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Bartolomeo Di Monaco.

LUCCA RACCONTA.

Racconti ambientati a Lucca.
Collana "Autori lucchesi" dell'Associazione culturale "Cesare Viviani"

L'autore ha pensato di raccogliere in un solo volume tutti i suoi racconti lucchesi, in un'edizione riveduta. Vi appaiono, tra i molti altri suggestivi: Le mura di Lucca, Il regalo dell'angelo, La piccola strega, Nicodemo, Un Natale dell'anno 5325, I morti e i vivi, Incontro con Dio, Via Pelleria, La coda di paglia delle donne, Ulderico e Laurina, Campocatino, e, in appendice, il sorprendente La ragazza e il cavaliere.

Indice

LIBRO PRIMO Fantasie lucchesi
Il regalo dell'angelo
La piccola strega
Nicodemo
Babbo Natale
La ragazza del fiume
Campocatino
Le pantere
La crociata

LIBRO SECONDO Storie lucchesi del sesto millennio
I morti e i vivi
Un Natale dell'anno 5325
Il viaggio di Nanni
Un mondo favoloso
L'asino di Tonio
La giustizia
L'incredibile avventura

LIBRO TERZO Racconti lucchesi
Le mura di Lucca	
Ulderico e Laurina
La coda di paglia delle donne
Agnese
Francesca
Angelica
Incontro con Dio

LIBRO QUARTO Via Pelleria e Le storie di Mattia
Via Pelleria
LE STORIE DI MATTIA
Lucca
Sull'argine del Serchio
Alle Pianacce
La fanciulla rapita
Il carnevale
Meati
La bellezza
Un viaggio
La signora della leggenda

APPENDICE
La ragazza e il cavaliere



A mia moglie e ai miei figli

Gentile lettore,
A questo punto della mia vita, forse ancora non troppo tardi, ho scoperto che la mia anima, mai soddisfatta, sempre alla ricerca di qualcosa che non riesce a trovare, pu godere un po'di quella pace anelata se accoglie dentro di s la fantasia.
Deve per lasciarsi andare, abbandonarsi.
La fantasia infatti, che vaga nell'universo, robusta, primitiva, ricca di umori, fertile, avverte la presenza di un'anima tanto ospitale e generosa, tanto disponibile, e da lass, da quelle vette inarrivabili, a picco si cala sulla terra, percorre i continenti, le citt, le strade e attraverso la porta dorata entra nell'uomo, si fa carne della sua carne, sua vita, sua felicit.
E ancora di pi se l'uomo accoglie la fantasia pi sublime, quella che ignora la ragione, nemmeno sa che esiste, e si abbandona a lei, alle sue pazzie, ai suoi incantesimi, ai suoi bagliori, ai suoi capricci, alle sue magie.
Gli si dischiuder allora un mondo leggiadro, sereno, limpido, felice.
La mia vita, la mia anima, approda oggi che sono vicino ai cinquant'anni a questa meravigliosa scoperta.
E gi la porta ha spalancato.
Gi gusta la vertigine, i brividi dell'attesa.
Avverte, sente, che in quel mondo tutto finalmente pu saziarla. Lei mai consumarsi, invecchiare.
Si annullano, infatti, le distanze dei secoli, dei millenni.
I sentimenti, i pensieri, le azioni, tornano come devono essere stati all'inizio della vita: puliti, genuini, semplici.
Come vorrei riuscire nell'impresa!
Mostrarti anch'io l'incanto della fantasia, come gi hanno fatto altri prima di me.
La mia anima non si d pace da quando ha avvertito la scoperta meravigliosa.
Essa tiene notte e d la porta spalancata e aspetta, aspetta.
Vuol toccarlo quel mondo, averlo dentro di s!
Sente che forse gli  consegnata la chiave di un forziere favoloso.
Ed io devo scrivere per lei.
Ma devo scrivere anche per me.
Quale struggente sentimento invade il mio cuore!
Che ansia, che trepidazione, che paura di non riuscire!
Montuolo, 8 novembre 1991



LIBRO PRIMO
Fantasie lucchesi

Desidero premettere a questo libro il giudizio che il commediografo e poeta lucchese Cesare Viviani volle esprimere sul mio volume intitolato "Fantasie lucchesi", edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca, nel 1992.

I racconti di queste FANTASIE LUCCHESI che ci vengono proposti da un autore fertilissimo come Bartolomeo Di Monaco, hanno il potere magico di trasformare il lettore, indipendentemente dall'et, in un bambino che si mette ad ascoltare le favole della nonna. Un libro che sembra fatto apposta per essere letto nel canto del fuoco. Un racconto per sera magari. Due sono i pregi fondamentali: la semplicit e la fantasia. Una fantasia che si ispira e si sbizzarrisce nelle campagne e per le vie di Lucca. Una semplicit che nasce da Lucca e che non vediamo come si potrebbe sviluppare senza l'apporto e il fascino di questa nostra citt. Parte sempre l'autore da un soggetto che a tutti  familiare e poi va avanti su un canovaccio che lascia spazio a creazioni di irrealt affascinanti. La parte fantastica del racconto arriva quando meno te l'aspetti, ma sempre avverti che Lucca rimane integra con i suoi sentimenti e con le sue campagne, come intatto si mantiene l'amore dell'autore verso questa citt.
Pu apparire scontato il fatto che ognuno di noi vorrebbe ritornare bambino. Vorremmo ritornare bambini senza le... "novelle della nonna". Ma se queste novelle fanno parte di racconti fantastici e affascinanti scritti in un linguaggio piacevolissimo a leggersi, allora ben venga il libro di Di Monaco! Una serie di racconti che, una volta letti, viene la voglia di tornare da capo e rimeditare le pagine di apertura, dove l'autore ci fa riflettere sugli effetti benefici della fantasia, "quella pi sublime, quella che ignora la ragione" e c' un invito prezioso ad abbandonarci a lei, "alle sue pazzie, ai suoi incantesimi, ai suoi bagliori, ai suoi capricci, alle sue magie".
L'altro pregio del libro  la semplicit. Una virt da riscoprire in questo mondo e in questa vita che noi stessi ci complichiamo e ci rendiamo invivibile con assurdi ed egoistici ermetismi che sono il perfetto contrario della comunicazione. In "Fantasie Lucchesi" si entra in un mondo che sentiamo tutto nostro, vissuto da noi tutti in prima persona. Nel Serchio con i suoi argini ammantati di neve, nella bont d'animo di Costantino o di Nicodemo, nella Piazza San Michele, in Pelleria come a Campocatino, ci troviamo sempre a Lucca con noi stessi al centro della storia. E la fantasia ci trasporta, insieme all'autore, in galassie che non ci sono affatto ignote.
Cesare Viviani


IL REGALO DELL'ANGELO

Sono davvero pochi i lucchesi che conoscono la storia della gemma che sta nella mano sinistra dell'arcangelo Michele, la bella statua posta in cima alla chiesa che porta il suo nome.
Chi desideri osservarla pu recarsi davanti alla Banca Commerciale Italiana, da dove, ma in un solo punto, la si pu intravedere.
Occorre per molta pazienza, insistere, chinarsi pi volte.
Certi giorni passando da l vi ho sorpreso qualche straniero che tenta l'impresa. Vicino a lui dei lucchesi incuriositi, ignari invece del gioiello.
In un tempo lontano, quando ancora la piazza era attraversata da un canale e per accedere alla chiesa si doveva varcare un ponticello, viveva a Lucca un uomo molto semplice e buono di nome Costantino.
Era gi avanti con gli anni. La moglie era morta quand'erano ancora giovani e non aveva avuto figli da lei.
La sua anima traboccava di amore per il prossimo.
Si pu dire che da sempre, sin da quand'era ragazzo, Costantino si adoperava per fare del bene. Gli nasceva spontaneo questo sentimento ricco di carit e non riusciva a stare chiuso in casa se sapeva che altrove qualcuno aveva bisogno di lui.
Era molto povero e spesso non aveva niente da mangiare, ma la sua ricchezza interiore era incomparabile e dovunque egli si recava portava sempre la gioia con s.
I poveri della citt, i sofferenti, gli ultimi degli ultimi avevano parole di stima e di riconoscenza per lui che, malridotto pi di loro, sapeva egualmente trovare il modo di consolarli.
I ricchi naturalmente non sapevano nemmeno che Costantino esistesse.
Vivevano in quegli anni una loro opulenza tranquilla.
Nessun disordine turbava la citt e le guerre con Pisa e qualche volta con Firenze sembravano un ricordo lontano.
Ma pi della pace dilagava la povert.
Dentro le Mura si ingrossava sempre di pi il numero dei mendicanti che si appostavano sulla porta delle chiese vestiti di stracci per domandare la carit.
Costantino si adoperava con tutte le sue forze per aiutare i pi deboli.
Sentiva che da quell'impegno gliene veniva una grande serenit.
Spesso al mattino molto presto, prima di incominciare la nuova giornata tra i suoi poveri, attraversava il ponticello ed entrava in chiesa a pregare.
Quando ne usciva, rivolgeva lo sguardo all'arcangelo Michele che stava lass in cima, sentinella della citt, e supplicava che si facesse suo interprete presso Dio, affinch gli desse la forza necessaria per compiere anche quel giorno il suo lavoro.
Poi se ne andava tra i poveri.
Dietro la bella piazza sorgevano piccole vecchie case, alcune molto malandate, quasi cadenti. Era l che soprattutto si svolgeva la sua opera di carit.
I ricchi, i mercanti rifuggivano invece quei luoghi. Parevano ignorarli.
Un anno Lucca fu colpita da una grande sciagura: fame e malattie si erano diffuse rapidamente per la citt.
I pi miserabili morivano come cavallette.
Costantino non sapeva che fare.
Quel poco cibo che aveva lo donava ai pi gravi, cercava di alleviarne le sofferenze.
Si rendeva conto per che poteva fare ben poco per loro.
Quella calamit era davvero imponente per le sue deboli forze.
Ogni persona che gli moriva tra le braccia la sentiva come sua, e sua sentiva la colpa per non aver fatto abbastanza.
In chiesa, quando nessuno era presente, levava forte la voce a Dio, implorava la grazia per i suoi sventurati.
Lui stesso intanto era stato colpito.
Le sue energie scemavano. Il passo s'era fatto lento. I suoi anni si erano tutti svelati.
Doveva far presto.
Sentiva che non era pi quello di prima.
Una mattina uscendo di chiesa si rivolse all'angelo.
Gli grid, lo implor di aiutarlo.
"Devo morire" gli disse. "Chi aiuter i miei sventurati a vincere questa miseria?"
E si doleva ad alta voce che la sua vita non era bastata.
L'angelo restava lass muto, e Costantino ancora lo supplicava.
"Fai tu qualcosa per loro. Io non ce la faccio pi. Ti chiedo perdono."
Nei giorni seguenti nessuno incontr pi Costantino.
I suoi poveri mormoravano tra loro, manifestavano con disperazione il loro stupore.
" morto" disse qualcuno dopo che un mendicante era stato alla sua casa.
Solo come un cane nel chiuso della sua stanza senza che alcuno gli recasse aiuto era morto.
Non c'era pi Costantino ora per le viuzze della citt.
Nessuno lo avrebbe pi visto coperto di stracci, dal cuore grande come il mondo.
Ma una mattina, ecco che alzando gli occhi alla volta dell'angelo sopra la bella chiesa, qualcuno vede un brillio che prima non c'era.
 sfolgorante e pare che l'angelo ora sorrida.
Rapida come il fulmine corre la voce e anche si diffonde la notizia che la carestia  scomparsa, la pestilenza come per miracolo non piaga pi la citt.
I malati sono tutti guariti, percorrono le strade, si dirigono verso la piazza.
Si radunano sotto l'angelo che ha le ali spalancate. Sorride a loro.
Tutti vedono il brillio della gemma.
Qualcuno grida di salire lass.
Quel gioiello  per loro, per i poveri, per alleviare le loro sofferenze.
" l'aiuto implorato da Costantino!" esclama qualcuno.
E il parroco dice di s, che bisogna andare a vedere, che quello  davvero un miracolo.
Alcuni uomini salgono la scaletta. La folla li segue attenta, tutti i visi rivolti all'ins.
" grande la gemma" si sente dire.
" gioiello d'una bellezza rara."
Poi si leva il mormorio.
Non si riesce a staccarlo dal dito dell'angelo!
Nessuna forza vi riesce.
Hanno provato, provano ancora in tanti. No, il gioiello non viene. Si deve desistere.
Scendono gli uomini. La folla li incalza, domanda, si meraviglia.
" una gemma stupenda. Non ne esiste eguale al mondo. Il suo valore  inestimabile."
Nei giorni seguenti con pi calma e con attrezzi pi adatti si tenta ancora.
Di nuovo la folla  l sotto coi visi all'ins.
Assistono anche i membri del Consiglio degli Anziani; mercanti e nobili famosi sostano sulla piazza.
Anch'essi sono attratti dallo straordinario prodigio.
Ma la gemma resta l, resiste. Nessuno  capace di toglierla.
Ancora oggi  lass.
Si dice che Costantino, invisibile, stia dietro l'angelo e lo implori di trattenerla, di non lasciarla cadere.
La gemma dovr restare lass fino a quando la citt di nuovo ne avr bisogno.


LA PICCOLA STREGA

Forse non hai mai visto una di quelle belle processioni che si tenevano a Lucca intorno agli anni '50.
Una di queste si celebra ancora oggi la vigilia di Santa Croce, il 13 settembre, ed  antichissima.
Accorrono da fuori per assistervi.
Vi partecipano, recando i ceri al Volto Santo, immagine sacra della citt, tutte le parrocchie della diocesi e vengono anche rappresentanze di altre localit coi propri labari.
Quel giorno Lucca si gonfia di gente, di addobbi e di luci.
Ma in quegli anni ve n'era un'altra oltremodo suggestiva, che vedeva essa pure un grande concorso di folla: la processione del "Ges morto" che la sera del Venerd Santo partiva dal rione di Pelleria, uno dei pi vecchi della citt.
Su di una barella trasportata a spalla da uomini robusti, veniva condotta in giro per le strade pi importanti la scena della Crocifissione: Ges sulla croce e ai suoi piedi la Madonna, San Giovanni e la Maddalena.
Queste immagini scolpite si conservano ancora oggi dentro la piccola chiesa di San Tommaso in Pelleria sopra il primo altare a destra.
Ancora qualcuno vi si ferma talvolta a pregare.
In quel tempo viveva nel rione di Pelleria una ragazza di nome Alipia.
Era deforme sin dalla nascita, molto piccola, quasi nana, magrissima, dal viso orripilante, simile in tutto a quello di una capra.
La chiamavano la piccola strega.
Se avessero potuto l'avrebbero uccisa, tanto a vederla salivano alla mente tristi pensieri.
Quando defilata lungo il muro passava per via Pelleria, chi la incontrava si faceva il segno della croce. Se era un uomo, le gridava dietro. Qualche volta le lanciava dei sassi.
Qualcuno l'aveva pure bastonata.
La sera del Venerd Santo anche Alipia stava in mezzo alla folla.
Non si curava dei frizzi che le lanciava la gente, dei calci che riceveva di nascosto. Con ostinazione restava tra loro e a suo modo cercava lo svago, il divertimento.
Nessuno saliva a trovarla.
Certe volte per dispetto le avevano inchiodato l'uscio di casa e Alipia per qualche giorno era restata rinchiusa, aveva domandato aiuto ai vicini sulle scale.
Eppoi da sola aveva dovuto liberarsi.
Ma nel giorno della processione il suo corpo deforme si caricava di una speciale energia e nessuno poteva fermarla.
Correva e rideva tra la gente.
Entrava in chiesa. Intorno alla barella gi pronta sostava a contemplare quella scena di dolore. Il suo viso si apriva ad una smorfia di speranza.
"Guardate, c' la piccola strega" sussurravano i fedeli che si trovavano in chiesa con lei.
Dalle finestre illuminate la gente l'additava.
"Alipia, Alipia!" gridavano.
Si raccontavano maldicenze sul suo conto.
Quando qualcuno al mattino trovava intrecciata la lana del cuscino diceva che quella notte Alipia era stata da lui a fare il malocchio, a stregare la casa. E allora usciva in strada a cercarla, e appena la trovava la minacciava col bastone.
"Devi levare subito il malocchio" urlava. "Non tornare mai pi a casa mia!"
Alipia giurava che niente di ci che la gente diceva era vero, che lei era una disgraziata di cui nessuno aveva piet.
A lei era stato fatto il malocchio! Perch invece non aiutavano lei a cercare chi l'aveva conciata cos?
Quando in famiglia una cosa andava storta e la scarogna piombava su quella casa, si dava la colpa ad Alipia.
"Morisse quella strega!" imprecavano.
Un giorno che avevano rubato in chiesa, tutti andarono da lei.
Rivolevano l'elemosina sottratta. La minacciavano, e Alipia da dietro l'uscio supplicava che era innocente, che la lasciassero in pace.
Certi giorni con prepotenza per scendeva in strada. Presa da irresistibile vertigine ballava e cantava. La gente le si radunava intorno e si divertiva ad insultarla.
Ma Alipia continuava.
Il parroco aveva piet di lei.
Il destino l'aveva umiliata troppo presto.
Qualche volta discorreva con la ragazza.
In quelle rare occasioni, Alipia stava a guardarlo come incantata. I suoi occhi si illuminavano, e senza parole udiva il sacerdote il suo tenero ringraziamento.
Poi Alipia subito scappava, correva fuori dalla chiesa, andava nella strada. Agile si muoveva nella danza ed alto, penetrante, si levava il suo canto stridulo al cielo.
Quel Venerd Santo, dunque, i maestri delle confraternite avevano un gran daffare per dare ordine alla processione.
Ci si baloccava intorno alle numerose bancarelle che esponevano ogni ben di Dio. Molti incappucciati sgranocchiavano noccioline!
L'ora si avvicinava.
Il parroco infine diede ordine ai portatori di far uscire la barella.
Con fatica e molta precauzione, poich la scena del Golgota era assai imponente, si riusc a farla passare dalla porta.
Solenne, suggestiva la barella apparve sul sagrato.
Dalle finestre illuminate la gente ammirava in silenzio.
Fu dato l'ordine della partenza.
Si chinarono i portatori sotto le stanghe. Si sollevarono da terra le statue della Crocifissione. Lass in alto sopra la gente parvero vive.
Si levarono i canti.
Per le strade la folla si accalcava, chinava il capo, s'inginocchiava.
Ogni tanto i portatori si davano il cambio.
Giunsero in piazza San Michele.
Che mare di folla!
La barella all'improvviso per tutti si fece pesante, insopportabile.
Si guardarono sorpresi i portatori.
Ammisero quel nuovo peso imprevisto, misterioso.
Scrutarono la scena della Crocifissione. Tutto pareva in ordine come quando erano partiti.
Ad un tratto non ce la fecero pi.
Rapidamente si passarono la voce e subito la barella fu posata a terra.
Respirarono profondamente, si asciugarono il sudore che grondava dalla fronte.
Sotto gli archi di palazzo Pretorio, confusa tra la folla, vide per un portatore, la riconobbe, Alipia inginocchiata.
Aveva gli occhi levati al Crocifisso. Fissi su di Lui, non li muoveva.
Qualcun altro dei portatori la scorse.
Alipia stava ancora inginocchiata, piccola piccola appena si vedeva.
Infine si sciolsero i suoi occhi dalla scena del Golgota, dalla scena del dolore, e lesta si rialz, scomparve.
I portatori di nuovo si misero sotto le stanghe, di nuovo alzarono la barella.
Dopo la funzione conclusiva, che sempre si celebrava nella cattedrale di San Martino, i portatori si parlarono tra di loro, cercarono una spiegazione al fatto straordinario che per non riuscivano a capire.
Davvero era accaduto?
Tutti confermarono quell'improvviso sovrappeso che aveva fiaccato la loro forza.
Difficile per trovarne la ragione.
Qualcuno ricord di aver sorpreso Alipia tra la folla.
"Anch'io l'ho vista!" intervennero altri.
"Che ci stava a fare l inginocchiata?"
"Proprio lei, Alipia, inginocchiata!" esclam qualcuno incredulo, con sarcasmo.
Alla fine l'argomento fu lasciato cadere. Si and a dormire. Ciascuno ritorn a casa.
L'indomani, non si fecero altro che commenti entusiastici sulla bella processione.
Dappertutto era piaciuta.
Vanto del rione quel successo che si ripeteva da anni.
Il chiacchiericcio dur per tutto il Sabato Santo, e anche il mattino di Pasqua, prima della Messa solenne, la gente davanti alla chiesa ancora commentava.
Qualcuno ricord Alipia.
Non s'era pi vista.
Da quella sera che era ritornata a casa dopo la processione, nemmeno i vicini l'avevano pi incontrata per le scale.
Si accrebbe l'interesse su di lei, che sempre si vedeva in strada.
Vollero salire a casa sua. Bussarono e ribussarono. Ma niente. La casa sembrava vuota.
Allora una delle vicine ricord all'improvviso un particolare e lo narr.
Quella notte, la notte del Sabato Santo, aveva sentito il suono delle campane, che sempre si leva durante la Messa di mezzanotte e annuncia la resurrezione del Signore.
Essendo ancora sveglia, aveva potuto percepire un flebile rumore proveniente dal pianerottolo di sopra, dove abitava Alipia. Come se la ragazza stesse chiudendo la porta per uscire.
Piano piano, attenta a non farsi scorgere, la vicina aveva socchiuso l'uscio e s'era messa a spiare.
Ma non era Alipia che scendeva, bens una ragazza che non aveva mai visto.
La ricordava molto bene perch era bellissima.
E lei si era domandata come potesse Alipia, quello sgorbio della natura, intrattenere amicizie cos raffinate.
La giovane per, scesi gli scalini, si era fermata proprio sul suo pianerottolo per un istante, e voltata verso di lei.
La donna aveva trattenuto il fiato per non lasciarsi sorprendere.
Aveva occhi azzurri grandi, quella sconosciuta, e mai avrebbe potuto dimenticare il bel sorriso, tenero e dolce, che le era uscito dalle labbra.
La gente ascoltava a bocca aperta.
Mai nessuno aveva notato per strada una ragazza simile.
Si guardarono l'un l'altro.
In silenzio, infine, ridiscesero le scale.
Nessuno voleva credere a ci che ora si rivelava in modo tanto prepotente.
Quella ragazza cos straordinariamente bella era proprio Alipia!
Eppure, nemmeno il parroco seppe mai trovare il bandolo di quell'affascinante miracolo che si era compiuto sotto i loro occhi.


NICODEMO

Molti secoli fa Lucca era una citt potente e i suoi confini si estendevano addirittura fino alla Maremma.
L'Ozzeri che ancora oggi attraversa il mio paese di Montuolo era grande come un fiume, pi grande dello stesso Serchio che avrebbe invece avuto pi fortuna nel corso dei secoli seguenti.
Vi erano intorno alla citt boschi e foreste e non vi mancavano n legname per costruire case e barche n cacciagione.
Anche l'Ozzeri donava con molta prodigalit ai pescatori che sedevano sulle sue rive o lo navigavano con le loro agili imbarcazioni.
In quel tempo viveva nel mio paese un uomo di nome Nicodemo, il quale abitava una piccola casetta nel luogo che ancora oggi  chiamato "Le cateratte"(1).
Faceva il boscaiolo per conto del suo duca, con il quale per non andava molto d'accordo.
Lui infatti si rifiutava di uccidere gli animali quando il suo signore glielo comandava.
Era per bravissimo in molte altre cose e cos il duca, che in fondo in fondo gli voleva un po'di bene, continuava a tenerlo al suo servizio.
E nemmeno voleva pescare.
Nutriva un gran rispetto per la vita di tutti: uomini, animali, come pure pesci ed anche piante, che abbatteva soltanto quando erano malate o pericolose per il prossimo.
Non aveva figli, e questo era il suo cruccio pi grande.
Avrebbe voluto infatti insegnare anche a loro tutto quello che aveva imparato e soprattutto avrebbe desiderato tanto far loro capire il valore delle sue convinzioni, che gli amici guardiacaccia consideravano invece un po'bislacche.
Ma anch'essi, come il duca, gli volevano bene e sapevano che sempre in ogni circostanza potevano contare sul suo aiuto.
E poich Nicodemo era uomo robusto, quasi un gigante, e lavoratore infaticabile, bravo a fare ogni cosa, si pu immaginare quanto davvero valesse restare in amicizia con lui.
Qualche volta gli portavano anche della selvaggina.
Dopo i suoi primi rifiuti, piano piano, toccando le corde della sua bont, riuscivano a fargliela accettare e a convincerlo ad assaggiarne un po'.
Ne era sempre contenta, invece, sua moglie, che proprio non sopportava di mangiare verdura e frutta tutti i giorni e lasciava intendere a quei pochi amici che avrebbe gradito ricevere pi spesso quelle belle visite.
Ma i compagni sapevano anche che non potevano esagerare con Nicodemo.
Qualche volta era stato invitato al palazzo del duca, in citt.
Aveva visto le Mura, le chiese, i begli edifici dalla robusta architettura, tanto differenti dalla sua piccola casa.
Sempre aveva percorso quelle viuzze come imbambolato.
Gli sembrava di stare dentro un sogno!
Quando poi si trovava all'interno del palazzo ricco di ori, vasellame prezioso, arazzi... Esisteva davvero tutto ci?, si domandava sempre.
Un giorno che vi era andato con sua moglie, ancora giovanissimi, era stata proprio lei a richiamarlo alla dura realt.
"Siamo nati poveri, noi. Ecco perch ci sembra di sognare. Ma questo che vediamo  tutto vero!"
E aveva preso la mano di Nicodemo e gli aveva fatto toccare ogni cosa che lo meravigliava.
"Senti?  vera!"
E si lamentava della propria condizione. Ma Nicodemo, pur in mezzo a quelle meraviglie, le ripeteva che lui era contento cos e che non avrebbe cambiato con altri la propria vita.
Sua moglie ormai lo conosceva e glielo lasciava dire.
Pensava che gli facesse bene all'anima.
Ma lei no, non si convinceva e per il resto della sua vita avrebbe sempre invidiato il duca e i signori come lui e maledetto il giorno che era nata povera.
Per ripensava anche al giorno, questa volta benedetto, in cui aveva visto per la prima volta il suo Nicodemo, bello come un dio, alto, pieno di muscoli, biondo, gentile, generoso.
Era stata sicura allora che non c'era nulla al mondo di pi meraviglioso del suo Nicodemo.
E quando lui le chiese di sposarla, quello s che gli sembr un sogno bellissimo!
Dopo i primi tempi, per, allorch si rese conto che c'era anche un modo diverso di vivere e le donne belle come lei potevano vestire abiti eleganti, indossare gioielli raffinati, essere lusingate e corteggiate da ricchi signori padroni di castelli e foreste, di fiumi e di molte altre cose meravigliose che esistono a questo mondo, dopo quei primi tempi cominci a rimproverare al suo sposo di non avere ambizioni, di accontentarsi del poco che la vita gli offriva, mentre il suo aspetto fiero e vigoroso gli avrebbe potuto dischiudere le porte di un'esistenza migliore.
Ma Nicodemo la stava a sentire per un po', poi se la stringeva tra le braccia sorridendo.
Cos, trascorsi gli anni, la donna si rassegn.
Qualche volta Nicodemo la portava in barca lungo l'Ozzeri e le mostrava quanto bella fosse la natura che circondava la loro povera casa.
Campagne smisurate e foreste e piccoli villaggi si aprivano allo sguardo incantato di lei.
"Tutti i giorni, se vogliamo, possiamo gustare con gli occhi e con il cuore queste immagini" le diceva contento.
Eppoi la faceva scendere e insieme andavano dentro la foresta.
Nicodemo pareva il re di quei luoghi.
Ne conosceva ogni segreto.
Le indicava da dove veniva il canto di un uccello e le svelava il nome. Se incontrava un animale lo chiamava e, meraviglia delle meraviglie, la bestia subito veniva a lui. Nicodemo la toccava, la carezzava e invitava anche sua moglie a farlo.
Ma subito l'animale sospettoso arretrava, e allora Nicodemo gli lasciava intendere che non vi era pericolo.
L'animale tornava a chinare il capo e si offriva alle dolcezze della donna.
E lei doveva ammettere che tutto ci era davvero molto bello.
Alla palude che sorgeva nel mezzo della foresta, le mostrava infine gli incanti che si nascondevano in quell'acquitrino; e domandava alla donna se le sembrasse giusto che i suoi amici andassero l a cacciare gli uccelli, a rompere l'armonia di quell'esistenza che meritava invece rispetto.
"Se tutti facessero come te" rispondeva un po'risentita la sposa "come si potrebbe campare andando avanti solo a frutta e verdura?"
Ma Nicodemo non voleva smarrirsi in quelle crudeli elucubrazioni della mente che lo spaventavano.
Era convinto invece che si poteva egualmente vivere e che era mostruoso anche solo pensare che la sopravvivenza dell'uomo dovesse rimanere cos strettamente legata alla violenza contro le altre specie.
Tornando a casa quelle sere, sentiva per che sua moglie era stata felice.
Quale prova migliore che era lui dalla parte della ragione?
Un giorno il duca lo manda a chiamare.
"Nicodemo," gli dice "mi riferiscono che un feroce cinghiale sta facendo strage di selvaggina e nessuno di voi riesce a catturarlo."
" cos, mio signore."
"Voglio che tu lo uccida."
Nicodemo ritorna a casa molto triste. Sua moglie, dopo le prime domande, capisce che non  il caso di insistere e rispetta il suo silenzio.
Nei giorni seguenti, Nicodemo lascia la cura del fiume - la barca resta ferma sull'Ozzeri - e si dedica giorno e notte a perlustrare la foresta.
Quel cinghiale aveva gi ucciso molti animali.
Agiva per istinto. Non ne aveva colpa, lo giustificava Nicodemo.
Per quanto dolore provocava la sua crudelt!
Nicodemo conosceva le tane pi nascoste, gli anfratti pi segreti.
Gli animali che incontrava sembravano sapere della sua avventura; gli si muovevano intorno mansueti, attendevano la sua carezza. Nicodemo parlava loro con le solite dolci parole.
Qualche animale di nuovo era stato ucciso.
Ne soffriva Nicodemo.
Metteva tutto l'impegno per stanare la bestia, ma questa era pi scaltra di lui, si muoveva pi agilmente fra le selve. Forse anche lo vedeva, lo spiava e si compiaceva di potergli stare alla pari, anzi di vincerlo.
Incontrava qualche volta un animale ferito.
Si fermava a soccorrerlo. Se poteva lo curava sul posto, eppoi lo lasciava libero di correre. Ma quando la ferita era pi grave doveva ritornare a casa, portarlo con s sulle spalle, assisterlo, affidarlo alla sua sposa.
Anche lei sapeva e vedeva, ora.
Ed ecco che una sera sull'imbrunire, ancora in giro nel bosco in cerca dell'animale, Nicodemo sente la corsa di una bestia, eppoi il suo grido di dolore; ancora la fuga, il fruscio dei rami urtati, e di nuovo la disperata violenza della lotta.
Intuisce, si affretta, corre.
Il terribile cinghiale  l, lo vede! Nero, enorme, le zanne piene di sangue. L'altro  ormai piegato a terra, attende l'ultimo inesorabile assalto.
Ma Nicodemo ha con s la corda.
Il cinghiale lo guarda, per un momento  incerto se finire la preda oppure caricare l'uomo, o fuggire; e Nicodemo  pi rapido, decide in fretta e lancia la corda.
S'inanella sul collo, preciso, il laccio.
Il cinghiale si divincola, intuisce la supremazia del rivale. Il suo grido lacera l'aria. Si fanno attorno gli altri animali della foresta, guardano Nicodemo fiaccare il nemico, renderlo docile. Il cinghiale avverte la sconfitta, la volont  debole ora, scema la sua violenza.
Nicodemo a poco a poco lo imprigiona nella corda, stringe le sue zampe. La bestia  distesa a terra, rotola; pi non si alza. Di nuovo il lamento della sua sconfitta lacera l'aria.
Infine si quieta e si offre al vincitore.
Soltanto ora Nicodemo si avvicina e tocca la bestia.
Questa lo guarda.
Nicodemo la carica sulle spalle e la conduce a casa.
" enorme!" esclama la moglie quando vede il cinghiale.
Domanda perch non lo abbia ucciso.
Nei giorni seguenti, lo vede costruire una gabbia. Intuisce, sa che il suo sposo non avrebbe mai potuto uccidere il cinghiale.
Il duca viene a sapere.
Manda a dire che  contento di lui, ma non approva quello che sta per fare.
Passano i giorni, e anche i mesi.
Il lavoro di Nicodemo  seguito dagli amici increduli e dallo stesso signore che dalla citt manda frequenti messi a cavallo.
Il cinghiale infine  domato.	Nicodemo lo avvicina, pu toccarlo, l'animale sta in mezzo agli altri quieto come loro.
Non usa pi la sua forza per uccidere.
Il duca non  ancora sicuro; raccomanda prudenza, manda a dire che quella prova  superba, ma il rischio resta grande.
Non sarebbe meglio abbatterlo per la sicurezza degli altri?
Nicodemo  risoluto, e il suo signore, infine, crede in lui.
Dopo qualche tempo, il cinghiale  messo in libert.
Lo fa di nascosto, Nicodemo; solo qualche amico pi intimo  presente la sera che lo lascia andare.
Il cinghiale lo fissa per un attimo, eppoi subito le sue zampe mordono la terra, si lanciano nella corsa.
Non si scorge pi, ora;  sparito nella foresta.
Passano alcuni giorni e tutti stanno con trepidazione in attesa di una brutta notizia.
Nicodemo spera con tutto il cuore che l'animale non uccida pi.
Trascorre ancora del tempo.
Nessuno riferisce di uccisioni, neppure di ferimenti.
Anche la sposa  in ansia. Nicodemo sa che l'animale, come l'uomo,  dono della creazione. Si pu vincere la sua crudelt.
Infine avverte la certezza. Abbastanza il tempo  trascorso, e ora lo si pu dire che la sua impresa  riuscita!
Il duca lo dice.
E anche gli amici, che lodano il suo coraggio, rispettano la sua fede.
Nicodemo non  pi giovane.
Quell'impresa gli pare la pi bella della sua vita.
Trascorsero alcuni anni da quell'avvenimento straordinario.
Ed ecco che un giorno si sparge la notizia che il duca, anche lui gi avanti con gli anni, sta malissimo, e di l a qualche settimana muore.
Tutta la citt e il contado assistettero al suo funerale.
Nicodemo vi and con la sua sposa.
Davanti al bel palazzo una gran folla, come non si era mai vista, piangeva il duca. Ricordava la sua bont e le buone opere che aveva compiute.
Anche Nicodemo ramment le volte che il duca era stato molto indulgente con lui.
Torn a rivedere la citt.
Non era cambiata.
Nicodemo sentiva di preferirle ancora la sua casetta in mezzo al bosco, ma doveva ammettere che Lucca possedeva uno straordinario fascino ammaliatore.
Dalle sue stradette, dalle sue piccole piazze che si aprivano improvvise circondate dai bei palazzi, sentiva salire il profumo di una intimit e di una quiete rassicuranti.
Tutte le volte che vi era stato era ritornato a casa con l'animo colmo di suggestioni.
Cos avvenne anche quel giorno, e in modo davvero tutto speciale perch fu l'ultima delle sue visite.
Infatti Nicodemo di l a poco mor.
Lo trov sua moglie una mattina davanti all'uscio di casa rimasto spalancato. Era disteso a terra, appena uscito per andare nel bosco.
Gi morto.
La sposa si disper di quell'addio mancato, di non essersi trovata davanti a lui a colmare i suoi occhi, a riscaldarlo con la sua presenza.
Che cosa avrebbe voluto dirle in quegli ultimi istanti il suo Nicodemo?
Mentre piangeva e se lo stringeva al cuore, era lei ora che parlava con lui.
Alla sua sepoltura vennero ad assistere alcuni amici, molto pochi per la verit.
La bara stava deposta davanti alla fossa, in mezzo ad un grande silenzio.
Nel cuore della sposa c'era tanta tristezza; si rammaricava delle molte assenze degli amici, che pure avevano ricevuto tanto da lui.
"La vita  anche questa, colma di ingratitudine" pensava.
Ed ecco accadere qualcosa all'improvviso, proprio mentre la bara sta per essere calata nella fossa.
Gli uomini hanno gi imbracato il legno con le corde, stanno per sospendere la bara nel vuoto, quando da dietro gli alberi ecco che spuntano decine e decine di animali, e sopra di loro volano gli uccelli della foresta.
Avanzano lentamente.
Davanti a tutti sta il cinghiale nero.
Gli uomini si spaventano.
Depongono la bara a terra e restano in attesa.
La sposa invece non teme.
Ha intuito, e va loro incontro. Giunta davanti al cinghiale si china; l'animale si ferma.
La donna lo accarezza. Si avvicina anche agli altri; ha gesti di gratitudine per loro.
Piange.
 diventato vecchio il cinghiale. A fatica, da solo, prosegue ora verso Nicodemo.
La donna sa che  venuto a morire con lui.


BABBO NATALE

Nella famiglia di un piccolo falegname, una delle due figlie, la maggiore, cadendo durante un gioco con le amiche non si era pi rialzata, le gambe erano diventate molli, inutili.
Da quel giorno non era riuscita pi a camminare.
Il padre aveva speso tutti i suoi risparmi per un primo intervento delicato eseguito lontano dall'Italia.
Un secondo intervento si era potuto fare grazie alla solidariet della gente.
Ma la piccola Laura ne aveva tratto pochi benefici e tutti ormai disperavano per lei.
Antonio, il padre, passava intere giornate nella sua bottega a sgobbare.
Lavorava sodo per mettere da parte ancora denari.
Finito il lavoro non se ne stava con le mani in mano.
Cercava altre cose da fare.
Un giorno aveva avuto l'idea di dedicarsi alla pittura, rinverdire una passione avuta sin da ragazzo.
Aveva mostrato i primi tentativi alla piccola Laura, poi a sua moglie.
Quei disegni erano piaciuti.
Qualcuno li acquistava.
Dipingeva soprattutto le vie, le piazze, gli scorci pi suggestivi della sua citt.
Lucca gliene offriva di occasioni!
Agli inizi della primavera un amico gli port una bella notizia.
Un chirurgo era in grado di fare l'intervento risolutore. La scienza dava quasi la certezza del risultato.
Ma occorreva molto, moltissimo denaro.
Antonio raddoppi il lavoro.
Aveva venduto altri quadri, ma soprattutto riusciva a disegnarne molti. Ora ne aveva abbastanza nel suo negozio da poter nutrire qualche speranza.
Ma ancora ne disegn.
Pass l'estate, pass l'autunno.
Giunse dicembre. Vennero i giorni precedenti il Natale.
I giorni pi belli dell'anno.
Che differenza tra novembre e dicembre!
Dicembre  il mese della gioia.
Pu succedere di tutto a dicembre, ma non c' dolore che possa sopraffarla.
Lucca nei giorni prima del Natale diventa una citt fatata.
Le sue strade si accendono di colori. Si gode il cicaleccio.
Antonio aveva esposto i quadri sui gradini della bella chiesa di San Cristoforo, proprio nella via pi importante della citt, il Fillungo.
Osservava tutto quell'andirivieni festoso. Anche lui si sentiva contento.
In quei giorni cominci a nevicare.
L'inverno s'era fatto rigidissimo.
Tutta l'Italia era sotto la neve.
Lucca era bianca.
Antonio colse quell'occasione per dipingere ancora.
Nacquero cos i quadri innevati di via Fillungo, di piazza San Frediano, piazza San Michele, del duomo di San Martino, delle Mura.
Uscivano da soli le linee e i colori dal pennello.
La vigilia di Natale ancora nevic sulla citt.
Antonio stava in piedi appoggiato al muro della chiesa.
Suonavano le otto di sera.
Per le strade pochi i passanti.
I pi si erano gi rinchiusi nelle case, forse stavano intorno alla ricca tavola imbandita.
Tra poco anche lui avrebbe raggiunto i suoi.
Ma ecco che si sente all'improvviso lass nel cielo buio un rumore insolito.
Sempre pi si fa intenso, fragoroso.
 un tinnire di campanelli.
Nella via, i pochi passanti alzano il viso al cielo.
Anche Antonio leva gli occhi lass e vede delle piccole luci lontane.
Tutti guardano meglio. Quelli che sono vicino a lui stanno con le bocche spalancate.
Un'enorme slitta trainata da quattro coppie di renne bellissime  sopra di loro sospesa nel cielo.
Sta scendendo lentamente.
La guida un uomo colossale che grida alle bestie dei comandi.
Vengono gi.
Scalpitano le renne. Nude, sode le pance.
La slitta  gi sui tetti. Ora cala nella strada.
Proprio davanti ad Antonio si sta posando.
Antonio  sbigottito, e con lui i pochi altri che gli si sono radunati intorno.
La strada  bianca di neve.
Con quella slitta addobbata di piccole fiammelle, quelle renne e quel vecchio possente dalla barba bianca, la citt vive un istante di magia.
Ognuno  certo che si tratti di un sogno.
Invece l'uomo si avvicina sorridendo ad Antonio.
"Sai chi sono?"
Antonio ne ha visti tanti in quei giorni, fermi davanti ai negozi, di babbi natale!
Ma risponde di no.
Non pu credere che esista davvero Babbo Natale!
"E invece sono proprio io. Guarda!" e tira fuori da una grossa tasca una letterina. " di tua figlia Laura. Dille che sono venuto. Dalle un grosso bacio per me."
Poi si avvicina ai quadri di Antonio.
Lui  ancora inebetito, ha riconosciuto la calligrafia di Laura;  proprio sua quella letterina!
Il vecchio si china e li raccoglie ad uno ad uno, li depone sulla slitta.
"Di'a tutti che Babbo Natale ha comprato i tuoi quadri" gli grida sorridendo.
Antonio  ancora l, fermo, sbigottito. Non apre bocca.
Contempla quell'uomo straordinario venuto da distanze lontane apposta per lui.
Lo guarda salire sulla slitta, rivolgergli il saluto, scherzare con la gente, e quindi alzarsi nel cielo.
Di nuovo tinniscono i sonagli, scalpitano le renne, finch la slitta  sopra i tetti della citt. Si fanno piccole piccole le rosse fiammelle.
Sparisce infine il carro inghiottito dalla notte.
Antonio corre a casa per raccontare.
Trova sull'uscio la sua famiglia.
Laura ha in mano molto denaro e lo mostra al babbo tutta lieta, abbracciata alla sorella.
Raccontano che l'hanno trovato sotto l'albero di Natale, comparso all'improvviso, e insieme al denaro hanno trovato una breve letterina nella quale Babbo Natale rivolge i suoi auguri alla piccola Laura e rivela ad Antonio che i suoi quadri sono gi sparsi ai quattro venti.
In quella stessa notte li ha venduti, a Nord come a Sud, a Est come a Ovest.
Non gli basterebbe tutta la vita per ritrovarli!
Grazie a lui, scrive, ad Antonio, la citt di Lucca  ora conosciuta in tutto il mondo.


LA RAGAZZA DEL FIUME

A Fornacette, ancora oggi un piccolo agglomerato di case che sorge non appena si  superato l'abitato di Montuolo, vivevano, ai primi del '900, alcuni ragazzi e ragazze che ogni mattina, a piedi, andavano a Lucca per frequentare la scuola.
Dovevano alzarsi molto presto.
Oggi sarebbe inimmaginabile un tale sacrificio per studiare!
Ma trovandosi insieme, la cosa veniva meglio sopportata.
Lungo la strada si raccontavano barzellette, si prendevano in giro.
Era tutt'altra musica, per, quando arrivavano i giorni del freddo e della neve; i genitori trepidavano nel vederli partire nel buio del mattino con sciarpe e cappotti, e grossi zoccoli ai piedi.
Qualcuno dei ragazzi, passando a quell'ora davanti all'antica chiesa di Montuolo, scorgendone nel buio il basso campanile, aveva momenti di malinconia.
Cominciava ad albeggiare quando erano vicini alla citt. Ed era bello, nei giorni della neve, vedersi comparire davanti, all'improvviso, le Mura possenti, adagiate sui prati innevati e, dentro la citt, i campanili alti sopra i bianchi tetti delle case. Sembrava ai ragazzi di assistere ad una magia.
In un giorno di quegli inverni si verific il fatto che voglio raccontare.
Era una giornata carica di neve.
Aveva nevicato ininterrottamente da pi giorni. Lungo la strada si vedevano di quando in quando rami spezzati caduti dagli alberi.
Una delle ragazze si chiamava Caterina.
Magra come un uscio, pi alta della sua et, era tra le pi vivaci del gruppo. Aveva sempre pronta la battuta e gli amici si divertivano volentieri con lei, che sapeva rispondere per le rime.
Ebbene, finite le ore della scuola, quella volta che la strada era stracolma di neve decise con un'amica di prendere il sentiero del fiume.
Voleva ammirare il Serchio, vederlo scorrere tra mezzo agli argini imbiancati, gustare gli antichi colori delle poche case che lo fiancheggiavano.
L'amica fu entusiasta dell'idea. Possedeva anche lei quell'anima sensibile che spesso frusta la ragione e la vince.
Il Serchio fluiva superbo, gonfio d'acqua.
Caterina camminando sull'argine, i libri appoggiati al petto, confidava la sua gioia all'amica estasiata.
Quale incanto sapeva offrire la natura!
Ma ecco che all'improvviso il piede scivola. Sotto la neve non c' il poggio dell'argine, e Caterina precipita gi.
Lesta l'amica allunga la mano per afferrarla; Caterina tende il braccio. Ma ancora ruzzola gi; si capovolge, piomba nell'acqua.
Il Serchio l'ha presa.
Attonita, confusa, muta, l'amica si affaccia dall'argine.
Nessun segno viene pi dal fiume.
Disperata fugge a casa; e racconta piangendo.
Tutti si precipitano fuori.
Qualcuno grida di correre al fiume.
Presto, bisogna far presto!
L'argine  pieno di gente. La neve  calpestata, non  pi candida come prima, ma infracidita, scura.
I genitori scrutano e chiamano.
"Caterina!"
"Caterina!"
Anche dalle casupole del fiume sono accorsi. Hanno preso le barche, remano.
Ancora chiamano. Le voci percuotono il silenzio della neve.
Ma cosa succede ad un tratto laggi nell'acqua, nel profondo della corrente, dove il Serchio  pi gonfio, pi nero?
Qualcuno vede un'ombra salire.
Tutti fissano quel punto. Le barche vi stanno intorno, sono increduli i rematori.
 proprio Caterina che sale dall'abisso! Dal fondo del fiume sta tornando ai vivi.
 sorridente. Ha pronta la battuta pei rematori, che le tendono le braccia, non sanno che dire.
I genitori la chiamano. Caterina riconosce la loro voce; il suo sguardo fruga, li trova. Alzandosi dalla barca, li saluta.
In tutta la citt di Lucca per giorni e giorni non si parl d'altro.
Caterina era di nuovo tra la gente pi bella che mai.
Qualcuno diceva che era stato il fiume a riportarla tra i vivi, e che il fiume aveva voluto premiare l'amore della gente. Ma soprattutto aveva voluto premiare lei, Caterina; ricompensare in quel modo il suo grande amore per la vita.


CAMPOCATINO

Ci fu un tempo molto lontano in cui l'uomo aveva maggiore consuetudine con Dio. Gli parlava, lo invocava ma anche lo vedeva.
Spesso Dio si recava a trovarlo, quando l'uomo aveva bisogno di lui.
A Campocatino, un luogo abbandonato che sorge nella Garfagnana lucchese, il visitatore ancora oggi vi pu avvertire quella speciale presenza dell'infinito.
Lass la natura  ammaliatrice di uomini.
Cos era a quel tempo.
E la gente viveva in pace. Non sentiva la necessit di nient'altro che non fosse la voglia di vivere in quel luogo che la presenza di Dio rendeva straordinario.
I giorni vi trascorrevano sereni. Al mattino i pi giovani portavano al pascolo i greggi. Le pecore e le capre se ne andavano libere per i prati, godevano quegli spazi incontrastati.
Le ragazze restavano a casa. Accudivano ai pi vecchi, lavavano, rammendavano, facevano le pulizie. Preparavano la cena. Qualche volta anche loro andavano ai pascoli.
Durante i rigidi inverni, la sera si ritrovavano insieme in una grande stalla. L, in mezzo agli armenti, trascorrevano liete ore.
I vecchi raccontavano ai pi giovani antiche storie di montagna. Le ragazze coi loro trilli, con le loro risate, con la loro giovinezza riscaldavano il cuore della comunit.
In estate la vita si svolgeva all'aperto.
Anche la cena si consumava sotto il sole intorno ad una tavola grande.
E si cantava e si ballava, si lodava quel destino incomparabile. Forse nessun altro al mondo conosceva quel luogo. Nessuno rammentava di forestieri passati da l.
Le donne esultavano di quella tranquilla esistenza vissuta accanto ai loro uomini. Tra i membri di quella comunit si sposavano, avevano figli, li crescevano, invecchiavano.
Campocatino era il solo meraviglioso universo che conoscevano.
Dio stava con loro.
Che cosa potevano desiderare di pi?
Ma una sera uno dei pastori, tornando all'ovile, raccont ai compagni di aver veduto delle ombre aggirarsi nel bosco.
Piccoli fruscii lo avevano allarmato. Anche il cane aveva rizzato le orecchie. Poi pi niente. Altri rumori erano seguiti, rapidi, furtivi. Di nuovo il cane s'era allertato, aveva rivolto il muso verso il bosco.
Era calato infine il silenzio. Solo il vento frusciava tra i rami.
Nei giorni seguenti per la comunit stette in guardia; anche i vecchi e le donne si mossero attenti, sospettosi, intorno alle case.
Sui pascoli i giovani pastori tenevano gli occhi e le orecchie dappertutto.
Dopo qualche tempo la tensione si allent; presto tutto fu dimenticato.
Passarono i mesi, venne l'inverno, torn la primavera.
Una sera un pastore rincas tutto trafelato.
Ora era sicuro. Aveva visto degli uomini. Qualcuno lo aveva spiato. E lui zitto zitto aveva finto di non accorgersi di nulla.
I vecchi non ricordavano che fosse mai accaduto niente di simile.
Nemmeno avevano sentito raccontare dai loro nonni che gente era venuta da fuori per spiare la comunit.
Si trattava sicuramente di forestieri male intenzionati.
Si approntarono le difese. Non si aveva dimestichezza per questo genere di cose. I vecchi diedero il consiglio. I giovani montarono la guardia giorno e notte.
Infine una sera videro avvicinarsi ad una delle loro casupole un manipolo di uomini.
Uno di loro grande e grosso, dallo sguardo torbido, bieco, domand chi fosse il capo di quella gente.
"Non ci sono capi qui" rispose un giovane.
"Vogliamo le vostre case" dichiar risoluto quel tale.
"Sono nostre da molte generazioni" intervenne il pi vecchio della comunit.
"Dovete sgomberare."
"Non lo faremo mai!"
"Domani torneremo in molti. Se non ci lascerete le case, vi stermineremo."
E se ne andarono.
Subito la comunit si riun nella stalla.
Le ragazze non pi ridevano, ma in un angolo ascoltavano le dure parole degli uomini. I vecchi svelavano nei loro sguardi una profonda malinconia.
L'indomani come avevano promesso ritornarono quei forestieri.
Ma giunti al villaggio con grande sorpresa non trovarono nessuno!
Anche le case non c'erano pi! Quelle poche che videro giacevano diroccate, senza vita.
Frugarono dappertutto.
Pieni di rabbia, imprecavano che qualcuno venisse fuori dai nascondigli a parlare con loro, a spiegare il prodigio.
Ma nessuno venne, nessuno trovarono. Neanche nel bosco.
Furono presi da paura, infine da terrore.
Scapparono.
Non tornarono pi.
Da quel tempo a Campocatino non abita pi nessuno.
Molti dicono invece che in quel luogo ancora vive una comunit.  invisibile. Ancora ci sono i pastori, ancora le ragazze ridono sui prati o nella grande stalla. Ancora i vecchi narrano quelle antiche storie.
Sono sempre l e attendono sorridenti le stagioni.
Ancora vi incontrano Dio. Li protegge, li aiuta, si intrattiene con loro.


LE PANTERE

Lucca, che qualcuno dice essere la citt pi bella del mondo, affonda le sue origini nella notte dei tempi.
Certamente secoli e secoli prima della battaglia ricordata da Tito Livio.
La citt infatti giace protetta dentro una conca dolcissima. Vi scorre il fertile Serchio. Si pu davvero credere che nessuno l'abbia mai abitata prima di allora?
In quei lontani secoli il paesaggio non era per come adesso.
Le colline erano ricoperte di fitte foreste e vi abitavano animali e uccelli di ogni specie.
Anche orsi e scimmie e belve ferocissime, che erano salite sin quass per il clima che non conosceva rigidi inverni.
Forse anche dei leoni erano venuti, sicuramente delle pantere.
Nel tratto pianeggiante che corre verso l'attuale Valdinievole si estendeva una fitta vegetazione. Solo lungo il corso del fiume il bosco qua e l si diradava per far posto ai piccoli villaggi.
Vi erano anche paludi, e l si muoveva una fauna numerosa e variegata.
C'erano pertanto molti pericoli per gli uomini; in compenso per si poteva trovare cibo in abbondanza.
Ai tempi della nostra storia, la citt era pressoch un grosso villaggio composto da poco pi di un centinaio di famiglie. Sorgeva per un buon tratto lungo le rive del Serchio e tutt'intorno aveva boschi e foreste che si arrampicavano poi fino alle cime delle colline circostanti.
Era a capo di quella gente un re che noi chiameremo Filippo, il quale aveva una sposa dolcissima, Guendalina.
I sudditi lo amavano molto.
Fiero di aspetto ma assai gentile nei modi, Filippo stava sempre in mezzo alla sua gente.
Insieme con la sua sposa non risparmiava le proprie energie per accrescere il benessere del suo popolo.
E la gente amava lui e la regina ogni giorno di pi.
Intorno al loro palazzo avevano coltivato bei giardini ricchi di molte piante e soprattutto di fiori. Qui passeggiavano nelle ore di svago ed ospitavano volentieri tutti coloro che venivano a trovarli.
Guendalina era assai bella e molti accorrevano per poterla ammirare e parlare con lei, che conversava affabilmente con tutti.
Soprattutto le giovani ragazze provavano diletto a intrattenersi con la loro regina.
Una sera sull'imbrunire a Guendalina parve di udire dei rumori nel giardino del suo palazzo.
Era in procinto di rientrare.
Si ferma, si volta; non vede niente.
Era gi in casa quando di nuovo avverte dei fruscii.
Torna fuori, ma ancora non vede niente.
Insiste per.
Si dirige verso il fondo del giardino dove pi fitti sono gli alberi. Ha con s questa volta una compagna.
Ed ecco che l in fondo, sbucate dal buio, nere come la notte, stanno due grosse pantere dagli occhi gialli.
Immobili, le belve fissano le prede.
Guendalina cade svenuta.
L'amica la sorregge. Ma non ce la fa, l'adagia a terra. La protegge col proprio corpo.
Le belve non si muovono.
Guardano ancora le donne.
Una ora si avvicina.
L'amica tende le braccia pronta a difendersi.
Guendalina dorme, non vede.
Anche l'altra pantera avanza.
Ora sono vicine alle donne, annusano le vesti.
L'amica aspetta il balzo. Sente che  la fine.
Le belve sono coi loro musi sopra Guendalina, e la regina proprio in quel momento si sveglia.
Con terrore vede gli occhi gialli sopra i suoi. Tende la mano all'amica e insieme aspettano.
Invece, le belve docilmente alzano la zampa. Una soprattutto, la femmina, cerca il gioco. Con la testa accarezza il ventre di Guendalina. Il maschio sta fermo, guarda consapevole la compagna. Anche lui accenna a una carezza, allunga la zampa, tocca il piede dell'amica incredula.
Allora Guendalina, incerta, trepidante, posa la mano sul capo della femmina. Lei lo china, come un gatto fa le fusa. Anche il maschio vuole la carezza, e Guendalina  pronta al gioco.
Nei giorni seguenti, sempre sull'imbrunire, le pantere tornarono puntuali.
Le donne avvertivano dentro di loro una grande felicit.
Guendalina ne parl con Filippo.
Le belve camminavano anche per le strade, ora. Davvero incredibile la loro mansuetudine!
Ma era soprattutto il giardino il luogo preferito dei loro incontri.
Se ne stavano quiete accovacciate ai piedi della regina; ogni tanto si voltavano a guardarla.
Un giorno una sentinella viene dal fiume.
 tutta trafelata. Corre e non ha pi fiato in gola. Dei predatori risalgono il Serchio, dice. Armati fino ai denti e numerosi sono diretti alla citt.
Filippo fa suonare l'allarme. Tutti corrono a prendere le armi; le donne e i bambini si chiudono nei rifugi appositamente preparati. Guendalina  in strada a prodigarsi negli ultimi aiuti. D consigli. Invita i pi spaventati a restare con lei nel suo palazzo.
Quando i predatori si affacciano alle prime case, tutto  gi pronto per la difesa.
Gli intrusi avanzano guardinghi. Sanno che la citt in qualche parte sta appostata.
Comincia il saccheggio.
Ma ancora Filippo sta nascosto coi suoi. Ancora non d il segnale dell'assalto.
Il saccheggio si fa pi feroce.
Ed ecco che giunge finalmente la risposta della citt.
Da ogni parte sbucano i lucchesi!
Conoscono la dolcezza della pace. Maledicono quei barbari venuti dal fiume.
Il nemico non si aspetta quel coraggio. Ha paura, intuisce che pu soccombere.
Finalmente i lucchesi hanno il sopravvento.
Filippo  stratega invincibile.
Gli invasori sono costretti a cercare una via di scampo. Pieni di rabbia si nascondono nelle case.
Tre di loro, non visti, sono penetrati attraverso il giardino nel palazzo ed ora corrono all'interno spaventati; spalancano le porte, cercano il modo di salvarsi.
Ed ecco che trovano la regina.
Sta nella sua stanza con le altre donne e i bambini.
Guendalina grida, invoca piet soprattutto per i piccoli e le altre donne.
Uno dei barbari l'afferra, intuisce che  proprio lei la regina. La trascina con s. Urla ai compagni di seguirlo. Si faranno scudo di lei.
Escono in giardino.
Filippo  gi l con i suoi. Ma non ha altra via d'uscita, e ordina che si lascino andare.
Con passo svelto ma guardingo, essi guadagnano rapidamente il fondo del giardino, dove gli alberi sono pi fitti.
Dietro quegli alberi sono ora spariti. Non si vedono pi.
Filippo vorrebbe correre, inseguire; a stento si frena. Sa bene che uno sbaglio causerebbe la morte della sua Guendalina. Sta fermo.
Ma ecco che dal buio di quegli alberi si leva un grido terrificante.
Si odono i rumori di una lotta.
Filippo  svelto. Intuisce che gli  offerta una grande opportunit. Corre con tutte le sue forze. Anche i suoi lo seguono armati.
Raggiunge Guendalina, e vede a terra i corpi lacerati dei tre predatori. Accanto a Guendalina, con la teste alzate verso di lei, gli occhi gialli, vogliose del gioco, stanno le due pantere.
Guendalina si china, le abbraccia piangendo.


LA CROCIATA

Gualberto era ancora giovanissimo quando part per la prima crociata.
Il padre aveva cercato di dissuaderlo, ma inutilmente. Gualberto era talmente entusiasta di andare in quelle terre lontane e di scoprire un mondo nuovo tanto diverso dal suo che alla fine riusc a convincere i genitori.
Il giorno della partenza furono gli amici a svegliare Gualberto gridando sotto le finestre il suo nome.
Anche i vicini si affacciarono a salutare.
Saliti a cavallo, lui e i compagni percorsero al galoppo le strette vie della citt, sul cui antico selciato riecheggiarono, in quelle prime silenziose ore del mattino, i rumori degli zoccoli delle loro cavalcature.
Trascorsero i giorni.
Lungo le strade delle campagne che attraversavano e nelle citt, altri volontari si raccoglievano intorno a quel grosso esercito partito dalla Francia, e Gualberto accresceva ancora di pi il suo entusiasmo per quell'impresa straordinaria.
Con le navi raggiunsero infine la Terrasanta.
Cominciarono le cruentissime battaglie contro i mori infedeli, e in quelle occasioni Gualberto speriment sulla sua pelle quanti dolori, quante umiliazioni, quante sofferenze reca con s la guerra.
Erano gi morti alcuni dei suoi amici.
Antiochia resisteva.
Infine cadde.
Gli ultimi superstiti uscirono fuori dalla citt assediata e si consegnarono ai cristiani osannanti.
Gualberto si era battuto eroicamente e guadagnato il rispetto dei capi, che lo vollero accanto a s.
Passarono i mesi.
Aveva molti amici, ora, coi quali trascorreva giornate memorabili.
Quei luoghi lo affascinavano.
Aveva accolto al suo servizio un giovane musulmano caduto prigioniero in battaglia, di nome Al.
Nella bella residenza che gli era stata assegnata, lo teneva come servitore.
Era obbediente e molto taciturno.
Raramente Al parlava con lui.
Ciononostante, Gualberto gli si affezion, e cos, qualche volta, andarono insieme in giro per le strade di Antiochia, e da Al pot apprendere taluni misteriosi incanti della citt.
Quando arriv il tempo che doveva rientrare in patria, nella sua Lucca, Gualberto richiese e ottenne di poter condurre con s Al.
Il giovane servitore lo implor di non farlo.
Con grande dignit domand il favore.
Infine tacque.
"Vedrai una citt sorprendente. Conoscerai una civilt diversa che ti avvincer come io sono stato avvinto dalla tua."
"Desidero restare nella mia citt" furono le ultime parole pronunciate da Al.
Il giorno della partenza qualcuno di nascosto venne a far visita ad Al.
Gualberto, fuori con gli amici, non vide.
Seppe, lo interrog, ma non ebbe alcuna risposta.
Di nuovo cerc di incoraggiarlo.
" per il tuo bene. Mi darai ragione quando vivrai tra noi."
Anche gli amici lucchesi di Gualberto conducevano con s dei servitori.
Insieme fu fatto il lungo viaggio fino a Lucca.
Vi giunsero nelle prime ore dell'alba.
La citt ancora dormiva.
Il rumore degli zoccoli dei cavalli di nuovo risuon per quelle strette viuzze antiche.
Col trascorrere del tempo, Al non fu pi considerato servitore nella casa di Gualberto.
Insieme, ora, i due visitavano la citt.
Gualberto stava bene con lui.
Al rivelava una sensibilit raffinata, un gusto attento ai particolari delle cose belle.
Per del suo passato, che pure doveva essere stato felice, non parlava mai. Certi giorni immalinconiva. All'improvviso, nel bel mezzo di una conversazione, il sorriso spariva dalle sue labbra. Erano rapidi momenti, ai quali seguivano spesso ore intere di solitudine.
In questo modo, Gualberto cap che forse aveva sbagliato a condurlo con s. Si rammaricava di quell'errore e raddoppi i suoi sforzi per renderlo felice.
Ma ecco che un giorno bussa alla sua porta Amina.
Apre lui stesso e vede davanti a s la giovane ragazza.
Al  sulla porta, dietro di lui.
Amina lo chiama.
Al le corre incontro, l'abbraccia.
Insieme piangono.
Gualberto  muto. La sorpresa ancora gli confonde la mente.
Apprende dallo stesso Al che Amina  sua sorella.
 arrivata con gli altri due fratelli, ancora ragazzi.
Raccontano di essere venuti da Antiochia a riprendere il fratello.
 stato difficile, pieno di insidie mortali il viaggio.
Ma senza il loro Al la vita si  spenta. La felicit se ne  andata dal loro palazzo. Al  il loro fratello maggiore, anche il loro padre e la loro madre da quando i genitori sono morti.
Cos, Amina e i suoi fratelli furono invitati a soggiornare nella casa di Gualberto.
Amina era bella.
Per le strade di Lucca non c'era sguardo di giovane che non si posasse su di lei.
Amina rivelava la stessa sensibilit, lo stesso gusto raffinato per le cose belle del fratello.
Lucca le piaceva.
Non nascondeva di nutrire una grande ammirazione per la citt.
Gualberto cominci a soffrire.
I genitori per primi intuirono il cambiamento.
Aveva, ora, frequenti momenti di solitudine e di malinconia.
Al lo seguiva di nascosto, certe volte che Gualberto abbandonava la conversazione e si appartava.
E fu lui, infine, a capire che l'amico amava Amina.
Sorrise quando Gualberto gli confid che non gli interessava nient'altro al mondo all'infuori di Amina, e mai avrebbe immaginato che una ragazza, venuta da tanto lontano, avrebbe potuto occupare in modo cos totale la sua mente e il suo cuore.
Al gi conosceva il sentimento.
Teneramente lo abbracci.
Allorch il tempo giunse, anche Gualberto part con Amina e i fratelli.
Era stato invitato al loro palazzo e sarebbe restato con loro fintanto che avesse voluto.
E avrebbe sposato Amina.
Anche la ragazza lo amava. Il suo amore era cos grande che insieme con Gualberto sarebbe poi ritornata a Lucca.
Per restarvi per sempre.

8. 11. 1991 - 30. 11. 1991



LIBRO SECONDO
Storie lucchesi del sesto millennio

I MORTI E I VIVI

"Quando vien la notte/noi andiamo vagando sprigionate/dai cupi regni; tolte via le spranghe,/anche Cerbero vagola dintorno./Ma Lete vuol che all'alba si ritorni/alle nostre paludi. L il nocchiero/prima ci conta e poi ci porta ancora." (Sesto Properzio: "Elegie", VII, Libro Quarto; Rizzoli Editore, trad. Ettore Barelli)

Ci fu un tempo in cui nelle citt, nei villaggi, nei piccoli paesi sperduti sui monti, in ogni luogo insomma dove poteva essere presente l'uomo, i morti e i vivi stavano insieme.
Questo fatto singolare che oggi forse ci stupisce non dur pochi giorni o poche settimane o qualche anno, ma and avanti quasi per un intero secolo agli inizi del sesto millennio dopo Cristo.
Era accaduto infatti che nell'aldil i morti si erano lamentati con Dio che quel luogo era diventato ormai troppo affollato dopo cos tanti millenni di vita umana.
E anche molto noioso!
I discorsi infatti cadevano sempre sulle stesse monotone cose, e se qualcuno era stato per un certo periodo nel Purgatorio, le storie che raccontava su questa esperienza erano anch'esse sempre uggiosamente uguali.
Volevano perci ritornare sulla Terra.
Dio li ascoltava con molta curiosit.
Mai avrebbe immaginato che la Terra e soprattutto la vita umana potessero esercitare ancora una cos sorprendente attrazione sui morti!
Il desiderio di scendere tra i vivi si faceva sentire specialmente in coloro che l'avevano lasciata da tanti millenni, ma anche gli ultimi arrivati non se ne stavano con le mani in mano e manifestavano a Dio con molta ostinazione tutta la loro frenesia di volersene tornare sulla Terra.
Chiedevano di partire Aristotele, il re David, Omero, Platone, Carlo Magno, ma anche Dante Alighieri, Castruccio Castracani, Shakespeare, Michelangelo, Machiavelli, Moliere, Mozart, Goethe, che per la loro superiore intelligenza avrebbero dovuto, al contrario, trovare stimoli pi interessanti nella nuova vita ultraterrena.
Invece si lamentavano insieme con gli altri.
Anzi, la loro petulanza era diventata proprio insopportabile!
Ma Dio ascoltava soprattutto le implorazioni di coloro che avevano sofferto di pi sulla Terra, perch se essi volevano ugualmente ritornare doveva essere stato davvero grande il loro amore per la vita.
Cos un giorno radun tutti i morti intorno a s e annunci sorridendo che aveva deciso di accontentarli.
Vennero suonati sette squilli di tromba e da quel momento le porte dell'aldil furono spalancate.
Chiunque lo desiderava, poteva varcarle e fare ritorno sulla Terra.
Ce ne fu di confusione in cielo!
Dio stesso si mise davanti ad una delle porte per osservare quell'esodo straordinario.
Gli angeli furono impegnati per giorni e giorni a dare ordine a quella imponente massa di forsennati.
Ci fu chi se ne and in direzione dell'Europa, chi dell'Asia, chi delle Americhe, chi delle isole pi sperdute dell'oceano, chi si rec sui monti, chi entr nelle grandi metropoli, chi ritrov la propria casetta adagiata nella campagna.
Alla fine di tutto questo sommovimento, Dio chiam vicino a s gli angeli.
Insieme con loro rest in attesa.
Uno sparuto gruppetto di questi morti capit a Lucca.
Una mattina alcuni abitanti della citt, passeggiando nel Fillungo, si videro comparire davanti quegli strani uomini che parevano e non parevano esseri umani.
Li guardarono incuriositi, poi si voltarono a chiamarli.
I morti sorrisero.
Spiegarono di che si trattava.
"Siamo lucchesi come voi" disse uno dei morti che aveva nome Santuccio, il quale, alzando gli occhi verso la Torre delle Ore, la nomin ad alta voce; e cos fece per la Torre Guinigi, piazza San Michele e per gli altri monumenti e luoghi della citt che ancora si conservavano in quel sesto millennio.
Era cambiata per la gente di Lucca!
Se ne accorsero quei poveri morti non appena ebbero il tempo di visitare la citt.
Per le strade, infatti, passeggiavano pedoni che ancora si divertivano a fare "lo struscio" andando avanti e indietro soprattutto nel Fillungo, ma se si levavano gli occhi al cielo si vedeva un gran via vai di aerobici e di aeromobili che si muovevano come cavallette in tutte le direzioni.
Uno dei trapassati di nome Serafino si lasci scappare un'espressione colorita quando dal cielo sembr che un aerociclista gli venisse a cadere proprio sulla testa!
Perch Dio non li aveva aggiornati su tutto quanto era accaduto sulla Terra dacch erano morti? si lamentarono.
Serafino, ad esempio, era deceduto alla met del 1800, quando ancora c'erano le carrozze che trasportavano la gente da un luogo all'altro!
E Duccio aveva lasciato questo mondo nel 1300! allorch, se ci si voleva spostare da una citt all'altra, si poteva adoperare solo il cavallo e ci volevano giorni e giorni, se non addirittura molte settimane, per arrivare a destinazione.
Santuccio aveva invece visto la prima automobile agli inizi del 1900.
Anche le botteghe non erano pi quelle di una volta e si vendevano le cose pi strane.
Erano scomparsi i ristoranti, le rosticcerie, i bar, le rivendite di tabacchi, di generi alimentari, di casalinghi, e accanto alle sale da divertimento che spuntavano ad ogni angolo di strada, si vedevano soprattutto negozi che esponevano tute coloratissime, ricoperte di ogni sorta di minuscoli pulsanti.
Santuccio ebbe voglia di indossare una di quelle tute all'ultima moda. Anche i compagni lo imitarono.
Che divertimento in quei primi giorni ad azionare i bottoncini sparsi dappertutto, ognuno dei quali era in grado di soddisfare un desiderio!
Provarono anche l'aerobici.
Era facile guidarla. Si doveva pedalare come se fosse una normale bicicletta, di quelle che si potevano trovare dovunque fino ai primi secoli del 2000. Soltanto che qui bastava toccarlo appena il pedale, e subito l'aerobici si alzava nel cielo.
Che bello vedere Lucca da lass, e col manubrio rivolto verso il basso calarsi nelle stradette e passare sopra la folla, eppoi di nuovo riprendere il volo, andare sopra i tetti, girare intorno alle torri, ridiscendere, eppoi risalire!
I nostri amici non fecero altro, in quei primi tempi, che trastullarsi in quel modo, e sulle loro aerobici scorrazzavano sorridenti come tanti ragazzini.
La gente, che ormai sapeva chi fossero, si divertiva a vederseli volare e zigzagare sopra la testa.
Con l'aeromobile invece c'era meno divertimento.
L'aeromobile serviva per i lunghi viaggi ed era usato soprattutto per i collegamenti con gli altri pianeti e le stelle dell'universo.
La guida di questi fantastici mezzi di trasporto era la pi semplice che si potesse immaginare. Una volta che ci si era accomodati al posto di guida si davano istruzioni ad un computer posto proprio sotto gli occhi del conducente. Bastava pronunciare il nome del pianeta e l'ora in cui si desiderava arrivare. Se invece si aveva voglia di fare un tragitto diverso da quello solito, era sufficiente suggerirlo a voce al minuscolo congegno.
Da quel momento non c'era da fare pi niente n da preoccuparsi.
Anche i problemi del traffico venivano brillantemente risolti dai comandi super elettronici in dotazione allo straordinario veicolo.
Duccio era quello che si divertiva di pi.
Certe volte il suo cervello pareva non reggere alla frenesia che prendeva quell'uomo medioevale.
Che ritorno in grande stile era stato il loro!
Era cos anche per gli altri compagni che si erano diretti verso altri luoghi della Terra?
I nostri amici intanto avevano trovato alloggio dentro una casermetta delle Mura.
Durante le soste che facevano dopo quei gran divertimenti, si dedicarono a ricercare i luoghi che li avevano resi felici.
Duccio aveva abitato una casetta in corte del Pesce. Ebbene, riusc a ritrovarla tale e quale!
Anche Santuccio e gli altri rividero i luoghi dove avevano trascorso la loro vita.
Santuccio era vissuto in un quartiere popolare, tra i pi vecchi della citt, che splendidamente resisteva ai millenni.
C'era ancora la sua casa che qualcuno aveva restaurato con sapienza, lasciandole intatte le preziosit del suo tempo.
Volle portarci pi d'una volta i suoi amici.
L si trovavano bene.
La gente quando li vedeva arrivare li accoglieva festosamente.
I ragazzi e le ragazze soprattutto scendevano in strada per chiacchierare con loro.
Ne avevano quei giovani di curiosit da soddisfare!
E Santuccio specialmente aveva piacere di rispondere alle loro domande.
Spesso andavano tutti assieme in giro per il cielo con le loro aerobici.
Poich quei veicoli erano fatti di una lega leggerissima li appendevano ai rami degli alberi quando vi si fermavano sopra a conversare.
Santuccio era morto giovane. Conservava intatto l'entusiasmo di quell'et meravigliosa, e tutti i ragazzini e le ragazzine cercavano soprattutto lui, che era sempre pronto al gioco e allo scherzo.
Serafino, Duccio e gli altri avevano invece un'et pi avanzata, meno incline al divertimento. Il pi anziano di tutti si chiamava Rainero, detto "Gambone" per via delle sue lunghe gambe, il quale per sapeva farsi voler bene per certe storielle del suo tempo che sapeva raccontare.
Gli si facevano tutt'intorno quando arrivava quel momento, e Gambone lasciava trasparire tutta la sua gioia nel vedersi circondato da quella allegra giovent.
"Non si raccontano da noi queste storie" gli rivel una volta una ragazzina. "Noi ci mettiamo davanti ai nostri computer e vediamo soprattutto immagini. Ma quanto  pi bello sognare dentro quelle tue dolci parole!"
Una delle giovani si chiamava Maria.
Era forse la pi bella del gruppo. Le amiche l'ammiravano, le volevano bene, perch era allegra, ma anche umile, semplice, buona.
Tutte le volte che Gambone raccontava del suo tempo, era lei la pi attenta e anche quella che faceva pi domande per sapere.
Sembrava provare nostalgia per quel mondo lontano.
Quando poi giocava con Santuccio i suoi occhi irradiavano tutta la gioia della sua dolce et.
Santuccio stravedeva per lei, e uno dei motivi per cui ogni giorno insisteva presso gli amici per andare in quel rione era proprio Maria, con la quale sentiva di poter rivivere i suoi lontani anni di giovent.
Come somigliavano quei giochi a quelli che aveva fatto da ragazzo! Com'erano identiche ad allora le emozioni che provava quando giocava con quei ragazzini, ma soprattutto con lei, che di continuo lo guardava e cercava di farsi ammirare.
Santuccio se n'era accorto che un giorno s e un giorno no Maria cambiava di abito!
Si metteva sempre indosso colori di allegria, cos come allegri, vivaci, sbarazzini erano i suoi occhi.
Un giorno and al rione da solo; con una scusa bugiarda lasci i compagni e fece la posta alla ragazza.
Maria lo vide e subito gli corse incontro, radiosa, bellissima.
Santuccio fu immensamente felice di vedersela comparire davanti tutta per s.
Parl con lei, invent una bugia per giustificare l'assenza degli amici, e alla fine insieme salirono sulle Mura; passeggiarono, risero, godettero il panorama superbo della citt antica.
Santuccio si sent conquistato da Maria.
Nei giorni seguenti di nuovo trov il modo di incontrarla da solo. Capirono i compagni, e fu proprio Gambone a scherzare per primo con lui.
"Santuccio mio, tu sei bell'e cotto!" gli disse.
E quando tornavano insieme nel rione e avevano davanti tutta quella giovent, Duccio e Gambone, ma anche Serafino, sbirciavano con malizia le mosse e gli sguardi del loro compagno.
Santuccio non aveva occhi che per la sua Maria.
E Maria lo contraccambiava. Ascoltava con distrazione i discorsi altrui, e subito si faceva attenta appena distingueva la sua voce.
Per Maria giocava anche con gli altri coetanei.
Con loro rideva, correva; a volte con qualcuno in particolare si appartava, lasciava la compagnia.
Santuccio vedeva, si addolorava, non capiva.
Due o tre ragazzi in modo speciale rivaleggiavano con lui. Santuccio non li perdeva d'occhio un solo istante e ne preavvertiva le intenzioni allorch invitavano Maria a trattenersi con loro.
Che sofferenza provava! Com'erano diventate tumultuose, pesanti, le sue giornate!
Ma Maria gli voleva bene?
Tutto faceva intendere di s e un giorno Santuccio lo domand espressamente dopo averle dichiarato il suo amore.
"Certo che ti amo!" rispose sorridendo la ragazza.
Qualche tempo dopo per Santuccio vide Maria con uno di quei suoi compagni, e li scopr teneramente abbracciati.
Che colpo per lui!
Ai suoi tempi le ragazze che si comportavano come Maria erano considerate civettuole, leggere, facili ad innamorarsi di tutti.
Era davvero cos anche lei?
Volle rivederla da solo e confidarsi.
Le parl del suo sentimento, le apr il suo cuore e le confess che si sentiva dileggiato, offeso da lei che, pur amandolo, lo faceva soffrire in quel modo.
Maria lo ascolt dapprima in silenzio, poi domand spiegazioni sulle cose che aveva udite.
E infine cap e rimase addolorata per lui.
Non esisteva pi niente dei sentimenti che Santuccio le aveva rivelato! I secoli, i millenni trascorsi avevano trasformato completamente i comportamenti umani, cancellato ogni cosa di quel passato lontano, ed ora erano altre le preoccupazioni della gente, altri i pensieri, per altre cose batteva il loro cuore.
C'era ancora l'amore, ma esso era diventato un sentimento diffuso, generalizzato, quieto, senza tormenti, estraneo ai rapporti interpersonali, e in modo particolare estraneo proprio ai rapporti tra uomo e donna! Il suo significato si era esteso, aveva ora dimensioni universali. Amare significava in qualche modo semplicemente vivere, essere contenti della propria e dell'altrui esistenza, partecipare intensamente alle gioie della creazione.
Santuccio si sent ferito a morte.
Non riusciva a spiegarsi come quel sentimento che egli sentiva palpitare dentro di s, tutto occuparlo, invaderlo, fosse potuto scomparire dal cuore dell'uomo.
Esso era stato per secoli, per millenni, il motore della vita, il desiderio profondo che faceva della donna l'essere pi bello e pi adorabile della Terra.
Maria lo ascoltava e percepiva anche lei tutto il dolore di quella scoperta.
Santuccio non la rivide pi.
I compagni ogni giorno tornarono al rione, parlarono con Maria.
Al loro rientro Santuccio domandava, voleva sapere soprattutto di lei.
Nemmeno Gambone riusc a convincerlo ad incontrarsi di nuovo con la ragazza.
" cambiata Maria. Domanda ogni volta di te. Vorrebbe rivederti" gli dicevano.
Ma Santuccio una sera chiam ad alta voce Dio.
A lui chiese perdono. Lo supplic di farlo ritornare.
I compagni non lo trovarono pi.
And Dio stesso ad attenderlo proprio sulla porta.
Quando Santuccio lo vide, s'inginocchi; Dio lo accarezz e sorridendo gli mostr la lunga fila di altri morti che come lui erano voluti ritornare.
"Voltati indietro, Santuccio, e guarda quanti come te sono rimasti delusi dei cambiamenti avvenuti sulla Terra. E guarda bene anche davanti. Vedi?  da giorni e giorni che i morti fanno ritorno nell'aldil."
"Perch  tanto cambiata la Terra?" prov a domandare.
Ma Dio non rispose. Lasci solo intendere che ognuno resta legato per sempre al proprio passato, che sembra il migliore. Ma anche l'uomo di quel sesto millennio godeva appieno la vita e poteva dirsi egualmente felice.
"Maria..." sospir all'improvviso Santuccio, dando un ultimo sguardo alla Terra.
Infine varc la soglia e subito i sentimenti si quietarono.
Nulla di quanto gli era accaduto ricord pi.


UN NATALE DELL'ANNO 5325

Marzia era stufa di trascorrere il Natale sempre allo stesso modo.
Lo aveva confidato a Lazzaro, suo marito, il quale per n'era rimasto dispiaciuto.
Egli trovava stimolante, infatti, rinnovare tutti gli anni l'antica tradizione dell'albero e del presepio. Con i suoi ragazzi passava straordinarie ore in allegria quando tutti assieme caricavano i rami di neve e di palline colorate.
Quest'ultime, muovendosi da sole, mutavano continuamente posizione e colore con spostamenti lenti, sempre accompagnati da una dolce musica; e cos anche la neve, una volta posati i fiocchi sull'albero, si alzava al soffitto da sola e lievemente precipitava ad imbiancare i rami con intermittenze regolari e suggestive.
Contemplava quei giochi di colori sempre a bocca aperta.
I figli ogni anno facevano addirittura a gara per escogitare combinazioni nuove e divertenti.
Anche il presepio subiva di anno in anno continui rinnovamenti.
La mucca e l'asinello prima della mezzanotte di Natale se ne andavano in giro per la stalla e solo allo scoccare dell'ora mirabile si sdraiavano intorno alla culla a riscaldare Ges bambino. I pastori suonavano i loro zufoli; belavano le pecore mentre si avvicinavano alla mangiatoia.
La cometa poi compariva nel cielo gi qualche giorno prima, e da sola lentamente si spostava in direzione della grotta, dove si fermava a risplendere in tutto il suo fulgore proprio nel momento che dalla chiesa vicina si levava festoso il suono delle campane.
Che cosa c'era di pi bello che attendere cos tutti insieme sotto l'albero e davanti al presepio il Santo Natale?
Ancora si celebrava in inverno il Natale, ma la stagione non era pi cos fredda come lo era stata tanti secoli prima. Sui libri avevano letto che nel periodo natalizio, soprattutto sulle montagne e qualche volta anche nelle citt dell'Italia settentrionale, cadeva la neve e tutto il paesaggio si faceva suggestivo. Anche al Sud c'era stato un periodo che nevicava come al Nord e i graziosi paesini abbarbicati sulle montagne a picco sul mare si coloravano di bianco e parevano usciti dalle fiabe.
Ora invece la neve non cadeva pi in Italia da qualche secolo; il clima si era fatto pi mite anche nella stagione invernale e c'erano poche differenze tra l'estate e l'inverno, anche se l'ultima stagione dell'anno restava sempre la pi fredda.
La neve bisognava andarla a cercare lontano, vicino ai Poli. Soltanto l la si poteva ammirare. Appena al di sotto delle calotte polari gi non la si incontrava pi.
Marzia aveva nostalgia di quei tempi passati, e tutte le volte che aiutava i suoi a fare l'albero e il presepio, quando arrivava il momento di mettere i fiocchi di neve sui rami o sui monti di cartapesta, sentiva dentro di s scuoterla un brivido sottile.
Come doveva essere bello vedere nella notte di Natale scendere dal cielo la bianca neve, e i campi, i tetti delle case, le strade coprirsi del morbido manto!
Quando arrivava questo periodo spesso ripescava nella sua videoteca vecchi documentari sui secoli passati, alcuni acquistati direttamente da lei, altri invece ricevuti in dono dai genitori, che a loro volta li avevano ereditati dai nonni e cos via.
Aveva dei filmati che risalivano addirittura agli ultimi secoli del terzo millennio. Conservava ancora un bel film sul Natale, girato nel 2727 da un suo antenato, in cui si vedeva cadere la neve! Marzia lo guardava continuamente quando sentiva salire dentro di s l'atmosfera dolce del Natale.
Era invece stanca di una vita che in generale non riservava grandi emozioni.
Anche trascorrere il Natale sempre allo stesso modo, era arrivata al punto che si annoiava.
Quando leggeva sui libri oppure vedeva in qualche vecchio filmato tutto quel caos ricco di vitalit e di umore che animava i millenni passati, non poteva non raffrontarli al suo presente, che invece non aveva scossoni, era lineare, piatto, ordinato; tutto vi scorreva previsto, nessun avvenimento inatteso poteva accadere nella giornata.
E s che di tempo per dedicarsi allo svago e al divertimento ne avevano in gran quantit!
La vita infatti si era allungata enormemente, ma non solo, una ragazza restava giovanissima fino ai 100 anni e se era un po'fortunata poteva restare cos anche fino ai 130. Solo verso i 150 cominciava ad apparire sotto gli occhi qualche piccola ruga.
Ma praticamente la vecchiaia non esisteva. Dopo i 150 anni di solito sopraggiungeva la morte, che non era mai improvvisa, bens annunciata da specialissime microcellule di cui era dotato il corpo umano.
Si moriva preparati, sazi, tutto sommato soddisfatti della vita.
Solo qualche animo sensibile, come quello di Marzia, poteva avere qualche rimpianto per un'esistenza diversa. Ma erano rarissimi questi casi.
La vita scorreva quasi tutta dentro una giovinezza del corpo gagliarda, esuberante, vivace. Che cosa si voleva di pi?
Si erano infatti accorciati, quasi scomparsi, proprio i periodi estremi della vita: l'infanzia e la vecchiaia.
Non esistevano pi le malattie e il corpo sapeva reagire da solo allorch un nuovo virus o un microbo sconosciuto si insinuava nell'organismo. Non saliva nemmeno la febbre quando il corpo lottava contro l'intruso!
Marzia abitava in campagna nella immediata periferia di Lucca.
A volte, quando era stufa di restare sempre nello stesso luogo, poteva spostare la sua piccola casa ed avvicinarsi di pi alla citt, oppure trasferirsi per qualche tempo sul fiume, o pi lontano ancora in qualche angolo appartato, quieto.
Stare in casa era quasi come stare all'aperto.
Tutto vi era progettato per esaudire ogni desiderio, e i muri perimetrali erano fabbricati addirittura con uno speciale materiale che ora diventava trasparente, ora perfino svaniva e permetteva di stare a contatto con l'esterno, ora si iscuriva e consentiva di rinchiudersi dentro la propria intimit.
Spesso le stanze dove i suoi figli studiavano erano direttamente a contatto con l'aria aperta. Azionavano un minuscolo pulsante posto proprio sulla scrivania e zac, la parete si dissolveva e subito entrava l'aria fresca della campagna.
Per spostare in altro luogo invece la casa occorreva il consenso di tutti; e Lazzaro era il pi restio a fare questo tipo di cambiamento. Gli piaceva la campagna e tutte le volte che Marzia gli proponeva di entrare dentro le mura di Lucca, lui storceva la bocca.
"Ma perch, se qui si sta cos bene? Perch vuoi andarti a ficcare in mezzo a quella confusione?"
Marzia adduceva per le ragioni della donna che deve fare certe compere e ha bisogno di stare sul posto per meglio scoprire e scegliere le novit della stagione. Ma Lazzaro non si lasciava convincere tanto facilmente.
"Puoi andare con l'aerobici e mettere gli acquisti dentro il cesto! In un attimo vai e torni. Oppure puoi anche fare "un volo" da sola se vuoi soltanto osservare, e quando avrai deciso le compere veniamo tutti insieme a caricare i tuoi acquisti."
Allora Marzia per non inquietare Lazzaro qualche volta lasciava la casa l dov'era, rinunciava allo spostamento, e faceva un sopralluogo volando direttamente in citt.
Del resto anche le altre donne di solito prima andavano da sole e solo pi tardi, completato il giro delle visite, tornavano con l'aerobici e qualche volta anche con l'aeromobile a fare il carico.
Volare era cos bello e cos naturale! Bastava distendere lateralmente le braccia, applicare sotto le ascelle due minuscole macchinette, piccole come un bottone, fare un leggero balzo in avanti, accompagnato da una simultanea spinta delle braccia, e subito il corpo si levava in alto, rapidamente raggiungeva l'altezza desiderata.
Quando decideva di volare, Marzia lo faceva sempre a quote altissime; voleva vedere sotto di s il mondo piccino piccino. Solo quando andava coi figli, allora fingeva di essere molto prudente e sconsigliava i ragazzi di volare a quelle altezze pericolose.
Ma i figli conoscevano la verit e anch'essi, quando erano soli, facevano tale e quale alla mamma.
Marzia ebbe cos per quel Natale un'idea.
Ne parl prima coi figli e, una volta ottenuto il consenso, confid il suo progetto anche a Lazzaro.
Ne rimase sbigottito.
"Ma non  possibile!" esclam subito. "Che cosa dir la gente? Saremo sulla bocca di tutti!"
"Fammi contenta" lo supplic Marzia.
Lazzaro non si lasciava convincere. Radun tutta la famiglia intorno al tavolo e spieg che nessuno fino a quel momento si era mai sognato di invitare al pranzo di Natale gli abitanti degli altri pianeti.
Che cosa avrebbero detto i lucchesi?
Qualche extraterrestre per la verit di quando in quando capitava anche a Lucca.
Arrivavano in gruppo sui loro magnifici aeromobili. Atterravano fuori delle Mura e quasi sempre attraverso la vecchia porta San Donato facevano il loro ingresso in citt. Giravano dovunque, ma specialmente visitavano i bei negozi di via Fillungo. L facevano numerosi acquisti. Quando entravano loro, praticamente svuotavano il negozio, si portavano via ogni cosa. Dicevano che nel loro pianeta i prodotti terrestri, ma specialmente quelli italiani, erano i pi desiderati. Le loro donne andavano matte per le graziose tute e i gonnellini colorati che si fabbricavano a Lucca.
Erano straricchi e non badavano a spese. I commessi, quando li vedevano entrare, spesso trascuravano i vecchi clienti per correre a servirli.
Erano per bruttini assai, per non dire orripilanti.
La loro eccezionale bruttezza era per accompagnata da una squisita cortesia e da un grado di intelligenza sicuramente fuori dell'ordinario.
Per solo per queste spese che facevano erano tollerati in citt, ed era cos anche in qualsiasi altra parte del globo.
Stare con loro, specialmente doverli guardare, osservare quegli strani occhi tentacolari, quel muso largo senza naso e senza bocca, quelle braccine corte e sottili, quelle gambe che avevano solo i piedi che spuntavano alla fine del tronco, non era assolutamente piacevole. Si avvertiva un certo fastidio, piombava nell'animo una profonda malinconia al pensiero che Dio aveva messo al mondo, insieme con la bellezza dell'essere umano, quella bruttezza che non aveva paragoni.
Fatti gli acquisti, quindi, era esaurito anche il contatto con l'uomo.
Essi lo sapevano e quando uscivano dai negozi, dopo aver passeggiato in silenzio per la bella citt, tornavano fuori delle Mura e partivano. Si vedeva nel cielo da ogni punto della citt levarsi la scia luminosa del loro potente aeromobile.
Marzia voleva invece per quel Natale stare con loro, azzardare un contatto che nessuno aveva mai seriamente ricercato.
"Ma come pensi di invitarli? Mancano solo due giorni al Natale. Eppoi sei proprio certa che verranno e che desiderino davvero stare con noi?"
Marzia aveva pronto gi tutto. Lazzaro non sapeva come avesse potuto fare, ma la sua Marzia era riuscita a conoscere il codice di quegli extraterrestri.
Aspettava solo il consenso di Lazzaro per lanciare nell'etere quei numeri.
Il sistema era davvero elementare. Immessi nello spazio i codici dei vari pianeti, bastava far seguire semplicemente il messaggio a voce.
I figli si radunarono intorno alla mamma quando arriv il momento magico.
Marzia trepidava, la sua voce usc dalla gola emozionata, quasi balbettante.
Lazzaro le aveva messo un braccio intorno al collo e si era chinato a baciarla per farle coraggio.
Lanci ben cinque inviti ad altrettanti pianeti!
Al termine tir un sospiro di sollievo, come se avesse spostato una montagna.
La vigilia di Natale trascorse colma di emozioni.
Ogni rumore che sentivano fuori di casa, ogni sibilo di vento, i passi dei ragazzi per le stanze, tutto li metteva in agitazione, come se quegli ospiti straordinari stessero davvero arrivando.
Lazzaro era il pi scettico di tutti e raccomandava ai ragazzi di non raccontare niente in giro.
"Non verranno. Sono troppo intelligenti per non capire che non sono realmente graditi. Li abbiamo sempre emarginati e loro lo sanno bene."
A mezzanotte, durante la Messa solenne, Marzia chiese una grazia a Ges bambino, e anche i figli in segreto pregarono perch quel loro desiderio di stringere amicizia con gli extraterrestri si avverasse.
L'universo sarebbe diventato pi bello, pi caldo, pi accogliente, pi vicino, pi conosciuto, se tra i pianeti cos diversi e lontani si fosse potuto pi facilmente e con pi amore comunicare.
Marzia era questo che voleva, ed ora lo volevano con tutto il cuore anche i suoi figli e il suo adoratissimo Lazzaro.
Fu il mattino dopo, poco prima di andare a tavola, proprio pochi minuti prima che Lazzaro invitasse i suoi a non illudersi pi, a non attendere quegli ospiti, che qualcuno suon alla porta.
A Marzia si illuminarono gli occhi.
Di corsa, seguita dai figli, and all'uscio e lo spalanc. Ancor prima di vederli, ancor prima di udire il loro saluto, gi aveva allargato le braccia per stringerli assieme in un grande, calorosissimo abbraccio.


IL VIAGGIO DI NANNI

Nanni non si era mai allontanato da casa per cos tanto tempo e i genitori stavano in pensiero per lui.
In passato, con la sua aerobici era arrivato pi d'una volta a far visita agli amici di Firenze o di Siena o di Pisa, ma oltre quelle distanze non era mai andato.
Ora invece s'era portato via l'aeromobile. Chiss che cosa gli era frullato per la testa!
Pattuglie di poliziotti furono mandate in giro per il cielo alla sua ricerca.
Nanni era sempre stato un ragazzino irrequieto, vivace.
Difficile che il mondo girasse dritto per lui.
Eppure poteva considerarsi molto fortunato di vivere in quegli anni in cui il progresso camminava velocemente come mai aveva fatto nei millenni trascorsi.
Tutto ci che passava per la mente dell'uomo, infatti, subito veniva realizzato. Non c'era pi molta distanza tra la scienza e la fantasia.
Bastava che l'uomo fosse creativo, che la sua mente ideasse nuovi progetti, e la scienza era rapida, pronta a trasformarli in realt.
Non c'era mai stata una collaborazione cos totale e cos feconda!
Ma Nanni dov'era?
Difficile a credersi, ma stava volando a milioni e milioni di chilometri di distanza dalla sua casa, ed era felicissimo; cantava, piroettava nel cielo con il suo aeromobile.
Ai genitori proprio non ci pensava, impegnato com'era a contemplare gli astri, i pianeti, le comete che incontrava. Anzi, doveva prestare la massima attenzione, essere svelto nelle manovre se non voleva scontrarsi con uno di quei giganti!
Alla terza cometa che incontr, gli venne la voglia di buttarcisi dentro.
L'aeromobile si riemp di luce!
Un sole sembrava entrato nell'abitacolo!
Uscito dalla cometa si trov immerso nel buio pi nero.
Fatic ad adattarvi la vista.
Quando scorgeva in lontananza un pianeta che per la sua forma singolare lo interessava, Nanni puntava il muso dell'aeromobile in quella direzione.
Su uno di quei pianeti decise finalmente di scendere.
Quegli abitanti gli avevano mandato dei messaggi affinch lui manifestasse le sue intenzioni.
Comunic con grande entusiasmo che desiderava atterrare presso di loro.
Giunto al suolo, mise fuori la testa, si guard intorno pieno di curiosit.
Ma non c'era nessuno ad accoglierlo!
Rest in attesa.
Alz gli occhi al cielo e not che in quello spazio smisurato non c'erano stelle, e tutto era avvolto da una tenue uniforme luminosit. C'era un gran silenzio.
Ma ad un tratto ecco che di nuovo ud quella voce che l'aveva accolto con il primo messaggio.
"Dove sei?" domand Nanni tutto felice.
"Qui vicino a te" rispose.
"Ma dove?"
"Proprio al tuo fianco."
Altre voci si aggiunsero a quella dell'invisibile sconosciuto.
E Nanni ancora non scorgeva nessuno!
"Ma dove siete?" domand di nuovo, e quelle voci sembravano volersi divertire con lui; gli roteavano intorno, strillavano, emettevano suoni acutissimi.
"Basta, basta!" rideva lui tappandosi le orecchie; e aveva imparato il modo di farli tacere. Bastava che con la mano sbattesse forte l'aria e subito quelle voci che si erano levate vicino al suo orecchio si allontanavano, scomparivano.
Lo portarono in giro per il pianeta.
Ma Nanni non vedeva niente!
"Dove sono le case? E i negozi? Dov' la passeggiata?"
"Ti sembra tutto strano quass, non  vero?"
"Come fate a vivere cos? Non avete case, strade, botteghe, non potete vedervi l'uno con l'altro. Non sapete nemmeno se siete belli o brutti. Da noi almeno si sa se uno  brutto o  bello, e quand' bello..." sospir Nanni "tutte le ragazze gli corrono dietro!"
"Dio ha fatto belli anche noi. Metti qua la mano, dove senti la mia voce."
Nanni obbed.
E allora la sua mente, come se avesse ricevuto attraverso quel tocco un impulso straordinario, vide l'immagine invisibile, riconobbe il corpo di una ragazza che gli sorrideva.
"Non  vero che anche noi siamo belli?" gli disse, quando si accorse che aveva fatto colpo su di lui, e Nanni era rimasto a guardarla a bocca aperta.
Ma quell'immagine non aveva spessore. Se Nanni cercava con la mano quel corpo non trovava assolutamente niente!
"Come sei bella!" e gli venne il desiderio di abbracciarla, di tenerla per mano, di andare in giro con lei per quel luogo sconosciuto.
" davvero sorprendente l'universo" pens.
"E non hai visto tutto!" gli rispose subito la ragazza. Che perci sapeva leggere perfino il suo pensiero!
Nanni ne rimase sbalordito.
Che mente doveva essere quella del Creatore del mondo se aveva potuto fare tutto ci!
"Tocca l'aria intorno a te" gli sugger una voce.
Nanni obbed. E allo stesso modo di prima vide con la mente singolari animaletti che si trovavano proprio vicino a lui. Stavano ad ascoltarlo coi musi levati verso il suo viso.
Non ne aveva mai visti di simili!
Di dimensioni minute, qualcuno era formato dal solo tronco e non aveva nemmeno gli occhi, altri avevano molte braccia e molte gambe lisce o pelose, altri ancora possedevano un corpo ricoperto completamente di piccolissimi occhi. Alcuni erano dotati di una bocca larghissima le cui labbra pendevano quasi a toccare terra.
Ma la cosa straordinaria che lasci interdetto Nanni fu quando li ud parlare con lui.
Era la prima volta nella sua vita che conversava con degli animali!
Quale squisita cortesia dimostravano di possedere, e che lucidit di pensiero!
Vollero sapere tutto sugli animali della Terra, e quando appresero che vivevano succubi dell'uomo che era il loro signore ed anche li uccideva, ebbero una smorfia di disgusto e di sofferenza.
"Non  possibile che questo accada!" esclamarono, e Nanni not dal loro atteggiamento che ora se la prendevano con lui, che era uno che apparteneva a quella barbara specie.
Rimase dolorosamente colpito dalle loro parole.
Ogni tanto per riconosceva la voce della ragazza.
Allora allungava la mano per rivederla e allorch appariva, di nuovo i suoi occhi si illuminavano di felicit.
Per lei sarebbe restato sul quel pianeta per sempre!
Il suo nome era Andromeda.
La stupenda creatura leggeva il suo pensiero e Nanni s'era scordato di questo potere straordinario che le apparteneva.
La ragazza infatti sorrise.
"Vieni con me sulla Terra" disse Nanni.
"Ti prego, non guardarmi pi" rispose.
Nanni obbed. Chiuse gli occhi, e sospinse la mente verso altri pensieri.
Lo riaccompagnarono infine al suo aeromobile.
Gli fecero una gran festa. Di nuovo Nanni si divertiva a rincorrere quelle voci.
Ma quando udiva quella di Andromeda, oh, come il suo cuore trasaliva!
Avrebbe voluto toccarla, rivederla, ma il subitaneo silenzio della ragazza gli faceva capire che lei gli rimproverava quel suo desiderio.
Davanti al computer esit prima di dare il comando della partenza.
Infine l'aeromobile si lev rapidamente in aria. Scomparve da quel pianeta.
Al mattino presto, quando come al solito il babbo di Nanni usc per recarsi al lavoro, si accorse che l'aeromobile era parcheggiato in giardino.
Di corsa rientr in casa, and nella cameretta di Nanni e vide che dormiva saporitamente. Lo lasci stare.
Gli avrebbe fatto il rimprovero pi tardi. Voleva bene al ragazzo. Capiva la sua inquietudine. Era anche grazie ai giovani come il suo Nanni che il mondo andava avanti. E il mondo era bello cos come lo viveva lui.
Pass da sua moglie. L'avvert di non stare pi in pensiero.
Nanni era tornato.


UN MONDO FAVOLOSO

Nanni voleva tentare un nuovo viaggio con il suo aeromobile, ma questa volta non intendeva scomparire all'improvviso e lasciare nell'apprensione i genitori.
Quindi parl con suo padre.
Andromeda gli aveva rivelato che in un'altra parte dell'universo, opposta a quella dove si era fermato quella prima volta, c'era un luogo che gli avrebbe fatto piacere visitare.
"Devi andarci" aveva raccomandato fino all'ultimo.
Il padre fu d'accordo con il figlio. Rischi veri e propri non ce n'erano. Con la strumentazione presente sull'aeromobile era praticamente impossibile sperdersi nello spazio.
Bisognava per convincere anche la mamma che, come tutte le donne, era pi apprensiva e vedeva i pericoli dovunque.
Ce la misero tutta, e alla fine la spuntarono.
In giardino, la donna volle rivolgere le solite raccomandazioni al figlio:
"Fai attenzione", "Non ti fidare troppo delle nuove amicizie", "Torna presto".
Nanni promise che al suo ritorno avrebbe avuto per loro e anche per gli amici tante belle storie da raccontare per giorni e giorni.
Rivolse quindi il muso dell'aeromobile verso il cielo e a velocit incredibile scomparve.
I genitori si trattennero ancora per un po'in giardino, con gli occhi rivolti all'ins, ma Nanni chiss in quel momento dov'era!
Guidava e pensava alle parole di Andromeda.
"Vedrai, non resterai deluso. Sar una bella sorpresa per te."
Ma che cosa poteva mai essere?
Intanto, fuori l'aria aveva gi cambiato colore pi volte. Prima azzurra, poi gialla, quindi grigiastra, infine verde smeraldo, ora aveva assunto un colore cenerino.
Da ogni lato scorgeva stelle, pianeti, comete che gli passavano a poca distanza sfavillanti di colori.
Incontrava ogni tanto qualche altro veicolo spaziale guidato da altre specie di esseri viventi.
Quando incrociavano lui, emettevano segnali luminosi ai quali Nanni subito rispondeva, contento di quel saluto che gli procurava una sensazione piacevole di intimit.
Se non era per la fretta di arrivare a destinazione, Nanni si sarebbe fermato volentieri a parlare con quegli esseri sconosciuti.
Sicuramente avrebbe imparato da loro qualcosa che certo ancora non sapeva.
Alcuni dei loro veicoli erano straordinari, disegnati in modo assolutamente inconcepibile sulla Terra. Taluni addirittura erano talmente diafani che si confondevano con la luce! Altri, al semplice comando del pilota, assumevano il colore dell'ambiente e subito scomparivano.
Davvero portentoso quello che riuscivano a vedere i suoi occhi!
Ce l'avrebbe fatta l'uomo a raggiungere quell'alto grado di conoscenza?
Nanni avvertiva che era diventata ormai una necessit intrattenere rapporti strettissimi con loro.
L'uomo soprattutto ne avrebbe guadagnato.
Eppoi non abitavano la stessa comune casa che era l'universo?
Come doveva essere grande Dio!
E chiss quante altre cose esistevano create da Lui, e sconosciute all'uomo ma anche alle altre specie!
Avrebbe mai potuto incontrare Dio nei suoi viaggi?
Com'era fatto Dio?
Se lo immaginava con le sembianze dell'uomo. Ma era davvero cos? Se lo figurava bello, con una folta barba bianca, cos come lo avevano raffigurato i grandi pittori sin dall'antichit. Ricordava certi bei quadri dipinti verso la met del secondo millennio.
A quei tempi s che occorreva del talento per dipingere!
Ora invece tutto era diventato assai semplice. Si disegnava con l'ausilio di speciali pennelli che traducevano sulla tela le immagini presenti nella realt o prodotte dalla fantasia.
"Oggi  tutto troppo facile" commentava Nanni.
Ad un tratto, ud dentro l'abitacolo diffondersi le note dolcissime dell'adagio "Al chiaro di luna" di Beethoven.
Ne fu meravigliato.
Le note lo accompagnarono per un lungo tratto.
Dopo quel brano altri ne seguirono. Alcuni li udiva per la prima volta.
Cap infine che anche tutto lo spazio l fuori era percorso da quelle note, e avvert dentro di s una quiete ampia, confortante quale non aveva mai provata prima.
L'aeromobile si stava dirigendo a tutta velocit verso uno strano piccolissimo pianeta.
Pi si avvicinava, pi la musica si faceva dolcissima.
Anche l'aeromobile sembrava guidato non pi da Nanni ma da una forza misteriosa che aveva preso il suo posto.
A pochi metri dal suolo, il veicolo si ferm sospeso a mezz'aria.
Nanni apr l'abitacolo, respir profondamente e si guard intorno.
Non vide nessuno.
Dov'era capitato?
Chi lo aveva guidato sin l?
Decise di atterrare.
Rapidamente l'aeromobile cal al suolo.
Si sent felice.
Quello doveva essere sicuramente il luogo indicatogli da Andromeda, e a lui non restava che attendere.
Scese.
Ma appena ebbe messo il piede a terra, ecco presentarsi una sorpresa davvero insolita, inaspettata! In un istante, come sbucate dal nulla, egli si trov circondato da strane figure umane, che riconobbe subito, e fu cos contento di quell'incontro straordinario che dopo un attimo di stupore, di smarrimento, di incredulit si mise a ridere.
E quei simpatici personaggi gli fecero subito compagnia. Risero anche loro!
Nel vedere i pi noti, i pi famosi, quelli che anche lui aveva potuto conoscere nel corso dei suoi studi, Nanni comprese di essere capitato in un luogo tutto speciale, dove ancora vivono i pi grandi personaggi nati dalla fantasia dell'uomo.
Soprattutto quelli creati per i ragazzi popolavano quel pianeta portentoso.
Riconobbe Minnie, Topolino, Pippo, Gambadilegno, Paperino, Peter Pan, i tre porcellini, Haensel e Gretel, Aladino con la sua lampada, Pinocchio, Sindbad il marinaio.
Erano invece presenti pochissimi personaggi creati dai "grandi" scrittori, sui quali Nanni aveva speso giornate e anche nottate di studio!
Quasi nessun protagonista creato dalla letteratura del quarto e del quinto millennio era ospite di quel pianeta!
Pippo stava proprio sotto il suo aeromobile con il buffo musone rivolto all'ins.
Quanto lo faceva ridere!
E Aladino era continuamente sul chi va l, attento a non farsi rubare la lampada dal terribile mago!
Riconobbe Oliver Twist e Cedric Errol - il piccolo Lord - dai riccioli biondi, rimasti buoni come erano sempre stati.
Peter Pan fu il pi lesto a salire sull'aeromobile. Si piazz tutto tronfio al posto di guida.
Paperon dei Paperoni gli fu subito addosso.
" mio,  mio!" gli gridava. " tutto mio!" e stringeva nella mano un sacchetto pieno di dollari che agitava in direzione di Nanni.
"Lo compro, lo compro!"
Nanni rideva a crepapelle. Era immensamente felice di trovarsi tra quei cari personaggi.
Doveva amarli tanto anche Dio se aveva creato per loro un posto speciale nell'universo!
Vide la piccola Alice ed anche il Coniglio Bianco che correva tutto trafelato.
Volle domandare loro dove si trovassero la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto.
"Stanno ancora bevendo il t" rispose Alice, e indic con il braccio.
E Nanni li vide proprio l in fondo, ancora seduti alla lunga tavola stracolma di tazze di t! E scorse anche il ghiro che stava dormendo.
Come doveva essere stato bello quel secondo millennio, pens; cos ricco di fantasia!
Il Lupo mannaro si divertiva invece a soffiare davanti alla casetta dei tre porcellini, e lo faceva anche in quel momento, sebbene i grassi animaletti se ne stessero l fuori a festeggiare con gli altri l'arrivo di Nanni.
"E smettila di sbuffare!" lo redargu Topolino. "Non vedi che abbiamo ospiti?"
Lo condussero in giro per il pianeta.
Minnie lo prese sottobraccio.
"Sei il primo uomo, lo sai? che capita quass.  davvero bello rivedere un uomo!" e sospirava di felicit.
Lungo la strada incontrarono D'Artagnan che stava facendo l'ennesimo duello contro il solito manipolo di guardie del re.
Appena il guascone si accorse di Nanni, interruppe la contesa e lo salut con un inchino, levandosi il cappello.
Nanni pass accanto a lui e non gli nascose tutta la sua ammirazione.
Quando si volt, si accorse che D'Artagnan aveva gi ripreso il combattimento, e metteva a repentaglio la vita di quel drappello di temerari!
Sorrise.
Minnie era lieta di vederlo contento. Ogni tanto si voltava verso Topolino e gli manifestava tutta la sua felicit.	Entrarono nel bosco.
Peter Pan di quando in quando balzava col suo volo davanti a tutti. Li precedeva e poi ritornava raccontando le novit che aveva vedute.
Si entusiasmava di tutto: del piccolo scoiattolo che si arrampicava lungo il tronco di un albero, del grosso orso che aveva trovato il miele e se lo gustava seduto per terra, del pappagallo che aveva imparato a conoscerlo e ogni volta gli faceva il verso. Solo di Capitan Uncino non gioiva quando lo vedeva passeggiare nella foresta!
Allora ritornava tutto imbronciato e si metteva in coda al gruppo senza pi fiatare.
Soltanto dopo molto tempo lo si rivedeva volare allegramente.
Quante bugie diceva invece Pinocchio lungo la strada, non vergognandosi di spararle tanto grosse!
Ne ridevano a crepapelle.
Nanni rivel di essere toscano anche lui. Allora Pinocchio gli confess che aveva tentato di tutto per vincere il vizio della bugia. Era stato per anni sotto le cure e le attenzioni della Fata Turchina, tuttavia non riusciva ancora a sottrarsi alle grinfie del Gatto e della Volpe, che sapevano lusingarlo cos dolcemente! Persa ogni speranza, si stava ormai abbandonando definitivamente alla sua naturale inclinazione.
Quanta simpatia per sprigionava da quel suo lungo naso!
Robin Hood con la sua banda di briganti generosi sbuc all'improvviso da un bosco di querce.
Nanni l per l ebbe paura quando li vide armati di arco e di spade.
"Non temere" gli disse la dolce Biancaneve, che aveva l vicino la sua casetta. " qua per difendere tutti noi.  cos bravo, cos buono!"
Aveva attorno i sette nani.
Nanni riconobbe subito Brontolo, che lo sbirciava con sospetto. Tutti gli altri, invece, si erano messi al riparo dietro la gonna di Biancaneve.
"Ma che vi prende!  un uomo, non lo riconoscete?" li rimprover.
Robin Hood s'era schierato intanto dietro Nanni e aveva mandato alcuni dei suoi compagni in avanscoperta.
"Non devi temere," gli diceva "ci sono qua io."
Di quando in quando tendeva l'arco e puntava la mira su ogni cosa.
E qualche volta finalmente lasciava scoccare la freccia, che andava a piantarsi proprio dove Robin aveva previsto! Allora, tutto tronfio, si aspettava i complimenti di Nanni.
Incontrarono anche i nanetti lillipuziani e furono davvero fortunati, gli confid Minnie, perch non era facile imbattersi in loro.
Ricevettero una calorosa accoglienza. Nanni fu festeggiato in modo del tutto speciale. Un gran ballo venne dato per lui alla presenza del re e del gigantesco Gulliver, che era stato mandato subito a chiamare.
Quanto si divert con loro Nanni!
Ma soprattutto gli piacque vedere Minnie che ballava, tutta piccolina com'era, col grosso Gulliver.
Com'era allegra!
E come s'era invece fatto scuro in volto Topolino!
Quella festa concluse anche la visita di Nanni a quel pianeta.
Quando scemarono le ultime note suonate dalla banda di Lilliput, l'aria si caric di commozione e Nanni cap che era giunto il momento di accomiatarsi.
"Sono stato bene con voi" disse. "Non so come ringraziarvi."
"La gioia  stata tutta nostra" rispose Minnie, che aveva gi i lucciconi agli occhi.
Lo riaccompagnarono all'aeromobile.
Peter Pan e Robin Hood facevano da battistrada.
Anche Gulliver coi suoi lunghi passi qualche volta distanziava il gruppo.
Durante quel tragitto gli confidarono infine che proprio l vicino al loro pianeta stava anche la casa di Dio.
"Ogni tanto viene a trovarci e si intrattiene con noi."
Nanni avrebbe voluto domandare, sapere com'era fatto Dio, levarsi quella curiosit che da qualche tempo gli occupava la mente; rivelarlo poi agli uomini!
Ma intu dai loro sguardi divenuti malinconici che a quella domanda non avrebbe mai potuto ricevere risposta.
Sal sull'aeromobile.
Li contempl ancora una volta, pieno di orgoglio.
Essi erano il frutto splendido, generoso della fantasia dell'uomo. Sapevano procurare gioia perfino al Creatore del mondo! Quale ricompensa poteva essere pi grande?
Part contento.
Vide quelle braccia levate verso di lui, festose; sent le grida, gli evviva di tutta quella folla allorch, fermatosi a mezz'aria prima di lanciarsi nello spazio, li salut per l'ultima volta.
Salut anche il grosso orso che dal bosco veniva trafelato, col suo pancione traballante, fermatosi per strada a rubare un bel po'di miele!
Avvertiva in cuor suo che in qualche modo sarebbe ritornato da loro.
Vi sarebbe ritornato con la sua fantasia.
Attraverso la fantasia avrebbe potuto abitare anche lui quel regno meraviglioso.
Lanci l'aeromobile nello spazio.
Presto non vide pi nulla sotto di s.
Ud di nuovo nel volo le note di celebri composizioni.
Riconobbe "Il lago dei cigni" di Ciaikovski, "Serenata" di Schubert, "Le quattro stagioni" di Vivaldi, "Piccola serenata notturna" di Mozart, i valzer di Strauss.
Ancora lo raggiunsero i suoni dolcissimi di quell'adagio di Beethoven.
Si stava allontanando.
Fra non molto si sarebbe ritrovato in mezzo alle stelle, avrebbe incontrato il bel sole luminoso, qualche cometa lo avrebbe fatto divertire coi suoi labirinti; eppoi avrebbe visto la sfera azzurra, la Terra che tanto amava.
Avrebbe allora puntato l'aeromobile sulla sua citt.
E Lucca gli sarebbe comparsa nei battiti del suo cuore, poi l'avrebbe vista sorgere dalla terra circondata dalle belle Mura; avrebbe riconosciuto gli alberi, la Torre delle Ore, la Torre Guinigi, il bel San Martino, piazza San Michele e laggi, appena fuori delle Mura, ad occidente, il suo piccolo paese; e vicino al ponte sull'Ozzeri la sua casetta.
Gi si figurava i suoi in ansia.
Immaginava sua madre continuamente affacciata a spiare il cielo.
"Sto arrivando" avrebbe voluto gridarle da lass.


L'ASINO DI TONIO

Nella seconda met del sesto millennio, pochi secoli prima del suo termine, a Lucca ci fu un grosso fermento di idee, un movimento di pensiero quale non si era pi visto dalla fine del terzo millennio. Anche nel resto del pianeta si erano aperti dibattiti, convegni, seminari; ma Lucca batteva tutti e si poteva considerare in questo senso la capitale del mondo.
In via Fillungo non era difficile incontrare crocchi di persone ferme a discutere su ogni cosa, soprattutto davanti alla bella chiesa di San Cristoforo o all'incrocio con la piccola strada di via Sant'Andrea che conduce alla Torre Guinigi, o all'altezza della bella piazza di San Frediano.
Piazza San Michele, addirittura, era sempre colma di gente scatenata. Perfino sotto la bella Loggia del palazzo Pretorio andavano a litigare!
Oggetto dei loro bisticci era il troppo benessere che aveva invaso la citt e il mondo intero.
Non era accettabile, dicevano certuni, che l'uomo non avesse in realt pi nessuna seria preoccupazione a cui attendere, non fosse gravato pi dai molti problemi che tanto avevano contraddistinto la societ umana almeno fino a tutto il terzo millennio. E anche nel quarto, se si andava a spulciare con maggiore attenzione, si poteva trovare qualche piccolo cruccio che ancora pesava sull'uomo.
Poi, le prodigiose scoperte, le esaltanti invenzioni avevano cominciato a dare in pieno i loro attesi frutti.
E cos a partire dalla fine del quarto millennio si era visto a poco a poco sopravanzare ed infine dilagare il benessere.
Erano scomparse le malattie di ogni specie, non solo il terribile cancro, l'aids ed altri morbi sciagurati, ma perfino l'emicrania, il mal di denti, l'innocuo raffreddore.
Il corpo sapeva reagire ad ogni infezione grazie a delle microcellule che erano state introdotte nell'organismo, e sapeva farlo cos bene che l'uomo del sesto millennio non conosceva le malattie se non dai libri di storia.
Non c'erano pi crisi economiche che chiamassero i cittadini a fare grossi sacrifici per risanare il bilancio pubblico. Lo Stato era straricco e ben amministrato da persone che sapevano il fatto loro e si erano messe con umilt al servizio degli altri. Quando occorreva qualche aiuto straordinario (ma ci non accadeva quasi mai) lo richiedevano espressamente ai cittadini, che corrispondevano subito con molta generosit. Nessuno pagava le tasse, e ognuno era libero di esercitare il mestiere che pi gli piaceva e tenersi per s l'intero guadagno.
Dei soldi, infatti, non c'era praticamente pi bisogno su tutta la Terra. Servivano soltanto ad intrattenere degli scambi commerciali con gli abitanti degli altri pianeti, che molto spesso scendevano da noi per fare compere voluttuarie.
L'uomo, invece, si recava sugli altri pianeti per acquistare soprattutto nuova tecnologia, visto che ancora gli extraterrestri ci sopravanzavano in fatto di scoperte e di invenzioni.
E cos era diventata una sofferenza trascorrere i giorni.
La gente non si dava pace.
"Non si pu continuare!" gridavano certi tribuni comparsi all'improvviso tra la folla.
E molti applaudivano.
La sera, a casa, tra marito e moglie non si parlava d'altro.
Soprattutto i figli desideravano qualche cambiamento, e lo confidavano ai genitori.
Ma anche tra i grandi erano molti coloro che s'erano stufati di una vita che consideravano priva di autentiche emozioni, senza alcun rischio che mettesse alla prova il coraggio di un uomo.
In questo modo, quei primi tribuni trovarono un terreno assai fertile e raccolsero presto ampie adesioni.
Un giorno capit a Lucca, in visita a certi amici, un contadino assai burlone, di nome Tonio. Davanti alla chiesa di San Cristoforo vide, in piedi sullo scalino pi alto, uno di quei tribuni che gridava.
"Vogliamo cambiare. Non ne possiamo pi di quest'assurdo appiattimento! A Roma si devono eleggere uomini nuovi."
"Ad aprile voteremo per te alle elezioni!" rispondeva la folla.
Il tribuno si gonfiava di soddisfazione.
Tutto il Fillungo era strapieno di gente che ascoltava, e si faceva fatica a transitare.
Gli amici di Tonio dovettero quindi arrestarsi e sostare proprio l davanti; e cos il contadino pot prestare pi attenzione a quelle parole.
Tonio, da quando era diventato vecchio, capitava a Lucca molto pi di rado.
Gli amici gli avevano confidato che per le strade si sentiva la mancanza delle sue burle.
Era per questo che s'era deciso a ritornare a far loro compagnia.
Gli spiegarono cosa stava accadendo in citt da qualche tempo.
Ma Tonio sapeva gi tutto.
Anche dalle sue parti, in campagna, si tenevano quelle discussioni. Lui per non vi aveva dato molta importanza. La gente stava bene; era assai improbabile che desiderasse un effettivo cambiamento.
Doveva ammettere, per, che quegli uomini, quegli accaniti oratori, erano spuntati all'improvviso un po'dappertutto, e stavano riscuotendo un grande successo.
Erano comparsi addirittura in tutto il mondo!
A Lucca, il numero dei loro sostenitori si era ingrandito a dismisura, e sembrava divenuta inarrestabile la loro straripante affermazione.
"Riconosco questa specie" sorrise ad un tratto, e sbirci gli amici, i quali capirono cos che il vecchio burlone ne stava escogitando una delle sue.
Al ritorno, passando da piazza San Michele, la videro stracolma di gente che applaudiva un altro oratore.
" cos ormai dappertutto" si lamentarono gli amici. "Non riusciamo pi a liberarcene."
Allora Tonio svel che non appena li aveva sentiti parlare, e soprattutto li aveva visti bene in faccia aveva riconosciuto in loro una specie che era sopravvissuta fino a tutto il terzo millennio, poi grazie al progresso era scomparsa.
"So io come metterli a posto. Ci vediamo domani" li salut. Era tutto felice.
Il mattino dopo gli amici si fecero trovare davanti ad una delle porte della citt.
Con loro somma meraviglia, lo videro arrivare in groppa ad un asinello.
Lo seguirono, e da porta San Donato, attraverso via San Paolino, giunsero in piazza San Michele, dove gi si stava tenendo un affollatissimo comizio.
"Eccone qua uno!" esclam Tonio, sfregandosi le mani tutto contento, e scendendo dal somaro.
Preg gli amici di non allontanarsi, quindi si mise in ascolto a fianco del suo paziente animale.
Ad un tratto, mentre l'oratore metteva sempre pi passione nelle sue parole ed era proprio sul punto di strappare l'applauso della folla, ecco che l'asinello si mette a ragliare. Dapprima quasi sottovoce, eppoi sempre pi forte, finch il suo raglio divenne veramente insopportabile.
La gente si volt, lasciando intendere a Tonio che doveva portarsi via il somaro.
Ma Tonio stava con le braccia incrociate e faceva finta di nulla, come se quella bestia non fosse sua, e dentro di s sorrideva, poich sapeva bene che la sorpresa non era finita.
L'oratore parve contrariato di dover parlare in presenza di un somaro, ma giacch la bestia ora si era calmata, di nuovo torn ad alzare il tono della voce.
Ed ecco che l'asino ancora raglia.
E questa volta  spazientito!
E sembra che parli il suo raglio!
Infatti, proprio in quel momento dalla sua bocca escono parole umane.
"Finiscila, o bischero!" dice.
E subito comincia ad enumerare le bugie dell'oratore.
Ogni tanto fa una pausa e di nuovo raglia. Il tribuno non sa che dire, si confonde, balbetta.
La gente  sbigottita. Guarda il somaro. Stenta a credere.
Ma deve subito convincersi che la ragione sta proprio dalla sua parte.
Allora lo segue, segue Tonio che di nuovo  in groppa alla bestia, e con lui tutti si dirigono in via Fillungo.
Anche qui un altro oratore ha assunto atteggiamenti solenni; le parole sono ben scelte, forbite; il tono della voce  davvero superlativo.
Si compiace di vedere arrivare nuovi ammiratori. Schiarisce la voce. Non vuole avere debolezze ora che il pubblico  tutto rivolto a lui, cos numeroso!
Ma ecco che l'asino raglia. Una volta, due volte.
Di nuovo disvela le bugie dell'oratore.
La gente che l'ha seguito da piazza San Michele e che ora sa, ride a crepapelle.
Anche gli altri, dopo un momento di sorpresa, ridono.
L'oratore arrossisce, non sa che dire, e infine confessa la sua imperdonabile vanit. S'inginocchia e chiede perdono.
Va pure davanti all'asino a prostrarsi!
Tonio sale in groppa all'animale e, seguito da una folla strabocchevole, percorre l'intera citt. Tutti sono con lui.
Non c' lucchese che non si diverta.
Piazza Grande, piazza San Martino, piazza Santa Maria Bianca, i baluardi delle Mura, piazza Bernardini, vedono ripetersi, con somma gioia della gente, lo spettacolo gi visto nelle altre piazze.
I tribuni, infine, vengono radunati in mezzo alla folla, e tenuti legati dietro l'asino parlante.
"Che ne facciamo?" domanda Tonio.
"Decidi tu."
"Mi pare che abbiano gi ricevuto la giusta punizione, facendo il giro della citt prostrati davanti alla coda di un asino!"
"Raccontaci la verit. Dicci come hai fatto!" gridano.
Tonio si decise, cos, a rivelare a tutta quella marea di folla che egli era custode di un segreto straordinario, e che ora era giunto il tempo di rivelarlo.
"Quale segreto?"
Svel che la nostra bella citt ha un privilegio su tutte le altre del mondo, ed esso riguarda proprio i suoi asini, tanto pazienti quanto poco stimati. Essi, infatti - ma soltanto gli asini lucchesi, si badi bene - hanno il dono della parola, e non solo, ma possono svelare le menzogne di chicchessia. Ciascuno di noi, sorrise Tonio, dovrebbe custodirne almeno uno in casa propria. E soprattutto nutrono una particolare avversione per le bugie dei tribuni di quella malefica specie che era capitata in citt, e che si pensava fosse ormai scomparsa dalla faccia della Terra.
Per non era facile far parlare un asino lucchese.
"Perch?"
Si doveva chiedere la grazia nientemeno che all'arcangelo San Michele.
"In che modo?"
Recandosi sul sagrato della chiesa omonima, e percorrendo inginocchiati la distanza che divide gli scalini della piazza dalla porta centrale, dopo essersi confessati e comunicati, e soprattutto dopo avere disposto la propria anima alla misericordia e all'amore verso il prossimo. Troppo difficile? Qualcuno tentenn la testa, non ci credeva.
Ma alla fine tutti tornarono ad applaudire Tonio per avere salvato la citt.
Ci volle un bel po'di tempo prima che riuscisse a liberarsi da tutta quella folla.
Gli amici furono, ancora una volta, soddisfatti del loro compagno.
Anche le generazioni future, gli confidarono riaccompagnandolo a casa, lo avrebbero ricordato per sempre; e avrebbero nutrito per lui sentimenti imperituri di riconoscenza.


LA GIUSTIZIA

Sino alla met del sesto millennio non si era mai avuta una vera giustizia sulla Terra da quando esiste l'uomo.
Dalla legge del pi forte che dominava le comunit dei primi millenni avanti Cristo si era gradualmente passati a forme apparenti di giustizia, dove ancora una volta, per le cose che avevano una qualche importanza, era sempre il pi forte a prevalere.
In modo particolare in Italia si pervenne ad un grado tale di dispotismo che nessuno poteva criticare la magistratura se ad esempio erano mandati assolti fior di delinquenti colpevoli di atroci delitti. Era anche accaduto che si erano lasciati scappare noti assassini dagli ospedali, dove erano stati ricoverati senza che fosse stata disposta neppure una minima scorta!
Insomma avvenivano, in quei tempi, cose talmente aberranti che la mente del cittadino onesto ne era sconvolta, e tuttavia nessuno riusciva a fare niente di niente per porvi rimedio.
Il popolo mormorava, sbuffava.
Nei locali dove la gente si radunava la sera, non si parlava altro che dei fatti sorprendenti che provenivano dalla magistratura.
"Cos' successo di nuovo oggi?" era la prima domanda che ci si faceva incontrandosi.
C'era addirittura un tale che andava tutte le mattine al Tribunale o alla Pretura di Lucca per poter riferire la sera, in piazza San Michele, le stravaganze udite, attorniato da decine e decine di curiosi che restavano ad ascoltarlo a bocca aperta.
Una volta accadde un fatto cos assurdo che dopo i primi commenti ironici alla gente venne la paura.
"E se fosse capitato a me?"
"Non siamo pi sicuri di nulla!"
Si trattava di questo.
Si era ai primi del terzo millennio. Un onesto commerciante, noto per la sua probit, vede una mattina capitare nel suo negozio di abbigliamento una signora.
La commessa le si avvicina sorridendo e le domanda in che cosa pu servirla.
"Vorrei quella gonnella."
La commessa va allo scaffale ed estrae l'oggetto desiderato.
Il padrone  l vicino, ora attento ora distratto.
Sente per che la signora dice alla commessa incredula che quel gonnellino non vuole pagarlo. Lo pretende per regalo e avanza come scusa che ha un figlio da mantenere e i pochi soldi di cui dispone debbono servire per lui.
Il padrone interviene subito.
La signora insiste, si lamenta, grida anche.
Infine arrabbiatissima scaglia le sue ultime imprecazioni, gira la schiena e se ne esce sbattendo la porta.
Trascorre qualche giorno ed ecco che di primo mattino ricompare quella signora.
Ma questa volta ha il marito con s, un piccolo tracagnotto che sin dai primi gesti e dalle prime parole si rivela prepotente e maleducato come lei.
"Ha insultato mia moglie l'altra mattina!" grida.
Il padrone casca dalle nuvole.  la commessa la prima ad intervenire.
"Ma che dice mai!"
E il padrone, subito dopo:
"Guardi che lei si sbaglia."
Il marito alza di pi la voce, sbraita, fa il prepotente.
Il padrone e la commessa ripetono, chiariscono, spiegano.
Finalmente quei due se ne vanno.
Passano ancora dei giorni ed ecco che, questa volta di pomeriggio, il commerciante si vede recapitare da un ufficiale giudiziario un bel foglio di carta bollata.
"Firmi qua" quello gli dice.
"Di che si tratta?" domanda, dato che non si riceve tutti i giorni la visita di un ufficiale giudiziario.
"Una querela."
"Una querela!? E da chi?"
Il padrone interroga, chiede aiuto alla commessa, e alla fine capiscono entrambi che si tratta di quella coppia sciagurata.
La donna  la querelante. Il marito si presenter in giudizio come testimone.
" tutto chiaro!" esclama il poveretto non appena l'ufficiale  uscito. "Era tutto combinato!"
Leggono insieme l'atto e l c' scritto che il padrone ha insultato la donna con queste e quest'altre parole. Tornata col marito al negozio, il padrone ha ripetuto le stesse offese alla donna anche in presenza del marito, che quindi si offre come testimone della querelante. Chiedono una discreta somma come risarcimento dei danni morali.
L'uomo lascia cadere il foglio, amareggiato.
La sera corre dal proprio avvocato, gli mostra il documento.
Questi si fa subito serio.
"Cosa c'?" domanda il commerciante.
"Ha anche lei un testimone a suo favore?"
"S, la mia commessa."
L'avvocato spiega che la legge italiana, se non avesse avuto testimoni, avrebbe dato quasi certamente ragione alla donna.
"Ma  assurdo! Qualunque disonesto potrebbe allora ricattarmi!"
"Le cose stanno cos."
Nei giorni seguenti, il commerciante ritorn dall'avvocato che sembr questa volta tranquillizzarlo.
"Non ci saranno problemi. Mi sono informato; si tratta di una coppia di pregiudicati. Non solo non pagano i loro debiti, ma soprattutto il marito ha gi avuto numerosi precedenti con la giustizia."
Il commerciante confid queste notizie alla commessa.
"Non vedo l'ora che questa brutta storia sia finita."
Arriva finalmente il giorno della causa.
Nessuno glielo aveva detto al commerciante, ma quando il giudice pronuncia il suo nome, egli  invitato a sedersi sul pancone riservato agli imputati.
Che dolore prov a vedersi esposto davanti a quel pubblico di curiosi come il peggiore dei delinquenti!
Entro poche ore sarebbe stato sulla bocca di tutta la citt!
Chi gli avrebbe mai ripagato a sufficienza l'oltraggio?
Giunge infine la querelante. Il marito invece non  con lei.
La causa ritarda.
Il commerciante se ne sta l impalato, a disagio, non  abituato a queste cose.
Il suo avvocato gli si avvicina.
"Stiamo aspettando il difensore della querelante" dice.
Attesero ancora, ma il difensore non venne.
Il giudice, una donna sottile, occhialuta, decide infine di procedere ugualmente, e viene chiamata la querelante, che espone i fatti.
Ora tocca al commerciante dare la sua versione, tutta contraria a quella di lei.
Testimonia a suo favore la commessa.
Arriva finalmente il momento di ascoltare il marito della donna.
 chiamato a voce alta, e compare di l a poco scortato da due carabinieri, che solo in aula, davanti al giudice, gli levano le manette!
Lui sbraita. I carabinieri gli intimano di starsene in silenzio perch altrimenti lo riportano in carcere.
Il giudice spiega che egli si trova detenuto per altri fatti delinquenziali.
"Abbiamo ragione noi!" grida. "Quell'uomo che si gode la vita alle mie spalle ha svergognato mia moglie. L'ha fatta ritornare a casa piangente!"
Pi di una volta il giudice e i carabinieri devono intervenire per richiamarlo all'ordine.
Infine giunge il momento della sentenza.
L'avvocato si avvicina al commerciante per confortarlo.
" tutto finito" gli dice. "Il giudice ci dar ragione. Ha visto? Nemmeno il loro avvocato se l' sentita di difendere una causa come questa!"
La sentenza fu invece un vero e proprio disastro per quel povero commerciante.
Il giudice gli dava torto su tutta la linea!
Lesse ad alta voce, e tutti poterono ascoltare.
Il poveretto sbianc, barcoll. Ud appena le parole del suo avvocato che, confortandolo, gli sussurrava:
"Faremo ricorso. Vinceremo."
Ma a lui non importava pi niente.
Tutto si era gi consumato in quell'istante.
Era davvero quella la giustizia che si amministrava in Italia?
Fu sulla bocca di tutti.
Pass terribili giorni di umiliazioni e di sconforto.
Sua moglie lo sostenne. Gli diede la forza di reagire. Ma quel fatto terribile segn per sempre la sua vita.
Nella seconda met del sesto millennio tutto ci non accadde pi.
Il merito di questo sorprendente miracolo fu di un extraterrestre il quale, capitato nella citt di Lucca in occasione della solenne festivit della Santa Croce, che ancora vi si celebrava con grande concorso di folla, sent raccontare da un amico una delle tante storie bizzarre che riguardavano la magistratura.
"Siete davvero cos indietro?"
L'amico gli port altri esempi strampalati che venivano dalla Francia e dagli Stati Uniti d'America.
Ogni volta quell'extraterrestre rideva a crepapelle!
Infine svel che esisteva da tempo una microcellula che ormai era diffusa dappertutto nell'universo, la quale dava a ciascun essere vivente che la recasse con s il senso della giustizia.
Insomma, ogni uomo sapeva se stava facendo un torto ad un altro, grazie a questa microcellula; e a quel punto poteva correggersi.
"Ma  meraviglioso!" esclam l'amico. "Come possiamo averla anche noi?"
"Ecco qua la mia!"
E gliela mostr tutto contento. E gliene mostr altre ancora che portava con s, tutte eguali e pi piccole di un minuscolo bottone.
"Sono facilissime da riprodurre" disse, e confid all'amico che prima di ritornare al suo pianeta voleva levarsi qualche soddisfazione con le sue microcellule.
Come?
Assistendo al dibattimento di una causa.
Andarono insieme.
Si stava discutendo nell'aula del Tribunale di Lucca su di un furto di aerobici avvenuto qualche sera prima e uno dei protagonisti accusava l'altro di avergli sottratto tre aerobici.
"Ti ho visto mentre scappavi. E ti ha visto anche il mio commesso."
"Non  vero. A quell'ora stavo con mia moglie."
E la donna veniva interrogata e confermava l'alibi.
Ma anche il commesso giurava di averlo sorpreso mentre scappava con le tre aerobici.
Il cancelliere verbalizzava tutto. Il giudice ogni tanto domandava a questo e a quello.
Finalmente la causa giunge al termine, e il giudice si ritira per emettere la sentenza.
L'extraterrestre allora dice all'amico:
"Preparati a divertirti.  arrivato il nostro momento!"
E lesto lesto infila nelle tasche dei due contendenti e dei loro testimoni una microcellula ciascuno.
Nessuno si accorge di nulla.
Entra infine il giudice.
L'accusato intanto incomincia a guardarsi intorno.
E cos fanno gli altri ai quali sono state affibbiate quelle microcellule.
Diventano irrequieti.
Il giudice tutto impettito legge la sentenza.
Il presunto ladro  assolto.
Secondo il giudice non ha affatto rubato le aerobici e quella sera stava proprio con sua moglie, come la donna stessa aveva confermato sotto giuramento.
Ma a questo punto, ecco che si leva, risentita, la voce dell'imputato. Comincia ad inveire contro il giudice.
"Ma che sciocchezze sono queste!"
Il giudice  sbigottito.
"Fatelo tacere!" grida alle guardie.
"Signor giudice," continua con pi calma l'uomo che  stato assolto "lei scherza o fa sul serio?"
"Se continua cos la faccio arrestare immediatamente!"
"Sono colpevole, signor giudice! Lo hanno capito tutti qui nell'aula che sono proprio io il ladro. Tranne lei!"
E in quel preciso istante si alza anche la moglie e confessa che la sua deposizione  spergiura.
"Mio marito non era in casa a quell'ora. Venne solo pi tardi e aveva con s le tre aerobici. Mi confid che aveva gi il compratore pronto per l'indomani. Una bella sommetta ci avremmo ricavato da quel furtarello."
In aula tutti scoppiarono a ridere.
Il giudice continu ad urlare perch si facesse silenzio.
"Far sgombrare l'aula!"
"Se non mi crede, mandi i carabinieri a casa mia e trover nascoste in soffitta le tre aerobici."
Furono mandati i carabinieri, che ritornarono prestissimo con la refurtiva.
Spalancando la porta dell'aula, mostrarono le tre aerobici.
La gente, che intanto era diventata pi numerosa perch s'era sparsa la voce di ci che stava accadendo, scoppi in una fragorosa risata.
Il povero giudice divenne rosso per la vergogna, e i suoi colleghi che gli stavano a fianco avrebbero fatto volentieri a meno di trovarsi l.
Invece dovettero attendere il giudice che, farfugliando sgangherate parole, finalmente si decise a levarsi di torno.
Fu a questo punto che tutti si accalcarono intorno al ladro e lo lodarono per la sua onest; ma lui, ancora sbigottito, confess candidamente di non sapersi spiegare l'insolito comportamento. Ci pens il nostro extraterrestre a svelare il mistero.
La microcellula da quel momento dilag su tutta la Terra.
Dopo le prime resistenze, il suo uso travolse ogni ostacolo. Di giudici e di magistratura non si parl pi.


L'INCREDIBILE AVVENTURA

Alla fine del secondo millennio se qualcuno aveva la disgrazia di farsi male e di dover ricorrere alle cure di un ospedale era un uomo rovinato.
Ora nel sesto millennio, per fortuna, non ci sono pi ospedali e i malanni si risolvono da soli grazie alle speciali microcellule di cui  dotato l'organismo.
Se accadono incidenti provocati dall'esterno, esse subito entrano in funzione e provvedono a ricostruire i tessuti danneggiati. Nessun intervento dell'uomo  necessario. Le microcellule fanno tutto da s e sono assai pi brave dei chirurghi conosciuti in quel lontano passato.
Tra le mie carte proprio in questi giorni ho rinvenuto una storia che accadde per l'appunto in quel secondo millennio.
Quale migliore occasione di questa per raccontarla.
Un uomo s'era messo in testa di diventare un grande campione di sport.
A quel tempo si poteva sapere ogni cosa che accadeva nel mondo e nello sport soprattutto grazie ad un piccolo apparecchio rudimentale chiamato televisore.
I giovani di ogni parte del globo facevano a gara nell'emulare i campioni del loro sport preferito, che avevano potuto ammirare direttamente o attraverso quel primitivo aggeggio.
E non badavano ai rischi.
Anche i non pi giovani avevano perso la testa per lo sport.
Si praticava in larga scala il calcio, il tennis, il basket, l'atletica leggera, lo sci, il baseball ed altre discipline numerosissime e altrettanto famose.
In quegli anni nello sci andava molto forte un certo Alberto Tomba, e l'Italia era fiera di quel singolare campione che vinceva quasi puntualmente ogni gara che faceva.
Veniva gi nello slalom come una saetta e il suo stile impeccabile stimolava lo spettatore ad imitarlo.
Cos successe che Gianni, un uomo non pi nel fiore della giovinezza, si convinse che non era poi tanto difficile fare come lui.
Sembrava cos semplice sciare che dopo qualche rapida lezione anch'egli certamente si sarebbe potuto esibire con molta sicurezza. Poi avrebbe praticato qualche esercizio di perfezionamento ed infine, se lo avesse desiderato, avrebbe potuto certamente ambire a disputare qualche importante gara nazionale e internazionale, dove anche lui avrebbe finalmente onorato la sua amata Italia.
Come lo desiderava!
Si rec in uno dei negozi meglio provvisti ed acquist tutto ci che occorreva.
Sua moglie lo vide ritornare a casa rifornito di ogni ben di Dio.
"Ma dove pensi di andare?"
Il nostro Gianni lasci che la moglie si divertisse alle sue spalle, ma intanto, zitto zitto, si mise d'accordo con degli amici che appartenevano ad uno Sci club che organizzava gite di appassionati, e una bella mattina, fuori ancora buio pesto, part per la tanto desiderata avventura.
Sul pullman quante risate! Che allegria!
Gli amici lo incoraggiavano nell'impresa.
"Presto potrai gareggiare con noi."
Qualcuno gli lasciava intendere che forse lui aveva la stoffa del campione. Gianni faceva finta di niente, ma quel complimento lo lusingava, lo faceva rimescolare dentro.
Si cominci a vedere lungo i lati della strada la prima neve.
"Ancora mezz'ora e saremo arrivati" lo rassicurarono gli amici.
Le cime dei monti erano tutte imbiancate. Ora anche la strada era coperta di neve. Bianco dappertutto.
Gianni era contento di trovarsi l, dove la natura acquistava davvero un fascino ammaliatore.
Quando arrivarono, c'erano gi alcune auto ferme sul piazzale, e anche un altro pullman, circondato da un folto gruppo di sciatori intenti a ritirare i propri attrezzi.
Gianni fu tra i primi a scendere.
Prese le sue cose con un po'di emozione. Si caric sulle spalle gli sci e si mise dietro ai suoi amici.
" l che dobbiamo andare" gli indicarono.
Sulla piccola pista adatta ai principianti come lui, Gianni calz per la prima volta in vita sua gli sci.
Barcoll. Lo sostennero gli amici, sorridendo.
" cos per tutti la prima volta."
Ma gli sci davvero volevano andare per conto loro!
Gianni faticava a tenerli sotto controllo.
Gli amici gli insegnavano. Gianni con pazienza si rialzava, ripeteva l'esercizio.
Forse non era cos facile come si era immaginato.
"Alla tua et ci vuole un po'pi di tempo. Vedi quel ragazzino? Si  messo gli sci per la prima volta come te e guarda quante cose sa fare."
Quel bimbo di sei o sette anni gi gli sfrecciava davanti e sapeva fare perfino le curve!
Invece, Gianni faticava anche solo a stare in piedi.
Ma ecco che cade di nuovo.
Una vera banalit. Stava l quasi fermo, aveva appena terminato un esercizio, quando gli sci lentamente gli si aprono. Lui non sa proprio che fare. Le gambe si allargano e lui china il busto impotente. Le ginocchia si piegano verso l'interno. Gli fanno male. Non riesce a trovare un movimento che arresti quella caduta.
Infine il ginocchio sinistro si piega e Gianni avverte un forte dolore.
Grida.
Gli amici accorrono subito, l'aiutano.
Lo liberano dai dannati sci, che gli stanno ancora appiccicati ai piedi.
Soffre, ma il ginocchio non si gonfia.
"Non  niente, solo una fastidiosa distorsione" lo rassicurano gli amici.
Non pu pi sciare, per.
Si mette da parte. Si siede. Guarda gli amici che paiono volare su quelle piste innevate.
La sua avventura  finita. Cos almeno crede.
Ma quella notte, non riesce a chiudere occhio a causa del dolore.
Al mattino, sua moglie gli consiglia di recarsi al pronto soccorso del vicino ospedale.
Giacch non pu guidare l'auto, lo accompagna lei stessa.
Si presenta da solo al pronto soccorso.
Poich c' altra gente che lo precede, attende, e finalmente arriva il suo turno.
E qui, in questo preciso istante, comincia la sua incredibile avventura.
File interminabili lo attendono ogni volta che deve presentarsi ad un nuovo dottore.
Lo fanno sedere sopra una carrozzella.
Tra i tanti pazienti in attesa, c' chi brontola, maledice, inveisce.
Gianni invece se ne sta in silenzio, con le mani nei capelli, sbigottito e sgomento di quelle attese interminabili.
Ad un certo punto ecco che si trova solo in una stanzetta tutta bianca.
Qualcuno ce lo ha portato dopo una visita.
Trascorrono molte ore.
Sua moglie lo raggiunge.  restata in auto ad aspettarlo, poi trascorso tutto quel tempo si  preoccupata, e finalmente, dopo aver vagato di qua e di l,  riuscita a trovarlo.
"Devi avere pazienza. Qualcuno verr" gli dice per fargli coraggio.
Gianni di nuovo ha le mani nei capelli.
Nessuno viene.
Ode dei passi. Manda sua moglie a vedere.
Un infermiere sta passando nel corridoio.
"Fermalo!" grida a sua moglie.
L'infermiere fu molto gentile. Guard dentro una bacheca, lesse dei fogli e rifer che un medico sarebbe arrivato di l a poco.
"Lei ha tutte le ragioni" aggiunse. "Ma sa bene come funzionano gli ospedali qui da noi..."
Si scus di doverlo lasciare per fare ritorno al suo reparto.
Ancora trascorre del tempo.
Di nuovo sua moglie domanda a un'infermiera.
"I medici non hanno orario. Dovrebbe comunque arrivare il dottore tal dei tali. Ci vuole pazienza."
Il ginocchio intanto gli procurava dolore e Gianni non ce la faceva pi. Malediceva il giorno che s'era messo in testa di sciare.
Non aveva mai avuto bisogno degli ospedali fino ad allora.
Che cosa gli sarebbe mai accaduto?
Ricord le morti assurde di ricoverati che senza avere grossi problemi si erano affidati alle cure di un ospedale.
Uno addirittura era morto perch avevano esaurito il filo di sutura e nessun dottore s'era sentito di operarlo. Era morto non per la gravit della malattia, ma perch mancava il filo necessario a ricucire la sua ferita!
Un altro se n'era volato nell'aldil perch nessun ospedale lo aveva voluto accogliere e l'ambulanza aveva dovuto viaggiare per centinaia di chilometri e bussare a molti ospedali.
Per non parlare poi delle infezioni provocate dall'uso di siringhe non ben sterilizzate, o delle malattie anche gravissime trasmesse con la trasfusione di sangue a pazienti sani!
Gianni tremava al pensiero di trovarsi anche lui l dentro.
Ne sarebbe uscito vivo?
Ripeteva a sua moglie che desiderava interrompere tutto, e tornare finalmente a casa.
"Da quante ore siamo qui?"
Erano suonate le quattro del pomeriggio ed era entrato al pronto soccorso alle undici del mattino.
Era mai possibile che non riuscisse pi ad uscirne?
Sua moglie cercava di calmarlo.
"Ormai il dottore sta per arrivare. Abbi ancora un po'di pazienza."
Non ne poteva pi.
Parl con altri infermieri.
"Visitatemi voi!" supplicava.
Lo incoraggiarono a resistere.
Ed ecco che finalmente arriva il dottore.
 sorridente. Si vede che  riposato, disteso.
Un infermiere guida Gianni nel piccolo ambulatorio.
Il medico lo fa distendere su di un lettino. Gianni si  tolto i pantaloni ed ora vede il dottore che si avvicina al suo ginocchio.
Lo prende. Lo palpa, lo muove. Ha il viso corrucciato.
"Sono partiti i legamenti. Questo ginocchio  da operare!" sentenzia.
Gianni cade nella disperazione.
Possibile che una piccola caduta gli abbia provocato tutto quel danno?
"Succede proprio cos" conferma il dottore.
Riprende in mano la gamba. Ancora muove il ginocchio, invita Gianni a fare alcuni movimenti.
" da operare.  da operare."
Gianni  sgomento.
Non ci vuole credere.
Il dottore si accorge della sua disperazione.
Suggerisce di applicare per intanto una doccia e poi Gianni torner dopo tre giorni per una verifica pi approfondita.
Gli infermieri si mettono subito al lavoro. Il dottore  andato in un'altra stanza dove  gi alle prese con un nuovo paziente.
Gianni se ne va via con la gamba stecchita, zoppicante. Sua moglie lo aiuta.
C' molta tristezza nel loro cuore.
L'indomani per Gianni decide di farsi visitare da un professore.
"Vai dal professor tal dei tali" gli consigliano gli amici.
Visitato l'indomani dal professore, ecco che questi gli batte una mano sulla spalla.
"Ma che operazione d'Egitto! Si tratta di una semplice distorsione. Fra dieci giorni si lever il gesso e tutto torner come prima."
Gianni si sent rinascere.
E certamente avrebbe fatto anche qualche salto di gioia se avesse potuto immaginare che la sua allucinante avventura a partire dal sesto millennio non si sarebbe potuta ripetere mai pi.

16. 12. 1991 - 18. 1. 1992



LIBRO TERZO
Racconti lucchesi

LE MURA DI LUCCA

"Oggi si pu tranquillamente affermare che Lucca si  salvata, almeno quale eccezionale complesso urbano, grazie alla presenza e alla protezione delle sue mura. Non sarebbero bastati n la volont di pochi n l'amore di molti; non sarebbero bastate le leggi n la inerzia demografica della citt. Si sarebbero verificate tangenze, infiltrazioni, sostituzioni, ammodernamenti; si sarebbero avuti sventramenti e "correzioni" viarie in un tempo in cui per malintesa modernit sembr ad alcuni indilazionabile la immissione del traffico motorizzato attraverso la serrata maglia dei percorsi medioevali. Ma la prima condizione perch tali "interventi" potessero apparire in qualche modo giustificabili e materialmente possibili era l'abbattimento delle mura. E fino a tanto non si arriv. Le mura rimasero a distinguere l'ordine e la bellezza del centro storico dal disordine e dalle battute degli immediati dintorni: dentro, l'armonia; fuori la confusione e l'impotenza."
Pier Carlo Santini: "Ci difenderanno ancora" (in: "La fiera letteraria", 20 luglio 1967)

Non meravigliarti, amico lettore, se apprenderai che le mura di Lucca, che sono il vanto della citt e tutto il mondo ce le invidia, devono la loro esistenza ad una donna. Nemmeno io lo avrei mai creduto, finch qualcuno non mi narr questa storia.
Devi sapere, dunque, che tanti e tanti anni fa Giove decise di non mettere mai pi piede sulla Terra. Ammetto che il fatto pare incredibile anche a me, ma and cos. Giove, convocati innanzi a s gli Dei dell'Olimpo, chiam a sedere alla sua destra l'ignara Giunone e, dopo averla fissata bene negli occhi, con sorpresa generale dichiar che non avrebbe mai pi visitato la Terra. Il motivo? Le sue scappatelle - disse proprio cos - arrecavano ogni volta un grande dispiacere alla sua adoratissima sposa, e perci era giunto il momento di non farla pi soffrire. Come puoi facilmente immaginare, Giunone non riusciva a credere alle proprie orecchie, infine si dimen tutta contenta sul trono dorato e non nascose davanti a quel consesso straordinario la sua immensa felicit.
Guai, per, a fare certe promesse!
Infatti, passa oggi, passa domani, ecco che Giove cominci ad annoiarsi e a convincersi che non era giusto che il padrone del mondo fosse ridotto a condurre un'esistenza tanto miserabile. Cos, un bel giorno, convoc presso di s Giunone e le confid che non ne poteva proprio pi di quella vita, e lei per prima, se veramente lo amava, doveva capire che sarebbe potuto diventare addirittura pazzo se non avesse riconquistato la sua libert. Quella segregazione era durata abbastanza, e ora era tempo di ritornare alle dolci abitudini che lo avevano reso tanto felice.
"Mi avevi giurato che ti saresti dimenticato della Terra" gli rispose risentita lei, che aveva creduto alla sua promessa.
Quegli anni, infatti, erano trascorsi molto felici, e Giunone aveva ricevuto mille attenzioni dal potente marito.
Oh, lo si vedeva bene che le altre donne, con certe occhiate e certe moine, cercavano di insidiarle lo sposo, ma lui si mostrava a tal punto insensibile ai loro corteggiamenti che non c'era bellezza che riuscisse a rivaleggiare con lei.
Ora, per, Giove era diventato irrequieto, nervoso, irascibile; e Giunone conosceva bene quei segni, sapeva che erano quelli i sintomi che precedevano le sue scappatelle!
Dopo quella confidenza, perci, prese di nuovo a sorvegliarlo, sia di giorno che di notte.
Si sforz anche di apparire pi bella che mai, chiese consiglio ad alcune ninfe del mare, cosparse il suo corpo di rari unguenti e profumi, si adoper di mostrarsi allegra anche se era triste, si fece suggerire da Cupido le frasi amorose pi seducenti e infine, con la consapevolezza di una moglie che sa di dover badare a troppe rivali, si mise l'animo in pace e attese.
Giove, infatti, non se n'era stato con le mani in mano, e aveva pensato bene di inviare sulla Terra, in gran segreto, due suoi fidatissimi messaggeri: Apollo e Venere.
"Da voi esigo un lavoro del tutto speciale. Dovete trovarmi la donna pi bella della Terra, e guai se Giunone verr a sapere di questa missione."
Alla partenza, che avvenne di notte, lui stesso volle accompagnarli di nascosto e raddoppi le sue raccomandazioni:
"Non vi dar pace se fallirete."
Nei giorni seguenti, non fu possibile a nessuno di scambiare una sola parola con Giove.
Divenne ancora di pi insopportabile, irrequieto, iracondo.
Solo Cupido aveva udienza presso di lui, e Giove gli domandava consiglio e s'informava se c'erano state novit nell'arte della seduzione.
Confabulavano per delle ore. Giunone osservava tutto questo in gran segreto, e correva subito incontro a Cupido quando era lasciato libero di andarsene. Si appostava per parlargli di nascosto!
"Riferiscimi che cosa ti ha detto" lo aggrediva.
" un segreto che non posso svelare" rispondeva il bimbo, che era furbo pi di Mercurio(2).
"Dimentichi chi sono io?"
" lo stesso Giove che me lo proibisce."
"Parla marmocchio! O andr su tutte le furie" rompeva ogni indugio, incollerita, la donna.
E allora Cupido le rivelava con malizia solo alcune parti del suo colloquio con Giove, ma le altre pi interessanti le teneva ancora per s, e vedeva bene che Giunone si inquietava e soffriva!
"Tu non mi dici tutta la verit."
"Lo giuro!" faceva lui, e si voltava per andarsene.
Ma Giunone l'afferrava per un braccio e si metteva a guardarlo fisso negli occhi.
"Non ci credo" continuava a ripetere, strattonandolo senza alcun riguardo.
C'erano dei giorni che quella tiritera andava avanti per delle ore!
Intanto Giove stava coi piedi sui carboni. Erano trascorsi vari giorni e non aveva ancora ricevuto notizie dai suoi messaggeri.
"Ah, se avessi inviato Mercurio e Cupido!" si lamentava.
Trascorse inutilmente altro tempo.
Giove ora domandava notizie qua e l ostentando indifferenza. Ma tutti invece gi sapevano e si burlavano di lui.
Avvicinandosi a Diana, che al mattino si esercitava con il suo arco nel vicino boschetto, le domandava notizie di Venere con malcelata noncuranza.
E Diana, come tutti gli altri Dei, si divertiva a tenerlo sulle spine.
"Venere? Non si  pi vista da quel giorno che se n' andata. E nemmeno si  pi visto Apollo. Non si saranno per caso innamorati di qualcuno sulla Terra? Allora s che ce ne vorr di tempo prima di poterli rivedere quass!"
"Se sono scesi sulla Terra, come si mormora" gli diceva Bacco quando Giove andava a trovarlo apposta nella sua vigna "temo che non ritornino pi. Sulla Terra, tu lo sai bene che ci sono mille tentazioni che fanno gola anche a noi Dei dell'Olimpo."
And perfino a far visita a Vulcano, sebbene non riuscisse a sopportare tutto quel fuoco che avvampava nella sua fucina.
Ma quando ne usc, non aveva cavato da quell'uomo scorbutico se non risposte spigolose e cattive.
Solo con Mercurio riusciva a scaricare la sua tensione. Infatti, lo scaltro uccisore di Argo, il terribile mostro dai cento occhi, sapeva prenderlo in giro con tale grazia e furberia che anche Giove rideva dei propri difetti.
"Lo sanno tutti del delicatissimo incarico che hai loro affidato, e forse lo sa anche Giunone, poich da qualche giorno non rivolge pi la parola ad alcuno di noi."
"Dove si saranno mai cacciati quei due balordi?" s'inquietava Giove. "Ah, se avessi inviato te!"
"Vedrai che tutto andr bene anche questa volta."
"Sapessi quanto soffro, mio diletto Mercurio!" sospirava infine Giove, allontanandosi.
Venere e Apollo in effetti stavano facendo scrupolosamente il loro dovere, e sebbene si rendessero conto che di tempo n'era passato abbastanza, pur tuttavia sapevano che era meglio procedere con cautela piuttosto che deludere il potente Giove. La donna che avrebbero scelto per lui doveva essere senza alcun dubbio la pi bella e perfetta della Terra. Ci avrebbe pensato altrimenti Giunone a svelare il loro inganno, se avessero avuto troppa fretta di concludere la loro missione!
Si erano stupiti che nel mondo ci fossero cos tante donne belle.
In pi di una occasione si erano trovati sul punto di credere di avere tra le mani il gioiello che cercavano.
Talune erano addirittura pi belle di Venere; lei stessa lo aveva riconosciuto, e si era affidata al buon gusto e all'esperienza di Apollo per un pi approfondito giudizio.
Poi, alla fine, avevano riscontrato un piccolo, e qualche volta davvero insignificante difetto, e la mente era andata subito alla sospettosa Giunone, che senza alcun dubbio lo avrebbe scoperto da s e rivelato al suo sposo.
Non c'era niente di pi terribile che ingannare Giove sulle qualit di una donna ed incorrere nella sua ira!
Cos Apollo e Venere ogni volta riprendevano il cammino alla ricerca d'un'altra bella giovane in tutto degna di lui.
Arrivarono finalmente in Italia, e presto furono a Roma che, con la sua potenza militare, proprio in quegli anni stava conquistando il mondo.
"Da qui non ce ne andremo senza la nostra compagna" disse sicuro di s Apollo.
Quindi si misero a spiare in ogni casa, in ogni palazzo; anche dei tuguri visitarono, poich avevano sentito decantare che a Roma pure tra la povera gente si trovava qualche bellezza rara.
Furono pi di una volta sul punto di riuscire nell'impresa anche in questa citt. Ma alla fine se ne dovettero partire a mani vuote.
Altre citt attraversarono, altri paesi, altre campagne, perfino sui monti si arrampicarono i due infaticabili mssi dell'Olimpo, finch giunsero a Lucca.
Questa citt, a quel tempo molto, molto piccola, la si poteva scorgere tutta in un sol colpo d'occhio adagiata sulle rive del Serchio, se si arrivava dalla cima di una delle sue colline che la circondano.
Apollo era molto stanco e, vedendola da lass (la bella collina di Farneta da dove addirittura si possono scorgere e Lucca e Pisa insieme!), confid a Venere che avrebbe fatto volentieri a meno di scendere a visitarla.
"Sono poche case," le disse "non troveremo niente di interessante. Riposiamo qui per questa notte, e domattina molto presto proseguiremo verso nord."
Venere invece avvertiva in cuor suo un fremito insolito, una curiosit tutta speciale per quella citt, e implor il compagno di fare un ultimo sforzo e di scendere con lei quella collina.
"Riposeremo laggi" lo rassicur.
Si avviarono lungo il pendio e presto giunsero alle prime case.
Erano soprattutto contadini e pescatori le prime persone che incontrarono.
Domandarono loro chi fosse il padrone di quelle terre e appresero che in quel luogo era stanziata una centuria romana, e proprio al centurione faceva capo ogni cosa della citt.
Sulle rive del fiume trovarono una piccola locanda che faceva al caso loro.
Entrarono e si accomodarono ad uno dei tavoli apparecchiati proprio in mezzo alla stanza. Intorno c'era altra gente, soprattutto soldati, ma anche pellegrini che si trovavano in viaggio per Roma o diretti a nord, anche oltre le Alpi.
Chiacchieravano volentieri tra loro, e l'oste, un omaccione bello grosso, li osservava mangiare e li serviva soddisfatto.
Tutti notarono, senza per riconoscerla, la presenza di Venere. Cominci cos un mormorio che dai primi tavoli piano piano si estese agli altri.
Ammiravano la sua bellezza e specialmente i soldati non mancavano di rivolgerle qualche ammiccamento.
Venere si divertiva, abituata com'era a queste cose; e ancora se ne compiaceva e si sentiva enormemente lusingata.
Le giunse per, all'improvviso, un commento quasi impercettibile, appena sussurrato, che ella, da femmina attenta e vanesia qual era, intese subito. Si mise in allarme quando cap che qualcuno diceva:
"Ne abbiamo anche noi di donne belle come quella" e quel tale, che era seduto poco distante da lei, si chin a bisbigliare all'orecchio di un compagno.
Il quale fu subito pronto a rispondere ad alta voce:
"Hai proprio ragione! Pare anche a me che questa abbia il naso troppo piccino. Bisognerebbe vedere le sue gambe, per. Le gambe sono la cosa che conta di pi in una donna."
"Per non dimenticare che anche un bel faccino e due occhi intriganti hanno la loro importanza. E questa donna mi pare che abbia i pi begli occhi della Terra" rispose uno che era magro come un uscio.
"E il seno dove lo metti?" s'intromise un altro che se ne stava un po'pi lontano e giocava ai dadi con altri tre compagni. "Questa mi sembra che non ne abbia poi molto da mostrare."
"Ah, un bel seno mi fa impazzire" comment subito uno di quei tre giocatori, senza voltarsi e gettando i dadi.
L'oste si avvicin allora a Venere, e con tutta la delicatezza di cui era capace, le mormor all'orecchio che forse quella locanda non era adatta a lei, e le sugger di recarsi al centro della citt, vicino al palazzo del centurione, dove c'era un altro albergo pi confacente al suo rango.
"Mi sembrate due ricchi forestieri, e questo non mi pare posto per voi."
"Non ti devi preoccupare, brav'uomo" lo rassicur Venere, lasciandolo esterrefatto. "Mi piace ascoltare questa gente" sorrise.
Quelli che udirono e poterono vedere la faccia sbigottita dell'oste, scoppiarono in una grande risata e batterono le mani all'indirizzo di quella sconosciuta che aveva il coraggio, ma anche la buona creanza, di restare con loro. Venere li ringrazi con un cenno del capo; quindi si alz e mostr tutta intera la sua bella figura.
"Lo pensate davvero che ci possano essere donne pi belle di me?" domand con malizia. E mosse con la sua arte ammaliatrice qualche passo, dimodoch tutti poterono ancora una volta ammirarla.
"Ti chiediamo scusa, signora" fece uno che stava proprio in fondo alla stanza "ma abbiamo donne bellissime nella nostra citt, e pi d'una pu starti a paragone."
"Ne siete proprio sicuri?" sussurr Venere, e assunse una di quelle pose incantatrici che avevano fatto cadere ai suoi piedi gli uomini pi potenti della Terra.
"Una addirittura  anche pi bella di te!" si fece coraggio un altro, che doveva essere un mercante, e lo grid ad alta voce.
Era quello che Venere voleva sentirsi dire.
"Ah, forse questa volta ci siamo!" pens, e lo fece intendere con un'occhiata al suo compagno, che se n'era stato per tutto quel tempo zitto zitto ad ammirarla. Erano rarissimi, infatti, i casi in cui quella bella femmina non avesse fatto centro con le sue moine. Poteva tenere testa non solo ad una centuria, ma ad un'intera legione di soldati!
Non ci volle perci molto per scucire quelle bocche, che gi avevano voglia di parlare da sole, e cos Venere e Apollo appresero che una certa Lavinia, moglie dello scrivano Tiberio, che abitava non molto lontano dalla locanda, era la donna che la superava in bellezza; sicuramente era tra le donne pi affascinanti del mondo, e forse addirittura proprio la pi bella.
" probabile che il nostro viaggio si compia qui" bisbigli ad Apollo, che era tutto contento di riuscire in quell'impresa che avrebbe meritato chiss quanti elogi e ricompense da Giove.
Andarono quindi a letto assai soddisfatti, e quella notte dormirono come non era pi accaduto da moltissimi anni.
Al mattino, il canto del gallo li svegli molto presto.
Scesero le scale e trovarono l'oste gi alzato e, insieme con la moglie, una grassona ciarliera e simpatica, stava tagliuzzando gli odori e le verdure occorrenti per la zuppa di quel giorno.
"Oggi cuciniamo la nostra specialit. Vengono apposta molti clienti per assaggiarla. Ci piacerebbe che rimaneste con noi."
I nostri viaggiatori ringraziarono, ma confidarono all'oste che proprio quella stessa mattina erano sicuri di poter fare ritorno a casa.
"Il nostro viaggio  finito" disse tutto contento Apollo.
Quindi s'incamminarono nella direzione che era stata loro indicata, e giunsero cos alla casa di Tiberio, il quale a quell'ora era gi uscito per il suo lavoro.
Prima di bussare, curiosarono attraverso una bassa finestra che dava proprio in cucina. Non videro nessuno, ma restarono in attesa finch entr una giovane che teneva la gonna sollevata e infilata nella cintura della vita, cos da sentirsi pi libera nei movimenti e poter sbrigare meglio le numerose faccende domestiche.
Venere cap subito che era quella la femmina che stavano cercando. Apollo conferm col capo che era pienamente d'accordo con lei.
Tutti elettrizzati, felici, decisero quindi di bussare.
Quando la poverina si vide davanti Venere e Apollo, che avevano l'aspetto di ricchi viaggiatori, rimase sbigottita.
"Cerchiamo proprio te" principi a dire Venere con voce rassicurante.
La donna li fece entrare, e una volta che furono seduti, Venere, per farla corta, riusc a convincere Lavinia a spogliarsi.
"Stiamo cercando la donna pi bella del mondo, e quando l'avremo trovata, ella ricever una tale ricompensa che non dovr pi preoccuparsi del suo avvenire."
Aggiunse poi altre cose che stuzzicarono a tal punto la vanit di Lavinia, che questa in tutta fretta si tolse gli abiti e si lasci ammirare da quei due singolari giudici.
"Sei davvero bella" le diceva ogni tanto Venere, mentre le toccava i seni, e chiedeva anche il parere di Apollo.
Il viso di Lavinia era d'una bellezza incomparabile, e quel naso era cos perfetto che davvero aveva ragione il soldato a dire che quello di Venere non le poteva stare a paragone. Gli occhi poi avevano il colore del mare ed i neri capelli le scendevano lungo la schiena con leggere, soffici ondulazioni. Le gambe avevano la perfezione che gi Venere aveva ammirato quando Lavinia s'era mostrata la prima volta in cucina. Erano superbe. Perfino i piedi emanavano un loro fascino incantatore!
Apollo concluse che non ci poteva essere nessun'altra donna pi bella di quella, e che quindi era giunto il momento di annunciarle il premio che le spettava.
Lavinia intanto s'era empita di frivolezza e di piacere a sentire tutti quei complimenti, e quando giunse il tempo di rivestirsi:
"Visto che mi avete esaminata da cima a fondo e che mi trovate degna del vostro premio, ora ditemi di che si tratta" non si trattenne dal chiedere, non nascondendo tutta la sua curiosit di femmina.
"Sarai per una notte la sposa dell'onnipotente Giove" le rispose subito Venere, immaginando i salti di gioia che avrebbe fatto quella donna.
"La sposa di Giove!?" esclam invece tutta delusa e indispettita Lavinia, meravigliando i due visitatori "Ma io mi credevo che tante belle monete d'oro sonanti fossero il premio per me!" E il suo viso si avvamp.
Venere stava per svenire; prese fiato per riaversi dallo stupore.
"Ma come!" intervenne Apollo " un grande onore riservato a pochissime donne della Terra!"
"Non per questa che avete davanti!"
" una bestemmia bell'e buona!" esclam preoccupato Apollo.
"Bestemmia o non bestemmia, le cose stanno cos" cominci ad infuriarsi Lavinia.
"Ferma, ferma!" grid Venere, parandosi il volto con le braccia, quando vide che la donna stava brandendo una scopa e si avventava su di loro.
"Non finisce qui!" minacci Apollo che, afferrato per un braccio la sua compagna, riusc finalmente a trascinarla fuori da quella casa.
"Tu non hai idea di quello che pu farti Giove" grid quando fu in strada.
"Ci saranno bastonate anche per lui; e quando lo verr a sapere mio marito, le bastonate saranno doppie!" rispose Lavinia, affacciandosi sull'uscio.
Non ci fu nulla da fare.
Apollo e Venere si convinsero cos che avevano trovato davvero la donna pi bella della Terra, e che quindi potevano ora interrompere il loro viaggio e fare ritorno all'Olimpo; solo per che questa donna era anche la pi cocciuta tra quelle che avevano incontrato, e non c'era alcun dubbio che non ci stava proprio a giacere con Giove!
Chi avrebbe avuto il coraggio di dirglielo?
Era la peggiore risposta che potevano portare al padrone del mondo!
Mogi mogi lasciarono la citt e, questa volta usando le loro arti divine, rapidamente raggiunsero l'Olimpo.
Di nascosto, per non farsi udire da alcuno, s'introdussero nelle stanze di Giove.
"Siamo qua" bisbigliarono.
Giove intu al volo com'erano andate le cose.
"Avete fatto fiasco, fannulloni! Avete speso tutto questo tempo per non concludere nulla!" e gi stava per lanciare fulmini e saette contro di loro, quando Venere si fece coraggio e...
"L'abbiamo trovata la donna che fa per te!" disse in tutta fretta, prevenendo a tempo l'ira di Giove.
"E allora? Che aspettate? Dov' questa donna? Perch me la nascondete? Portatela subito qua!"
E quando Venere, tutta tremante, gli rivel la verit, e cio che Lavinia lo aveva anche sbeffeggiato, e non voleva proprio saperne di lui, immaginatevi quello che successe per tutto l'Olimpo!
Lampi, tuoni, grandine, tempeste di vento, nubifragi, grida mostruose percorsero il cielo in lungo e in largo, e ciascuno degli Dei, ovunque si trovasse, qualunque cosa facesse, si ferm atterrito. Capirono tutti che una punizione terribile si stava rovesciando sulle teste sventurate di Venere e Apollo, rei di aver fallito l'impresa.
Giunone fu la prima ad accorrere e, sebbene nessuno volesse dirle niente, intu la verit.
"Che ti serva di lezione! Era ora che qualche pollastrella ti dicesse di no."
"Taci, vecchia scimmiona!" le rispose Giove, imprecando anche contro di lei. "Stai certa che quella giovinetta pagher cara la sua superbia. E lo voglia o no, la porter nel mio letto."
La notizia di quello smacco si diffuse con la rapidit del fulmine e la citt di Lucca e il nome di Lavinia furono per giorni e giorni sulla bocca di tutti gli Dei dell'Olimpo.
Giove pass notti terribili, e durante il giorno non riusciva a sopportare gli sguardi di nessuno. Vi leggeva il dileggio, il sarcasmo, l'ironia.
Decise quindi di agire con la massima celerit per porre fine a tutto quel clamore che recava grave pregiudizio alla sua fama.
Intanto, Lavinia aveva confidato a Tiberio quel che le era capitato.
Tiberio l'aveva rimproverata per aver ceduto alle lusinghe di quei due visitatori straordinari, ma si era anche compiaciuto del rifiuto che aveva saputo opporre alla loro sfacciata proposta. Si sent orgoglioso di quella donna assennata e bella.
Ma ora si doveva correre ai ripari, poich certamente quelle minacce non erano state pronunciate invano.
Eppoi, non lo sapevano tutti che Giove era vendicativo?
Si confidarono pertanto con degli amici. Tiberio ne parl anche con il centurione, e tutti lodarono il comportamento di Lavinia che aveva difeso, con il suo rifiuto, la dignit di tutte le donne del mondo. Se ce ne fosse stato bisogno, l'intera popolazione l'avrebbe aiutata!
Tiberio e Lavinia tornarono a casa soddisfatti delle assicurazioni ricevute dagli amici e da tutta la citt e ripresero a vivere i loro giorni serenamente.
Vollero anche documentarsi sulla vita di Giove; e cos Tiberio, che era uno scrivano e quindi aveva libero accesso ai molti manoscritti che si trovavano presso il palazzo del centurione, si convinse ancora di pi che non si doveva abbassare la guardia dopo quel fatto che era accaduto, e prima o poi Giove si sarebbe fatto vivo per prendersi la sua rivincita.
E infatti una sera, quando meno se l'aspettavano e Lavinia era sul punto di andare a letto a raggiungere il suo sposo, ecco che sentono picchiettare alla porta.
Lavinia avverte subito Tiberio, che si alza e va lui stesso ad aprire.
Davanti alla porta stava un bellissimo cigno tutto bianco che, con il suo atteggiamento, lasciava intendere di voler entrare.
"Avr fame" ebbe compassione Lavinia, che era subito accorsa a vedere anche lei, pronta a prestare tutte le cure necessarie a quell'animale.
"Altro che cigno tutto bianco e bisognoso di cure!" esclam invece Tiberio, che aveva rammentato qualcuna delle sue letture "Questo qui  Giove in persona, furbo e maledetto!" e subito raccolse dietro l'uscio il bastone che aveva preparato e gi botte da orbi a quel delicato e superbo volatile.
Il quale non ristette sulla porta pi di tanto. D'un lampo svan e fece ritorno all'Olimpo, dove tutti poterono vedere Giove coperto di ferite e di bernoccoli. Perfino l'occhio aveva tumefatto!
Rise, gonfia di soddisfazione, l'inquieta Giunone, che si precipit comunque in camera sua a cercare le bende con cui medicare il povero sposo.
"Non  finita qui!" esclamava inviperito Giove, mentre Giunone gli fasciava quasi tutto il viso e il tronco.
"Lascia perdere, ti dico. Quella donna non fa per te."
"Non  ancora nata la femmina che pu resistermi!"
Lavinia, intanto, ora stava in guardia anche di giorno, e quando il marito andava al lavoro, lei o usciva insieme con qualche amica, o se ne restava sprangata in casa. Aveva sigillato perfino le finestre, e non apriva pi a nessuno fintanto che non ritornava il suo Tiberio.
Una sera, sentirono di nuovo qualche rumore sospetto.
Si alz Tiberio, guard dappertutto, spalanc la porta, ma non not niente di particolare.
Quando per si rinchiuse in camera con la sua Lavinia, ecco che da sotto la porta vide strisciare ed avanzare nella stanza una piccola, piccolissima serpe, che si diresse in tutta fretta verso il loro letto.
Lavinia, quando se ne accorse, cacci un urlo. Ma Tiberio aveva gi preso quel suo bastone ed anche questa volta ne men a destra e a sinistra, cos tante che manc poco che quella serpe non rimanesse schiacciata sul pavimento.
Giove ebbe bisogno ancora una volta delle cure amorevoli della sua Giunone.
"Non ne hai abbastanza?" continuava a dirgli mentre lo medicava.
"Prima o poi dovr cedermi!" ribatteva il signore dell'Olimpo.
Al terzo tentativo fallito, Giove si risolse di prendere un'altra strada, perch si convinse che quella era pi che consumata, dato che ormai tutti sapevano dei suoi mascheramenti, i quali erano diventati, perci, il segreto di Pulcinella.
Cos decise di farla rapire da una spedizione di suoi soldati al comando nientemeno che dell'invincibile Marte.
Ne parl con il superbo eroe, e a questi non parve vero di essere impiegato in un'operazione che aveva tutta l'aria di potergli meritare delle grandi ricompense.
Furono in tutta fretta allestiti i preparativi necessari e formato alla fine un bel drappello di soldati, addestrati di tutto punto.
Calarono dunque sulla Terra e arrivarono alla citt.
Si presentarono davanti alla casa di Tiberio di primo mattino.
La gente si era fermata ad osservare quello strano drappello di soldati sconosciuti. Ora si accalcava intorno a loro.
Quando Tiberio venne alla porta e apr l'uscio, subito lo richiuse alla svelta, rendendosi conto di ci che stava realmente accadendo, e si mise a gridare a squarciagola:
"Aiuto! Aiuto! Sono venuti a rapire Lavinia!"
Marte dette immediatamente l'ordine di forzare la porta.
"Dobbiamo entrare a tutti i costi. Svelti, svelti! Non perdiamo tempo."
Stavano per eseguire quel comando i suoi soldati, quando la gente si rese finalmente conto del pericolo in cui si trovava la loro bella concittadina.
"Vogliono portarsi via la nostra Lavinia!" url uno, scagliandosi contro il primo soldato che si era mosso.
Di l a poco, tutti gli altri fecero altrettanto e si gettarono inferociti su quel piccolo manipolo di forestieri.
Marte si batteva tenacemente e teneva testa a sette o otto persone da solo, con invidiabile coraggio e anche con molta destrezza. Ma non altrettanto capaci erano i suoi compagni che, essendo abituati alla vita pacifica e oziosa dell'Olimpo, mal riuscivano a scansare sassi e pugni di quella plebaglia.
Alla fine accorsero in aiuto di Lavinia anche i soldati della guarnigione romana, e a quel punto non ci fu proprio pi niente da fare per Marte e i suoi compari.
Senza onore, ma anche senza alcuna titubanza, misero le gambe in spalla e d'un botto non si seppe pi niente di loro: spariti, ingoiati dall'aria.
"Torneranno, purtroppo" disse alla gente il povero Tiberio, mentre ringraziava tutti per il coraggio e la solidariet dimostrati.
"Si vogliono portare via la mia Lavinia. Che diritto ha Giove di compiere questa nefandezza?" E si lamentava con la Dea Fortuna che ancora una volta s'era schierata dalla parte del pi forte e mostrava di non curarsi affatto della sua umiliazione.
"Verranno pi numerosi, e allora dovremo cedere" e di nuovo ringraziava la citt per il soccorso ricevuto ma, piangendo, non nascondeva la sua disperazione sentendo la sconfitta vicina.
"Non  ancora detta l'ultima parola!" grid a tutti il centurione che, facendosi largo tra la folla, ora si trovava proprio davanti alla porta della casa di Tiberio.
Guard Lavinia, che s'era avvicinata al suo sposo e lo abbracciava, anche lei piangente, e le promise ad alta voce che tutta la citt avrebbe fatto resistenza, e lui metteva a disposizione l'intera centuria per la riuscita dell'impresa.
"Per prima cosa dovremo erigere delle difese" sugger ai suoi genieri.
E cos in un batter d'occhio, chiamati in aiuto tutti i muratori, i manovali, i fabbri, i falegnami e ogni altra specie di operai che si trovava nella citt, fu dato inizio alla costruzione di una cinta muraria, che circond la casa di Tiberio e quelle di molte altre famiglie attorno.
L'operazione si concluse in pochi giorni, tanto febbrilmente ciascuno si adoper per portarla a termine nel pi breve tempo possibile.
Quando fu finita, tutti si compiacquero del lavoro compiuto.
Furono messe delle sentinelle alle tre porte della muraglia, ed anche la dimora della bella Lavinia fu sorvegliata notte e d da un nutrito drappello di guardie.
Cos, quando Marte torn coi suoi soldati deciso a farla finita una volta per tutte, trov a sbarrargli la strada quella muraglia imprevista.
"Abbattetela!" fu l'ordine perentorio che diede ad alcuni dei suoi.
Ma al momento di avvicinarsi, ecco che un nugolo di lance piomba addosso a quegli sprovveduti, i quali subito, senza pensarci su due volte, fanno immediatamente marcia indietro.
Li sprona ad insistere, Marte, con voce tuonante; e ordina anche agli altri che sono rimasti nelle retrovie di sostenere l'assalto, ma dalle porte sbucano infine dei fanti romani cos ben equipaggiati ed usi alla guerra, che tutto l'esercito di Marte d'un solo colpo si squaglia e se la d a gambe levate. E Marte stesso, anche lui, il fiero vincitore di molte battaglie, questa volta li precede tutti quanti, spaventato dalla caparbia resistenza della citt!
Furono inseguiti e alla fine, come quella prima volta, i fuggitivi non trovarono di meglio che dileguarsi nell'aria e comparire con la coda tra le gambe al cospetto dell'onnipotente Giove.
Il quale li rimprover ferocemente, e soprattutto se la prese con Marte, definendolo codardo e indegno della sua fama.
Ci volle molto tempo perch la profonda ferita inferta all'orgoglio di Giove si rimarginasse.
"Nessuno mi ha mai trattato in questo modo" si lamentava. "Mai nessuno mi ha fatto fare una tale misera figura."
E cos, mentre a Lucca si festeggiava la splendida vittoria conseguita dalla citt, Giove scoppiava in un pianto dirotto, vedendosi costretto a rinunciare ormai per sempre alla bella Lavinia.
Di quel pianto resta ancora oggi il ricordo.
Qualcuno infatti sostiene che quelle lacrime caddero proprio nel territorio lucchese e formarono i due laghetti che ancora si possono ammirare: l'uno ha nome Sibolla e l'altro Massaciuccoli.
I lucchesi non rinunciarono mai pi a quelle mura, che furono le prime di Lucca.
Esse furono ampliate continuamente, irrobustite secondo i tempi, e infine anche illeggiadrite.
Oggi, chiunque venga a visitare la citt, le pu vedere ed ammirare.
Quelle Mura sono l, magnifiche e imponenti, a ricordare tanta parte di storia lucchese, ed anche quella lontana e superba avventura di Lavinia, la bella sposa che diede scacco matto a Giove.


ULDERICO E LAURINA

Molti anni fa, subito dopo la guerra, quando le rovine e la miseria affliggevano ancora la gente, viveva a Montuolo - un grazioso paese vicino a Lucca - un uomo molto ricco, di nome Ulderico; aveva terre, case e denaro in gran quantit; durante la guerra si era ancora di pi arricchito, e correva voce che forse non vi era all'intorno alcuno che si potesse dire egualmente fortunato.
Lui lo sapeva, se ne gloriava e quando passava sul suo calesse godeva al pensiero della molta invidia che riusciva a destare.
In paese poteva dirsi il padrone.
Era per avanti con gli anni e da qualche tempo gli era venuto il desiderio di prendere moglie.
Donne ne aveva avute di ogni specie: bionde, rosse, brune, gialle, nere, grasse, magre. Tutti lo sapevano libertino, e quando in paese si voleva vedere una bella donna, non si doveva fare altro che appostarsi davanti all'uscio della sua casa.
I pi giovani si leccavano le labbra, assaporavano con la fantasia quei frutti proibiti.
Ma ora, forse per l'et, sentiva il bisogno di avere tutta per s una donna che lo accudisse, lo comprendesse, con cui confidarsi e alla quale dare la sua fiducia.
La voleva per anche giovane e bella, poich si sentiva ancora uomo vigoroso che poteva accontentare in tutto una giovane moglie.
Ne parl con gli amici. Alcuni gli davano ragione, poteva permetterselo per tanti motivi e soprattutto perch era ricco e ancora uomo piacente; altri cercavano di farlo desistere: prenditi la donna quando ne hai voglia e sceglila l per l secondo il piacere del momento, poi rimandala a casa sua. La moglie  un impiastro, ti gira sempre intorno; e vuol sapere cosa fai, e vuol sapere dove vai, e quando  nervosa e quando  imbronciata e quando non la coccoli abbastanza, e quando non sei contento di lei. Insomma,  un vero tormento che ti metti per casa, gli dicevano. Non sei pi libero di fare niente.  gelosa se non la guardi abbastanza, ti fa cornuto se gli stai troppo addosso.
Ma Ulderico sentiva di averne bisogno e che non doveva essere quel gran male se era vero che la maggior parte degli uomini a questo mondo si sposa.
Preg gli amici di aiutarlo nell'impresa; li avrebbe ricompensati con molto denaro.
E gli amici si misero subito al lavoro; batterono il paese e la citt in cerca di una giovane che rispondesse ai desideri di Ulderico.
Anche lui si dette da fare, e occhiava tutte le pollastrelle che gli capitavano a tiro; ma questa gli pareva troppo vecchia, quella troppo grassa, quest'altra un po'civettuola, quell'altra troppo musona; insomma pi di trenta ne vide da s e pi di cinquanta furono quelle che gli portarono innanzi i compagni, snidate dalla citt e da tutta la campagna.
Finalmente ecco che un amico un giorno gli dice:
"Ulderico, oggi ti porto con me a conoscere la tua sposa."
"Ne ho viste tante e vedr anche questa, ma comincio a disperare di trovarne una come m'intendo io."
"Son sicuro che questa  la volta buona, caro Ulderico, e ti giuro che se non fossi gi sposato, la giovinetta sarebbe la moglie ideale anche per me. Non ha ancora vent'anni, ha un musetto cos garbato da incantare perfino i serpenti, occhietti vispi e neri, e una figurina ben modellata da lasciarci piantati gli occhi, una di quelle statuine, ti dico, che ti metti l a girarle intorno e non ti stancheresti mai di rimirarla. Ma questa, a differenza,  viva e vegeta, e mi hanno detto anche che sa fare di tutto in casa e se prende a ben volere il marito, gli si assoggetta come un cagnolino. Vieni con me Ulderico e non ti pentirai di avermi dato ascolto."
Immaginatevi l'anziano libertino a sentire tali descrizioni della ragazza!
Dette subito ordine di preparare il calesse e se ne part in tutta fretta con l'amico, diretto a un certo paese non molto distante da l.
La ragazza valeva davvero tanta premura. Era cos graziosa che si poteva senz'altro dire che nei dintorni ve ne erano pochissime come lei; soltanto che l'amico, d'accordo con gli altri compagni, voleva fare un bel tiro a Ulderico e la ragazza, per la verit, non era affatto quella sposa ideale che il poveretto cercava.
Aveva tanti mai corteggiatori (e quell'amico era uno di loro) che prima o poi a qualcuno aveva ceduto le sue grazie, e senza pentirsi, giacch la cosa le era piaciuta la prima volta e continuava a piacerle; furba come una volpe, pochi riuscivano a ingraziarsela se lei non voleva, ed erano rari quelli che le potevano stare alla pari in astuzia e malizia.
Sapeva fare la coccolina quand'era il caso, e sapeva farla tanto bene che sembrava quella la sua vera natura; tirava fuori le unghie, invece, quand'erano in gioco i suoi interessi; le piaceva il denaro ed era attratta dagli uomini che ne avevano.
Perci, quando l'amico corteggiatore le narr il proponimento di Ulderico e descrisse con dovizia di particolari le sue ricchezze, la leggiadra Laurina (questo era il suo nome) si offr di diventare la moglie tanto desiderata.
"Dovrai essere dolce come lo zucchero e remissiva come una schiava."
"Non trover di meglio a questo mondo, come  vero che  ricco sfondato."
Quando giunsero al paese, perci, trovarono Laurina bell'e preparata alla parte; infatti stava sciorinando dei panni appena lavati. Canticchiava e l'allegria la rendeva ancora pi bella.
Ulderico dapprima non volle farsi vedere; con l'amico la osserv di nascosto, e Laurina, da furba qual era, sapendosi rimirata, faceva certe moine che Ulderico usc da quell'appostamento stregato. Aveva il sangue alla testa e non vedeva l'ora di stringere tra le sue braccia quel corpicino delizioso.
In quattro e quattr'otto, senza perdersi in preamboli, si present alla ragazza e chiese di sposarla.
Laurina si finse sorpresa e vergognosa; divent tutta rossa e si nascose il viso con un fazzoletto che stava sciorinando al sole.
"Sono ancora troppo giovane. Eppoi i miei genitori non mi lascerebbero venir via di casa, ora che il mio aiuto  indispensabile; sono cos vecchi..."
"Discorrer con loro. Aggiuster ogni cosa."
"Non sono certa di essere una buona moglie."
"Lo sarete, di questo garantisco io" intervenne l'amico.
"Certo che sarete per me una buona moglie. Me ne intendo io di donne" aggiunse Ulderico.
Dopo un tira e molla che dur per pi giorni (i genitori acconsentirono, naturalmente, ma Laurina dichiarava a bella posta di sentirsi indegna) venne combinato il matrimonio, che si celebr di l a pochi giorni con un grande accorrere di gente e soprattutto di tutti gli amici di Ulderico, che non vollero perdersi lo spettacolo da loro stessi preparato.
Ulderico, elegante e impettito, entr in chiesa con il solo pensiero di potersi poi godere quella mogliettina; Laurina con quello invece di mettere le mani su di un patrimonio che le avrebbe assicurato agiatezza e capricci.
"Questo vecchio rimbambito, so io come rigirarmelo" pens, mentre il prete benediceva le fedi nuziali.
Uscirono sotto una pioggia di riso, di grida, di applausi.
Gli amici confidarono a Ulderico di invidiargli quella sposa cos fresca e modesta. Fecero, strizzandogli l'occhio, qualche allusione alle gioie che lo sposo avrebbe assaporato quella prima notte.
Ulderico lasci intendere che in quel giorno non si sarebbe scambiato con nessun altro al mondo, tanto era felice.
La notte fu tale e quale Ulderico l'aveva immaginata.
La sposina non gli fece mancare proprio nulla, ed ora con il tale garbo, ora con la talaltra maniera, riusc a soddisfare in tutto e per tutto il consumato Ulderico, che fu lieto di trovarsi di fronte ad una giovane che mostrava di non avere alcuna inibizione.
"Mi aspettavo che tu fossi vergognosa" le disse ad un certo punto, ma lei fu subito lesta:
"Sei il mio adoratissimo sposo, che amo e che voglio far felice."
A Ulderico non pass per la mente dove e come quella pollastrella avesse imparato tanta arte e, da vero sciocco, credette che fosse una felice combinazione della sorte.
La mattina dopo spalanc le finestre e respir a pieni polmoni, tutto felice.
Qualche amico era gi sotto ad aspettarlo.
"Come va, Ulderico? E che lo domando a fare, si vede bene che stanotte non hai chiuso occhio."
"Una vera fortuna, Venanzio. Non mi poteva capitare una sposa migliore."
E infatti i primi tempi furono rose e fiori. I due erano visti sempre insieme a passeggio per il paese, una coppia davvero ben assortita. E quando lui era al lavoro, lei restava in casa a sfaccendare, batteva i panni e li stendeva alla finestra, e spazzava, rifaceva i letti, preparava il desinare, accudiva al bel giardino.
Le notti poi, furono tutte tali e quali alla prima.
Ulderico si sentiva come stregato dalla donna; ogni volta che la sera gli stava accanto, il sangue si rimescolava, e avvertiva di non poter pi fare a meno di lei.
In questo modo Laurina, a poco a poco, lo ebbe in pugno; le sue grazie la resero padrona anzich schiava e bastava che lei mettesse il broncio per un rimprovero dello sposo, che questi subito cercava in ogni modo di riparare. Le si faceva intorno e non smetteva di piagnucolare finch la donna non lo aveva perdonato.
Erano queste le migliori occasioni per farsi regalare i doni pi desiderati: preziose collane, vestiti, anelli, bracciali, gite di piacere nei posti pi belli del mondo, anche luoghi lontani. A volte stavano fuori per mesi e nessuno sapeva dove fossero andati.
Pass qualche anno e Laurina si era gi levata molti capricci; Ulderico non aveva pi potere su di lei, anche se credeva di averne.
Quel corpicino desiderato lo rendeva il vero schiavo dei due.
Laurina pens quindi giunto il momento di ricominciare ad avere qualche amante; ricordava il tempo in cui un bell'uomo la faceva innamorare e torn a cercarne, cominciando da quegli amici di Ulderico che gi l'avevano conosciuta.
Oh, seppe fare tutto cos bene di nascosto che nessuno sospett mai di nulla!
Ancora andavano in giro insieme i due sposi; ancora, anche se pi di rado, Ulderico aveva le sue notti di soddisfazioni.
Gli amici che si trovarono favoriti dalla bella Laurina, lodavano in cuor loro il giorno in cui avevano avuto l'idea di dare in sposa la giovane al vecchio Ulderico. Ora non dovevano andare lontano per spegnere i loro ardori amorosi!
Trascorsero altri anni, e mentre Ulderico invecchiava a vista d'occhio, Laurina si faceva sempre pi bella e si accresceva il numero dei suoi corteggiatori.
Ora non si nascondeva pi ed era successo anche che s'era portato in casa l'amante, mentre il vecchio era fuori per affari.
Accadde cos che un giorno Ulderico scopr la tresca.
Dapprima la sospett, incontrando qualche volta al cancello uno o l'altro dei suoi amici che usciva da casa sua.
Qualche saluto furtivo, qualche scusa che apparve posticcia al vecchio, ed ecco che un giorno qualcuno con una confidenza apr definitivamente gli occhi a Ulderico.
Non fatic nemmeno molto ad ottenere la confessione di Laurina, anzi questa al primo brontolio del vecchio ammise tutto quanto.
"Cosa credevi?" rispose inviperita "che mi accontentassi d'un uomo vecchio come te? Guardami, sono molto pi giovane e sono ancora bella; ho anch'io i miei diritti. Si vive una volta sola, caro il mio Ulderico."
"Bada a come parli."
"Parlo, parlo e so quel che dico. Ti faccio mancare forse qualcosa? Hai da lamentarti come marito, o invece non  anche troppo quello che ti do?"
Sapeva Laurina che tanto l'uomo l'aveva ben accalappiato con le sue moine e quel che gli dava era pi che bastevole, e Ulderico ormai non ne poteva pi fare a meno.
"Se non ti va, bisogna che ti accontenti" concluse.
Il vecchio, che diveniva color paonazzo dalla bile, non ebbe mai il coraggio di dirle che la scacciava di casa e che poteva tornarsene al suo paese a fare la sgualdrina.
Si sentiva attaccato a lei, avvinghiato dalla lussuria.
Dove avrebbe trovato, alla sua et, una donna tanto bella, che si sottomettesse ai suoi capricci amorosi?
Cos, dopo i primi mesi in cui era scontroso, brontolone, sempre corrucciato, Laurina, con moine e scherzi sapientemente dosati, riusc ad accattivarselo di nuovo; lui le sorrise e da quel giorno lasci correre, non dette pi ascolto alle chiacchiere, ai pettegolezzi e pens che in fondo in fondo era meglio far finta di niente.
Laurina, per qualche diavoleria, era intanto diventata ancora pi bella; vivace nel carattere, furba e attenta, aveva guadagnato nel corpo una bellezza procace, in cui l'occhio del lussurioso riusciva a perdersi in sogni, in smanie. Quando usciva per strada, tutti gli sguardi erano per lei, e Laurina sembrava gustarli uno ad uno, misurarne il calore, l'intensit sul suo corpo.
Ulderico dovette sopportare ancora di pi e un giorno, lui in casa, dovette far finta di niente quando Laurina si chiuse in camera con l'amante!
Divenne a poco a poco una cosa normale, un'abitudine quasi giornaliera.
Qualcuno ora lo salutava chiedendo notizie della moglie: "Come sta Laurina, sempre in gamba, eh?" e Ulderico vi leggeva l'intenzione, l'ammiccamento.
Ma come poteva liberarsi da quella incresciosa situazione?
Gli amici ormai lo schernivano:
"Ma che dici Ulderico! Ti lamenti di Laurina, ma se tutto il paese ne parla cos bene!"
" una donna che ha molte qualit."
"Non dice mai di no al prossimo.  sempre pronta a donare."
Una notte Ulderico non rientr a casa; malinconico, scoraggiato, trov una camera in una locanda lontana dal suo paese, e l certe volte prese a fermarsi.
Tentava di liberarsi della donna; starne lontano forse gli avrebbe giovato a prendere una decisione. Per non durava molto il tentativo, poich l'uomo si sentiva diabolicamente legato a quelle arti amorose.
E cos una notte torn precipitosamente a casa, ma trov il suo posto occupato.
"Tornatene da dove sei venuto" gli grid da dietro la porta Laurina.
La mattina dopo ci fu una bella sfuriata.
"Maledetta sgualdrina. Sei la mia rovina, mi farai crepare anzitempo."
E lei zitta, e ogni tanto:
"Hai finito? Cos impari a star fuori la notte; che credevi, che non avessi qualcuno da farmi scaldare il letto?"
"Tu sia maledetta e sia maledetta questa casa" concluse gridando Ulderico.
E da quel giorno non usc pi di casa; si arred una stanza tutta per s e vi si rinchiuse giorno e notte.
A Laurina non parve vero. Si sent autorizzata a far tutto ci che voleva. E lo fece.
Ulderico si ammal presto; e una sera, che era l'ultima della sua vita, mentre Laurina, con accanto l'amante, si era chinata su di lui per sentire se ancora respirava, lo ud bisbigliare:
"Non ti dar pace, sgualdrina. Per il resto della tua vita, ti far ricordare di me."
Detto questo, spir, mentre Laurina con un'alzata di spalle si riportava in camera il compare.
Dopo qualche tempo, cominciarono ad accadere cose strane in quella casa.
Chi c'era stato e aveva visto raccontava che, mentre egli se ne stava in camera con Laurina, ad un tratto si udivano dei rumori, poi dei passi nel corridoio ben distinti, si apriva la porta della stanza, ma nessuno compariva; i due disgraziati restavano seduti sul letto con gli occhi sbarrati dalla paura; qualcuno strappava loro le coperte e sghignazzava, finch l'amante, alla fine, non scappava mezzo nudo e terrorizzato.
Solo Laurina restava come inebetita, ricordando le parole del vecchio.
Il fatto si ripet molte volte e cos tutti seppero che Ulderico tornava la notte a vendicarsi.
Laurina dapprima non si rassegn; visit fattucchiere e stregoni in cerca di un rimedio alla sciagura, ma quando i giovani l'abbandonarono e non vollero pi saperne del suo letto, si vide davvero disperata.
Si adatt ai pi anziani, poi ai vecchi soli che non avevano donne da frequentare. Ma anche a questi accaddero quegli straordinari eventi e non resistettero a lungo.
Per farla corta, Laurina fu costretta a vivere sola, e ogni sera a sentirsi comparire dinanzi l'invisibile presenza, che la tormentava coi dispetti e le paure pi atroci.
Ne mor; e c' chi dice che quel pomeriggio Ulderico apparve come in carne ed ossa, le si accost e mentre Laurina emetteva l'ultimo respiro, qualcuno lo sent esclamare:
"Finalmente!"
Da quel giorno, nessuno abit pi la vecchia casa.
Chi ci aveva provato, raccontava di aver sentito per le stanze muoversi come un filo d'aria e percepito degli strani bisbigli.
Altri sostennero, invece, che con la morte di Laurina, Ulderico se n'era andato per sempre; tuttavia non una sola persona ebbe pi il coraggio di mettervi piede.


LA CODA DI PAGLIA DELLE DONNE

In un tempo molto, molto lontano viveva a Lucca un uomo che proprio non ne poteva pi di sopportare sua moglie. Non perch fosse cattiva, anzi era una pasta di donna, di animo molto buono e ci voleva poco per commuoverla. Ma aveva la coda di paglia. Era questo il suo difetto.
Bastava che il marito le facesse un piccolissimo rimprovero, ma anche solo sbagliasse l'intonazione della voce e subito lei s'inalberava, metteva il broncio.
I primi tempi il marito lasciava perdere. "Cambier" si diceva tra s. Le spieg anche che mettere il broncio poteva essere una cosa del tutto normale in talune circostanze in cui lui aveva esagerato nel rimprovero, ma si doveva durare poco in quell'atteggiamento che guastava il piacere della confidenza e dello stare insieme.
La moglie prometteva, ma poi subito ricadeva nel difetto.
Un amico, con il quale si confid, gli disse un giorno che anche sua moglie era tale e quale e che quello era il tallone d'Achille di tutte donne.
"Non lo sai che hanno la coda di paglia?" e si mise a ridere quando Agostino (cos si chiamava il nostro protagonista) lo guard tutto meravigliato.
"Non solo hanno la coda di paglia, ma anche il pungiglione, se tu le stuzzichi troppo!"
Agostino se ne torn a casa sconsolato. Perch se era vero che quel castigo di Dio riguardava tutti i mariti del mondo, e quindi mal comune mezzo gaudio, era anche vero che non ci poteva essere rimedio, se nessuno dacch esisteva la vita lo aveva ancora trovato.
Si mise seduto sulla sedia di cucina e cominci a guardare sua moglie, che era intenta a sfaccendare come gli altri giorni. Pens che forse era tutto quel daffare che avevano le donne a dar loro quel brutto carattere. E senza rendersene conto, mentre pensava a queste cose, principi a scrutare accuratamente ogni angolo del corpicino di sua moglie, per vedere se riusciva a scoprire quella maledetta coda di paglia, e magari anche il pungiglione, come gli aveva confidato il suo compagno. Ma la moglie, furba qual era, subito se ne accorse. Si volt verso di lui, si mise le mani sui fianchi, e dopo averlo squadrato ben bene, lo rampogn:
"Che ci fai l impalato? Guarda piuttosto di darmi una mano. Non vedi quanto ho da fare?"
"Ben mi sta!" brontol l'uomo "Non sei lusingata degli sguardi di tuo marito? Non ti si pu guardare che subito t'inalberi."
"Sei un bel fannullone!" chiuse in fretta la moglie, che aveva capito la malizia di quegli sguardi, e gli mise in mano uno spolverino.
Agostino fu costretto perci ad alzarsi dalla sedia, bofonchi che sarebbe stato assai meglio per lui se fosse rimasto in piazza San Michele a discorrere con gli amici, ma si diresse in salotto con quello spolverino in mano e cominci a darsi da fare, sotto gli occhi vigili della moglie, che ogni tanto s'affacciava nella stanza a controllare.
E anche in quelle occasioni, senza che Agostino se ne rendesse propriamente conto, il suo occhio si metteva a frugare su quel corpicino tutto pepe.
"Ma dove l'avr mai nascosta? Ah, se potessi scovarla!"
Era convinto che trovando quella coda, egli l'avrebbe potuta tagliare con delle belle forbici, e zac, da quel momento tutto con sua moglie sarebbe filato liscio come l'olio. L'avrebbe avuta accanto a s buona, tollerante, remissiva, dolce, tenerissima.
Che sogno, una moglie cos!
L'avrebbe rivelato a tutti gli uomini quel nascondiglio segreto! e sarebbe stato ricordato per l'eternit come un gran benefattore.
Altro che il premio Nobel per la pace avrebbe meritato!
Ma come poteva fare?
Si ricord di Dio, e anche di qualche Santo a cui era stato particolarmente devoto da ragazzo. E addirittura ramment due o tre amici d'infanzia, morti anzitempo, coi quali era stato in grande confidenza.
Ci pens e ci ripens molto prima di decidersi a ricorrere al loro aiuto, ma infine quando, dopo un'ennesima lite con la moglie, si convinse che cos non poteva pi andare avanti e che quello era rimasto il solo modo per salvare il suo matrimonio, una mattina di buon'ora usc di casa e si rec nella bella cattedrale di San Martino.
"Pregher il Volto Santo. Davanti a Lui si sono inginocchiati molti papi e molti re. Ci significa che qualche grazia ne sar pure venuta."
Entr e si diresse con passo spedito al bel tempietto che conserva l'antico crocifisso nero. S'inginocchi e levando gli occhi al Volto Santo implor la grazia.
"Non ti chiedo di farmi ricco e nemmeno di darmi la salute dell'anima e del corpo, che pure sono beni preziosi. Ma fammi scoprire dov' che mia moglie tiene nascosta quella maledetta coda di paglia. Non ne posso proprio pi!  mai possibile che ogni volta che parlo con lei, devo controllare perfino l'accento della mia voce, l'intonazione delle mie domande, il garbo delle mie risposte? Oh, cos non ce la faccio pi e la mia vita, credimi,  un supplizio tale che solo quello della tua Croce pu stargli a paragone!"
Finita la supplica, Agostino rimase ancora l inginocchiato, come in attesa. Guardava il crocifisso e soprattutto se da quegli occhi e da quella bocca divini uscisse la risposta che desiderava.
Invece silenzio. Qualcuno intanto era entrato in chiesa e s'era accomodato accanto a lui.
Allora Agostino si scost e and a mettersi in disparte per restare un po'pi solo, per sempre tenendo sotto controllo l'immagine del crocifisso.
Il Volto Santo taceva.
Implor gli altri Santi e quei suoi amici affinch intercedessero per lui.
"Vi prego," disse a quest'ultimi "voi che mi conoscete molto bene, fatelo capire a Dio che quello che gli chiedo non  a fin di male. Voglio solo tagliarla quella coda. Non credo che Dio se ne possa dolere, e vedr anche lui tutto il bene che ne deriver. Sar sorprendente la trasformazione della donna!"
Di nuovo rimasto solo, Agostino torn ad inginocchiarsi proprio dov'era prima, davanti alla cappellina, e guard quel Volto Santo con cos intensa devozione che  certo che in quell'istante ud la risposta di Dio.
Infatti subito si alz sorridente, tutto contento si fece il segno della croce e di filato usc dalla chiesa.
Il messaggio che aveva ricevuto da Dio era questo: in primo luogo egli doveva mantenere la sua promessa di non fare del male alla donna. In secondo luogo, doveva portare con s alcuni amici fidatissimi, perch se proprio voleva fare del bene, non poteva farlo da solo, e ciascuno doveva recare con s un bel paio di forbici robuste. Infine, dovevano condurre le loro mogli la domenica mattina in piazza San Michele e con esse attendere con fiducia lo scoccare del mezzogiorno.
Se la sorpresa fosse piaciuta, Dio metteva a disposizione le quattro domeniche successive perch tutti gli altri mariti facessero altrettanto.
Arriv quindi la domenica.
Che trepidazione! Agostino trov una scusa e fece vestire sua moglie con una tale eleganza che non l'aveva mai vista cos nemmeno nel giorno del loro matrimonio. Telefon agli amici verso le undici e apprese che anch'essi erano pronti per uscire.
Agostino disse a sua moglie:
"Vedrai che ci divertiremo tanto. Poi andremo con i nostri amici al ristorante a festeggiare."
Sua moglie, che naturalmente ignorava il vero scopo di quella passeggiata, era tutta felice. Non capitavano spesso, infatti, giornate come quelle. Guardandosi allo specchio, trov che era ancora ben fatta e piacente. Se ne compiacque e pens che accanto al suo Agostino avrebbe fatto la sua bella figura.
Parcheggiata la carrozza, proseguirono a piedi in citt. Giunti in piazza San Michele trovarono ad attenderli gli amici, anch'essi sorridenti, con al fianco le rispettive mogli, tutte splendidamente eleganti.
"Allora" gli dissero gli amici chiamandolo in disparte "mancano cinque minuti a mezzogiorno. Sei proprio sicuro che tutto andr come previsto?"
" parola di Volto Santo!" sentenzi Agostino, guardandoli negli occhi, anche lui elettrizzato e pieno di curiosit.
"Fra poco sapremo, finalmente!" si lasci scappare uno degli amici, mentre si sfregava le mani.
Le mogli chiacchieravano tra loro, ignare.
Quando manc un minuto a mezzogiorno, gli uomini alzarono il viso verso l'orologio della piazza e non fiatarono pi.
Suonarono i dodici rintocchi.
Con il solo movimento delle labbra, sottovoce, gli uomini scandivano quei colpi.
"Uno, due, tre, quattro... dieci, undici... Dodici!"
Si fermarono. Anche il loro cuore sembr arrestarsi.
Attesero.
Ed ecco che videro finalmente la coda di paglia!
D'un botto, in un baleno, le donne che si trovavano nella piazza, non solo quindi le loro mogli che avevano accanto, svelarono tutte la propria coda di paglia!
Che spettacolo meraviglioso! Fantasmagorico, elettrizzante, ricco di colori!
Agostino vide l, davanti a s, quella di sua moglie.
La teneva nascosta dove aveva sempre sospettato: in fondo alla schiena! Era lunga, ondulata, lussureggiante, composta proprio di morbida paglia. Aveva il colore dell'oro. E in cima - davvero cosa miracolosa, sorprendente - mostrava anche il pungiglione! Dritto e sottile come uno spillo: nero, nerissimo!
Subito la tocc. La strinse tra le mani.
"Finalmente!" esclam.
Sua moglie non s'era accorta di nulla. E cos anche tutte le altre donne della piazza, che evidentemente non potevano vedere quel prodigio.
Ma la cosa sorprendente fu per questa: che non tutte le donne avevano la coda di paglia allo stesso posto. Se ne accorse subito Agostino, ed anche i suoi amici, che capirono il perch nessuno, da quando esiste l'uomo, era mai riuscito a scovarla. C'era chi l'aveva sulla punta del naso, chi sulla testa, chi la teneva appiccicata alla fronte, chi sul collo, o sul dorso della mano, a chi spuntava dalla gola, chi l'aveva nel mezzo della schiena, o tra le dita dei piedi, o sulle ginocchia, sulla pancia; insomma ogni punto del corpo era buono per quella coda!
E le code erano anche diverse l'una dall'altra. Alcune erano piccoline, paffutelle, altre quasi invisibili, altre rinsecchite; alcune invece erano prorompenti, floride, rotonde, impellicciate.
C'era chi l'aveva ricca di eleganti avviluppamenti, chi liscia, chi l'aveva riccioluta, chi la teneva bene in vista, chi addirittura ritta sopra la testa, chi la strascicava per terra, chi l'agitava pomposamente; insomma quella coda di paglia, impreziosita da quel nero pungiglione, era proprio un vero gioiello della natura.
Ma Agostino, dopo aver contemplato per un po'quella di sua moglie, essersela in qualche modo goduta dopo tanti affanni, non perse pi tempo, e per timore di restarne ammaliato, cav subito di tasca le forbici e zac! tagli la coda. I suoi amici fecero lesti lesti altrettanto.
Tutte quelle code di paglia caddero sul selciato della piazza. Gli altri mariti che passavano di l osservarono la scena e, guardando le rispettive mogli, anch'esse con quella bella coda, capirono al volo il significato di quella operazione. Poich erano sprovvisti di forbici, subito invocarono aiuto.
Accorsero immediatamente i nostri amici e con grande soddisfazione, volteggiando leggeri come libellule, cominciarono a tagliare a destra e a manca tutte le code che videro. Ma alcuni mariti si vollero levare lo sfizio di fare da s. Chiesero in prestito quelle forbici e come se si trattasse di un rito atteso da tempo, si accostarono a quella coda, la corteggiarono, le fecero mille moine, la baciarono e infine con fulminea mossa la tranciarono d'un sol colpo. Altri invece non attesero alcun aiuto: con le proprie mani cercarono di strapparla, pur di fare in fretta! Alcuni addirittura l'addentarono come fossero lupi affamati. Qualcuno che l'ebbe staccata con i propri denti, la mand gi per la gola. Proprio cos: se la mangi!
Quando alla fine i nostri protagonisti ritornarono di nuovo vicino alle rispettive mogli, avendo ben nascoste nelle tasche le forbici ormai inutili, le trovarono all'improvviso insolitamente contente, piene di esuberanza, desiderose di smancerie e di bei complimenti.
Agostino, per sincerarsi, prov a fare una bella burla a sua moglie, e con sorpresa vide che, anzich brontolare, la donna gli fece anche una tenera carezza!
Non ebbe pi alcun dubbio allora: l'operazione era perfettamente riuscita.
Consigli quindi gli amici di raccogliere tutte le code sparse per terra e di bruciarle all'istante.	"Saremo pi sicuri di essercene sbarazzati per sempre!" disse.
Anche gli altri mariti aiutarono volentieri, e quando finalmente quelle code di paglia furono raccolte, tutti insieme appiccarono un bel fal, che riemp di bagliori l'intera citt e dur per ore e ore, tanto quella paglia era resistente al fuoco!
Naturalmente, poich le donne non avevano potuto vedere la loro coda, egualmente non videro quel fal, e continuarono a cianciare allegramente tra loro.
I mariti invece si misero a ballare intorno a quel fuoco come impazziti, pieni di brio, di contentezza, e le loro donne s'illusero che forse era giunto il momento di quella grande festa promessa.
Si unirono ai mariti e la piazza risuon di balli e di canti.
La notizia di quell'avvenimento straordinario si diffuse con la rapidit del fulmine.
Si seppe cos che per quattro domeniche consecutive tutti i mariti che non lo avevano ancora fatto, potevano recarsi a mezzogiorno in piazza San Michele e veder disvelato il nascondiglio della coda di paglia della propria moglie.
 inutile sottolineare che per quelle quattro fenomenali domeniche la piazza fu gremitissima di mariti e di mogli. Ma anche di fidanzate, di bambine, di neonate ancora in fasce, e di giovani adolescenti, belle e brutte; perfino le zitelle furono portate, e vennero numerose comitive da molte citt, anche lontane. Vetture e vetture strapiene si fermarono davanti alle Mura e scaricarono quantit enormi di sottane!
Agostino, come ognuno pu facilmente intuire, da quel giorno visse felice e contento, e quando arriv alla fine della sua vita fu sicuro anche di quest'altra confortante verit: quella coda di paglia, una volta recisa, non rinasce pi!
Che bel regalo gli aveva fatto il Volto Santo!
Oggi, tuttavia, voi lo vedete bene, bisognerebbe rinnovarla quella grazia che Agostino ebbe la forza di chiedere tanti e tanti anni fa.
C' qualcuno che vuole tentare di nuovo l'impresa? Che si senta di tornare in San Martino e di inginocchiarsi davanti al bel Volto Santo, e rivolgergli ancora una volta quella preghiera?
Voi lo sapete meglio di me che ne varrebbe proprio la pena, e sapete anche che la ricompensa  davvero molto grande.


AGNESE

"Non vedo l'ora che siano passati almeno 15 anni!" diceva sempre sua moglie al povero Diomede, il quale s'era un po'stufato di sentirsi ripetere ogni giorno la stessa lagna. A lui invece la vita piaceva viverla cos com'era, giorno dopo giorno, e non mancava mai occasione per gustarsela. Far baldoria con gli amici, ad esempio, gli sembrava un modo appropriato, riconoscente, di ringraziare la vita.
Bazzicava, per queste memorabili imprese, alcuni antichi locali, dove trovava sempre compagni disposti come lui a trascorrere felici ore in assoluta spensieratezza. Cos si radunava con loro quando a "Baralla" quando a "Stipino" e quando "da Giulio" in Pelleria. Qui, per la verit, le serate erano pi movimentate che altrove, poich qualche volta vi si menava anche le mani. Ma il proprietario era uomo risoluto, a cui piacevano le allegre compagnie purch non degenerassero, e sapeva intervenire al momento opportuno per raffreddare gli animi. "Da Giulio" si mangiava bene e anche si beveva come in Paradiso, e perci Diomede era ben disposto a rischiare qualche cazzotto ogni tanto, pur di trovarsi l.
Diomede lodava ogni giorno la vita per i piaceri che sapeva offrirgli; non capiva quindi come mai sua moglie, invece, si lamentasse sempre a quel modo.
"Bada a quel che dici" le ripeteva ogni volta. " una bestemmia quella l, e anche delle pi grosse." E si provava a farle capire quanto invece lui godesse ogni istante che Dio mandava sulla Terra.
" facile per te, che sei un uomo" gli rispondeva risentita la moglie. "Ma alla casa e ai conti della spesa ho da badarci io! E non trovo mai poso, con quei tre figli che hanno sempre bisogno di tutto."
Agnese (questo era il nome della donna) non aveva tutti i torti. Il marito infatti, al 27 di ogni mese, le consegnava i soldi del suo stipendio, si tratteneva qualcosa per s al fine di soddisfare quei suoi vizi, e poi era la moglie che doveva far quadrare i conti. Lui fino al successivo 27 non aveva da dire pi niente.
E guai quelle volte, rarissime per la verit, in cui Agnese si lamentava che i soldi per quel mese non le bastavano!
"Allora vuol dire che hai speso troppo" rispondeva lui. "Me lo immagino, sai, quando vai alla bottega, e ti lasci abbindolare da tutte quelle offerte tipo prendi 2 e paghi 1, che altro non sono che uno specchio per le allodole. Ah, se avessi tempo io, e non dovessi invece andare al lavoro per guadagnare quei quattro soldi, te lo farei vedere come si manda avanti una casa!"
La moglie, che aveva superato appena i cinquant'anni e da quando s'era sposata non era riuscita mai a levarsi un solo capriccio, era stufa di lottare a quel modo ogni giorno della sua vita, e per di pi a sentirsi rivolgere solo rimproveri dallo sposo. Mai una volta che le facesse un complimento per tutta la fatica che metteva a far quadrare il bilancio alla fine del mese!
I figli poi si vedevano soltanto all'ora di pranzo e all'ora di cena. Buongiorno e buonasera erano le sole parole che scambiavano con lei, ma anche con il padre che, come si  visto, quando aveva il suo tempo libero, non lo sprecava di certo coi suoi ragazzi.
Aveva il desiderio di viaggiare, Agnese. E questo sin da bambina, quando il nonno le raccontava del tempo che aveva trascorso come emigrante in America, e le parlava delle sterminate fattorie, dove lavoravano a centinaia, di tutte le razze e di tutte le lingue; e le raccontava degli indiani che aveva visti, suggestionandola con la descrizione dei loro riti straordinari.
Agnese beveva tutto dalla bocca del nonno, e la sua testolina lavorava e lavorava e si costruiva da s nuovi scenari altrettanto suggestivi.
Cos era cresciuta nella speranza di poterli fare anche lei un giorno quei viaggi.
Passati i vent'anni, ancora ci sperava nella fortuna. Quando sentiva qualche amica pi ricca, che era andata in Svizzera o in Austria o in Francia, narrare di quei luoghi magnifici, il suo pensiero andava a cercare lo sposo, che ancora non conosceva, ma che certamente viveva da qualche parte apposta per lei.
"Speriamo che sia ricco e che mi porti in giro per il mondo" sognava.
Le capitarono dei bei giovanotti a farle la corte. Ma Agnese sempre indagava se erano ricchi, o perlomeno se potevano soddisfare quella sua speranza, e quando s'accorgeva che erano squattrinati pi di lei, con qualche scusa diradava gli incontri. E s che qualcuno era anche carino, e glielo invidiavano le sue amiche. Ma Agnese era irremovibile.
"O  in grado di farmi vedere il mondo, o io non mi sposo."
Sui trent'anni, ancora coltivava quell'illusione, ma gi aveva avuto dai suoi genitori l'avviso, la raccomandazione di non tirarla troppo per le lunghe.
"Ora non sei pi una ragazzina. Non esagerare con la tua pignoleria o arriver il momento che nessuno ti cercher pi."
Ma Agnese sapeva d'essere ancora piacente e vedeva bene che gli uomini l'ammiravano quando passava per strada. Ascoltava i loro complimenti con un sottile piacere.
Ai trentacinque anni per le prese la paura.
Cominci a sentire qualche mormorio sul suo conto, qualche commento malevolo delle amiche, e poi un certo giorno, mentre passava in mezzo alla piazza, ud pronunciare da un gruppo di bei giovanotti la parola "zitella". Non era sicura che parlassero di lei, ma quel bisbiglio le entr nelle orecchie con la violenza di un tuono. Il suo cervello se ne and sottosopra; non riusciva nemmeno a coordinare i suoi passi, e le sembr d'un tratto d'essere diventata goffa, impacciata, ridicola, dinanzi a quegli sguardi, che prima invece gustava con tanta trepidazione.
Ritornata a casa, per tutto il resto del giorno se ne rest chiusa in camera. Sentiva quella parola terribile sbattere nelle sue tempie. Insomma, da quel giorno non riusc pi a trovare quiete e non ci fu notte in cui non si rimugin nel letto angustiata dal desiderio di prendere presto marito.
Cos quando il povero Diomede, che aveva un modesto impiego in una cartiera a due passi da Lucca, la chiese in moglie, Agnese non guard tanto per il sottile, e alla domanda di lui: "Mi vuoi sposare?" lesta lesta, senza nemmeno guardarlo in faccia, rispose di s.
Un pensierino, i primi tempi del matrimonio quando, fresca del viaggio di nozze, aveva ancora gli occhi lucidi della bella vita che si era goduta in giro per l'Italia, continuava ancora a farcelo su quel suo sogno di viaggiare, e ne parlava spesso con lo sposo, il quale, in quei primi romantici giorni, diceva sempre di s a tutto quello che la tenera sposina gli chiedeva. Promettere infatti non gli costava niente, e Agnese era cos dolce e remissiva che le si poteva inventare di tutto, tanto lei ci avrebbe creduto.
Poi venne il primo figlio e con lui irruppero nella casa tutte le gravezze del matrimonio. Non ebbe pi tempo nemmeno di guardarsi allo specchio! La notte erano pi le ore che trascorreva davanti alla culla che quelle sotto le lenzuola. Quando al mattino si svegliava, il suo Diomede era gi partito per il lavoro, e lo vedeva soltanto la sera, allorch ritornava pi stanco e nervoso che mai.
Come nacque la femminuccia, ai guai di prima si aggiunsero quelli del portafoglio, perch aumentarono le spese e Agnese dovette stare pi attenta ad amministrare il poco denaro.
Fu K.O. quando mise alla luce il terzo figlio.
Gi prima che nascesse, la sua mente si torment e disper per le dure fatiche che avrebbero occupato i suoi anni futuri.
Infatti fu proprio cos.
Era cominciato d'allora quel suo lamento.
"Se fossero gi passati almeno 15 anni!" prese a ripetere ogni volta che aveva modo di scambiare qualche parola con il suo Diomede.
"La vita  bella cos" rispondeva lui tutto allegro, mentre si chiudeva alle spalle l'uscio di casa per andare a raggiungere quei suoi compagni di bagordi.
E lei, restando sola, fantasticava con la mente. Perch quella povera donna era talmente tenace nel trattenere a s il suo sogno, che mai l'aveva dimenticato. L'aveva invocato nelle ore pi terribili, e la speranza di poterlo realizzare un giorno, l'aveva aiutata a superare i momenti peggiori.
Ma il Padreterno, lass nel cielo, non volle pi saperne di sentirla piagnucolare. Aveva stima di lei, ma non gli andava gi che quasi ogni giorno imprecasse contro la vita.
"Quella donna va punita" decise.
Quindi chiam vicino a s San Pietro, ma fu soprattutto dall'arcangelo Michele che volle sapere che cosa ne pensasse.
"Tu che sei la sentinella di quella citt, non pensi anche tu che Agnese, cos eternamente scontenta, vada punita?"
San Michele avrebbe preferito trovarsi a mille miglia di distanza, piuttosto che pronunciarsi a quel modo su di una persona di Lucca, citt che tanto amava e che aveva messo sotto la sua speciale protezione.
"Che ne  della vostra proverbiale bont?" si prov a dire. "Che penser la gente di Voi, se la punirete?"
Ma San Michele capiva anche che quella donna aveva tirato un po'troppo la corda e che questa volta non poteva esserci avvocato del diavolo capace di sottrarla al castigo. Perci non dur molto la sua difesa. Si affacci tra le nuvole, e si mise a guardare la scena in compagnia del Padreterno.
Diomede, proprio in quel momento, poich era giunta l'ora di cena, tutto felice tornava a casa.
Buss, e come al solito attese con pazienza, poich sempre andava cos, e sua moglie ci metteva un po'di tempo prima di aprire; lui del resto non portava mai in tasca le chiavi di casa, perch le aveva perdute una volta e sua moglie gli aveva detto chiaro e tondo che non sapeva badare nemmeno a quelle.
Sull'aiuto dei figli non ci contava; rincasavano sempre dopo di lui e spesso doveva sedersi a tavola dopo le nove, se aveva voglia di aspettarli e vederli almeno una volta al giorno.
Finalmente sent schiavacciare alla porta.
"Sbrigati, che  un'ora che attendo qua fuori."
"Calmati. Ora vengo, diavolo d'un marito!"
"Fai presto!" tagli corto.
Ma quando la porta alla fine si spalanc, che cosa videro i suoi occhi?
Una vecchietta tutta striminzita, piena di rughe, sgangherata, dall'et perlomeno di settant'anni! e che gli sorrideva e lo invitava ad entrare con le solite moine di sua moglie!
"Sei sempre lo stesso impaziente" lo rimprover la vecchia, mentre lui ancora indugiava sull'uscio a squadrarla.
"E tu chi sei? Chi t'ha mai visto?" borbott alla fine con la bocca mezza aperta.
"Chi sono!? Ma che dici mai, brutto imbecille. Sei gi ubriaco prima di cena? O non lo vedi che sono la tua Agnese, dolce e ubbidiente?"
All'udire quelle parole, Diomede l'abbranc per le spalle e la trascin all'interno della casa.
"O tu mi dici che ne hai fatto di mia moglie, o io ti stacco dal collo quella tua testaccia avvizzita."
"Oddio,  proprio ubriaco!" esclam la vecchia, che cercava di divincolarsi.
Ma quando sent che Diomede, anzich lasciarla andare, l'aveva afferrata per il collo e stava per strangolarla, si mise a gridare con quanto fiato le restava in gola: "Aiuto, aiuto! Mi ammazza!"
Salivano le scale in quel momento i tre figli. Si misero a correre sentendo le grida, e quando arrivarono, videro il babbo che se ne stava avvinghiato alla povera vecchina.
"Aiutatemi voi, figli miei!" implorava la donna. Ma anche i figli, stupiti di trovare una sconosciuta in casa loro, cominciarono a dare pugni e calci a quella sventurata.
"Che ne hai fatto di mia moglie?" gridava intanto Diomede, trascinandola per le stanze della casa. Frug dentro l'armadio, sotto il letto, perfino nella cassapanca, aiutato dai figli, che si chinavano dappertutto nella speranza di ritrovare la loro mammina.
La femminuccia era disperata. La immagin gi morta, uccisa da quella megra.
"Sono io la vostra mamma!" continuava a gridare Agnese, che ignorava completamente la trasformazione che le era capitata.
Fu in camera sua, quando si trov davanti allo specchio, che comprese.
Si ferm impietrita, incredula. Pass e ripass pi volte davanti allo specchio, implorando il marito che la lasciasse in pace.
"O povera me, povera me disgraziata!" cominci a piangere "Ora capisco perch non mi riconoscete. Oh, quanto sono brutta!"
"Finalmente dici la verit, strega della malora!" imprec Diomede, e di nuovo le diede uno spintone, e le gridava di svelare che cosa ne avesse fatto della propria moglie.
Agnese a questo punto pens bene di non lamentarsi pi, che tanto non serviva a niente, e di cercare invece il modo migliore di uscire da quel terribile pasticcio.
Fece vedere al marito che lei conosceva ogni particolare della casa. And in cucina, mostr dove erano conservate le posate, le pentole, i tovaglioli; li guid tutti e quattro in camera dei bimbi e raccont dove aveva comperato i loro giocattoli e tutti quei disegni appiccicati alle pareti.
Alla femminuccia rivel che aveva un piccolo neo sulla schiena e a Diomede bisbigli qualche segretuccio che c'era tra loro.
Ma fu tutto inutile.
"Allora sei davvero una strega!" esclam Diomede, e corse a prendere in cucina la scopa e con quella si mise a battere ripetutamente la povera Agnese.
I figli l'aiutavano a pi non posso, e anche loro chiedevano a gran voce che facesse ritornare in vita la loro mamma.
"Brutta strega! Brutta strega!" imprecavano.
Diomede sprang ben bene l'uscio e le finestre, e ponendosi davanti alla donna, e minacciandola coi pugni, le intim:
"Non ti do altro tempo. O parli o ti fracasso le ossa."
Agnese aveva finalmente capito che quella era proprio una punizione che si era meritata con le sue lamentele, ed ora non sapeva quale rimedio trovare. I suoi non l'avrebbero mai creduta, ed era sul punto ormai, accecato com'era suo marito dall'ira, di perdere perfino la vita!
"Oh, che cosa ho mai fatto, povera me ingrata!" cominci a lamentarsi, tenendosi la testa tra le mani.
E si mise a piangere cos a dirotto che anche Diomede sent un po'di compassione.
Ma subito torn alla realt dei fatti, e si ricord che in ballo c'era la vita della sua Agnese, che chiss dove l'aveva nascosta quella vecchia megra!
"Parla, o sono guai seri per te!"
E gi stava per sferrarle sul viso il primo pugno, gi Agnese si vedeva perduta, quando Dio, d'accordo con l'arcangelo Michele, pens che era giunto il momento di porre fine a quella dura, ma assai meritata lezione.
E cos Diomede, all'improvviso, si ritrov sotto le mani il bel faccino dell'Agnese che conosceva.
"E tu da dove sbuchi!" esclam meravigliato, fermando il terribile pugno a mezz'aria, e proprio in tempo!
"Mammina cara!" gridarono i tre figli, e lesti lesti le corsero incontro, abbracciandola.
Si guardarono intorno e videro che la strega non c'era pi.
"Dov' andata?" domand la femminuccia.
"Non torner pi, ve l'assicuro" rispose Agnese, stringendoli forte forte al suo cuore.
Diomede invece and a rovistare in tutte le stanze, e dur giorni e giorni la sua ricerca, finch si convinse anche lui che quella strega se n'era davvero andata per sempre.


FRANCESCA

Tanti anni fa viveva in un piccolo paese adagiato sulle rive dell'Ozzeri, a due passi dalla citt di Lucca, una giovane insegnante, la quale teneva scuola presso una sede non lontana dalla sua casa.
Andava a lavorare con entusiasmo, e vi prodigava tutta l'anima in quella sua forte passione.
Coi ragazzi si trovava a meraviglia. Ne avvertiva la prorompente giovinezza e godeva dell'interesse che manifestavano per tutte le novit.
Si esaltava con loro, e ogni preoccupazione dei suoi allievi la prendeva a cuore come cosa sua, e non si dava pace finch non vedeva tornare la serenit negli occhi dei suoi ragazzi.
Le colleghe erano contagiate dalla sua allegria.
"Hai un carattere meraviglioso. Si sta bene con te. Ci di la carica" le dicevano nei pochi minuti di intervallo.
Sorridevano a volte quando, alla prima ora di lezione, la vedevano arrivare di corsa traboccante di libri e di videocassette, che quasi le cadevano a terra!
"Ma che cosa vuoi fare mai, stamani? Eccola l, sempre un vulcano di idee."
E lei rideva con loro quando si rendeva conto di come s'era combinata.
"Mancava poco che arrivavo in ritardo."
E spiegava che aveva preparato un bel compito per i suoi ragazzi di terza; e per quelli di seconda, invece, avrebbe mostrato una nuova videocassetta che le era appena arrivata, e che lei giudicava ben fatta.
"Non troverai mai pace, Francesca, se continui cos. Ma che cosa ne pensa tuo marito?" le sussurrava qualcuna.
E lei, a quella intima domanda, la guardava meravigliata, come se cascasse dalle nuvole, e se lo ricordasse solo allora che aveva anche un marito.
"Stava ancora dormendo quando mi sono alzata."
"Ma a che ora ti sei alzata?" le domandava sorridendo l'amica, che gi intuiva com'erano andate le cose.
"Non riuscivo a dormire al pensiero di tutte le belle novit che potevo preparare per i miei ragazzi."
"Potevi farlo di sera."
"Ma ieri sera ho dovuto consultare alcuni nuovi libri di didattica! Eppoi, non avevo ancora finito di correggere i compiti!"
"Non esagerare" le raccomandava l'amica.
Ma quando Francesca entrava in classe, spariva tutta la sua ansia, e si distendeva, si rasserenava la sua anima.
I ragazzi erano i primi ad accorgersi di quella ventata di serenit che entrava nell'aula.
Subito cominciava ad esporre con entusiasmo i suoi progetti, oppure dava qualche consiglio per non incorrere in facili errori nello svolgimento del compito che stava per assegnare.
I ragazzi la seguivano con molta attenzione. Qualche discolo, che non manca mai in una classe, certe volte la interrompeva con un commento spiritoso, che provocava sempre l'ilarit di tutta la classe.
Francesca, allora, con una battuta appropriata, pronta, frenava la confusione, richiamava tutti all'ordine.
Le lezioni traboccavano della sua passione.
Conosceva a fondo i suoi ragazzi, e mentre spiegava riusciva ad osservarli ad uno ad uno, e notava tutto di loro. Si accorgeva se qualcuno si smarriva, e vedeva bene chi stava davvero attento e sapeva trarre profitto dalle sue spiegazioni.
Si avvedeva, eccome! di quando un ragazzino, svelto svelto, tutto felice, sicuro di non essere visto da lei, riusciva a passare un foglietto ad una compagna graziosa. Oh, certo che se le immaginava le parolette birichine che c'erano scritte!
Interveniva, per, soltanto quando quelle marachelle passavano il segno e turbavano il buon esito della sua lezione.
E quando si stava svolgendo un compito in classe?
Vedeva bene chi cercava con mille sotterfugi di copiare il compagno di banco, o sbirciava sul foglio protocollo di quello davanti, il quale magari non voleva farsi copiare e con il gomito nascondeva le righe!
Li sentiva i sussurri, i mormorii, i battibecchi, i brontolii dei suoi allievi, che si chiamavano sottovoce e domandavano aiuto!
E lei in cuor suo godeva di tutta quella esuberante vitalit.
Spesso le tornavano alla mente i tempi della sua fanciullezza quando, piena di trepidazione, di paura, faceva anche lei come i suoi ragazzi.
La scuola le piaceva anche per questa giovinezza che non se ne andava mai. Stava di casa l, nella scuola, la giovinezza. Sempre vi aleggiava, sin dal momento che si varcava il cancello d'ingresso.
Ma non tutte le ciambelle riescono col buco!
Quell'invidiabile passione, infatti, aveva il suo rovescio della medaglia.
Francesca tanto era presa dalla sua vocazione per l'insegnamento che s'era quasi scordata di avere una famiglia! La quale viveva, infatti, come in un accampamento, anzich in una confortevole casa, come si meritava.
Dio stesso in cielo se ne doleva con l'arcangelo Michele, ogni qualvolta gli giungevano all'orecchio i lamenti disperati dello sposo.
"Ha ragione quel poveretto. Com' possibile che una mamma arrivi al punto di dimenticarsi perfino che ha da badare ai suoi tre figli?"
E si diceva convinto che per l'avvenire doveva trovarci un rimedio, e inviare sulla Terra anime un po'meno sognatrici di quella che aveva destinato a Francesca.
"Combina solo guai, quella testolina acchiappanuvole. Anche se devo riconoscere che tanto il marito quanto i figli l'adorano a tal punto che non la cambierebbero con nessun'altra donna della Terra."
L'arcangelo Michele, che veniva chiamato in causa perch non faceva altro che lodare agli occhi del Padreterno la bella citt di Lucca e i suoi abitanti, lo stava a sentire un po'preoccupato.
Conosceva infatti quel tono di voce e sapeva dove Dio andava sempre a parare quando faceva cos. Temeva che anche questa volta potesse prendere qualche provvedimento spiacevole nei riguardi di quella cittadina lucchese, che lui si sentiva di dover proteggere.
"Secondo te, che cosa dovrei fare?"
"Lasciateli vivere cos, o mio Signore."
"Questa poi! Ma come faccio a tollerare che il pi piccolo di quei ragazzi, quando va a dormire, deve rifarselo da s il letto, e lo vedi bene anche tu che  stanco e assonnato per il troppo studio."
"Per  tanto felice. E vuole molto bene a sua madre."
Il marito levava, proprio in quel momento, un altro dei suoi terribili lamenti al cielo.
Era rientrato, infatti, dal lavoro e aveva trovato Francesca, come al solito, china sui libri di scuola.
"Come faccio ad andare avanti cos! Lo sai bene che ho solo un'ora di intervallo" si lamentava, poich la sua Francesca ancora una volta s'era dimenticata di preparare il pranzo!
"Ma non  possibile che sia gi quest'ora!" diceva lei, e correva subito a cercare qualcosa da mettergli sotto i denti.
"Mi farai morire un giorno, Francesca" sbuffava il marito, mentre lei lesta lesta prendeva il pane e si metteva a tagliarlo a fette.
"Ecco subito rimediato! Non c' bisogno che tu ti arrabbi tanto" rispondeva e, tutta felice dell'idea che le era venuta in mente, correva al frigorifero e rovistava tra le mille carte arrotolate, e mandava un grido di gioia quando trovava quel delizioso, profumato, provvidenziale prosciutto, che gi tante altre volte l'aveva salvata da quella situazione.
Come faceva il marito a restare a lungo adirato? Francesca arrivava tutta sorridente e metteva in tavola. Cominciavano i figli per primi a ridere, e subito dopo il marito, che qualche volta si alzava a darle perfino un bacio!
A Dio giungeva gradita la loro gioia.
"Che vi avevo detto?" approfittava subito l'arcangelo Michele, divertito anche lui della scena che si era appena conclusa sotto i loro occhi.
Ma Dio rispondeva che non era giusto che la cosa non avesse fine.
"Quando la metter la testa a posto quell'acchiappanuvole?"
E cos, un giorno che vide il marito con lo spolverino in mano, indaffarato goffamente a passare in rassegna tutte le ragnatele dell'ingresso, delle camere, della sala, dello studio e del salotto, non ne pot proprio pi, e perse la sua proverbiale pazienza.
"No, no, caro Michele" disse all'angelo, "questa  la goccia che fa traboccare il vaso. Il mio cuore non regge pi."
"Oggi si usa cos, mio Signore, e anche i mariti aiutano in casa. Non  pi come una volta" cerc di rimediare il buon Michele.
Ma Dio questa volta non gli diede ascolto, e sosteneva che si era passato il segno e che lui la donna l'aveva creata in un certo modo e non riusciva a capire come in quegli ultimi anni essa avesse potuto prendere quel sopravvento nella societ.
"Ricordatevi di Eva. L'avete creata voi quella donna!" rispose San Michele, bench sapesse che rischiava molto a ricordare a Dio quell'antenata che gli si era praticamente rivoltata contro.
"Un errore imperdonabile!" ammise infatti il Padreterno.
Ma la sua idea di trovare un rimedio per lenire le sofferenze di quel marito sfortunato prese sempre pi consistenza e a nulla pot l'intercessione del buon arcangelo, il quale pens bene che era arrivato il momento di starsene con la bocca cucita.
Una tarda mattina, finite le sue lezioni, Francesca sale sull'auto e torna a casa.
Come sempre, la sua testolina rimugina sulle cose che ha insegnate ai ragazzi. Pure questa volta  soddisfatta, anche se, come al solito, si rimprovera che avrebbe potuto fare meglio.
Ripensa a questo e a quel ragazzo che le sembra non aver seguito attentamente la lezione.
Mentre guida deve per badare al traffico, per non sbattere contro qualche auto. Ne scansa a tempo, infatti, proprio una, e l'autista inviperito si ferma, suona il clacson a distesa, inveisce.
Non era la prima volta che accadeva.
Ma ecco che, arrivata finalmente a casa, non vede gli alberi del suo giardino. E nemmeno vede la casa!
Non c' niente su quel terreno, se non un magnifico prato verde, dove sta pascolando un piccolo gregge di pecore.
 mai possibile? Si sente smarrita. Non osa neppure fare la domanda a quel pastore. No, no, deve per forza essersi sbagliata. Quella mattina, pensa, ha tanta confusione nella testa. Anche l'incidente, che  riuscita ad evitare per un vero miracolo, l'ha messa sottosopra.
Risale in macchina e, a velocit ridotta, prosegue la strada.
Si guarda per intorno con circospezione. "Eppure," mormora "questo  il mio paese. Questo  il ponte sul canale. Quella  la casa della mia amica." Si volta indietro... S,  convinta ora, laggi doveva proprio esserci la sua casa!
 assalita da brividi, comincia a sudare. Intanto  arrivata sul piazzale della chiesa. Si ferma. Cerca di riflettere, fa forza su se stessa per radunare tutte le residue energie.
Scende di macchina e a piedi corre per la strada e si dirige alla vicina bottega.
Riconosce il padrone, che sta dietro il banco e la saluta.
Non c' nessuno in quel momento e Francesca racconta che cosa le sta succedendo.
Il padrone l'ascolta incredulo.
"Ma non  possibile, Francesca... Come fa a sparire una casa!"
"Ma  cos, le dico."
Ha segnata sul volto la paura e allora il padrone si fa serio. Chiama la moglie, le spiega, e la prega di badare lei al negozio.
"Vado a vedere" le dice.
Salgono in macchina e arrivano al campo.
Le pecore e il pastore non ci sono pi, ma anche la casa non c'! L'erba  ora mossa da un vento gentile, che s'insinua tra i capelli di Francesca quando scende a constatare.
" incredibile!" esclama il commerciante.
Intanto si  sparsa la notizia e la gente  accorsa a vedere.
Sulla strada  pieno di folla, che mormora, discute. Il traffico si  fermato. Giunge la polizia. Si fa largo, domanda, interroga.
La gente si accalca sulle rive del canale; ora si contano a migliaia i curiosi che affollano il luogo.
Arrivano infine i tecnici del Comune, muniti di sofisticati strumenti di misurazione, nonch di mappe catastali.
"La donna ha perfettamente ragione. Qui doveva esserci una casa" concludono, dopo aver fatto tutti i rilievi possibili e immaginabili.
Dalla vicina Universit di Pisa, dove anche si  diffusa la straordinaria notizia, accorrono fior di professori, esperti un po'in tutti i campi, ma specialmente in medicina, fisica, botanica, astrologia, matematica, scienze occulte, psicologia.
Prendono con s Francesca e la conducono in disparte. Con le loro domande e quei loro sguardi curiosi la mettono in soggezione. Francesca teme di essere impazzita.
Con certi strumenti le scrutano le pupille, le misurano il battito del cuore, controllano il colorito del viso, il tremito delle mani; insomma, gliene fanno di cotte e di crude. Uno tenta addirittura di ipnotizzarla!
Arriva anche la stampa, che fa le prime interviste, e comincia a sollevare dubbi che ci si possa trovare di fronte ad un pericoloso intreccio tra mafia e amministrazione locale.
Qualche giornalista corre a telefonare il pezzo.
A Francesca viene in mente solo ora dei suoi cari. Si domanda dove possano essere, se la casa non c' pi.
Giunge la sera.
La gente se n' andata. Anche i tecnici, i giornalisti, i professori, le Autorit.
 buio, e Francesca adesso  rimasta tutta sola in mezzo al campo. Vorrebbe avere accanto a s i suoi figli, specialmente il pi piccolo, tanto indifeso.
Non pu certo immaginare che si tratta di un tiro mancino perpetratole nientemeno che dal Padreterno. E che, mentre se ne sta l quasi a piangere, il suo piccolo Giacomo  proprio a due passi da lei, e vorrebbe uscire da quella casa, che non  affatto sparita, solo che non si vede, e correrle incontro, abbracciarla, svelarle tutta la verit di ci che sta accadendo.
Ma il padre  l di guardia, appostato, e ogni volta lo ferma.
"Lo sai che non  possibile disubbidire al Padreterno!"
"Ma la mamma  la fuori che piange! Lei crede davvero che questa casa non ci sia pi! Lasciami andare."
"Hai sentito che cosa ci ha detto Dio? Se non obbedite, la casa scomparir per sempre!"
Si appostavano allora tutti e quattro dietro i vetri della finestra e guardavano la povera Francesca, che ora si era andata a mettere sotto la luce del lampione della strada, e si vedeva che era disperata.
"Babbo, fammi andare, ti prego" continuava ad implorare il piccolo Giacomino.
"Sei proprio un testone!" lo rimprover una delle sorelle, temendo che l'impazienza del fratellino le facesse perdere per sempre la sua mamma.
"Credo che quella donna abbia sofferto abbastanza, mio Signore" si lasci scappare finalmente l'arcangelo Michele. "Non vedete che  ridotta come uno straccio?"
"Non diresti cos, se non fosse una donna lucchese" lo redargu Dio, sorridendo.
Abbass la testa San Michele.
"Ma hai ragione tu" continu il Padreterno. "Mi pare che abbia avuto la lezione che si meritava."
Ci detto, fece capolino tra le stelle, e invi un cenno al marito di quella sventurata. Il quale, figuratevi!, gi da un bel po'di tempo se ne stava con il naso all'ins in attesa di quel segnale. Prese perci a fare salti di gioia quando vide spuntare nel cielo il bel volto di Dio! E disse ai suoi figli che il Padreterno aveva dato l'autorizzazione, e da quel momento potevano uscire.
E Giacomino non se lo fece dire due volte. Per timore che il babbo potesse ritornare sulle sue decisioni, si avvent sulla porta e in un batter d'occhio la spalanc.
A Francesca non sembr possibile. Sgran gli occhi, se li stropicci. S, era proprio lui, il suo Giacomino! E in quello stesso istante, insieme col bimbo, vide riapparire anche la sua bella casa.
Ricomparvero le finestre illuminate, il tetto con le tegole rosse, le grondaie di rame piene di aghi di pino, la bianca scalinata dell'ingresso principale; eppoi, finalmente, le figlie, e infine il marito; tutti che correvano verso di lei!
"Anche quest'oggi abbiamo fatto la nostra buona azione quotidiana" disse compiaciuto Dio, rivolgendo un ammiccamento al mite arcangelo.
Gli batt una mano sulla spalla quando si accorse che piangeva.


ANGELICA

Sono stato sempre affascinato dalle piccole comunit di paese, soprattutto da quelle sperdute in cima ai monti, dove la mia mente immagina che un'esistenza serena, primordiale vi dimori, fatta di solidariet tra la gente, di amicizia, di aperte confidenze, di tranquilla allegria.
Dentro quelle calde visioni, la mia anima ritrova la quiete, il ristoro, il coraggio nei momenti in cui appare difficile vivere in questa nostra societ violenta.
Qualche volta che, non lontano dalla mia bella citt di Lucca, mi sono spinto con l'auto fin sotto uno di questi paesini, eppoi, continuando a piedi, ho salito la montagna e ho fatto il giro delle strette viuzze, visitato i graziosi cortili affacciati sulla vallata, ammirato i vasi di fiori che sempre adornano i delicati terrazzini delle case, ho avuto conferma di quelle mie soavi sensazioni e sempre sono ritornato a casa colmo di piacere, di fiducia, di speranza.
Ancora oggi, durante gli inverni, e particolarmente nelle rigide giornate di neve, chiuso nel mio studio, col pensiero non sto a casa mia, ma spesse volte mi ritrovo lass, e vedo il montanaro che cammina nella stretta via imbiancata del suo paese, odo il chiacchiericcio delle donne ferme davanti all'unica bottega, con gli scalini ancora spolverati di neve, sento il rintocco delle campane provenire dall'antico campanile, e, giunta la sera, scorgo le piccole luci accese nei cortili, le strade bianche, su cui riverbera la luce giallastra dei pochi lampioni. Poi, sul tardi, qualcuno, solitario, che fa ritorno a casa.
Fu proprio in uno di questi deliziosi paesini di montagna che accadde molti anni fa la storia che voglio raccontare.
Le donne di questi paesi, di solito hanno indole semplice, sono modeste, umili, il pi delle volte occupate a pensare alle cose della casa; rari e segreti i momenti della vanit.
Questa lodevole virt si pu dire che si sia conservata pressoch intatta ancora oggi, ma certamente era diffusa ai primi del novecento, e piuttosto regola comune nei secoli precedenti.
La mattina di domenica, alla Messa, si poteva contemplare tutta la bellezza di questa luminosa semplicit.
Le ragazze, al pari delle donne pi anziane, stavano in atteggiamento di preghiera durante il rito, e al momento dell'Omelia, le loro bocche parevano sospirare alle ispirate parole del celebrante, che era felice di averle davanti a s attente, immobili, partecipi.
I canti sacri, non c'era parrocchiano che non li conoscesse a memoria e non facesse udire la sua bella voce nei momenti richiesti dalla liturgia.
Ma erano le voci delle ragazze che risaltavano festose tra tutte. Il sacerdote ne gioiva nel mentre elevava la sua preghiera a Dio.
Si distingueva tra loro una giovane di nome Angelica. Abitava proprio a due passi dalla chiesa ed era la pi bella di tutte; alta, i capelli lunghi e neri, si era subito distinta dalle compagne sin dai primissimi anni dell'infanzia, quando i maschietti gi le ronzavano intorno, o si appostavano lungo quelle stradette in salita, dove lei di solito passava al ritorno dalla scuola o dalla bottega.
La guardavano con stupore, incantati dalla sua grazia singolare.
Quando rientrava a casa, Angelica sentiva ancora addosso gli sguardi di quei ragazzi e ne percepiva il calore su tutto il corpo. Correva in camera sua, e si precipitava a rimirarsi davanti allo specchio e non resisteva al desiderio di starsene l tutta nuda. Lasciava cadere le vesti, e il suo corpo si rifletteva delicato, mandava bagliori di sensualit.
Stava per molti minuti in silenzio ad ammirarlo, e l'occhio frugava dappertutto, e Angelica si compiaceva nel constatare che nessun difetto minacciava la sua tenera bellezza.
Passarono alcuni anni.
Angelica manteneva le sue promesse. Ancora i giovanotti le correvano dietro quando la vedevano passare, ed ora, anzi, qualcuno, che da ragazzino era stato pi ardito, aveva qualche impaccio di fronte a lei. Angelica se ne accorgeva e provava una sensazione eccitante, che la esaltava.
Era sicura di piacere agli uomini.
Quando si ritirava in camera sua, si chiudeva a chiave. La mamma pensava a qualche timidezza della sua bambina e lasciava fare, ma Angelica invece con smania, con furia, con frenesia, una volta girata la chiave, si precipitava allo specchio e, dando sfogo alla sua anima, lasciava piano piano cadere le vesti, e contemplava con volutt quel corpo adolescente; poi si voltava, osservava i capelli discendere sul dorso, li vedeva scivolare sui fianchi; li accarezzava e li sentiva complici del suo divenire donna.
E un giorno, ancora una volta davanti allo specchio, il suo corpo parve scatenarsi. Vide davanti a s, all'improvviso, la donna che aveva sognato di diventare. Non pi crisalide ma splendida farfalla, sapeva finalmente chi era.
Rest chiusa in camera sua per molte ore quel giorno, nuda davanti allo specchio.
Avvertiva di non essere mai stata cos contenta, cos fiera di s, cos desiderosa della vita.
Nei giorni seguenti, camminando per strada, sent gli sguardi dei giovani sopra di s, frugarla con pi ardore; perfino nelle parti pi segrete della sua femminilit sent penetrare quegli occhi. Scopr cos che, in qualche modo che ancora non capiva, ella vi corrispondeva con tutta la forza della sua giovinezza.
Che piacere provava! Come avvertiva traboccante la sua giovane et!
Le altre donne intuirono presto quel cambiamento. Non solo le compagne percepirono la differenza tra quella bellezza prorompente e la loro, che non aveva splendore, ma soprattutto le spose furono presto gelose di lei.
Il parroco fu messo in allarme.
"Prima o poi, quella l far succedere qualcosa in paese" si lamentavano le pi invidiose.
Col passare del tempo, intanto, per una qualche mala, s'accresceva sempre di pi il fascino di Angelica. E lei ringraziava Dio di averla fatta cos, e di aver posato con generosit gli occhi sulla sua persona.
In un tardo pomeriggio di pioggia, l'aria brumosa, pesante, il vecchio parroco ecco che la manda a chiamare.
Corre da lui tutta contenta.
Il parroco la squadra da cima a fondo, prima di aprire bocca.
"Dio ti ha fatto bella. Tu ne approfitti un po'troppo, per, della tua bellezza" principia a dire.
"Mi piace che la gente mi guardi" risponde Angelica con candore.
"Ma ti guardano anche gli uomini, ed alcuni di loro sono gi sposati!"
"Ditemi voi come posso fare."
"Puoi nasconderla, renderla pi umile la tua bellezza."
"Non lo far mai."
"Che ne sar della tua vita, se sei piena di vanit?"
"La mia bellezza viene da Dio."
"La gente ha paura di te. Non ti vuole pi."
" il mio paese, dove sono nata" balbetta Angelica. "Non faccio del male a nessuno" ripete pi volte piangendo.
Nei giorni seguenti, Angelica rest chiusa in casa. I genitori sapevano della cattiveria della gente, intuivano che la loro figliola era stata colpita.
"L'invidia della gente passer" le dicevano per farle coraggio.
Ma Angelica non si dava pace, non riusciva a capire come quella sua bellezza, che aveva tante volte domandato a Dio, potesse generarle tutto quel dolore.
Cos un giorno, lass in cielo, qualcuno si mosse per lei.
"Che ne facciamo di questa poveretta?" domand Dio ancora una volta all'arcangelo Michele, chiamandolo vicino a s.
"Voi avete combinato il pasticcio e sta a voi trovare il rimedio."
" sempre la stessa musica. Con la scusa che ho creato tutto io, voi angeli ve ne lavate le mani e i piedi. E specialmente tu, che sei un gran furbacchione."
"Anche se volessimo fare qualcosa, voi lo sapete che  tutto inutile, poich  difficile accontentarvi."
"Che faresti dunque a quella donna?"
"Certo che la bellezza che le avete donato mi pare un po'esagerata per quella gente semplice."
"Le mie creature mi piacciono cos come l'ho fatte!" brontol Dio, dando all'angelo un'occhiata di rimprovero.
"Chi si contenta gode" rispose San Michele, che sapeva, per, di potersela permettere quella speciale confidenza con Dio. Quindi, quasi sottovoce, sugger:
"Fatela diventare pelle e ossa, oppure toglietele qualche grammo di allegria, e anche un po'di orgoglio non sarebbe male; o fatele spuntare qualche ruga sotto gli occhi o la cellulite nelle gambe. Oppure dei peli ispidi, neri, sul viso. O addirittura fatele cadere i capelli!"
"Invece non far nulla di tutto questo," lo interruppe risoluto Dio "ma render manifesta a tutti l'ipocrisia della gente. Perfino quel parroco dovr chiedermi perdono della sua credulit."
"Sarebbe stato davvero un peccato sciupare quella superba bellezza, mio Signore" comment subito l'arcangelo Michele, tutto contento.
Detto questo, tacquero.
Si avvicinava intanto la Santa Pasqua e quel paesino di montagna era gi riscaldato dal calore di quella festivit primaverile, che allieta il cuore di tutti.
Qualche compagna era stata a trovare Angelica, che si era ripresa dalla sua tristezza e ora sprigionava di nuovo gioia, voglia di vivere, esuberanza. Portava indosso la sua belt con tale distinzione che nessuno l'aveva mai vista cos splendente come in quei giorni.
La primavera era nel suo pieno rigoglio. Quell'anno si era presentata puntuale all'appuntamento, e le case, i viottoli, i sentieri, i boschi, tutto risplendeva di luce. Sui prati inneggiavano alla bella stagione mille variet di fiori, tutti belli, tutti coi petali aperti, e quei colori gialli, violacei, lill, bianchi, vermigli, trasmettevano gioia fin dentro l'anima.
Angelica ne fu contagiata, come del resto anche le altre sue compagne, e di primo mattino spesse volte lasciava volentieri il viottolo e andava nei campi, e l si fermava a contemplare quello splendore di colori; si chinava sui fiori, ne toccava i petali vellutati, si avvicinava per odorarli.
S, la vita era proprio bella, anche se talvolta per vivere si doveva penare!
Giunse il giorno di Pasqua, e anche Angelica and alla Messa domenicale.
La chiesa, colma di gente, risplendeva di luci.
Venne il momento dell'Omelia. Il sacerdote cominci a parlare. Spiegava che la resurrezione di Cristo riguarda tutti gli uomini; lo diceva con parole calde, tenere, ed era contento quando il suo occhio, posandosi sui fedeli, li trovava attenti, compunti, conquistati dalla sua voce.
Provava gioia a pronunciare quelle parole che sapeva discendere amorose, consolatrici, nel cuore dei suoi parrocchiani.
Ma ecco che ad un tratto che cosa mai vede quel povero predicatore?
Sopra la testa di una donna compare all'improvviso una scena sorprendente, tutta racchiusa dentro una nuvoletta, tale e quale a una di quelle che si vedono disegnate nei fumetti. E quella scena si muove come fosse vera, e mostra nientemeno ci che la donna sta pensando mentre quel prete parla!
Si vedeva, infatti, la donna seduta a casa sua davanti alla tavola imbandita, con attorno i familiari. Il marito se ne stava sbracato e gustava il piatto speciale che lei aveva cucinato. Nemmeno guardava la sposa, tanto era preso dalla sua voracit! I bambini facevano chiasso intorno alla tavola.
Vedono la scena anche gli altri fedeli, e tutti restano sbigottiti. Per chiss quale malia, la donna non s'accorge di nulla, non vede coloro che le bisbigliano attorno, che cercano di richiamarla alla devozione.
Il sacerdote si  fermato. Con il silenzio mostra intera la sua collera.
Ma che cosa succede ancora?
Dall'altare il parroco vede spuntare sulla testa di molti altri fedeli quelle nuvolette davvero sorprendenti. Da lass, la chiesa pare costellata di piccoli palcoscenici! E lui vede che un vecchio seduto in prima fila, col viso levato al Crocifisso, apparentemente immerso nella preghiera, nella nuvoletta che gli sta sopra il capo si sta invece tracannando una bella mezzetta di vino rosso, qualche goccia perfino gli cade sulla barba! D'un fiato se la scola, e subito ne riempie un'altra, tutto contento.
"Ma che fate, Gosto?" gli grida il prete, adirato. Ma il vecchietto sta l, non sente. Sopra la sua testa, ecco che ancora tracanna quel vino.
Ma il prete scorge presto ben altro, e lo vedono bene tutti i fedeli!
Ci sono delle donne che non riescono a tenere a freno la fantasia, e proprio durante l'Omelia si lasciano andare!
Dispetti, maldicenze, teneri idilli, adulteri, bugie, imbrogli d'ogni specie compaiono sopra le loro teste. Il sacerdote non ci vuole credere. Si stropiccia gli occhi, si porta le mani al viso, non vuole rassegnarsi; agita le braccia, cerca di scacciare le immagini. Ma proprio sul capo perfino della sua perpetua sta una di quelle scene!
Certi mariti corrono a nascondersi quando spunta la nuvoletta sul capo della propria moglie. Temono di guardare!
Invece nulla, proprio nulla,  comparso n compare sulla testa della bella Angelica.
"Non vi sembra di castigarli un po'troppo?" dice l'arcangelo Michele, quando s'accorge che Dio s' lasciato prendere la mano.
"Lo vedi anche tu, caro Michele, che sarebbe tempo di fare un bel repulisti sulla Terra! Perfino in chiesa non hanno rispetto per me!"
Alla fine della Messa, tutta quella gente, ancora stordita ed esaltata da quegli eventi straordinari, si radun sul sagrato della chiesa.
A qualcuno scapp detto che una Messa cos ci sarebbe voluta almeno una volta al giorno.
"Allora s che si andrebbe tutti in chiesa, e non servirebbe nemmeno l'avviso delle campane!"
"Che cosa avete combinato, mio Signore?" si lament San Michele, al quale quei frizzi irriguardosi facevano l'effetto di tanti colpi di pugnale.
Ma Dio gli fece intendere che tutto ci avrebbe portato un gran bene a quella comunit.
Infatti, non pass molto tempo che la bella Angelica s'innamor d'un giovane del luogo, lo spos, e tutto il paese partecip contento alle sue nozze; ebbe dei figli, e fu quel sacerdote stesso a battezzarli, il quale per tutta la vita non dimentic mai quella Pasqua straordinaria. La ramment spesso nelle sue preghiere, e ogni volta che lo faceva, domandava a Dio se nel frattempo la sua gente fosse mutata.
Durante le sue splendide Omelie, quanto avrebbe pagato per saperlo!


INCONTRO CON DIO

Tu non ci crederai, amico lettore, ma a forza di nominarlo, una mattina che proprio non me l'aspettavo Dio mi comparve davanti e, svelando un animo tanto nobile e generoso, mi invit a salire con lui in cielo.
Proprio cos!
Me ne stavo nel mio giardino, seduto sotto i bei pini, che gi in primavera mandano una consolante frescura, e svagavo con lo sguardo un po'di qua e un po'di l oltre la recinzione, quand'ecco che apparve proprio l davanti a me Dio, allegro, esuberante, scherzoso.
Resto immobile. Non  possibile che sia proprio lui, Dio in persona!, mi dico. Ma l'aspetto  quello che conosco, che ho appreso dalle belle pitture e dai libri.
"Sono proprio io, il Padreterno" mi rassicura, e si siede accanto a me, e insieme guardiamo la strada, che in quei giorni era trafficata come non mai.
"Vedete, mio Signore, com' diventata insopportabile la vita! Voi pensaste di edificare per gli uomini l'Eden, il Paradiso terrestre, e alla fine  rimasta questa Terra devastata."
Qualcuno dei passanti mi osservava gesticolare, e si fermava incuriosito davanti alla recinzione. Non potendo scorgere Iddio accanto a me, restava l impalato, incredulo di ci che vedeva. Aspettava un po', eppoi, scuotendo il capo, si allontanava.
"Vorrei che conosceste il mio paese" dissi ad un tratto.
Mi sorrise. Fece cenno di s e insieme uscimmo nella strada. Quel vecchio imponente parve ancora di pi ingigantirsi. Le auto passavano e quell'uomo diveniva sempre pi grande.
Giunti sul ponte, volle chinarsi a guardare l'Ozzeri, il corso d'acqua antico.
Davanti al piccolo cimitero si ferm. Entr e chiam quei morti ad uno ad uno. Mi parve che essi rispondessero a lui, e infine comparvero e gli si radunarono intorno.
Scherzava e rideva con loro.
Salimmo sul piccolo colle, dove sorge la parte pi antica del paese. Lass ci raggiunsero i rintocchi del vecchio campanile.
Fu proprio in quel preciso momento, mentre scoccava l'ultimo rintocco, che mi accorsi che il paese sotto di me si faceva piccino piccino, ed io stavo volando, e Dio era sopra di me e con le braccia mi teneva sospeso nell'aria, ed io scorgevo il paese e la mia citt allontanarsi, e a poco a poco svanire.
"Ho paura, mio Signore."
Ma Dio arriv in un istante.
"Siediti qua" mi disse.
Stavo in un bel giardino, colmo di piante e di fiori, e Dio si sedette accanto a me.
"Ora non avrai pi bisogno di fantasticare su quello che dico e che faccio. Guardati intorno, e sazia finalmente ogni tua curiosit. Questo in cui ti trovi  il giardino della mia casa.  qui che vengono a trovarmi gli angeli e i trapassati che vivono con me."
Era un luogo meraviglioso, ricco di colori e di silenzio. Sentivo che l si poteva essere felici.
Domandai notizie dell'arcangelo Michele.
"Vorrei tanto vedere se somiglia alla statua che si trova in cima alla chiesa della mia citt."
"Lo vedrai, ma non avere fretta."
"Sono morto, mio Signore?" balbettai.
"Ritornerai sulla Terra" mi rispose sorridendo. "Ti ho portato quass perch voglio che quando parli di me tu conosca davvero ci che sono."
"Non siete contento di me?"
"Parli a vanvera, a volte. E ti burli del tuo Dio."
"Eppure vi ho sempre dentro il mio cuore."
"Perch allora mi tratti come se fossi un bambino capriccioso, e non il Dio di Mos, di Abramo, di Giacobbe?"
"La verit  che non riesco ad aver paura di voi, mio Signore.  cos bello immaginarvi allegro, burlone, capace anche di commettere qualche imbroglio pur di raddrizzare le cose sulla Terra."
"Pensi male di me quando le cose non vanno per il verso giusto, non  vero, briccone?"
"A volte non mi riesce di frenare il pensiero."
"E chi ci rimette sono sempre io!"
"Mi acceca il troppo dolore che vedo sulla Terra. Soprattutto la sofferenza che colpisce gli innocenti, i bambini che non hanno colpa. Allora mi prende una grande tristezza, un grande sconforto. Perch fate nascere degli innocenti ciechi, storpi, senza gambe n braccia? Perch permettete che i grandi facciano tutta quella violenza sulla Terra? Non immaginate quanto sia difficile per un uomo semplice come me accettare questa vostra verit cos spietata."
Dio si fece pensieroso e triste e non parl pi.
Un gruppo di persone si stava avvicinando. Avevano l'aspetto di uomini in tutto simili a me, e compresi che erano dei trapassati.
Dio fece loro cenno di avvicinarsi, e vennero intorno a noi e Dio parl a uno di loro.
"Vedi?" gli disse "Ancora sulla Terra ci si interroga sul dolore. Quanti millenni dovranno trascorrere perch l'uomo riesca a scorgere l'anima che ha dentro di s? Ah, se cercasse di dialogare con lei, cadrebbe tutta la sua incredulit!"
Quegli uomini si sedettero accanto a noi, conversando con Dio. Dal modo di parlare e dalle cose che dicevano riconobbi Platone, a cui Dio s'era prima rivolto, e Aristotele, e Dante, Milton, e Goethe.
"Sarete fiero, mio Signore, di avere quass ingegni come questi, che hanno fatto grande la Terra" sospirai, quando quegli uomini si furono allontanati.
Ma Dio m'indic un uomo che si stava avvicinando.
"L'amore che costui sparse sulla Terra  ancora cos grande che egli ne inonda quass tutto il Paradiso. Si fece il pi povero tra i poveri. Fu il pi umile tra gli umili."
San Francesco pass davanti a noi e non disse nulla.
"Perch, mio Signore, avete resa cos complicata la vita? A mano a mano che trascorrono i secoli, tutto diventa pi difficile. Serve davvero all'uomo il progresso? O esso invece non ci allontana sempre di pi da voi?"
"Perch l'uomo mi sfida?"
"Vuole essere simile a voi."
Dio si alz e mi condusse in giro per il suo giardino e mi indicava tutti i fiori pi belli. Si chinava, li contemplava e poi, rivolgendosi a me, mi ripeteva sorridendo:
"Che cos' l'intelligenza dell'uomo a paragone delle meraviglie che stanno nascoste nella Creazione."
"Ma voi lo amate, l'uomo..."
Giungemmo vicino ad un limpido ruscello, e Dio mi invit a sedere sulla riva; quindi mi preg di osservare, laggi in basso, la Terra, che appariva azzurra e splendente.
Per uno strano prodigio, essa d'un tratto, a poco a poco, parve avvicinarsi e potei distinguere nitidamente i continenti, e poi, piano piano, riconoscere le citt; e infine divennero grandissime le strade e le case.
Vi si agitava un'umanit disperata, frenetica, la quale, vista da lass, faceva contrasto con la quiete e la bellezza della natura che le stava intorno.
"Lo puoi vedere da te ci che sta succedendo sulla Terra per colpa dell'uomo."
"Voi lo avete fatto cos."
Ci mettemmo a correre per i campi, e attraversammo boschi, foreste, fiumi, praterie sconfinate.
"Sono contento di trovarmi qui con voi" gli gridai al colmo della felicit.
E Dio mi sorrideva, mentre mi sollevava nel cielo e mi faceva volare con lui, a fianco delle aquile, dei falchi, delle rondini, dei gabbiani.
"Ti piace quass?" mi diceva sorridendo.
"Fatemi restare con voi" lo supplicai.
Dio mi accompagn sulla cima di un monte e di nuovo mi mostr la Terra.
"Che devo fare, mio Signore, tornando sulla Terra, per rendervi felice?"
Dio non mi rispose. Mi tese invece la mano e insieme ci inoltrammo per un sentiero. Qua e l sorgevano piccole case, davanti alle quali la gente si radunava e conversava. Tutti quelli che ci incontravano, ci salutavano con grande calore.
" bello qui. Se gli uomini lo sapessero, non avrebbero paura della morte."
"Anche tu un giorno verrai quass."
"Ditemi dov' mio padre" domandai.
Sbuc proprio in quel momento da un sentiero un gruppo di angeli. Tutto contento, Dio esclam:
"Questi  l'arcangelo Michele, che volevi incontrare!"
"Eccolo," prosegu rivolto all'angelo "il lucchese che spesso si prende gioco di noi."
L'angelo si stacc dal gruppo, e con le braccia spalancate mi venne incontro. Mi baci.
"Non fatela andare in malora quella mia statua, lass in cima alla bella chiesa della tua citt" mi disse sorridendo.
Per un attimo mi sembr di ritrovarmi proprio dentro la mia Lucca, nella bella piazza San Michele, e di avere il viso rivolto all'ins, verso l'angelo.
"Parla di me tutte le volte che vorrai" mi sussurr all'orecchio, lasciandomi. "E parla anche di Dio, perch lui  contento di te."
Dio stava zitto in disparte, e quando San Michele se ne fu andato, mi si avvicin.
"Non ti ho condotto qui per mostrarti tuo padre."
" felice mio padre?"
Dio non mi rispose.
Da quella cima di nuovo mi mostr la Terra, e la cara sfera azzurra sembr risplendere, farsi pi bella.
Dio allora mi prese per mano e ancora una volta mi ritrovai sospeso nel vuoto. Sentivo il vento soffiare da ogni parte, e cos compresi che il mio viaggio era per finire e Dio, a quella grande velocit, mi stava riaccompagnando a casa.
Mi ritrovai infatti nel mio giardino, e Dio era in piedi davanti a me.
"Sono stato pi volte sul punto di annientare l'uomo."
"Abbiamo tanto bisogno di voi, mio Signore. Come dobbiamo vivere? Non ci abbandonate."
Ma Dio se n'era gi andato.
Spesso mi domando, ancora oggi, se egli abbia udito quelle mie parole.
Lo penso lass, in mezzo a quei boschi che io ho visitato con lui, su quei campi, tra i fiori, lo odo parlare con gli angeli, raccontare a mio padre di quella mia visita straordinaria, e vedo il mio vecchio genitore sorridere, ringraziarlo e scherzare con lui. E allora voglio credere di s, che Dio mi abbia udito quel giorno e stia per confidare agli uomini il modo di conoscere, apprezzare e conservare per sempre l'amore, la pace, il silenzio, la gioia, la bellezza della Creazione, l'umilt e la dolcezza dei nostri sentimenti.
E vedo l'arcangelo Michele che gli sta intorno, non lo abbandona un istante, e ogni volta lo incoraggia nei momenti in cui Dio prova dolore e sconforto per noi.
Con la pi grande ostinazione lo supplica di non rinunciare ad amarci.

7. 3. 1992 - 19. 3. 1992 (ad eccezione di Ulderico e Laurina, del 1987)



LIBRO QUARTO
Via Pelleria e Le storie di Mattia

VIA PELLERIA

Ai ragazzi di Pelleria che resero felicissima la mia infanzia

Come accade ai pi, non ricordo niente dei miei primissimi anni, che debbono essere stati assai belli se  vero, come ho occasione di osservare oggi nei miei splendidi bambini, che sono ricchissimi di sorprese, di scoperte, di emozioni.
Essi costituiscono la prima impalcatura del nostro divenire, che resta forse la pi fervida, la pi imprevedibile, la pi feconda; e quegli anni -  cos strana la vita - non li rammentiamo, bench ne siamo cos tanto impregnati. Si perdono e si confondono al pari della nostra esistenza prenatale.
Sforzando la memoria, di quel tempo ricordo solo una passeggiata con mio fratello Giuseppe, maggiore di me di venti mesi, su di una bicicletta di legno forse di color giallo e rosso; e della passeggiata rammento un luogo soltanto: porta San Donato ove nei tempi andati era collocata la gabella (e infatti con questo nome tutti chiamavamo quel luogo); in particolare rivedo gli istanti in cui attraversavo, nella sua poca luce, l'antico passaggio, munito all'interno di una robusta saracinesca, tenuta sospesa a mezz'aria da congegni solo oggi svelati.
Della guerra, che pure era al culmine, nessun particolare resta, se non un'immagine labilissima di una fuga gi per le scale insieme con altri inquilini, nel pieno della notte.

Della gabella intiepidita dal sole m' rimasto il ricordo del suo tepore e della tranquillit che certi giorni l ci prendeva. Non si pensava ai giochi, ma certe mattine ce ne stavamo seduti al calduccio semplicemente a chiacchierare.
Altre volte invece ci spingevamo al di l della porta San Donato ad ammirare due simpatici omettini che fabbricavano corde.
Lavoravano appena fuori delle Mura, a sinistra di chi esca dalla citt, sul prato che  adiacente alla strada di circonvallazione. Fino a qualche tempo fa erano ancora visibili i due sostegni che reggevano la ruota; questa, girata a mano da uno dei due, intrecciava la canapa che si allungava sorretta da paletti; l'altro andava su e gi con una specie di spugna di legno e manteneva bagnata la nascente fune.
Passavamo, in quei giorni di meravigliosa pace, intere mattinate a guardarli.
Il primo, mentre girava la ruota, parlava volentieri con noi.

Ma quando le giornate erano proprio belle ci spingevamo fino "ai marmi". L il sole batte tutto il giorno e non c'era altro luogo che offrisse tanto spazio ai nostri giochi.
Era cos chiamato poich v'erano stati adagiati, ben ordinati ai lati della stradicciola, colonne e piedistalli di marmo provenienti da un monumento disfatto. Ora non ci sono pi e il prato appare al visitatore nella sua originaria compostezza tutta rinascimentale; ed  un incanto per chi, giunto sulla circonvallazione all'altezza della stradina che conduce al cimitero, osservi da l le Mura della citt, con le sue fortificazioni esterne che proprio dai marmi principiano e proseguono in direzione di San Frediano.
Ci divertivamo a correre sopra le colonne disposte in fila una dietro all'altra: chi andava, chi veniva, chi rocambolava. Costituivano una fonte di giochi senza fine.
Una delle colonne era leggermente distanziata dalla sua prossima: per noi quel salto fatto di tutta corsa (un salto che da grande, tornando sul luogo, apparve ridicolo, ma a quel tempo che gran salto!) rappresentava una prova di bravura; e fu proprio l che un brutto giorno, presa ormai troppa confidenza con l'ostacolo, caddi sbattendo violentemente il mento. Fui portato all'ospedale in bicicletta e l mi fu ricucita la ferita, di cui porto il segno. Anche la colonna conserv per anni il rivoletto di sangue, finch la pioggia, il vento, le intemperie insomma non se lo portarono via del tutto.
Ai marmi venivano anche le mamme nel primo pomeriggio. Si sedevano; di solito facevano i lavori di cucito, e lasciavano giocare noi bambini.
Ci perdevano di vista a volte; e noi si poteva azzardare qualche impresa pi rischiosa, come quella di fare a sassate, che piaceva tanto a mio fratello Giuseppe e a Vittorio, un amico che stava sulle nostre scale.
Quando si aveva sete, invece, bastava andare proprio a due passi dai marmi, vicino al fosso, che allora era assai limpido, dove sgorgava una polla chiarissima. Qui sostavamo volentieri e ci sedevamo lungo il bordo erboso, con le gambe penzoloni. Quando se ne aveva voglia costruivamo dentro la polla una piccola diga dove lasciavamo andare i pesciolini rapiti con vecchi barattoli o con reti di fortuna al fosso.
Nei pressi della polla, dalla parte di San Frediano, un contadino piantava certi anni del granturco. In ottobre, quando ormai non restavano che le canne secche, quel campo diventava per noi un meraviglioso e intricatissimo bosco, dentro il quale scorrazzavamo.
Ricordo che costruimmo con quelle canne una grande e bellissima tenda indiana, che resistette molti giorni e fu la nostra delizia, tanto che si trascurava i compiti per accorrere l tutti insieme, come ad un appuntamento gioioso e irresistibile.

Pi spesso, quando pioveva, si andava in "sortita", ma accadeva anche di andarci nelle belle giornate, poich essa esercitava un suo fascino particolare su di noi.
La sortita  chiamata quel passaggio che, nei tempi andati, avrebbe permesso ai lucchesi in caso d'assedio di uscire dalla citt. Dico "avrebbe" poich in realt le attuali mura di Lucca non conobbero mai le minacce della guerra. Ve n' una sotto ciascun baluardo; collegate da bui corridoi, vi si trovano anche molte altre stanze, anch'esse buie, dove si potevano conservare provviste ed armi.
Quella del baluardo di Santa Croce era la nostra sortita che  anche, mi pare, la pi bella della citt, cos come il pi bello  il baluardo stesso, che meglio conserva i ruderi rinascimentali.
Guardando la "mezzaluna" - come noi impropriamente chiamavamo i resti della fortificazione costruita nel mezzo del baluardo - la sortita si trova sulla destra nascosta dalle cannoniere: bisogna salire sulla cortina per scorgerne l'apertura.
Il muro attraverso cui ci calavamo (ma pi spesso saltavamo direttamente a terra, data la poca altezza)  ancora oggi tale e quale, e cio costituito da una balza che raggiungevamo con un piccolo salto; da l si scendeva mettendo piedi e mani in appositi pertugi che l'esperienza ci faceva trovare meccanicamente. Giunti a terra, a destra si apriva (e si apre tuttora) un corridoio stretto, buio, che conduce ad una porta minuscola ("la sortita" appunto) attraverso la quale si esce dalla citt.
Rammento ancora il fascino che esercitava su di me il silenzio di quel luogo, lontano da ogni rumore.
Prima della sortita, in fondo allo spiazzo terroso si ergeva, poich oggi non esiste pi, un grosso muraglione di mattoni, che nascondeva una grande apertura. Essa d accesso alla serie di stanze buie che ho ricordato pi sopra.
L'attraversarle tutte con torce accese, quale eccitazione provocava su di noi!
L'ultima di queste stanze infatti era strapiena di pipistrelli, tanto che il pavimento era ricoperto completamente di escrementi: la chiamavamo la camera dei pipistrelli, ed  adiacente alla stanza sul cui soffitto si apre l'ultima graticola posta all'interno della mezzaluna.
A volte, distesi lungo la graticola alcuni compagni attendevano che si arrivasse l, sotto di loro, per acclamarci e chiamarci per nome.
Si passava quindi alla camera dei pipistrelli.
Qualcuno di noi teneva bene in alto le torce per illuminare il soffitto: vi pendevano a centinaia, offrendoci una visione sinistra ed eccitante. Si cominciava cos con le nostre "filombre" la fitta sassaiola. I pipistrelli, assaliti all'improvviso, si davano alla fuga in volo caotico, pericoloso per noi; era un turbinio di sassi e di pipistrelli fino a quando nella stanza non ne restava pi alcuno. Allora si raccoglievano con grida di giubilo le prede vinte e si faceva ritorno allo spiazzo.
Di quel percorso buio rammento assai poco, e credo che cos sia anche per i miei compagni di allora.
Ricordo in modo particolare che dopo i primi due enormi stanzoni ci si doveva chinare per passare attraverso una stretta apertura; poi si sfilava ad uno ad uno lungo un angusto corridoio dopo il quale principiava la serie di stanze dove gi si potevano incontrare i primi pipistrelli.
In una di queste, al ritorno, ci fermammo una volta per accendere un gran fuoco. Ci sedemmo tutt'intorno sopra dei mattoni caduti dai vecchi muri e mettemmo ad arrostire i pipistrelli morti, senza altro scopo che il piacere di completare con quel rito sinistro la caccia.
Questa operazione pi volentieri la compivamo una volta ritornati in superficie, insieme coi compagni che ci attendevano alla mezzaluna.

Altre volte, giunti alla piccola apertura (la sortita) che conduce all'esterno delle Mura, si usciva nel prato e, girando sulla sinistra intorno all'orecchione, si arrivava fin sotto porta San Donato. Si scalava il muretto ed eravamo in strada, cogliendo di sorpresa qualche passante che ci vedeva sbucare da laggi.
Lungo questo percorso ci si imbatteva nel canale che esce dalla citt e confluisce in quello che tutti i lucchesi chiamano "il fosso". Si doveva allora superare l'ostacolo con un piccolo salto. Ma quale emozione provocava su di noi!
Fatto il salto, se si aveva voglia di affrontare un'altra avventura, anzich scalare il muretto e piombare in strada, potevamo attraversare il fosso grazie ad una longarina di ferro che congiungeva le due sponde. Dovevamo tenerci in buon equilibrio, poich era molto stretta e non era davvero facile l'impresa: e infatti ricordo di esser caduto nell'acqua goffamente, provocando le risate dei compagni, anche loro per in altre occasioni derisi allo stesso modo.
Attraversato il fosso, sostavamo al bel lavatoio (oggi purtroppo in squallido abbandono); nel punto pi basso, cio tra il fondo del lavatoio e lo scalino sopra cui stavano le donne, c'era sempre un po'd'acqua: vi lasciavamo cadere i ranocchi pescati nel fosso o nelle fosse che si formavano nel prato.
Li guardavamo saltare, ed era uno spasso udire le donne gridare dallo spavento.

Tra il nostro rione e porta San Donato si trova il piazzale omonimo, abbellito da un parco di lecci bassi e numerosi, adattissimi al gioco della guerra.
Infatti, proprio l venivano collocati i due quartieri generali, uno sulla punta e uno sulla base del parco, che ha forma triangolare. Qualche volta servivano allo scopo anche gli scalini della porta secondaria del vecchio ospedale.
Quel piazzale  rimasto nella mia memoria soprattutto perch fu teatro di guerra tra il mio rione e quello di Cittadella: guerra che si protraeva per giorni dato che contendenti erano i due rioni pi popolari e rissosi della citt, e nella quale si rischiava il prestigio delle parti.
Quando ne scoppiava una, il rione era in fermento e nessuno osava tirarsi indietro.
Si fabbricavano fionde, ci si addestrava alla mira e ogni giorno, nel primo pomeriggio, tutti elettrizzati dal pericolo, si prendeva posizione dietro i lecci, oppure nel cortiletto del dispensario (oggi sede della "Casa di accoglienza per immigrati e Casa della pace"), cos da poter rispondere per le rime a "quelli di Cittadella" che venivano dalle Mura e dalla Manifattura Tabacchi.
La porta antica costituiva di solito la linea di demarcazione.
Non appena ci sorprendevamo a vicenda, le fionde saettavano fitte sassaiole, insidiosissime. Ricordo un compagno di nome Alberto colpito violentemente alla fronte da un sasso, mentre lungo il muro dell'ospedale avanzava verso la vecchia porta; si accasci, lo trasportammo nelle retrovie e infine a casa.
Da entrambe le parti si trovavano ottimi fiondatori; ne conoscevamo bene il nome e il volto e ci si organizzava in fretta allorch avanzava uno di loro. Forse, per, il migliore di tutti era uno dei nostri, Renato, un ragazzone che ancora giovanissimo usava il fucile con precisione. Per lui la fionda non aveva segreti: riusciva a spegnere una candela da una distanza di circa venti metri senza mai fallire. Era abile cacciatore di lucertole quando uscivamo fuori porta a snidarle.
Di solito si piazzava dietro un leccio che dava verso le Mura (era quella la parte pi esposta alle incursioni dall'alto) e l se ne restava tranquillo. Ogni tanto per fiondava un sasso, e allora tutti si poteva vedere lass da dietro un platano schizzar via il nemico, colpito infallibilmente.
Pi spesso eravamo noi a vincere. Ricordo l'esaltante inseguimento che facemmo una volta dei nemici in rotta: lanciando sassi e correndo, li ricacciammo nel loro rione! Il poggio di Cittadella era strapieno di noi che, con le fionde tese e superbi della bella vittoria, osservavamo il mesto rientro dei vinti alle loro case.

All'estremit del piazzale San Donato fino a non molti anni fa era collocata la "stanza mortuaria" ove venivano spogliati e preparati i morti.
Un tardo pomeriggio uno di noi, arrampicandosi fino alla finestra, ne vide uno deposto nudo sul marmo; ci chiam e a turno osservammo quel morto pallido e magro.
Il mistero della morte, e in genere tutto quello che ad essa  legato, attrae l'uomo, che tuttavia vi smarrisce il pensiero. Istintivamente ci accade anche al ragazzo, e un'impresa che ci affascinava e ci piaceva compiere, particolarmente nelle calde serate d'estate, era quella di vagare attorno al cimitero di Sant'Anna alla ricerca dei fuochi fatui.
Poich avevamo tanta paura, ci accompagnava Beppe, il campanaro del nostro rione, un quarantenne scapolo, con il quale si stava bene in compagnia.
Si attraversavano i marmi tenendoci stretti l'uno all'altro. Si sfilava poi lungo la stradetta del Barsotti, il marmista, sempre pi guardinghi e silenziosi; quindi passavamo ammutoliti davanti al cancello principale del cimitero e si voltava sul lato sinistro.
Qui aveva inizio l'appassionante avventura.
A quel tempo, dietro il lungo ed alto muro di cinta si estendevano bei campi coltivati, e filari di meli che erano la nostra delizia quando ci spingevamo, certe volte di giorno, fin l. Di notte invece quel luogo era avvolto da un tenebroso silenzio, e ci stimolava ancora di pi la nostra fantasia, gi fervidissima. Lungo il percorso ci si imbatteva spesso in qualche coppietta, sorpresa e ammutolita dal nostro arrivare.
Proprio a met del muro di cinta, sul lato posteriore, era un gran cancello a pannelli metallici, arrugginiti e bucherellati dal tempo; l ci fermavamo sempre, e a turno si spiava all'interno alla scoperta dei fuochi fatui.
Accadeva che qualcuno li vedesse e chiamasse i compagni, e questi, messisi ad osservare a loro volta, non scorgessero niente. Cos al ritorno, qualcuno diceva di averli visti ed altri che era stata un'illusione. Non riesco a ricordare se anch'io vidi quei fuochi; ho nella memoria l'immagine di una fiammella vagante sopra le tombe, nella parte nuova del cimitero, ma non posso dire se scorsi realmente quella fiammella o se essa sia invece il frutto, ancora oggi, del racconto di qualche compagno.
Per osservare meglio la parte nuova, spesso salivamo sull'argine, sulla cui sommit  tracciato un sentierucolo. Camminavamo su quello dominando dall'alto le tombe. Era uno scenario di piccoli lumi assai suggestivo; spesso ci sedevamo sul poggio ad osservare e ci perdevamo in racconti e vaneggiamenti sui morti.

Osservando il bel quadro di Seurat dal titolo "La grande Jatte" si pu avere l'idea di come, in estate, si trasformasse la bella pioppeta sull'argine del Serchio.
Soprattutto nel pomeriggio, dopo che la gente aveva dedicato ai bagni la mattinata, era animata dal voco dei villeggianti, seduti a gruppi sull'erba intorno ad una tovaglia imbandita; si mangiava, si beveva, si chiacchierava in allegria.
I ragazzi della mia et naturalmente non riuscivano a star fermi; il pi delle volte si improvvisava una partita di calcio quanto mai bizzarra tra quei pioppi fittamente piantati. Gli adulti, dopo mangiato, si sdraiavano per terra, pi spesso sopra una coperta e dormivano saporitamente.
Sul fiume erano due i luoghi maggiormente frequentati dai bagnanti: uno denominato "al rasaio" e l'altro "al Nozzi". Io andavo al primo, meno insidioso, dove l'acqua, come si soleva dire, "non ci ricopriva". Non per questo non vi accadevano disgrazie.
Una volta uno dei compagni, fatto un tuffo, non riemergeva pi; ci mettemmo a gridare e finalmente accorse Pippo, robusto nuotatore di cui parler pi avanti, il quale, ricevuta l'indicazione del punto, senza alcun indugio si tuff e riport in superficie il poveretto mezzo morto. Raccont che era rimasto col capo incastrato tra due scogli.
I pi grandi andavano invece al Nozzi dove l'acqua era alta e si potevano azzardare lunghe nuotate e tuffi.
V'era a quel tempo una baracchetta al di l della stradina che corre sull'argine, ove si vendevano bibite e panini.
Era da l che i pi bravi prendevano la rincorsa per il tuffo.
Tra questi era uno del nostro rione, ancora giovane e gi alcolizzato, simpaticissimo sia da savio che da ubriaco. Era conosciuto come buon tuffatore ed infatti ogni volta ne inventava, eseguendo figure le pi ardite e fantasiose.
Accadde anche a lui un giorno per, mentre si cimentava in un tuffo improvvisato, di sbagliare e di piombare dritto dritto su di uno scoglio nascosto sott'acqua. Svenne e fu ricondotto su dai compagni: una semplice sgraffiatura per fortuna, ma che gli cost per sempre le burle degli amici.
Quando si giungeva nel pieno della stagione, c'era l'usanza di far disputare al Nozzi delle gare di nuoto. Venivano poste sull'acqua, proprio sotto la riva sinistra, alcune botti vuote fissate sul fondo del fiume. Una fila di esse segnava la linea di partenza e l'altra quella di arrivo. La distanza tra i due punti veniva coperta dai gareggianti anche pi d'una volta a seconda della prova in programma.
In quelle occasioni, ricordo, si distinguevano pressoch imbattibili alcuni giovani Polesi, che facevano onore alla citt marinara da cui la guerra li aveva crudelmente allontanati.

La chiesa del nostro antichissimo rione  intitolata a San Tommaso, e infatti proprio in onore di quel santo l si cresce nel pi bel realismo: chiassate, monellerie, birbanterie; e soprattutto diffidenza nei confronti di chi non respira ad ogni boccata l'aria della strada.
A quel tempo era parroco del rione don Silvio Giurlani,(3) attivissimo e coraggioso cappellano militare durante la Resistenza, oggi ingiustamente dimenticato.
Una notte di Natale, mentre diceva solennemente Messa, in fondo alla chiesa un ubriaco (non era difficile trovarne in quella notte) entrato a rito iniziato, cominci a brontolare sempre di pi ad alta voce. Don Silvio si stava preparando alla Comunione ed era tutto assorto nella preghiera; all'improvviso, al sopraggiungere d'un nuovo brontolio, s'interruppe; di scatto si volt e si diresse con decisione, cos sontuosamente parato, incontro al poveretto. Senza dire una parola, lo afferr per il collo e lo cacci; quindi ritorn all'altare serenamente.
Chi fosse entrato nella chiesa fino a qualche anno fa, avrebbe potuto notare, alzando il capo, due belle file di lampadari dorati, da cui pendevano strisce circolari formate da piccole gocce di vetro. Quelle strisce le confezionammo e applicammo noi ragazzi con un lavoro che ci tenne intensamente occupati per giorni.
Ce ne stavamo rincantucciati nella soffitta della chiesa, da dove si accedeva anche al piccolo pulpito. Eravamo in tre o quattro; e il trovarci in quella piccola soffitta piena di oggetti sacri, alcuni dei quali ormai abbandonati, ci elettrizzava. Per interi pomeriggi si restava seduti sul pavimento ad infilare le gocce e a sistemarle poi sul lampadario. Intorno a noi contemplavamo con occhi estasiati gli stemmi dell'antica confraternita, i lampioncini, le statue di legno nude della Madonna, della Maddalena, di San Giovanni, che ogni due anni venivano vestite per la processione del Venerd Santo.
Questa antica processione era chiamata anche del "Ges morto" ed era assai nota oltre che attesa dalla citt. Oggi  scomparsa, ma chi l'ha vissuta come me da ragazzo non la dimenticher mai.
Noi ci si "incappava" (cio si metteva la "cappa", una specie di saio con cappuccio, di color giallo) almeno un'ora prima dell'avvio e si vagava tra la folla ebbri di felicit.
Qualche volta da casa mia, affacciandomi tra mezzo ai lampioncini di carta colorata accesi, restavo incantato ad ammirare da lass tutto quel pullulare variopinto e disordinato.
La liturgia della Settimana Santa conosceva allora una partecipazione assai numerosa (specialmente alla cosiddetta visita dei sepolcri) ed era (ma lo  ancora oggi) suggestiva per la particolarit delle cerimonie cos intensamente legate alla passione di Cristo.
Per tutti quei giorni in cui le campane erano mute, andavamo in giro con "la traccola", una cassa di legno rettangolare munita di una manovella; questa azionava un ingranaggio dal quale usciva un rullio sordo (una specie di trac-trac, appunto) che sostituiva il suono delle campane.
Ci alzavamo al mattino molto presto per suonarla, pieni di entusiasmo, e facevamo in due o anche da solo il giro del rione.
La processione del Venerd Santo costituiva il culmine di tali giornate.
Verso le 19 e qualche volta le 20 era dato il segnale della partenza: principiava allora un gran movimento, un andirivieni febbrile, nervoso, dei maestri delle confraternite, occupati a dare ordine alla processione, a stabilire le precedenze e la collocazione dei vari stemmi e lampioni.
Per ultima si muoveva "la barella" su cui era montata la scena del Golgota: Ges sulla croce, con ai piedi la Madonna, la Maddalena e San Giovanni; e poich era pesantissima, per l'occasione venivano gli uomini pi forti della citt. Si formavano le squadre, che ogni tanto si davano il cambio.
In quei momenti la processione si arrestava in attesa.
Tutte le strade dalle quali transitava si facevano onore gareggiando in luci e in addobbi.
La gente si accalcava ai lati della strada.
In certi punti, come in piazza San Frediano e in piazza San Michele, era davvero gran folla.
Dietro la barella veniva la banda musicale, schierata in grande uniforme ed infaticabile: soprattutto il suono dei piatti colpiva l'attenzione di noi ragazzi.

A quel tempo un'associazione femminile tuttora attiva, il C.I.F., si faceva carico di molte iniziative in favore dei ragazzi ed in particolare organizzava colonie al mare e ai monti e il doposcuola.
Da piccolo ho partecipato ad entrambi.
Delle colonie per ho un ricordo poco piacevole, poich sentivo la nostalgia di casa e piangevo spesso, al contrario dei miei fratelli Giuseppe e Mario che sapevano meglio adattarsi.
Dopo due tentativi, mia madre desistette con mia grande soddisfazione.
Verso i quindici anni partecipai a due colonie "per adolescenti" che si tenevano presso il Sacro Cuore di Barga e mi trovai - quelle volte e a quell'et - tanto bene che ancora oggi mi sento legato alla bella cittadina anche per questi ricordi.
In particolare faceva la nostra felicit il cinema all'aperto, che si girava proprio al Sacro Cuore, sul campo sportivo.(4) Potevamo guardarlo comodamente dal balcone delle nostre camerette.
Ricordo un bellissimo salice - ancora vivente - i cui lunghi rami cadevano gi fino a terra formando una specie di capanna; al suo interno due o tre di noi trascorrevamo ore e ore serene ritagliando figurine col "traforo".
Al doposcuola invece, forse perch si teneva a due passi da casa mia, e cio nella sala parrocchiale, sono andato sempre volentieri.
Ci teneva lezione una signorina del C.I.F. Ce ne stavamo seduti intorno a tavoli lunghissimi, impataccati di inchiostro e di scarabocchi, e si facevano i compiti assegnatici la mattina a scuola; la signorina passava tra noi a insegnarci.
Era molto graziosa e come accade a tutti i ragazzi di questo mondo ne eravamo un po'innamorati.
Un bel giorno qualcuno raccont di averla sorpresa ad amoreggiare col fidanzato sul baluardo di Santa Croce.
A quel tempo ci significava semplicemente che erano stati visti sdraiati o sull'erba o dietro un albero o sul poggio dell'orecchione; uno spettacolo consueto e piacevole questo, di vedere cio i nostri baluardi ed anche le fortificazioni esterne davanti alla cortina di San Frediano piene di coppiette distese sull'erba: un modo innocente di vivere la giovinezza oggi scomparso.
L'apprendere che la maestrina veniva a Santa Croce a far l'amore mise tutti noi in agitazione.
Ed ecco presto combinata una monelleria.
Di solito davamo fastidio alle coppiette molto volentieri: lo facevamo quasi sempre appostandoci all'interno della mezzaluna e da l lanciando "le pellicce" d'erba. Quando queste raggiungevano il bersaglio non facevano certo piacere, ed era allora tempo di mettere le gambe in spalla e battere in ritirata, poich il fidanzatino non perdeva certo tempo a scrollarsi di dosso il terriccio: noi via in fuga e lui dietro per farcela pagare!
Ma una volta imboccata "la scesina" di piazzale San Donato la partita era vinta. Nessuno infatti osava mettere piede nel nostro rione.
Accadde la stessa cosa alla maestrina.
Ricordo assai bene che la scoprimmo in pieno amore davanti alle cannoniere sopra la sortita. Il gioco fu fin troppo facile e, dopo, come ci sentimmo colmi di felicit!
Le "pellicciate" le tiravamo anche ai passanti che imboccavano porta San Donato. Ce ne stavamo nascosti sotto gli archi della casermetta che si trova sopra il passaggio, con le pellicce pronte e ben ordinate sotto i nostri occhi; il primo malcapitato che usciva od entrava nella citt se le prendeva tutte: era fin troppo facile cogliere il bersaglio!
Naturalmente seguiva a tutto ci una precipitosa fuga.

Il nostro rione ospitava donne malfamate, alcune delle quali notissime nella citt.
A causa loro, assai spesso scoppiavano violente liti che duravano anche per pi giorni. Succedeva tutto all'improvviso quando qualcuno (e spesso era la stessa donna) usciva in strada gridando: "Aiuto, aiuto, si ammazzano!" Si udivano imprecazioni, urla, poi le grida degli uomini che si battevano ferocemente. Si formava sempre un capannello di curiosi; nessuno per osava intervenire tanta era la violenza della lotta.
Noi ragazzi guardavamo quelle donne con molta avidit.
Accadeva spesso che al mattino qualcuna di loro venisse alla fonte a riempire il secchio o i fiaschi. Scendevano discinte e chiacchieravano maliziosamente con noi: piaceva loro eccitarci e parlare di cose sconce. Era un'occasione da non perdere, soprattutto quando si trattava della pi giovane: bionda, longilinea, dai tratti molto dolci. Era pressappoco coetanea, ma gi donna; pi pronta a donare che a ricevere. Un nostro compagno l'aveva avuta, qualche anno prima, domestica in casa sua e ci narrava come fosse stato facile per lui amoreggiare con la ragazza, cresciuta in una famiglia di prostitute.
Un certo giorno, con un frate chiamato appositamente dal parroco, andammo a fare la benedizione delle case.
Il priore tutti gli anni con molto rigore evitava le abitazioni malfamate. Il frate questo non lo sapeva e il parroco non pens quella volta ad informarlo.
Avvenne cos che salimmo in casa della pi famigerata di loro, la quale viveva con un'altra prostituta.
Rimase sbigottita aprendo l'uscio, ma ci fece subito entrare festosamente; e l'uomo che era con lei rest in silenzio per tutta la durata della cerimonia.
Ma proprio nel bel mezzo di questa, giunsero all'improvviso da un'altra stanza, sensuali e pungenti, i sospiri dell'altra.
L'imbarazzo fu grande.
Ci accompagnarono per tutto il giorno.
Di liti per donne ho un labilissimo ricordo del tempo di guerra.
Abitavo allora una piccola casa proprio davanti alla chiesa. C'era l'oscuramento. Ad un tratto si udirono delle feroci grida provenire dalla strada. Mia madre apr cautamente lo scuro della finestra di cucina, ed anch'io potei vedere due negri che si battevano a morte sul sagrato. Uno dei due estrasse fulmineamente il coltello ed assassin l'altro, che stramazz al suolo.
Mia madre chiuse in fretta, spaventata. Tacque.
Solo pi tardi si lev un bruso di voci e scorgemmo in strada gli uomini della M.P.
Il giorno dopo si seppe che i due negri si erano disputata in quel modo una delle prostitute del rione.
Quando da noi scoppiavano le liti, si doveva essere prudenti se la curiosit di vedere ci impediva (ed era quasi sempre cos) di allontanarcene.
Anche per un bicchiere di vino scoppiavano o per una parola sgradita scappata ingenuamente; e se uno dei contendenti era un "fumino" (cio facilmente irritabile e violento) questi reagiva all'istante con un pugno o con un calcio per "stendere" subito il rivale.
Scoppiavano anche all'interno del bar Giulio; e se il titolare - uomo risoluto che sapeva badare agli affari - non riusciva a spostare la lite all'esterno, allora bicchieri e sedie turbinavano per la stanza.
Uno di questi era soprannominato il "Morino"; aveva lavorato in Francia per alcuni anni, poi era ritornato e s'era messo a praticare pi mestieri; infine l'imbianchino. Non molto alto, scuro di carnagione, non si tirava indietro quando gli si presentava l'occasione di menar le mani.
Una sera si scontr con un rivale; questi, insidiosissimo, estrasse velocemente di tasca il coltello. Morino rest impassibile, lo sbeffeggi per quel gesto da vigliacco.
L'altro era ormai risoluto, avanzava e si agitava focosamente.
All'improvviso, profittando di un attimo di smarrimento dell'avversario, Morino con un calcio riusc a fargli schizzar via di mano il coltello. Gli fu subito addosso; lo stord con pugni e schiaffi.
Morino spesso era ubriaco, come altri del rione; in tale circostanza era meglio girare alla larga da lui: pareva una belva fuggita dalla gabbia. Si aveva paura perfino a passargli accanto o a guardarlo, poich avrebbe potuto provocarlo anche un'occhiata o un'ombra.
Il rione abbondava di uomini violenti; tuttavia  errato, profondamente errato, credere che fossero cattivi; era la vita della strada che insegnava a comportarsi cos; di fronte ad un altro uomo, in occasione di lite, bisognava essere i primi a colpire; era insomma la legge del pi forte che regolava il rione e che regola la vita, anche oggi, di ogni strada del mondo.
I giovani la imparavano dai vecchi.
A Lucca, intorno agli anni '50, era rinomato picchiatore un certo Canali, che io non ho mai conosciuto n, suppongo, visto. Si diceva fosse ben piazzato e sempre pronto a menar le mani.
Uno dei nostri arriv un giorno al rione tutto affannato per la corsa. Entr nel bar e grid con incontenibile gioia: "L'ho steso, l'ho steso! Ho steso il Canali!" Ci raccogliemmo intorno a lui e Aldo raccont che in piazza San Michele era venuto a lite con quell'energumeno.
"Quando s' piantato davanti a me" raccontava "e ho capito ch'era deciso a picchiare, non ho perso un istante, mi son detto che dovevo colpire per primo, e son partito con un diretto preciso.  caduto di schianto."
Fu una gran festa nel rione, perch battere quel tale non era cosa facile. Aldo mor qualche anno dopo, giovane ancora, in Francia, schiacciato da una lastra di marmo che stava scaricando.
Amava correre in bicicletta e da dilettante s'era fatto un nome.
Quando veniva a correre a Lucca, sulle Mura ad esempio, tutto il rione si precipitava ad applaudirlo; incitazioni e secchi d'acqua erano per lui.
Aldo costituiva con altri il gruppo dei giovani di Pelleria, che s'era creata rispettabile fama tra i picchiatori della citt.
Quante volte rientravano al bar tutti trafelati, con gli abiti mezzo stracciati per una rissa il pi delle volte scoppiata in passeggiata o in una sala da ballo!
Una sera uno di loro, Luciano, che oggi vive in America, torn senza una scarpa, che aveva dovuto abbandonare appunto in un dancing dove la partita s'era messa male per lui e i compagni.
Ma il pi forte era forse Lello; anche gli amici badavano a scherzare con lui, che aveva quasi sempre la mosca al naso.
Terzino in una squadra di calcio, era noto tra gli appassionati per le sue rimesse con le mani, che lanciava con una forza eccezionale: veri e propri calci di punizione. Si piegava all'indietro fin quasi a toccare il capo a terra e saettava il pallone come una fionda.
La sua forza era molto temuta.
Una sera, durante un torneo notturno, un giocatore lo irrit. Lello perse la bussola. Conquist il pallone di prepotenza, atterr con il solo vigore del corpo due o tre avversari.
Gli altri intuirono la furia che lo aveva pervaso.
Restarono immobili, come terrorizzati; ed anche il pubblico fece silenzio in attesa di una tragica incombente esplosione.
Ma Lello si quiet; arrivato sotto la porta avversaria pass la palla.
Pippo invece non era del rione, ma veniva tutti i giorni da noi.
Indossava sempre una canottiera, anche d'inverno: pieno di muscoli, non molto alto, era dotato di una forza straordinaria che traspariva dalla stessa figura.
Non era cattivo e non si picchiava mai, come capita sempre a quelli che sono veramente forti. In realt nessuno attaccava briga con lui.
Pippo occupava le sue inesauribili energie a fare di tutto e specialmente era di casa al fiume, poich gli piaceva l'acqua ed era un nuotatore formidabile. Riusciva a stare immerso per alcuni minuti senza prendere fiato; si raccontava che durante la guerra di lui s'eran serviti per far saltare o segare i ponti sul fiume.
Molte vite di ragazzi sfortunati o spericolati devono la salvezza alla sua abilit, oltre che al suo coraggio. Se sul fiume c'era lui, noi ragazzi si nuotava pi serenamente (e ci voleva dire anche pi spericolatamente). Ricordo le tante volte che si udiva la voce dei bagnanti che si passavano il suo nome dall'uno all'altro gridando perch egli, dovunque si trovasse, accorresse a salvare uno che affogava. Ed arrivava sempre di corsa; gli bastava il cenno di qualcuno che gli indicasse il punto e subito si buttava.
Allora era certo che lo avrebbe riportato su vivo.
Io stesso lo vidi salvare un mio compagno che a causa di un tuffo maldestro era rimasto con la testa incastrata tra gli scogli.

Il rione  ambiente chiuso, sospettoso delle novit, e soprattutto istintivamente pronto a difendersi dall'esterno.
Con questo sentimento si cresce e ci si ama.
Non mancano le invidie, tuttavia, le gelosie, ma esse hanno spazio, esplodono solo quando il rione  in pace: grasse, feroci, non varcano mai il confine dell'ambiente e subito sono vinte nel momento in cui il gruppo  minacciato.
Nel rione fiorisce soprattutto un sentimento che l'"altra" citt, pi distratta, non avverte, difficile a definirsi: acerbo e gi pruriginoso, nuovo ogni giorno, che lega tra loro i ragazzi e le ragazze di una stessa contrada.
Si cresce, si gioca, si  innocenti insieme finch un certo giorno si scopre che un'amica, fino a ieri bambina, ha d'un tratto occhi belli, il seno erompe,  simpatica, ben fatta.
Le giriamo attorno, una frenesia ci prende, ci sbigottisce.
In un rione dove siamo tanti, quando arriva il tempo di questo rigoglio, di questa stupenda primavera,  un continuo germogliare; ogni mattina una bambina diventa adolescente; gli occhi dei ragazzi le sono subito sopra attratti ancora inconsapevolmente. E accade che la stessa faccia in poco tempo pi mutamenti tutti meravigliosi e alla fine, ancora incompiuta, profumi gi di donna.
Quanti sogni prendevano il volo allora su quelle ragazze! Che fantasia per conquistarle!
La Messa domenicale era l'occasione pi bella che si presentava.
Le attendevamo gi pronti in chiesa seduti nel presbiterio, come s'usava. La ragazza entrava vestita con grazia; era subito un cercarci con gli occhi, un guardarci con intensa tenerezza.
Finita la Messa, si usciva dalla chiesa.
Due o tre di loro s'appartavano maliziosamente, prendevano la strada per porta San Donato o per le Mura: un chiaro richiamo. E noi s'andava.
Nascevano "le cotte" e c'era tra noi e loro una meravigliosa intesa che credo sia appartenuta anche alle precedenti generazioni del rione, cos calda, cos confortante, e cio che i nostri amori si coltivavano tra noi, nel rione; guai ad innamorarsi di altri e se ci per caso accadeva ai ragazzi, le ragazze si facevano gelose, pungenti, scure in volto, inquiete; il ragazzo, che quotidianamente viveva fra loro, presto per dimenticava e tornava; la tacita riconciliazione irradiava gioia a tutto il gruppo.
Erano sentimenti teneri e tuttavia tesi che rubavano il sonno e le ore allo studio; non profondi per, ed era facile innamorarsi delle altre compagne. Allora non v'era rancore, perch anche tra loro le ragazze avevano un patto segreto: che il ragazzo non "uscisse" dal rione e chi poteva doveva impedirlo.

Sono trascorsi tanti anni da quei giorni e mi capita di rado di passare da Pelleria.
Quando le rare volte incontro qualcuno dei vecchi compagni, mi scuso di non avere pi tempo:  concesso assai poco ai ritorni, alla memoria dei sentimenti; gli uomini mutano, invecchiano, muoiono; ti rendi conto solo quando  troppo tardi di non aver fatto in tempo a visitare l'amico, ad incontrarlo dopo anni di silenzio.
Quante volte ho pensato di fermarmi, rivedere i luoghi, le finestre, le stanze dove ho abitato, che mi hanno visto bambino; salutare gli ultimi ancora rimasti l.
Ma il lavoro, i piccoli impegni quotidiani, lo scrivere, la famiglia rosicano il tempo, ossia la vita.

Prima stesura 1974


LE STORIE DI MATTIA

LUCCA

A Lucca vi  una piazza meravigliosa, e forse anche la pi bella della citt: piazza San Michele. I lucchesi pi anziani la conoscono soprattutto come "piazza delle catene", per via della cinta che si snoda tutt'intorno alla chiesa omonima, composta appunto di catene che si adagiano in dolci curve tra una colonnetta di marmo e l'altra.
In mezzo sta l'austera statua del Burlamacchi.
Il sabato mattina vi si tiene mercato;  un pullulare di gente, un continuo stringersi di mani, un andirivieni nei bar circostanti.
Gli altri giorni  preda dei bambini che vi schiamazzano, vi rincorrono i piccioni i quali, sonnacchiosi sui cornicioni o sulle arcate, si precipitano gi non appena qualcuno fa mostra di una manciata di granturco o di riso.
 un fruscio di ali, uno scuotersi elettrico dell'aria.
Gli stranieri l'ammirano; taluni ve ne sono, ancora oggi, che sanno del gioiello dell'arcangelo Michele che domina, lass in cima, la bella facciata. Vi  un punto, davanti alla Banca Commerciale Italiana, da cui si pu scorgere nella mano dell'angelo il brillio della gemma; un solo punto: e il forestiero domanda, prova, si sposta, inclina il capo, il corpo; riprova ancora.
Poi sopraggiunge la sera, quieta, riposante; restano, intorno al Burlamacchi o sulla scalinata che gira tutt'intorno alla chiesa, i giovani, in silenzio; qualcuno infine strimpella uno strumento, si levano nenie appena sussurrate, che devono piacere al burbero Civitali, seduto sulla grossa scranna proprio davanti a loro, sotto l'antica loggia.
Non molto distante da l si trova il laghetto di Lucida Mansi, la bella nobildonna inghiottita dall'inferno. Dalle Mura alberate e imponenti, vanto della citt, lo si intravede col suo albero nel mezzo, l'acqua ferma, quieta.
 collocato nell'Orto botanico; vi si arriva tra piante esotiche, per un viale ordinato, pulito, dopo aver ammirato l'enorme cedro secolare sotto i cui rami ciascuno avverte la propria piccolezza, il potere smisurato della natura.
Di contro a questa immagine maestosa sta, l in mezzo, il laghetto della leggenda. Due panchine, ora scomparse, una accanto all'altra, quasi appoggiate ad una vecchia magnolia, un tempo avevano visto Mattia spesse volte seduto l con la famiglia a fantasticare.
 un luogo di riposo, vi si avverte l'assenza del tempo.
Si deve andare fuori della citt, nei pressi del manicomio di Maggiano, per incontrare un altro posto suggestivo: il campo del Bigongiari.
Appare immenso, disteso sulla destra di chi da Lucca vada a Viareggio, a poche centinaia di metri dall'inizio del Quiesa, il monte che divide le due citt.
Le mucche, pezzate di bianco e nero, vi stanno quasi sempre sdraiate, l'una dall'altra distanti, incredule, ai tempi nostri, di quello spazio.
L'occhio le abbraccia tutte in un'immagine di riposante vastit.
Da qui si va anche alla Certosa a cogliere un altro luogo del passato, ugualmente solenne, quieto; lungo la strada ci si imbatte in un mulino semiabbandonato; non molto tempo fa si poteva ancora ammirare la nera ruota stupenda, immobile.


SULL'ARGINE DEL SERCHIO

Da ragazzo, nei giorni di festa, Mattia saliva sul campanile di Pelleria.
Lo portavano con loro i campanari del rione a suonare "il doppio".
Salivano per delle scale strette, antiche; dopo alcune rampe a pioli arrivavano alla piazzola, proprio sotto le campane.
Da l, Mattia dominava il rione e le Mura; gli sembrava di esserci sopra, su quei bei platani enormi, coi rami fronzuti piegati verso il poggio!
Fare il doppio, appollaiati lass, dava al ragazzo una sensazione di leggerezza, di libert. Suonava contento.
Divenuto pi bravo, a volte si divertiva a fermare in alto la sua campana, e saltare uno, due passaggi per poi rientrare a tempo, oppure per invertire l'ordine dei suoni.
Che allegria di note! Il battaglio della campana pi grossa si muoveva lentamente, ma quando toccava il bronzo ne usciva un suono cupo, solenne, che percuoteva l'aria.
Da lass, puntando l'occhio oltre i grossi platani, ancora oggi si pu intravedere il primo argine del Serchio, pulito, verde, dolce; e sotto, pieno di morti, il cimitero di Sant'Anna.
Qui ormai da anni  stata aperta una nuova ala che arriva proprio sotto il poggio. Vi si pu accedere anche dalla vecchia, attraverso una porticciola che d sul primo ampliamento.
Questa parte del cimitero  meno solenne, pi aperta, leggera; i fiori paiono sospesi nell'aria.
Passeggiando per i vialetti, ad un tratto si  colpiti da una bella scultura: un uomo sorridente in piedi, la mano sinistra in tasca, l'altra appena abbandonata con la sigaretta tra le dita, il soprabito aperto.  un'immagine di vita che d un tocco di grazia al luogo, restituisce alla luce i morti, li riporta tra i vivi.
Con una delle sue bambine, Claudia, Mattia stava seduto sull'argine del Serchio, proprio sopra il cimitero.
Tra i tanti, il canto di un uccello presto attrasse la loro attenzione, un canto non bello, ma pungente, continuo.
"Senti?" disse alla sua bambina " il re degli uccelli che vuole parlare con te."
"Che cosa mi dice, pap?"
"Vorrebbe volare accanto a te, ma non pu perch ci sono io, una persona grande."
Di nuovo si udiva emergere in quell'aria estiva, densa, il canto dell'uccello.
Claudia gli rispondeva ad alta voce, tutta presa, emozionata.
"Puoi venire accanto a me. Questo  il mio pap;  buono."
E l'uccello ancora cantava.
"Cosa mi ha risposto, pap?"
"Domanda se vuoi diventare anche tu un uccellino. Ti ha visto per caso, di lass, e vuol farti regina degli uccelli."
"S, lo voglio, lo voglio! Voglio volare nel cielo."
Mattia disse alla bimba che tra poco sarebbero spuntate le ali.
Si toccava sulle spalle incredula.
"Non  vero, tu mi prendi in giro, pap. Non ci credo."
Ma continuava a toccarsi.
"Verrai anche tu, pap?"
"No, io devo restare qui. E chi baderebbe a Elena e a Stefano?"
La bimba cominci a piangere.
"Allora dimmi che non  vero, pap. Dimmi che non  vero."


ALLE PIANACCE

Torn a levarsi il vento; frusciava sui rovi intorno alla cappellina del "Ges Morto" vicino a Cerasomma; lo si scorgeva sugli alberi del bosco di fronte scuotere le foglie, anche della piccola vigna vicina.
Mattia vide agitarsi sopra la sua testa le chiome dei grandi pini delle "Pianacce". Stavano in cima alla collina, maestosi, imponenti, e le sue bambine gridavano che volevano andare lass per toccarne i tronchi secolari.
Sua moglie fece cenno di accontentarle.
Presero allora il piccolo sentiero che parte proprio dalla marginetta e si arrampicarono in mezzo a cespugli, acacie, rovi.
Le sue bambine andavano avanti; avevano raccolto un bastone e con quello si facevano largo tra i pruni. Dalla contentezza, levavano grida, canti, esclamazioni.
"Come sei buono, pap" diceva ogni tanto Elena, la pi grande.
E Claudia subito: "S, s, sei proprio buono, pap."
"Mi volete davvero bene?"
"Tanto tanto" rispondevano. E il piccolo Stefano faceva eco, aprendo la sua bocca sdentata.
"E a mamma le volete bene?"
Eleonora sorrideva di questo dialogo che metteva Mattia al centro dell'attenzione, ma sapeva bene che era lei la signora e regina dei loro cuori. Infatti, le bambine si fermarono ad attenderla, e una di qua, una di l, non vollero pi lasciarla. Stefano invece continu ad andare avanti, col bastoncino che agitava anche a sproposito, tanto per non stare fermo.
Furono davanti a loro, quasi all'improvviso ad un palmo di mano, i quattro pini secolari, che anche a Lucca si scorgono da un punto sopra le Mura, quasi all'altezza della porta nuova di Sant'Anna.(5)
Gli occhi godono alla vista.
Sopra una piana, coperta ormai da aghi e pigne aperte, consumate dal tempo e dalla pioggia, essi stanno superbi, con le chiome rotonde spiegate a dare ombra al luogo.
I bambini corsero ad abbracciarne i grossi tronchi; stendevano le braccine, i corpi appiccicati all'albero; anche i visetti erano appoggiati alle ruvide scorze.
Stefano faceva ridere tutti. Aveva ancora in mano il bastoncino e non l'abbandonava; perfino nell'abbraccio all'albero, lo si vedeva pendere dal suo pugnino: rideva con la bocca spalancata, la testa rivolta all'indietro.
Mattia e sua moglie sentirono di aver colto un altro momento di felicit: pass dentro di loro un brivido, una vertigine.
Nulla avrebbero dato in cambio di quell'istante, che li faceva sentire vivi; deponeva in loro, gi fino a toccare l'anima, tutto il valore della loro esistenza.
Le bambine erano gi corse via per raggiungere la casa diroccata l vicino, tutta avvolta da rovi e da piante rampicanti.
Mattia disse a sua moglie che dovevano trovare un modo per riuscire a vivere pienamente l'esistenza, per non perdere niente della sua bellezza.
Torn ad essere malinconico; rimprover alla societ di aver sottratto all'uomo questo suo diritto naturale.
Ebbe un gesto di rabbia.
"La maggior parte delle cose che facciamo" esclam "serve alla societ, ma non ha alcun senso per la nostra vita!"
Giunsero dalla casa in rovina le grida gioiose dei bimbi.
"Tatine, tatine, venite a giocare con me" chiamava Stefano.
Gli sovvenne allora di quella ragazzina che aveva incontrato giorni prima per Lucca, mentre con Stefano passeggiava "sui Fossi".
Gli si era avvicinata e gli aveva chiesto se poteva prestarle mille lire.
Era rimasto sorpreso, imbarazzato.
Era proprio giovane la ragazza, che gli manifestava in quel modo il suo sgomento per la vita.
Prov a domandare.
"Devo telefonare a Firenze" fu la risposta o la scusa.
Cap cos, ad un tratto, di non poter penetrare dentro quei sentimenti, di avere innanzi a s qualcuno su cui la societ, disumana e violenta, aveva impresso come una dolorosa sacralit.
Le loro mani si toccarono confuse, con le mille lire che quasi cadevano a terra.
Era un essere umano eguale a lui, che si allontanava dopo avergli rivelato un'altra faccia dell'esistenza.
Ancora oggi Mattia non sapeva dire se quel suo comportamento fosse stato giusto e rispettoso della persona e della vita che gli si mostrava; ma certo, sotto i grandi pini che ancora agitavano le belle chiome sulla collina, avvertiva che l'esistenza poteva essere meravigliosa per l'uomo; eppure nessuno godeva della vita: e allora, una ragione di tanta diffusa infelicit doveva pur esserci.
Eleonora non ne era del tutto convinta, ma gli lasciava ancora ripetere che tutto ci accadeva per colpa della societ, che si era impadronita dell'uomo.


LA FANCIULLA RAPITA

A Montuolo, dietro la casa di Mattia, si erge una bella collina; in autunno il sole vi ravviva, specie in un punto, i bei colori morenti: "Pippella" mostra allora, a chi guardi lass, il suo splendore di casa antica, regina degli ulivi e del bosco.
Mattia vi capitava con i suoi bambini soprattutto nella stagione delle ciliegie, l abbondanti sugli alberi secolari.
Sedevano sotto il pergolato; li intratteneva con simpatia il contadino, che vive lass da anni in solitudine; coglieva per loro le ciliegie sotto gli occhi incantati dei bambini: intorno alla scala le galline, le anatre.
Quando arrivavano, Elena e Claudia correvano subito alla stalla vuota, a giocare: cucinavano, facevano la spesa; Stefano invece si divertiva presso la piccola fontana.
Stavano seduti in pace fino al tramonto, che qui imporpora, riscalda financo i visi.
A volte capitava qualche altro visitatore; saliva dal fondo il rombo lento dell'auto.
Un giorno, un uomo venne a sedersi accanto a loro intorno al vecchio tavolo.
I figli di Mattia, quando lo videro arrivare, accorsero prontamente e si accoccolarono sulle sue ginocchia.
Raccont loro questa bella storia.
Molti anni addietro, in quel luogo abitavano pastori e contadini, famiglie che stavano bene insieme. Fra i giovani cresceva una ragazza dalla bellezza delicata; attirava l'attenzione su di s per un qualcosa che la faceva diversa dalle altre, gentile nelle parole e nei gesti. La sera, intorno al focolare, la sua presenza riscaldava il cuore della gente.
Trascorsero gli anni e la ragazza crebbe come tutti si aspettavano: fanciulla bellissima, gemma spuntata in luogo barbaro, sconosciuto.
Finch un giorno, un cavaliere armato, un folle che gridava, tutto rovinava al suo passaggio, la scorse tra le altre, spaventata, rincantucciata vicino alla stalla. L'afferr e la port via.
La fanciulla tra le braccia poderose dell'uomo non emise un lamento.
L'uomo che raccontava fece una pausa e guard i bambini.
"Dov' andata la fanciulla?" domand Stefano, mostrando gli incisivi di latte.
Anche le bimbe parevano attendere la risposta, con gli occhi dentro quelli dell'uomo.
Quella notte - continu lo sconosciuto - piovve a dirotto sulla collina.
Lampi e tuoni scossero le case, gli ulivi, i ciliegi secolari.
Nessuno riusc a dormire. Anche gli animali furono inquieti, si lamentavano con mugolii, calci.
Non si arrest lo scroscio della pioggia, che continu a cadere violenta sui tetti, sugli alberi.
Al mattino, con sorpresa di tutti, non rimase traccia alcuna del temporale; invece splendeva un sole gi forte, gagliardo.
La luce entr nelle stanze e sembr ripulire, riordinare ogni cosa.
Di ci che era avvenuto il giorno prima nessuno ramment pi niente. Fu straordinario il prodigio. Ma non ci fu persona che ricordasse la bella fanciulla rapita.
Anche nei giorni seguenti, tutto nella comunit riprese a vivere come se la giovane non fosse mai esistita.


IL CARNEVALE

Febbraio  il mese del carnevale. In Toscana si pensa a Viareggio; i carri enormi, imponenti, alti come case, sfilano sul lungomare assiepato di gente; i personaggi di cartapesta ciondolano con movimenti lenti, non privi di una certa solennit.
Ma sono specialmente i colori a conquistare l'occhio, a fare da contrappunto al mare e al cielo, qui sempre azzurri.
Dall'insieme prorompe uno scoppio di allegria, di spensieratezza; si avverte il profumo, il primo tepore della primavera.
A Montuolo, la gente  presa dallo stesso entusiasmo, anche se qui il carnevale  piccino, minuscolo; intenso per, stracolmo di risate, di balli, di stelle filanti, di coriandoli.
I bambini si radunano davanti al "Cucchena", un bar antico, circondato da casupole secolari, che paiono di fiaba. Tre o quattro musicanti, ragazzi del paese, strimpellano e saltano sopra un palco variopinto.
Gi dal primo pomeriggio si vedono arrivare le prime mascherine, bambini che stringono nella mano il sacchetto dei coriandoli. Pochi all'inizio; si guardano, stanno appiccicati alle mamme; poi eccone altri; il piazzale presto ne  pieno. Si sentono le voci stridule confondersi; chi chiama, chi grida, chi ride, chi corre, chi lancia le stelle filanti; le teste, i cappotti sono gi cosparsi di coriandoli, entrano dentro i capelli, ci resteranno fino a sera.
Da un lato  allestita una mescita di vino. Alcune damigiane sono ammonticchiate dietro la lunga tavola, una  posta sopra, al centro, attorniata da fiaschi pieni, rossi.
Che gusto bere l nella piazza, in mezzo a quell'allegria!
Le gole tracannano il buon vino forte; il contadino sta ad ascoltarne i commenti; anzi viene avanti anche lui a far compagnia, a gustare, apprezzare insieme con gli altri.
I bimbi salgono sulle carrette, guidate da giovanotti mascherati con indosso vestiti pieni di toppe.
Faranno il giro del paese; passeranno in mezzo alla gente; anche i vecchi sono usciti nella strada.


MEATI

A maggio, la primavera erompe e intorno  rigoglio di giovinezza.
A Montuolo si veste dei bei colori della natura risorta la collina di Cocombola che principia proprio dietro la casa di Mattia.
Quando giunge questo clima propizio, gruppi di giovani, ragazze e ragazzi, animano dal primo pomeriggio fino a tardi, con biciclette, motorini o a piedi, le strade della bella collina.
Sono allegre voci quelle che salgono alle orecchie dell'uomo adulto, e non si pu resistere ad una tale festa di giovinezza: spontanea, generosa, spensierata.
Non v' dubbio che  quella l'et pi bella: e di ci si accorge, sicuro giudice, chi  gi avanti con gli anni.
Giunto quel tempo, anche Mattia prendeva la bicicletta, e cos sua moglie e i suoi figli; gi il cancello, aprendosi, faceva loro festa quando, gruppo alquanto vivace, entravano in strada.
La meta preferita era il tragitto che passa da Cocombola, Meati, attraversa Fagnano e quindi, per la via Pisana, si ricongiunge a Montuolo. Lungo il bel percorso, si ammira, dolcemente posata sulla collina, qualche villa ancora solenne, rinvigorita anch'essa dalla bella stagione, dagli alberi e dalle siepi, dai giardini e dai campi fattisi verdi.
Ve ne sono, ancora oggi, alcune davvero suggestive, e credo che pochi lucchesi approfittino, per svaghi salutari e piacevoli, del luogo tanto vicino alla citt.
In un punto poi Mattia si fermava sempre: il piccolo bar di Meati, posto su di una curva tra il vecchio paese e il ponte di legno - ora sostituito dal cemento - che i suoi figli chiamavano "il ponte che balla", per via del rumore che facevano le sue tavole quando qualcuno vi passava sopra.
Quel bar  cos ben collocato, luogo di quiete, che, giunti l, si ha sempre voglia di fermarsi, lasciare al muro le biciclette e sedersi nel cortile ombroso, godere di quel magico silenzio.
Le bimbe correvano invece al biliardino, a far chiasso e litigare, giacch sempre finiva cos tra di loro.
Si divertiva Mattia a guardarle anche in queste occasioni.
Stefano minacciava le sorelle, mostrando le manine.
"Badate," diceva "non mi fate arrabbiare, perch ho le mani grandi e se vi picchio..."
Elena rideva e lo prendeva in giro.
"Che cosa vuoi fare te, che sei un grillo."
E lui si arrabbiava, tentava di mordere le mani della sorella, di dare calci, ma Elena non si lasciava prendere e cos pure Claudia, invece pi disposta a rispondere per le rime, a dargli anche un ceffone, una spinta.
Quando ci accadeva, subito il bimbo si rompeva in lacrime e si squagliava la sua virilit.
Cercava poi di reagire, rosso in viso, scatenato con le mani, il pugnino teso, ma il risultato era ancora, a maggior beffa, la risata delle sorelle e di quando in quando lo scapaccione di Claudia.
Ci voleva allora un bel gelato per placare gli animi, far dimenticare ogni cosa, richiamare il sorriso sulle labbra.
Proprio davanti al bar, dall'altra parte della strada, in cima a un sentierucolo in lieve salita, si vede una bella villa, non grande, tuttavia semplice e intima: giungevano sin l con il gelato tra le mani, e la bocca di Stefano gi impiastricciata fin sopra il naso.


LA BELLEZZA

A Mattia apparve in sogno la sua citt.
"Lucca mia!" esclam, immaginando di camminare sopra le sue Mura.
Lass, sulla collina di fronte, all'altezza della porta di Sant'Anna, scorgeva i quattro grandi pini secolari; li vedeva dominare la vegetazione, stagliarsi sopra tutto, e comunicare con la citt.
Ma gi dai prati, all'improvviso, gli giunsero le grida festose dei compagni della sua giovinezza.
Lo chiamavano. Dal bastione li vedeva correre lungo il fosso.
"Splendida, magica citt" sussurr inconsapevolmente.
Ma guardando meglio, sporgendosi dal muretto della cortina, scorse nella penombra della sera che stava calando un nugolo di cavalieri passare al gran galoppo.
Era straordinario ci che vedeva: cavalieri piccolissimi, minuti anche i cavalli che indossavano eleganti drappeggi.
Ne sfilarono molti sotto i suoi occhi incantati, e quando all'improvviso spar la sua citt, li vide ordinati in lunga fila sperdersi nella campagna.
Allung il passo per stargli dietro: non era difficile dato che appariva un gigante a confronto della loro innaturale dimensione.
Non riusciva a capire dove si dirigessero. Avanti a loro non scorgeva se non ancora aperta campagna.
Ad un tratto si fermarono e di l a poco - davvero portentoso! - Mattia vide sparire la fila dei cavalieri, come se entrasse dentro l'aria.
"Sono i cavalieri della bellezza. Sono entrati al castello" gli sussurr una voce.
"Ma non vedo le torri, le mura, niente, se non la campagna."
"Guarda!" si sent dire.
E allora lo vide davvero il castello, alte le torri con gli stendardi al vento; lass sui bastioni stavano alcuni cavalieri di guardia.
Ma anche tutto ci che si trovava all'interno del castello (che pure aveva mura alte e spesse) riusciva a vedere! E quei cavalieri, gli stessi che aveva seguito, ora apparivano di statura normale, proprio come lui.
Ma non avevano volto!
La testa quasi piatta, non avevano occhi n bocca, niente di umano nel viso!
Si avvicin alle mura e ancora ud la voce:
" l la bellezza, in mezzo alla piazza che vedi."
E allora Mattia vide ripetersi la storia che aveva sentito raccontare della fanciulla rapita dal guerriero.
Non c'era nessuno ad osservarla; la scena si ripet molte volte e la sua immagine arriv fin sotto le mura: la ragazza si lasciava prendere con dolcezza dal cavaliere, e questi la portava sulle braccia lungo la piazza; entrambi parevano felici.
Non fu difficile per Mattia capire che quella storia diventava carne della sua carne.
"Devi guardarla la bellezza!" gli ingiunse la voce.
Ma ad un tratto Mattia non vide pi niente.
"Anche ora" continu la voce "la piazza  piena di immagini e qualcuno, dentro il castello e intorno, riesce a vedere la scena; tutto si mescola in lui e diviene carne della sua carne."


UN VIAGGIO

Mattia era in cammino, diretto verso la sua citt.
Ai lati della strada molti bambini, chi seduto sul muretto, chi sull'erba, gli facevano festa, battevano le mani al suo passaggio. Avevano i volti dipinti in modo bizzarro, con colori e segni di allegria.
Qualcuno gli si faceva intorno, gli toccava o il braccio o la gamba o la giacca, e subito scappava.
Giocavano anche in mezzo alla strada, e cos vide davanti a s Elena, la sua primogenita. Stava in mezzo alle amiche, gi grandicella; raccontava loro delle storie accompagnandosi con gesti e passi di danza, dalla comicit cos ben fatta che tutti ne ridevano a crepapelle.
Che ridere anche lui, quando la vide camminare ed imitare Charlot, coi piedi aperti, i piccoli passetti, la mano che fingeva di tenere il bastoncino!
La bimba ud la sua risata. La riconobbe tra le tante e subito si volt a guardarlo, a penetrarlo coi suoi occhi brillanti, vivi, di bambina pronta, astuta.
Lasci tutti; rapidamente Mattia la sent tra le sue braccia: la sua Elena, che presto sarebbe diventata donna, comprendendo tutto dell'uomo che era in lui.
"Dove sono Claudia e Stefano?" domand preoccupato.
Dopo avergli mentito apposta, giocando con lui come al solito per punzecchiarlo:
"Eccoli l" gli disse. "Guardali, Stefano e la sua Cicciotta!"
E infatti il bimbo teneva per mano Claudia, e fingeva di essere il pap che portava a spasso la sua piccina.
Era buffo vederli cos presi dal gioco, il bimbo piccino e Claudia, gi grandicella, che si faceva guidare per mano.
Non videro Mattia ed egli non li chiam.
Elena torn con le amiche; ma, voltandosi per salutarla ancora, Mattia cap che lo guardava, che era rimasta contenta di averlo incontrato.
Giunse sotto le mura della sua citt.
Entr.
Ma... Lucca non era come l'aveva conosciuta!
La chiesa di San Michele infatti, davanti alla quale si trov, era costruita a met; ancora mancavano il portale e gli archi della bella facciata, assenti il campanile e la statua del Burlamacchi; numerosi operai, chi a terra, chi sulle impalcature, stavano lavorando alacremente.
Gli accadde cos di vedere una scena incredibile: la chiesa rapidamente crebbe; apparve l'arcangelo, infine il campanile, bianco e dritto; scomparvero gli operai invece, dissolti come nebbia, penetrati quasi visivamente dentro le pietre.
Si ritrov solo nella piazza dentro un agghiacciante silenzio, e avvert la sensazione di essere l'ultimo uomo rimasto sulla Terra, l'unico cuore che ancora pulsasse, la sola mente che conservasse nella memoria i segni dell'esistenza dell'uomo.
Tutto infine si ricompose. La piazza fu di nuovo piena di gente, come ogni giorno. I piccioni calavano gi dalle arcate a beccare i chicchi di grano o di riso; i bambini correvano per acciuffarli; le carrozzine sostavano aperte al tiepido sole, le giovani mamme si guardavano intorno felici, soddisfatte.
Ma all'improvviso la piazza con le sue catene sembr ancora una volta deserta, come in attesa, complice di un sortilegio.
E di l a poco eccola riempirsi di gente, sbucata piano piano dal nulla, uscita dall'aria: figure dai contorni indecisi, ombre lente nei movimenti, radunate in gruppi. Conversavano, passeggiavano.
Mattia stava, questa volta, seduto su di una scranna sotto l'antica loggia; non sapeva come fosse capitato l.
Non riusciva a muoversi e invece voleva correre l, mischiarsi a loro, rendersi conto, domandare, capire che cosa stava avvenendo della sua citt.
Vide sua moglie in mezzo a quelle ombre, con attorno i bambini; Stefano stava un po'pi indietro, chinato a giocare.
Passavano davanti a lui e non udivano i suoi richiami.
"Eleonora sono qua. Eleonora!"
Eppoi chiam le bambine, e quindi il piccolo Stefano; ma nessuno lo udiva. Li sentiva tutti lontani i suoi figli: niente di lui riusciva a raggiungerli, toccarli, renderlo presente, vivo.
Quando riusc ad alzarsi, sulla piazza non c'era pi nessuno; solo qualche piccione beccava tranquillo, sicuro, gli ultimi chicchi di riso.
Quasi barcoll nel muovere i primi passi verso la strada.


LA SIGNORA DELLA LEGGENDA

Era giunta la sera quasi all'improvviso e Mattia non aveva fatto in tutto quel tempo che pochi passi; ora se ne stava seduto in via Roma, sopra una panchina di palazzo Cenami; non si vedeva nessuno per strada, le luci erano rade, fioche.
Quand'ecco apparire, a pochi passi di distanza, proprio davanti a lui, senza che l per l se ne avvedesse, un'elegante signora dal passo lento ma distinto, la testa leggermente piegata, il collo avvolto da un delicato nastro di seta.
Gli sorrise: "Questa  la mia citt!" sospir, e fece cenno a Mattia di aiutarla a sedersi accanto a lui.
"Non vedi come tutto qui mi ricordi: le strade che mi hanno ammirata bella e superba, le luci, i palazzi. Come potrei andarmene, lasciarla sola la mia citt?"
Doveva essere stata molto bella la donna, e molto amata; tutto lo diceva di quel corpo che sembrava alla fine aver vinto il tempo.
"Ogni notte vago per le strade della citt e ne godo a rivedere gli angoli che mi conobbero piena di giovent. Ritornano a volte le immagini dolci della mia vita."
Quindi non parl pi, finch non fu Mattia a domandare chi fosse; non l'aveva mai notata per la citt, che pure conosceva.
"Sei stato fortunato ad incontrarmi" disse. "Ti ho visto arrivare dal tuo paese ed affacciarti alle porte della citt. Sapevo che, calando la sera, ti avrei ritrovato qui."
"Siete restata per me?" domand incerto, sorpreso.
La sconosciuta torn a sorridere e, guardandolo, pos lievemente la mano sulla sua; e allora, a quel nuovo contatto, Mattia la vide illuminarsi, diventare bella, altera, come diceva di essere stata.
Sprofondarono i suoi sentimenti in quello sguardo tanto dolce e riconobbe la donna della leggenda, inghiottita dalla terra, non del demonio ma della sua citt prigioniera, regina, custode.
Stava seduta accanto a lui come se fossero stati cancellati i secoli che li dividevano: neri i capelli, gli occhi grandi, smaniosi; il corpo stracolmo di giovinezza.
Lo condusse con s per la citt. Gli parl dei segreti che conosceva, di ci che lei sola riusciva a vedere nelle sue passeggiate notturne, degli angoli della citt carichi di storia.
Via Fillungo si apriva davanti a loro, poco illuminata, stretta e dritta; i palazzi vicini, quasi congiunti i tetti. Appena si intravedeva il cielo stellato.
"Adorata mia citt!" ripeteva, e la sua bocca si apriva a respirarne l'aria, si gonfiava il petto di piacere.
La donna si era fatta dolcissima.
Quanto e quale orgoglio provava Mattia a starle accanto, misurare la sua Lucca, percepirne i segreti attraverso quella donna! Era tale la tenerezza che ne sprigionava che anche Mattia si struggeva al pensiero che tutto quell'affetto, tutta quella bellezza sfuggissero all'attenzione degli uomini; che nessuno sapesse delle innumerevoli notti d'amore trascorse tra Lucida e la sua citt.
Lo condusse infine davanti alla Cattedrale, al bel San Martino, duomo di squisita eleganza che affascina il cuore e la mente del visitatore.
Era notte; la piazza s'era fatta suggestiva, immersa nel silenzio, appena illuminata da rade luci.
La donna, dopo aver toccato quasi con volutt le colonne scolpite della facciata, scivol dentro la chiesa. Anche Mattia vi entr, condotto per mano dalla donna.
Ma Lucida non si curava pi di lui; andava da sola, ora; lo precedeva come per una visita intima nella quale nessun altro poteva aver parte. La veste morbida si apriva ai lenti movimenti, frusciava in mezzo al silenzio.
Certo, l stavano altre anime della citt, insieme con Lucida restate a vegliare per amore. Mattia lo percepiva dal sussulto che la sua anima provava a mano a mano che il silenzio della chiesa si faceva profondo, assoluto; la mente stava come al di fuori del suo corpo, tutto precipitato in una quiete che non aveva pi difese, disponibile a farsi occupare da un alito, da un sospiro.
Lucida si era inginocchiata davanti al Volto Santo.
Il suo stato di abbandono era tale che Mattia la suppose in contatto direttamente con Dio, e prov allora amore per quella donna, che la leggenda dei lucchesi vuole unita al diavolo e che, al contrario, sta dalla parte di Dio.
Quando uscirono, le prime luci dell'alba gi lambivano la piazza. Palazzo Micheletti mostrava al giorno il bel muro di glicini; Lucida vi pass sotto, mai pi voltandosi.
Mattia la vide piano piano svanire e avvert che il suo spirito si faceva grande.
Ogni azione del passato che aveva costruito, preso parte in qualche modo alla vita della citt, la sent di nuovo vivere nella sua anima. Sent che li amava tutti quegli uomini, e quei fatti, piccoli e grandi, che avevano colmato di storia e di sentimenti la sua citt che, pur bella, non avrebbe potuto sopravvivere senza il cuore dell'uomo.
Mai si sarebbe staccato da lei.
Non solo avrebbe voluto morire tra le sue braccia, cullato dagli alberi delle sue Mura, dalle torri, dalle piazze, dagli stretti vicoli; ma anche avrebbe voluto portarla con s, la citt, nella nuova esistenza abitare ancora nella sua Lucca, conversare e vivere coi suoi fantasmi.

Prima stesura 1980 - 1981



APPENDICE

LA RAGAZZA E IL CAVALIERE

I

Gli invitati, lasciate le carrozze nel cortile del castello, salirono la grande scalinata a chiocciola.
Incontrarono la bellissima marchesa:
"Penso che desideriate vedere mio marito" disse.
"Dacch  tornato" rispose uno "non ci  riuscito di vederlo. Riferitegli che tutti i suoi amici sono qua."
Quando la marchesa entr nella camera del marito, lo trov intento a dipingere una ragazza molto bella, che stava in piedi davanti a lui, sopra l'enorme letto.
Si avvicin al quadro e fu grande il suo stupore quando vide disegnata, anzich la giovane, una nera carrozza tirata da un corsiero bianco e focoso. La scortava un cavaliere e sullo sfondo appariva una foresta non ancora compiuta.
Un omuncolo era dipinto nell'atto di salire sulla carrozza.
"Ma tutto ci  assurdo!" esclam.
E aggiunse:
"Sono arrivati i tuoi amici. Sarai contento di rivederli, e la gioia maggiore l'avrai nel constatare che da ogni parte del mondo sono accorsi per te. Desiderano tanto rivederti."
Il marchese non rispose.
Prese invece la moglie sottobraccio e insieme si incamminarono per il lungo viale che conduceva al vicino convento.
Ai lati si estendeva la foresta.
Entrarono nella piccola cappella, e guardarono le molte bare disposte nella navata.
" tutto ci che abbiamo potuto fare" disse uno dei novizi, andandogli incontro. "Quando li abbiamo raccolti nella campagna erano gi morti."
Il marchese si avvicin.
"Non so riconoscerli" disse.
Si accost allora un vecchio monaco:
"Eppure avete gi visto questi uomini."
"Sono stato lontano, molto lontano" rispose il marchese. "Tutto  ancora cos confuso dentro di me."
"Solo che lo vogliate, possiamo ricordarvi ogni istante della vostra singolare esperienza."
Si ud il concitato galoppo di molti cavalli e si cap che dei soldati stavano passando.
Rispose il marchese:
"Alla mia morte, lascer molti avvenimenti incompiuti. Resteranno tali per l'eternit."
"Nulla ha bisogno del vostro intervento; gli avvenimenti non richiedono n il principio n la fine, ma la pura esistenza."
Tutta scarmigliata, una ragazza entr nella cappella e avvicinatasi al marchese disse: "Mi faceste salire sul vostro cavallo ed anche mi avete toccata, e mi sono fusa come un metallo alla vostra ombra. Era una notte lontana quando saliste con me sulla montagna."
" curioso" rispose il marchese "come sia vissuto sfiorando le cose. Eppure esse si sono nutrite interamente di me."
Rivolgendosi alla donna aggiunse: "Ricordo d'avervi incontrata pi d'una volta ed anche ansiosamente cercata. Spero ora che abbiate piet di me."


II

Grid all'improvviso uno degli invitati:
"Un cavaliere sta attraversando la foresta!"
"Inseguiamolo!" urlarono i compagni, e di corsa si precipitarono dentro la foresta, che sembrava sferzata da un gran vento.
Il cavaliere pass vicino ad essi e ud i loro lamenti, e vide le braccia agitarsi contro di lui e allungarsi per afferrarlo.

I giovani novizi scorsero anch'essi dalla piccola cappella l'ombra del cavaliere; subito si inginocchiarono davanti all'altare e rimasero a pregare, finch non scese la sera.
Disse uno di loro:
"Nella realt si trovano allo stato incompiuto molte storie. Chi le incontra  costretto a viverle e soltanto pochi portano dentro di s la loro conclusione. Durante i secoli pochissime si sono compiute."
Giunta mezzanotte, cominci a tuonare e a piovere e i giovani novizi si strinsero di nuovo intorno all'altare.
"Questa  una minuscola cappella," sussurr uno di loro "eppure  affascinante la nostra vita e anche ora, che sappiamo che tutto fuori  spazzato via dal temporale e anche gli animali tremano, ci sentiamo voluttuosamente attirati da queste vecchie mura. Tutto  carico di secoli e di storia, e sempre in qualche punto del giorno ritornano."
Allora un novizio si allontan dagli altri e si nascose in un angolo buio, e da l lev la sua bella voce. Un altro si diresse invece in un punto pi lontano e oscuro, e cos fecero tutti, dividendosi. Le piccole candele illuminavano appena il crocifisso e le voci dei preti si sentivano venire da lontano e sull'altare congiungersi in un canto prodigioso.
Improvvisamente una ragazza, tutta fradicia di pioggia, entr nella cappella.
Si gett in ginocchio sul pavimento.
"Non c' istante della mia vita in cui non mi senta infelice" grid.
Uno dei novizi l'aiut a sollevarsi.
"Quando sapemmo della tua partenza, la montagna fu piena di pianto e di smarrimento. Ogni notte un gran fuoco era tenuto acceso per te nella speranza che tornassi."
Concluse infine:
"Tutto  stato conservato della tua vita. Un giorno ti racconteremo ogni cosa, poich non puoi apprezzare il valore della tua esistenza se non ascoltando interamente quello che sei. La tua straordinaria avventura  la prima di una serie infinita."


III

Una bellissima ragazza cavalc nella campagna e ai contadini sembr di vedere un nugolo di cavalieri correrle dietro.
Comparve anche una piccola cappella, e mentre la giovane spronava alacremente il cavallo, i cavalieri si arrestarono e si inginocchiarono. Il vecchio monaco li benedisse:
"I miei fratelli ed io stiamo pregando anche per voi.  la nostra ultima orazione del giorno. Poi saliremo al convento."
Un contadino si mosse dal gruppo per avvicinarsi ai cavalieri, e quando si trov in mezzo a loro, si meravigli che nessuno lo vedesse e continuassero a parlare.
Anche i suoi compagni accorsero e si misero a scherzare, a ridere, a ballare, ora inginocchiandosi davanti a uno dei cavalieri, ora baciando le mani del monaco; e fu uno straordinario sovrapporsi di immagini.

Nella pianura che si perdeva oltre l'orizzonte comparve la lunga fila di soldati. Avanzava lentamente e in testa ad essa incedeva un gigantesco alfiere con le insegne imperiali.
I frati, nascosti dietro le piccole finestre, stavano ad osservare in silenzio la lenta marcia.
Alcuni pellegrini attardati lungo il pendio si affrettavano alla volta del convento.
Dai cespugli, dalla foresta, dal fiume, tutti accorrevano ad ammirare l'interminabile corteo.
Le trombe squillavano nella pianura e il suono giungeva fino al convento e al castello.
Nella foresta, intanto, continuava il lungo violento inseguimento. La ragazza, cavalcando con spavalderia il bianco puledro, lo spronava alla corsa. Di quando in quando si voltava verso i cavalieri, denigrandoli.
Essi la inseguivano in gran disordine: ammassandosi, scontrandosi, e con urla, imprecazioni di ogni specie, maledicevano la propria lentezza.

Cadaveri con il volto coperto di sangue giacevano abbandonati nella strada; i campi, a causa della siccit e della guerra, restavano incolti; vi abbondavano sterpi e paglia.
Un contadino, tornando a casa, sent ad un tratto una goccia d'acqua sfiorargli il viso. Alz gli occhi al cielo e vide i sottili numerosi fili della pioggia.
Presto cadde copiosa sulla valle e tutti, usciti fuori dalle case, si precipitarono nelle strade e nei viottoli come impazziti, cantando, ballando, chiamandosi con alte grida.
Apparvero su magri cavalli alcuni nobili, armati di lancia, di elmo e di scudo, sul quale erano effigiate rudimentali insegne.
I contadini si fecero da parte, spostandosi ai margini della strada fangosa, e li lasciarono passare.
Quando furono scomparsi in direzione del castello, tornarono a riempire la piazza di danze e di canti.


IV

Spunt un'alba chiara, l'aria era mossa da un vento pungente.
Nella campagna, le tende circolari si gonfiavano, raggruppate a tre o a cinque.
Il cavaliere le raggiunse e super al gran galoppo.
Molti allora uscirono prontamente e qualcuno, pi veloce degli altri, cerc di saltare in groppa al suo cavallo, ma nessuno vi riusc.

Gi da molto tempo galoppava.
Apparvero, sparsi nella campagna, i numerosi cadaveri, e fu il cavallo a scorgere per primo la ragazza. Stava in piedi, bella e ammaliatrice, tra quei morti. Il cavallo si arrest, lev le zampe in aria, scuotendo il cavaliere.
Sceso a terra, l'uomo le and incontro, l'aiut a salire sul suo cavallo; infine, dato uno sguardo ai molti morti, spron l'animale gi inquieto.

La ragazza e il cavaliere cavalcavano lungo la riva del fiume, allorch una nera carrozza, tirata da un bianco corsiero, venne loro incontro; ne scese un omuncolo, che fece un frettoloso segno di omaggio al cavaliere.
Questi aiut la donna a salire sulla carrozza; quindi le si affianc col suo cavallo.
"Che ne sar di me?" domand la ragazza.
Il cielo notturno fu attraversato da un lampo e apparve in cima alla montagna il castello: maestoso e sinistro.
Quando la ragazza si volt verso il cavaliere, in quello stesso istante un'ombra entrava dentro di lei e s'impadroniva della sua anima.

Prima stesura 1970


Note:
1 Qui anticamente l'Ozzeri s'immetteva nel Serchio. Le cateratte furono fatte costruire dal grande architetto lucchese Lorenzo Nottolini per evitare che, in occasione di inondazioni, le acque del Serchio rigurgitassero nell'Ozzeri, provocando gli allagamenti delle pianure.
2 Nel Libro primo dei "Carmi" di Orazio  contenuta una bellissima composizione dedicata a Mercurio, in cui si ricorda anche la simpatia che Apollo nutriva per lui ("Quand'eri bimbo Apollo si prov/a spaventarti con tremende voci/se non gli riportavi le giovenche/da te rapite/con inganno, ma rise nell'accorgersi/che gli avevi sottratto la faretra."), Orazio: "Tutte le opere", Sansoni Editore, traduzione di Enzio Cetrangolo, 1968.
3 Morto il 10 luglio 1977.  sepolto nel piccolo cimitero di Collodi, su di una collina bella di ulivi.
4 Oggi trasformato in parcheggio.
5 Purtroppo, come molte cose del passato, quei pini non ci sono pi.
