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Carlo Dossi.

GOCCIE D'INCHIOSTRO.

AVVERTENZA.


I bozzetti di cui si compone il presente volume ricevttero gi, in parte, il loro battsimo tipogrfico nei vari libri che l'Autore sparse fra i sui amici dal 1866 al 78. Ma altro  stampare, altro  pubblicare. Gli scarsi esemplari, impressi dall'Economa, rimsero sequestrati dall'Amicizia; e per questi bozzetti, spannati, per cos dire, dagli scritti del Dossi, quantunque tngano pi di un anno di vita, ponno chiamarsi ancor nuovi. Pur, se tali per qualche rado lettore non sono - meglio per lui e per noi! - poich le opere del nostro Autore non lggonsi veramente che nel rilggerle.

L.  PERELLI.


PREFAZIONE.

Questo libro stava per entrare nel consorzio umano, da solo, senza corriere che lo precedesse ad apparecchiargli l'alloggio, come vi entrvano i libri in quel tempo in cui c'era minor etichetta e maggior cortesia. Il mio Gigi per, che si tiene al corrente del figurino letterario, mi tir per la mnica, osservndomi che non vi ha oggi appartamento completo senza anticmera, e che se in questa il rispettbile e colto non  fatto aspettare almeno una mezzoretta, si arrischia, noi padroni di casa, di passare - perch troppo gentili - per maleducati.
- Ed  appunto nell'anticmera del libro - continu Gigi - che qualche amico di casa (per es. lo stesso padrone) ha modo di catechizzare chi attende e d'imboccargli la conveniente ammirazione, col decantare cio le doti dell'autore, i pregi del libro, le difficolt superate, ecc. ecc. Vero  bene, che nelle lor prefazioni, i romanzieri de'nostri nonni seguvano tutt'altro stile.
Quella buona pasta di gente pareva temesse di sser creduta capace d'inventare le pi innocenti fandonie, e si vergognasse di scrvere - dato il caso - de'capolavori. Quando perci non mettvano innanzi o un'ampia protesta d'ignoranza od una spplica di compatimento, cercvano di affibbiare le lor fantase a qualche babbo d'impresto. Raddoppiando cos, per l'affermazione della verit, la bugia, chi veniva a contarci dell'incontro fatto con un vecchio barcajolo, il quale, fra un tuffo di remo e l'altro, gli ava confidato i sui bruciori amorosi di quarant'anni addietro o narrata la storia di un slice che in riva al lago, piangeva su una romntica urna, storia e bruciori che l'autore avr nulla pi che trascritti "a sfogo di quegli occhi gentili che mano il pianto"; chi c'informava della scoperta di un annimo scartafaccio bucherellato dalle tarme e scompisciato dai topi, dal quale, a conforto dei buoni, a spavento de'tristi, ava cavata la sua narrazione, non aggiungndovi altro del suo - osservava modestamente - che i punti e le virgole. Senonch, oggi, la moneta dell'umilt, commercibile ai tempi in cui Manzoni si affannava ad inargentare il suo oro, fu rilegata nei medaglieri; oggi, tempi di metallo Christophle e diamante francese, non corre che la sfacciatggine. Se dunque tu hai, a cagione d'esempio, composta una nuova plvere contro il prurito o fabricato, poniamo, un cavastivali pi complicato di quanti mai sono, gurdati dall'esitare s l'una che l'altro per quello che vlgono; strombazza invece che la tua invenzione ha rimesso la chimica sulle vere sue basi, che la meccnica ha fatto per t un gigantesco progresso. Se hai stiticamente tortito qualche verso duro o bislacco, giulbbacelo per la melodiosa eco, da t ritrovata, della poesia greca o latina, annuncindoci insieme che, merc tua, la letteratura  entrata nella sua, non so se quarta o quinta o sttima rifioritura. Se poi non tieni n in scienza n in lttere il minimo ingegno o sapere, e neppure in politica - purtuttavia non manchi di quella, diri, funzione morale, che  supposta in ogni uomo, ossia l'onest, piglia una dozzina di trombetti e tamburi, v in piazza, e l proclama che l'nico galantuomo sei tu, e che ci  sufficente (anzi ne avanza) per fare di t un letterato, un dotto, magari un ministro di Stato.
D'altronde, il lettore moderno  meno poeta che critico. Egli frequenta pi volentieri le cliniche che non le palestre. Non importa che l'esemplare che tu gli presenti sia d'arte ammalata, basta che egli si accorga che tu sai farne la dignosi, che veda il propsito de'tui spropsiti, che creda che tu possegga, bench non ne usi, la capacit di guarire. Supponi invece che le pere di que'portenti di completezza e di sanit cerebrale che frono Shakespeare e Dante uscssero oggi, nude nella loro bellezza, la prima volta al mondo; c' da giurare che il pbblico, dovendo, senza alcun preavviso, affrontarne le meraviglie - meraviglie, spesso create in momenti di sonnambulismo sublime - le guarderebbe con diffidenza, e aspetterebbe ad entusiasmarsi che qualche maestro di scuola glien desse, con un prembolo illustrativo, licenza. Insomma, si vgliono, ora, vedere i libri col punto dell'imbastito.  un detestbile gusto, non nego, ma  il gusto della maggioranza. Siamo in China, abbiglimoci da cinesi.
Di pi; una prefazione fatta come si deve, ti risparmia la noja di andar girando per le redazioni delle gazzette a suggerire o scriverti bibliografe. Per procurarti una buona rclame, non hai che a raccgliere nella tua pattumiera... volevo dir prefazione - la spazzatura... cio il maggior possibile nmero de'nomi de'tui viventi colleghi in voga e non in voga, citando pgine di riviste, articoli di giornali, scmpoli d'ogni penna. Avverti per bene, in qual senso. Si credeva una volta che il miglior modo per ottenere noma, fosse quello di lodare altri. Non dico che non vi sia del vero in ci. Il tcito patto del frico ut frcas, fu la base, specialmente fra i dotti, di molte celebrit; se tuttava, colla adulazione, si v alla fama letteraria in carrozza, vi si v in vagone col bisimo. Difatti, bench la tua lode possa rnderti amico e futuro laudatore un collega (non sempre per, ch, a contatto dell'intima soddisfazione che sente di s qualunque autorello, ogni pi fitto incenso par fumo di rapa) essa, nel medsimo tempo,  d'offesa ai novantanove altri che tu o tacesti o in pari misura lodasti - non di tanta offesa, peraltro, da costituire il cosidetto fatto personale, cio di farli cantare. Al contrario; il tuo dir corna apertamente di molti, anzi di tutti, ti susciter intorno un vespajo di recriminazioni. Non vi ha scribaccino che non possa mttere bocca in qualche trombone o fischietto della quotidiana pubblicit. Tante le accuse, altrettante le difese - ecco il pettegolezzo, o con pi nbil parola, la polmica. Cento gazzette contro di t, centomila lettori del nome tuo - ecco, (secondo i prezzi del mercato attuale) la fama.
Con tutti questi vantaggi, non c' da stupire se la prefazione ha messo pancia e da serva  diventata padrona.  di lei, come fu gi della porta. Destinata in origine ad immttere semplicemente nella casa, la porta non era n pi n meno ampia di quanto occorreva, e per maggior sicurezza, la si teneva dissimulata. Senonch, nata la smania delle ambiziose apparenze, la porta fu ingrandita e recata nel mezzo della facciata, acciocch la folla avesse potuto ammirare il felice che entrava nel suo luto palazzo. Non bast questo, ma la si caric d'ornamenti, e le si accollrono, a sentinelle sui lati, un pajo di colonne, poi le colonne incomincirono a slontanarsi dal muro, a maritarsi con altre, figliando un pronao, un prtico, ossa una fila di porte. Un d finalmente naque un bizzarro architetto, che imagin una porta senza casa, una porta che conducesse nel vacuo, e si ebbe l'arco di trionfo. N la prefazione  lontana da una smil vittoria. Merc i nuovi autori, essa ha gi conquistato la met del volume. Un passo, pi oltre, e il libro, ridotto alle pgine estreme, ne dovr uscire del tutto - probabilmente, del resto, per rifar capolino dall'altra parte - la prima - sotto le spoglie mentite di una pre-prefazione. Lnam finiri crnis ut incpiat.
Conchiudendo; la prefazione promette sempre; il libro non mantiene quasi mai: segui dunque la strada pi piana, che, in questo caso,  la pi vantaggiosa. N altro  il segreto della fortuna di tante mediocrit. Incontreri spesso persone, colla presunzione nel viso e l'mido nelle giunture, dinanzi alle quali tutti fan largo rispettosamente - chiarssimi, onorvoli, eccellenze - i cui nomi salrono rapidssimi la scala della stima ufficiale e il cui ozio grvita sui cuscini pi sffici che pu sprimacciare uno Stato. Chi mai sono costoro? Davvero non hanno nome n Macchiavelli, n Galilo, n Rovani; pur tuttava ti si dir di molti, con un certo quale mistero, che sono gente di vaglia. Emb, che hanno fatto? Precisamente, nessuno lo sa: se dai retta a taluno di quelli incontentbili che non si vglion fermare al di qu dei frontespizi, quei bacalari non avrbbero fatto, n saprbbero fare nulla - almeno di buono. Ma, tant', il Chiarssimo ha dato e d fuori programmi di pere colossali che tngono nell'aspettazione e nell'anticipato stupore il pbblico, n manca ad ogni nuova questione di letteraria dogana, di scrvere la sua epistoluccia ai giornali, per dire che esprimer la sua opinione; ma l'Onorvole nelle sue gite autunnali che mttono in moto la culinaria e la poltica di tutto il paese, disegna, fra un brndisi e l'altro, piani di universale cuccagna; ma l'Eccellenza, a sua volta, dai banchi ministeriali d a bere alle Cmere di quel medsimo vino delle promesse di cui l'Onorvole ubbriac gli elettori. Tutti costoro non fanno che prefazioni. Sono bottiglie cattive, spesso vuote, che dbbono il loro posto d'onore sulla credenza alla pomposa intappatura e alla promettente etichetta: il padrone di casa st in suggezione dinanzi loro, e, accontentndosi d'imaginarne i sapori, ripone il cavaturccioli. O se vui meglio - sono pezzi di msica della scuola che non ha cuore - dico quella di Wgner: - il pbblico, ddito alla minchionatura, li ascolta con incorreggbil pazienza, sempre in attesa di una meloda che non viene mai. E infatti, gui se venisse! Si vorrebbe tosto altra msica.
Prometti dunque o minaccia il tuo libro anche t, ma gurdati bene dal farlo."




GOCCIE D'INCHIOSTRO.



VALICHI DI MONTAGNE.

1.

- Sempre diritto - rispose al conte Rinucci il vetturino, indicndogli colla punta della frusta la bianca strada che, dinanzi a loro, montava, montava, internvasi in un folto pineto e, serpeggiante ricompariva nell'interrotto fogliame - sempre diritto, voi non potete sbagliare. -
Rinucci consult l'orologio. Fra una mezz'ora la vettura doveva raggingerlo: proprio il solo tempo, stretto e necessario - come aveva gi tartagliato nel suo gergo gallo-tedesco il camiciotto azzurro - di affettare una pagnotta alle pvere bestie, di rinfrescarsi gli arr! e di attaccare un cavallaccio di rinforzo.
Il conte approv col gesto. D'un gran passo poi superata la larga striscia di fanghiglia che, nudrita da una sorgentella di aqua, traversava la strada, fermossi all'asciutto, si volse e stette aspettando la givine moglie che apparecchivasi a smontare dalla carrozza.
Ned essa si fece attndere a lungo. Sbarazztasi dagli scialli e dalle sciarpe che la inviluppvano, e consegntili alla cameriera, succinta la gonna e tolto dal fascio dei parasoli e dei parapioggia, un pccolo bastone dell'Alpi dal nero corno di camoscio, avanz sulla predella il pi elegante piedino che mai calzolajo avesse avuta la fortuna di stringere fra le palme, spicc un leggiero salto e, sulla punta degli stivaletti, un po'aiutata dalle grosse pietre che uno sollcito stalliere voltolava per lei nel molticcio, un po'dalla robusta mano che il conte le offriva, senza schizzi di fango, sana e salva, riusc presso al marito. Tutti e due allora s'avvirono: s'avvirono a paro, lentamente.
Il conte e la contessa da circa tre mesi chiamvansi col medsimo nome. Il solo amore li aveva congiunti, e se nobilt e ricchezza rano, esse pure, intervenute a segnare la scritta ed a mangiare i confetti, vi rano, credtelo, senza alcun invito.
I nostri givani sposi realizzvano due fra i pi spiccati modelli di bellezza italiana: l'uno ricordava la calda tinta di un siciliano tramonto, I'altra la malincnica e smorta di un mattino lombardo. Il conte, col suo corpo svelto e nervoso, colla sua faccia affilata, brunetta, dal naso fortemente aquilino, dai baffi, come i capelli, nerissimi, con due occhi che lucicvano a guisa di pugnali, palesava come in lui brillasse dell'rabo sangue, di quella razza a grandi contrasti, ora inerte, estatica nelle pi misteriose contemplazioni, ora guizzante, in febbre, sotto passioni roventi come il sole di Africa; oggi di una folle generosit; dimani, con sottigliezza, vendicativa: invece il volto della contessa, pllido, grassoccio, dagli occhioni neri con lunghe ciglia e il cui ovale appariva fra anella di un castagno chiaro, quasi sempre spirava quell'intenso affetto, quel voluttuoso abbandono, quel languore, che caratterizza le innamorate della nostra pianura.
Senonch, la loro naturale sembianza era pi che intorbidata, guastata, da una cert'aria di disagio, di stento, che essi tenvano a riscontro l'uno dell'altra.
E infatti camminvano passo a passo, in un silenzio che confinava col broncio, evitndosi gli sguardi e vergognando quasi della lor falsa posizione, da cui - sebbene ne parssero indispettiti - pur non trovvano o non volan cercare modo di uscire.
Mio Dio! che poteva mai ssere accaduto tra due colombi cos da poco appajati?... La risposta  fcile... Un gran litigio, il primo che turbasse la pace da loro giurata. - E la causa?... Non  prudenza rispndere... voi ridereste... Vi basti sapere che naque da una chiappoleria, da una puerilit... dir di pi... da una smplice frase, da una frase di quelle che, a stato normale, non fanno n caldo n freddo, non le si avvrtono neppure, ma che, in iscambio, buttate l in un quarto d'ora di maldisposizione e ricevute da chi  punto bambagia, per un ammucchiarsi di malintesi, per un concorso di parole che, come la stizza c'imbocca, noi adoperiamo, dallo scontento istesso di aver rotto il sereno fomentate, originano un bisticcio il quale, via via inasprendo, ingrossando, riesce a menarci laddove noi eravamo le mille miglia dall'imaginare, a una odiosssima lite.
Figurtevi! La contessa giunse a torsi dal collo il vezzo che suo marito il giorno prima le aveva donato, ed a gettarlo sdegnosamente sul tvolo... Il conte stette a un filo d'impugnare... una sedia...
Ma - domando io - e la colpa, di chi?... Ecco, parlando con imparzialit... No, no; la cavallera mi chiude le labbra... Parlando con misericordia, la colpa la fu del tempo.
S! di un tempaccio, nero come il fumo dell'olio, in cui diluviava e tirvano certe folate di vento che, contrtesi fra gli lberi del cortile, gittvansi sull'alberghetto di legno, lo facvano scricchiolare, ne sbattvano convulsamente le mal raccomandate imposte, poi, inabissndosi nelle gole de'camini e morendo con uno straziante, lunghssimo gmito, a un tratto scoprvano il triste fracasso dell'aqua grondaja che cadeva e spicciava tra i sassi. Al che, se voi aggiungete un freddo che metteva addosso i grccioli e costringeva a mrdersi, pel bubbolare, la lingua, pi il lume bizzarro di due candele (vi avverto, suonvan le 5) che sembrava si fssero passata parola di far rinnegare pazienza alla loro smoccolatrice, e un intile scampanellamento e l'irreperibilit di alcuni oggetti favoriti, voi, cari amici, troverete anche, non una, cento scuse, alla sbita irritazione che cagion la lite, tan to pi riflettendo che forse voi stessi (senza nemmeno ricrrere al furore improvviso di Alfieri contro il suo servo Ela per un capello tirato) in smili circostanze rampognaste acerbamente un domstico perch le scarpe nuove non vi calzvano bene, o foste a due dita dallo strozzarvi con quella stessa cravatta della quale non vi riusciva il cappio.

2.

Ma ora, faceva un tempo bellssimo. Non c'era quindi, dimine! pi alcuna ragione che l'ombra di scomparse nubi oscurasse la fronte de'nostri due givani sposi.
Un pi splendente, un pi azzurro cielo, da un pezzo non allegrava la montagna. L'aria, lavata dalla pioggia, imbalsamata dalle fragranti esalazioni dell'mida terra, lcida come il raso, disegnava nettamente ogni profilo di monte, ogni contorno frastagliato di bosco, ravvivava tutti i colori e saliva per le nari come la bisbigliante spuma dello Champagne. Tuffati in questo bagno di puro ere, con una brezzolina fresca fresca che sfiorava i capelli ed allargava i polmoni, dissolvvasi la stanchezza e ci si trovava tanto flessbili e leggieri che, piuttosto di camminare, para di volare. Snebbivasi la fantasa; nette, spiccate, schiervansi in capo le ide, il benssere, la gioja si diffondvano per tutta la persona; in una parola; a larghi clici si beveva la vita... Oh! come sembrava mai buona!
Poi - qual magnfico paesaggio! - A un trar d'arco dal casale ove la carrozza dei conti Rinucci sostava, alzando lo sguardo, alla vostra manca voi miravate rupi a crepacci che fuori di dirittura minaccivano voi e di continuo la via, sulle quali s'abbarbicava il silvestre pino, inerpicvansi le saltellanti capre, e da cui la nera vacchetta, levato il pacfico muso, che gocciolava, dalla cascatina, e scossa, lenta, la campanella, vi fissava coi grandi occhi sbarrati - nel mentre, alla vostra dritta, ponndovi sul ciglione della strada e gi guardando, per una serie di verdeggianti pratere, voi giungevate coll'occhio in fondo alla valle, sul fiumicino di lquido argento che vi serpeggiava - passato il quale e ricominciata l'erta, incontravate una nuova distesa di prati, sparsa di gentili casette, indi selve annose, cupamente verdi, selve che si opponvano alle spesse frane di quel monte, nudo, dirupato, gialliccio, che, dietro a loro ergvasi, superbo delle sue acute cime, e baluardo a perpetue nevi dall'immacolata bianchezza.
La via che il conte e la contessa or camminvano, caccivasi poco fuor dal villaggio, in una boscaglia. Ivi, da una banda e l'altra della strada, si rizzvano altssimi gli abeti, dalla corteccia grigiastra qua e l macchiata, ora dai pllidi licheni, ora dal tetro musco, e che, dopo di ssersi strettamente abbracciati a fior di terra nelle radici contorte a mo'di serpenti, in alto rintreccivano i frondosi rami s da foggiare sui viatori un incantvole pergolato, negli squarci del quale splendeva un ciel di zaffiro e di cui, al basso, disegnata dai raggi del sole, tremolava la ombra. Alla sinistra della salita - cio dalla parte che toccava il monte - vedvansi sull'erta costa, fra gli lberi, immani macigni, alcuni pesantemente appoggiati a tronchi che piegvano, ma cedvano punto, altri interrati, altri ancora divisi in due con un taglio pi netto di quello che la Durindana di Orlando potesse - tutti per coperti al sommo da una porracina di velluto e chiazzati di larghe macchie rossastre, tutti lambiti da un filo di aqua, chiaro, fresco, che sussurrando correva nel suo pccolo letto di polve quarzosa: invece, dall'altro lato del cammino - ove il terreno dopo di ssere gravemente sceso per tre o quattro scaglioni, colto da un folle ardore, rpido si abbassava in un pratello smagliante che, gi a tmboli, finiva coll'arrestarsi di botto dinanzi al vuoto di un precipizio - ci si presentava alla veduta il paesaggio del di l del fiumetto, spezzato in un sguito di quadri, gareggianti in bellezza, e col frascato a cornice.
Sotto le verdeggianti volte si aspirava poi quell'acuto sentore dell'mido legno che, come l'altro del fieno tagliato, scuote tanto piacevolmente i sensi. Ivi la plcida, la fina, la dolcssima sinfona d'idillio che la natura pe'sui innmeri pispigli di fronde e mormori di zampilli, canterellava, non era turbata da dissonanza alcuna: il rombo istesso, sordo, continuo, di una gran colonna di aqua che dirocciava lontan lontano, alla calma, alla solitdine della pineta, aggiungeva una misteriosa velatura. Solo, di tempo in tempo, udvasi lo scoppietto di ride corteccie o il pccolo soffocato rumore di un ramoscello che cadeva sull'erba, od anche, come si rasentava un cespuglio, a un tratto il cinguetto di chiacchierine augellette e il frullo di qualche grosso pennuto che, battndosela a traverso il fogliame, nel mentre voi ne scorgevate sul terreno illuminato dal sole la fuggente ombra, pioveva sul vostro capo una gocciata di lquidi diamanti.
Eppure, nel mezzo di tutto questo paesaggio abbigliato a festa, che empiva, faceva traboccar l'nimo di amore e sembrava non desiderasse colle sue verzure e col suo lmpido cielo, altro che di disporsi a scena intorno a due belle figure, le mani intrecciate, fiso il guardo nel guardo, il conte e la contessa Rinucci serbvano sempre il loro inamidato contegno, la loro cera di cattivo umore. Anzi; al primo entrare nella foresta si rano distaccati l'uno dall'altra e, poco dopo, vedvansi, ella, costeggiare la pendice del monte, tirndosi dietro di svoglia il suo bastoncino dell'Alpi che, immerso nel torrentello cui affluvano col cessar dell'erboso i lcidi canaletti, e, rimorchiato contro corrente, tentennava nella gorgogliante aqua, egli, dall'opposta banda, camminare sull'orlo della strada, colle mani a tergo, l'una nell'altra e, buttando coi piedi i cittoli in cui dava, gi pe'scaglioni... fra gli abeti, che, alcuna fiata percossi, gli rispondvano.
Nulla di meno io so (e ve lo dico a bassa voce) che la freddezza, la indifferenza, la noja non andvano pi in l del viso ne'nostri sposini. Difatti, se noi prendiamo la givine, l'nima di lei era travagliata da un continuo sbttito. Cedvano le sue fibre dolcemente sotto le delicate sensazioni dell'amorosa natura, il cuore le si cominciava a schidere, gi una tranquilla contentezza le stillava nelle vene, quand'ecco, l, pronto ad amareggiarla, a gonfiarle gli occhi... un gruppo alla gola. La contessa ardeva di fuggire la solitdine, di abbandonarsi all'universale espansione ma... le mancvan le forze. Cento volte le sue labbra si rano agitate a un: mio Alberto! - e cento - sia che l'aggrottate ciglia del conte le mettsser timore, sia che ripugnasse al carttere suo, piuttosto altero, di riconscere un fallo, il caro nome le si sfogliava in un sussurro che confondvasi col mrmure de'ruscelletti, ed ella - spaurita - si ripiegava in s stessa come una sensitiva e ringollava amaramente l'intensa voglia. - Insomma, rotte le fila d'oro e di seta di una felicit sin allora inalterata, ella a riappiccarle era o si credeva impotente.
Tuttavolta vi fu un istante che lo sper. Suo marito, lui che dal principio della salita procedeva schiacciando senza piet i gentili fiorelli ne'quali abbattvasi, premurosamente si era abbassato a cgliere un purpureo ciclmine. Emma si sent btter le tempia... Ben presto al pamporcino, Alberto un un anmone, poi aggiunse una viola, poi... Evidentemente egli intendeva di porre assieme un mazzetto.
Per chi?
La contessa sorrise con compiacenza. Non solo: di in un balzo di gioia. Inquantoch il conte, dopo di avere stretto con un filo di robusta erba i raccolti fiori, volgvasi come verso di lei e... Ma no! Pvera Emma! Alberto, diggi pentito, lasci cadere il braccio, f qualche passo, avvicinossi alle nari il mazzetto, ne aspir lentamente tutto il profumo, tutta la freschezza, irresoluto lo gir fra le dita pel gambo, fissollo con malincona, poi, di sbito, sprezzatamente, lo gitt lontano da s, fuor dalla strada. Mazzolino infelice! Passato a volo tra i fusti degli lberi, raso il declive pratello e'si ficc nel prunajo - corona del precipizio - e rest.
Il dolore, l'angoscia fu tale allora nella givine donna, che gli occhi le imbambolrono e le gocciron le lgrime; tanta la commozione che, sentndosi venir meno, si lasci, smarrita, cadere sur uno di que'grossi tronchi di pino che di distanza in distanza giacvano lungo la via.
E il conte, vid'egli? - Certo, se volessi affermare, non giureri (ch Alberto aveva sempre tenuto il volto verso la opposta parte) ma  pura istoria che, alla fermata della contessa, egli del pari, sost, rimase qualche momento in tentenna: quindi risltosi, bellamente siedette anch'egli sul ciglione della strada, volgendo le spalle alla moglie, una gamba pendente gi dal muro di sostegno, l'altra, alquanto piegata, sopra il rialto. Segurono un cinque minuti... lenti per ambedue come quelli di un prigioniero, cinque minuti di una pesantezza di piombo. - Il conte teneva dietro machinalmente collo sguardo a due farfalle che senza posa, si corrvano appresso a muta per acchiapparsi e non riuscvano mai: Emma, col puntale del suo bastoncino dell'Alpi, scalzava istizzita i sassolini della via... ritardando cos il viaggio ad una pvera formica che col suo minzzolo in bocca, mezzo balorda, mezzo acciecata pel gran polvero, pi non sapeva a qual santo raccomandarsi. E tutti e due capvano che in tale maniera non la si poteva durare. Ma, comprendndolo, essndone convintssimi, che volete? per una strana inerzia di nimo - quantunque bramssero di darsi presto un buon bacio e di voltare pgina - non tentvano nulla e si rimettevano l'un l'altro pel cominciamento - il quale non veniva mai.

3.

Le cose si trovvano appunto in questi trmini - e cos avrbbero potuto forse continuare fino al d del giudizio - allorch un nuovo personaggio, sbucando dai maestosi abeti che si rizzvano dietro di Emma, improvvisamente apparve.
Era egli un bambino di press'a poco cinque anni, paffuto, bianco e rosso come una mela appiuola, dagli occhi di un celestino sbiadito, dai capelli ricci e colore di stoppa, con nudi i piedi, e tanto lcero, che qua e l dagli stracci del vestito di lui sorrideva il roseo della sua pelle. Era dunque uno di que'montanarini de'quali v'ha un formicolajo in Isvzzera e che tra loro si rassomgliano come passerotti; di quelli che, al fermarsi di una diligenza, a mezza strada dinanzi un albergo nel mentre voi sorsate la tazza alta di birra che la pienotta figlia dell'oste apporta sur un tondo di stagno, vi si avvicnano e lvano verso di voi le loro manine stringendo in esse qualche punta di cristallo, qualche frammento di prite - oppure - quando la vostra carrozza sale adagio il monte - abbandnano le loro mandre, sltan gi dai dirupi, rmpicano sulla via, quindi vi trttano di pari e nell'offrirvi con insistenza o una ciocca di lamponi grondante ancora di pioggia, o qualche gagliardo e peloso fiore dell'alpe, chidonvi d'un tuono qurulo une p'tite pice, mo-ossieu...
Il nostro piccino, per, fra i mercantuzzi del taglio suo non occupava l'ltimo luogo. - Inquantoch egli possedeva nientemeno che una scatoletta di cartone in cui stvano in mostra bianchi cittoli con isquamuzze d'oro, acuti e difani quarzi, pallottoline a lmine di un grigio-ferro lucente, pi una fotografa da stereoscopio, un po'ingiallita,  vero, ma che, in compenso, rappresentava, indovinate? Il Louvre. - Il nostro piccino aveva poi, dal nascondiglio ove i genitori lo ponvano ogni mattina, da qualche tempo adocchiata la nbile coppia, l'aveva attesa e, naturalmente, vstosela a tiro, apparve.
Ma, avanti di dar l'avviatura a'sui affari, ei si rattenne vicino all'lbero da cui era uscito e stette, con un ditino alle labbra, come per istudiare il terreno delle sue prssime operazioni di commercio... Certo, se a conti fatti, decise di principiare dalla signora, lo spingeva a lei quella simpata d'istinto che lega il fanciullo alla donna.
Egli adunque discese, salt il riggnolo e, famigliarmente appoggitosi al tronco di abete sul quale Emma siedeva, diede a costi l'opportunit... meglio... il piacere di esaminare tutte le di lui ricchezze.
Emma aveva levata la testa. Guard lentamente il bambino con quell'aria che dice: sei arrivato in mal punto - e al suolo riabbass le pupille.
Ma il ragazzino non se lo tenne per detto; sapeva dall'esperienza che chi dura la vince.
Quindi, al diniego della contessa, ben in contrario di andrsene, scelse nel botteghino uno fra i cittoli, a parer suo il pi bello, e sulla palma lo present con importanza alla dama quasi dicendo: osserva un po'questo e dimmi di no, se lo pui.
Emma fissollo di nuovo. Davvero che le pietruzze non la solleticvano. E infatti colla sua gi stava per allontanare la ostinata mano del bimbo... quando una nuova ida le balen. Cambiando allora il primo moto di repulsione in uno attrattivo, tir a s dolcemente il piccino, gli fe'una carezza, ed indicndogli il conte, o meglio, il dorso di quello, con molti gesti e molti sorrisi lo eccit a portare la sua mercanziuola al mossieu.
Il bimbo assaporava il muto discorso della contessa. Figuratevi poi se egli che, di slito, cacciato brutalmente da que'di destra delle vetture, usava passare a manca, ritornando alla crica, e cos di sguito, figurtevi, dico, se non doveva arrndersi all'affbile invito della givine donna! Perlocch, appena egli ebbe compreso quanto si desiderava da lui, pigli le mosse alla volta del conte e...
Ma a mezza via sost.
Ah! i galantumini son proprio case di vetro. Hanno bel celare le loro passioni: esse traplano pi che il sudore dalla lor pelle. E in verit; il dorso di Alberto, curvo, dal capo in iscorcio, dal collo mezzo nascosto pei sollevtisi meri, dava a capire pi che un SI-F-NOTO in majscole, come al didentro fosse gonfia marina - tanto gonfia che il nostro morsello di uomo, fin lui! l'audace tra gli audaci, l'abituato ai musi in broncio ed alle frustate, si volse interrogando incerto col viso la nbile donna.
Ma essa lo inanim. Con gli occhi, con la mano, perfino con un... baciuzzo.
Or, ditemi, amici, dopo un siffatto incoraggiamento avreste voi potuto ninnarla? Voglio sperare che no. - In quanto al nostro bambino, ogni sua incertezza scomparve, mostr coraggiosamente i bianchi dentucci e difilato and a piantarsi, lui e i sui cittoli, dappresso al conte...
- Che c' - esclam questi in brbero tuono, alzando vivamente la testa. Imperocch ava udito come un bisbiglio che lo chiamava - Ah! ecco - aggiunse con sprezzo - un selvaggio de'sliti!... Venderi qualcosa, m'imgino! Un po'di selciato, vero?... cocci di bottiglia forse?... E vui ch'io li compri?... Poh! per dar retta a tutti vojaltri bisognerebbe sser Creso...
Qu avvertite com'egli fosse fuor dalla pesta. Voi per dovete scusarlo pensando alla smania ch'egli sentiva di sfogarsi, di piglirsela con qualcheduno...
E, rabbruscndosi, continu:
- Perdo! I Farisi portrono le loro baracche nel tempio... Fin qui in questo magnifico paesaggio si cacci la bottega: qu - ora - s'inganna, si f a tira tira, n pi n meno che da noi, dove l'aria  corrotta... Guardtelo, quel marmocchio! (avverto ch'egli teneva sempre fiso lo sguardo nel merciajuolo)  nell'et dell'innocenza... eppure... ha gi sete d'oro! -
Ih! che lente convessa. Correggi sbito: ha gran fame di pane.
- E di tal stampo sono tutti quass. Venderbbero, se lo potssero, i loro punti di vista... ehe dico? li vndono. Venderbbero il minio delle loro guancie, il loro appetito. Se il divolo vivesse ancora, lo supplicherbbero ginocchioni di barattar loro il soffio con un cinquelire... Oh! sseri incontentbili, ma non vi basta il vostro purissimo ere? -
Naturalmente, il bimbo punto rispose. Egli, dello squarcio di Alberto, non era giunto ad acchiappare una sillaba. Ch se, al contrario, l'orecchio e il comprendonio di lui fsser riusciti a cgliere la ltima interrogazione soltanto - parola d'onore! - egli avrebbe tosto e chiaro proferito un bel: no.
Ma il conte non gli men buono tampoco il silenzio.
- Affedido! - grid scattando in piedi colI'ira e coll'impazienza che gli guadagnvano la mano. - Sempre con quel riso d'idiota!... Hai capito di non seccarmi? Gi le mani... Hai capito di andrtene? di spazzar via... e sbito... colla tua ghiaja e le tue pulci?... Sapr... -
Il ragazzino arretr. Di soverchio a bujo mettvasi il tempo sulla faccia di Alberto per serbare, sfidndolo, leggera speranza. Di pi... Al bambino venne una ida vaga di avere fatto un grosso marrone, se ne allarm tutto e, preso dalla paura, corse, con un piccolo grido, a rifugiarsi dietro il ceppo di abete, sul quale sedeva la contessa.
Alberto, come gi tocci, voleva quasi mangiar cogli occhi il fanciullo. Vedndoselo quindi fuggire, istintivamente il suo sguardo lo seguit; dallo sguardo obbligati, i tacchi fcero una mezza giravolta e - naturale! - essndosi in quel mentre il bambino nascosto dietro il rusticano sedile di Emma, Alberto si trov con quest'ultima faccia a faccia. Valicato era il monte. Essi, Dio sia benedetto! fisvansi.
Oh aveste allora veduta la givine donna! In avanti piegata, poggiando le mani al ceppo di abete, sul viso di lei, bianco come un panno lavato, l'nima intera affluiva. Intenso dolore, spplica ansiosa, speranza, vi si scorgvano in una, e tutte sur un tal fondo di amore cos incrollbile, ardente, che una rpida vampa pass pel volto del conte e un trmito quasi di elttrica scossa lo colse.
- Oh! Emma - dovette egli dire appassionatamente, giungendo le palme.
- Alberto! - ella rispose con un grido di gola.
L'incanto si dissolveva.
- Mia Emma - esclam il givane con trasporto, correndo vr lei. E vicino le cadde e l'abbracci stretta stretta.
- Perdno - mormor essa, colla sua guancia appoggiata a quella di Alberto s ch'egli ne sentiva rigare le calde lgrime.
Ma il conte:
- Mai... mai... - interruppe asciugandole a furia di baci le palpebre, e - scostatosela dal petto - come fa col bambino la madre, si pose voluttuosamente a succhiare la contentezza che le raggiava nel viso.
E in quella una ricciuta e bionda testina in mezzo a loro, apparve. Era il mercantuccio: egli che, passato il pericolo, aveva creduto bene di torsi dal suo rifugio... il tronco dietro cui zitto zitto stava acchiocciolato; egli che ora pazzamente rideva - e perch mai? - rideva offrendo i suoi quattro cittoli ai due givani sposi...
Amici, voi ben potete imaginarlo: quello fu un giorno d'oro per gli affari di lui. - Confessimolo per: se lo meritava. Ne aveva conchiuso uno tra i pi belli del mondo.

VIAGGIO DI NOZZE.

I due che, parlottando, sedvano sotto una vntola a gas nel vestibolo del Grand Htel de Russie a Gnova, vale a dire un marinajo del pirscafo Tnisi ed un portiere in casacca turchina e berretto listato d'oro, si alzrono; l'mnibus dell'albergo rientrava.
Il portinajo aggrapp la corda di una campanella - clang! Non era ancora al comignolo del tetto, il gatto fuggito dalle gronde, i peli irti, grossa la coda; n i cavalli avvano patita la penltima sbarbazzata che, da ogni parte, intorno all'mnibus travasi gente; press'a poco come un assalto di ladri (fors'anche!); uno apriva lo sportello; due altri, per calare i bauli, apportvano scalette di ferro; un quarto accorreva anelante con un lume per mano; n mancava il visino curioso di una cameriera, n i favoriti grigi di un maggiordomo - Plmerston di strapazzo - il quale dignitosamente inchinava i viaggiatori, mano mano che venivano oltre.
E i primi a smontare frono un Mntore con l'annesso Telmaco; quello, un gesuita francese, per prete, abbastanza pulito, che tirava al guercio e respirava malizia: questi, un giovinetto in sui qundici, pllido, con un'aria intontita. Il pvero duchino De-Je-ne-sais-quoi viaggiava per istruzione l'Italia; il coso nero gliela dova illustrare da un punto di vista, in sommo grado, cattlico.
E appresso guizz fuori un vecchietto in soprbito color tan, a bvero di velluto; poi, fe'scricchiolare lo smontatojo un donnone con doppia giogaja e con una faccia di un rosso apopltico, un donnone di que'destinati a soffocare nella lor ciccia. Ed essa, su'n braccio, reggeva un brutto King-Charles dagli occhi lagrimosi; scesa, deposto nelle mani dell'imponente maggiordomo una gabbia con merlo, offerse gentilmente l'altra a chi la seguiva.
Ma s che Claudia Di-Viano vola accettarla! Figurtevi se lo poteva una fanciulla di diciott'anni, tutta vita, e sposa da cinque o sei ore al pi (suo marito era quel givane alto, dai baffi biondi che si faceva dietro di lei) figurtevi poi una ragazza la quale tenvasi di ssere una capriola sulle montagne, una viaggiatrice perfetta!
Claudia, fin dalle corte gonnelle, ava avuta mana per i viaggi e le pericolose avventure. Ella impar, si pu dire, l'abbic, per lggere del capitano Cook, del Milione, di Sindbad: appisolandosi sul Rbinson Crosu o Svzzero cui voleva un ben matto, sognava sempre con gioja di trovarsi, anche lei, in un'isola disabitata, vestita di pelli caprine, con l sottomano, arenato, l'inesaurbile bastimento. N solo fantasticava. Un giorno, a d basso, suo padre, ritornando da caccia, incontr nel folto di un bosco la piccolina acchiocciolata presso un mucchio di stipa; la piccolina, che, smarrtasi a bel diletto con le tascucce zeppe di chiodi, di pezzi di corda e di morselli di pane, ora piangeva a lagrimone, accrtasi di aver dimenticati a casa i fiammferi.
E crescendo, crebbe anche il suo ticchio. Il tavolino di Claudia vedvasi a tutte l'ore ingombro da carte geogrfiche, da fotografe di ghiaccii, da ragguagli sulle infruttuose spedizioni ai Poli e alle sorgenti del Nilo. Quando poi nella sua fantasa, sdrucciol, la prima volta, l'ometto, essa lo vest da capitano di mare, lo mise a prora con un cannocchiale; essa lo desider ardentemente, per internarsi seco nella baja di Bffin, per lasciare insieme a lui le suole sul Davalagiri.
Ma, in attesa del signor capitano, Claudia dovette frattanto accontentarsi di bver dei ponci nel traversare con mamma e babbo la Mnica, e di scottare di nomi quali Pilato, Furca, Faulhorn, Jungfrau, il suo bastone dell'Alpi. Se il maggiore Tiptof dell'Indie, da lei conosciuto al Rigi, uno sballone per eccellenza, cavatappi famoso e mandaldivol di tigri, avesse mostrato un occhio di pi e qualche anno di meno, c' da giurarlo, conosceremmo ora in Claudia una lady.
Senonch, lo sgranocchiatore dell'appetitosa fanciulla dova ssere per fortuna un givane, il cavaliere Di-Viano. Di-Viano ava lui pure corso la sua parte di mondo e per ci, come e's'ingattiva di Claudia, guadagnava di primo tratto nelle sue grazie il passo su molti de'vecchi amici di lei.
- Ei conta s bene - diceva ella.
- E ha degli occhi s risplendenti - pensavamo noi. Tant' - conta conta, o guarda guarda - una sera, Di-Viano domand un colloquio al barone Fiorelli; questi, dopo poche parole, bacivalo in viso - Brncoli! I due figliuoli si amvano a non vedere pi innanzi: di pi, rano givani, nbili, ricchi, in dato eguale... Se non si sposvano essi, chi mai pota sposarsi?
Pure, la baronessina pose una condizione: quella di realizzare, maritata, qualcuno de'sui bei sogni di vrgine, di fare un giretto, come viaggio di nozze, almeno in Africa.
Almeno! Di-Viano si morse instintivamente le labbra. Le osserv poi, mettendo fuori tutta la persuasiva, che il sole di Libia cuoceva su per le piante i marroni, che l sotto i guanciali - senza le pulci - ci si avveniva sempre in scorpioni, in serpentacci lunghi s e s; che quanto poi alle pirmidi, non francava proprio la spesa vederle... De'colossali fermausci, null'altro.
- E allora... addo - fe'Claudia salutndolo d'un cenno dispettosetto.
- No, no - diss'egli premurosamente - ci andremo... Dove vui, amor mio. - A prova del che, raccolse, la settimana stessa notizie intorno le vaporiere che stantuffvano da Gnova ad Alessandria d'Egitto.
E si risolse partire il d delle nozze. Sarbbesi con tutta la parentera patito un pranzo di gala, poi gli sposini avrbbero preso la via ferrata e... buona notte. Difatti, punto a punto, ci avvenne: circa allo scorpacciamento... ma no, non parlimone; nulla v'ha di pi uggioso e per due che s'mano e per chi non ha l'appetito in pianta stbile, a paragone di tali solennit di famiglia in cui ci tocca sedere, gmito a gmito, proprio con quel parente che noi studiavamo di cansare in istrada; udirvi scipiti o puzzoni bisticci; scaldarci ogni tanto le mani a certa roba scritta con il decimetro, tutta bugie - o rimbombante come un barile vuoto, o geroglfica pi dell'obelisco di Lxor.
E aggiungi che gli sposini, stavolta, ingojrono anche il piacere di scarrozzare alla stazione in gran compagnia; Camillo in una berlina, col padre della sua sposa e con due vecchi zii campagnuoli, i quali, per la fausta occasione, avano stampato un libretto dal titolo: Studio sopra i letami; Claudia in un'altra, insieme alla mamma e a tre cuginette che non stvano mai dal palparla, dal baciucchiarla, sclamando, le lgrime ai nottolini, cose di fuoco su que'crudelacci di umini.
Pur finalmente, son nel vagone... soli! E soli, c' da sperare, rimarranno per qualche tratto di strada; ve'... chidesi la sala di 1a classe ed a momenti il convoglio... Ma ahim! poveretti... Ripresi lo sportello ed un omino appare adocchiando.
- Ci, Beta! - dic'egli - varda... ghe xe logo per una famegia d'impiegi. -
E l, montato su, il rompitorta, ecco seguirlo una badalona, ansante come una armnica frusta, rossa come un'anguria, e accomodarsi di facciatina ai due sposi.
Ah sorte ladra! Claudia e Camillo allungrono i visi. Lampeggiata al cavaliere l'ida di procurarsi uno scompartimento a parte - gi s'inviava il convoglio: Claudia non susurrava peranco "dunque, alla prima fermata" - che, raccolto la nuova venuta il soffio, bbero tutti e quattro la consolazione di raffigurarsi per conoscenze e insieme, per un'unghia, parenti.
Imaginate il grazioso viaggio! I due colombi dalla carne tirante si rano, come uncinetti a maglie, appiccicati ai tneri: senza prdere un timo, li rallegrrono - via correndo - di un chiacchieramento in xe-serrato, mlto a propsito... e sul tran-tran stuccante della vita matrimoniale, e sul pigliare di brusco delle bottiglie stappate, e intorno ai modi econmici di raffazzonare abitucci pei bimbi dai calzoni di babbo e dalle coperte vecchie dei canap. N Camillo pot neanco cavarsi il gusto di strnger fra i denti un Virginia. Quantunque il vagone fosse pei fumatori, avendo egli a seconda del Galato domandato: permttono? - ud rispndersi dalla grassona che per carit non accendesse zgari - non per lei, no - ma perch il puzzo sgradiva al suo caro cagnetto, un mostrino che, insciallato, dormivale in grembo. Di pi; come a Claudia scappava di bocca il nome dell'albergo cui rano indirizzati a Gnova:
- Ben! vegno anca mi - inchiod il vecchietto - no xe vero, Beta?
- S, s - ribadi il donnone - E se gavaremo - aggiunse - el piaser de magnar un boccon assieme. -
Perci noi vedemmo le due coppie, l'una dopo l'altra, smontare dal medesimo mnibus nel Grand Htel de Russie e, ora, le seguitiamo ad un tempo fino allo scalone.
- Una cmera, signori? - ivi domanda il maggiordomo ai concittadini della zuca baruca.
- N, n - risponde il sior Anzolo - d... Almanco la note... Ostia! -
Il maggiordomo porge ad un servitore un pajo di chiavi.
- E le signore loro - chiede ai nostri sposini - due stanze?
- Credo ce ne baster una - f con un sorriso Camillo -  vero, Claudia? -
Ma in quella, una voce grossa, come infreddata:
- Gh' u sci cavali De-Vianu?
- Io... - dice Camillo volgndosi.
Il marinajo, dopo una toccatina di cappello: sci, m'han mando a pigi i baili...
Di-Viano: Ah! bene. Aspetta. Tu Claudia - dice e sogguarda i due carini compagni di viaggio, che sono quasi al ripiano - intanto ch'io me la intendo... solo quattro parole... per i bauli, dovresti scglier la cmera, dovresti ingegnarti a prepararmi una bella cenetta... Se tu per altro la preferisci ordinare coi Bragadier...
- Dio ce ne lberi - interrompe la givane - E qu ella, preceduta da un servo che porta due saccone di pelle blgara e da una cameriera con i plaids e le sciarpe, si dirige alla scala; egli, accompagnato dal marinaro, attraversa il cortile.
E le parole non frono pi di quattro. Dopo di che, Di-Viano fece il cammino di Claudia e spinse, a capo di un corritojo, l'uscio n 15.
Buono! che deliziosa veduta! In mezzo ad un elegante salotto, illuminato da due lucerne, sopra una tvola tonda, dalla tovaglia bianchssima, posvano scintillando cristalli e argentera, un cestino di fiori e, quello che importa il tutto, certi piatti fragranti, piatti che facvano andare su e gi il pomo di Adamo: per una porta poi spalancata, vedvasi nella vicina stanza, tapezzata in celeste, la sposa, dinanzi uno specchio a ravviarsi i capelli.
- Claudia! - fece Camillo picchiando con il cucchiajo contro il bicchiere.
- 'Gnore! - ella rispose correndo a lui.
Il domstico che ava apparecchiata la cena le avvicin una sedia.
- Ve', qui c' tutto - osserv allora sottolineando la givane al maritino. - Non manca uno stecco, sai...
- Se  cos - conchiuse Camillo volto al domstico - abbisognando di voi, chiameremo. -
Quello acconsent del capo.
- A che ora, signor Conte? - interrog - domani...
- Noi partiamo col Tnisi... - disse il cavaliere - Dunque... dunque ci sveglierete alle sette.
- Alle sette - ripet inchinndosi il servitore, ed usc.

- Tach... tach - alla porta.
Camillo si desta. Dormiva con le orecchie in ascolto. Si stira, rgesi a mezzo su gli origlieri e, con un nervoso sbadiglio:
- Oh! - dice.
- Le sette, signore - fa un qudam di l dell'imposta.
- Bene - risponde il cavaliere. E si leva del tutto sopra i guanciali, frgasi gli occhi, si guarda attorno.
La luce che piove nella cmera  smorta. Ella disegna al fianco di lui la cara sua sposa, sciolti i capelli, semiaperte le labbra, coi nastri della camicia slacciati, con un braccio fuor delle coltri, nudo per la mnica breve, orlata di trine, pienotto, rotondo, dalla birichina fosserella al gmito - la sua sposuccia che scciasi tranquillamente il sonnellino dell'oro.
Al givane sembra peccato svegliarla. Infatti, . Prendendo consiglio dall'orologio, com'esso scorge che all'ora annunciata mncano ancora cinque minuti, glieli regala. E segue il lentssimo ago fino a... E quasi contemporaneamente, da lungi, un campanone rntola le sette.
-  tempo - pensa allora con un sospiro Camillo. - Se taccio, me ne vorrebbe - Sbassando dunque il suo viso verso quello di Claudia, le soffia leggier leggiero sul fronte.
Ma ci serve poco. Manco di una mosca.
D una momentanea crespa... nient'altro.
Ebbene to'una diversa sveglia - un bacio.
Un bacio schietto, sonoro, che si regala Camillo. Poi si slontana.
E questa volta ella si desta. Gira i sui amorosi occhioni,
- Mamma - sorride.
- Gi... mamma - motteggia Camillo.
La givane arrssa.
- Su, poltronona - segu'egli raddoppiando il baciozzo - siam di viaggio, sai... -
Ma Claudia non si move: continua a fisare d'un'aria lnguida lo sposo.
- Il Tnisi parte alle otto - egli osserva.
- E si sta s bene qu - mrmora la givane.
- Certo - appoggia Camillo - ma quanta pi poesa in mezzo alle onde! Imgina un po'noi due, a prora, mentre il vascello sega... sotto un cielo stellato... il plcido seno di Teti, o pure, allorch mugliando sopra il mar va il greggie bianco, noi due a braccio, almanaccando...
- Et coetera - incastra la sposa.
- Poi, pensa ai magnfici luoghi, alle romanzesche avventure che incontreremo. Qu, io mi vedo, passato un rovente piano di sabbia, battndocela dinanzi al Simoon, bellamente attendati in una freschssima asi, con le nostre guide color di caviale, i nostri camelli, e intenti io e tu, a impepare sulla gratcola costolettine di lione o di tigre; l, io mi trovo nelle montagne del Giurgiura, le gambe incrociate su una stuoja pungente, faccia a faccia con uno cheik dei Cabili... barbone bianco... quel vecchio Abu-Hassan-Mohamed, il quale ci offre un grazioso pranzo...
- Di cavallette - finisce Claudia.
- E pensa anche ai nostri nomi intrecciati, da scarpellare sopra le statue di re Memnne, a fianco di quello di Sua Maest l'imperatore Caracalla! E pensa alla vista delle pirmidi, di que'tre colossi, dall'alto dei quali quaranta scoli e mezzo ci contempleranno e al basso di cui un beduino, discendente forse dal Bue Apis, nel suo pittoresco costume...
- E sudicio...
- Sudicio... sia pure - ci porger una manciata di scarabi, di verdi idoletti, che la zampa del suo fedele corsiero scopr, raspando... in una fabrica al Cairo. In sguito, ai volcani di Teneriffa...
- Ma se ci abbiamo que'di Gorini a Lodi! - interrompe con impazienza la givane.
Il cavaliere la intrroga intensamente con gli occhi: - fai sul serio o per celia?
Ella, nel modo stesso, ritrnagli la domanda.
- Lh... insomma... ti levi?
- A quoi bon?
In questo, un nuovo picchio alla porta.
- Le sette e mezza, signore. -
Camillo (in un orecchio di Claudia)
- E dunque?
Claudia (sottovoce, con un po'di timore) - Ma e hai veramente voglia di andarci? -

Tlen... tlen - i rintocchi di una campanella in distanza: forse vngon dal Tnisi, ch la lancetta del pndolo segna le otto.
- La vaporiera s'inva - sospira grottescamente Camillo.
- Buon viaggio - f Claudia sfavillando di gioia. Ma d'improvviso:
- E i nostri bauli?
Il cavaliere ride e ghigna un pochetto, poi:
- Non inquietarti, mio cuore; i bauli son l - e accenna alla stanza vicina.
Claudia rimane sopra pensieri: ella passa, ripassa del guardo, il mgnolo in bocca, la faccia del suo Camillo; infine:
- Aah!... tu sapevi...! -


LA PROVVIDENZA.

Oh aveste avuta una mano sul cuore della fanciulla Claudia, quand'ella incontrava, l dove la scala pota ancor dirsi scalone, un certo givane bruno, e di capelli e di occhi e di baffi nerssimi! Tuttava, egli non salutava in lei che la figliola del padrone di casa, e salutava senza pure fisarla. Egli era pvero e bello, ma non si sentiva che pvero.
Chi fosse, udiamo la portinaja: "un givane molto gentile - ch le chiudeva sempre la porta e accarezzava il micino - il quale, da circa tre mesi, ava tolto a pigione una stanza nelle soffitte. Precisamente non sovvenvane il nome, ma quel si vedeva stampato e attaccato su pei cantoni, come maestro di... di... non ricordava di che. Nondimeno, gli affari sui, quali si fssero, non dovano crrere a olio; nessuno ne ava mai chiesto; ed egli, se spesso usciva con dei fardelli, rientrava sempre a man vuote."
Alle quali parole, Claudia, volgvasi in fretta, e lasciando la portinara, salva nelle sue stanze. L, presto abbandonava il ricamo per l'ago; l'ago per i fiori di carta, metteva insieme, o una rosa turchina o un geranio verde; poi, indispettita anche dei fiori, s'andava a sedere nel vano di una finestra con un qualche romanzo. E Lisa Angiolelli, che gliel ava appostato non appena finito, si guadagnava a pazienza il suo spicchio di cielo.
Altre notizie intorno al givane bruno, Claudia le ebbe da cui meno pensava, da un cugino di lei, Pietro Bareggi: chi lo conobbe?... un mangia-dormi dalla faccia intontita?... con un eterno sorriso senza perch?... un seccatore atroce?... No? - Gi; i connotati sono un po'troppo comuni. Pietro faceva assiduamente la corte alla bella cugina, e in generale s'ava per il suo sposo futuro. Nondimeno, se  vero che molti folletti in gonnella lo sospirssero come un marito completo, io v'assicuro che la nostra ragazza la pensava diverso.
Bene, questo Pietro Bareggi, uscendo un dopopranzo in carrozza con la cugina e il padre di lei (un mezzo accidentato e tutto acciuchito, antico beone in cui s'era rifatto al rovescio il prodigio delle nozze di Cana) Pietro, dico, salut il bel givane bruno, che rincasava in quel punto.
- Lo conosci, tu? - disse con vivacit la ragazza.
Nota, lettore, che Claudia con quel suo scimunito parente, stava sempre imbronciata; sul dimandare, mai; sul rispondere, rado; e, puta il caso, con dei s o dei no. L'inaspettato favore die'quindi un sorriso al pvero goffo, che:
- Altro! - disse, e cominci a narrarle (avverti ancora, lettore, che per amor tuo, inslo tanto o quanto il suo parlare fatuo) com'egli, due o tre estati prima, avesse conosciuto a Nizza, in quel givine bruno, un tal Guido Slis, conte, ricco allora da parte di madre di un diecimila e passa lire di rndita. Ma, Guido ava per babbo uno strappacasa, giocatore finito e di borsa e di bisca. Il quale, un bel giorno, fatto, cinquanta e dieci, trenta, and con un po'di stricnina a stoppar la sua buca. Una fortuna, vero? Senonch Guido volle prefgerle un'esse, e accett la successione paterna. Ed ccolo intorniato da un nvolo di scortichini, con fasci di carte sgorbiate, bollate. Egli, gi allegramente a pagare! paga di qu, paga di l, non si trov infine avanzati che i piedi fuor dalle scarpe.
- E jeri l'altro - aggiunse il cugino - lo rincontri qu da noi. Quantunque molto male in arnese, ed io moltssimo bene, attraversi la via apposta. Gi, si sa, io sono un signore alla mano, io. E lo inviti a pranzo: parami dire il suo viso "ho fame" giusto, come le sue scarpe - (e qu il cugino sbass un'occhiata di compiacenza alle proprie, nuove e a vernice) - Che vui? rifiut. E con un far di superbia! Aqua! -
Ma, no; io sostengo il contrario. Guido, superbo? Oh l'aveste veduto, pochi d appresso al racconto di Pietro, far capolino, con il cappello fra mani e in aria di soggezione, nella ragionera Bareggi! Claudia, che a caso ivi era, il pu dire.
Slis veniva all'amministratore, e, nel pagargli una parte arretrata di fitto, si congedava dalla cameretta sua e da lui.
La bella ragazza lo fis tristamente.
L'amministratore borbott una frase convenzionale di dispiacere.
Il givane allora, sempre con lo sguardo vr terra, salut e si volse.
- Ftegli agio - sugger, sottovoce e con pressa, Claudia all'amministratore.
Il quale:
- Signore - fece - se  per il fitto... -
La faccia di Guido imbragi:
- Grazie! - disse - ma io... io parto per l'Oceania - e, salutando ancora, spar.
Al trach della porta che si chiuda dietro di lui, rispose una fitta violente nel cuore della ragazza. Ella cap di quale incendio e di quanto avvampasse.
Partito Guido, sembr insieme partito dalle labbra di lei, il sorriso. Claudia lasci le amiche, i libri, le passeggiate; prese a cibarsi a fregucci, a limarsi nell'nima; e, dalla fresca fanciulla a cera spazzata di un tempo, a cambiarsi in una di viso affilato, smorto, balogio.
Fu poi, in quel torno, che quello sfasciume di un padre di lei, da un pezzo a s non pi vivo, cess di morirle. Ci prsele alquanto sollievo, le disfog quel lago di lgrime, che dalla partenza di Guido le si era al di dentro ammassato; per la ragione stessa per cui, in piena battaglia, un bravo maggiore mio amico, tcco leggermente nel naso, diede in quelli urli, i quali, una prima e grave ferita in luogo meno eminente, gli provocava. E invano, Pietro cugino, commosso allo struggimento di Claudia, cerc a forza di buffonate di ridonarle allegra e di rimtterla in carne. Pena gettata il fare da nano, il travestirsi da cuoco, il travestirsi da balia! non otteneva da lei un sorriso, neanche di sprezzo.
Ma un d, il sincerone disse all'afflitta cugina di avere, in una viuzza perduta, incontrato ancor Guido. E Guido, questa volta, non gli ava pur reso il saluto!
- O il mio carssimo Pietro! - sclam la fanciulla con un sorriso di gioia, disincantndosi quasi. E a pranzo mangi due bistecche. Picciavi o no, sentimentali lettrici, stmaco e cuore sono vicini di casa.
E qu verrbbemi il taglio per un sermone circa le gioje morali, le niche vere, che la ricchezza potrebbe apportare. Apporta anche fastidi non dico di no, ma, come scrisse un milanese brav'uomo "ogni qualunque cosa ha due mnichi" n, ora, sarebbe il caso di mtter mano al sinistro. Intorno al quale, parler poi a lungo, a consolazione degli spiantati, lor dimostrando anzitutto, che se i nudi a quattrini vlgono in capo i pi generosi e i pi bizzarri progetti, i ricchi, per contrappeso, hanno i denari, solo.
Pur tuttava si danno eccezioni: ccone una:
Alcuni giorni dopo che Slis fu segnalato alla tosa da quel gaglioffo cugino, un servitore di lei ne scopriva la casa ed entrava in un desolato stambugio, dove, neanche il sole, universale parente, si era mai arrischiato. E il servitore offriva a Guido un viglietto, con tali parole:
- Da parte della signorina Bareggi.
Slis lo pigli con tremore.
- Accomodtevi! - fece al domstico.
Questi, guardtosi attorno, dovette strsene in piedi.
Quanto al viglietto, diceva:

Signore;
desiderosa da un pezzo d'imparare il disegno, ora, mi sono risolta. Voi ne siete maestro, e mi si disse, egregio. Vorreste insegnrmelo? Se s, vi aspetto: tardi  meglio che mai; presto  ancor meglio che tardi.

Il givane non si moveva.
- Ha una risposta? - azzard il servitore.
Guido si scosse, e corse alla tvola (tvola e letto era la sua sola mobilia) Ma, a che? di carta, non si vedeva se non se un brano d'invoglia, gi di salame; quant' al calamaio, l'inchiostro era s secco che la ruginosa penna di acciajo rppesi tosto. E allora ei si frug nelle tasche; e ne cav una matita mezzo mangiata; era monca! Tent di aguzzarla con una lama di coltello da tvola; non tagliava, questa, oltre il cacio.
Ma lo soccorse un temperino del servo.
E Guido, dietro il viglietto di Claudia, scrisse:

Signorina gentile,
non posso proprio accettare: un pbblico impiego mi vuole di giorno, e spesso, di notte. Di malincuore  il mio no: pur mi consolo, pensando che lascio il posto a qualch'altro, certo pi degno di me.

Voi capirete, lettori, che il pbblico impiego di Guido era tutto fandona, sebbene ei gi avesse, e l'ozio di un alto e la fame di un mile. Dunque, che ne era del suo schietto carattere? m perch ricusare un onestssimo ajuto?
- Bella! se  un matto! - salta su a dire un N.N., che a questo mondo cant sempre nei cori. E, matto, in confidenza,  quel nome, molto di uso, che noi regaliamo a coloro, i quali san pensare diversamente di noi, quando ne sembra un po'forte il chiamarli o bestie o birbanti.
Ma il viso della mia Bigia si f pi furbetto del slito.
Ve', se ha compreso!
Tu allora, Bigia, e insieme a te, quelli che hanno intelletto d'amore e sclgono le scorciatoje del sentimento, non chiederete certo perch, allontantosi il servo, Guido si buttasse sul letto, a pingere e a pentirsi, prima del suo rifiuto, del pentimento poi. Guido sentiva di aversi accecato il solo spiraglio di luce che ancor gli restasse, di avere perduto l'ltimo filo che il ratteneva alla vita.
Ma, un'ora dopo, un picchio alla porta: forse, della vecchia padrona di casa pel fitto settimanale.
- Avanti! - Slis rispose, con la faccia sul pagliericcio.
Si ud l'aprirsi dell'uscio.
- Signore - principi oscillando una voce di donna; ma questa voce descrisse una curva; non, come Guido attendeva, un ngolo.
Egli ne trasal. Levando lentamente e con timore la testa:
- Oh! - fece; e balzando in sui pie', poggiossi alla tvola.
- Signore - Claudia continu, dal lato opposto di quella - il mio servitore m'ha detto... io vengo... mi disse il mio servitore..., - ma l, s'empiendo di parole la bocca, taque rossa e confusa, e fis l'occhio alla tvola.
- Signorina... voi... - cominci allora il givane bruno - avete scritto... il vostro servitore mi disse... io... l'impiego...
E batti con questo impiego! Guido si moltiplicava le macchie sulle unghie. Ma il dir buge non  affare da tutti. Ed egli turbossi, azzitt, e scese lo sguardo su dove posava quello di Claudia.
In cui, era un intreccio di lttere, un intreccio a matita; Guido leggvavi Claudia; Claudia, Guido. E le pupille di essi, rialzndosi insieme, didero l'una nell'altra; n si fuggrono.
Dio, che scontro! In un baleno, due storie di amore, che ne formvano una!
- Claudia! - egli esclam, giugnendo le mani - io ti fuggi; tu mi segui.
- Dunque, ci amiamo - fe'la ragazza con uno scoppio di gioja.
Ma il givane impallid, e si lasci cadere sul letto, e si nascose tra le palme la faccia.
- Oh noi infelici! - disse.
- Perch? - domand la tosa, agitata.
Ei trasse un profondo sospiro.
- A che sono ricca, io? - esclam con angoscia la bella.
E qu, silenziosi momenti. Poi, s'ode un passo che si allontana; poi una porta che cricchia. Egli leva le mani dal volto; guarda:  solo. E geme "la povert fa paura."

. . .

In qual maniera si maritrono dunque? State a sentire. La conclusione par da comedia. Un prete Armeno (chi dice Greco, ma ci nulla importa) apparve Dus ex-mchina a Guido, e gli rimise in nome di tale, morto pentito a Betlemme, una grossssima somma, truffata, anni gi molti, al babbo di lui. Il che era bene possbile. La vecchia casa dei Slis, disordinata che mai, vinca per ladri il nuovo regno d'Italia; poi, l'Armeno produsse una filatra di scritti; infine, prova senza risposta, era il pagamento sonante.
- Bigia, or che pensi?
- Penso che la Provvidenza  pur buona!... ad aiutarla un tantino.




PRIMA E DOPO.


1.

Infine!... Dieci anni lo avan bramato. Oh quante volte Antonietta, lasciando cadere con un sospiro il ricamo e fisando sconsolatamente il marito, che di sottocchi la guardava di gi, ava detto:
- Come fari pi volentieri un cuffino! -
Giulio, allora, si avvicinava a lei con la sedia, e bacivala in fronte. E comincivano a dire di que'bambinelli color mela poppina, succianti alle mamme di un'ampia nutrice. Eccome tenersi dal vezzeggiarli? dal mangiucchiarli di baci?... Ma, st! il bimbo ha distaccato la bocca dalla sua credenza e allenta le cicciose manine... Il sonno lo accoglie.
E, spesso, Giulio e Antonietta passvano verso le tre, innanzi alle scuole del pomo; di cui, aprtasi a un tratto la pccola porta, rovescivasi fuori, come fantocci da un sacco, la melona de'scolaretti, isparpaglindosi tosto per la contrada, a corsa, dimntica gi della noja sofferta, e saltellante e giojosa; e spesso, di dopo-pranzo, sedvano tristamente su'na panchetta ai Giardini, Gullveri nuovi in mezzo alla gentile frugaglia del Lillipt, che trottolava di su e di gi, vero moto perpetuo, senza fastidi, senza pensieri e tutta amica; l, a fare i grandi occhi intorno al bossolottajo, mago del buon comando; qu, a leccare il cucchiajo, il piattello e le labbra intorno a quel dal sorbetto dell'unghia, o a bevucchiare a due mani la consolina entro un tazzone; in ogni parte, correndo coi cerchi, coi palloncelli, coi draghi-volanti o sui bastoni dei babbi; facendo al signore e al soldato innocentemente, o a rimpiattino dietro le gonne dell'aje; mentre i beb dalle dande, che incomincivano a sentirsi i pieducci, con l'agitar delle alette e la voce, credvano crrere anch'essi. Oh quanti maluzzi da unguento sputino, tavane da pulci! oh liti, temporali di monte! o dispettini e capricci e cattiverie adorbili! oh paci! senza riserve, senza capi segreti.
E, a volte, Giulio e Antonietta attirvano a s qualche putto; se furfantello dagli occhi briosi e dal nasino all'ins, coll'invito di un dolce; se vergognno, a sorrisi. Ed ella solleticvane la chiacchierina. Il cttolo, allora, mettvasi a spippolare le ragionette sue o pona dimande sopra dimande di una ingenuit da imbrogliarne quattrdici savi... non una donna per. E, Giulio, facea, poi, palpitare i cittelli, loro contando le istorie di Gino e Ginetta e di Barbotta-fagioli stregone, o rdere a pi non posso scoccando loro sul naso la calottina dell'orologio.
Cos, su quella istessa panchetta, i nostri due infelici almanaccvano il nome pel loro piccino. E, in quanto a nomi, biseffe! Essi mettvano a parte i pi graziosi e minuti, pur non trovndone mai uno minuto e grazioso abbastanza; senz'avvertire, che il toso farbbesi uomo e il nome resterebbe bambino. Poi, pensvano anche agli abitucci di lui, dopo quello di polpa; sul che, Antonietta, la quale avane sempre pel capo uno nuovo, lo descriveva al marito mandando gi l'aquolina. Infatti, in questo giro di tempo, se ne vggono in mostra di s gentili e s belli, che la smania ci piglia di spirar loro la vita, e, non farlo,  un peccato.
- M guarda quello - Giulio diceva alla moglie, additando una bimba, la quale para uscita in quel punto da una vetrina.
- Dio! - esclamava Antonietta, serrando il braccio al marito.
E ritornvano a casa... ed rano sempre due.
Ma un d, ella, arrossendo, mormor all'orecchio di lui una mezza parola... Fu una fortuna ch'ei fosse in quella seduto.
E, da quel d, Antonietta lasci il canovaccio e le lane. Popolossi la casa di fascie e onestine, di camiciole e scarpette e calzettuccie e cuffini, i quali Giulio ridendo s'imponeva sul pugno - a nastri, a pizzi, a stratagli.
N passava giornata, ch'egli oppure essa, giocato all'indovinello un pochetto, non si facsser vedere qualche cmpera nuova pel loro ninino. Al quale apparecchirono poi una balia (asciutta ben sott'inteso) e una culla in seta celeste e oro, con su un Amorino l l per dire "silenzio!" Ma siccome Antonietta non trov l'Amorino di tutto suo gusto, Giulio, per racconciarle la vista, le tappezz tosto la stanza con i putti pi insigni di Raffaello e Tiziano.

2.

 nato.
Giulio, tremando, alza il velo alla culla e guarda il suo bimbo...
Brutto! Gli  un di que'csi falliti, aborti maturi, cinesi magoghi. Floscio, di un colore ulivigno, tien gi le rughe della vecchiaja, e Dio sa quanto vivr! Non solo.  di un brutto volgare; niuna favilla di quella fiamma divina, che sublim la bruttezza di Scrate; ed  di un brutto neppure, che possa, strada facendo, aggiustarsi. veramente, si dice:

"maschi e tortelli
son sempre belli,"

ma! - ma qu non si tratta di un maschio.
O poverina, quale avvenire ti attende?
Dopo un'infanzia, lunga, durata in un canto, gli occhi gravi di duolo, nascosta da'tui genitori, che arrssan di t; dopo un'infanzia, buja, qu e l serenata da baci, che non lsciano succio - baci di compassione - ccoti giovinetta, e lo "spirto di amore" risvgliasi in t con violenza morbosa.
Ma, nessuno ti guarda; se s,  per rdere; non per sorrdere mai. Cangia il mondo di scorza, non di midollo; gli  ancora quello, quellssimo, che di la causa vinta a Frine. Sei brutta, e le belle ragazze non ti vglion con loro; brutta, e sgradisci alle mamme. Cave a signatis! le ti crdon cattiva, e, credendo, ti fanno.
Ma, come i tui occhi non sono costretti vr terra da quelli degli altri, cos ognora tu guardi.
Ed ecco, il tuo "deso amoroso" ha incontrato una faccia soave, di uno, che a t, alle maniere leggiadre non usa, raccolse il fazzoletto caduto, e, con parola cortese, l'offr. Oh nascondi l'amore! nascondi.
Ecch? quel gentile er ti passa vicino e non ti saluta. Sai? Hanno scoccato di t e di lui male cose; come si dice, bons mots; ed egli pi non s'intriga con gobbe; e, in prova, sposa Paolina, un angioletto senz'ali. Oh baci! oh strida!
Cos, il carttere tuo, siccome la voce, inasprisce. Babbo e mamma, al pari della speranza, ti hanno lasciato da un pezzo. Essi rimprverano a t la lor morte; tu, a loro, la vita. Pssano gli anni e pi non ti resta che il calor della ciecia.
E tu diventi una vecchia borbottona e stizzosa, che f morir gli augelletti con il sistema Filadelfiano, che rompe i tneri arbusti amici a tneri cuori, che, tutta piena di spilli, si tira in collo i bambini a intabaccarli di baci; e tu diventi una dama, che, lumacando col biscottino e gli scrpoli per gli ospedali, raddoppia la febbre ai malati - e nelle case attizza discordie, f la chierca ai ragazzi, e a Dio prostituisce le tose - e i matrimoni attraversa, e turba i riusciti.
Ma qu, il povero padre, aggricciando, abbandona su quella cuna di tanti dolori il velo, e fugge. Fugge impaurito la brama di soffocarli a una stretta; fugge un reato pietoso.


IL MAGO.


Eppure, codesta casa, non ava niente di strano! non gronde sporgenti, non fumajoli bizzarri o torrette, non cabalstici segni. Era una borghesssima casa, col suo rispettbile nmero senza n l'uno n il tre, a due piani, semplicemente rinzaffata di bianco, e dalle persiane grigie.
- Ma le persiane stvano sempre chiuse!
Ebbene? che vola ci dire? ch'essa ava molto pi sonno delle altre. Non si pu forse tenere gli occhi serrati anche di giorno?
E neanche il padrone di lei, almeno per vista, era fuori del slito; un lanternone a barba biancastra, come tanti altri. Tuttava la gente dicvalo il mago; tuttava le mamme, nel minacciarlo ai loro bambini quando cattivi, sentvano, elle pure, spago. Ed io v'accerto ch'egli, ben in contrario, avrebbe baciato que'tosi che al suo apparire fuggvano! Un mago poi, che, con l'abbondanza di spiritelli a'sui cenni, scarpeggia gobbo e doglioso con la salvietta accoccata a comperarsi egli stesso, ogni mattina, e la fetta di manzo e il cinque quattrini di sale ed il pane,  un mago, mi sembra, un po'troppo domstico.
Ma s! va e persuadi la contrada San Rocco. A lei era rimasto, fitto e saldato, il racconto di due operi, i quali, ammessi nella misteriosa casetta per aggiustarvi un camino che pativa di fumo, avano scorto sopra un gran tondo una testa mozzata, ancora con i capelli, con gli occhi invetriti e con in bocca... una pipa. Tonio inoltre, il garzone, narrava con la voce in cantina, che lo stregone, trttolo a un certo punto in disparte, avagli offerto una pila di doppi marenghi, purch gli fosse andato a strappare un braccio di una tal croce di legno appesa ad una tal porta...
- Naturalmente - Tonio aggiungeva - ho risposto di no -
- Oca! - osservvano i preti - dovevi accettare, poi far dir tante messe. -
Di pi; la contrada San Rocco ava veduto un bel giorno fermarsi alla casa del mago un carretto e uscirne caldaje, storte, lambicchi. La contrada bbene i batistini; lei, che ava pure assistito, due mesi prima, tranquilla, al trasporto di una battera di roba tal quale nel liquorista di contra!
- Ei cerca l'oro - pispiglivasi il volgo, mandando gi la saliva. Ma il volgo, secondo l'usanza, sbagliava: il mago non era in traccia dell'oro, quantunque il fosse di cosa, al pari di quello, cpida e paurosa a una volta.
Infelice! Il pi orrbile morbo che imaginare si possa lo tormentava, ch, se negli altri ci  dato e la illusione e la tregua, o spesso, la forza del male tgliene la coscienza, qu, il martro, sorto dalla fantasa, alimentato da questa, e sempre in novssime foggie, non requiava mai.
Fanciullo ancora, ei raggrinzava le mani e nella voce affiochiva alla parola "morte" e si palpava la faccia segundone l'ossa. In tutto, un accenno di lei; montava una scala, ogni gradino suggervagli un anno... oh! come presto al ripiano. A volte, stretto da improvvisi spaventi, corra strillando le stanze...
- Che hai? - gli dimandava la mamma.
Egli taceva, aggricchiava.
E, a soffocare tali atroci paure, credette, adolescente, una via, il gittarsi nella nemica ida, il non pensare, il non udir che di essa. Ahim! il rimendo fu peggior dello straccio. Certo, ci ha libri, i quali ne famigliarzzano con la figura di morte, pingndone urne rischiarate dal sole e inghirlandate di rose; ma altri, e molti (la pi parte di frati cui il digiuno del mondo fe'brusco) aumntano i nostri terrori, col mtterne innanzi un inventario di strazi... artigli, code e pid'oca sopra e sotto del letto, sudari, e puzzolenti tenbre. E - poich noi, verso dove incliniamo, si cade - Martino, invece d'aprire le imposte al sereno, asserragliossi nel bujo.
Sbaglio su sbaglio, didesi alla medicina. Questa, nella maniera che la psicologa avvagli tolta ogni fede e ogni opinione sul patrimonio dell'nima gli giunse a destare intorno a quello del corpo un labirinto di dubbi. Solo, cap su quale frgile trama fosse l'uomo tessuto, quanta folla di casi potvala rmpere. E, nuova scienza, nuovi dolori.
Tuttava, uno svario gli si frammise a tali ombre. Le ombre e la giovinezza di lui facvano ressa a vicenda; Martino s ubbriac, stalloneggi, riusc a sottrarsi per qualche tempo a s.
Ma, una notte, allo znit di un'orgia che rasentava i confini della ribaldera, la biondssima Giulia, assieme alla quale egli aveva bevuto la vita, alztasi con un far risoluto, teso il bicchiere, gridato "viva il..." cadde improvvisamente, senza compire la frase, all'indietro.
Il cuore le si era spezzato. Martino svenne; fu chi credette per la fine di Giulia, e, invece, era per quella di lui! per quella di lui, che riapparvagli a un tratto. Egli ava gi spesi trent'anni; quanti gliene avanzava? altrettanti? oh il buffo!... e mettiamo pure quaranta, cinquanta... serriamo tutte le ante... cos'era? un buffo del pari.
- No, non voglio morire - giurossi - N morir -
E con la foga della disperazione, a capofitto si rigett nelle naturali scienze, le quali, agli sforzi di lui, si aprrono come l'onda a chi nuota. Ma l'onda mai non finiva. Dopo vent'anni di studio, feroce, senza una posa (dunque vent'anni di morte) ei si trov ricco di non cercati segreti, capace di far di un cadvere pietra, di sospndere il corso dell'umano orologio e ravviarlo, anzi, dietro a un filo sicuro per costruirne a sua posta; nondimeno, impotente, e, quel ch' pi, nudo a speranze di eternar quel battto, mosso in noi, primo, da... Da chi? Va te l'accatta! - E intanto il corpo di lui ava perduto l'acciajo, la barba rasegli fatta grigia; ei si vedeva in l molto su quello stretto sentiero, affondato tra insormontbili muri e chiuso alle spalle man mano, entro di cui non vale il coraggio, non la vilt; voglia o non voglia, bisogna camminare in avanti, sempre, finch un abisso c'inghiotte.
Sino allora, Martino, ava corso l'aque e le terre, inquieto all'ubba che la presente sua stanza diventssegli l'ltima, vido di contemplare la morte sotto ogni clima. Oh quanta ava accolta eredit di sospiri!... e, nel dilungarsi dai funerei letti, gemeva "uno di manco... vr me." Ma, quando sent che irreparbili guasti nell'interno congegno gli minaccivan lo sfascio, bruci di fuggire non avvertito dal teatro del mondo, di conigliarsi in qualche oscuro cantuccio, per aspettarvi da solo lei, schivando almeno cos le lgrime degli amici, il leppo dei ceri, il borbottare dei preti, tutta insomma la pompa dell'ltimo tuffo. E comper nel sobborgo la casina a due piani.
Vngono gli strasudori in pensare a quelli anni, cos brevi da lungi e cos lunghi da presso, vissuti da lui, solamente con s. Io me lo vedo ansando a fatica, mezzo seduto su di un cadver spaccato, a interrogare "morte che sei?" a rovistarvi le traccie di vita, la quale vita ... Cosa? Le definizioni, molte; materialstiche alcune; altre spiritualstiche. E tanto o quanto, ciascuna, per la sua strada, va: mttile insieme, picco e ripicco.
Disperato allora, Martino si buttava a ginocchi, supplicando quel Dio, al quale nell'ntimo suo mai non ava creduto n oggi pure credeva, d'incretinirlo; poi, dalla stessa vilt svergognato, spregava ansiosamente la prece. E altrevolte, ccolo, con lo sguardo smarrito, dimandare a follia quello per cui la scienza era muta; or mescidando ai fornelli indiavolate pozioni; or riunendo la volont sua, tutta, nei pi turchini scongiuri; ora a sfogliare con un tremore di speme, stranssimi libri di scrittori sotterra, che a parte a parte insegnvano e il vvere eterno e la giovinezza perpetua.
Ma il tempo non si arrestava, mai.
E finalmente, agli albori di un giorno, un vicino di lui, in pantfole e col tabarro sulla camicia a ridosso, apparve alle due portinaje del mago e disse loro che qualcheduno stava sballando od era fatto sballar nella casa; egli ne aveva sentito le grida, il rntolo.
Le portinaje, prima atterrite, occhieggironsi poi indecise. Romperbbero esse il divieto del loro padrone? traverserbbero l'atrio? ne salirbber le scale? E tentennrono un poco. Senonch, il caso premeva; risolvttero il s. Infatti, giunte al di l del ripiano, udrono angosciosa la voce del mago gridare "oh mi risparmia; piet!" indi, un gmito lungo.
Precipitrono nella stanza.
Martino, in uno de'sui peggiori accessi di necrofoba, gi dal letto, e il letto sembrava quel delle streghe, era dinanzi uno specchio, al pllido lume dell'alba, mirndosi con ispavento. E certo, l'aspetto di lui, dova ssere bene stravolto, se le due donne agghiaccirono, e l'uomo se la cav... in cerca di un prete.
Non l'avesse mai fatto!
Il mago si vide perduto, vdesi agli sgccioli.
- Gira largo, via! - stridette.
Ma il prete fe'per pigliargli una mano. Martino arretr, con terrore, come tcca una biscia; diede nel letto, cadde entro la stretta...
E in quella, per paura di morte, mor.


PROFUMO DI POESA.


Miss Ada Banner of Bannerlodge, con un tometto del suo inseparbile Moore sottobraccio, risaliva le scale del Grand Htel de Genve a Roma e veniva dall'aver impostato il suo terzo reciso rifiuto alla terza insistente proposta di matrimonio del cugino di lei, Tomaso Turtleson, esq. M figurtevi presunzione! Parlare di matrimonio, anzi di letto matrimoniale, ad una che non capiva se non l'amore di contrabbando (che  il pi incmodo amore) parlarne poi tanto alla buona, tanto commercialmente, come se si trattasse di un affar di formaggi. Infatti - circostanza aggravante - il cugino Tomaso negoziava all'ingrosso di questo alleato degli osti. Per quanto muschio sentisse la sua carta da lttere, le delicatssime nari di Ada, odorvano sempre formaggio. Pride anche - chiss! - avr esercito in smili gneri, ma il Priamide vestiva pelli agnelline e non ava su ditta. Imaginate! Sposare un "Thomas Turtleson and Co." all'insegna della Vacca e del Bue! e di pi, uno le cui ventrali carnosit, gi inesttiche, augurvano di riuscire nella maritale sbottonatura alle rotondit di una pancia. Domando io, come possbile i voli con una smile bomba ai piedi? Come i lunari colloqui con un paralume tale dinanzi?
Fanciulle! gran bella cosa la poesa - ... Parlo s'intende, non a quelle dense tosoccie o piuttosto "pollanche ingrassate col riso" che si permttono di avere sempre appetito e sempre voglia di rdere, ma a quelle, le quali,

tenuia vix summo vestigia plvere signant,

dalla lingua perpetuamente sudicia, dagli occhi coi luciconi, dal naso che trasparisce, assidue frequentatrici del negozietto Aleardiano di profumera potica: e dico, gran bella cosa, o mie azzurrine, la poesa! inquantoch essa ci toglie al solitismo di cotesto mondaccio e ci fa pingere amaramente sopra disgrazie non mai avvenute n mai avventure, e ci mantiene tutta la scienza dimessa e srbaci magri con poco.
Disgraziatamente, per quanto poco si mangi - ahim! - non tutto va in sangue, ed anche le pi vaporose fanciulle... (dove trover io espressione che non offenda le mie gentili lettrici, tanto caste d'orecchio?...) sono obbligate di fare da s ci che non psson far fare dalla lor cameriera. Il che, per la forma,  il capolavoro della infernale malizia: dgitus diboli est hic; bench io ci ravvisi piuttosto di quella sapienza divina che mette tutti nel mondo per un'nica strada. O ppoli, trepidanti in ginocchio dinanzi a degli appiccapanni abbigliati d'oro e d'argento, o datevi pena d'imaginare i vostri Reacci e Papassi anche sul trono forato! Quella  la vera comune. Addo maest! addo infallibilit!
E appunto - tornando a noi - fu uno di tali inviti improvvisi, imperiosi, che colse a mezza scala la biondssima Inglese e la obblig, pllida e smarrita, a rifugiarsi nella sua prima compatriota in cui diede. Era il potico cestellino di uva, mangiato il d prima. Tutto v in quell'eterno sepolcro - e la foglia di rosa e la foglia d'alloro...
Ma sostiamo. Non  indispensbile, vero? ch'io dica tutto. Avessi pure lettori leggenti le sole parole, di que'lettori pei quali i puntini rstano sempre puntini, abituati alle dande e non ancora svezzati, parmi ci nondimeno ch'io possa, in questo nico caso, contare un pochetto, se non sulla fantasa loro, almeno sulla memoria. E per, pregndoli di ssermi tacitamente collaboratori, tirer via dritto saltando a ritrovare la nostra bionda inglesina, quando, soffusa di un pudico rossore e, dicimolo pure, col cuore pi sollevato (o cuore, comodssimo nome) sta per riporre la mano sul catenaccio dell'uscio.
Ma, alla maniglia, un sobbalzo. Miss Ada si arrest sussultando.
Era un nuovo avventore. Il quale trovando chiuso, e avendo invano bussato, parve si allontanasse.
E lei ripose con titubanza la mano sul catenaccio.
Ma l'avventore ritorna e si d a passeggiare su e gi pel ripiano.
Miss Ada si ferma di nuovo e si mette in ascolto. Il passo continua. Che fare? uscire? spoetizzarsi?... Ma e in faccia di chi? La poesa  alle fanciulle come la polve dorata alle farfalle... gui se la tocchi!... E perduta la poesa, che le restava da prdere?... Fra il s e il no, passrono alcuni minuti, minuti che a tutti e due sembrrono un'ora - e lo credo.
- Saprist! - esclam spazientito, coli che aspettava -
Gran Dio! la voce del prncipe russo - di quell'elegantssimo givane, che accompagnvala al piano e cantava con lei i pi appassionati duetti ed imparava l'inglese dalle sue rosee labbruzze sul Moore... pvero Moore! Or che fare? che fare? Ragazze mie: metttevi ne'panni sui. Parlo, sempre, s'intende, alle mie slite magroline.
Ogni speranza, vana.
E intanto s'era avviato sul pianerttolo il dialoghetto seguente:
- Comanda il signore?
- Morbleu! - ma sono tutti occupati i vostri nmero 1000? E ci si gode a starci.  un'ora che attendo.
- Un'ora?
- Dico poco.
- Ha bussato? hanno risposto? no...? oh allora... non voglia Dio! - E forte battendo e scuotendo la spagnoletta dell'uscio, il nuovo venuto grid: signore! signore! -
Miss Ada si guard bene dal muvere labbro.
- Certo... certo... - continu in inquietssimo tono coli che parlava - una disgrazia  accaduta.  un luogo malaugurato questo. L'altr'anno... -
E qu nuovi passi e altre voci... Che c'?... una disgrazia? - dove?... apoplessa? omicidio?... Convien chiamare un dottore... Chiamate un prete piuttosto... Occorre il sndaco... il gidice... Fate presto... un ferro... una leva.
Miss Ada non sapeva pi in che mondo si fosse, o, sapvalo troppo. L'ida del suicidio le balen. Guard al finestrino del chiaro; non vi passava nemmeno la testa; sguard al finestrino del buio, inorrid.
E dire che ella sarebbe rimasta senza paura in una gabbia di tigri! O martirio, invidibile onore! all'aria aperta per. N pi sapeva se le convenisse svenire.
Ma la porta cedette.
Miss Ada frem di furore e si copr colle palme la faccia. Stette immota un istante, come vinta dal peso di una universale berlina, come sotto le risa che meno udiva di quel che sentisse - eppi precipitossi alla scala, dietro lasciando un profumo, che non era di viole.
La Poesia fugg, turndosi il naso.
E quel d stesso Tomaso Turtleson, esq. negoziante in formaggi all'ingrosso - Chester - Whitesquare - leggeva, gongolando di gioia, il telegramma seguente:
	- Riceveri una lttera mia. Non aprirla. Strcciala. Io mi marito anche con t.




ODIO AMOROSO.


1.

Volta e rivolta, nulla! Sonno non ne veniva. E sfido! La fantasa di lui conflagrava al ricordo di una bellssima tosa bevuta con gli occhi quel d, Correggesca Madonna, fuggita alla gloria di un quadro e pstasi ad una finestra. Senonch, in sulle braccia, invece del gonfi-ampolle bambino, regga un gatto soriano. E gli faca carezze... Gatto felice!
Innamorato dunque, cotto, biscotto! - Egli, Leopoldo Angiolieri, che in una bicchierata a New-Orleans ava sclamato "amore, nel trantran della vita,  un nome decente per esprmere... altro." Fatto , che sino a quell'ora, cio ai ventisette e passa, niuno uncino amoroso ava pigliato Leopoldo; e chi ha verace giudizio sa come ciascuno di noi tutto misuri con la spanna sua propria.
In verit, era d'uopo che per cangiare d'ide, egli cangiasse di mondo, tornasse giusto in paese - imaginate! - nel bel primo d.
Venuto per la sorella... Ma qu la parola sorella, lo devi in altri pensieri, pensieri indigesti. Allorch egli partiva per l'oltremare - n lunga ava a riuscire l'assenza - Ines, sejenne, era stata messa in collegio; ora, dopo quattrdici anni, rimpatriava a farle da babbo, lui. E, questo, egli avrebbe e di cuore e con gioja prima che la sua sconosciuta apparisse; ma ora, no; ora, una sorella non gli accomodava un bel nulla, qualunque si fosse. Ch, se sveglia d'ingegno, quale tormento! se stupidetta, che noja!... Ed era? Leopoldo penda al secondo partito; il ritrattino difatti che, dodicenne, essa gli ava mandato, mostrava una faccia grassa, dormiosa. Non rifletteva per il giovanotto, che chi dormiva era amore, e che chi dorme si sveglia. Pur, sia come si sia, a che ci hanno le doti? a che gli spiantati?
Cos, cacciato con un sospiro di gusto quel tfano della sorella, Leopoldo intese la imaginazione tutta alla vaghssima incgnita. E ricompose gli occhioni di lei, neri; e il fiume de'sui neri capelli, e il viso "color di amore e piet" di un sbito pinto a vergogna, com'ella si accorse di lui, e sparve.
Volta e rivolta, sent sonare le quattro.

2.

E, nella mattina, venne a trovarlo il signor Camoletti, procurator suo in patria. Era egli una miseria di uomo, dal viso color formaggio-di-Olanda, con due occhiucci nerssimi, da fana; neri, i capelli cimati; nero, un pizzo da capra; nera, la cravattona (e non un sntomo di una camicia); neri, il vestito impiccato e le brache; s che para ch'e'uscisse da un calamajo in quel punto e gocciasse l'inchiostro. Il corpicciolo di lui, inquieto, le lappoleggianti palpbre, le mani che non requivano mai, dicvano chiaro il carttere suo, rabattino ed astuto. Quando parlava, coli che avssene udita solamente la voce, doveva pensare "oh pappagallo d'ingegno!" Ed era, quattro-parole-un-complimento-e-un-inchino.
Il quale ometto dei ceci, dopo di ssere andato in dileguo sul ritorno felice e sulla bella presenza di Leopoldo, disse della fortuna di avere, il d prima, ricevuto un biglietto "proprio del signor conte" - e qu un saluto di capo; - ma aggiunse della disgrazia di non averlo potuto lgger che a sera... "capir, noi gente d'affari..." Nondimeno, com'egli, a fortuna, abitava nella medsima via del Pensionnat Anglais Catholique di donna Ines - e qu un altro saluto - cos, vi ava tosto spedito il suo saltafossi e il biglietto. Sgraziatamente! la contessina, uscita a pranzare da una sua amica sposa, non era ancor rientrata...
- Tuttava - osserv Camoletti - io ava gi avuto l'onore di partecipare a donna Ines il prssimo arrivo di sua signora. Donna Ines lo sospirava da un pezzo.
- Anch'io - fe'Leopoldo - Pensi, avvocato, che essa toccava appena i sei anni, quand'io parti con papp. Ben mi ricordo; era una bimba cicciosa; bella no certo; cattiva come un folletto...
- Oh, allora! - sclam Camoletti - la contessina di adesso, chi ?
- Vero - not il giovanotto - che le belle ragazze nscono ai qundici anni...
- Infatti... - fe'per dire l'avvocato.
- Prego! - interruppe Leopoldo - La non mi dica niente. Mi lasci un po'd'improvviso. -
E son il campanello.
- Un brougham! - ordin al servitore.
Intanto, il discorso si ridusse agli affari, e parve che tutto assieme andssero a maraviglia, inquantoch i per fortuna in bocca di Camoletti frono un dieci a ciascun per disgrazia. Leopoldo, da parte sua, accenn a cambiamenti ch'egli voleva nei fondi (i fondi visiterebbe nella settimana ventura) parl di mcchine agrarie commesse a Manchster, di un nuovo sistema d'affitti, di nuove colture; sul che, il discorso, continuando anche nel brougham, s'interess vivamente, tanto che, al fermarsi di quello, il cocchiere dovette smontare, aprir lo sportello, e dire "signori!"
Ed essi scsero ed entrrono.
Quantunque la vaghssima incgnita avesse gi in Leopoldo occupato il posto migliore, tuttava, trovndosi egli s presso a coli che sola poteva ancor chiamare parente, si senti bttere il cuore. Ecch! Ines, forse, non era n un velo di Tulle, n una che curiosava ogni dove, n un rompigloria a perch?; - bens di quelle creature devote, sentimentali, veri tiretti ai nostri segreti, e manualucci di prtica filosofia. Or, chi non sa che gli amanti han sempre a confidare qualcosa e sempre a dimandare consigli?
In sulla scala, non incontrrono alcuno. Ma, al primo ripiano, il signor Camoletti, ad una vecchia senza cuffia e in cartucce, che il salut per nome e cognome, chiese:
- C' donna Ines? -
La inserviente rispose: che le signore maestre e tutte le damigelle rano fuori a messa... "messa bassa" aggiunse per consolarli "vgliono intanto sedere?" e lor dischiuse una porta con scritto su "Direzione."
Ned essi rispsero no.
Rimasti soli, rimsero anche in silenzio. Il signor Camoletti, accomodtosi in una sedia a bracciuoli, dopo di aver concrepate le dita alcun po', prese a mangiarsi furiosamente le unghie. Leopoldo girandolava la sala. Sulle pareti di cui, oltre il ritratto del r, era una mostra (proprio una mostra) di adaquerelli e disegni, di prove di bella scrittura, pantfole ricamate, ghirlande di fiori, quadri a margheritine, iscrizioni (evviva la direttrice! viva il suo onomstico!) tutto disotto al vetro e in cornice; e, sopra i tvoli e i tavolini, programmi dell'Istituto, mazzi di fiori di carta, un cestino di biglietti da visita, in cui stvano a galla quelli con la corona; poi, dentro uno stipo, un lucicchio d'oro e d'argento - pese, coppe, un nvolo di tabacchiere una sull'altra come le scatolette delle sardine, e campanelli e penne e posate - doni ed omaggi. Oh quanti segni di amore!... diciamo meglio... oh quanta adulazione pelosa! oh quanta smania di un saldo ai conti seccanti della riconoscenza! E, tuttoci, si voleva che fosse visto e ammirato. Leopoldo ci fris appena lo sguardo. Per, siccome, n ad ammirar n a vedere, posava dimenticato sullo scrittojo un pccolo albo, Leopoldo l'apr.
E lesse:

"Note sulle ragazze del P. A. C." (Pensionnat Anglais Catholique) "anno corrente... fatte da m direttrice MARIA STEWART"

E, a pgina prima, lttera A:

"ALDIFREDI baronessina VITTORIA - diciasett'anni, naso all'in su; capelli da Barba-Jovis; colorito di fuoco.
"Da che reggo il collegio, non mi  mai capitata una fanciulla pi ghiotta. Va in seconda a ogni cibo. E s che tra i pasti non fa che spazzare sctole di canditi, e pasticche e cioccolatte e mentini! Jeri di l, ad esempio, mi ha furato e vuotato il mastelletto della mostarda. Poi, ride sempre, di tutto. Entro io, ride; entra il signor Catechista, ride. Sgrido; ride ancor pi. E attacca alle altre il morbino.
"Vittoria ama, tra i fiori, il garfano..."

Ma qu, Leopoldo, abbandon l'Aldifredi, e pass all'A-enne.
E lesse:

"ANGIOLIERI donna INES (dei conti) - vent'anni.
"Buona fanciulla, ma che si atteggia all'interessantismo. Per quanti gliene sequestri e tngala d'occhio, mi legge continuamente romanzi, roba francese ed istrica.
"Il suo fiore mignone  la viola. Non sa sonar che notturni, cloches du village, dernires penses, e smili piagnonere.
"Ines mangia il meno che pu..."

- Sente, avvocato? - dimand Leopoldo - dcesi che mia sorella mangia il meno che pu. Quest', io credo, una nota di buona condotta in collegio: e lei? -
Camoletti si affrett di sputare i rottami di unghia, e disse:
- Oh certo! buona!... ih... ih! - con un ridacchiar cavallino.
E Leopoldo leggendo, ma a forte:

"... Inva delle letterone alle amiche, a punti ammirativi e puntini..."
- Dica, avvocato, ma e le prono dunque le lttere?
- Sa! nei collegi! - prese a dir Camoltti, in tono che sottintendeva " un naturalssimo
uso."
- Bella! - sogghign il giovanotto; e seguendo:

"... punti ammirativi e puntini... in cui loro confida dei dispiaceri impossbili. "

- Auf! - pens - che piaga! Dova toccar proprio a m!... Fosse la gaja Vittoria - e chiuse il pccolo albo, mortificato.
In quella, uno scarpicco e un suono di freschssime voci. Rifluiva il sangue al collegio. E, nella sala, parve che gli ori, gli argenti e i cristalli scintillssero il doppio, all'ida di rispecchiare qualche grazioso visetto; e, dal giardino, levossi un'affollata di cipp-ri-cip-cip, tale, che sembr ogni foglia e ogni fiore cangiato in un vispo augellino.
I passi, il cinguettio, il frusco gi rasentvano l'uscio della direzione. E una vocetta, maliziosamente chioccia, diceva: badabigelle! le pvego; non fccian tvoppo vumove! - Gi, un gruppo di risa! e le fanciulle passrono.
E, dopo un istante, si ud un rpido passo. Leopoldo assunse un contegno serio.
- Oh fratel mio! - sclam una ragazza, entrando di corsa.
Il giovanotto diede uno scatto all'indietro. L'amata di lui non era pi sconosciuta.
- Abbrccialo, Ines! - fe'la rettrice apparsa alla soglia, vedendo la tosa arrestarsi.
Ed Ines si appress a Leopoldo, tremante; ella, come un fantoccio, l'abbracci; lui si lasci abbracciare.
- Son pur felice, conte! - disse la vecchia maestra, facndosi innanzi - Si accmodino. -
E tutti e quattro sedttero.
Cos, il discorso, principi, e segu solo tra Camoletti e la signora Maria, due tali, per parlantina, allo stessssimo buco; questa, che gi iscorgeva in prospetto le sguizzasole vetrine del giojelliere, tolse la mano del dire, mettndosi a fare l'elogio della scolara di lei, dndola per garantita, e sospir e pianse; quello, come riusc a rubarle la parola di bocca (ch altro mezzo non c'era), snocciol una tirata di lodi sul principale di lui, la quale, volto il tempo presente in passato, avrebbe pure servito da necrologa. Ma, quanto alla sorella e al fratello, non una di quelle vampe di affetto che rischirano a un tratto antichi ricordi obliati, ricordi d'infanzia; sedvano a bocca chiusa, non rispondvan che a cenni, parvano insomma due poveretti villani, che, mascherati da ricchi, stssero in soggezione del loro vestito.
- Oh sacrista! - dicea tra s l'avvocato - che scherzi f l'amore! -

3.

In verit, era un bruttssimo scherzo! Poich Leopoldo fu tornato all'albergo e fu nella cmera sua, solo (ch egli ava lasciato ancor la sorella in collegio sotto la scusa che tra pochssimi d sarebbe venuto a pigliarla per condurla alla villa) cominci a lagrimare, poi ismani, e fin tempestando. E che tempesta la fosse, il conto dell'albergatore pu dire!
No; la sorella di oggi non dissolveva l'amata di jeri. Argomentava pur bene la signora Ragione, ma il Sentimento, non ne capiva il linguaggio. Leopoldo pens di scrvere ad Ines, di dirle ch'egli era obbligato di ritornare in Amrica, che lo obbligvan gli affari, e ci si pose a tamburo battente. Ma, fatto due righe, sost. E l'avvocato gli crederebbe? con quale fronte abbandonar la ragazza, che, forse, anzi! certo, certssimo, l'ava solamente a fratello? dove la volont? dove l'nimo forte?... e stracci il foglio, poi il quinterno.
Si alz disperato. No! egli non dova allontanarsi da lei... cio, non poteva, perch...
E trasse un sospiro di avidit, e abbrivid del sospiro.

4.

Pensate dunque che inferno! e chiss quanto ava a durare!... inferno, le cui pene maggiori rano appunto gli sforzi per dissimularle, tantoch, ogni collquio tranquillo con l'avvocato, costava, al givane, una o due sedie.
E, un d, l'avvocato fe'capire a Leopoldo che la sorella di lui non sapeva che dire del suo starle lontano, e si lagnava e piangeva, e...
- A domani! - interruppe Leopoldo alla brusca.
E l'indomani, una carrozza a quattro cavalli e a postiglioni fermossi al collegio. Di cui le finestre si fcer tosto cornice a tanti quadri viventi di ragazzine e ragazze; le une, curiose dell'equipaggio superbo; le altre, del padrone di quello. E Ines pass di saluto in augurio, di augurio in abbraccio, ed ebbe una scorta di baci tale, che, se di labbra coi baffi, avrebbe tornato la vita a chiss quante inamate!... Cos, baci perduti.
Tuttava, Leopoldo si rimaneva in carrozza.
- Il tuo signore fratello - not Giorgina Tibaldi, sinceramente, all'amica -  una meraviglia di givine, ma, a cortesa... ve'scusa...  americano... un po'troppo -
Ines taque. Condotta dall'avvocato e dalla rettrice, scese le scale e sal il montatojo. Ella non si era messa alla via: solo, si ava gettato in ispalla una mantiglia a cappuccio. Ma la belt non chiede altro che luce: oh conoscsser le belle qual male fanno gli specchi! E Ines, in disabbiglio, appariva s seducente, s voluttuosa, che il giovanotto, impaurito, tltosi dapresso lei, siedette all'opposto. E fece:
- Oh avvocato - (con una voce ansiosa, affogata) - venga!... la prego -
Il Camoletti ringrazi vivamente, ma si scus:
- Se si ricorda - aggiunse - abbiamo quest'oggi a trattare dell'eredit di sua zia.
- Maledette le cuse! - fe'a mezzo tono Leopoldo, occhieggiando con ira; e serr lo sportello di colpo.
La carrozza part.
Il givane, allora, si ricacci nel suo canto; e alla sorella disse, che la stanchezza il vinca... Dopo una stranottata, si sa!... dunque, di tenerlo iscusato se si metteva... a dormire.
Ines, nulla rispose.
E, in modo tale, si trott via quattr'ore. Di tutti i viaggi di lui, faticosssimi, lunghi, niuno il sposs pi di questo.


5.

N era certo in villa con lei, che Leopoldo dova trovare riposo. L'omiopata l non serviva. Leopoldo ava bel circondarsi di affari, bel imbrogliarli, bel stare fuori giorno su giorno pe'sui latifondi, ma nello specchio del capo apparvagli sempre quella pllida faccia contro la quale para battesse continuamente la luna; ava bel vilupparsi in filosfiche dissertazioni intorno all'equanimit, e al modo di annichilir le passioni, cio di vvere morti, studindone anche a memoria i concettini ingegnosi e le elegantissime frasi, ma tutta 'sta roba, scritta in pacifici studi verso cortile, al sovvenire di una occhiata di lei, languidissima, nera, sprofondvasi gi.
Venivano allora i furori. E allora e'fuggiva a srrarsi nella cmera sua e ne appiccava la chiave sotto il ritratto materno. Facea le volte di un leone affamato. Piglivalo uno struggimento di abbracciare coli, di schioccare dei baci... che dico! di mrderla, di pugnalarla. Ma, inorridito a un tratto di s, si gettava sul letto, sospirava d'angoscia, e mirava con il deso negli occhi le sue pistole. Oh, a non toccarle, ci vola bene coraggio!
Ma e fuggire da lei?
Pazzie! ei si sentiva legato con doppia catena. Avesse amato soltanto, non era impossibile... forse; ma, nell'amare, egli odiava; ed una goccia di odio f un sentimento eterno.
Per quante fitte crudeli, per quante torture ci gli costasse, egli or pi non poteva fare di meno di que'terribili istanti, nei quali era presso a coli, anzi, rale al fianco; quando, in una sentiva e le vampe amorose e i brividi dell'orrore ed i sobbalzi della disperazione; tutto, sotto una mschera calma, solo tradendo la irrompente passione al spesseggiare convulso del nome, il pi severo, il pi dolce, "sorella."
E, a volte, Ines fisvalo con gli occhi gonfi, inghirlandati di duolo...
Pvera tosa! Non ava fatt'altro se non cangiar di prigione; e in peggio. Ch, almeno in collegio, allegre voci di amiche mischivansi a quella della campana imperante; qu, rinchiusa come dalla pioggia autunnale, splendndole il sole all'intorno, senza compagne ma serve, niuno veggendo all'infuori del fratel suo e di un dottore vecchio, sentivasi orribilmente sola, spopolata pur di pensieri, perch temeva a pensare; in collegio, a traverso le spie delle persiane, scorgeva un fine, un cangiamento; qu, con un largo orizzonte, nulla. Or, che cosa, Dio mio! pi paurosa dell'infinito?
E la salute si dilungava da lei; s che Leopoldo, agitato, chiese al dottore, una sera:
- Che dice di mia sorella?
- Dico - rispose il dottore - che sua sorella ha un di que'mali che i mdici non guariscono - i mdici vecchi almeno, come, purtroppo, io. Donna Ines ha il male di amore.
- Ah? innamorata? di chi? - sclam Leopoldo adombrando; e, senza stare per la risposta, corse alle sue cmere.
E psesi a passeggiarle in lungo ed in largo. Una folla di suoni gli mormorvano un nome... trem. Lo sbigottiva il suo stato, ch'egli non ava osato mai di segnarsi a netti contorni e che non mai in altri avrebbe pur sospettato. No; questo non si poteva - non si dova, cio; era duopo un nome diverso; qualunque.
E cerc spasimando... Ah! ecco... Emilio Folperti... Eppure! no. Imaginate in costi un fittabil del suo, che il mdico ava un giorno condotto in casa Angiolieri; un givane bello s, ma bello e nient'altro. Il quale Folperti, s'era creduto d'ingraziarsi il fratello, lodando a lui la sorella, e Leopoldo - gentilmente villano - avagli chiuso, prima la bocca, poi la porta sul viso; dopo, se n'era affatto scordato. Ma adesso, cretoselo appena a rivale, Leopoldo non lo pot pi soffrire, non gli parve pi il mondo, vasto per tutti e due abbastanza... o l'uno o l'altro... l ci vola una soddisfazione... Soddisfazione? e di che?... E se il Folperti gliel'avesse accordata con lo sposare coli?
Ben seguitava a sussurrargli il buon senso "come vui ch'ella ami una s fatua cosa a bellezza ed a senno?" Ma salt su a dire il sofisma "non si adorrono statue? non si adorrono mostri? non si baciron cadveri?..." e Leopoldo, sospinto da geloso furore, schiuse di botta salda la porta, e fe'il corritojo, lungo, che divideva le sue dalle stanze di lei.

6.

Era notte; e, nelle cmere d'Ines, niun lume, ma le finestre aperte, s che il raggio lunare e la brezza entrvano a loro piacere. Leopoldo pass le due prime. E, nella seguente, era Ines, sur il poggiolo che rispondeva al giardino, seduta, e reclinando la testa all'indietro, gli occhi velati, semichiuse le labbra, in quell'abbandono di quasi-delquio, che inonda chi pianse molto e molto si disper. Piovndole attorno, la luna ora piangeva per lei.
Leopoldo riste'a contemplarla un istante. Ed ella se lo sent forse vicino, vicinssimo anzi, ma tnnesi immota.
Leopoldo tent proferire un nome; la lingua non gli ubbid. Ei la obblig, e disse: sorella! -
Si alzrono lentamente le palpbre di lei, e scoprser due occhioni, nuotanti in negri stagni di duolo.
- Sorella - riappicc egli a fatica, in tono alterato - sono ancor qu... perch... perch non ti posso stare lontano... quando tu soffri. E, che tu soffri, io so.
- Ma no - ella disse con un filo di voce.
- S! - egli fece, in uno scoppio di rabbia - or perch contradici?... Atrocemente soffri. Io leggo negli occhi tui, ebri; nella tua faccia patita, colore di perla; in questo tuo istesso singulto. Eppi, conosco il tuo male -
Ines sorrise pallidamente.
- Tu spsimi di amore. -
Ella ne sobbalz; si raddrizz sulla vita, e, serrndosi al cuore le mani, quasi per ratenerlo, ch le para fuggisse, grid: no.
- S! - ripet Leopoldo con un riflesso d'incendio nelle pupille, piantndosi innanzi a lei - Non mentire a m! Tu spsimi d'amore per... per tale, che io odio, che io schiaffegger, uccider - (e accennava come a s stesso) - per... - (e si stravolse la lingua) - Emilio... -
Ma oltre non disse. Ella il guardava, schiettamente stupita, ed ei ne ebbe un sussulto e di gioja e dolore.
- Dunque, chi ? - disse, piegndosi sopra di lei, strette le pugna.
Ines era un trmito solo.
- Voglio saperlo - egli fece - voglio!... hai capito? -
Il viso della fanciulla sformossi, pigli la strana gonfiezza del viso di un folle. E una ruca voce esclam "t"; e un bacio, incandescente carbone, arse per sempre un sorriso.
Ma a pena Leopoldo ebbe toccata la sua contro la bocca di lei, che si ritrasse atterrito, cacci le mani ai capelli, fugg - Caino d'amore.
Ed ella si morse a sangue le labbra; poi, tramortita, cadde.

7.

Da quella sera, i due givani bber paura l'uno dell'altro. Leopoldo cominci a star lungi da casa le settimane, or cavalcando alla pazza, allorch lo pigliava una fumana furiosa, or lungo disteso su'n prato, quando la spossatezza vinca l'esaltamento. Ines, gitttasi per indisposta, pi non usciva di cmera.
Ma smil vita non poteva durare.
Un d, corse voce che il conte Angiolieri, in caff, se l'era presa con il Folperti e gli ava minacciato uno schiaffo; e ciascuno si chiese "epperch?"
Ma, in quel d stesso, Leopoldo cammin risoluto verso l'appartamento della sorella e ne aperse la porta.
Ines era a scrittojo; dinanzi a lei, carta bianca; e si posava d'un'aria stracca, abbattuta, su di una mano, tenendo con l'altra la penna. Cercava forse pensieri e ne trovava sol uno. Senonch, al cricchiare dell'uscio, si volse, vide il fratello, e il fis. Parano gli occhi di lei "due desri di lagrimare."
Il contegno di Leopoldo era freddo, severo.
- Sorella - cominci egli, sottolineando tal nome - io st per dir cosa che  capitale a t... e a m. D retta. Ci ha... un qudam... givane, bello... ma ci poco importa... il quale ti chiede per moglie... e questo  quello che conta -
Ines si alz, e nettamente disse: io non mi marito.
- Tu ti mariteri - ribatt Leopoldo con una voce decisa - Io ti ho promessa gi.  affare finito.
- Affare! - sospir la fanciulla.
- E che altro sarebbe? - dimand Leopoldo - Tu, ti ma-ri-te-ri -
Ines ricadde, con le mani alla faccia, seduta.
E il givane continuando:
- Di', c' forse una via diversa per la finire col nostro stato infamssimo? A noi, morte  bene vicina, ch, senza cuore si vive, ma non col cuore piagato; ma... e intanto? Io torno,  vero, in Amrica; e l ferve anche una guerra... tuttava, non basta. Mille miglia di mare framezzo a noi sono poche... ci vuole, qu, sulla spiaggia europa un uomo, che possa, che abbia il diritto di uccdermi se... o sorella! sorella! -
E tenne dietro un terrbil silenzio.
- Lo sposo  il Folperti - aggiunse Leopoldo con una tinta di sprezzo e come di circostanza di nullo rilievo.
- Io non potr mai amarlo! - sclam la fanciulla dolorosamente.
- E chi altri potremmo... io e t? - egli chiese, lascindosi trasportare dalla passione, ma, padroneggitosi poi - Sorella, qu non si tratta di amore - disse - io parlo di matrimonio... Abbgliati! stasera io verr con coli... - e, soggiogato, a sua volta, dalla propria emozione e da quella della ragazza, Leopoldo fugg.

8.

In un battibaleno, tutti della provincia parlrono del matrimonio, e tutti credttero allora capire di aver gi capito il perch della scena violente tra l'Angiolieri e il Folperti, e il perch della guancia affilata della ragazza, quantunque loro allegasse un po'i denti quello di un smile amore. Infatti, avano detto sempre gli umini, che, in espressione, la faccia di Emilio era una mortadella, e, quanto agli umini, passi! ma anche le donne s'rano sempre accordate in questa sentenza. Comunque! il matrimonio para dei meglio assortiti: in ambidue, anni pochi, soldi moltssimi... qual gioja per il fratello!
Ma, oh avesse potuto, chi la pensava cos, dare un'occhiata in casa Angiolieri! Dove - all'infuori di quel ciccioso e lustro di Emilio, il quale, tutto soddisfazione imaginndosi amato, non scomodvasi manco ad amare, come coli che, servito, si lascia servire - e'vi avrebbe veduto una givane, o, meglio, la marmorea effigie di una, costretta a sedere dapresso tale che odiava ed a sentrsene tocca; come pure, veduto un amante obbligato a mirare, anzi a far buona cera, allo strazio del cuor dell'amata e del suo.
Poi, sulla fine di un pranzo, lo sposo, con un sorriso a Leopoldo, disse:
- Al nostro primo bambino ci metteremo il tuo nome; ti piace? -
E il conte, che si stava mescendo, assent con un ghigno. Ma fu una grazia del Cielo se la bottiglia di lui continu a versare.

9.

Il moribondo per decreto dell'uomo, quando dispera di protrarre la vita, chiede gli sia la morte accorciata; e s faca Leopoldo, accelerando la sua.
N tard molto quel d, in cui la sorella gli apparve abbigliata di bianco e di pallidezza. Foss'ella stata in un cfano, niuno avrebbe temuto di porle sopra il coperchio: n lei certamente sarbbesi opposta.
E frono alla chiesola. Ines dssevi un s, gelato come neve all'ombra. Una sua amica, svenne.
Uscrono. Bombvano i mortaletti, le campane suonvano ed una banda di stuonatori die'fiato alle trombe. In sul sagrato, giostre, cuccagne, apparecchi pci fuochi, tra i quali la bianca ossatura di un I e di un E giganteschi; da ogni parte, folla. E il Sndaco, in tutta divisa, inchinati gli sposi, present loro dieci contadinelle, vestite di nuovo e dotate per il fusto giorno da Ines, principiando un discorso che ava l'odore della carta bollata. Ma l'interrppero i viva; un grosso pallone con spravi scritto felicit pigliava l'are. Si sparse il cammino di fiori, si presentrono mazzi, scambironsi in aria i cappelli. Camoletti, intanto, guizzava qu e l nella piena, distribuendo denari, boni per scorpacciate, boni per sbornie, e remissioni di dbiti inesigbili. La giovent si asciugava la gola, la vecchiaja le ciglia. Ed il maestro di scuola, riuscito a chiappare un bottone a Leopoldo, gli fece inghiottire fino all'ltima stilla un sonetto di duecento e pi versi che incominciava:

Te beto, o signor, cui la sorella
D'amor ferita, ora Imeno risana.

10.

Ed Ines e Leopoldo si sono divisi per sempre, in questo mondo almeno, dato che l'altro ci sia. C'? Speriamo allora trovarli - non condannati ad una fraternit eterna -



IL NATALE.


In que'momenti di spirituale abbandono e di fisica immobilit che precdono o sguono il sonno, nei quali pi non rammenti quanto sei lungo e largo, e sogni, conscio del sogno, o come flttuano, o come s'aggrano in capo le larve di ci che mai non verr o non ritorner pi!... E a m sovviene della vigilia del d di Natale, quando la folla rigurgitante per le contrade inverte il dubbio, che ci era nato il mattino, alla veduta di quel famoso Verziere, bondanza d nostran, stupor di forestee, se, cio, a tanta roba fssero bocche bastanti. Il giorno st per chidere i sui registri. All'incertezza della scelta, successe la temerariet, la febbre scalmana della cmpera. I soldi smbran pesare nelle saccoccie; non si fa pi prezzo; contrttasi fra i compratori, e le botteguccie a ruote de'balocci si vutano a occhio, come se tutto si donasse o rubasse.
Ed io, anch'io, col mio presepio a mntice e le saccoccie zeppe di caldarroste, sgambetto con la fantesca ver'casa, allungando la via dinanzi a tante vetrine che si dsputano gli occhi e le borse. In ogni dove, la gola ingegnosa trionfa. Il salumiere par non abbondi che di roba rara. Sotto la pompa di un baldacchino di salsicciotti, di trasparenti zendadine del Papa e di corda di Monza, fra il grana piangente a saporite lgrime, e le artistiche velleit del butiro, fra nuove bottiglie a secolari ragnaje e un luccicchio di scatolette di latta, ecco una colossale testa di negro, inturbantata, che odora lontano un miglio la mortadella, terrbile e appetitosa; ecco pernici impettite con grembialini e bianchi berretti che girarrostscono cuochi di pane tosto e tartufi; ecco tacchini abbigliati da uccelli del Paradiso, e porcellini di latte mascherati da frate, e gmberi e aragoste circitu curvntes brachia longo... E il droghiere? Il droghiere, sotto la rituale fila delle fnebri torcie da cinque o sei libbra di dolore l'una, avvicendata coi pani di zcchero color cielosudicio a cordelline rosse, ha disposto un bel lago di specchio con bastimenti canditi ed isole in cui nasce la frutta gi bell'e cotta e acconciata, ed aspri monti dolcissimi, sui quali saltcchiano de'canarini, modo huc, modo illuc, per la ragione della sproporzione, favolosamente enormi. Cos, nella vetrina del mercantello, sta esposto un grosso agnello imbottito, esageratamente lanuto, col suo bindellone rosa, quieto e stpido quasi come un agnello vero. E intanto il lattajo assurge a sorbettajo, a pasticciere il fornajo. E quello ci porge il tmido lattemiele e le ride cialde, simbolo della stagione; questi, R magi bollenti scroscianti, due soldi tr.
Ma il cielo promettineve incombe viepi. Cndidi fiocchettini si cllano per l'ere come dubbiosi di scndere, e scndono lentamente, come attaccati ad un filo. Il campanone del Munici-pio, brontolone ostinato, comincia a rombare.  l'ora dello scopripignatte, l'ora della minestra che bolle. I lumajoli si sprgono per la citt; la stella cometa del Presepio meccnico illminasi. Tu scorgi inusitate rigonfiature negli biti: tu scorgi far capolino i cappucci dorati o inceralaccati delle bottiglie. Tutti hanno il loro pacchetto, e sovente pi di uno, o, se no, certo sorriso soddisfatto e saputo, che vuole dire lo stesso. Garzoni e facchini, carri e carriole con su a mucchi la roba s'incrciano per ogni dove. Ma, o voi, che avete il pacchetto, non iscordate coloro che non pssono averlo: passando, non date solo uno sguardo a que'pveri bimbi, cui, delle cucine dei ricchi, altro non giova che il fumo: oh fate che nessuno rammenti con astio il d del Signore; fate che il pane della miseria, almeno oggid, non sappia troppo di sale!...

. . .

Ma la fantesca, pressosa, mi tira a casa, piena la testa, vuota la pancia. Oh come lieta ci accoglie oggi la tvola, inondata di luce, riscintillante d'inslita argenteria, r il Panettone! oh come vi ci sediamo volentieri!... E in verit, la vigilia del d del Natale  il giorno il pi affacendato, vuotasaccoccie, stancatore dell'anno; aggiunger, il pi misterioso. Ch in questo d, ben ricordo, il campanello della porta di strada ha tintinnito a straore; e a chi correva ad aprire, affrettate persone hanno sporto dei pacchi, tosto pigliati dalla fantesca, tosto rimessi alla mamma, che, sorridendo a'miei occhiucci curiosi, andava a serrarli in un armadione profondo, cigolatore...
Or che potvano ssere?... Certo, regali - Epperch?... Certo per m... E contngono?...
Ma, innanzi tutto, facciamo un po'il conto su quanti e quali parenti posso ancora sperare. Ahim! il nmero diminuisce ogni anno. Essi mi mujono senza ammalarsi, anticipando le lgrime mie. Dcono che io sono fatto gi grande, mentre son loro che fnnosi pccoli.  vero, che, oltre babbo e mammina, possiedo ancora tr zii di pi retto giudizio e due nonni... Oh buoni nonni, che non cessate mai di vederci con il crcine in capo, anche se grigi di barba!... Ma, per nonna Prassede, quantunque i mii genitori si ostnino a dire che il regalo migliore  il suo (il quale regalo, immaginate  sempre un abitino completo, dalle scarpe al cappello) non fo assegnamento: difatti, il suo, non  un regalo per m, ma per loro. Nonno Bernardo poi, si s, il slito scatolone di dolci, perch, dice lui, i bimbi vanno dolcemente trattati. Dolcezza troppa, peraltro, f indigestione e i regali di nonno finscono sempre in magnesia. E nonno, insime alle chicche, usa chidermi in mano un due centsmi d'oro... Pure, da che i marenghini diventrono pinti, da che non trttolano pi, non so cosa farne. Poco m'importa che i mii genitori me li prtino via e li mttano in un grande salvadanajo che ha nome la cassa dei risparmi, dicendo: ti servir poi. Chiss che divolo, il nonno, finir per pagarmi!
Veniamo ora agli zii. Zio Rocco, zio Antonio e zio Giorgio. Zio Rocco  quello del libro. Egli mi affibbia, ogni anno, qualche volume di scarto, rilegndomelo a nuovo... Fosse almeno, stavolta, rilegato di rosso!... Quanto a zio Antonio... Ottimo zio! il Natale passato, mi ha fatto avere una cassetta da legnajolo, poich egli vuole, secondo il sistema di Froebel, che, dilettndomi, impari. Per carit, non chiedtene a mamma!... poverette le gambe delle sue sedie!... Ma "tu, o r Baldassare, f che zio Antonio mi regali quest'anno, un bel vaporino dal congegno del topo... di que'vaporini che sempre si crrono dietro e non si gingono mai; con i sui bravi vagoni di prima, di seconda e di terza - e tanti!... con i carri da merce, e tanti!... con le casine dei ferrovieri - e tante!... Amen. No, aspetta! Non iscordare la bambagia del fumo, o buon r Baldassare!".
Senonch, la mia maggiore speranza... che dico?... certezza,  zia Gigia, la zia dei regaloni. Quando a Natale sento in cortile il rumore di una carretta, io esclamo:  qu il regalo di zia! Se poi, i doni degli altri drano una occhiata e non pi, i sui contnuano finch c' roba da discartare. Fu l'anno scorso, ad esempio, una grand'arca di No i cui inquilini occupvano tutta la tvola, la credenza, e un pajo di sedie... Non avri mai creduto che fssero tante le bestie!... E, quest'anno?... che io forse indovini?... Poich l'amantssima zia ha cura, uno o due mesi prima, di succhiellare i mii desideri, e poi, ella tiene i segreti a fiore di labbro... Ed io, gi, glielo dissi: io voglio un mercato, io - Scusate se  poco! volere nient'altro che il mondo! -
Cos, spsimo ora di vedermi padrone, con alta e bassa giustizia, di tanto paese. Tutto st ad ssere certi che il Natale sia oggi... Ma s. S, perch ieri scrissi io medsimo il nome del mio signor maestro su un pacco di zcchero e cioccolatte, dolce corrompimento che contrapesa, nella stima di lui, il sale che mncami, e ricopii sopra lcida carta a merletti tr letterine coi sensi del cuore mio dettati dal signor maestro, e vidi, tra compassione e allegra, la cuoca comporre l'infelice tacchino, mio confidente da quindici giorni, in una bara di rame, in mezzo all'olio e al limone...

. . .

S, s, -  Natale. All'inquietdine del desiderio e del dubbio, all'attesa, successe la calma della stanchezza e della soddisfazione. Dappertutto, odore di lauro e d'arancio. Mara cess o dimentic di penare, rapita nel viso raggiante del prgolo suo, che pndele addormentato alla poppa, coi boccheggianti labbruzzi bagnati ancora di latte, inconscio di s, mentre i due smboli dell'umana famiglia lo gurdano stupidamente e l'ngelo della Povert f la guardia alla porta. Zitto! non lo destate. Solennemente cade intanto la neve, e la Provvidenza par che stenda con essa sotto ai nostri scttici passi un muto tappeto. Non s'ode che il fioco galabronio di una piva lontana, non si ode che il fruscio argentino del ruscelletto di talco del casalingo presepio...
Ed io, compreso della pi dolce illusione, alzo, fuor dalle coltri, il capo, e gurdomi attorno. Il sole f da padrone nella mia stanza.  Natale davvero, me ne ricordo benssimo, ma la mia mano ha incontrato... una barba. Nella mia stanza, odore inveterato di pipa, e pistole, e stivaloni appesi a spade... non di latta, purtroppo!... Dio! da quanto tempo sono scomparse quelle faccie amorose, che, in tali mattine, brillvano intorno al mio letto, col pi trasparente segreto nei loro sorrisi, faccie per rivedere le quali m' d'uopo riconfortar la memoria a fotografe ingiallite come foglie autunnali!... E neppure c' un bimbo che attenda la mia!



ISTINTO.


Giorgio entra di corsa nella sua cmera...
In mezzo alla tvola posa un certo negozio sul gusto di uno scatolone, rivestito di carta grigiastra da bachi e stretto da spago. Giorgio rist, gli brillano gli occhiucci, il cuore gli f - spiccatamente - toch-toch.
 il regalo di zio! Infine! Giorgio ava cessato dal sospirarlo.  il regalo di quel curioso di zio che gli mantiene i bei fantoccini e lo fa ridere tanto, producndoli fuori dalle sue tasche, adagio adagio, con una storietta a rinforzo.
E che sar, e'? Il piccinino arrmpica sur una scranna, siede sopra la tvola, una gamba di qu, una di l dell'involto - poi tira uno de'capi del nodo. E la cordetta si allarga; con essolei, anche la carta grigiastra.
Ecco uno scatolone - Giorgio vi mette su le manine: con la sinistra se lo ponta contro, con l'altra si sforza a strappargli il coperchio... Nenni!
Sbuffando, volge lo scatolone. E ritenta. Bah! di nuovo fallisce... Allora, su! alle pccole scosse, ai colpettini, uno di qu, uno di l... dalle dalle... aah! ci riesce. Il coperchio si stacca, cade. Si leva un odore di vernice e di trcioli, l'odore delle botteghe de'balocci.
E Giorgio, con pressa, spazza via lo strato dei frastagli di carta. Oh! d in un grido di gioia.
- Un pino! - f egli, estraendo un coso dal fogliame verde arricciato, dal fusto color terra-di-Siena, con uno zccolo giallo - E te lo alloga in mezzo alla tvola.
Ne sguono altri stranissimi lberi, pomi, peri, la pianta de'manuscristi, quella dei venti-lire, nspoli, aranci, al dire di Giorgio.
- Un pcoro - sclama poi, assicurando sopra i picciuoli una bestietta bianca con una linea rossa al collo. E dietro all'agnello, trotta il somaro, il drago, il bue, il rinoceronte, il cavallo, il... N, l' un omino.
- Il signor Pietro Grattoni! - osserva, facndogli bocchi, il monello (Grattoni gl'insegnava le lttere, non le belle, intendimoci.)
- E la sua cuoca Matta! - continua, accompagnndolo ad una villana, quadrata di spalle, e, pi ancora, di gonna.
Insomma egli disctola tutto. La tvola rimane coperta di un barbaglio di galantuomicini e di bestiole d'ogni fatta - color pomodoro, pisello, inchiostro - N mncano pezzi di prato con incolltovi il muschio e coi ruscelli di specchio, n le cascine a tetto rosso-di-minio e le capanne coperchiate di paglia.
E in tutto questo piccolo mondo, corre una rara concordia, il lupo giuoca con l'agnellino, il cacciatore v a spasso col lepre, i porci cllano i bamboletti. Giorgio poi, la cui prima gioja  svampata, serio serio, il labbro inferiore sporgente, le sopraciglie aggrottatuccie, guida i suoi morselli di legno l'uno a casa dell'altro, li passeggia, li f polcare, stringe parentadi fra essi, imbandisce de'pranzi...
Ma, t! il lagrimvole caso. Un bue, quel bue pezzato, simpata del mimmo, salta dalla tvola, gi. Ah! s' crepato un corno. Giorgio gliel vuol rassettare; lo spezza.
- Se'tu - dice allora, passando la colpa su di un innocente ominatto - tu, birbone! - e, per smaltire la rabbia, lo f cozzare con un compaesano di lui.
Tich... tach - tutti e due si scavzzan la testa.
Non fosse mai succeduto! Ne viene, a coda, la filatera delle vendette: si fura il pollame, rbansi le giovenche, si abbttono i pini. Ve'! un generale conquasso, una fricassa!...

. . .

Un'ora dopo, la mamma:
- Pvero zio! - esclama.
Raccoglie lo scatolone, vi accmoda i biscottini.

BALOCCHI.


- No, no - disse mio nonno, un dopo-pranzo a tvola, dindonando e la testa e il fiocco del berrettino - le tue ragioni saranno della chiavetta, pure... non m'ntrano. Voglio concderti che, tanto o quanto, si tocchi innanzi, ma nego, stranego che il tuo progresso sia universale. Di pi - in certi casi - voi, affinando, guastate.
- Oh! nonno - fec'io con rimprvero.
- No, no - ripet egli, al doppio impuntato - non mi persuadete, voi. In certi casi, dico, il mondo va proprio alla gmbera. - Guarda, a m d'esempio, i giuochi del nostro Bertino, que'giuochi che tu gli regali ogni giorno: sono - l'ammetto - molto pi lavorati, molto pi eleganti di quelli che io, a mii bei tempi, tentavo di rmpere, ma, con tua pace, non sono che giuochi bastardi. Il vero, il tradizionale, il robusto balocco - il balocco ereditario che i nostri avi disarmadivano pei loro bambini e riponvano poi, quando questi bambini comincivano ad imbronciarsi sul rosa-rosae - s' perso. In quale mostra mi pui ora trovare que'galantumini di noce, rozzi, ma non senza sapore scolpiti, slidi, che, aprendo s grottescamente con gran trich-trach braccia e gambette ad una strappata di filo, gonfivan le guancie ai nostri puttini barocchi?... e dove que'soldatucci di legno, incamatiti, verniciati di bianco e di rosso, dallo zccolo verde, che si schiervan di botto, movendo dai capi le stecche in cui rano fissi? dove, infine, di'? que'cavalloni massicci, con dipintovi su briglie e sella, e con le mezzelune sotto, forate a tondo, pitturate di stranissimi fiori? cavalloni che altalenvano rumorosamente...
- Fortunati i vicini!
- Ti avverto che non si murava come oggi. Carlo, insomma, pazienta... ora il balocco perdette la sua originalit. A che si riduce, adesso? si riduce a una meschina copia, un quinto dal vero, di ci che sempre vediamo. Ecco pianofortini, tavolinucci, sediette - tutta roba di cera, di cartapesta, come un sistema di filosofia, unita insieme con biascia, rotta non appena comprata - ecco, so io di molto! topini, vapori, a molle, a ingegni, da montarsi in cento maniere, che fan lagrimare i nostri poveri mmmoli per non poterli capire e fanno, non rado, dicervellare anche i signori papp. In somma, il balocco legittimo  sotterrato; rimane nella sola nostra memoria. Oggi  minuteria, da cantoniera, da stipo, chincagliera; trastulla, non i bambini, ma i bambinoni...
Io (sorridendo): E s, nonno, che noi, anche noi, abbiamo di gi i nostri giuochetti... Croci, spalline, pennacchi, et coetera et coetera.



LA CASETTA DI GIGIO.


- Mammina, condcimi in nanna - disse a mezza voce un toso nell'abbracciare mia cugina Claudia.
- S presto? - domand essa, guardando il pndolo che segnava le otto. - E perch mai, Gigio? -
Il mimmo sorrise maliziosetto.
- Ah! non vui dirlo tu - fece la mamma - lo dir io. -
Gigio nascose il suo paffuto visino contro la spalla di lei.
- Sai, Carlo - diss'ella, volgndosi a m - Qui, il mio bruttssimo bimbo, intorno a quest'ora, ha la malinconia del letto. Comincia a fregrmisi, come un gattuccio, alle gonne, mi tira i gheroni, insomma non st pi quieto fino a che io (egli mi dice il suo brougham) finch lo porti alla cuccia, lo svesti al pari di una popptola - poi ve lo acconci.
Bene, come l' infoderato e ci ha avuti e baci e bacini, sai che mi f? nasconde il capetto sotto le coltri... gi, una cattiva abitdine...
- Ma ci si vdono tante cose... belle - mormor il piccinino.
- E vuole - segu la mamma - che io gli smorzi sbito il lume; non solo; ch'io me ne esca zitta, sulla punta dei piedi... Di', pensi ch'egli intenda dormire?
- Mammina! - sospir il mammoletto.
- Figrati, Carlo, che prima di venirmi a chiamare, e's'apparecchia un magazzino di roba sotto ai guanciali; vi disaccoccia, credo, tutto ci che riesce a razzolarsi qu in casa... le chicche, i rottami di zcchero... anche i chiodi. Non parlo de'sui fantoccini. Ieri, per drtene una, gli scopersi nel letto, indovina? la gamba di uno sgabelluccio. Voleva, che so io! voleva gli sostenesse la volta... Qual volta?
- Andiamo... dunque! - f il mimmo, raspando con un piedino sull'intavolato.
- Gua'che ti rompi le scarpe, bimbo! - osserv premurosa la mamma - Gi, tu fari sempre a tuo senno - D la buona notte al cugino (e prendndoselo al collo ed alzndosi:) Oh! la casetta di Gigio! - quindi, usc.
Udi, al di l della porta, fresche risa e baciozzi.
La sua casetta!... il lettuccio!... mi si gonfirono gli occhi. Sovnnemi di un'altra mammina, un'amorosa mammina che stava cucendo sotto il chiarore di una lucerna una camiciuola pel suo tosetto, sovennemi di questo tosetto, biondo e ricciuto, che, serrndosele intorno, susurrava lui pure: condcimi in nanna.
E adesso?... Pi nulla. Proprio? Ah! no. La mia casetta l'ho ancora.
Quando, stanco dalla giornaliera lotta contro la poltronggine, avvilito dalle pccole cattiverie in cui scappoccio ogni tratto, dalle ridcole transazioncelle fra il mio dentro e il mio fuori e, pi, avvilito dal sentirmi, come tutti gli altri, un burattino in bala di mano ignota, mi nicchio, mi faccio il covo in mezzo alle coltri e, a poco a poco, nella ebbrezza lieve che precede il sonno, dimntico questo mio corpaccio - godo... parmi godere, infine! la libert.
Se Gigio reca in lettino un subisso di roba, io pure. Tutte quelle impressioni, qui sentimenti, che per la via degli occhi e delle orecchie, affollrono nel mio capo, sgarbgliansi, mi si sciornano. Un cioccolatino, a Gigio, tocca la posta di un panettone: a m si moltplicano le ide, le pi disparate assorllansi. Tutte quelle imgini, la notte prima plasmate, dietro alle quali durante il giorno ho corso... dalle dalle... non imprigionndone che qualcheduna - ed anche questa sciupata - mi riappjono, disgnansi nettamente. Se un dolore, una mortificazione, un'offesa, m'han fatto nodo alla gola, ecco tranquille lgrime che le cancllano: il ricordo delle mie buone azioni - quantunque le buone sien poche - m'inonda di gioja.
Poi - alcuna volta - disfatto in un battibaleno il mondo, ivi lo rifaccio a mio modo: che generale riversamento! Altre invece, il cervello, non conservndomi di s che una bricia, mi si suddivide in migliaja di parti.
Allora, fra de'piccoli sseri mii, riannodo le fila interrotte dal giorno, le fila delle loro comedie o tragedie. Crcola in ognuno la mia volont; tutto, dinanzi ad essa, si piega; oppongo a m medsimo ostcoli per il piacere di abbtterli. Insomma, ho a dirla? io non giravolto pi con la terra. Fuori da ogni potenza fsica, fuori dal tempo - creo, provo la superbia di...
- Gigio  nella sua casetta - fe'Claudia, riaprendo la porta.



IL VECCHIO BOSSOLOTTAJO.


Ma no! non intendo dire ch'egli facesse bene: tutt'altro: bossolottava scelleratamente. E io capisco che a cittadini abituati alle sedute fisiomagntiche del cavaliere X o del professore Y, i giuochi del cot-co-dek la gallina f l'uovo e del viaggio di Giovannin della Vigna, dovan sembrare un po'troppo innocenti, come capisco che il vecchio prestigiatore avrebbe fatto meglio a ingambare un pajo di brache men larghe, lasciando poi nel baule un certo cravattone di lana rossa e dietro ai denti un certo prembolo in cui si diceva che la regina Vittoria graziosamente chiedeva da lui, ogni dopo pranzo, il lepidssimo scherzo della "frittata entro il cappello": tutto questo per, anche con la sua somma "gui se alla compassione viene il morbino" signori mii, non vi scusa.
Voi ridevate? Bene, le vostre risa non ran di quelle che prton dal cuore e allrgano il polmone; vi c'entrava il cervello, e il cervello dell'uomo, salvoch forse in frittura,  sempre cattivo. Pareva vi foste dati la posta, non tanto per godere i giuochi del vecchio, quanto per godere lui.
Or mi si dice pianino: il vecchio  un ubbriacone: guarda il suo naso. Sar, ma io non l'ho ancora visto col fiasco. Quello invece che vedo, sono i sui bianchi capelli, e quanto poi al naso, cheh! non  il vino soltanto che f salire il rossore.
Non, con questo, che di piet non fosse pi grano in alcuno. Givani ce n'rano troppi. A casa mia, peraltro, un sentimento che non d in fuori, quando dovrebbe,  per non nato. E qu potri toccare degli alti e bassi dei nostri sentimenti e delle nostre virt. Confessimolo, s'ha pi riguardo alla cornice che al quadro. Tu dari un due lire a un birbone artisticamente a strappi; mancheri di moneta per un disgraziato che non pu o non ha il buon tempo di far la macchietta. Cos, la vista di una ferita alla nuca, ti metter i lagrimoni; qualche palmo pi basso, allegra. Lo si trov pugnalato... Infelice! - Si appese... Che goffo!
Ma per tornare alle nostre bottiglie, pazienza la giovent! quelli che forse addolorvano al doppio il pvero vecchio, rano certi umini fatti - e per fortuna, quasi disfatti - che mi so io. Canzona e ridi, offenderi molto meno di chi concede il chiesto compatimento; chiesto sempre, desiderato mai.
Accordo, deputato Tizio, che il scglierne una dal ventaglio di carte che ti presenta un bossolottajo  affare non tanto serio quant'uno di quelli arruffianati alle Cmere, tuttava era proprio superfluo, eleggndola, quel fare di degnazione regia, e inutilssimi poi qui risetti e quelli "auf" a dritta e a sinistra, come a dire: n'? io che sono quello che sono, fare quello che faccio!
E questo valga per t, cavaliere Cajo. Senza che ti raspassi la gola a tossire cos da sgarbato quando il vecchio in berlina disse: ecco un gioco di chmica - gi si sapeva che tu ne eri e professore e insieme pedante. Chi d'altra parte ti accerta, che non ci sia qualcuno - per esempio, un certo Gorini - che possa anche lui tossire alle tue lezioni?
Quanto a me, amici mii, ne ero nauseato: avessi gi aperto il borsello, scappavo.
Pur finalmente, l'apri.
Il vecchio prestigiatore comp il suo giro col piatto: raccolse dalle quaranta alle cinquanta lire. Per i sui giuochi era molto; per la umiliazione, poco.



ILLUSIONI.


Fui davvero cattivo! Con quanta fede Pietro mi raccontava la guarigione della sua donna, concessa alle appassionate preghiere di lui! Ed io a ghignare.
Chi mi conosce, lo sa: di consueto, sono intrigato nel dire. Moltissime volte in cui ci sarebbe stata pera d'oro - parte rispetti umani, parte conigliera - tenni a casa o non poti mtter fuori il pezzuolo: ora, al contrario, vero e giusto momento al tacere, la lingua mi si fece di una elasticit senza pari. Natura mia destvasi.
E l con una sfornata di ragioni, smplici, evidenti, con una eloquenza tanto pi insinuante quanto meno in ponteficale, mi diedi a scalzare la buona fede di Pietro. Per leva adopri la religione medsima, gli mostri come Dio non esistesse per fare da burattino agli umini, e come la prece, non intile solo, ma fosse un insulto alla divina sapienza. Precisamente, non mi sovviene metfore quali, quali giri di frase tiri oltre (e le metfore e i giri, quasi sempre, pglian tanto lo sprito da non lasciarci intravedere neppure la discutibilit della ragione che vstono), fatto , che la contraria baracca ne rovin. Pietro, che sul principio, scopava la stanza e dimenava non persuaso la testa, fermossi, appoggi (fisndomi con stupore) il mento al bastone della granata; poi venne a sedermi vicino. "S!  vero" disse replicatamente. Infine? infine, liscindosi i baffi, mormor: proprio! - E usc rabbujato.
Sapete allora che avvenne? Svampata quella prima soddisfazione, la quale sente anche il bimbo, rotto - embrinica anlisi - un cocciuto balocco, mi trovi malcontento, anzi arrabbiato di m.
Forse, avevo disciolta una dolce illusione; guasttala certo.
E che le ava da sostituire il pvero uomo? Non toccando de'sogni di gloria, dati a pochssimi, egli era troppo innanzi in et per quelli d'amore, troppo indietro nell'abic e nell'intelletto per torne a presto da un libro. Io non poteva fuggire dal trovrmelo nella fantasa, pieno di dbiti, colla moglie ammalata, con i figliuoli che nicchivan di fame e non volvan dormire, seduto sulla predella di un focolare spento, cercando almeno l'obblo. Ma il cielo gli s'era chiuso. La sua Madonna non sorridvagli pi.



LA CORBA


Ed era cosa ben semplice! Figrati che, svoltando in un vicoluccio, avevo dato in una vecchia, immbile, piccina sotto una soma di corbe. Una di esse le era caduta e la pvera donna o non poteva chinarsi per la rigida et o non osava col crico gi squilibrato delle altre. Intanto, un birbone, seduto su lo scalino di una portella, ghignava e pipava.
Quello che feci, l'avresti anche tu.
Ripeto, la cosa era semplicssima. Eppure, seguitando il cammino, mi tremolava nel segreto del cuore un gusto che mai. La meraviglia della vecchietta nel trovar gentile un signore, i sui ringraziamenti commossi mi circolvan col sangue. Aff! che non mi si vada dunque a promttere premi in un altro mondo. Non usciamo da questo. Ogni pera buona frutta al beneficato e al benefattore. Per m non avo pi nulla a pretndere, anzi - siamo sinceri - dovevo.
Ma, insieme, ricordavo con compassione que'ricchi aggrondati che non san dove comprare un'oncia di cuore contento, mi chiedevo stupto come mai, lo stesso egoismo, non li tirasse a fare del bene.
E ci ha tante corbe a levar su ancora da terra!



UN'ACCADEMIA ALLA BUONA.


La mia marsina ha fatto la sua prima comparsa. Dove? Non vi arriveresti in un anno. Ti verr incontro.
Come gi sai, il mio padrone di casa mi aveva invitato a sentire un pochetto di msica, n io gli aveva detto di n. Incerto tuttava alla prima, mi ero poi risoluto di andarvi, pensando e al modo senza pretesa con cui il maestro mi ava fatto l'invito e all'aria alla buona, fors'anche troppo alla buona, che spirava la casa. Intravedevo una lieta serata. "Qu almeno" - pensavo - "non ci sar l'uggia degli appartamenti dorati." I guanti - sar un pregiudizio - ma io ho sempre creduto che i guanti impccino ogni divertimento.
Dunque, giunta la sera e l'ora, mi vesto, cio non mi vesto affatto (ch una toletta fuori di posto  il dissolvente maggiore della schietta allegra) e passo nel quartierino del mio padrone di casa.
Per la pirmide di Cajo Cestio! Grande illuminazione e un mucchio di gente, i signori in frac e con guanti: le dame, senza colletto e mniche. Imgina il mio stupore!

"Ve sii mai imbattuu in quai ostara
A fall l'uss dopo vess staa a piss?"

tale io restai. Ricordando per, che io possedevo, del pari, una marsina nuova e fiammante, corsi a indossarla. Ch io voleva conscere a fondo quell'inslito lusso, e per bene osservare, bisogna anzitutto non sserlo.
Dunque, mi rivesto, ritorno. Insalutante e insalutato, mi pianto presso la porta.
Ecco il mio padrone di casa, tutto prosopopa, bito nero, guanti giallicci.  a pianoforte ed arpeggia. Oh quante volte l'avevo io invece veduto in cucina, con una veste da cmera sudicia quasi, come le scale di casa, a mondar l'erbolina e a smoccolar le candele!
Quanto poi agli altri signori, pi li guardavo, pi mi sonvan di rame. Gli umini avvano ben la marsina, ma para che niuno vestisse la sua, para che se la fssero scambiata reciprocamente. Io ci vedeva come appiccato, in mezzo alle spalle, il cartellino del nolo. E, le signore calzvano guanti, certo, ma guanti calzati di gi. Osservndoli poi parte a parte, distingueva qua e l delle figure non nuove, figure che avo forse incontrato pi di una volta, scendendo o salendo le scale, con sottobraccio il lor quaderno di trilli.
In uno, principalmente, mi ero giusto avvenuto la sera prima. Egli saliva con tanto di mantellaccio, cappellaccio, pipaccia. Ed io gli aveva ceduto la dritta prodigalmente. Il che egli credendo un mio riguardo per lui, mentr'era solo per m, m'ava, in passando, fatto una gran scappellata. Ora, ccolo l, impalato tra i sostegni del muro, in gbus e coda, nero e lugubre come un becchino.
Regnava la mutolit.
E come mai tanta gente ava potuto riunirsi a far brutta mostra di mancanza di spirito? ava potuto ficcarsi in vesti e modi non sui? Se a mascherarsi, non c'rano forse abbigliamenti pi allegri? E chi divolo poi li obbligava a divertirsi cos sottovoce, con cera cos malcontenta? ad ingozzare - ingrati al sole italiano - certe bieche bevande, peggio che aqua, aque? O  divertirsi questo? Viva allora la noja!
E mi saltava una matta voglia di gridar loro "O voi, che le patate alimentrono e attndono, o voi riuniti a far Quarsima in Carnevale!..." ma qu si propag per la sala un zitto. Il pianoforte echeggi! Ed un filo di donna, in piedi accanto il maestro, sbarrava una bocca, che prego Dio di non incontrare a pranzo, emettendo uno strillo (ecco un felice aggettivo e per chi scrive e chi legge) indescrivbile. M bastava, ti pare? s ch'io me la fumi bellamente. E ripassando presso la porta di scala, udi la fantesca, che ad uno il quale ava bussato (uno, probabilmente, degli eleganti invitati) chieda, prima di aprire sospettosa, "chi sei?"


UNA VISITA AL PAPA.


Il pndolo segnava le ndici e mezza. E per le dieci dova sser la udienza! Io aveva gi esaurito ogni possibile passatempo; aveva presa, come si dice, la consegna del luogo; fatto cio conoscenza, non amicizia, con quattro arrazzoni che tenan ciascuno una parete; addoltomi il collo a mirare il dorato soffitto in cui campeggiava l'arme di Sua Santit, con due immensi chiavoni pi atti a sfondare che non ad aprire le porte; gustato un p di tutti i sedili intorno la sala, graditi assi quanto agli occhi, ma quanto a quell'altro, che, in fatto di sedie,  il migliore dei gidici, assi poco... E poi, aveva passato in rivista i mii compagni d'udienza: poche persone, del resto; sei o sette in nera marsina, cravatta bianca e mani sguantate, al pari di m e dei servitori da caff; due militari dimessi, abbigliati sul gusto dei generali delle marionette; nel rimanente, mnaci e preti dai visi o birbi o intontiti, i quali per, usi al mestiere dell'ozio, se la passvano placidamente susurrando fra loro e stabaccando e sputacchiando in certe cassettine leggiadre poste tutt'intorno la sala. N a rmpere la monotona, vi era che l'apparizione intrigata di qualche nuovo invitato o il frettoloso passaggio di qualche pretocchio dal mantellino di seta color violetto.
Quand'ecco, la cannonata annunziatrice del mezzod.
Ciascuno si leva di tasca l'oriolo: dal cronmetro mio allo scaldaletto del chierichino; e chi si mette a montarlo o ad aggiustarne la freccia e chi se l'appone all'orecchio e chi lo confronta con quel del vicino. E un servitore, pomposamente vestito di un damasco scarlatto, si appressa in grande sussiego al barocco faragginoso orologio, ne apre il cristallo e con un dito guida la pigra lancia sulla dodicsima ora; poi, d un buffetto al pndolo, che rappresenta il gaudente faccione del sole.
Ma, con esso, si riavva anche la noja. I militari fuori di corso riprndono a passeggiare su e gi e ad incrociarsi liscindosi i baffi; i mnaci e i preti a sbadigliare tacitamente, a stabaccare, a grattarsi; i signori in marsina, che non sedttero a tempo, a non sapere pi su quale gamba appoggiarsi.
Ed io, cercato inutilmente di entrare in uno stanzone tutto marmi e colonne, in mezzo al quale, intorno a un braciere, st un gruppo di Svzzeri, in elmo e giallo-rossa divisa, cui non mncano che i dadi e il tamburo per sser veri giudi da sepolcro, ritorno nel vano del finestrone da cui mi sono staccato, e mi rimetto a guardare la sottostante amplssima Roma.
In quella, ecco risuona distintamente da Castel S. Angelo, una fanfara da bersagliere! Stranssimo effetto! I preti sorrsero ironicamente, i due militari arriccironsi i baffi e si fcero d'occhio; io, dalla gioja, arrossi. Per la prima volta in mia vita, ami, un istante, i soldati. Quell'allegra fanfara, udita in quella morta atmosfera di quattro scoli f, para dicesse, che il mondo viva tuttora n mai ava cessato dal proceder di corsa; che l'Italia s'andava compiendo a dispetto di tutti i Santi del taccuino n cos tosto si sarebbe disfatta. E l mi coglia la smania di vedere una schiera di que'givani arditi, dalle piume al cappello, venire correndo al riscatto dei formosssimi Iddi vaticani, prigioni delle negre sottane, finndola una buona volta con quella minscola China, con quel pccol rifugio dell'ignoranza e della immobilit, ammorbatore d'Europa.
Ma qu, un gran movimento per tutta la sala. Da una lontanssima porta, in fondo all'anticamerone de'Svzzeri, appariva un barbaglio di vesti d'ogni colore, e tra esso, un coso bianco, una specie di sacco.
Il chierichetto, vicino mio, divenne rosso di fuoco. I due generali da burattini, si accomodrono le pistagne e si fcer panciuti ancor pi; fratume e pretame si mise a sbottirsi di tasca un nvolo di agnusdi, corone, crocifissi, santini, e pezze e pezzuole; tr o quattro gi, si buttron per terra come majali.
Capi, che quel bianco che si avanzava, dova sser qualcosa peggiore di un sacco.
Era, difatti, Sua Santit il servo dei servi, primo fra gli inciampi al progresso, mssimo fra i nemici d'Italia.


GIUDIZI DELLA GIORNATA.


E l'oste torn con la bottiglia del grand vin blanc, ne emp due bicchieri, serv Antonio e serv m.
I quali due, perch  necessario che abbiate sott'occhio la situazione, eravamo seduti di faccia. Antonio su'na panchetta di pietra di fianco alla porta dell'ostera; io, di l del sentiero, su'n ceppo di quercia.
L'oste rientra. Attenti! Il caso interessa.
No, non lo dico di certo, Antonio forse si succiava le labbra; tuttava, secondo a m parve, egli, dopo la prima sorsata, fece un ghignuzzo. E sia come si vuole!  compiacenza?  vilt? allorch noi ci troviamo con persone eguali o maggiori di noi, ma conoscenti da poco, il viso ci si f specchio del loro. Nrrano una disgrazia? chi pi addolorati di noi?... una fortuna? come siamo felici!... Ci gurdano solo? noi sorridiamo acconsentendo.
Ed io sorrisi.
Pure, sembrava che Antonio fosse nelle mie medsime aque. Al mio consenso ei disegn pi netto il suo ghigno; sogguard m, poi il bicchiere, poi m ancora...
Ed io, dem.
Il quale giochetto incoraggi un ehm! da parte di Antonio, un ehm che voleva dir troppo per dir qualchecosa.
Io allora "che le pare?..." azzardi. Ci a bassa voce, prima interrogando con gli occhi il bicchiere, quindi Antonio.
Silenzio di mezzo minuto.
- Non buono, eh? - chiese l'amico, assicurndosi in sella.
- Mi par cattivo! - sclami con aria di profondo conoscitore.
Silenzio nmero due.
- Poh! - fece Antonio con sprezzo e ripose il suo bicchiere sul tondo.
Vuoti il mio per terra.
E il vino era eccellente! Ce lo disse poi Gigi, famoso strappaturccioli



IL LOTTO.


 la portinara clssica. Ampia, bassa, non ricevendo luce che da una finestra chiusa, incartata e per met nel soppalco, dal pavimento che invischia, non la contiene due mbili in parentela fra loro, sebbene pi d'uno venuto fuori da due. In fondo, un lettone, di que'catafalchi che non si pglian che a corsa, interrogndone prima con un po'di paura il disotto, coperto di un pannolano a scacchi bianchi ed azzurri, e protetto da una spalliera di roba, passata per l'aquasanta.
Questa portinaria pu dirsi il mondezzajo di casa. Sulle pareti, quadri d'ogni generazione, o senza il vetro o con il vetro rotto... e un lbero genealgico e stampe dal Cosmorama Pittrico e figurini di mode dell'poca di Beauharnais e una raccolta di taccuini fuor d'uso; sui tvoli, sui canterani, vasi di fiori di carta, polverosi, sbiaditi - piccole sttue alabastrine monche - pere, mele e Ges-bimbi di cera - tomi senza il compagno - porcellane e terraglie a crepi - guanti dismessi - piombo appallato di Dio sa quante botte - e sctole e scatolini di tutti gli sposalizi del borgo con entro ancor la tregga. In un camerino senz'uscio, appesa, folla di vesti, avanzi di ltimi spogli.
E il tutto, si sottintende, liso, sudicio come le sue vecchie padrone. Le quali, son due; una, che ha nome la Pinciroli,  piccolina,  tutta ossi, e pensa alla provvista temporale dei cibi; l'altra, che  madama Ciriminaghi, vera madre badessa, sempre su 'n poltronone, provvede alla spirituale, spaternostrando, snocciolando rosari, dicendo male del prssimo.
Ora; volete sapere una cosa?... ma, v, mii ragazzi, stia questo tra noi: le due portinaje sono... riccone sfondate.
Gua'che voi fate i larghi occhi! Voi gi pensate a un asinello conia-zecchini, o a una borsa infinita: mi appongo o no?... Bene, voglio imbrogliarvi ancor pi, aggiungendo, che le due donne, in barba ai loro sacconi di scudi, sono - quel che si pu - felici.
E il gran segreto?
Esse mttono al lotto.
- Oh,  la volta del terno! - dcono poi con uno scrocchetto di lingua - i nmeri sono bellssimi - e le si stllano il capo intorno al come impiegare i venti-lire del r.
Madama Ciriminaghi amerebbe una casetta sul lago, in riguardo alla barca; la Pinciroli, una sulla montagna, per amor della mucca; l si discute, e si sciornano in mostra di quello e questo i vantaggi; poi, si va a letto, e lietamente si sogna.
Per il d dopo, la Pinciroli ha rinunziato alla mucca e si accmoda al lago. S'aquista allora la casa, e si comincia a pensare in qual maniera disporla, in quale foggia acconciarla. Su un muro di qu, su uno di l, ccoti fuori un casone, quindi un palazzo. In ogni sala, tappeti, grandi specchi, lumiere. Tintnnano i campanelli, accrrono i servitori, attccansi i tiri-a-quattro.
E, certe come si stanno le due amiche di vncere, possidono veramente; han, dunque, tutti i piaceri della ricchezza senza i fastidi, tutta la smania del comperare e non il sazio di avere. Sono padrone di fondi e non pgano imposte n al governo n a Dio, sono padrone di case e non tmono incendi e non ladri, fanno spese stragrandi e il loro sacchetto pesa sempre lo stesso.
N poi crediate che i disinganni settimanali le distrbino molto.
- Pazienza! - esclama, rincasando, la magra.
- A un'altra volta! - ribadisce il grassone senza scomporsi. E l, fatto un bel taccio sulla disdetta, si danno a cercare nmeri di fisionoma pi bella.
Ma qu odo certuni, di quella risma di gente, che, infistolita nel naso, sente la corruzione ogni dove, gridare "lungi da lui" m additando " un venduto!" e odo, del pari, altri, di que'che fanno il mestier del filntropo e dan masticata la scienza al popolino, dire "non lo ascoltate operi; ammucchiate. Volete vncere il terno? mettete al lotto degli interessi composti." Ebbene! io ai primi rispondo, che respiro del mio; e dico a quelli altri, brave persone del resto, ch'essi raginano troppo col mtodo dei matemtici, cio a mchina. Oltre le gambe, ci ha molto ancora nell'uomo, se pvero principalmente, a tener su. E, una e prima, la speme. Vale pure, mi sembra, per settimana, un cinquanta centsimi.


I FREQUENTATORI DELLA PORTINARA.


Il primo era un antico soldato dal faccione a grattugia, rosso come un salame, in grazia forse del collo strozzato da un cravattone e della zucca compressa da un parrucchino, con gli anelletti d'oro alle orecchie, e un abitaccio caff; di quei soldati entusiasti del

"...petit chapeau
Avec redingote grise;"

dal piglio di poffarda, schiamazzoni, giuroni, ma che si mnano attorno con un pezzetto di zcchero. Chiamvasi il caporale Montagna, ei vi diceva il suo nome, poi v'infilava la storia di un certo ponte e di due certi Croati.
La quale storia narrava giusto ogni sera nella portinara, quando veniva a pizzicarvi un sonnino - in sui ginocchi il caldano - o a fare il terzo nell'entro.
E, a volte, in quest'ltimo caso, deponeva il ventaglio di carte contro la tvola. Allora, il giuoco ristava. Montagna alzava la testa, piegndola alquanto all'indietro, le vene del fronte ingrossate, le narici gonfie, semi-aperta la bocca...
E le due vecchie lo fisvano immote.
- Aciumm! - faceva egli poi, scotndosi tutto.
- Salute! - augurava o la magra o il grassone.
- Coppe... - dica sbito l'altra nel porre gi la sua carta. E cos il giuoco seguiva pacificamente.
Venne Paolino e il turb.
Ch, Paolino, s'era messo a sedere viso a viso col caporale, il quale, gi per due volte, ava soddisfatto al suo naso. Ma, come e's'atteggia alla terza, quel dispettoso picchia di contrattempo le palme ed esclama:
- Felicit! -
Rquiem per lo starnuto! Le portinaje si vlsero a Paolino con uno sguardo di theolgicum dium; il caporale si fe'pavonazzo, strabuzz in giro gli occhi, prese la tabacchiera interdetto, l'apr, non ne offerse ad alcuno, la riserr: poi, se la spinse in saccoccia. E, quella sera, taque di quel tal ponte e di que'tali Croati.
L'altro, dei frequentatori della portinara, era una donna, magra, lunga, che penda un po'innanzi, con un visino tmido, moscio, dalla tinta pan-cotto, con gli occhi grigi, pccoli, privi di sopraciglia; e una cuffietta bianca, le sottane a piombo; finalmente, uno scialle, gi di tutti i colori, ma or s smontato, che para di un solo.
Sua professione... la poveretta di chiesa.
Toccheggio di un'agona. La si raccoglie intorno lo scialle, e ciabatta verso la casa segnata; n va di certo a dir preci, e non a stnder la mano, e nemmanco a furare; va per nient'altro che per vedere a morire. Ed ecco si alloga al capezzale deserto - ch, due volte su tr, noi fuggiamo lui che ne fugge - e, sola, aggricchiando e scialivando di volutt, succhia gli ltimi strappi, il rntaco del moribondo. Ch, se non giunge appunto a costi, a furia di giri e rigiri, arriva in qualche stanza vicina, e l si mette in ascolto, ratenendo il respiro. Cacciata poi dalla casa, si mette alla porta, e - a chi esce - chiede, ansiosa, importuna, se il pver'uomo soffre, e quanto e come.
Il quale vampro, ogni d, passava dalle due vecchie, non tanto a vedere se bene, quanto se stvano male, e s'informava al minuto del batticuore di una, del mancafiato dell'altra.
Poi, loro contava i decessi di tutto il quartiere.
- Quel poveretto di Tonio! - faceva con zanzaresca vocina - quel tessitore volto il cantone, vera calza disfatta, vero spedale ambulante, bluff! jermattina and via come olio. Quasi non mi accorgevo, io! E neppur lui! - Il che proferiva con un riso calcato ed in tuon di rammrico.
- E quel pvero Cecco, sapete? Dico il beccajo... Costituzione forte... due spalle che avrbber portato come niente un cassone, e lei entro, madama; scusi! ma! tutti s'ha da sballare. Dunque, Cecco,  gi dalle spese anche lui. Lo colse quella malatietta di adesso, che attacca come la boccajla, e diede in fuori... che?... un bel tifo... Ve'se strillava! soffriva come un dannato! si dibatteva! Oh fu ben duro a morire! - E ci la strega dica, quasi andasse in brodo di vile, dica con un tal lampo feroce negli occhi, che, a madama Ciriminaghi cresca il soffocamento, il plpito alla Pinciroli, e al caporale la gotta.



UNA FANCIULLA CHE MUORE.


Oggi, il dottore si avvicin alla signora Vanelli e con quel suo fraseggiare a rilento - per stavolta un po'brusco, quasi instizzito con le parole che era per dire - crede proprio chiese che la idropata possa giovare a sua figlia?
La signora Vanelli ne sobbalz. Debolmente poi, con una voce sicura come quel che diceva: ma s, credo - rispose. E dopo una pusa, una pusa durante la quale il cervello le sugger forse argomenti che il cuore taceva: certo - riprese - le mani della mia Ida trnano a farsi caldine... -
Il dottore si allontan con dispetto.
Oh le mamme! o indovnano troppo o non vglion capire una goccia. Di chi, rispndimi tu, poteva ssere il caldo, quando la disgraziata madre stringeva passionatamente le inerti mani della figliuola?
St un fatto. Tutti quelli altri signori che gliele serrvano, dicvan poi sempre tra loro " ghiaccio"; specialmente dicvanlo que'giovanotti che si occupvano con tanta premura di lei, domandndole "e come stava? e se l'affanno diminuiva?" raccomandndole di ripararsi bene dal freddo, di coricarsi non tardi. Ve'! come s'interessvano alla sua salute.
E allora la lisa fanciulla saliva silenziosamente di una andatura stanca le scale... verso la cuccia. L si lasciava svestire dalla mamma e dalla cameriera al par di una bmbola, si raggruppava nella sua nanna, la testa sotto le coltri, e cominciava (smorzando contro i guanciali i singhiozzi) a nicchiare. Pure, lgrime non ne venvano gi. Gli occhi della fanciulla si rano asciutti di quell'aquitrino in cui la pupilla nuota e ne  la visbile nima. La pvera Ida contava, ricontava i suoi diciottanni, pensava, con un nodo alla gola, che tutti avvano molta, troppa compassione per lei. Compassione? null'altro?
E l con la mano sorradvasi il seno...
Ch! Amore vuol polpe.



I RACCONTI DI DONNA GIACINTA.


- Conta. -
La nonna lo accarezzava, incominciando, a mo'd'esempio, cos:

IL CODINO.

Ti dir una scenetta che accadde a mio fratello maggiore... morto anche lui! Me la narrava sovente, e come, nel ricordarla, si rischiarava il suo viso!
Quando la avvenne, io era in Francia, in collegio. Corrvano tempi tristssimi. Mio fratello faceva gli studi nella paterna citt presso una scuola di Barnabiti, se non eccellente, buona.  vero che la malatta rivoluzionaria l'ava tanto quanto intaccata, ma che poteva allora sfuggire a tal malattia? Era nell'aria. Infatti, i reverendi sequestrvano spesso ai loro scolari imgini sediziose, libri guasta-cervelli, e allorch poi, a castigare, mettvan mano alla sferza, gli zuffettini pappagallvano su certe ideone intorno alla dignit umana, e che so io! Mio fratello per, uno tra i pochi, non ava peranco rizzata la cresta; tanto  ci vero, che il padre reggitore la scuola, pel quale era sempre la terza posata sulla nostra tovaglia, affermava ogni dopo-pranzo a donna Francesca mia madre, che il suo Carlomagnino avrebbe, senza alcun fallo, inscritto nel calendario la famiglia Etelrdi.
Senonch, un giorno, il nostro futuro santuccio, tornato a casa da scuola... e qu, avverti... rano le prime volte che egli tornava da solo, avendo tocchi i venti anni...

Alberto: ne ho sette io, e vado attorno senza nessuno, io.
La nonna: oggi s' messo il vapore, si nasce con uno sigaro in bocca; allora si maturava pi tardi...

... dunque, tornato mio fratello da scuola, e, come l'etichetta pona, rectosi a baciare la mano alla contessa mammina, parve straordinariamente rosso.
- Che avete? - ella chiese con il suo slito imperio.
- Niente - egli rispose turbato.
- Eppure - osserv mia madre - siete di un tal colore s acceso... Sembrate un villano!
- Io? - disse il contino ancor pi arrossendo.
Mia madre, che stava seduta, cominci a tripillare per l'impazienza un ginocchio, e a dire: so cosa avete -
Don Carlomagno si spaur.
- Voi - seguit la contessa nell'additarlo con l'indice - oggi... poco f... udiste e forse avete anche tenuto, discorsi, mi duole d'insudiciarmi le labbra... rivoluzionari. No? allora leggeste qualcuno di que'lridi fogli scritti da quei pieni-di-pulci di repubblicani... gente che non usa le brache, e sen gloria!... canaglia...
- Ma no, signora mammina - interruppe don Carlomagno.
- No? - ribatt la contessa, studindolo con l'occhialetto - Bene, andate -
Don Carlomagno fe'un tondo inchino, e rimase.
- Ho detto? - esclam la contessa.
- Vado - balbett mio fratello e si allontan a ritroso.
Mia madre se la sent fumare. Balz dalla sedia, e corse al contino. Quello, continuando a indietreggiare, s'addoss contro il muro.
Oh il bel quadretto, Bertino! L, mio fratello, un traccagnotto, alto come un granatiere di Prussia, tutto tremante, qu, rimpetto a lui, mia madre, donnettina dell'India, gli occhi fuor dalla testa, soffiando come una gatta.
- Conte! - ella esclam - si vlti! - e, senza dargli un momento, lo fe'girare sui tacchi.
Orrore! Don Carlomagno s'era tagliato il codino.
Imgina la signora mia madre! Fu come se le avssero tolto un quarto di nobilt; non riuscendo a parlare, s'ajut con le mani, e gi, una solenne guanciata al figliolo.
- Ho dunque in casa un ribelle? - grid, non appena pot rinviare la lingua - Ed io! sono io che lo ha allattato! Cielo! che cosa ne avrebbe mai detto il vostro pvero padre? Disonore degli Etelrdi! - e qui, sulla seconda gota di mio fratello, poggi un altro splndido schiaffo, forse per simmetria.
Il ragazzone, clto dalla paura, non alzava nemmeno lo sguardo; si limitava a fregarsi, con le due palme, le guancie.
- O dove il metteste? - dimand imperiosa mia madre.
Il poveretto aguzz le labbra quasi a impetrare piet: l'ho in tasca - disse con un filo di voce.
- Qu - ordin la contessa; e, come don Carlomagno traeva timidamente fuori il codino, ella glielo strapp dalle mani e gliel misur sulla faccia.
- Ora - conchiuse - o creatura ingratssima, andate! e Pietro vi serri nel camerino. Vi resterete ad aqua, pane e formaggio... no, non meritate il formaggio... a solo pane ed aqua qundici giorni. Obbedite! -
Quel pampalugo di un mio fratello, se non pi rosso e confuso, ben altro gonfio che non all'entrare, usc. Ch'egli ubbidisse,  certo: era abituato.
Quanto a mia madre, piangendo rabbia e dolore, serr sotto chiave il codino. E lo tirava poi oltre per castigar Carlomagno.

- Ti piace?
Alberto: s... ma nrrane un'altra... seria -
La nonna: incontentbile!
- Oh ne sai tante tu!
- Bene, alla seria!

ISOLINA.

Ti ho detto che mi avano messa in un collegio di Francia; aggiungo ch'ei si trovava in una mezza citt di provincia, Chateau-Mauvrt. L, mentr'io toccava i nove anni, corrvano i giorni i pi vermigli della Rivoluzione. La tolle faceva la testa senza riposo. Giorni, ricorda bene, nei quali per ottener l'eguaglianza si calpestava la fraternit, e, proclamando i diritti dell'uomo, legvasi il volume riformatore in pelle umana. Il nostro collegio s'era fatto deserto. Non vi restvano che quelle poche, le quali non avan potuto fuggire, cio sei o sette bambine del tempo mio e una ragazza intorno ai diciotto, che noi chiamavamo la grande. Quanto alle suore, due - suora Clotilde e suor'Anna - givani creature, amorose, che la nostra innocenza, in quelli orrbili tempi, pi che tutt'altro, teneva in un continuo sbttito.
Una mattina, noi, raccolte in una pccola sala, ascoltavamo suora Clotilde. Essa, con la sua voce vellutata e soave, pingvane le dolcezze della carit. Entra di pressa il giardiniere, e: suora - dice - un commissario della Repbblica... il ciabattino Garnier. -
Suora Clotilde, impallidita oltre il suo abituale pallore, si alz: ben venga - disse.
Ma, a che il permesso? - l'ex-tiraspaghi, in nome della onnipossente libert, se l'era gi preso. Ecco apparire alla soglia un uomo dal viso tutto occhielli e bottoni, con la slita fascia dai tre-colori, seguito da mezza dozzina di mascalzoni, scidi, a strappi, armati di picche.
- Cittadina Beaumont! - egli fece, nemmen toccando il berretto, ch cortesa non  repubblicana virt - rispondi: ci hai qu una cotale Isolina, figlia di un sedicente conte della Roche-Surville, smoccolato a Parigi? -
Suora Clotilde trem: forse, le sue purssime labbra stvano per proferire la prima buga. Senonch, i nostri occhiettini avano di gi tradita Isolina. Anzi, ella si ava da lei, sorgendo. Era la grande. Oh la gentile figura! svelta, frgile come un bicchier di Murano: poi, di certe manine! mani s bianche, s trasparenti e voluttuose!
- Garnier - proruppe la suora quasi piangendo - non per piet! per giustizia. Voi non potete strapparci questa delicata fanciulla, innocentssima. Ella ci venne affidata da'sui genitori, e i sui genitori son morti. Fsser pur stati i pi malvagi del mondo, che ci pu ella mai? e la Repbblica nostra, gloriosa, come mai pu temere una ragazza, tmida, senza parenti, n amici, pvera...
- Pvera? - ghign il commissario - Con quella miseria alle dita? - e accenn a tre o quattro anelli di lei, nica fortuna sua che or le tornava in disgrazia - Intanto - ci vr gli straccioni alle terga - noi, ppolo, crepiamo di fame!... Cittadina Beaumont! guarda col tuo parlare anticvico di non obbligarmi a ritornare da te... gurdati bene! -
E l il birbone venne alla giovinetta:
- Isolina la Roche - disse - ti arresto! - e allung la mano su lei.
- Largo! tu puzzi! - disse arretrando la tosa.
- Aristocrta! - voci il canagliume.
Cos, ne fu condotta via un'amica: ed allorquando suora Clotilde, uscita dietro Isolina, rincas verso l'Ave-Maria, a noi che chiedevamo: e dunque? - venne solo risposto: pregate -
S'andava chiudendo la sera. Prima di coricarci, noi usavamo entrare in una stanza dedicata al Signore. Peraltro, non vi si veda nessunssimo segno della nostra salute. A mezzo allora di gente, la quale imponeva la libert del pensiero, tai segni, o per paura o pudore, si nascondvano. Noi li portavamo nel cuore.
E l'oratorio dava sur una viuzza perduta. Quando splendeva la luna, non vi si accendvano lumi. Quella sera splendeva la luna.
Le suore s'inginocchirono senza dire parola intorno di esse, noi; e pregammo.
Gema la calma notturna. Per chi pregavamo, tu sai.
Ma, a un tratto, suono di vetri spezzati; e, a terra, il tonfo di cosa morta. E un grido: vive la rpublique!
Balzammo in pie'sbigottite... Dio! Sul pavimento giaceva tagliata una mano, bianca, ornata ancora di anella...

- Basta! - qui esclamava Albertino, serrndosi all'ava. E rimana pensoso il resto della giornata. A notte, sognava - e mani e mani spiccate, sotto chiaro di luna, che gocciolvano sangue, fine, bianchssime, inanellate di topazi e smeraldi.



LA CASSIERINA.


Dieci anni di meno - Alberto si trovava in campagna. Era solo, su 'n terrazzino della casa paterna che soprastava al villaggio, stanco, come generalmente si  agli sgccioli di una domnica, il giorno del fare niente, e si sentiva la faccia accarezzata dalla frescura notturna. Poco innanzi, una ventina di razzi - imgine della pi desidervole vita, corta e splendente - ava, per annunciare la chiusa di una festa paesana, stracciato l'ere, e apparecchiato tabacco di naso agli uccelli. Il cielo, nero-fulgine. Tratto tratto, un lampeggio vi abbarbagliava per un batti-palpbra, facendo brillare vetri, gronde ed ardesie: poi, tutto rintenebriva; e rispiccvano le illuminate finestre. Ancor pi nero dell'ere, il villaggio pareva allora un ammasso di spenti carboni.
E dal villaggio salvano ad Alberto i suoni maleaccordati di un tamburo e una tromba. Essi di tempo in tempo, cedvano a una voce di donna, acuta... Di botto, Alberto, si parte dal terrazzino, stacca un cappello dal muro, esce di casa; e, gi per l'erta arriva al sagrato.
In cui, a mezzo di una folla di vllici e in pie'su 'na panca, illuminata da ficcole, era un toccone di carne fmina, con i capelli a cespo di maggiorana, le guancie a pane buffetto, e la pappagorgia: sua veste, una petturina di raso non bianco, e una gonnella di garzo; sotto, due colonnette da balaustrato. Il che maledettamente stonava con la vocina di lei. Ma ella ricorreva spesso al tamburo. Allora, un uomo alla destra, in maglie, con una cera da pignatta bruciata, strideva una tromba; e intanto, un pagliaccio a sinistra, abbigliato da Meneghino, gambuto di uno a ventre di contrabasso e a muso biacca-e-mattone, gestiva, e, in ruca voce, quasi annegata nell'aquavite, gridava.
E i tre saltimbanchi, rullando il tamburo, suonando la tromba, facendo un fracasso per trenta, si mttono in marcia: dietro, la beceraglia intruppata, a zufoletti ed a fischi.
I saltimbanchi vanno alla loro baracca. Ma, ivi, perch la folla si arresta?  che l tira vento di rame. Ha bel strillare il donnone: "sotto, ppolo generoso! si tratta della miseria di un dieci-centsimi..." tutti rimngono sodi. Corre quel diffidente sospetto, che  la prudenza di chi moltissimo ignora e poco ragiona.
Alberto volle rmpere il ghiaccio. Si fe'coraggio, e, camminato vr la baracca - l ove si stava a cassiere una tosuccia di circa otto anni, in bianco, con un visino stregato, gli occhi nerssimi, lcidi lcidi, forse dal lagrimare continuo, ed i braccetti nudi, che ricordvano i bastoncini del t - butt una moneta sul tondo.
Fu 'n soldo che diede un suono di argento.
- Lei... - prese a dire la bimba, tirando una falda ad Alberto. Ma non disse di pi. Il saltatore dal muso affumato, ava grugnito con ira. Ella serr le palpbre come a tuono imminente, e Alberto, che s'era volto e ava egli pure compreso, taque, e con stringicore seguit la sua via.
Noti - chi si diletta a dipngere - come pezzi di tela e pali formsser due lati della baracca; gli altri, un muro di orto. E, nell'interno, si vedvano panche, un pajo di cavalletti con padelline di grasso a fumosa fiammella agli estremi, e un organetto guardato da un cane barbone: volta, quella del cielo.
Quanto per a spettatori, all'entrare di Alberto non si toccava la mezza dozzina. Senonch, il panno tira il frustagno. "V tu... vengo ancor io" appena Alberto fu dentro, bbevi ressa alla porta; e nella baracca, folla.
E comincirono i giuochi - giuochi infami!
Imgina due piccini, di non pi di sei anni per uno, pezzati di nudo e con le animuccie l pelle pelle, ballottati senza misericordia; e imgina una tosuccia (la cassierina) incesa da bicchieretti di branda, a saltar trafelata, cerchi, corde e sedili, tossendo, e gettando a guisa di gioja i gridi che le strappava il dolore.
A un punto, sdruccioltole il piede, la cadde contro del muro; n il muro era, per pasta, di quelli di Grico.
Alberto non pot pi durarla, si alz, e dilungossi coll'nimo arrovesciato. E, quella notte, nella fantasa di lui, fu un vai-e-vieni; ora, di vispi e puliti bambini dal sentore di cipria, cui, parlando, ognuno addolciva e le parole e la voce, e i quali, se piangvano mai, era per non riuscire a spezzare tutti i loro balocchi; ora, invece, di avvizziti puttini - meglio, di pccoli vecchi - a strappi, lavati dalle loro lgrime solo, mai da nessuno baciati, mai sorrisi, qu a rosicchiare secchetti di pane dinanzi alle golose mostre di una rosticcera, l rannicchiati entro un pagliajo, bubbolando pel freddo, in compagna di qualche cane perduto o abbandonato com'essi.
Il domani, Alberto, si dest di buon'ora. Bisogno, pi che non voglia, stringvalo a ritornare sul luogo del crudele spettcolo. E, come vi fu, trov la baracca, spiantata; sen caricava un carretto. Sopra del quale, uno de'saltatori (quel dal mostaccio di spazzacamino) in maglie ma con la giacchetta a ridosso, dava di piglio ad un palo prtogli dal Meneghino. E questi era gi, la camicia slacciata (il che scopriva degli gnus) col muso ancor mezzo dipinto e mezzo verd'aglio. L accosto, i due pveri bimbi sotto di un asse, uno per capo, aspettando; in fondo, il donnone, floscio carname, in ginocchio, che legava un fardello.
E, tra i curiosi, Alberto. L'occhio di cui, pi che a tutt'altro, indugi sulla faccia di uno dei due tormentati piccini, faccia sparuta, smorta, ma intelligente che mai. Poterne cangiar l'avvenire, quale felicit! E, Dio sa che cammino di gloria gli si sarebbe dischiuso!... Una frasuccia bastava...
Ma la frasuccia non venne, ma Alberto si allontan.
Ch a lui mancava qualch'altro da rivedere, pur non sapeva dir che. Proprio, come allorquando s'ha una parola da proferire, se ne conosce il suono, se ne conosce il valore, ma non c' verso di spiccicarla; notando poi, che la cosa, cui tal parola  veste, torna, apparendo, moltssime volte inaspettata.
La quale cosa, ad Alberto (che svoltava in un vcolo) fu 'na tosetta, seduta sullo scalino di una portella, fisa a un collo di fiasco, rimstole in mano: a terra, dinanzi a lei, cocci di vetro ed una traccia di rosso.
La cassierina! Perch s assorta? Gi, era vano di attndere una di quelle fate benigne, le quali, a bei tempi andati "splif splaf" avrebbe, con un colpetto di verga, riuniti i vetruzzi, e riempiuto la boccia. Il vino continuava a colare. Ma ella non si moveva. Tanto f! le busse non le avrebbe perdute. Se lei non andava, loro sarbber bene venuti. Oh! per le busse, non la dimenticvano... mai... - E tristamente, girava il collo del fiasco.
- Tu! - disse Alberto.
La ragazzetta alz due occhioni neri e gonfi dal pianto.
- Ti batteranno, eh? - dimand egli con una voce pietosa.
Ella bass la testina, e sospir.
- Prendi - fe'Alberto, rovescindole in grembo tutto quanto ava in tasca... e soldi di rame e soldi d'argento. Poi, fugg via.
Due sguardi maravigliati e di riconoscenza lo accompagnrono. Ei non li vide; li sent.



UN ROMANZO ABORTITO.


Notte; il cortil delle poste. In mezzo, nell'ombra, una diligenza a gobba coperta di tela cerata, alla quale, degli stallieri in camiciotto azzurro, attccano tre robusti cavalli. E intanto, presso un lampione, il cocchiere aggroppa una nuova scoppiarella alla frusta.
- L'interno, completo - f un uomo a berretto listato di oro, scendendo lo smontatojo dell'mnibus.
E va a dare un'occhiata al coup. Vi  un givane intabarrato.
- Uno - egli dice, consultando un libretto; poi, volgndosi al prtico - manca un signore! il signore nmero due.
- Signore... nmero due! - ripete alla soglia della sala da pranzo una voce.
Qu il vetturino, per le maniglie, s'arrmpica vr la cassetta.
- Eccolo! - grida un ragazzo
Infatti, due donne ntrano frettolose dalla porta di strada; si frmano alla diligenza; si abbrcciano; bciansi; pnano a separarsi. Ed il commesso si mette a far note; il vetturino si calza i guanti pi adagio.
Ma concambiato  l'ltimo bacio.
- Ol! op op! - vocia il cocchiere, raccogliendo le briglie e schioccando la frusta. E la grave carrozza si muove, passa lentamente il portone, e ruota sui trottatoi di granito. Vi ha passeggieri, di quelli infelici, costretti, nell'ampiezza del mondo, a trarre la vita entro quel torno di mura di cui nquer prigioni, che l'accompgnano con un sospiro. Molti de'viaggiatori sosprano invece nel lasciare la gabbia.
Nel coup, Alberto, il quale sembra dormire, guarda la sua vicina, sott'occhio. Egli, nel nmero due, non aspettvasi certo una donna, e, quel ch' pi, una donna givane e bella come gli avan tradito i fanali. Troppo desiderava e temeva ci. Ora, il cuore gli langue in una commozione dolcssima. La sua compagna st avvolta in un waterproof, il velo del cappellino gi. Tra essi, posa una sacchetta di cuojo, poca barriera, ma che val, per l'onore, quanto una catena di monti.
E chi pota mai ssere la solitaria viaggiatrice? Alberto vdela trarre un fazzoletto di tasca, e prselo agli occhi; dunque, una istoria di pianto! Tosto, il cervello di lui si die'a fabricare romanzesche avventure, tuttava e's'annaspava vieppi; tuttavia e'sentiva quello smarrimento di s, quell'abbandono, che precdono il sonno. N c'era di mezzo se non il rumor del selciato; s, che allorquando si cominci a crrer soave sur il battuto, Alberto non finse pi di dormire.
Come destossi, la luna splendeva diritto nei vetri innanzi al coup, illuminando, al di l, i dorsi e le teste dei tre cavalli; di qu, egli e la vicina di lui, sopita. Il velo del cappellino era su. L'ovale sua faccia, da cui le lgrime avano cancellato e il colore e il sorriso, pareva al melancnico chiaro uno schizzo a carbone su 'n bianco muro. Dio sa quali occhi sotto quelle palpbre a lunghe ciglia di seta!
E il guardo del nostro amico, vinto da incandescenza cotanta, dovette abbassarsi. Dal waterproof di lei, sopra un ginocchio, usciva una mano guantata, stringente una lttera.
Un'ora pass. Svegliossi anche la bella, s'addiede di ci che ava tra mani, e, volto alla sfuggita un'occhiata ad Alberto, l'apr.
Quella lttera avea forte-impresse le pieghe, ed era sciupata. L'incognita stette un istante indecisa, poi la stracci, e tornolla a stracciare; sogguard un'altra volta ad Alberto, si alz, e, sceso un cristallo (senti che brezza!) sparpagli fuori i pezzetti. Quanto al suo cuore, era di gi lacerato!
Impallidisce la luna; la punta del freddo si agozza. Con il disslversi di una spolverina di nebbia, si disgnano e stccano su 'n fondo celeste a pennellate rosee, violette ed arancie, le creste delle montagne, e de'villaggi i contorni. Il gallo, canta.
E, come la machinosa carrozza, in discesa con uno stridore di scarpa, tocca un acciottolato, la sconosciuta si tira in grembo la sua sacchetta di cuojo.
Ecco! la diligenza si arresta. Generale risveglio nell'mnibus; vi si scuton le membra intorpidite da uno scmodo sonno; si danno i diti negli occhi; si ritrvan le gambe; qualcuno, il torcicollo; altri, il naso intasato. E un uomo, di barba nera, smorto e accigliato, apparso, di l dei vetri innanzi al coup, illuminando, al di l, i parole, che Alberto non riesce a far sue, alla givane. La quale smonta...
Lontan lontano, in una selva di quercie, tetti acuti e torri...
- Ol! op op! - f il vetturino di nuovo, riprovando la voce inumidita ad un fiasco. E il carrozzone ripiglia la pesante sua corsa, mentre l'amico nostro mira con amarezza l'abbandonato canto. Ella, per lui, non  pi. Quale sorte attendvala?
Ma a terra  un brano di lttera che gli potrebbe rispndere.
Alberto il raccoglie, e... Scusa, lettore! lo straccia a minutissimi pezzi.



ADELINA.


E un'altra volta, a una fossa novellamente scavata io m'incontri in un convoglio funbre. La pretendeva il convoglio alla seconda di classe, ma fuor mostrava i gmiti della terza. Oh meglio! i preti non avano troppo seccato il pvero morto in chiesa.
Quanto allo strato, bianco. Di bella prima pensi ad uno di que'Regi Impiegati, clibi, egoisti fin alla sttima pelle, i quali, messa la pezza della giubilazione, trano l, in barba al governo, oltre il nmero sommo del lotto; poi, a qualcuna di quelle vecchie prudenti, morte zitelle, perch vissute a saggiuoli; e feci per slontanarmi.
Ma in quella... soffio imponente di naso. Non gli  il baleno a un discorso? Infatti, come mi volgo, vedo un bottacciuto pretone in nicchio e calzetta, porsi sul monticino che costeggia la buca. Dentro di cui  scesa la scricchiolante cassa, e resta con un sordo lamento. E allora, i pochssimi astanti, tutte quasi ragazze, le quali senza risparmio lascivano lagrimare i loro belli occhi e le lor smilze candele, si fanno in un gruppo. Io pure.
E il sacerdote si passa e ripassa la mano sulle palpbre; tgliesi il nicchio, aggistasi il cupolino, e comincia:
- "Adelina nostra  beata.
"Adelina Gentili, fin dai pi tneri anni, trov il sentiero del Cielo. Non si lasciando adulare o da specchio o da labbro, aliena da ogni esterna pompa di abbigliamento, aliena del pari dalle conversazioni e dalle comparse, a disfogare la piena soave de'sui affetti, mai si trattenne se non nei colloqui col suo Ges. Solo di lui gustava le si parlasse; il suo voto, anzi il sospiro, era di sserne sposa, e se l'Eterno, prvvido sempre, non le ne avesse accorciata la via chiamndola a s, ella avrebbe di certo aggiunto un nuovo splendore all'rdine delle Cappuccine.
"Oh voi aveste veduto, mie figlie, con qual religiosa paura ella correva a narrarmi le sue apparenze di colpa, se pur di colpa si pssono dire, e con quanto fervore si avvicinava alla mensa degli ngioli, desiderosa, pregante - ricevendo Ges - di volrsene a lui!
"E Dio l'esaud.
"In sul mattino di lei e di un purssimo giorno, Adelina partiva. Sfinita di forze, pi non riuscendo n a mormorare preghiere n a strngere al seno la crocettina amica, con la soavit del sorriso, col vlger dolce del guardo, mostrava come a delizia le fosse il nome, il pensiero del suo Ges.
"Placidamente mor, come un colombo. E a m, che al fianco di lei, in sui ginocchi, oravo... parve un istante sentire ed uno sbttere di ali ed un odore d'incenso ed un riflesso di aerei rgani...
"Or perch dunque piangete? Egli  per lei o per voi?...
"Per lei, il De-profndis va detto con un Te-Dem - "
Ma, ben incontrario, raddppiano i singolti. E nella buca si gttano fiori e vi si getta la prima palata di terra. Io mi senti la voglia di cacciarvi anche il prete.
E mi rivolsi turbato, e vidi? Vidi una delicata fanciulla, stretta, sotto le volte maestose di un Duomo, e tra gl'incensi, le melode, le faci, da sacro orrore; la mente affollata dalle pene infernali e dalle gioje del Paradiso; cercando con ansia nelle vite dei Santi i modelli; in brama di una celletta, senza conscere ancora con che cosa si muta.
Senonch, l'istinto, sveglindosele a un tratto, gliel dice.
Che ? Sarbbero forse le tentazioni di Stana? sarbbero queste le prove di cui tanto lesse e ud? Ma ud e lesse ben anche, che, per toccare la palma, bisognava combttere, ed aspramente combttere! Ed ecco iniziarsi una di quelle sequele di notti dal continuo accndere e spgnere il lume, notti di sbigottimento "paffate senza dormire & n pure giacendo," in vita o rivolgndosi tra le lenzuola, "fcaldata tanto nell'amore di Dio, che non nello fprito folo, ma ancor nella carne infiammava & le pareua le ufciffe foffio di fuoco."
E allora Adelina, cui il terror del peccato acuiva lo sbttito, strappvasi dalle coltri, si rannicchiava sul tappetino; e, le mani alla faccia, reclinata la testa contro del letto, piangendo, supplicava Dio, la Madonna, i Santi, tutti i Beati, a salvarla, e lor giurava i voti i pi temerari.
Ma "l'ngiol nero non rimetteua di btterla." Dibolus in lmbis est! notti di ambascia si succedvano a notti; la vrgine si struggeva... un cerchio morello agli occhi, i rossetti alle guance... e, spaventati i parenti, mandvano per il mdico vecchio.
Poi, un giorno, Adelina spinse lo sguardo sur un vaghssimo viso di giovanetto, e un altro scontr, lungo e appassionato sguardo. Voi dite, amanti, qual rivoltura, qual bollimento di sangue ella dovette sentire! Ebbene! ci che per tutte sarebbe stato il lietssimo fiore del giardino pi lieto, per lei fu erba di cimitero.
Sgomentata del suo sgomento, senza un'amica alla quale narrar tutto il suo cuore, ella ricorse al confessionale; e ne torn, riandando che gli occhi rano la prima porta al peccato, che con la chiave di quella, oh se ne aprvan ben altre! che l'Avversario tendeva infiniti calappi, e che, ad ogni costo, non avasi a cdere. Imaginate! si os consigliarle perfino, digiuno e sinistre pozioni.
Cos, la fanciulla, sensibilssima fin dalla cuna e or doppiamente al progredire di una di quelle infermit di languore, sottili, lente, instancbili, i germi di cui sarbbersi in pace dimenticati di aprirsi, e sottosopra fra scrpoli tormentosi e una passione devastatrice; in mezzo a vampe di fuoco e a zaffate di gelo, sfiniva, diventava un filo di refe, traspariva come ambra.
E giunse alfine quel d, in cui non pot pi levarsi. O voi, lasciate di attnderla, gentili vestine pendenti in un canto della cameretta di lei, e tu pel primo, scialletto rosso, uso a seguire s amorosamente le sue virginee forme. Pvero canarino, chi ti offrir mai il pignlo? Vasetti di fiori, v'inaffier chi? le lgrime di una madre, forse? Due giorni ancora, e la vostra graziosa padrona si torcer in delirio sul suo lettuccio, un crepito di fiamma dannata all'orecchio, serrando convulsamente nelle mani aggrinzite una croce e nella mente esaltata un amante; ancora una notte! e voi la vedrete supina, immota, pllida e fredda come l'alba nascente.
O giovinette, peccate!



MEZZANOTTE


Mezzanotte!
Lettori mii, niente paura! non vi allargate dal muro. Oggid, questa non  pi l'ora dei ladri; oggi, si ruba in pieno meriggio.
 l'ora, invece, in cui il mercato di Priapo affolla.
Gi il bujo pesa su quelli intavolati, pi che campi dell'arte, ruffiani dei vizi; e le torme di lupe dalla voce ruca, che il dopopranzo battrono i marciapiedi infranciosando i cervelli mezzo intontiti dal cibo, son covigliate e tripdiano; gi quasi tutti serrati son que'caff, ove dei csi, torti di gambe come di nimo, sprsero effigi di pezzi di carne con l'indirizzo dietro; e la timidetta fanciulla, che poco innanzi valzava sotto gli occhi di mamma con qualche bel cavaliere, dorme, imaginando di lui, ignara di che gli serv. Or la citt va prendendo una sospettosa aria; quella di una ragazza, che, con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi.
Ve', un barbigino di quindici anni, il cappello negli occhi, che rade il muro di un vcolo. Egli pot fuggire da casa, e, mentre il vecchio suo padre lo sogna in preghiere, egli... V o viene?  troppo allegro; v... E quel bambino, tristo, stracciato, su'na scala, che aspetta? Pare venda fiammiferi... Fiammferi solo?
Intanto, dei broughams dalle tendine calate fanno a precipizio, ch il Diavol li porta, la strada.
E intanto una carrozza si arresta in una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo sportello si apre; ed ecco un alto signore, il quale offre la mano a una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. T! quel signore non riscemi nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni... E la bella sua moglie gli passa dinanzi. Egli le f un ampio inchino, e, come la vede sparire in una piccola porta - porta alle grandi fortune - tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col r, rimonta nella carrozza.
Un'ora!
Umini inferajolati, a viso da campana e martello, ne pednano ancora, tossendo; o ne vngono incontro soffindosi il naso. Aumntano dalle finestre i pst pst; alcune vie, da cima a fondo, pispigliano. Nabucco imbestia; la citt  in frgola.



LE CARAMELLE.


- Mons, doi soldi d'caramel - disse un fanciullo, entrando frettolosamente con due bambine che gli trottvan di pari. E, tutti e tre, postronsi al banco.
Il caffettiere, lasciato il giornale, si alz.
Io adocchii i piccini. L'omo, era in blusa celeste e in berrettino da soldatello. A parte quel po'di aria baciocca che i maschi hanno in sugli otto, trapelava nel musino di lui, la coscienza della sua doppia importante funzione di compratore, custode di una rispettbile somma. La quale somma egli chiudeva in un pugno. E tenvala stretta, ve'!
Ma e la bimba alla sinistra di lui? Qual fino e sentimentale visuccio!... visuccio promettente di quelle smortone impastate di chiaro di luna, che dove lscian lo sguardo, gui!
La puttina invece alla dritta, era un brioso raggio di sole. Non toccava i cinque anni. Tomboletta, latte-e-vino, con una vestuccia corta inamidata, reggvasi in su la punta delle scarpette; attaccando le palme all'orlo del banco, poggiava tramezzo a quelle, il mento.
E i sei occhietti - due neri, due grigi, e due castagnini - si attrupprono intorno alla mano del caffettiere. Questa, mise un pccolo peso su'n guscio della bilancia; gli occhietti ve la accompagnrono: la si diresse a dipalcare un barttolo; gli occhietti le tnnero dietro: tach tach... il caffettiere lasci cadere sul piatto le caramelle... tre, quattro, cinque... ad ogni tach, i fanciulli si sogguardvano e sorridvano.
Ma, per due soldi, i sorrisi non potano ssere molti.
Mi venne un'ida.
Avvertito con una tossetta il mons e mssomi a traverso la bocca l'ndice, mi diedi, dietro dei bimbi, a far segni; cio, ad accennare il barttolo, indi, a rovesciare la mano verso la coppa della bilancia.
Bah! Il caffettiere era proprio grosso di scorza. Salvo il cenno del zitto, non mi comprese per niente. Anzi: egli ebbe il coraggio - sottolineo coraggio - di ripigliarsi una caramella avvantaggina e riporla. Tre guardi mortificati la seguitrono e tre sospiri.
Cos, fu il cartoccino aggruppato, e consegnato all'ometto.
Questi moll allora il due-soldi. Stttero tutti e tre, un momento, a vederlo sparire nel fesso del banco; poi, con un balzo di gioja, scapprono via.

. . .

- Chiel, che voleva? - mi domand il caffettiere.
- Volevo, che loro vuotaste il barttolo - risposi istizzito - Pagavo io -
Ei si rimase un po'grullo.
- Contagg! - disse - bisognava parlare -
Foss'egli stato una donna!


TESORETTA


Chi pi giojello da scatolino? chi pi inviziata di Tesoretta?
Era venuta al mondo, proprio in una veglia, sopra un vassojo di chicche. Allorch il musino di lei, vero sorbetto di frgole e crema, apparve, ognuno sorrise, ognuno si offerse a dondolarle la culla.
E sua mammina - che gioja! Tuttoci che un amore, con zeppo di ventilire il turcasso, pu comperare, fu. Tesoretta ebbe camcie della pi fina battista, ebbe scialli di trine, calzettuccie di seta, e come Tesoretta, al dire del mdico, era un arboscello da serra, la s'invilupp in tanto armellino, in tanta mrtora, da farle rndere aria di un nettapenne.
Poi - oh aveste veduto il suo nido! - Prepuntato di stoffa, con un tappeto che acconsentiva come la polpa di una gamboccia, con un odore di muschio da disgradarne la carta da lttere di una elegante damina, esso inscatolava e una pccola nanna di raso celeste e oro, imbottita con piume di cigno, e sedie che si ribaltvan soffiando, e poltrone che avrbber potuto requiare lo stesso mio cugino Guidella; di pi, sugli stipi, sulle cantoniere, una folla di nnnoli, curiosi, gentili - grottesche figurine di avorio, organetti che gariglionvano, noci con entro mille ferruzzi per le pipite, e tiri a quattro d'argento e bastimentucci di filigrana e galantumini giapponesi dalla testa pelata - che salutvano continuamente.
E in mezzo a tutti questi balocchi, il graziosssimo di Tesoretta. Che vita lieta, la sua! Aperti i nerssimi occhioni nell'ora in cui i martirelli dell'abic cvano dai loro panieri e mela appiola e panetto, essa in bianco accappatojo a nodi azzurri, seda alla pettiniera. E l, mamma ravvivale i ricci, un giorno con un'acconciatura a ciuffi da sctole di canditi, un altro con una di flibus; dopo di che, spazzata una colazioncina di dolci, dei quali la si sceglieva i meglio incartati, usciva a spasso in un carrozzino di vmini, foderato di rancio amoerre, guidando con rdini di seta rossa un candidssimo agnello. Allorch poi il povero Mons Travet si toglie con un sospiro di soddisfacimento le manichette di tela, il portinajo le rischiudeva il cancello e sberettvasi; infine, attraversato gloriosa e trionfante un pranzo, una conversazione, e qualche volta un ballo, essa si rifaceva la nicchia nel suo caldo lettino.
Venuta-su dunque cos inaffiata di quintessenza di viola e fra tanta bambagia,  chiaro che la nostra piccina riuscisse delicata come un clichet fotogrfico. Sua mamma, anche oggi, se d nel frontispizio della Crnaca Grigia, briscia, risovvenndole quel calabrone che un d, con grande spavento di tutti, punga un labbruzzo alla sua mrbida bimba, ed io, quand'ora stringo la grossa mano dell'alto baffuto Leopoldo, cugino di Tesoretta, rammento con pena quel biondo petulantello Poldino, che entrato di furia, dov'ella si stava con altri bottoni di rosa... ahi! le scocc un buffetto sul naso.
Questo, del rimanente, fu il solo torto che le toccasse mai da bestiucce in calzoncini o gonnella: e pongo la distinzione, ch da quelli invece che non fanno uso di tali attributi, cos necessari a'd nostri per conscere il sesso, ella ne sofferse parecchi - principalmente da uno.
Chi? -
Den.
Den apparteneva alla mamma di Tesoretta; un levrierino grigio, svelto, dal lungo muso; di quelli che bbbolano anche di mezza state e smbrano avere indosso una perpetua pulce. Den, co'sui improvvisi abbajamenti a degl'invisbili mici, con le sue corse a fiaccacollo per poi subitamente restare, in sospetto, le orecchie tese, uno zampino levato, divertiva a crepar dalle risa il pacfico e vecchio Tell - un bracco.
Bene, Den covava ruggine per Tesoretta. Quando, la prima volta, un rottame di zcchero pass dalle dita della sua padrona nelle tascucce della puttina, maravigliato, offeso, adocchi: alla seconda, alla terza, gua sordamente. Privarlo dello zcchero suo! Dio-cane! Che altro, fuorch'esso, gli rimaneva, ora, che un ukase municipalesco, appiccndogli una musoliera, una cinghia alla strozza, e per giunta, una corda, toglivagli di fiutare... le belle? Den fece un groppo al codino - quindi d'allora in poi si trovrono per la casa gheroni strappati dalle sottane di Tesoretta, si raccolse un cappellino di lei nel mondezzajo, si scopr, rifacendo la nanna della bambina un... Scusa! non ti vedevo, Bigia.
E l, quale tirata di orecchi! Den fu rinchiuso nello stanzino cui egli avrebbe dovuto prima ricrrere, e il guttero passndovi presso due ore dopo con una gazzetta in mano, stette in forse - atterrito da un rabbioso lamento - di aprirlo.
Intanto, nella sala a terreno della sua mamma, si rannicchiava sul fondo di un poltronone la bimba. Le manine di lei stvano appiattate in un manicotto di topo-bianco; sul manicotto posava un libro. Pur non guardava. L'nima sua parpaglionava lontan lontano, forse intorno a un cartoccio di chicche, forse ai mille barttoli e alle boccette di una bacheca di profumiere.
Ma, in quella - un gratto alla porta. E la porta si schiude. Guzzane, impetuoso, Den.
Egli si arresta, le narici soffianti, la guardatura bieca. Fisa Tesoretta e gujola.
Bah! ella non si move neppure. La fantasa di lei o vola entro una mostra di cappellini, vera gabbiata di papagalli, o salterella dentro e fuor per le chicchere di un servizio lilliputiano da t.
E ci fa montare la snapa al naso di Den. Ei balza sopra una sedia facca a faccia con Tesoretta; sciupa l'imbottito coll'unghie, dirggina i denti.
Invano! la mimma non impallidisce neppure: ben in contrario, sorride; sorride con quella stessa grazia, con quella stessa tranquillit, con cui riceve le amiche.
Ma, cielo! gli occhi del levrierino stralnano insanguinati. Egli soffia, egli ringhia. Di colpo si slancia su Tesoretta... Ahi! le morde la gota. E Tesoretta cade dal seggiolone gi.
E Den si getta nella finestra; precpita, con un fracasso di vetri, in giardino.
- All'arrabbiato! all'arrabbiato! - grida una villanella fuggendo.
Buum - una schioppettata.
O poveretto Den! Ingelosir di una bmbola!? -



DE CONSOLATIONE PHILOSOPHIAE.


- Dio solo il potrebbe - rispose solennemente il dottore.
Il volto di Arrigo assunse la pallidezza del volto della sua givine sposa, che - gravato il ciglio dalla mano di morte - giacvagli innanzi in quel letto, di tanta gioja ricordo e di tanta vita. Arrigo stette per dare in un urlo; si fren a stento, e non potendo altrimenti, corse a celare l'ambascia nella stanza vicina. E l cadde in una poltrona, le palme alla faccia.
Pvera Lisa! pvera Lisa! Non un anno, da che ragli apparsa nella solitaria e brulla sua via, qual rugiada, qual fiore - e vedvasela ancora, petulante di giovent e freschezza, entrargli nell'ammuffto studio, a mttergli in fuga i topi e le tarme, ad aprirgli le imposte al sole che crea, all'innamorata natura. Oh i libri si vendicvano ben crudelmente della loro rivale!
E Arrigo singhiozz disperato.
Ma e non un conforto a tanta e s orrenda e improvvisa jattura? dovr mai l'uomo esser lasciato solo, senza difesa, alle belve affamate de'propri dolori? Che gli giovava di avere, anni e anni, impallidito sui libri, mietendo altri esperienza, quand'ora, in bisogno, non se ne sapeva comporre un panetto? A che studii se non apprendi a vver da amico colla sventura, tua obbligatoria compagna? a che pensi?
O vieni, filosofa! tu che guardando le cose e gli avvenimenti fuori di noi, li vedi nella loro essenza e non nella loro relativit - tu che trovi a tutto una scusa e nulla ti f stupore: filosofa, che hai fatto ricca la povert di Epicuro e felice la ricchezza di Sneca; che hai in una dsputa con sperimento cangiato l'agona di Scrate e in una tranquilla accademia l'impero di Marco - o tu che non abbandoni chi ti ama; nico patrimonio salvo dai colpi della fortuna.
Vieni e confrtami. Dalle tue eccelse regioni, imperturbabilmente serene, ben sai il mondo cos' - : un punto, un quasi impercettbile punto. Che  dunque colle sue piccine passioni la umanit? anzi - "fra il lampo di vita ed il tuono di morte" ov' l'uomo?
Filosofa, dammi, se non il sorriso, l'indifferenza almeno del saggio. Menti, ma conslami.
Non c' male, m'hai detto, donde bene non sorga. Natura  perpetuamente, incorreggibilmente buona. Al disopra di quelle nerssime nubi, splende immacolato l'azzurro: si scioglieranno le nubi, l'azzurro mai. Se ti par dunque la vita un doloroso sospiro, non  forse la morte la cessazione di quello? e se la morte  di un dolore la fine, perch la invidi, la imprechi, la vui furare a chi ami?
Ami! - s  vero - ma avresti amato poi sempre? - Lisa era bella... la vecchiaja avrbbela resa brutta: Lisa era buona... la bruttezza l'avrebbe fatta sembrare cattiva. Ma, or morendo immatura, essa ti lascia il ricordo di lei intatto. Ti sar sempre e givane e bella e soave e... tua. Di desiderio pi che di soddisfazione cibasi Amore. Eternamente si mano gli ideali perch non raggingonsi mai. Cosa invece che cominci,  destinata a cessare. Or non  meglio che cessi innanzi la saziet?
Eppi tu se'nato agli studii. Vgliono pace gli studii... Dove trovare mai pace fuorch in solitdine? Distratto dalle quotidiane meschinissime cure della famiglia, con un occhio alla pntola aspettata dai tui figliuoletti e l'altro alla tua letteraria coscienza, avresti tutta la vita, per dir cos, loscheggiato, di te insoddisfattissimo. Chi non procede per una sol via, di nessuna va a capo: chi l'arco non tende del proprio intelletto ad un nico scopo, nulla colpisce. Ringrazia dunque la provvidenza, che per l'utile prova del duolo ti riconduce alla felicit. I tui libri ti han perdonato e ti attndono, pronti a riaprirti i loro tesori, a lasciarsi ancor lggere, fra linea e linea e nei mrgini, i riposti veri. Quali ore, quali giorni di volutt con qui tui vecchi compagni! Eccoti allo scrittojo, fatto un sol corpo con esso, immmore delle immondissime carni, palla galeotta dell'nima, immmore di quel bagno penale che chimasi il mondo - ccoti, nell'abbraccio fecondo con un altro cervello, generando ide da ide, conquistando terreno sull'avvenire - aggiungendo nuovi piuoli alla infinita scala vr Dio...
E gi il singulto di Arrigo taceva e trionfvagli la pupilla. Filosofia tanto invocata gli stava seduta sulle ginocchia e reclinava la testa contro la spalla di lui.
Quand'ecco, il dottore. La sua faccia da lunga rasi fatta tonda.
Stupirono l'uno dell'altro.
- Salva! - esclam con voce commossa il dottore.
- Davvero? - fe'Arrigo.
La voce d'Arrigo scrocchi.
Era gioia? Qu coi vostri lambicchi, chimici dei sentimenti.



INSODDISFAZIONE.


Era, nella citt, l'ora, in cui i ciccajoli allmano i lor lampioncini, e i mangia-malta appstano i gatti, e i pveri vergognosi di nani, dagli ampi mantelli, fanno la traversata dalla bottega alla casa. Gli ltimi raggi di sole avano arroventato una rastrelliera di casserole di rame, e si ran rinfranti in una di majliche e vetri, e fatto brillare una fila di guantiere e cucchii di ottone; dunque,  una cucina la scena; ed io aggiungo, cucina di un'osteria mezzo perduta tra i monti.
Nella quale, ora, l'ombra ha inghiottito un givane di sdici anni, seduto in un canto. Chi, verso le sei, la chiacchierava alla porta, avalo visto a venire e ad entrare, lo schioppo a tracolla, un cane ai tacchi. Era, la giubba sua, frustagno, ma la fdera, seta. E il giovanetto, di dove ava pranzato non si era pi mosso; insieme alle frutta, sopragiungvan le tnebre.
Siano le benvenute! Sentvasi stanco, forse. Scarpe di montanaro, nelle montagne, non bstano. Allora, la ostina ava deposte, inaccese, due stoppiniere dal piattel verde di latta sopra la tvola, e, mentr'ei si stendeva, chiudendo gli occhi, su 'na panchetta di legno, zitta, era andata a sedere sulla predella del vasto camino e si appoggiava, come a dormire, contra uno stipite. Il bracco poi, lappata la sua scodella di pappa, e lecctosi i baff, gi stvasi accovacciato a pie'del padrone, i nottolini gi - di tutti e tre il solo che non facesse per finta.
Infatti, sotto palpbra, il givane teneva lo sguardo fiso nella fanciulla. In confidenza, essa l'ava turbato fin da principio, quando, con una di quelle voci soavi, di argento, che ricrcan le vene, avagli detto "buon d", mentre, intorno alla voce, appariva il pi bel grppolo di giovinetta che mai. E, com'egli ava voluto, per dare passata alla emozione che gl'imbragiava la gota, arrischiarsi a delle disinvolture, ajutando, ad esempio, l'ostina a dispiegar la tovaglia, a porre gi i tondi e i bicchieri, a cavar l'aqua dal pozzo, questa emozione era invece aumentata; cos, egli ava scelto un cibo per l'altro, bevuto aqua per vino... poi, si scottava, tagliava... Tnebre, oh benedette!
Ch, protetto da esse, Guido ora pasceva la vista nella fanciulla, aggruppata al camino, e illuminata, a tratti, dal chiaror di uno stizzo. Con gli occhi, il giovanetto accarezzava, ricarezzava il viso di lei malinconicamente inclinato, dai colori contadineschi ma dal profilo di dama, e la sua bocca da baci, e il mento dal "sigillo di Amore"; poi, si godeva a smarrire nei folti e castagnini capelli; poi, sostato all'orecchio sur il grassello incorallato, veniva gi gi con le volte pi tonde per un vrgine corpo, sciutto, sveltssimo. E ritornava ai capelli, e vi scopriva un bottone di rosa. Oh felici le mani che ve l'avano messo! Pur non ran le sue! e, sospirando, invidiava coli del quale la giovinetta sognava.
Or, chi era coli? Pi di una volta, ella ava arrossito, e non di certo pel calor della fiamma. La giovinetta sentiva la presenza di Guido; stava, diri, in una attesa vaga, che la mano di lui le frisasse la spalla; e desiosa e temente. Oh! com'egli era gentile! La ostina non poteva fuggire di confrontarlo con que'sui rozzi paesani, che non venvan da lei se non per pigliare la sbornia e attaccar delle liti, e le dicvano brutte e villane parole, e le buffvano in faccia il lor ributtante tabacco. Poi, quanto bello! (qu la ostina aggricchiava). Essa ancor lo vedeva con quel suo viso aperto, dal velluto di pesca, il sorriso che rischiarava, la pupilla azzurrina, buona come la stessa bont. Ma lui era ricco, lui! essa lavava i piatti!
E l, gonfi gli occhi, affisvasi gi.
Momenti, per tutti e due, di un acuto languore; momenti fuor dagli spazi e dai tempi, in cui scorgano, in una, migliaja di cose e di affetti a indefiniti contorni; momenti, che la msica solo - universal lingua - saprebbe narrare.
Il silenzio, profondo; il cielo, stellato.
E cos stttero... Quanto?... Non guardi l'orologio. So tuttava che sarbberci stati molto e molto di pi, se dalla chiesa vicina non fsser piovuti sulla osteria, gravi, severi, lenti, ndici tocchi.
Quella, era una voce che rassegnata diceva "il tempo passa". E taque.
Ma, quasi contemporaneamente, udissi un trach nella stanza. Tosto, il grido aspro del cculo ripet l'ora.
E questo, un corollario maligno alla sentenza del cainpanile. Para dicesse "dunque, svelti!". E, trach, l'usciolo si chiuse.
La giovinetta si alz con premura. Venne alla tvola, tlsene una stoppiniera, e, tornata al camino, chinossi e l'accese.
Guido lev pure su. Prese la seconda buga, e, fttosi presso alla bella, le dimand con la voce l l per tremare "una cmera".
- Venga - disse in mezzo tono coli; e precede'Guido. E, uno dietro dell'altro, salrono una scaluccia, stretta; salrono lentamente, come se in cima li attendesse la scure.
Senonch, ecco il primo ripiano.
E si frmano l. Guido china la candela di lui, intatta, verso l'accesa di lei; quanto agli sguardi, sono bassi di gi, ch ciascuno si crede sotto quelli dell'altro.
Divolo di uno stoppino! non vui pigliare, eh?  Amore che ti fil? ti par di troppo anche una? Cert', che, adesso, i polsi dei due be'giovanetti non sono i propri per accndere lumi.
Ma, infine, aah! ci riscono. Le due fiammelle stanno un istante confuse, poi si distccano. E anch'essi. Auguransi la buona notte (intantoch se la danno cattiva); lui, apre un uscio e scompare; lei ridiscende la scala.
E il bracco? Il bracco, navigato vecchione, che ride forse tra i denti, si allunga alla porta del suo arancino signore.
Pare, dei tre, l'nico soddisfatto.



ELVIRA.


Il giorno fndesi nella notte.  la pi stanca ora per tutti e la pi insidiosa per quelli, in cui i nervi tirannggiano i mscoli. Gi l'uomo cede alla donna, la riflessione alla spontaneit. Tutti que'sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un tenore di vita odiato e nel sospettoso contatto coi nostri cos-detti fratelli, risrgono, ci che vi ha in noi di gentile, parla. N le carezze di questa ora tristssima son sconosciute ad alcuno, perch tutti hanno in s qualchecosa di buono, e ne hanno, perch a nessuno  negato di amare.
Il commerciante conta infine un minuto di felice oblo della sua doppia partita: il filsofo ridiventa uomo; alza gli occhi dai libri, vlgeli al cielo. Ed ecco l'ombra si stende in quella parte che gli sembrava chiarssima, dimossa da dove nulla vedeva. Ttubano i sui sistemi, sistemi dalla luciferesca pretesa di discoprire la chiave universale, s laboriosamente cercati, presuntuosamente espressi, molestamente scritti, di una dottrina, pura difficolt, di una difficolt pura ostentazione, pasto futuro alle taciturne tignuole, e sente che un nonsoch scamper sempre e poi sempre alla sua penna d'oca, che il multiforme imprevedibile caso regge la vita, non la sapienza, e capisce di nulla capire, o tanto, insomma, come il primo che passa. Difatti, non si s bene che quello che s'indovina.
Ed io, fuggendo la sala, dove una mesta armonia confedertasi all'ora, mi strazia di volutt, riparo nella mia cmera. Ho bisogno di pingere e le lgrime mano la solitdine. Ma no, non sono le annime desolazioni di un tempo, tempo beato nel quale spremevo il pianto da occhi che non ne volvan sapere. Quelle pene, a paragone di queste, rano piume di cigno e foglie di rosa; era il deso di un ideale, ne  adesso il rammrico.
Zitto! Malinconia, dal tcito piede, viene. Mi appoggio allo stpite del caminetto in cui il fuoco sonnecchia e nella cui cappa pivono gravemente gli echi di una squilla lontana "che pare il giorno pinger che si more" e...

. . .

Elvira era bella, e, quantunque bella, d'ingegno, e quantunque d'ingegno, buona. Di pi, pvera. O povert benedetta! ch in te, o fastidiosa abbondanza, Amore sovente cade di sbadiglio e d'inedia. Dove la soddisfazione precede la voglia, la nausea la fame, oh di quanti alleati manca un affetto!
Elvira era bella, ripeto; non mi state a citare le vostre bellezze Greche o Romane, tutte le stesse. Ella era diversa delle altre; non sofferiva, s'intende, un di que'corpi, che si dcono erici, olmpici, da abbracciarsi a riprese e ansando, roba forse per i templi e gli incensi, non per le case ed i baci; bens di quelli, lievissimi, che si ponno raccorre in un mezzo abbraccio, senza doverli, per sentire qualcosa, oltraggiare. Guardando il suo frgile viso, in cui la forma perdvasi nell'espressione, non si poteva certo pensare che l'nima le dormisse, e, incontrando gli occhioni di lei, cilestrini, eruditi, lietssimi d'ombra, si comprendeva perch mai i poeti, a volte, li hanno uditi parlare. Le sue narici, un poco all'ins, un po'espanse, sagaci. La castagnina capigliatura, sciolta, l'avrebbe tutta coperta. Le manine poi di una trasparenza di perla, azzurrate di vene... Chi le baciava, beato!
Ed ella era d'ingegno. Per leggermente che voi con la mano le aveste sorraso il fil delle reni, ella ne sobbalzava e raddoppiava il sobbalzo. La fiamma vitale, lambente la volta del cranio, alimentvasi in lei nell'implacbile siero, genioso. Non leggeva ella i libri ma i loro autori, non gli strumenti sonava ma le armone, amava, non faceva all'amore. Presente lei, oh quanto gusto s'ava a dir belle cose! Senonch, per questo medsimo troppo, il suo ingegno non poteva non ssere improduttivo, non consumarsi tutto in s stesso, com' di quelle mostruose bellezze sforzate dai giardinieri. Poich mancvale affatto quel tanto di non-ingegno che si traduce in isgobbo, divulgatore degli umini grandi, e che guid tale, s confondendo l'esplicazione con l'essenza del genio, a definir questo "pazienza". Ma, quel ch' pi, l'ingegno di lei era simpaticissimo, non di quelli, cio, consci, orgogliosi, i quali ci tngono, per cos dire, tre passi indietro col cappello fra mani, ma uno invece modestamente baldo, inconsapvole, piano, come la Verit prima della invenzione degli biti; ingegno, che tanto non camminava per il diffcile, quanto pel fcile, che guadagnava, non s'imponeva, che non cercava mai e sempre trovava.
Insomma, un ingegno che conducvala al buono. La penna di lei avrebbe potuto lasciarci il mite idillio, non l'aspra stira dal male di fgato. Alla luce serena degli occhi sui, al suo sorriso soavssimo disapprendvasi il male e pullulvaci in cuore ogni dimntico bene; ci stupivamo, anzi, del come, vivendo Elvira, potssero prosperare i malvagi. Para di udire Bellini. Ma, ve'! intendimoci, non si trattava di quella bont dozzinale, imparata a memoria e mantenuta o per coazione od inerzia. Tutto in Elvira era ingenuo, tutto sincero, n l'arte qu simulava il caso. Non dico con questo, che, ad educarle il delicato sentire, non fosse pure concorso la meldica onda, che, nata appena, la accolse, e sempre la circond. O msica, celeste dono!... tu, voce della carit; tu, volutt non corruttrice dell'nimo; tu placatrice, consolatrice, che vai dove la parola s'arresta; tu lingua universale fra le gentili alme, come, fra le villane, l'oro!
Ma l'acutssimo ingegno di Elvira e la bont senza fine, non rano certo i ripari migliori ai trabocchi della malincona, dolcezza amara dalle inesplorate profondit... Non ch'Elvira facesse del convenzionale romanticismo; per carit! no. Ella passava, senza scomporsi, dal clavicordio ai fornelli per ajutar la mammina, ma a volte, indugiata a mirare l'agona del fuoco o le imaginose nubi, spontaneamente cadeva in una malincnica stasi, e le guancie le diventvan lucenti di mesta rugiada... perch? per le sciagure forse a venire?... senonch, una sola parola faceta, una ganascina scherzosa, bastava a dissiparle ogni bujo, e lei prestamente asciugvasi gli occhi, e rifacvasi allegra come l'arcobaleno.
N alla graziosa figura d'Elvira mancava un intonatssimo sfondo. Poich ella ava, non un padre, ma un babbo, egregio violinista, e una mamma, l'ttima delle mamme, givani entrambi e che si amvano ancora bench maritati, oltre due rose di fratellini non mai sazi di baci; e poich abitava una casa la meno cittadinesca della citt. N'era la via, fortunatamente; fuori di mano, e l n le rotaje n i marciapiedi s'rano mai sovvenuti di entrare; s bene l'erba cresceva al sicuro, e qualche volta si coglivano fiori. La casa, pccola, ma la porta grande, verace insegna del larghssimo cuore e della stretta fortuna di quella famiglia, che sul secondo ripiano, con un bigliettino bellamente scritto da Elvira, ci accoglieva con un saluto di lieto augurio; e poi veniva l'appartamentino, pvero a stanze e a mobiglia, ma dovizioso di vista, riguardando un giardino dall'ombre spesse e profonde, di l di cui verdeggiava un'ortaglia... e cos via, per ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spaldi, chiomati d'antichi castagni.
In quella casa si beva un'auretta tutta della campagna e vi faca la luna le sue pi strane e pi potiche apparizioni e commoveva il suono delle campane. Il d gli augelletti, a sera i grilli. Di primavera in ispecie, un cinguetto, un frusco senza riposo. Indisturbati, i psseri avano sotto la protendntesi gronda costruito un villaggio di pensili cellette, e quando pi denso pi turbinoso, si faceva il cippo, sul terrazzino d'Elvira ne piombvano coppie tenacemente avvinte, ebbre.

. . .

Correva Giugno; una giornata quanto mai soffocante; il cielo pioveva fiamme, vampeggivano i muri; una di quelle giornate, che ti fanno sentire il fastidio della tua soma mortale e ti fan sospirare i monti e il lago. E neppure la notte ci era cortese di fresco; l'ere continuava ad ssere plumbeo; il cielo basso. Para che tutta la terra stesse, colle fuci sbarrate, semiuste, attendendo lo scoppio di un temporale, il quale, sempre imminente, non risolvvasi mai.
 mezzanotte. Nella stanza di lei brilla un lume, ma  un lume velato; e s'ode un respiro affannoso, corto. Da cinque ore Elvira non mosse labbro, immota nel suo lettuccio. Senonch il mdico ha detto, che nulla v'era a temere, che si trattava soltanto di una fra le stranissime nevralgie, la quale volga al suo fine pronosticando una indubbia crisi felice, e i parenti di lei, che gi due lunghissime notti e due giorni hanno vegliato in angoscia, si son confortati al riposo, fidenti nella dotta parola e nella certezza, che la figliuola  salva. Infatti, il sordo lamento cess, e il mutar spesso di lato, e il convulso gemito: oh Dio!... Ora, a pie'del verginale lettino,  rimasta una giovinetta infermiera, coallieva di Elvira, dalla pelle di rosa e dagli occhioni azzurri, gravi di sonno.
Tacitamente la porta si apre e un givane entra sulla punta de'piedi. Egli  coli, che, in due d, fu mille volte invocato da Elvira, quello cu'essa, nell'ltimo loro colloquio, bacindolo passionatamente, dicea: son tutta tua - prsaga del futuro. E Gigi si avvicin al sommo del letto, guard la giacente, poi, scorso lungo la sponda, ne chiese in isbttito alla gentilissima vigile. E questa, a fiore di labbro, a riprese, come permettvale il sonno, gli ripet ci che il dottore aveva detto di Elvira e ci ch'Elvira di lui, tutte cose incuoranti, e contgli, che nell'imaginoso suo morbo, Elvira sembrava che udisse melodie amorose. - Ora dorme - aggiunse - domani  guarita - e sbadigli un sospiretto di gaudio.
Al che, Gigi, riattinto coraggio, torn al capezzale della sopita, vi si siedette, e, assuefando la vista alla mezz'ombra che tutto avvolgeva, si pose a mirarla.
Le palpbre di lei ran chiuse, abbandonata la gentile persona, un braccio fuor dalle coltri, fluente lungh'essa. Era l'affanno scomparso; non rimaneva che un sibilio leggiero.
In questa, la infermierina rest addormentata, con la ricciuta testina, sul letto. Il silenzio facvasi sempre pi nero, pi pauroso...
A un tratto, udissi il ronzo di un sinistro moscone, che entrava, che invadeva la stanza; che pass e ripass sfiorando la chioma di Gigi.
Gigi rabbrivid. Alz la mano di Elvira, che leggermente tremol nella sua, e, mdida di freddo sudore, se l'appress alle labbra. Ma Elvira non si dest.
Il moscone andava intanto a picchiare, cocciuto, nei vetri, poi ritornava, ancor pi insistente, pi minaccioso di prima. Gigi fu colto da una strana inquietezza, da una folla di orrbili ide, incalzante... ma no, non era possbile!... qu non vi ava di che... e intensamente affisossi in Elvira. Anche il leggier sibilo, cessato: una mollssima quiete si diffondeva su lei, una pace perfetta. Ed egli ebbe un baleno di gioia, poi un balzo di tema. Abbandon la difana mano. La mano cadde sul letto, grave.
Gigi si drizz in pie'vacillando. Creda d'assstere a un sogno. Fu alla finestra, l'apr.
Il cielo, caliginoso: in fondo, una lunga fila luminosa di punti, le lmpade del bastione... Ed agli occhi abbarbagliati di lui, nell'atrocssimo dubbio di quello che era avvenuto e ch'ei non osava accertare, parve, che la processione dei lumi s'andasse stendendo su su verso il cielo... Balugino di lampo. Si scorse nell'imo orizonte una fuga di nubi, nere, ammontonate; si ud dai frondeggianti boschetti un improvviso cippo, tosto ammtito. E insieme ad uno schianto di tuono, incominci a grosse goccie a cadere la sospiratssima pioggia.



LA MAESTRINA D'INGLESE.


1.

Tanto per cominciare

 una pccola stanza. Serve, con vece alterna, e da sala da pranzo e da vsite, e, si potrebbe anche dire, da cmera a letto, ch i due sof mi han punto l'aria di restar sempre sof. Tgoli troppi si vggono fuori, per crderci bassi di piani; troppa poca mobilia dentro, per crderci alti di fondi.
Squillo di campanello. Il campanello sussulta nella stanzetta; che la sia pure anticmera?
E al suono, una ragazza gentile si presenta a una porta, e leggera leggera corre a dischiderne un'altra. Ed ecco un bel givane biondo, alto, entrare, e tosto pigliarle con trasporto le palme.
- E il papp? - chied'egli di sottovoce.
Aurora muove la graziosa testina tristissimamente.
- Ma il dottore, che dice?
- Dice: vi  un sol rimedio... morire. -
Aurora ha nel parlare la pi adorbile erre del mondo. Ma, o, signore lettrici, non vi sforzate a erreggiare; un rossetto e un bianchetto, come Natura d, nel profumiere non troverete mai.
I due bei givani stanno zitti, mani con mani, sguardo con sguardo.
- Aurora! - geme una voce dalla stanza vicina.
La fanciulla si scuote, scioglie le sue dalle mani di Enrico, che con passione le preme, e accorre a chi chiama.
Enrico ode la voce dell'ammalato, diventando agra e stizzosa, dire alla figlia che lo si abbandona, che lo si lascia morire, anzi! che lo si desdera morto... E Aurora, gi a pingere.
	- Oh l'egoista! - f il giovanotto fra i denti, e sospira.


2.

Patria potstas

Per verit, tutti siamo egoisti. La differenza st solo nei mezzi di soddisfare a tale susmo, i quali, chi ha lunga veduta, trova nella beneficenza; non sentendo, vo'dire, felicit seco, f in modo che quella ch'egli procura agli altri lo illmini di riflesso; chi breve, crede cavare dal male, fomentato in altri, un lenimento al suo; dal che, tccano-via quelle due razze di umini; una, gaja, ridente, che dispicca le rose coltivate da lei; l'altra, immusonita, instizzita, la quale si punge alle ortiche che semin. Oh il cielo ne guardi, in quest'ltimo caso, dai vecchi! La gotta costrngeli su un seggiolone? come divolo il mondo ha ancor baldanza di mversi? - Perdttero i denti? mngino tutti la pappa - Incendi Roma, pur che si cuoca il lor ovo... E, per disgrazia, il padre di Aurora - dico disgrazia e di lei e sua propria - apparteneva a costoro.
Al doppio egoista di una sedila ad un posto, il signor Pietro Morelli non rasi maritato, che a procurarsi una serva e un materasso da botte, n ava messo insieme una figlia se non a preparrsene un'altra, per quando la prima sarebbe andata fuor d'uso.
Un tiranno, gi, suppone un ppol minchione; e il signor Pietro si era ben scelto il suo ppolo. Imaginate, che la donna di lui - di quelle pvere nime, prive di volont o senza il coraggio di averne, nime nate ad ingloriosi martri - curva sotto il trplice peso della fatica, della mala salute e della continua ingiuria, usava, a sua maggiore querela, il sospiro; poi, stracca, frusta, ava, per la paura di contrariare il marito, aspettato e clto a riposar tra quattr'assi, giusto il momento che la figliuola giungesse a imbracciare da sola il soprbito al babbo. E Aurora, nima anch'essa timida e per natura e abitdine, ava accettata la successione di mamma, tal quale.
Ma di l a poco, il signor padre o padrone, preso da un mezzo accidente, perdeva le gambe e l'impiego. Cangi egli allora di tttica. Il signor Pietro, adesso, aveva bisogno di ajuto, e veramente bisogno, per non sser pi in grado di obbligare gli altri a prestrgliene: il signor Pietro era vile; credeva che dell'amor della figlia, sebbene (tra noi) potesse stare al sicuro, ci fosse poco a fidarsi; dunque didesi a fare la vittima, a pingere, a lamentarsi. E la buonssima Aurora, la quale, a dispetto di ogni rabuffo e d'ogni broncio di lui, l'avrebbe servito a ginocchi, ora ch'ei supplicava, pensate!
Sottile sottile era la pensione sua. Aurora, vogliosa che nel bicchiere di babbo rosseggissene sempre del buono, salt su a dire:
- Dar lezioni d'inglese -
Il signor Pietro fissolla con dubitoso stupore.
- E sai l'inglese... tu? - disse.
- S - ella fece timidamente - da un pezzo. Me l'ha insegnato la mia maestra Racheli... Papp, scusa! - e aggiunse, che la detta maestra, la quale amvala molto, le offriva...
- No - interruppe il papp, gentile come un chirurgo.
E tquero entrambi. No, avvertite, era la sua risposta abituale; sentiva, nel proferirla, uno strano piacere. Vero , che dova poi scndere al s, ma pel momento era no.
Pur, questa volta, il diniego stette. Sospettoso come un topo frugato, il signor Pietro pensava che le lezioni d'inglese d'Aurora, se non rano gi, potvano convertirsi in tanti spedienti per istargli alla larga. Aurora gli avrebbe dato ad intndere ogni sorta di storie; ed egli, inchiodato su'na poltrona, con la finestra che non vedeva che gatti, avrebbe dovuto, o bene o male, inghiottirle.. No, no; egli s'amareggiava fin troppo quand'ella, per la poca provvista, era fuori.
Cos pass un anno; muro a muro la vita. Tutto, men la pensione, aumentava; ed il Governo, gi imposte! ch, quasi fosse una vigna il paese, credeva arricchirsi l'impoverendo.
Torn il dare lezioni d'inglese a far capolino. Aurora disse che la sua vecchia maestra avala cerca per una brava signora e, acconsentendo papp...
- No - rispose, secondo il suo vezzo, quella delizia di padre. Pure soggiunse: - la vuol proprio imparare? ben, venga qu.
- Oh babbo! - sclam la fanciulla con un ghignuzzo - chi pu ssere quello che f dieci scale per una lezione d'inglese? -
Sul che, il signor Pietro si degn di riflttere. 'Stavolta, il suo falso-egoismo se ne trovava di fronte altrettanto: l si trattava di scgliere tra un po'pi di minestra o un po'pi di figliuola: e il signor Pietro, forse in quella a digiuno, si attenne al "po'pi di minestra."
Ma tuttava, volle e pretese un mucchio d'informazioni: dopo, impsene uno di condizioni. Ed eccolo, mentre Aurora  lontana, atteso con l'occhio alla lancetta del pndolo, la quale ha trascorso l'ora fissata... Inquieto, egli manda e rimanda la ragazzina che gli tien compagna, sul pianerttolo... E pssano altri dieci minuti... Perch non torna? che f?
Aurora entra pressosa, anelante.
Il signor Pietro, senza lasciar ch'ella dica, comincia a bajare come un can da pagliajo. Ed essa, alla prima in bilancia, risponde poi risentita. Egli, allora, fuori il secondo argomento! cio il moccichino... Dio mio! ingrata figliola! Bianchi capelli! padre ammalato... tanto che, spaurita la tosa, con le perle negli occhi, e il singhiozzo, gli dimanda perdono.
Poi, un d, il signor Pietro, veduto apparir la fanciulla con un mazzetto di fiori, si cacci in testa che gliel avsser donato.
-  per t - ella disse e lo porse - l'ho comperato per t - aggiunse, avvertendo alla nuvolosa aria del padre.
Ma - in segno di grazie - questi lo getta per terra. E f "tu hai arrossito"; quindi, una scena d'ira e di pianto, il ricordo di cui, le lgrime molte di Aurora, bbero pena, assi pena a lavare.
O  vero ch'ella ava arrossito?
S... vero, che il mazzolino era un dono?
No...
Ma perch io meglio mi spieghi, e voi men male intendiate, prender il fazzoletto per un capo diverso.


3.

Enrico San-Giorgio scopre la Terra promessa

Enrico San-Giorgio era dal suo quinquennale viaggio rimpatriato. Scpolo e milionario, fu accolto a braccia aperte dalle mammine, e le figliole bber licenza di compromttersi; qualcuna anzi, ingiunzione. E ben si poteva ubbidire; givane e bello era Enrico.
Ma!... egli era anche di sprito, non qualit da marito, s che, guardndosi attorno, vdesi tosto, in mezzo ad amici che gli dicvano "se'navigato abbastanza"; a babbi che gli narrvano le domstiche gioje, apprese a colla-di-bocca in su i libri; a mamme - grandi e non grandi - che gli toglivano il fiato a furia di sesquipedali accoglienze con tanto di fdera, ora invitndolo a pranzo, per mtterlo accosto a collegialine pupazze sciocchissimamente belle, ora facndolo a forza ballare con vrgini stagionate, pudiche fino allo scndalo; insomma, vdesi in mezzo a una tal rete vasta d'intrighi, a tanta roba posticcia, che, stomacato e anche un po'impaurito, risolse fuggire laddove ancor si dormiva beatamente "il greve sonno della barbarie."
Fermo nel quale partito, Enrico, un d, soprapensieri passeggiava una via, riandando i paesi gi visti e quelli a vedere. Ecch non andrebbe al Giappone? l, in quella terra da vasi, in cui il mondo  a rovescio, e i nostri non-sensi hanno senso, e le nostre eccezioni son rgole? Ei vi potrebbe comprare un bel servizio da t, poi, tanta curiosa frugaglia - e palle d'avorio cinque-entro-una, e un vestiario di carta, e strani disegni (sogni fotografati) e scarpe di porcellana, piccine... e perch no? forse coi loro pieducci vivi al didentro, con quel che segue al difuori... - Dunque, al Giappone!... si piglia prima per Suez; si f il mar Rosso... tocco Ceilan, mi vi provvedo del buon zafferano, torno a imbarcarmi per Singapore e Sciang-hai, vo a Nagasaki, poi a Yokoama, poi, se si pu, infilo lo stretto di Kanagava... - Ed egli scorga di gi i draghi-volanti nella imperiale Jeddo, quando "O! la vita, signori! eh!" venne arrestato dalla carriola d'un perecottajo... Maledetta carriola!
Per cui, si trasse di banda contro di una bottega. Era questa di fiori; ci si vedvano vasi di novellini gerani e garfani, deso della pvera agucchiatrice; vasi di erba amarella, dittamo e ruta, amori della pulcellona; mazzi con il Vidoppio, musco; corone di bianche rose, da far parere pi in fiamme la guancia di una vrgine sposa o pllida doppiamente quella di una vrgine morta; ma, il tutto, qual sfondo ad un pi splndido fiore, dico ad una fanciulla, vero occhio di sole, ferma anche lei per la carriola di pere... Oh benedetta carriola!
E la fanciulla ava uno di que'tai visi, passava della tristezza, che fanno belli gli specchi, a colori e a contorno finissimo, dal naso gentilmente aquilino, e cui, gli occhi furbetti e un germe di malizioso ghignuzzo sul destro canto fra i labbri, dvano il moscadello. Le manine poi, lunghe, sottili, a mezziguanti di filo; una, sul seno come a fermaglio, tena raccolto uno scialletto scozzese; l'altra, stringendo un mazzoluccio di viole, scendeva lungo la gonna a mille-righe di bianco e di nero. E, dall'imo di questa, usciva la mascherina di una scarpetta, piccola s da mttere il dubbio se avrebbe potuto annidare una trtora.
Enrico si sent il cuore sommosso; cap i sui viaggi finiti; gli cadde di bocca lo scorcio di sigaro, e:
- Oh il bel mazzetto! - fece.
Allor la fanciulla gir la testa alla voce, infiorando un sorriso; ma, come diede nel givane, arross tutta e volse lo sguardo al mazzetto, quasi a passargli quel complimento, che, sotto il nome di lui, rasele volto. Eppi, lesta lesta, part. Ed egli, dietro.



4.

Chi pu essere quello, che f dieci scale per una lezione d'inglese

Pochi d dopo "derlin-din-din!" sclam il campanello di casa Morelli; e la servetta, che corse ad aprire, vedendo un givane biondo, svelto, bellssimo, crede'che entrasse l'Arcngiolo Raffaele vestito alla moda.
Ned ella gli dimand che vola, ned egli l'espresse, ch tutti e due rano gi nella sala, alla presenza del padrone di casa.
Al quale, il nuovo arrivato, fatto un inchino, chiese:
- Ho io l'onore di salutare il signor Pietro Morelli?
- S, per servirla - rispose l'infermo, alquanto maravigliato; e, dopo una diffidentissima pusa - Si accmodi. -
La servettina port al forestiere una scranna.
Quello, siedette.
- Mi chiamo Enrico... Giorgini - poi cominci; e disse, ch'egli era un negoziante di panni, il quale, secco della tarda avviatura de'sui affari in patria, voleva recarsi in Amrica... giustamente a New-York... -
Il signor Pietro con un gesto assent, quasi a dire: - Ma bravo!
- Tuttavia - segui il giovanotto - c' un male... non conosco la lingua...
- Gi;  un male - convenne l'infermo.
- Ora, ava egli, il Giorgini, in una casa d'amici, udito a parlare di una signora Morelli, maestra d'inglese della contessa Orologi... di cui la contessa era enchante... -
Qu il signor Pietro rifiut con la mano la lode, quasi fosse per lui, bah!
- Dunque - conchiuse il Giorgini - prego la signora sua figlia ad accettarmi a scolare; scolare un po'vecchio, ma pieno di buonavoglia, e pregola inoltre di pormi un due ore ogni d, perch io passi da lei. -
Il signor Pietro, mentre Enrico diceva, ne masticava una a una le sllabe; com'ebbe finito, trasse, a prndersi tempo, il moccichino di tasca, spiegollo, gli cerc ai capi la cifra, e se lo applic. E, nel soffirselo lentissimamente, vide ch'egli poteva a una volta imberciare in tutti e due i bersagli, cio nel po'pi di minestra e nel non men di figliola.
Nondimeno, rispose:
- Aurora, non deve star molto a tornare; ha ella pazienza di attnderla?
- Oh si figuri - fe'Enrico, che meglio non isperava. E attese. E, intanto, discorse di moltssimo altro col vecchio, il quale, uno trovando che dvagli in tutto ragione, rimase giulebbe.
-  qu - disse a un tratto l'infermo, additando la porta - La f l'ltima scala... -
Enrico sentissi rimescolare; si alz.
- Stia cmodo! - sugger il signor Pietro.
Ed ecco, tenendo l'uscio dischiuso la servettina, entrare, con un visetto che ancor pi brillava del slito, Aurora. La quale, sul primo, scorgendo una persona inusata, sostenne la vispa andatura; poi, raffigurato chi era, ne sobbalz.
- Il signor Giorgini - disse allora il papp - vuole imparare l'inglese. Ei chiede se pui disporre di qualche ora per giorno, e di quali. Verrebbe qu - ed appoggi la voce sul qu.
- Per m, sono lbere tutte - avvert il giovanotto.
- Potri dire anch'io lo stesso - f, sorridendo e con quel suo monello aggricciare di labbra la tosa; (e dopo una irresoluzione: ) - Alle due? le v? -
Enrico, che la beva con gli occhi, e a stenti non con la bocca, fu per rispndere che tutte le ore passate con lei, dovano ssere belle - al par di lei, belle - ma si trattenne. Invece, parl come scolare a maestro; le dimand se l'inglese fosse una diffcile lingua, chisele conto delle pi buone grammtiche, dei libri di prima lettura insomma, cerc di tirare in lungo il collquio, n, al certo, lei d'accorciarlo. Oh! senza il babbo per terzo, chiss fin quando avrebbe continuato! Cos, dovette finire. Enrico strinse la mano al papp, poi alla splendente fanciulla. E, da quest'ltima stretta, il tremore, che naque ai polsi dei due e si propag per le vene, disse lor cose che avano poco a che fare con l'Ollendorff e il Millhouse. Molto migliori per.


5.

Progressi in inglese

Il d seguente, incomincirono le lezioni. Non mai fu uno scolare pi assiduo di lui, n una maestra pi puntuale di lei. Uno seda ad un lato del tvolo, l'altra all'opposto; tra loro, in sul terzo, impoltronvasi il babbo; gli occhiali, volti ad un libro; gli occhi, un po'a destra, un po'a manca.
E, dopo due chicchiere e sulla salute ed il tempo, aveva principio il dettato. Era curioso il notare com'ella facesse fatica a dir bene, egli a scrivere male. A volte, Enrico sostava a porre una domanda o un dubbio, o meglio, a consolarsi la vista; ed ella gli rispondeva turbata. Turbata? epperch? perch forse veda che insegnava a un maestro? E, se s, starsi zitta? a che?
Appresso, si leggeva il dettato; capital punto della lezione. Allora, le due sedie amorose s'avvicinvano sul quarto lato del tvolo, cio in facciatina all'egoista poltrona del babbo, e la bella ragazza, con l'imo di un tagliacarte, apriva la strada ad Enrico, mentre costi, spesso, si diperdeva a mirare, non la parola, bens le dita affilate che gliela indicvano. E la ragazza: su, coraggio, signore; dica. -
- Divolo d'un inglese! - borbottava il papp. Tanto che lo scolare, tirato fuori dall'stasi, accentuava la ritrosa parola in modo, che, se Aurora gentile fosse stata solo maestra, n'avrebbe fatto tesoro.
A volte poi, e'si sentiva solleticare da un capriccioso riccietto o titillare la guancia all'appressarsi della rasata di lei; ancora un pochino, e si sarbbero tocche. Serrvali in quella lo smarrimento medsimo; rano come ubbriachi; leggvano macchinalmente o almeno credano lggere, ch, davvero, che forloccssero mai, neppur Centofanti sarebbe riuscito a capire.
Fortuna, che tutto l'inglese del babbo consisteva in beef-steak e roast-beef con la giunta dell'yes!
Ma un d, usando essi di fare anche un po'di dilogo:
- Whom do you love? - chiese la bella volgndosi ad Enrico e innamoratamente guardndolo.
Enrico non tnnesi pi.
- I love you! - fece con entusiasmo.
La fanciulla arross.
- Love? che significa love? - disse intorbidndosi il babbo e strascicando la voce.
E, a botta risposta, Enrico: mangio. -
Il Signor Pietro lampeggi l'uno, poi l'altra, con un'occhiata tale, che, se le occhiate lascissero il segno, quella li avrebbe uccisi di colpo. E, la lezione finita, ed il Giorgini partito, si die'a carteggiare il "Baretti."


6.

Malus homo stultus est

Ma l'indomani dell'amorosa dichiarazione, Enrico anticip di qualche ora la sua venuta in casa Morelli, cogliendo giusto il momento che la fanciulla era fuori. Quel d, Enrico, ava un aspetto grave, brbero, il signor Pietro.
- Ho da parlarle - disse il Giorgini, inchinndosi al vecchio; e siedette.
- Anch'io - oppose costi con un sogghigno di tristssimo augurio.
- Dica - acconsent il giovanotto.
- No; dica lei - ribatt il signor Pietro.
Dunque, Enrico, piegossi un po'indietro sulla spalliera della sua sedia, passando la mano alla bocca e accarezzndosi il mento. Forse, ava apparecchiato un discorso, ma il discorso era ito.
Il babbo di Aurora lo guatava attendendo.
Enrico si stanc di cercare:
- Signore - disse con risoluto cenno di capo - parliamo sgusciato. Io adoro sua figlia e gliela chiedo per sposa. -
Ve', il signor Pietro non mosse pure palpbra. Ma con calma rispose, calma di temporale per:
- Seppi io jeri, che ella faceva la corte a mia figlia; oggi lei sappia, che, quanto a sposarla, nichts! -
Enrico sentissi le bragia sul viso; pure, si limit di arricciarsi i mostacchi; e con le belle belline difese la causa sua e di ogni cuore gentile; tocc dell'immenso amore per lei, amore che pareggiava sol quello della ragazza per lui...
Al che, il signor Pietro sbuffava e barbugliava tra le gengive: oh! mttere in succhio una tosa... scusate se  poco!... gi; al taglio come le angurie... chih eh!
Poi, Enrico lasci il tema su amore e parl numerario; disse, ch'ei non si chiamava Giorgini; s bene San-Giorgio, dei San-Giorgio di Ponte (che vola dir milionari) per cui, egli ed Aurora, avrbbero circondato il lor babbo di tutti gli agi possbili.
La quale ltima corda non son male al papp.
- Insomma - fin il giovanotto, pigliando a coli, con preghiera e speranza, una mano - ella pu fare la felicit di noi due.
Bene; questo argomento - chi non vuol crder non creda - ruin tutta la cusa. Il falso egoismo susurr tosto all'infermo, che l ove due si man da vero, un terzo  di troppo; ch'ei sembrerebbe una pezzuola-cotone, a villani colori, sudicia, in un cassettino di fazzoletti-battista, a ricami, bianchssimi, profumati; poi, susurr ch'egli trarrebbe la vita in un palazzo s, ma non suo, in mezzo a tappeti, a tappezzere di stoffa, a mobiglia intarsiata, ma di altri... e d'altri anche la figlia! e, tra una folla di servi, servo; in conclusione, ch'egli vivrebbe splendidamente di carit, senza il diritto ad un lagno. E Aurora intanto ed Enrico, a divertirsi, a gioire!... gaudiumque coeli poena poenrum damntis.
Rispose dunque di netto:
- No -
No? Enrico era di sbita ira. Abbiate pazienza! c' il vino spumante e c' il muto. Enrico, alztosi impetuoso, appoggi sur il tvolo un pugno, tale, che lo isfond, gridando:
- Cattivisssimo uomo! -
Il signor Pietro, lui e la sua poltrona, ruzzol fino in fondo alla stanza, pllido, come se l'omrica botta avsselo contracolpito.
- Fuori!... via!... - gridava; ed Enrico spaventato dallo spavento del vecchio, pigli a precipizio la porta.
Ma, a mezza scala, diede nella fanciulla.
- Aurora! - esclam, bacindola in viso - io ti chiesi a tuo padre. Egli... mi ti ha negata!... Lo spaventi... perdona - e in quattro frasi la fece conta di tutto.
Ed essa? Essa pure baciollo... basta? s ch'egli usc che lanciava scintille.


7.

Ultimi spruzzi di cattiveria

Appunto in quell'infusto giorno, il signor Pietro ebbe il secondo colpetto. Egli rimase due d senza potere spiccicare parola, i denti serrati tanto, che a pena gli si riusc a introdurre qualche cucchiajo di roba. N il terzo colpetto si sarebbe fatto aspettare s'egli avesse saputo, che Enrico in persona era corso dal mdico e dal farmacista, e che ora stava presso di lui, trepidando, in attesa di nuovamente servirlo.
E il signor Pietro non rimise un pie'nella vita (quasi a rincorsa alla morte) se non per prormpere ingiurie contro alla figlia ed all'amato di lei. Para che non trovssene mai di bastante. S ne disse di quelle, che il mdico confess ad Enrico ch'egli sentiva pi voglia di mandarlo dal babbo che non di serbarlo alla figlia. E questa scioglivasi in lgrime. Voleva proprio suo padre, che non le ne avanzasse una goccia per pingerlo morto.


8.

Il testamento del signor Pietro

 di mattina; le sei. Il dottore ha detto ad Enrico, che l'ammalato pu andrsene di minuto in minuto, e il giovanotto lo disse alla tosa. Sono dieci ore che il signor Pietro tiene chiusa la bocca e le palpbre gi, rannicchiato contro del muro e ansante: solo, alle prime parole di una domanda d'Aurora che ava sentore di chiesa e di preti, egli, impaziente, fremette.
E la fanciulla gli  accosto e gli ha una mano sul fronte, intantoch, nella medsima stanza, Enrico, dietro di un paravento, aspetta una parola di pace.
Verso le sette, il moribondo si volge a fatica, guarda la figlia, e con la voce, come l'occhio, appannata:
- Aurora - f.
- Oh babbo! - e la ragazza lo bacia.
- Par che la vita mi lasci - egli geme. - E io... io fui molto cattivo... pi che cattivo, con la tua mamma e t... ma...
- Oh babbo! - singhiozza la tosa.
- Ma - egli riprende con pena - io vo'che tu sia felice... Tu devi giurarmi... Eh? giuri?
- S...
- Di non sposare il Giorgi... il San-Giorgio, perch... -
Enrico diede un sussulto di cui vacill il paravento, e si fugg nella stanza vicina. L si gett su'na sedia, pianse. Oh quando stillossi, mio Dio, una quintessenza pi acuta di malvagit?


9.

Dichiarazione del testamento

Aurora entra l dove Enrico si sta disperando, pllida, con due madonnine che le crrono gi:
- Pvero babbo! - sospira.
- E tu che hai promesso, tu? - chiede l'amante con un singulto d'angoscia.
Ed essa: quello che manterr.
Il giovanotto la mira con uno sguardo da folle, uno sguardo che preavvisa di serrare le imposte.
- O Enrico, esclama la bella - e chi ne toglie di amarci? -
E si amrono infatti, e si amrono sempre, ch il solo amore li tena legati. E stamprono bimbi, intellettuali, formosi, i quali frono a loro il miglior contratto di nozze e la migliore delle benedizioni


. APPENDICE.


1.

LA VESTE.


Aspettavamo da un'ora, io e la zuppa: questa si raffreddava, io mi scaldavo. Finalmente si ud un passo affrettato. Giannetta entr vispa e gaja e... in una nuova toilette - la terza in un mese.
Aggrondi le ciglia.
- Non mi sgridare - ella disse con una voce da tortora e facendo scherzosamente colla manina l'atto di turarmi la bocca. -  percallo. Cinquanta lire.
Prevedevo assai pi e perci mi acquieti. Dir anzi: l'essermela cavata a cos modesto mercato mi fe'quasi contento.
Sedemmo a tavola. Giannetta era carina quanto mai e chiacchierava chiacchierava colla pi amabile incoerenza. Al secondo bicchiere di vino, mi salt la stupida idea di lodare il nuovo abito.
- Non  vero che ho scelto bene? - insinu essa con premurosa dolcezza. - Per ottanta lire, credi, non si poteva avere di pi.
- Ma e non dicesti cinquanta? - domandai con sorpresa.
- Hai capito male, amor mio - rispose ingenuamente Giannetta. - Pare a t, a t che tanto t'intendi ed hai gusto s fino, che valga meno? -
Certo, non pareva. Feci un moto d'impazienza ma non dissi parola. Avendo, del resto, gi consentito nella prima spesa, potevo anche imaginarmi benissimo di non aver pi da pagare che trenta lire.
Cos, il pranzetto, giocondo di vino e di sguardi, continu. Tra una spiritosaggine vecchia e un'asinaggine nuova, Giannetta usc a dire di aver giurato alla sarta che le avrebbe, il d appresso, fatto tenere il denaro dell'abito, soggiungendo con un sorriso: - capirai che, trattandosi di una sciocchezza di cento lire...
- Cento? - interruppi. - Eppure, la cifra, se non ho male inteso...
- Oh, stavolta hai inteso malissimo - sclam essa con vivacit. - Fa un po'il conto tu, tu che hai studiato di matematica. Ottanta la stoffa, sessanta la fattura, venti le spese... -
In principio di tvola, avrei rovesciato... la tvola. Ma eravamo gi a mezzo, e Giannetta, attraverso il mio vino, cominciava a diventarmi bellissima.
Per dirla in breve, ad ogni muta di piatti, il prezzo della veste di lei, come in una pblica asta, aumentava. Fortunatamente, i miei pranzi non sono lunghi. Quando si arriv alle frutta, Giannetta aveva gi avvicinata la sua alla mia sedia, e, circundomi il collo col braccio: - vedrai, caro - mi susurrava in voce di dichiarazione amorosa (e colle ditina giojellate e affusolate infilvami intanto nella tasca esterna dell'abito un conticino piegato in quattro) - vedrai che pomposa figura far sul corso la tua amatuccia colla sua veste da... trecento lire. Sembra percallo, vero? ma  tutta seta. Ne sei persuaso?
E Giannetta si part, com'era venuta, gaja e vispa. Spiegi malinconicamente il conto. Il conto diceva trecento cinquanta. Altro non mi restava che di pagarlo. E lo pagi di gran fretta per evitare il pericolo che mi crescesse anche in saccoccia.



2

DALLE "NOTE AZZURRE"


2527. Progetto di un libro, dal titolo "Goccie d'inchiostro" in cui il Dossi raccoglierebbe tutte sue briciole letterarie, avanzategli dai grossi pasti delle opere. Molte di queste briciole si trovano gi sparse e nelle sue lettere, e nell'Alberto Pisani ecc. e nella Palestra Letteraria ecc. come p. es. i bozzetti, intitolati Istinto - Balocchi - La casetta di Gigio - Giudizi della giornata - La fede - Un cas de conscience - Charitas - La corba - Le caramelle - Una fanciulla che muore - Una visita al papa etc. etc. - Tra i bozzetti potrebbe figurare anche uno dal titolo "I giochi". "I Giochi" potrebbero stare anche nel L. VI. R. U. Eccone la traccia. - "Sei gi un ometto. Smetti di giocare che  ora" - cos certi bravuomini di babbi dicono ai loro figlioli quando hanno infilato la prima volta le brache. Ma che dicono proprio, non sanno. - Anzitutto, che intendono mai per giocare? Rispondono "giocare  un fare cosa non utile" - "E per utile? Ch, se utile  ci che soddisfa a un bisogno, anche il giocare  un bisogno, il massimo anzi ai bambini; ma se diciamo bisogno soltanto il mangiare ed il bere, o quante inutili cose! O quante son giochi. - E in verit chi proprio gioca (che i nostri figli non ci odano!) siamo noi - noi i majuscoli bimbi - Che fanno l tutte quelle genti, vestite dentro e fuori a un sol modo, ubbidienti a un tamburo; il cui mestiere  l'omicidio etc.? avec tutte quelle cose lucenti etc. etc.? Giocano - E quegli altri che vanno a dormire su quelle belle poltrone celesti affine di completare il numero di que'etc. che credono dirigere gli avvenimenti che camminano per proprio conto, attorno a un balocco che costa 17 milioni all'anno, che fanno? giocano - E quegli altri ancora, abbigliati di carta d'oro che fanno il mestiere di adorare un Dio creato da loro a loro imagine e somiglianza, che fanno con tutte quelle genuflessioni etc.? giocano - e quelli nelle academie che discutono in lingua italiana, se la lingua italiana esista; oppure a pesar le parole etc. che fanno? giocano - E giochi noi grandi uomini (grandi s'intende per la cresciuta) ne abbiamo a bizzeffe - titoli, decorazioni, mistico vaniloquio, cerimoniali etc. etc. Lasciamo dunque che i nostri bambini si trastullino il pi lungo tempo possibile coi loro pezzetti di legno etc. Que'giochi non costano che pochi soldi - i nostri costano oro, sangue, lagrime - Tra i giochi, le reliquie, i santi, le processioni, i sistemi filosofici (encicli e recicli), la framassoneria - Illi a puero magnitudine formaque corporum tantum differunt, quia serio ludunt. - I vecchi = due volte bimbi. - I nostri orribili giochi.

2559. Temi. 1 Una fanciulla, innamoratasi di un giovane,  sul morirne. I parenti di lei, vogliono sforzare il giovane a sposarla - Il giovane, innamorato d'altra, rifiuta - Ma la sua amante, saputa la cosa, unisce i generosi suoi sforzi a quelli dei parenti della fanciulla morente. La quale, per riconoscenza, diviene amicissima della generosa. Conclusione. Il giovane vive con tutte e due - e vive in perfettissima armonia. - 2 Tale s'innamora fieramente di una, che non gli corrisponde. Disperato, egli cerca dimenticarla, e dopo indicibili sforzi, ci riesce, merc un'altra. Ma allora, quasi a vendicarsi, Amore scende in colei che negava, la quale, ricomponendo nella mente la figura del lontano giovane, a poco a poco se ne innamora perdutamente. Ma  tardi.- 3  la sera. Una bellissima faccia di ragazza sta appoggiata alla vetrina di una bottega, guardando verso la strada. Passa un giovane, pien di tristezza e d'amore. I loro occhi s'incontrano: le loro labbra si aguzzano le une verso l'altre - e i due giovani si baciano attraverso il cristallo. Donde un amore - 4 Due fidanzati vanno dal notajo per l'atto nuziale. Si trattava di un matrimonio fatto pi tra i parenti che tra gli sposi. Il notajo  un bellissimo giovane. La fidanzata se ne innamora. Rifiuta di sottoscrivere l'atto etc. - 5 Racconto in cui ci siano due figli di madre nobile e di padre plebeo, che trattano d'alto in basso il padre. Umilt del padre in loro riguardo etc. -

2571. Temi. (G. I.) l Un bimbo d a un povero vecchio accattone un lucidissimo cinque quattrini statogli regalato dal babbo. Il vecchio, ingannato dal suo luciore, lo piglia per un marengo, e corre dietro al bimbo per restituirglielo, credendo di averlo avuto in sbaglio. Dispiacere profondo del bimbo, perch la moneta  davvero un cinque quattrini. - 2 Passo per una via. Un poveretto mi cava il cappello. Io credo ch'ei mi saluti a gratis e gli rendo gentilmente il saluto. Mortificazione del poveretto - 3 Molte buone azioni ci vengono in mente, quando appunto non c' pi tempo di farle. Un povero straccione cade sotto di un omnibus. Non si fa nulla di male. Vien rimbrottato dai passanti, cacciato a spintoni, schernito. Io passo oltre. Strada facendo, penso quanto bene avrei fatto, a lui ed a me a pagargli un bicchiere di vino, bevendo seco. - 4 Due s'incontrano: credono raffigurarsi e fanno per portarsi la mano al cappello. Conosciuto l'errore, si pigliano, invece dell'ala del cappello, il naso. -

3711. I villani. Nella stalla in mezzo al fimo, suocera e nuora s'insolentiscono. Anche nelle societ meno sporche ci si odia, ma l'odio  almen vestito d'amore. Qu tutto  natura. La suocera dice alla nuora "putana de voeuna, nissun v'ha volsuu, fin quand avii trovaa on asnon come m fioeu". - Nuora: s'cioppee, brutta porca d'ona veggiassa! - Suocera: sont stava quindes d amalava e s'hii mai venuu a trovamm - Nuora: crepavev minga l'istess! - e cos via (dal vero). - Bizz. V. 3627 Catalogo etc. 42. I contadini rifiutano il medico intelligente e si danno anima e corpo a certi loro ciarlatani che si vantano di possedere la grazia miracolosa. Costoro entrano nelle capanne a segnare il malato, (e se questo  una donna anche a palpeggiarla) e gli borbottano su certe turchine preghiere da un libro fratesco in cui si trovano scongiuri per ogni sorta di male o impedimento maligno. - Bozzetto - Io e Mons.re Bignami in una casipola, un d, confondiamo e fughiamo uno di tali strion stobbiaroeu, tirando fuori i soliti argomenti relat. alla buonafede, alla ignoranza, al ciarlatanismo. - Poi usciamo. Strada facendo, il discorso passa allo spiritismo e il Bignami mi parla con riverenza dei mediums etc. Concl.  una ignoranza la nostra un po'pi alta di quella dei contadini, ma  sempre ignoranza.

4003. Della vita intellettuale e della fisica. Sono al balcone - mi sento squilibratissimo. (!) Vedo in giardino il Porro, aitante della persona, tutto salute ecc. Invidio alla sua vita. Penso e confronto la vita infelice dei nervi e quella felice dei muscoli. Entro, seguendo il mio destino, nello studio, sconfortato e piangendo. Mi metto a leggere, poi a scrivere. A poco a poco mi si compone la cerebrale congestione del genio, e l'entusiasmo conflagra. Capisco allora quanto le gioje intellettuali vincano le altre, e dico, pensando al P.: egli non avr mai questa divina volutt.

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