbero queste le prove di cui tanto lesse e ud? Ma ud e lesse ben anche, che, per toccare la palma, bisognava combttere, ed aspramente combttere! Ed ecco iniziarsi una di quelle sequele di notti dal contnuo accndere e spgnere il lume, notti di sbigottimento "paffate senza dormire & n pure giacendo", in vita o girolando tra le lenzuola, "scaldata tanto nell'amore di Dio, che non nello sprito solo, ma ancor nella carne infiammava & le pareva le uscisse soffio di fuoco".
E allora Adelina, cui il terror del peccato acuva lo sbttito, strappvasi dalle coltri, si rannicchiava sul tappetino, e, le mani alla faccia, reclinata la testa contro del letto, piangendo, supplicava Dio, la Madonna, i Santi, tutti i Beati, a salvarla, e lor giurava i voti i pi temerari.
Ma "l'ngiol nero non rimetteva di btterla". Dibolus in lumbis est! notti di ambascia si succedvano a notti; la vrgine si struggeva... un cerchio morello agli occhi, i rossetti alle guance... e, spaventati i parenti, mandvano per il mdico vecchio.
Poi, un giorno, Adelina spinse lo sguardo sur un vaghssimo viso di giovanetto, e un altro scontr, lungo e appassionato sguardo. Voi dite, amanti, qual rivoltura, qual bollimento di sngue ella dovette sentire! Ebbene! ci che per tutte sarebbe stato il lietssimo fiore del giardino il pi lieto, per lei fu erba di cimitero.
Sgomentata del suo sgomento, senza un'amica alla quale s'abbandonar nelle braccia, ella ricorse al confessionale; e ne torn, riandando che gli occhi rano la prima porta al peccato, che con la chiave di quella, oh se ne aprvan ben altre! che l'Avversario tendeva infiniti calappi, e che, ad ogni costo, non avasi a cdere. Imaginate! si os consigliarle perfino, digiuno e sinistre pozioni.
Cos, la fanciulla, sensibilssima fin dalla cuna e or doppiamente al progredire di una di quelle infermit di languore, sottili, lente, instancbili, i germi di cui sarbbersi in pace dimenticati di aprirsi; e sottosopra fra scrpoli tormentosi e una passione devastatrice; in mezzo a vampe di fuoco e a zaffate di gelo, sfiniva, diventava un filo di refe, traspariva come ambra.
E giunse al fine quel d, in cui non pot pi levarsi. O voi, lasciate di attnderla, gentili vestine pendenti in un canto della cameretta di lei, e tu pel primo, scialletto rosso, uso a seguire s amorosamente le sue virgnee forme. Pvero canarino, chi ti offrir mai il pignlo? Vasetti di fiori, v'inaffier, chi? le lgrime di una madre, forse? Due giorni ancora, e la vostra graziosa padrona si storcer in delirio sul suo lettuccio, un crepito di fiamma dannata all'orecchio, serrando convulsamente nelle mani aggrinzite una croce e nella mente esaltata un amante; ancora una notte! e voi la vedrete supina, immota, pllida e fredda come l'alba nascente.
O giovinette, peccate!

Ma, mentre Alberto si tartassa il cervello a conto del libro suo e di lui, Paolino, tutto in facende, mette alla via la casa. Gi, di essa, s'avea ricorso il tetto e le gronde, e dato ai muri una schiaffata di malta, e pettinato il giardino; gi, s'ran tornati al sodo gli usci e a serramenti le imposte; mobilia nuova avea sloggiato o s'era frammista alla vecchia; e gi, nella cmera a letto di don Martino, ora di Alberto, una tappezzera gris-trtora a mazzolini di rose copriva il ricordo di chi vi avea patito. La cucinetta poi, alias laboratorio, destava appetito al solo vederla: non pi oscurssimi autori, ma pigne di tondi e tripla aces  nea lustrssima; tvoli e palcucci di abete con cangiata la pelle; un dispensino, che mille odori sapeva e tutti eccellenti; camino e fornelli pitturati in cirossa, che promettvano succhi di lunghssima vita, meglio di quelli del mago. In mezzo al che, Paolino, tutto di bianco, stava seduto, e con il mgnolo a guida, compitava un suo clssico: il Cavamacchie - lunario per le donne di casa.
Ch Paolino si avea una peculiare mana - e chi non ne ha? - mana pure dei gatti, di far cio puliza. Ei non lasciava la scopa che per pigliare la spzzola; la spzzola, che per pigliare lo straccio: qu lo trovavi a nettar via la fanga a una scarpa, l accozzolando babbuccie o scamatando tappeti; in ogni dove, a sfregolar candelieri, anse di porta, cannelle. Paolino, co'suoi risparmi, si era comprata una cassa, vero arsenal di Venezia a ptine, raschiatoi, stole, spazzette; come si avea aquistato a lscito di un lustra-scarpe corteggiato da lui, una quantit di segreti per il lcido nglese, i saponi mirbili, e vie via. E stava al corrente dell'avanzar della scienza, e rifletteva d e notte, n intralasciava l'esperimento. E Alberto, brodolone e sciupone di prima forza, mettvagli continuamente innanzi i pi svariati casetti e le pi complesse quistioni.
Dnque  naturale, che, Paolino, venuto a cadere entro una casa s fritellata come quella del mago, si ritrovasse nel suo. I cavezzali pi non rimpianse. E con tal foga spieg la sua arte e la passione di lui, che, in manco di un mese, se ancor volea pulire, dovea grattarsi la nuca e adocchiare all'intorno.
Per verit, c'era un luogo, il quale gridava sempre qua, ma alla sidella, quel luogo, avea del nemus. Dico la portinara. Allorch Paolino, a mano armata di scopa, tent varcarne la soglia, le due sacerdotesse della Sporcizia, gli mssero incontro, i pugni sui fianchi, il viso da basilisco.
Ma egli non si smarr; trattndosi di centopiedi

l vve la piet quand' ben morta,

e fece per inoltrarsi.
Infriano le portinaje.
Si chiama a gidice Alberto.
Il quale, d una lampadina alla stanza; poi, ne d una alle vecchie; poi, avvicintosi al servo "ma e le signore?" susurra.
Mbili e portinaje, quelli e queste tarlati, in statu quo, tutto assieme, potvan durare; tcchi, chi sa?
E Paolino intelligentissimamente sorrise; cos, l'impresa fin. Pur le due vecchie, per un bel pezzo di tempo, bbero col servitore le ova dure allo stmaco.
E ora qu mi verrebbe, anzi, viene sul taglio, la descrizione della portinara, perch gi bella e pronta la trovo, a pgina centoventi del libro del nostro amico. Oh il gran male copiare! Non ha copiato anche lui?
Dnque:

IL LOTTO

 la portinara clssica. Ampia, bassa, non ricevendo luce che da una finestra, chiusa, incartata e per met nel soppalco (e luce anche scarsa), dal pavimento che invischia, non la contiene due mbili in parentela fra loro, sebbene pi d'uno, venuto fuori da due. In fondo, un lettone, di que'catafalchi terrbili, che non si pglian che a corsa, interrogndone prima con un po'di fio-fis il disotto, coperto di un pannolano a scacchi bianchi ed azzurri, e protetto da una spalliera di roba, passata per l'aquasanta.
Questa portinara pu dirsi la pattumiera di casa. Sulle pareti, quadri d'ogni generazione, o senza il vetro o con il vetro rotto... e un lbero genealgico e stampe dai magazins pittoresques e figurini di mode dell'poca di Beauharnais e una raccolta di taccuni fuor d'uso incominciando dal 4; sui tvoli, sui canterani, vasi di fiori di pezza, polverosi, sbiaviti - pccole sttue alabastrine, monche - pere, mele e Ges-bimbi di cera - tomi senza il compagno - porcellane e terraglie a crepi - guanti dismessi - piombo appallato di Dio sa quante botte - e sctole e scatolini di tutti gli sposalizi della contrada con entro ancor la tregga. In un camerino senz'uscio, appesa folla di vesti, avanzi di ltimi spogli.
E il tutto, si sottintende, sliso, sudicio come le sue vecchie padrone. Le quali, son due; una, che ha nome la Pinciroli,  piccolina,  osso-e-buco, e pensa alla provvista temporale dei cibi; l'altra, cio madama Ciriminaghi, vera madre abbadessa, sempre su 'n poltronone, provvede allo spirituale, spaternostrando, snocciolando rosari, dicendo male del prssimo.
Ora, volete sapere una cosa?... ma, o, miei ragazzi, stia tra noi: le due portinaje sono... riccone sfondate.
Gua'che voi fate i larghi occhi! Voi, n'? pensate a un asinello conia-zecchini, o a una borsa infinita? mi appongo o no?... Bene, voglio imbrogliarvi ancor pi, aggiungendo, che le due donne, in barba ai lor sacconi di scudi, sono - quel che si pu - felici.
E il gran segreto, quale?
Esse mttono al lotto.
- Oh, ma  la volta del terno! - dcono poi con uno scrocchetto di lngua - i nmeri sono bellssimi - e le si stllano il capo intorno al come impiegare i venti-lire del r.
Madama Ciriminaghi amerebbe una casetta sul lago, in riguardo alla barca; la Pinciroli, una sulla montagna, per amor della vacca; l si discute, e si sciornano in mostra di quello e questo i vantaggi; poi, si va a letto, e lietamente si sogna.
Per il d dopo, la Pinciroli ha rinunziato alla vacca, e si accmoda al lago. S'aquista allora la casa, e si comincia a pensare in qual maniera disporla, in quale foggia acconciarla. Su un muro di qu, su uno di l, ccoti fuori un casone, indi un palazzo. In ogni sala, tappeti, grandi specchi, lumire. Tintnnano i campanelli, accrrono i servitori, attccansi i tiri-a-quattro.
E, certe come si stanno le due amiche di vncere, possidono veramente; han, dnque, tutti i piaceri della ricchezza senza i fastidi, tutta la smania del comperare e non il sazio di avere. Sono padrone di fondi e non pgano imposte n al governo n a Dio, sono padrone di case e non tmono incendi e non ladri; fanno spese stragrandi e il loro sacchetto pesa sempre lo stesso.
N poi crediate che i disinganni settimanali le distrbino molto.
- Pazienza! - esclama, rincasando, la magra.
- A un'altra volta! - ribadisce il grassone senza scomporsi. E l, fatto un bel taccio sulla disdetta, si danno a cercare nmeri di fisionoma pi bella.
Ma qu odo certuni, di quella risma di gente, che, infistolita nel naso, sente la corruzione ogni dove, gridare "lungi da lui" me additando " venduto!" e odo del pari, altri, di que'che fanno il mestier del filntropo e dan masticata la scienza al popolino, dire "non lo ascoltate, operai; ammucchiate. Volete vincere il terno? mettete al lotto degli interessi composti". Ebbene! io ai primi rispondo, che respiro del mio; e dico a quegli altri, brave persone del resto, ch'essi raginano troppo col mtodo dei matemtici, cio a mchina. Oltre le gambe, ci ha molto ancora nell'uomo, se pvero principalmente, a tener su. E, una e prima, la speme. Vale pure, mi sembra, per settimana, un cinquanta centsimi.

Cos, Alberto conchiude; ma io soggiungo, che nel bozzetto di lui, d'altra parte bellino, mncano due personaggi; i due frequentatori della portinara.
Il primo, era un antico soldato, col faccione a grattugia, rosso come un salame, in grazia forse del collo strozzato da un cravattone e della zucca compressa da un parrucchino, con gli anelletti d'oro alle orecchie, e un abitaccio caff; di que'soldati entusiasti del

...petit chapeau
Avec redingote grise;

dal piglio di poffarda, sbajaffoni, giuroni, ma che si mnano attorno con un pezzetto di zcchero. Chiamvasi il caporale Montagna; ei vi diceva il suo nome; poi, v'infilava la storia di un certo ponte e di due certi Croati.
La quale storia narrava giusto ogni sera nella portinara, quando veniva a pizzicarvi un sonnetto, in sui ginocchi il marito; o a fare il terzo nell'entro.
E, a volte, in quest'ltimo caso, deponeva il ventaglio di carte contro la tvola. Allora, il giuoco ristava. Montagna alzava la testa, piegndola alquanto all'indietro, le vene del fronte ingrossate, le narici gonfie, semi-aperta la bocca...
E le due vecchie lo fisvano immote.
- Aciumm! - faceva egli poi, scotndosi tutto.
- Salute! - augurava, o la magra o il grassone.
- Oro... - dicea sbito l'altra nel porre gi la sua carta. E cos il giuoco seguiva pacificamente.
Venne Paolino e il turb.
Ch, Paolino, s'era messo a sedere viso a viso col caporale, il quale, gi per due volte, avea soddisfatto al suo naso. Ma, come e's'atteggia alla terza, quel dispettoso, picchia di contrattempo le palme ed esclama:
- Felicit -
Rquiem per lo starnuto! Le portinaje si vlsero e Paolino con uno sguardo di theolgicum dium; il caporale si fe'pavonazzo, strabuzz in giro gli occhi, prese la tabacchiera interdetto, l'apr, non ne offerse ad alcuno, la riserr; poi, se la spinse in saccoccia. E, quella sera, tque di quel tal ponte e di que'tali Croati.
L'altro, dei frequentatori della portinara, era una donna, magra, lunga, che pendea un po'innanzi, con un visino tmido, fipo, dalla tinta pan-cotto, con gli occhi grigi, pccoli, privi di sopraciglia; e una scuffietta bianca, le sottane a piombo; finalmente uno scialle, gi di tutti i colori, ma or s smontato, che parea di un solo.
Sua professione... la poveretta di chiesa.
Toccheggio di un'agona. La si raccoglie intorno lo scialle, e ciabatta verso la casa segnata; n va di certo a dir preci, e non a stnder la mano, e nemmanco a furare; va per nient'altro che per vedere a morire. Ed ecco si alloga al capezzale deserto - ch, due volte su tre, noi fuggiamo lui che ne fugge - e, sola, aggricchiando e bausciando di volutt, succhia gli ltimi strappi, il rntaco del moribondo. Ch, se non giunge appunto a costui, a furia di giri e rigiri, arriva in qualche stanza vicina, e l si mette in ascolto, ratenendo il respiro. Cacciata poi dalla casa, si pianta alla porta, e - a chi esce - chiede, ansiosa, importuna, se il pver'uomo soffre, e quanto e come.
Il quale vampro, ogni d, passava dalle due vecchie, non tanto a vedere se bene, quanto se stvano male, e s'informava al minuto del batticuore di una, del mancafiato dell'altra.
Poi, loro contava i decessi di tutto il quartiere.
- Quel poveretto di Tonio! - facea con zanzaresca vocina - quel tessitore vlto il cantone, vera calza disfatta, vero spedale ambulante, bluff! jermattina and via come olio. Quasi non mi accorgevo, io! E neppur lui! - Il che proferiva con un riso calcato ed in tuon di rammrico.
- E quel pvero Cecco, sapete? Dico il beccajo... Costituzione forte... due spalle che avrbber portato come niente un cassone, e lei entro, madama; scusi! ma! tutti s'ha da sballare. Dnque, Cecco,  gi dalle spese anche lui. Il colse quella malatietta di adesso, che attacca come la bocchirla, e diede in fuori... che?... un bel tifo... Ve'se strillava! soffriva come un dannato! si dibatteva! Oh fu ben duro a morire! - E ci la strega dicea, quasi ne andasse in brodo di vile, dicea con un tal lampo feroce negli occhi, che, a madama Ciriminaghi crescea il soffocamento, il plpito alla Pinciroli, e al caporale la gotta.

Capitolo undecimo

Qu toccherebbe la volta di dire intorno alla vita di Alberto negli otto mesi che stette nella casina del mago, e di che dire ci sarebbe dovizia; tuttava, a scrverne io, troppo mi annojerei per riuscire a piacervi.
Dnque, chi vuol saperne alcunch, procuri di avere il libro del nostro amico, quello ch'e'scrisse negli otto mesi sudetti e che per ttolo ha "le due morali".
Passa ogni supposizione, quanto, in un libro - principalmente se fatto di salvatesta - sia impresso lo stato di nimo e borsa del suo scrittore. Al divolo le autobiografe! in esse, lui che si pinge  troppo occupato a porre in rilievo le sue virt, i suoi nei, e, poniamo anche, i vizi, per dimostrarsi qual'; in un romanzo, invece, egli si apre ingenuamente a ogni frase. Ben sott'inteso, che chi si ha una pgina innanzi, abbia acta la vista, legga nelle interlnee, facolt di pochssimi. Tra i quali, oltre que'due di cui mi tengo sicuro, vorrei altri molti de'miei leggitori. E, per mtterli a prova, ecco loro de'scmpoli dal volume di Alberto.

PRIMA E DOPO

I.

Infine!... Dieci anni lo avan bramato. Oh quante volte Antonietta, lasciando cadere con un sospiro il ricamo e fisando sconsolatamente il marito, che di sottocchi la guardava di gi, avea detto:
- Come farei pi volentieri un cuffino! -
Giulio, allora, si avvicinava a lei con la sedia, e bacivala in fronte. E comincivano a dire di que'bailotelli color mela poppina, cioccianti alle mamme di un'ampia nutrice. Eccome tenersi dal vezzeggiarli? dal mangiottarli di baci?... Ma, st! il bimbo ha distaccato la bocca dalla sua credenza e allenta le cicciose manine... Il sonno lo accoglie.
E, spesso, Giulio e Antonietta passvano verso le tre innanzi alle scuole del pomo; di cui, aprtasi a un tratto la pccola porta, rovescivasi fuori, come fantocci da un sacco, la melona de'scolaretti, isparpaglindosi tosto per la contrada, a corsa, dimntica gi della noja sofferta, e tripillina e giojosa; e spesso, di dopo-pranzo, sedvano tristamente su 'na panchetta ai Giardini, Gullveri nuovi in mezzo alla gentile frugaglia del Lillipt, che gibillava di su e di gi, vero moto perptuo, senza fastidi, senza pensieri e tutta amica; l, a fare i grandi occhi intorno al bossolottajo, mago del buon comando; qu, a leccare il cucchiajo, il piattello e le labbra intorno a quel dal sorbetto dell'unghia, o a bevucchiare a due mani la consolina entro un tazzone; in ogni parte, correndo coi cerchi, coi pirla-pirla, coi draghi-volanti o sui bastoni dei babbi; facendo al signore e al soldato innocentemente, o a rimpiattino dietro le gonne dell'aje; mentre i pop dalle dande, che incomincivano a sentirsi i pieducci, con l'agitar delle alette e la voce, credvano crrere anch'essi. Oh quanti maluzzi da unguento sputino, tavne da pulci! oh liti, temporali di monte! oh dispettini e capricci e cattiverie adorbili! oh paci! senza riserve, senza capi segreti.
E, a volte, Giulio e Antonietta attirvano a s qualche putto; se virisello dagli occhi briosi e dal nasino all'ins, col ciribb di un bombone; se vergognino, a sorrisi. Ed ella solleticvane la chiacchierina. Il cttolo, allora, mettvasi a spippolare le ragionette sue o ponea dimande sopra dimande di una ingenuit da imbrogliarne quattrdici savi... non una donna per. E, Giulio, facea poi palpitare i cittelli, loro contando le istorie di Gino e Ginetta e di Barbotta-fagioli strione, o rdere a pi non posso scoccando loro sul naso la calottina dell'orologio.
Cos, su quella istessa panchetta, i nostri due infelici almanaccvano il nome pel loro cirlino. E, in quanto a nomi, biseffe! Essi mettvano a parte i pi graziosi e minuti, pur non trovndone mai uno minuto e grazioso abbastanza; senz'avvertire, che il toso farbbesi uomo e il nome resterebbe bambino. Poi, pensvano anche agli abitucci di lui, dopo quello di plpa; sul che, Antonietta, la quale avane sempre pel capo uno nuovo, lo descriveva al marito mandando gi l'aquolina. Infatti, in questo giro di tempo, se ne vggono in mostra di s gentili e s belli, che la smania ci piglia di spirar loro la vita, e, non farlo,  un peccato.
- M guarda quello - Giulio diceva alla moglie, additando una bimba, la quale parea uscita in quel punto da una vetrina.
- Dio! - esclamava Antonietta, serrando il braccio al marito.
E ritornvano a casa... ed rano sempre due.
Ma un d, ella, arrossendo, mormor all'orecchio di lui una mezza-parola... Fu 'na fortuna ch'ei fosse in quella seduto.
E, da quel d, Antonietta, lasci il canovaccio e le lane. Popolossi la casa di fascie e onestine, di camiciole e socchette e pep e scuffini, i quali Giulio ridendo s'imponeva sul pugno - a nastri, a pizzi, a stratagli.
N passava giornata, ch'egli, oppure essa, giocato all'indovinello un pochetto, non si facsser vedere qualche cmpera nuova pel loro ninino. Al quale apparecchirono poi una bila (sciutta ben sott'inteso) e una culla in seta celeste e oro, con su un Amorino l l per dire "silenzio!" Ma, siccome Antonietta non trov l'Amorino di tutto suo gusto, Giulio, per racconciarle la vista, le tappezz tosto la stanza con i putti i pi insigni di Raffaello e Tiziano.

II.

 nato.
Giulio, tremando, alza il velo alla culla e guarda il suo bimbo...
Brutto! Gli  un di que'csi falliti, aborti maturi, cinesi magghi. Floscio, di un colore ulivigno, tien gi le rughe della vecchiaja, e Dio sa quanto vivr! Non solo.  di un brutto volgare; niuna favilla di quella fiamma divina, che sublim la bruttezza di Scrate; ed  di un brutto neppure, che possa, strada facendo, aggiustarsi. Veramente, si dice:

maschi e tortelli
son sempre belli,

ma! - ma qu non si tratta di un maschio.
O poverina, quale avvenire ti attende?
Dopo un'infanzia, lunga, durata in un canto, gli occhi gravi di duolo, nascosta da tuoi genitori, che arrssan di te; dopo un'infanzia, buja, qu e l serenata da baci, che non lsciano succio - baci di compassione - ccoti giovinetta, e lo "spirto di amore" risvgliasi in te con una violenza morbosa.
Ma, nessuno ti guarda; se s,  per rdere; non per sorrdere mai. Cangia il mondo di scorza, non di midollo; gli  ancora quello, quellssimo, che die'la cusa vinta a Frine. Sei brutta, e le belle ragazze non ti vglion con loro; brutta, e sgradisci alle mamme. Cave a signatis! le ti crdon cattiva, e, credendo, ti fanno.
Ma, come i tuoi occhi non sono costretti vr terra da quelli degli altri, cos ognora tu guardi.
Ed ecco, il tuo "deso amoroso" ha incontrato una faccia soave, di uno, che a te, alle maniere leggiadre non usa, raccolse il fazzoletto caduto, e, con parola cortese, l'offr. Oh nascondi l'amore! nascondi; rammenta "il sole e il letame".
Ecch? quel gentile or ti passa vicino e non ti saluta. Sai? Hanno scoccato di te e di lui male cose; come si dice, bons mots; ed egli pi non s'intriga con gobbe; e, in prova, sposa Paolina, un angioletto senz'ali. Oh baci! oh strida!
Cos, il carttere tuo, siccome la voce, inasprisce. Babbo e mammina, al pari della speranza, ti hanno lasciato da un pezzo. Essi rimprverano a te la lor morte; tu, a loro, la vita. Pssano gli anni e pi non ti resta se non il calor della ciecia.
E tu diventi una vecchia tontonna e stizzosa, che f morir gli augelletti con il sistema Filadelfiano, che rompe i tneri arbusti amici a tneri cuori, che, tutta piena di spilli, si tira in collo i bambini per li baciare; e tu diventi una dama, che, lumacando col biscottino e gli scrpoli per gli ospedali, addoppia la febbre ai malati - e nelle case attizza discordie, f l'o-pelato ai ragazzi, e a Dio prostituisce le tose - e i matrimoni attraversa, e turba i riusciti.
Ma qu, il pvero padre, aggricciando, abbandona su quella cuna di tanti dolori il velo; e fugge. Fugge, impaurito, la brama di soffocarli a una stretta; fugge un reato pietoso.

INSODDISFAZIONE

Era, nella citt, l'ora, in cui i ciccajoli allmano i lor lampionini, e i mangia-malta appstano i gatti, e i pveri vergognosi di nani dagli ampi mantelli fanno la traversata dalla bottega alla casa. Gli ltimi raggi di sole avano arroventato una rastrelliera di casserole di rame, e si ran rinfranti in una di majliche e vetri, e fatto brillare una fila di guantiere e cucchiai di ottone, dnque,  una cucina la scena; ed io aggiungo, cucina di un'ostera mezzo perduta tra i monti.
Nella quale, ora, l'ombra ha inghiottito un givane di sdici anni, seduto in un canto. Chi, verso le sei, la chiacchierava alla porta, avalo visto a venire e ad entrare, lo schioppo a tracolla, un cane ai tacchi. Era, la giubba sua, frustagno, ma la fdera, seta. E il giovanetto, di dove avea pranzato non si era pi mosso; insieme alla frutta, sopragiungvan le tnebre.
Sano le benvenute! Sentvasi stanco, forse. Scarpe di montanaro, nelle montagne, non bstano. Allora, la ostina avea deposte inaccese le due stoppiniere dal piattel verde di latta sopra la tvola, e, mentr'ei si stendeva, chiudendo gli occhi, su 'na panchetta di legno, zitta, era andata a sedere sulla predella del vasto camino e si appoggiava, come a dormire, contra uno stpite. Il bracco poi, lappata la sua foppa di galba, e lecctosi i baffi, gi stvasi accovacciato a pie'del padrone, i nottolini gi - di tutti e tre il solo che non facesse per finta.
Infatti, sotto palpbra, il givane teneva lo sguardo fiso nella fanciulla. In confidenza, essa l'avea turbato fin da principio, quando, con una di quelle voci soavi, di argento, che ricrcan le vene, avagli detto "buon d", mentre, intorno alla voce, appariva il pi bel grppolo di giovinetta che mai. E, com'egli avea voluto, per dare passata alla emozione che gl'imbragiava la gota, arrischiarsi a delle disinvolture, ajutando, ad esempio, l'ostina a dispiegar la tovaglia, a porre gi i tondi e i bicchieri, a cavar l'qua dal pozzo, questa emozione era invece aumentata; cos, egli avea scelto un cibo per l'altro, bevuto qua per vino... poi, si scottava, tagliava... Tnebre, oh benedette!
Ch, protetto da esse, Guido ora pasceva la vista nella fanciulla, aggruppata al camino, e illuminata, a tratti, dal chiaror di uno stizzo. Con gli occhi, il giovanetto accarezzava, ricarezzava il viso di lei malinconicamente inclinato, dai colori contadineschi ma dal profilo di dama, e la sua bocca da baci, e il mento dal "sigillo di Amore"; poi, si godeva a smarrire nei folti e castagnini capegli; poi, sostato all'orecchio sur il grassello incorallato, veniva gi gi con le volte pi tonde per un vrgine corpo, sciutto, sveltssimo. E ritornava ai capegli, e vi scopriva un bottone di rosa. Oh felici le mani che ve l'avano messo! Pur non ran le sue! e, sospirando, invidiava colui del quale la giovinetta sognava.
Or, chi era colui? Pi di una volta, ella avea arrossato, e non di certo pel calor della fiamma. La giovinetta sentiva la presenza di Guido; stava, direi, in una attesa vaga, che la mano di lui le frisasse la spalla; e desiosa e temente. Oh! com'egli era gentile! La ostina non poteva fuggire di confrontarlo con que'suoi rozzi paesani, che non venvan da lei se non per pigliare la sbornia e attaccar delle liti, e le dicvano brutte e villane parole, e le buffvano in faccia il lor ributtante tabacco. Poi, quanto bello! (qu la ostina aggricchiava). Essa ancor lo vedeva con quel suo viso aperto, dal velluto di pesca, il sorriso che rischiarava, la pupilla azzurrina, buona come la stessa bont. Ma lui era ricco, lui! essa lavava i piatti!
E l, gonfi gli occhi, affisvasi gi.
Momenti, per tutti e due, di un acuto languore; momenti fuor dagli spazi e dai tempi, in cui scorgano, in una, migliaja di cose e di affetti a indefiniti contorni; momenti, che la msica solo - universal lngua - saprebbe narrare.
Il silenzio, profondo; il cielo, stellato.
E cos stttero? quanto?... Non guardai l'orologio. So tuttava che sarbberci stati molto e molto di pi, se dalla chiesa vicina non fsser piovuti sulla ostera, gravi, severi, lenti, ndici tocchi.
Quella, era una voce che rassegnata diceva "il tempo passa". E tque.
Ma, quasi contemporaneamente, udissi un trac nella stanza. Tosto, il grido aspro del cculo ripet l'ora.
E questo, un corollario maligno alla sentenza del campanile. Parea dicesse "dnque, svelti!" E, trac, l'usciolo si chiuse.
La giovinetta si alz con premura. Venne alla tvola, tolsene una stoppiniera, e, tornata al camino, chinossi e l'accese.
Guido lev pure su. Prese la seconda buga, e, fttosi, presso alla bella, le dimand con la voce l l per tremare "una cmera".
- Venga - disse in mezzo tono colei; e precede'Guido. E, uno dietro dell'altro, salrono una scaluccia, stretta; salrono lentamente, come se in cima li attendesse la scure. Pur tuttava, avrbber voluto la scala, lunga - non a gradini - a miglia.
Senonch, ecco il primo ripiano.
E si frmano l. Guido bassa la candela di lui, intatta, verso l'accesa di lei; quanto agli sguardi, sono bassi di gi, ch ciascuno si crede sotto quelli dell'altro
Divolo di uno stoppino! non vuoi pigliare, eh?  Amore che ti fil? ti par di troppo anche una? Cert', che, adesso, i polsi dei due be'giovanetti non sono i propri per accndere lumi.
Ma, infine, aah! ci riscono. Le due fiammelle stanno un istante confuse, poi si distccano. E anch'essi. Auguransi la buona notte (intantoch se la danno cattiva); lui, apre un uscio e scompare; lei ridiscende la scala.
E il bracco? Il bracco, navigato vecchione, che ride forse tra i denti, si allunga alla porta del suo arancino signore.
Pare, dei tre, l'nico soddisfatto.


LA MAESTRINA D'INGLESE

I.
Tanto per cominciare

 una pccola stanza. Serve, con vece alterna, e da sala da pranzo e da vsite, e, si potrebbe anche dire, da cmera a letto, ch i due sof mi han punto l'aria di restar sempre sof. Tgoli troppi si vggono fuori, per crderci bassi di piani; troppa slisa mobilia dentro, per crderci alti di fondi.
Squillo di campanello. Il campanello sussulta nella stanzetta; che la sia pure anticmera?
E al suono, una ragazza gentile si presenta a una porta e leggera leggera corre a dischiderne un'altra. Ed ecco un bel givane biondo, alto, entrare, e tosto pigliarle con trasporto le palme.
- E il pap? - chied'egli di sottovoce.
Aurora muove la graziosa testina tristissimamente.
- Ma e il dottore, che dice?
- Dice; vi  un solo rimedio; morire -
Aurora ha nel parlare la pi adorbile erre del mondo. Ma, o, signore lettrici, non vi sforzate a erreggiare; un rossetto e un bianchetto come Natura d, nel profumiere non troverete mai.
I due bei givani stanno zitti, mani con mani, sguardo con sguardo.
- Aurora! - geme una voce dalla stanza vicina.
La fanciulla si scuote, scioglie le sue dalle mani di Enrico, che con passione le preme, e accorre a chi chiama.
Enrico ode la voce dell'ammalato, diventando agra e stizzosa, dire alla figlia che lo si abbandona, che lo si lascia morire, anzi! che lo si desdera morto... E Aurora, gi a piangere.
- Oh l'egoista! - f il giovanotto fra i denti, e sospira.

II.
Patria potestas

Per verit, tutti siamo egoisti. La differenza st solo nei mezzi di soddisfare a tale susmo, i quali, chi ha lunga veduta, trova nella beneficenza; non sentendo, vo'dire, felicit seco, f in modo che quella, ch'egli procura agli altri, lo illmini di riflesso; chi, breve, crede cavare dal male fomentato in altrui, un lenimento al suo; dal che, tccano via quelle due razze di umini; una, gaja, ridente, che dispicca le rose coltivate da lei; l'altra, immusonita, instizzita, la quale si punge alle ortiche che semin. Oh il cielo ne guardi, in quest'ltimo caso, dai vecchi! La gotta costrngeli su 'n seggiolone? come divolo il mondo ha ancor baldanza di mversi? - Perdttero i denti? mngino tutti la pappa - Incendi Roma, ma che si cuoca il lor ovo... E, per disgrazia, il padre di Aurora - dico disgrazia e di lei e sua propria - apparteneva a costoro.
Al doppio egoista di una sedila ad un posto, il signor Pietro Morelli non rasi maritato, che a procurarsi una serva e un materasso da botte, n avea messo insieme una figlia se non a preparrsene un'altra, per quando la prima sarebbe andata fuor d'uso.
Un tiranno, gi, suppone un popol minchione; e il signor Pietro si era ben scelto il suo ppolo. Imaginate, che la donna di lui - di quelle pvere nime, prive di volont o senza il coraggio di averne, nime nate ad ingloriosi martri - curva sotto al trplice peso della fatica, della mala salute e della contnua ingiuria, usava, a sua maggiore querela, il sospiro; poi, stracca, frusta, avea, per la paura di contrariare il marito, aspettato e clto, a riposar tra quattr'assi, giusto il momento che la figliola giungesse a imbracciare da sola il soprbito al babbo. E Aurora, nima anch'essa tmida e per natura e abitdine, avea accettata la successione di mamma, tal quale.
Ma di l a poco, il signor padre o padrone, preso da un mezzo accidente, perdeva le gambe e l'impiego. Cangi egli allora di tttica. Il signor Pietro, adesso, avea bisogno di ajuto, e veramente bisogno, per non sser pi in grado di obbligare gli altri a prestrgliene; il signor Pietro era vile; credeva, che dell'amor della figlia, sebbene, tra noi, potesse stare al sicuro, ci fosse poco a fidarsi; dnque, didesi a fare la vittima, a pingere, a lamentarsi. E la buonssima Aurora, la quale a dispetto di ogni rabbuffo e d'ogni broncio di lui, l'avrebbe servito a ginocchi, ora, ch'ei supplicava, pensate!
Sottile sottile era la pensione sua. Aurora, vogliosa che nel bicchiere di babbo rosseggissene sempre del buono, salt su a dire:
- Dar lezioni d'inglese -
Il signor Pietro fisolla con dubitoso stupore.
- E sai l'inglese... tu? - disse.
- S - ella fece timidamente - da un pezzo. Me l'ha insegnato la mia maestra Racheli... Pap, scusa! - e aggiunse, che la detta maestra, la quale amvala molto, le offriva...
- No - interruppe il pap, gentile come un chirurgo.
E tquero entrambi. No, avvertite, era la sua risposta abituale; sentiva, nel proferirla, uno strano piacere. Vero , che spesso dovea poi scndere al s, ma pel momento era no.
Pur, questa volta, il diniego stette. Sospettoso come un topo frugato, il signor Pietro pensava, che le lezioni d'inglese d'Aurora, se non rano gi, potvano convertirsi in tanti spedienti, per istargli alla larga. Aurora gli avrebbe dato a intndere ogni sorta di storie; ed egli, inchiodato su 'na poltrona con la finestra che non vedeva che gatti, avrebbe dovuto, o bene o male, inghiottirle... No, no; egli si tossicava fin troppo quand'ella, per la poca provvista, era fuori.
Cos, pass un anno; muro a muro la vita. Tutto, men la pensione, aumentava; ed il governo, gi imposte! ch, quasi fosse una vigna il paese, credeva arricchirsi l'impoverendo.
Torn il dare-lezioni-d'inglese a far capolino. Aurora disse, che la sua vecchia maestra avala crca per una brava signora e, acconsentendo pap...
- No - rispose, secondo il suo vezzo, quella delizia di padre. Pure, soggiunse - la vuol proprio imparare? ben, venga qu.
- Oh babbo! - sclam la fanciulla con un ghignuzzo - chi pu ssere quello che f dieci scale per una lezione d'inglese? -
Sul che, il signor Pietro si degn di riflttere. 'Stavolta, il suo falso-egoismo se ne trovava di fronte altrettanto; l si trattava di scgliere tra un po'pi di minestra o un po'pi di figliola; e il signor Pietro, forse in quella a digiuno, si attenne al "po'pi di minestra".
Ma tuttava, volle e pretese un mucchio d'informazioni: dopo, impsene uno di condizioni. Ed ccolo, mentre Aurora  lontana, atteso con l'occhio alla lancetta del pndolo, la quale ha trascorso l'ora fissata... Inquieto, egli manda e rimanda la ragazzina, che gli tien compagna, sul pianerttolo... E pssano altri dieci minuti... Perch non viene? che f?
Aurora entra pressosa, anelante.
Il signor Pietro, senza lasciar ch'ella dica, comincia a bajare come un can da pagliajo. Ed essa, alla prima in bilancia, risponde poi risentita. Egli, allora, fuori il secondo argomento! cio il moccichino... Dio mio! ingrata figliola! bianchi capegli! padre ammalato... tanto, che, spaurita la tosa, con le perle negli occhi, e il singhiozzo, gli dimanda perdono.
Poi - un d, il signor Pietro, veduto apparir la fanciulla con un mazzetto di fiori, si cacci in testa che gliel avsser donato.
-  per te - ella disse, e lo porse - L'ho comperato per te - aggiunse, avvertendo alla nuvolosa aria del padre.
Ma - in segno di grazie - questi lo getta per terra. E f "tu hai arrossito"; quindi, una scena d'ira e di pianto, il ricordo di cui, le lgrime molte di Aurora, bbero pena, assai pena a lavare.
O  vero ch'ella avea arrossito?
S...
 vero, che il mazzolino era un dono?
No...
Ma, perch io meglio mi spieghi e voi men male intendiate, prender il fazzoletto per un capo diverso.

III
Enrico San-Giorgio scopre la Terra Promessa

Enrico San-Giorgio era dal suo quinquennale viaggio rimpatriato. Scpolo e milionario, fu accolto a braccia aperte dalle mammine, e le figliole bber licenza di compromttersi; qualcuna anzi, ingiunzione. E ben si poteva ubbidire; givane e bello era Enrico.
Ma!... egli era anche di sprito, non qualit da marito s che, guardndosi attorno, vdesi tosto, in mezzo ad amici che gli dicvano "se'navigato abbastanza"; a babbi, che gli narrvano le domstiche gioje, apprese a colla-di-bocca in su i libri; a mamme - grandi e non-grandi - che gli toglivano il fiato a furia di sesquipedali accoglienze con tanto di fdera, ora invitndolo a pranzo per mtterlo accosto a collegialine pigotte sciocchissimamente belle, ora facndolo a forza ballare con vrgini stagionate, pudche fino allo scndalo; insomma, vdesi in mezzo a una tal rete vasta d'intrighi, a tanta roba posticcia che, stomacato e anche un po'impaurito, risolse fuggire laddove ancor si dormiva beatamente "il greve sonno della barbarie".
Frmo nel quale partito, Enrico, un d, soprapensieri passeggiava una via, in riandando i paesi gi visti e quelli a vedere. Ecch non andrebbe al Giappone? l, in quella terra da vasi, in cui il mondo  a rovescio, e i nostri non-sensi hanno senso, e le nostre eccezioni son rgole? Ei vi potrebbe comprare un bel servizio da t, poi, tanta curiosa frugaglia - e palle d'avorio cnque-entro-una, e un vestiario di carta, e strani disegni (sogni-fotografati) e scarpe di porcellana, piccine... e perch no? forse coi loro pieducci vivi al didentro, con quel che sgue al difuori... - Dnque, al Giappone!... si piglia prima per Suez; si f il mar Rosso... tocco Ceiln, mi vi provvedo del buon zafferano, torno a imbarcarmi per Singapore e Sciang-hai, vo a Nagasaki, poi a Yokoama, poi, se si pu, infilo lo stretto di Kanagava... ed egli scorgea di gi i draghi-volanti nella imperiale Yeddo, quando "o! la vita, signori! eh!" venne arrestato dalla carriola di un pere-cottajo... Maledetta carriola!
Per cui, si trasse di banda contro di una bottega. Era questa di fiori; ci si vedvano vasi di novellini gerani e garfani, deso della pvera agucchiatrice; vasi di erba crspola e salvia, dttamo e ruca, amori della pulcellona; mazzi con il Vi-doppio; teppa; corone di bianche rose da far parere pi in fiamme la guancia di una vrgine sposa o pllida doppiamente quella di una vrgine morta; ma, il tutto, qual sfondo ad un pi splndido fiore, dico ad una fanciulla, vero occhio di sole, frma anche lei per la carriola di pere... Oh benedetta carriola!
E la fanciulla avea uno di que'tai visi, passava della tristezza, che fanno belli gli specchi, a colori e a contorno finssimo, dal naso gentilmente aquilino, e cui, gli occhi furbetti e un germe di malizioso ghignuzzo sul destro canto fra i labbri, dvano il moscadello. Le manine poi, lunghe, sottili, a mezzi-guanti di filo; una, sul seno come a fermaglio, tenea raccolto uno scialletto scozzese; l'altra, stringendo un mazzoluccio di viole, scendeva lungo la gonna a mille-righe di bianco e di nero. E, dall'imo di questa, usciva la mascherina di una scarpetta, pccola s, da mttere il dubbio se avrebbe potuto annidare una trtora.
Enrico si sent il cuore sommosso; cap i suoi viaggi finiti; gli cadde di bocca lo scorcio di sgaro, e:
- Oh il bel mazzetto! - fece.
Allor la fanciulla gir la testa alla voce, infiorando un sorriso, ma, come diede nel givane, arross tutta e volse lo sguardo al mazzetto, quasi a passargli quel complimento, che, sotto il nome di lui, rasele vlto. Eppoi, lesta lesta, part. Ed egli, dietro.

IV.
Chi pu essere quello, che f dieci scale per una lezione d'inglese

Pochi d dopo "derlin-din-din!" sclam il campanello di casa Morelli; e la servetta, che corse ad aprire, vedendo un givane biondo, svelto, bellssimo, cred, che entrasse l'Arcngiolo Raffaele vestito alla moda.
Ned ella gli dimand che volea, ned egli l'espresse, ch tutti e due rano gi nella sala, alla presenza del padrone di casa.
Al quale, il nuovo arrivato, fatto un inchino, chiese:
- Ho io l'onore di salutare il signor Pietro Morelli?
- S, per servirla - rispose l'infermo, alquanto maravigliato; e, dopo una diffidentissma pusa - si accmodi -
La servettina port al forestiere una scranna.
Quello, siedette.
- Mi chiamo Enrico... Giorgini - poi cominci; e disse ch'egli era un negoziante di panni, il quale, scco della tarda avviatura de'suoi affari in patria, voleva recarsi in Amrica... giustamente a New-York... -
Il signor Pietro con un gesto assent, quasi a dire: ma bravo!
- Tuttava - segu il giovanotto - c' un male... non conosco la lngua...
- Gi;  un male - convenne l'infermo.
Ora, avea egli, il Giorgini, in una casa d'amici, udito a parlare di una signora Morelli, maestra d'inglese della contessa Orologi... di cui la contessa era enchante...
Qu il signor Pietro rifiut con la mano la lode, quasi fosse per lui, bah!
- Dnque - conchiuse il Giorgini - prego la signora sua figlia di accettarmi a scolare; scolare un po'vecchio, ma pieno di buonavoglia, e prgola inoltre di pormi un due ore ogni d, perch io passi da lei -
Il signor Pietro, mentre Enrico diceva, ne masticava a una a una le sllabe; com'ebbe finito, trasse, a prndersi tempo, il moccichino di tasca, spiegollo, gli cerc ai capi la cifra, e se lo applic. E, nel soffirselo lentissimamente, vide, ch'egli poteva a una volta imberciare in tutti e due i bersagli, cio nel po'pi di minestra e nel po'pi di figliola.
Nondimeno, rispose:
- Aurora non deve star molto a tornare; ha ella pazienza di attnderla?
- Oh si figuri! - fe'Enrico, che meglio non isperava, e attese. E, intanto, discorse di moltssimo altro col vecchio, il quale, uno trovando che dvagli in tutto ragione, rimase giulebbe.
-  qu - disse a un tratto l'infermo, additando la porta - La f l'ltima scala... -
Enrico sentissi rimescolare; si alz.
- Stia cmoda! - sugger il signor Pietro.
Ed ecco, tenendo l'uscio dischiuso la servettina, entrare, con un visetto che ancor pi brillava del slito, Aurora. La quale, sul primo, scorgendo una persona inusata, sostenne la vispa andatura; poi, raffigurato chi era, ne sobbalz.
- Il signore Giorgini - disse allora il pap - vuole imparare l'inglese. Ei chiede se puoi disporre di qualche ora per giorno, e di quali. Verrebbe qu - ed appoggi la voce sul qu.
- Per me, sono lbere tutte - avvert il giovanotto.
- Potrei dire anch'io lo stesso - fe', sorridendo e con quel suo monello aggricciare di labbra, la tosa; (e dopo una irresoluzione) - Alle due? le va? -
Enrico, che la bevea con gli occhi, e a stenti non con la bocca, fu per rispndere che tutte le ore passate con lei, dovano ssere belle - al par di lei, belle - ma si trattenne. Invece, parl come scolare a maestro; le dimand se l'inglese fosse una diffcile lngua, chisele conto delle pi buone gramtiche, dei libri di prima lettura; insomma, cerc di tirare in lungo il collquio, n al certo lei d'accorciarlo. Oh! senza il babbo per terzo, chiss fin quando avrebbe continuato! Cos, dovette finire. Enrico strinse la mano al pap, poi alla splendente fanciulla. E, da quest'ltima stretta, il tremore, che nque ai polsi dei due e si propag per le vene, disse lor cose che avano poco a che fare con l'Ollendorff e il Millhouse. Molto migliori per.

V
Progressi in inglese

Il d seguente, incomincirono le lezioni: non mai fu uno scolare pi assduo di lui, n una maestra pi puntuale di lei. Uno sedeva ad un lato del tvolo, l'altra all'opposto; tra loro, in sul terzo, impoltronvasi il babbo, gli occhiali vlti ad un libro; gli occhi, un po'a destra, un po'a manca.
E, dopo due chicchiere e sulla salute ed il tempo, avea principio il dettato. Era curioso il notare com'ella facea fatica a dir bene, egli a scrvere male. A volte, Enrico sostava a porre una domanda o un dubbio, o meglio, a consolarsi la vista; ed ella gli rispondeva turbata. Turbata? epperch? perch forse vedea che insegnava a un maestro? E, se s, starsi zitta? a che?
Appresso, si leggeva il dettato; capital punto della lezione. Allora, le due sedie amorose s'avvicinvano sul quarto lato del tvolo, cio in facciatina all'egoista poltrona del babbo, e la bella ragazza, con l'imo di un tagliacarte, apriva la strada ad Enrico, mentre costui, spesso si diperdeva a mirare, non la parola, bens le dita affilate che gliela indicvano. E la ragazza: su, coraggio, signore; dica.
- Divolo d'un inglese! - borbottava il pap. Tanto che lo scolare, tirato fuori dall'stasi, accentuava la resiosa parola in modo, che se Aurora gentile fosse stata solo maestra n'avrebbe fatto tesoro.
A volte poi, e'si sentiva solleticare da un capriccioso riccietto o titillare la guancia all'appressarsi della rasata di lei; ancora un pochino! e si sarbbero tcche. Serrvali in quella lo smarrimento medsimo; rano come ubbriachi: leggvano machinalmente o almeno credano lggere, ch, davvero, che forloccssero mai, Maggi neppure sarebbe riuscito a capire.
Fortuna, che tutto l'inglese del babbo stava in beef-steack e roast-beef con la giunta dell'yes!
Ma un d, usando essi di fare anche un po'di dilogo:
- Whom do you love? - chiese la bella, volgndosi ad Enrico e innamoratamente guardndolo.
Enrico non tnnesi pi.
- I love you! - fece con entusiasmo.
La fanciulla arross.
- Love? che signfica love? - disse, intorbidndosi il babbo e strascicando la voce.
E, a botta risposta, Enrico: mangio -
Il signor Pietro lampeggi l'uno, poi l'altra, con un'occhiata tale, che, se le occhiate lascissero il segno, quella li avrebbe uccisi di colpo. E, la lezione finita ed il Giorgini partito, si die'a carteggiare il "Baretti".

VI.
Malus homo stultus est

Ma l'indomani dell'amorosa dichiarazione, Enrico anticip di qualche ora la sua venuta in casa Morelli, cogliendo giusto il momento che la fanciulla era fuori. Quel d, Enrico, avea un aspetto grave; brbero, il signor Pietro.
- Ho da parlarle - disse il Giorgini, inchinndosi al vecchio; e siedette.
- Anch'io - oppose costui con un sogghigno di tristssimo augurio.
- Dica - acconsent il giovanotto.
- No; dica lei - ribatt il signor Pietro.
Dnque, Enrico, piegossi un po'indietro sulla spalliera della sua sedia, passando la mano alla bocca e accarezzndosi il mento. Forse, avea apparecchiato un discorso, ma il discorso era ito.
Il babbo di Aurora lo guatava attendendo.
Enrico si stanc di cercare:
- Signore - disse con risoluto cenno di capo - parliamo sgusciato. Io adoro sua figlia, e gliela chiedo per sposa -
Ve', il signor Pietro non mosse pure palpbra. Ma con calma rispose, calma di temporale per:
- Seppi io jeri, ch'ella faceva la corte a mia figlia; oggi lei sappia, che, quanto a sposarla, nix! -
Enrico sentissi la bragia sul viso; pure, si limit di arricciarsi i mostacchi; e con le belle belline difese la cusa sua e di ogni cuore gentile; tocc dell'immenso amore per lei, amore che pareggiava sol quello della ragazza per lui...
Al che, il signor Pietro sbuffava e barbugliava tra le gengive: oh! mttere in succhio una tosa... scusate se  poco!... gi; al taglio come le angurie... chih eh! -
Poi, Enrico lasci il tema su amore e parl numerario; disse, ch'ei non si chiamava Giorgini; s bene San-Giorgio, dei San-Giorgio di Ponte (che volea dir milionari) per cui, egli ed Aurora, avrbbero circondato il lor babbo di tutti gli agi possbili.
La quale ltima corda non son male al pap.
- Insomma - fin il giovanotto, pigliando a colui, con preghiera e speranza, una mano - ella pu fare la felicit di noi due -
Bene; questo argomento - chi non vuol crder non creda - ruin tutta la cusa. Il falso-egoismo susurr tosto all'infermo, che, l ve due si man da vero, un terzo  di troppo; ch'ei sembrerebbe una pezzuola-cotone, a villani colori, sudicia, in un cassettino di fazzoletti-battista, a ricami, bianchssimi, profumati; poi, susurr ch'egli trarrebbe la vita in un palazzo s, ma non suo, in mezzo a tappeti, a tappezzere di stoffa, a mobiglia intarsiata, ma di altri... e d'altri anche la figlia! e, tra una folla di servi, servo; in conclusione, ch'egli vivrebbe splendidamente di carit, senza il diritto ad un lagno. E Aurora intanto ed Enrico, a divertirsi, a gioire!... gaudiumque c li p na p narum damnatis.
Rispose dnque di netto:
- No -
No? Enrico era di sbita ira. Abbiate pazienza! c' il vino spumante e c' il muto. Enrico, alztosi impetuoso, rifil sur il tvolo un pugno, tale, che lo isfond, gridando:
- Cattivissssimo uomo! -
Il signor Pietro, lui e la sua poltrona, ruzzol fino in fondo alla stanza, pllido, come se l'omrica botta avsselo contracolpito.
- Fuori!... via!... - gridava; ed Enrico, ispaventato dallo spavento del vecchio, pigli a precipizio la porta.
Ma, a mezza scala, diede nella fanciulla.
- Aurora! - esclam, bacindola in viso - io ti chiesi a tuo padre. Egli... mi ti ha negata!... Lo spaventai... perdona - e in quattro frasi la fece cnta di tutto.
Ed essa? Essa pure baciollo... basta? s ch'egli usc che lanciava scintille.

VII.
Ultimi spruzzi di cattiveria

Appunto in quell'infusto giorno, il signor Pietro ebbe il secondo colpetto. Egli rimase due d senza potere spiccicare parola, i denti serrati tanto, che a pena gli si riusc a introdurre qualche cucchiajo di roba. N il terzo colpetto si sarebbe fatto aspettare s'egli avesse saputo, che Enrico in persona era corso dal mdico e dal farmacista, e che ora stava presso di lui, trepidando, in attesa di nuovamente servirlo.
E il signor Pietro non rimise un pie'nella vita (quasi a rincorsa alla morte) se non a prormpere ingiurie contro alla figlia ed all'amato di lei. Parea che non trovssene mai di bastante. S ne disse di quelle, che il mdico confess ad Enrico ch'egli sentiva pi voglia di mandarlo dal babbo che non di serbarlo alla figlia. E, questa, scioglivasi in lgrime. Voleva proprio suo padre, che non le ne avanzasse una goccia per pingerlo morto.

VIII.
Il testamento del signor Pietro

 di mattina; le sei. Il dottore ha detto ad Enrico, che l'ammalato pu voltar l di minuto in minuto, e il giovanotto lo disse alla tosa. Sono dieci ore che il signor Pietro tiene chiusa la bocca, e le palpbre gi; rannicchiato contro del muro e ansante; solo, alle prime parole di una domanda d'Aurora che avea sentore di chiesa e di preti, egli, impaziente, fremette.
E la fanciulla gli  accosto e gli ha una mano sul fronte intantoch, nella medsima stanza, Enrico, dietro di un paravento, aspetta una parola di pace.
Verso le sette, il moribondo si volge a fatica, guarda la figlia, e con la voce, siccome l'occhio, appannata:
- Aurora - f.
- Oh babbo! - e la ragazza lo bacia.
- Par che la vita mi lasci - egli geme - E io... io fui molto cattivo... pi che cattivo, con la tua mamma e te...ma...
- Oh babbo! - singhiozza la tosa.
- Ma - egli riprende con pena - io vo'che tu sia felice... Tu devi giurare... Eh? giuri?
- S.
- Di non sposare il Giorgi... il San-Giorgio, perch... -
Enrico diede un sussulto di cui vacill il paravento, e si fugg nella stanza vicina. L si gett su 'na sedia, pianse. Oh quando stillossi, mio Dio, una quintessenza pi acuta di malvagit?

IX.
Dichiarazione del testamento

Aurora entra l dove Enrico si st disperando, pllida, con due madonnine che le crrono gi:
- Pvero babbo! - sospira.
- E tu, che hai promesso, tu? - chiede l'amante con un singulto d'angoscia.
Ed essa: quello che manterr -
Il giovanotto la mira con uno sguardo da folle, uno sguardo che preavvisa di serrare le imposte.
- O Enrico! - esclama la bella - e chi ne toglie di amarci? -
E si amrono infatti, e si amrono sempre, ch il solo Amore li teneva legati. E scodellrono bimbi, intellettuali, formosi, i quali frono a loro il miglior contratto di nozze e la migliore delle benedizioni.


LA CORBA

Ed era cosa ben smplice! Figrati, che, svoltando in un vicoluccio, avevo dato in una vecchia, immbile, piccina sotto una soma di corbe. Una di esse le era caduta, e la pvera donna o non poteva chinarsi per la rgida et, o non osava, col crico gi squilibrato delle altre. Intanto, un birbone, seduto su lo scalino di una portella, ghignava e pipava.
Quello che feci, tu anche l'avresti.
Ripeto, la cosa era semplicssima. Eppure, seguitando il cammino, mi tripillava nello scurlo del cuore un gusto che mai! La maraviglia della vecchietta nel trovare gentile un signore, i suoi ringraziamenti commossi, mi circolvan col sngue. Aff! che non mi si vada dnque a promttere premi in un altro mondo. Non usciamo da questo. Ogni pera buona, frutta e al beneficato e al benefattore. Per me, non avea pi nulla a pretndere, anzi! - siamo sinceri - dovevo.
Ma, insieme, ricordavo con compassione que'ricchi aggrondati che non san dove comprare un'oncia di cuore-contento, mi chiedevo stupito, come mai lo stesso egoismo non li tirasse a fare del bene.
E ci ha tante corbe a levar su ancora da terra!

UNA FANCIULLA CHE MUORE

Nel dopo-cena di jeri, il dottore si avvicin alla signora Vanelli, e con quel suo fraseggiare a rilento, per stavolta un po'brusco, quasi instizzito con le parole che era per dire:
- Crede proprio - chiese - che la idropata possa giovare a sua figlia? -
La signora Vanelli ne sobbalz. Debolmente poi (con una voce sicura come quel che diceva) - ma s, credo - rispose; e dopo una pusa, una pusa durante la quale il cuore sugger forse a lei argomenti che la ragione taceva - certo - riprese - le mani della mia Ida trnano a farsi caldine... Ida...
Il dottore si allontan con dispetto.
Oh le mamme! o indovnano troppo, o non vglion capire una goccia. Di chi, rispndimi tu, poteva ssere il caldo, quando la disgraziata madre stringeva passionatamente le inerte mani della figliola?
St un fatto; tutti quegli altri signori, che gliele serrvano, dicvan poi sempre tra loro " ghiaccio"; specialmente dicvanlo que'giovanotti, che si occupvano con tanta premura di lei; dimandndole "e come stava? e se l'affanno diminuiva?" raccomandndole di ripararsi bene dal freddo, di coricarsi non tardi... Ve'? come s'interessvano alla sua salute!
E, allora, la slisa fanciulla saliva silenziosamente, di un'andatura stracca, le scale... verso la cuccia. L si lasciava svestire al par di una bmbola, si raggruppava nella sua nanna, la testa sotto le coltri, e cominciava - smorzando contra i guanciali i singhiozzi - a nicchiare. Pure, lgrime non ne venvano gi. Gli occhi della fanciulla si rano asciutti di quell'aquitrno in cui la pupilla nuota e ne  la visbile nima. La pvera Ida contava... ricontava i suoi diciott'anni; pensava, con un nodo alla gola, che tutti avano molta, troppa compassione per lei. Compassione? null'altro?...
E l con la mano sorradvasi il seno...
Chh! Amore vuol ciccia.


ODIO AMOROSO

I.

Vlta e rivlta, nulla! sonno non ne veniva. E sfido! La fantasa di lui conflagrava all'effigie di una bellssima tosa, bevuta con gli occhi quel d, Correggesca Madonna, fuggita alla gloria di un quadro e pstasi ad una finestra. Senonch, in sulle braccia, invece del gonfi-ampolle bambino, reggea un gatto dell'Emme. E gli facea carezze... Gatto felice!
Innamorato dnque, cotto, biscotto - egli, Leopoldo Angiolieri, che in una bicchierata a New-Orleans avea sclamato "amore, , nel tran-tran della vita, un trmin decente per esprimere... altro". Fatto , che sino a quell'ora, cio ai ventisette e passa, niuno uncino amoroso avea pigliato Leopoldo; e chi ha verace giudizio sa, come ciascuno di noi, tutto misuri con la spanna sua propria.
In verit, era d'uopo che per cangiare d'idee, egli cangiasse di mondo, tornasse giusto in paese. Imaginate! nel bel primo d.
Venuto per la sorella... Ma qu la parola sorella lo devi in altri pensieri, pensieri indigesti. Allorch egli partiva per l'oltremare (n lunga avea a riuscire l'assenza) Ines, sejenne, era stata messa in collegio; ora, dopo quattrdici anni, Leopoldo rimpatriava a farle da babbo lui. E, questo, egli avrebbe e di cuore e con gioja pria che la sua sconosciuta apparisse; ma ora, no; ora, una sorella non gli accomodava un bel nulla, qualnque si fosse. Ch, se sveglia d'ingegno, quale tormento! se stupidetta, che noja!... Ed era? Leopoldo pendea al secondo partito; il ritrattino difatti, che, dodicenne, essa gli avea mandato, mostrava una faccia grassa, indormenta. Non rifletteva per il giovanotto, che chi dormiva era amore, e che chi dorme si sveglia. Pur, sia come si sia! a che ci hanno le doti? a che gli spiantati?
Cos, cacciato con un sospiro di gusto quel tfano della sorella, Leopoldo intese la imaginazione tutta alla vaghssima incgnita. E ricompose gli occhioni di lei, neri; e il fiume de'suoi neri capelli, e il viso "color di amore e piet" di un sbito pinto a vergogna, com'ella si accorse di lui, e sparve...
Vlta e rivlta, sent sonare le quattro.

II.

E, nella mattina, venne a trovarlo il signor Camoletti, procurator suo in patria. Era egli una miseria di uomo, dal viso color formaggio-di-Olanda, con due occhiucci nerssimi, da fana; neri, i capelli cimati; nero, un pizzo da capra; nera, la cravattona (e non un sntomo di una camicia); nero, il vestito impiccato e le brache; s che parea ch'e'uscisse da un calamajo in quel punto e gottasse l'inchiostro. Il corpicciolo di lui, inquieto, le palpignenti palpbre, le mani che non requivano mai, dicvano chiaro il carttere suo, rabattino e margniffo. Quando parlava, colui che avssene udita solamente la voce, dovea pensare "oh pappagallo d'ingegno!" Ed era, quattro-parole-un-complimento-e-un-inchino.
Il quale ometto dei ceci, dopo di ssere andato in dilguo sul ritorno felice e sulla bella presenza di Leopoldo, disse della fortuna di avere, il d prima, ricevuto un biglietto "proprio del signor conte" (e qu un saluto di capo); ma aggiunse della disgrazia di non averlo potuto lgger che a sera... "capir, noi gente d'affari..." Nondimeno, com'egli, a fortuna, abitava nella medsima via del Pensionnat Anglais Catholique di donna Ines (e qu un altro saluto) cos, vi avea tosto spedito il suo saltafossi e il biglietto, Sgraziatamente! la contessina, uscita a pranzare da una sua amica sposa, non era ancor rientrata...
- Tuttava - osserv Camoletti - io avea gi avuto l'onore di partecipare a donna Ines il prssimo arrivo di sua signora. Donna Ines lo sospirava da un pezzo.
- Anch'io - fe'Leopoldo - Pensi, avvocato, ch'essa toccava appena i sei anni, quand'io partii con pap. Ben mi ricordo; era una bimba cicciosa; bella, no certo; cattiva come la peste...
- Oh allora! - esclam Camoletti - la contessina di adesso, chi ?
- Vero - not il giovanotto - che le belle ragazze nscono ai qundici anni...
- Infatti... - fe'per dir l'avvocato.
- Prego! - interruppe Leopoldo - La non mi dica niente. Mi lasci un po'd'improvviso -
E son il campanello.
- Un brougham! - ordin al servitore.
Intanto, il discorso si ridusse agli affari, e parve che tutti assieme andssero a maraviglia, inquantoch i per fortuna in bocca di Camoletti frono un dieci a ciascun per disgrazia. Leopoldo, da parte sua, accenn a cambiamenti ch'egli volea nei fondi (i fondi visiterebbe nella settimana ventura), parl di mchine agrarie commesse a Manchester; di un nuovo sistema d'affitti; di nuove colture; sul che, il discorso, continuando anche nel brougham, s'interess vivamente tanto, che, al fermarsi di quello, il cocchiere dovette smontare, aprir lo sportello, e dire "signori!"
Ed essi scsero ed entrrono.
Quantnque la vaghssima incognita avesse gi in Leopoldo occupato il posto migliore, tuttava, trovndosi egli s presso a colei, che sola poteva ancor chiamare parente, si sent bttere il cuore. Ecch! Ines, forse, non era n un velo di Tulle, n una che curiosava ogni dove, n un rompigloria a perch? bens di quelle creature devote, sentimentali, veri tiretti ai nostri segreti e manualucci di prtica filosofa. Or, chi non sa che gli amanti han sempre a confidare qualcosa e sempre a dimandare consigli?
In sulla scala, non incontrrono alcuno. Ma, al primo ripiano, il signor Camoletti, a una vecchia senza cuffia e in cartucce, che il salut per nome e cognome, chiese:
- C' donna Ines?
La inserviente rispose, che le signore maestre e tutte le damigelle rano fuori a messa... "messa bassa" aggiunse per consolarli "vgliono intanto sedere?" e lor dischiuse una porta con scritto su "Direzione".
Ned essi rispsero no.
Rimasti soli, rimsero anche in silenzio. Il signor Camoletti, accomodtosi in una sedia a braccioli, dopo di aver concrepate le dita alcun po', prese a mangiarsi furiosamente le unghie. Leopoldo girandolava la sala. Sulle pareti di cui, oltre il ritratto del r, muso beatamente intontito, gonfio dalla lussuria, era una mostra (proprio una mostra) di adaquerelli e disegni, di prove di bella scrittura, pantfole ricamate, ghirlande di fiori, quadri a margheritine, iscrizioni (evviva la direttrice! viva il suo onomstico!) tutto disotto al vetro e in cornice; e, sopra i tvoli e i tavolini, programmi dell'istituto, mazzi di fiori di carta, un cestino a viglietti da vsita, in cui stvano a galla quelli con la corona; poi, dentro uno stipo, un lucicho di oro e d'argento... pese, coppe, un nvolo di tabacchiere una sull'altra come le scatolette delle sardine, e campanelli e penne e posate... doni ed omaggi. Oh quanti segni di amore!... diciamo meglio... oh quanta adulazione pelosa! oh quanta smania di un saldo ai conti gravosi della riconoscenza!... E, tuttoci, si voleva che fosse visto e ammirato; Leopoldo ci fris appena lo sguardo. Per, siccome, n ad ammirar n a vedere, posava dimenticato sullo scrittojo un pccolo albo, Leopoldo l'apr.
E lesse:

"Note sulle ragazze del P. A. C." (Pensionnat Anglais Catholique) "anno corrente, mille... fatte da me direttrice MARIA STEWART".

E, a pgina prima, lttera A:

"ALDIFREDI baronessina VITTORIA - diciasett'anni; naso all'in su; capelli da Barba-Jovis; colorito di fuoco.
Da che reggo il collegio, non mi  mai capitata una fanciulla pi ghiotta. Va in seconda a ogni cibo. E s che tra i pasti non f che spazzare sctole di canditi, e pasticche, e cioccolatte, e mentini! Jeri di l, ad esempio, mi ha furato e vuotato il mastelletto della mostarda. Poi, ride sempre, di tutto. Entro io, ride. Entra il signor Catechista, ride. Sgrido, ride ancor pi. E attacca alle altre il morbino.
Vittoria ama, tra i fiori, il garfano..."

Ma qu, Leopoldo, abbandon l'Aldifredi, e pass all'A-enne. E lesse:

"ANGIOLIERI donna INES (dei conti) - vent'anni.
Buona fanciulla, ma che si atteggia all'interessantismo. Per quanti gliene sequestri e tngala d'occhio, mi legge continuamente romanzi, roba francese ed istrica. Quando c' il chiaro di luna, scende dal letto e va ad aprire le imposte. Ma odia la luna piena. E cela in seno un librino, intitolato "sorrisi e lagrime d'Ines" nel quale, ogni sera, scrive.
Il suo fiore mignone  la viola. Non sa sonar che notturni, clches du village, dernires penses, e simili piagnonere.
Ines  una slisa-vetriere, mangia il meno che pu..."

- Sente, avvocato? - dimand Leopoldo - dcesi che mia sorella mangia il meno che pu. Quest', io credo, una nota di buona condotta in collegio; e lei? -
Camoletti si affrett di sputare i rottami di unghia; e disse:
- Oh certo! buona!... ih... ih! - con un ridacchiar cavallino.
E Leopoldo leggendo, ma a forte:

"... Inva delle letterone alle amiche, a punti ammirativi e puntini..."

- Dica, avvocato, ma e le prono dnque le lttere?
- Sa! nei collegi! - prese a dir Camoletti, in tono che sott'intendeva " un naturalssimo uso".
- Bella! - sogghign il giovanotto; e seguendo:

"... punti ammirativi e puntini... in cui loro confida dei dispiaceri impossbili!"

- Auf! - pens - che piaga! Dovea toccar proprio a me! fosse la gaja Vittoria! - e chiuse il pccolo albo, mortificato.
In quella, uno scarpicco e un suono di freschssime voci. Rifluiva il sngue al collegio. E, nella sala, parve che gli ori, gli argenti e i cristalli scintillssero il doppio, all'idea di rispecchiare qualche grazioso visetto; e, dal giardino, levossi un'affollata di cip-ri... cip-cip, tale che sembr ogni foglia e ogni fiore cangiato in un vispo augellino.
I passi, il cinguetto, il frusco, gi rasentvano l'uscio della direzione. E una vocetta, maliziosamente chioccia, diceva: badabigelle! le pvego; non fccian tvoppo vumove! - Gi, un gruppo di risa! e le fanciulle passrono.
E, dopo un istante, si ud un rpido passo. Leopoldo assunse un contegno, serio.
- Oh fratel mio! - sclam una ragazza, entrando di corsa.
Il giovanotto diede uno scatto all'indietro: l'amata di lui non era pi sconosciuta.
- Abbrccialo, Ines! - fe'la rettrice apparsa alla soglia, vedendo la tosa arrestarsi.
Ed Ines si appress a Leopoldo, tremante; ella, come un fantoccio, l'abbracci; lui si lasci abbracciare.
- Son pur felice, conte! - disse la vecchia maestra, facndosi innanzi - Si accmodino -
E tutti e quattro siedttero.
Cos, il discorso, principi e segu, solo tra Camoletti e la signora Mara, due tali, per parlantina allo stessssimo buco; questa, che gi iscorgeva in prospetto le sguizzasole vetrine del giojelliere, tolse la mano del dire, mettndosi a fare l'elogio della scolara di lei, dndola per garantita, e sospir e pianse; quello, come riusc a rubarle la parola di bocca (ch altro mezzo non c'era), snocciol una tirata di lodi sul principale di lui, la quale, vlto il tempo presente in passato, avrebbe pure servito da necrologa. Ma, quanto alla sorella e al fratello, non una di quelle vampe di affetto che rischirano a un tratto antichi ricordi, obliati, ricordi d'infanzia; sedvano a bocca chiusa, non rispondvan che a cenni, parvano insomma due poveretti villani, che, mascherati da ricchi, stssero in soggezione del loro vestito.
- Oh sacrista! - dicea tra s l'avvocato - che scherzi f l'amore! -

III.

In verit, era un bruttssimo scherzo! Poich Leopoldo fu tornato all'albergo e fu nella cmera sua, solo (ch egli avea lasciato ancor la sorella in collegio sotto la scusa che tra pochssimi d sarebbe venuto a pigliarla per condurla alla villa) cominci a lagrimare, poi ismani, e fin tempestando. E che tempesta la fosse, il conto dell'albergatore pu dire!
No; la sorella di oggi non dissolveva l'amata di jeri. Argomentava pur bene la signora Ragione, ma il Sentimento non ne capiva il linguaggio. Leopoldo pens di scrvere a Ines, dirle ch'egli era obbligato di ritornare in Amrica, che lo obbligvan gli affari, e ci si pose a tamburo battente. Ma, fatto due righe, sost. E l'avvocato gli crederebbe? con quale fronte abbandonar la ragazza, che, forse, anzi! certo, certssimo, l'avea solamente a fratello? dove la volont? dove l'nimo forte?... e stracci il foglio, poi il quinterno.
Si alz disperato. No! egli non dovea allontanarsi da lei... cio, non poteva, perch...
E trasse un sospiro di avidit, e abbrivid del sospiro.

IV.

Pensate dnque che inferno! e chiss quanto avea a durare!... inferno, le cui pene maggiori rano appunto gli sforzi per dissimularle, tantoch, ogni collquio tranquillo con l'avvocato, costava, al givane, una o due sedie.
E, un d, l'avvocato fe'capire a Leopoldo che la sorella di lui non sapeva che dire del suo starle lontano, e si lagnava e piangeva, e...
- A domani! - interruppe Leopoldo alla brusca.
E l'indomani, una carrozza a quattro cavalli e a postiglioni, fermossi al collegio. Di cui le finestre si fcer tosto cornice a tanti quadri viventi di ragazzine e ragazze; le une, curiose dell'equipaggio superbo; le altre, del padrone di quello. E Ines pass di saluto in augurio, di augurio in abbraccio, ed ebbe una scorta di baci tale, che, se di labbra coi baffi, avrebbe tornato la vita a chiss quante inamate!... Cos, baci perduti.
Tuttava, Leopoldo si rimaneva in carrozza.
- Il tuo signore fratello - not Giorgina Tibaldi, sinceramente, all'amica -  un gran bel magnfico givine, ma a cortesa... ve'scusa...  americano... un po'troppo -
Ines tque. Condotta dall'avvocato e dalla rettrice, scese le scale e sal il montatojo. Ella non si era messa alla via: solo, si avea gettato in ispalla una mantiglia a cappuccio. Ma la belt non chiede altro che luce: oh conoscsser le belle qual male fanno gli specchi! E Ines, in disabbiglio, appariva s seducente, s voluttuosa, che il giovanotto, impaurito, tltosi dapresso lei, siedette all'opposto. E fece:
- Oh avvocato - (con una voce ansia, affogata) - venga!... la prego -
Il Camoletti ringrazi vivamente, ma si scus:
- Se si ricorda - aggiunse - abbiamo quest'oggi a trattare dell'eredit di sua za.
- Maledette le cuse! - fe'a mezzo tono Leopoldo, occhieggiando con ira, e serr lo sportello di colpo.
La carrozza part.
Il givane, allora, si ricacci nel suo canto; e alla sorella disse, che la stracchezza il vincea... Dopo una stranottata, si sa!... dnque, di tenerlo iscusato se si metteva... a dormire.
Ines, nulla rispose.
E, in modo tale, si trott via quattr'ore. Di tutti i viaggi di lui, faticosssimi, lunghi, niuno il sposs pi di questo.

V.

N era certo in villa con lei, che Leopoldo dovea trovare riposo. L'omiopata l non serviva. Leopoldo avea bel circondarsi di affari, bel imbrogliarli, bel stare fuori giorno su giorno pe'suoi latifondi, ma nello specchio del capo apparvagli sempre quella pllida faccia contro la quale parea battesse continuamente la luna; avea bel vilupparsi in filosfiche dissertazioni intorno all'equanimit, e al modo di annichilir le passioni, cio di vvere morti, studindone anche a memoria i concettini ingegnosi e le elegantssime frasi, ma tutta 'sta roba, scritta in pacfici studi verso cortile, al sovvenire di una occhiata di lei, languidssima, nera, sprofondvasi gi.
Venvano allora i furori. E allora e'fuggiva a serrarsi nella cmera sua e ne appiccava la chiave sotto il ritratto materno. Facea le volte di un leone affamato. Piglivalo uno struggimento di abbracciare colei, di schioccare dei baci... che dico! di mrderla, di pugnalarla. Ma, inorridito a un tratto di s, si gettava sul letto, sospirava d'angoscia, e mirava con il deso negli occhi le sue pistole. Oh, a non toccarle, ci volea bene coraggio!
Ma e fuggire da lei?
Pazze! ei si sentiva legato con doppia catena. Avesse amato soltanto, non era impossbile... forse; ma, nell'amare, egli odiava; ed una goccia di odio f un sentimento eterno.
Per quante fitte crudeli, per quante torture ci gli costasse, egli or pi non poteva fare di meno di que'terrbili istanti, nei quali era presso a colei, anzi, rale al fianco; quando, in una sentiva e le vampe amorose e i brvidi dell'orrore ed i sobbalzi della disperazione; tutto, sotto una mschera calma, solo tradendo la irrompente passione al spesseggiare convulso del nome, il pi sereno, il pi dolce "sorella".
E, a volte, Ines fisvalo con gli occhi gonfi, inghirlandati di duolo...
Pvera tosa! Non avea fatt'altro se non cangiar di prigione; e in peggio. Ch, almeno in collegio, allegre voci di amiche mischivansi a quella della campana imperante; qu, rinchiusa come dalla pioggia autunnale, splendndole il sole all'intorno, senza compagne ma serve, niuno veggendo all'infuori del fratel suo e di un dottore vecchio, sentvasi orribilmente sola, spopolata pur di pensieri, perch temeva a pensare; in collegio, a traverso le spe delle persiane, scorgeva una fine, un cangiamento; qu, con un largo orizonte, nulla. Or, che cosa, Dio mio! pi paurosa dell'infinito?
E la salute si dilungava da lei; s che Leopoldo, agitato chiese al dottore, una sera:
- Che dice di mia sorella?
- Dico - rispose il dottore - che sua sorella ha un di que'mali che i mdici non guarscono... i mdici vecchi almeno, come, pur troppo, io. Donna Ines ha il male di amore.
- Ah? innamorata? di chi? - sclam Leopoldo adombrando; e, senza stare per la risposta, corse alle sue cmere.
E psesi a passeggiarle in lungo ed in largo. Una folla di suoni gli mormorvano un nome... trem. Lo sbigottiva il suo stato, ch'egli non avea osato mai di segnarsi a netti contorni e che non mai in altrui avrebbe pur sospettato. No; questo non si poteva - non si dovea cio; - era d'uopo un nome diverso; qualnque.
E cerc spasimando... Ah! ecco... Emilio Folperti... Eppure! no. Imaginate in costui un fittbil del suo, che il mdico avea un giorno condotto in casa Angiolieri; un givane bello s, ma bello e nient'altro. Il quale Folperti, s'era creduto d'ingraziarsi il fratello, lodando a lui la sorella, e Leopoldo - gentilmente villano - avagli chiuso, prima la bocca, poi la porta sul viso; dopo, se n'era affatto scordato. Ma adesso, cretoselo appena a rivale, Leopoldo non lo pot pi soffrire, non gli parve pi il mondo, vasto per tutti e due abbastanza... o l'uno o l'altro... l ci volea una soddisfazione... Soddisfazione? e di che?... E se il Folperti gliel'avesse accordata con lo sposare colei?
Ben seguitava a susurrargli il buon senso "come vuoi ch'ella ami una s ftua cosa a bellezza ed a senno?" Ma salt su a dire il sofisma "non si adorrono sttue? non si adorrono mostri? non si baciron cadveri?..." e Leopoldo, sospinto da geloso furore, schiuse di botta salda la porta, e fe'il corritojo, lungo, che divideva le sue dalle stanze di lei.

VI.

Era notte; e, nelle cmere d'Ines, niun lume, ma le finestre aperte, s che il raggio lunare e la brezza entrvano a loro piacere. Leopoldo pass le due prime. E, nella seguente, era Ines, sur il poggiolo che rispondeva al giardino, seduta, e reclinando la testa all'indietro contro della persiana, gli occhi velati, semichiuse le labbra, in quell'abbandono di quasi-delquio, che inonda chi pianse molto e molto si disper. Piovndole attorno, la luna ora piangeva per lei.
Leopoldo riste'a contemplarla un istante. Ed ella se lo sent forse vicino, vicinssimo anzi, ma tnnesi immota.
Leopoldo tent proferire un nome; la lngua non gli ubbid. Ei la obblig, e disse: sorella! -
Si alzrono lentamente le palpbre di lei, e scoprser due occhioni, nuotanti in negri stagni di duolo.
- Sorella - riappicc egli a fatica, in tono alterato - sono ancor qu... perch... perch non ti posso stare lontano... quando tu soffri. E, che tu soffri, io so.
- Ma no - ella disse con un filo di voce.
- S! - egli fece, in uno scoppio di rabbia - or perch contradici?... Atrocemente soffri. Io leggo negli occhi tuoi, ebri; nella tua faccia patita, colore di perla; in questo tuo istesso singulto. Eppoi, conosco il tuo male -
Ines sorrise pallidamente.
- Tu spsimi di amore -
Ella ne sobbalz; si raddrizz sulla vita, e, serrndosi al cuore le mani, quasi per ratenerlo, ch le parea fuggisse, grid: no.
- S! - ripet Leopoldo con un riflesso d'incendio nelle pupille, piantndosi innanzi a lei - non mentire a me! Tu spsimi d'amore per... per tale, che io odio, che io schiaffegger, uccider - (e accennava come a s stesso) - per... - (e si stravolse la lngua) - Emilio... -
Ma oltre non disse. Ella il guardava, schiettamente stupita; ed ei ne ebbe un sussulto e di gioja e dolore.
- Dnque, chi ? - disse, piegndosi sopra di lei, strette le pugna.
Ines era un trmito solo.
- Voglio saperlo - egli fece - voglio!... hai capito? -
Il viso della fanciulla sformossi, pigli la strana gonfiezza del viso di un folle. E una ruca voce esclam "te"; e un bacio, incandescente carbone, arse per sempre un sorriso.
Ma, non ascnderti, o luna!
A pena Leopoldo ebbe toccata la sua contro la bocca di lei, che si ritrasse atterrito, cacci le mani ai capegli, fugg - Cano d'amore.
Ed ella si morse a sngue le labbra; poi, tramortita, cadde.

VII.

Da quella sera, i due givani bber paura l'uno dell'altro. Leopoldo cominci a star lungi da casa le settimane, or cavalcando alla pazza, allorch lo pigliava una fumana furiosa, or lungo disteso su 'n prato, quando la spossatezza vincea l'esaltamento: Ines, gitttasi per indisposta, pi non usciva di cmera.
Ma smil vita non poteva durare.
Un d, corse voce che il conte Angiolieri, in caff, avea dato in fuora contro al Folperti e gli avea minacciato uno schiaffo; e ciascuno si chiese "epperch?"
Ma, in quel d stesso, Leopoldo cammin risoluto verso l'appartamento della sorella e ne aperse la porta.
Ines era a scrittojo; dinanzi a lei, carta bianca; e si posava d'un'aria stracca, abbattuta, su di una mano, tenendo con l'altra la penna. Cercava forse pensieri e ne trovava sol uno. Senonch, al cricchiare dell'uscio si volse, vide il fratello, e il fis. Parano gli occhi di lei "due desri di lagrimare".
Il contegno di Leopoldo era freddo, severo.
- Sorella - cominci egli, sottolineando tal nome - io st per dir cosa che  capitale a te... e a me. D retta. Ci ha... un quidam... givane, bello... ma ci poco importa... il quale ti chiede per moglie... e questo  quello che conta -
Ines si alz, e nettamente disse: io non mi marito.
- Tu ti mariterai - ribatt Leopoldo con una voce decisa - Io ti ho promessa di gi.  affare finito.
- Affare! - sospir la fanciulla.
- E che altro sarebbe? - dimand Leopoldo - Tu, ti ma-ri-te-rai -
Ines ricadde, con le mani alla faccia, seduta.
E il givane, continuando:
- Di', c' forse una via diversa per la finire col nostro stato infamssimo? A noi, morte,  bene vicina, ch, senza cuore si vive, ma non col cuore piagato, ma... e intanto? Io torno,  vero, in Amrica; e l ferve anche una guerra... tuttava, non basta. Mille miglia di mare framezzo a noi sono poche... ci vuole, qu, sulla spiaggia Europea un uomo, che possa, che abbia il diritto di uccdermi se... o sorella! sorella! -
E tenne dietro un terrbil silenzio.
- Lo sposo  il Folperti - aggiunse Leopoldo con una tinta di sprezzo e come di circostanza di nullo rilievo.
- Io non potr mai amarlo! - sclam la fanciulla dolorosamente.
- E chi altri potremmo... io e te? - egli chiese, lascindosi trasportare dalla passione, ma, padroneggitosi poi - Sorella, qu non si tratta di amore - disse - io parlo di un matrimonio... Abbgliati! 'stasera io verr con colui... - e, soggiogato, a sua volta, dalla propria emozione e da quella della ragazza, Leopoldo fugg.

VIII.

In un battibaleno, tutti della provincia parlrono del matrimonio, e tutti credttero allora capire di aver gi capito il perch della scena violenta tra l'Angiolieri e il Folperti, e il perch della guancia affilata della ragazza, quantnque loro allegasse un po'i denti quello di un smile amore. Infatti, avano detto sempre gli umini, che, in espressione, la faccia di Emilio era una pretta bondila, e, quanto agli umini, passi! ma anche le donne s'rano sempre accordate in questa sentenza. Comnque! il matrimonio parea dei meglio assortiti; in ambidue, anni pochi, soldi moltssimi... qual gioja per il fratello!
Ma, oh avesse potuto chi la pensava cos, dare un'occhiata in casa Angiolieri! Dove - all'infuori di quel ciccioso e lustro di Emilio, il quale, tutto soddisfazione imaginndosi amato, non scomodvasi manco ad amare, come colui, che, servito, si lascia servire - e'vi avrebbe veduto una givane, o, meglio, la marmrea effigie di una, costretta a sedere dapresso tale che odiava ed a sentrsene tcca; come pure, veduto un amante obbligato a mirare, anzi a far buona cera, allo strazio del cuor dell'amata e del suo.
Poi, sulla fine di un pranzo, lo sposo, con un sorriso a Leopoldo, disse:
- Al nostro primo bambino ci metteremo il tuo nome; ti piace? -
E il conte, che si stava mescendo, assent con un ghigno. Ma fu una grazia da quadro se la bottiglia di lui continu a versare.

IX.

Il moribondo a decreto dell'uomo, quando dispera di protrarre la vita, chiede gli sia la morte accorciata; e s facea Leopoldo, accelerando la sua.
N tard molto quel d, in cui la sorella gli apparve abbigliata di bianco e di pallidezza. Foss'ella stata in un cfano, niuno avrebbe temuto di porle sopra il coperchio: n lei certamente sarbbesi opposta.
E frono alla chiesola. Ines dssevi un s "gelato come neve all'ombra". Una sua amica, svenne.
Uscrono. Bombvano i mortaletti, le campane sonvano ed una banda di stuonatori die'fiato alle trombe. In sul sagrato, giostre, cuccagne, apparecchi pei fuochi, tra i quali la bianca ossatura di un I e di un E giganteschi; da ogni parte, folla. E il podest, in tutta divisa, inchinati gli sposi, present loro dieci contadinette, vestite di nuovo e dotate per il fusto giorno da Ines, principiando un discorso che avea il sentore della carta bollata. Ma l'interrppero i viva; un grosso pallone con spravi scritto felicit pigliava l'are. Si sparse il cammino di fiori, si presentrono mazzi, scambironsi in aria i cappelli. Camoletti intanto, guizzava qu e l nella piena, distribuendo denari, boni per scorpacciate, boni per stoppe, e remissioni di dbiti inesigbili. La giovent si asciugava la gola, la vecchiaja le ciglia. Ed il maestro di scuola, riuscito a chiappare un bottone a Leopoldo, gli fece inghiottire fino all'ultima stilla un sonetto di duecento e pi versi, che incominciava:

Te beto, o signor, cui la sorella
D'Amor ferita, ora Imeneo risana.


X.

Ed Ines e Leopoldo si sono partiti per sempre, in questo mondo almeno, dato che l'altro ci sia. C'? Speriamo allora trovarli - non condannati ad una fraternit eterna.

Capitolo duodecimo

Passrono otto mesi... m vi pare, o lettori? - e Alberto, insieme al tre di gennajo,  ritornato in citt.

- Signore - fe'Paolino, entrando nello studietto di lui con un pacco - l'ha recato il postino -
Il viso di Alberto brill.
- D un cnque-lire di mancia - disse; n era un quattrino ad ogni gramma di gioja.
Poi, con un leggero tremore, si die'a sviluppare la invoglia, che rivestiva un sei copie del suo primo figliolo, partorito a Firenze; copie di un'edizione elegante, non di quella eleganza, la quale si sfoga in lttere storte, in oradelli convulsi, in svolazzi e smili firifiss, ma di quell'altra che se ne tiene alla larga; non l'eleganza del ricco, ma del signore.
E l'edizione, checch se ne pensi, ha parte nella buona riuscita di un libro, o almeno nella lettura. Infatti, in ogni cosa  la veste che si presenta la prima, e per un libro la veste  la migliore delle commendatizie, come ben sanno i Francesi; dico, di un libro nuovo e di arte, ch gli scienziati ed i vecchi hanno un certo qual privilegio di andar male in arnese e sdici. Io per me, vi confesso, arrabbio, quand'ho tra le mani un romanzo, sgraziato o pel formato o pei tipi, o quando l'odor della carta, che puzza ancora di cencio, mi fa starnutare su versi dalla fragranza di rosa. Che se poi  illustrato, Dio mio! per quanto mi astragga, per quanto io mi faccia suo attore, tuttava, bisogna lo legga con gli occhi; dnque, bisogna che soffra tanti intrusi ignoranti o maestrcoli oziosi, che intercalati nel testo tgliano in due l'idea dello scrittore e la mia, o rmpono, con un cul-de-lampe stonato, la dolce armona di tutto un captolo.
Tornando a noi, cio a dire ad Alberto, egli non rifiniva a mirare il suo elegante volume e di sopra e di sotto, senz'arrischiarsi ad aprirlo. E il cuore andvagli a vela; non che pensasse a colei per la quale avea scritto, non che temesse la giornalstica "eunucomacha", non sovveniva neppure l'ammattimento trascorso e nel lavoro di testa e in quello di schiena, n le stracchezze, gli scoramenti, il pianto. Ora, di tutto il suo libro, Alberto non iscorgeva se non la materiale edizione; gli avssero chiesto che conteneva, avrebbe sorriso intrigato.
Finalmente, lo schiuse. Ne usc un profumo, degno di un fazzoletto-battista. La carta era una pnera doppia e in essa affondvan le lttere, come i cialdoni nella neve-di-latte.
Ma Alberto, nell'adocchiare su e gi, lesse: mac.
- Mac? - si chies'egli - ecch dir vuole mac? - E tanto con la memoria era lungi, che non cap sul bel primo che non volea dir nulla; almeno, in quell'ora.
- Mac? - ripet; e, per chiarirsi le idee, incominci a lgger dal sommo:

LE DUE MORALI

Non getter proprio via un pezzettino di carta per quistionare, se l'avere sancito alcuni fatti morali in sentimento di vizi coi loro opposti in quel di virt, sia o no d'artificio. Trvansi,  certo, anche ragioni pel s - e filosfiche e striche - tuttava, lascimole l; spesse volte, conviene tenere la via presente, quale si sia, per buona; poi, d'altra parte, non si farebbe che un inversar la quistione per cominciarla da capo.
Dnque, or non tocco che a un argomento affine, osservando cio, come in taluni casi un male qualificato pu trasformarsi in un bene e anche in uno col pi. Inquantoch, sul teatro del mondo, le morali son due (tutto  doppio del resto). Ed una  l'officiale, in guardinfante e parrucca, a tiro-a-sei, coi battistrada e i lacch, annunziata da tutti i tamburi e gli zfoli della citt; l'altra ... ma, in verit, non tien nome...  una morale pedina, in gonnelluccia di tela, alla quale ben pochi lscian la dritta. Quella,  della stessa famiglia del jus quiritrium stoltamente dogmtico; questa, del jus pretrium, che d orecchio e ragiona. E la prima ha per s, tutto quel che di leggi, glosse, trattati, fu fabricato e si fbrica, fiume a letto incostante, roba in cui la sguzzano i topi e le tarme; l'altra, nudo e puro il buonsenso, eternamente uno.
Rompendo il che in monetina; se  vero, ad esempio, che l'adulterio, come si stampa e declama, sia all'ingrosso un diablicus casus, io vi dimando a mia volta, quale pi santa, pi evanglica opra di lui, quando la fedfraga donna  una fresca ragazza, dalla vilt dei parenti astretta a fasciare le polpe gottose di un vecchio, o a riammaestrare "i mal protesi nervi" di un givane? E, se  pur vero, che il suicidio sia, come si pone, il coraggio della paura, non  forse al rovescio un generosssimo atto, quando, questo incontrare a mezza via la morte, pu far felice una moglie, vttima del suo dovere di fedelt incautamente giurato? E l'omicidio, agghiacciante parola, non mrita invece il raggio di gloria il pi puro, allorch rende un ppolo a s, o attta il cannone?
Mac...

ccoci al mac. Era un errore di stampa, ma uno che gli rovinava un perodo... che dico! una pgina. Ed egli non averlo veduto! E chiss quanti ce n'rano ancora! - s, che, vlto quel foglio, spinse pauroso lo sguardo al vicino... Laus Deo! non ne trov.
Ma trov altra cosa.
Trov di avere stampato una miseria di un libro: se lui! (inquantoch, a ciascuno, il proprio specchio sorride) imaginate un po'gli altri, i quali non hanno certo interesse che un libro sia bello, anzi, cui molte volte disgrada, quand'. Eppure! si ricordava d'averlo pensato entusiasta, e rivedeva uno per uno i luoghi del tale o tale baleno; n avea manco sparmiato i polpastrelli de'diti, ma! ma la sua penna, siccome a inesperto un cavallo, l'avea condotto in un dove, mentr'ei tendeva ad un altro.
Or, che cosa dedurne?
Che, a parer mio, facea di un brossolino un bubone. Qualche pgina fiacca, ors! non  il Dio-fece alle belle?
Ma Alberto non la vedeva cos; e torn a lgger da capo. Ve'! un periodare contorto... male assonante... a stroppiature d'idee; qu, odore di costolette bruciate; l, di camino; pi in l, un organetto sfiatato; poi una mosca nojosa... In conclusione, lanci per aria il volume.
E si promise di farne un fal con tutta l'altra famiglia, pur non pensando che il suo librajo a Firenze ne avea gi forse in vetrina, cio! non pensando... io credo... anzi! sono sicuro che s, e che fosse appunto per questo s'egli arrischiava tale incendiaria promessa.
In quella, presi l'uscio; e Paolino, in tanto di cappanera, gli annuncia:
- La minestra  in tvola -
- Non mi seccare! - f Alberto, grazioso come un'asprella.
E il servo:
- Ho da mtterla al caldo?
-  No! - sclama rabbiosamente l'amico - io non... non ho fame, hai capito? -
Sul che, Paolino, vedendo nell'almanacco una luna, azzittisce e va via.
E allora Alberto pens, che a lui capitvano tutte. Fe'a larghi passi la stanza. Chi pi infelice di lui? E chiss quanti dolori (cui non avea ancora avvertito) lo serrvano intorno!... gira gira col capo, se ne persuase talmente, che si cruci, accasci... Ma, e che? dei dolori all'asciutto? per cui buttossi sul letto. E vi si pose a frignare. E, dlle e dlle, pianse.
Ma Alberto, chi no 'l cap? era in un mondo che roteava a furia di spinte. Le lagrimuccie gli finrono presto; ed ei lev dal cuscino la guancia, un po'timoroso di scontrare qualcuno che ridssegli dietro. Non taciamo per, che il suo ventre gli borborava da saggio. Comnque, il nostro bimbo-in-cilindro scese dal letto, lo riaggiust e die'un'occhiata vogliosa alla porta. Pur tuttava, prima raccolse il gettato volume, e, fttosi ad una finestra (ch il giorno moriva), pi che con gli occhi del senso, con quelli del sentimento, lesse:

LE CARAMELLE

- Mons, doi soldi d'caraml - disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottvan di pari. E, tutti e tre, postronsi al banco.
Il caffettiere, lasciato il giornale, si alz.
Io adocchiai i piccini. L'omo, era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po'di aria baciocca che i maschi hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettbile somma. La quale somma egli chiudeva in un pugno. E tenvala stretta, ve'!
Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!... visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che, dove lscian lo sguardo, guai!
La puttina invece alla dritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggvasi in su la punta delle scarpette; attaccando le palme all'orlo del banco, poggiava, tramezzo a quelle, il mento.
E i sei occhietti - due neri, due grigi, e due castagnini - si attrupprono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un pccolo peso su 'n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnrono: la si diresse a dipalcare un barttolo; gli occhietti le tnnero dietro: tac tac... il caffettiere lasci cadere sul piatto le caramelle... tre, quattro, cnque... ad ogni tac, i fanciulli si sogguardvano e sorridvano.
Ma, per due soldi, i sorrisi non potano ssere molti.
Mi venne un'idea.
Avvertito con una tossetta il mons e mssomi a traverso la bocca l'ndice, mi diedi, dietro dei bimbi, a far segni; cio, ad accennare il barttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.
Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese 'na gotta. Anzi; egli ebbe il coraggio - sottolneo coraggio - di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitrono e tre sospiri.
Cos, fu il cartoccino aggruppato, e consegnato all'ometto.
Questi moll allora il due-soldi. Stttero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioja, scapprono via.

- Chiel, che voleva? - mi dimand il caffettiere.
- Volevo, che loro vuotaste il barttolo - risposi istizzito - pagavo io -
Ei si rimase un po'gnocco.
- Contagg! - disse - bisognava parlare -
Foss'egli stato una donna!

E, queste, frono, a lui che leggeva, note di un'armona allarga-stmaco-e-cuore; o il ventre, che ci aveva interesse, gliele fece sembrare.
Alberto sentvasi fame. Ma ricordava la sua risposta a Paolino... E dnque? rest irresoluto; fe'per pigliare il cappello e andar da un trattore, ma, vntosi poi, sforz quella sbarra di arle che si opponeva egli stesso, e apr dolcemente la porta della sala da pranzo.
In cui, Paolino non era, ma la tovaglia s; e, su di essa, la piattera, gli argenti, i cristalli, con l'qua bianca e la rossa, ed i princpi e la fine; mentre, una lucerna sul mezzo, lasciando in ombra la stanza, piovea sopra la tvola il pi appetitoso raccoglimento.
E Alberto, zitto zitto, siedette, ed in mancanza di meglio, ancor dubitando a chiamare, cominci a far fuori il salame col burro, poi il burro col pane, eppoi il pane col cacio; poi, si guard all'ingiro e soppes la forchetta.
Ma ecco entrare Paolino.
- Bravo signore! - egli esclama - quando la fame non viene, bisogna andare a trovarla... La vuole prima la zuppa? -
Alberto arross. Ch si sentiva umiliato appetto al suo servo. Foss'ei divenuto un omone, degno "di sttua e duomo", sarebbe sempre rimasto, in sua casa, un omino. Orbe'? (noto io)  la sorte comune. Anche il Magno Alessandro non pass certo per Dio in cuor di colui che gli vuotava il... Pardon!
Fatta dnque la pace e col suo libro e col ventre, Alberto avea a dormir quella notte da senatore svegliato. Ma, no. Gli cominci a frullare il pensiero, che forse gli occhi di Claudia avrbbero corso le pgine sue... ed ei la vedeva tremare, arrossire, le nime loro intrecciate.
Tutto stava che il libro le giungesse tra mani; e il dubbio lo impermal. Certo, egli avea scritto al librajo, che ne mandasse anche a Nizza, soggiorno di lei; e certo, quella gentile, dovea amar la lettura; senonch, il libro avea paesana etichetta. In quanto al frgliene omaggio, n ci stava, n osava.
- Che la sorte provveda! - esclam. E si volse a pensare a chi poteva donarne. Scarta Giovanni, scarta Giuseppe; quello, perch non leggeva mai niente; questo, perch non capiva mai nulla; via di qu, via di l... non gli arriv di smaltire che una solssima copia - la sua.

Capitolo decimoterzo

Il pccolo studio di Alberto  illuminato. E il nostro givane amico, st in una poltrona, immoto, e con gli occhi velati. Tuttava, non dorme. L'nima sua  gi gi, sotto l'afa di una inspida vita, disamorata, muta come la via percorsa, da quattro mesi in qu, dal suo libro.
Sunano nel salottino, argentinamente, nove ore. Alberto apre gli occhi.  l'ora, al btter di cui, egli usa di fare un giretto nella citt, per rincasare accaldito a corcarsi; e, dall'abitdine mosso, Alberto, pur quella sera, si alza ed esce.
Ma, quella sera, non pigli a camminare, come diceva Fiorelli, a passi da colosso di Rodi: i pensieri di lui non rano pi gli inquieti e i febbrili del slito; ei si sentiva la testa come un rame strausato, che non lasciava se non istracche incisioni; come un fiammfero privo e di fsforo e zolfo.
E lentamente s'indirizz per i bastioni, sua passeggiata abituale. A que'bastioni, illuminati a risparmio, in sull'alla vr la citt, convenvan gli amanti; e Alberto, rasentndoli in furia, spesso avea lor fatto accapponare la pelle. Senonch, quella volta, chi trovossi a disagio, fu lui. Or, che c'entrava mai egli, tomo senza il compagno, tomo de subtilitate, tra quei volumi di amore appajati? or perch scompigliarli? - dimandndosi il che, Alberto, attravers per il largo il bastione, verso l'erboso rialto che il marginava all'opposto, sul quale non si vedeva passare che a lunghi intervalli una guardia, imbracciato lo schioppo, pronta a impedire, con un delitto vero, uno legale.
Ivi Alberto siede'. ragli sotto uno spiano, in cui due doppie file di lmpade a gas segnvano i bordi a due strade, che, diparttesi ad una barriera e fatto in salita un mezzo-ovale ciascuna, andvano a riunirsi innanzi a un lungo edificio, bianco, dalle tettoje di ferro e di vetro, dal quale sorgeva, con un chiaror nebuloso, un immenso bttito, un ronzo, un contnuo sbilo. E tosto, Alberto fu clto da un desiderio smanioso di salire un vagone e di crrere crrere, finch ci fosse una via.
Ma la volta del cielo, calma e serena, il quiet. Due stelle si smoccolrono e sprvero; due vrgini ran spirate! E quante altre, Dio sa! in quell'ammasso di case dietro di lui, a soffocare d'amore.
In questa - voci briche, chiocchi di frusta, ed un rumore di ruote. Passava una carrozzata di gente; forse, al pari di Alberto, infelice, ma allegra. E perch non felice? ci ha, di parerne, un sol modo?... Tutti ran felici... tutti - all'infuori di lui.
Quasi a risposta, udissi un grido straziante, e un fragore. Usca dalla stazione un treno, lasciando dietro di s una striscia di fuoco.
Alberto aggricci. No, non era egli solo, infelice. Ce n'erano altri, e ben pi. Inquantoch, quel convoglio trasportava gi forse una sposa novella, freschssima, col marchese Andal suo padrone; orrbile accoppiamento di un vivo a un cadvere; supplizio degno della fantasa di un Cajo. Sempre la medsima storia! il ricco plebeo e il nobilaccio spiantato; questi, che con i lenti e faticati guadagni della operosit altrui, raddoppia i pi arrossvoli dbiti; quello, che, per volerlo azzurrare, avvelena il suo sngue... E Alberto spasim di gittarsi sul treno e di rapir la innocente ai lvidi baci; poi, tese la vista, in batticuore, sperando ch'e'fuor saltasse dalle rotaje. Ma il treno continuava al suo scopo, fatalmente sicuro.
Infine, si lev dal rialto. Gli timpanvan le orecchie. Cammin pel bastione un po'ancora; e tenne vr casa.
- O, Alberto! - chiam, a mezza strada, una voce.
Ei non ud.
- O! - torn a dire la voce. Vltosi, vide Enrico Fiorelli. Il quale:
- Me ne successe una bella -
Alberto l'interrog con lo sguardo il meno curioso del mondo.
- Ma andiamo ordinati - ripigli Enrico - 'Stasera, dnque, ci fu il matrimonio dell'Andal, sai..
- S - disse Alberto - Anzi! ne ricevetti l'invito.
- Anch'io - osserv Enrico - Ma non volevo recrmivi. Credi? io non posso vedere a strozzare neanche un pollastro. Tanto pi, che mi gira pel capo una pvera tosa che l'Andal, dopo di avere condotto su e gi per un anno col zuccherino della speranza, ha, nella fusta occasione, piantato... Tornando a noi; per me, non ci sarei mai andato; senonch, passando in caff, trovo il pap della sposa. Ci conosciamo da un pezzo;  il mio sarto; il famoso Franzoni. Il quale, gonfitomi alquanto intorno alla sua strepitosa fortuna, mi strapreg di volerlo onorare assistendo al connubio della marchesa sua figlia... Io colgo la circostanza e gli rdino un pajo di brache.
"Poi, lo sguo in sua casa. Un lusso Orientale, ti accerto, senza il sdicio... Tappezzere, specchi, livree, tutto novo di trinca... E la sposina, quanto gentile! un ver bottone di rosa, con un visetto s delicato, di seta, che io avrei avuto ritegno a sfiorarvi il pi minscolo bacio.
"L poi, era madama la sarta, che gi pativa di nasettina; pochi parenti di lei, sfarzosamente abbigliati, ma umilmente in disparte; niuno dell'Andal; ma, in cambio, molta amicaglia con un far da padrone... "tutta crme della haute... "tutti della portata del nostro caro marchese" mi disse all'orecchio, gongolando di gioja, il pap. "Ahi!" io risposi, accennando ad un callo.
"Non si vedea che broncio; neppur uno adulava, non si scoccvan bisticci. Ess! vi rano dei giornalisti e dei preti. La folla istessa addoppiava il silenzio, rendndolo positivo. E financo il Tirazza, che f ridere sempre, come si pose a stonare, accrebbe il musone.
"Allora il mio sarto, per dimojare le bocche, per sentirsi a incensare, distapp lo Champagne, dimenticando che, il suo, gli era un troppo schietto Champagne per mentire. Quasi col vino, ecco lo sposo. Era pi brutto del slito; non gli mancvan che i corni...
- Verranno - fe'Alberto con persuasione.
- Dio voglia! - ribad Enrico - E dopo, siam scarrozzati e al municipio e alla chiesa. La giovinetta mormor un pajo di s, che a mtterli insieme facvano il no pi no della terra. N ho mai visto, ti giuro, a niun sposalizio tante pezzuole sugli occhi, quante a quel l! Pareva un mortorio.
"Fuori, intanto, aspettava il calesso del scero con su dipinto il tarocco del gnero. Vi s'allogrono il babbo, la mamma, e la sposa. Andal, venne con me nel mio brougham; gli altri, in altre carrozze. E cos:

Et violon, zon, zon!
Zon! flte et basse


accompagnammo alla stazione gli sposi, e... notte felice!
- Notte inqua! - Alberto esclam.
- E adesso - riprese Fiorelli - ccoci alla mia avventura! Nel ritornare, dico a Giuseppe, il cocchiere, di prndere a dritta la via di circonvallazione. Volevo passare nel borgo di Porta Fiorita per dare un'occhiata alla Togna... sai, quel biondone...
- No, davvero, non so.
- Gi; non  un libro... Siamo dnque in cammino, quando Giuseppe picchia in un vetro (io lo sbasso) e mi dice "guardi". Guardo. Una cittadina, dinanzi a noi, va in isbieco, in biscia, e ne srtono grida "Frmala!" dico. "Ferma" vocia Giuseppe... S aspetta! La cittadina tira di lungo. Allora il mio uomo, lascia che la si avvicini alle piante, oltrepassa, e le attraversa la via. E quella, investendo un mucchio di ghiaja, rist. Apro lo sportello; s'apre anche l'altro, ed ecco uscirne due donne...
- Due maraviglie, eh? - fece Alberto in tono motteggiatore.
- Avano gi la veletta - oppose Fiorelli - Ed una, avanzndosi a me, che andavo vr lei, disse che il loro cocchiere dovea ssere brillo. "Altro!" io esclamo "dia un occhio". Ei gi dormiva e russava. "Il cocchiere" ella disse "giungendo dalla stazione, in cambio della barriera, ha tenuto per qu..." - "Recando a me la fortuna di poterla servire" interrompo; e le offro il mio brougham. Ed ella, un momento indecisa, come sente il mio nome, accetta. Tacio i ringraziamenti. ntrano, lei, cameriera, sacche, sacchette... Io alzo il siederino per me, e... -
Alberto usc in un lieve sbadiglio.
- Neh! stammi desto - raccomand. Enrico, dndogli contra - siamo alle frutta.
"E cos?" chiedo io "dove ho a condurla, signora?" Ella torn a ringraziarmi, poi: "via Moresca, casa Fabiani". Al che, io, secondo il mio vezzo... pericolosssimo vezzo... di pensare a voce alta, sono in fil filo di dire "ah?" in casa di quella schiaccialimoni? di quella...? quando lei mi previene, seguendo "donna Gina Fabiani  mia za... io mi chiamo Claudia Slis..."
Alberto ebbe un sussulto, gli si sciolse la drmia, e dimand:
- Dnque?
- Dnque - rispose Fiorelli - mi raccont che sua zia era all'ltimo lume. Glielo si avea telegrafato a Firenze, dove, insieme al marito, la signora contessa  da due o tre mesi. Quanto al marito, per il momento impegnato in affari importanti e non suoi, sarebbe giunto il d dopo... In questa, arriviamo in contrada Moresca. E la bella signora, smontando, nel serrarmi la mano, not che io le doveva restituire la vsita. "Guido mi ringrazier" aggiunse.
- E dnque? - chiese Alberto di nuovo, quasi a s stesso.
- Dnque, la mia canzone  finita - ribatt Enrico - E vuoi saper la morale? Te la dir sotto voce... ma non rdere, ve'!... Sono un po'... un po'clto, hai capito?... Che magnfica donna! -
Alberto nulla rispose.
Passvano presso un caff.
- Entro a pigliare un sorbetto. Vieni? -
Ma, Alberto:
- Io non piglio sorbetti. Mi fan sognare di morti.
- Questa  col mnico! - esclam Enrico - Piglierai altro. Manca roba!... No?... Be', niente; leggerai un giornale, mi farai compagna.
- No... no, sono stanco, ho sonno - affolt Alberto, inlunato -  la una. Addo - e, prendendo la sdrucciolina, si dilung da Fiorelli con un passo tale, che sbito azzopp la sua risposta di scusa.
- Gua'che ti voglio ancor bene! - gli grid appresso Fiorelli.
Alberto era sconvolto nell'nima. Il pensier solo, che Claudia fosse nel medsimo cerchio di mura dov'egli, bastava a fargli tremare le vene: aggiungi, il cupo livore contro quel non so che, detto per ora destino, che avea messo Enrico nel brougham, cio gli avea furato il suo posto, quantnque insieme capisse, che se le parti, com'egli bramava, fssero state invertite, a lui - Alberto Pisani - nulla sarebbe avvenuto. Gli altri, dvano in mille avventure non ne cercando; egli, desioso di una, non ne trovava mai. Dnque, sospinto da una bufera di fantasa, camminava impetuoso; e dove'certo pensare, chi l'incontr, ch'ei s'affrettasse in cerca d'ajuto per un che veniva od uno che andava.
E cos giunse in un quartiere della citt, fuori di mano, nella contrada Moresca; lunga contrada, vrgine di marciapiedi e rotaje, a suolo ineguale, ma verdeggiante e fiorita, in cui la dimora dei signori Fabiani, disadorno casone a un sol piano e dalle gronde sporgenti, prendeva tre quarti di un lato. Dall'altro, si sciorinava un murello.
Ivi, Alberto siede'su 'na colonna rovescia dirimpetto alla casa, e, avvolto nell'ombra del pccolo muro che si allungava sino a mezzo la via, mir, con gli occhi gonfi di pianto, la vasta e nuda facciata, pinta dal raggio lunare, interrogndone le gelose una per una, e sopratutto il portone, il quale, sbarrato, gli rispondeva un decisssimo "no"; di l di cui rantolava un mastino.
E il nostro amico lungamente stette nella pietosa contemplazione.
Sonrono passi ad un estremo della contrada; un uomo vi s'avanzava, canterellando. Ma di botto, azzitt... Perch?
Avea scorto nell'ombra la silotta di Alberto e udito il ringhio del cane. E, lor passando nel mezzo, la gelata paura gli dovette gocciare, e, passato, far la restante contrada sotto lo spago che il raggiungesse una palla. Vlto il cantone, didela a gambe.
E, quando Alberto si dipart dal suo sedile di pietra, ne lev seco il freddo. Di bella prima, ei si diresse al cuore della citt, ma poi, cambiando consiglio, rifece il cammino verso il perduto quartiere, dove pieg e tenne per una via a cenciosi tuguri in su 'n lato, che si serrvano l'uno contro dell'altro, tanto per sostenersi, mentre loro di fronte correva una roggia, negra, profonda e tentatrice; indi, arriv ad una antica chiesola.
Era essa di quelle, per cos dire, di getto; non gi un'accolta di mattoni e di pietre foggiati a uno stile. Era di quelle, che non potvano uscire se non da una mente di artista, dalla certezza infiammata di averne il cielo a compenso, in quella et in cui si poteva ssere artisti, e null'altro; quando la fede, effetto dell'ignoranza, teneva luogo di scienza. E la roccia degli anni, che  il culottement delle fbriche, fomentava or da lei quel rispetto che in giovent nascea ai passanti spontneo.
Se ne apriva la porta. Alberto entr e siedette in un banco.
E di l vide il chiaro di luna, che si frangeva nelle finestre ogivali, fndersi in quello dell'alba; e di l ud scoccare cnque ore, poi un pressoso scampanello.
Nell'ere fosco si disegnvano, intanto, delle persone. Ciascuna forse veniva, imaginando appostare, prima dell'altre, l'attenzione di Dio, il sordomuto eterno. E gliscivano zitte nei banchi, e s'appoggivano ai balaustrati, ed accoscivansi sul pavimento dalle nbili pietre tombali, cui i devoti ginocchi del ppolo, che li scolpvano gi, avano quasi smarrito i ttoli e i segni di tiranna e insolenza.
La prima messa era fuori. Udvasi il borbotto balogio del sacerdote, che si tingeva di tanto in tanto di stizza, allorch il chierichetto gli avvicinava un po'troppo la stoppiniera al leggo, e gli amen del chierichetto, sbadigli usufruiti. Ed all'intorno, le volte, mormorvano anch'esse le mattutine lor preci.
Alberto sent presso di lui un singulto, poi uno scoppio di pianto, tosto affogato. Gli s'era a fianco seduta, una donna, che, dal frusco dell'bito e per quel mai, che il fioco lume pingea, non dava certo a pensare che supplicasse il Signore pel panem quotidianum; la era forse la mamma di uno, fuggente dal mondo o dalla virt; oppure la moglie...
Ma qu una luce improvvisa abbarbagli tra di loro. Il sacrestano, col lanternino e la borsa, lor ricordava "i pveri morti". Anche la donna si volse, e Alberto ed ella si vdero. E, a lui, risovvenne uno sfreguccio di tosa, in gruppo sullo scalino di una portella, tristamente girando il collo di un fiasco, e a lei, un giovanetto pietoso, che le avea riavuta la speme e germogliato l'amore, quell'amore che poi, un marchese Andal dovea crre e sciupare.
Pur non fu che un baleno. Essi tornron nell'ombra e il sacrestano continu la sua via, brontolando e scotendo la mendca bolgetta. Si riconbbero essi, ma tquero. Pi non era stagione di potersi ajutare. Ci ha mali, il cui rimedio  uno solo, quello di prevenirli. La bottiglia spezzata, ora, n tutto l'oro di Alberto n l'oro tutto del mondo avrebbe saputo aggiustare.

Capitolo decimoquarto

- Se il signorino permette... direi una cosa - cominci Paolino, il d dopo, in sulle cnque del pomeriggio, versando il t ad Alberto.
- Di'.
- Lei, signorino, soffre... l'ha i calamai... studia troppo...
- Bravo! - fe'Alberto con uno scoppio di risa forzato - hai proprio scelto il buon punto per una smile osservazione!... Studio? Ma se fui tutta notte in stondra! Al divolo i libri! vo'divertirmi, capisci? ho venti anni, e denari; vo'divertirmi, fino a cadere per terra sfilato, ubriaco di Vnere e Bacco -
Ma, intanto, pigli a centellare l'innocentssimo t. Paolino usc. Poi, preso il t, dimntico affatto delle sue belle promesse, vinto dall'antica abitdine, tolse un volume dal tavolino e lo apr. Era l'nima sua in quello stupore, durante il quale, se tu mai guardi non vedi, e, se vedi, non senti. Ei non s'accorse di avere un libro tra mani se non allorquando fu per voltare la pgina.
S'arrest vergognoso. Avea egli letto? s. Compreso? no. E, secondo il suo vezzo, gett per aria il libro.
Per lui, addo bella! Come se non bastasse una vita odiosamente calma, or si trovava essiccato quel sentimento, che, a volte, a minuti, gliela facea parere tale qual'ei avrebbe voluto, senza pensare che, spento il mezzo creatore d'ogni illusione, era pur spento quello per ne sentir la mancanza. N ricordava le pene della imaginazione.
E cominci a lagrimare e gli venne "un deso di morte tanto soave" che il viso gli scolor. Nelle quali stanchezze di cuore, piet lo stringeva. Pigli compassione del pvero libro rimasto per terra col cartone all'ins, e arross. Che ci poteva la crosta, s'ei non avea pi denti? s che il raccolse, lo accarezz, lo riaggiust nelle pieghe, e gli chiese perdono.
Poi, stette assorto alcun tempo... Ma, a un tratto, si scosse e grid "vado in China!" non ricordando, l'amico, ch'egli viaggerebbe con s.
E fu questa un'idea che gli nque in cervello, abbigliata ed armata, siccome in Giove, Minerva. Con la foga febbrile con cui principiava ogni cosa, salvo a lasciarla ammezzata per intraprnderne altre, in men di tre giorni, avea al suo agente fatto procura, e, a s, provvisto informazioni e denaro.
- Tira fuori i bauli - comand a Paolino - Tutti - aggiunse.
E Paolino, scendndone alcuni dai spazzacasa trandone altri dai sotto-scala e altri ancor dagli armadi, giunse a riunirne un congresso di ogni forma e misura nell'anticmera.
Ch, a fianco di uno, vestito in tela grigiastra, qu e l segnata dai bolli della via ferrata e dagli indirizzi-rclames degli alberghi, se ne vedeva uno grosso, nero, dalle pesanti maniglie, con un lato in iscarpa, gi di una berlina scomparsa. Esso era un vecchio di casa. Comprato da don Gelasio Pisani, il nonno, avea seguito i genitori di Alberto nel lor viaggio di nozze. Pur non avea potuto ingrazirseli mai. "Va, sei ben goffo!" dicagli sempre Arrighetta. E il disgraziato, riempiuto di stregghie e gualdrappe, di cavezze e stivali, dovea dormire nelle rimesse, invidiando il compagno e le sacche, portate sopra in istanza, e pi che tutti, una certa borsetta con su un cagnolino in ricamo che la padrona mai non lasciava. La quale borsetta, poggivasi ora contra il grosso baule; il cagnolino era quasi sparito, difeso invano dal pepe.
E, dietro a costoro, uno corto, a volta, peloso, mangiato mezzo dai topi. Esso avea servito il cannico Sisto, prozo paterno di Alberto. Puzzava ancor di caprino. E, pi di una volta e di due, avea fatto il viaggio di Roma (per ordir qualche male, s'intende) a triplo fondo e a segreti, come il padrone. Tutto al contrario di quella cassa-baule verniciata in celeste del capitano Pisani, spensierata e mai chiusa, come il cuor di colui; ora, zeppa di roba, nuova, fiammante, quando... tbulis rasis.
Poi - se ne vedan ben altri, servi fedeli, amici della famiglia. E il lungo e stretto baule, il quale insieme a Nicola, cugino del capitano, avea passato tre anni nei Barnabiti e gli avea nascosto i dolci e i romanzi... per rincasare da solo! e il cassone foderato in velluto del ciambellano Etelrdi, padre di donna Giacinta, che rinchiudea chincagliera di Corte e livree, e che scampava la vita ad un Contardo Pisani, altro prozo di Alberto, il quale usava firmarsi Cajus Calpurnius Piso, e agiva da tale; poi, tanti altri, e casse e bauli e valigie, screpolate e sdipinte, il cui ricordo era ito, ma tutti cari, gi un tempo, all'sule e al viaggiatore, come porzioni della casa nata. E astucci senza posate, e cappelliere senza cappello.
- Che compagna, eh? - disse Paolino, battendo l'una contro dell'altra le mani impolverate.
- Hum! straccera! - fe'Alberto - Guarda di aprirmi quel l -
Ma udissi una scampanellata: Paolino corse ad aprire.
- C'? - disse Enrico Fiorelli, apparendo; e, come vide il nostro e suo amico - oh bravo! bravo Guido Etelrdi...
Alberto imbragi.
- Dnque, sei proprio? - osserv Enrico.
- E come fai a sapere?
- Eh! un uccelletto!
- O piuttosto un corbacchio? - ribatt Alberto, occhieggiando Paolino.
- No, no; non  un corvo.  tutt'altro.  una gentil capinera.
- Chi?
Enrico allung di rispndere; poi:
- Donna Claudia Slis... -
Al che, Alberto, commosso, lo pigli per un braccio e lo tir nel suo studio; gli siedette d'accosto, e:
- Dnque? - gli dimand - com' andata?... Curiosssimo caso!
-  andata - fe'Enrico - che mi recavo da lei per la prima mia vsita... Sai; la contessa mi ha gentilmente invitato...
- S, s - disse Alberto.
- Be', la trovai nella sala con la marchesa Oleari. Non la conosci? Una vecchia baffuta, che d a prima vista del tu, la quale, per aver leggicchiato qualche dozzina di Cosmorami Pittrici, si crede in diritto di dottorare su tutto. Guai contraddirla! insulta; dice tai cose da farne rosso un treccajo. Ed essa pettegolava di un libro che donna Claudia avea in mano, libro con la coperta gialliccia... -
Alberto arross.
- E che dicea? - chiese.
- Non so. Ero lontano le miglia dal sospettare che si parlasse di te; e come la sciocca marchesa non ammette lingua negli altri, allorch apre la bocca, io chiudo le orecchie. Solo, di tempo in tempo, mi arrivava all'udito "il mio chiarssimo amico A dice... il professore B scrive..." In conclusione, il tuo libro, era, secondo lei, una sudicera. Vedi, eh? cos'hai fatto.
- No, che non  - oppose Alberto con fuoco.
- Calma! hai dalla tua la Slis. Appena la dottoressa fin, cominci donna Claudia con una voce soave, s che sarebbe stato un peccato il non ascoltarla. La ti difese da Paladino. E la vecchiaccia, a replicare agremente; sul che, attaccrono lite, rimanendo ciascuna, com' ben naturale, del suo proprio parere. Ma, allora, si ricordron di me, chisero il mio. Ed io risposi, che di quel libro avea visto il cartone e non pi. "Io non leggo" aggiunsi "che librera vecchia, per risparmiar la fatica di tagliare le pgine..." -
E Alberto:
- Ne ho di belli e tagliati.
- Grazie. Esse mi domandrono poi, se sapevo alcunch dell'autore del libro... Guido Etelrdi? Tornai a dire di no. Qu la marchesa cristianamente not, ch'egli era, scommetterebbe la testa, un libertino, un poco di buono... "Guido Etelrdi per" disse la Slis "non  che un nome di guerra".
- Ma e come sa?
- Per via, credo, di un suo librajo a Firenze... Tant', profer il tuo nome e cognome. E, figrati io! Io, che ti conobbi ciliegia! Pigliai tosto a difnderti. E ti difesi col pngerti. Dissi di te, quello che avrei, un scolo f, detto di un santo...
- Troppo, troppo - sclam impazientito Alberto.
- No, sai; inquantoch, sul finire della mia tirata, a quale ebbe la gloria di rmpere quella della marchesa e d'imballrcela via, la gentile contessa desider di conscerti...
- O amico! - interruppe Alberto, balzando; e abbracciollo - Gli  un caso s strano! miracoloso! - E volle uscir con Enrico, chiacchier tutta strada, e, allorch si lascirono, lo riabbracci e baci.
- Guarda, bimbo - fe'Enrico - che per domnica a sera ti apposto. Siamo intesi, n'?... E non mi fare capricci; se no!... se no, ti rapisco -
Oh! Alberto, per il momento, non avrbbene fatti; sentvasi troppo bene; e, appena a casa, volle riposti i bauli. La fantasa di lui, prepotente, che in un bttere d'occhio gli costruiva immensi edifici, salvo a lascirseli poi sgretolare da mille dubbi ed arle, glien erigeva ora uno, in foglie di rosa. Dal soddisfacimento che a Claudia fosse piaciuto il suo libro, pass all'inquieta speranza che a lei avesse anche a piacerne l'autore, poi, tolto il forse, sen persuase gi amato, adorato, e, di maglia in uncino, riusc a trovarsi impacciato della situazione. Altro  scrver romanzi; altro, farne. Ed ei cominci a star male, a cambiare di stanza e di sedia senza riposo, a uscire di casa per rientrare sbito.
Infine, ecco il d posto; di l a tre ore, la vsita. Enrico Fiorelli, alle otto, ha da venire a pigliarlo, ed ella gli parler, sorrider, gli stringer la mano due volte. Oh potesse saltare a pie'giunti quelle tre ore!
Ma qu si discopre una battera nascosta. Gli  il suo vecchio nemico, il dubbio. Quale impressione far la presenza di lui a Claudia? Ch, la presenza  la prima - se non in tempo - in grado, delle commendatizie. Darai un due-lire a una birba artisticamente a strappi; mancherai di moneta per colui che non pu, o non avverte, di far la macchietta. E Alberto, adocchiando lo specchio, pens, che, presenttosi a lei, perderebbe ad un tratto quel fil sottile di amore, che con s grande fatica avea giunto, e dopo tanto deso.
In quella, entra Enrico.
- Siamo pronti? - f: poi, osservando come non si era: -T, l'avrei detto!
- Va tu - dice Alberto con un far desolato - io mi sento a traverso.
- Oh divolo! cosa?
- Male, malssimo.
- Vero? - dimand Enrico a Paolino, il quale sopragiungeva con un soprbito in mano.
- Pure - not il servitore - il signorino ha mangiato con molto appetito a tvola. Signorino! - aggiunse - ho qu il soprbito nuovo. Vuole provarlo?
-  elegantssimo, ve'? - disse Enrico, ammirndone il taglio.
Alberto di malincuore il prov.
- Va di pittura! - esclam Enrico.
- Come st bene! - ribad Paolino.
E non ran buge. E il nostro amico sorrise.
- Dnque; andiamo! - disse Fiorelli - ho da basso il mio brougham.
- S; ma cos... cos non vestito -
Ben si vedeva che Alberto non rampinava che per onor della firma; fece un po'ancora le smorfie, ma si abbigli. E, per buon tratto di strada, tnnesi zitto, impalato. Influiva allora su lui l'mido e la mantca; il mondo esterno cio. Tuttava, allo svolto della contrada Moresca, il mondo interno ripigli il sopravvento. E Alberto disse allora ad Enrico:
- O caro te, mi sento male davvero. Non vengo -
Enrico die'in un'allegra ridata; poi:
- ccoci al tuo sacchetto di pulci. Credevo proprio, che, almeno 'stavolta, lo avessi scordato a casa. Capricciosssimo! Ma non la vinci! sai. Vieni o io ti porto in ispalla -
Il nostro amico si rannicchi sul fondo del brougham.
Enrico smonta:
- Gi dnque! -
Alberto borbotta, si morde le labbra; ma, come si add che il cocchiere s' messo a guardarlo, scende. E, rimorchiato da Enrico, passa una portinara deserta.
- Dove vanno, eh? - grida una vecchia, venendo loro all'incontro da mezzo il cortile.
- Da donna Claudia Slis - f Enrico.
E la vecchia:
- Donna Claudia  morta.

Capitolo decimoquinto

I pensieri di Brnaba, io v'assicuro, non rano di metafisica; n potvano ssere, ch, Brnaba, era stato allevato al mestier del becchino, cio a non vedere nei morti se non funerali di prima, di seconda, e di terza, o la tutta parata od i calzoni del prete, corrispondenti ad una certa tariffa. E, avesse avuto anche il ticchio di scoppiar bolle di aria, gliene mancava il tempo; troppo egli avea gi a fare, coprendo i dotti errori dei mdici.
Ora, Brnaba, se ne stava seduto presso una buca non peranco acciecata, al di dentro le gambe. E riposava. Con una mano, rompeva, di tanto in tanto, da una pagnotta che gli era alla dritta, un pezzo di pane e sel recava alla bocca, mentre, con l'altra, fregava sopra il ginocchio un coso... come un bottone; rompea un altro pezzo di pane, poi adocchiava il bottone. Oh! gli eredi han ben cura di conservare ogni ricordo prezioso del loro pvero morto! Non si trvan che ossa, non si trova che stagno! - e l, scotendo la testa, Brnaba gett nella buca il bottone.
- Nonno - chiam una vocina di tra le croci; e una bimba con i capegli sciolti, vere accie di seta, apparve, tirndosi appresso un carrozzino di latta con su legata una bmbola. E disse:
- Un signore ti cerca -
Vena dietro di lei un magro e malincnico givine.
- Ecco il nonno - fece la bimba, additando Brnaba.
E Alberto, accennato al becchino che non si movesse, costeggiava la fossa e siedvagli accosto.
- Sono un chirurgo - cominci a dire, tremando.
Brnaba si tocc il calottino con il rispetto dovuto a un che dvagli pane.
E Alberto, continuando, dopo un giro e rigiro di frasi, disse, che un caso, tra i pi interessanti per l'arte sua e la scienza, era accaduto nella citt con letale esito, ma che i parenti del trapassato gliene avan negata la salma...
- Io non vendo i miei morti - interruppe il becchino, abbujndosi in viso.
Alberto trem.
- Pure - aggiunse - voi ne avete venduti.
Fu, di tremare, la volta di Brnaba.
-  vero - egli rispose - ma sono corsi tanti e tanti anni... E feci male allora, malssimo.
- Ora, fareste bene - esclam Alberto.
- No, no - disse Brnaba - ne ho gi traditi abbastanza. Son vecchio, e, fra non molto, dovr io pure dormire qu. I morti tngon rancore.
- Ma quel vostro angioletto di nipotina - fe'Alberto - pregher sempre per voi... Io vi offro... dieci biglietti da mille -
Brnaba trasal: guard la sua bimba, la quale, seduta su 'n monticino di terra, mangiava pane e sole; vide il visetto di lei, delicato; ed i pieducci, nudi; vide le proprie mani in cui la vita essiccava; e, con la voce, come lo sguardo, bassa, mormor: - Fiat voluntas Dei! -

Notte. Un padiglione di nubi, si stende sulla pianura; il bujo tinge.  una di quelle notti, in cui i viaggiatori slgono a contracuore nelle carrozze, e i cavalli agzzano spesso inquietamente le orecchie, e le perdute vigilie sntono pi che mai il deso di pigliare la fuga.
Alberto st asserragliando la pccola porta in fondo al giardino della casa del mago. Brnaba ne  appena uscito con una carriola vuota.
Solo!
E se ne stette, un momento, soggiogato dal peso della sua tanta sciagura; poi, corse alla casa, corrndogli il sngue ancor pi.
Ma, di botto, arrestossi. Era alla porta; e, di l, ella attendeva. S'arrest clto da raccapriccio, battendo i denti e i ginocchi...
Si vinse. Con uno slancio, aperse le imposte, precipitossi al didentro. Dal davanzale del vasto camino, un lume, schiarava sul tavolone di marmo una bara, nuda, smbol di morte il pi odioso. Ma il chiaro non arrivava alla volta. Ombre paurose stendvansi sulle pareti.
E Alberto chiese coraggio ad una folla di lumi. La nuova luce lo rinfranc; la nuova luce e i fiori, ch'essa pingeva all'intorno - glcini e rose - pendenti dalle lumiere, appese alle sedie; in ceste; in cestini. E Alberto, afferrato un martello, sal sopra la tvola.
Rison il primo colpo. Udissi un crac nella stanza. Egli rimase col martello sul cfano, non osando vlgere gli occhi, e neppure di chiderli. Pareva a lui, fosse entrato qualcuno... Ci volle proprio uno sforzo per obbligar la pupilla a guardare... Niente! E respiro.
Dnque, cominci a tempestare rabbiosssimi colpi. Tardvagli di rivederla. Giunto a ficcare in una fessura il martello, diede leva al coperchio. Il quale si distacc, seco traendo, pei chiodi, un lenzuolo. E Alberto strappollo, e il rovesci gi dalla tvola.
Quasi nel medsimo tempo, le pareti sconnesse si aprrono e cddero, cedendo al peso di un corpo, che si allungava e allargava lentissimamente.
Apparve una figura di donna, tutta di bianco, dalle mani intrecciate e guantate; i calzari di raso e un fazzoletto sul viso.
Il martello sfugg ad Alberto. Ei rest presso di lei rannicchiato; immoto e freddo com'essa. Sotto quel fazzoletto, era lo spasimato sembiante; avrebb'egli avuto coraggio di discoprirlo? E, qu, un serrato contrasto di s e di no. Fe'per stnder la mano; la mano non gli ubbid. Volea, ma non poteva; i polsi gli rallentvano; momenti, durante i quali, il legame tra lo sprito e il corpo era interrotto.
Ma, infine, si riappicc. E, Alberto, pot allungare la mano sul fazzoletto...
Ella! - Bianca del muto bianco della camelia, finamente aperte le labbra, gli occhi velati, si dorma tranquilla, come se in luogo fuor dalle nubi del mondo. Parea sfinita d'amore. Morte, avala fatta sua con un bacio lievssimo.
E a dire, che, proprio in questo momento, egli avrebbe forse potuto - trionfando di lei e di lui - attnger la vita, tra le sue braccia di fuoco!
Oh fosse, quel che vedea, un sogno!... S! lo dovea; sogno bene sensbile, ben agghiacciante, ma sogno. Il ribrezzo lo strinse. E pens ch'era un sogno, ma il grande, quel della vita, quello di cui ci svegliamo morendo - se ci svegliamo.
La fantasa di lui infiammava; i suoi nervi strappvano.
S; ci svegliamo. L'nima non pu finire. Quella di lei, forse l intorno, tristamente mirava il bel corpo dal quale era stata divisa... E se peranco indivisa? E se fluita al cervello, ltimo spaldo?... Ma gi il nulla si avanza da tutte le parti; ancora un secondo, ed ogni vita  scomparsa; e, sulla vita, si riunisce l'oblo.
Senonch, il nulla, come il finito,  inconcepibile.
E... se fosse... non-morta?
Qu, Alberto si pieg su di lei, speranzoso, bramoso di un segno che dicssegli s, di un fuggitivo rossore, un sospiro.
Orribilmente gli battan le tempie.
Ah!... egli ha scorto, tra le socchiuse palpbre, rianimrsele l'occhio. E le apre, o meglio, le straccia, in sul petto, la veste; e le preme la mano sopra il nudo del cuore...
Ed ascolta...
Un bttito!... Vive! - Per lui essa deve rinscere...
No! Un medaglione che le giace sul seno tosto risponde "rivivr per un altro".
Incendia di gelosa. Attorno a lui, tutto gira. Strappa di tasca una terzetta a due colpi, e gliela scrica contro. Il medaglione, salta in cento frantumi. Poi, volge l'arme a s. Ci ha un terrbile istante, in cui la paura gli aggroviglia le vene: ei serra gli occhi; ma il colpo... parte.
L'arme, piomba fumante, gi dalla tvola, in una cesta di rose; Alberto, cade sul desiato corpo di lei, morto.


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