Alfonso M. di Nola

     Maometto


   Arabi Preislamici
  1. Il paese e le genti
  2. Le fonti
  3.1 popoli arabi centro-settentrionali
  4. La religione degli Arabi centro-settentrionali
  5. I popoli dell'Arabia meridionale
  6. La religione dei Sudarabi
  7. La vita cultuale dei Sudarabi
  8. I tentativi di interpretazione
9. Il problema del valore del sacrificio. I testi dello
   ps,eudo-Nilo

   Maometto
  1. Fonti
  2. Gli anni della vita d'uomo
  3. La vocazione
  4. Il mistero della conversione
  5. Il periodo meccano
  6. Le persecuzioni e le migrazioni
  7. L'Ascensione di Maometto
  8. Seguaci e nemici. L'ultimo periodo meccano
  9. Il periodo medinese. L'Egira
10. L'organizzazione della comunit medinese
11. La Costituzione dell'anno Primo e il conflitto con gli
    Ebrei
12. Le prime razzie e la vittoria di Badr
13. La definitiva rottura con gli Ebrei. Le altre razzie
14. La sconfitta di Uhud e l'espulsione degli Ebrei Banu
    Nad, Ir
15. La vittoria del fossato e il massacro degli Ebrei
    Quray,za
77 ] 6. La spedizione contro i Banu Musa'liq e l'affare di 'A'isa
p.  78  17. Il viaggio verso la Mecca e l'accordo di IIudaybiya
  81  18. Nuova campagna contro gli Ebrei (l~aybar) e il
       Pellegrinaggio del 629
  83  19. Azioni diplomatiche e occupazione della Mecca
  86  20. L'azione contro i Hawazin
  87  21. La moschea del Male e la spedizione a Tabak
  88  22. La sottomissione delle trib
  90  23. I Pellegrinaggi del 631 e del 632
  91  24. La morte del Profeta

 93  Cronologia

94 Bibliografia

Arabi Preislamici





. n paese e le genti

 Le genti dell'Arabia preislamica presentano una storia religiosa
molto complessa, che, soprattutto nelle aree non influenzate da
culture confinanti, costituisce probabilmente il fondo pi antico e
pi puro delle credenze e degli atteggiamenti religiosi di tutti i Se-
miti. Lo studio delle religioni arabe preislamiche assume, perci,
importanza sotto varie prospettive. Per un lato, esso consente di
accedere agli strati elementari dei complessi culturali che si sono
formati, in modo imponente, nelle grandi religioni semitiche, da
quella mesopotamica a quelle di Canaan, della Fenicia, di Israele e
della Siria antica. Per un altro lato, esso spiega ed illumina talune
strutture rituali e spirituali, che sono rifluite nell'Islamismo. Resi-
dui culturali degli Arabi Preislamici sono presenti negli Arabi isla-
mizzati e nelle popolazioni Beduine.
 Con il termine 'Arab, che, nell'attuale accezione corrente in ar.,
significa nomade, si indicarono, fin dall'antichit, le popolazioni
della penisola araba. Dal termine deriv il nome, di formazione
greca, Arabia, che non appare in alcun testo biblico anteriore
all'vIll secolo a.C. Incerte sono le etimologie che lo collegano al-
l'ebr. 'arabah, steppa, paese piano e deserto, e all'ebr. 'ereb, me-
scolanza.
 La designazione etnica apparve molto generica gi agli antichi,
che presto distinsero gli Arabi meridionali da quelli centro-setten-
trionali, come due gruppi che, pur appartenendo alla stessa stirpe,
avevano differenti caratteristiche religiose e diverso sviluppo sto-
rico. Tale distinzione, che sar meglio qualificata e giustificata
avanti, resta tuttora a fondamento della trattazione storico-religio-
sa degli Arabi Preislamici.
 Gli Arabi appartengono etnicamente al ramo occidentale dei Se-
miti, insieme con i Fenici, gli Amorrei, gli Aramei e gli Ebrei, men-
tre il ramo orientale  costituito dagli Assiro-Babilonesi. Si muo-
vono dal meridione della penisola arabica, in grandi migrazioni
che sarebbero all'origine della propagazione delle genti semitiche
prima nella Mesopotamia (III millennio a.C.), poi, nel 11 millennio,
                10                               MAOMETI O

nella parte centro-settentrionale (Siria e deserto siriaco). Mentre
non sono validamente dimostrate la realt storica o, almeno, l'im-
portanza etnica della prima migrazione semitica verso i paesi me-
sopotamici,  certo che, nella seconda migrazione, si introducono
in Siria, provenendo dal deserto, gli Aramei e gli Ebrei. Si pu,
quindi presumere, per tutti gli Arabi, un originario habitat sudara-
bico, dal quale, in conseguenza di fattori storico-ambientali varia-
mente individuati e discussi, si sarebbero diffusi, in successive cor-
renti migratorie. In epoca storica, fra il II e il I millennio a.C., le stir-
pi arabe appaiono gi presenti in tutte le zone della penisola, e net-
ta  la distinzione fra quelle meridionali e quelle centro-settentrio-
nali.
 Anche linguisticamente, l'arabo settentrionale, attestato nelle
varie iscrizioni, si distingue da quello meridionale, che  pi vicino
all'etiopico e che fu soppiantato dal settentrionale, in conseguenza
della decadenza dello Yemen.
 L'Arabia centro-settentrionale, nella quale si mossero in preva-
lenza gruppi nomadi, dando occasionalmente origine a specifiche
civilt di carattere misto, per la ricezione di influenze estranee, si
presenta come territorio desertico. L'estremo settentrione della
penisola  costituito dal deserto siriano o settentrionale, che, salvo
nella breve regione di el-Widyan,  stepposo e pietroso. Segue, a
sud il Grande Nefud o Deserto Centrale, enorme distesa di sabbia
in forma di dune a ferro di cavallo (falq), con altitudine media sul
l.d.m. fra i 1200 e i 700 m. Con l'altipiano del Negd, siamo gi in
una zona intermedia fra il settentrione e il meridione del paese,
dove la steppa  spesso modificata e dove appaiono importanti
stanziamenti agricoli. Ma, immediatamente al di sotto del Negd, il
Rub' el-Khall Il Quarto Vuoto detto anche er-Rimal, Le Sab-
bie  una nuova sconfinata distesa desertica fra la costa inferiore
del Golfo Persico, l'Oman, lo Hadramaut e il Yemen.
 La pi grande estensione della penisola , perci, dominata dalle
sabbie, dalla steppa e dalle rocce; e, attraverso di essa, le carovane
dovevano aprirsi la via che congiungeva i centri abitati della costa
dell'Asia occidentale ai centri del Golfo Persico, fra il Mediterra-
neo e l'India. In quest'area fiorisce una civilt araba propriamente
nomade, c-he premeva ai confini degli stanziamenti semitici e asia-
nici della Siria e della Palestina, e che costit il tramite culturale
fra le citt sudarabe e il settentrione. Ed  in questa medesima
zona che si forma quella particolare religiosit del deserto, espres-
sa in strutture culturali molto scarne, talvolta accennante al mono-
teismo, spesso astralizzata, carica di fatalismo e di fanatismo, che
rifluir, in parte, nell'Islam e che appare attestata tuttora presso i
Beduini.
 Vi sono, invece, aree di margine, o territori, anche interni, favori-

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ti climaticamente, che, fin dall'antichit, risultarono adatti alla for-
mazione di civilt sedentarie. Il Hi~az, fra la regione di H. arrah e il
Mar Rosso, ha alcune vallate fertili, pur nella natura avara e aspra
dell'intero paese. Nella parte settentrionale del territorio si svilup-
p la civilt dei Madianiti (regione di Madyan), mentre, nel retro-
terra, si stanziarono i Nabatei, fondendosi con le stirpi aramaiche.
Particolarmente felici, in rapporto a tutte le altre zone, sono,
nell'estremo sud, lo 'Aslr e lo Yemen che divennero, perci, sedi
delle principali civilt storiche sudarabe.

2. Lefonti

 La pi antica menzione degli Arabi appare nell'A.T.1, nella cd.
Tavola dei Popoli del Genesi. Nel cap. x (26-29), fra i nomi dei figli
di Yoq~an, figlio di 'Eber, discendente di Sem, sono indicati Hesar-
mawet (corrispondente all'ar. Hadramaut) e Seba' (ar. Saba'). In
Gen. 25:1-4, fra i figli di Abramo e della sua concubina Qeturah,
appaiono i nomi di Midyan (paese dei Madianiti), di 'E(y)fah e di
Seba'; mentre, nello stesso capitolo, ai vv. 13-14, vi  la genealogia
dei figli di Ismaele, figlio di Abramo e della sua concubina Hagar
(Agar), fra i quali Nebayot, Qedar, Dumah, Massah, Te(y)ma',
tutti identificabili con stirpi o con toponimi arabi, presenti in altre
fonti. Gi, quindi, in un'epoca non posteriore al 1000 a.C., gli Ebrei
consideravano gli Arabi come distinti nei due gruppi, meridionale
e settentrionale, avanti menzionati; e ritenevano prossimi a loro,
per affinit di sangue, i figli di Ismaele, mentre pi lontani i figli di
Yoqtan.
 Nelle fonti assire, si fa spesso riferimento agli Aribi, var. Arabu,
contro i quali i re condussero numerose campagne. Il re degli Ari-
bi, Gindibu, intervenne, con mille cammelli, nella coalizione con-
tro Salmanasar II (858-823). Assurbanipal (668-626) organizza una
spedizione contro Waite (o Yauta), figlio di Khazalu, re degli Aribi
(altrove detto re di Qidir; cfr. Qedar nell'A.T.), che si era unito al
fratello del re assiro.
 Notizie notevoli, anche per quanto riguarda la religione, ci pro-
vengono dalle fonti classiche greche e romane, fra le quali princi-
pali sono Erodoto, Strabone, il Periplo del Mare Eritreo, composto
probabilmente fra il 40 e il 50 d.C., la Naturalis historia di Plinio (1.
VI) e Tolomeo.
 Il Corano, i vari commentari ad esso, le tradizioni musulmane, i
genealogisti islamici danno notizie varie sugli Arabi Preislamici,
non sempre attendibili, per la tendenza a ricostruire fantastica-
mente la storia dei regni sud-arabi. Particolare menzione, per la

 IT. sta per Antico Testamento.
                12                               MAOMElTO

sua importanza storico-religiosa, merita il Kitab el asnam, Libro
degli Idoli, dell'erudito arabo Hisam Ibn al-Kalbi, morto nell'819
o 820 d.C., che ci ha lasciato preziose notizie sulle credenze preisla-
miche.
 L'epigrafia e l'archeologia rappresentano la fonte pi ricca e di-
retta, che, nell'ultimo cinquantennio, ha portato nuova luce sulle
vicende delle genti semitiche di Arabia, modificando o, in parte,
confermando i dati incerti che si ricavavano dalle varie fonti stori-
co-letterarie indicate sopra. Vasto e con ampie zone tuttora ine-
splorate, , invece, il territorio archeologico sudarabico, che co-
minci ad essere studiato, nell'800, dal russo U. J. Seetzen (1810
zona di Zofar), da J. R. Wellsted (1835, iscrizioni di Husn al-Ghu-
rab e di Naqb al-Hagr), da A. von Vrede (1843, viaggio nel Hadra-
maut; iscrizione di Obne), da J. Arnaud (1843, territorio di Saba';
56 iscrizioni da $an'a, Marib, Sirwah). J. Halvy, nel 1869-1870
portava alla luce, nel Yemen, circa 700 testi epigrafici e ne faceva
oggetto di indagine nel 1873-74. E. Glaser, nel 1882-1894, racco-
glieva 1800 testi, che venivano ulteriormente arricchiti dalla spedi-
zione dell'Universit di Vienna, nel 1898. Il sorgere del nuovo se-
colo vedeva intensificate le campagne di ricerche. E del 1906-1907
la spedizione di H. Burchard (testi e fotografie da $an'a). H. St. J.
B. Philby interveniva con una serie di successivi viaggi, nel 1917-
18, 1931-32, 1936-37, e, infine, con la spedizione del 1951-52 in
Arabia Saudita, dalla quale ultima portava 3000 graffiti sabei, 9000
graffiti tamudeni e numerose iscrizioni rupestri. Nel 1927-28, C.
Rathjens e H. von Wissman compirono una missione archeologica-
a Hugga (a nord di San'a) e vi scoprirono il tempio alla dea-sole
Dhal-Ba'adan e molte iscrizioni sabee. Nuovi contributi derivaro-
no dai viaggi di C. Rathjens, fatti nel 1931,1934,1937-38. Nel 1936
una spedizione dell'Universit del Cairo, diretta da S. A.
Huzayyin, portava iscrizioni dallo Yemen e dal Hadramaut. Nel
1936-37 Barthoux scopriva nuovi testi nei dintorni di San'a, e, ne-
gli stessi anni, N. M. al-'Azm esplorava ancora la regione di Marib
mentre F. Stark, C. Caton e W. E. Garden portavano alla luce ii
tempio di Sin in Huredha (Had. ramaut). Nel 1946-47, M. Tawfiq vi-
sitava le rovine di Ma'in, nel Yemen, e ricopiava, correggendoli, te-
sti minei gi noti. Nel 1947 nuove iscrizioni yemenite venivano ri-
portate da A. Fakhri. Nel i950-53, I'American Foundation for the
Study of Man organizzava quattro campagne, delle quali, quella
del 1950-51, diretta da W. F. Albright, fu condotta sul sito di Tim-
na' (Tamna', Hagr Kohlan), l'antica capitale del regno qatabanita,
sulla collina di Heid bin 'Aqil e nella citt di Hagr bin Humeid. La
campagna del 1951-52, a Marib, port alla luce parte del tempio
Mahram Bilqis, dedicato a 'Ilumquh e al dio lunare sabeo, mentre
negli scavi condotti nel 1952-53, nella regione di Salalah (Oman),

                                   i





                                   l

             ARABI PREISLAMICI                           13

furono scoperti alcune iscrizioni 4adramutiche e il tempio di Khor
Rori (A. Jamme).
 I testi epigrafici scoperti nell'Arabia settentrionale e meridionale
documentarono abbondantemente le linee di sviluppo storico del-
le varie popolazioni dei due territori, e furono classificati in rap-
porto ai dialetti e alle unit politiche e tribali in essi attestati. In
particolare, i reperti della zona centro settentrionale appaiono cos
raggruppati: 1. iscrizioni e graffiti rupestri lihyaniti, che sono attri-
buiti al popolo di Li4yan, dal Higaz al nord-est dell'Arabia. Pre-
sentano nomi di re e di una regina di Li4yan nomi di persona e di
divinit. Appartengono, in massima parte, aiprimi secoli della no-
stra era, con alcune, pi antiche, che si fanno risalire al massimo al
IV secolo a.C., 2. iscrizioni e graffiti lamudeni una volta indicati
come protoarabi, rilevati in prevalenza nel Higaz settentrionale,
ma con diffusione fino al sud, attraverso l'Arabia centrale. Appar-
tengono al popolo di Tamud. Sono costituite, in massima parte, da
brevi invocazioni con i nomi dei fedeli e delle divinit. I graffiti
rappresentano figure animali (cammelli, struzzi, bucrani, serpen-
ti). L'epoca dei testi oscilla fra un limite massimo da assegnarsi al
VII secolo a.C. (v secolo, secondo Littmann), e un limite minimo
del v secolo d.C. (IV secolo, secondo Littmann); 3. iscrizioni e graf-
fiti safaitici, reperiti nella regione vulcanica di Harrah, a sud-est di
Damasco, ma presenti anche, in qualche esempio, nella Transgior-
dania. Sono, fra i reperti epigrafici nord arabici, quelli che forse
hanno presentato maggiore difficolt all'interpretazione. Graffiti
e iscrizioni appaiono in serie sovrapposte e confuse. Le iscrizioni,
in particolare, sono indifferentemente tracciate da destra a sinistra
e da sinistra a destra, o si sviluppano a spirale. I Safaiti furono trib
nomadi che entrarono in Siria e si fissarono, ai limiti del deserto, in
stanziamenti sedentari, passando dalla pastorizia all'agricoltura.
Le iscrizioni interessano, perci, molto da vicino l'evolversi dei
gruppi beduini, che presentano in molti aspetti della loro vita an-
che religiosa. Contengono accenni alla vita agricola e pastorale,
brevi invocazioni agli di, lamentazioni per i defunti, richieste di
salute, di transumanze esenti da difficolt di felice esito delle raz-
zie, di prolificit per i cammelli, per i cavalii, per le capre, di pascoli
abbondanti. Sono spesso accompagnate da graffiti rappresentanti
episodi di caccia, figure divine ed animali (cavalli, cammelli asini,
leoni, iene, gazzelle, struzzi ecc.). Possono essere collocati in un
periodo di ca. cinque secoli, dalla caduta del regno dei Nabatei
(106 d.C.) all'invasione persiana della Siria (614 d.C.); 4. iscrizioni
nabatee e palmirene, che appartengono, per, all'area religiosa
aramea e documentano la profonda osmosi culturale fra le due
stirpi semitiche.
 Le iscrizioni sudarabiche, indicate originariamente come himya-
             14                               MAOMETl-O

rite (dal nome Himyar, designante una trib e, poi, il regno unificato
dall'Arabia meridionale preislamica), sabee, mineo-sabee, sono at-
tualmente meglio classificate in: 1. Had, ramutiche (proprie del Re-
gno di Hadramaut); 2. Minee (del Regno di Ma'in); 3. Qatabanite
(del Regno di Qataban); 4. Sabee (del Regno di Saba'); 5. Awsani-
te, redatte in qatabanito (del Regno di Awsan). La maggior parte
di queste iscrizioni appartengono ai popoli e alle civilt che appar-
vero, in periodo preislamico, nell'area della cd. Arabia Felice, fra i
territori che attualmente costituiscono lo Yemen, Aden e il Hadra-
maut. Ma la presenza di iscrizioni minee nello Higaz settentrionale
(El-'Ela e Tebuk) e di iscrizioni sabee nell'Etiopia (Aksum, Yeha,
lago Tana) dimostra la diffusione molto ampia dei Sudarabi in co-
lonie costituite da gruppi migranti. Tutte queste iscrizioni, per la
qualit della scrittura e dei caratteri, attestano una civilt notevol-
mente pi evoluta di quella nordarabica. Sono fonti primarie per la
conoscenza della storia e della vita religiosa dei regni sudarabici.
 In particolare, lo studio dei molti nomi teofori, presenti nelle
iscrizioni, ha rappresentato, negli ultimi venti anni, un importante
contributo alla definizione della religiosit e del mondo divino pre-
islamici. Le fonti epigrafiche sono state oggetto di ricerche condot-
te sotto tale prospettiva da parte di G. Ryckmans (1934-35), di M.
Noth (1928), di D. Nielsen, di A. Jamme (1947) e di Y. Moubarac
(1955).

3. Ipopoli arabi centro-settentnonali

 Oltre ai Nabatei e ai Palmireni, che rappresentano, fra gli Arabi
Preislamici del Nord, i gruppi pi noti passati dal nomadismo agli
stanziamenti sedentari, nell'Arabia settentrionale sono presenti
altri popoli dello stesso ceppo, sui quali siamo documentati con mi-
nore sicurezza e che svilupparono, tuttavia, proprie civilt anche
dal punto di vista religioso.
 L'A.T. fa spesso riferimento ai Madianiti o Midianiti, nomadi a-
rabi che sembrano aver costituito il loro centro stabile di diffusione
nel paese di Madian o Midian (ebr. Midhyan, ar. Madyan), a sud
della Palestina, probabilmente sulla costa orientale del Golfo Ela-
nitico (Akabah), con propaggini sia verso il sud, sia verso il nord-
est. Appaiono come discendenti di Madian, figlio di Abramo e di
Cetura (Gen. 25:1, 4;1 Cron. 1: 32-33). E gli stessi nomi biblici dei
figli di Madian compaiono in altri documenti non ebraici: in iscri-
zioni sabeo-minee i nomi di Abida' e di Eldah; negli annali di Ti-
glatpileser il nome di Epha, nella forma Hayapaa, a designare una
trib sudarabica (F. Delitzsch, Wo lag das Paradies, Lipsia, 1881,
p. 304); infine nella toponomastica araba locale. La citt di Madian,
ignota alla Bibbia,  menzionata nelle fonti arabe, come ventitree-

           ARABI PREISLAMICI                           15

sima stazione di pellegrinaggio alla Mecca, sulla costa marina, e,
forse,  da identificarsi con la Madiana o Meduna due volte indica-
ta da Tolomeo (VI, 7). La terra di Madian  ricordata in Es. 2:15,
come il territorio nel quale Mos si rifugi e spos Sephora, figlia
del re madianita Jethro; in I Re, 11: 18, come zona intermedia fra
Edom e Pharan, sulla via di Egitto; in Giud. 6: 3-33, come zona ad
Oriente della Palestina, dalla quale partivano, in alcune stagioni,
razziatori nomadi. I Madianiti sono battutinel paese di Moab, dal
re di Edom (Gen. 36: 35); sono mercanti che trafficano sulla caro-
vaniera d'Egitto, confusi con gli Ismaeliti, nella storia di Giuseppe
(Gen. 37: 25-28); hanno la stessa religione degli Israeliti, almeno al
tempo di Mos, poich il loro sacerdote Jethro offre un olocausto e
sacrifici al Signore (Es. 18:12); sono esperti conoscitori della via
del deserto, poich il madianita Hobab fa da guida agli Ebrei, nella
loro trasmigrazione (Num. 10: 29-33); si presentano come idolatri,
alleati di Moab, nella storia di Balaam (Num. 22:1 ss.); in Sittin,
sono responsabili, insieme con i Moabiti, di diffondere fra gli Ebrei
il culto di Baalfegor e la prostituzione (Num. 25:1 ss.); maledetti
dal dio di Israele, sono sterminati da Mos, con i cinque loro prin-
cipi, vassalli degli Amorrei (Num. 31; Gios. 13: 21); ricompaiono,
come nomadi razziatori e nemici di Israele, definitivamente di-
strutti da Gedeone (Giud. 6-8).
 Altra popolazione nordarabica, la cui presenza storica  attestata
nel Corano, ai limiti dell'Islamismo, e cui appartengono le iscrizio-
ni e i graffiti, indicati sopra,  quella dei Tamudeni. Il nome Tamud
appare nell'iscrizione di Sargon II del 715 a.C., come di trib araba
che gli Assiri hanno assoggettata. Altre notizie si ricavano da Ari-
stotele, da Tolomeo e da Plinio, il quale ultimo assegna ai Tamu-
deni le citt di Domatha (Dumat al-Djandal) e di Hegra (al Higr).
Anche le fonti arabe accennano ai Tamudeni, insieme con il grup-
po tribale degli 'Ad, come ad esempi della breve consistenza della
gloria mondana. Nel Corano appaiono come popolo gi dimoran-
te, con i Lihyaniti, nella regione meccana, sulla via che dalla Siria
portava alla Citt Santa. Sono succeduti agli 'Ad nel predominio
sul territorio, hanno costruito fortezze ed abitazioni nelle rocce, si
sono ribellati all'annunzio del verbo islamico e sono stati distrutti
da un terremoto (Cor. VII, 71-76), ovvero, second la differente
versione di Cor. XLI, 12 SS., dalla folgore (sa-'iqa); preferiscono re-
stare fedeli alla loro religione tribale (Cor. XI, 61-69), come rappre-
sentanti fra i pi pervicaci del paganesimo idolatrico, contro il qua-
le combatte il Profeta. Lo specifico riferimento ad un terremoto o
ad una folgor~e, che avrebbero distrutto i Tamudeni, fa associare ge-
neralmente agli esegeti coranici la fine di questo popolo con uno dei
frequenti fenomeni sismici dei campi di lava vulcanica (harra).
 Prossimi ai Tamudeni, erano i Lih. yaniti, che ebbero un proprio
               16                               MAOMEl-rO

regno, con centro in Dedan (ora el-'Ola), costituito sulle rovine
della potenza nabatea. Di altre trib nordarabiche preislamiche, vi
 memoria nel Corano. Agli 'Ad, che abitavano al-Ahqaf (le dune
di sabbia), il Profeta mand il loro fratello Hud, ma essi lo respin-
sero e maltrattarono, cos che Iddio li distrusse con una tempesta
(Cor. VII, 65 SS.; XI, 58; XLI, 16; XLVI, 21; LXIX, 6). Agli 'Ad sono as-
sociati gli Iram, anche essi colpiti dalla divina punizione, e la cui
genealogia corrisponde a quella attribuita, in Gen. 10: 23, al capo-
stipite tribale Aram (Cor. LXXXIX, 7).
 Il carattere generale di queste popolazioni nordarabiche, prove-
nienti in correnti migratorie nomadi dal sud, nonostante la fre-
quente trasformazione della vita nomade in sedentaria, e dell'eco-
nomia pastorale in agricola, resta, nel suo fondo, quello tipico dei
beduini. Si sistemano in zone pi favorite climaticamente e adatte
alla coltivazione, ma ne fanno soprattutto sede per le loro scorrerie
nel deserto, lungo le vie carovaniere, e sulle citt vicine, cos che la
loro memoria, nelle fonti ebraiche e in quelle assire,  quasi sem-
pre connessa al costume della razzia e dell'abilit guerresca. Esem-
pio tipico di questo fondo razziale  dato dai Safaiti, che, fra tutti
gli Arabi centro-settentrionali, conservarono pi spiccate le loro
costumanze tribali, come risulta dalle iscrizioni e dai graffiti che
hanno lasciati. Meno che presso i Nabatei e presso i Palmireni,
dove la felice combinazione degli elementi nomadi con quelli ara-
maici, greci e romani, diede l'origine a complessi di civilt molto
evolute, gli altri gruppi presentano strutture politiche ed economi-
che molto elementari. Un elemento notevole della loro vita triba-
le, e non del tutto chiarito,  la probabile presenza di taluni gruppi
a costituzione matriarcale, che per la zona dell'Arabia settentrio-
nale, sono attestati dalle epigrafi lihyanite, dal riferimento ad una
regina di Li~yan (mlkt lhyrl ) e dalla tarda storia della regina Ze-
nobia di Palmira.

4. La religione degli Arabi centro-settentrionali

 Il pantheon nordarabico, che ha non pochi punti di contatto con
quello sudarabico, presenta, a prima vista, una caratteristica fram-
mentariet, originata probabilmente dal moltiplicarsi dei nomi di-
vini tradizionalmente conservati dalle varie trib e venerati poi, in
determinati luoghi che rimasero fra loro divisi e distanti. Le fonti
stesse, della pi varia qualit, da quelle epigrafiche di Palmira e di
Petra, alle iscrizioni rupestri, alla Bibbia, agli esegeti coranici, agli
scrittori classici e musulmani, danno informazioni che  difficile
collegare in un apparato organico: onde si spiegano i vari tentativi
di interpretazione, tutti soggetti a cautele critiche pi o meno am-
pie, dei quali si parler avanti.

             ARABI PREISLAMICI                           17

 Non  dubbio che le trib arabe preislamiche adorarono un dio
supremo, che assume funzioni di deus otiosus per il sovrapporsi di
altre figure divine maschili e per lo sviluppo dei pantheon locali.
Questo dio ha il nome di Allah, derivato dalla forma araba al-ilah,
il dio per antonomasia, o dall'aramaico alaha, il dio. Non 
chiaro se si tratti di un'astrazione e di una figurazione divina asso-
luta, ovvero di una conseguenza dello sviluppo enoteistico di alcu-
ne figure divine maschili (per es. Hubal). Secondo Starcky, i noma-
di ebbero vivissimo il senso di un dio unico, che quasi riassumeva
tutti i valori frammentati nelle altre denominazioni divine, e che si
presentava, se non impersonalmente, certamente libero da ecces-
sivi antropomorfismi e spiritualizzato in notevole misura. Tale cul-
to appare in molti nomi teofori, nei quali  presente l'elemento el o
ilah. E gli stessi appellativi divini, Rahim, Kahil, Malik potrebbero
essere stati originariamente epiteti di Allah. Presso i Palmireni, il
nome  attestato nell'onomastica personale (Zabdilah, dono di
Ilah, Rebbel, dio  grande. Nel Corano, i riferimenti a questa
divinit preislamica, come a supremo creatore che  gi accettato
da alcuni idolatri, sono frequenti. I Meccani e, in genere, i miscre-
denti riconoscono in Allah il dio supremo, anche se rimangono
idolatri (E, certo, se chiedi loro chi ha creato i cieli e la terra ed ha
assoggettato il sole e la luna, essi diranno: "Allah", come, dunque,
inventano bugie, riconoscendo altri di?, Cor. XXIX, 61; cfr. Xlll,
16; XXXI, 24; XXXIX, 39; XLIII, 8, 87). Che questo dio avesse, presso
gli Arabi Preislamici, caratteri di dio del cielo e della pioggia non 
certo, perch l'ipotesi dovrebbe essere fondata su una interpreta-
zione forzata dei testi coranici di XIII, 18 (Egli fa nascere l'acqua
dal cielo) e di XXIX, 63 (E, in verit, se tu domandi loro chi fa
scendere dal cielo l'acqua con cui vivifica la terra, dopo la sua mor-
te, essi risponderanno: "Dio"). E, invece, sicuramente invocato
nei giuramenti solenni (Cor. VI, 109; XVI, 38; XXV, 42). A lui i no-
madi attribuiscono una porzione di offerte distinta da quella pre-
sentata a tutti gli altri di (Cor. VI, 137). Nel culto, egli acconsente
di essere associato ad altri di pi vicini all'uomo (Cor. VI, 149).
Ma che il carattere astratto di Allah sia andato pure esso soggetto
ad un'influenza antropomorfizzante, appare da celebri passi cora-
nici, nei quali al dio supremo vengono attribuite tre figlie, con i
nomi di al-Lat, di al-'Uzza e di Manah o Manat (Che pensate voi
di al-Lat, di 'Uzza e di Manat, il terzo idolo?, LIII, 19-20); O vengo-
no associate altre divinit, di probabile natura familiare (quelle
divinit, che voi invocate accanto a Dio, VI, 56), esplicitamente di-
chiarate figli di Allah nella sura Vl, 100 (hanno falsamente
ascritto a lui figli e figlie).
 IlatAllat, al-Lat  divinit femminile, il cui nome significa, la
dea (al-ilahat), non paredra di Allah, ma sua figlia nel passo cora-

l
              1 8                               MAOME'ETO

nico sopra citato. Appare nelle iscrizioni nabatee e palmirene, ed 
dea anche di altri gruppi beduini, fra i quali gli Hawazim. E invoca-
ta nei giuramenti, nella poesia preislamica. Aveva il suo principale
santuario presso Ta'if, a sud-est della Mecca, dove speciali sacer-
doti prowedevano a conservare e a venerare la sua immagine in
forma di betilo bianco, adornato da ogni specie di decorazioni. Se-
condo un testo di Tabari, Abu Sufyan quando si oppose ai seguaci
di Maometto, nella battaglia di Uhud, port con s gli idoli di al-
Lat e di al-'Uzza. Dopo l'occupazione della Mecca l'idolo di al-Lat
e il suo santuario in Ta'if furono distrutti, ma, da una notizia di
Doughty, rimangono ancora nella zona blocchi di pietre, chiamati
al-'Uzza, Hubal el-Lat, cui i nomadi si rivolgono in caso di biso-
gno (Travels in Arabia Deserta, II, 511, 515). E da identificare con la
Urania-Alilat, che appare, come dea degli Arabi, in un passo di
Erodoto (lll, 8).
 ozza, al-'Uzza, figlia di Allah nella triade coranica, con il valore
di La Potente, La Forte aveva il principale suo santuario in
Nakhla, sulla via da Ta'if alla Mecca, consistente in tre alberi di
acacia (samura), in uno dei quali la dea si era rivelata. Nel santua-
rio erano anche compresi il betilo della dea e una caverna
(Ghabghab), in cui era versato il sangue degli animali sacrificati.
Da questo centro, il culto si sarebbe diffuso fra molte trib beduine
e specialmente fra i Quraish (Coreisciti, la trib meccana dalla
quale nacque Maometto). La si trova, inoltre, presso i Nabatei, in
una dedica presso un alto-luogo di Petra. Di epoca tarda  il suo
culto presso i Lakhrnidi di H. ira, con usanze particolarmente cru-
deli, poich il principe lakhmida Mundhir III sacrific alla dea
quattrocento monache da lui catturate. Non  chiaro se la dea ab-
bia avuto, almeno nei tempi pi alti, carattere astrale. Come divini-
t astrale, identificata con la stella del mattino, si presenta presso i
Siriani, sotto il nome di Kawkabta (la Stella femmina), ed 
probabile che, in questo suo aspetto, sia la divinit cui, nella narra-
zione dello pseudo-Nilo, dovrebbe essere stato sacrificato il giova-
ne Theodulos, nel saccheggio saraceno del monastero del Monte
Sinai. Dopo la presa della Mecca, Maometto invi Khalid b. al-
Wahd a distruggere il tempio della dea.
 Manah, Manat,  la terza figlia di Allah del testo coranico, dichia-
rata, l'altra, la terza, il terzo (idolo), con un'espressione che
sembra essere stata dettata soltanto da esigenze metriche. Il suo
nome, connesso con il plurale (manawat) dell'aramaico manata,
sorte, porzione, fortuna (e, forse, con il dio delle sorti, meni, in-
dicato in Is. 61:11), la caratterizza come divinit del destino e della
morte, corrispondente alla Nemesis greca, con la quale fu identifi-
cata in monumenti e iscrizioni palmirene. Una pietra nera era il
principale suo santuario a lei dedicato in Kudaid (Qudaid), non

            ARABI PREISLAMICI                           19

lontano dalla Mecca; ma aveva altri centri cultuali in Hegra e pres-
so le trib degli Aw e dei Khazradi. Secondo il catalogo di Ibn al-
Kalbi, fra le tre divinit coraniche, figlie di Allah, era la pi antica.
Secondo una notizia del poeta Ibn Hisham, appare, insieme con al-
Lat, figlia di el-'Uzza. E presente nelle iscrizioni nabatee, insieme
con Dushara. Il grande santuario di Kudaid fu distrutto, dopo la
conquista della Mecca.
 Ruda  divinita femminile ancora venerata in epoca islamica, at-
testata nelle invocazioni di numerosi graffiti, in forma di dea nuda,
con una stella sopra la spalla destra e nell'atto di sostenere la sua
chioma con le due mani, in modo che formi un arco al di sopra di
lei. E probabilmente, come forma femminile di Arso, un'ipostasi
del pianeta Venere.
 Hobal, Hubal  il principale idolo venerato, secondo Ibn al-Kal-
bi, alla Mecca. E ricordato, in un'iscrizione nabatea, insieme con
Dushara e Manatu; e si ritiene fondata la tradizione musulmana
secondo la quale l'idolo fu portato da 'Amr b. Luhaiy dal paese di
Moab (Nabatena) o dalla Mesopotamia. Un'altra tradizione riferi-
sce che Hubal era un idolo dei Bana Kinana, venerato dai Quraish;
e fu poi trasferito nella Ka'ba. Sarebbe stato di corniola rossa, in
forma di uomo, e i Quraish avrebbero sostituito con una mano
d'oro la destra della statua che si era rotta. A lui si riferiva la divi-
nazione con le frecce. Poich il nome sembra connesso con l'agget-
tivo ar. hibil, anziano vecchio si fa l'ipotesi che il dio Hubal
non sia che una forma antropomorfizzata di Allah, e ci si fonda in
particolare, sulla sura CVI del Corano, nella quale Maometto esor-
ta i Quraish a servire Il Signore di questa Casa [cio del tempio
della Mecca], il quale li nutr, preservandoli dalla fame: dove sa-
rebbe da vedersi una sottintesa identificazione fra Allah, cui Mao-
metto si riferisce, e Hubal, adorato dalla trib cui egli si rivolge.
 Wadd (Uadd)  il dio luna dei Minei, con nome avente il valore di
amico, ma venerato pure presso i Li4yaniti dell'Arabia centro-
settentrionale. Rahlm, il Misericordioso, presente in iscrizioni
palmirene e safaitiche,  un dio personale, che riappare nel-
l'espressione coranica al-rahman al-rahlm. Anche queste due figu-
re divine sarebbero, secondo le moderne correnti di interpretazio-
ne, forma di Allah. Le divinit preislamiche centro-settentrionali,
oltre quelle menzionate, sono molto numerose, in gran parte deri-
vate dalle sudarabiche. Per i Geni (ginn), per il dio-dea Gad (For-
tuna), per Dushara, per Duanat, per Shai-al-qaum, per Shams, per
Manaf, per Arso e Azizo, presso i quali tali figure divine sono me-
glio attestate nella forma nordarabica.
 In quanto alla vita cultuale dei Nordarabi, abbiamo poche noti-
zie. Il luogo sacro, nel quale venivano celebrati riti e presentate le
offerte, era designato con il termine haram, che, con il valore di
               20                               MAOMElTO

vietato, interdetto, contrapposto aalalprofano, permes-
so, passer anche nella dottrina islamica. Il santuario era, per le
carovane beduine, un punto di incontro e di sicurezza, dove si go-
deva diritto di asilo per gli uomini e per gli animali. Esso era so-
prattutto uno spazio, sottratto alla norma gitlridica comune, che
circondava il betilo della divinit, le fonti e gli alberi sacri. La pre-
senza del betilo sembra attestata quasi costantemente; e, intorno
ad esso, si compivano circumambulazioni e corse, che assumono
nel rito meccano, il nome di tawaf. Venivano, ai betili, offerti sacri-
fici, anche di cammelli, con seguente pasto comune e versamento
del sangue ai piedi della pietra o unzione di essa. E pure probabile
che, gi nei luoghi sacri preislamici, si praticassero alcune delle ce-
rimonie che appaiono codificate nello ikram islamico, in particola-
re il taglio dei capelli e la rasatura. Resta problematica, anche per
i Nordarabi, la interpretazione del valore del sacrificio, cui si ac-
cenna a proposito del testo dello pseudo-Nilo. Molta importanza
cultuale avevano i pellegrinaggi ai luoghi sacri, che rappresentava-
no anche un'oceasione d'incontro delle varie trib presso determi-
nati santuari. Anche in questa usanza  possibile rilevare la radice
dell'istituzione islamica del Hagg.
 Il nomadismo imped la forrnazione di sacerdozi stabili e organizza-
ti; e si presume che, ordinariamente, interveniva, negli atti cultuali
specialmente il capo del gruppo. Abbiamo, tuttavia, menzione
nelle fonti arabe preislamiche, di uno speciale personaggio, inve-
stito di poteri sacri, che ha il nome di kahin (corrispondente all'ebr.
kdhen, e all'aramaico kahen, prete). A differenza del kohen ebrai-
co, il kahin protoarabo non ha funzioni che possono essere definite
come sacerdotali. Egli , piuttosto, un indovino e un vaticinatore
forse, all'origine, di tipo sciamanico. Nelle fonti preislamiche ap-
pare gi notevolmente evoluto, in rapporto a quello che si pu rite-
nere essere stato il suo antico carattere. Interviene per ispirazione
estatica, ma, pure avendo visioni, non agisce usualmente da visio-
nario. L'ispirazione si presenta come invasamento demonico da
parte di ginn, geni, o di s~aitan, demoni, che parlano attraverso la
sua bocca. Pronunziavano le risposte alle domande loro proposte
in forma di sadj', brevi sentenze in prosa ritmica di struttura ambi-
gua e soggetta a varie interpretazioni. Erano interrogati in ogni oc-
casione importante della vita tribale; e ogni trib ha il suo proprio
kahin, o, anche, la sua kahina, profetessa. Interpretano i sogni, ri-
trovano i cammelli dispersi, scoprono i responsabili di adulterio
ecc. Maometto, per quanto si difenda dall'accusa di essere egli
stesso un kahin (cor. Lll, 29; cfr. LXXXI, 22), agisce spesso secondo
il modello della ispirazione estatica proprio di questi personaggi.
 E da segnalare, infine, come caratteristica a noi nota dell'ambien-
te arabo che precede la predicazione musulmana, l'estrazione del-

             ARABI PREISLAMICI                           21

le sorti a mezzo delle frecce detta maisir. Per quanto non si tratti di
una pratica propriamente religiosa, come tale essa  condannata
dal Corano (II, 219; e in particolare, v, 92-93: O voi che credete, in-
vero, il vino, il maisir, gli ansab [idoli] e le frecce SODO un'opera abo-
minevole di Satana). Un gruppo di dieci Arabi acquistava un cam-
mello, lo divideva in dieci parti, e il capo provvedeva a distribuirle,
traendo, fuori da una borsa, le frecce sulle quali erano stati scritti i
nomi dei partecipanti. Si ricorreva alla consultazione delle frecce
anche prima di intraprendere un viaggio o un affare importante,
estraendole da una borsa deposta dinanzi ad un idolo, nella quale
erano contenute due frecce (una portante la lisposta s, un'altra
la risposta no), ovvero tre frecce, una positiva, una negativa, una
sospensiva. Questa specifica procedura era chiamata istiksam. Si
ha memoria della divinazione a mezzo di sette frecce praticata dal
kahin dinanzi all'idolo di Hubal, nella Ka'ba; e di analogo uso rife-
rito all'idolo di Uadd, a Dumat-al-Diandal, e all'idolo di Dul-'l-
khalasa, venerato a Tabala, a sud della Mecca (Ibn al-Kalbi).

5. Ipopoli deU'Arabia meridionale

 In quella regione dell'Arabia meridionale, che gli antichi chiama-
rono Arabia Felice, si svilupparono tipiche civilt sedentarie, la cui
storia pi antica  del tutto ignota. Le condizioni climatiche favo-
revoli, l'abilit con la quale gli abitanti si assicurarono la fecondit
del terreno con ampi impianti di dighe e di irrigazione, la presenza,
in alcuni territori di piante aromatiche e di spezie (in particolare la
mirra), furono gli elementi pi importanti che facilitarono il sorge-
re di stanziamenti stabili, nei quali i gruppi tribali, probabilmente
all'origine nomadi e pastorali, poterono dedicarsi all'agricoltura,
e, in seguito, al commercio e al controllo dell-e grandi vie carova-
niere. Inizialmente gli abitanti appaiono costituiti in unit clani-
che, rette dai mukarrib, che secondo l'incerta etimologia del termi-
ne, potrebbero essere stati principi-sacerdoti o principi-unih-
catori. I motivi, per i quali il gruppo nomade passa a sedi stabili.
sembrano essere stati anche altri, oltre quelli climatici. La conve-
nienza di un potere centralizzato fu dettata anche dalla necessit di
provvedere ad opere di canalizzazione e di irrigazione, cui non po-
tevano sopperire le unit nomadi. N  da escludere che, per pro-
teggere le vie carovaniere e il commercio della mirra e dell'incen-
so, si sia dovuto ricorrere, soprattutto nella regione del Hadra-
maut, alla formazione di scorte armate collettive, con il concorso di
vari gruppi tribali.
 Nel m secolo a.C., Eratostene di Cirene (276-196 a.C.), nella sua
Geografia, segnalava, nell'Arabia meridionale, quattro regni, che
corrispondono, in effetti, alle quattro principali unit territoriali e
politiche attestate nell'epigrafia: il regno dei Minei, Mlvaa con
capitale Kpva (Qarnaw, ora Man), nello Yemen settentrionale, il
regno dei Sabei, ia~Satol, con capitale Mapa~Sa (Marib), nel terri-
torio di San'a', esteso, forse fino al Mar Rosso; il regno di Qataban, i
Ka~a,Bavts, con capitale Tllva (Tamna', l'odierna Kohlan), nello
Yemen orientale, fino al confine con il Hadramaut; il regno di
Hadramaut, i Xa~a Tacon capitale~alav (Shabwat, ora
Shabwah; Sabota in Plinio).
 Circa la datazione della storia dei regni mineo e sabeo, l'opinione
di E. Glaser, secondo il quale la monarchia minea si era originata
fra il 2000 e il 1500 a.C. e precedeva quella sabea, appare infondata
sulla base delle osservazioni successivamente fatte sulle epigrafi
sabee, che risultano certamente pi antiche. Si  oggi propensi, pur
nella grande incertezza delle datazioni, a ritenere quasi contempo-
raneo lo sviluppo dei due regni, dal IX-X secolo a.C. in poi.
 Del regno mineo, si hanno i nomi di 23 o 25 re, dal vlI secolo a.C.
in poi, e si sa che era ancora in vita nel III secolo a.C., per la notizia
di Eratostene sopra riportata. Fu, infine, assorbito dai Sabei. Che i
Minei dominassero le vie carovaniere dal territorio sudarabico alla
Palestina e alla costa mediterranea,  attestato dalla presenza di
colonie minee lungo il percorso di transito delle carovane, per es. a
Dedan (al-'Ola nel Hi~fiz). Gli abitanti di Dedan appaiono,
nell'A.T., come mercanti di panni nobili (tappeti), di cavalli e di
carri (Ez. 27: 20), venduti sul mercato di Tiro.
 Il regno di Saba copriva un territorio certamente pi vasto, con
colonie nell'Arabia settentrionale e in Africa. Si spiega, cos, come
nell'A.T., si accenni ad esso in due forme e con due diverse genea-
logie, Seba' e Sheba' (Gen. 10: 7 e 28), con riferimento ora alle co-
lonie setentrionali del regno, ora, invece, al territorio meridiona-
le, dal quale deve pure ritenersi essere partita la regina famosa del-
la storia di Salomone. I Sabei appaiono, come tributari o vassalli
degli Assiri, nelle iscrizioni cuneifonni di Tiglatpileser m, di Sar-
gon II, di Sennacherib, tutte dell'vlll-vll secolo a.C. Secondo la ri-
costruzione fatta dal Nallino avremmo, per il regno di Saba, i se-
guenti periodi, distinti sulla base dei titoli assunti dai sovrani:

 1. periodo dei mukarrib, dei quali l'epigrafia ci ha trasmesso alcu-
ni nomi (13 o 14), con capitale in Sirwah, poi a Maryab (Marib). In
questo periodo, il mukarrib Sumhu-'alaya Yanaf inizia la costru-
zione della grande diga per le acque del fiume Adhanat, presso
Marib, cui  strettamente connessa tutta la storia di Saba
 2. periodo dei Re di Saba. dei quali sono noti 15, con capitale a
Marib, dal 600 ca. a.C. Il regno si estende con colonie nell'Abissi-
nia settentrionale (ca. 500 a.C.) e assorbe lo stato mineo, verso il
200 a.C.;

 3. periodo dei Re di Saba e Dha Raidan, cio del territorio di
Raidan, la cui identificazione oscilla fra un castello di tale nome,
noto alla tradizione araba, nella citt yemenita diafar, ed una
omonima rocca, nell'est dello Yemen. E probabilmente a questo
periodo che si riferisce l'era cd. sabeo-hymyarita, dal 115 a.C. in
poi. Apparterrebbe anche a questo periodo la spedizione di Caio
Elio Gallo (25-24 a.C.), per conquistare l'Arabia. Dalle notizie ri-
portate da Caio Elio Gallo, risult che il regno maggiore sudarabo
era quello dei Sabei, ma che molto numerosa era la popolazione
degli Omeriti, Homeritae, da identificarsi con i EIimyar delle epi-
grafi. Questi erano, con i Sabei, retti da un unico re, con capitale in
Saphar (Z;afar), essendo stata abbandonata l'antica sede di Marib,
forse per sottrarsi alle incursioni abissine. Il potere venne poi as-
sunto dalla dinastia degli Hamdaniti (dal I secolo d.C.), ma la serie
dei sovrani di Saba e di Dha Raidan, si chiude, con un re non ham-
danito, nel 281 d.C.;
 4. periodo dei sovrani detti Re di Saba e Dhan Raidan e
Hadramaut e Yamanat, dal 300 d.C. in poi, con capitale aafar.
Fino al 370 il paese  probabilmente occupato dagli Abissini, e,
nella prima met del IV secolo d.C., il re 'Ezana di Aksum assume
la titolazione propria dei re sabei. Il paese si liber dall'occupazio-
ne etiopica ed ebbe suoi propri re gi nel 448, quando appare diffu-
so e attestato nelle epigrafi, con la dedica al Dio del Cielo, il mo-
noteismo ebraico, per la presenza di colonie giudaiche nello Ye-
men;
 5. periodo dei Re di Himyar, da ca. il 480 d.C., nel quale, con il
predominio degli Himyariti (Omeriti della tradizione cristiana), si
accresce anche l'influenza degli Ebrei. Con l'ultimo re, Dha Nu-
was, un tentativo di imporre il Giudaismo come religione di stato,
provoc, nel 525 d.C., la spedizione abissina nello Yemen e la fine
della dinastia indigena, con lo stabilirsi, sul posto, del dominio
aksumita. Il paese, definitivamente indebolito, anche per il crollo
delle dighe di Marib, cadde, infine, nel 575 sotto l'egemonia persia-
na. All'invasione etiopica del 525 d.C., vanno connesse le violente
persecuzioni antimonofisite, nelle quali trovarono morte, nel 523,
Areta (Harith), maggiorente della citt di Nagran, nello Yemen
settentrionale, e i suoi soci (Arethas et Socii della tradizione cristia-
na, o Martiri Omeriti). Il regno di Qataban si estendeva fra le re-
gioni dello Yemen e del Hadramaut, senza, peraltro, raggiungere
la costa marina, occupata dal Regno di Awsan. Le sue origini risal-
gono, probabilmente, al Vll secolo a.C. e la sua presenza si prolun-
ga fino al I secolo d.C., attestata per la monetazione locale. In
un'epoca non determinabile,  assorbito dalla potenza sabea.

 Appare certo che, per la concorrenza di varie cause, verso il IV se-
colo d.C., tutte queste unit politiche sudarabe sono fortemente
decadute. La pressione degli Abissini monofisiti, l'abbandono
dell'agricoltura, il disfacimento della rete irrigatoria, dovuto, in
gran parte, al crollo della diga di Marib, determinano una notevole
ripresa della vita nomade e beduina. Si ricostituiscono, cio, grup-
pi di razziatori, che vivono di guerriglie e di lotta nel deserto, spin-
gendosi fino ai margini settentrionali di esso. Sono, in genere,
gruppi dediti alla pastorizia e caratterizzati dalle tipiche qualit be-
duine (tendenza alla vendetta di sangue, senso dell'onore, difesa
dell'indipendenza del gruppo, vita libera), con basso livello religio-
so e morale. Da questa diaspora araba del deserto, ha origine, in
gran parte, la notevole poesia preislamica. Nel VI secolo d.C., si
manifesta la tendenza di alcuni gruppi tribali a unirsi nuovamente
in alleanze e confederazioni, deferendo il potere al sayyd o capo-
trib, pur nella violenta reazione dei nomadi beduini, che erano
contrari all'abbandono della loro vita libera e osteggiavano ogni
forma di potere monarchico. In questo periodo, per l'affflusso di
correnti arabe dal meridione, si formano i regni dei Ghassanidi e
dei Lakhmidi, il primo originato da una famiglia della trib degli
al-Azd, il secondo dalle trib dei Tanakh e dei Lakhm, ambedue ai
margini delle zone d'influenza di pi evolute civilt, presso Dama-
sco e presso al-Hirah. Altri regni, di minore importanza, vennero a
fonnarsi a Damat al-Giandal, nel deserto Siriaco, e nella zona fra il
Negd e la costa del Golfo Persico (regni dei Kalb e dei Kindah). La
storia di queste unit politiche, al servizio ora dei Romani, ora dei
Sasanidi,  connessa alla cristianizzazione delle trib arabe in forme
miste, nelle quali spesso il fondo beduino non fu del tutto obliterato.

6. La religione dei Sudarabi

 Anche il mondo religioso sudarabico si presenta estremamente
frazionato, con divinit locali, che corrispondono alla vita ora degli
stanziamenti agricoli sedentari, ora dei gruppi nomadi che trasmi-
gravano attraverso il deserto. I vari tentativi di sintesi, che sono
stati fatti dai ricercatori, nella storia religiosa sudarabica, appaiono
spesso in contrasto con tale frammentariet, con il grande e disor-
dinato numero delle figure divine, con il prevalente localismo dei
culti: cos che devono essere considerati con molte riserve e caute-
le come dettati, troppo spesso, dall'intenzione di giungere a visioni
sintetiche, dove, forse, non vi  mai stata una organizzazione reli-
giosa unitaria. Da quanto si pu, invece, desumere dai testi classici
greci e latini, dai testi islamici e dall'epigrafia, risulta frequente,
nella vita sudarabica, una commistione, etnicamente spiegabile
fra culti di origine nomade-pastorale del deserto, con notevoli mo-
tivi astrali, e culti tipici delle civilt agricole sedentarie. La religio-
sit permea tutte le attivit e le istituzioni dei regni sudarabici, con
una politicizzazione del rapporto religioso che  tipica dei Semiti
di altre aree (per es. Mesopotamia). Abbiamo gi visto che, molto
probabilmente, il primo e pi antico rappresentante del gruppo 
un sacrificatore o un capo investito di potere sacerdotale, il mukar-
rib, che interviene gi direttamente nel sacrificio tribale. Questa
confusione dei poteri politici e religiosi sembra essersi definita in
forme organizzate nei regni sabeo e mineo, nei quali l'originaria
religiosit beduina, molto incerta nei suoi contenuti e libera da
strutture ritualizzate, si  trasformata lentamente in evoluti com-
plessi cerimoniali. Sappiamo che agli di erano dedicate le mura
delle citt; che, in nome degli di, regnavano i capi ed amministra-
vano la giustizia; che, infine, soggette a norme religiose erano la
stessa coltivazione e la raccolta degli aromi, ad oriente del Yemen,
in un periodo che, negli autori classici, appare fra il 300 a.C. e il I se-
colo d.C. I mucchi delle piante raccolte, dedicate a dij erano affi-
dati alla loro protezione e lasciati incustoditi, mentre speciali rego-
le di purit rituale erano imposte ai raccoglitori e ai coltivatori.
 Dallo studio dei nomi teofori sudarabici, al quale si  dato, forse,
nei tentativi di interpretazione, un'eccessiva importanza, risulta il
rapporto del fedele con il mondo divino. La divinit appare rap-
presentata secondo forti tratti antropomorfici, adeguata al re e al
signore. I termini generoso, buono, geloso, elevato, glo-
rioso, felice, giusto, stabile e simili, che si presentano nei
nomi, sono troppo generici per meglio qualificare questo tipo di
rapporto, anche perch spesso in contraddizione fra di loro. Note-
vole  pure l'invocazione del dio come padrone, o come padre,
mentre il fedele si dichiara amico, figlio o servo di lui (Jamme), se-
condo uno schema pi volte rilevato nelle religioni semitiche. Ma,
in linea generale, deve ritenersi che i nomi teofori possono essere
esaminati con utili risultati, ai fini di riscontrare la diffusione e la
presenza di determinati appellativi divini nella zona sudarabica,
mentre hanno un interesse molto limitato, quando vengono invo-
cati per illuminare la natura del sentimento religioso.
 Se si passa all'esame dei nomi divini, accanto a molte delle divini-
t nordarabiche gi menzionate, appaiono nelle iscrizioni e nelle
varie fonti i seguenti:
 Il dio luna, che porta presso i Sabei il nome di 'llumqud (u), con un
grande tempio in Marib, capitale del regno sabeo (Mahran Bilqis),
e a Bara'an (al-'Amayid). Egli  invocato come Quegli che parla
(thhwn), con evidente riferimento alle sue attribuzioni oracolari;
come toro signore le cui corna rappresentano le falci lunari;
come elevato (rm). Sue forme locali sarebbero, secondo Jamme,
Hawbas, con il valore di siccit, aridit, Sami'; Rub, nella for-
ma di dio del primo quarto lunare. Con il nome di Sin  attestato
presso gli stessi Sabei, ma anche presso gli Hadramutici, nel terri-
torio dei quali gli sono dedicati vari templi (Madhabum, Hureida,
'Ilum ecc.). Gli Hadramutici lo venerano probabilmente anche con
il nome di Hawl, forse da hawl, mutare stato o condizione con ri-
ferimento, quindi, alle variazioni lunari. Presso i Minei, assume il
nome di Wadd, su amuleti e in iscrizioni parietali; di Nahastab, il
buon serpente. Per i Qatabaniti  'Amm, 'Amman, 'Ammun,
zio, e porta l'epiteto ray'um o ray'an, quegli che cresce. La
dea-sole, Shams, Shamsun, con l'epiteto 'aylat, altera, appare,
con questo specifico nome, nelle dedicazioni di molti santuari, ma~
presso i Sabei,  invocata come Dhat-Hymyam e Dhat Ba'adan,
Colei che dardeggia con i suoi raggi e Colei che si  allontana-
ta, a designare i periodi invernale ed estivo del ciclo solare. Assu-
me anche dei nomi che sembrano indicare sue qualit morali e nu-
minose: Samayhat, la celeste, riferito, forse, al carattere astrale;
Tadun, la disprezzata, che la rappresenta nel momento della sua
umiliazione, quando cio si allontana dal firmamento; Tandf, la
sublime, riferito al periodo estivo o diurno; 'Uzzayin, la poten-
te. Presso i Qatabaniti,  chiamata Dhat-zahran e Dhat-Santim,
forse corrispondenti alle figurazioni sabee del sole ascendente e
del sole declinante, ma porta pure gli epiteti Mahrudawu, Quella
che deperisce, e Mashraqltan, Quella che si innalza. Per i Minei
, forse, la dea identificata con il nome Nakrahum, mentre gli
Hadramutici la designano come Dhat-'Ahyad e Dhat-Husulum, la
disprezzata.
 Il pianeta Venere, venerato in tutta l'Arabia meridionale, porta il
nome di 'Athtar, attestato anche nelle forme 'Athat, 'Atar, 'Asta-
rum (hadramutico), 'Astar (etiopico). L'incerta etimologia, che lo
connette ai radicali thr o ghthr, essere ricco, irrigare, coprirsi
di ricca vegetazione ne indicherebbe la natura di dio provocatore
della pioggia e dell'abbondanza. Jamme ha proposto un'etimolo-
gia accessoria da 'ttr, forte, coraggioso. Porta i nomi astrali di
orientale, (shrqn), occidentale (ghrbn), elevato (nwfn), con
riferimento alle fasi di ascesa, discesa e zenith. Presso i Sabei, 
probabilmente venerato anche con il nome di Hagar, Quegli che
preserva, o, secondo una posteriore etimologia dello stesso Jam-
me, pietra (rossa), riferita, come epiteto, a Venere. Ma  pure
chiamato, in un'iscrizione sabea, Mutlbnatyan: Quegli che garan-
tisce l'umidit;a (?).
 Numerose sono le divinit tutelari di persone, di gruppi tribali, di
fonti, di luoghi, di citt, presenti, nell'epigrafia in varie forme, cos
indicate da Jamme: a. divinit anonime, quali, per es., le divinit
della regione di Wasar (awasanita); gli di e le dee della citt di
Shabwat, in hadramutico; le varie divinit minee indicate come il
suo dio, il suo dio patrono>~, gli di, tutti gli di, le divinit
della citt di Yathil, le divinit di Ma'in, di Saba', di Egitto, della
confederazione ecc.; le dee di Qataban, nelle iscrizioni qatabanite,
e gli di di altri gruppi clanici; nei testi sabei, le divinit di Yuhariq,
le divinit di Shabam, i padroni, i signori divini, il signore del-
la casa ecc.; b. divinit dei limiti e confini, nella forma wrfw, Wa-
rafu, divinit maschile qatabanita, significante limite del terre-
no, e m(n)dh, Munaddih, destinato a proteggere i canali di irriga-
zione, ambedue figure divine del mondo agricolo; c. divinit cono-
sciute sotto un nome personale, originario arabo o di derivazione
da altri gruppi semitici, quali, per es. Balw(?), in relazione con il
culto dei morti; Bashir, dio sabeo della buona notizia; Halim, dio
sabeo; Yitha'um, salvatore, dio sabeo; Madhuwawu, dio mineo,
il cui nome significa calamit; Nasr, dio sabeo con il valore di
aquila, titolare del tempio di Bana'; Dhu-Samawl, presente in
molti testi e titolare di molti santuari, dio oracolare di natura igno-
ta; Qaynan, dio sabeo (Qenu assiro-babilonese?); Ta'lab, dio sa-
beo venerato nei santuari di Gadadan, di Hadathanan e nella citt
di Ryyam, protettore della montagna di 'Itwat e di altri luoghi, con
nome che, secondo una discussa etimologia, potrebbe significare
Quegli che raduna le nubi; d. divinit straniere derivate dai pan-
theon dei popoli vicini, quali, per es., Osarapis (Egitto), Kahilan
(Kahil dei Tamudeni), Salam (Tamudeni), Rumman (Semiti set-
tentrionali).

7. La vita cultuale dei Sudarabi

 Per l'abbandono del nomadismo, gli spazi cultuali delle oasi,
dove le trib sostavano nei loro transiti (haram), vengono sostituiti
da veri e propri templi. Le varie campagne archeologiche nel terri-
torio sudarabico hanno portato alla scoperta delle rovine di nume-
rosi santuari. L'American Foundation for the Study of Man, nel
1951-52, ha condotto gli scavi del grande tempio di Mahram Bilqls,
presso Manb, le cui rovine erano note fin dalla prima met del se-
colo scorso. La costruzione si sviluppa in forma di ellissi irregolare,
per la lunghezza di 164 m, con una larga apertura di 25 m, secondo
uno schema che  prossimo ad alcuni santuari africani, anzi che al
classico santuario semitico. Il tempio veniva a trovarsi all'interno
di questa muraglia ellittica e non  stato ancora portato alla luce.
La presenza di un canale per l'acqua, all'esterno della cinta, in
prossimit dei gradini di accesso, documenta, presso i Sudarabi,
I'uso della purificazione con acqua, prima di entrare nel luogo sa-
cro. Sempre in territorio sudarabo, sono state rilevate le rovine dei
seguenti templi: 1. tempio di Bara'an, oggi al-'Amayid (Marib); 2.
tempio di Yeba, a cinque ore da Adua, in territorio abissino,
nell'area d'influenza sabea: 3. temoio di Sirwah. dedicato a 'Ilu-
mquh; 4. tempio di Hugga, dedicato alla dea solare Dath-Ba'adan,
scavato, nel 1927, da C. Rathjens e H. von Wissmann, 5. tempio di
Madhab, presso Hureida, in territorio hadramutico, dedicato a
Sin; 6. tempio Risafum, dedicato al dio lunare qatabanita 'Anbay,
nella zona del Wadi Beihan, con un canale analogo a quello del n. 1
7. due templi scoperti a Ma'in da Tawfiq, non ancora completa-
mente studiati; 8. tempio di Khar Rori, scavato da F. P. Albright.
Nel recinto del santuario, vi erano depositi degli utensili cerimo-
niali ed archivi. Nel santuario stesso, si distinguevano varie sale per
gli usi cultuali, fra le quali l'oratorio e il santuario per l'incen-
so, il primo destinato all'adorazione della divinit, a mezzo di
prostrazioni, il secondo al bruciamento di aromi. Di vario tipo era-
no gli altari, secondo gli usi specifici per i quali erano stati costruiti.
Vi erano altari per olocausto, sui quali le offerte venivano bruciate;
altari per il bruciamento degli aromi (pirei); altari per le libazioni.
 Pi sviluppata che presso i Nordarabi appare la classe sacerdotale
soprattutto per i numerosi termini che qualificano categorie di of-
ficianti: rshw, forse sacerdote in genere; shw' e 'fkl, di ignoto si-
gnificato; shr, forse il sacerdote tourneur che praticava la corsa cir-
cumambulatoria intorno agli idoli. L'amministrazione dei beni
temporali del tempio era affidata ai 'rby, costituiti in un'associazio-
ne. Vi  anche, nei documenti epigrafici, notizia di laici, maschi o
femmine, votati a particolari divinit, forse ieroduli e ierodule, o
schiavi di di, o loro servi. Scarse sono le notizie circa le feste suda-
rabiche, fra le quali Jamme cita quella di Halfan, caratterizzata da
strette osservanze di purit legale imposte ai partecipanti, che po-
tevano accedervi soltanto se avevano provveduto a purificare le
loro armi, pena l'espulsione dal santuario e l'offerta di un toro ad
'Athtar. Dall'epigrafia si rileva che norme di penitenza e di purit
regolavano anche i pellegrinaggi. In genere deve ritenersi che tutta
la vita religiosa fosse condizionata dalla netta separazione fra il sa-
cro e il profano, e che il passaggio dall'una all'altra condizione fos-
se variamente espresso a livello rituale di sacralizzazione e desa-
cralizzazione. Per es., secondo Gaudefroy-Demombynes, che  fra
i sostenitori dell'esistenza e della diffusione della prostituzione sa-
cra presso gli Arabi Preislamici, le cerimonie dell'Ha(pellegri-
naggio) preislamico terminavano con un coito rituale desacraliz-
zante. Numerose sono le offerte. Possono essere dedicate e votate
per l'intera vita o per un determinato tempo alla divinit le stesse
persone, come risulta da epigrafi, nelle quali si presentano figli, fi-
glie, fratelli, maschi o femmine. Sacrifici animali erano destinati
agli di, soprattutto ad 'Athtar in occasioni solenni e in ricorrenze
fisse. Incerta  la diffusione di sacrifici di bambini o di ieroduli. Su-
gli alta'ri per olocausti si presentavano vari aromi, indicati come
aromi del dio, nardo, balsamo, gomma arabica, incenso, ra'lm,

hadhak, gomma di cistio, aroma, essenza di albero luban, mirra
ecc.
 Sono, inoltre, attestate offerte di pietre votive, di cippi, di amule-
ti, di ex voto, di statue, di beni fondiari, di interi santuari.
 Diffuse erano le pratiche magiche, per l'uso di statuine e amuleti,
sui quali si incideva la formula Wadd padre. Si ricorreva ad en-
voutements per immagini (khtt) e ad incantesimi forse specifici per
la caccia ('r'b). Si credeva probabilmente nel malocchio e nel par-
ticolare potere della raffigurazione della mano distesa.

8. I tentativi di interpretazione

 La complessit del pantheon arabo preislamico e la grande varie-
t dei nomi divini hanno proposto il problema di interpretare i pro-
babili valori di fondo di questa cultura religiosa, che si presentava
ai ricercatori particolarmente interessante, sia perch in essa pos-
sono essere reperiti i caratteri pi arcaici delle religioni semitiche,
sia perch un quadro sintetico di essa pu contribuire ad una pi
approfondita conoscenza del mondo che precede immediatamen-
te Maometto e che in parte, rifluisce nell'Islamismo. Ma i vari ten-
tativi di analisi e di successiva sintesi, mentre hanno portato ad evi-
denza alcuni aspetti fondamentali della vita religiosa preislamica,
sono spesso inficiati da eccessi teorici e dal peso di schemi metodo-
logici precostituiti, cos che appare troppo evidente il contrasto fra
le soluzioni proposte e la realt storico-religiosa.
 In particolare, si  posto l'accento sul carattere astrale della reli-
gione araba preislamica, come visione del divino propria dei popo-
li nomadi delle zone desertiche, la cui vita dipende dalla luce not-
turna lunare, nel periodo delle trasmigrazioni, e dalla pioggia. Si ,
in conseguenza, trascurata l'indagine intorno all'altro precipuo
aspetto della religiosit araba, che  quello della civilt propria-
mente agricola, nel momento in cui dal nomadismo si passa agli
stanziamenti stabili e alle notevoli civilt sedentarie attestate nel
territorio sudarabico, ma anche nel centro e nel settentrione. Una
prima osservazione, dalla quale sono partiti i sistemi di interpreta-
zione, ha portato generalmente a riconoscere che la proliferazione
dei nomi divini nasconde alcune credenze panarabe e, forse, pan-
semitiche, unitarie, almeno in una fase iniziale, poi specificate nei
vari culti locali e tribali secondo forme diverse solo nominalmente
e analoghe nella loro sostanza. Sarebbe riscontrabile, nelle contra-
stanti versioni sabea, minea, hadramutica, qatabanita ecc., il culto
di una triade astrale, costituita dal Sole, dalla Luna e dal pianeta
Venere, l'importanza del quale ultimo si spiega con una sua parti-
colare funzione di stella di orientamento nelle notti senza luna. In
questa triade, il Sole, femminile, ha natura vicaria e secondaria,
poich, presso i popoli del deserto, la luce diurna e il calore solare
portano una carica negativa ed ostile, che si esprime in diverse e
specifiche esperienze vitali, quali l'impossibilit di muoversi attra-
verso zone desertiche sotto i raggi solari, l'esaurirsi delle fonti, dei
corsi d'acqua e delle sorgenti in estate, la violenza del periodo ca-
nicolare, il disseccarsi delle messi. Assume, in conseguenza, valore
positivo il cielo notturno, che protegge la vita del deserto e consen-
te la ripresa dell'attivit vitale, cui l'arabo ha dovuto rinunziare du-
rante il giorno. Le due figure astrali del cielo notturno, la Luna e il
pianeta Venere, sono maschi e costituiscono una diade benevola e
fecondante. N manca, nelle fonti, la loro designazione di divinit
che producono la pioggia e, quindi, il benessere agricolo. In parti-
colare, il rapporto fra le due divinit notturne si presenta come in-
terdipendente ed accessorio, nel senso che Venere sostituisce il
dio-luna nelle sue funzioni, nel momento in cui questi viene meno,
nel periodo negativo di decrescenza.
 Affermata la preminenza di tale triade, che, per, non sembra
corrispondere alla disordinata variet del pantheon, si , a lungo e
senza definitivi risultati, polemizzato per stabilire a quale delle tre
divinit rappresentate nell'ipotesi trinitaria, spetti, presso gli Ara-
bi Preislamici la primariet cultuale. Esclusa, naturalmente, l'attri-
buzione di tale primariet alla dea solare, M. J. Lagrange e J. Ples-
sis l'hanno assegnata al dio-Venere, mentre F. Hommel, O. We-
ber, G. Ryckmans, D. Nielsen, A. Jamme (quest'ultimo con alcune
cautele) hanno individuato nel dio-Luna la principale figura del
pantheon.
 La trinit medesima, secondo i vari nomi attribuiti ai singoli suoi
componenti nelle civilt arabe, si presenta secondo un modulo fa-
miliare spesso anche ierogamico, nel quale il dio-maschio (Luna)
si unisce, nel suo contatto mensile, con la dea-femmina (Sole) ge-
nerando il pianeta Venere, figlio divino per eccellenza. Il modulo
familiare  documentato nei nomi divini e negli epiteti riferiti alla
luna-padre, ('l, 'm, 'b; sm', Colui che esaudisce ('amm, zio
presso i Minei). Questa trinit sarebbe, inoltre, esclusiva di tutti gli
altri numerosi dei del pantheon, i quali dovrebbero essere integrati
nel mltema trinitario, senza che, per, si sia riusciti a trovare un
tale legame.

9. Il problema del valore del sacrificio. I testi dello pseudo-Mlo

 Un importante problema di margine delle culture arabe fu quello
sollevato dall'esagerata importanza data da W. Robertson-Smith,
in Lectures on the Religion of the Semites (Londra, 18891, 18942
19273), ad alcune notizie che appaiono inserite nelle Narrazioni dei
Monaco eremita Nilo, pubblicate dal Migne (PG, LXXIX, 583-694) e
gi prese in considerazione, come fonte araba preislamica, dal
Wellhausen (Reste, Berlino, 18871). Nel testo greco, il monaco nar-
ra come, rinunziando, alla convivenza matrimoniale, si ritir, con il
figlio Theodulos, sul Sinai. Il monastero fu assalito da Arabi bedui-
ni, che presero Theodulos, e lo avevano gi destinato, come vitti-
ma sacrificale, alla Stella del Mattino, quando, per una felice circo-
stanza il giovane fu liberato. Altrove, il monaco d alcune informa-
zioni sul sacrificio del cammello che i Beduini, in caso di bisogno,
offrivano, uno per orda, consumandone, poi, le carni semicrude
(612-613); sul sacrificio umano, praticato dagli stessi barbari (641,
680-688); infine, sui canti dei pozzi (648).
 Robertson-Smith us il testo di san Nilo, relativo ali'immolazione
del cammello, per sostenere, contro la teoria del sacrificio-dono, la
tesi dell'origine totemica del sacrificio. L'animale sacrificato appa-
riva allo studioso inglese come animale totemico della stessa stirpe
del dio, cui veniva presentato in offerta, e dell'uomo, che lo offriva.
Solo in occasioni solenni, il gruppo lo immolava, partecipando poi
ad un pasto-comunione, che gli assicurava, attraverso la consuma-
zione dell'animale-dio, la partecipazione all'energia divina.
 La tesi smithiana provoc polemiche aspre, non ancora spente
del tutto, per le sue specifiche conseguenze nella teoria del sacrifi-
cio; ma l'importanza del testo di san Nilo era gi, saggiamente, ridi-
mensionata da G. Foucart, che scriveva: Si  accolto, con com-
mossa deferenza, il famoso esempio del cammello di san Nilo; sem-
bra che un autore non abbia il diritto di trattare di storia delle reli-
gioni se non ha parlato con tono rispettoso di questo aneddoto.
Aneddoto  il termine pi adatto; non si tratta che di un dettaglio
dato en passant; e su un unico fatto, cos piccolo, non si poteva ve-
ramente, con piena cognizione di causa, costruire una teoria reli-
giosa relativa a tutta l'umanit (Hist. des Religions et mthode
comparative, Parigi1912, p. 132).
 Secondo i risultati pi recenti della critica, l'autore delle Narra-
zioni, attribuite dal Migne a san Nilo, non  identico a quello che ci
ha lasciati altri scritti e che era un priore di un convento della Ga-
latia. Si tratterebbe, invece, di un personaggio non storicamente
identificato, che visse sul Sinai confuso, nel v secolo, secondo
Th. Disdier, nell'vlIl secolo, secondo i Benedettini di Parigi, con il
Nilo di Ancyra in Galatia.
 Pi importante appare, invece, nello stesso testo dello pseudo-
Nilo, l'informazione relativa ai sacrifici umani che gli Arabi Pre-
islamici avrebbero praticati. J. Chelhod ha ultimamente riassunto
lo stato della questione, anche sulla base dello pseudo-Nilo. Alla
dea al-'Uzza, Mundhir 1ll sacrific il figlio del suo rivale l larith v, e
400 monache, in altra occasione. Alcuni obelischi dedicati alla stes-
sa dea, venivano unti e strofinati con sangue di vittime umane. I)i
carattere probabilmente sacrificale era l'immolazione, general-
mente praticata, di prigionieri di guerra. Attestato  anche, in mi-
sura notevole, il voto di sacrificare i neonatL e i fanciulli: per es.,
una donna fa voto di offrire alla Ka'ba il figlio maschio. L'infantici-
dio era diffuso in rapporto a specifiche esigenze ed usanze. Veni-
vano seppelliti i neonati di sesso femminile, per motivi di indigen-
za, di disonore, di necessit di prole maschile, secondo il costume
del wa'd. Si uccidevano i neonati imperfetti fisicamente, special-
mente se di sesso femminile. Si provvedeva alla soppressione di fi-
gli, in caso dl carestia, e forse, almeno in alcune trib, si consuma-
vano i cadaveri in un pasto cannibalico. Ma, al di fuori di queste oc-
casloni non propriamente religiose, il sacrificio rituale risulta da
varie fonti. Secondo Porfirio, gli Arabi di Duma, ogni anno, sacri-
ficavano un bambino e lo seppellivano a piede del cippo che loro
serviva da lmmagme divina. Si ritiene un accenno ai sacrifici di in-
fanti il passo coranico di sdra Vl, 137, nel quale  detto che gli ido-
latri destinano a Dio (una parte) di ci che egli ha fatto nascere
e, nella esegesi di Baydawi,  esplicitamente dichiarato che si prov-
vedeva a tale sacrificio mediante wa'd o sgozzamento.

Maometto





1. Fonti

 La principale e pi attendibile documentazione sulla vita di Mao-
metto ci proviene dal Corano, nel quale ricorrono allusioni agli av-
venimenti del periodo precedente l'inizio della predicazione e pi
precise notizie sulla fase meccana e medinese di essa. Ma gi nel
Corano, e ancora pi nelle opere esegetiche intorno ad esso, ap-
paiono frammisti elementi propriamente storici e cronistici con
motivi leggendari, che andarono sempre pi influendo sulla forma-
zione della biografia del Profeta: cos che non  sempre certa la di-
stinzione fra lo strato sicuramente storico di tale biografia e quello
mitico, salvo nei casi in cui la rielaborazione mitica  fin troppo evi-
dente per il carattere soprannaturale dei dati riferiti. Una tale na-
tura complessa e mista delle fonti, quale, del resto, appare nella
vita dei fondatori di molte religioni, ha dato origine a valutazioni
diverse e spesso opposte della personalit di Maometto. Alcuni,
nell'impossibilit di sicure distinzioni fra il dato cronistico e la po-
steriore rielaborazione agiografica hanno acriticamente accolto
proprio la forma agiografica della biografia di Maometto, tradizio-
nalmente consacrata dalla piet islamica, senza proporsi un'analisi
delle fonti secondo i criteri, anche essi variabili in funzione delle
scuole e dei tempi, definiti dalla critica occidentale. Altri, invece,
quasi nella fanatica ricerca del dato della cronaca materiale, hanno
negato ogni valore storico alle Tradizioni che si sovrappongono,
nella biografia agiografica musulmana, alle scarne notizie presenti
nel Corano e in poche altre opere attendibili proprio per il loro si-
gnificato di nudi documenti. Cos, per es., il Caetaninegli Annali
dell 'lslam, escludeva ogni validit dei dati provenienti dalla Tradi-
zione, considerandoli come apocrifi. Eguale posizione assumeva il
Lammens, che considerava la Slra, o biografia tradizionale del
Profeta, una tarda costruzione dovuta alla piet degli esegeti c dei
raccoglitori di informazioni biografiche sulla vita del Pro~eta, e~
perci, non attendibile. Queste posizioni estremistiche, che, del re-
sto, dipendono indirettamente dall'ipercriticismo e dall'iperfilolo-
gismo di alcune scuole storico-religiose (le stesse, per es., che di-
chiararono la inesistenza storica di Ges), sono oggi superate da
una pi equa valutazione del materiale tradizionale, nel quale si ri-
tiene sussistano certamente elementi utili anche per tentare rico-
struzioni biografiche di carattere storico. Inoltre non va dimentica-
ta la notevole importanza che anche i dati propriamente ed evi-
dentemente leggendari assumono nell'indagine storico-religiosa
cui interessa non soltanto il nudo elenco delle vicende che costitui-
scono la vita di Maometto, ma anche ci che Maometto  ed  stato
per il fedele islamico. Per le esigenze critiche e storiche occidentali
 rilevante ricavare dalla massa delle Tradizioni il filone di vicende
connesse ad una sicurezza di tempo e di storia, mentre soltanto gli
arricchimenti agiografici e mitici di tali vicende possono renderci
adeguatamente la figura di Maometto come presenza religiosa. E,
di conseguenza, la rivalutazione delle biografie tradizionali deve
essere guardata sotto il doppio profilo della cernita, in esse, dei
dati soddisfacenti le esigenze storiche, e del recupero, attraverso di
esse, del significato pi genuinamente religioso della personalit di
Maomtto.
 Il pi antico testo che faccia riferimento a Maometto  probabil-
mente la Cronaca di Sebeos, compilazione armena del VII secolo
d.C., nella quale  scarnamente detto che un ismailita (Maometto)
si sforzava di ricondurre i suoi compatrioti alla religione di Abra-
mo e rivendicava le promesse fatte ai discendenti di Ismaele. La
pi importante fonte , invece, la Slra, o biografia sviluppata se-
condo le tradizioni o Hadil. Il termine sembra essere stato inizial-
mente applicato ad ogni narrazione sulla vita del fondatore, attra-
verso la quale, presentando materiali tradizionali, si volesse stabi-
lire il fondamento delle pratiche legali e religiose correnti sul mo-
dello della vita del Profeta. La Slra, recependo le influenze della
letteratura midrasica ebraica e del leggendario apocrifo cristiano,
aggiungeva, cos, alle notizie cronistiche molti elementi leggenda-
ri. Il materiale raccolto venne successivamente collazionato e si-
stemato, soprattutto nelle scuole medinesi: e si ebbe una prima re-
dazione scritta, che  quella di 'Urwa b. al-Zubair (643-712 d.C.).
La pi importante fra le biografie di questo tipo fu, per, quella di
Muhammad b. Ishaq. Ibn Ishaq, nato a Medina nel 704 e morto
nell'Iraq nel 768 (quindi a ca. 72 anni dalla morte del Profeta), in-
cludeva la vita di Maometto e la storia del popolo arabo nel quadro
delle vicende della storia universale. L'Islam gli appariva la conti-
nuazione della storia sacra degli Ebrei e dei Cristiani, e Maometto
apriva l'et del trionfo dell'arabismo nel mondo. La Slra di Ibn
Ishaq ci  pervenuta soltanto nella rielaborazione, fondamental-
mente fedele all'originale, di Ibn Hisam, e nei frammenti presenti
nelle opere di at-Tabari. Altre posteriori biografie furono costrui-
te sul modello di Ibn Ishaq, ma raggiunse l'altezza e l'importanza
del modello soltanto l'opera di 'Omar al-Waqidi (797-874 d.C.),
del quale le ampie informazioni sulla vita del Profeta ci sono per-
venute attraverso tre fonti (un Kitab al-Magazi; una Slra, che pre-
cede i Tabaqat del suo discepolo Muhammad b. Sa'd, morto nel-
~84s, i Tabaqat medesimi). Al-Waqidi, a differenza del suo model-
lo, collaziona separate biografie, e fra esse le pi importanti sono
quelle dedicate alla vita pubblica di Maometto, ai suoi viaggi, alla
sua corrispondenza, alle ambascerie ricevute o mandate. Egli fon-
da anche una particolare scienza che esamina criticamente le bio-
grafie tradizionali, detta 'ilm-al-ri~al. Dopo questi grandi nomi, la
Slra non ha avuto notevoli sviluppi, ma si  formata come rielabo-
razione e sistemazione dei pi antichi materiali indicati.

2. Gli anni della <~ita d'uomo

 Per tutti gli anni che precedono l'inizio della vita pubblica di
Maometto e della sua predicazione riforrnatrice, le informazioni di
carattere storico-cronistico sono scarse, mentre abbondano le rico-
struzioni leggendarie della Tradizione. Il Corano, come principale
fonte storica,  opera che intende trasmettere un messagglo dl ri-
velazione, e Maometto vi appare come protagonista soltanto in
quanto  chiamato da Dio ad annunziare tale messaggio: perci il
testo  avaro di ogni riferimento alla vita di Maometto anteriore
all'epoca nella quale fu investito della sua missione profetica. Vi .
tuttavia, un richiamo terminologicamente indeterminato al lungo
periodo che Maometto trascorse nella sua patria meccana, seguen-
do le pratiche religiose degli Arabi Preislamici: Se Dio avesse vo-
luto io non vi avrei recitato questa Scrittura, non ve l'avrei fatta co-
noscere. E del resto son rimasto una vita intera d'uomo fra voi, pri-
ma; non comprendete? (Cor. x, 16; tr. Bausani). Perci, indipen-
dentemente dall'analisi delle interpretazioni cui ha dato origine il
termine 'umr avita d'uomo del testo riportato, possiam con esso
qualificare gli anni meccani della fanciullezza, della giovinezza, del
matrimonio, culminanti nella sconvolgente esperienza della prima
rivelazione.
 Secondo la costante Tradizione, Maometto apparteneva alla
grande trib dei Coreisciti (Qurays), che avevano fatto della Mec-
ca un importante centro commerciale, sfruttando il movimento
delle carovane di pellegrini ivi affluenti per venerare i molti luoghi
sacri del posto. Pi precisamente discendeva dalla famiglia Hasim
del clan o gruppo dei Banu Muttalib; e questa famiglia doveva, an-
cke se decaduta da pi antichi fulgori, conservare ancora una posi-
zione di preminenza. Almeno, dalla sdra Xl, 9 1, sembra che gli av-
versari del Profeta nutrissero vivo il rispetto per la passata gloria,
se non per la presente potenza, della famiglia: Ci sembri debole tu
fra di noi, e se non fosse per la tua famiglia ti lapideremmo. E che
la famiglia fosse decaduta, risulta, fra l'altro, dal passo coranico
nel quale non si riconosce Maometto fra gli uomini ragguardevoli
delle due citt (Mecca e at-Ta'if, o Mecca e Medina): Almeno
fosse stato rivelato questo Corano a un uomo ragguardevole delle
due citt! (XLIII, 31). La decadenza del gruppo familiare doveva
essere, poi, soprattutto di carattere economico, perch gli anni del-
la fanciullezza e della giovinezza del Profeta sono segnati da ri-
strettezze di cui vi  frequente memoria nei testi.
 Le genealogie agiografiche creeranno al Profeta una linea di a-
scendenza leggendaria, nella quale appare glorificata tutta la ge-
nealogia dei Coreisciti, come della trib pi importante degli Ara-
bi. Si entra in un campo soltanto apparentemente pi documenta-
to con il nonno paterno di Maometto, che  'Abd al-Muttalib. La
leggenda si appropria anche di lui: egli appare come guardiano di
Zemzem e cura l'abbeveramento rituale dei fedeli. Ha una visione,
nella quale vede un albero sorgere dal suo corpo (analogia con la
scala di Giacobbe) e, a mezzo di essa gli  annunziata una posterit
di dieci figli. Nuovo Abramo, egli ha rinunziato al culto degli idoli
e crede in un Dio unico; osserva le regole che appariranno, poi
consacrate nel Corano. Preso dall'orgoglio, giura, dinanzi alla
Ka'ba, che, se avr dieci figli, ne sacrificher uno alla divinit del
tempio. Alla nascita del decimo, 'Abd-Allah, padre del Profeta, in-
terroga il sacerdote del tempio, che, a mezzo della divinazione con
le frecce, designa come vittima proprio 'Abd-Allah; ma egli non ha
il coraggio di mantenere il voto fatto e interroga, allora, la profe-
tessa di Medina, che fa sostituire un sacrificio di cammelli a quello
umano. Il padre del Profeta , cos, riscattato con un sacrificio di
cento cammelli (analogia con Isacco o Ismaele).
 Il padre di Maometto, 'Abd-Allah,  figura di poco rilievo anche
nella leggenda. E probabile che il nome a lui attribuito, con il valo-
re di servo di Allah sia un appellativo datogli soltanto posterior-
mente, a modifica di un suo pi antico nome connesso ai culti ido-
latrici preislamici. Sempre il dato leggendario informa che il primi-
tivo suo nome era 'Abd ad-dar, schiavo della casa (del dio). La
madre del Profeta, Amina,  legata, con connessini poco chiare, a
famiglie medinesi.
 Resta il discusso problema del preciso anno della sua nascita. Se-
condo un'interpretazione tradizionale del versetto 1 della sura CV
Maometto nacque, alla Mecca, nell'anno dell'Elefante (Non hai
visto come opr il tuo Signore con Quelli dell'Elefante?). Ma
l'anno dell'Elefante si riferisce ad una spedizione organizzata con-
tro la Mecca dal principe etiopico dello Yemen-Abraha, con un eser-
cito nel quale era presente anche un elefante inviato dal re di Abis-
sinia. Tale spedizione dovrebbe riferirsi a ca. il 560, forse anche ad
un'epoca precedente (fra il 540 e il 562), e fornisce perci un dato
in evidente contrasto con altri passi coranici, la cui interpretazione
consente di fissare la data della nascita a ca. il 567-572 d.C. Infatti si
pu partire da due date certe o, almeno, concordemente accettate,
quella della morte di Maometto, awenuta nel 632, e quella della
sua migrazione a Medina, fissata al 622. Se alla data del 622 si sot-
traggono i tredici anni che vengono attribuiti al periodo meccano,
si giunge al 609. Quale  il numero di anni che bisogna sottrarre da
quest'ultimo dato, per ottenere l'anno della nascita? La questione
verte, cos, sull'interpretazione del famoso passo avanti citato, nel
quale si fa riferimento agli anni precedenti il periodo pubblico
meccano, come a quelli della vita di un uomo. Sulla durata di
tale periodo non si  raggiunto un accordo. E, infatti, la Tradizione
musulmana fissa la vita d'uomo ('umr) ad un periodo di 40 anni.
fondandosi su sura-XLIV, 15 (...abbiamo prescritto all'uomo bont
verso i suoi genitori: lo port sua madre in seno... finch quando
abbia raggiunta la maturit e abbia raggiunto i quaranta anni...).
La nascita di Maometto andrebbe, in conseguenza fissata, a 40
anni prima del 609, e cio al 569. Ma la stessa data viene portata al
572 dalla diversa Trdizione che riconosce al periodo meccano
non 13 anni, ma 10, facendolo corrispondere per estensione tem-
porale al periodo medinese. Va infine citata l'opinione de~Lam-
mens, secondo la quale la data di nascita deve essere portata al 580
ca., intendendosi per vita d'uomo non pi di trent'anni.
 Un secondo elemento sicuro che emerge dal contesto coranico 
il riferimento alle ristrettezze economiche dell'infanzia del Profe-
ta, e alla sua condizione di orfano (Non t'ha trovato orfano e t'ha
dato riparo?... Non t'ha trovato povero e t'ha dato dovizia di
beni?, XCIII, 6 e 8). Non vi , invece, alcuna notizia particolare cir-
ca la nascita, l'infanzia, la prima educazione, tutte passate nel do-
minio della leggenda e della Tradizione. La nascita, secondo la
biografia mitica, costituisce una epifania del divino, accompagnata
da tutti i segni delle nascite miracolose. La madre, Amina, avverte
i presagi che annunziano, in lei, l'avvento epifanico; non soffre dei
disturbi della gestazione; ode voci misteriose che l'assicurano della
eccezionale natura del figlio che porta in seno. Quando informa i
suoi parenti dei presagi e delle voci, per loro consiglio si copre di
amuleti, di catene di ferro alle braccia e al collo, quasi per difen-
dersi da un invasamento demoniaco; ma essi si spezzano miracolo-
samente. La voce soprannaturale le ordina anche di dare al figliolo
che da lei nascer il nome di Al~mad, la quale Tradizione non fa
che sviluppare il passo coranico: E quando disse Ges figlio di
Maria: "O figli di Israele! Io sono il Messaggero di Dio a voi invia-
to, a conferma di quella Torah che fu data prima di me, e ad annun-
zio lieto di un Messaggero che verr dopo di me e il cui nome 
Ahmad" (LXI, 6). Il nome Ahmad ha radice comune con Muham-
mad (h-m-d), e, come esso, significa Lodato Lodatissimo: ma
nella formazione della Tradizione leggendaria, tendente a dimo-
strare che l'awento di Maometto era stato preannunziato da
Ges, esso viene individuato nell'Evangelo di S. Giovanni (XIV, 16
e XVI, 7), dove il termine greco equivalente a lodatissimo
(ahmad),pericluts, sarebbe stato artatamente sostituito conpar-
clutos, Consolatore. Per tornare ai segni epifanici della nascita di
Maometto, la madre Amina lo partorisce quasi in condizioni di in-
tatta verginit. La discesa nel mondo  accompagnata da fenomeni
teofanici: una grande luce, da Oriente ad Occidente, illumina il
mondo, e Amina riesce a vedere i castelli di Damasco e il collo dei
cammelli di Bosra di Siria. Ella  sola nel momento in cui partori-
sce, e l'assistono celesti messaggeri, che mostrano il neonato a tut-
ta la terra. Questi, poi, uscito dal seno materno, cade subito sul
suolo (altra costante delle nascite epifaniche), raccoglie un pugno
di terra e solleva gli occhi al cielo. Nasce, secondo un motivo sul
quale insisteranno in particolare gli ambienti sciiti, senza macchia
incontaminato, gi circonciso, con il cordone ombelicale gi reciso.
 Il modello di fondo della nascita miracolosa del Cristo, che appa-
re nella leggenda islamica, aggiunge altri motivi dello stesso tipo:
gli Ebrei apprendono della nascita dai loro libri sacri e riconoscono
il sorgere della stella di Ahmad. Perseguitano il neonato. Egli 
presto orfano (secondo una Tradizione il padre premuore alla sua
nascita); ma, gi nella prima infanzia,  affidato a nutrici i cui nomi
sono tramandati dalla leggenda. Iniziano gli anni in cui Maometto
 ripresentato, secondo uno schema ricorrente nelle biografie miti-
che, come allevato fra i pastori. Halima, una beduina dei Bana
Sa'd b. Bakr, molto povera, prende a suo carico il bambino per al-
levarlo, lo tiene presso di s per cinque anni e vede improvvisa ric-
chezza scendere sopra la sua famiglia e la sua trib. Anche la prima
infanzia  accompagnata da miracolose vicende, e, fra l'altro, alla
fiera di Okadz, un indovino dei Banu Hudall, cui Halima lo aveva
condotto, annunzia che il bambino distrugger un giorno tutti gli
idoli. Proprio al periodo mitico della permanenza di Maometto
presso i Banu Sa'd appartiene il mistero di iniziazione che la Tradi-
zione vede, aggiungendovi molti particolari, nella sura dell'Aper-
tura (XCIV). Il passo coranico dice: O non t'abbiamo aperto il pet-
to, e non abbiam deposto il peso che t'aggravava il dorso? (1-3), e
l'interpretazione pi aderente allo spirito e alla lettera scritturali
porta a riconoscere nel versetto l'affermazione che Iddio ha tenuto
sigillato (chiuso) il petto (ossia, il pensiero, il cuore, la mente)
del Profeta, fino al giorno in cui gli ha comandato di manifestare le
sue rivelazioni. La Tradizione, invece, vuole che, essendo Mao-
metto fanciullo e trovandosi a pascolare le pecore, un intervento

miracoloso lo sottopone ad una prova che lo purifica e lo prepara
alla sua futura missione, attribuendogli caratteri sovraumani (con
presenza di elementi propri della tipologia dei riti di passaggio):
due angeli sollevano il fanciullo quattrenne, e tentano di stabilire
quale  il suo peso nella bilancia celeste, ma egli supera, in peso,
prima dieci, poi cento, poi mille persone del suo popolo (e, cio,
egli equivale a tutta la sua gente). Allora uno degli angeli gli spacca
il petto, estrae dal suo cuore un grumo nero di sangue (il peccato e
il male) lava l'interno del petto con acqua di neve da una coppa
d'oro e ricolloca il cuore al suo posto; infine gli angeli lo segnano,
in mezzo alle due spalle, con il sigillo della profezia (analogie con
l'esperienza sciamanica dello squartamento).
 A sei anni (secondo altra Tradizione a dieci anni), Maometto per-
de la madre Amina, cui la nutrice Hahma lo aveva ricondotto. Nel
riportarlo presso la madre, Hallma perde il bambino, che, ritrova-
to dal nonno 'Abd al-Mu~alib, viene da lui preso sulle spalle e por-
tato in circumambulazione rituale intorno alla Ka'ba. In tarda et,
il Profeta pianger sulla tomba della madre in Abwa, per invocare
da Dio di perdonarle l'idolatria cui fu fedele nella sua vita. Ma la
posteriore piet musulmana volle che Allah avesse richiamato, per
breve tempo, in vita i genitori del Profeta, perch si convertissero.
 Dopo la morte della madre, appaiono nella leggenda nomi di pi
sicura consistenza storica, quelli degli zii e cugini del Profeta. L'or-
fanello viene sollevato dall'indigenza in cui si trova dal nonno
'Abd al-Muttalib, allora capo dei Coreisciti. Questi lo prende con
s, ammira la straordinaria precocit del fanciullo, ma, avendo ap-
preso da un indovino che Maometto sterminer i Coreisciti, consi-
glia loro di ucciderlo. Il nonno muore due anni dopo, avendo affi-
dato, per testamento, la custodia del nipote al proprio figlio Abu
Talib, che assume un ruolo rilevante nella Tradizione soprattutto
sciita, come padre di 'Ah, il cugino, poi genero e discepolo di Mao-
metto. Abu Talib mor nel 619, dieci anni dopo la rivelazione, senza
essersi convertito. La casa dello zio fu per il fanciullo sicuro ricove-
ro, e in essa i parenti ammirarono le doti soprannaturali di lui. In
particolare, egli fu affezionato alla sua zia Fa~ima, cui render, in
occasione della morte, l'omaggio supremo di scendere nella tomba
di lei e stendersi accanto a lei. Negli anni felici della dimora nella
casa dello zio, Maometto, sempre secondo la Tradizione, ebbe i
primi contatti con i Cristiani. Secondo la leggenda, Abu Talib, re-
candosi in Siria, port con s il dodicenne nipote. Nella regione di
Bosra (Bosra) vivevano in romitaggio alcuni monaci che si erano
trasmessi un libro contenente rivelazioni profetiche. All'avvicinar-
si della carovana, il monaco Bahlra (o Sergios) osserva che dalla
carovana si solleva una nuvola, che si viene a fermare sull'albero
presso il suo romitaggio. Invita la carovana sopraggiunta a desina-
re con lui, e i viaggiatori accettano, lasciandoper, indietro Mao-
metto a custodire gli animali. Il monaco si accorge subito che, in
mezzo ai convitati, manca proprio colui i cui tratti soprannaturali
(la baraka) egli gi conosceva attraverso i libri profetici. Esige,
dunque, che il fanciullo venga chiamato, lo interroga in nome delle
divinit arabe pagane, e, quando Maometto mostra chiaramente la
sua avversione verso gli idoli, il monaco riconosce in lui quegli il
cui avvento era stato annunziato. Invita, allora, Abu Talib a guar-
dare bene il fanciullo dalle mene che contro di lui trameranno gli
Ebrei.
 Intorno al suo ventesimo anno, Maometto entra al servizio di una
ricca vedova,[adiga, e la condizione di miseria in cui fino allora
s'era trovato muta notevolmente. Vi  forse un'eco di tale cambia-
mento in Cor. XCIII, 8: Non t'ha trovato povero e t'ha dato dovizia
di beni?. Anche qui i dati mitici si sovrappongono ai pochi dati
cronistici non coranici che sono forse presenti nella Tradizione.
~adiga apparteneva alla famiglia 'Abd al-'Ozza della trib dei Co-
reisciti; assunse Maometto al suo servizio, perch l'aiutasse nel
commercio carovaniero che ella gi intratteneva da sola; era stata
gi sposata due volte e aveva figli dai precedenti matrimoni; secon-
do altra Tradizione, era divorziata. La vedova, quando ebbe nota-
te le eccezionali qualit del giovane, gi circondato dalla leggenda,
volle sposarlo, e dovette superare l'opposizione del proprio padre,
Hulaid, ottenendone il consenso dopo averlo ubriacato. Maomet-
to aveva all'epoca del matrimonio venticinque anni, mentre la spo-
sa era gi quarantenne, et notevole per un'araba. Fu questo un
matrimonio felice, eadiga entr nell'agiografia musulmana ac-
canto ad altre tre grandi donne, Asya, la moglie di Faraone, Ma-
ryam, la madre di 'Imran, e Maria, la madre di Ges.adiga mor
nel 620. Dal matrimonio nacquero certamente quattro figlie, e figli
in numero non chiaramente determinato.

3. La vocazione

 Negli anni dell'infanzia, in quelli della giovinezza e del matrimo-
nio, Maometto, secondo l'ipotesi pi fondata e corrispondente alla
realt, dovette seguire i culti idolatrici preislamici. E vero che
l'esegesi teologica islamica, soprattutto di parte sciita, con il dog-
ma dell'infallibilit e dell'impeccabilit di Maometto, ha costante-
mente inteso escludere la di lui adesione ai culti pagani, forzando
spesso il testo coranico. Ma non pare che su tale punto possa essere
sollevato dubbio, non fosse altro perch l'adesione del giovane alla
religione idolatrica  l'indispensabile premessa che spiega la psico-
logia della sua vocazione improvvisa, come abbandono di una con-
dizione di errore. Del resto, indipendentemente dalle forzate in-
terpretazioni sciite, la scrittura coranica fornisce sicure evidenze. Il
celebre versetto 7 della sdra XCIII dice: [Il Signore tuo] non t'ha
trovato errante e t'ha dato la Via?. Altre allusioni appaiono in
sura IV, 113 (E se non fosse stata la grazia che Dio ti ha elargito e
la Sua misericordia, alcuni di essi avrebbero cercato di traviar-
ti...), e in sura XLII, 52 (Tu non sapevi cosa fosse Libro, non sape-
vi cosa fosse Fede). Egli visse in ambiente idolatrico: Abh Talib,
che gli fece da padre, era un difensore del paganesimo, e lo zio
'Abd al-'Ozza diverr il suo strenuo oppositore nella fedelt ai cul-
ti preislamici e passer alla storia con il significativo nome di Abh
Lahab, il Padre della Fiamma (infernale). Una Tradizione di ibn
al-Kalbi ci informa dell'offerta di una pecora da lui presentata a al-
'Ozza. E, infine, anche nel periodo che segue la conversione, per-
mangono profonde tracce delle antiche credenze cui aveva aderi-
to: la Mecca  da lui considerata sempre come luogo santo (Cor.
XXVII, 9 1, XXVIII, 57, XXIX, 67, cv, 1 ss. CVI, I SS.); egli dichiara le-
citi i sacrifici (CVIII, 2) e i pellegrinaggi tradizionali (Vll, 31 ss.).
 Ora, in quali forme e sotto l'azione di quali influenze, in una vita
confortevole, dedita probabilmente ai commerci, radicata nelle
tradizioni religiose del proprio popolo, si accende la scintilla della
vocazione, che porter Maometto, ormai uomo, ad una delle pi
sconvolgenti esperienze personali del divino e far di lui il fondato-
re di una fra le religioni che pi ha influito sul corso della storia
umana?
 Il nucleo del capovolgimento spirituale, che  nella vocazione del
Profeta, sta nel passaggio da una religione tribale (nella quale, per
altro, gi erana presenti notevoli motivi monoteistici), ad un'ideo-
logia monoteistica assoluta, di evidente influenza giudaica e cri-
stiana. Difficile  stabilire, con sufficiente sicurezza storica, i pro-
dromi di un tale capovolgimento, e individuare gli elementi che,
negli anni della vita d'uomo hanno determinato la maturazione
religiosa di Maometto. In una certa fase, non cronologicamente
definibile, della sua vita, egli ha awertito profondamente l'in-
fluenza dei Possessori della Scrittura, ossia dei Cristiani e degli
Ebrei, la cui presenza appare costante, anche se in forme diverse,
in tutto il Corano. E tuttavia certo che la conoscenza di nuove idee
religiose non gli  venuta dalla personale e diretta lettura dei testi.
Egli ignora i testi greci ed ebraici delle Scritture e ci risulta evi-
dente dalle citazioni che di essi fa nel Corano, pi che dal discusso
valore di laico, illetterato, ignorante delle Scritture, attri-
buito al termine umm(di sura II, 78) dal Buhl, sul calco del gr.
Iaiks, anzi che sul calco di ethnics (Gentile) pi generalmente
accettato. Egli ha sentito parlare degli Evngeli, ma non ne cono-
sce il contenuto: per lui gli Evangeli, come il Corano, sarebbero
stati concessi, come rivelazione, a Ges (v., fra gli altri, il passo di
sdra V, 46: E facemmo seguir loro Ges... e gli demmo il Vange-
lo); gli stessi Evangeli sono considerati scritture contenenti pre-
scrizioni legali, come la Torah (v. Cor. v, 66, 68); i Salmi sono da lui
considerati un libro non appartenente all'Antico Testamento, ma
una rivelazione concessa a parte a Davide (Cor. XVII, 55); la rico-
struzione che egli fa di alcune parabole neotestamentarie (Cor. Vll
40)  vaga e attesta l'ignoranza del testo autentico. D'altra parte ii
modo in cui egli sviluppa storie bibliche (per es. Ia storia di Giusep-
pe, la pi bella delle storie nella sura Xll), e la rielaborazione che
egli fa di vicende riferite alla storia della Vergine Maria (sura m),
alla nascita e all'infanzia e alla morte di Ges (v., fra l'altro, Cor.
XIX, 22 SS.; 111, 46 SS.; V, 1 lO SS.; IV, 157) sono la chiara dimostrazio-
ne che egli attinge non ai testi scritturali ebraici e cristiani, ma, per
gli Ebrei, alla tradizione midrasica, e, per i Cristiani, preferibil-
mente alla letteratura apocrifa, in part. il cd. Evangelo arabo del-
I'lnfanzia e le sue fonti musulmane.
 La individuazione di tali fonti su basi abbastanza soddisfacenti
criticamente, non risolve il problema del modo in cui Maometto ri-
cevette le influenze determinanti nella sua conversione, ma sposta
la ricerca verso pi sicuri ambiti. Ora, appare molto attendibile che
Maometto ebbe contatti con Cristiani ed Ebrei attraverso le caro-
vane che erano dirette in Siria o ai paesi mesopotamici, attraverso
i mercanti che venivano dall'Abissinia per via marittima, e, infine,
attraverso quelli che frequentavano i molti mercati arabi. Si sa
bene quanto importante sia-stata sempre la funzione delle fiere e
dei mercati, anche nella formazione e diffusione delle correnti reli-
giose cristiane, proprio come punto di incontro cui affluivano non
solo merci, ma idee. Inoltre comunit cristiane, proprio nell'epoca
della prima predicazione, sono da tempo presenti nell'Arabia del
Sud e presso trib beduine; comunit ebraiche sono a Medina e
nelle oasi a nord della citt. Cristiani partecipavano ai grandi pelle-
grinaggi meccani, secondo le evidenze messe in luce da Snouck
Hurgronje (Het Mekkaansche Fest, 1880); Cristiani catturati in
guerra o immigrati vivevano alla Mecca. Influenze cristiane-nesto-
riane sono state ricordate, invece, da Tor Andrae, che ha fatto rife-
rimento alla larga disseminazione di Nestoriani nella zona, n si
escludono influenze monofisite giunte a Maometto attraverso ele-
menti provenienti dallo Yemen o direttamente dall'Etiopia. In
questo ambiente, cos ricco di correnti religiose non ortodosse, di
idee teologiche contrastanti, di ricostruzioni leggendarie della vita
di Ges e della Vergine, Maometto, secondo la Tradizione, non 
solo nella ricerca di una nuova religione. Per quanto problematico,
variamente interpretato e discusso, resta il frequente riferimento
coranico al termine hanlf, che sembra indicare, secondo l'ipotesi
pi accettabile, colui che possiede la vera religione, non ebraica e
non cristiana, quella che fu praticata da Abramo, egli medesimo un
hanlf (Cor. 1l, 135; lll, 67, 95 ecc.). Questa religione  essenzialmen-
teunmonoteismo,comerisultada sdraXXII, 31:Voltiinsemplice
fede (hanlf) verso Dio senza associarGli altri esseri.... Pur non vo-
lendo accettare la tesi che apparir poi nella tradizione, secondo la
quale gli hunafa' formavano una comunit settaria (la hanafiya),
non cristiana e non ebraica, e tuttavia praticante il monoteismo,
non si pu escludere che si tratti di particolari ambienti religiosi,
dediti all'ascetismo monastico e rifuggenti dalla pratica idolatrica,
nella ricerca di una nuova fede. Fra questi hunafa' o asceti, la Tra-
dizione ricorda un nipote (o cugino) di Hadiga, Waraqa b. Ne vfal,
che fu accanto a Maometto e che riconobbe in lui il Profeta del suo
popolo, morendo prima della rivelazione. Costui avrebbe cono-
sciuto il siriaco e il greco, da cui poteva tradurre l'Evangelo. Inol-
tre Maometto aveva affrancato e adottato un giovane schiavo,
Zaid b.Han~a, proveniente da una trib cristiana della Siria. E
che, nell'ambiente degli anni precedenti la rivelazione, circolasse-
ro idee cristiane in forma profetica, sembra risultare anche dalla
incerta personalit di Musailima, il profeta dei Banu Hamfa, se-
condo la tradizione agiografica musul~nana imitatore e concorren-
te di Maometto, ma vissuto prima di lui, se lo si identifica con Rah-
man, dal quale gli avversari accusavano Maometto di aver ricevuto
la sua sapienza. Musailima predicava una religione cristianeggian-
te, nella quale ricorrevano i temi del Regno dei Cieli e dell'avvento
di Colui che discender dai Cieli; e difendeva la pratica dell'asceti-
smo rigido, proibendo il vino e i rapporti coniugali dopo la nascita
del primo figlio. Esistono, perci, negli anni della vita d'uomo
tutti gli elementi che maturano Maometto alla sua nuova convin-
zione religiosa. Egli, conosciuti per via indiretta i fondamenti del
Cristianesimo e del Giudaismo, forse informato anche delle grandi
dispute teologiche proprie dei Monofisiti e dei Nestoriani, com-
prende che la sua insoddisfazione per i culti ancestrali tende a ri-
solversi in qualche cosa che gi  stato detto dagli Ebrei e dai Cri-
stiani, ma che costoro hanno alterato e falsificato. E, allora, si pro-
fila in lui il piano di un ristabilimento della religione pura (hanlf),
del culto monoteistico non contaminato, quale fu praticato da
Abramo; e, in rapporto a tale ampia prospettiva, il recupero del
proprio gruppo tribale alla vera religione ha un suo rilievo, ma sol-
tanto secondario.

4. n mistero della conversione

 Tutti quelli che abbiamo indicati sono preliminari che hanno un
ruolo nel dramma finale della conversione. Quale poi sia stato tale
ruolo non  possibile dire. La scarsezza di dati ci fa soltanto presu-
mere che la conversione  stata un fatto improwiso e sconvolgen-
te, non il frutto di una meditata e lunga riflessione (tesi, quest'ulti-
ma, poco convincente, sostenuta dal Caetani). Nell'atto in cui il ca-
povolgimento si verifica, come illuminazione e chiamata, quanto
Maometto ha appreso del Giudaismo e del Cristianesimo  assun-
to e rielaborato nella sua nuova esperienza religiosa; e non , inve-
ce, da pensarsi che Maometto sia giunto a questa esperienza pro-
prio per aver meditato sui dati. Sembra si possa essere d'accordo,
in una definizione preliminare del tipo di conversione, che, nel
caso di Maometto, ci si trova di fronte ad un'esperienza religiosa
vissuta intensamente, ossia ad un avvenimento da valutarsi sul pia-
no esistenziale e totale del convertito, e non invece di fronte alla
soluzione intellettuale e conoscitiva di un conflitto interiore. Il Co-
rano non descrive gli avvenimenti che pure dovettero costituire la
vocazione di Maometto. Vi sono accenni, che vengono interpreta-
ti, sempre a titolo di ipotesi, come memoria di un momento in cui
la chiamata si  verificata. Essi si riferiscono alla rivelazione del
Corano, che  trasmesso a Maometto in una notte santa in una
notte del Destino, cadente nel mese di Rama4an (fra il 26 e il 27,
secondo la Tradizione): In verit lo rivelammo nella Notte del
Destino. Cos' mai la Notte del Destino? La Notte del Destino 
pi bella di mille mesi. Vi scendono gli Angeli e lo Spirito, col per-
messo di Dio, a fissare ogni cosa. Notte di pace fino allo spuntare
dell'aurora (Cor. XCVII); In verit, noi l'abbiam rivelato in una
notte benedetta, perch sia monito agli uomini (XLIV, 3); E il
mese di Ramadan, il mese in cui fu rivelato il Corano come guida
agli uomini... (Il,185). Ma tali passi non riguardano il momento
della vocazione in s, bens l'esperienza di rivelazione auditiva del
Corano, il cui prototipo celeste  trasmesso al Profeta. La tradizio-
ne riconosce, invece, la testimonianza coranica della chiamata nei
versi 1-5 della sdra xcvl: Grida, in nome del tuo Signore che ha
creato, ha creato l'uomo da un grumo di sangue! Grida! Ch il tuo
Signore  il Generosissimo, Colui che ha insegnato l'uso del cala-
mo, ha insegnato all'uomo ci che non sapeva. Secondo altri la te-
stimonianza della vocazione sarebbe in sdra LXXIV, I SS.: O Av-
volto nel Mantello! Sorgi e predica! E il tuo Signore glorifica! E le
tue vesti purifica!; e tali versi indicherebbero una seconda fase
della chiamata, per coloro che riconoscono la priorit a sdra xcvl.
In ambedue i passi coranici, indipendentemente dalla questiondi
priorit e di rapporto, si rileva il carattere perentorio della chiama-
ta, l'invito a sollevarsi da una condizione di attesa e a farsi diffuso-
re e Profeta del Verbo.
 Se il Corano non offre elementi sicuri per un'indagine sull'epoca
e sui modi della vocazione, le Tradizioni abbondano di dettagli che
ci presentano l'esperienza di Maometto nel suo carattere teofanico
e teopatico. Questa esperienza  rappresentata chiaramente nella
Slra di Ibn Ishaq. Nell'anno in cui Maometto fu chiamato alla sua
missione profetica, si era recato, con la sua famiglia, sul monte I Iira,
per praticare il ritiro ascetico. Egli stesso, nella Slra, narra: Ora,
una notte, venne a me Gabriele, mentre dormivo, con un panno, e
disse: "Leggi!". Io gli risposi: "Non so leggere". Ed egli mi premet-
te in modo che credetti di morire. Poi mi lasci e disse: "Leggi!".
E, quando Maometto ebbe ricusato la seconda volta, l'angelo gli
disse la sdra xcvl, 1-5 sopra riportata (Grida, in nome del tuo Si-
gnore, che ha creato ecc.; Mi svegliai [continua il Profeta] ed era
come se uno scritto fosse stato vergato nel mio cuore. Uscii dalla
caverna, e quando mi trovai in mezzo al monte, udii una voce che
diceva: "O Maometto, tu sei l'apostolo di Dio e io sono Gabriele".
Alzai gli occhi, e vidi Gabriele, in figura d'uomo con le gambe in-
crociate, sull'orizzonte del cielo. Restai fermo, e lo osservai, senza
avanzare n retrocedere. E, quando distoglievo il mio sguardo da
lui, lo vedevo sempre all'orizzonte, dovunque lo volgessi.
 Nella Tradizione, la vocazione , perci, il culmine di una ricerca
ascetica di Dio, nel corso della quale lo spirito del Profeta  sotto-
posto a prove che lo rendono sempre pi adatto all'esperienza teo-
fanica. Egli si prepara al contatto con il piano numinoso, sottopo-
nendosi a pratiche e a norme di vita che richiamano i sistemi asce-
tici dei monaci cristiani, ma anche le particolari esperienze super-
normali dei veggenti (kahin) e dei maghi (sahir) dell'area araba
preislamica. Erra per la montagna; si ritira in una grotta; si sente
chiamare dal cielo, da un albero o da una montagna; alberi gli ven-
gono incontro e lo ricoprono con i loro rmi, per nasconderlo
mentre provvede ai suoi bisogni;  improvvisamente e per un atti-
mo inghiottito dalla terra. La rivelazione finale gli sarebbe stata
negata per un periodo di tempo che gli esegeti musulmani fissano a
due o a tre anni; e il Profeta disperato, stava per precipitarsi dalle
cime del monte Hlra, ma  trattenuto dal richiamo di un angelo. In
particolare, egli, nel momento di ricevere la divina chiamata,  av-
viluppato in un mantello (sdre LXXIII, I e LXXIV, 1), seguendo gli
usi degli indovini arabi, che si coprivano quando in loro era avver-
tita la presenza numinosa.                 
 Quando, poi, la teofania si verifica, egli ne riceve l'influenza in
doppia forma: la rivelazione (tanzll) del Corano, trasmessogli da
un angelo, e l'ispirazione, wahyi, ilmam, il soffio divino che invade
il cuore del Profeta e dirige la sua condotta e quella dei suoi fedeli.
 Circa la tipologia e la fenomenologia della vocazione e delle suc-
cessive rivelazioni, dalle quali discende direttamente il Corano,
sono state formulate ipotesi varie, pi o meno fondate sull'eviden-
za dei testi o sulle analogie con altre esperienze religiose. Pesa, tut-
tavia, su tali ipotesi troppo frequentemente un'informazione che
risulta dagli autori bizantini, secondo la quale Maometto era un
epilettico (per es. Teofane, Cronografia, ed. Boor, I, 334). La noti-
zia dei Bizantini e la sintomatologia morbida che si pu rilevare in
taluni passi coranici e in molti passi della Tradizione hanno fornito
agli studiosi di psichiatria e di psicoanalisi sufficiente materiale per
tracciare un presunto quadro clinico dell'esperienza del Profeta In
sintesi e senza scendere nella discussione dei particolari di tali in-
terpretazioni, la tesi psichiatrica ha, innanzi tutto, riconosciuta
l'autenticit e la sincerit degli atteggiamenti profetici di Maomet-
to, nel senso che, passando egli attraverso la fase della cd. piccola
aura e, poi, attraverso la vera e propria grande crisi epilettica, av-
vertiva, nella propria interiorit o in proiezioni illusorie e allucina-
torie esterne, quelle voci che aveva forse udite da altri, respin-
gendole, inizialmente, nel suo subconscio. Nelle crisi si sarebbe
cos, verificata, un'automatica e incontrollata liberazione di un de-
posito di impressioni subcoscienti.
 Sotto il profilo pi autenticamente fenomenologico-religioso,
l'esperienza di vocazione e di rivelazione di Maometto  analoga
per molti versi, a quella di ogni altro grande ispirato: e, quindi, i
vari segni esterni e fisici, che comunemente si rilevano, rappresen-
tano un margine epifenomenico in rapporto al fatto centrale di una
sconvolgente presa di contatto con il piano del divino. Egli, come
ha osservato Tor Andrae, appartiene al tipo di ispirato auditivo
nel quale la rivelazione  costituita dalla voce che parla nell'orec-
chio o nel cuore; anche se,  da notarsi, gli elementi visivi (appari-
zione di Angeli, Messaggeri ecc.) sono rilevanti gi a livello corani-
co. Pertanto, egli parla ed opera sotto l'impulsione di una forza che
ne ha fatto suo tramite, suo intermediatore e profeta: nulla pu ag-
giungere e nulla pu togliere a quanto gli viene dettato. Di fronte
all'esperienza dell'Anderes, che lo possiede, egli assume una posi-
zione di ricettivit e di passivit, che  ben rappresentata in sdra
LXXV, 16-18: E tu non muovere la lingua ad affrettarlo (il Cora-
no), ch a Noi sta raccoglierlo e recitarlo, e, quando lo recitiamo
seguine la recitazione. Maometto corre, percio, il rischio di con-
fondere la sua personale esperienza del divino con quella che gli
Arabi ben conoscevano nei veggenti (kahin) e nei maghi (sahir).
Anche costoro parlavano in conseguenza di un invasamento, di un
enthusiasmos di tipo sciamanico, che li rendeva tramite fisico degli
spiriti o geni. Maometto deve, perci, difendere la peculiarit della
sua ispirazione molte volte, riconfermando che egli semplice
uomo,  stato fatto Profeta e intermediatore della Paroia, e che la
sua esperienza  di origine non magica: Tanto strano  dunque
per gli uomini che Noi abbiamo rivelato a un uomo come loro di
ammonire il suo popolo...? Ma gli empi dicono: E chiaro! Non 
che uno stregone costui! (x, 2); ... dicono gli empi: Voi state se-
guendo un uomo stregato! (XVII, 47); Ma essi dicono: Immagini
vane di sogno! Anzi  lui che l'ha inventato, anzi lui  un poeta
(sahirdove il termine "poeta" equivale "mago", "ispirato") (xxI,
5), Oppure dicono: E invasato dai ginn (xxiII70); Ha inventa-
to menzogne contro Dio, o  invasato dai ginn? (xxxIv, 8); Il vo-
stro compatriota non  posseduto dai ginn, egli non  che un Am-
monitore per voi (xxxlv, 46); Dovremo, allora, abbandonare gli
iddii nostri per un poeta pazzo? (xxxI, 35); Costui  un incanta-
tore bugiardo! (XXXVIII, 4); Ammonisci, dunque, gli uomini,
poich tu non sei, per grazia del Signore, n un indovino, n un fol-
le (LII, 29). Ora, sempre sotto il profilo fenomenologico, la diffe-
renza di fondo fra l'esperienza tipica degli indovini e degli entusia-
sti arabi preislamici e quella di Maometto, sta nel carattere totale,
non episodico, chiaro e consapevole della seconda. L'indovino agi-
sce sotto l'impulsione automatizzata della forza che lo ha invaso, in
questa o in quella occasione, cadendo in una condizione di trance a
carattere estatico-sciamanico; pronunzia parole delle quali non si
rende conto; lo stesso ritmo e il senso dell'ispirazione poetica, se-
condo la concezione araba, non gli appartengono, sono creazioni
dello spirito che  in lui. Maometto, invece, anche se da taluni passi
coranici pu presumersi che abbia attraversato esperienze fisio-
psichiche analoghe a quelle degli indovini, ha la costante consape-
volezza di aver realizzato, gratuitamente, senza suo intervento e
sua sollecitazione, un contatto con il piano del divino, e che tale
contatto lo ha trasformato da comune uomo in Profeta di Dio. In
lui un'iniziale esperienza che si pu definire, a seconda dei punti di
vista, estatica, subconscia, subliminale, illusoria o sciamanica, si 
risolta in chiarezza percettiva e conoscitiva, superando la sfera di
obnubilate condizioni di anormalit psico-fisiologica. Egli non in-
tende essere n un kahin, n un sahir, distinguendo, cos, netta-
mente il tipo del suo contatto con il soprannaturale da quello degli
invasati. Egli , invece, per frequente dichiarazione del Corano, un
nadhir, ossia l'annunciatore di un castigo materiale per coloro che
non si convertiranno; un rasdl, un Inviato che, a simiglianza degli
antichi Profeti, porta agli uomini la Scrittura a lui rivelata; un nabl,
Profeta, come Ges, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mos, Aronne, I-
smaele e Idns, che Allah ha incaricato dell'applicazione delle sue
leggi e della predicazione del suo messaggio.
 Circa la forma in cui Maometto ha preso il suo contatto con il pia-
no del divino, il discusso passo di sura Llll, 2-18, nel quale  fatto
cenno a due differenti visioni, sembra alludere ad un'esperienza
della diretta presenza di Dio: Il vostro compagno non erra, non
s'inganna, e di suo impulso non parla. No, ch' rivelazione rivelata,
appresagli da un Potente di Forze, sagace, librantesi alto sul subli-
me orizzonte! Poi discese pendulo nell'aria, s'avvicin a due archi
e meno ancora, e rivel al Servo suo quel che rivel. E non sment
la mente quel che vide. Volete voi dunque discutere quel che
vede? S, ei gi Lo vide ancora, presso il loto di al-Muntah, presso
al quale  il giardino di al-Ma'-v, quando il loto era coperto come
d'un velo. E non devi il suo sguardo, non vag. E certo ei vide dei
Segni del Signore, il supremo!. Ma l'esegesi teologica musulmana,
che si complicher nella teoria delle ipostasi ed emanazioni, tende ad
escludere la possibilit di un contatto diretto. Maometto accede al
piano divino, quando accoglie in s o awerte presso di s la presen-
za di una non bene determinata ipostasi o emanazione, che  lo
Spirito, ruh, la Parola di Allah, il qaul o logos. Tale Spirito, nelle
sdre medinesi, si identifica con l'angelo Gabriele, il Messaggero.
 Questa complessa esperienza  accompagnata dagli epifenomeni
fisio-psichici, al cui esame si  soprattutto dedita un'interpretazio-
ne scientifica della personalit di Maometto, come gi abbiamo
detto. E, per esempio, probabile che l'avvolgersi nel mantello (di
cui alle sdre LXXIII, 1 e LXXIV, 1), in attesa delle rivelazioni, rifletta
una condizione di febbre e tremito, che accompagna talvolta
l'estasi, e dalla quale il Profeta intende difendersi; ma  pure pro-
babile che tale interpretazione sia falsa e che, invece, il testo riferi-
sca un'usanza tipica dell'asceta ripiegato su se stesso, per isolarsi
dal mondo esterno e per difendersi dal freddo delle caverne. La
Tradizione ha ampliato di molto questa sintomatologia morbida
dell'ispirazione del Profeta, presentandolo in momenti di vera e
propria uscita da s di tipo sciamanico: la sua fronte, anche nelle
giornate pi fredde, gocciolava di sudore; egli udiva, all'approssi-
marsi della visione o dell'audizione mistica, rumori e fragori- av-
vertiva come una perdita dell'anima, una fuga del soffio; era sot-
toposto a sofferenze fisiche, a un senso di viva oppressione; diveni-
va scuro nel volto; cadeva a terra come un ubbriaco, ruggiva
come un giovane cammello. Ma la valutazione di questi e di altri
elementi tradizionali ai fini della qualificazione morbida e psichia-
trica dell'esperienza del Profeta,  soggetta a infinite cauzioni. Tor
Andrae, che ha raccolto i particolari avanti indicati circa i fenomeni fi-
sici della rivelazione, ne denunzia la precariet, se non inconsisten-
za, per una corretta utilizzazione critica. In gran parte, essi (anche
per i risu}tati dell'analisi interna dei testi) sono frutto di un'accesa
fantasia popolare, di epoca anche tarda, che tendeva a contrappor-
si alla seriet e rigidezza della pi antica comunit musulmana.

5. Il penodo meccano

 La qualit dei testi non consente di stabilire una cronologia certa
degli awenimenti compresi nel periodo meccano della vita di
Maometto (e la stessa riserva va fatta, in gran parte, per il periodo

medinese). F Buhl (art. Muhammad, in Short Encyclopaedia of
Islam) esplicitamente dichiara: E molto difficile accertare in det-
taglio come si svilupparono le relazioni di Maometto con i Meccani.
Il Corano contiene soltanto vaghi accenni, che consentano una si-
stemazione cronologica, mentre le Tradizioni abbondano, ma
sono poco attendibili. E vero che l'islamologia tedesca, in partico-
lare il Noldeke,  giunta ad una minuta suddivisione dell'attivit
pubblica di Maometto in tre fasi per il periodo meccano e in una
fase per il periodo medinese, e che su tale quadripartizione si fon-
da la sistemazione cronologica delle sdre coraniche. Ma proprio la
cristallizzazione di una materia che resta, di fatto, molto spesso
estremamente labile, nella rigidit e nella minuzia di schemi classi-
ficatori, autorizza se non ad una ripulsa acriticamente globale
dell'ipotesi di Noldeke, almeno a molto scetticismo e a molte cau-
zioni sulla sua certezza. M. Gaudefroy-Demombynes, nell'iniziare
l'esposizione della sua vita di Maometto (Mahomet, Parigi, 1957, p.
75), contro la tendenza sistematrice dei maestri islamici e con una
punta critica contro gli schemi di Noldeke, ricorda l'opinione di as-
SuyuLi (xv sec.), il quale considerava la scienza della cronologia co-
ranica (che , in gran parte, la scienza della cronologia di Maomet-
to) inaccessibile. Rimettere sdre e versetti nel loro ordine divino 
un compito superiore alle forze umane. Nel periodo meccano, se-
condo la Tradizione, l'attivit iniziale di Maometto fu diretta a co-
municare la rivelazione ad un cerchio ristretto di parenti e di amici,
senza essere costretto a superare difficolt notevoli. Obbedendo
ad un ordine dell'arcangelo Gabriele, egli si decide a informare le
persone a lui pi vicine di ci che ha visto ed ha udito. Prima a con-
vertirsi, fra tutti,  la moglie di lui,adiga, mentre  variamente
designato il primo convertito fra gli uomini. La tradizione sciita in-
siste sul nome di 'Ali, che  sostituito, secondo altre tradizioni, dai
nomi di Abu Bakr o di Zaid b.arita. 'Ali era il cugino di Maomet-
to, figlio di Abu Talib, era cresciuto nella casa diadiga e aveva
sposato Fatima, figlia del Profeta. 'Abd Allah b. 'Olman Abu
Quhafa, noto come Abu Bakr (forse Padre di un giovane cam-
mello, di un giumento di cammello) fu il pi fedele discepolo
del Profeta. Di tre anni pi anziano di lui, egli ne temper gli im-
pulsi con il suo carattere equilibrato e razionale. Successe a Mao-
metto, come primo califfo. Zaid b.ari~a era uno schiavo di trib
siriana cristiana, appartenente adadiga e affrancato da Maomet-
to. Partecip alle spedizioni militari attivamente e mor nel 630
nella spedizione di Mu'ta. Seguono a queste le conversioni di per-
sonaggi del gruppo familiare di Maometto, quali Sa'd b. abi
Waqqas, nipote di Amina (madre di Maometto), 'OLman b. 'Affan,
nipote di 'Abd al-Muttalib, genero di Maometto e futuro califfo,
Az-Zubair b. al-Awwam, nipote di Hadiga e cugino di Maometto
ecc. Vi , poi, un gruppo di convertiti, in prevalenza stranieri, cri-
stiani o giudeo-cristiani, che erano stati affrancati dalla loro condi-
zione servile: l'abissino Bilal b. Rabah, fatto libero da Abu Bakr,
primo muezzin islamico; due iraniani, un nubiano ecc.
 In questo periodo, osserva Gaudefroy-Demombynes, Maometto
vive tre vite: una vita mistica che  quella del ritiro e della rivela-
zione; una vita all'interno delia famiglia e del piccolo gruppo origi-
nario dei suoi seguaci; una vita pubblica, nella quale partecipa alle
cerimonie religiose della sua trib, mescolandosi alla folla dei suoi
concittadini che praticano l'idolatria. Egli, pur rispettoso delle os-
servanze tribali, coglie queste occasioni per dirigere subito la sua
predicazione ai Coreisciti.
 Da vari dati, anche coranici, appare che la reazione dei Coreisciti
fu l'indignazione e il disprezzo contro il nuovo Profeta, e i motivi di
questa opposizione iniziale non sono del tutto chiari. C', cio, da
chiedersi quali reali elementi di conflitto sono sotto la corrente af-
fermazione coranica secondo la quale i Coreisciti non hanno il
cuore aperto alla verit. Maometto, in effetti, nei primi anni mec-
cani assume un atteggiamento precisamente conservatore nei ri-
guardi dei culti tribali, che egli riconosce come validi anche nella
sua nuova concezione religiosa. La dottrina, che egli predica, non 
molto distante dalla fede religiosa di qualsiasi altro meccano del
suo secolo, ed egli ha cura di recuperare alla sua propria predica-
zione e di conservare in essa gli elementi tradizionali della religio-
ne dei Coreisciti. Egli condivide con la sua gente la fede nello stes-
so Allah: E se tu chiedi loro: "Chi ha creato i cieli e la terra?", Ti
risponderanno: "Dio!" (XXXI, 25; cfr. XXXIX, 38, che ripete il me-
desimo versetto). La Mecca e la Ka'ba conservano, per lui, inte-
gralmente la loro sacralit: E a me  stato ordinato di adorare il
Signore di questa Contrada (Mecca) che Egli ha reso sacra
(XXVII, 91); E (gli awersari della Mecca) dicono: "Se noi seguia-
mo, con te, la Retta Guida, saremo scacciati dalla nostra terra". Ma
non abbiamo noi stabilito per loro un Santuario sicuro ove son por-
tati frutti d'ogni specie, provvigione che viene da Noi? (XXVIII
57); Non han dunque visto che Noi abbiam fatto di questa Citt
un santuario sicuro, mentre, attorno, la gente viene assalita e spo-
gliata? (XXIX, 67); Per l'unione concorde dei Qurays, unione
concorde in carovane d'inverno e d'estate! Adorate dunque il Si-
gnore di questa Santa Casa (Ka'ba), che li sfam quando ebbero
fame, e li rassicur da ogni timore (CVI).
 L'atteggiamento di Maometto nei riguardi dei culti meccani, nel
primo periodo della classificazione di Noldeke, diviene addirittura
accomodante, quando si esamini un famoso e discusso passo della
sdra LIII ( 19 SS.) e le Tradizioni fiorite intorno ad esso. Le religio-
ni arabe preislamiche presentano una tendenza di fondo verso il
monoteismo: e ci spiega la identificazione, proclamata dal Profe-
ta, fra il dio tribale Allah e il Signore del Cielo e della Terra della
nuova predicazione. Ma queste religioni scivolano verso il politei-
smo, quando al Signore Unico vengono aggiunte altre divinit che
formano il suo gruppo familiare. Tali divinit sono normalmente,
nelle religioni dell'Asia Minore e di origine semitica, paredre divi-
ne. Nel culto della Ka'ba, il dio  circondato da una triade formata
da al-Lat, al-'Ozza e Mana. I Coreisciti consideravano queste tre
divinit come figlie di Allah, secondo un'inforrnazione che ricorre
nel Corano: Essi non invocano altro che femmine all'infuori di
Dio (IV, 117); E a Dio attribuiscono figlie... (XVI, 57); Avreb-
be, forse, Dio preferito voi dandovi dei figli, e si sarebbe preso per
s delle figlie di tra gli angeli? (XVII, 40); Si sarebbe dunque Id-
dio scelto delle figlie di fra le Sue creature, privilegiando voi con
dei figli...? (XLIII, 16). Ora, nella indicata sdra LIII, che appartie-
ne al periodo meccano, Maometto, continuando nella sua polemi-
ca contro la credenza coreiscita, dice: Che ne pensate voi di al-Lat
e di al-'Ozza e di Manat, il terzo idolo? Voi dunque avreste i ma-
schi e Lui le femmine! Divisione sarebbe iniqua! Esse non sono
che nomi dati da voi e dai padri vostri, pei quali Iddio non v'invi
autorit alcuna. Secondo una costante Tradizione, condivisa da
gran parte dell'ortodossia islamica, al testo coranico era, origina-
riamente, aggiunto un altro versetto, dettato da Satana, e in esso
Maometto avrebbe riconosciuta la divinit delle tre figlie di Allah.
Tabarl riferisce che, il Profeta, preoccupato per l'indifferenza del-
la sua gente, sperava di essere aiutato da Dio con un miracoloso in-
tervento che gli rendesse pi facile l'opera di predicazione. Men-
tre, dunque, recitava il versetto della sura LIII, 1 9, Satana mise sul-
la sua lingua ci che egli aveva nel fondo del suo pensiero, e che si
augurava awenisse per il suo popolo: "queste garaniq supreme, la
cui intercessione deve essere sperata". Ma Maometto dovette
presto abrogare i due versi satanici, secondo quanto  detto in
XXII, 52: E nessun Messaggero o Profeta inviammo prima di Te,
cui Satana non gettasse qualche cosa nel desiderio, allorch conce-
p desiderio; ma Dio abrogher il suggerimento di Satana, poi Dio
confermer i Suoi Segni, ch Dio  saggio sapiente. Quindi, Mao-
metto, nel tentativo di operare una larga conversione dei suoi con-
cittadini, avrebbe, anche se per ispirazione satanica, accettata una
volta la religione tribale anche nella sua forma politeistica, ricono-
scendo la potenza delle tre femmine di Allah. In quanto, poi, al ter-
mine garaniq, con il quale le tre dee sono designate nel testo di Ta-
ban, vi sono molteplici interpretazioni. Letteralmente il termine
significa gru ed  stato variamente reso nell'interpretazione oc-
cidentale ed orientale con airone, uccello d'acqua o con equi-
valenti simbolici, come belle giovani. Ultimamente il Bausani
rende il testo dei due versetti satanici con: Sono le Dee sublimi - e
l'intercession loro  augurabile certo. Di questo episodio, che se-
gna una concessione di Maometto al politeismo tribale e una mo-
mentanea perdita dei valori pi autentici del monoteismo, vi 
un'eco nelle sdre medinesi: E se non fosse stata la grazia che Dio
ti ha elargita e la Sua misericordia, alcuni di essi avrebbero cercato
di traviarti; Per poco essi non ti spinsero a fuggire da questa ter-
ra, per espellertene (XVII, 76); Di': "M' stato proibito adorare
quelli che voi invocate all'infuori di Dio" (VI, 56).
 I Coreisciti restarono, tuttavia, pervicacemente legati alle loro
credenze idolatriche e non accolsero la Parola che veniva da Dio.
Maometto, nelle sdre meccane, rappresenta con calde espressioni
il suo dolore per l'indifferenza del suo popolo, e trova rifugio e
protezione soltanto in Dio. A lui si adattano le parole che, nella-
sdra LXXI (5 SS.; sura del Il periodo meccano, secondo Noldeke),
sono messe sulle labbra di No: O mio Signore! Io ho chiamato il
mio popolo notte e giorno, e il mio chiamare non li ha fatti che
vieppi fuggire dal Vero. E, ogni volta che li chiamavo, a che Tu li
perdonassi, si mettevan le dita nelle orecchie, e s'ostinavano, e or-
gogliosi si inorgoglivano. E li chiamai apertamente, e parlai in pub-
blico a loro, e parlai loro segreti in segreto. E la crisi delle sue in-
certezze si risolve nell'affidamento al Padre celeste, quale  pro-
clamato in quella sdra XCIII, che, per comune consenso dell'esegesi
orientale ed occidentale,  collocata fra le prime del periodo mec-
cano: Il Signore tuo non t'ha abbandonato n t'odia.


6. Le perseCUzioni e le migrazioni

 La storia delle persecuzioni subite da Maometto e dai suoi segua-
ci nell'ambiente meccano, osserva il Buhl, appare notevolmente
esagerata da intenti agiografici e soprattutto dallo sforzo di stabili-
re una corrispondenza fra le vicende dei grandi profeti ebraici e
quelle della vita di Maometto. Vi sono, tuttavia, nel Corano, me-
morie delle difficolt ambientali che il Profeta dovette superare,
senza precisi riferimenti. Nella sdra LXXXV (10), si parla di coloro
che avran tormentato i credenti e le credenti, come di predestina-
ti alle pene infernali. Forse  da vedersi un riferimento a imposizio-
ni dei membri influenti coreisciti, che impedivano a Maometto di
predicare, nella sdra XCVI, 9-10: Non hai visto colui che impedisce
un servo di Dio quando prega?. N si esclude un velato richiamo
alla stessa situazione, nella storia biblica narrata in sura VII: E non
appostatevi su ogni via minacciosi, allontanando dal Sentiero di
Dio chi crede in Lui, bramosi di torcere al male quella via, e ricor-
datevi di quando eravate pochi e Dio vi ha moltiplicato, e conside-
rate quale fu la fine dei corruttori (v. 86). I frequenti riferimenti
alla lapidazione diretta contro gli antichi Profeti, fanno pure pre-
sumere che Maometto fu trattato nello stesso modo: dai Coreisciti
(Se non fosse per la tua famiglia, ti lapideremmo, e tu non prevar-
rai contro di noi, XI, 91).
 E in questo periodo (II meccano di Noldeke) che va collocato
l'episodio storicamente certo dellla migrazione di alcuni membri
della comunit in Abissinia. Vi sarebbero state due migrazioni
(Jitna), la prima comprendente undici uomini e quattro donne, fra
le quali Ruqaya, figlia del Profeta; e la seconda comprendente ses-
santa uomini, oltre le loro mogli e i loro figli. Sempre secondo la
Tradizione, i Coreisciti, una volta informati del trasferimento di
parte dei loro concittadini, inviarono loro ambasciatori presso gli
Abissini, pregandoli di rimandare in patria i compagni del Profeta
e accusandoli di essere diffusori di una fede corrotta e di un'apo-
stasia. Ma gli emigrati, dimostrando la corrispondenza di taluni
punti della loro fede con quella abissina monofisita, ottennero che
gli ambasciatori fossero prima respinti e poi perseguitati. Un terzo
gruppo di 82 seguaci di Maomettto sarebbe emigrato successiva-
mente. Tali avvenimenti si sarebbero verificati intorno al 615.
 L'episodio, sul quale appaiono nella Tradizione molti particolari
leggendari (intervista con il Negus, sua conversione, miracoli ecc.)
 stato variamente interpretato. Sembra che il Profeta abbia volu-
to allontanare dalla comunit formatasi intorno a lui quei membri
che, per debolezza di fede o di carattere, apparivano meno adatti a
sostenere e superare le persecuzioni. Hartmann ha, invece, ritenu-
to che nella migrazione deve vedersi una prima impresa missiona-
ria di diffusione dell'Islam fuori del territorio meccano. La mag-
gior parte di questi emigranti fece, successivamente, ritorno alla
Mecca dopo che le posizioni dell'Islam si furono rinforzate. Secon-
do una diversa Tradizione, molti tornarono in conseguenza della
generale conciliazione che segu all'atteggiamento assunto da
Maometto nei riguardi delle tre divinit femminili della sua trib.
E, perci, questa Tradizione pone l'episodio dei cd. versetti satani-
ci almeno dopo la prima migrazione in Abissinia (615).


7. L'Ascensione di Maometto

 Alla seconda parte del periodo meccano (all'ultima parte, secon-
do Buhl) appartiene il viaggio estatico di Maometto, il cd. viaggio
di notte (isra~)che una Tradizione particolarmente ricca rappre-
senter come Ascensione (mi'rag). Il testo sul quale l'episodio 
fondato  la sdra XVII, 1: Gloria a Colui che rap di notte il suo ser-
vo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per
mostrargli dei Nostri Segni. In verit, Egli  l'Ascoltante, il Veg-
gente. L'esegesi comune islamica ritiene che il versetto coranico
vada letto nel senso che Maometto, guidato dall'angelo Gabriele,
montando sul mitico al-Buraq, sia andato dalla Mecca a Gerusa-
lemme. Il Profeta  trasferito, nottetempo, dal Tempio Santo (al-
masgid al-haram, la moschea Sacra, che , sicuramente, la
Ka'ba) al Tempio Ultimo (al-masgid al-aqsa, la Moschea Lonta-
na, o Estrema), che sembrerebbe essere una dimora celeste e
che  tuttavia identificata con Gerusalemme. Da Gerusalemme sa-
rebbe cominciata la vera e propria ascensione (mi'rag) al cielo.
L'identificazione fra Gerusalemme e il Tempio Ultimo  probabil-
mente non anteriore al Califfato di 'Abd al-Malik b. Marwan, che
aveva interesse ad affermare la superiorit di Gerusalemme sulla
Mecca, dove era installato il suo awersario 'Abd Allah b. az-Zo-
bair.
 Indipendentemente dall'origine storica dell'interpretazione e
dall'analisi critica del versetto (da alcuni ritenuto appartenente
originariamente ad altro contesto coranico), la leggenda offre mol-
ti particolari, influenzati da fonti di diversa provenienza, special-
mente persiana. Maometto donniva presso la Ka'ba, o nella came-
ra di Umm Hani, e da una breccia aperta nel tetto della casa, scese
Gabriele. L'arcangelo gli spacc il petto e lo lav con l'acqua di
Zemzem; vers, poi, in esso il contenuto di una brocca d'oro, piena
di saggezza e di fede, e lo rinchiuse. Prese il Profeta per mano e lo
fece salire al cielo, trasportandolo, attraverso varie visioni, per la
via di Hebron e Betlemme, fino a Gerusalemme, dove Maometto
celebr la preghiera. Il Profeta, nella notte dell'Ascensione, caval-
ca un animale favoloso, Buraq (connesso con barq, folgore>~, ful-
mine), rappresentato come un puledro con testa di donna e coda
di pavone. Sollevato nel cielo, Maometto  sottoposto all'esame
dei guardiani delle sette sfere, a mano a mano che passa dall'una
all'altra. Nel cielo inferiore, riconosce Adamo in mezzo a due
schiere di anime, una a destra e una a sinistra, predestinate al Para-
diso e all'Inferno. Trova nel secondo cielo, Ges e Giovanni, nel
terzo cielo, Giuseppe; nel quarto cielo, Idrls, nel quinto cielo, A-
ronne; nel sesto cielo, Mos; nel settimo cielo, Abramo. E traspor-
tato, infine, secondo una parte della Tradizione, in un luogo altissi-
mo, al di sopra dei cieli, ed ivi ode lo stridio dei calami degli angeli
che registrano le azioni degli uomini. Allah gli ordina di prescrive-
re ai Fedeli cinquanta preghiere per giorno, che vengono ridotte a
cinque per l'intercessione di Mos. Giunge, allora, al punto estre-
mo dell'Ascensione, che  il Loto del Supremo Limite (sadrat al-
muntaha), un albero di loto che spande il suo odore balsamico in
tutto l'universo. Da esso partono i quattro fiumi, di cui sono visibili
il Nilo e l'Eufrate, invisibili e soprannaturali il Salsabil e il Kau~ar.
I martiri dell'Islam e tutti i credenti attenderanno il giorno della
resurrezione, rimanendo all'ombra di questo loto. Al di l del loto,
vi  l'inconoscibile, che Allah non rivela ad alcuno.
 Se tale  la leggenda dell'Ascensione nella sua forma pi corren-
te, le varianti sono numerose, prolisse, complicate da particolari.
La confusione fra i vari dati mitici  risolta da una parte dell'esege-
si con l'ammissione non di una, ma di tre ascensioni: la prima, asse-
gnata all'anno 12 della rivelazione, nel corso della quale Maomet-
to fu trasportato sul dorso di Buraq, dalla Mecca a Gerusalemme;
la seconda, dalla Mecca ai sette cieli, sempre sul dorso di Buraq; la
terza dalla Mecca a Gerusalemme, e da Gerusalemme ai cieli. La
stessa esegesi ha voluto sopperire all'insufficienza di notizie cora-
niche sull'Ascensione, interpretando come riferita ad essa una
sura del II periodo meccano, la Llll, che, ai versetti 13-16 dice: S,
ei gi Lo vide ancora presso il Loto di al-Muntah, presso al quale
 il giardino di al-Ma'w, quando il loto era coperto come d'un
velo. Ora  molto probabile che la menzione di al-Muntah (il
Loto del Termine) e di al-Ma'w (asilo, rifugio) si riferiscano
a determinati luoghi della topografia meccana (Caetani), presso i
quali il Profeta ebbe le prime visioni che determinarono in lui la
vocazione, ma i commentatori islamici connettono questi versetti
con quelli relativi al viaggio notturno e fanno dei due luoghi
menzionati il suindicato Loto del Supremo Limite (al-muntaha) e
il punto oltre il quale Allah non cnsente che giunga la conoscenza
umana (al-ma'wa). Gaudefroy-Demombynes, infine, ritiene che i
due toponimi indichino punti dello spazio celeste, in cui si sono ve-
rificate le visioni.
 Ampie discussioni dottrinali sono, poi, sorte nelle scuole islami-
che circa il carattere dell'Ascensione. Ci si chiede in sostanza, e
senza scendere qui nelle varie tesi teologiche, se l'Ascensione si sia
verificata mentre il Profeta dormiva o mentre egl era sveglio, e se
egli  stato sollevato solo con il suo spirito (ruh) o anche con il suo
corpo. Secondo una Tradizione di 'A'isa, soltanto lo spirito  asce-
so, mentre il corpo restava a dormire. Secondo altri, fra i quattro
tipi di spiriti (ruh), quello dei Profeti  il pi perfetto; e Maometto
 asceso al cielo con lo spirito proprio del profeta, dotato di poteri
di levitazione. Le tendenze meno propense ad accogliere i dati mi-
tici, interpretano isra', ascensione, come ru'ya visione (basan-
dosi su sdra XVII, 60, dove ricorre il termine visione e sostengono
che il viaggio notturno non fu reale, ma soltanto una visione. Tut-
tavia, l'ortodossia islamica esige che il viaggio sia avvenuto in ani-
ma e corpo, e mentre Maometto era sveglio; e le tesi che difendono
questa interpretazione sono cos definite da Tabarl: 1. se l'evento
non si fosse verificato con la partecipazione del corpo del Profeta,
non vi sarebbe in esso prova della sua divina missione, e non po-
trebbero essere accusati di infedelt coloro i quali non credono in
esso; 2. il testo coranico indica che Dio ha voluto che il suo servo
viaggiasse, e non che lo spirito del suo servo viaggiasse; 3. se il Pro-
feta fosse stato sollevato soltanto in ispirito, non sarebbe giustifica-
to l'intervento di Buraq, poich soltanto i corpi richiedono un mez-
zo di trasporto.
 L'analisi storico-critica degli elementi, anche non islamici, o, per
lo meno, non arabi, che concorsero nella formazione del mitologe-
ma dell'Ascensione; e la ricerca delle influenze esercitate dal mito-
logema su altre tradizioni (in particolare sulla Divina Commedia di
Dante) sono state oggetto di accurati studi di E. Cerulli (Il Libro
della Scala e la questione delle fonti arabo-spagnole della Divina
Commedia, Citt del Vaticano, 1949), di Bevan e di Schrieke. Ri-
mandando per i particolari alle indicate opere, va qui notato che il
tema dell'Ascensione al cielo ricorre non raramente nel Corano
(...e se tu potessi, vorresti riuscire a scavare un pozzo nella terra o
innalzare una scala al cielo, Vl, 35; ...o fino a che tu non abbia a
darci una casa d'oro, o che tu non salga su nel cielo: ma non crede-
ranno alla tua salita lass, se Tu non ci porti un Libro scritto che
possiamo leggere, XVII, 93; Anche se aprissimo loro una porta
del cielo, e v'ascendessero a frotte xv 14). E nelle Tradizioni vi
sono certamente influenze giudeo-cristiane, anche se tarde, riferi-
te soprattutto alla scala di Giacobbe. Nel IX secolo gli esegeti, ri-
facendosi al valore etimologico di mi'rag, ascensione, che in
etiopico  scala, scriveranno che l'ascensione  come una scala,
per la quale le azioni degli uomini giungono fino agli angeli, che le
registrano. Di conseguenza l'ascensione, anche per le speculazio-
ni mistiche,  il nucleo di una ricca mitologia.

8. Seguaci e nemici L 'ultimo periodo meccano

 Presso a poco nella stessa epoca dell'Ascensione, (ca. il 621, se-
condo la Tradizione), le ostilit dei Coreisciti si inasprirono, e le
sure coraniche, attribuite a tale periodo, sono piene delle accuse
che i seguaci della religione tribale rivolgevano al loro concittadi-
no, ormai considerato apostata. Anche se Maometto compisse
opere prodigiose per convertirli, essi si allontanerebbero, conside-
randole frutto di potenti sortilegi (LIV, 2), di evidente magia
(XXXVII, 15). Contro il Profeta, essi si adunano in segreti concilia-
boli (XXI, 3), dichiarando che egli  un apostata dalla fede dei pa-
dri, che intende distogliere il popolo dalle usanze tradizionali, me-
diante la predicazione di menzogne (XXXIV, 43) e di segni da lui
delittuosamente inventati (XLVI, 7). Ora Maometto ha definitiva-
mente abbandonata ogni compromissione con il politeismo idola-
trico e respinge gli di tribali, per l'affermazione di un monoteismo
rigido. E, perci, evidente che l'occasionale conciliazione con la
sua gente, se mai vi fu,  infranta dalla rigida posizione ideologica
assunta: S, quei che rifiutan la Fede, sono pieni d'orgoglio e d'av-
versione!... E Ci chiamarono allora, quando pi tempo di salvezza
non era. E si meravigliarono che fosse loro giunto un Ammonitore
di fra loro, e dissero i Negatori: "Costui  un incantatore bugiardo!
Far egli degli di un Dio solo? Ben strana cosa  questa!". E il loro
Consesso se n'and dicendo: "Andate e siate costanti nel culto dei
vostri di: questa  la cosa che da voi si vuole. Simili cose non udim-
mo nemmeno nella religione ultima: questa non  che impostura!
E proprio a lui, di fra tutti noi, l'avvertimento fu rivelato?"
(XXXVIII, 2-8). E uno degli argomenti della nuova predicazione,
che i Coreisciti sembrano meno propensi ad accogliere,  anche
quello che riguarda la risurrezione dei morti (XVII, 49 ss.). Il Pro-
feta e i suoi seguaci attraversano una fase difficile della vita comu-
nitaria, sotto la minaccia di congiure tramate contro la loro perso-
nale sicurezza delle quali pure vi , per questi anni, frequente allu-
sione nei passi coranici: Tu non eri con loro, mentr'essi decideva-
no il loro piano, mentr'essi tramavano insidie (XII, 102), ...com-
mettano pure quello che stan commettendo (VI, 113). E non 
escluso che l'insofferenza per le nuove idee si traducesse talvolta in
attacchi alla integrit fisica dei seguaci, ricorrendo spesso nelle
sure di tale periodo, il riferimento alla lapidazione degli antichi
profeti.
 Intanto, proprio in tali anni di difficolt, awengono alcune con-
versioni fra le pi importanti. Si converte Hamza, figlio di 'Abd al-
Muttalib (zio del Profeta) e, per ci, cugino di lui in secondo grado.
Secondo la Tradizione, Abu (~;ahl, membro di una delle pi impor-
tanti famiglie coreiscite e acerrimo nemico del Profeta, aveva fer-
mato ed insultato il Profeta, mentre passava presso Safa. Una
schiava, che aveva assistito all'incidente e aveva udito gli insulti, ne
rifer ad Hamza che, tomando dalla caccia, andava a fare un giro ri-
tuale (tawafl intorno alla Ka'ba. Hamza, preso dalla furia, raggiun-
se Abu;ahl nell'assemblea dei Coreisciti, gli colp la testa con il
suo arco da caccia, gli fece riconoscere l'offesa recata a Maometto
e si dichiar espressamente seguace della fede da lui predicata. Si
converte anche 'Omar (la sua conversione  posta dalla Tradizione
quattro anni prima dell'Egira), che appare, secondo tratti leggen-
dari, certamente esagerati a scopo agiografico, uno dei violenti
persecutori dei primi fedeli. Egli, essendo rientrato improvvisa-
mente nella sua casa vi trov sua sorella Fatima e il cognato Sa'~d
b. Zaid, gi convertiti, nell'atto di ascoltare la lettura della sura xx.
Dopo avere aspramente ripreso i familiari per la loro apostasia,
volle egli stesso leggere il testo della sura, e ne rest cos preso, che
accett immediatamente la religione fino allora odiata, si port
alla casa di Arqam (compagno di Maometto, e suo ospite) e pro-
fess la fede. Il passaggio di 'Omar all'Islamismo segna, secondo
l'agiografia, un fatto decisivo, perch proprio la personalit del
nuovO convertito, che sar il secondo califfo, infonder straordina-
rie energie nel movimento, liberandolo dalla sua originaria limita-
zione ambientale, e trasformandolo in una religione universale (di
qui un fondato parallelo fra 'Omar e san Paolo).
 Intanto, nel 619, all'et di 86 anni, Abu Talib moriva senza che
Aba Lahab e 'Abd-Allah b. abl Oma~wa fossero riusciti ad ottene-
re il ritorno di lui alla fede dei padri (dato tradizionale). Nello stes-
so anno, tre giorni prima della fine di Abu Talib, forse a 65 anni
d'et, era morta la fedele moglie del Profeta,Hadiga, assunta al
paradiso prima della definitiva vittoria dell'Islam. Ella, secondo un
passo tradizionale, ha collaborato al piano della provvidenza di
Allah, a differenza di Eva, che vi ha disobbedito. In tale passo
Adamo dice: Una delle superiorit che Allah ha accordato su di
me al mio figlio (Maometto),  che la sua sposa Hadiga  stata per
lui un aiuto a compiere gli ordini di Allah, mentre la mia fu un aiu-
to a disobbedirvi.
 L'insieme di questi awenimenti sembrano aver convinto il Profe-
ta del fallimento della sua missione presso i Meccani. Egli dovr
ora cercare nuove terre e nuove genti, cui dirigere il messaggio, e,
dopo alcuni tentativi di predicazione presso i carovanieri e i pelle-
grini che frequentavano i luoghi santi, il suo interesse si rivolge,
con precisione, all'altra grande citt del Higaz (Hedjaz) Yalrib,
poi Medina (poco dopo il 622; al-Madinah, La Citt per antono-
masia; e, secondo la Tradizione, abbreviazione di madinat an-nabi,
la Citt del Profeta). Ma Medina diverr il nuovo centro della
predicazione soltanto quando si sar dimostrato vano ogni sforzo
di convertire alla fede gli abitanti di at-Ta'if.
 E, infatti, il Profeta porta prima la paroia di Dio ai Banu Thaqif di
at-Ta'if, il ricco centro a 1650 m di altitudine nell'altipiano del Sa-
rat, granaio della Mecca e, insieme, luogo di villeggiatura dei ricchi
meccani. Maometto vi trov un ambiente decisamente ostile, e
inutilmente tent di appoggiarsi al clan dei Banu Malik che contra-
stava il potere del gruppo degli ahlaf filo-meccani. I nobili che go-
vernavano la citt lo respinsero, la folla lo insegu tentando di lapi-
darlo; e il Profeta trov ricovero nel giardino di due fratelli che gli
inviarono un cesto di uva a mezzo di uno schiavo cristiano, che cad-
de in ginocchio dinanzi a lui.
 Maometto fece, allora, un triste ritorno alla Mecca, ed ebbe una
visione lungo la strada del ritorno. Mentre, nottetempo, egli era in
preghiera in Nakhla, un gruppo di ginn gli prest ascolto, e, accet-
tando il Corano, and ad annunziare la notizia alla propria gente.
L'eco di tale esperienza soprannaturale  due volte nel testo cora-
nicO, e cio nella sura lXXII, anteriore, secondo gli esegeti, al viag-
gio in at-Ta'if, e nella sdra XLVI: M' stato rivelato che un gruppo
diinn ascolt il Corano, poi dissero: "Dawero predicazione
udimmo meravigliosa che guida alla retta Via; vi crediamo, dun-
que, e nulla pi assoceremo al Signore" (LXXII, I SS.); E ram-
menta quando ti indirizzammo un gruppo di ginn, perch ascoltas-
sero la predicazione del Corano. E, assistendovi, dicevano gli uni
agli altri: "Tacete, ascoltiamo!", e quando fu terminata, tornarono
al loro popolo ad ammonire i fratelli, e dissero: "O popolo nostro,
in verit abbiamo udito un Libro..." (XLVI, 29).
 Tornato alla Mecca, Maometto si mise sotto la protezione di al-
Mut'im b. 'Adi; ed era definitivamente convinto che nei Decreti di
Dio era fissato che i Meccani non si salvassero: (E gli uomini for-
mavano prima una comunit sola: poi sorsero dissensi fra loro, e,
se non fosse stato per un Decreto Antico del tuo Signore, sarebbe-
ro gi stati decisi i loro dissensi, x, 19).

9. Ilperiodo medinese. L'Egira

 YaIrib (Medina), a nord della Mecca, era citt favorita dalle par-
ticolari condizioni climatiche, certamente migliori di quelle della
Mecca, e dall'abbondanza di acque, nel sottosuolo. Quando Mao-
metto inizia i suoi contatti con la citt, in essa vive una popolazione
etnicamente e religiosamente mista. Fin da un'epoca molto antica
e non storicamente determinabile, abitavano YaIrib e vi costitui-
vano l'elemento predominante, tre trib ebraiche, i Banu Qainu-
qa', i Banu Nadir e i Banu Qurayza. Ad esse si erano posterior-
mente sovrapposte due trib arabe, i Qaila, del gruppo degli 'Aus,
e i yazrag, ambedue migrate dallo Yemen, dopo la rottura della
diga del Ma'rib. Mentre la trib giudaica dei Banu Qainuqa' e le
due trib arabe formavano un agglomerato urbano, le altre due tri-
b giudaiche vivevano in abitazioni disseminate nell'oasi, intorno
a costruzioni che servivano loro di difesa, in caso di necessit, e, in-
sieme, di deposito per i raccolti. I due gruppi etnici non erano vis-
suti pacificamente. Prima le trib arabe erano prevalse sopra quel-
le giudaiche, ma, proprio nell'epoca del trasferimento di Maomet-
to a Medina, avevano cominciato a lottarsi reciprocamente e cor-
revano il rischio di una sopraffazione da parte degli Ebrei. Nel 620
gli 'Aus erano stati vinti, a Bu'ath, dai Hazrag.
 Maomettto si preparava, quindi, ad entrare in un ambiente in cui
molto vivaci erano i contrasti politici e religiosi. Le trib arabe se-
guivano i culti meccani di Manat (una delle tre figlie di Allah); e,
in particolare, gli 'Aus avevano chiesto l'aiuto dei Coreisciti contro
i loro rivali Hazrag, aiuto che era stato negato per intervento di
Abu Lahab. Gli Ebrei, invece, erano in attesa di un profeta o di un
messia che li liberasse dalla loro attuale situazione di dipendenza e
ridesse loro il predominiO nella citt. In ogni caso, osserva il Buhl,
iIedinesi non aspiravano ad attrarre nella loro citt un predicato-
re di nuova religione, ma un abile negoziatore politico che risolves-
se gli aspri conflitti interni.
 Gaudefroy-Demombynes ritiene che l'interesse iniziale di Mao-
metto sia stato rivolto soprattutto agli Ebrei medinesi, la cui con-
versione egli si sarebbe proposta come impegno preliminare ad
Ogni altro- e richiama l'attenzione su taluni versetti coranici, gi ri-
tenuti medinesi, e in effetti, appartenenti a quest'ultimO periodo
meccano. In tali versi, il Profeta modella la sua missione nei riguar-
di degli Ebrei medinesi sull'esempio degli antichi profeti d'Israele,
nella convinzione della completa identit delle due fedi: E non di-
sputate con la Gente del Libro altro che nel modo migliore, eccetto
quelli di loro che sono iniqui, e dite: "Noi crediamo in quel che 
stato rivelato a noi e quelhe  stato rivelato a voi, e il vostro e il
nostro Dio non sono che un Dio solo, e a Lui noi tutti ci diamo!"
(XXIX, 46); Coloro cui avevamo dato il Libro da prima, credono
nel Corano, e quando vien loro recitato, dicono: "Noi vi crediamo:
~sso  la Verit che viene dal nostro Signore. In verit, noi, gi da
prima, eravamo tutti dati a Dio!  (xxvlll, 52-53, versetti ritenuti
medinesi in sdra meccana); Ora, quelli cui fu data la Scienza ve-
dono che quel che a te fu rivelato dal Signore  la verit (XXXIV,
versetto ritenut medinese in contesto meccano del 111 periodo; ma
cfr. anche XXXIV, 45; vL 66) Il programma della conversione degli
~brei medinesi, sempre secondo l'ipotesi di Gaudefroy-Demom-
bynes, si troverebbe nella sura vII: Coloro che seguirannO il Mio
~essaggero, il Profeta dei Gentili (umml, che pu essere reso an-
che con "l'incolto" "il non-istruito"), che essi troverannO annun-
ciato presso di loro nella Torah e nell'Evangelo, che ordiner loro
aziOni lodevoli e le biasimeVli le proibir, che dichiarer loro leci-
te le cose buone e illecite le immonde, e li allevier dei legami e
delle catene che pesanO su di loro; e coloro che crederanno in lui
che lo onoreranno, che lo assisteranno, e che seguirannO la Luce
scesa con lui dal cielo: quelli saranno i fortunati (v. 157); e, pi
avanti: E fra il popolo di Mos c' una comunit che si dirige se-
condo la Verit, e secondo la Verit agisce con giustizia (v. 159).
 Tuttavia i primi contatti di Maometto con i Medinesi sono con A-
rabi e non con Ebrei. Nel corso del Pellegrinaggio (~agg) del 620,
sei l~azragiti medinesi si sarebbero convertiti. Nel Pellegrinaggio
del 621, awiene il primO convegno fra Maometto e dodici medine-
si arabi, ad al-'Aqaba, gola montuosa presso la Mecca. In tale con-
vegno i Medinesi si sarebbero impegnati gi a proteggere il Profe-
ta, secondo la formula del cd. giuramento delle donne da lui pro-
posta: Vi invito a promettermi protezione contro tutto ci da cui
proteggete le vostre donne e le vostre figlie- Indi, i fedeli del nuo-
vo patto ritornarono a Ya~rib, accompagnati dal musulmano
Mus'ab b. 'Amir, che doveva istruirli nel Corano. Mus'ab torn,
poi, alla Mecca, per preparare una nuova migrazione (fitna), la se-
conda dopo quella abissina. Il definitivo patto di al-'Aqaba sa-
rebbe stato concluso nl giugno del 622, sempre durante il Pellegri-
naggio. Nella terza parte della notte, settanta medinesi e due don-
ne, sempre di Medina, incontrarono nascostamente il Profeta, rin-
novarono il giuramento delle donne stipulato l'anno prima e ri-
conobbero Maometto loro capo politico e religioso, secondo la co-
stumanza che ritualmente conferma l'autorit del califfo e la fedel-
t del suddito: il Profeta stese la mano, e ciascuno dei contraenti la
colp con la propria.
 I patti con la gente araba di Medina culminano nell'awenimento
pi rilevante della storia islamica, l'Egira, Hi~ra, termine che  tra-
dotto generalmente con fuga o migrazione ma che ha il ben
pi preciso significato di rescissione dei legami tribali, abban-
dono della propria trib, rottura delle relazioni di parentela:
ch, in effetti, il passaggio di Maometto e del suo gruppo dalla
Mecca a Medina, anche se avviene in forma di fuga,  soprattutto
l'uscita dalla comunit tribale e la costituzione di una comunit su
nuove basi. La data precisa dell'Egira  controversa nella Tradi-
zione musulmana. Fissata dalla prevalente Tradizione all'8 rabl' I
(20 sett.) del 622,  da altri portata al 2 o al 12 rabl' 1(14 o 24 sett.),
in un luned o in un gioved. Sotto il califfo 'Omar fu stabilito di
fondare su tale data l'era musulmana, assumendo ad anno I l'anno
dell'Egira. Ma, poich il calendario era gi fissato dal Corano, fu-
rono conservati i mesi nell'ordine esistente e fu riconosciuto il
mese di Mu~arram come primo, secondo la successione tradizio-
nale. Si rese, perci, necessario retrodatare al primo di Muharram
(venerd, 16 luglio del 622) la data reale dell'Egira, per realizzare
la corrispondenza del nuovo computo con quello tradizionale.
 I dati leggendari circondano l'avvenimento. I Coreisciti, informa-
ti dell'intenzione di Maometto, tentarono di assassinarlo e fu, per-
ci, necessario allontanarsi clandestinamente. Gli emigrati (che,
proprio dal termine higra saranno, nel Corano, designati come al-
muhagirdn, quelli che hanno rotto il vincolo tribale, e, per esten-
sione, gli emigrati dalla Mecca) partirono da soli, come per un
viaggio, lasciando indietro le donne e i bambini. Maometto lasci
la citt per ultimo, e ingann i Meccani, che volevano impedirgli la
fuga, facendosi sostituire da 'Ali, che rimase nella sua casa coperto
dal mantello verde del Profeta (sostituzione che valse grandi meri-
ti ad 'Ah presso gli Sciiti). Trascorse tre giorni, insieme con Abu
Bakr, che lo aveva raggiunto, nella gr~tta del monte Taur, dove i
persecutori tentarono ancora di fermarlo. Ma Allah lo difese con
miracolosi interventi: il Profeta lanci un pugno di terra contro gli
inseguitori e costoro ne rimasero accecati; l'entrata della grotta si
restrinsementre un'uscita si apriva sul lato opposto; l'uscita fu ce-
lata da un nido di piccioni e da una tela di ragno, sorti sempre per
miracolosa protezione di Dio. I due fuggiaschi, accompagnati da
una guida e da un servo, raggiunsero, infine, la citt, ma Maometto
volle per s, come pi degna, la cammella di Abu Bakr (al-Qaswa
quella che ha un quarto d'orecchio tagliato) e la compr dal suo
amico- L'entrata nell'oasi di YaIrib avviene attraverso il villaggio
meridionale di Qoba. La cammella del Profeta si inginocchia nel
luogo dove dovr sorgere la moschea di Qoba. Fra i numerosi testi
di harelativi all'avvenimento, alcuni lo rielaborano sul modello
dell~ingresso di Ges in Gerusalemme nella domenica degli Ulivi:
un ebreo annunzia a gran voce l'arrivo del Profeta, che entra trion-
falmente nel villaggio a mezzogiornO.
 Pochi giorni dopo, il Profeta entra in Medina, sulla sua cammella
accompagnato dai suoi parenti di ramo materno, i Banu'n-Naggar,
da Meccani che lo avevano raggiunto e da nuovi fedeli. La cam-
mella ancora una volta si inginocchi sul posto dove sarebbe sorta
la moschea di Medina. Sceso dalla sua cavalcatura, Maometto fu
Ospite per sette mesi presso un parente della sua famiglia materna
Abu Ayyub Halid b. Zaid dei Banua'n-Naggar, fino a quando non
furono costruite la moschea e l'alloggio per le donne.

lo. L'organizzazione della comunit medinese

 Maomettoentrando in Medina nel 622, non  soltanto il portato-
re di un verbo religioso, che corrispondeva all'attesa di alcuni Me-
dinesi e che si fondava su idee comuni a molti altri, in particolare
agli Ebrei. Egli, pure affidandosi alla sua appassionata ispirazione
religiosaassume ora la funzione di un haakim, di un legislatore e di
un giudice chiamato a dirimere i profondi conflitti interni della so-
ciet in cui si  inserito. E, nelle vicende complesse che segnano la
storia della prima comunit medinese, appare un particolare
aspetto della personalit del Profeta, la sua abilit diplomatica e la
sua profonda esperienza del cuore umano.
 La composizione etnico-politica e religiosa della popolazione
medinesegi complessa prima dell'Egira, attraversa una nuova
crisi per l'inserzione degli elementi musulmani. Maometto, in ef-
fetti, pu fondarsi con assoluta certezza soltanto sul gruppo dei
muha~iruncio dei Meccani che lo hanno seguito o che sono emi-
grati in varie riprese. Accanto a costoro vi sono gli Ansar, gli Au-
siliari, cio i Medinesi che hanno aiutato il Profeta, lo hanno assi-
stito e si sono convertiti all'Islam. Essi cooperano attivamente nel-
la diffusione della Fede, e, nel Corano, appaiono degni della stessa
considerazione in cui devono essere tenuti i Precursori (forse i Pro-
feti che avevano preannunziato l'Islam) e i muhagirun: E i Pre-
cursori, i primi fra gli Emigranti e gli Ausiliari e coloro che li segui-
rono nel loro benefico agire, Iddio s' compiaciuto di loro ed essi si
sono compiaciuti di Dio, ed Egli ha loro preparato Giardini alle cui
ombre scorrono i fiumi, dove rimarranno in eterno, sempre (IX,
100); Benigno si convert Iddio sul Profeta e sugli Emigranti e su-
gli Ausiliari, i quali lo seguirono nell'ora dell'avversit, quando i
cuori di qualcuno stavan per deviare (Ix, 117). Gli Ansd r erano, in
prevalenza, membri della trib dei Hazrag, poich la trib degli
'Aus si mantenne separata e, nei primi tempi, fu, in parte, ostile al
Profeta. Restano, accanto agli Emigranti e agli Ausiliari, i pagani
medinesi, che non hanno accolto la Fede, appartenenti, come si 
detto, soprattutto alla trib degli 'Aus. Ma taluni fra essi sono stati
sottomessi al culto (muslimdn), senza divenire credenti con la
loro anima (mu'minun). E questo il gruppo dei Munafiqun, termi-
ne di origine non certa (forse dall'etiopico manafeq, eretico, da
nafaqa, essere diviso, essere incerto), che il Corano usa nel
senso di esitanti, dubitanti e, qualche volta, di ipocriti. I Mu-
nafiqun sono guidati da 'Abd Allah b. Ubayy, che vede in Mao-
metto un suo oppositore e competitore nella guida della trib Qai-
la. Ma, a parte questo nucleo che si accrescer nel tempo e creer
delle serie difficolt al Profeta, Munafiqdn sono, in generale, tutti i
tiepidi nella fede, quelli che vi hanno aderito con riluttanza o per
pressioni di amici e parenti, o anche quelli che, inizialmente entu-
siasti, si sono, poi, raffreddati di fronte alle difficolt. Frequenti
passi coranici li qualificano adeguatamente e li menzionano lungo
tutta la storia della prima comunit: Fra i Beduini che sono attor-
no a voi, come pure fra la gente di Medina, vi sono dei munafiqan,
protervi nella loro ipocrisia (IX, 101); Gli Ipocriti e le Ipocrite
(qui con espressa menzione di donne che appartenevano ai mu-
nafiqun) s'invitano l'un l'altro ad atti riprovevoli e s'impediscono
di compiere atti lodevoli, e serran le mani. Hanno dimenticato
Dio, e Dio s' dimenticato di loro, poich gli Ipocriti sono i perver-
Si (IX, 67; ma v. pure II, 8-20, 204-206; Ill, 119-120,167-171; IV, 61-
66, 80-83, 88-91, 138-145 ecc.).
 Si aggiungano le lotte esistenti fra le due trib arabe degli 'Aus e
dei Hazrag; e i tentativi ricorrenti delle tre trib ebraiche per as-
surgere alla guida della comunit.
 Il Profeta si trov, quindi, a dover risolvere tale intricata situazio-
ne, in un piano politico e religioso che doveva ricondurre all'unit.
Si propose subito un primo grave problema da affrontare, quando
gli Emigranti furono raggiunti dalle loro famiglie e fu necessario
trovare loro lavoro e mezzi di sussistenza. La soluzione era soltan-
to nella ricostituzione delle due comunit infrante, quella dei Mec-
cani emigrati (muhagirun) e quella degli Arabi medinesi che ave-
vano accettato l'Islam (ansar) in una nuova unit etno-sociale. E
Maometto vi provvide, nella prima fase medinese, con un espe-
diente tipicamente tribale: ordin, cio, ai suoi adepti, Meccani e
AnSar, di stringere il patto di fraternit di sangue. Due uomini me-
scolavano il loro sangue, nel corso di un sacrificio, e per ci stesso
divenivano fratelli, con obbligo di reciproco aiuto e con diritto di
reciproca successione. Il patto fu poi celebrato anche da ogni emi-
grante con un altro emigrante. Secondo la Tradizione, al patto se-
g la conversione di tutto il popolo medinese, ma bisogna acco-
gliere con molta cautela tale dato, perch le ostilit fra la comunit
musulmana e gli altri gruppi persistono anche dopo questo avveni-
mento. La stessa Tradizione fornisce accurate liste dei patti di san-
gue di 45 o 50 capifamiglia coreisciti e medinesi. Maometto strinse
il suo patto con 'Ah (altro particolare titolo di merito che vante-
ranno gli Sciiti).
 Intanto, per il primo periodo medinese, sono da ricordarsi altri
importanti awenimenti. Il Profeta prowide alla costruzione della
sala di preghiere o moschea, che doveva essere il centro della vita
cultuale, sopra un suolo acquistato da Abu Bakr. Modello di ogni
futura moschea dell'Islam, questa alla cui erezione lavor manual-
mente lo stesso Maometto, ebbe una fondazione di pietra alta tre
cubiti, pareti di mattoni e di legno di palma, copertura di foglie di
palma gar~d, simile, nell'intenzione del Profeta, al ricovero che
Mos s'era fatto nel deserto. La nicchia, che indica la direzione che
i fedeli devono assumere quando pregano,  orientata verso Geru-
salemme. Presso la moschea, v'erano le case delle due mogli del
Profeta Sawda e 'A'isa.
 Proprio in quest'epoca, Maometto ha sposato 'A'isa, figlia di Abu
Bakr, nel mese di Chawal, ottavo dopo l'Egira. Anche 'A'isa appa-
rir dotata, nella Tradizione, di straordinari meriti.

I l. La Costituzione dell'anno Pnmo e il conflitto con gli Ebrei

 Poich, come  stato detto, i conflitti interni della societ medine-
se restavano nonostante gli sforzi di conciliazione del Profeta e
l'espediente dei patti di sangue, nell'anno primo dell'Egira si giun-
se ad un editto o ad una costituzione, il cui testo ci  stato traman-
dato da Ibn Ishaq ed  ritenuto storico anche dagli islamologi occi-
dentali. Tale costituzione  una prova della grande abilit politica
del Profeta, perch, a mezzo di essa, egli fonda o legittima di fatto
una comunit (umma), guardando esclusivamente alle necessit
pratiche del momentO e facendo passare in secondo piano le esi-
genze religiose. Nel documento si presume soltanto che la pi alta
autorit e direzione spettino ad Allah e a Maometto, poich ven-
gono riconosciuti come appartenenti ad un unico corpo comunita-
rio i Coreisciti emigrati, i Medinesi convertiti e quelli che a loro si
affiliano o li seguono. Costoro formano il popolo dei credenti, ce-
mentato non pi dai vincoli tribali, ma dalla comune fede religiosa.
E gli Ebrei, poi, possono mantenere la loro propria fede, ma for-
mano un solo popolo con quello dei credenti. Viene riconosciuta
piena validit ai patti fra loro stretti dagli 'Aus e dai Hazrag, e da
essi con gli Ebrei medinesi, purch tutti si impegnino ad osservare
la concordia, a rispettare la vita musulmana e a concorrere se ne-
cessario, alla difesa dell'oasi. Tutte le questioni interne devono es-
sere portate dinanzi al Profeta, che interviene come arbitro-giudi-
ce, hakim, e come capo in guerra, qaid. Questa costituzione non
ebbe importanti conseguenze pratiche, perch dur per poco tem-
po e fu superata dagli eventi: di essa, infatti, non resta traccia nel
Corano. Anche incerta  la precisa datazione in cui deve essere
collocata, ma si  concordi nel ritenerla posteriore ai primi conflitti
con gli Ebrei.
 Le trib giudaiche medinesi, infatti, avevano respinto il messag-
gio del Corano, mantenendosi fedeli alle loro usanze religiose.
Esse non mostrarono ostilit verso Maometto e i suoi seguaci, ma
non si distinsero per conversioni o per adesioni notevoli. Maomet-
to, come si  detto era partito dalla Mecca con un preciso pro-
gramma di conversione degli Ebrei, che avrebbero dovuto confer-
mare, con la loro adesione, l'identit fra il verbo coranico e la pre-
dicazione dei loro antichi profeti. Quando venne a trovarsi di fron-
te ad un ambiente indifferente alle vivaci sollecitazioni del messag-
gio, Maometto tent di accattivarsi le simpatie degli Ebrei introdu-
cendo, nella pratica religiosa musulmana, elementi propri del giu-
daismo, perch la loro presenza invitasse alla conversione. La tra-
dizione vuole che un ebreo, non un arabo, abbia ricevuto Maomet-
to al suo ingresso in Qoba e ne abbia annunziato l'evento come di
un profeta e di un messia. Nella costruzione della moschea, Mao-
metto volle che la direzione della preghiera, qibla, fosse orientata
verso Gerusalemme, quasi a confermare la superiore sacralit del
luogo santo ebraico anche per la nascente comunit musulmana.
Infine, egli stesso si portava, ogni sabato, in corrispondenza del
giorno festivo giudaico, nella moschea di Qoba, per dirigervi la
preghiera di mezzogiorno, zohr; e aveva ordinato il Digiuno per il
giorno 10 di Muharram, perch coincidesse con il Digiuno tradi-
zionale ebraico del 10 di Tisri. La costituzione dell'anno I tendeva
non pi ad assorbire gli Ebrei nella comunit religiosa islamica, es-
sendosi dimostrati vani tutti gli espedienti indicati, ma a riconosce-
re lo stato di fatto della fedelt degli Ebrei medinesi alla loro fede
e a costituirli in una situazione di privilegio nel senso della comuni-
t politica.
 Gli effetti dell'abile soluzione politica ebbero breve durata; e
              66                                MAOMETI O

Maometto assunse una nuova posizione nei riguardi degli Ebrei.
La manifestazione pi rilevante di tale atteggiamento  la nuova
direzione della preghiera (qibla) che il Profeta impone alla mo-
schea, non pi orientata verso Gerusalemme, ma verso la Ka'ba
della Mecca. Gli Ebrei medinesi hanno tradito gli annunzi dei loro
profeti e l'attesa di Maometto, cos che il centro dell'Islam non 
pi la citt sacra del Giudaismo, ma la sede della religione pura,
hanlf, la Ka'ba costruita da Abramo. L'avvenimento deve proba-
bilmente risalire al gennaio del 624, ed ha una chiara eco nel Cora-
no: Gli stolti diranno: "Che cosa li ha stomati dalla qibla che ave-
vano prima?". Rispondi, dunque: "A Dio appartiene l'oriente e
l'occidente, Egli guida chi vuole alla retta via". Abbiam fatto di voi
una nazione che segue il medio cammino, acciocch siate testimoni
di fronte a tutti gli uomini, e il Messaggero di Dio sia testimone di
fronte a voi. E fissammo la qibla che avevi dapprima (cio la qibla
orientata verso Gerusalemme) solo per distinguere chi seguiva il
Messaggero di Dio da chi se ne allQntanava... Vediamo che tu volgi
la faccia verso il cielo, ma ti doneremo ora una qibla che ti piacer:
volgi, dunque, il volto verso il Tempio Sacro (la Ka'ba), rivolgetevi
tutti, ovunque siate, verso quella direzione... Anche se apportassi a
coloro cui fu dato il Libro ogni sorta di Segni divini, essi non segui-
rebbero la tua qibla, n tu devi seguire la loro, n del resto essi stes-
si seguono la qibla gli uni degli altri (II, 142-145). L'adozione della
qibla meccana, nota il Gaudefroy-Demombynes, va molto al di l
di un semplice atteggiamento di tensione con gli Ebrei, perch  il
recuperO all'Islam di un luogo sacro a tutte le popolazioni del
Higaz e apre l'accesso alla fede coranica a tutti gli Arabi. La nuova
qibla fu subito realizzata nella moschea di Qoba, che prese, perci
il nome di moschea delle due qibla (masc~ib al-qiblatain), poste-
riormente mutato in moschea del timore divino (at-taqwa). Al-
cune Tradizioni, non giustificate, identificano questa moschea di
Qoba con quella misteriosa moschea del Male, o moschea del
Danno (masc~ig ad-dirar, di cui alla sura IX, 107-110), che  da ri-
tenersi, quasi certamente, sede della comunit scismatica dei Mu-
nafiqdn guidati da Abu 'Amir.
 Dalla rottura con i Giudei medinesi si origina anche la nuova po-
sizione ideologica sui rapporti fra Islam e Giudaismo. Maometto
ha inizialmente predicato la perfetta identit delle due fedi, men-
tre, ora, deve eontrapporre l'Islam al Giudaismo. Risolve la con-
traddizione, con le affermazioni contenute nelle sure di questo pe-
riodo: gli Ebrei kanno ricevuto soltanto una parte della Rivelazio-
ne (coloro cui fu data una parte del Libro, IV, 44; cfr. III, 1l9); la
parte di Rivelazione da essi ricevuta contiene leggi e prescrizioni
adatte unicamente ad una particolare epoca e non valide per sem-
pre (Ai giudei avevamo proibito tutti gli animali aventi unghia

              MAOMElO                                67

non spaccata..., VI, 146- cfr. XVI, 118) i Giudei hanno alterato le
Scritture con omissioni e falsificazioni (Non rivestite di menzo-
gna la verit e non nascondetela, mentre voi ben la conoscete,
Coloro cui demmo il Libro lo conoscono come conoscono i figli
loro, ma una banda fra loro tien nascosta la verit, scientemente,
...coloro che nascondono parte delle Scritture rivelate, II, 42,
146, 174; cfr. III, 77; II, 59; IV, 46; V, 13, 47; VII, 162).
 L'ideologia cos riformata determina, nello stesso tempo, la na-
zionalizzazione dell'Islam, che non  pi considerato a condizioni
di parit con il Giudaismo, ma  la religione ultima, che, ricolle-
gandosi ad un Ebraismo anteriore alle contaminazioni (quello ha-
no, rinnovato da Abramo con la costruzione della Ka'ba, inaugu-
ra la nuova legge. L'Islam si dichiara ora non cristiano, non giudai-
co, non pagano: Abramo non era n ebreo, n cristiano: era un
hamf, dedito interamente a Dio, e non era idolatra (III, 67; cfr. II,
135; III, 95). Ed  questa la brillante soluzione, cui il Profeta giunge
per risolvere i conflitti con gli Ebrei e per giustificare le posteriori
razzie contro di loro.

12. Le prime razzie e la vitloria di Badr

 La crescente comunit, nata dalla comune fede, provvede alle sue
esigenze economiche non soltanto con la stipulazione dei patti in-
dicati, ma anche mediante il ricorso al sistema tipicamente arabo e
beduino delle razzie e delle guerriglie. Fra il 623 e il 624, le azioni
militari che i Musulmani medinesi conducono sotto la guida di
Maometto hanno indubitatamente i caratteri di razzia, gazawat,
anche se la posteriore mitificazione degli avvenimenti tender a
trasformarle in gloriose azioni di guerra santa, al-c~ihad. Le razzie
hanno, nell'organizzazione beduina, una doppia rilevante funzio-
ne, che sembra senz'altro accertata per questi anni medinesi: pro-
curare risorse economiche al gruppo mediante il bottino sottratto
con la violenza alle carovane e ai villaggi, e affermare la superiorit
guerresca (e, quindi, politica) di un gruppo sugli altri. Il Profeta
volle, poi, confermare il particolare significato sacro di queste raz-
zie, annodando egli stesso lo stendardo sulla lancia del capo della
torma razziatrice; e questo stendardo, all'origine di colore bianco,
fu per la prima volta legato sulla lancia di Hamza che razzi, con
trenta uomini, una carovana coreiscita.
 E della fine del mese di Ragab del II anno dell'Egira (gennaio del
624) un grave episodio, che comport la violazione di ancestrali
costumanze di tutte le trib arabe. In questo mese dedicato al Pel-
legrinaggio sacro ('umra), per antica convenzione, erano proibite
le azioni guerresche. Proprio al termine del mese, quando i pelle-
grini facevano ritorno alle loro terre, Maometto mand a Nahla,
fra la Mecca e at-Ta'if, una banda di otto Coreisciti emigrati, al co-
mando di 'Abd Allah ibn Gahs, cui affid una lettera che doveva
essere aperta soltanto dopo dieci giorni di marcia. Secondo la Tra-
dizione, che intende giustificare l'atteggiamento di Maometto, il
Profeta avrebbe ordinato alla banda di spiare soltanto i movimenti
dei pellegrini meccani, e di tornare, per riferirgliene. Ma, gli otto
razziatori incontrano una piccola carovana meccana, guidata da
quattro uomini, che trasportava vino, pelli e uva secca. I carovanie-
ri meccani prima si allarmano e tentano di affrettare il passo, per
rientrare nella citt prima dello scadere del mese sacro, che li met-
teva al riparo da ogni assalto; ma, poi, osservando che della banda
fa parte un uomo con la testa rasata, che ha tutta l'aria di essere un
pio pellegrino, non hanno pi timore e si attardano. La banda me-
dinese, attratta dal ricco bottino, viola la sacralit del mese e del
luogo, assale i carovanieri, uccide un meccano, due ne fa prigionie-
ri, rientrando, infine, in Medina. Ivi li accoglie la generale riprova-
zione (anche quella degli Ebrei). Maometto sequestra prigionieri e
bottino e rifiuta di prelevare il quintO che, secondo la costumanza,
gli competeva come capo della comunit. I Coreisciti riscattano i
prigionieri, ma uno di essi resta a Medina, convertito. E difficile
dire in quale misura Maometto sia stato direttamente responsabile
di questo episodio. Egli attese che le ire dei Medinesi si calmasse-
ro, e pose fine alla controversia con una rivelazione coranica, che
sembra contenere, di fatto, il suo pensiero: che, cio, pur restando
ai singoli la scelta e la responsabilit dell'azione, anche le pi anti-
che costumanze tribali possono essere abrogate dalla necessit di
allontanare lo scandalo degli infedeli. Il passo in questione dice:
Ti chiederanno se  lecito far guerra nel mese sacro. Rispondi:
"Far guerra in quel mese  peccato grave. Ma pi grave  agli occhi
di Dio stornare dalla via di Dio, bestemmiare Lui e il Sacro Tem-
pio e scacciarne la Sua gente, poich lo scandalo  peggiore dell'uc-
cidere..." (II, 217).
 La giustificatrice rivelazione, nella quale si era conclusa la razzia
di Nahla rianim i Medinesi e li strinse sempre pi intorno al Pro-
feta. Gli effetti si vedono, infatti, nella battaglia di Badr, fissata
dalla Tradizione al 12 Ramadan del II anno dell'Egira (marzo del
624). Si tratt di una vera e propria azione di razzia, che la leggen-
da ha trasformato in una delle prime grandi imprese epiche
dell'Islam contro gli infedeli. Maometto era stato informato che
una numerosa carovana di Coreisciti, tornando dalla Siria, si diri-
geva verso la Mecca. Decise, allora, di affrontarla a Badr, a ca. 105
km da Medina, prendendo egli me~desimo il comando di una trup-
pa di circa trecento cavalieri. Abu Sufyan, che guidava la carovana
meccana, informato dell'intenzione di Maometto, volse la rotta
verso occidente, per allontanarsi, e invi un messaggio alla Mecca,
per chiedere aiuto. I Meccani spedirono, allora, circa mille uomini,
quando gi la carovana di Abu Sufyan si era sottratta al rischio di
un assalto, divergendo verso la costa. I mille Meccani si awicinaro-
no a Badr, quando appresero che la carovana era in salvo e si diri-
geva alla Mecca; e, sebbene i pi consigliassero di rientrare nella
citt essendo venuto meno il motivo della spedizione, i pi accesi,
guidati da Abu Lahab, insistettero perch ci si dirigesse su Badr e
ci si trattenesse ivi per la festa annuale che vi si celebrava, mostran-
do, cos, chiaramente di non aver timore alcuno di Maometto e
della sua-schiera. Maometto aveva, intanto, occupato i pozzi di
Badr, che divennero il centro del combattimento. Quando gi sem-
brava che i Musulmani stessero per cedere sotto il numero prepon-
derante degli avversari, il Profeta usc dal suo ricovero, situato al di
sopra della pianura in un punto di osservazione, si mescol con i
combattenti delle prime file, recitando versetti del Corano, che an-
nunziavano le pene infernali per quelli che si fossero ritirati. La
leggenda vuole che le sorti incerte dell'azione volsero a favore dei
credenti per due interventi soprannaturali. Il primo episodio, nota
il Gaudefroy-Demombynes, si connette sicuramente a credenze
preislamiche: su consiglio dell'angelo Gabriele, il Profeta invi
'Ali a raccogliere un pugno di ciottoli nel fondo della valle e li lan-
ci contro i Goreisciti, gridando: Non vi sia alcun Coreiscita, che
non riceva uno di questi sassi nell'occhio!. Vi fu, quindi, il ricorso
ad una pratica di magia simpatica preislamica. Nel secondo inter-
vento miracoloso a difesa dei Medinesi, Allah stesso manda una
schiera di angeli, mille, tremila o cinquemila, secondo un'indica-
zione difforme dei testi, confusi, per altro, con gli angeli che inter-
verranno nella battaglia di Uhud. Gli angeli scendono nella mi-
schia accanto ai guerrieri, uccidono e abbattono, assicurando la de-
finitiva vittoria dei fedeli. I Coreisciti lasciarono sul campo di bat-
taglia 44 morti e persero 44 uomini, fatti prigionieri. I Musulmani
ebbero 14 morti.
 Il bottino ricavato fu inferiore a quello che si sarebbe realizzato
dalla razzia della carovana coreiscita, contro la quale Maometto
era inizialmente diretto. Esso fu diviso fra i partecipanti alla batta-
glia, dopo avere superato gelosie ed emulazioni fra gli aventi dirit-
to, non essendo ancora definito il sistema di partizione delle prede.
La sorte dei prigionieri fu a lungo discussa, alcuni volendo che un
prigioniero fosse dato ad ogni combattente di Badr, perch gli ta-
gliasse il collo; altri consigliando di gettarli tutti insieme in una fos-
sa infocata. Maometto, seguendo il consiglio di Abu Bakr, volle in-
vece trattarli familiarmente e nel rispetto dei legami di sangue.
Tuttavia la loro sorte fu varia, e per ogni prigioniero si sono venute
a formare, nella Tradizione, lunghe storie di riscatti, di uccisioni o
di conversioni.
              70                               MAOMEITO

 L'episodio di Badr, che , in effetti, l'esito di una razzia fallita
contro una carovana coreiscita, abilmente sottrattasi all'assalto
appare proiettato in un'atmosfera di leggenda. Esso non  soltan-
to, come abbiamo detto, l'impresa epica della giovane comunit
medinese; ma  anche il provvidenziale avvenimento, con il quale
Allah segna il destino di conquista dell'Islam, intervenendo per la
vittoria di coloro che gli sono fedeli e che seguono il suo Profeta.
L'eco dei fatti e la loro proiezione in ideologia religiosa sono larga-
mente attestate nel Corano: Iddio ha egli medesimo fissato l'ora e
il luogo del combattimento, ha fatto apparire i Coreisciti inferiori
di numero agli occhi dei Medinesi, perch costoro non fossero pre-
si dal timore (VIII, 42 SS.); Iddio trasforma la naturale debolezza dei
combattenti in forza, ed ogni musulmano equivale a due suoi ne-
mici (VIII, 66); la battaglia si risolve a favore dei Medinesi, perch
Iddio combatte personalmente (Ma non voi li uccideste, bens Id-
dio li uccise, e non eri tu a lanciar frecce, bens Iddio le lanciava,
VIII, 17), una schiera di Angeli scende a difendere la parte musul-
mana (E quando chiedevate aiuto al vostro Signore, ed egli vi ri-
spose: "Son Io che vi aiuter con mille Angeli accorrenti a schie-
re!", VIII, 9; Dio vi diede la vittoria a Badr, mentre eravate debo-
li... E ricorda quanto dicesti ai Credenti: "Non vi basta che Dio vi
mandi in aiuto tremila Angeli in schiere calanti dal cielo?". Anzi se
sarete pazienti e se temerete Dio, e se i nemici vi verranno addosso
cos d'improwiso, cinquemila Angeli vi mander in aiuto il Signo-
re, liberi a volo, III, 123 SS.).

13. La definitiva rottura con gli Ebrei Le altre razzie

 Il conflitto con le trib medinesi giudaiche che si era gi chiara-
mente delineato, entra nella sua fase definitiva dopo la battaglia di
Badr. La ricostruzione agiografica degli avvenimenti ha voluto in-
dividuare la causa della rottura in precisi incidenti, ma deve presu-
mersi che, indipendentemente dalla possibilit di accertare la vali-
dit storica delle Tradizioni, il deciso atteggiamento anti-ebraico
di Maometto fu la conseguenza dell'ondata di fanatismo giustifica-
ta dalla vittoria di Badr. Potevano ancora esistere, nella comunit
uscita trionfante dalla prova, fatta segno della predilezione di Al-
lah, soggetti che cos pervicacemente rifiutavano il messaggio e go-
devano di una situazione, anche economica, di privilegio? Si fa al-
lora strada, nel pensiero del Profeta, un nuovo indirizzo: va esclusa
ogni tolleranza verso i Giudei e contro di loro va combattuta una
lotta senza quartiere per l'onore della Fede. E pure probabile che
siano realmente intercorsi contatti fra membri delle trib ebraiche
medinesi e gli odiati Meccani; o che, nella nuova determinazione
abbiano influito gelosie di ordine economico verso un gruppo che

              MAOMEl~O                                71

praticava tradizionalmente il commercio, godeva di abbondanti
propriet e costituiva una piccola oligarchia finanziaria. Il passo
coranico, che comunemente si riferisce a tali fatti, e che  la giusti-
ficazione ideologico-religiosa della faziosit antisemita della co-
munit medinese, d adito a molte interpretazioni, con i suoi riferi-
menti troppo generici e con il suo tono di rivelazione: Coloro con
i quali fai un patto, e, poi, ad ogni momento, lo violano, senza timo-
re alcuno di Dio. E se li sorprenderai in battaglia, disperdili, e fan-
ne esempio salutare per coloro che li seguono, a che possano riflet-
tere. E se temi tradimento da parte di un popolo, rigetta la loro al-
leanza, come essi han fatto con la tua, perch Dio non ama i tradi-
tori. E non credano coloro che repugnano alla Fede, d'averci so-
pravanzato: non prevarranno! (VIII, 56-59).
 La Tradizione pone il passo in relazione con un presunto tradi-
mento. Abu Sufyan, il capo meccano che aveva posto in salvo la ca-
rovana dei Coreisciti prima della battaglia di Badr, intendendo
vendicare l'onta subta dalla gente meccana, sarebbe giunto, con la
sua truppa, fino al quartiere medinese degli Ebrei Banu Nadir,
avrebbe parlato con due di loro e si sarebbe ritirato dopo aver uc-
ciso due contadini. Maometto, informato del fatto, insegu i Mec-
cani, che, per accelerare la corsa dei cammelli, li liberarono dal
peso di alcune balle di sawlq (forse specie di pasta): onde tutto
l'awenimento fu ricordato come l'affare del sawl q. Le accuse di
intese con il nemico furono a base degli attacchi che Maometto ri-
volse primamente alla trib dei Banu Qainuqa', che avevano mag-
giori propriet terriere. Nell'aprile del 624, Maometto li assedi
nella loro fortezza (atam) e ne ottenne la resa, senza colpo ferire,
dopo 15 giorni. Intenzionato prima a massacrarli, accolse, poi, il
consiglio di 'Abd Allah b. Ubayy, sayyid deilazrag, che era inter-
venuto a favore degli alleati del suo gruppo. I Banu Qainuqa' furo-
no, allora, autorizzati a lasciare Medina, e raggiunsero le altre co-
munit giudaiche esuli, prima al Wadi'l-Qura, poi ad Adri'a, in Si-
ria. Dalla conclusione del conflitto con gli Ebrei, i Musulmani me-
dinesi ricavarono un ricco bottino di armi, di beni immobili, di me-
talli. Ma il venir meno del gruppo ebraico in Medina determin an-
che una crisi nell'artigianato che si dedicava, fra loro, tradizional-
mente alla forgiatura delle armi e al lavoro dei metalli, cos che, ne-
gli anni successivi, i Medinesi avranno cura di raccogliere, nel cor-
so delle razzie, quante pi armi era possibile.
 Intanto la comunit continuava a ricorrere alle razzie per affer-
mare la sua supremazia e per risolvere i problemi della sua econo-
mia interna. Le azioni sono principalmente rivolte alla conquista
della rotta delle oasi di nord-est, attraverso le quali i Coreisciti ora
indirizzavano le loro carovane. I Medinesi vengono a conflitto con
gli altri gruppi di predoni e di beduini, che a~evano scelto come
              72                                MAOMETI`O

terreno di azione proprio quelle rotte. Avremmo cos per que-
st'epoca alcune razzie contro trib bedine, come i Sulaim e ia-
tafan (mese di Chawal dell'anno II dell'Egira), i Banu Ta'laba e i
Banu Muharib. Una spedizione pi volte esaltata nella leggenda fu
compiuta contro una carovana che Abu Sufyan aveva spedito
nell'Iraq, con ricche mercanzie. Zaid b. Harita guid la banda me-
dinese razziatrice e port in Medina la carovana intera, senza effu-
sione di sangue. Pure in quest'epoca si ricordano altri importanti
fatti della vita medinese. 'Ali spos Fatima, figlia del Profeta, e ne
ebbe Hasan e Husain. 'Otman spos un'altra figlia del profeta, Ru-
qaya o Umm Koltum. Lo stesso Maometto, infine, spos Hafsa, fi-
glia di 'Omar e vedova di Hunais.

14. La sconfitta di Uhud e l 'espulsione degli Ebrei Banu Nadlr

 Nel 625, i Coreisciti, prostrati dalla vittoria musulmana di Badr, si
presero una dura rivincita. Nel gennaio di quell'anno, al comando
di Aba Sufyan, era stata gi reclutata un'armata di tremila uomini,
fra i quali duecento cavalieri e settecento guerrieri dotati di cotta
di maglia; e parte di essi era stata assoldata fra le trib alleate.
Maometto prowide subito a riunire tutte le sue forze, ispezion la
sua truppa, rinvi gli inferiori a quindici anni e i meno adatti al
combattimento. In un primo momento, il Profeta, ispirato, secon-
do la Tradizione, da una visione avuta in sogno, avrebbe voluto at-
tendere i nemici sulla difensiva, restando in Medina: e tale era pure
la posizione di 'Abd Allah b. Ubayy, capo deiHazrag, disposto a
rispettare l'impegno di soccorso alla comunit minacciata, secon-
do la convenzione dell'anno I dell'Egira, soltanto se l'intervento
della sua trib era giustificato dalla necessit di difendersi. Ebbe-
ro, per, il sopravvento i pi ardenti fra i Musulmani, soprattutto
quelli che non potevano vantare la gloria di aver partecipato alla
battaglia di Badr e che si attendevano ricchi bottini da una nuova
azione aggressiva. E Maometto si lasci trascinare da costoro, rive-
st la sua armatura, impugn la spada, e ritenne per lui disonorevo-
le retrocedere dalla decisione presa, quando a lui, gi armato, furo-
no fatte le ultime insistenze, perch evitasse l'attacco fuori dalla
citt. 'Abd Allah b. Uba,w, si ritir con i suoi trecento uomini, e a
Maometto rimasero settecento guerrieri.
 Lo scontro frontale avvenne il 19-20 novembre del 625, data sulla
cui esattezza siamo informati da un'eclissi lunare. I Musulmani si
assestarono ai piedi della collina di Uhud, in attesa dell'avanzata
della truppa coreiscita nella pianura. Mentre le sorti dello scontro
sembravano gi favorevoli alla parte musulmana e i Coreisciti co-
minciavano a disperdersi in fuga, gli arcieri musulmani si precipita-
rono nella pianura, temendo di essere privati della loro parte di
MAOME~ro                                73

bottino, e provocarono, con il loro non previsto intervento, un di-
sordine tale fra i ranghi gi vittoriosi dei guerrieri, che Aba Sufyan
pot profittarne per fermare la ritirata e tornare all'attacco. Nella
scomposta mischia che ne segu, il portastendardo di Maometto 
ucciso, poi lo stesso Maometto  ferito, e presto si sparge la voce
della sua morte: in effetti, egli era riuscito a sottrarvisi onorevol-
mente, ritirandosi, con pochi fedeli, verso il versante meridionale
della collina. Lo schiavo abissino Wahsi, cui il suo padrone aveva
promesso il riscatto se avesse ucciso Hamza, riesce a colpirlo con
un giavellotto alla maniera abissina. Il corpo di Hamza, secondo la
leggenda, fu raccolto e lavato dagli Angeli, onde il suo nome al-
gazil; ma si sa anche, da altre Tradizioni, che Hind gli apr il ventre,
ne trasse il fegato per mangiarlo e lo risput perch non pot in-
goiarlo. La battaglia si concluder con la completa sconfitta musul-
mana, e ad essa sarebbe seguito il massacro dei superstiti e dei feri-
ti se Aba Sufyan avesse avuto pi energia e decisione. In effetti, i
Coreisciti, soddisfatti della rivincita di Badr, si ritirarono alla Mec-
ca. N  da escludere che Aba Sufyan abbia rinunziato ad infierire
sugli sconfitti e a completare la sua vittoria con il saccheggio di Me-
dina, anche per un prudente calcolo politico. Infatti, assalendo
l'oasi, avrebbe provocato il sollevamento di tutta la popolazione
contro i Coreisciti, e soprattutto la decisa ostilit dei Hazrag che,
sotto la guida di Uba,w,, si erano ritirati dal combattimento. Mao-
metto, tornato in Medina, prowide alle pie cure dei corpi dei cadu-
ti, in particolare del corpo mutilato di Hamza, collocandolo in una
tomba che divenne luogo di pellegrinaggi. Gli altri caduti, riveriti
come martiri dell'Islam furono seppelliti sul luogo del combatti-
mento in grandi fosse suile quali il Profeta pronunzi settanta volte
la formula talbiya.
 La sconfitta di Uhud fu attribuita alla mancanza di fede dei Medi-
nesi, o anche al non aver voluto essi restare sulla difensiva, in Me-
dina. Anche in questa battaglia, gli Angeli scesero a schiere dal cie-
lo, ma non intervennero in favore dei combattenti. A Maometto
spett di sollevare gli animi prostrati degli sconfitti e delle famiglie
medinesi colpite duramente negli affetti e nei beni. Egli rivolse
loro sermoni, che, ricordavano l'ineluttabilit delle decisioni di Al-
lah, invitavano alla rassegnazione, nella certezza che il sacrificio
compiuto tornava a gloria di Dio e che ad esso sarebbero seguite
future fortune: Non scoraggiatevi, non rattristatevi, poich avrete
voi il sopravvento, se avrete fede. E se una ferita vi affligge, una si-
mile ferita ha gi afflitto altri; e noi alterniamo fortuna e sfortuna
fra gli uomini, perch Iddio possa riconoscere coloro che credono
e trasceglierne i Martiri; ma Dio non ama gli iniqui, e perch Dio
possa purificare quelli che credono e annientare chi nega... Non 
possibile che alcuno muoia altro che col permesso di Dio stabilito e
              74                                MAOMETI-O

scritto a termine fisso... Quanti profeti combatterono contro chi
possedeva immensi eserciti, e non si scoraggiarono per quel che li
colse sulla via di Dio, e non s'infiacchirono, non s'umiliarono, ch
Dio ama i pazienti... E quel che vi colse il d che si scontrarono gli
eserciti, awenne col permesso di Dio, perch Egli potesse riconosce-
re i credenti, e perch potesse riconoscere gli ipocriti... E non chiama-
re morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Dio, anzi, vivi sono,
nutriti di grazia presso il Signore (Cor. III, 139-160 e 165-200).
 La sconfitta di Uhud comport una nuova repressione anti-ebrai-
ca, questa volta diretta contro la trib dei Bana NadIr, accusata di
non aver preso parte al combattimento (forse perch esso cadeva
nel giorno sacro del Sabato). Maometto invi loro l'ordine di
espulsione, e, quando i NadIr si rinchiusero nei loro depositi-for-
tezze per difendersi e resistere, furono autorizzati la distruzione e
l'incendio dei loro palmeti e delle coltivazioni. A queste violenze,
che contrastavano, per altro, con le costumanze arabe, si applica il
versetto 5 della sura del Bando (LIX): Ogni palmizio che avete ta-
gliato o che avete lasciato ritto sulle sue radici, fu col permesso di
Dio, e perch Egli potesse confondere gli empi, anche se la poste-
riore esegesi ha tentato di stornare la responsabilit del delitto con
una diversa e non convincente interpretazione della frase. Gli as-
sediti si arresero, ed ebbero la vita salva, contro l'abbandono del-
le loro case, dei loro beni e delle loro armi ai Musulmani. Secondo
una Tradizione, fu consentito agli Ebrei banditi di portare quei
beni che potessero essere caricati su un cammello per ogni tre per-
sone. Essi uscirono da Medina al ritmo dei tamburini e dei flauti,
suonati dalle donne, mentre soltanto due apostati restarono nella
citt ed ebbero salvi i propri beni. Raggiunsero i Bana Qainuqa'
nell'esilio di Qaibar o di Adri'a di Siria. Il bottino ricavato dai beni
degli espulsi, non essendo preda di guerra, fu interamente attribui-
to al Profeta, che lo trasmise al gruppo degli Emigrati, rendendolo,
cos, economicamente indipendente. Di tutto l'avvenimento vi 
chiara memoria nel Corano: E Lui che ha fatto uscire quei della
Gente del Libro... Voi non pensavate ch'essi sarebbero usciti, ed
essi pensavano che le loro fortezze li avrebbero protetti contro
Dio. Ma Dio sopraggiunse loro da dove meno se Lo attendevano, e
gett nei loro cuori il terrore, e distruggevano le case loro con le
proprie mani (forse vi  un riferimento al tentativo degli Ebrei di
sottrarre il pi possibile al bottino dei Musulmani; alcuni, secondo
la Tradizione, posero sopra i cammelli la porta della casa) e le mani
dei credenti... Questo perch essi si scissero da Dio e dal Suo Mes
saggero, e chi si scinde da Dio, Iddio crudamente castiga!... Il bot-
tino che Iddio ha concesso al Suo Messaggero sulla Gente della
Citt, appartiene a Dio, al suo Messaggero, ai suoi parenti, agli or-

              MAOMEl-rO                                75

fani, ai poveri, ai viandanti... Esso  per gli Emigranti poveri i quali
furono espulsi dalle loro dimore e dai loro beni (LIX, 18).
 Nello stesso anno v dell'Egira (626), CUi va riportata l'espulsione
del Nadlr, si ricordano altre azioni guerresche di non grande rilie-
vo. Importante, invece, fu la presa di contatto con i beduini (Ga~a-
fan, che garantivano la sicurezza delle oasi settentrionali, sulla via
dell'Iraq, dove si erano ricoverati gli Ebrei esuli.

15. La vittoria del <fossato e il massacro degli Ebrei Qurayza

 I Coreisciti si sarebbero presto convinti della limitata efficacia
della loro vittoria di Uhud, che sembrava essersi risolta in un po-
tenziamento interno della comunit medinese sotto la spinta di un
rinnovato entusiasmo religioso. Aba Sufyan credette, allora, giun-
ta l'ora di un definitivo attacco contro la stessa Medina, e riun
un'armata di diecimila uomini, della quale facevano parte, oltre i
Coreisciti, contingenti di altre trib arabe alleate e probabilmente
Ebrei. La tradizione insiste in particolare sulla partecipazione de-
gli Ebrei, per trovare in essa la giustificazione del posteriore mas-
sacro dell' ultima trib ebraica restata in Medina, quella dei Qu-
rayza.
 Maometto, forte della precedente dura esperienza, decise questa
volta di restare sulla difensiva, all'interno della citt. Releg nei ri-
dotti i non combattenti, le donne, i bambini, i vecchi, e colleg i ri-
dotti fra loro a mezzo di argini di terra. L'espediente strategico pi
importante, cui fu attribuito l'esito vittorioso del conflitto, fu un
fossato, bandaq, da cui l'avvenimento prese il nome. Sempre se-
condo la leggenda, questo fossato, con il quale l'intera oasi fu cir-
condata, fu costruito sotto la direzione di un persiano, Salman al-
Farisl, schiavo liberato da un padrone ebreo, per intervento del
Profeta.
 Gli alleati meccani posero l'assedio alla citt, e si inizi la strenua
resistenza dei Medinesi. I fatti cadono sicuramente fra gli ultimi
mesi del 626 e i primi del 627, ma non si  certi della precisa data. E
probabile che la divergenza fra le Tradizioni, alcune delle quali si
riferiscono ai mesi immediatamente dopo la raccolta del grano, al-
tre, invece, a mesi di intenso freddo, rifletta soltanto la lunga dura-
ta dell'assedio. Certo  che gli assedianti, non abituati alla nuova
strategia di attacco contro la citt difesa dal fossato, mal soppor-
tando una terribile ondata di freddo che era sopraggiunta, verso il
marzo del 627 abbandonarono l'impresa, ritirandosi, mentre Mao-
metto restava in Medina e rinunziava all'inseguimento. Nel corso
della campagna, erano morti sei musulmani e tre infedeli. Nelle
more dell'assedio, Maometto abilmente aveva preso segreti contatti
con i beduini Ga~afan, insinuando la discordia fra gli stessi alleati.
 Ai fatti della guerra del fossato segue il massacro della trib dei
Quryza. Non sappiamo in quale misura le insistenti accuse contro
gli Ebrei, registrate nella Tradizione, siano fondate, o in quale mi-
sura esse debbano essere, invece, interpretate come postumi tenta-
tivi di giustificare la violenta e disumana repressione. Certo  che
la comunit musulmana medinese usciva rinvigorita dall'ultima
campagna e si sentiva forte della provata protezione di Allah.
Maometto intendeva, ora, eliminare tutte le presenze estranee ed
ostili, e dirigeva la sua azione contro i Munafiqun di 'Abd Allah b.
Ubayy, e contro i Qurayza, i quali, in particolare, erano accusati,
come gi gli Ebrei Nadlr, di aver parteggiato per i Coreisciti.
 Gi durante i mesi dell'assedio, vi furono assassini di Ebrei.
Safya, figlia di 'Abd al-Mu~alib, aveva ucciso, a colpi di mazza un
ebreo da lei sospettato di un tentativo di intesa con il nemico. Im-
mediatamente dopo l'assedio, iazrag assassinarono l'ebreo Aba
Rafi' accusato d'aver prestato danaro ai Bana Gatafan. Maomet-
to, quando la calma fu tornata in Medina, guid i suoi uomini con-
tro il quartiere dei Qurayza, mentre l'arcangelo Gabriele, assunto
l'aspetto di Dah. ya b.alaf, incitava le schiere degli attaccanti. Gli
Ebrei resistettero un mese nel loro quartiere, e restarono impassi-
bili quando fu loro proposto di scegliere fra la conversione
all'Islam e la morte. Avrebbero dovuto essi stessi uccidere le loro
donne e i loro figli, e presentarsi, poi, ai Musulmani per essere uc-
cisi. N vollero, in omaggio alla stretta osservanza della Legge,
profittare di un Sabato in cui era forse possibile soverchiare gli as-
sedianti. Infine si arresero senza condizioni.
 Si giunse al massacro con la messa in scena di una decisione legale
che richiama alla mente la recente tragedia antisemitica, per molti
aspetti. I rappresentanti della trib degli 'Aus ricordarono al Pro-
feta che egli aveva accettato l'intervento della trib deiazrag a
favore della trib degli Ebrei Qainuqa' precedentemente espulsi; e
che, quindi, era giusto che egli ora accettasse i loro buoni uffici a
favore dei Qurayza. Maometto, con un'abile finzione legalistica
che doveva giustificare l'impresa sanguinaria, chiam allora ad ar-
bitrare la situazione, un 'Aus, certo Sa'd b. Mu'ad, che ferito in bat-
taglia e curato nella moschea, si era augurato di soprawivere fino
alla vittoria del Profeta e alla distruzione degli Ebrei. Sa'd b.
Mu'ad. conferm la decisione del Profeta, che prevedeva il massa-
cro di tutti gli uomini e la schiavit delle donne e dei bambini. La
Tradizione, per liberare apparentemente i Musulmani dalle gravi
responsabilit dell'eccidio, riporta che incaricati di esso furono gli
'Aus e iazrag, che infierirono barbaramente. D'altra parte, Sa'd
b. Mu'ad, che mor poco dopo per una cornata di capra, fu glorifi-
cato come uno dei martiri dell'Islam e, secondo la leggenda, set-
tantamila Angeli furono presenti al suo seppellimento.

 L'eccidio dei Qurayza si risolse, naturalmente, in un incremento
economico degli Emigrati, e fu, proprio per tale suo effetto, esalta-
to nel Corano: E (Dio) fece uscire quelli della Gente del Libro
che avevan dato mano al nemico, dai loro castelli, e gett nel cuor
loro il terrore, s che parte ne uccideste e ne faceste, parte, prigio-
nieri, e vi fece eredi della loro terra e delle loro case e delle ricchez-
ze loro, una terra che mai calcaste prima; ch Dio  su tutte le cose
potente! (XXXIII, 26-27). Il bottino fu, infatti, attribuito al Profeta,
che ne dispose per dotare gli Emigrati. Su di esso, restitu agli An-
sar le parti di terreno che avevan precedentemente donate agli
Emigrati. Suddivise, poi, i beni mobili in 1072 parti. Dispose libera-
mente degli Ebrei ridotti in schiavit, prendendo, fra gli altri, per
s l'ebrea Ruhaina, poi convertita all'Islam e divenuta concubina
del Profeta. Altri Ebrei mand nel Nagd, barattandoli con armi.

16. La spedizione contro i Band Mu$ta 'liq e l 'affare di 'A 'isa

 Con l'espulsione delle prime due trib ebraiche e con il massacro
della terza, Maometto aveva quasi realizzato quella comunit,
umma, musulmana su basi puramente religiose, cui aveva dovuto
prima rinunziare, per convenienze politiche. Il suo potere e la sua
fama si erano consolidati all'interno per le migliorate condizioni
economiche, conseguenti al massacro, e all'esterno per la vittoria
del fossato. Ora egli poteva aspirare alla realizzazione di un pia-
no ultimo che corrispondeva alla legittima attesa della stessa co-
munit: ricongiungere il gruppo dei Musulmani medinesi alla loro
naturale sede di origine, la citt santa della Mecca.
 Egli prepar l'impresa con estrema abilit, liberando prima, con
una serie di azioni guerresche, il campo dalle trib che erano tradi-
zionalmente fedeli ai Coreisciti e che costituivano il pi temibile
ostacolo. La pi rilevante fra tali razzie  quella diretta, forse nel
dicembre del 627 (anno VI dell'Egira) contro i Banu Mu$~a'1iq, no-
madi sulla rotta dei Coreisciti verso la Siria. Una banda medinese,
formata da dieci Emigrati, da venti Ansar e da un gruppo di Mu-
nafiqun agli ordini di 'Abd Allah b. Ubayy, pred un accampa-
mento dei Mu$ta'1iq, dopo averlo raggiunto ad al-Muraigya. Aspre
discordie si accesero intorno alla partizione del bottino. E Mao-
metto, secondo un diritto che spettava al vincitore, spos Guwai-
riya, figlia del capo dei Musta'liq, che era caduta prigioniera, riu-
scendo ad assopire, ma non a superare la fiera opposizione e gelo-
sia di 'A'isa, la figlia di Abu Bakr, che era sposa preferita del Pro-
feta. In conseguenza di questo matrimonio, forse consigliato anche
da convenienze politiche, i Musulmani non poterono pi trattene-
re in prigionia i Mu$~a'1iq, catturati nella recente razzia, poich essi
erano divenuti cognati del Profeta, e, perci, li liberarono.
 In questa campagna si inserisce l'avventura di 'A~isa, che ebbe
gravi conseguenze nella posteriore storia dell'Islam. La donna ac-
compagnava Maometto nella spedizione, e, mentre la carovana
tornava, ad una tappa da Medina, essendosi allontanata per trova-
re una collana di conchiglie che aveva perduta, non trov pi, al ri-
torno, il suo gruppo. La carovana era partita, abbandonandola in-
volontariamente. 'A~isa si mise, allora, a sedere e ad attendere. Si
addorment e fu ritrovata da un giovane cammelliere ritardatario,
che la riconobbe, la svegli e la trasport con ogni cura sul suo
cammello, arrivando, tuttavia a Medina, quando la carovana gi vi
era entrata. Corrono subito voci sconvenienti sull'accaduto, messe
in giro da quelli che non sono affatto convinti della versione data-
ne dalla donna e dal cammelliere: Maometto se ne inforrna presso
varie persone; ed in questa occasione 'Ali esprime la sua condanna
della donna, da cui dipese l'inimicizia fra 'A'isa e il partito di 'Ali,
come una delle molte cause delle lotte che si conclusero nello sci-
sma fra Sunniti e Sciiti. Maometto si convince, tuttavia, dell'inno-
cenza della sua sposa (la quale, poi, narrer gli awenimenti in uno
degli hadll da lei diffusi fra il 656 e il 678); si dichiara contro i calun-
niatori pubblicamente nella moschea; e, infine, raggiunge 'A'isa
nella casa del padre, dove si era ricoverata. Le annunzia, ivi, che
una rivelazione gli ha definitivamente tolto ogni dubbio, ma la spo-
sa offesa, invitata dalla madre a rendere grazie al Profeta, risponde
che  tenuta a ringraziare soltanto Allah. Dell'episodio vi  un'eco
nel Corano, che stabilisce anche, per questa occasione, una regola
di diritto, secondo la quale ogni accusa, per non essere considerata
calunnia, deve essere provata con quattro testimoni: Certo quelli
che hanno inventato la calunnia son parecchi fra voi... Perch,
quando udiste questa calunnia, i credenti e le credenti non pensa-
rono fra s al meglio e non dissero: "Questa  bugia manifesta?".
Perch gli accusatori non han portato quattro testimoni? Se, dunque,
non han potuto portare i testimoni, sono loro, presso Dio, i mentito-
ri... riferiste quella calunnia con le vostre lingue e dicevate con le vo-
stre bocche cose di cui nulla sapevate, credendo che si trattasse di
cosa dappoco, mentre era cosa grande presso Dio (XXIV, 11 SS.).

 17. n viac~io verso la Mecca e l'accordo di Hudaybiya

 Nei primi mesi del 628, Maometto si sente, ormai, pronto ad af-
frontare un viaggio alla Mecca. Egli, attraverso negoziati segreti,
dei quali non si ha precisa notizia, aveva appreso che l'atteggia-
mento dei Meccani nei suoi riguardi non era pi aspramente ostile,
e che cominciava fra loro a circolare un sentimento di stanchezza
per la continua e inutile guerriglia. Secondo la Tradizione, sul nuo-
vo atteggiamento meccano aveva influito notevolmente l'abile

                MAOME ITO                               79

opera di intermediazione dello zio del Profeta, al-'Abbas, non an-
cora convertito; e vi erano stati contatti fra gli emissari di Maomet-
to e Abu Sufyan. Forse ai mutati rapport con i Meccani si riferisce
il versetto 7 della sura LX (il CUi contesto generale  ritenuto, tutta-
via, posteriore all'accordo di Hudaybiya): Pu darsi che Iddio
ponga fra voi e quelli che ora avete a nemici, dell'affezione, poich
Dio  potente, poich Dio  indulgente, clemente. Si mise, perci,
in marcia nel mese di febbraio del 628, per compiere, con i suoi,
una 'umra, visita ai luoghi santi meccani, che, in epoca antica, pote-
va essere celebrata dai fedeli a gruppi e in qualsiasi tempo
dell'anno. Aveva scelto il mese di Dli'l-qa'da, perch, forse, spera-
va di potersi inserire nel grande pellegrinaggio preislamico che ca-
deva nel mese immediatamente successivo (I;)u'l-higga). I Medi-
nesi, sia Emigrati, sia Ansar, lo seguirono con entusiasmo, senten-
dosi garantiti dalla sacralit della spedizione. Ma alcune trib be-
duine, cui Maometto si era rivolto per chiederne la protezione in
caso di attacco, si rifiutarono (Ti diranno quei beduini che son ri-
masti indietro: "G ha impedito la cura dei nostri beni...". Anzi voi
pensavate che il Messaggero di Dio e i credenti non sarebbero pi
tornati alle loro famiglie mai, e questo pensiero v' stato abbellito
in cuore da Satana, e pensaste pensiero maligno, e gente spregevo-
le siete!, XLVIII, 11 SS.); e il passo coranico pi altri elementi della
Tradizione fanno pensare ad alcuni islamologi (Lammens) che
Maometto aveva inizialmente intenzione di attaccare armato la
Mecca, e che solo dopo il rifiuto dei Beduini trasform in pacifica
ed inerme quella che doveva essere una spedizione militare. I pel-
legrini, fra mille e duemila, si fermarono ai limiti del territorio sa-
cro della Mecca, e provvidero a sacralizzare le vittime sacrificali,
ornandole con una corona di fiori e praticando loro un taglio al col-
lo. I Meccani si allarmarono, non conoscendo le vere intenzioni
della grande carovana, e dalla citt uscl Halid b. al-Walid con un
notevole contingente di truppa. La cammella di Maometto si rifiu-
t miracolosamente di proseguire la marcia; e i pellegrini si accam-
parono ad al-Hudaybiya, sul limite del territorio sacro. Maometto
invi alcuni emissari a presentare ai Meccani la sua richiesta di ac-
cesso ai luoghi santi delia citt, ma ne ebbe un rifiuto. Indi accolse
cordialmente vHulais, capo degli Ahabis, che, tornato nella citt,
dopo aver visto gli animali pronti per il sacrificio, peror la conces-
sione del permesso di entrata alla carovana, ma fu maltrattato dai
suoi correligionari. Fallite queste prime trattative, Maometto invi
nella citt suo genero 'O~man, che fino allora era rimasto costante-
mente nell'ombra, non avendo partecipato alla battaglia di Badr
ed avendo evitato scontri diretti nella battaglia di Uhud. Tuttavia,
la Tradizione lo far apparire come particolarmente caro al Profe-
ta. L'ambasciatore fu bene accolto dai Meccani, che lo invitarono a
80               -                MAOMETI O

fare il giro della Ka'ba, ma si rifiutarono di discutere l'ingresso del-
la carovana nella citt.
 Intanto, nel campo dei Medinesi, fu sparsa la voce che 'Otman
era stato assassinato, mentre egli, in effetti, prolungava le trattati-
ve. Maometto, con un'abile mossa, seppe immediatamente profit-
tare della violenta reazione dei pellegrini all'annunzio, e convoc
un'assemblea per ottenere il giuramento di fedelt. Ricevette,
mentre era assiso sotto un albero (che, poi, la piet musulmana
considerer sacro) il giuramento di millequattrocento pellegrini,
che gli toccarono la mano e si impegnarono a seguirlo fino alla
morte. E questa la grande cerimonia della bai'at ar-ridwan, che
volse in favore del Profeta l'ostilit dei Meccani, cementando
l'unit della comunit. E, infatti, i Meccani, parte convinti dal-
l'azione diplomatica di 'Olman (che aveva fatto ritorno al campo
subito dopo la cerimonia del giuramento), parte preoccupati del-
l'imponente manifestazione di unit, vennero a pi miti consigli e
iniziarono i negoziati, che portano il nome del luogo dell'accampa-
mento, al-Hudaybiya. Abu Sufyan invi due emissari, e, dopo che,
secondo la Tradizione sciita, 'Ali, incaricato di redigere il patto
scritto, si rifiut di trascrivere la formula iniziale in cui Maometto
non era riconosciuto dall'altra parte come inviato di Allah, si giun-
se ad un regolamento della controversia. Si convenne che ambe-
due le parti avrebbero deposte le armi per la durata di dieci anni,
rispettandosi reciprocamente ed evitando ogni atto di banditismo;
che chiunque voleva stringere alleanza con Maometto o con i Co-
reisciti non ne sarebbe stato impedito, ma era libero di farlo; che,
infine, Maometto e la sua carovana rinunziavano di entrare nella
Mecca, per la visita dei luoghi sacri, per quest'anno, ma che,
nell'anno prossimo, sarebbe stato loro consentito l'accesso, senza
armi e per tre giorni. Altre Tradizioni riferiscono che la durata del-
la tregua fu fissata per quattro anni, mentre, in effettiessa ebbe
una reale durata di soli due anni.
 La prima reazione all'accordo, nel campo medinese, fu piuttosto
violenta. Serpeggiarono la delusione e lo scontento, perch una
convenzione, difficilmente raggiunta, troncava le molte speranze
alimentate. l pellegrini ricordavano che l'entrata nella Mecca era
stata oggetto di una diretta rivelazione di Allah a Maometto; ave-
vano affrontato un viaggio lungo e penoso; avevano atteso con im-
pazienza; si erano entusiasmati nella giornata del giuramento.
Maometto, anche egli incerto sulle prime, risolse la grave situazio-
ne di emergenza, ricorrendo ancora una volta ad un abile espe-
diente, che sembr contentare tutti. Consent che il rito sacrificale
della 'umra, che doveva essere consumato sui luoghi meccani, fos-
se celebrato sul campo di al-Hudaybiya, sgozzando le bestie e diri-
gendo il volto verso la casa di Allah. Lo stesso Maometto complet

             MAOMEl-rO                                8 1

il rito con il taglio dei capelli. Indi la carovana riprese il cammino
verso Medina. Anche questi awenimenti lasciarono tracce nella
posteriore storia, poich, fondandosi sulle varie Tradizioni della
falsa 'umra di al-~Iudaybiya, gli Oma,w, adi sostennero la legittimit
di celebrare le cerimonie del Pellegrinaggio anche fuori della Mecca.
 Superate le delusioni del primo momento e le recriminazioni che
ne seguirono anche in Medina, ci si accorse, infine che Maometto,
con i patti di al-Hudaybiya, aveva raggiunto un risultato molto
brillante, perch aveva affermato il principio della condizione di
parit dei due clan, quello dei fuggiaschi medinesi e quello dei
Meccani.
 Tutti questi awenimenti sono consacrati nella sura della Vittoria
(XLVIII) del Corano, dove vi  memoria del giuramento di fedelt
sotto l'albero (Iddio si  compiaciuto coi credenti, quand'essi ti
giuraron fedelt sotto l'albero, v. 18); dell'abilit con cui fu evita-
to lo scontro con gli allarmati Meccani (Fu Lui che trattenne le
loro mani da voi e le vostre mani da loro nella valle della Mecca,
dopo avervi dato su loro il soprawento, v. 24); della delusione
provata, ma preordinata da Dio stesso (...v'hanno impedito d'ac-
costarvi al Suo santo Tempio e han fatto s che le vittime non giun-
gessero al luogo del sacrificio. E se non fosse stato per uomini cre-
denti e donne credenti che avreste potuto calpestare nella mischia
non riconoscendoli, s che v'avrebbe colpito inconscio delitto,
avreste assalito i nemici; ma questo Dio fece perch potesse addur-
re alla Sua misericordia quei che volesse, v. 25.); della posteriore
conferma della visione avuta dal Profeta, circa l'entrata dei Medi-
nesi nei luoghi sacri meccani (E certo Iddio conferm al Suo Mes-
saggero la veridicit della visione, quando Egli gli disse: "Voi en-
trerete nel Sacro Tempio, se Dio vuole, sicuri, con le teste rasate
alcuni, coi capelli accorciati altri, senza timore", v. 27).

18. Nuova campagna contro gli Ebrei (~aybar) e il
  Pellegrinaggio del 629

 E stato acutamente notato da Gaudefroy-Demombynes che vi 
un parallelismo fra le relazioni che Maometto intrattiene, pi o
meno difficilmente, con i Coreisciti, e le compensazinni che egli
trova nei suoi successi contro gli Ebrei. Le espulsioni che seguiro-
no a Badr e Uhud, il vergognoso massacro che segu alla guerra
del Fossato, furono le facili soluzioni cui la comunit musulmana
ricorse per superare le sue crisi economiche, ai danni della parte
meno difesa e numerosa della popolazione, giustificandosi secon-
do le linee di una ideologia religiosa che si era pienamente delinea-
ta in direzione antiebraica. Maometto doveva, ora, compensare in
qualche modo la situazione di malcontento successiva al fallimen-
to del Pellegrinaggio alla Mecca, poich gli aspetti positivi e bril-
lanti delle trattative intercorse non potevano certamente essere ri-
levati dalla maggior parte della popolazione, che si sentiva privata
del bottino previsto, se vi fosse stato, dopo-la giornata del giura-
mento, un attacco contro i Meccani. Il maggio del 628, anno VII
dell'Egira, Maometto si diresse, allora, contro la ricca oasi giudai-
ca di Haybar, a ca. 150 chilometri a nord-est di Medina. Quando
l'armata medinese giunse dinanzi al primo dei sette gruppi fortifi-
cati, in cui erano riunite le abitazioni dei Haybariti, gli abitanti si
rinchiusero nelle fortezze e resistettero, creando serie difficolt
agli assalitori. L'assedio per ridurre alla resa i gruppi fortificati fu
lungo e difficile, gli assedianti soffrirono febbri e malattie (attribui-
te all'uso della carne d'asino, da allora interdetta); ma, infine, gli
Ebrei cedettero. I Musulmani ne ricavarono un ricco bottino di
beni mobili, soprattutto animali e derrate, che furono distribuiti in
1800 parti. Ma la difficolt di trovare coloni disposti ad abbando-
nare Medina e a trasferirsi nell'oasi per occupare le terre degli
Ebrei diede origine ad un nuovo sistema di uso e destinazione del-
la propriet terriera della popolazione assoggettata. Secondo la
Tradizione, gli Ebrei di Haybar che, essendosi arresi, avevano sal-
vata la vita, ottennero dal Profeta di restare sulle loro terre e di
continuare a coltivarle, con l'obbligo di versare ai Musulmani la
met del prodotto (una variante attribuisce al Profeta stesso la
proposta di mezzadria avanzata agli Ebrei). Fu nominato un rap-
presentante dei Musulmani presso la comunit haybarita, la quale
non fu, tuttavia, costretta ad apostatare la propria fede. Il tipo di
rapporti cos instaurati con gli Ebrei rivela in modo non equivoco
le cause squisitamente economiche dell'antisemitismo dei Medi-
nesi disposti, in vista del loro tornaconto, a rinunziare anche alle
motivazioni ideologiche e all impegno di conversione.
 In questa occasione il Profeta spos $afiya, ebrea, figlia di uno dei
Qurayza massacrati a Medine vedova di Kinana che aveva diret-
to la resistenza di una delle fortezze di Haybar, quella di al-Qad-
mus, ed era stato torturato e ucciso. $afiya faceva parte del bottino
personale di Maometto e visse fino al 672. Dopo qualche giorno
cadeva nelle mani dei Musulmani, senza resistenza, anche l'altra
oasi ebraica, quella di Fadak, che fu sottoposta allo stesso tratta-
mento fatto a Haybar.
 Nel febbraio del 629, conformemente ai patti stipulati con i Corei-
sciti, Maometto pot compiere il Pellegrinaggio ('umra) alla Citt
Santa. Fu seguito da circa duemila uomini, n sappiamo se l'obbli-
go di non portare armi fu rispettato rigidamente. Fu, tuttavia, con-
sentito ai pellegrini di portare sciabole, per difendersi da eventuali
assalti di predoni lungo la strada; ma armi e cavalli dovettero esse-
re lasciati fuori della citt, per esplicita richiesta dei Coreisciti. La
Tradizione d poche informazioni su questa 'umra: i Meccani ri-
spettarono l'impegno di evacuare la citt e assistettero al Pellegri-
naggio dei Medinesi, restando su una collina. Alla stessa 'umra ri-
sale l'interdizione musulmana del vino, probabilmente imposta dal
Profeta per sopprimere una delle pi frequenti cause di litigi. Si
evit da una parte e dall'altra ogni occasione di conflitto, e i Corei-
sciti furono particolarmente tolleranti, se sopportarono, senza rea-
gire, che il muezzin musulmano gridasse l'appello alla preghiera di
mezzogiorno dalla terrazza della Ka'ba, facendo del tempio comu-
ne a tutte le trib arabe l'occasionale sede del culto islamico. Mao-
metto tocc la pietra nera, comp le sette circumambulazioni ritua-
li, celebr la corsa rituale fra al-Safa' e al-Marwa, ma non pot pe-
netrare nella Ka'ba, la cui chiave era conservata dai Coreisciti. Du-
rante la permanenza alla Mecca, Maometto prepar il suo matri-
monio con Maimuna bint al-~Iarith, cognata di al-'Abbas e paren-
te di Halid b. al-Wahd, ma non pot celebrarlo, essendo trascorsi i
tre giorni, per i quali era stata concessa la permanenza.

19. Azioni diplomatiche e occupazione della Mecca

 In questi stessi anni e prima dell'occupazione della Mecca, la Tra-
dizione pone una vivace attivit diplomatica che il Profeta avrebbe
sviluppata verso sovrani e signori di stati non arabi e che sarebbe
documentata in una serie di lettere a lui attribuite e ritenute apo-
crife dalla critica moderna. In effetti la posteriore ricostruzione ce-
lebrativa degli avvenimenti avrebbe trasformato in un'impresa di-
plomatica internazionale la ben pi modesta serie di accordi che
Maometto sicuramente, in quest'epoca, strinse con trib beduine e
con comunit cristiane (quelle di Dumat al-~andal, di Aila e di
Adruh), le une e le altre convintevi dalla crescente potenza dei
Musulmani medinesi. Egli aveva in mente, come primo impegno,
l'estensione dell'Islam su tutta la penisola arabica, e si preparava a
realizzare il piano, proprio mediante questa fitta rete di patti. Ave-
va, poi, interesse a rendere sempre pi difficili i movimenti dei
Meccani, controllando tutte le vie carovaniere grazie alle nuove al-
leanze con i Beduini.
 L'esame scientifico del manoscritto di una delle pretese lettere di
Maometto ha sufficientemente provato il carattere apocrifo
dell'intero carteggio. Tuttavia, queste lettere sono importanti, per-
ch costituiscono un notevole elemento della Tradizione, e ben
documentano, se non i contatti di Maometto con altri sovrani, cer-
tamente il piano universalistico di conversione delle posteriori
epoche islamiche, cui gli apocrifi vanno attribuiti. Una lettera del
Profeta, sarebbe stata presentata da un'ambasceria guidata da
Dahya b. Hahfa all'imperatore bizantino Eraclio, che riportava la
vera Croce in Gerusalemme dopo la sua vittoria sui Persiani. L'im-
peratore si convert subito all'Islam e fu seguito, nella conversione,
dal patriarca, ucciso dalla folla cui intendeva predicare la nuova
fede. Non essendo, poi, l'imperatore riuscito ad ottenere la conver-
sione di tutto il popolo o almeno il riconoscimento dell'obbligo di
versare il tributo annuale a Maometto, torn a Costantinopoli. Di-
verso fu, invece, l'esito dei contatti presi con il sovrano sassanide
Cosroe, che lacer la lettera presentatagli, per incarico indiretto
del Profeta, dal principe di Bahrain. Il Negus degli Abissini fu con-
vinto all'Islam da un'altra lettera, nella quale l'apocrifo compilato-
re si sforza di dimostrare, attraverso l'esaltazione di Ges, che
Maometto  un vero cristiano. Una lettera al signore dell'Egitto,
sicuramente apocrifa, ha dato luogo a lunghe discussioni e diffe-
renti interpretazioni. Infatti non si sa chi sia il suo destinatario, in-
dicato come al-Muqauqis, forse il patriarca copto Cyros, che era
stato precedentemente vescovo di Phasos nel Caucaso (in tale caso
al-Muqauqis significherebbe il Caucasiano). Altre missive furo-
no inviate a vari sovrani arabi, ai signori dell'Oman, ai due re
dell'Yamama, ai re di Himyar ecc.
 Nel 628, secondo la Tradizione, il Profeta sposa Umm Habiba, fi-
glia di Abu Sufyan, che viveva in Abissinia vedova di 'Ubaida,
morto dopo la sua conversione al Cristianesimo. L'awenimento
precede di poco l'inizio dei rapporti fra Abu Sufyan e la comunit
medinese, presso la quale egli si rec a vedere la figlia, trattenen-
dovisi, soltanto quindici giorni prima dell'entrata di Maometto alla
Mecca. Le nozze sarebbero state celebrate in Abissinia, dove il
Negus rappresent il Profeta; e la sposa, trentacinquenne, raggiun-
se Maometto in Medina, mentre egli tornava dalla campagna con-
tro gli Ebrei dell'oasi di Haybar. L'intensa attivit che certamente
vi fu in questianni e che gli apocrifi hanno trasformata con intenti
encomiastici, preparava, come si  detto, la conquista della Mecca,
che doveva essere ora richiamata alla sua funzione di centro di tut-
ta la vita religiosa islamica. Ma la conquista della citt  preceduta
da un altro awenimento, che entra proprio nel quadro dell'azione
musulmana diretta ad assicurarsi l'egemonia militare araba anche
ai limiti del territorio bizantino. Maometto aveva inviato un suo
agente presso il governatore di Bosra, che lo fece uccidere. Per
vendicare l'offesa, equipaggi, nell'estate del 629, un'armata di
tremila guerrieri scelti al comando di Zaid b. Harl~a, che impru-
dentemente avanz fino a Mu'ta, a sud del Mar Morto, dove si
scontr in un'armata bizantina. Nella Tradizione, che intende giu-
stificare l'esito dello scontro, l'armata appare di diecimila uomini
al comando dell'imperatore Eraclio. Dopo la morte in battaglia di
Zaid e di altri due comandanti che gli erano successi, prese il co-
mandoalid b. al-Wahd, gi luogotenente di Abu Sufyan a Uhud.
Egli appare qui per la prima volta in un'impresa eroica, dopo es-
sersi convertito all'Islam, in occasione di una sua visita fatta a Mai-
muna, sposa del Profeta e sua zia. L'armata musulmana, nonostan-
te abili manovre per ingannare il nemico, dovette ritirarsi. La rea-
zione della popolazione medinese contro gli sconfitti fu energica,
ed essi furono accusati di vigliaccheria ed insultati per le strade dal-
la folla inferocita e frustrata dalla notizia dell'avvenimento.
 L'episodio di Mu'ta non trattenne il Profeta dalla realizzazione
della sua pi importante impresa. I Meccani apparivano ormai
convinti dell'inutilit di ogni resistenza, anche perch l'azione di
conversione sviluppata dal Profeta presso le trib beduine e gli ac-
cordi con esse conclusi, rendevano sempre pi precaria la situazio-
ne commerciale della citt. Intercorsero, allora, trattative fra le
due parti; e mancano precise informazioni sulla loro portata e na-
tura. Protagonisti ne furono, tuttavia, lo zio del Profeta, al-'Abbas,
e Aba Sufyan, che appariranno, poi, come i capi delle dinastie dei
califfi nelle genealogie islamiche.
 Il casus belli fu offerto dall'atteggiamento assunto, alla Mecca,
dal partito fautore della guerra, che, in contrasto con il parere di
Abu Sufyan, aveva sostenuto i Bakr contro iHuza'a. Il Profeta si
ritenne, allora, autorizzato ad intervenire a favore di questi ultimi,
che erano suoi alleati. Il 10 di Ramadran (dicembre) del 629, egli
usc da Medina a capo di un'armata di diecimila uomini, cui si ag-
giunsero, lungo il cammino, tremila Beduini di varie trib alleate.
All'interno della citt, l'annunzio dell'approssimarsi dell'armata
determina confusione e incertezza, ma prevale il gruppo favorevo-
le alla resa. Attiva propaganda a favore del Profeta svolge al-'Ab-
bas, appena convertito. Abu Sufyan, che  stato mandato per
un'ispezione, insieme con un gruppo di Meccani, incontra il Profe-
ta non lontano dalla citt, gli rende omaggio e ottiene un'amnistia
per tutti i Coreisciti che abbandonano le armi. I Medinesi e i loro
alleati riescono, cos, ad entrare nella citt, senza che vi sia resi-
stenza; e, una volta conquistata la Mecca, il Profeta ha l'occasione
di mostrare la sua profonda tolleranza contro gli antichi avversari.
Secondo la Tradizione, fa distruggere, indicandoli, con la punta del
suo bastone, ad uno ad uno, i 360 idoli della Ka'ba; fa cancellare le
figure che rappresentavano i Patriarchi dell'Antico Testamento, in
particolare le immagini di Abramo e di Ismaele che consultano la
sorte a mezzo delle frecce; fece per risparmiare le immagini della
Vergine Maria e di Ges. Ma, in questi dettagli,  da vedersi quasi
certamente una posteriore elencazionetmodellata sull'iconografia
delle chiese cristiane in seguito adattate a moschee. Per quanto ri-
guarda la popolazione, egli dichiara inizialmente il suo diritto di
conquistatore a trattarla come schiava, ma la proclama libera, af
                86                               MAOME~O

francandola, onde il nome di at-Talaqa', gli Affrancati, attribui-
to poi ai Meccani.
 Indi tutta la popolazione presta il solenne giuramento (bay'a), in
virt del quale gli uomini si impegnano ad obbedire ad Allah e al
suo Inviato; le donne a non porre altre divinit accanto ad Allah, a
non commettere furto o adulterio, a non uccidere i neonati. Nella
stessa giornata, il Profeta avrebbe proclamata l'interdizione di
vendita del vino, della carne morta, dei maiali e degli idoli. Intanto
i Medinesi temono che il Profeta voglia stabilire la sua residenza nella
citt conquistata, ma egli li assicura che torner a Medina, dove, in ef-
fetti, si sente pi protetto. Anzi, per la durata di quindici giorni, impo-
ne ai suoi compagni il rituale della preghiera dei pellegrini, a dimo-
strare il carattere temporaneo della sua permanenza alla Mecca.

20. L'azione contro i Hawazin

 Ma, prima ancora di lasciare la Citt Santa, il Profeta volle conso-
lidare la sua conquista, assoggettando l'altro importante centro del
Higaz, la citt di at-Ta'if, che costituiva, con le sue fertili terre, il
granaio della Mecca. Il possesso della Mecca doveva essere neces-
sariamente completato da quello del centro onde provenivano le
sue principali risorse economiche. Uscito dalla Mecca alla testa di
un'armata di Medinesi, di Beduini e di Meccani appena convertiti
il Profeta si diresse verso at-Ta~ifquesta volta senza giustificare la
sua azione in nome di qualche pretesa rottura di patti, ma procla-
mando apertamente la guerra santa contro i miscredenti. Il pi for-
te clan dei Taqif, abitanti di at Ta)ifera quello dei Hawazin, che,
all'avvicinarsi del Profeta, presero subito le armi e organizzarono
la difesa dell'ampia zona da loro occupata con coltivazioni estese
fino ai limiti del territorio meccano. Le due parti si scontrarono a
Hunayn, e subito si profil una dura sconfitta dei Musulmani,
esposti su un terreno che non conoscevano bene e deboli nelle pri-
me file delle loro formazioni. Il Profeta. allora, raccoglie intorno a
s un gruppo di fedeli, monta sulla sua mula bianca, rianima i com-
battenti, ripetendo il gesto magico del lancio di un pugno di polve-
re contro i nemici, come gi aveva fatto a Badr. Quindicimila ange
li, con rossi turbanti, si precipitano contro i Hawazin, secondo la
leggenda. La battaglia si  risolta vittoriosamente ed i nemici di Al-
lah, sconfitti, si rifugiano in at-Ta'if, in al-Autas, in Nahla
 Il profeta si volge, ora, contro at-Ta'if, difesa da mura che l'arma-
ta musulmana non pu superare, mancando di strumenti adatti ad
aprire brecce. Allora, dopo che in un sogno ha appreso che Allah
non consente, per il momento, alla conquista della citt, Maometto
si allontana, lasciando sul posto, a continuare l'assedio, Abu
Sufyan. Frattanto riunisce i combattenti in al-Gi'rana, per proce-

               MAOMETI'O                                87

dere alla spartizione del bottino dei Hawazin, consistente in don-
ne, bambini, seimila cammelli, innumerevoli montoni. Diciannove
capi dei Hawazin gli si presentano, annunziando la conversione e
la sottomissione dell'intera trib e chiedendo che vengano loro re-
stituiti beni e familiari. Maometto si dimostra subito generoso con
i vinti, ma i guerrieri, sentendosi privati del loro bottino, si ribella-
no, cos che il Profeta  costretto a concedere quanto loro spetta,
riservandosi soltanto il quinto di sua parte. Riesce, tuttavia, con un
abile discorso, a convincere gli Ansar a rinunziare alle loro porzio-
ni, che vengono consegnate ai vinti.
 La sottomissione di at-Ta'if segue a questo episodio della parti-
zione del bottino. L'assedio era continuato per la congiunta azione
di varie trib che il Profeta aveva affidate al comando del Taqifita
Malik b. 'Auf, convertito all'Islam. Dopo una lunga resistenza una
deputazione di abitanti di at-Ta'if si port a Medina, dove, intanto,
il Profeta era rientrato, per negoziare. La citt si sottomise, essen-
do falliti i tentativi degli ambasciatori di ottenere un differimento
di tre anni per l'abrogazione del culto degli idoli locali, e la dispen-
sa della preghiera.

21. La moschea del Male e la spedizione a Tab~k

 Nell'autunno dell'anno IX dell'Egira (630-631), il Profeta ha in
mente di organizzare una campagna su larga scala contro l'A~rabia
del Nord, portandosi fino alla frontiera siro-bizantina, forse anche
con l'intenzione di rifarsi della non dimenticata sconfitta di Mu'ta.
Ma, nel prepararsi, egli dovette trovare un ambiente medinese in
cui serpeggiava l'ostilit contro la nuova impresa. Come tale oppo-
sizione si sia sviluppata non  chiaro, ma rientra in essa il grave epi-
sodio dello scisma della cosiddetta moschea del Male o moschea
del Danno, masgid ad-dirar.
 Maometto era gi a capo di una spedizione diretta verso Tabuk,
nella Transgiordania, e si era fermato alla prima tappa, in Awwan,
quando venne informato che, nei dintorni di Medina, si stava co-
struendo una moschea, con il pretesto che essa sarebbe stata desti-
nata ai credenti della zona per evitare che, se malati, avessero do-
vuto raggiungere Medina nella stagione piovosa. Il Profeta era,
anzi, invitato a portarvisi per inaugurarla dirigendovi la Preghiera.
Egli rifiut, poich era in testa alla spedizione, e promise di visitar-
la al suo ritorno; ma un'improvvisa rivelazione gli svel la situazio-
ne reale. Un certo Abu 'Amir, asceta e falso credente, si era diviso
dal Profeta. Mentre partecipava alla spedizione, aveva ordinato ai
suoi accoliti di costruire la moschea e di depositarvi delle armi, ma
aveva anche preso contatto con i Bizantini e, fuggito in Siria, sa-
rebbe tornato con truppe greche. Questo Abu 'Amir era stato
              88                               MAOMEl'rO

nell'avanguardia dei Coreisciti nella battaglia di Uhud (o, forse, in
quella del fossato), aveva combattuto contro Maometto, si era
falsamente convertito, e sarebbe, infine, passato al Cristianesimo,
morendo nel 632 alla corte di Eraclio. La moschea fu abbattuta
dopo la campagna di Tabuk. Tutto l'episodio  poco chiaro, e di-
mostra di certo soltanto la vivacit delle opposizioni alla politica di
conquista del Profeta. Di esso vi  un'eco nel testo coranico, che
non illumina di pi sulla situazione: E vi sono alcuni che si sono
costruiti un tempio, per recar danno, per empiet, per seminar sci-
sma fra i credenti, come comodo posto d'agguato per chi gi prima
combatt Dio e il Suo Messaggero: "Non abbiamo voluto che far
bene!", giureranno costoro; ma Dio  testimone che sono dei men-
titori! Non pregare mai in quel tempio! C' un Tempio che  stato
fondato sul timore di Dio, sin dal primo giorno: questo  pi degno
che tu vi stia in preghiera. Lo frequentano uomini che amano puri-
ficarsi, e Dio ama i puri. Chi  dunque meglio? Chi ha fondato il
suo edificio sul timor di Dio e sul Suo santo compiacimento, o chi
ha fondato il suo edificio su un orlo sottile di terra friabile franta
con lui pi nel Fuoco d'inferno? Ma Dio la gente iniqua non guida!
L'edificio che si son costruiti sar permanente fonte di dubbio nei
cuori, a meno che non s'infrangano penitenti, quei cuori, e Dio 
saggio e sapiente (IX, 107-110).
 Le opposizioni che trapelano da questo e da altri elementi non
avevano ostacolato Maometto nel suo piano. La campagna fu lun-
ga e dura; e i soldati furono esposti al rischio di assalti di predoni,
alla sete, alle intemperie. Si arriv, infine, dopo sedici tappe, all'ul-
tima, di fronte a Tabuk, che era stata abbandonata dalla sua popo-
lazione, fatta di Arabi e di Greci. La citt, in cui i fuggiaschi aveva-
no lasciato provviste per i diecimila uomini che formavano il corpo
musulmano, f pacificamente occupata. L'esito pacifico dell'im-
presa procur grandi vantaggi al Profeta, che era ritornato subito a
Medina. Tutto l'ambiente del confine greco-siriaco era attraversa-
to da vive preoccupazioni per il crescente potere della nuova co-
munit, e d'ogni parte missioni furono inviate a Medina, per tratta-
re accordi e convenzioni. Anche due vescovi, Ukadir di Damat al-
Gandal e Yohanna b. Ruba di Aila si portarono a Medina e otten-
nero che il culto delle loro comunit cristiane fosse rispettato, ac-
cettando l'obbligo di pagare un tributo e di garantire la sicurezza
dei viaggiatori sulla via verso lo Yemen.

22. La sottomissione delle trib

 Nel periodo anteriore e posteriore all'impresa di Tabuk, la comu-
nit medinese  attivamente impegnata in una complessa serie di
patti, di convenzioni, di azioni repressive, intese tutte alla sotto-

              MAOME ITO                                89

missione delle trib arabe. Si tratta di episodi ora isolati, ora inter-
dipendenti, maturati da lungo tempo o verificatisi per improwiso
consiglio, sui quali non si  sempre bene informati e che vengono
raggruppati in un unico titolo solo per comodit di metodo. Co-
stante e uniforme appare, invece, la serie di modalit rituali e di-
plomatiche che portano alla conversione. La premessa  nella stes-
sa ideologia coranica della Guerra Santa, c~ihad, che deve essere
condotta senza piet contro gli infedeli, ma deve essere evitata
quando essi sono disposti ad accettare l'Islam: Combattete sulla
via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassare i limiti,
ch Dio non ama gli eccessi... Combatteteli dunque fino a che non
ci sia pi scandalo, e la religione sia quella di Dio; ma se cessan la
lotta, non ci sia pi inimicizia che per gli iniqui (n, 190-193); Di' a
coloro che rifiutan fede che, se desisteranno, quel che  ormai pas-
sato sar loro perdonato, ma se riattaccano, sappiano che gi gli
antichi ebbero punizione esemplare (VIII, 38). Pertanto, la guerra
deve sempre essere preceduta da un monito rivolto agli infedeli.
Nello specifico caso della sottomissione delle trib arabe, Mao-
metto inviava un suo rappresentante presso i capi delle tribinvi-
tandoli alla conversione; e costoro delegavano i loro rappresentan-
ti a Medina per stabilire i modi della conversione e della sottomis-
sione. Gli accordi conclusi comportavano sempre la distruzione
degli idoli tribali, ma avevano anche importanti conseguenze eco-
nomiche, essendo tenute le trib al pagamento di un tributo, in
quanto sottomesse, e al pagamento dell'elemosina legale, nella
doppia forma diadaqa (elemosina volontaria) e di zakat (deci-
ma), in quanto convertite. Presso le trib convertite o sottomesse,
il Profeta inviava un 'amil, che era insieme il capo (Iman) della pre-
ghiera in comune, un convertitore degli infedeli e un collettore
dell'elemosina e del tributo.
 Varia  l'azione di conversione delle trib arabe settentrionali.
Prima si sottornettono i vari cian che formano l'importante trib
dei Qais-'Ilan, che controllavano la via carovaniera verso le oasi
del nord, occupate da Ebrei sedentari. Il clan dei Fazara, nel 631, e
il clan dei Murra, posteriormente, ambedue appartenenti a tale tri-
b, si convertono dopo che il Profeta li ha salvati dalla siccit, pro-
vocando, con la sua preghiera, la pioggia. Anche nel 631 il capo
della trib dei Tavy guida la sua gente fino a Medina e accetta
l'Islam. I Tamln del Nagd inviano, nel 630, un'ambasciata a Medi-
na, dichiarando la loro sottomissione e impegnandosi a pagare
l'elemosinaadaqa. Allo stesso trattamento si sottopongono i
Banu Bakr b. Wail, dimoranti ai confini dell'Iraq e influenzati dal
Cristianesimo. In seguito a contatti presi fin dal 631, passa all'Islam
l'importante trib dei Kinda. Vengono, poi, nel 631 gli Udra; una
porzione dei Banu Hamfa, che non si era gi convertita, con la ri-
                90                               MAOMElTO

manente parte del gruppo, nel 628; nel 632, i Muharib; i Quda'a, in
seguito ad una spedizione militare organizzata contro di loro nel
628; infine i;udam, gi tenaci nemici di Maometto.
 Analoghi sviluppi ebbe l'azione rivolta alla conversione delle tri-
b del H. icgaz centrale e della regione sudaraba. I Sulaim appaiono
gi convertiti nel 630, quando inviano un loro corpo armato a Qu-
daid, per congiungersi con la carovana medinese che avanzava sul-
la Mecca. I Huza'a, al cui gruppo tribale appartenevano i Bana
Mus~a'liq, sono nell'orbita musulmana fin dal 628. I Kinana, alleati
dei Coreisciti, si convertono dopo l'impresa di Tabuk. Non chiare
sono, invece, le relazioni con le trib cristiane del Negran, che il
Profeta sperava, forse, di convertire. Prese contatti con esse, e giun-
se a Medina un'ambasciata di quattordici cristiani, fra i quali i tre prin-
cipali capi del Negran, il loro 'aqib, il vescovo AbaCI-Harith. Entra-
rono nella moschea, pregarono, rivolti all'oriente, e, dopo varie
trattative, si impegnarono al pagamento di un tributo, consrvan-
do il diritto ai loro culti.
 Fra le trib dell'Arabia meridionale, nel 631 passarono all'Islam i
Bana Harith, neri di pelle; fra il 630 e 631 i Bana 'Amr b. Ca'sa',
dopo aver subito alcune razzie medinesi; i Marad, influenzati dai
Persiani. Non entrarono nell'orbita delle influenze musulmane le
regioni dell'estremo lembo della penisola, lo Yemen e il Hadra-
maut, sebbene trib staccatesi proprio da quelle popolazioni e spo-
state verso il nord si convertirono o si assoggettarono al pagamen-
to del tributo. Tale  il caso dei Murad, dei Bagila, degli Hamdan.
Una trib dell'Oman pass, invece, all'Islamismo nel 630.

23. I Pellec~rinac~gi del 631 e del 632

 Maometto non volle guidare il Grande Pellegrinaggio (hagg) alla
Mecca dell'anno 631, probabilmente perch non intese confonder-
si con i molti pagani che ancora lo frequentavano. Vi si fece, tutta-
via, sostituire da Aba Bakr, che guid una schiera di trecento pel-
legrini musulmani e che pronunzi un sermone (~hutba), nel quale
ricord ai partecipanti i loro doveri. 'Ali, secondo la Tradizione,
fu, invece, incaricato di proclamare quanto era stato oggetto di ri-
velazione fatta al Profeta: che nessun infedele poteva entrare nel
paradiso; che nessun idolatra poteva partecipare al Grande Pelle-
grinaggio dell'anno seguente; che erano vietate, da allora, le circu-
mambulazioni a corpo nudo intorno alla Ka'ba; che si iniziava la
lotta senza quartiere contro i pagani politeisti; che era, infine, ac-
cordata una mora a quanti avevano concluso un patto con il Profe-
ta e vi erano restati fedeli. Tale proclamazione  contenuta, sem-
pre secondo l'esegesi islamica, nella sdra IX del Corano (cd. sdra
dell'Immunit, bara'a), dove si fa riferimento all'alternativa fra

               MAOMETI`O                                9 1

conversione e morte proposta agli idolatri (v. 1), al periodo di
mora e tolleranza concesso agli idolatri che hanno stretto patti (4-
5), al divieto di partecipazione al Pellegrinaggio e di visita ai luoghi
sacri (17 ss.).
 Preparato dalle chiare disposizioni di tale proclama, ebbe cos
luogo il Grande Pellegrinaggio dell'anno x dell'Egira, che divenne
il prototipo di tutti queili posteriormente celebrati. La carovana di
fedeli fu, questa volta, guidata dal Profeta in persona, il quale era
accompagnato dalla sposa 'A'isa, dalla figlia Fatima e dal genero
'Ali. La Tradizione riporta minutamente i particolari del Pellegri-
naggio e il discorso che il Profeta tenne ai fedeli, stabilendo in esso
quelle che divennero le regole di ogni futuro hagg. La sua voce era
debole, per gli inizi della malattia che lo avrebbe p~jrtato presto
alla morte; e si servi, perci, dell'intermediazione del muezzin Bi-
lal, che ripeteva alla folla, ad una ad una, le sue parole. Egli dichia-
r prima la sacralit del mese di pd~l-hc~-g-gadel suolo sul quale il
Pellegrinaggio e le cerimonie si compivano, delle persone che ad
esso partecipavano; indi ricord ai fedeli il giorno in cui tutti sareb-
bero stati in presenza di Allah e giudicati per le loro azioni; con-
dann l'adozione del mese intercalare, che era introdotto per assi-
curare la corrispondenza fra l'anno lunare e l'anno solare; procla-
m la sacralit dei quattro mesi dedicati a hagg e a 'umra; ricord i
doveri e i diritti dei Musulmani nei riguardi delle donne. Il Grande
Pellegrinaggio dell'anno x fu poi, chiamato, nella Tradizione, il
Pellegrinaggio dell'Adempimento (Hagg al-Balag dalla for-
mula che Maometto avrebbe usato nella sua hc~tba, rivolta ai fede-
li: Ho adempiuto al mio compito?), owero il Pellegrinaggio
dell'Addio, Hagg al-wada, poich precedette la morte del Profeta.

24. La morte del Profeta

 Al ritorno dal Grande Pellegrinaggio, Maometto, sempre, sulle
informazioni della Tradizione, progettava una spedizione contro
la regione siriaco-palestinese, per affermare sopra di essa l'egemo-
nia islamica, meglio di quanto non fosse stato fatto con la spedizio-
ne pacifica di Tabak. Gi egli aveva designato a capo dell'armata il
diciannovenne Usama, affrontando le critiche di molti Medinesi.
Ma sopraggiunse la morte del Profeta, datata al 13 Rabl' 1(8 giu-
gno) del 632, e da altri 2 RabTc 1. Molto incerte sono le informazioni
circa la fine, che, secondo un'interpretazione corrente sarebbe sta-
ta determinata da crisi febbrili da paludismo, particolarmente dif-
fuso nell'umida regione medinese. Egli ritenne, invece, fermamen-
te che la morte era dovuta al veleno che gli sarebbe stato propinato
a Haybar. Nei giorni che precedettero 1'8 giugno, il Profeta ebbe il
chiaro avvertimento del prossimo crollo e, nella ricostruzione
agiografica degli avvenimenti, riun, nella moschea, il popolo mu-
sulmano per la sua confessione e per una confessione generale.
Indi, aggravandosi le sue sofferenze, abbandon la casa di Mai-
mana, presso la quale si era fermato, e, sorretto da due uomini, tra-
scinando i piedi sul suolo, con la testa circondata da una fascia, si
port nella dimora di 'A'isa. Ivi trascorse le ultime giornate, in di-
scorsi ed azioni di piet. Secondo una Tradizione, il luned si sent
meglio, mentre Aba Bakr dirigeva il servizio nella moschea; chiese
che gli si facesse un bagno con acqua fredda, versandogliela addos-
so, ma, al settimo otre, volle che si sospendesse; indi, pass dalla
camera di 'A'isa nella moschea, provocando grande stupore fra i
fedeli, che lo credettero guarito. Ma il male lo riprese e si ritir an-
cora nella camera della sua sposa diletta, che riferisce ella stessa, in
un hadlt, l'agonia del Profeta. Maometto si stese sopra il pavimen-
to e appoggi la testa fra la gola e il petto della sposa, che inumid
le sue labbra bruciate dalla febbre. Entr un uomo della famiglia di
Aba Bakr, che portava una punta di ramo di palma (Siwak) comu-
nemente usato per nettadenti. Il Profeta fece segno di volerlo, e
'A'isa lo prese, lo mastic con i suoi denti per renderlo molle e lo
present al marito che se ne serv e lo depose. Nel fare ci, cess di
vivere, mentre la sua testa si appesantiva sul seno di 'A'isa e le sue
labbra mormoravano: Al contrario, voglio il Compagno Sommo
dal Paradiso!. Era l'ora in cui la mattina acquista la sua forza.
'A~isa depose la testa del Profeta sopra un cuscino e si colp il viso,
secondo l'uso funebre, mentre le altre donne presenti la imitavano.
Secondo la Tradizione sciita, Maometto volle la presenza di 'AlI e
spir mentre gli stringeva la mano. Questo fatto, sempre secondo
gli Sciiti, conferirebbe ad 'AlI una posizione di privilegio rispetto
ad ogni altro discepolo e parente.
 Il cadavere, che rest nella camera fino al marted sera, fu seppel-
lito nello stesso luogo della morte. I riti furono celebrati, secondo
l'uso, dai parenti, che lo lavarono senza togliergli le vesti e lo depo-
sero nella tomba. Indi, la comunit medinese, a gruppi di uomini,
di donne, di fanciulli, venne a rendere onore al suo capo. La perdi-
ta di Maometto provoc disordini ed incertezze a Medina, dei qua-
li un'eco appare in un hadi 'A'isa: Quando il Profeta fu morto,
i Beduini apostatarono, gli Ebrei e i Cristiani alzarono la testa. La
miscredenza che era nascosta venne alla luce. I Musulmani furono
un branco di montoni bagnati dalla pioggia in una notte d'inverno.
Il loro Profeta non era pi l. Infine Allfih li riun intorno ad Aba
Bakr. E, infatti, dopo il primo turbamento, Aba Bakr assunse il
potere come vicario di Allah, evitando che la comunit si scindesse
in due gruppi, con due capi diversi.

Cronologia





562/572. d.C. Nascita di Maometto a La Mecca secondo diverse Tradizioni.
615. Prima migrazione di Maometto con i suoi adepti in Abissinia.
618. Conversione di 'Omar dopo la lettura della sura xx.
619. Morte diadlga, moglie di Maometto, sposata quarantenne mentre Mao-
  metto ne aveva 25. Dopo alcuni giorni muore anche il cugino Abu Talib, padre
  di 'Ali, poi genero e discepolo di Maometto.
621. Ascensione di Maometto.
622. Nel giugno accordo segreto con delegati arabi di Yatrib (Medina), detto
  Patto di al-'Aqaba. Nell'autunno abbiamo l'Egira o migrazione a Medina,
  anno di fondazione dell'era musulmana.
624. In gennaio viene indicata la nuova direzione della preghiera (qibla) verso La
  Mecca; definitiva rottura con gli Ebrei con l'assedio alla trib dei Bana Qainu-
  qa'. Nel mese di marzo prima razzia contro i Coreisciti ai pozzi di Badr.
625. I Coreisciti infliggono una sconfitta a Maometto alle falde del monte;hud e
  lui stesso fu ferito.
626. Espulsione della trib ebraica dei BanNadTr.
626/627. Vittoria del fossato e massacro degli Ebrei Qurayza.
627. I Coreisciti assediano Medina. In dicembre razzia contro i Banu Musta'liq.
  Nozze di Maometto con Guwairiya figlia del capo dei Mus~a'liq secondo un di-
  ritto che spettava al vincitore.
628. Secondo la Tradizione Maometto sposa Ummabiba, figlia di Abu Sufyan.
  Nel mese di maggio assedio contro gli Fbrei Haybar e nozze con $afiya, ebrea.
  parte del bottino personale di Maometto.
629. Maometto compie con 2000 fedeli, il pellegrinaggio semplice ('umra) lla
  Ka'ba. Interdizione musulmana del vino. Maometto invia una spedizione mili-
  tare in pieno territorio bizantino con sconfitta degli stessi.
630. Nel mese di gennaio entrata di Maometto a La Mecca.
631. Guerra aperta contro i pagani e sottomissione delle trib.
632. Grande Pellegrinaggio (hagg) guidato da Maometto, accompagnato dalla
  sposa 'A'isa, dalla figlia Fatima e dal genero 'All. Divenne il prototipo di tutti i
  futuri pellegrinaggi. L'8 giugno muore a Medina. Non lascia figli maschi, solo
  quattro femmine di cui Fa~ima, moglie di 'All e morta poco dopo il padre.
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