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Bartolomeo Di Monaco.

"MATTIA E ELEONORA" E ALTRE STORIE.

sei storie ambientate a Lucca.
Collana "Autori lucchesi" dell'Associazione culturale "Cesare Viviani".


L'autore ha pensato di ristampare in un solo volume e con il nuovo titolo Mattia e Eleonora e altre storie (prima: Sei storie), in un'edizione riveduta e corretta, tutti i suoi brevi romanzi (o racconti lunghi, come pi piacer definirli al lettore). Si tratta di storie a volte dolcissime, si veda quella narrata in Mattia e Eleonora, a volte molto aspre, come in Margherita, con la quale inizia la raccolta. L'ultima - Forza, giovent - contiene dialoghi anche in vernacolo lucchese.

INDICE

Margherita
Mattia e Eleonora
I figli di Ludovico
L'amicizia di Attilio
Rico e Francesco
Forza, giovent



A mia moglie e ai miei figli

MARGHERITA

Romano Bilenchi: "In definitiva sappiamo bene che lo scrittore non ha
che un fine: esprimere se stesso." ("La fiera letteraria", 5 ottobre 1967)

I

Durante il corso dei suoi pensieri, Jacopo aveva intravisto una mosca, posata sulla parete bianca del suo studio. Era l, immobile; pareva non infastidire nessuno. Ma quell'immobilit era una sfida. Si alz piano piano, si avvicin all'insetto, e fu fulminea la presa. Della mosca pi alcun segno. Svanita. Avvicin il pugno chiuso all'orecchio. Desiderava ascoltare il ronzio di quella vittima senza pi speranza. Ma non sent niente. Si guard intorno. Non vedeva tracce di lei. Dunque era proprio nel suo pugno. Coi polpastrelli cerc di tastarla. Niente. Apr allora un piccolo, piccolissimo, invisibile varco per spiare. Lo fece con mille attenzioni. Ma la mosca, rapida pi del fulmine, zac, sgusci tra le sue dita, e vol libera per la stanza. La vide posarsi sul soffitto. Restava immobile, lass. Perch? E di nuovo avvert la sfida. And a prendere nel ripostiglio la scala, attravers il corridoio camminando in punta di piedi. Rientr nello studio. Era ancora lass sul soffitto bianco, in attesa. Lo stava guardando? Pose la scala proprio sotto l'insetto nero, e piano piano sal. Si ferm prima dell'ultimo gradino. Allung il braccio, e infine scatt. Anche questa volta l'aveva imprigionata, ne era certo. Ronzava e si muoveva dentro il suo pugno chiuso. La sentiva, finalmente, che aveva paura di lui. Scese la scaletta, contento di s.
Ma volle fare di pi. Attento a non farsi fregare un'altra volta, sollev una delle quattro dita piegate sul palmo della mano, adagio, adagio; gi gustava la visione, quando all'improvviso, zac, la mosca, allo stesso modo di prima, rapidamente guizz via. Aperta la mano, non c'era pi. Dov'era ora? Abbass lo sguardo sul suo computer. Era l, proprio davanti a lui, posata sul piccolo schermo luminoso. Stava immobile, e pareva non curarsi della sua presenza. Se avesse fulmineamente fatto la mossa, senza pensarci su, l'avrebbe presa? E cos, quando intu che non c'era modo di sottrarsi, come una molla pass la sua mano su quell'insetto insignificante. Ma lanci un urlo di disperazione allorch vide coi suoi occhi sgranati che la mosca se n'era gi volata via, prima che lui muovesse quell'attacco inutile.

La sera venne a chiamarlo Margherita. Parcheggi l'auto in giardino e sal su quella di Jacopo. Andavano verso il mare, a Viareggio o a Tonfano. Avrebbero deciso durante la corsa. Margherita si portava addosso una giornata terribile. In ufficio, il telefono non aveva mai smesso di squillare. Un inferno. Meno male che la sera sarebbe uscita con lui. Questo solo pensiero le aveva dato la forza di sopportare. Jacopo stava ad ascoltarla, ma non riceveva tutte le parole. Come sempre, ogni tanto svagava.
Avevano preso la strada che attraversa la pineta di Migliarino. Le prostitute spuntavano dappertutto. C'erano anche dei viados mescolati con le donne. Jacopo si ferm davanti ad una di loro, che indossava una vistosa minigonna e mostrava le belle gambe. La donna si avvicin al finestrino ma, accortasi di Margherita, fece una smorfia e si allontan brontolando. Margherita s'infuri con Jacopo. Lui ingran la marcia e pigi al massimo l'acceleratore. Alle porte di Torre del Lago, lo ferm la Stradale. Cerc delle scuse, prov anche a dire che Margherita stava male e correva all'ospedale di Viareggio. Il poliziotto si abbass a guardare Margherita, che invece disse: "Non stia a guardarmi. Sto bene.  un bugiardo." Il poliziotto volle vedere la patente e il libretto di circolazione. Fece un paio di giri intorno alla macchina, e trov anche che c'era un fanalino posteriore che non andava. "Paga e andiamocene" disse Margherita. E Jacopo invece invent che non aveva uno straccio di lira con s e attese che redigesse il verbale. L'altro poliziotto intanto, che era rimasto sulla strada, aveva fermato un'auto, e poco dopo la lasci andare. "E a quella non gliela fate la contravvenzione?" disse subito Jacopo. "Pensi ai cavoli suoi" rispose il poliziotto. Espletate le formalit, Jacopo salut con una smorfia, e pigi di nuovo a tutto gas l'acceleratore.
Decisero di cenare a Torre del Lago, invece che a Tonfano. Alla chiesa voltarono a destra e andarono sul lago. Le acque erano quiete, e nell'istante in cui spense il motore si fece un gran silenzio. Il mondo parve all'improvviso allontanarsi, e Jacopo esit ad uscire dalla macchina, ed anche Margherita se ne rest ferma ad aspettare.
Ma che cosa?

Dopo gli sconvolgimenti sociali di quegli ultimi anni, in Italia non si delineava ancora quel nuovo che doveva rassicurare le coscienze, e si era diffuso piuttosto il convincimento che ciascuno doveva badare a s ed arrangiarsi meglio che poteva. Dagli altri e dalle Istituzioni soprattutto non ci si doveva attendere che fregature. Era una nuova e pericolosa anarchia che si stava diffondendo nel Paese e faceva proseliti specialmente tra i giovani, i quali dalla delusione provata, che aveva dato il colpo mortale alle loro speranze, ricavavano la lezione che stando fermi a sopportare gli eventi si era proprio dei perfetti idioti; invece ci si doveva muovere in tutte le direzioni ed arraffare quanto pi si poteva.
Per questi ed altri motivi, stentava a formarsi nel Paese una nuova classe dirigente che sostituisse la vecchia, e tutti ormai la pensavano allo stesso modo, e cio che era assai meglio badare ai fatti propri, piuttosto che alla politica, e non ci si faceva meraviglia pi di tanto se l'Italia era ridotta a una jungla.
Per campare, Jacopo si arrangiava con qualche traduzione dall'inglese, e scrivendo ogni tanto degli articoli sui giornali. Dei soldi, di averne tanti o pochi, gli interessava solo in parte; gli piacevano le donne e una buona fetta del suo guadagno prendeva quella via. Si era guastato, diceva sua madre, col vizio delle donne, e frequentare, come faceva lui, prostitute raccolte dalla strada, non c'era possibilit ormai che si salvasse. "Intossicano il sangue" gli grid una volta.
Margherita, infatti, l'aveva conosciuta in quel giro. L'aveva sentita subito speciale pi delle altre, e se l'era portata a casa. Piano piano, ci si era affezionato. A suo modo, naturalmente. Tanto che, quando non lo trovava in casa, e magari s'erano anche dati appuntamento, accadeva a Margherita di restare ad attenderlo davanti al cancello di casa fino alle due, alle tre, e pure fino alle quattro di notte; voleva vedere la sua faccia quando ritornava, e restava l, non si muoveva, chiusa nella sua macchina. Se lo avesse potuto indovinare dove s'era ficcato quella faccia da schiaffi, quel donnaiolo, non ci avrebbe pensato su due volte e sarebbe stata capace di andarlo a scovare fin dentro il letto della sua nemica, e ci si sarebbe messa anche lei sotto le stesse lenzuola, tanto la gelosia la sconquassava.
Stare con Jacopo era diventata la sua ragione di vita. Sentiva che vivere con lui era come legarsi ad una speranza. E lei aveva bisogno di sperare.
Stavano ancora cenando.
Si sent all'improvviso il fragore di un tuono, e subito segu un furioso temporale. Durante tutto quel tempo, Jacopo e Margherita non pronunciarono una sola parola. Margherita avvertiva che se si fosse messa a parlare e avesse tirato fuori dai suoi recessi le migliaia e forse i milioni di parole che non aveva mai dette, niente avrebbe potuto appagarla come quel silenzio.
Sfog il temporale. Da qualche finestra socchiusa entr un refolo di aria umida, e port con s molti profumi.
Mentre stavano sorseggiando il caff, si udirono delle grida provenire dalla strada, e anche delle bestemmie e degli insulti.
"Due magnacci" bofonchi Jacopo.
Segu un urlo bestiale.
Molti clienti corsero alla finestra.
"Si uccidono. Hanno i coltelli."
Qualcuno usc fuori. C'era altra gente intorno ai due. Anche Jacopo e Margherita uscirono, ed era lei questa volta a trascinarlo.
"Corri, non voglio perdermi niente."
La gente stava a guardare come se stesse assistendo ad uno spettacolo da circo. Muoveva le teste a destra e a sinistra e seguiva i vari assalti. Nessuno interveniva. I due gridavano parolacce, e si capiva che si litigavano per questioni di donne e di sconfinamenti.
" cos tutti i giorni."
"Questa volta si ammazzano."
"Non ci perdiamo niente."
"Le puttane per ci fanno comodo, a noi uomini" disse uno, che dopo aver parlato si volt a guardare Margherita, riconoscendola.
"Lasciami in pace" disse subito lei.
Ad un tratto, con un calcio scaraventato in mezzo al petto, il pi piccolino dei due atterr l'altro e gli fu sopra. Rapido tagli la gola. Quindi scapp verso il lago e non si vide pi, inghiottito dalla notte. Anche la gente se ne and. Dopo pochi minuti non ci fu pi nessuno. Rest il morto, solo come un cane.

Jacopo preferiva trascorrere il suo tempo libero a Viareggio, e diciamo pure specialmente alla "Costanza",(1) piuttosto che a Lucca. Non ci si ritrovava pi nella sua citt, che era le mille miglia lontana da quella che aveva reso felice la sua infanzia, e tutte le volte che poteva evitarla, lo faceva volentieri. C'era odore di metastasi dappertutto. Dentro le Mura, la Lucca antica cadeva a pezzi. Non c'erano pi soldi per provvedere alla manutenzione, e metteva pena veder morire i suoi splendidi monumenti. La chiesa di San Michele non si riconosceva pi, devastata dall'abbandono, e l'arcangelo, lass in cima, mutilato nelle braccia, mostrava anche ai pi lontani il degrado della citt. La piazza era restata senza catene, e le colonnette di marmo qualcuno le aveva spezzate.
Jacopo accelerava il passo per non guardare.
Dove stava il buon Costantino che secondo una leggenda proteggeva la gemma inanellata al dito dell'angelo? Perch aveva consentito lo scempio? Perch non castigava? Ma anche accelerando il passo, Jacopo non risolveva niente, e cadeva dalla padella nella brace. Era fermo da anni l'orologio della Torre, e s'era perduto perfino il segno delle ore, e le lancette chiss da quanto tempo erano cadute. Dissestate pure le altre torri, e quella del Guinigi era mozzata; la parte superiore aveva fatto un gran fracasso una notte, precipitando, e solo per miracolo non c'erano stati morti. Via dei Fossi era divenuta impercorribile: proveniva una tale puzza dalle sue acque che il passante doveva mettersi a correre, se era costretto a fare quel tratto di strada. Non c'era pi il bel cedro secolare nell'Orto botanico, e si mormorava che qualcuno dei potenti con una scusa ne avesse ordinato l'abbattimento, e se ne fosse servito poi per fare legna e scaldarsi. Ma queste erano ancora piccolezze. In piazza San Martino se l'erano addirittura rubato il tesoro del Volto Santo, e nessuno sapeva dire come fosse potuta accadere una cosa incredibile come questa. E ora, nella cappellina del Civitali, il "Re dei lucchesi" restava ignudo anche nel giorno della sua festa millenaria, e certa gente si metteva a piangere ricordando i tempi in cui la citt era stata orgogliosa del suo Crocifisso nero. La famosa processione, che si teneva in suo onore la sera del 13 settembre, non si celebrava pi, ed era davvero triste il giorno della vigilia della Santa Croce percorrere quelle strade desolate, dove un tempo sfilava con tanta solennit.
Jacopo era assalito da una gran rabbia e da una profonda pena. Incontrava poca gente, e specialmente vecchi. Chi pagava per questa umiliazione?
All'interno delle Mura, la popolazione si era ulteriormente ridotta negli ultimi anni e, in effetti, pochi avevano interesse ad entrare in una citt dove non c'era pi nulla. Parecchie chiese restavano chiuse e, come quella di San Michele, cadevano a pezzi. Molti architravi antichi, con belle sculture che erano state l'orgoglio della citt, si erano volatilizzati, e nessuno sapeva dire niente, e le porte erano state sbarrate alla meglio con tavolacce. Erano cadute molte tessere dal bel mosaico di San Frediano, e i suoi personaggi chi sapeva pi riconoscerli? Il Cristo e gli angeli erano praticamente cancellati. Il vicino Anfiteatro, conosciuto in tutto il mondo, distrutto. Giacevano a terra le pietre pi pesanti che ancora qualcuno non aveva avuto la forza o il coraggio di portarsi via.
Che ci faceva quindi un uomo in una citt che da ogni angolo mandava olezzo di morte? Prima di entrare, Jacopo spesso si fermava a contemplare le cortine e i baluardi delle Mura, su cui aveva passeggiato tante volte. Ora non avevano pi gli alberi ad ingentilirne la struttura imponente, e molti mattoni erano caduti; e si vedevano dappertutto le innumerevoli ferite sofferte da questo gigante che aveva sfidato i secoli, ed ora era costretto a morire.
Il numero degli abitanti che era diminuito dentro la citt, era invece cresciuto enormemente fuori. Si erano formate bidonville dappertutto, e le antiche palazzine della circonvallazione convivevano con le baracche di tavole e di lamiere. Affacciandosi alla finestra, non si vedeva altro che quello squallore. E si estendeva, lo scempio, per un raggio di chilometri e chilometri intorno alla citt. Abitavano nelle baraccopoli molti lucchesi, giacch la povert era profonda e diffusa, ma ad essi si erano aggiunti ben presto i poveri delle altre Nazioni e delle altre razze, e si potevano incontrare nelle bidonville colonie di gialli, di neri, di indiani, di arabi, di meticci, di creoli, ma anche europei. Tutti si erano illusi di fuggire da una condizione peggiore e, arrivando qui, trovavano frustata la loro speranza. La povert si stava uniformando nel mondo. Si erano fermati a Lucca, ma se lo avessero immaginato si sarebbero potuti fermare molto prima, risparmiando ulteriori fatiche e umiliazioni. Avrebbero trovato la stessa miseria ovunque fossero andati. La grande immigrazione stava per finire, perch Oriente e Occidente, Nord e Sud erano diventati la stessa cosa.
Non c'era pi speranza nel mondo? Tutto lasciava credere che essa non esisteva pi nel cuore dell'uomo. Di certo c'era tanta rassegnazione nei molti. E nei pochi? Nei pochi si annidava un tale desiderio di fare giustizia, anche con la pi bestiale delle violenze, che se incontravi per caso uno di questi, lo vedevi dai suoi occhi che sarebbe potuto diventare il tuo assassino.
Margherita veniva di rado a Lucca, e quando lo faceva voleva stare a fianco di Jacopo, perch quella visitazione desolata la immalinconiva. Tutto sapeva di morte, e lei invece ora aveva trovato un uomo da amare, e anche se non poteva averlo tutto per s, sentiva che c'era un germe rigeneratore che covava in lei. Ma aveva paura di ogni cosa, avvertiva che tutto era ancora fragile, e che non si poteva chiedere di pi.

Qualche giorno dopo, Jacopo port Margherita a prendere un gelato in citt. Andarono alla "Veneta". Margherita indugiava a scegliere i vari gusti esposti nei contenitori. "Non facciamoci buio" disse Jacopo; "Falla contenta, la tua colombina" rispose pronta lei, prendendolo in giro. La commessa in grembiule bianco per poco non si mise a ridere.
Margherita afferr il cono e usc fuori senza aspettare Jacopo.
"Porca miseria" la sent esclamare, e vide il suo gelato vorticare in aria, e anche le sue belle gambe rivolte all'ins; quindi capitombol addosso alla bicicletta che l'aveva investita.
"Scemo!" grid rialzandosi. Ma quel ragazzo non disse una parola, prese la sua bicicletta, vi sal sopra e quando fu abbastanza lontano si gir verso di lei: "Puttana" le disse.
"Torna indietro e ti faccio la testa come un cocomero" grid Jacopo, che era uscito per soccorrerla, ma quel ragazzo gli fece il gesto delle corna, e spar.

Un giugno torrido cos non si vedeva da anni. Nei campi intorno alla casa di Jacopo, i contadini tagliavano l'erba e sin dalle prime ore del mattino si udiva il fastidioso rumore delle motoseghe. Stavano a dorso nudo e soltanto qualcuno teneva un cappellino in testa.
Rientr in casa per chiamare al telefono Margherita. Non la vedeva da quattro giorni e la poverina doveva stare in pensiero, giacch lui era sparito senza dirle niente. La chiam sul lavoro. Glielo aveva trovato lui stesso, presso un amico.
"Sei un porco" si sent rispondere, e abbass anche il telefono.
Riprov. E stavolta con una bugia.
"Vieni subito. Non sto bene." Invent come aveva gi fatto migliaia di altre volte. Margherita lo sapeva, e tuttavia di l a un momento fu a casa sua. Lo trov che leggeva in giardino.
"Sei un verme. Sei stato ancora dalle tue puttane."
"Fa troppo caldo qui. Telefono a mia madre e andiamo qualche giorno da lei in collina. Che ne dici?"
Era la prima volta che Jacopo accennava a sua madre.
"Non la vedo da almeno tre anni."
"Abita cos lontano?"
"Di l dal Serchio."
"Sei un mascalzone."
"Meno mi vede, pi  felice."
E le raccont che suo padre era morto sette anni prima. Li aveva lasciati ricchi, ma i soldi se n'erano andati come il vento per colpa sua. La madre dapprima lo aveva assecondato, poi, allorch si era arrivati a vendere qualche propriet, si era fatta sentire, e gli aveva detto chiaro e tondo che non si poteva sperperare quello che era costato tanto sudore al babbo. Ma avevano venduto ancora, e alla fine la mamma s'era decisa a liberarsi di lui, che non aveva giudizio e sembrava che ce l'avesse col mondo, e si divertisse a distruggersi, cos diceva. Aveva tenuto per s la villa sulla collina e a Jacopo era toccata la casa coi pini a qualche chilometro dalla citt.
"Non puoi portarmi con te! Cosa direbbe la tua mamma..."
La prese per un braccio.
"Sbrigo ogni cosa con una telefonata. Tu intanto metti fuori la macchina."
Quando torn in giardino era tutto sorridente.
"Le hai detto di me?"
"No. Voglio farle una sorpresa."
"Allora non ci vengo."
La trascin in macchina, e usc fuori dal cancello a tutta birra come se la strada fosse soltanto sua.
La villa della madre di Jacopo, la signora Ada, stava proprio di l dal Serchio, su una collina che si innalza subito dopo aver attraversato Ponte San Pietro. La strada mostra uno dei paesaggi pi belli della Lucchesia.
Ad un certo punto, Jacopo si ferm su di un piccolo spiazzo. "Guarda!" disse, e con il braccio indic gi nella valle. Si vedeva la piccola citt circondata dalle sue mura alberate, e intorno aveva dolci colline.
" la citt pi bella del mondo" disse.
Dopo altri sette o otto tornanti, apparve la villa.
Suon il clacson e il cancello si apr.
Fece a gran velocit il lungo viale dritto, sollevando polvere.
"Non fare cos" gli grid Margherita.
Sugli scalini, stava ad attenderlo la giovane domestica, con indosso il suo grembiule bianco. Jacopo l'abbracci, se la tir su, e le fece fare due o tre giri come se fosse ancora una bambina. E Caterina gridava: "Mi metta gi, per favore, che mi gira la testa."
"Come sta la mammina?"
"Glien'ha dati di grattacapi a sua madre..."
"Sar contenta di rivedermi?"
Caterina aveva visto Margherita, e rest taciturna.
La signora Ada li attendeva nel salone, in piedi.
Per la verit attendeva solo lui, e cos quando vide la sua compagna subito ritrasse il sorriso. Era una donna altera e ancora bella, e aveva nei modi quel tratto signorile che sopravvive anche alle pi violente delusioni.
Margherita si ferm; Jacopo nemmeno se ne accorse, e prosegu da solo incontro alla madre.
"Chi  quella donna?" domand, invece di abbracciarlo.
Jacopo si accorse di non avere accanto a s Margherita. Si volt.
"Mostrati alla mammina gelosa" disse scherzando.
Margherita invece non si mosse. Le due donne si guardavano a distanza, e Jacopo stava tra loro come un cretino. Infine, Margherita avanz. Quando fu a due passi dalla signora Ada, si ferm e bisbigli appena:
"Io glielo avevo detto a Jacopo che non mi doveva portare."
Non si dissero altro. Jacopo si ritir con la madre in un'altra stanza e Margherita usc nel parco che stava dietro la villa.

Al centro del parco sorgeva un laghetto. Margherita lasciava Jacopo discorrere con la madre e vi si recava tutti i giorni. Vi stava seduta davanti per ore, e non la sorprendeva pi che Jacopo non la venisse a cercare. A volte lo vedeva correre tutto solo, a dorso nudo, e sparire nel bosco. S'immagin perfino che lo attendesse un'amante.
Aveva acquistato pi confidenza con Caterina che con Jacopo in quella villa, dove ogni cosa sembrava sopravvivere. Margherita era certa che se avesse osato parlare alla signora Ada di ci che accadeva fuori di quel cancello, lei non ci avrebbe creduto alle bidonville che circondavano la citt antica.
Sicuramente anche Jacopo non le aveva mai detto la verit, e lasciava vivere sua madre e Caterina nell'illusione che niente potesse mutare fino a quel punto.

Sebbene agli occhi della signora Ada, Margherita e suo figlio dormissero in camere separate, tutte le notti Jacopo raggiungeva la compagna. C'era un patto tra i due e Margherita glielo aveva detto con estrema risolutezza: "Io da sola non ci dormo in questa casa."
In punta di piedi, con indosso i soli slip, attraversava il grande corridoio e trovava la porta della camera di Margherita socchiusa. Entrava, chiudeva a chiave e d'un balzo era sotto il lenzuolo. Una di quelle notti, Jacopo era preoccupato.
"Cosa c' che non va?"
"Ci sono disordini a Lucca."
"Chi te lo ha detto?"
"C' scritto sul giornale."
"E allora?"
"Ce l'hanno con gli immigrati. Dicono che se ne devono andare. Hanno bruciato delle baracche. Lucca  diventata una polveriera."
"Anch'io me ne voglio andare da questa casa."
"Perch? Non stai bene qui?"
"La tua mamma non mi sopporta. E neanche tu sei pi lo stesso. Solo la notte sei carino con me, ma il giorno te ne stai alla larga, come se io avessi la peste."
"C' anche quella a Lucca."
"Non dire stupidaggini."
" per questo che i lucchesi non ne possono pi. Pensano che sia colpa di quelli delle bidonville."
"Ma ci sono anche dei lucchesi nelle bidonville."
"Oggi non si sopporta pi niente."
"E come si fa con la peste?"
"Bastasse la peste. C' anche il colera e qualche altra pestilenza che non ricordo. Un vero inferno. Scendere a Lucca  come precipitare in una cloaca."
"Lo sa la tua mamma?"
"Ha letto il giornale. Si sente umiliata."
"Si sente umiliata anche a causa mia."
"Non  vero."
"E invece s."
"Parliamo d'altro."
"Ma tu mi ami davvero?"
"Parli d'amore, quando invece si deve odiare per sopravvivere."
"Ecco, tu non mi ami."
"E invece ti amo."
"Non  vero. Tu hai un'amante anche qui."
Alle prime luci dell'alba, Jacopo sgusci fuori dalla camera di Margherita, e quando scese a far colazione Margherita era gi seduta al tavolo.
"Voglio fare un salto in citt" le disse.
"Io sola qui non ci resto."
Salirono in macchina. Jacopo guidava a modo suo, e ancora una volta fu un miracolo se arrivarono alla strada principale sani e salvi. Margherita stette per tutto il tempo zitta. Sapeva che se avesse raccomandato la prudenza, lui avrebbe pigiato ancora di pi l'acceleratore. Appena superata la localit di Nave, comparvero le bidonville. Jacopo andava a passo d'uomo. Vicino a Sant'Anna vide degli assembramenti. Gruppi di cinesi, di zingari e di arabi confabulavano e parevano attendere un segnale. Avevano nelle mani bastoni, bottiglie, spranghe e qualcuno anche delle pistole.
Margherita ebbe paura.
"Ti supplico, torniamo indietro."
"No."
"Non vedi che  pericoloso?"
Dalla porta di Sant'Anna videro uscire un folto gruppo di cittadini. Urlavano. Il gruppo dei baraccati si mise in mezzo alla strada, e Jacopo si trov chiuso proprio nel mezzo.
"Andiamo via di qui" grid Margherita. Jacopo infil una stradina laterale. Parcheggi la macchina e scese per vedere.
"Vieni anche tu."
"Vai al diavolo."
Margherita si tapp gli occhi e rest tutto il tempo sdraiata sul sedile.
"Morte agli zingari e a tutti i forestieri" urlavano quelli che uscivano dalle Mura. Il gruppo dei baraccati era numeroso, ma sembrava intimorito dalle grida.
Quando si trovarono uno di fronte all'altro, un immigrato tent di parlare.
"Tornatene a casa. Non ti vogliamo qui" lo zittirono.
"Sono un lucchese come voi" disse un altro baraccato.
"Peggio per te" gli risposero. Cominci la zuffa. Alcuni avevano in mano delle taniche e corsero subito alle baracche e sparsero benzina dappertutto, poi appiccarono il fuoco. Tra le fiamme uscirono, gridando e scappando, donne e bambini. Dal gruppo dei baraccati qualcuno cominci a sparare. Caddero a terra uomini da una parte e dall'altra. La polizia non arrivava.
" la fine del mondo" diceva a Jacopo un altro spettatore. "Se continua cos sar una carneficina. Va avanti da un paio di giorni, ed oggi ci sono gi dei feriti."
"Andiamocene" cominci a gridare Margherita, che s'era alzata in piedi sul sedile.
"Vieni a vedere" le rispondeva.

"Corriamo a casa mia" disse all'improvviso Jacopo, saltando in macchina, come fosse stato colto da un presentimento.
"Che hai?"
"Facciamo presto. Poi ti dico." Tornato con l'auto sulla strada principale, suonava il clacson per farsi largo, ma doveva faticare le sette camicie per superare i dimostranti, che ancora si battevano. Oltrepassate le case di Sant'Anna, la strada fu pi libera; allora acceler. A Ponte San Pietro, prese la strada per casa sua, e Margherita per poco non sbatt la fronte sul parabrezza quando fren davanti al cancello.
"Bastardo" disse.
Jacopo cap subito cos'era successo. Anche Margherita cap e scese con lui. Salirono la scalinata di marmo bianco ed entrarono senza bisogno di chiavi, perch la porta, come pure una delle finestre davanti, erano spalancate. Dentro, frantumi di vetri dappertutto, e seggiole e mobili sfasciati; quello che i ladri non avevano portato via, l'avevano distrutto. Dell'argenteria, dei quadri, del poco denaro in contanti non c'era pi nemmeno l'ombra. Dok, il suo cane, era sparito.
"Io li ammazzo" grid Jacopo.
"Non ci si pu fare niente."
"Lo dici tu."
"Sono dei disgraziati."
"Se li trovo, li maciullo." I suoi libri giacevano sparsi a terra e solo per qualche miracolo ne era rimasto intatto qualcuno. Gli scaffali vuoti davano il segno della barbarie che s'era abbattuta sulla casa.
"Non fare cos" diceva Margherita.
"Come faccio a lasciare la casa in questo stato."
"Chiama la polizia."
"Doveva esserci prima la polizia."
"Viviamo in un mondo infame."
"Andiamocene" Jacopo disse ad un tratto, come se la sua mente fosse stata attraversata da un nuovo pensiero. Si alz. La prese per un braccio e la trascin gi per la scalinata.
Salirono in macchina e tornarono a Sant'Anna. Parcheggi nel posto di prima.
"Aspettami qui."
"Dove vai?"
"Non ti muovere." Spar nella mischia, e Margherita non riusc pi a scorgerlo, sebbene fosse scesa dalla macchina e si fosse messa perfino in mezzo alla strada a cercarlo. Arriv buio.
Jacopo, con in mano un bastone, s'era messo a menar botte anche lui a pi non posso contro i baraccati.
"Siete peggio della peste" urlava.
"Bravo" lo incalzavano i compagni. Ce ne vorrebbero cento come te, e allora si risolverebbe tutto in quattro e quattr'otto."
Jacopo era giunto infine in mezzo alle baracche.
All'improvviso, dentro una di quelle, si trov davanti una donna. Stava impaurita seduta sul letto. Lei lo vide e intu. Si alz lesta. Afferr una sedia per difendersi. Era giovane, bella. Jacopo si ferm a guardarla. Ma fu un momento. Le fu addosso. La violent.
Quando torn da Margherita era buio pesto.
"Ho avuto paura" lei disse.
"Non mi  successo niente. Torniamo alla villa."
E non parl pi.

"Quanto tempo dobbiamo restare ancora alla villa?"
"Non stai bene qui?"
" tua madre, lo sai, che mi mette a disagio. Non parla mai con me. Mi evita."
"E tu non ci badare. Qui siamo al sicuro. Non hai visto come hanno ridotto la mia casa?"
"Sei stato alla polizia?"
"A quelli non gliene frega niente. Eppoi, restando qui, forse scanseremo la peste e il colera."
" un'Italia terribile. Come ne usciremo?"
"Peggio di cos..."
"Stiamo vicini, Jacopo. Non lasciarmi mai."

Alla villa arrivavano degli ospiti. Jacopo ne parl con Margherita.
"Devo andarmene?" domand.
"No. Ce ne andremo insieme."
La signora Ada era furente. Non riusciva a mandarla gi che Jacopo la lasciasse sola. La sentiva come un'umiliazione.
"Potremo andare a casa mia" disse Margherita.
"Non tornare in ufficio, per."
"Ma sono parecchi giorni che non mi faccio vedere!"
Salirono in macchina e si dileguarono. Lungo la strada incrociarono l'auto degli ospiti. I quali suonarono il clacson per salutarli, riconoscendo Jacopo, ma lui fece finta di non sentire, ed anzi acceler.
"Che si strafoghino" disse.
L'appartamentino di Margherita era situato in citt. Lui ci aveva dormito gi parecchie notti, ed era un po'come trovarsi a casa sua.
"Non hai paura della peste?"
"Staremo rintanati qui e faremo solo l'amore" rispose lui, scherzando.
Dalla finestra, piccina piccina come sono le finestre delle antiche case di Lucca, salvo quelle dei bei palazzi patrizi, si vedeva la piazzetta dell'Arancio, e l qualche pittore aveva ancora il coraggio di esporre i suoi dipinti. Jacopo si affacci gi mezzo svestito.
" ammirevole che qualcuno pensi che si possa comprare un quadro!"
Margherita lo raggiunse. Lo baciava sulle spalle, contenta.
"Perch non stiamo qui per sempre?"
La sera invece uscirono. C'era poca gente in strada. Faceva senso camminare tra negozi chiusi, dove un tempo si erano vendute merci raffinate e costosissime. Si vedevano saracinesche divelte e qualche porta sbarrata con tavolacci. Le finestre erano quasi tutte serrate, ma si intuiva che da dietro le persiane qualcuno stava osservando la strada.
"I morti ci spiano" bisbigli Jacopo, che alz la testa, e infatti vide un'ombra ritrarsi.
L'indomani, verso mezzogiorno, andarono con l'auto sul fiume. Scesero l'argine e si sedettero sulla riva. Passavano sul pelo dell'acqua schiume d'ogni colore, macchie d'olio, immondizie.
"Una volta il Serchio era bello. Ci si nuotava."
Margherita era andata a cercarsi un punto dove l'acqua era pi bassa. Trovatolo, vi si immerse fino alle caviglie.
"Che sollievo!" esclam, e costrinse Jacopo a fare altrettanto.
"Sarebbe bello fare l'amore qui" disse lui, abbracciandola.
"Possibile che pensi sempre a quello?"
Sotto il sole, Margherita riluceva di una bellezza tenera, e brillavano i suoi occhi. Coi piedi nell'acqua, sembrava vivere in nessun tempo, e la sua bellezza pareva la sola rimasta sulla Terra.
Lei non se ne rendeva conto, non lo sapeva, ma qualsiasi uomo fosse passato da l, le avrebbe chiesto il suo amore.

Gli ospiti non se n'erano andati ancora quando alla villa tornarono Jacopo e Margherita. La signora Ada se li vide comparire davanti proprio in sala da pranzo, dove tutto era stato apparecchiato, e Caterina stava per servire in tavola.
"Giusto in tempo, mi pare" disse Jacopo, salutando tutti con un gesto della mano.
Gli ospiti si voltarono e l'uomo, che era un inglese di nome Arthur, si alz per salutare.
Margherita era pi imbarazzata di Arthur. Jacopo le aveva mentito e l'aveva condotta alla villa con la scusa di prendere chiss quale oggetto che aveva dimenticato. Non immaginava certo che combinasse quel brutto pasticcio.
La signora Ada non disse una parola.
Caterina svelta svelta, dopo aver dato un'occhiata alla padrona e averne ricevuto l'assenso, mise altri due coperti in tavola, e Jacopo e Margherita si sedettero davanti ai due ospiti.
La signora inglese, di nome Rachel, fece un sorriso a Margherita.
La signora Ada, invece, non le rivolse mai la parola e nemmeno a Jacopo, e le poche che pronunci erano indirizzate agli ospiti.
Arthur domand a Jacopo che cosa stesse succedendo in Italia. Se ne parlava anche in Inghilterra e nessuno ci capiva niente.
"Chi ha messo le bombe, lo sa che cosa sta succedendo" disse Jacopo.
L'inglese stentava a capire. Riferiva che anche in altre capitali d'Europa dove si era recato, si parlava dell'Italia, e tutte le miserie che colpivano il Continente venivano fatte risalire agli italiani.
"Questa  bella!" protest Jacopo, e Margherita gli dette un calcio negli stinchi perch stesse zitto.
"Noi italiani siamo sempre stati dei disgraziati, da che mondo  mondo. Anche ai tempi della grande Roma. Abbiamo dovuto combattere delle guerre e pagare un tributo di sangue per dare un po'di civilt a voi barbari. Che ne sarebbe oggi di voi inglesi se non ci fossero stati gli italiani? E dei tedeschi, dei francesi, degli spagnoli, degli svedesi? Tutti dovete della riconoscenza a questo Paese che ora sembra umiliato."
L'amico Arthur ammise che tutto quanto Jacopo diceva si poteva condividere. Margherita non sapeva che fare. Avrebbe preferito ritornare alla Costanza, piuttosto che assistere alle sfuriate di Jacopo.
La signora Ada si alz, ed anche i due inglesi si alzarono e la seguirono in silenzio. Jacopo e Margherita, invece, si diressero verso la porta principale e uscirono.
In giardino, mentre si recavano alla macchina, Jacopo la prese sottobraccio:
"Ti amo" le disse.
Erano vere quelle parole? Margherita se lo sentiva addosso l'amore di Jacopo. Ma le era difficile capire se fosse potuto durare abbastanza, perch lei tornasse ad avere fiducia nella vita.

A seguito dei nuovi disordini, la polizia aveva fatto qualche rastrellamento, ma non c'era da aspettarsi pi di tanto. Anche l'omicidio di Torre del Lago era rimasto impunito, sebbene si conoscesse l'assassino. Erano pura formalit le indagini che si conducevano e, nella sostanza, si avallava il principio che ogni cittadino doveva farsi giustizia da s, perch nessuna Istituzione lo avrebbe aiutato.
Qualche tempo dopo, Jacopo si decise a tornare a casa sua e a mettere un po'd'ordine specialmente nella biblioteca, che gli era costata molti sacrifici. Certi giorni, port Margherita con s per farsi aiutare; certi altri, and da solo. Anche i suoi quadri erano malridotti, alcuni dovevano essere gettati, e questo lo rendeva rabbioso. Distruggere un'opera d'arte significava per lui annientare un grande sentimento, cancellare un sogno perseguito dal suo autore per tutta la vita. Si uccidevano una seconda volta i morti, in questo modo vigliacco. C' un desiderio di immortalit che appartiene alla Terra e non al Cielo, ed  l'arte che pu appagarlo.

La casa di Margherita era piccina piccina, e in quell'edificio ci stava solo il suo appartamento. Il soffitto era basso e quando pioveva si sentiva sul tetto battere la pioggia.
Affacciandosi alla finestra, si dominava la piazzetta graziosa, e spesso, quando Jacopo non era da lei, si metteva, in quei giorni che aveva sospeso il lavoro, al davanzale a curiosare, finch qualche uomo non le faceva un ammiccamento, e allora si ritirava. Si stendeva sul letto e stava con gli occhi fissi al telefono, sperando che Jacopo la chiamasse. Quando non ne poteva pi e non ce la faceva a restare sola, prendeva il coraggio a quattro mani e componeva il suo numero. S'infuriava, e non riusciva a capire come a volte preferisse star solo invece che con lei. Ma valeva la pena inseguire Jacopo a quel modo? Jacopo, dacch aveva sistemato la sua casa, era tornato a viverci, e quel suo tran tran odioso era ricominciato, in cui era sempre lei a doversi far viva.
Tre brutti ceffi, tre balordi, si presentarono una sera a casa di Margherita. Forzarono la porta.
"Andatevene o mi metto a urlare."
"Invece te ne starai buona buona, e farai tutto quello che vogliamo."
Margherita corse alla finestra, ma uno dei tre fu lesto a bloccarla. Allora grid e si mise a dare calci in tutte le direzioni.
"Nessuno verr, tesoro.  inutile che sprechi le energie a questo modo. Serbale per noi." E, sdentato com'era, si mise a ridere, imitato dai compagni. Non grid pi, Margherita. Uno dei tre and ad assicurarsi che l'uscio fosse sprangato, quindi la fecero stendere sul letto e senza che Margherita dicesse pi una parola, uno alla volta la violentarono.


II

Il Serchio fu nei secoli pi antichi corso d'acqua dispettoso. Spesso i lucchesi soffrirono dei suoi capricci, ed ancora oggi in qualche rara occasione fa stare col fiato sospeso, ricordando al popolo quale egli fu un tempo. Scorre lento e attraversa paesi, affianca le mura della citt, si allontana nella campagna. Smuove ancora la vita dovunque passi. Jacopo, da quando si era ritirato a casa sua, aveva cominciato a frequentarlo. Gli passava a pochi passi, e poteva raggiungere a piedi la sponda sinistra. Aveva sistemato alla meglio un approdo e calato nell'acqua una barchetta. Stare sul fiume, gli sembrava di allontanarsi mille miglia dal fetore della societ. L in mezzo, tutto pareva vestirsi di magia. Remava lentamente, attento a non fare rumore pi del necessario; di tanto in tanto si fermava e cercava di percepire il silenzio. Nel momento in cui non udiva intorno a s nemmeno il cinguetto degli uccelli, ma neppure a volte il proprio respiro, avvertiva una tale esaltazione, una tale vertigine che gli pareva di essere rimasto il solo vivente sulla Terra.
Non sapeva pi nulla di Margherita. Le aveva telefonato a tutte le ore per giorni e giorni; era stato a casa sua, ma nessuno dei vicini aveva saputo dargli qualche notizia. Si era come dissolta. L'aveva cercata allora alla Costanza, convinto che si fosse stufata di lui e avesse fatto ritorno alle antiche abitudini. Ma laggi nemmeno l'ombra. Infine si era messo l'animo in pace; in fondo, Margherita era una donna come tante, e lui aveva soprattutto il diritto, in tempi come quelli, di non rinunciare alla propria vita. Ritorn quindi ai suoi capricci. Bazzic la Costanza in lungo e in largo, come forse non aveva mai fatto. Si port qualcuna delle prostitute in casa sua, e dentro di s sembrava volersi prendere una rivincita per tutto ci che credeva di aver perduto restando in compagnia di Margherita.
Ora, da qualche tempo, doveva fare i conti per con quel desiderio di silenzio che gli penetrava nell'anima. Correva al fiume, e lo navigava, e vi restava per ore e ore, con la mente che se ne andava e veniva come da un altro mondo, quasi che la natura entrasse dentro di lui e vi producesse una qualche sottile devastazione.
Il tratto che percorreva pi volentieri era quello che andava da Ponte San Pietro a Monte San Quirico, ma se aveva tempo, si spingeva anche oltre e arrivava fino a Ponte a Moriano, remando sempre controcorrente. Scorgeva pescatori seduti sulla riva, o in piedi nell'acqua, ma incontrare gente, anche solo vederla a distanza, ora lo infastidiva.
In quegli anni, si attraversava uno sconvolgimento cos profondo che perfino le coscienze pi agguerrite ne erano scosse. Non si riconosceva pi niente di ci che era stato nel passato, e ci si poteva ritrovare soltanto se si restava soli.
Anche a Lucca cominciava ad affiorare qualcosa di malvagio, molto di pi della lotta tra baraccati e cittadini. Si insinuava la convinzione che la societ civile avesse esaurito ogni risorsa e si stesse spegnendo; e si temeva che qualcuno vi potesse indisturbato scorrere a piacimento.  in quest'apparenza di morte, in cui ciascuno crede di essere anche padrone degli altri, che corrono e vibrano e s'intrecciano idee di ogni sorta, e tutte di tale audacia che anche uomini avvezzi ormai alle pi crude aberrazioni, si sentono tramortiti, sorpresi.
Tra queste idee ce n'era una, violenta e sottile, che piacque al popolo: la vendetta. Il popolo la fece sua, convinto che non poteva restarsene con le mani in mano, e che bisognava prevenire ogni pericolo e le velleit che fremevano nell'aria.
Perci, cominci a farsi giustizia da s.
Non ci volle molto a capire che si trattava di un sentimento terribile che si era diffuso dovunque, e chi uccideva lo faceva col consenso di tutti.
Dopo il primo, venne il secondo omicidio, e subito si pens ad un terzo, che sarebbe arrivato di l a poco, e poi al quarto, e chi aveva governato le citt cominci ad aver paura.
Ma che cosa credevano i potenti? Che si potesse ancora sopportare all'infinito? Che si trattasse ancora del solito abbaio, e poi il popolo sarebbe stato di nuovo contento di farsi spolpare? No. Questa volta si sbagliavano di grosso, e si era toccato il fondo. Non se ne volevano andare i potenti? Peggio per loro. Li si estrometteva con la vendetta e l'assassinio.
Dopo i primi delitti, i Prefetti convocarono la polizia, e i Questori misero in guardia le Istituzioni: "Badate, non si tratta di comuni omicidi.  una rivoluzione" dicevano.
Jacopo avvert il fascino di un'impresa simile. And un giorno in citt e incontr i vecchi amici. Di colpo, si sent a suo agio in loro compagnia. Erano contenti di ci che stava avvenendo.
Si sa che quando si comincia ad essere in molti ad abbracciare un'idea, presto anche i meno convinti, e perch no?, anche i pi pavidi, diventano quasi dei capi. Gli amici di Jacopo gli parlavano come se quei primi omicidi li avessero perpetrati loro, e vi mettevano tutto il fuoco degli antichi carbonari.
Una sera, ad una delle riunioni che aveva cominciato a frequentare, Jacopo vide, seduta al tavolo, bella come lo era stata quella notte, la donna che aveva violentata.
"Porco" gli disse, in un momento che si trovarono soli. Quindi non parl pi con lui.

Durante quella sera, Jacopo non stacc mai gli occhi dalla donna. Sentiva salire dentro di s l'antico vizio. Era pi forte di qualunque ideale, e lui lo sapeva da sempre che sarebbe potuto diventare, a causa di una donna, perfino un traditore. La passione sconvolge la mente, ma pu anche divenire, nostro malgrado, una ragione di vita, e Jacopo si sentiva vivo quando aveva davanti una femmina e lo invadeva il vizio.
Una notte, le fece la posta; la segu mentre usciva dalla citt, e giunto ad un punto che tutto era possibile, le arriv alle spalle, le mise una mano alla bocca e la trascin in un campo. Lei non fiat quando lo riconobbe. Sembr stregata dalla sua lussuria.

Era insolita l'agitazione che percorreva la citt. Premeva ad ogni angolo di strada, eppure tutto appariva straordinariamente quieto. Dopo ogni omicidio, ogni cosa tornava avvolta dalla pi ordinaria delle quotidianit. Solo la polizia intuiva il fuoco che covava sotto la cenere. Lucca era diventata una palude, come lo era stata in origine, e solo scavando negli animi, anzich indagare nei vicoli, si sarebbe potuta cogliere la violenza dello scontro: che aveva pi direzioni, ed era sollecitata da ogni ordine sociale che non si identificasse con lo Stato. Su quegli omicidi nessuno osava emettere un giudizio o una sentenza, e si faceva strada il convincimento che uccidere un uomo od un insetto era la stessa cosa, e non si trovava pi chi osasse metterlo in discussione.
La donna della baracca aveva nome Stella, ed era sposata con uno sbandato che non aveva niente di meglio da fare che commettere i peggiori crimini. Li eseguiva con la facilit che metteva nel tracannare un bicchiere di vino. Stella era una bellezza fresca, prepotente. Jacopo le apparve come una presenza che poteva modificare la sua condizione di donna esclusa, sventurata, e gli corrispose con tutto il vigore dei suoi anni. Si vedevano di nascosto, di notte soprattutto, ma anche l'occasione di quelle riunioni carbonare era colta dai due amanti come un momento di grande eccitazione, di tumultuosa ansiet, al punto che di tutti i discorsi che si facevano attorno a quella tavola, Stella e Jacopo non ne coglievano pi il senso. Guardandosi negli occhi, passava per il loro corpo una febbre di tale intensit da frantumare ogni minimo ritegno. Se quei rivoluzionari troppo appassionati avessero smorzato la loro foga e si fossero messi a parlare di cose pi frivole, subito si sarebbero accorti di quegli sguardi pieni di ferite, di quel tremore che accompagnava le poche parole dei due, e di quella fretta di concludere, andarsene via, e restare soli.
Si incontravano nella campagna, e Stella si donava con una passione che era mancata di tale intensit in Margherita, e lo sentiva Jacopo che Stella non aveva sentimenti teneri come l'altra, ma metteva nell'amore la straordinaria violenza dei sensi. Quando stava con lei spariva il mondo, si frantumava la sua mente, si levava un turbinio di fiamme tale che in mezzo a quell'erba a Jacopo pareva di essere precipitato nell'inferno.
Qualche volta andavano al fiume, scendevano l'argine e si sdraiavano vicino all'acqua. Anche in quei momenti di suggestiva solitudine, Stella aveva poche parole per il suo amante. A Jacopo andava bene cos, ma intuiva qualcosa di diverso e sconvolgente in Stella. In quel suo silenzio, in quel modo di essere, in quel suo sfogarsi coi sensi, Jacopo scorgeva i segni di una creatura che doveva essere figlia di un nuovo che stava germinando e del quale solo ora, stando con lei, avvertiva la presenza, un nuovo che nasceva dalla pi profonda delle umiliazioni, e quella miseria e quel degrado morale in cui era precipitata la societ non avevano solo distrutto ed annientato, ma erano stati capaci di fermentare e generare delle orribili trasformazioni dentro l'uomo. Non  sempre rimarginabile la ferita che colpisce un essere umano, e quando essa  vasta e profonda uccide comunque, e l'uomo che segue a quella ferita non  pi lo stesso di prima, ma  un altro uomo, che non ha pi le medesime radici, e forse  il frutto di una nuova terrificante Creazione.
Allora Jacopo che ci stava a fare a questo mondo?

Si era giunti nel pieno dell'estate. Un caldo torrido attanagliava la citt. La gente continuava a morire: colera, peste, malaria e altre infezioni meno terrificanti trasferivano anche nell'animo dei pi forti rabbia e malinconia. In quelle condizioni, non si era pi certi di restare aggrappati alla vita, e spesso si aveva voglia di arrendersi, e lasciarsi andare, e seguire un istinto bestiale che sembrava essere l'unico in grado di appagare qualunque uomo. Jacopo viveva i suoi giorni soltanto per incontrare Stella. Era la sola realt che avvertiva palpabile, a portata di mano. Stella gli corrispondeva senza parole, scaricando su di lui a quel modo, nel silenzio, la sua voglia di esistere, e quando Jacopo stava con lei, egli scopriva che quella loro nullit desiderata, cercata, in realt assumeva dentro di loro un grande significato rigeneratore, e sentirsi animale in quelle circostanze era anche riscoprirsi uomo, e forse proprio l'uomo che aveva conosciuto il Dio della Creazione.
Anche quella volta, Stella si era sdraiata sulla riva e lo attendeva. Jacopo si spogliava sotto la luna. Era una notte afosa, senza un alito di vento. Scorreva il Serchio, silenzioso. Stella stava l, nuda; lo guardava e non parlava, le braccia raccolte sotto i capelli. Aveva deciso di non tornare a casa, di restare per la prima volta l'intera notte con il suo amante. Era davvero bella, e Jacopo avvertiva che quella donna metteva nel suo donarsi un fragore che poteva consumarlo. Non c'era niente che entrambi desiderassero di pi che divenire il nulla. Se lo avessero potuto fare, avrebbero voluto diventare nel loro atto di amore due fili d'erba, e sparire.
Stella fu la prima che avvert l'arrivo del marito. Riconobbe i suoi passi prudenti, acquattati. Jacopo cap da lei, anche se non disse una parola. Non si mossero. Ma l'uomo era ora l, sulle loro teste.
"Sgualdrina" grid. La donna fu lesta, si alz e corse via nuda com'era, sotto quella luna che sembrava moltiplicare la sua seduzione, e il marito le corse dietro, e ancora urlava. Jacopo non si muoveva. Era restato sdraiato a terra, e gli pareva che tutto ci che accadeva sotto i suoi occhi non dovesse riguardarlo. Era rimasto solo, e si era messo ad osservare la luna, e gi correvano i suoi pensieri altrove, svagava, e gli sembrava di camminare in mezzo al cielo stellato, e che un mondo tutto diverso da quello orribile che stava vivendo gli sarebbe appartenuto prima o poi, egli ne aveva diritto, non sapeva perch, ma sentiva che un giorno o l'altro, all'improvviso, egli vi si sarebbe trovato immerso, e non gli importava scoprire se fosse stato solo o in compagnia di altri sconosciuti; l c'era senza dubbio la felicit, e questo doveva per intanto bastargli.
Stella cominci a gridare. L'uomo l'aveva raggiunta e la picchiava. Non erano andati molto lontano. Si vedevano dei pioppi bianchi sopra l'argine, e delle siepi. Lottavano l dietro, e Stella faceva intendere la sua disperazione. Allora Jacopo si alz. Come preso da una voglia di rivincita, chiss da che cosa e contro chi, prese a correre, e li raggiunse. Vide l'uomo che si era spogliato e giaceva sulla donna disperata. Scorgendolo, gli occhi di lei si spalancarono come assaliti da una nuova vergogna, e si conficcarono in quelli di Jacopo. Jacopo si chin, raccolse una pietra, e con tutta la sua forza la sbatt pi volte sul cranio di lui, che si afflosci senza nemmeno voltarsi. Stella rest immobile. Non diceva niente. Infine si mosse, si liber di quel corpo senza vita, e quando si alz parve pi bella. Fu tra le sue braccia. Stettero cos, senza parlarsi, per molto tempo. Poi Jacopo si caric quel corpo sulle spalle, discese lentamente l'argine, e lo gett nel fiume. Il tonfo fu il solo rumore che sentirono davvero in quella notte.

Di l a qualche giorno cominci a piovere. Non si trattava dei soliti temporali estivi; si cap subito che c'era nell'aria una minaccia, e pareva che il cielo volesse scaricarsi di un'altra maledizione, e trasferirla sulla Terra. La pioggia prese a cadere piano piano, e dopo il secondo giorno la gente cominci a preoccuparsi. Il terzo giorno gonfiarono i corsi d'acqua. La Freddana, a Monte San Quirico, saliva e saliva verso la strada, ma anche a San Macario, la Contesora e la Cerchia e la Certosa, tre torrenti indiavolati, pronti all'offesa, inquietavano. Alcuni abitanti si erano appostati sugli argini a sorvegliare. Le acque erano divenute limacciose, brontolavano. Dal cielo cadeva sempre pi fitta la pioggia.
"Questa volta rompe gli argini, il fiume" disse qualcuno.
Il Serchio ricopriva gi le arcate dei ponti, ma pareva indugiare, aspettare ancora. Chiss se non pensava, il fiume, all'ultima volta che, un secolo prima, aveva atterrito i lucchesi ed era arrivato fin sotto le Mura; ed ora forse aveva per la sua gente un po'di piet. Lo guardavano dalle spallette dei ponti, sporgendosi, e non c'era persona che non si ritraesse spaventata.
"Se il Serchio rompe, questa volta non si salva nessuno."
Si videro passare tronchi d'albero, rami, detriti che testimoniavano la violenza delle acque. Sparivano e ricomparivano, travolti dalla corrente, che increspava e incupiva il fiume.
"Quelle acque farebbero pulizia di tante cose" disse un anziano, restando appoggiato al parapetto.
Invece ruppero all'improvviso i quattro torrenti, e la Contesora dilag nei campi, gonfi, raggiunse i primi piani delle case, e la gente scappava, e cos accadeva per la Cerchia, per la Certosa, per la Freddana. In un attimo, la campagna lucchese fu squassata, violentata, predata dalle acque. Si rovesciarono sulle strade e travolsero ponti e auto, e cedettero alcuni tratti di asfalto, e le vie divennero fiumi. Sopra la testa della gente volavano ora gli elicotteri della Protezione Civile. Ma non c'era pi niente da salvare. In quei pochi minuti, molto era andato distrutto, e da lass si poteva soltanto vedere che le acque si erano quietate, e sazie dello scempio coprivano e nascondevano ogni cosa.
Come sempre accade in queste occasioni, poco dopo la rottura degli argini e il disastro compiuto, cess la pioggia e comparve il sole. Si annunciava una giornata di nuovo radiosa e torrida, simile alle molte di quell'estate. La gente si mise a dorso nudo e a piedi scalzi, e cominci l'opera di recupero. Furono trasportati fuori dell'uscio armadi, sedie, credenze, divani, cucine, ancora grondanti d'acqua. Qualcuno prese a bestemmiare a voce alta. Intorno alla scuola, si vedevano spuntare i tetti delle auto semisommerse. Pi tardi, una jeep attrezzata venne a recuperarle, e ad una ad una le rimorchiava e le portava su di una piccola altura.
" andata peggio alle case."
Nessuno se ne rest con le mani in mano, e dagli usci andavano e venivano familiari con le braccia piene di cose. Le stendevano al sole, e ogni volta levavano il cupo brontolio della disperazione.
"Lo si diceva che prima o poi sarebbe successo."
"Chi ci rimborser dei danni."
"Nessuno ha pi guardato i fiumi. Se li sono messi in tasca i nostri soldi."
"Siano stramaledetti."
Non ci furono tuttavia morti, e questo fu un vero miracolo.
Jacopo era stato coi pi sopra Ponte San Pietro, ma appena si sparse la notizia che la Contesora era straripata ed aveva invaso i primi piani delle case, si diresse a piedi in quel punto, camminando in mezzo all'acqua. Giunto alle prime famiglie, senza dire nulla, si rimbocc le maniche per aiutare.
"Non si pu andare avanti cos" disse una donna. "Sono i sacrifici di tutta una vita."
"Si sono arricchiti alle nostre spalle. Non gliene importa niente di noi."
"Fanno bene ad ucciderli tutti," disse un ragazzo "e prima o poi ne uccider uno anch'io."

I giorni in cui Jacopo restava a casa, nella sua villetta coi pini, nella quale riusciva a volte a dimenticare il mondo e a sognare, avvertiva la mancanza di Dok, il pastore tedesco che i ladri si erano portati via, per venderlo chi sa a chi e dove. Quando Stella veniva a trovarlo, lui non si sentiva mai come sul fiume, e a casa sua era pi esposto ai sentimenti, e Stella a volte non lo riconosceva. Gli mancavano tanto le corse forsennate di Dok intorno alla casa, e quel fiato grosso che avvertiva quando il cane veniva a sdraiarsi accanto a lui, vicino alla panchina. Il rapporto con Dok era stato talmente corrisposto e tenero che bastava offrire una carezza al cane perch riaffiorassero in superficie i sentimenti, e quella semplice carezza riusciva a ricongiungerlo con il ragazzo che era stato, e finanche a restituirgli tutte le emozioni della sua vita lontana.

Il reciproco donarsi  bello, e non costa niente. Perch allora  pi facile odiarsi che amarsi? L'alluvione aveva esasperato ancora di pi gli animi. La casa di Jacopo si trovava proprio a due passi dall'area colpita, ed era stata una vera fortuna restarne fuori. Udiva la gente gridare di rabbia, vedeva le donne stremate, senza pi un briciolo di speranza. Pens a Margherita. Dov'era? Perch lo aveva lasciato solo? Quanto pi lo sfiorava la tristezza, tanto pi pensava a Margherita; ed era ritornato altre volte alla Costanza proprio per lei, sperando di incontrarla. Aveva domandato, ma nessuno la ricordava pi.
A causa dei molti morti provocati dalle malattie, le Autorit avevano ordinato di bruciarne i corpi, ed era stata innalzata una catasta di legna nei pressi del cimitero e aperta una grande fossa, e l venivano riversate le ceneri. Tornando dal fiume con Stella, certe volte Jacopo si fermava a guardare, e quella combustione di corpi, quell'olezzo di carne, gli sembravano il segno di una morte pi profonda, che in ogni vivente prendeva il posto dell'anima.
Una sera, Stella riconobbe il corpo del marito, mentre veniva gettato sulla catasta di legna. Era gonfio, tumefatto. Lo vide infiammarsi, lo sent crepitare. Poi con il badile, uno degli uomini rovesci nella fossa le sue ceneri.
"Ora  davvero morto" disse.

Alle porte dell'autunno, si diradarono i casi di morte, che aveva falcidiato soprattutto i baraccati, e si cominci a credere che il peggio fosse passato. Nella Cattedrale, tuttavia, non si cess di celebrare Messe di suffragio. Lo stesso Arcivescovo presiedeva ai riti, e sempre era pieno di gente il bel San Martino. Alla vigilia di Santa Croce, il male sembr sconfitto, e tutti principiarono a gridare per le strade che era stato un altro miracolo del Volto Santo. Si sapeva, infatti, che altrove le malattie si erano invece incrudite, e molte citt si stavano svuotando e parevano vinte dalla morte e dalla desolazione. Quel privilegio, perci, che interrompeva il contagio, sembr a tutti un riconoscimento per la presenza a Lucca dell'antico Crocifisso nero. Fu deciso di ripristinare la millenaria processione. Per l'intero pomeriggio, si vide una lunga fila di pellegrini sostare davanti alla piccola cappella del Civitali per esprimere il proprio ringraziamento al "Re dei lucchesi". La sera, giunsero da tutta la provincia per assistervi, e le vie traboccavano di fedeli, che stettero per tutto il tempo inginocchiati, e testimoniavano a quel modo una gratitudine che non aveva riscontri di quella portata nella storia della citt. Non ci fu una persona, adulta, vecchia, o piccina, che os restare in piedi. Anche nell'attesa del passaggio si stette inginocchiati. Sparsi qua e l, alcuni guidavano a voce alta le preghiere.
Il giorno di Santa Croce fu come una Pasqua per la citt, e davvero sembr di assistere a una nuova Resurrezione. Ancora si leggeva sui volti il marchio delle sofferenze patite, ma negli occhi dei pi brillava l'orgoglio di essere stati forti abbastanza per sopravvivere.
"Ora c' bisogno di pace" non si stancavano di dire i preti dal pulpito, e si sapeva che questo restava un altro punto dolente da sciogliere degli accadimenti di quell'anno terribile. Con la scomparsa delle pestilenze, infatti, dopo qualche tempo si moltiplicarono i risentimenti. Jacopo era stato anche lui a pregare, e vi aveva condotto Stella, che l'aveva seguito senza opporsi. A lei non interessava niente della religione, e l'unico Dio in cui credeva scorreva nel suo sangue, e sarebbe morto con lei. Guardava tuttavia con curiosit la gente pregare. Non la capiva, e le sembravano deboli gli uomini che stavano in ginocchio, e temeva che Jacopo diventasse uno come loro.
Non passarono molte settimane che si riud parlare di scontri nelle zone dei baraccati, e di nuove morti violente. L'uomo era tornato ad essere lupo. Jacopo ce l'aveva ancora coi baraccati, per via del furto nella sua casa e della sparizione di Dok. Certi giorni lasci Stella e si un ai gruppi che li volevano cacciare. S'inselvatichiva nella lotta, e i compagni cominciarono a conoscerlo, e lo mandavano a chiamare quando si doveva preparare un'impresa pi grossa. Ai nuovi amici che gli domandavano da dove provenisse tanto odio, non sapeva rispondere, e per la prima volta si sentiva contento di quella fama scellerata. Come sempre succede in queste particolari circostanze, prese partito con una tale fermezza che vi trascin tutti gli eccessi del suo entusiasmo, e vi mise al servizio anche la sua intelligenza, e a questo punto nessuno avrebbe potuto convincerlo che ci che stava facendo non fosse il segno di una sua vocazione.
Si era giunti alla settimana precedente il Natale, e per la citt comparvero per la prima volta quelle che poi furono conosciute come "le croci dei ladroni". Si trattava di due semplici croci di legno, che furono issate a lato della bianca chiesa di San Michele, vicino alla statua del Burlamacchi. Restarono in quel luogo vuote per alcuni giorni, e la gente le guardava, avida di sapere; e infine si apprese che non si sarebbero pi commessi quegli omicidi, ma sarebbe stata comminata pubblicamente una nuova pena, quella appunto della crocifissione, come si era fatto nell'antichit per i ladroni. Si sarebbero appesi alla croce due soli ladroni alla volta, come quelli che avevano accompagnato la crocifissione di Ges. Soltanto che in mezzo, per, mancava Cristo a salvarne uno.
La vigilia di Natale si sparse la voce che avrebbero condotto in piazza i primi condannati. La gente era radunata dalle prime ore del mattino. Chi aveva trovato posto sui gradini della chiesa, chi in cima alla statua del Burlamacchi, chi sotto gli archi di palazzo Pretorio. Difficile invece sistemarsi per quelli che giungevano troppo tardi dal contado o dalla provincia. La gente arriv a invadere le altre piazze circostanti, e si udiva un gran brusio. Verso mezzogiorno, la folla si apr in due ali dalla parte di via Veneto e pass un'auto nera. Giunta ai gradini della piazza, furono scaricati due uomini imbavagliati. Avevano mani e gambe legate, e rotolarono a terra proprio come due sacchi, mugolando. Alcuni incaricati che si trovavano tra la folla, sbucarono a raccoglierli e li condussero davanti alla statua del Burlamacchi. Altri intanto avevano sdraiato le croci. Vennero slegati e spogliati rapidamente di tutto. Quindi, furono gettati a forza sulle grandi croci, e qualcuno strinse i lacci alle mani e ai piedi. Gridavano, ma la gente urlava pi di loro, e perci non dissero pi niente. Alcuni addetti issarono di nuovo le croci, e i due sventurati apparvero lass in alto proprio come i due ladroni. La folla si divertiva ora, e riconosceva nella crudele punizione l'unica rivalsa possibile. Erano stati troppi e troppo profondi i torti subiti, e quella poteva essere, almeno in parte, la ricompensa ai patimenti di quegli anni.
La Chiesa levava la voce contro quel modo barbaro di fare giustizia, ma nessuno l'ascoltava, e sembrava che non fosse rimasta pi umanit nel cuore della gente, ed era vano sperare che qualcuno potesse intendere ancora il significato del perdono.
Jacopo era felice di ci che stava accadendo. Si sapeva ormai in tutta la citt che l'idea delle due croci era stata sua.

Stella veniva a trovarlo sempre pi spesso, contenta di lui, ma Jacopo pensava ora a Margherita. Tra le fiamme della propria perversit scorgeva i lineamenti della donna svanita nel nulla, la quale aveva avuto per lui le sole parole di tenerezza che fossero riuscite a penetrare la sua ruvida scorza di uomo.
Torn alla Costanza, e una sera che era pieno di livore, se la prese con una prostituta che non aveva saputo rispondergli, e la sbatt sull'asfalto. Stava per pestarla coi piedi, mentre lei aveva gli occhi sbarrati dal terrore, quando accorsero gli uomini nascosti nella pineta, e uno lo afferr per le spalle. Jacopo si divincol e lo colp con una testata, e quello cominci a sanguinare e a bestemmiare. Fecero infine una cintura intorno a lui, e Jacopo pareva una belva, e urlava parole che non avevano senso per nessuno, e levava calci e pugni in tutte le direzioni.
Torn a casa disfatto, e fu una notte terribile quella che trascorse in cerca, nei suoi deliri, di Margherita.

Da qualche tempo sono ritornati i preti a difendere gli ultimi della Terra. Sono in prima linea in ogni parte del mondo, e sono quasi sempre giovani coloro che si gettano nella mischia, mettendo a repentaglio la vita. Hanno tempi lenti, spesso secolari, i processi che portano ai mutamenti in seno alla Chiesa, e ci che accade oggi  frutto delle lotte di ieri, del coraggio soprattutto di alcuni temerari che si mossero in mezzo ad un mare di difficolt, e furono quasi sempre umiliati. Ma  storia conosciuta e qui serve solo il breve richiamo. Dopo l'ultima grande guerra, quelle poche forze si sono moltiplicate. L'ideale ha messo gambe e braccia, e oggi sono visibili i mutamenti.
Contro le croci dei ladroni continuava la protesta della Chiesa. Jacopo non capiva perch ci si opponesse alla punizione esemplare di canaglie di quella risma, e un giorno se la prese con uno di questi sacerdoti venuto, come ora spesso accadeva, fin sotto le due croci, a pregare e supplicare la folla, dicendo che quella era una nuova barbarie che avrebbe prodotto danni peggiori nelle coscienze. La gente rideva, in principio. Qualche prete fu anche malmenato, ma continuava a levare la voce. Jacopo spiegava al prete che quei ladroni erano come la gramigna del vangelo, e andava estirpata.
"La violenza stende tappeti al dolore e alla umiliazione" rispondeva il prete, abbassando ogni volta il tono della voce, quasi che desiderasse che le sue parole fossero tutte per Jacopo, e gli entrassero dritte nell'anima.
"Occhio per occhio e dente per dente, prete. Solo questo va bene per loro!" disse una sera pieno di rabbia Jacopo, e sput sulle due croci, e la gente lo applaudiva, e urlava al prete che avevano patito abbastanza, e ora era tempo di rivincite, e anche Ges Cristo stava dalla loro parte.
"Cristo  in mezzo a noi, e non con quei ladroni!" gridavano.
Il prete restava l a pregare. Dopo le urla dei pi scalmanati, si mise in ginocchio e non parl pi. Rest sotto le croci per ore e ore, anche quando tutti se ne furono andati e lass stavano i due ladroni soli con la loro disperazione. Jacopo si era allontanato, ma non aveva voluto andarsene. S'era fermato sotto gli archi di palazzo Pretorio, e da l spiava il prete. Che cosa passava nella mente di quel piccolo uomo, che stava l, sotto le croci, a pregare, in mezzo ad una piazza divenuta deserta, dove non c'era pi nessuno a cui potesse mostrare il suo coraggio? Jacopo, invece, ci stava bene in mezzo alla violenza. Erano tempi di crudelt, e lui sentiva che i sensi ne venivano ristorati, e scaricare la propria vendetta era come rispondere ad un'insolita ma irresistibile chiamata dei sentimenti; essi salivano dal profondo della sua coscienza, e si mettevano ad urlare, ed allora egli li sbatteva in faccia ad un altro uomo. Che cosa c'era di pi grande? Jacopo non se ne andava. Stava a guardare il prete. Il quale, ancora inginocchiato, pregava. A sera tarda, venne una squadra di incaricati e controllarono i due ladroni. Il prete non li guard, ma stette col capo chino, chiuso nei pensieri.
"Sono morti" disse uno di loro. Poggiarono una scala alla croce e un altro vi sal e sciolse i legacci, prima ai piedi e poi alle mani, e il corpo si allung quando furono slegati i piedi e parve cadere, scivol lungo il legno; poi si arrest bloccato dai lacci delle mani. Cos allungato nella morte, non sembrava pi un uomo, ma lo stesso legno della croce era diventato. L'uomo se lo caric sulle spalle e discese i gradini. Gli altri lo raccolsero, e tenendo il corpo per le gambe e per le braccia, lo caricarono sul camion. Cos fecero per il secondo ladrone. Quando si furono allontanati, si alz anche il piccolo prete. La poca gente che aveva assistito alla scena rimaneva l a confabulare. Il prete invece s'incammin per andarsene; svolt dietro la chiesa. Jacopo usc da sotto gli archi e per istinto si mise a seguirlo. Si teneva a pochi passi di distanza. Il prete procedeva spedito. Jacopo gli stava attaccato alle costole come fosse una sua preda. Il prete entr in via Buia, volt nel Fillungo, e giunto in piazza San Frediano, gir per l'Anfiteatro. Non c'era nessuno per strada, ed era buio abbastanza. Jacopo, senza pensarci su due volte, si affrett, lo raggiunse, lo afferr per le spalle, lo gir verso di s e gli sferr un cazzotto tra i denti. Cadde a terra il prete, e Jacopo non si fermava. Non si sentiva ancora pago. Lo riemp di calci e pugni, finch non fu pieno di sangue.
"Dov' il tuo Dio, prete!" grid allora, e quell'uomo aveva le mani abbandonate a terra, e lo guardava senza parlare, e anche gli occhi aveva pieni di sangue.
Jacopo di corsa si allontan, pass di nuovo davanti alla piazza di San Frediano, e avvertiva che erano tempi di rivolta, e lui non ci poteva fare niente, se li sentiva addosso come una nuova pelle, e un giorno sarebbe arrivato il tempo della piet, e solo allora, forse, egli avrebbe potuto cambiare.
Tutte le societ, qualsiasi forma assumano, hanno un privilegio bizzarro che le accomuna, ed  quello di sapersi far detestare.  difficile star bene dentro una societ. Essa  capace, per un atroce sortilegio, di rimescolare le coscienze, di rivoltare le convinzioni, di distruggere gli affetti e costruirne di nuovi, di fare ogni cosa insomma che l'uomo da solo non saprebbe nemmeno immaginare. Se fosse stato solo al mondo, senza compagni, e quindi senza societ, l'uomo sarebbe potuto diventare facilmente lo specchio di Dio. Nella moltiplicazione della specie s' insinuato invece il germe devastatore. La Chiesa ha una risposta a tutto questo: sostiene che la causa del male va ricercata nel peccato originale. Ma ci che resta inspiegabile  il perch la sofferenza dell'uomo debba accompagnarlo per l'intera esistenza della sua specie. Una tale crudelt pu mai appartenere al Dio dei cristiani? Jacopo non ci stava bene al mondo, si sentiva continuamente lacerato, oppresso, qualche volta vinto, pur tuttavia intuiva di essere in sintonia con la vita perch era in sintonia con la societ. C'era della cattiveria nella societ che gli apparteneva, e considerava la propria violenza un'espressione naturale della sua specie, che nasceva dal pi profondo della coscienza, e quindi non il prete, ma lui, era il figlio legittimo di questa Terra.

Gli inglesi erano ritornati alla villa. Si era ai primi di marzo. La madre gli aveva telefonato, pregandolo di fare un salto da lei. Si raccomandava che non portasse nessuna delle sue donne, questa volta. Non sapeva niente della scomparsa di Margherita, e nemmeno chiese notizie di lei. Non vedeva il figlio da quei giorni, e non lo avrebbe nemmeno chiamato se non ci fosse stata un'esplicita richiesta dei suoi amici inglesi. Arthur aveva portato un libro uscito da poco nel suo Paese e voleva farne omaggio a Jacopo.
Alla villa sembrava di essere in un altro mondo. Prima di entrare, Jacopo si diresse al piccolo laghetto. C'era qualche rana posata sulle foglie. Appena lo sentirono, saltarono nell'acqua. Le guard nuotare e sparire con quel loro movimento bizzarro. I grandi platani che circondavano il laghetto erano gi pieni di germogli. Pi lontano stava il bosco dei lecci; ombroso e cupo per tutto l'inverno, solo in estate s'illeggiadriva. Vi trovavano rifugio stormi di uccelli, e nella bella stagione dai suoi rami uscivano canti a pi voci, e ogni uccello s'ingegnava a prevalere sugli altri, ed era una sfida senza quartiere. Certe volte, Jacopo s'era alzato prima dell'alba per ascoltarli, quand'era ancora ragazzo e trascorreva alla villa le sue vacanze. All'insaputa della mamma, si metteva sul pigiama una maglietta pi pesante e usciva nel parco, aspettava lo spuntare del sole. Sapeva che il quel momento, cadute le tenebre, quando appariva il primo chiarore, gli uccelli, tutti insieme, ovunque si trovassero, si mettevano a cantare, ed egli avvertiva una magia dentro quel canto. Gli uccelli sembravano presi da un'improvvisa frenesia, si scatenavano, e s'intuiva l'impeto, l'ostinazione, la sfida. Ma a chi? Questo mistero lo stregava, e lui stava l, muto, attonito, e si guardava intorno, e cercava l'oggetto o la causa di quel canto. Ci doveva essere qualcosa di straordinario in quel risveglio, in quell'appuntamento che li riguardava tutti. E Jacopo andava l certe volte convinto di poter fare una grande scoperta. Si muoveva sotto le fronde, li cercava, li osservava, li vedeva saltare da un ramo all'altro, e di nuovo riprendere il canto. La sua presenza non li infastidiva, ed essi addirittura parevano non accorgersi di lui. S, c'era qualcosa di sorprendente in quell'ora, che egli chiamava "l'ora degli uccelli".
Arthur lo aveva sentito e stava sui gradini ad attenderlo. Jacopo risal lentamente il prato, e quando gli fu vicino, vide che era pensoso. Nel suo accento inglese, Arthur esclam:
"Mio caro amico, l'Inghilterra  perduta."
Jacopo era abituato ad uscite come questa.
"Come sta Rachel?" domand invece.
Rachel lo attendeva con la mamma nel salone, sedute entrambe sotto un grande quadro che raffigurava una scena di Dafne e Apollo, e Dafne aveva gi i capelli trasformati nelle piccole foglie di alloro. Anche Rachel non aveva il consueto sorriso.
"Questo libro  uscito da poco in Inghilterra" disse subito Arthur, andandolo a raccogliere dal piccolo tavolo dove lo aveva posato.
"L'Inghilterra  perduta, credimi." E cominci a raccontare che la devastazione che aveva presa l'Italia, riguardava ora non solo tutto il Continente, dove si era inasprita traendo vigore da ci che accadeva nel nostro Paese, ma pure la solida Inghilterra ne era stata contaminata.
"Che cosa sta succedendo, Jacopo? Non reggeremo a lungo in un mondo che non riconosciamo pi."
"Voi italiani" disse Rachel con una calma che contrastava l'agitazione di Arthur "siete diversi da noi. Voi sopravviverete."
Jacopo s'era messo a sfogliare il libro e dava un'occhiata qua e l. Era uscito da poco, gli disse Arthur sedendosi accanto a lui, e gli inglesi si stavano sforzando di capire quegli avvenimenti che ora li colpivano direttamente.
Rachel lasciava parlare il marito, interveniva di rado per mettere nella discussione una calma che mancava ad Arthur, e Jacopo riusc ad intuire da quelle poche parole che Rachel era stata sedotta dagli avvenimenti, ed ella per istinto avrebbe voluto immergervisi, e perfino distruggersi, per provare l'ebbrezza di una nuova rinascita. Da quei sentimenti di Rachel, capiva che ci che stava avvenendo in Italia era qualcosa che aveva a che fare con le stesse origini della specie, e dentro vi era il medesimo seme, la stessa energia che aveva dato all'uomo il principio della vita, e forse era un altro big-bang che esplodeva sulla Terra.
Vi era un cos ingiustificato spavento in Arthur, quanto in Rachel vi era il desiderio di tuffarsi anima e corpo in quell'avventura.

Alla villa, uno di quei giorni, sul fare dell'alba, si sentirono dei rumori insoliti. Jacopo ed Arthur furono i primi a udire. Si trovarono uno di fronte all'altro nel largo corridoio dove erano sistemate le camere. Si guardarono senza dirsi nulla. Scesero le scale e insieme uscirono sugli scalini dell'ingresso. Avevano indossato in fretta e furia la veste da camera, ma avvertivano ugualmente il freddo pungente di quelle prime ore.
"Chi saranno?" domand Arthur, con il suo accento forestiero.
Gente saliva lungo il viale lentamente, vestita di stracci.
"Ma sono i baraccati, perdio!" esclam Jacopo, e corse subito in casa a prendere il fucile. Arthur lo insegu lesto lesto:
"Ma che fai. Sei impazzito?"
"Ci vuole solo il fucile con quelli l."
"Ma non puoi sparare. Ascolta prima ci che vogliono." Jacopo pos allora il fucile dietro la porta e torn sugli scalini.
Erano in maggior parte donne, fanciulli, vecchi, e li accompagnavano tre energumeni. Una ventina di persone in tutto.
"Che volete?"
"Prendiamo la villa."
"Siete matti."
"Ti consiglio di farti da parte" disse uno di quei tre, alzando la voce.
"Con quale autorit fate questo?" domand Arthur, che era esterrefatto.
" la forza la sola autorit che riconosciamo. Questa casa ce la prendiamo con la forza, inglese, e tu non puoi farci niente."
"Questa  bella!" rise Jacopo, e fu lesto a rientrare per afferrare il fucile, ma il secondo dei tre tir fuori la pistola, sghignazzando, e quando Jacopo fu di nuovo davanti a loro per mostrare il fucile, si trov sotto tiro.
"Facciamola finita con questi due signorini" url una donna che aveva in braccio un bambino. "Non abbiamo dove dormire, e ci siamo stufati di stare nelle baracche. O ci fate passare con le buone o passeremo con le cattive, e peggio sar per voi."
Era scesa la signora Ada, e le altre due donne con lei: Rachel e Caterina. Stavano dietro Jacopo, ma la signora Ada avanz, dopo aver udito quelle parole.
"Possono restare i vecchi e i bambini" disse. "Ma gli altri se ne devono andare."
"Allora non avete capito niente" mugugn uno di quei tre. "Entriamo tutti, tutti dico, e sarete voi ad andarvene nelle baracche."
Jacopo fece per alzare di nuovo il fucile, ma l'altro fu pi svelto, e spar. Colpito di striscio al braccio, Jacopo lasci cadere l'arma, e ora inveiva contro tutti, e urlava che avrebbero dovuto ammazzarlo per scacciarlo dalla sua casa.
"Se non farete presto a lasciarci entrare, vi ammezzeremo sul serio. Badate, che non ci pensiamo su due volte."
La signora Ada allora parl di nuovo, e cos fu raggiunta un'intesa che al principio pareva impossibile. Con i suoi, avrebbe occupato due stanze della villa, e tutto il resto sarebbe andato agli altri.
"Ma per quanto tempo?" domand Jacopo, che non riusciva a mandare gi quella prepotenza rivolta proprio a lui, mentre Caterina faticava a fasciargli il braccio.
"Finch ci parr."
"La pagherete."
"Nessuno paga pi, oggi, e voi lo sapete bene come noi."
"Non sciupate niente" raccomand la signora Ada, e quel gruppo di sventurati, inteso che quello era il segnale, entr nella villa. Appena misero piede nell'ampio ingresso, le bocche si spalancarono nel vedere tutti quegli affreschi sui soffitti e alle pareti, e qualcuna delle mamme depose a terra il proprio bambino, e gli indicava questo e quel disegno sui muri. I piccoli erano tutti scalzi, ma anche molti degli adulti lo erano. I vecchi cercavano dove sedere.
"Non possiamo restarcene qua" disse Jacopo rivolto ai suoi. "Andremo tutti a casa mia."
"Non mi muovo da qui" rispose la mamma.
"Se ve ne andrete, distruggeranno ogni cosa" aggiunse Arthur.
"Lo faranno lo stesso, prima o poi" intervenne Rachel, alla quale usciva a stento la voce per la sorpresa di quegli avvenimenti.
Nel giro di poche ore, tutto fu disposto secondo gli accordi. Nel pomeriggio, Jacopo prese la decisione di restare alla villa, facendo contenta la madre, che con il figlio in casa si sentiva pi protetta. Anche Arthur e Rachel chiesero il permesso di prolungare il loro soggiorno, poich non intendevano andarsene in quelle circostanze straordinarie, e lasciarli soli. La signora Ada ringrazi tutti, e sugger di non allontanarsi dalle due stanze, e di non mischiarsi con quella gentaglia.
"Al contrario, dobbiamo stare in mezzo a loro, o quelli ci sfasciano ogni cosa" protest Jacopo.
I baraccati s'erano accomodati dappertutto. Avevano occupato le camere restanti, e poi con divani e poltrone avevano fatto del salone principale, dell'ingresso e dello studio altrettanti dormitori. I bambini avevano cominciato a correre per le stanze e a riempirle dei loro schiamazzi. Infine, qualcuno era uscito in giardino, e anche l fuori si udivano le grida. Le donne presero subito possesso della cucina. Dopo aver rovistato nel frigorifero e nei due grandi congelatori, s'erano messe a cucinare, sfregandosi le mani per tutto quel ben di Dio trovato. Jacopo e Arthur non si davano pace. Giunta la sera, tentarono di allontanarsi dalla villa, ma dovettero rendersi conto di essere dei sorvegliati speciali. Uno di quei tre energumeni, infatti, li raggiunse alle spalle e punt il fucile.
"Da qui non se ne va nessuno" disse.
"Prigionieri in casa nostra" comment Jacopo che, voltandosi, riconobbe il suo fucile.
"Ho paura che anche in Inghilterra succederanno queste cose, prima o poi. Ma che cosa sta mai accadendo nel mondo, Jacopo?" domandava Arthur.
Arthur stentava a capire quello che invece passava per la testa di Jacopo, e cio che i grandi mutamenti, quelli che modificano sul serio il corso della storia, producono nel loro avvilupparsi delle apparenti aberrazioni, ma esse sono gi i prodromi del nuovo futuro, e vi andranno ad incastrarsi a perfezione. La loro lettura, quando potr avvenire a cose concluse e definitive, le collocher a guisa di avvenimenti eroici, e, ad esempio, quel gruppo di miserabili che ora stava occupando con tanta protervia la villa paterna di Jacopo, con molta probabilit sar ricordato come un avamposto della rivoluzione.
Quella notte stessa Rachel fu stuprata, e anche Caterina.
A nulla valsero le ire di Jacopo e Arthur, i quali la mattina dopo furono legati fuori della villa, a due alberi che stavano proprio uno di fronte all'altro. In quello stato, vi passarono tre giorni e tre notti, durante i quali non seppero mai nulla di ci che poteva accadere alle loro donne all'interno di quelle mura. Arthur si rimproverava di avere esposto Rachel a troppi rischi, e che era stata sua la colpa di ci che le era accaduto. Jacopo lo stava a sentire, ma non rispondeva, e forse aveva la testa altrove, e di sicuro covava dentro una rabbia che non aveva avuto l'eguale da che l'uomo stava sulla terra.

Quando un ordine nuovo non si affretta a delinearsi e soprattutto ad imporsi, lascia un vuoto che pu essere colmato in qualunque modo, e spesso con una dittatura. Che cosa accade mai nella mente collettiva quando si accetta una dittatura? Jacopo guardava quella gente andare e venire a casa sua. Arthur era distrutto. Sebbene li avessero slegati, lui non voleva rientrare, aveva paura di incontrare gli occhi terrorizzati di Rachel. Sentiva tutta intera la colpa di essere un uomo simile a coloro che si erano gettati su di lei. Lo stupro  il segno della nostra peggiore bestialit. Se avesse avuto a disposizione una pistola, anche Arthur, che non avrebbe fatto male ad una mosca, si sarebbe avventato su quella marmaglia senza anima, e su tutti avrebbe fatto fuoco. E non gli sarebbe importato distinguere tra uomini e bambini, tra vecchi e donne, e avrebbe desiderato ammucchiare ai suoi piedi quei corpi straziati, e calpestarli, e se avesse avuto una scure, anche con quella avrebbe infierito, e tutto ci non gli sarebbe parsa pi una crudelt.
Jacopo stette per giorni senza parlare, seduto per la maggior parte del tempo sui gradini della casa. Pensava. Non riusciva a fermare la mente. Si vedeva per la prima volta com'era. Ma davvero l'uomo  il perno della Creazione?
Una sera, Arthur e Rachel non si presentarono a tavola. Jacopo and a chiamarli. Buss, non rispondevano. Spalancata la porta, li trov morti.

Era una resa o una sfida, quella di Rachel e Arthur? La morte che conosciamo  sempre quella degli altri, ed  impossibile comprendere. Si crede di capire, ma nessun contatto  ammissibile con questa scelta estrema. I baraccati si liberarono in fretta dei cadaveri. Li sotterrarono vicino al lago. Uno degli energumeni chiam Jacopo a scavare la fossa.
"Noi non c'entriamo, ricordalo" minacciava.
"Qualcuno ve la far pagare."
"Scordatelo. Il mondo  cambiato, amico, e non c' posto neanche per i tipi come te."
Teneva la pistola infilata nella cintola dei pantaloni, e ogni tanto, parlando con Jacopo, la toccava, e lasciava intendere che non ci avrebbe pensato su due volte a ucciderlo, se avesse tentato qualcosa.
"Prendersela per cos poco" diceva. "Sono proprio matti questi inglesi. Caterina ci ha pianto su al principio, ed ora non se lo ricorda nemmeno quel ch' successo. Cose tra uomini e donne. Non  la prima volta, n sar l'ultima. Caterina s che  una donna. Cos si deve fare. Ieri  ieri, passato, e non torna pi. Oggi  un altro giorno, e c' da viverlo il meno peggio possibile. Bravo chi ci riesce. Tutta qui, la vita."
C'era in quelle ruvide parole un po'dello Jacopo che conosceva, e mentre egli scavava, non sapeva che rispondere. Non ci poteva credere che in qualche modo, figli evidentemente dello stesso ceppo malvagio, si somigliassero.
La mattina dopo, vennero a chiamarlo di buon'ora. Qualcuno era salito alla villa a cercarlo. Scese e si trov davanti Stella. La tenevano, due degli energumeni - uno di qua e l'altro di l - per le braccia.
"Dice che ti conosce."
"Che ci fai qui, Stella."
Stella dette uno strattone, divincolandosi, ma uno dei due le strinse il braccio e lo torceva, finch Stella si mise a gridare.
"Bada che non fugga, signorino, o saranno guai anche per te."
La lasciarono e si allontanarono.
"Non sapevo dove trovarti. Perch non ti sei fatto pi vedere? Ma che cosa sta succedendo qui?"
"Ci ammazzeranno tutti. Non dovevi venire."
" Margherita che mi manda" disse la donna, che lo guard fisso negli occhi come se volesse sapere, e c'era del risentimento in quello sguardo, che mandava ancora bagliori di un'antica fierezza.
"Che ne sai tu di Margherita?"
Jacopo aveva davanti a s Stella, ma vedeva in lei Margherita.
"Non sta bene" disse Stella, e aggiunse: "Aspetta un bambino."
La signora Ada si rifiut di vedere Stella. Gli avvenimenti di quei giorni l'avevano talmente frustrata che rest rinchiusa nella sua stanza, e Jacopo ogni tanto saliva da lei e cercava di consolarla. Anche Caterina, non era vero che aveva dimenticato. Parlava poco, e quando incontrava Jacopo, si vergognava. Una violenza la sanno dimenticare solo i santi, o i morti.
Non trascorreva giorno che Jacopo non si adoperasse per fuggire. Finalmente vi riusc, di notte. Prese la via del bosco. Stella non ce la fece, e fu raggiunta e picchiata a sangue. Jacopo non torn indietro, l'udiva gridare, e pi gridava, pi lui correva. Sentiva che un'occasione come quella non si sarebbe ripresentata mai pi.
Quando infine fu certo della salvezza, usc dal bosco. Prosegu lungo la strada, giunse a Sant'Anna, ed entr nella citt. Cerc gli amici, e raccont loro ci che gli era successo. Non si meravigliarono. Era gi accaduto da qualche altra parte, dissero. Sapevano come sistemare le cose. L'indomani sarebbero tornati con lui alla villa, e poteva star sicuro che l'avrebbero fatta pagare a quei miserabili. Fissato l'appuntamento, Jacopo li lasci, e senza pensare a riposarsi, in fretta si diresse a casa di Margherita.

Sal di corsa le scale. Buss. Non gli apriva. Buss ancora. Niente. La chiam: una volta, due volte. Intuiva che era in casa.
"Me ne vado" grid.
Quando l'uscio si apr, non vide il viso di Margherita, ma la sua pancia ingrossata, bistonda.
"Perch mi hai fatto questo?"
"Non domandare."
"Come potr mai perdonarti?"
Entr. Si sedettero. Margherita era pallida. Solo i suoi occhi avevano conservato quello sguardo pieno di curiosit, che Jacopo non aveva mai dimenticato, e si vedeva che anch'esso era stato messo a dura prova.
Jacopo covava rabbia e cercava l'occasione per scagliarsi contro di lei.
"Andartene cos; come hai potuto farlo? Mi hai trattato come un estraneo. Sei stata un'egoista. Che cosa vuoi da me?"
Margherita stava in quell'atteggiamento di chi gi conosce il suo torto e non ha voglia di replicare.
"Ecco, sono venuto," insisteva lui "mi hai visto. E ora?"
Chi avesse guardato attentamente negli occhi di Margherita, vi avrebbe scorto sul fondo la luce di una lunga vita che ancora doveva venire, tutti gli anni futuri che premevano dentro di lei, su quell'et che si ribella alla mente, e non conosce resa; una sorta di vigore bestiale che emana dal pi profondo delle cellule e spinge alla vita.
Si alz. Parve bella come Jacopo non l'aveva mai vista, e in quel dolore che stava rappreso nella sua anima, brillava tutta la forza di una giovinezza che non pu essere piegata, e manda una sfida che non reclama alcun perdono.
"Sei bella" disse Jacopo, e Margherita sembr diventare davvero ancora pi bella. Non parlava, ma gli occhi divenivano grandi, e pareva specchiarvisi il mondo. C' una radice che non si secca mai dentro l'uomo, e quando arriva il tempo, basta che noi lo vogliamo, essa si mette a pulsare, ed  capace di rigenerarci.
Jacopo, al contrario, era roso dall'umiliazione patita. Cercava una ragione per riconciliarsi con lei, e non ci riusciva. D'un tratto, come fosse stato morso da un serpente, ringhiando come un animale ferito: "Non potr mai perdonarti" disse. Si alz, rovesciando la sedia tra le sue gambe; and verso l'uscio, non si volt nemmeno a salutare. Sbatt la porta, e Margherita non disse una parola. Rest immobile, e ud ad uno ad uno tutti i suoi passi discendere le scale.

Al mattino, Jacopo si trov coi compagni. Avevano con s fucili e bastoni, e anche Jacopo aveva portato una rivoltella.
"Stamani ci divertiremo" disse il pi scatenato.
"Vedrai che alla villa non ci torneranno pi."
"Alla fine, la intenderanno bene la lezione, quei bastardi."
"Non  colpa loro se il mondo si  ridotto cos."
"Basta che non ci rompano i coglioni. Ne abbiamo gi abbastanza di guai per conto nostro."
"Non si pu uscire di casa senza rischiare che qualcuno venga a rubarci le nostre cose."
Discorrevano mentre aspettavano gli ultimi ritardatari.
"La polizia sta a guardare. Aspetta di vedere da che parte tirer il vento.  sempre stato cos. La giustizia ce la facciamo da noi, ecco, e cos possiamo fare a meno dei tribunali, corrotti e opportunisti anche loro."
"Tu, piuttosto, cerca di controllarti" disse quello che pareva il capo, rivolto ad uno che teneva in mano un grosso bastone. "C' mancato poco l'altra volta che non ci scappasse il morto. Meglio scansarle certe complicazioni."
"Ma di chi hai paura? Morti o non morti, nessuno se ne frega. E noi sar bene che la lezione gliela diamo come si deve, a quelli l."
"Chi lo avrebbe mai detto, quando s'era ragazzi, che questo sarebbe stato il nostro avvenire."
"Mondo boia. Ma qualcuno la dovr pagare!"
"Paga Nino, come sempre."
"No, questa volta non sar come le altre. Le croci significano pure qualcosa. Ne abbiamo fatti fuori parecchi. E non  finita. Tremano quelli che stanno rimpiattati, ma arriveremo anche a loro, prima o poi."
"Siamo ritornati alla barbarie."
" la storia che gira. E se oggi si fa cos, significa che  giusto."
"Ce ne pentiremo mai?"
"La mia coscienza  a posto."
"Non sta a noi pentirci."
Camminavano a piedi, ora, lesti lesti lungo la Sarzanese, e qualcuno, anche dalle macchine, li salutava.
S'arrampicarono sulla collina attraverso il bosco per il quale era fuggito Jacopo. Smisero di discorrere. Due di loro andarono in avanscoperta. Si facevano largo tra il fogliame e si vedeva che erano ormai abituati a queste cose. Giunsero dalla parte del laghetto. Alcune donne erano in giardino, chiacchieravano, chi seduta sugli scalini, chi in piedi. Alcuni ragazzini scalzi correvano nel viale, gridando come al solito. I due fecero cenno agli altri che potevano raggiungerli. E cos fu fatto. Il gruppo stava dietro ai platani in attesa dell'occasione. Che venne, e fu quando i tre energumeni uscirono dalla villa. Uno aveva il fucile con s.
"Ci penso io a quello" disse il capo. "Gli salto alle spalle e voi uscite di corsa quando lo avr immobilizzato. Prima sistemate gli altri due, poi le donne e i vecchi."
Si mosse con la destrezza di un ghepardo. Quatto quatto, balzando da un albero all'altro, si trov dietro all'uomo armato. Lo afferr per la gola e con il braccio libero gli sfil il fucile. A questo punto, gridando come forsennati, anche gli altri uscirono dal bosco, e Jacopo fu tra i primi. Cominci una lotta furibonda. Pure le donne ci si misero in mezzo, e poi anche i vecchi. Infine principiarono i gemiti, qualcuno stava a terra con la testa sanguinante. Qualche bambino aveva cercato di aiutare i grandi, e si lamentava, steso a terra. I tre energumeni riuscirono alla fine a liberarsi. Si difendevano a suon di pugni. Ma contro ciascuno si avventarono almeno cinque o sei giovanotti, e con il calcio dei fucili frantumavano gambe e mandibole. Uno degli energumeni, azzoppato e sanguinante, riusc ad impossessarsi di un fucile e spar. Un giovanotto cadde a terra. Allora spararono i suoi compagni. Spararono in tutte le direzioni, non curandosi del bersaglio. Alla cieca. Sparavano e ricaricavano i fucili. Non si fermavano pi. Qualcuno entr in casa, e si udirono dei colpi. Jacopo si era fermato e stava a guardare. Non ci credeva che si potesse morire cos. Dei bambini giacevano a terra senza vita, e su alcuni stavano inginocchiate le mamme. Le poche ancora vive caddero sotto i nuovi colpi.
"Sono morti tutti. Cessate il fuoco!" url qualcuno. Nel cortile si fece un grande silenzio. Dalla villa uscirono gli altri che vi erano entrati, coi fucili ancora caldi.
"Tua madre  salva" disse un compagno. "C' una donna con lei. Ti aspettano. Qui ci pensiamo noi."
Jacopo era stordito, tardava a muoversi.
"Sta'tranquillo. Nessuno sapr niente."
"A chi vuoi che interessi della loro vita."
Qualcuno aveva gi cominciato a trasportare i cadaveri nel bosco.
Jacopo sal di corsa la grande scalinata. Trov Caterina e sua madre. Lo guardavano e non parlavano.
"Che cosa ci sta accadendo?" mormor infine Caterina.
"Vorrei morire" disse a fil di voce la madre.
Jacopo rest immobile a guardarle, come se l'anima fosse uscita da lui, ed egli ne attendesse il ritorno per poter rispondere. Non vedeva pi le donne, sebbene le avesse davanti. Chiss dov'era.
Quando ridiscese le scale, tra quei cadaveri sparsi dappertutto, pieni di sangue, in fondo alla scala, da una parte, con la nuca sconquassata da un colpo di fucile, riconobbe Stella.

"Nei secoli futuri, qualcuno mi trover" pens Jacopo, prima di addormentarsi, e gli sembrava, al termine di quella giornata terribile, la sola speranza che gli restasse per riempire ancora di significato la sua vita. Affiorava in lui quel sentimento che sta rinchiuso dentro ciascuno di noi, e non sempre si svela, che ci fa sentire non inutili, e legati ad un destino che non pu che essere grande per tutti. Sperava che un giorno si riconoscesse davanti agli uomini che nel bene e nel male egli era stato comunque un anello di quella lunga catena che appartiene alla medesima razza, e senza di lui niente sarebbe stato possibile.
Per questo ogni uomo, stimato o miserabile che sia, resta sempre grande.
Al mattino, si svegli di buon'ora. Aveva dormito bene, aveva anche sognato. Usc in giardino. Nessun segno era rimasto di ci che era accaduto. La natura pareva essersi dimenticata di ogni cosa, ed avere allontanato da s le brutture degli uomini. La sua auto stava parcheggiata di fianco al muro. Indugi a lungo prima di salirvi. Pens a Margherita. La ramment come l'aveva lasciata, senza pi parole per lui. Ci doveva pur essere una speranza tanto forte da cancellare le miserie del mondo, tanto tenace da radunare insieme i cocci di un'esistenza frantumata, tanto orgogliosa e superba da mettere in moto tutta l'energia racchiusa nella Terra, e dal male e dal marciume rigenerare l'uomo. Ne era convinto, ora.
Margherita lo attendeva sulla porta. Per un'altra delle strade misteriose che legano gli uomini tra loro, ella lo aveva presentito. Stava l, immobile, temeva di parlare, che non fosse vero ci che stava per accadere, che potesse essere in quel momento tradita dal suo sentimento verso l'uomo che un giorno le aveva donato la speranza. Ma quando lo sent salire e chiamarla, e continuare a gridare il suo nome, e correre, e cadere sui gradini, ed alzarsi e salire ancora, e ancora chiamarla, cap che la sua esistenza disperata, contorta, umiliata, non era stata inutile, e lei era un essere umano come gli altri, e anche a lei qualcuno, alla fine del mondo, avrebbe ricordato la bellezza e lo splendore della sua vita.

23.5.1993 - 21.6.1993



MATTIA E ELEONORA

Desidero premettere il giudizio che il compianto commediografo e poeta lucchese Cesare Viviani volle esprimere su questo mio lungo racconto, edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca, nel 1992, qui ora riveduto e corretto.

Mi  arrivato, graditissimo omaggio dell'autore, un libro profumato ancora di... tipografia. Un libro da pochi giorni in commercio. Vorrei parlarne, anche se l'autore ha una "penna" che sa farsi strada da sola. Il libro "Mattia e Eleonora: una storia lucchese" di Bartolomeo Di Monaco non solo coinvolge la nostra citt, la nostra campagna e personaggi reali o immaginari di Lucca, ma ci propone una filosofia di vita che oggi si va perdendo e che  necessario recuperare. L'autore propone una storia autobiografica cesellata dalla fantasia, con quei sogni e con quelle immagini che sono farmaci salutari per il nostro essere. Di Monaco, con infinita, struggente poesia gusta e ci fa gustare quelle piccole cose che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi e che molte volte dimentichiamo di farne oggetto della nostra osservazione. Ed  difficile metter su una storia cos senza cadere nella retorica. Di Monaco, a mio avviso c' riuscito. E c' riuscito bene. Il profumo dei pini a primavera, l'avvicendarsi delle stagioni, un cappotto caldo sotto una nevicata, un pomeriggio trascorso in un trattenimento paesano, un pettirosso che aspetta un po'di becchime fuori dalla finestra di cucina, sono tutte cose che ci vengono descritte come normali, senza enfasi, senza sdolcinature, ma vengono inserite nel "quotidiano" con tutta la loro potenza di trasmettere tranquillit interiore. Mattia e Eleonora vivono queste eccezionali esperienze a Lucca, in una citt che vista con i loro occhi fa veramente sognare. E il sogno si ingigantisce: c' anche un tuffo nell'Ozzeri, c' una barca misteriosa che sprofonda in quelle acque per arrivare nel sottosuolo dove una Lucca settecentesca si nasconde e vive ancora avvolta nel fascino e nei fasti di allora. C' una vita a due, un menage familiare, che trova ogni giorno la carica necessaria per sopravvivere ad un mondo ostile: un mondo da tralasciare. C' la volont di vivere in un mondo fatto di tante piccole cose meravigliose: un mondo da sorseggiare, da centellinare come si fa con il buon vino.  un libro che, stranamente, esce ora per Pasqua, anche se l'ultimo sogno pone questo libro sul ramo pi alto d'un albero di Natale. Un gran bel dono per i figli e per i nipotini di Eleonora e di Mattia. Ma c' nelle ultime pagine una frase che raccoglie interamente il senso del libro. Di Monaco scrive che Mattia capisce come e quanto la sua anima abbia bisogno di semplicit. Una cosa che fa pensare e meditare. Questa semplicit che pu riempire l'anima non rappresenta solo una necessit del personaggio o dell'autore.  un patrimonio comune che Mattia e Eleonora in questa storia lucchese propongono a tutti noi, cos distratti da un mondo che vorrebbe impedirci perfino di sognare nel giardino sotto un pino odoroso di resine aromatiche.
Cesare Viviani

"Sol l'amante,/lui solo sa quando dovr morire/e di che morte, n gli dan spavento/Borea furioso o i lampi delle spade./Anche se gi egli siede curvo al remo/lungo i foschi canneti dello Stige,/e alzando gli occhi vede su di s/le buie vele della barca nera,/se mai per l'aura lo raggiunga un grido,/da lontano, di lei, che lo richiama,/contro ogni legge rifar il cammino." (Properzio: "Elegie", Libro secondo, XXVII, trad. Ettore Barelli, Rizzoli Editore)

I

Mattia guardava fuori dalla finestra, quella sera. Vedeva spuntare nel buio, tra mezzo ai pioppi, la chiesa del suo paese illuminata dai riflettori, e prima ancora scorgeva il lampione della strada, appena oltrepassato il ponte sul canale.
"Che ne sar della mia vita?" si domandava. "Anch'io come tanti sono vissuto all'ombra di questa chiesa. Chi si ricorder del mio presente, che  tutto per me e niente per il mondo?"
Aveva lasciato da qualche giorno il suo lavoro. Non aveva rimpianti, ma a tratti lo spaventava la vita che ancora aveva dinanzi a s, uno spazio che avvertiva smisurato, pieno di ore, traboccante di minuti tutti suoi, una libert che gli sembrava troppo grande.
Ma diceva a se stesso che doveva viverla; doveva riuscire a dare un segno tutto suo anche a quella nuova esperienza, che poteva essere la pi bella.
La fantasia l'aiutava a sognare: quante cose da scoprire e tutte che gli avrebbero procurato un immenso piacere!
Riascolt dentro di s, le riconobbe, le ansie giovanili, tumultuose, eccitanti. Sorrise, lo acquietarono.
Guard ancora fuori, oltre la buia pioppeta, la chiesa illuminata. Stese le braccia sulla scrivania e vi pos il capo.
Non aveva pi la fretta di una volta, non sentiva pi assalirlo l'urgenza del fare.
Ora sarebbe stato lui a dominare il tempo.
In cuor suo a poco a poco si fece strada la convinzione che gli anni futuri potevano assegnare ancora un ruolo significativo alla sua esistenza.
Il destino lo chiamava forse altrove?
E Mattia si mise in attesa, o meglio ascolt dentro se stesso, coltiv gli impulsi del suo spirito; con pazienza lasci trascorrere le ore e i giorni. Scrutava il mondo di fuori e di dentro come nessun uomo forse aveva fatto mai prima di lui per cercare, trovare il segno che lo riguardasse.
Non ci fu alito di vento, muover di foglia, canto di uccello, temporale o quiete o moto dell'anima o fremito del cuore o voce dei suoi cari che egli non impresse nella mente, e rievoc e riascolt.
Qualcuno doveva aver bisogno, lo sentiva, lo sapeva, dei suoi anni e presto lo avrebbe chiamato, gli avrebbe indicato la sua nuova strada.

Affacciandosi alla finestra una mattina, Mattia vide nel suo giardino statue e fontane che prima non aveva mai visto; anche il giardino in realt non era pi quello che conosceva, bens un grande parco con bei viali alberati, siepi di forme geometriche leggiadre, roseti e, laggi in fondo, una rumorosa cascata d'acqua.
Non si sorprese di quella visione straordinaria.
Si guard allo specchio. E neppure lo sorprese il suo bizzarro abbigliamento: aveva indosso il pigiama azzurro e una papalina di lana con la nappa che gli calava dietro l'orecchio; il letto a baldacchino era disfatto, e i suoi abiti e quelli di sua moglie stavano abbandonati su eleganti poltroncine del '700.
Sua moglie Eleonora faceva il bagno e lo chiam.
Mattia la vide e si compiacque della sua bellezza.
Indugi ad ammirarla.
Ricordava di averlo fatto altre volte e di aver sempre provato una dolcissima emozione. Era molto bella sua moglie e gli anni per lei sembravano non trascorrere mai.
Si sedette sul letto e con trepidazione l'attese per abbracciarla.
Pi tardi, quando insieme discesero la bella scalinata, Mattia non vide pi le statue, le fontane, le aiuole, le siepi, ma il suo giardino di sempre, piccolo, con i giovani pini gi alti, slanciati nel cielo.
Guard sua moglie, e le sorrise.

Giunti in giardino, si accorsero che stava nevicando. Mattia guard di nuovo sua moglie, poi il cielo grigio. Avvert il piacere di quella nevicata che avrebbe in breve seppellito tutti i rumori, e su ogni cosa avrebbe dominato il silenzio.
Di l dalla recinzione un gregge di pecore stava ancora brucando l'erba. Il pastore scrutava il cielo. Si affrettava, ora.
I campi si coprivano di bianco, le auto diradavano.
Mattia sollev il bavero del cappotto, cos fece anche sua moglie e si avviarono a piedi lungo il piccolo viale del giardino per andare alla Messa.
I fiocchi di neve cadevano sempre pi fitti.
Sul ponte una giovane coppia li super.
Allegri, ridevano.
Mattia e Eleonora si fermarono invece a guardare gi l'acqua dell'Ozzeri.
Riaffioravano alla mente le belle immagini d'una volta quando la gente frequentava le sue rive lieta, vivace. Ricordavano i bei tuffi ad angelo dei pi giovani, e l'entrata in acqua precisa, prepotente del tuffatore.
Mattia andava volentieri in chiesa, almeno per la Messa domenicale; pi spesso andava il sabato sera per poter riposare al mattino.
In chiesa ritrovava quel calore che sempre avvertiva quando stava insieme con gli altri; quei canti accompagnati dall'organo, le preghiere che si levavano all'unisono, l'ascolto della parola del celebrante all'Omelia, gli procuravano una serenit dolcissima che lo accompagnava per tutta la settimana.
Credeva in Dio. Su Dio per non aveva mai riflettuto abbastanza. Ma in qualche occasione che aveva impetrato una grazia e vi aveva messo dentro tutta la forza e la sofferenza dell'implorazione, un segno glien'era venuto.
Anche ora che aveva lasciato il lavoro. La sua vita era gi cambiata, aveva assunto ritmi diversi, i suoi pensieri non erano pi contaminati dalla fretta del tempo, i suoi occhi sostavano con pi amore sopra le cose, la sua anima aveva momenti di incantamento e di felicit prima sconosciuti, che si manifestavano sempre pi spesso e davano a tutto il suo essere una leggerezza cos grande da farlo sentire strapieno di giovinezza; ritornavano ad occupare il suo cuore l'entusiasmo, il candore e la gioia di quand'era bambino.
Di tutto ci sentiva che doveva esprimere gratitudine a Dio, e anche quella mattina, ritornando alla propria panca dopo aver fatto la Comunione, dialog con Lui e lo ringrazi. Sapeva bene di non aver fatto nulla lui, piccolo uomo, per meritare quei sentimenti, e solo da Dio potevano venire.
Fuori, il piccolo cimitero di fianco alla chiesa era gi tutto bianco, ancora la neve fioccava. Chiudendosi nel cappotto, Mattia mand un pensiero ai suoi cari.
Dov'erano mai? Dov'era suo padre?
Gli piaceva immaginarli lass che stavano a guardarlo sorridenti, invisibili, felici.
Eleonora si era fermata a chiacchierare con alcune amiche, avvolta anche lei nella nera pelliccia, contenta: Mattia lo intuiva dal suo atteggiamento, dalla gioia che emanavano i suoi occhi sempre pieni di curiosit.

Quasi ogni giorno dopo pranzo Mattia si ritirava in camera sua. Si sedeva sulla poltrona accanto alla finestra.
D'inverno, quella finestra era intiepidita dai raggi del sole fino alle cinque del pomeriggio, quando tramontava dietro i monti pisani.
Leggere l, con lo sguardo che poteva spaziare sulla campagna e l'anima bearsi di quel contatto, Mattia lo considerava un privilegio concessogli dalla sorte benigna, e amava quella stanza che gli consentiva di raggiungere frequenti momenti di felicit.
Leggeva pi d'un libro alla volta, assai lentamente, senza fretta. Quando si stancava d'uno di essi passava ad un altro. Durante la lettura ascoltava della musica.
Amava la musica. Talune composizioni lo trascinavano dentro un incantamento che lo riconciliava con la vita. Invidiava gli artisti che potevano esprimersi in un linguaggio universale quale era quello della musica, senza necessit di traduzioni, interpolazioni, interventi altrui come invece accadeva allo scrittore.
Pure la pittura godeva di questo grande privilegio e Mattia adorava anche quest'arte. Quando sentiva il bisogno di avere sotto gli occhi qualcosa di pi della natura che gli si manifestava al di l della finestra della sua stanza, egli si alzava, andava nello studio e cercava nei libri di pittura specialmente "La nevada" o "Il ritorno dei cacciatori". Guardandoli, sentiva l'anima arrampicarsi su fino alle sue pupille, e con lui contemplare incantata.
Quei quadri, era andato a vederli dal vivo a Madrid e a Vienna e non si stancava mai di benedire quei giorni. Soprattutto "Il ritorno dei cacciatori" lo aveva affascinato e non avrebbe mai voluto staccarsi da quella contemplazione.
Che dono aveva avuto in sorte il Bruegel, e con quanta generosit aveva saputo elargirlo agli uomini!
Lo scrittore, invece, lo si doveva tradurre per farlo comprendere agli altri. E la sua lingua, che egli si era sforzato di rendere bella e aveva adornato di quelle delicate sfumature che dnno sapore alla scrittura, proprio quella lingua costituiva, ahim, il suo limite! Quasi sempre essa doveva illanguidirsi, piegarsi, perdere la sua vanit.
Anche la poesia era condannata alla stessa malinconica sorte, ma si consolava Mattia al pensiero della intensa gioia che essa sa dare al poeta, al quale solo  consentito il miracolo di accendere con poche parole un fuoco che invade mente e cuore dell'uomo.
Ce n'erano di esempi nella storia della letteratura! Ma non poi cos tanti, e Mattia aveva constatato che le poesie che avevano retto al tempo e ancora stavano nel cuore della gente erano quelle sgorgate con semplicit.
A mano a mano che le incontrava nel corso delle sue letture, con amore le ricopiava e conservava.
Le avrebbe ritrovate tutte nel momento in cui la sua anima ne avesse avuto bisogno.
Ne scriveva anche lui.
Quanto desiderava che la sua poesia entrasse nel cuore della gente!
Leggeva sempre pi spesso le composizioni che aveva ricopiate, specialmente "L'adolescente" di Cardarelli, "I fiumi" di Ungaretti, "Barbara" di Prevert e tutte le belle poesie di Robert Burns.
Allora la sua anima si stregava, sobbalzava di piacere, stracolma, rigurgitante di felicit.
Appoggiava il capo alla poltrona e restava come inebetito, ubriaco, senza voglia di parlare o di pensare; l'anima se ne andava per conto suo, navigava per un mare azzurro, quieto.
Come stava bene! Che serenit!
Avrebbe mai scritto anche lui una di quelle gemme, per la quale valeva la pena d'essere vissuto?
Quanto lo desiderava!

Alle 18, quella domenica, nella sala parrocchiale del paese si teneva uno spettacolo. Capitava pi volte all'anno che il gruppo dei donatori di sangue di Montuolo organizzasse qualche manifestazione lodevole per stare insieme.
Quando poteva, Mattia faceva di tutto per non mancare.
Sapeva di essere in realt un solitario scontroso, irascibile, che amava riflettere, osservare senza la presenza degli altri, ma ci nonostante avvertiva il fascino della comunit, di quel ritrovarsi insieme.
"La Vernacola" era gi arrivata nella sala parrocchiale quando vi giunsero Mattia e Eleonora.
La simpatica compagnia teatrale era assediata e bombardata di domande dai paesani, che volevano sapere da dove nascesse quella loro passione per il vernacolo lucchese.
Avrebbero recitato "Ir troppo stroppia" di Cesare Viviani, il fondatore e l'animatore della compagnia, l'autore che stava dando con le sue opere nuovo lustro al dialetto della campagna lucchese.
Fu davvero divertente la commedia.
Il pubblico rideva e spesso applaudiva calorosamente.
A Mattia piaceva in particolare il personaggio del vecchio Agenore, al quale poteva stare alla pari soltanto Lola, un altro personaggio creato dalla penna di Viviani, protagonista di "Robba da matti".
Il pubblico continuava ad applaudire e Mattia sapeva quanto quel successo facesse bene agli attori, quanto fosse guadagnato.
Era stato molte volte a vederli provare nella saletta accanto alla piccola chiesa di Monte San Quirico, dove era stato allestito un palco rudimentale.
Con quanto amore e quanta pazienza ripetevano le scene, anche molte volte nella stessa serata!
Ora, a vederlo dalla parte del pubblico, tutto sembrava facile, alla portata di chiunque: che bastasse solo un po'di memoria per ricordare la battuta. Pochi sapevano che molto occorreva, invece, per appropriarsi della giusta intonazione, e che la battuta poteva esser detta in molti modi, ma solo uno era quello che ne poteva decretare il successo. E il merito di tutto ci andava riconosciuto non solo agli attori, ma specialmente al regista, il quale sa trovare la segreta strada attraverso cui le parole giungono al cuore dello spettatore.
Ricordava Mattia di aver visto una sera alla televisione le prove di "West side story" dirette dal grande Leonard Bernstein e le molte volte che cantanti famosi erano stati interrotti dal maestro esigente. Aveva notato sui loro volti il dispiacere, la delusione di non riuscire. Eppoi, piano piano, si era invece compiuto il miracolo e il capolavoro era emerso in tutto il suo fulgore pronto a darsi al mondo, ad accendere di felicit l'uomo.
Quando uscirono fuori dalla sala parrocchiale nevicava ancora, ma oramai erano piccoli e radi i fiocchi, che si vedevano cadere lentamente attraverso la piccola luce del lampione.
Mattia alz gli occhi al cielo e vide comparire qua e l tra le nubi qualche stella.

Intorno alle cinque di quei giorni invernali, quando il sole calava dietro i monti lasciando nel cielo un tenero alone vermiglio, Mattia, quasi che si trattasse di un tacito appuntamento, alzava il capo dal libro e guardava fuori dalla finestra proprio in direzione di quei monti, e i suoi occhi sempre coglievano la bianca scia degli aeroplani.
Ne passavano molti in quell'ora e Mattia ne aveva visti anche tre alla volta, che volavano davanti a lui ad altezze differenti.
Il mondo andava avanti, pensava, con la stessa frenesia che lui aveva conosciuto, anche se ora tutto gli pareva pi lontano, distaccato.
Ma quegli aerei soprattutto gli richiamavano alla mente la guerra che in quei giorni si combatteva nel Medio-oriente: lugubre, piena di sangue, spietata.
E Mattia ancora una volta si domandava se fosse mai possibile avere su questa Terra una pace indistruttibile, tenace, desiderata, ammirata, sostenuta.
Come si poteva assicurare realmente una pace duratura al mondo?
Nessuno possedeva quella formula magica.
E Mattia era costretto ad ammettere che dopo centinaia e migliaia di anni, l'uomo non aveva ancora trovato il modo di convivere in pace, e una violenza non la si poteva contrastare che con un'altra violenza.
Che mondo allora era mai questo?
Era davvero l'unico mondo possibile?
Si sforzava di credere che un disegno ancora pi grande riguardasse l'uomo, un disegno che oltrepassava i pianeti e forse lo stesso universo.
Allora cercava con gli occhi lo spazio, lass oltre le bianche scie degli aeroplani, dove poter dirigere il suo spirito, e acquietarsi.

" carnevale!" gli annunci tutta sorridente una mattina la sua Eleonora, e gli occhi le brillavano di quella gioia che Mattia ben conosceva e che molte altre volte aveva colto quand'erano pi giovani.
Sempre provava una grande emozione, un delirio che lo riportava indietro nel tempo allorch quella gioia sbarazzina ritornava negli occhi di sua moglie.
" carnevale!" esclam con maggior forza Eleonora, che s'era accorta del suo smarrimento.
"Mattia,  carnevale! Guarda fuori dalla finestra le prime mascherine!"
E Mattia vide in strada le ragazzine variopinte con i visi imbellettati, allegre.
Un bimbo le seguiva con un grosso mascherone da cavallo e dietro aveva una lunga coda che arrivava a toccare l'asfalto. Cercava di raggiungerle e al modo dell'animale trottava e nitriva.
Che spasso guardare quell'anima innocente tutta presa dal gioco!
E Mattia si sforzava di ritornare alla sua infanzia, di ricordare la "sua" gioia. Ma solo per rapide sensazioni riusciva ogni tanto a coglierla.
Si convinceva cos che davvero esiste il passato anche dello spirito; resta per racchiuso, imprigionato dentro di noi e pi non si pu rivivere: solo pochi brandelli la fortuna o il molto amore riesce qualche volta a strappare dal profondo.
Era stato felice da bambino; rammentava quegli anni sempre con tenerezza.
Percepire che essi stavano tutti raccolti, sopiti dentro di lui, oh quale struggimento provocava!
Quale ansia a volte lo esaltava, a volte lo immalinconiva!
Da qualche parte - s'illudeva - deve pur esserci la chiave sublime con la quale aprire il forziere del passato, rovesciare di nuovo nella realt tutti quei sentimenti!
Ci voleva credere e si era provato molte volte, ora che aveva pi tempo a disposizione, a ricreare le atmosfere della sua infanzia. Ritornava sui luoghi della fanciullezza, muoveva i passi con volutt su quei campi, sui viottoli della montagna, sull'argine del Serchio, nelle strade della citt. Gli sembrava d'un tratto di avvertire i palpiti e il profumo di quegli anni ma, crudele, cinica, rapida, la sensazione subito svaniva per non pi ritornare.
Eppure nulla nel paesaggio era cambiato da quel tempo.
Perch dunque non riusciva a riprodurre quella gioia?
Perch niente era pi come prima?
E doveva amaramente concludere che ci che non poteva ritornare era il suo entusiasmo di allora. Quello era davvero cresciuto, si era fatto grande, mutato per sempre!
Ma Mattia voleva continuare tenacemente a credere che il suo passato se ne stava ancora dentro di lui, nascosto, intero, in attesa di un segnale segreto.
"Eleonora, Eleonora!" grid all'improvviso. "Corri a prendermi la maschera. Fai presto!"
"Ma che cosa vuoi fare?" domand incredula, estraendo dal cassetto la vecchia maschera col faccione da pagliaccio.
Gliela porse.
L'afferr e corse in strada.
Fu con quei ragazzi: lui pi alto e grosso, diventato sorprendentemente agile e burlone.
Le altre mascherine presero a divertirsi con lui, che saltellava quando dietro quando avanti a loro.
Eleonora lo vide oltrepassare il ponte sull'Ozzeri e scomparire al suo sguardo.

A Mattia piaceva credere che certi giorni, preso da un magico incantamento, egli uscisse dalla sua misteriosa stanza, quella arredata in stile '700, traversasse il giardino di statue e fontane, e cos vestito, con la parrucca incipriata e le piccole scarpette, salisse su di una barca e con essa navigasse l'Ozzeri - ma il canale assai pi grande, largo quasi come il Serchio - e piano piano, attraverso un'apertura scivolasse sottoterra e qui incontrasse una citt ammaliatrice, buia, ogni tanto rischiarata da luci bluastre, sbiadite, una Lucca sotterranea insomma, parallela all'altra che stava sotto il sole.
Andava da solo, remando in piedi, lentamente.
Certe volte non scorgeva nessuno, la citt silenziosa davvero come morta; altre invece si animava; incontrava gente, i fondaci spalancati con gli artigiani all'opra, filatori e tessitori soprattutto, ma anche lanaioli, fabbri, falegnami, muratori; alcune strade ne erano piene, qualcuno si voltava a guardarlo e certo potevano scambiarlo per un ricco mercante del tempo, cos vestito, e Mattia si compiaceva del saluto, ricambiava con affettuosa cortesia.
Ma il suo cuore principiava a palpitare quando da piazza San Matteo, navigando "la fossa", si dirigeva sulla bella piazza San Michele.
Da lontano gi vedeva il piccolo ponte sul corso d'acqua e, sopra, qualche cittadino affacciato. Altri si recavano in chiesa.
Com'era suggestiva!
Intorno alla piazza lastricata di marmo le botteghe dei notai, il viavai dei praticanti con le cartelle sottobraccio.
Mattia sorrideva.
Era vera felicit quella che gli procurava la Lucca antica.
Molti la ricercavano nei libri e lui, invece, per un destino assai singolare, poteva vederla e toccarla tale e quale era stata.

Quei viaggi misteriosi, a poco a poco Mattia si convinse di farli davvero e allorch la sua casa si trasformava nel palazzo antico, egli chiamava Eleonora, la faceva preparare e la invitava sulla barca.
Anche Eleonora vestiva all'antica; Mattia la lasciava sedere e poi andava al remo e lentamente partiva, scivolava nella citt.
Con Eleonora aveva incontrato, un giorno ch'erano scesi per una passeggiata e la citt era apparsa quasi deserta, un signore dai modi gentili, comparso all'improvviso da una delle stradette che sfociano nel Fillungo.
Dopo averli salutati, si era offerto di accompagnarli in giro per la citt.
Rivel ai due incantati visitatori i segreti che Lucca nascondeva.
Mentre indicava questo o quel palazzo antico, ne narrava la storia, e la vita e le virt dei signori che li avevano abitati.
"Essi vivono ancora!" svel all'improvviso. "Sono qua nella citt. Vivono come un tempo!"
Mattia ne prov una grande emozione. Esult al pensiero che certamente prima o poi li avrebbe incontrati; non solo Castruccio si sarebbe mostrato a lui, ma la dolce Ilaria, la bella Lucida ammaliatrice di uomini, e il pi lucchese di tutti, il Burlamacchi, e Bruno, il primo crociato della citt.
Oh, come avrebbe voluto restare per sempre con loro!
Ma che cosa sapeva dare lui alla sua citt per meritarlo?
Non scienza, non ardimento, non arte; solo silenzioso smisurato amore.
Poteva bastare?
Parlava e riparlava di quegli uomini con entusiasmo, ora.
Pi spesso Eleonora lo accompagnava, attenta anche lei ad incontrarne qualcuno.

Una mattina, affacciandosi alla finestra, Mattia vide che stava di nuovo nevicando; ancora tutto era bianco, silenzioso.
Pi tardi, spuntato il sole, sal in soffitta; mise fuori giaccone e pantaloni, guanti e stivali e in fretta si vest.
Usc in strada.
Sentiva sotto lo stivale lo scricchiolio della neve.
Volt verso Cocombola.
Gli sembrava ad un tratto d'essere ritornato giovane, fresco, guizzante, come davvero era stato un tempo; e cantava, cantava anche ad alta voce, nessuno per strada.
Giunse ai poggi tutti bianchi e immacolati.
Si ferm ad ascoltare.
Da l i suoi bambini si erano lanciati tante volte con lo slittino.
Che chiasso! Che allegria!
Chiss, forse in qualche punto quelle voci stavano nascoste sin da quegli anni; forse attendevano un segno per ritornare.
Si guard intorno. Avvert dentro di s, accanto ad una gioia dominante, avanzare una sottile malinconia; di nuovo desider quella chiave magica che rovesciasse nel presente tutto il sentimento del suo passato. Percep la tensione immane di questa sublime aspirazione.
Perch essa si rivelava cos dolorosa per il suo cuore?

Da sempre, appena cominciava l'anno nuovo, Mattia scopriva nelle prime belle giornate di sole il profumo della primavera; il suo cuore si apriva all'allegria.
Aveva insegnato anche ai suoi figli a gustare quei primi tepori.
Novembre era il mese che lo intimoriva di pi, che aveva pi incertezze, ma spesso anche novembre gli aveva regalato giorni magnifici.
Sapeva di vivere in un luogo della Terra benedetto da Dio: dove mai accadeva infatti che un solo mese nel corso dell'anno poteva interrompere, e non sempre, una lunga catena di giornate tutte stimolanti, radiose, con un loro profumo particolare che arrecava sempre gioia al cuore?
Purch ci fosse il sole in quei primi giorni dell'anno, anche se c'era la neve, la sentiva vicina la primavera, come se stesse nascosta dietro i monti pisani in attesa del passare dei giorni, del suo 21 marzo.
Si convinceva cos che anche l'inverno  parte della primavera, e che ogni stagione reca con s i segni della nuova.
I primi giorni di gennaio, tutti gli anni, un pettirosso batteva alla porta di cucina della sua casa, sempre lo stesso, che veniva chiss da quale parte lontana; chiss quante citt attraversava, quanti tetti vedeva, eppure riconosceva la casa di Mattia, e l ritornava per trascorrere i mesi del freddo, sicuro di Eleonora, che usciva sempre ad accoglierlo col piattino colmo di miglio o di pane.
Quale saggezza  racchiusa nella natura? si domandava Mattia, quando dai vetri insieme con Eleonora guardava l'uccellino beccare il cibo e ogni tanto alzare il capino al cielo, come a sorprendersi anche lui della vita che gli era stata donata.
Eleonora pi del marito era contenta di quella visita puntuale, di quell'amicizia senza parole, e Mattia le scopriva sul viso quella distesa, dilagante serenit che aveva conosciuto quand'erano fidanzati.
Doveva essere stata sempre cos la sua Eleonora, anche da bambina.
Ancora conservava quell'abitudine di scendere certe mattine completamente nuda, in cerca degli abiti che mai rammentava dove li avesse posati!
Trascorrevano per lei gli anni?
Erano gi grandi i figli, indipendenti, ma lei, solo lei, era rimasta bambina, l'unica bambina ora in quella casa.
Quel pomeriggio aspettavano degli ospiti, amici d'infanzia che avevano telefonato, non pi incontrati da anni.
Desideravano un suo libriccino dove aveva ricordato quel periodo felice.
Ne era contento Mattia, perch amava le piccole cose che scriveva, cos piene dei palpiti, degli umori, delle esaltazioni della sua anima.
Il libro era tutta la sua vita; lo avrebbero capito gli altri?

Mattia guardava con soddisfazione sulla monografia dedicata a Picasso il bel dipinto intitolato "I giocolieri" e si domandava per quale ragione l'artista aveva abbandonato quello stile sublime per abbracciare il cubismo, che lui proprio non capiva, sebbene lo rispettasse.
Aveva anche visto a Madrid "Guernica", che forse era davvero il migliore in quello stile, ma come poteva stare a paragone con "Le tre olandesi" o la "Piccola cavallerizza" o "Il vecchio chitarrista cieco"?
Forse era un sentimento di saturazione che spingeva un artista ad abbandonare la semplicit, l'immediatezza della comunicazione.
Era un bene che ci accadesse?
Mattia era convinto di no, ed anzi riteneva che un artista fosse tanto pi grande quanto pi il suo messaggio risultava semplice, comprensibile a tutti, senza bisogno di mediazioni.
Fu durante quella contemplazione de "I giocolieri" che ricord la storia, una storia semplice, di Angelo e Nina, che gli era stata narrata anni prima e che aveva quasi dimenticato.
Angelo e Nina erano due giovani innamorati che si erano conosciuti in tenerissima et.
Ma negli ultimi anni della loro adolescenza, al tempo del liceo, quando le amicizie e le occasioni si erano moltiplicate, Nina aveva cominciato a frequentare compagne e compagni che, partendo dalle cose della scuola che non andavano bene, giungevano ad esprimere critiche severe nei confronti della societ.
La sera, quando si ritrovava con Angelo, i discorsi di Nina cadevano sempre pi spesso sulle ingiustizie e sulla solitudine che incombeva sull'uomo.
"Ma ci pensi," brontolava "da sempre si promette di fare questo e quest'altro, eppoi invece non si fa nulla, e si prende in giro la povera gente!"
E gli proponeva di prendere parte a riunioni, assemblee, comitati; ma Angelo non si decideva, era riluttante, gli pareva eccessivo tutto quel livore.
Che tristezza gli procuravano quelle discussioni sempre eguali!
Cos a poco a poco i momenti di tenerezza tra i due si fecero sempre pi rari.
Ma Angelo ancora amava Nina.
Lo avvertiva quando la sera la vedeva avvicinarsi e gli piaceva tutto di lei. E ancora negli occhi le scopriva la freschezza della sua anima.
Erano invece le parole a generare dentro di loro lunghi momenti di solitudine.
Sempre di pi si diradarono le tenerezze... ma Nina quant'era bella!
Venne il tempo che per vederla doveva andare ai cortei; mescolato tra la folla la salutava, e lei lo scorgeva, agitava il cartellone, ricambiava il sorriso, e Angelo si sentiva l'uomo pi felice della Terra.
Ancora giovanissima, Nina interruppe gli studi.
"Voglio andarmene da qui" disse un giorno. "Devo fare qualcosa di pi."
"Ti scriver. Torner spesso. Non mi dimenticare" fu il commiato alla stazione di Lucca.
Il treno spar piano piano con Nina affacciata al finestrino a rispondere al saluto di Angelo.
Da quel momento di Nina non seppe pi niente, salvo due o tre lettere scritte nel primo anno, in cui prometteva di fargli presto una visita.
Il suo dolore fu grande.
Passarono giorni e poi mesi in cui il mondo sembr cadergli addosso. Divenne taciturno, scontroso, dirad le amicizie.
Erano davvero poche le lettere che Nina gli aveva scritto in quel primo anno di assenza!
Ma Angelo continuava ad amarla, forse anche pi di prima.
Gli aveva scritto della sua febbrile attivit, dell'impegno crescente che vi metteva, delle difficolt inimmaginabili che incontrava per realizzare i suoi propositi, e Angelo se la vedeva comparire tra le righe pi bella che mai.
Erano gli unici sprazzi di luce che lo illuminavano da quando Nina era partita.
Nel secondo anno ricevette una sola lettera, di maggio, quando la primavera intorno casa sua era in pieno rigoglio; gli sembr di buon auspicio quella concomitanza, e il suo cuore si colm di gioia.
Ma tutta l'estate pass senza che ricevesse pi notizie, e cos pure l'inverno e la primavera successiva, e tutte le altre stagioni che seguirono.
"Dimenticala" dissero gli amici nei rari momenti di confidenza, ma Angelo non riusciva a spiegarsi come avesse potuto, Nina, dimenticarlo, trattarlo cos, trattare cos il loro amore.
Si fece coraggio giustificando Nina: avrebbe scritto non appena ne avesse trovato il tempo, avrebbe scritto forse la sua lettera pi bella.
Angelo ci voleva credere e un'emozione intensa gli avvolgeva il cuore ogni volta che pensava a quel giorno benedetto.
La lettera invece non arriv mai.
Angelo per non volle rinunciare alla sua Nina, l'aspett e il suo amore divenne davvero grande.
"Hanno visto Nina! Hanno visto Nina!" gli gridarono un giorno per strada gli amici.
Scosse le spalle.
" vero, l'hanno incontrata!" e Angelo trasal, lo videro sbiancare, e subito:
" bellissima" aggiunsero. "Ancora pi bella di allora."
"Dove?" balbett.
E quando glielo dissero, si precipit di corsa:
" la mia Nina," mormorava "la mia Nina."
Domand e gli fu indicato:
"Nina?  l."
Se la vide davanti all'improvviso, pi bella che mai.
E lei, voltando il capo, lo scorse, lo riconobbero i suoi occhi, il solo che stava l impalato, stregato!
La donna rest immobile, con lo sguardo bloccato su di lui; Angelo sorrise e allora anche Nina sorrise e, come liberata, piena di giovanile vitalit, gli corse incontro.
"Ti ho attesa per tutto questo tempo, Nina."
"O Angelo, Angelo" continuava a mormorare la donna nel lungo abbraccio.
Si dissero molte cose, tutte quelle che non si erano dette in quei lunghi anni, e parve ad entrambi che quel vuoto si colmasse ed essi riprendessero le parole dell'ultima sera che si erano visti.
Per Nina il tempo sembrava essersi arrestato, e davvero gli occhi di Angelo naufragavano in quella bellezza che solo ora, davanti a lui, aveva piccoli segni di malinconia.
"Fermati qui, nella tua citt. Torna con noi."
Ma non si videro pi.
Trascorso un po'di tempo, anche Angelo part. E solo molti e molti anni dopo si seppe che i due erano morti, lui a un capo e lei all'altro del mondo, senza pi incontrarsi.

La mattina seguente, uscendo in giardino, Mattia osserv che il giardiniere ancora non era venuto a togliere dal prato i rami dei pini che la neve aveva spezzati. Giacevano ammonticchiati in un angolo sebbene fosse gi passato quasi un mese.
"Telefonagli all'ora di pranzo" disse alzando il capo verso Eleonora, che dalla finestra lo stava guardando andar via.
Sal in macchina. Si recava a Farneta; avrebbe lasciato l'auto all'inizio della collina, come faceva spesso, e avrebbe proseguito a piedi per una passeggiata che tutte le volte lo rinfrancava.
La giornata era soleggiata, tiepida, e lui aveva tanta voglia di rivedere, lass in cima, quei bei pastori maremmani dal pelo bianco, che abbaiavano sempre quando lo vedevano avvicinarsi alla casa, di cui si sentivano guardiani, padroni.
Ve n'era uno piccolo di pochi mesi che rallegrava sempre il suo cuore quando giungeva l. Lo vedeva imitare i genitori, guardarli e subito dopo abbaiare come loro. A volte veniva travolto dall'irruenza del padre.
Smettevano soltanto quando lui era di nuovo ben lontano.
Mattia immaginava il sentimento che doveva dominarli allorch lo scorgevano avvicinarsi alla recinzione, e subito rizzavano gli orecchi, puntavano il muso verso di lui.
Dovevano sentirlo grande nel loro cuore il dovere di vigilare, allontanare, scacciare l'intruso!
E Mattia, pur divertendosi con loro, li rispettava.
Lungo la strada, sui poggi e sui prati vide i primi fiori di campo; la terra, ancora poco prima coperta dalla neve, gi annunciava la nuova stagione, gi ricamava le vesti leggiadre della primavera, che avrebbe ammaliato gli uomini.
Tutto intorno odorava gi di lei.
E quel tepore che gli entrava nelle ossa, a Mattia piaceva immaginare che fosse generato dal suo abbraccio: la stagione tornava a lui, che tanto l'amava, e lo stringeva a s teneramente.

Mattia aveva smesso di credere nella giustizia gi da un pezzo e lo amareggiava constatare in pi occasioni che il suo Paese, la sua bella Italia, era messa alla berlina dalle altre nazioni per le assurde cose che solo qui accadevano.
Era convinto a tal punto che l'Italia fosse il paese pi bello del mondo, benedetto da Dio - che non a caso lo aveva collocato al centro del Mediterraneo, il mare pi bello - che si ostinava a difenderlo e a giustificarlo ogni qualvolta si trovava a parlarne con degli stranieri.
Ma in cuor suo avvertiva il dolore della ferita e la rabbia, l'odio, per tutti coloro che l'avevano trascinata cos in basso.
E ancora di pi ora che la primavera stava per arrivare e l'Italia si faceva bella, incantatrice; spargeva i suoi profumi!
Mattia li respirava con avidit.
Si muoveva per i boschi; tutto toccava; si chinava ad osservare gli insetti, le farfalle, i fiori; alzava il capo ai rami dei pini o delle acacie da dove trillava il canto d'un uccello.
Che voglia di vivere avvertiva nel profondo dell'anima!
Lui c'era entrato anni prima in un aula di giustizia per via del suo lavoro, e ricordava in particolare un caso che lo aveva sgomentato, e fatto toccare fino in fondo l'umiliazione di ci che pu davvero accadere in un'aula di tribunale.
Dava colpa anche alla scuola se era potuto accadere tutto ci, percorsa in lungo e in largo da sbandamenti, insicurezze, che si ripercuotevano sui giovani.

Svegliandosi di buon mattino, Eleonora indugi lo sguardo sul suo Mattia, ancora raggomitolato nel sonno accanto a lei. Assapor il piacere di vederlo finalmente rilassato.
Solo nel sonno pi profondo poteva sperare che la mente del suo Mattia trovasse un po'di quiete; di giorno invece era sempre assediata da riflessioni, propositi, progetti nuovi; ogni tanto lo sentiva uscire dalla sua stanza ed entrare in biblioteca a rovistare tra i libri, a sfogliare le vecchie riviste, le pagine dei giornali che lui aveva fatte rilegare.
La vita doveva dargli di pi di ci che gli stava dando, pensava, quando gli scopriva in volto i segni del suo entusiasmo, della sua forte passione.
"Deve pur significare qualcosa questo suo robusto sentire che ha profonde radici nell'anima!"
Guard l'orologio. Erano gi le nove; avevano dormito molto quella mattina.
Scosse Mattia, toccandolo sulle spalle.
" l'ora di alzarsi. Svegliati, dormiglione!"
Mattia apr gli occhi, sbadigli, vide sua moglie che gi era andata a spalancare la finestra.
" una bella giornata. Guarda, Mattia, che sole!"
Poi corse verso di lui; lo abbracci teneramente.

"Aspetta Mattia" gli grid, prima che lui si ritirasse nella sua stanza.
Mattia si volt e guard sua moglie che lo invitava ad entrare nello studio con lei.
"Sediamoci un po'qui. Ho voglia di stare con te."
Si sedettero, una di qua e uno all'altro capo del divano; Eleonora era sorridente, piena di dolcezza.
"Puoi lasciare per un po'le tue letture? Le puoi lasciare per me?"
Dalla grande finestra di fronte al divano, oltre gli archi della facciata, vedevano i tetti rossi delle prime case del "Modena", e lass sulla verde collina la chiesetta di Vecoli spuntare alla fine del bosco.
Alzandosi appena, scorgevano anche, proprio l sotto, l'Ozzeri scorrere quieto a fianco della strada; e subito al di l, fin sotto l'argine del Serchio, i campi coltivati.
Mattia amava quei luoghi, soprattutto in quei primi giorni di primavera, quando gli alberi mettono le prime tenere foglie e i peschi e i meli e i ciliegi, non pi nascosti, si svelano agli occhi degli uomini.
Anche le colline che giravano intorno alla sua casa si vestivano in quei giorni dei colori densi del bosco che si rinnova, e Mattia confessava alla sua Eleonora, che l era nata, di sentirsi felice.
Lei lo guardava ed era contenta anche di quella gioia. Suo marito amava le piccole cose, l'armonia della loro silenziosa presenza, e lei avvertiva che questo era un grande dono che la vita aveva regalato al suo Mattia.
Poteva restare felice per sempre se fosse riuscito a mantenere questo legame tenero con le piccole cose, e anche quando lei fosse morta egli, ne era cos sicura, l'avrebbe saputa ritrovare in quelle sue passeggiate nei boschi, le avrebbe saputo parlare; l'avrebbe riconosciuta in mezzo alle foglie, tra i fiori.
Mattia la guardava contento di lei che sapeva entrare cos dolcemente nella sua anima e riscaldarla.

Mattia si trov all'improvviso sulla sua barca senza sapere come fosse potuto accadere. Di nuovo era agghindato alla maniera del '700, con le curiose scarpette affibbiate, la parrucca incipriata.
Era solo questa volta, e l'Ozzeri quieto lo aveva accompagnato fin sotto l'apertura prodigiosa, la porta straordinaria attraverso la quale egli si ritrovava nella citt sotterranea.
Remava lentamente.
Giunto in piazza San Michele, scese all'altezza del ponticello davanti alla chiesa. Si rec fin sotto il bel campanile.
Era venuto l infatti con un'idea ben precisa in testa: mettere in comunicazione tra loro le due citt, svelare ai lucchesi di sopra il segreto che stava sotto i loro piedi.
Sarebbe salito lungo il campanile sotterraneo con martello e scalpelli che aveva portati con s; avrebbe aperto un varco, sarebbe piombato a fianco dell'altro campanile sotto gli occhi stupefatti della gente, e avrebbe svelato l'altra citt, gridato a tutti di scendere con lui ad ammirare la Lucca sepolta, la citt dove i morti vivono ancora!
Era gi lass al lavoro, batteva sullo scalpello con grande determinazione assaporando quel privilegio che era tutto suo, allorch si sent chiamare dal basso. Chin lo sguardo e scorse due uomini che gli facevano cenno di scendere a parlare con loro.
Non fatic molto a riconoscere i due personaggi che da pi di un secolo dominano quella piazza e fu contento di poterli finalmente incontrare.
"Lass non sanno di questa citt sotterranea" cominci a giustificarsi Mattia "ed io voglio svelare il segreto, mostrare il prodigio che forse  unico al mondo."
Ma i due uomini gli fecero capire che ci era assolutamente impossibile.
"Si dissolverebbe questa nostra citt sotterranea."
"Qui la vita  meravigliosa" continuarono. "Essa prosegue tale e quale si  manifestata nei secoli. Le diverse usanze che si sono succedute si sovrappongono per mirabile prodigio e ciascuno vive ancora nel proprio tempo! Tutti godiamo di questa sublime condizione."
I due gli raccontarono ancora che quando nella citt viva, la Lucca di Mattia, si celebrano le grandi feste, come quella di Santa Croce il 13 e il 14 settembre, tutta l'altra citt ne gioisce con le proprie cerimonie del tempo, e spesso il rito si ferma, si sospendono le voci, i rumori, per gustare i canti e le gioie provenienti dai vivi.
Si accende in quei momenti nel loro spirito, calda, emozionante, quell'unione di anime che  molto di pi di ci che desiderava Mattia.
Lo riaccompagnarono alla barca.
Ma mentre Mattia cominciava ad allontanarsi:
"Torna presto tra noi" si sent dire.
Lo avrebbero fatto assistere alle feste, e godere appieno le loro giornate, partecipare alle riunioni dove si decideva il governo della citt.
Per Mattia non ci fu regalo pi grande.


II

Dopo i primi giorni davvero meravigliosi, la primavera sembr arrestarsi. Maggio, il mese che Mattia amava di pi, cominci con vento e pioggia. Da qualche parte, non lontano, era anche caduta la neve.
Mattia si rattrist.
Poi si consol al pensiero che tutto ci non sarebbe potuto durare a lungo. Tra poco, ne era certo, il sole cocente avrebbe fatto desiderare la frescura dei boschi, abbandonare la giacca, indossare la camicia pi leggera, mettere ai piedi i comodi sandali.
E infatti ecco che una mattina, dopo un lungo periodo di buio e di pioggia, sollevando l'avvolgibile della sua finestra, scopr il sole gi alto nel cielo.
Che desiderato incontro!
Si vest in fretta, salt la colazione, e sotto gli occhi meravigliati di Eleonora se ne usc in macchina.
Aveva deciso di andare al convento dell'Angelo, la bella costruzione del Nottolini sopra Ponte a Moriano, dove sapeva che si stavano eseguendo dei lavori di ripavimentazione.
Desiderava vedere le tombe sottostanti; non c'era mai riuscito in tutti quegli anni.
Lasci la macchina molto prima di intravedere l'edificio: subito dopo l'ultima casa, proprio all'inizio del bosco.
Le acacie gi fiorite diffondevano dappertutto il loro dolce profumo e Mattia lo respirava profondamente; ogni tanto coglieva un fiore dal ramo e se lo portava al naso, odorandolo.
Il bosco ancora bagnato spargeva nell'aria altri soavi profumi e soprattutto quello del pino piaceva a Mattia. Non appena lo percepiva, subito ne seguiva la scia e quindi, trovato il punto dove esso si faceva pi intenso, pi ammaliatore, l si fermava per qualche minuto, beandosi e ringraziando il cielo che gli concedeva di godere di quegli incantamenti.
La fantasia, allora, gli apriva squarci di paesaggi che aveva gi visitato nel passato e che ora gli apparivano cos vicini, come se fossero il prolungamento di quel sentiero che stava percorrendo, e vedeva i campi sterminati colmi di erica della Scozia, i suoi incantevoli laghi; o le deliziose coste della Cornovaglia, la casa natale di Thomas Hardy nascosta nel bosco, i tetti di paglia del Devon; o Siviglia, citt stregata; o Salisburgo nobile e dolce; e di nuovo, in Inghilterra, la piccola Canterbury con il suo fiumiciattolo pulito sulle cui rive aveva gustato i suoni di una piccola orchestra, e dove avrebbe voluto ritornare per restarvi a lungo.
Giunse sul piazzale della chiesa.
L'ingresso era chiuso; fuori erano ammonticchiate le mattonelle bianche della nuova pavimentazione.
Rimase deluso che proprio quel giorno gli operai non fossero al lavoro.
Si sedette sul muricciolo e da l guard la valle. Il Serchio si snodava come serpente argentato tra case e campi e si perdeva all'orizzonte.
Davvero la natura era grandiosa e superba. Da lass, Mattia leggeva i segni della sua immutabilit.
Decise di suonare il campanello del convento.
Il frate che si affacci parve non gradire la visita, ma infine gli apr e lo accompagn dentro la chiesa, il cui vecchio pavimento era stato completamente rimosso, ed ora era solo terra quella che Mattia vedeva davanti all'altare.
Riconobbe la leggera incurvatura delle tombe; il frate l'aiut ad aprire la piccola botola e con una lampada illumin la galleria sottostante.
Apparvero agli occhi incantati di Mattia i sette frati che da pi di un secolo dormono sopra quel colle, fedeli custodi del tempio. Gli abiti neri ancora intatti, vuoti della carne, aderivano ai mattoni del pavimento. Sopra l'abito, la corona del rosario e un ruvido cartello, che portava scritto il nome del monaco e l'anno della sua morte.
Solo il teschio si mostrava ancora forte, intatto.
Frate Romualdo dormiva sopra il cuscino di pietra, il primo dei sette. Se ne stava sotto la botola come il fiero comandante di quel gruppo di sentinelle.

Quelle prime giornate di pioggia nel mese pi bello dell'anno rattristavano anche Eleonora, che lo aveva atteso con ansia sin dalle prime avvisaglie della primavera.
Maggio era il mese che lei dedicava alle gite in bicicletta col suo Mattia.
Da quando era venuta in pensione, quel mese rappresentava molto per la sua vita coniugale. Si scioglievano in lei le attese, si svelavano i nuovi entusiasmi, misurava pi apertamente i segni lasciati da un altro anno trascorso.
Non si era avuto un maggio cos da pi di vent'anni, qualcuno diceva addirittura che bisognava risalire a quarant'anni prima per ritrovare un mese piovoso e freddo come questo del '91.
Quando quella mattina Mattia ritorn a casa verso l'una, la trov che ancora stava in salotto, seduta sulla poltrona, silenziosa.
Aveva pensato in tutto quel tempo alla sua infanzia, alle amiche di allora che non aveva pi frequentate, alle vanit di quegli anni meravigliosi quando stava molte ore allo specchio e un complimento sulla sua bellezza la rendeva felice per giorni e giorni.
Era trascorsa serena la sua infanzia, piena di slanci, di sogni, di incantamenti, fino al giorno in cui aveva incontrato Mattia, e il suo cuore per la prima volta aveva provato palpitazioni nuove, una scossa, un'attrazione che l'aveva fatta scoprire donna.
Era contenta di esserlo; sentiva che una donna ha sentimenti tenaci, densi, con profonde radici nell'anima.
Come la donna di quella storia che aveva quasi dimenticata, accaduta nel dopoguerra.
"Tu non crederai a questa storia" disse a Mattia, che si era seduto accanto a lei.
E raccont che durante l'ultima guerra una ragazza era stata violentata insieme con altre da un gruppo di soldati, dentro una stalla.
Tutta la sua allegria da quel giorno se n'era andata per sempre.
Nessuno era riuscito pi a scambiare qualche parola con lei, nemmeno le amiche pi intime, neppure quelle che avevano vissuto la sua stessa brutta esperienza.
Era stata al Comando militare.
Aveva domandato, saputo; nessuno di quei soldati era pi in paese, gi si trovavano lontani a combattere su altri fronti.
Cos, da sola aveva cresciuto nel ventre il bimbo che le avrebbe rammentato per tutta la vita la sua disgrazia.
I genitori l'aiutarono in silenzio.
Nacque la creatura.
Durante il parto, la ragazza non emise un lamento, non guard nemmeno il figlio, che fu posato nel letto accanto a lei.
Lo allev con cura.
Passarono gli anni.
Il figlio cresceva bene.
Bello, robusto, tutti dicevano che era un ragazzo davvero eccezionale.
Ma la mamma da qualche tempo lo spiava.
A tavola ne osservava i gesti, le mani, gli occhi, le pieghe della bocca, il naso, le sopracciglia, i capelli, e da quando il ragazzo aveva cominciato a diventare uomo sempre di pi lo scrutava.
"Ecco," diceva tra s "ora stai per restituirmi l'immagine di tuo padre!"
Allorch giunse il tempo che il ragazzo fu un uomo e nient'altro doveva pi svelarsi in lui, la mamma una mattina, quando il figlio gi era uscito per andare al lavoro, scrisse per lui un biglietto e part.
And fuori dall'Italia, nella citt del padre; e con l'immagine del figlio fissa nella mente si mise a cercarlo nelle strade, nei bar, nei ristoranti, nei cinema.
Mostr a molti la foto del figlio, e finalmente qualcuno disse il nome, indic la casa.
La donna per alcuni giorni lasci che la mente si quietasse, cerc la serenit del cuore. E allorch si sent pronta, una mattina molto presto, prima che lui uscisse di casa, buss alla sua porta.
Non ci fu bisogno di domandare, quando se lo vide comparire davanti.
L'uomo della sua disperazione, della sua condanna, stava davanti a lei. In tutto simile al figlio!
Gli ricord rapidamente il nome del suo paese, e scaric su di lui tutti i colpi della sua pistola.

Verso la fine di maggio, l'anticiclone delle Azzorre si decise finalmente a fare capolino sul Mediterraneo. Tornarono le belle giornate, il sole di nuovo fu padrone assoluto del cielo e anche Mattia, che in quei giorni se n'era stato rinchiuso nel suo studio a curarsi un raffreddore, riprese ad uscire per le sue passeggiate.
Qualche volta si spinse in bicicletta fin sulle Mura, entrando da porta Sant'Anna. A piedi, tenendo per mano la bicicletta, faceva l'intero giro.
Ricordava, mentre gustava la bella frescura dei platani e degli olmi, le volte che da studente, abitando in citt, era andato proprio in bici a studiare sulle Mura.
Rivedeva le panchine dove pi spesso si era seduto, dopo aver appoggiato la bicicletta all'albero, e adagiato il libro in disparte. Perch prima di studiare sempre distendeva la mente dentro la quiete e la bellezza della natura; solo pi tardi apriva il libro. Vi restava a studiare per delle ore, essendo pi rari a quel tempo i passanti.
Spesso studiava mentre faceva in bicicletta l'intero giro; pedalava tenendo il libro tra le mani; ogni tanto sollevava gli occhi a vigilare.
Mattia provava a ripetere ora le stesse azioni, a godersi appieno tutta la libert di cui disponeva; si fermava a ricercare i sogni di quell'et, i profumi di quella giovinezza.
Seduto davanti all'Orto botanico, al laghetto della leggenda, quante volte aveva aperto i suoi libri e ogni tanto aveva affogato i suoi occhi in quelle acque ricoperte di foglie, aveva ascoltato il canto degli uccelli, contemplato i loro giochi, il loro svolazzare da una pianta all'altra, il loro sparire dentro i rami della grande magnolia!
Ma della giovinezza gli mancavano ora il vigore, la curiosit, la folla dei desideri e delle speranze.
Era vero dunque che quella, e unicamente quella,  l'et pi bella della vita.
Lo aveva raccomandato tante volte ai suoi figli mentre la stavano vivendo; li aveva spronati a gustarla senza paure, tentennamenti. E aveva provato una grande gioia quando li aveva visti sciogliersi, naufragare nell'ebbrezza della loro et.
Un giorno gli avevano domandato se li considerasse ragazzi intelligenti.
Mattia era rimasto sorpreso di quella richiesta rara, preziosa, intima.
E non era stato facile rispondere.
Con calma, studiandosi di non turbarli, aveva principiato col dire che ogni essere umano  intelligente, e l'intelligenza si coltiva come molte altre cose che appartengono all'uomo; la loro et soprattutto richiedeva questo esercizio e aveva raccomandato l'impegno assiduo non solo nello studio ma anche in tutto ci che facevano, vedevano, sentivano nelle loro giornate; li aveva stimolati a non respingere lo sforzo che la mente richiede allorch si sente impacciata a capire: mai ritirarsi, adagiarsi nel torpore, nella lusinga della rinuncia.
E poi aveva lasciato intendere, con tutta la delicatezza che gli era stata possibile, che possono esserci vari gradi di intelligenza.
Quando il vostro insegnante spiega, aveva esemplificato con il sorriso sulle labbra, voi vi accorgete che qualcuno dei vostri compagni subito apprende, mentre altri assimilano con pi fatica; altri ancora invece si smarriscono, si perdono.
Successivamente, l'insegnante alza il livello delle difficolt; la mente viene sollecitata ad uno sforzo maggiore.
In queste occasioni, solo una parte di quelli che prima avevano compreso  in grado di seguire il professore; alcuni per la prima volta perdono il passo, hanno bisogno anche loro di meglio assimilare.
Ecco perch si  portati a credere che ci siano pi gradi di intelligenza.
Ma la vita la si pu godere sempre e in ogni condizione, aveva concluso sorridendo; e non  poi quella grande fortuna che si dice essere intelligenti pi degli altri.
I figli gli avevano dato ragione; avevano sorriso con lui.

Quella mattina quasi all'improvviso, anche se Eleonora aveva gi capito che il suo Mattia doveva dirle qualcosa, egli declam ad alta voce che la fantasia  il dono pi bello che l'uomo abbia ricevuto da Dio.
"Ma anche il sentimento della gioia, della felicit!" incalz subito lei, che si sentiva particolarmente contenta quel giorno.
Finalmente l'estate, infatti, si annunciava in tutto il suo splendore e Eleonora sapeva che d'ora in poi, infino all'autunno, quella era la stagione delle sue passioni, dei suoi slanci, dei suoi desideri.
"Non pu esserci felicit se non c' fantasia!" sentenzi rapido Mattia, che subito dopo aggiunse:
"Ascolta questa storia."
E raccont che nei primi anni del secolo era capitato a Lucca un ricco straniero che andava visitando in Europa tutti i luoghi natali dei grandi musicisti che lui amava.
Appassionato di musica sin da ragazzo, solo ora che era avanti con gli anni si trovava nella possibilit di coronare il suo vecchio sogno.
Giungeva da Salisburgo, ma prima ancora era stato ad Amburgo, Bonn, Vienna, Parigi e finanche in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria; a Lucca arrivava dopo aver fatto tappa a Venezia, la citt di Vivaldi.
Aveva preso alloggio in una piccola locanda proprio vicino alla casa di Puccini.
Quasi ogni giorno vi si recava in visita come a un luogo santo, e poi se ne andava in giro per la citt, contento di respirare anche lui la stessa aria del grande compositore lucchese e di posare gli occhi sulle stesse incantevoli vedute.
Pochi lucchesi sapevano chi fosse quel signore che al mattino molto presto se ne usciva dalla locanda e puntualmente, dopo aver fatto il giro della bella piazza San Michele, si dirigeva verso le Mura, vi saliva, e passeggiava gustando da una parte la vecchia citt turrita e dall'altra la bella campagna.
Ma quel forestiero minuto e mingherlino era uno degli uomini pi ricchi della Terra.
Nato da famiglia poverissima, era stato dotato dalla fortuna di una intelligenza pronta e vivace che egli, compiuti gli studi universitari, aveva messo al servizio degli affari, rivelandovi un'attitudine davvero eccezionale.
Dopo i primi successi, si era trasferito a Parigi, quindi a Londra, infine a New York e, raggiunta l'et matura, nemmeno lui era pi in grado di valutare esattamente l'ammontare delle sue enormi ricchezze.
Aveva fabbriche in tutto il mondo, alberghi, ristoranti, catene commerciali di ogni specie, banche, compagnie aeree e navali, pozzi di petrolio, miniere. Possedeva interi paesi e buona parte delle citt pi belle del mondo.
Si trattenne a Lucca una decina di giorni e infine una mattina di buon'ora, dopo aver dato un ultimo sguardo alla casa di Puccini e alla bella piazza San Michele, sal sulla sua lunga auto nera e usc dalla citt.
Ma quell'uomo, ahim, contrariamente alle apparenze, non era affatto felice. Quei suoi viaggi, ora che forse la sua vita volgeva al termine, erano l'ultimo tentativo disperato di conquistare finalmente la felicit.
Egli si augurava che la suggestione di quei luoghi amati l'aiutasse a risvegliare qualcosa che se ne stava nascosta in lui, in attesa di essere sollecitata.
Pochi anni prima, infatti, quell'uomo straricco aveva fatto un incontro che gli aveva aperto gli occhi su di una realt assai diversa da quella che conosceva.
Aveva ritrovato in una strada di Londra un vecchio amico che non vedeva da tempo, e questi gli aveva rivelato di essersi sposato con una giovane molto povera, la quale aveva illuminato per sempre la sua vita.
Senza svelare la sua condizione di uomo agiato, corteggiando la donna, si era potuto rendere conto della sorprendente serenit che occupava il cuore e la mente di lei.
Ne fu conquistato, se ne innamor, sicuro d'aver trovato la cosa pi preziosa che c'era al mondo.
Si sent fortunato.
Mantenne ancora il segreto su di s, e il matrimonio fu celebrato con grande riservatezza nella piccola chiesa del paese di lei.
Furono davvero pochi gli invitati.
Quando al termine della cerimonia dovettero recarsi a casa, al bel palazzo che lui abitava, la giovane cap, domand e infine rimprover l'uomo per averle tenuta nascosta la verit.
Per farsi perdonare, il marito le mostr i bei gioielli che aveva comperati apposta per lei e la donna, forse per non rattristarlo, sembr tornare contenta. Li indoss e davvero fu gemma splendente in quella casa.
Ma con il passare dei mesi, il marito si accorse che la sua adorata sposa non era pi quella di prima.
La frequentazione ormai continua delle altre famiglie, gli svaghi mondani, le feste sfarzose nei palazzi pi belli della citt, le gite di piacere, la stavano cambiando, e l'amico vedeva scomparire piano piano dai suoi occhi la gaiezza e la serenit che tanto lo avevano colpito.
Ne ebbe paura; presag giorni terribili, che avrebbero turbato l'anima della sua sposa.
E infatti cos accadde.
A poco a poco sua moglie divenne scontenta, nervosa, irascibile, malinconica; non ebbe pi per lui momenti di tenerezza, e l'uomo rammentava sempre pi spesso quei primi giorni che l'aveva incontrata, quando la ragazza gli aveva svelato il suo ricco mondo interiore pieno di slanci, di allegria, di spensieratezza.
"Stava forse dentro l'uomo la chiave della sua felicit?" cominci a domandarsi.
E la ricchezza, il clamore della mondanit erano forse il velo che fasciava l'anima, la comprimeva, la rendeva prigioniera?
Quando fu sicuro di questa conclusione, ne parl con lei.
E la donna davvero torn ad illuminarsi, conferm la sua tristezza e si aggrapp a lui che prometteva di restituirle la sua felicit.
Decisero di vivere in modo totalmente diverso.
L'uomo lasci ad altri la cura della sua fortuna, e insieme si ritirarono in una piccola casetta nei dintorni di Londra.
Con sua grande gioia, presto la sposa torn ad essere quella di un tempo. Di nuovo, nelle loro passeggiate lungo il Tamigi, la sent raccontare le sue storie fantastiche, inventare i suoi giochi, le sue bizzarrie, e ridere e ridere del mondo interiore cos affascinante che ella scopriva dentro di s e manifestava a lui, che ne veniva attratto.
Confess infine all'amico che nella vita non aveva mai ricevuto un dono cos grande.
Allorch i due si salutarono, il ricco visitatore di Lucca cap che quell'incontro sconvolgeva la sua esistenza.
Quando mai, in mezzo a quelle enormi ricchezze che possedeva, aveva mai avuto un momento di felicit?
La sua mente lo aveva sempre trascinato per sentieri aspri, mai gli aveva concesso un momento di respiro, un istante in cui potesse riflettere sulla sua vita.
Si rimprover di essere vissuto cos.
Torn a ricordare gli anni poveri della sua infanzia e gli parve di scorgervi i segni di una moneta, di un talento nascosto che anche lui possedeva.
Era la sua fantasia.
Al pari di quella ragazza anche per lui, ora ne era certo, era la fantasia il dono pi bello che aveva ricevuto.
Essa avvicina l'uomo a Dio!
La sentiva premere, incalzare, manifestarsi dentro di s.
Quale strada doveva percorrere allora per riconquistarla, riconciliarsi con lei?
Si sentiva vecchio, stanco, ma sapeva anche che non era finita la sua vita, e che valeva la pena di tentare.
E cos nel suo cuore aveva scavato, ricercato i palpiti di quella antica passione e s'era messo in giro per il mondo, cominciando da l, dall'amore che nutriva per la musica.
Sperava che quell'inizio avrebbe provocato dentro di s un piccolo sommovimento, stimolato la fantasia a credere in lui, ad amarlo.
Alla fine egli l'avrebbe spuntata; avrebbe dovuto soffrire, mettere alla prova la sua volont, ma ce l'avrebbe fatta. Sarebbe riuscito a correggere la sua mente avara, a illeggiadrirla, a prepararla al cambiamento.
E la fantasia, allora, sarebbe salita a lui dal profondo, si sarebbe distesa, manifestata qual era: bella, superba, incantatrice, e gli avrebbe portato in dono una grande, desiderata felicit.

"Non andartene. Ora  il mio turno" sorrise dolcemente Eleonora, quando Mattia si alz dalla poltrona per ritirarsi nella sua stanza.
"Ascolta e capirai" lo canzon.
Quindi cominci il suo racconto.
Molti e molti anni fa, in un luogo molto lontano, viveva un giovane principe, al quale i migliori sapienti della Terra avevano dato una magnifica istruzione.
Quel principe, per, amava specialmente la grazia e la bellezza delle cose.
Anche nel suo bel palazzo erano le architetture, i disegni dei giardini, i giochi d'acqua delle fontane che soprattutto lo affascinavano, che lo avevano ammaliato sin da quand'era ragazzo.
Spesso lo avevano sorpreso l in contemplazione.
Crescendo, quell'amore si era andato sempre di pi rafforzando e il principe aveva visitato in lungo e in largo il suo paese alla ricerca del bello. Sempre era ritornato contento.
La bellezza per non lo saziava mai.
Dopo qualche tempo, una sottile inquietudine lo obbligava a ripartire; e cos tornava a rivedere le cose che gi lo avevano allietato, ed altre che gli erano state suggerite dagli amici, ed altre ancora che scopriva da s.
Finch il suo paese non gli bast pi.
Si mise perci in viaggio per l'Estremo Oriente e l, alla vista d'un'arte nuova, ammaliatrice, sent rinnovarsi il desiderio; visit templi, fortezze, montagne, villaggi, citt.
Ma ancora la bellezza non lo saziava.
Avvertiva dentro di s ritornare l'inquietudine, e allora ripartiva per nuove regioni, nuovi continenti.
Fu in Africa, poi nell'Antartide, dove gli parve di potersi quietare; si trasfer in America, fu nel Cile, nel Per, nelle isole sperdute del Pacifico; sui ghiacciai del Polo nord e infine in Europa, dove gli sembr di godere finalmente le intense emozioni della fanciullezza. Visit l'Andalusia e specialmente Siviglia; s'innamor di Parigi, gust gli incantesimi della Loira; eppoi ammir Londra, la Scozia, l'Olanda, Bruges, Salisburgo, Vienna, le montagne della Svizzera e infine fu in Italia, regina e sentinella del mare.
Qui, visitata una citt, subito un'altra lo attirava; e cos a poco a poco, sempre di pi stregato da quelle meraviglie, percorse tutta la penisola.
Ma ancora la bellezza che contemplava, pur esaltandolo, non gli procurava quella completa pace interiore che lui desiderava.
Nemmeno i bei quadri che aveva ammirato nei musei pi importanti del mondo erano riusciti ad appagare il suo spirito.
Eppure ve n'erano alcuni nei quali il sentimento dell'artista era rimasto impastato nei colori; lo si vedeva, lo si respirava.
Ma finalmente ecco che trov ci che cercava.
In un paese non molto lontano, viveva una giovane molto bella, amata da tutti.
Quel principe la vide passare un giorno, ne fu folgorato, e scopr cos che era quella la bellezza che cercava, che poteva appagarlo e renderlo felice. Lo cap all'istante! esclam Eleonora, fulminando con gli occhi il suo Mattia.
Una bellezza che, al contrario delle altre, egli poteva stringere tra le sue braccia, farla diventare carne della sua carne.
Mattia incass volentieri la lezione ricevuta da sua moglie.
Sorridendo, la baci teneramente.

Una delle prime notti che era ritornato dal mare, Mattia sogn suo padre.
Era sempre stato convinto che suo padre avrebbe fatto di tutto per rivelargli prima o poi se nell'aldil c' un'altra vita.
Avrebbe superato le barriere che lo ostacolavano e sarebbe venuto a lui per dargli la chiave del mistero.
Solo non sapeva quando e il modo che suo padre avrebbe escogitato.
Qualche anno era gi passato dalla sua morte, e Mattia lo immaginava impegnato a trovare la strada, per nulla scoraggiato dalle sicure resistenze; risoluto, caparbio com'era stato in vita.
E cos all'improvviso, quando meno se l'aspettava, ecco arrivare il sogno.
Stavano in una piccola stanza, seduti ad un tavolo, uno di fronte all'altro. C'era anche sua madre in piedi accanto a loro.
Suo padre guardava lui soprattutto e aspettava che gli domandasse.
E Mattia domand le cose pi banali: se la vita nell'aldil somiglia alla nostra, se si bisticcia, se si  irascibili come sulla Terra, se ci sono ricchezze e povert, ingiustizie.
E suo padre rispondeva con parche parole che la vita somiglia in tutto alla nostra, che ci sono anche l differenze sociali, ma tutto  tenuto sotto controllo, sorvegliato.
La madre di Mattia interrompeva, chiedeva che si lasciasse a lei di parlare con lo sposo, e Mattia si spazientiva, le diceva che era quella l'occasione straordinaria che suo padre gli offriva. Chiss quanto gli era costata!
Ma ad una nuova domanda, suo padre fece capire che non poteva pi rispondere.
Si alz, e guardando per l'ultima volta Mattia e sua madre scomparve come inghiottito dal nulla.
Mattia si rimprover di non aver fatto in tempo a domandare ci che pi gli interessava. Non capiva come la sua mente non fosse stata pronta a cogliere quell'evento eccezionale.
Perch non era stato suo padre allora a parlargliene?
Esisteva davvero Dio?
E che cosa l'uomo rappresenta per Lui a paragone con le altre sconosciute e innumerevoli esistenze del creato?
E che cos' la morte?
E perch si vive?
Qual  il rapporto tra la vita e l'aldil?
E quale collegamento pu sussistere tra Dio e questa nostra societ violenta?
Al risveglio, Mattia si disper.
Anche lui aveva bisogno di certezze e aveva tanto sperato in suo padre.
Forse col tempo, ripensando al sogno, avrebbe scoperto qualche risposta importante, pi nascosta, che suo padre aveva voluto egualmente lasciargli.
Ma era ora che aveva bisogno di sapere!
Non gli piaceva come stava andando il mondo.
Tutto si complicava. La societ si era ingigantita, erano diventati difficili, quasi impossibili, i rapporti tra gli uomini. L'egoismo e la diffidenza avevano preso il sopravvento. Anche nelle piccole comunit prevaleva il desiderio di mettersi in vista, di adoperarsi per il proprio tornaconto. Dilagavano l'ipocrisia e la falsit, la violenza e la corruzione.
Di nuovo ricordava episodi sconcertanti che avevano coinvolto in Italia la magistratura, la classe politica, gli ospedali, le Istituzioni.
In certi momenti, gli era sembrato che questo processo degradante fosse divenuto inarrestabile.
Decise cos di allontanarsi da tutto e di cercare di trovare dentro di s il mondo che desiderava.
Gli piaceva immaginare che, una volta scopertolo, avrebbe potuto sfogliarlo come un libro.
Attraverso quel mondo interiore sperava poi di leggere il creato, ritrovare la sua armonia.
Grazie a questa nuova speranza, fece infine la grande scoperta; con gioia, con trepidazione, si convinse che ancora si poteva fare qualcosa per l'uomo. Qualcosa, per, che era difficile far comprendere agli altri. Nessuno vi avrebbe mai creduto.
Si era arrivati ad un punto tale di decadimento, infatti, che gli uomini pi in vista, quelli pi in grado di incidere nella realt, proprio loro non avrebbero mai potuto capire.
Quella rivoluzione che si doveva intraprendere con coraggio, sfidando l'incredulit di molti, era infatti quella pi banale, la pi ovvia: si doveva ritornare ad essere semplici. Tutto qui.
Dalla semplicit sarebbero scaturiti, poi, tutti gli altri valori, finalmente ritornati leggibili.
Anche la verit su Dio, sul Suo rapporto con gli uomini, si sarebbe finalmente manifestata in tutta la sua evidenza.

E cos un giorno gli parve che tutto a poco a poco andasse delineandosi della sua vita.
I molti punti interrogativi che lo avevano turbato anche in giovent, le molte inquietudini, le dolorose riflessioni, le delusioni, gli ostacoli che gli erano sembrati segno della cattiveria degli uomini, tutto questo ora gli appariva come necessaria premessa.
La sua anima aveva sete di semplicit.
Forse era giunto il tempo che poteva conquistarla, farla sua per sempre.
Sent di nuovo forte, imperiosa, l'ansia di scrivere, ma questa volta riusc a leggere meglio dentro di s, e tra i molti rivoli del suo fiume impetuoso scelse quello pi piccolo, che scorreva quieto, quasi nascosto dagli altri, al quale raramente aveva prestato attenzione, che aveva per, ora lo scopriva, acque limpide, chiare, dissetanti.
Scelse il ruscello della fantasia, il solo che avrebbe potuto rigenerare la speranza.
E anche restituirgli, forse, il sentimento del suo passato.
Ottobre stava per finire.
Tra poco sarebbe iniziato il mese che lo impauriva, quello pi buio, pi malinconico.
Era trascorso gi un anno da quando aveva lasciato il lavoro.
Era ancora quello di prima?

Si era arrivati alla vigilia di Natale.
Un pomeriggio Eleonora, entrando nello studio di Mattia, lo trov addormentato.
Accadeva raramente.
Si avvicin, e guardandolo bene in faccia si accorse che stava sognando.
Com'era bello coglierlo nel momento in cui la sua mente navigava nel sogno!
Dov'era mai il suo Mattia ora, col quale aveva diviso e divideva delusioni e speranze, dal quale solo la morte poteva separarla?
Come lo amava! Anche ora che il suo corpo si faceva stanco e si caricava della polvere degli anni.
Eleonora ricordava le volte che aveva trovato coraggio nelle passioni e negli entusiasmi del suo Mattia.
Oh, come sarebbe voluta entrare nel suo sogno!
Ed ecco che una luce soffusa l'avvolse, improvvisa, proveniente dal suo Mattia che ancora dormiva.
Si sent trascinare lontano, molto lontano, e sempre di pi diveniva diafana, leggera.
Si trovava con lui, ora.
L'albero di Natale era dietro di loro, che vi sedevano sotto, sorridenti, abbracciati teneramente l'uno all'altro. Vicino, in piedi, stavano i figli venuti a trovarli, e i nipoti, ancora piccini, chinati gi sui regali.
E Mattia li contemplava tutti, specialmente quei bambini che portavano nel sangue il seme del suo sentimento.
Eleonora non trovava parole per esprimere la sua incontenibile gioia.
La felicit, la serenit del suo Mattia la riempivano tutta, le davano l'orgoglio di essere proprio lei la sua compagna.
Ma sull'albero, ecco, stava la sorpresa.
Eleonora lo intu dal sorriso dei figli, dai salti di gioia dei nipotini, che subito avevano lasciato i regali ed erano corsi al ramo pi alto, ed ora chiedevano l'aiuto dei grandi per afferrare quel dono.
Mattia li guardava contento di quella smania, di quella frenesia che era il loro regalo pi grande.
Infine si alz, e colse dall'albero il libro che aveva scritto finalmente per loro.

8.10.1990 - 28.10.1991



I FIGLI DI LUDOVICO

I

Ludovico alz il capo, poggi la schiena alla sedia e prese fiato. La penna gli stava tra le dita come abbandonata.
Una delle nipoti, Chiara, la pi piccola, di cinque anni, irruppe nella sua stanza.
"Nonno! Nonno! Corri a vedere!"
Arrivati davanti alla porta d'ingresso rimasta spalancata, non videro gli alberi del bosco che circondava la loro casa, ma un'immensa pianura verdeggiante, e sullo sfondo alcune desolate colline.
Un sorridente cavaliere stava sull'uscio a fianco del suo cavallo, e ne aveva un altro con s dietro al primo.
"Vieni anche tu con noi?" domand Ludovico alla piccola Chiara.
"Oh s, portami con te , nonno. Voglio venire con te."
Si fece inquieto il loro cavallo. Si avvicin all'uscio, scosse la testa, e sembrava volerli incoraggiare.
Ludovico allora si chin sulla bimba, l'accarezz. Era una cosa meravigliosa quella che stava accadendo - le disse - e per nessuna ragione al mondo vi avrebbe rinunciato. La sollev sulle sue braccia.
Saliti a cavallo, la loro casa presto fu lontana.

Fuori dell'uscio rimasto spalancato s'intravedeva il piccolo pollaio. Margherita, l'altra nipotina di tredici anni, rimproverava Sandrino.
"Non devi stare intorno al pollaio!"
Sandrino, di nove anni, rappresentava un vero flagello per quelle galline. Spesso si divertiva a dar loro da mangiare erbacce del bosco, che le gonfiavano, e qualche volta le facevano morire.
"Da qui non mi muovo" rispondeva lui, e mostrava le mani vuote, lasciando intendere che non aveva fatto niente a quelle bestiacce, che lui non poteva proprio soffrire.
"Torna a fare i compiti."
"Bada piuttosto a te!" Sandrino paragonava nella sua fantasia l'immagine della sorella a quella delle antipatiche galline.
"Potessi tirarti il collo" brontolava piano per non farsi sentire.
Invece di ubbidire alla sorella, si dirigeva svelto svelto verso lo stallino dei maiali. Si appoggiava al cancelletto, e chiamava per nome quei suoi amiconi, coi quali intratteneva un rapporto tutto speciale. Aveva dato a ciascuno un nome da cristiano (Prospero, Cornelio, Pompeo, Serafino...) e spesse volte ci parlava, raccontava delle prepotenze che gli faceva la sorella maggiore, e quando sentiva qualche maiale che gli rispondeva con un grugnito, allora si consolava.
"Vedi che anche tu mi di ragione."
Solo la mamma certi giorni riusciva a farlo rientrare in casa e a metterlo davanti ai quaderni di scuola. Se fosse dipeso da Sandrino, le scuole le avrebbe bruciate tutte quante e avrebbe innalzato lodi al Padreterno intorno a quel bel fal che si levava al cielo.
Non capiva perch si doveva andare a scuola; e fin ora nessuno era riuscito a dargliene una spiegazione accettabile.
"Quanto tempo della mia vita mi rubi, scuola ladra!" inveiva, allorch la mamma lo lasciava solo, seduto davanti al tavolino. Subito faceva la linguaccia al suo quaderno.
"Ti brucio, quando sar finita la scuola."
Era la sola rivincita in cui potesse sperare.
Margherita, intanto, stava ancora l ad attendere, coi pugni sui fianchi e l'espressione del viso adirata.
Sandrino, appoggiato al cancelletto, la guardava di sbieco, cercando di capire le intenzioni della sorella.
Margherita sbuffava. Era sempre un duello sfibrante quello che intraprendeva col fratellino. Mai una volta che ubbidisse al primo richiamo! Non la svolgeva volentieri quella parte che le assegnava la mamma, e avrebbe voluto tanto trovarsi al posto di Chiara, che era lasciata libera di fare tutto ci che le pareva, e nessuno aveva mai da rimproverarle niente. Lei aveva avuto la sfortuna di nascere per prima. Ma era lei che aveva portato la gioia nella casa; nessuno pareva ricordarsene pi, e la trattavano come una serva. La mamma le spiegava invece che era tenuta in gran conto nella famiglia, e occupava un posto di responsabilit: dopo il nonno, il babbo e la mamma. Ma Margherita era ben lontana dal crederlo. Bella responsabilit, se certe volte al mattino doveva prepararla lei la colazione anche per gli altri due lavativi!
"Uffa! Vieni o non vieni! Guarda che chiamo la mamma." E quando Margherita stava per girare la schiena e ritornare in casa a passo svelto, il sedere come al solito levato in aria per la stizza, allora Sandrino capiva che non era pi tempo di mandarla per le lunghe. Sbuffando anche lui, ma a passo molto, molto pi lento, la testa un poco chinata a terra, si decideva al mesto rientro.

Oltrepassata la verde pianura, superate le desolate colline, tutte sassi e sterpaglia, Ludovico arrest il suo cavallo.
"Ma nonno, perch ti fermi?"
Il cavaliere torn indietro, andando loro incontro.
Chiam Chiara per nome.
"Ti piacerebbe volare?"
"Non sono mica un uccello!"
"Fai come me. Guarda!"
Apr le braccia, le agit in aria come fanno gli uccelli con le ali, e all'improvviso ecco che si stacc dal cavallo, rest sospeso nel vuoto.
"Vedi?  facile come camminare."
Chiara rideva, e anche il nonno guardava con meraviglia il cavaliere librarsi nell'aria.
"Vogliamo provare anche noi, Chiara?" disse alla nipotina, che aveva gli occhi pieni di curiosit.
Il nonno la sollev per la vita, mentre lei spalancava le braccia e tentava il volo. Poi all'improvviso si stacc dal cavallo, si lev in aria e rimase sospesa accanto al cavaliere. Con piccoli movimenti delle braccia riusciva a restare ferma lass! Rideva contenta, ancora un po'timorosa.
"Vieni nonno.  facile!  facile! Che bello volare!"
Il cavaliere ogni tanto si allontanava dalla bimba, faceva un largo giro all'intorno e disegnava leggiadre figure con il suo volo. Chiara lo guardava al colmo della felicit.
" bello, nonno.  una cosa meravigliosa!"
Si alz ancora pi in alto. Ludovico vide il cavaliere avvicinarsi a lei, prenderla per mano e condurla sopra la bella pianura.
Chiara prendeva dimestichezza col volo. S'era fatta ardita. Virava con le braccia e di quando in quando scendeva in picchiata fino a sfiorare la testa del nonno, che ancora stava sul suo cavallo, incredulo.
"Sei contenta, piccola mia?" le diceva, quando la nipotina gli passava accanto.
"Tanto tanto, nonno caro."
Allora il nonno si fece coraggio. Anche lui apr le braccia, con colpi potenti fendette l'aria, e subito si trov librato nel cielo.
I cavalli stavano laggi sul prato, i colli tesi verso l'erba. Solo ogni tanto levavano i musi al cielo, e a mano a mano che i tre straordinari viaggiatori salivano sempre pi in alto, essi si facevano piccini piccini. Ludovico ad un certo punto non li vide pi.

Il cavaliere parl a lungo con il nonno, poi all'improvviso si arrest; rivolte le braccia verso il basso, punt in direzione della verde pianura. Presto scomparve.
"Se n' andato?" domand Chiara.
"Ci ha lasciati soli, piccina mia."
"Come faremo a ritornare a casa?"
Il nonno le si avvicin:
" assai bello ci che ci sta succedendo, mia dolce creatura. Chiss quante bambine vorrebbero essere al tuo posto!"
Volavano assai alti e avevano le nubi bianche proprio sopra le teste. Chiara allungava la mano e cercava di toccarne almeno una.
" proprio come panna, nonno" gridava. Anche Ludovico s'era messo a giocare con le nubi, e andava a cercare invece quelle nere, gonfie d'acqua, e ritornava verso la bimba inzuppato di pioggia.
"O Chiara, Chiara, come sono felice!", rideva.
Dopo qualche tempo, videro sotto di s le cime delle montagne, alcune coperte di neve.
"Ah, se Sandrino fosse qui!" sussurr Chiara.
Sorrise al pensiero che quel birbaccione del fratello li avrebbe potuti sorprendere nel cielo. Se lo immaginava col nasino all'ins, implorante verso di lei perch gli svelasse il segreto.
"Non vedo l'ora di tornare" diceva ogni tanto al nonno, pensando allo stupore che avrebbe provocato in Sandrino e anche in Margherita, e Ludovico la guardava ed era contento della sua felicit.
" proprio un bel regalo questo che ci  toccato" le sussurrava. "Ma perch proprio a noi?"

Sandrino era stato il primo ad accorgersi dell'assenza della sorella. Recatosi nella sua cameretta per chiamarla al gioco, non l'aveva trovata. Era corso allora a cercarla in cucina, in salotto, nel piccolo ripostiglio, nella cantina e poi di nuovo era uscito in giardino.
"Mamma, mamma, dov' Chiara?"
Chiesero aiuto a Margherita, ed insieme frugarono ogni angolo della casa.
"Anche il nonno  sparito!"
La mamma avvert una gran pena. Temeva che sarebbe successo un'altra volta ci che gi le era accaduto con Berto, suo marito, scomparso nel nulla. Avevano fatto ricerche dappertutto, ma del suo sposo nessuno aveva saputo dirle pi niente.

La famiglia di Ludovico, o meglio ci che ne restava dopo la partenza misteriosa del figlio Berto, viveva in una casa un po'appartata dalle altre, nel mezzo di un bosco fittissimo che sorgeva sopra una bassa collina; poco distante v'era un piccolo agglomerato di abitazioni, un nucleo antico, dove certamente erano vissuti pastori e taglialegna; spuntavano poi qua e l costruzioni pi recenti abitate soprattutto da contadini, che avevano messo a coltivazione piccole parti di quella foresta.
Il posto era magnifico per chi desiderava condurre una vita semplice.
Rachele, la giovane nuora, era venuta a starci contenta. Aveva conosciuto le altre famiglie e, di indole volitiva e generosa, aveva saputo farsi voler bene.
Berto era nato e cresciuto l. Conosceva tutti, e molti lo avevano visto in fasce. Di carattere gioviale e gran lavoratore, era stato lui a suggerire alcune coltivazioni e certi allevamenti, che continuavano a dare buoni guadagni a quella gente umile. Si nutriva dell'affetto e della gratitudine per lui.
Anche Rachele si faceva in quattro per aiutare il prossimo. Pure ora che era rimasta sola col nonno a badare ai tre figli.
La partenza del marito era stata un duro colpo per lei, che si era mossa in quei boschi con la leggerezza e l'armonia di chi  immensamente felice. Per lei, Berto era stato il principe azzurro sognato da bambina.
Negli ultimi giorni, vedendolo mutato, cerc di capire che cosa gli passasse per la mente. Mai l'aveva sfiorata il sospetto che egli una sera, senza salutare nemmeno i figli che tanto adorava, potesse svanire nel nulla.
Il nonno, quando fu avvertito, non disse una sola parola. Stette rinchiuso nella sua cameretta per ore e ore, mentre Rachele coi figli frugava ogni angolo della foresta.
Furono anche impiegate squadre di volontari. Fu chiamata la polizia.

"Venite a mangiare" chiam Rachele, affacciandosi sull'uscio di casa.
Sandrino stava di nuovo coi maiali. Giocava con Prospero, il pi pacioccone, ma badava a non mettere la mano a tiro della sua bocca. Il nonno gli aveva raccontato, una sera che stavano radunati intorno al fuoco, che una volta un maiale aveva divorato la mano di un bambino.
Sandrino guardava il maiale e guardava subito dopo la sua mano destra.
"Te la mangeresti, eh, Prosperuccio mio? Ma io ci devo fare i compiti con questa mano!"
"E allora dgli la sinistra!" incalz da dietro le spalle Margherita, che non lo perdeva d'occhio un solo istante.
Ma Sandrino cacci fuori la lingua, e anche quella volta fece il versaccio alla sorella.
"Che mangi invece la tua, brutta spiona!"
Margherita allora si mise a rincorrerlo, ma Sandrino era pi svelto di lei, e non c'era mai stata una volta che la pi grande fosse riuscita a raggiungere quel monello.

Per le compere, si recavano in paese con il furgoncino. Era Rachele a guidare, e metteva, sul sedile accanto al suo, Sandrino e Chiara, mentre Margherita pi spesso saliva dietro, sul cassone. Da l si divertiva a chiamare e salutare la gente che incontrava lungo il sentiero, finch non arrivavano alla strada pi grande che conduceva dritta dritta al paese.
Sandrino come al solito maneggiava ogni aggeggio che gli capitava a tiro, e qualche volta era un po'pericoloso ci che combinava, come quando, al tempo che c'era ancora il babbo, aveva afferrato il volante e gli aveva dato una bella sterzata. C'era voluta tutta l'abilit di Berto perch non andassero a sbattere contro l'auto di una loro vicina.
Ma Berto rimproverava raramente i figli. Aveva un'adorazione smisurata per quell'et, che considerava la pi bella della vita.
Rachele invece era donna, e perci meno indulgente quando si trattava della loro educazione.
Poich erano trascorsi alcuni anni dalla sparizione di Berto, qualcuno aveva cominciato a farle la corte. In particolare il padrone della mesticheria del paese, di nome Tonio, un omaccione robusto, con dei grandi baffi rivolti all'ins, il quale aveva pressappoco la stessa et ed era rimasto vedovo.
Margherita si accorgeva delle occhiate che dava alla mamma, e anche dello sconto tutto speciale che faceva sul prezzo della mercanzia.
"Il babbo torner" le sussurrava allora all'orecchio.
Le mancava tanto Berto, a Rachele. L'assenza di un uomo con cui confidarsi si faceva sentire a mano a mano che i mesi passavano. Scopriva soltanto ora tutta la forza del loro amore.

Ludovico metteva in quel volo l'entusiasmo di un bambino. Piroettava nel cielo e di quando in quando si voltava a guardare la sua Chiara. Cercava di farle capire quanto fosse felice; ma la bimba stava quasi sempre davanti a lui; e allora per qualche attimo il nonno si fermava e restava sospeso nell'aria ad ammirarla.
Della sua casa, non ricordava quasi pi niente.
Avevano scoperto che per andare pi veloci dovevano mettere le braccia avanti, come avevano visto fare al cavaliere, e non solo per scendere in picchiata verso terra, ma anche per salire; bastava che le distendessero ben parallele, e subito sentivano crescere la velocit, finch il vento sibilava intorno alle orecchie. Che grandi emozioni!
Ludovico avvertiva di essere entrato in una zona della vita in cui l'et non conta pi niente, e solo lo spirito  il padrone assoluto della propria esistenza.
Chiara lo chiamava a gran voce. Aveva intravisto laggi in basso, dentro una lussureggiante foresta, un grosso canalone, e in fondo ad esso aveva scorto un corso d'acqua.
"Voglio andare a vedere, nonno!" gridava.
Allora distesero in avanti le braccia, si misero in direzione di quel punto lontano e... frrr, frrr, l'aria prese a sferzarli come un vento impetuoso, sembrava una lama tagliente; nemmeno riuscivano a muovere la testa tanto era forte l'attrito che provocavano.

Una poiana stava appostata in cerca della preda sopra uno sperone di roccia, quando si vide passare davanti, proprio all'imbocco del profondo dirupo, Ludovico e Chiara che, presi dall'entusiasmo di quel volo, puntavano dritti incontro al corso d'acqua. La poiana allung il collo, pieg la testa verso il basso e seguiva con l'occhio incuriosito quegli sconosciuti. Arruff infine le piume sul collo, scosse le ali, e d'un tratto spicc il volo. Fu nel cielo; fece tre o quattro giri ampi come a godere della potenza che stava imprigionata dentro quel corpo selvaggio, quindi si butt nella scia dei due; serrando le ali, raccolse sotto il ventre le zampe robuste, e fu cos rapida la picchiata che la poiana fu presto a fianco di Ludovico. Non lo aggred, colta da una meraviglia che fiacc la sua voglia di predare; ma voltando il capo verso di lui, nel volo stette a mirarlo, e non staccava gli occhi da quelle braccia cos differenti dalle sue magnifiche ali.
Ludovico non si accorse di nulla; ancora godeva di quella velocit che lo lanciava nel cuore della natura; per la prima volta ne intuiva i segreti. Fu Chiara a scorgere il rapace, e lo grid al nonno, che voltando il capo alla sua sinistra si trov davanti agli occhi il becco adunco di lei, minaccioso. Ma la poiana ancora era ottenebrata dallo stupore, e Ludovico ebbe il genio di starla a guardare senza paura, e la bestia allora scosse le palpebre, chiuse per un istante gli occhi, e parve al vecchio d'averla conquistata. La poiana infine si allontan; apr le ali e di nuovo si distese nel cielo con movimenti solenni, superbi. Stava sopra i due, non se ne andava, compiva ampi giri lenti, maestosi; e Ludovico cap che essa dispiegava su di loro la sua antica fierezza, con orgoglio mostrava tutta l'armonia della sua superiore consuetudine con quegli spazi. Chiara sal verso di lei; il nonno la chiam per fermarla, ma la bimba gi stava sotto le ali dell'uccello e con lui giocava; ne udiva Ludovico la risata cristallina.
Un nibbio che stava appostato tra le rocce della parete fece capolino. Comparve infine tutto intero, teneva gli artigli afferrati alla pietra aguzza. Alz la testa, spalanc gli occhi e stette immobile ad osservare il gioco della poiana. Coi movimenti del capo seguiva quel volo prepotente, inventato. Apr infine le ali e fu anche lui nel cielo. Lo scorse la poiana. Voleva attaccare. Mosse incontro al nibbio. Ma fu un istante. Il nibbio era gi vicino a loro e col suo verso chiamava al gioco la poiana; ed essa allora distese le ali, gir due tre quattro volte nel cielo, e guardava il nibbio intrecciare il volo con la bimba. Infine si cal tra loro e tutti e quattro parvero riempire il cielo.

Trascorso qualche anno dalla sparizione di Berto, e prima che accadessero gli altri avvenimenti narrati sino a qui, al paese si organizz una gran festa serale. Si doveva tenere, questa festa, in una stalla sistemata per l'occasione. Ci lavorarono in molti, soprattutto i giovani, per rassettarla. Ludovico voleva recarvisi con i suoi; Rachele invece indugiava. Per via della disgrazia che le era capitata non voleva dare motivo di nuove chiacchiere. Decise infine di prendervi parte.
S'avviarono nel tardo pomeriggio, dopo aver cenato anzitempo. Andarono col furgoncino e fu Rachele a guidarlo. Gli altri salirono sul cassone. Lungo la strada, Chiara non faceva altro che tempestare di domande il nonno.
"Chiudi quell'orribile becco!" le intim ad un certo punto Margherita. In risposta, come al solito, la piccola fece il verso alla sorella. E anche Sandrino tir fuori la sua linguaccia, siccome era curioso quanto Chiara.
Quando giunsero alla stalla, all'interno tutto era gi pieno di luci. La porta era spalancata e dentro si vedeva gente agitarsi. Entrarono. Ludovico and a sedersi in un cantuccio, e subito vennero attorno i vecchi compagni. Uno di questi, soprannominato Frullana, gli accese la pipa.
"Come ai bei tempi, eh, Ludovico?"
"Basterebbero vent'anni di meno!" mugol il vecchio, aspirando la pipa, il quale in giovent era stato un donnaiolo. Notti, non era rientrato in casa.
"Meglio donnaiolo che scienziato" lo aveva difeso un giorno suo padre.
Frullana gli ricordava quegli anni memorabili. Erano venuti a sedersi accanto a lui Boccio e Pattana, altri compagni di bagordi.
"Ce n' di sottane, stasera!" sorrise Pattana.
Rachele se ne stava in disparte insieme coi figli.
Qualche uomo l'adocchiava. Chiara e Sandrino s'erano allontanati coi compagni; uscivano e rientravano dalla stalla correndo e schiamazzando. Solo Margherita era rimasta con lei, finch era venuto un giovanotto e se l'era portata via in mezzo alla danza.
"C'erano vacche e tori nella stalla" commentava Ludovico. "Altri tempi!" E Pattana annuiva.
La serata era al culmine. Dondolavano le lampade, appese al soffitto.
A quella festa c'era anche Tonio.
Da un po'di tempo aveva lo sguardo puntato su Rachele.
S'era avvampato pi d'una volta.
Rachele se n'era accorta. Teneva gli occhi a terra per non guardarlo. Ma il suo corpo avvertiva sensazioni.
Tonio tracann al banco un altro bicchiere di vino e mosse incontro a Rachele. Lei non vide, ma ud i passi. Rest immobile.
Non disse di no quando Tonio la invit alla danza. Si alz in silenzio.
La strinse a s Tonio. Quando avvert il calore di quel corpo, Rachele adagi la testa sul petto di lui, e parve distendersi e quietarsi.
Ma Ludovico colse la scena. Si rizz. Con passo lungo, potente, ritornato per incanto il vigore d'un tempo, raggiunse Tonio. Batt la mano sulla sua spalla, e Tonio intu, immagin, vide nel vecchio la sua leggenda. Lasci la donna.
"Torner Berto" le bisbigli Ludovico con aria di rimprovero. Rachele abbass gli occhi e non parl pi.
Era una notte di luna piena. S'era fatto tardi, ma i ragazzi non avevano sonno. Chiara s'era fermata con Sandrino sul prato davanti alla stalla, e insieme avevano sollevato i visi al cielo.
Gli occhi della luna parevano guardare proprio loro, e Chiara d'un tratto si mise a parlare con lei; Sandrino non riusciva a sentire che cosa dicesse. Spi le labbra della sorellina, ma ancora non capiva. Gli occhi di Chiara s'erano intanto appiccicati alla luna e solo i due sembravano intendersi.

Tonio era un accanito cacciatore. Veniva spesso dalle parti di Rachele. Ai tempi che c'era ancora Berto, si era fermato da lei pi d'una volta. Andava volentieri a caccia con Berto, tiratore formidabile, il quale sapeva distinguere dal fruscio dietro la siepe o sul ramo l'animale che stava appostato. Udito fine, non c'era movimento che non gli giungesse all'orecchio per primo. Una volta andarono insieme a caccia del cinghiale. Certi amici ne avevano avvistato uno. Gli avevano fatto la posta, ma niente; pi furbo di loro, sempre li aveva burlati.
Ne parlarono con Tonio, e Tonio con Berto.
"Noi due lo staneremo."
"Non c' animale che possa farla al mio Jack" annu Berto, accennando al suo cane.
"Vi porteremo il cinghiale, Berto ed io" promise ai paesani Tonio.
E cos una mattina pass dalla casa di Berto avanti l'alba. Picchi alla porta. Venne proprio Rachele ad aprire.
Berto stava gi seduto al tavolo.
"Prendi un po'di caff con noi" disse.
Aveva a fianco, tutto agitato, scodinzolante, Jack.
"Buono buono. Ora si va." Jack sembrava capire. Si accucci vicino alla sedia; il muso acquattato sul pavimento, mugolava.
"Andiamo" disse Berto; e baci la sua Rachele. Afferrato il fucile, lo teneva in mano.
Il bosco, subito dopo la piccola radura che stava davanti alla casa, s'infoltiva, dapprima con acacie alte, poi qualche castagno, qualche pino e un po'pi in alto degli abeti. Quando spunt l'alba, si riemp di rumori, di fruscii e di canti. Jack annusava senza una direzione precisa.
Gi in basso gorgogliava il torrente, e siccome s'era in primavera, le acque erano turgide e veloci. Discesero il pendio per passare sull'altro monte, e Jack fu il primo a raggiungere il rivo. Ficc il muso nell'acqua, poi lo lev come giocando, lo scosse, e con la lingua torn a bere grosse sorsate; quindi, fatto dietro front, corse verso gli uomini che si apprestavano a guadare.
Fu a questo punto che il cane ebbe uno scarto improvviso. Drizz le orecchie, si ferm, le zampe tese, lo sguardo allungato oltre il torrente. Infine si gett nell'acqua. Giunto sull'altra riva, disparve nel bosco.
Berto gli corse dietro, e cos Tonio che aveva tolto il fucile di spalla ed ora lo imbracciava.
Jack abbai.
" l. L'ha braccato. Facciamo presto Tonio."
Jack gua, e Berto cap che la lotta era incominciata e il terribile cinghiale stava vincendo. Accelerarono la corsa.
Giunsero trafelati; Jack era a terra, ansimava, ferito a morte. Il cinghiale era sparito.
"Povero Jack" disse Tonio.
Nei giorni successivi, continuarono la caccia.
Lo uccise Berto, una mattina, appena levata l'alba. Lo sorprese mentre assetato scendeva al torrente. Fu pi lesto di Tonio.
Berto lo port al paese sulle spalle. Lo rovesci sul tavolo della locanda.
Vennero tutti a vedere, e soprattutto i ragazzi guardavano Berto, e lo ammiravano; i pi vecchi invece non avevano bisogno che qualcuno spiegasse loro chi era Berto. Avevano conosciuto il giovane Ludovico, e Berto era suo figlio, in tutto simile a lui.

Quella locanda, che aveva nome "La rondine", era il cuore del piccolo paese. I pastori e i contadini vi si radunavano al tramonto. C'erano tra loro degli autentici bevitori. Qualcuno ogni tanto prendeva delle solenni sbornie.
Il Guercio, che aveva perso un occhio per una lite, era di casa alla locanda e faceva coppia alle carte con Buzzino, furbo pi di una volpe. Contava bene le carte, Buzzino; fremevano, parevano avere mille vite le sue dita.
Quando, la sera tardi, entrava anche Berto, il Guercio gli ammiccava mezzo strabico, e Berto accettava la sfida. Chiamava sempre Tonio a fargli da compare.
Amelio, il padrone della locanda, era grosso pi di Tonio. Straordinaria la sua forza. Allorch gareggiavano a braccio di ferro con lui, si sfilava la camicia, e non badava all'avversario; fosse chi fosse, non lo guardava nemmeno in faccia; e dopo poche saggiature, lo stendeva. La gente gridava, e si pagavano le scommesse, e c'era chi perdeva perfino le mutande nei giorni che il vino scorreva a fiumi.
Dopo la sparizione di Berto, s'era persa un po'quell'allegria.
Rachele capitava spesso a "La rondine".
Tonio gi da quei giorni la occhiava.
Rachele andava per il vino. Comprava da Amelio due o tre damigiane che faceva caricare sul furgone. Vino nero.
Quella volta, Rachele and qualche giorno dopo la festa.
Tonio giocava contro il Guercio e Buzzino, che ora, sparito Berto, erano diventati imbattibili.
Vide la donna e alz gli occhi dal tavolo. Rachele s'era diretta incontro a Amelio, che stava dietro il banco, gi pronto a caricare le damigiane.
Sollev la prima come fosse un fuscello, la poggi sulla spalla e s'avvi all'uscita. Rachele stava qualche passo indietro, ancora bella.
Tonio lasci cadere le carte e si alz. Si avvicin alla donna.
"Da quando Berto non c' pi, ho perso la testa per voi."
L'umore che contenevano quelle parole le rimescol il sangue. Lo trafisse con gli occhi. Ma subito sbianc, e anche Tonio avvert il mutamento. Tra loro era sorta, minacciosa e imponente, la figura di Ludovico.

La leggenda di Ludovico nasceva da lontano.
Era capitato in quel bosco ancora ragazzo. Alto e forte, sembrava figlio di un Dio. Lavorava sodo la terra, e la radura era stata la sua prima conquista alla foresta; da solo aveva abbattuto gli alberi e costruito la casa. I primi tempi, la gelosia e l'invidia di quelli che sempre avevano comandato, gli procurarono fastidi. Ma Ludovico mise subito le carte in tavola quando ricevette il primo torto.
Sceso a "La rondine", retta a quel tempo dal padre di Amelio, che era pi grosso del figlio, fracass, per farla breve, mascelle, nasi e zigomi, e la gente che lo vide lottare raccont poi che nemmeno un toro aveva in corpo quella furia.
Fin perci la casa in santa pace. Si spos, e nacque Berto, che cresceva simile a lui, e Ludovico ringrazi Dio di avergli concesso un figlio cos.
Quando Berto fu giovanotto, e Ludovico era ancora nel pieno delle forze, non c'erano uomini in paese che, messi tutti assieme, potessero battere quella coppia di giganti.
"Berto, mio Berto" diceva Ludovico certe notti quando ripensava a lui, e quel figlio si confermava la cosa pi bella che Ludovico era riuscito a creare.

La poiana aveva visto correre la lepre lungo il torrente.
Prima del nibbio, pi rapida, si cal in picchiata. Afferrata la preda, Ludovico la vide ritornare nel cielo. Teneva gli artigli stretti sulla bestia attonita, smarrita, vinta.
Il nibbio le volava intorno: avido, ma timoroso.
"Saliamo ancora" chiese Chiara, e Ludovico distolse lo sguardo dai rapaci, si accost alla bimba e insieme, le braccia protese in avanti, ascesero il cielo. Stava scendendo la sera. La luna a poco a poco si tingeva del suo giallo colore, e la scia luminosa calava gi verso la Terra, e appariva come una strada cosparsa di magie.
Se quella notte Rachele avesse alzato gli occhi alla luna, penetrato lo sguardo dentro la sua luce, risalita quella scia luminosa, li avrebbe visti piccini piccini volare lass. E li avrebbe anche riconosciuti, pens Ludovico, e avrebbe capito che non potevano essere che loro due quegli straordinari viaggiatori, alla ricerca di quella parte prodigiosa della vita che sta racchiusa dentro ciascuno di noi.
A mano a mano che ascendevano dentro quel fascio di tenera luce, si accelerava e si faceva pi leggero il volo.
Chiara aveva chiuso gli occhi e gridava al nonno di fare altrettanto. Si sentiva simile alla farfalla o alla libellula, diceva; batteva le braccia, ed era come loro.
"Nonno, nonno!"
Ludovico stava librandosi nella luce giallastra della luna; sentiva di essere finalmente l'uomo che aveva sempre cercato; l'anima, sazia, appagata, si manifestava a lui, al pari della sua carne.
Plan, si distese nel volo per assorbire la quiete che a poco a poco si impadroniva di lui.

Si era in piena estate. Sulla veranda, seduta nella sedia a dondolo, Rachele guardava i suoi due ragazzi. Un velo di malinconia la sorprese.
Era giunta l'ora che i grilli cominciano a cantare, e anche le rane nei fossi gracidano, e l'estate si fa prodiga di incantamenti. Sandrino stava immobile davanti al pollaio e osservava le galline dormire. Margherita gli si accostava ogni tanto e gli prendeva la mano.
Pensavano ai cari lontani, e soprattutto alla piccola Chiara, che chiss dov'era andata.

Si raccontava di Ludovico quest'altra leggenda.
Un anno in paese accadde un fatto molto strano. Una donna, capitata a "La rondine" per delle compere, era stramazzata al suolo e il medico prontamente accorso ne aveva solo potuto constatare la morte. Qualche tempo dopo, un'altra donna, giovane e molto bella, gi promessa sposa, durante la mietitura era piombata a terra tra le grida delle compagne, e questa volta la morte era sopraggiunta dopo terribili spasimi. Si era contorta tra il fieno, ed erano uscite dalle sue labbra bestemmie terribili.
Tocc poi a un bambino, travolto dalle ruote di un carro. Infine una ragazza fu trovata affogata nel rio, vicino alla casa di Ludovico.
Cos, una sera, gli uomini, radunatisi alla locanda, convennero che bisognava fare qualcosa, perch in paese viveva una strega.
"Finch non la troviamo, nessuno di noi pu stare in pace."
And anche Ludovico, ed espose un piano. Certi uomini dovevano vigilare, raccogliere confidenze, sapere e vedere tutto.
Seguirono, per, altre morti improvvise.
Alla locanda non se ne poteva pi. Uno degli uomini incaricati, di nome Selvatico, sbraitava pi degli altri. Una sera, montato sul tavolaccio, persa la testa, fece il nome di una donna. Disse che si doveva bruciare. Era lei la strega. Intorno a Selvatico si form una pattuglia di scatenati che usc dalla locanda per andarla a cercare.
La sua casa era nel bosco. Brutta, col naso adunco, aveva avuto chiss da chi una figlia, e questa, al contrario della madre, era la creatura pi bella e delicata che si trovasse in quei luoghi, ed era davvero tanto singolare la sua bellezza che forse non se ne trovava l'eguale per molte e molte miglia all'intorno.
"Come si spiega che una donna cos brutta abbia potuto generare una fata?" dicevano tra loro quelli che stavano seguendo Selvatico.
"Selvatico sente lo zolfo dell'inferno, e se dice che quella donna  una strega, gli si deve credere."
Oltrepassarono la casa di Ludovico. Berto era ancora piccolo e stava sull'uscio accanto alla mamma. Guardava il suo pap che gli veniva incontro per abbracciarlo.
Giunsero al bosco e scesero al rio dove, in un punto oscuro, viveva la donna.
Selvatico la chiama. La donna  in cucina. Avverte che c' qualcosa nell'aria che  contro di lei. La figlia  consapevole di quel disagio, esce lei, invece della mamma, e Selvatico se la vede davanti, bella e ammaliatrice come una regina del bosco.
"Vattene" le grida.
"Fai venire tua madre" urlano anche gli altri, mostrando i fucili.
E la donna compare sull'uscio.
Sparano, e lei muore.
Gli uomini si aspettano un qualche evento eccezionale, magari che il diavolo, uscito da quel corpo ormai inutile, si mostri a loro e li irrida.
Stanno in attesa; tengono i fucili puntati sul corpo che non d pi segni di vita, affogato nel sangue.
Selvatico si avvicina; punta le canne della doppietta sul viso della morta; con un brusco spintone allontana la ragazza, che  chinata sulla madre. La rovescia a terra.
"Esci, satana!" grida.
Ludovico  l, ammutolito.
Selvatico afferra la ragazza.
Gridano gli altri:
" strega anche lei.  figlia del diavolo!"
Selvatico la solleva per la gola; e mentre la guarda negli occhi preme la canna del fucile contro il suo ventre.
 a questo punto che grida Ludovico. E il suo urlo squassa il cielo. Gli uomini si voltano verso di lui. Ma Ludovico ha gi sollevato Selvatico; come un fuscello lo scaraventa in aria.
Allora gli sparano contro. Ma non lo feriscono le pallottole, e Ludovico afferra i loro fucili e li accartoccia.
Selvatico  disteso a terra.  svenuto.
Gli uomini se ne vanno; solo Ludovico resta accanto a lui.

Berto ragazzo aveva dimestichezza col fiume. Andava coi compagni, e qualche volta v'incontrava il padre. Ludovico, gi in mezzo alla corrente, lo chiamava. Subito Berto lasciava gli amici. Smessi i pantaloni, si tuffava.
Anche quando il fiume era gonfio andavano.
Se non c'era il babbo, Berto non aveva rivali tra i compagni.
Rachele lo aveva incontrato proprio sul fiume. Non era la prima donna che si invaghiva di lui. Ma fu Berto che avvert la novit nel cuore, e fremette e palpit. Risalito l'argine, parl con lei.

Sotto la luna, Rachele, ancora seduta sulla sedia a dondolo, era pervasa da una sottile malinconia.
Il bosco disegnava ombre cupe e profonde.
Chiam i figli, li volle accanto a s.
"Mamma, dov' il babbo?" domand Sandrino senza piangere.
Allora Rachele - senza sapere perch - narr ai figli di quella disperazione, tanti anni prima, di nonno Ludovico, e della morte di Selvatico, che dal giorno che aveva ucciso la strega non aveva avuto pi pace, come se la sua anima si fosse definitivamente dannata.
"Videro galleggiare il suo corpo nel fiume. Girava su se stesso, impigliato sotto gli archi del ponte, e la corrente non riusciva a staccarlo da l."
"E che avvenne della ragazza?" domand Margherita.
E Rachele, quasi le parole le venissero suggerite da quelle ombre che si affacciavano dal bosco, cominci a narrare questa storia.
Erano trascorsi molti anni dalla morte della strega, e tutto cominci proprio al tempo che fu ritrovato il corpo di Selvatico.
Certe notti, dei viandanti, ma soprattutto cacciatori che s'inoltravano nel bosco, giunti nei pressi della vecchia casa abbandonata, dicevano di udire un canto. Contro la loro volont, si avvicinavano, e cos vedevano la figlia della strega, la bella ragazza che aveva incantato Selvatico. Se ne stava seduta sull'erba, proprio sulla riva del rio, e sembrava non accorgersi di chi si avvicinava. Continuava il canto, ed era cos dolce la melodia che tutti ne restavano affascinati. Qualcuno, dopo quella sera, non era pi ritornato a casa, sparito come fosse stato inghiottito dalla foresta; altri al mattino erano corsi alla locanda e avevano gridato bestemmie; infine, accasciati dietro il banco, erano morti.
" tornata la strega" cominci a dire qualcuno.
E Amelio rammentava ci che aveva raccontato suo padre della furia di Ludovico.
"Non si deve andare" raccomandava.
"Quel luogo  maledetto!" dicevano altri.
Ma c'era tra loro un nuovo Selvatico; e cos, una sera, la luna piena, partirono. Davanti alla casa di Berto, lo chiamarono.
"Ammazziamo la strega" gli dissero.
Udito il frastuono, anche Ludovico si affacci, e parve la sua vecchiezza mostrarsi tutta intera. Il giovane Selvatico si ritrasse allorch lo vide comparire sull'uscio.
Non disse nulla, Ludovico, e quando Berto gli pass accanto per unirsi ai compagni, nemmeno allora fiat. Guard il figlio, e pens che qualcosa della sua vita stava per ricominciare.
La casa della strega era disabitata da quel tempo. I muri erano caduti; il tetto in parte aveva ceduto e si vedevano sparsi all'intorno tegole e calcinacci.
Udirono il canto della ragazza.
"Com' bella!" commentarono quando apparve.
La ragazza questa volta li sent, e si volt a guardarli.
Continu il canto.
Scendevano i lunghi capelli dietro la schiena.
Il giovane Selvatico, avvicinatosi, le appoggi la doppietta sul viso e spar.
Allora ebbe Berto il sussulto del padre. Ma, questa volta - incredibile a dirsi - a terra non videro il corpo della ragazza. E neanche il giovane Selvatico c'era pi, entrambi svaniti nel nulla. Restarono increduli; e i cani che avevano portato fuggirono nel bosco. Non ne torn indietro nemmeno uno: morti, si disse, e di come e di che cosa non si seppe mai.
Cominciarono a frugare in cerca della donna; anche Berto s'inoltr nel bosco. I compagni non riuscivano a stargli dietro. Nel camminare, non sembrava pi un uomo.


II

Ludovico veleggiava nell'aria come se vi fosse stato da sempre.
Quando Chiara aveva qualche incertezza, o s'impauriva, Ludovico correva da lei con quella destrezza del volo che lo faceva somigliare proprio alla poiana che avevano incontrato. Il pi delle volte, andava con ritmo lento e quasi si fermava, e si guardava intorno. Era giunto ad una tale altezza che non scorgeva laggi in basso pi niente.
Dov'era finita la Terra?

Stringa era uno dei tanti frequentatori de "La rondine", dove trascorreva molte ore del giorno. Buon giocatore di carte, faceva coppia fissa con il vecchio Frullana.
Andava in collera facilmente, e cos accadde un giorno che, durante una partita, Frullana sbagli a calare la carta.
"Ora s' perso, bischero!" gli disse Stringa.
Frullana si morse le labbra, e ci fu anche chi gli batt la mano sulla spalla e lo canzon:
"Meglio la frullana nel campo, di."
Intorno ai tavoli da gioco, che diventavano numerosi appena scendeva la sera, si radunava molta gente. Si levava sempre il mormorio quando qualche giocatore sbagliava.
Amelio era pi che soddisfatto; gli affari andavano a gonfie vele, e lui girava tra i tavoli a mescere vino.
"Prendo il tuo posto" disse a Frullana Tonio, che, da poco entrato, moriva dalla voglia di battere la coppia che era riuscita a spodestare il Guercio e Buzzino.
Frullana s'alz a malincuore al cenno di quel gigante.
Stringa non disse nulla.
Si ricominci; e la fortuna e la destrezza vennero a premiare i due.
Tonio trincava forte, ma anche Stringa non era da meno.
Partite si giocavano anche sugli altri tavoli, ma quella di Stringa e Tonio da una parte e Ciortellora e Chiodo dall'altra era senza dubbio la pi interessante, e tutti pressappoco stavano intorno a loro.
Ad un certo punto il momento si fece delicato; scese nella locanda un gran silenzio. Recandosi a servire gli altri tavoli, Amelio lo faceva in punta di piedi per non disturbare.
Cal Tonio e sbagli la carta.
"Sei un bischero anche te!" grid Stringa, che di errori a carte ne faceva pochissimi.
Tonio non stava agli scherzi; avvamp.
"Da quando hai perso Berto, sei una schiappa" rincar la dose un altro tra gli spettatori.
Tonio si alz in piedi, alto e massiccio come un elefante, e non cap Stringa, quando si ritrov disteso a terra, quel che gli fosse accaduto.
Scosse il capo.
"Brutto maiale!" grid, con l'occhio tutto ammaccato, e a testa bassa gli si gett contro. Ma Tonio gli assest un tale gancio che si sent schioccare la mandibola di Stringa. Ripiomb a terra mezzo morto.
"Avanti a chi tocca" si mise a gridare Tonio, e guardava ora uno ora l'altro degli spettatori, e attendeva una nuova sfida.
"Quel maiale, ci vorrebbe Rachele a domarlo" brontol Stringa, che ormai non poteva temere di peggio.
Tonio si volt. Sbavando dalla bocca, si avvent su di lui, e come se tenesse una bottiglia tra le mani, lo scaravent contro il bancone.
"Ora basta, Tonio" grid finalmente Amelio, levandosi il grembiule.
E Tonio parve riconoscere in lui l'avversario che poteva liberarlo dalla furia che lo dannava.
"Fatti sotto, coglione" gli grid.
Quindi prepar le braccia e serr i pugni come fa un pugile di professione, e attese che Amelio gli venisse incontro.
Amelio fu davanti a lui; e la calma che riusciva ancora a mostrare sembr insinuarsi come una miccia dentro la mente di Tonio, e provocarvi un'esplosione. Rapido Amelio lo afferr per la vita, e mentre Tonio sferrava violenti pugni a destra e a manca senza trovare il bersaglio...
"Ancora una mossa e ti spezzo in due" gli disse, digrignando i denti.
Si afflosci la violenza di quel bestione.
Amelio, che era abituato a liti come quelle, lo accompagn infine al tavolo pi vicino e l'aiut a sedersi.
Tonio non parl pi.

L'inverno piomb sul paese all'improvviso, e fu rigidissimo. Ai primi di dicembre, anzitempo, cadde la prima neve. Dapprima carezz i campi, prese confidenza coi tetti e i viottoli della collina, poi, dopo una pausa di qualche giorno, il cielo sin dal mattino di nuovo si fece bianco, basso e pesante. I paesani di continuo lo spiavano. Divennero pensierosi.
Infine nevic a pi non posso. Dalla porta e dai finestroni della locanda la gente stava con le punte dei nasi sui vetri a guardare il cielo.
"Sar un brutto inverno" s'azzardava a pronosticare qualcuno.
La strada si riemp presto di neve, e tutto il paesaggio divenne d'un colore bianco immacolato.
Poi, sulla sera, passarono alcuni carri, e comparve qualche cane, che prese a guaire davanti alla porta della locanda. Le donne stavano tappate in casa.
Nei giorni seguenti continu a nevicare forte. La gente cominci a soffrire di pi.
Rachele non s'era pi vista in giro. Stava coi figli e badava alle bestie come poteva.
Vicino Natale, il villaggio dove abitava Rachele con altre poche famiglie si trov isolato dal paese. La strada era gonfia di neve, e anche andando a piedi non si riusciva a fare che pochi passi, tanto si sprofondava.
Alla locanda, gli uomini non sapevano che fare.
"Mai visto un inverno cos" diceva ogni tanto qualcuno.
Il gioco delle carte s'era fatto raro.
La vigilia di Natale si sparse la voce che intorno alla casa di Rachele la notte s'erano visti i lupi. Rachele aveva preso il fucile e sparato qualche colpo, ma i lupi, arrivati lo stesso fino alla porta, erano saliti sui davanzali delle finestre, digrignando i denti, ululando.
Rachele ne temeva il ritorno. Stava coi figli e attendeva.
Infatti i lupi tornarono.
Qualcuno port la notizia alla locanda, dov'era anche Tonio. Stava in silenzio appoggiato al muro, lo sguardo rivolto alla finestra e alla neve, che veniva gi a fiocchi grandi.
Sente. Ascolta. Va incontro all'uomo che parla.
"Che dici, bestia!"
"Questa volta Rachele se la mangiano i lupi."
La furia di Tonio  ora contro la natura che gli porta una sfida.
Spalanca la porta ed  in strada. Prende il sentiero che conduce al villaggio. Passa le prime case. Sente l'ululato dei lupi.
Li vede. Sono davanti alla casa di Rachele; graffiano la porta. Altri arrivano usciti dal bosco.
Rachele spara qualche colpo. I lupi l per l fuggono, ma subito dopo ricomincia l'assalto alla porta e ai vetri delle finestre. Alcuni tentano di forzare l'ingresso del porcile e del pollaio. Rachele spara ancora.
Quando compare Tonio, i lupi si voltano verso di lui. Anche il grosso capobranco. Tutti si fermano, per, e solo quel bestione corre verso Tonio. Fa il salto, ora. Tonio ha in mano il coltello, si china appena, e il lupo gli  sopra la testa, il ventre e le zampe sono tese sopra di lui. Tonio  svelto, con il coltello lo colpisce, lo apre, e la bestia stramazza alle sue spalle gi morta.
Rachele ha sentito.  dietro la porta e cerca di capire cosa sta accadendo l fuori. Il branco ha visto; la febbre della fame incalza i lupi. Ed ecco che tutti insieme partono e corrono nella direzione di Tonio. Uno dopo l'altro balzano su di lui. Tonio agita il coltello; qualche lupo cade, rantola a terra. Ma altri ancora giungono. Si piega Tonio, si protegge con le braccia intorno al collo. Un lupo lo azzanna alla gola.
 disteso a terra, ora, Tonio, e i lupi si sfamano a morsi.

Simili a batuffoli di cotone, passavano sotto Chiara e Ludovico delle nuvole bianche.
"Corriamo laggi" esult il nonno.
"Aspettami, aspettami!" gridava la bimba, che nel volo non aveva la potenza di Ludovico.
Si posarono su quella matassa di cirri candidi. Chiara vi saltava sopra contenta, e anche Ludovico sentiva di essere tornato ragazzo.
" tempo di rientrare" disse. "Vedrai, nessuno creder al nostro viaggio."
"Invece ci crederanno, nonno. Non vedo l'ora di raccontarlo a Sandrino e a Margherita."
"Vi voglio tanto bene."
"Anch'io, nonno. Anch'io. E anche Sandrino, sai, e Margherita ti vogliono tanto bene. E anche la mamma. Muoio dalla voglia di rivederli."
Puntarono le braccia in direzione della Terra.

Rachele era diventata come un tempio che attende il suo Dio per placarsi. Sapeva che Berto aveva avviato i suoi passi verso di lei, e che si avvicinava il momento che potevano di nuovo incontrarsi. Sarebbe accaduto in un'ora magica ed imprevedibile, ai confini dell'esistenza; e i caratteri fisici del suo Berto lei sapeva gi che li avrebbe confusi con quelli dei suoi figli e poi, col trascorrere del tempo, anche coi figli dei figli, come voleva Ludovico.

Cal la sera. Fuori tutto era ancora bianco di neve. Ludovico stava in piedi sull'uscio e teneva stretta a s Rachele.
"Verr Berto" le diceva.
Accanto a loro, i bambini tacevano immobili ed avevano gli occhi rivolti alla luna. Gli usci e le finestre delle case attorno, per un qualche sortilegio, erano rimasti spalancati, e pareva che qualcosa all'improvviso fosse accaduto di straordinario, e tutti se ne fossero andati.
Si aveva la sensazione di una vita sospesa, la quale avrebbe potuto riprendere da un momento all'altro.
Vicino alla casa c'era un piccolo lago.
Un uomo vi giunse in sella ad un cavallo. Lasciata libera la bestia, si sedette e rest ore ed ore seduto su quella riva, apparentemente senza alcuno scopo. Sembrava attendere un segno.
Il cielo era carico di stelle. Una luna piena, di un giallo denso, forte come quello del sole, dominava l'oscurit. Mandava sul lago gelato raggi prepotenti di luce.
Il bianco della neve, il nero del cielo, il giallo della luna e delle stelle erano i soli colori che si svelavano in quella notte. Un silenzio di attesa regnava sul luogo.
L'uomo era muto, cos sembrava. Ma un osservatore attento avrebbe avvertito l attorno echi e sussurri di un'esistenza immane.
D'un tratto l'uomo si alz, come se avesse inteso lo scoccare di un'ora, e la luna divenne in quell'istante pi luminosa. Si dilat a poco a poco e copr le stelle, e tutto diventava giallo, ed anche il buio venne coperto dalla luna. Fu grande come tutto il cielo la luna di quella notte straordinaria. All'improvviso l'uomo sembr allungarsi, tendere al cielo. Il cavallo avvert il prodigio; tese il collo; scosse pi volte la testa inquieto; guardava il suo padrone mutare, diventare sempre pi grande. L'uomo aveva cominciato a dilatarsi e a sciogliersi; come un nero colore vapor nel cielo. Divenne una macchia scura che saliva incontro alla luna. Poi, lentamente, quella macchia scura entr dentro la luna, e presto non si vide altro che quell'unico colore giallo del cielo.
Non si era mai vista sulla terra una notte cos.
"Torner Berto" disse Ludovico.
"Berto  tornato" disse Rachele.
La strinse a s Ludovico:
"Berto  dentro di noi" le sussurr.

6.7.1992 - 5.8.1992



L'AMICIZIA DI ATTILIO

I

Corrado ricordava quel modo tutto speciale che Attilio aveva di donare la propria amicizia, e lui, timido fino all'inverosimile, si era aperto al mondo grazie al contatto avuto con quel meraviglioso compagno. Attilio non temeva niente della vita e affrontava ogni cosa senza esitazione, quando intuiva che era giusto fare cos.
Ma dove mai si trovava ora?
Corrado lo aveva perso di vista. Un banale diverbio li aveva separati. Si erano incontrati per strada qualche volta; eppoi Corrado seppe un giorno che Attilio aveva avuto qualche sbandamento della mente. Ne fu trafitto, e immagin che il Creatore del mondo avesse indirizzato quella straordinaria allegria di Attilio verso nuovi insondabili sentieri, e sopra quelli camminava ora il suo spirito.

Da che nasciamo, noi facciamo i nostri conti con la vita non una ma milioni di volte, e anche se nel corso dei secoli si  tentato di dare qualche risposta su che cosa essa sia realmente, ciascuno di noi con la propria nascita e la personale esperienza ricomincia ad interrogarsi sempre da capo. Perch apprendere sui libri non equivale mai a vivere. Corrado intu una mattina, non pi ragazzino, che se voleva onorare la vita, egli doveva impostare la sua esistenza su di una serie innumerevole di presenti, poich il presente non  soltanto l'istante che si riesce a cogliere, ma esso si compone e si salda con tutti i presenti passati e futuri; essi si riversano in qualche modo uno dentro l'altro e generano la propria individuale, inimitabile esistenza.
Era una mattina di primavera; stava con la sua bicicletta sull'argine del Serchio, e fu proprio l, davanti allo scorrere dell'acqua di quel fiume antico, che conquist il suo brandello di verit. Si sent soddisfatto.

Terminati gli studi e trovato un lavoro, Corrado si consider fortunato. Ma del mondo, dei suoi nuovi rapporti con la realt non era contento. Qualcosa non stava al posto giusto nell'ordine costituito della societ civile e quella sensazione di sconforto e di delusione che lo stava attanagliando un poco alla volta mostr infine la sua radice, e Corrado pot cominciare ad analizzare le ragioni della sua scontentezza.
Egli constatava che tutti i principi e gli accadimenti di un certo rilievo che avevano fatto la storia del mondo erano stati capaci di produrre solo dolore. I millenni trascorsi erano dunque andati perduti? Che poteva fare lui, Corrado? Esisteva una possibilit di agire che gli fosse riservata?
E cos, il ricordo di Attilio gli offr di nuovo una grande occasione, poich ormai era certo che l'amico era entrato dentro una realt diversa e possibile, e a lui toccava di decifrarla.

D'estate, la sera tardi, per le strade di Lucca non s'incontra molta gente. La citt antica, con le sue viuzze strette e i tetti che quasi si toccano, si veste di magia per accogliere i pochi passanti, che sono gli adoratori silenziosi e fedeli della citt. Corrado era tra questi, e spesso vi si recava, dopo aver cenato e chiuso alle spalle l'uscio di casa; si dirigeva verso piazza San Michele, e da l entrava nel Fillungo. Ascoltava, sotto quelle fioche luci, i suoi passi risuonare sul selciato, e udiva quelli degli altri, ancora lontani e ammaliatori. Giunto all'incrocio con Chiasso Barletti, gli pareva perfino qualche volta di riudire le voci dei triumviri Cesare, Pompeo e Crasso, che stringevano il patto nella sua bella citt.
Una sera percorse, dopo via Fillungo, tutta via dei Borghi. Si ritrov sui fossi. Gorgogliava l'acqua del canale. Si sporse dal muretto: vi si specchiava magica e incantatrice la luna.

Si annunciava un autunno carico di tensioni. Vi era rabbia negli uomini. Si aveva voglia di qualcosa, di qualunque cosa che rigenerasse la speranza.
Una manifestazione di operai giunse davanti al palazzo del Prefetto.
Gli animi erano accesi. Alcuni avevano perduto il posto di lavoro proprio in quei giorni. La gente s'era fidata dei governanti.
"Andiamo dal Prefetto. Ci deve guardare bene in faccia" cominci a gridare qualcuno.
"Diamogli una lezione!" gli fece eco un altro.
"Devono capire che si fa sul serio."
"Portiamolo a Roma con noi."
La gente si era stufata di ripetere i soliti cortei, comizi e manifestazioni varie, che non sortivano alcun risultato.
"Non devono pi governarci quelli che ci hanno ridotto cos!"
"La politica  diventata strumento di corruzione."
"Quei farabutti hanno messo alla berlina il nostro Paese."
"Maledetti! Hanno distrutto il futuro ai nostri figli. Non lo vedete che non c' pi speranza negli occhi dei nostri ragazzi?"
"Peggio degli assassini!"
"Siano stramaledetti!"
Corrado deplorava la violenza, ma la sentiva gonfiare e salire dappertutto.
Poteva esserci un'altra strada? Ma guardando alle leggi generali della natura, doveva ammettere che la condizione dei deboli, in ogni specie vivente,  a tal punto miserabile che un debole resta tale per tutta la sua esistenza.
Dove la si doveva cercare dunque questa nuova strada? Si doveva forse cercare nell'amore la chiave straordinaria per un definitivo cambiamento?
"Come pu riuscire l'amore se nemmeno quello di Cristo c' riuscito!" ironizzava Irene, la sua compagna, ogni qualvolta ne parlava con lei.
Ma Corrado intuiva che nell'uomo, pi che nella natura, vanno ricercati i segni di questa possibilit. Avvertiva che solo nell'uomo vi sono i tratti di una distinzione che promana direttamente da Dio.
Certi giorni prendeva coraggio e si rallegrava dei suoi pensieri.

Era settembre; per le strade si levava il clamore delle feste della citt. La gente pareva essersi dimenticata dei propri drammi.
Corrado pensava invece che ogni vita ha tutte le ragioni per non essere mai neutrale; tuttavia accadeva, anche nella peggiore delle sofferenze, che c'era chi ancora restava spettatore del proprio e dell'altrui dolore.
Una di quelle sere pass con Irene vicino al Luna Park. Dopo essersi fermato sul ciglio della strada a guardare, diede un'occhiata all'amica. Al pronto cenno di lei, prendendola per mano, corse alla prima giostra che gli stava davanti. Vi salirono. Ridevano, e una dolce musica li accompagnava.

Corrado tentava di ripercorrere all'indietro l'esistenza della sua razza, e si aspettava di rivedere da un istante all'altro l'ultimo crocicchio attraversato. Egli credeva, infatti, che nel corso della sua esistenza, l'uomo si fosse trovato pi d'una volta davanti ad un quadrivio e, costretto a scegliere, almeno una volta avesse sbagliato strada. Desiderava scoprire il momento in cui aveva compiuto l'errore, poich era convinto che ad ogni uomo che viene al mondo  concessa la possibilit di rimediare, e lui l'avvertiva in modo del tutto speciale.
La voce di Irene lo distrasse dai suoi pensieri.
"Sulla ruota! Saliamo sulla ruota!" grid, e Corrado la vide precipitarsi verso la gigantesca ruota che lentamente saliva al cielo.
"Corri, lumacone!" Rideva.

Corrado aveva visto nascere e morire molte amicizie a causa delle idee, e ne aveva ricavato il convincimento che, al di l delle apparenze e delle affermazioni di circostanza, dentro l'uomo ancora si nasconde irritazione e diffidenza nei confronti di chi non la pensa allo stesso modo, e se qualche volta si era sforzato di contenersi, e a qualche avversario aveva cercato di donare la propria amicizia, sentiva che essa rimbalzava sul compagno e ritornava a lui velata di astio e di risentimento.
Si era sul finire dell'estate. Si avvertivano nella stagione morente i primi segni del cambiamento. Questa straordinaria preparazione al riposo della natura non significava forse che c'era bisogno di un lungo sonno che avvolgesse anche la societ civile, e facesse appassire e cadere le foglie di una cultura che aveva prodotto dappertutto guasti scellerati?
Accadeva in quei giorni a Corrado di desiderare di trovarsi altrove, ma non sulla Terra, bens dentro un'esistenza che sentiva per la prima volta crescere in modo autonomo dentro di s, e che spingeva lui, adesso, a ricercare in ogni occasione della vita una delle rare probabilit che sapeva sussistere per vederla, questa sua esistenza interiore, finalmente realizzata.

Irene credeva nelle leggende, e soprattutto nelle favole, e non lo aveva mai nascosto a nessuno. Era sicura che in qualche modo, che ancora doveva essere scoperto pienamente, la favola  come un sussurro della realt, e si ha da chinare l'orecchio per scoprire la parola che batte sull'uscio, e quando la si  intesa per quello che realmente , ecco che uno spicchio di realt, o anche tutta intera, si dischiude improvvisamente e diventa leggibile. I fili che la intrecciano si manifestano nella loro semplicit e rendono accessibili all'uomo i meccanismi che regolano la vita. Allora, si pu anche migliorarla, la realt.
Corrado era affascinato da questa teoria, e anche quel giorno, su quella panchina delle Mura stette ad ascoltare la sua compagna in silenzio.

Non si nascondeva, Corrado, che la parola pu avere effetti esaltanti dentro l'uomo, e che forse sta pi nella parola che nella scienza la chiave magica per riuscire a vivere.
Ma essa, come qualsiasi bene prezioso, deve essere custodita con amore, sorvegliata, assistita, meditata, centellinata, e solo dopo che si  vestita del suo abito migliore pu unirsi alle altre parole uscite prima di lei, e tutte insieme disvelare la realt, quella autentica, che sa plasmarsi allo spirito e suscitare in lui l'appagamento.


II

Corrado sapeva che se un giorno avesse analizzato tutta la sua vita, gli anni che erano trascorsi fino a quel momento, egli li avrebbe del tutto trascurati.
Ascoltava Vivaldi, "La notte". Vi era della luce, invece, in quella stupenda composizione del veneziano "rosso", con il quale sentiva di avere una grande affinit. Egli era convinto che con "Le quattro stagioni" Vivaldi fosse riuscito ad entrare dentro la natura, e forse dentro la stessa creazione. Vi era della cosmogonia nella sua musica, e Corrado avvertiva che i suoi pensieri prendevano un corso pi lineare e sereno ogni qualvolta si trovava ad ascoltare quell'inimitabile compositore. Com'era potuto accadere che nell'ultima parte della sua vita ed ancora per decine e decine di anni seguenti l'umanit lo avesse dimenticato? Che succede mai nell'animo umano quando si commettono queste aberrazioni? Corrado si convinceva sempre di pi che tra l'arte e la vita vi  una comunanza che va ben al di l del rapporto arte-uomo; attraverso l'arte si disvelano segreti dell'esistenza che non si possono conoscere con le sole elucubrazioni della mente. Avvertiva d'un tratto che in questa singolare incapacit della ragione, in questa sua rigidezza, si nascondeva la chiave per interpretare anche l'incapacit dell'uomo a costruirsi una societ in cui poter vivere finalmente e per sempre felice. Occorreva passare a qualcosa d'altro rispetto alla mente. Ma che cos'era mai?
Ne dedusse, a poco a poco, che accanto alla solidariet che si deve sempre nutrire verso gli altri, specialmente se si vive nella medesima condizione di sofferenza, si doveva scavare pi a fondo dentro la realt, che non  solo quella che sta dentro e fuori dell'uomo, e che occorreva d'ora in poi non sottovalutare mai pi ci che pareva non avere alcuna relazione con la vita.

In quel mese di settembre, le proteste in citt si fecero ancora pi vivaci. Alcune aziende di media proporzione avevano annunciato licenziamenti, e nella maggioranza dei casi, ad ogni licenziamento corrispondeva una famiglia di quattro o cinque persone che veniva messa alla fame. Perci la tensione saliva. Non c'era piazza di Lucca dove non si accendessero aspre discussioni. Si voleva compiere qualche gesto eclatante. D'altra parte, nessuno, al di l di una solidariet di facciata, s'interessava di ci che stava accadendo agli operai, e la classe borghese intuiva che in qualche modo da quegli avvenimenti ne sarebbe uscita pi forte di prima, e l'operaio avrebbe di nuovo chinato la testa.
L'operaio era consapevole di questa attesa minacciosa dei padroni, e che occorreva forzare i tempi prima che essi si convincessero della sua estrema debolezza. Sarebbe stato difficile, infatti, mantenersi uniti nel momento in cui fossero arrivate davvero la fame e la disperazione.
Cos, in tutta fretta, fu organizzata una manifestazione di protesta che si sarebbe dovuta tenere in occasione della millenaria processione di Santa Croce, che sfila ogni anno per le vie della citt la sera del 13 settembre.
"Per Santa Croce! Per Santa Croce!" si udiva incitare nelle piazze.
Corrado era stato tra quelli che dissentivano. Non era d'accordo di interrompere la sfilata della processione. Vedeva gi la polizia gettarsi sui manifestanti, arrestarli, malmenarli. E se poi ci fosse scappato il morto? Che tutto ci potesse accadere nel corso della festa pi importante della citt lo terrorizzava. Avvertiva cattivi presagi e che non ne poteva venire nulla di buono. Nei giorni immediatamente precedenti il 13 non fece che parlarne con Irene.
"Dalla ragione si pu passare al torto. E come reagiranno i lucchesi?"
Irene lo rimproverava, invece di consolarlo.
Molti dei compagni esultavano.
"Rester memorabile nella storia della citt."
La mattina del 13 settembre per le strade gi si notava un movimento insolito. Nelle sedi dei manifestanti fervevano i preparativi; i pi non avevano dubbi che dal successo della protesta sarebbero derivate conseguenze di enorme importanza. Si disegnavano striscioni con infuocati slogans. Verso mezzogiorno numerose delegazioni di manifestanti giunsero anche dalla periferia e da tutta la provincia. Il Prefetto e la Questura sapevano.
Alle otto di sera la processione part dall'antica Basilica di San Frediano. Suonarono le campane quando il vecchio stendardo con su dipinta l'immagine del Volto Santo usc dalla chiesa. Piano piano, dietro ad esso si snod la processione. Riaffiorarono le sue meraviglie e le interiori suggestioni. I numerosi "candeli" tenuti per mano da ogni incappucciato, guizzavano nel buio le rosse fiammelle sotto gli occhi incantati della folla, che straripava nelle strade, stava appiccicata ai muri. Imponenti, sfilarono i "castelli fioriti", e poi le antiche confraternite, ciascuna vestita coi propri colori; sfilarono quelle di Pelleria, della Misericordia, di San Frediano, e pass infine l'Arcivescovo che benediceva la folla. Quindi, disseminate qua e l nel corteo, le bande musicali e, al termine, le delegazioni delle altre citt, ognuna seguita da un piccolo gruppo di figuranti.
Nascosti tra la folla stavano pronti i rivoltosi; aspettavano il segnale. In piazza San Michele si erano divisi in sette o otto gruppi. Avrebbero interrotto la processione e letto dei volantini. Alcuni erano incaricati di ostacolare la polizia se fosse intervenuta.
Ma il segnale non venne mai. Corrado si trovava proprio sotto il loggiato di palazzo Pretorio e li vide bene in faccia i capi che stavano in silenzio a guardare la processione. Era convenuto che sparassero un botto con la pistola, ma nemmeno fu caricata l'arma. Al passaggio di quel solenne corteo che portava indosso la suggestione e la sacralit dei secoli passati, il rispetto e la devozione vinsero sulla furia.
I compagni compresero, e immediatamente nei vari punti comandati si sciolsero le tensioni; si chiese un miracolo al "Re dei lucchesi" e tutti i pensieri, anche quelli della folla ignara, in quel momento si somigliarono, e ognuno chiedeva che ritornasse il lavoro di un tempo.

Corrado imparava a poco a poco che per riuscire ad affermare un ideale, ogni uomo deve prima misurare il proprio valore, prenderci confidenza ed avere pi coraggio; e infine sospingerlo fino in fondo, il proprio ideale, ficcarlo con prepotenza tra la gente e sbalordirla anche. E imparava altres che per essere accettati da se stessi, ci si deve battere sempre per qualche ideale, e forse anche per qualche utopia.
Capit in novembre una giornata brumosa. Il giorno prima c'era stato un sole tiepido, invitante, e per le mura di Lucca s'erano visti di nuovo gli anziani passeggiare, e anche le giovani mamme con le loro carrozzine. Tutto faceva prevedere un periodo di bel tempo e si era diffusa negli animi una calda speranza. Invece, ecco spuntare sin dalle prime ore del mattino quella giornata diversa, inattesa. Corrado non si sentiva bene e non and al lavoro. Era pervaso da un'inquietudine sottile. Si alz, sollev gli avvolgibili della finestra, guard fuori la luce plumbea di quella giornata; passavano rare auto sulla strada e il tempo sembrava fermo come in attesa. Vag per la camera; toccava i suoi oggetti; sfogli distrattamente qualche pagina dei libri che stava leggendo in quei giorni. Vag ancora. Sentiva che nella sua mente si andavano depositando pensieri, e lui non poteva fare altro che attendere. Avesse potuto ricevere in dono il segreto per rendere pi semplice la vita, ecco quello gli pareva il momento pi adatto, come se un Dio stesse lavorando sulla sua persona e si apprestasse a trarre da quella smania disordinata e confusa l'idea che Corrado aspettava. Pi tardi telefon Irene. Lo aveva cercato sul lavoro, e si era preoccupata. Nel pomeriggio pass da lui. Lo trov che era ancora agitato. Corrado le confid che in quelle poche ore trascorse, si erano riprodotte in lui mille rivoluzioni, aveva sentito il fuoco dei cambiamenti, aveva prosciugato i suoi pensieri e ne aveva scoperto tutte le venature, le aveva messe a nudo, ed era riuscito perfino a percepire i meccanismi della sua mente. Infine, aveva avuto la sensazione orribile di essersi sovrapposto a qualcuno diverso da lui, e che gli stessi suoi occhi appartenessero ad un'altra persona. L'insoddisfazione, la smania, l'ansia di vivere qualcosa di diverso dal presente agivano come un bisturi e recidevano in lui senza piet i sentimenti e le vibrazioni che rendono accettabile un uomo, e lo mutavano in un altro essere pronto a rigenerarsi dentro una grande trasformazione. Era mai possibile tutto questo? Gli pareva che Attilio stesse in qualche modo tutto intero dentro di lui e lo incoraggiasse.
Quando Irene, quasi senza rifletterci, gli disse che ci che lui provava potevano essere le stigmate misteriose di una vocazione, Corrado si volt verso di lei come se dalla sua bocca fosse uscito all'improvviso il fragore di un tuono.
Irene se ne and la sera, molto tardi. Corrado non si mise subito a letto. Stette coi gomiti appoggiati al tavolino e teneva la testa tra le mani. Non si muoveva. Sentiva che dentro la mente ancora si ammassavano le idee, e qualcosa di buono ne sarebbe sortito soltanto se egli non si fosse distratto, e avesse misurato e pesato ogni istante di quella che lui ormai avvertiva come una grande mutazione.

Quando si nasce, il primo sentimento che si rivela  l'amore. Un bambino non odia, non invidia, ma ama. E non  forse vero che i bambini di qualsiasi parte del mondo si somigliano come gocce d'acqua, qualunque sia la razza o la religione o il colore della pelle? E pi sono piccoli, pi la rassomiglianza  impressionante. Nel pianto, nel riso, nel gioco, nella gioia, cio, e nel dolore, i loro gesti, le loro invocazioni, i loro slanci, tutto insomma, incredibilmente  uguale! Solo pi tardi si formano le diversit, e nascono gli odi. Cos, Corrado andava maturando la convinzione che anche per la societ potesse accadere la stessa cosa e che forse, chiss in quale maniera, c'era ancora la possibilit di ritornare all'infanzia della societ, e da l ripartire cancellando tutto ci che nei millenni vi si era sovrapposto. Ma come riuscire nello sforzo immane di trasformare un gesto personale di aspirazione, ed anche di profondo convincimento, in un'azione collettiva di tale forza da spazzare via tutte le contaminazioni?
Quella sera, Irene si present in casa sua e i due non si parlarono nemmeno. Si diresse vicino al caminetto, e quando anche Corrado si fu seduto, cominci a piangere.

In ciascuno di noi c' sempre dell'ambizione quando si deve realizzare il proprio ideale. Corrado si tormentava di non essere abbastanza umile per sciogliersi da se stesso e svanire dentro gli altri.
I giorni si erano fatti terribili. Per tutta la citt correva la paura. La crisi economica aveva gettato sulla strada migliaia di capifamiglia. Bruciati i pochi risparmi, ora si moriva di fame. Non c'era pi pazienza da spendere; le chiacchiere, le parole inutili irritavano. Il Prefetto aveva dato disposizioni alla polizia di vigilare, di tenersi pronta, di non perdere la testa, e di badare ad intervenire in tempo. Un piccolo ritardo poteva bastare a far scoccare la scintilla. Si sapeva che anche nelle altre citt c'era fermento. L'Italia stava sopra un vulcano. Sembrava ormai troppo tardi per rimediare.

Anche l'inverno ci si era messo a complicare le cose; si era presentato in anticipo ai primi di dicembre con un freddo intenso, poi erano seguite delle abbondanti nevicate. Tutto sembrava congiurare ai danni della povera gente, che insieme con la fame ora pativa anche il freddo. Come si poteva convincere ad avere ancora un po'di pazienza e ad attendere tempi migliori un padre ed una madre che non avevano niente da mangiare per i figli?
In piazza Grande, prima di Natale, come per una tacita intesa, si radun gente venuta dai rioni ed anche da fuori citt. La piazza era gremita, e la folla arrivava fino alla scesa grande delle Mura, e anche toccava piazza San Giusto e piazza San Michele. Davanti al palazzo del Prefetto stava schierata la polizia. Cominci a levarsi il brontolio. Poi uno grid: "Assaltiamo il palazzo!" e dietro a quella voce stridula ne seguirono altre: "Prendiamo il Prefetto", "Ammazziamolo!" url perfino qualcuno. Le porte erano state chiuse, e si sapeva che anche dietro ad esse stava la polizia armata. Ma la folla, smesso ad un tratto di gridare, sembr sospinta dalla sua stessa rabbia, avanz e si arrest ad un passo dai poliziotti; infine li premette contro il muro. Cedettero le porte; e i poliziotti schierati all'interno non riuscirono nemmeno a puntare i fucili, tanto fu massiccia e rapida la furia che si scaravent su di loro. Salite le scale, si fermarono davanti al Prefetto. Uno aveva gi alzato il mitra per sparare. "No. Lo prendiamo prigioniero" disse un compagno. E un altro ancora grid: "Viva Lucca repubblicana."
"Ci governeremo da soli, come una volta!" fece eco un altro. E fu un boato di gioia quello che segu.

L'indomani, nelle strade di Lucca non si parlava d'altro. Si sapeva che la notizia era giunta a Roma, e l stavano studiando il da farsi. Il Comitato cittadino s'era messo subito al lavoro ed organizzava la resistenza con gruppi di volontari posti di guardia alle porte della citt.
Corrado and con Irene in giro per Lucca. Si respirava un'aria nuova, intrisa di speranza. Sui muri erano tornate le scritte care alla citt: "Libertas" si leggeva dappertutto, e anche negli occhi della gente. Nei giorni seguenti andarono con l'auto fuori delle Mura. Ferveva nelle fabbriche un'attivit esaltata, finanche eccessiva; sembrava che si volesse produrre ad ogni costo per dare gambe alla speranza. Nei campi erano tornati i contadini con le nuove macchine, ma si erano riprese perfino le vanghe e i vecchi attrezzi rimasti inoperosi per anni.
Una mattina vennero a trovarlo, mandati dal Comitato. Chiedevano a Corrado d'impegnarsi. C'era bisogno di ogni energia e sapevano che anche lui, come gli altri, era alla ricerca del cambiamento. Ma Corrado tentennava. Discussero a lungo, e Corrado non riusciva a decidersi. Si spazientirono. Quale occasione migliore poteva esserci per uno come lui? Ora o mai pi. Col tempo, se ne sarebbe pentito, se li avesse lasciati soli. Ma Corrado si domandava se era quella la strada da percorrere per il cambiamento. Quante rivoluzioni inutili si erano viste nel corso dei secoli: di tutte le specie ed in ogni angolo della Terra. Questa volta non si doveva sbagliare.
" questa, non vedi? la rivoluzione che cerchi, la sola possibile."
Irene gli sedeva accanto e ogni tanto lo guardava.
Ma Corrado disse di no. Gli era sembrato che Attilio, entrato in qualche modo prepotentemente nei suoi pensieri, gli suggerisse di resistere a quella suggestione, e che qualcosa di pi grande era riservato a lui.

Altre citt seguirono l'esempio di Lucca. Sembrava diffondersi rapidamente il fuoco del cambiamento. Il governo accusava gli insorti. Dalla televisione e da certi giornali si cominci a far capire che sarebbe stato mandato perfino l'esercito, se in poco tempo quel gioco da bambini non fosse stato interrotto. Infatti, dopo qualche settimana, si videro arrivare sulla circonvallazione le camionette della polizia. Subito molti cittadini accorsero e si schierarono davanti alle Mura. Furono chiuse le porte della citt. I poliziotti indugiavano, non sapevano che fare.

Certi uomini sono impastati di cattiveria. Basta guardarli dritto negli occhi per capirlo. Corrado non voleva crederci e avrebbe desiderato tanto essere diverso da quello che stava diventando, mutare la carne della sua carne per ritornare il ragazzo semplice e buono che era stato.
Irene non lo lasciava pi; ogni qualvolta aveva un po'di tempo libero correva da lui.
La sera, per non lasciarlo pensare, lo convinceva a scendere di casa e a girare per la citt. Sapeva che Lucca era ancora il suo grande amore, e non c'era cattivo pensiero che reggesse nella sua mente quando si trovava davanti al bel San Martino o in piazza San Michele o in chiasso Barletti o nel vicolo Tommasi o nei tanti altri angoli suggestivi della citt.
Con l'intervento della polizia fin presto il sogno dei lucchesi.
In quelle sere, allo stesso modo di Irene e di Corrado, altra gente andava in giro per tutta la notte, e quasi nessuno riusciva pi a prendere sonno come un tempo. C'era tanta disperazione. Qualcuno aveva ancora la forza di gridare che tutta quella rabbia che ingigantiva dentro avrebbe fatto prima o poi un gran botto, e le avrebbe finalmente distrutte quelle camionette, se fossero ritornate.
Intanto, la miseria nera che toccava la maggior parte delle famiglie aveva inasprito la cattiveria, e certuni ora spadroneggiavano in ruberie e prepotenze. Non di rado si trovavano morti abbandonati nella strada, assassinati e derubati di tutto.
Quando bisogna lottare per la sopravvivenza, anche la cattiveria degli altri ci si mette contro, e la si deve combattere, e Dio solo sa se c' forza d'animo abbastanza per urlare tutta la propria umiliazione.


III

Era l'ultimo giorno dell'anno. L'inverno si era fatto rigidissimo anche a Lucca. Pi di una notte il termometro era sceso qualche linea sotto lo zero. Affacciandosi alla finestra esposta a sud, Corrado guardava la collina dietro casa sua, dalla quale, sul fianco sinistro, faceva capolino il sole che stava sorgendo. Pass anche il treno, e fischi in quell'istante, e la scena che si form lo riemp di suggestioni.
And al lavoro colmo di inquietudine, aveva la testa lontano.
La sera chiam Irene. Le mise fretta, e la ragazza fu da lui in un lampo.
"Voglio partire."
Irene sent stringersi il cuore.
Si sedettero, e Corrado le spieg tutti i suoi progetti, gli scopi che intendeva raggiungere, e ci che avrebbe potuto apprendere dai suoi viaggi.
"Ci vorranno anni. Invecchierai. Portami con te."
Non avrebbe dovuto dirle quelle parole, Irene; avrebbe dovuto tenerlo per s quel desiderio di andare con lui, che era ancora una volta la sua sempre discreta, mai esplicita, dichiarazione d'amore.
Irene si accorse di ci che passava nella sua mente; si era gi pentita. Avvert che in quel silenzio che si era sostituito alle parole, urlava un altro dolore, grande forse pi del suo, il dolore di un uomo che non era riuscito ancora a raccogliere dentro di s un solo briciolo di felicit.

Tutte le grandi rivelazioni vengono dal cuore e quando una societ  malata si deve mettere mano innanzitutto alla prima grande riforma, che  appunto quella del cuore. Forse  nascosta proprio l dentro la chiave per mutare il mondo.
Corrado passava gli ultimi giorni mettendo in ordine le proprie cose, soprattutto i libri, tra i quali cercava i pochi che avrebbe portato con s. Gliene capit tra le mani uno minuscolo di poche pagine, leggero come una piuma, aveva un titolo suggestivo: "La chiesa dell'inferno verde". Ricord di averlo ricevuto in regalo; conteneva la relazione di un sacerdote lucchese, don Sirio Valoriani, che a 60 anni aveva sentito il bisogno di partire. Vi raccontava la sua esperienza di missionario. La raccontava col cuore. Aperte le prime pagine, Corrado si sedette sulla sponda del suo lettino e lesse tutto il libro. Che cosa porta un uomo a fare una scelta cos difficile, a dargli il coraggio di donarsi anima e corpo, pensiero e azione, agli altri?
Lucca aveva esempi di sacerdoti e laici che erano partiti in terra di missione. Camminare per ore e ore col fango che arriva fino alle ginocchia per donare il proprio amore ad una persona che soffre, come si fa, qual  la chiave per capire un gesto cos semplice, eppure tanto carico di energia da mutare la disperazione in speranza, la rassegnazione in gioia di vivere? Quanti libri da bruciare, quanti intellettuali da rimproverare per non aver saputo offrire un sorriso a chi soffre.
Inser nel suo piccolo bagaglio il libro, e ve ne pose anche un altro: "Il silenzio, pienezza della parola", scritto da un lucchese, fratello Arturo Paoli, che a 80 anni era ancora in giro per il mondo a diffondere la speranza. Non c' maggior fragore di quello prodotto dal silenzio, e c' un silenzio che colpisce pi della mitraglia, ed  il silenzio della incomunicabilit.
Corrado pensava ad Irene. Possibile che dentro l'amore ce n' sempre uno pi grande?
Si era arrivati ai primissimi giorni di gennaio. L'anno nuovo aveva fresche radici. Fuori era caduta la neve, nelle case c'era ancora il presepio; e nei giardini, la sera, si accendevano e si spegnevano le piccole luci dell'albero di Natale.
Corrado avrebbe voluto bruciare il suo destino in una fiammata sotto la neve; da solo avrebbe voluto entrare nella tomba e restarvi cenere per sempre.

Irene ricevette la prima lettera un anno dopo la partenza di Corrado, poche righe. Si trovava in Europa, nel nord della Germania. Frequentava ambienti i pi disparati. Era stato a scuola e se la cavava abbastanza bene col tedesco. Aveva amici.
Due anni dopo, un'altra lettera. Era stato a Praga ed ora partiva per l'Olanda. Aveva conosciuto gente speciale, menti aperte e generose. Con loro si era abituato a pensare e soprattutto ad agire, per lui una novit. Era contento di cambiare continuamente luogo, anche paesi tra loro molto lontani, e sentiva che il fare  pi vicino al dare; e aiuta a comunicare meglio del pensiero.
Irene non poteva rispondergli, era il suo dolore. Corrado non le rivelava mai il luogo dove si trovava. Si sentiva vittima di una generosit che andava riscaldando il mondo, ma non lei, che la desiderava pi degli altri.
Passarono alcuni anni. Corrado le aveva scritto anche dalla Russia, poi aveva attraversato gli Urali ed era stato in Mongolia, in Cina, in India, perfino nel Tibet; aveva scalato le alte montagne e le confermava lo splendore di quelle vette. Oh, essere lass con lui! pensava Irene, e s'immaginava abbracciata al suo amore sul picco pi alto, e sotto di s vedeva altre montagne, e i piccoli paesi disseminati nelle valli, e sentiva il sole intiepidirla, e il braccio di Corrado che la cingeva e le faceva capire di essere amata.

Dopo quel risveglio, e la minaccia della polizia, Lucca si era assopita. Irene aveva sperato molto di pi, ma sapeva anche che la storia  paziente e bisognava solo attendere che il fuoco del cambiamento divampasse dalle prime ceneri. Corrado stava diventando per lei il latore di un messaggio, la fiaccola che girando il mondo avrebbe raccolto tutti i bagliori per produrre il grande incendio. Ci sono strade nell'anima che hanno, chiss in quale modo, la loro prosecuzione nella vita degli altri, e percorrerle significa arrivare dentro gli altri, e forse diventare come loro. Le piaceva immaginare Corrado come un grande tessitore che stesse ordendo la sua trama dentro gli interstizi del mondo.
Quando fosse ritornato a Lucca, ne era convinta, la citt sarebbe esplosa nel cambiamento e nessuna camionetta della polizia, nessuna sottile violenza avrebbe arrestato il corso degli eventi. Tutto il bello possibile sarebbe accaduto. Tutta l'ossessione di Corrado si sarebbe finalmente dissolta e trasformata; e lei avrebbe potuto di nuovo abbracciarlo, ed era certa che questa volta anche Corrado le avrebbe corrisposto con amore.
La sera Irene usciva di casa per passeggiare nella citt semivuota. Pensava. Ogni tanto alzava lo sguardo ai monumenti antichi, ai palazzi che avevano visto scorrere tanta storia. Lo aveva fatto molte volte con lui, ma com'erano diventati lontani e irraggiungibili quei giorni! Perfino il miagolio di un gatto, che qualche volta la strappava ai suoi pensieri, le sembrava che provenisse da un epoca remota, e qualcuno cercasse chiss da dove di trasmetterle un segnale. Dappertutto vedeva il suo Corrado, e scorgeva in qualche angolo anche il suo amico Attilio, e a volte li vedeva camminare insieme. Le scoppiava la testa, giacch la visione era pi forte della realt, e sentiva che era possibile tutto, anche il capovolgimento delle sue certezze, e poteva perfino rivoltare la sua pelle e trasferirsi dovunque, e ricominciare da capo un'altra esistenza, come se nulla prima fosse mai accaduto. Sentiva di poter rinnovare il pensiero, ricostruire addirittura una memoria nuova. Che cosa le accadeva? Dov'era mai Corrado? Che cos'era diventato, se produceva su di lei tali magie?
Di giorno Lucca era arruffata, confusa. Era difficile trovare un angolo dove riflettere. Irene allora saliva sulle Mura. Qui ancora ci si poteva nascondere nei pensieri; e qui si port un giorno una lettera appena ricevuta. L'apr. Seppe cos che Corrado aveva un figlio gi grande.

Amare una citt  anche desiderarne il cambiamento; non  mai conservazione l'amore. Qualcuno aveva di nuovo cominciato ad arringare la folla. Scuoteva con la sua forte passione la citt sonnolenta. L'umiliazione non costa fatica, rifletteva Irene, ecco perch la gente non reagisce, mentre la dignit porta sempre con s la sofferenza. Dopo quei moti, Irene aveva frugato ogni sguardo, ogni sospiro dei passanti e sperava che un marchio fosse restato in loro di quella straordinaria avventura. Ma niente, e s'immalinconiva.
Sta nella capacit di trascinare dentro il proprio pensiero il pensiero degli altri, la forza di una rivoluzione? Sentiva Irene che il mondo era uguale dappertutto, ed anche nella sua citt si potevano svelare i meccanismi di un'esistenza migliore. Invece Corrado l'aveva lasciata sola, se n'era andato, aveva abbandonato i compagni e cercava per il mondo chiss che cosa.

Trascorsero altri anni. Per Lucca, i segni della devastazione morale, economica, politica, restavano maleodoranti sui muri, sui selciati; perfino sulle antiche e possenti Mura si respirava l'aria infetta di una societ che aveva saputo solo distruggersi. La gente non aveva pi negli occhi la speranza. Irene continuava invece, insieme con un piccolo gruppo di amici, a sperare. Corrado non le aveva pi scritto. Che cosa aveva scoperto nel suo girovagare? In quali luoghi si era potuto sentire felice?
C'era stata qualche altra sollevazione di popolo contro nuovi soprusi. Irene ci si era buttata a capofitto, quasi per dare una mano a Corrado, che in qualsiasi parte del mondo si trovasse, era sicura che ora stava anche l, nella sua citt, e in qualche modo lei avrebbe potuto trasmettergli, con tutta la passione e fermezza di donna, la sua voglia di lottare accanto a lui.
In piazza Grande avevano tenuto un comizio. Erano volate parole grosse contro le Autorit. Poi tutto era ritornato come prima, dopo qualche giorno di mugugno. Ma il numero dei disoccupati cresceva a vista. Le fabbriche chiudevano, molti laboratori artigiani, che avevano assicurato un po'di occupazione, non ce la facevano pi. Appoggiati ai muri delle strade, si vedevano gli uomini con le braccia incrociate. Stavano l senza parlare, dopo i primi giorni in cui avevano sperato che tutto sarebbe durato poco. Le donne restavano in casa occupate dai lavori domestici, ma avvertivano che quella corruzione che si era infiltrata dappertutto aveva colpito principalmente loro, che avevano impiegato decine di secoli per mettere il naso fuori dell'uscio. Erano le prime a pagare, ma soffrivano anche per i propri mariti, per i figli, i padri, che ora erano stati umiliati. Quando l'anima  graffiata, non ne esce che dolore. Irene si arrangiava come poteva. Si era messa a scrivere per un giornale e alla meglio campava. Teneva le orecchie attente ad ogni bisbiglio e cercava di capire se ci che stava accadendo in quegli anni fosse l'inizio di un'era terribile per l'uomo o si potessero cogliere nell'aria i segni di un'attesa che avrebbe rigenerato il mondo.
Saliva sempre, come aveva fatto mille altre volte, sulle Mura, specialmente all'imbrunire, e nel fare il giro si fermava ad ogni variare dei punti cardinali, e guardava lontano. Sperava che il suo sguardo s'incontrasse con quello di Corrado, chiss in quale punto dell'orizzonte. Lei se ne sarebbe accorta per un sussulto che avrebbe scosso la sua anima. Perci su quello sguardo cercava di far salire tutta la sua speranza. Ed anche tutto il suo grande amore.

Nel corso del suo lavoro di cronista, Irene si accorgeva che la qualit dell'uomo andava peggiorando. Si erano perse le sensibilit del bene, e le primarie necessit quotidiane avevano spinto l'uomo a considerare il prossimo come un nemico che poteva sottrargli la propria occasione di sopravvivenza. Si era considerati sciocchi, se si aveva della carit e della compassione o addirittura dell'amore verso gli altri. Irene avvertiva l'urto violento della propria anima contro questa nuova realt. Cercava di ribellarsi pensando ai giorni migliori. Sarebbero tornati. Non la si pu distruggere la dignit, pensava, e anche se viene calpestata, tramortita, dilaniata, essa non muore mai,  pronta a risorgere, facendoci vergognare del nostro passato.
Irene, ogni giorno di pi, andava rendendosi conto che Corrado aveva voluto deliberatamente lasciarla sola a combattere. Perch?

Una notte Irene girava per la citt. Non riusciva a prendere sonno. Lucca le sembrava ritornata tale e quale l'aveva goduta nella sua fanciullezza. Entr nei vicoli stretti e bui e nelle piccole corti dai nomi curiosi: "della neve", "delle uova", "del pesce", nomi che l'avevano divertita in quegli anni in cui non  difficile essere felici. Le sembrava di poterla possedere la citt, se vi andava predisposta all'amore. Quella sera era contenta, e l'inquietudine che non la lasciava dormire, le pareva che non fosse casuale; e chiss che non stesse in sua compagnia per non lasciarle perdere quelle ore tutte speciali della sua vita. Ogni tanto, presa da irresistibile gioia, muoveva qualche passo di danza, e accennava sottovoce a una canzone. Riusciva a sentirsi parte importante di quella notte, e nessuno avrebbe potuto sottrarle quella sensazione piacevole, che la poneva come una stella al centro della sua citt.
Entrata in via Altogradi, dietro la Torre delle Ore, tre uomini appoggiati al muro la videro e le si fecero incontro. Erano i soli in strada. Quell'ora tarda non lasciava sperare altri incontri. La circondarono e, condottala a forza in un androne, la violentarono.

Si pu nutrire il pi profondo disgusto per l'uomo, ma siamo tutti e ciascuno di noi, insieme, l'uomo. Allora bisogna ammettere che c' in noi un istinto predatore che pare non potersi estirpare; e siamo bestie anche noi, e chiss se siamo davvero migliori del leone o della iena o dell'avvoltoio o del coccodrillo. Quando l'occasione di predare viene, la ragione pare abbandonarci, non essere mai esistita; invece sale prepotente l'istinto bestiale e ci comanda. In tutto ci che facciamo, prima  la soddisfazione propria e materiale quella che bramiamo, ed  l'egoismo il sentimento che la fa da padrone. Se la societ non funziona,  a causa di quella parte dominante della bestia che  dentro ciascuno di noi, la quale sconfigge sempre la ragione allorch in gioco c' il soddisfacimento del proprio egoismo.
Irene se ne stava distesa sul letto; la luce dell'alba filtrava attraverso le tendine della finestra, ma lei non aveva nessuna voglia di riprendere contatto con la realt che stava oltre il suo corpo; doveva ragionare con se stessa, affondare le unghie nella ferita della propria anima, e andarci a stanare la bestia che vi stava appostata; avrebbe voluto prenderla per il collo, torcerlo, fare delle sue fragili braccia delle potenti tenaglie con le quali frantumare tutto il male che vi stava nascosto. I pensieri si rincorrevano nella sua mente. Si diceva a se stessa che doveva badare pi a studiare la sua anima che la realt esterna, la quale non era altro che il riflesso del male interiore. Combattere qualcuno che sta al di l del nostro corpo poteva essere difficile, ma restava possibile; invece una battaglia da sferrare senza alcuna indulgenza con la propria anima, come la si doveva combattere?
Era giunto mezzogiorno. Qualcuno buss alla sua porta. Decise di aprire e di dare respiro alla sua rabbia. Aveva bisogno di una tregua. L'amico che entr sembrava venuto apposta per riconciliarla con la vita.

Anche nel bene, irrita la forza delle coincidenze; figuriamoci nel male, quando ci accaniamo contro di esse, e l'anima si logora al pensiero che basterebbe un niente per impedirlo.
Nei giorni seguenti, Irene torn pi volte a riflettere su quella notte, e pi passavano i giorni, pi la sua rabbia, anzich allentarsi, s'incrudiva. Si era messo in moto un meccanismo perverso, e non poteva farci nulla; anzi, quando sentiva arrivare quell'astio che la consumava, ci si buttava a capofitto, allargava la ferita e ci metteva dentro tutto il dolore possibile. Ci furono notti che usc di casa, and sulle Mura, transit per strade buie e malfamate, con l'intenzione di una sfida. Gli uomini la guardavano, e lei passava davanti a loro, li provocava, sentiva che c'era bisogno di altro dolore, che quello ricevuto non bastava e che la disperazione di un'anima deve sempre toccare il fondo.
Una notte fu aggredita di nuovo, fu lasciata per terra lungo una cortina delle Mura. Col viso sporco di polvere e di pianto, stava l; non si rialzava.

Lucca  stata una citt isolata dalle altre per tanto tempo. Vedendola da fuori, le sue Mura la proteggono, la nascondono. Irene vi era cresciuta con la certezza che quel luogo portasse dentro di s i segni di una distinzione. Come non ricordare che secoli addietro, a vigilare la notte, ogni quarto d'ora, suonavano le campane della Nunziata e della torre del Palazzo, ed ad esse rispondevano le campanelle dei baluardi, e si stava attenti se dalle rocche e dalle altre torri disseminate sulle colline intorno alla citt si fossero accesi i fuochi del pericolo? Le guardie stavano all'erta, e si appendevano subito i lumi alle finestre e agli usci delle case se la citt veniva minacciata, e correvano in strada gli abitanti e portavano le armi con s per difendere la propria libert. Era una libert che non riguardava solo la carne, ma quella dello spirito stava sopra tutte le altre. Essere nati in una citt come questa, poteva essere solo per caso? si domandava Irene. E respirare questo desiderio profondo di libert, non lasciava forse un segno particolare nell'anima? Dentro il fuoco della sua rabbia, Irene lo sentiva riemergere e crescere questo desiderio, e scopriva che la libert mette profonde radici quando nasce da una umiliazione. E forse non soltanto la libert, ma ogni valore che d consistenza a un'anima ha bisogno di uscire da un rogo.

Pu offrirla solo la morte la libert che cerca l'uomo? Irene aveva cominciato da qualche tempo a porsi questa domanda; avvertiva che tutta quella rabbia che la conduceva a desiderare ancora di pi la libert, non serviva per a fargliela raggiungere. C'erano dei pomeriggi che, anzich uscire per il suo lavoro, se ne andava a letto e ci restava come imbambolata, e la invadeva un torpore che rassomigliava alla morte. Ma la morte che cos' mai? Nelle sue passeggiate fuori citt spesso saliva sulla collina da cui si vede la grande Certosa. Giunta al punto che la scorgeva, vi sostava. Sapeva che quei monaci stanno tutta la vita in preghiera e consumano il tempo in attesa della morte, e quel giorno, quando uno di loro si ricongiunge al Padre, fanno festa e pranzano insieme, e cantano il "Magnificat". E cos' allora la vita per questi uomini che rifiutano il contatto con gli altri, e attendono solo di morire? Non poteva essere solo un transito la vita, se lei, Irene, avvertiva nel corpo il vibrare di una moltitudine di sensibilit, e c'erano momenti in cui addirittura percepiva di poter osare tutto, e l'intero creato stava ai suoi piedi, e nella combinazione dei suoi sentimenti col pensiero, sentiva di non essere da meno di Dio. Vivere, perci, non era un atto di coraggio n una sfida contro qualcuno o qualcosa, n rassegnazione ad una condanna, ma semplicemente la pi meravigliosa manifestazione di una crescita senza fine.
Quando qualcuno bussava all'uscio, Irene era arrivata al punto di non saper discernere se apriva la porta della casa o quella della sua mente.
Dai giorni della partenza di Corrado, quasi avesse voluto prendersi una rivincita, non era stata pi in chiesa. Passava dal bel San Martino e non sentiva alcun tuffo al cuore. Pareva che la cattiveria di quegli uomini che l'avevano aggredita fosse penetrata in lei come un virus, e si moltiplicasse devastandola. Non sopportava niente della sua religione, nemmeno la croce sofferta da Cristo le ispirava piet. Lucca ha nella cattedrale un crocifisso meraviglioso, e il Volto Santo  il re dei lucchesi. Guai a dirne male. Viene da lontano, e si dice opera di Nicodemo, e il volto fu scolpito da un angelo. Ha attraversato il mare su di una nave senza nocchiero per giungere alla citt. Da tempo immemorabile sono venuti re, papi e pellegrini ad adorarlo, ma Irene era precipitata a tal punto nell'odio che non c'era pi niente che potesse ispirarle l'amore.
Si era vicino alla Pasqua; davanti alla cattedrale si vedeva gente che entrava in chiesa. Andava per la confessione. Irene si appostava dietro il muro di palazzo Micheletti ed osservava quel pellegrinare.

Tutte le volte che si pensa al nostro incontro con la morte, si rabbrividisce. Eppure nella maggior parte dei casi si tratta solo di un pensiero rapidissimo; ma in quell'attimo una frustata attraversa la mente. Si crede che la morte non sia mai per noi, quando ne sentiamo parlare. La immaginiamo lontana. Invece  gi dentro la nostra carne a mietere.
Non pu essere che sia anche dentro la societ?
Irene cominciava a crederci. In quei giorni, sostava alla finestra, e guardava gi nella strada. Non passava molta gente, anche se la Pasqua era prossima. Certi ragazzini camminavano mogi mogi con gli occhi a terra, senza mai sollevarli; quando passavano in gruppo, nessuna risata li accompagnava, ma solo silenzio. Non c'era futuro per loro in questa societ che stava spandendo dappertutto il suo olezzo di morte. Irene avrebbe voluto ritrovare nei loro occhi i profumi della sua infanzia, che pareva ormai cos lontana.

Un pomeriggio, Irene si era appisolata. Sognava. Andava con Corrado per una strada bianca, non sentiva fatica ed anzi ogni passo che faceva le procurava gioia. Corrado non la finiva mai di parlare e le raccontava ogni cosa che lei non sapeva, e Irene avrebbe voluto fermarlo, e confidargli che non le interessava niente di ci che diceva, ma Corrado parlava e parlava, e si vedeva che era felice. Non ricordava bene come lo avesse incontrato. Mentre si trovava su quella strada, lui aveva fatto capolino e, ridendo, era piombato alle sue spalle. Era contento d'averla ritrovata. E poi erano giunti davanti ad un giardino, con erbe e fiori dai colori mai visti. Un vecchio senza tempo stava all'ingresso e con la testa aveva fatto un cenno di diniego. No, Irene proprio non l'avrebbe lasciata passare. E lei non riusciva a farsene una ragione. Lo guardava negli occhi e scopriva a poco a poco che quell'uomo non aveva nessuna piet. Che cosa si aspettava da lei? E perch Corrado non faceva niente per aiutarla? Che cosa doveva ancora avvenire?
Quando si svegli, Irene stava male. Vedeva ombre intorno a s. Parevano i suoi amici Corrado e Attilio, ma erano davvero loro? Non sentiva parole, non udiva movimenti. Non sapeva nemmeno se era ancora in grado di parlare. La mente si era spalancata, ed aveva riversato all'esterno gli intimi segreti tenuti nascosti. Si muovevano per la stanza e assumevano forme straordinarie. Non vedeva che quelle, e sentiva che si era squarciata anche la sua anima, e non le importava sapere se quella poteva essere davvero la sua morte. Non aveva bisogno di nessuno, perch non aveva tempo da perdere con gli uomini. Ora si presentava la grande occasione di leggere tutto ci che era stato dentro di lei, e doveva fare in fretta. Solo a questa condizione sarebbe stata accettata altrove. Forse era questo, ci che era accaduto anche a Corrado e a Attilio? Oh, avesse potuto anche parlare, e avesse avuto pi tempo, quante verit avrebbe rivelato a chi stava forse intorno a lei. Ci prov anche; tent l'impresa disperata, e le sembrava di riuscire a muovere le labbra. Ma non c'era nessuno nella stanza, e anche se qualcuno ci fosse stato, Irene non le muoveva nemmeno quelle labbra. C'era la sua anima davanti a lei, questo s: Irene uscita da Irene, e la lasciava sola.

11.8.1992 - 30.3.1993



RICO E FRANCESCO

I

Federico non se l'aspettava proprio quella mattina.
Era da poco arrivato in ufficio, aveva appena riordinate le carte sulla scrivania; fuori, il sole primaverile gi allietava ogni cosa, quand'ecco squillare il telefono.
Luisa, sua moglie, aveva avuto le doglie. Correvano all'ospedale. Li raggiungesse l.
L'aveva atteso quel momento. Anzich scappar via, apr la finestra e volle offrire il suo viso alla luce, e respirare l'aria di quel giorno nuovo.
Sarebbe cambiata la sua vita? Sarebbe stato ancora felice come gli era accaduto di esserlo fino ad allora, o tutto si sarebbe complicato, come gli dicevano certi suoi amici, le giornate piene di crucci, pensare pi ai figli che a se stessi, la moglie pi astiosa, irascibile?
Richiuse la finestra e di corsa part per raggiungere Luisa.

Nei giorni seguenti, Rico andava e veniva dall'ospedale.
Stava ore e ore ad ammirare la sua piccina.
Poi si affacciava da Luisa, insieme tornavano a rimirarla.
Rico aveva un pensiero fisso: immaginava la sua casa invasa dai giocattoli sparsi dovunque, e si vedeva costretto ad inciampare continuamente, a innervosirsi, a prendersela con tutti e due; Luisa all'improvviso gli appariva mutata, fattasi pi attenta, intuitiva, rapida nell'assecondare la bimba.
Tutto ci accadde davvero. Piano piano, dal giorno che se li riport a casa, vide che tutto quanto aveva pensato, immaginato, previsto si realizzava. La casa non aveva pi l'ordinato silenzio che lo acquietava tornato dal lavoro, non pi la precisione delle sue cose. La poltrona, la scrivania erano colme di ninnoli, il suo piede era sempre pronto a sbattere contro qualcosa.
Fece fatica a ritrovarsi, ma infine cominci a distinguere; la sua mente si apr, riconobbe; gli divennero familiari, come un nuovo linguaggio, i rumori della sua casa.
A poco a poco li am.

Sulle antiche mura di Lucca, a mezzod, chi voglia godersi il tepore del sole, avere le membra rinfrancate, muovere passi e sentire la mente distesa, deve andare sulla cortina che dal vecchio caff conduce al baluardo di San Colombano. Quel tratto, dal quale si scorge laggi in basso la stazione ferroviaria,  luogo ideale per la mamma che desideri portare a passeggio il proprio piccino.
Qui non c' pericolo dei raffreddori, del vento, dell'aria cattiva, e quando si torna a casa resta nelle ossa per ore ed ore il bel tepore: luogo d'incanto dove chi  nato da poco e chi  al tramonto della vita s'incontrano.
Luisa fece come fanno tutti i lucchesi; appena aveva un po'di tempo, accudite le faccende domestiche, usciva con la carrozzina e subito saliva le Mura, andava alla cortina.
Gustava anche lei, come la bambina, il piacere della passeggiata; ritrovava momenti di serenit e di gioia che aveva smarriti; pensando alla sua piccola salivano dal profondo della mente brani della sua fanciullezza, cercava di fermarli, tenerli vicino al cuore.
Rammentava che proprio l vicino, sull'altra cortina che dal baluardo di San Paolino porta all'antico caff, suo padre si fermava la domenica a guardare, gi in basso sul campo sportivo, la partita di calcio; lei se ne stava seduta davanti a lui, sul muretto, e le piaceva sentirlo gridare, preso dal gioco.
Insieme poi, piano piano, gustando quella giornata festiva, arrivavano fino all'Orto botanico e si sedevano davanti al laghetto della leggenda; spesso restavano in silenzio.
Pi grandicella, veniva sulle Mura con le amiche; i ragazzi le attendevano radunati vicino al caff, sotto la statua di Vittorio Emanuele II; e se ne avevano voglia - ed era quasi sempre cos - scendevano dalle Mura per entrare nel Fillungo, e qui andavano avanti e indietro a mirar gente, commentare, spettegolare.
Il Fillungo  una via lunga e stretta, la pi nota della citt; il sabato e la domenica, nel tardo pomeriggio,  traboccante di gente andata l per il passeggio. Le due file, una in su e l'altra in gi, si toccano, e tutti ci si vede, ci si guarda; e siccome quella strada ognuno la percorre pi volte arrivato all'estremo, non c' lucchese che non si conosca.
I giovani ci vanno per vedere, curiosare, stringere amicizie.  qui che nascono i primi amori.
Luisa aveva conosciuto Rico cos, ed ora, tirando la carrozzina avvolta da quel tepore primaverile, il cuore e la mente riandavano a quei lontani giorni.

Trascorsero i mesi.
Luisa vedeva crescere sotto i suoi occhi la piccola Betty; la chiamava cos invece che con il suo vero nome, Elisabetta.
Cominci a scegliere nei negozi i vestiti pi belli; mentre li guardava, la mente correva alla bimba; la vedeva gi vestita, sorrideva dentro di s compiaciuta.
E Betty veniva su bene; vivace, curiosa, simpatica.
Quando balbett le prime parole, subito la sera Luisa chiam Rico in cucina:
"Ascolta Betty" e anche Rico la prese in braccio, la sbaciucchi.
Non volle andare all'asilo. L'ambiente non le piaceva. Prov qualche giorno, poi Luisa intu la noia, persino la sofferenza e decise di tenerla con s.
Sent calde, ricche di amore e irripetibili tutte le ore delle sue giornate.
Rico godeva di quella serenit.
Tornava dall'ufficio e sentiva di trovarsi bene con i suoi, che l la sua mente si distendeva, e navigava la fantasia; ogni cosa lo esaltava, lo colmava di gioia.
Nacquero Francesco e Caterina a far compagnia a Betty, e Rico ne ebbe di confusione in casa! Tra pianti, di giorno e di notte, tra strilli, capricci, ci fu pi di un momento che rimpianse la vita da scapolo, quando soddisfatto se stesso aveva soddisfatto il mondo.
Luisa invece sembrava ancora di pi felice.

A scuola, Betty prima e poi anche Francesco e Caterina si facevano onore.
Seppero organizzarsi, impararono a dividere il tempo tra i giochi e lo studio; Rico li guardava con orgoglio quando, spiandoli, ciascuno nella sua stanza, chini sui libri, ripetevano la lezione.
Anche Luisa, tornata dalla scuola, viveva per loro; tutti i suoi programmi erano in funzione dei figli.
Andarono a Londra, li mand ad imparare l'inglese a Gloucester Road; lei stessa vi and.
Rico in quei giorni divenne conoscitore della citt; al mattino, mentre i suoi erano a scuola, passeggiava, visitava, saliva sui bus, si fece esperto della metropolitana; poi il pomeriggio conduceva tutti ad ammirare, vedere, scoprire.
Gli piaceva girare la citt soprattutto di sera, e vederla illuminata: Oxford street, Regent street, Piccadilly Circus erano stracolme di gente, di giovent.
Faceva lunghe passeggiate a Hyde Park, si divertiva con le anatre selvatiche, guardava i merli starsene quieti ai piedi del turista, grassi, gonfi di libert.
Un giorno and con la famiglia ad Hampton Court. Pioveva. Un vento gelido si levava a tratti, e sul battello quasi tutti se ne stavano sottocoperta, al calduccio. Rico invece ammirava le belle case adagiate sulle rive del Tamigi, le barche dondolanti e sonnacchiose, i bei colori di Wimbledon e pensava che la sua vita era felice; l'avrebbe avuta stampata nella memoria, luminosa, quella giornata; l'avrebbe aiutato nelle ore pi tristi che certamente sarebbero venute.
Ogni tanto qualcuno dei suoi ragazzi, uscendo da sotto, gli si avvicinava, si metteva a guardare con lui.

Venne il tempo dell'adolescenza.
Betty cominciava a stare pi a lungo allo specchio. Non si accontentava pi dei vestiti che le comprava la mamma, volle sceglierli da s.
Eccoli comparire - pensava Luisa - gli appuntamenti della vita. Gli stessi per tutti!
E riandava ai suoi anni giovanili, quando si sentiva la pi bella del mondo e stava allo specchio per ore. Eppoi via all'appuntamento con le amiche, attenta se era la pi ammirata.
Dolce et, dolci anni.
Quante volte rivedeva ora, mai prima ricordate, le feste da ballo; riudiva le voci, le risate di quei giorni.
Caterina andava dietro a Betty.
Tutti i grilli della maggiore passavano per la testa anche della pi piccola, che anticip cos i tempi dei suoi capricci.
Francesco invece pareva non aver preso ancora contatto col mondo esterno.
Ricco di estro, di fantasia, viveva in una realt tutta sua piena di candore, di ingenuit.
Le sorelle, pi viperine, stravedevano per lui.

Francesco fu preso dalla passione per il cinema.
A Lucca si poteva discutere di cinema all'Eden, in piazza San Francesco o, l vicino, al Gonfalone. Rincasava con i sogni che gli frullavano nella mente e, coricatosi, si addormentava come se fosse dietro una macchina da ripresa.
Le ragazze cominciarono a girargli intorno. Le sorelle, che sentivano lodarlo dalle amiche, a tavola lo prendevano in giro. Lui appariva turbato, tentava di ribellarsi, ma era come gettare olio sul fuoco.
Certi giorni si chiudeva nella sua cameretta. Cercava di indovinare il suo destino: il lavoro, la casa dove avrebbe vissuto, la moglie che in qualche parte del mondo gi viveva per lui, la famiglia, i figli.
Le sorelle ogni tanto bussavano alla porta, intuivano il mutamento.
"Vieni a giocare con noi" dicevano.
Gli danzavano intorno piene di moine.

Rico e Luisa erano contenti della vita. Sentivano di avere tutto, di non desiderare altro che il perdurare di quella serenit che li rendeva perfino generosi, pi disponibili verso gli altri.
La casa era il loro reame, il giardino il bosco incantato.
Ora per che i figli erano diventati grandicelli, pi di rado riuscivano a condurli a passeggio in citt; Betty e Caterina avevano le loro amiche e spesso le preferivano ai genitori.
Uscivano tutti insieme solo per la Messa domenicale, ma gi in chiesa si dividevano, e Rico li cercava con gli occhi, pensava che era la legge della vita; i suoi cuccioli si facevano grandi, s'imponeva la loro interiore personalit.
Con le amiche, Betty e Caterina andavano sempre pi spesso in giro per Lucca. Ne aveva piacere Rico. Lucca era stata anche per lui, da ragazzo, la cornice dei suoi entusiasmi, la testimone del suo formarsi, del suo crescere.
Qualche volta le incontrava; e le ragazze erano subito pronte a salutarlo, contente di lui. Rico era convinto, in quei momenti, che l'infelicit non l'avrebbe sfiorato mai. Come poteva guastarsi, infatti, quel sodalizio di anime che sembrava benedetto da Dio?

"Betty, Caterina, Francesco, non lasciatemi mai!" avrebbe voluto gridare certi giorni.
Qualche ragazzo ora girava attorno alle bimbe (come poteva Rico chiamarle signorine?); Rico li osservava, si provava ad immaginarli sposi con la Katy o la Betty, qualche volta s'informava da Luisa, che sorrideva, intuiva.
Anche Francesco usciva sempre pi spesso con gli amici; Luisa e Rico si ritrovavano soli e in certi momenti la casa appariva vuota.
"Non senti come si sta bene?" diceva Luisa.
"Dove saranno?" si domandava Rico.

Una sera, mentre stavano per accendere il televisore, Rico cominci a narrare una storia.
C'era una volta un principe...
Sul divano sedevano Luisa, Francesco e accanto Betty, all'altro capo Caterina.
Si voltarono verso di lui.
"Pap," disse Betty "ma che fai, ci racconti una fiaba?"
"Vi riveler anche il nome di quel principe: Guglielmo. Vi piace?"
"Pu andare" disse subito Katy, sorridendo.
"Si potrebbe chiamare anche Alberto o Carlo o Federico, come preferite."
"Lo chiameremo Andrea" decise Luisa.
"Vada per Andrea" annu Rico e continu.
Naturalmente viveva nel solito castello meraviglioso e, poich era anche bellissimo, di lui s'erano invaghite le pi leggiadre principesse della Terra, e da ogni parte venivano per conquistarlo.
Quel principe amava leggere, ascoltare musica, passeggiare, andare in barca sul mare o sui fiumi del suo reame. Aveva cos tanto tempo a disposizione che ogni piacevole cosa che esisteva al mondo, egli l'aveva gustata.
Insomma, per farla breve, viveva nella pi completa felicit. Cos, se qualcuno si lamentava della vita, il principe si infuriava e qualche volta puniva il poveretto.
"La vita  bella" soleva dire a tutti.
Il principe Andrea, dunque, era l'uomo pi felice della Terra, ma, ahim, arriv il tempo che questo non gli bast pi.
Poich i suoi genitori erano molto vecchi, a poco a poco egli assapor l'ebbrezza che dava il potere, e cos desider possederne sempre di pi, e alla fine non ci fu piacere pi grande per lui che sentirsi padrone della vita e della morte dei suoi sudditi.
Spesso si sorprendeva a riflettere, mentre discuteva con un sapiente della sua corte, che quella mente raffinata egli avrebbe potuto annientarla per sempre. A che serviva, a quel poveretto, tanta esibizione d'ingegno, se egli poteva far cadere con un sol colpo di spada la sua testa?
Il pensiero di questa forza, che lo metteva a paragone con Dio, lo esalt a tal punto che egli arriv perfino a compiacersene.
E purtroppo in pi d'una circostanza quel potere nefasto fu esercitato.
Di lui si cominci a parlare con terrore. Si pronunciava il suo nome con raccapriccio. Il re, oramai malato, vecchio e quasi cieco, non poteva fare pi nulla.
Cos il principe si sent in diritto di compiere le pi efferate nefandezze, e si circond di consiglieri corrotti, che cercarono di approfittare della sua vanit. Alle feste, sempre pi rare, che venivano date al castello non accorrevano pi, come un tempo, le pi belle principesse della Terra, ma cortigiane disposte soltanto a compiacerlo.
Passarono gli anni.
Un giorno, ormai sazio di crudelt e di ogni sorta di scelleratezze, avvert dentro di s la voglia di uscire da quel regno angusto e di conoscere il mondo.
Ne aveva sentito parlare tante volte, ma solo ora poteva finalmente dedicargli la sua attenzione.
"Dominer la Terra" fu la prima cosa a cui pens.
E cos il principe Andrea part.
Ma le cose non andarono affatto come aveva immaginato.
Infatti, frequent nei vicini regni confinanti principi come lui che, pur non disdegnando la sua compagnia, non condividevano i suoi pensieri e, pertanto, fu costretto a riconoscere che esistevano profonde ed insanabili diversit con gli amici.
Ne fu turbato, perfino offeso, ed ogni volta se ne fuggiva nella speranza di poter incontrare altri uomini pi disposti ad accettare il suo dominio. Cos si allontan sempre di pi dal suo reame, e via via che la distanza si accresceva, dovette constatare che diminuivano del pari i regni dove qualcuno lo conoscesse.
Il principe Andrea, tuttavia, non pens mai di tornare indietro, spinto com'era dalla sua sfrenata ambizione di potenza, e arriv presto in luoghi dove nessuno sapeva chi fosse, e perfino se esistesse il suo regno.
Cos, quando si trov costretto a concludere che a nessuno importava di lui, se fosse vivo o morto, principe o mendicante, un profondo sconforto si impadron della sua anima.
"Non  male, pap, questa storia" interruppe Francesco. "Dove l'hai letta? Perch l'hai letta da qualche parte, non  cos?"
"O non ti accorgi che la sta inventando per noi?" sorrise Betty.
"Continua, pap" incalz Katy, che sembrava la pi conquistata dal racconto.
Luisa si mise comodamente seduta sul divano e lasci intendere che la storia piaceva anche a lei.
"Continua" sollecitarono Francesco e Betty.
Furono, quelli che seguirono, mesi ed anni terribili; ma una sera ch'era stanco e affamato, in giro per le viuzze di un villaggio di contadini, qualcuno ebbe compassione di lui.
"Da dove vieni?"
"Da molto lontano."
"Hai fame?"
"Sono giorni che non tocco cibo."
"Vieni a casa mia."
Il principe si sent spinto a seguire lo sconosciuto.
Fu condotto a casa sua.
"Entra; starai al calduccio" e lo fece accomodare intorno alla tavola, dove sedevano la moglie e i due figli gi grandi, maschio e femmina.
"L'ho trovato per strada."
"Sei il benvenuto" si alz a dire la donna, facendogli posto.
Il principe si sedette come un automa.
"Puoi restare con noi, se ti piacer. Ci aiuterai nei campi, e non ti mancher da mangiare e da dormire."
E poich il principe non aveva altra scelta, dato che nel suo regno nessuno sapeva pi dove fosse, ed era rimasto ormai da molto tempo senza ricevere denaro, rispose che sarebbe restato per qualche giorno, giusto per riposare.
E invece... di giorni ne passarono molti, e mesi ed anche anni.
Il principe impar presto a coltivare la terra e divenne un lavoratore infaticabile. Si alzava presto al mattino per andare nei campi, guidava l'aratro, andava presto a letto la sera, accudiva alla stalla.
Non rivel mai a nessuno chi fosse veramente.
Ci stava bene in quel luogo e soprattutto in quella famiglia, dove regnava tanta serenit, pur in mezzo alle fatiche e agli stenti quotidiani; e l'anima tormentata si distendeva, si abbeverava a quella fonte prodiga.
Cos volle fare qualcosa per quella gente, e siccome aveva molto ricevuto e poco dato, un giorno decise che, poich la sola moneta che gli era rimasta era la sua istruzione (e davvero ne aveva tanta quel principe, circondato sin dall'infanzia dai sapienti del suo regno), bene, ne avrebbe offerta agli altri, avrebbe insegnato a quegli uomini semplici per prima cosa a leggere e a scrivere e poi, a chi avesse voluto apprendere di pi, avrebbe trasmesso via via tutto il suo sapere.
Gli amici ne furono entusiasti, il paese ne and fiero, e si sent fortunato che quello sconosciuto si fosse fermato in quel luogo, che fino ad allora era sembrato abbandonato da Dio.
" finita?" domand Katy, quando si accorse che Rico si era fermato.
" finita" conferm. Il principe Andrea avvert dentro di s, a poco a poco, che la sua vita non era inutile, n lo era stata la sua brutta avventura, se poteva riscattarla con un tale gesto di amore.
Non torn pi nel suo regno, e quando, molto vecchio, mor, tutti lo piansero come un benefattore.

Era gi Autunno inoltrato, le foglie del tiglio si erano colorate di un giallo rossiccio, il viale ne era pieno.
Nel primo pomeriggio, Rico avvert la voglia di uscire; port con s la telecamera e si diresse verso la citt. La voleva riprendere nei suoi angoli magici e trasferirla a casa sua, la Lucca antica, carica di secoli, e guardarla ogni volta che ne avesse sentito il desiderio. Avrebbe sopportato lo scherno degli amici che lo avessero sorpreso a girare.
E infatti mentre stava riprendendo il bel San Martino:
"Chi  quello straniero?" si sent canzonare.
"Dev'essere un regista" disse l'altro amico.
"Sono qui per la mia citt. Chi pu riprendere meglio di me le cose che mi piacciono?"
Sal sulla Torre Guinigi.
Da lass, appostato sotto i piccoli lecci, gli apparvero le case alte, le altane, i bei tetti toscani e, sprofondata tra le case, la viuzza secolare con qualche raro passante. Da un lato scorgeva l'anfiteatro e, dietro, il bel mosaico di San Frediano; eppoi piazza Santa Maria Bianca, il meraviglioso duomo di San Martino, la Torre delle Ore, e intorno l'arborato cerchio dai colori rossastri dell'Autunno.
Tutta quella bellezza antica, delicata, costruita da mani sapienti, egli l'avrebbe racchiusa nella pellicola, e goduta ogni volta in segreto, come spesso faceva con le sue letture preferite, che rileggeva riga dopo riga, ammirando quell'anima che le aveva dettate e vissute; e soprattutto faceva con quei versi mirabili di "Tam o'Shanter" e di "Maria Morison" che il poeta scozzese Robert Burns sembrava aver scritto apposta per lui.
Quante volte li aveva riletti quei versi, tanto semplici eppure cos sublimi!
Sarebbero state cos, almeno per lui, anche le immagini della sua citt.
Un anno, ricordava, era andato coi suoi in Scozia.
Luisa ci teneva, desiderava perfezionare il suo inglese, e cos le loro visite in Gran Bretagna si facevano sempre pi frequenti.
Della Scozia aveva sentito parlare tanto bene, ma se non fosse stato per sua moglie, lui cos pigro, anche quella volta avrebbe preferito restare in Italia, davvero penisola benedetta da Dio.
Ma Luisa: "Suvvia, andiamo; visitiamo la Scozia" e l'aveva attirato proprio con la lusinga dell'Ayrshire, la terra del Burns. Vedere quei luoghi, dove il delicato contadino-poeta aveva vissuto e che aveva immortalati nelle sue opere, fu la molla che lo indusse a partire.
Davvero bella la terra scozzese. Ricca di laghi di cui non vi  pari al mondo, e di paesaggi capaci di trasmettere l'incanto di una foresta rigogliosa, e subito dopo ecco la vegetazione ridursi a sterpaglia, con montagne sassose o campi sterminati di erica d'ogni colore. E il mare: ricco di grosse alghe scure, resistenti alla forza dell'uomo!
Pochi milioni di persone abitano quelle terre che occupano gran parte dell'intera isola, e i paesaggi molto spesso non vedono che raramente l'uomo, quasi sempre avvolti da una solitudine immensa.
La casa del Burns  appena fuori del piccolo abitato di Alloway, tinta di bianco, una vecchia capanna ora illeggiadrita da bei giardini.
Dentro, si pu ammirare ancora intatta la sua cameretta, tanto piccina da sembrare innaturale.
Gli scozzesi amano i loro artisti e i nomi di Burns, Scott e Stevenson sono sulla bocca di tutti.
La chiesetta di Alloway  ancora l, con le numerose stele che la circondano, su cui si leggono antichi nomi.
Rico, passandole davanti, rivide la scena della strega evocata in "Tam o'Shanter" e gli parve che non potesse essere che cos, tanto si confaceva al luogo.

"Sempre pi vicini si sentivano i colpi di tuono;
quando, luccicando tra gli alberi gementi,
la chiesa di Alloway parve tutta in fiamme;
da ogni fessura uscivan bagliori di luce;
e tutta risuonava di allegria e di danze."(2)

Visit il piccolo fiumiciattolo Doon e sal sul ponticello della strega Nannie, che proprio l cerc di fermare Tam o'Shanter afferrando per la coda la sua cavalla Meg.
Qualcuno gli aveva detto:
"Se la Scozia avesse il vostro sole italiano, sarebbe il paese pi bello del mondo."
Proprio cos.
La natura in Scozia si  divertita a creare incantesimi e le ha dato anche degni poeti per cantarli.

All'altezza della Torre delle Ore, e precisamente all'incrocio con chiasso Barletti, il vicolo che conobbe i triumviri Cesare, Pompeo e Crasso, ovverosia nel cuore di via Fillungo, la strada tanto amata dai lucchesi, un giorno Rico ebbe ad imbattersi in un bambino che gli veniva incontro guardandolo negli occhi. Non sarebbe stato eccezionale l'accaduto se quel bambino non avesse avuto nella figura e nel portamento una tale rassomiglianza con Rico che egli non riusc a staccare gli occhi da lui; e quel bambino si volt come se fosse stato atteso quello sguardo.
Tornato a casa, sent rimescolarsi il sangue, pens e ripens con insolita cocciutaggine all'episodio, per non ne fece cenno con Luisa.
Passarono i giorni.
Di nuovo, un pomeriggio di domenica, sempre nei pressi dell'antica Torre, ecco venirgli incontro un giovane dalla straordinaria somiglianza; anche lui lo fiss negli occhi, lo oltrepass, torn ad incontrare, voltandosi, lo sguardo incredulo di Rico.
Questa volta, tornato a casa, ne accenn a Luisa, e lei lo ascolt con molta comprensione.
Verso Natale, mentre usciva da un negozio dove aveva acquistato dei regali, fu urtato da un coetaneo che subito si scus, anche lui fissandolo negli occhi.
Stavano per cadere i pacchi che Rico teneva sulle braccia: ancora la stessa emozione, ancora lo sconosciuto, in tutto simile a lui, si voltava a guardarlo!
Giunto a casa, raccont del nuovo incontro a Luisa, che cerc di calmarlo.
Volle raccontare anche ai figli e ricevette la stessa risposta rassicurante avuta da Luisa.
Si mise infine l'animo in pace.
Fuori nevicava, e tutti e cinque, spente le luci, si accostarono alla finestra, con le punte dei nasi sui vetri appannati.
L'albero di Natale si accendeva e si spegneva; e le loro ombre nella stanza parevano lontani personaggi del passato.
Ad un tratto Francesco vide, sotto la luce della lampada del giardino, un passerotto fermarsi nella neve, davanti alla loro finestra. Agitava le alucce, cinguettava in cerca di cibo. Ne vennero altri e presto, come per miracolo, un bel mucchio di uccelli si radun davanti alla loro casa.
Luisa gett loro della mollica di pane; gli uccelli si precipitarono a beccare; qualcheduno svolazz per raggiungere in fretta il cibo caduto pi lontano.
Il giorno dopo Katy volle andare al maneggio dei cavalli, la sua passione.
Avesse avuto spazio in giardino, Rico lo avrebbe anche comprato a Katy il cavallo, tanto ne era invaghita sin da piccola. Quando qualcuno cavalcava sulla strada, lei era la prima ad accorrere.
Il maneggio le procurava un piacere supremo. Quasi sempre cavalcava lo stesso animale. Le piaceva farlo correre, trovarsi con lui sospesa nel vuoto.
Rico la guardava come incantato, ogni volta come la prima volta.
Quando giunse la primavera, passando davanti alla Torre delle Ore, Rico non ricord pi niente.

Arriv il giorno che Francesco ricevette la cartolina per partire soldato.
Luisa cominci ad inveire, ce l'aveva con tutti.
Anche Rico mandava gi di malavoglia quello scherzetto della Patria.
Francesco, invece, confortava, consolava:
"I mesi passano in fretta. Frequenter la scuola ufficiali. Mi daranno perfino uno stipendio."
Aveva trovato qualche tempo prima un lavoro: in casa i suoi denari erano diventati preziosi. Per tanti motivi, tra cui certamente anche questo, Luisa era furente.
Quando giunse il giorno della partenza, Francesco volle andare da solo alla stazione; un saluto veloce; non diede il tempo per le lacrime.

Frequentata la scuola ufficiali, ebbe la nomina a sottotenente.
Un giorno lo videro arrivare in licenza con la bella divisa, e il basco nero da carrista.
Le sorelle domandavano dei carri armati, delle manovre, e Francesco raccontava della sua Compagnia, del suo plotone di cinque carri e di come fosse bello vederli avanzare nella campagna schierati all'attacco.
"Chiss che rumore!"
Luisa domandava del cibo.
"Non ti devi preoccupare, mamma."
"Ti guardano le ragazze, non  cos?" chiedevano con malizia le sorelle.
Quando ripartiva, era tutt'altro il clima che si respirava.
"Riguardati, mangia, non prendere freddo."
"Torna presto" raccomandavano.
Francesco non si trovava male sotto le armi.
In caserma si stampava un giornalino. Ne divenne l'animatore, cre intorno a s un gruppo di entusiastici collaboratori. Si divertivano anche a recitare qualche commedia.
Vicino all'Epifania organizzarono uno spettacolo per le famiglie del luogo.
Fu strapieno il locale.
I bimbi stavano seduti davanti a Francesco, che aveva scritto per loro una bella storia.
Quando cominci a narrarla, si fece un silenzio di tomba.
C'era una volta...
Subito si ferm, sicuro che i bambini avrebbero colmato quella pausa con il loro grido.
E infatti:
"Un re!" gridarono in coro.
"Avete sbagliato."
"Un pezzo di legno!" si corressero immediatamente.
"Avete sbagliato di nuovo."
"Diccelo tu, allora!" si alzarono in piedi a gridare, tutti presi dal gioco.
"Sedete e vi racconter."
Scese di nuovo tra i bambini il silenzio.
Un soldato - cominci Francesco. C'era una volta un soldato che per tutta la vita non aveva fatto altro che guerre. Andava sempre in giro con la sua divisa, pronto a partire ad ogni chiamata.
Certe sere all'osteria raccontava qualcuna delle sue avventure. Tutti lo ascoltavano in silenzio, poich le sue storie erano davvero straordinarie.
Poi ad un tratto spariva, e qualcuno riferiva che era partito per una guerra che si combatteva chiss in quale parte del mondo.
Intanto, la scenografia preparata dai compagni di Francesco si arricchiva dei colori della guerra; qua e l delle luci indicavano la fiammata delle bombe, poi seguiva il boato, e si udiva il fragore delle mitragliatrici. Qualche comparsa in divisa vivacizzava la scena.
Aveva fatto l'ultima guerra. Rimasto solo, morti i compagni, aveva liberato un intero paese dal nemico.
Lo avevano portato in trionfo. Una strada di quel paese ebbe il suo nome.
E lui spesso tornava a farsi vedere. Raccontava delle sue nuove imprese, e tutti lo ascoltavano a bocca aperta.
Aveva salvato anche un ragazzo che stava per essere fucilato. Senza alcuna esitazione era uscito col suo mitra; aveva ucciso i soldati, preso il bimbo tra le braccia; eppoi la fuga nel bosco vicino, e il ritorno tra i compagni esultanti.
"Dicci il nome del soldato" grid dal fondo della sala un ragazzo.
"S, s; dicci il nome" gli fecero eco gli altri.
"Il nome credete che abbia tanta importanza?" domand Francesco.
"Chiamalo Demetrio" sugger un bimbo seduto proprio davanti al proscenio.
"Evviva Demetrio" urlarono i compagni.
"Lo chiameremo Demetrio, allora."
Anche per Demetrio, per, arriv il momento della prova pi difficile.
Un giorno che era seduto intorno al fuoco dell'accampamento, un dolore, un dolorino appena percettibile lo prese alle spalle, mai provato. Cos fastidioso che lo innervos, lui che invece era sempre stato calmo, riflessivo.
Nei giorni seguenti lo sent di nuovo comparire.
Trascorsero alcuni mesi e quel dolore si fece sempre pi frequente e insopportabile.
Certe volte faticava un po', cos gli sembrava, a respirare.
Quando non ne pot proprio pi, marc visita e si present al dottore.
"Cos e cos" disse, spiegando il male.
Il medico ascolt, osserv, palp, domand.
"S, proprio qui. Quando mi tocca mi fa male."
Visite ancora, radiografie, consulti. Infine la risposta definitiva: cancro ai polmoni.
Una mazzata per Demetrio.
Fu ricoverato in ospedale, cominciarono le cure.
Seguirono ore, giorni, mesi terribili. Demetrio sentiva il dolore entrargli dappertutto. Come liberarsene? Faticava a dormire e anche i minuti, i secondi, gli parevano un'eternit. Come arrivare a domani? spesso si domandava.
I ricordi di quand'era soldato, in piena battaglia, lo assalivano.
"Perch continuare a vivere?"
Sempre di pi soffriva.
Sent il bisogno di invocare Dio in suo aiuto, quel Dio che non aveva mai supplicato, neanche quando si era trovato nelle situazioni pi disperate.
Si aggrapp a Lui, gli parve a poco a poco di sopportare meglio.
Sempre di pi, per, peggiorava.
"Non farlo morire!" grid un bambino.
"Perch lo fai soffrire cos?"
"E i suoi amici?"
Non aveva pi amici, come accade sempre quando qualcuno si trova in disgrazia. Li cerc gli amici, li avrebbe voluti accanto a s i primi tempi.
Infine impar a stare solo, li dimentic. Cap che quella era una nuova battaglia dove non si poteva che combattere da soli.
Si adatt a fatica, ma con tenacia ci riusc. Sopport in solitudine, dopo i primi mesi durante i quali aveva bisogno di confidare il dolore.
"Tu lo fai morire Demetrio!"
Dio fu con lui - riprese Francesco. In quel silenzio Demetrio parlava con il Creatore del mondo, e deponeva la sua sofferenza nelle mani di Colui che avrebbe potuto guarirlo.
Ma Demetrio sentiva anche che l'unicit e l'irripetibilit della sua vita stavano in quel dolore e in quella morte. Ogni cosa era accaduta per prepararlo a quell'evento che pareva cos doloroso, ma era tutto suo, legato a lui sin da quando era venuto al mondo, gi seme nella sua anima. Cap che non doveva rimpiangere niente, che tutto si svolgeva secondo un destino che non poteva essere mutato. Il miracolo gli sarebbe parso una stonatura, una raccomandazione indesiderata, un'invocazione di aiuto che non faceva parte del Demetrio che conosceva. Il mondo lo avrebbe rimpianto per ci che era stato realmente, per tutto l'umano, e solo per quello, che era cresciuto in lui.
"Dunque muore" dissero i bambini.
Muore - fece Francesco - anche se Dio avrebbe voluto in quel momento salvarlo, ma intu, vide, lesse la sua volont e una notte che Demetrio si era appisolato serenamente, e riposava come non gli era pi accaduto da molto tempo, gli si avvicin e sottovoce gli disse:
"Vieni Demetrio,  tempo di stare insieme quass."


II

Quasi sul finire del servizio militare, in occasione di una lunga licenza, Francesco, mentre passeggiava nel Fillungo, vide una ragazza. Il suo cuore sussult.
Desider incontrarla, e infine la conobbe.
Nei giorni successivi si incontrarono ancora.
Viveva giornate esaltanti. La vita non poteva dare di pi di quanto stava dando a lui; com'era bella!
Le sorelle notarono la trasformazione; anche loro conoscevano il sentimento, sapevano riconoscerlo.
"Dove vai Francesco?" punzecchiavano, quando lo sorprendevano a prepararsi; lui allora si faceva rosso, non le guardava, s'affrettava ad uscire.
Rico e Luisa osservavano quegli avvenimenti con malinconia; davano qualche consiglio, con quella dolcezza e prudenza che soprattutto Luisa sapeva infondere alle parole, ma pi di questo non avevano la forza di fare; avvertivano che c'era l, a frapporsi, a dividere, la vita che erompeva nel cuore dei loro ragazzi; li segnava ancora di pi; ancora di pi imprimeva su ciascuno l'impronta inconfondibile della loro propria esistenza.
"Oh Betty, oh Katy, Francesco adorati!" esclamava in silenzio Luisa, non appena poteva nascondersi.
Isabella e Francesco s'incontravano ormai ogni giorno e, finita la licenza, Luisa seppe dalle figlie che si scrivevano cos spesso che era quasi come se Francesco non fosse mai partito.
Betty, un giorno ch'era uscita coi genitori per delle compere in citt, vide Isabella con delle amiche; la chiam e la present ai suoi. Luisa domand, indag, scrut. Rico invece si limit ad osservare tra s che la ragazza era bella, e che sarebbe stata una degna compagna del suo Francesco.
"Vi  piaciuta?" domand Betty quando Isabella, impacciata ma contenta anche lei di quell'incontro, si fu allontanata.
Luisa provava allegrezza e malinconia: sarebbero stati felici il suo Francesco e Isabella, la sposa che il destino gli aveva riservato, e che avrebbe preso di giorno in giorno il suo posto nella vita del ragazzo?
Rico ne fu decisamente contento. Ritornato a casa non fece altro che elogiare Francesco per aver posato gli occhi su quella giovane.
" simpatica,  bella."
Non capiva che Luisa - la donna ancor prima della mamma - aveva cominciato a soffrire.
"Ma che fai?" le si avvicin, quando vide i suoi occhi lustri.
"Preparo la cena. Fra poco torner anche Katy."
"Vuoi una mano in cucina?"
"Far da sola" sorrise.

A Lucca, in quegli anni, andava affermandosi una compagnia di attori che recitava in dialetto lucchese: "La Vernacola". Autore dei testi era Cesare Viviani, scrittore attento ai vezzi e ai costumi della gente della campagna intorno a Lucca.
Riusciva a trasfondere nelle commedie quella sana vita campagnola, ora scomparsa, ma che gli spettatori, sempre numerosi ed entusiasti, rivivevano con una nota di rimpianto.
Preti, serve, fattori, ciabattini, donne ciarliere i personaggi, e lo spettatore gustava il loro dialetto, ricco di arguzia e di comicit; e quando usciva dal piccolo teatrino del paese o dal Giglio,(3) gli restava attaccato in fondo all'anima quel mondo antico, anche ai pi giovani che pure non l'avevano conosciuto.
Francesco e Isabella, per vie assai contorte ma fortunate, riuscirono, una volta terminato Francesco il servizio militare, ad incontrare la compagnia ed infine a farne parte.
Andavano alle prove, la sera, come ad un appuntamento che sarebbe riuscito a placare l'ansia, l'insoddisfazione della giornata.
Quando gli attori si incontravano, le prime parole erano dedicate a commentare i fatti accaduti nei giorni che non s'erano visti: si levava un cicaleccio che rallegrava l'anima, la preparava a quell'unione intima, feconda che sa dare il teatro, quando  fatto con amore.
L'autore stava tra loro e si beava di quell'atmosfera, li ascoltava, anche quando non parlavano a lui; sentiva il loro cuore pulsare nelle parole. Infine il regista chiamava tutti al lavoro: "Su, su, cominciamo."
Batteva le mani: "Scena prima."
Allora salivano sul palco gli attori; si faceva silenzio, cominciava l'altra vita, amata.
Il teatro dette a Francesco e a Isabella un tocco di estrosit; con i loro nuovi amici riuscirono ad essere spensierati, divertenti.
Il tempo del Carnevale, anche se in realt ogni occasione era buona per far baldoria, era il pi adatto a liberare la loro esuberanza.
Per le antiche vie di Lucca in quei giorni, alcuni di loro scorrazzavano in lungo e in largo, e quando sulla bella piazza San Michele e quando nelle strette stradine del centro, improvvisavano scenette campagnole, alle quali subito prendevano parte gli altri compagni, creando con spontaneit: un prete alle prese con un ladro di galline o la serva Beppa sorpresa con l'amante; quando il signorotto avido beffato dal panciuto fattore o il vecchio seduto vicino al fuoco che batteva in furbizia la prosperosa nuora.
La gente subito si radunava, scoppiavano le risate e la comitiva presto saltava in un altro punto della citt e qui di nuovo inventava, mutati i costumi, quando semplici, quando sgargianti.
Isabella era felice, lo si vedeva, lo si sentiva qualunque cosa facesse o dicesse; e Francesco pensava di essere stato fortunato a ricevere in sorte quella ragazza impastata di allegria.
Le sorelle erano orgogliose del fratellino; Luisa e Rico apprendevano da loro di quelle stravaganti avventure; ed era uno spasso vedere Betty mentre lo imitava nei gesti e Katy ne faceva la voce.
Luisa domandava e domandava e non si sentiva mai sazia di sapere. E mentre ascoltava, guardava le sue bambine, ora gi donne.
Erano quasi fidanzate; esse stesse le avevano confidato di avere il ragazzo, e glielo avevano fatto conoscere nel corso di una delle loro passeggiate.

Francesco, tornato definitivamente al lavoro, certi giorni rincasava stanco e con poca voglia di dire.
Si sorprendeva sempre pi spesso a riflettere che non era giusta quell'obbligazione che nasceva dall'esigenza del guadagno.
Perch era dovuto accadere, nella storia dell'uomo, che buona parte della vita non era pi libera, ma sottoposta ad un padrone che diventava l'arbitro anche della sua felicit?
Bastava una decisione del padrone che lo riguardasse, e questa incideva subito sulla sua vita, poteva procurargli gioia o dispiacere, rendere sopportabile o dolorosa la sua giornata.
Com'era tutto diverso da quei bei giorni che passeggiava per Lucca con la sua Isabella!
Anche Isabella aveva trovato un lavoro; lo considerava un'occupazione a cui ci si deve prima o poi dedicare; lo facevano i suoi genitori, le amiche, tutti insomma quelli che conosceva. A scuola era andata gi sapendo che la sua istruzione doveva servire a questo.
Scambiava la sua opinione con quella di Francesco, ma il giovane riusciva solo ad invidiare la serenit della fidanzata.
Pass molto tempo e Francesco riusc in qualche modo a farsene una ragione. Usciva qualche volta con gli amici, li sentiva contenti e da ci deduceva che doveva vincere la sua irrequietezza. Si adoper in questo con tutta l'attenzione possibile, cercando di allontanare, appena li avvertiva, i sentimenti che lo immalinconivano.
Intanto, per, una sottile inclinazione lo portava a riflettere sempre pi spesso sul modo di trovare una via d'uscita pi accettabile e naturale.
E cos qualche volta, mentre stava seduto alla scrivania, il pensiero d'improvviso svagava e Francesco si ritrovava in uno spazio indefinibile, aperto, luminoso, che poteva essere ad un tempo campagna, bosco o mare e qui viveva, in una palpitazione che gli prendeva tutto l'essere, la pi completa felicit.
Felicit e libert invadevano da ogni parte la sua fantasia ed egli a poco a poco impar a coniugarle insieme, e ne parlava e riparlava senza stancarsene con la sua Isabella durante quelle passeggiate sulle Mura, dove ad un tratto ritrovava gli echi del suo sogno.
Gradatamente, quella prima sensazione che gli procurava inquietudine and definendosi nei suoi pensieri ed egli avvert ad un tratto che tutto riusciva a placarsi se egli ne scriveva; bastava qualche rigo di diario, o una breve poesia o un racconto. Si srotolavano allora i suoi mondi interiori, le sue storie nascoste in fondo all'anima dalle quali, ora lo capiva bene, scaturiva la sua ansia.
Subito dopo ritrovava la pace. La mente, come scaricatasi di una piena innaturale, riprendeva il suo corso, si faceva leggero il pensare, il dire.
Cominci a considerare cos che la sua libert, ed anche la sua felicit, forse egli poteva conquistarle in quel favoleggiare.
Isabella lo assecondava e con il suo carattere allegro aggiungeva maggior determinazione a quel nuovo proposito; lo ascoltava ed era contenta se sentiva di contribuire alla sua felicit.
In questo modo, Francesco si convinse sempre di pi che doveva assecondare la sua inclinazione, poich essa lo avrebbe condotto molto probabilmente alla meta ambita: vivere senza sentirne il peso, sciogliere per sempre quei legacci che lo rendevano prigioniero.

Una sera d'estate, nel corso di una rappresentazione che si teneva sotto gli archi di palazzo Pretorio, sulla parete di fondo dell'antica Loggia cominci ad allungarsi un'ombra, che diveniva sempre pi grande.
" un drago!" si sent esclamare tra il pubblico.
"Non esistono i draghi" rispose qualcuno.
L'ombra del drago invece s'ingigantiva, si arrampic sul fondale, occup il soffitto, sfil sopra la statua del Civitali,(4) quindi usc dalle arcate e si mise a salire lentamente verso il grande orologio.
La sua testa diventava carne. La bocca infine si spalanc sulla piazza gremita.
Uno spettatore grid ancora: " un drago!"
" un'ombra" rispose una donna.
"Ma  un drago, non vedi?" grid un altro.
Il collo della bestia si staccava dal palazzo, ora, si allungava, si chinava sulla folla.
Rico, seduto tra gli spettatori, si alz; emise un urlo terrificante, e cominci a farsi largo tra la folla, ancora ammutolita, pietrificata.
Un attimo dopo, ecco scoppiare il panico: gli spettatori presero a gridare terrorizzati, correvano, si urtavano; alcuni cadevano a terra.
Rico continuava a fuggire. Avvertiva dietro di s il fiato del mostro. Volt l'angolo. Ma la gente pareva inseguire lui, ora; chiedeva conto a lui della straordinaria avventura.
Sempre pi numerosa l'additava.
Rico correva.
Percorse chiasso Barletti; fu sotto la Torre delle Ore.
"Entra" si sent dire da qualcuno che non vedeva. E Rico entr in un androne.
La folla, trovatasi ad un tratto senza pi la sua preda, si arrest; guardava di qua e di l incredula.
Allorch finalmente tutti se ne furono andati, Rico alz gli occhi per ringraziare il suo benefattore, e grande fu la meraviglia quando riconobbe l'uomo che in tutto gli somigliava: Rico come lui!
Sent in un lampo sciogliersi l'angoscia dentro di s; e si trov immerso in un paesaggio di fiaba. Sdraiato sull'erba, le mani sotto la nuca, mirava il cielo, d'un raro colore azzurro, e intu d'aver colto, per uno straordinario prodigio, il mondo che covava dentro di s; in qualche modo esso si era manifestato e gli mostrava la forza creatrice, possente e suggestiva, della sua anima.

"Quante volte una rapida emozione riesce a dischiudere una realt tutta nuova, nella quale ci possiamo muovere a nostro agio, serenamente, come se fosse stata attesa dal nostro spirito. Se quel momento non viene colto prontamente, la realt non acquista spessore e subito scompare. Non si ripresenter mai pi. Cos l'uomo perde per sempre un'occasione di conoscenza" disse Rico, mentre sedevano a tavola.
"Succede spesso di perderli questi momenti" osserv Francesco.
"Allora significa che una parte della nostra vita ci sfugge, si offre a noi come un luccichio, mostra la sua bellezza e poi scompare.  accaduto anche a me" disse Betty "di aver lasciato cadere sensazioni sublimi; ho fatto di tutto per trattenerle, e quando le ho perse ho provato un grande dolore."

Luisa e Rico non si accorsero subito del fatto straordinario che stava accadendo sotto i loro occhi. In principio fu impercettibile l'ascendere; poi d'un tratto il balzo fu visibile, e videro i loro ragazzi appiccicati al soffitto: lass in alto, diventati piccini piccini, agitavano le braccia, gridavano. Si lamentavano, volevano scendere e Francesco supplicava che Luisa e Rico aprissero la porta, li facessero uscire, e sfogare nel cielo.
"Apri, pap " supplicava Katy.
"Facci uscire; facci uscire!" gridavano.
Allora Luisa si alz dalla sedia e si precipit alla porta, la spalanc.
Come sospinti da un'impetuosa forza invisibile, in un istante furono nel cielo. Rico e Luisa li videro lass riprendere la dimensione naturale e salire, salire ancora, tutti aggruppati, tenendosi per mano; eppoi all'improvviso di nuovo tornare piccini piccini. Infine sparirono nel nulla.
Senza pi riuscire a parlare, Rico e Luisa si sedettero sulla porta, in attesa.

"Dove saranno andati, Luisa?" si domandava Rico, scrutando il cielo.
Ma Luisa intuiva, al contrario di Rico, che si stava compiendo lass un evento ancora pi straordinario, forse mai accaduto sulla Terra.
"Francesco! Francesco, guarda!" gridava Betty.
Un enorme drago era comparso nel cielo e si era seduto proprio in mezzo ai ragazzi.
Rico, incredulo, vide la scena; torn a guardare. Erano proprio loro, e quello era il drago che lui ben conosceva: com'era capitato lass?
"Guarda, Luisa!" grid, e le indic il punto nel cielo. E Luisa vide il drago e, pur cos distante, le apparve egualmente gigantesco, come fosse stato vicino, in cerca proprio di loro per ghermirli.
Sembrava che quelle fiamme che uscivano dalla sua bocca lambissero la loro carne.
Si guardarono negli occhi e sentirono che qualcosa della loro vita li stava lasciando. Quella nuova realt, che aveva dimensioni immense, diradava il loro spirito, lo spargeva ai quattro venti.


III

Sempre di pi Francesco odiava il lavoro. Desiderava una libert assoluta, grazie alla quale poter costruire una realt propria, ove riversare la sua peculiarit.
Solo cos sentiva di poter dare un senso alla propria vita.
Ne parl con Isabella, poi con Rico, e tutti e due riuscirono a capire il dramma di questa diabolica ambivalenza, che si sarebbe potuta placare soltanto dentro una societ reale che non esisteva.
"Potr mai essere felice il mio ragazzo?" si domandava Rico, quando a tavola lo sorprendeva chiuso nel suo silenzio, e lo sapeva invece trasferito nell'altro mondo da dove non avrebbe mai voluto ritornare.
Francesco trovava conforto nello scrivere. Gli nasceva all'improvviso il bisogno di realizzare il suo mondo, vederlo nero su bianco, e cos nei giorni di festa, quando non andava al lavoro, godeva al pensiero che in quelle ore libere avrebbe potuto dialogare con la sua realt, darle forma, mostrarla cos ai suoi cari, alla sua Isabella soprattutto.
" come una malattia" si confidava. " una realt che nasce, cresce dentro di me, finch devo metterla fuori, tradurla, svuotarmi. Ed essa di nuovo a poco a poco si riproduce, e per ore, per giorni, sento la sua crescita invadermi, occupare sempre di pi il mio spirito, finch di nuovo devo liberarmi, scrivere."
Isabella lo ascoltava muta; avvertiva in cuor suo che Francesco non era felice.

Passarono alcuni mesi; Katy e Betty decisero di sposarsi. Carlo e Andrea, i fidanzati, avevano trovato un impiego sicuro e le due ragazze arrotondavano lo stipendio tenendo anche lezioni private di inglese.
Rico e Luisa ne furono contenti; erano tempi difficili per una buona occupazione e le loro figliole potevano dirsi fortunate.
I preparativi li tennero impegnati per settimane; trovarono casa, acquistarono parte del mobilio.
Sarebbero andati ad abitare non lontano da l.
A Francesco venne un'idea: le sue care sorelle avrebbero navigato l'Ozzeri in barca per andarsi a sposare, fino al ponte di Montuolo, e da l, a piedi, avrebbero raggiunto la chiesa.
"Ma dove troviamo le barche?"
"Conosco uno sul fiume che pu procurarcele."
Nessun altro seppe, neppure tra gli amici pi intimi.
"Le faremo inghirlandare di fiori. Dovr essere una festa anche per l'Ozzeri."
Katy e Carlo, Betty e Andrea non pensavano ad altro; quella sorpresa quasi magica li avrebbe trasportati come in un sogno e niente di pi affascinante poteva coronare il loro amore.
La mattina del matrimonio, la gente stava accalcata sul sagrato della chiesa. Si era vicino al mezzogiorno.
Tutti si aspettavano di vedere arrivare la bell'auto nera, lucida, elegante, con sopra, sedute sul sedile posteriore, le spose vestite di bianco, allorch, all'improvviso, qualcuno giunse di corsa, mezzo trafelato:
"Gli sposi! Laggi!" riusc appena a dire.
"Ma dove?" domand qualcuno.
"Sull'Ozzeri!" fiat a mala pena.
"Sull'Ozzeri!? Ma che vuol dire?"
"Le barche! Le barche!" grid qualcun altro; e cos tutti intuirono. Di corsa sciamarono verso il ponte e giunti che furono videro le barche, che avanzavano lentamente da Ripafratta, inghirlandate di fiori.
Nella prima stavano in piedi gli sposi, sotto due archi di rose.
Sulla riva, di qua e di l del canale, la gente inneggiava a loro, li chiamava per nome, batteva le mani.
Dietro, altre barche trasportavano Rico e Luisa, Francesco e Isabella e gli altri, anch'esse festosamente addobbate.
Mai visto cos bello l'Ozzeri!
Betty e Katy osservavano le due rive stracolme di folla inneggiante e non credevano ai loro occhi; Francesco, quando si voltavano a guardarlo, le salutava con un piccolo gesto della mano e le sorelle lo sentivano accanto a s, finalmente felice. Era - lo capivano bene ora - anche la sua festa; vi era immerso tutto quanto il suo spirito; la sua realt interiore finalmente si identificava, per un attimo, con quella vera, e gli procurava un piacere struggente.
Isabella se ne rendeva conto; gli si avvicin e lo tenne per mano.
Subito dopo il ponte, la riva destra del canale, quasi pianeggiante, offre un facile approdo. Qui si fermarono per risalire a piedi l'argine.
Le spose furono aiutate a salire, poi il corteo fiancheggi il piccolo cimitero e sbuc sul sagrato, dove molta gente era radunata.
Rico contemplava tutto questo, ne era contento; sapeva che le sue bambine cominciavano da quell'istante una vita tutta propria, si staccavano da lui e da Luisa; ma sperava che un legame indistruttibile, pi forte del tempo e delle avversit, le avrebbe tenute per sempre avvinghiate al loro passato.

Certi giorni Rico si sent diverso.
Dapprima, da quando in casa non c'erano pi Katy e Betty, aveva preso a tormentarlo un'agitazione che dur per mesi, anche una malinconia che lo assaliva all'improvviso, a pranzo o in ufficio, o la sera mentre guardava la televisione; la mente lo guidava a ragionamenti tenebrosi, a sconforti assurdi dai quali riusciva a liberarsi a fatica con uno sforzo violento in direzione di altri pensieri o visioni pi sereni; poi riusc a dominarsi; intuiva l'avvicinarsi di quei momenti e subito se ne liberava, finch non li temette pi. Segu una quiete che si afferm gradatamente; la mente parve semplificarsi ed egli ebbe pensieri lineari, che padroneggiava; allontan tutto ci che poteva sembrargli una complicazione della vita e cos ebbe presto una realt tutta a portata di mano, nella quale riusciva a muoversi felicemente.
Godette e si consol di questo straordinario benessere, e sper che nulla al mondo venisse a turbarlo.
Egli e Luisa, Francesco e Isabella erano il presente e il passato insieme; Rico ora non riusciva e non voleva vedere altro.
Ma una sera, mentre era abbandonato sulla poltrona, Francesco e Isabella fuori, si sorprese ad osservare la sua Luisa intenta a guardare la tv, e quel silenzio egli lo vide all'improvviso ergersi tra loro come un muro che li separava. Ne fu terrorizzato, disse subito qualcosa onde scacciarlo, ma avvert che quelle parole fredde, venute fuori a forza dalla sua bocca, erano anch'esse silenzio.
Luisa non si era distratta dalla trasmissione, forse non lo aveva nemmeno udito.
La mente allora lo forz a ricordare, e vide i giorni in cui il loro silenzio era diverso, colmo di vita, esuberante; bastava uno sguardo ad intrecciare le loro anime.
Scacci il pensiero, ma questo ritornava a tormentarlo; voleva gridarlo, esorcizzarlo, e invece doveva tenere nascosta soltanto per s quella sensazione di sgomento; trasmetterla a Luisa significava forse contaminarla di un male che era solo suo; forse Luisa non aveva ancora avvertito, come stava accadendo a lui, il passare del tempo, sentito nell'animo il calpestio dei suoi passi graffianti, inesorabili.
Quante volte, anni prima, guardando crescere i figli, aveva avvertito lo scorrere del tempo, ma ci non lo aveva mai turbato. Invece i nuovi mesi, persino i giorni che si erano aggiunti, oh se li sentiva ora! Avevano segnato la fine della sua giovinezza, appesantito il suo rapporto con la vita.
Ricordando certe fatiche, certi risultati da lui ottenuti anni prima, egli si trov a meravigliarsi di averli saputi conquistare.
Si sent definitivamente mutato.
Cominci a passeggiare lungo i sentieri delle colline che si ergevano dietro casa sua.
Vi port quasi sempre Luisa, che invece restava allegra, come se fosse rimasta straordinariamente immutata la sua consuetudine con la vita.
Pass "il Toci", "lo Stornello", sal alla "Polla del Bongi"(5) molte volte, e gli sembrava di poter ritrovare lo stesso incantamento degli anni passati; ancora la natura produceva in lui una delicata suggestione.
Con Luisa riusciva a scambiare qualche rara parola, poi si chiudeva in se stesso; solo lo sguardo pareva avido di sensazioni.
Luisa, rimasta quella di sempre, spesso avviava lei il discorso; rideva delle storie che sapeva raccontare a Rico, lontana da lei ogni ombra di tristezza.
Giunti alla marginetta del "Ges morto" sentirono di nuovo, una tarda sera, la voce dell'usignolo che tante volte li aveva accompagnati durante le passeggiate coi figli.
Luisa si ferm. Gli indic il punto da dove veniva il canto.
Cercarono di non far rumore.
L'usignolo faceva vibrare l'aria col suo trillo, con la variet dei suoi acuti gorgheggi.
Rico rimase in silenzio. Con uno sforzo terrificante della mente cerc di riportare in superficie la sua esistenza passata, il mondo che, ancora intatto, stava nascosto in qualche parte dentro di lui; ma solo una piccola immagine a poco a poco acquist dal buio della sua coscienza nitidezza e dimensione, ed egli alla fine scorse l'uomo della Torre, cos simile a lui.
Luisa lo vide tremare, barcollare; lo sostenne, lo abbracci, sembr ad un tratto capire; e Rico la sent dentro di s, calarsi e diventare parte della sua interiore esistenza.
Luisa lo amava, ne era certo, allo stesso modo di allora.
Era riuscita a mantenere intatto il grande sentimento.

Una sera d'estate Isabella si ferm a cenare da loro.
Verso le sette del pomeriggio giunse col suo Francesco; subito si affacci in cucina.
"Faccio io" disse a Luisa, sostituendola ai fornelli.
Ogni tanto Rico sentiva le donne ridere.
Anche Francesco pareva contento.
Alle otto in punto furono tutti a tavola.
Rico intuiva che Francesco aveva voglia di parlargli, non stava fermo, guardava lui e poi Isabella.
"Babbo, abbiamo saputo una storia accaduta qui in paese tanti e tanti anni fa" disse infine.
"Una storia qui a Montuolo?" domand Luisa, che vi era nata e credeva di sapere tutto.
"S" afferm Francesco e descrisse la casa dove era accaduta, ora in rovina, abbandonata da quel tempo.
"L'ho sempre vista malridotta cos, coi vetri delle finestre in frantumi, le persiane schiodate, gli usci aperti, scardinati."
"La conosci la storia, mamma?"
"Non ne ho mai saputo nulla."
"L'hanno raccontata a me e a Isabella proprio oggi. Incredibile!"
"Su, non farcela sospirare" incalz Rico.
E Francesco prese a narrare.
Molti anni fa, subito dopo la guerra, quando le rovine e la miseria affliggevano ancora la gente, viveva in quella casa un uomo molto ricco, di nome Ulderico; aveva terre, case e denaro in gran quantit; durante la guerra si era ancora di pi arricchito, e correva voce che forse non vi era alcuno all'intorno che si potesse dire egualmente fortunato.
Lui lo sapeva, se ne gloriava e quando passava sul suo calesse godeva al pensiero della molta invidia che riusciva a destare.
In paese poteva dirsi il padrone.
Era per avanti con gli anni e da qualche tempo gli era venuto il desiderio di prendere moglie.
Donne ne aveva avute di ogni specie: bionde, rosse, brune, gialle, nere, grasse, magre. Tutti lo sapevano libertino, e quando in paese si voleva vedere una bella donna, non si doveva fare altro che appostarsi davanti all'uscio della sua casa.
I pi giovani si leccavano le labbra, assaporavano con la fantasia quei frutti proibiti.
Ma ora, forse per l'et, sentiva il bisogno di avere tutta per s una donna che lo accudisse, lo comprendesse, con cui confidarsi e alla quale dare la sua fiducia.
La voleva per anche giovane e bella, poich si sentiva ancora uomo vigoroso che poteva accontentare in tutto una giovane moglie.
Ne parl con gli amici. Alcuni gli davano ragione, poteva permetterselo per tanti motivi e soprattutto perch era ricco e ancora uomo piacente; altri cercavano di farlo desistere: prenditi la donna quando ne hai voglia e sceglila l per l secondo il piacere del momento, poi rimandala a casa sua. La moglie  un impiastro, ti gira sempre intorno; e vuol sapere cosa fai, e vuol sapere dove vai, e quando  nervosa e quando  imbronciata e quando non la coccoli abbastanza, e quando non sei contento di lei. Insomma,  un vero tormento che ti metti per casa, gli dicevano. Non sei pi libero di fare niente.  gelosa se non la guardi abbastanza, ti fa cornuto se gli stai troppo addosso.
Ma Ulderico sentiva di averne bisogno e che non doveva essere quel gran male se era vero che la maggior parte degli uomini a questo mondo si sposa.
Preg gli amici di aiutarlo nell'impresa; li avrebbe ricompensati con molto denaro.
E gli amici si misero subito al lavoro; batterono il paese e la citt in cerca di una giovane che rispondesse ai desideri di Ulderico.
Anche lui si dette da fare, e occhiava tutte le pollastrelle che gli capitavano a tiro; ma questa gli pareva troppo vecchia, quella troppo grassa, quest'altra un po'civettuola, quell'altra troppo musona; insomma pi di trenta ne vide da s e pi di cinquanta furono quelle che gli portarono innanzi i compagni, snidate dalla citt e da tutta la campagna.
Finalmente ecco che un amico un giorno gli dice:
"Ulderico, oggi ti porto con me a conoscere la tua sposa."
"Ne ho viste tante e vedr anche questa, ma comincio a disperare di trovarne una come m'intendo io."
"Son sicuro che questa  la volta buona, caro Ulderico, e ti giuro che se non fossi gi sposato, la giovinetta sarebbe la moglie ideale anche per me. Non ha ancora vent'anni, ha un musetto cos garbato da incantare perfino i serpenti, occhietti vispi e neri, e una figurina ben modellata da lasciarci piantati gli occhi, una di quelle statuine, ti dico, che ti metti l a girarle intorno e non ti stancheresti mai di rimirarla. Ma questa, a differenza,  viva e vegeta, e mi hanno detto anche che sa fare di tutto in casa e se prende a ben volere il marito, gli si assoggetta come un cagnolino. Vieni con me Ulderico e non ti pentirai di avermi dato ascolto."
Immaginatevi l'anziano libertino a sentire tali descrizioni della ragazza!
Dette subito ordine di preparare il calesse e se ne part in tutta fretta con l'amico, diretto a un certo paese non molto distante da l.
La ragazza valeva davvero tanta premura. Era cos graziosa che si poteva senz'altro dire che nei dintorni ve ne erano pochissime come lei; soltanto che l'amico, d'accordo con gli altri compagni, voleva fare un bel tiro a Ulderico e la ragazza, per la verit, non era affatto quella sposa ideale che il poveretto cercava.
Aveva tanti mai corteggiatori (e quell'amico era uno di loro) che prima o poi a qualcuno aveva ceduto le sue grazie, e senza pentirsi, giacch la cosa le era piaciuta la prima volta e continuava a piacerle; furba come una volpe, pochi riuscivano a ingraziarsela se lei non voleva, ed erano rari quelli che le potevano stare alla pari in astuzia e malizia.
Sapeva fare la coccolina quand'era il caso, e sapeva farla tanto bene che sembrava quella la sua vera natura; tirava fuori le unghie, invece, quand'erano in gioco i suoi interessi; le piaceva il denaro ed era attratta dagli uomini che ne avevano.
Perci, quando l'amico corteggiatore le narr il proponimento di Ulderico e descrisse con dovizia di particolari le sue ricchezze, la leggiadra Laurina (questo era il suo nome) si offr di diventare la moglie tanto desiderata.
"Dovrai essere dolce come lo zucchero e remissiva come una schiava."
"Non trover di meglio a questo mondo, come  vero che  ricco sfondato."
Quando giunsero al paese, perci, trovarono Laurina bell'e preparata alla parte; infatti stava sciorinando dei panni appena lavati. Canticchiava e l'allegria la rendeva ancora pi bella.
Ulderico dapprima non volle farsi vedere; con l'amico la osserv di nascosto, e Laurina, da furba qual era, sapendosi rimirata, faceva certe moine che Ulderico usc da quell'appostamento stregato. Aveva il sangue alla testa e non vedeva l'ora di stringere tra le sue braccia quel corpicino delizioso.
In quattro e quattr'otto, senza perdersi in preamboli, si present alla ragazza e chiese di sposarla.
Laurina si finse sorpresa e vergognosa; divent tutta rossa e si nascose il viso con un fazzoletto che stava sciorinando al sole.
"Sono ancora troppo giovane. Eppoi i miei genitori non mi lascerebbero venir via di casa, ora che il mio aiuto  indispensabile; sono cos vecchi..."
"Discorrer con loro. Aggiuster ogni cosa."
"Non sono certa di essere una buona moglie."
"Lo sarete, di questo garantisco io" intervenne l'amico.
"Certo che sarete per me una buona moglie. Me ne intendo io di donne" aggiunse Ulderico.
Dopo un tira e molla che dur per pi giorni (i genitori acconsentirono, naturalmente, ma Laurina dichiarava a bella posta di sentirsi indegna) venne combinato il matrimonio, che si celebr di l a pochi giorni con un grande accorrere di gente e soprattutto di tutti gli amici di Ulderico, che non vollero perdersi lo spettacolo da loro stessi preparato.
Ulderico, elegante e impettito, entr in chiesa con il solo pensiero di potersi poi godere quella mogliettina; Laurina con quello invece di mettere le mani su di un patrimonio che le avrebbe assicurato agiatezza e capricci.
"Questo vecchio rimbambito, so io come rigirarmelo" pens, mentre il prete benediceva le fedi nuziali.
Uscirono sotto una pioggia di riso, di grida, di applausi.
Gli amici confidarono a Ulderico di invidiargli quella sposa cos fresca e modesta. Fecero, strizzandogli l'occhio, qualche allusione alle gioie che lo sposo avrebbe assaporato quella prima notte.
Ulderico lasci intendere che in quel giorno non si sarebbe scambiato con nessun altro al mondo, tanto era felice.
La notte fu tale e quale Ulderico l'aveva immaginata.
La sposina non gli fece mancare proprio nulla, ed ora con il tale garbo, ora con la talaltra maniera, riusc a soddisfare in tutto e per tutto il consumato Ulderico, che fu lieto di trovarsi di fronte ad una giovane che mostrava di non avere alcuna inibizione.
"Mi aspettavo che tu fossi vergognosa" le disse ad un certo punto, ma lei fu subito lesta:
"Sei il mio adoratissimo sposo, che amo e che voglio far felice."
A Ulderico non pass per la mente dove e come quella pollastrella avesse imparato tanta arte e, da vero sciocco, credette che fosse una felice combinazione della sorte.
La mattina dopo spalanc le finestre e respir a pieni polmoni, tutto felice.
Qualche amico era gi sotto ad aspettarlo.
"Come va, Ulderico? E che lo domando a fare, si vede bene che stanotte non hai chiuso occhio."
"Una vera fortuna, Venanzio. Non mi poteva capitare una sposa migliore."
E infatti i primi tempi furono rose e fiori. I due erano visti sempre insieme a passeggio per il paese, una coppia davvero ben assortita. E quando lui era al lavoro, lei restava in casa a sfaccendare, batteva i panni e li stendeva alla finestra, e spazzava, rifaceva i letti, preparava il desinare, accudiva al bel giardino.
Le notti poi, furono tutte tali e quali alla prima.
Ulderico si sentiva come stregato dalla donna; ogni volta che la sera gli stava accanto, il sangue si rimescolava, e avvertiva di non poter pi fare a meno di lei.
In questo modo Laurina, a poco a poco, lo ebbe in pugno; le sue grazie la resero padrona anzich schiava e bastava che lei mettesse il broncio per un rimprovero dello sposo, che questi subito cercava in ogni modo di riparare. Le si faceva intorno e non smetteva di piagnucolare finch la donna non lo aveva perdonato.
Erano queste le migliori occasioni per farsi regalare i doni pi desiderati: preziose collane, vestiti, anelli, bracciali, gite di piacere nei posti pi belli del mondo, anche luoghi lontani. A volte stavano fuori per mesi e nessuno sapeva dove fossero andati.
Pass qualche anno e Laurina si era gi levata molti capricci; Ulderico non aveva pi potere su di lei, anche se credeva di averne.
Quel corpicino desiderato lo rendeva il vero schiavo dei due.
Laurina pens quindi giunto il momento di ricominciare ad avere qualche amante; ricordava il tempo in cui un bell'uomo la faceva innamorare e torn a cercarne, cominciando da quegli amici di Ulderico che gi l'avevano conosciuta.
Oh, seppe fare tutto cos bene di nascosto che nessuno sospett mai di nulla!
Ancora andavano in giro insieme i due sposi; ancora, anche se pi di rado, Ulderico aveva le sue notti di soddisfazioni.
Gli amici che si trovarono favoriti dalla bella Laurina, lodavano in cuor loro il giorno in cui avevano avuto l'idea di dare in sposa la giovane al vecchio Ulderico. Ora non dovevano andare lontano per spegnere i loro ardori amorosi!
"Preparo il caff" interruppe Luisa, mentre Francesco metteva in bocca l'ultimo spicchio di arancio.
"Ci penso io" disse Isabella.
"Avevi mai sentito questa storia, pap?" domand Francesco.
"Ma  proprio vera?" Sorrideva Luisa.
"Gi" fece Rico, come fosse sovrappensiero.
Quando Isabella torn con le tazzine fumanti, e tutti si furono serviti, Francesco continu il racconto.
Trascorsero altri anni, e mentre Ulderico invecchiava a vista d'occhio, Laurina si faceva sempre pi bella e si accresceva il numero dei suoi corteggiatori.
Ora non si nascondeva pi ed era successo anche che s'era portato in casa l'amante, mentre il vecchio era fuori per affari.
Accadde cos che un giorno Ulderico scopr la tresca.
Dapprima la sospett, incontrando qualche volta al cancello uno o l'altro dei suoi amici che usciva da casa sua.
Qualche saluto furtivo, qualche scusa che apparve posticcia al vecchio, ed ecco che un giorno qualcuno con una confidenza apr definitivamente gli occhi a Ulderico.
Non fatic nemmeno molto ad ottenere la confessione di Laurina, anzi questa al primo brontolio del vecchio ammise tutto quanto.
"Cosa credevi?" rispose inviperita "che mi accontentassi d'un uomo vecchio come te? Guardami, sono molto pi giovane e sono ancora bella; ho anch'io i miei diritti. Si vive una volta sola, caro il mio Ulderico."
"Bada a come parli."
"Parlo, parlo e so quel che dico. Ti faccio mancare forse qualcosa? Hai da lamentarti come marito, o invece non  anche troppo quello che ti do?"
Sapeva Laurina che tanto l'uomo l'aveva ben accalappiato con le sue moine e quel che gli dava era pi che bastevole, e Ulderico ormai non ne poteva pi fare a meno.
"Se non ti va, bisogna che ti accontenti" concluse.
Il vecchio, che diveniva color paonazzo dalla bile, non ebbe mai il coraggio di dirle che la scacciava di casa e che poteva tornarsene al suo paese a fare la sgualdrina.
Si sentiva attaccato a lei, avvinghiato dalla lussuria.
Dove avrebbe trovato, alla sua et, una donna tanto bella, che si sottomettesse ai suoi capricci amorosi?
Cos, dopo i primi mesi in cui era scontroso, brontolone, sempre corrucciato, Laurina, con moine e scherzi sapientemente dosati, riusc ad accattivarselo di nuovo; lui le sorrise e da quel giorno lasci correre, non dette pi ascolto alle chiacchiere, ai pettegolezzi e pens che in fondo in fondo era meglio far finta di niente.
Laurina, per qualche diavoleria, era intanto diventata ancora pi bella; vivace nel carattere, furba e attenta, aveva guadagnato nel corpo una bellezza procace, in cui l'occhio del lussurioso riusciva a perdersi in sogni, in smanie. Quando usciva per strada, tutti gli sguardi erano per lei, e Laurina sembrava gustarli uno ad uno, misurarne il calore, l'intensit sul suo corpo.
Ulderico dovette sopportare ancora di pi e un giorno, lui in casa, dovette far finta di niente quando Laurina si chiuse in camera con l'amante!
Divenne a poco a poco una cosa normale, un'abitudine quasi giornaliera.
Qualcuno ora lo salutava chiedendo notizie della moglie: "Come sta Laurina, sempre in gamba, eh?" e Ulderico vi leggeva l'intenzione, l'ammiccamento.
Ma come poteva liberarsi da quella incresciosa situazione?
Gli amici ormai lo schernivano:
"Ma che dici Ulderico! Ti lamenti di Laurina, ma se tutto il paese ne parla cos bene!"
" una donna che ha molte qualit."
"Non dice mai di no al prossimo.  sempre pronta a donare."
Una notte Ulderico non rientr a casa; malinconico, scoraggiato, trov una camera in una locanda lontana dal suo paese, e l certe volte prese a fermarsi.
Tentava di liberarsi della donna; starne lontano forse gli avrebbe giovato a prendere una decisione. Per non durava molto il tentativo, poich l'uomo si sentiva diabolicamente legato a quelle arti amorose.
E cos una notte torn precipitosamente a casa, ma trov il suo posto occupato.
"Tornatene da dove sei venuto" gli grid da dietro la porta Laurina.
La mattina dopo ci fu una bella sfuriata.
"Maledetta sgualdrina. Sei la mia rovina, mi farai crepare anzitempo."
E lei zitta, e ogni tanto:
"Hai finito? Cos impari a star fuori la notte; che credevi, che non avessi qualcuno da farmi scaldare il letto?"
"Tu sia maledetta e sia maledetta questa casa" concluse gridando Ulderico.
E da quel giorno non usc pi di casa; si arred una stanza tutta per s e vi si rinchiuse giorno e notte.
A Laurina non parve vero. Si sent autorizzata a far tutto ci che voleva. E lo fece.
Ulderico si ammal presto; e una sera, che era l'ultima della sua vita, mentre Laurina, con accanto l'amante, si era chinata su di lui per sentire se ancora respirava, lo ud bisbigliare:
"Non ti dar pace, sgualdrina. Per il resto della tua vita, ti far ricordare di me."
Detto questo, spir, mentre Laurina con un'alzata di spalle si riportava in camera il compare.
Dopo qualche tempo, cominciarono ad accadere cose strane in quella casa.
Chi c'era stato e aveva visto raccontava che, mentre egli se ne stava in camera con Laurina, ad un tratto si udivano dei rumori, poi dei passi nel corridoio ben distinti, si apriva la porta della stanza, ma nessuno compariva; i due disgraziati restavano seduti sul letto con gli occhi sbarrati dalla paura; qualcuno strappava loro le coperte e sghignazzava, finch l'amante, alla fine, non scappava mezzo nudo e terrorizzato.
Solo Laurina restava come inebetita, ricordando le parole del vecchio.
Il fatto si ripet molte volte e cos tutti seppero che Ulderico tornava la notte a vendicarsi.
Laurina dapprima non si rassegn; visit fattucchiere e stregoni in cerca di un rimedio alla sciagura, ma quando i giovani l'abbandonarono e non vollero pi saperne del suo letto, si vide davvero disperata.
Si adatt ai pi anziani, poi ai vecchi soli che non avevano donne da frequentare. Ma anche a questi accaddero quegli straordinari eventi e non resistettero a lungo.
Per farla corta, Laurina fu costretta a vivere sola, e ogni sera a sentirsi comparire dinanzi l'invisibile presenza, che la tormentava coi dispetti e le paure pi atroci.
Ne mor; e c' chi dice che quel pomeriggio Ulderico apparve come in carne ed ossa, le si accost e mentre Laurina emetteva l'ultimo respiro, qualcuno lo sent esclamare:
"Finalmente!"
Da quel giorno, nessuno abit pi la vecchia casa.
Chi ci aveva provato, raccontava di aver sentito per le stanze muoversi come un filo d'aria e percepito degli strani bisbigli.
Altri sostennero, invece, che con la morte di Laurina, Ulderico se n'era andato per sempre; tuttavia non una sola persona ebbe pi il coraggio di mettervi piede.

Qualche tempo dopo, Rico si sent addosso una malinconia quale non aveva mai provato. Certi dissapori con Luisa avevano inasprito questo sentimento di dolore e lo avevano indotto a riflessioni nuove, fuori dei confini consueti. Aveva scoperto che, pur vivendo insieme da tanti anni, ciascuno dei due aveva ancora addosso la propria solitudine e bastava uno screzio qualsiasi, forse a quell'et, che essa si allargava e prendeva campo nella vita; Rico in quei momenti si sentiva schiacciato dal mondo, ne avvertiva l'oppressione, e anche la propria miseria.
Luisa era lontana da lui; aveva anche lei i suoi problemi con il tempo, spietato gabelliere; l'avanzare degli anni la induceva a pensare di pi a se stessa, a vedere negli altri anche il volto nuovo del nemico egoista; e cos, mentre Rico in certe occasioni aveva bisogno d'affetto, Luisa gli mostrava un risentimento di cui lui non capiva la ragione, se non ricercandola in quello spietato duello tra solitudini.
Un giorno che Luisa aveva la luna e non c'era verso di intendersi, non ebbe pi voglia di replicare, concluse che anche lei aveva le sue buone ragioni, che non poteva mostrarsi allegra se era triste e che si era giunti a un punto della vita in cui bisognava mutare il modo di essere e di pensare, e disporsi a sopravvivere. Anche il ricordo dei tempi passati, la memoria dei figli bambini, non servivano pi.
A volte si domandava se era davvero esistito quel tempo felice.
Perci usc. And al fiume e con la barca si mise a navigare il Serchio, verso Ponte San Pietro.
Remava di buona voglia, ma senza fretta, gustando lo sciacquetto dei remi; contemplava sulle rive le macchie di rovi e le piccole spiaggette di sassi, deserte, ormai senza pi bagnanti. Il fiume era diventato solitario come lui.
Pass sotto il ponte.
Poco dopo, giunto all'altezza dei ruderi della vecchia colonia, ud un cicaleccio di voci, anche dei canti festosi. Incuriosito, ritrasse i remi per udire meglio. Era proprio cos: gente si trovava l a festeggiare.
Condusse la barca a riva, scese e sal l'argine.
Non credette ai suoi occhi. Qua e l gruppi di giovani e vecchi, maschi e femmine, danzavano allegramente.
Qualcuno lo invit a ballare.
Cantavano canzoni dall'aria orecchiabile.
Anche Rico prese a cantare, trascinato da quella frenesia.
Ma ad un tratto, quando ormai pensava di averlo dimenticato per sempre, scorse l'uomo della Torre. Ai lati aveva due belle ragazze che lo tenevano per mano.
Come gli somigliava! Sembrava Rico in persona!
Si stava avvicinando, e una sottile paura cominci a salirgli da dentro allorch si accorse che venivano proprio verso di lui.
Cerc di confondersi tra la gente; e quando si volt di nuovo a guardare:
"Ciao, pap" si sent dire, e vide davanti a s non l'uomo temuto ma il suo Francesco, e accanto a lui Betty e Katy sorridenti.
"Tu!?" riusc solo ad esclamare.
Si sedettero sull'erba e Francesco gli narr della sua disperazione.
Rico ascoltava e sentiva il cuore gonfiarsi, giacch quelle parole riaprivano vecchie ferite, che lui sapeva non potersi rimarginare mai pi.
Riusc qualche volta a balbettare: "Ma come, Francesco!" E il ragazzo gli raccont di come la fantasia, divenuta ormai padrona della sua anima, non gli lasciasse pi distinguere la realt, lo tenesse soggiogato a s ed egli ne provasse, anzich paura, un piacere struggente.
"Non so pi dove vivo, pap!" esclam Francesco, quando Rico gli domand se ne avesse parlato con la sua Isabella.
Capiva ci che Francesco gli andava rivelando!
Lo aveva avvertito anche lui nella sua giovent, ne aveva avuto terrore e con la volont era riuscito a sottomettere quel mostro che gli cresceva dentro; si era attenuto alla vita semplice, aveva frenato ogni baldanza della mente, circondato di filo spinato i suoi confini; ma Francesco pareva pi fragile, e in lui si era riversato quel seme del padre con una carica prepotente, che ora erompeva e tentava d'imporsi.
"Vieni a casa" implor; e fece cenno alle figlie di aiutare Francesco ad alzarsi.
Tutti cessarono il canto.
Si fece un silenzio di tomba quando Rico abbracci il suo ragazzo.
"Torniamo a casa", piangeva.
Ma Francesco si era chiuso in se stesso e pareva non capire.
Allora Rico lo prese per mano, lo aiut a scendere l'argine, e tutti e quattro salirono in barca.


Il sogno

Alla locanda de "Il galletto d'oro", che un tempo si trovava appena fuori del paese di Montuolo (ma oggi nessuno sa pi indicarne il punto), Francesco decise di fare una breve sosta.
Era molto stanco e neanche lui sapeva come fosse capitato l. Ricordava che qualcuno gli aveva gridato di salire a cavallo e fuggire, fuggire.
E lui aveva obbedito. Gli era stata condotta la bestia, v'era salito sopra e via, veloce come il vento.
Giunto chiss da dove al suo paese, aveva visto comparire l'antica insegna, come sbucata dal nulla.
Legato fuori il cavallo, era entrato nella locanda.
Alcuni uomini stavano mangiando, radunati attorno ad una lunga tavola, seduti sopra vecchie panche.
Francesco si avvicin.
" una grande sciagura" dicevano. "Non possiamo andare avanti in questo modo."
E apprese cos che quel luogo era dominato da un tiranno, che dimorava a Castel Passerino, un maniero sulla collina, vigilato giorno e notte da soldati.
Egli spadroneggiava e decideva della vita e della morte dei paesani.
Compiva le azioni pi malvagie, derubava i contadini, violentava le loro donne; e se qualcuno osava ribellarsi, dopo qualche tempo era trovato sgozzato in un campo.
Il paese a poco a poco si era intristito, nessuno aveva voglia di divertirsi; i pochi che uscivano di casa si rintanavano all'osteria e al massimo mugugnavano tra loro a bassa voce.
Si raccontava perfino che quel tiranno fosse in combutta con il diavolo e avesse al suo servizio un gigantesco drago, pronto a gettare fiamme su chiunque tentasse di violare il castello.
E per sovrappi, di tanto in tanto scoppiava una misteriosa pestilenza che seminava morti dappertutto.
I vecchi si confidarono con Francesco e gli raccontarono tutto ci che sapevano sul tiranno e tutti i particolari pi strani delle cose che accadevano da anni.
"Povero paese!" riusc solo a dire.
Quella notte non se la sent di rimettersi in viaggio e decise di sostare alla locanda.
Coricatosi, non riusc per a dormire. Il suo pensiero riandava ai racconti uditi e allo sgomento che aveva letto negli occhi di quella gente.
Tutto gli sembrava inverosimile.
Del drago poi! Com'era possibile che qualcuno credesse alla sua esistenza?
Ma delle pestilenze e delle violenze che s'abbattevano sul paese non poteva dubitare.
Una strana curiosit cominci a prenderlo a poco a poco; si domandava come fosse fatto un uomo simile, davvero senza cuore!
Cos si convinse che non era capitato per caso al suo paese e che forse qualcosa poteva fare per aiutarlo.
"Non vada, giovanotto. Non vada per carit" gli raccomand tutto terrorizzato l'oste, quando al mattino lo vide determinato a salire al castello.
La strada che vi conduceva era un angusto ed irto sentiero di collina; ai lati vi crescevano rovi e acacie, e la vegetazione era cos fitta che l intorno non batteva quasi mai il sole.
Francesco vi s'inoltr di buon mattino, conducendo il suo cavallo per mano.
Pi saliva verso la cima per, pi l'aria, invece che farsi luminosa, sembrava oscurarsi, incupirsi l'ambiente, e il cammino diventare pi faticoso.
I rovi e le acacie, pi robusti e invadenti, parevano minacciarlo, assumere sembianze umane di una qualche terribile mostruosit.
Fu ad una svolta che all'improvviso tutto si schiar e scomparve la terribile vegetazione; davanti, precedute da un verdissimo prato, si alzavano le mura di Castel Passerino.
Con meraviglia, non scorse alcun soldato sul piazzale. Buss e attese, e dopo pochi istanti il portone si apr, ma nessuno era comparso a spingere i battenti e a dargli il benvenuto!
Si trov in un ampio salone, tappezzato alle pareti di alabarde, spade e antichi arazzi.
"Sei qui per uccidermi, non  vero?" si sent domandare.
Francesco si volt verso il punto da dove proveniva la voce, ma non vide nessuno. Ebbe paura; torn sui suoi passi per fuggire, ma subito il portone si richiuse e una fragorosa risata echeggi nella stanza.
"Sei qui per uccidermi, non  vero?" ripet la voce.
In quel preciso istante dalla parete di fondo sbuc la testa del drago.
Era proprio il drago di cui aveva sentito parlare alla locanda! Soffiava rosse fiamme dalle narici, che lo lambirono.
Cerc una via di scampo: ma dove? come?
Il drago intanto si era mostrato in tutta la sua orribile dimensione; schiacciato sul pavimento, teneva alti il collo e la testa, come per affermare la sua supremazia.
Francesco stacc dalla parete un'alabarda per tentare una difesa impossibile.
Di nuovo riecheggi la voce di prima. Rideva, lo scherniva, e davvero Francesco era minuto e mingherlino a paragone del mostro.
Prov a nascondersi dietro un tendaggio, ma con la zampa il drago lo costrinse ad uscire, e gli strapp di mano l'alabarda. Quindi chin la testa su di lui, quasi a compatirlo.
Francesco fugg verso il portone sbarrato; tent in ogni modo di forzarlo; ma la bestia fu di nuovo vicina.
Sembrava giocare con lui, assaporare la sua paura: si allung sul pavimento, si rotol sulla schiena, tese le zampe in aria; vomit fiamme sul soffitto, mentre l'invisibile tiranno rideva, rideva, al colmo del piacere.
Ancora il drago gli fu sopra con la grossa testa; con la lingua gli lamb il viso, lo sospinse alla parete; aveva gli occhi rossi come il fuoco che usciva dalla bocca!
Fu quando il suo padrone gli ordin di uccidere e il drago si volt verso il punto da cui era venuta la voce, per dare cenno di ubbidienza, che Francesco lesto lesto afferr una spada e la conficc nella gola del mostro.
Si lament con grida terribili, si dimen, vacill senza pi orientamento; scagliava fuoco dappertutto; con le zampe cercava la vittima.
Francesco era ormai all'altro capo della stanza, guardava il mostro morire, straripare di violenza, con la spada che gli trapassava la gola.
"Maledetto!" imprec la voce.
"Dove sei?" grid Francesco. "Fatti vedere!" e corse a prendere un'altra spada per difendersi.
Quel tiranno comparve, finalmente, e gli si par davanti. Era piccolo, rotondo, senza gambe n braccia, ed aveva la testa informe, tenebrosa. Riprese a ridere.
"Colpiscimi, stupido ragazzo."
Con la spada in pugno, Francesco gli mosse incontro. Non sapeva da dove gli venisse tutto quel coraggio, sentiva che poteva farcela, che poteva dare finalmente un po'di pace al suo paese, ma quando gli fu vicino - cosa davvero incredibile - in quel volto mostruoso gli sembr di scorgere sembianze e segni straordinari, tali che tutta la realt parve imprigionata l dentro, e che si scagliasse contro di lui.
Com'era possibile?
Indugi per un attimo.
"Colpiscimi!" lo incitava l'altro.
Il tiranno mutava continuamente sembianza, ma sempre gli pareva di scorgervi il volto predatore di quella realt che forse lo stava annientando.
"Colpiscimi, stupido ragazzo!"
Cos Francesco, vinto l'attimo di smarrimento, cominci a tirare colpi a destra e a manca con l'intento di uccidere e di liberarsi; e quando finalmente la spada colp al cuore quel tiranno, questi rest vivo come prima, il colpo inoffensivo!
Subito lo fer di nuovo mortalmente; e gli tagli la testa, ma l'uomo restava vivo! e rideva ancora:
"Colpiscimi, stupido ragazzo!"
Francesco tir colpi all'impazzata e non ci fu parte del corpo del tiranno che non venne colpita pi volte.
"Maledetto!" gridava Francesco disperato.
"Colpiscimi ancora, stupido ragazzo."
E Francesco colpiva colpiva, ma ormai sentiva che le forze gli venivano meno e che l'avversario lo avrebbe definitivamente vinto.

Era il giorno di Pasqua e Francesco era rimasto a casa.
Isabella avrebbe voluto uscire con lui, programmare una vacanza, ma dopo quel sogno Francesco se l'era presa ancora di pi con la vita.
Sentiva che il tempo passava ed egli non riusciva a fare niente che avesse un significato per lui.
Luisa a ripetergli: "Ma la vita  questa" e anche Isabella lo aveva esortato a rendersene conto: "Devi accettarla la realt!"
Ma Francesco avvertiva che era giunto ad un punto della sua esistenza in cui gli era richiesto di compiere uno speciale atto di coraggio; lui "doveva" ribellarsi; ora era in tempo; passati quegli anni non ne avrebbe pi avuto la forza, e l'ingranaggio delle abitudini e delle convenzioni lo avrebbe schiacciato per sempre.
"Solo tu detesti la societ" piangeva Luisa, quando vedeva il suo ragazzo ammutolire e chiudersi in se stesso.
Da qualche tempo Francesco parlava poco; quando i suoi amici venivano a trovarlo, se ne andavano via immalinconiti.
Eppure, forse, qualcuno avrebbe potuto anche comprenderlo e aiutarlo, ma Francesco s'era convinto che non era ormai pi tempo di parole.
La mattina dopo era il giorno di pasquetta. Francesco si alz molto presto, buss alla camera di Rico, teneva un fagottino in mano.
"Vado via, pap" disse appena.
"Dove te ne andrai?"
"Dove si possa ricominciare da capo."
"E che dir alla mamma?"
Non rispose.
Rico sent chiudersi la porta, e pens che il suo Francesco non sarebbe ritornato mai pi.

La partenza di Francesco si rivel un duro colpo per Rico; riapr in lui spazi interiori che aveva cercato di comprimere, nascondere.
Ogni tanto Betty e Katy, e anche Isabella, venivano a trovarlo. Giocava con i nipotini; in uno si riconosceva in modo particolare. Aveva le sue stesse curiosit, gli stessi gesti.
Pi spesso per restava solo. Tornava dall'ufficio, si distendeva sulla poltrona, metteva della buona musica; la sua mente si scioglieva allora in dolci ricordi.
Come avrebbe voluto riafferrare quei momenti lontani!
Li sentiva vivi dentro l'anima, capaci, se fossero affiorati per un attimo, di dargli le stesse sensazioni; ma non erano pi il presente! Si bruciavano dentro quell'intensit emotiva e sparivano nel nulla.
Constatava che la realt aveva per lui, ora, accenti sempre pi amari; aveva udito affermare, da giovane, che la vita  bella a tutte le et, ciascuna ha la sua bellezza da offrire all'uomo, ma Rico sentiva che non era cos.
Le energie se ne andavano, la volont si affievoliva ed egli doveva registrare sempre pi spesso l'impotenza della sua immaginazione.
Eppure tutto, intorno a s, aveva ancora il suo rigoglio. Con gli occhi riusciva a vedere che in quella medesima realt era vissuta anche la sua giovinezza. Perch non poteva reagire e tornare, nello spirito almeno, quello di un tempo?
Con Luisa faceva frequenti passeggiate sulla collina dietro casa, la conversazione tra loro si era ormai rarefatta; erano diventati lunghi i silenzi, che si avvertivano pieni di sofferte riflessioni.
Il dialogo lo affaticava, il rapporto con gli altri lo rendeva insofferente; ricercava invece un contatto miracoloso con la natura, una specie di chiave di lettura grazie alla quale d'un tratto potesse liberarsi e ritornare il Rico allegro e felice.
Ci doveva essere questa possibilit.
Cominci ad affacciarsi sempre pi spesso alla mente un pensiero che gi si era presentato in giovent e che ora era divenuto leggibile: solo di se stesso - egli rifletteva - sapeva ogni istante della vita; degli altri non conosceva se non i momenti in cui stavano con lui: il resto della loro vita era come il nulla.
Aveva ci un significato? Godeva la sua vita di un qualche privilegio?
Non importava se anche gli altri, dal loro punto di vista, potevano arrivare alla stessa conclusione; Rico intuiva che quel privilegio lo riguardava sicuramente. La sua era l'unica vita che si potesse leggere in tutta la sua interezza, e ci gli bastava per incoraggiarlo a credersi un protagonista d'eccezione. Forse era un disegno della natura quello che metteva lui al centro di ogni cosa.
Ne ricavava sollievo, si sentiva protetto, diveniva sicuro ogni passo che faceva.
Torn a visitare pi spesso la sua citt.
Certi pomeriggi, finito il lavoro, non rientrava a casa, ma se ne andava per le viuzze di Lucca, passava davanti al bel San Martino, qualche volta vi entrava, ammirava le bellissime arcate che guidano l'occhio e la mente al soffitto stellato; attraversava la piazza, superava il bel muro di glicini e presto penetrava il Fillungo, passava davanti alla Torre delle Ore, arrivava fino al bell'anfiteatro romano.
Confrontava la sua vita, cos rapida a trascorrere, con le mura di quei palazzi secolari; immaginava i milioni di uomini che vi erano passati davanti e avevano calpestato quel selciato: ma di essi nessuno sapeva pi nulla! Invece lui, Rico, eccolo vivente, presenti in lui fin nelle remote cellule, numerabili, gli istanti della sua esistenza.
La sua vita aveva un destino straordinario, ne era ormai certo.
Col tempo si convinse cos che, proprio per questo, gli era richiesto un atto eccezionale che ripagasse la natura e anche Dio di tale privilegio.
Ma quale?
Luisa lo vedeva sempre di pi chiuso in se stesso, si erano fatte rare e difficili le confidenze; domandava ma veniva con sempre pi fastidio respinta.
Una mattina Rico non and al lavoro; Luisa chiese, volle sapere, e apprese cos che si era dimesso e le offriva di partire subito con lui. Avrebbero cercato insieme il modo di ricominciare da capo, di riempire d'un significato pi degno la loro vita.
Sarebbero andati nei luoghi pi sperduti della Terra, forse dove nemmeno l'uomo era mai stato.
Rico era sicuro che prima o poi vi avrebbe incontrato anche il suo Francesco.

30.11.1985 - 20.4.1987



FORZA, GIOVENT+

Ignazio Buttitta: "Quando l'uomo perde il dialetto, perde la libert." (su La Nazione del 6 aprile 1997)

I

Il nonno di Marcello era un omone con certi baffi bianchi che gli si arricciolavano sotto il naso, e poi con la punta salivano su su fin sopra le orecchie, che eran larghe. Ma non a sventola. Quasi alto due metri, l'et l'aveva un po'incurvato. Difficile dire da dove venisse la sua razza, viso largo, scuro, naso adunco, sembrava per met vichingo e per met un cavatore di pietra. Teneva cadenti sulle spalle i lunghi capelli, che eran bianchi anch'essi, ma ancora folti, un po'ondulati. Nel piccolo paese di montagna, dove fatti come lui non se n'era mai visti, era considerato un dio, e tutti pendevano dalle sue labbra; gli andavano dietro come pecore, e qualunque cosa facesse o dicesse, nessuno ci aveva da ridire. Si chiamava Ferdinando, ma tutti lo conoscevano come Nando. Sui settant'anni, riusciva ancora a piegare una sbarra di ferro, e quando lo faceva, era accompagnato ogni volta dalle urla dei giovanotti, che lo applaudivano sempre, e sapevano che nemmeno in tre avrebbero potuto fare altrettanto. Marcello era fiero del nonno, e se lo rimirava ogni qualvolta passeggiava con lui, e per il paese camminava cos tronfio, quel ragazzetto, che pareva avercele lui le qualit del nonno, e non Nando, che aveva l'umilt nel sangue. Serafino, il coetaneo di Marcello, lo guardava passare, i primi tempi, e aveva invidia per il compagno, perch lui non ce l'aveva un nonno cos. Piccolo, taciturno, asciutto e senza muscoli, questo era Gigetto, il contrario di Nando, e lui, il bimbo, era gi pi alto del nonno, e certo non ci si poteva pavoneggiare come faceva Marcello, e, anzi, per la strada camminava svelto, s'affrettava, mentre Marcello, quando aveva accanto il nonno, andava piano, e Nando gli diceva: "O rammollito, lesta vella gamba, senn 'un cresci." E Marcello trovava sempre la scusa, finch il nonno "'Un mi cresce'cos figliolo, o mi cieo tutt'e ddue l'occhi pe''un vedetti."
"Chetati nonno, che quando sar grande, vedrai che passo lungo. E voglio esse'pi arto di te, fin lass sulle 'ampane voglio arriva', e ci voglio discore'con quelle, e guardalle nell'occhi."
"Dio lo voglia, bel mi'bimbo, perch a esse'arti c' 'r su'guadagno, e si trova lavoro prima, se c' anco la forza."
"C'avr anche vella, nonno, perch somiglio a te."
"E chi te lo dice che somigli a me?"
"Mi'pa', me lo dice."
"E lu'invece  piccino piccin. Bello scherzo che m'ha fatto. Ha preso tutto da su'ma', iolai, ch'era uno scricciolo. N'avrei fatto caso d'un figlio grosso come me, ma 'un n' garbato ar Padreterno. Per  forte, tu pa', anche se 'un sembra, e 'ccampi li vanga e li rovescia forse anco meglio di me."
"Ma voglio esse'come te, nonno, e non come mi'pa'."
"Ti 'apiscio. Lo fai pe'le donne." Marcellino arross e Nando gli diede una pacca sulla testa, sorridendo.
"E fai ben a pensacci alle donne. En la 'osa pi bella che c' ar mondo. 'Un sei il mi'nipote e ti disconoscio se 'un sarai gallettoro come me."
"'Un vedo l'ora, nonno." Serafino li guardava passare, e vedeva la gente che si faceva in quattro per salutare Nando.
Serafino non ce li aveva i genitori. Morti in un incidente, di lui si occupavano i nonni paterni, i soli rimasti.
Il nonno di Serafino, come si  detto, era il contrario di Nando, parlava poco, e anche all'osteria ci volevano le molle per cavargli una parola di bocca. Gestiva l'unico negozio di alimentari del paese, ma era soprattutto grazie alla moglie che il commercio prosperava. La moglie era svelta, l'occhio furbacchione, astuta, preveniva il cliente, ne saggiava a tempo l'umore, e sapeva prenderlo ogni volta per il verso giusto. Sulla sessantina, aveva qualche anno meno del marito, ma come mentalit tra i due correva un secolo. Marcello andava dalla nonna di Serafino ogni tanto, mandato dai suoi, e gli garbava farsi servire da lei, piuttosto che dal nonno. La donna ci chiacchierava con lui, e a Marcello piaceva come lo trattava, mentre Gigetto era scorbutico e, presa l'ordinazione, serviva senza dire una parola. Marcello si nascondeva dietro le sottane di qualche donna, a volte, per non farsi servire da lui, e aspettava il momento buono per saltar fuori, anche se non era il suo turno, ma non ci voleva cascare nelle grinfie di quel tanghero. Una volta che Serafino era in bottega, fecero amicizia per questo, perch il bimbo se n'accorse che si era rimpiattato per non farsi servire dal nonno, e allora gli and vicino e glielo domand sottovoce perch non gli piacesse il nonno.
"'Un ci voglio discore'con lui." Serafino lo segu nella strada; Marcello teneva il cartoccio del sale sotto il braccio.
"Mica tutti ci possono avere il nonno come il tuo."
"Lo so. Come il mi'nonno 'un ce n' al mondo."
"Ma come si fa a crescere come lui?"
"Che ne so io. Ma mi'ma'dice che anch'io doventer cos, perch c'ho 'r su'sangue."
"Io invece, mi sa che un cresco tanto. Quello, l'hai visto,  il mi'nonno, e anche la mi'nonna  piccina; e quando son insieme sembrin du'fili d'erba."
"Il mi'nonno mi dice che se crescio come lui, posso ave'tutte le ragazze che voglio."
"Sei fortunato. Ma se divento tuo amico, ce ne sar anche per me?"
"Eh, quello si vedr. Prima mi ci arruzzolo io, e poi 'un si sa mai, qualche briciola cascher anco per te."
"Allora diventiamo amici." E nei giorni seguenti per rendere solenne il patto, gli portava cioccolate e caramelle, che fingeva con la nonna di prendere per s. Investiva sull'amico la sua fortuna con le donne, quel birbante di Serafino.
Divennero amici. Alle medie andarono alla stessa scuola. Serafino gli insegnava, quando stavano insieme, a parlare un po'meglio.
"Se vogliamo conquista'le ragazze, dobbiamo saperci parlare. Ti devi levare di bocca quelle parole sguaiate che dici, senn quelle non ti guardano anche se sei bello. Fanno le schizzinose."
"'Un saran le mi'parole a guastammi con le donne, stanne certo. Quel che voglin loro io ce l'ho gi."
"S, ma se vuoi arrivare alla roba fine, pulisciti la lingua, di retta a me, altrimenti ti devi accontentare, e cedere il passo." Cedere il passo non era cosa che poteva andar gi a Marcello. Che avrebbe detto il nonno?  vero che il nonno parlava peggio di lui, perch non ce l'aveva l'istruzione; ai suoi tempi la scuola era per i ricchi soltanto; ma ora si doveva cambiare, aveva ragione l'amico, e le ragazze s'eran messe i grilli nella testa, e con l'idea di migliorare la loro posizione sociale, badavano anche alla forma, e non solo alla sostanza, che lui certo possedeva. Cos, a fatica, si correggeva ogni qualvolta usava qualche parola rozza, ma lo faceva a malincuore, perch quella era stata la lingua di suo padre, di suo nonno, e di chiss quanti altri della sua razza.
I progressi si videro subito, e che Serafino aveva proprio ragione. Aveva la furbizia della nonna, Serafino. Questo il suo ragionamento: se Marcello poteva permettersi di cacciare in alto, era molto probabile che qualche selvaggina di qualit cascasse anche su di lui che, se non aveva la bella figura di Marcello, aveva per le maniere che piacciono alle donne. E quando una ragazza andava con Marcello, c'era sempre l'amica che toccava a lui, e siccome la bellezza non va mai sola, ma ha sempre degne damigelle d'attorno, ecco che Serafino si sentiva il pi fortunato degli uomini.

"Che ci fai qui Marcello." Lo trov rimpiattato dietro una siepe, ai margini del bosco.
"Sitto, e accucciti qui, Serafino. Non lo vedi che c' Isabella, laggi." Aveva ragione, e Serafino non se n'era accorto. Era uscito allora di casa, stordito dai compiti di scuola. Soprattutto la matematica non gli andava. Invece Marcello era bravo, e non gli piaceva il latino. Eppoi, sui compiti Marcello non ci perdeva tanto tempo. Qualche volta li copiava la mattina in classe proprio da lui.
Isabella coglieva fiori e si chinava per farlo, e siccome aveva belle gambe, e anche un bel musino, Marcello se n'era subito accorto di lei; l'aveva adocchiata. Che ci fa nel campo quella l? E quando l'aveva vista chinarsi e cogliere il primo fiore, allora s'era affrettato dietro la siepe, e s'era accucciato. Stava a pochi passi e vedeva bene le cosce bianche di Isabella. E Isabella l'aveva visto?
"Quella, lo fa apposta a farsi guarda'le gambe" aveva detto subito Serafino.
"E a me che me ne frega. Anzi se le piace,  meglio."
S'era acquattato anche Serafino, e parlavano sottovoce.
"Bella ragazza, eh?"
"Iolai se  bella" esclam Marcello, che aveva gli occhi fissi e lunghi sul campo. Isabella si comportava come se li avesse veduti, giacch era impossibile che tutte le volte che si chinava, la posizione era proprio quella giusta perch i due ragazzi vedessero le sue gambe, e anche qualcosa di pi.
" proprio una puttanella" fece Serafino.
"Prima o poi le faccio la festa."
"E io gliela faccio a Marisa, la su'compagna" si sfreg le mani Serafino.
Aveva intravvisto, infatti, anche Marisa nel campo, un po'pi distante; non si capiva bene se era venuta con Isabella e si era allontanata o se fosse giunta proprio in quel momento. Sbucava da un pioppo. Se era arrivata ora, aveva certamente visto tutto, e aveva visto soprattutto loro due che spiavano e si gonfiavano di piacere. Si avvicin a Isabella, e sembrava che le parlasse, anche lei chinatasi.
"Che troia, Marisa!" esclam Serafino.
"Non vedi come sculettino. Ci stanno, iolai, ci stanno" disse Marcellino.
"Che si fa?"
"O bischero. Che vi che si faccia. Io gli salto addosso" e usc dalla siepe e si mise a correre verso di loro. Serafino indugi. Stava a bocca aperta. Vedeva l'amico correre, come correva! Anch'io, anch'io, pens, e salt la siepe, e qualche ramo traditore gli si intrufol nei pantaloni corti. Tir avanti, sent lo strappo; mezzi pantaloni se n'erano andati, impigliati nel cespuglio. Aspettami, aspettami, gridava, stringendosi la cintola per timore che gli cadessero gi. Che figura avrebbe fatto? Perse anche una scarpa, quel mammalucco. Vide Marcellino che saltava sopra Isabella, caddero a terra, ruzzolavano. Marisa rideva, ma con l'occhio guardava al compagno, quella sporcacciona. Che fa? Quando arriva quello scimunito? Quanto ci metti, bischero. Sei proprio un coglione. Se lo sent arrivare addosso, infine. Fermati, fermati, mi fai male. Marisa mia, perdonami, se arrivo come un caprone. Vedi cosa fa Marcello? La vedi la tua amichetta? Comportati cos anche tu, e vedrai che faville.
Facevano finta di strillare le due ragazze.
Sar contento il nonno, rideva Marcello. Che bell'amico mi son fatto, si rallegrava Serafino.

Per un non toscano, si fa fatica a seguire il testo, quando vi ricorrono frequenti espressioni dialettali, ma il vernacolo che si parla oggi nella campagna lucchese  un po'addomesticato, non  pi lo stesso che scrivevano Custer De Nobili e Cesarin'der Viviani. Per via dell'istruzione, non c' pi chi lo parla integralmente, anche tra i pi anziani. Si  imbastardito. Io lo riporto cos come si ascolta oggi, con le differenze che ci devono essere tra un anziano, com' il caso di Nando, e un giovane. E spero che anche un non toscano lo possa comprendere. Se user qualche volta delle espressioni un po'forti, esse appartengono al popolo, e ognuno pu riscontrare da s quanto siano usate nel parlar comune.

Nando era di quelli che l'8 settembre del '43 non ci si raccapezz su quel che stava succedendo. Non gli piacque di essere stato prima alleato coi tedeschi, ed ora di punto in bianco doveva sparar loro addosso. Avvertiva che qualcosa non andava in quel mutamento che appesantiva la coscienza. Si trov imbambolato quando sent dell'armistizio.
"Vieni via" gli gridavano i commilitoni, che svelti svelti si liberavano delle divise.
"Sbrigati anche tu, Nando, che se arrivano i tedeschi ci portano tutti in Germania." A qualcuno stava capitando. I tedeschi piombavano nelle caserme, e prendevano tutti quelli che trovavano. Su chi fuggiva, sparavano a vista, senza tanti riguardi. Li ammassavano, e via in Germania, nei campi di prigionia, dove giungevano dopo essere stati rinchiusi per giorni e giorni nei vagoni del treno, senza vedere un filo di luce. Solo ogni tanto si apriva la saracinesca, e un tedesco vi gettava del pane secco. I loro bisogni li dovevano fare l davanti a tutti, come animali. Il vagone si riempiva di un tanfo insopportabile, e gi gli animi sentivano pesare l'umiliazione.
Nando, dopo il primo stordimento, era schizzato via, e con le sue gambe lunghe andava anche pi veloce degli altri. Si erano divisi in piccoli gruppi, e ogni tanto qualcuno spariva o per essere giunto dove voleva o per prendere un'altra direzione. La meta, in principio, quasi per tutti, era di arrivare quanto prima a casa, dove si sarebbe pensato meglio a quel che si doveva fare.
"Vado coi partigiani, io" disse invece uno.
"Se ce l'hanno a morte coi tedeschi, allora son quel che fa per me. Vengo anch'io" rispose un altro.
"E tu, Nando?"
"Io vaggo a casa. 'Un me la sento di spara'contro 'ttedeschi."
"Son figli di puttana."
"Lo so, lo so. Ma sparanni contro, 'un me la sento."
"Allora, te, dell'imbroglio che ci ha fatto Mussolini, non hai capito nulla."
"So che prima si stava co''ttedeschi, e non ni posso spara'addosso."
Camminavano ai margini della strada, in fila indiana, e quando trovavano un boschetto, ci si infilavano. Allora parlavano pi apertamente, alzando anche la voce qualche volta.
"Hai sentito cos'hanno fatto i tedeschi dalle tue parti, Nando?(6) Hanno massacrato donne, vecchi e bambini. Vuoi avere rispetto per questa gente?"
"'Un dio vesto. Ma ho vergogna dentro di me e 'un posso facci niente. Vi invidio a voi, che non avete i mmi'crucci. Vorrei esse'fatto cos anch'io. Il re  scappato. Ha fatto 'r vortafaccia, ed  scappato, s' messo al seguro, lu', con tutta la famiglia e l'artri capoccioni. Mi sento addosso una macchia come se dovr chiede'scusa per tutta la vita a'mmi'figlioli per vello ch' successo a noi."
Stavano a sentirlo in silenzio, e si vedeva che Nando provava dolore.
"Su Nando, non ci pensare pi, perch altrimenti si rinvanga il pattume, e da ogni parte ci viene la puzza. Dobbiamo ripulirci i sentimenti, ecco che cosa si deve fare, e anche il cervello; di ogni cosa ci si deve ripulire, e siccome i tedeschi ci sparano addosso, e ammazzano i nostri figli e le nostre donne, e i nostri padri, dobbiamo dar loro una lezione, e mostrare che non siamo quei vigliacchi che credono."
Stava calando la sera. Videro una casa di contadini in mezzo alla campagna. Giunta la notte bussarono. Furono accolti, rifocillati. Dormirono con le bestie, nella stalla.
"Domattina ci dividiamo. Chi vuol venire con me, andiamo dai partigiani."
La mattina anche Nando and con loro. Non dorm tutta la notte; in quel pasticcio non ci si trovava per colpa sua, e ne poteva uscire solo dimenticando una parte della sua vita. Cos, quando il compagno, avanti l'alba, li svegli e interrog ad uno ad uno, Nando non ebbe pi esitazioni, non era contento, ma aveva deciso.
"Vengo con te" gli rispose.

Marcello, tornando a casa, non trov il nonno, che doveva essersi rintanato all'osteria, e ci rest male, perch aveva una gran voglia di raccontargli ci che aveva fatto a Isabella. Si mise a sedere e aspett. Gli brillavano gli occhi per la gran felicit. Il nonno arriv, col suo passo ancora dritto, bello lungo come le sue gambe.
Gli corse incontro, Marcellino.
"Sapessi, nonno..."
"Che c', ragazzo" e Nando gi rideva a vedere quegli occhi tutti vispi, e si aspettava una gran bella notizia. Ma non quella l, e spalanc gli occhi per starlo a sentire, e non gli pareva possibile che il suo ragazzo fosse a quell'et svelto quanto lui.
"Sei in gamba, figliolo."
"Che ne dici, nonno?"
"Che farai strada, Marcellino. Perch prima di tutto un omo dev'esse'mastio, e quando si  masti il resto vien per sovrappi."
Aggiunse:
"Per stacci attento alle donne. Bada ben, perch  qui che casca l'asino. Ci son donne che ti succhino il sangue, e da velle l devi sta'alla larga."
"E come le riconosco."
"I primi tempi, spassatela.  ner tu'diritto. Le attensioni verran doppo, e ci sar io a metterti sulla strada."
"Sei un gran nonno, iolai."
"T'ha visto nessuno?"
"No."
"E questo mi dispiace. Ne avrei avuto piace', se quarcuno m'avesse interrogato domani all'osteria."
"E che n'avresti raccontato?"
"Niente. Sarebbin stati gli altri a fammi le domande. E sarebbin ritornati su'mmi'tempi."
"Li sento anch'io nonno, sai, i discorsi che si fan su di te."
"E che ne dici?"
"Mi piaccion, iolai. E spero tanto di somigliatti."
"Se vai spedito a questo modo, non me ne lasci pi una, figliolo." Marcellino rideva.
"Dio lo volesse, nonno."
"Oh, per intendiamoci su 'na cosa."
"Quale, nonno?" Stava a sentire con gli occhi spalancati e la bocca aperta.
"'Un trascura'la scola. 'Un devi cresce'ignorante come me. Accontenta anche tu'pa', che lavora sodo per datti un'istrussione."
"Sii, la scuola... Ma che dici mai, nonno? Quella proprio non mi preoccupa. Dormi pure tra due cuscini."
"La conosci, la nonna di Serafino, quel tu'amichetto?"
"Che c' nonno, ch' successo?"
"Acqua in bocca, per."
"Sono un tomba."
"Era 'na bella femmina, a'su'tempi. E 'r su'marito, lo sai,  un po'grulletto. Lo vedi anco te che 'un  fatto per le donne. Anco da giovine era cos, magro e accucciato come se ci fusse uno a danni sempre bastonate. Un musone, senza vigore."
"E te ch'hai fatto?"
"'Un te lo immagini, figliolo?"
"S che me l'immagino, iolai." Rideva soddisfatto come se ci fosse andato lui con quella donna.
Aggiunse, Nando:
"Del resto, son poghine le donne che m'han resistito in questo paese, e anco nell'artri, se Dio vle, dove andavo come la vorpe 'nder ppollaio."
"Ma tutte tutte t'han detto di s?" Lo divorava la curiosit.
"Se sei un bell'omo e simpatio, la strada  bell'e spianata, caro 'r mi'Marcello. E 'un ci voglin tanti meriti speciali per fa'innamora'le donne, se la natura ha gi provveduto per te."
"Speriamo che abbia anch'io tutta questa fortuna, nonno."
" 'na gran bella 'osa, figliolo, anda'colle donne. Ma ci sono 'mmariti, riordilo. Guai a dimenticassene. Perch 'mmariti di velle donne l che ci stanno, son peggio delle vespe. Fiutino 'r periolo, son sospettosi, san de'ppropi mancamenti, e han sempre 'r fucile spianato. 'Un ragionino loro, ma sparino a'gallettori come noiartri."
"Nonno."
"Che c'."
"Avessi visto Serafino com'era contento!" Rideva.
"Lo credo ben. Con uno come te, 'un si va mai in bianco, te lo dice 'r tu'nonno. Perch 'r ber tempo si vede dal mattino. E te c'hai gi 'r sole nell'occhi. Serafino, ch' nipote di vella bella donna, ple esse'anco meglio del su'nonno, se ha ner sangue quarche goccia della Nunzia."
"Ce l'ha s." Rideva ancora Marcellino, e si portava le mani alla bocca. "Tu l'avessi visto come stava sopra Marisa. Va'gi diceva lei, che mi pesi. E lu'invece, lascimi sta'Marisa, che ti faccio contenta."
" rimasta contenta, secondo te?"
"Artroch. Son pi che seguro. Perch le', doppo, si levava l'erba da'capelli, e rideva."
"'Un c' posto per le lacrime quando si fa all'amore ne'ccampi, all'aria aperta. Nemmeno 'r meglio vin ti mette tanta allegria addosso. E per le ragasse  come agguanta'la vita con le mano."
Quella sera, a discorrere col nonno a quel modo, Marcellino sentiva che vivere era bello, e avrebbe voluto vederli i giorni che stavano davanti a s, metterli in fila ad uno ad uno, e lui si sarebbe chinato a coglierli come fiori. Ne avrebbe odorato il profumo.
Nando, per la gioia della bella notizia, si prese una sbronza, e cant tutta la notte. S'addorment solo al mattino, quando in casa non c'era pi nessuno.

Passarono gli anni. Marcello sempre di pi somigliava al nonno; nel fisico specialmente c'era chi diceva che era Nando spiccicato, e pi nessuno lo chiamava Marcellino. E come poteva? con quel gigante di quasi due metri, che aveva le mani grosse del contadino, e invece andava a scuola, al liceo in citt, e si faceva onore, e il babbo diceva che valeva la pena di sudare per lui nei campi. Gli dava mille soddisfazioni, e ci andava la mamma a parlare coi professori e ogni volta tornava che aveva il viso luminoso come il sole, e lo diceva a tutte le amiche che il suo Marcello onorava il paese. Quando il pomeriggio lo sentiva ritornare da scuola con la corriera, gli andava incontro e lo abbracciava. Tutti dovevano vederlo che era fiera del suo figliolo. Il babbo, di nome Gino, la sera a tavola, quelle poche parole che diceva erano per ringraziare il suo Marcello, che un giorno avrebbe cambiato le condizioni della famiglia, e sarebbero diventati signori, e forse i nipoti sarebbero cresciuti in citt. Nando per dissentiva.
"Ci si rovina in citt. Ir progresso  'r primo predatore, e in citt c' pi progresso che in campagna, e in campagna, diceva mi'pa'bonanima, s' pi vicini a Dio. Rammentalo, Marcello, quando vesto bischero del tu'nonno 'un ci sar pi."
"E chi ti ci leva te dal mondo, nonno. Son sicuro che il Padreterno ti preferisce qui sulla Terra. Lo sa bene che lass scompiglieresti ogni cosa. Magari spera che tu vada all'inferno."
"All'inferno poi no, iolai! Se  vero che c' 'r foo eterno, io 'un vogghio sta'colle fiamme ar culo tutto 'r giorno. Sai che trastullo. Invece c'ho 'r diritto d'anda'in paradiso, perch al mondo 'un ci son viensuto di mia volont, e chi mi c'ha misso, c'ha da pensacci lu'a fammi anda'in paradiso."
"Ma 'un  Dio che vi ci ha messo" intervenne Faustina, la mamma di Marcello.
"E allora chi mi c'ha misso, su, dimmelo te, che sai tutto, e c'hai sempre 'r culo ritto." Faustina arrossiva tutte le volte che il suocero le parlava cos, e non ci aveva fatto ancora l'abitudine.
"Vostro padre e vostra madre, ecco chi vi ci ha messo, e loro certo 'r paradiso 'un ve lo possino assegura'."
"Poveretti, chiss dov'enno iti."
"Va l, ch'erino de'bravi cristiani, e se 'un c'enno iti loro in paradiso, chi ci deve anda'di noiartri?"
Era arrivata da un pezzo anche al loro paese l'elettricit, ma la sera gli piaceva di stare al fuoco come una volta, e ci mettevano sopra il paiolo e, dentro, sempre qualcosa a cuocere, specialmente la polenta, e Faustina si piccava che come la faceva lei non ce n'era un'altra in paese, e ogni tanto si allontanava dalla tavola e andava a rumarla col mestolo di legno.
Con la polenta ci mangiavano l'aringa; l'abitudine gli era rimasta, e anche a Marcello. Quando infine i genitori si alzavano da tavola, il padre per andare a letto e essere pronto per i campi, la mamma per rigovernare e rattoppare qualche panno, Nando fissava Marcello e abbassava la voce:
"E con le donne, con le donne come va?" E s'accucciava con la testa sulla tavola e si metteva in posa per un lungo ascolto.
"Eh, nonno, la voglia 'un m' ancora passata."
"E fai ben. Guai a te. L'artro giorno c' manco pogo che riprendessi anch'io."
"Ma va l."
"'Un ci credi, eh? E 'un ci crederei neanch'io, se 'un fusse vero. Passava Caterina. 'Un  mia tanto vecchia, quella maialona, e c'ha un sedere che richiama uno stormo d'uccelli, grosso grosso e bello ritto, meglio di vello di tu'ma'. Ed io ni stavo dietro per combinassione. Non per intensione, tu m'intendi? E le'sculettava; 'un so se lo facesse apposta e m'avesse visto che ni guardavo. Io volevo cambia'strada, e c'ho penso sai che 'un era bene per me stalle dietro nelle mi'condissioni, vecchio e malandato come son ridotto. Ma poi mi son ditto che Nando 'un ha mai battuto 'n ritirata, e ha sempre sonato la tromba invece, e cos quando vella maialona stava per entra'in chiesa, lesto lesto mi sono accosto e n'ho misso la mano su quer ber culo. Ma 'un  finita l. Siccome le''un strillava, e sembrava contenta, l'ho spinta in chiesa e c' manco pogo, iolai, che 'un mi riscisse di fanni la festa."
"E perch 'un gliel'hai fatta, dato che ormai c'eri."
"Perch, perch... 'Un c'ho dormito la notte. 'Un lo 'apisci perch?"
"T'ha fatto cilecca, eh, nonno?"
"Quel farabutto. Quell'imbroglione. Prima mi alleccorisce, mi fa intende'che posso, e ppo'mi ciurla. Benedetta giovent. Alla tu'et 'un sbagliavo un crpo, e quando partivo, era per arriva', stanne certo."
"Invece sei sempre in gamba, nonno, e chiss come sar io alla tua et."
"Quasi ottanta, lo sai. N'ho gi sonate di 'ampane! Ma dimmi delle donne, iolai, 'un mi fa discore'solo me. Isabella, Isabella, l'hai pi vista? E quell'Andreina che mi dicesti che ci sapeva fa'meglio dell'Isabella, e quell'artra, iolai, come si chiama, la, la... l'Albertina, che  bionda, la vedo passa', e ha du'puppore che leverebbe sete a una mandria di bovi."
"E proprio con l'Albertina mi ci sono davvero scapricciato, nonno."
"Che bella ragassa. Che ben di Dio." E si leccava i baffoni, Nando, e poi se li arricciolava.
Stavano cos a chiacchiera, finch non ritornava Faustina e li mandava tutti e due a letto.
"Finitela di discore'delle vostre bugie."
"Lo dici te che son bugie. Spieganelo te, Marcello, che  tutto vangelo ver che mi racconti."
"E te Marcello, vergogniti di parla'di veste cose a un vecchio."
"Vecchia ci sarai te e il tu'ganzo."
"Io ganzi 'un ho mai avuti, e Dio mi perdoni." E si fece il segno della croce.
"Con quel segno, 'un ci scacci nemmen le mosche."
"O Nando, che dite? Che avete perduto la fede?"
"Quella ar dito me la sono levata da un pezzo, e quell'artra, 'un so di che sappia, 'un l'ho mai vista n sentuta."
"Siete impazzito. Se vi sentisse Gino, ve ne canterebbe quattro."
"Lascilo sta'Gino, che dorme. E anco te fa'attensione, che sei una bella maialona, e me l'hai ridotto ch' tutt'ossi 'r mi'figliolo, e lu'invece c'ha da lavora'ne'ccampi, e te ver culo l l'hai a mette'da parte, senn me lo mandi ar camposanto."
"'Un lo sta'a senti''r tu'nonno, che  doventato 'r diaule in persona. Pi passino gli anni, e pi s'avvicina all'inferno. Lo voglio vede'quer giorno che morirete chi vi ci viene intorno al letto, se gli angioli o 'ddiauli."
"Ci venga chi vle. Scuregge quer giorno ce n' per tutti, e anche per voiartri se mi state a snocciola''r rosario. Io 'un ne voglio senti'di velle lagne. Quand' 'r momento, chiudo l'occhi, e buonanotte sonatori. Mi raccomando a te, Marcello, che mi somigli, fammi mori'contento. Che vol di'? Vol di'che mi ci devi porta'delle belle donne ar capezzale, ma mia come tu ma', che le'ormai  bona per i vecchi come me e come tu'pa', ma delle belle pollastrelle, ch'io mi possa risveglia'dal coma e toccanni le puppore, e le cosce e quarcos'artro che m'intendo io. Vogghio quell'olio santo l, e nient'artro. Se ver giorno m'accontenti, Marcello, io ti prometto che dall'ardil ti faccio fa'fortuna, e ti tengo 'r posto cardo, e se c' Dio, iolai, mi deve rispetta', e se ti dio che ti lascio un ber posto tutto per te, stanne seguro. E se ci son anco degli angioletti, ti faccio sona'le trombe. Ma te 'un te lo devi scorda'di portammi delle pollastrelle 'n sul letto di morte, che io alzando le mano, o la destra o la sinistra o tutt'e due insieme, iolai, vogghio tasta'puppore e cosce e culi belli. E allora lo sentirai 'r ber rosario che smoccola la bocca der tu'nonno!"
"Fa'conto d'esserci gi, nonno." Nando fece il gesto delle corna con la mano che teneva sotto il tavolo. "Ma ora si deve anda'a letto, senn mamma s'arrabbia, e poi 'un dorme."
"E se 'un dorme, dinni di veni'da me, che l'aiuto io a passa''r tempo."
"Ditemi se son discorsi da senti'da un vecchio."
"Lascialo sta', mamma. 'Un lo 'onosci ancora?"
"Che vorresti di', figliolo, che son chiacchiere le mie? Hai ragion ch' tu'ma', senn ti farei vede'io."
L'aiutava a salire le scale, Marcello, e anche Faustina veniva dietro di loro, un po'stanca. Marcello apr la porta della camera del nonno.
"'Un ci vaggo a letto, iolai" disse Nando all'improvviso.
"Che vorresti di', nonno?"
"Che stanotte 'un dormo."
Non ci fu verso. N le suppliche di Marcello, n le minacce di Faustina, lo persuasero. Scese le scale di corsa come un giovanotto, e giunto in cucina, si mise vicino al fuoco, prese le carte e cominci a fare il solitario.
"Chi dorme, 'un piglia pesci. E stanotte chiss se resto 'n casa."

All'universit, Serafino prese gli studi di legge, e and a Pisa; Marcello quelli di architettura e and a Firenze. Ma non cessarono di vedersi. Marcello restava tutta la settimana a Firenze, in un piccolo appartamento che condivideva con altri tre studenti, e la spesa era tutto sommato sopportabile, e ritornava al sabato per ripartire il luned, ma anche altri giorni capitava a sorpresa in paese, e allora, subito dopo essere stato a casa, e aver posato le poche cose che portava con s, andava a bussare all'uscio di Serafino, che scendeva subito in strada, e lasciava spesso i libri aperti sulla scrivania, e non gli importava se dopo avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Era arrivato il suo grande amico Marcello, e a stare con lui non c'era da rimetterci.
Ma erano diventati tempi duri, quelli, e i grilli per la testa svaporavano. Soprattutto i giovani erano allo sbando. Nessuno si curava pi di loro. Mancava il lavoro per tutti, anche per chi gi aveva una famiglia da mantenere, e perci, a maggior ragione, non c'erano speranze per i giovani. Marcello e Serafino a volte si domandavano a che cosa sarebbero serviti i loro studi. E mettere su famiglia sarebbe mai stato possibile? Cos, invece che pensare sempre alle donne, talvolta stavano crucciati per ore, pieni di rabbia, e avevano voglia di scendere in citt, e qui salire ai palazzi della politica, e menar botte da orbi a quegl'imbroglioni. Preferivano appartarsi quando discorrevano di queste cose. C'era nel bosco un ponticello che attraversava il piccolo torrente. Andavano l, e stavano seduti sul muricciolo. Qualche volta si portavano dietro degli amici. Nel piccolo paese non c'erano molti giovani, ma i pochi che avevano finito o interrotto gli studi trascorrevano i giorni senza far niente, con le mani in mano, quasi sempre seduti all'osteria. Ma non chiacchieravano molto, stavano zitti il pi delle volte, e si capiva che covavano dentro una grande malinconia.
"Ci succeder anche a noi, come a loro?"
"Credo di no, Serafino. Sento che il nostro impegno sar premiato."
"Come fai a dirlo?"
"Lo sento."
"Ma come si fa a basare i nostri progetti su delle sensazioni."
"Noi siamo intelligenti."
"Non scherzare."
"Ma guarda che io non scherzo."
"Sono centinaia di migliaia i giovani intelligenti che non trovano lavoro."
"Non hanno voglia di lavorare. Non si adattano."
"Questo andava bene agli inizi degli anni '80, Marcello. Non crederai a queste balle. Ci sono dei giovani bravi quanto noi, che hanno tanto di 110 e lode sulla laurea e non trovano lavoro, nonostante bussino a tutte le porte. La verit  che il nostro Paese  diventato uno schifo.  la nostra mentalit che non funziona, che  guasta dentro, marcia. Siamo pi vicini all'Africa che all'Europa. Facciamo tutto con approssimazione. Non ci impegniamo mai seriamente. Scherziamo su ogni cosa."
Serafino tirava i sassolini nell'acqua del torrente mentre parlava, e Marcello lo prendeva in giro, perch s'era fatto troppo serio il suo discorso, e bisognava invece sorvolare su tante cose e pensare alla sostanza, e la sostanza in quel momento era il loro avvenire.
"Se dobbiamo pensare a tutti, non si salva nessuno. Pensiamo a noi, Serafino, che abbiamo molte possibilit. Ti dico che non c' motivo di disperarsi."
"Perch lo senti?"
"Mettila pure cos. Perch lo sento. Ma ti dico una cosa. Importante. In questa societ non c' posto per le lagne, per il pessimismo, e per le utopie. Si deve andare avanti con ostinazione, anche a piccoli passi, ma concreti, fatti di materia e non di idee, ed arraffare tutto ci che capita, senza pensarci su due volte, e subito dopo puntare ad arraffare di pi."
"E se non ce la fai?"
"Non esiste la possibilit di non farcela, se t'imponi questa mentalit."
"E degli altri che si disperano, non t'importa?"
"Meno ci fanno concorrenza, e pi spazio c' per noi due."
Serafino pensava ai suoi compagni che gi avevano nell'anima i segni della disperazione, e ai molti giovani di ogni razza e colore venuti dagli altri Paesi, pieni di speranza; non si contavano pi se non a milioni e milioni, e se ne trovavano anche nel loro paesino, e si arrangiavano come potevano, accontentandosi di poche lire, ed avevano molti nemici per questo.
"Quando moriremo," disse Marcello "ricordati che siamo soltanto cibo per i vermi, non farti altre illusioni."

Presero la laurea quasi nello stesso giorno l'architetto Marcello e l'avvocato Serafino. Dettero una festa in paese. Affittarono la stanza grande dell'osteria. Risplendeva di luci. In mezzo c'era una gran tavola, e sopra era apparecchiato ogni ben di Dio. Suonava un complessino formatosi nel paese accanto, distante appena tre chilometri. Le ragazze eran tutte l, ed erano venute anche dai dintorni. Isabella prese da parte Marcello. Con furbizia lo trascin fuori. Furono nel bosco, sotto la luna. Gli si par davanti, e Marcello immagin che fosse il suo solito modo di sedurlo.
"Ti amo, Marcello" disse invece questa volta.
"Che ti prende, Isabella."
"Non mi dici mai che mi ami. Non conto niente per te?"
"Non lo vedi che sono sempre un ragazzo."
"Sei un uomo." Marcello non ci aveva pi pensato di poter diventare uomo, come lo erano suo padre e suo nonno. Non disse niente.
"Voglio darti la mia vita, Marcello." Ancora non rispondeva.
"Voglio vivere con te, voglio essere io la tua donna." Era una splendida ragazza, Isabella. Aveva fatto la civetta un po'con tutti, anche con lui, ma con lui soltanto era stata disponibile. Per gli altri un tab, una fortezza. A differenza di Marisa, e anche dell'Alberta, che i giovanotti se li passavano dall'una all'altra.
"Io sono stata solo tua."
"Non  questo il punto."
"Invece s. Per me  importante. Nessuno mi ha avuta all'infuori di te. Sei il mio primo e unico amore."
"Non parlare cos."
"Se non mi vuoi, sar infelice per sempre."
"Non c' la felicit a questo mondo."
"Io l'ho avuta stando con te."
"Rientriamo. Si saranno accorti di noi."
"Non me ne importa, se sto con te."
"Sono come mio nonno. Ti farei fare una brutta vita."
"Ti amo cos come sei, non lo capisci?"
Si sent frascare.
"Chi ?" fece Marcello.
" il vento" disse subito Isabella. Ma non era il vento. Un cinghiale nero, con gli occhi gialli, sbuc da un cespuglio.
"Stai qui" disse Marcello, mettendosi davanti a Isabella. "Non muoverti, forse se ne andr."
Sbuffando caric, invece. Fece uno scarto, e anzich Marcello colp Isabella, che s'era chinata per la paura; le zanne le entrarono nel ventre.
"Aiuto! Correte!" si mise a gridare Marcello, e teneva adagiata nelle proprie mani la testa di Isabella.
"Non mi fa male" ripeteva lei, e lui capiva che lo diceva per non spaventarlo.
"Saranno qui, e ti porteremo subito all'ospedale."
Vennero i compagni, infatti, ma troppo tardi. Isabella aveva chiuso gli occhi poco prima, senza pi parlare.

Serafino rest in paese a far compagnia a Marcello, che era diventato taciturno. Quando lo vedeva dirigersi alla volta del cimitero, usciva subito di casa e gli andava incontro.
"Non  stata colpa tua. Era destino."
"Ma chi  questo Dio, che non si cura degli uomini!"
"Andiamo in citt, Marcello."
"Si pu accettare la morte di un vecchio, ma quella di un giovane non pu che metterci sempre contro Dio."
"Chiss se esiste."
"Spero che non esista, perch se lo incontrer un giorno, gli chieder conto di queste cose. E non mi dovr raccontare balle, perch sar capace di ucciderlo."
"Andiamo a Lucca, mi farai compagnia. Devo cercare un libro. Lo sai che me ne andr di qua? Vado a Milano. Mi prendono come praticante in un grosso studio. Avevi ragione tu. Quelli come noi non devono preoccuparsi per il lavoro."
"Non tornerai pi?"
"Certo che torner."
"Quando partirai?"
"Dopodomani."
"Cos presto?"
"Dicono che c' molto arretrato. O prendere o lasciare. E tu che farai?"
"Andr a Firenze. Che ne sar del nostro piccolo paese?"
"Il nostro paese  pi grande, ormai, ed  l'Italia,  l'Europa,  il mondo. Chiss dove diventeremo vecchi."
"Chiss se ci rivedremo."
"Ah, questo s! Ci rivedremo, eccome." Passava per l'appunto Marisa.
"La vedi quella troia" fece Serafino. "Ha fatto il giro del paese, non c' uno di noi che non se la sia portata a letto. E ora dicono che si sposa."
"Ma no."
"Con uno di fuori. Uno scimunito. Mica stupida Marisa. Vuole il marito e vuol continuare a fare la puttana. Marisa se la ride sotto i baffi quando se lo porta a braccetto. Possibile che tu non l'abbia visto?"
" un po'che non incontro Marisa."
"Se lo porta a braccetto, e strizza gli occhi ai giovanotti come per dire: con questo qui, non la perdete la vostra Marisa. Tenetevi caldi, che Marisa non lo lascia il paese."
" una gran bella femmina" fece Marcello.
"Ora s che ti riconosco" disse Serafino.

Quando un Paese non riesce a dare lavoro ai giovani, perde la sua dignit, e non  pi una Patria. Dai nuovi politici si sentivano solo prediche: passer la crisi, si vedono i segni di una piccola ripresa, questi saranno gli ultimi sacrifici, ripetevano. I pi vecchi ricordavano che questi discorsi li avevano ascoltati anche dagli altri, prima del rinnovamento, e che perci non si era rinnovato proprio un bel nulla. I nuovi giovani che finivano la scuola, andavano a ingrossare le fila degli altri giovani disoccupati. Lungo i muri, seduti per terra o in piedi, con la schiena appoggiata, invecchiavano. Anche chi aveva lavorato, ed ora si trovava senza occupazione in mezzo a loro, dimenticava il mestiere, svaniva il ricordo di quando le sue mani fabbricavano pane per s e la famiglia. Covava la disperazione, e insieme con essa la rabbia. Circolavano idee di anarchia, si voleva far piazza pulita di tutto, ma anche l'anarchia aveva germi di potere dentro di s, diceva qualcuno, e ora invece si era stufi di tutto, e non si capiva perch si fosse venuti al mondo a vivere in questo modo. Nella confusione e nello scoramento, si perdevano anche gli antichi valori, e si tornava ad essere bestie.
I giovani, non avendo nulla da fare, e avendo invece il sangue caldo, bollente, andavano a caccia di donne. Il paese di Marcello era diventato in pochi anni un bordello. C'erano tante Marise che giravano per strada e non vedevano l'ora che qualche giovanotto le abbordasse. I mariti non potevano fare pi niente, e avevano unito alla disperazione questa ulteriore miseria. Erano poche le donne che non si facevano travolgere dalla lussuria. Nando aveva passato gli ottant'anni, e le vedeva queste cose, e faceva ancora qualche conquista. Era tutto pi facile di prima, diceva. Ma quando veniva a trovarlo il nipote si sfogava:
"A me come van le 'ose quaggi 'un mi piace punto. Anche se io, alla mi'et c'ho il mi'guadagno. Figurati che mi son preso anche Gelsomina, ch' stata la mi'fiamma in giovent. Ir su'marito 'un c'ha pi 'l lavoro, e lei  a giro tutt'r giorno, e 'r su'marito non lo guarda neanco.  bastato occhiarla, e le'l'ha capito che volevo fanni la festa, e 'un ha fatto storie. Me la son portata ner campo, e me la son presa l sull'erba, meglio di un giovinotto. Quella Gelsomina l, che me la sognavo tutte le notti! Ma 'un mi piace, cos. C' nell'aria un odor di stanto che 'un mi dice nulla di bono. Ma a Firenze, dimmi se  l'istesso a Firenze, iolai."
Marcello tornava da Firenze sempre pi di rado. Si era accorto che al suo paese la miseria correva pi in fretta, e a Firenze si riusciva a stare a galla meglio che a Lucca. Indossava bei vestiti, anche se metteva i peggiori quando veniva a trovare i suoi, e si sentiva a disagio allorch, attraversando la piazza, vedeva tutta quella gente disoccupata che lo guardava. Lui andava a salutare quelli che conosceva, ma ormai ce n'erano tanti che non sapevano nemmeno chi fosse. "Sta bene, lui. Ha trovato l'America." Tornare al paese, ogni volta lo imbarazzava, e cos diradava le visite.
"Te 'un ci vi pi bene" disse Nando.
"Perch mi dici questo?" Sentiva che il nonno aveva un po'di ragione.
"Ti vergogni di noi."
"Ma la miseria c' anche a Firenze." E sapeva che c'era anche a Milano, dalle lettere che gli scriveva Serafino.
"Arrivi, ci saluti, e riparti."
"Non posso fare di pi."
"Tu'pa' vecchio, e tu'ma'un giorno s e un giorno no piange a vede'la miseria che c' 'n giro. Noi si sta bene, se Dio vle. Chi  padrone su 'su'campi, riesce a campa'. Ma all'artri, la robba se la piglin tutta 'ppadroni, e ni lascin le briciole giusto per 'un fanni perde'le forze per lavora'."
"Son tempi duri per tutti, nonno. Credimi."
"Ma 'un p dura'. La gente gonfia, e prima o poi fa il botto."
"Passer. Ci vuol pazienza" chiudeva sempre Marcello.
Uscendo di casa, una sera, vide Marisa. Lei fece di tutto per farsi notare. Gli and incontro.
"Sei sempre bella Marisa."
"Son bella per tutti, ma non per te, invece. Te stai a Firenze, e le ragazze di qui, 'un le guardi pi. C'hai la fidanzata a Firenze?"
"Non son belle come te, le donne di Firenze."
"Una volta ti garbavo, e 'un mi prendevi in giro, come fai ora."
"Ma io non ti prendo in giro. Eppoi lo sai che mi sei sempre piaciuta."
"Guarda che ti piglio sul serio."
"Lo sai anche te che mi piaci."
"S, per m'hai sempre lasciata a Serafino, 'un te lo riordi?"
"Lui non ci poteva stare senza di te."
"Per quello, anche ora 'un ci ple sta'" e si mise a ridere.
"Lo so quel che combinate voi due, quando viene da Milano."
"Se  vero che ti garbo, andiamoci ora a ffa'all'amore." Lo tirava verso il bosco. Qualcuno li guardava. Marcello aveva un po'di imbarazzo. Disse Marisa:
"'Un ci fa'caso.  tutta invidia. E guarda che se 'un vieni, ni faccio la spia ar tu'nonno."
"Perch, anche lui..."
"'Un  mia bischero come te, 'r tu'nonno. Di gallettori come Nando, 'un nascin pi."
"Allora, non sia mai detto che resti indietro a lui."
"Andiam, bel mi'Marcello, e vedrai che te la scordi Firenze."

A Firenze, lo studio dove lavorava Marcello era situato nei pressi del Duomo, in un punto centrale e di straordinaria eleganza. La clientela era delle migliori, e venivano pure da lontano, richiamati dalla notoriet dello studio, e anche dal nome di Firenze. Marcello era gi architetto apprezzato e frequentava ambienti signorili. La prima volta erano stati i titolari ad introdurlo, poi la sua intelligenza e la bella figura avevano fatto il resto. Aveva dei nuovi amici, e tra questi anche delle belle ragazze. Qualcuna, con una scusa, veniva a trovarlo. Una certa Giulia, con gambe e seni da fare invidia ad una modella, bionda, con occhi neri, era quella che pi gli stava intorno. Il cerchio delle sue nuove amicizie gravitava intorno alla figura di Giulia, che un giorno lo aveva invitato alla sua villa.
A Lucca scoppiarono dei disordini.
La gente aveva protestato; ci furono addirittura dei saccheggi.
"Qui cambia il mondo" gli grid al telefono il nonno. "Vieni anche tu; come fai a stare a Firenze, quando qui succedono queste cose?"


II

Marisa si era ammalata. Per via di quella sua vita libertina, si era presa una grave infezione, alla quale non aveva dato da principio molta importanza. Eppoi, i soldi non ce li aveva. Curarsi era diventato un lusso. Quando lo seppero in paese, si apr una gara di solidariet. Si raccolsero dei denari, si chiam uno specialista: "Non so se guarir, il male ha fatto guasti profondi." La gente gli si adunava intorno quando usciva dalla visita. Il marito andava e veniva dalla farmacia, che non era molto distante. Era tutt'ossi, e le pupille gli si erano affossate nelle occhiaie. Marisa l'aveva fatto soffrire. Lui ci si era attaccato alla sua donna. Lo sapeva di non essere un'aquila. Non conosceva l'arte di trattare con gli uomini, figuriamoci con le donne. Gli ultimi tempi Marisa era un po'cambiata, era tornata dolce con lui, e non lo brontolava pi. Buono a nulla, gli gridava una volta quando era stata a letto con un altro uomo, e il suo le pareva la met dell'altro, e senza nessuna vigoria e volont.
Certi giorni Marisa non ce la faceva a sopportare il dolore.
"Qui  l'inferno, su questa Terra. Noi non ce ne siamo accorti, ma forse l'abbiamo gi vissuta la nostra vita, e questo che viviamo ora  il nostro aldil, la nostra condanna." Ma riusciva ancora a sorridere quando le domandavano quali colpe avesse compiute nell'altra vita, di cui non le riusciva di rammentare niente.
"Devo averne fatte di cotte e di crude, questo al seguro. Altro che stare a letto con te."
Serafino lo seppe prima di Marcello della malattia di Marisa, e venne gi in paese. Il marito abbass gli occhi quando lo vide entrare. A Marisa invece si accese il cuore. Stava seduta sul letto, coi capelli ravviati, in bell'ordine, con lo scialle addosso, e aveva il rossetto sulle labbra e sulle guance.
"Sei venuto, mascalzone. L'hai avuta la paura." Lo salut con gli occhi che le ridevano.
"Voglio fare qualcosa per te."
"Ma non ho bisogno di nulla, Serafino. In paese non mi fanno mancare niente. C' un dottore, un grande specialista che viene una volta alla settimana a trovarmi. Dice che sto meglio."
"Io non ti lascio qui. Ti porto a Milano. Ci verrai te e tuo marito. Non dovrai avere preoccupazioni. Penser io a tutto. L c' una grande clinica. Lo sai che a Milano non ci manca nulla. Guarirai, a Milano."
"Ci muoio invece, con quella nebbia."
"Su, non scherzare."
"Che tempi viviamo, Serafino..."
"Con me la fortuna  stata generosa."
Il marito si era ritirato nell'altra stanza. Sapeva che quei due erano stati felici insieme sin da ragazzi.
"Te la ricordi Isabella? Te la ricordi s.  stata Isabella a farci conoscere. Io, quella storia del bosco, con te e Marcello e con Isabella, non me la dimenticher mai.  stato cos bello. Eravamo spensierati."
"Isabella..." Serafino ci aveva pensato i primi tempi, morta cos giovane, e aveva pensato anche all'amico, che aveva molto sofferto, poi l'aveva dimenticata.
"Non dirmi che non ti ricordavi di Isabella." Lui tacque.
"Non te la ricordavi pi!"
"Ci penso poco a quei tempi." Era una bugia.
"Per di me 'un ti sei mai scordato."
"Ti porto a Milano."
"Non ci vengo."
"Non mi fare arrabbiare."
"Lo sai che quando mi metto in testa una cosa, non mi smuove nessuno."
"E invece ci verrai."
"Fai le bizze, eh? Vuoi comandare te, ma lo sai bene che hai fatto sempre quel che ho voluto io. Anche all'amore, ero io che comandavo."
"Non fare questi discorsi. Ci pu sentire tuo marito."
"Ma lui l'ha sempre saputo che ti voglio bene. E io 'un mi vergogno se lo dice anche la gente che te sei il mio amore. Se avevo pi coraggio, e non mi vergognavo di te, forse ora saresti il mio sposo, e non quello l."
"Non parlare cos di tuo marito."
" vero, non c'ha colpa lui di com' fatto. Sono io che me lo son preso per potermi divertire. Se avessi sposato te, forse 'un sarei diventata una puttana."
"Non rinvangare il passato."
"Lo sai che le donne c'hanno sempre i sogni nella testa. Dnni la fame alle donne, dnni gli stenti, quanti ne vi, a montagne, a fiumi, a mari, ma non togliergli i sogni. Si prosciugano le donne se non c'hanno i sogni. Diventano delle acciughe, e dentro non ci sta pi neanco l'anima."
"Telefono a Marcello. Lo faccio venir gi. Non sa ancora nulla, e ci penser lui a metterti la testa a posto. Voglio vedere se gli dirai di no."
"Glielo dico s, di no. Anche se mi fa tenerezza, per quella disgrazia di Isabella. Te, lo sai, vero, che Marcello porta sempre i fiori sulla tomba di Isabella, quando viene al paese?"
Tacque. Non sapeva.
" proprio bravo, Marcello. Ha un cuore d'oro."
"Ora vado a telefonargli, se non mi dici che vieni a Milano."
"A Milano non ci vengo. Se devo guarire, guarisco anche qua, che c' la mia aria nativa, e quella fa meglio delle medicine."
Il giorno dopo, giunse Marcello.
"Guarda che ti ci portiamo a forza."
"A te la forza 'un ti manca, con quelle spalle da gigante, ma io Milano la vedo solo in cartolina. Te l'ho detto e te lo ripeto, anche a quel testone di Serafino, Milano per me 'un esiste. 'Un so dov', e 'un m'interessa sapello. Ci siamo intesi? E 'un mi'fate discore'tanto."
"Glielo dica lei a Marisa, che ci deve venire a Milano." Si rivolsero al marito che stava in disparte, seduto su di una sedia.
"Nel'ho detto s, e tante vrte, ma credo che 'un ci sia nulla da fare. La conoscete,  testarda pi d'un mulo."
Serafino dovette ripartirsene per Milano con la rabbia in corpo, perch sentiva che Marisa aveva bisogno di lui, e lui non sapeva in quale modo avrebbe potuto aiutarla.

"Son 'r tu'babbo, Marcello."
"Ch' successo."
"Devi veni'subito qua. Ir tu'nonno  ammattito. Vle anda'a Lucca coll'operai. Voglin fa'un macello, e 'r tu'nonno dice che ci vol'esse'anco lu'. Vieni subito, o qui succede il quarantotto."
"Passamelo al telefono, pa'."
"O babbo, c' Marcellino al telefono che ti vle parla'."
"Che vle. Ch' successo. 'Un sta mica male, 'r fiorentino."
"'Un lo so che vle. Vle te. Sbrigati, che 'un ci ple sta'tanto al telefono."
"E se 'un ci ple sta'tanto, iolai, che colpa ce n'ho io. 'Un posso veni'di 'orsa, che son tutto troncolato, e pien di dolori."
Prese il telefono: "Appunto," si sent dire "sei troncolato e ti metti in testa certe idee."
"Sei te che parli, Marcellino?"
"Son io, nonno. Son proprio io, e che mi sento di'da babbo, ch'hai perso la testa e al su'posto ti ci sei messo certe citrullaggini."
"Io di citrullaggini nella testa 'un ce n'ho mai avute. Guarditi te piuttosto."
"'Un ci devi anda'nella confusione.  pericoloso. 'Un  pi come le prime volte. Ora c' la polizia, e se tanto tanto qualcosa va storto, sparano, e te che sei vecchio 'un ce l'hai la forza di scappa'."
"Io 'un son mai scappato, per tu'norma, e hanno a prova'a sparammi addosso, que'bischeri. Oh, la forza nelle mano ce l'ho ancora, e se ni piglio la succa a uno di velli l, sai dove gliela rifilo. Lo spiaccio sur muro."
"Ma che ti sei messo in testa."
"'Un ci posso sta'a vedelle certe 'ose, e io vogghio fa'la mi'parte."
"Ti dico che 'un  robba per te, pe'tu'anni."
"E dannela coll'anni. Lo voi capi'che io son giovine drento, e anco le mi'gambe son sempre bone. Anco se c'ho 'ddolori, velli 'un ne sento, quando mi fanno arrabbia'."
"Babbo dice che devo veni'gi, perch 'un vi intende'."
"Io la intendo ben. Solo che 'un intendo come vle lu'. Te lo dio anco a te. Domani vaggo in citt, e il sottoscritto 'un se la perde la gita. Te, se vi veni', vieni pure. Il posto c' anco per te. Pi ce n'enno di braccia, e pi nele soniamo, a quelli l."
"Non ci devi andare. Senn 'un ci vengo pi al paese."
"'Un sia mai detto che Nando resta a casa, 'r giorno che 'r paese va a dinnele quattro a quell'imbroglioni. Oh, son sempre l'istessi, iolai. Han cambiato faccia, ma scureggin sempre allo stesso modo. Ladri quelli di prima, sguscioni vesti vi. Ti riempin di chiacchiere, eppoi pare che ti dicin: mangiti vste e portile a casa, e dnne anco a'ttu'figlioli.  'na razza che va stirpata, ti dio.  peggio della gramigna."
"Hai la testa dura come un sasso. Ti dio che 'un ci devi anda'. Passami babbo."
"Lu's ch' l'acqua cheta. Soffre la fame 'n della pancia, ma sta sitto. Ni potrebbe passa'sulla testa un carro armato, e lu'sitto. Sembra d'un altro mondo, iolai. E penso che la tu'nonna bonanima m'abbia propio misso le 'orna, vlla ruffiana."
"Lasciala in pace nonna, che a sopportarti te, n'ha passate un corbello. Passami babbo, che c'ho poco tempo."
"Ce n'hai sempre meno per noiartri, bel fiorentino. Aspetta che lo chiamo. Vien qui, Gino, che ti rivle il tu'figliolo. Fate 'na bella coppia voi due."
"Allora?" domand il babbo al figliolo.
"Hai sentito anche te? 'Un ne vr sape'. Ma te, lascialo anda', tanto anche se vengo gi, 'un cambia nulla. Lo sai meglio di me com' fatto."
"Si metter nei pasticci. Lu'crede d'esse'sempre un giovinotto. 'Un ne conta l'anni, lu', iobono. Ma cos'ho fatto per ave'un babbo cos."
"Sei stato fortunato, o citrullo, che son io tu'pa'. Bell'esemplare che saresti stato se tu'ma'avesse sposato un bischero 'ome te. L'avrei vorsuto vede'lo sgorbio che sarebbi nato."
"Ma l'hai sentito che t'ha ditto il tu'nipote?"
"Prima di tutto  'r tu'figliolo, poi  'r mi'nipote. S'era come me, 'un ci stava a Firenze, in mezzo a que'ssignori, e stava qui, ora, ar su'paese, dove c' la miseria, e 'ggiovini stan tutto 'r giorno ritti su'muri a conta'le mosche, e c'hanno la disperassione in corpo invece ch'r pane." Marcello era al telefono e sentiva.
"Digli che 'un faccia discorsi a bischero, e ch'io a Firenze 'un ci sto per sgrullammi."
"'Un lo sta'a senti'il tu'nonno. Te l'ho detto ch' ammattito. 'Un ci si ragiona pi."
"Io 'un sono ammattito, ma son l'unio in famiglia che c'ha ancora 'r cervello nella succa, e non 'r pancotto come voiartri. Domani, ve lo faccio vede'io chi  Nando." Invece di calmarsi, si esaltava, ora.
"Vieni a Lucca, figliolo, che  meglio."
"Non posso veni'. Fallo andare, e speriamo in bene. Ti devo lasciare, pa'. Ho un appuntamento."
"Vieni domattina, allora."
"Non son cose gravi, babbo. Non ti devi preoccupare. Purtroppo fino a domenica 'un posso veni'."
"Chiss che sar successo, fino a domenica."
"Come sta Marisa?"
"Meglio. Sembra che 'r pericolo sia passato. 'Un c'ha pi neanco la febbre. C' stato Serafino qui, per parecchio tempo. Ci parlava lu'cor dottore. Se 'un c'era lu', dicin che Marisa era bell'e morta. Ni ci pensava lu'alle medicine, e l'ha portata di qua e di l per tutti 'ccontrolli.  un ragazzo d'oro, Serafino."
"Son contento. Salutala, Marisa, e dille che poi vengo a trovarla."
"S, s. Ma io c'ho 'ppensieri pe''r tu'nonno. Vieni a Lucca, ti dio."
"Sar quel ch' scritto, pa'. 'Un ci si pu far niente. Dormi tranquillo."
"Dio lo volesse."
"Salutami mamma. Ciao."

L'appuntamento, Marcello ce l'aveva con Giulia, in via dei Calzaioli. L'attese sotto casa. Si apr il portone. Elegante come la strada in cui abitava, Giulia: un gioiello di Firenze anche lei. Marcello si sentiva orgoglioso di camminarle a fianco. Bel passo, bel portamento. Andavano verso piazza della Signoria. Si sarebbero seduti a un caff, eppoi avrebbero fatto una passeggiata fino a Ponte Vecchio.
"C' qualcosa che non va?" domand Giulia. Marcello aveva gli occhi sulla bella fontana, e stava seduto al caff e pareva pensare ad altro.
"Scusami."
"Tu non mi stai a sentire."
" vero. Ho la testa altrove."
"Dove?"
"Al mio paese."
" successo qualcosa?"
"Pare che succeder domani. Le teste sono calde, gli animi arroventati."
"Anche qui a Firenze c' la crisi, non solo a Lucca. Ma da noi c' pi fiducia. Siamo convinti che passer."
"Come fai ad avere tutta questa fiducia."
"Lo sento dire da mio padre. Lo dice la televisione. All'estero si parla di nuovo bene di noi, per come stiamo affrontando i problemi."
"Per pagano sempre gli stessi, le ruberie degli altri. I poveri non hanno mai tirato la cintola come oggi, nemmeno nel dopoguerra. C'era la speranza allora, e c'era la fiducia. Questa  la differenza. Scusami, ma io non sono ottimista come te. Ci sono due miserie oggi, e se si scontrano insieme la miseria materiale e quella morale, ne viene fuori una miscela da mettere paura a tutto il mondo."
"Di che hai timore?"
"Di quello che succeder alla mia gente. La crisi materiale, quella forse col passare del tempo si potr risolvere, ma io ho paura delle ferite lasciate dalla crisi morale. Quando non si crede pi negli altri, com' possibile far sopravvivere una societ?"
"Ma anche le crisi morali si risolvono, prima o poi."
Ora stavano passeggiando sul Ponte Vecchio.
"Non me lo sarei mai immaginato che potesse essere cos difficile il cambiamento. Son chiacchiere quando si dice che il vecchio lo si spazza via. Ci vuole tempo, ostinazione, capacit di resistenza, prima che il nuovo sorga sopra le ceneri del vecchio. La politica  vigliacca."
"Che ti hanno detto i tuoi di cos grave da farti perdere la speranza."
"Tu sai chi era Mario Tobino?"
"Certo che lo so. Che domanda mi fai."
"Anche lui si  trovato a tu per tu con la cattiva politica. Lo schernivano, intralciavano i suoi progetti. Facevano il viso falso davanti alla sua onest. L'ha lasciato scritto ne "Il manicomio di Pechino" quel che ha patito. La cattiva politica reagisce se avverte che  minacciata. Difficile che si faccia da parte spontaneamente.  un polipo che, mentre ti guarda negli occhi, gi ha i tentacoli attorno alle tue gambe, ed  pronta a farti cadere, dopo che ti ha riso in faccia."
"Sei troppo di malumore."
"Non accadr niente di buono, in questo Paese, lo sento. Ci saranno disgrazie, calamit che inghiottiranno le coscienze, e caler una tale penombra davanti agli uomini che bisogner proprio che si rovesci il cielo per dare di nuovo la speranza."
"Ma tu ci credi in Dio?"
"Non lo so pi."
"E invece ci devi credere. Perch non puoi dire queste cose degli uomini, se credi in Dio." Giulia aveva nel sangue la religione. Come suo padre aveva ereditato da suo nonno, e su su fino a sei generazioni, il mestiere dell'industriale, e non sapeva fare che quello, e discorrere di quello nei salotti, cos Giulia credeva in Dio, perch era stata educata a questo da sua madre, che a sua volta aveva ricevuto l'insegnamento allo stesso modo. Era una religione di parole, quella di Giulia, e non di convincimenti nati dalla sofferenza, la sola che pu legittimare una fede.
"Io non ho gratitudine per Dio" disse Marcello.
" una bestemmia!"
"Il Dio che rispetto, l'unico che io possa accettare,  quello che sa ascoltare anche la ribellione degli uomini contro di lui. Se c' questo Dio, lo deve sapere che io mi ribello." Diceva queste cose appoggiato al parapetto del ponte, e guardava gi l'acqua scorrere lenta. Giulia non parl pi.

La mattina dopo, a Lucca ci furono dei disordini. La polizia era schierata, e quando la folla arriv in piazza San Michele per cominciare un nuovo saccheggio, fu minacciata, se non tornava a casa. Qualcuno s'infuri, reag, un poliziotto fu colpito. Fu ordinata la carica, allora; si lanciarono i fumogeni. Dalla folla partirono dei colpi di fucile. Caddero dei poliziotti. Si sparava da tutte e due le parti. Una strage. Nando stava davanti a tutti, s'era messo a menar le mani, gridava ai poliziotti di andarsene, che non ce l'aveva con loro, ma con chi li mandava, ch'era un maledetto boia, ed era il nemico di tutti, anche dei poliziotti. Una sventagliata lo colp al cuore. Stramazz senza nemmeno accorgersi di morire. Cadde anche il povero marito di Marisa, che s'era fatto convincere di andare anche lui. Ci aveva creduto, e si era sentito finalmente uno uguale agli altri. Mor lontano da Nando, in mezzo a gente venuta da altri luoghi, che lui neppure conosceva. Giunsero altre camionette, ma accorse anche altro popolo ad ingrossare le fila dei ribelli, e le piazze di Lucca furono attraversate da combattimenti e da spari. Per le strade correva gente, e anche nelle logge si accendevano le scaramucce, e quando dei poliziotti entravano in un portone, si udivano raffiche da una parte e dall'altra, e se qualcuno usciva fuori, era coperto di sangue.
L'antico orologio della Torre batteva le ore. Sembrava che quei tocchi non appartenessero pi alla citt, ma provenissero da un altro mondo.
A sera rimasero pochi focolai. Si sentiva qualche sparo giungere dalle Mura. Nella notte, non si ud pi niente. La citt parve aver chiuso di nuovo le porte, come faceva un tempo, e dormire in pace.

Questa volta i politici vollero il processo. Sapevano i nomi. Mandarono le guardie nelle case. Qualcuno riusc a scappare. Ma altri furono presi e portati a San Giorgio.
Gigetto, il nonno di Serafino, telefon al nipote, a Milano.
"Vien gi, figliolo. Hanno arrestato Bestion e Tressette. In paese dicin che devi veni'te a difenderli. Lo dico anch'io. Te sei bravo. Abbiam bisogno di te. Non si sa pi che fare. Forse s' perso la testa. Aiutaci, Serafino."
Ci sono sentimenti che non si possono comprare col denaro, e se un uomo sa preservarli, che c' di pi grande? Serafino stava a Milano, ma i suoi veri compagni erano ancora quelli del suo paese, rimasti a casa, che stavano ritti lungo i muri e non avevano pi sogni. Lasci istruzioni alla segretaria, e le disse che sarebbe stato fuori qualche giorno, e per un po'di tempo avrebbe fatto la spola tra il suo paese e Milano. Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, era a casa sua, al paese. Lo videro parcheggiare l'auto nella piazza. Sceso, gli andarono incontro. Abbracci. Soddisfazione. Ringraziamenti.
"Sono uno di voi, non ve lo ricordate pi?" Era imbarazzato.
Si fece avanti un coetaneo. "Ora ti lasciamo in pace. Se non ti scomoda, ci vediamo stasera all'osteria. Grazie di essere venuto."
"S, lasciamolo riposare" disse un altro. Avevano il timore di non manifestare abbastanza riguardi per lui. Stava per andarsene. La gente un po'si era diradata, quando vide apparire Marisa. Vestiva di nero per il recente lutto, ma gli occhi erano quelli di sempre, contenti di vederlo. Le and incontro. Anche lei. Mosse i primi passi insicura. A Marisa, Serafino sembrava un papa o un re, e invece che abbracciarlo, sentiva quasi che doveva baciargli la mano, inginocchiarsi. Lo guardava e non ci credeva che le venisse incontro. Era venuto per il paese, ma avvertiva che era venuto anche per lei.
La sera, dopo cena, Serafino and all'osteria. Era stata preparata la sala grande, quella stessa della festa per la laurea. C'erano tante sedie, e la gente era gi l che aspettava. Qualcuno si alz perfino, quando Serafino entr.
"Abbiamo scherzato col fco" cominci uno.
"Meno male che ci sei te, Serafino, senn qua piano piano in galera ci si va tutti."
"Ma noi siamo contenti di quel che s' fatto. Questo te lo dobbiamo dire. Se si dovesse rifare, lo si rifarebbe. Noi 'un siamo teste calde, come dicono quelli della polizia."
"Siamo andati per reclamare giustizia. Il popolo  la legge."
"Te sei bravo, Serafino, ma ce lo devi di'se abbiamo sbagliato. Noi si credeva di far bene. 'Un se ne pu pi della miseria, e non ci va che quel poco che c' se lo prendano quei ladroni."
Serafino sentiva che la societ ancora non aveva risposte per la sua gente. La legge li avrebbe condannati, perch la legge non l'avevano fatta loro. Sta dalla parte del popolo finch non si scontra con il potere, la legge. Poi non c' scelta da fare, perch  gi stata fatta in principio. Il potere innanzi tutto. E chi ce l'ha, lo conserva a tutti i costi. Anche spargendo sangue. Anche seminando ingiustizia sotto forma di giustizia. Era gi successo un milione di milioni di volte nella storia. Nessuno sta dalla parte della povera gente. E la democrazia che intende il potere non  la stessa che intende il popolo.
"Noi vogliamo giustizia, Serafino, per l'umiliazione che si patisce. Non solo per la fame. Per la nostra dignit."
"Per i nostri figli" disse un altro, alzandosi in piedi. "Dobbiamo difenderci per loro. E anche se saremo battuti, i nostri figli lo devono sapere che non siamo vigliacchi."
Serafino stava seduto al tavolo e prendeva appunti su come erano andate le cose. Gli piaceva ascoltare soprattutto i discorsi sulla dignit che era stata calpestata. Era una confortante sorpresa, e li preferiva a quelli di coloro che pensavano solo ad evitare il carcere. Una dura battaglia per, quella sulla dignit. Se si fosse riconosciuto il valore calpestato della dignit del popolo, allora s che si sarebbe vinto, e si sarebbe fatta una grande rivoluzione. Ma dall'altra parte stava la dignit falsa del sopruso, che ha mille tentacoli. Pensava soprattutto ai giudici. Qualche anno prima c'era stato un sussulto nella magistratura e qualche giudice aveva fatto tremare l'Italia. Poi tutto era stato riassorbito.
Si form un collegio di avvocati. Non tutti la pensavano come Serafino, e uno soltanto dava alla causa un valore cos elevato. Gli altri si accontentavano di evitare il carcere ai loro assistiti, e consigliavano Serafino di fare altrettanto.
"Troverai un muro, altrimenti." Gli imputati erano una quarantina. Gente umile, di poca istruzione; alcuni della citt, altri del contado, due del paese di Serafino.
"Se usiamo i cavilli, i giudici avranno compassione. Si potrebbero avere miti condanne, e addirittura sperare anche nelle assoluzioni. Nella condizionale certamente. Son tutti disgraziati che non hanno precedenti, e se si lascer intendere che questa storia  finita per sempre, la Corte potr usare clemenza. Prima si chiude il processo, e meglio . E ancora meglio se si chiude senza grandi clamori."
Serafino non si lasciava convincere.
Marisa gli teneva compagnia in quei duri giorni. Qualche volta Serafino saliva a Milano, ma era preso ormai anima e corpo dai valori che erano in gioco nella causa di Lucca.
"Si pu fare una rivoluzione con questa causa, e io ci devo impegnare tutte le mie forze."
"Non sar troppo pericoloso?" gli dicevano i compagni dello studio.
"Devo rischiare."
"Vuoi che andiamo noi al tuo posto?"
Marisa lo spronava a non arrendersi.
"Sei troppo bravo. Vincerai. Li farai vergognare, quei caproni. Hanno ridotto Nando un colabrodo, e anche il mi'povero marito, che ci aveva creduto alla nostra causa. Anche Marcello  con te. L'hai visto l'altra sera come ha preso le tue difese?"
Marcello era venuto pi volte per stare vicino a Serafino. Non tutti, infatti, erano d'accordo sulla sua linea di difesa, anche tra il popolo, non solo tra gli avvocati.
"Se fai centro, nessuno si dimenticher pi di te, Serafino. Diventerai una leggenda." Marcello rideva, e gli batteva la mano sulla spalla.
Quando al tribunale di Lucca cominci la causa, l'aula era affollata di gente. Prima furono avanzate alcune eccezioni formali. Tutte respinte meno una, di poco conto. Si aggiorn la seduta. Pass un mese. Il solito tran tran della magistratura, lenta a procedere. Si entr nel merito alla quarta seduta. Si cap la linea di difesa di Serafino, che fu esposta con voce sicura. Il presidente soppes le parole. Gli altri giudici non fiatavano. Si era consapevoli della posta in palio. Cominciarono a sfilare i testimoni. Trascorsero alcuni mesi. I giornali ci facevano affari con quel processo, dal Nord fino al profondo Sud. Gli interessi in gioco erano grossi.
Una sera Serafino torn a casa bastonato di botte. Non si riconosceva, pi morto che vivo. Aveva la gamba spezzata. La trascinava, la teneva con le mani. Si lamentava. La gente lo vide, accorse ad aiutarlo. Gli avevano preparato un agguato alle porte del paese. Avevano simulato una richiesta di soccorso. Era sceso dalla macchina. E invece gi botte all'impazzata, con dei bastoni. Un miracolo se era ancora vivo. Sanguinava da tutte le parti.
"Abbandona la causa" gli disse Marisa, piangendo, quando non vista da nessuno and a trovarlo.
"Dinnelo anco te, Marisa" insisteva la nonna. Gigetto invece era tornato taciturno. Soffriva per il nipote, ma soffriva di pi per la rabbia di non riuscire a vedere chi lo minacciava. Non erano persone, ma fantasmi. Vigliacchi come il viscido potere che tentava di perpetuare se stesso.

Serafino non aveva mai conosciuto la paura. Che brutta bestia. Fa tremare le gambe, ma soprattutto vacillare la mente. Marisa si occupava di Serafino. Aveva la febbre, i primi giorni. Il paese era intorno a lui. Sostavano davanti alla sua porta gruppi di giovani, chiedevano notizie. Sapevano che la loro bandiera stava nelle sue mani, ed ora rischiava di cadere. Marisa temeva per la sua vita. Diceva spropositi, pur di convincerlo a badare a se stesso, a piantarla con quel processo che gli avrebbe procurato altri guai. Dentro di s si pentiva delle sue parole, ma non poteva guardarlo il suo Serafino ridotto a quel modo. Che dolore. Quando pot alzarsi, si strascicava per le stanze come un'anima in pena. Vennero a trovarlo gli avvocati del suo collegio. La prossima udienza era fissata tra venti giorni. Avrebbero chiesto il rinvio. Non volle. Si doveva andare avanti. Scesero allora da Milano per aiutarlo. Avvocati di prima qualit come lui.
Pochi giorni prima dell'udienza, ricevette una telefonata.
"Come sta, signor avvocato?" Faceva del sarcasmo.
"Avete fatto male a colpirmi. Sono pi determinato di prima."
"Faccia attenzione, signor avvocato, che quello  stato solo un avviso. Non ci faccia arrabbiare."
"Che volete da me?"
"Che vogliamo, che vogliamo... Che s' messo in testa, signor avvocato? Che vuol fare, una rivoluzione?" Si sent il clic. Marisa abbracci Serafino. Era stata ad ascoltare accanto a lui, che l'aveva chiamata.
"Quelli non scherzano. Ti uccideranno."
La polizia mise il telefono sotto controllo. Il commissario non aveva dubbi. Gli fecero ascoltare delle registrazioni.
"Ci dica se riconosce qualcuna di queste voci." Gli pareva e non gli pareva, a volte.
"Ci dica, anche se ha solo qualche sospetto. Ci sar utile ugualmente. Indagheremo."
Venne il giorno dell'udienza.
Al ritorno, aveva due macchine di scorta, una lo precedeva, l'altra lo seguiva a breve distanza. Ma non ci fu nulla da fare. Ad un tratto, iniziata la salita, dopo una curva, furono aggrediti da una massa di fuoco che pareva la fine del mondo. L'auto che lo precedeva sband, e rotol nella scarpata. Esplose. Da quella di dietro scesero gli agenti, ma non fecero in tempo a sparare che gi giacevano senza vita intorno all'auto, coperti di sangue. L'autista della sua macchina e l'altro poliziotto che gli sedeva accanto avevano alzato le mani. Furono fatti scendere. Gli spararono appena si misero in piedi.
"E ora tocca a lei, signor avvocato." Si affacci uno al finestrino, e aveva un ghigno sulle labbra.
Prosegu, agitandogli davanti alla faccia il mitra.
"E ora che si fa, signor avvocato? Lei l'avvertimento l'aveva gi avuto."
"Non ho paura di voi. Finch ci sono quelli come voi a questo mondo, non ci sar libert per la povera gente."
Gli punt il mitra sulla tempia e fece fuoco.

La strage era avvenuta a pochi metri dal luogo del primo attentato, poco dopo aver preso la strada in salita che conduceva al paese. Qui le auto erano costrette a rallentare, eppoi c'era quella curva quasi ad angolo retto. Facile un'imboscata, anche se c' la scorta. Per i criminali, uccidere  come stuzzicarsi un dente. Finch ci sono persone come quelle, non ci sar mai probabilit di riscatto per la povera gente. Aveva ragione Serafino. I criminali non stanno mai dalla parte dei poveri, e solo chi ha denaro, molto denaro, ha bisogno di loro. Ma che se ne fa dei criminali uno che ha tanti soldi?
"Ci mantiene il potere. Il suo benessere. Ecco che se ne fa." Marcello non si dava pace per quel ch'era accaduto a Serafino. Andava e veniva dalla polizia. Era venuta gi anche Giulia con lui.
I nonni di Serafino erano pi morti che vivi. Si erano chiusi nel dolore. Solo con Marcello e con Marisa si confidavano. La gente si stringeva intorno a loro.
"Nessuno me lo restituir, 'r mi'Serafino" piangeva la nonna, che aveva perduto tutto il suo brio, ed ora somigliava anche lei a Gigetto, il marito taciturno, e sorprendendosi a guardarlo, pensava che forse Gigetto gi la portava dentro di s quella storia di sangue. Ecco perch non rideva mai.
"Volevo che lasciasse perdere tutto" disse Marisa.
"Gli si diceva che era troppo pericoloso."
"Se ci si mette contro quelli l, questa  la fine."
"Serafino era coraggioso" disse Marcello.
"Ma  morto. Finiscono tutti cos quelli che hanno coraggio."
Alcuni giornali cominciarono a prendere posizione. Era troppo grossa la faccenda. Anche un bambino avrebbe capito. "Sono ritornati i sistemi di una volta" scrisse qualcuno. Dopo qualche tempo, tutto si quiet. Qualche giornale, di quelli che servono il potere, e son nati solo per quello, si mise ad indagare sulla vita privata di Serafino. Gli piacevano le donne. Anche a Milano ne frequentava pi di una. E al suo paese ci aveva pure una baldracca, che si prostituiva a tutti. Cos si cominciarono ad avanzare ipotesi di vendette nel giro della prostituzione. Marcello andava su tutte le furie. Marisa si sentiva umiliata. Quando Marcello ritornava a Firenze, Giulia lo implorava di lasciar perdere.
"Ti faranno fare la fine di Serafino."
"Non li posso sentire i tuoi discorsi."
"Non si scherza con queste cose. Quando si comincia, si  gi condannati."
"Non l'accetto la morte di Serafino."
Il processo andava avanti. Dopo le parole di circostanza pronunciate dal presidente del tribunale, tutto riprese come se nulla fosse accaduto. Chiesero da Milano se dovevano sostituire Serafino, ma il paese disse che non era necessario, la causa era avviata e gli avvocati del collegio sapevano bene ci che restava da fare. Da Milano non si sent pi nessuno.

Marcello lo venne a sapere da suo padre che Marisa era incinta. Una vera sorpresa, dopo quella malattia. Un miracolo.
"Dicin che 'r figliolo  di Serafino, ma nessuno ci crede in paese."
"Te che ne pensi, pa'."
"'Un saprei che ditti, figliolo. Marisa lo sai che donna . Le''un dice mai di no all'omini."
"Ma lo sai che gli voleva bene, a Serafino."
"E con questo? Sai quante ce n' di donne che voglino bene a 'n omo, eppoi van con tutti. Mi dispiace tanto, se  di Serafino, perch sar un bastardo, e la vita 'un la far facile."
"Ci hai parlato con Marisa?"
"'Un parla con nessuno. Da quando ha saputo delle chiacchiere, e che la gente 'un ci crede, 'un parla pi."
"Che dice Gigetto."
"Nulla. Ora s che  muto.  la Nunzia invece che va tutt''ggiorni a trova'Marisa. Le'ci crede che sia figlio del su'Serafino. Ni porta ogni 'osa. 'Un le fa manca'niente."
"E mamma come sta?"
"Con tutto ver ch' successo, dice che c'ha la testa confusa. A vrte si mette a piange'da sola."
"Dille che uno di questi giorni vengo a casa."
"Per sempre?"
"Via pa', 'un ti mette'a scherza'su queste cose."
"Da quando  morto nonno, 'un c' pi allegria in questa casa. Sar stato anche matto, lu', ma ci faceva fa'certe risate. Ora ci si sente soli. Anco 'n paese c' poga voglia di discore'."
Il processo stava andando bene, ma aveva preso una piega diversa. Si puntava alla condizionale, e pareva che ci si dovesse riuscire.
"Ma la gente 'un  propio contenta. Volevino vince come diceva Serafin, ma doppo ver ch' successo, 'un se la son sentita pi, e dicin che fra pogo ci sar la sentenza, e in galera 'un ci andr nessuno, se Dio vle."
"Salutami Marisa. Andr a trovarla quando vengo."
"Ma te, Marcellino, quand' che ti sposi?"
"'Un ci pensa', babbo."
"Dici ben, 'un ci pensa', ma noi si doventa vecchi, e ce lo farai vede'un nipotino prima che s'invii al camposanto." Pensavano a Giulia, i suoi genitori. Era una bella ragazza, e anche se a loro faceva soggezione, capivano che era brava, e non era colpa sua se era diversa dalla povera gente. Doveva essere molto buona, invece, e Marcello si sarebbe presa una sposa adatta a lui. Stava per chiudere la telefonata, quando a Gino venne in mente una cosa.
"Aspetta Marcello, che fra poco mi dimenticavo. Stamani  venuto un maresciallo dei carabrinieri da Lucca. Ha ditto che ti vle parla'. Ma 'un c' fretta. Quando vieni a casa, passa anco da lu', ha ditto. Hai fatto varcosa, Marcello? Va tutto ben?"
"Sar sempre per via della morte di Serafino. Non ti preoccupare. Non  niente. Saluta mamma."
Quando due giorni dopo venne in paese, pass prima dal maresciallo.
"Ah,  lei, architetto. L'aspettavo. Si accomodi." Era tutto cerimonioso. L'appuntato di servizio chiuse la porta e li lasci soli.
"Mi voleva parlare?"
"Una sciocchezza."
"Di che si tratta."
"Ci giungono lettere anonime. Sciocchezze, le dico, ma sa com'. Noi non possiamo far finta di nulla. Non si deve spaventare."
"Non  facile spaventarmi."
"Insinuano che lei tenga riunioni sovversive. Anche a Firenze, ma specialmente a Lucca."
"La morte di Serafino non me la scorder mai."
" stata una brutta faccenda."
"Dica pure un delitto politico."
"Delitto. Si fermi qui. Se sia politico, deve essere ancora provato."
"Non faccia finta di non capire, maresciallo."
"Io sono dalla sua parte, mi creda. Non piacciono nemmeno a me queste cose. Ma ci vuole prudenza. Questi sono i tempi che ci tocca vivere."
"Li abbiamo gi vissuti, non se lo ricorda?"
"Eccome. Tempi bui."
"Si pensava di aver chiuso per sempre."
"Ne vediamo noi di cose, da questa sedia..."
"Dovreste denunciarle."
"E come si fa? Ci spediscono dritti alla corte marziale. Non si scherza sotto le armi."
"Dovreste difendere la libert della gente, anche a costo della vita."
"Parole."
"Se anche voi foste dalla parte della povera gente..."
"Si fa quel che si pu."
"Intanto, quelli che hanno ucciso Serafino restano impuniti."
"Non  vero. Sappiamo che le indagini vanno avanti. Sar trovato il colpevole. Abbia fiducia."
"S, ma quando. Non ci serve una giustizia che arriva troppo tardi." I giornali avevano gi dimenticato la vicenda.
"L'ho fatta venire perch in una di queste lettere, - apriva il cassetto mentre parlava - in una di queste lettere la minacciano di morte." Mostr il foglietto redatto con ritagli di giornale. C'era scritto, dopo vari insulti: "Dica a quell'architetto che gli facciamo la festa come al suo amico se non la smette di ficcare il naso in faccende che non lo riguardano. Si faccia gli affari suoi se vuol campare."
"Non mi fanno paura."
"Ha mai ricevuto lettere come questa?"
"Ma perch le scrivono a lei e non a me." Era infatti una cosa insolita.
"Mi risponda."
"No."
"Non mi nasconda niente, la prego."
"Solo una telefonata a Firenze, subito dopo la morte di Serafino. Ho capito che erano gli stessi assassini di Serafino, e li potevo prendere nella rete, se sapevo agire bene."
"Non si metta in testa certe idee. Lasci fare a noi.  gente esperta. Calcolatrice. Sa prevedere le mosse, e forse  quello che si aspettano da lei."
"Ma io fermo non ci sto."
"Vorrei che lei mi ascoltasse."
"Che dovrei fare?"
"Lasciar perdere. Ha visto che brutta fine ha fatto il suo amico? Che n' restato delle sue idee? La gente  con te finch non c' pericolo. Poi, chi  morto  morto, e i vivi se lo dimenticano. Non  la prima volta."
"Meglio morto, se devo arrendermi di fronte a una morte come quella di Serafino."
"Io l'ho avvertita."
Marcello usc salutando frettolosamente.
Quando entr in casa, Gino cap che era passato dal maresciallo. Anche Faustina, la mamma, lo cap, e intuito che non avrebbe detto niente, dopo averlo abbracciato, lo lasciarono solo.

Qualche volta all'osteria si litigava. A qualcuno non era piaciuto quell'accomodamento che si era fatto nel processo, e avrebbe preferito andare in carcere piuttosto che rinunciare a mettere in piazza le prepotenze di quei signori. Erano soprattutto i giovani a parlare cos. I pi anziani li schernivano.
"Te 'un lo sai ancora cos' il mondo. Sarebbe stato bello. L'avrei vorsuto anch'io. Ma  un sogno. La vita 'un  questa.  'n'artra cosa per noi disgrassiati. Si deve pati'e basta, e tene'la testa chinata, e guai a rialzalla. Ti dn delle legnate se ci provi. Hai visto ch' successo a Serafino? E te che credi, che lo trovin 'r corpevole? Ci scommetto che mettin 'n galera un poveraccio come noi. Nela danno a lu'la crpa, e 'un p ribellassi, senn nela chiudin per sempre la bocca. Magari ni dn pogh'anni di galera, e tanti srdi che 'un ha mai visti cos 'n tutta la su'vita. Ma 'n galera c'ha da andacci, e ssitto. E le 'ose continuino come prima."
"Se nessuno si ribella, allora ci toccher sempre pati'. Io 'un vogl'esse'coniglio per tutta la vita. Voglio una speranza. Quando c'avr 'ffiglioli, voglio che sian contenti di su'pa', che 'un lo pensino vigliacco."
"Se vi fa'l'eroe anche ora, accomodati. Va''n piassa e mettiti a strilla'che Serafino l'hanno ammazzato loro. Vedrai di vi a quarche giorno, vr che ti succede. E te, 'ffiglioli 'un fai a tempo nemmeno ad avelli. Noi, per potecci permette''ffiglioli, potelli mantene', s'ha da esse'vigliacchi." C'era qualche altro giovane che si ribellava, insieme a quello di prima che si chiamava Tonino, e quando c'era il lavoro faceva il muratore. Ora Tonino se ne stava appoggiato al muro tutto il giorno, assieme agli altri, e non gli andava gi che gli fosse toccata una vita cos misera.
"Tanto 'un mi 'onvinci. Le 'ose 'un possin anda'avanti cos per sempre. Dio che c'ha misso a ffa'al mondo, se si deve sta'sempre come peore. Io ti dio che se noi l'ammazziam quelli l, Dio 'un ci manda all'inferno. Perch son stati loro a facci la prepotenza, son loro che c'han misso l'inferno in tra, e Dio questo 'un lo p approva'. Ti dio che noi abbiam ragion. E, iolai, china'la testa quando la ragion  nostra 'un  da vigliacchi,  da 'oglioni."
"Tu sei giovine e c'hai 'r sangue cardo. Questa sbornia ti passer alla prima inzuccata. 'Un t' bastata la lession di Serafino; ti ci vr pi dura, pe'fatti capi'."
Uno che aveva una trentina d'anni, s'alz dalla sedia e si mise a smanaccare:
"Ma che vita  questa, bestia maiala, che si deve prende'sempre calci ner culo. Io 'un m'arrendo. 'Un  ancora finita per quelli l. Io vaggo su'monti come facevin''ppartigiani in tempo di gura, e, iolai, li sterpico tutti que'ladroni. Cos 'un ci sto ad andare avanti. Io c'ho nella testa Nando, lu'si ch' stato 'n omo. Alla su'et 'un  stato fermo, quando c' stata l'occasione. 'Un s' tirato indietro. S'era qui lu', ce n'avrebbe ditte quattro perbenin contro le nostre chiacchiere. Battiamo 'r fro ora ch' cardo. L'artre citt 'un si son fermate. Vanno avanti. E se c' bisogno ci venghino anco 'aiuta'. Io vaggo a Lucca, e v'parla'con quarche amico che 'un ci ha pi visto, e ni voglio di'che su me ci ple conta'ancora. Io vaggo fin 'n fondo."
"E ple conta'anco su me" disse Tonino. "Io ci torno anco dimani in piassa. Son pronto, 'un ho bisogno di pensacci come fan certuni."
"Che vorresti di', che son vigliacco?"
"Io 'un dio nulla. Ma chi ha coraggio, vien in piassa a fa'la rivolussione."
"Tu l'hai a rispetta'l'idee dell'artri."
"'Un son momenti di rispetto, questi. 'Un son momenti di finesse. C'e da mena'le mani per i nostri diritti. A sta'seduti qui all'osteria, si resta vigliacchi tutti, e facciam doventa'vigliacchi anco i nostri figli, che 'un c'hanno da ringraziacci quando saran grandi, ma ci devin maledi', perch nessun di noi c'ha il coraggio di prende''r bastone in mano e danni 'nsu la schiena a que'pprepotenti."
Il compagno questa volta stette zitto. Ma certe altre sere, quando la discussione prendeva quella piega, c'erano state delle gran belle scazzottate, e i pi giovani spesso ne buscavano dai pi grandi, ma non si arrendevano, e allora si metteva in mezzo qualche trentenne a dar loro una mano.

Nunzia, la nonna di Serafino, trov Marisa sull'uscio. Entrarono in casa. Era stata al cimitero, ed ora aveva voglia di vedere la mamma del suo nipotino. Non vedeva l'ora che nascesse. Se lo figurava simile all'altro, anzi immaginava che Dio glielo inviasse tale e quale per ricompensare il suo dolore. Le piaceva credere che quella gravidanza fosse un segno di Dio e che Serafino stava per rinascere su questa Terra per mezzo di Marisa. Sarebbe stato bello rivedere il suo Serafino. Glielo confidava, a Marisa.
"O quanto ci metti, Marisa, a fallo nasce'." Marisa sorrideva.
"Ci metto come tutte. 'Un son mica speciale, io. Ma 'r tempo passa in fretta, Nunzia. Che credete, che 'un lo voglia anch'io questo figliolo. Me lo voglio coccola', eccome! e guarda'tutti 'ggiorni come cresce."
"Fammelo come il mi'Serafino."
" 'na parola, Nunzia. Ma come faccio?"
"Ci devi riesci'. Fammi il miracolo, e io 'un ti far manca'niente, e 'r mi'Gigetto ti prende in casa con noi, se me lo fai uguale ar mi'Serafino."
"Nunzia, 'un ve la prendete se vi parlo cos, ma voi a vrte mi parete fri di testa. Pretendete certe 'ose che nemmen 'ssanti le possin fa', figuriamoci le donne come me."
"Lascilo sta''r passato, Marisa. Io ti voglio ben come a una figliola, e 'un mi interessa vr che sei stata; se t'ha vorsuto bene 'r mi'Serafin vr di'che sei 'na donna speciale, perch a lu'ni garbavin le donne, ma a te, io lo so, ti voleva bene."
Marisa ebbe un tremito.
"'Un piange, Marisa, se ti dio ora vste 'ose, che lu''un c' pi. Ma io ci penso che lu't'ha vorsuto bene, e lo dio sempre a Gigetto, che devi veni''n casa con noi, che te sei la nostra nipote, e vedrai che lo convinco, sai. Lu'parla pogo,  sempre stato cos, e ci vor pensa'alle 'ose, ma 'r cuore ce l'ha tenero, e son segura che quando nascer 'r bimbino 'un se lo far di'du'vorte, e verr lu'a fatti la richiesta."
"Ma io ci son affessionata a questa casa. Ci sto ben."
"'Un ce lo fa'questo torto. Fallo per il nostro Serafino, che sarebbi contento di vedetti sistemata da noi. 'Un ti farem manca'nulla, e 'r bimbo crescer come un re. Voglio danni tutto ver che 'un c'ho potuto da'ar mi'Serafino. 'Un ni deve manca'propio nulla. Nulla!"
Marisa sorrideva a sentire quell'attaccamento per un esserino che ancora non c'era.
"E se fusse una bimbina."
A Nunzia le manc il fiato.
"Una bimbina!"
"Oh, ci son anco le bimbe a questo mondo, Nunzia. 'Un ve lo scordate. E 'un siam donne noi? E 'un siam mia peggio dell'omini. Anzi, mi pare che abbiam pi giudizio."
"Ti 'onfesso che 'un c'avevo anco pensato alla femminuccia."
"E ci dovete pensa', invece. Perch potrebbi anch'esse'."
"Te che dici. Sar un bimbo o una bimba?"
E si mise a squadrarle per bene la pancia. La fece alzare in piedi, per questo.
"Mi par che la pancia sia un po'appuntita. E dovrebb'esse'mastio, allora."
"Da'ccalci che tira, 'un p esse'femmina."
"Speriam che Iddio mi faccia contenta."
"Ma anche s' femmina, ni dovete vole'bene, Nunzia. Perch  sempre figlia del vostro Serafino."
"Certo che un mastietto, mi farebbe propio pensa'a lu'."
"Sar quel che Dio vorr."
"A salute come stai. A vedetti, mi par che stai ben. Stasera, quando avr chiuso 'r negossio, torno a trovatti, e ti porto della ciccia. 'Un ti devi fa'manca'nulla. E il latte ce l'hai, senn ti porto anco vello."
Marisa si sentiva a disagio.
"'Un ti voglio mica offende', Marisa. Ma, si sa, 'ttempi son duri, e 'un  male aiutassi, se uno ple. A noi ci fa piace'se sappiamo che stai ben, e non hai da soffri'per la gravidanza. Beh, ora torno a casa, e ci rivediam stasera."
"Salutatemi Gigetto, e diteni che ni voglio ben come se fusse mi'pa'."
"Lo sa che ni vi bene. E te ne vle anco lu', anco se ha quer brutto carattere che 'un parla mai. Certe sere d'inverno, anco se ce l'ho accanto al foo, mi par d'esse'sola, e a vrte, nella distrassion, mi metto a ccanta'. E lu'allora si vrta e mi dice, con quer su'modo di parla'che pain tirate fri con le molle le su'parole: 'O Nunzia, che sei ammattita?'E allora mi riordo che c' anco lu''n casa."
"Datini un grosso bacio per me."
"Stasera ti porto anco il latte."
Marisa sorrise, accompagnandola alla porta. Non le aveva mai avute in vita sua tutte quelle premure, e non sapeva se era giusto cos.

Marcello fu trovato morto lungo l'autostrada. La sua auto era andata a sbattere contro il guard-rail. Era una giornata piovosa. Non avevano funzionato i freni, dissero. L'asfalto era viscido. Una disgrazia. Era stata Giulia a preoccuparsi per prima. Alle nove di sera, non lo aveva visto ancora rincasare a Firenze. Doveva essere invece a casa per le otto, come aveva detto al telefono.
"Ma da qui  partito da un pezzo" le rispose Faustina.
"Aspetter ancora un po'" disse Giulia. Ma alle undici richiam. Anche Faustina era preoccupata; aveva accanto a s Gino, mentre parlava con Giulia.
"Io avverto la polizia" disse Giulia.
"O mio Dio, che sar successo. Hai sentito, Gino?"
"Maledetti. Maledetti. Mi hanno ammazzato il babbo, e ora mi prendono il figliolo. Maledetti, maledetti." E Gino si butt a sedere su di una sedia con le mani sul viso.
Faustina aveva qualche speranza, invece.
"Ma che dici, Gino. 'Un le devi pensa'certe cose, che poi s'avverino."
"O Faustina, che disgrazia, che disgrazia."
Vennero due della polizia a informarli dell'incidente. C'era tutto il paese davanti alla casa di Marcello. I poliziotti si sentivano a disagio. Quando arrivarono, Gino non li stette nemmeno a sentire, aveva la testa altrove. Faustina, invece, sper fino all'ultimo, finch non le usc quel grosso grido dalla gola. La gente lo seppe da quel grido che Marcello era morto.
"Ora tocca a noi" disse Tonino. "E maledetto per sempre chi si tira indietro."
"Questa volta non ci ferma nessuno. Glielo faremo vedere noi chi  il popolo."
"Serafino, Marcello, Nando... Quanti altri ancora dovranno cadere, prima di realizzare un sogno."
"Lo dobbiamo fare. Anche dovessimo morire tutti quanti."
"Ma se saremo in tanti a combattere, chi potr essere pi forte di noi?"
Marisa era anche lei fuori, tra la gente. Non vedeva l'ora che nascesse suo figlio; desiderava che si mescolasse a quella bella giovent, che mettesse il suo vigore, il vigore che era stato di suo padre, al servizio di questa lunga, lunghissima battaglia.

12.9.1993 - 22.9.1993


Note:
1 Localit della pineta di Migliarino frequentata da prostitute.
2 Robert Burns: "Poemetti e canzoni", G. C. Sansoni - Editore, Firenze, 1953; traduzione di Adele Biagi.
3 Teatro principale della citt di Lucca.
4 Matteo Civitali, scultore e architetto lucchese nato nel 1436 e morto nel 1501, autore, fra l'altro, della cappella che custodisce il Volto Santo nel Duomo di Lucca.
5 Sono tutte localit che si trovano sulle colline dietro Montuolo.
6 In particolare si ricordi l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema del 12 agosto 1944.
