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Bartolomeo Di Monaco.

LA CULLA DELLA LUNA.

Storie del piccolo Oro, Cara Anna, Favole e leggende
Collana "Autori lucchesi" dell'Associazione culturale "Cesare Viviani".

Il titolo di questo libro  stato suggerito da un'espressione udita - cos mi parve - nel film: "La voce del silenzio" di Michael Lessac (Usa, 1992), in cui si narra la storia di una bambina autistica e della sua sorprendente guarigione. Ho immaginato che questa culla dorata sospesa lass nel cielo abbia raccolto via via nel tempo i miei pensieri pi segreti ed i miei sogni.

Il re buono, Zip, La rivolta degli animali sono solo alcuni titoli DELLE FAVOLE E DELLE LEGGENDE scaturite dalla fantasia dell'autore. All'inizio, per, troviamo le STORIE DEL PICCOLO ORO, lo straordinario bambino che riesce a trasformare in bene il male presente nel mondo. Alcuni titoli di questa sezione: Isola Santa e i folletti del monte Sumbra, La casa magica, Il viaggio, Mahc. Nell'ultima parte sono riportati, invece, i racconti che l'autore scrisse giovanissimo.  ristampata anche la straordinaria storia d'amore accaduta a Lucca durante gli anni della seconda guerra mondiale. Si tratta di CARA ANNA ( ... benedetto il giorno in cui ci siamo incontrati perch un sogno  vivo dentro noi stessi, vegliato ormai dallo stesso cuore... per l'amore io vivo; l'amore che accomuna tutte le creature viventi, l'amore che supera la morte, che scioglie ogni mistero...), libro che alla sua prima edizione and rapidamente esaurito. Vi  descritto, fra l'altro, il bombardamento di Pisa, avvenuto il 31 agosto del 1943, e quello di Lucca del 6 gennaio 1944. I documenti riprodotti ci lasciano di entrambi una descrizione indimenticabile. Una lettura, perci, adatta a giovani e adulti, con momenti di grande intensit.

A mia moglie e ai miei figli

E in memoria dell'amico Francesco Lenzi, al quale devo l'impaginazione del periodico "Racconti e poesie", cessato nel giugno 1999, e di tutti i miei libri precedenti, morto tragicamente la notte del 3 luglio 1999, vicino a Ripafratta, all'et di 35 anni.  sepolto nel piccolo cimitero di Maggiano


INDICE

LIBRO PRIMO Storie del piccolo Oro
Introduzione
Isola Santa e i folletti del monte Sumbra
La nera signora
La casa magica
Vladek
Martino
Il viaggio
Il commissario
Mahc

LIBRO SECONDO
Cara Anna

LIBRO TERZO Favole e leggende
La rivolta degli animali
Zip
Il principe Vladimiro
Il re buono
L'antico borgo

LIBRO QUARTO I luoghi della mia prima fantasia
La taverna di Marcus Farow
Pacho
Festa a Saint Louis
Un viaggio nella steppa
Dal diario di Fdor Savic
Omaggio a San Prisco
Ricordo di mio padre


Per quanto riguarda gli errori e le sviste in cui eventualmente sia incappato in questo libro, l'autore chiede venia e ricorda quanto scrisse un illustre studioso della sua terra: "n cielo senza stelle, n libro senz'errori" (Idelfonso Nieri in "Vocabolario lucchese", Arnaldo Forni Editore, 1981, pag. 285)



Introduzione

Con questo terzo volume, ho completato la raccolta dei miei racconti. Trattasi, in realt, di una selezione dei numerosi che ho scritto, e questi sono quelli che desidero tramandare. Nel precedente volume, che ho mutato nel titolo e ora  pubblicato come Mattia e Eleonora e altre storie (prima Sei storie) - in omaggio a quella delle sei storie che  stata gradita di pi dai lettori - si deve parlare pi propriamente di racconto lungo, e, forse, anche di romanzo breve, adatto cio ai nostri tempi tiranni, poco inclini ad accogliere le lentezze di una narrazione tradizionale. Vi ricorrono i temi a me cari: sociali ed esistenziali, che poi, uniti alla cronaca, domineranno il libro che far seguito a questo: Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile, che ritengo la mia opera pi impegnativa; non so dire se la pi riuscita. Ci che posso affermare, per,  che mi  costata molta fatica, a causa della documentazione che ho dovuto raccogliere per tentare di far assumere, almeno col trascorrere degli anni, valore anche storico alle vicende narrate.
Mi si pu rimproverare di avere in queste due opere, come pure negli otto gialli che compongono La rabbia degli uomini (vincitore, per il romanzo giallo, della 13a edizione del Concorso Letterario Internazionale "Giovanni Gronchi"),(1) troppo insistito sul malessere sociale ed esistenziale, soprattutto quando, raccogliendo gli scritti, esso  rappresentato continuamente sotto gli occhi dell'esigente ed attento lettore. Ma devo spiegare che allorch scrissi quelle opere, ero colmo d'amarezza nel constatare che niente mutava nel corso degli avvenimenti: sempre si condanna con il raggiro il popolo all'umiliazione ed alla povert, a beneficio delle classi dominanti.
Sono convinto che negli anni avvenire questo mio accanimento costituir una utile testimonianza, e spero che giovi a chi voglia fare del bene. Nel racconto Margherita, che apre il libro Mattia e Eleonora ed altre storie, ho voluto dipingere coi colori foschi della profezia il degrado a cui si potrebbe pervenire, se non si corre ai ripari. Vi si narra una storia piena di dolore e di sofferenza. Qualche lettore mi ha confidato di esserne rimasto profondamente scosso. Che lo siano, spero, anche coloro che hanno in mano le sorti del nostro Paese!
Diverso  l'impegno complessivo che ha ispirato il primo volume: Lucca racconta. Qui le storie mirano a popolare la mia citt dei personaggi nati dalla mia fantasia, e con i quali ho convissuto amorevolmente prima di dar loro la luce attraverso la scrittura. Passeggiando da ragazzo per le suggestive viuzze della citt, guardando qua e l alle chiese, alle piazze, ai monumenti, alle botteghe - di cui in quegli anni Lucca era ancora colma - sognavo, e mi figuravo una miriade di esistenze legate intimamente alla storia della citt. Sono nate cos le Fantasie lucchesi, e poi, le Storie lucchesi del sesto millennio, e i Racconti lucchesi. Nel raccogliere nel 1998 quei racconti in un solo volume, avrei potuto tralasciarne alcuni, meno riusciti; ho riflettuto a lungo e, infine, ho preferito inserirli, parendomi che contenessero un qualcosa che altrimenti sarebbe andato perduto. Mi riferisco, in particolare, a L'incredibile avventura, forse il meno riuscito dei miei racconti, ma esso riporta un fatto che mi  accaduto, e che a quel tempo mi indispett. Come pure ho vissuto in prima persona la vicenda narrata ne La giustizia, al tempo in cui esercitavo la mia professione di direttore di banca, anch'esso dimostrativo di una situazione degradata, reale e non fantasiosa.
Questo terzo volume, La culla della luna, raccoglie i racconti che ho scritto quando i miei figli erano ancora bambini. Rammento che glieli leggevo, qualche volta, mentre ero seduto sul grande letto e loro mi stavano intorno; ogni tanto, facendo una pausa, domandavo qualche suggerimento, ad esempio come doveva finire la storia, o che cosa sarebbe dovuto accadere ancora, ed essi, divertendosi, costruivano il racconto con me. Sono ricordi dolcissimi e indelebili, che hanno formato i miei anni successivi. Le storie del piccolo Oro sono nate in questo modo, e cos La rivolta degli animali e Zip. Ci tengo molto. Infatti, dei miei libri si pu dire tutto il male possibile, per sono nati dall'amore: amore verso il prossimo, amore verso la famiglia, amore verso il Creato, e anche amore verso Dio, da cui sono stato attraversato nell'anima pi di una volta, e il cui mistero mi assilla. Ammettere la sua esistenza, mi pare, in certi momenti, un'umiliazione per l'uomo, relegato in una condizione subalterna di servo rispetto a un padrone; in altri, attraverso piccoli segni intorno a me, ritrovo invece proprio in lui la misericordia e la bont che mancano all'uomo. Nel racconto Incontro con Dio, a cui sono molto affezionato, ho cercato di intessere un rapporto diretto con Dio, dopo averlo lambito continuamente negli altri che compongono i Racconti lucchesi, contenuti in Lucca racconta.
Questo libro contiene, inoltre, altri scritti che non ho voluto disperdere, tra cui taluni che composi giovanissimo, e nei quali, non lo nascondo, respiro ancora la freschezza e il candore di quegli anni.
 quasi certo che non scriver pi racconti. Ma tutto quanto ho raccolto in questi tre primi libri mi ha condotto e aiutato a comporre l'ultimo romanzo a cui mi sento molto legato, ancora inedito, dal titolo forse definitivo Caro pap, Caro figlio, che vedr la luce fra qualche anno. Questa  un'altra delle ragioni, non meno importante, per cui ho voluto conservarne le tracce.
Il 12 giugno 1999 sono diventato nonno ed ora sono vicino ai sessant'anni - l'et in cui ci si dovrebbe cominciare a raccogliere in noi stessi per riflettere sulla nostra vita. Non so se quanto ho scritto potr divertire e, soprattutto, insegnare qualcosa al mio nipotino Lorenzo e a quelli che seguiranno (ho tre amatissimi figli, e mi aspetto molti nipoti).Ci che ho imparato a capire, per,  che avrei voluto fare meglio di quanto ho potuto. Anzich imparare, come speravo, a riconoscere per strada i miei meriti, ho preso coscienza via via dei miei difetti e dei miei limiti. Un brutto incontro, che non auguro a nessuno. Avere tanta voglia di perfezione, e sapere che non  possibile raggiungerla, almeno per me! Credo, perci, che qualcuno abbia voluto giocare con la mia persona, soffiare dentro l'anima questa voglia di raccontare. Ma lasciando, chiss per quale destino, che deludessi, forse, le attese.
Infine, il lettore mi consenta di concludere ricordando alcuni scritti contenuti nelle opere qui ricordate, e a me molto cari: Mattia e Eleonora, Margherita, I figli di Ludovico, L'amicizia di Attilio (in: Mattia e Eleonora e altre storie), Le mura di Lucca, La coda di paglia delle donne, Ulderico e Laurina, Incontro con Dio, I morti e i vivi, Un Natale dell'anno 5325, Un mondo favoloso, Il regalo dell'Angelo, La piccola strega, Nicodemo (in: Lucca racconta), La casa magica, Il viaggio, Mahc, La rivolta degli animali, Zip, La taverna di Marcus Farow, Festa a Saint Louis (in: La culla della luna), e i gialli Gigol, Giulia, Lo sconosciuto, Le tre sorelle (in: La rabbia degli uomini).(2)
Montuolo, 14 gennaio 2000



LIBRO PRIMO
STORIE DEL PICCOLO ORO

ISOLA SANTA E I FOLLETTI DEL MONTE SUMBRA

Tra Castelnuovo di Garfagnana, cittadella resa celebre dall'Ariosto che vi dimor a malincuore dal 1522 al 1525, e la Versilia dei cavatori e delle fabbriche del marmo, corre una strada assai tortuosa e tetra.
Chi la percorra, stretto dal monte da una parte e dagli orridi strapiombi dall'altra, avverte un brivido, la sensazione dell'agguato, il fiato dei briganti che l'hanno animata fino a tutto l'800 e resa insicura, ardita pei viaggiatori del tempo.
Quasi al principio, da poco lasciato l'abitato di Castelnuovo, si  colpiti da un insolito paesaggio: un gruppo di case raccolte e malandate si adagia quasi addormentato sopra un laghetto artificiale, dalle acque color verde cupo; il luogo  chiamato Isola Santa e davvero  dolce e malinconica la sua visione.
Qui ha inizio una delle storie che voglio raccontare, accaduta molti e molti anni fa.
Invece del lago, provate ad immaginare un fiumiciattolo irrequieto, dalle acque limpide, che allora lambiva quelle povere case.
Una ventina di famiglie vivevano su quel fazzoletto di terra, dedite alla pastorizia, all'agricoltura, a far legna e carbone.
Pi avanti, in direzione del mare, un principe regnava in un gran castello, posto proprio sulla cima del monte.
Vi si arrivava a cavallo per un sentiero che l'assiduo andirivieni dei cortigiani e dei visitatori aveva reso largo e pulito.
Quel ricco signore vi dava infatti frequenti feste, e dal mare e dalla citt gentiluomini e dame accorrevano a banchettare e a trascorrere spensierati giorni.
I poveretti di Isola Santa non lo avevano mai visto; si diceva fosse vecchio ma che non badasse a spese pur di stare in allegria.
Era invece duro e spietato coi contadini e i pastori; guai se il raccolto non era abbondante, se il gregge non si moltiplicava, se non rendeva gran quantit di lana e di formaggio. Alcuni erano stati licenziati su due piedi proprio per questo, senza compassione per i figli destinati a soffrire.
Insomma, al castello si godeva la vita e non c'era minuto del giorno che non vi arrecasse saziet e gioia; ad Isola Santa invece la fatica e la paura angosciavano il cuore dei suoi abitanti.
Oro capit ad Isola Santa una sera.
I pastori e i contadini stavano radunati come ogni giorno terminato il lavoro, discutendo animatamente pi del solito, litigando ed imprecando contro le angherie del tiranno.
"Armiamoci di forche e bastoni" gridava qualcuno.
"Prendiamo anche i fucili" urlava un altro.
" tempo di ribellarci" dissero tutti assieme.
All'improvviso, si videro comparire davanti il piccolo Oro.
"E tu chi sei?"
"Chiamer in vostro aiuto i folletti del monte Sumbra" rispose il bimbo.
"I folletti del monte Sumbra!? Ma che dici, vaneggi, marmocchio?"
"E chi sono mai questi folletti del monte Sumbra? Nessuno di noi ne ha sentito parlare" disse un altro, voltandosi verso di lui. "Dicci piuttosto da dove sbuchi, moccioso" aggiunse.
"I folletti del monte Sumbra vivono in questi boschi da molti secoli, e sono capaci di ogni sortilegio. Sono invisibili di giorno, e di notte compaiono sotto forma di piccoli batuffoli di nebbia.  molto difficile riconoscerli. Essi accorrono in aiuto a condizione che si abbia davvero bisogno di loro e si mostrano soltanto se li si cerca con amore."
Ma nessuno gli credeva.
Rivel che i folletti del monte Sumbra potevano fare di tutto e specialmente confondersi tra la gente, assumere le sembianze pi disparate: una persona, un animale, una pianta, un oggetto; perfino entravano nel corpo umano e ne percorrevano le vie pi inaccessibili.
Continuavano a non credere alle sue parole.
"Allora andr a cercarli e li porter qui" disse tutto indispettito, e si allontan, seguito dagli sguardi increduli di quei contadini.
Il piccolo Oro entr cos nel bosco ch'era gi notte fonda.
Cominci a frugare ogni angolo.
Ma cammina cammina, non riusciva ad incontrare alcuno di quegli esseri straordinari.
Era stanco e sfiduciato, irritato anche, giacch sapeva bene che i folletti stavano l ed era soltanto lui che non riusciva a vederli; e finalmente li scorse.
Piccoli batuffoli di nebbia apparvero infatti intorno a lui; prima lontani, ora lo lambivano, lo accarezzavano.
Alla fine entr in contatto con quegli esseri davvero eccezionali, e insieme fecero ritorno al villaggio.
Proprio quella sera si dava al castello una grande festa.
Da ogni parte erano accorsi gli invitati, soprattutto dal mare e dalla vicina citt.
La festa era al culmine.
Compassati musicisti suonavano i loro strumenti in fondo al salone, coppie eleganti si lasciavano cullare dalle dolci note di un valzer di Strauss; insomma, tutto sembrava scorrere alla perfezione quando, all'improvviso, un'affascinante signora, senza alcun motivo, affibbi un fragoroso ceffone al tiranno.
Silenzio e sgomento piombarono nel salone.
Ma di l a poco accaddero altre sorprendenti amenit.
Il tiranno, presa una lunga rincorsa, and a stampare un solenne calcione sulle natiche di una florida cortigiana, chinatasi proprio in quel momento su di un vassoio imbandito di squisitezze. Uno smilzo damerino cominci a cantare a squarciagola incomprensibili parole di un'operetta altrettanto misteriosa; si batteva il petto e gi le note acute, le braccia levate al cielo.
Intanto il tiranno continuava il girotondo assestando calci a tutti, davvero irriconoscibile!
Nei rari momenti di lucidit, si lasciava sprofondare su di un divano e guardava incredulo tutto quello scompiglio.
Anche i cavalli nelle stalle presero ad agitarsi all'improvviso: levavano nitriti altissimi, menavano calci alle pareti. Cos pure gli animali da cortile: le oche, i conigli, le galline, numerosissimi presso quel ricco signore, attraversavano l'aia avanti e indietro di gran corsa, come impazziti. Le guardie di servizio al portone d'ingresso, lo aprivano e richiudevano sghignazzando, come prese da follia.
E la frutta, il vino imbanditi sulla lunga tavola? Come le altre cose che ho raccontate. Ruzzolavano sul pavimento di marmo finissimo le pi belle arance della Sicilia, la pi bell'uva della Toscana, le pi succose mele del Trentino; e finivano sotto i piedi dei ballerini in un cia-cia generale: povere scarpe di preziosa e lucida pelle, povere calze di seta pregiata!
Il tiranno ora urlava di rabbia, cercava di imporre la calma, il silenzio ma, scherzo della sorte, pi gridava pi i compagni lo prendevano in giro, lo burlavano, convinti che volesse inventare altre celie.
Paonazzo in volto, cadde infine a terra stremato.
Lo portarono in camera sua e lo deposero sul gran letto a baldacchino.
Intanto i servitori avevano il loro bel daffare a tenere a bada oche e galline che salivano su per la scalinata, starnazzando.
"Sci sci" gridavano, in preda allo sconforto.
Gran trambusto dappertutto, insomma; e non ci fu oca o gallina o coniglio che non riuscisse a passare tra quella ragnatela di gambe e di braccia, e non facesse il suo ingresso trionfale nel salone delle feste.
Oro pens che era giunto il momento di ritirarsi e di lasciare il tiranno solo con gli invitati.
Fece quindi ritorno a Isola Santa.
Allo spuntare del giorno, a poco a poco si lev nella strada il chiacchiericcio dei primi contadini; si aprirono le finestre, uscirono le capre dagli stazzi, riprese il movimento nelle case e per i vicoli.
Oro dormiva ancora quando, sul mezzogiorno, la gente lo svegli per sapere.
Che risate corsero per Isola Santa allorch, aiutato dai compagni, raccont del fracasso e della confusione al castello provocati dai suoi invisibili amici! Che allegra mattinata fu quella per tutti i paesani, radunati in cerchio nella piazza grande, seduti su panche e per terra, con le bestie vicine, quasi a ridere con loro!
Trascorsero alcune ore, ed ecco che nel tardo pomeriggio giunse dal castello un messo a cavallo: annunciava l'arrivo di l a poco del suo signore.
Furono tutti presi dalla paura; certamente il tiranno veniva per punirli della crudele fattura. Si pentirono di aver concesso ad Oro tanta fiducia, e soprattutto di essersi fatti convincere da un bimbo che nemmeno conoscevano, venuto chiss da dove.
Le donne uscirono dalle case, gli uomini tornarono dai campi per ritrovarsi tutti assieme nella piazza, e farsi coraggio, e magari implorare il perdono.
Com'era stato annunciato, giunse di l a poco il vecchio tiranno; dritto, quasi imponente, cavalcava un bel sauro dal pelo lucido, scalpitante, ribelle ai comandi.
Penetr il cerchio della folla seguito dai suoi soldati e, giunto proprio nel mezzo, sorprese con le sue parole il villaggio.
" un miracolo!" esclam qualcuno.
" un miracolo!" gridarono tutti, e presto acclamazioni di gioia accompagnarono le parole del principe, il quale annunciava di dare libert a quella gente e di dividere con loro la terra, le case e ogni altra cosa che gli apparteneva.
Proclam che un intervento misterioso e straordinario di quella notte gli aveva fatto intendere che la sua felicit era effimera se non era spartita con la sua gente, e che questa era una verit tanto facile a dirsi quanto difficile a praticarsi.
Ma lui voleva almeno tentare.
Infine si allontan in tutta fretta com'era arrivato, portandosi via al gran galoppo i suoi soldati.
Nessuno riusciva a credere a ci che aveva udito. Qualcuno si ricord di Oro.
"Dov' andato il bimbo?" si domandarono.
Fu cercato dappertutto, fino a tarda notte. Ma di quel bambino riccioluto e paffutello non seppero pi niente.


LA NERA SIGNORA

A Lucca, in una grande casa, una delle pi belle della citt, situata proprio al centro di via Fillungo, molti anni fa viveva un tranquillo signore, padre di tre splendidi bambini.
Tornato dal lavoro, stava seduto per ore sul divano a guardarli giocare. La pi grande, infatti, si divertiva spesso a prendere in giro il pi piccino; faceva di tutto (lo chiamava "piccolo uomo") per esasperarlo, e il bimbo, a sua volta, con frequenti occhiate guardava la sorella, cercava il dispetto, e attendeva con ansia l'occasione di scatenarsi. Sempre prendeva le difese della secondogenita, di cui si sentiva paladino, protettore.
"La dispettosa" - cos il piccolo soprannominava la pi grande - in realt adorava il fratello e in quel suo cercarlo, indispettirlo, si celava un grande affetto per lui e, ancora di pi, un grande amore per tutta la famiglia.
L'uomo, nel guardarli giocare, li sentiva vicino a s, e avvertiva il calore e la forza di quell'unione.
La secondogenita ogni tanto correva a chiedergli aiuto quando si accapigliava con la maggiore; l'uomo rammentava allora la sua fanciullezza, i bisticci coi fratelli e ricordava quanto rigogliosa fosse anche in quei momenti la vita.
Lo diceva alla bimba per consolarla, ma inutilmente; lei desiderava, al contrario, la punizione della sorella pi grande, e reagiva con rabbia al dispetto, restando indifferente all'insegnamento del padre; e avvertiva calda, viva, pregnante la sua propria vita.
Da tutto questo, guardando all'esistenza dei figli, l'uomo riceveva il segno anche del proprio vivere e crescere; in ogni istante del giorno coglieva, soprattutto nel silenzio, il vibrare della vita.
Aveva nel passato avvertito, in certi oscuri momenti, che non  facile vivere, anzi a volte la fatica delle ore sembra vincere la volont, disintegrarla, e la mente scoppiare e perdersi; ma ora aveva appreso il segreto, scoperto che l'amore verso tutto, l'attenzione per le piccole cose, lo sforzo generoso di cogliere e comprendere le sofferenze degli altri, l'affetto della famiglia, avevano creato un intreccio di sentimenti che lo riscaldava, gli riempiva il cuore, dava una spiegazione accettabile della sua presenza nel mondo.
Ma un giorno - la loro vita al colmo della felicit - durante una festa ecco presentarsi la morte; la vide entrare mentre il ballo era al culmine, i figli intenti al gioco con gli amici: allegra la musica.
Sembrava un invitato come gli altri, ma l'uomo and col pensiero, appena la vide, alla nera signora del tempo; avvert il brivido, il gelo dell'essere che sta in mezzo a pi mondi e tutti li domina con la paura, con il tetro sentimento della fine.
Non sicuro, dapprima la spi; l'occhio tremante seguiva il passo lento ma sicuro dell'intrusa.
Nessuno la not; sembravano non vederla, pur in mezzo a quelle chiare luci.
Era diretta verso di lui, non c'erano dubbi; poi, all'improvviso, dopo uno sguardo all'uomo carico di ironia, ecco voltarsi verso i tre figli, guardarli, guardarne uno in particolare.
Il padre intu; in un lampo previde la scena: le mani gelide dell'intrusa su uno dei figli.
Si alz e con un urlo feroce si scagli contro la morte; con tutta la forza possibile la scaravent lontano dai bimbi; le nere gambe di lei si levarono in aria, la testa finita tra i tendaggi.
Afferr la moglie, i figli, le poche cose che aveva vicino, e via gi per la scalinata; attraverso il portone usc in strada, con il cuore quasi fermo, scoppiato.
Era da alcuni giorni che camminavano errabondi nella campagna lucchese, quando Oro li intravide una mattina, fuggiaschi dalla morte.
L'uomo era ormai caduto nella disperazione, sapeva che alla fine avrebbe vinto lei, l'invulnerabile signora.
La moglie taciturna lo seguiva, attenta che i figli tenessero il passo dei grandi, ma l'uomo navigava con la mente nel vuoto, il pensiero avviato sulle strade del nulla.
Come poteva sopravvivere alla morte di uno dei suoi figli?
Provava a misurare il pensiero con quella tragica supposizione, ma non reggeva alle prime immagini; una sconsolata solitudine lo raggelava e l'uomo avvertiva, pur in mezzo agli altri figli, il sentimento anche della propria fine e oramai lontane e perdute per sempre le ore della gioia e della spensieratezza.
La nera signora li seguiva a giusta distanza, attenta a non farsi notare.
All'improvviso intu la presenza di Oro.
Si volt di scatto, lo sguardo corrucciato, avvertendo ci che passava per la mente del bimbo.
Per un attimo i loro sguardi si incontrarono.
"Lasciali vivere," le sussurr Oro "hanno abbandonato tutto per restare insieme."
"Non tocca a me decidere" rispose contrariata la morte.
"In questa citt" continu Oro "ho visto i terribili segni del dolore, e l'umanit smarrita, perduta, vinta. Quale tristezza vederla spegnersi a poco a poco!"
Chiam accanto a s la morte.
"Noi sappiamo" le bisbigli all'orecchio "che quando cre l'uomo, Dio pens alla famiglia per non lasciarlo solo nell'universo. Per una volta nella storia dell'umanit, lascia che si dica che anche la morte ebbe rispetto per essa, e Dio sapr perdonarti."
Fremette la morte, sussult quel cuore alla insolita richiesta del bimbo.
L'uomo volt l'angolo, infine, e fu il segno della sua misericordia.

Oro avrebbe voluto seguire quella famiglia.
Invece un'idea gli era entrata all'improvviso nella mente e non lo lasciava, ritornava ogni tanto a tormentarlo: ricordava la morte, di come se n'era andata, del suo lamento, della tristezza profonda che l'aveva pervasa dal momento in cui aveva dato ascolto al bimbo.
Si era dissolta nell'aria; ma dov'era mai il suo regno, il luogo dove riposava, eseguiti i comandi di Dio?
Oro voleva rivederla, mostrarle il prodigio d'amore generato in quella famiglia dalla sua carit, tanto grande che Dio sicuramente le aveva gi perdonato.
Cos Oro si sciolse nell'aria e cominci a percorrere gli stretti sentieri che lo avrebbero condotto al regno della nera signora.
Quale meraviglia, allorch vi giunse!
Davanti a lui si estendeva un bellissimo mare azzurro; sulla spiaggia, dove il bimbo si trovava, non c'era anima viva.
Si avvicin ad uno degli scogli; vi sal, e contempl la luminosit del cielo, il cui colore si confondeva con quello del mare.
Guardava incantato le morbide onde frangersi sulla riva, urtare contro lo scoglio.
Ma intuiva il bimbo che qualcosa di insolito era in quel paesaggio.
Non riusciva per a capire.
Fu il grande silenzio che dominava quella regione a svelare il mistero.
Per quanto vi ponesse la massima attenzione, infatti, Oro si accorse che su quella spiaggia non esistevano rumori; il mare pur muovendosi, le onde pur frangendosi contro la riva, non emettevano alcun suono; muti anche i passi del bimbo, come pure i sassi scagliati nell'acqua.
Vide apparire la morte.
Comparve nell'aria, giunta da uno dei suoi tanti viaggi; la macchia nera, prima informe, prese a poco a poco le sembianze di lei; dritta si stagli di fronte al mare.
Non scorse il bimbo; passeggi come stanca, preoccupata, l'andatura era lenta, incerta; ogni tanto, fermandosi, volgeva lo sguardo intorno.
Fu in occasione di una di queste soste che i suoi occhi incontrarono sullo scoglio lo sguardo di Oro.
Fu un sussulto per la nera signora, una visita straordinaria quella di lui, unica da quando esisteva la vita.
Un'agitazione incontrollabile s'impadron di lei; corse incontro al bimbo quasi furente, dopo un primo momento di meraviglia.
Ma Oro conosceva bene la morte.
Si drizz sullo scoglio e venne la nera signora a lui con passo lento, smorzato, gli occhi fattisi supplicanti.
"Sono venuto per alleviare la tua pena;" incominci Oro "sappi infatti che sulla Terra, dopo quel tuo gesto memorabile, ora vi  un luogo dove regna l'amore tra gli uomini."
"So di non essere amata nel mondo, al contrario di te, che tutti rimpiangono."
Mostr al bimbo, in un'apparizione che ricopr tutto il cielo, gli innumerevoli spazi dell'universo e le molte vite del cui destino era strumento terribile.
"Da qui controllo tutta la vita del creato e vengo a conoscenza, per impulso di Dio, dell'essere che deve tornare a Lui."
Camminarono insieme per un lungo tratto in riva al mare.
"Non  brutto morire, come tutti credono, e tu" disse la morte "dovresti insegnare anche questo agli uomini perch, anzich odiarmi, mi amino. Credi che non abbia anch'io bisogno di amore?"
Guardava il bimbo negli occhi cos intensamente che Oro ne rimase molto turbato; si sent in colpa verso di lei che, creduta inflessibile e fredda, in realt trascorreva la sua eternit nel continuo dolore.
In quel luogo non scendeva mai la sera; Oro se ne accorse, e pot osservare che dove regna la morte, regna sempre anche la luce.

Dio stava passeggiando nell'universo quando scorse Oro in compagnia della morte.
Un vortice di vento si form intorno ai due; un fremito percorse quello spazio infinito quando comparve il Creatore del mondo.
"Mio Signore!" esclam il bimbo.
Si posero davanti al mare e Dio mostr loro la perfezione della sua opera.
Videro, abbracciandole in un solo sguardo come fossero a poca distanza - invece molto lontane - citt stellari, pianeti, comete; masse eteree si muovevano per enormi spazi; densit nere, dentro le quali si aprivano voragini di luce, vagavano fra pi mondi.
Dio sorrideva, contemplando lo stupore del bimbo.
La morte intanto si era allontanata per un altro dei suoi tristi viaggi. In silenzio si sciolse nell'aria. Oro non si accorse nemmeno della sua partenza. Continu da solo a camminare con Dio lungo la spiaggia; capiva che il suo lavoro sulla Terra era gradito, tenuto in gran conto; e non avrebbe mai avuto fine. La sua eternit avrebbe accompagnato ormai per sempre la vita degli uomini.
"Vorrei tanto visitare l'universo" chiese.
Dio sembr non ascoltarlo; fermatosi, indic invece, poco distante, la Terra; l'azzurra sfera brillava pi degli altri mondi, pareva gemma rara, splendente.
Dio la guardava compiaciuto e Oro cap che un grande amore lo legava agli uomini; cap che non c'era istante della vita in cui Egli non fosse presente tra loro.
Passeggiarono per l'universo; il bimbo non finiva di stupirsi delle bellezze che si aprivano al passaggio del loro Creatore.
Ricordava ci che aveva gi visto nei precedenti viaggi e pensava quanto ora fosse lontano da quei mondi; la sua mente, pur avvezza ai grandi spazi, vibrava al contatto di quelle ulteriori vastit.
Dio indic un punto sulla Terra dove il male stava per scacciare il bene.
"Ora va;" disse "riporta l'amore tra gli uomini; di'loro che non ci sar mai gioia nel mio cuore se anche un solo uomo negher amore al suo prossimo."
"Vorrei restare" balbett appena il bimbo.
Ma Dio lo baci e, sorridendo, lo depose sulla Terra.


LA CASA MAGICA

Oro avvertiva la nostalgia del cielo. Che desiderio di tornare lass, contemplare la vastit dell'universo!
Mentre la mente svagava tutta quieta dentro quei mondi meravigliosi che aveva conosciuti, ud qualcuno sussurrargli all'orecchio:
"Entra da questa parte."
Si trovava davanti ad una piccola casa, posta proprio nel cuore della citt di Lucca, poco distante dall'antico anfiteatro.
Varc la soglia.
Quale sorpresa, quale inaspettata visione lo accolse!
Davanti a lui stava un immenso prato verde, con piccole case e palazzine sullo sfondo. Brulicava di gente vestita con abiti curiosi dagli insoliti colori.
Alcuni subito gli si accostarono.
"Vieni bambino, vieni bambino" cantilenavano.
Vestita da bianco pagliaccio, in testa un cappello a larghe falde color cielo, una donna mingherlina, agile, lo prese per mano.
"Piccolo amore" sussurr, baciandolo.
Oro era ancora sotto l'emozione della scoperta. Quale mai invisibile confine aveva varcato?
La donna lo fiss con occhi grandi.
"Guarda, dolce piccino, guarda!"
E prese a volare.
Incredibile! Alz le braccia, serr le dita delle mani e con forti movimenti, come avesse le ali, cominci a fendere l'aria.
Frrr, frrr, si sentiva; poi rapidamente si lev sul prato e ridendo vol sopra il bimbo.
"Piccolo mio" diceva.
Oro ammirava a bocca aperta.
Un altro essere straordinario comparve davanti a lui, e si apr come un fiore; tra l'erba, prima sdraiato, si mosse, si drizz in piedi, e mostr il volto, diviso in tanti petali come una gigantesca margherita.
Un omino che stava pedalando nel cielo, sporgendosi da sopra il manubrio della sua bicicletta, gli grid ad un tratto:
"Bimbo, bimbo, largo che scendo..."
Calava quieto, il petto gonfio di piacere. Era, la sua, una biciclettina curiosa, piccola tra quelle gambe grassocce.
Plan, tir i freni e fu accanto a Oro:
"Visto, bimbo?"
Poi, senz'altro aggiungere, riprese a pedalare, questa volta sul prato, suonando la trombetta perch gli altri si facessero da parte.
Oro piant i pugni sui fianchi, stupefatto.
"Ma dove mai sono capitato? Che razza di gente vive in questa casa che non  una casa, nel centro di questa piccola citt?"
Per un momento pens che forse, s, era Dio che giocava con lui, e confondeva la sua mente.
Alz lo sguardo come per ricevere risposta, ma anzich udire la voce calda di Dio, scorse due magri omettini a passeggio nel cielo; ciascuno roteava un piccolo ombrello, conversando e accompagnando le parole con gesti quando rapidi, quando lenti, ricercati, gustati. Ogni tanto chinavano lo sguardo a sbirciare il bimbo, ancora una volta rimasto a bocca aperta.
Di l a poco, sbuc da sottoterra una graziosa bambina, tutta nastri variopinti alle braccia e tra i capelli.
"Scendi nella mia casa, vieni a vedere quant' bella!"
Oro non articolava pi le parole. Chiuse gli occhi. Si lasci cullare dalla fantasia.
Che pace nell'anima!
Forse era giunto nel luogo tanto cercato, tramandato, sempre mentovato, ove l'impossibile si avvera, e l'irreale, il sogno hanno la forza dell'esistente?
Oro gi s'immaginava nel nuovo mondo, a scoprire fiumi, boschi, angoli stracolmi di gente felice.
Si avvicin un'altra bambina.
"Andiamo, dolce amico mio" disse e, presolo per mano, lo condusse, volando a mezz'aria, davanti ad un favoloso castello.
"Ti far vedere meraviglie."
Entrarono.
"Tu sai, vero, che tutto nel mondo si consuma?"
Oro ascoltava; il suo sguardo ammirava il grande cancello dorato che si chiudeva alle sue spalle.
" cos. Dopo milioni e milioni di anni ogni cosa  destinata a perire. Si consumano le grandi montagne, le rocce sotterranee scavate dai fiumi, anche le acque, consumate dalla luce... e l'uomo! fiaccato nei muscoli, ma soprattutto vinto nella mente."
Le stanze del palazzo, dal pavimento al soffitto, alle pareti, erano tappezzate ciascuna di una particolare pietra preziosa: tutta di diamanti la prima, di zaffiri la seconda, di smeraldi la terza, la quarta di rossi rubini, di ametiste, topazi, turchesi, e cos via le altre numerose.
"Chi abita qui?" domand Oro.
"Vieni, vieni" continu la bambina, quasi divertendosi alle curiosit del bimbo.
L'ultima stanza era enorme, senza pareti!
Com'era possibile?, si domand Oro.
Una stanza che aveva, lo si percepiva bene, dimensioni finite, eppure sembrava aprirsi e perdersi nello spazio.
"Ecco, da qui puoi vedere tutta la Terra."
Rise la bambina quando Oro, perso l'equilibrio, stava per cadere gi, stordito dai miliardi di uomini che stavano sotto di lui, uomini che egli riusciva ad abbracciare con un solo sguardo; eppure ciascuno era ignaro del misterioso prodigio che stava incantando il piccolo Oro, ed era intento alla sua vita, nella sua casa, nella sua parte di mondo.
Il palazzo dai tanti preziosi colori, ora si confondeva con il verde del bosco, ora con il rosso del sole incandescente, ora con la notte.
"Pensa!" ordin ad un tratto la bambina "Pensa!"
Quale prodigio!
Ci che Oro aveva pensato (l'ometto visto poco prima scendere con la sua bicicletta dal cielo) eccolo davanti a lui, con indosso i curiosi pantaloni da pagliaccio.
"C-c" fece, mettendosi il pollice sopra la punta del naso, e spar.
Ma Oro desider averlo ancora davanti a s, e l'omettino gir la sua bicicletta e volando nell'aria plan vicino ai suoi piedi.
Oro ne rimase turbato.
Com'era possibile questa violenza sull'uomo?
Se il pensiero riusciva a comandare la mente di un altro essere, ci era davvero spregevole.
E Dio, da lass, sapeva?
Ma la bambina aveva letto il suo pensiero:
"Stai tranquillo, bimbo, e guarda qua, vicino a me. Che cosa vedi?"
Di nuovo era apparso l'omettino, di nuovo lo sberleffo.
"Guarda l, nel cielo!" ordin la bambina subito dopo, ridendo.
E Oro vide anche lass l'omettino sulla sua bicicletta.
Com'era possibile tutto ci, se ancora era l a fare il suo sberleffo davanti alla bimba?
"L'uomo nuovo sar cos. Potr trovarsi ovunque un altro essere lo chiami, lo pensi, lo voglia vicino a s. Potr anche volare, vivere sottoterra, diventare un fiore..."
"Ma sar davvero bello tutto ci?"
"Non puoi immaginare quanto. E forse anche i morti, fra qualche tempo, potranno rivivere sulla Terra, grazie all'amore dell'uomo."
"Misericordia!" esclam Oro, non riuscendo a comprendere se ci rappresentasse un bene o un male per l'uomo. E quando la bambina, afferratolo per un braccio, stava per mostrargli un altro prodigio, Oro non la lasci finire; con uno strattone si liber di lei, e con quanta forza pot si lev nel cielo, in alto, sempre pi in alto, finch non scorse pi nulla della Terra.


VLADEK

L'aria intanto si era raffreddata.
Oro sentiva il gelo penetrargli nelle ossa: doveva aver volato molto e forse si trovava gi sulle regioni polari, dove regnano i ghiacci e gli uomini sembrano di una specie diversa, avvezzi alle fatiche e ai silenzi.
Infatti era proprio come pensava.
Abbassando il volo, riconobbe l'oceano, e in mezzo a quelle acque gelide, sdraiati sugli icebergs, scorse foche e orsi bianchi, abitatori incontrastati di quelle solitudini.
Pi avanti, sulla costa, erano raccolte poche casupole di pescatori; spuntava fra i tetti la croce di una chiesetta.
Calava la sera e la gente era radunata l. Oro sentiva salire al cielo il canto di una preghiera.
Decise di scendere tra loro.
Entr in chiesa piano piano, senza far rumore, e nessuno si accorse di lui.
Tutti stavano in piedi; il prete, davanti all'altare, teneva le braccia levate al cielo.
Quell'incontro, quell'unione di anime diverse nella preghiera, diffondeva un calore straordinario, che anche Oro percepiva.
Terminata la funzione, tutti uscirono.
Sostarono sul piccolo sagrato, avvolti nelle lunghe pellicce; qualche parola per salutarsi, confidarsi, quindi alcuni tornarono a casa, altri si diressero alla piccola osteria del porto.
Oro segu quest'ultimi.
Anche quella sera il luogo era avvolto da una nebbia densissima; appena si intravedevano le luci dell'insegna.
Dentro, intorno a tavoli consumati, sedevano pescatori avvezzi al gioco e all'alcool.
Oro si sedette vicino alla porta; e subito not il tavolaccio lungo la parete pi grande, dove si era accesa una violenta discussione; anche gli ultimi usciti dalla Messa si erano diretti l.
Un omaccione dominava su tutti. Agitava le grosse braccia, batteva il pugno sul tavolo; il viso era sanguigno, gli occhi nerissimi, vivi.
Discuteva con un ometto piccolo piccolo, che aveva soltanto la testa pi alta della tavola.
Quando Vladek batteva il pugno sul tavolo, l'ometto si scuoteva, chiudeva gli occhi.
Per quasi tutti stavano dalla sua parte; da ci il risentimento del gigante.
"Siete dei rammolliti!" gridava.
Tutto questo accadeva quasi ogni sera.
L'intero paese, infatti, era molto religioso; la Messa e tutte le altre funzioni sacre vedevano una grande partecipazione e a Vladek, ateo da sempre, non andava gi che perfino i suoi amici pi cari non fossero come lui.
"Non capite" diceva "che credere in un Dio che ci ha creati e ci protegge  segno di debolezza, di vilt?"
Sosteneva, cio, che la fede  un'ncora a cui si affida chi non ha la forza interiore necessaria a superare ogni sorta di difficolt nella vita; mentre  veramente forte chi sa di non poter contare che su se stesso.
Ma le sue animate discussioni non approdavano a nulla, e all'osteria litigavano come al solito fintanto che Vladek non cominciava a battere i pugni sul tavolo, vinto dall'ira.
Oro decise di restare per qualche tempo in quel villaggio.
Accadde cos che un giorno segu Vladek in una delle sue battute di caccia all'orso.
Part prima dell'alba, Vladek, quando fuori tutto era ancora immerso in un tenue chiarore; il freddo sottile pungeva il viso come tanti spilli.
Cammin per giorni e giorni su pianure di ghiaccio senza confini, smisurate.
Quel gigante vi appariva come un puntolino sperduto.
Ma laddove molti si sarebbero fatti vincere dalla paura di quei silenzi, di quegli spazi tutti eguali, Vladek rinvigoriva e si sentiva uomo.
Infine vide l'orso.
Scorse la sua andatura dondolante comparire da dietro alcune montagnole di ghiaccio. Si avvicin cautamente. L'orso sembr avvertirlo, annusarlo; si ritir, spar, ricomparve.
Vladek lo ammirava soddisfatto.
Quale meraviglia della natura quel bestione dalla forza straordinaria! eppure nato in quei luoghi solitari, senza nemici forti come lui.
Gli fu vicino.
L'animale lo sent, si volt verso di lui, lo fiss sorpreso.
Vladek spar.
Con la zampa pelosa la bestia si tocc la ferita, osserv il sangue macchiargli il pelo, colare sul ventre, arrossare la neve.
Poi stramazz.
Disteso parve ancora pi grande.
Dagli icebergs altri orsi avevano visto.
Dapprima osservatori immobili, curiosi, erano diventati inquieti, grugnivano.
Caduto il compagno, un silenzio immediato, profondo, fu intorno a Vladek.
I bestioni, da laggi, lo fissavano, con i musi rivolti a lui.
Poi, in un attimo, si ud il gran tonfo nell'acqua; ed eccoli tutti assieme nuotargli incontro.
Vladek intu il terribile disegno. Cerc riparo tra i ghiacci. Lo trov. Si nascose sotto la neve.
Gli orsi, prima, sostarono a guardare il compagno ucciso. Infine si misero a cercarlo.
Vladek li sentiva intorno andare e venire, annusare, intuirlo.
Poi, improvvisamente, avvert lo scavo, e di l a poco un orso comparve davanti a lui: enorme, con la bocca spalancata, i denti grandi, bianchi; guard Vladek, e mentre l'uomo, atterrito, emetteva l'urlo della paura, della fine, scagli su di lui la zampa unghiata, lacerandolo.
Il fucile era ancora l, posato a terra, inutile.


MARTINO

Quando il piccolo Oro si svegli nel suo rifugio sui monti, come tutti i bambini della Terra si stropicci gli occhi, stir le braccia, e spalanc la bocca in un grosso sbadiglio.
Si sentiva fresco, riposato, con una gran voglia di fare.
Attorno non era cambiato nulla. Stavano ancora l i suoi castagni, con i cardi sparsi dappertutto sul prato, aperti, infradiciti dalla pioggia autunnale; e il suo cuore s'infiamm di nuovo di amore per gli uomini.
Voleva fare qualcosa di importante per loro, che rimanesse come un segno perpetuo di speranza, tale da recidere sul nascere il dolore.
L'occasione venne.
Poco lontano, un tale di nome Martino, ancora nel vigore degli anni, era morto, e nella chiesa del paese si stava celebrando la Messa funebre, la vedova e i figli erano intorno alla bara coperta di fiori.
Il sacerdote, giunto all'omelia, predicava che il mistero della morte ha due facce e agli uomini  dato constatare solo ci che si pu toccare, vedere; ma l'altra faccia, quella della resurrezione, resta affidata alla fede; solo chi ha fede pu vedere anche al di l.
Riusciranno i figli, pensava Oro, a capire fino in fondo la verit di queste poche parole, semplici, ma cos forti da poter restituire serenit ad una famiglia mutilata, smarrita, affranta, forse piena di risentimento?
E decise cos, all'istante, di dare una mano agli uomini a capire, entrare dentro questo dolore, vincerlo con la fede.
Il prete stava ancora spiegando il mistero della morte, vi metteva tutta la passione del credente che sa di dire il vero ma ne intuisce la difficolt, quando all'improvviso la vedova e i figli videro apparire sopra di loro, proprio all'altezza della cupola dell'altare, il povero Martino.
Stava per uscire da una coltre di nebbia dentro la quale si muoveva a fatica, teneva le mani in avanti come per prevenire un ostacolo; non aveva pi indosso l'abito della sepoltura, eppure sembrava vestito, ma di che cosa non si riusciva a capire.
Il piccolo Oro si avvicin a lui.
Martino lo sent prendergli la mano, lo scrut:
"Chi sei?"
"Un momento fa ero accanto ai tuoi, in quella grande chiesa del tuo paese."
Andarono per il cielo.
"Ti far vedere tante cose" disse Oro.
Camminarono molto; dovunque, gruppi pi o meno numerosi di persone erano intenti alla conversazione, al passeggio.
Qualcuno li salutava.
"Guarda laggi!" esclam ad un tratto Oro, e indic una figura magra che, seduta, teneva banco in mezzo a molti uomini.
"Lo riconosci? Prova ad indovinare."
Martino stentava a dare un nome alla figura, ma quando Oro gli parl di Firenze, della splendida citt vicina al suo paese, e not quel suo naso aquilino, allora cap. Rise nel sentire con quanta sapienza il grande fiorentino tesseva le sue ragioni, ricamava da una sola parola trattati di eloquenza!
"Qui la conversazione non si interrompe mai. Prima di lui, era Platone che annodava i fili della scienza, ma non ha potuto nulla contro la passione di questo fiorentino. Non ne troverai uno eguale. In qualche angolo, insieme con certi inglesi del suo tempo, Shakespeare parla e parla senza sosta, divertendo i compagni, ma l'Alighieri lo sovrasta in molte cose. Quanto per  scorbutico e permaloso!"
L'Alighieri cap che parlavano di lui. Diede un'occhiata a Martino.
"Da dove tu vieni?"
E Martino disse il nome del suo paese.
"Ah" fece lui, e aggiunse:
"Siedi con noi" e si scost per fargli posto.
Martino avrebbe voluto accettare. Sedersi accanto all'Alighieri!
Ma Oro lo tir per un braccio.
"Devo mostrarti molte altre cose."
Si allontanarono.
"Eccolo l, Shakespeare!" grid ad un tratto Oro.
"Guardalo, guardalo l'ammaliatore! Come gesticola, come tiene la scena! Sta recitando una delle sue tragedie. Avviciniamoci."
Era proprio cos.
Con voce grave, l'inglese proclamava i versi delle sue opere immortali; tutti l'ascoltavano incantati; per ridevano quando, all'improvviso, lanciava qualche irresistibile battuta; allora gi a sbellicarsi, a reggersi il ventre.
Shakespeare godeva del loro divertimento, e ogni tanto allungava lo sguardo in direzione del gruppo vicino, dove Molire, il grande francese, si divertiva ad inventare commedie fresche per il diletto dei suoi compagni.
Correva tra i due, tutti lo sapevano, un po'di rivalit, ma era talmente elevata la reciproca stima che il pi delle volte l'uno si beava delle creazioni dell'altro.
Molire conservava ancora i suoi gesti compiti, all'apparenza studiati; Shakespeare invece si lasciava trascinare dalla passione e dall'irruenza; eppure riusciva a suggerire al cuore sentimenti cos delicati!
Martino volle ammirarli da vicino. Si sedette e li ascolt. Fu un vero piacere godere la loro arte.
"Questi uomini hanno fatto grande la Terra, ma anche qui fanno grande il Cielo. Tante sono le meraviglie del luogo, caro Martino, che ringrazierai mille volte d'esserci destinato. Solo chi ha avuto la vita, infatti, pu salire quass."
"Ho fame" disse Martino.
"Sotto quel bel pergolato di glicini, dove vedi molta gente seduta, c' uno dei tanti punti di ristoro. Non devi meravigliarti se anche quass la gente d ancora importanza alla buona tavola!"
Si incamminarono. Giunti sul posto, subito venne loro incontro un vero e proprio cameriere, vestito a puntino.
"Accomodatevi. A questa tavola sarete in buona compagnia."
E sorridendo indic, appartati dagli altri, due personaggi che se ne stavano in piedi a litigare.
" sempre cos tutti i giorni. Discutono e discutono senza venire a capo di nulla. Siamo convinti che non riusciranno mai a mettersi d'accordo."
Il pi imponente dei due a volte sembrava voler prevaricare il pi piccolo; allora questi si allontanava, la mano infilata nella giacca, e passeggiava in su e gi nervoso, finch ritornava e ripeteva che era stato lui il pi grande stratega della Terra.
L'altro rideva, e con suprema gioia ne rammentava gli errori, li rimarcava con sottile ironia; e subito aggiungeva:
"Se la malattia non mi avesse colpito, avrei conquistato il mondo. Nessuno  stato pi grande di me."
Il cameriere volle mettersi in mezzo.
"Signori, vi prego, abbiamo ospiti."
Ma Alessandro il grande con uno spintone lo mand a gambe all'aria.
"Sei sempre stato un prepotente!" sbott il Bonaparte, aiutando quel poveretto a rialzarsi.
Allora s che il Macedone si infuri, e Napoleone, via, a scappare intorno alla tavola, banditi il coraggio e la fierezza!
"Una cosa  la strategia" sorrideva a quanti lo esortavano a battersi "e un'altra cosa  ricevere un pugno sul naso da questo energumeno!"
Tutt'altro clima, invece, si respirava a poca distanza da l.
Ammirati come lo erano stati in vita, l'uno dalla testa chiomata, l'altro radi i capelli, stavano seduti in mezzo ad un prato Einstein e Freud, con attorno bambini e ragazzi sdraiati per terra ad ascoltare.
Parlavano con molta flemma di ci che avevano fatto sulla Terra, dei loro studi che avevano giovato all'uomo.
"Vieni," disse Oro a Martino "fermiamoci qui."
I ragazzi non davano tregua ai due anziani. Li tempestavano di domande; e le risposte che venivano dai maestri - strano a dirsi - toccavano soprattutto, ora che conoscevano la verit delle cose, gli errori compiuti, le sbadataggini delle loro riflessioni.
Sorridevano quando ricordavano alcune banali intuizioni costate sacrifici enormi della mente.
"Sono state piccole scoperte" diceva Einstein, e illustrava, ammirandola davanti a loro, la parte sconosciuta dell'universo, che rivelava nuove regole, esigeva altre spiegazioni.
E Freud intratteneva i ragazzi intorno ai segreti dell'inconscio, ora evidenti, e spiegava con parole semplici la natura dell'uomo.
"Da qui" sorrideva "tutto  reso pi facile."
"Ricordati, Martino," disse Oro "ogni vita sulla Terra ha valore! e l'utilit del vivere sta semplicemente nell'essere vissuto."
Martino lo fiss. Gli sembrava di aver capito, ma non ne era poi cos sicuro.
"Ho sete!" disse infine, e si diresse velocemente verso un bel pergolato di rose, da dove proveniva un irresistibile aroma di caff.
Oro lo lasci andare; sorrise, e pens che l'uomo non aveva pi bisogno di lui.
Gi nella chiesa, anche la vedova e i figli sorrisero.


IL VIAGGIO

Passando di nuovo per la citt di Lucca, Oro si trov di fronte ad una vecchia scuola elementare. Provenivano dall'interno le voci argentine dei bimbi. Un forte desiderio lo prese di intrattenersi con loro. Decise cos di visitarli. Entr in una delle classi e non perse tempo in convenevoli. Con stupore del maestro, si sedette in cattedra e, ottenuto il silenzio, prese a narrare questa storia.
Viveva molti anni fa, in un paesino non lontano da Lucca, un modesto operaio che aveva moglie e tre figli: Michelino, il pi piccolo, Roberto e Caterina, la pi grande.
Quanti sacrifici, per, doveva sopportare per mantenere la famigliola!
I soldi non bastavano mai... le scarpe, le medicine...
Tornava dal lavoro stanco morto, la moglie lo attendeva sull'uscio e non faceva che aggiungere altri pensieri ai suoi gi pesanti.
Non ne poteva proprio pi.
Cominci cos a lamentarsi; ogni giorno brontolava, sgridava la moglie, i figli; litigava coi compagni.
La sua vita era diventata un inferno, diceva; e anche l'amore per i suoi cari scemava a poco a poco.
Ma ecco che una sera, rimasto solo, vide presentarsi davanti a lui - eppure nessuno aveva bussato all'uscio! - un omettino magro magro come uno spillo, gli occhi penetranti.
Balz dalla sedia per lo spavento.
"Chi siete?" grid "Che fate nella mia casa?"
"Non agitarti," rispose con molta calma l'intruso "sono qui per aiutarti."
"Mi farete ricco?" domand allora l'uomo, che aveva capito di trovarsi in presenza di un personaggio straordinario.
"Dipender da te."
"E come?"
"Ecco cosa devi fare."
Un viaggio. Quella sera stessa doveva partire per un viaggio. Subito, senza attendere i suoi. Andare secondo un itinerario che lo sconosciuto si sforz di far capire.
"Alla fine del viaggio, troverai il premio che ho riservato per te."
"Ma non voglio andare!" esclam l'uomo, che non aveva affatto l'intenzione di piantare cos su due piedi i suoi cari per un viaggio tanto lontano. Ma subito s'accorse che ci non era pi possibile; l'omettino aveva potere su di lui come lo avesse ammaliato, stregato.
Radun cos le poche cose necessarie, dette un ultimo sguardo malinconico alla casa, pens ai familiari che non lo avrebbero ritrovato, al loro spavento, alla loro angoscia, alla loro trepidazione, chiuse l'uscio e si mise in viaggio, ormai vicina la notte.
Cammin a lungo.
Percorse strade, eppoi sentieri, e strade ancora, sal perfino una montagna, finch giunse l'alba.
Si sentiva stordito, aveva vagato come un sonnambulo, non aveva la bench minima idea del luogo ove si trovasse.
Finch vide spuntare il giorno; poi lentamente il sole, e quella vallata riempirsi di animali di ogni razza, quieti al pascolo e al gioco.
Se li trov a poco a poco vicino a s: cavalli dalle belle criniere; gazzelle, aquile posate sui bassi rami - qualcuna apriva le ali immense e subito le richiudeva, scuotendo l'aria; bufali dalle corna aguzze, lepri, leoni, ed ancora animali di ogni specie a perdita d'occhio.
Sembrava che gli animali avessero atteso proprio lui e lo considerassero come il loro padrone. Il leone strusci sulle sue gambe tremanti la bella criniera, il cavallo venne a sbuffare sul suo viso; intorno a lui si mise a correre la gazzella, e tutti parevano volergli dire qualcosa, chiamarlo.
Sent d'improvviso la voglia di restare.
Entr nella casa che stava in mezzo alla valle, pos le sue cose e trascorse giorni e giorni nella pace pi assoluta, avendo per soli compagni la natura, l verde e rigogliosa, il silenzio e tutti quegli animali selvaggi, per docili ai suoi comandi.
Non poteva capitargli paradiso migliore, pens. Si sentiva fortunato. Al mattino si lavava il viso nel vicino ruscello dalle acque chiare, e durante il giorno trascorreva molte ore camminando lungo sentieri ove unici rumori erano il fruscio del vento e il trotterellare dei suoi nuovi amici, che spuntavano da ogni parte a tenergli compagnia.
La sera, affacciandosi alla finestra, li vedeva sdraiarsi sull'erba, o volare sui rami, e l a poco a poco chinare il capo, prendere sonno.
Dur questa gioia per molto tempo.
Credeva l'uomo d'aver trovato il premio, finch avvert pena, insoddisfazione.
Cos una mattina di buon'ora, avanti il levar del sole, salut i suoi amici e s'incammin oltre la valle.
"Dove sar a quest'ora Lisa?" cominci a domandarsi, pensando alla moglie abbandonata.
"Che dolore avr provato! E Michelino, Roberto, Caterina?"
La nostalgia lo prendeva, pareva vincerlo, obbligarlo al ritorno, ma l'intruso gli aveva promesso un gran premio se avesse terminato il viaggio, e questa curiosit lo dominava, spazzava via il sentimento.
Percorse strade sconosciute, sentieri impervi; si aprivano dirupi spaventosi sotto di lui, ma non ebbe alcun segno di cedimento: andava avanti in attesa di scoprire d'essere finalmente arrivato alla meta.
Giunse cos ad una pianura davvero smisurata, e vide, proprio l nel mezzo, una piccola citt chiusa dentro mura di pietra altissime.
Lo raggiunsero suoni di corno, dolci, suggestivi, che parevano emessi apposta per lui.
Si avvicin.
La porta era spalancata, e nessuna guardia stava all'ingresso.
Quando l'uomo la osserv, vide che era intarsiata in oro massiccio, imponente, alta come le mura.
"Sono arrivato, finalmente!" esclam, pregustando le meraviglie che avrebbe certamente incontrate.
E infatti la citt era singolare.
Case, strade, erano ricoperte d'oro, le finestre e le porte orlate di gemme rare, splendenti.
Gli uomini che incontr indossavano abiti di raso, sete, stoffe che non aveva mai visto, certamente pregiate, uniche; grandi anelli alle dita, bracciali e collane, adornavano le donne, che risplendevano soprattutto per la loro bellezza.
L'uomo le guardava incantato; i suoi occhi non reggevano pi a tanto splendore; la testa girava, la mente correva da sola.
"Vieni," disse qualcuno " anche la tua citt." E per mano lo condusse dentro un palazzo enorme; argento e oro, rubini e smeraldi, topazi, brillanti e gemme sconosciute in gran quantit brillavano sui pavimenti, intorno alle belle colonne, sulle volte dei soffitti decorati.
"Per tutto il tempo che vorrai, resta qui."
L'uomo si lasciava guidare, stordito.
Furono aperte decine di forzieri colmi di preziosi e di vesti.
"Scegli ci che vuoi, indossali e andremo in giro per la citt. Sarai uno di noi."
In quel luogo non mancava proprio niente: svaghi, lauti banchetti, conversazioni interessanti, passeggiate in compagnia di personaggi affabili, donne sempre allegre, consapevoli e gaudenti della loro rara bellezza.
Ma anche questa volta giunse il giorno della pena, della insoddisfazione.
Qualcosa mancava, lo sentiva nel profondo dell'animo. Eppure cosa poteva desiderare di meglio?
Insistevano gli amici perch ritornasse ai giorni migliori, ma l'uomo si appart nel palazzo e divenne scontroso; prefer la solitudine, la riflessione.
Cos arriv il momento che decise di andar via; non era quello il premio sperato, lo sentiva bene dentro di s.
Arraff quanto pi oro pot, gemme e collane (una sola di quelle avrebbe fatto straricco l'uomo); riemp le tasche della sua veste e una mattina molto presto s'incammin per fuggire.
Giunse alla porta dorata, si guard indietro e pens che in fondo in fondo quel viaggio non era stato inutile se gli procurava intanto ricchezza per s e per i suoi; sarebbero stati bene per il resto dei giorni.
"Lisa sar contenta, non avr pi da lamentarsi. Compreremo tanti giochi per i ragazzi!"
Metteva le mani nelle tasche e toccava con cupidigia tutto quel ben di Dio.
Usc, varc la soglia.
Ma ahim! Che cosa mai accadeva? Non era possibile! Si ribell, si attacc alle vesti, strinse i pugni nelle tasche, ma tutto fu inutile.
Fuori dalla citt, l'uomo si ritrov povero come quando era entrato; ogni cosa svanita come per magia.
Mentre raccontava, Oro si beava dell'attenzione davvero straordinaria prestata alla sua storia.
"Che cosa cercher mai l'uomo?" domand. "Quale sar il premio alla fine del viaggio? Pensate, cercate d'indovinare... Provi qualcuno a rispondere."
"Continua, continua" esortarono invece i ragazzi, e di nuovo i gomiti furono sui banchi, le teste tra le mani, gli occhi dentro quelli di Oro.
Il maestro teneva gli occhiali calati sulla punta del naso, attento anche lui alle fantasticherie del bimbo; ogni tanto per svagava con la mente per conto suo, e forse se ne andava per quei luoghi certamente inventati e vi si muoveva al posto di quel fortunato protagonista: pascoli soavi, ricchezze traboccanti... oh, come avrebbero risolto i suoi crucci!
Oro ogni tanto gli dava qualche gomitata, sorrideva.
L'uomo - riprese il bimbo - viaggi per tutta la notte; lo sorprese un temporale, si rifugi dentro grotte buie, ripercorse strade, eppoi sentieri, finch incontr un'altra citt, questa volta aperta, senza mura.
Entrato, lo colse una nuova sorprendente meraviglia.
Tutto dava un'impressione di modestia: disadorne le poche case, quasi deserti i viali; eppure le rare persone che incontrava parevano felici.
Si accorse ben presto dove stava la straordinariet del luogo, appena si prov a pensare (tanta era la fame che sentiva) ad un lauto banchetto e... tac!, che cosa videro i suoi occhi?
Non era pi nella strada! bens davanti ad una bella tavola imbandita con le calde, fumanti, succulente pietanze sognate, ed aveva attorno camerieri che portavano ancora vassoi, vini, dolci, gelati.
La citt gli piacque. La sua mente pot srotolarsi su tutte le voglie e i capricci umani; ogni cosa desiderata gli fu servita.
"Questo  davvero il paradiso, qui mi fermer per sempre!" e ringraziava tutti i giorni l'omettino a cui doveva tanta fortuna.
"Dove sar mai finito?" pensava. "Come vorrei che fosse con me a gustare queste delizie!"
Perfino la barba si faceva aiutandosi col solo pensiero.
Ma ahim: passarono i giorni e di nuovo lo prese la noia, la malinconia.
Non era nemmeno quella la meta agognata; ma dov'era mai?
Cominci a dubitare, a sentirsi sempre pi solo; infine trov la forza di andarsene, abbandonare tutto, riprendere ancora una volta il viaggio.
Cammin a lungo, vide tante volte il sole spuntare dietro i monti; oh, come era atteso! Come sentiva riaccendersi la speranza quando i primi chiarori, i primi raggi lo liberavano dal buio della notte!
Fu proprio in uno di questi momenti, gli occhi di nuovo aperti alla luce, che vide, l proprio davanti a s, a pochi metri di distanza... indovinate che cosa?, domand Oro.
"Casse piene di smeraldi e rubini!" esclam un ragazzo.
"No, una bella principessa" disse un altro, che aveva gli occhi dolci smarriti nella fantasia.
"I suoi bambini!" gridarono ad un tratto tutti insieme.
Oro si apr ad un sorriso di soddisfazione.
S - continu - davanti a lui stava proprio la sua modesta casetta, l'uscio era spalancato in attesa del suo ritorno.
Non appena l'ebbe riconosciuta, un tuffo al cuore, quale non aveva mai sentito, gli fece capire che questa volta era davvero arrivato.
Uscirono i suoi figli; belli, allegri, gli corsero incontro.
"Babbo, babbo" disse Michelino, con gli occhi pieni di lacrime.
E Lisa, la paziente Lisa, rest sull'uscio a gustare col cuore quell'incontro.
"Raccontacene un'altra! Raccontacene un'altra!" cominciarono a gridare i ragazzi, dopo un primo momento di silenzio, allorch si accorsero che la storia era finita. Ma non videro pi Oro! Dietro la cattedra stava invece il maestro, che ora teneva le lenti sopra i capelli, e gli occhi strabuzzati uno di qua e uno di l; la bocca era aperta; farfugliava.
Quando torn in s, si raddrizz gli occhiali.
"Su su, a posto" disse. "Riprendiamo la lezione. Dove eravamo rimasti?"


IL COMMISSARIO

Un fatto gravissimo accadde in un piccolo paese appena fuori delle mura di Lucca. Un uomo fu trovato ucciso nei pressi della casa del taglialegna. Subito si sospett di questi, da sempre ritenuto scontroso, pieno di mistero.
La gente lo avvicinava malvolentieri, scambiava poche parole con lui. La sua abitazione era talmente malmessa ed isolata in mezzo alla boscaglia che solo chi aveva bisogno di legna si azzardava a inoltrarsi fin laggi.
E cos, spesso passavano settimane intere senza che si sapesse di Prospero il taglialegna, se era ancora vivo o bell'e morto.
Perci, quando fu rinvenuto il cadavere, fu naturale indicare in lui l'omicida. Era cos brutto nel fisico, mezzo storpio, energumeno creato uomo a met e met pi scimmia che essere umano, che la parte dell'assassino gli si addiceva a pennello.
Il commissario stava facendo colazione quando fu avvertito.
"Ti vogliono al telefono" disse sconsolata la moglie, che non riusciva mai a fare quattro vere chiacchiere con lui.
"Vengo subito" lo sent poco dopo esclamare al telefono; eppoi afferr il soprabito e via di corsa gi per le scale, abbozzato appena un saluto.
Uomo piccino e grassottello, il commissario per la verit non aveva mai avuto grossi problemi nel suo lavoro.
Quell'omicidio era il primo che accadeva dopo anni lunghissimi di quiete.
Sal in macchina e fu sul posto in un momento.
Gli fecero subito largo, e cos pot vedere il disgraziato steso a terra, seviziato in pi parti, anche qua e l mutilato.
Si trattava di un bravo falegname, la cui abitazione non era molto lontana dal luogo del delitto.
La gente cominci a brontolare davanti al commissario.
"Che cosa aspetta ad arrestare il taglialegna?  stato lui,  stato lui!"
"Un uomo cos" aggiunse un altro "non pu che essere un assassino."
"L'ho sempre detto io di stare alla larga da quella casa" borbott una donna.
Fatte le fotografie di rito, raccolti qua e l dei probabili indizi, il cadavere fu coperto e portato via.
La gente invece rest ancora; tutti guardavano il commissario, e aspettavano di sapere che cosa intendesse fare.
" lui, le dico. Vede, non si  nemmeno fatto vivo. Nessuno lo ha visto in giro; eppure il delitto  accaduto a due passi dalla sua casa. Le pare normale, questo?"
Cos il commissario decise di bussare alla sua porta.
Si avvi, parve un po'titubante, infine spinse l'uscio ed entr.
Prospero stava seduto, coi gomiti puntati sulla vecchia tavola e la testa tra le mani.
"Sai cos' accaduto l fuori?" principi a dire il commissario.
L'uomo si volt; era davvero orripilante quella maschera umana!
"Che cosa volete da me?" domand bruscamente.
"Conoscevi il falegname?"
"Non sono stato io! Io non so nulla, non so nulla!"
Di nuovo la testa fra le mani.
"La gente ti accusa."
"Lo so, ho sentito. Ma non sono stato io."
Il commissario rest un bel po'di tempo a interrogare. Prospero era sconvolto; il fatto lo aveva reso rabbioso, insicuro.
"Se sei innocente, non devi temere" lo rassicur il commissario, e usc chiudendo dietro di s la porta.
La gente stava ancora l ad attenderlo.
"Ma come, lo lascia libero?  pazzo, uccider ancora."
"Piano con le accuse. Prove ne avete? Per la galera ci vogliono le prove" disse, mentre si dirigeva verso l'auto di servizio.
Nel tardo pomeriggio pass dai colleghi della Scientifica.
L'uomo era stato ucciso con una coltellata alla gola; l'omicida l'aveva sorpreso alle spalle, immobilizzato e zac, con la lama gli aveva reciso la gola; nessuna resistenza da parte della vittima che, probabilmente, non aveva avuto nemmeno il tempo di rendersi conto che quelli erano gli ultimi istanti della sua vita.
Poi l'assassino aveva infierito sul corpo: altre ferite, e un'orrenda mutilazione: la mano sinistra amputata.
"Ci sono indizi?" domand il commissario.
"Il bottone trovato accanto al corpo non appartiene alla vittima."
" tutto qui? Non c' altro?"
La sera, a casa sua, ne parl con la moglie, avvezza ai suoi sfoghi quando principiava un'indagine importante, ma poi il marito non le raccontava pi nulla e quando la poveretta, piena di curiosit, dopo qualche giorno azzardava una domanda per sapere: "Poi ti dir" rispondeva il commissario, e allora capiva che l'argomento era chiuso anche quella volta; e solo dai giornali avrebbe appreso.
Per i delitti aveva perso un po'di esercizio, il commissario; si sentiva impacciato, incerto.
Rimugin tutta la notte, si gir e rigir; poi al mattino, di buon'ora, si rec in ufficio. Soprappensiero, non s'accorse dei soliti saluti dei colleghi, si sedette, prese il suo vecchio mazzo di carte e si mise a fare il solitario.
Da dove cominciare?
Per prima cosa, far sorvegliare il taglialegna, pens. Se la gente mormora, qualcosa ci deve pur essere; gatta ci cova...
E poich il delitto aveva dei connotati anche sadici, concluse che doveva procurarsi i nomi di tutti i maniaci della citt.
Impart gli ordini, poi usc all'aria aperta e nessuno lo vide pi per tutta la giornata.
Passarono mesi e mesi.
La gente protestava, aveva paura.
Telefonate giungevano al commissario, lo sollecitavano ad arrestare l'assassino.
"Tutto facile per loro, come se io potessi mettere al fresco chi mi pare, senza prove certe, schiaccianti."
Ma ad un tratto: "Corra subito, commissario!" grid una guardia tutta trafelata, spalancando la porta. "Un altro omicidio!"
Sal di corsa sull'auto di servizio e part a sirena spiegata.
Di nuovo fu vicino alla casa del taglialegna; ancora gente attorno, preoccupata, inviperita.
Quando lo videro arrivare, molti si precipitarono verso di lui.
"Ha visto? Un altro omicidio."
" una donna questa volta."
"Se non fa presto, ci uccider tutti."
"Fatemi passare" ordin bruscamente.
La gente si apr e il commissario vide stesa a terra la poverina.
Era giovane, bella, commessa in un grande magazzino della citt; la conosceva.
Seviziata come l'altro, mutilata.
"Ricopritela!" disse.
"E Prospero?" domand qualcuno.
"Lasciatelo in pace."
Giunto in ufficio, volle restare solo. Lasci detto di informarlo non appena la Scientifica avesse avuto qualche risultato.
Prese le carte, accese il sigaro e, distendendo la schiena sulla poltrona, cominci a calare l'asso di picche.
" un maniaco" disse sicuro.
Subito gli annunciarono per la visita di una delegazione di paesani. Volevano che arrestasse il taglialegna.
"Non  lui l'assassino."
Allora gli riferirono tutte le sue stranezze; eppoi quella bruttezza non era lo specchio della sua anima nera?
"Baggianate."
"Badi," disse il pi scatenato del gruppo "noi non le diamo altro tempo, protesteremo."
Uscirono senza salutarlo.
Il commissario si sedette di nuovo, continu il solitario.
Per era preoccupato. Quella gente non era venuta a caso; aveva davvero tanta paura.
Dette un'occhiata alla nuova lista dei probabili sospetti: altri maniaci del luogo e dei dintorni. Alcuni avevano delle malformazioni agli arti, anche alle mani; il commissario volle cominciare da questi.
Incaric due dei pi capaci di spartire il compito con lui.
"Mi raccomando. Non fatevi sfuggire nessun particolare. Quasi sempre si tratta di soggetti molto furbi."
Stava per congedarli, quand'ecco arrivare la telefonata della Scientifica. Alz il ricevitore.
"Pronto..." poi si volt verso i due collaboratori.
"Ci sono novit!"
La Scientifica gli comunicava che sotto le unghie delle mani, la vittima aveva trattenuto alcuni capelli dell'assassino.
" biondo!" esclam il commissario, ghignando tra s ("Ti prender" pensava).
"Scartate gli altri, non ci servono. Solo i biondi, indagate sui biondi!"
Tir un sospiro di sollievo.
Passarono i giorni, per, e l'euforia and scemando, fino a scomparire del tutto; il commissario torn al solitario; vi passava molte ore del giorno.
Era chiaro che i capelli biondi e il bottone rinvenuto vicino al corpo dell'altra vittima erano indizi importanti, ma ora, quando il volto dell'assassino era sconosciuto, a che potevano servire?
Tra i biondi che aveva interrogato o fatto interrogare poteva esserci l'uomo che cercava, ma non era riuscito a cavare alcun sospetto plausibile; molti erano malati, tarati, lo si capiva bene, ma da l a concludere che erano anche assassini...
Come avrebbe voluto strappare i capelli a tutti i biondi della citt! Li avrebbe fatti analizzare uno ad uno: lo avrebbe smascherato... Ma subito allontanava l'idea con un gesto di stizza; non si poteva... la legge... i diritti della persona...
Cominci a ricevere nuove telefonate dai superiori.
Alle prime rispose dando molte assicurazioni.
" questione di giorni. Forse da un momento all'altro..."
"Faccia presto, presto. La gente mormora, ha paura. Se la prende con noi."
Alle successive, fu preso da impazienza, nervosismo.
" un caso difficile. Siamo di fronte ad un omicida astuto."
"E quel Prospero, lo fa arrestare? Si sospetta di lui, lo sa?"
"Lui non c'entra."
Sarebbe stato facile farlo arrestare. Nessuno avrebbe avuto da ridire e tutto si sarebbe placato.
"Ma la coscienza, la mia coscienza, ce l'ho io addosso."
Ora parlava poco con i suoi collaboratori; gli riferivano, prendeva appunti. La sera rincasava tardi, perlustrava ogni angolo sospetto della citt; nei bar si sorprendeva a scrutare questo o quello; domandava, qualche volta pretendeva confidenze.
Sul luogo del delitto era stato a tutte l'ore, anche di nascosto.
Spesso aveva visto Prospero fuori, trafficare tra la legna fino a tardi, a volte sedersi su di un ceppo e starvi immobile per lungo tempo, oppure girare intorno alla casa.
Ma per quanto impegno vi ponesse, nessuna luce, neppure un barlume, rischiarava quel caso delittuoso.
Una mattina molto presto, al commissariato si sent arrivare gente; ud il fracasso, le voci, dal suo ufficio.
"Che diavolo succede!" brontol, infilandosi la giacca per andare a vedere.
Ma non fece in tempo a muoversi che la porta si spalanc e davanti a lui comparve Prospero, che teneva stretto per un braccio un giovanotto mingherlino, ben vestito; una persona ammodo, si capiva.
Li seguiva una vera folla di gente, che li aveva visti, e s'era incamminata dietro di loro incuriosita.
"Ecco l'assassino" brontol appena Prospero.
Ma il commissario non parve sentirlo.
" biondo,  biondo!" urlava dentro di s.
Si avvicin; i suoi occhi penetrarono dentro quelli dell'assassino; lo tocc, sent il braccio sinistro impedito, come paralizzato.
"Che hai fatto, qui?" domand bruscamente.
" il maestrino" rispose qualcuno tra la folla. "Un incidente accaduto un anno fa, una brutta disgrazia."
"Possibile? Lui l'assassino!? Faccia attenzione a non fare sbagli, commissario. Ne ha passate gi tante, quel poveretto."
" biondo!" continuava a ghignare dentro di s il commissario.
Prospero borbott poche parole; appena si capiva che cosa dicesse.
Raccont che tutte le notti, da quel secondo omicidio, si appostava; non tollerava il sospetto, che lo umiliava, ingigantiva la sua disgrazia.
"Finalmente stanotte ho sentito qualcosa qua dentro," e si batt forte il petto "qua dentro" ripet. "Stava per uccidere quel disgraziato" e indic tra la gente un omino ancora impaurito; il quale annu.
"L'ho tenuto in casa fino a stamani. L'ho costretto a confessare."
Il maestrino non rispose. Il commissario cap che aveva vergogna di s, paura della gente.
"Fate uscire tutti!" url.
"Me ne vado anch'io" brontol Prospero. "Ne ho fin sopra i capelli di questa storia."
"Vai pure, ma resta a disposizione. E anche lei, la prego" disse il commissario, rivolgendosi all'omino terrorizzato.
Cos Prospero si avvi alla porta. Ma quando fu vicino alla folla, si ferm un istante, non guard in faccia nessuno; soltanto col capo fece un cenno di rispetto (e noi sappiamo anche di gratitudine) al piccolo Oro, che se ne stava appartato, quasi nascosto, felice.


MAHC+

Poich hai avuto la pazienza di seguirmi fino a qui, amico lettore, voglio adesso sbalordirti con una notizia alla quale, ne sono certo, non crederai mai; svelarti che in un luogo della Terra, probabilmente molto lontano dal tuo paese, c'... (spalanca la bocca, sbarra gli occhi per la meraviglia) c' il regno della felicit; s, quello vero narrato dalle leggende, vagheggiato nelle favole dei nonni; tutto come lo hai visto nei tuoi sogni: bei giardini, boschi ricchi di laghi, leggiadri animali in libert, case ordinate, castelli meravigliosi; ciascuno dedito al proprio lavoro, nessuna lite, amicizia a piene mani, il buon senso dispensatore infallibile di giustizia.
Devi anche sapere (e come potresti altrimenti essertene accorto?) che da quando esiste il mondo, tutti i governanti della Terra mandano in gran segreto gli uomini pi forti e coraggiosi alla ricerca di questo regno. Infatti, una leggenda antichissima promette a colui che riesce ad entrarvi, e al suo paese, fortuna e felicit.
E siccome fin dai tempi di Adamo ed Eva l'umanit si dibatte nel dolore e nella miseria, si pu immaginare quanto sia ancora oggi desiderata una tale conquista.
Addirittura, degli uomini eccezionali vengono addestrati per lunghi anni. Si racconta, infatti, che l'incantevole regno sia davvero impenetrabile, circondato ai quattro lati da mura possenti; ad ogni ingresso, sbarrato da porte massicce, vegliano notte e d animali feroci, simili a leoni, ma giganteschi, mai visti sulla Terra; sette per ciascuna delle quattro porte.
E poich da quel regno nessuno esce mai, n desidera uscirne, le sue porte si aprono molto raramente e all'insaputa di tutti. Quando ci avviene, si leva alto il ruggito delle belve e la loro inquietudine si avverte a mille miglia di distanza.
Avrai gi capito che  assai difficile perci entrarvi e, se ti guardi attorno, avrai anche compreso che nel tuo paese nessuno, per quanti bravi eroi vi abbiano provato,  ancora riuscito nell'impresa.
Ebbene, se tu lo desideri, posso aiutarti a compierla.
Come? Svelandoti i suoi segreti, con il racconto di questa storia vissuta dal piccolo Oro.
Proprio cos. Attraverso questa storia, tu ed io saremo forse gli unici al mondo a percorrere i sentieri che conducono al regno favoloso.
Oro, infatti, era capitato in un paese davvero sfortunato; miseria e tristezza dominavano dappertutto; i bambini morivano affamati, e quelli che sopravvivevano avevano le lacrime esaurite dal pianto; la gente viveva senza colpa sopra terre maledette, aride, dove nulla cresceva e il sole stesso era una sciagura.
Nessuna Nazione sembrava udirne il lamento.
Oro decise di fare qualcosa per quei poveri sventurati, e scelse l'uomo per quella straordinaria avventura. Lo scelse giovane, forte, coraggioso.
"Vuoi trovare il regno della felicit?"
Spieg quali piacevoli conseguenze avrebbe avuto per la sua gente: "Sarete felici per sempre, non avrete pi fame n miseria."
"Ma come faccio a riuscire?"
Per giorni e giorni, Oro volle raccontargli tutto ci che era necessario sapere.
La strada era assai lunga. Si dovevano attraversare catene montagnose quasi inaccessibili: dagli Urali, alle Alpi, all'Himalaya; oceani come il Pacifico, mari come il Mediterraneo, deserti infuocati, vastit glaciali.
"Non posso, non posso" esclamava il ragazzo. "Non potr mai riuscire!"
"Ti aiuterai con questi" lo incoraggi Oro, e mostr allo sfiduciato Mahc una giacca e una bisaccia.
Non si trattava di semplici oggetti, naturalmente; indossando la giacca avrebbe potuto camminare a velocit eccezionali, oppure anche volare! Ma nessuno doveva vederlo. "Non avresti pi pace e dovresti passare il tempo a nasconderti, perch gli uomini cercherebbero di rubartela."
"E la bisaccia?"
"Ogni mattina vi troverai del cibo; non avrai cos da preoccupartene, e potrai badare soltanto a raggiungere la meta. Passeranno forse degli anni prima che tu arrivi davanti alle porte della citt."
Ma Mahc era ben lungi dall'essersi convinto a partire.
"Come far a seguire la strada giusta?"
Oro aveva pensato anche a questo.
"Te lo dir la bisaccia; se una mattina la troverai vuota, vuol dire che devi cambiare rotta. Baster quindi orientarla verso il punto cardinale giusto, e di nuovo la bisaccia avr cibo per te."
Alla fine prevalse in Mahc la convinzione che qualcosa doveva fare per la sua gente tanto infelice.
Cos una mattina, salutato Oro, si decise a partire in gran segreto.
Ne vide di albe e tramonti, con la sua bisaccia sulle spalle!
Quando era stanco, si fermava in una grotta o dentro qualche capanno di cacciatori. Gli ronzavano intorno, incuriositi, gli animali selvatici; qualcuno si spingeva fino ad annusarlo.
Cammina e cammina, Mahc aveva gi varcato le Alpi, visto la bella Italia, con le sue dolci colline, le sue citt famose, ricche di arte e di fascino. Super l'Austria e la Svizzera. Pi d'una volta fece ricorso alla giacca magica, soprattutto di notte per non essere visto. Davvero raggiungeva la velocit del vento quando le gridava: "Corri!" oppure: "Vola!" Se si librava nel cielo, che spettacolo vedere sotto di s la Terra!
Cominciava a provare piacere al viaggio; e com'era eccitante aprire al mattino la bisaccia! Ogni volta una novit, e sempre cibo di suo gusto, mai una cosa sgradita.
E quando sbagliava strada?
Mach metteva la mano dentro la bisaccia, sentiva il fondo... vuota! Oh s, un po'si disperava: "E ora che cosa faccio?", "Dovr tornare indietro?", "Quando mai arriver?"
Ma bastava che la orientasse verso questo o quel punto dell'orizzonte e tac, subito la bisaccia era piena, e il cibo assicurato.
Gli parve un gioco, e col tempo vi prese anche gusto.
Ma ecco che un giorno, sul fare del mezzod, il sole alto e luminoso nel cielo, gli comparve davanti, improvvisamente, un grande crepaccio. Stupito, si guard attorno, cerc un punto dove valicarlo, ma la larga fenditura si allungava, si allungava...
"Bene" si fece coraggio Mahc, e ..."Vola!" ordin alla giacca.
In un lampo fu dall'altra parte.
Ma aveva fatto appena pochi passi, quando dalla vicina boscaglia ud sopraggiungere delle grida.
Si precipit di gran corsa in quella direzione e vide una donna che si dibatteva nel tentativo di liberarsi da un grosso grifone; gli artigli dell'uccello erano conficcati sulle sue spalle, le ali fendevano l'aria.
Subito la bestia si allontan; si pos su di un alto ramo e stette ad osservare l'intruso.
"Sono disperata" gli corse incontro la donna. "Non so come sia capitata in questo luogo, ma dacch vi sono, non mi  pi possibile allontanarmene; una voragine mi divide dal resto del mondo, e questo uccello mi assale continuamente, tormentandomi con pene indicibili. So, oramai, che non vuole uccidermi, perch altrimenti lo avrebbe gi fatto, ma soltanto farmi soffrire. Liberami da lui, ti prego."
Supplicava, teneva le mani sul petto di Mahc.
Era bella la donna.
Ricord Mahc che Oro lo aveva messo in guardia da certi strani incontri: "Ti regolerai come meglio ti parr, ma ricordati che tutto ci che farai avr importanza nel tuo viaggio."
Qual era mai il senso di queste parole?
Il grifone sbatt le ali; si agitarono i rami circostanti; la testa del rapace era allungata verso il basso, rivolta a Mahc; gli occhi erano spalancati, come in attesa.
"Aiutami!" torn a supplicare la donna.
Senza pi indugio: "Vola!" grid Mahc, e subito si alz incontro al grifone, teneva il coltello nella mano.
Il rapace si libr nell'aria, spiegando le ali e volteggiando maestosamente, come per mostrare tutta la sua potenza.
Si azzuffarono. Gli artigli ferivano il corpo del ragazzo con tagli profondi, il becco infieriva.
Mahc non riusciva a stringere a s l'animale per colpirlo; ogni volta il suo assalto gli procurava nuove ferite.
La donna li guardava, con il viso rivolto all'ins, muta.
Finalmente il pugnale trov il cuore della bestia, che emise un lamento terrificante, poi gli artigli lasciarono la presa, le ali abbandonarono l'aria, e il rapace precipit a terra con uno schianto.
Lo vide, da lass, disteso, immobile, con le grandi ali aperte. La donna vi stava chinata sopra e lo osservava.
Scese anche Mahc, si guard le ferite, gli bruciavano.
Ma quando rialz gli occhi per chiamare la donna... quale inaspettata sorpresa lo colse: era sparita! E con lei il grifone! Davanti a Mahc non c'era nessuno. Restava soltanto il bosco col suo silenzio.
Incredulo, vag alla loro ricerca. Frug e perlustr dappertutto, ma non trov traccia di alcun essere vivente, solo un silenzio sconfinato, allucinante.
Se ne and.
Trascorsero ancora degli anni...
Ne vide di cose, Mahc! di cui non immaginava nemmeno l'esistenza.
Finch giunse ai confini tra Europa e Asia, sulla cima di una montagna spaventosa.
Che fatica lungo quei sentieri pietrosi, coi pericoli sempre in agguato!
Sal sul punto pi alto e con somma meraviglia scopr che era abitato.
Vide infatti delle capanne sparse qua e l, alcune disposte in semicerchio.
Si avvicin. Pensava di incontrare qualcuno, ma non scorgeva anima viva.
Attese; si sedette sopra un sasso per riposare.
Soltanto dopo molte ore - il sole gi alto - ud dei rumori provenire dalla boscaglia vicina, e farsi sempre pi forti, convulsi, disordinati. Infine ecco apparire gli abitanti di quel piccolo villaggio.
Portavano armi rudimentali; tornavano, si vedeva bene, da una qualche sciagurata spedizione, vestiti di pelli di animale: uomini, donne, bambini.
Si arrestarono appena lo videro; Mahc si alz e cerc di spiegare a gesti come fosse capitato al loro villaggio.
Riuscirono infine ad intendersi, e cos sappiamo anche noi che un maleficio gravava sul luogo e sulla sua gente; le peggiori calamit della Terra (malattie, carestie e quant'altro di terribile) si abbattevano su di loro, e vanificavano ogni sforzo fatto per vivere in pace.
Tutto era cominciato molti e molti anni prima, quando uno strano individuo, malvagio e corrotto, era capitato al villaggio; e poich non era riuscito a predare quella gente, aveva scagliato la tremenda maledizione: il villaggio avrebbe sofferto pene indicibili finch non fossero riusciti a scorgere un grosso lupo che da quel momento avrebbe vagato per la boscaglia, emettendo terribili ululati.
Da allora, appena lo udivano, subito lasciavano ogni cosa e accorrevano nella speranza di sorprenderlo.
La loro vita era oramai sconvolta; quegli ululati li facevano impazzire, ed erano giunti al punto di non sapere pi se fossero veri o frutto della loro mente angosciata.
Pur tuttavia correvano al bosco... tante erano le disgrazie da cui dovevano liberarsi.
Anche quella volta la spedizione era stata inutile; e incontrare Mahc al ritorno - spiegarono - aveva richiamato alla mente, purtroppo, il malvagio, causa della loro sciagura.
Mahc decise di aiutarli.
"Come posso proseguire il viaggio, senza aver prima tentato in qualche modo di alleviare le sofferenze di questi infelici?" pens, udito il racconto.
La sera, radunati intorno al fuoco, prepararono un piano.
Se il lupo avesse ululato, non si doveva andare alla rinfusa, spieg Mahc, ma predisporre delle squadre, e ciascuna avrebbe dovuto raggiungere un punto stabilito del bosco; e da l proseguire perlustrando lo spazio circostante palmo a palmo, nelle tane e perfino sugli alberi; e stringere cos il cerchio intorno alla belva.
Non avrebbe avuto scampo.
Andarono a dormire rasserenati. Alcuni restarono di sentinella, pronti a far scattare il segnale.
E cos, quando l'ululato venne - terrificante, lugubre - non ancora l'alba, subito fecero come stabilito. D'un lampo, ogni gruppo fu al suo posto, e Mahc avanti a tutti, anche lui armato del coltello.
L'ululato continuava: davvero era protervo, pieno di sfida.
Ciascuno batteva palmo a palmo il terreno, alzava gli occhi sui rami, scrutava tra il fogliame.
In mezzo a loro, lo si udiva bene, partiva l'urlo terribile; tra poco avrebbero raggiunto la belva e forse, finalmente, l'avrebbero vinta.
Ansimavano, colmi di speranza; rimuovevano pruni, rami caduti, ostacoli d'ogni sorta.
Infine, ecco spuntare il lupo. Mamma mia, com'era enorme! Nero, aveva la lingua e gli occhi rossi come il fuoco, e la gola spalancata nel grido.
Fu un attimo. Non fecero in tempo a scorgerlo che il grosso animale, le fauci ancora rivolte all'ins, spar di colpo, dissolto nell'aria.
"Ma  l'uomo della maledizione!" grid qualcuno.
" lui,  lui!" fecero gli altri.
E tutti affermarono di aver visto il lupo in un attimo diventare uomo e con la stessa fulminea rapidit dileguarsi, e sciogliersi nell'aria.
Con la speranza nel cuore, fecero quindi ritorno a casa.
Invitarono Mahc a restare per sempre con loro.
Ma egli rimase fintanto che fu certo che la maledizione se n'era andata davvero insieme col lupo; e allorch il momento giunse, piano piano, prima dell'alba, senza far rumore, quando tutti dormivano, lasci il villaggio.
Ne fece ancora di strada!
Albe e tramonti lo sorprendevano quando in mezzo ad un fiume tumultuoso, quando nel deserto, o mentre attraversava sterminate pianure, o superava impervie montagne, coperte di ghiacci.
Come avrebbe fatto - pensava sempre pi spesso - senza quella giacca provvidenziale, cos docile e pronta al suo comando? O senza quella bisaccia straordinaria, che ogni mattina gli assicurava di che nutrirsi, oltre che la giusta direzione?
Mahc cominciava a credere in quel viaggio. Forse sarebbe riuscito a compiere l'impresa; non vedeva l'ora; principi perfino ad essere impaziente.
"Dove sar mai questo regno della felicit? Ma ti scover, alla fine; trover il tuo nascondiglio segreto!"
E quando se l'immaginava tra i monti, e quando in riva al mare, o adagiato sulle sponde di un bel fiume, o nel mezzo di una verde pianura.
"Come deve essere bello!" sospirava.
Ma di nuovo passarono gli anni.
Mahc conosceva ora gran parte del mondo, e tutto ci che aveva incontrato gli era parso meraviglioso.
Animali, piante, uomini, perfino le montagne, gli sembrava che rispondessero a regole, leggi eguali ovunque egli capitasse, a Nord come a Sud, a Est come a Ovest; e com'era curioso paragonare le abitudini di un animale visto chiss dove a quelle di un altro - magari simile - incontrato all'estremo del mondo!
Era cos anche per gli uomini; in fondo tutti eguali, mossi dal sentimento, guidati dalla ragione.
Ma ecco che un giorno, proprio nel bel mezzo di un deserto, quando meno se l'aspettava, ud sopraggiungere, da non molto lontano, come dei lamenti; infine distinse il ruggito delle belve descritte da Oro.
"Sono arrivato!" ansim, preso da smarrimento, e anche da incontenibile gioia.
" il regno della felicit! Ce l'ho fatta! Ce l'ho fatta!" e saltava, saltava sopra quella sabbia rovente.
Vide le belve, infine! Gigantesche come le aveva immaginate: sette per ogni porta, con gli occhi enormi, gli artigli possenti piantati sulla sabbia.
E vide le porte, chiuse come gli era stato detto, alte decine di metri, di oro massiccio; le belve vi stavano innanzi guardinghe, le sette teste spiavano in ogni direzione. Com'erano alte e profonde le mura, imponenti! Mahc non ne scorgeva la fine; non riusciva ad intuire i confini di quel regno.
"Non ce la far mai ad entrare" brontol sconsolato.
E anche tu, amico lettore, giunto a questo punto, ti domanderai come far Mahc a superare quegli ostacoli terribili; penserai che forse potranno giovargli la bisaccia e la giacca magiche, che tanto lo hanno aiutato o, forse, sar lo stesso Oro a toglierlo d'impaccio, come ha fatto molte volte nei confronti degli altri protagonisti di queste storie.
E invece nulla di tutto ci sar necessario.
Perch Mahc ha trovato da s lungo il viaggio le chiavi di quel regno: generosit, spirito di sacrificio, pazienza, disponibilit verso il prossimo, amore per la natura, e molte altre virt ancora, che tu, ne sono certo, avrai riconosciute.
Mahc ebbe cos il privilegio, unico tra gli uomini, di vedere le belve farsi da parte al suo passaggio, e accovacciarsi ai suoi piedi.
Ebbe paura, per.
"Ora mi saltano addosso, mi sbranano."
Chiuse gli occhi e raccomand l'anima a Dio.
E invece ud le porte massicce girare sui cardini, e gli apparve la citt: bella, armoniosa, incantevole come l'aveva descritta Oro.
I suoi occhi non avevano mai visto meraviglia pi grande; entr e fu accolto come uno di loro.

1985



LIBRO SECONDO
CARA ANNA

una storia d'amore vera sbocciata a Lucca durante gli anni della Seconda Guerra mondiale

Per circostanze fortunate, ho potuto conoscere e consultare il materiale riprodotto in questo libro, che narra di una delicata storia d'amore sbocciata nel corso della Seconda Guerra mondiale tra due lucchesi, abitanti della periferia di Lucca. Il giovane  chiamato all'et di 21 anni ad assolvere il servizio di leva. Prima di partire, furtivamente nasconde in un libro destinato ad una coetanea la sua dichiarazione d'amore.  l'inizio della loro bella avventura. A Milano, assegnato come scritturale all'Alto Comando della 1a Squadra Aerea, viene sorpreso dalla dichiarazione di guerra dell'Italia e segue giorno per giorno, dovendo redigere le quotidiane relazioni, gli avvenimenti bellici. Ne scaturisce un diario assai interessante e minuzioso, di cui abbiamo trascritto solo una parte. Trasferito a Pisa, assiste al suo bombardamento, avvenuto il 31 agosto del 1943, e anche a quello di Lucca del 6 gennaio 1944, e di entrambi ci lascia una descrizione indimenticabile.

Lucca, 14 gennaio 1940. XVIII

Carissima Anna,

Data la circostanza che tra poco dovr partire spero che non ti recher meraviglia questa mia improvvisa decisione di scriverti. La prospettiva di dover lasciare per molto tempo la casa e gli amici mi ha spinto, in omaggio alla nostra amicizia, a renderti noti molti pensieri che in altri momenti forse non ti avrei esternato. La mia condizione di spirito si trova in una strana situazione fino ad oggi mai provata a motivo forse della mia partenza ed in questo frangente il mio pensiero s' rivolto costantemente verso di te convincendomi della necessit di farti sapere molte cose.
Il tuo fine intuito femminile ti avr certo detto che fin da quando ti conosco ho avuto per te una spiccata simpatia che pur non dimostrandolo apertamente si avvicinava ad un profondo affetto. Avendo per te questi sentimenti puoi capire quale sia stato fino ad oggi il mio stato d'animo e se anche a volte ho cercato di evitarti non era certamente per distaccarmi da te. Ci era invece la conseguenza dell'imbarazzo che provavo, non potendo, contro il mio desiderio, dirti ci che avrei voluto.
La mia situazione nei tuoi confronti, avendo i sentimenti gi espresso verso di te, mi si  sempre resa imbarazzante, perch le condizioni in cui fino ad oggi mi sono trovato non mi permettevano di farti conoscere fino in fondo ci che pensavo di te; avendo io, con esplicita dichiarazione impegnato, nel caso che tu avessi accettato, la tua libert. Oggi ho la prova che il mio punto di vista  migliore in quanto se ci si fosse reciprocamente impegnati sarebbe oggi d'obbligo un doloroso distacco. Con ci per non credo che la mia assenza significhi la fine delle mie aspirazioni verso di te; ma ritengo pi giusto esprimerti definitivamente ci che sempre avrei voluto dirti quando gli impegni militari e la mia condizione avranno una linea ben definita. Tutto questo ti render facile capire qual  in sostanza il mio punto di vista. Voglio dire che avrei sempre desiderato stringere con te un legame che fosse qualche cosa di pi dell'amicizia, ma ho sempre cercato di evitarlo pensando che prima o poi avrei dovuto partire.
 inutile nascondere che fin dai primi tempi della nostra amicizia mi sei piaciuta, e lo scopo di questa lettera  appunto quello di fartelo sapere per aver modo al mio ritorno di saperti cosciente di ci. Come vedi questa non  una formale dichiarazione, ma una semplice confessione di sentimenti, che al mio ritorno se tu lo vorrai potranno avere il coronamento che mi auguro. Tutto sta nel sapere attendere o nel volere attendere. Questa in sintesi l'espressione del mio sentimento che la prossima partenza mi ha deciso a rivelarti. Ritornando col pensiero a quelli che furono i primi istanti della nostra amicizia, sento ancora il cuore gonfio di un senso di affetto e rievoco particolari che pur essendo minimi rivelano in me episodi piacevoli di tempi passati.
Anna,  trascorso poco tempo dal giorno in cui per banali malintesi, per fanciullesche rappresaglie, abbiamo spezzato il nostro idillio, poco tempo s, ma pur molto in considerazione del bene sia pure nascente che sentivo per te. Tu non puoi credere quanto abbia sofferto per questo nonostante l'indifferenza che dimostravo, bench tutto fosse finito non un solo istante ti ho dimenticata. Anna, ti prego, sii buona, cerca di dimenticare se un giorno ebbi a farti soffrire, abbi fiducia in me e vedrai che ne sarai contenta. Tu fosti il mio tutto... le mie speranze di un giorno e la mia felicit. Ormai pi nulla chiedo alla vita, per me non esiste altra felicit di donna, mi basta solo il tuo ricordo, il ricordo pi bello: il vero grande amore di una piccola bimba.
Questi i miei sentimenti, queste le mie espressioni in procinto di lasciarti. Vorrei avere la certezza di avere raggiunto il mio scopo e cio di essere compreso.
Dopo questo non mi resta che affidare a questa carta il mio commosso saluto con la speranza di averti fatto comprendere quale sia il mio sentimento verso di te. Affezionatissimo, Giuliano

Giuliano part per il servizio militare di leva il 17 gennaio 1940, due giorni dopo aver consegnato - era il luned 15 gennaio - nelle mani di Anna la sua dichiarazione d'amore.

"Era una triste giornata. L'inverno che gi dai primi inizi si era presentato molto infido e freddo, pure quella mattina voleva imperversare con la sua pioggia ed un freddolino che arrivava fino in fondo alle ossa. Era il giorno della mia partenza. Da pi giorni, dietro il sollecito lavoro della mamma e dei miei familiari tutti, avevo preparato ogni cosa per la mia lunga assenza. Una piccola valigetta conteneva tutto il necessario utile per la mia nuova vita. Essa si trovava l, davanti a me, posata su di una piccola tavola, nell'ingresso della mia casetta. Sembrava aspettarmi e, muta, guardandomi, dicesse: perch non ti decidi a prendermi, perch esiti ancora? Oh! Essa non poteva di certo immaginare l'angoscia che era nel mio cuore, il tormento che era in me stesso. Tutto era pronto. Un amico, Sirio, gi era davanti alla mia porta, aspettando che mi decidessi a partire. Il babbo, avviatosi con la valigetta, era andato in Piazza San Francesco ad aspettarmi. Il momento decisivo era arrivato. Detti un ultimo sguardo a tutto ci che avevo d'intorno affinch sempre mi fosse presente. Cara la mia casetta, il mio orticello, i miei campi, il mio piccolo salottino da studio! Cari i miei libri, l ammonticchiati l'uno sull'altro; quanto tempo sarebbero rimasti soli e forse quanta malinconia avrebbero provato! Il mio piccolo gattino, scodinzolando, si strusciava fra le gambe quasi avesse capito della mia partenza. Cara bestiola, quanto mi voleva bene! Forse pensava che mai pi avrebbe mangiato qualche bel bocconcino trafugato qua e l in cucina sotto gli occhi della mamma, oppure non avrebbe avuto pi quelle carezze che sempre gli davo. Tutto osservavo come trasognato, tutto volevo tenere fisso nella mia mente. Da una finestrella, quella del mio studio, febbrilmente osservai una casetta poco distante, visibile ai miei occhi giacch le foglie degli alberi tutte erano cadute, e mi parve scorgere dietro i vetri di una finestra una testa di bimba che ben conoscevo, nessun legame mi univa a lei, ma entrambi avevamo da tempo un segreto nel cuore. Un ultimo sguardo anche a quella, un bacio lanciato dalla mia piccola mano e poi gi di corsa per le scale, deciso finalmente ad andarmene. Saluto lo zio, la zia, i vicini, abbraccio la mamma rassicurandola di me, pregandola di stare contenta. Essa mi guarda, mi stringe di nuovo a s e mi bacia. Pure io la bacio e poi fuggo via, poich un nodo che mi serrava la gola m'impediva di parlare e qualche lacrima gi scendeva lungo le guance. Fuori ancora pioveva. In pochi minuti raggiungiamo la citt, lascio la bicicletta da un amico meccanico, pregandolo di mettermela bene a posto, e quindi di consegnarla ai miei, e a piedi m'incammino verso il mio nuovo destino."

C' gran confusione nella caserma che lo accoglie, alcune reclute sono tristi, altre allegre e burlone. Giuliano  destinato all'Aeronautica. Dopo una prima visita, insieme con altri parte per Pisa. Qui viene sottoposto ad una visita pi accurata, ed  inviato a Livorno per un controllo. Quando parte per la citt labronica nevica, trova le strade imbiancate. Sta in ansia perch non vuole essere riformato. Tutto si risolve positivamente, e cos torna a Pisa. Ha gi fatto amicizia con un certo Panettoni di Montecarlo e un certo Micheli di San Michele di Moriano. Riceve la divisa di aviere, non  la sua misura, si arrangia da s per adattarla, sistema i bottoni, ma resta ancora troppo grande. La domenica mattina, i tre si avviano a piedi dall'aeroporto alla stazione di Pisa per prendere il treno diretto a Parma, loro prima destinazione.

"Era domenica. Si era levato il sole che aveva sciolto la neve e quindi le strade erano molto pulite. Mi sembrava di essere molto buffo, cammin facendo, con quella divisa anche troppo grande e quei calzoni che, a dire la verit, avevano poco l'aria di veri calzoni. Eppure mi sentivo gi fiero di me e contento della divisa che indossavo. Incontrammo lungo la strada alcuni ufficiali che salutammo molto impacciati. Era la prima volta che salutavamo! Era da compatirci. Non che non sapessi fare, tutt'altro, ma era l'emozione del momento e quel non so che che mi sentivo addosso."

Prendono il treno della linea Sarzana - Parma. Gli Appennini sono coperti di neve. Calata la sera, furono le piccole luci dei casolari sperduti sui monti ad attrarre l'attenzione di Giuliano, e a incantarlo. Alla stazione, li attende un sergente che li conduce a piedi verso l'aeroporto. Anche qui, sulla strada,  caduta molta neve. Con lo zaino in spalle, Giuliano e i compagni vi affondano gli scarponi. Giuliano comincia a sentire la fatica. Finalmente giungono in caserma. Pu gettarsi su di una branda e chiudere gli occhi. Rivede davanti a s il volto di Anna che lo saluta da dietro i vetri della finestra. Ma ora  cos lontano da lei! Al mattino ritrova gli amici incontrati a Lucca, tra cui il suo omonimo Ragghianti e Eolo Mei, quello del negozio di biciclette, che fu d'allora il suo vicino di branda. Comincia l'addestramento. Giuliano  contento di come tutto sia ordinato, non si lamenta del cibo, salvo della minestra alla sera, che  immangiabile. Ma per fortuna c' lo spaccio.

"Ben ricordo lo spaccista, un tizio molto curioso, che, a volte, assediato da centinaia di mani che si tendevano per chiedere la roba, si metteva a sedere e, accendendo con calma una sigaretta, aspettava che si calmasse tutto quel putiferio, poich non sapeva pi da che parte rifarsi."

In quella caserma sono pi di 400 reclute, oltre agli avieri anziani, ma il tenente colonnello Gattolini, che ama la disciplina, sa tenere tutto sotto il suo ferreo controllo.

"Il nostro battaglione, il 3, era diviso in 2 compagnie, la 6a e la 7a, le quali, a loro volta, erano divise in 1, 2 e 3 plotone. Io appartenevo al 3 plotone della 7a compagnia. Eravamo una buona parte lucchesi, mescolati con alcuni di Spezia e di Massa Carrara (Apuania). Tuttavia andavamo molto d'accordo. C'era nella stessa compagnia, ma nel 1 plotone, quindi in una camerata a parte, l'Antonini, un vecchio amico di scuola a Lucca, che poi mi segu a Milano come scritturale al Comando Squadra...
Un pomeriggio, ben ricordo il 21, fui chiamato dal mio tenente il quale, saputo del mio titolo di studio, mi scelse per essere impiegato nell'ufficio della compagnia. Cominci d'allora per me una vita migliore."

Infatti, Giuliano, che aveva il diploma di computista commerciale, fu esonerato dalle esercitazioni e dai turni di servizio e cominci una pi tranquilla vita di ufficio. Non c'era molto da lavorare. Era lui, insieme con un nuovo amico di nome Ulisse, a tenere in ordine i ruoli matricolari, fare la nota per le razioni, redigere la situazione dei puniti e a preparare l'ordine di servizio per il giorno seguente. Siccome ancora Parma era imbiancata di neve, a causa di nuove precipitazioni, spesso se ne stavano dietro i vetri della finestra a contemplare il paesaggio; soprattutto attirava la loro attenzione qualche uccellino che veniva a beccare nel cortile. Questa vita tranquilla dur per 35 giorni, finch, dopo il giuramento che avvenne domenica 25 febbraio, arriv l'ordine di smistamento delle reclute. Giuliano fu assegnato come dattilografo all'Alto Comando della 1a Squadra Aerea di Milano, posto in via Passione, nel centro della citt. Alloggiava per al Reparto Presidiario in via Francesco Ferrucci, in un ambiente che non gli piacque, perch squallido:

"Il primo effetto che mi fece, non stento a dirlo, fu pessimo. Camerate, due in tutto, lunghe e basse, locale vecchio, refettorio nel sottosuolo molto piccolo e per niente arioso. Quanta differenza dalle belle camerate di Parma con mattonelle e quelle belle scale di marmo!"

L'ambiente dell'Alto Comando, invece, era assai diverso. Sede dell'ufficio del Generale, Sua Eccellenza Porro prima, e successivamente Sua Eccellenza Fougier, era situato in un edificio imponente, che aveva stanze larghe e pulite. Qui, il lavoro non mancava. Erano in cinque a mandare avanti l'ufficio. La domenica uscivano in giro per Milano. Giuliano stringe amicizia con tre simpatici compagni, Bancomina, Alessandrini e Antonini

"coi quali andavamo quando a passeggio per Milano a vedere ora questa ora quella cosa, oppure altro passatempo era il cinematografo. Alla sera, nella camerata, dato che dormivamo assieme, cio l'uno accanto all'altro, il pi delle volte ci si intratteneva a conversare fra noi e a ricordare i giorni della nostra giovinezza."

Giuliano aveva soltanto ventun anni, ma la divisa che indossava lo faceva sentire pi grande, e che era cominciata per lui un'altra vita.
Il 29 marzo viene inviato in licenza. Arriva a Lucca colmo di emozione. Ha indosso la cara divisa. Vicino casa, i conoscenti lo fermano, vogliono parlare con lui, sapere, ma Giuliano risponde a monosillabi, ha fretta di raggiungere i suoi. Nessuno sa del suo arrivo. Piomba a casa nella sorpresa generale. Pianti e abbracci, con la mamma Gemma, il babbo Vincenzo e gli zii Primo e Marfisa. Poi corre ad abbracciare la nonna, ma il suo cuore non  ancora appagato. Manca qualcuno: Anna. La incontra il 30 marzo. Seguiamolo attraverso le pagine del suo diario.

"Era il 30 marzo. Giorno di Pasqua 1940. Giornata bellissima, piena di sole, e quindi molto allegra. Data che io mai dimenticher, poich, oltre segnare il principio di una nuova esistenza, apport alla mia vita proprio in quel giorno la mia bimba, colei che da anni segretamente amavo. Bisogna a questo punto tornare indietro col pensiero di alcuni mesi avanti. Due giorni prima di partire, e ben ricordo il luned 15 gennaio, nell'andare a Lucca trovai, coincidenza oppure caso fortuito, Anna, anch'essa diretta alla citt. Da anni correva tra noi una relazione di amicizia, ma un'amicizia cos intima che in fondo credo fosse vero amore. Tuttavia mai ci si era detti niente, mai era intercorso tra noi un discorso che accennasse a qualcosa, eppure ero certo di amarla ed al tempo stesso intuivo di esserne corrisposto. Ci si amava, ma non sapevamo dircelo. Fu in quella mattina del giorno di Pasqua che andando sulla strada vidi Annetta che stava nella sua corticella, forse, chiss, aspettandomi. Io mi soffermai per salutarla ed intavolammo cos un discreto discorso. La conversazione cadde proprio sulla lettera a lei diretta che prima di partire avevo messo in mezzo ad alcuni librettini da leggere che le avevo consegnato. Fu deciso cos che quel pomeriggio ci saremmo ritrovati ed avremmo discusso della cosa. Difatti cos avvenne. Erano le quattro del pomeriggio quando, essendo lungo la strada ad aspettarla nei pressi di Fagnano, la vidi comparire. Il mio cuore sub in quel momento ci che mai aveva provato. Era la prima volta che Anna veniva al mio, diciamo cos, appuntamento. Eravamo in bicicletta ed io la convinsi a fare un lungo giretto. Il tempo era bello e quindi la passeggiata era promettente. Quanto tempo camminammo in silenzio non so dirlo. Con le mie dita carezzavo la sua testolina ricciuta ed al tempo stesso mi sentivo felice. Il silenzio ascoltava i nostri cuori. Fu una passeggiata bellissima, attraversammo vari paesi, passammo lungo un monte, e dopo una scampagnata di buone due orette facemmo ritorno a casa. Io la lasciai prima di arrivare per il motivo che qualcuno, vedendoci, non avesse malignato e messo fuori discorsi che potevano nuocere specialmente a lei. La conclusione fu ottima. Fu deciso che sarei partito l'indomani ed appena arrivato a Milano avrei chiesto alla sua e alla mia famiglia il consenso per il nostro fidanzamento. Intanto lei da parte sua ne avrebbe gi messo al corrente la mamma e quindi tutto sarebbe riuscito prima e meglio."

Cos avvenne. Addirittura il 28 aprile, in occasione della Fiera di Milano inaugurata il 12 aprile, Giuliano pot incontrarsi con una gita di lucchesi, organizzata dal Partito Nazionale Fascista, tra cui erano due suoi futuri parenti, Luigi e Vincenzo, uno dei quali gli consegn una lettera di Anna.
Ma intanto si cominciava a respirare un'aria diversa al Comando. Si era arrivati ai primi di giugno. Si stava avvicinando la famosa data della dichiarazione di guerra dell'Italia, il 10 giugno 1940.

"Anche al Comando il lavoro aumentava di giorno in giorno. All'Eccellenza il Generale Porro era subentrato l'Eccellenza il Generale Fougier. Molti ufficiali, tra cui 3 o 4 tenenti colonnelli, vennero richiamati ed assegnati al Comando. Furono costituiti due nuovi uffici, fra cui quello addetto alla corrispondenza cifrata, e i cifrati ogni giorno erano numerosi. Anche molto personale di truppa richiamato fu assegnato al Comando. Noi, per esigenze eccezionali d'ufficio, fummo trasferiti immediatamente a dormire in un Conservatorio di musica distante un 200 metri dal Comando, onde poter essere ad ogni momento reperibili... Quattro automobili furono assegnate al Comando per lo svolgimento continuo dei servizi; come pure 3 motociclette ed un furgoncino. Fu impiantata una nuova telescrivente, che cos furono tre, ed un nuovo centralino telefonico. Tre carabinieri, fra cui un sottufficiale, di giorno e di notte continuamente facevano servizio intorno al Comando. Insomma tutto era preparato, ogni cosa era predisposta per il grande momento che doveva venire. E si attendeva giorno per giorno, ora per ora, sicuri che l'attesa non sarebbe stata lunga e certi della sua venuta. La Germania dopo il Belgio aveva invaso la Francia e procedeva a grandi passi verso Parigi. E noi cosa facevamo? E le nostre rivendicazioni? Possibile che non avremmo fatto niente? Io non ci credevo. Ma non solo io, ognuno aspettava con ansia il momento. Dimostrazioni si succedevano l'una sull'altra ogni giorno, la citt era piena ogni mattina di nuovi manifestini, tutti fremevano nell'attesa. Ed il momento venne. Fu il 10 giugno 1940 che l'Italia dichiarava solennemente guerra alla Francia e all'Inghilterra."

Quello stesso giorno della dichiarazione di guerra, luned 10 giugno, Giuliano non dimentica la sua Anna.

Milano, 10 giugno 1940

Anna cara,

due sole parole voglio aggiungerti alla mia cartolina: sii forte e fatti coraggio.
Io ti vorr sempre bene ed ora maggiormente che prima sento di amarti pi che mai. Forse avrai sentito no?
Vai da mia mamma e falle coraggio poich ora ne ha tanto bisogno. Scrivimi spesso e a lungo. Ora mentre ti scrivo sono le due di notte e termino perch ho ancora da fare.
Vedessi che roba in questi momenti!
Ma ci vuole tanta pazienza e tanto tanto coraggio.
Anna, siimi sempre fedele, amami anche se ti sono lontano, pensami sempre... sempre... sempre...
Ti bacio tanto... tanto... Giuliano

I giorni che seguono l'entrata in guerra dell'Italia sono densi di avvenimenti.  contro la Francia, gi piegata dalla massiccia offensiva tedesca, che si rivolge l'azione militare del nostro Paese. Giuliano vive intensamente le sue giornate, occupato a svolgere mansioni numerose e urgenti, tra le quali quelle relative alla ricezione e trasmissione di messaggi cifrati. Spesso  trattenuto in ufficio fino alle 2, 3 di notte. Nelle poche ore che riesce a dormire,  svegliato dalle sirene d'allarme. Si sente continuamente nel cielo il rombo degli aerei francesi, e lo scoppiettio delle contraeree.

Marted 11 giugno 1940

"... Durante la notte, ore 2 circa, siamo stati svegliati per il primo allarme. Nello stesso tempo ci hanno distribuito il piastrino di riconoscimento. Io l'ho appeso al collo insieme alla medaglietta della Madonna di Montenero che la mia Anna mi aveva inviata. In lontananza si udivano i colpi dei contraerei che per la quinta volta sparavano. Tuttavia io, stanco per il lavoro della giornata, mi sono addormentato lo stesso. Alle ore 5 del mattino  stato dato il 2 allarme..."

Mercoled 12 giugno 1940

"... Per la prima volta consumo il rancio qui al Comando della Squadra e non pi alla Presidiaria. Tutto ora  emozionante e maggiormente sento la mancanza dei miei cari e della mia bimba. Mi  stata consegnata la maschera antigas, che ho provato e messa in un cassetto d'ufficio per un'eventuale necessit... I nostri hanno svolto diverse azioni su Malta, Biserta, Lione e Marsiglia. Per esigenze di servizio pi ufficiali dormono qua al Comando, compreso Sua Eccellenza Fougier ed il Generale Biffi."

Gioved 13 giugno 1940

"Mi sono alzato alle ore 6, poich mi sono venuti a svegliare per andare in ufficio. Infatti ho dovuto subito aiutare a cifrare un telegramma... Ore 10 di sera, 2 allarme della giornata (7 allarme). Immediatamente tutto viene spento, ognuno  al suo posto, tutto  in ordine. Io mi trovo seduto al mio tavolo d'ufficio, dove, al lume di una lampada a pila, scrivo alla mia bimba e maggiormente mi sento solo. Si ode ancora in lontananza il rombo dei contraerei..."

Venerd 14 giugno 1940

"Giornata nuvolosa con un poco di pioggerella. Mattinata calma. I nostri nella notte hanno fatto incursioni su Lione e Marsiglia. Apparecchi francesi hanno bombardato con esito negativo Albenga, Genova e, nel pomeriggio, Venezia. Caccia nostri li hanno inseguiti. Otto apparecchi nemici abbattuti, due dei nostri non rientrati alla base... A mezzanotte  venuto a svegliarmi il mio maresciallo e mi sono dovuto alzare per andare in ufficio, dove fino alle 2 sono rimasto a sbrigare delle pratiche. Quando sono ritornato in letto, ore 2,15, ha suonato il 2 allarme della giornata (9 allarme) ma dopo 20 minuti circa le sirene hanno dato il cessato allarme, ed io mi sono addormentato."

Sabato 15 giugno 1940

"Nella mattinata niente di anormale. Ogni giorno conosciamo e redigiamo noi stessi gli obiettivi delle azioni da raggiungere. Tanto lavoro, ma interessante per le diverse cose importanti e segrete che sappiamo. Mi ha scritto la bimba, e la mamma, ed io ho subito risposto. Ho dato loro quel coraggio che ognuno deve avere in questi momenti. Maggiormente ho sentito di amare la mia Anna, ora che il pericolo di perderla, e per sempre,  maggiore e pi forte in me.  partito in ricognizione il primo ufficiale qua del Comando, il maggiore Salvadori, e siamo alla sera e non  ancora rientrato. Si crede in una sua perdita. Alla sera sono stato in ufficio fino alle 12,15. C'eravamo tutti: ufficiali, sottufficiali, avieri. Grande serata, movimento tanto, qualcosa  in vista. Ore 12,20 allarme (10 allarme). Cinque apparecchi francesi sono avvistati e si dirigono su Milano. Le batterie entrano in azione. Dal Comando si vedono, dalla torretta, i campi delle batterie. Gli aerei lanciano bombe luminose, ma niente accade e battono in ritirata, forse intimoriti dai nostri contraerei..."

Domenica 16 giugno 1940

"Durante la notte i nostri hanno colpito pi obiettivi della Francia, e specialmente l'aeroporto e la stazione di Marsiglia. I francesi hanno tuttavia gettato bombe su Genova... Non essendo pi rientrato in sede il maggiore Salvadori,  stato deciso di annoverarlo fra i dispersi..."

Il maggiore pilota Mario Salvadori era partito con il suo aereo da ricognizione Br.20 dal campo di Bresso e, in territorio francese, si era trovato coinvolto in una battaglia aerea tra alcuni Cr.42 italiani e alcuni Dewoitine 510 francesi. Il suo apparecchio veniva danneggiato, e l'equipaggio superstite (lo stesso maggiore Salvadori, il capitano Giorgio Parodi e l'aviere scelto Attilio Imparato), costretto a lanciarsi col paracadute, era fatto prigioniero.
Arrivano i giorni della resa della Francia.

Luned 17 giugno 1940

"... abbiamo appreso da fonte certa che la Francia  ceduto le armi. Da noi ogni azione viene sospesa. Attendiamo eventi eccezionali..."

Marted 18 giugno 1940

"I giornali annunciano l'incontro tra il Duce e il Fuhrer a Monaco di Baviera. Grandi eventi si preparano. Tuttavia le azioni continuano lo stesso. Abbiamo bombardato Malta e Biserta con esito favorevole..."

Mercoled 19 giugno 1940

"I giornali annunciano che Hitler e Mussolini hanno deciso cose importanti da presentare al governo di Parigi... Abbiamo appreso qua in ufficio che i razzi intravisti durante le notti di incursioni provenivano da gente che con apposito apparecchio lanciava i medesimi onde indicare agli apparecchi nemici la rotta dei campi di aviazione e delle officine Fiat e Alfa Romeo. Indagini vengono fatte..."

Domenica 23 giugno 1940

"... Apprendiamo dai giornali del mattino che la Germania ha firmato l'armistizio con i plenipotenziari francesi (proprio nello stesso vagone dove nel 1918 i francesi dettarono le loro condizioni ai tedeschi)... Due ufficiali tedeschi sono venuti qua al Comando a parlare con il Generale. I plenipotenziari francesi sono partiti alla volta dell'Italia per combinare un accordo..."

Luned 24 giugno 1940

"I plenipotenziari francesi sono nuovamente ripartiti per la Francia, allo scopo di esaminare le condizioni di resa imposte dall'Italia. Intanto aerei inglesi hanno bombardato Palermo e Trapani con morti e diversi feriti. Questa mattina ho cominciato col tenente Grassetti la compilazione del 'Diario storico'che viene redatto qua al Comando. In esso vengono narrate tutte quelle notizie inerenti, oltre che alle operazioni giornaliere, anche agli obiettivi colpiti e a tutti quei ragguagli anche minimi delle azioni svolte dalla nostra Squadra. Cos giorno per giorno vengo a conoscenza di tutto ci che  avvenuto e con piacere apprendo tutte quelle notizie che mi interessano tanto.  in vista un trasferimento di una parte della Squadra, ed anch'io dovrei essere fra questi... Alla sera apprendiamo dalla radio che l'armistizio  stato firmato e che alle ore 1,35 della notte cesseranno le ostilit tra Italia e Germania da una parte, e la Francia."

Il 28 giugno a Tobruk, in Libia, muore Italo Balbo. Cos annuncia la notizia il bollettino straordinario n 19: "Il giorno 28, volando sul cielo di Tobruk, durante un'azione di bombardamento nemica, l'apparecchio pilotato da Italo Balbo  precipitato in fiamme. Italo Balbo e i componenti dell'equipaggio sono periti. Le bandiere delle Forze armate d'Italia si inchinano in segno di omaggio e di alto onore alla memoria di Italo Balbo, volontario alpino della Guerra Mondiale, Quadrunviro della Rivoluzione, trasvolatore dell'oceano, Maresciallo dell'Aria, caduto al posto di combattimento".

Domenica 30 giugno 1940

"Giornata di lutto per tutta la Nazione. La morte di S. E. Italo Balbo e dei componenti dell'equipaggio caduti eroicamente nel cielo di Tobruk viene messa in rilievo su tutti i giornali, non solo italiani ma anche esteri... Anche oggi, bench domenica, e quindi giorno festivo, si  lavorato per l'intera giornata. Nel pomeriggio ho scritto diverse lettere ad amici, fra cui il Signor Rettore, ed ho preparato una lettera che invier alla mia bimba se si decidesse una partenza. Alla sera, essendo libero, sono andato al cinema con altri amici."

Luned 1 luglio 1940

"... Continuano i bombardamenti da parte nostra e tedesca su varie basi inglesi. Intensa attivit della nostra Marina. Sua Eccellenza il generale Graziani viene nominato Governatore della Libia al posto di S. E. Italo Balbo."

Venerd 5 luglio 1940

"Le nostre truppe hanno cominciato ad avanzare nel territorio egiziano, conquistando un forte tenuto dagli inglesi. Intensa e continua attivit di bombardamento aereo sull'Inghilterra e sulle colonie. Al Comando permane la calma subentrata dal giorno dell'armistizio con la Francia. Niente d'importante per l'intera giornata."

Sabato 6 luglio 1940

"Nell'Africa orientale nostre truppe hanno preso d'assalto Gazala ed altri forti limitrofi. Intenso bombardamento sui campi e depositi di Malta. Grande attivit dell'aviazione germanica sull'Inghilterra meridionale. Aerei inglesi bombardano navi francesi e ci suscita contrasti tra Francia e Inghilterra che da amici forse diverranno nemici. Si prevede quanto prima una grande avanzata tedesca sull'Inghilterra. In questi momenti di tristezza sempre fiorisce sulle mie labbra il caro nome della bimba, del babbo e della mamma. Sempre li chiamo a conforto nei momenti di abbattimento, sempre li invoco con passione, poich solo in essi mi so vincere e sperare."

Milano, 10 luglio 1940

Bimba cara,

Ed ora ti voglio raccontare un poco di questa mia vita di militare, di questa vita che per noi ragazzi sballottati qua e l lontani da tutti  triste per la lontananza di coloro che abbiamo lasciato e a cui si era legati da vincoli che sorpassavano pi che l'amicizia; ma pur tanto bella per le diverse sorprese e soddisfazioni che essa rende. Devi sapere Anna che ora dormiamo in una scuola adibita per le condizioni attuali a caserma per noi scritturali del Comando Squadra. Siamo circa 80, ed io insieme ad altri compagni, cinque in tutto, dormiamo in una cameretta tutta per noi. C' una calma magnifica, una pulizia pi che scrupolosa. Bella stanzina con ogni comodit che quasi mi sembra di essere nella mia cameretta, eccetto che al posto del lettino c' una branda ed i muri sono squallidi, senza niente. Tutto  tetro e manca quella gaiezza e quella schietta armonia che infonde la nostra cameretta. Ma con ci non posso per niente lamentarmi, poich quando penso ad altri che forse se la passano molto peggio di me, io non posso desistere dal ringraziare il Signore e la Madonna, che mi hanno aiutato ed al tempo stesso invoco da loro il coraggio per l'avvenire.
 l, dove alla sera prima di addormentarmi passiamo qualche oretta pensando alle nostre cosette, solo quelle mura odono la mia voce quando ti chiama, sentono il mio cuore battere forte forte per te, nascondono le mie lacrime ed i miei sospiri. Vedessi Anna! L nella mia cassetta dove tengo tutte le mie cosette personali, ho messo in un piccolo quadretto (fatto di galletta, quella che ogni volta al mese ci danno) la tua e la mia fotografia e sotto ho scritto in grosso e con bella calligrafia: GIULIANO ED ANNA SPOSI. Sapessi che gioia ed anche che stretta al cuore quando li guardo! Ti vedo l accanto a me, ti parlo, ti amo da solo, in silenzio, ti guardo a lungo e vedendoti cos bella, non so resistere dal prenderti, posare sui tuoi occhioni tanti e tanti baci, stringerti forte sul mio cuore affinch il dolore che provo in me ti giunga e ti riporti a me dicendoti tutto il bene e il grande amore che sento di portarti.
Anna mia che bellezza! A volte quando sono astratto da ogni cosa pensando solo a te, rievocando i tempi lontani e raffigurandomi l'avvenire, ecco che sopraggiunge qualche mio amico ed allora ci mettiamo a parlare di questo e di quello. Sento che ognuno a casa ci ha una bimba, anch'essi amano e soffrono ed a volte il parlarne un poco tra di noi  come un sollievo, si prova in noi tanta gioia nel rievocare i tempi passati che ci sembra di riviverli e poi quando assieme ci mettiamo a cantare quella canzonetta che a noi tanto piace, che sempre ripetiamo perch ci riporta alla bimba lontana, "Lontano.." - ricordi Anna? - Quella che anche a te piace, e molto, poich ci riporta al pi bel giorno della nostra vita; sempre ripenso a ci; ogni qualvolta sento cantarla il mio sguardo si fissa lontano... Rivede due giovani felici col loro grande amore, contenti di essersi confessati ci che tenevano celato nel loro cuore; ripercorre passo passo tutta quella strada che facemmo assieme, lungo il monte dove io ero cos felice quando potevo accarezzare i tuoi capelli, quando le nostre mani si posavano l'una sull'altra, semplici cose ma pure tanto significative per noi, quando potevo dirti tante cosette, ma che invece l'emozione del momento non mi faceva esprimere... ma che ora saprei dirti, saprei carezzarti con maggiore energia, vorrei baciarti come il mio cuore me lo impone e che credo siano i veri sentimenti di un amore sincero quale il nostro.
Amare! Ecco l'unica cosa che ci rende felici. Ed io bimba cara ti amo tanto... tanto... Sempre te lo ripeto e sempre te lo ripeter. Ti amer sempre: con tutta la forza del mio spirito, con tutto l'essere mio; i miei desideri, le mie affezioni non saranno che sempre rivolti a te, al nostro grande amore.
E quaggi dove ho sentito per ore ed ore tuonare i cannoni a pochi chilometri di distanza, in questa scuola di pericolo, di disagio e di audacia ho trovato ed aumentato in me stesso gran parte del mio amore per te. In questi tormentosi attimi di angoscia solo una cosa  rimasta salda in me: l'amore per te. L'amore per te mi d la forza e mi sostiene in tutto quello che faccio. Tu mi sei sempre nel cuore e mi accompagni durante questa fantastica e terribile avventura che decider definitivamente della mia vita.
La guerra contro la Francia  finita. I cannoni hanno cessato di tuonare, le incursioni non sono pi state effettuate, la calma in parte  subentrata in tutti noi. Sapessi Anna come ho sentito di amarti in questi giorni in cui la paura di perderti, e per sempre,  stata maggiore in me!!... Quando apparecchi nemici passavano sulla nostra testa e si udiva in lontananza lo scoppio delle bombe, il crepitio della mitraglia con il rombo dei cannoni contraerei, allora in quei tristi momenti ti pensavo, ti amavo... ti invocavo... e mentre sopra di noi si svolgeva l'infuriare della battaglia il mio cuore era lontano da tutto ci, pensavo ad una bimba lontana che avrei voluto accanto al mio cuore, che l'avrei strinta forte forte al mio petto, onde la morte se fosse venuta ci avrebbe presi assieme, per assieme andare a vivere nell'eternit. Ma tu non c'eri accanto a me ed io mi sentivo triste; ed anche quando la morte mi sfiorava io ti sentivo accanto, vicina vicina, e sarei morto contento, avrei dato, se Dio me l'avesse chiesta, la mia vita, perch tu potessi avere l'orgoglio di me, se non avessi potuto avere tutto il mio amore.
Mi fa tanto piacere ci che mi racconti riguardo a tutto quello che ti ha detto il Signor Rettore; credo che esso abbia ragione Anna, noi s'era fatti l'uno per l'altro e come vedi anche lui  molto contento della nostra unione. Anna cara pensami sempre, in ogni momento ricordati del tuo Giuliano che lontano soffre ma ha in cuore una grande speranza: rivedere un giorno la sua bimba adorata, dirle tutto quanto il suo grande amore. Tanti,... ma tanti... bacini. Tuo, Giuliano

P.S. Contraccambia a tutti i tuoi ed al fidanzato di tua sorella i miei pi sentiti saluti e ringraziamenti per il gentile pensiero che ogni qualvolta hanno nei miei riguardi.
Anna cara, la mamma mi manda a dire che spesso vai da lei e non puoi mai immaginare come ne sia contento, poich essa  cos tanto in pensiero per me che credo sia come un sollievo per lei quando tu vai a portarle mie notizie. Anzi vai molto spesso dai miei, essi mi hanno detto che ne fanno tanto caso.

Gioved 11 luglio 1940

"Grande battaglia navale nel mediterraneo con gravissime perdite inglesi di navi ed apparecchi. Un nostro sommergibile, un cacciatorpediniere e tre apparecchi non rientrati alle basi. Intensi bombardamenti di aerei tedeschi su tutta l'Inghilterra meridionale. Permane qua in ufficio la calma abituale di questi giorni. Ho scritto questa mattina alla bimba e a casa, dicendo loro di fare i fogli per ottenere la licenza agricola, dato che da un telegramma pervenuto al Comando ho appreso che concedono fino al 15 agosto licenze del genere."

Venerd 12 luglio 1940

"... Apprendiamo che il maggiore Salvadori  rientrato in Italia e presto far ritorno tra noi. Infatti, giunge nel pomeriggio verso le 4. Gli  stata fatta un'accoglienza magnifica da tutti gli ufficiali che gli hanno offerto un rinfresco nel salone, presenti Sua Eccellenza e il Generale."

Milano, 15 luglio 1940

Bimba mia,

eccomi a te dopo una lunga giornata di lavoro. Mi trovo quasi sdraiato sull'erba del giardinetto prospiciente il nostro collegetto (cos io chiamo la nostra residenza) a guardare estatico per ore ed ore le nuvole che in cielo passano veloci; le rondini che cinguettano allegramente col loro pigolio m'infondono tanta nostalgia, e l da solo, io ed i ricordi, penso... penso ad un giorno lontano, ad una felicit nuova, ad una casetta, ad una bimba... ed allora il tuo nome Anna fiorisce alle mie labbra; prendo con la pi grande cautela la tua fotografia e guardandoti ti ammiro, mi sazio della tua presenza, osservo quel tuo caro visino pensoso, quei tuoi magnifici capelli... e ti amo... ti dico tante cose che solo io comprendo... ti bacio ripetutamente, ti stringo al mio cuore con forza e piango... piango d'amore Anna, piango per te che vorrei poterti amare come la coscienza mi dice, vorrei poterti rendere felice... s, tanto felice. Allora il mio pensiero si rivolge lass, nel cielo sereno dove mille stelle cominciano a brillare, penso che forse anche tu starai guardandole e rivolgo a Dio e alla Madonna la mia solita preghiera di tutte le sere. Invoco da loro la forza e il coraggio di cui ho tanto bisogno, li prego perch mi mantengano sempre questo puro amore, che mi facciano sempre amare con vero trasporto come ora, che ci facciano la grazia di un giorno essere uniti per sempre. E quasi a rivelazione della mia preghiera verso di loro mi sento pi contento, come consapevole che essi mi daranno ascolto, poich il mio pensiero  la sacrosanta espressione del mio povero cuore che  sincero e rivolge con vera comprensione la sua preghiera. Questo Anna poich amo e credo che forse nessuno l'abbia sentito, desiderato, cercato e sofferto come me... per l'amore io vivo; l'amore che accomuna tutte le creature viventi, l'amore che supera la morte, che scioglie ogni mistero.
Sempre ricordo quella sera del nostro addio, quando tu mi tendesti la mano e la posasti con un tremito delizioso sopra la mia.
Come erano diverse Anna! La tua era d'un color di petalo di rosa e fresca come un fiocco di neve. Come mai, mi domando io, una semplice mano di donna poteva essere cos adorabilmente soave?
Ed ancora un viso di donna, le mani bianche e morbide di una bimba ritornano alla mia mente, mi prendono tutto me stesso. Ancora rievoco l'attimo in cui avevi rinchiuse le tue manine nelle mie e l'avevo strette febbrilmente, dolcemente... ed avevo impresso su di esse quel semplice bacio, ma pur tanto significativo del mio grande amore. C'era tanta bellezza intorno a te, Anna, ed io sentivo tutta la tua bellezza.
Ma ora invece tutto  diverso. Ora non posso pi vederti, parlarti, essere felice di te e della tua bellezza; ora non mi resta che amarti da lontano, in silenzio, conservare in me un caro dolce ricordo: il vero grande amore di una piccola bimba.
Anna cara, la mamma mi ha detto che tu gentilmente le hai portato un paniere di frutta. Non puoi mai immaginare la gioia che mi ha reso tutto ci, poich mi dimostra che senti veramente tanto affetto per tutti i miei, ed al tempo stesso posso sinceramente dirti che altrettanto hanno tutti loro per te. Infatti, non passa volta quando mi scrivono che non mi mandino a dire qualcosa di te, ed ogni qualvolta sento che sono molto contenti e felici del nostro amore. Essi ti stimano molto ed al tempo stesso ti tengono in altissima considerazione. Ed io pure Anna ti amer sempre, con tutte le mie forze, col mio sincero amore; ed un giorno avremo anche noi quelle gioie che tanto desideriamo e che saranno le vere attribuzioni del nostro attuale tormento.
Affettuosit infinite e mille (1.000) bacioni, tuo per sempre, Giuliano

P.S. Anna, mi sei tanto cara che non potrei pi vivere senza il tuo amore! Credo che ne morrei!

Mercoled 17 luglio 1940

"... La base di Haifa efficacemente bombardata. Dodici apparecchi distrutti ed altri fortemente danneggiati. Una nuova delusione qua al Comando: niente licenza agricola, poich essa spetta solo ai richiamati o trattenuti. Addio speranze, illusioni, propositi..."

Non era facile coltivare i sentimenti e dare coraggio a coloro che erano rimasti a casa, mentre si vivevano ore di guerra terribili e si sapeva che la Germania e l'Italia si stavano preparando ad una massiccia offensiva contro l'Inghilterra. Anche l'Italia aveva preso parte alla prima azione sul territorio inglese insieme con l'aviazione tedesca. La stampa ne riferisce con un servizio firmato da Sandro Volta e datato 25 luglio 1940. Ne riportiamo uno stralcio: "Il primo volo di guerra italiano sull'isola si  svolto in maniera perfetta, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, quale era da aspettarsi dall'aviazione che ha al proprio attivo il pi gran numero di esperienze belliche, dalle campagne di Abissinia e di Spagna in poi. Partite dalle proprie basi sul litorale della Manica quando la notte stava per finire, partite quando nel cielo brumoso del nord stavano per spuntare le prime incerte luci dell'alba, le formazioni si sono date appuntamento sugli obiettivi nella regione meridionale della Gran Bretagna e vi hanno compiuto la propria missione con estrema efficacia."
Quello stesso 25 luglio, al Comando dove si trovava Giuliano giunge l'aviere Natale Vannuzzo che, fatto prigioniero dai francesi, era stato liberato e si presentava per essere interrogato dalla Commissione d'armistizio. La sua esperienza era stata terribile. L'aereo Br.20, del cui equipaggio faceva parte, era stato attaccato da due Dewoitine 510 dell'aviazione francese, e aveva avuto la peggio. Il tenente pilota Aldo Sammartano era stato aspirato nel vuoto e si era perso in mare. Il secondo pilota, il sergente maggiore Giuseppe Goracci, giunto a terra col paracadute, era stato assalito da gente armata e uno di questi, col fucile, gli aveva spaccato il cranio. Pi fortunato, il Vannuzzo era stato aiutato da un giovane e aveva potuto salvare la vita, sebbene ferito gravemente ad un braccio.

Milano, 27 luglio 1940

Bimba cara,

tu sei la pi adorabile creatura che conosca, giammai altra donna prima di te mi era apparsa cos bella, cos buona, cos incantevole quale tu apparisti ai miei occhi di fanciullo innamorato. E da quando il nostro amore cominci a filtrarsi pian piano in noi stessi ed i nostri cuori incominciarono a subire le reminiscenze del nostro sincero affetto, io non ho potuto pi desistere dal pensarti, dall'averti sempre davanti ai miei occhi quale sempre mi rimani come a conforto e sostegno nel mio lavoro, a darmi coraggio e sperare ancora nell'avvenire di un fulgido giorno forse lontano, ma pieno tuttavia di promesse e d'amore. Come vorrei Anna che tu mi fossi vicina, cos vicina al mio cuore da udirne i battiti affannosi che esso emette, ascoltare ci che esso prova ed allora s che saresti consapevole del mio amore, che diresti che il mio Giuliano mi ama veramente, che forse piangeresti da sola in silenzio, come faccio io a volte quando mi sento triste e non ho alcuno a cui confidare i miei dolori, a cui aprire il mio piccolo cuore cos pieno d'amore e di promesse. Solo una cosa rimane salda in me e mi fa vincere: il tuo amore Anna: il tuo amore che mi d la forza da cui io traggo tutte le energie affinch sempre ami come ora, che giammai dimentichi colei a cui ho dedicato tutto me stesso, tutta la mia vita, tutte le mie affezioni, tutti i miei desideri. Come avrei fatto Anna senza il tuo amore? Dimmi, cosa sarebbe stata per me la vita se un viso di bimba non fosse sempre presente a rischiararla, se fossi rimasto privo del tuo amore? Credo che non avrei vissuto a lungo, poich senza di te, senza la tua dolce speranza che sempre mi allieta, e cullo infantilmente nel mio povero cuore, come una mamma pu cullare il suo bambino biondo, per me la vita sarebbe stata inutile, vana, senza nessuno scopo, senza alcun fine. Ma invece ora  ben altra cosa, la mia vita ha ben altro fine. Tutto  cambiato in me da quando sei entrata come un angelo nella mia casa a portarvi quella felicit tanto desiderata, da quando l'amore  subentrato alla tristezza che vi regnava. E tu, creatura gentile e buona, che sei il mio tutto, tutta la mia vita, sei riuscita a cambiare totalmente me stesso, a darmi quella gioia che da tempo sognavo. Ma vedi Anna, tutto si frappone tra di noi. Invano avevo cercato di poter ottenere qualche giorno di licenza, invano mi ero illuso di poterti rivedere, ma tutto  stato vano, niente  valso affinch io potessi ottenere questa piccola cosa. Siamo in momenti difficili in cui niente  possibile ottenere, ora c' solo il dovere da compiere e niente altro. Questa la loro opinione che anch'io credo la giusta opinione; ma dal fondo del cuore una voce si leva al di sopra di quella e mi dice che tutto ci pur essendo giusto  al tempo stesso molto terribile. Immagini Anna la mia sofferenza di questi giorni! Non ti nascondo che ho pianto su tutto questo e solo le lacrime sono state di conforto alla mia amarissima delusione.
Quanti propositi, quante illusioni avevo cullato nel mio povero cuore!!... Ed invece vedersele svanire dinanzi, cos tutto ad un tratto, come una nuvola che un soffio di vento disperde laggi nell'azzurro infinito. Non basta essere forti, cercare di farsi coraggio quando il destino ci si para dinanzi cos terribilmente avverso, quando la sorte sembra burlarsi della nostra esistenza. Ma con questo io ti prometto Anna di sapermi dimostrare forte, come altrettanto devi esserlo pure tu e sperare nell'avvenire. Il buon Dio e la nostra cara Madonnina ci aiuteranno sempre, ne sono certo Anna, dunque confidiamo in loro. Io da parte mia ti prometto altres che questo distacco, reso oggid ancora pi penoso, varr a riscaldare in me l'amore che sento di portarti e servir a farci amare scambievolmente domani ancora pi di ieri e di oggi. Ed io non cesser mai Anna di ripeterti che ti voglio tanto, tanto bene...
Col pi sincero affetto t'invio mille e mille bacioni e non bacini come fai tu.
I bacioni Anna si sentono di pi, no? Tuo, Giuliano

Finalmente Giuliano, che aveva rischiato di prendere una punizione per alcune piccolezze, poi rientrata per l'intervento in suo favore di un ufficiale, ottiene una licenza. Parte il 30 luglio, marted, e giunge alla stazione di Lucca alle ore 19,30.

"... Arrivo bellissimo, la mamma che gi era stata avvisata, era sulla porta ad attendermi, come pure il babbo e la zia. Momento indescrivibile, impossibile a raccontarsi. La mamma dalla contentezza piangeva, mentre tutti attorno mi chiedevano notizie di me, della mia salute, della guerra, di un mondo di cose. Al tempo stesso era stata avvisata la mia Annetta ed infatti, mentre m'incamminavo per andare a casa sua, l'ho incontrata lungo la strada, che veniva a trovarmi. L'ho baciata, mi  baciato. Stretti l'uno all'altro siamo andati in casa dove i suoi mi hanno offerto qualcosa ed abbiamo fatto la nostra prima conoscenza dal fidanzamento..."

Marted 31 luglio 1940

"Primo giorno di licenza. Al mattino sono andato alla G. I. L. (Giovent Italiana del Littorio, n.d.r.) a salutare gli amici e quindi al Distretto a vistare la mia licenza. Il resto della giornata l'ho trascorso tutto con la mia Anna."

Gioved 1 agosto 1940

Ancora giorno di licenza. Impossibile descrivere questi giorni che mi sono trascorsi in un soffio. Giorni bellissimi, ore magnifiche, lontano dall'ufficio e dalle pratiche, all'aria libera, nel suo orticello con la mia bimba. Mai li dimenticher.  bello scordare tutto e tutti,  bello sognare e tanto..."

Venerd 2 agosto 1940

"Nuovamente giorno bellissimo. Nel pomeriggio ci siamo fatti delle fotografie con la mia Anna. Abbiamo letto insieme le nostre lettere, ci siamo amati e... tanto."

Sabato 3 agosto 1940

"L'Ufficio mai mi  passato per la mente in questi giorni. Sono sempre dalla mattina alla sera con la mia Anna, e solo con lei dimentico tutto. Al pomeriggio, in bicicletta, col piccolo Steno, siamo andati a trovare la mia nonna, dove ho incontrato pure la mia zia Teresa con le bimbe. Alla sera, con Anna siamo andati a Montuolo a fare visita alla sua nonna."

Domenica 4 agosto 1940

"Sono andato alla seconda messa con Anna e quindi ho salutato anche il Signor Rettore. Ne ha fatto tanto, tanto caso. Nel pomeriggio, Anna e sua madre sono venute a casa mia, dove le avevo invitate. Alla sera invece sono andato a cena da loro dove, oltre quelli della famiglia, c'erano pure il suo zio Vincenzo, Gigi e sua sorella Angioletta. Sono cos rimasto con loro fino al tocco."

Luned 5 agosto 1940

"Giornata triste. La partenza  prossima. Al mattino vado a salutare Anna e la famiglia. Distacco molto doloroso, ma inevitabile. Dopo avere salutato la nonna, la zia Teresa e tutti quanti di casa mia,  d'uopo che alle 2,30 me ne vada per prendere il treno di Viareggio delle 3,23. Lungo la linea, quando mi sono trovato davanti alla casa di lei, ho visto dal finestrino del treno che Anna era alla finestra e sventolava un fazzoletto bianco in segno di saluto. In quel momento ho avuto voglia di piangere ed un sordo nodo mi serrava la gola. Viaggio triste, poich il ricordo di tutti era sempre pi vivo in me quanto pi mi allontanavo da loro. Alle ore 12,30 ho fatto ritorno nella mia cameretta che per soli 6 giorni avevo lasciata."

Gioved 8 agosto 1940

"... Continua il bombardamento di fabbriche, aeroporti, nodi ferroviari dell'Inghilterra da parte dell'aviazione tedesca."

Sabato 10 agosto 1940

"... Ieri ci hanno dato delle sigarette e cio 11 pacchetti fra nazionali, maryland e 2 di macedonia. Inoltre ci hanno pure dato 3 pacchetti di trinciato forte. Mercoled mattina ho mandato alla mia bimba un piccolo regalino consistente in una catenella d'oro con medaglione pure d'oro. Mi  costata 260 lire.  il primo regalo che le faccio e spero le piacer. Quest'oggi ho scritto alla sua famiglia in ringraziamento per ci che hanno fatto in occasione della mia visita in casa loro."

Marted 13 agosto 1940

"Questa mattina per la prima volta dopo quasi 8 mesi ho dovuto mio malgrado marcare visita. Sono andato all'infermeria presidiaria e pur senza febbre il Dottore mi  ricoverato per qualche giorno in osservazione... Nella nottata, mentre ero nell'infermeria, e precisamente alle ore 1, inaspettato allarme. Quattro apparecchi inglesi sono su Milano. Hanno lanciato una sessantina di bombe fra cui alcune anche su fabbricati civili. Si parla di una decina di morti e circa 40 feriti. Anche Torino  stata pure bombardata con lancio di bombe sulla Fiat. Un nostro caccia ha abbattuto un quadrimotore inglese."

Mercoled 14 agosto 1940

"Ancora giorno di ricovero in infermeria. Ho appreso che il disastro delle bombe lanciate durante la nottata  stato molto rilevante. Ho scritto subito a casa e alla bimba per rassicurarli della mia ottima salute. Ancora combattimenti accaniti nella Somalia Britannica. Nella nottata sono di nuovo venuti apparecchi inglesi e si suppone dalla Svizzera. Hanno di nuovo lanciato una trentina di bombe ed alcuni manifestini su diverse citt dell'Italia Settentrionale. Ecco il testo di quelli lanciati su Milano: "Italiani, chi vi  lanciati in questa guerra? Siete voi dunque degli schiavi per chinare la schiena al vostro nemico ereditario: la Germania? Aprite bene gli occhi perch la guerra col suo terrore  ormai alle porte di casa vostra". Vi sono da registrare alcuni morti e qualche ferito. Un apparecchio  stato abbattuto."

Milano, 19 agosto 1940

Annetta mia,

noi viviamo senza dubbio il sogno pi bello del mondo. Cos, spesso chiudo gli occhi per meglio vedere la realt ed allora il tuo nome mi trema sulle labbra e vorrei coglierlo con un bacio. Ed allora ti dico: benedetto il giorno in cui ci siamo incontrati perch un sogno  vivo dentro noi stessi, vegliato ormai dallo stesso cuore. S Anna, poich noi saremo sempre presenti anche se assenti, vicini anche se lontani, uniti anche se separati. Certamente qualche volta prima di addormentarti spalanchi la finestra e sogni. Parli, come me, alla luna ed interroghi le stelle. Non arrossire per questo. Le stelle accolgono oggi come ieri tanti segreti di giovani cuori. Qualche volta se un piccolo male avvolge la tua anima che trema e gli occhi sono pieni di nostalgia non vergognarti;  bello custodire Anna, il sogno dentro noi stessi e se anche riveliamo il nome a una stella non temere: brillando pi forte ha detto di s.
Spesso sognare  meglio che vivere.
E sogno, sogno ad occhi aperti come un bimbo ai primi passi e tremo soltanto al desiderio di voler bene. Per questo benedico il nostro destino perch tu sei venuta a me ed io sono venuto a te. E tu lo sai Anna, gi nel darti il primo bacio ti ho chiamata come per invocare la tua anima.
Ricordi, ricordi Anna?...
Quante promesse in quei giorni, quanti giuramenti in quelle sere; ore di oblio furono per entrambi; giorni che rimarranno come scogli sopra il mare sul destino della nostra esistenza.
Oh! Anna, come ti amo; tanto... tanto...
Dimmi: mi credi?
Stai certa del mio amore! Mai Anna, capisci, mai devi dubitare di me, oh!... troppo, troppo ti amo perch un solo istante tu sfugga dalla mia mente.
Perch, perch Anna devo s tanto soffrire...
Meglio forse era se non ti avevo conosciuta, se tu non eri entrata nella mia vita, se mai avevo sentito e provato la parola amore.
Che diritto ho io di farti s tanto soffrire?...
Tu hai il diritto di essere amata per la tua anima, per il tuo cuore gentile. So che penserai che non puoi amare che me. Lo so. Ma non voglio che tu soffra per me; io che non so darti che disturbi, noie e... tanti, tanti dolori. Anna mia cerca di capirmi. Vedi, io soffro ed il mio dolore fa s che pensando al tuo, non posso resistere dal non comprenderti ed amarti tanto... tanto di pi. Vedi Anna, bisogna soffrire in due per misurare la qualit del proprio amore; bisogna soffrire in due per essere invincibili davanti al destino. Soffro nel saperti soffrire, morirei nel vederti morire; ma tuttavia sappi Anna, che vorrei che tu morissi piuttosto che il dispiacere di perderti.
Mai Anna ti ho chiamata, invocata dal profondo del cuore con maggiore ardore come in questi giorni.
E ripenso alle nostre sere d'amore: a quella, ricordi Anna, quando tenevi la testolina sul guanciale ed eri appoggiata sulle mie ginocchia. Quanto ti amavo... stringerti era per me un piacere, farti male una soddisfazione. C'era Anna nel tuo sorriso una promessa di devozione eterna. Ed io la colsi; presi fra le mani la tua testa ed impressi sulla tua bocca quel bacio che da tanto mi tremava sulle labbra. Nel riceverlo, tu, Anna, ti lasciasti sfuggire un grido di gioia e di dolore. Rimanesti per qualche istante ad occhi chiusi, con la testa rovesciata all'indietro, contro il muro; con la bocca semiaperta come svenuta.
Ricordi Anna? Oh, se ben lo ricordo! Com'eri carina in quell'atteggiamento. Ti guardai e poi dolcemente ti chiamai per nome. Tu sollevasti un poco la testa come un fanciullo alla voce della mamma che lo ridesta dal sonno, apristi lentamente i begli occhi e guardandomi mormorasti: mio Dio! Che c'? domandai.
Non so risponderti Giuliano: M' parso di morire.
Credo Anna che tu non avessi mai provato un simile sentimento di gioia e di dolore.
Ben lo ricordi nevvero Anna?
Dimmi, ripetimelo qui in questo momento che mai, mai... lo dimenticherai; che ogni sera prima di prender sonno penserai come me a quella sera ed allora ti parr di sentire nuovamente sfiorare le tue labbra ed io in sogno poser su di esse quel bacio candido e puro che il nostro sincero amore richiede.
Ed ora ovunque guardo sei tu che vedo, chiunque chiamo sei tu che mi rispondi, e vivo sempre con te come tu fossi presente e non ci si fosse detti nemmeno addio.
Come vorrei Anna, che tu pure mi amassi cos!...
Ormai sei la sola, l'unica del mio cuore ed al di sopra di te non vi  che la luce di Dio.
Ti mando tanti e tanti bacioni, uniti ad altrettanti morsettini affinch tu possa nuovamente... morire. Tuo, Giuliano

P.S. Anna:
perch sei cos cattiva? Dimmi!
Prima di andarmene mi promettesti di essere forte, ed invece...
 durata cos poco la tua promessa?...
Vedi: devi essere allegra, farti coraggio, mangiare e... tanto.
Come mai invece ti fai sopraffare dal dolore?
Lo sai che ci mi fa male e quindi se vuoi che anch'io stia contento, comincia col dimostrarmelo tu! Lo vuoi?...
Non pensare a ci che senti dire; il pi delle volte esagerano, ben lo sai...
Dunque promettimi tutto questo e vedrai che il buon Dio e la Madonnina ci aiuteranno.
Puoi essere ben certa che ti comprendo... e... tanto... tanto... Anna!! Maggiormente ti comprendo, maggiormente ti stimo e maggiormente ti amo.
Senti Annetta, contraccambia i miei saluti a tutti i tuoi... mi raccomando, impara bene a fare la mammina col piccolo Mirio!... Chiss!...
Vorrei tanto vederti!...
Bacialo anche per me...
Scrivimi tanto.

Milano, 29 agosto 1940

Annetta cara,

eccomi qua mentre scrivo la presente, che stringo febbrilmente nella mia mano il piccolo Crocifisso con la Medaglina della Madonna di Montenero che sempre ho portati appesi al mio collo, dal giorno in cui tu stessa, con le tue piccole mani, ve li appendesti. Sempre li ho portati perch mi vengono da te e come ben sai ogni cosa che  tua maggiormente mi  cara, e poi mi sembra di averti ancora pi vicina perch tu stessa l'hai portata ed ogni sguardo o bacio ch'io rivolgo a loro mi riportano al ricordo di colei che nella lontananza mi ricorda e tanto, tanto mi ama. Credi Anna, che mille volte al giorno, furtivamente, quando nessuno mi vede, io li prendo e poso su di essi tanti e tanti baci; li prego da solo che mi aiutino sempre, che mi diano tanto coraggio... e maggior cosa che mi facciano amare sempre come amo te ora: con vero amore, col pi grande affetto. Me li stringo forte, forte sul cuore e cos da solo penso a te mentre il mio cuore palpita ed il mio labbro sussurra parole che solo io pronuncio ed in me rimangono. Oh, Anna, se tu mi vedessi! Se tu sentissi ci che esso dice! Se tu provassi ci che esso sente! Non so; forse ti amo troppo per riuscire a spiegartelo e come tu sai le cose belle, sentite veramente dal cuore, sono molto difficili a dirsi e tanto pi difficili a provarsi. Ma tu mi comprendi, nevvero Anna? Ormai pensi le stesse cose di me, tu ormai sei sicura di me ed io di te. Non senti Anna come questa certezza d una gioia ardente al nostro cuore? L'amore Anna  il pi bel richiamo del mondo; gli occhi rivelano il pi bel miracolo eterno e le labbra non sanno ripetere che un nome solo ed il cuore trema al nome che hai paura di pronunciare. Amare  credere. Amare vuol dire essere presente a tutte le ore. Credere, poich la fede  la sola fiamma che riscalda l'amore. E sperare... sperare di rincontrare ancora domani un cuore che parli e un'anima che ascolti. Sperare  quindi attendere. E vivere nella gioia di un incontro  la speranza di ogni cuore. Si pu attendere anche per anni e anni in questa attesa che basta da sola a dare ogni giorno un'allegrezza nuova e si pu Anna dopo anni ed anni custodire ancora un sogno nell'anima ed una nota nel cuore. Credi tu dunque ch'io non sia capace di attendere? Dimmi Annetta mia, dubiterai mai ci?... E tu dimmi: mi aspetterai sempre? Saprai attendermi sempre innamorata come ora? Ti dimenticherai mai di me, del tuo Giuliano, di colui che compie il suo dovere nel nome del tuo amore ed ogni fatica gli sembra lieve ed ogni pena non gli pesa?
Non mi rimproveri mica se ti dico questo! Non condannare Anna un cuore che ama senza sapere quanto soffre. Mi comprendi nevvero? Oh! Certo che tu mi comprendi e non puoi immaginare la gioia che sento al pensare che tu hai un'anima e un cuore che sanno cos bene apprezzare e tanto meglio comprendere.
Non so Anna, forse faccio male a dirtelo, perch non voglio farti soffrire. Ma altres la realt a volte  pi dura del presente. Quindi Anna voglio che tu sia forte e che tu ti prepari, se mai, per un eventuale e forse pi lontana destinazione. Certamente che per ora non vi  nulla di certo e sono solo voci quelle che corrono; ma il destino pu da oggi a domani cambiare totalmente le mie sorti. Se ci dovesse avvenire io m'affido a Dio ed alla Madonna che guidano il mio destino. Se queste parole ti recheranno dolore, pensa anche al dolore di chi  il coraggio di dirle! Avrei voluto tacere, ma un dovere verso di te e la mia coscienza mi spinge a dirti tutto anche perch non mi sentir tanto solo, ma bens sar pi contento e pi forte. Anna, un giorno ti dissi che ti avrei resa la tua libert se tu l'avessi voluta. Tu non l'hai accettata ed io oltre ringraziarti e rendermi contento, ci mi dimostra che veramente senti di amarmi e provi per me quell'amore di cui ho tanto bisogno. Oh, se tu fossi nel mio cuore! Ora che ti ho parlato mi sento pi felice ed  scesa in me un po'di pace. Ti penso tanto Anna in questi giorni, in questo periodo di tempo, in cui la vita dipende soltanto dalla circostanza delle sorti. Ti penso tanto e ti amo.
Anna, abbi tanta fiducia in me che altrettanto ne ho io in te, ed anche se lontani sapremo esser forti ed amarci aspettando il giorno in cui la lontananza di ora si muter in una alba radiosa, in cui noi saremo sempre uniti dalla pi bella promessa che si giurer davanti a Dio.
Eccoti un piccolo morsettino con tanti e tanti bacioni.
Tuo, per sempre, Giuliano

P.S. Dimmi Annetta, stai allegra ora? Mangi?... Mandami a dire la verit. Sai, io ti voglio sempre... sempre contenta: mi capisci?

Domenica 1 settembre 1940

"Bombardamento di autocarri nell'Africa Settentrionale inglese. Un convoglio nemico attaccato e gravemente danneggiato dai nostri aerei. Incursione nemica su Massaua  causato 3 morti e 8 feriti. La pace assicurata nei Balcani con un trattato fra la Romania e l'Ungheria, firmata tramite il conte Ciano ed il ministro germanico Von Ribbentrop. Anche quest'oggi, bench domenica, ho lavorato per l'intera giornata. Nel pomeriggio, ho scritto a casa e alla bimba. Alla sera, essendo di servizio, sono stato in ufficio fino alle 11."

Milano, 1 settembre 1940 - XVIII

Annetta mia,

se l'essere sola ti pesa credi che non  meno acerba per me la mancanza delle tue carezze e della tua vicinanza. Quanti ricordi!... Quanta onest nella nostra passione!... s, io ti ho amata e ti amo Anna. Subito sono stato colpito dalla tua bellezza, dai tuoi modi squisitamente gentili, dalla tua perfetta semplicit. Subito ho sentito un senso di attrazione verso di te.
Ecco, ancora li vedo quegli occhi!
Sono qua al mio tavolo d'ufficio. Anche oggi pur essendo Domenica debbo lavorare. In quest'ora, alle 3,30 del pomeriggio, l'ufficio  quasi deserto. Sono solo. Ti penso maggiormente e forse tu in questo stesso momento che io ti scrivo chiss... sarai nella chiesetta del nostro paese oppure a sedere nel tuo orticello. Sono solo, ma due occhi sono l di fronte a me, sorridenti, felici. Ecco, li rivedo... vedo distintamente un caro visino di bimba, due grandi occhioni che mi guardano, una magnifica testa che ancora sogno di accarezzare; ricordi... Anna, quelle sere quando io ti sfacevo i tuoi bellissimi riccioli e trovavo un piacere immenso ed indescrivibile a tuffare la mia testa fra di essi? Credimi Annetta che ho una voglia pazza di rivederti per riabbracciarti e poter dirti in un bacio tutta la mia gratitudine per la felicit di cui mi abbellisci la vita.
Ma vuoi sapere come e quanto ti ho pensata?... Sinceramente debbo confessarti che dal giorno del nostro primo incontro io ti ho sempre avuta nel mio cuore. Sarebbe inutile Anna che mi giustificassi agli occhi tuoi. Tu queste cose le capisci! Ti scrivo da questa stanzetta che conosce i miei sogni, che sa le mie speranze, che si ebbe ed ha le confidenze del mio segreto amore.
Ogni donna, Anna, ha un fiore da offrire, un canto da dare e un s da dire. Ebbene, tu che sai tutto di me, tu che hai la prova della mia sincerit e della lealt della mia passione ascolta: mentre la mia mano scrive queste poche righe, l'altra stringe febbrilmente tra le dita una cosa; una cosa che tu mi hai dato un giorno, forse una piccolezza, ma invece grandissima per me. Sai tu che cosa sia?  quel piccolo quadrifoglio che quel giorno... ricordi... nel tuo orticello dopo averlo baciato me lo donasti. Io d'allora l'ho conservato, come ho conservato in me il ricordo di quel bacio che vi imprimesti. Ed ora lo stringo fortemente, quasi a sgualcirlo, lo bacio con forza e quasi vorrei morderlo dalla grande passione che in questo momento mi sento in cuore. Per fortuna Annetta che sono solo, altrimenti se mi vedessero chiss come riderebbero di questa mia... sciocchezza! Dimmi, la credi davvero una sciocchezza, tu, questa?... Credi che sia da deridere uno che veramente ama, che  orgoglioso del suo amore?...
Rammenti Anna, quella sera quando ce ne andammo a Montuolo dalla tua nonna? Te lo ricordi il piccolo Mirio com'era carino?
Quante volte me lo sogno!... Quante volte ce lo siamo detto... Avere un giorno un bimbo, un piccolo essere fatto da noi e di noi, che porter in s i segni materni e paterni, che dal nostro cuore chiuder in s nel suo cuoricino i nostri pensieri. Ed avr Annetta i tuoi occhi perch noi ci siamo guardati ogni giorno, il tuo stesso pensiero, il tuo piccolo cuore. Ed avr i tuoi capelli perch mi piacciono tanto, ed avr il nostro cuore perch  uno solo.
Mammina... Ma non ci pensi tu alla grande gioia di quel giorno?
Ricordi Annetta, tu lo prendesti in braccio mentre lui ti guardava con quei suoi occhiettini furbi e vispi. Allungava le sue manine verso di te e poi sorrideva alle tue carezze. Tu avevi avuto per lui tutte le delicate cure materne che pu avere una mamma. Guardavi il bimbo e guardavi me con una interrogazione muta ed eloquente.
Poi ce ne andammo. Per la strada un lungo silenzio pass fra di noi. Poi, se ben ricordi, io ti strinsi fortemente al mio braccio e ti dissi: Pensa, un bambino cos grazioso! Nostro!...
Nessuna promessa  stata rispettata d'allora quale se ne  vista nel mio amore per te. E la rivelazione l'hai ora nel sorriso giocondo che brilla nelle mie pupille, nella gioia infinita che regna nei nostri cuori, nella grandiosa felicit che  in noi stessi, specialmente nella mia persona, ancora piena del tuo profumo, di te, piccola Annetta, che hai portato in me il sole della tua innocenza a rendermi felice e farmi ancora sperare...
Ciao Annetta, ti mando un lungo bacino, lungo come quelli che ci piacciono tanto. Ricordi?
Tuo, per sempre, Giuliano

P.S. Riguardo al mio trasferimento per ora nulla di nuovo e spero che invece non se ne faccia niente. Per, come ti ripeto, non  cosa certa e quindi... Sai, qua cambiano opinione da oggi a domani ed io non vorrei farti fare la bocca ad una cosa mentre poi ne salta fuori un'altra.
Confidiamo, come ti ho sempre detto, nel buon Dio e nella Madonnina, Essi ci aiuteranno.
Fai tanti saluti a tutti i tuoi come pure al fidanzato di tua sorella.
Di nuovo stai sempre allegra e contenta.
Forse mi dirai che  un po'difficile... sai ti comprendo,... e... purtroppo  molto difficile stare allegri, ma almeno cerchiamo di fare tutto il possibile.
Me lo prometti?
Eccoti anche un morsettino che gi mi dimenticavo di mandarti. Lo vuoi?
Quanto, quanto ti amo, Annetta.

Mercoled 4 settembre 1940

"... Convoglio nemico attaccato e gravemente danneggiato nel Mediterraneo dai nostri 'Picchiatelli', nuova formazione da bombardamento in picchiata..."

Gioved 5 settembre 1940

"Si apprende che l'America  ceduto all'Inghilterra 60 cacciatorpediniere in cambio di basi aeree. Hitler in un discorso  proclamato che ormai l'Inghilterra  destinata ad inevitabile e sicura sconfitta. Continua da parte germanica il martellamento di buona parte dell'Inghilterra meridionale fino alla zona di Londra.  tornato questa sera alle ore 6 l'Eccellenza in volo da Roma. Da un telegramma pervenuto qua al Comando si apprende che diversi ufficiali dovranno presentarsi domani a Roma per prendere direttive e recarsi in Germania. Nella notte nuovo allarme (28) ma tuttavia, bench sia durato quasi 2 ore, nessun apparecchio  comparso, come pure non  entrata in azione la nostra difesa contraerea. Si apprende del bombardamento di Torino."

Luned 9 settembre 1940

"Ancora incursioni dei nostri picchiatelli su impianti petroliferi di Haifa. Gravi incendi provocati dal preciso lancio delle nostre bombe. Grande attacco di aeroplani tedeschi ad ondate di 100 in 100 su Londra. Gravissimi incendi e distruzioni di aeroporti, nodi ferroviari e fabbriche..."

Luned 16 settembre 1940

" stato costituito e funziona da stamani con a capo l'Eccellenza Fougier il C. A. I. (Corpo Aereo Italiano), da destinarsi in Germania. Hanno cominciato ad affluire qua al Comando ufficiali e sottufficiali da tutta Italia. Anche molti qua del Comando cominciano a partire. Molto lavoro in questi giorni a causa della sistemazione di questo nuovo Comando. Occupazione italiana di Sollum nel territorio egiziano. Grande battaglia aerea nel cielo d'Inghilterra."

Milano, 21 settembre 1940 - XVIII

Annetta cara,

sul piccolo quadrifoglio che ora ti mando unito a questa mia vi sono impressi i baci che da solo vi ho dato, esso racchiude tutto l'immenso amore che ho nel mio cuore e ti porta tutta quanta la stima e la felicit che esiste in me stesso. Bacialo Annetta, bacialo tante e tante volte e stringilo sul tuo cuoricino cos alla prossima volta quando me lo rinvierai io potr nuovamente cogliere da esso quei baci che un d non lontano coglievo dalle tue labbra profumate. Ma ora, credi, mi accontento anche di questo. Come potrei fare altrimenti?... Puoi essere ben certa che al suo ritorno io lo stringer con calore nelle mie mani, poser su di esso mille e mille bacini e gli parler come parlare a te stessa, e sono certo che esso mi capir poich ormai sar a conoscenza delle nostre pene, sar consapevole del nostro amore. Oh!... esso mi riporter interamente a te. Mi rivedr ancora, per qualche istante, nel tuo orticello, come in quei giorni, ricordi Annetta, quando cercavamo i quadrifogli e non mi era possibile trovarli?... Cosa importava a me della fortuna se essa era ormai al mio fianco bella, gaia, sorridente nella sua giovinezza?... Esso ancora mi far rivivere ore di incanto, dolci e cari ricordi, che ritornano sovente al mio cuore di fanciullo. Mi riporter davanti ai miei occhi una bimba lontana, un amore di donna nel fiore della sua giovinezza ed ancora, come in quei giorni, mi sembrer di cogliere da essa quelle carezze che tanto mi rendevano contento. Una bimba!... Gi, una bimba tu sei ancora Annetta. Una bimba che ha paura del vento e che non sapeva baciare... ricordi?... ma una bimba tanto, tanto innamorata... oh! Annetta, ti credo sai, ti credo e ti amo. Come vorrei che questo foglio ti portasse il mio amore, che il mio scritto te lo gridasse e che il mio pensiero ti rendesse consapevole di quanto tengo rinchiuso nel mio cuore tanto innamorato. Ti voglio bene Anna, e mai, capisci mai, cesser di ripetertelo. Senti Annetta, di una cosa voglio raccomandarti, ma non devi per credere che questo sia un rimprovero, tutt'altro, non saprei giammai fartelo, poich non te lo meriteresti, ne sono certo.  solo per misura di prudenza e di un poco di cos detto tatto. Dunque si tratta di questo. Nelle cartoline che s gentilmente ogni tanto mi invii, guarda di mettere al di fuori solo delle semplici frasi banali senza mai apporre quei deliziosi baci o bacioni. Essi Annetta mettili solo sotto il francobollo che ormai ne sono a conoscenza e senz'altro io ogniqualvolta ci guarder. Vedi  per questo. Giorni or sono mentre si stava smistando la posta qua in ufficio capit proprio in quel frattempo il Signor Generale. Sai,  un uomo gentile ed il pi delle volte si intrattiene a conversare affabilmente con noi. Cos prese la posta che vi era sul tavolo e si mise a leggere tutte le frasi che stavano dietro ciascuna cartolina. Arrivato che fu alla mia e visto che ebbe una tua ultima frasetta con in fondo... bacioni... rivoltosi a me mi disse: Ragghianti, se io fossi in te non mi farei mettere i bacioni cos alla vista di tutti, sai io ne sarei molto geloso e non vorrei che altri potessero rubarmeli!... Credi Annetta che io divenni rosso rosso ma al tempo stesso si rise tutti della sua uscita che valse a tenerci contenti per un'intera mattinata. Da allora Annetta ho creduto opportuno, ben inteso se tu non hai niente in contrario, poich nel qual caso io non mi fregherei di nessuno, di non mettere pi i bacioni alla vista di tutti. Poi c' anche la causa che prima di arrivare a noi la posta passa attraverso altre mani: c' il postino che va a prenderla alla posta, poi i piantoni che la portano e cos tutti leggono pi o meno ci che gli capita sotto gli occhi. Dunque Annetta, ma ti prego non te ne avere a male, poich io non voglio in nessun caso dispiacerti, restiamo d'accordo cos, eh?... Sotto il francobollo continua pure, anzi mi fa piacere che tu metta sempre quei tuoi bacioni. Lo vuoi? Mandami a dire poi cosa ne pensi nella tua prossima lettera. Ora ti lascio Annetta poich il lavoro incessante che da pi giorni ho qua al Comando mi impedisce di continuare. Per non credere che io trascuri la mia bimba, tutt'altro, ogni momento di tregua io lo dedico a te e solo per te ed in te io vivo lontano e nella speranza di un giorno poterti nuovamente riabbracciare. Affettuosit infinite e mille (1.000) bacioni, tuo, Giuliano

P.S. Eccoti pure un morsettino. Scommetto che se non te lo mandavo ci restavi male...
Scusami se qualche volta ti scrivo a macchina, ma vedi io scrivo cos male che non vorrei che tu non mi capissi... e poi lo faccio anche nei momenti in cui ho tanto lavoro, cio quando sono tanto occupato ed a scriverti cos faccio prima e posso quindi risponderti subito. Non voglio per niente farti aspettare, e stare in pensiero per me... Voglio invece che tu stai sempre contenta, cos sar contento pure io...

Domenica 22 settembre 1940

"Giornata molto emozionante. Infatti  prevista per le ore 15,30 la partenza del C. A. I. dalla stazione di Sesto San Giovanni per la Germania. Tutta la mattinata  trascorsa in ultimi preparativi e diversi camion hanno trasportato alla stazione tutti i bagagli contenenti il carteggio del nuovo Comando. Nel pomeriggio, alle 2, con una bicicletta del Comando sono andato a Sesto San Giovanni, dove ho salutato tutti gli amici qua del Comando partenti..."

Gioved 26 settembre 1940

"...  partito questa mattina l'ufficiale tedesco che trovavasi qua al Comando. Il maggiore Salvadori ha ripreso servizio stamani dopo la sua licenza di convalescenza. Essendo oggi il mio compleanno ho offerto in ufficio una bottiglia di vermouth..."

Venerd 4 ottobre 1940

"... Alle ore 4,20 sono partito col furgoncino del Comando per una breve licenza di 6 giorni..."

Sabato 5, Domenica 6, Luned 7, Marted 8, Mercoled 9, Gioved 10.

"Giorni trascorsi a casa fuori del mondo tutto, dimentico di tutti e di tutto..."

Gioved 17 ottobre 1940

"Un sommergibile nemico affondato nel mediterraneo dal nostro sommergibile 'Toti'. In Africa settentrionale, nonostante il maltempo, sono state effettuate incursioni aeree su varie citt ed accampamenti nemici. Un nostro caccia ha abbattuto un apparecchio nemico. Mille bombardieri tedeschi hanno attaccato gradualmente, ad ondate di 200, il suolo inglese. 10.000 Kg. di bombe lanciate su varie citt dell'Inghilterra... Quest'oggi  stata una giornata emozionante. Sin dal mattino, dato il buon tempo, era prevista la partenza della caccia da Bolzano per i campi del C. A. I. Infatti, all'una sono partiti ed alle 3,15 abbiamo saputo che erano arrivati tutti a Monaco e di l quindi hanno proseguito per Francoforte. Sono partiti cos gi ultimi nuclei destinati al C. A. I."

Milano, 22 ottobre 1940 - XVIII

Mogliettina mia,

la vita ci ha messo vicini in un sogno dolce, infinito ed io so di amarti Annetta, so di amarti con la forza del sogno, con anima, con realt, sinceramente. Da anni conduco con me il tuo bene, da anni tu mi sei sempre presente ovunque io sia, col visino, le manine, gli occhioni... te tutta. La gioia sei tu, sempre tu sola per me. Ti voglio tanto, tanto bene! Un bene dolce, tenero, infinito, che ancora non conosco!... Io ben lo so che a me solamente offrirai gli infiniti tesori dei tuoi baci e delle tue carezze, che una sola voce potrai ascoltare ed una sola immagine vedranno i tuoi occhi. Ma credi che pure io tutto desidero di te; come quei baci che solamente a me sai dare con il tremito, ricordi?... come allora. L'amore Annetta richiede tutto il pianto del cuore prima di essere raggiunto ed ora per te e con te io vivo il resto della mia vita. Annetta, ti voglio bene con vera sincerit. Mi credi? Oh, come vorrei che tu arrivassi a comprendermi! Che tu potessi udire il palpito del mio cuore! A sera quando prima di addormentarmi, solo nella notte, io ti cerco Annetta, tu sei allora in me, ed io t'immagino come se tu venissi a me, sorridente, felice. Allora mi ripeto il tuo nome dolcissimo ed ascolto la tua voce mentre ancora io ti bacio la bocca socchiusa, poi appoggio la tua testina sul mio petto e ti circondo il collo con le braccia. Allora sul tuo visino tremante passo nuovamente, lieve nella carezza, la mia mano e bacio quei tuoi occhioni languidi. Solo il silenzio ascolta ora il mio cuore. Oh, come ben lo ricordo! Mai bacio fu dolcemente puro e vero come quelli che ci siamo dati. Tu avevi il volto con l'espressione d'ineffabile dolcezza radiosa, di quell'amore atteso con la certezza d'incontrarlo. Di questo Anna il mio cuore mi avvertiva in quelle sere. Ed ora nuovamente io ti raccolgo fra le braccia e ti stringo al seno fortemente e col tremore delle dita accarezzo i bei capelli della tua testina adorata.
Invece ora!...
Quanti giorni senza una tua parola dolce! Quanto tempo senza udire la tua voce! Ma se io ti chiamo tu verrai Annetta, nevvero? Verrai nel mio sogno ed io ti dar quella vita che mai hai sperato di vivere; tu amerai, ma sar tanto pi grande l'amore che farai nascere in me. Dimmi: quanto tempo ci amammo allora senza dircelo? E quanto ci adorammo. Ma ora  ben differente. Ora sei mia, e solo me Annetta dovrai amare; solo te io dovr amare.
Ti lascio Annetta, scusami se questa volta ti dono cos poco tempo, ma non  colpa mia, che vorrei stare sempre con te. Altri obblighi mi fanno agire cos. Ti amo Anna, ti amo e ti amo; tanto, tanto, tanto.
Ti abbraccio e ti bacio con affetto. Ti do pure un piccolo morsettino sulla tua faccina dorata. Tuo, Giuliano

P.S. Ringrazia la mamma della sua gentile lettera e saluta tutti i tuoi. Tu stai contentona e chiss Annetta che presto non rivenga a trovarti! Tuttavia non ci fare la bocca per ora.
Solo quando sarai pi grassa allora s che verr. Capito?
Dunque...

Marted 22 ottobre 1940

"Questa mattina con la posta delle 11  pervenuta una lettera del Ministero contenente il mio trasferimento all'aeroporto di Pisa.  stata per me una cosa inaspettata, poich ormai non speravo pi niente al riguardo..."

Venerd 25 ottobre 1940

"Stamattina sveglia alle 5,30 e dopo essermi preparato ed avere salutato per l'ultima volta gli amici pi intimi e Pellizzoni sono partito. Pioveva a dirotto. Ho preso il tram e quindi col treno delle 7,30 sono partito per Lucca. Sentivo in me una contentezza che non avevo mai provata. Pensavo alla mamma, ai miei tutti ed alla bimba come sarebbero rimasti contenti quando avrebbero saputo della mia venuta a Pisa. La gioia infatti fu grande. Nessuno ormai si immaginava una simile cosa. Anche gli amici ne rimasero tanto contenti. Ma, a dire la verit, il pi contento ero io."



Domenica 27 ottobre 1940

"Al mattino mi sono recato a Lucca a salutare Velia e l'Antonini. Domani mi dovr presentare all'aeroporto di Pisa. Gi penso alla nuova vita che mi aspetta e che dovr affrontare. Ho incaricato il babbo che non appena perverr la mia cassetta da Milano, spedita tramite il corriere, di portarmela a Pisa. Anche la bimba  molto pi contenta, poich ora sa che sono molto pi vicino e che ogni tanto potr fare qualche scappatella pure a casa. Alla sera la lascio tutta contenta, come pure io, poich solo la sua felicit  anche la mia."

Giuliano riceve un'ottima impressione dell'aeroporto di Pisa. Tutto  tenuto nel massimo ordine, e soprattutto  contento di poter toccare con mano quel tipo di aerei che per otto mesi sono stati oggetto dei suoi rapporti all'Alto Comando della 1a Squadra Aerea di Milano. A Pisa  fortunato, perch, saputo delle mansioni svolte a Milano, viene assegnato al Comando Federale G. I. L., Sezione premilitare, e di nuovo, quindi, a mansioni d'ufficio. Il primo giorno gli rubano la branda e il materasso nuovi. Cos deve adattarsi ad una vecchia branda con il materasso di vegetale "da far piet". Per evitare che glieli rubino di nuovo, oltre a scrivervi sopra le sue iniziali, incatena il materasso alla branda in modo che risulti difficile portarli via.  un'esperienza nuova per lui abituato alla disciplina pi severa che regnava all'Alto Comando di Milano. Per vale la pena sopportare, visto che la sua Anna  pi vicina e potr fare delle scappatelle per incontrarla.

"La Sezione Leva dell'Aria ebbe cos da quel mattino del 29 ottobre 1940 un terzo attivo collaboratore", "fino al famoso 10 settembre 1943, giorno in cui, prese le mie carabattole, me ne venni definitivamente a casa."

Da Pisa, non ci fu pi bisogno di scrivere ad Anna. In tre anni, ogni sabato sera andava a casa per rientrare il luned, "se non capitava anche un viaggetto durante la settimana". Qualche volta andava con regolare licenza, ma pi spesso ricorrendo, come facevano altri commilitoni, a sotterfugi, e si doveva stare attenti a non essere pizzicati dai superiori.

"Ma non finiva mica qui. Durante il percorso, una quarantina di minuti, se non anche un'ora e pi, alla famosa stazione di Rigoli c'era il solito carico di carciofi, cavoli, fagiolini, eccetera... che richiedeva un tempo interminabile. C'era sempre lo spauracchio dell'ufficiale di servizio sul treno che mi faceva stare in pena per tutto il tragitto."

Anna andava a prenderlo alla stazioncina di Montuolo, con una bicicletta da uomo. Giuliano vi saliva e montava in canna la sua "bimba".

"Cara piccola Annetta! Tu non potrai mai comprendere la gioia che provavo nello scorgere al di l del cancello la tua figurina... E come eravamo felici durante il tragitto che ci portava a casa! Quasi sempre io ti montavo sulla canna della bicicletta che tu avevi portato, e cos via di corsa verso casa, dandoti ora un pizzicotto ora un bacetto, e sempre ripetendoti: Sei contenta Annetta? Me lo vuoi tanto bene? Anche tu eri felice. Io lo vedevo."

La guerra subiva una svolta. Dopo i primi successi, ecco che la situazione comincia a peggiorare. Si hanno i primi veri rovesci. In Africa le truppe sono costrette a ritirarsi in Tunisia, da dove devono presto fuggire. Gli inglesi occupano Pantelleria, e comincia lo sbarco in Sicilia e sul Continente. Siamo nel 1943.

"I bombardamenti delle citt e dei nodi ferroviari erano in continuo aumento. Dal bombardamento di Grosseto del luned dopo Pasqua a quelli di Livorno del 30 giugno e luglio fu un susseguirsi allarmante di azioni aeree. Anche l'aeroporto, come Pisa stessa, era soggetto ad un attacco da un momento all'altro."

Cos Giuliano ed altri commilitoni decidono per prudenza di abbandonare l'aeroporto e di dormire in ufficio:

"e cos ogni sera improvvisavamo sul tavolo da scrivere un letto primitivo che al mattino andava a sparire dentro un grande armadio poco distante."

"Il 25 luglio ci colse cos nella nostra vecchia dimora di via Bovio. Fu per tutti un fulmine a ciel sereno. La caduta di Mussolini e l'avvento al potere del Maresciallo Badoglio erano in quei giorni commentati da tutti. Anche noi eravamo in ansia. La Sezione Leva di Terra fu sciolta. I marescialli rientrarono al Distretto, quelli della milizia alla Legione. Noi eravamo in forse se rimanere o meno. Il giorno di poi, 27 luglio, venne da Roma un telegramma che ci ordinava di continuare a funzionare, unitamente alla Leva di Mare."

"Le mie scappatelle a casa continuavano anche in questi frangenti, ostacolate per dal tenente colonnello Fossombroni, comandante del reparto Servizi, e tenente Marchetti, comandante del reparto Personale, i quali prendevano lo stesso mio treno, il primo diretto a Rigoli, dove era sfollato, il secondo a Lucca, dove abitava nella frazione di Sant'Anna. Figuratevi quali giochi di prestigio dovevo escogitare per non essere sorpreso! Alla fine, provvidi a superare questo contrattempo, recandomi a casa in bicicletta."

Il 31 agosto 1943  il giorno in cui gli Alleati bombardano Pisa.  passato da poco mezzogiorno. Giuliano  seduto nel suo ufficio, con la sedia appoggiata al muro, in attesa che l'amico Borchi abbia riparato la gomma della sua bicicletta. Ad un tratto sente un rumore assordante.

"Anche il mio amico ha smesso di lavorare e viene verso di me. Forse intuiamo che cosa stia accadendo. Al rumore sempre pi assordante succede un boato tremendo, seguito da altri ed altri ancora. Borchi!... Borchi!... sganciano... sganciano! Ci slanciamo di corsa nella prima stanza che troviamo, corriamo in un angolo accanto ad una stufa e dopo esserci accucciati tremanti vicino ad essa, ci facciamo il segno della croce, dicendo entrambi: Ges mio misericordia, Maria Santissima aiutateci... Al rumore infernale si aggiunsero le urla della gente, gli strilli. Una ventata d'aria prodotta dallo scoppio delle bombe, a una distanza di non pi di 30, 40 metri, spalanc in un sol momento finestre, porte, facendo un fracasso d'inferno. Tremava l'edificio, le pareti erano scosse, i vetri si frantumavano per terra, cominciavano a cadere i calcinacci, mentre le travi sopra di noi si muovevano, uscendo e rientrando al loro posto. Le lampade elettriche oscillavano di qua e di l mentre ad ogni scoppio di bomba una folata di vento spazzava via ci che incontrava sulla sua strada."

Ci furono ben tre ondate di aerei con relativi sganciamenti di bombe. Il tutto dur 14 interminabili minuti.

"L'aria era un nuvolo nero di fumo che oscurava il sole."

"Appena usciti sulla strada vediamo di sfuggita, a una trentina di metri, un ammasso di rottami, di fili, di case."

"Attraversare l'Arno, imbucare in questa e in quella via, correre all'impazzata fu cosa di un attimo... A Porta a Lucca vi era gi un ammasso di gente. Uomini che sopraggiungevano dalla citt, laceri e sanguinanti, carichi di polvere, tutti ridotti a brandelli e spaventati. Donne che piangevano cercando chi i figli, chi i mariti, i fratelli, i parenti, insomma. Ricordo benissimo di un capitano sopraggiunto in ciabatte, con la canottiera, i calzoni sciolti e liberi allo stinco, senza stivali, tutto polvere e grondante sangue dalla fronte. Altri ancora con fazzoletti passati intorno alla testa, alle braccia, alle gambe, e tutti correvano, correvano senza sapere dove, senza riuscire a spiegare niente."

Giuliano e Borchi tornano in ufficio. Tentano di telefonare al capitano Marino Scotti, loro superiore. Vogliono tornare a casa. Giuliano decide di passare dall'abitazione del capitano per informarlo, situata in via Casolini.

"Mi bast uno sguardo per accertarmi di ci che era accaduto. L dove prima era un grazioso villino, c'era una buca profonda, la quale aveva inghiottito tutto: casa, giardino ed ogni altra cosa che vi era d'intorno.

Tornato in ufficio, prende la bicicletta per andare a casa. Borchi sarebbe partito col treno.
S'incamminarono.

"Poco distante da noi, in piazza Ceci, la furia delle bombe era stata tremenda. Buche da ogni parte, crateri veri e propri da ogni lato; verghe del tram contorte e spezzate, fili di ogni genere intralciavano il cammino. Case completamente diroccate, altre mancanti di muri esterni od interni, dentro cui si intravedeva la sagoma ora di un letto, ora di un quadro appeso alla parete tutta sgretolata. Le macerie erano enormi. Le strade ingombre, mentre un polverone asfissiante accecava l'aria. S'incontravano persone che sembravano smemorate, guardare come trasognate ogni cosa. Chi chiudeva una casa mezza pericolante e fuggiva con una sola valigetta piena del necessario; chi correva invocando un nome; chi piangeva implorando dai soccorritori un po'di aiuto. Camion, camionette, motofurgoni, barrocci, autobus, tutti erano mobilitati per il soccorso. Su di un camion stavano caricando una donna anziana, dopo averla tolta da sotto un cumulo di macerie:  scarruffata, scalza, stracciata, le si vede la schiena nuda ed  svenuta... Mano a mano che ci avviciniamo alla stazione la cosa  ancora pi tremenda. Il Liceo  tutto fracassato, le Poste, per met diroccate, sono pericolanti... Povera via Colombo! Non una sola casa  rimasta in piedi, c' solo un cumulo di rovine e di morti. Ma lo spettacolo pi impressionante l'offre la Stazione con i suoi viali e i suoi alberghi. Tutto  rovinato. Un tram  completamente rovesciato a terra e tutto bucherellato dalle schegge. Ci sono varie buche con bombe inesplose. Una donna giace a terra con la borsa della spesa sparsa dappertutto, e ricoperta di polvere:  morta. Pi in l un ufficiale con la sua valigetta, che alcuni soldati avevano gi ricoperto con un lenzuolo... Rifugi crollati in cui s'intravedevano ammonticchiati ventine e ventine di morti; e morti si vedevano nelle case, nelle botteghe, per le strade... Sui binari della Stazione vi erano treni rovesciati e completamente scheletriti, macchine incendiate, carri perforati, e buche e buche da ogni parte."

Giunge a casa e trova i parenti in ansia. Anna piange. Solo la mamma non sa del bombardamento, tutti glielo hanno taciuto. Quando lo apprende, resta senza parole. Giuliano dorme cos a casa sua, e il mattino dopo torna a Pisa, e viene a sapere che il suo capitano si  salvato.

"Al primo rumore era corso sulla porta e in seguito si era gettato in un giardinetto dirimpetto sdraiato per terra accanto ad un muricciolo."

Giuliano e i suoi compagni tornano a casa ogni sera. Giuliano si serve della bicicletta, ma l'adopera anche per mettersi al sicuro, quando suona l'allarme.

"La bicicletta era sempre pronta e a portata di mano; bastava l'inizio di uno squillo che in un baleno piantavo tutto, mi mettevo la giacca, m'infilavo la bustina, inforcavo la bicicletta e... via di corsa verso la campagna."

"Bastava uno squillo, un piccolo rumore, una voce infondata che gridasse: gli apparecchi!... Nessuno allora capiva pi niente. Era una fiumana di gente che correva: chi in bicicletta, chi attaccata ai camion, chi con le scarpe o gli zoccoli in mano per meglio correre. Ricordo che una signora aveva perso per strada un fagotto di roba e dalla tanta fretta di scappare neppure si volt per raccoglierlo, e un signore molto gentile lo raccolse, e si mise a correre anche lui per restituirlo alla signora. Fu quindi nel caos pi completo e nel pianto che la notizia dell'armistizio badogliano di gioved 8 settembre raggiunse Pisa. Io ne venni a conoscenza durante il tragitto che mi portava a casa. Di passaggio dalle Molina di Quosa, un gruppo di persone: uomini, donne, ragazzi, commentavano l'accaduto gridando:  stato firmato l'armistizio!  finita la guerra!"

Giuliano era incredulo. Ma anche a Ripafratta la gente si comportava allo stesso modo e gridava di gioia.

"... finch non giunsi a casa della nonna, dove anche qui ragionavano sull'argomento. Erano quasi le 20. Dopo qualche minuto, dalla radio della bottega di fronte udii personalmente la radiotrasmissione del Maresciallo Badoglio che spiegava come l'Italia, priva di mezzi ed al fine di evitare ulteriori stragi di citt e di genti, aveva chiesto l'armistizio. Dunque la cosa era vera!"

Il mattino successivo torna a Pisa a lavorare nel suo ufficio.

"Ricordo che non facemmo niente e commentammo molto l'accaduto. Giungevano intanto notizie di reparti che si sfasciavano, di soldati che scappavano alle loro case, in parte mandati, altri perch rimasti senza un ordine preciso. Giunse pure notizia di qualche disarmo di ufficiali e di soldati da parte tedesca. Le cose peggioravano. Prima di mezzogiorno, il capitano se ne and, rimanendo d'accordo che sarei andato a Lucca a spedirgli una raccomandata, dato che a Pisa il servizio non funzionava. Non fidandomi di andare in divisa, mi misi i calzoni ed una maglietta che gi da tempo tenevo in ufficio e cos mi avviai alla volta di casa. Dopo desinato andai a Lucca per sbrigare l'incarico ma, mio malgrado, non feci niente perch la cosa metteva male. Tedeschi armati di mitragliatrice e bombe a mano entravano nelle caserme, arrestavano i soldati: quelli rimasti, poich i pi al primo allarme se l'erano svignata; e prendevano ci che trovavano di buono, lasciando il rimanente in balia della popolazione. Visto ci, reputai opportuno fare dietrofront e tornare a casa."

Tornato la mattina di sabato 10 settembre a Pisa in treno, lungo le strade della citt vede le stesse scene osservate a Lucca.

"Passavano camion carichi di moschetti, tedeschi con mitraglie e bombe a mano si trovavano davanti ai Comandi militari; la zona era occupata, i ponti sorvegliati, qualche colpo di moschetto si udiva in lontananza. Le strade erano quasi deserte, e i pochi passanti se ne andavano frettolosi."

Cos, Giuliano e i suoi compagni d'ufficio decidono di abbandonare tutto e di fare definitivamente ritorno a casa. Non avendo visto il capitano, lasciano sul suo tavolo un foglio di una decina di righe, in cui spiegano che cosa hanno intenzione di fare. Analogamente avviene in tutti i reparti. Giuliano sale sul treno a San Rossore.

"Questi era gi zeppo..."

Giunge a Montuolo, che era divenuta la stazione in cui si preferiva scendere, invece che a Lucca, dove c'era il pericolo di incappare in un rastrellamento tedesco.

"Io credo che la piccola stazione di Montuolo non avesse mai avuto un'affluenza maggiore di quei giorni. Giravi lo sguardo e da ogni parte erano soldati che vedevi nell'attesa del treno che non giungeva mai. Altri treni provenivano da Viareggio, stracarichi di gente all'inverosimile, la quale pur di scappare o di andare a casa si era adattata a stare in ogni modo. Ve n'era sul tetto dei vagoni, sulla macchina, attorno al fumaiolo, sulle pensiline, a sedere fuori dei finestrini, fra un vagone e l'altro, col rischio di cadere o venire ammazzati."

"Fu cos che dopo 46 mesi di soldato (quasi 4 anni) mi trovai a casa, senza una licenza, n un congedo; borghese s, ma pieno di pensieri. Certamente nessuno, al pari di me, pensava, al momento del nostro richiamo alle armi, di fare una cos triste fine."

"La situazione politica intanto cambiava. La Sardegna veniva occupata dagli inglesi, poi fu la volta della Corsica. L'Italia tutta pass sotto l'amministrazione germanica, mentre dal Meridione le armate anglo - americane puntavano su Napoli."

Dopo la liberazione di Mussolini, che era stato rinchiuso in un albergo del Gran Sasso, e la nascita della repubblica Sociale Italiana,

"Noi tutti, resti di un esercito disfatto, fummo chiamati a presentarci agli uffici di Leva del Comune per sistemare la nostra posizione di sbandati... Furono giorni di dubbi, di incertezze, di noie... Un nuovo appello che invitava i rimanenti a presentarsi entro un termine fissato ci indusse ad andare. E cos venni in possesso della licenza illimitata rilasciata dalla Repubblica Sociale Italiana."

A casa, Giuliano aiuta i suoi nei campi. Mentre sta raccogliendo il granturco assiste ad un duello aereo tra un quadrimotore alleato, gi colpito dalla contraerea, e tre caccia tedeschi. L'aereo alleato si schianter su di un monticello vicino a Balbano, ma cadranno anche due caccia tedeschi, uno sul monte e l'altro sul lago. Assiste anche al bombardamento di Lucca, che avviene il gioved 6 gennaio 1944.

"Arriv per davvero quel 6 gennaio la Befana... e che Befana! Era il tocco e mezzo. Un rumore proveniente dal mare ci fece correre fuori, mentre eravamo ancora a pranzo. Erano 24 bimotori, forse i soliti Mosquito, che provenienti dalla gola di Ripafratta puntavano verso di noi... Passarono sopra le nostre teste che gi stavano mettendosi in linea di combattimento. Non ebbi il tempo di parlare che si udirono gli scoppi prodotti dalle bombe, mentre una colonna di fumo si alzava in direzione della Stazione... Grazie a Dio ben pochi furono i morti, e limitati i danni... Due giorni dopo, sabato 8 gennaio, un'altra formazione di soliti bimotori, ma questa volta proveniente dalla citt, colp per una seconda volta gli scali ferroviari, causando un cumulo di danni. Anche questa volta era la medesima ora: il tocco e mezzo circa."

Assiste al bombardamento del paese vicino di Fagnano, il 10 gennaio 1944.

"Era luned e il cielo era quasi coperto da grossi nuvoloni che lasciavano intravedere un po'di azzurro. Saranno state le dieci. Gi da un pezzo vari caccia bombardieri incrociavano su e gi, al di sopra delle nuvole. Il sole aveva fatto capolino e un po'di azzurro si era fatto strada nel cielo. Io e la mamma eravamo in camera a sbrigare non so quale faccenda. Il rumore classico e ben conosciuto della picchiata ci fece accorrere alla finestra. Uno dopo l'altro otto apparecchi uscendo dalle nuvole si tuffarono proprio sopra di noi lasciando cadere le loro bombe. E come si vedevano bene staccarsi ben distinte al di sotto della fusoliera! Cinque case crollate, altre pericolanti, e cinque morti furono il totale del disastro."

Si intensificavano i rastrellamenti tedeschi e Giuliano, come altri, temeva di essere fatto prigioniero e spedito in Germania. Cos decide di trasferirsi in un posto pi tranquillo, a Pozzuolo.

"Mi seguirono la mamma ed Annetta, mentre la zia, col babbo e lo zio, rimasero a casa, perch gi vecchi e fuori pericolo. Per quasi 20 giorni restammo lass in certo qual modo tranquilli."

Ma anche lass arrivano i rastrellamenti.

"Intanto sul monte dirimpetto la caccia all'uomo era cominciata. Un primo razzo solc il cielo, seguito da altri ed altri ancora. Erano segnali d'intesa tra le pattuglie tedesche. Dopo molto peregrinare da un fondo all'altro, da una buca all'altra, da un cespuglio ad un prunaio, decidemmo finalmente di fermarci in cima ad un monticello, fuori del viottolo in attesa degli eventi. E questi non tardarono a farsi vedere. Verso le otto udimmo in lontananza i primi spari, e le grida di qualcuno che diceva: fermati!... fermati!... e poi: t - tatat... un'altra scarica era partita. Scendevano intanto dall'alto, incolonnati, una trentina di uomini presi sul monte. Noi li vedevamo attraverso le rame, quando passavano dalla svolta della via. Ora verr anche il nostro turno, si pensava. Solo a mezzogiorno decidemmo di scendere, dietro un segnale convenuto."

I tedeschi facevano molti prigionieri.

"Interminabili le lunghe colonne che giungevano dal pisano e da Viareggio, come dai paesi limitrofi, di uomini che venivano condotti alla Pia Casa, in Lucca... Famoso l'ultimo grande rastrellamento del 27 agosto... Io fui svegliato al mattino verso le cinque da alcune voci di donne che gi in allarme gridavano che i tedeschi si trovavano in Corte Mecchi. Saltare dal letto e vestirmi fu un attimo. Mi imbucai le scarpe, presi la giacca, e dopo uno sguardo per assicurarmi di avere via libera, corsi a rifugiarmi nel mio campo, disteso tra i fagioli..."

"Infine il buon Dio ebbe compassione di noi, e dopo una bufera di qualche giorno, ci don un tantino di pace. Alla trasmissione dell'una della 5a Armata, apprendemmo come tutto il fronte si fosse mosso e come anche l'Arno fosse stato varcato in ben 75 punti, fra cui anche a Pisa. Era il 1 settembre, giorno di venerd. Il giorno dopo apprendemmo che notte tempo i tedeschi che erano tra di noi se n'erano andati oltre il Serchio, in direzione di Ponte a Moriano. Nella mattinata di sabato furono fatti saltare i primi ponti: quelli dell'autostrada e dell'Ozzori. Rimase solo quello di Montuolo e a Ponte San Pietro. Tutti noi sapevamo che ormai era questione di ore e saremmo stati finalmente liberi. Nel pomeriggio di domenica 3 settembre, fu la volta anche di questi due ultimi ponti rimasti e nella notte manc la corrente elettrica. I primi neri erano gi stati visti a Freghino, proprio in quel pomeriggio, e sapevamo che alle Molina e a Ripafratta erano arrivati gli americani... Il luned mattina, fu il rombo del cannone il primo a darmi il buongiorno. Batterie tedesche piazzate oltre il fiume sui monti di Carignano, Nozzano Castello ed ai Tre Cancelli nei pressi del Seminario, sparavano sulla strada che da San Concordio porta al foro di Santa Maria del Giudice, dato che pattuglie di neri avanzavano nei pressi di Pontetetto, provenienti dal foro stesso, che i tedeschi avevano fatto saltare ma che gli americani in solo 6 ore avevano ripristinato. Batterie inglesi o americane rispondevano al fuoco tedesco, sparando dove i neri, con segnali fumogeni, indicavano la presenza di soldati tedeschi. Il ponte sull'Ozzori a Pontetetto era il bersaglio preso di mira."

Nella rete dei rastrellamenti cade lo zio di Giuliano, ma viene subito rimesso in libert, stante l'et avanzata. Giuliano decide di tornare a Pozzuolo. Anna lo scongiura di rimanere a casa. Teme che si metta in pericolo.

"Anna mi esortava a non andare e intanto stava attaccata a me per non lasciarmi partire e piangendo mi rendeva oltremodo pi difficile il distacco."

Giuliano parte. Ha scelto di attraversare l'Ozzeri a Meati, dove  stato fatto saltare il ponte, l non  difficile guadare il fiume. Si sa che c' di guardia una pattuglia tedesca, ma non vi sono alternative. Tuttavia, quando Giuliano vi giunge, la pattuglia se n' gi andata da circa 2 ore, retrocedendo verso Ponte a Moriano.  fortunato, perci. Resta tre giorni a Pozzuolo, poi finalmente pu tornare a casa. Infatti, gli Alleati hanno passato l'Ozzeri a Pontetetto ed ora il pericolo di essere fatti prigionieri dai tedeschi  minimo. Quando torna al suo paese di Sant'Angelo trova la chiesa e il campanile danneggiati. Ogni notte un cannone tedesco, nascosto sui monti di Calavorno, spara bordate sulla citt e dintorni, seminando distruzioni. Finalmente gli Alleati riescono ad individuarlo e a farlo tacere. Cominciano giorni pi tranquilli. Gli Alleati ricostruiscono un ponte di ferro a Ponte San Pietro, il ponte sull'Ozzeri sulla strada statale e il ponte sull'Ozzeri nel tratto ferroviario, entrambi nella zona di Montuolo, e cos il primo treno potr di nuovo transitare il 6 gennaio 1945.
In quegli ultimi mesi del 1944 e in quelli seguenti che precedettero la fuga dei tedeschi, accaddero cose terribili.

"Molteplici sono i fatti e gli esempi accaduti sotto i nostri occhi per non credere a tutto ci che si diceva riguardo alle brutalit compiute dai tedeschi. Fucilazioni in massa di uomini rastrellati, perch ritenuti partigiani, fosse piene di cadaveri mutilati da colpi di mitraglia, uomini e ragazzi uccisi o strangolati con ferro spinoso, bimbi bruciati vivi nei forni fatti appositamente scaldare dalla madre, bimbi ancora in fasce gettati in aria e presi di mira come bersaglio, donne oltraggiate e poi uccise, preti fucilati perch troppo zelanti di carit verso il prossimo... e mille e mille altre atrocit..."

Giuliano ricorda la fucilazione degli amici Aladino ed Emilio Barsuglia e Giuseppe Pera.

"Presi sui monti di Pozzuolo la mattina del famoso rastrellamento, furono portati via e considerati come partigiani. Sballottati da un Comando all'altro, dopo mille atrocit e vessazioni, furono portati nella scuola di Nozzano e l oltraggiati, percossi; resi cadaveri prima del tempo, furono di poi portati in una cava di Balbano e l fatti scendere dal camion e presi di mira a colpi di fucile mitragliatore da quei vigliacchi."

"18 sono le salme che quella cava, macabro luogo di esecuzione, racchiude."

"Fu la domenica prima dei morti, il 29 ottobre 1944, che noi amici riuniti facemmo la tumulazione dal triste luogo al cimitero del paese delle loro salme. Non vi erano mezzi di trasporto, il Serchio era ancora privo di ponti e fu giocoforza passare in barca dal Palazzaccio per recarsi sul luogo con un normale carretto tirato da noi con funi e su cui erano state poste le tre casse. Intanto il cannone tuonava ancora a distanza. Persone adatte provvidero a riesumare ed a sistemare le tre salme nelle rispettive bare. Con acidi e gran quantit di cloro rendemmo pi mite il fetore che queste, ormai quasi putrefatte, emanavano, e dopo un movimentato trasporto a sbalzi e a tragitti vari, dato i molteplici ponti rotti, riuscimmo a trasportarle nella chiesina del Palazzaccio, dove il pomeriggio fu fatto un grande trasporto con numeroso concorso di amici e di gente."

La vigilia di Natale, 24 dicembre 1944, un aereo tedesco compare nel cielo della citt e si odono contemporaneamente colpi di cannone.

"Ecco un boato, poi un altro e un altro ancora. Corriamo fuori, guardiamo in alto: fuochi di mitraglia, traccianti, colpi di cannone. Tutto  spiegato in un attimo. Un aeroplano tedesco, il primo dacch siamo liberi, si era fatto vivo con le sue bombe. Con l'intenzione di tornare nuovamente fino all'Arno, i tedeschi avevano sferrato un'offensiva nella Valle del Serchio, riuscendo ad occupare qualche paesello, finch non furono ricacciati il giorno successivo. Intanto tutta la campagna della Lucchesia si era riempita di truppe alleate. Anche nei nostri campi sorsero attendamenti, si riempirono di camion, di carri armati, di ogni mezzo. Forse si preparava qualche offensiva che per il maltempo e la neve per il momento rendeva irrealizzabile."

"Agli americani successero gli inglesi, o per meglio dire i Sudafricani, cio quelli delle colonie inglesi del Sud Africa. Anche da noi ne vennero parecchi, i quali si istallarono nelle case a gruppi di 4 o 5 ed anche di pi, a seconda del posto disponibile. Anche in casa di Anna ne vennero 4, che furono posti a dormire nella sala. Quattro buoni ragazzi, gentili, educati e di ottima conversazione. Facevano parte di una Divisione corazzata i cui carri armati erano stati posti nella macchia del fiume, l dove un tempo funzionava la colonia fluviale. Anche nei paesi vicini vennero altri soldati: neri, marocchini, indiani, e di questi ultimi in gran quantit. Varie furono le usanze, le religioni, i modi che imparammo a conoscere."

"Il giorno 26 marzo 1945 ho assistito nei pressi del Canovelli, entro il letto del fiume Serchio, ad una parata della 52a Divisione corazzata sudafricana, di stanza nei nostri paraggi. Lo schieramento e lo sfilamento dei mezzi corazzati  stato davvero imponente."

"Alla sera del 10 aprile sono partiti per il fronte tutti i sudafricani in riposo nelle nostre case. Anche quelli di casa di Anna sono andati via non senza aver provato, tanto da parte loro che nostra, un profondo dolore."

"Oggi 15 aprile 1945  stata una giornata campale. Sono passati sopra di noi gli aeroplani diretti all'Alta Italia. Per oltre due ore di seguito aeroplani su aeroplani, formazioni ora di 12, quando di 18, di 24, di 40, di 80, insomma un susseguirsi di apparecchi da bombardamento quadrimotori, scortati da caccia... Spettacolo davvero imponente di cui non veniva mai la fine. Oltre 1.250 quadrimotori con pi di 100 caccia di scorta.  questa la pi grande parata che sia passata da noi dall'inizio della guerra."

Ormai la guerra  al termine. Vengono liberate al Nord molte citt, tra cui: Genova, Milano, Torino, Alessandria, Pavia, Brescia, Novara, Como, Lecco, Bergamo, Ivrea, Aqui, Alessandria.

"I tedeschi fuggono verso il Trentino o si arrendono."

"Nel pomeriggio del 7 maggio 1945, la radio annuncia la resa incondizionata di tutte le forze tedesche... 8 maggio: giorno celebrativo dedicato alla vittoria. Festa in tutto il mondo per questa indimenticabile data."

Giuliano comincia ora una nuova vita, come milioni di altri uomini in Italia e nel mondo.  felice, riesce a trovare un lavoro presso il Comune di Lucca, e pensa a sposare la sua Anna. Deve prima mettere qualche soldo da parte, ma ormai  certo che nessuno potr impedirgli di coronare il suo sogno. Con Anna, si vede tutti i giorni, ora, senza pi apprensioni,  la prima volta che si amano senza i tormenti della lontananza o della guerra. Fanno lunghe passeggiate a piedi nella campagna circostante, si tengono per mano, rileggono le lettere che si sono scritte.
Si sposeranno il 19 gennaio dell'anno successivo, il 1946. Anna  raggiante. Fa il suo ingresso nella casa di Giuliano come una regina. Accudir ai suoceri e agli zii come fossero i suoi genitori. Non far loro mancare nulla, e soprattutto l'amore.


S. Angelo 19 gennaio 1951 (quinto anniversario del matrimonio)

Bench nella sventura, il mio cuore, la mia vita, tutto me stesso  sempre vicino a te, Annetta mia cara, e come cinque anni or sono giurammo davanti a Dio di essere uniti nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, io rinnovo anch'oggi tali propositi e ti giuro che ti sar eternamente vicino. Non ho da offrirti niente, cara Cicci, ma ti dono interamente il mio cuore e tutto il mio amore che  certamente ci che tu pi tanto desideri.
Esso  tuo ora e per sempre...
Il tuo Cicci che ti vuole tanto bene.

S. Angelo 19 gennaio 1946 - S. Donato 19 gennaio 1996 (50 anniversario del matrimonio)

Avrei voluto e ci tenevo molto ricordare questa data in condizioni migliori e non con tutte le grane che purtroppo ci hanno assillato e ci assillano continuamente.
 una data che chiss quante volte nel silenzio della notte ho avuto il piacere di rimembrare pensando a tutte le cose che ti volevo fare e che invece si sono ridotte diciamolo pure ad un pugno di mosche.
Sono tanti cinquanta anni di matrimonio passati insieme nella buona e cattiva sorte (cattiva purtroppo) ma durante i quali non abbiamo mai tralasciato di volerci quel bene che ci giurammo quel Sabato mattina di cinquanta anni fa e che abbiamo sempre continuato a volerci.
Da parte mia, a parte tutte quelle noie, disturbi, inciampi, che ti ho arrecato e di cui ti chiedo perdono con tutto il cuore, non ho mai tralasciato di volerti bene, di amarti come ti amavo allora di un bene profondo, sincero, puro, infinito che continuer a portarti per quei pochi anni che ancora mi rimangono.
Sei sempre stata la mia CICCI, la mia ANNETTA, il mio grande amore di tutta la vita.
Perdonami, te lo chiedo ancora una volta e voglimi anche tu quel po'di bene che a me fa tanto piacere avere.
Di grane ne abbiamo avute e passate tante mai, che anche quei pochi giorni migliori non sono serviti a colmare le delusioni che abbiamo dovuto affrontare.
Ormai siamo arrivati alla vecchiaia e non ci rimane che consolarci a vicenda onde poter vivere ancora insieme quel po'di tempo che rimane nel saperci compatire, comprendere, assimilare quel tantino di gioie effimere che ci accompagneranno fino alla fine.
Non mi dilungo pi perch sento un nodo alla gola e mi viene voglia di piangere a pensare a questa bellissima data.
NOZZE D'ORO, che avremmo voluto celebrare in compagnia di parenti, nipoti, amici e che invece ci trovano ancora una volta soli come sempre, e come sempre  stata la nostra vita.
UNA CONSOLAZIONE C' E MI RIMANE: TI AMO CON TUTTO IL CUORE, TI VORR SEMPRE TANTO BENE, SEI E SARAI PER SEMPRE LA MIA CICCI, il mio TESORO. Giuliano

Infatti, la vita non fu generosa con Anna e Giuliano. Desiderarono, come ogni coppia, avere un figlio, con tutte le loro forze, ma il destino decise che non ne avessero. Nacque una bimba, all'indomani del matrimonio, ma dopo appena qualche ora mor. Una nube, un grande dolore. Tentarono di nuovo, e furono colpiti da un aborto terribile: Anna aveva concepito due gemelli maschi, e dovette perderli. Restarono soli per tutta la vita. Soli con il loro grande amore. Poi negli ultimi anni si aggiunsero gli acciacchi della vecchiaia, che resero amara la loro solitudine, e lunghi i silenzi. Ma non sbiad l'amore. I loro cuori ne furono colmi.

10 -20 marzo 1996

Ringrazio i carissimi zii Anna e Giuliano Ragghianti che hanno permesso che mi avvalessi delle loro lettere e del loro diario, grazie ai quali ho potuto raccontare questa straordinaria storia d'amore.



LIBRO TERZO
FAVOLE E LEGGENDE

LA RIVOLTA DEGLI ANIMALI

Sorgeva nella pianura lucchese, appena fuori delle mura della citt, un bellissimo e grande castello.
Come si usava allora, appena si era varcato il ponte levatoio, prima di arrivare al palazzo vero e proprio, si incontravano altre costruzioni, quasi sempre di difesa e destinate ai soldati, ma anche casupole riservate ai contadini al servizio del signore.
Costoro allevavano animali soprattutto da cortile in gran quantit, anche se quasi tutti i giorni dal contado salivano altri servi a donare bestie, cacciagione e grano.
Maiali, oche, galline, conigli, fagiani, tacchini erano le vittime pi ricercate.
Trascorrevano la loro giornata nell'ansia che fosse l'ultima della loro vita!
Quando il bifolco si avvicinava tremavano di spavento. C'era chi fuggiva, sperando di salvarsi, e c'era chi, invece, riusciva a nascondersi dentro la stalla tra le zampe del bue, e se ne restava l immobile, illudendosi di farla franca.
Ma a qualcuno purtroppo ogni giorno toccava di morire.
A volte venivano a cacciarli anche in due o tre. E allora non c'era proprio speranza di cavarsela.
Cos un giorno, mentre tutti insieme se ne stavano nel cortile a godersi il sole, alla gallina venne un'idea.
"Perch non scappiamo?"
"Ma che dici!" si risent subito l'oca, alla quale faceva paura anche solo il pensiero di sobbarcarsi la fatica di una difficile fuga.
Il coniglio cominci a battere i denti.
"Ma che idea  mai questa! Siete impazziti tutti quanti?"
Furono invece d'accordo e lo proclamarono ad alta voce i gruppi dei fagiani, dei tacchini e delle anatre.
Il maiale si trovava pi lontano. Non aveva sentito niente.
La gallina lo chiam.
Il maiale si limit a voltare pigramente solo la testa verso di lei, seduto com'era tra i suoi porcellini.
Allora la gallina lo scosse con un urlo.
Gli grid che non era tempo di poltrire, e che trascinasse fino a lei e agli altri compagni quella ingombrante massa di lardo.
"Proprio a te" gli disse, sventolandogli le ali sul viso quando gli fu davanti "dovrebbero interessare questi nostri discorsi, che sei il pi ricercato alla tavola del padrone. Non vedi che sei bell'e pronto per il fuoco della sua cucina?"
"Non mi merito affatto i tuoi rimproveri" la redargu molto sorpreso il maiale, che gi si era disteso, per, e sbadigliava.
Ma quando gli altri gli esposero il loro piano, e soprattutto gli manifestarono la loro insofferenza per quella vita tribolata, anche il maiale convenne che si trattava di un'idea coraggiosa, che meritava la pi grande attenzione.
Perci quella prima sera, calato il buio, si radunarono nella stalla attorno ai buoi e alle mucche che stavano ancora ruminando.
"Bisogna decidersi in fretta perch gi domani qualcuno di noi non ci sar pi."
"Usciremo a piccoli gruppi dalla porta laterale che d verso il bosco.  poco sorvegliata. Di sera non sar difficile nascondersi dietro il grosso portone e attendere l'occasione buona per allontanarci."
"Vieni anche tu" disse la gallina al bue, sotto le cui zampe si era ben riparata.
"S s" fecero tutti gli altri, alzando gli occhi verso quei grossi animali. "Venite anche voi!"
Ma se fare uscire una gallina dal castello era pur sempre un'impresa disperata, come avrebbe fatto a passare inosservato un bue?
Lo fece notare proprio il maiale, che gi stava pensando alle difficolt che gli procurava la sua grossa mole. La quale era nulla a confronto di quella del bue.
"Vorrei tanto venire con voi" si lasci scappare il bue, che vagheggiava anche lui una vita spensierata all'aria aperta.
"Ci raggiungerai coi tuoi compagni in un secondo tempo, quando ci saremo organizzati sulla collina" lo consol il maiale.
Cos il giorno seguente, dopo una mattinata trascorsa a perfezionare il progetto di fuga, quando cal la sera, pochi per volta, piano piano, di soppiatto, si avviarono verso quella porta secondaria, che sempre rimaneva spalancata fino a tardi.
Le guardie non c'erano, e una stava seduta poco distante, distratta dal gioco di un gruppo di bambini. Rideva a crepapelle.
Cos, fu fin troppo facile abbandonare quella loro prigione.
Non lo avrebbero potuto mai immaginare che tutto sarebbe andato liscio come l'olio.
Appena fuori nei campi, infatti, favoriti dall'oscurit, si diressero di corsa verso la vicina collina, e raggiunti i primi arbusti, i primi rovi, l si fermarono ad attendere gli altri compagni.
Sentivano in quel momento di avercela proprio fatta e che non li avrebbe potuti scoprire pi nessuno!
Anche il gruppo dei maiali riusc a sbrigarsela con relativa facilit, sebbene dietro il portone fosse veramente scomodo stare nascosti uno alla volta, in attesa del momento propizio!
Infine, quando tutti gli animali furono giunti, si rallegrarono di quel primo successo e decisero di mettersi in cammino.
Ora anche il maiale procedeva pomposamente e pareva gi godere di quella dilagante libert.
Apriva la strada la gallina. A lei tutti riconoscevano il merito dell'impresa. La guardavano con molto rispetto.
Saliti un bel po'in alto, il bosco s'infittiva.
Camminavano sotto alberi bellissimi, dalle chiome spiegate al vento.
Per quei fuggiaschi in cerca della libert, tutto ci sembrava un sogno.
Lo spettacolo che si apriva davanti ai loro occhi era cos incantevole che doveva sicuramente trattarsi del loro paradiso, pensavano.
Ora toccava al maiale, bello tronfio, dritto sulle zampe, a battere la strada.
Dietro aveva i suoi porcellini tutti contenti, che di quando in quando per se ne andavano in giro a curiosare.
Giunsero, infine, quasi sulla cima.
"Fermiamoci qua" sugger la gallina.
Un po'per la stanchezza, un po'perch il luogo era davvero incantevole, tutti subito acconsentirono.
Si abbandonarono al piacere del riposo.
Ci fu chi si butt a terra proprio nel punto in cui s'era fermato, senza fare un solo passo in pi.
Che esercito di sbandati!
Ma il bello, anzi il brutto, il pi difficile, doveva ancora incominciare.
Non c'era pi infatti il bifolco ad assisterli. Il cibo dovevano procurarselo da s!
"Faremo come gli altri animali che vivono in libert" disse il fagiano, che avvertiva forse pi di tutti il piacere di quella nuova vita.
"Ci organizzeremo" aggiunse la gallina.
E cos il giorno dopo, al mattino molto presto, tutti furono in piedi a lavorare.
Un gruppo fu incaricato di andare in giro per il bosco a cercare del cibo, un altro di procurare l'occorrente per costruire un rifugio che li proteggesse dai pericoli della notte, altri si misero a fare pulizia.
Intanto, qualche uccello che volava in quei paraggi li vide, e rimase stupito di incontrare tutta quella gente.
In principio se ne stette zitto zitto sull'albero a spiare, poi pens bene di volarsene via ad informare i compagni.
Cos nel bosco si diffuse rapidamente la notizia di quel gruppo di fuggiaschi, e da ogni parte accorsero, dapprima gli uccelli e poi anche gli altri animali.
"Ma che cosa avete intenzione di fare quass?" domand al fagiano un grosso merlo nero.
E il fagiano narr per filo e per segno, aiutato dalla gallina, com'erano andate le cose.
Ci fu meraviglia e anche tanta ammirazione per quell'impresa coraggiosa che li aveva esposti a molti rischi.
" bello vivere in libert..." confid con un lungo sospiro la lepre al coniglio.
Il maiale volle sapere come facevano a procurarsi il cibo tutti i giorni.
"Qui non manca niente. Basta andare un po'in giro per trovarne" li rassicur il piccolo passerotto.
In quei primi giorni ebbero cos l'aiuto necessario dai nuovi amici che abitavano quel bosco, i quali fecero a gara per insegnare loro in fretta tutti i segreti e le attenzioni che richiedeva un'esistenza libera.
Cominciarono per anche i guai.
Infatti, una volta costruito il rifugio comune, ci fu chi non si accontent del posto assegnatogli e preferiva dormire magari all'angolo opposto, dove se ne stava comodamente insediato un altro animale, che non ci pensava proprio a lasciarsi cacciar via!
Oppure litigavano per i bocconi di cibo pi prelibati, o sui turni delle pulizie, e chi pi ne ha, pi ne metta.
Ci fu anche chi, non sentendosi accontentato, minacci di abbandonare i compagni.
"Noi tacchini ce ne andremo tutti, se continuerete ad approfittare di noi."
Neppure i conigli erano soddisfatti, sebbene avessero tanta paura a rimanere soli, e un giorno anch'essi protestarono che non sarebbero restati un giorno di pi, se le galline avessero continuato a rubare il cibo.
La moglie del maiale, la scrofa, sugger che bisognava darsi un'organizzazione, se si voleva evitare il malcontento.
Approvarono tutti, e la scrofa, che aveva gi in mente qualcosa, espose il suo piano.
"Nomineremo un capo che dar ordini a tutti. Se qualcuno avr da protestare su qualcosa, lo far davanti ad un comitato costituito da alcuni di noi."
"Chi far parte del comitato?" domand subito il coniglio, che gi aveva delle lagnanze da presentare.
"Toccher a noi eleggerne i componenti" precis la scrofa, la quale sugger anche di nominare come presidente suo marito, il grosso maiale, che lei assicurava essere in grado di mantenere l'ordine in quel luogo. E cos dicendo, volse con tenerezza lo sguardo a lui che se ne stava sdraiato poco distante. Il maiale scosse subito la testa, e fece intendere alla sua sposa che quel posto proprio non gli interessava, e che gli pareva assai meglio non occuparsene affatto dei problemi altrui. Quelli della sua famiglia erano pi che sufficienti a rendergli complicata la vita!
Ma la cara mogliettina insist a tal punto, e cos teneramente lo implor, che quel grosso pancione alla fine dovette cedere.
Venne eletto anche il comitato, che fu composto da un tacchino, da un fagiano e da una piccola anatra.
In verit, quella modesta e rudimentale organizzazione port subito i suoi frutti.
Scomparvero le liti e ogni cosa prese a funzionare meravigliosamente.
Ora si cantava sempre pi spesso nel campo e c'era molta pi allegria di prima.
Si trov il tempo anche di ricevere gli amici di quel bosco e di fare una vera e propria festa in ringraziamento della collaborazione ricevuta.
Il numero dei loro amici si era intanto vistosamente accresciuto. Anche dagli altri boschi, dalla grande foresta vicina, tanti erano accorsi a vedere, e tutti continuavano a testimoniare grande ammirazione per quell'impresa.
Si poteva dire che fossero riusciti, finalmente, ad organizzare la vita di una simpatica comunit!
La frequentazione divenne pi assidua, ricevettero visite provenienti da ogni parte. Pure degli orsi vennero a trovarli. Eppoi le volpi! S, proprio loro. E anche dei lupi! Erano venuti con altri scopi, come si pu immaginare, ma quando si trovarono in mezzo a quell'allegria spontanea, a quella gioia che si trasmetteva facilmente a tutti, restarono sbigottiti. Forzando un po'la loro natura, pensarono bene di lasciarli in pace.
Vennero i cinghiali, delle capre selvatiche, i daini, le marmotte, gli scoiattoli, alcune civette, i ghiri, insomma ogni specie di animali si sent attratta da quella compagnia.
La vita vi scorreva lieta e spensierata.
Intanto, al castello, quella sparizione improvvisa di animali non era passata inosservata.
Il signore chiam i bifolchi e chiese conto dell'accaduto.
Ma essi non sapevano che dire.
"Ma come?" urlava il padrone "Sono spariti pi di cento animali e nessuno di voi sa dirmi niente!"
Chiam le guardie, ma anche queste cadevano dalle nuvole.
Ordin di mettersi alla ricerca degli animali.
"Guai se non me li riporterete qui. Domandate dappertutto. Qualcuno deve pur aver visto pi di cento animali in fuga!"
Si cominci a frugare fuori del castello, nella pianura e nei boschi vicini.
Giungeva a volte, lass al rifugio, il latrato dei cani che annusavano la terra.
Fu un pettirosso a dare per primo l'allarme.
"Domani arriveranno quass!"
"Stanno perlustrando la collina vicina" aggiunse un tordo, arrivato di corsa subito dopo.
Il maiale radun tutti.
"Ci nasconderemo" decisero.
L'indomani stettero sul chi va l.
Il coniglio si era appostato dietro una siepe in avanscoperta, e insieme a lui stava la piccola lepre, che aveva giurato di non lasciarlo solo in quei terribili momenti.
Sugli alberi, pronti a dare l'allarme, si erano radunati gli uccelli.
"Eccoli, eccoli!" si sent alla fine gridare da un ramo.
Di l a poco sopraggiunsero i primi latrati, e si udirono le voci dei soldati.
Gli animali, intanto, si erano nascosti nei nascondigli meglio riparati alla vista e all'odorato dei cani. Erano stati i loro amici della foresta a indicarglieli.
Se ne stavano zitti zitti acquattati.
Giunsero i cani, infine.
Abbaiavano pi forte, si erano di pi agitati.
"Sono stati qui!" esclam un soldato, quando scorse la loro grande casa di legno.
"Cerchiamo qua intorno. Non devono essere lontani."
I cani tiravano il guinzaglio. Avevano fretta di scavare, di annusare.
Nei loro nascondigli, i fuggiaschi tremavano di paura.
Qualcuno non aveva nemmeno il coraggio di spiare, serrava gli occhi!
La scrofa teneva stretti a s i suoi porcellini terrorizzati.
"Maledizione!" esclam infine un soldato "Dove mai si saranno cacciati?"
Alla fine, dopo aver frugato inutilmente in lungo e in largo, decisero di andarsene.
I cani invece volevano ancora restare.
Li zittirono con urla e colpi di frusta.
"Ritorneremo domani."
"Abbattiamo intanto questa casa" disse un altro.
La grande casa si afflosci come fosse stata di paglia.
Videro tutto questo gli uccelli appollaiati sui rami intorno al rifugio, zitti anch'essi, addolorati per quanto stava accadendo sotto i loro occhi.
Quando i soldati furono finalmente lontani coi loro cani, tutti uscirono fuori dai nascondigli e si radunarono davanti alla casa distrutta.
Stavano sparsi per terra i legni costati tanta fatica!
Il maiale cerc di dare conforto.
Ma la gallina non lo lasci finire.
Con le ali sui fianchi, piena di stizza, si volt verso i compagni e pronunci una tale invettiva contro il padrone e i suoi spietati scherani che alla fine tutti gli animali si sentirono presi dal desiderio di farsi giustizia.
Applaudirono anche gli uccelli, che promisero il loro aiuto, e subito se ne volarono nel cielo, chi prendendo una direzione, chi un'altra.
"Chiederemo aiuto a tutti i compagni della foresta. Anche agli orsi. E anche i cinghiali dovranno venire" url il tordo pieno di rabbia, mentre spiccava il volo dal ramo.
Ed ecco infatti la sorpresa, il fatto sovrannaturale! Che riguarda proprio il modo di quella vendetta, veramente straordinario.
Il mattino dopo, un viaggiatore che si recava al castello quale ospite del signore, con sua meraviglia non riesce a scorgerlo.
Si guarda intorno.
Addirittura controlla la mappa che ha con s.
Alza gli occhi al sole, verifica il luogo, riconosce le colline che fanno corona alla citt di Lucca. Scorge le sue Mura.
Ma il castello che stava proprio davanti alle Mura non c' pi!
Resosi conto del prodigio, lesto sprona il cavallo.
Varca la porta che introduce alla citt.
Qui nota un subbuglio insolito, e apprende che anche in citt si  saputo della improvvisa sparizione del castello.
Nessuno per sa dare a tutto ci una spiegazione ragionevole.
Cos, dopo quei primi giorni di sgomento, di incredulit, alla fine la gente cominci a pensare che forse il castello non era mai esistito, e presto lo dimentic. Proprio cos! Avete inteso molto bene: lo dimentic!
Dunque, il desiderio della libert non solo aveva finalmente vinto, ma aveva vinto a quel modo! Quale punizione maggiore, infatti, avrebbe potuto colpire il castello e il suo crudele signore, se non quella dell'oblio?
Quei minuscoli animali impauriti non avevano chiesto aiuto a nessuno. Spontaneamente ne avevano ricevuto. E questo era gi di per s molto bello, e da solo sarebbe bastato a generare la loro felicit. Ma ricevere un aiuto tanto grande da riuscire a cancellare dalla mente umana tutto ci che aveva rappresentato il loro passato di schiavit, beh, di arrivare addirittura fino a questo punto non ci avrebbero potuto mai sperare, nemmeno se avessero avuto il pi fantastico e ostinato ottimismo di questo mondo.


ZIP

Viveva in un campo, vicino alla mia casa di Montuolo, con tutta la sua famiglia, un topolino di nome Zip. Zep era invece il nome della sua sposa, e tre erano i figli, che gli davano per un gran daffare, sempre pronti com'erano a scappare di casa, e poi a lamentarsi perch avevano fame.
Zip, perci, passava le sue giornate in una continua ansia per i figli e spesso si lamentava con la moglie che non ce la faceva pi ad andare avanti cos.
Quanto erano lontani i tempi in cui, loro due soli, fidanzati, se ne andavano in giro per i campi e si godevano le bellezze del creato!
Un loro amico gli confid un giorno che forse c'era il modo di cambiare vita e di stare meglio.
"Qua vicino c' una soffitta sicura molto spaziosa, ben riparata e riscaldata."
E gli indic la casa che era proprio a due passi da l.
Non doveva nemmeno attraversare la strada, ma solo qualche campo e qualche fossa non troppo grande, se avesse desiderato trasferirvisi.
"E tu cosa ne pensi, Zep?" domand Zip alla moglie.
Zep era affezionata alla sua casa nel campo. Le dispiaceva un po'quell'idea di lasciarla.
Da quando s'erano stabiliti l, aveva fatto di tutto per dotarla di ogni comodit. Oggi poteva ben dire che non vi mancasse nulla.
Anche le amiche lo riconoscevano, complimentandosi con lei allorch venivano a trovarla.
Ora avrebbe dovuto invece ricominciare tutto da capo.
"Zip, Zip, quante me ne combini!" esclam un po'risentita.
Ma Zip era intenzionato a dare una svolta alla sua vita.
"Ci saranno meno pericoli per i nostri figli."
Quello infatti era il suo cruccio maggiore.
Anche l'amico gli dette una mano per convincere Zep, ed infine la moglie cedette.
Nei giorni seguenti cominciarono i preparativi per il trasloco.
Zep voleva portarsi via tutto, naturalmente. Ma Zip, al contrario, non voleva portare via niente.
"Cominceremo da capo. Casa nuova, vita nuova" diceva contento alla moglie.
Si accordarono per una via di mezzo, e Zep ebbe il consenso di portare con s alcuni oggettini della sua camera da letto ai quali era affezionata. Ed anche alcuni utensili di cucina, indispensabili per accontentare il marito, quando brontolava che era stufo di mangiare tutti i giorni la stessa minestra.
Qualcosa trasferirono di giorno e qualcosa di pi ingombrante di notte.
Infine venne il giorno che poterono partire e abbandonare la vecchia casa.
Zep non riusciva a varcare la soglia. Pi volte si gir a contemplare le sue stanzucce nelle quali era vissuta cos felice.
Com'era dura la vita, se si doveva fare tanta violenza ai propri sentimenti!
Zip invece non ci pensava nemmeno, ed anzi fu preso da un entusiasmo insolito, esuberante.
"Facciamo presto! Facciamo presto!" non si stancava di ripetere.
Anche i tre figli erano entusiasti del trasloco. Avrebbero scoperto cose nuove! Eppoi, forse i genitori li avrebbero finalmente lasciati un po'in pace. Che noia sentirseli sempre attorno a brontolare, a raccomandare, a sgridare.
Quell'amico ne aveva parlato tanto bene, di quella casa, che certamente la loro vita sarebbe diventata un sogno.
Cos, giunta la sera sull'imbrunire, quando non era pi tanto giorno ma nemmeno era principiata la notte, nell'ora cio in cui meno insidiosi si fanno i pericoli, Zip, chiamata vicino a s Zep, dette l'ordine di partire.
Si pose in testa al gruppo e in fila indiana si misero in movimento.
Zip guardava da una parte che non ci fossero pericoli, Zep dall'altra, e ogni tanto squittivano verso i figli, che volevano allontanarsi per i loro giochi.
L'erba era bagnata per la pioggia recente. Ne era caduta in gran quantit. Zip pensava tutto contento che forse era l'ultima volta che doveva temerla.
Traversarono a nuoto una prima fossa che s'era empita d'acqua. Poi un'altra che si trovava proprio in prossimit della nuova casa.
Giunsero infine al cancelletto che dava sull'orto.
Entrarono in giardino e dettero un'occhiata in giro.
Ma l'amico li aveva pi volte rassicurati che in quella casa non c'erano pericoli di sorta, e n cani e n soprattutto gatti. Sarebbe stata proprio una pacchia.
Era ben tenuto il giardino. Aveva alberi grandi.
Zip guard con un certo trionfo la sua Zep.
"Qui staremo bene, vedrai. Saremo dei veri signori."
Zep non rispose; annuirono invece i tre topini.
"Presto, babbo, andiamo" lo incitavano.
Entrarono dalla porta del garage, che aveva fessure pi larghe.
Per primo entr come al solito Zip, poi i tre figli, e per ultima Zep.
L'amico gli aveva descritto molto bene il modo di arrivare alla soffitta e quindi non fu difficile orientarsi.
Poi Zip aveva una particolare attitudine per questo genere di cose.
Zitti zitti, di nuovo in fila indiana, attraversarono le stanze del pianoterra, trovarono la scalinata del primo piano, la salirono. Passarono infine sotto la porta della soffitta.
Solo in quel momento Zip autorizz il gruppo a fermarsi per una sosta.
"Eccola la nostra soffitta. Ancora quella scala e saremo arrivati."
" bello qui!" esclamarono i topini.
"Certo che  bello" ribad Zip, che sentiva dentro di s, al contrario di Zep, la gioia del cambiamento.
Presero fiato e quindi di nuovo salirono la scalinata, questa volta in ordine sparso, giacch Zip aveva assicurato che d'ora in poi non ci sarebbero stati pi pericoli per nessuno.
"Da questo momento siamo noi i padroni della soffitta."
E poi, rivolgendosi ai figli, aveva aggiunto:
"Su su andate, correte, qui potete fare tutto quello che vi piacer."
Figuratevi i figli che non si erano mai sentiti dire in tutta la loro vita parole simili!
Si guardarono sorridenti, felici, e subito si misero a salire quegli scalini: squittivano e saltavano.
Quando furono arrivati in cima e videro le enormi stanze che da quel momento avrebbero costituito il loro reame, tornarono di corsa alle scale e tutti e tre gridarono ai due genitori, sorpresi in un tenero abbraccio:
"Mamma, babbo, correte a vedere la soffitta.  enorme!"
Salirono i genitori, questa volta trepidanti, emozionati.
"Davvero  bello qui" riusc appena a dire Zip.
Zep si preoccup subito di fare un po'di pulizia.
L proprio non aveva abitato pi nessuno da anni, lo si vedeva bene, e la polvere ricopriva ogni cosa!
Zip lasci fare a lei, che scelse l'angolo dove sistemare la loro camera, e poi quella dei figli, e infine la cucina.
Nei giorni seguenti continuarono a pulire, riordinare, arredare.
Anche i figli aiutavano. Ogni tanto per sparivano e Zip doveva squittire molto forte per richiamarli al dovere.
Alla fine la nuova casa fu pronta.
Davvero bella e confortevole a paragone della vecchia!
Zep ora ne era contenta. Se la mirava e rimirava per dritto e per rovescio e cominciava a provare un certo sentimento di gratitudine per il suo Zip, che aveva avuto il coraggio di quell'avventura.
Era proprio un tesoro Zip, che sempre cercava nella sua vita di migliorare la propria condizione, e non si fermava di fronte a niente pur di raggiungere lo scopo. Era contenta di averlo sposato.
I figli non si vedevano quasi mai, sempre in giro per quelle stanze ad inventare giochi.
Si presentavano solo all'ora di pranzo! E com'erano affamati! Ma si vedeva bene che erano felici.
In quella soffitta c'era ogni ben di Dio adatto ai loro divertimenti: un vecchio armadio, una culla, una panciuta damigiana, due biciclette arrugginite, una carrozzina, ma soprattutto c'era una piccola sedia a dondolo sulla quale i tre topini impazzivano di gioia. Salivano infatti tutti insieme sulla punta del piede a dondolo e si facevano cullare per delle ore. Qualcuno ne approfittava anche per farci un pisolino!
La mamma aveva per scoperto che era quello il loro nascondiglio preferito, e quando proprio aveva bisogno del loro aiuto, andava a scovarli l.
I tre diavoletti facevano di tutto per non lasciarsi sorprendere. Appena la sentivano arrivare, subito cercavano di svignarsela. Spesso si precipitavano di gran carriera dietro la vecchia damigiana e l se ne restavano zitti zitti, attenti a non far rumore. Era furbissima infatti la mamma, e sarebbe bastato un nonnulla per smascherarli.
Zip in quei primi mesi era anche ingrassato.
S'era fatto pi tranquillo, meno spesso si arrabbiava, e diciamo pure che per la prima volta nella sua vita riusciva a dominare i propri nervi.
Aveva pi frequenti momenti di tenerezza con la sua Zep.
Anche coi figli era diventato pi affettuoso, pi comprensivo. E quando la sera si ritrovavano a tavola, si sentiva pi disposto di una volta ad insegnare loro qualcosa.
Del cibo ne trovavano direttamente anche in soffitta, ma Zip certe volte scendeva al primo piano coi figli e mostrava loro come si doveva fare per accaparrarselo, senza farsi sentire o vedere dal padrone.
I tre topini lo seguivano in silenzio. Si accovacciavano sul pavimento anche loro, allorch glielo vedevano fare, e lui con la testa indicava che dovevano muoversi cos e cos.
Sotto la soffitta era collocata la cameretta del figlio minore del padrone, che aveva l'abitudine di consumare una merenda mentre guardava la tv: biscotti, del pane col burro e marmellata, qualche volta del formaggio, della frutta. Sempre ne avanzava nel piatto, che il ragazzo allontanava da s e posava sulla tavola poco distante.
Che manna, che occasioni d'oro per quella famiglia di topi!
Zip lasciava sempre le parti migliori ai figli e ne portava anche a Zep.
"Vedi come si sta bene qui? Si mangia stupendamente e senza fare troppa fatica. Siamo diventati dei veri signori!"
Anche Zep in verit s'era fatta un po'pi rotonda, cicciottella, sebbene non le mancasse ogni giorno il modo di curare la propria linea con tutto il daffare che aveva.
Sempre pi spesso rivolgevano un pensiero di gratitudine a quel loro caro amico.
Ma ecco che una mattina che Zip si trovava quieto quieto sugli scalini della soffitta a rosicchiare i fogli di un vecchio quaderno, sente aprirsi improvvisamente la porta, e vede davanti a s il grosso padrone.
Che spavento!
Il padrone non saliva in soffitta da molto tempo, e le poche volte che era accaduto, Zip sempre lo aveva udito, e fatto in tempo a dare l'allarme a tutta la famiglia.
In quelle occasioni si nascondevano nella vecchia culla.
Questa volta, per, chiss perch, non lo aveva sentito arrivare.
Intanto il padrone saliva, e lui era proprio in mezzo allo scalino!
Non c'era tempo da perdere.
Allora di corsa si precipita gi verso la porta spalancata.
Un gran balzo e scavalca il padrone.
Il quale per lo vede. Si volta.
Zip si rimpiatta dietro alcuni oggetti che si trovavano ammucchiati nell'angolo del minuscolo pianerottolo. Pensa che forse il padrone non dar importanza a lui. Se non lo vede pi, subito dimenticher, e lo lascer andare.
Ma non  cos.
Dopo un primo momento di incertezza, il padrone torna indietro, scende i pochi scalini che aveva prima salito.
Si ferma davanti a quegli oggetti polverosi.
Che deve fare Zip? Scappare? O stare l nascosto, sperando che non lo veda?
 la gran paura a farlo decidere. Se ne resta immobile!
Ma il padrone invece non sta fermo. Ecco che chiude la porta. Ha preso in mano qualcosa. Un grosso bastone.
Zip trema. Sente ingigantirsi il pericolo.
Il cuore sbatte. Il cervello non funziona pi.
Il padrone si avvicina, smuove gli oggetti.
Zip non pu stare l fermo, deve assolutamente fare qualcosa!
Ecco che allora, spinto dalla paura, fa un gran balzo, pi alto della spalla del padrone; ripiomba a terra. Il padrone si volta verso di lui. Zip  ora tra lui e la porta chiusa. Cerca uno spiraglio. Non c'. Di nuovo spicca un gran salto, piomba sul primo scalino. Il padrone gli  addosso, batte il colpo su di lui col bastone. Sente il dolore Zip, ma ancora ha la forza di scappare. Torna verso quella porta chiusa, e ancora il padrone mena il colpo. Zip si ferma,  stordito. Il padrone  l e sta per ucciderlo. Raduna le forze, pensa alla sua sposa e ai suoi figli che forse non sanno del pericolo o che forse lo stanno guardando e tremano per lui.
Deve farcela per loro!
Di nuovo spicca il salto, e questa volta finalmente arriva al sesto scalino, lontano dal nemico! Corre allora, corre, sale pi in fretta che pu. Si nasconde nel punto pi buio della stanza pi buia.
Il padrone  salito anche lui, ancora ha in mano il bastone. Lo cerca. Spia ogni stanza, ogni angolo.
Ma Zip sente che forse ora  salvo.
Come pu trovarlo il padrone in mezzo a tutti quegli oggetti?
E infatti, dopo i primi momenti di ostinata caccia, il padrone si arrende.
Va e prende la roba per la quale era venuto, e con quella se ne ridiscende le scale.
Zip non crede ai suoi occhi.  salvo!
Subito gli si fanno intorno i suoi.
Hanno visto tutto! Hanno seguito con trepidazione la brutta avventura. Zep quasi ne moriva. Solo per amore dei figli si era trattenuta dal correre in suo aiuto.
Ma che pena!
Lo accompagnarono al letto. Lo aiutarono a distendersi.
Zep gli sedette accanto ed ebbe per lui parole di tenerezza.
Il giorno seguente, Zip ha preso la sua decisione e la confida a Zep e ai figli.
"Torniamo nella vecchia casa!"
"Oh, nooo..." esclamano i figli. Ma  Zep a rispondere con fermezza che  quella la decisione pi saggia.
Non le importava della enorme fatica che aveva speso per riordinare la soffitta.
Oh, sapeva bene rinunciare a tutti quegli agi, se ci serviva a difendere meglio la loro vita!
E cos all'imbrunire, prima che il padrone tornasse a cercarli, Zip si mise di nuovo in testa ai suoi e in fila indiana, senza portare niente con s di quella casa, uscirono nel campo.
Solo i tre topini si voltarono a guardare, lass in cima, le finestrelle della soffitta nella quale si erano sentiti tanto felici.

(entrambi del 1991)


IL PRINCIPE VLADIMIRO

Viveva vicino alla citt di Lucca, in un tempo molto, molto lontano, un principe di nome Vladimiro.
Era tale la sua crudelt che fra i suoi contadini si diceva che il demonio in persona lo avesse tenuto a battesimo. Alto, bello e possente, il principe commetteva nel suo regno misfatti talmente scellerati che veniva meno la parola quando qualcuno tentava di narrarli. Soprattutto le donne facevano le spese della sua perversit, e non c'era padre, fratello o marito che non avesse ricevuto orribili torti. Perch, si domandava la gente, una tale bellezza era stata messa al servizio del demonio?
Al villaggio, abitava una giovane ammirata da tutti per la sua gentilezza e bont, di nome Esmeralda. Era tanto mai gracile e delicata nella figura quanto i suoi tre fratelli, e specialmente il padre, erano massicci, audaci, e violenti a tal punto che perfino gli uomini pi forti badavano ad avercela con loro. Era anche per questo che Esmeralda godeva presso la gente di molto rispetto. Ebbene, il principe non si ferm nemmeno davanti ad Esmeralda. Un giorno buss alla sua porta e approfitt di lei, e fece uccidere il padre che era accorso dai campi, e poi i tre fratelli giunti subito dopo.
Il popolo non riusciva proprio a capire perch Dio avesse creato un uomo tanto bello e potente per dargli poi un'anima cos malvagia. Qualcuno dei nobili confinanti era convinto che il demonio in persona stesse imprigionato nella sua anima nera.
Quando la notte passeggiava nei lunghi corridoi del suo castello, era pi d'uno a sostenere che il suo corpo emanava strani bagliori, che si vedevano scintillare dalle finestrelle allorch le oltrepassava. Possedeva un bellissimo cavallo nero, ed anche su di esso erano fiorite strane congetture. Comparso un mattino nella stalla, nemmeno lo stalliere sapeva come fosse capitato l. Nessuno lo aveva visto arrivare. Il principe raccontava che gli era stato donato da un gran re d'Oriente, ma nessuno riusciva a crederci.
Quel cavallo, certi giorni non lo si poteva trattenere nella stalla; lo si doveva liberare; e allora prendeva il galoppo, saltava il recinto e lo si vedeva scomparire all'orizzonte, dopo che aveva fatto risuonare nell'aria circostante i suoi alti nitriti. Tornava da solo, dopo ore e ore di galoppo; si intuiva dalla bocca schiumante e dal sudore che gli bagnava il lucido pelo che era stato molto, molto lontano.
Quando lo stalliere lo vedeva ritornare e correva a prendergli la briglia, quasi sempre si alzava sulle zampe anteriori, e con rabbiosi nitriti pareva volersi scagliare su di lui. Per fortuna, qualcosa riusciva a trattenerlo, e cos si quietava e si lasciava condurre nella stalla. Lo stalliere avrebbe voluto smetterla con quel duro lavoro che poneva a repentaglio la sua vita, ma chi aveva il coraggio di dirlo al principe? Le poche volte che aveva deciso di provarci, aveva poi desistito quando aveva visto il principe comparire nella stalla, e allora non gli era restato altro da fare che aiutarlo a montare la bestia! Stava sempre a contemplarlo mentre lanciava al galoppo l'animale, e in quel momento sentiva perfino la fierezza d'essere suo servitore.
Quando passava dai campi, anche i contadini volgevano il capo verso di lui pieni di ammirazione, e dovevano ammettere che il loro padrone portava una inimitabile bellezza e malia in tutto ci che faceva.
Raramente si fermava al villaggio, preferendo la pianura e i boschi della sua sterminata propriet. Allorch lo faceva, era per sostare alla vecchia locanda, antica quanto il castello.
La conduceva un uomo avanti con gli anni, dall'aspetto sereno, reso tale da una lunga convivenza con gli uomini di ogni specie, avvezzo ad essere testimone di ogni bizzarria, ormai preparato a non meravigliarsi di nulla, nemmeno della fine del mondo se fosse all'improvviso venuta.
Quest'uomo - difficile a credersi - non temeva il principe, e quando lo vedeva arrivare e scendere dal suo cavallo, non interrompeva il servizio che stava compiendo per accorrere subito da lui, e trattava tutti i clienti allo stesso modo, senza distinguere il nobile dal plebeo. Solo quando era il suo turno, il principe veniva servito; e cos, se lo si voleva vedere finalmente in atteggiamento remissivo, ecco che bastava trovarsi alla locanda, dove Prospero avrebbe fatto attendere anche Dio in persona.
Nessuno sapeva spiegarsi il perch di un tale comportamento del principe. Gli sarebbe bastato dare un ordine perch tutti gli avventori si facessero da parte, e allora Prospero non avrebbe potuto esimersi dal servirlo all'istante. Eppoi non sarebbe bastato che levasse la voce contro l'oste perch questi s'affrettasse a raccogliere i suoi comandi? Ma il principe non faceva niente di tutto ci, e davanti a Prospero se ne stava umile e docile come un agnellino.
Che aveva Prospero di tanto speciale per esercitare un tale potere su quell'uomo terribile?
Allora anche su di lui erano sorte leggende. Qualcuno lo supponeva re, eroe di un regno assai lontano, che era venuto al villaggio per compiere qualcosa che nessuno per riusciva ad immaginare. I suoi modi, la sua sensibilit, la sicurezza e la propriet della sua conversazione non potevano che discendere da un'educazione elevata e speciale, che solo un re riceveva a quel livello. Ma dov'era mai il suo regno? E anche su questo nascevano congetture a non finire. Si domandava ai viaggiatori di passaggio per saperne di pi e s'intrecciavano nuove supposizioni dalle rivelazioni di costoro. Si faceva a gara per indovinare.
Alla locanda di Prospero si mangiava e soprattutto si beveva molto bene ma, com' facile immaginare, non solo per questo gli affari andavano a gonfie vele. La gente si fermava specialmente per curiosare, vedere, scoprire. Quando lui non se ne accorgeva, si spiava ogni suo atteggiamento per riuscire a carpirne il segreto.
Pi d'uno sosteneva invece che doveva trattarsi d'un mago, o forse d'un diavolo pi potente di quello che stava dentro il principe. Non era forse vero che il diavolo non aveva rispetto che per il male, e non si fermava di certo ad ossequiare la bont?
Certuni consigliarono perci di guardare con maggiore prudenza alle cose di Prospero e di stare alla larga dallo stringere un'amicizia troppo confidenziale con lui. Ma vi era anche l'opinione di quelli che dicevano che Prospero era un santuomo venuto da lontano apposta per combattere il principe, e l'aveva mandato a quel villaggio Dio stesso per affermare la supremazia del bene sul male. E il principe, che era il male, non poteva che comportarsi cos con Prospero, riconoscendo in lui il superiore potere del bene. Tra i pi accaniti sostenitori di quest'ultima ipotesi era anche il prete del villaggio, il quale si era recato spesse volte alla locanda e aveva ricevuto una forte impressione dalle qualit di Prospero. Cos aveva concluso che esse non potevano che discendere direttamente da Dio. Da quell'oste sarebbe arrivata l'affermazione del bene e la sconfitta definitiva del principe, che gi in quel comportamento di sottomissione avvertiva l'inizio della propria fine. Era solo questione di tempo, e di avere un po'di pazienza ancora. Non c'era al mondo nessun valido motivo per dubitarne.
Pass un giorno al gran galoppo il principe Vladimiro. Attravers i primi campi e il cavallo sembrava volare, sollecitato alla corsa dalla frusta. Poi ad un tratto, davanti alla grossa quercia che dominava quella parte di pianura, come fosse stato avvertito da un segnale misterioso, arrest il cavallo, che si rizz sulle zampe anteriori. Cambi direzione e spron l'animale alla volta del villaggio.
Si ferm davanti alla locanda.
Legato il cavallo all'ingresso, entr e con la medesima alterigia, ma questa volta con gli occhi pieni di risentimento, si accost al bancone.
 a questo punto che nessuno sa pi riferire che cosa realmente accadde, e nacquero cos due versioni della stessa leggenda.
La prima narra che quel principe, avvicinatosi al bancone, al contrario delle altre volte esib la propria tracotanza e and su tutte le furie; ruppe fiaschi e bicchieri, sfasci tavoli e sedie, inve con insulti e bestemmie contro Prospero, che invece continuava a non battere ciglio e serviva gli avventori come se nulla di insolito stesse accadendo. Infine, completamente fuori di s, il principe gli si scagli contro per malmenarlo, e fu a questo punto che un viaggiatore lev il suo archibugio e spar contro di lui. Qualcuno sostenne di aver visto in quel momento gli occhi del principe spalancarsi, ed accendersi, ed esplodere di attonita meraviglia. Poi il corpo stramazz al suolo con un grosso boato, come se si fosse schiantata una montagna. Anche sul conto di quel viaggiatore nacquero leggende.
La seconda racconta che il principe Vladimiro entr come le altre volte alla locanda, e si mise ad attendere come era solito fare. Se ne rest per molto tempo appoggiato al bancone, mentre Prospero prestava servizio ai tavoli pieni di avventori. Quelli che videro la scena ricordavano che l'espressione del viso del principe quel giorno era diversa, quasi fosse stato consapevole di ci che sarebbe accaduto di l a poco.
E infatti, fu visto stramazzare a terra all'improvviso; come un sacco vuoto afflosciarsi e lentamente la sua figura sciogliersi in acqua: prima le mani, poi le gambe, il busto, il collo e solo per ultimi gli occhi e la bella fronte. Alla fine, quelli che stavano intorno a lui, non videro altro che una piccola pozza d'acqua, che di l a poco si prosciug. Del principe non rest pi niente. Fuori della locanda non si trov nemmeno il suo cavallo.


IL RE BUONO

Molti e molti secoli fa, quando Lucca era ancora un piccolo villaggio, non molto lontano, in un magnifico castello, viveva un fanciullo di nome Gualberto, figlio di re, il quale, essendo morti i genitori, si trov a governare, a quella giovane et, un vastissimo regno.
Aveva soprattutto due grandi virt che superavano le altre che possedeva: era buono e generoso; e non c'era accadimento nel suo regno che non lo trovasse pronto a prodigarsi per gli sventurati.
Il suo nome correva sulla bocca di tutti; e specialmente tra gli umili lo si pronunciava con grande venerazione.
Trascorsi gli anni, Gualberto divenne un uomo.
Aveva gi raddrizzato molte cose nel suo regno, ma molto, anzi tanto lui diceva, doveva essere ancora compiuto per la sua gente.
Gualberto non aveva malizia, e perci trattava i suoi consiglieri e i suoi principi come se fossero tutt'uno con il suo spirito. Egli credeva che la gioia che ogni volta provava nel fare il bene, occupasse allo stesso modo anche il cuore dei suoi collaboratori.
Ma noi sappiamo che spesso le apparenze ingannano, e le cose non stavano affatto cos. A poco a poco, infatti, molti principi di quel regno cominciarono a pensare che tutta l'enorme ricchezza che Gualberto destinava ai poveri era perduta per i loro forzieri, giacch se il re donava molto o tutto ai poveri, ben poco o niente restava per soddisfare la loro immensa cupidigia.
Cos, una notte si radunarono in gran segreto e decisero che la cosa migliore da fare per frenare un tale sperpero di denaro era quella di dare una moglie al loro re.
La prescelta per, oltre a possedere la bellezza, doveva anche essere avida, egoista, e legata soprattutto al benessere della corte, piuttosto che a quello del suo sposo.
Non ci volle molto tempo per trovare la giovane che cercavano; e a quella principessa, ambiziosa oltre ogni immaginazione, lasciarono intendere che una volta diventata regina, sarebbe stata di fatto lei a governare sul regno.
La ragazza era molto bella, di ottima cultura e di eccellenti maniere; perci Gualberto acconsent subito al matrimonio quando ud pronunciare il nome di Caterina quale sua promessa sposa, e ringrazi di cuore i suoi consiglieri, che anche in tale occasione, cos pensava, si erano prodigati per lui.
Le nozze furono celebrate con grande sfarzo; vi presero parte re e regine venuti da ogni angolo della Terra; e allorch Gualberto incontr per la prima volta la stupenda Caterina, sent che un disegno del destino stava racchiuso in quella scelta che lo rendeva cos immensamente felice.
Trascorsero i giorni. Gualberto godeva della presenza della sua sposa, che aveva ogni riguardo per lui; nulla gli faceva mancare, e sapeva prevenire i suoi desideri.
Della sua gioia si seppe in tutto il reame. Soprattutto i poveri ne furono contenti, e mormoravano che quella fortuna capitata al loro giovane re discendeva direttamente da Dio.
"Gualberto meritava una sposa simile!" si comment nelle strade e intorno ai banchi dei mercanti.
Trascorse cos un intero anno, e Caterina pot rendersi conto della enorme quantit di denaro che il re destinava in aiuto della povera gente.
"Non ti sembra sprecata, mio dolce sposo, tutta questa ricchezza destinata ai poveri? Dio sicuramente non approva che tu sperperi tanto denaro a danno dei tuoi principi, che godono della massima considerazione presso di Lui."
Gualberto cerc di spiegare a Caterina che le loro ricchezze dovevano servire proprio ai poveri, e che era una fortuna poter fare del bene. A che giovava aiutare chi aveva gi molto?
"Perch possedere tanta ricchezza superflua, quando per essere felici basta molto poco? L'amore che provo per te, mia cara Caterina, non potrebbero ripagarlo tutti i tesori della Terra."
E le confidava che non c'era gioia pi grande per il suo cuore che sapersi circondato da gente felice.
"Riuscire a dare agli altri un po'della nostra felicit, non senti anche tu che  cosa benedetta da Dio?"
Ma Caterina tanto faceva e brigava che in qualche modo riusciva a frenarlo.
Tutte le volte per restava colpita da quell'innocenza cos connaturata al suo sposo, e si domandava come potesse un uomo non accorgersi che intorno a lui dominavano invece la cattiveria, la gelosia, l'invidia, l'ingordigia e tutti i peggiori vizi che nel corso dell'esistenza umana corrompono la vita di ogni societ. Solo chi possiede questi vizi pu sperare di sopravvivere e di conquistarsi una fetta di felicit a questo mondo! pensava Caterina.
And su tutte le furie, e protest duramente con il suo sposo, un giorno che si scopr che dei mendicanti, approfittando della fiducia del re, si erano appropriati di un ricco forziere destinato ai poveri.
Ci nonostante Gualberto non volle desistere; e nei confronti di Caterina e degli altri consiglieri - che gli andavano ripetendo che si trattava di malandrini che avevano carpito la sua buona fede, e come loro ce n'erano tanti tra i poveri - egli si rammaricava che non riuscissero a comprendere che, finch non avessero riscattato la povert, non ci poteva essere felicit per nessuno a questo mondo.
Quelle parole suonarono, per, come un pericoloso campanello di allarme per Caterina e quei consiglieri, che temettero che le loro stesse ricchezze fossero in pericolo, se il re la pensava a quel modo. Si moltiplicarono quindi i loro sforzi per contenere in qualche modo la generosit verso gli umili del loro re.
Ma Caterina cominci anche a soffrire. Si sentiva molto amata dal suo sposo; e cos a poco a poco avvert un certo disagio ogni qualvolta doveva fargli un rimprovero.
Si sorprendeva sempre pi spesso ad osservarlo mentre era intento a conversare durante le udienze; e restava ammirata delle cose straordinarie che si dicevano sul suo conto.
Contrariamente a quanto aveva creduto, la bont e la generosit del suo sposo non generavano irrisione, ma rispetto, e da ogni parte accorrevano a fargli visita perfino re pi potenti di lui. La sua fama tra la gente semplice, poi, non aveva n confini n misura, e Gualberto presso di loro era divenuto una leggenda.
Tuttavia Caterina restava ancora la donna avida e ingorda scelta da quei consiglieri, ed ella non poteva fare a meno di avvertire che ogni atto dello sposo le procurava un grande dolore. Gualberto se ne accorse. Ne prov tristezza. Si domandava in che cosa avesse potuto mancare verso la sua Caterina, ma non arriv mai a supporre che la causa di tanta afflizione risiedesse nell'avidit della sua sposa.
Per farla contenta, cominci ad accettare qualche suo consiglio. Spese molto denaro per lei, ne accumul altrettanto, e da tutta Europa fece venire rari gioielli e abiti raffinati perch la donna ne godesse nel corso delle numerose feste che era tornato a bandire nel suo antico castello per renderla felice.
Caterina cap cos che pi che le parole, riusciva la sua tristezza a vincere l'animo di Gualberto.
Trovata la strada, la percorse fino in fondo; e il re cominci a trascurare il suo popolo, preso dal desiderio di soddisfare la donna che tanto amava.
Finch il pensiero che il suo cuore si era fatto piccino piccino, ed ora batteva unicamente per s e per la sua sposa, non gener in lui una grande malinconia. S'intrist. Passava molte giornate chiuso nella sua stanza. Rifletteva; e pi pensava, pi si rendeva conto che era difficile ad un uomo corrispondere ai propri ideali, e spesso la felicit degli altri si manifesta con i segni di un profondo egoismo, e non lo si pu vincere che procurando dolore.
Si sent impotente di fronte ad un tale ostacolo immane, e infine scelse la strada di prendere tutta su di s la sofferenza, piuttosto che veder mortificata la sua Caterina.
Non parl pi. Le poche volte che compariva di fronte ai suoi consiglieri per dire di s a tutti i progetti che gli venivano sottoposti, si avvertiva per lo straordinario fuoco della sua bont che ancora covava in lui. Caterina pi degli altri percepiva la forza di quella diversit che stava tra lei e i principi da una parte, e il suo sposo, la cui virt - non c'erano pi dubbi, ormai - discendeva direttamente da Dio.
Cos, un giorno si sciolse in pianto davanti a lui; confess la sua avidit e chiese al suo sposo di perdonarla. E Gualberto la sent penetrare dentro il suo cuore. Sent che l'amore, la bont, la sofferenza, la generosit del suo animo avevano fatto il miracolo, ed ora, per tutti gli anni avvenire, egli avrebbe avuto accanto a s la sposa che aveva sempre desiderato: una sposa buona e felice.

(entrambi del 1992)


L'ANTICO BORGO

Davanti a Ludovico, nei bei colori densi, rigogliosi, straripava la primavera. Fiori di ogni specie, erbe alte, carezzevoli, salivano lungo le sue gambe, ostruendo in gran parte il piccolo sentiero. Piante secolari dai rami larghi, con gi piccole foglioline e germogli, davano ombra desiderata al suo cammino; gli insetti, gli uccelli, piccole e grandi farfalle destavano in lui sentimenti di gratitudine alla vita.
Un tocco lieve di campane percosse l'aria, distogliendolo dall'incantamento in cui era precipitato.
Guard alla sua destra, e non molto lontano scorse la punta di un campanile e, attorno, i tetti di un piccolo villaggio o meglio di un antico borgo.
Vi entr attraverso una vecchia porta: in alto, proprio sopra il portale antico, stavano due leoni ormai senza volto, consumato dai secoli.
Percorse una viuzza stretta e giunse a un'osteria, con l'insegna gi accesa a quell'ora del primo pomeriggio: un gallo d'oro con il becco aperto nell'atto di cantare.
All'interno lo avvolse un denso fumo.
I tavoli erano occupati da vecchi bevitori, i loro cappelli stavano posati vicino ai bicchieri.
L'oste, un omaccione in grembiule, andava su e gi servendo piatti colmi di salsicce e fagioli fumanti.
In disparte, sola davanti ad un tavolo accuratamente preparato, stava una donna, che Ludovico pot guardare proprio in faccia, essendo voltata verso di lui.
Appena lo vide, lo chiam con un cenno della mano.
"Siedi" gli disse. "Finalmente sei qui."
Ludovico, stupito ma attratto da quell'incontro, si sedette accanto alla donna.
Solo allora l'oste s'affrett a servire delle portate che dovevano essere state gi preparate per lui: un ricco pranzo con squisita cacciagione e vini rossi, densi, forti.
Al termine, la donna lo preg di restare a dormire nella locanda per quella notte.
Dalla sua cameretta, Ludovico guard, attraverso una piccola finestra, gi in basso la piazza del borgo: era piccola, rotonda, circondata da casupole che gli ricordavano il vecchio anfiteatro della sua citt.
Poi sprofond nel sonno.
Al mattino molto presto, fu svegliato da alte grida; salt il letto e torn a guardare dalla finestrella, e vide molta gente radunata nella piazza.
Su di un lato era stato allestito un palchetto e un uomo, da l, parlava a gran voce. La gente, accalcata intorno a lui, invece di starlo a sentire, urlava a sua volta.
Infine l'oratore scendeva e un altro prendeva il suo posto. Strillava e la gente, come prima, si metteva a gridare insieme con lui.
Tutto si ripeteva con un altro, e un altro ancora, e cos via.
Ludovico, incuriosito, scese in strada, e fu colpito da un'altra stranezza di quella gente. Tutti coloro che incontrava, parlavano ad alta voce, anche chi andava da solo, e questo comportamento sembrava naturale.
Parlavano di tutto, anche di cose intime e, tranne Ludovico, nessuno faceva caso a quei discorsi. Un uomo smanaccava e si tirava il collo con le mani, imprecava; una donna si lamentava contro la vita, camminando sottomuro; alcuni vecchi ricordavano avvenimenti della giovinezza.
Ludovico si spavent a morte, e cerc di nascondersi in una viuzza deserta. Ma incontr ancora gente che urlava, finch non scorse un portone socchiuso, mezzo sgangherato, che pareva attendere proprio lui.
Vi entr.
Una vocetta quasi ghignante lo accolse, pregandolo di farsi avanti, e di non spaventarsi del buio; lo guid per un corridoio molto stretto, poi per delle stanze.
"Siete arrivato" disse, e lo invit a premere l'interruttore posto sulla parete.
Accesa la luce, fu colpito da uno spettacolo raccapricciante: centinaia e centinaia di teste giacevano sul pavimento, ben ordinate, coi visi all'ins, gli occhi aperti.
"Guardatele, guardatele bene" disse la voce, ridendo. "Non c' rimedio migliore per sentirsi felici!"
Era un'espressione davvero malvagia quella che fer le sue orecchie.
"Indossate una di queste" disse ancora.
La voce si mise a sghignazzare, e una di quelle teste, Ludovico se la trov d'improvviso sulla spalla.
"Scegliete questa; pare fatta apposta per voi!"
La testa gli si era appiccicata sulla spalla e sembrava entrare nella sua carne.
"Fate presto, perch tra poco non potrete pi liberarvene. Datele il posto che merita: sostituitela alla vostra!"
Ludovico afferr con le mani quella testa spaventosa e cerc di liberarsene con quanta forza aveva, ma inutilmente, mentre la voce continuava ad irriderlo e si era fatta severa, cattiva.
"Siete capitato in uno strano luogo, non  vero? Ebbene, sappiate che non c' nulla di pi perfetto al mondo. Qui ogni uomo  libero, libero in tutto, nei movimenti, nel disporre del tempo, nei desideri, ma soprattutto pu pensare e dire ci che vuole. So che avete constatato di persona la straordinaria libert di cui gode questa gente."
"Sembra un luogo di pazzi!" grid Ludovico.
"Ma accade" continu la voce "che presto ci si stanca della libert, non si desidera pi agire, parlare, pensare, e cos si entra qui, in questa piccola stanza, per disfarsi del passato e riacquistare un po'di serenit. Si pu scegliere tra queste teste, che sono state preparate apposta per dare la felicit agli uomini."
Era giorno fatto e da fuori si ud levarsi un brusio.
Ludovico intu che era di gente che veniva in direzione della casa.
"Eccoli, eccoli i miei cari amici!" esult lo sconosciuto. "Hanno bisogno di me!"
La porta si spalanc ed entrarono decine di persone, che si misero a scegliere tra le numerose teste.
Si scaten una confusione infernale, e qualcuno strapp la testa dalla spalla di Ludovico.
Fu incredibile quello che vide.
Con le sue mani, lo sconosciuto stacc la propria e sul collo tronco appiccic la testa che aveva sottratto a Ludovico.
Subito quella bocca si apr, gli occhi si guardarono intorno e l'uomo, come gli altri, usc per tornarsene in strada.
A quel punto, le vecchie teste si allinearono da sole sul pavimento, le bocche si chiusero, gli occhi si spensero.
"Andate ora" disse la voce, rivolta a Ludovico "e non tornate se non quando avrete davvero bisogno di me."
Ludovico usc di corsa; a stento riusciva a guardare chi incontrava. Se lo udiva farneticare, allora di nuovo riprendeva a correre; e sentiva come una dolorosa tenaglia stringergli la mente; la testa quasi gli scoppiava.
Percorse molte strade e finalmente ritrov la piazza e l'osteria.
Vi entr, spalancando con rabbia l'uscio di vetro.
La gente si volt a guardarlo; anche la ragazza del giorno prima era con loro.
Fu pronta ad andargli incontro, e quando Ludovico sent la sua mano calda sulla fronte, e ud le sue prime parole di conforto, allora tutto in lui and quietandosi.
"Siedi" gli sussurr.
Ludovico si lasci cadere sulla sedia.
"Non  possibile che tutto ci sia vero. Come ci si pu stancare della libert?"
Comprese ben presto, per, che la donna non riusciva a capirlo, e tutto ci che lui diceva era per lei come un vaneggiamento.
Si persuase cos che la nuova condizione aveva modificato nella ragazza il concetto della libert e che la sua mente aveva confini angusti, dentro i quali la propria libert era bastevole. Nessun desiderio che stesse nella dimensione di un'altra libert pi grande la raggiungeva pi.
La vita in quel borgo era la pi crudele che si potesse immaginare; offriva all'uomo la pi completa libert, fintanto che questo eccesso minava la sua mente e l'uomo provava una specie di saziet e di disgusto. E cos percepiva quell'originario desiderio di quiete, e correva alla casa, dove tutto era stato preparato per calarlo dentro una realt fisica e spirituale in grado di offrirgli non pi che una sufficiente umanit.
Pieno di livore, Ludovico afferr la ragazza. Gli occhi di lei lo guardarono impauriti. La gente intorno si alz, si mosse incontro ai due.
La ragazza non capiva. Non capiva l'avvilimento che Ludovico provava nel sentirsi impotente di fronte a tanta malvagit.
Infine gli sorrise, e fu cos dolce l'espressione di quel viso che in lui tutto si quiet.
Senza pi parlare, dandole un ultimo sguardo, si allontan.

(1980)



LIBRO QUARTO
I LUOGHI DELLA MIA PRIMA FANTASIA

LA TAVERNA DI MARCUS FAROW

Durante l'inverno ho ormai l'abitudine di trascorrere tutto il mio tempo libero alla taverna di Marcus Farow.
Da queste parti, quass al Nord, gi da ottobre fa freddo e quasi sempre nevica; la taverna di Farow diventa per me allora come una calamita. Appena metto i piedi fuori di casa, ecco che mi dirigo l, mi siedo al mio posto vicino alla porta e resto tutta la sera a bighellonare.
Marcus Farow mi conosce ormai da anni e mi d del tu; mi fa trovare sempre pronto il mio tavolino e la mia sediola vicino alla porta, e appena mi vede entrare mi viene incontro con una bottiglia di vino italiano e un grosso bicchiere; salve Karl, mi dice, come va? e mi mette davanti bottiglia e bicchiere; io afferro subito la bottiglia, riempio fino all'orlo il bicchiere, poi bevo tutto d'un fiato.
Trent'anni fa la taverna di Marcus non c'era; al suo posto sorgeva il magazzino di stracci del povero Hans Stoinensen; poi fall, non si sa bene perch, e al suo posto venne Marcus. Ci voleva un uomo grosso e risoluto come lui per impiantare proprio qui una taverna; qua ci sono i bassifondi di Pedersberg e non mancano uomini senza scrupoli, pronti a ficcarti nello stomaco un palmo di coltello o a pestarti il muso di pugni e di calci fino ad ucciderti.
Proprio io ho visto Niels uccidere Erik Fredmann davanti alla bottega di Peter.
Mi trovavo nella camera proprio sopra il negozio, era notte fonda; sentii dei rumori strani nella strada, cos mi affacciai a luce spenta alla finestra e vidi Niels che litigava con Erik. Poi Niels estrasse dalla tasca un coltellaccio e lo ficc nella pancia di Erik; Niels fugg subito e nessuno sospetta di lui, e si crede che Erik ubriaco si sia ucciso.
Non voglio immischiarmi in queste faccende; Niels  un tipaccio e cos era Erik; pi si sta alla larga da loro pi ci si guadagna.
Marcus non ebbe timore di stabilirsi qua, e seppe intendersela con Niels e i suoi compagni. Marcus  un uomo rude e quando si arrabbia fa paura. Rammento una sera che entr da lui un certo Christian, mai visto prima. Ordin due boccali di birra e li bevve uno dietro l'altro senza prendere fiato. Marcus era stato gentile con lui e lo aveva servito subito; ma il forestiero dopo aver bevuto non volle saperne di pagare; si alz e si avvi per uscire. Marcus non l'aveva perso d'occhio un solo istante; Marcus non si fida dei forestieri, e li tiene sotto tiro finch non se ne vanno via. Ehi, dice, forestiero, devi pagarmi i due boccali di birra; ma il forestiero continua a dirigersi verso la porta senza dargli ascolto; ehi, dice ancora Marcus, forestiero, i due boccali di birra. Il forestiero apre la porta per andarsene, allora Marcus non perde tempo, salta il bancone, lo rincorre e lo afferra per il collo. Non gli dice nulla; gli sferra due pugni sul muso fino a farlo sanguinare; poi gli tira fuori dalla tasca la moneta, gli d indietro il resto e si paga da solo.
Marcus  proprio l'uomo che ci voleva qui, se no nessuno sarebbe riuscito a piantarci una taverna; da ottobre infino a tutto marzo e qualche volta anche ai primi di aprile, la sera ci si trova tutti da lui a bere, a fumare, a giocare con le sue cartacce sporche. Se c' troppo fumo e odore di tabacco, di vino, di birra e di fritto anche, non ci si bada pi, e anzi oramai ci siamo quasi affezionati. Quando entro da lui la prima cosa che voglio sentire infatti  il profumo del tabacco; e l'odore del vino, naturalmente.
Quando facevo coppia con Michael a carte, venivo da Marcus alle sei di sera e uscivo dopo la mezzanotte. Mi sedevo con le spalle appoggiate alla parete, a pochi passi dalla porta; Michael voleva giocare invece con la faccia voltata verso l'uscita, non so perch. Si vinceva quasi sempre, e Michael ordinava boccali di birra, mentre io volevo vino italiano.
Poi Michael spar da una sera all'altra e non l'ho pi visto.
Immagino che si sia imbarcato sopra una nave di passaggio e sia tornato a navigare per il mondo.
Michael aveva fatto il marinaio per pi di vent'anni e conosceva il mare sin da ragazzo, perch suo padre era pescatore a Warden e lo portava sempre con s.
Infine si era fermato qui e c'era rimasto per alcuni anni.
Si vedeva proprio che era una marinaio; la sua barba gli calava gi dalle basette fin sopra il petto, e portava i calzoni larghi, e fumava la pipa come fanno gli uomini di mare.
Un giorno mi raccont parecchie cose della sua vita; ero suo amico, mi diceva, e solo con me sentiva di confidarsi.
Warden  un porticciolo sperduto nel Nord, mi diceva, un posto maledetto da Dio. Ci si vive come dannati, si lavora dalla mattina alla sera per guadagnare appena un po'di pane duro per sfamarsi.
Michael era sposato e aveva un figlio ancora ragazzo; ma la moglie era scappata di casa con un marinaio americano e se l'era portato con s.
Ce la spassavamo sul serio Michael ed io. Lui era sempre allegro e cantava, cantava; era anche un bell'uomo e parecchie ragazze di Pedersberg avevano perso la testa per lui.
Senza Michael mi sento come senza un braccio.
Stasera da Farow c' pi gente del solito. Fuori nevica; ha cominciato verso le tre del pomeriggio senza smettere mai.
Quando entra qualcuno sento una ventata gelida dietro le spalle. Chi entra ha la pelliccia coperta di neve e va subito verso il fuoco; si leva la pelliccia, la scuote e ordina un bel piatto di pesce fritto e un boccale di birra.
Marcus ha messo davanti al fuoco una lunga tavola perch possano starci in molti.
Marcus, dico, porta un bel piatto di pesce fritto anche a me, e un'altra bottiglia.
L'uscio ogni tanto sbatte e fa entrare un po'di nevischio.
Marcus mi porta il pesce e il vino. Marcus sorride sempre quando serve gli amici; qua siamo tutti suoi amici.
Se non smette di nevicare, stanotte non torno a casa, ma mi fermo a dormire qui. Marcus serba sempre una camera per me in notti come questa. Oramai mi conosce bene e sa che non mi piace uscire dalla sua taverna quando fa cos freddo.
Ehi Karl, mi gridano, si fa una partitella?
Perch no, penso. Mi piace tenere tra le dita le cartacce sporche di Marcus. Mi gira un po'la testa per, ma provo ad alzarmi lo stesso; una partitella a carte  proprio quel che mi ci vuole.

Prima stesura 27 ottobre 1963


PACHO

Vi prego, non uccidetemi, Juan.
Conosci il mio nome?
Tutti vi conoscono qui.
Gi, il mio nome  conosciuto anche oltre i confini della tua terra, Pacho. Juan Ramirez ha coperto di sangue e di morte la sua strada.
Non uccidetemi, Juan, vi prego. La mia casa ha bisogno delle mie braccia.
Tremi come un coniglio, Pacho.
Vi porter da mangiare, Juan.
Fai presto, stupido.
La casa di Pacho ha due piccole stanze. Juan e Pacho sono nella cucina. C' un fornello acceso.
Pacho va a prendere qualcosa nella dispensa e la porta a Juan.
 caldo fuori, dice Juan.
Sono tre mesi che si soffoca dal caldo, risponde Pacho; mia moglie ed io siamo scesi ieri al villaggio. L non si respira pi, e c' gente che muore ogni giorno per la grande calura.
Cos' questo che mi hai dato da mangiare?
 fatto di pane e di uova. Noi ne mangiamo tutti i giorni. I miei ragazzi ne vanno matti.
Juan si dondola sulla sedia e guarda Pacho.
Hai paura di me, Pacho?
S, signore.
Che dicono di me da queste parti?
Ho sentito per la prima volta il vostro nome alla bettola di Ramon. Ramon parl di voi. Vi odiano tutti qui.
Portami ancora del vino.
Si odono delle voci venire verso la casa. Juan salta in piedi e si porta alle mani il coltello e la pistola. Poi corre alla finestra a spiare.
Non li distinguo bene, Pacho; sono ancora lontani.
Juan si  fatto scuro in volto. I suoi occhi guardano verso la striscia di terra assolata.
Pacho si  fermato dietro di lui.
Devo saltargli addosso, pensa, devo saltargli addosso prima che mi uccida. Fra poco i contadini del villaggio saranno qui e mi daranno una mano.
Pacho, grida Juan, guarda, quei maledetti vengono da questa parte.
Pacho non esita pi. Juan  attento a spiare i contadini e non bada a lui. D'un balzo  addosso a Juan. La pistola e il coltello schizzano via dalle mani di Juan.
Maledetto, grida Juan.
Poi tra Juan e Pacho si scatena una lotta furibonda. Juan  giovane e agile. Pacho  pesante, ma i suoi muscoli sono ancora saldi e le sue mani sembrano delle tenaglie.
I contadini vengono verso la casa di Pacho per bere il buon vino della sua cantina. Cantano una canzone triste com' loro abitudine.
Non sanno che Pacho  morto.
Juan gli ha ficcato nel fegato il suo lungo coltello ed ora giace in una pozza di sangue con gli occhi sbarrati.
Prima di morire ha gettato nell'aria un lamento disperato. Pacho amava la vita e la sua casa aveva bisogno di lui.
Juan Ramirez con un calcio rovescia il corpo di Pacho nella pozza di sangue.
Maledetto schifoso, dice. Devo fuggire prima che arrivino quei maledetti contadini.
D'un balzo  fuori, afferra le briglie del suo cavallo.
Il suo cavallo gi fende l'aria e Juan lo incita con grida rabbiose a correre di pi.
Dalla campagna vengono i contadini. Come ogni sera hanno un appuntamento con Pacho e con il suo buon vino. Il vino di Pacho lo conoscono perfino in citt e quando Pacho qualche volta vi capita, tutti lo pregano di vendergli un po'del suo vino. Ma Pacho non lo ha mai venduto e non lo vender mai a nessuno.

Prima stesura 30 novembre 1963


FESTA A SAINT LOUIS

 la festa di Saint Louis. Saint Louis  un villaggio di contadini a nord di Littletown. La giornata  al termine. In mezzo al villaggio  acceso un gran fuoco per riscaldare dal freddo della notte e per fare un po'di luce. Si balla e si canta.
Mary Glifford  negra. Qui i negri sono numerosi e li trovi mescolati coi bianchi a cantare e a ballare. Per non bisogna mettersi in testa certe idee. Si balla e si canta insieme, ma qui a Saint Louis come in tutto il resto del mondo un negro  sempre un negro.
Un giorno successe il finimondo perch Thomas, il negro dalle gambe lunghe, dai denti color latte, s'infil in un gruppetto di bianchi e chiese a Janet Morgan di ballare con lui.
John Foster s'intromise tra Janet e Thomas e tra i due scoppi una lite furibonda e volarono pugni. Poi John tir fuori il coltello e colp al ventre il povero Thomas.
Dopo pochi istanti Thomas era morto.
John fu regolarmente arrestato e processato; ma gli toccarono solo due anni di carcere perch era bianco.
Mary  brutta. I negri del villaggio non la frequentano molto.
Il carattere di Mary  chiuso e ci si sta male insieme.
Ma stasera  scesa anche lei nella piazza per fare festa. Nel giorno di Saint Louis nessuno pu restare solo.
Il fuoco arde con allegri scoppiettii e la sua luce illumina tutto il villaggio.
Ben, Tom e Francis cantano per il piacere dei bianchi e si accompagnano con tre splendide chitarre. I bianchi ballano ridendo come pazzi e sono davvero scatenati.
Janet  senz'altro la pi bella di tutte. Sono cos luminosi i suoi biondi capelli e i suoi occhi grandi. Il villaggio  tutto innamorato di lei. Perfino Tom e Francis si sono innamorati della donna bianca.
Janet non  nata al villaggio. Giunse dall'Inghilterra per unirsi a suo padre tre anni fa. Suo padre comanda a Saint Louis.  il padrone di molte piantagioni di cotone e di caff. Si chiama Alan Morgan. Ha fatto la sua fortuna a suon di pugni e deve ringraziare il suo fisico possente se  riuscito a diventare il padrone.
Da principio lavorava con John Morton, poi volle fare da s e cominci con la piccola piantagione di Saint Patrick.
Da quel momento la sua fortuna non si  fermata pi.
Janet ha studiato in Inghilterra, nei Colleges, dove studiano i figli dei ricchi. Si vede che  una ragazza ben educata. Qualche tempo fa si era innamorato di lei Frank, il figlio di Smith Parson, un uomo abbastanza ricco qui al villaggio. Ma Alan Morgan si fece subito sentire, e tronc tutto tra i due. Per Janet ho in mente un partito migliore, disse sfacciatamente a Frank. Frank non riusc a controbattere nulla e dovette piegarsi alla volont di Morgan.
Mary Glifford sta guardando con gli occhi spalancati Janet. Guardando Janet si sente felice come se la gioia della bella e ricca donna bianca si riflettesse in lei. I suoi occhioni neri sono pieni di allegria e Mary, nascosta nel buio dietro la siepe, a volte ride.
Janet sta ballando con David.
Ben ha smesso di cantare e chiede un ballo a Janet. Ben  un simpatico negro. Come sarebbe bello essere la sua ragazza. Janet dovrebbe sposare Ben. Non  ricco Ben, ma  ben fatto e canta e balla splendidamente.
Un giorno raccontarono di lui una graziosa storiella.
Ben era andato a Littletown insieme con Francis e Tom. Arrivati al locale di Smith, dove ballano le pi belle donne della regione, Tom e Ben ebbero una piccola discussione tra di loro. Una ragazza che passava di l aveva fatto un sorrisetto a Ben e Tom diceva che invece aveva sorriso a lui. Sicch, una parola tira l'altra, Tom disse a Ben che lui non sarebbe stato capace di fare un ballo con la prima donna di Smith.
Entrarono da Smith. Ben si fece indicare Katy, una ragazza bianca piena di fascino che stava facendo il suo numero sul palcoscenico. Aspett che avesse finito, poi si prov ad avvicinarla. Ci volle un bel po'di tempo, ma Ben riusc a ballare con la bella Katy; e si dice perfino che Katy avesse perso la testa per lui.
Mary ricorda di aver visto qualche volta al villaggio una bella donna, vestita elegantemente. Qualche volta l'aveva vista con Ben. Era una donna splendida e non poteva essere che Katy.
Il fuoco scoppietta ancora, ma ha bisogno di nuova legna. Ci pensa Sammy. Sammy  un bravo ragazzo. Peccato che sia nero.  intelligente e furbo e avrebbe potuto fare fortuna. Alan Morgan lo tiene come uomo di fatica nella sua casa. Sammy spacca la legna per il caminetto della signora Morgan. Pulisce la cavalla e il calesse di Janet, eppoi spazza almeno tre volte al giorno la grande casa dei Morgan.
Mary si alza e viene via dalla siepe. Un fascio di luce proveniente dal fuoco la illumina, ma Mary si nasconde di nuovo nell'ombra.
Anche Margaret  brutta come lei. Per  bianca e Ben le fa la corte. Chi lo avrebbe mai detto? Ben cos bello e corteggiato da tutte si  messo a gironzolare intorno a lei.
Odio questo brutto naso schiacciato, dice Mary a se stessa; anche Susan  nera come me. Per ha bei capelli e un naso ben fatto. Ho visto pi volte John Foster girarle attorno senza badare al colore della sua pelle.
Susan  molto bella infatti e molti bianchi fanno a gara per corteggiarla.
Per chi non fa caso al suo colore, Susan  pi bella di Janet. Le sue gambe e i suoi occhi neri sono molto pi belli di quelli di Janet. Non si pu fare a meno di ammirare le sue bellissime gambe quando passa per andare da Morgan.
Morgan la tiene in casa come Sammy, e Susan deve accudire alle faccende domestiche e badare ad accontentare in tutto la signora Morgan.
Le piantagioni di cotone si distendono fino all'orizzonte appena esci dal villaggio di Saint Louis. L non giunge la luce rossa e scoppiettante del fuoco. Pi avanti svaniscono perfino i suoni della musica.
Non ho pi voglia di restare qui, dice Mary, voglio fare una lunga passeggiata tra il cotone.
Se ci fai caso il colore bianco del cotone si vede anche di notte. Sono tanti puntini luminosi.
In cielo c' una rotonda luna e migliaia di stelle rompono la monotonia della notte.

Prima stesura 5 dicembre 1963


UN VIAGGIO NELLA STEPPA

Dovevo affrettarmi, altrimenti mi avrebbe sorpreso la bufera di neve. Ero partito da Sakinovo due ore prima, e il tempo sembrava volto al meglio; poi ero giunto alla posta di Kordarst, mi avevano dato tre ottimi cavalli ed ero partito senza neppure ristorarmi.
La steppa di Daikonova si estende per oltre tremila verste, e puoi avere i migliori cavalli del mondo e farli correre all'impazzata; ma per percorrerla tutta ti ci vogliono sempre dieci, dodici, e anche quindici giorni.
La tormenta mi sorprese proprio nel mezzo della steppa. I cavalli hanno uno scatto rabbioso e poi si mettono a correre come matti.
"Ehil," urlo "fate piano, bestiacce. Non sono venuto fin quass per farmi rompere l'osso del collo da voi. Buoni, state buoni."
Dicendo cos, o meglio urlando cos giacch il vento e le raffiche della tormenta coprivano la mia voce, tiravo le briglie con quanta forza avessi, tentando di calmarli. Quando ero partito da Sakinovo avevo guardato il cielo e mi era parso sereno e bello come non mai; ed io avevo detto a me stesso:
"Forza, Ivan Petrovic, se hai voglia di partire, questo  il momento che fa per te. Prendi i tuoi cavalli, attaccali alla slitta, e via di corsa verso Bagaligorsk. Se non parti stanotte, caro mio, non rivedrai tanto presto la tua cara citt."
Bagaligorsk mi ha visto nascere e strillare. Mia madre mi racconta che non riuscivo a trovare poso nella culla; mi agitavo e facevo di tutto per non farla dormire; e anche mio padre non riusciva a dormire. Per quando mio padre si arrabbiava e mi guardava con i suoi baffoni rigidi e quel viso rude da ufficiale dei cosacchi, mi quietavo subito, dice mia madre.
Vado orgoglioso di mio padre, e anche di mia madre.  una santa donna mia madre e quando era giovane era la pi bella donna di Bagaligorsk. Mio padre  un uomo orgoglioso e tutto d'un pezzo. Lo hanno fatto ufficiale dei cosacchi che era ancora molto giovane;  un uomo alto e grosso, dalle sopracciglia foltissime; i suoi soldati, quando lo odono alzare la voce, pregano dentro di loro perch non accada una disgrazia.
Un giorno, raccontano, mio padre teneva un discorso ai suoi cosacchi.
Diceva: "... i cosacchi che vi hanno preceduto ora riposano nelle loro case e sono pieni di gloria. Qualcuno di voi tra i pi anziani ricorda certo la battaglia di .... Ebbene, quel giorno le nostre divise e la nostra bandiera si coprirono del sangue dei ribelli. Intorno a me vedevo combattere ufficiali e soldati con pari valore, e ogni cosacco teneva testa e aveva ragione di dieci di quei barbari. Fatevi raccontare da coloro che erano al mio fianco, cosa feci io stesso. Makaciuk, era il capo di quei maledetti; un uomo alto e grosso quanto un gigante. Lo avevo visto con i miei occhi uccidere tre dei miei cosacchi pi valorosi. La sua sciabola falciava morte, ed era rossa come il sangue dei miei soldati. Dico allora a Alessej Koprovic, un uomo valoroso che oggi vive a Korkursk insieme con la famiglia, onorato e stimato da tutta la citt: "Alessej, lascia a me Makaciuk. Di persona voglio occuparmi di lui". Egli ubbid; e i miei cosacchi videro allora un duello senza pari e che la storia del nostro popolo non dimenticher mai. Makaciuk mi scorse e mi venne incontro. Avevo in mano la mia sciabola ed era rossa di sangue come quella del ribelle. Non mi impression la sua faccia coperta di cicatrici..."
Mio padre, si dice, fu lui ad uccidere il terribile Makaciuk, ma qualcuno non ci crede; e quando mio padre arriva a questo punto, c' ancora chi si lascia scappare una risatina di troppo; cos accadde anche quella volta. Fu il povero Fdor Stephanovic il malcapitato di turno; e mio padre quel giorno non era proprio in vena di concessioni. Prese quella risatina per ci che era. Ci fu un silenzio di due o tre minuti, in cui mio padre si lasci montare l'ira ben bene; poi scoppi il fragore del tuono. Il povero Fdor Stephanovic si sent piovere addosso un sacco di paroloni cos terribili che prefer rimpicciolirsi e andarsi a nascondere tra i compagni. Ma mio padre ce l'aveva proprio a morte con quella risatina impertinente, che gli faceva come la febbre del fieno: perci scende dal piccolo palco, e s'incarica di persona di scovare il povero Stephanovic. Lo trova, lo afferra per il petto e lo solleva venti centimetri buoni buoni da terra: e il povero Stephanovic si mette a sgambettare e a balbettare parole che mio padre non gli lascia il tempo di finire. Poi, quando il poveretto si  rassegnato a subire la tempesta, e non ha il coraggio di proferire neppure un amen, mio padre, con tutta la forza che il suo corpo vigoroso gli concedeva, lo alza e lo abbassa da terra con violenti strattoni finch gli piace; mentre il povero Stephanovic cambia colore e diventa rosso, bianco, verde, giallo, e infine nero come il carbone. A questo punto mio padre lo solleva ben bene da terra, gli lancia una delle sue micidiali occhiate, e disinvoltamente e gustando il momento, lo lascia cadere.  il colpo di grazia per il povero Stephanovic, gi mezzo morto per lo spavento. Mio padre, senza neppure guardarlo steso e immobile a terra com', gli volta le spalle e con solennit, come si conviene ad un ufficiale del suo rango, si dirige verso la scaletta del palco, che sale con maest e lentamente; d uno sguardo ai suoi cosacchi che se ne stanno buoni buoni come agnellini; tossisce un po', e il racconto del duello fantastico tra lui e il fortissimo Makaciuk ricomincia.
Mio padre  proprio tale e quale in tutte le cose.
Ma io, per grazia di Dio, non ho preso da lui, salvo la sua statura (e di questo sono orgoglioso); ma ho ereditato il carattere quieto, dolce, misurato, riflessivo, di mia madre.
A Bagaligorsk tutti gli anni per le feste di Natale mio padre e mia madre mi aspettano;  l'unico giorno dell'anno in cui ci ritroviamo insieme; perch io ormai vivo nel villaggio di Sakinovo da dieci anni, e faccio lo scrittore. Si dice che i miei romanzi siano conosciuti in tutta la Russia, fino ai confini con l'oceano Pacifico, e anche all'estero. Non so se sia vero; inoltre io leggo i miei romanzi una volta sola, quando li scrivo; e presto li dimentico. Ogni anno lo Zar mi invita a corte e questo pu essere il segno che io abbia raggiunto davvero un po'di fama nel mio Paese. Esige la mia presenza, e non posso proprio rifiutarmi, sebbene ogni volta ne abbia tanta voglia. Ma potrei disobbedire allo zar in questo modo? Se lo zar fosse mio padre, saprei gi quale orribile punizione mi toccherebbe. A corte, al gran ballo, accorrono da tutte le parti della Russia le pi belle donne che abbia mai visto. Quando faccio il mio ingresso, alcune di loro mi segnano a dito:
"Guardate," dicono " entrato Ivan Petrovic. La baronessa Natalia Ivanovna come lo guarda!"
Tutti questi complimenti che ogni volta sento intorno a me, confesso che mi procurano un immenso piacere.


II

Quella maledetta tormenta sembrava non volesse darmi pace. I miei poveri cavalli erano stremati. Avrei dovuto lasciarli riposare un po', ma come? Se mi fossi fermato anche per un attimo, avrei rischiato di essere sepolto dalla neve. Questo, perbacco, non mi piaceva proprio. Frustavo i cavalli e facevo i miei calcoli. Se non mi sbagliavo, avevo percorso quasi duemila verste; me ne restavano ancora duecento e avrei scorto la posta di Athalinov.
"Via, miei belli. Non arrendetevi proprio ora che ce l'abbiamo fatta! Tremila verste, che sono tremila verste per voi? Lo conoscete, vero, il nostro bravo Athalinov;  vecchio e malandato; ma non ci far mancare n birra e vodka, n fieno e zollette di zucchero." Quando parlavo, i cavalli sembrava che mi capissero. Rizzavano gli orecchi, drizzavano avanti il loro muso perfetto e cominciavano a dare di gambe e a correre che era un piacere.
La steppa quando ci si mette  terribile. Il vento soffiava tanto forte che dovevo nascondere tutto il viso, e a volte anche gli occhi, dentro il cappotto di pelliccia. La neve che riusciva ad entrarmi nel collo o a bagnarmi gli occhi mi faceva venire i brividi. Le raffiche sembravano avere gola per urlare e i loro gemiti parevano di streghe in vena di malefici. Vuuuh, vuuuh, vuuuh..., fischiava il vento, e lo udivi venire da lontano e se guardavi avanti non scorgevi altro che neve e il muro bianco della tormenta.
"Maledetta bufera," dico "mi fai accapponare la pelle!" I cavalli, poveretti, che avevano pi paura di me, mi tenevano compagnia. Li sentivo vivi e vicini, come se fossero uomini. Incitarli era come mettermi a parlare con loro; il loro galoppo, il loro scrollare la criniera piena di neve, i loro nitriti rari e appena accennati, erano le loro risposte. La solitudine nella steppa, e specialmente nel pieno di una tormenta come quella, che non ti lascia nemmeno il tempo di respirare,  un'amara esperienza.
Vedo una lanterna l in fondo. Mio Dio, se non  uno scherzo del diavolo,  proprio quella benedetta taverna di Athalinov, che il Signore l'abbia in gloria.
I miei cavalli sentivano gi l'odore del fieno e dello zucchero.
"Athalinov," grido "che il diavolo ti porti, vienmi incontro!" Ma come poteva sentirmi Athalinov se ero ancora cos distante da lui! La luce della locanda era ancora piccola piccola e lontana. La bufera e il nevischio fitto fitto, la rendevano velata e opaca,
"Athalinov maledetto" impreco, ma ero contento di lui, che avesse messo proprio l la sua tavernaccia.
Quando giungo sotto la lanterna, il vecchio Athalinov  gi l ad aspettarmi ed ha in mano una bella bottiglia di vodka. Benedetto Athalinov!
"Metti al riparo queste bestie, Athalinov" gli dico "e governale bene, poverette." Afferro la bottiglia e tracanno un po'di vodka.
"Sono mezze morte, Ivan Petrovic; le avete fatte correre, eh?"
"Hai pronto qualcosa da mettere sotto i denti?"
"Pesce, carne secca, pane, vino di Mosca, e se non vi basta andr a rovistare nella dispensa; ma solo per voi, Ivan Petrovic, s'intende."
Mi giunse un suono di musica dall'interno, e Athalinov fu pronto a rispondermi prima ancora che aprissi bocca.
" una compagnia di musicanti, Ivan Petrovic. Vengono da Pietroburgo. Sono giunti stamattina e partiranno domani, se il tempo lo permetter. Ma ora venite dentro, Ivan Petrovic, e toglietevi quella pelliccia tutta inzuppata di neve."
Quella musica mi aveva messo addosso un po'di buon umore. Entrai dentro la taverna. Eh, che confusione! C'erano dieci o undici musicanti, chi steso a terra, chi seduto sulla scala che conduceva alle camere del piano di sopra, chi sugli sgabelli, o sulla tavola; e tutti suonavano e cantavano allegramente. Vidi sulla tavola e per terra parecchie bottiglie di vodka e molte erano vuote.
Tra loro c'erano anche quattro donne, tre delle quali molto giovani, assai graziose e ben fatte.
Una di loro era in piedi in mezzo alla stanza e ballava deliziosamente e cantava questa canzone:

La mamma mi colse nella steppa,
cos mi hanno detto;
c'era il sole e una capra
mi stava mangiando.
Ehil,
nacqui nella steppa
e il sole mi tenne a battesimo;
per questo sono bella e irrequieta
e gli uomini mi corrono dietro.
Ti sei innamorato di me,
si vede dagli occhi che ti piaccio.
Ma bada, non avvicinarti,
ho gli artigli dell'aquila.
Hai gli occhi lucidi e rossi,
segno che sei cotto di me;
posso fare di te quel che voglio,
se mi va.
Mi piace la vodka come agli uomini
e qualche volta ho bevuto
e mi girava la testa.
Ehil,
guardate come ballo
e come sono agile.
Prendimi tu, se sei capace.
Ci hanno provato gi tanti,
ma son rimasti a bocca asciutta.

La ragazza accompagnava la canzone con gesti graziosi e vivaci. I musicanti urlavano e facevano chiasso nell'accompagnarla coi loro strumenti.
Rimasi con loro il tempo necessario perch Athalinov mi portasse la cena.
"Venite di l, Ivan Petrovic, ho apparecchiato di l per farvi stare in pace."
"Grazie, mio buon Athalinov" gli dico.
Athalinov mi condusse ad un tavolo bene apparecchiato e - ci che mi procur un immenso piacere - situato proprio accanto al fuoco.
Mi siedo e incomincio subito a mangiare. Che piacere mangiare e udire lo scoppiettio vivace del fuoco!
A ricordare la bufera fuori, mi veniva ancora da rabbrividire.
Il pesce di Athalinov  ottimo. C' qui vicino un piccolo lago e Athalinov ci va ogni mattina e riesce a portargli via sempre qualche pesce.
Ci sono stato una volta. Mi ci condusse Athalinov e l'ho visto anche pescare.  un lago modesto, piatto e quasi non lo vedi; intorno crescono degli arbusti tanto mingherlini e sterili da farti venire compassione. Non ho sentito pi la voglia di visitarlo e di fare cinque verste per gonfiarmi i piedi e le caviglie.
Quando furono circa le tre di notte, i musicanti se ne andarono a letto; ed io rimasi solo con Athalinov.
"Quando ve ne ripartite, Ivan Petrovic?"
"Domani, se passer la bufera."
"Nevica da cinque giorni. Da allora non si pu uscire dalla locanda. Tutti gli anni, quando si arriva a Natale, la neve vien gi che  un piacere vederla. Mio caro Ivan Petrovic, fate bene voi a vivere a Sakinovo; l nevica, ma mai come qui. Voi s che vi godete la vita; caro amico, anche da queste parti non si parla che di voi e del vostro ultimo libro; e quelli che passano di qui, istruiti o contadini, tutti vi conoscono e parlano di voi. Ve lo devo proprio dire, Ivan Petrovic, voi siete, dopo lo zar, che Dio lo mantenga sempre sotto la Sua protezione, l'uomo pi conosciuto e stimato di Russia."
Tutti gli anni il povero Athalinov mi rinnova questi discorsi, ed io vi trovo tanta stima e tanto amore per me; per questo voglio bene a quella bestia di Athalinov.
"Che ore sono, Athalinov?"
"Le quattro, Ivan Petrovic."
"Forse  l'ora che me ne vada a letto. Hai preparato il mio letto, Athalinov?"
"Andate a dormire tranquillo, amico mio. Domani a che ora volete che vi svegli?"
"Domani? Di'pure stamani, mio vecchio Athalinov. Dio mi concede solo poche ore di sonno. Se ne hai voglia, svegliami alle nove, non pi tardi, per."
"Vi sveglier alle nove in punto, Ivan Petrovic."
"Buona notte."
"Cercate di dormire, e lasciate in pace i vostri libri."
Salii la scala lentamente, perch il viaggio e la vodka mi avevano stordito un poco. Quando toccai il letto, mi lasciai cadere come morto, e subito mi addormentai.


III

La mattina alle nove ero gi pronto per partire. Athalinov si era svegliato molto presto e mi aveva fatto trovare la slitta gi pronta. La bufera si era placata e nevicava a fiocchi piccoli e radi.
Faccio per partire, quando mi viene incontro una donna:
"Posso chiedervi dove andate, signore?"
"A Bagaligorsk. Volete forse un passaggio?"
"Proprio questo volevo chiedervi, signore, se proprio non vi dispiace..."
"Andate anche voi a Bagaligorsk?"
"Proprio a Bagaligorsk, signore."
"Allora salite; si parte subito e al gran galoppo. Vi piace correre?"
"Oh s che mi piace, signore."
La mia compagna di viaggio era una giovane e bella donna, a cui piaceva la conversazione. Quando ero io a parlare, muoveva i suoi grandi occhi neri e chinava il capo da una parte per ascoltarmi. Allegra e spigliata, non c'era argomento a cui non riuscisse di tenere testa, e, perbacco, quella donna non aveva proprio paura di andare per la steppa con uno sconosciuto!
Dopo un centinaio di verste, vuole guidare lei. Lo domanda in un modo che non posso rifiutarmi, e appena le lascio le briglie, hop, hop! grida, e d di piglio alla frusta.
"Che fate, mio Dio! Ma siete proprio sicura di saper guidare?"
"Certo che so guidare."
Passata la prima sfuriata, si prosegu a passo d'uomo.
Eravamo vicini a Sudomora, un villaggio di appena cento anime, sperduto nella steppa.
La bufera se ne era andata ed ora brillava un bel sole tiepido.
Mi levo la pelliccia.
La donna mi osserva, e poi, dando la frusta ai cavalli, mi dice:
"Ho studiato a Mosca; ho frequentato la scuola di Jakov Kruscenko; lo conoscete?"
"Chi non conosce Jakov Kruscenko, un uomo famoso in tutta la Russia. Dovete essere molto intelligente se avete saputo meritare la sua stima."
"Oh, davvero conoscete Jakov Kruscenko?  proprio un grand'uomo, non  vero? Ed  ancora molto bello. Raccontano che a Mosca gli fanno la corte le pi belle donne della citt."
Si giunge al villaggio di Sudomora; io vorrei passare oltre, ma la mia compagna di viaggio ha altre idee per la testa; e vuole entrare nella piccola chiesetta. Arresta la slitta proprio sul minuscolo sagrato. Entra e prosegue fino ai piedi dell'altare, si inginocchia, china il capo e rimane cos per qualche minuto. Nel frattempo, io giro lo sguardo intorno e aspetto.
Quando ha finito, le chiedo se possiamo andare.
"Sembrate voi, ormai, la padrona della slitta."
Sorrido, anche se avevo proprio una gran voglia di dirglielo. Tanta sfacciataggine e tanta presunzione non le avevo proprio mai viste in nessun'altra donna!
Si prosegue ancora. Facciamo qualche sosta per riposarci.
Guido io questa volta. Lei se ne sta buona buona al mio fianco, forse un po'stanca.
"Come mai andate a Bagaligorsk?" domando.
"Perch vado a Bagaligorsk!? Ma perch i miei genitori vivono l, grazie a Dio, e anch'io sono nata l."
"Nata a Bagaligorsk!? Ma se non vi ho mai visto!"
"Sfido io, si pu dire che vi manco da quando sono nata. Sono la figlia di Nikolaj Varoshin, lo conoscete?"
"Voi la figlia di quel filibustiere! Ma non gli somigliate per niente. Siete cos allegra e graziosa quanto lui  grosso e brontolone." Divent rossa, e non mi dispiacque.
Le casupole di Bagaligorsk cominciarono ad apparire all'orizzonte. Diedi una frustata ai cavalli e quelli cominciarono a correre.
"Vi accompagner a casa vostra. Conosco bene dove si trova la vostra casa; vi lascer proprio sulla porta."
La casa di Nikolaj Varoshin  un po'distante dalla casa dei miei; ma mi faceva piacere accompagnare personalmente quella ragazza dai Varoshin, dopo che vi mancava da una ventina di anni.
Arrivo in paese; i miei cavalli hanno sentito le briglie e vanno a passo d'uomo.
L in fondo  la casa di Nikolaj Varoshin, quel bestione.
"Ehil Nikolaj," grido "venite fuori. Guardate chi vi porto. Vostra figlia vi porto!"
Nikolaj Varoshin  un elefante, tanto  grosso e robusto. Mi ha sentito e mi viene incontro correndo meglio che pu, mentre la povera moglie non ha la forza di muoversi ed  rimasta sulla porta ad attendere.
"Non ve lo aspettavate, eh, Nikolaj, che proprio io vi riportassi vostra figlia." Ma ora devo tacere perch Varoshin ha stretto tra le braccia la sua figliola e tutti e due piangono di gioia.
Poi  la volta della povera Natalia Grignienka; sua figlia le corre incontro e la povera mamma fa di tutto per muoversi, e vorrebbe avere le gambe sane come una volta per fare presto. Ora sono proprio tutti, i Varoshin.
"Bene," dico "ho voglia di correre anch'io dai miei vecchi." Ma la figlia di Nikolaj Varoshin non mi vuole proprio dare pace.
"Ehi," dice "non vorrete mica andarvene senza promettermi di tornare a trovarmi e senza avermi detto neppure il vostro nome? Abbiamo viaggiato insieme e non mi avete detto neppure come vi chiamate."
"Ma come, Maa" dice quella grossa bestia di Nikolaj rivolto a sua figlia "ma come, colombella mia, non conosci quest'uomo?"
"Non so proprio perch dovrei conoscerlo, visto che manco da qui da una ventina di anni."
"Figliola mia," dice quella bestia di Nikolaj Varoshin "ma tutta la Russia lo conosce. Il suo nome non solo  sulla bocca del popolo, ma lo stesso zar si vanta di essergli amico. E fuori della Russia, c' il mondo intero che lo conosce!"
"Voi esagerate come al solito, Nikolaj, e avete una lingua che uguale non ce n' in tutta la Russia, proprio cos."
"No, questo ve lo meritate, perch siete uno di noi, Ivan Petrovic."
"Ivan Petrovic, voi!" esclama la bella Mar'ja Nikolajevna.
Come potevo pi nascondermi? La poveretta aveva fatto un viaggio di quasi mille verste in compagnia nientemeno che di Ivan Petrovic, e non se n'era accorta. Che vergogna!
Mi fece piacere vederla finalmente in grossa difficolt.
"Mia cara Mar'ja Nikolajevna, l'avete proprio fatta grossa" dissi.
Ma poi scoppiai a ridere e cos fece anche Mar'ja Nikolajevna.
"Voglio vedervi tutti i giorni," mi disse "voglio parlare tutti i giorni con voi, Ivan Petrovic."
"Ed io tutti i giorni verr a prendervi con questa slitta e vi porter in giro per la steppa, vi va?" Mar'ja Nikolajevna mi fissava con certi occhi!
"Mi va. Accidenti se mi va."
Devo proprio dirglielo a quella benedetta ragazza, se no non posso dormire stanotte:
"Sentite, Mar'ja Nikolajevna, lo volete un complimento da me, da Ivan Petrovic, voglio dire..."
"Certo che lo voglio; perbacco, se lo voglio."
"Bene," dico "siete una ragazza che non ce n' al mondo, Mar'ja Nikolajevna."
"Ed io voglio dirvi che vi facevo pi bello e anche pi giovane. Per..."
"Per?"
"Insomma, voglio stare con voi ogni giorno qui a Bagaligorsk e parlare con voi ogni istante. Vi dispiace?"
"No, credo proprio di no, Mar'ja Nikolajevna."
Mi viene in mente mio padre, che mi aspetta come sempre sulla porta e brontola se non arrivo subito da lui. Volto la slitta e me ne vado.

Prima stesura 21 marzo 1964


DAL DIARIO DI F-DOR SAVIC

La mia casa non  in citt, ma in campagna, ed  una villa grande e piacevole. Davanti e di dietro si estendono pi di diecimila ettari di terra, coltivati a giardino e a bosco. Accanto a me abita Zarkinev, un uomo importante e socievole, con il quale mi piace conversare. Con lui ho trascorso allegramente molte sere d'inverno. Sua moglie, Sonia Komarenko, e mia moglie vanno d'accordo e si vogliono bene.
Katerina Evanovna non mi ha dato figli, sebbene io l'abbia tanto desiderato, e la nostra casa ora mi sembra vuota e triste.
Non riesco a parlare a lungo con lei, e presto mi annoio e devo uscire; vado a trovare il mio amico Zarkinev o giro per il bosco pensando.  noiosa la mia vita ed inutile. Sono nato qua e qua vivo da sempre, e non mi sono mai mosso dalla mia citt; non scrivo e non leggo molto, e non so parlare; vivo con la rendita della mia famiglia e di mia moglie e fino ad oggi non ho mai pensato a nulla; e tutto mi  indifferente.
Ho deciso di partire e di andare lontano da qui. L'ho detto a Katerina, e lei si  messa a piangere e mi ha detto di volermi bene e di non poter sopportare di perdermi. Ho discusso tre giorni con lei e con suo padre, ma non posso restare pi a lungo qui. Ho spiegato questo a Evanovna, ma non mi ha capito; voglio sentirmi libero, le ho detto; sentire l'ebbrezza della libert; voglio visitare Kiev, Pietroburgo, Mosca, Novgorod, Omsk e andare oltre la Russia, in Cina, in India, in Svezia, in Norvegia, in Turchia, in Italia, e conoscere terre nuove, popoli e lingue nuove, e studiare gli uomini, capire come sono, e quanto sono diversi da me.


II

La posta per il cambio dei cavalli di Gorliak  piacevole. Vi giungo dopo tre giorni di cammino da Varilovo. Durante il viaggio ho incontrato una terribile bufera di neve e ho perso un cavallo. Non so dire dove fossi.
Ero partito in slitta da Varilovo il giorno prima e avevo viaggiato al gran galoppo per tutta la notte, poi cominci a nevicare, e la neve cadde via via sempre pi fitta e a grossi fiocchi. Uno dei cavalli stramazz improvvisamente, e dovetti fermarmi sotto la tormenta per staccarlo dalla slitta.
Raggiungo la posta di Gorliak verso mezzanotte. La riconosco da lontano, perch ha sopra la porta una grossa lanterna, e la sua luce  l'unica in tutta la grande pianura. Gorliak non  n una cittadina, n un villaggio, ma  semplicemente il nome della posta; Gorliak era stato il nome del suo primo proprietario, e da allora  chiamata cos.
Mi accoglie un omaccione di nome Karin, che mi aiuta a scendere dalla slitta e mi invita ad entrare.
"Venite da lontano?" mi domanda; e mi aiuta a togliermi il mantello bagnato e coperto di neve. "Dovete aver camminato molto."
"Da Varilovo, e prima di Varilovo da Marinkov" rispondo.
Karin  un buon uomo; ha due grandi baffi e un grembiule bianco da oste.
Siedo accanto al fuoco e mi scuoto la testa e gli abiti, Karin mi offre un bicchiere di vodka; poi va a preparare qualcosa da mangiare. Nevica ancora molto forte. Karin  andato a mettere dentro i cavalli, e la slitta.
Uno dei cavalli ha nitrito, poi li ho sentiti entrare piano piano nella stalla.
Il crepitio del fuoco mi piace. Sto proprio sotto il caminetto per riscaldarmi bene, e bevo un altro bicchiere di vodka.
Karin rientra dalla stalla e viene a sedersi accanto a me.
"Avete una bella troika, Fdor Savic" mi dice. Poi ci mettiamo a chiacchierare e Karin mi racconta della sua vita a Gorliak.
Sento il crepitio del fuoco e la calda e profonda voce di Karin. Il volto di Karin  scavato e scuro; mi parla delle lunghe notti a Gorliak; poche persone vengono a Gorliak e Karin passa tutto l'anno solo e sotto la neve.
Karin si alza e va a guardare fuori della finestra. Nevica ancora molto forte.
"Vedete, Fdor Savic, tutto l'anno nevica cos. Non esco quasi mai dalla locanda. La sera vado a dormire che nevica e la mattina quando mi alzo nevica ancora. L'ultima persona che ho visto  stato all'inizio dell'anno. Era un signore piccolo e magro. Andava a Mosca, e doveva essere una persona importante, perch aveva quattro bei cavalli, robusti e ben nutriti. Mi disse: "Karin Aleksejevic, devo ripartire subito, preparatemi una buona cena e date da mangiare ai cavalli." Teneva molto ai suoi cavalli, e volle che li pulissi e li spazzolassi ben bene dalla neve e dal fango. Part un'ora dopo, e durante la cena parl poco.
Karin va a prendere un'altra bottiglia di vodka e della legna per il fuoco. Il crepitio del fuoco e la voce di Karin sono le due cose che desidero sentire di pi. Karin smuove un po'il fuoco, e la brace solleva un nugolo di faville, poi aggiunge della legna nuova.
Bevo un altro bicchiere di vodka, e mi decido a passare la notte a Gorliak. Fuori nevica troppo ed  da pazzi traversare la pianura di Zaratim sotto quella bufera di neve; poi non ho fretta, e nessuno mi aspetta a Zaratim.
Non so nemmeno se domani andr a Zaratim, e nemmeno se partir domani.
Quando mi sveglio decider.
Karin mi accompagna di sopra e mi mostra una piccola stanza con una sedia soltanto e un letto; ma fuori nevica e fa molto freddo e ho voglia di infilarmi sotto le coperte.
Karin torna gi in basso. Per lui  sempre presto per dormire. Star ancora un po'accanto al fuoco.


III

Ho regalato tutti i rubli che possedevo alla famiglia di Ivan Pilikov, tre anni fa, e ora lavoro nella fattoria del barone Kozinov.
La fattoria ha un prato estesissimo dove pascolano pi di mille cavalli, inoltre il barone possiede diecimila ettari a bosco, cinquemila ettari coltivati, pi tremila ettari adibiti a riserva di caccia.
Il mio lavoro consiste nell'accudire i cavalli, insieme con altri cento lavoratori. Il barone Kozinov non mi conosce e lavoro presso di lui sotto un altro nome. Ho cambiato nome da tre anni ed ora mi chiamo Olin Turgikov.
Ho un amico di nome Semen Sakirasim, pi giovane di me di cinque anni; con lui vado d'accordo e discorriamo parecchio insieme e di molte cose.
Semen  un buon ragazzo e vuole bene alla gente semplice; e molte volte vado con lui in giro per la campagna.
Ho visitato il villaggio di Zarim. Vi abitano duecento anime. Sono molto poveri.
Semen mi porta spesso al villaggio di Zarim ed ora conosco quasi tutti; sono brava gente e mi offrirebbero il loro pane, se lo chiedessi.
I pi lavorano le terre del conte Bakilov.
Conosco quelle terre, sono aride e bisogna scavare molto e sudare tutto il giorno per metterle a frutto, e conosco di fama l'avarizia e la cattiveria del conte Bakilov.
Sanno che lavoro da Kozinov; le mie mani sono diventate callose e la mia pelle scura. Ma sono contento di sentirmi cos e di essere uguale a loro.
Durante questi anni ho lavorato molto e ho visitato quasi tutta la Russia. Ho frequentato villaggi, locande, case isolate e sperdute nella steppa; la povera gente soffre molto, ed  saggia e buona.
Semen Sakirasim mi assomiglia.  alto, bruno, ha occhi vivaci, parla molto e dice cose giuste. Non gli ho svelato nulla di me, e non lo sveler a nessuno.
Ieri il barone Kozinov mi ha fatto chiamare e domani dovr andare sulla collina di Valievka ad arare quelle terre.
Il barone Kozinov non mi piace, e lui mi disprezza, credo.
Ma domani me ne andr da qui.
Voglio raggiungere Palikim; mi hanno detto che si sta meglio e che vi abita brava gente.
Domani passer da Semen prima di partire, poi far visita per l'ultima volta al villaggio di Zarim, e specialmente a mamma Zatovkaya.


IV

Eva Petrovna  una donna forte e risoluta, e la sua conversazione mi affascina.
Ho parlato pi volte con lei, a Entak.
Makalov mi disse: "Voglio presentarti una donna che fa al caso tuo. Con lei potrai discorrere e ragionare a lungo, e ti sar di aiuto, vedrai." Cos venni a Entak, il piccolo villaggio a nord di Tolfgrad, e Makalov mi indic una donna alta, asciutta, dai capelli lisci e lunghi sulle spalle, e dagli occhi neri, intelligenti e vivaci.
Eva Petrovna  sposata con Michal Kutrovic, un contadino alto e robusto, ed ha tre figli maschi, gi grandi. Lei lavora a Tolfgrad, e fa la contadina nelle terre di Pavolic.
A Tolfgrad la conoscono tutti, e i contadini si radunano intorno a lei nella cantina di Ptr Michajlovic Joskin per sentirla parlare.
Un giorno la polizia venne ad arrestarla e la interrogarono a lungo; ma non si trovarono prove sufficienti contro di lei e dovettero rilasciarla.
Eva Petrovna  una donna incredibile, non ha paura di nulla, e i contadini l'amano come amano la loro terra.
Mi accolse con entusiasmo, mi offri del t, poi mi mostr la sua casa e il fiume che scorre proprio sotto la casa.
Mi dice che ama la pesca e spesso va a pescare con Michal Kutrovic, sopra una vecchia barca. Una volta presero un grossissimo storione, mi racconta, e la sera lo cucinarono e ne uscirono cinque porzioni abbondanti per loro e i tre figli.
I figli di Eva Petrovna sono dei giganti.
Eva mi racconta che sin da piccoli li ha avvezzati a soffrire e a sopportare le fatiche.
La mattina, mi dice, partiamo tutti e cinque e andiamo al bosco di Kazilovo; tagliamo i grossi abeti e li portiamo a casa sulle spalle.
Il pi grande si chiama come il padre, ed  un bel ragazzo. Gli altri si chiamano Oleg e Aleksej e sono robusti e alti come Michal.
Eva spera di potere un giorno andare fiera di loro.


V

L'amore  la virt pi grande e le altre virt si completano e si fondono nell'amore. Il mondo  nato e vive grazie all'amore; cos la famiglia e la societ umana; e tutto ci che vive nell'amore  perfetto. Devo amare te, perch tu vivi come me nel mondo, e come me hai bisogno di aiuto, di carit e non di odio e di nemici.
L'amore  carit e uguaglianza, perch l'amore non  amore senza la carit, e la carit non  carit senza uguaglianza. Se ho pi di te, devo aiutarti a diventare come me e a godere assieme e appieno la vita.
L'uguaglianza  il principio della societ perfetta e il regno dell'amore. Nella societ dove i membri sono eguali non vi  odio, superbia, invidia, corruzione, n altro vizio.
Nell'amore ogni difficolt, ogni incertezza, ogni preoccupazione si risolvono; i problemi della nostra societ: economici, politici, morali, scompaiono se alla nostra legge, che  debole perch umana, si unisce la virt divina dell'amore.


VI

Mi ritrovai nel villaggio di Kavin, dopo aver camminato in slitta per due giorni, e vi arrivai stanco e affamato. Kavin  un villaggio antico, fondato da un popolo di pescatori sul mare Artico.
La temperatura  rigidissima e bisogna coprirsi con pellicce e cospargersi la pelle con grasso di foca.
Kavin ha circa cinquanta abitanti; la loro statura  bassa e sono di razza asiatica; pescano e cacciano la foca, la balena, e pochissimi altri animali nordici. Sono miti e ospitali.
Con loro ho pescato la foca.
Per la pesca della foca usano delle barche agilissime, che permettono di manovrare rapidamente quando si incontrano i banchi di ghiaccio.
Uscimmo in mare con cinque barche; io salii con Tokj, Kalic e Madotk. Tokj guidava la barca, mentre gli altri due stavano seduti dietro di me. Mi avevano dato una specie di arpione per uccidere la foca. A Kavin c' Uskin che li costruisce, e tutti vanno da lui a barattarlo. Uskin  un uomo asciutto, dai lineamenti marcati; costruisce sette o otto arpioni al giorno e per barattare con lui bisogna portargli il grasso e soprattutto la pelliccia di foca, perch Uskin va pazzo per le pellicce. Nella sua casa ne ha pi di cinquanta differenti.
Tokj guidava bene la barca. Non andavamo molto a largo per paura dei ghiacci; ma via via ne incontravamo qualcuno. Madotk e Kalic aiutavano allora Tokj a virare la barca. Li aiutavo anch'io, ma sapevo rendermi scarsamente utile.
Tokj si accorse per primo della foca, ma Madotk e Kalic se ne accorsero un attimo dopo. Impugnarono l'arpione. Guardai dove guardavano loro e vidi che l'acqua si muoveva lievemente formando delle bollicine; questo era il segno della presenza della foca. Tokj, Madotk e Kalic aspettarono che affiorasse con il muso fuori dell'acqua, poi Tokj lanci l'arpione. Madotk e Kalic non ebbero bisogno di lanciare il loro perch il colpo di Tokj fece centro; corsero a dargli una mano per tirare su la foca.
Al ritorno eravamo contenti e cantavamo in mezzo al mare delle suggestive canzoni.
Mi guardavo intorno. Sul mare galleggiavano grosse lastre di ghiaccio; lontano si scorgevano gli icebergs e la loro mole riduceva non poco l'ampiezza del mare.
Noi quattro, la foca, e la nostra minuscola barchetta ci sentivamo piccoli se ci guardavamo attorno. Io avevo freddo e a volte smettevo di cantare per i brividi.


VII

A Jankin di sera si balla in mezzo alla piazza del villaggio. Si accende un grosso fal e gli uomini e le ragazze cominciano a girare intorno al fuoco e intrecciano delle bellissime danze.
Ho notato che gli uomini e le ragazze di Jankin hanno una voce delicata e dolce e le loro canzoni si diffondono nell'aria con armonia.
Polotov  il pi bravo danzatore;  lui che d inizio alla danza e la conclude, Olga Andrevna  la cantante pi brava.
Le danze iniziano al tramonto e terminano alle prime luci dell'alba. Si danza due volte al mese, al principio e alla fine del mese.
La piazza del villaggio di Jankin non  molto grande, ed  situata di fronte alla casa di Aleksej Ivanovic, il capo del villaggio.
Il crepitio del fuoco ci fa sentire uniti l'uno all'altro e cantiamo tenendoci stretti, con le mani di ciascuno poggiate sulle spalle dei compagni. Il cielo  pulito e basso e le stelle sembrano vicine.
Polotov si stacca dal cerchio e va vicino al fuoco. Tutti tacciono e Polotov inizia il canto dei pescatori di Jankin.
Ho imparato questo canto e ho impresso nella mente la bellissima voce di Polotov, e il crepitio del fuoco, come pure il silenzio di noi tutti.
Polotov ha finito, Matuskin pizzica allora la sua chitarra e intona una nuova canzone.
Tutti cantano di nuovo e sussurrano, perch la canzone di Matuskin  triste.
Jankin  un villaggio indimenticabile. Conosco ormai i suoi abitanti e mi vogliono bene. Quando arrivai la prima volta mi vennero incontro e mi festeggiarono. Sono stato a pesca con loro molte volte e abbiamo preso due piccole balene.
Ora andr via da Jankin per visitare l'ultimo angolo che mi resta della Russia. Poi me ne andr fuori della Russia e visiter l'Europa, e poi andr fuori dell'Europa.
La mia vita sar breve, per.
Sono gi vecchio, anche se il mio cuore e le mie gambe sono ancora ben saldi. Sono contento di aver scelto questa vita e ringrazio Iddio di avermi dato la forza di vivere. Qualche volta, per, ricordo la mia Katerina e piango.
Tutti gli uomini sono buoni e spero che un giorno la cattiveria, la corruzione, il vizio scompaiano dalla faccia della Terra: perch  bello vedere gli uomini che vivono insieme, vicini l'uno all'altro, aiutandosi l'uno con l'altro.

Prima stesura 13 ottobre 1963


OMAGGIO A SAN PRISCO

Sono venuto al mondo in un piccolo paese vicino a Caserta: San Prisco. Quando nacqui, i miei genitori vivevano gi a Lucca; mio padre vi era arrivato nel 1930, prendendovi la cittadinanza esattamente il 29 ottobre di quello stesso anno. Si spos con mia madre il 17 aprile 1939 e a Lucca nacque il primogenito Giuseppe nel maggio del 1940, come pure il terzogenito Mario, nel marzo del 1946. Io sono il mediano, nato nel 1942. Era di gennaio, un freddo gennaio, e mia madre si trovava a San Prisco, dove si era trasferita sin dai primi di dicembre per partorire me presso la sua mamma Maria - essendo in tempo di guerra. Nacqui il 14 di quel mese gelido nella casa dei miei nonni materni. Dopo 40 giorni mia madre fece ritorno a Lucca in treno. Con me erano anche mio padre e mio fratello Giuseppe.
Da ragazzo, sono tornato spesso, in occasione delle vacanze estive, al paese natale, del quale mi sono rimasti indelebili ricordi. Ne scrissi molti anni fa, in un racconto che non ho pi ripreso. Li ripropongo qui, sparsi com'erano.

Al mio paese natale nel mese di settembre si celebrano grandi feste in onore della Madonna. Ero ragazzo e quasi ogni anno per quel tempo la mia famiglia si trasferiva da Lucca a San Prisco e vi restava per alcune settimane.
I miei genitori avevano molta nostalgia della loro terra e mi accorgevo, quando si era l, che acquistavano un colorito ed una allegria straordinari.
Il viaggio, che facevamo in treno, era massacrante, circa seicento chilometri in terza classe, su sedili quasi sempre di legno. Il cambio a Roma, dentro quell'enorme stazione gi allora brulicante di viaggiatori, con la rincorsa che facevamo alla coincidenza carichi di pesanti valigie, mi dava una sensazione di sgomento e anche di avventura, soprattutto se pensavo che andavo nel mio Sud assolato, arido, bruciato, ricco di rovi e di fichi d'india.
Le stazioncine che incontravamo nel tratto campano erano minuscole, quasi sempre deserte, adorne al massimo di una panchina di ferro dalla vernice corrosa. Scendevamo a S. Maria Capua Vetere al mattino molto presto. Ci attendeva, sempre sorridente, zio Michele, dal cuore generosissimo. Andavamo al piano di sopra, dove era sistemato un ampio bar (cos lo ricordo), ci ristoravamo. Il barman aveva imparato a riconoscerci e ogni volta ci accoglieva con molta cordialit.
Lo zio faceva sempre venire una carrozzella e con quella giungevamo in paese. L'aria era gi satura di festa, lo sentivamo non appena si arrivava in piazza, dove a quell'ora del mattino, gli spazzini erano intenti a pulire e rimettere ordine.
La sera partecipavo anch'io alla festa. Veniva a prendermi mio cugino Luigi. Entrava nell'aia, dove lo attendevo giocando con altri ragazzi, vicini di casa, e si usciva insieme nella strada, tutta illuminata e gi piena di gente.
Ricordo che una sera era stato allestito un palco per un cantante, noto da quelle parti. Intorno a quello che calca di gente! Alcuni ingegnosi davano in affitto le sedie di paglia (si usava, e forse si usa ancora, anche nelle chiese). Ne prendevamo per noi. Qualcuno passava a salutarci: delle ragazze che conoscevano mio cugino non mancavano l'occasione di avvicinare anche me, il forestiero. Quasi tutte indossavano abiti migliori, si chiacchierava, si mangiava soprattutto cocomero e noccioline. Non si pensava molto alle ragazze, ma il loro ricordo ora mi esalta, al pensiero di come la vita a quell'et  rigogliosa, intraprendente, spontanea.
Una ragazza del Sud quando  bella non lo  in modo semplice, diventa stupenda; ogni cosa  perfetta: il nero colorito degli occhi e dei capelli, l'abbronzatura della pelle; le forme di una rotondit misurata; le labbra rosse, aperte, pronunciate, colme di sensualit, inebriante su quel carnato scuro.

Dai pochi episodi narratimi ogni tanto, nei momenti di maggiore confidenza, riesco ad immaginare mia madre giovane, intenta a cucire sull'aia della casa paterna, a San Prisco.
Doveva essere una bella ragazza, ed io stesso ho sentito lodarla dai vicini, che la conobbero a Lucca.
Molti giovani la corteggiavano, ma mia madre non dava ascolto n incoraggiava nessuno, del resto i genitori non l'avrebbero fatta sposare o anche fidanzare se non dopo le sorelle pi grandi.
Immagino le lunghe giornate trascorse sulla macchina da cucire, in mezzo a quell'enorme aia sulla quale si affacciavano altre famiglie. Quella di mia madre era numerosa: tredici tra fratelli e sorelle; i maschi soprattutto profittavano della sorella sartina e le ronzavano intorno per farsi cucire una camicia, una giacca, un pantalone, per poi correre in strada a mostrarsi belli.
Sgobbavano tutto il giorno nei campi, fino a tardi.
Degli zii Gaetano e Nicola, ricordo cos bene quando al mattino, non ancora l'alba, venivano a prenderci col carro e ci portavano con loro.
Quelle notti non si dormiva; appena il rumore delle ruote entrava nel cortile, era una febbre che ci prendeva. Gli zii davano un fischio e subito si appariva: ebbri, elettrizzati.
Prendevamo il canalone, una gola stretta ricca di fascino, segnato da solchi profondi per il gran numero di carri che vi erano passati in tanti anni; si scendeva ogni tanto a cogliere fichi d'india, e anche le more che pendevano gi lungo la parete della gola.
Una volta nei campi, che ricordo cos vasti, cos ricchi di piantagioni, di frutta, per noi cominciava il momento pi entusiasmante. Gli zii ci lasciavano correre liberi, e noi si turbinava lungo i filari della vigna, o sotto i noci, nel mezzo di un cielo limpido, asciutto.
Ai bordi dei campi, crescevano tanto copiosamente i fichi d'india, di cui eravamo ghiotti, Ci coprivamo le mani di spine, ma che gioia nel momento in cui assaporavamo il dolcissimo frutto, sconosciuto da noi in Toscana!
In questa terra  cresciuta mia madre; la sua giovinezza  maturata in questo ambiente rustico, ma denso di vita, colmo di sapore, in cui la giornata, pur lenta a passare, pesante per il clima arroventato, era tutta piena di lavoro, di operosit.
Quando si rientrava, gli zii portavano le mucche e i cavalli nella stalla. Ai nostri occhi quei gesti assumevano il fascino di un rito antico, sempre uguale; i finimenti erano appesi in cortile, ad un chiodo rozzo; il carro era messo sotto una tettoia, ci pareva altissimo, ci arrampicavamo fino a toccare le stanghe, ritte verso il cielo.
La partenza di mia madre, che veniva sposa a Lucca, lasci molti rimpianti, La sua figurina gentile, sempre presente nel cortile, chinata sulla macchina da cucire (una Singer che si port sempre con s), era diventata per tutti una cara, calda consuetudine.
Mio padre, rimasto vedovo, l'aveva vista poche volte e se n'era invaghito.
Era riuscito a vincere la sua timidezza attraverso amicizie e parentele. E mia madre, forse incerta, ancora inesperta, si convinse a quel passo che segn il mio destino.

Il vigore del Sud erompe ad ogni angolo di strada, da ogni zolla.
Tutto  cotto dal sole; perfino i villaggi, i paesi, i muri dei viottoli (dei "vichi") paiono immersi in una luce bianca, allucinante.
La forza del Sud  la violenza del suo sole che ha soggiogato ogni cosa, l'ha vinta, l'ha costretta ad una quiete magica, che ubriaca, conturba il pensiero. Il mio paese, specialmente d'estate, cos allungato nella campagna arsa, odorosa di terra e di tabacco, aveva lunghi pomeriggi assolati, silenziosi; i contadini, nei campi, riposavano sotto i noci; le bestie, liberate dall'aratro, brucavano qua e l tra i rovi.
Ne approfittavo per passeggiare in strada; al di l degli alti muri di cinta delle masserie sentivo il chiacchiericcio dei lavoranti, con la bocca piena di pane; soprattutto le donne ridevano, con rapidi trilli. Dai portoni usciva l'odore forte della stalla: lo starnazzare delle oche, il grugnire mugoloso del maiale. Mi sentivo invadere da una pienezza calda, ubriacato da questo superbo, stracolmo sapore della vita.
Per le viuzze non incontravo nessuno. I pochi sfaccendati stavano rintanati all'osteria. Passando di l, mi giungeva il loro gridare: e l'odore del vino, grasso, ricco di fumo.
Vorrei essere ancora l, toccare quei muri che certo mi ricordano; arrestarmi ad ascoltare l'abbaiare di un cane; gustarne lo sferragliare della catena.

Sull'aia della mia casa natale, al tempo della mia infanzia, abitava anche una famiglia di carrettieri. Il padre era un omone robusto ed energico e cos anche i figli, uomini e donne, tutti ben piantati; le donne, soprattutto una ne ricordo, erano spigliate, vivaci, pronte al motto arguto, anche salace.
L'officina era sul retro. Lavoravano tutti l, con la fornace accesa che allungava i suoi bagliori fin nell'angolo pi lontano del cortile. Dappertutto si trovavano stanghe, ruote, spallette da rifinire, qualche carretto pronto. Le ruote erano enormi, stupende per la bellezza che riuscivano a conferire al carro.
A guardia di giorno e di notte, poich il cortile era aperto, stava un mastino nero, legato ad un filo di ferro che correva lungo tutto il perimetro, dimodoch il cane poteva arrivare all'improvviso dovunque.
Era una bestia armoniosa, anche se la sua grossa mole in principio poteva infastidire, farlo giudicare brutto. Invece era magnifico; il manto nerissimo accresceva la sensazione di potenza, di aggressivit: molto lucido, sul quale spiccava il caratteristico collare di cuoio, largo, chiodato.
Quando andavo a trovarli, soprattutto le donne avevano piacere di mostrarmelo, in specie di sera, allorch accendendo la piccola luce del cortile, me lo trovavo l davanti, ringhiante, con gli occhi gialli. Bastava per un ordine della padroncina perch si rincantucciasse.
Erano serate calde e si stava bene fuori. Da quel cortile allargavo lo sguardo sulla campagna scura; qua e l spiccavano le rade luci. Alcune case, costruite fuori del paese, si sperdevano nel buio; appena si notava la loro sagoma nera. Una luce era posta su di un ponticello minuscolo, quasi fiabesco.
Calamitava sempre il mio sguardo e anche oggi, ricercando le immagini di allora, lo vedo laggi, in mezzo alla nera campagna, illuminato.

Da ragazzo, quando mi recavo a San Prisco a trascorrere le vacanze estive, la sorella di mia madre, Matrona, voleva che andassi a stare con lei.
La casa era tipicamente meridionale, dal grosso portone che lo zio Alessandro la sera chiudeva con cura, con gesti che sapevano di antico: parevano attrarre nell'aia, illuminata da una fioca luce, la quiete calda del Sud.
Mia zia mi raccontava delle storie, rideva del suo dialetto, le piaceva non farsi capire. Mio cugino Luigi la burlava e si divertiva anche lui, quando sua madre e mia cugina Sisina si provavano ad insegnarmelo.
Nell'aia, sotto le scale che conducevano alle camere, si trovava il pozzo. Tiravo su il secchio con entusiasmo; mia zia allungava il braccio per afferrarlo e lo scroscio dell'acqua, che traboccando ripiombava gi nel fondo, mi procurava un piacere pungente.
Era un rito che si svolgeva pi volte durante il giorno, ma il suo fascino magico lo aveva di sera quando s'era tutti in cerchio sull'aia, col portone chiuso, immersi nel silenzio circostante.

(1970)


RICORDO DI MIO PADRE (grazie a mio fratello Mario ho recuperato questa pagina che scrissi intorno al 1980)

Qualcuno comparve sull'argine del Serchio, all'improvviso: quando ogni rumore di voci, di foglie era scomparso, e tutto era precipitato nel silenzio.
Dall'andatura riconobbi mio padre, vecchio e stanco, quasi cieco. Lo chiamai, sorpreso che si trovasse dalle mie parti, anche se lo sapevo uomo robusto, tenace, camminatore eccezionale, in grado di compiere prove di forza e di resistenza inconcepibili a quell'et.
Gli corsi incontro per sorreggerlo, aiutarlo (la mia mente rievocava immagini dell'infanzia, quando lui e la mamma erano cos giovani e dolci): ma per quanti sforzi facessi, per quanti metri percorressi di corsa, con slancio (e davvero correvo, andavo avanti!) la figura di mio padre stava sempre l, distante da me come prima, eppure anch'essa in movimento verso di me!
Quale angoscia allora mi afferr, quasi soffocandomi, quale strazio orrendo. I miei sensi si ribellavano contro tale assurdit; mi sentivo pervaso da una rabbiosa impotenza: la distanza tra me e quella figura sembrava incolmabile e sfidava le leggi della natura.
Mio padre mi guardava: senza vedermi; lo avvertivo bene, ed anche avvertivo che era venuto sul fiume proprio per me, a cercarmi: quell'uomo ormai alla fine della vita, barcollante sulle gambe magre, stanche.
Vi era, pur nascosta sotto quel viso rugoso, dentro quegli occhi quasi spenti, un'intima speranza, un piacere struggente di trovarmi, di dirmi qualcosa che stava dentro quel cuore.
"Babbo, babbo!" gridavo in quei momenti; e mi cresceva dentro l'odio per chi giocava con noi in modo cos atroce.
Sapevo ora che quel vecchio, come tante altre vite tramontate, se ne stava andando, morendo, e nulla della sua umanit pi intima, pi profonda, poteva essere conservato; se ne sarebbe andata con lui per sempre.
Piangevo disperatamente, e correvo con forza, cercando l'impossibile, di infrangere cio quella sottile barriera che avvertivo fragile, a portata di mano, incapace di resistermi; e soprattutto di riuscire nella mia disperata determinazione di stringere quella vita tra le mie braccia, di raccogliere, forse unico tra gli uomini, l'eredit pi segreta dell'uomo morente, e di renderlo, per il mio tramite, immortale.


Note:
1 Questa la motivazione del Premio: "Nella quarta di copertina viene posta al lettore una domanda: "Si pu scrivere un giallo che abbia la complessit di un romanzo?". Non abbiamo incertezze a rispondere che Bartolomeo Di Monaco ci ha provato e ci  pienamente riuscito.
Nella scia dei pi famosi autori, Di Monaco crea dei tipici personaggi - investigatori come il commissario Luciano Renzi e il suo pi stretto collaboratore Jacopetti, con i quali il lettore entra subito in sincronia come se li avesse conosciuti da sempre.
In linea con le esigenze del "giallo", l'autore riesce a creare suggestive atmosfere, affrontando fra l'altro anche temi di carattere sociale, proiettando addirittura alcune scene nel terzo millennio, e facendosi leggere di un fiato in un emozionante crescendo di emozioni."
Devo aggiungere che con questi gialli ho voluto esprimere anche quanto sia difficile ricercare e riconoscere la verit, poich ce n' sempre almeno un'altra che le somiglia. A chi legger l'opera, desidero segnalare Gigol, un lavoro tutto particolare e assai innovativo.
Nella successiva ristampa del libro, la quarta di copertina  leggermente mutata.
2 Da qualche anno si tengono a Lucca, in via Sant'Andrea - la strada antica ove sorge anche la Torre Guinigi - con grande affluenza di pubblico, le "Giornate medioevali". Dopo averlo fatto in privato con lettera, desidero qui ringraziare il presidente della Cooperativa turistica lucchese, Massimo Santoni che, in un'intervista concessa a La Nazione il 15 agosto 1999, dichiarava che queste suggestive rievocazioni sono nate da una mia idea. Infatti, in molti racconti, ed in particolare in Mattia e Eleonora, ho cercato di far rivivere nelle strade della mia citt il tempo passato. "Ci stiamo attivando per potere ripetere l'iniziativa dello scorso anno, nata da un'idea di Bartolomeo Di Monaco" dice Santoni, ed io lo ringrazio della sua correttezza ed onest intellettuale, merce rara ai giorni nostri.
