Bartolomeo Di Monaco
I casi del commissario Luciano Renzi: LA RABBIA DEGLI UOMINI
otto gialli ambientati a Lucca

Collana "Autori lucchesi" dell'Associazione culturale "Cesare Viviani"


Si pu scrivere un giallo che abbia la complessit di un romanzo? L'autore ci ha provato, nel tentativo di innovare. E si pu dire che vi sia riuscito se  vero, com' vero, che ciascuno degli otto gialli contenuti nel libro si legge di un fiato e lascia dentro di noi pi di un motivo di riflessione.
Il volume raccoglie, in una stesura riveduta, i tre brevi gialli, che furono pubblicati sotto il medesimo titolo "La rabbia degli uomini", in cui per la prima volta compaiono il commissario Luciano Renzi e il fedele collaboratore Jacopetti, e i due gialli recenti "Giulia" e "L'usuraio" che, essendo stati richiesti di una seconda edizione, trovano in questa circostanza la loro possibilit di rivedere la luce. Il lettore potr rivivere le storie terribili di Giacomo e Ada, di Michele e della seducente e misteriosa signora Materazzo, nonch gustare la complessa tessitura di "Giulia", uno dei gialli pi avvincenti di questo autore. Come per il romanzo, anche nel caso del giallo, Di Monaco ha voluto avviare un tentativo di innovazione, inserendo, fra l'altro, temi di carattere sociale e dando uno spaccato pi ampio della realt in cui si sviluppano le vicende, propri del romanzo, andando, in qualche caso, anche oltre i nostri giorni e proiettandosi nel terzo millennio. La raccolta inizia per con tre gialli inediti mozzafiato: "Le tre sorelle", "Lo sconosciuto" e "Gigol", che portano i segni anche di un affinamento stilistico giunto, forse, alla sua piena maturit. In tutto otto storie, dunque, per trascorrere, in un crescendo emozionante, otto serate in buona compagnia. Lo stile inconfondibile, in grado di creare atmosfere suggestive, originale e piacevolissimo, definito inimitabile da un critico letterario, rende la lettura divertente e affascinante. Oggi che molti registi vengono a Lucca per dirigere film soprattutto gialli, non va dimenticato che Lucca  stata ed  la protagonista costante dei lavori di questo nostro scrittore, appartato e schivo proprio come la sua citt. Occorre aggiungere che, visto l'esiguo prezzo di vendita, questa raccolta  un bel regalo che viene fatto ai Lucchesi, destinato a durare.

INDICE

Le tre sorelle
Lo sconosciuto
Gigol
Giacomo e Ada
Michele
I coniugi Materazzo
Giulia
L'usuraio


L' autore avverte che soprattutto nei dialoghi, e qualche volta nel testo, fa uso della parlata toscana, e in particolare della parlata lucchese. Ad esempio, espressioni come quella che si legge nel dialogo di pagina 304: "Sono nostri o no? Allora noi vogliamo che li vendi"  con l'uso cio dell'indicativo  sono tipiche della Lucchesia. Si trova registrata anche dal grande filologo tedesco Gerhard Rohlfs nella sua Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti, a pag. 69 del volume terzo (Piccola Biblioteca Einaudi, 1969).
Per quanto riguarda gli errori e le sviste in cui eventualmente sia incappato in questo libro, chiede venia e ricorda quanto scrisse un illustre studioso della sua terra: n cielo senza stelle, n libro senz'errori (Idelfonso Nieri in Vocabolario lucchese, Arnaldo Forni Editore, 1981, pag. 285). Infine: si dir che in questo libro  rappresentato un modello di donna passionale e intrigante.  cos, soprattutto perch tale  il modello di donna che  racchiuso nella mente anche troppo suggestionabile del simpatico Jacopetti. In realt, le donne che l'autore prende a modello sono Maria e Esterina, le mogli cio dei due protagonisti: il commissario Luciano Renzi e il suo aiutante Alessandro Jacopetti. Come pure un modello positivo  rappresentato dalle loro famiglie. Il filo rosso che unisce queste differenti storie  per un altro: il disagio sociale ed esistenziale che attraversa il nostro tempo.



A mia moglie e ai miei figli

OTTO SERATE IN GIALLO

... questa raccolta  un bel regalo che viene fatto ai Lucchesi, destinato a durare.


LE TRE SORELLE

A Montuolo, si ferm per chiedere notizie della villa. Pur essendone il nuovo proprietario, non ricordava dove esattamente si trovasse.
"Continui su questa strada, passi il ponte sull'Ozzeri, poi dopo la curva, svolti a sinistra. Superato il passaggio a livello, la villa  proprio a due passi. Chieda e chiunque sapr indicargliela."
Vittorio Lambertini, industriale di Milano, era diventato proprietario di una delle ville pi conosciute in paese, e invidiata per la sua bellezza. Circondata da prati, boschi e campi ben tenuti, essa era situata in cima ad una piccola collina. I muri di color giallo ocra, le finestre grandi con persiane dipinte di bianco, vi si arrivava per un viale alberato, lungo e dritto. Dopo aver salito alcuni gradini, si entrava, per un'elegante porta a vetri, in un grande salone, in fondo al quale una larga scalinata con un robusto corrimano di legno scuro conduceva al piano nobile e, con una nuova rampa che volgeva a sinistra, all'altro piano, dove erano sistemate le camere.
Il disinvolto e maturo industriale vi si recava per trascorrervi un periodo di riposo con Vanessa, la sua amante, essendo scapolo.
Ad attenderlo, sul grande cancello che dava accesso al bellissimo viale, c'era Basilio, uno dei contadini. Il padrone ferm l'auto e scese a salutarlo. Basilio fece un inchino.
"Queste sono le chiavi, ingegnere" disse. L'industriale le prese, ringrazi, sal in macchina e s'avvi in direzione della villa.

Vanessa era una bella donna, sui trent'anni, bionda. Era amante dell'ingegner Lambertini per interesse, non certo per amore. Vittorio aveva un aspetto molto discutibile. Attraenti erano i suoi soldi, invece: tanti. Vanessa non era la sola amante che avesse avuto, era l'ultima, ed ora se la portava nella nuova villa per trascorrervi, se non accadevano guai e contrattempi come qualche altra volta era avvenuto, l'intera estate. Passati da poco i cinquant'anni, si concedeva da qualche tempo vacanze cos lunghe e inusuali. Come!? gli dicevano gli amici, lasci le tue aziende per cos tanto tempo? Non  un rischio? Aveva buoni collaboratori, invece, e si fidava. Era convinto che nell'aldil qualcuno gli avrebbe chiesto il conto di come avesse speso la sua vita. In questo modo, spassandosela, era certo che non gli avrebbero potuto rimproverare niente. E forse anche nell'aldil avrebbe guadagnato uno status di tutto rispetto. Robusto e di statura ordinaria, di poco superiore al metro e settantacinque, non aveva alcuna attrattiva. Anzi, quel suo pizzetto ben curato incuteva una certa soggezione, e gli occhi troppo vivaci mettevano a disagio qualunque amante, anche la pi sperimentata. Vanessa si era resa disponibile poich il guadagno era enorme, molto superiore a quanto le era capitato di ricevere in passato, con uomini pi belli e pi brutti. Pochi erano generosi come quell'arzillo fauno.
Giunti in camera, fecero subito all'amore.

Prima dell'imbrunire, qualcuno suon il campanello. Vittorio indoss la vestaglia, mentre Vanessa era gi nel bagno per la doccia, e si affacci al finestrone.
"Ingegnere, mi apra. Sono Ilde. Le preparo la cena."
Entrata nel salone, Ilde spieg che era la sorella di Basilio, e che tutta la sua famiglia era da anni al servizio della villa. Acquistando la villa, Vittorio lo sapeva di avere, in certo qual modo, comprato anche la servit . Ilde aveva altre due sorelle, Virginia, la pi giovane, e Carlotta, la maggiore, pi grande anche di Basilio.
"Le conoscer presto, perch ci diamo il turno in cucina e a servire in tavola. Oggi in cucina tocca a me, e a servire a tavola per la cena verr Virginia. Carlotta la vedr domattina per la colazione."
Ilde non era male. Vittorio pens che forse l'acquisto della villa era stato pi che un affare, se le altre sorelle somigliavano a questa.
"E Basilio?"
"Lui bada alla stalla e ai campi. Con il nostro aiuto naturalmente, e quello di nostro padre, anche se  vecchio. Poi ci sono gli altri contadini che aiutano, altrimenti non ce la potremmo fare da soli." Cose che, ovviamente, Vittorio gi conosceva.
"Le so queste cose."
"Il vecchio padrone non si  mai lamentato di noi."
"Lei sa perch ha venduto la villa?"
"Si  innamorato, cos si dice."
"Ohilal."
"Di una americana. Ha venduto tutto e se n' andato in America, negli Stati Uniti. A Nuova York, si dice."
"Non piaceva all'americana di stare qui?"
" venuta una volta sola."
"Com'era?"
"Bella, molto bella."
"Pi bella di Vanessa?"
"Sono belle tutte e due. Non come noi, che fatichiamo tutto il giorno."
"Lei  fidanzata, Ilde?"
"Solo Carlotta, la pi grande. Presto si sposer."
"Ma mica andr via dal paese?"
"Rester qui alla villa, a servirla come fa ora, se lei sar d'accordo."
"Non deve cambiare nulla, Ilde. Posso darle del tu?"
"Anche il vecchio padrone mi dava del tu. Ci sono abituata."
Sulla scala comparve Vanessa, anche lei in vestaglia.
"Buona sera, signora" disse Ilde, accennando a un inchino. Vanessa cominci a scendere i gradini. Vittorio le and incontro. Poi si volt verso Ilde.
"Continua pure le tue faccende, Ilde. Verremo a trovarti in cucina, non  vero, mia cara?"
La cucina era posta al piano terreno, come la sala da pranzo, molto grande, e lo studio, il pi vicino alla scalinata. Ilde si ritir.
" brava gente. Semplice. Non ci daranno fastidi. Staremo bene qui, vedrai, e passeremo un'estate indimenticabile."
Vanessa gli pass una carezza sul viso. Vittorio l'abbracci.

Le case dei contadini, tre per la precisione, si allungavano sul lato sinistro della villa, a poca distanza l'una dall'altra. La pi grande era quella occupata dalla famiglia di Ilde. Dietro avevano le stalle.
Quando la sera tardi anche Virginia rientr dalla villa, si radunarono intorno alla tavola, dove gi sedeva il padre. La madre era morta qualche anno prima.
"Che te ne sembra del padrone?" domand Carlotta.
"Gli piacciono le donne. Questo  sicuro" rispose Ilde.
"Gli piaci anche te?"
"S."
"Allora fai attenzione. I padroni son tutti uguali, e questo  galletto come l'altro. Bada che tenga le mani a posto" disse Basilio.
"So badare a me."
"Ma con l'altro padrone..."
"Che vuoi dire?" si risent.
"Finitela" intervenne Carlotta. "Con l'altro padrone non  successo nulla."
"Ma le mani addosso gliele metteva."
"Toccare non  come fare all'amore."
"Ti piaceva, per."
"S, mi piaceva, ma non ci ho fatto all'amore."
Il padre era quasi sordo del tutto, e perci potevano parlare liberamente, ed anche ad alta voce.
"E tu, Virginia, che ne pensi?"
"Mi pare una persona perbene."
"E quella donna che ha con s?"
" stata molto gentile."
Virginia era forse la pi bella. Un bocciolo, con i suoi diciotto anni. Il padrone ne era rimasto colpito.
"Bada a te, Virginia. Gli uomini sono lupi" disse Carlotta, che aveva il carattere pi forte, anche pi forte di quello di Basilio, che era irascibile e impulsivo, invece.
Tutte e tre le sorelle avevano una loro particolare bellezza, e se Virginia si poteva dire la pi bella, grazie anche alla giovane et, le altre restavano ugualmente belle. Era un bel giovanotto anche Basilio, robusto e alto come suo padre. La gente diceva che in quella famiglia era caduto un buon seme, e anche i figli dei figli, c'era da scommetterci, diceva, sarebbero stati belli come loro, chiss per quante generazioni. Ilde era la pi irrequieta; non si riusciva a controllarla del tutto, e Carlotta ci perdeva la pazienza, perch a Ilde piacevano gli uomini, non lo nascondeva, e non le importava se fossero belli o brutti. Non si era certi se il vecchio padrone fosse riuscito a farle la festa, ma chiacchiere in giro ce n'erano, e Carlotta non aveva saputo scucire la verit dalla bocca della sorella, che era furbissima, avendo preso dalla madre, che era stata una donna bella, e aveva avuto molti ammiratori, e si mormorava perfino che pi d'uno fosse riuscito a godersela sotto le lenzuola. Basilio e le sorelle conoscevano bene queste dicerie.
"Speriamo di non essere caduti dalla padella nella brace" disse Basilio che, poich l'ora si era fatta tarda, si alz.
"Andiamo a letto, babbo?" Alz la voce per farsi udire, e Sisto, il padre, lo segu per le scale che conducevano alle camere. Poco dopo anche le tre sorelle, dopo avere finito le ultime faccende, si ritirarono.

Le voci sulla madre erano corse anche perch tra i due sposi c'era una differenza di et di quasi trent'anni. Quando si erano sposati, lei ne aveva poco pi di venti, mentre Sisto toccava i cinquant'anni. Ora si avvicinava agli ottanta, ed era malridotto.
Si raccontava che i padroni della villa se la portassero a letto, e lei non si facesse pregare due volte. L'ultimo in specie, che era anche un bell'uomo. Si mormorava che Basilio fosse suo figlio. Basilio conosceva questa voce, e perci si era attaccato di pi al vecchio, immaginandone le sofferenze patite. Sisto era stato un uomo mite, e la sua forza l'aveva messa a disposizione del lavoro, anzich della prepotenza. Facile approfittare di lui. Anche per la sua sposa era stato facile, che non aveva briglie, e non le voleva.
La mattina, videro comparire sull'aia il nuovo padrone. Portava con s Vanessa, che indossava dei jeans ed una camicetta molto scollata.
"Sono venuto a vedere i cavalli" disse.
Basilio si tir su le bretelle.
"Venite, per di qua."
Si  gi detto che le stalle, molto grandi, si trovavano dietro le case dei contadini. Vi erano mucche, maiali, e molte specie di animali da cortile, che vagavano per l'aia.
Vittorio entr a carezzare i cavalli. Due di essi erano da sella, maschio e femmina, e avevano un puledro.
"Questo qui  nato a gennaio. Somiglia al padre Morello. Faccia attenzione quando monta Morello. Di lui non ci si pu fidare. Quando meno ci si aspetta, s'inalbera. Qualche volta, mentre corre, si ferma, e si va gi , se non si  pronti e non lo si conosce bene. All'altro padrone avevo consigliato tante volte di venderlo e prenderne uno pi mite, ma ci s'era affezionato. Ora toccher a lei decidere se tenerlo o cambiarlo. Stella, invece,  un'altra cosa.  prevedibile. Ci si pu fidare."
" deciso" disse Vittorio, guardando Vanessa. "Tu cavalcherai Stella, e Morello se la vedr con me. Si decider poi se tenerlo o, come suggerisci tu, Basilio, se sar meglio sbarazzarsene."
"Ha bisogno ancora di me, ingegnere?" Basilio mostrava di avere fretta di ritornare alle sue faccende.
"No" disse il padrone, e prese sottobraccio Vanessa. "Vado a conoscere anche gli altri. Dove posso trovarli?"
"Qualche donna  a casa. Gli uomini sono in giro, invece, chi nei campi, chi nel bosco."
"Sar come fare una passeggiata, allora. Oggi fammi trovare pronti Stella e Morello. Diciamo verso le quattro. Sei d'accordo, Vanessa? Faremo un giro nella propriet."
"Alle quattro saranno pronti" rispose Basilio, che si allontan.
"Un po' scorbutico" comment Vanessa.
"Un po' ribelle. Conosco questi tipi. Vorrebbero essere loro i padroni. Purtroppo non possono esserlo tutti, e qualcuno deve fare il servo.  toccato a lui, come a tanti altri, e dovr rassegnarsi."
"Mi sembra uno che covi del rancore."
"Non certo verso di me. Ci conosciamo da cos poco tempo."
"Non ti devi fidare di lui.  un tipo che non mi piace."
"E le sorelle ti piacciono?" Lo disse sorridendo.
"Piacciono a te! Questo  sicuro."
"Sono delle belle donne, non puoi negarlo nemmeno tu."
"Perch dici: nemmeno tu?"
"Perch sei gelosa. Sei bella, ma anche molto gelosa. A me, non me la fai."
"Stai lontano da loro."
"Sapevo che me lo avresti detto."
"Guai a te, se te la fai con qualcuna di loro."
"Con chi potrei incominciare? Vediamo. Ilde  proprio un bocconcino..."
"Quella  una che non ci pensa due volte a venire a letto con te."
"Ma  Carlotta che mi attira di pi . Quella si sente una fortezza."
"N Carlotta n Virginia, n quella puttanella di Ilde, almeno finch ci dormo io nel tuo letto."
Intanto, avevano visto gente nei campi. I contadini, due uomini e una donna, quando si accorsero di loro, si fermarono. Vittorio li salut, s'intrattenne, present Vanessa, e quindi s'incamminarono in direzione del bosco.
" un paradiso" disse Vittorio.
Vanessa gli diede un bacio.
"S, qui staremo bene. Lo sento."
"Un'estate cos, non la dimenticheremo mai."
"Ti far impazzire."
"Sono gi pazzo di te."
Lei si appoggi ad un albero, e Vittorio la baci.

Alle quattro del pomeriggio, erano in sella a Stella e a Morello. Basilio aveva condotto fuori i cavalli e se n'era andato via subito. Vanessa, vestita da amazzone, sembrava ancora pi bella. Galoppava e teneva i capelli sciolti. Vittorio le cavalcava a fianco. La propriet era immensa, soprattutto il bosco sembrava non finire mai. A un tratto, ai castagni subentrarono i pini, poi tornarono i castagni. Ora andavano al passo, e si godevano la frescura. Morello diede uno scarto.
"Che ti prende?" fece Vittorio, che gli pass una mano sul collo. "Buono, buono Morello." Stella mand uno sbruffo, batt uno zoccolo per terra, una, due volte.
"Questi due se la intendono."
"Sono innamorati" disse Vittorio.
"Ha ragione Basilio. Morello  pericoloso. Finir che ti romperai l'osso del collo."
"Non sono un principiante. Ne ho tenuti a bada di cavalli, io. Anche peggiori di questo."
Morello stava immobile, ora. Stella si era calmata, allung il muso verso il compagno, lo strusci come offrisse una carezza. Morello batt gli occhi. Stella apr le labbra, mostr la chiostra dei denti. Morello la tocc col suo muso.
In cima alla collina, dove giunsero di l a poco, era sistemato un capanno di cacciatori, fatto costruire da uno dei precedenti proprietari, non dall'ultimo che, essendo anch'egli cacciatore, lo aveva per conservato.
Scesero da cavallo. Vanessa volle entrare. Era un appostamento per una sola persona. In due si stava stretti.
"Vieni, entra" gli disse.
"Fatti pi in l." Lei and a sedersi su di uno sgabello. Lui si affacci alla piccola finestrella. Da lass , si dominava un tratto dell'autostrada Firenze mare e della vecchia via pisana.
"Vieni a vedere" disse, rivolgendosi a Vanessa, che si era gi alzata. Guardandola, Vittorio non pot fare a meno di accarezzarla. Era davvero bella.
"Tieni a posto le mani" disse lei, scherzando. Vittorio era gi arrivato a toccarle il seno, non grande, ma sodo, coi capezzoli gi eretti.
"Senti, senti" fece. Lei arross.
"No, qui no" disse. "Si soffoca."
Ma lui la fece inginocchiare.
"Sei troppo bella per non amarti anche qui."
"E se viene qualcuno?"
"Chi pu venire?"
"Un contadino, per esempio."
"Non verr nessuno. E poi, peggio per lui, se vede. Si rifar con la sua donna, se ce l'ha, quando torna a casa."
"Non mi sento sicura."
"Non fare tante storie."
Lei si accost a lui e lo am.

Uno dei figli degli altri contadini, di nome Sestilio, studente universitario, faceva una corte spietata a Virginia, la sorella di Basilio.
Ilde ci si divertiva, la sera, a prenderla in giro.
"La santarellina. Prima o poi, caro il mio Basilio, se perdi ancora il tuo tempo a stare con gli occhi addosso a me, ti ritroverai presto con un bel cognatino in casa, ancora studente, e ci toccher sfamarlo noi, perch suo padre lo scaccer, se non finisce gli studi."
Virginia reagiva.
"Sestilio  un bravo ragazzo, ma io non lo sposo."
"Si dice tutte cos la prima volta. Ma l'uomo piace, e se il tuo sangue  come il mio, non gli ci vorr molto, a Sestilio, per prendersi la tua sottana."
Carlotta cercava di frenare le malizie di Ilde.
"Badaci te, invece, alla tua sottana, perch ci penser tuo fratello, senn, a cucirtela addosso, non  vero, Basilio?"
Basilio, quando si scherzava su queste cose, aveva sempre la coda di paglia. La verit era che considerava tutte le donne portatrici solo di guai, e sempre disponibili quando si trattava di andare a letto con un uomo. Aveva in mente sua madre, e il pasticcio che aveva combinato, mettendolo al mondo. Gli bruciava. Per suo padre, innanzitutto, e poi anche perch, se era vero che era figlio dell'ultimo padrone, quella villa e tutta la propriet erano pi sue che del nuovo padrone, e l'altro non avrebbe dovuto venderle, bens tenere conto che aveva un figlio contadino.
"S, devi starci attenta, Virginia, anche a Sestilio, sebbene sia un bravo ragazzo. Un uomo cerca sempre quello in una donna, e non  contento finch non l'ha ottenuto."
"Anche tu sei cos?" domand Virginia, fissandolo negli occhi.
"S" rispose lui.
"E a chi hai fatto la festa, allora?" Era Ilde, naturalmente.
"A una come te."
"Ma non ti vergogni, Basilio?" intervenne Carlotta.
"Non scherzo quando vi dico che se vi trovo a fare sconcezze prima del matrimonio, dovrete fare i conti con me. Prima ammazzo lui, e poi ce n' un corbello per voi. Ci siamo intesi?"
"Perch non ti sposi?" disse all'improvviso Ilde. "Cos non stai sempre a spiarci, e impari ad apprezzare le donne. Non  vero, Carlotta, che se si sposa, impara a volerci un po' pi di bene, a noi donne?"
"Siamo dolci come il miele, se ci sai prendere."

Una sera  era gi passata una settimana dall'arrivo del nuovo padrone  toccava a Ilde il turno di servire a tavola e di sparecchiare. Aveva cucinato Carlotta, che aspettava la sorella per rientrare insieme a casa. Non si fidava a lasciarla sola, come invece faceva quando si trattava di Virginia. Ilde era spiccicata sua madre, e prima o poi ne avrebbe combinata una grossa, lo sentiva. Si capiva che piaceva al padrone. Il quale, quando Ilde ebbe sparecchiato e finito le pulizie della casa, a sorpresa, chiese proprio a Carlotta di restare.
"Tu Ilde, va' pure. Carlotta, resta qua un momento che vorrei farti due parole."
"A me?"
"S, proprio a te."
Ilde se la rise sotto i baffi, anche se non li aveva.
"Di che vuole parlarmi?"
"Non dirmi che hai paura di me..."
"Perch dovrei aver paura? Mica  un mostro."
"Allora siediti qua. Tu Ilde, torna a casa, su, che Carlotta mica ha bisogno dell'angelo custode."
"No, che non ne ha bisogno" disse Ilde, allontanandosi. "Ma stia attento lei, piuttosto, ingegnere, perch se mia sorella la morde, la uccide. Ciao, Carlotta, me ne vado."
"Aspetta" disse lei, invece. Poi, voltandosi verso Vittorio: "Se ha da dirmi qualcosa, me lo dica ora, in presenza di mia sorella."
"Se la metti cos, vai pure anche te. Non ho pi niente da dirti."
"Contento lei... Buonanotte, ingegnere."
"Buonanotte."
Fuori, Ilde non ce la fece a trattenersi.
"Quel figlio d'un cane.  te che vuole. Lo hai sentito? Per fortuna che Vanessa era gi salita di sopra. Altrimenti lo sai che sfuriata. Quel libertino fa la posta a te. Fa la posta a te, Carlotta. Stasera sai che risate, quando lo sapr Basilio."
"E invece non lo sapr; guai se apri bocca. Basilio sarebbe capace di scatenare un putiferio. In fin dei conti, non mi ha mica toccata."
"Se restavi, altro che toccata, bella mia. E il tuo damo raccoglieva le briciole, stanotte."
"Bada a come parli. Il mio damo mi rispetta."
"Non mi dire che s'accontenta dei baci. Io non ci credo."
"Credi pure quel che ti pare, ma lascia in pace il mio fidanzato."
"Son finiti i tempi belli anche per lui, con il nuovo padrone che ti d la caccia."
"Come fai ad esserne cos sicura? E se invece voleva parlarmi di cose serie?"
"Quello ti d la caccia, mia cara sorellina, e a tutto avrei pensato fuorch si mettesse in testa di conquistare una femmina come te."
"E perch, che cosa ho io di diverso?"
"Per carit, mica ti volevo offendere."
"Eh no, sentiamo cos'hai da dire."
"Sei te che me lo hai chiesto. Sei un po' frigidina per un uomo, ecco. Un uomo vuole la donna calda, da scaldargli bene le lenzuola e..."
"E cosa?"
"Va l che m'intendi. Lo sai meglio di me, te che ci hai il fidanzato."
"Guarda che ti do uno schiaffo."
"E io dico tutto a Basilio."
Chiacchierando in questo modo erano arrivate a casa.
"Mi raccomando. Non dire niente a nessuno. A nessuno, hai capito?"
"A nessuno, cara sorellina; sar un nostro segreto."
Entrarono, e Basilio, come faceva sempre, le squadr da capo a piedi, e le guard negli occhi, perch non si fidava.

Vanessa, sebbene conoscesse la sua parte di amante provvisoria, legata ai capricci di Vittorio, si era accorta dei corteggiamenti che questi faceva alle tre ragazze, e specialmente a Carlotta, e non ci stava. Per quella vanit che si accompagna alla bellezza, non ammetteva che la si potesse amare, e pensare contemporaneamente ad un'altra donna. Cos una mattina, mentre facevano colazione, e di l in cucina stava Virginia a sfaccendare, si decise a parlarne con Vittorio.
"Mi ami, Vittorio?"
"Lo vedi bene che ti amo. Non sei contenta di me?"
"S, lo sono."
"E allora, di che ti preoccupi, piccina mia?" Le diede un buffetto sulla guancia.
"Ho paura."
"Paura?"
"Che ti stanchi di me."
"Tu mi fai impazzire. Quando sto con te, scordo ogni cosa. Che cosa vuoi di pi da un uomo?"
"Mi trovi troppo vecchia?"
"Ma che dici!"
"Mi trovi tanto pi vecchia di Virginia?"
"Di chi?"
"Di Virginia. C' una sola Virginia di cui si pu parlare, ed  la ragazza che sta in cucina."
"Ma  ancora un'adolescente!"
"Lo dici tu!"
"Non ti mettere in testa certe cose."
"Sono tre belle ragazze."
"S, lo ammetto."
"E Ilde ti corteggia. Me ne sono accorta dal modo come ti guarda. Quella verrebbe a letto con te anche subito."
"Ma il mio letto  gi occupato."
Vanessa non si accontent.
"Ti piaccio pi di Ilde?"
"Certo. Di Ilde, di Virginia, e di..."
"Anche di Carlotta?"
"Sicuro, anche di Carlotta."
La sera prima, Vanessa aveva visto la scena dal pianerottolo. Era uscita di camera per chiamare Vittorio, e aveva assistito alla conversazione. Non le ci era voluto molto per capire.
Dopo colazione, salirono a cambiarsi. Avevano in programma di fare un salto in citt. Si teneva il mercatino dell'antiquariato del terzo sabato del mese. Vittorio era un appassionato, e qualche volta aveva indovinato l'acquisto. Lo interessavano quadri, vecchie stampe, libri, e anche del mobilio per la casa di Milano, ed ora per la villa. Vanessa andava volentieri, perch pensava che se avesse trovato qualcosa di suo gusto, Vittorio gliel'avrebbe acquistata.
Quando furono pronti, avvertirono Virginia, la quale, non appena usciti, sal le scale per riordinare le camere.
Il mercatino dell'antiquariato si snoda in modo pittoresco dalla piazzetta di San Giusto fino a piazza Antelminelli, di fianco al Duomo, passando da via del Battistero e via San Donnino da un lato, e da via San Giovanni dall'altro.  sempre affollato, in ogni stagione, e soprattutto d'estate, quando le giornate sono pi lunghe. Ai banchetti sostano tutti: giovani e vecchi, uomini e donne.  un cicaleggio. Vittorio sperava di scovarvi qualche capolavoro nascosto, come era gi accaduto a qualcuno pi fortunato.
Vi si trovava anche il commissario Luciano Renzi, insieme con Jacopetti. Sostavano sui gradini di palazzo Gigli, dove ha la propria sede centrale la Cassa di Risparmio di Lucca.
Notarono Vanessa, anzi la not Jacopetti.
"Guardi che schianto, commissario."
"Dev'essere una nuova."
"Non ci sarebbe sfuggita, altrimenti."
" davvero un bel pezzo di femmina. Lui, lo conosci?"
" di sicuro gente di passaggio."
"Ha l'aria di un signorone del Nord. Che dici, Jacopetti, quella sar la moglie o l'amante?" Si arricciol i baffi.
"L'amante, commissario. Ci scommetterei lo stipendio."
"Non ti allargare troppo. Che direbbe Esterina, se tornassi a casa senza paga alla fine del mese?"
"Una donna cos non pu essere una moglie."
Renzi e Jacopetti la seguirono con lo sguardo, finch non entr in via del Battistero, e non si perse tra la folla.
Vittorio si fermava quasi a tutti i banchi, toccava, domandava.
Trov una consolle di fine ottocento, e pens che stesse bene alla villa. Vanessa fu d'accordo. Il venditore promise che l'avrebbe recapitata il giorno dopo.
In piazza Antelminelli c'era pi confusione. Ci nonostante, Vittorio riusc a scorgere Ilde. Stava con un giovanotto. Anche Ilde lo vide e fece subito una carezza al suo accompagnatore; e si strinse a lui come una gatta che fa le fusa. Il giovanotto, pi alto di lei, si chin a baciarla. A Ilde brillarono gli occhi. Vittorio se ne accorse. Vanessa non si accorse di nulla, invece, intenta com'era ad osservare della chincaglieria.
"Quello  il Duomo" le disse Vittorio. "Mi piacerebbe visitarlo."
"Non ora." Vanessa aveva in mente di acquistare qualcosa per s, ma Vittorio non aveva perso di vista Ilde, che si dirigeva con l'amico proprio verso il Duomo. Gli stava appiccicata addosso. Si volt per un attimo.
"Su andiamo" disse Vittorio, sollecitando Vanessa. " un'occasione. Chiss se ne avremo un'altra."
"Non ne ho voglia."
Vittorio fu sgarbato con lei. La stratton.
"Mi devi fare contento" disse.
Contro voglia Vanessa si decise a seguirlo. Furono sotto le arcate. Vanessa si ferm ad ammirare le colonne scolpite e le sculture che raffigurano i mesi dell'anno, ma Vittorio scalpitava.
"Entriamo. Sono curioso di vedere come  fatto dentro."
"Ma anche qui  bello" disse lei.
"Entriamo, entriamo."
Ilde era ferma davanti alla cappellina del Volto Santo, il crocifisso dei lucchesi. Vanessa la vide. Cap, ma non pot farci nulla. Vittorio si avvicin e la salut. Ilde present il giovanotto.
"C'era mai stato qui, ingegnere?"
"Ci metto piede per la prima volta.  molto bello. E questo sarebbe il famoso Volto Santo? Non lo immaginavo cos nero."
"Dovrebbe vederlo in occasione della festa di Santa Croce, il 14 settembre, quando gli mettono la corona in testa.  coperto di cos tanto oro che sembra un re."
" infatti chiamato "il re dei lucchesi"" disse il giovanotto.
" troppo nero" disse Vanessa, che non riusciva pi a spiccicare una parola. "Quegli occhi mi fanno paura."
"Sono gli occhi di Dio." Dicendo queste parole, Ilde alz lo sguardo verso Vanessa, che era un po' pi alta di lei.
"Brrr" fece Vittorio. "Allora  meglio allontanarsi, senn quello scende e ci fa scontare i nostri peccati."
"Io non lo temo" disse pronta Ilde. "E lei, ingegnere?"
"Uhm... Preferisco non rispondere."
"Tutti abbiamo qualcosa da temere. Nessuno  santo su questa Terra" comment Vanessa.
Il giovanotto era rimasto imbambolato a guardarla.
"Sarebbe un inferno se qui, davanti al crocifisso, si potessero vedere i peccati di ciascuno di noi" disse. "Sono convinto che le donne hanno pi peccati di noi uomini."
"Ben detto" fece Vittorio.
"Noi donne siamo succube degli uomini. La responsabilit dei nostri peccati non  nostra, ma vostra." Vanessa corrispose allo sguardo del giovane.
Ilde se ne accorse:
"Invece, il migliore di tutti  l'ingegnere. Se il Volto Santo volesse parlare, ci farebbe proprio una sorpresa."
"Se parlasse, sarebbe pi di una sorpresa. Sarebbe un miracolo!" disse Vittorio, soddisfatto della battuta.
"Lei non cambi discorso, ingegnere."
"Ti spaventeresti, Ilde. Chiedi a Vanessa che razza di uomo sono."
" un incallito peccatore" rispose lei.
"Un peccatore che fa felici le donne, per" ribatt Vittorio.
"Questo lo dici tu!"
"Non sei contenta di me?"
"Mi hai trascinata qui, mentre io volevo stare fuori."
Questo bast a Ilde. Si conged e si diresse verso l'altare. Stava ancora appiccicata al giovanotto, ma non era pi affettuosa come prima. Vanessa stette a guardarli, e avrebbe pagato chiss che cosa per conoscere ci che passava per la mente della ragazza.

Sestilio ferm Virginia, mentre questa stava recandosi alla villa. La chiam a voce alta, poich vide che correva.
" tardi, Sestilio." In realt non erano ancora le cinque del pomeriggio.
"Da qualche tempo mi sfuggi. Da quando  venuto il nuovo padrone, sei cambiata."
"Sono sempre la stessa."
"Sono due giorni che vengo a cercarti, e tuo padre mi risponde che sei alla villa."
"Non devo rendere conto a te di quel che faccio."
Sestilio era un bel ragazzo, di donne ne avrebbe trovate a bizzeffe, ma aveva posato gli occhi sulla bellezza tenera di Virginia. Aveva due anni pi di lei.
"Io ti amo, Virginia."
"E io non sono sicura. Sono ancora una bambina, non lo vedi?"
"Da quando c' il nuovo padrone, non sei pi la stessa."
"Ma che ti metti in testa, scemo. Potrebbe essere mio padre." Camminavano in fretta e Sestilio le stava a fianco.
"Quello  uno a cui piacciono le donne. Lo sanno gi tutti in paese."
"Ti dico che potrebbe essere mio padre."
"Dimmelo, se non mi ami pi ."
"Quando mai te l'ho detto di amarti."
"Tante volte."
"Vaneggi. Non me lo ricordo."
Sestilio l'afferr per un braccio, lei si volt verso di lui, non abbass gli occhi. Sestilio voleva dire qualcosa, ma non disse niente. Torn indietro.
Nell'ingresso l'attendeva Vittorio. Aveva visto tutto da dietro i vetri.
" il tuo ragazzo?"
"No."
"Meglio cos. Sei troppo giovane per complicarti la vita."
"Sestilio mi rispetta.  un bravo giovane."
"Anche tu sei una brava giovane, e sei anche bella. Ti meriti molto dalla vita."
"La vita non mi dar niente di pi di quello che ha dato ai miei. So qual  il mio posto."
"E quale sarebbe?"
"La serva. Non lo vede da s? Ho studiato, sperando di migliorare. E cos anche le mie sorelle e Basilio, e siamo invece restati servi e contadini."
"Non ti piace?"
"No che non mi piace. A lei piacerebbe?"
"Ma tu sei bella, e con la bellezza si pu ottenere molto dalla vita. La bellezza certe volte vale pi del denaro." Virginia ci sperava.
"Staremo a vedere, ingegnere." Si avviava in cucina. Vittorio la segu.
"Non devi essere triste. Sono sicuro che avrai fortuna."
"Se sposo Sestilio o uno come lui, mi dice come pu cambiare la mia vita?"
"Non mettere limiti alla Provvidenza."
"Questa  solo una bella frase piena di niente."
"Uhm... Sei di malumore stasera. Hai litigato con tuo fratello?"
"Lei non lo conosce Basilio."
"Perch,  troppo buono per litigarci?"
"Troppo buono!? Si vede proprio che non lo conosce. Con Basilio non si litiga, perch quando si arrabbia  una bestia. Non ragiona. Nessuno ci litiga, n in casa n in paese. Lo temono tutti e lui ha rispetto solo per suo padre."
"E di voi?"
"Ci vuole bene, ma  pronto ad alzare le mani, se occorre."
"Lo sa che quel giovanotto ti fa la corte?"
"S."
"E che dice?  contento?"
"Mi mette in guardia contro gli uomini."
"Questa poi! E lui non  un uomo?  fidanzato?"
"No."
"Dovrebbe fidanzarsi, allora. Si calmerebbe."
"Perch, lei considera le donne dei tranquillanti?"
"Non dico questo, ma una donna sa quietarlo, un uomo."
"E come lo quieta?"
Vittorio le si accost, la guard negli occhi.
"Davvero non lo sai?"
"Mi lasci lavorare, se no si fa tardi."
"Non  questo il tuo lavoro, ora."
Virginia fece per voltarsi e tornare vicino al tavolo, Vittorio la prese per un braccio, ma proprio in quel momento comparve Vanessa.
"Io sono pronta per uscire" disse. "E tu?"
"Sono pronto anch'io."

"Caro Basilio, ho paura che prima o poi qualcuno faccia la festa alle tue belle sorelline" disse qualcuno, una sera che Basilio era andato al bar del paese, dove aveva degli amici. Alcuni, quando occorreva, venivano ad aiutarlo nel lavoro dei campi. Il paese era ancora prevalentemente composto di contadini. Certuni lavoravano in proprio e possedevano i macchinari necessari: mietitrici, trattori, e perfino una grossa macchina per raccogliere il granturco.
"Nemmeno a me piace come stanno mettendosi le cose" rispose Basilio.
"Non te ne avere a male se ti dico che le tue sorelle vanno a cercarseli i guai" disse un altro.
"Ma non succeder mai quello che pensate."
"Questo si dovr vedere. Perfino Virginia  cambiata, che sembrava lontana da quei pensieri."
"Virginia  una donna, ora, non  pi una ragazzina."
"Per questo ti sei messo a fare il cane da guardia" disse un altro, ridendo. "Ma  difficile anche per un mastino come te, tenerle a bada tutte. Qualcuna ti scapper dal pollaio."
"Chi tocca le mie sorelle, senza essere passato prima da me a chiederle in sposa, far una brutta fine. Questo le mie sorelle lo sanno bene. E lo sapete anche voi."
"Ma non siamo noi che devi avvisare. La volpe sta vicino a casa tua, non qui in paese."
"Uomo avvisato, mezzo salvato. Lo conoscete il proverbio."
"Bisogna vedere se anche a Milano lo conoscono."
"Questo proverbio lo conoscono dappertutto, a Montuolo, come a Nuova York."
"Va l che ti prendono in giro. Non devi scaldarti, Basilio." Un altro amico gli si era avvicinato e gli batteva una mano sulla spalla. Basilio stava ritto davanti al bancone.
"Io non mi preoccuperei per di Virginia, ma di Ilde, che non si fa domare da nessuno, nemmeno da te, Basilio. Quella, non lo so se  ancora vergine."
"Bada a come parli."
"Buono, buono. Che ti prende? Non lo sai come va il mondo oggi? Se una donna arriva vergine al matrimonio, il marito deve preoccuparsi, perch significa che non vale niente. Oggi la moda  questa, ti piaccia o no. E di Ilde tutti parlano bene, mica male. Ilde se la sposerebbero in tanti, non  vero?" Quello che parlava si volt verso gli altri compagni.
"Eheee..." fecero tutti in coro, ridendo.
"Sul serio che se la sposerebbero. Soltanto che Ilde mira in alto, e non le piace fare la contadina per tutta la vita. Questo lo sappiamo perch ce lo ha detto, mica una volta sola. Voglio fare la signora, ci ha detto, e prima o poi il gonzo coi soldi, lo trovo. Una volta lo ha detto qui, davanti a tutti noi. Non  vero, ragazzi?" Si volt un'altra volta per avere il consenso di tutti. Si ripet il coro.
"Quella Ilde,  una sognatrice. Mi d pi di un pensiero" disse Basilio.
"L'unica di cui ti puoi fidare, forse  Carlotta. Ma chi pu dire che cosa passa per la testa di una donna. Sauro, il fidanzatino, pare che non sia pi tanto contento di lei. Dice che si  un po' raffreddata, da quando alla villa c' il nuovo padrone. Non sar per caso lui a riscaldarla, al posto del povero Sauro?" Sauro era un giovanotto semplice, e spesso si prendevano gioco di lui, come facevano del resto anche con Basilio, pur temendone la forza. Ma sapevano come prenderlo, e soprattutto come fermarsi in tempo.
"Carlotta sposer Sauro, parola di Basilio" disse lui.
"I matrimoni si fanno in chiesa, ma spesso non basta, e non durano nemmeno se c' la benedizione del Padreterno, figurati se basta la tua, Basilio!"
"Carlotta sposer Sauro" ripet.
"Se lo dici te, ti si deve credere."
"Certo che mi dovete credere. Sauro  un bravo ragazzo, e Carlotta si trover bene con lui. Carlotta non ha in testa i grilli di Ilde, e lei sar contadina finch campa, e contenta."
Quando torn a casa, era tardi, e le sorelle erano tutte rientrate. Lui era nervoso e Carlotta se ne accorse.
"Al bar ti hanno rincitrullito con le chiacchiere, non  vero?"
"Badate a quel che fate, o dovete rendermene conto."
"Che ti hanno detto?"
"Non mi piace come vi comportate col nuovo padrone."
"Che facciamo di male?" Era Carlotta.
"Se sento dire che qualcuna di voi ha calato le sottane, lo vedete questo qui?" e prese in mano il coltello. "Questo qui ve lo ficco nel cuore."
"Noi le sottane non ce le caliamo con nessuno. Chi ti mette in testa questi discorsi?" Era sempre Carlotta, mentre Ilde e Virginia non dicevano niente. Fu verso loro due che si rivolse lo sguardo torvo di Basilio.
"Perch guardi proprio me?" disse subito Ilde.
"Di te non mi fido, lo sai bene. Tutti ti credono una puttana, una che va a letto col primo che capita." Ilde divent rossa. Si alz e dette uno schiaffo al fratello; stava per dargliene un secondo, ma Basilio le ferm il braccio a mezz'aria.
"Provaci un'altra volta, e ti rompo la schiena. Cos non potrai andare a letto con nessuno per un pezzo." Ilde and a rincantucciarsi. Sisto, da un lato, guardava e non parlava. Chiss se udiva le parole, sordo com'era. Per aveva sempre preso le difese di Basilio, e approvava tutto ci che faceva. Una volta aveva avvertito le figlie che quando lui non parlava, voleva dire che le parole che uscivano dalla bocca di Basilio era come fossero le sue, e si doveva ubbidire. Ma la sordit e le umiliazioni patite, gli avevano sottratto un po' di prestigio, e poco si badava a lui. Solo Basilio lo rispettava.
Una sera, sul tardi, Vittorio buss alla porta. Recava sulle spalle, con stupore di tutti, un cinghiale ucciso. Erano numerosi nella sua propriet, che aveva molta selvaggina, tra cui soprattutto cinghiali, lepri e fagiani. Vittorio non cacciava, ma dava ordine ai suoi contadini di farlo, ogni tanto, e anche Basilio si era prestato, essendo forse il migliore di tutti. L'altro che poteva stargli alla pari era il padre di Sestilio, quello che aveva ammazzato il cinghiale che Vittorio portava sulle spalle.
"Se permettete, questo  per voi" disse, e lo cal sulla tavola. "Per i servigi che da anni prestate alla villa."
"Lei  il primo a ricordarsene a questo modo."
"Sono contento di voi, ecco tutto, e ho pensato di farvene omaggio. Spero che sia gradito." E guard le tre sorelle.
"Un pensiero squisito" disse Ilde.
"Una cortesia che non meritiamo" disse Carlotta, che and a mettersi vicino al padre.
" un onore che ci fa" disse Virginia.
"Ci far un altro onore se verr a cena con noi, quando lo cucineremo, e porter con s la sua signora. L'accetto solo a questa condizione" disse Basilio.
"Sar un piacere, Basilio. Accetto molto, molto volentieri."
"Allora siamo intesi. Dopodomani alle otto di sera. Porti la signora e faremo una gran festa in suo onore."
"Non in mio onore, ma al vostro. E, perch no?, in omaggio alla bellezza che regna in questa casa." Basilio non rispose. Nessuno rispose. Vittorio fece un sorriso, ed usc.

"Io non ci vengo" disse Vanessa.
"Perch?"
" una casa di contadini."
"E allora?"
"Ci prenderanno in giro, quando si verr a sapere a Milano."
"Non  la prima n l'ultima volta che un padrone mangia a casa dei suoi servi."
"Invece non si  mai sentita una cosa simile."
" brava gente."
"Non  perch  brava che ci vai."
"E allora perch ci vado, secondo te?"
"Per quelle ragazze. Io ti conosco bene."
"Non mi conosci, invece. Sgobbano dalla mattina alla sera per una paga che  una miseria.  per un po' di piet che ci vado."
"Allora aumentagli la paga."
"Oh, ma non ci ho mica scritto babbeo, qua." E si picchiett la fronte con l'indice. "Se gli aumento la paga, non si accontentano pi . I contadini, come gli operai, si devono tenere a bada. Troppa generosit rovina le tasche per sempre."
"Io non ci vengo."
"E invece ci verrai, perch voglio cos."
La sera, poco prima delle 20, bussarono alla porta della casa di Basilio. Fu aperto subito, poich stavano in attesa e avevano udito i loro passi. La tavola era gi imbandita. Avevano steso una tovaglia bianca su cui risaltava un bel servizio di piatti orlati con un filo d'oro. Al centro avevano posto un piccolo vaso blu con ortensie rosa e azzurre. Sisto gi sedeva a capo tavola.
Disse Ilde:
"Quelli sono i vostri posti. Accanto a Virginia. Carlotta ed io, invece, ci sediamo di fronte."
Vittorio si sedette e si trov in mezzo a Virginia e a Vanessa. Proprio davanti a lui sedeva Ilde, e di fronte a Virginia, Carlotta. Basilio sedeva all'altro capo della tavola. Le tre sorelle avevano indossato l'abito da sera, leggero e molto scollato. Vittorio si compliment; Vanessa, al contrario, aveva jeans e maglietta, le stesse cose che usava gli altri giorni. Pareva averlo fatto apposta, dato che non poteva non essersi immaginata che le ragazze avrebbero desiderato fare bella figura, anche nei suoi confronti. Il cinghiale era stato arrostito all'aperto. Basilio aveva mostrato il punto, dove ancora si vedeva la brace accesa.
"Si pu incendiare il bosco" osserv Vittorio.
"Pu succedere a lei, non a noi" fu la risposta di Basilio.
La conversazione stentava a prendere quota. Vanessa stava in silenzio di proposito, e tra le tre sorelle e Vittorio correva pi di uno sguardo. Fu Carlotta ad interrompere quel languore.
"Mi domando come faccia un industriale come lei, a lasciare per tutto questo tempo le sue aziende. Ma lei si fida davvero dei suoi collaboratori?"
"Non mi fido forse di voi?"
"Ma qui, c' poco da perdere."
"Sta' tranquilla, Carlotta, che so badare ai miei affari. A Milano rigano diritto e sanno che non mi si pu imbrogliare. Eppoi, ogni giorno sono in contatto con loro, che credi? Quando uno  in affari, non li abbandona mai. Gli affari ti stanno appiccicati addosso pi delle donne."
"Io non ti sto appiccicata addosso" disse Vanessa.
"Tutte le donne si appiccicano agli uomini" disse Vittorio.
"Un uomo, per, deve avere giudizio." Era Basilio.
"Giudizio, giudizio... Ma tu non le conosci le donne, Basilio? Hanno l'arte di ammaliare. E sai che significa? Che ti confondono la testa."
"Bisogna tenerle a bada, ecco che le dico."
"Sembra facile, ma guarda Vanessa, caro Basilio, guardala bene. Come fai a tenere a bada una bella donna cos?"
"Non prendermi in giro" fece lei, arrossendo, per.
"Lei  davvero molto bella" disse Ilde.
"Lo siete anche voi." Era Vittorio, che intervenne prima che Vanessa potesse rispondere.
"Non come Vanessa" disse Ilde.
"E invece siete belle come lei. Non  cos, Vanessa?"
La donna si volt verso Basilio.
"E lei, Basilio, che ne pensa?"
"Di che cosa?"
"Dicono che sono una donna bella."
"Non bella, bellissima" fece lui. E la fiss, come stregato. Vanessa lasci gli occhi nei suoi. Vittorio, intanto, con la mano sotto il tavolo, era andato a frugare tra le cosce di Virginia, che sedeva al suo fianco, la quale, con sorpresa, non lo respinse. Sent il calore del suo pube. Virginia si volt a guardarlo. Aveva gli occhi tenerissimi. Ilde intu, perch disse:
"Virginia c'ha il damo geloso. Solo a sfiorarla, si pu rischiare la vita."
"Io non ho dami. Vi siete messi in testa tutti che Sestilio  il mio fidanzato, e invece  solo un compagno. Nulla di pi , capito?"
"Virginia dovr sposare uno che la meriti" disse Vittorio.
"Sestilio studia, diventer avvocato.  un bravo ragazzo, uno dei migliori in paese." Era Basilio.
"Ma Virginia pu puntare in alto. Pu puntare ad un uomo ricco, anzi, ricchissimo."
"Come lei?" disse Carlotta.
"Anche pi ricco di me" rispose. E affond la sua mano nel pube. Virginia fece un minuscolo balzo, che per non sfugg a Ilde.
"Passer tutta l'estate qui da noi?" domand.
"Non disturbo mica, Ilde?"
"A noi, non ci disturba proprio. Mica abbiamo paura di avere il padrone in casa. Non siamo ladri noi, ma gente onesta."
"Ve l'ho gi detto. Io mi fido di voi. Non dovete ripetermelo. Qui, sono venuto per fare una lunga vacanza, e se mi dovessi trovar bene, potrei restare anche tutto settembre. Potremmo fare altre cene come questa."
"Io fino a settembre non ci resto. Lo sai che devo tornare a Milano" disse Vanessa.
"E cosa hai da fare a Milano? Io non lo so mica."
"Qui non ci voglio restare. Si  detto fino a agosto, era questa la nostra intesa."
"Ci stai male qui?"
"A Milano ho da fare!" A Vittorio faceva comodo trattenere Vanessa, che avrebbe coperto, con la sua presenza, i suoi intrighi. Era chiaro che si era messo in testa di conquistare qualcuna delle sorelle, se non addirittura tutte e tre. Carlotta era la pi desiderata, ma non faceva molta differenza se la prima a cadere fosse stata Virginia, la pi giovane. Con Vanessa in giro per la casa, Basilio non avrebbe nutrito alcun sospetto. Infatti, non c' miglior cane da guardia di una donna gelosa. Vanessa sarebbe stata la sua salvezza, perci.
"So io come trattenerla alla villa" disse, rivolto ai commensali.
"E come?"
"Domani andiamo in citt, e ti far una bella sorpresa." Vanessa cap.
"Non sar facile convincermi." Vittorio le bisbigli qualcosa all'orecchio, e Vanessa sorrise.
"Per non  detto che prolunghi la mia vacanza. Dipender da tante cose" disse Vittorio, tornando a guardare i commensali.
"Da che cosa, ad esempio?" Era Carlotta.
"Da come vanno gli affari, soprattutto."
"Quali affari?" disse Ilde, che non riusc a nascondere la malizia.
Vittorio finse di non capirla.
"Per uno come me, abituato a guadagnare qualche miliardo al mese,  difficile adattarsi ad un peggioramento. Cos, se ci fosse qualche segno di flessione nel guadagno, mi vedrei costretto a partire. Ma... questo non accadr."
"Ma davvero guadagna cos tanto?"
"S."
"Possibile che nessuna donna l'abbia ancora accalappiato. E lei Vanessa, che aspetta a sposarselo? Un'occasione cos, io non me la lascerei scappare."
Vanessa abbozz un sorriso e prefer non rispondere. Vittorio, toccando in quelle parti intime Virginia, che sembrava accettare il corteggiamento, disse:
"Tu, Virginia, lo sposeresti uno come me?"
"Subito" rispose.
"Ma non sono mica un bell'uomo."
" sempre bello, chi ha i soldi" disse Carlotta.
"Anche per te, Carlotta, sono bello?"
"S" rispose lei, poi si morse le labbra, ma ormai le era scappato. Col piede, Vittorio la tocc. Sembr che gli rispondesse, ma non ne era cos sicuro. Poteva trattarsi, infatti, di Ilde.

Le tre sorelle non mancavano mai alla Messa domenicale. Arrivavano sempre tra le prime. Si facevano notare, non solo per la bellezza, ma anche per la cura che mettevano nel vestirsi. Si sedevano ai primi banchi, in terza fila, e i posti erano lasciati liberi per loro. Ma da qualche tempo, tutti notavano che si vestivano con maggior eleganza, e anche con civetteria. Su Ilde, poco era cambiato, ma su Virginia e Carlotta il mutamento era stato sorprendente. Ora i giovanotti facevano la posta, e si radunavano sul sagrato ad attenderle.
"Il frutto  maturo, e vedrai che prima o poi cade dall'albero."
"Prima cade, meglio . Qualcosa toccher anche a noi. Mi dispiace per Sestilio, ma la bella Virginia si tiene in caldo per qualcun altro."
"Non si comportavano cos col vecchio padrone."
"Se il vecchio padrone era il padre di Basilio, non poteva esserlo anche delle tre Grazie?"
"Delle tre che?"
"Ovvia, non fare lo scemo. Le Grazie sono le tre sorelle Trimonti."
"L'avevo capito da me" disse l'altro, battendogli una mano sulla spalla.
Infatti, era vero. Con il vecchio padrone, nessuna delle tre si era mai messa in ghingheri come facevano ora. Forse pensavano davvero che potesse essere il loro padre. Se era stato a letto con la madre e aveva concepito Basilio, non poteva essere stato cos anche per loro tre? Perfino di Carlotta, sicuro, che era la pi grande. E quindi non andava loro a genio di concedersi ad uno che non solo poteva essere il loro padre, ma sicuramente, come dicevano in paese, aveva fatto la festa alla madre e, dopo aver inzuppato il biscotto nella madre, lo avrebbe voluto inzuppare pure nelle figlie.
Dopo la morte di don Antonio, il parroco dei tempi di Cencio Ognissanti,(1) a reggere la pievania di Montuolo era stato inviato don Saverio, al quale l'omicidio dell'usuraio Domenico Santo(2) aveva fatto scoprire l'altro volto del paese: quello meno edificante; per cui sul genere umano il povero sacerdote stava maturando la convinzione, molto severa e poco missionaria, che l'uomo non si potesse redimere affatto, e la condanna di Dio pronunciata nel paradiso terrestre fosse una condanna ormai irreversibile.
Da quei giorni aveva vegliato sul paese come un ossesso. Dietro il cimitero, affinch non si tenessero pi quelle orge sataniche, vi trascorreva gran parte del giorno e della notte. Era dimagrito, in preda a dubbi atroci; tuttavia la sua fede resisteva, sebbene consunta.
Dall'altare osservava i suoi parrocchiani uno ad uno, e da qualche tempo si fermava con maggiore insistenza sulle tre sorelle.
Al termine della Messa, era diventata un'abitudine entrare in cimitero per far visita ai propri morti. Carlotta non mancava mai di fare pressione sulle sorelle perch visitassero la tomba della madre. Tutti, per, non dimenticavano di sostare davanti alla tomba del povero Cencio, di cui perfino i ragazzi conoscevano la storia. Ilde vi si sentiva particolarmente legata, sebbene non lo avesse conosciuto.
Erano rimaste sole a pregare, quando udirono dei passi dietro di s; si voltarono e videro don Saverio.
"Ho paura di voi" disse.
"Paura di noi!? Ma che dici, don Saverio!" Continuava l'uso del tu, ormai invalso dappertutto.
"In qualunque casa io vada, non si parla che di voi."
"E perch?"
"Lo domandate?"
"Certo che lo domandiamo. Io casco dalle nuvole" disse Carlotta.
"Si parla di voi e del padrone della villa."
"Perch? Non lo sai che noi siamo contadine, e il nostro padrone  il proprietario della villa?"
"Si dice che sia un libertino, e che si sia portato in villa una prostituta."
"E noi che possiamo farci? La signora Vanessa, ad ogni modo, non ci sembra una prostituta. Dovresti vederla, don Saverio. Una prostituta non pu essere distinta come lei."
"E fa la corte anche a voi. Si dice questo in paese, e che voi..."
"E che noi?"
"Non siete indifferenti."
"Ma se  brutto come il peccato."
"Ecco: come il peccato. State lontane da lui."
"Ma come si pu fare? Lui  il padrone. Noi si campa solo se ci paga, e il padrone ci paga se ubbidiamo ai suoi comandi."
"Ci sono comandi e comandi."
"Non siamo bambine."
"Siete inesperte di fronte a lui. Viene da una grande citt, ed  molto ricco."
"Noi siamo pi furbe di lui, don Saverio."
"Dovete essere oneste. Solo questo. La furbizia  la porta dell'egoismo e della lussuria."
"Potrebbe essere nostro padre."
"Ma non lo ."
" finita la predica, don Saverio?" disse Ilde.
"Bada a te, piuttosto. Sar difficile che tu trovi marito, se continui cos."
"Se vuoi scommettere, mio caro pievano, io mi marito prima di quel che sembri, e con uno che mi ricoprir d'oro."
"Non serve coprirsi d'oro per guadagnarsi la vita eterna."
"A me basta guadagnarmi questo mondo.  su questa Terra che si pu trovare la felicit."
"Questa  la Terra del buio e non della luce."
"Ti sei messo in testa una corbelleria, don Saverio."
"Quel signore non l'ho mai visto in chiesa a pregare. Non vi dice nulla, questo?"
"Mica tutti sono praticanti. Sai quanti ce ne sono di cattolici che non vanno pi in chiesa..."
"Troppi."
"Allora vedi che lo sai. E perch ti meravigli?"
"Chi non sente il bisogno di pregare, non ha sentimenti."
"Non  vero."
"Temo che vi succeda qualcosa."
"Non ci succeder proprio nulla, don Saverio. Devi dormire tranquillo."
"Non date altro dolore a Basilio, e soprattutto a vostro padre."
"Ci teniamo all'affetto di nostro padre."
"Questo vi fa onore."
"E anche all'affetto di nostro fratello."
"Non costringetelo a commettere una sciocchezza."
"Non ci sar bisogno di commettere alcuna sciocchezza" disse Carlotta, che, data un'ultima occhiata al prete piuttosto risentita, fece cenno alle sorelle che era arrivato il momento di andarsene. Subito dopo, lasci il cimitero anche don Saverio. Accost il grande cancello grigio, e si diresse verso la canonica.

A causa di un salto, in occasione di una cavalcata nel bosco, Morello si azzopp. Il veterinario rassicur che non era niente di grave. In pochi giorni si sarebbe rimesso. Vittorio fu contrariato. Aveva preso l'abitudine di andare in giro per il bosco e lungo tutta la sua propriet. Discorreva coi contadini, che cominciavano a prenderlo in simpatia.
Era seduto nel suo studio, al piano terra. Buss Vanessa. Si era messa al collo il bel medaglione regalatole da Vittorio.
"Giusto in tempo, mia cara. Stamani faccio un salto in citt. Devo vedere alcune persone per affari." Non era vero.
"Non so se mi troverai al tuo ritorno."
"Esci anche tu?"
"S, ho bisogno di stare un po' da sola."
"Qualcosa che non va?"
"S e no. Ma sai come siamo noi donne..."
Vittorio evit di approfondire. Da qualche giorno non uscivano pi insieme come i primi tempi.
Quella mattina, infatti, al suo ritorno, non trov Vanessa. Pens che avesse fatto tardi, e invece di sedersi a tavola, attese. Preg Carlotta di pazientare prima di servire. Dalla cucina si affacci Ilde.
"Vanessa non  tornata" le bisbigli Carlotta, facendo cenno di stare zitta.
Salito in camera di lei, si accorse ben presto che erano spariti tutti i suoi abiti.
Quella stupida ha fatto le valigie ed  partita, pens.
La rintracci a Milano il giorno dopo.
"Devi tornare!" le ingiunse al telefono.
"Non torno. Tu mi tradisci. Ti ho sorpreso nel bosco."
"Non  vero."
"Ti ho visto!"
"E con chi ti avrei tradito?"
"Lo sai bene."
"Non sei mia moglie."
"Nessuno si  mai comportato cos con me."
"Se torni avrai un regalo ancora pi bello."
"Che cosa mi di?"
"Deciderai tu."
La convinse, e Vanessa torn alla villa, giustificando la sua assenza con problemi personali che aveva ancora sospesi a Milano.
"Non si deve giustificare con noi" disse Ilde.
Si era alla fine di luglio. Poco prima di ferragosto Vittorio, alle prime luci dell'alba, buss alla casa di Basilio. Era fuori di s, sembrava disperato. Apr Basilio.
"Vanessa se n' andata. Vanessa se n' andata."
"Torner come ha fatto l'altra volta. Non deve prendersela cos."
Lo fece sedere, Vittorio si calm. Scesero anche le sorelle.
"Vanessa se n' andata."
"Torner" dissero, guardandolo tutte e tre intensamente negli occhi.

In un giorno imprecisato del settembre del 1014 Arduino, marchese d'Ivrea e re d'Italia, buss alla porta della famosa abbazia cluniacense di Fruttuaria, a pochi chilometri da Torino, fondata nel 998 dall'abate Guglielmo da Volpiano, oggi purtroppo distrutta, e, come scrive Giovanni Vignola: "depose davanti a Dio sull'altare la corona regia che gli era stata offerta e imposta sul capo a Pavia il 15 febbraio 1002, presenti i grandi feudatari italiani, fra l'entusiasmo delirante di tutta la popolazione. Poi con la stessa solennit e umilt si tolse le insegne regie, si slacci dal fianco la spada e, prostratosi a terra, chiese l'onore e il privilegio di indossare il rozzo saio benedettino. L'ultimo difensore del cosiddetto 'Regno italico indipendente' contro il prepotere degli imperatori di Germania si era fatto monaco"(3)
Scriviamo queste cose perch il volgere da un millennio ad un altro non  come passare da uno all'altro secolo. Vi  una suggestione talmente elevata, che nel contare questi primi anni del terzo millennio pare di ritrovarsi, come per incanto, a quei tempi lontani, in cui si combattevano continue guerre che interessavano i feudatari tra di loro, i feudatari e gli imperatori tedeschi, l'impero e il papa, i vescovi  a quei tempi ingordi sopra ogni misura  e i feudatari, e cos via. Bastava, a volte, un piccolo pretesto per causare lutti e sciagure. Arduino aveva perfino fatto uccidere il vescovo di Vercelli, Pietro, e osato ribellarsi al papa. Per questo ne subiva la condanna e l'imposizione a farsi monaco.
L'Italia, in quel buio e remoto medioevo, era sprofondata nella pi grande confusione. I poteri si erano aggrovigliati. I patti che si stipulavano valevano meno che carta straccia, i tradimenti erano all'ordine del giorno, e non stupivano nessuno. Il popolo ora applaudiva un dominatore, e il giorno dopo era pronto a far salire sugli scudi il suo nemico. Del "Sacro romano impero" l'Italia era ormai diventata un'appendice che procurava solo guai.
Nel terzo millennio, nel nostro Bel Paese il clima non era dissimile d'allora e bastava solo sostituire i nomi, per un aggiornamento. Tutto era rimasto immutato. La scienza, il progresso avevano appena scalfito i cuori, rimasti sostanzialmente aridi e legati, come forse sempre sar, alla ricchezza e al dominio.
Anche a Lucca c'era fermento. Bastava spostarsi da Montuolo alla citt, dentro le sue Mura, e si respirava un'aria pi inquieta, turbata da mille risentimenti. Dopo l'assassinio del povero onorevole(4) che aveva acceso di speranze il popolo, si andava ai comizi dei politici solo per fischiarli, di qualunque colore fossero. Ormai erano divenuti frequenti i casi di deputati e di rappresentanti del governo che disertavano gli inviti a partecipare a importanti convegni e manifestazioni per il timore di essere scacciati.
Il commissario Luciano Renzi aveva il suo bel da fare a vigilare perch durante i comizi indetti per una delle tante tornate elettorali tutto si svolgesse nell'ordine.
Oltre a questa preoccupazione, ne aveva un'altra, che stava diventando una fissazione. Al mattino, intorno alle sette, una coppia di tortore veniva a posarsi sul filo della luce davanti alla finestra della sua camera, e entrambe cominciavano a tubare. Il verso della tortora  uno dei pi sgraziati ed ossessivi che la natura abbia inventato.  un gugugu che assedia il cervello, vi entra come un trapano, e sveglia dal sonno.
Renzi non ce la faceva pi a sopportarle e scagliava le peggiori invettive. La moglie cercava di calmarlo.
"Sono cos carine. Ma ti d tanto fastidio il loro canto?"
"Chiamalo canto. Non ne posso pi ."
Maria si ricordava di una vecchia storia raccontatale dalla nonna, secondo la quale, quando si desidera scacciare degli uccelli affinch non ritornino pi , si devono prendere dei coperchi di pentola e batterli nel luogo da dove si vogliono scacciare, proprio come si battono i piatti di una banda musicale. Insistendo, finalmente si ottiene l'effetto sperato, e gli uccelli non tornano pi .
"Vacci te a battere i coperchi l fuori, a quest'ora."
"Se non ci vai, nessuno lo far per te."
Renzi si volt a guardare la moglie.
"Ma che? Dici sul serio? Davvero mi manderesti l fuori a battere i coperchi?"
Soprattutto immaginava le auto che si fermavano a guardare, e le risate della gente. Si sarebbe risaputo in giro, e al commissariato avrebbero fatto festa per mesi con quella storia.
"Forse hai ragione."
"Ho sempre ragione" disse lui.
"E allora le dovrai sopportare."
"Ma di chi saranno?"
"E chi lo sa. Potrebbero venire da lontano."
"No, no. Questi uccelli sono di qualcuno dei nostri vicini."
"Apri un'indagine, allora."
"Mi prendi in giro?"
"Non ti devi arrabbiare, ecco. Ci farai l'abitudine." Questa sinfonia era cominciata da un anno. Prima ogni cosa andava a gonfie vele. Dormiva tutta una tirata fino alle sette e mezza; poi, un giorno, all'improvviso, ecco comparire quel gugugu malefico.
"Come si fa ad allevare un uccello simile?"
"Guarda che anche i merli, gli usignoli, che hanno un bel canto, mica ci fanno dormire. Anche quelli guastano il sonno."
"Non a me."
Maria capiva che c'era una bella differenza tra il canto dell'usignolo e quello della tortora, ma che altro poteva dire?
Sul pennello della barba, invece del sapone, quella mattina, ch'era nervoso pi del solito, spalm del dentifricio. Si impiastricci il viso con quello, e se ne accorse solo quando ormai era troppo tardi. Tir una mezza bestemmia, anche se in realt non bestemmiava mai. Maria lo sent e vide la scena. Si mise a ridere e fu come gettare olio sul fuoco.
"Scimunisci, mio caro Lucianino.  l'et. Gli anni passano. Fra poco arriver Jacopetti. Sbrigati. Lui s che  puntuale."
"Perch? Ho mai fatto tardi, io?"
"C' sempre qualcosa che non va, la mattina. Non hai pi la pazienza di una volta."
Alle otto in punto, Jacopetti suon il campanello. Renzi era pronto, and al citofono.
"Scendo." S'infil la giacca; Maria era gi sull'uscio per ricevere il bacio. Non ci rinunciava. Era un rito, ormai.
"Fai ammodo" gli disse.
Jacopetti l'aspettava in piedi sulla strada. Apr lo sportello della macchina e lo fece salire.
" una bella giornata, commissario. Invece di andare al lavoro, sarebbe bello poter fare una vacanza."
"Sempre allegro sei, Jacopetti. Fortunato te."
"Qualcosa non va stamani, commissario?"
"No, no. Su sali, andiamo."
Si era a pochi giorni dal ferragosto. Faceva un caldo terribile. Giunto in ufficio, Renzi si mise in maniche di camicia e accese il ventilatore. Lo raggiunse Jacopetti.
"C' da interrogare quei due giovani che abbiamo fermato ieri."
Il giorno prima si era tenuta in citt una manifestazione davanti alla Prefettura. Non molto affollata, per la verit, ma ad un certo punto alcuni giovani si erano messi ad urlare slogan e invettive contro il presidente della repubblica, chiedendone le dimissioni. La polizia aveva sbarrato loro la strada quando si erano diretti verso le porte del palazzo, e cos due di essi avevano cercato di superare il blocco, aggredendo alcuni poliziotti. Da qui il fermo. Erano tempi in cui si cercava di reprimere con durezza ogni tentativo di protesta contro lo Stato. La gente immiseriva e lo Stato si faceva tracotante.
"Pensaci tu, Jacopetti."
"Come mi devo comportare?"
"Fagli la solita ramanzina. Stanotte sono stati al fresco. Spero che basti."
" una giovent inquieta."
"Non hanno lavoro, Jacopetti. Lo saresti anche tu."
"Ma fino a quando si dovr sopportare?"
"Sopportare che cosa?"
"Come, che cosa?"
"Su su, Jacopetti, non ricominciamo. Si fa acqua da tutte le parti, e cosa vuoi che importi ai nostri politicanti se ai giovani manca il lavoro. Hai sentito? Si trovano tutti in vacanza. Noi siamo qui a lavorare, ma i nostri politici sono in vacanza."
"Chi all'estero, chi in barca."
"All'estero, ci hanno anche i soldi; per questo di come va la nostra economia a loro non interessa pi di tanto. Loro hanno messo il proprio benessere in cassaforte, mi capisci?"
"Certo che la capisco. Sono i nostri risparmi che vanno in fumo, mica i loro."
"Stamani, Jacopetti, mi vuoi provocare, io lo so. Vai piuttosto a sentire quei due diavoli, e poi mettili in libert."
"Allora vado."
"Non perdere altro tempo."
Verso mezzogiorno, il piantone buss e si affacci alla porta.
"C' un signore che vuole parlare con lei."
"Con me?"
"Insiste che vuole parlare con il commissario."
"Va be', fallo entrare."
Entr. Era un uomo sui trent'anni, distinto, alto, biondo. Si present e si accomod.
Era il fratello di Vanessa. Raccont che da qualche giorno non riusciva a mettersi in contatto con lei.
"Alla villa, mi si risponde sempre allo stesso modo: che  partita senza lasciare messaggi."
"Chi le risponde?"
"L'ingegner Vittorio Lambertini."
"Chi?" Era un nome nuovo per il commissario.
"Non abita qui.  un ricco industriale milanese. Ha acquistato una villa a pochi passi dalla citt ed  venuto a trascorrervi una vacanza con mia sorella."
"Sono sposati?"
"No."
"Conviventi?"
"Si sono conosciuti da poco."
"E perch viene da me?"
"Vede, mia sorella ed io siamo molto legati. Ci telefoniamo ogni due o tre giorni, e se qualcuno di noi si assenta da casa per un periodo pi lungo, avverte l'altro. L'ultima volta che ho parlato con mia sorella  stato cinque giorni fa. Oggi  sabato 12 agosto. S, ho parlato con Vanessa luned 7 agosto. Lo ricordo perfettamente perch le ho raccontato che il giorno prima, domenica, ero stato a Innsbruck con degli amici."
"Che tipo  sua sorella?"
"Un po' pazzerellona, lo devo ammettere."
"E allora di che si preoccupa? Sa quante ne conosco di storie come questa."
"Ma  la prima volta che succede. Non  nelle abitudini di mia sorella lasciarmi senza sue notizie. Vede, noi siamo soli, non abbiamo genitori n altri fratelli. Ecco perch siamo legati l'una all'altro. Vanessa mi avrebbe avvertito, se si fosse dovuta assentare per un lungo periodo."
" stato alla villa?"
"S."
"E che le hanno detto?"
"Ho trovato la cameriera, una certa Ilde. Mi ha detto che non ne sapeva nulla, e che dovevo aspettare il padrone."
"Ci ha parlato?"
"Sono dovuto ritornare ieri, poco prima di pranzo."
"Lo ha trovato?"
"S, ed  la ragione per cui stamani sono venuto da lei."
"Si spieghi meglio."
"L'ingegnere  stato vago. Sembrava scocciato di vedermi."
"Lo conosceva gi?"
" un uomo ricchissimo. Non frequento il suo ambiente. L'ho conosciuto grazie a mia sorella, che me lo present un giorno che ci incontrammo per strada. L'ho visto in tutto due o tre volte, sempre a Milano."
" un uomo scontroso?"
"No, no. Al contrario. Mi era parso di carattere allegro, con la battuta sempre pronta, quando lo incontravo. Mi ha sempre fatto festa. Scherzava con me."
"E ieri?"
"Non l'avevo mai visto comportarsi cos."
"E come ha spiegato l'assenza di sua sorella?"
"Mi ha detto che  scappata dalla villa. Lo aveva gi fatto alcuni giorni prima. Mi ha fatto salire in camera. Vede?, mi ha detto, sua sorella ha fatto le valigie ed  sparita senza nemmeno salutarmi. Mi ha mostrato anche i cassetti e gli armadi vuoti."
"Lei sapeva che era gi scappata dalla villa?"
"No."
"Non glielo aveva detto sua sorella?"
"Si  trattato di un'assenza di un paio di giorni, cos mi ha detto l'ingegnere. Troppo poco per accorgermene."
"Non si confida con lei, sua sorella?"
"S, spesso. Ma non posso dire che lo faccia sempre."
"Secondo me, non deve preoccuparsi. Sua sorella ha litigato con l'ingegnere, e se n' andata per qualche giorno. Questa volta invece di nascondersi a Milano, per evitare di essere rintracciata si  rifugiata da qualche altra parte. Non lo ha confidato a lei, nel timore che potesse sfuggirle qualcosa se l'ingegnere l'avesse interpellata. Fra qualche giorno si far viva. Dia ascolto a me, torni a casa, e stia in pace."
"Non sono tranquillo, commissario. Sento che  accaduto qualcosa."
"Certo che qualcosa  accaduto. Sua sorella non si trova pi alla villa, ma da qualche altra parte, che non sappiamo. Ma le sembra un fatto tanto insolito? Non ha detto proprio lei che sua sorella  una pazzerellona?"
"Ma non si era mai comportata cos."
"E che significa? Mica siamo delle macchine, che ci comportiamo sempre allo stesso modo."
"Forse ha ragione lei."
"Vedr che sua sorella presto si far viva. Torni a Milano, e chiss che non la incontri proprio l."
Il giovanotto sembr rassicurato, si alz, ringrazi e usc.
Di l a poco giunse Jacopetti.
"Li ho messi in libert. Sono bravi ragazzi, commissario. Aveva ragione lei.  la disperazione che li spinge a comportarsi cos. Sarebbero dei cittadini esemplari, se le cose andassero come dico io."
"Come dici tu... Andiamo, Jacopetti. Mica sei il solo ad accorgersi di come vanno le cose."
"So bene che anche lei..."
"Per carit, lascia perdere. Piuttosto, mentre non c'eri,  venuto un tale che pensa che sua sorella sia svanita nel nulla."
"Come, svanita nel nulla?"
"Si trovava qui a passare una vacanza. Da alcuni giorni, il fratello non riesce a mettersi in contatto con lei."
"Dove alloggiava la ragazza?"
"In una villa, a Montuolo."
"Il paese di Cencio Ognissanti?"
"Proprio quello. Era venuta con un industriale di Milano, che ha acquistato recentemente la villa. Anche il fratello e questa Vanessa, la ragazza scomparsa, sono di Milano. Il fratello, dopo giorni che le telefonava, e si sentiva rispondere che non c'era,  corso alla villa."
"Che gli hanno detto?"
"L'ingegnere  si chiama Vittorio Lambertini, un riccone, sembra  gli ha risposto che la sorella  scappata dalla villa. Lo aveva gi fatto alcuni giorni prima, poi era rientrata."
"Sono sposati?"
"Sono amanti. Questa Vanessa deve essere una che passa da un riccone all'altro. Vedrai che  una bella donna."
"Per forza. Altrimenti, col cavolo che trova un amante ricco. Ah, se li avessi io tutti quei soldi..."
"Non ricominciare, eh."
"Ma, dico io, che ci sono venuto a fare al mondo, se una soddisfazione, dico una, non me la posso levare."
"Non abbiamo sempre detto che le donne sono un veleno?"
"Un dolce veleno, commissario, che d una piacevole morte."
"Lo dico a Esterina."
"Quella mi ammazzerebbe."
"Non  il denaro che conta nella vita."
"E che cosa conta, allora? Col denaro si risolvono tutti i problemi. Il denaro  come un Dio."
"Lo sai bene come la penso."
"S. Ma con i buoni sentimenti non si cava un ragno dal buco."
"Questo lo dici tu. Sono convinto che prima o poi i fatti mi daranno ragione."
"Noi li vediamo i fatti di questo mondo. Li vediamo da vicino, col nostro mestiere. Come fa, commissario, ad essere cos fiducioso? Stamani, al contrario, sembrava vedere tutto alla rovescia; non era di buon umore, o mi sbaglio?"
"Non ti sbagli."
"E allora, come fa a pensare che i buoni sentimenti contano qualcosa, dopo tutto quello che noi vediamo ogni giorno."
"Oh, Jacopetti! Mica devo rendere conto a te di tutto quello che mi passa per la testa."
"Anch'io ho i miei guai, commissario."
"Bene, pensa a quelli."

Rester per sempre un sogno, quello di vivere in una societ dove tutto funzioni in armonia con le molteplici esigenze del cittadino. Alcuni hanno disegnato nel corso dei secoli la citt ideale. Ammaliati da questo incantesimo, hanno cercato di lasciare un loro contributo. Inutilmente. Abramo Lincoln vagheggiava di poter sottomettere la politica alla morale, e fece quell'orrenda fine nel palco di proscenio n 7 del teatro Ford di Washington, la sera del 14 aprile 1865: un Venerd Santo. Oscar Wilde ne "Il ventaglio di Lady Windermere", atto III, riassume molto bene la condizione umana: "Siamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle." Qualche volta, per, viene da pensare che anche guardando le stelle non ne esca nulla di buono, come se il cielo restasse indifferente.
Renzi aveva ripreso una delle sue discussioni con Jacopetti e si accalorava. Era cresciuto il numero dei giovani che incappavano nelle mani della giustizia. Si commettevano i crimini pi strampalati, impensabili anni prima.
"Se questa  la giovent , non ci sar futuro per nessuno."
"Non sia cos pessimista, commissario. Oggi mi sento di buon umore e sa che le dico? Che prima o poi le cose miglioreranno."
"Non sono pessimista, ma lo diventer."
"La speranza  l'ultima a morire."
"E tu ci credi?"
" un detto popolare. Risiede nel popolo la saggezza."
"Lo voglia Iddio!"
"Andiamo a berci un caff, commissario, proprio dove piace a lei, in piazza Grande. Vedremo anche un po' di passeggio. Qualche bella donna ci far passare le paturnie."
"Hai ragione, amico mio." Era raro che si esprimesse cos.
Andarono a piedi. Erano passate le sei del pomeriggio. I soliti giocatori erano seduti ai tavolini. Mentre sorbiva il caff, Renzi stava a guardarli, da dietro. Era pi distratto, invece, Jacopetti.
"Per ferragosto porto Esterina al mare."
"Io invece voglio restarmene in pace a casa."
"Maria  d'accordo?"
"Non lo , ma questa volta far di testa mia."
"La porti fuori a svagarsi, se lo merita."
"Al massimo, faremo una gita sulle colline."
"Ancora una volta a Farneta?"
"Andr da solo, se non verr."
"E Alberto e Manuela?"
"Mica vengono con me. Quelli ormai li vedo solo a pranzo e a cena. Succede sempre cos coi figli, quando diventano grandi."
"Lei  fortunato coi figli, studiano bene e sono bravi ragazzi. Anche in tempi bui come i nostri, i giovani possono essere degli onesti cittadini, se hanno volont."
"E una famiglia che dia loro sicurezza. Non basta la volont, Jacopetti."
Avevano sorbito il caff e stavano uscendo.
"Si rientra, commissario?"
"No. Andiamo in piazza San Michele." Voltandosi da quella parte vedeva gente.
Infatti si ricord che, come ormai avveniva di consuetudine due o tre volte la settimana, avevano messo uno schermo gigante sul sagrato, dalla parte della Banca Commerciale Italiana, e molti vi stavano davanti seduti o sdraiati sul selciato; guardavano e ascoltavano. Si  gi detto che i politici temevano di incontrare i cittadini, e perci lo facevano o attraverso la televisione o in questo modo originale, che sostituiva i vecchi comizi. Se qualcuno non era d'accordo su ci che ascoltava, lo si sentiva mugugnare. Se non sopportava pi , se ne andava pronunciando qualche invettiva pesante. In quel momento c'era pi d'uno che protestava, poich sullo schermo compariva il vice presidente del consiglio il quale annunciava una nuova ondata di tasse. In un anno ne erano succedute almeno quattro, che avevano messo a terra l'economia del Paese, ma non erano bastate. Le fabbriche chiudevano, lasciando a casa gli operai, e il governo aveva il coraggio di annunciare una nuova manovra finanziaria, che caricava i bilanci familiari, gi allo stremo, di altri sacrifici. Si erano dovuti fare nuovi buchi alla cinghia dei pantaloni, e sembrava che non fosse ancora finita. Ma quello che aveva fatto esasperare molti spettatori erano alcune parole pronunciate dal vice presidente a giustificazione delle nuove tasse. Egli aveva detto che non si potevano evitare per il bene del Paese, e che sarebbe stato grave se il governo non avesse fatto in quella circostanza il proprio dovere. Avrebbe tradito le attese dei cittadini, altrimenti. In questo modo, si gabbavano per verit delle madornali bugie, poich nessuno sopportava pi le tasse e la miseria che invadeva il Paese come una nuova peste. Si supponeva che la gente si lasciasse ingannare come un tempo, ma ci si sbagliava. Alla lunga, la menzogna era diventata riconoscibile.
In qualche grande citt si erano scatenate pericolose sommosse di disoccupati, che avevano messo a dura prova le forze dell'ordine. A guardia dello schermo c'era la polizia, sempre, e, come a Lucca, anche nelle altre citt si comunicava in questo assurdo modo coi cittadini.
Renzi si era appoggiato ad una colonnetta, come al solito. Ascoltava e ogni tanto scambiava un'occhiata significativa con Jacopetti.
"Andr sempre peggio" gli disse Jacopetti, sottovoce, per.
"Te lo saresti mai immaginato di arrivare a questo punto?"
"Mai."
Seduta sul selciato, la gente mormorava. Quelli rimasti erano ancora numerosi, e ascoltavano, per poi discuterne animatamente nei bar e a casa.
"La sai la leggenda della Lucca sotterranea?"(5)
"Ne ho sentito parlare."
"Vedi, Jacopetti, una leggenda racconta che sotto questo selciato vive un'altra Lucca, in tutto eguale a questa che sta in superficie. Per esempio, qui sotto di noi, c' un'altra piazza San Michele, con la stessa chiesa e il campanile bianco. Sotto piazza San Martino, un'altra piazza omonima con il Duomo, la fontana del Nottolini(6) e cos via, di piazza in piazza, di strada in strada. Ma non  finita. Sotto di noi vivono anche i cittadini di una volta, nei loro costumi d'epoca, e le diverse epoche convivono armoniosamente. Mentre tu ed io stiamo qui, sotto di noi essi passeggiano, conversano, accudiscono alle varie attivit, come se il tempo si fosse fermato, e, se lo desiderano, possono ascoltare ci che accade quass ."
"Chiss che penseranno di noi."
"Male, molto male."
"Tornerebbe Paolo Guinigi, se potesse."
"Anche Castruccio, e si metterebbe alla testa di una rivoluzione."
"Forse sono proprio qui sotto che ascoltano, commissario."
"E fremono di rabbia."
"Anche il Burlamacchi."
"Forse  quello che freme di pi (7)."
"Non abbiamo una classe politica adeguata, e i migliori se ne vanno all'estero."
"I nostri politici, bisognerebbe sprofondarli nella buca di Sant'Agostino."
"Nella buca di chi?"
"Nella buca che si trova nella nostra chiesa di Sant'Agostino. Non mi dire che non conosci quest'altra leggenda."
"Lei, le sa proprio tutte, commissario."
"Ripassati un po' la storia di Lucca."
"Se  una leggenda, non  storia. O mi sbaglio?"
"Non fare il furbo con me."
"Me ne guarderei bene."
"La sai o non la sai?"
Passava davanti a loro una spilungona coscialunga.
"Abbia pazienza, commissario, ma ora non posso proprio starla a sentire."
"Quella ti rovinerebbe la salute. Non  per te, Jacopetti. Ci vuole ben altro fisico."
"Se  per questo, commissario, io quella me la mangio in un boccone. Lei mi vede segaligno, ma sono tutto nervi e muscoli, che crede."
"Quel poco che hai, di retta a me, lascialo a Esterina."
"Le do anche troppo, ed  pi che contenta."
"Un torello, eh?"
"Non mi lamento."
La spilungona mezzo scollata stava voltando verso via Veneto.
"Ora posso anche starla a sentire, commissario."
"E io, invece, non ti racconto proprio un bel nulla. La rimandiamo a un'altra volta."
"Cos stanotte non mi lascia dormire."
"Che fai? Mi prendi in giro?"
"Gliel'ho gi detto: non me lo permetterei mai."
"Sei un pesce sega, Jacopetti."
La gente se ne stava andando. Erano rimasti solo in una decina a finire di ascoltare il discorso del vice presidente del consiglio.
" tempo di ritornare in ufficio."
"Si sta cos bene qui."
"Lo stipendio ce lo dobbiamo guadagnare, Jacopetti."
"Per quei due soldi che ci dnno, facciamo anche troppo."
"Il dovere  il dovere."
"Vale solo per noi, per. Non per quelli che stanno in alto."
"I ricchi saranno sempre pi ricchi, e i poveri sempre pi poveri. Rammentalo."
"Si potrebbe fare come diceva Cencio Ognissanti, se lo ricorda? Diceva che si doveva bruciare tutto, fare tabula rasa. Solo in questo modo si riuscirebbe a ricominciare da capo."
"Era un idealista."
Passo passo, senza troppa fretta, guardando un po' di qua e un po' di l, rientrarono al commissariato. C'era un po' di confusione. Proprio in quel momento due poliziotti vi avevano condotto in manette un uomo sui sessant'anni, che aveva ucciso la moglie e l'amante. Li aveva sorpresi appartati in macchina.
"Giusto lei, commissario" disse uno dei due poliziotti. "Questo qui ha fatto secchi la moglie e l'amante. Lo abbiamo sorpreso sul fatto."
"Portatelo nel mio ufficio. Vieni anche tu, Jacopetti."

La leggenda della buca che si trova nella chiesa di Sant'Agostino, a Lucca,  questa(8). Si racconta che un giocatore di dadi, furente perch stava perdendo al gioco, scagliasse un sasso contro l'effigie della Madonna, che venne poi chiamata, appunto, Madonna del Sasso, colpendola alla spalla. Immediatamente si apr sotto di lui una voragine, dove sprofond. I compagni, terrorizzati, si dettero subito da fare per prestargli soccorso, calando una lunga fune. Ma dello sventurato non c'era pi traccia. Tirando su la fune, si avvidero che il suo capo era bruciacchiato, e cos pensarono che quella buca conducesse diritto diritto all'inferno. Vi calarono, in seguito, anche un cane, che fece un'orrenda fine, bruciacchiato dalle fiamme. Oggi questa buca  ancora visibile nella cappellina che si trova a met della navata destra, ed  coperta da una lastra di ferro. Sul piccolo altare l'effigie della Madonna porta ancora il segno della colpitura sulla spalla destra. I lucchesi, quindi, se vogliono, possono mettersi in contatto con l'inferno, e anche gettarvi direttamente qualcuno che lo meriti, senza attendere il giudizio universale. Un privilegio che il Padreterno ha concesso alla citt.
Il commissario Renzi narrava questa leggenda a Jacopetti venerd 18 agosto. Jacopetti gliel'aveva richiesta al rientro da una scampagnata con Esterina fatta nel giorno del ferragosto.
"Non la conosce nemmeno Esterina. Lei ora me la deve raccontare."
"No." Cos aveva lasciato che trascorressero altri giorni, e finalmente quella mattina si era deciso a raccontarla, visto che Jacopetti aveva messo il muso.
"Sei contento?"
"Urca, che brividi! Ma lei ci crede?"
"E che ne so. Questa  la leggenda. Qualcuno ci ha creduto a tal punto che nei secoli passati, quando il Serchio faceva dannare Lucca con le sue inondazioni, pens di deviarne il corso, facendolo precipitare proprio nella buca della chiesa di Sant'Agostino(9). Cos ne avrebbero tratto giovamento sia Lucca che i dannati dell'inferno, per via del refrigerio che avrebbe arrecato loro l'acqua del nostro fiume."
"Ma Lucca senza il Serchio non sarebbe pi la stessa cosa."
"Conosci il detto: "Costa pi che ai lucchesi il Serchio"? Fiumi di soldi,  proprio il caso di dire, ci sono costate le sue bizze."
"Ora  tranquillo."
"Non svegliare il can che dorme."
Il piantone buss alla porta.
"Un signore ha chiesto di lei."
"La devo lasciare solo, commissario?" domand Jacopetti.
"No. Resta anche tu."
Il signore altri non era che il fratello di Vanessa. Entr con passo veloce.
"Mi riconosce, commissario?"
"Certo che la riconosco. Lei  il fratello di quella ragazza di Milano."
"Sono tornato perch di mia sorella ho definitivamente perso le tracce. Sono sicuro che le  accaduto qualcosa."
"Si sieda e mi racconti." Anche Jacopetti and a sedersi, un po' in disparte.
"Ho fatto secondo il suo consiglio. Sono tornato a Milano e ho pensato che Vanessa si sarebbe fatta viva. Invece niente.  passato il ferragosto e nemmeno una sua telefonata. Non si  mai comportata cos."
" tornato alla villa?"
"No. Prima di partire da Milano ho per telefonato all'ingegnere. Nessuna novit. Vanessa non si era fatta viva neppure con lui."
"Che cosa vuole che io faccia?"
"Vada dall'ingegnere. Lo interroghi. Lei sa come fare e capir se a mia sorella pu essere accaduto qualcosa."
"A cosa pensa?"
"Ad un omicidio."
"Eh, come corre. Mica  facile ammazzare la gente."
"Lo , invece."
"E perch dovrebbero averla uccisa?"
"Si uccide anche per una sciocchezza. Ad esempio una lite con l'ingegnere."
"Ma non si volevano bene?"
"E allora? Oggi volersi bene non significa un bel nulla. Un minuto prima si fa all'amore, e dopo si  capaci di uccidere la propria amante per un'inezia."
"Ma l'ingegnere, stando a quello che mi raccont la volta scorsa,  persona perbene, con la testa sulle spalle, che ha molte responsabilit..."
"Se mia sorella non si  fatta viva, significa una cosa sola, che non era in grado di mettersi in contatto con me."
"Potrebbe essere andata all'estero."
"Anche dall'estero si pu telefonare."
"Potrebbe avere incontrato un altro uomo ed essere fuggita con lui. Sa, quando succedono queste cose, l'ultimo pensiero  telefonare al proprio fratello, non le pare?"
"Lei non conosce mia sorella. Mi fa sapere sempre dove si trova."
"Aveva paura di qualcosa?"
"Non si  mai voluta sposare. Le piace vivere a quel modo. Sono stato io a dirle che  una vita pericolosa. Non si sa mai veramente con chi si ha a che fare. Su questo mi dava ragione. Ecco perch mi ha sempre fatto sapere dove si trovasse. Sento che ha bisogno del mio aiuto."
"Va bene. Far un salto da questo ingegnere. Mi dica esattamente dove abita." Prese nota.
"E lei come si chiama?"
"Attilio Ferrazzani. Sono medico e ho lo studio a Milano." Forn l'indirizzo e il numero di telefono. "Mi far sapere qualcosa?"
"Non subito, per. Sono faccende delicate, come pu immaginare. Ci vorr tempo. Tuttavia, se fossi in lei, non mi preoccuperei pi di tanto."
"Spero che abbia ragione, commissario."
"Vedr che  cos."
"Torno a Milano. Se ha bisogno di me, sa dove trovarmi."
"Sua sorella se la sta spassando in qualche bella localit di villeggiatura, magari all'estero, a mille miglia da qua, a tal punto che si  scordata perfino di avere un fratello. Quando tutto sar finito, ci far una bella risata."
L'uomo se ne and. Jacopetti si avvicin al commissario.
"Poveretto. Non accetta che sua sorella se la spassi da un amante all'altro. Lo capisco, ma non ci si pu far niente se capita di avere una sorella cos. Quella, deve essere una che ci trova gusto a fare all'amore, pi del suo amante. Deve essere una ninfomane, glielo dico io."
"Sono convinto che  tra le braccia di qualche bel marcantonio, e quando si sar scapricciata, si far viva non solo con il fratello, ma anche con l'ingegnere."
"Allora che intenzioni ha, commissario?"
"Per scrupolo, tanto per metterci in pace con la coscienza, andremo a fare una visita all'ingegner Lambertini."
"Ora?"
"No. Prima sbrighiamo la faccenda di quel disgraziato che ha assassinato la moglie e l'amante. Hai finito di battere a macchina il rapporto?"
"Quasi. Cinque minuti ancora, e glielo porto per la firma."
"Ti aspetto."

Dalla finestra il commissario poteva vedere le mura alberate. Sulla cortina e sui baluardi si intravedeva gente che passeggiava. I giovani salivano sopra il muretto o il poggio. Delle coppie stavano distese quasi al limite del precipizio.
"Basta un piccolo movimento e cadono gi . Ma che incoscienza!"
Da ragazzo anche lui aveva fatto allo stesso modo. Non c' lucchese che non si comporti cos. Renzi era nato e cresciuto in citt. Si era arruolato nella polizia subito dopo gli studi universitari. Era stato inviato in altre citt, sia del Sud che del Nord, poi lo avevano assegnato a Lucca. Si considerava fortunato per questo. Non accadeva a molti di avere un tale privilegio. Chiss perch era toccato a lui. Pensava sempre che c'era un Santo in paradiso che lo assisteva, e nei momenti difficili gli sembrava perfino di avvertirne la presenza, per via di certe ansie, di certe smanie che lo agitavano. Della citt conosceva tutto, e del carattere dei lucchesi sapeva i minimi particolari. Riservati e chiusi, non potevano esserlo con lui, che leggeva nei loro sguardi.
Da giovane aveva viaggiato. Era stato in molte parti d'Europa. Soprattutto il Nord lo aveva affascinato, la Norvegia, la Lapponia. Un giorno, mentre si trovava dentro un bosco coperto di neve, vicino ad un corso d'acqua, aveva udito un canto. Proveniva da lontano. Si era fermato ad ascoltare. Quella fusione tra canto e natura, che avveniva per il suo tramite, lo aveva colmato di suggestioni.
In quel momento, davanti alle belle mura di Lucca, riud quel canto, e avvert come una nuova suggestione che s'imponeva sulla realt. Rivide il bosco e il fiume, puri e bianchi.
"Ecco qua" disse Jacopetti, entrando. "Non vedo l'ora di trovarmi davanti all'ingegnere." Porse al commissario il rapporto, Renzi lo lesse e lo firm.
"Andremo oggi, Jacopetti. Stamani  troppo tardi."
"Peccato, ci contavo."
"Eppoi, in questo momento non me la sento. Non sarei in forma. Ti deluderei."
"Qualche malinconia?"
"S."
"La lasci andare."
"Mica ci se ne pu liberare tanto facilmente."
La realt di quegli anni aveva trasformato la civilt occidentale in una polveriera di contraddizioni. Il progresso, anzich servire l'uomo, si era assoggettato al denaro.
Verso le tre del pomeriggio Renzi scendeva le scale del commissariato, seguito da uno scodinzolante Jacopetti.
"Io mi domando che cosa ti aspetti da questo caso."
"Caso, dice? Allora significa che anche lei  convinto che a quella ragazza sia accaduto qualcosa."
"Ho detto caso, perch non mi  venuto in mente altro. Tutto qui."
" il subconscio che ha parlato."
"Ora te lo dicevo io che cosa ha parlato..."
Giunsero alla villa che erano passate da poco le tre e mezzo. Suonarono. Venne Ilde ad aprire. Sembrava infastidita. Quando il commissario si present, avvamp tutta.
"Non so se l'ingegnere potr riceverla."
"Gli dica che  questione di pochi minuti."
"Sta riposando."
"Devo insistere." Ilde li fece entrare, e proprio in quel momento sul pianerottolo della scala che conduceva alle camere comparve l'ingegnere in vestaglia, e dietro di lui, Virginia.
"Vogliono parlare con lei, ingegnere."
"Sono il commissario Renzi. Mi scusi se la disturbo a quest'ora, ma avrei da farle alcune domande. Si tratta di questione di pochi minuti."
"Bene, Ilde, li faccia accomodare nello studio. Sono subito da lei, commissario."
Ilde non aveva ancora assorbito sul proprio viso lo stupore di quella visita. Apr la porta dello studio e li fece accomodare.
Poi se ne and.
Subito Jacopetti si accost al commissario.
"Quello stava facendo all'amore. Ha visto la ragazza com'era tutta discinta?"
"Certo che l'ho visto. Non sono mica cieco."
"Se quella non  Vanessa, l'ingegnere ha fatto presto a consolarsi."
" ricco, e ne trova mille schioccando solo le dita."
"Sarebbe bello..."
"Fermati l. Tanto lo so che cosa vuoi dire."
"E anche la domestica che ci ha accompagnato nello studio, mica male, eh? Ce lo farebbe un pensierino, commissario?"
" diventata tutta rossa, non te ne sei accorto?"
"Certo che me ne sono accorto."
"E perch, sentiamo."
"Perch sapeva che cosa stava facendo il suo padroncino."
"Per me quel padroncino l, se la fa anche con lei."
"Nooo."
"Va l, che ci hai pensato, Jacopetti."
"Magari con lei c'era stato prima."
"Oppure ci sarebbe andato dopo, e lei era in attesa del suo turno."
"Vede che pure lei commissario..."
"A forza di starti a sentire, lo ficchi in testa anche a me il sesso."
" il padrone del mondo, il sesso. Poi viene il denaro, ma il primo posto se l' conquistato il sesso. E da sempre, da quando esiste l'uomo."
Renzi stava per rispondere, quando la porta si apr e entr Vittorio Lambertini.
"In che cosa posso esservi utile? Forse siete venuti per la scomparsa di Vanessa? Se  per questo, vi tranquillizzo subito. Vanessa non  la prima volta che sparisce di casa.  fatta cos. Fra un po' di tempo, quando le sar passato il capriccio, si far viva, e torner a casa." Si era messo a sedere sul divano.
"Posso sapere chi  la ragazza che ho visto accanto a lei sul pianerottolo?"
"Si chiama Virginia. Aveva supposto che si trattasse di Vanessa?"
" amica di Vanessa?"
"No, no.  una mia domestica. Abita qui accanto. Sa come vanno le cose a questo mondo, commissario."
"Come vanno?"
"Non sia cos permaloso, diamine. Del resto, se una ragazza come Virginia, giovane e bella, mi si butta addosso, che dovrei fare? Dire di no? Non sono il tipo. Eppoi mica si commette un reato, o mi sbaglio?"
"E l'altra?"
" sua sorella. Si chiama Ilde."
" una sua amante?"
"Non le sembra di esagerare?"
"Mi risponda."
"Lo sono diventate entrambe da quando  sparita Vanessa. Io non ci so stare senza una donna."
"Queste sono due."
"E se fossero tre, che ci sarebbe di male? Non devo renderne conto a nessuno."
"Perch Vanessa se n' andata?"
"E lo chiede a me? Sono il primo a domandarmelo. L'unica spiegazione  ci che le ho detto prima. Vanessa  una donna capricciosa. Se dice di sparire, sparisce, e tanti saluti, finch non le passa."
"Aveva litigato con lei?"
"Se  per questo, si litigava un giorno s e un giorno no."
"Un po' troppo per essere amanti."
"Ne sa qualcosa, commissario, lei? Sappia che si pu essere buoni amanti e litigare anche tutti i giorni."
"Ha pi saputo nulla di Vanessa?"
"Glielo avrei detto subito, altrimenti. Anche al fratello lo avrei detto. Penso che sia stato lui ad informarvi."
"Che cosa fa il fratello?"
" medico a Milano. Un bravo medico, oltre che una brava persona. Ma queste cose lei le sa gi, naturalmente. Attilio si preoccupa per la sorella, ma anche a lui ho detto le stesse cose. Vanessa si far viva con tutti noi, non appena le sar passato il capriccio."
"Che capriccio?"
"E che ne so? Forse si era stufata di me, e ha incontrato qualcun altro. Qualcuno che l'ha portata in giro da qualche parte. Perch una cosa  certa. Per farsi amare da Vanessa, bisogna offrirle molto."
"Vuole dire che si deve essere ricchi?"
"Molto ricchi.  un'amante costosa."
"Dove pu averlo incontrato questo nuovo amante."
"Conosceva molte persone, non solo a Milano. Pu avere telefonato, e ha combinato la fuga."
"Possibile che lei non si sia accorto di nulla?"
"Vanessa aveva una camera tutta sua. Quando volevamo fare all'amore, veniva lei da me. Che cosa combinasse in camera sua, non lo so proprio, e comunque non me ne sono accorto. Secondo me, ha preparato le valigie, e di notte  fuggita."
"Da sola?"
"No. Penso che il suo amante sia venuto a prenderla. Lei gli ha aperto, hanno caricato le due valigie, e via, sono spariti nel nulla. Quando me ne sono reso conto, poco prima dell'alba, sono andato subito da Basilio, il fattore, il fratello delle due donne che lei ha visto in casa mia, ma nessuno ha saputo darmi una spiegazione. Da quel giorno, non so pi niente di Vanessa. Il fratello mi ha telefonato pi volte, preoccupato, ma  colpa mia se sua sorella  scappata di casa? Teme che le sia successo qualcosa, ma che cosa, diamine? Non la conosce meglio di me, sua sorella? Non sa com' fatta? E che non ci pensa su due volte a cambiare amante. Quando le sar passata, torner."
"Se si far viva, mi avverta, ingegnere."
"Lo far."
Uscirono. Fatti pochi passi, videro Carlotta che stava arrivando.
"E questa chi ."
"Vedr, commissario, che  un'altra amante."
"Tre mi sembrano troppe."
"Anche questa,  una bella figliola. Sar la terza sorella. Quell'ingegnere ha una fortuna sfacciata."
"Ne ha rimpiazzato una con tre. Mica scemo."
"Vede che mi d ragione?"
Il commissario si diresse incontro a Carlotta. Si present.
"Perch  qui, commissario?"
"La signora Vanessa Ferrazzani  scomparsa, cos pare. La conosce?"
"Certo.  una pena per l'ingegnere. Se n' andata senza lasciare nemmeno un biglietto. Svanita nel nulla. Anche il fratello la cerca, perch nemmeno con lui si  fatta viva. Speriamo che lei, commissario, riesca a trovarla."
" anche lei al servizio della casa?"
"S."
"Cosa pu dirmi delle sue due colleghe."
"Colleghe? Sono mie sorelle. Si chiamano Ilde e Virginia. Sono qui, proprio perch devo dare il cambio ad una di loro."
"A chi?"
"A Virginia."
Per poco non uscivano gli occhi fuori dalle orbite a Jacopetti. Pass l'ombra di un sorriso anche sulle labbra del commissario.
"Vanessa si era innamorata di qualcun altro?"
"Con noi si confidava poco. Anzi, sembrava che la infastidissimo. Non le piaceva averci per casa."
"Era gelosa?"
"Penso proprio di s."
"E ne aveva motivo?"
"L'ingegnere ci faceva la corte. Potrebbe essersene accorta. Sa, l'ingegnere  uno di quegli uomini che non si lasciano sfuggire un'occasione, quando se la trovano a portata di mano."
"Sua sorella Virginia  amante dell'ingegnere?"
"Forse s e forse no. Non lo viene certo a raccontare a me."
"Verr a trovarla se avr bisogno ancora di lei."
"Quella laggi  la mia casa, e anche delle mie due sorelle, naturalmente. Pu venire quando vuole."
Carlotta suon il campanello e venne Ilde ad aprire. Entr e il portone si richiuse.
"Perch, commissario, non le ha chiesto se anche quella Carlotta  amante dell'ingegnere? E poteva sentire cosa aveva da dire anche sul conto di Ilde."
"Tutto a suo tempo, Jacopetti. Non devi avere fretta."
"Lei ha in testa qualcosa; a me, non me la fa."
" troppo presto, Jacopetti."
"Secondo lei, Vanessa  stata uccisa?"
"Come corri. Per ora ci basta sapere che nessuno ne sa pi niente, e che  una ragazza a cui piace la bella vita."
"Quindi potrebbe anche trattarsi di una semplice fuga."
"Ci voglio pensare su. Ora torniamocene in ufficio."
"Perch non andiamo invece a far visita alla casa delle tre sorelle? Hanno un fratello, ricorda quello che ci ha detto l'ingegnere? Si chiama Basilio, mi pare."
"Secondo me, la stai prendendo troppo di corsa, Jacopetti. Andiamocene in ufficio, e pensiamoci su. Se si tratta di una fuga, rischiamo di smuovere tanta acqua per nulla, e di fare un gran polverone."
"Mi accontenti, commissario."
Davanti alla casa, bussarono. Venne ad aprire Sisto. Capirono che doveva essere il padre, considerata l'et.
"Lo troverete laggi ." E indic le stalle. "Se no,  andato nei campi."
"Pu dirci nulla della signora Vanessa Ferrazzani?"
"Non la conosco. Ne ho sentito parlare qui in casa. Una bella donna, che  sparita. Ai miei tempi non succedevano queste cose, e le donne si sapevano tenere a bada, mica come ora, che hanno troppa libert. La donna che ha troppa libert,  come un animale, si lascia dominare dall'istinto. Non lo crede anche lei?" Mentre parlava stando sull'uscio, si toccava la cintola dei pantaloni, e accennava a stringerla, un tic. Il commissario ignorava, naturalmente, la sua storia personale.
Basilio era nella stalla a governare Morello e Stella.
"Povere bestie, dopo i primi giorni, eccole dimenticate nella stalla."
"Sono dei purosangue?"
"Altroch. Razza fine. Peccato, peccato davvero che siano finiti in questo posto. Il padrone ogni tanto esce con Morello. Ma non come i primi giorni. Ora tocca a me cavalcare Stella, ogni tanto."
"Perch se n' andata la signora Vanessa?"
"Non sopportava pi il padrone.  quello che penso."
"Li ha visti litigare?"
"Che qualche volta avevano il muso, me ne sono accorto."
"Pu succedere tra due amanti."
"S, s."
"Sa qualcosa che pu aiutarci?"
"Non so niente."
"Le sue sorelle sono al servizio nella casa dell'ingegnere. Le hanno mai raccontato nulla che possa esserci utile?"
"Sono diventate delle puttane, da quando  arrivato il nuovo padrone. Prima era tutto diverso.  un donnaiolo, e ha saputo abbindolarle. Carlotta e Virginia erano fidanzate, lo ha saputo? Ora non lo sono pi . Si sparla di loro in paese, lo avr sentito."
"E lei perch non  intervenuto?"
"Sono intervenuto, eccome. Le ho anche minacciate. Vi ammazzo, se continuate. Ma le potevo ammazzare, mi dica lei? Sono le mie sorelle. Mica si pu ammazzare una sorella."
"La signora potrebbe essersene andata per gelosia, dopo aver litigato col padrone."
"S, s."
"Non mi nasconda niente, la prego."
"E va bene, tanto prima o poi verrebbe a saperlo. Vanessa non aveva motivo per andarsene. Non sarebbe mai fuggita senza dirmi niente."
"Si confidava con lei?"
"Ero il suo amante."

Tornati in ufficio, Jacopetti si trattenne nella stanza di Renzi.
"Ora capisco perch non ha ammazzato le sorelle. Non le ha ammazzate no, ci aveva il suo tornaconto. Mentre l'ingegnere si scapricciava con loro, lui se la faceva con la bella Vanessa. E anche a lei conveniva, visto che Basilio  proprio un marcantonio di quelli che fanno impazzire una femmina."
"Uhm."
"Qualche preoccupazione?"
"Comincio a credere che il fratello di Vanessa abbia ragione di stare in pensiero."
"Ora s che mi piace, commissario."
"Deve essere successo qualcosa di brutto alla villa."
"Un omicidio?"
"Dopo una sfuriata tra i due, l'ingegnere, forse geloso della relazione tra Basilio e Vanessa, l'ha uccisa, e ha lasciato credere che si trattasse di una fuga."
"Non dimentichi, commissario, che l'ingegnere se la spassava con le tre sorelle di Basilio, ed aveva tutto l'interesse a tenerselo buono. Secondo me, gli faceva comodo che Vanessa non stesse appiccicata a lui, e se l'intendesse col fattore."
"E allora pensi che sia fuggita?"
"Non mi sfiora nemmeno la mente l'idea che la signora sia fuggita."
"Oh, Jacopetti. Che fai, ci giri intorno?"
"Per me non  stato l'ingegnere."
"Sputa il rospo, allora."
" stato Basilio."
"Ma non ci aveva la convenienza a sfruttare la situazione? Mica poteva pretendere di sposarla, una donna come Vanessa."
"Secondo me, hanno litigato per via delle sorelle. Vanessa, ad un certo punto, dopo essersi scapricciata con Basilio, non ha sopportato pi la situazione. Si  sentita ferita nel suo orgoglio di donna. Cos ha chiesto a Basilio di intervenire per impedire alle sorelle di andare a letto con il loro padrone. Basilio ci ha provato, senza riuscirci, e Vanessa lo ha ricattato. Finch le tue sorelle vanno a letto col tuo padrone, me, non mi vedi pi . Scordati di Vanessa."
"Hanno litigato e lui l'ha uccisa."
"Proprio cos, commissario."
"Ma potrebbero essere state anche le tre sorelle."
"E per quale ragione?"
"Sempre la stessa. La gelosia. Vanessa, dopo essersi scapricciata con Basilio, come dici tu, si  messa in mezzo. Ha cominciato a minacciare l'ingegnere. Dico tutto in paese, se non le lasci. Oppure poteva anche custodire qualche segreto che sarebbe tornato a svantaggio dell'ingegnere, se fosse stato svelato. Oppure ha lasciato credere che Basilio meditasse una vendetta contro il padrone per via delle sorelle. Cos l'ingegnere ha cercato di diradare i suoi incontri con le ragazze. Queste hanno mangiato la foglia. Si sono accorte che c'era di mezzo Vanessa, e hanno deciso di eliminarla."
"Siamo punto e a capo, dunque, commissario."
"Proprio cos."
"Che si deve fare?"
"Torneremo alla villa."
"Ora?"
"Ma che dici! Domani mattina. Questa volta ci faremo mostrare la camera della signora, e faremo una bella perquisizione. Chiss che non salti fuori qualche indizio."
"Dovremo procurarci un mandato, nel caso che l'ingegnere faccia resistenza."
"Pensaci tu."

In paese si era sparsa la notizia della visita del commissario alla villa. La mattina dopo, furono in molti a notare la sua auto che si recava dall'ingegnere. Ma con sorpresa di tutti, questa si ferm prima davanti alla canonica. Jacopetti e Renzi salirono la breve scalinata e suonarono. Apr don Saverio.
"Questo paese non lo riconosco pi . Ci mancava anche questa. Quell'ingegnere deve essere il diavolo" disse, riconoscendo il commissario.
" uno a cui piacciono le donne, questo  sicuro" rispose lui.
"Io le avevo avvertite, le sorelle Trimonti. Un uomo che non si fa mai vedere in chiesa, non pu essere nulla di buono. Metterete nei pasticci vostro padre, e anche vostro fratello, avevo detto loro. Lasciatelo perdere quel dongiovanni. Vi procurer solo guai."
"Non l'hanno ascoltata, mi sembra."
"No, purtroppo. Lo sa, vero, quello che si dice sul loro conto."
"Me lo immagino. Ma vorrei ascoltarlo dalla sua bocca."
"Che sono diventate delle poco di buono, le sorelle Trimonti. Salvo Ilde, che  sempre stata una scapestratella, dalle altre proprio non me lo sarei aspettato, anche se le supponevo in tentazione. Una cosa  immaginare che certi fatti accadano, e un'altra saperli accaduti. Che tristezza, che tristezza. Sono diventate lo zimbello del paese. Al bar non parlano d'altro e dicono che, dopo l'ingegnere, toccher a qualcuno del paese di trastullarsi con le ragazze. Lei m'intende, vero, commissario? Quando si  presa la strada del vizio,  difficile tornare indietro."
"Che pu dirmi della signora Vanessa."
"Proprio niente. So quello che dicono tutti in paese, che era una bella donna, ma non l'ho mai vista. Ora dicono che  scomparsa; fuggita dalla villa per andare con qualcun altro. Chiss..."
"Lei ci crede?"
"Non posso dire niente. Non conosco il mondo come lei, commissario, ma potrebbe essere andata proprio cos. Oggi non ci si capisce pi nulla. Una volta non accadevano queste cose."
"Lo dice anche il padre di Basilio."
" stato sfortunato, pover'uomo. La moglie non gli ha mai dato pace. Ha sofferto molto, e la sofferenza conduce alla saggezza. Quello che dice  vero, anche se proprio lui non  stato capace di controllare sua moglie, poveretto."
"Perch? Che cosa gli  accaduto?"
"Sua moglie se la intendeva con il vecchio padrone. Era una donna leggera. Ecco da chi hanno preso le figlie. Dalla madre, hanno preso."
"Le donne, quando sembrano felici, non s'accontentano pi , e ci fanno dannare l'anima."
"La Chiesa non  mai stata tenera con le donne."
"Sbagliando, per."
" vero. Ma qualche volta mi cascano le braccia a sentire di certe donne."
" colpa degli uomini."
"Sar come dice lei, commissario."
"Per me, la colpa ce l'hanno quasi sempre le donne, invece." Era Jacopetti. "Sono loro che fanno e disfanno una famiglia. Una donna che non abbia troppi grilli per la testa, fa una famiglia felice. Anche se l'uomo  uno scapestrato, la donna pu fare felice una famiglia. La donna ne sta al centro. Condivide, commissario?"
"La sai lunga tu, Jacopetti, sulle donne. Che ne pensa di Basilio, don Saverio?"
"C' una brutta storia su di lui. Ma  un bravo giovane."
"Quale storia?"
"Le ho gi detto della mamma, che era una donna leggerina e se la intendeva col vecchio padrone."
"E allora?"
"Basilio si dice che sia figlio del vecchio padrone, non di Sisto."
"E il padre lo sa?"
"Credo di s, ma sta zitto, e non ha mai fiatato con alcuno."
"E Basilio?"
"Basilio s, lo sa."
"E da chi lo ha saputo?"
"Forse dalla madre, prima che morisse, in segreto."
"Non ci credo" disse Jacopetti. "Una madre non fa questo ad un figlio, in punto di morte."
"Lo dici tu, Jacopetti. Mica sono tutte eguali. Ricordati le tue teorie sulle donne."
"Uhm."
Usciti dal pievano, si recarono alla villa, come da programma.
Jacopetti aveva visto giusto, giacch l'ingegnere, prima di farli salire nella camera che era stata occupata da Vanessa, chiese di vedere il mandato di perquisizione.
"Non ci limiteremo a perquisire la camera" disse a quel punto il commissario.
"Fate ci che dovete" rispose risoluto, ma indispettito, l'ingegnere.
Furono fortunati, cos pensarono, poich, proprio sotto il letto di Vanessa, trovarono una catenina d'oro.
"E questa che cos'?" fece Renzi, chinandosi. Vi era attaccato un piccolo medaglione.
"Mi pare la foto del fratello" disse Jacopetti.
"Esatto" conferm Renzi. "Si vogliono molto bene."
"Dev'esserle caduta mentre era indaffarata a preparare le valigie" disse l'ingegnere, che non si era mai allontanato dai due.
"Probabilmente  cos. In ogni caso, la portiamo con noi, se non ha niente in contrario."
"Mi lascer una ricevuta, per, nel caso che Vanessa la cercasse."
"Naturalmente."
Si salutarono.
Sestilio, l'ex fidanzato di Virginia, li avvicin non appena ebbero varcato il cancello della villa. Si capiva che era stato appostato l, ad attenderli.
"Se vuole conoscere che cosa ne penso,  stato quel maiale ad uccidere la signora."
"Chi  lei?"
"Ero il fidanzato di Virginia. Ero, perch quel porco se l' portata a letto."
"Non ce l'avr portata con la forza, immagino."
"Con la forza no, ma con i soldi s."
"Come fa a dirlo?"
"L'ho saputo dalla signora."
"Dalla signora chi?"
"La signora Vanessa."
"Che cosa le ha detto."
"Era venuta da me, per avvertirmi. Mettermi in guardia. Ma che cosa potevo fare? Io sono un povero studente, povero oggi e molto probabilmente povero anche domani, senza nessuna speranza. Come potevo competere con un riccone come lui?"
"Perch, che le ha detto la signora Vanessa?"
"Che colmava di regali Virginia, e mi ha detto anche delle altre due sorelle. Colmava di regali anche loro."
"E perch  venuta a dire queste cose a lei?"
"Voleva che intervenissi presso Virginia, e, tramite suo, presso le sorelle, affinch lasciassero il padrone."
"E lei  intervenuto?"
"Da quando mi ha lasciato, Virginia non mi sta nemmeno a sentire. Appena ho aperto bocca, sa cosa mi ha detto?"
"Che cosa?"
"Non sono affari che ti riguardano. Della mia vita, faccio quel che mi pare."
"Eravate gi divisi?"
"S."
"Com' venuto a sapere che Virginia era diventata una delle amanti dell'ingegnere?"
"Me lo ha detto lei, senza tanti riguardi. Un giorno ci siamo incontrati come al solito. Invece di darmi un bacio, come era sua abitudine, mi si  parata davanti, con un sorriso beffardo. Che c'?, le ho domandato. Mi ha risposto: sono venuta a dirti che non siamo pi fidanzati. Non ti amo pi . E perch?, domando io. Perch amo l'ingegnere. Ma se  vecchio, e potrebbe essere tuo padre. Non  vecchio, e poi sono fatti miei. Da questo momento le nostre strade si dividono, non cercarmi pi ."
"Si metta l'animo in pace. Succedono queste cose, ma non ci si deve abbattere."
" una parola. Io ci contavo. Le volevo bene."
"E ora le vuole bene?"
"No. Si  messa con un vecchio. Non gliela perdoner mai."
"E della signora che cosa pu dirmi?"
"Era una bella donna, pi bella di Virginia. Non capisco perch l'ingegnere la trattasse a quel modo."
"La trattasse come."
"La umiliasse, portandosi a letto le tre sorelle Trimonti."
"Era diventata sua amica, la signora?"
"Le volevo bene. Dopo che Virginia mi ha lasciato,  stata molto carina con me."
"Carina quanto."
"Ci ho fatto all'amore, se  questo che le interessa."
"Era la sua amante?"
"Ci vedevamo qualche volta."
"Le ha mai confidato che voleva andarsene dalla villa?"
"No. Era arrabbiata, questo s, ma non mi ha mai detto che voleva andarsene."
"E perch l'ingegnere avrebbe dovuto ucciderla?"
"Perch si era messa in mezzo, e non gli dava pi pace. Voleva che la finisse con le tre sorelle, e tornasse ad amarla come i primi giorni."
"Per anche la signora aveva trovato di che consolarsi, mi pare."
"Era una bella donna, che poteva fare? Una donna umiliata, per giunta."
"La ringrazio, per ora."
"Lo arresti, commissario.  lui l'assassino."
"Trover l'assassino, se davvero la signora Vanessa  stata uccisa. Ma per il momento non c' nessun motivo per non pensare che sia fuggita dalla villa. Magari ha trovato qualcun altro, e se n' andata."
" stata uccisa, lo sento."
" troppo poco, per arrestare l'ingegnere."
"Mi ha rovinato, quel maiale."
"Su, non ci pensi.  giovane, e chiss quante ragazze verranno a farle la corte, ora che  libero. Ne trover tante migliori di Virginia."
" stato il mio primo amore."
"Non ci pensi pi ."
Lo lasciarono che il giovane quasi piangeva.
"Ecco un altro che potrebbe essere l'assassino" disse Jacopetti.
"E perch mai?"
"Per via di Basilio. Ha scoperto che la signora se la intendeva anche con lui, e cos, in un accesso di gelosia, l'ha uccisa."
"Sempre la gelosia."
"Esplode peggio della bomba atomica, la gelosia. Si deve essere forti per vincerla."
"Tu lo saresti?"
"Esterina non mi tradirebbe mai."
"Ne sei proprio cos sicuro?"
"Io le basto, non le manca nulla."
"Sei presuntuoso."
"No.  la verit. Lei non mi crede, ma io sono un grande amante."
"Avresti conquistato anche la signora Vanessa, allora."
"Ne pu star certo, commissario. Non mi avrebbe respinto."
"Urca, come le spari grosse."
"E della catenina che ne dice?"
" spezzata."
"Un brutto segno."
"Proprio cos, Jacopetti. Proprio cos."

Tornati in citt, verso la fine della mattinata dovettero accorrere in piazza San Michele, dove un corteo di studenti, che manifestava contro una delle tante riforme proposte per la scuola, era degenerato. Si erano introdotti degli agitatori, riuscendo a provocare un agente delle forze dell'ordine, che aveva reagito dapprima con delle manganellate. Gli agitatori avevano risposto e un altro agente aveva estratto la pistola sparando dei colpi in aria. La folla era intervenuta a sostegno degli studenti e contro la polizia. Tutto stava degenerando. La polizia era considerata alleata stretta dei governanti e per questo non era pi benvoluta. Renzi dette ordine che il corteo continuasse a sfilare e fece allontanare i poliziotti. Fu una decisione saggia, che presto riport la quiete. Qualcuno tra la folla apprezz e glielo disse apertamente.
"Lei  in gamba, commissario. Dovrebbero mandarla al governo, al posto di quelli che ci sono ora, che ci affamano e ci raccontano un sacco di bugie."
"Sono responsabilit troppo grosse da portare sulle mie spalle."
"Lei porterebbe anche una montagna."
"S, s" disse, allontanandosi. Jacopetti gli camminava a fianco. All'altezza del Bar Casali videro il direttore di banca che si avvicinava, con il quale Renzi scambiava spesso quattro chiacchiere.
"L'ho ammirata, sa, commissario.  stata una soluzione di buon senso. Lo dico sempre, che con il buon senso si risolverebbero tutti i guai del nostro Paese."
"Bastasse, ma non  cos.  l'interesse personale che guasta ogni cosa."
"Siamo diventati sempre di pi egoisti. Pi si allarga la miseria e pi cresce l'egoismo. Pensavo che dovesse accadere all'incontrario, che la miseria, cio, spingesse alla solidariet. Lei ci capisce pi niente, commissario?"
"La miseria ci riduce a bestie, ecco perch si diventa egoisti." Era Jacopetti.
"Gli uomini arrivano anche a superare le bestie, se  per questo. In banca, me lo lasci dire, ne vedo di cotte e di crude. Ci si arriva a scannare tra padre e figlio per dividersi quattro soldi. Perch vede, di soldi, qui in Italia ne sono rimasti giusto pochi spiccioli. Il grosso ha fatto fagotto e ha preso la strada dei paesi ricchi, dove l'economia  stabile e soprattutto sono stabili i governi."
"Ne avremo anche troppa di stabilit."
"A cosa allude, commissario?"
"Non mi faccia parlare."
"Allora parlo io, se permette. Lei allude a quest'aria di regime che si respira. Al fatto che dovunque, sui giornali e alla televisione, si dice continuamente che tutto va bene, e che il nostro Paese gode all'estero di prestigio e si apprezzano gli sforzi fatti dal governo per risanare le finanze.  cos?"
"Io sto ad ascoltarla."
"S,  cos. Parlo io per lei, commissario." Era Jacopetti. "La gente non ce la fa pi a sopportare. Tira la cinghia, fa ogni sorta di sacrificio, ma che non le si permetta pi di parlare liberamente e che le si mentisca, questo non va. Si ribella, e fa bene."
"In banca, non si lavora pi come un tempo. Non c' pi soddisfazione, quando il denaro, che prima era un fiume in piena, ora scorre come un piccolo rivo di montagna. E come succede in banca,  in ogni altra attivit produttiva. Ci stiamo prosciugando, altro che risanare le finanze. Qui, nel nostro Paese, sparisce la ricchezza, e le aziende migrano all'estero, dove ci sono meno tasse e meno legacci, e cos il lavoro, anzich agli italiani, lo procurano agli stranieri. I nostri imprenditori se ne vanno via, commissario, lasciano il Paese, vanno ad arricchire altri popoli, e ci lasciano qui a piangere."
"Non durer" disse Jacopetti.
"Durer, durer, purtroppo."
"Abbia fede nel popolo." Con sorpresa di Renzi, era ancora Jacopetti.
"Il popolo lo si pu addomesticare.  gi successo."
"Questa volta non succeder, non  d'accordo anche lei, commissario?"
"Tu, Jacopetti, parli troppo. Hai la chiacchiera."
"Io dico ci che pensa anche lei. Non dobbiamo nasconderci. Siamo uomini, mica bestie."
"Gi" fece Renzi.

Trovarono il cadavere di Vanessa sotterrato nel bosco. Per la verit lo trov la cavalla Stella, uscita con Basilio. Ad un tratto si arrest. Che c'?, fece Basilio. La cavalla non voleva ripartire. Con il muso fiutava sul terreno, in un punto. Basilio scese. S'accorse che la terra era stata smossa. Accidenti, esclam, intuendo che cosa poteva essere accaduto. Risal e spron la cavalla, rimettendola sulla strada del ritorno. Presa una vanga, ritorn sul posto. Telefon al commissario.
" lei" disse l'ingegnere, che fu tra i primi ad accorrere.
"Bisogner avvisare il fratello.  un incarico che ti prendi tu, Jacopetti."
"Quel poveretto aveva ragione. Se lo sentiva che qualcosa di grave era accaduto alla sorella. Ci penser io, commissario."
Il Dott. Gerardo Nolledi, illustre geologo lucchese, tra i massimi esperti di regimentazione delle acque, in una sua conferenza alla quale ebbi il piacere di partecipare, il 16 marzo 1997, presso l'Istituto Storico Lucchese, dal titolo: "La sistemazione idraulica della pianura di Lucca dall'Ottocento ai giorni nostri", sostenne questa curiosa ed interessante tesi, e cio che il carattere mite, moderato, dei lucchesi, deriva dalla ricchezza di acque, che sempre hanno avuto in abbondanza nel lungo arco della loro storia, sia del Serchio che dei numerosi altri corsi: dell'Ozzeri innanzitutto, del Rogio e di molti canali.
Si deve riconoscere che qualche influenza il Serchio l'ha davvero avuta, giacch i lucchesi hanno sempre dovuto impiegare le loro doti di equilibrio per conquistarsi e mantenersi il quieto vivere.  certo, tuttavia, che le acque, soprattutto quelle del Serchio, hanno procurato ai lucchesi pi di un grattacapo, con le numerose inondazioni che devastarono le sue fertili campagne. Il 18 novembre 1812 ce ne fu una memorabile. La principessa Elisa Baciocchi, sorella di Buonaparte, quel giorno dovette far rientro a Lucca in barca, per via dell'esondazione del Serchio. Poich le porte della citt erano state chiuse, e sigillate con sacchetti, fu issata sopra le mura con delle gru per consentirle di tornare al suo palazzo.
Questo effetto delle acque di mitigare l'animo, di dare ristoro e pace, dovevano procurarlo anche al giovane Basilio, poich si raccontava al bar che nei giorni immediatamente seguenti al ritrovamento del cadavere di Vanessa, fu visto galoppare su Stella lungo l'argine del fiume, in localit "Le cateratte(10)". Arrestata la cavalla, scendeva e giungeva a piedi fino alla riva. Qui lasciava libera Stella e si sedeva a contemplare lo scorrere del fiume.
Al commissario Renzi questa notizia interess molto.
"Non sar proprio lui l'assassino?" disse Jacopetti.
"Ricordati che ha scoperto il cadavere."
"Potrebbe essere un trabocchetto ben congegnato."
Il giorno dopo il ritrovamento di Vanessa, di primo mattino, il fratello capit al commissariato. Fu accompagnato a identificare il cadavere e riconobbe la sorella.
Tornarono al commissariato.
"Vuole vedere com'era bella?" disse. Tir fuori da una tasca la foto della sorella e la mostr. Fu Jacopetti a ricordarsi di averla gi vista, quel giorno che era stata con l'ingegnere al mercatino dell'antiquariato.
"Me la ricordo, eccome. Era una bella donna, non c' dubbio."
"Attirava gli uomini come mosche."
"Lo credo bene."
"Era buona.  un male, nell'ambiente che frequentava."
"Dovremo trattenere il cadavere per qualche tempo. Occorrer fare l'autopsia, lei comprender..." Era il commissario.
"Torner a Milano. Mi avvertir lei quando sar il momento di riportare a casa il corpo della mia povera sorella. Naturalmente, resto a sua disposizione, se avr bisogno di me."
Il mattino di marted 29 agosto, mentre scendeva le scale del commissariato, Renzi mise male il piede su di uno scalino e rotol fino al pianerottolo sottostante. Accorse il piantone a soccorrerlo. Grondava sangue dalla fronte. Si ebbe paura che gli fosse accaduto qualcosa di pi grave. Fu portato di corsa all'ospedale, dove gli riscontrarono una lacerazione alla tempia, che ricucirono, ed un piccolo ematoma all'altezza dello zigomo, proprio appena sopra il ricciolo dei grandi baffi. Fecero ulteriori accertamenti, che non evidenziarono niente di particolare. Lo trattennero fino al tardo pomeriggio, quando fu lui a chiedere di ritornare a casa.
Maria gliene disse di tutti i colori.
"Ma chi te li ha fatti quei piedi che sembrano barche. Non c' scalino che possa contenerli."
"Ero mai caduto prima? Zitta, piattolona, e ringrazia il cielo che non mi sia rotto l'osso del collo."
A vederlo conciato cos, sapendo per che stava bene, i figli Manuela e Alberto non ce la facevano a trattenersi.
"Con quei cerotti e quel bozzo in faccia, sembri proprio un bel prosciutto, babbo. Per fortuna che non ti sei fatto male davvero."
"Te lo ricordi, com'era conciato Alberto, quando ebbe quell'incidente con la macchina nuova(11)?" Era Manuela.
"Me lo ricordo s. Dovrebbe accendere un cero alla Madonna tutti i giorni."
"Ci andremo insieme ad accendere il cero alla Madonna, visto che anche tu te la sei cavata per il rotto della cuffia. Con il tuo peso, babbo, potevi romperti il femore. Va l, che ci devi avere anche te un Santo in paradiso."
Stava sdraiato sulla poltrona del salotto. I figli, dopo qualche salamelecco, lo lasciavano solo. Ci pensava Maria a fargli compagnia, ma non per molto, poich Renzi si lamentava per il dolore, e Maria non aveva voglia di starlo a sentire.
"Voi uomini siete tutti dei fioni. Basta uno sgraffio, e la fate lunga come se vi avessero tagliato una gamba. Ma che saranno mai cinque punti." Glieli avevano dati alla fronte.
Telefon Jacopetti per domandare se poteva fare un salto con Esterina.
"Spero di non dare fastidio, ma anche Esterina  rimasta turbata, e dice che se non vede coi propri occhi, non si tranquillizza."
"Sto bene, diglielo, a tua moglie. Venite pure, vi aspetto."
Dopo cena, eccoli suonare il campanello.
"Davvero  tutto a posto, Maria? Non mi dici bugie?" domand Esterina, entrando per prima.
"Vai in salotto e vedi da te. Quello, non l'ammazza nemmeno il diavolo. Ha sette spiriti come i gatti."
"Ah, mi sento pi sollevata" disse, vedendo il commissario, che fece l'atto di alzarsi dalla poltrona.
"Resti seduto, per carit.  stato un vero miracolo che non si sia rotto qualche osso."
Esterina si accomod sul divano, dove and a sedersi anche Maria. Jacopetti si sedette sull'altra poltrona, vicino al commissario. Manuela e Alberto stavano uscendo. Vennero a salutare.
"Avete visto che cosa  successo a vostro padre?" disse Esterina.
"Invece di rompersi lui, s' rotto lo scalino" disse ridendo Manuela.
"Scherza, scherza, Manuela, ma ci ha messo riparo qualche anima buona, perch, pesante com' vostro padre, poteva rompersi una spalla, se non di peggio."
"Invece sono vivo e vegeto, se Dio vuole. Su, figlioli, lo spettacolo  finito. Andate e lasciatemi in pace." Era gonfio sul viso e pareva davvero un prosciutto.
"Domani" disse Jacopetti "resti a casa. Ci penser io a sbrigare le cose pi urgenti."
"No, no, domani sar al mio posto. Sto bene, ti dico. Un po' indolenzito nel corpo, ma domani sar tutta un'altra faccenda."
"Vedrai, come dormirai stanotte" disse Maria. "Oh, ma se ti lamenti troppo, io vado a dormire in camera di Manuela, e ti lascio solo."
"E lo lasceresti davvero solo?" domand meravigliata Esterina.
"Ma non lo capisci, che fa tanto per scherzare. Mica  senza cuore. Non  vero, Maria?" Era Jacopetti.
"Se lo meriterebbe, per tutti i dispetti che mi fa. Eppoi, ha la testa dura come un macigno. Non gli farebbe male restare a casa domani. Non prende quasi mai le ferie, e ora che si  fatto male, avrebbe il dovere di riguardarsi un po'. Non  un giovanotto, e certe cadute, a una certa et..."
"Non sono vecchio. Guardati per te. Domani sar come nuovo. Ti dispiacerebbe, per, se crepassi, eh?"
"Ma non  per me, stupidone; lo dico per i figli, che hanno ancora bisogno del padre. Quando saranno sposati, potrai andartene dove vuoi, anche al Creatore. Una donna sa vivere senza il marito, anzi, vive meglio, non  cos, Esterina?"
"Gli uomini ci sono di peso,  vero."
"Eccole che si mettono d'accordo, Jacopetti. In guardia, che queste due ci stanno scavando la fossa."
Jacopetti fece le corna.
"Io, al mondo ci sto proprio volentieri, e deve venire il diavolo in persona a prendermi."
"Hai detto bene, il diavolo, perch te, solo il diavolo ti vuole." Era Esterina.
"Senti chi parla. Te, sei peggio del diavolo. In confronto a te, il diavolo  una pecora. Se lo ricorda, commissario, il discorso sulle donne? Con le donne, il diavolo si  impossessato del mondo, e ora le donne, gabbato il diavolo, hanno preso il comando, e il diavolo deve solo subire, poveretto."
"Domani, Jacopetti, so gi quel che si deve fare. Di primo mattino andiamo a suonare la sveglia all'ingegnere. Quello ha ammazzato l'amante, e bisogna spremerlo perch confessi."
"Ma di che amante parlate?" Era Esterina.
"Come!? Non te ne ha parlato tuo marito? Hanno un caso avvincente per le mani. Una donna  stata trovata morta alla periferia di Lucca, vicino a Montuolo. L'assassino l'aveva sotterrata nel bosco. Era una bella donna, una di quelle che si possono permettere solo i ricchi."
"Fortunati loro." Era Jacopetti, che tir un sospiro.
"Bada, eh" fece Esterina, che aggiunse "No, non me ne ha parlato. Lui, da un po' di tempo con me ci parla poco. Ci parla solo quando mi chiede certe cose, mi capisci, Maria?"
"E tu negagliele, come faccio io, quando mi manca di riguardo. Noi siamo le loro mogli, e devono trattarci come tali. Bene, voglio dire."
"Lasciale discorrere, Jacopetti. Queste hanno preso il via, e non le ferma pi nessuno. Te, non credi che l'ingegnere sia l'assassino?"
" una delle nostre ipotesi. La signora Vanessa voleva impedirgli la relazione con le sorelle Trimonti, e cos lui l'ha fatta fuori."
"La relazione con chi?"
" un mandrillo, l'ingegnere. Non gli bastava un'amante, e l'ha sostituita con tre sorelle. Mica scemo."
"Proprio sorelle sorelle?" fece Esterina, che non credeva alle sue orecchie.
"Se le portava a letto una dopo l'altra, cara mogliettina. Non faceva come me, che devo mangiare sempre la stessa minestra."
" anche troppo. Accontentati."
"Brava Esterina. I nostri mariti, se non avessero noi, non saprebbero chi andare a cercare, per levarsi certi capricci. Noi si basta e avanza."
"Lascia che s'illudano, Jacopetti. Dopo la televisione, hanno solo le illusioni a consolarle."
"Non ci consoleremmo con le illusioni, se ci voleste un po' pi di bene. Noi siamo solo dei parafulmini per voi uomini."
"Via che si scherzava" disse Jacopetti. "Queste qui, stasera, ci prendono troppo sul serio, e si bevono tutte le nostre fandonie."
"Ci rammendano i calzini. Ricordi, Jacopetti, quello che si disse quando si and a pescare a Borgo a Mozzano(12)? Anche solo per questo meritano la nostra riconoscenza."
"Amen" fece Maria.
"Amen" rispose Renzi.

"Che le  accaduto, commissario?" domand l'ingegnere Vittorio Lambertini, andandogli incontro nel salone d'ingresso della villa. La stessa domanda, l'aveva fatta Virginia, aprendo la porta.
"Niente di grave. Una caduta sfortunata."
"Fortunata, commissario" corresse Jacopetti. "Avrebbe potuto rompersi l'osso del collo."
"Immagina perch siamo qui?"
"Non posso che ripeterle quanto le ho gi detto. Una mattina, quando non l'ho vista uscire dalla sua camera, mi sono accorto che Vanessa era sparita, se n'era andata. Da quel momento ne ho perso le tracce. Mi dispiace di non poterle essere utile, ma le cose stanno cos." Erano entrati nello studio.
"Quando  successo?"
"Che  sparita?"
"S."
"Beh, mi faccia ricordare. Era il mattino dell'8 agosto, un marted, vedo." Guardava il calendario che teneva sulla scrivania. Il cadavere di Vanessa era stato trovato il mattino di gioved 24 agosto, gi in avanzato stato di decomposizione. Era quindi assai difficile individuare il momento della morte. I primi risultati dell'autopsia la facevano risalire intorno al periodo della sua scomparsa, per strangolamento. Probabile quindi che l'ingegnere fosse stato uno degli ultimi a vederla.
"Il cadavere  stato trovato nella sua propriet. Che cosa pu dirmi a riguardo?"
"Sospetta di me?"
"Di tutti, non solo di lei. Ma il fatto che sia stato rinvenuto nel bosco di sua propriet, induce a credere che l'assassino non si trovi molto lontano da qui."
"Potrebbero avercelo portato, il cadavere. La mia propriet non ha recinzioni, e chiunque, volendo, pu entrarvi."
"Senza essere visto?"
"S. Si ricordi che  molto probabile che Vanessa sia stata uccisa la stessa notte della sua scomparsa. Quindi, l'assassino ha potuto agire protetto dall'oscurit, sotterrandola nel bosco."
"Si rammenta di questa catenina?" La mostr avvolta da un involucro di plastica trasparente.
"L'ha trovata in camera di Vanessa. La ricordo benissimo."
"Vede,  strappata qui. Non l'ha perduta.  stata strappata dal collo. Devo presumere nel corso della colluttazione con l'assassino. La signora Vanessa ha fatto resistenza, e cos la collana si  strappata. Dunque: chi poteva entrare nella sua camera da letto, in piena notte? Lei, suppongo."
Come al solito Jacopetti prendeva appunti, ed era emozionato visibilmente dalla svolta che stavano prendendo le indagini.
L'ingegnere era imbarazzatissimo. Fece scorrere una breve pausa. Aggrott le sopracciglia.
"Qualcuno mi ha teso una bella trappola, non c' che dire. Io non l'ho uccisa.  vero, me la intendevo con le tre sorelle Trimonti, tutte e tre, non ho difficolt ad ammetterlo. Erano contente, e non nutrivano alcuna gelosia l'una dell'altra. Una cosa straordinaria, le confesso, mai vista. Vanessa da principio aveva lasciato correre, poi si era ingelosita. Lei, s, contrariamente a quanto avevo immaginato. Ed aveva cominciato a tormentarmi. Voleva che interrompessi la relazione, e tornassi a far l'amore con lei. Avrei potuto anche farlo, ma le tre sorelle non volevano. Tra di loro non erano gelose, ma nei riguardi di Vanessa, eccome se lo erano. Cos, ho cercato di resistere ai tentativi di Vanessa. Abbiamo litigato pi volte per questo. Litigare con lei non era una novit. Si litiga sempre con le amanti. Ma ucciderla, no. Io non l'ho uccisa. Le do la mia parola d'onore, commissario."
" troppo poco. Almeno finch non daremo una spiegazione a questa catenina."
"Non c' alcuna impronta?"
"Solo quelle della signora. L'assassino ha agito coi guanti."
"Come quella catenina sia finita sotto il letto di Vanessa, non ne so niente. Io non l'ho uccisa. Non potrebbe essersi spezzata da s, in seguito ad un movimento fatto dalla ragazza mentre stava preparando la fuga? In quegli attimi si fanno tante cose, e tutte in fretta. La catenina si  impigliata ed  caduta a terra, senza che Vanessa se ne sia resa conto. La sua morte, invece,  avvenuta altrove. Non potrebbe essere andata cos?"
"La coincidenza  troppo sospetta, non le pare?"
"Capisco."
"Tornando a quella notte, non ricorda se ha sentito qualche strano rumore, al quale non ha dato importanza, e che oggi potrebbe rivelarsi utile?"
"No. Di questo sono pi che sicuro, giacch, quando al mattino scoprii la fuga di Vanessa, mi arrabbiai contro me stesso per non aver udito alcun rumore. Lo ricordo benissimo. Vede, mi arrabbiai perch se n'era andata senza dirmi niente, sebbene la sua fuga mi liberasse da una quantit di scocciature. Andandosene, infatti, aveva risolto tutti i miei problemi con le tre sorelle, e la mia relazione avrebbe potuto continuare nel migliore dei modi."
"E continua?"
"S. Ma ancora per pochi giorni, dato che fra poco dovr rientrare a Milano per riprendere il lavoro."
"La dovr trattenere qui, finch il caso non sar stato risolto."
"Pensa che dovr restare per molto tempo?"
"Vedremo."
"Rimander il rientro per una quindicina di giorni."
"Che pu dirmi delle sorelle Trimonti?"
"Che sono delle amanti straordinarie. Sanno badare anche alla casa, ma la loro specialit  saper amare un uomo, glielo garantisco. Nella mia vita ne ho conosciute di donne, ma queste non le batte nessuno. Non so come abbiano potuto imparare ad amare in quel modo."
"Che cosa dicevano della signora Vanessa?"
"Ne erano gelose, gliel'ho detto. I primi giorni, Vanessa non sembrava dare molta importanza alla mia relazione, poi si era fatta invadente, e aveva cominciato a trattare le ragazze con un certo astio. L'ho sorpresa una volta che rimproverava Ilde per una vera sciocchezza."
"E Ilde?"
"Stava zitta, non rispondeva. Per, si sfog con me, dopo."
"E cio?"
"Mi disse che, una volta o l'altra, l'avrebbe presa a granatate, e che io lo dovevo sapere che sarebbe andata a finire cos. Perci, se intendevo evitarlo, dovevo liberarmi di lei."
"Uccidendola?"
"Ma che dice, commissario! No, scacciandola di casa."
"Non potrebbe essere stata quella Ilde ad ucciderla?"
"E come potrei dirlo?"
"Era in casa quella notte?"
"Vuole sapere se aveva dormito con me?"
"S."
"Non ricordo, forse era stata proprio lei a dormire con me, ... o forse Virginia, ... forse Carlotta. Ma come faccio a ricordare? In ogni caso, non restano a casa tutta la notte. Dopo mezzanotte, al massimo all'una, se ne vanno."
"Lei resta solo, dunque?"
"Solo come un cane."
"Le accompagna lei alla porta?"
"Non ci penso nemmeno. Io resto a letto. Conoscono la strada meglio di me."
"E non potrebbe essere stata una di loro ad ucciderla?"
"Le ripeto che per me  difficile pensarlo. Ma  possibile."
" uscita dalla sua camera, ed  entrata nella camera di Vanessa. La donna dormiva, e cos ha potuto agire indisturbata."
"Ma avrei dovuto udire le grida di Vanessa."
"Non poteva gridare, poverina."
"E perch?"
"Perch  stata strangolata, non ricorda?"
"S,  vero, ha cercato di reagire, ecco perch si  strappata la catenina." Parlava a mezza voce, l'ingegnere.
" stata uccisa nella sua camera.  l'ipotesi pi plausibile, non le pare? Ha tentato di divincolarsi; forse  stata lei stessa a strappare la catenina, che poi  caduta a terra."
" terribile."
Renzi intanto si era alzato. Si alz anche l'ingegnere, e infine Jacopetti.
Fu Carlotta  che era arrivata in villa per accudire alle faccende, mentre Virginia si era spostata in cucina  ad accompagnarli alla porta. Anche Carlotta fece la stessa domanda al commissario.
"Ma che le  successo, commissario?"
"Una caduta. Sono stato fortunato. Potevo rompermi l'osso del collo."
"Con quel cerotto sulla fronte, lo sa che  pi simpatico?"
Avevano parcheggiato l'auto di fianco alla villa.
"Sembra tutto zucchero e miele, quella Carlotta" disse Jacopetti "e invece potrebbe essere un'assassina."
"Non  una donna che ha ucciso Vanessa."
"Come fa a dirlo?"
"Una donna non avrebbe avuto la forza di strangolarla. Vanessa sarebbe riuscita a gridare, e l'ingegnere avrebbe potuto soccorrerla."
"A meno che..."
"A meno che? Su, Jacopetti, che hai da dire?"
"A meno che non siano stati in combutta lei e l'ingegnere."
"Perch l'ingegnere avrebbe dovuto chiedere l'aiuto di Carlotta, o di un'altra qualsiasi delle sorelle, per uccidere Vanessa, quando avrebbe potuto farlo da solo?  l'ingegnere, soltanto l'ingegnere, che ha ucciso Vanessa. L'ha strangolata, senza che quella poveretta abbia potuto dire nemmeno amen."
"Ci potrebbe essere un'altra possibilit."
"Sentiamo."
"Che siano state le tre sorelle, insieme, ad uccidere Vanessa."
"E come?"
"Si sono date appuntamento alla villa. La ragazza che ha dormito con l'ingegnere  andata ad aprire e le ha fatte entrare. Piano piano sono arrivate in camera della signora, e l'hanno strangolata. In tre  tutto pi facile, non le sembra?"
"Uhm."
Jacopetti si gongol, pensando alla sua promozione.
Giunti in paese, mentre passavano davanti alla chiesa, Renzi preg Jacopetti di fermarsi davanti al piccolo cimitero di Montuolo.
"Voglio far visita a quel povero Cencio Ognissanti. Se lo merita. Era un bravo ragazzo."
La tomba era ricoperta di fiori, e una donna vi sostava. Erano trascorsi molti anni dalla morte di Cencio, e quella donna non era pi giovane come ai tempi in cui Renzi si era dovuto interessare del caso. Pure Renzi era invecchiato, ma la donna lo riconobbe. Renzi si sforz di ricordarne il nome.
"Lei ... ... mi lasci indovinare."
"Sono Federica, la fidanzata di Cencio. Lo so, sono invecchiata, ed  impossibile ricordarsi di me."
"Invece, non l'ho mai scordata, come non ho scordato la sorella di Cencio. Come sta?"
"Loretta si  sposata. Vive altrove, vicino a Firenze. Ogni tanto torna per venire qui."
"E i genitori di Cencio?"
"Sono tutti morti. Dopo la disgrazia, se ne sono andati uno dietro l'altro. Prima Isolina, che era diventata irriconoscibile, poi Ernesto. Rimasta sola, Loretta si  sposata."
"E lei, Federica, come sta?"
"Invecchio"
"Si  sposata?"
"No. Sono rimasta legata a lui. Ho cercato di dimenticarlo, ma non ci sono riuscita.  ancora vivo dentro di me. Lei non immagina quello che voglio dire.  vivo, lo sento che si muove, che mi parla, che mi ama ancora."
"Era uno straordinario ragazzo, pieno di ideali."
"Non era adatto per questo mondo."
" un mondo infame."
" il nostro inferno" disse Jacopetti.
"E la signora Elvira come sta?"
"Aspetta il ritorno di Lazzaro. Fra due anni uscir dal carcere, e cos ricominceranno a vivere. Lo ha perdonato. Ha perdonato anche Roberta(13), poverina."
"Dov' sepolta?"
" l,  piena di fiori."
Il commissario si avvicin, lo segu Jacopetti. Si fecero il segno della croce, come avevano fatto davanti alla tomba di Cencio.
"Era una bella ragazza. Che brutta fine che le  toccata."
"Lazzaro perse la testa per lei, commissario. Quando c' di mezzo la passione, la mente si ottenebra. Aveva una moglie straordinaria, come quell'Elvira, eppure volle ficcarsi in questo guaio."
"Noi uomini, siamo degli stupidi. Vogliamo governare il mondo, ma siamo degli stupidi."
In cimitero entr don Saverio.
"Lei non l'ha conosciuta, reverendo, Roberta."
"So la storia, anche di Cencio Ognissanti. Una brutta storia, che fa rabbrividire soltanto a pensarci."
"La politica  una brutta bestia. Cencio Ognissanti aveva visto lontano."
"Si far in tempo a cambiare, prima che arrivi la fine del mondo?"
"La fine del mondo? Non va un po' troppo in fretta, don Saverio? Prima che avvenga la fine del mondo, i marziani saranno sbarcati sulla Terra, e noi viaggeremo nell'universo come sulle strade di casa nostra."
"Bisogna tenere le lucerne sempre accese e pronte, se lo ricordi."
" mancato poco che l'altro giorno il commissario si trovasse impreparato..."
"Lo vedo che si  conciato per le feste. Ma che cosa le  accaduto?"
"Sono inciampato sui gradini del commissariato, e ho fatto un bel ruzzolone."
"Poteva rompersi..."
"L'osso del collo, lo so."
"L'ho vista entrare in cimitero, e cos ho pensato di venirla a salutare."
"Ha fatto bene, signor pievano."
Federica era venuta ad accomiatarsi. Renzi si tolse il cappello.
"Qualche volta, mi fermer di nuovo, signorina, e spero di rivederla. Quando incontra Loretta e Elvira, me le saluti tanto."
Rimasti soli, don Saverio domand se ci fossero novit nelle indagini.
"Facciamo progressi, ma  ancora troppo presto."
"Posso rendermi utile?"
"Le sorelle Trimonti potrebbero essere delle assassine?"
"Perch le sorelle Trimonti? Pensa che sia stata una di loro ad uccidere la signora?"
"So che a questo mondo tutto pu accadere."
"Sono diventate delle poco di buono,  vero, ma il passo per diventare assassini  troppo lungo. No, non credo che possano uccidere qualcuno."
"Mi parli di loro. Che cosa sa?"
"Sono sempre state vivaci, salvo Carlotta, che aveva la testa sulle spalle e sembrava ragionare pi come un uomo che come una donna. E sono sempre state belle come le vede. Sono cresciute belle, e i ragazzi le ronzavano intorno come mosche. Ma loro si sono sempre comportate ammodo, mai una chiacchiera, finch non  cambiata Ilde. Ilde  stata il loro cattivo esempio, e le ha trascinate nella perdizione, perfino Carlotta. Da piccole doveva vedere com'erano carine, parevano degli angioletti. Il vecchio padrone della villa possedeva un'auto decappottabile, e d'estate se le portava in giro per il paese. Stavano sedute sul sedile posteriore come delle regine. Il vecchio padrone era affezionato a loro, addirittura pi affezionato a loro che a Basilio, che, come gi le dissi,  il figlio naturale, avuto dalla loro mamma."
"Non potrebbero essere anche le tre sorelle figlie sue?"
"Non so cosa dirle. Non ci sono chiacchiere al riguardo. Certo che sono tutte diverse da Sisto, il loro babbo. Per sono uguali alla mamma."
"Lei escluderebbe, perci, che una delle sorelle, o addirittura tutte e tre insieme, possano aver ucciso la signora Vanessa?"
"Non ne vedo il motivo."
"Per gelosia, diamine."
"Caso mai, avrebbe dovuto essere gelosa la signora Vanessa, che era stata esclusa, non loro."
"Una lite, magari provocata dalla signora Vanessa, e c' scappato il morto. Che ne pensa?"
"Secondo me, solo in un caso accidentale si potrebbe supporre un omicidio provocato dalle sorelle Trimonti. Proprio in conseguenza di una lite. Un omicidio involontario. Ogni altra ipotesi, mi pare assurda."
Si lasciarono e i due poliziotti salirono in macchina.
"Lei, commissario, lo sa bene che non  stato un omicidio involontario."
"Certo che lo so.  stato preparato."
"E allora perch quella domanda?"
"Per sapere dal prete se ritiene possibile che le sorelle Trimonti possano uccidere una persona. Non ti sembra abbastanza?"
"S, ma solo accidentalmente, lo ha sentito..."
"Per me  pi che sufficiente."

"Nessuno assolutamente poteva resistere allo splendore della sua bellezza, ma alcuni voltavano la faccia, come se li colpisse un raggio di sole, altri si prostravano ad adorarla."(14) Una tale bellezza  attribuita a Callroe, la figlia di Ermocrate, generale siracusano, in uno dei romanzi pi antichi, scritto nel II secolo dopo Cristo dal greco Caritne, intitolato "Le avventure di Chrea e Callroe", nomi curiosi per chi non abbia dimestichezza con l'antichit. Caduto nel tranello tesogli dall'invidioso tiranno di Agrigento, Chrea, geloso, colpisce con un calcio la sua sposa bellissima, Callroe appunto, la quale, caduta a terra svenuta, la si crede morta. Cos viene sepolta, con ricchi arredi. Alcuni ladri penetrano di notte nella tomba e la scoprono viva, che sta piangendo. Il loro capo, l'astuto Terone, decide di venderla, e la povera Callroe si trova a pellegrinare e a vivere molte disavventure, a causa della sua bellezza (dir: "Non temo tanto le lunghezze del viaggio, quanto di sembrare anche l bella a qualcuno."(15)e ancora: "La causa di tutti i miei mali sei tu, perfida bellezza!"(16)), fino a che pu ricongiungersi e riconciliarsi col suo sposo. Shakespeare doveva sicuramente aver letto il romanzo, ambientato nel V secolo avanti Cristo e il pi antico che ci sia giunto completo, e se ne ricord quando scrisse l'immortale "Romeo e Giulietta". Fuori dal genere romanzo, si pu andare pi indietro ancora, ai tempi di Omero e della bella Elena di Troia.
Si rammentava di queste sue letture il commissario Luciano Renzi, e rifletteva che da sempre, si pu dire, la bellezza ha attirato i guai, e una donna bella, molto spesso deve pagare la sua bellezza con molte tribolazioni.
A Vanessa Ferrazzani, pens, era andata molto peggio.
Composta nella bara, la sua salma fu trasportata a Milano per esservi sepolta. Il fratello Attilio, ricevuta la notizia che la Scientifica aveva concluso le sue indagini, venne a Lucca per sbrigare le pratiche necessarie. S'incontr con Renzi.
"Non mi sarei mai immaginato che mia sorella potesse fare una cos brutta fine."
"Deve farsi coraggio.  un mondo infame."
"Era troppo bella per questo mondo."
"Le voleva molto bene, vero?"
"Dopo la morte dei miei genitori,  stata Vanessa ad aiutarmi a terminare gli studi. Ma sebbene fosse pi grande di me, non aveva giudizio. Troppo buona, troppo generosa. La sua bellezza le ha portato sfortuna. Gli uomini le si attaccavano addosso come mosche. Di tutti i tipi, sa?, commissario. Lei conosce il mondo meglio di me e intende che cosa voglio dire. Viveva in mezzo a gente senza scrupoli, e che adoperava la menzogna per portarsela a letto. Anche l'ingegnere appartiene a questa razza. Vanessa, di fronte al lusso e al denaro, non sapeva dire di no, e non s'accorgeva d'essere diventata un oggetto. Litigavamo qualche volta, negli ultimi tempi. L'avevo messa in guardia contro l'ingegnere. A Milano, si sapeva che era un donnaiolo, e ne aveva avute tante nel suo letto, e le cambiava come si cambiano le lenzuola. Quand' che metterai la testa a posto?, le dicevo. Non sei stanca di condurre una vita inutile? Perch non ti sposi? Prendi un giovane che abbia voglia di lavorare, non frequentare questi balordi senza morale, che ti trattano come una sgualdrina; ce ne sono di giovanotti che ti sposerebbero. Con un marito e dei figli, starai meglio, ti sentirai pi viva, di retta a me. Sono tuo fratello, voglio il tuo bene. Ma lei, era come drogata, le piaceva fare la bella vita. Era convinta che prima o poi avrebbe sposato un riccone. Ecco perch insisteva a frequentare certi ambienti. Io, invece, a dirle: finirai male, se continui cos."
"Ha avuto ragione lei, dottore."
"Se mi avesse dato ascolto, ora non sarebbe rinchiusa in una bara. Avrebbe avuto una famiglia, e sarebbe stata felice. Avrebbe dovuto conoscerla, quand'era ragazzina. Era l'allegria in persona. Le volevano bene tutti. Non si poteva essere invidiosi di lei.  sempre stata buona. Non aveva alcuna malizia. Sposandosi, sarebbe stata felice."
" difficile essere felici a questo mondo, non lo dimentichi."
"Felici, come si pu esserlo oggi, s; sarebbe stata felice come possiamo esserlo noi, lei ed io, ad esempio."
" sposato?"
"Fidanzato. Mi sposer presto."
"Mi dispiace che sia finita cos."
"Trovi l'assassino, commissario."
" il mio mestiere."
"Solo cos Vanessa potr riposare in pace. Del resto, non dovrebbe essere difficile."
"Difficile che cosa?"
"Trovare l'assassino."
"Che cosa vuol dire?"
"Mi pare del tutto evidente."
"Si spieghi meglio."
" stato l'ingegnere ad uccidere Vanessa, non ci pu essere alcun dubbio."
"Ne  cos sicuro?"
"Certo. Si era stufato di mia sorella, mettendosi con le sorelle Trimonti. Ma aveva fatto i conti senza l'oste. Vanessa non ci stava a farsi mettere da parte a quel modo. Cos, lui ha dovuto ucciderla."
"Non ci sono prove."
"E quella catenina? Non  una prova? Si  spezzata mentre la stava strangolando; solo lui pu averlo fatto. Poi l'ha sepolta nel bosco. Ma la catenina che lei, commissario, ha trovato ai piedi del letto, l'ha tradito. Come poteva trovarsi l? Ci pensi.  inimmaginabile che si sia spezzata da s."
"Nel fare le valigie, potrebbe averla spezzata sua sorella, e non se n' accorta. La catenina  caduta, ed  rimasta l, finch non sono stato io a trovarla."
"E lei ci crede, che sia andata proprio cos? Nel fare le valigie, non si spezza una catenina che abbiamo al collo."
"Qualche movimento brusco..."
"Via, commissario, non sia cos ingenuo... faccia la prova. Si metta a preparare, in fretta e furia, tutte le valigie che vuole, e vedr se ci pu essere un movimento che le procuri lo strappo di una catenina che lei porti al collo. Non succeder, perch non pu succedere. Se posso darle un consiglio, torni dall'ingegnere, lo metta alle strette, e confesser."
Si salutarono.
"Mi terr informato, commissario?"
"Ma naturalmente. "

Gioved 7 settembre, Renzi fece il suo ingresso in commissariato mostrando scoperta la piccola cicatrice alla tempia, conseguenza dell'incidente di una settimana prima.
"Questo  un ricordo che mi porter nella tomba."
"Quando morir lei, commissario, fra almeno cento anni, non si vedr neppure l'ombra di quella cicatrice." Era Jacopetti, che era stato il primo ad andargli incontro e ad accorgersi della novit.
"Quando  andato a togliersi i punti?"
"Due giorni fa, mio caro Jacopetti. Non ti ho detto nulla, per poterti fare una sorpresa."
"E me l'ha fatta s, commissario. Sono proprio contento."
"Ieri sera  capitato a casa il mio medico di famiglia, mi ha visitato e ha deciso di levarmi anche il cerotto. Via tutta questa roba, ha detto. E cos sono ritornato nuovo come prima."
"Ecco perch stamani non ha voluto che venissi a prenderla."
"Gi." Se la rise sotto i grossi baffi arricciolati, Renzi. Anche la colpitura allo zigomo era molto sfumata, e non si notava quasi pi .
"Stamani, commissario, c' la manifestazione dei disoccupati in piazza San Michele. Che si fa?"
"Vado anch'io, e vieni anche tu, Jacopetti. Altrimenti succede come con gli studenti. Questi sono tempi difficili, e occorre tutta la nostra esperienza."
"Hanno ragione, per. Quando si ha una famiglia e dei figli da sfamare, c' solo una risposta che questa gente vuole, il lavoro."
"Lo sai come la penso."
"Il governo aveva fatto tante promesse..."
"Di destra o di sinistra, i governi sono lontani dal popolo, ormai; e se non si spicciano a cambiare, il popolo non lo si terr pi a freno, e cominceranno guai seri per tutti."
"Anche per noi."
"Anche per noi, s."
Andarono insieme in piazza San Michele, dove il corteo, tenuto sotto controllo dalle forze dell'ordine, giunse verso mezzogiorno, dopo aver manifestato davanti alla sede locale della Confindustria e davanti alla Prefettura. Vi erano bandiere di ogni colore, segno che la miseria rende tutti eguali.
Il direttore della banca si avvicin al commissario.
"Teme che succeda come con gli studenti?"
"La prudenza non  mai troppa. Questa volta sono venuto anzitempo."
"Ha fatto bene. Questa gente non ne pu pi . Gli animi sono accesi. La miseria dilaga come una nuova peste. Lo vedo in banca, che non  pi come una volta. I depositi si sono assottigliati. Fra poco, non ce ne sar per finanziare le imprese, che hanno sempre pi bisogno di denaro. Le banche straniere stanno ormai prendendo il nostro posto e fra poco saremo una loro colonia. Si torna indietro, come quando il nostro Paese era una terra di rapina, che arricchiva chi veniva a levarci il pane di bocca."
"Stanno peggio le imprese; le banche, al contrario..."
"Non s'illuda, commissario. E quando cadranno le banche, sar troppo tardi per tutti."
"Hanno le loro colpe..."
"Le colpe non sono tutte dalla parte delle banche. Sono anche di chi le ha protette ed ha impedito loro di crescere."
"Sono sempre state al servizio del potere."
"E la stampa? E la televisione? Le banche sono come loro. Chi va al potere se ne impossessa. Sar sempre cos."
"E come se ne esce, allora?"
"Prima o poi, scoppier la scintilla della rivoluzione" disse Jacopetti.
"Mi fai venire in mente Cencio Ognissanti."
"Chi?" domand il direttore.
"Un tale che avrebbe dovuto essere qui."
"E perch non c'?"
" morto."
Quando ritorn in ufficio, Renzi trov il piantone che lo stava cercando.
"Commissario, poco fa  arrivata una telefonata per lei. Deve correre subito a Montuolo. Un uomo  stato trovato ucciso."
"Conosci il nome?"
"S. Vittorio Lambertini."

"Ho telefonato io, commissario." Virginia lo aveva visto entrare, prima delle altre sorelle, e gli era andata incontro. Intorno al cadavere dell'ingegnere, accasciato sulla scrivania del suo studio, stavano gi lavorando gli uomini della Scientifica. Il sangue fuoriuscito dal torace aveva macchiato il piccolo tappeto disteso sotto la scrivania.
"La morte risale a due ore fa, non di pi . Intorno alle undici, undici e mezzo.  morto sul colpo." Era il medico legale.
"E l'arma?"
"Una pistola."
"E lei, Virginia, quando se n' accorta?"
"Ero di sopra per le pulizie. Non ho sentito nulla. Quando sono scesa per andare nello studio a levare un po' di polvere, come faccio ogni mattina, ho visto l'ingegnere accasciato sulla scrivania, cos come ora lo vede lei. Ho tirato un urlo, ed  corsa subito Carlotta, che stava in cucina. Anche lei dice di non aver udito nulla."
"Probabilmente il colpo  stato sparato con il silenziatore" comment a bassa voce il medico legale.
" stato sicuramente cos" rispose Renzi.
Carlotta conferm il racconto della sorella.
"Quando ho udito l'urlo di Virginia, ho pensato che le fosse accaduta una disgrazia. Sono subito accorsa e ho visto quella terribile scena."
In casa era stato fatto entrare anche Basilio. Il commissario si rivolse a lui piuttosto duramente.
"Dov'era lei a quell'ora?"
"Quale ora, commissario?"
"Ha capito benissimo."
"Non ho capito niente, invece."
"Tra le undici e le undici e mezzo l'ingegnere  stato ucciso. Dov'era lei?"
"Avevo preso Stella per fare un giro. Suppongo che a quell'ora mi trovassi nel bosco. Ma come faccio a risponderle con precisione? Mica guardo l'orologio quando sono a cavallo. So all'incirca quando sono partito e quando sono rientrato."
"Lo dica, allora."
"Sono stato fuori suppergi dalle dieci e mezzo fino a mezzogiorno."
"Era solo?"
"S."
" stato visto da qualche contadino?"
"Il babbo di Sestilio."
Quando se ne fu andato, Jacopetti si avvicin a Renzi.
" troppo selvatico, quel Basilio. Sospetta di lui, commissario?"
"Abbiamo visto anche troppo qui, Jacopetti. Vieni con me. Andiamo a parlare col babbo di Sestilio."
Lo trovarono a casa. Erano quasi le due. Avevano di gi mangiato. C'era anche Sestilio.
"Il fattore afferma che lei l'ha visto passare nei campi in sella alla cavalla Stella.  cos?"
Il padre di Sestilio era un omino piccolo, ma dagli occhi estremamente furbi.
"Certo che l'ho visto, ma solo quando  partito.  venuto dritto da me per dirmi certe cose inutili. Mi sono meravigliato di sentirgliele dire. Erano pi che altro raccomandazioni senza alcuna importanza, a tal punto che mi sono chiesto se Basilio avesse dormito bene stanotte."
"Che ore erano?"
"Molto prima delle undici."
"Come fa a sapere che l'ingegnere  stato ucciso alle undici?"
"Tra le undici e le undici e mezzo per la precisione, non  cos, commissario?"
"Mi risponda."
"Ero davanti alla villa, in mezzo alla gente. Lo sanno tutti, che l'ingegnere  stato ucciso tra le undici e le undici e mezzo."
"Come fa ad essere cos sicuro che ha veduto Basilio prima delle undici?"
"Per la semplice ragione che ho guardato l'orologio. Erano le dieci e trenta."
"L'ha visto anche lei, Sestilio, Basilio a quell'ora?"
"No, ero ancora a letto."
"Non  andato all'universit, stamani?"
"No."
"Non sta bene?"
"Sto benissimo, anzi. Ma all'universit non ci vado tutti i giorni. Certe lezioni, le salto. Non sono il solo."
La mamma di Sestilio era restata seduta in silenzio.
"Suo figlio dice la verit, signora?"
" stato con me tutta la mattina. Si  alzato che era quasi mezzogiorno."
Uscirono.
"Sospetta anche di Sestilio, commissario?"
"Odiava l'ingegnere, come Basilio. Perch no?"
" ancora un ragazzo."
"E con ci? Non sarebbe la prima volta."
"Mi sembra impossibile..."
"Non immagini fino a che punto pu condurre la gelosia."
"Basilio ha l'alibi per le dieci e mezzo, ma dopo  scoperto. Il ragazzo, invece, ha la testimonianza della madre."
"Basilio aveva pi di un motivo per uccidere l'ingegnere."
"Quindi sospetta di lui, commissario?"
"Con l'acquisto della villa, l'ingegnere aveva tolto ogni possibilit a Basilio di accampare dei diritti sulla villa, come figlio naturale del vecchio proprietario. Forse ci aveva fatto un pensierino. L'arrivo dell'ingegnere ha mandato a monte i suoi piani. Da qui il primo risentimento. Il secondo  l'amore che nutriva per Vanessa. Un uomo rozzo come lui, si  trovato tra le mani una splendida donna come Vanessa. Ha perso la testa, se n' invaghito, non ha minimamente pensato che Vanessa lo usasse per un suo capriccio. Ha ucciso l'ingegnere per vendicarsi."
"Vendicarsi di che?"
"Dell'omicidio commesso dall'ingegnere."
"Quale omicidio?"
"L'omicidio di Vanessa."
"Ah, lei dunque, commissario, pensa che Vanessa sia stata uccisa dall'ingegnere..."
"Non ci possono essere pi dubbi."
"E come sarebbe andata?"
"Secondo una delle ipotesi che abbiamo formulato. Una volta che l'amante, una qualsiasi delle tre sorelle, se n' andata per fare ritorno a casa, l'ingegnere, con una scusa,  entrato nella camera di Vanessa, di cui aveva deciso ormai di liberarsi, non sopportandone la gelosia. Forse lei dormiva, o forse era sempre sveglia, ma questo particolare non ha importanza, dato che l'ingegnere ha trovato il modo di strangolarla. Nella breve colluttazione che ne  seguita,  caduta la catenina, senza che l'assassino se ne accorgesse. Il piano era stato preparato accuratamente e doveva far apparire la scomparsa di Vanessa come una sua fuga. Cos l'ingegnere l'ha seppellita nel bosco, ha fatto sparire tutto il guardaroba, ed  corso a casa del fattore a denunciare che Vanessa era fuggita di casa. Mi pare che il ragionamento non faccia una grinza."
"Pare anche a me. E secondo lei, Basilio era convinto anche lui che l'ingegnere avesse ucciso Vanessa?"
"Era giunto alle mie stesse conclusioni."
"E, innamorato folle di Vanessa, l'ha vendicata uccidendo il suo assassino."
" andata proprio cos."
"Dunque, commissario, siamo arrivati al capolinea. Non ci resta che mettere le manette al fattore."
"Nel pomeriggio, torneremo qui con un bel mandato di perquisizione e rivolteremo la casa di Basilio da cima a fondo."
"Per quale motivo?"
"Se troviamo la pistola, lo mettiamo con le spalle al muro."
"L'avr gettata via, magari nel fiume, o nell'Ozzeri."
"Speriamo di no."
A casa di Basilio stavano discutendo della morte dell'ingegnere, quando, nel tardo pomeriggio, capit il commissario, insieme con Jacopetti e tre poliziotti. Mostrarono il mandato di perquisizione. Sisto, il padre di Basilio, si risent.
"Ci sta trattando come se in casa nostra ci fosse un assassino."
" cos" disse il commissario, rivolgendo un duro sguardo a Basilio.
"Io non ho ucciso l'ingegnere. Glielo giuro."
"Mio figlio non  un assassino" grid Sisto, alzandosi dalla sedia.
"Se la intendeva con la signora, lo sa questo?"
"E con ci? Uno non  libero di fare all'amore con chi vuole? Mica  un reato." A Renzi venne in mente che quelle parole uscivano dalla bocca di uno che l'aveva subita quella specie di libert, e forse ora, nella foga di difendere il figlio, lo scordava. Nessuna delle tre sorelle prese direttamente le difese di Basilio, e questo fu un chiaro segnale per il commissario.
"E di noi non sospetta?" disse Ilde, con un'aria sfrontata.
"Sospetto di tutti, e perci anche di voi. Potreste aver ucciso l'ingegnere per gelosia."
"Gelosia di chi?"
"Gelosia tra di voi. Una di voi esigeva che l'ingegnere trascurasse non solo la signora, ma anche le sorelle. E cos, di fronte al suo rifiuto, ha finito per ucciderlo."
"E chi di noi tre?" Era ancora Ilde.
"Potrebbe essere stata proprio lei, Ilde."
"E perch non Carlotta? O Virginia? Per uccidere l'ingegnere con un colpo di pistola, mica ci vogliono delle qualit speciali."
"Infatti. Tutte e tre siete sulla lista."
"Che paura!" disse Ilde, celiando. Le altre sorelle non presero parte alla scaramuccia.
Quando i poliziotti ebbero finito la perquisizione, Renzi li guard interrogativamente.
"Non abbiamo trovato nulla, commissario."
"La pistola, potrei averla gettata in fiume" disse Basilio, con tono sarcastico.
"Potrebbe essere andata proprio cos. Noi ora ce ne andiamo, ma torneremo presto. Lei, Basilio, non lasci la fattoria."
"E chi si muove. Per scappare ci vogliono i soldi, e io non ho il becco di un quattrino."
"Meglio cos."
Se ne andarono.
Rimasti soli, le sorelle si scagliarono contro il fratello con una tale veemenza che il padre Sisto dovette intervenire pi volte per sedare la baruffa.
"Siete impazzite?" grid. "Come potete immaginare che vostro fratello abbia ucciso l'ingegnere? La pensate anche voi come il commissario? Ma non vi vergognate?"
"L'ingegnere ci ricopriva d'oro. Ci voleva bene. Ci avrebbe lasciato perfino la villa, cos ci aveva promesso, se lo avessimo reso felice."
"E voi ci avete creduto?" disse Basilio, mettendosi a ridere.
"Ma io lo amavo!" esclam Virginia.
"Te sei matta!" proruppe Basilio.
"Lo amavo anch'io!" disse Ilde.
"E l'amavi anche tu, Carlotta? " Basilio si divertiva, ora.
"Anch'io, s, era un gran gentiluomo. E se proprio lo vuoi sapere, era anche un grande amatore. Ci faceva felici tutti e tre. Non  vero, sorelle?"
"S, eravamo felici con lui, non solo perch ci colmava di regali, ma anche perch ci circondava delle attenzioni che si riservano alle grandi signore. E ci faceva sentire donne. Non eravamo delle serve per lui, ma delle amanti. S, eravamo molto felici."
"Il commissario sospetta che potrebbe essere stata anche una di voi ad ucciderlo. Una di voi che era gelosa delle altre. Potresti essere stata tu, Ilde. Perch dovrei essere stato io? Potresti essere stata tu, invece!"
"Si d il caso che quando  morto l'ingegnere, io ero qui, a casa, non  vero babbino?"
" vero s, iolai. Ma che diavolo vi prende? Siete diventati tutti matti?"
"E allora  stata Virginia. Prima ha ucciso l'ingegnere, poi ha gridato, ed  accorsa Carlotta."
"E perch non potrei, invece, essere stata io?" intervenne Carlotta, come per gioco. "Virginia stava rifacendo il letto in camera dell'ingegnere. Io sono uscita di cucina e l'ho ucciso, sapendo che si trovava, come ogni mattina, nel suo studio. Poi sono tornata al mio lavoro. Quando Virginia  scesa per andare a fare le pulizie nello studio dell'ingegnere, l'ha trovato morto. Che ve ne pare?"
"E brava Carlotta. Cos, da pi giudiziosa che eri, sei diventata un'assassina. Un bel passo avanti!" Era ancora Basilio.
"Dimentichi per una cosa che non  di poco conto, e che ci scagiona tutte e due."
"E sarebbe?"
"Che su di noi hanno fatto subito la prova del guanto di paraffina, e non hanno trovato un accidente. Ecco perch il commissario, in realt, non sospetta di noi. E sa da babbo che Ilde era qui in casa, a quell'ora. Sospetta di te, invece. Tu, sei l'assassino di Vittorio! Tu, maledetto, ci hai privato del nostro grande amore! Tu, per vendicarti della morte di Vanessa, lo hai ucciso!" Carlotta sembrava un'ossessa.
"Pazze! Quel milanese vi ha fatto smarrire la ragione."
"Sei stato tu, sei stato tu!" Anche Virginia si era scatenata. Sisto prese un bastone che teneva in un cantuccio e minacci i figli.
"Ora basta, basta!"
Le tre sorelle erano a tal punto convinte della colpevolezza di Basilio, che per poco non si rivoltarono contro il padre.
Andarono a dormire poco dopo mezzanotte, ma al mattino, quando Sisto sal in camera di Basilio, poich non lo aveva visto scendere come al solito, lo trov disteso sul letto immerso in una pozza di sangue. Vicino a lui, in silenzio, stavano sedute le tre sorelle.

Quando giunse il commissario, fu Virginia a confessare il delitto.
"Lo abbiamo ucciso, perch abbiamo creduto, come lei, che fosse stato lui ad uccidere l'ingegnere. Non glielo potevamo perdonare. L'ingegnere era diventato tutto per noi. Lo amavamo! Capisce? Lo amavamo! Non potevamo perdonare il suo assassino, anche se si trattava di nostro fratello."
"Non lo avrei mai creduto possibile" disse Renzi, quasi mormorando tra s. "Era vostro fratello..."
"Non era colpevole" disse Carlotta. "Lo abbiamo ucciso e non era colpevole! Sar questa la nostra vera condanna. Era innocente! Nostro fratello era innocente!"
Renzi guard Jacopetti come per compatirle.
Fu ancora Carlotta a parlare, restando per seduta, come le altre.
"Dopo che lo abbiamo colpito tutte e tre con questi coltelli, e stava agonizzando nel suo letto, Basilio ci ha guardato con terrore, poi si  messo a piangere. Avete ucciso un innocente, diceva; come avete potuto credere che vostro fratello fosse un assassino?  stato Sestilio ad uccidere l'ingegnere, per gelosia. Voleva che anch'io mi unissi a lui per vendicare la morte di Vanessa. L'ho scongiurato di non farlo, ma non mi ha voluto ascoltare. Lui, e non io,  l'assassino dell'ingegnere. Nostro fratello piangeva, mentre stava morendo. Ci ha detto la verit, non aveva alcun motivo per mentire. Siamo diventate delle assassine. Non ci sar mai perdono per noi che abbiamo ucciso nostro fratello." Stavano tutte e tre col capo chinato, e Sisto si era messo in ginocchio al capezzale del figlio. Il commissario Renzi non parl pi .
Quella mattina il cadavere dell'ingegnere sarebbe partito alla volta di Milano, poich la Scientifica aveva dato il via libera alla sepoltura. Renzi pens a lui, uscendo dalla casa di Basilio. Le tre sorelle furono condotte via in manette, passarono col capo abbassato tra la folla radunata davanti alla porta di casa. Nessuno inve contro di loro. Le accompagnava don Saverio, che aveva avuto il permesso da Renzi.
Renzi, insieme con Jacopetti, si avvi in fretta alla volta della casa di Sestilio.
Non ci volle molto ad ottenerne la confessione. Quella mattina, senza che la madre se n'accorgesse, era scivolato fuori per recarsi alla villa. Era entrato furtivamente da una finestra lasciata aperta per le pulizie. Ucciso l'ingegnere, era passato di nuovo dalla finestra, e aveva atteso il momento giusto per salire in camera sua, senza che la madre lo notasse.
"E la pistola?"
"L'ho gettata nell'Ozzeri." Fu trovata dragando nel punto indicato da Sestilio.
Ritornati al commissariato, Jacopetti gongolava di soddisfazione. Si mise subito a battere a macchina le conclusioni dell'indagine.
"Il caso  chiuso" disse, portando il fascicolo al commissario, per la firma.
"Non  stato un caso difficile, non sei d'accordo, Jacopetti?"
" uno dei pi facili che ci sia capitato. L'ingegnere ha ucciso la signora Vanessa, bella donna, per! Sestilio, amante di Vanessa, ha ucciso l'ingegnere per vendicarla. Le tre sorelle, convinte che, al contrario, fosse stato Basilio, hanno ucciso il fratello. Un fatto orribile, agghiacciante. Quelle disgraziate porteranno il fardello della colpa fino a che vivono."
"E oltre, se c' un aldil."
"Eccome se c', commissario. Quelle, finiranno nel peggiore dei gironi dell'inferno."
"Ci andremo tutti all'inferno, Jacopetti, se il Padreterno non ci user misericordia. La dovr usare tutta, per, senza risparmio. Quella degli uomini  una specie maledetta."
"E anche quella delle donne, non lo dimentichi, commissario. Se l'uomo va all'inferno, la strada gliela spiana la donna."
"Piove sul bagnato."
"Firmi qui, commissario."
"Abbiamo fatto proprio un bel lavoro."
Trascorsa una settimana, quando il fascicolo era gi stato deposto in archivio e cominciava ad ammucchiare polvere sulla sua copertina, al commissariato, indirizzata proprio a Luciano Renzi, giunse questa lettera:

"Quando le giunger questa lettera, io non sar pi di questo mondo. Mi sar ucciso, poich non mi era pi possibile vivere. Vanessa l'ho assassinata io. Era mia sorella, come ho potuto farlo?  da questo rimorso che non riesco a liberarmi. Non dormo pi . Anche nel mio lavoro, non trovo pace. I miei pazienti non mi riconoscono pi . Li sto perdendo. La mia vita  diventata un inferno. L'ho uccisa per via di quella vita che faceva. Ho cercato di comprenderla. Le volevo bene. Trovavo ogni giustificazione possibile per perdonarla, ma alla fine  entrato in me il tarlo della gelosia. Vanessa era troppo bella per darsi via cos. Poteva aspirare ad un matrimonio conveniente, sposare un uomo ricco e vivere agiatamente per il resto della sua vita, levandosi ogni capriccio. Le ho parlato di questo pi di una volta. Mi diceva sempre che ci avrebbe pensato, e poi, dalle sue telefonate, venivo a sapere che era lontana da me, nel letto di un nuovo amante. La sua condotta era diventata ormai scandalosa, dopo le prime volte. I conoscenti mormoravano. Mi sembrava che ridessero alle mie spalle, si prendessero gioco di me. Ho cominciato a pensare che anche qualcuno di loro potesse essere l'amante di mia sorella. Un inferno, commissario, quando questo tarlo entra nella testa. Cos ho iniziato ad avvertire sulla mia pelle le ferite che provocava in me il comportamento di Vanessa. Da principio come delle punture, sopportabili, poi sempre pi devastanti. Le telefonate di mia sorella erano diventate una tortura. Sentirla felice, mi procurava un atroce dolore, a causa della ragione sordida che generava la sua felicit. Decisi alla fine di ucciderla, e di far cadere i sospetti sull'ingegnere. Ho architettato tutto con freddezza, controllando e ricontrollando ogni particolare. Quando mi sono convinto che tutto era stato previsto, ho agito. Ho atteso la telefonata di mia sorella, che avvenne quel luned 7 agosto, nel primo pomeriggio. Era stufa della situazione che si era creata alla villa. Non sopportava di essere messa in ridicolo da quelle tre contadinotte. Le chiam proprio cos, anche se erano belle da morire, aggiunse. Le proposi di andarla a prendere. Vengo a prenderti io, le dissi. Ti riporto a casa. Rimase un po' sorpresa, ma accett. Era troppo arrabbiata per non desiderare di uscire subito da quella casa. Ci siamo accordati che sarebbe venuta al cancello alle tre di notte. Io dovevo solo stare l ad aspettarla. L'ho vista arrivare con la valigia, ha aperto il cancello. Ne ho un'altra, mi ha detto. Devo tornare a prenderla. Sono andato con lei. Non voleva, ma temevo che ci mettesse troppo a ritornare. Cos, piano piano, per non svegliare l'ingegnere, siamo saliti in camera sua, ho preso la valigia e mi sono allontanato in fretta, precedendola. Ho caricato anche la seconda valigia e l'ho attesa.  arrivata quasi subito dopo.  salita e ci siamo allontanati lentamente, cercando di non far rumore. Ad un certo punto, mi sono fermato, e l'ho pregata di prendermi qualcosa sul sedile posteriore. Una scusa. Ero gi pronto con un lacciuolo per strangolarla. Appena si  voltata, gliel'ho passato al collo, stringendo pi che potevo. Ha cercato di liberarsi, ma non l'ho fatta nemmeno voltare. Stringevo, stringevo, finch non l'ho sentita abbandonarsi. Avevo i guanti alle mani, e cos ho raccolto la catenina che era caduta sul sedile. L'ho messa in tasca, perch era entrata a far parte del piano, e ho sepolto mia sorella nel bosco, dove  stata trovata. La catenina mi sarebbe servita a sviare le indagini. Dovevo farla trovare in casa dell'ingegnere. L'occasione  venuta quando sono andato in villa a chiedere all'ingegnere notizie di mia sorella. Mi ha condotto a visitare la camera. Vede, mi ha detto, sua sorella si  portato via tutto il guardaroba,  evidente che se ne  andata, mi ha lasciato solo. Sembrava un po' abbattuto. Forse le voleva bene. Non se ne poteva fare a meno con mia sorella. Senza che mi vedesse, ho lasciato scivolare a terra, vicino al letto, la catenina, che tenevo avvolta in un sacchetto di plastica. Il resto  storia che conosce meglio di me. Chiedo a lei e al Cielo di perdonarmi, ma sono certo che solo con la morte potr ritrovare la pace perduta." Firmato: Attilio Ferrazzani.

27.1.1997  25.3.1997



LO SCONOSCIUTO

Quando si arriva a Lucca, la prima meraviglia che ci prende  per le sue Mura, uniche al mondo, ancora intatte poich, costruite tra il XVI e il XVII secolo, non hanno conosciuto guerre, e l'unico attacco a cui hanno dovuto far fronte  stato quello del Serchio  il fiume dei lucchesi ricordato da Dante  il 18 novembre 1812. In quell'occasione, come si  gi ricordato(17), le acque riuscirono a penetrare attraverso le sue porte chiuse ed invasero le piccole strade della citt. Minima cosa, non un'inondazione, e il merito fu di queste mura poderose volute dai lucchesi a difesa della propria libert, sebbene costassero 900.000 scudi.
In primavera i suoi alberi, scheletriti d'inverno, le illeggiadriscono, e le molte tonalit di verde ben s'intonano al cupo rosso dei mattoni, che ne costituiscono l'impalcatura, alta 12 metri. Al di sopra delle Mura, dentro la citt, svettano le cime dei numerosi campanili e delle torri.
All'interno delle Mura, in corrispondenza di ogni baluardo, si snodano bui corridoi e si aprono delle piazzole dove un tempo si potevano custodire viveri e munizioni necessari a fronteggiare un eventuale assedio. La pi parte di questo autentico tesoro di arte militare resta chiusa e immersa nell'oscurit. Chi voglia nascondervi qualcosa pu farlo. Non  agevole, infatti, scendere nel sottosuolo delle Mura.
Il commissario Luciano Renzi si trovava nel suo ufficio quando venne raggiunto da una telefonata:
"Venga subito commissario, sotto il baluardo di Santa Croce  stato trovato il cadavere carbonizzato di un uomo."
S'infil in fretta la giacca e si affacci nel corridoio:
"Jacopetti! Jacopetti!"
"Comandi!" si sent rispondere. Il suo collaboratore comparve in un attimo e fu al suo fianco.
"Novit, commissario?"
"Un altro delitto."
"Accidenti! Dove?"
"Sulle Mura, sotto il baluardo di Santa Croce."
"Non  quello dove  cresciuto lei?"
"Proprio quello."
Jacopetti ricordava tutte le volte che il commissario gliene aveva parlato. Sosteneva che era il pi bello di tutti, ricco di corridoi sotterranei e di piazzole che, da ragazzo, aveva esplorato con torce accese.
"Lo conosce molto bene, commissario?"
"Abbastanza. Ma come ci sar finito quello?"
Uscirono. Sulle Mura si era gi formato un capannello di curiosi, che stavano affacciati ai bordi delle cannoniere e della cortina. Si era provveduto a mettere una scala per consentire alla polizia di calarsi sotto. A guardia, stava un agente, onde evitare che si infiltrassero estranei.
In fondo alla piazzola d'ingresso c'era un'apertura che dava sul primo corridoio, che era stato illuminato con torce elettriche. Renzi vi entr e dopo una serie di curve, si trov davanti al cadavere.
"Mi dispiace" disse il medico legale "ma cos ridotto non riuscir a cavarne un bel nulla."
"Guardate intorno, se ci fosse rimasta qualche traccia" raccomand Renzi agli uomini della Scientifica. Poi torn ad osservare il cadavere. L'assassino o gli assassini lo avevano denudato prima di dargli fuoco.
"Una qualche vendetta diabolica" brontol il medico.
"Ma bruciandolo, si sono preoccupati anche di non lasciare alcuna traccia."
"Sar dura per lei, commissario..."
"Quanti anni avr avuto, dottore?"
"Secondo me, non superava i 30."
Renzi si mise a girovagare intorno al cadavere, sperando di scoprire qualche indizio. Jacopetti scuoteva la testa.
"Che c', Jacopetti?"
"Ci vorr un miracolo per risolvere questo caso."
"Molte grazie."
"Mica volevo offenderla, commissario. Ma questo poveretto  irriconoscibile, e nudo poi... Se qualcuno non verr in nostro aiuto, da dove cominceremo?"
"Diremo ai giornali di fare un bel po' di chiasso su questo delitto."
"Ah, per questo non ci sar da pregarli, vedr che botto domani. Questo  un caso da prima pagina, dopo la politica s'intende. Ne parler anche la televisione nazionale, stia certo."
"E noi aspetteremo che qualcuno si faccia vivo, se non avremo altro per le mani."
"Dovremo fare i conti con qualche megalomane. Ce ne sono sempre in situazioni come queste."
"Ci penserai tu a sbarazzarmene."
"Ora  lei, commissario, che mi prende in giro."
"Se non avessi te..."
" lavorare con lei, che mi ha affinato."
"Siamo diventati una bella coppia, non  cos?"
" vero."
Il medico legale si avvicin.
"Quel poveretto  stato bruciato qualche giorno fa. Lo hanno ucciso con un colpo di pistola alla nuca, poi lo hanno cosparso di benzina e gli hanno dato fuoco."
"Lo hanno ucciso qui?"
"Impossibile affermarlo. In ogni caso, sappiamo da dove sono entrati."
"S, questo l'ho saputo anch'io. Dalla piccola apertura della sortita(18), in direzione di San Frediano. Sono state rinvenute delle tracce."
"Io me ne vado. Se avr delle novit, mi far vivo, commissario."
Renzi e Jacopetti uscirono dalla piccola sortita e si trovarono sul prato fuori delle Mura. L'erba appariva calpestata; seguirono le tracce e arrivarono fino alla porticciola da cui si entra in citt per andare verso la basilica di San Frediano.
"Difficile dire se si sono immessi sul prato provenendo dall'interno della citt o invece dal viale di circonvallazione."
Tornarono indietro e rientrarono dalla piccola sortita. La Scientifica vi stava ancora lavorando in cerca di tracce.
"Ci sono delle impronte di scarpe, ma troppo labili" rifer uno degli addetti.
"Vedete di accertare se qualcuna di quelle tracce appartenga alla vittima" disse il commissario. "Sar importante per capire se, quando sono entrati qua dentro, quel poveretto era sempre vivo."
"Se non ci fossero sue tracce, significherebbe che  stato portato a braccia o in spalla, e quindi poteva essere gi morto. Vuol dire questo, commissario?" comment a bassa voce Jacopetti.
"Avrebbe potuto essere anche svenuto..."
"Gi. Ma allora, commissario, a che cosa ci servono queste impronte?"
"Sono degli sgorbi, non delle impronte, non  cos?" Renzi si rivolse ad un agente della Scientifica.
"Con queste impronte non andr lontano, commissario" rispose.
"Capito, Jacopetti? Per ora non ci servono a niente. Non abbiamo in mano niente, e ci vuole proprio un miracolo, come dici tu."
"Invece qualcosa abbiamo, commissario."
"Che cosa?"
"Via che lo sa bene..."
"No, che non lo so."
"Questa" disse, e si batt la mano sulla fronte.
"Caso mai questa" rispose Renzi, e si batt la mano sulla sua.
" la nostra intelligenza, commissario, e non fa mai cilecca."
"Scherza, scherza, Jacopetti. Se fra qualche giorno non avremo in mano qualcosa, lo sentirai il Questore. Ti ci mando te, per, a spiegargli che la nostra intelligenza non fa cilecca."
"Dal Questore ci deve andare lei, commissario. Mica mi riceve, il Questore, finch sono appuntato."
"Presto mi leverai la sedia di sotto, caro furbacchione."
"Solo quando andr in pensione, commissario. Solo quando andr in pensione..."
"Sfottimi, sfottimi."

L'indomani era domenica e, come avevano gi fatto altre volte, Renzi e Jacopetti decisero di trascorrerla insieme, non portando con s, per, le rispettive mogli. Avevano comprato un mese prima due belle biciclette da corsa. Era stato Jacopetti a convincerlo.
"In bicicletta possiamo andare lontano, e vedere un po' di paesaggio."
"Io non ci vengo. Come faccio a comprarmi una bicicletta da corsa? A parte i soldi, mi ci vedi te, Jacopetti, su di una bicicletta da corsa?"
"Certo che ce la vedo, commissario. I primi giorni sar un po' faticoso per lei, ma in seguito..."
"Oh, ma che dici? Sar faticoso pi per te che per me, vedrai. Ma chi ti credi di essere, un campione?"
"Con il mio fisico asciutto..."
"Ci vogliono le gambe per la bicicletta. Contano quelle, e non se sei asciutto e spilungone."
"C'ho anche quelle, commissario. E glielo dimostrer, se la comprer anche lei e andremo in giro assieme. Non si scordi che quando facciamo footing, sono sempre io che l'aspetto."
"Questa poi... "
"La compri, le far bene. Andremo ad acquistarla insieme, e ci faranno anche un bello sconto."
Batti e ribatti, non subito, ma dopo due settimane di tira e molla, lo convinse. E una volta convinto lui, si dovette convincere Maria, la moglie, che non credeva a ci che udiva.
"Ti sei rincitrullito."
"Non posso essere da meno di Jacopetti."
"Ma Jacopetti  dieci anni pi giovane di te, e poi mica  un elefante. Te, la bicicletta, la sfondi il primo giorno che ci sali sopra. Te lo dice la tua Maria, e cos sono soldi buttati."
" tutta invidia, la tua."
"Perch? Non potrei comprarmela anch'io la bicicletta da corsa, e uscire con te? Ma non la compro, perch so di rendermi ridicola, e che, invece che farmi bene, con il mio peso mi guasta la salute. Dovresti ragionare a questo modo, se tu fossi savio."
"Dunque sarei matto."
"No. Rincitrullito s, per."
"Fagliela comprare, mamma" disse Manuela, la figlia. E cos Maria il giorno dopo dette il suo consenso, e nel tardo pomeriggio Renzi e Jacopetti uscivano dal negozio con due fiammanti biciclette da corsa: azzurra quella di Jacopetti e rossa quella di Renzi, rossa come la tuta con la quale praticava il footing. A casa Maria fece subito l'osservazione.
"Allora sei diventato comunista. Conosci solo il rosso. Ma non lo vedi che  un colore che ti stona? Azzurro era il colore per te. Jacopetti s che sa scegliere. Quello ha la testa sulle spalle.  grazie a lui, se riesci a risolvere ogni tanto qualche casuccio che ti trovi tra le mani. Senza di lui, saresti come un pesce fuor d'acqua." Non gliel'avesse mai detto!
"Per tua norma, sappi che io i casi me li risolvo da me, e non ho bisogno dell'aiuto di nessuno. Figuriamoci poi se ho bisogno dell'aiuto di Jacopetti."
"Che hai contro di lui, sentiamo."
"Niente, ma i casi sono io a risolverli. Su questo, non si discute."
"Se lo dici tu..." Si era accorta di averlo ferito.
"S, lo dico io."
"Certo che siete proprio una bella coppia, voi due" intervenne l'altro figlio Alberto.
"Voi due chi?"
"Te e Jacopetti. Vi faranno gli applausi lungo la strada."
Era domenica mattina, e Renzi si era messo i calzoni corti, neri questa volta, e una maglietta verde sponsorizzata. Attendeva l'arrivo di Jacopetti, che avrebbe suonato il campanello, senza salire su.
"Guardati per te" rispose Renzi, che si sentiva davvero un pachiderma, visto che ormai pesava oltre 90 chili, sebbene si fosse proposto da tempo una dieta che non riusciva a fare per tornare almeno agli 85 chili di una volta.
Come al solito, Jacopetti fu puntuale. Il campanello suon. Maria stava per andare al citofono, ma la ferm Renzi.
" Jacopetti, rispondo io."
Manuela e Alberto gli aprirono la porta, quando Renzi, tirata fuori la bici dal ripostiglio, se la mise in spalla per scendere le scale.
"Stai attento a non ruzzolare gi " disse Maria. Renzi si volt e aveva una tale sofferta espressione nel viso, che Maria si tapp la bocca con la mano per non dire un altro sproposito.
Jacopetti stava gi seduto in sella, appoggiandosi a terra col piede. Si capiva che era pronto a sfrecciare. Indossava degli occhiali da sole.
"Hai paura che ti riconoscano?"
"Mi lacrimano gli occhi, senn."
Renzi sal con indifferenza sulla sua bicicletta, come se lo avesse fatto da sempre e fosse per lui un movimento naturale. In realt, urt con la coscia contro la sella, e dovette provare di nuovo. Ci riusc al terzo tentativo. Jacopetti fece l'osservazione:
"Forse deve abbassare un po' la sella, commissario."
"Sta bene cos."
"Allora partiamo?"
"Partiamo."
Presero la vecchia via Pisana. Intendevano sconfinare a Ripafratta, attraversare il fiume a Pontasserchio e ritornare per Nozzano e la via Sarzanese.
Procedevano a passo normale, senza grande slancio. Jacopetti avrebbe potuto andare pi veloce, mordeva il freno per rispetto al suo superiore. Renzi fingeva di non accorgersene, e ogni tanto lo sollecitava ad accelerare.
"Con quegli occhiali scuri, sembri Coppi. Solo che non hai le sue gambe. Forza, Jacopetti, vedi di spingere di pi ."
"Guardi che se spingo, la lascio indietro."
"E tu provaci." Ma Jacopetti faceva qualche metro avanti, e poi fingeva di essere stanco. Renzi sbuffava come un mantice. Sotto la sua mole, la bicicletta sembrava fil di ferro, e quasi scompariva. Il pancione toccava la canna, e nel pedalare, il tronco andava continuamente da destra a sinistra e viceversa, come se fosse un orso a muoversi, e non un uomo.
A Ripafratta, davanti al piccolo passaggio a livello, videro un bar.
"Fermati, Jacopetti, facciamoci una bevuta."
"No, commissario.  troppo presto."
"Io scendo." Curv a sinistra, in direzione del bar. Giuntovi, scese ed appoggi la bicicletta al muro.
"Vieni?"
"E che faccio, senn? Continuo da solo?"
Entrarono.
"Niente caff, per" disse Jacopetti.
Ordinarono due succhi di frutta.
"Ci mettiamo a sedere all'aperto" propose Renzi.
"E cos non ci alziamo pi ."
"Fidati. Andiamo."
C'erano tre tavolini. A quell'ora erano gli unici avventori, e perci poterono scegliere. Si misero seduti con le spalle al muro, in modo da guardare la strada.
"Toh, una ciortllora" disse Renzi.
"Una cosa!?"
"Si vede che sei ignorante, amico mio. Guarda l, che cosa vedi?" Sulla base del muro si stava arrampicando una lucertola.
"Vedo soltanto una lucertola."
"Appunto, una ciortllora."
"E che c'entra?"
"A Lucca, una volta, si diceva ciortllora, e non lucertola. Qualcuno, in campagna, lo dice ancora, ma ormai il vernacolo lucchese  praticamente scomparso."
"Si deve parlare tutti allo stesso modo. Si  fatta l'unit d'Italia, e si doveva fare anche l'unit della lingua.  un processo logico. Ci si deve capire da Pinerolo a Canicatt, non le pare?"
"S, ma il vernacolo ha una capacit espressiva superiore. Non ti sembra pi bello ciortllora? Non senti che dentro c' qualcosa in pi ? Prova a dire ciortllora, e poi di' lucertola, senti come quest'ultima scivola via senza alcun sapore che resti in bocca?"
Jacopetti ci prov, e lo ripet per tre o quattro volte, assicurando di non trovare nessuna differenza e che la parola lucertola, essendo conosciuta dappertutto, doveva avere in s un potere unificante, che non aveva avuto, nei fatti, l'altra.
"Fai male, Jacopetti, a non apprezzare il vernacolo. Sai che cosa diceva Ignazio Buttitta?"
"Lei, commissario,  troppo istruito per parlare con uno come me. Legge troppo, ed io invece leggo solo il giornale la domenica."
"Era un poeta siciliano, morto nel 1997. Scriveva le sue poesie nel dialetto della sua terra. Un grande poeta, con un grande coraggio, perch non  facile affermarsi scrivendo in questo modo."
"E che cosa diceva? Questo non me lo ha ancora detto, commissario." Avevano intanto finito di bere i due succhi di frutta. La lucertola stava ancora l, a godersi il sole di quella mattinata superba.
"Quando l'uomo perde il dialetto, perde la libert; ecco che cosa diceva(19)."
"Mi pare esagerato."
"Il dialetto  mescolato col sangue, e ce lo portiamo dentro sin dalla nascita. Il dialetto entra in noi, come entrano dentro di noi le immagini della nostra prima infanzia."
"Uh, quanta passione! Lei, per, commissario, non parla in dialetto."
"No. Ma mi dispiace di averlo perduto."
"Che si fa ora? Se la sente di ripartire?"
"Certo che me la sento. Non ero mica stanco, io."
"Invece era proprio stanco. A me non la fa, commissario."
"Monta in sella e ti faccio vedere."
"Ma lei mi raccomando, salga piano, o si far male alla coscia. Dia retta a me, abbassi la sella."
"La sella sta bene com'." Per salire, questa volta fece un piccolo salto, e a dire la verit, manc poco che cadesse dall'altra parte.
"Lei, ci si ammazza con questa bicicletta, se non abbassa la sella, glielo garantisce quel somaro di Jacopetti."
"Ecco, hai detto bene: somaro. Allora chetati." Era salito in sella e sterzava in direzione di Rigoli. Traballava, finch non dette una vigorosa pedalata, assestandosi. Nel mentre, gli pass accanto Jacopetti che, con ben altro stile, lo sorpass.

La mattina dopo, in ufficio, Renzi era tutto troncolato(20). Jacopetti gli sedeva davanti in attesa. Aveva steso il rapporto sulla vicenda del cadavere ritrovato sotto il baluardo di Santa Croce, e Renzi lo stava leggendo.
"Qui hai inciospato(21) un po' " disse Renzi, mostrandogli il punto dove il rapporto appariva confuso.
"Lei, commissario, stanotte deve essersi ricaricato con delle batterie vecchie, che sputano vernacolo a ripetizione. Finir che non ci si intende pi , anche se questa volta ho capito benissimo, perch ha ragione lei, questa frase che ho battuto non  completa. Ho saltato una parola."
"Bravo. Ci manca la parola nudo, carbonizzato nudo.  una gran bella differenza."
" la gita di ieri che mi ha rincretinito."
"Sar un caso difficile, Jacopetti. Questa volta, dubito che ce la faremo." I giornali stavano battendo la grancassa, avevano sguinzagliato i cronisti dappertutto, ma al momento non c'era uno straccio di indizio che potesse dare una svolta alle indagini.
"Ne abbiamo avuti altri, di casi difficili, e ce l'abbiamo sempre fatta."
"Sento che sar un osso duro."
"Si tratta di una vendetta di tipo mafioso, commissario. Questa  la pista che dobbiamo battere. La vittima ha fatto uno sgarro, non ha mantenuto certi impegni, e gli  toccata quella brutta fine. Lo hanno bruciato nudo per non lasciare alcuna traccia. Non ricorda? Lo ha detto proprio lei."
Organizzazioni mafiose pullulavano anche a Lucca, ormai. Nessuno dei governi che si erano succeduti era riuscito a domarla, e la mafia si era diffusa su tutto il territorio, e non era pi soltanto italiana.
"Non ricorda, commissario, i casi di mafiosi fatti scomparire nell'acido? La mafia  spietata. Chi altri poteva compiere un delitto cos efferato?"
"Abbiamo invitato la stampa a collaborare, ma non basta. Sguinzagliamo anche i nostri informatori. Voglio che trovino qualcosa. Pensaci tu."
Il caso era finito sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali. Renzi leggeva tutto ci che si scriveva, ma senza ricavarne alcunch. Anzi, i giornalisti bussavano alla sua porta, o lo fermavano per strada per ricevere qualche nuova notizia. La sua fotografia era finita perfino sul Corriere della sera.
"Sei celebre, babbo. Se risolverai questo caso, ti paragoneranno a Sherlock Holmes." Era Alberto.
"Fatela finita, voi due" disse Maria, quando si accorse, mentre erano a tavola per la cena, che anche Manuela stava per aprire bocca. "Se c' la mafia di mezzo, vostro padre rischia la vita."
"Se  per questo, la rischio sempre."
"Non potevi sceglierti un altro mestiere?" Era ancora Maria.
"Mi piace questo."
"Potevi fare il meccanico di biciclette."
"Guarda di non sfottermi, Manuela."
"Ti hanno visto in bicicletta. Dicono che sembri un professionista."
"Solo che hai un po' di pancia e non si vede la canna della bicicletta. Ho incontrato un mio amico e mi ha chiesto perch ti sei comprato una bicicletta da donna. Una bicicletta da donna!?, ho fatto io, pieno di meraviglia, poi mi sono ricordato della tua pancia." Era Alberto.
"Ma lo sai quanti anni ho? Voglio vedere te alla mia et."
"Quando avranno la nostra et, bel mi' Lucianino, sai dove saremo noi?"
"Caso mai te dove sarai, perch sappi, buona donna, che io voglio campare pi di cent'anni. Nella mia razza..."
"Nella tua razza? Sentiamo."
"Ci sono dei centenari."
"Ce n' uno solo, a quel che so: Egidio, ma  campato perch neanche il diavolo lo voleva."
"Egidio era uno che si faceva rispettare. Guai a mettergli la mosca sul naso. Un giorno, al bar, un tale grande e grosso cerc di sfotterlo."
"E allora?"
"Zitto zitto usc dal bar e and a casa."
"La verit  che si era fatto prendere dalla fifa, come te quando hai da risolvere certi casi difficili." Era sempre Maria; i figli ascoltavano divertiti, con gli occhi spalancati.
"Chetati, che la storia la sai meglio di me."
"Racconta, racconta ai tuoi figli che razza di parente hanno dalla parte tua."
"Mille volte meglio della tua razza."
"Insomma, babbo..." Era Manuela, impaziente.
"And a casa e prese il fucile. Torn al bar e spar una fucilata tra le gambe di quel ciccione."
"Allora  finito anche in galera... senti, senti..."
"Mica era una schiappa. La mira l'aveva buona e gli accarezz i pantaloni, ma quello se la fece addosso e dovette scappare a casa, tanta era la puzza."
"Siete dei prepotenti. Ecco da chi hai preso. Ce l'hai nel sangue la prepotenza."
"O Maria, ti ha morso la tarantola? Ma dove lo trovavi un santo come me, che ti fa levare tutti i capricci?"
"I capricci me li levava il mi' babbo. Lui s che non mi faceva mancare niente. Poi ho sposato te, e sono finiti i sogni. Sono la moglie di un commissario, eppure vado vestita peggio della moglie di un disoccupato."
"E comprati quello che ti serve. Ti ho mai detto di no? Eppure, lo stipendio lo metto in mano a te, o mi sbaglio? e per me tengo solo pochi spiccioli, giusto per un caff ogni tanto. Dimmi se non  vero. Ho mai controllato cosa ne fai dei miei soldi? Perch sono miei, sono io che li guadagno, non  cos? Spero che mi darai ragione..."
"Li guadagno anch'io, se  per questo. Prova a chiamare una donna a servizio, e a pagarla per tutte le faccende di casa, e vedrai se lo stipendio ti basta. Io, caro maritino, valgo pi di te. Il mio lavoro vale almeno il doppio del tuo stipendio."
"Sentitela, la padrona. Quando comincia a parlare,  un treno. E se la pungi, mamma mia!, schizza solo veleno. Voi donne, ha proprio ragione Jacopetti, siete dei serpenti, e nelle vene non avete sangue, ma veleno."
Manuela e Alberto se la ridevano sotto i baffi.
"E voi due, che fate, non uscite stasera, non andate al cinema?"
"S che usciamo, ma il film pi bello stasera  qui, e ci dispiace perderlo. Non potreste finire il primo tempo e cominciare domani il secondo?"
Renzi scatt dalla sedia, ma i figli furono pi svelti di lui, e in men che non si dica sparirono gi per le scale.

La situazione politica in Italia, come al solito si stava ingarbugliando. Borsa e lira ne risentivano, e l'economia, che stentava a raddrizzarsi, registrava un calo della produzione e, di conseguenza, un aumento della disoccupazione.
In piazza San Michele, la mattina, Renzi scorgeva nuovi volti che stavano appoggiati, come lui, alle colonnine che adornano la piazza.
Il direttore della banca lo vide e gli si avvicin.
"Ha visto come cresce il numero? Dall'anno scorso ad oggi, i poveri nella nostra citt sono aumentati del 3%, un record."
"Gli affari devono andar male anche a lei, allora."
"Il contenzioso si  ingigantito. Passo pi tempo a rincorrere i debitori morosi che a concludere nuovi affari. Sebbene i tassi di interesse siano calati, non c' domanda di denaro, e quei pochi che si affacciano a richiedere un prestito, basta guardarli in viso per capire che, dando loro i soldi, non si rivedranno pi ."
"E lei glieli d?"
"Mica sono matto. Le banche non sono la Caritas. E noi direttori siamo responsabili dei prestiti che eroghiamo. Se sbagliamo, ne va di mezzo la carriera."
"Ma quelli muoiono di fame..."
"Sono affari del governo, non delle banche."
"Tra il governo e le banche, non saprei scegliere chi ha pi responsabilit."
" un modo di pensare diffuso, quello che le banche sono dei parassiti della societ, ma senza le banche non vi pu essere sviluppo."
"Se lo dice lei, sono disposto a crederle, ma non ne sono del tutto convinto."
"Lasciamo perdere questi discorsi, allora. So che ha un caso difficile tra le mani. Anche stamattina, ho letto sul giornale che non ci sono novit. Ma  proprio vero che la polizia brancola nel buio?"
"Ci stiamo dando da fare, qualcosa salter fuori."
"Quando si brucia un cadavere,  perch lo si vuole spregiare, non  d'accordo, commissario?"
" convinto anche lei che  stata la mafia?  un'opinione diffusa, anche tra i giornalisti."
"E lei che ne pensa?"
" una delle ipotesi. La nostra speranza  che prima o poi, qualcuno si accorga della scomparsa di una persona, e venga a informarcene. Se non sar cos, in qualche modo ne verremo a capo. Sono pochi i casi che non abbiamo risolto qui a Lucca."
"Il merito  tutto suo. Lo si dice apertamente in citt."
"Non solo mio. La polizia  composta non solo dal commissario, ma da tanti validi collaboratori, senza i quali non si potrebbero ottenere i risultati che lei conosce."
Passava una bella donna, sui quarant'anni. Transitava proprio sotto l'orologio che  sopra palazzo Pretorio.
"La conosce?" domand il direttore di banca.
"Mai vista."
"Non si vede molto in giro, ma ha avuto pi amanti che capelli in testa."
" una bella donna, se li merita."
"Ma commissario..."
" una teoria del mio amico Jacopetti. Una bella donna, secondo lui, ha sempre degli amanti, e il marito  un disgraziato che deve sopportare."
"E lei ci crede?"
"Mia moglie non  cos bella; anzi, col tempo si  anche un po' sciupata. Non mi capiter sicuramente di fare una tale esperienza sulla mia pelle."
"Ma ne avr visti di casi..."
"A volte sono gli uomini, i responsabili; a volte sono le donne. Ho incontrato certi uomini io, che si meriterebbero di essere arrostiti in pentola, per le pene che hanno fatto soffrire alle proprie mogli."
Dopo un po':
"Le vede, commissario, quelle due ragazzine che stanno sotto la statua del Burlamacchi? Per carit, non si faccia notare, commissario. Osservi come sono eleganti. Sa come trovano i soldi?"
"Saranno i genitori... Oggi che cosa non farebbero per i figli."
"E invece no. Ci pensano da sole, e sa come fanno?"
"Ho paura di s."
"E ha proprio colto nel segno. Si prostituiscono. Per avere gli abiti firmati, si prostituiscono.  cos; oggi non ci sono pi freni alla vanit."
"Ha proprio ragione quel diavolo di Jacopetti."
" il suo collaboratore? O mi sbaglio."
"No no,  lui. Dice che, a riguardo della parit tra uomo e donna, non  l'uomo in vantaggio, ma la donna."
"Non ha tutti i torti"
"S, ma sa come giustifica questa sua convinzione?"
"Dev'essere un tipo originale."
" furbo come la volpe. A proposito delle donne, dice che, come l'uomo, hanno le braccia e la mente per sopravvivere. E fin qui, siamo in regime di assoluta parit, ma poi scatta il vantaggio della donna. Sa qual  questo vantaggio?"
"Ora me lo immagino."
" proprio quella cosa l che pensa lei. Con quella, loro, le donne voglio dire, non si troveranno mai in difficolt. Cos sostiene Jacopetti. Per l'uomo, invece, se le braccia e la mente fanno cilecca, cominciano i guai. Lui l'alternativa, o l'asso nella manica, caro direttore, non ce l'ha."
"Posso offrirle qualcosa, commissario?"
Renzi stava pensando proprio in quel momento di farsi una bevutina, e pareva che il direttore gli avesse letto nel pensiero. Si avviarono al bar vicino, dove all'aperto stavano seduti dei turisti stranieri.
" pieno di tedeschi" disse il direttore. "Hanno scoperto Lucca, ormai, e non la lasciano pi ."
"Sono straricchi. Se vogliono, possono comprare tutta l'Italia, e prima o poi succeder."
I tedeschi erano gi abbronzati; a loro bastava quel po' di sole primaverile per arrossare la pelle. Le donne portavano alla bocca la bibita dissetante e la bevevano con avidit, come se si fosse in pieno agosto. Erano sbracciate, mentre gli italiani indossavano ancora la giacca o il pullover.
All'interno del bar, un signore consumava la colazione tenendo un cagnolino in braccio. Questi, col muso annusava la brioche che l'uomo si portava alla bocca. Il direttore diede un'occhiata a Renzi. Renzi condivise. Usciti, commentarono.
"Mi dica lei, commissario, se si devono vedere certe cose."
" giusto voler bene agli animali, ma il troppo stroppia. Mettersi in bocca del cibo annusato da un cane, ma  roba da matti."
"Che si fa, commissario, si torna in ufficio? Per me  tempo di rientrare."
"S, rientro anch'io."

Lucca  circondata da belle ville, alcune delle quali famose, ormai. Vi  passata dentro tanta storia. Ve ne sono anche di meno pregiate, tutte belle, per, e collocate in ottima posizione. In una di queste dovette recarsi il commissario Renzi.
Infatti, qualche settimana dopo la chiacchierata avuta con il direttore di banca, questi una mattina and appositamente in piazza San Michele per incontrarlo.
"Ho pensato a quanto mi disse tempo fa, commissario."
"Cio?"
"Sulle persone scomparse. Ricorda? Le  giunta qualche segnalazione?"
"No, purtroppo."
"Allora, sono il primo che si fa avanti per aiutarla."
"Che cosa vuol dire?"
"Mi ascolti bene. Non sono sicuro affatto che quanto le dir abbia a che fare in qualche modo con le sue indagini. Ma, poich suppongo non abbia altro di meglio tra le mani, ecco che cosa penso di dirle, visto che anche le banche possono essere utili alla polizia, ogni tanto, senza infrangere la riservatezza. Ho due correntisti che da qualche tempo non movimentano il proprio conto corrente. Me ne sono accorto, poich hanno un piccolo scoperto, un piccolo saldo a debito cio, e cos, siccome li ho fatti cercare dall'impiegato e questi mi ha risposto che non riesce pi a rintracciarli, ho pensato di farmi vivo con lei. Non si sa mai..."
Gli rivel il nome e il luogo dove poteva cercarli.
Uno di questi era operaio in una piccola azienda artigiana.
"Vorrei sapere anch'io dove si  ficcato" rispose il titolare, un uomo gi avanti con gli anni, quando il commissario gli chiese dove potesse trovare l'operaio. "Non  il solo a cercarlo. Una mattina non l'ho visto arrivare. Ho telefonato a casa, ma non mi ha risposto nessuno."
"Vive solo?"
"S. Sono andato anche a cercarlo. Ho chiesto agli altri inquilini, ma sa come vanno queste cose al giorno d'oggi, uno potrebbe morire in casa e nessuno se ne accorge."
Renzi diede un'occhiata a Jacopetti.
"Mi ripeta il suo indirizzo, per favore" disse rivolgendosi di nuovo all'artigiano.
Giunti all'indirizzo, si trovarono di fronte ad un vecchio edificio cadente. L'operaio abitava al quarto piano, e i due poliziotti dovettero farsi a piedi le ripide rampe di scale. Bussarono, e con sorpresa apr il giovanotto.
"Ma lei non era scomparso?"
"E chi lo dice?"
"Il suo padrone la cerca per mare e per terra."
"Doveva cercarmi qui."
"Lo ha fatto, ma lei non era in casa." Renzi avvert l'imbarazzo del giovanotto.
"Sarei tornato a lavorare domani. In fin dei conti mi sono assentato per pochi giorni. Cose urgenti. Avevo chiesto un po' di ferie per poter sbrigare alcune faccende personali, ma sa come sono i padroni oggi? Per via che manca il lavoro, ti trattano peggio di uno schiavo, e se potessero ti rinchiuderebbero in officina anche la notte. Cos ho deciso di prendermele da me. Immagino che il padrone sia arrabbiato."
"Contento non " disse Jacopetti.
Erano entrati e si erano messi a sedere intorno al tavolo di cucina. Era una abitazione modesta, composta di due stanze, cucina e camera, e un piccolo bagno.
"Quali sarebbero queste faccende personali?"
"Non ho fatto niente di male."
"Sentiamo."
"Ho un piccolo debito con la banca. Vede, ho dovuto fare un assegno urgente pi di un mese fa. Quando l'assegno arriv in banca, non c'era la copertura, mancavano settecentomila lire. La banca mi telefon e ci accordammo che, vista la modesta entit dello scoperto, l'assegno sarebbe stato addebitato sul conto, ed io nel giro di pochi giorni avrei provveduto alla sua copertura."
"Vi ha provveduto?"
"No. Per questo mi sono dovuto assentare dal lavoro. Da qualche giorno la banca mi telefonava, esigeva la copertura. Cos ho pensato di lasciare per qualche giorno la citt, in cerca del denaro."
"Non poteva chiedere un anticipo al suo datore di lavoro?"
"Quel taccagno? Ci avevo gi provato in un'altra occasione, e sa che cosa mi rispose? Se mi chiedi un'altra volta un anticipo, ti rispedisco a casa con una bella lettera di licenziamento. Questi sono i padroni. Loro fanno i soldi, e noi che contribuiamo ad arricchirli siamo trattati come bestie."
"Lo ha trovato il denaro?"
"S, stavo per recarmi in banca a fare il versamento."
"Come lo ha avuto?"
"Dai miei genitori, come vuole che lo abbia avuto. I miei genitori vivono a Collodi, pu controllare, se crede."
"Perch  venuto a vivere a Lucca?"
"A Collodi non c' pi lavoro. Le poche cartiere rimaste, stentano a sopravvivere. Lavoravo in una cartiera, prima di trasferirmi a Lucca. Poi c' stata una lunga crisi, per via della concorrenza dei nuovi colossi industriali, e cos hanno licenziato me ed altri compagni. Che dovevo fare? Sono stato anche troppo fortunato a trovare un lavoro qui a Lucca. Non capita a tutti di trovarlo."
"E allora badi a non perderlo. Dopo essere stato in banca, si presenti al suo datore di lavoro, prima che lo licenzi."
"Era ci che intendevo fare, se non foste arrivati voi."
"Bene. Se avremo ancora bisogno di lei, la cercheremo."
"Voi mi avete cercato per un preciso motivo, non  cos?  stato il direttore della banca a mettervi sulla mia strada. Per intimorirmi e indurmi a ricoprire lo scoperto, non  vero? Come se si trattasse di un miliardo. Le banche si preoccupano dei piccoli debitori come me e sopportano, invece, senza fiatare i debiti delle grandi aziende. Le pare una cosa giusta, questa? Sono sempre i pesci piccoli a pagare per tutti. Vi ha mandato il direttore della banca, ne sono pi che sicuro. E allora sa che cosa le dico? che se mi gira, in banca non ci vado, anche se ho gi i soldi. Eccoli qua, li vede?" Apr il cassetto di una sgangherata credenza e tir fuori otto biglietti da centomila. "E se mi gira, sa cosa faccio? Me li spendo. Con le donne, li spendo. L'ho gi fatto un'altra volta, che crede? Riscosso il salario, me lo sono bruciato con le donne."
"Per questo si  trovato senza soldi in banca."
"Iolai, si vive una volta sola, ed  meglio vivere un giorno da leoni che mille anni da pecore."
"Vada in banca, e metta a posto i suoi conti. Non cerchi guai, e poi torni al lavoro."
"Quel mastino, potrebbe anche licenziarmi, lei non lo conosce. Ma se mi licenzia, le giuro che gli do un cazzotto sul viso, lo smoccolo(22). Che cosa gli ci voleva a prestarmi lui i soldi? Mica sono un animale. Glieli avrei restituiti, me li avrebbe trattenuti sulla paga. Non c'era rischio, e invece ha voluto trattarmi da bestia, e non da essere umano. Le pare un mondo giusto, questo? Mi dica, le pare un mondo giusto? No, non lo , questo  un posto dove possono vivere solo quelli che hanno soldi. Gli altri sono soltanto dei miserabili."
Lo lasciarono che si era incattivito. Agitava le banconote e in un momento parve che volesse stracciarle. Fu il commissario a fermarlo.
"Guardi che non ne trover delle altre."
"E se finisco in galera, ho finito di soffrire. Ci penser lo Stato a mantenermi."
"Mica ci si sta bene in carcere."
Uscirono. Scendendo le scale, Renzi faceva attenzione a non cadere. Metteva i piedi di lato, per poterli appoggiare meglio sullo scalino.
"Se si cade qui, commissario, ci si rompe davvero l'osso del collo."
"Una volta le facevano cos le scale, ripide come se si dovesse salire in paradiso."
"Penso che quel disgraziato non abbia niente a che vedere con l'omicidio."
"Parleremo coi genitori per verificare se ci ha detto la verit."
Da l, poich non erano ancora le undici del mattino, si recarono direttamente alla villa, dove avrebbero chiesto informazioni sull'altro individuo segnalato dal direttore della banca.
Costui era al servizio come autista presso un ricca famiglia che aveva abitato per molti anni in citt, in un antico palazzo, e infine si era decisa a trasferirsi in villa, come facevano ormai tutte le maggiori famiglie cittadine.
Giunti di fronte al cancello, suonarono. Al citofono una voce gracchiante domand chi fossero, e ricevuta risposta, il cancello si apr. Percorsero in macchina il lungo viale di cipressi e si trovarono davanti all'ingresso principale. Un domestico era in attesa. Furono accompagnati in biblioteca, situata al piano terra. Mentre attendevano, Renzi osservava le alte scaffalature piene di libri, anche antichi.
"Questo  un autentico patrimonio, caro Jacopetti. Con questi libri, ci si potrebbe comprare proprio una villa come questa."
"Sono libri che nessuno legge. I signori li tengono tanto per vantarsene, ma sono dei grandi ignoranti."
"Non il padrone di questa villa.  un illustre studioso, docente di letteratura. Mi sono informato, come vedi."
"E chi gliele ha date queste notizie? Perch non le ha chieste a me?"
"Mica sei un factotum, tu. Ci sono altri in gamba come te, che credi?"
"Questa non doveva farmela, commissario."
"Suvvia, Jacopetti. Se vuoi sapere la verit, non le ho chieste a nessuno, perch gi le sapevo da me. Conosco di fama il padrone della villa. Quando me ne ha parlato il direttore, ho capito subito di chi si trattasse. Ha scritto molti libri, alcuni dei quali, non meravigliartene, li ho anche letti."
"E perch dovrei meravigliarmene? Non gliel'ho detto gi un'altra volta che, invece di fare il commissario, lei avrebbe potuto diventare un bravo scrittore di romanzi?"
"Ora sei tu che vuoi prendermi in giro."
"Comunque resto della mia idea, e cio che molte biblioteche come questa sono sprecate, e nessuno dei proprietari si sogna di prendere in mano uno solo di questi libri per leggerlo."
"Ricordati che molti studiosi lucchesi di valore discendono da famiglie come questa. Fino a non molto tempo fa, i libri erano letti, eccome, e una biblioteca privata era tenuta cara pi di una camera da letto."
"Non le pare esagerato?"
"A me piacerebbe possedere questi libri."
"Li preferirebbe alla sua Maria?"
"Maria  la mia Maria."
"Se li possedessi io, questi libri, commissario, li venderei al miglior offerente e mi ci costruirei una casa da far invidia agli Agnelli."
"Lasciali stare gli Agnelli. Non potrai mai essere come loro."
"E perch?"
"Possiedono una chiesetta dove sono effigiati tutti i membri della famiglia Agnelli, proprio come i Papi in San Giovanni in Laterano, e per ottenere questo, sai quanta strada si deve fare?"
"Vorrei essere ricco subito, invece, senza aspettare di fare la fila."
"Oggi, se hai un'idea geniale, i soldi li fai in fretta e a palate. Ma ce l'hai?"
"Che cosa? L'idea?"
"E per avere un'idea geniale, ci vuole un'intelligenza geniale. Ce l'hai?"
"Io no, e lei? Ma non mi confonda, commissario, per carit."

Prima che Renzi e Jacopetti giungessero alla villa, il professor Tancredi Girani sin dalle prime ore di quel mattino era impegnato in una discussione con la moglie Valeria e l'unica figlia Eliana. Si era alzato con l'intenzione di chiarire una volta per tutte il comportamento della figlia, studentessa all'universit di Pisa.
" inutile andare in chiesa, babbo, quando non si crede in Dio." Eliana era diventata la croce di suo padre da quando aveva smesso di frequentare la chiesa.
"Se non credi oggi, sar la vita a farti credere in Dio." Il padre chiedeva l'aiuto della moglie, ma costei ogni volta che il marito iniziava una discussione sul comportamento della figlia, restava in disparte, e pareva voler lasciare a lui il compito di intrattenere Eliana su di un argomento come quello. Insomma, si trattava di religione, e non desiderava immischiarsi. Era una bella donna, come del resto bello era anche il marito, ma mentre questi era assorbito quasi interamente dai suoi studi, Valeria era una sognatrice straordinaria. Molto sensuale, non era contenta delle scarse attenzioni che riceveva dal consorte. La discussione spesso animata tra padre e figlia, le procurava un sottile piacere, e leniva un risentimento sordo nei suoi confronti.
Quando fu annunciato l'arrivo del commissario, il professore ebbe un moto di stizza.
"La polizia in casa mia!?" Guard la moglie, che non si scompose pi di tanto.
"Li ho fatti accomodare in biblioteca" disse il domestico.
"Non  solo?"
"C' un'altra persona con lui. Un tipo molto alto."
"Di' loro che li raggiungo subito." Il domestico usc dalla stanza situata al primo piano e scese le scale. Il professore torn a guardare la moglie e la figlia.
"Non ti allarmare cos" disse Valeria. "Mi sembri un ragazzino. Che cosa dobbiamo mai temere, se non abbiamo fatto niente?"
"Quando entra in casa la polizia, non  mai un buon segno. Fra poco tutti lo sapranno, e chiss che cosa si dir di noi."
"Ti preoccupi sempre di quello che pensa la gente. Ma che t'importa di ci che pensano gli altri. Fregatene." Valeria aveva un linguaggio pi disinvolto.
"L'opinione della gente, quante volte te lo devo ripetere,  una carta di credito che ti apre molte porte, non devi dimenticarlo."
" un'ipocrisia."
"Valeria, Valeria... " Si stava alzando dalla poltrona, si sistemava la giacca.
"Vedrai, Tan" disse la moglie, che spesso lo chiamava col diminutivo "che quei due poliziotti sono qua per chiederci di Oreste. Gli sar successo qualcosa."
"Ormai sono alcune settimane che non si  fatto pi vedere. Sparito nel nulla. Forse ho fatto male a seguire il tuo consiglio, e dovevo denunciare la sua scomparsa alla polizia. Ora  la polizia che viene a casa nostra, sollevando un grosso scandalo, vedrai."
"Oreste si  presa una vacanza, ne sono sicura. Vedi di non drammatizzare. Se ti chiederanno di Oreste di' semplicemente la verit, e cio che un giorno  sparito e non ha dato pi notizie. Tutto qui. Non devi aggiungere altro."
"Vedrete, che vorranno parlare anche con voi."
"Non abbiamo niente da nascondere. Di cosa ci dobbiamo preoccupare? Vai, vai, e non stare ad emozionarti come un ragazzino davanti al professore. Non dimenticare che il professore sei tu."
"S, ma qui si tratta della polizia."
"Vai, non farli attendere pi ." Tancredi usc dalla stanza, molto esitante e impacciato.
"Tuo padre non lo capisco. Perde il controllo per un nonnulla. Gli manca la spina dorsale."
"Sei tu mamma, che lo hai ridotto in quello stato. Era diverso prima."
" stato sempre cos, invece."
"E allora perch lo hai sposato?"
" un uomo ricco tuo padre, non lo sai?"
Eliana si alz dalla poltrona e usc. Valeria, rimasta sola, accese lo stereo. Torn a sedersi, poi ad un tratto si mise a camminare. Ogni tanto accennava qualche passo di danza, e dava l'impressione che ci che stava accadendo in quella casa non fosse affar suo.
Renzi fu trovato dal professore con un libro in mano. Cerc di scusarsi.
"Sono libri cos belli..."
"Non deve scusarsi. I libri sono fatti per essere letti, non  d'accordo?"
" quello che dicevo al mio collaboratore. Mi permetta di presentarci. Sono il commissario Luciano Renzi e questi  il mio collaboratore Alessandro Jacopetti." Si affrett a riporre il libro sullo scaffale. Si arricciol i baffi, mentre Jacopetti si portava la mano sui capelli per lisciarli. Un modo per entrambi di scaricare l'imbarazzo.
"A cosa devo la vostra visita?" Si sedettero.
"Cerchiamo una persona."
"La conosco?"
"Ci hanno detto che lavora qui. Si tratta di Oreste Ciglioni."
" vero,  alle mie dipendenze come autista."
"Ce lo descriva."
"Alto un metro e ottanta circa, scuro di capelli, occhi neri. Devo continuare?"
"Et?"
"Venticinque anni, mi pare. Gli  successo qualcosa?"
"Perch? Non  in casa?"
"No. Per la verit,  da oltre un mese che non lo vediamo. Una mattina non si  presentato al lavoro, e da allora non abbiamo avuto pi notizie."
"Lo avete cercato?"
"E dove? Non ha una casa sua. Non ha parenti. Dormiva qui alla villa, in una piccola dipendenza." Si avvicin alla finestra. "Laggi . Venga, commissario. Vede quella piccola casetta? Ecco, dormiva l."
"E non vi siete preoccupati di segnalare alla polizia la sua scomparsa?"
"Scomparsa? Perch pensa che sia scomparso. Mia moglie dice che si  presa una vacanza. Lo sa, commissario, come sono fatti i giovani al giorno d'oggi. Hanno solo pretese, e non ringraziano mai nessuno se hanno un lavoro. Non c' pi riconoscenza. E poi, quando hanno fatto il loro comodo, si ripresentano come nulla fosse. Ha motivo di pensare che gli sia accaduta una disgrazia?"
"Ho solo bisogno di scambiare quattro chiacchiere con lui. Se dovesse ripresentarsi, mi faccia il favore di avvertirmi."
"Se si ripresentasse, non sono cos sicuro di riammetterlo al lavoro. Ai giovani, bisogna dare una lezione, se vogliamo che migliorino. Ma l'avvertir, commissario."
"Lei non ha tutti i torti, professore." Era Jacopetti. "I giovani hanno perso il gusto per il lavoro, e il rispetto per chi glielo offre. Sono diventati degli sbandati."
"Non  tutta colpa loro" brontol a bassa voce Renzi.
"Sono stati abituati da anni in mezzo alla droga e a ogni sorta di vizio. Se gli si offre un lavoro, non sanno mantenerlo. Creda a me, commissario" disse il professore "io ho perso da un pezzo la fiducia nei giovani." Si erano allontanati dalla finestra e si stavano avviando alla porta della biblioteca. Li accompagn lungo tutto il salone fino all'ingresso.
"Se avr ancora bisogno di lei, professore, torner a disturbarla."
"Venga quando vuole, commissario."

"Com' andata?" disse Valeria quando il marito torn di sopra. La trov che ancora stava ascoltando musica. And lui a spegnere lo stereo.
"Ho detto la verit, come tu mi avevi consigliato."
"Bravo." Gli si avvicin e lo accarezz come fosse un cucciolone. Gli diede un bacio sulla guancia. "Il mio micione sar contento."
"Che Oreste se ne sia andato? Certo, e se ritorna, questa volta lo prendo a calci."
"Tu!? Ma non mi far ridere. Tu a calci non sei capace di prenderci nemmeno un pallone, figurati Oreste. Grande e grosso com', ti ridurrebbe una pappina."
"Bada a come parli. Sembri una donna di strada."
"A letto, per, ti piace che io sia cos, amoruccio mio." Stava per baciarlo un'altra volta.
"Finiscila."
"Finiscila anche tu. Guarda di non scherzare. Ieri ho telefonato in banca, a Lugano, e i soldi che mi avevi promesso non sono ancora arrivati."
"Arriveranno, ma prima permetterai che voglia essere sicuro."
"Allora sappi che non si  presa affatto una vacanza. L'ho licenziato. Ti avevo promesso di lasciare Oreste, e ho fatto qualcosa di pi , te l'ho levato di torno. L'ho mandato via. Questo non era nei patti. Io per ho voluto rassicurarti lo stesso. E perch tu non sospettassi, l'ho cacciato."
"Chi mi dice che non lo stai rivedendo da qualche parte? Bada, che non tollero uno scandalo. Se so che lo rivedi, sono capace di fare una pazzia."
"Uccidermi? Non ne sei capace. Non hai altra scelta che fidarti di me. Del resto 5 milioni di dollari sono una bella somma, e Oreste, credimi, non merita questo sacrificio."
"Ti sei fatta pagare come una donnaccia per non rivederlo."
"Di' pure che ti ho ricattato. E per salvare l'onore della tua famiglia..."
"Della nostra famiglia."
"S, se ti piace sentirtelo dire, della nostra famiglia, sei stato disposto a versare 5 milioni di dollari."
"Spero che starai ai patti."
"Ci star."
Entr Eliana.
"Che cosa voleva il commissario?"
"Notizie su Oreste. Gli ho detto che  pi di un mese che non si vede. Ci ha lasciati senza dirci una parola. Un mascalzone, ecco."
"E perch cercava proprio Oreste?"
"Questo non me lo ha detto. Voleva scambiarci quattro chiacchiere. Si  espresso cos il commissario."
"E tu, mamma?"
"E io che cosa?"
"Ci hai parlato col commissario?"
"Non ha domandato di me. Altrimenti avrei detto le stesse cose di tuo padre. Che altro potevo aggiungere?"
"Se avr bisogno di ulteriori notizie, ha detto che torner."
"Far un viaggio a vuoto." Era Valeria.
"Dovrebbe ritornare, invece. Ho paura che a Oreste sia successo qualcosa. Si sarebbe fatto vivo con noi, senn." Era Eliana.
" vero," disse Tancredi "con noi non si era mai comportato cos. Avrebbe dovuto telefonarci, almeno."
"Fatela finita" disse Valeria andando a riaccendere lo stereo. "Oreste se l' filata, e chi s' visto s' visto. Avr trovato una bella ragazza, del resto  un bel ragazzo anche lui, e chiss quante lo vorrebbero." Guard Eliana. "Ma quando gli sar passata, busser alla nostra porta, vedrai, Eliana."
"Temo che gli sia accaduta una disgrazia, mamma."
"Non metter mai pi piede in questa casa" disse il professore. "Non sei d'accordo con me, Valeria?" E rivolgendosi a Eliana: "La tua mamma ed io abbiamo deciso di licenziarlo, se dovesse ripresentarsi.  una mancanza di riguardo che non possiamo tollerare. Vero, Valeria?"
"S, caccialo via. Te ne occuperai tu direttamente, perch io non voglio pi vederlo."
"Valeria mia" sussurr Tancredi, avvicinandolesi. E Valeria, fingendo di baciarlo sull'orecchio: "Bada che domani a Lugano arrivino i soldi, senn..."

Nel pomeriggio, Renzi e Jacopetti si recarono a Collodi. I genitori dell'operaio, che si chiamava Donato, abitavano proprio nel centro antico, che, come un presepio, scende lungo il monte con le sue casupole da fiaba. Da questo magnifico paese, che un tempo apparteneva alla provincia di Lucca, Carlo Lorenzini, che vi abit nell'infanzia, trasse lo pseudonimo con il quale tutto il mondo conosce l'autore di Pinocchio.
Guidava, come al solito, Jacopetti. Il traffico, sulla Pesciatina, dopo la localit di Borgonovo, si dirada, e recarsi a Collodi  come fare una passeggiata. Non c' rischio e si pu anche conversare senza alcun patema.
"Perch, commissario, non ha detto ai signori Girani che  stato trovato un cadavere, e che potrebbe essere proprio quello di Oreste Ciglioni?"
"Le indagini le fai tu, o le faccio io?"
"Le fa lei, diamine. Io, per, glielo avrei detto."
"Che  stato trovato un cadavere sotto le Mura, i Girani lo sanno benissimo. Leggono i giornali anche loro."
"E perch allora non lo hanno messo in relazione alla scomparsa del loro autista?"
"Perch ritengono molto improbabile che gli possa essere accaduta una disgrazia simile."
"Lo conoscevano dunque cos bene?"
"Cos ritengono, credo."
"E lei che ne pensa? Potrebbe essere il cadavere dell'autista?"
"I dati forniti dal professore corrispondono. L'altezza soprattutto, e la razza. Si tratta di un bianco, proprio come Oreste."
"Allora dovremo ritornare alla villa..."
"Una cosa alla volta. Prima parliamo con i genitori dell'operaio. Non stiamo andando a Collodi proprio per questo?"
"L'operaio si chiama Donato Lorenzini. Mica sar parente dello scrittore?"
"Sai quanti ce ne sono di Lorenzini, anche a Lucca.  un cognome comune."
Giunsero nella piazza del paese, oltrepassate la chiesa e la casa dove abit l'autore di Pinocchio. Chiesero informazioni, e poich non era affatto agevole recarsi nel centro del paese antico con l'auto, la parcheggiarono e s'incamminarono a piedi. Renzi, dopo un po', ansimava.
"Non ce la fa, commissario?"
"Pensa a te, Jacopetti."
"Se vuole, ci fermiamo. Mica ci corrono dietro." Si sedettero su di un muricciolo che delimitava un cortiletto. Le case erano linde e graziose. Una giovane ragazza usc da una porticina e rimase sorpresa nel vedere i due. Li squadr, poi prese il motorino che teneva appoggiato al muro e se ne and.
"Quella si  meravigliata che siamo riusciti ad arrampicarci fin quass " disse Jacopetti.
"Manca poco che schianto."
"Certo lei, commissario, respira come se gli mancasse l'aria. Sembra un mantice. La sentono anche a distanza. Ma  sicuro di voler proseguire?"
"E se non ci andiamo noi, chi ci deve andare dai Lorenzini..."
"Potrei lasciarla qui e avviarmi da solo."
"Ma va l..."
"Pensa che non sappia interrogarli? Mica  difficile. C' solo da domandare se hanno prestato al figlio i soldi. Tutto qui."
"Bella figura che mi faresti fare."
"E perch?"
"Ti conosco sai, vecchio volpone. Poi andresti a raccontare a tutti che sono scoppiato e che se non c'eri tu il viaggio sarebbe andato a vuoto. Ti conosco bene. Bla, bla, bla, il commissario qui, il commissario l. Se non ci fossi stato io... Oramai il commissario non pu fare a meno di me, e cos via..."
"Mica voglio prendere il suo posto."
"E chi lo sa."
"Ma davvero pensa questo di me?" Era un po' mortificato.
"Oh, ma con te mica si pu scherzare. Le bevi proprio tutte. Su, ora muoviamoci, se no qui ci si fa notte."
La strada continuava in salita, stretta e ripida. Domandarono. Suonarono il campanello. Era una casetta piccola piccola, con finestre basse, ben tenuta.
"Se non fosse vissuto qui, Carlo Lorenzini non avrebbe potuto scrivere Pinocchio. Non  d'accordo con me, commissario?"
Dalla casa vicina, si affacci una donna.
"Cercate la famiglia Lorenzini?"
"Vuol dire che non sono in casa?" Renzi si lasci prendere dallo sgomento. Se ne accorse subito Jacopetti.
"Non ci dica che abbiamo fatto tutta questa strada per nulla" comment anche lui.
"No, no. Non voglio dire questo. Li trover nel campo, lass ."
Non mancava molto alla cima.
"Abbiamo fatto novanta, faremo cento" disse Renzi, abbozzando un sorriso. Lo spavento se n'era andato.
"Certo che questo viaggio ce lo ricorderemo per un pezzo" disse Jacopetti.
"Vedi di chetarti." Renzi era tornato a sbuffare e si capiva che era in difetto di ossigeno.
"Venga che la spingo" disse Jacopetti, facendo l'atto di mettersi dietro a lui, ma scherzava e Renzi non ci casc.
Due signori, un uomo e una donna, sui sessant'anni, stavano segando, con una macchinetta elettrica ciascuno, i rovi che si erano sparpagliati per tutto l'oliveto.
Il commissario si ferm sul bordo della strada e domand ad alta voce:
"Siete voi, i signori Lorenzini?"
"Non vi sento" rispose l'uomo, fermando l'attrezzo.
"Siete voi la famiglia Lorenzini?"
Anche la donna si era fermata e avvicinata all'uomo. Annuirono. Renzi e Jacopetti entrarono nel campo.
"Donato Lorenzini  vostro figlio?"
"Che gli  successo?" domand la madre, subito in apprensione.
"Vostro figlio sta bene. Non vi dovete preoccupare."
"E perch allora siete qui?" disse l'uomo, che era piccolo di statura, ma dava l'impressione con la sua magrezza di essere un tipo forte.
"S, glieli abbiamo prestati noi i soldi" disse, rispondendo alla domanda di Renzi.
"Vi chiede spesso del denaro?"
"Era da molto tempo che non lo faceva. Ora ha un lavoro fisso, guadagna."
"Vi ha detto il motivo per cui aveva bisogno di quel denaro?"
"Aveva prestato dei soldi ad un amico, che non glieli ha restituiti. Cos si  trovato ad avere un piccolo debito in banca. La banca gli telefonava tutti i giorni, come se, senza quel denaro, dovesse fallire. Le banche si accaniscono solo sui poveri.  venuto da noi, e che cosa si poteva fare? Noi non nuotiamo nell'oro, quelle ottocentomila lire ci avrebbero fatto comodo, ma nostro figlio ci sembrava disperato. Lei che cosa avrebbe fatto?"
"Esattamente come voi."
"Nostro figlio  implicato in qualcosa di poco pulito?" domand ancora il padre.
"Vi ha dato gi qualche pensiero, non  cos?" prese al volo Renzi.
"E chi non ha figli che non dnno pensieri ai genitori? Solo quando si va all'altro mondo, ci liberiamo dei figli."
Donato Lorenzini, quindi, non era uno stinco di santo, al contrario dei genitori, che erano gente dabbene.
Renzi e Jacopetti presero a scendere lungo la strada ripida che avevano gi fatto all'andata, questa volta per senza fatica, anzi Renzi doveva stare attento a dove metteva i piedi per non ruzzolare gi come una palla.
"Gli vengo davanti, commissario, e la tengo, se dovesse ruzzolare." Fece anche questa volta la mossa, e Renzi finse di dargli uno scapaccione.
"Temo che ci siamo fatti questa faticaccia per nulla, commissario."
"Per nulla no davvero. Avr smaltito un paio di chili, venendo quass ."
"Ce ne ha ancora di troppo, commissario. Qualche tempo fa era un po' pi magro. Mica di tanto, per..."
"Ero dieci chili di meno. Vuoi sfottermi?"
"Maria le dice nulla?"
"A proposito di che?"
"Che ingrassa. Dovrebbe badarci anche Maria."
"Quella mangia pi di me."
"Esterina, invece, mi tiene sotto controllo. Si vede che le piaccio magro cos."
"Magro o grasso, le donne cercano una sola cosa, non me lo hai insegnato tu, Jacopetti?"
"Stamani ho litigato con Esterina."
"Io non le conto le volte che ho litigato con Maria. Le donne, quando ci si mettono, te le levano proprio di sotto."
"Che cosa?"
"Le sberle. Non mi dire che qualche sberla non l'hai rifilata alla tua Esterina."
"Io mai! Perch, lei lo ha fatto?"
"Ti farebbe scandalo, Jacopetti?"
"No, scandalo no, ma lei non mi pare un tipo manesco."
"Maria ha una lingua, guarda, che se ci si mette, leverebbe la pazienza anche al Padreterno."
"Se  per questo, anche Esterina. Del resto, la conosce, commissario, Esterina non si tiene in pancia niente. Se ha un rospo sullo stomaco, lei lo sputa fuori senza tanti riguardi."
"E fa bene. Mi piacciono pi le donne che dicono pane al pane e vino al vino, che quelle che fanno scena muta, quando non dovrebbero. Per esempio, se qualche volta mi capita di dire una parola di traverso a Maria, sai cosa fa?"
"Mette il muso."
"Perch, anche Esterina?"
"Le donne si somigliano, commissario. Sono tutte fatte con uno stampo solo. Sembrano diverse, ma  tutta apparenza. Gliel'ho detto che sono tutte figlie del diavolo. Il diavolo le ha fatte diverse nell'aspetto per confondere gli uomini, ma dentro sono uguali spiccicate. Sa perch stamane ho litigato con Esterina? Proprio perch mi  scappata una parola di troppo, e lei si  subito immusonita. Non ha detto pi niente. Ed io a cercare di cavarle una parola di bocca. Quasi mi sono scusato ma poi, visto che insisteva, me ne sono andato sbattendo la porta."
"Allora sono davvero tutte uguali. Sono state fatte per togliere la pace a noialtri uomini, se no si stava troppo bene sulla Terra."
"Non fu Eva a mangiare la mela?"
"Che sbaglio, che sbaglio ha fatto il Padreterno!" Senza avvedersene Renzi si port la mano sulla fronte, con un gesto che apparve infantile in un uomo grosso come lui.
Quando arrivarono al commissariato, Renzi non aveva voglia di rinchiudersi in ufficio.
"Ma non  stanco, commissario?"
"Vado a fare due passi in citt. Bada tu all'ufficio. Intanto, mi schiarisco le idee. Se non succede un miracolo, questo caso lo risolve solo il Padreterno."
"Per me, invece, comincia ad essere tutto chiaro. L'unica pista percorribile  quella che apparve gi al momento del ritrovamento del cadavere. Che cosa dicemmo, se lo ricorda? Dicemmo che, viste le modalit dell'omicidio, non poteva trattarsi che di un delitto di mafia. E questa resta l'ipotesi pi accreditata, non pare anche a lei?"
"Ma un nome a questo sconosciuto dovremo pur darglielo. Possibile che nessuno si  fatto vivo a distanza di tante settimane?"
"Glielo do io il nome a quel disgraziato."
"Tu!? Sentiamo. E chi sarebbe, di grazia?"
"Via che lo sa bene anche lei."
"Navigo nel buio, Jacopetti. Tu sei la mia luce. Forza, illuminami."
"Diamine,  Oreste Ciglioni. Non mi dica che non ci ha pensato."
"Ci ho pensato s. Ma come ci  finito nella rete della mafia, uno che era l'autista di una famiglia come quella dei Girani."
"Come ci  finito non lo so. Ma le strade che portano alla mafia sono infinite, come quelle che portano a Roma. Facciamolo identificare dai Girani, e cos avremo un punto in pi per formulare qualche ipotesi."
"Ma il cadavere  irriconoscibile, lo sai. Quello sconosciuto potrebbe essere chiunque."
"Intanto sappiamo che era alto come Oreste Ciglioni, e che aveva grosso modo la stessa et. Venticinque anni. Non le sembrano coincidenze importanti? Non le possiamo trascurare."
"Lasciami andare, Jacopetti, senn m'inchiodi qui e addio passeggiata. Ne ho bisogno come l'aria che respiro."
"Vada, vada, commissario, e quando torna vedr che avr risolto il caso."
"Te l'ho gi detto. Se non lo risolviamo, ti ci mando te dal Questore."
"Per me il caso  bell'e risolto. Fosse per me, stenderei gi le conclusioni. Oreste Ciglioni, delitto di mafia."
"E il nome degli assassini? Ci mancano i nomi."
"Ma nei delitti di mafia, mica servono i nomi. Quelli lo sa bene che non si trovano mai. I delitti di mafia sono casi risolti sempre a met. Solo un miracolo pu far identificare i nomi degli assassini, o solo se qualche mafioso pentito si decide a rivelarceli. Altrimenti finiscono in archivio a ricoprirsi di polvere."
" facile risolvere i casi a questo modo. Se  un delitto di mafia, dobbiamo trovare i colpevoli. Anche se c' la mafia di mezzo, io vado fino in fondo, lo sai bene."
"Lo so bene s, per anche le altre volte, mica ci abbiamo fatto delle belle figure(23)."
"Sar bene che vada, Jacopetti."
"Vada, commissario, e stia tranquillo. All'ufficio ci bado io."

La mattina dopo, il direttore di banca rivel al commissario un particolare che sembr dare una svolta risolutiva alle indagini.
" stato un impiegato a ricordarsene. Mi ha detto che aveva notato tra Oreste Ciglioni e Donato Lorenzini un giro di assegni."
"Che significa?"
"Una cosa molto semplice e che noi uomini di banca conosciamo molto bene. Quando una persona si trova a corto di denaro e ha uno scoperto in banca che non riesce a coprire, ricorre ad un amico..."
"Che gli presta i soldi" interruppe Renzi. " Beh, questo non  un caso,  una normalit."
"No, se invece di prestargli i soldi, gli firma un suo assegno fasullo. Sta qui il giro, che mette noi della banca in sospetto sulla liquidit del nostro cliente."
"Non capisco."
" molto semplice, invece."
"Lo sar per lei..."
"Il nostro cliente viene da noi per effettuare il versamento a copertura del debito. E che cosa versa? Non i soldi, ma l'assegno ricevuto dall'amico. Tutto potrebbe sembrare normale, ma non lo  quando anche questo amico si trova a corto di soldi sul proprio conto corrente, acceso presso un'altra banca."
"Mi aiuti a capire meglio."
"Ma cosa c' di cos difficile? Mi sembra l'uovo di Colombo."
"Voi direttori di banca fate le cose facili, ma non tutti si  abituati ai numeri. I numeri, a volte, fanno girare la testa."
"L'assegno che viene versato dal nostro cliente a rientro del proprio scoperto,  un assegno di solito tratto su di un'altra banca dall'amico. Questo perch se il giro avvenisse tra correntisti di uno stesso sportello, la cosa emergerebbe all'istante, e non si potrebbe realizzare."
"Perch?"
"Perch sarebbe lo stesso impiegato ad accorgersi che il cliente versa un assegno a vuoto, potendone subito verificare la liquidit."
"Liquidit significa se ci sono i soldi?"
"Perfetto."
"Fin qui ci sono arrivato. E se invece si tratta di un assegno tratto su di un'altra banca, che cosa succede?"
"Quando questo assegno arriva all'altra banca e l'amico del nostro cliente non ha, a sua volta, la copertura, sa come rimedia?"
"No."
"Si fa rilasciare dal nostro cliente al quale ha fatto per primo il favore un suo assegno, con il quale fa la copertura. Ecco, questo si chiama giro di assegni, poich non gira contante, in realt, ma girano assegni tutti a vuoto. La cosa durerebbe all'infinito, se la banca non lo notasse."
"E come fa?"
"Soccorrono l'esperienza e la scaltrezza dell'impiegato, il quale ad un certo punto nota che il nostro cliente trae assegni a favore del suo amico, e versa assegni tratti dallo stesso amico. Quindi, mette sotto osservazione il movimento, e se vede che perdura, capisce che i due hanno entrambi difficolt di copertura e si aiutano a vicenda."
"E che cosa succedeva tra Oreste Ciglioni e Donato Lorenzini?"
"Quando l'impiegato mi ha fatto la rivelazione, ho verificato con lui le operazioni fatte da qualche tempo."
"Da quanto tempo?"
"Il giro non ha una lunga durata.  cominciato meno di tre mesi fa. Da quel momento, ogni tanto sono comparsi giri di assegni tra i due. Forse il primo a chiedere soccorso  stato Oreste Ciglioni. Il nostro cliente ha tratto l'assegno, senza avere la completa copertura e lo ha dato al Ciglioni, il quale ha contemporaneamente rilasciato un proprio assegno di pari importo al nostro cliente. Il Ciglioni ha versato l'assegno alla sua banca, mettendosi a posto con il proprio scoperto; il nostro cliente ha provveduto a versare a noi l'assegno ricevuto in modo da assicurare la copertura quando fosse rientrato l'assegno dato al Ciglioni."
"Mi gira la testa."
"Sembra complicato, ma non lo ."
"Ma lei mi ha detto che i due correntisti devono essere clienti di due banche diverse, altrimenti il gioco viene scoperto all'istante. O ho capito male."
"No no, ha capito benissimo."
"E allora perch, in questo caso, lei ha fatto ricercare anche Oreste Ciglioni, se non era suo cliente?"
"E qui sta l'altro rilievo importante che devo segnalarle."
"Cio?"
"Il Ciglioni, per qualche motivo che ancora non conosco, ad un certo punto ha aperto un conto corrente anche presso di noi. Trattandosi di piccola cifra depositata, nessuno vi ha fatto caso."
"E anche su questo conto ha cominciato a fare il suo giro di assegni con il Lorenzini..."
"No no, le ho detto che sarebbe impossibile farlo sullo stesso sportello."
"E allora?"
"Dev'essere accaduto qualcosa."
"In che senso?"
"Guardi che faccio una semplice ipotesi. Non ho prove."
"Mi dica."
"Il nostro cliente, Donato Lorenzini, ha fatto come al solito l'assegno al suo amico, ma questa volta non ha versato il relativo assegno ricevuto in cambio."
"E perch mai?"
"Perch il Ciglioni questa volta non glielo ha dato."
"E il Lorenzini perch si  prestato al giro, allora?"
"Non lo so proprio. Forse il Ciglioni gli ha promesso che glielo avrebbe dato in un secondo tempo."
"Le sembra probabile?"
"S. Evidentemente il Lorenzini si fidava."
"E poi, invece,  stato fregato."
"Cos pare, giacch il conto del Lorenzini  andato scoperto, e solo l'altro giorno  riuscito a fare il versamento. In contanti, questa volta."
"Lo so. Sono stati i genitori a prestargli il denaro."
"Come fa a saperlo?"
"Li ho conosciuti, per via di quell'indagine sull'omicidio delle Mura."
"Non c'entrer mica anche il Lorenzini?"
"Tutto  possibile. Ma vada avanti. Mi deve ancora spiegare perch, secondo lei, il Ciglioni ha aperto il conto presso la sua filiale."
"Dev'essersi trovato in difficolt. Non potendo pi ricorrere all'aiuto del Lorenzini,  venuto da noi e ha versato del contante. Oddio, una piccola somma, cinquecentomila lire. Forse una parte del salario ricevuto dai signori Girani."
"E nessuno dei suoi impiegati si  ricordato che il suo nome faceva parte del giro di assegni che coinvolgeva anche Donato Lorenzini?"
"Non ci irrida. Pu succedere. Gli impiegati sono numerosi, e non tutti sanno tutto di ci che accade in banca. Poi, non si scordi che si trattava di un versamento in contanti, e la banca non rifiuta mai il denaro liquido. Anche se  proprio con versamenti come questi che avvengono spesso i raggiri."
" accaduto cos?"
"Prego?"
"Siete stati raggirati?"
"In effetti, lo siamo stati."
"Che cosa  accaduto?"
"Probabilmente il Ciglioni aveva bisogno di denaro. Badi, sempre di piccole cifre si tratta. Questi sono truffatori all'acqua di rosa. Anzi, del Lorenzini non posso dire che sia un truffatore, visto che ha provveduto al versamento. Del Ciglioni so molto poco. In ogni caso, dopo aver acceso il conto corrente, una settimana dopo, ecco che arriva un assegno di prelevamento, che lui aveva provveduto a versare alla medesima banca su cui avveniva il giro collegato con il Lorenzini. Evidentemente, mancando l'aiuto del Lorenzini, il Ciglioni aveva deciso di agire direttamente, pensando che fosse facile operare il raggiro attraverso di noi. Insomma, aprendo il conto presso il nostro sportello, in realt si  sostituito al Lorenzini."
"Non ci fate una bella figura, mi sembra."
"Proprio no. Ci siamo cascati come tanti somari, anche se abbiamo molte giustificazioni."
"Continui."
"Quando l'assegno  arrivato, l'impiegato, non essendoci la copertura,  venuto da me per chiedere che cosa dovesse fare."
"E lei?"
"Trattandosi di piccola cifra, ho autorizzato l'addebito. Cos il conto del Ciglioni  andato scoperto di novecentomila lire. Lo facciamo con molti clienti. Poi telefoniamo, e questi vengono a ricoprire."
"Cos invece non  stato con il Ciglioni."
"Esatto. Una prima volta ci aveva promesso la copertura, poi non si  pi visto. Ecco perch ho pensato anche a lui, oltre che al Lorenzini, quando lei mi parl di persone scomparse. Anche del Lorenzini non avevo avuto pi notizie, proprio come del Ciglioni."
"Non sa quanto mi  stato utile, direttore."
"Ne ho piacere. Spero che serva a risolvere il caso."
"Dio lo volesse."

Ricevuta questa formidabile notizia, il cervello di Renzi cominci a mulinare. Passando da piazza Grande, si ferm di nuovo a prendere un caff. I discorsi del direttore sul giro di assegni lo avevano un po' confuso, ma ora le nebbie cominciavano a diradarsi. Mentre sorbiva il caff, sentiva scendere nell'animo una tranquillit che lo induceva a sperare. Usc dimenticandosi di pagare il conto. Il barista se ne accorse e lo segu con lo sguardo. Poich lo conosceva bene, non intendeva richiamarlo, ma voleva osservare se rammentasse la distrazione. Infatti, quando fu in strada, giunto vicino all'antico albergo Universo, si frug nelle tasche e si accorse di avere ancora gli spiccioli coi quali aveva contato di pagare il caff. Si volt, riflett, e infine a passo svelto torn al bar, dove il barista lo accolse con un sorriso.
"Perch non mi hai chiamato" disse Renzi, mettendo i soldi sul bancone.
"Mi avrebbe pagato domani, commissario."
"Invecchio. Ecco di che si tratta. Divento rimbambito." Il barista rispose con un sorriso, raccolse le monete e fece lo scontrino.
"Buona giornata, commissario."
"Anche a te."
Non vedeva l'ora di arrivare in ufficio. Sal le scale di corsa, come poteva correre lui, badando di mettere bene i piedi sugli scalini. Jacopetti si sent chiamare. Renzi aveva ancora il fiatone.
"Arrivo, commissario."
Entr. Renzi non si era ancora seduto. Si avvi al suo posto.
"Siedi, Jacopetti, e ascolta."
"Sono tutt'orecchi."
"Non bastano."
"Tutt'occhi."
"No. Tutto cervello."
"E allora sar difficile."
"Siamo sulla strada buona."
"Parla delle indagini sul morto delle Mura?"
"E di che cosa se no? Sveglia Jacopetti!"
"Lo voglia Iddio che si sia sulla strada buona. Per me il caso, gliel'ho detto,  irrisolvibile."
"Tu, Jacopetti, prima dici una cosa, e subito dopo, il suo contrario. Non dicevi che per te il caso era bell'e risolto, e che il morto era Oreste Ciglioni?"
" vero."
" vero s. Mica mi vuoi dare del bugiardo?"
"Solo che sar difficile risalire all'assassino, o agli assassini."
"E invece si apre uno spiraglio interessante, caro Jacopetti. Lo sai che l'operaio e l'autista si conoscevano?"
"Perch dice si conoscevano? Allora pensa anche lei che il morto sia Oreste Ciglioni..."
"Comincio a pensarlo, s."
"Ma che cosa le ha mai detto il direttore della banca."
"Che tra i due c'era un giro di assegni."
"Un giro di che?"
"Un giro di assegni. Guarda che non  la formula di Einstein. Si tratta di una cosa semplicissima."
"Provi a spiegarmela."
"Non ci penso nemmeno. O la sai, o non la sai."
"Non la so."
"Insomma, per farla breve, se no mi ci vorrebbe una giornata, i due si conoscevano, e anche molto bene, perch per fare un giro di assegni occorre conoscersi bene, questo  sicuro."
"I direttori di banca sanno incantare i serpenti. A loro non manca la chiacchiera.  sicuro di aver capito bene?"
"Non bene, benissimo. E ora sai che cosa si fa?"
"Si va a interrogare Donato Lorenzini."
"Allora hai capito tutto!"
"Ma lei mi crede davvero scemo?"
Renzi si alz dalla sedia e si allung per dare sulla guancia del collega un bel pizzicotto.
Quando uscirono, si era messo a piovere. In primavera succede cos. Magari capitano settimane di bel tempo, senza che cada una sola goccia d'acqua, ma ad un tratto il clima si raffredda e pare tornare l'inverno. Si deve di nuovo mettere fuori la biancheria pesante, dopo che ci si era illusi di poterla riporre definitivamente nell'armadio.
"Che si fa, commissario, si prende la macchina?"
"No, l'officina non  lontana, andiamo a piedi. Torna su a prendere l'ombrello, e portami gi il soprabito, mi pare che faccia pi fresco."
Donato Lorenzini era al suo posto di lavoro. Il padrone riconobbe il commissario e gli and incontro.
"Non ha mica combinato dei pasticci, Donato?"
"Dobbiamo solo fargli qualche domanda su di un suo amico. Possiamo accomodarci in un posto pi tranquillo?" Si sentiva un assordante rumore di macchinari in movimento.
"Se vuole, c' il mio ufficio.  uno sgabuzzino, in realt, ma se si accontenta..."
"Andr benissimo. Ora, per favore, vada a chiamarmi Donato."
L'operaio si present scuro in volto.
"Se siete venuti per la banca, avete fatto il viaggio per nulla. Ho fatto il versamento e tutto ora  a posto."
"Con le banche non si scherza, e ha fatto bene a mettersi in regola."
"E allora perch siete qua?"
"Per Oreste Ciglioni. Le dice nulla questo nome?" L'operaio ebbe un moto di stizza.
"Dunque, lo conosce?"
"Certo che lo conosco." Appariva ancora irritato, ma si capiva che aveva deciso di vuotare il sacco, almeno cos intu il commissario. L'operaio si sedette.
"Mi racconti con ordine. Quando lo ha conosciuto?"
"Alla fine dell'anno scorso, a una festa."
"E poi?"
"Siamo diventati amici."
"Vi siete visti spesso?"
"Spesso no, ma ci vedevamo."
"Qualche interesse in comune?"
"Siamo entrambi tifosi della Lucchese, e ci vedevamo in occasione delle partite."
"Perch ha ripetuto vedevamo? Ora non vi vedete pi ?"
"La Lucchese se lo meriterebbe che i tifosi disertassero lo stadio. Come ogni anno, ci fa soffrire fino all'ultimo. Ci fa venire il crepacuore, iolai."
"E allora?"
"Ma non  per questo. Io allo stadio continuo ad andarci, ma non ci incontro pi Oreste Ciglioni."
"Sa dove si trova?"
"No."
"C' stato qualche screzio tra voi?" L'operaio torn a farsi scuro in viso.
"Che cosa vuol dire?"
"Lo sa benissimo."
"No che non lo so."
"Non vi vedevate solo allo stadio per la partita; su andiamo, che altro c'era tra di voi?"
"Niente, le giuro."
"E il giro di assegni?"
"Il giro di che?"
"Non faccia finta di non capire." L'operaio abbass la testa.
"Come fa a saperlo?"
"Mi risponda. Che cosa si nasconde dietro questi scambi di favore? Qui non c'entra la partita di calcio, come vede."
"Un giorno Oreste mi chiese un favore. Aveva bisogno di soldi. Io non li avevo tutti, mica sono Agnelli io. Glielo dissi. Posso prestarti solo una parte della somma che mi chiedi, e allora fu lui a dirmi come dovevo fare. Tu rilasciami un assegno da due milioni, mi disse. Sei matto!, feci io. Ma  una cosa semplice, replic lui sorridendo. Guarda come si fa, disse. E mi spieg. Tu mi di l'assegno di due milioni, ed io ti do un mio assegno di due milioni, che verserai in banca fra qualche giorno. Siamo pari, come vedi. Soltanto che in questo modo io risolvo il mio problema, e tu non ci rimetti nulla. Mi sembr una cosa ovvia, e cos riempii l'assegno di due milioni e glielo diedi, e lui mi diede il suo, che versai in banca dopo qualche giorno."
"Lo ha fatto anche in seguito... Oreste  tornato altre volte a chiedergli lo scambio di assegni, non  cos?"
"Voi fate domande e domande, ma gi sapete tutto. Certo che  tornato altre volte."
"E lei ha continuato a prestarsi al gioco?"
"Visto che non ci rimettevo..."
"E non ci ha mai rimesso?"
"Che cosa vuol dire?"
"Quelle ottocentomila lire che ha dovuto versare in banca... Come ha fatto ad andare scoperto?"
"Sono cavoli miei. Non devo rispondere alla polizia di come spendo il mio denaro."
"Glielo dico io allora come ha fatto ad andare scoperto. Oreste  venuto da lei, ha chiesto il solito favore, ma questa volta non le ha dato in cambio l'assegno di pari importo. Le ha promesso di darglielo in seguito, e lei si  fidato. Invece, dell'assegno non si  visto nemmeno l'ombra, non  cos? E allora lei  finito scoperto sul conto. La banca ha cominciato a telefonargli. Lei a sua volta insisteva presso Oreste per riavere i soldi, ma Oreste rispondeva picche. Non  andata cos, forse?" L'operaio non rispose, e allora Renzi continu: "Finch ha perso la testa e..."
"E... che cosa? Cosa vuol farmi dire, commissario?" Cap d'un tratto dove andava a parare Renzi.
"Lei lo ha ucciso. Mica lo ha fatto intenzionalmente.  andato a trovarlo armato di pistola per intimorirlo.  sorta una lite e lei ha sparato."
"Lei  matto, commissario."
"E come ce lo ha portato il cadavere di Oreste sotto le Mura?"
"Ma che cadavere d'Oreste, lei commissario  fuori strada. Io per ottocentomila lire, secondo lei, vado ad ammazzare una persona per beccarmi l'ergastolo. Ma via, non mi faccia arrabbiare. Cambi strada, commissario, o io non resto un minuto di pi ad ascoltarla."
"Lei mi ascolta finch lo dico io."
"E allora, mi faccia il piacere di non sospettare di me. Io non sar uno stinco di santo, ma non sono un assassino." Aveva alzato un po' la voce e il padrone venne ai vetri dello sgabuzzino per assicurarsi che non avessero bisogno di lui. Renzi lo tranquillizz e il padrone se ne ritorn alla mola, da dove, per, ogni tanto lanciava occhiate alla volta dello sgabuzzino.
"E allora chi lo ha ucciso Oreste, se non  stato lei? Lei ha un movente formidabile, questo lo capisce." L'operaio fece una pausa, durante la quale forse si rese conto lucidamente del pericolo che correva.
"Oreste era uno spacciatore."
"Ah" fece il commissario, come se avesse atteso quella rivelazione. Jacopetti ascoltava tutto contento, prendendo appunti e alzando ogni tanto la testa per guardare ora il commissario, ora l'operaio. Il suo commissario era davvero un asso e come sapeva interrogare lui, non ce n'era uguale al mondo.
"E lei? Non c'entra nulla con la droga?"
"Mi passava qualche dose."
"Per s, o spacciava anche lei?"
"Non ero nel giro io, se  questo che intende."
"E come  morto allora Oreste, secondo lei?"
"Tutte le volte che andavo a trovarlo per riavere i miei soldi, i soliti due milioni per l'esattezza, perch, vede, io sono andato sotto in banca di ottocentomila lire, ma l'ultimo giro di assegni era stato sempre di due milioni; questa era la cifra che avanzavo da Oreste. Ebbene, tutte le volte lui mi ripeteva che si trovava nei pasticci, e che rischiava la vita. Me li avrebbe dati i due milioni, ma non subito, perch aveva altre pendenze da sistemare."
"Pi importanti della sua, dunque..."
"S, lo avevo capito benissimo. Per questo alla fine sono andato a chiedere i soldi ai miei genitori. Ormai, non speravo pi di riaverli."
"E quando ha letto sui giornali che un uomo era stato trovato carbonizzato sotto le Mura, ha pensato a Oreste, non  vero?"
"S. Ho pensato che ad Oreste era accaduto quello che lui temeva."
"Secondo lei, quindi, sono stati quelli del giro ad ucciderlo?"
"Io non so nulla. Suppongo di s, almeno questo era ci che spaventava Oreste, di finire assassinato. Aveva spacciato la droga e si era tenuto l'incasso, per ragioni che mi sfuggono, ma che sono immaginabili."
"Cio?"
"Le donne. Oreste era un bel ragazzo, molto allegro e piaceva alle donne. Le poche volte che siamo stati a delle feste insieme, ho visto come se lo contendevano. Ne conosceva molte. Per loro era capace di spendere una fortuna, se l'avesse avuta. Ultimamente..."
"Ultimamente?" L'operaio aveva fatto una pausa e pareva incerto se aggiungere qualcosa.
"Ultimamente aveva trovato lavoro presso una villa e mi raccontava che gli era capitata una bella donna tra le mani. Una piena di soldi. Mi aveva detto che forse la sua vita era a una svolta."
"Allora poteva chiederli a lei, i soldi..."
"Aveva intenzione di farlo."
"E invece  morto..."
"Gi. Sono arrivati prima loro. Eppoi, anche se li avesse trovati, i soldi, quelli non lo avrebbero perdonato lo stesso. Lo avrebbero ucciso comunque. Oreste era un uomo condannato."
"Sa dirmi chi fosse questa donna?"
"No. Ma so dove abita. Una volta Oreste mi ha portato davanti alla villa. Qui c' la mia fortuna, caro Donato, mi disse.  bella e ha un mucchio di soldi. E mi ama alla follia."
Dalla descrizione del luogo e della villa, Renzi cap che si trattava della signora Valeria Girani.
Quando uscirono dall'officina, pioveva ancora, anzi pioveva pi forte. Stavano attenti di camminare sotto le gronde, per risparmiarsi un po' d'acqua addosso. Le scarpe di Renzi parevano davvero barche, tutte inzuppate com'erano.
"Mi sembra che tutto vada nella direzione che avevamo previsto, commissario.  un regolamento di conti nel giro della droga. Non avr davvero pensato che il ragazzo abbia potuto uccidere Oreste Ciglioni?"
"E perch no? In un momento di rabbia si pu commettere di tutto. La ragione si affievolisce e non si controllano pi le proprie azioni. Pu essere andata anche cos, Jacopetti. Il ragazzo  tornato a chiedere i soldi, voleva intimorire con la pistola il compare, e invece lo ha ucciso."
"S, ma come ha potuto portare il corpo sotto le Mura, e bruciarlo poi..."
" anche lui nel giro secondo me. E si  fatto aiutare. Del resto, non era pi il solo a volere morto il Ciglioni. Cos, visto che l'incidente era ormai accaduto, gli altri avevano tutto l'interesse a tenere bordone al Lorenzini, e cos lo hanno aiutato a disfarsi del cadavere."
"S, ma bruciandolo  come se vi avessero messo la loro firma..."
"Non lo hai detto tu, Jacopetti, che i delitti di mafia si risolvono sempre solo a met? Questi la pensano proprio come te. Hanno lasciato la firma della mafia, e non i loro nomi. Hanno voluto farci capire che non scopriremo mai i colpevoli."
"E invece lei li scoprir?"
"Se questa ipotesi  valida, dovremo tornare a torchiare il ragazzo. Dovr dirci chi sono i suoi complici. Non sar difficile farlo parlare."
"In questo, lei  un maestro. Anche poco fa..."
"Non metterti ad incensarmi in mezzo alla strada, mentre piove a dirotto. Vediamo di affrettarci, invece, o arriveremo al commissariato bagnati fradici."
"Fermiamoci qui" disse Jacopetti. Erano arrivati davanti ad un bar. "Ci berremo un caff e aspettiamo che spiova."
L'idea fu vincente.

Nel pomeriggio presero la macchina e andarono a villa Girani. Pioveva ancora. I cipressi avevano assunto un colore pi vivo, e cos il grande giardino. L'acqua sembrava rigenerare ogni cosa. Perfino gli intonaci giallastri della villa sembravano seducenti. Scesero e suonarono.
"Il professore non c'.  nel suo palazzo a Lucca."
"E la signora?"
"La signora  in casa."
"Potrebbe annunciarci?"
Furono accompagnati di nuovo in biblioteca.
La signora giunse di l a poco. Non sembrava seccata, anzi, ostentava tutta la sua bellezza in modo assai provocante, che affascin i due. Renzi le and incontro e, cosa rarissima, le fece il baciamano, con sorpresa di Jacopetti, che subito dopo fece altrettanto. Si sedettero sui divani.
"Lei, signora, avr sentito parlare del cadavere ritrovato sotto le mura..."
"Ho letto, ho letto. Da inorridire. Come si pu uccidere un uomo a quel modo?"
"Uccidere  sempre orribile, comunque lo si faccia."
"Ma capir che arrivare a spregiare un cadavere,  da incalliti assassini. Quelli che lo hanno ucciso sono gente abituata al delitto. Probabilmente si tratta di una vendetta."
"Che cosa glielo fa supporre?"
"Proprio il modo in cui  stato barbaramente compiuto il delitto."
"A chi pensa?"
"A un delitto di mafia." Jacopetti si mosse sulla sedia, contento.
"Abbiamo ragione di credere" continu il commissario "che il corpo della vittima appartenga a Oreste Ciglioni, il suo autista."
"Impossibile. Oreste  una persona dabbene, non ha niente a che spartire con la mafia, di qualsiasi tipo."
"Lo conosceva cos bene?"
"Non usi il verbo al passato, la prego. Oreste  certamente vivo e da qualche parte a godersi una bella vacanza. L'ho detto a mio marito, e lo ripeto a lei. Oreste ha fatto solo una scappatella."
"Era il suo amante?"
"Come si permette, commissario!" Si alz di scatto, mentre Jacopetti non stava pi nella pelle, e non perdeva di vista sia il commissario che la signora Valeria.
"Abbiamo ragione di credere che sia cos."
"Lei mi offende, commissario. Smentisco nella maniera pi assoluta.  una calunnia, se qualcuno ha osato insinuare che l'autista  il mio amante. Non dia credito a queste voci. Vorrei proprio sapere chi le ha messe in giro.  orribile,  orribile." Torn a sedersi, con le mani sul viso; sembrava sul punto di piangere.
"Oreste Ciglioni era un bel giovane."
"E con questo? Ci corre per diventare il mio amante. Io sono una donna sposata. La mia famiglia  una tra le pi in vista della citt. Badi a come parla, commissario. Non pu accusarmi di una nefandezza simile, sulla base di voci raccolte chiss dove. E poi, le ripeto, oltre a non essere il mio amante, Oreste Ciglioni non  morto, e le sue indagini vanno nella direzione sbagliata. Quel cadavere apparterr a un bastardo immischiato nel giro della droga. Gliel'ho detto. Quando appresi la notizia dai giornali, pensai subito che c'entravano la droga e la mafia. Vedr che non mi sbaglio. Noi donne abbiamo un sesto senso, lo sa, ed  difficile che si prenda degli abbagli. Indaghi in questa direzione, commissario, e lasci perdere queste assurde chiacchiere. Quando Oreste torner, glielo far sapere e ci faremo quattro risate."
"Sarebbe disposta a venire con noi per l'identificazione del cadavere?"
" possibile identificarlo, conciato a quel modo?"
"Non sar un'impresa facile, lo ammetto. Il cadavere  pressoch irriconoscibile. Uno scheletro, insomma; mi perdoni per come sono costretto ad esprimermi."
"Verr, ma non ora. Non me la sento. Capir, commissario, che non sono abituata a queste cose. Dovr prepararmi. Sar un'esperienza terribile."
"Domattina andrebbe bene?"
"S, facciamo per domattina."
"Alle undici?"
"Alle undici."
Entr Eliana.
"Conosce mia figlia, commissario?" Renzi e Jacopetti si erano alzati.
"Sai, Eliana, che cosa mi stava dicendo il commissario? Non puoi nemmeno immaginarlo. Che il cadavere ritrovato qualche settimana fa sotto le Mura, sai quell'orribile cadavere carbonizzato, nudo per giunta, che scempio, che scempio, il commissario ritiene che appartenga, indovina un po'?"
"Non vorr sostenere, commissario, che appartenga al nostro autista. Questo  impossibile!"
"E per quale ragione  impossibile?" Intanto si erano di nuovo seduti, tutti quanti.
"Perch quello  un delitto di mafia, commissario. Lo capirebbe anche un bambino. Mi perdoni, se mi sono espressa cos. Tutti pensano che si tratti di un regolamento di conti tra mafiosi, magari appartenenti al giro della droga."
"Tutti chi?"
"La gente. Domandi in giro, commissario, e si sentir rispondere come ho detto io, e cio che si  trattato di un regolamento di conti. Il delitto  di stampo mafioso, non ci sono dubbi. Come pu entrarci Oreste?"
"E che Oreste fosse implicato in un giro di droga, lo sapevate?" Eliana ebbe una reazione violenta.
" una calunnia mostruosa. Oreste  un bravo ragazzo. Abbiamo imparato a conoscerlo bene."
"Ma si pu conoscere bene una persona che avete preso in casa da pochi mesi?"
La signora non reag, invece. Con pi calma rispose:
"Anche su questo, commissario, lei sta prendendo un grosso abbaglio. Sai, Eliana, il commissario mi ha proposto di andare domattina ad identificare il cadavere. Che dici, devo andare?"
"Fai tu, mamma."
Renzi e Jacopetti si congedarono.
"Che ne pensa, commissario?" Scendevano lentamente lungo il viale di cipressi, che sgocciolavano dai rami. In quel momento aveva smesso di piovere. Come al solito, guidava la macchina Jacopetti, che aveva girato il capo verso Renzi e per poco non andava a sbattere contro un albero.
"Vedi di riportarmi al commissariato tutto d'un pezzo."
"Mi dica che ne pensa."
"Si potrebbe sospettare della donna."
"L'autista voleva abbandonarla e lei ha deciso di vendicarsi?"
"Forse. Oppure era interessata al giro della droga. Oreste le passava qualche bustina..."
"Allora perch l'ha ucciso, se aveva interesse a ricevere da lui la droga?"
"Le ha chiesto pi soldi. Ha capito, visto che era in difficolt economiche, che poteva spremerle un bel po' di denaro."
"Ma come avrebbe fatto a ucciderlo?"
"Mica lo ha fatto lei direttamente. Oppure potrebbe anche averlo ucciso, in un momento in cui hanno litigato. Poi qualcuno l'ha aiutata a disfarsi del cadavere."
" un po' la stessa ipotesi che abbiamo avanzato per l'operaio, non ricorda?"
"S,  proprio la stessa."
"E che cosa la induce a pensare che invece che per l'operaio, la nostra ipotesi  valida nei confronti della signora?"
"Perch ha negato di essere la sua amante."
"Ma  una donna. E per di pi una donna sposata. Mi pare normale. Che cosa credeva, commissario, che le spiattellasse subito in faccia la sua relazione?"
"Ma il fatto che l'abbia negata cos duramente, mi ha fatto riflettere."
"E cio?"
"Se avesse ammesso di essere la sua amante, noi l'avremmo subito sospettata. La signora lo sa bene. E allora significa che vuole tenere lontano da s i sospetti, e se vuole tenere lontano da s i sospetti, significa che  sospettabile, e ha qualcosa da nascondere."
"L'omicidio?"
"S, o quanto meno una complicit."
"Qualcuno avrebbe ucciso per lei?"
" probabile. Ricordati che  ricca, e per i soldi ci sono fior di malandrini che farebbero qualunque cosa."
"Mi dica la verit, commissario, lei  cos sicuro che il cadavere sia quello di Oreste Ciglioni?"
"Sempre di pi convinto. Specialmente ora che ho finito di ascoltare la signora. Hanno litigato per la droga. L'autista, in qualche modo, si  messo a ricattarla. O ha preteso un maggior prezzo, o addirittura ha minacciato di svelare al marito che la signora si drogava. Ricordati che il marito discende da una delle pi ricche e antiche famiglie della citt. Sarebbe scoppiato uno scandalo. Il finimondo, insomma, e cos la signora ha pensato di sbarazzarsene."
"E se la signora avesse ammesso di essere l'amante del Ciglioni?"
"Avrei pensato di pi all'operaio."
"Questa poi... Ma l'operaio mica le ha tenuto nascosto che trafficava con Oreste. Le ha aperto il cuore, senza preoccuparsi di dare a lei un movente forte per sospettarlo dell'omicidio. In questo modo, lei usa due pesi e due misure. Pi favorevole alla bella donna, ricca e stimata, e pi disposto ad accusare una persona certamente pi debole..."
"Lo ammetto, ma, per fortuna, a volte bisogna seguire l'istinto, Jacopetti, e l'istinto mi dice che la signora c'entra qualcosa in questo omicidio, mentre l'operaio  fuori."
"Quell'operaio, per, deve ringraziare la signora, che non ha ammesso di essere l'amante del suo autista. Altrimenti..."
"Altrimenti che cosa? Mica lo avrei sbattuto in carcere. Avrei approfondito, diamine..." Si era impermalito.
Erano giunti al commissariato.
"Domattina, sai che cosa facciamo, Jacopetti?"
"Mi dica."
"Prima di portarci la signora a identificare il cadavere, ci conduciamo Donato Lorenzini. Sei d'accordo?"
"Mi pare un'ottima idea."

Alle nove in punto, Donato Lorenzini si trovava davanti alla cella frigorifera, dove erano conservati i poveri resti dello sconosciuto.
" pronto Lorenzini?"
Lo spettacolo era orripilante. L'operaio fece una smorfia di ribrezzo.
"Ma  impossibile riconoscerlo! Potrebbe essere chiunque."
"L'altezza  quella, mi pare."
"S, l'altezza  la sua."
"Non escluderebbe che possa trattarsi proprio di Oreste Ciglioni?"
"Escluderlo? No, potrebbe essere lui, ma come posso affermarlo con sicurezza? Lei, lo vede da s com' ridotto."
"Lei mi dica soltanto se potrebbe essere lui."
"S, lo ripeto, potrebbe essere il mio amico."
"La ringrazio. Mi basta. Pu tornare al lavoro. A proposito come va? Si  riconciliato col padrone?"
"Da quando lei  venuto a trovarmi in officina, non mi leva gli occhi di dosso. Pensa che sia un delinquente. Vedr che prima o poi perder il posto."
"Mi dispiacerebbe. Vuole che ci parli io con il suo padrone?"
"No. Se occorrer, verr io da lei. Allora significa che non sospetta pi di me? Questo mi fa molto piacere, commissario. Io sono un bravo ragazzo, anche se ho fatto i miei sbagli. Ma chi non li commette? Lei, non ne ha mai commessi?"
"Da giovane, a bizzeffe."
"Vede. Anch'io, quando avr la sua et, metter la testa a posto. Succede cos a tutti. Da giovani siamo dei cavalli da corsa e vogliamo andare dappertutto; poi, passando gli anni, diventiamo pi prudenti."
"E pi saggi." Questo era Jacopetti.
"S, pi saggi."
"Prima di lasciarla andare, per,  sicuro di non dovermi dire nient'altro?"
"Non credo di dover aggiungere qualcosa a ci che le ho detto stamani e l'altro giorno."
" proprio sicuro?"
"Non la capisco."
"Dovrebbe dirmi, mi pare, quali sono gli amici di Oreste Ciglioni. Perch, se questo che lei ha visto  il suo corpo, l'assassino o gli assassini si trovano tra i suoi amici. Lei non poteva non conoscerli, visto che frequentava Oreste."
"Invece, qui si sbaglia. Io non li conosco, gli amici di Oreste."
"E le bustine che gli forniva?"
"Avevo contatti solo con lui. Non vedevo nessun altro."
"E quando andava alle feste con lui?"
"Vedevamo solo ragazze. Oreste, gliel'ho gi detto, ne conosceva a mucchi. Dove andava, era sempre circondato da belle ragazze. Una fortuna, la sua. Ci sapeva fare con le donne. Anche con la signora della villa."
"Che altro sa di questa relazione."
"Con la signora della villa?"
"Certo."
"Che il marito era al corrente, ma la signora sapeva tenerlo a bada."
"E come?"
"Ah, questo non lo so. Forse il marito aveva paura dello scandalo. Sa, tra gente ricca, pur di non alimentare qualche scandalo, si passa sopra anche alle corna."
" sicuro che  stato Oreste a dirle questo? Che il marito sapeva della loro relazione?"
"Certo che sono sicuro. Queste cose le sapevo solo da Oreste e da chi altri, senn?"
"Ora vada, e speriamo di non aver pi bisogno di lei."
" un sollievo per me sapere che non mi sospetta pi ."
Renzi lasci che Donato Lorenzini se ne andasse con questa speranza nel cuore.
"Davvero non lo sospetta pi , commissario?"
"Fino a che il caso non sar risolto, io sospetto di tutti, Jacopetti. Dovresti conoscermi, ormai."
"Lo immaginavo. E del marito, che ne pensa, ora?"
"Che potrebbe essere stato anche lui. Per liberarsi dell'amante."
"Non mi  parso, per, uomo da poter commettere un omicidio."
"La gelosia fa diventare leoni anche i conigli."
Alle undici fu la volta della signora.
" lui" disse appena le fu mostrato il cadavere. " proprio lui" ripet.
"Come fa ad esserne cos sicura?"
"La mascella. Vede?  quadrata. Proprio come quella di Oreste. Noi donne siamo strane. Possiamo ricordare particolari che gli uomini nemmeno riescono a immaginare. Quella mascella  la sua, non ci sono dubbi. Se poi aggiunge che l'altezza corrisponde alla statura di Oreste, che cosa vuole di pi ?  lui,  Oreste."
Se ne and senza aggiungere altro.
"E ora che si fa?" domand Jacopetti.
"Non ci resta che interrogare il marito."
Si trovava nel palazzo di citt. Andarono nel pomeriggio. Suonarono e salirono la grande scalinata semibuia, illuminata da piccoli e radi lampioni settecenteschi sistemati lungo la balaustra di pietra e sui due pianerottoli che dovettero salire.
Da un domestico furono fatti accomodare nello studio, dove gi si trovava il professor Tancredi Girani.
"In certo qual modo, mi aspettavo una vostra visita."
"Come mai?"
"Vede, oggi a pranzo mia moglie mi ha parlato dell'identificazione del cadavere. Secondo mia moglie si tratta proprio del nostro autista. Non ha dubbi. E cos ho pensato: ora vengono da me ad interrogarmi."
"Ha qualcosa da dirci?"
"Penso che sappiate gi che Oreste Ciglioni era l'amante di mia moglie."
" cos. E allora perch sua moglie si ostina a negarlo?"
"Perch negli ultimi tempi non se la intendeva pi con l'autista. Avevano litigato."
" stato lei, professore, a consigliare di allentare la relazione?"
"S. Stava diventando scandalosa. Si doveva interrompere. Ecco un altro motivo per cui mia moglie nega la relazione e continuer a negarla. Non intende alimentare pi alcuna voce a questo riguardo. Ed io sono d'accordo con lei."
"Per, lei non ha avuto difficolt ad ammetterla. Poco fa, non si  fatto scrupolo di manifestare che era a conoscenza della relazione."
" vero, ma la cosa detta da me ha un altro significato."
"Non la comprendo."
"Non ha importanza.  una faccenda che riguarda la mia dignit offesa. La prego di lasciar perdere."
"Lei, professore, potrebbe essere sospettato dell'omicidio di Oreste Ciglioni, lo sa?"
"Lo so, ma non sono stato io. Vede, io concordo con mia moglie. Quello  un omicidio di mafia. Lo abbiamo detto subito, anche prima di sapere che si trattasse del nostro autista."
"Il quale era uno spacciatore di droga. Sa anche questo, professore?"
"Valeria, mia moglie voglio dire, mi ha parlato di questi suoi sospetti, ma stento a crederci. Oreste sembrava un bravo ragazzo."
"E invece spacciava droga. Su questo siamo pi che sicuri."
"Allora cercate l'assassino nel giro della droga. Mi pare che tutto si semplifichi. Voi conoscerete la rete degli spacciatori. Sar facile trovare il colpevole o i colpevoli."
"Anche lei sospetta che siano stati pi di uno?"
"Per forza. Chi lo avrebbe potuto trasportare da solo fin sotto le Mura, e poi dargli fuoco? Sono pi d'uno sicuramente, i colpevoli."
"Ha dei bei libri anche qui, professore..." Renzi aveva alzato la testa verso gli scaffali che, allo stesso modo che alla villa, ricoprivano le pareti.
"Direi che i libri pi antichi, pi preziosi, sono qui."
"Non ha paura dei furti, se lei trascorre il maggior tempo alla villa?"
"La casa  ben sorvegliata, come del resto la villa.  difficile entrarvi, e pi difficile uscirvi, se uno ha la ventura di riuscire a passare i vari sbarramenti di sicurezza."
"Lei per lo meno si pu permettere di adottare un sistema di sicurezza sofisticato. Ma tanti poveri diavoli non riescono a salvarsi dai ladri."
"Ma i ladri sanno bene quali case visitare. Non andranno mai dove non c' da racimolare un bel gruzzolo."
"E invece, oggi, con la penuria che c' in giro, entrano anche nelle case della povera gente. Non voglio dire dove c' proprio miseria, ovviamente, ma laddove possono racimolare anche centomila lire, l entrano, e mettono a piangere le famiglie. Perch, vede, oltre al denaro e ai beni che riescono a trafugare, lasciano nei derubati la paura di altre rapine, e allora la vita diventa un inferno ogni giorno. Una rapina non si scorda pi ." Era Jacopetti.
"Capisco che cosa vuol dire."
"Perch dovrei credere che lei non ha ucciso Oreste Ciglioni?" Era tornato a parlare, Renzi.
"Sar costretto a credermi sulla parola, invece, commissario. Visto che, non conoscendo la polizia il giorno e l'ora del delitto, non  in grado di chiedermi un alibi."
"Se avr ancora bisogno di lei, torner a importunarla."
"Lei non mi importuna affatto.  il suo mestiere."
"Sarebbe disposto a identificare il cadavere?"
"Ma lo ha gi fatto mia moglie!"
"Mi piacerebbe che lo facesse anche lei."
"Ora? Subito?"
"No. Mi far vivo io."
"D'accordo, allora." Li accompagn alla porta e si conged.
Renzi e Jacopetti scesero in strada. Si trovavano in via San Giorgio.
"Qua vicino ci sono giusto le carceri. Si farebbe presto a condurvi il professore" disse Jacopetti.
"Brancoliamo nel buio."
"Tutti e tre possono aver commesso il delitto. L'operaio per via dei soldi che avanzava; la signora per una specie di ricatto subto; il marito per liberarsi dello scomodo amante di sua moglie. C' anche la figlia Eliana. Perch lei non la sospetta, commissario?"
"Mi sembra ancora una bambina. E quale motivo poteva avere?"
"Ce ne potrebbe essere pi d'uno."
"Sentiamo."
"Era innamorata anche lei dell'autista. Si ricordi che Oreste Ciglioni era un giovane brillante, di cui le donne si innamoravano facilmente. Cos lo ha ucciso per gelosia. Un movente classico. Oppure ha scoperto la relazione di sua madre con l'autista, e ha deciso di porvi fine, per difendere l'onore del padre, e anche della famiglia. Mi pare un caratterino mica male. Si ricorda come ha risposto irritata quando abbiamo detto che Oreste trafficava con la droga?"
"Proprio questa reazione farebbe propendere per per la prima ipotesi, che fosse, cio, innamorata di Oreste, e quindi potrebbe averlo ucciso per gelosia."
"Non l'abbiamo torchiata abbastanza, mi pare."
"Le indagini mica sono finite."
"Che facciamo, si torna in ufficio passando per via Fillungo? Mi piacerebbe vedere un po' di passeggio." Via Fillungo  la strada pi importante della citt, dove si pu ammirare la pi bella giovent . Soprattutto donne.
"Cos poi ti viene il ruzzo..."
"Se si scalda il sangue, fa bene alla salute, commissario. Pi il sangue circola, pi si rigenerano le cellule."
"Mi pari rincretinito, Jacopetti."
"Domenica che fa, commissario?"
"Vorrei fare una passeggiata a Farneta, respirare un po' di aria buona, in mezzo ai pini. Se vieni anche tu, la facciamo di mattina, quando il sole  bello tiepido. Ci mettiamo la tuta, le scarpe da ginnastica e via. Facciamo navigare i pensieri, e ci dimentichiamo di questo orribile lavoro."
"Non  facile dimenticarcene, ora che abbiamo aperto questo caso. Per l'idea  buona e si potrebbe combinare."
"Sei sicuro che Esterina ti lascer venire?"
"Come no! Esterina fa tutto quello che voglio io."
"Ti si allunga il naso, Jacopetti, e sembri Pinocchio."
"Davvero mi si allunga?"
"Guarda, se ti giri verso di me, rischi di cecarmi un occhio. Fai attenzione."
"In quanto a bugie, per, lei non  da meno. A volte, quando interroga, le spara grosse come case."
"Sono trappole, Jacopetti. Interrogassi te, ci cascheresti sempre."
"Mi crede ingenuo?"
"No. Soltanto che sei troppo un bravo ragazzo."
" la stessa cosa?"
"S,  la stessa cosa."

Eliana, in realt, un conflitto con la madre ce lo aveva e riguardava proprio la droga. Ecco perch si era irritata quando Renzi aveva parlato di Oreste come uno spacciatore. Temeva che il commissario scoprisse il vizio della madre, e questo la terrorizzava pi dell'altro vizietto che la madre aveva, quello cio dell'amante.
In quel pomeriggio, mentre Renzi e Jacopetti si trovavano in citt nello studio del professore, Eliana era andata a trovare la mamma in camera sua. Era arrabbiatissima.
"Ci metteremo in un bel pasticcio, e tutto per colpa tua, mamma." Valeria anche con la figlia si comportava come se fosse una bambina e non sentisse, di ci che faceva, alcuna responsabilit, come se ogni cosa le fosse concessa e fosse normale.
"Io non ho colpa di un bel niente, piccina mia."
"Non chiamarmi piccina mia, mamma!"
"E come dovrei chiamarti?"
"Il mio nome  Eliana. Quante volte te lo devo ripetere?"
"Insomma, di che cosa mi rimproveri?"
"Di che cosa ti rimprovero!? Ma non scherzerai mica."
"Dimmelo tu, se scherzo."
"Vai a letto con l'autista di casa, e questo ti sembra nulla. Ma ci hai mai pensato a babbo; in fin dei conti  a lui che devi tutta questa agiatezza. Senza di lui, saresti restata una donna senza arte n parte."
"Questo lo dici tu. Io sono bella, non dimenticarlo. E poi, non ti permetto di parlarmi cos. Se non avessi trovato tuo padre, ne avrei trovati altri mille, ricchi come lui. Anzi, anche migliori di lui. Ho sbagliato a scegliere lui."
" lui che ha sbagliato a scegliere te. Non lo meritavi."
"E dove la trovava una donna bella come me? Avrebbe sposato una di quelle figlie di buona societ che sono tutte bruttine. Dovresti ringraziarmi che io abbia sposato tuo padre, altrimenti saresti stata bruttina anche tu. Se sei una bella ragazza, non lo devi al sangue di tuo padre, ma al mio. Sei bella, perch  bella tua madre. Dovresti volermi un po' pi di bene. E invece stai a spiare tutto quello che faccio, infischiandotene di sapere se sono o non sono felice. Ma lo vedi com' tuo padre? Lui non ha in testa altro che i suoi dannatissimi studi. Per lui c' solo quello, lo studio. Io non conto nulla per lui."
"Non  vero. Lui ti ama. Me lo dice spesso."
"A te, ma non a me. Eppoi a me, non mi deve amare con le parole. Io voglio i fatti. A letto, lo sai da quanto tempo non fa all'amore con me?"
"Mamma!"
"No. Devi saperlo. Perch senn, qui tutte le colpe sono mie. Tuo padre sono mesi che non mi avvicina, la notte. Ed io a fargli le moine, ma poi mi sono stufata. Sono giovane, mica devo supplicare che un uomo pi vecchio di me mi desideri. Se lui all'amore non ci bada, io s."
"E te lo sei scelto in casa l'amante!"
"Oreste era un bel giovane, lo sai anche tu. Io non ne potevo pi di aspettare che tuo padre si decidesse a ricordarsi di me. E cos a letto mi ci sono portato Oreste, e siccome a letto era bravissimo, ecco che  diventato il mio amante. Se non ci fosse stato Oreste, sarebbe toccato a qualcun altro. Tua madre, non ci resta senza un uomo, bella mia.  troppo presto alla mia et. Ne devono passare ancora di anni, prima che tua madre si fermi. Io sono fatta per l'amore, Eliana, e per il divertimento. Non voglio avere pensieri, io. Voglio vivere a questo modo, perch sono fatta per vivere nel piacere e senza preoccupazioni."
"Babbo non ti ha mai fatto mancare nulla."
"Se parli dei soldi, questo  vero, ma ti ho appena detto che non mi bastano i soldi. Voglio avere accanto a me un uomo, finch sono bella e giovane. Lo capisci questo?"
"Quando lo hai sposato, sapevi che era pi vecchio di te."
"Una cosa  supporre, e un'altra  trovarcisi dentro. Io sono una donna che ha bisogno di avere accanto un uomo che la faccia sentire desiderata. La notte voglio essere amata, Eliana, lo capisci? Se non approfitto di questi anni, poi la vita sar dura anche con me, come con tutti. Io detesto invecchiare, ma non c' rimedio. L'unico rimedio  vivere ora la mia bellezza e goderla con un uomo."
"E la droga, che c'entrava la droga in tutto questo?"
"Oreste,  stato lui. Era un amante straordinario. Prova questa, mi disse una notte."
"E non ne hai potuto pi fare a meno."
" cos. Ma non sono drogata come credi, figlia mia. Ah, tua madre sa come fermarsi in tempo."
"Sono chiacchiere. Tutti dicono cos."
"Da quando Oreste  scomparso, anzi dovrei dire morto, io non ho preso pi droga. Mi credi?"
"No."
"E fai male. Sono una donna forte, io, anche se non sembra, e tutti mi credete una mezza svampita, che pensa alla musica, ai balli, ai piaceri, alle vanit. Qui vi sbagliate, cari miei. Io sono una donna forte, faccio quello che voglio, e quando non voglio pi ,  stop. Stop, ti dico, stop per sempre."
"Ci stai trascinando in basso. Scoppier uno scandalo. Babbo crede di riuscire ad evitarlo, ma ormai abbiamo in casa la polizia, che sospetta di noi. Sospetter anche di me, vedrai."
"Sei sicura di non esserci andata a letto anche tu?"
"Sei un mostro, mamma."
"Sono una donna, e Oreste era un bell'uomo. Perch non dovresti essertene innamorata anche tu?"
"Perch io non sono uguale a te, mamma!"
"Con l'amore, non si pu fare le schizzinose. Ti prende e ti porta via, nel fuoco ti sbatte."
"Non parlare cos, mi fai paura."
"Con Oreste, ho conosciuto l'amore, la passione, la follia, la speranza, la felicit!"
"Non hai mai pensato al dolore che davi a babbo, e anche a me?"
"Nemmeno per un istante. L'amore, quando ti prende, ti vuole solo per s. Guai a spartire i sentimenti. Li vuole tutti dalla sua parte. Ed io ho vissuto solo per Oreste! Quanto l'ho amato!"
"E ora? Che farai ora che non c' pi , che  morto?"
"Non star certo ferma ad aspettare, se  questo che vuoi sapere. Sono bella, e il mio corpo deve essere desiderato da un uomo."
"Mi fai paura, mamma."
"No, piccolina, questa  la vita!"
"Tu sei pazza!"
"Io sono la donna pi felice del mondo, perch sono fatta cos. Amo me stessa, e amo tutti gli uomini che mi desiderano come sono."
Per tutto quel tempo, aveva parlato stando sdraiata nel proprio letto. Eliana la schiaffeggi. La donna ebbe una reazione violenta. Scese dal letto, mezza nuda, con la camicia da notte sbottonata, afferr il paralume e lo scagli contro Eliana, senza colpirla, per. Poi stacc un quadro dalla parete e lo scagli contro i vetri della finestra. Eliana fugg dalla stanza. Rest nel corridoio ad attendere. Sent la madre che gridava: "Basta, basta, non ne posso pi !", mettendosi a piangere, poi pi niente. Dopo un po', piano piano apr la porta per spiare. Sua madre era tornata a letto. Dormiva.

La domenica, Renzi e Jacopetti fecero come avevano concordato, andarono a passeggiare lungo la collina che da Farneta porta alla chiesina di Chiatri. Renzi si era messa la tuta rossa, Jacopetti quella azzurra. Lasciata l'auto ai piedi della salita, cominciarono a camminare lemmi lemmi.
"Che fa, commissario, non se la sente di correre?"
"Per carit! Questa passeggiata mi deve distendere, non affaticare. Voglio sognare, Jacopetti."
"Anch'io, allora." Proseguirono per un po' senza dirsi niente. Passarono davanti alla casa dove abitava un amico del commissario. Questa volta non era in giardino.
" un commerciante. Anche se c' la crisi, i commercianti trovano sempre il modo di cavarsela."
"Non fu cos per Ubaldo Torreggiani, se lo ricorda(24)?"
"Certo che me lo ricordo. Fin in mano agli usurai, poveretto."
"Brutta gena, contro la quale lo Stato non riesce a fare nulla."
"L'usura  sempre esistita, come la mafia."
"Vuol dire che non la sconfiggeremo?"
"Come non sconfiggeremo la corruzione nella politica. Sono piaghe nate con la societ. Quando gli uomini si sono riuniti per stare meglio, il demonio ci ha messo lo zampino, e sin da principio ha sparso il suo seme."
"Possibile che non si possa rigenerare la societ per renderla migliore?"
"Sai, Jacopetti, da dove viene il mio pessimismo?"
"Dal lavoro che facciamo, diamine."
" vero, ma non solo da quello."
"Da che cosa, allora?" Avevano cominciato la passeggiata col proposito di tacere e godersi il paesaggio, riflettere in silenzio, ma quando due persone stanno insieme, devono comunicare,  legge di natura.
"Dalla convinzione che nemmeno Dio ha sconfitto il male."
"Uhm, qui va sul pesante, commissario."
"No,  molto semplice, invece. La conosci la storia della Creazione? Tutto all'inizio andava bene, e Dio si compiacque di ci che aveva fatto. Devo presumere che nemmeno Dio immaginasse in quel momento che tutto si sarebbe guastato. E fu cos, infatti. Intervenne il male a sciupare la festa, e da allora il male nessuno lo ha pi sconfitto, e il perch sta proprio nel fatto che anche Dio dovette arrendersi."
"Se non c' riuscito Dio, allora per noi  finita. La sua teoria, commissario, toglie ogni speranza ai volenterosi come noi."
"Se tentiamo, per, guadagniamo il paradiso. Non ti pare abbastanza?"
"Lei, commissario, mi sta guastando la passeggiata."
Erano giunti alla curva che gira a destra, sotto la quale si distende la Certosa di Farneta, cui ha dedicato un bel libro lo studioso lucchese Graziano Concioni, intitolato: "Priori, Rettori, Monaci e Conversi nel Monastero Certosino del S. Spirito in Farneta (secc: XIV  XVI)".
Vi sostarono. Si vedevano le celle una accanto all'altra, che davano una suggestiva immagine al luogo.
"Quei certosini sono riusciti a liberarsi del mondo."
" una vita dura, per."
"E la nostra? Guarda, che se ci rifletti, forse la nostra  ancora pi dura, perch lavoriamo tutti i giorni a contatto col male. Siamo pi esposti, e quindi assai vulnerabili. Loro, invece, hanno innalzato un muro per difendersi meglio, hanno cancellato il mondo dalla loro mente per stare pi vicini a Dio."
"Mica  facile, per."
" vero anche questo."
"Certo che passeggiare in questi luoghi ci sollecita a ragionare come non si fa normalmente. Che la natura sia un braccio di Dio?"
"Diamine che lo . Tutto ci che vedi e che senti, anche nell'anima, appartiene a Dio."
"Quindi anche la donna..."
"Non tornare su questi discorsi, Jacopetti. Stamani graziami."
"Esterina non ha dormito tutta la notte, si  voltata e rivoltata. Io le voglio bene, e sentirla inquieta, ha levato il sonno anche a me. Le donne sono una benedizione del Cielo."
"Finalmente te lo sento dire. Anche Maria si  rigirata, ma lei lo fa quasi tutte le notti. Quando dorme, smuove ogni cosa, mette il cuscino di traverso, si arrotola le coperte sotto la schiena, insomma a me qualche volta pare di dormire non con una donna, ma con un cinghiale. Si gira e si rigira che riesce ad imprigionare anche me tra le lenzuola, e non posso pi muovermi, dannazione. Poi quando ha finito di fare questo terremoto e io penso che sia venuto anche per me il momento di addormentarmi, ecco che si mette a russare. Fa certi versi che non ti dico. A volte, quando Manuela e Alberto rientrano tardi a casa, la mattina dopo si fanno due risate alle nostre spalle. Chi sparava cannonate, stanotte, tu babbo, o tu mamma? E gi a ridere e a fare il verso. Lo so io, come russa Maria! Scommetto che Esterina, invece..."
"Se non spara cannonate, fucilate s. Per dice che russo anch'io. Sar vero?"
"Mi sa che se lo inventano. Perch anche Maria, quando le dico: russi, lei  subito pronta e mi risponde: russi anche te, e non mi fai dormire. Mica  vero. Ho detto ai figlioli che una sera, quando rientrano tardi, devono affacciarsi in camera nostra e scoprire da chi viene il fracasso. Son sicuro che io dormo come un angelo, ed  la diavolessa che scatena tutto quel pandemonio."
"Certo che allora una fortuna ce l'abbiamo..."
"E quale, se non si riesce a dormire?"
"Che  meglio che averci i cani da guardia. Col cavolo che un ladro entra in casa nostra, quando sente quei colpi! Pensa che abbiamo arruolato un esercito di soldati a guardia della casa."
"Hai voglia di ridere, eh?"
"Di piangere no di sicuro, visto che  domenica e siamo qui tutti soli, senza le diavolesse delle nostre mogli."
"Che ti prepara Esterina a pranzo?"
"Tagliatelle al sugo e una bella bistecca alla fiorentina."
"A me, tortelli al sugo; mi piacciono da morire."
"Solo quelli?"
"Con quelli soltanto mi ci sciacquo le budella, Jacopetti. Ma non lo vedi che pancia che ho? Per riempirla non basta la tua bistecca alla fiorentina. A me ne servono due!"
"Lei, commissario, a tavola, con quattro domeniche al mese, deve mangiarsi tutto lo stipendio. E gli altri giorni, allora?"
"Mangio anche gli altri giorni; mangio, mangio... Anche se capisco che mi credi un poveraccio che suda le sette camicie a sbarcare il lunario."
"Mica intendevo questo, commissario. Non mi permetterei. Lei guadagna un sacco di soldi pi di me, e si pu permettere di mangiare una bistecca alla fiorentina un giorno s e un giorno no."
"E perch non tutti i giorni?"
"Ah, se lo potrebbe permettere? Alla grazia di Sant'Antonio..."
"Perch proprio di Sant'Antonio..."
" lui, no?, che ci ha il porcellino ai piedi. A me, quando vedo la statua di Sant'Antonio, viene l'acquolina in bocca, a pensare a quelle coscette del maialino. Belle cotte, come sa fare la mia Esterina..."
"Vieni qua, che ti faccio vedere un'altra meraviglia della natura." Renzi torn indietro di qualche passo. "Che cosa vedi da quass ?"
"Bello! Che spettacolo! Si vede tutta Lucca con le sue Mura e gli alberi tutti fioriti!"
"E ora girati sulla destra. Che cosa vedi?" La giornata era limpida e Jacopetti si volt verso il punto dove due monti formano una V e lasciano vedere la pianura che sta al di l.
"Quella  Pisa!"
"Bravo. Hai visto che bel regalo ti ha fatto il tuo commissario? Scommetto che non avevi mai visto nulla di simile."
"Lucca e Pisa che si vedono quasi con un solo sguardo. Basta muovere un po' la testa e le abbiamo sotto gli occhi entrambe!  meraviglioso, commissario."
"Si deve attendere, per, di avere una giornata limpida come questa di oggi. Altrimenti si pu vedere Lucca, anche se malamente, ma non si vede Pisa."
"Ci voglio tornare con Esterina. Rester a bocca aperta."
"E allora ti rivelo un'altra cosa, perch sono sicuro che non la sai."
"Certo che, in confronto a lei, sono proprio un ignorante, e mi vergogno tanto." Renzi si gonfi un po' di vanagloria.
"Allora ascolta e porta a casa."
"Non  mica un piatto di pastasciutta, commissario..."
"Te, ascolta e porta a casa.  istruzione,  sapere,  conoscenza. Meglio della pastasciutta, perci."
"Allora dia qua in abbondanza" e apr le mani per celia, come se dovesse ricevere un bel piatto ricolmo di quei regali. Renzi con uno schiaffetto, gliele fece ritirare.
"Ora non prendermi in giro. Se no, ti lascio ignorante."
"Non sia mai che mi avvicini alla fonte della saggezza, e manchi di dissetarmi."
"Ma da dove ti vengono queste frasi idiote?"
"Dal cuore, visto che il cervello mi manca, secondo lei."
"Non ti vengono nemmeno dal cuore, ma dal c..."
"Non lo dica, commissario. Per carit, non mi mortifichi."
"Allora finiscila di fare lo spiritoso. Lo sai che con me non la puoi spuntare."
"Lo so, lo so."
"C' una specie di leggenda che narra che da questo punto Venere e Apollo, in viaggio sulla Terra per offrire a Giove la donna pi bella del mondo, videro per la prima volta la citt di Lucca. Apollo non voleva visitarla, ma fu la bella Venere a convincerlo a scendere anche l, e a cercare tra le donne di Lucca.(25)"
"E la trov?"
"Secondo te?"
"Secondo me s."
"E senn che ci stava a fare la leggenda? Se non la trovava, mica ci si scriveva una leggenda."
"Io, per la verit,  la prima volta che la sento raccontare."
"La donna pi bella del mondo si chiamava Lavinia, ed era lucchese, caro Jacopetti. Ma aveva un'altra qualit, che onor e onora le donne di Lucca."
"Sapeva fare all'amore. Che altro, senn."
"Pensi sempre a quello, tu. Ci devi avere il seme dentro la testa."
" possibile. Dio deve avercelo dimenticato, o me ne ha versato una dose abbondante."
"L'altra qualit  che rest fedele al marito, un certo Tiberio, e rifiut di giacere con Giove, anche se ci le avrebbe meritato una grande fortuna."
"Bella scema!"
"Ah,  cos che la pensi. Se al posto di Lavinia ci fosse stata Esterina, e al posto di Tiberio, un certo Jacopetti?"
"Beh, allora..."
"Pensaci, prima di sputare sentenze. Lavinia fu una donna esemplare, oltre che bella. Era addirittura pi bella di Venere, e lo ammise la stessa dea, vedendola."
"Non c' la possibilit di un miracolo che converta la mia Esterina nella bella Lavinia?"
"Ognuno ha a fianco la donna che merita."
"Allora, lei ed io dobbiamo valere ben poco agli occhi del Padreterno..."
"Penso proprio di s."
Si allontanarono dal punto e tornarono per un po' a contemplare la Certosa.
"Quei frati, non la conosceranno nemmeno loro, la leggenda" disse Jacopetti.
"Eppure, chiss che certe notti, guardando dalla cella, qualche frate non riesca a rivedere Venere e Apollo..."
"A me, al pensiero che proprio qui, si sia fermata Venere, ed abbia posato i piedi dove li ho posati io, sa, commissario, fa venire certi brividi.  come se me la sentissi sotto di me, sentissi quei suoi piedini che mi riscaldano."
"Di, ecco che ti monta il ruzzo, Jacopetti."
"Converr allontanarsi da qui, o io non rispondo pi di quel che dico."
" da un pezzo che non ne rispondi pi . Si vede che con Venere ci dormi, senza accorgertene."
"Siii, ora, secondo lei, se dormissi con Venere non me ne accorgerei? Dormo col diavolo, invece, peloso e ispido."
"Non parlare cos male di Esterina, non se lo merita."
"Mica voglio dire che  tanto brutta... Ma certo che se penso a Venere..."
"Intanto, Venere  un frutto della fantasia."
"Questo lo dice lei, commissario. Potrebbe anche esistere..."
"Non bestemmiare."
"Io non bestemmio, ragiono. Non si pu ragionare?"
"Sentiamo."
"Una volta, e per molti secoli, si credeva che non ci fosse un solo Dio. Poi si  cambiato. Ma siamo sicuri che oggi diciamo bene e ieri si sbagliava? Io direi di no. E aggiungo che tutto quanto l'uomo ha pensato e creduto nel passato, e penser e creder nel futuro, va rispettato e considerato. Per me, tutto  possibile, anche che domani l'uomo ritorni a credere alla esistenza degli di."
"Ti d di volta il cervello."
Camminavano lemmi lemmi, come prima che si fermassero.
"La potremmo incontrare anche qui, stamani, su questa strada. Che farebbe, commissario, se se la trovasse di fronte?"
"Chi? Venere?"
"E chi altri senn, Maria?"
"Maria Maria? La mia Maria?"
"Non ci vede la differenza tra Venere e Maria?"
"Ce la vedo s! Con Maria ci faccio all'amore e con Venere, invece, ci faccio solo i discorsi a bischero con te."
"Commissario!"
"Jacopetti, quando ci vuole ci vuole. Lasciala in pace quella benedetta Venere, e accidenti a me, e a quando ti ho raccontato quella leggenda."
"Era cos bella, per."
"Che cosa? La leggenda?"
"No, no. Venere..." E nel dire questo, mise gli occhi di traverso, come se svenisse. Il commissario gli diede una pacca sulla testa.
"Svegliati, Jacopetti. E ricordati che domani devi essere in forma. Guai ad avere per la testa Venere. Domani devi essere vispo e scattante, e senza grilli per il capo."
"Sar come mi vuole, sempre agli ordini, pronto a ubbidir tacendo."
"Non fare il bischero."

La mattina di luned non poterono pensare al caso che avevano tra le mani, perch una telefonata avvert il commissario che in piazza San Michele si era radunata una folla di dimostranti, e si paventavano disordini. Ancora una volta il governo ne aveva inventata una delle sue, e metteva sul popolo una nuova tassa.
I dimostranti minacciavano di occupare la Prefettura. Il corteo da piazza San Michele si era diretto l, e sotto il balcone di palazzo Ducale si lanciavano slogan contro il governo. I rappresentanti locali dell'opposizione avevano tentato di cavalcare a loro vantaggio la protesta, ma la gente era stufa anche di loro, e dei politicanti tutti, e appena uno si avvicinava, doveva intervenire la polizia per evitare il peggio. Quando capitarono Renzi e Jacopetti, gli animi erano al culmine della esasperazione.
"Si ricorda, commissario, quando spararono proprio qui vicino, al teatro del Giglio, a quel giovane deputato(26)? La folla si inferoc e dilag nelle strade, seminando il panico. Speriamo che non accada la stessa cosa."
"Tieni gli occhi ben aperti, Jacopetti. Quando ci sono manifestazioni come questa, c' sempre qualche sobillatore che ne approfitta."
"Temo per il Prefetto."
"Vai a controllare che al portone ci siano poliziotti a sufficienza; senn provvedi a rafforzare lo schieramento."
La folla urlava che non ne poteva pi di sopportare, e che gli ultimi provvedimenti del governo avevano fatto traboccare il vaso. C'era chi minacciava di sparare contro le finestre del palazzo.
Poi, a poco a poco, la rabbia sboll.
Jacopetti ritorn accanto a Renzi.
"Tutto a posto?" domand il commissario.
"Tutto sotto controllo."
"Per non hanno torto, quei disgraziati."
"Se  per questo, anche noi siamo disgraziati, perch siamo come loro" puntualizz Jacopetti.
"Sai perch non hanno torto? Perch al governo sono andati uomini che non sanno governare. Vedi, nella societ, perch le cose vadano nella direzione giusta, occorre sempre fare una cosa semplicissima, Jacopetti, e sai qual ?"
" lei che sa tutto, mica io. Io sono... come mi disse l'altro giorno?"
"Un bravo ragazzo."
"Se lo ricorda, eh?"
"Certo, l'ho stampato nella zucca."
"Sentiamo. Qual  la sua ricetta?"
" l'uovo di Colombo."
"Mi sa che in giro ci sono tante uova di Colombo. Quello suo,  sicuro che sia l'uovo giusto?"
"Come due e due fanno quattro. Ad ogni posto, nella societ, deve andare chi  all'altezza di svolgere quella funzione. Un sindacalista, ad esempio, non potr mai dirigere una fabbrica, perch combinerebbe solo guai. Il suo ruolo  di fare in modo che nella fabbrica non vengano compiute ingiustizie a carico del lavoratore e che il padrone non si accaparri tutto il guadagno solo per s e la sua fabbrica. Il lavoro dell'operaio, infatti, contribuisce alla sua ricchezza, e il sindacalista deve riuscire a quantificare il valore di questo contributo. Guai, ad esempio, se un lavoratore si mettesse in testa di dare lezioni di imprenditorialit ad un padrone. Farebbe un danno non solo all'azienda, ma anche a se stesso. La medesima cosa vale per il governo. Se ai vari ministeri si mettono esclusivamente dei politicanti, che non hanno mai nella vita esercitato un lavoro, si potr ottenere, forse, che il livello della mediazione politica risulti molto elevato tra i partiti, ma che beneficio ne trae lo sviluppo economico di un Paese?"
"Che beneficio ne trae?"
"Nessuno, Jacopetti. Si immobilizza il Paese e si estende la miseria."
" come se lei, commissario, la mettessero a dirigere una famiglia e a fare i conti con la spesa di tutti i giorni."
"Hai fatto centro, Jacopetti. Il commissario lo so far bene, non  cosi?"
"Certo, come lei non c' nessuno."
"E invece, a casa non riuscirei a far quadrare i conti alla fine del mese, come invece riesce a Maria. E Maria non sarebbe in grado di fare il commissario di polizia bene quanto me."
"Lo stesso dicasi per Esterina, che non ha nulla da invidiare a Maria, nel mandare avanti una casa."
"E tu non hai niente da invidiare a me nello sperperare le risorse di una casa."
"Questo non  vero, e non  vero nemmeno per lei, commissario, me lo lasci dire. Non sapremo amministrare la paga per farla bastare fino alla fine del mese, per non siamo degli sciuponi. Non ce lo meritiamo."
"Le nostre donne possono andare fiere di noi."
La manifestazione si stava sciogliendo.
" andato tutto bene, commissario. Ce ne possiamo ritornare al commissariato."
"E invece no. Poich i nostri informatori non sono stati capaci di dirci niente sull'omicidio, perch non ci facciamo noi un giretto in citt? Ho voglia di pescare qualcuno di quei trafficoni e torchiarli un'altra volta."
Ne aveva interrogati alcuni, senza per ottenere risultati. Sostenevano che loro con l'omicidio di Oreste Ciglioni non c'entravano un bel niente, e spiattellavano uno dietro l'altro alibi su alibi, ad ogni trabocchetto del commissario. Anzi, loro non sapevano nemmeno che Oreste fosse morto. Era sparito dal giro, questo s, dopo che aveva fatto lo sgarbo, e lo cercavano, continuavano a cercarlo, poich tra di loro nessuno aveva avuto conferma che fosse stato ucciso per mano dell'organizzazione. Lo giuro, diceva ognuno che era stato interrogato.
Renzi si ferm ad un bar, dove sostavano alcuni di questi figuri. Appena lo videro, cercarono di svignarsela.
"Avete la coscienza sporca?" disse lui.
"Macch.  che lei ci perseguita. Quante volte glielo dobbiamo dire che con la morte di Oreste noi non c'entriamo. Lo vuol capire o no che  stata una sorpresa anche per noi? L'avremmo voluto ammazzare noi, questo non glielo possiamo nascondere, ma qualcuno ci ha preceduto, e ci ha rubato il mestiere. Giacch, sembra proprio la firma di un delitto dei nostri, quello. Ma non siamo stati noi. Se ha delle prove, eccoci qui, ci ammanetti e ci porti in carcere. Ma ci vogliono delle prove, non delle macchinazioni."
"Hai la lingua sciolta, stamani."
"Cos le ho gi detto tutto, e pu lasciarmi in pace."
"Perch? Devi andare a fare qualche rifornimento? Aspetti una partita e non hai tempo da perdere con me?"
"Come ha indovinato? Accidenti, ma lei  un fenomeno. Con lei non ce la possiamo fare proprio."
"Fatti pescare con le mani nel sacco, e poi vedrai dove finisci. Ma mica a fare una villeggiatura, come pensi. A te, ti faccio riservare un carcere di quelli che so io, e dopo la prima notte, rimpiangi di essere venuto al mondo."
"Lei con le mani nel sacco non mi ci pu prendere, perch io con la droga non c'entro. Glielo lascio intendere, perch lei  convinto cos, e allora chi la smuove. Quando si mette in testa una cosa, lei  testardo pi di un mulo, e quindi io che mi ribello a fare? Dica pure che sono un trafficante, uno spacciatore, dica quello che pi le piace, e io lo sar. Anche il presidente della repubblica sono, se questo le fa piacere. Anche una bella donna. Quale le piace di pi ?"
"Guarda che se insisti, ti faccio fare una brutta fine."
"Sentite? Lo sentite anche voi? Mi minaccia. Il commissario minaccia un galantuomo, un libero cittadino. Eh, voi della polizia ce l'avete questo delirio di onnipotenza... ma i tempi cambieranno."
"Li cambi tu?"
"Ha visto stamani quanta gente in piazza. Prima o poi si girer la frittata, e dalla parte sua ci sar solo odore di bruciato."
"Quelli come te devono sparire dalla faccia della Terra."
"Come  sparito Oreste, eh? E chi mi dice allora che non siete stati voi della polizia? Vi  morto tra le mani e avete inscenato una morte finta, per far cadere i sospetti su altri, magari su di un povero diavolo come me. Ecco, s, Oreste Ciglioni  morto nelle mani della polizia, che lo stava interrogando perch spifferasse i suoi traffici e il nome dei suoi capi. Un colpo dato male e quello  morto. Allora gli si  sparato una bella pallottola nella nuca, e poi lo si  bruciato per deviare le indagini. Lei, commissario, lo sa bene chi  l'assassino, e sa che non pu trovarlo tra di noi. Qui perde tempo. Lo cerchi al commissariato, l'assassino. O magari  proprio lei. Che ne dite, compagni, non potrebbe essere il commissario che ha fatto fuori il nostro Oreste?" Si lev un coro di s.
"Ci rivedremo presto, e ci sar poco da ridere."
"Noi si ride sempre, quando si vede la polizia. Siete dei comici nati, e non lo sapete."
"Resta a disposizione. Voglio che tu venga con me per l'identificazione del cadavere."
"Io?! E perch cerca proprio me?"
"Voglio darti l'occasione di finire in galera."
"Ma com' possibile identificare un cadavere carbonizzato? Lei mi tende una trappola, commissario, e io non ci verr."
"Ci verrai, ci verrai. Ti mander a prendere. Vedi di non squagliartela o saranno guai seri."
"Lei ce l'ha con me. Si  messo in testa che io sia un delinquente. Ma dovr ricredersi, commissario. Dovr ricredersi."
"Sei nato per la galera, tu, e cos i tuoi compari, e prima o poi vi prendo con le mani nel sacco."
"Lo avete sentito anche voi? Il commissario ci accusa senza avere delle prove. Sono tutti cos, quelli della polizia. Se uno non  un signore, se non ha i soldi,  un delinquente. Loro lo dividono cos il mondo. I ricchi rispettabili e sempre onesti, e i poveri, che sono sempre della feccia. Bel modo di esercitare la giustizia. Noi siamo meglio di voi poliziotti, caro commissario. Noi non giudichiamo la gente sulla base di pregiudizi. La giudichiamo sui fatti. Anche la polizia dovrebbe attenersi ai fatti, e non alle chiacchiere."
"Chetati, e vedi di non squagliartela. Ti far sapere il giorno e l'ora. Guarda di non mancare, o sar peggio per te."
"Ho capito, ho capito, mica sono sordo. Ci verr."
"Cos va bene. Saluto la compagnia."
Il commissario usc, seguito da Jacopetti.
"Che tipacci" disse quest'ultimo.
"Non sono stati loro, secondo me."
"Non si lasci ingannare. Sono furbi come la volpe. Sono stati loro. Ostentano sicurezza perch non ci sono prove sicure sull'ora e il giorno del delitto. Ha sentito il medico legale? Ci pu essere lo scarto almeno di 24 ore, ma anche di 36. E perci loro sanno che lei ha pochi assi nella manica. Lo hanno assassinato a dovere: due volte, perch quando non si riesce a mettere in carcere il colpevole, la vittima muore sempre due volte."
"Ci vorrebbe un miracolo. Che qualcuno si decidesse a parlare..."
"E perch dovrebbe farlo, visto che ormai sono sicuri dell'impunit?"
" vero anche questo. E allora?"
"Siamo in un vicolo cieco, commissario."
"Proprio in un vicolo cieco, no. Intanto la signora Valeria ha identificato il cadavere, e questo  gi un bel passo avanti. Poter dare nome e cognome alla vittima, restringe il nostro campo di azione, anche se questo non significa che riusciremo a trovare l'assassino."
"O gli assassini, non dimentichi le modalit dell'omicidio. Non pu essere stata una sola persona."
"Giusto anche questo."
Il giovane incontrato al bar, con il quale Renzi aveva avuto un'accesa discussione, si chiamava Mariano. Lo intravidero che, evidentemente uscito dal locale in tutta fretta, attraversava via Fillungo per andare chiss dove.
"Quello si  gi messo in azione. Sta macchinando qualcosa in vista del riconoscimento del cadavere, ne sono sicuro, commissario."
"Se sono stati loro, sono troppo furbi. Sono spietati e furbi."
"Sar molto difficile incastrarli."
"Sappiamo che qui a Lucca c' un importante centro di smistamento della droga, eppure non riusciamo a identificare i capi. Sempre i pesci piccoli riusciamo a prendere, mai uno che conti. Sai che facciamo, Jacopetti? Lo preleviamo ora, quel Mariano, prima che ingarbugli i fatti."
"Lo seguiamo, allora?"
"Prendiamo per via Sant'Andrea." Non riuscirono a trovarlo.
La mattina dopo, per, erano decisi a procedere per l'identificazione. Mariano si fece trovare puntuale all'appuntamento. Fu caricato in macchina.
"Dopo mi lascer in pace, commissario?"
"Ti lascer in pace solo quando sarai in galera."
"E di che ricomincia. Allora non lo vuol capire che io sono un bravo ragazzo."
"Se sei un bravo ragazzo tu, io sono la Madonna." Gli scapp detto, e siccome era ridicolo il paragone, Mariano si fece una grossa risata. Stava per ridere anche Jacopetti.
"Guarda di non mancare di rispetto al commissario."
"Allora gli dica di lasciare in pace la Madonna. La Madonna la lasci a noi poveri diavoli, che ne abbiamo bisogno per salvarci dalle vostre ingiustizie."
"Se ricominci, qua non ci sono testimoni, e ti do uno schiaffo." Era il commissario.
"Lo so che ci riempite di botte quando non vi vede nessuno, ma badi a non lasciarmi addosso i lividi, altrimenti la denuncio e in galera ci finisce lei."
Appena vide il cadavere, gli lanci appena un'occhiata e disse, fingendo di voltare la testa altrove per il ribrezzo: " lui, commissario, non ci sono dubbi."
"Come fai ad esserne cos sicuro?"
"Allora che mi ci ha portato a fare, se non si fida? Dico che  lui e basta. Quella  la sua altezza, quella  la sua testa.  chiaro che, se uno vuole, pu anche sostenere che si tratti di un'altra persona, magari di un barbone, per via che  ridotto piuttosto male, poveraccio, ma io non ho dubbi, e se la mia parola vale qualcosa, dichiaro che si tratta di Oreste Ciglioni."
Il commissario non sembrava convinto e insisteva, ma non ci fu nulla da fare. Mariano non si mosse di una virgola dalla sua perentoria dichiarazione. Lo riaccompagnarono in citt.
"Spero che le sia stato utile, commissario, e che si ricordi di questo favore che le ho fatto il giorno che mi vorr portare in carcere da innocente."
"Sparisci" rispose Renzi, e Mariano scomparve infilandosi in una delle stradette della citt.
"La sua testimonianza non mi convince. Che ne pensi, Jacopetti?"
"Non doveva nemmeno chiamarlo ad identificare il cadavere.  gente abituata a mentire."
"Sai che cosa temo?"
"Lo so."
"Ah s? Sentiamo, allora."
"Che abbia finto di riconoscere il cadavere per sviare le indagini."
"Ma a quale scopo?"
"Arrivo anche a quello. Se noi ci convinciamo che il cadavere  di Oreste Ciglioni, dobbiamo dichiararlo morto, e non scomparso. Con ci, non ci occuperemo pi di lui."
"Bene. E allora?"
"L'organizzazione, e magari proprio quel Mariano, potr cercarlo tranquillamente per ucciderlo e vendicare lo sgarbo ricevuto."
" proprio ci che penso, Jacopetti."
"E se non  Oreste Ciglioni, chi potrebbe essere?"
"Uno qualunque. Uno sconosciuto, un barbone, uno che anche se muore, nessuno se ne accorge. Qualcuno lo ha ucciso per futili motivi, e si  sbarazzato del corpo, rendendolo irriconoscibile. I barboni, si sa, nessuno li cerca. I barboni non hanno amici. A chi vuoi che interessi se ne scompare uno? E poi, anche se avesse avuto qualche amico, questi non viene certo a dircelo a noi della polizia, non sei d'accordo, Jacopetti?"
"Un barbone che muore, va a stare meglio che qui sulla Terra. Per molti morire  una grazia, una liberazione. In ogni caso, commissario, lei non dimentichi che la signora Valeria lo ha identificato, e la moglie del professore  affidabile, mi sembra. O no?"
" tra i sospettati, e potrebbe avere interesse a farci credere che il cadavere appartenga a Oreste Ciglioni."
"E per quale ragione? Avrebbe avuto interesse, casomai, a dire il contrario. Noi, infatti, non lo dimentichi, la sospettiamo proprio perch era l'amante di Ciglioni. La signora avrebbe avuto tutto da guadagnare se avesse detto che il cadavere non  quello di Oreste Ciglioni. Non ne conviene? Del resto, ne abbiamo gi parlato."
"Questa storia mi si ingarbuglia, non so perch. C' qualcosa che non fila. Mariano riconosce il cadavere allo stesso modo della signora Valeria, con estrema sicurezza. Non ti pare una coincidenza un po' sospetta?"
"Che si siano messi d'accordo, vuol dire?"
"La signora potrebbe anche conoscere Mariano, o gli uomini del suo giro..."
"E allora?"
"Vogliono farci credere che Oreste Ciglioni sia morto. Mariano lo posso capire, le ragioni potrebbero essere quelle che abbiamo gi detto, ma la signora?"
"Ha tutto da perdere nel lasciarci credere che si tratti di Oreste Ciglioni."
" proprio questo che non mi convince."
"Quando chiamer il marito a identificare il cadavere?"
"Dobbiamo telefonargli e pregarlo di venire subito."
"La sua testimonianza potrebbe essere risolutiva?"
"Lo spero."

Il professor Tancredi Girani sembr seccato di tutta quell'urgenza che Renzi metteva perch venisse ad identificare il cadavere.
"La prego, professore. Avrei desiderato anch'io avvertirla per tempo, ma conosce il nostro mestiere. A volte ci  impossibile prevedere come si mettono le cose. E, mi deve credere, abbiamo bisogno della sua testimonianza."
"Va bene, verr."
" il cadavere di Oreste Ciglioni" disse senza battere ciglio.
"Ne  sicuro?"
"Non ho dubbi."
Non disse cos alla moglie, quando la sera, in assenza di Eliana, la preg di ritirarsi con lui in biblioteca.
"C' qualcosa che ti preoccupa, Tan?"
"Oggi il commissario mi ha convocato con urgenza, e sai dove sono stato?"
"Come posso saperlo? Ti avr portato al commissariato per via di quelle indagini su Oreste."
"E proprio a vedere il suo cadavere mi ha portato."
"E allora?"
"Non sono cos sicuro che si tratti del corpo del nostro autista."
"Lo hai detto al commissario?"
"No. Ho detto che si trattava di Oreste Ciglioni."
"E perch non hai detto ci che pensavi?"
"Temevo di metterti nei pasticci."
"Nei pasticci, me? E per quale ragione?"
"Non lo so. Ma quello potrebbe benissimo non essere il corpo di Oreste Ciglioni."
"E invece  proprio lui.  lui, ti dico."
"Perch dovrei crederti? Tu hai tutto l'interesse a farmi credere che Oreste sia morto, per avere i miei soldi."
"Mi avevi promesso che oggi li avresti trasferiti sul mio conto a Lugano. Lo hai fatto?"
Il marito indugiava.
"Lo hai fatto?" Valeria si era alzata dal divano e gli si era parata davanti, minacciosa. Tancredi teneva la testa abbassata.
"Mi devi guardare negli occhi. Guardami!" Tancredi alz il capo.
"Lo hai fatto? Lo hai fatto?"
"No."
"Maledizione!" esclam lei. "Sei un farabutto, sei un figlio di puttana." Si accasci sul divano, si mise le mani sul viso, cominci a piangere.
"L'ho ucciso io Oreste! L'ho ucciso io! Per far piacere a te, l'ho ucciso. Perch tu non avessi incertezze. Perch tu tornassi ad amarmi come una volta. L'ho ucciso io, l'ho ucciso io."
"Che dici, Valeria!"
"L'ho ucciso io." Tancredi non parl pi .
Pi tardi and in camera di sua moglie. Valeria era distesa sul letto.
"Domattina dar ordine alla banca di trasferire sul tuo conto corrente a Lugano la somma di 5 milioni di dollari, cos come avevamo concordato." Poi, senza aspettare la risposta della moglie, usc. Si rinchiuse nel suo studio.
Quando torn Eliana, si accorse dell'atmosfera pesante che c'era in casa.
"Non sono di buon umore. Vorrei restare solo" disse il padre.
Sal in camera della madre. La trov ancora distesa sul letto.
"E tu mamma, anche tu sei di cattivo umore?"
"E perch mai, Eliana cara? Vieni, vieni qui, siediti accanto a me." Eliana si mise seduta sulla sponda del letto. La madre le carezzava i capelli.
"Tuo padre ha avuto una giornata pesante. Domani torner di buon umore, vedrai."
"Non l'avevo mai visto cos. Sono preoccupata."
"E perch?"
"Sento che non sono tranquilla, non  come le altre volte."
"Sei troppo sensibile, Eliana, e prendi troppo a cuore i tuoi genitori. Troppo, senti che ti dico, troppo, mia cara figliola. Non devi preoccuparti pi di tanto, invece. Ciascuno di noi ha da badare alla sua vita; prima viene la propria vita, e, dopo, quella degli altri. Non mi fraintendere, non voglio dire che non devi amare i tuoi genitori, ma devi mettere avanti a tutto la tua vita e, quando potrai farlo, la tua felicit. Sono questi i valori pi importanti. Tua madre te lo dice per il tuo bene." Mettendosi seduta, la baci sui capelli, poi torn a distendersi. Con la mano continuava a carezzare i capelli di Eliana.
"Tu vuoi bene al babbo?" domand la ragazza, voltandosi e guardando in faccia la madre.
"Potrei dirti di s, ma per quale motivo devo mentire a mia figlia? L'ho amato, e oggi non l'amo pi . Gli uomini cambiano, e possono diventare anche cattivi. Non perch ti picchiano o sono scortesi con te. Per questo, tuo padre  il migliore. Ma una donna ha bisogno di altro: di attenzioni, di sentirsi amata, di avere gli occhi del suo uomo sempre su di s, di essere la sua musa, la sua luce, il suo sogno, la fonte della sua felicit. Se questo, ad un tratto, viene a mancare, svanisce l'amore. Ricordatelo, Eliana, quando arriver il momento in cui dovrai scegliere il tuo uomo.  una scelta che richiede ad una donna una particolare sensibilit. Vedi di non sbagliare."
"Sei troppo crudele con babbo. Non lo merita. L'amore non pu essere cos spietato. Non pu innalzare un uomo fino a farlo diventare la fonte della felicit di una donna, e poi condurla a disprezzarlo, che  peggio dell'odio. Non voglio credere che sia questo l'amore. Preferisco pensare che tu, mamma, non abbia mai incontrato il vero amore."
"Dovrai crescere ancora, Eliana."
"Torno gi dal babbo."
"No. Lascialo solo."
"Sono convinta che avete litigato di nuovo per Oreste. Ma ora  morto, non  cos?"
" morto. Perci non devi pi preoccuparti."
"Lo hai fatto soffrire."
"Vuoi dire babbo? Lui ha fatto soffrire me."
Non si dissero molte altre parole, e ci furono lunghi silenzi tra i due, finch, fattosi tardi, Eliana se ne and.

"Ci sono tre testimonianze sicure, Jacopetti. Quelle di Mariano e dei coniugi Girani. Eppoi, anche Donato Lorenzini, l'operaio, non ha escluso che potesse trattarsi del corpo di Oreste Ciglioni."
"Lei, commissario, mi pare pronto a scagionare i coniugi Girani..."
"S, non possono essere stati loro. Riconoscere il cadavere di Oreste andava contro i loro interessi. Avrebbero potuto dire benissimo che non si trattava di lui; il corpo cos carbonizzato avrebbe consentito di mentire, e loro non sarebbero stati implicati. Invece hanno detto la verit; me ne convinco, ormai."
"E la testimonianza di Mariano? Lei ha sospettato una specie di accordo tra i Girani e Mariano. Non ne  pi convinto?"
"Casomai tra Mariano e la signora, ma non siamo riusciti a trovare nessun collegamento. Quindi..."
"Vuole chiudere il caso?"
"Che si dovrebbe fare?"
"Senza identificare i colpevoli?"
"Lo sapevamo sin dall'inizio, Jacopetti, che questo caso sarebbe finito cos."
" un colpo duro. Rester un delitto impunito. Non  una bella cosa. Che dir il Questore?"
" al corrente delle difficolt. Anche lui suggerisce di archiviare il caso."
"Lo far?"
"Vedremo nei prossimi giorni."
Invece, ci fu una sorpresa, che venne esattamente due giorni dopo, al mattino, di buon'ora.
Valeria Girani, quando verso le sei del mattino si svegli, non trov accanto a s il marito. Di solito non accadeva. Tancredi si alzava verso le sette e mezzo, qualche volta anche le otto. And nel suo studio e lo trov morto, col capo reclinato sulla scrivania. Accanto aveva un bicchiere vuoto. Intu, frug e scopr un biglietto sigillato indirizzato a lei. Valeria lo afferr immediatamente. Lo lesse:
"Non ho retto al pensiero di quanto hai fatto. Non posso sopportare questo disonore per la mia famiglia. Perdonami. Ho provveduto ieri a trasferire ci che sai. Perdonami soprattutto con Eliana. Spero che sapr comprendermi. Addio. Tancredi"
Valeria ridusse in mille pezzi il foglietto e lo fece sparire. Poi di corsa sal le scale e chiam Eliana.
"Corri, corri."
"Che c', mamma?"
"Una tragedia, una tragedia!" Eliana indoss la vestaglia e segu la madre, che sembrava impazzita.
"Entra" disse, quando fu davanti alla porta dello studio. "Tuo padre si  avvelenato." Detto questo, si mise a piangere, mentre Eliana, avvicinatasi al padre, non riusciva a parlare. Avvertiva dentro la gola un groppo che la soffocava. Avrebbe voluto saltare addosso alla madre ed ucciderla. Sentiva che era sua la colpa.
"Se n' andato cos?" domand infine, con un filo di voce. "Senza una parola? Senza scrivere niente?"
"Dobbiamo chiamare la polizia."
Il medico legale constat la morte per avvelenamento. Era avvenuta un'ora prima.
"Come possiamo spiegarci questo suicidio... Qualcosa lo preoccupava negli ultimi tempi?" domand Renzi, chiamando in disparte la moglie e la figlia.
"Forse questa storia della morte di Oreste Ciglioni deve averlo sconvolto. Mio marito non era un uomo dal carattere forte. Bastava un nonnulla per preoccuparlo."
"S, ma arrivare a uccidersi..."
"Era uno studioso, un uomo molto sensibile."
"E lei, Eliana, non ha niente da aggiungere?"
"Era un padre eccezionale. Troppo buono per questa vita. Spero che dove ora si trova possa vivere in pace."
" a conoscenza di qualche altro motivo che ultimamente lo preoccupasse?"
"No, al di fuori del caso di Oreste Ciglioni, ma non capisco perch abbia pensato di uccidersi, come se ne avesse lui la responsabilit. Noi non c'entriamo con la morte di Oreste."
"Forse  rimasto impressionato dalla vista del cadavere ridotto in quello stato..." Era Jacopetti.
"Tutto  possibile" disse subito Valeria. "Era la prima volta che gli capitava di vedere una scena cos raccapricciante. Era tornato a casa molto scosso. Ma io credo che sia soprattutto il fatto di aver avuto a che fare in qualche modo con la polizia, che non gli ha dato pi pace. Per lui, vede commissario, da quando lei ha messo i piedi nella villa,  come se l'omicidio l'avesse commesso proprio lui. La sua famiglia  una delle pi antiche della citt; non ha sopportato che si dubitasse di noi. Ha sempre avuto paura degli scandali. Non ha retto, purtroppo, e ci ha lasciati soli." Sembrava che stesse per piangere. Il commissario non riusciva a nascondere il proprio imbarazzo.
"Il nostro mestiere  terribile. Ci porta, a volte, a sospettare degli innocenti. Spero che non ce l'abbiate con noi della polizia."
"Ma che cosa va a pensare, commissario... Lei non ha fatto altro che il suo dovere.  la vita che spesso  crudele."
Tornando dalla villa, Renzi aveva gi deciso di archiviare il caso.
"I Girani non c'entrano, Jacopetti."
"Certo che la morte del professore non me l'aspettavo."
" come dice la moglie. Un uomo troppo sensibile. Era innocente, e non ha retto al timore di essere coinvolto in uno scandalo.  curioso, ma esistono uomini che ancora dnno un'enorme importanza a queste cose. Se lo raccontassi a Maria, non ci crederebbe."
"E perch? Sono valori importanti, scomparsi quasi dalla faccia della Terra. Esterina direbbe che il professore era un grand'uomo, e che  una perdita per tutti la scomparsa di un uomo simile."
"Sono d'accordo con te. Ce ne vorrebbero tanti come lui."
"Per, nei confronti della moglie era troppo indulgente. Io l'avrei fatta filare diritta."
"Le voleva bene. Non mi dirai che non sia una donna attraente..."
"Anche troppo, commissario. Il professore per lei ha perso la testa. Pur di non perderla, aveva tollerato la relazione con Oreste Ciglioni."
"Tollerata, proprio non credo. Comunque, non era un uomo forte, qui sono d'accordo con la moglie."
"Ed era troppo buono, come ha detto la figlia. Troppo buono per questa vita."
"La moglie doveva saperci fare con lui. Non deve essere quella svampita che sembra. Tu che ne pensi, Jacopetti?"
"Per me, quella  una furba matricolata. Dominava il marito e ne faceva quel che voleva."
"Proprio come le nostre donne con noi..."
"No no, commissario; noi saremo anche dei bonaccioni, buoni come la pasta, voglio dire, ma abbiamo i piedi ben piantati in terra. La mia Esterina non si permette mai di varcare certi limiti."
"Mica ci credo. Esterina ha un caratterino... Secondo me, ti comanda a bacchetta, Jacopetti."
"Siii... e quando sbaglio mi mette anche dietro la lavagna. Via, commissario, eppure lei mi conosce bene."
"Appunto. Cosa ti dico sempre? Che sei troppo un bravo ragazzo, non  cos?"
"E con questo?"
"Che non sei molto diverso dal professore."
"Esterina mi mette le corna, allora?"
"Mica  come Valeria..."
"Certo che Valeria  una bella donna. Ci farebbe un pensierino anche lei, eh?"
"Ho la mia Maria, io. Non sono un farfallone come te. Spilungone come sei, hai sempre la testa tra le nuvole, altro che i piedi per terra. Una donna come Valeria, ti farebbe prillare come una trottola, te lo dico io. Hai avuto una gran fortuna a sposare Esterina."
"E lei a sposare Maria. Perch una bella donna come Valeria avrebbe fatto girare la testa anche a lei."
"Se ti va di pensarla cos, che ci posso fare? Si vede che ancora non mi conosci bene." Jacopetti pens di avere fatto un'altra gaffe delle sue, con danno per la sua promozione.
"Quelle due donne mi sembravano distrutte. La penso proprio come lei, commissario. Sono innocenti. Non c'entrano proprio con la morte di Oreste Ciglioni."
"Mi fa piacere che anche tu la pensi come me. Oreste Ciglioni l'hanno ammazzato i suoi compari del giro, forse dei sicari venuti da fuori, che non scopriremo mai."
"Allora, commissario, possiamo dare un nome e un cognome definitivo al cadavere trovato sotto le Mura?"
"S, non ci sono pi dubbi, ormai.  il corpo di Oreste Ciglioni, pace all'anima sua."
"Autorizzer i funerali?"
"S, anche se, purtroppo, non siamo riusciti a trovare un solo parente. Sar la signora Girani a provvedere ai suoi funerali."
"Un pensiero gentile."
"S, davvero squisito."
Una settimana dopo i funerali del professor Tancredi Girani, si svolsero quelli di Oreste Ciglioni. Al seguito del feretro, contrariamente a quanto era accaduto per il professore, non ci fu nemmeno un cane, fatte salve la signora Valeria e Eliana. Fu sepolto nel piccolo cimitero del paese, vicino alla chiesa.

Un anno dopo, alla villa si celebrarono le nozze di Eliana, nella cappellina situata nel parco. Vennero ad assistere quasi tutte le pi importanti famiglie della citt. Influenti personalit giunsero anche da fuori.
Il giorno prima, Valeria era visibilmente soddisfatta. Era stata lei a far incontrare Eliana con il rampollo di una famiglia altrettanto antica e ricca.
"Sei contenta, Eliana?"
"Vorrei tanto che il babbo fosse qui."
"Anch'io. Ci  mancato molto, non  vero?"
"Oggi sarebbe stato veramente felice."
"S, era un uomo buono, si accontentava di poco. Gli bastava poco per essere felice."
"Per anche tu, mamma..."
"Dimentichiamo il passato, Eliana. Ora quello che conta  la tua felicit. Andrai a vivere nel nostro palazzo in citt, e poi, quando sar il tempo, potrai venire a vivere in villa. Per me, questa casa  troppo grande. Quando ti sarai stufata della citt, e avrai anche dimenticato le colpe di tua madre, e vorrai venire a vivere qui, sarai la benvenuta."
"Ci sono troppi ricordi amari in questa casa. In citt, cercher di dimenticare."
"Fai ci che ritieni meglio per te e per il tuo sposo."

Poco pi di un anno e mezzo dopo, in occasione della visita di Eliana alla villa, Valeria la chiam in disparte; il marito rest in salotto, insieme con la piccola erede di appena tre mesi di quella enorme fortuna.
"Mi sento sola, Eliana, in questa casa. Ho deciso di partire e di fare un lungo viaggio. Non so quando ritorner."
"Ma dove vuoi andare, mamma? La tua vita ormai  qui, insieme con noi. Ora hai anche una nipotina da coccolare. Fra un anno, la porterai in giro per il parco e la vedrai crescere e diventare bella come te." Era ancora una bella donna, Valeria, e lo sapeva.
"No, no. Ormai ho deciso."
"Mi sembravi felice, mamma. Ogni volta che ti ho visto partire per una vacanza, eri cos contenta. Mi hai scritto delle lettere bellissime. Io pensavo: quando avr una nipotina, allora s che sar felice per sempre."
"Dillo tu a tuo marito. Sappiglielo dire, per, perch non ci resti male. Gli voglio bene, ma sento che se rester in questa casa, sar presa dalla malinconia. Forse ho delle colpe per la morte di tuo padre."
"Scaccia questi brutti pensieri, mamma. Non  stata colpa tua. Tu sei fatta cos, e anche babbo avrebbe dovuto conoscerti meglio, ecco. Non si possono cambiare le persone. Tu sei cos e basta. Non hai colpa tu di come sei. Vedi di non pensarci pi , e se proprio vuoi partire, perch senti che qui non puoi restare, fai pure, non sar io a fermarti, e nemmeno mio marito. Quando vorrai tornare a casa, troverai la porta aperta, sempre. Questa  casa tua, ti appartiene."
"Appartiene anche a te, lo sai. Tutto quello che era di tuo padre, ora appartiene a entrambe. Tu in questa villa sei a casa tua, non mia. Non dimenticarlo.  casa nostra."

Qualche mese dopo, in una stupenda isola lontana.
"Ti amo, ti amo tanto, Oreste! Sei l'uomo della mia vita. Come ho potuto stare lontana da te? Ma ora siamo finalmente uniti, e sento che sar felice per sempre."
"Non hai nostalgia di casa?"
"Eliana mi ha scritto che posso restare quanto voglio, se sono felice. E io sono felice, perch sto con te!"
"Anch'io ti amo."
"Non mi stancher mai di te."
"Quando fui assunto alla villa, non avrei mai creduto di incontrare una donna come te. Anch'io senza di te non posso vivere. Sei bella, bellissima, Valeria." Erano sdraiati in riva al mare. Lei lo guard sorridendo.
"E anche molto ricca, non dimenticarlo. Avremo una vita meravigliosa."
"I soldi sono una gran parte della felicit."
"Cinque milioni di dollari sono una grossa fortuna, ma le cose sono andate anche meglio, lo sai. Ne ho cinque volte tanti, senza contare gli immobili intestati a me e a Eliana. Sono immensamente ricca e felice. E ho te!" Alz le braccia ed emise un profondo respiro. Il vento spargeva intorno al viso i suoi sottili capelli. Oreste si avvicin per baciarla.
"La nostra sar una lunghissima vita di grande felicit" le disse.

Il primo giorno che si erano incontrati all'aeroporto, Valeria aveva spiegato per filo e per segno come erano andate le cose.
" andato tutto a puntino, devi stare tranquillo, Oreste."
"Mi cercheranno anche qui. Prima o poi mi troveranno."
"Ho pagato io l'organizzazione, non devi temere pi nulla. Mi  costato un mucchio di denaro, ma che cosa conta rispetto alla nostra felicit? Mariano ha identificato il cadavere come tuo. La polizia ha archiviato il caso. E la morte di Tancredi  stata una sorpresa anche per me. Per,  stata come la ciliegina sulla torta, perch, senza volerlo, sono diventata ancora pi ricca, ereditando la met del patrimonio. Ma ascolta, ascolta come  andata. Tancredi non si decideva a trasferirmi i soldi sul conto di Lugano, temeva che io continuassi ancora a vederti; non credeva alla mia identificazione del cadavere. Ha visto anche lui il cadavere, e non era sicuro che fosse il tuo, cos ha continuato ad indugiare. Allora mi  venuta una grande idea. Se gli avessi detto che ero stata io ad ucciderti, lui, sconvolto dalla rivelazione, mi avrebbe creduto, e avrebbe finito per convincersi che quel cadavere era proprio il tuo. Sono stata bravissima, Oreste, e tu non puoi immaginare quanto. Gliel'ho detto mettendomi a piangere, lasciandogli credere che mi fossi pentita di quanto avevo fatto, e vi fossi stata indotta dall'amore che ero tornata a provare per lui. Ho recitato talmente bene che ci  cascato, ma non ne dubitavo. Solo non mi aspettavo che si uccidesse, ecco.  stato un dono inaspettato del destino. Non ci avevo pensato, in quel momento, che potesse accadere una cosa simile. Non avevo pensato che l'onore della sua famiglia valesse tanto per lui. Non posso dire che sia colpa mia, per. La morte di mio marito, io non l'ho sulla coscienza.  un dono che  stato fatto al nostro amore, Oreste. Mio marito era un uomo troppo sensibile per questo mondo. Ecco perch  morto. Ha ragione Eliana, non ci devo pensare pi ."
"Ed io non ti ci far pensare, amore mio. Sei stata bravissima. Ti meriti il mio amore, ed io non ti far rimpiangere niente, vedrai. Hai saputo attendere tutto questo tempo, prima di raggiungermi, ed io ti ricompenser con il mio grande amore. Noi vivremo dovunque tu vorrai, qui, o in un altro posto al mondo altrettanto bello, perch bello  il nostro amore, e durer in eterno."
"S, Oreste, sento che saremo felici per l'eternit."
Per il commissario Luciano Renzi, infatti, Oreste Ciglioni non apparteneva pi a questa Terra. Non immaginava certo che, invece, sotto un altro nome, lo stesso che era appartenuto ad un povero barbone finito carbonizzato sotto le mura di Lucca, Oreste Ciglioni, il suo assassino, girava il mondo con la propria donna, libero e felice.

6.4.1997  26. 4.1997



GIGOL

Spesso sono assalito dal pensiero che nel momento in cui io vivo, in tutti i punti della Terra e vorrei poter dire dell'universo, ogni cosa sta vivendo, mia contemporanea. Ho viaggiato un po' per l'Europa, ho veduto citt, villaggi, passi di montagna solitari e sbattuti dal vento, ho conosciuto persone, animali. Ritorno con la mente ad essi e un brivido mi scuote nel pensare che, cos lontani da me, l in quel luogo dove li ho veduti stanno vivendo: una strana malinconia e uno straordinario carico di amore mi prendono, e il mondo cos grande, cos cosmopolita, diventa piccolo, racchiuso tutto nella mia mente.

"Il tempo compone nella memoria gli episodi salienti, cancella le righe fitte dei giorni in cui i gesti
e le parole sono fatti per durare da un'alba a un tramonto." (Vasco Pratolini: "Cronaca familiare")

Si era gi preparato per l'ecografia delle 12,10, sebbene fossero ancora le 11,30, ma ormai aveva preso l'abitudine, visto che il tempo non gli mancava, di fare le cose con largo anticipo. Cos, se avesse incontrato un intoppo per strada, che so, il solito camion o i soliti lavori in corso, avrebbe saputo sopportare con pazienza, senza agitarsi. Da giovane faceva quasi sempre tutto all'ultimo momento, e sul pi bello ecco che gli capitava proprio un camion o una lunga fila stramaledetta provocata da un automobilista troppo lento. Allora si spazientiva e cercava uno spiraglio per il sorpasso, azzardando spericolate manovre. Tutto ci non accadeva pi . Vita da pensionato, vita da beato, si era detto, anche se non era del tutto vero.
Ma quando and a prendere il foglio dove era indicata la prenotazione, si accorse che aveva sbagliato giorno. Avrebbe dovuto fare l'ecografia due giorni prima. Si fece prendere dalla rabbia, gett all'aria le carte e le ecografie precedenti, che avrebbe dovuto portare con s. Rimedi alla sbadataggine, recandosi al vicino Distretto sanitario, e fissando un nuovo appuntamento. Ma tornando a casa, quello sbaglio imperdonabile, il primo della sua vita, cominci a perseguitarlo. Come era potuto accadere? Si fece prendere dallo sconforto quando gli balen l'idea che quello poteva essere il segnale di una incipiente e non certo benevola vecchiaia. Si mise in ascolto di s. Finiva il secolo, e addirittura il millennio. Erano morti William Burroughs, Allen Ginsberg, Piero Bigongiari, Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Madre Teresa di Calcutta; il Papa Giovanni Paolo II mostrava i segni di una decadenza fisica che la forte volont non riusciva ad arrestare. Giorgio avvertiva che la fine del millennio era entrata anche nelle sue vene e vi tracciava un solco malinconico.
Non si era mai sposato, non aveva una famiglia.
Il campanello suon. Alessandra veniva per conoscere l'esito dell'ecografia.
"Non ci posso credere!"
"E invece devi crederci. Invecchio, Sandra."
"Me n'ero accorta da me."
"Non prendermi in giro. Quando? Dove? Non dire stupidaggini. Non mi era successo prima d'ora di mancare ad un appuntamento."
"Pensaci." Alessandra sorrideva.
"Vuoi dire...?"
"S, a letto  gi un po' che sei invecchiato. Solo qualche mese fa..."
"Vuoi sfottermi."
Gli si avvicin, carezzandolo. Gli diede un bacio sulla guancia.
"Certo che voglio sfotterti, gattone."
Alessandra veniva a trovarlo spesso. Non si poteva dire che fosse la sua compagna, forse aveva altri amanti; anzi, Giorgio propendeva a credere che li avesse certamente. Non c'erano mai state tra di loro sfuriate di gelosia. Lei non ne parlava, ma qualche volta lasciava intendere che Giorgio non era il solo a cui offriva la sua bellezza. Lui non domandava mai. Si vedevano quando due o tre volte alla settimana, quando tutti i giorni. Alessandra abitava fuori citt, aveva trent'anni meno di lui, che ne contava sessanta, era belloccia, occhi e capelli scuri, statura media; disinvolta, furba, simpatica, loquace, al contrario di Giorgio, che era scontroso e di poche parole. Per lui valeva la massima che il silenzio  d'oro ed  meglio ascoltare che dire.
Sandra si era avviata in camera da letto, si spogliava.
"Non mi va" disse Giorgio, restando davanti alla finestra.
"Sono venuta apposta" disse lei, voltandosi. "Va a me, dunque rassegnati." Si era gi sbottonata la camicetta, e si vedeva il seno nudo.
Nella strada transitava qualche raro passante. Stava calando la sera, di quell'ottobre che era stato bello e tiepido, come non accadeva da qualche anno.
Quando si volt, lei era nuda, ferma sulla porta della camera.
"Allora?" gli disse. "Vuoi farmi prendere freddo?" Quel corpo aveva l'armonia e la seduzione della giovinezza.
"Sei bella" disse Giorgio, e le and incontro, l'abbracci. Le sue mani la toccarono, indugiavano sul seno, sulle natiche, sul viso. Lei apriva la bocca e Giorgio la riempiva di baci.
"Sei bella, sei bella."
Sandra provava lo stesso piacere della prima volta che era stata con un uomo. I suoi sensi le procuravano quel tremore che accompagna la passione di chi anela donarsi fino in fondo. Giorgio la percepiva. Lei, distaccandosi da lui, con le sue caldi mani lo prese e l'accompagn nella stanza.
"Vieni" gli disse. "Ti amo."

Poco distante, in un bar. Pino, un giovane disoccupato,  seduto al tavolo con i compagni. Entra Ada, una prostituta. Va al banco.
"Cambiami centomila lire."
Pino ha sentito.
"Va male stasera, eh Ada, se non hai da fare il resto. Chi hai preso al guinzaglio?"
"Uno meglio di te."
"Certo, se ha tutti quei soldi. Io non ho un becco di un quattrino; per..."
"Per, cosa? Non vuoi mica che ti metta in piazza?" Si era girata, e non sembrava voler sorridere. Un amico di Pino s'intromette.
"Bella come sei, Ada, potevi fare di meglio."
"Impicciati dei fatti tuoi."
"Eccoti cinquantamila lire e cinque fogli da dieci" dice il barista. Ada li prende. Si avvia all'uscita quando entra un ragazzino, pallido, slavato, dai capelli corvini.
"Ti avevo detto di attendermi in macchina" dice lei, seccata.
"Non ti vedevo tornare" dice il ragazzo.
"Non pensavi mica che ti fregassi." Silenzio. Interviene di nuovo Pino.
"Te la fai coi ragazzini, ora, Ada? Guarda come lo hai conciato. A mala pena si regge in piedi. Cosa ti ha fatto Ada, ragazzo?" Imbarazzato il giovane.  pronta invece Ada.
"Chi viene con me, non ha da lamentarsi."
"E invece no. Io ho da lamentarmi" dice Pino.
"E quando?" Ada fa gli occhi di tigre, quasi gli si avventa addosso.
"Va l che ti ricordi benissimo."
"Io mi ricordo solo che il pi delle volte il tuo pisello fa cilecca." Ridono i compagni di Pino.
"Non mi dire, non mi dire..." fa uno di loro.
"E tu credi a questa bugiarda? Guardale il seno. Giovane com', quello s che s' ammosciato."
Ada si guarda il seno, lo trova ancora sodo, ma  ferita dalla calunnia di Pino.
"Si vede che lo usa, caro Pino" dice un compagno. E un altro:
"Quanto vuoi per usare il seno, bella mora."
"Con te non ci vengo, hai lo scolo."
Il ragazzo fa cenno a Ada che vuole andarsene. Pino dice al barista:
"Porta al ragazzo un bicchiere di vino. Pago io."
"No, grazie. Devo andare.  troppo tardi."
"Il vino fa sangue. Ma cosa ti ha fatto Ada, per ridurti cos?"
"Andiamocene" dice Ada.
Lo prende sottobraccio, sculetta. La minigonna  cortissima, attillata.
"Hai un bel culo" grida Pino. "Sei la meglio al mondo."
Ada non si volta nemmeno. Dal vetro si vede che restituisce dei soldi al ragazzo. Poi salgono in macchina.
"Avevi paura che ti fregassi?" domanda Ada.
"S" dice il ragazzo.
" la tua prima volta, non  vero?"
Il ragazzo non risponde. Ada si avvicina e gli fa una carezza.
" uno sporco mondo, questo."
"Una bella come te..." Il ragazzo esita a finire la frase.
"Sono arrivata" dice Ada. "Scendimi qui."
Apre la portiera e scende sul marciapiede. Il ragazzo se ne va. Dallo specchietto, vede che un'altra macchina si  fermata. Ada  appoggiata al finestrino. Bastano poche parole, e sale. L'auto parte veloce, sorpassa il ragazzo e scompare.

Quando Giorgio scende le scale, trova al piano di sotto la signora Adele.
"Come va, professore?"
"Potrebbe andare meglio."
"Ho sentito salire la signorina Alessandra, se n' gi andata?"
"Quella viene e riparte come un treno."
"Dovrebbe sposarsi, professore."
"Mica  la panacea dei mali di questo mondo, il matrimonio."
"Penso di s, invece."
La signora Adele avrebbe voluto sposarlo lei il professore.  una donna di poco pi grande di Alessandra, e forse pi belloccia, molto sensuale.  rimasta vedova e fa fatica a restare senza un uomo. Ha una figlia, Cornelia, paralitica dalla nascita, immobilizzata su una sedia a rotelle. Cornelia  una ragazza stupenda, intelligente, dotata di un viso di una bellezza straordinaria. Giorgio qualche volta va a trovarla e si trattiene a discorrere con lei.
"Non entra a far visita alla mia bambina?"
"Vorrei fare due passi all'aria aperta."
"Ma no, venga. Ci far contenti tutti e due."
"Ma  sicura che Cornelia voglia vedermi? Non dar fastidio?"
"Lei  sempre il benvenuto, lo sa. E Cornelia stravede per lei. Sentisse come ne parla, non solo con me, ma anche con le amiche. Il professore qui, il professore l. L'ha proprio stregata."
"Allora mi tratterr un poco, se proprio non  di disturbo."
"Non lo  affatto. Entri, la prego. Cornelia, Cornelia, indovina chi c'?"
Si sente una voce provenire dal salotto.
"Non mi dire che c' il professore, mamma."
"E invece  proprio lui. Non voleva venire sai, ma gli ho detto che saresti rimasta offesa." Erano entrati in casa e si avviarono verso il salotto. Entra prima Adele, poi Giorgio. La ragazza, davvero bella, con capelli lisci color oro,  seduta sulla sedia a rotelle.
"Che sorpresa, professore. Stasera non ci contavo proprio di vederla. Mia madre mi aveva detto che era salita su da lei Alessandra, ed allora..."
"Sandra  come un uccello. Non trova poso. Si ferma sul ramo e poi riparte. Non  facile trattenerla."
"Fossi io, professore" dice la signora Adele "non la lascerei sola un minuto. Sarei gelosa, ecco. Chiss quante donne le ronzano intorno. Cornelia ed io spesso ci troviamo a parlare di lei, ed entrambe siamo convinte che ci siano molte donne che vorrebbero sposarla, non  cos?" Sono seduti sul divano e Adele tende ad avvicinarsi ad ogni occasione. Cornelia li osserva e pare accorgersi del comportamento della madre.
"Ma che dice, signora Adele. Nessuna mi fa la corte, mi creda."
"Una gliela fa: Alessandra."
"Alessandra  pi un'amica che una corteggiatrice."
"Invece Alessandra le vuol bene. Sono sicura che se lei glielo chiedesse, accetterebbe di sposarla, non  vero Cornelia?"
"Alessandra  innamorata di lei, ma ha timore di essere respinta."
"Non conoscete Sandra, quella non ha timore di niente. Sono io che non voglio sposarmi."
"Perch?" Lo dicono insieme, madre e figlia.
"Non c' una ragione precisa. Sono ormai abituato a vivere da solo. Non mi sentirei a mio agio con un'altra persona che gira per la casa."
"Ma non sarebbe un'altra persona, sarebbe sua moglie!" dice Adele.
"Non c' molta differenza."
"Ma cosa dice mai! Una moglie  come una parte della propria anima. Non  vero, forse, che la moglie  l'altra parte del cielo?"
"Non sono capace di sentire un'altra persona dentro di me."
" perch ancora non ha trovato la donna che fa per lei." Torna ad avvicinarsi a Giorgio impercettibilmente. Se ne accorge solo Cornelia.
"Pu darsi. Ma sono propenso a credere di essere nato per morire scapolo."
"Non lo dica neanche per scherzo. C' ancora tempo per sposarsi, e per cogliere i frutti deliziosi dell'amore. Anche una ragazzina potrebbe innamorarsi di lei, non  vero, Cornelia?"
"Oh s, mamma."
"Vede professore, una cosa  l'amore fugace, provvisorio, raccogliticcio, un'altra cosa  l'amore di una sposa. Quando le succeder d'innamorarsi, trover nella donna amata la soluzione alle sue malinconie, ai suoi dubbi, ai suoi compromessi, e tender a donarsi con tutta la ricchezza che  racchiusa dentro di lei, e questo donarsi la render felice."
"Lei, Adele, lo sposerebbe uno come me?"
"Ma certamente!"
"E tu, Cornelia?"
"S" risponde la ragazza.

Una lussuosa villa, fuori citt. Un giovanotto  entrato nel salone. La padrona lo invita a salire la bella scalinata.
"Sali, ti prego. Sei tu Alberto?"
"Sono io."
"Sei davvero uno splendido ragazzo."
"La ringrazio."
"Spero che tu non mi deluda."
"Non  mai successo. Tutte sono rimaste contente."
"Ti hanno richiamato, allora..." Lo dice in un modo sbarazzino, chinando un po' la testa da una parte.
"Qualcuna s e qualcuna no."
Senza tergiversare, la signora lo fa accomodare nella camera da letto.
"Non abbiamo molto tempo. Mio marito rincaser per l'ora di cena. Spogliati."
"Devo farlo davanti a lei?"
"E dove vorresti, altrimenti?" Alberto si spoglia lentamente. Vede che la signora  contenta. Ora  completamente nudo. Lo sguardo della signora  rivolto al petto, poi scende verso il pube.
"S, sei un bel ragazzo, mi piaci." Si avvicina, lo tocca. Il giovanotto comincia a spogliarla. Non ci vuole molto, perch tolta la vestaglia, la signora sotto  gi nuda. Ha un corpo attraente, giovanile, sebbene abbia passato i cinquant'anni. Alberto le tocca i seni, le natiche, s'inginocchia a baciarla. La signora va a distendersi sul letto.
Scende la sera.
Ora Alberto si alza, va a vestirsi. Ma la signora lo chiama.
"Non vestirti ancora. Resta cos, ti prego."
Alberto torna indietro. Si china su di lei. La copre di baci. Lei lo tocca, si ferma sul pube.
"Sono stata felice."
"Ora devo proprio andare" dice lui.
"Da un'altra donna, vero?" Non risponde.
Lei lo guarda vestirsi.
"Sei un bravo amante."
"Mi richiamerai?"
"Non posso fare a meno di te. Certo che ti richiamer, e presto." Si alza. Nuda com' corre ad abbracciarlo.
"Sei forte."
Lui le carezza i capelli.
"La prossima volta, avr pi tempo per te, vedrai."
"Dimmi, Alberto, ti piaccio?"
"Sei fatta per l'amore, Giulia."
"Davvero sei stato bene con me?"
"Quando torner, sono certo che ti amer anche col cuore."
"Ti voglio gi bene, Alberto."
Alberto ha finito di vestirsi. Giulia lo accompagna fino alla scalinata.
"Fai attenzione che nessuno ti veda, amore."
"A presto" dice lui, voltandosi prima di aprire la porta.
Giulia, da lass , gli manda un bacio. Alberto risponde. Esce, chiude il portone.

Bude, Cornovaglia. Dopo aver attraversato il campo da golf, William e Rosy entrano nel piccolo paese. Lui tiene il braccio sopra la spalla di lei. Si fermano un istante a guardare una vetrina, dove sono esposti dei giocattoli. Lei non vorrebbe andarsene, ma William desidera raggiungere la spiaggia prima che faccia buio. Attraversano la strada e scendono verso il mare, che mugghia. Tira un po' di vento, i capelli di lei si scompigliano e Rosy sembra ancora pi bella. William le d un bacio mentre scendono la china. Le poche cabine sono chiuse. Qualche altra coppia  l a passeggiare. Vedono una panchina libera.
"Ci sediamo, Rosy?"
"Solo un istante. Ho voglia di camminare. Siamo qui per questo, no?"
Nel cielo volano i gabbiani. Il loro verso riempie l'aria di frenesia.
"Quando saremo sposati, William, voglio abitare sempre qui, a Bude. Ci siamo nati, non dobbiamo mai lasciarlo."
"Di sicuro non lasceremo l'Inghilterra, e meno che mai la Cornovaglia."
"Me lo prometti?"
" una promessa che faccio anche a me stesso, cara."
"Sei un tesoro." Un gabbiano si posa a poca distanza. Li guarda e poi guarda il mare.
Rosy strappa un filo d'erba e lo lancia verso l'uccello. Che fugge, riprendendo il volo. Presto  sopra l'oceano, si mescola agli altri e Rosy non  pi in grado di riconoscerlo.
Si sta alzando la marea e le piccole imbarcazioni sulla spiaggia sono lambite dalle onde. Qualche coppia va ritirandosi dalla spiaggia.
Si alzano anche William e Rosy e si dirigono verso il camminamento sulla scogliera. Non essendo ancora buio, qualche mucca sta pascolando.
"Da che sono nata, non ho mai sentito raccontare che una mucca o una pecora sia caduta in mare. Sono pi intelligenti di noi."
Sotto, il mare continua a crescere e ora l'acqua lambisce la roccia. In certe insenature mugghia e d una sensazione di cupezza.
"Sei certo che tuo padre mi voglia bene?"
"S, Rosy, certissimo. Non devi pensarci pi ."
"L'altra sera  stato sgarbato con me."
"Aveva avuto una giornata nerissima. Lo sai che mio padre non sopporta di essere imbrogliato, e quel giorno aveva preso proprio una bella fregatura."
"Non lo sapevo. Perch non me lo hai detto subito? Non ho dormito la notte, sai, pensando che tuo padre non era contento di me."
"Mio padre ti adora."
"Lo dici per rassicurarmi, ma non sono cos sicura che sia la verit."
"Non ti basta il mio amore?"
"Vorrei che vivessimo tutti felici, non solo noi due."
"La felicit  una pura combinazione, come il gioco della tombola; pu uscire o non uscire. Noi siamo solo delle piccole pedine pronte per essere colte. Ma potrebbe non succedere mai."
"Mia madre e mio padre sono infelici. Nonostante si siano separati ed abbiamo sposato un'altra persona, non sono stati pi gli stessi di prima, di quando si conobbero voglio dire."
"A noi non accadr. Sento di amarti pi di me stesso."
"Ma sei certo che tuo padre mi vorr bene?"
"Non devi sposare mio padre, ma me, cara."
"Tu non mi sposerai mai senza il consenso di tuo padre."
"Mio padre non  stato fortunato. Mia madre  scappata di casa, quando ero ancora piccolo. Ecco perch ha tanta diffidenza verso le donne. Ma io lo conosco bene, e ho capito che ha della simpatia per te. Tu sarai mia moglie, Rosy, perch io ti amo, e mio padre sar l'uomo pi felice di questo mondo quando ti porter all'altare."
"Non ci lasceremo mai, vero?"
"Piuttosto che lasciarti, mi ucciderei."
"Lo dici ora, perch ci amiamo, ma domani chiss se penserai allo stesso modo."
"Allora tu non mi conosci, Rosy. I miei sentimenti sono solidi come le rocce di questa scogliera."
"Ti amo, ti amo tanto, William. Possa il nostro amore volare alto come questi gabbiani, al di sopra delle miserie del mondo."
"Oh Rosy, quanto sono felice che il cielo mi abbia fatto incontrare te, la ragazza pi dolce di questo mondo."
Cominciano ad accendersi le luci nelle case di Bude, i negozi si illuminano. Dal vicino pub provengono i primi schiamazzi dei bevitori.
Rosy si pone davanti al suo William, aspetta un bacio da lui. William le passa una mano sulla fronte, le carezza i capelli, la bacia.

Nel bar Ada ritorna dopo qualche ora. Questa volta c' soltanto Pino.
"Hai finito stasera? Non ci sono pi clienti? Bada che il magna mica ti lascia ancora libera."
"Io non ho papponi, caro il mio Pinaccio."
"Allora prendi me, che sono disoccupato."
"Saresti geloso."
"Cosa dici?"
"Tu mi vuoi un po' di bene, Pino, e fingi di non accorgertene."
"Senti senti, questa poi... Per caso, ti sei montata la testa?"
"So quel che dico, e lo sai anche tu."
"Te, confondi l'amore con il sesso. Sei brava nel tuo lavoro, ed io, le poche volte che ho qualche soldo, lo spendo volentieri con te, ma cosa vuol dire? Che ti voglio bene? Accidenti! Tu sogni, Ada."
"Davvero ti piaccio?"
"Sei imbattibile. Almeno con me. Con gli altri, che ne so?"
"Non lo hai mai chiesto ai tuoi amici?"
"Che cosa? Come fai all'amore con loro? No, ma dicono tutti che sei generosa."
"Con te, per, in un modo speciale."
"Ossia?"
"Col sentimento. Quando faccio l'amore con te, lo faccio con sentimento."
"Non credevo che tu ne avessi ancora da sprecare."
"Sprecare?  la sola piccola luce che mi resta."
"Non sei contenta?"
"Pino, Pino, come potrei essere contenta?"
"E se ti sposassi..."
"Non mi umiliare, Pino. Una donna come me ha dentro di s tanta amarezza, ma so conservare i miei sogni."
"Ma come puoi darti a tanti uomini, Ada?"
"Allora lo vedi che sei geloso?"
"Ma non ti amo."
"E vorresti sposarmi? Ci vuole un amore grande per sposare una come me. Un piccolo amore non basta. Non sapresti vincere il disprezzo..."
"Disprezzo?"
"Il disprezzo per quello che sono."
"Ma io mica ti disprezzo. Solo non ti amo. Mi piace come fai all'amore con me, ma non  questo l'amore."
"E allora, perch hai detto che vorresti sposarmi..."
"Scherzavo."
"Potrei amarti, Pino, se tu mi amassi."
"Non hai pi quel sentimento che pu generare l'amore, Ada. Il tuo amore sarebbe un inganno."
"Vuoi ferirmi?"
"No."
"Non puoi immaginare in quale abisso tu mi precipiti. Io sono ancora l'adolescente piena di sogni, che ha dentro di s, ancora intatta, la forza che pu generare la felicit. Basta poco, un gesto, un piccolo pensiero perch anche tu possa accorgertene."
"Non dire idiozie. Guarda chi entra, piuttosto.  il tuo magnaccio che viene a prenderti."
"Che ti sei messa in testa, Ada? Forza, che c' un cliente l fuori. Vuole te."
Ada si alza.
"Se vuoi ribellarti" le sussurra Pino " questo il momento. Digli di no."
Ada torna a sedersi.
"Domani, digli che torni domani. Digli che stasera Ada ha chiuso."
" questo cretino qui, che ti mette in testa certe idee?"
"Cretino sarai te, pappone." Pino  gi in piedi, ma il pappone gli sferra un pugno e lo manda a gambe all'aria. Fa per rialzarsi, ma un calcio nello stomaco lo rimanda a terra. Si tiene con le mani il ventre, si lamenta. Il pappone afferra Ada e la trascina fuori.
"Non andare" dice Pino con un filo di voce.

Nella bellissima piazza San Michele sta sfilando un corteo di lavoratori. Protestano contro la crisi di governo, provocata dalle divisioni nella maggioranza. Il Partito della rifondazione comunista, nel lodevole tentativo di salvaguardare le condizioni di vita della classe operaia, ha ritirato il suo appoggio al governo. Da ci, la crisi. Ma il partito dei Democratici di sinistra lo accusa di interrompere l'azione di un governo che sta risanando il Paese nell'interesse proprio della classe operaia. Il mondo del lavoro d torto ad entrambi e sta manifestando nelle piazze di tutta Italia per vedere rappacificate le due forze che, solo se restano unite, possono dar loro un po' di speranza.
"Per cosa manifestate?" domanda uno degli spettatori, che sta appoggiato ad una delle colonnette che circondano la bella piazza. E continua:
"Vi comportate n pi n meno come al tempo del Partito nazionale fascista.  un'adunata dello stesso genere, a comando. Siete anche voi espressione di un regime. Questa  la verit!"
Dal corteo esce un energumeno che ha al braccio una fascia del Comitato organizzatore e gli sferra un pugno sul naso.
"Fascista sei tu, e tutti quelli che la pensano come te!"
Il corteo sale gli scalini della piazza, nel mezzo della quale  allestito il palco per il comizio. Salgono sul palco i segretari provinciali delle tre Confederazioni e il segretario regionale dei DS. Giovani dell'Autonomia, da sotto la loggia di palazzo Pretorio inveiscono contro gli oratori. Libert, libert, gridano. Dalla massa dei manifestanti escono alcuni lavoratori e si dirigono verso gli autonomi. Scoppiano dei tafferugli. C' la polizia e interviene con manganellate dirette soprattutto contro gli autonomi.
Dal palco, il sindacato grida che questo governo deve restare in piedi, perch  il miglior governo dalla nascita della repubblica e fa gli interessi dei lavoratori.
"Bugie" gridano dal gruppo degli autonomi. "Questo governo  una dittatura!"
Quando tocca al segretario dei DS, questi non risparmia frecciate all'indirizzo del variopinto gruppo dei dissidenti.
"Noi rappresentiamo" alza il tono della voce "la parte sana del Paese. Contro le resistenze fasciste il mondo del lavoro  sceso in piazza a manifestare il suo sostegno al nostro governo, che sta facendo cose straordinarie per riavviare nel Paese un ordinato processo di sviluppo che assicuri presto il lavoro a tutti."
"Voi aiutate i padroni!" Dal gruppo degli autonomi non ci si arrende. "Aiutate la FIAT e la famiglia Agnelli, ed  il popolo che paga."
"Quando avremo attuato finalmente le riforme costituzionali," continua l'oratore "noi daremo al Paese una democrazia compiuta, e i governi saranno stabili. Ci di cui c' assoluto bisogno per assicurare ai lavoratori un benessere duraturo."
"In questo modo farete fuori le minoranze" grida un altro che non appartiene al gruppo degli autonomi.
"Non  vero! Falso. Falsissimo!" L'oratore risponde direttamente. "Noi prendiamo a modello le democrazie pi mature, come gli Stati Uniti, l'Inghilterra, la Francia, la Germania. Puoi sostenere, compagno, che in questi Paesi non vi  democrazia?"
"Non sono un compagno" risponde l'interlocutore, che si trova proprio in mezzo alla sterminata massa dei manifestanti, che si voltano tutti verso di lui.  un mingherlino, appena si vede.
L'ira dell'oratore si scatena.
"C' ancora chi non vuole capire, o che fa finta di non capire per ostacolare il cambiamento. La classe operaia finalmente dopo cinquant'anni  salita al potere, e questo non va gi alle sacche di parassitismo che ancora si annidano nel Paese. Ma la classe operaia sapr convincere anche i pi ostinati, coloro cio che non credono che un governo delle sinistre possa far crescere e progredire un Paese moderno e un popolo. Noi non siamo le sinistre dell'Europa dell'Est. Siamo le sinistre nuove dell'Occidente. Il francese Lionel Jospin, l'inglese Tony Blair, il tedesco Gerhard Schroeder sono i nostri punti di riferimento. Con loro dialoghiamo, ci scambiamo i punti di vista, cerchiamo le strategie comuni. Costruiremo un'Europa del lavoro e del progresso." Arriva uno scrosciante applauso.
"S, un'Europa dei lavoratori" precisa.
"Faremo la fine della Russia" dice un altro, che si attira l'attenzione, come era accaduto al predecessore, dei manifestanti.
"Non ripeteremo l'errore dei compagni russi, n dei polacchi, n dei cinesi, n di nessun altro. Siamo diversi, siamo legati all'Occidente perch siamo nati qui e qui operiamo per il bene comune."
"Volete fare dell'Italia un'altra Cuba. Perch non dici la verit?" Questa volta  uno grosso che parla, e il vuoto intorno a s lo aveva fatto con le sue braccia poderose.
"Se sei un lavoratore, devi credere in noi. Come puoi pensare che un governo diverso, un governo di centrodestra, possa fare meglio di noi per la classe operaia?"
"Io sono un impiegato" grida un altro da sotto il loggiato. "Il tuo partito difende gli operai, ma a spese di noi impiegati. Il risanamento del Paese passa dalle nostre tasche. Siamo soprattutto noi a pagare."
"Falso. Falsissimo anche questo. Noi combattiamo unicamente i privilegi, le sacche di sfruttamento l dove sono annidate. Se non sei un parassita, se non hai privilegi, non devi temere nulla da questo governo." Un altro applauso pi fragoroso del precedente accompagna queste parole.  desiderio dell'oratore rispondere punto su punto all'attacco dei nemici del popolo. Gli autonomi se ne stanno andando. Qualcuno  dovuto ricorrere alla medicazione di un'ambulanza, che sosta di fianco alla piazza.
"Cari compagni, noi faremo di tutto perch il Partito della rifondazione comunista si avveda del suo sbaglio e torni nella maggioranza per consentire al governo di portare avanti il suo programma. Siamo convinti che prevarranno la ragione e il buon senso.  il primo governo delle sinistre, non pu cadere per un vile attacco fratricida!" Gi un altro scroscio di applausi. I tre sindacalisti si guardano negli occhi soddisfatti. Quando l'oratore termina, sono i primi a stringergli la mano e ad abbracciarlo.
Il corteo non si scioglie, per. Prosegue fino in piazza Grande, davanti al palazzo del Prefetto, intonando l'inno di Mameli.

Finlandia, lo stesso giorno.
Una slitta corre sull'ampia distesa di neve. Le renne viste da dietro, con quel loro sculettare, paiono ridicole a Into e Janne.
 molto tempo che camminano. Into e Janne si sono picchiati a morte, poi hanno fatto l'amore sulle rive del lago di Inari.
"Quando ti fermerai, Into?"
"Pi lontani andremo, meglio sar."
Non si conoscono che da qualche giorno. Into ha fatto sosta a Rovaniemi e l'ha caricata sulla slitta.
Janne  abituata a stare con gli uomini. A Rovaniemi si concedeva facilmente per pochi soldi ai visitatori di passaggio. Era la pi ricercata. Cos Into si present da lei. Uomo rude, non spese molte parole.
"Vuoi venire via con me?"
"Dove andrai?"
"Ho una casa a Utsjoki in mezzo al bosco. Saremo felici."
"Vorresti vivere con una come me?"
"Se accetti, sarai una donna felice."
Durante il viaggio avevano incontrato una tormenta di neve. Janne si era spaventata.
"Ho paura. Fermati, rifugiamoci da qualche parte."
Into non l'ascoltava.
"Dobbiamo proseguire."
"Non voglio! Non voglio!" Cominci a dargli pugni sul petto.
La neve tagliava i loro visi. Into arrest la slitta.
"Smettila!" disse.
"Non voglio pi venire con te. Riportami a casa."
"Ecco cosa ci vuole ad una donna come te" disse Into, e cominci a picchiarla con le sue grosse mani. Janne sanguinava e cerc di ripararsi con le braccia, ma Into colpiva anche quelle, e i suoi pugni facevano male.
"Basta, basta, ti prego" disse infine Janne. "Verr con te."
"Ne buscherai delle altre, se non mi ubbidirai."
Giunsero al lago. Janne non ha pi parlato. La tormenta  cessata e nel cielo fa capolino un sole sbiadito.
"Sei contenta, amore mio?"
"S" risponde Janne.
Fecero all'amore, e Into giacque sopra di lei come un animale.
"Davvero mi vuoi bene?" ripete Janne.
"Sei la donna pi bella che abbia incontrato."
"Non ti prendi gioco di me?"
"Darei le mie renne per un tuo bacio."
Il lago di Inari  ghiacciato. Into va alla slitta a prendere la lenza per procurarsi del cibo. Buca il ghiaccio e la cala nell'acqua. Janne gli sta a fianco, inginocchiata.
"Puoi fare felice una donna, Into."
"E tu un uomo, mia piccola Janne."
Accendono il fuoco. Si rifocillano, raccontandosi delle loro speranze. Janne non si  ancora arresa, sogna di incontrare un uomo che l'ami fino alla follia, con il quale fare molti figli, ed essere una sposa e una madre felice.
"Sei tu quell'uomo, Into? Vorrei crederlo."
"Forse sono proprio io, perch ti amo tanto."
Quando ripartono, il tempo  migliorato. L'aria si  intiepidita. Ma vicino a Utsjoki la slitta si rovescia. Janne sbatte la testa contro una roccia e Into non pu fare nulla per lei. Si guarda intorno e vede una pozza d'acqua gelata. Prende il corpo di Janne sulle braccia, lo depone sulla lastra di ghiaccio, fa un buco e ve lo getta. Torna sulla slitta e dopo circa due ore di viaggio raggiunge Utsjoki, casa sua.

Due operai di ritorno dal comizio.
"Esci stasera?"
"Forse. Tu cosa fai?"
"C' una festa al mio paese, perch non vieni e porti tua moglie?"
"Se ne avr voglia. Da quando  stata licenziata, mia moglie ha poca voglia di uscire. Si  come tappata in casa. Dice che non si sente pi utile."
"E tu?"
"Io cosa?"
"Che le rispondi?"
"Diamine. Che non  affatto vero, che lei  utile, a me prima di tutto e poi a nostro figlio, che  piccolo e ha bisogno delle sue cure. E aggiungo che stare a casa forse  una fortuna per una donna."
"Ci credi?"
"Certamente che no. Ma cosa dovrei dirle? Che ha ragione lei? Che  diventata inutile? Del suo stipendio c'era bisogno, eccome. Noi paghiamo ottocentomila lire di affitto, dimmi come posso tirare avanti."
"Io ho rinunciato ai figli. Quando mia moglie me lo chiede, le rispondo che i figli oggi se li possono permettere soltanto i ricchi. Mia moglie  maestra, ma non  mai riuscita a lavorare, sebbene abbia tanta voglia di rendersi utile."
"Tu ci credi che presto ci sar lavoro per tutti, e che l'Europa risolver molti problemi della societ, primo fra tutti il lavoro?"
"L'Europa non risolver un bel niente. I nostri problemi resteranno tali e quali."
"Sarebbe stato meglio vivere come si viveva un milione di anni fa, nelle grotte, nutrendoci di pesca e di caccia. Non avremmo avuto tutti questi problemi, e di certo la nostra vita sarebbe stata pi serena, non credi?"
"Ci penso anch'io tante volte. Ma temo che siamo andati troppo avanti, e ormai  tardi per tornare indietro. Ci siamo abituati a convivere con delle comodit che sono soltanto un'illusione."
Sono quasi arrivati al parcheggio delle auto.
"Noi siamo fortunati perch un lavoro ce l'abbiamo. Pensa ai disoccupati, a quelli che hanno perso il posto di lavoro. Costoro non lavoreranno mai pi ."
"Sar vero che l'accordo che si profila tra Rifondazione comunista e i DS creer nuovi posti di lavoro?"
"Non ci credo, anche se sono stato, come te, alla manifestazione. Se non si andava, si aveva tutti contro in fabbrica, e ci avrebbero isolato e considerati dei traditori."
Marcello apre la portiera della sua macchina.
"Allora, Santino, stasera?"
"Se convinco mia moglie, ci sar. Sarebbe una grazia farle passare finalmente una serata in allegria."
"Ti aspetto."
"Vedrai che ci sar." Marcello mette in moto. Santino saluta e a sua volta si avvia verso la propria auto, parcheggiata poco distante.
"Cosa abbiamo mai fatto noi disgraziati per penare cos tanto" mormora mentre in tasca cerca le chiavi della macchina.

Rio de Janeiro, grosso modo nelle stesse ore. Siamo in un vicolo sporco, fiancheggiato da baracche fatiscenti. Qui lavora una missionaria italiana.  giunta da poco,  al suo primo incarico.  giovane, inesperta, ma piena di entusiasmo. Si chiama Maria. Prima di partire ha detto alle sue compagne:
"A chi mi chiede il senso di questa partenza, mi sento di rispondere semplicemente: perch questa  la mia vocazione, a questo il Signore mi ha chiamata da sempre. Sono contenta, anche se ogni tanto riaffiorano i timori e le incertezze che accompagnano ogni cambiamento, ma in fondo si sta realizzando il sogno della mia vita, poich il desiderio di andare in missione l'ho avuto da sempre... la missione  stata il primo amore della mia vita.(27)"
Maria insegna ai bambini a leggere e a scrivere.  il suo incarico principale, ma quando ha finito aiuta le compagne. Anche se prima di partire aveva visto le immagini alla Tv ed era stata preparata, non avrebbe mai creduto che potesse esistere sulla Terra una miseria cos grande, che colpisce anche lo spirito.
La chiamano perch uno dei suoi bambini sta male. Da qualche giorno non viene a scuola, Maria  stata a trovarlo, sembrava una cosa da niente; invece ora sta morendo.
Maria  al suo capezzale, lo accarezza. Il bambino apre gli occhi, sorride.
"Sto morendo? Non voglio morire. Tu mi salverai, vero?"
"Posso pregare Dio per te."
"Dio  tuo amico. Allora mi salver, se glielo chiederai. Chiediglielo, chiediglielo." Di nuovo chiude gli occhi. La mamma  in disparte. Il ragazzo non ha il padre, non lo ha mai conosciuto. La madre  sicura che Maria possa fare qualcosa per salvare il suo bambino. Sta l e attende. Maria  inginocchiata, ha il capo chino e prega. Nessuno ode le sue parole, che sono pronunciate direttamente per Lui, per il suo Sposo.
Vedere un bambino che muore  la cosa pi straziante che possa accadere su questa Terra; chi vi assiste paga un grosso pedaggio al dolore.
In quei luoghi, e nei tanti simili sparsi nel mondo, queste cose accadono ogni giorno, e un bambino lascia la sua vita senza capire perch. Mentre cresce, muore.
Maria prega Dio perch lo salvi, perch salvi anche lei, sebbene abbia molta fede e sia preparata a non comprendere.
Ma il pianto improvviso della madre, le sue grida disperate, le dicono che il figlio  morto. Maria si alza, non ha il coraggio di posare gli occhi sul bambino n sulla madre. Con le lagrime agli occhi e lo smarrimento nel cuore esce da quella casa.

Nella vicina Argentina, a Buenos Aires, Il presidente americano Bill Clinton viene fischiato dalla folla. Lo si accusa di colonialismo nei confronti di quel Paese e di tutta l'America latina. Lungo le strade dove passa, e nelle piazze, si bruciano le bandiere americane.
"Ci vorrebbe un altro Che Guevara" dice uno dei manifestanti, mentre appicca il fuoco alla bandiera e la lancia contro il corteo.
"Il capitalismo  ancora pi potente. Pi passano gli anni, pi s'impadronisce di noi. Il Che ha perso allora, figuriamoci oggi."
"Non ci resta che manifestare il nostro disprezzo. Baster?"
"No che non basta. Loro se la ridono delle nostre manifestazioni. Non contano niente. Le mettono gi in bilancio, ogni volta che fanno un passo avanti nella loro marcia di conquista."
"Ma cosa resta ancora da conquistare, se hanno praticamente tutto?"
"La nostra anima."
" mai possibile che mirino anche a questo?"
"Quando ci saremo stancati, quando ci avranno umiliato, allora saremo disposti a vendere la nostra anima. Sar la fine di tutto, e per sempre."
"Dunque la vita  stata creata, il mondo  stato creato solo per i ricchi e per i potenti?"
"Comincio a credere che s. Sono loro i destinatari della Terra."
"Dio ha creato tutto ci per i potenti?"
"Anche Dio  potente, anzi onnipotente."
"Ma misericordioso, buono verso i deboli e i miserabili come noi."
"Dio non l'ho mai incontrato. Ma penso che sia pi amico dei potenti che nostro."
"Sarebbe meglio che non esistesse, allora."
"Forse  proprio cos. Ma per noi, esista o non esista Dio, non cambia nulla."
"Maledetto il capitalismo e i suoi rappresentanti" grida, mentre in quel momento transita il corteo presidenziale.
Non molto distante da l, in uno scantinato, due rivoluzionari stanno affrettandosi per piazzare una bomba, prima che sopraggiunga l'auto del presidente.
"Far un bel botto, e addio presidente. La tua America la rivedi dall'inferno."
"Sbrigati, o non faremo in tempo."
"Questo gingillino  il rimedio a tutti i mali. Quando non ce la fai pi , li facciamo saltare in aria. La guerriglia  la sola arma rimasta ai poveri."
"Un giorno o l'altro, te la taglier quella lingua. Smettila di parlare, e fai presto. L'auto del presidente  vicina."
"Caro amico, ora si apre il sipario ed entra in scena la disperazione. Ma c'entra con tutta la dignit che le  consentita su questa Terra. Andiamo."
Stanno per uscire in strada, quando una raffica di mitragliatrice li colpisce in pieno petto. Cadono a terra, e cade anche la bomba gi innescata, che esplode e riduce in mille pezzi i loro corpi.

Rio de Janeiro. Maria prega Dio. Sta l, inginocchiata sul pavimento, davanti ad un modesta croce di legno appesa alla parete. La sfiora il dubbio che Dio non esista. Intorno ha le sue compagne. La incoraggiano. Soffrono per lei.
"Mio Dio, dammi un segno. Perch io possa ritrovare me stessa, dammi un segno."
Bussano alla porta. Una delle compagne va ad aprire.
"Maria, vogliono te."
Si volta. Sulla soglia stanno i suoi bambini, sorridenti.
"Maria, Maria."
Ha piovuto fino a poco prima e la strada  piena di fango. Hanno schizzi di fango dappertutto, perfino sul viso. Maria esce con loro.

A Utsjoki cade la neve. Into attende che sua moglie abbia preparato il pranzo. Alzatosi molto presto, l'ha aiutata finch ne ha avuto voglia, poi un'irrequietudine lo ha assalito. Si  fermato d'un tratto. Che hai? gli ha domandato la giovane sposa. Niente, bada a te. La stanza foderata di legno  piccola; l in fondo, una scala conduce alla camera.  sufficiente per vivere felici, e sua moglie lo . Into  tutto per lei.

Come Into in quel momento sta coi suoi pensieri dietro i vetri della finestra e stende lo sguardo sulla distesa di ghiaccio senza fine davanti alla sua casa, cos Giorgio dalla finestra osserva il cielo grigio, carico di nubi nere, che tra poco rovesceranno gi tanta acqua da gonfiare il fiume della sua citt.
"Se avessi una moglie, non mi sentirei cos solo."
Davanti ai suoi occhi corrono le immagini delle donne che ha incontrato nella sua vita, tutte belle: le ha lasciate andare, e ritornano ancora pi seducenti. Si affollano gi nella strada e lo chiamano.
"Professore, professore!"  Ada che bussa alla porta.
Apre.
"Che vuoi?"
"Seduta al bar, c' Sandra. Sta male."

William ha litigato un'altra volta con suo padre.
"Non ti permetter di sposare Rosy. Bada a te, figliolo, guai a disubbidirmi."
"Io amo Rosy, non sposer nessun'altra all'infuori di lei."
"Tu sposerai la ragazza che dir io. O dovrai fare i conti con me."
Il padre sta seduto al tavolino, e grida la sua collera. Non si sa perch ce l'abbia tanto con Rosy, una ragazza cos dolce.

Giorgio scese lentamente le scale, senza farsi prendere dalla fretta. Il bar era a due passi. Alessandra lo attendeva seduta al tavolo.
"Stavo venendo da te, quando all'improvviso mi sono sentita mancare le forze. Mi sono rifugiata qua dentro. Sono stati tutti buoni con me."
" entrata che sembrava una morta" disse Pino.
"Sono stata io a metterla a sedere, altrimenti cadeva a terra, poverina." Era Ada.
"Come stai ora?"
"Bene, posso muovermi."
"Allora andiamo."
Fuori il cielo minacciava pioggia, o neve, se fosse calata la temperatura. Alessandra si teneva chiuso il bavero sollevato del cappotto.
"Vieni da me o vuoi tornare a casa?"
"Salgo da te, Giorgio."
Per le scale incontrarono Adele.
"Uhm, signorina Alessandra, che brutta cera. Sta poco bene? Vuole che le prepari qualcosa, professore, un t molto caldo?"
"Mi creda, signora Adele, non  niente."
Quando furono entrati nell'appartamento di Giorgio, Alessandra si fece accompagnare in salotto e si sedette sulla poltrona accanto alla finestra.
"Ora apro appena appena la finestra. Un po' d'aria ti far bene."
"Tu non mi ami, Giorgio."
"Che c'entra l'amore, ora."
"Per una donna  tutto."
"Ma tu non sei una donna come le altre. Cos mi  parso, almeno fino a ieri."
"E come sarei?"
"Pensavo che non ti interessassero i sentimenti, che fossi superiore a queste frivolezze. Sei sempre stata una donna forte tu."
"Perch non riesci ad amarmi?"
" una storia troppo lunga."
"Stasera ho tutto il tempo per ascoltarla."
"Ma non io. Non mi va di parlarne, ecco tutto. Eppoi non stai bene."
Bussano alla porta.
Giorgio va ad aprire e si trova davanti Adele.
"Mi deve scusare tanto, professore, ma Cornelia ha insistito perch venissi a dirglielo."
"Dirmi che cosa?"
"Posso entrare un momento?"
"Certo che pu. Mi scusi." Spalanc la porta quel tanto per lasciarla entrare. Adele scorse in salotto Alessandra e si diresse verso di lei.
"Sta meglio, ora, signorina?"
"Meglio, grazie."
"C' troppa umidit nell'aria. Si soffoca. Di questo passo, con tutto che inquina, chiss come finiremo." Si mise a sedere sul divano. Giorgio si accomod sull'altra poltrona di fronte alle due donne.
"Di che cosa voleva parlarmi, signora?"
"Mi chiami semplicemente Adele, professore. Ormai ci conosciamo da molto tempo. Lo sa, che dicendomi signora mi fa sentire troppo importante per una donna semplice come me. Eppoi, detesto le complicazioni, le formule, insomma mi chiami semplicemente Adele una volta per tutte."
"Di che si tratta allora?"
"Sotto di me, lei forse non se n' mai accorto, ci abita un giovane, un certo Alberto. Anzi ci abitava, perch... ma non lo conosceva davvero, professore?"
"Uno alto, biondo, un bel ragazzo. Robusto..."
"Proprio lui."
"E allora?"
"Stanotte l'hanno trovato ammazzato. Poco fa, mentre lei non c'era  tornata la polizia. Pochi minuti, e se ne sono andati."
"Che mestiere faceva?"
"Quello che fanno oggigiorno i ragazzi belli come Alberto. Si faceva mantenere dalle donne. In mancanza di un lavoro normale, oggi succede che i giovani si prestino anche a questo, visto che ci sono delle donnacce che li cercano, certi giovani..."
"Era un tipo molto riservato. L'avr incontrato tre o quattro volte in tutto. E tu, Alessandra?"
"Io che cosa?"
"Salendo da me, ti  mai capitato di incontrarlo?"
"Mi pare. Qualche volta. Ma non ci ho mai fatto caso."
"Eppure era un tipo molto vistoso, di quelli che piacciono alle donne."
"E con ci? Mica sono obbligata ad accorgermi di tutti i bei ragazzi che mi passano accanto."
"Ha sempre cos fretta, lei, Alessandra, quando viene a trovare il professore... Non se lo lasci scappare, dia retta a me.  un brav'uomo, il meglio che pu toccare a una donna. Se si ha la disgrazia di sposare l'uomo sbagliato, per una donna la vita diventa un inferno. Glielo dico per esperienza personale. Mio marito non era cattivo, ad un'altra forse poteva anche andar bene, ma per me era vuoto, completamente vuoto dentro. Con un uomo ci si deve poter parlare, ragionare, e invece lui con me non parlava mai di niente. Eppoi, abbiamo avuto anche la sfortuna di avere una figlia come Cornelia. Ah, un tesoro di bambina, ma, ahim, con quella disgrazia addosso. La poliomielite me l'ha ridotta cos, un'anima pura, senza colpa, cos sensibile e intelligente. Ma ora devo andare. Cornelia mi aspetta. Vuol sapere se gliel'ho detto al professore del giovane ammazzato. Lei stravede per il professore, e quando pu fare qualcosa per lui,  la bambina pi felice del mondo."

In una casa poco distante.
Due giovani sposi, Lucia e Fiorello, hanno una figlia di sette anni, Valeria.  tardi. Sono tornati da poco da una visita fuori citt, hanno avuto un incidente e la loro vecchia auto si  rotta e hanno dovuto chiedere soccorso. Ora hanno il problema di come riparare il danno, dato che le loro condizioni economiche non sono affatto floride. Lui  in preda allo sgomento, lei cerca di rincuorarlo.
"Come faremo Lucia? Domani mattina come faccio ad andare a lavorare? Mi licenzieranno."
"Prendi il pullman."
"Ma la fabbrica  lontana, non posso fare tutta quella strada a piedi."
"Allora dirai che sei malato."
"Per domani, e poi? Che dir gli altri giorni?"
"Troveremo una soluzione."
"E come?"
"Non ci pensare. Vedremo domani."
"Povera Lucia, perdonami, perdonami."
"Non ricominciare, ti prego."
"Tu sei cos bella, meritavi di meglio. Ti faccio vivere tra gli stenti. Non pensavo di ridurmi cos."
La figlia  ancora nella stanza, ascolta, si mette a piangere.
"No, Valeria, non fare cos. Non  niente, non piangere. C' rimedio a tutto, e anche questa volta scacceremo la sfortuna. La manderemo fuori della porta a bastonate, come abbiamo fatto l'altra volta, ti ricordi? Quella s che fu una prova difficile. Questa non  nulla al confronto. Tuo padre ed io siamo forti, ci siamo ormai abituati. Per noi,  diventato quasi un gioco, non  vero Fiorello?"
"Con un buon sonno, tutto torner a posto, come prima, e tu Valeria non far caso alle mie lagne, lo sai che tuo padre si sgomenta per un niente. Ma ti prometto che domani ogni cosa torner come prima, e se la macchina si  rotta, noi la faremo riparare, e se non la si pu riparare, ne compreremo un'altra."
"Davvero, babbo, non sei triste?"
"Triste io? Nemmeno per sogno, quando mai. Se mi vengono le paturnie, come vengono se ne vanno, e chi s' visto s' visto."
Valeria sorride, e dopo aver ricevuto il bacio dei genitori, si ritira in camera sua.
"Non devi mai pi lamentarti in presenza di Valeria, me lo prometti Fiorello? La bambina  sensibile, le guaster il carattere."
"Che siamo nati a fare, Lucia, se la vita non ci riserva che dispiaceri."

Maria  tornata a casa per un breve periodo di riposo. Sono trascorsi alcuni mesi e sta meglio, le  tornato il coraggio di vivere. Sua madre non cessa un attimo di guardarla, non facendosene accorgere. Vuole essere sicura che la sua piccola  ritornata ad essere la ragazza piena di vita che era una volta, prima di partire.  ancora convinta che la fede l'ha guastata, che i preti le hanno messo nelle orecchie voci maledette, che l'hanno stregata. Maria non era mai stata una bigotta e nemmeno una frequentatrice assidua della chiesa, come lo erano molte altre ragazze del paese. Non mancava alla Messa domenicale, questo s, ma non andava molto oltre. Poi ad un tratto un nuovo parroco le aveva ficcato in testa certe idee, e Maria era cambiata, si era messa a guardare le cose con altri occhi. Vedeva ingiustizie dappertutto e dava la colpa di ci all'egoismo dell'uomo, che aveva prevalso sulla bont. Come rimediare? Dandosi da fare, agendo, compiendo le azioni che avrebbero messo in risalto il buono che era nell'uomo. Partita per il Brasile, la prova dei fatti l'aveva piegata. Troppa la miseria, troppo grande la forza del male. Come poteva vincere, anche se non era sola e ve n'erano migliaia come lei pronte a dare la vita per il bene degli altri?
Quella sera Maria andava ad una festa. Le amiche avevano insistito.
Suon il campanello.
"Siamo noi. Sei pronta, Maria?"
"Scendo."
Sal in macchina. Era una serata tiepida, di quelle che mettono il buon umore, e favoriscono il sentimento.
La festa si teneva in un antico palazzo. Si diceva che il figlio del padrone fosse un po' innamorato di Maria, da prima che partisse, e che la festa era stata organizzata per lei, apposta per rivederla e poterle parlare.
Uno splendido lampadario calava dal soffitto e illuminava con una calda luce tutto il salone. Il giovanotto le and incontro non appena la vide. Maria si ferm, intimidita.
"Sei tornata!" disse lui.
"Non sei cambiato."
"Tu molto, ma sei pi bella di prima."
"Non sono bella." Diceva sempre cos, rifiutava il complimento dal profondo del cuore, con sincerit. Invece era bella. Dio l'aveva fatta bella.
Venne un'amica a frapporsi, innamorata pure lei del ragazzo. Le danze erano incominciate e l'amica era venuta a prendere il cavaliere.
"Voglio ballare con te" disse senza arrossire. Lo condusse tra le altre coppie e Maria presto lo dimentic. Pensava ad altro. All'improvviso vide le baracche dei suoi bambini, la piccola scuola con il tetto di lamiera, gli occhi dei bimbi dentro i suoi, avidi di sapere, di conoscere, di sperare. Certo, potevano crescere anche senza di lei, perch vi erano missionarie pronte a sacrificarsi di pi per supplire, ma lei, lei poteva fare a meno di loro? Un sorriso, uno solo, uscito da quelle bocche di sofferenza, da quegli occhi di dolore, valeva tutta la sua vita, e forse di pi .
Vennero a chiederle un ballo, era venuta per questo, ma non lo ricord. Non udiva. Era lontana. Quando il giovanotto, figlio del padrone, torn da lei, lo ud appena.
"Questa festa  per te, Maria, ti voglio bene."
"Ripartir. Torner tra la mia gente."
"Vuoi che venga con te?"
"Tu?"
"Se vuoi..."
"C' sofferenza, c' dolore."
"Ci ho pensato. Lo so. Ma voglio tentare anch'io, se mi aiuterai."
"Non io, ma Dio ci aiuter."
Non ballarono pi ; si sedettero in disparte.

Into non ha niente di urgente da fare, perci sta davanti alla finestra, seduto sopra uno sgabello. Pensa a Janne e a ci che pu essere rimasto di lei.
Ha dinanzi la pianura sterminata, ricoperta di ghiaccio. L in fondo tocca il cielo; forse  proprio l che sta Janne. Gli pare di vederla prendere forma dentro quella sottile nebbia che sta tra il cielo e la terra; viene verso di lui e non sorride. Lo attanaglia la paura. Ripensa alle molte leggende udite, alla ferocia dei morti violenti. Pensa di fuggire, di andare nella stalla a prendere le renne e correre via, il pi lontano possibile, e forse spegnere in qualche parte non ancora contaminata dall'uomo la sua pena.
Si volta. Sua moglie  entrata in casa e conduce per mano il bambino, che appena cammina. Una vita che deve ancora fiorire. Into va loro incontro e si china ad abbracciare il figlio. Dietro i vetri, gli pare che l'ombra intravista all'orizzonte lo stia guardando.

Rosy e William non hanno figli, sebbene li abbiano tanto desiderati. Sono giovani, e non devono perdere la speranza. Il padre di William si  rassegnato ed ora addirittura  contento di quelle nozze, che sono state celebrate quasi furtivamente nella piccola chiesa del paese, alla presenza di pochi intimi. Rosy era vestita di bianco e risplendeva della sua gioia. Molto pi bella di William, pensava il padre. Durante il sermone pianse, e nei giorni seguenti non manc di colmare di doni la piccola casa di Rosy e di suo figlio.
"Non datevi pensiero, se non nasce il bambino. Verr col tempo, e se non viene, sarete voi a vivere la vita che spettava a lui. Vivrete pi di cento anni, e questo vecchio vi benedice."
Rosy  sulla scogliera davanti al mare, scende la sera, l'orizzonte  lontano. Sopra l'erba passa un leggero soffio di vento, appena appena percettibile. Rosy si china come per raccoglierlo nel palmo della mano.  come se scorresse la vita, passandole accanto, e fermarla  impossibile. Anche quando si  colmi di speranza.

L'omicidio di Alberto aveva tutti i caratteri del delitto passionale, ma la polizia brancolava nel buio. Si era giunti a scoprire la relazione con la signora Giulia, ma per l'ora in cui si presumeva fosse avvenuto l'omicidio, aveva un alibi: si trovava dal parrucchiere. Si era raccomandata che il marito non venisse a sapere nulla e il commissario Renzi glielo aveva promesso.
"Se lo viene a sapere, mi uccido."
"Bisognava pensarci prima" scapp detto a Renzi, che subito si pent. Jacopetti, che stava accanto a lui, era contento invece che glielo avesse detto. Lui aveva sempre in mente il concetto che le donne sono dei diavoli, e sono sulla Terra solo per combinare guai.
"Allora, significa che lei, commissario, lo dir a mio marito?"
"Non credo proprio."
"Se l'ho tradito, ho le mie ragioni, mi creda. Quando una donna cerca un altro uomo, c' sempre una ragione. Non si tradisce volentieri il proprio uomo."
"Alberto era un bel ragazzo..."
"Capisco cosa vuol dire."
"Lo sa che quello di andare con le donne era il suo lavoro?"
Giulia abbass gli occhi e non rispose.
"Comunque signora, questi sono fatti suoi. A meno che le indagini non mi ci costringano, suo marito non sapr niente da me."
"Si pu fidare di noi" disse Jacopetti, come per consolarla.
Appena fuori, mentre imboccavano il vialetto che conduceva al cancello, Jacopetti non si trattenne.
"Presto quella donna si cercher un altro amante. Ce l'ha scritto in fronte."
"La cosa non ci riguarda, Jacopetti. Non  la sola a comportarsi cos."
"Povero marito.  destinato ad essere cornuto per tutta la vita."
"Anche lui doveva pensarci prima."
"La signora  una bella donna. Sar rimasto accecato dalla sua bellezza."
"Al contrario di noi due, che ancora ci vediamo benissimo."
"Per Maria e Esterina(28) sono delle donne che non ci dnno pensiero. Una donna bella porta sempre dei guai."
"La bellezza costa cara, non  vero Jacopetti? Lo ricordo a te, che quando vedi una bella donna perdi la testa, e ti dimentichi delle cose che dici."
"Ha ragione, commissario. Sono un debole, io. Su me, non metterei la mano sul fuoco."
"Vallo a dire alla tua Esterina..."
"Quella mi castrerebbe, glielo dico io, commissario. Non le mancherebbe il coraggio. Lo sa che quando sono davanti al televisore con la mia Esterina, e compare una bella donna, io faccio finta di non vedere, e se la mia Esterina, da furba qual , mi fa il trabocchetto e vuol sapere cosa ne penso di quella donna, io rispondo sempre che mi pare bruttina, anche se il cervello mi ha preso fuoco. Sa, commissario, le donne belle non sono tutte eguali, per."
"Lo so da me, Jacopetti. Che fai? ti sei rimbambito?"
"Voglio dire che quando vedo una donna bella, mica mi faccio accendere dalla passione..."
Renzi gli batt una mano sulla spalla.
"Non dire citrullate."
"Subito. Accendere subito dalla passione, volevo dire. Ma lei non mi lascia mai finire, commissario."
"Perch stai mettendo in fila una corbelleria dietro l'altra. Ma ti rendi conto di quello che dici?"
"Certo che me ne rendo conto. Ma mi stia a sentire, commissario. Volevo dire che prima io la osservo ben bene una donna bella, perch vede, se lei potesse scegliere fra due donne belle, come si comporterebbe? Scommetto che non ci ha mai pensato, commissario."
"Non ci ho mai pensato no. Quando mai mi capita di scegliere tra due donne belle, se nemmeno me ne capita mai una. E anche te faresti bene a non pensarci. Mica ti capitano queste cuccagne. A me la vuoi raccontare?"
"Lei sceglierebbe a caso, commissario, ecco che cosa farebbe. E qui commette l'errore. Perch potrebbe portarsi a casa la donna sbagliata."
"Ossia?" Renzi si volt a guardarlo pieno di benevola curiosit.
"Anche due donne gemelle non sono uguali per un uomo."
"Questa poi."
"Eh s, commissario. Bisogna saperla scegliere, per non portarsi a letto quella sbagliata."
"E qui ti volevo. Sempre a letto, te, le pensi le donne. Il sesso ce l'hai dentro il cervello, Jacopetti."
"Ma la felicit sessuale  quella che decide della felicit coniugale. Su questo punto non c' filosofo che la possa spuntare con me."
"Esageri, Jacopetti."
"Non esagero,  la verit. Lei la deve guardare bene negli occhi una donna, e deve riuscire a capire se le piace fare all'amore. Tutto qua."
"Te, sempre a questo pensi. E poi mica  cos facile capire."
"Invece, non  difficile. Bastano poche parole, a volte anche una sola occhiata, e si avverte subito se la donna risponde, se c' affinit, se prova la nostra identica inclinazione."
"E se c' affinit?" Ora Renzi cominciava a divertirsi.
"Ha la felicit assicurata, commissario. Quando la sera rientra a casa..."
"Quando rientro a casa, non mi reggo in piedi, Jacopetti. Figurati se penso a fare all'amore."
"Io s, invece. Sempre."
"Povera Esterina!"
"Ma lei mica mi dice di s, commissario. Mi fa certe prediche, che subito mi passa la voglia."
"Allora non hai scelto la donna giusta, Jacopetti. Fai tanto l'intenditore, e poi, quando hai dovuto scegliere per te, hai fatto fiasco. Bel maestro che sei, e vorresti insegnare a me?"
"Non mi vuol mica far intendere che lei, al contrario, ha scelto bene."
"E se ti dicessi di s?"
"Non ci crederei, commissario. Lei scherza, non  vero?"
"Mica sei invidioso."
"Eh s, lo sarei proprio. Ma lei scherza, lo so."
"Siamo due disgraziati, Jacopetti. Quante volte te lo devo ripetere. A noi solo la fortuna di sgobbare ci  toccata. Per il resto, nisba(29)." E fece il gesto con la mano.
"Mi lasci sognare, per, commissario. Mi lasci sognare, se no io divento pazzo."
Ma erano giunti davanti al cancello e si voltarono a guardare la villa, che era immersa nel verde di un parco immenso.
"Certa gente non si accontenta mai."
" proprio quando uno ha tutto, commissario, che commette le pi grandi sciocchezze."
"Cosa c' nella testa di noi mortali, rester sempre un mistero."
"Quello s che sarebbe un bel caso da risolvere."
Jacopetti, mentre diceva queste cose, and ad aprire lo sportello della macchina al commissario. Quindi, salito anche lui, si allontanarono.

Giorgio sta davanti alla finestra, anche lui. Contempla il cielo, che  grigio. Stanno passando dei nuvoloni neri, gonfi d'acqua. Giunger la pioggia, pensa. Dalla parte del mare il cielo  gi tutto coperto. Quelle che stanno passando sono soltanto le avanguardie del temporale. Vorrebbe scendere al piano di sotto, a trovare Adele e Cornelia e scambiare con loro quattro chiacchiere scaramantiche. Ha sempre avuto paura dei temporali, e dei fulmini, che con quello schianto terribile sembrano squarciare anche il corpo di un uomo. Tutta quella energia, pensa, non viene scaricata inutilmente sulla Terra. L'arrivo della piena, lass nel cielo, quel coprirsi minaccioso, hanno su di lui un'attrattiva funesta. Gli pare che tutto quel nero si diriga verso di lui, entri dentro di lui per scaricarvi chiss che cosa. D'improvviso, senza alcun indugio, apre la porta e si trova sulla rampa di scale. Adele  sul pianerottolo e sembra attenderlo.
"Scendo da lei, Adele. Non voglio star solo."
"Mi far contenta."
Adele s'era agghindata, come se avesse intuito il suo arrivo. Sensuale come non mai, dal vestito lasciava trasparire la coscia nuda, rotonda. Lui con la mano le carezz il viso, non appena lei ebbe chiuso l'uscio.
Trem la sua mano e trem il corpo di Adele.
"Cornelia dorme" sussurra appena, mentre offre le sue labbra. Una frenesia li prende, finch la donna, quasi nuda, non lo afferra, conducendolo nella sua camera. Finisce di spogliarlo, poi si getta sul letto e lo attende. In tutto quel tempo non una sola parola usc dalle loro labbra.

Ancora distesi sul letto, sprofondati in quella quiete dolcissima che segue ad una forte passione, furono destati dalle grida di Cornelia.
"Ci ha veduti?" domand Giorgio.
" la sua malattia" rispose Adele, carezzandolo. "Spesso ha dei sogni terribili. "Aspettami qui. Torner presto."
Cornelia era avvolta in un bagno di sudore, gli occhi aperti, sbarrati, sembravano attendere qualcuno che non fosse la sua mamma.
"Sono qua, piccina. Sono io, dormi, dormi."
"O mamma, o mamma..." diceva Cornelia.
"Dormi piccola mia." Si avvicin al letto, si sedette sulla sponda e prese a carezzarla.
"Voglio morire, mamma. Fammi morire." Non era la prima volta che Adele udiva quell'invocazione disperata. Aveva ancora sul corpo il profumo dell'amore. Ne era invasa, lo sentiva, ed ora avvertiva il mescolio che dentro di s faceva quell'acuto dolore.
Quando torn in camera, Giorgio la desider un'altra volta, e Adele non seppe resistere. Gli si abbandon, e se il pensiero di Cornelia stava per turbarla, lei si offriva con pi ardore.

Dalla strada giungono forti rumori. Fiorello e Lucia parlano con la piccola Valeria, che sta facendo i compiti. Fiorello  a casa da qualche giorno, in Cassa integrazione. Si  ridotto il lavoro e l'azienda ha estratto a sorte. Purtroppo  toccata a lui. Lucia ha trovato un servizio ad ore presso una ricca famiglia. Fa le pulizie e sorveglia la casa quando i padroni vanno in vacanza. Il salario  modesto, ma tutto serve quando non si hanno alternative.
 un corteo di scioperanti, quello che sta passando. Fiorello d uno sguardo alla sposa.
"Scendo" dice. "Mi unisco a loro."
" pericoloso. Se ti vedono, ti schedano e non troverai mai pi lavoro."
"E come si pu vincere l'ingiustizia sociale, se ciascuno pensa soltanto a s. Scendo." Lucia tace, perch Fiorello  deciso e lo lascia capire dalla durezza delle sue parole.
Ci sono bandiere di tutti i colori. Santino scorge Fiorello, poich entra nel corteo proprio vicino a lui.
"Sono un cassintegrato" gli dice Fiorello. "Lotto con voi."
"E fai bene. Gliela faremo vedere noi ai padroni!"
"E tu ci credi?"
"Credere in che cosa?"
"Che vinceremo noi."
"E allora perch sei venuto?"
"Per non lasciarvi soli."
"Non ti pare abbastanza?"
"Per vincere?"
"Certo. Se tutti facessero come te, allora s che la vittoria sarebbe sicura!"
"Anche la nostra lotta ingrasser il padrone."
"Questa volta no."
" sempre accaduto. Non lo vedi? Qui in Italia, con qualunque governo, sono sempre i padroni a comandare."
"Ha ragione lui" interviene Marcello.
"No, che non ha ragione."
"Ce l'ha, ce l'ha. E soprattutto se c' un governo che dice di essere amico degli operai. Allora s che sono fregature! Guarda la Fiat. S' ingrassata a pi non posso grazie a questo governo che si dice amico degli operai."
"Ma ora la tregua  finita."
"E chi lo dice?"
"Non vedi quanti siamo?"
"Noi si sciopera per nulla, te lo dice Marcello, caro mio. Non hai visto chi c' alla testa del corteo? Qui c' il sindaco, e a Roma c' il governo. Dunque, dimmi contro chi si protesta. Ormai  tutto un imbroglio."
Fiorello non ci credeva. Guarda in faccia Marcello.
"Sei un disfattista" gli dice.
"Bada a come parli. Dico solo la verit, e se non ci credi, sei un illuso."
"E allora perch non sei rimasto in fabbrica?"
Prima di giungere in piazza San Michele, incontrano un gruppo di leghisti.
"Abbasso l'Italia, viva la Padania!" gridano e lanciano contro i manifestanti arance e uova marce.
Ne nasce una baruffa. La polizia interviene e distribuisce manganellate a destra e a manca senza distinzione.
Anche Fiorello  colpito. Sanguina dal sopracciglio. Santino lo soccorre. Gli fascia la testa con un fazzoletto.
"La prossima volta, porto una rivoltella" dice Fiorello.
"Cos finisci in galera."
" un sopruso."
"E allora?  un sopruso per te, mica per chi comanda. La legge  sempre contro i poveracci, non l'hai ancora capito?"
Marcello intanto ha afferrato una bandiera e con quella si difende dai poliziotti. Ne colpisce uno. Subito ne piombano altri tre o quattro e lo circondano.
"Marcello scappa!" grida Santino. Ma un poliziotto l'ha sentito. Gli salta addosso. Fiorello si mette in mezzo e cerca di aiutare il compagno. Un nugolo di poliziotti  su di loro e vengono colpiti ripetutamente.

Rosy ora lavora nel negozio del padre di William, che si trova nella strada principale del paese. Quando qualche volta sosta sulla soglia vede il mare.
Gli affari vanno bene. D'estate ci sono molti turisti. William ha trovato un impiego proprio l davanti, in un'agenzia turistica. Quasi si vedono, e Rosy, quando le riesce, passa davanti e gli fa un sorriso. A volte deve sostare per un po' prima che lui la vede, nei giorni che c' molto lavoro. Il padre di William non dice nulla quando la nuora si allontana. Le vuole bene pi di prima.

Il commissario Luciano Renzi brancolava ancora nel buio. Verrebbe voglia di dire: come al solito. Ma Jacopetti la pensava diversamente.
"Dobbiamo insistere con quella Giulia, non  cos commissario?"
" molto probabile che sia stata lei. Non sopportava che quel ragazzo la tradisse con un'altra."
"Eppure lo sapeva che era un gigol."
"Se n'era invaghita."
"Brutta bestia la gelosia."
Di sotto alla finestra videro sfilare un gruppo di manifestanti che si erano sganciati dal corteo principale. Gridavano slogan contro il governo.
"Da quanti anni facciamo questo lavoro, Jacopetti?"
"Lei da pi anni di me, e fra poco va in pensione."
" sempre la stessa storia. Ci saranno sempre due classi a questo mondo: gli fruttati e gli sfruttatori."
"In politica ci vorrebbe uno come lei, con le idee chiare e la voglia di fare del bene."
"Ma chi te le mette in testa queste cose: Esterina?"
"Lei  un Dio per la mia Esterina, non faccio in tempo ad aprire bocca che si mette subito ad elencare i suoi meriti, e poi, tutti i miei difetti. Non ne posso pi ."
"Lo fa per il tuo bene."
"Per farmi arrabbiare, lo fa."

In quel quartiere popolare della citt di Lucca, uno dei pochi rimasti intatti nella loro struttura antica, Via Pelleria, Giorgio era nato e cresciuto, e ora vi era ritornato per un percorso della vita che lo riconduceva alle sue origini.
Nella piazzetta che scorgeva dalla sua finestra vedeva la fontana, che sembrava ferita, quasi diversa dalle volte che vi andava a bere a garganella da ragazzo, con l'acqua che gli traboccava dalla bocca e i compagni che attendevano dietro di lui il loro turno, dopo aver corso e sudato nei molti giochi di quell'et.
Rannicchiato in quel minuscolo segmento della Terra, Giorgio avrebbe voluto che nel suo cervello penetrassero tutte le esistenze presenti in ogni luogo, e financo quelle trascorse da che l'uomo esiste. Che cos'era mai questo istinto di universalit che lo invadeva certi giorni, e accendeva in lui la piccola fiammella dell'onnipotenza, che nei pi sta nascosta come un bacillo che non si svela?
Ada, poco distante da lui, stava seduta al bar, attendeva i clienti. C'era Pino e c'erano gli altri. Giorgio desiderava ardentemente possedere le loro vite, tenerle chiuse nella sua mente, analizzarle, seguirne gli sviluppi, farle diventare carne della sua carne. Era normale tutto ci? Di Adele, di Alessandra, e anche di Ada, aveva posseduto il corpo; nell'istante del piacere si erano fusi, erano diventati un essere solo.  il piacere,  la gioia, che ispirano il sentimento dell'universalit?
E come riuscire a possedere il passato di tutti, come impadronirsi degli spiriti che hanno percorso la Terra? Gli sembrava di impazzire. Aveva letto in quei giorni Zola, Il ventre di Parigi; Zola era entrato dentro di lui, nel momento che descriveva quell'affresco meraviglioso delle Halles di Parigi; e la venditrice di zuppa di cavoli, in silenzio era scivolata in un cantuccio della sua anima; vi continuava a preparare la zuppa alla fila di ortolani, di facchini, di operai, di affamati che in quell'alba grigia di Parigi cominciavano la loro giornata di fatica.
Vide passare Ada sotto la sua finestra. La chiam, Ada sal. Ci fece all'amore.

Qualche giorno dopo, Renzi buss alla sua porta. Lo interrog sul giovane ucciso.
"L'ho incontrato qualche volta sulle scale. Non lo conoscevo."
Usciti dal portone, Renzi e Jacopetti si ritrovarono nella piazzetta San Tommaso.
" Giulia che l'ha ucciso" disse Jacopetti.
"Come fai ad esserne cos sicuro. Era un gigol. Non potrebbe essere stata un'altra donna?"
"Un'altra donna ci sarebbe passata sopra, e invece quella Giulia mi  parsa una donna orgogliosa. Per questo l'ha ucciso, perch non sopportava che dopo essere stata con lei, frequentasse ancora altre donne. Ce ne sono, sa commissario, di donne di questa fatta."
"Vuoi dare una lezione a me, Jacopetti?"
"Per carit,  lei che ogni giorno insegna a me."
"E tienine di conto quando sarai commissario."
"Ne deve ancora passare di acqua sotto i ponti. Quando lei sar Questore, forse..."
"Allora non sarai mai commissario."
"O quando lei andr in pensione..."
"Campa cavallo. Prima o poi in pensione non ci andr pi nessuno, e si dovr lavorare almeno fino a settant'anni."
Giorgio stava alla finestra. Si ritir per paura che, sorprendendolo a spiare, sospettassero di lui per l'omicidio di Alberto. Aveva avuto conferma dal commissario che era stato un gigol, e campava approfittando delle debolezze delle donne. Quel suo vizio, per, gli era costato caro.
Presero via Pelleria, nel tratto che conduce verso le Mura. Le vecchie case, pur mantenendo la struttura antica, erano state restaurate e in alcune abitavano persone benestanti, che avevano la villa in campagna, e si trasferivano in citt per l'inverno e per sbrigare gli affari. Anche la casa di Giorgio era stata restaurata, ed era abbastanza confortevole. Dalla finestra che dava sul sagrato della chiesa scorgeva i platani delle Mura.
Renzi e Jacopetti presero la piccola salita che porta al baluardo di Santa Croce. Avevano intenzione di ritornare al commissariato passando dalle Mura, in direzione del baluardo di San Paolino. Andavano lentamente, e Renzi si ricordava che il medico gli aveva consigliato pi di una volta di camminare a piedi per smaltire l'abbondanza dei trigliceridi. Con quei piedi larghi, d'altronde, non poteva andare pi veloce di cos. Diverso, molto pi agile, era il passo di Jacopetti, che aveva una salute di ferro ed era rimasto lungo e magro, asciutto come lo era stato a vent'anni.
La gente frequentava le Mura per il passeggio, a piedi e in bicicletta. Era bello vedere quei volti distesi nell'occupare quel poco tempo libero che gli destinava la vita. Vi erano di tutte le et, e passavano perfino delle belle ragazze, che facevano girare la testa agli uomini. Alla loro sinistra, Renzi e Jacopetti avevano la citt turrita con le strette viuzze lastricate e i tetti rossi antichi; a destra i prati e il fossato che un tempo proteggeva la citt, alle cui porte erano fissati i ponti levatoi.
"E va bene, Jacopetti, domani torneremo dalla signora Giulia."

Tocc al commissario Renzi decidere le sorti di Santino, Fiorello e Marcello.
"Tornate a casa" disse, al contrario di quanto avrebbe voluto fare il Questore, che tuttavia lasci carta bianca a Renzi, visto che sua era la competenza.
"Per, valuti bene ci che fa. La citt  surriscaldata. Gli ordini, lo sa, sono di essere severissimi, e di dar loro una lezione."
"Li abbiamo tenuti in cella abbastanza, non crede? La lezione, eccome se gliel'abbiamo data."
"Non basta mai a certi tipi, che si credono di poter fare e disfare le leggi a loro piacimento. Si  perso il senso della misura, Renzi, e lei veda di non assecondarli. Severit, e severit, non ci si deve intenerire con costoro, che sono il tarlo della societ, e pi si compatiscono, pi lavorano contro tutti noi. Stia in guardia, Renzi, e usi la ragione, non il cuore."
" giusto che tornino a casa, questo  ci che penso, e se lei lascer decidere a me, far cos."
"Lei sa che la stimo, e quindi..."
"Vado a dare gli ordini."
Fiorello, quando torn a casa, trov Lucia cambiata. Dimagrita, non parlava pi . Lo vide e non emise un suono; gli occhi, prima vivaci, erano spenti. La figlia Valeria dormiva.
"Vincono sempre loro" disse lui quasi sottovoce, pensando alle manganellate che aveva ricevute, e ai giorni di prigione.

Fiorello aveva stretto amicizia con Santino e Marcello e si facevano visita. Ora erano a casa di Fiorello, e Lucia aveva preparato il t. Lo serv in cucina, poich era l che s'incontravano e scambiavano quattro chiacchiere. Gli argomenti erano sempre gli stessi, che attenevano al lavoro e alla condizione disperata di molte famiglie. Anche Valeria, seduta su di uno sgabello, ascoltava.
Marcello sosteneva che occorreva consentire alle aziende di produrre, perci il governo doveva avere sempre un occhio di riguardo per esse.
"Se imponiamo dei legacci alle aziende, facciamo il nostro danno. Un'azienda deve produrre ricchezza, perch possa dare lavoro a noialtri."
"Ma la ricchezza, mica viene a noi, se la pappano loro, caro Marcello.  questa la verit." Era Santino, che a causa della sua personale esperienza non si fidava pi dei padroni. "Il padrone ci sfrutta e basta.  sempre stato cos, e sempre sar. Se ti guardi indietro, vedi che la societ  composta dai miserabili come noi, e dai ricchi. Sembra che il mondo non conosca altra regola duratura che questa."
"Per, Marcello non ha tutti i torti;" diceva Fiorello "se si tartassano le aziende, queste illanguidiscono, non reggono la concorrenza di quelle che producono all'estero, meno gravate delle nostre; e in economia non c' che il fallimento quando si verifichi questa situazione, il fallimento per le pi deboli, che non riescono a produrre in concorrenza. E se falliscono, si distrugge il lavoro, e se si distrugge il lavoro, noi si torna a casa."
"Allora bisogna arricchire i nostri sfruttatori?"
"Non dico questo" riprese Marcello. "Dico che ognuno deve fare ci che gli riesce meglio, e non c' dubbio che un'azienda non la pu dirigere un operaio, che ha capacit esecutive, ma difficilmente riesce a coniugarle con quelle di manager. Bisogna lasciare guidare un'azienda da chi possiede questa importante attitudine, perci io non mi scandalizzo davanti ad un imprenditore ed anzi lo considero un anello importante per lo sviluppo della societ.(30)"
"A pensarla cos, si diventa dei lacch, e non si migliorer mai la nostra condizione, perch si parte danneggiati in partenza, e resteremo pecore per sempre."
"Ma se non sappiano gestire un'azienda, perch dovremmo ostentare di saperlo fare e cos distruggere ricchezza con le nostre mani?" Era di nuovo Marcello.
"Si deve provare."
" giusto anche questo. E nella storia si  provato. E il risultato  stato deludente, se non tragico. Io non escludo tuttavia che non ci possa essere qualcuno di noi che sappia farlo, in questo caso egli diventi pure un imprenditore, poich sapr produrre ricchezza."
"Non si schierer pi con noi, per, questo  certo!"Era Fiorello.
"Diventer come gli altri e non si ricorder di com'era." Era Santino.
"Resta comunque importante che nella societ ci sia anche per noi disgraziati questa opportunit, se abbiamo il genio di saper creare ricchezza."
"E allora come si pu difendere la nostra condizione e addirittura migliorarla, se un operaio che ha, come dici tu, il genio di produrre, diventa imprenditore, e passa dall'altra parte."
"Ripeto che ognuno deve tendere a fare ci di cui  capace, questo  un principio vitale per il progresso della societ e dell'uomo, e quindi si deve dare all'imprenditore tutto l'agio di dispiegare la propria attitudine. Saranno le lotte operaie a difendere la condizione dei pi deboli. Un imprenditore illuminato capisce da s che la sua fortuna  frutto anche delle capacit delle maestranze e degli operai, e in qualche caso, anche se raro, non c' bisogno di accendere delle lotte, perch  l'imprenditore stesso che distribuisce sul salario una parte del suo profitto, ma negli altri molti casi, tocca agli operai organizzarsi e pretendere la propria parte, poich  altrettanto certo che la prosperit di un'azienda dipende non solo dalle capacit dell'imprenditore ma anche da quelle degli operai.  una verit molto semplice, e anche molto evidente, non ti pare?"
"Una teoria che non tiene conto che l'uomo  lupo, e difficilmente chi ha il potere si cura dei pi deboli." Era Santino.
"Ed  per questo che ogni societ fa un passo avanti solo se chi  debole ha lottato ed  pronto a lottare."
"Si deve vincere, per, se no, invece che andare avanti, si va all'indietro."
"In realt, anche se non sembra, i deboli vincono, seppure a piccoli passi, e la nostra condizione migliora nel tempo."
"Io non me ne sono accorto" disse asciutto asciutto Santino.
Valeria si era addormentata. Aveva cercato di tenere aperti gli occhi, ma poi, come il gatto Mouton di Zola(31), si addorment profondamente.
Un altro gatto ha rilievo nell'opera di mile Zola, e fa una brutta fine. Si tratta di Franois, che viene gettato dalla finestra da Laurent, uno dei protagonisti di Thrse Raquin. Presolo per la collottola, lo lancia contro il muro di fronte, dove rimane schiacciato, si rompe la schiena, cade e si trascina emettendo rauchi miagolii.

Si potrebbe fare molto per la povera gente, e non si fa nulla. La politica dovrebbe tendere a questo, essere questo, anch'essa una missione.
A Rio de Janeiro, Maria e il suo fidanzato vivevano felici. Poich Quinto si era laureato in medicina, il suo arrivo, oltre a recare gioia a Maria, fu considerato un dono di Dio. La sera, la comunit lasciava che Quinto e Maria avessero i loro momenti di intimit. Ne approfittavano qualche volta per andare in giro e discorrere avendo sempre sotto gli occhi una umanit che era pi vera di quella che avevano lasciato in Italia.
"Quando vorrai, Maria, io ti sposer. In questo modo, voglio legare la mia vita alla tua fede." Maria era partita con l'intenzione di prendere i voti e farsi suora per dedicare la sua vita a favore dei poveri. Ma considerava la presenza accanto a s di Quinto un segno della Provvidenza, e l'aver conosciuto questo ragazzo buono e ricco di generosit doveva significare qualcosa anche per lei. Cos non rispondeva di no a Quinto.
"Se Dio lo vorr" rispondeva.
"Si pu fare del bene anche da sposati" diceva lui sorridendo, prendendola in giro. Lei lo guardava ed avvertiva il fascino della sua bont.
Vestivano dignitosamente, ma Quinto aveva dimenticato i begli abiti alla moda e non li desiderava pi . Aveva imparato ad essere umile.
Ogni tanto scoppiava qualche sommossa contro il governo. Ci accadeva un po' dappertutto nei Paesi poveri, che dovevano soffrire anche quest'altra miseria prodotta dalla guerra. A seconda di chi scatenava la lotta, spesso ne andavano di mezzo le comunit religiose. Sembrava che si volesse cancellare quel po' di sollievo che veniva arrecato, nel timore che esso potesse far sorgere nell'animo dei deboli il desiderio della libert. La miseria facilita la sottomissione e la schiavit . Chi soffre quasi mai alza la testa, ma sta chino sulle proprie ferite. Chi comanda lo sa. Rispetto all'Occidente, la soglia della libert qui  lontana e irraggiungibile come l'orizzonte. La speranza  frustrata.
Quinto pi di Maria avvertiva questa differenza. Per molto meno i francesi si erano ribellati e avevano scatenato la rivoluzione. Perch quando la miseria si fa profonda si rinuncia a lottare? Perch si allontana la speranza?
Tuttavia, era qui che si poteva constatare anche un'altra amara verit, e cio che tanto una rivoluzione quanto un grande atto di amore, come per esempio perfino quello compiuto da Madre Teresa di Calcutta, non riescono mai a mutare il corso della storia e a scalfire l'egoismo dell'uomo. Provocano solo dei sussulti, poi tutto  riassorbito e tace.
Maria e Quinto quel giorno vagavano liberi per le strade della periferia degradata di Rio de Janeiro; erano sereni, scacciavano i cattivi pensieri e avvertivano che comunque il loro atto di amore, nel momento che giungeva a destinazione, dava gioia alla loro anima e agli altri. Erano piccoli uomini rispetto all'immensit del dolore, ma sapevano far nascere la gioia.
Giorgio dalla sua poltrona, chiuso nei pensieri, li vedeva.

Anche Into si accorse di una presenza dentro la sua anima e nella sua mente. Non vi assumeva un ruolo, era l e basta, una presenza neutrale, ma una presenza nuova. Non riusciva a dimenticare Janne. Stava per ore alla finestra, con lo sguardo perduto oltre quella distesa bianca di neve. Sua moglie e suo figlio non ci facevano pi caso ed immaginavano che Into in questo modo invecchiasse.
Tutto fu come il passaggio di un fulmine.

"Possibile che quel Giorgio non si sia accorto di nulla?" Era Jacopetti, e lo domandava al commissario mentre si recavano in macchina dalla signora Giulia.
"Mi sembra un sognatore, quello l, con la testa tra le nuvole."
"Succede quando si va in pensione."
"A me non succeder, Jacopetti. A te, caso mai..."
"E chi pu prevedere che cosa succeder al nostro cervello. Ad un certo punto s'inceppa come il motore dell'automobile. Solo che non si trova un meccanico in grado di ripararlo. Questo  il guaio. Cos, prima si comincia a sognare, non si sta pi coi piedi per terra, e poi ecco che si rimbambisce."
" proprio ci che succeder a te, Jacopetti. Gi ora, mi pare..."
"Gi ora che, commissario..." Aveva fatto la faccia scura, pensando alla sua promozione.
"Via che sto scherzando. Piuttosto, vediamo di non farci imbambolare da quella bella signora. Non mi dirai che non ci hai fatto un pensierino."
"Altroch!"
"Allora vedi di non distrarti mentre la interrogo."
"Non mi sono mai distratto."
"Uhm."
"Lei  convinto che le donne possano mettermi di mezzo. Non  ancora nata la donna che si prende gioco di me."
"E Esterina?"
"Quella mica si prende gioco di me. Quella mi comanda, che  un'altra cosa. Ed io ubbidisco."
Con la macchina imboccarono il viale. La signora Giulia fu sorpresa della visita, e li fece accomodare un po' infastidita. Il marito, per fortuna, era assente.
"Finir che la servit s'insospettisce e qualcosa giunger all'orecchio di mio marito. Insomma, mi pareva di aver detto tutto quello che potevo. Cos'altro volete sapere da me? Io non so nulla della morte di quel giovanotto, e maledico il giorno che l'ho incontrato. Roviner la mia vita, me lo sento."
"Non gliela roviniamo certo noi, signora. Comunque sono tornato perch l'alibi col parrucchiere non torna. Lei  stata dal parrucchiere dalle sei alle otto.  cos?"
"Pi o meno."
"L'altra volta  stata precisa."
"S, mi pare che sia cos."
"La morte del giovane  stata fatta risalire intorno alle 20,30, 21. Cos c' lo scarto di mezz'ora, e forse addirittura di un'ora. Quindi lei potrebbe aver avuto tutto il tempo per salire dalla vittima ed ucciderla."
"E perch avrei dovuto farlo?"
"Gelosia, per esempio."
"Ho avuto altri amanti, non l'ha capito?"
"E allora?"
"Sono abituata a praticare certi uomini. L'ultima cosa di cui pu incolparmi  proprio la gelosia. Con gli uomini ci faccio l'amore e basta, visto che mio marito se lo merita."
"E perch se lo merita?"
" un donnaiolo, e mi trascura. Preferisce le altre donne."
"Non ci credo. Lei  una donna bellissima. E attraente."
"Non la pensa cos mio marito."
"Da quanto tempo suo marito la tradisce?"
"Dopo poco che ci eravamo sposati scoprii che aveva una relazione, poi scoprii che andava regolarmente a donne, anche prostitute. Una umiliazione."
"Se non l'ha ucciso lei, potrebbe averlo ucciso suo marito."
"Se lo tolga dalla mente. Alfredo non  capace di uccidere una mosca."
"Potrebbe essersi ingelosito. Oppure quell'Alberto potrebbe essersi vantato con qualcuno di avere lei per amante. La cosa  giunta all'orecchio di suo marito. Quell'Alberto potrebbe aver urtato in qualche modo la sua suscettibilit, e cos suo marito ha deciso di ucciderlo. Trova che sia una ipotesi insostenibile?"
"In teoria, potrebbe andare, ma non per mio marito, che le ripeto, non  capace di essere cattivo. Lui  indifferente a tutto, salvo che alle donne. Ma questa  una malattia, secondo me."
"Bisogner interrogare suo marito."
"Non lo faccia, commissario. Mi aveva promesso..."
"O  stata lei ad uccidere Alberto o  stato suo marito. Non ci sono altre possibilit. Lei ha un buco nel suo alibi, e il buco di un'ora, o anche di mezz'ora, pu essere stato pi che sufficiente a consentirle l'omicidio. Dunque..."
"Ma lei, commissario,  davvero convinto che sia stata io?"
"Lei o suo marito, gliel'ho detto."
"Non sono stata io! E lei non pu rovinarmi andando a parlarne con mio marito."
"Ma signora, crede davvero che suo marito, in tutti questi anni, non abbia capito che lei aveva degli amanti? Via, non creder di essere riuscita a nascondere le sue relazioni. Suo marito se la spassava con le altre donne e sapeva benissimo che lei faceva altrettanto con gli uomini. A lui andava bene cos."
"Questo lo afferma lei. Invece, anche se non lo crede possibile, mio marito  convinto che io continui ad essergli fedele, nonostante i suoi tradimenti. Molti uomini che hanno delle amanti sono convinti che la loro moglie gli resti ugualmente fedele. Mio marito non  il solo ad esserne convinto. Gli uomini sono degli stupidi, e non lo sanno."
"Tutti?" Era Jacopetti, questa volta.
"Tutti" fu la risposta, perentoria.
"Non abbiamo altra scelta. Dovremo per forza interrogare suo marito, nonostante lei sia convinta che non conosca la vittima. Nel nostro mestiere abbiamo imparato a diffidare perfino della logica, e, mi creda, tutto pu accadere, soprattutto quando di mezzo ci sono storie di sesso."
"Il sesso  dappertutto" disse Jacopetti, con gli occhi che sprizzavano bagliori.
"Io non sono stata."
"Ci accontentiamo della sua parola, al momento. Ma andremo a far visita a suo marito."
"Mi uccider."
Scesero il viale senza proferire parola.

Andarono a trovare il marito nel suo ufficio, che teneva in un palazzo vicino alla centralissima piazza San Michele. Era un individuo alto, di bell'aspetto, piuttosto antipatico e ambiguo.
Sembrava che non sapesse nulla della doppia vita di sua moglie. Il commissario era incerto sul da farsi. Dentro di s voleva salvare i segreti della bella Giulia, ma fu lo stesso professionista a risolvere la sua incertezza. Infatti, fu pronto a rispondere quando Renzi gli mostr la foto di Alberto.
"L'ho visto pi di una volta con Ada."
"E chi  Ada?"
"Una bella ragazza. Una prostituta."
"Che lei frequenta?"
"S."
"E sua moglie?"
"Non la frequenta, se  questo che mi chiede."
"No che non  questo, e non faccia finta di non capire."
"Capire che cosa, mi scusi."
"Se sua moglie  al corrente delle sue scappatelle."
"Suppongo di s, ma non sto certo a chiederglielo."
"Sua moglie le ha mai fatto scenate di gelosia?"
"Una volta, subito dopo sposati. Poi pi nulla. Mia moglie si  dimostrata molto comprensiva.  una donna che capisce le esigenze di un uomo."
"E quali sarebbero le esigenze di un uomo?"
"Via, commissario, lo sa meglio di me."
"No che non lo so." Jacopetti stava con gli occhi spalancati e la bocca aperta, e non se ne accorgeva.
"Non mi dica, commissario, che lei non ha mai fatto un corno a sua moglie. Mica pu bastarle una donna sola? Via, che mi capisce anche troppo bene."
"Non siamo tutti uguali."
" che lei non lo vuol dire. Mica si vergogna?... Qui siamo tra uomini."
"Che rapporti ha con questa Ada?"
"Ogni tanto la vado a trovare.  una prostituta che frequenta un bar non lontano da qui." Fece il nome. "A fare all'amore  un asso. Ci  nata per l'amore. Quello  il suo mestiere, e avrebbe fatto la prostituta anche se fosse diventata presidente della repubblica."
"Che sa di questo Alberto?"
"Che era un gigol. Si faceva pagare dalle donne. Fortunato lui, che se la spassava e ci guadagnava anche. Uno nato con la camicia. A me, le donne, invece, costano salate."
"Lo invidiava un poco, non  cos?"
"Ma che cosa va a pensare. Ognuno  fatto a modo suo, e quella molto probabilmente non sarebbe vita per me. Io, vede, faccio l'avvocato, nel mio lavoro sono uno che ci capisce, e guadagno molto. Sono nato per questo mestiere, ci sono tagliato, mi piace. E subito dopo mi piacciono le donne, ma non come lavoro, m'intende: come passatempo. Avr pure il diritto di spassarmela, dopo che sgobbo come un miccio."
"E sua moglie non conta niente per lei?"
"Certo che conta. A mia moglie non faccio mancare nulla. Lei non sa dove abita, probabilmente." Il commissario gli aveva taciuto di essere stato a casa sua. "Mia moglie vive in una bella villa, ha tre domestici e non ha che da chiedere perch ogni suo desiderio sia esaudito."
"Pu non bastare a una donna."
"A mia moglie basta. Gliel'ho gi detto.  molto comprensiva e delle mie scappatelle sono sicuro che non le importa un fico secco. A lei basta vivere negli agi."
"Quand' stata l'ultima volta che ha visto la vittima?"
Rispose che l'aveva vista pochi giorni prima della sua morte, sempre da Ada. Aveva offerto un caff a tutti e anche a lui, che era capitato l per prendersi Ada.
"Ma perch siete venuti a interrogare proprio me."
Il commissario fu pronto.
"Perch lei  amico di Ada e noi sapevamo che aveva conosciuto la vittima."
"Ah" fece lui. "Ma non sospetta mica di me?"
"Sospetto di tutti."
"E che motivo avrei avuto per ucciderlo?"
"Questo ce lo deve dire lei."
"Nessuno."
Quando Renzi gli chiese se avesse un alibi, rispose che non l'aveva.

Vasco Pratolini racconta da par suo in Cronaca familiare i suoi stenti e il suo proposito di diventare giornalista e scrittore. Non  stato il primo a conoscere la miseria e a trovarsi in tale condizione di spirito, ma desta ammirazione la capacit di aver inteso subito la propria vocazione e di aver respinto ogni cosa che non fosse legata a quella. La stessa determinazione del commissario Luciano Renzi, che sin da ragazzo desiderava fare il commissario, ammaliato dalla convinzione di essere utile in questo modo e di fare del bene, e c'era riuscito rinunciando a molte altre possibilit, che aveva respinto, per non lasciarsi abbindolare dalle vanit, tra le quali anche quella di fare lo scrittore, che lo incantava.
Piazza San Michele era raggiante di luce, che brillava sul candore dei marmi. Lass il grande angelo vegliava sulla citt. Jacopetti alz gli occhi nella sua direzione.
"Certo che, se venisse gi , farebbe proprio un bel tonfo."
" tutto quanto ti ispira; sei un ateo allora..."
"Chiss perch mi  frullato per la testa questo pensiero."
"Hai cominciato a rimbambirti prima di me."
"Ma esistono gli angeli?"
"Se sei un credente, non puoi avere dubbi. Esistono, eccome, e ognuno di noi ne ha uno che gli cammina a fianco." Jacopetti fece cenno di trattenere un sorriso.
"Che c' Jacopetti?"
"Penso al mio angelo custode quando mi vede fare all'amore con Esterina. Chiss quanto mi compatisce. E forse mi guadagno anche il paradiso. Come lei, commissario."
"Il paradiso me lo guadagno con le buone azioni, mica a letto con mia moglie."
"Rispetto alla signora Giulia, per, la sua Maria..."
"Intanto la mia Maria  meglio della tua Esterina. Se la vuoi per questo verso, pgliatela, te la sei proprio chiamata."
"Stasera, se mi viene lo sfizio di coccolare la mia Esterina, sa che faccio?"
"Che vuoi che ne sappia delle matte che ti passano per il capo."
"Cerco di chiudere gli occhi e far finta che sia la bella signora Giulia. Lo faccia anche lei, e vedr come tutto sembrer pi bello."
"Allora lo hai gi provato..."
"Ebbene, s. E mi ci sono trovato benissimo. Non costa niente. Uno si fa passare per la testa una bella donna; se ne vedono tante, al cinema, alla televisione, sulle riviste, che non si fa nemmeno fatica a ricordarle. Cos me la posso godere anch'io, a dispetto di quei ricchi che le belle donne se le possono pagare."
"Se continui cos, Jacopetti, mi dici come posso proporla la tua promozione? Mica puoi aspirare a diventare commissario, con tutte quelle sciocchezze che ti frullano per la testa."
"Ah, commissario, allora c' proprio cascato."
"Uhm."
"Le ho raccontato un sacco di balle, e lei se l' bevute come un uovo. Lo voglio proprio raccontare a Esterina, stasera."
"Raccontaglielo e poi vedrai quel che ti succede."
"Non dir mica per la promozione."
"Certo che s, e poi non ti porto pi con me. Ci porto..." E fece il nome.
"Bel guadagno che ci farebbe. Quello scambia sempre lucciole per lanterne. Sa con quello quanti casi riuscirebbe a risolvere? Nessuno."
"Ma i casi mica me li hai risolti tu. I casi li risolvo da solo, mi pare."
"Una piccola particina ce l'avr pure anch'io."
"Uhm, piccola piccola, per." A Jacopetti sembr abbastanza per continuare a sperare.

Andarono da Ada. La trovarono al bar. Stava discorrendo con Pino.
"Vorremmo parlarti."
"Qui?"
Renzi si rivolse al barista.
"C' un angolino per noi?"
"Venga di qua" rispose il barista, e scost una tenda che dava in una piccola stanza con pochi tavoli.
Si sedettero e Renzi non perse tempo. Fece il nome del marito della signora Giulia.
"S, lo conosco. Ci vediamo di tanto in tanto."
"Sai se la moglie era al corrente?"
"Vuol dire al corrente se suo marito veniva da me? Ma lo sa, commissario, che mestiere faccio? Pu mai dare peso una moglie ad una relazione con una prostituta?"
"Non sottovalutare le mogli, Ada."
"Perch?  una moglie speciale, quella del signor Alfredo?"
"Conoscevi Alberto?"
"Era mio cugino. Che brutta fine, poveretto."
"Ti ha mai parlato di lui, il signor Alfredo?"
"E perch l'avvocato avrebbe dovuto parlarmi di lui? Non lo conosceva. Anzi, sono stata io a presentarglielo una delle ultime volte che ci siamo visti. Mi pareva che se la intendessero."
"Cosa vuoi dire."
"Che avevano simpatia l'uno per l'altro. Cos mi sembrava."
"Ti ha mai parlato Alberto delle sue relazioni?"
"Con le donne, vuol dire?"
"S."
"Lei vuol sapere se io so che Alberto se la intendeva con la moglie dell'avvocato, non  cos?" Jacopetti spalanc la bocca, e anche Renzi rimase interdetto. Non se l'aspettavano.
"Come sai queste cose?"
"Le so nel modo pi semplice. Me le ha confidate mio cugino. Quando gli ho presentato l'avvocato, lui poi mi ha raccontato che se la faceva con la moglie. Ci ha fatto una bella risata. Che le dicevo, commissario? Le mogli sono tutte uguali. Sono cornute e fanno le corna. Di eccezioni se ne contano sulle dita di una mano.  il sesso che la fa da padrone,  il sesso che comanda il mondo. Lei che fa questo mestiere dovrebbe saperlo meglio di me."
"Potrebbe essere stato l'avvocato a uccidere suo cugino."
"Potrebbe essere, ma chi la sa la verit. Lei?"
"Io la cerco sempre la verit."
"E la trova?"
"Qualche volta."
"Sempre, la trova." Era Jacopetti.
"Oppure potrebbe essere stata la moglie." Non era il commissario, ma Ada.
"Perch lo pensi?"
"Le mogli spesso diventano gelose dei propri amanti. E Alberto me lo diceva che la signora Giulia si era attaccata un po' troppo a lui, e gli stava sempre addosso. Mi ami? Dimmi che mi ami, era sempre questo il ritornello, e Alberto un po' s'era scocciato. Se non fosse stato che la signora lo pagava bene, era da un pezzo che l'avrebbe lasciata. Ma era il suo lavoro e, mi diceva, non sempre  un divertimento."
"La pensi cos anche tu?"
"Sapesse i tipi che mi capitano. Devo digerirmeli tutti. Fossero come l'avvocato, allora il mio mestiere sarebbe davvero il pi bello del mondo. Invece..."
"Sei giovane, puoi cambiare..."
"E chi la vuole una come me. Quando si  cominciato, si  segnati per sempre. Non si pu essere pi felici."
"Credi davvero che la moglie potrebbe aver ucciso Alberto?"
"Non credo un bel niente, potrebbe essere stato l'avvocato, o anche qualcun altro, qualche altro marito, o qualche altra donna gelosa. Perch qui c'entra la gelosia, su questo non ci piove."
"E tu?"
"Io che? Mica pensa che mi sia andata ad inguaiare in un delitto? E poi mio cugino! Io non ce ne ho di moventi. Di guai invece s, anche troppi. Figuriamoci se me li vado a cercare da me."
"E invece potresti anche averlo ucciso tu. Sei una donna, e tuo cugino potrebbe aver fatto girare la testa anche a te."
"Ma che fa, commissario, le sogna anche la notte? Non ci va a letto con sua moglie, la notte? Non si svaga un po'. Guardi che se non si distrae un po', lei mica pu durare tanto a fare il suo mestiere."
"Dov'eri il giorno del delitto, alle 20,30?"
"Che vuole che ne sappia. Dentro una macchina di sicuro, ma quale, chi se lo ricorda pi . E per questo lei ora mi arresterebbe e mi metterebbe in gattabuia accusandomi dell'omicidio di mio cugino? Ah, a che punto siamo arrivati."
"Potrei metterti dentro per il mestiere che fai."
"Dovrebbe mettere dentro mezza citt. E non c' posto per tutti a San Giorgio(32)."
"Guarda di non tenermi nascosto niente. Se sai qualcosa, questo  il momento di parlare."
"Non so un bel nulla, gliel'ho gi detto."
"Penso che ci rivedremo."
"S, lo penso anch'io. E sono proprio curiosa di vedere come fa all'amore un commissario."
"Non ci scherzare."
"Non ci scherzo no.  il mio lavoro e anche lei, che crede?, mi dovr pagare."
"Ciao, bella."
"A presto, commissario."

Il commissario Renzi torn pi volte nell'appartamento della vittima. Un pomeriggio, mentre stava entrando, sent i passi di Giorgio che scendeva le scale. Si ferm a salutarlo. Giorgio gli domand delle indagini.
"Ha trovato qualcosa, commissario?"
"Macch."
Jacopetti stava dietro il commissario, abbozz un sorriso.
Il commissario diede un'occhiata alle rampe di scale che portavano ai piani superiori. Erano ripide, come si usava una volta. Dalla tromba delle scale si intravedevano le porte degli appartamenti, che erano stati ristrutturati.
"Vuole entrare anche lei, professore?" domand a Giorgio, quando si decise ad entrare nell'appartamento della vittima.
"Con piacere" rispose subito Giorgio, che era punto dalla curiosit. Entrarono. Vi erano tre scalini che scendevano, immettendo in una larga stanza che faceva da ingresso e da sala insieme. A destra si vedevano due porte: una pi piccola che accedeva al bagno e l'altra che dava in cucina. A sinistra una porta conduceva alla camera. Sul pavimento di quest'ultima, a fianco del letto, era stata disegnata con gesso bianco la sagoma della vittima, cos come era stata rinvenuta dalla polizia. Ancora vi erano le macchie di sangue fuoruscito dalla ferita alla gola. Alberto era stato sorpreso alle spalle e gli era stata tagliata la gola.
"Una brutta morte" disse Giorgio.
Il letto era largo, a due piazze, ancora disfatto.
"Vede? Qui hanno dormito in due, e probabilmente l'assassino  una donna. Per una ragione che ancora non conosciamo, si  alzata dal letto, e senza essere vista,  piombata alle spalle della vittima, uccidendola." Renzi continu: "Aveva portato con s il coltello, nascosto probabilmente nella borsetta.  venuta qui per uccidere. L'omicidio era premeditato."
"Ci ha fatto prima all'amore e poi l'ha ucciso." Era Jacopetti, a cui si illuminarono gli occhi.
"Proprio come fa la mantide religiosa" disse Giorgio.
"Anche se qui di religioso non c' proprio nulla" disse Renzi.
"Invece sbaglia, commissario." Era di nuovo Jacopetti. "Guardi qui." Sul piccolo com vi erano due piccole Madonne racchiuse ciascuna dentro una campana di vetro. Una stava a destra e una a sinistra del com, che aveva nel mezzo una specchiera modesta.
" difficile capire la gente. Si direbbe che fosse un giovanotto di fede. Ma col mestiere che faceva, che c'entra la fede, lei me lo sa spiegare?" E Renzi guard Giorgio.
"Lo chiede a me, commissario? Io me ne capisco poco del prossimo. Ho sempre fatto gli affari miei e ho cercato, per quanto possibile, di stare alla larga dagli uomini."
"Non dalle donne, per." Era di nuovo il commissario, che aveva saputo da Ada che Giorgio la frequentava ed aveva anche altre donne, cos si diceva, e una di queste era Alessandra.
"Sarebbe meglio se fossi capace di starne lontano. Ma come si fa?  possibile ad un uomo fare a meno delle donne?"
"No, che non  possibile" disse Jacopetti. "Sono la nostra met, e dunque  impossibile farne a meno. Senza la nostra met, non si vive, non  cos, commissario?"
"Non ricominciare, Jacopetti."
Sopra il com vi erano alcuni portaritratti. Contrariamente a quanto si poteva supporre, non vi erano fotografie di donne, ma paesaggi. Le foto erano ben fatte, e l'autore doveva essere un esperto. Renzi se ne intendeva un po' e lo fece notare sia a Jacopetti che a Giorgio.
"Se le ha scattate il giovanotto, bisogna levarsi tanto di cappello, sapeva il fatto suo."
"Sono molto belle, infatti" disse Giorgio.
"Comunque, non ci illuminano sul caso. Non ci dicono niente." Era Renzi, che diede un'altra occhiata in giro per la stanza. "Vedi qualcosa, tu, Jacopetti?"
"Gliel'ho gi detto, commissario. Qua non c' proprio niente."
Giorgio si era fermato ad ammirare ancora le foto sul com. Una particolarmente attir la sua attenzione. Il commissario gli si avvicin.
" suggestiva. Riconosce il paesaggio?"
"Certo.  il lago di Gramolazzo. Un'inquadratura originale, presa in mezzo al lago."
"Per, non  la pi bella. Guardi quest'altra." Si vedeva uno scorcio di strada asfaltata che spariva dietro una curva e pareva entrare nel bosco. Una strana luce dava ai colori della natura un fascino straordinario.
"Indubbiamente aveva del talento" disse Giorgio, che, dopo aver ammirato la foto indicata da Renzi, diede un'occhiata rapida di nuovo alla foto del lago, quindi usc dalla camera, seguito dai due poliziotti.
Visitarono accuratamente anche le altre stanze.
" la terza volta che torniamo, sperando di trovare qualche indizio."
"Sono sicuro che riuscir a risolvere il caso. Credo anch'io che sia stata una donna ad ucciderlo."
"La vittima doveva avere un vasto giro, visto che era un bel giovanotto. Ma lei, davvero non si  mai accorto di nulla?"
"Di che cosa dovevo accorgermi, scusi?"
"Del via vai di donne che transitavano per le scale."
"Questo sarebbe stato possibile se la vittima avesse abitato il piano superiore. Allora avrei potuto notarlo, ma abitava due piani sotto di me, come avrei potuto accorgermene? Io faccio le scale poche volte. O resto tutto il giorno in casa, oppure esco la mattina e torno la sera. Se ho incontrato qualcuno, o era un inquilino o ho pensato a qualche loro amico o amica. Poi, gliel'ho gi detto, io mi faccio gli affari miei, e preferisco passare per un imbecille piuttosto che trovarmi immischiato in mezzo ai pettegolezzi della gente."
" cos diffidente?"
"Non so come sono.  una regola che devo avere nel mio Dna, e con lei vado d'amore e d'accordo."
Uscirono dall'appartamento. Renzi pose di nuovo i sigilli. Giorgio risal le scale.
Quando il commissario e Jacopetti furono in strada, fatti pochi passi si trovarono di fronte alla chiesa di San Tommaso in Pelleria, che era aperta(33).
"Questa chiesa  antichissima. Vedi qui di fianco? Sono state ritrovate le vecchie fondamenta. Ora non pare antica, ma ha sulle spalle molti secoli. Questo rione  uno dei pi popolari della citt. Anzi, forse  il pi popolare, dato che quello di Cittadella  praticamente scomparso." Si volt. "Qui ha sede l'antica Confraternita del Santissimo Sacramento, dalle cappe gialle(34). Quando si tiene la processione di Santa Croce  la terzultima a sfilare; dopo di lei seguono le Confraternite della Misericordia e di San Frediano. Questo  il segno del suo prestigio e del suo carico di anni."
Entrarono in chiesa. Nella volta sopra l'altare maggiore, vi erano macchie di umidit e lunghe crepe che rovinavano l'affresco raffigurante Dio. Su uno degli altari laterali, il primo a destra, stavano le statue di San Giovanni, della Madonna e della Maddalena e il crocifisso, che un tempo uscivano in barella per la processione del Venerd Santo.
"Era una tradizione antica, che purtroppo  scomparsa."
"Doveva essere bello vedere sfilare questa processione, con l'enorme barella raffigurante il Golgota."
"La portavano a spalla gli uomini pi forti della citt. A vedere la processione accorrevano anche da fuori, come ora accade per quella di Santa Croce. Il rione, la sera della processione, era gremito di folla e di bancarelle, che vendevano di tutto. Alle finestre erano appesi lampioncini di carta illuminati, e se alzavi gli occhi incontravi un mondo di magie."
"Ma lei, come le sa queste cose, commissario?"
"Non credere di sapere tutto te. Lascia che qualcosa sappia anch'io."
"Lei non finisce mai di stupirmi, commissario. Io l'ascolto sempre a bocca aperta."
"Stai attento che qualche volta non ti ci entri una vespa, allora."
Uscirono. Presero a sinistra e imboccarono via Pelleria, nel tratto che conduce verso le Mura. L vicino avevano lasciato l'automobile.

Nella piccola Bude, Rosy aspettava un figlio. William non riusc a trattenersi in casa. Dalla felicit, gli mancava il respiro. Usc e corse verso il mare. Sul limite della scogliera si ferm, ascolt il verso dei gabbiani, apr le braccia e proruppe in un grido terrificante.

Giorgio, nascosto dietro i vetri della finestra, aveva intravisto il commissario mentre imboccava via Pelleria. Lass , sulle Mura, i lunghi rami dei grossi platani toccavano l'erba del poggio. Giorgio non si raccapezzava della morte di quell'Alberto, si sentiva confuso, e in certi momenti gli sembrava che quella morte in qualche modo gli appartenesse.
Renzi e Jacopetti salirono la stretta scesina che conduce al baluardo di S. Croce.
"Prima di rientrare in ufficio, voglio prendermi una boccata d'aria. E tu?"
"Anche due, commissario."
Salivano quando il commissario si sent chiamare.
"Commissario, commissario, mi aspetti." Era Giorgio, tutto affannato.
Renzi guard prima Jacopetti, poi prese a scendere, adagio adagio, a causa dei suoi piedoni larghi come barche.
"Qualche novit, professore?"
Giorgio ansimava. Aveva percorso il breve tratto dalla sua casa alle Mura a passo svelto. Non era pi abituato. Aspett che Renzi fosse giunto al piccolo pilastro alla base della scesina.
"Quando ho visitato con lei, poco fa, l'appartamento, ho notato una cosa importante, credo. Ho indugiato prima di decidermi a parlargliene."
"Perch ha indugiato?"
"Lo capir da s. Sul com in camera della vittima, si ricorda che c'erano molti ritratti?"
"Certo che me lo ricordo. Paesaggi, e molto belli anche."
"Straordinari, direi."
"E dunque?"
"Ho riconosciuto uno di quei portaritratti."
" sicuro di non sbagliarsi? I portaritratti sono un po' tutti uguali."
"Non questo, per."
"Perch mai?"
"Sono stato io a regalarlo ad Alessandra."
"Come fa ad essere sicuro che sia proprio quello?"
"Vi avevo fatto incidere sull'angolo in alto a destra una piccola A."
"A come Alessandra."
"Esatto."
"E allora, perch  venuto a dirmelo?"
"Non lo capisce?"
"Voglio sentirglielo dire."
"Ci ho ragionato su. Sull'infedelt di Alessandra, beh, devo confessargli che qualcosa dubitavo.  una ragazza a cui non pu bastare un uomo come me, anche se spesso mi fa la corte e vorrebbe che la sposassi. Vedendo il portaritratti ho provato molta amarezza, ma questa  la vita, e sono forte abbastanza per superare queste mediocrit. Ma subito dopo mi sono detto che se quel portaritratti era l, significava che doveva esserci una relazione non occasionale tra la vittima e Alessandra."
"Lei pensa che potrebbe essere stata Alessandra ad uccidere Alberto, non  cos?"
" cos. Alessandra  molto passionale, istintiva. Potrebbe essere stata lei, che, chiss per quale motivo, ha ucciso il proprio amante."
"Gelosia?"
"Credo di s, conoscendo il suo carattere."
Tornarono nell'appartamento, Giorgio indic il portaritratti d'argento, fece notare nell'angolo a destra la piccola A che vi aveva fatto incidere.
" questo, non ci sono dubbi." Renzi lo avvolse nel cellofan.
"Si apre uno spiraglio, Jacopetti."
"Quell'Alessandra, l'abbiamo proprio in pugno." Dissero questo quando Giorgio se ne fu andato.

Era stato lo stesso professore ad indicare dove abitava Alessandra, e l'ora pi probabile in cui il commissario avrebbe potuto trovarla in casa. Abitava in via Galli Tassi, vicino al vecchio ospedale. Mancavano pochi minuti alle sette di sera. Finita l'estate, le serate si erano accorciate, imbruniva, l'ora era tiepida.
Si trovarono davanti ad un grande portone scuro, che era aperto. Salirono i tre gradini sulla strada e furono nell'androne. In fondo si apriva un cortile, nel quale si scorgeva una porta, ma Alessandra non abitava l. Sulla destra dell'androne si vedeva una grande scalinata, la ragazza abitava al secondo piano. Presero a salire; dopo un poco il commissario ansimava, mentre Jacopetti procedeva con l'agilit di un gatto.
"Non ce la fa pi , eh, commissario?"
"Bada a te."
"Deve dimagrire un altro po'. Vuole che domenica torniamo a fare footing?"
Il commissario alz lo sguardo verso di lui e lo fulmin con un'occhiata.
"Lo sa che io scherzo sempre" disse pronto Jacopetti, pensando alla sua promozione.
"Mica tanto. Tu credi sul serio di essere pi agile di me, ma la tua  tutta apparenza. Io ti batto quando voglio, e tu lo sai."
"Esterina dice che lei  un finto grasso, e che ha le energie di un toro."
" intelligente, la tua Esterina."
"Chiss com' contenta Maria."
"Contenta di che."
"Che lei  un toro. Alle donne piacciono i tipi come lei."
"Guarda Jacopetti, che ride ben chi ride ultimo. Tu mi prendi in giro, ma io con le donne ho pi cartucce di te."
"Ne sono convinto. Lo dico sul serio, mica la prendo in giro."
Sul pianerottolo si fermarono. Renzi diede due grosse boccate d'aria, guard in cagnesco la seconda rampa di scale. Poi fu il primo a ricominciare a salire. Jacopetti, dopo i primi tre gradini, gli pass davanti.
"Vado a bussare, cos quando lei sar arrivato, trover la porta aperta."
Renzi non aveva il fiato per rispondere.
Bussarono insieme, invece. Non rispose nessuno. Provarono di nuovo, e finalmente la porta si apr, e sbuc appena la testa di una donna. Si capiva che aveva indossato in fretta la vestaglia e sotto era nuda.
Fu imbarazzata, ma fece entrare i due poliziotti. L'appartamento era piccolo e si scorgeva in fondo uno stretto corridoio, al termine del quale riverberava la luce di una stanza rimasta aperta, sicuramente la camera.
" sola in casa?" domand Renzi.
"No" rispose la giovane.
"Possiamo parlare?"
"S, ma non capisco perch la polizia s'interessi di me."
"Sa dirmi niente di un certo Alberto Santini."
"Chi?"
"Alberto Santini, un giovane come lei, un bel ragazzo."
"Mai sentito nominare."
"Ne  cos sicura?"
"Penso proprio di s."
"E il professor Giorgio Signorelli?"
"S." Divent rossa, balbett.
"E allora come fa a dire che non sa niente di Alberto Santini..."
"Non capisco." Poi ebbe un sussulto. Cap.
"Non sar mica quel ragazzo trovato ucciso nell'edificio dove abita Giorgio?"
"Proprio lui. Dunque, che cosa sa dirmi."
"Ah, io proprio niente. Non l'ho mai conosciuto."
"Veda di non mentire."
"Ma io le sto dicendo la verit."
"Anche al professore dice la verit?"
Alessandra cap l'allusione e divent rossa un'altra volta.
"L'uomo che sta nella camera  il suo amante?"
" l'uomo che amo."
"E il professore?"
"Giorgio  come il diavolo. Non riesco a fare a meno di lui. Ho provato pi di una volta a lasciarlo, ma Giorgio entra dentro di me come fosse la mia anima. A volte ho paura di lui."
"Non dica sciocchezze. Il professore  una persona rispettabile. Non farebbe violenza ad una mosca. Me ne intendo di uomini, e il professore  una pasta d'uomo, si vede."
"Dicono tutti cos di lui, ma la verit  che  un diavolo, e entra dentro l'anima della gente."
Renzi cav dal cellofan il portaritratti.
"Lo guardi bene. Lo ha mai visto?"
"No."
"Lei mente."
"Perch dovrei conoscerlo?"
"Lo guardi attentamente."
Alessandra parve illuminarsi.
" il portaritratti che mi ha regalato Giorgio per il mio compleanno."
"Come fa a riconoscerlo?"
"Vede? Qui sull'angolo in alto a destra c' una A, l'iniziale del mio nome."
"E allora mi deve spiegare come mai lo si  trovato nella casa di Alberto Santini, il giovane assassinato."
"Non capisco. Non penser che io..."
"Penso che lei conoscesse la vittima. Poich si chiamava Alberto, ed aveva la stessa sua iniziale, lei gli ha regalato il portaritratti. Veda di non mentire, tutto  cos chiaro." Jacopetti ascoltava il commissario e non stava pi nella pelle.
"Chiaro un corno. Mica vuole incastrarmi, lei."
Dal corridoio comparve l'uomo che era prima in camera.
"Hai bisogno di me, Alessandra?"
"No. Il commissario  qui perch sospetta che abbia ucciso una persona.  incredibile."
"Alessandra  una brava ragazza. Presto ci sposeremo. Lei sta prendendo un abbaglio, commissario."
"Lo spero per la ragazza, e per il vostro matrimonio."
"Alessandra, devo andare" disse l'uomo. "Davvero non hai bisogno di me?"
"Non ho ucciso nessuno, e dunque non temo niente. Ci vediamo domani, ti racconter."
"Ha bisogno di me, commissario?"
"Non credo, ma la far cercare, se occorrer."
"Allora resto a sua disposizione."
Se ne and, stringendo la mano anche a Jacopetti, e per ultimo diede un bacio ad Alessandra, che lo accompagn all'uscio. Fu subito di ritorno.
"Io non conoscevo quell'Alberto Santini, mi deve credere."
"La creder quando mi avr dato una spiegazione plausibile al fatto che questo oggetto si trovava proprio in camera della vittima. Mi dica lei come pu essere finito l."
"Come  finito l, io non lo so certamente, ma posso dirle che quel portaritratti io l'ho regalato. Vede, quando Giorgio me lo ha donato, io non ho detto niente, ma in realt mi sentivo ferita nell'orgoglio. Ad una donna che si ama veramente come dice di amarmi lui, non si regala un portaritratti da quattro soldi."
"Ma  d'argento."
"E lei regalerebbe un portaritratti a sua moglie, se le chiedesse di farle un bel regalo? Io non ci credo proprio."
"E che cosa avrebbe desiderato?"
"Un gioiello. Una collana con un bel rubino. Glielo avevo chiesto tante volte, ma lui ha voluto ferirmi.  un diavolo, Giorgio, gliel'ho gi detto. Ha voluto ferirmi. E cos ho pensato di vendicarmi, sbarazzandomi del regalo."
"A chi lo ha dato?"
"Alla signora Adele."
"Adele chi..."
"Lei la conosce certamente, perch abita proprio sotto l'appartamento di Giorgio. L'ho regalato a lei, perch ho pensato che il professore poteva vederlo, entrando in casa della donna, e cos si sarebbe fatta un'idea di quanto lo avessi gradito. Dica la verit, non l'ho pensata male, non crede?"
"Secondo lei, c' una relazione sentimentale tra la signora e il professore?"
"A Giorgio sono sempre piaciute le donne. Per una sottana, si farebbe mettere in carcere."
"Potrebbe anche uccidere per gelosia?"
"S."
Jacopetti per tutto quel tempo non aveva staccato gli occhi dalle belle gambe di Alessandra, che le teneva scoperte.
Quando si congedarono, nello scendere le scale non fece altro che lodarle.
"Una donna cos,  una vincita al lotto. Ma lei, commissario, non gliele guardava le gambe?"
"Io la interrogavo, mio caro Jacopetti, mentre tu, con quella testolina, chiss dove ti trovavi."
"Sempre al suo fianco, commissario."
"S, ma con la testa tra le nuvole. Anzi tra le lenzuola, o mi sbaglio."
"Potrei riferirle per filo e per segno tutto quanto quella ragazza le ha detto. Vuole mettermi alla prova?"
"Meglio di no, Jacopetti, meglio di no."

Si era aperta in quei giorni la crisi del governo di Romano Prodi. Aperte le consultazioni, infine fu incaricato di formare un nuovo governo il segretario dei DS Massimo D'Alema. Poich la maggioranza del 21 aprile 1996 che aveva eletto Prodi era andata in frantumi e D'Alema avrebbe potuto formare un governo solo con una maggioranza diversa (con il nuovo Partito dei comunisti italiani di Armando Cossutta, nato dalla scissione del Partito della rifondazione comunista di Fausto Bertinotti, e con l'UDR  Unione democratica per la repubblica  dell'ex presidente della repubblica Francesco Cossiga, formatosi con una trentina di transfughi del Polo delle libert) quest'ultimo, il Polo delle libert, chiedeva elezioni anticipate e, in subordine, un governo elettorale di garanzia, che approvasse la legge finanziaria e una nuova legge elettorale, per poi andare alle elezioni. La politica era in subbuglio, e non c'era chi non vedesse che, come in occasione del cosiddetto ribaltone del 1994, anche questa volta, nonostante la legge maggioritaria e le numerose dichiarazioni dei leaders politici che sempre avevano assicurato d'ora in avanti il rispetto della volont popolare espressa con il sistema maggioritario, anche questa volta si tornava a fare un ribaltone. Non si teneva conto, cio, del voto degli elettori e i parlamentari si permettevano di passare da uno schieramento all'altro, modificando cos le maggioranze uscite dalle urne, e ritenendo ci perfettamente legittimo. Insomma, ancora una volta una presa in giro degli elettori.
Ed ecco che nei telegiornali della sera viene data una notizia clamorosa: "La bomba Cossutta" (cos intitolava il Tg2 delle 20,30). Di che cosa si trattava? In un discorso tenuto da Cossutta ai suoi militanti intorno alle ore 17 del 17 ottobre 1998 presso la Camera del Lavoro di Milano, egli faceva questa testuale rivelazione: "Abbiamo ascoltato con grande attenzione, con grande rispetto, le preoccupazioni che ci ha esposto il presidente della repubblica quando, preso dalla difficolt della scelta, una scelta molto difficile anche per lui, ci ha detto appunto che nuove elezioni in questa situazione, in questa realt, avrebbero potuto comportare una vittoria delle forze della estrema destra, della destra pericolosa, di quella di sempre, che fa capo a Fini, e quella di oggi, pi pericolosa ancora per certi versi, che fa capo a Berlusconi."
L'indomani, domenica 18 ottobre, tutti i quotidiani davano rilievo alla rivelazione di Cossutta, e in particolare i giornali dell'opposizione. Il Giornale diretto da Mario Cervi, a pag. 3, sottolineava anche queste altre parole di Cossutta pronunciate in risposta ad un giornalista che non credeva alle proprie orecchie: "Mi pare chiaro, Scalfaro ci ha espresso la preoccupazione che con un eventuale governo di destra ci sarebbe stato il rischio di avere per sette anni un presidente della repubblica di destra." A maggio del 1999, scadeva infatti il mandato di Scalfaro e si doveva procedere alla elezione del nuovo capo dello Stato. Va anche precisato che il centrosinistra soleva appellare, un po' troppo disinvoltamente, i partiti del Polo delle libert come partiti di destra, mentre vi erano partiti di centro (CCD di Pierferdinando Casini e Forza Italia di Silvio Berlusconi) pi consistenti di quelli schierati nel centrosinistra; quindi si trattava di un centrodestra, alternativo al centrosinistra.
Nel pomeriggio, quando Renzi e Maria andarono a far visita a Jacopetti e a Esterina, davanti al televisore, anzich stare attenti alla partita di calcio, furono sopraffatti dall'incredibile rivelazione.
"Scalfaro  sempre stato bugiardo, a partire da quel "Non ci sto" quando fu accusato di aver preso i soldi dai servizi segreti e prima neg poi ammise, precisando che erano stati spesi per fini istituzionali; e quando promise a Berlusconi, dopo il ribaltone, le elezioni nel giugno del 1995, e invece il governo Dini dur fino alla primavera del 1996, e anche quella volta fu Armando Cossutta a rivelare che aveva ragione il Polo delle libert e Scalfaro aveva promesso le elezioni anche a Cossutta per il giugno del 1995; ed ora questa nuova rivelazione incredibile: un presidente della repubblica non vuole le elezioni per timore che vinca la parte che a lui non  gradita! Ma dove siamo arrivati, commissario! Non viviamo in una democrazia, ma in un regime."
"Oggi, se si parla di politica, ci si ammala di fegato. Ma la colpa di quanto accade, oltre che del presidente della repubblica..."
" il peggiore che abbiamo avuto. E anche Massimo D'Alema, che aveva sempre assicurato di rispettare il maggioritario, ora s'imbarca a formare un nuovo governo con una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne. Non me lo sarei aspettato da lui un voltafaccia cos. Lo credevo pi serio."
"In politica, almeno nella politica che si pratica in Italia, la seriet e l'onest sono grandi difetti. Guai ad averli, non si fa un passo avanti, e non si potr mai ambire ad una poltrona di ministro. Perch vedi, Jacopetti, ti stavo dicendo che la colpa non  solo del presidente della repubblica, che  un presidente schierato..."
"Me lo lasci dire con tutto il cuore, commissario: aveva ragione Cencio Ognissanti(35), se lo ricorda? che non poteva soffrire Scalfaro; sosteneva che era il peggior farabutto d'Italia, perch giocava sulla pelle del popolo."
"Lasciami finire, per. Ti dicevo che la colpa  anche dei politici che, eletti in una maggioranza, trasmigrano dalla parte opposta, anzich dare le dimissioni, come dovrebbero. C' il malcostume in politica, e i nostri giovani, ricordalo, hanno questi begli esemplari da circo a modello. Se non si cambia sul serio, non c' nulla che si possa salvare e il nostro Paese sar sempre messo alla berlina da tutto il mondo."
Esterina, mentre parlava con Maria, allungava il collo verso il marito e il commissario. Spiava i loro discorsi, si capiva. Ad un certo punto non ce la fece a trattenersi.
"I poliziotti come voi non dovrebbero parlare di politica. Non dovete guardare a chi comanda, ma alle leggi. La politica, oltre a guastarvi il sangue, vi allontana dai vostri doveri, non  vero, Maria?"
"Dovrebbero lasciarla stare, la politica; oggi la politica  per gli arruffoni e i disonesti. La gente per bene pensa a lavorare, e a fare il proprio dovere."
"Senti senti, Jacopetti. Le nostre donne ci fanno la predica."
"Mi scusi per sua moglie, commissario, e anche lei, Maria, mi scusi, ma a sentirvi parlare cos, mi sembrate delle galline spelacchiate. Ma voi ci capite niente della politica? Non credo proprio. A casa siete brave, lo riconosco, ma la politica lasciatela a noi uomini. La politica  come il sangue nelle vene. Nella societ, non se ne pu fare a meno."
"Se noi siamo delle galline, voi siete dei polli, buoni solo ad essere spennati." Era di nuovo Esterina.
Ma questa volta Renzi e Jacopetti non risposero. Una delle squadre che stavano giocando aveva segnato un goal e Renzi, proprio lui, aveva fatto un balzo sulla poltrona e stava gridando come un ossesso.
Esterina e Maria ripresero a parlare delle proprie cose, sottovoce, per non disturbare.
La sera, nel Tg4 delle ore 19, l'ex ministro della giustizia Filippo Mancuso, ad una precisa domanda di un giornalista su Scalfaro, rispondeva definendolo un "infame".

Per le strade di Lucca c'era di nuovo fermento. La caduta del governo Prodi e il pasticcio che si stava combinando nella formazione del nuovo, mescolando tra loro partiti cos diversi se non addirittura opposti, generava malumore e risentimento. La FIAT, la grande azienda torinese, aveva annunciato la Cassa integrazione per circa 25.000 operai. Nessuno riusciva a mandarla gi , dopo che l'azienda automobilistica aveva usufruito delle agevolazioni della cosiddetta legge della rottamazione, grazie alla quale aveva beneficiato di un consistente contributo dello Stato ogni qualvolta un cittadino possessore di un'auto vecchia di almeno 10 anni ne acquistava una nuova. Con questa legge ci si era fatta tonda, ed ora che i termini erano scaduti ed il governo Prodi, dopo aver concesso una prima proroga, non aveva inteso pi rinnovarla, dato che aveva sollevato critiche da altri settori produttivi importanti, la FIAT rispondeva mandando a casa, e a carico delle casse dello Stato, 25.000 lavoratori. C'era chi ricordava le critiche che si erano mosse al governo al momento del varo della legge, ritenuta di effetto transitorio e non in grado di assicurare posti di lavoro stabili. Cos accadeva, infatti, e ancora una volta avevano vinto i poteri forti. Ci che esasperava gli animi era per il fatto che ad aiutare la FIAT era stato un governo di centrosinistra, e allora qualcuno rammentava che il governo di centrodestra di Berlusconi aveva rifiutato nel 1994, in un incontro a Roma con il presidente della FIAT Giovanni Agnelli, che lo richiedeva espressamente, un provvedimento analogo di rottamazione, dichiarando che lo Stato non aveva i soldi per fare un'operazione di questo tipo. Ci era stato, a detta dei pi , uno dei motivi per cui la grande industria aveva contribuito a far cadere il governo di centrodestra e aveva appoggiato prima il governo del ribaltone di Lamberto Dini, e poi quello di Romano Prodi.
Renzi e Jacopetti respiravano questo malumore, vedendo per le strade, soprattutto in piazza San Michele e in piazza Grande, formarsi dei capannelli di operai. Renzi telefon al commissariato, dando ordine che una pattuglia tenesse sotto controllo la situazione, girando per le piazze e le strade principali della citt, e che lo s'informasse subito di eventuali sviluppi pericolosi. Poi, lui e Jacopetti si avviarono alla volta di via Pelleria, dove abitava la signora Adele.
Giorgio stava uscendo quando al piano terra incontr il commissario e Jacopetti.
"Cerca me, commissario?"
Non volle dirgli che saliva dalla signora Adele.
"Torno nell'appartamento della vittima. Spero di trovarvi ancora qualche indizio."
"Ha interrogato Alessandra?"
"Con poco profitto" disse sbrigativamente. Giorgio cap che non voleva parlarne e usc dal portone. Piano piano, Renzi sal le scale, preceduto da Jacopetti, che suon alla porta. La signora Adele fu pronta ad aprire e salut i due con molta cordialit.
"Disturbiamo?"
"Ma che dice mai. Entrate, entrate." Li fece accomodare in salotto. Cornelia si trovava nel suo studiolo, e stava ascoltando musica.
Adele era una donna apparentemente tranquilla, formosa, con un bel viso luminoso, quasi sempre sorridente, ma dal suo corpo sprigionava una sensualit che lei non riusciva a controllare. Piaceva agli uomini, e gli uomini piacevano a lei. Se si metteva in testa di averne uno nel proprio letto, ci riusciva, giacch non le mancava niente per soddisfare un uomo. Jacopetti si sent turbato dallo sguardo che Adele gett subito su di lui, quando si sedettero.
"Perch  qui, commissario? Ha saputo qualcosa sull'omicidio?"
"Come ha conosciuto Alberto Santini?"
"Per la verit lo conoscevo appena, ci si incontrava qualche volta sulle scale: buongiorno e buonasera, tutto qui. Era un bel ragazzo e poteva far girare la testa a qualsiasi donna. Un pezzo di marcantonio, pieno di muscoli. Sembrava un attore del cinema, molto pi bello di tanti che si dnno delle arie. Peccato che sia morto."
"Assassinato, non lo dimentichi."
"Non ci posso ancora credere."
Il commissario estrasse dal cellofan il portaritratti.
"Lo riconosce?"
"Perch dovrei riconoscerlo?"
"Lo guardi bene."
"Oh s,  il portaritratti che mi ha regalato Alessandra, l'amica del professore."
"Amica quanto."
"Lei, commissario,  malizioso."
"Mi risponda." La signora Adele aveva accavallato le gambe e lasciava intravedere le cosce ben tornite, sulle quali appuntava lo sguardo Jacopetti. Adele lo aveva fatto apposta.
"Credo che siano amanti. Lei cosa penserebbe di un uomo e una donna che si incontrano da soli, e passano qualche volta la nottata assieme? Non certo che sono fratello e sorella."
"E del professore che cosa pu dirmi?"
"Che  una persona perbene. Ce ne sono poche come lui.  buono,  generoso. Cornelia, la mia povera figliola, stravede per lui. Giorgio viene qualche volta a trovarla e s'intrattiene con lei, parlano di musica, di letteratura. Il professore s'intende di tutto, ha una cultura spaventosa. Certe volte, quando lo sento parlare, m'incanto, apro la bocca ed  come se mi avesse stregato. Un uomo eccezionale, gradevole, educato, perfino bello, anche se di una bellezza pi spirituale che fisica, m'intende?"
"Non  certo un Adone, come lo era invece il giovane Alberto."
"Oh, certo che no! Ma guardi che le donne sono strane. Hanno delle sensibilit che voi uomini nemmeno immaginate. Ci possono essere uomini fisicamente brutti in grado di sedurre una donna pi di un bel fusto."
"Succede cos a lei?"
"Commissario!"
"Su, mi risponda."
"Non nego che gli uomini mi piacciono."
"E il professore?"
Cornelia si era affacciata nel salotto, seduta sulla carrozzella.
"Che ha fatto il professore?" domand.
"Oh, proprio niente, cara la mia Cornelia. Sono venuti da me il commissario e il suo gentile collaboratore" e qui diede uno guardo di fuoco a Jacopetti "per avere delle informazioni su quel povero giovane che  stato ucciso."
"E che c'entra, mamma, il professore?"
"Lo sai come sono i commissari di polizia. Vogliono sapere tutto, sono curiosi, un po' impiccioni, direi, non  vero, signor Jacopetti?" Jacopetti distolse gli occhi dalle belle gambe della signora. La guard dritto negli occhi.
"Il commissario non  affatto impiccione."
"E lei?"
"Nemmeno io, signora. La polizia, se fa certe domande,  nell'interesse della verit e della giustizia."
"Oh" fece Adele, e sorrise graziosamente, chinandosi un po' e mettendo in bella mostra il seno prominente. Gli occhi di Jacopetti finirono su quello.
Cornelia prefer tornare nel suo studiolo, conoscendo la madre. Gir la carrozzella e si ritir, salutando un po' imbronciata.
"Sua figlia non mi sembrava contenta di vederci qui."
"Non si  mai contenti, quando si ha la polizia in casa. Ma non se la deve prendere, commissario, Cornelia non ce l'aveva con lei, n con lei, dottor Jacopetti, ma con me."
"E perch con lei?"
" un po' gelosa, poverina. Ma io che posso fare? Sono rimasta vedova troppo presto, e un uomo riesce ancora a farmi girare la testa. Devo uccidermi, per questo?"
"Si figuri!" disse il commissario. Adele sorrise.
"Questo portaritratti che le  stato regalato dalla signorina Alessandra,  stato trovato nella camera della vittima. Dunque?"
"Dunque che cosa?"
"Lei conosceva anche troppo bene Alberto Santini, da finirci a letto, non le sembra?"
"Le sembra un corno!"
"Vuol dire che non c' stata a letto?"
"Ma lei lo sa che mestiere faceva quell'Alberto?"
"Il gigol. Si faceva pagare dalle donne."
"E io non ho soldi da buttare."
"Ma ci  stata a letto. Guardi che se non dice la verit, la porto in carcere per reticenza."
"E lascerebbe sola la mia Cornelia? Non ha visto, poverina, che ha bisogno di sua madre?"
"Allora ci pensi bene. Aveva o non aveva una relazione con Alberto Santini?"
"Ci sono stata a letto soltanto due volte. Questa  la verit, commissario. Una sera, che sapevo che era in casa, ho bussato alla sua porta. Mi ha aperto. Aveva il torso nudo, il petto era cos villoso che quasi svenivo. Lui se ne  accorto e mi ha fatto un sorriso che non dimenticher mai. Ah, ci sapeva proprio fare con le donne."
"Si  fatto pagare?"
"S." Lo disse arrossendo.
"Si  fatto pagare anche la seconda volta?"
"Faceva l'amore solo dietro pagamento. Era il suo mestiere, mi disse, e non poteva trasgredire, per professionalit, disse proprio cos."
"Accidenti!" si lasci scappare Jacopetti.
"E col professore?"
"Cio?"
"Lei ci ha fatto all'amore col professore?"
"Che c'entra con l'omicidio."
Renzi non dimenticava che il portaritratti era stato regalato da Giorgio ad Alessandra, ed era finito nelle mani di Adele per ripicca della ragazza.
"Sembrava che il professore non volesse saperne di me. Mi sentivo offesa nella mia vanit. Un giorno che era venuto a trovare Cornelia, allora mi sono proposta di sedurlo."
"Ci  riuscita?"
"S." Lo disse compiaciuta, e diede un'occhiata significativa a Jacopetti, che non staccava gli occhi da lei. Poi aggiunse: "e abbiamo fatto l'amore altre volte, e ho scoperto che Giorgio  un formidabile amante. Ha qualcosa dentro di s che ammalia, una specie di energia travolgente, che entra dentro l'anima. Non so spiegarlo,  cos difficile. Non ho mai avvertito una sensazione del genere.  come se diventasse il padrone non solo del corpo ma anche dell'anima. Le confesso, commissario, che provo per il professore un'attrazione che mi d le vertigini, mi terrorizza."
"E allora perch continua a vederlo?"
" pi forte di me.  come aver preso della droga. Ogni tanto, avverto il desiderio di essere posseduta da lui. Cos lo cerco, vado perfino a suonare alla sua porta, e glielo chiedo senza alcuna vergogna, senza arrossire, presa da una smania che non riesco a controllare."
"E il professore?"
"Sembra ogni volta attendermi, come se sapesse che sto arrivando da lui. Mi apre e senza rispondermi mi fa accomodare in camera sua. Si spoglia e facciamo l'amore."
"Lo sa che il portaritratti era stato regalato dal professore ad Alessandra?"
"Cio?"
"Alessandra non lo ha gradito, voleva ben altro, e perci lo ha girato a lei, pensando che il professore avrebbe potuto vederlo in casa sua, e cos capire che il suo regalo era stato rifiutato."
Adele scoppi in una fragorosa risata.
"Perch ride?"
"Lei non lo immagina nemmeno."
"Forse."
"No, mi creda, non pu affatto immaginarlo."
"Vuole che provi?"
"Provi, provi" e torn a ridere.
"Lei lo ha regalato a sua volta, non  cos?" E si mise a ridere anche il commissario. E quando la signora lo ammise, rise anche Jacopetti. Ricomparve Cornelia.
"Posso ridere anch'io, mamma?"
"Non puoi immaginare che cosa  successo." E raccont la storia del portaritratti. Cornelia non rise, invece. Disse:
" una storia cos penosa" e torn nella sua stanza.
"A chi lo ha regalato? Questo portaritratti mi fa venire in mente il giro che fanno i regali natalizi, che passano di mano in mano, finch ritornano al primo proprietario."
"Ha notato che il portaritratti ha una A in alto sull'angolo destro?"
"Certo che l'ho notato."
"L'ho donato ad Alfredo Giannini, uno che conosco, e a cui dovevo fare un regalo."
"Non dir mica Alfredo Giannini, l'avvocato?"
"Proprio lui."
"Non mi dica che..."
"Che  il mio amante? No, sarebbe troppo bello. Lui non si accontenta di una donna sola. Ne ha molte. Sono una di quelle, niente di pi . Ma con lui ci sto bene, e non posso farne a meno."
"E il professore?"
"Con lui  un'altra cosa. Gliel'ho detto, una specie di magia, di stregoneria. Con il professore provo delle sensazioni che nessun altro mi pu dare, diverse, straordinarie. Mi pare di essere altrove, di vivere una storia incredibile in luoghi che non conosco. Insomma, le dico che quando sono con il professore, io divento un'altra persona. Lei non ci creder, ma  cos."
"Tu, Jacopetti, ci capisci qualcosa?" Glielo domand Renzi, mentre scendevano le scale. Si fermarono davanti alla porta dove era stato commesso l'omicidio.
"Queste donne mi sembrano tutte matte, commissario. Questa Adele poi, che si mangerebbe gli uomini con gli occhi, ne ha dette di corbellerie. Che sar mai questo professore? Un orco? Un mago? A me pare una cos brava persona."
"Non bisogna lasciarsi convincere dalle apparenze."
"Ma anche lei lo ha detto, che  una persona perbene."
"S s, probabilmente lo ."
"Non ne  pi cos sicuro, mi sembra."
"A questo mondo, non si pu essere sicuri di niente."

Quando Giorgio torn a casa, era pervaso da una certa inquietudine. L'incontro con il commissario nell'androne lo preoccupava. Dentro di s si addensava una tempesta. Sapeva di poter destare sospetti.
Buss alla porta di Adele.
" venuto da me, il commissario" disse subito lei.
"Quando in un palazzo entra la polizia, non si ha pi pace. Sospettano di tutti, e, vedr, sospettano anche di noi."
Adele non fece cenno del portaritratti. Sapeva gi da prima che glielo rivelasse il commissario che era un regalo del professore ad Alessandra; la ragazza non lo sapeva quando lo aveva passato ad Adele, ma quest'ultima gi conosceva il portaritratti, poich il professore, al momento dell'acquisto, lo aveva mostrato proprio a lei per ascoltarne il giudizio.
"Vedr come sar contenta Alessandra, professore" aveva commentato. Quando se l'era visto deporre in mano da Alessandra, l per l avrebbe voluto mettersi a ridere, poi si era trattenuta, ma il giorno dopo il portaritratti era gi finito nelle mani del suo amante, il marito di Giulia, Alfredo Giannini.
"Ma lei, professore, mica penser sul serio che sospettino di noi?"
"Che cosa le ha domandato?" Nel frattempo in salotto era entrata Cornelia.
"Se conoscevo la vittima. Ho risposto che lo incontravo ogni tanto per le scale, nulla di pi . Allora ha voluto sapere se per le scale avevo incontrato qualche tipo sospetto, qualche donna, o qualche uomo. Vede, professore, il commissario  convinto che sia stato un marito geloso ad uccidere il giovane. E lo credo anch'io. Lei non deve temere niente, perci, visto che non  sposato."
Giorgio usc e al piano di sopra, davanti alla sua porta, vide Alessandra.
"Non ti aspettavo" disse.
"Stavo per andarmene. Sono qui da dieci minuti. Dove sei stato?"
"Da Adele. Mi sono fermato appena." Tir fuori di tasca le chiavi ed apr. Alessandra and subito a sedersi in salotto. Era agitata.
"Cos'hai?" domand Giorgio.
"Niente, niente."
"E invece c' qualcosa che non va."
"Questo omicidio mi d ai nervi. Il commissario  stato da me per sapere se conoscevo la vittima. Non sono abituata ad essere interrogata dalla polizia. Questa storia speriamo che finisca presto."
" normale, credo. Sospetta di tutti noi, che frequentiamo questo stabile. Ha interrogato anche Adele, e anche me."
"E tu?"
"E io cosa?"
"Non sei nervoso?"
"Mica l'ho ucciso io."
"Che cosa ti ha domandato?"
"E a te?"
"Te l'ho detto: se conoscevo la vittima."
"E tu che cos'hai risposto?"
"Che lo incontravo qualche volta per le scale, quando venivo da te."
"E il commissario ci ha creduto?" Giorgio aveva in mente la storia del portaritratti, e quindi nutriva un forte sospetto nei confronti di Alessandra, e supponeva che altrettanto la sospettasse il commissario.
"E perch non avrebbe dovuto crederci?"
"Sono sempre diffidenti quelli della polizia."
"Ci ha creduto, eccome. Mica ho la faccia dell'assassina, io. Piuttosto tu..."
"Io che cosa?"
"Potresti essere tu l'assassino."
"E per quale ragione."
"La migliore di tutte: la gelosia."
"Non avevo alcun motivo per essere geloso." Alessandra si mise a ridere.
"Scherzavo. Non ti si pu nemmeno fare uno scherzo." Infatti, Giorgio si era rabbuiato e la guardava in cagnesco.
"Tu, invece, sei una che pu uccidere" rispose con un tono sordo. Alessandra torn a ridere.
"E tu davvero mi ci vedi nelle parti di un'assassina?"
"S" rispose.
"Ora non scherzare tu."
"Non scherzo."
"Dici sul serio?"
"E perch dovrei scherzare?"
"Oh, ma allora tu stai diventando matto."
"Dio lo volesse. Mi sembra di vivere dentro un incubo. Chiss perch, da quando  nata questa storia, io mi sono messo in testa che tu e la vittima foste amanti. La notte non dormo pi ."
"Sei geloso di me, allora?"
"Non lo so."
"S che sei geloso. Ma non ce n' motivo, tesoro. Ti giuro che quanto ho detto al commissario  la verit. Ho incontrato pi di una volta quel giovanotto per le scale, soltanto per le scale. Buongiorno e buonasera. Te lo giuro." Si alz e and a dare un bacio sulla fronte di Giorgio che, essendo in piedi, si chin per riceverlo.
"Allora non capisco perch devi essere nervosa." Gli tornava in mente che il portaritratti che le aveva regalato era stato trovato in camera della vittima.
"Non mi piace essere sospettata. A te piace?"
"No."
"Vedi, se tu fossi sospettato, saresti nervoso anche tu."
"Ma io non sono sospettato, come non lo sei tu."
"E invece mi  parso che il commissario sospetti di me."
"Fantasie. Se hai la coscienza a posto, non devi temere nulla."
"Ho la coscienza a posto."
"Allora non hai motivo di essere nervosa."
"Mi fai restare con te stanotte?"
"Se vuoi."
"S che lo voglio, micione."

Renzi e Jacopetti stavano tornando dal marito di Giulia. Lungo la strada facevano il punto della situazione.
"Il portaritratti ci condurr dritto dritto all'assassino."
"O all'assassina. Non dimentichi che potrebbe anche essere stata una donna gelosa."
"Secondo me, da qui non si scappa. O  stato il marito, che ha ucciso la vittima per interrompere la relazione scomoda della moglie..."
"Perch scomoda?"
" un noto professionista. E anche se si pu essere tolleranti, a tutto c' un limite. In qualche modo quel rapporto ha cominciato ad infastidirlo. Un professionista noto come quell'Alfredo Giannini non pu tollerare tutto, e addirittura che la moglie pagava un gigol per andarci a letto. Non ti pare, Jacopetti?"
"Per me  stata la moglie.  un'amante possessiva."
"Ma non l'hai sentita? Dice di avere pi d'un amante e di non essere gelosa."
"E lei ci crede, commissario?  una donna, e una donna non pu tollerare di essere preferita ad un'altra. Finch  lei che tiene il gioco in mano pu anche non essere gelosa, ma quando si accorge che l'uomo ha un'altra amante e che la preferisce a lei,  punta nella vanit e pu diventare pericolosa. Anche un'assassina."
Giunsero davanti al palazzo. Entrarono, bussarono alla porta del professionista. Apr una segretaria, che li fece accomodare. Di l a poco si affacci Alfredo Giannini.
"Un minuto e sono subito da lei, commissario." Era straordinariamente tranquillo. E sorridente.
Passarono dieci minuti in realt. Usc il cliente, e usc il professionista, che li fece accomodare nel suo studio.
"Dunque, lei non ha un alibi" gli ricord il commissario.
"Non ne ho bisogno, visto che non l'ho ucciso."
Renzi estrasse il portaritratti.
"Lo ha mai visto?"
"Se non sbaglio, questo mi apparteneva. Vede? C' lass in alto una A, l'iniziale del mio nome."
" sicuro che sia il suo?"
"Ha tutta l'aria di esserlo."
"Da chi lo ha avuto, visto che sembra un regalo. Da sua moglie?"
Alfredo si mise a ridere.
"Perch ride?"
" un regalo modesto. Mia moglie mi fa pochi regali, per la verit, ma quando si decide non mi rifila queste sciocchezze. Cosa vuole che me ne faccia, io, di un portaritratti."
"Lo ha ricevuto da una delle sue amanti?"
"Proprio cos, commissario. Lei ha fatto centro."
"Vorrei saperne il nome." Non esit e fece il nome di Adele. Tutto quadrava, pens Renzi.
"Sa dove  stato trovato?"
"E come posso saperlo?"
"Dovrebbe saperlo, invece, dato che il portaritratti  suo."
"S  mio, ma mi  stato rubato. Lo avevo messo qui sopra, vede?" Indic una pila di libri e di riviste. "Qui sopra. Me ne ero anche dimenticato. Poi, qualche giorno fa mi  tornato in mente, l'ho cercato, e non sono riuscito a trovarlo. Evidentemente qualcuno lo ha preso, senza che me ne accorgessi."
"E senza chiederle il permesso."
"Rubato, infatti. Non posso immaginare a chi poteva interessare un portaritratti, fra l'altro con gi incisa la iniziale del mio nome. Una cosa assurda. Un episodio senza senso, a cui, come pu immaginare, non ho dato importanza, visto il valore esiguo della refurtiva."
"Non vuol sapere dove  stato trovato?"
"Certo che voglio saperlo."
"In camera della vittima."
"Non penser mica che ce lo abbia messo io, commissario?" E torn a ridere.
"E perch no? Potrebbe avercelo fatto portare. Da una persona che aveva accesso alla camera. Per esempio Ada."
"E perch Ada avrebbe dovuto fare questo?"
"Me lo deve dire lei. Per denaro, ad esempio."
"Sono fantasie, commissario."
"La verit  che lei non ha un alibi. Il portaritratti trovato in camera della vittima avrebbe dovuto sviare le indagini a carico della persona che le ha donato il portaritratti. E cos lei avrebbe potuto uccidere la vittima senza destare alcun sospetto."
"Via commissario, non ci si metta anche lei a procurarmi dei grattacapi. Ne ho abbastanza dal mio lavoro."
"Questi non sono grattacapi, ma si tratta di un'accusa ben precisa contro di lei."
"Ma la signora Adele si sarebbe difesa facilmente, dicendole che aveva regalato a me il portaritratti. Lei, commissario, sta prendendo un abbaglio. Avrei dovuto essere un ingenuo per commettere un omicidio ponendomi al riparo della signora Adele. Lei mi sottovaluta."
Intervenne Jacopetti.
"Non potrebbe essere stata sua moglie a rubarle il portaritratti?"
"E perch avrebbe dovuto rubarlo?"
"Lo ha visto sopra quei libri. Ha scoperto la lettera A, e ha pensato di servirsene."
"Servirsene per che cosa?"
Intervenne il commissario.
"Sua moglie potrebbe avere un amante."
"Lei  matto, commissario. Oh, mi scusi, ma come pu passarle di mente una sciocchezza simile?"
"Non la trascura, forse?"
"Ma Giulia ha tutto ci che vuole. Non le interessano affatto gli uomini."
"Questo lo dice lei. Non conosco una donna normale a cui non interessino gli uomini. Questa che lei dice, s che  una sciocchezza. Dunque, potrebbe averlo preso sua moglie?"
"Ogni tanto, quando viene in citt, passa dal mio ufficio. Beh, la possibilit di prenderlo l'aveva, s potrebbe averlo preso lei."
Uscirono. Jacopetti era tutto agitato.
"Ora sono sicuro.  stata la moglie. Ha preso il quadro e lo ha regalato ad Alberto. Poi lo ha ucciso, pensando di incastrare il marito."
"E perch avrebbe dovuto farlo, se il marito non le faceva mancare nulla."
"Non la teneva in considerazione. Le preferiva altre donne. Non lo dimentichi, commissario. Questa  un'offesa terribile per una donna."
"Ma quando l'abbiamo interrogata, sembrava una donna serena, che aveva saputo adattarsi alle infedelt del marito."
"Una donna non si adatta ad essere tradita dal marito, commissario. Se pu, si vendica. E l'aver visto quel portaritratti ha fatto scattare in lei la molla della vendetta."
"Ma non siamo sicuri che l'abbia preso lei."
"Lo ha preso lei. Del resto, non ha un alibi."
"Nemmeno il marito."
" stata lei."
"Sai che facciamo ora, Jacopetti?"
"Andiamo dalla signora Giulia."
"Ti sbagli. Andiamo a trovare Ada."

Ada era fuori con un cliente. Attesero al bar. Pino si avvicin.
"Viene subito, commissario."
"Certo che ti dovrei mettere a San Giorgio. Ma prima o poi ti ci sbatto."
"Sono solo un amico di Ada."
"Capisco. Ada lavora in proprio."
"Esatto."
"Finiscila o ti ci metto stasera al fresco."
"Lei pensa che sia io il pappone di Ada, non  cos?"
"E come dovrebbe essere, su, dimmelo tu."
"Che non lo sono affatto. Ada ed io siamo amici. La sorprende che io abbia per amica una prostituta?"
"I tipi come te sfruttano sempre le disgraziate come Ada. L'amicizia  un'altra faccenda."
"Si sbaglia. Posso offrirle qualcosa?"
"Non voglio niente, grazie."
Quando rientr Ada, il commissario le mostr il portaritratti.
"Lo hai mai visto?"
"No. Avrei dovuto?"
"Pensavo che lo avessi regalato tu, a tuo cugino."
"Perch?"
" stato trovato in camera sua."
"No, non  un mio regalo. E poi anche se glielo avessi regalato io, mica vuol dire che l'ho ammazzato. Da quando non si pu fare un regalo ad un cugino? C' qualche legge che lo vieta?"
"No. Potevi fargli tutti i regali che volevi. Questo dunque non  un tuo regalo?"
"Non lo , commissario."
"Bada di non prenderti gioco di me."
"E perch dovrei. Lei non si fida di me. Anche l'altra volta, mi minacciava. Perch faccio la prostituta, secondo lei non sono pi capace di dire la verit?"
"E va bene, voglio crederti." Rimise il portaritratti nel cellofan e se ne and a passo svelto, seguito da Jacopetti.
"Ora  convinto anche lei che  stata la signora Giulia."
"Se la ragazza ha detto la verit,  stata proprio la moglie a sottrarre il portaritratti al marito. E se  stata lei, significa che aveva in mente di uccidere l'amante. Penso che siamo sulla buona strada, Jacopetti.
Jacopetti era tutto felice. Era stato lui a mettere il commissario su quella strada.

In Europa, su quindici Paesi della Comunit, ben tredici erano a guida socialista. Da pi parti si cominciava a sperare che un indirizzo diverso, pi incisivo sul versante della lotta alla disoccupazione, potesse essere assunto. Sabato 24 ottobre e domenica 25 del 1998 in Austria i capi di governo si erano riuniti per discutere su questo tema. Vi era anche il problema dilagante dei clandestini che dai Balcani, dall'Asia minore, dall'Africa stavano invadendo le coste dell'Italia, che faceva fatica a contenerli. L'Occidente, ancorch in crisi, appariva ai clandestini come una terra promessa. In un mondo cos grande e cos esteso, pareva che il sogno di gran parte dell'umanit derelitta e abbandonata fosse quello di mettere piede sul suolo dell'Europa. Dovunque si soffriva, anche in Europa, ma la voragine di miseria che si era aperta per esempio nel Sudamerica, nell'India, in Africa, scuoteva molte coscienze. I generosi come Maria e Quinto si moltiplicavano. Le comunit religiose sparse dovunque ricevevano pi ascolto che nel passato, si arrivava tardi, ma non era impossibile alleviare le sofferenze. Piccole rivolte, modeste rivoluzioni si accendevano qua e l dando il senso di un disagio che non voleva rassegnarsi, e di una umanit che non si considerava ancora sconfitta. Vi erano regioni dove l'uomo viveva in condizioni peggiori delle bestie. Solo nei Paesi del Nord Europa si poteva respirare un certo benessere. Ma una maledizione sembrava diffondersi dovunque anche lass , e se non si soffriva la miseria come nel resto del mondo, si pativa un'inquietudine che consumava come la fame, divorava la coscienza. Da parte di menti sensibili come quella di Giorgio non si riusciva a comprendere dove stava il progresso del mondo.
L'uomo uccideva e si uccideva, in continuazione, sotto mille forme, e le pi velenose, le pi mortali erano ora diventate la miseria e l'inquietudine.
Giorgio non si staccava dalla sua finestra. Anzich guardare la piazzetta e la fontana, teneva gli occhi lontani, oltre gli alberi delle Mura. Iniziava un viaggio che riusciva a portarlo ovunque nel mondo. Dentro la sua mente turbinavano le tempeste di ogni angolo della Terra. Nessuno sapeva di certe sue notti, in cui gli pareva di vivere altrove, di incontrarsi e di tendere la mano a molti che nemmeno conosceva.
Avrebbe voluto, non sapeva perch, assumere dentro di s tutti i dolori che affliggono l'uomo.
L'immagine di un bambino lo richiam a se stesso. Il bambino corse ad aprire il rubinetto della fontana, si chin, mise la bocca sotto il rubinetto e bevve a larghe sorsate. Si bagn le scarpe, ma fin di bere, e poi corse via, sparendo in direzione della chiesa.
Comparve il commissario; si ferm proprio sotto di lui, alz gli occhi, ma non lo scorse. Giorgio si era ritratto.
Renzi sal all'appartamento della vittima, non entr. Verific soltanto che i sigilli fossero intatti. Jacopetti l'aiut a controllare. Poi ridiscesero le scale.
"Andiamo dalla signora Giulia, commissario?"
"Non vedi l'ora di incontrare quella bella donna, non  vero, Jacopetti?"
"Meglio lei di quell'antipatico di suo marito. Non lo posso soffrire. Si d delle arie..."
"Se la spassa con le donne, ecco perch ti  antipatico. Vorresti essere al suo posto, questa  la verit."
"Al suo posto no di certo. Non si dimentichi che potrebbe essere lui l'assassino. Questa ipotesi mica la si pu ancora accantonare."
"A questo punto propendo per la moglie. Ha sottratto lei il portaritratti per far sospettare del marito."
"Ma potrebbe essere stata anche la cugina della vittima, quella prostituta."
"E per quale motivo? Non ne vedo uno."
"Per i soldi, per esempio. Quell'Alfredo Giannini non  uno stupido. Se voleva eliminare l'amante della moglie, sapeva benissimo che sarebbe stato il sospettato numero uno, e cos ha pagato un killer."
"E tu chiami killer quella povera prostituta?"
"Non bisogna essere James Bond per uccidere un uomo."
"Secondo te, Ada si  fatta dare il portaritratti, poi una sera  andata a trovare il cugino, glielo ha regalato, e forse ci  andata anche a letto, non  cos?"
"Mica le faceva schifo il cugino..."
"E l'ha ucciso. Ma ci non liberava il marito dai sospetti, visto che la signora Adele aveva regalato a lui il portaritratti."
"Questo  vero, ma il marito ha dichiarato che gli  stato rubato, e dobbiamo essere noi a trovare la prova che  stato lui ad uccidere. E se lui davvero si  avvalso di Ada, sar difficile che qualcuno possa averlo visto introdursi in casa della vittima. Mentre Ada vi andava ogni tanto, come vi andavano anche Adele e molto probabilmente Alessandra, non generando particolare attenzione e sospetti."
"Alessandra ha sempre dichiarato di non conoscere la vittima."
"Potrebbe aver mentito."
"E forse vi andava anche Giulia."
"Un bel ginepraio, eh, commissario?"

Si continuavano a contestare gli Stati Uniti un po' dappertutto, perch ormai, venuta meno l'altra superpotenza, l'Unione Sovietica, si credevano i padroni del mondo e di poter fare il bello e il cattivo tempo dovunque. Il presidente Bill Clinton era implicato perfino in uno scandalo denominato sexgate, dal quale rischiava di uscire con le ossa rotte. Tuttavia non tutta la sua politica era da buttare, per esempio nei confronti dell'annosa questione della pace in Palestina il suo impegno era determinato, ostinato, e qualche frutto si cominciava a cogliere. Si moltiplicavano, infatti, i fautori della pace, e si riducevano gli estremismi. Del resto, la pace  una conquista di ogni giorno, dovunque, anche nei confronti di noi stessi, della nostra coscienza. Bello sarebbe che ogni popolo vivesse in pace, nella serenit, accontentandosi del poco. Un'utopia. Il personaggio di Gracco, in Uomini e no di Elio Vittorini, era sorpreso nel vedere che uomini buoni, che non avrebbero fatto male ad una mosca e desiderosi soltanto di vivere una vita semplice, ma in pace, si davano ad uccidere in azioni partigiane per conquistare la pace. "Perch se erano semplici, se erano pacifici, lottavano?"
Giorgio stava alla finestra e pensava a quante cose accadono nel mondo in contraddizione con l'esigenza della semplicit e della pace; tutto sembrava congiurare contro di essa, come se delle forze straordinarie si coalizzassero per sconfiggerla.
Dovunque nel mondo, molti operavano il male, e pochi lottavano per il bene. La pace  il bene tra i pi alti. Into e Maria non rappresentavano forse le contraddizioni del mondo?
Come potesse conoscere ci che avveniva nel mondo, a migliaia di chilometri dalla sua casa, era un mistero anche per Giorgio. Una condanna? Una espiazione? O addirittura una conquista?
Renzi aveva cominciato a sospettare anche di lui. Era troppo pacifico per non essere un assassino. Jacopetti lo assecondava.
"Forse dobbiamo metterlo in cima alla lista, commissario. Ha sentito cosa ha detto di lui quell'Adele? Che, pur facendoci all'amore, si sente a disagio. Non  normale, non crede?"
"Per, dedurre da ci che sia lui l'assassino..."
"Per, lo sospetta, non  cos?"
" cos."
Erano nella piazzetta della fontana. Alzarono il capo e intravidero, dietro le tendine, l'ombra del professore.
"Ci spia."
"Saliamo da lui, commissario?"
"Non ancora, non ancora."

"Ha mai visto questo portaritratti?" Lo domandavano alla signora Giulia.
"Dovrei conoscerlo?"
"Mi risponda."
"Mai visto."
"Invece s."
"E perch, mi scusi, dovrei conoscerlo?"
" stato trovato nella camera del suo bel gigol, e ce lo ha messo lei."
"Ma che dice, commissario!"
"Non lo neghi, ce lo ha messo lei, per incolpare suo marito dell'omicidio di Alberto Santini. Lei ha un buco dalle 20 alle 21, ricorda? E dal suo parrucchiere ci vuole giusto meno di mezz'ora per raggiungere l'appartamento della vittima."
Giulia cominci ad agitarsi sulla poltrona.
" una follia sospettare di me. Ma come avrei fatto?"
"Semplice.  salita da lui. Gli ha regalato il portaritratti, ci ha fatto all'amore, e poi lo ha ucciso."
"Ma per quale ragione?"
"Me lo deve dire lei."
"Ma non c'era nessuna ragione. Non l'ho ucciso! Come devo farglielo capire, commissario?"
"Avevate litigato. Lei era diventata possessiva. Alberto non lo tollerava. Abituato a frequentare molte donne, non sopportava la sua gelosia. Cos cercava di liberarsi di lei. Le ha fatto capire che la vostra relazione si avviava alla fine. Lei si  spaventata, ha perso il controllo della situazione, e cos, quando da suo marito ha visto il portaritratti con l'iniziale di Alberto, ha pensato di impossessarsene e di uccidere il suo amante, scaricando i sospetti su suo marito. Vede come torna tutto?"
Giulia aveva cominciato a sudare, non riusciva a spiccicare pi una parola. Jacopetti non riusciva a contenere la sua soddisfazione.
"Devo arrestarla, signora. Sono venuto per questo."
La signora non parl pi . Chiese il permesso di andare a cambiarsi. Si allontan in fretta. Renzi e Jacopetti si alzarono e attesero. Quando all'improvviso sentirono uno sparo proveniente dalla camera. Accorsero, e trovarono Giulia distesa sul pavimento. Si era uccisa.
"E ora commissario?"
"Il caso  chiuso, Jacopetti."

Giorgio non la pensava cos. Aveva letto l'articolo sul giornale. Non era convinto. Si era accostato alla finestra. Era una grigia domenica di novembre, il cielo era coperto di nuvole scure, che si spostavano lentamente da occidente a oriente. Venivano dal mare, gravide d'acqua. Passavano, ma non pioveva, sembrava che dovesse accadere da un momento all'altro. Tirava un forte vento, che scuoteva le antenne sui tetti rossi delle case. Giorgio guardava il cielo e guardava la fontana. Quella donna che lui nemmeno conosceva si era uccisa. La polizia aveva interpretato il suicidio come una confessione di colpevolezza. Non riusciva ad andare oltre. Giorgio intuiva che quello della donna era stato invece un atto scellerato di disperazione, di impotenza, di umiliazione.
Torn a sedere sulla sua poltrona, riprese i giornali, torn a leggere. Su uno di questi, un settimanale cattolico(36), nella cronaca locale lesse una lettera che lo colp. Veniva da una missionaria: "Ho appena fatto in tempo a rientrare in Congo, a Kinshasa, per ritrovarmi ancora una volta in mezzo ai disordini politici, che questa volta sono guerra vera e propria.
Credo che le televisioni vi abbiano mostrato per lungo e per largo quello che  successo, e vi abbiano spiegato chi sono i ribelli, cosa vogliono, ecc. Fortunatamente non abitiamo in quei quartieri, dove hanno abbondantemente bombardato per snidare i ribelli e dove la gente ha aiutato a snidarli denunciando, uccidendone tanti con quel supplizio orribile del pneumatico attorno al collo. Da qui abbiamo sentito gli spari, visto gli aerei, sentito le bombe che cadevano sulle case dei civili. Abbiamo visto migliaia e migliaia di persone in fuga da quei luoghi, donne, uomini, bambini, con fagotti sulla testa, nelle mani quello che avevano potuto racimolare in fretta nelle loro povere case. Sfilavano in silenzio verso qualche parente, verso un po' di spazio dove accamparsi.
Una moltitudine. Fortunatamente questo esodo  durato pochi giorni, dal mercoled al sabato, dopo li hanno fatti rientrare, ma per tanti non c'era pi la casa e peggio ancora per tutti quelli che sono rimasti sotto le bombe, perch non avevano voluto lasciare le loro case. La settimana successiva  toccato ad un altro quartiere la stessa esperienza.
Hanno evacuato in fretta la popolazione e questa volta  toccato anche ad una nostra comunit: ci hanno avvertito che erano in cammino e sono arrivate nel primo pomeriggio anche loro come i profughi, con una borsa nella mano. Ci siamo accomodate nella nostra casetta, con stuoie e coperte. Erano spaventate, certo in pochi minuti dover fuggire, lasciare tutto e non sapere se poi si ritrova quello che si lascia. Anche a loro  andata bene. Dopo una settimana sono potute tornare nella loro casa, che hanno ritrovato intatta. Questi gli avvenimenti pi forti, poi c' la quotidianit, un mese e pi senza elettricit; per i pi poveri meno disagio, la corrente non ce l'hanno mai; per noi abituate male, niente luce, niente frigo, niente acqua fresca n calda. Cucinare sul fuoco o con il carbone, legna e carbone oggetti rari da non sprecare. La notte al lume di candela, file lunghissime alle pompe di carburante, i magazzini semivuoti, affari d'oro per quelli che fanno il mercato nero. Non so dirvi la gioia quando  tornata la luce: hanno cantato e ballato tutta la notte, nonostante il coprifuoco. Adesso almeno qui la vita sta riprendendo, ma siamo tutti pi poveri, i prezzi sono triplicati, tanta gente ha perso il lavoro per l'esodo degli stranieri, si vivono le conseguenze della guerra, e non  finita qui, forse  solo l'inizio. A Kisangani dove abbiamo un'altra comunit, sono in piena zona di combattimento. Kabila vuole riprendere la citt caduta in mano ai ribelli. Ancora pi a nord, dove abbiamo altre comunit, sono in attesa dei ribelli, perch le truppe del governo si stanno ritirando. Fino a quando durer questa situazione, non si sa. Siamo nelle mani del Signore, cerchiamo di fare la sua volont. Pregate e fate pregare per noi, per la gente che soffre ingiustamente, per coloro che si sono macchiati di gravi peccati contro gli stessi fratelli. Spero che quanto vi ho raccontato possa esservi utile per far pregare di pi .
Kinshasa, 17 settembre 1998. Maria".
Dunque Maria ora si era trasferita nel Congo, dove oltre alla miseria, si combatteva una guerra spietata.
Sofferenze, guerre dappertutto, dentro le coscienze e fuori nel mondo. La cattiveria  il cancro della coscienza.
Elio Vittorini si domanda: "Nella grande sala del primo piano si stavano scegliendo, sopra una lista di trecento nomi, quaranta nominativi di uomini da tirar fuori di cella quella stessa notte, condurre in due camion all'Arena, mettere contro un muro e fucilare. Senza interrogatorio, senza difesa, senza nemmeno una concreta accusa, sulla base semplicemente di carte fornite dagli ufficiali di polizia... si stava decidendo di toglier la vita a quaranta su trecento uomini vivi di cui non si avevano davanti che i nomi scritti sulle carte, non occhi, non facce, non loro stessi uomini vivi, e nessuno, gi nel corpo di guardia, n biondo ragazzo tedesco, n giovane o vecchio militare italiano, pensava un momento a quello che la riunione del primo piano significava, e al significato che tra poco avrebbe avuto in san Vittore, poi sopra un camion lanciato attraverso la notte della citt deserta, infine sul grigio terreno dove un tempo balzava verso il cielo la felice palla delle partite di calcio, all'Arena."(37)
In un modo o nell'altro si continuava a morire.

Come nel resto del mondo, anche a Lucca non si viveva pi in pace, assediati dall'inquietudine. Riprendevano le proteste. Gli operai, anzich veder crescere il lavoro, erano mandati a casa. I richiami fatti alla FIAT perch evitasse la Cassa integrazione, andavano delusi. Le ragioni di un'azienda rispondono sempre a regole che non conoscono il sentimento. Si aveva voglia di avviare una nuova Resistenza.
Giorgio scese le scale, si mescol alla folla dei manifestanti. Tra loro Marcello e Santino, Fiorello e Lucia, che teneva per mano la piccola Valeria. La polizia stava ad attenderli, armata di scudi e di manganelli, in piazza Grande. Gli animi erano accesi, si voleva salire dal Prefetto. La polizia lo impediva, il Prefetto non dava notizie di s. Era gi accaduto che avesse fatto delle promesse, rivelatesi mendaci. Ora non osava comparire dinanzi a quella furia di popolo. Si spar. La gente spaventata si disperse. Alcuni invece restarono, moltiplicando le resistenze e le grida. Renzi imprecava, ordinava di non sparare, ma non gli si ubbidiva pi . Alcuni poliziotti s'erano dati ad inseguire la folla per le strade cittadine. Giorgio si trov davanti a Renzi.
"Eviti questa carneficina" gli disse. "Questa gente ha ragione."
"Mi aiuti anche lei, professore." Non seppe rispondergli altro. Giorgio lo prese in parola, insegu i poliziotti, li esortava a fermarsi. Nessuno gli dava ascolto, ovviamente.
Vicino a via Pelleria, davanti al bar, alcuni manifestanti giacevano distesi a terra, colpiti. Vide Pino, morto; guard tra gli altri e riconobbe Ada. Era ferita, sanguinava dalla fronte. La prese in braccio.
"Ti porto a casa mia."
"Lasciami qui."
"Ti porto a casa mia." Ada non replic. Con lei in braccio, sal le scale. Nessuno si affacci, nemmeno Adele, che forse non era in casa, ma tra la folla, curiosa com'era. Apr la porta e di corsa si diresse in camera, la distese sul letto. And a prendere delle bende e dei medicamenti.
"Guarirai. Starai qui per qualche giorno, e io ti guarir." Dopo qualche ora, verso sera, Ada avvert un forte mal di testa, non lo sopportava. Giorgio cap che le manganellate le avevano fratturato il cranio e forse prodotto all'interno un ematoma.
"Chiamo il dottore" disse. And al telefono. "Venga subito."
Invece non venne subito, e la situazione and precipitando.
"Muoio" disse Ada.
"Chiamo l'ambulanza" disse Giorgio.
"Voglio confessarmi" disse Ada.
"Chiamo il prete."
"No. Confessami tu."
"Io?"
"S, tu."
"Non sono un prete."
"Puoi farlo."
"Che devo dire."
"Nulla. Ascoltarmi."
"Parla."
"Chiedo perdono a Dio di tutti i miei peccati. Non volevo essere quella che sono. Dio mi perdoni."
"Ti perdoner."
"Pino ha ucciso Alberto, ed io sono stata sua complice."
"Che dici!"
" cos."
"Non  possibile. Farnetichi."
" stato il marito di Giulia a combinare il piano. Ci ha dato molti soldi, tanti, tanti. Io dovevo solo introdurre il portaritratti in camera di mio cugino per sviare le indagini.  stato facile. Pino ha fatto il resto."
"Quel portaritratti l'ho regalato io ad Alessandra.  lei l'assassina."
"C' andata di mezzo la povera Giulia. Anche la sua morte  sulla mia coscienza. Dio non mi perdoner."
Giorgio avrebbe voluto farle altre domande, incalzarla sul perch aveva accettato del denaro per uccidere un uomo, ma Ada chiuse gli occhi come per dormire. Quando l'ambulanza arriv, il medico di turno disse che era caduta in coma. A sirena spiegata, fu portata in ospedale. Il mattino dopo era gi morta.

La lebbra della povert contagiava il mondo. Gli stessi disordini scoppiati a Lucca si manifestavano in tutta Europa. Anche Rosy e William avevano perso il posto di lavoro. Cercava di aiutarli il padre di William, ma anche lui era stato lambito dalla povert.
Dopo alcuni mesi in cui avevano sperato, cominciarono a diventare cattivi. Il loro bambino ne risentiva, era diventato triste.
"Non dobbiamo fare cos" disse un giorno William.
"Andiamo a vivere altrove" disse Rosy.
"Dove? Non cambier nulla."
"Mettiamo in gioco la nostra vita" disse Rosy.
"E come?"
"Non lo so, ma dobbiamo farlo" disse Rosy.

Un anno dopo, Giorgio trov i loro nomi in un giornale missionario. Erano felici, davano la loro vita in aiuto dei pi bisognosi. Come Maria. Non si conoscevano, vivevano lontani, ma avevano ricevuto lo stesso messaggio. Da chi?
Giorgio non era pi quello di prima, la malattia che lo stava consumando ora si manifestava. Alessandra se n'era accorta, lui voleva lasciarla, ma la ragazza cerc di confortarlo come poteva finch Giorgio non la scacci. Giorgio si chiuse in casa. Con il segreto che in punto di morte gli aveva rivelato Ada, si sentiva simile a Into, che aveva conosciuto solo nei suoi pensieri, come se un identico incantesimo fosse dentro di loro. Anche Into portava dentro di s la macerazione di un segreto terribile. Era giusto cos. Ma se Into lo tollerava, egli non era forte abbastanza.
Scrisse una lettera al commissario Renzi, che la ricevette una mattina di ritorno da una delle sue passeggiate in citt. Corse subito nella stanza di Jacopetti.
"Leggi, leggi qui."
"Povera signora Giulia" disse Jacopetti.
"Non  colpa nostra.  stata una fatalit."(38)

10.10.1997  2. 11. 1998



GIACOMO E ADA

( in questo giallo che nasce la figura del commissario Luciano Renzi, personaggio che comincia a delinearsi meglio nei due successivi: "Michele" e "I coniugi Materazzo")

I

Quella gamba sinistra sciancata era per Giacomo una fonte di guai. Per questo aveva smesso di fare l'inviato speciale ed era diventato uno scrittore di romanzi. Gli era successo in Libano di prendersi la bomba che gli aveva rovinato l'esistenza. Da quei giorni vedeva tutto nero, e anche l'amore per Ada se n'era andato per sempre. Rinunciare al mestiere che da bambino si sognava di fare non era stato facile. Dopo la disgrazia, il suo direttore era stato buono con lui: se se la sentiva ancora, non c'erano ostacoli di sorta: poteva continuare a fare l'inviato speciale; il giornale era sicuro che se la sarebbe cavata benissimo, grazie alle sue qualit. Aveva molti lettori affezionati, e non era facile sostituire uno come lui, che nello scrivere riusciva a far vedere e capire le cose. Ada lo aveva incoraggiato ad accettare, a provare per lo meno.
"Non sei n il primo n l'ultimo che si trova ad affrontare questa situazione. Sono sicura che saprai cavartela bene. Come sempre del resto."
"Non sono pi quello di prima."
"Lo dici tu. Per me sei sempre lo stesso."
"Non compatirmi. Non voglio la tua piet."
"Nessuno sa pi dove sta di casa la piet in questo mondo. Figurati io, che ne ho passate pi di te prima che ti conoscessi."
"Ma la gamba sciancata  mia, non tua. E c' una bella differenza."
"Non vale la pena di arrabbiarsi come fai tu. Nessuno potr ridartela com'era."
" uno schifo la vita."
"Devi calmarti. Altrimenti va a finire che ne ricaverai una malattia."
"Ti piacerebbe che sparissi?"
"Potrei anche non sopportarti pi , se continui a fare questi discorsi."
"Sarebbe stato meglio se fossi morto. Anche per te, che avresti potuto risposarti e vivere con uno che ti avrebbe lasciato dire tutte le sciocchezze che ti passano per la testa."
"Se non la smetti, me ne vado di l."
"Vai dove ti pare, anche a buttarti in fiume, se ti fa piacere."
Ada si alz e se ne and nell'altra stanza. Accadeva spesso che Giacomo non la prendesse per il verso giusto e di ogni piccolezza facesse una tragedia. Dava la colpa a quella disgrazia, che gli aveva mutato il carattere, e lo aveva fatto diventare un altro; il mister Hyde che stava rimpiattato in lui era uscito fuori e aveva distrutto il Giacomo che conosceva. Qualche volta a Ada aveva dato anche un ceffone.
" l'ora che la smetti di dirmi sempre quello che devo e che non devo fare. Per via della mia gamba, mi tratti come se fossi un bambino. O la pianti, o un giorno o l'altro finisce che non mi vedi pi ." Ada ce l'aveva un po' di paura, da qualche tempo. Le sembrava cos strano a volte... Quella gamba era vero che se la trascinava come una catena. Quando rientrava in casa, ma ancora prima quando saliva le scale, lei lo avvertiva lo struscio della scarpa ortopedica sui gradini o sul pavimento, e non poteva evitare di percepire una sensazione di disgusto. Faceva fatica a dormire con lui. Certe notti che desiderava fare all'amore, subito le passava la smania quando pensava a quella gamba maciullata.
Giacomo ci aveva provato a continuare il mestiere. L'avevano mandato in Irlanda del Nord, a Londonderry; poi in Libia e nel Sudan, ma lui non si sentiva pi lo stesso. Scrivere, scriveva bene, ma quanta fatica per rubare le notizie. Non si poteva pi muovere da solo, aveva sempre bisogno di qualcuno che facesse per lui, e questo non gli andava gi .
"Non ti devi preoccupare" gli diceva il direttore, quando a volte telefonava direttamente a lui per sfogarsi. "Come stai facendo, va benissimo. Siamo contenti. Vai avanti cos." Ma lui si sentiva zoppo anche nel mestiere. Sapeva di non vedere pi le cose come prima, e una cattiveria s'era annidata dentro di lui e lo spingeva a talune malvagit, che piacevano ai lettori, ma non a lui, che vi scopriva i segni della sua disperazione.
Ada stava meglio se lui non era in casa, e le si accapponava la pelle quando lo sentiva salire. O quando il giorno prima le telefonava che sarebbe rientrato a casa.
Giacomo capiva ci che stava succedendo al suo matrimonio.
"Non sei contenta, vero, di rivedermi?"
"Perch dici questo."
"Non voglio che tu sacrifichi nulla della tua vita per me. Fai come se non ci fossi."
"Non  facile."
"Voglio che ti abitui a pensarmi morto."
"Succeder un giorno."
"Meglio perci se ci sarai gi abituata."
"Smettila."
"Chiss quante volte mi hai messo le corna."
"Finiscila."
"Non puoi immaginare com' spietato il mondo. C' odio dappertutto. C' in me e ci deve essere anche in te. Perch vuoi nasconderlo?"
"A furia di questi discorsi, diventerai davvero cattivo."
"Anche un assassino potrei diventare."
"Magari l'assassino di tua moglie."
"Perch no? se ci sar l'occasione di farlo."
"Mi metti paura."
"Non sai che cos' la paura. La paura  vivere, e non morire."
"Eri cos tenero con me, prima."
"Ero un altro. Ed ora ti ritrovi un marito che non ti aspettavi, non  vero? Tu avresti il diritto di uccidermi, e credo che nessun tribunale se la sentirebbe di condannarti."
"Fai i discorsi del diavolo."
"Pensaci, a farmi fuori. Magari ne parli con il tuo amante, e insieme combinate l'affare. Lo sai, vero? che da morto valgo pi che da vivo."
"Dimmi se son discorsi da fare. La gente crede che tu sia un angelo e che ti porti addosso la disgrazia come una croce. Se sapesse i patimenti che mi di. Ma sei cos anche con gli altri? O cerchi invece la piet dagli altri."
Fu una delle tante volte che Ada si prese un altro scapaccione. Ma nel darglielo, Giacomo questa volta perse l'equilibrio e non riusc a riprenderlo, e cadde a terra. Urlava di rabbia come un lupo che si  cacciato da s nella trappola.
"Vedi, potresti uccidermi ora. E io come potrei difendermi?" Non ce la faceva ad alzarsi, e Ada gli and incontro, e gli porse la mano per aiutarlo.
Giacomo si tir su a fatica, e quando fu in piedi le diede un altro schiaffo.
"Vigliacco" disse lei.
"Fai attenzione a quello che dici."
"Mi hai fatto male, che credi. Sei diventato manesco. Una volta o l'altra finir male per uno di noi due."
"Spero che sia per me. Cos te la godrai, finalmente, col tuo spasimante."
"Ce l'hai nella testa tu, questo spasimante. E va a finire che le corna te le metto davvero, una volta o l'altra."
Ada era una donna piacente, gli uomini si voltavano quando passava. Non aveva ancora quarant'anni. Mora, belle gambe, una bocca sensuale. Giacomo era stato fortunato. L'aveva conosciuta un'estate a Viareggio. Anche lui era bello, e poi era famoso. La vide passare in costume sulla battima. Aveva il passo slanciato, pieno di fascino. Un gran pezzo di donna.
"Sarebbe bello farsi quella" gli disse l'amico.
"La conosci?"
"So dove alloggia."
"Allora ci andiamo stasera."
"Ma se fosse gi fidanzata?"
"Non  fidanzata."
"Come fai ad esserne sicuro."
"Lo vedo dalla camminata. Quella  la camminata di una donna che non ha il fidanzato."
"Questa poi non la sapevo. E com' il passo di una che non ha il fidanzato?"
"Bisogna avere un occhio speciale come il mio per riconoscerlo. Te non ci coglieresti mai."
"E perch?"
"Perch bisogna esserci nati con quest'occhio."
La sera si fecero in quattro per conoscere Ada e alla fine ci riuscirono. Fu l'amico ad agganciarla al bar dell'albergo. Ci sapeva fare, lui, pi di Giacomo, ma Giacomo aveva una febbre addosso quella sera che avrebbe fatto a pezzi l'amico se avesse tentato di rubargli quella femmina. Ada aveva gli occhi grandi, da abbracciare il mondo intero, e c'era sempre dell'allegria nelle sue pupille. Giacomo ci si perdeva a guardarla negli occhi. Le sere successive and solo agli appuntamenti, e una notte ci fece all'amore. Non ci volle molto a convincerla, e lo cap dopo, che anche Ada era venuta apposta per fare all'amore.
"Ci sto bene con te" gli disse, alzandosi per rivestirsi.
"Ho un brutto carattere.  meglio lasciarmi perdere."
"All'amore ci sai fare."
" una delle cose che mi riesce meglio."
"Dimmene un'altra che sai fare bene."
"Studiare la gente, intuire, capire."
" il tuo lavoro?"
"Anche."
"Che cosa fai?"
"Credevo lo sapessi." Forse Ada lo sapeva, ma a lei piaceva sentirselo dire in faccia.
"Sono sempre in giro per il mondo."
"Ti piace?"
"Come fare all'amore." Lei torn sul letto a baciarlo. Aveva indosso solo la camicetta ancora sbottonata, e si vedeva il petto giovane, rotondo, sodo.
"Sei fatta per l'amore" le disse toccandole i seni.
"Ne hai voglia ancora?"
Fecero di nuovo all'amore. Non si sarebbe saziato mai di quella donna, che aveva cosce, seni, fianchi e natiche da consumare un uomo.
"Ora basta" disse lei ridendo. "Si  fatto tardi."
Uscirono insieme. Era mezzogiorno. Andarono in cerca di un ristorante carino. Lei mangi poco.
"Per la linea?"
"Anche. Mi piaccio come sono. Detesto ingrassare.  orribile vedere una donna che ciondola grasso da tutte le parti. Non sar mai cos."
"Si cambia nella vita, non immagini quanto sia facile. Nemmeno ci se ne accorge, a volte."
"Se mi metto in testa una cosa, non c' diavolo che mi faccia mutare opinione."
"Ti auguro di riuscirci."
"Ci riuscir."
"Al matrimonio ci pensi mai?"
"Mi sembra una cosa naturale pensarci, non ti pare?"
"Si sta meglio se non si  sposati. Meno complicazioni."
"A me piacerebbe sposarmi. Avere un marito tutto per me. Anche dei figli."
"Ci sono dei mascalzoni tra gli uomini."
"Perch dici cos?"
"Sei molto romantica, e essere romantici oggi vuol dire mostrare le proprie debolezze, lasciarsi azzannare."
"Sei troppo pessimista."
"Ne ho viste tante in giro per il mondo, che non mi fido pi di nessuno."
"Allora non  facile per te vivere."
"C' forse un modo facile?"
"Penso di s. Altrimenti perch si vive?"
"Bella domanda."
"Non prendermi in giro."
"Dico sul serio."
"Io penso che la vita sia bella. Non  forse stato bello l'amore che abbiamo fatto prima?"
"Non c'entra niente con la vita."
"Questo lo dici tu."
"Ti piacerebbe sposare uno come me?"
"S" rispose decisa Ada, e non aggiunse altro. Il giorno successivo, Giacomo, invece di recarsi al lavoro, rest tutto il tempo con lei. Andarono sulle colline di Camaiore e passeggiarono nei boschi. Lui parlava poco. Rifletteva. Pensava ad Ada come moglie. Se la figurava per casa; cos bella se la sarebbe potuta godere ogni volta che fosse rientrato. Tutta per s, quel ben di Dio.
Prima di sera, rispose ad Ada che anche lui l'avrebbe sposata volentieri, se lei era sempre dell'idea di sposarlo.

A Londonderry, quando ci si era recato dopo la disgrazia, avrebbe voluto prendere il mitra, una sera, e sparare da tutte le parti. Non c' mai nessuno che ha ragione quando c' una guerra. Nei suoi servizi, sprizzava da ogni riga il disprezzo per tutto ci che andava contro la vita.
"E chi ti dice che anche questa non sia la vita. Anzi, potrebbe essere quella vera, che restituisce l'uomo al mondo animale dal quale proviene." Sotto i colpi di mitra, riparati dietro un edificio diroccato, l'amico giustificava ogni cosa compiuta dall'uomo.
"Ti accontenti di poco" gli rispose Giacomo.
"Mi accontento di ci che  possibile. Tu, invece, tratti le idee come fossero giocattoli. Ma fai attenzione, le idee sono peggiori di queste bombe, e se le lasci andare, possono deflagrare e frantumarti."
Ne scoppi una vicino a loro, e fu un miracolo se le schegge si fermarono contro lo spigolo del muro. Giacomo fece capolino.
"Potessi correre, me ne andrei da qui. C' pericolo che ci prendano. Ci hanno visti, e sparano anche su di noi, quei bastardi."
"La politica  diventata uno sporco affare. Ci sono sempre i soldi a guidare le idee."
"Vorrei fargliela vedere a mia moglie da quass che cos' la vita per questa gente."
"Lasciala in pace tua moglie. Meno uno le conosce queste disgrazie, meglio ."
Passava un ragazzo. Aveva delle bombe nella cintura e un mitra in mano. Veniva verso di loro. Fu colpito a met strada. Cadde, e anche le bombe esplosero, e di lui non rest niente.
"Andiamo via. Non  pi aria per noi." L'amico lo aiut ad alzarsi e a muoversi. Giacomo bestemmiava, perch la gamba pesava una tonnellata, e pi aveva fretta di allontanarsi, pi gli s'ingarbugliava.
"Lascia fare a me" gli diceva l'amico. "Fai con calma. Ci sono qua io. Non devi temere."
L'amico fu preso da una pallottola proprio in mezzo alla fronte e stramazz al suolo. Giacomo rimase solo in mezzo alla strada, e allora si gett a terra e strisci come una serpe. Qualcuno l'aveva visto e cercava di aiutarlo sparando contro il cecchino.
"Questa volta ci lascio la pelle" brontol, mentre strisciava con la polvere in bocca. Sbucarono due sconosciuti da dietro un muro e lo presero per le braccia e senza alcun riguardo lo trascinarono al riparo.
Biascic qualcosa per ringraziare, ma quelli se n'erano gi andati. Non ce la faceva ad alzarsi da solo. Prov e riprov, finch a forza di tentativi e di accidenti si rimise in piedi. Piano piano, rasente il muro, raggiunse l'albergo. Si butt sul letto e ci rest fino a notte.
"Non ci sto pi in questo inferno" telefon al direttore.
"Resta."
"Se resto, la faccio anch'io la guerra. Contro tutti."
Ada se lo vide apparire all'improvviso. Sent quei passi strascicati sulla scala.
"Eccolo che viene a dannarmi" mormor. Apr, e lui non le dette nemmeno un bacio. Sentiva che era tempo perso. Di baci non aveva voglia di darne a nessuno. Sputi, invece, quelli s, a tutti coloro che gli fossero capitati a tiro. Manc poco che non sput anche su Ada.
"Come stai?"
"Sono vivo, non lo vedi?"
"Lo vedo s che non t'hanno ancora ammazzato. Cosa vuoi che ti dica, non  colpa mia se sei ancora vivo."
Si butt sulla poltrona e chiuse gli occhi.
"Ti faccio un t?"
"Lasciami in pace. Voglio dormire."
"Ti preparo il letto."
"Fa' quello che ti pare, ma stai zitta." Ada era stata sul punto di fargliele, le corna. Una sera aveva incontrato uno che andava per le spicce. Un bell'uomo, di quelli di passaggio, che non richiedono legami, e se ne vanno diritti per la loro strada, una volta avuto ci che vogliono. Era al caff, sola. Le accadeva qualche volta di andarsene sola al caff. L'uomo l'aveva vista e si era avvicinato. Lei era stata al gioco. Aveva pagato lui la consumazione. Erano usciti insieme, e lei gi pensava di andarci a letto. L'uomo ci sapeva fare. Era tenero, delicato. Aveva mille attenzioni. Risvegliava i suoi sensi. Si pent all'ultimo momento e trov una scusa per piantarlo. Non fece resistenza l'uomo, e anche per questo Ada ci ripensava, a volte, e avrebbe voluto incontrarlo di nuovo per non deluderlo pi . Aveva bisogno di tenerezza, come tutte le donne, e Giacomo invece non ne aveva pi per nessuno, e s'era riempito di disprezzo per ogni cosa; persino gli oggetti gli davano fastidio e certe volte afferrava un vaso o un soprammobile o un bicchiere e lo sbatteva per terra.
"Sei matto."
"Una volta o l'altra ti ci sbatto te, contro il muro" rispondeva lui.
Ada lo lasciava sfogare, ma sentiva che era diventato pericoloso viverci insieme. Un amante lo avrebbe desiderato anche per questo, per difenderla, per correre da lui quando ci fosse stato il pericolo.
Fin che lui la maltratt peggio del solito, e la mattina dopo Ada era piena di tristezza, mentre aveva una gran voglia di vivere, ma vivere per davvero, spargere dappertutto i profumi e i sapori che aveva dentro di s.
"Non ti voglio pi vedere" gli disse, prima di uscire. Giacomo era nel bagno e si faceva la barba, brontolava contro sua moglie.
"Stai tranquilla che una volta o l'altra me ne vado, sparisco, e ti lascio sola a goderti il mondo."
Ada era gi per le scale, e Giacomo, quando se ne accorse, afferr lo specchio e lo sbatt per terra.
Nell'inseguirla, ruzzol. La sua gamba gli fece il trabocchetto, e s'ingarbugli ai primi gradini e lui rotol fino al pianerottolo, e sbatt la schiena dappertutto. Non lo ud nessuno. Si aggrapp al corrimano con tutte le sue forze e s'alz in fretta, prima che qualcuno potesse sopraggiungere. Torn in casa e vi rimase rinchiuso per molte ore.
Ada non rincasava. Cominci a preoccuparsi.
"Allora ce l'ha l'amante. Non le importa pi nulla di me."
Ada era stata fuori per le spese, invece, come al solito. Quando rientr, lui l'aggred con male parole.
"Te lo meriteresti" gli rispose. "E forse  solo questione di tempo."
Giacomo s'era messo a sedere e non parl pi .
Part per il Sudan, ma venne via dopo pochi giorni. Non ce la faceva pi a sopportare. La guerra lo incattiviva. Ada and su tutte le furie quando lo vide sull'uscio.
"Non mi sarei mai creduto che ti arrendessi."
"Tutto ci che  accaduto doveva succedere. Lascer il giornale." And a sedersi sulla vecchia poltrona dello studio. Ada gli si pose davanti, e non staccava gli occhi dal suo viso. Avesse potuto ferirlo con lo sguardo, lo avrebbe fatto in quell'istante. Il destino ciascuno se lo fa con le proprie mani, o meglio con la propria volont. Non c' nessun altro in mezzo a spartirsi il merito o la colpa.
Glielo disse.
"Sei libera di pensarla come vuoi. La vita  mia e ne faccio ci che voglio."
"Le nostre vite sono legate insieme. Non dimenticarlo."
"Puoi slegarle, se vuoi. Saperti legata alla mia vita, mi manca l'aria.  come se anche l'altra gamba fosse ferita."
"Che n' stato dell'amore che c'era tra noi?"
" vigliacco, l'amore.  un lusso, per gente come noi."
"Ma noi ci siamo amati."
"Dimenticalo, Ada."
"Non conto proprio nulla per te?"
"Non so dirti pi niente."
"Puoi fare altre cose al giornale."
"Si  rotto un sogno, Ada. Non lo capisci?"
"Ad un sogno se ne pu sostituire un altro, se si vuole."
Giacomo alz le spalle. Ogni tanto si levava dalla poltrona e si muoveva per la stanza. La scarpa ortopedica mandava un rumore sordo. Ada soffriva a vederlo cos inquieto.
Qualche giorno dopo, Giacomo and al giornale. Il direttore ce l'aveva con lui.
"Lascio il lavoro. Non mi faccia delle prediche."
"Peccato."
Ada lo seppe dopo, che si era licenziato.
"E ora che cosa farai?"
"Un po' di soldi ce li abbiamo per tirare avanti."
I primi tempi, girava per casa. Si affacciava alla finestra. Spiava la strada. Poi cominci ad uscire. Rincasava tardi. A volte non rientrava nemmeno per la cena e stava fuori tutta la notte. Avrebbe voluto sparargli davvero, Ada, essere lei a mettere fine a quella disperazione che la coinvolgeva e la trascinava chiss dove. Giacomo parlava sempre di meno. Gli intervalli duravano ore e anche mezze giornate, e se Ada si arrischiava a fargli qualche domanda, lui rispondeva con violenza.
Trascorsero dei mesi. Ada pensava di lasciarlo.
"Ti ho detto che puoi fare quello che vuoi. Ti chiedo solo di lasciarmi in pace."
E cos Ada si trov un altro uomo. Lo incontr al bar del mercato. Non persero tempo. Ora Ada girava per la casa rilassata. Di ci che faceva Giacomo, non le interessava pi nulla. Certi giorni, non si incontravano nemmeno. Stava chiuso nel suo studio, e quando lei rincasava lo trovava sempre l, anche di sera. Si sentiva felice di non dover parlare con lui. Non la cercava pi nemmeno a letto, e questo le dava una piacevole sensazione di intesa, e cio che lui sapesse gi tutto e approvasse.

Lo scopr per caso entrando un giorno in libreria ci che Giacomo stava facendo. Vide il suo libro in vetrina. Si stup, lo acquist e, giunta a casa, lo lesse tutto d'un fiato. Giacomo odiava la societ, lei lo sapeva, ma ora lo aveva messo in piazza e lo sapevano tutti. Vi era un tale disprezzo per le cose del mondo, che si aveva paura a ripetere le sue parole, come se potessero esplodere tra le labbra. Si trattava di una storia in cui l'anima di Giacomo mieteva vittime intorno a s, non con l'omicidio, ma con ci che stava in mezzo alle parole, e nelle connessioni si avvertiva che l'uomo era capitato in un pianeta che non era il suo, ma nel viaggio si era smarrito e la Terra era stata il suo rifugio. Un rifugio provvisorio, diceva Giacomo, e si doveva sottostare a regole che erano frutto di errori e generavano errori ancora pi colossali per questa mancanza di sintonia tra l'uomo e il pianeta. Come se il computer su cui era inserita l'avventura umana leggesse la vita con codici sballati. Continuare cos non aveva senso. Bisognava abbandonare tutto e rimettersi in viaggio, oppure distruggere quei codici, e ritrovare ed impiantare sulla Terra quelli giusti. Era diventata questa la ricerca di Giacomo. A casa, non si vedevano pi , e quando lui entrava in cucina, sbrigava le cose come se lei non ci fosse. All'ora dei pasti, spesse volte usciva. A dare ragione alle teorie devastanti di Giacomo ci s'erano messe anche le condizioni del nostro Paese. Tutto andava male e si era perduta la misura. Si scopriva che, salvo la povera gente, gli altri avevano arraffato dappertutto. Si era saccheggiata l'Italia, come se fossimo stati governati da nuovi barbari, peggiori di quelli del medioevo, che parevano degli angeli, a confronto. Nuovi libri di Giacomo ebbero successo come il primo. La gente sentiva che, sebbene le cose che scriveva fossero terribili, era dal suo punto di vista che si doveva partire per raccapezzarsi. Ada avrebbe voluto saperne di pi , ma si era convinta che nessuno, n la gente n lei stessa, che pure lo aveva amato, sarebbero riuscite a capire che cosa stesse accadendo nell'anima di Giacomo.
L'amante di Ada era un uomo semplice. La loro relazione si era ormai consolidata e scorreva con parvenze di felicit. S'incontravano tutti i giorni. Era un impiegato scapolo, e aveva molto tempo libero a disposizione. Le dedicava tutte le attenzioni che una donna desidera. Ada ci si era adattata perfettamente nella parte, e qualche volta dimenticava perfino di avere in casa un marito, e Alberto le sembrava l'unico uomo che avesse. Lo trattava come il suo principe azzurro.
"Vedi, Ada, tu dovresti lasciarlo tuo marito, e venire a stare con me" le disse una sera, mentre erano seduti al caff.
"Ma come faccio a lasciarlo?"
"Una sera non torni a casa, e resti da me."
"Ho paura di lui."
Si era ai primi dell'estate. Ada e Alberto sedevano nella piazzetta del caff Loggia dei mercanti. I giovani passeggiavano in su e gi , e Ada non poteva fare a meno di invidiare la loro spensieratezza.
"Sono gli anni pi belli."
"Anche i nostri sono belli. Si  sempre giovani, se lo si vuole."
"L'ho amato Giacomo. Sapessi che bell'uomo era. Le ragazze se lo mangiavano con gli occhi. Era gentile. Sapeva fare con le donne."
" un debole."
"Che ne sai tu?"
"Non  il primo a cui capiti una disgrazia. C' chi ne ha avute di peggio, e si  rialzato. Lui, invece, se l' presa col mondo. Si sente una vittima, e non sa capire che nel marasma generale, lui non conta niente."
"In Africa, una volta, era andato per un servizio sulle miniere, se ce n'erano ancora, e che vita facevano i minatori. Capit in un villaggio di miseria, e allora si mise dalla parte dei neri, e una mattina che organizzarono una manifestazione, quando la polizia caric, lui non stette a ricevere i colpi, ma li dava anche. E al processo disse che era una vergogna per un uomo vivere in un Paese come quello, e che lui le avrebbe ripetute le sue azioni, l e in qualunque altro luogo della Terra dove non si fa niente per gli altri. Forse  questa impossibilit a realizzare il suo sogno che lo ha reso cos cattivo."
"Le scrive, per, queste cose."
"Per un uomo come lui, non  sufficiente. Dovunque  stato, si  sempre battuto per chi aveva bisogno. Non si  mai tirato indietro. Non  come molti, che scrivono e sono vigliacchi."
" un idealista."
"Ho pena per lui, pensando a ci che poteva essere."
L'aria si era fatta fresca. Ada guard l'orologio e vide che era pi tardi del solito. Doveva tornare a casa in tutta fretta. Aveva ancora qualche scrupolo, e non aveva il coraggio di provare se un suo ritardo fuori degli orari consueti avrebbe irritato Giacomo.
"Pensa a quel che ti ho detto. Vieni a stare con me."
Ada si era gi alzata. Anche Alberto si alz ed entrarono in via Fillungo, si mescolarono alla gente. Ad un certo punto Alberto se ne and e Ada prosegu da sola. Se lei e Giacomo avessero avuto un figlio, forse ci che stava succedendo non sarebbe accaduto. Ci pensava spesso al figlio che non era mai nato. Stava da qualche parte lass nel cielo? La guardava? Che pensava di lei? Perch non era venuto al mondo? Per ogni donna e per ogni uomo c' sempre un figlio, ed esso pu e non pu nascere, ma c', e se non  su questa Terra,  da qualche altra parte, e conduce una vita che non si conosce, ma lui lo sa, come gli altri sulla Terra, che ha una madre e un padre, e ogni tanto viene a trovarli. Sono quei momenti in cui ci si sente immalinconire e non si sa chi siamo, e ci prendono delle strane sensazioni, e la donna soprattutto si sente sospesa, assorbita da palpiti, da emozioni che appartengono all'aria. Basterebbe poco per vedere il figlio che non  nato, forse anche per abbracciarlo, ma  uno sforzo della volont che chiss perch nessuno riesce a compiere.
Ada saliva le scale lentamente. La sua vita sarebbe stata un'altra, se avesse avuto quel figlio. Senza accorgersene, sorrideva, e si capiva che aveva la mente altrove. Quando apr la porta, trov Giacomo ad attenderla nell'ingresso. Con quella gamba sciancata le si avvicin. Senza nemmeno dire una parola, prese a schiaffeggiarla. Infine Ada, non riuscendo a difendersi da quella furia, si accasci sul pavimento, e solo a questo punto Giacomo si allontan, mentre lei, distesa a terra, piangeva.

Il mattino dopo Ada telefon ad Alberto. Lo fece da casa, incurante della sua presenza. Giacomo girava a vuoto per le stanze e forse poteva sentirla, ma a lei non interessava pi .
"Vieni a prendermi" gli disse.
Alberto farfugliava qualcosa per la sorpresa, e Ada dovette ripeterglielo.
"Ti dico di venirmi a prendere. Subito. Ho deciso di venire a vivere con te."
"Con chi hai deciso di andare a vivere?" si sent dire alle spalle. Si volt e lo guard bene in faccia. Aveva tanta rabbia e tanta umiliazione dentro di s che non aveva paura pi di nulla.
"Ho un amante. Me ne vado a stare con lui."
"Da qui non ti muovi."
"Lo dici tu." Giacomo si diresse verso la porta. Si affrettava per chiuderla. Saltellava con quella gamba sciancata e sbatteva sul pavimento la scarpa ortopedica. Non aveva il bastone con s e si vedeva che faceva una gran fatica. Ma correva come poteva. Ada fu pronta. D'un balzo gli fu addosso e lo gett a terra.
"Non mi fermerai."
Giacomo si rotolava, e cercava di agguantarle le gambe. Ada afferr una lampada e gliela diede in testa.
"Ti uccider se te ne vai di qui. E uccider anche il tuo amante." Sanguinava dalla fronte, dove si era aperta una piccola ferita. Aveva gli occhi attraversati dal sangue.
Si sent suonare il campanello. Ada corse al citofono.
"Sali. Svelto" gli disse. In un attimo Alberto fu sull'uscio. Ada fu lesta ad aprire e Alberto si trov davanti a Giacomo, che ancora stava sul pavimento ed imprecava.
"Ada verr a stare con me."
"Maiale."
"Prendi le tue cose, e vieni via. Ci bado io a lui."
Ada fece in un baleno. Usc di camera con una piccola valigetta. Giacomo li guardava tutti e due.
"Ti lascio per sempre" disse lei, aprendo la porta.
Quando l'uscio si richiuse, Giacomo non cerc neppure di alzarsi, ormai non serviva pi a niente.
Non dorm quella notte, come non aveva dormito tante altre notti in vita sua, ma quella fu una veglia piena di spine. Al mattino, usc in strada, era pallido. Camminava senza vedere. Sbatteva contro la gente. Non chiedeva scusa. Pensava e pensava. Non al passato, che non gli interessava pi , ma al futuro. C'era qualcosa di storto sulla Terra, e non era sua la colpa di ci che gli stava accadendo.
Da un posto pubblico telefon ai Carabinieri. Rivoleva sua moglie a casa. Gliel'avevano portata via, disse, plagiata.
"Sporga denuncia."
Raggiunse la pi vicina stazione. Gli apr un appuntato. Lo fece accomodare dal maresciallo. Giacomo cominci a raccontare. Un fiume di parole. Non sapeva nemmeno lui che cosa dicesse. Il maresciallo lo interruppe:
"Si calmi, e mi dica per filo e per segno quel ch' successo."
"Mi chiede di ripetergli tutto?"
"Qualcuno  venuto a casa sua e s' portato via sua moglie. Significa che l'ha rapita?"
"Non proprio."
"Allora?"
"Allora che?"
"Lei lo conosce quell'uomo?"
"Mai visto."
"E sua moglie non ha chiesto il suo aiuto?"
"Se n' andata con lui."
"Vuole dire che non ha fatto resistenza?"
"Lei lo sa che significa essere plagiati?"
"Com'erano i rapporti tra lei e sua moglie?"
"Cio?"
"Avevate litigato?"
"Cose di poco conto."
"Penso che sua moglie l'abbia lasciata spontaneamente."
"Ha abbandonato il tetto coniugale..."
"S, s" fece il maresciallo.
"Lo ha capito, vero? che rivoglio a casa mia moglie."
"Mi creda, non  la fine del mondo se la moglie scappa di casa. Se ne vedono di peggio."
"Non mi importa di ci che vede lei."
Il maresciallo gli sottopose il verbale di denuncia e Giacomo lo firm.
"Ripassi fra qualche giorno" gli disse, salutandolo sulla porta.
Quando la richiuse, il maresciallo aveva l'appuntato dietro di s.
"La signora ha preso il largo, piuttosto che vivere con quello sciancato."
" una bella donna, maresciallo."
"Lo so. La conosco anch'io, e me lo immaginavo che prima o poi doveva succedere. Era da qualche tempo che la incontravo con quello scapolo. Stai a vedere, mi dicevo, che il dottore ha le corna."
"Che cosa intende fare?"
"Che cosa vuoi che faccia. Niente. Sono cambiati i tempi, e se una donna dice di no al marito, non c' da farci nulla."
"Quel disgraziato torner."
"Far un salto da sua moglie, e sentir la sua campana. Un viaggio inutile. Si sa come vanno queste cose. Non  la prima n sar l'ultima."

Alberto aveva casa nella piazzetta dove ha la sua sede principale la Cassa di Risparmio di Lucca, di fronte alla chiesina di San Giusto, che le d il nome. Perci non era molto distante da piazza del Suffragio, dove aveva abitato Ada. Anche se, se si sta a Lucca dentro le Mura, le distanze sono tutte piccine. Lucca mantiene un'intimit che manca a molte citt dell'Italia e del mondo, anche citt antiche. Quelle Mura ne sono il segno evidente, ma anche le strade, le piazzette, sono intime, e tutto  minuto, salvo i palazzi, che sono l a testimoniare della ricchezza di un tempo, ed hanno pietre squadrate, possenti, ampi portoni, finestre grandi e luminose. Ada era contenta di non essere uscita dalle Mura. Quei giorni aveva il rovello della novit dentro di s, e il dubbio se aveva fatto bene a lasciare Giacomo in quelle condizioni. Stare perci dentro le Mura, dentro lo stesso ambiente a lei familiare, l'aiutava a riflettere. Alberto naturalmente cercava di convincerla che quel passo andava fatto, e che non era pi vita la sua. Una delle prime sere, avevano discusso fino a tardi, e Alberto era diventato anche cattivo a sentirle ripetere che Giacomo era stato uno sventurato e che la vita non doveva comportarsi cos con lui.
"Giacomo  cattivo dentro, eccola la verit. Altro che vita. Un uomo come lui doveva esplodere a quel modo, prima o poi. La gamba  stata la miccia, se no ci avrebbe pensato qualche altro accidente. Si sa chi siamo solo quando arriviamo in fondo alla vita. Si cambia continuamente, che credi? e ogni tanto c' il botto grosso, il mutamento pi radicale. Tu ti meravigli, e invece  un altro passo che la crisalide dell'uomo fa per liberare la farfalla che  in noi."
"Ma tu mi ami?"
"Fate sempre la stessa domanda, voi donne. Ma mi vuoi dire che significa? Che risposta ti attendi da me?"
"Come che risposta!"
"Ma s, ma s.  evidente che ti amo. Ma tu ci credi all'amore eterno, se noi si cambia continuamente?"
"Io non cambio nei sentimenti."
"Lo dici tu. Cambi, eccome. Verr il giorno che anche tu farai il botto."
"Lo faccio ora il botto; se continui cos mi metto a piangere."
"Ti prego, lasciamoli perdere questi discorsi."
"Portami fuori. Ho bisogno d'aria."
"A quest'ora?"
"S, a quest'ora." Alberto non aveva voglia di uscire. Era mezzanotte passata. Ma aveva esagerato coi suoi discorsi, se ne rendeva conto.
Entrarono in via Fillungo. Poi, giunti ai piedi della Torre delle Ore, girarono in Chiasso Barletti, la stretta viuzza antica. Si trovarono in piazza San Michele. Lei alz gli occhi all'angelo che sta in cima alla facciata della chiesa. Sembrava rivolgergli una preghiera.  l'angelo dei lucchesi, San Michele, e se c' qualcosa che mette in pericolo la pace della citt, la gente dice che ci pensa lui a sistemare le cose. Ada si ricordava in quel momento delle parole che pi di una volta, passando di l, Giacomo le sussurrava, sorridendo, quando ancora aveva la gamba sana.
"A me pare che l'Angelo si sia addormentato o rimbambito. Non vede pi che le cose non vanno bene nella citt." E alludeva alla politica e alle ruberie che si erano scoperte anche a Lucca.
Non aveva pi sorriso all'angelo, quando era tornato sciancato. Di quell'angelo lass non gliene importava pi niente. Chiss che cosa ne pensava ora dentro di s.
Alberto teneva le mani in tasca e cercava di parlare poco per non dare ad Ada l'occasione di prolungare quella passeggiata, che lui faceva malvolentieri. Quando arrivarono in piazza Grande, lungo il muro di palazzo Ducale, l in fondo, ad Ada sembr di scorgere Giacomo. Vide un uomo che camminava sciancato come lui, aveva un trench addosso, anche se la tarda serata era ancora tiepida.
"Cambiamo strada" disse subito.
"Sei sicura che sia Giacomo?"
" lui."
Giacomo, era lui infatti. Stava coi suoi pensieri, arrovellato, ma li aveva visti. Aveva riconosciuto Ada. Ada lo cap. Si volt e si mise a correre.
"Fermati" gridava Alberto. "Di che cosa hai paura?"
"Vieni via, vieni via!" diceva Ada, quasi sottovoce, per paura di essere udita da Giacomo.
Anche Giacomo si era messo a correre. A modo suo, con quella gamba che ora gli pesava una tonnellata, e si sentiva a distanza, nel silenzio della notte, il tonfo della scarpa ortopedica. Correndo, aveva alzato il bastone e si teneva con la mano al muro del palazzo, per non imprecava. Almeno sembrava cos, ma Ada sapeva che in quel momento una furia lo stava devastando e lo scoppio che ci sarebbe stato da l a poco avrebbe colpito anche loro, se non si fossero messi al riparo.
"Fermati, ti dico" gridava Alberto. "Non avrai paura di quello sciancato."
Ada non si voltava nemmeno pi a rispondergli, ed era gi arrivata in piazza San Michele. Alberto aveva il fiato grosso, pi per la rabbia di scappare che per la fatica.
"Fermalo tu!" disse Ada all'angelo, sollevando gli occhi. E poi continu a correre; Alberto la raggiunse e cerc di calmarla.
"Non pu raggiungerci. Calmati."
"Non voglio che veda dove abitiamo."
"Ma lo verr a sapere, prima o poi."
"Non ora, per. Ho ancora paura di lui. E devi averne anche tu."
Alberto continu a correre con lei, finch non giunsero a casa.
In quel momento, Giacomo era arrivato anche lui in piazza San Michele, e si era fermato a guardare l'angelo per un momento, e al contrario di Ada non disse nulla con le parole, ma negli occhi aveva il fuoco dell'inferno.

Due giorni dopo, Ada si trovava sola in casa. Sent bussare alla porta. Era il maresciallo. Si meravigli, ma lo fece entrare. Si accomodarono nel piccolo salotto.
"Non avrei resistito un minuto di pi , mi creda, maresciallo. Mi  costato molto, ma dopo quella disgrazia  cambiato, e la vita con lui era diventata impossibile."
"Se vuole, pu sporgere denuncia."
"Non me lo perdonerebbe mai. Sarebbe capace di uccidermi, ed uccidere anche Alberto."
"Non le posso credere."
" un uomo violento. Non so rendermi conto di come sia potuto cambiare a tal punto."
"Non si pu diventare criminali, se non ci si nasce."
" quello che dice anche Alberto, che Giacomo  cattivo dentro, ed ora gli  esplosa la cattiveria, e gli sarebbe esplosa comunque."
Ada aveva ancora sul viso, seppure un po' attutiti, i segni delle percosse, e il maresciallo ogni tanto vi indugiava lo sguardo.
"Non se la deve prendere per quello che  successo. Nel mio lavoro, vedo casi assai peggiori. Si tiri su e cerchi di rifarsi una vita."
Ada scoppi a piangere.
"Su, signora. Si faccia coraggio. Passer. Deve pensare a rifarsi una vita. Se l'uomo che vive ora con lei  quello giusto, dimenticher ogni cosa."
"Lei non sa com'era Giacomo i primi anni. Quando tornava dai suoi viaggi, aveva per me mille attenzioni, e spesso non passava nemmeno dal giornale per stare con me. Si saliva in macchina e si andava fuori, nei luoghi che piacevano ad entrambi: le colline soprattutto, qua intorno. Si stava sotto gli olivi, si stendeva un plaid quand'era la bella stagione e ci si baloccava su ogni cosa. Discorsi senza senso, a volte, ma si stava bene. Si lasciavano andare i pensieri. Lui era sempre allegro, e c'erano dei giorni che si tornava a casa fiacchi e indolenziti per le grandi risate. Sapeva cogliere il lato comico delle cose. E sa che cosa mi diceva spesso? Che per essere scrittori bisogna avere il senso del ridicolo. Guai agli scrittori musoni, diceva, perch  impossibile entrare dentro gli uomini e le cose se prima non ne sappiamo scoprire il lato che ci fa sorridere. Lui era innamorato della capacit delle parole di scavare dentro l'uomo. Nascono dentro l'uomo le parole, diceva, e non c' strumento migliore della parola per indagare dentro di noi."
"Lei lo ama ancora, suo marito. Si sente."
"Sono stata bene con lui. Quando lo conobbi, sentii subito che era l'uomo per me. Mi illumin la vita, rese piene ed emozionanti le mie giornate."
"Perch non prova a ritornare da lui?"
"Non  pi il mio Giacomo.  il diavolo, mi creda."
Il maresciallo pens che fosse arrivato il momento di andarsene, perch tra un discorso e l'altro erano passate alcune ore. Si ud invece schiavacciare alla porta. Era Alberto. Tornava dall'ufficio, e non se l'aspettava ovviamente il maresciallo in casa sua.
"Dica ci che vuole, maresciallo, ma quel Giacomo  un mascalzone, un violento. Ha visto quel che ha saputo fare a Ada. Lo ha visto, no? E non mi dica che sono azioni da compiersi, se non si  cattivi dentro. Eppoi, io a Ada le voglio bene, e non posso permettere che le succedano cose cos terribili."
"Capisco."
"Non si offenda, maresciallo, ma non si capiscono queste cose, se non ci si  dentro fino al collo.  letteratura, se no."
"Leverei l'incomodo, se permettete. Si  fatto tardi."
L'accompagn Ada. La quale sul pianerottolo stava nell'atteggiamento di chi ha ancora qualcosa da dire. Il maresciallo se ne accorse. Indugi apposta:
"Mi sembra una brava persona quell'Alberto."
"Dica a Giacomo di lasciarmi in pace, in nome dell'amore che c' stato tra noi. Gli dica proprio cos. In nome dell'amore che c' stato tra noi. Gli dica che non dimenticher mai i bei giorni che abbiamo passato insieme."
Il maresciallo scese le scale lentamente. Posava i piedi sui gradini con gravezza. Ada aspett che il portone si richiudesse, e solo allora rientr in casa.

Che lo scrittore Giacomo Boldini fosse stato piantato dalla moglie, lo sapevano ormai tutti. In cronaca locale era apparso un trafiletto dal titolo "Dissapori in casa Boldini", accompagnato da una foto di Giacomo. Era il massimo del riguardo che potevano avere per lui. Il trafiletto per era stato ripreso, e ampliato questa volta, sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali. Giacomo aveva telefonato a destra e a manca per protestare e prendersela con la malvagit dei colleghi. Un'onta per lui. Dal maresciallo non pass pi . Non c'erano leggi per accomodare queste cose. Non si mettono insieme i sentimenti in forza della legge.
Cominci a pensare che Ada aveva fatto bene a lasciarlo. Lui aveva nella testa cose che non potevano conciliarsi col matrimonio. Della sua irrequietudine non doveva farne le spese nessun altro. Era un uomo con cui non si poteva condividere una vita. Accumulava scontentezza e odio. Era vero che la disgrazia lo aveva mutato, ma il suo dolore aveva acuito in lui la percezione del dolore degli altri, e in ogni circostanza egli ne vedeva i segni attorno a s, e non poteva sopportarli. Solo se si  toccati dal dolore, ci entra nella carne il dolore degli altri, ed esso diventa nostro, e si trasforma in un grande amore. Quella che per gli altri era la cattiveria di Giacomo, per Giacomo era il patimento di un martirio. Chi lo avrebbe mai capito? Ada lo considerava certamente un cane randagio che avesse preso la rabbia, Giacomo ne era certo. Ma che ne sapeva Ada dell'abisso in cui precipitava a volte? Tutte le guerre e le povert a cui aveva assistito nei suoi viaggi, non se ne erano andate con le parole che aveva scritte, ma furtivamente si erano annidate dentro di lui, e accumulavano il magma del dolore. Che cos' mai questo mondo, dove non si riesce a vivere in pace? Che mondo  questo, in cui si vedono nelle strade bambini martoriati dalla cattiveria degli uomini? S, era un abisso quello in cui precipitava a volte, una sorta di buco nero, dentro il quale s'inacidiva la sua cattiveria, ed ecco che la sua coscienza si ribellava e si scatenava contro tutti. Anche contro Ada, che avrebbe voluto condividerlo, forse, quel dolore.
In uno di questi momenti di rabbia, Giacomo mand una lettera al giornale e due giorni dopo se la vide pubblicata in prima pagina. Criticava la politica e metteva in guardia dal ripetersi dei guasti che gi avevano piagato l'Italia, e scriveva che in realt si era fatto poco o nulla per rimediare, e il cancro di prima era ancora tutto l a marcire il Paese. Ci fu chi credette invece che le cose si stessero mettendo per il meglio, e che si doveva dare atto alla nuova classe dirigente di uno sforzo di risanamento notevole. Non era forse vero che l'economia aveva ripreso a tirare, e che il deficit pubblico, ancora notevole, aveva comunque preso la direzione giusta di una sua riduzione, anche se lieve? Si doveva avere la forza di crederci, e non mortificare il lavoro di quelli che ce la mettevano tutta per dare al nostro Paese una democrazia sana. Si apr un dibattito, e a costoro che criticavano Giacomo, risposero altri che plaudivano al suo coraggio. Era la verit, quella che lui scriveva, e lo dovevano sapere tutti che i dati forniti dalle fonti ufficiali sull'andamento dell'economia erano pilotati, e perci fasulli, e le cose non andavano bene affatto, e c'era ancora chi traeva vantaggio dai debiti dello Stato. Giacomo fece altri interventi, dopo aver letto attentamente tutto ci che per settimane e settimane era stato scritto. Si domandava perch mancasse in Italia il senso dell'onest, e nella politica riuscivano ad inserirsi sempre i birboni e i farabutti.
Gliene dissero di cotte e di crude, alcuni. Ma ancora una volta ci fu chi prese le sue difese e rincar la dose. Ricevette molte telefonate. Da chi non era d'accordo con lui, e gli domandava perch si fosse messo in quel pasticcio e perch avesse scritto quelle cose, qual era il suo scopo recondito, e furono, questi, soprattutto i politici; e da chi, al contrario, condivideva le sue critiche e lo invitava ad assumere un'iniziativa. Era una persona importante, conosciuta, gli dicevano. Ne avrebbe trascinate molte altre con s, e la gente l'avrebbe ascoltato e seguito. Non poteva tirarsi indietro ora che aveva gettato il sasso ed era uscito allo scoperto e molti si erano schierati pubblicamente dalla sua parte. Giuravano che non lo avrebbero lasciato solo. Confessava invece di avere un po' di paura. Forse aveva fatto il passo pi lungo della gamba. Non si sentiva preparato. Gi gli sembrava che alcune vecchie amicizie venissero meno.
In certi ambienti ostili, riferendosi a lui, cominciarono a chiamarlo apertamente "lo zoppo".

Lucca  un po' la citt dell'acqua cheta. Ognuno si fa gli affari suoi, e meno ci s'impiccia degli altri e pi si ha salute. Non andava gi a Cosimo dei Medici il carattere dei lucchesi, ma non ci pot far nulla, e i lucchesi son sempre stati cos da sempre. Questa riservatezza, qualcuno potrebbe anche scambiarla per mancanza di coraggio, vera e propria vigliaccheria. Ma non  cos, ed  una caratteristica peculiare di questa gente, e va presa per quel che . Si chiama lucchesit, e questo la dice lunga sul suo particolare. Epper accanto a dei meriti indubbi che sempre ha il coltivare il proprio orticello, qualche difetto lo deve pure avere questo popolo antico, se spesso non si cura neppure dei suoi figli pi illustri, e pare che siano nati a mille miglia di distanza, e che a Lucca non ci abbiano mai messo piede. Chi lo sa, per fare un solo esempio, che il grande Puccini  nato non a Torre del Lago, come sembra che quasi tutti sappiano, ma a "Lucca drento", come dicono da queste parti, ossia a due passi dalla bella chiesa di San Michele? E non c' nessun monumento nella citt che ricordi questo nostro grande, conosciuto in tutto il mondo(39), e forse l'italiano pi noto all'estero, anche pi di Dante, di Leonardo e Michelangelo. C' solo quella casa natale a rammentarlo. I lucchesi sembra che si vergognino dei propri figli che sono diventati famosi, e pare loro che abbiano fatto torto a quella loro riservatezza secolare. Preferiscono rintanarsi nelle logge, piuttosto che prendere il sole in San Michele.
Per queste strade ha camminato anche Mario Tobino, che era nato a Viareggio, dove  sepolto in una bella tomba di marmo bianco, e che amava tanto Lucca da viverci una vita. Gli piaceva la citt, e ci camminava, nelle sue viuzze, con gli occhi che frugavano dappertutto, e guardava di qua le torri, di l i palazzi, le piazzette. Saliva sulle Mura. Pochi lucchesi si accorgevano di questo uomo che ha fatto grande l'arte dello scrivere.
Chi viene a Lucca per restarci, deve lasciare la voce grossa a casa, imparare a parlare sottovoce, a camminare rasentando i muri e non in mezzo alla via, non avere sicumera, ma apparire debitore di ogni cosa agli altri. Solo cos se ne diventa figli, sapendo gi che se si riceve un po' di gloria da questo mondo, e si oltrepassano le sue piccole misure, i lucchesi fan finta di non conoscervi pi , di non avervi mai visto a spasso nel Fillungo, e vi prestano volentieri a Firenze o a qualsiasi altro posto che non stia nei suoi confini. Non c' da farci nulla: Lucca  citt che si gode per quello che , e forse  il prezzo che ognuno deve pagare per sentirsi lucchese.
Giacomo trovava pi alleanze fuori di Lucca che tra i suoi pochi amici concittadini.
Dopo qualche tempo, si tenne al teatro del Giglio un comizio per le elezioni dirette del sindaco. Venne un capoccione da Roma, uno dei pi importanti, perch a Lucca c'era il rischio di non farcela a far passare quel candidato, e invece ci si teneva molto che diventasse il sindaco della citt. Giacomo andava a tutti i comizi, di ogni colore e razza, e i partiti non era vero che s'erano ridotti. S'eran moltiplicate le idee e non si poteva tenerle dentro un recinto troppo stretto. I confronti di ogni tipo, quindi, si avevano non pi solo tra i tradizionali partiti, ma ad essi si erano aggiunte nuove associazioni e nuovi movimenti, e la politica, quella vera, che non muore mai, e che  come un altro sangue dell'uomo, pareva impazzita, e sferrava calci a destra e a sinistra per farsi spazio in mezzo a quella confusione. La gente la seguiva, la politica, ma spesso trovava il similoro al suo posto, e tornava a casa delusa, ma non vinta. E ogni volta ci riprovava e andava a sentire quei capi per scoprire se si dovesse nutrire ancora la speranza. I comizi, perci, erano tutti affollati, anche se, il pi delle volte, chi assisteva se ne tornava a casa con le idee di prima, e non c'era politico che riuscisse a fare chiarezza a chicchessia. Anzi, ci s'ingarbugliava di pi a starli a sentire. Quando poi il comizio si teneva al teatro del Giglio, un tempio per i lucchesi, accorrevano perfino dalla campagna, e chi non aveva rape da zappare nell'orto ci faceva una scappata.
Il comizio si teneva alle cinque. Cominci un po' pi tardi, per quella scellerata abitudine degli italiani, che non sono mai puntuali. Il teatro era gremitissimo. Dopo le presentazioni di rito, prese la parola l'esponente di Roma. Applausi quando si diresse al microfono. Poi venne il discorso. Infarcito di cose vecchie dette con parole nuove. Applausi lo stesso. Ma non duravano molto. La gente se l'era gi sbucciate le mani a protestare gli anni prima. Applaudiva per cortesia, per dovere di ospitalit, ma badava a fare lo stretto necessario. E badava soprattutto alle parole, se c'erano vere novit. Si vedeva sul palco, dietro l'oratore, il solito tavolone con la stenderia dei capetti locali, tutti impettiti. I nuovi padroni, li definiva qualcuno in sala. Ma si sapeva anche che di padroni la gente non ne aveva, se non li voleva.
Giacomo non riusciva a star fermo sulla poltrona, gli si indolenziva la schiena, eppoi la gamba sciancata gli dava fastidio, anche se s'era messo a sedere sull'ultima poltrona a sinistra dell'ultima fila, e quindi aveva modo di stenderla come voleva, e anche di andar via senza dare incomodo a nessuno. Ma stava sempre ad ascoltare fino in fondo, perch le voleva sentire tutte quelle parole inutili, e capire se in politica qualcuno di onesto si potesse finalmente trovare. Per ora l'attesa era andata delusa, e si stava convincendo che ancora una volta erano i birboni a farsi avanti, e ad occupare i posti dai quali si poteva comandare il Paese e farsi tondi tondi, panciuti e riveriti, con il denaro della povera gente.
Applausi ancora alla fine della riunione e il pubblico cominci a sfilare verso l'uscita. Nel foyer si trattennero alcuni politicanti. Arriv anche l'onorevole, che appariva soddisfatto e stringeva mani e spargeva sorrisi dappertutto. Qualcuno vide Giacomo e lo salut.
"Sono felice di vederla. Vogliamo fare grandi cose nella nostra citt. Venga, venga che la presento all'onorevole."
Non ebbe modo di rifiutare, Giacomo.
"Onorevole, mi permetta di presentarle Giacomo Boldini, lo scrittore. Ne avr sentito parlare."
L'onorevole si volt a guardarlo. Aveva gli occhi della faina. Lasci gli altri. Non gli import nemmeno del compagno che aveva condotto l Giacomo.
"Venga con me. Dobbiamo parlarci, noi due." Lo prese sottobraccio; si appartarono vicino alla parete, dal lato del bar.
"Ho pensato molto a lei. Lei potrebbe fare cose egregie. Stia dalla nostra parte. Uomini come lei non devono sprecarsi." Fece nomi di intellettuali importanti. "Sono con noi" disse. Invece di rispondergli, Giacomo gli sput in faccia. Con tutta la forza che gli fu possibile. L'onorevole rimase di stucco, non si asciug nemmeno il viso. Stava con le braccia aperte, bianco come un morto. La gente si raccolse intorno ai due. Fu l'amico che glielo aveva presentato a gridare contro Giacomo: "Lei  un mascalzone, un farabutto. Si vergogni." Se avesse avuto tutte e due le gambe sane come una volta, Giacomo lo avrebbe preso a calci nel culo.

La sera stessa ci fu del movimento nella sede del partito, ma poi si convenne che era opportuno lasciar perdere i tribunali e di chiudere la questione con un breve comunicato stampa.
Il giorno dopo, tornando a casa, Alberto apr il giornale sul tavolo e chiam Ada.
"Hai visto che ha combinato quel pazzo di tuo marito? Leggi, leggi qua" e mostr ad Ada il trafiletto che riportava il resoconto del comizio, in cui si faceva anche il nome di Giacomo.
" veramente impazzito" rincar, quando vide che Ada non riusciva a parlare.
"Non li ha mai amati i politici."
"S, non li amo neanch'io, ma arrivare fino a questo punto. Eppoi, davanti a tutta quella gente. Gli  andata bene, sai, che non lo hanno denunciato. Chiss se la cosa finisce qui."
"A che pensi."
"Mi pare troppo grossa. Un onorevole, e di quel calibro."
"Lo vuoi sapere veramente? Per me, ha fatto bene. Quella gente se lo merita."
"Ma oh, sei impazzita anche te?"
"Non avresti voglia di sputargli in faccia anche tu, a quella gente?"
"Sono cose che si dicono, ma non si fanno."
"Perch la gente onesta non si mette lei a far politica? Cos si finirebbe di penare."
Si erano messi a sedere in cucina. Ada conservava intatta la passione per i fatti della societ, nata dalle discussioni con Giacomo. Un po' le sue idee gli somigliavano, e pure lei glielo avrebbe dato s, se non proprio uno sputo, un bello schiaffo, a quel ciccione.


II

Una sera, Alberto lo trovarono morto. Nella sua auto. Il capo reclinato sul volante. Un colpo alla tempia. La pistola giaceva sul pavimento.
Arriv subito la polizia. L'auto era stata trovata su di una stradetta della periferia, non lontano dalla circonvallazione, lungo il tragitto tra casa e posto di lavoro che Alberto faceva abitualmente. Erano le sette del pomeriggio. La morte risaliva a un'ora prima, disse il medico legale. Al commissario Luciano Renzi parve incredibile che a quell'ora di giorno uno si fosse suicidato, e nessuno avesse visto niente. Suon al portone di tutti i palazzi circostanti. Inutile. In qualche caso, suon anche a vuoto.
Finalmente s'affacci uno alla finestra.
"Ha visto o sentito nulla, lei?"
"Da quass ? Si figuri, con questo chiasso del traffico. Ci hanno rotto i timpani, e non solo quelli."
"Sa niente di questa macchina? L'ha vista parcheggiare? C' mai stata qui?  la prima volta che la vede? Venga gi , la prego."
Una donnina, ina ina, magra e appuntita come uno spillo, per farsi ascoltare, toccava il gomito del commissario, che aveva la testa all'ins , rivolta all'inquilino, e ne aspettava la risposta.
"Allora?" fece di nuovo.
Quell'uomo si sporse dalla finestra quel tanto che bastava per sbirciare meglio la macchina.
"Ce n' tante qui, uguali a quella. Che vuole che le dica, commissario. A me, mi pare di non averla mai vista. Ma sicuro, non sono sicuro." Gridava per farsi sentire.
"Va bene, va bene."
La donnina tocchicchiava ancora il gomito del commissario, e si vedeva che aveva voglia di dire anche lei.
"Ha visto qualcosa?" le ingiunse il commissario.
" vero che lei  il commissario?"
"Sono io. Mi dica."
"Allora, deve sapere che qui la notte vengono sempre a far chiasso.  un inferno, non si pu dormire. Dei maleducati. Dei drogati. Io ho fatto la denuncia tante volte, come mi avete detto voialtri della polizia, ma non s' visto ancora nessuno. Ora che finalmente c' lei qui, badi di fare qualcosa." Non se ne andava di l, e aveva attaccato anche un altro discorso.
"Sa, ho fatto domanda per la pensione d'invalidit. Lo vede come sono ridotta? Ci metta lei una parolina, commissario, e la Madonna gliene dar del bene quaggi ."
"Pensaci tu, Jacopetti, per piacere" disse il commissario, senza pi guardare la donna. Alessandro Jacopetti, l'appuntato, le si avvicin e la prese sottobraccio.
"Venga con me, signora. Vedr che sistemer ogni cosa. Mi aspetti qui." E la mise accostata al muro, e la donnina era tutta contenta, e guardava la gente e si sentiva fortunata di quella occasione. Quando vide avvicinarsi un'amica, le fece cenno con la mano di accostarsi di pi , poi le bisbigli all'orecchio: "Sai chi  quello?  il commissario. Ha detto che mi far avere la pensione."
"Davvero?" esclam l'altra sbigottita, spalancando la bocca.
"S, s. Me l'ha promesso. Vedi quello l;" e indic l'appuntato " lui che si occuper della faccenda.  cos un brav'uomo."
"Allora, che ne dici, ci parlo anch'io?"
"S s, andiamo. Vengo con te."
Andarono dall'appuntato.
"Questa mia amica..." Gli toccava il gomito come al commissario, la vecchina.
"Mettetevi l tutt'e due e non vi muovete" ingiunse Jacopetti, e gli veniva voglia di ridere, mentre faceva la faccia seria.
"Pensate anche a lei, non  vero?"
"E come no. Vi sistemiamo tutt'e due. Non vi preoccupate. Ma ora mettetevi qua buone buone."
Le accompagn al muro e fece loro la stessa raccomandazione: "Non vi muovete di qua o la pensione va in fumo."
"No, no. Noi da qui non ci muoviamo. Dio la ricompensi, brav'uomo."
"Hai finito, Jacopetti?" fece brusco il commissario.
"Mi pare di s."
"Allora saliamo in macchina. Torniamo al commissariato."
L'ambulanza aveva gi caricato il corpo di Alberto e si era avviata alla volta dell'ospedale. Il commissario non aveva cavato un ragno dal buco, e sembrava davvero che nessuno avesse visto niente.
"Com' possibile che uno si spari un colpo alla testa, praticamente in mezzo alla strada, e nessuno s'accorga di nulla."
"Son cose che capitano, commissario. Lei lo sa bene. Non  la prima volta."
"Non  la prima volta no. Ma mi ci incavolo lo stesso. Perch non sta n in cielo n in Terra. Siamo diventati vigliacchi, questa  la verit, caro Jacopetti."
Al commissariato appresero che Alberto stava con Ada in piazza San Giusto.
"Bisogner avvertire quella poveretta. Jacopetti, lascia stare il caff e andiamocene."
Lasciarono l'auto in piazza Grande per non dare nell'occhio. Suonarono. Il portone si apr senza che nessuno si affacciasse alla finestra o parlasse nel citofono. Ada lo faceva spesso. Era una cattiva abitudine. Spalanc la porta davanti al commissario. Stava in pensiero per Alberto.
" morto, purtroppo. L'abbiamo trovato nella sua macchina. Pensiamo si sia ucciso."
Ada si gett sul divano e cominci a piangere.
"Era tutta la mia vita. Non posso credere che si sia ucciso."
"Eppure, cos sembrerebbe."
Il commissario sent che poteva interrogarla.
"Stava bene il signor Alberto?"
"Di salute, vuol dire? S."
"Aveva notato qualcosa di strano negli ultimi giorni?"
"No."
"Ci potrebbe essere un motivo per supporre che si sia suicidato?"
"Non riesco a credere che lo abbia fatto. Era molto tranquillo."
"Com'erano i vostri rapporti ultimamente? Mi deve scusare, ma  importante, lei mi capisce."
"Capisco."
Continuava a singhiozzare.
"Non  mio marito. Forse questo voi lo sapete gi. Sto con lui da qualche mese. Gli volevo bene. Era buono con me."
" divorziata da suo marito?"
"No. L'ho lasciato."
"E lui?"
"E lui non  stato contento. Sembrava impazzito."
"L'ha pi visto da quel giorno?"
"Una sera, stavo con Alberto, e lo vidi da lontano. Anche lui ci vide, e cominci a inseguirci. Fuggimmo. Io ero impaurita, correvo e non guardavo nemmeno dove mettevo i piedi. Alberto mi diceva che non c'era da aver paura e che mio marito non ci avrebbe mai raggiunti."
"Perch?"
"Mio marito  zoppo."
"Come si chiama suo marito?"
"Giacomo Boldini."
"Lo scrittore?"
"S."
"Secondo lei, suo marito sarebbe stato capace di ucciderlo?"
"Credo di s."
"Lei dov'era intorno alle sei di questo pomeriggio."
"In casa, come sempre a quest'ora, in attesa di Alberto. Lui usciva alle cinque, cinque e mezza, dall'ufficio ed era quasi sempre puntuale. Stavo in pensiero, non vedendolo rientrare come al solito."
"C'era qualcuno con lei a casa, a quell'ora?"
"Ha dei sospetti su di me, non  vero, commissario?"
"Si sospetta di tutti, in principio."
Jacopetti prendeva diligentemente nota di tutto. Non gli sfuggiva una parola. Era magro, alto, aveva gli occhi vispi. Nero di capelli, che portava lisci con la riga sulla destra.
"Aveva nemici, il signor Alberto, concorrenti sul lavoro, antipatie?"
"Gli volevano bene tutti."
"E i rapporti con suo marito?"
"I rapporti di chi? Di Alberto. Non si conoscevano, e credo che Giacomo non sappia nemmeno il nostro indirizzo."
"Che opinione aveva il signor Alberto di suo marito?"
"Pessima."
"Perch?"
"Lo considerava un violento."
"E lei?"
"Io lo conosco bene, Giacomo. Ce l'ha col mondo, perch vede che le cose non vanno come dovrebbero. Lui d la colpa a tutti per questo. Ce l'ha un po' con tutti."
Jacopetti si avvicin al commissario e gli ricord il fatto degli articoli sul giornale e dello sputo in faccia all'onorevole.
"Certo che suo marito ce n'ha di coraggio."
"Lui fa sempre ci che pensa."
"Ma non  pericoloso, coi tempi che corrono?"
" fatto cos."
"Lei gli vuole bene?"
"S."
"S!? E allora perch l'ha lasciato?"
"Era diventato troppo violento, e un giorno o l'altro mi avrebbe uccisa. Ma lui non si rendeva conto di quel che gli succedeva. In realt, non  cattivo, ma stare con lui era diventato impossibile. Non credo, tuttavia, che mio marito c'entri in questa faccenda."
"Lo spero anch'io. Potrebbe davvero trattarsi di suicidio."
"Quando si potr sapere?"
"Presto, molto presto. Ora devo lasciarla, signora. Se avr bisogno di me, sa dove trovarmi."
"La ringrazio, commissario."
"Buonanotte, signora" disse Jacopetti, chiudendo la porta.
Scesero le scale. Traversarono la piazzetta San Giusto.
"Che ne pensa, commissario?"
" troppo presto, troppo presto, Jacopetti."
" una gran bella donna, la signora, non c' che dire, se vuol sapere la verit."
"Tu, Jacopetti, questa specie di verit ce l'hai sempre in testa. Ecco perch non fai carriera."
"Mi perdoni, commissario. Ma quelle cose l io dalla zucca non riesco proprio a levarmele. Ma lei, come ha fatto?"
"Fatto che?"
"A levarsele dalla testa."
"Ci vuole carattere. Carattere, Jacopetti. Sai quante se ne vedono nel nostro mestiere?"
"Di che?"
"Di donne belle, Jacopetti. Su, non fare lo scemo. E ce ne sono di quelle che non ci penserebbero due volte a venire a letto con te, pur di essere lasciate in pace. Ti si spoglierebbero davanti, e ti servirebbero tutto in quattro e quattr'otto su di un vassoio d'argento."
"A me basterebbe anche di alluminio" rise Jacopetti.
"Finiscila, e torniamo al commissariato."
Salirono in auto e raggiunsero l'ufficio.
Jacopetti si ferm davanti alla macchina del caff, che era situata nel corridoio, e vi mise una moneta. Si sent calare il bicchiere e un attimo dopo fuoriuscire il caff.
"Ne vuole, commissario?" Jacopetti, lasciato il corridoio, fece capolino nella stanza. Ma il commissario stava gi leggendo gli appunti presi da Jacopetti, e non lo sent nemmeno.

Per primi, furono i familiari di Alberto a non credere al suicidio. Arrivarono dal commissario all'indomani, di buon'ora.
"Ho visto Alberto, ieri, poco prima che venisse ucciso. Sono stata nel suo ufficio" disse la sorella.
"Per quale motivo?" chiese Renzi.
La sorella di Alberto era una grassona, pi vecchia dell'et che aveva. Era tutta agitata. Ogni tanto si alzava dalla sedia e guardava il marito, che era un mingherlino.
"Diglielo tu."
"Avevamo bisogno di soldi" disse il marito "e Alberto ci aiutava sempre. Abbiamo tre figlioli, e il mio lavoro non basta."
"Che mestiere fa."
"Sono imbianchino."
"E lei, perch non lavora?"
"Faccio qualche servizio qua e l. Ma un lavoro fisso non l'ho mai avuto."
"Perch crede che suo fratello sia stato ucciso?"
"Per una semplice ragione. Che mio fratello non lo avrebbe mai fatto. Si figuri, uccidersi lui, che aveva paura perfino di ammazzare una mosca. Eppoi ieri, quando sono andata da lui, me ne sarei dovuta accorgere, non le pare?, che qualcosa non andava. Invece niente. Era tranquillo; si mise anche a ridere e a scherzare con me. Lo faceva spesso; ero simpatica, secondo lui, con tutto questo grasso che c'ho addosso; e quando andavo a trovarlo, mi piaceva che mi prendesse in giro. Rammentavamo i tempi che si era ragazzi. Una volta eravamo sul baluardo di Santa Croce coi nostri compagni. Si aveva s e no dieci, undici anni, e io ero gi piuttosto grassa rispetto alle mie amiche. Non ricordo come successe, si doveva fare una corsa e mi misi a gareggiare anch'io, insieme con gli altri. Stavo accanto ad Alberto. Lui prima del via, mi strizz l'occhio, per divertimento, come faceva sempre quando mi vedeva impegnata in cose che per me non stavano n in cielo n in Terra. Come mettermi a correre, appunto. Qualcuno dette il via. Alberto schizz come una saetta, ma anche gli altri non furono da meno. Le mie amiche si arrangiavano alla meglio contro quei maschiacci, e ce n'era una che poteva anche battere qualcuno di loro, tanto era veloce. Invece io ruzzolai a terra. Non feci che pochi passi, e goffamente ruzzolai a terra. Vede qui, sotto il mento? Ci ho sempre la cicatrice, perch mi feci una brutta ferita. Alberto, mi venne a rialzare lui. Avevo le sottane sulla testa, e i gomiti tutti sbucciati. Piangevo, ma non volevo farlo, per via dei compagni, che s'erano radunati tutti intorno a me, e stavano a guardarmi. Si misero a prendermi in giro: cicciona, cicciona, finch non si accorsero che avevo quella brutta ferita. Alberto mi accompagn a casa, e ne buscai dai genitori, che se la presero anche con Alberto, che , anzi era, poverino, pi grande di me, e doveva badare a quel che facevo. Ricordo mio padre che prese la cintola e gliela diede sul sedere. Cos si mise a piangere anche lui. Ieri, commissario, Alberto rise con me tutto il tempo, perch rammentavamo questa storia."
"E i soldi li avete avuti?"
"Certo. Non mi ha mai rifiutato niente. Era buono, non come tanti che se li scordano i parenti, e se son poveri, fan finta di non conoscerli, e se l'incontrano per strada si girano dall'altra parte."
Il marito annuiva col capo. Aggiunse: "Glielo posso giurare, commissario, che uno buono come lui, non ce n' a questo mondo. E se c', non pu essere migliore di Alberto."
Fece loro ancora alcune domande, poi li conged, ringraziandoli.
"Si figuri. Era mio fratello. Non ha nessun altro, oltre noi, e vogliamo che lei lo trovi l'assassino. Non si ammazza uno cos, come un cane."
"Far tutto il possibile."
"Hai sentito, Jacopetti?" disse quando se ne furono andati. "Se non si  ucciso, chi pu averlo fatto?"
"Bisogner andare a fare una visita a quel Boldini, lo scrittore."
"Gi. Ma prima passiamo dalla Scientifica, e sentiamo che cosa hanno da dirci."
La Scientifica aveva gi risolto i quesiti di sua competenza. Non si trattava di suicidio.
Il dottore era un cicciotto di piccola statura, occhialuto, che faceva quel mestiere da un pezzo.
" sicuro, dottore?"
"Che fa, commissario, vuole prendermi in giro? Non s' sparato lui. Qualcun altro lo ha fatto."
"Allora ci saranno le impronte dell'assassino sulla pistola."
"Ci sono quelle della vittima."
"Ma lui non portava pistole. Non sapeva nemmeno sparare."
" evidente che qualcuno, dopo averlo ucciso, gli ha messo in mano la pistola."
"Gi.  andata senz'altro cos."
"La pistola poi  caduta per terra."
"S s."
" morto all'istante."
Uscendo, il commissario era pensoso.
"Sar un osso duro, quel Boldini.  sempre difficile avere a che fare con degli intellettuali."
"A volte succede che sono pi cretini degli altri" disse Jacopetti.
"Speriamo che sia il nostro caso."
"Uhm, non ci credo, commissario."
"Ma allora che le dici a fare queste stronzate?"
"Sa, ce l'ho con gli intellettuali. Quando ci sono dei pasticci, ci si trova sempre in mezzo qualche intellettuale. Non ricorda quello che  successo con Boldini al teatro del Giglio, e tutta quella polemica sui giornali? Deve essere un tipo che non si accontenta di chiacchiere, il Boldini."
"Non ha tutti i torti. A te piace come vanno le cose nel nostro Paese?"
"Lo sa bene che ce l'ho a morte con certi politici. Fanno le leggi e non si capisce mai come interpretarle. A noi poliziotti poi, ci legano sempre le mani."
"E pretendono che si faccia filar lisce le cose, e quando mettono le bombe, sono a noi che vengono a cercare, e si paga sempre noi per le birbonate degli altri."
"Sa, commissario, ai politici corrotti, ai mafiosi, ma anche a tutti i delinquenti, io taglierei il dito, come fanno non mi ricordo in quale Paese. Gli prendono la mano sinistra e gli tagliano la prima falange del mignolo."
"Io gli taglierei tutto il dito, e anche tutta la mano. Cos si vivrebbe meglio, stai sicuro."
"Lei non pensa che quell'Alberto potrebbe essere stato ucciso da qualche birbone per fare un dispetto al Boldini?"
Erano gi arrivati in ufficio. Jacopetti diceva queste cose davanti alla macchina del caff.
"Ne vuole, commissario?"
"No. Ma fai presto. Vieni dentro."
Appena il caff fu versato, Jacopetti afferr il bicchiere e affrett il passo. Sentiva che aveva detto finalmente qualcosa d'interessante, e il commissario non l'aveva mai guardato in quel modo da quando stavano insieme. Segno che lui un cervello che funziona ce l'aveva, e il commissario ne avrebbe tenuto conto questa volta per la sua carriera. Il suo sogno, non lo nascondeva, era di diventare commissario come lui, anche se continuavano a piacergli le donne, e riconosceva che di fronte ad un bel paio di gambe il cervello gli si poteva arruffare, e anche far cilecca. Ma questo lo sapevano solo loro due, e il commissario glielo avrebbe fatto questo piacere della carriera, se la pista era buona.
Entr che sembrava un pavone.
"Siediti, " gli disse il commissario "e metti in fila il tuo discorso."
Jacopetti faceva il difficile, e calava le parole come se fuoriuscissero in conseguenza di un lungo e profondo ragionamento. Glielo voleva far vedere, al commissario, che gli funzionava, eccome, il cervello.
"Giacomo Boldini  un uomo famoso" cominci a dire lentamente. "Uno scrittore di successo."
"Questo lo so da me. Vai avanti."
" stato un inviato speciale di primo piano."
"Jacopetti, le so queste cose, diamine. Va' avanti, senza prenderla tanto alla larga."
Ma Jacopetti era montato sull'accelerato, e sbuffava anche lui come il treno.
"E ultimamente s' messo anche a scrivere di nuovo sui giornali. Se lo ricorda il pandemonio che  riuscito a combinare qualche mese fa?"
"Non mi crederai mica un rimbambito."
"Per carit, non mi permetterei mai. Anzi devo riconoscere che lei  il commissario pi intelligente con cui abbia mai lavorato. Mi ci trovo bene con lei. Anzi, benissimo." Pensava alla carriera in quel momento.
"Vai avanti." Il commissario si stava rassegnando.
"E dello sputo in faccia all'onorevole? Se lo ricorda? Certo che  stato un gran gesto."
"Che vuoi dire con quel gran gesto."
"Lei lo avrebbe mai fatto?"
"Certo che no. Nella mia posizione, come potrei fare una cosa simile?"
"Giusto. Ma l'avrebbe fatta, se fosse stato un cittadino come Boldini?"
"Be', anche lui non  un cittadino qualsiasi."
"L'avrebbe fatta?"
"No."
" un gran gesto, perch  un gesto di grande coraggio."
"Direi piuttosto una mascalzonata."
"Con quel tipo di politici? Lo crede veramente?"
"Non mettermi in bocca cose che non voglio dire."
"Allora le pensi pure, se non vuole dirle. Io gliele dico, invece. Con quei politici l,  stato un gran gesto. Ci voleva uno come lui a metterli a posto a quel modo."
"Ha rischiato molto, per."
"Non in quel momento, commissario.  ora che sta rischiando. Quei politici sono furbi. Che effetto avrebbe fatto una denuncia? Pubblicit a Boldini. Perch la gente  scontenta, e tutti sarebbero stati dalla sua parte."
"Ma i giudici l'avrebbero certamente condannato."
"Gli avrebbero concesso la condizionale. Ma anche se gli avessero dato un anno, due, tre, dieci, in un momento come questo, avrebbe sempre vinto lui, Boldini, perch la gente sarebbe stata sempre con lui, anche se fosse stato messo in galera."
"E allora?"
"Qui sta la raffinatezza, mi permetta. Quella gente sa lavorare di fino, quando ci si mette. E noi lo sappiamo che ci sa fare, anche a metter le bombe, mi lasci dire. Magari con l'aiuto della mafia."
"Ma che dici mai, Jacopetti. Controllati. Noi non le sappiamo queste cose." Jacopetti pens alla carriera e si rese conto di averla sparata troppo grossa. Si morse la lingua.
"Mi perdoni, commissario, ma  che con lei ci parlo cos bene, come se fossi a casa mia, a discorrere con mia moglie." Ne aveva detta un'altra di quelle grosse, ma l per l non ci fece caso. Lo intu dal sorriso del commissario, al quale quella confessione era piaciuta. Gli mostrava il lato umano e tenerissimo del suo collaboratore.
"Continua, Jacopetti."
"Grazie, commissario." Cap che l'aveva fatta franca. "La gente sta dalla parte di Boldini, che si  schierato contro di loro. Ma se si scoprisse che  un assassino? E si mettessero allo scoperto le sue magagne?"
"Per esempio?"
"Per esempio che  un violento, che picchiava la moglie. Tutte queste cose vengono fuori in un processo. Lui diventa un mostro, cos. Ed ecco che  liquidato per sempre."
" un'ipotesi interessante."
"Grazie, commissario."
In quel momento, una guardia buss alla porta dell'ufficio, e fu fatta entrare.
"Signor commissario, c' un signore di l che ha chiesto di parlare con lei."
"Ha detto come si chiama?"
"Giacomo Boldini."
Il commissario fu sorpreso, ma contento. Quando la guardia si fu allontanata, si rivolse a Jacopetti.
"Non deve avere la coscienza pulita, questo Boldini."
"Si ricordi quel che le ho detto, commissario."
"Ma stai attento anche tu, quattro orecchie sentono meglio di due, e prendi nota di tutto, mi raccomando."
"Si fidi di me."

Era un po' tarchiato, di media statura, e aveva i piedi larghi come delle barche, il commissario Luciano Renzi, e aveva anche un bel paio di baffi, che curava con molta pignoleria. Se li lisci, prima che entrasse Giacomo.
"Ho letto i giornali. Si sospetta di me. E allora mi sono deciso a venire. Mi chieda ci che vuole, e poi mi lasci in pace." Era entrato come un ciclone, e a moltiplicare la furia c'era anche quella sua scarpa ortopedica, che batteva sorda sul pavimento, mentre si affrettava a sedersi davanti alla scrivania del commissario. Non attese nemmeno che lui lo invitasse a farlo.
"Sono stupidaggini belle e buone, quelle che si dicono, e voglio sperare che lei, commissario, sia un uomo di buon senso da non crederci."
"Devo vagliare tutte le ipotesi."
"Giusto, giusto. Che vuol sapere?"
"Dove si trovava ieri, verso le sei del pomeriggio?"
"A casa mia, a scrivere." Si toccava la gamba.
"Qualcosa che non va?" domand il commissario.
"Cos' che non dovrebbe andare?"
"La gamba. Le fa male? Sta comodo seduto l?"
"Ci sono abituato. Non si preoccupi, venga al sodo."
"Perch sua moglie l'ha lasciato?"
"Badi, commissario, sono venuto di mia spontanea volont, ma non perch lei si metta a civettare con la mia vita."
"Lo capisce da s che sono domande che devo farle. Che cosa si aspetta? Che lo ringrazi per la sua premura e lo mandi via cos com' venuto?"
"Vorrei proprio vedere che lei mi trattenesse."
"Non volevo dire questo. Si calmi."
"Gliele avr gi dette mia moglie, queste cose."
"Voglio sentirle da lei."
"Non si andava pi d'accordo."
"Per colpa sua o di sua moglie?"
"Quando non si va d'accordo, la colpa  sempre di tutti e due."
" vero che la picchiava? Sua moglie dice che era diventato violento."
"Son cose che succedono tra marito e moglie. Anche lei picchia sua moglie. Ne sono certo, com' vero che mi chiamo Giacomo Boldini."
"E invece si sbaglia. Litigare  un conto, menare le mani  cosa da persone incivili."
"Ma mi faccia il piacere. Che ne sa lei di civilt. Lei sguazza in questo mondo, ed  un barbaro come tutti."
Il commissario cercava di mantenere la calma.
"S, qualche volta l'ho picchiata."
" per questo che se n' andata?"
"Non lo so."
"Cos sostiene sua moglie."
"Allora, sar cos. Che vuole che ne sappia io di quello che c' nella testa di mia moglie."
"Conosceva Alberto Magrini?"
"Chi?"
"L'uomo che  stato ucciso. Il convivente di sua moglie."
"No. L'ho visto per la prima volta sui giornali."
"Cerchi di ricordare meglio."
"Non c' niente da ricordare."
"Sua moglie dice che una notte, lei li ha inseguiti."
" vero. L'ho vista con un uomo. Non so se era Magrini."
"Perch li insegu."
"Non ricordo."
"Non dica sciocchezze."
"Chi glielo dice che li inseguissi."
"Lo dice sua moglie."
"E come fa a esserne cos sicura?" Era Giacomo ora che faceva le domande, e il commissario se n'accorse in tempo.
"Si limiti a rispondere alle mie domande, la prego."
"Ero infuriato. Voglio ancora bene a mia moglie. Non doveva lasciarmi. Se si decide di stare con un uomo, non lo si abbandona quando sta male. Doveva restare con me."
"Perch, lei sta male?"
"Lei queste cose non le pu capire, commissario."
"Ci provi."
"Assolutamente no."
"Dunque, non pu negare che ce l'aveva con sua moglie."
"L'ho appena ammesso."
"E con quell'Alberto?"
"Lui  un uomo. Ha fatto bene a prendersi mia moglie, se lei ci stava."
"Perch tratta cos sua moglie."
"Sono fatti miei."
"Era solo in casa, alle sei di quel pomeriggio?"
"S."
"Ha dei nemici?"
"Lo sa bene che ne ho. A bizzeffe. Ad ogni angolo. Pronti a saltarmi addosso."
"Lo ha ucciso lei, il Magrini?"
"No."
"Eppure, lei ne aveva tutti i motivi."
"E che significa? Chiss quanti altri avevano dei motivi per avercela con lui."
"Ma il suo  un motivo speciale."
"Mi avrebbe giustificato, se lo avessi fatto?"
"Non voglio dire questo, ma lei deve capire che  il maggior indiziato."
"Non so che farmene delle sue teorie. Lei pensa al delitto passionale, vero?"
"Appunto."
"Se lo scordi.  fuori strada."
"Sospetta qualcuno?"
"Io non sospetto un bel niente."
"Chi lo ha ucciso, potrebbe averlo fatto per colpire lei?" Il commissario si ricordava dell'ipotesi di Jacopetti, il quale rizz subito le orecchie, e anche la testa dalla macchina per scrivere.
"Che vuol dire?"
"Ha nemici in politica?"
"Soprattutto in politica, di questi tempi." Il commissario non ebbe il coraggio di andare avanti. Quell'ipotesi gli sembrava troppo azzardata. Invece, Giacomo, gli sembrava proprio l'omicida che cercava.
"Le dico che io non c'entro con quell'omicidio."
"Resti a mia disposizione."
"Come vuole lei."
Si alz, la sedia cadde per terra, ma Giacomo nemmeno si volt a guardare. Usc senza salutare nessuno.

Piano piano, si era arrivati in pieno inverno. Era gi passato il Natale. Si era in gennaio. Aveva gi fatto la prima neve. Lucca si era ancora una volta rivestita di magia. Il commissario brancolava nel buio. Anche sulla pistola non si era fatto un passo avanti. Era un vecchio arnese del tempo di guerra, e non risultava denunciata. In casa di Alberto, nella piazzetta San Giusto, si era istallata la sorella, col marito e i tre figlioli, che erano delle birbe matricolate e scorrazzavano da un capo all'altro come fossero sulle Mura. La sorella era stata buona con Ada, e le aveva lasciato una camera tutta per s. Non avrebbe saputo proprio dove andare, altrimenti.
Restava sola, quando la sorella di Alberto, che si chiamava Silvia, usciva per andare a servizio da qualche signora. Ada si rendeva utile, cercava di non pesare; ma la sua nuova situazione non le andava gi .
Quando in casa non c'era nessuno, o quando si rinchiudeva in camera, pensava spesso a ci che le era accaduto. Non riusciva a giustificare niente e nessuno, e se pensava a Dio qualche volta, non riusciva a capire come si potesse credere alla sua bont. La gamba di Giacomo diventava la negazione di Dio agli occhi di Ada, ma lo cercava ugualmente, sentiva che aveva bisogno di scontrarsi anche con la sua assenza. Era convinta, certe volte, che cancellando Dio, la sua mente si sarebbe rischiarata, e forse tutto avrebbe potuto ricominciare da capo. Certe altre, si convinceva che c'era un Dio pagano che presiedeva al male, e l'altro Dio, il vero Dio, sembrava tenere lo sguardo altrove, non certo sulla Terra. Ebbene, lei lo avrebbe potuto accettare solo se avesse mostrato pi coraggio e amore, e avesse spartito con gli uomini tutto il bene di cui era capace. Era di questo Dio che aveva bisogno, come ne avevano bisogno tutti gli uomini.
Una mattina arriv alla conclusione che pi che avere bisogno di Dio, lei aveva bisogno soltanto della sua coscienza, e che c'erano regole semplici da rispettare nel vivere civile. La ragione doveva essere usata per queste semplici cose; e l'uomo non era diverso dagli animali, che si scannano tra loro, e uno  la morte dell'altro.
Usc di casa, e se ne and in giro per la citt, non per fare spese, ma per guardare gli uomini. Ne ebbe piet, allo steso modo che prov piet per se stessa.

Nevic ancora, in quei giorni che Ada andava in giro per la citt in cerca dei suoi fantasmi. Se avesse potuto conoscere gi ora il momento della sua morte, tutto sarebbe stato diverso. Dava una innaturale lentezza ai suoi passi, e anche ai suoi pensieri, per abituarsi ad un ritmo che sapeva gi le avrebbe contrassegnato nell'avvenire i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni. Lei avrebbe accettato di conoscerla, l'ora estrema, e non ne avrebbe avuto paura, come accade ai pi . Le avrebbe dato anzi quel coraggio ad osare che ora le mancava. Che cosa poteva fare per modificare il corso degli eventi? La citt la vedeva con occhi tali che ogni persona le pareva il ritratto della morte. Anche i giovani erano delle giovani morti, e i vecchi portavano addosso la sofferenza e il mistero della loro nascita, quasi che, sullo spengersi della vita, si disegnasse sul loro volto, sulle loro membra, il ghigno beffardo del mostro che stava per divorarli.
Anche Giacomo passeggiava pi spesso per le strade della citt, e pareva pi rilassato.  difficile dire se dipendesse dal fatto che la morte di Alberto apriva ad Ada la possibilit di ritornare sui suoi passi, e forse di accettarlo finalmente cos com'era.
Il pensiero di Ada affiorava sempre pi spesso nella sua mente, e non poteva dire che non soffrisse ancora per quella vecchia ferita.
Quell'inverno era rigido. Ancora era caduta la neve. Lucca era tutta bianca: le strade, i tetti, i campanili, le Mura. Giacomo usc di casa. Era mattino. Gli spalatori stavano ancora ammucchiando la neve fresca caduta nella notte. All'altezza di piazza San Frediano, gli parve di scorgere Ada. Si trovava sul lato opposto, davanti alla chiesa, mentre lui usciva proprio allora da via Fillungo. Acceler il passo. Voleva chiamarla. Ma lo vinceva un inspiegabile riserbo. Ada andava lentamente. Aveva quei suoi pensieri. Nemmeno s'era accorta di passare davanti alla bella chiesa. Chiss perch, Giacomo la pens invece uscita da l, ed ebbe un moto istintivo di compassione. Doveva sentirsi disperata, ora che era rimasta sola e aveva potuto misurare tutta l'ampiezza della crudelt dell'esistenza.
L'asfalto era scivoloso, aveva fretta di raggiungerla, ma rischi due volte di cadere. Si avvicin al muro. Vi si appoggi. Maledisse la sua disgrazia, che ancora una volta si metteva in mezzo a provocargli dolore. Ada scomparve alla sua vista e Giacomo rinunci a proseguire. Come se fosse stato umiliato, stanco, ritorn sulla via Fillungo e s'incammin alla volta dell'antico Anfiteatro.

"Jacopetti, prendi una guardia, e occupatene direttamente. Io resto qua in ufficio ad aspettarti. Vai da quel Boldini, trovalo e conducilo da me."
Jacopetti rimase a bocca aperta. Erano settimane che l'indagine non faceva un passo avanti. Il commissario era arrivato da poco in ufficio, si era levati il cappotto e la sciarpa, li aveva appesi come al solito all'attaccapanni, in cima ci aveva messo il cappello, e la prima cosa che aveva fatto, era stata di chiamar lui. Mai successo. Di solito apriva prima le sue scartoffie, e si metteva a riflettere. Ci voleva una mezzoretta prima che lo chiamasse.
"Lo so, lo so, Jacopetti, quello che pensi. Ci sono novit. Te lo dico subito, cos non stai in pensiero. Novit importanti. Ma le saprai al tuo ritorno. Portami quel Giacomo Boldini. Su, ora vai di corsa, e torna presto."
Sentiva che sarebbe stata una giornata importante, Jacopetti, e corse via come un fulmine, portando con s la prima guardia libera che incontr nel corridoio. Ritorn in men che non si dica. Giacomo era furioso. Il commissario lo fece accomodare, ascolt le sue proteste, e quando Giacomo non seppe pi con chi prendersela e ammutol, apr il cassetto e tir fuori la rivoltella, chiusa in una busta di cellofan.
"La riconosce questa pistola?"
Giacomo si chin a guardare.
"Certo,  mia."
Jacopetti quasi cadde a terra per l'emozione. Renzi se ne accorse e sorrise sotto i baffi. Gli fece un cenno quasi impercettibile d'intesa, come a dire: ci siamo.
"E perch non l'ha mai denunciata?"
"Non era mia. Apparteneva a mio nonno, e poi  stata di mio padre.  morto all'inizio dell'anno, mio padre, e la pistola l'ho trovata per caso in soffitta, rovistando tra le sue cose. Era mia intenzione verificare se fosse tutto in regola, ma non ne ho avuto il tempo. Eppoi, me n'ero anche scordato. Non mi intendo di armi, non ne ho mai posseduta una, e desidero disfarmi anche di questa."
"Lo ha gi fatto, mi pare."
"Che cosa intende dire?"
" l'arma del delitto. Con questa ci hanno ammazzato Alberto Magrini."
Jacopetti non stava pi nella pelle. Il commissario gli mandava quei cenni d'intesa.  alle corde. Ora confessa, ora confessa. Parevano pensarla allo stesso modo, Jacopetti e il commissario.
"Ma che bestialit  questa, commissario! Che cosa significa?"
"Se la pistola  sua, lei potrebbe essere proprio l'assassino che cerchiamo."
"Eh no, commissario. Non ci si metta anche lei. Che cosa gli passa per la testa. Io non so nemmeno usarla quella pistola."
"Premere il grilletto non  difficile, e prendere il bersaglio da quella distanza saprebbe farlo anche un bambino."
"Lei cerca l'assassino ad ogni costo, ed ora ha trovato il pretesto per accanirsi su di me."
"Capir che tutto congiura contro di lei."
Gli domand ancora una volta dove si trovasse quel pomeriggio alle sei, e le risposte di Giacomo furono le stesse del primo interrogatorio.
"Vede, lei non ha nemmeno un alibi che possa scagionarla."
"Ma io non ho bisogno di alcun alibi, perch sono innocente."
"Tutti i colpevoli si dicono innocenti, finch non confessano."
Jacopetti era convinto che da un momento all'altro i nervi dello scrittore crollassero. Scriveva alla macchina con un'esaltazione che non aveva mai avvertito in precedenza. Sentiva, come non gli era accaduto che raramente, che si era sulla strada della verit. Solo per che qui di verit ce n'erano in ballo due, quella del commissario che trasudava di sicurezza, e quella di Giacomo Boldini che straripava di rabbia.
"Io non ho che le mie parole per difendermi. Il resto tocca alla sua coscienza."
"Lei odiava Alberto per via di sua moglie, e aveva maturato il proposito di ucciderlo per metterla alla disperazione."
"Sono scemenze. Lei commissario  malato del suo mestiere. Alberto io non l'ho mai conosciuto, e non sapevo nemmeno dove lavorasse n dove stesse di casa."
"E quella notte?"
"Non pensavo certo a ucciderli. Volevo parlare a mia moglie. Questa  la verit. Chiederle scusa. Non c' mai stata pace nella mia vita dopo quella disgrazia. Ada ha sofferto molto per colpa mia."
Il commissario chiuse bruscamente:
"Le consiglio di prendersi un avvocato. Per il momento pu andare. Non lasci la citt."
Giacomo aveva la furia negli occhi.
"Lo voglio proprio vedere, commissario, se mi metter in carcere. Sono innocente. E non c' giustizia beffarda che possa incastrarmi. Lei  figlio del demonio, ma con me non ce la far mai. Io me ne rido delle sue chiacchiere, delle sue ipotesi, dei suoi lambiccamenti maniacali. Lei  libero di pensarla come vuole, ma Giacomo Boldini, se lo ficchi bene in testa,  innocente. Capisce quello che dico? Innocente. E in carcere sar pi facile vedere lei che il sottoscritto. La saluto."
Se ne and come l'altra volta, strascicando rumorosamente la gamba sciancata, e sbattendo la porta.
" lui, commissario?  lui l'assassino?"
"La pistola  sua. C' il movente."
"E se l'avesse presa sua moglie, la pistola, quando ancora stava con lui?"
"Jacopetti, Jacopetti."
"Mi perdoni, commissario. Ma prove sicure contro quel Boldini non ce ne sono. Lei non pu mica farlo arrestare perch non ha un alibi?"
"Non mettermi in croce, Jacopetti."
"Io penso che sia innocente."
"E io invece che sia colpevole. Ha troppo odio dentro di s per non scaricarlo anche su di un omicidio."
"Vuole che vada a prendere la moglie?"
"Portala subito qui."

"Suo marito lascia intendere che lei gli ha rubato la pistola."
"Quella pistola la vedo per la prima volta, commissario, e non so nemmeno se davvero  di mio marito. Per quale motivo avrei dovuto rubarla?"
"Questo me lo deve dire lei."
"Eh no, io non posso dirle un bel nulla, se non l'ho rubata."
"Cerchi di collaborare, signora. Le conviene. Tanto ci arriveremo alla verit, prima o poi."
"Com' possibile pensare che io sia andata a stare con Alberto, portando con me la pistola per ucciderlo? Ma commissario..."
"Lei potrebbe aver trovato in casa di suo marito la pistola ed essersene appropriata per difendersi da lui. Lei non sapeva certo che di l a poco lo avrebbe lasciato. Ma aveva paura delle sue violenze, e quella pistola avrebbe potuto esserle utile. Lei l'ha messa nella borsetta e poi se n' dimenticata. Cos, quando si  trasferita dal signor Magrini, l'ha portata con s."
"Cos lei crede che l'abbia ucciso io, Alberto."
" possibile."
"E per quale ragione?"
"Me lo deve dire lei."
"Ma non c' nessuna ragione, e non c' nessun delitto che io abbia commesso."
"Ammettiamo che si sia pentita di aver seguito il Magrini."
"Ma non per questo lo avrei ucciso."
"Si era pentita?"
"Avevo dei rimorsi."
Jacopetti alz la testa. Il commissario lo vide. Gli sorrise. Che fosse quella la pista buona?
"Vede. Anche per lei c' un movente plausibile."
"Ma come devo dirglielo che non si uccide un uomo per dei rimorsi."
"Questo lo sostiene lei."
"Io non l'ho ucciso."
"Avete mai litigato, lei e Alberto?"
"Qualche volta. Ma per motivi futili."
"Per esempio?"
"Lui era un uomo ordinato. Io sono piuttosto sprecisa. E non gli andava di trovare le mie cose sparse dappertutto."
"Solo per questo?"
"Che io ricordi, s."
"E di suo marito, parlavate mai?"
"S,  evidente. C'erano pi occasioni per farlo. Lei sapr di quegli articoli sui giornali, e sul chiasso che fecero. Eppoi dello sputo in faccia all'onorevole. Come si faceva a non parlarne."
"E che diceva il signor Alberto?"
"Che mio marito era un pazzo, e che un giorno o l'altro ne avrebbe combinata una grossa."
"E lei che rispondeva?"
"Niente. Alberto aveva ragione."
"Non le prendeva mai le difese di suo marito?"
"Qualche volta."
"A che proposito?"
"Quando Alberto lo chiamava "lo zoppo", per deriderlo. Allora io mi risentivo, perch sapevo com'era Giacomo prima della disgrazia.  stato un uomo sfortunato. Il destino si  accanito contro di lui."
"Lo ha pi rivisto, dopo quella notte che lui ha tentato di inseguirvi?"
"No."
"Dunque, lei sostiene di non aver ucciso il suo amante."
"Non l'ho ucciso."
"Potrebbe averlo fatto a seguito di un diverbio. Lei si  ricordata della pistola, ed  andata ad attenderlo all'uscita dal lavoro.  salita in macchina. Ha trovato una scusa e vi siete fermati lungo il marciapiede. Ha guardato che nessuno passasse. Forse in quel momento  transitato anche il treno l vicino, e lei ha fatto fuoco. Ha messo la pistola in mano alla vittima, e se n' andata. Non le sembra plausibile?"
"E, secondo lei, nessuno mi ha visto?"
"Pu succedere."
"Ma  assurdo. Siamo a due passi dalla citt."
"A volte gli assassini sono assistiti dalla fortuna."
"Non mi parli cos, la prego."
Ada usc da quell'interrogatorio distrutta. Arriv a casa che era gi buio. Ammassata lungo i muri, c'era ancora la neve.
Quando fu alla porta, e aveva appena aperto, sent un'ombra scivolarle dietro e spingerla all'interno. La porta si richiuse, e quando lei si volt vide che era Giacomo. Tir un urlo. Giacomo con un braccio la tenne stretta per la gola, e la trascinava all'interno.
"Se gridi ancora, ti strozzo."
"Che vuoi da me?"
"Hai ucciso il tuo Alberto con la mia pistola per incastrarmi, bastarda."
"Non  vero. Lasciami, mi fai male."
"Perch lo hai fatto? Mi odi fino a questo punto?"
Senza accorgersene, Giacomo aveva allentato la presa. Stava dietro ad Ada e non lasciava per il braccio dal collo di lei. Aveva le scarpe sporche di neve.
"Non ho ucciso nessuno. Anche il commissario pensa che sia stata io, ma non  vero. Non l'ho ucciso io Alberto."
"E invece sei stata tu, sgualdrina. Sei tu che hai preso la mia pistola."
"Lasciami andare, Giacomo."
"Morta ti lascio andare." Ricominci a stringere. Ada cerc di fuggire. Con le mani tentava di liberarsi dalla presa, ma il braccio di Giacomo era serrato come una tenaglia. Mandava lamenti, ma non riusciva pi a parlare, ora. Era rossa in viso. Sentiva di non farcela. Soffocava. Con la forza della disperazione diede un calcio alla gamba sciancata di Giacomo. Lui grid. Allent per un attimo la presa. Quel tanto che bastava. Ada sgusci via. Prese fiato, corse in cucina. C'era un coltello sulla tavola. Lo afferr. Si nascose dietro la porta. Sent il rumore affrettato della scarpa ortopedica. Appena Giacomo spunt sulla soglia, lei usc fuori e lo colp all'addome. Giacomo si port le mani sulla ferita. Si riempirono di sangue.
"Assassina" grid. Il coltello era caduto a terra, ai piedi di Giacomo. Lo vide. Con le mani insanguinate lo raccolse e si gett su Ada. Lei era rimasta come imbambolata. Sembrava con la mente lontana mille miglia da quella cucina. La coltellata la colp al ventre. Si tenne la ferita con le mani, come aveva fatto Giacomo. Ma non grid. Guardando Giacomo negli occhi, prima di accasciarsi a terra, disse soltanto, con quel filo di voce che le restava: "Non sono stata io. Non sono stata io."
Giacomo sbarr le pupille, la guard cadere.
"E allora, se non sei stata tu, chi  stato?" E sembr mettere in quelle parole tutta la follia della sua disperazione.
I cadaveri furono scoperti la sera stessa dalla sorella di Alberto. Venne il commissario, insieme con Jacopetti. Non se l'aspettavano quella conclusione. Nel tornare in ufficio, il commissario parl poco. Anche Jacopetti era diventato taciturno.
In ufficio, presero il fascicolo.
"Jacopetti, questo caso  chiuso."
"Ma cos' successo, commissario? Chi era l'assassino?"
"Quel Giacomo Boldini aveva capito che era stata sua moglie ad uccidere Magrini. Lei soltanto poteva essersi impossessata della pistola. Il suo ragionamento era semplice. Se non sono stato io, allora  stata lei, l'unica che poteva aver preso quella pistola. Deve averla attesa sulle scale, quando  tornata dal commissariato, e una volta entrati in casa,  nata una violenta discussione. Qualcuno deve aver preso il coltello, e cos si sono uccisi."
"Chi lo avrebbe mai detto. Quella bella donna, un'assassina!"
"Doveva odiarlo tanto suo marito, se per incastrarlo ha ucciso anche il suo amante."
"Il marito s che aveva la faccia dell'assassino. Mica lei! Si ricorda, commissario, quando la signora diceva che aveva paura di lui? Che era violento? Lei non ci creder, ma quando lo guardavo seduto l su quella sedia, ce l'avevo anch'io una paura del diavolo. S, lo sapevo che qui non poteva farci nulla di male, ma le confesso che avevo paura ugualmente."
"Be', Jacopetti, ora puoi startene tranquillo, perch quel Giacomo Boldini qui non ci verr pi ."
"Poveretto."
"Povera anche quella donna. Deve averne passate di tutti i colori per arrivare a quel punto."
"Quando l'amore si trasforma in odio, pu far saltare una montagna."
"Ben detto, Jacopetti. Vai a prendermi un caff, ora, e poi rimettiamoci al lavoro. C' ancora tanto da sbrigare."
"Ma  gi tardi, commissario."
"La vuoi, s o no, questa promozione?"
"Ai suoi ordini" disse subito Jacopetti, al quale il caff piaceva molto, ma anche la promozione.

Il caso fu archiviato. Anche se lascia dell'amaro in bocca. Giacch noi sappiamo che quei due disgraziati, prima di morire, si erano detti nient'altro che la pura verit, ed erano infatti innocenti. Colui che aveva mosso le fila di quella triste vicenda, lo aveva fatto tanto bene che aveva costruito un delitto perfetto. Cosa non pi rara nel nostro Paese. Aveva orchestrato tutto a meraviglia. Sapeva che uccidendo Alberto, si sarebbe sospettato di Giacomo, e Giacomo, sapendosi innocente, avrebbe sospettato di un intrigo di Ada, e ne sarebbe venuto fuori ci che poi puntualmente  stato. Cos, con la loro morte, anche la possibilit di scoprire la verit era sepolta per sempre. Dentro quel triangolo passionale si sarebbero arrestate le indagini. Nessuno dei tre morti poteva parlare pi , nessuno di quei tre era pi in grado di accusare chicchessia. Mica una cosa da poco, non  vero? Per mettere in piedi una macchinazione del genere, ci vuole una mente davvero raffinata, ed anche una organizzazione cos potente da infischiarsene di tutto, e sfidare con protervia qualunque rischio. Quella ipotesi di Jacopetti, finita cos malamente, ve la ricordate? Pensateci su.

29.7.1993  9.8.1993



MICHELE

A Lucca, l'ingegner Michele ci si trovava per lavoro. Dirigeva il cantiere per una nuova strada. Attorniato dai collaboratori, sembrava il Padreterno. C'erano belle ragazze nel paese dove passava la strada. Lui era ancora un bell'uomo, libero, sessant'anni portati come un giovanotto. Le vedeva andare e venire tutti i giorni. Qualcuna sostava ad osservare, ogni tanto. Tra queste, Martina. Possibile che si sia invaghita di me, pensava. Perch Martina, tutte le volte che passava vicino al cantiere, con gli occhi cercava proprio lui, e quando incontrava il suo sguardo, non lo sfuggiva. C'erano molti anni di differenza. Anche a lui Martina piaceva. Una passione senile? Una delle tante che percorrono la vita di un uomo?
Il padre di Martina aveva bottega in paese, un negozio di ferramenta ben attrezzato. Venivano anche da fuori a comprare da lui. Non ci mancava niente.
"Quando ci sar la nuova strada, lo far ancora pi grande. Non  vero, ingegnere, che la strada porter affari d'oro per tutti?"
"Pensa sempre ai soldi, lei. Ma non ne ha mai abbastanza?"
"I soldi sono tutto nella vita. Prima i soldi, poi l'amore, ecco che le dico."
Aveva preso una cameretta in paese, l'ingegnere, e dopo le ore di lavoro, spesso restava l a chiacchierare coi paesani. Badile era il padre di Martina. Tutti lo chiamavano cos, forse per via del mestiere, invece che con il suo vero nome, che nessuno pi ricordava.
"Non ci scherzi, Badile, con l'amore."
"Ma mi dica lei, se non ci sono i soldi, ci pu essere l'amore? Osservi le ragazze di oggi. Vogliono divertirsi, e se uno non ci ha i soldi, niente. Le ragazze se le deve scordare." Stava appoggiato allo stipite della porta, allorch in bottega non c'erano clienti. Michele, quando Badile parlava cos, pensava a sua figlia, a Martina. S'immaginava di possederla. Lui un omone dal fisico ancora gagliardo. Un atleta. Lei asciutta come un'indossatrice. L'avrebbe potuta spezzare solo a toccarla, per. Ma perch gli produceva dentro tutto quel fuoco? Qualche volta, mentre discorreva con Badile, arrivava lei.
"Buona sera, ingegnere. Non lo stia a sentire mio padre. Lui confonde la testa alla gente." Anche tu, avrebbe voluto rispondere. Ma solo con gli occhi rispondeva, e Martina sentiva lo stesso. Da dentro la bottega a volte lo chiamava.
"Ingegnere, venga a vedere qui." E gli mostrava qualche progetto di suo padre circa l'ampliamento del negozio, una volta finita la strada.
"Non le sembra impazzito, mio padre? Che se ne fa di un negozio tanto grande, in un paese cos piccolo." Stendeva i disegni sul bancone e quando anche Michele abbassava la testa per vedere meglio, l'abbassava anche lei, e poi d'un tratto alzava gli occhi e anche Michele li alzava, e l'uno li penetrava in quelli dell'altro. Badile entrava a rimproverare la figliola.
"Non capisci niente di queste cose. Lascia fare a tuo padre, che se n'intende. Per ora, lo sa ingegnere?, non ne ho sbagliata nemmeno una nella mia vita."
"Suo padre, lo fa anche per lei, Martina."
"Per me?"
"Lei  figlia unica. Dovr badare al negozio, un giorno."
"Bravo ingegnere. Glielo dica a questa capricciosa, che non mi vuole dare retta. Io i sacrifici li faccio per lei, perch non debba soffrire nella vita. E lei sa che mi risponde? Te non lo fai per me, ma pensi ai tuoi soldi, e vuoi averne sempre di pi . Mi dica se son discorsi da fare a un padre che non sa nemmeno pi che cos' una vacanza, per non avere dei rimorsi."
"Rimorsi?"
"S, io ce la voglio fare. Voglio che Martina non abbia nessun pensiero nella vita, e chi la sposer, deve sapere che sposa una regina."
" fortunata, Martina, ad avere un padre cos." Si sentiva anche lui in vena di dare consigli, come un padre, ma dentro aveva la voglia di prendersela quella ragazza, e di portarsela a letto come un vecchio caprone. Che c' di meglio da fare al mondo, se non portarsi a letto una ragazza come Martina?
"Mi sta a sentire, ingegnere?" Martina lo rimproverava tutte le volte che lo avvertiva assente, ma fingeva, perch in realt leggeva i suoi pensieri, e ci si metteva in quel letto, e le piaceva che l'ingegnere spasimasse per lei. Vedeva la scena. Lei si spogliava lentamente. Lui stava seduto sulla sponda del letto e la guardava. Lei scopriva i seni. Lui cominciava a fremere. Si controllava, ma a lei non gliela faceva. Se n'accorgeva se quel maschio andava in calore. Una femmina non ha bisogno nemmeno di guardarlo il maschio per sapere se  in calore. C' nell'aria, intorno a lei, l'afrore della sua lussuria. Allora lui si alzava e le toccava i seni. Lasciava fare. Le piaceva. Lui scendeva con la mano sui fianchi. Lei gli accarezzava quelle mani, ma non per fermarle. Lui lo sentiva che era un segno. Svelto le calava le mutandine, lei alzava i piedi, lui le allontanava, e finalmente era tutta nuda. Pronta per lui. Il caprone riusciva per a controllarsi. Lei lo sentiva bollire, e le piaceva quella forza che ora veniva trattenuta, ma era sul punto di esplodere. Si lasciava accarezzare ancora. La baciava sul petto, sul ventre, sul pube, sulle cosce, prima l'una, poi l'altra. E lei lasciava fare, chinava un po' la testa all'indietro. Si scioglievano i capelli. Ci provava piacere. Gli teneva la testa, e sentiva la sua calvizie, e lo eccitava carezzare quel cranio quasi interamente calvo. Ci passava sopra la mano ripetute volte, mentre lui continuava a baciarla. L'ingegnere, quando Martina pensava a queste cose, gliele leggeva negli occhi, ed entrambi si incontravano negli stessi pensieri, e, col solo guardarsi, si trasferivano chiss dove, anche a mille miglia di distanza, nella stessa camera a sfogare la lussuria.
"E tu non ti spogli?" Michele in fretta e furia si toglieva la camicia, i pantaloni, le brache.
"Tutto, levati tutto, anche la canottiera. Se no, non ci sto. Devi essere nudo come me." Giocava con lui. Lo dominava. Era lei la padrona? Non gli importava. Gli piaceva. Gettava lontano l'ultimo indumento e nudo si accostava a lei. Se la stringeva tra le braccia, forte forte. I seni si schiacciavano sul suo petto. Lei gli sussurrava che le piaceva quel petto peloso, mi eccita, e glielo toccava con le mani. Poi scendeva gi gi e lui sentiva che quella ragazza aveva la malizia del demonio, e forse di pi . Arrivava al punto che gli scoppiava la testa per i suoi giochi d'amore.
Badile prendeva i disegni che stavano sul banco e di nuovo li arrotolava.
"Qui c' la tua fortuna, figliola."
"Ma io in negozio lo sai che non ci sto."
"Finiscila con questa storia. Te lo dice anche l'ingegnere che sei fortunata. Altre ragazze non lo sanno nemmeno che cosa le aspetta nella vita. E tu invece puoi gi guardare al futuro con fiducia. Grazie a me. Se dipendeva da tua madre, noi s'era ancora tutti in quella stanza l, piccina piccina" e le indicava la parte vecchia del negozio, che era stata di suo padre, dal quale aveva ereditato il commercio. "Tua madre non ha mai avuto coraggio. E invece bisogna rischiare per far fortuna. Abbiamo litigato spesso per queste cose. Lei sempre a dire: "ma non ti basta, ce n' abbastanza per star bene. Non metterti in nuovi pensieri. Pi ci s'ingrandisce, e pi la vita diventa difficile. Bisogna sapersi accontentare". E io, invece, a dirle che per mantenere quello che hai, devi ingrandire sempre di pi . Se no, vai all'indietro. Perch crescono gli altri, e ti levano il pane di bocca. Non  vero, ingegnere, che  cosi?"
"Ha ragione da vendere. Ha fatto bene i suoi conti, Badile, ed ora lo vede da s che non ha sbagliato." Badile si gonfiava davanti alla figlia.
"Ma se io in bottega non ci voglio stare, non pu costringermi nessuno, non  vero anche questo, ingegnere?" E Martina lo fissava negli occhi mentre poneva la domanda, e Michele capiva che cosa volesse dire.
"Per per suo padre sarebbe un gran dispiacere."
"Ma la devo scegliere io la mia strada, non  cosi?"
"E cosa vorrebbe fare?"
"E chi lo sa? Mi lasci crescere ancora, ingegnere." Ma l'ingegnere glielo leggeva negli occhi il mestiere che avrebbe voluto praticare. Suo padre ne approfittava per rimproverarla.
"Sente, che risposte. E un padre, mi dica lei se la pu stare ad ascoltare una figliola che dice queste cose. Ma alla sua et, si deve gi avere qualche idea in testa, non  vero, ingegnere?" Martina aveva diciassette anni, e andava ancora al liceo.
"Non  la sola a non avere ancora idee sul suo futuro. Non se la prenda, Badile. Non lo vede com' la societ di oggi? Si  come nella giungla. Forse  meglio non avercele le idee, finch non ci si trova coinvolti. Altrimenti si hanno solo delusioni."
"Se non si hanno delle idee, non si fa molta strada."
"Ma io non ci credo che Martina non abbia delle idee. Forse non vuole confidarcele." E la guardava con un sorriso che diceva pi delle parole.
"Forse" chiudeva lei, e si ritirava svelta svelta nel retrobottega. Michele la immaginava spogliarsi e fare all'amore con lui.

Vent'anni prima non avrebbe avuto tanti scrupoli, e una ragazza come Martina, a quest'ora era stata gi a letto con lui, non una ma mille volte. E se la sarebbe portata anche a spasso per la sua citt. Era abituato a cambiare le donne, e a mostrarle in pubblico. Gli si appiccicavano addosso e lui non doveva far altro che scegliere. A quel tempo, non ci sofisticava sulla sua condotta libertina, e non si vergognava a sostenere anche nelle conversazioni da salotto che per lui le donne erano fatte soprattutto per l'amore. C'erano di quelle alle quali questa sua considerazione metteva il pepe addosso, e se lo mangiavano con gli occhi, e aspettavano il loro turno per portarselo a letto. Ne parlavano senza vergogna, quelle che se lo contendevano.
Ora faceva la posta a Martina come ad una preda con la quale non si poteva sbagliare la mossa. Sentiva che lei desiderava farsi prendere, ma prima voleva giocarci con il suo predatore. Scappava, ma non si allontanava, fingeva di non vedere, per aveva sempre l'occhio attento nella sua direzione.
Una mattina, andando al cantiere, trov gente radunata davanti all'ingresso. Protestavano. Avevano degli striscioni e su c'era scritto che non volevano la strada. Non ci credeva. Succedeva tutto cos all'improvviso. Nessuno aveva mai avuto da ridire. Anzi, parevano contenti. Gli andarono incontro, appena lo videro.
"Noi questa strada non la vogliamo."
"Ma che discorsi sono?" Gli sembrava di sognare.
" tutto molto semplice. I lavori sono sospesi."
"Ma i lavori non dipendono da voi."
"Il paese  nostro, e noi diciamo di no alla strada."
"Perch solo ora?" Pensava a una congiura contro la sua Societ. In quel breve lasso di tempo  mentre aveva davanti il capo di quei dimostranti, un giovane aitante di nome Tullio, ben istruito, uno che non era operaio, ma aveva loschi traffici in paese  la sua mente fece il giro di tutte le probabilit possibili.
"Ditemi chi vi manda." Era arrabbiato, e alz i pugni verso il giovanotto.
"Si calmi, ingegnere."
"La strada significa lavoro per tutti. Che farete se la strada sar interrotta?"
"La strada guasta il paese.  questa la verit. Non stia a fare congetture, ingegnere." Il giovane aveva letto nei suoi pensieri e giocava a scacchi con lui.
Gli operai stavano in attesa.
"Resterete senza lavoro.  questo che volete?"
"Ci dica, ingegnere, che cosa si deve fare."
"Tutti a casa" intervenne Tullio.
"Li prendono da me gli ordini, se permette."
"E allora glielo dica lei che devono andare a casa."
"Sentir la Societ."
Entr nella baracca e prese il telefono. Dall'altra parte, a Milano, erano sorpresi pi dell'ingegnere.
"Che devo fare?"
"Prenda tempo."
"E come?"
"Sospenda i lavori. Aspetti nuovi ordini. Non assuma iniziative di testa sua, mi raccomando. Non perda la calma."
Usc, e a testa bassa si rivolse agli operai.
"Per il momento sospendiamo. Tornate a casa."
Quando si volt verso il giovanotto, vide che accanto a lui c'era Martina.

Badile era arrabbiato quanto l'ingegnere.
"Lei la deve finire la strada. Siamo tutti rovinati se no. Ma lo capisce che se non la fanno qui, la faranno da qualche altra parte?" L'ingegnere intuiva che non era in gioco la strada, che si sarebbe fatta ugualmente, ma un'altra societ senza scrupoli si era fatta avanti e cercava di subentrare alla sua. Lo tenne per s, per. In quel momento pensava a Martina. Ora la desiderava pi che mai.
Si era in estate. I giovani parevano irrequieti. Le lunghe giornate calde li esaltavano.
"Si va al fiume, ingegnere. Venga con noi." Era la voce di Martina, che passava di l seduta sul sedile posteriore di una grossa motocicletta guidata da Tullio. Insieme a loro, altre moto. Tutti si erano fermati davanti al cantiere.
"Non si faccia pregare, ingegnere. Tanto che ci sta a fare qui tutto solo." Era ancora Martina. Tullio invece non parlava. Indossava una canottiera con scritte americane. Portava occhiali da sole. Martina gli stava aggrappata alla vita, teneva la faccia appoggiata alla sua schiena e rivolta verso l'ingegnere.
"Chiss, potrei anche venire."
"L'aspettiamo. Lo faccia per me." Glielo disse sorridendo, e con la mano gli fece un saluto. Puttanella, pens lui, invece di rispondere.
Mentre andava alla macchina, incontr gente.
"Si sa pi niente della strada?" Si radunarono intorno a lui.
"Ma cosa vi siete messi in testa? Sono giorni perduti, questi. La strada prima si finisce, meglio  per tutti."
"Ma che, ce l'ha con noi, ingegnere? Noi la vogliamo la strada."
"Volete la strada!?"
"Certo che la vogliamo. Non deve incolpare noi, ingegnere." Stavano in mezzo alla piazza.
"E invece s. Voi la volete la strada, e la strada si  bloccata. Come lo spiegate? Son storie vecchie queste, di far finta di non vedere."
"Quelli di noi che hanno la vista lunga, hanno breve la vita. Capisce, ingegnere?"
"No, che non capisco. Non si doveva finire con queste prepotenze?"
Dava la colpa alla loro ignoranza, che non era la stessa ignoranza d'una volta; ora l'istruzione ce l'avevano tutti, ma non  coi libri soltanto che si possono cambiare le cose. L'istruzione sta pi nelle coscienze che sui libri.
"Ci provi lei, ingegnere, che sembra che del coraggio ne abbia da vendere. Non se la prenda con noi, che non abbiamo nemmeno il tempo di riflettere, e dobbiamo sgobbare tutto il giorno per un tozzo di pane."
Ma un altro:
"Lei  il primo a non crederci che le cose possano cambiare. Non me la d a bere, a me, ingegnere. Lei ha tutto l'interesse che le cose restino come sono. Perch, se cambiassero, gente come lei potrebbe anche rimetterci."
"Spiegati meglio."
"Si potrebbe rovesciare il mondo. Dico tanto per dire, non si offenda, perch queste cose sono fantasie, non succederanno mai. Ma supponga che davvero scoppi una di quelle rivoluzioni che dico io, da far gelare il sangue nelle vene. Lei crede che i poveracci come noi non spazzerebbero via dalla Terra gente come lei, che  stata sempre al servizio di chi ci ha sfruttato? Mi creda,  per questo che non si fa mai niente sul serio a questo mondo. Perch la gente come lei non sta mai dalla nostra parte."
"Io sono dalla vostra parte."
"Per essere dalla nostra parte, bisogna che le sue parole diventino pietre per quelli che ci sfruttano. E a lei, e a quelli come lei, non conviene. Lei parla della strada. Ci tiene che vada avanti. Ma lo fa davvero perch la strada serve a noi, o non  la strada un affare anche per lei? Un successo, se la finisce, un suo investimento; e a lei non importa un fico secco se ci reca del benessere o ci guasta l'ambiente. Quando qui ci pioveranno le frane e le alluvioni, lei chiss dove si trover. Magari non lo sapr nemmeno delle disgrazie che ci capiteranno per colpa della strada, e qui resteremo soltanto noi a piangere i nostri morti."
"Lo sapete bene che non ci potranno essere pericoli per voi, ma solo benefici."
"Non se la prenda, ingegnere, per le nostre parole. Noi siamo povera gente e quando vogliamo essere sinceri, facciamo sempre del male, perch non conosciamo che quello e ce lo siamo sempre trovato addosso. Non abbiamo respirato che il male da quando siamo nati." L'avevano messo in mezzo, e ora si sentiva colpevole.
"La strada la finiremo. Se la volete davvero la strada, la finiremo. E non ci saranno pericoli per nessuno. Ve lo garantisco io." Era stizzito, per. Non  fare una bella strada, il buono di cui ha bisogno la Terra, ma sono singoli gesti, anche solo poche parole, capaci per di ficcarsi nell'anima e di restarci aggrappati per sempre.
Si ricord di quella puttanella di Martina, e da quel momento non ebbe in testa altro che lei. Sal in macchina. Pass dalla pensione a prendere l'asciugamano e il costume. Gliel'avrebbe fatto vedere a quei giovani chi era lui. Part a tutta birra e raggiunse il fiume. I giovani erano gi spogliati. Anche Martina era nell'acqua, nuotava vicino alla riva. Lo vide.
"Si butti, ingegnere. Venga qui."
Fece il tuffo. Si aprirono le gambe, goffamente. Manc poco che battesse la testa sul fondo. L, l'acqua era bassa. Appena sopra l'ombelico di Martina. Che stava in piedi a guardarlo. Aveva una vita sottile, un ventre piatto, sodo, che Michele avrebbe voluto toccare con le sue grosse mani, passarci lentamente il palmo e gustare quella pelle bianca, liscia come il velluto. Tronfio, si mise a nuotare verso il centro del fiume, dove sguazzavano gli altri. Nel mezzo c'era una bella corrente. I giovani gareggiavano, si sfidavano, la contrastavano con il loro vigore. Lui si sent travolto invece. Non si avvicinava a loro, ma si allontanava, nonostante volesse andare nella direzione contraria. La corrente lo stava trascinando. Sbuff. Brontol. Bestemmi. Radun le forze, fece un profondo respiro, pose la testa a fior d'acqua e si mise a nuotare con tutto il vigore di cui si sentiva capace. Batteva i piedi con violenza. Gliel'avrebbe fatta vedere lui alla corrente. I ragazzi si accorsero delle sue difficolt. Annaspava. Apriva la bocca. Non faceva un passo avanti. Anzi, indietreggiava sempre di pi . Fra poco sarebbe stato travolto.
"Ingegnere, che fa?" Come poteva rispondere. Non lo vedete che affogo, imbecilli?
Fu Martina ad accorgersene.
"Affoga, non lo vedete. Presto, presto." Due o tre si buttarono incontro all'ingegnere. Forti bracciate, quelle s, capaci di scavare nell'acqua, aprirsi la strada. Michele andava sotto, poi ricompariva, aveva perso ogni velleit. Non coordinava pi niente, n le braccia, n le gambe, n i pensieri. Sent solo che alla fine qualcuno lo afferr per i capelli e gli disse di stare tranquillo, di lasciarsi andare. Ci avrebbe pensato lui a ricondurlo a riva. Si abbandon, non fece pi nulla.
"C' mancato poco che ci lasciasse la pelle. Che si  messo in testa, alla sua et. Abbiamo preso una bella paura."
"Lasciatelo respirare. Fate largo. Dategli aria." Era la voce di Martina. Lui sputava acqua dalla bocca. Si sentiva pi pesce che uomo. Martina, davanti a tutti, gli diede un bacio.

Quando si riebbe, vide sopra di s il cielo azzurro, e di nuovo avvert sulla pelle il calore del sole. Gli altri lo avevano lasciato, erano tornati in acqua. C'era Martina accanto a lui. Stava sdraiata sull'asciugamano a prendere il sole. Gli occhi, li aveva chiusi. Michele si alz a sedere senza far rumore. La guardava. Un bel corpicino, un bel boccone per un caprone come lui. Se non ci fossero stati i compagni l nell'acqua, chiss che cosa gli sarebbe frullato per la testa. Martina si era accorta di lui. Faceva finta di niente, ma si era rigirata a pancia sotto e mostrava il bel sedere, le cosce sode, le gambe lunghe e affusolate. Le scendevano sulla schiena i lunghi capelli neri. Volt il viso verso di lui. Michele distolse lo sguardo. Lo diresse verso il fiume, dove giocavano i ragazzi. Si accorse che Tullio lo guardava. Stava ritto nell'acqua. Era geloso? Martina era la sua ragazza? Ma una ragazza come Martina pu appartenere ad un solo uomo? Nel mondo animale quasi dappertutto le femmine non hanno un maschio soltanto. Lui avrebbe posseduto Martina allo stesso modo, perch si sentiva simile a un leone, a una scimmia, un carib , uno gnu, una gazzella, un bisonte. Si guard in giro. Anche Tullio ora nuotava. Ud la voce di Martina.
"Sta meglio, ingegnere? Si metta gi , non si affatichi."
"Vi ho fatto prendere un bello spavento."
"Eh s, l'avevo visto gi morto."
"Non mi avrebbe pianto nessuno."
"Non ha parenti?"
"Cugini, ma chiss pi in quale parte del mondo."
"Dev'essere stato un bel giovanotto, lei, ingegnere."
"Perch?"
"Perch  bello ancora. A certe ragazze piacciono gli uomini come lei."
"Non mi prenda in giro."
"Ci sono andate a letto." Lo disse guardandolo negli occhi. Non li abbassava. Michele ne aveva sentito parlare. Si faceva qualche nome. Anche quello di Martina.
"Non ci credo."
"E io non credo a lei. Magari ci sar andato proprio lei a letto con una delle mie amiche."
"Mi crederebbe capace?"
"Eccome!"
Le brillavano gli occhi. Ora la conduco nel bosco, dietro l'argine. La prendo laggi , dietro quei pioppi. Col pensiero si sfregava le mani, Michele.
"Ha voglia di fare all'amore con me, ingegnere?"
"Ma che dice!"
" da un pezzo che ne ha voglia. A me, non me la fa, ingegnere." Si alz, lo prese per mano e s'avvi verso la pioppeta. Ogni tanto alzava gli occhi su di lui. I ragazzi stavano ancora nuotando.

Quando si fa all'amore, anche fosse in uno oscuro sgabuzzino puzzolente, tutta la natura sta intorno a noi e fa festa, gioisce, grida con noi, e se avessimo voglia di guardarci intorno e distogliere gli occhi dalla nostra amante, vedremmo foreste, montagne, ghiacciai, oceani, vulcani, stelle e pianeti, oro e diamanti e forse tutte le altre meraviglie che non riusciamo a scorgere con gli occhi di tutti i giorni. L'ingegnere giaceva su Martina come se fosse stato avvolto dalle bellezze della creazione, e tutto convergesse in quell'atto che egli sentiva capace di concentrare su di s l'attenzione del mondo. Ogni cosa che c'era nell'universo, animata e inanimata, visibile ed invisibile, in quell'istante avvertiva il loro atto d'amore. La ragazza lo assecondava, era tenera con lui, e lui avvertiva che Martina era la vita, l'esistenza tout court, e racchiudeva in quel suo donarsi tutta la ricchezza e la dovizia delle innumerevoli esistenze che avevano calcato la Terra. Quella sua tenerezza lo ricambiava delle amarezze, le cancellava, sembrava rigenerarlo. In quell'atto, egli sentiva che tutto poteva ricominciare e che il reciproco donarsi dei corpi ha in s qualcosa di cos grande che occorreva risalire alla creazione del primo uomo per ritrovare un altro momento della medesima onnipotenza.
Martina lo accarezzava.
"Sei contento?"
"Oh, Martina, Martina." Che poteva dire quando le parole non servono a niente? Si sdrai al suo fianco. Non aveva voglia che di restare l accanto a lei, e consumare i suoi pensieri dentro quell'atto che si era compiuto. Sarebbero arrivati i ragazzi, forse. Li avrebbero sorpresi. Lui che poteva dire? E Martina? Ma non voleva muoversi di l. Se avesse potuto lasciarci il calco dei corpi, e meglio ancora i corpi stessi, e volarsene invisibile con Martina chiss dove, egli lo avrebbe fatto, perch chiunque fosse passato da l avvertisse che un atto d'amore non consuma, ma genera qualcosa che supera la stessa vita. Non ci sono pi le et a dividere chi d il proprio corpo all'altro in un atto d'amore, e Michele lo sentiva sulla pelle, oltre che nell'anima, che era coetaneo di Martina, e Martina era stata la sua femmina.

Quando vennero i ragazzi, anche Tullio non disse nulla. Martina si era alzata, mentre Michele stava ancora disteso a terra. Si erano rimessi a tempo i costumi.
" bella la vita, ingegnere. Se la prende sempre cos la rivincita quando le cose le vanno storte?" Michele era ancora lontano coi pensieri.
"Dov' Martina?" Non si era accorto che stava in piedi dietro di lui.
"La sua pollastrella sta l,  a sua disposizione." Era Tullio che parlava.
"Io voglio bene a Martina."
"Anche noi le vogliamo bene, ma non ce la sbattiamo come fa lei."
"Bada a come parli."
Martina ascoltava in silenzio.
"Bel rispetto che ha di Badile. Lui crede in lei. La ritiene una persona per bene. E invece alla prima occasione lei gli scopa la figlia."
Michele si alz e si mise a menar pugni. Si lanci contro Tullio. Lo colp proprio in mezzo agli occhi. Stramazz. Bel colpo. Ci sapeva ancora fare. Ma non fece in tempo a compiacersene che un cazzotto lo raggiunse in pieno stomaco. Si pieg. Un altro lo colp alla schiena. Non riusciva pi a reggersi in piedi. Si guard intorno. Tullio si era alzato e ora veniva verso di lui roteando il braccio. Quel pugno lo avrebbe finito, mandato a gambe levate chiss dove. Tutti si erano fermati, aspettavano il capo, che desse lui il colpo di grazia. Michele restava piegato. Il dolore alla schiena gli impediva di ergersi dritto, di accogliere quel pugno almeno con una parvenza di dignit. Martina corse incontro al compagno.
"Lascialo stare. Lascialo stare" grid. Scans la ragazza, quell'arruffapopolo, ed ora troneggiava davanti a lui. Ma Michele non lo guardava, non lo vedeva. Aveva gli occhi piantati sulla sua Martina. Venisse pure quel cazzotto a mandarlo nel mondo dei sogni. Ci avrebbe trovato Martina a tenergli compagnia.

I ragazzi se n'andarono. Anche Martina. L'aveva vista salire il poggio abbracciata a quel gigante. Puttana. Non si era nemmeno voltata a salutarlo. Ma davvero era successo che si era scagliata lei, e non lui, contro quel presuntuoso pieno di boria? Non era forse lei che aveva fatto all'amore con quest'uomo dai capelli grigi, che ora ne aveva buscate? Non se lo ricordava pi ? Malconcio com'era, torn sul fiume. Ancora il suo asciugamano era steso al sole. L'acqua scorreva lenta. C'era un gran silenzio. Nessuno avrebbe potuto supporre che proprio l qualche minuto prima c'era stata festa di giovent .

"Lei  un farabutto!" Badile glielo grid in faccia, quando lo vide passare davanti al negozio. Usc fuori apposta. Michele prov vergogna, ma invece di scappare, gli and incontro, e quando fu vicino, lo guard negli occhi.
"Le chiedo perdono" disse con un filo di voce  ma gli occhi li teneva saldi dentro quelli di Badile.
"Mettersi con una ragazzina... Alla sua et."
"Lei non conosce Martina. Senn non mi parlerebbe cos." Aveva voglia di dirglielo in faccia che razza di figliola aveva allevato in casa.
"E come le dovrei parlare. Ringraziarla? Mi sembrava una persona ammodo, lei, di cui ci si poteva fidare.  proprio incarognito questo mondo cane." Badile parlava in mezzo alla strada, e non si preoccupava di alzare la voce. Michele era in difficolt. Qualcuno si era fermato nella piazza e ascoltava.
"Non parliamo qui dove tutti ci possono sentire."
"Senta chi vuole. Lo sanno tutti ormai che lei ha fatto la festa alla mia bambina. Si vergogni, si vergogni." Per entrava in bottega, ce lo spingeva Michele; l'aveva preso per un braccio.
"Si calmi. In fondo Martina  pi grande della sua et."
"Che discorsi sono questi?"
" gi una donna. Sa quel che fa."
"Ma  una bambina, ingegnere!"
"Ha diciassette anni. Non  poi cos ragazzina come dice lei." Non c'era nessuno in bottega, ma qualcuno aveva tutta la voglia di entrare. Si fermava a pochi passi dall'uscio e tendeva bene le orecchie per non perdere una sola parola. Badile alzava la voce, ogni tanto, ma l'ingegnere gliela smorzava subito con un gesto della mano. Si erano seduti dietro il bancone, all'interno dello sgabuzzino che faceva da ufficio e dove c'era anche il telefono.
"Non l'ho ancora denunciata, ma non sono cos sicuro che non lo far."
"Lei ha tutto il diritto di farlo, per vorrei che capisse anche le mie ragioni."
"E vuole avere delle ragioni, mascalzone?" Michele non ce la fece pi a trattenersi.
"Lei lo sa che non sono il primo che fa la festa, come dice lei, alla sua Martina?"
Badile tacque. Farfugli.
"Questo non c'entra niente." Era in difficolt. "Resta il fatto che lei ha approfittato di una minorenne."
"E invece c'entra. Mi dispiace, ma c'entra. Ho perso la testa, non lo nego, ma la colpa  anche di Martina.  lei che mi ha trascinato in questa situazione."
"Ah, ora lei vorrebbe darmi ad intendere che  stato sedotto, che  lei che ci denuncia alla polizia. Non mi faccia ridere, ingegnere."
"Non volevo dire questo. Martina  una bella ragazza. La colpa  soprattutto mia che non ho saputo trattenermi."
"C'era da aspettarselo da uno che non ha moglie." Questo non and gi all'ingegnere.
"Allora sa che le dico, Badile, che lei s' allevato in casa una bella puttana."
Badile si alz dalla sedia e gli sferr un gran pugno in faccia. Secco secco. Asciutto asciutto. Martina entrava proprio allora. L'aveva udito giusto in tempo.
"Sar anche una puttana, ma te sei un maiale."
Badile non l'aveva mai sentita parlare cos, la sua figliola.
"S, quel maiale m' saltato addosso. Che potevo fare, babbo?"
Michele aveva il naso che sanguinava. Aveva estratto il fazzoletto e cercava di tamponare la piccola emorragia. Riusc appena a dire: "Ma che, lei crede a queste sciocchezze?", che Badile gi gli aveva assestato un altro pugno che lo mand a gambe all'aria fuori dal bugigattolo. Qualcuno era entrato in negozio, con la scusa di comprare qualcosa.
"Fuori!" grid Badile. "Oggi si chiude."
"Ma guarda che si sa tutti che Martina se l' fatta il bravo ingegnere" si sent rispondere.
"Fuori!"
"E anche che Martina  un po' puttana, lo sanno tutti."
"Fuori!"
"L'ingegnere non  il primo e non sar l'ultimo."
Erano entrati in due o tre e canticchiavano. Badile schiattava. Prese proprio uno dei badili che aveva attaccati alla parete e si precipit dall'altra parte del bancone, ma non fece a tempo. Si affacci sulla piazza e vide che si era radunata altra gente.
"La badilata dnni(40) alla tu' figliola. E vedi se ti racconta anche quanti se n' ripassati, quella sudiciona." Ridevano. Non c' piet a questo mondo. Rientr che era distrutto. Voleva darla in testa all'ingegnere la badilata, ma vide che parlava con Martina. Anzi, non ci parlava, ma Martina s'era spogliata tutta nuda e ora ci faceva all'amore con Michele.

"Vattene, babbo."
"Io te la do, a te, in testa la badilata. Allora  vero che sei una puttana."
Michele non sapeva che fare.
"Resta l" gli grid Martina. " l'ora che mio padre mi veda come sono. Mi crede sempre una bambina. Sono una donna. Ci credi, ora, che sono una donna? Dovevi vedermi scopare con un uomo per rendertene conto?" Si tappava gli occhi, Badile.
"Lo faccia per me, ingegnere. Abbia un poco di compassione." S'era fermato davanti al banco. Ci si appoggiava coi gomiti. I due stavano dalla parte dello sgabuzzino, sdraiati a terra, e Martina tutta nuda stava seduta su Michele. Ora si era fermata, ma si vedeva che era pronta a ricominciare.
"Facciamola finita" disse Michele. "Ora  troppo."
"Sei un pappamolla," disse Martina "e ora starai qui finch lo dico io." Badile non parlava pi .
"Lasciami andare, Martina."
"Se te ne vai, non mi vedrai pi . Te la scordi la tua Martina." Aveva piccoli seni rotondi, fianchi sottili, morbidi, delicati, e stava su di lui leggera e tenera come una gazzella.
Martina riprese a fare all'amore, e con la bocca si era chinata su di lui, lo baciava nel viso, sul collo, sul petto.
"Sei un gran sudicione, caro ingegnere." Ci si divertiva.
"Lasciami andare, Martina."
"Tu non te ne andrai di qui, e sar mio padre che dovr chiederti perdono." Rideva.
"Fermati." Si sentiva come imprigionato. "Lasciami andare. Lo vede, Badile, che non  colpa mia? La sua Martina  figlia del diavolo." Cominciava a piacergli, per.
"Bella scusa, mio caro ingegnere. Sono figlia di mia madre e di mio padre, e tu ci stai volentieri sotto di me, perch siamo animali, ecco chi siamo. Anche mio padre  un animale. Tutti, anche quelli l fuori sono animali, e vorrebbero prendere il tuo posto, e magari ci vengono loro qui, quando te ne sarai andato, e mio padre non ci potr fare un bel nulla." I lunghi capelli neri sobbalzavano sulle spalle nude, e Michele sentiva che aveva ragione lei.

Si era fatta sera. Michele si era rinchiuso nella sua cameretta. Non ci si raccapezzava che in quelle poche ore potessero essere accaduti tali avvenimenti. Gli era venuta fame. Si alz lentamente. Si sentiva affaticato. Mangiava quasi sempre all'osteria del paese. Fece forza alla sua volont e scese in strada. Non guardava nessuno, e non rispondeva a chi lo salutava. All'osteria gli fecero festa, invece.
"Si sieda con noi, ingegnere. Non stia l tutto solo." Si alz uno a chiamarlo di nuovo.
"Ci penso io, ingegnere" disse l'oste e radun il coperto apparecchiato e lo trasfer al tavolo dove stavano seduti cinque o sei paesani.
"Nessuno ce l'ha con lei, ingegnere. Sieda qui e non faccia quel viso." Gli versarono del vino.
"Su beva, che il vino porta allegria." Gli si accost uno, e si sforz di parlare a bassa voce, ma tutti lo stavano a sentire.
"Non ci pensi a quella Martina. La conosciamo bene noi. Faccia conto di essere andato a puttane."
"Proprio cos, ingegnere. Quella Martina non  la sola in paese. Non  pi come una volta. Oggi a quell'et sono gi tutte puttane, e non ci pensano su due volte ad andare con gli uomini."
"Martina poi, pare che ci abbia una vera inclinazione."
"Lo sa che si dice di Martina?" L'ingegnere alz gli occhi.
"Che non  figlia di Badile. Per, ssst" e si port l'indice al naso quello che parlava "lui non lo sa. O almeno tutti si crede che non lo sappia."
"E di chi  figlia, allora?"
"Non ci crederebbe mai."
"Oh, ma sono voci. Prove non ce ne sono."
Si accost quello di prima.
"Del prete. S, proprio del prete, si dice, di don Luigino, quel birbante."
"Mi prendete in giro."
"Renata, la mamma di Martina, lei l'ha vista che bella donna che . La figlia ha preso da lei. La bellezza, e anche la lussuria. Lei la guardi la mamma di Martina, e mi dica se non c'ha scritto in faccia che gliel'ha fatte le corna al marito."
"Sono chiacchiere. Non si mettono in giro questi discorsi, se non ci sono prove."
"Prove? Ci sono anche quelle. Guardi gli occhi di Martina. Son spiccicati quelli del prete. E anche la bocca, con quelle labbra grosse,  la bocca del prete. Solo che a lui gli stanno male quelle labbra che paiono di un africano; invece sulla bocca di Martina, lei m'intende ingegnere, sulla bocca di Martina son proprio uno stuzzichino, una pennellata del meglio pittore, insomma. Basta guardare quelle labbra per capire che Martina non pu essere d'un solo uomo. Deve farne felici almeno mille, se vuole rendere onore a chi l'ha fatta cos. Se no, sarebbe sprecata, e qualcuno nell'aldil gliene potrebbe anche chiedere conto." Fece una grossa risata, e i compagni gli andarono dietro. Michele non rideva, invece, pensava a ci che gli era stato appena raccontato. Rivedeva Badile appoggiato al bancone, mentre Martina era sopra di lui e aveva la cattiveria negli occhi. Lo sapeva Martina che Badile non era suo padre?
"Non lo sa nemmeno Martina. Mi raccomando, ingegnere. Acqua in bocca." Sembrava gli avessero letto nel pensiero.
"E della strada, ingegnere, che ci dice della strada?"
"Ne sapete voi pi di me."
"Non dica cos."
"Ma che vi siete messi in testa?"
"Lo sa che noi non c'entriamo. Noi non si pu alzare la testa. Sono faccende grosse. E quel ragazzone, quel Tullio, lo conosce no?, quel Tullio si guadagna da vivere cos. Riceve istruzioni e le fa eseguire." Quel Tullio gliele aveva suonate sul fiume. Se la faceva con Martina. Eccome se lo conosceva!
"Che giorno  oggi?" domand Michele.
"Venerd."
"Luned o marted sapremo qualcosa."
"Speriamo che non si perda il lavoro."
" quello che vi meritate."
"Se non riapre il cantiere, non c' altro lavoro in giro."
"Sarebbe la disperazione per noi."
"Ci hanno sempre sfruttato, a noi povera gente. Con quattro chiacchiere ci imbambolano. Cazzotti bisognerebbe dargli. Ogni parola che ci dicono un cazzotto, e ogni cazzotto via un dente, e quando non hanno pi denti, via il naso, le braccia, le gambe, e poi gli occhi, e quando non hanno pi nemmeno gli occhi e sono disperati, via anche la lingua; cos non hanno pi n parole n lagrime per piangere."
L'ingegnere non riusciva a starli a sentire senza arrabbiarsi.
"Belle parole. E voi, che fate? Li assecondate. Dite che non ci potete fare niente. Parole. Ancora una volta parole."
La mattina dopo Michele ricevette una telefonata da Milano. Gli dicevano che stesse attento a non sobillare la gente.
"Ma io lo faccio per la Societ, perch si possa riaprire il cantiere."
"Lasci fare a noi queste cose. Abbiamo gi chiuso un occhio su quel ch' successo ieri, lei mi capisce?" Si riferivano a Martina o alla sobillazione? Non se la sent di chiarire.
"Luned o marted, le daremo istruzioni. Lei non faccia nulla. Sorvegli il cantiere e veda che non accadano violenze. La riterremo responsabile." Stette tutta la mattina di guardia al cantiere. Gli era venuta la paura. C'era quel Tullio che andava e veniva, e tutte le volte che s'incontravano gli dava certe occhiate. Era per la storia del fiume? Se Martina era una che ci stava, lui non s'era ancora abituato a queste cose? No, forse era per il cantiere. Lui sapeva ci che stava succedendo. Se la rideva sotto i baffi, perch gi conosceva come sarebbe andata a finire. E ora passava di l per farglielo capire che lui sapeva gi tutto. La Societ stava trattando. Forse non era mai esistita una societ concorrente. Se l'erano inventata i politici per spillare soldi. Avevano alzato il prezzo, ed erano sicuri che la Societ avrebbe pagato. Un po' di resistenza, qualche protesta, ma poi subito avrebbe cacciato fuori i soldi, per soddisfare qualche altra corruzione. Una catena di corruzioni, insomma. Nulla cambiava.
Tullio si ferm. Vedeva l'ingegnere andare in su e gi , irrequieto.
"Non stia a preoccuparsi, ingegnere, che tutto si accomoda." Aveva l'aria del vincitore.
"Io non mi preoccupo un bel nulla." Fingeva. " questo paese che deve preoccuparsi. Sono i giovani come lei che devono stare in pensiero."
"Non mancher il lavoro a chi ha voglia di faticare."
"Lo dice lei, Tullio. Lei  troppo giovane per sapere come va il mondo."
"Io lo so come va il mondo. Mi pare che  lei che non lo sa ancora, nonostante che sia pi vecchio di me."
"Non dura molto il mestiere che fa lei."
"Per rende bene, ingegnere."
"Ma per quanto? Per quanto filer tutto liscio? E poi? Qualcuno prender il suo posto, vedr, e allora quale sar la sua sorte?"
"Io me la godo, ingegnere.  bella la vita, e ora non mi interessa pensare al futuro. Che se ne fa del futuro? Non lo pu mica mangiare. Ce ne sarebbe per tutti, se si potesse mangiare. Ma il futuro son chiacchiere e con le chiacchiere non si fa il pane." Si era appoggiato alla rete metallica e si capiva che aveva voglia di discorrere. Ma non l'ingegnere.

Da Badile non se la sentiva di entrare. Gli avrebbe voluto chiedere scusa. Ci passava davanti e ci ripassava.
Ad un tratto la moglie Renata comparve sull'uscio.
La guard con occhi nuovi. Aveva nella mente le parole udite all'osteria, ed ora gli appariva tutta intera la bellezza di quella donna. Da ragazza, doveva essere stata anche pi seducente di Martina. Dicevano bene all'osteria. Quella donna aveva l'atteggiamento di una che se ne intende di uomini, e Badile non era il solo a godersela nel letto. Su questo, ci poteva giurare anche lui, ora che l'aveva vista bene. Ma perch farsela con un prete? Non riusciva a crederci. Erano chiacchiere. Forse Martina poteva anche non essere la figlia di Badile, ma non era la figlia di un prete. Don Luigino sembrava un sacerdote sereno, ricco di fede, e di buon senso. Erano malignit della gente, che ci trascorre gli inverni. Renata non gli aveva rimproverato nulla di ci che era successo tra lui e Martina, ma ora glielo diceva con gli occhi. Potevi fartela con me, e lasciare in pace la mia figliola. Ecco che cosa gli sembrava che gli dicesse, e pareva che dentro ci avesse ora la perversione di Martina. Belle gambe, un bel seno. Aveva poco pi di quarant'anni. Messa accanto a Martina sembrava la regina dell'amore. Non poteva bastare Badile a una donna cos.
"Ha fatto un bel guaio alla mia Martina."
"Mi scuso anche con lei. Avevo perso la testa."
"Da lei non me lo sarei mai aspettata."
"Ma anche Martina..."
" una ragazza capricciosa, non lo vede? A quell'et non si pensa alle conseguenze."
"Dovevo pensarci io, lo so. Potr mai perdonarmi?"
" a Martina che lo deve chiedere, non a me. Quello che fa la mia Martina non mi interessa pi da un bel pezzo." Sembrava contenta.
"Certo che deve averla presa tutta da lei la sua seduzione." Non gli riusc di trattenersi, e alla donna piacque il complimento. Se ne accorse.
"Le donne sono sempre belle, non le pare, ingegnere?"
"Ci sono donne che fanno perdere la testa pi delle altre. E Martina, mi creda,  una di quelle."
"Lasci stare Martina.  acqua passata. Non ci pensi pi ."
Aveva una bella bocca, procace, con labbra grandi. Forse Martina le aveva prese da lei, e non dal prete. Ma Renata era proprio una donna da sedurre un prete, mandarlo all'inferno, mentre lei si portava a letto la sua anima.
"Mio marito non ce l'ha pi con lei. Se n' fatta una ragione, di Martina. Io, era da un po' che glielo dicevo che Martina ormai non la si poteva pi tenere a freno. O la si ammazza di botte, quella l, o si lascia fare alla sua natura. Lui non ci credeva, e qualche volta l'ha anche picchiata. Ed io glielo lasciavo fare. Ma avevo pena di vedere quella figliola patire per colpe che non sono sue, ma sono di chi l'ha fatta cos. Forse anche mie, e forse anche di Badile, o di chiss chi." Si riferiva a Dio, creatore di tutte le cose, o al prete?
"Si  calmato la sera stessa. Ci siamo messi tutti e tre a tavola. Martina stava proprio davanti a lui, e non parlava. Sono stata io a dirgli di far pace con la sua figliola. Mai, aveva detto sulle prime, e il brodo della minestra gli era colato dalla bocca tanto era arrabbiato. Ma poi Martina gli ha fatto una carezza. Ha allungato le braccia verso di lui e gli ha preso il viso tra le mani. E allora Badile s' messo a piangere. Ha lasciato cadere il cucchiaio a terra e si  messo a piangere come un bambino. Gli ho detto, dobbiamo vivere, Badile, non dobbiamo soffrire. Lasciamola lontana da noi, finch possiamo, la sofferenza. E in questi pochi anni che ancora ci restano, cerchiamo di essere soltanto felici."
Michele si sentiva a disagio. Perch gli raccontava tutte queste confidenze? Che segnali mandava quella donna che era pi scaltra di Belzeb e lui non era abile quanto lei, abituato a lavorare sui numeri, a guidare braccia e ruspe nella fatica e nel sudore; e non ce le aveva nel sangue le sottigliezze, ma diceva pane al pane e vino al vino e ci che pensava stava scritto nelle sue parole. La sua scaltrezza non poteva competere con quella di una donna che tutto il giorno, forse, pensava a trattare con gli uomini.
"Ci venga a trovare quando vuole. Quella storia, se lo ricordi, noi ce la siamo dimenticata." Lo disse guardandolo negli occhi, perch sentisse che era la verit, e non doveva accampare scuse.
La vide rientrare in negozio. Aveva anche un bel sedere, quella troia, rotondo, dritto, ancora sodo per l'amore.

La domenica and in chiesa pi per vedere il prete che per udire la Messa. Era gi successo che l'avesse perduta: quando andava in vacanza, per esempio, e non riusciva a combinare insieme le ore dello svago e quelle della fede. Michele non stava ascoltando la predica. Le parole gli passavano davanti e non si fermavano nella sua mente, chiss dove andavano a sbattere. Forse nei finestroni, lass in alto, o contro la porta in fondo alla chiesa, o si attorcigliavano intorno ai lampadari appesi lungo la navata. Ma in testa sua, ne era certo, non ci entravano. Poteva parlare anche di politica, o di prostituzione, il prete. Non gliene fregava. Ora in testa ci aveva il rebus se Renata era stata o no a letto con lui. Gli occhi erano quelli di Martina, proprio identico il taglio. Erano castani come quelli della ragazza. Anche Martina era alta e slanciata, come lui. Un'indossatrice, appunto.
"Lei, ingegnere, non  stato a sentirmi. Lo vedevo dall'altare che aveva altri pensieri.  preoccupato del cantiere?"
"Un poco." Che gli doveva dire?
"Sono sicuro che non succeder niente, e anche questa storia passer." Era sereno, un tipo dolce. Ma anche Martina era dolce. Eccome, se lo era. Non se la poteva scordare mentre faceva all'amore.
"Per quando si viene in chiesa, si deve anche pregare.  un precetto che si deve assolvere. Se si ha la testa altrove,  come non esserci venuti. Lei ci crede a queste cose?" La gente se n'era andata ed erano rimasti loro due in chiesa. Stavano in mezzo alla navata. L'ingegnere si era alzato dal suo posto, quando lo aveva visto venire nella sua direzione.
"Sa, proprio un cattolico tutto d'un pezzo non lo sono mai stato." Pensava alle donne che aveva avute nella sua vita, e a quelle soprattutto che aveva illuso con la promessa di matrimonio. Una in particolare gli veniva in mente, conosciuta a Milano i primi anni che lavorava per la Societ. Era gentile con lui, era anche graziosa, ben educata. Se l'era portata a letto, ad ogni modo, a dispetto della sua educazione. Quella ragazza portava la dolcezza della sua et come un sorriso sulle labbra, e lui se la ricordava per questo, e le aveva promesso che una volta che fosse stato sicuro del posto l'avrebbe sposata. Poi l'avevano mandato fuori di Milano, e aveva conosciuto altre donne. Con meno dolcezza e pi passione, e non le aveva pi nemmeno scritto. Chiss che fine aveva fatto.
Vedeva le labbra grosse del prete che continuavano a dire parole.
Poteva essere lui il padre di Martina?
"Ha saputo quello che mi  successo?"
"S, purtroppo."
" stato pi forte di me."
"Stia attento. Il sesso pu distruggere la dignit di un uomo." E quella di un prete? No, non poteva essere il padre di Martina. Come erano nate quelle chiacchiere? La gente fa presto a spargere veleni. Bisogna stare attenti a ci che dice la gente. Farci la tara. Distinguere. Ragionare. Perch se Renata era stata qualche volta a casa del prete a fare commissioni, che so, le pulizie della canonica, a lavargli della biancheria, subito la gente pensa male. Ma ci devono sempre andare le vecchie a fare le faccende in casa di un prete? Se una donna desidera aiutare un prete, non pu essere per buona volont, per compassione anche? Fare il prete vuol dire accettare una solitudine senza fondo, sterminata, e si ha voglia di dire che Dio sta con il prete. Ma il prete questo Dio, quante volte sente che gli fa compagnia, in tutte quelle ore senza fine in cui trascina la sua vita tormentata?
"La Chiesa sapr perdonarmi?"
"La Chiesa perdona sempre, se c' il pentimento." Ma questo non lo sentiva ancora, Michele, e anzi ci pensava, non solo a Martina, ma anche a Renata.
"Sono sicuro che lei si  gi pentito. Quando vuole, sono pronto ad assolverla. Ma lei non ci caschi pi nella tentazione. Si ricorda Cristo nel deserto? Bisogna avere la forza di Cristo anche noi poveri mortali, per meritarci la vita eterna."
Impacciato, perch non lo aveva mai fatto prima, Michele fece un inchino e baci la mano di don Luigi. Si allontan per uscire. Non si volt, ma li sentiva dietro di s gli occhi del prete.

Se appena ci si alzasse da terra un cinquecento, mille metri, non di pi , sparirebbero le azioni e i sentimenti degli uomini. E se ci si alzasse ancora, se si guardasse da un'astronave, si vedrebbe risplendere la Terra della sua luce azzurra, si vedrebbero macchie, si intuirebbero i rilievi montagnosi, ma da lass chiunque potrebbe anche credere che non esista l'uomo. Chi siamo veramente? Una piccola o una grande cosa dell'universo? Siamo eletti o dannati? Quale viaggio ci ha spinto sulla Terra, dove noi siamo comparsi all'improvviso, per niente annunciati, quando gi era abitata da milioni di anni? Ci hanno cacciato da qualche parte e siamo fuggiti?
Oggi ci accompagna ancora quell'antica ossessione di scappare, di essere una razza indesiderata, di avere colpe che da qualche parte dell'universo non ci sono state perdonate, e ce le portiamo addosso e ovunque andiamo, comunque ci muoviamo, noi siamo spinti da questo senso di vergogna e di miseria. Ecco perch non ci pu essere felicit a questo mondo. Pu mai essere buono e gentile un essere che si porta dietro una storia come questa? Si  spinti verso la cattiveria pi che verso la bont.
Michele era uscito dal colloquio con il prete avvertendo la propria piccolezza e la propria cattiveria. Ogni uomo l'avvertiva, allora? Anche il prete l'avvertiva? Anche Tullio, anche Martina?
Luned trascorse nell'attesa di quella telefonata da Milano, che non arrivava. Michele non si allontanava dal cantiere. Soffriva a vederlo ridotto cos, gli sembrava che col cantiere tutta la vita si fosse arrestata; avrebbe voluto trovarsi lontano, non conoscere la verit, illudersi che il mondo fosse davvero cambiato. Ma dove si poteva trovare un luogo capace di dare questa illusione? L'uomo  uguale dappertutto. Bisognerebbe tagliarla la radice dell'uomo, e scoprire dov' nascosto il marcio, e scavarlo, estirparlo; ma non c' un tale chirurgo sulla Terra. Potrebbe provvedervi Dio stesso, ma Dio lo deve aver abbandonato l'uomo, deve aver perduto ogni speranza, ed ora chiss in quale parte lontana dell'universo se n' andato, e non vuole pi avere a che fare con noi. Ci vorrebbe un gesto che neanche i santi sono capaci di compiere per richiamare l'attenzione di Dio, e forse questa volta nemmeno il sacrificio della croce di Cristo potrebbe bastare. Poich se Dio esiste, dev'essere enorme il risentimento che nutre verso l'uomo. Neppure il sacrificio del suo Figlio prediletto  servito a qualcosa! Scorza dura, quella che ricopre l'uomo.
La telefonata arriv marted di primo mattino. Gli operai erano gi l tutti aggruppati in attesa. Qualcuno doveva averli avvertiti. Andate pure, che stamani si ricomincia. Tullio, sembrava lui il capo del cantiere. Quando si sent lo squillo del telefono, fece cenno lui che potevano entrare. Quando l'ingegnere venne fuori dall'ufficio per dare la notizia, erano tutti gi al loro posto.
"Vede, ingegnere, che tutto si accomoda."
"Non si  accomodato un bel niente. Che crede, Tullio, che se si riprende il lavoro,  come se non fosse accaduto nulla? Non le dica a me queste stupidaggini."
"Ma allora non  contento che si riprenda il lavoro?"
"Certo che sono contento. Ma sono amareggiato. Ed  con la gente come lei che vorrei prendermela."
"Lasci perdere, ingegnere. Non sono pane per i suoi denti, io."
"Non so se gliene importa del mio disprezzo, ma sappia che accetterei perfino la pena di morte per cancellare dalla faccia della Terra i tipi come lei." Passava in quel momento Martina.
"Martina, te lo ricordi l'ingegnere?" La ferm. Lei si mise a ridere. "Dice che i tipi come me li spazzerebbe via dalla faccia della Terra."
"E io verrei via con te, Tullio. Che ci starei a fare senza di te su questa Terra." Si abbracciarono e fu proprio Martina che gli diede un bacio.
"Quanto sei bella, Martina. Se non ci fossero femmine come te, che ci si starebbe a fare a questo mondo. Tu sei il paradiso. Non  vero, ingegnere, che Martina  il paradiso?" Non rispondeva Michele.
"Forse, Tullio, l'ingegnere pensa che io sia l'inferno."
"Non sar mica lei uno che d retta ai preti, ingegnere? Loro vedono il mondo alla rovescia. E quello che  stato creato per il piacere, loro pensano che sia il male. E invece  il bene. Dobbiamo svelarla tutta la nostra natura, e non imprigionarla dentro un bussolotto. Non lo crede anche lei, ingegnere?" Aveva la bocca spalancata, Tullio, e si vedevano i denti bianchi. Pareva che aspettasse una risposta.
Invece, un operaio venne a chiamare l'ingegnere per certi controlli. Michele rientr senza neppure salutarli. Nemmeno Martina, che si vide bene che non se l'aspettava.

Ferragosto cadde in un giorno infrasettimanale. Renata volle che Martina andasse alla Messa, ma non dovette insistere molto, perch la ragazza avvertiva un'inquietudine che forse si sarebbe placata andando in chiesa, dove l'apparente serenit degli altri avrebbe potuto contagiarla. Da quando si era comportata cos, giorni prima, davanti a suo padre, e aveva umiliato in quel modo l'ingegnere, sentiva che aveva passato un segno, un limite pericoloso, e se non si fosse fermata a tempo a riflettere, chiss dove avrebbe potuto condurla la sua natura. Lei non ce l'aveva, se n'era accorta in quei giorni, la sicurezza di Tullio. L'aver umiliato suo padre e Michele aveva prodotto un turbamento nella sua coscienza che non si aspettava. Perch ci credeva a ci che le diceva Tullio, ossia che si doveva liberare la nostra natura, poich solo cos si riesce a vivere e si pu morire contenti, ma anche questi turbamenti, questi segnali di pericolo facevano parte di questa libert? O non era vero invece che non c' libert a questo mondo, e anche se si fosse i soli ad esistere, non saremmo liberi ugualmente, perch ci sono sempre i conti da fare con il mistero che  dentro di noi?
Dopo la Messa, la gente se ne andava, ma Martina restava ancora l. Non guardava le immagini sull'altare, non si faceva nessun segno di croce, non muoveva le labbra per la preghiera. Ma stava l immobile. Don Luigino usc dalla sagrestia per chiudere la chiesa. La vide. Le si accost.
"Sei contenta, Martina?"
"Sono figlia del diavolo."
"Non ci sono figli del diavolo. Ricordalo."
Badile non ci andava alla Messa. Quando vide rientrare Renata, le domand della figlia.
" rimasta in chiesa."
"A pregare?"
"E io che ne so? Martina, non s' ancora trovato chi pu capirla.  stramba, la tua figliola."
" figlia tua.  uguale a te spiccicata. Quella  buona di sedurre perfino don Luigi."
"Non le dire nemmeno queste cose!"
"Non sarebbe mica la prima."
"Allora corri subito in chiesa!"
"Don Luigino s'immaginer che sono andato a spiarlo."
"E tu cerca di non farti vedere." Era in preda all'agitazione, Renata; e Badile era troppo curioso per non andare. Dischiuse appena la porta della chiesa. Vide che don Luigino e Martina parlottavano, e allora richiuse svelto svelto. Stette fermo senza far rumore.
"Devi cambiare strada, Martina, se vorrai star meglio."
"A casa mia c' la perdizione."
"Cosa dici mai."
"I miei genitori sono peggiori di me. Crede che non lo sappia delle scappatelle di mia madre? Anche mio padre lo sa, e fa finta di niente, perch anche lui c'ha il suo tornaconto, e allora chiude un occhio, e mia madre lo chiude anche lei quando lui se la fa con qualche ragazzina."
"Ma che discorsi sono questi?"
" la verit. Mia madre  una puttana, e mio padre  peggio di lei. Cosa vuole sperare da una come me, che tutto il giorno vede il padre e la madre che non pensano che al sesso. Ecco perch dico che sono figlia del diavolo. Perch l'inferno ce l'ho a casa mia." Don Luigino s'inteneriva. Era un omone aitante, nonostante il diminutivo che quasi tutti i paesani gli avevano affibbiato. Un segno di affetto, dicevano. E le chiacchiere, allora?
"Devi venire pi spesso in chiesa."
"Fra poco non avr pi tempo. Ricomincia la scuola, e io voglio prendermi un diploma. Fare l'universit, forse. E poi scappare dal paese. Cercare un luogo per dimenticare. Alla mia et non si pu essere disperati. Ci sar da qualche parte un posto dove si possa essere giovani sul serio. Non come qui, che si vede il marcio dappertutto e finisce che diventiamo marci anche noi dentro. Mio padre vuole che io resti in bottega, e ha progetti su di me. Ma io piuttosto mi uccido."
"Si va all'inferno, se ci si uccide."
"Ma io ci sono gi all'inferno. Lo sa, vero?, che cosa dice la gente di me. Ma anche delle mie compagne. Mi piacciono gli uomini, e allora? Non ci sono alternative, quando si  svuotati dentro, ed  il sesso che ci riempie l'anima."
Badile si era affacciato una seconda volta, e don Luigi l'aveva riconosciuto. Gli aveva fatto cenno di entrare.
"C' tuo padre, Martina."
"Non voglio vederlo. Non voglio vederlo." Badile si stava avvicinando, invece.
"Torna da me quando vuoi" si chin a dirle sottovoce il prete. Poi volse in fretta il capo verso Badile.
"Te, alla Messa non ci vieni mai, Badile. Bisogna aspettare Natale per vederti."
"Deve perdonare un peccatore come me. Ma non ho tempo."
"Tempo s che ce n'hai. Non hai volont. Ecco. Con un piccolo sforzo si pu venire alla Messa la domenica. Farebbe bene anche a tua figlia, vederti in chiesa."
"Dio lo volesse, ci verrei tutti i giorni, allora."
"Non chiedo tanto. Ma i giorni comandati s, bisogna pregarlo in chiesa il Signore. Come fai a reclamare la fortuna nella vita, se non ti rivolgi mai al Signore?"
"Mi perdoni, don Luigi, ma la fortuna non ha niente a che fare con nostro Signore. Eppoi, lo vuol sapere fino in fondo quel che penso? Che nostro Signore ci ha dimenticati, non gli importa pi niente di noi. E allora si sarebbe dei fessi a non approfittarne."
"Stare lontano dalla chiesa, vedo che non ti porta del bene."
"Si accontenti di ci che sono, don Luigi. Glielo pu dire anche Martina che sgobbo tutto il giorno, anche se in chiesa ci vengo poco. Non  colpa mia, se sono cos."
"E di chi allora?"
"Del Padreterno. Non si muove foglia che Dio non voglia."
"Sono scuse che Dio stesso ti rinfaccer il giorno del giudizio."
"Se ci va lei in paradiso, vedr che ci andr anch'io." Rammentava le chiacchiere che gli erano giunte alle orecchie, non quelle per che si riferivano a sua moglie, e anche a Martina; quelle sembrava non conoscerle, ma le tante altre che correvano sul conto del prete, s, quelle s che gli frullavano per il capo. Malignit senza alcuna prova, come si  gi detto.
Don Luigi fece finta di non capire, e avrebbe fatto meglio a rispondere, giacch Badile ne trasse il convincimento che quelle chiacchiere erano vere, e quando ritorn a casa, lo disse anche a sua moglie che aveva parlato col prete, e non aveva avuto peli sulla lingua.
"E cio?"
"Gli ho fatto capire che noi si sa tutto, e che lui se la spassa con le nostre donne. Che crede, che in paese si sia tutti ciechi e sordi?"
"Ma tu ce l'hai visto con qualche donna, per credere a queste sciocchezze?"
"Per averlo visto coi miei occhi, questo no, ma le chiacchiere ci sono, e tu lo sai come si dice: quando la gente mormora... Eppoi, se n' restato zitto. Non  una prova? Segno che non aveva la coscienza a posto. Se no, avrebbe detto qualcosa."
"Ma non avr inteso neanche quel che dicevi. Quando parli te, non si capisce mai cosa vuoi dire."
"Ha inteso, ha inteso, eccome. Eppoi un uomo come lui, grande e grosso, hai visto le donne come se lo guardano in chiesa? Un omone come lui, tutta salute, come farebbe se non avesse qualche donna a levargli le voglie. Oh,  un uomo anche lui, e gli uomini son tutti uguali."
"E te, Martina, che gli hai detto, al prete?"
"C'ho parlato, mamma. Non ci posso parlare col prete?"
"Con quel prete l no."
"Ha ragione tua madre."
"Faccio quel che mi pare, e sarebbe bene che ci parlaste anche voi col prete ogni tanto."
"Io dei preti non so che farmene. E mi pare che gliel'ho cantata chiara e tonda a don Luigi, stamane. Non c'eri anche te mentre ci parlavo?"
"Con quel prete l non ci devi discorrere. Sono stata chiara?" Alz la voce Renata.
"Che cos' tutto questo livore contro il prete?"
"Ha ragione tua madre, quel prete l, lo devi lasciar perdere. Lo sai anche te quel che si dice in giro."
"Don Luigi  un prete che mi piace, e se ci voglio parlare, non sarete voi a impedirmelo." Renata stette zitta, questa volta.

Le faccende del cantiere non si erano affatto quietate. Quando si arriv alla fine della quindicina e si dovevano dare le paghe, Michele si mise in piedi accanto al contabile, che se ne stava seduto dietro al tavolo e chiamava gli operai ad uno ad uno, e consegnava la busta. Stavano in fila indiana, composti, e attendevano il loro turno. Ma qualcuno che aveva gi ricevuto i soldi, si accorse di ci che gli stava capitando.
"Ma qui i soldi non sono tutti. Si  sbagliato, ragioniere." Era tornato al tavolo e s'era messo davanti al compagno che stava per riscuotere la paga. Anche gli altri che l'avevano ricevuta dopo di lui avevano fatto la conta e si erano accorti che c'era una mancanza.
"Che succede, ingegnere. Uno scherzo?" I visi erano tutti rivolti a lui.
"Non  uno scherzo. Avete lavorato tre giorni di meno. Non lo ricordate pi ?"
"Questa poi" esclam uno che doveva sempre riscuotere. "Che c'entriamo noi? Non  mica colpa nostra."
"E di chi, allora? Non sar mica colpa mia. Chi  che non ha lavorato? Non siete forse voi che avete incrociato le braccia e siete andati dietro a quel Tullio? Se non avete lavorato, non avete diritto alla paga."
"Lei lo sa bene di chi  la colpa."
"Vostra. Non siete pi dei ragazzini." Aveva suggerito Michele alla Societ di non pagare quei tre giorni, e la Societ era stata della stessa idea. Quella interruzione le era costata molto, ed ora si era irrigidita anche con gli operai, che avevano calato la testa al sopruso, invece di ribellarsi.
"Non ci faccia il predicozzo" brontol un operaio. "Noi la colpa non ce l'abbiamo. Casomai  di quelli che ci comandano, la colpa, e noi lo sa bene che non ci si pu far nulla. Io dico solo che quei soldi ci servono, e lei ce li deve dare."
"Io non vi do un bel nulla. C' il contratto. C' la legge. Voi avete scioperato, e quando si sciopera non c' paga." Arriv Tullio. Aveva sentito da s il tumulto, o qualcuno l'aveva mandato a chiamare?
"Che c' ingegnere. Spieghi a me, la prego."
"A lei non devo spiegare proprio nulla." Vedeva Tullio come il fumo negli occhi. "Ad ogni modo, lo sa anche lei che quando si sciopera non si riscuote."
"Non vuol mica fare questo affronto agli operai? Via, ingegnere. Lo sa bene che hanno bisogno di quei soldi." L'affronto di cui parlava non era certo quello che si riferiva agli operai, dei quali non importava un bel nulla a Tullio. Michele capiva a chi si riferiva, invece, ed era proprio per quello che dentro si sentiva incattivito.
"Ingegnere sia buono." A Michele scapp detto che era la Societ che gli aveva ordinato di fare cos.
"Ingegnere, ingegnere... Basta una sua parolina, e tutto si rimette a posto." Tullio si muoveva con quell'aria che dice e non dice la minaccia.
"Chi vuol riscuotere, questa  la paga." Guard negli occhi Tullio.
"Eh no, caro ingegnere. Abbia giudizio, la prego."
" lei che non ha giudizio, n quelli che la comandano."
"Ma le coster molto pi caro, ingegnere. Li lasci perdere quei tre giorni. Non  un risparmio per la Societ. Non  proprio un risparmio, mi creda." Fece un cenno col capo agli operai e quelli che dovevano ancora riscuotere tornarono in fila e attesero di essere chiamati. L'ingegnere rest accanto al tavolo della paga. Tenevano le teste abbassate gli operai, e si vedeva che ce l'avevano con lui. Nessuno lo guard pi . Prendevano i soldi e subito se ne andavano fuori, dove restavano ad attendere gli altri. Quando l'ultimo ebbe riscosso, Tullio si rifece avanti.
"E ora ingegnere, dica alla Societ che se vuole che i lavori riprendano ci deve pagare anche i tre giorni."
"Lei, Tullio, se lo deve togliere dalla testa, questo."
"Si vedr se me lo devo togliere io dalla testa, o lei. Se vuole un consiglio telefoni subito alla Societ, prima che lei passi dei guai." Fuori l'aspettavano gli operai, e Tullio si mise a parlottare con loro. L'ingegnere lo sent proclamare a voce alta, perch anche lui udisse: "I soldi li riavrete tutti fino all'ultima lira. Parola di Tullio." Fu come un colpo di frusta.
Quando sul piazzale non ci fu pi nessuno, Michele telefon alla Societ. La trov risoluta a non cedere, e ne ebbe una grande consolazione. Se c'era anche la Societ dietro di lui, beh, questo non poteva che dargli pi coraggio.
"Avverta la polizia" gli ordinarono. "Faccia in modo che ci sia la polizia domani a vigilare il cantiere."

La sera Michele and all'osteria. Starsene in casa poteva significare come un preannuncio di resa. Invece questa volta avrebbe fatto a testate, anche se non era certo di ci che ne sarebbe venuto fuori. Entr e si mise al solito tavolo. Venne l'oste a prendere l'ordinazione della cena.
" in ritardo stasera, ingegnere."
"Sa gi quel ch' successo, vero?"
"Tutti lo sanno."
"Sono vere bestialit."
"Cos va questo mondaccio." Torn con la mezzetta del vino.
"Ci beva su, ingegnere. Questo, lo sa,  di quello buono, e mette allegria." Gli altri avventori lo avevano visto, naturalmente, e un operaio aveva borbottato qualcosa ai compagni che giocavano a carte. Poi si alz. Si diresse verso l'ingegnere. Poggi i pugni sul suo tavolo.
"Lei ce l'ha con noi. Non ce la doveva fare questa carognata." I compagni avevano smesso di giocare. Stavano come in attesa.
"La carognata me l'avete fatta voi. Comunque se volete la guerra, io sono pronto."
"La vogliamo s, la guerra. E si metta bene in testa questo che gli dico, che a noi operai non ci ferma nessuno. Gente come lei, noi la spazziamo via."
"Andate, andate pure dietro ai bei discorsi di Tullio, e poi vedrete quel che vi succeder. Dopo, sar troppo tardi per tornare indietro. C' tanta gente disoccupata. Voi sarete tutti licenziati, se domani non vi presenterete al lavoro, e verranno altri al vostro posto."
"Lei non ci far questo."
"Non ve lo far? E che diritti avete voi di impedirmelo? Ho gi pronta la lista di quelli che vi sostituiranno, se domattina non verrete al cantiere. Voi questa battaglia la perderete, parola mia." Gli era venuto in mente Tullio, che aveva promesso su per gi allo stesso modo. Si erano avvicinati altri operai e uomini del paese. L'oste continuava a servire Michele, e ora portava la frutta e un quartino dello stesso vino. Si fece largo con la mano con la quale teneva il quartino.
"Lasciatelo respirare."
"Tu non t'immischiare." L'oste vol via.
"Lei  una carogna."
"Siete voi delle carogne. Non sapete la fortuna che vi  capitata con la nuova strada, e ci sputate sopra. Altri chiss cosa avrebbero fatto per trovarsi nei vostri panni."
"Non si azzardi a chiamare altra gente." La paura di perdere il posto di lavoro era grande tra gli operai. Non erano tempi facili, quelli, e le promesse dei politici si erano rivelate ancora una volta fasulle, gonfie di vento, e il lavoro ci se lo doveva litigare con ogni mezzo, e a volte anche con le minacce.
La storia della lista aveva fatto effetto.
"O domattina prendete regolarmente il lavoro, o vi mando a casa per sempre, e faccio venire altri al vostro posto."
L'operaio prese per la camicia l'ingegnere.
"Ci provi. Ci provi e io domani la faccio a pezzi, com' vero che mi chiamo Nando." E per sovrappi diede una spinta all'ingegnere, il quale, tirato per la camicia, non si era alzato del tutto e stava col sedere a mezz'aria, e quindi barcoll, perse l'equilibrio e piomb sullo schienale della sedia, la quale ruzzol a terra, e l'ingegnere con essa. Si trov a gambe levate, col tovagliolo ancora legato al collo.
"Siete dei briganti. Ve la far pagare."
Nando aveva fatto il giro del tavolo e ora si trovava sopra Michele. Alz una gamba per pestarlo.
"Lascialo stare" disse uno che non era un operaio. " un disgraziato anche lui. Quand' che la finiremo di farci la guerra tra disgraziati?  con quelli che ci succhiano il sangue che dovremmo prendercela, mica darci le bastonate tra di noi." Michele intanto si era alzato.
"Fatti sotto, Nando" disse.
Nando non se lo fece dire due volte. Sferr un pugno dritto che colp Michele allo stomaco. Ma non lo pieg. Chiss per quale prodigio. Fu pronta la sua risposta. Con un gancio prese proprio sotto il mento Nando, che fece un balzo all'indietro e cadde a terra. Ci rimase, e non si alzava nonostante lo incitassero. Si cap che era k.o. Un bel colpo. Glielo disse qualcuno. Ma l'uomo di prima, quello che li aveva commiserati tutti quanti, non fece commenti. Avviandosi alla porta disse soltanto: "Domattina non ci sar da aspettarsi niente di buono."

Anche Michele se ne usc poco dopo, lasciando gli altri all'interno, a commentare. Prese una stradicciola che lo avrebbe portato lontano dalla piazza. Non aveva voglia di incontrare nessuno.
"Dove va, ingegnere?" Una voce di donna si lev alle sue spalle. Si volt. Era Renata. Veniva verso di lui lentamente, ancheggiando un po'.
"Ho visto tutto all'osteria" disse, quando gli fu vicina. "Mi dispiace per ci ch' successo. Ma lei ha fatto bene a dargli una lezione, a Nando."
"Non l'avrei preso l'incarico della strada, se avessi immaginato tutti questi problemi."
"Non se la prenda, ingegnere. E non si curi troppo del lavoro. Ci sono tante belle cose a questo mondo. Pensi a quelle." Ora avevano ripreso a camminare e Renata gli stava a fianco, dal lato del muro. Si era messa le scarpe coi tacchi alti e sembrava pi seducente. Michele parlava e la sbirciava.
"Lei si preoccupa troppo, ingegnere. Se ne infischi di questa gente. Non avr mai la riconoscenza di nessuno."
"Domani ci sar guerra in paese. Verr la polizia, e speriamo che qualcuno non perda la testa. Ma questa volta non gliela do vinta, a quelle pecore."
"E fa bene. Pecore, sono proprio pecore. Lo dice anche Martina, che lo conosce a fondo quanto me il paese, e sostiene che non c' nessuno per il quale valga la pena di patire."
"Ma lei ha suo marito. Non vuol bene a Badile?"
"S che gli voglio bene, diamine. Ma sa come siamo noi donne. Ci piacciono le belle maniere. E Badile  un omone rozzo, e qualche volta mi verrebbe voglia di urlargli sul muso che lui non se la merita una donna come me." Erano arrivati nei campi. Era sceso il buio e c'era solo qualche lampada a illuminare il sentiero. Michele non sapeva che fare.
"Devo accompagnarla da qualche parte?"
"Sono venuta per lei, non lo capisce?" disse all'improvviso. "Con la scusa di cercare Martina, ho ingannato Badile." Si era voltata verso di lui e gli stava di fronte. Aveva il viso vicino a quello di Michele, e lui vedeva la bocca e il corpo che tendevano a lui.
"Vieni qui. Stringimi forte. Con me ti dimentichi il cantiere, Michele." Michele se la sent addosso, toccarlo per ogni dove. Entrarono nel bosco. Fu Renata a trascinarlo.
Sulla strada del ritorno videro Martina. Stava con un uomo, ma non era Tullio.
"Quello  don Luigino!" esclam Renata, che andava ancora rassettandosi i capelli.
"Ma che dici. Lo vedi che non ha la tonaca."
"Ma la tonaca i preti non la portano pi .  lui ti dico."
"Questa poi."
"Lo riconosco. Lo riconosco." Era ancora lontana Martina, sull'altro sentiero che portava al bosco. Renata sembrava fuori di s. S'era fatta rossa in viso, e tirava Michele per la giacca perch la seguisse.
"Io non ci vengo" disse Michele, ma Renata lo aveva gi lasciato e correva verso i due.
"Martina! Martina!" grid. La figlia ud. Si ferm ad attenderla. Anche Michele si era fermato, ma Martina l'aveva visto. Si capiva che il suo sguardo era arrivato fino a lui. Quando li raggiunse, Renata vide che non era don Luigino.
"Ero venuta a cercarti. Lungo la strada ho incontrato l'ingegnere. Si  offerto di accompagnarmi." Si comportava come una scolaretta. Si volt verso Michele. "Venga, ingegnere, l'abbiamo trovata Martina." Non sapeva che dire. L'uomo con cui stava la figlia non l'aveva mai visto. Non era del paese. Che paura aveva avuto, per. La sua Martina era capace di sedurlo, don Luigi, se lei non ci stava attenta.
"Torna a casa con noi."
"No."
"Fallo per me." Si sentiva ferita a vedere la figlia comportarsi cos, andare nel bosco con il primo che capitava.
Michele aveva smaltito la sua indecisione ed ora si trovava accanto a Renata. Lo sconosciuto ruppe il silenzio.
"Allora Martina, ti vuoi decidere?"
"Vengo con te."
"Che devo dire a tuo padre?" Martina, invece di guardare lei, alz gli occhi su Michele, e lo fiss con una tale violenza che l'ingegnere avvert tutto il suo rancore. Renata aspettava la risposta.
"Diglielo, a babbo, che sono una puttana, e che m'hai visto andare nel bosco con un uomo. E digli che sei una puttana anche te, e stasera hai fatto all'amore con l'ingegnere." Poi si volt verso il giovanotto.
"Vieni" disse. Lo prese per mano e si mise a correre, ed era lei, come aveva fatto la madre, a trascinarlo nel bosco.

Al mattino, per tempo, arrivarono due camionette della polizia. L'ingegnere era gi sul cantiere ad attenderle.
"Speriamo che non succeda niente" confid al maresciallo.
"Non deve preoccuparsi. Noi siamo abituati a queste cose. Sentir delle urla, forse la offenderanno. Ma lei se ne stia tranquillo, non reagisca e lasci fare a noi. Dopo un po' la rabbia passa, e vedr che qualcuno si rimanger le parole e mogio mogio chiner il capo. Lei deve solo dar loro un po' di tempo per non perdere la faccia."
"Se non riprenderanno il lavoro, verranno altri a sostituirli. Li ho gi fatti avvertire."
"Non sia per troppo precipitoso. Se presi per il verso giusto, questi diventano docili come agnelli."
"Sono docili s, ma davanti alle prepotenze. Non serve la ragione con loro, ma il bastone; come fa quel Tullio, che li tiene in pugno con la paura."
"Lo conosciamo anche noi quel Tullio. Non siamo mai riusciti a prenderlo con le mani nel sacco. Lei stia alla larga da lui. Lo lasci a me."
"Quei giorni che non hanno lavorato, non glieli pagher mai."
"Potrebbe convenirle invece, di pagarli. Per, faccia lei. Capisco che ci sono questioni di principio. Ma sa che cosa ne penso io delle questioni di principio? Che sono come un'amante, che la si tiene finch ci piace, e poi si abbandona sulla strada quando non c' pi gusto." Michele non rispose e il maresciallo si fece da parte.
Poco prima delle otto cominci ad arrivare gente. Prima era capitato qualche curioso; qualcuno era restato l ad aspettare. Ora invece arrivavano i veri e propri manifestanti. Alle otto precise si presentarono tutti, e li guidava Tullio. La polizia si era schierata davanti all'ingresso.
"Allora, ingegnere," fece Tullio "ce li pagate o no i nostri diritti."
"I diritti vostri li avete gi riscossi. La Societ non vi deve niente. Siete voi ora che avete l'obbligo di continuare il lavoro, secondo il contratto."
"Cerchi di essere ragionevole, finch  in tempo. Non creda che ci facciamo spaventare da questi quattro poliziotti." In realt erano otto poliziotti, ma Tullio non aveva mai avuto riguardi per le forze dell'ordine e quando poteva le punzecchiava. Fu il maresciallo ad intervenire.
"Stia attento, lei, a quel che fa. Abbia giudizio, perch potrebbe passare dei guai con la giustizia."
"Lei la conosce la giustizia, ingegnere?" Non aveva paura di niente. Segno che le spalle le aveva coperte bene.
"La giustizia  che ora dovete tornare al lavoro. Non posso darvi molto tempo per riflettere. Ma voi ci dovete pensare bene a quello che fate. Perch oggi non  facile trovare un altro impiego. E poi, chi ha la testa calda, di questi tempi nessuno lo assume pi . E voi sarete conosciuti da tutti i cantieri della zona, e anche se cambierete mestiere, non ci sar nessuno che vi prender. Al vostro posto ci saranno altri a lavorare, e se avranno la testa a posto, a loro il lavoro non mancher."
"Ma che cos' per la Societ pagare quei tre giorni. Un'inezia. Lei lo sa bene che la colpa non  poi tutta degli operai." Nella voce, ci aveva messo un ammiccamento.
"Chi non lavora, non pu ricevere la paga. Carta canta, e il contratto lo conosce lei, Tullio, e lo conoscono anche gli operai." Alz la testa verso di loro.
"Vi consiglio di entrare. Non posso darvi molto tempo. Avete avuto tutta la notte per pensarci."
Tullio fece una risata.
"Ma che pensarci e ripensarci la notte. Avranno pure il diritto di svagarsi, o gli vuole impedire di stare con le loro donne, la notte. E lei non ci va con le donne, quando finisce il lavoro? Lo sanno tutti qui, che  un bel galletto anche lei."
"Entrate o non entrate?"
"Noi vogliamo la nostra paga," url un operaio "perch abbiamo da sfamarci la famiglia, e quei quattro soldi che ci avete dati non bastano nemmeno per due giorni."
"Bene. Se le cose stanno cos,  inutile continuare a parlare. Vi do un'altra mezz'ora di tempo. Poi mander a chiamare i nuovi operai."
"Guai a lei" disse un altro.
"Non si azzardi a farci questo affronto."
"L'affronto lo fate voi, e la vostra  una prepotenza che non ha giustificazioni n in cielo n in Terra."
"Ce l'ha la giustificazione, ed  che siamo miserabili, e noi dei soldi ne abbiamo bisogno per mangiare, e non per divertirsi come fa lei."
"Io non mi diverto, e li guadagno come voi i soldi."
"Ma intanto va con le nostre donne. E questo lei non lo chiama un affronto?" Proveniva da un operaio quell'accusa e non da Tullio, che se ne stava zitto e lasciava parlare gli altri. C'era anche Badile tra la folla, e forse c'erano anche Renata e Martina, sebbene non le vedesse.
"Lo sapete che non ho colpa di niente. Io bado al lavoro e basta."
"Intanto ve la fate con le nostre donne." Temeva che si mettessero a fare il nome di Renata. Su Martina, invece, non aveva paura, poich tutti sapevano come erano andate le cose.
"Vi consiglio di non perdervi in chiacchiere. Il tempo passa e tra un quarto d'ora mando a chiamare i nuovi operai." Estrasse di tasca la lista che aveva gi preparata e la mostr sollevando il braccio.
"Eccola qua la lista. E badate che non scherzo."
"Badi piuttosto lei a quel che fa, ingegnere. Non ci faccia esasperare. Non saranno quei poliziotti a fermarci." Il maresciallo stava a fianco di Michele. Fece un passo avanti.
"Tornate al lavoro. Non vi mettete nei guai. Tutto pu accomodarsi se non perdete la testa."
Allo scadere della mezz'ora, Michele fu irremovibile. Pass la lista ai suoi collaboratori e questi partirono con pi macchine a prelevare i sostituti.
"La vedremo" url un operaio. "Lei, ingegnere, non sa che botto pu fare la nostra disperazione." Michele si era proposto di non parlare pi . Aveva dato gli ordini, e dunque si era avviata una contesa terribile, da far tremare i polsi. Non si poteva pi tornare indietro. Chiss come ne sarebbe uscito. Ma non voleva darla vinta ai farabutti come Tullio, anche se sarebbe stato disposto a nutrire un po' di piet per quei disgraziati, che erano nati pecore, e non c'era verso di cambiare la loro natura. Non sarebbe migliorato il mondo, se qualcuno non avesse avuto il coraggio di fare come lui.
Badile si avvicin a Michele.
"Lei scherza col fuoco, ingegnere. Si fermi,  ancora in tempo." Parlava quasi sottovoce. "Lei rischia la vita, ingegnere. Circolano strane voci. Si dice che vogliono ammazzarla. Si fermi, non li faccia venire quei crumiri, o qui succeder il finimondo, e lei sar quello che pagher per tutti."
Qualcuno mand a chiamare don Luigi. Arriv di corsa. Non pensava che si fosse giunti a quel punto.
"La scongiuro, ingegnere. Lo faccia per carit. Dio gliene render merito." Nel guardarlo, dietro le sue spalle, confusa tra la folla, Michele scorse Renata. Stava incollata con gli occhi su di lui. Non li distoglieva.
"Dio non  nemmeno con lei, don Luigi. Figuriamoci se pu stare con me."
"Perch dice questo?"
" tempo di guerra, don Luigi, e mi deve perdonare se le dico che non c' posto qui per un prete."
"Un prete, chi pu dirlo qual  il suo posto? Dovunque, qui e lontano da qui, e se si potesse, si dovrebbe essere dovunque nello stesso momento. Un prete muore ogni volta che c' della cattiveria a calpestare il bene."
No, indietro non poteva tornare. E che voleva mai quel prete, ora, quando non si poteva fare pi niente? Perch non guardava dentro la propria coscienza? Con una spinta carica di astio lo allontan. Don Luigi perse l'equilibrio e cadde. L'aiut il maresciallo a rialzarsi.
"Badi, ingegnere," bisbigli il maresciallo "non deve fare cos. Lei la provoca la collera della gente."
Tornarono le auto. Tullio le lasci passare e la folla cominci a urlare e a fischiare. I poliziotti si tennero pronti. Avevano gli scudi, dei manganelli e qualcuno le bombe a gas. Il maresciallo dette l'ordine di stare all'erta e di agire solo su suo comando. Era arrivata anche Martina e si era messa accanto a Tullio. Lo teneva per un braccio, e Tullio pareva fiero di sentirsela vicina in quella circostanza. Le auto arrivarono davanti al cantiere e scaricarono i crumiri. In realt, erano disgraziati anche loro, che avevano figli e spose da sfamare, chiss da quanto tempo. Gente che non si poteva permettere di fare dei distinguo. Si guardarono intorno. Si vedeva che avevano paura. Dalla folla si cominci ad insultarli.
"Crumiri! Crumiri! Tornatevene da dove siete venuti."
"Levate il pane di bocca a noialtri, che siamo disgraziati come voi."
"Entrate, entrate" sollecitavano i collaboratori di Michele.
Ma i nuovi venuti non fecero in tempo a guardarsi in giro, a prendere confidenza col luogo, che tutta quella folla di operai e di curiosi si rivers all'interno del cantiere.
"Fermi! Fermi!" grid il maresciallo, e quando se li vide venire addosso come una fiumana, dette l'ordine di fermarli, e i suoi uomini cominciarono a menare manganellate a destra e a sinistra, e lanciavano le bombe, che riempirono l'aria di fumo, e qualcuno dei manifestanti si mise a tossire e si fermava, e scappava subito via, allontanandosi. Ma c'era tutto il paese a ribellarsi, non solo gli operai, ed ora avevano preso le ruspe e le rovesciavano. Sfasciavano ogni cosa. Tullio s'era messo vicino all'ingegnere. Era furbo, lui, e nessuno fin ora era riuscito a prenderlo con le mani nel sacco.
"Glielo dicevo che questa gente  esasperata. Ed ora per pochi soldi, dovr rendere conto di un vero disastro."
"Voi quei soldi non li avrete mai." Il maresciallo aveva chiamato rinforzi. Arrivarono. Erano numerosi, questa volta con mezzi imponenti. Anche i mitra avevano. Furono sparati dei colpi in aria. La folla si spavent. Parve smarrita. Ci fu uno sbandamento. Tullio non stava pi vicino all'ingegnere. Non c'era pi nemmeno Martina. Invece il prete c'era, e urlava alla gente di smetterla, che sarebbe corso del sangue se non ci si fermava in tempo.
Si era di nuovo avvicinato a Michele.
"Dica qualcosa. Fermi questa disgrazia. Ne dovr rendere conto a Dio."
Michele non parlava. Tutto ci che accadeva pareva non riguardarlo. Lui l'aveva presa la sua decisione, e indietro non ci tornava. Li aveva avvertiti, gli operai. Aveva concesso loro pi del necessario per riflettere. Che si voleva ancora? Lui ricordava che gi altre volte ci si era fermati, e con quale risultato? Che nulla era cambiato, e le cose si erano rimesse a camminare allo stesso modo di prima. Invece, questa volta, bisognava avere il coraggio di arrivare fino in fondo, anche da solo, visto che la povera gente non riusciva a capire, e forse non aveva coraggio, e di andare a guardarle negli occhi le conseguenze delle proprie azioni.

Nel pomeriggio, quando ormai ci che doveva succedere era accaduto, vennero da Milano due dirigenti della Societ. Videro lo sfacelo. Ruspe rovesciate, vetri rotti alle finestre degli uffici, carte sparse dappertutto, macchine da scrivere e personal computer finiti nella fossa della strada. Si chiusero nello sgabuzzino con Michele. Fuori c'era ancora la polizia schierata. Alcuni dimostranti erano stati arrestati.
"Non possiamo dargliela vinta, ora che ci sono anche questi danni" esord Michele.
"Forse si  sbagliato tutto. Forse era meglio pagare."
"Questo mai."
"Ma ha idea, ingegnere, di quali guai possono ancora succedere?"
"Peggio di cos..."
"Non  il peggio, questo. Ci metteranno in ginocchio, se non arriviamo a patti."
"Che si dovrebbe fare?"
"Pagheremo quei tre giorni maledetti."
"Ma  una resa. Quel Tullio ci riprover, se sa di essere forte." Spieg chi era Tullio. Loro per conoscevano chi stava dietro di lui. Se ne andarono. Gli avrebbero fatto conoscere al pi presto le decisioni della Societ.

Il cantiere chiuse alle 17. I crumiri uscirono ordinatamente. Furono fatti salire su delle auto e lasciarono il paese scortati per un lungo tratto dalla polizia. Qualcuno s'era radunato sulla strada per insultarli, ma erano in pochi, questa volta, e la polizia lasci fare. Michele si trattenne ancora un po', diede un'occhiata in giro. Aveva fatto mettere un po' d'ordine, ma restavano i segni di ci ch'era successo. Alcune delle pesanti ruspe erano ancora a terra, rovesciate, altre erano state rimesse in piedi e riadoperate in quella stessa giornata. Ma lui la ferita ce l'aveva dentro. Tutto sarebbe andato a finire come non avrebbe mai desiderato. Anche questa volta, nonostante la sua rabbia e la sua determinazione. Quando ci sarebbe stata la resa dei conti per conoscere la verit che sta chiusa nella nostra coscienza? Era sempre giorno. L'estate era torrida. A quell'ora cantavano ancora sugli alberi le cicale. Non ce la faceva ad andare in giro per il paese. Non perch avesse paura di qualcuno, ma semplicemente perch non se la sentiva di posare i suoi occhi sugli uomini. S'incammin verso casa. Sal le scale. La padrona della pensioncina gli and incontro.
" stata una giornata terribile, vero, ingegnere? Ho visto quello che hanno combinato.  quel Tullio che li manovra. Quel mascalzone. Se non ci fosse lui, non ci sarebbero tante teste calde in giro. I pi , sono brava gente, gliel'assicuro. Li conosco bene."
"Sono venuto qui da Milano contento, ero sicuro di portare la gioia, perch dove vado io porto il lavoro alla gente. E invece, guardi lei che cosa mi  capitato."
Continu a salire le scale e si trov davanti alla sua camera. Gir la chiave e entr. And alla finestra. Guard la piazza del paese. C'era gente a discorrere. Qualcuno alzava ogni tanto la testa verso i vetri per vedere se lui era in casa. Che avevano mai da dirsi? Non bastava ci che avevano fatto? Si lev dalla finestra e si mise sulla poltrona, prese un libro che gi aveva cominciato a leggere, e scost il segnalibro di pelle. Era "Paese d'ombre" di Giuseppe Dess, uno scrittore che aveva il gusto della parola e della narrazione. Michele si distendeva a leggerlo, provava un po' di quiete. Lo attirava il modo sereno di raccontare, che pure lui avrebbe voluto possedere, se fosse stato uno scrittore. Perch invece era diventato ingegnere? Uno scrittore se lo pu creare il suo mondo, e ci pu vivere dentro, se ci ha la passione, e pu consumarci tutti gli amori, nella sua scrittura. Lui forse non sarebbe nemmeno uscito pi di casa per stare dentro il suo mondo. Sent bussare.
"Avanti."
Era don Luigi.
"Disturbo, ingegnere?" Era umile, impacciato.
"Si accomodi. Venga qui. Si sieda."
"Non ce la facevo a stare in canonica, se non venivo a parlarle."
"Di che si tratta."
"Lei mi ha umiliato, ma non  per questo che sono venuto. Per me che sono un prete, l'umiliazione  come una nuova consacrazione. Non  per questo, mi creda, per quella spinta che mi ha fatto cadere e che fra qualche giorno non ricorder nemmeno pi . Ma sono state le sue parole, che ho sentito cattive, colme di astio contro di me. Io sono un povero cristiano. Non ho mai fatto male a nessuno. Solo il pensiero che possa averla turbata in qualche cosa, ecco non posso starmene a casa senza venirgliene a parlare." Si era seduto e stava con la testa abbassata.
"Io non ce l'ho con lei, mi deve credere, don Luigi. E per stamani, deve scusarmi. Non so che cosa mi abbia preso. Ma capisca la situazione in cui mi trovavo. Tutta quella confusione, quella prepotenza. Non si pu essere sempre docili a questo mondo. Anzi, temo che alla violenza si dovr rispondere d'ora in poi solo con la violenza."
Don Luigi si mise la mano alla bocca, come spaventato. Era curioso osservare quel comportamento da bambino in un uomo enorme e robusto come lui.
Come la seduce Dio un'anima?
"Ma lei perch si  fatto prete?" Non riusciva a credere che un uomo grande e grosso come lui, e anche bello, avesse potuto farsi prete. Michele pensava come tanti, e cio che a Dio si dessero donne e uomini che non avevano da sperare niente dalla vita, ai quali il mondo aveva detto e diceva di no. Era stato un pazzo, don Luigi, a farsi prete. Non ce la poteva avere la vocazione. E la riprova era nelle dicerie della gente, nelle donne che il paese mormorava avesse avute. Anche Renata, e forse stava per avere perfino Martina, che era la sua figliola, se si ascoltavano le chiacchiere. Ecco perch Renata aveva gridato atterrita: " Quello  don Luigino!" la sera che aveva fatto all'amore con lui.
"Lo sa, don Luigi, le chiacchiere che ci sono in giro su di lei?" Voleva ferirlo, ora.
Sembr cascare dalle nuvole. Fingeva, non c'erano dubbi. Allora si sent incoraggiato a colpire ancora.
"Lei la conosce Renata?"
"La moglie di Badile? S, ci sono cattive voci sul suo conto."
"Non sono solo voci. Non mi dica che lei non sa niente di Renata."
" una donna volubile."
"A Renata piacciono gli uomini, don Luigi."
"Lo so."
"Si dice che anche lei sia stato con Renata." Don Luigi si alz di scatto. Divenne bluastro. Tir fuori la lingua e non riusciva a parlare.
"E che Martina  sua figlia. Figlia sua e di Renata."
Si port le mani alla gola. Soffocava. Si vedeva che cercava di prendere aria. Stava male sul serio, non fingeva. Lo port sul letto. Lo trascin. Lo distese, sbotton la camicia, gli apr il collare.
"Ma che fa, don Luigi. Non sta bene?" Non rispondeva.
"Vado a prenderle un bicchiere d'acqua." And al cucinotto, cerc un bicchiere. Quando ritorn in camera, don Luigi non c'era pi .

La mattina si aspettava la risposta da Milano, ma invece arriv alle prime ore un'altra notizia. Davvero inaspettata. Michele era morto. L'aveva trovato disteso sul letto la padrona, immerso in una pozza di sangue. Aveva bussato, perch non lo aveva sentito scendere alla solita ora, lui che era sempre cos puntuale. Poi, non sentendo rispondere, si era fatta coraggio ed era entrata.
" un omicidio" disse il commissario Luciano Renzi, che era subito venuto dalla citt, assieme al suo fedele collaboratore Jacopetti. "Qualcuno stanotte l'ha ammazzato."
Jacopetti osservava il commissario profferire con tanta sicurezza la sua sentenza, e si domandava se, bravo com'era, avesse gi in testa una pista, dei sospetti.
Ascoltata la padrona, e una volta terminati i rilievi, il commissario scese in strada e incominci ad interrogare un po' tutti. Aveva saputo della storia del cantiere. Ne avevano scritto i giornali proprio quella mattina. Se ne diceva di tutti i colori, e che ancora una volta la mafia aveva stretto i tentacoli sul collo della povera gente, e si era lontani dal potersene liberare, a causa dei politici corrotti che stavano al potere ovunque, a Roma, come nelle piccole citt e nei piccoli paesi. Il commissario si muoveva trascinando i suoi piedi larghi come barche, e mentre ascoltava arricciolava i grossi baffi neri.
"Non  una storia di donne, questa" diceva a chi gli raccontava i pettegolezzi che circolavano in paese. Sal in canonica, invece, portandosi dietro Jacopetti.
"Dunque, don Luigi, sembra che lei sia l'ultima persona che ha visto vivo l'ingegnere. Perch  andato a trovarlo?"
"Lei sospetta di me?" Don Luigino aveva passato una notte insonne. Era bianco come la cera, aveva gli occhi gonfi. Non si era ancora fatto la barba, che spuntava fitta fitta intorno alla bocca, fino a toccare le basette. Aveva pensato anche ad uccidersi, quella notte, ma questo il commissario non poteva saperlo. Le parole che la sera prima gli aveva rivolte l'ingegnere, erano state una vera rivelazione per lui, e come sempre succede, lui che era l'interessato, era stato l'ultimo a conoscere quelle dicerie. Come potevano dire di lui queste cose? In che cosa aveva mancato perch i suoi paesani arrivassero a pensare di lui con tanta cattiveria?
" l'ultima cosa che farei, commissario, di uccidere un uomo."
"L'hanno vista scendere le scale in fretta e furia, in uno stato da far piet."
"Ero sconvolto." E raccont per filo e per segno ci che aveva appreso dall'ingegnere sul proprio conto.
"Dov'era ieri sera tra le undici e mezzanotte?" Era l'ora presunta dell'omicidio. Jacopetti stava seduto accanto al commissario. Prendeva nota. Alz il viso per guardare in faccia il prete mentre si accingeva a rispondere.
"Ero qui, nella mia camera."
"C' qualcuno che pu testimoniarlo?"
"Nessuno."
Uscirono dalla canonica.
" lui, commissario?"
" un uomo in pena. Non farebbe male a una mosca."
"E se fosse vera, quella storia delle donne? Lui potrebbe averlo eliminato, sconvolto dall'ira. Nella sua mente confusa avrebbe potuto pensare che uccidendo l'ingegnere avrebbe fatto scomparire le dicerie."
"Ma che cavolo dici, Jacopetti."
"E allora, commissario? Che si fa?"
"Andiamo dalle donne." Passarono vicino al cantiere. C'era il maresciallo coi poliziotti ancora schierati.
"Tutto bene, maresciallo?"
"Sembra di s. Tutto  calmo. L'azienda ha gi saputo della disgrazia. Verranno da Milano per l'ingegnere, e porteranno anche la risposta sulla trattativa. Speriamo che finisca tutto al pi presto."
Non era ancora mezzogiorno. Attraversarono la piazza e suonarono alla porta della casa di Badile. S'affacci Renata.
"Certo che  una bella donna" fece Jacopetti. "Chi poteva essere geloso di lei?" Si riferiva alla scappatella avuta con l'ingegnere, di cui avevano appreso. E pensava soprattutto al marito.
"Tutti potrebbero essere sospettati, non solo il marito, che forse ormai ci ha fatto l'abitudine. Perch di amanti quella donna ne ha da non poterli contare." Renata venne sull'uscio. Sapeva che il commissario andava in giro a fare domande.
"Ci fa entrare?" Li fece accomodare nel salotto, al piano terra. Badile era in negozio.
"Da quanto durava la vostra relazione?"
"Non era una relazione."
"E allora cos'era?"
"Ci siamo visti una sola volta."
"Visti e presi" scapp detto a Jacopetti. Il commissario gli diede un'occhiata che lo fulmin.
"Mi piaceva, ecco tutto. Ma dopo quella volta, non  pi successo nulla."
"C'era qualcuno che poteva essere geloso?" Renata pens alla figlia, ma non lo disse.
"Non credo."
"E suo marito?"
" troppo buono per essere geloso."
"Lo sa delle sue scappatelle?"
"Suppongo di s, ma non ne parliamo mai."
Jacopetti serr le labbra perch non gli uscissero le parole. Il commissario per si gir lo stesso a guardarlo, e l'occhiata che gli diede era la stessa di prima.
"Dov'era lei, ieri sera, tra le undici e mezzanotte?"
"A casa."
"Ha testimoni?"
"Ero con mio marito."
"E sua figlia?"
"Mia figlia era uscita, come al solito. Non ha orari quella, e torna a casa quando le pare. Badile ci si finisce con lei, e non si arrende. Non ci vuole credere di avere una figlia cos."
"Chi poteva avere interesse a uccidere l'ingegnere?"
"Un po' tutti ce l'avevano con lui, ultimamente, per via del cantiere. Lui s'era messo contro gli operai."
Stavano per alzarsi. Il commissario non aveva altre domande. Entr invece Martina. Era passato mezzogiorno.
"Al cantiere  finito tutto. Che stronzi." Solo quando s'affacci in salotto, si accorse del commissario.
"Belle parole" comment Renata. "Chiedi scusa al commissario."
"Non saranno le prime che sente, non  vero?"
"Lei  Martina, allora?"
"Per servirla."
"Immagina perch sono qui?"
"Lo sanno tutti che lei va in giro a fare domande. Vuole trovare l'assassino. Ma l'ingegnere se la meritava quella morte."
"Martina!" Era Renata.
"S'era messo contro gli operai."
" Tullio che ti mette in testa queste cose."
"Chi  Tullio?" domand il commissario.
"Uno che conta" rispose Martina.
"Un poco di buono" disse Renata.
"Un poco di buono era l'ingegnere, invece. Gli piacevano le donne, e non si tirava indietro nemmeno s'erano sposate. Non  vero, mamma?" Il commissario guard Renata. Jacopetti guard il commissario. Poteva trattarsi di una faccenda di donne?
"Lei, Martina, dov'era ieri sera tra le undici e mezzanotte?"
"Perch?"
" l'ora presunta dell'omicidio" disse Renata.
"Stavo con Tullio."
Interrogarono anche Tullio.
"Lei odiava l'ingegnere."
"Io non odio nessuno. L'ingegnere si dava troppe arie qui in paese, e s'era messo contro gli operai."
"Lo ha ammazzato lei?"
"Ma che, scherza, commissario. Io le mani non me le sporco di sangue. Cerchi tra le donne, invece, non perda tempo con gli uomini. Lei lo sa che l'ingegnere era un donnaiolo?"
"E perch allora non potrebbe essere stato un uomo, un marito geloso, ad ucciderlo?"
"Il marito che intendo io non  geloso. A quest'ora, se no, sarebbe schiattato dalla bile."
"Allude a qualcuno?" Aveva capito bene, invece, il commissario.
"Dico cos per dire. Non ci faccia caso. Comunque, per me, in questo omicidio c' la mano di una donna. L'avete trovata l'arma del delitto? Che cos', un fucile, una pistola?"
"Le domande le faccio io, se permette. Lei dov'era ieri sera tra le undici e mezzanotte?"
"Al bar, con gli amici."
"C'era anche Martina con lei?"
"No, non mi pare."
"Ne  sicuro?"
"No, non c'era. Ci siamo visti fino alle dieci, dieci e mezza, poi lei se n' andata."
"La ragazza dice di essere stata in sua compagnia."
"Ah s? Non me ne sono accorto, allora." Aveva l'aria di chi vuol prendere in giro e allo stesso tempo lanciare messaggi. Quando uscirono, Jacopetti era raggiante.
" stata Martina.  quella ragazza che l'ha ucciso per gelosia. Non sopportava che la vittima se la intendesse con la madre.  perfida. Alla sua et ha perso ogni ritegno. Quella  proprio capace di commetterlo, un assassinio."
"E di quel Tullio, che ne pensi?"
" un poco di buono anche lui."
" troppo sicuro di s."
" un mafioso, non se lo dimentichi."
"No, che non me lo dimentico. Io lo faccio arrestare."
"Arrestare? E le prove, commissario?"
"Sento che  lui."
"Ma ci vogliono le prove."
"Perder il controllo, quando lo dichiarer in arresto."
"Lei s'illude, commissario."
Nel primo pomeriggio, invece di andare da Badile, tornarono da Tullio. Lo trovarono in casa sua. C'era Martina con lui.
"La dichiaro in arresto, Tullio, per l'assassinio dell'ingegnere."
"Ma lei  matto."
"Lei ora viene via con me."
"Ma ci sono almeno dieci persone che possono testimoniare che sono innocente."
"Testimonieranno al processo. Lei intanto viene con me. E non faccia storie." Tullio si volt verso Martina.
"Sono matti questi due. Lo senti, Martina, mi vogliono portare in galera. A me. Ma dov' finita la giustizia a questo mondo? Diglielo tu, Martina, che sono innocente." Aveva l'aria di sapere ci che faceva. Infatti la ragazza non ebbe alcuna esitazione.
"S,  innocente." Fece un passo avanti, verso il commissario. Era diventata pallida.
"E lei come lo sa?"
"Sono stata io."
"A fare che cosa?"
"Io ho ucciso l'ingegnere."
"Non pu essere stata lei. Lo sta coprendo. Guardi che  un reato anche questo."
Invece Jacopetti era convinto che la ragazza dicesse la verit. Perch, allora, il commissario tentennava? Non l'aveva detto anche Tullio che Martina non stava con lui quella sera? Mentre gli amici di Tullio avevano tutti confermato il suo alibi, non altrettanto avevano fatto per Martina, e qualcuno aveva escluso decisamente che si trovasse con Tullio a quell'ora. E dunque, di cos'altro c'era bisogno?
"Se non ci crede, ecco qua la prova." Estrasse dalla borsetta una pistola. "La faccia controllare.  l'arma del delitto." Manc poco che Jacopetti svenisse dall'emozione.
"L'ho ammazzato con questa." Era una pistola con il numero di matricola abraso.
"Come l'ha avuta?"
"Sono cavoli miei." Tullio la guardava e guardava il commissario. Era soddisfatto, si vedeva.
"Perch lo avrebbe ucciso?"
"Non potevo sopportare che se la intendesse con mia madre."
"Non mi dica che una ragazza spregiudicata come lei  gelosa."
"E perch non dovrei esserlo? L'ingegnere non poteva andare con mia madre, dopo che era stato con me. Io la odio mia madre, e odio anche mio padre. Mi hanno messo in un mondo schifoso, e schifosi sono anche loro due. Tutti sono schifosi."
"Lei, Tullio, lo sapeva che Martina aveva ucciso l'ingegnere?"
"Casco dalle nuvole come lei, commissario. Non l'avrei creduto nemmeno se mi ci fossi trovato."
Tullio ci sapeva fare: tanto diabolico da non avere riguardi per nessuno. Nemmeno per Martina. Il commissario Renzi intuiva tutto questo, che la ragazza, cio, era stata istigata ad uccidere, usata; e Martina era a tal punto convinta di sacrificarsi per qualcosa di pi grande, che mai avrebbe detto la verit, ossia che non era stata la gelosia ad armarle la mano, bens il disegno perverso di Tullio di liberarsi di Michele, senza guardare in faccia ai sentimenti, in modo che il campo tornasse libero per le sue prepotenze.
Ma purtroppo, il commissario Renzi non aveva le prove per arrestarlo, e anche se Martina si fosse decisa a parlare, chi avrebbe prestato fede alle parole di una ragazza come lei?

4.10.1993  16.10.1993



I CONIUGI MATERAZZO

Il commissario Luciano Renzi aveva comprato un'automobile nuova. Non perch avesse fatto quattrini, che nel suo lavoro non c'era nemmeno da sognarselo, ma semplicemente perch la sua vecchia auto un giorno lo aveva lasciato per strada mentre era in vacanza con la moglie.
"Sarebbe questa la gita che mi avevi promesso? Dopo tanti anni... Me l'hai fatta proprio sudare. Ed ora eccoci al capolavoro. Siamo qui in mezzo alla strada." La moglie Maria era scesa di macchina e stava a guardarlo mentre lui, chinato sul motore, cercava di capire che cosa fosse successo. "Quando ti decidi a cambiarla questa vecchia carcassa arrugginita. Bella figura che ci fai coi tuoi colleghi, che hanno tutti auto migliori della tua.  un ferro vecchio e lo devi buttare, o va a finire che io con te in macchina non ci salgo pi ." Il commissario stava attento a non sporcarsi i baffi mentre rovistava con le mani nel motore. Lo spinterogeno? La dinamo? Le candele? Chi ci capiva qualcosa. Tutto sembrava a posto. I suoi piedi larghi come barche lo tenevano saldamente ancorato alla terra. Era un po' invecchiato. Anche dimagrito, e ora non lo si poteva dire un uomo tarchiato. Quasi tutti i capelli si erano ingrigiti, mentre prima ce ne aveva solo qua e l qualche ciuffetto.
"Non capisco che cosa le sia accaduto."
"Non ce la fa pi . Ecco che  successo."
"Chetati, Maria. Se no va a finire che oggi di qui non si riparte pi ." Infatti, le macchine passavano, ma non ce n'era uno di automobilisti che si fermasse per sentire se poteva dargli una mano. Non era cambiato niente in Italia, e nemmeno su questo punto si era fatto un passo avanti. Anzi, si era diventati sempre di pi bestie. Ricordate "La morale del branco" di Cassola? Peggio. Tutto era avvenuto con i toni pi scuri, da tragedia, e davvero non ci si poteva contare sugli altri. Ti avrebbero fatto fuori senza pensarci su due volte, se ci fosse stata l'occasione, e tu avessi tentato di invadere il loro piccolo quadratino di potere.
"Lasciala qui e torniamo a casa."
"E come ci torniamo a casa?" Si erano messi a fare l'autostop. Niente. Sua moglie non ce le aveva proprio le gambe da autostop, perch un automobilista facesse inchiodare la macchina. E lui era cos goffo con quel pollice che chiedeva e non chiedeva il passaggio. Attraversarono la strada, infine, e si misero sul lato del ritorno. Anche da questa parte, per, non cambiava la musica. Le auto continuavano a sfrecciare davanti al suo pollice. Era il primo pomeriggio di una bella giornata di primavera. Se tutto fosse andato per il verso giusto, lui l'avrebbe portata al mare, a Viareggio o a Forte dei Marmi. Avrebbero passeggiato, si sarebbero seduti al caff, eppoi la sera sarebbero andati a consumare una cenetta al lume di candela, in uno di quegli ottimi ristoranti che si trovano lungo tutta la Versilia. A base di pesce, perch ne andava matto e sua moglie non sapeva cucinarlo come piaceva a lui. Faceva sempre carne, in tutte le salse, ma sempre ciccia era, e lui sopportava, gonfiava. Quante volte glielo aveva detto alla sua Maria che mangiare carne tutti i giorni aumentava gli acidi urici e faceva male ad un sacco di altre cose. Dopo qualche giorno di intervallo, in cui gli cucinava del coniglio o del pollo, ecco che poi ritornava sulla tavola la carne di manzo o di maiale, e di nuovo ne aveva per giorni e giorni, finch non ripeteva la sua protesta. Era domenica. Vedendo che nessuno si arrestava, si misero a camminare a piedi. Trovarono una fermata del pullman. L'orario esposto diceva che di domenica ne sarebbe passato uno diretto a Lucca fra una mezzoretta.
"Che si fa, Maria?"
"Che si deve fare, che si deve fare. Si aspetta il pullman, diamine! e ce ne torniamo a casa. La macchina l'abbiamo chiusa. Eppoi anche se ce la rubassero, figurati..."
"Mi dispiace."
"Dispiace pi a me. Ma quella macchina non la voglio pi vedere."
I due figli, un maschio ed una femmina sui vent'anni, se li videro comparire sull'uscio.
"E voi due, da dove spuntate?" dissero sorpresi, ma videro che la faccia della mamma non esprimeva niente di buono. Maria entr a muso duro, e non salut nemmeno i figli, e s'avvi in camera sua taccheggiando con le sue scarpette a punta. Sul pullman aveva aperto bocca s e no tre, quattro volte, ma sempre per domandare l'ora. Non lo portava l'orologio al polso, infatti, perch il bravo maritino non gliene aveva mai comprato uno come si deve. Le poche volte che era venuto in casa con un orologio, le aveva portato un oggetto da quattro soldi.
"Dove l'hai trovato? Da un v cumpr, certamente. O te l'ha regalato qualche farabutto perch hai chiuso un occhio." Questa era l'espressione pi cattiva che usava quando voleva ferirlo. E lui, di rimando: "A me, non mi compra nessuno." C'erano stati scandali nella polizia, come ce n'erano stati tra i politici e perfino tra i militari. Ripeto, non era cambiato niente in Italia. Ma lui si piccava di essere uno dei pochi onesti rimasti. "Se tutti fossero come me, non saremmo andati a picco, e ora non ci sarebbe da penare per i nostri figli." I suoi figli, infatti, ma anche tutti i figli che c'erano in Italia, non trovavano lavoro. Solo qualche raccomandato o figlio di gente corrotta e marcia fino al midollo, trovava lavoro.
"Ma che  successo?" continuava a domandare il figlio Alberto rivolgendosi al padre. Lui indugiava. Si vergognava un po'. Quella della macchina da cambiare era una vecchia storia, e anche i figli glielo avevano detto che la mamma aveva ragione a pretendere che ne comprasse una nuova.
Anche Manuela gli si avvicin quando si accorse che non rispondeva. Forse si preoccupava che al padre fosse accaduta una disgrazia. Maria era andata in cucina. Aveva udito quelle domande.
"Diglielo, diglielo quel ch' successo."
"Allora, che  successo?" ripeterono insieme i figli.
" successo...  successo che la macchina si  fermata, e non mi  riuscito di farla ripartire. Tutto qui."
Era comparsa sulla porta del salotto, Maria. "Tutto qui!? Che figura che abbiamo fatto! Se ci ha visto qualcuno che sa chi sei, ci ha proprio presi per straccioni. E la colpa me l'avranno data a me, perch la colpa di come va una famiglia,  sempre sulle spalle della donna." Aveva ancora al collo una bella collana d'oro, che si metteva raramente e che conservava con la cura, e finanche pignoleria, di chi sa che un'altra simile non l'avrebbe potuta mai pi comprare. Non se l'era ancora tolta. Se la sfil. Il commissario diede a quell'oggetto un'occhiata piena di concupiscenza. Maria lo cap al volo quel che voleva significare quell'occhiata.
"Questa non me la vendo. Me l'hai comprata tu, ma coi risparmi e i sacrifici che ho fatto io. Questa, te la devi scordare." La teneva in mano, ora, e la mostrava anche ai figli. "E la macchina nuova la compri col prestito in banca, come fanno i disgraziati come noi."
"Ma come si fa a fare un prestito, che poi bisogna pagarlo, mese dopo mese. Le banche non scherzano se non paghi puntualmente. Ci si rovina col prestito." Lavorava solo lui in casa, e i figli andavano all'universit. Meglio che studiassero, piuttosto che rimanere sulla strada senza far niente. Che poi, stando sulla strada, non  vero che non si fa niente, qualcosa si trova sempre da fare, prima o poi, e nemmeno una volta capita che sia qualcosa di buono. Andava avanti da decenni che la scuola era diventata un grosso e duraturo parcheggio di disoccupati, che ancora si illudevano di non essere tali. Qualche anno di respiro, insomma, prima di naufragare nell'agitato oceano che era diventata la societ.
"A quest'ora si doveva passeggiare sul lungomare a Viareggio, a goderci questa bella giornata. E invece rieccomi qui a lavorare come tutti gli altri giorni." Si era messa il grembiule davanti e, come succede alle donne che hanno condotto la maggior parte della loro vita chiuse in casa, aveva cominciato a sfaccendare. Sbuffava, per. "E tutto per colpa di quella macchina che non hai voluto cambiare." Il commissario non sapeva che rispondere, e c'era rimasto male pi di Maria per ci che era successo. I figlioli dopo un poco uscirono, ciascuno per la sua strada. Restarono soli.
"Mi dispiace veramente, Maria." "Non ci credo. Perch se ti dispiacesse veramente mi diresti altre parole."
"Quali?"
"Lo sai bene. E da tanto che te lo chiedo."
"Vuoi che compri una macchina nuova?"
"Lo sai che lo voglio. Ma non per farci belli di fronte alla gente. A me non importa granch. Ma perch  una necessit, e non si pu tirare troppo la corda. Non ce la meritiamo una vita da straccioni." Lui ci credeva in questo che diceva Maria. Faceva una vita che non l'augurava ai figli. E con quale risultato, poi? Non aveva mai un soldo in tasca per levarsi uno straccio di sfizio. Nemmeno dei pi piccoli.  vero, i figli avrebbero avuto bisogno di lavorare anche loro, ma guai se avessero scelto la sua strada. Avrebbe fatto di tutto per scoraggiarli. Con quel che lavorava, senza orario, senza dormire come fa la maggior parte della gente  ma anzi, certe notti non rientrava nemmeno a casa e faceva anche quarantott'ore senza toccare il letto  il suo stipendio era cos miserabile che ora per comprare la macchina nuova, di cui aveva assolutamente bisogno, doveva contrarre un debito con la banca. A che tassi, poi! Da strozzini. E nessuno del governo ci metteva mano. Le banche erano le uniche istituzioni che non sentivano n caldo n freddo di fronte a qualunque cavolo di crisi, e sopravvivevano a tutti i cataclismi. Guai a dover bussare alla loro porta. Eppoi volevano le garanzie. E lui aveva solo il suo lavoro e la sua onest. Perch una casa tutta sua non se l'era nemmeno mai sognato di possederla. Viveva in affitto, e anche qui che affitti! Quel poco che restava serviva per mangiare e per comprare qualche abito ai figli, che erano sempre figli di un commissario, e non potevano andare per strada vestiti come pezzenti, e lui ce lo aveva l'orgoglio della sua professione. Commissario si sentiva di esserci nato, anche se non aveva risolto che casi elementari, e qualche volta era stata la fortuna a dargli una mano. Ora, in queste disgraziate condizioni, se lo poteva permettere un debito, di mettersi in casa cio una scadenza fissa tutti i mesi per cinque lunghissimi anni?
"Ce la facciamo. Ce la facciamo anche noi, come ce la fanno gli altri" disse risoluta Maria, che sulla vecchia macchina era intenzionata a non salirci pi .
"E va bene. Domani allora ci vado. La vecchia macchina la faccio ritirare direttamente dalla concessionaria. Non la voglio vedere pi ." Si meravigliava che fosse lui a parlare a questo modo.
"Bravo Luciano. Cos mi piaci. Lasciala stare quella carcassa, e che se la vadano a prendere loro col carro attrezzi. Per me, me la sono gi scordata." Aveva il sorriso a fior di labbra, Maria, e non si lasciava trascinare dalla gioia che sentiva dentro, solo perch ancora non ci credeva a quel miracolo.
"Domattina, la prima cosa che faccio, passo dalla concessionaria."
" una promessa?"
"Non me la rimangio questa volta."
La sera, Maria and a letto tutta felice, e ci fece anche all'amore col suo Lucianino.

"Jacopetti, non passare a prendermi stamani. Verr in ufficio pi tardi." Appena alzato, pens di telefonare al suo collaboratore. Jacopetti veniva tutte le mattine a casa sua e insieme andavano in ufficio. Renzi ne approfittava per riepilogare con lui le cose pi urgenti da fare nella giornata.
" successo qualcosa, commissario?"
"Non preoccuparti. Poi ti racconter." Pensava di andare in ufficio con l'auto nuova, e di fare una sorpresa a tutti i colleghi, ma specialmente a lui, che non se lo immaginava che potesse arrivare a cambiare l'auto. Jacopetti aveva una decina di anni meno di Renzi, e qualche volta ci entrava in confidenza col commissario, e gliel'aveva detto tante volte che lui per il grado che aveva doveva esigere qualcosa di meglio dalla vita. Ma ognuno conosce i guai propri, pensava il commissario, e lo lasciava discorrere.
In casa, si stavano tutti preparando per andare dalla concessionaria. Aveva deciso di portarci l'intera famiglia, poich era una cosa seria l'acquisto di un'auto nuova. L'altra, abbandonata il giorno prima sulla strada, aveva quindici anni, e anche se il commissario sosteneva di averla trattata con tutti i riguardi, era proprio diventata un ferro vecchio. Aveva ragione la moglie a non sopportarla pi . Quando ci camminavano sopra, spuntavano rumori nuovi da tutte le parti, e Maria ritornava a casa pi nervosa di quando era partita. Scesero le scale dal terzo piano dove abitavano, e qualche inquilino, salutandoli, si ferm fuori del portone a guardarli passare, perch era una rarit vederli insieme. Chiss dove andranno, pensava, chiss che cosa  successo. Una donna glielo chiese espressamente.
"E successo qualcosa, signor commissario?"
"Niente niente" rispose, tirando innanzi, e vergognandosi un po'.
La concessionaria non era distante da l. Camminavano sul marciapiede, lui davanti con sua moglie, i figli dietro.
"Dato che ci sei, babbo, vedi di prenderne una pi veloce" disse Alberto, dopo aver parlottato con Manuela.
"Cos voi due vi ci rompete l'osso del collo. No no. Su questo decido io." Succedevano ancora disgrazie con le auto e sempre erano i giovani a guidarle. Soprattutto il sabato sera continuava quell'abitudine di passare le ore piccole della notte in discoteca, e ci si metteva alla guida di auto veloci quando invece si doveva gi essere a letto. Facile cadere negli incidenti. Non si sapeva come rimediare.
"E nemmeno troppo piccola. La voglio pi spaziosa, che ci si respiri dentro." Era Manuela questa volta. Maria si gir e le diede ragione.
"Questo s. Lo voglio anch'io. Meglio spendere qualcosa di pi , ma starci bene nella macchina. In quella di prima non mi potevo nemmeno rigirare. Hai sentito che ha detto Manuela? Non fare il pidocchioso quando siamo dentro, e spendi piuttosto qualcosa di pi , che trovarci di nuovo con una macchina piccola piccola."
"I debiti poi si devono pagare" rispose lui asciutto asciutto.
"Oramai che si fa il debito, facciamolo almeno che si resti contenti della spesa. Altrimenti ci peser di pi ."
Senti, senti. Erano loro che sapevano se una macchina pi bella alleggeriva il debito che lui doveva andare a pagare ogni mese! Ma che discorsi. Proprio di gente che era vissuta fino allora nella bambagia. Videro il salone della concessionaria. Esponeva auto bellissime. Si fermarono davanti alle tre vetrine e le perlustrarono con gli occhi.
" bello quel colore. Prendiamola cos" esclam Manuela.
"Ma quella non ce la possiamo permettere" disse subito Maria, che ci andava volentieri a comprare la macchina nuova, ma stava anche attenta a non fargli prendere un infarto al suo Lucianino.
"Brava" comment subito lui, e dette un'occhiataccia alla figliola. Quando il padrone li vide, siccome conosceva bene il commissario, si alz dal suo ufficio e usc fuori a salutarlo. Capiva che veniva per un acquisto, ma ci teneva anche a farsi vedere cerimonioso con lui.
"Sono belle macchine, vero commissario?"
"Anche troppo belle per le mie tasche." Pens bene di mettere le mani avanti.
Il concessionario non lo aveva mai visto insieme a tutta la famiglia. Segno che erano venuti da lui proprio per comprare. Non doveva farsi sfuggire l'occasione, perch c'erano altri concessionari pronti a contendersi il cliente.
"Non si deve preoccupare per questo. Se vuole una macchina nuova, non sar sul prezzo che litigheremo." Che furbacchione, pens il commissario. E su che cosa allora avrebbero potuto litigare?
"Per la verit un pensierino a comprarne una nuova, ce lo abbiamo fatto io e la mia famiglia. Siamo qui per dare un'occhiata."
"Allora entri, e guardi con pi comodo." Si fece da parte sull'uscio e li fece entrare. Si avvicinarono alle auto nuove, belle lustre, che mandavano luccichii in tutte le direzioni. Era la concessionaria di una casa produttrice italiana, ma aveva anche un salone dove esponeva auto usate di tutte le marche, pure straniere.
"Qui abbiamo anche dell'usato, commissario. Ci sono occasioni fantastiche, a prezzi veramente stracciati."
"No" fece subito la moglie. "Se ci decidiamo a comprare, la vogliamo nuova di zecca."
"E ha ragione" sorrise il commerciante. "Con l'auto nuova non si corre rischi. Eppoi vuol mettere, un'auto dove non ci si  seduto sopra nessun altro. Che conosce solo voi. Vuol dire tanto per un motore non ricevere strapazzi dal padrone. E voi mi sembrate guidatori prudenti, non  vero commissario?" Che poteva rispondere. Lui certamente lo era, la moglie non guidava, ma i figli? Erano soprattutto loro che usavano l'auto, perch lui ci andava solo la domenica, e qualche volta, poich nella maggior parte dei casi erano sempre i figli a contendersela anche la domenica. La gita con Maria era riuscito a combinarla dopo qualche anno che la moglie insisteva. Lui non lo sapeva se guidavano con giudizio o no, i figli. Ma il commerciante, lo si capiva bene, diceva cos tanto per parlare. Parole di convenienza, per tenere su una conversazione utile ai suoi fini, e cio a vendere.
Alberto si era gi seduto su due o tre auto. Anche Manuela le provava.
Ce n'era una di un colore marrone scuro, metallizzata. Aveva i vetri elettrici e cinque marce. Una novit per lui.
"Vieni a provare questa, babbo" gli grid tutto esaltato il figlio. Ci si era gi seduta anche Manuela.
" un bel modello. Ve ne intendete, voi ragazzi. E il colore  proprio una novit." Il commerciante sentiva che avrebbero fatto l'acquisto. Renzi avanz lentamente coi suoi piedi a barca verso l'auto dove stavano asserragliati i figli. Alberto scese quando il babbo si avvicin allo sportello. Lo lasci salire.
"Che te ne pare? Ci si sta comodi. Eppoi hai visto che bagagliaio." Contava anche quello, naturalmente.
"Provatici anche tu" disse mettendo la testa fuori e rivolgendosi alla moglie, e le apr lo sportello di destra. La moglie, che era un po' grassoccia, ma quella ciccia in pi le donava, si chin per entrare, e quando fu seduta, distese le gambe e si molleggi un po' sul sedile. Si dichiar soddisfatta.
"Le assicuro, signora, che con questa macchina non avr noie."
"Speriamo, perch con l'altra, di noie ne abbiamo avute anche troppe." Gli raccontarono che cos'era successo.
"S s, fate bene. Fate bene. Una macchina di quindici anni... Che si pu pretendere di pi .  stato un miracolo che non si sia sfasciata prima."
"Ma mio marito la teneva bene, con ogni riguardo." Era quel po' di affetto che ancora nutriva verso la vecchia auto che rispuntava fuori.
"Ci credo. Ci credo, signora, ma l'et ha la sua importanza anche per un'automobile, e non solo per noi cristiani." Sorrideva con cortesia, e pensava all'affare. La vecchia auto non l'avrebbe valutata un centesimo, almeno ci sperava.
Entrarono nel suo ufficio. I figli restarono in piedi.
"Sedete qua, c' posto anche per voi" disse il padrone.
"Preferiamo stare in piedi." E infatti ogni tanto uscivano e andavano a rivedere la macchina che avevano scelto.
"La pagate in contanti o a rate?"
Il commissario non se la sentiva di rispondere subito.
"E della vecchia auto, che ne fate?" domand, invece.
"La daremo allo sfascino. Capir, commissario, che non si riesce a venderla una macchina di quindici anni."
"Lo dice lei. Guardi che me la deve valutare qualcosa. E deve pensarci lei a ritirarla. Ha capito bene dove si trova?"
"Di questo non si deve preoccupare. Oggi stesso mander un ragazzo a prenderla. Ma che cosa devo valutarla, proprio non saprei. Io non la rivendo una macchina cos."
"Non faccia il commerciante con me. Lei lo sa bene che chiunque altro mi darebbe qualcosa."
"Ha detto che paga in contanti?"
"Potrei... ma..."
"Guardi che pu pagarmi anche a rate. Uno come lei, qui gode la massima fiducia. E non ha bisogno di ricorrere alle banche, se non vuole toccare i suoi risparmi." Aveva tatto e malizia. "Fino al 31 di questo mese abbiamo delle offerte speciali, con pagamento in cinque anni, e i primi due senza interessi. Un'occasione anche questa da non perdere. Lei  fortunato ad aver deciso di cambiare proprio ora la sua auto." Il commissario guard la moglie. Il fatto che potesse fare a meno delle banche lo rallegrava. Non ci aveva pensato che ci potevano essere occasioni come quella. Lui sapeva che le concessionarie erogano prestiti anche loro, ma ad interessi molto pi elevati di quelli praticati dalle banche. Che se erano strozzine loro, figuriamoci le finanziarie delle case costruttrici. Perch erano sempre queste che, sotto un'altra ragione sociale, concedevano il finanziamento a rate. Per, quella poteva essere davvero un'occasione fortunata.
"Allora, se mi dice cos, potrei approfittare. Ma veniamo alle cifre, e prima sentiamo quanto mi valuta la vecchia auto." Il commerciante assunse l'espressione di uno che stava per dire una cosa mai detta a nessun altro.
"Guardi, commissario, proprio perch  lei, e senza nemmeno vederla quella vecchia macchina, io gliela valuto un milione. Mi creda, non posso fare pi di cos. E lo faccio, se lo rammenti, per lei, che  uomo degno di ogni riguardo."
"Mi sembra poco" comment pronta la moglie.
"Va bene, invece. Va bene cos" la interruppe il commissario, che si era sentito lusingato dalle ultime parole.
"Allora siamo d'accordo?" domand il commerciante.
"D'accordo" rispose lui. La moglie rest in silenzio.
Fecero quindi i conti e usc fuori finalmente l'ammontare della rata che avrebbero dovuto pagare tutti i mesi per cinque lunghissimi anni.
"Per la macchina la voglio subito."
"Il tempo di fare le pratiche, ed  sua."

"Jacopetti, non passare da me, stamani. Non  necessario."
"Ma commissario...  successo qualcosa?"
"Non preoccuparti. Poi ti spiego." In quei giorni il commissario gli aveva detto dell'auto nuova, e Jacopetti aveva spalancato tanto di bocca. Sembrava rimasto senza fiato, e dovette battergli la mano sulle spalle, il commissario.
"Che ti prende, Jacopetti." Ci mise un bel po' prima di ricominciare a parlare.
"Questa s che  una sorpresa. Lo sanno gli altri?" riusc a dire.
"No. Perch glielo dirai tu agli altri." A Jacopetti piaceva portare lui le novit, e questa era una novit che superava tutte quelle che potevano accadere in quell'ufficio. Aveva dovuto pagare da bere, il commissario, e lo avrebbe dovuto ripagare quando avesse ritirato l'auto nuova. Ed era appunto questo il motivo della telefonata mattutina a Jacopetti. Ma non glielo voleva dire che andava a ritirare l'auto nuova. Se lo capiva da s, bene, ma dalla sua bocca non lo avrebbe saputo. Voleva fare un'altra sorpresa ai suoi colleghi, che non erano proprio abituati a riceverne da lui.
"Non andr mica a ritirare l'auto nuova?" invece si sent dire dall'altra parte del telefono. Ahi, ahi, allora Jacopetti era proprio un furbacchione.
"Poi ti dir" rispose il commissario, rimasto a corto di parole. Chiuse la conversazione senza nemmeno un po' di contentezza.
"Dove vai, Luciano?" domand sorniona la moglie, che infatti sapeva bene dove andava. Voleva venirci anche lei dal concessionario a ritirare la macchina nuova. Alla fine, tutto ci che stava succedendo era anche merito suo. Era gi vestita, bell'e pronta, e accampava, ma con molto impaccio, la scusa che quella mattina doveva andare presto al mercato.
"Guarda che dopo non posso riportarti a casa. Devo andare subito in ufficio."
"Sta bene anche a me" disse pronta lei. "Mi accompagni con l'auto nuova al mercato, e poi vai in ufficio." Voleva salirci subito sull'auto nuova, e magari sperare che la vedesse qualche amica.
"Allora sbrigati." Non ce n'era bisogno, perch era gi l con la borsa in mano. Uscirono e fecero in silenzio le tre rampe di scale. Non prendeva mai l'ascensore, il commissario, perch aveva sperimentato che incontrava meno gente se scendeva le scale a piedi, e a volte non vedeva addirittura nessuno, salvo che nell'androne, quando bastava un rapido cenno di saluto per sbrigarsela. Ma in quei giorni straordinari per lui, pi non voleva farsi vedere e pi lo vedevano.
"Esce con sua moglie, stamani?" Era un'inquilina.
"Eh gi" fece, tirando corto.
"Che mogliettina, eh? Ha tutti i riguardi per lei, commissario.  fortunato." S, fortunato... Lui andava s a ritirare l'auto nuova, ma si metteva addosso anche quel bel debituccio. Se non fosse stato di far contenta la moglie, quell'auto vecchia sarebbe andata in pensione con lui, che ancora ci aveva da lavorare almeno una decina di anni.
L'auto era pronta sul piazzale. Bollo, libretto. Il commerciante gli aveva fatto omaggio anche di un pieno di benzina.
"Un riguardo a lei, commissario."
Ringrazi senza sorridere. Un po' in fretta. Non ci teneva a tante smancerie.
Mise le chiavi nella fessurina dell'avviamento. Si sentiva odore di nuovo dappertutto. Sua moglie si era accomodata al suo fianco.
"Ci si sta proprio bene" comment.
Lui gir la chiave e il motore si accese all'istante. Il commerciante era sempre l vicino.
" un portento questa macchina. Auguri e buon viaggio, commissario." Si conged alzando la mano e portandosela all'altezza della fronte, come per accennare ad un saluto. Era davvero silenzioso il motore. Non c'era abituato e prov sollievo.
"Abbiamo fatto bene a comprarla. Senti che differenza. Non sembra nemmeno di stare in macchina." Era la moglie a parlare. Lui lentamente stacc la frizione e acceler. Si mosse dolcemente l'auto. Si diresse all'uscita, varc il cancello, bad alla precedenza, e si trov in strada.
"Fammi fare un giro" disse Maria.
"Guarda che ho fretta" ma aveva anche lui voglia di accontentarla. Non c'erano molte altre occasioni per farla felice. Il lavoro gli consumava tutte le ore del giorno, e quando ritornava a casa, non ce le aveva le parole per lei. Stava quasi sempre sola, Maria, e faceva e rifaceva le pulizie in quella casa che sarebbe stata pulita e ordinata come una reggia, se non ci fossero stati i due figli a mettere un po' di confusione.
"Passa di qui." Maria voleva farsi vedere in giro. Aveva indosso il vestito bello della domenica, e aveva messo anche la collana d'oro e il braccialetto.
"Ma come ti sei conciata?" Si pent subito, il commissario. Lei non rispose, era cos contenta che il marito avrebbe potuto insultarla non una ma centomila volte.
"Ti scendo al mercato. Ma non sar pericoloso con tutto quell'oro addosso? Non potrei pi ricomprartelo, lo sai." Era infatti frutto di sacrifici di lunghi anni.
"Stamani ci voglio andare cos al mercato." Per lei quel giorno era una festa, come Natale, come Pasqua.
La scese al mercato. Lei prima si gir a prendere la borsa che stava sul sedile posteriore.
"Fai attenzione, mi raccomando" disse prima di lasciarlo.
"Faccio attenzione s.  tutta da pagare. Ci mancherebbe che mi succedesse anche qualcosa." Maria stette a guardarlo mentre ripartiva. Lui se ne accorse dallo specchietto che non si muoveva da l. Poi curv e non la vide pi . Si diresse all'ufficio. Quando vi giunse, sent esplodere un gran boato. Che era? Scese e vide i colleghi che stavano affacciati alla finestra. Qualcuno, evidentemente, si era messo di piantone, e aveva dato il segnale. Arriva! Arriva! Con la macchina nuova! Li sent strillare. Si vergognava, giacch in strada c'era altra gente, e tutti si erano fermati, anche le auto, a vedere che cosa stesse accadendo.
"Non  niente, non  niente" brontol lui, e con la mano preg le auto che si erano fermate di proseguire, e alla gente che stava affollata sugli scalini del portone fece cenno di allontanarsi.
"Bella macchina, commissario" disse il piantone, salutandolo.
"Grazie, grazie anche a te" e entr a passo svelto. Sal  cosa rarissima  a due a due gli scalini che lo portavano al piano superiore, dove stava il suo ufficio. La porta era spalancata, e vide che sul suo tavolo era gi pronta una bella bottiglia di spumante, con intorno una decina di bicchieri. I suoi colleghi erano radunati tutti l, nella sua stanza. Jacopetti gli corse incontro.
"Eh, commissario, voleva farci un'improvvisata, e invece gliel'abbiamo fatta noi."
"Tu sei un furbacchione, Jacopetti." Sapeva che non era del tutto vero, ma lo disse tanto per fargli piacere.
Lui ci credette; si pass la mano sui capelli. Aveva la riga sulla destra, come sempre, bella diritta, tra quei capelli lisci e neri.
"Lo sa che a me non la fa, commissario." Pensava che potesse essergli utile per la promozione il complimento del commissario. And lui a stappare la bottiglia, mentre gli altri stringevano la mano di Renzi. Finch si sent il botto dello spumante, e di nuovo si lev un grido che parve un boato.
Il commissario si affacci alla finestra e guard per un attimo senza parlare la sua bella auto di color marrone scuro metallizzato.
" proprio una bella macchina." Jacopetti gli si era avvicinato.
"S, sono contento." Le diede un'ultima occhiata, poi chiuse la finestra.
"Ma ora mettiamoci al lavoro."
Tutti se ne andarono e rimase solo con Jacopetti.
L'ufficio del commissario Renzi si occupava di pi questioni. Lucca era una citt che rispetto alle altre in Italia si manteneva tranquilla, dopo gli anni ruggenti in cui proprio qui a Lucca la protesta della gente aveva assunto forme anche violente. Perci il personale di polizia era stato ridotto ai minimi termini e un funzionario doveva occuparsi di pi cose. Questo non dispiaceva al commissario Renzi, giacch si sentiva portato all'indagine, qualunque fosse la natura; cos trattava con la stessa passione i casi di omicidio, di spaccio di droga e di rapine, che erano i pi importanti attribuiti al suo ufficio. Vi era un altro commissario che si occupava soprattutto di prostituzione, e un commissario capo coordinava il tutto. Renzi godeva di molto rispetto, poich sapeva fare bene il suo lavoro, e salvo qualche rara eccezione, i casi di sua competenza li aveva risolti brillantemente, cos almeno sembrava.
"Si ricordi che stasera abbiamo la cena con il commissario capo."
"L'avevo dimenticato. Con la storia della macchina sono andato in tilt. C' qualcos'altro?"
"Stamani abbiamo arrestato uno spacciatore." Ce l'aveva con gli spacciatori. Non lo fece finire. Aveva visto giovani perbene rovinarsi la vita a causa della droga.
"Quando si decideranno a sbatterli in galera per sempre."
"Ma la colpa, commissario, non  tutta degli spacciatori." Abbass la voce, Jacopetti. " chi comanda che ha colpa. Noi li mettiamo in carcere, e la legge li ricaccia fuori. E i delinquenti scambiano il carcere per un albergo, e ci vanno per prendere fiato, riflettere, fare nuovi programmi di lavoro, stringere amicizie."
"Ci abbiamo provato a cambiare, non lo ricordi, Jacopetti? E che cosa ne  venuto fuori? Non si potr mai cambiare questo Paese."
"C' scappato anche pi d'un tentativo di golpe, se lo rammenta?"
"Lo rammento s."
"Ma lei davvero crede che non si possa cambiare?"
"In peggio s, tutte le volte che vuoi, Jacopetti. Ma in meglio, ce lo dobbiamo scordare. Di che ci occupiamo noi da almeno trent'anni? Di droga, rapine, omicidi. Ti pare che siano diminuiti? No. E noi da qui ce l'abbiamo sul serio il polso della situazione. Non son balle quelle che diciamo. Non abbiamo bisogno che ce lo mandino a dire da Roma. Il nostro  un osservatorio di prim'ordine. E allora ascolta ci che ti dico: finch prospera la delinquenza, significa che non abbiamo buone leggi, e se non abbiamo buone leggi, significa che non abbiamo buoni governanti. Non si scappa. Il ragionamento non fa una grinza." Si era infervorato, Renzi, e Jacopetti si sent autorizzato a lanciarsi a vele spiegate.
"E allora, se non abbiamo buoni governanti, significa che non abbiamo nemmeno il popolo che funziona. Non  cos? Poich  il popolo che li elegge, o mi sbaglio." Jacopetti non ci credeva alle chiacchiere che sentiva sul popolo sovrano. Sovrano di che? Della propria miseria e della propria eterna umiliazione. Questo s.
"Sai che ti dico, invece: che il popolo gonfia. Zitto zitto gonfia, e non lo devi sottovalutare.  un pachiderma che ha movimenti lenti, ma di di ci arriva a ci che vuole. Lo tira gi l'albero prima o poi. Tutto ci che  successo in questi anni  stato come uno shock salutare, che ha aperto gli occhi alla gente. Ha lasciato il segno, anche se non sembra."
"Allora lei ce l'ha, una speranza?"
"Quando succeder tutto questo, non ci saremo pi n tu n io. E allora a che serve la speranza quando  solo per gli altri?"
"Se la godranno i suoi figli una societ migliore. Non le pare abbastanza?" Jacopetti non aveva figli, invece. Era sposato con una donna che era la met di lui, piccoletta, graziosa per, tutta pepe, ma non gli aveva dato figli. Si mormorava che la colpa non fosse sua, ma di Jacopetti, che non aveva forti spermatozoi. Un cruccio per lui, ma era riuscito a navigarci, in quelle brutte acque, senza andare a picco.
"Dov' quello spacciatore?" domand Renzi.
"Lo vuol vedere?  di l per il verbale." Jacopetti si alz prontamente e gli and ad aprire la porta. Il commissario si avvi nel corridoio. Due porte pi in l si affacci nella stanza. Aveva vent'anni s e no lo spacciatore che avevano arrestato. Poteva essere suo figlio. Capelli lunghi, atteggiamento strafottente.
"Non ti ho mai visto qua dentro."
" la prima volta infatti che lo peschiamo, commissario."
"Da dove viene."
"E tutto nostro, di Lucca. Ce lo siamo fatto in casa."
"Ti diverte spacciare droga?"
"Son cavoli miei, commissario."
"Non mi rispondere cos."
"E come le devo rispondere. Io ci campo con la droga. Me lo d lei un lavoro onesto?" Sorrise con l'aria di chi non ha pi speranze.
"Ma che fai del male agli altri, ci pensi?"
"Gli altri, la droga la cercano. E io gliela do. Se non la prendono da me, c' qualcun altro a dargliela. Non lo sa che cos va il mondo?" La dava lui al commissario la lezione sull'esistenza.
"Ora ti fai un po' di galera. Sei contento?"
"Almeno mi darete da mangiare e da bere, e per qualche giorno star in pace."
"Lo ha sentito, commissario?" Era Jacopetti.
Il commissario lo diceva anche lui, per, che le galere erano come degli alberghi. Bisognava incrudirle, invece, farle detestare. I delinquenti dovevano avere paura della galera.
"Quanti anni hai?"
"Ventidue."
"Hai cominciato presto."
"Potevo cominciare anche prima."
"E perch non lo hai fatto?"
"Non si piglia volentieri questa strada."
"Hai studiato?" Lo sapeva gi che non serviva a niente l'istruzione.
"S. Sono stato all'universit per un po'." L'universit era diventata il rifugio dei disoccupati, come si  gi detto.
"Non era meglio se continuavi a studiare?"
"E per che cosa studiavo, se non c' lavoro per nessuno."
Voleva domandargli altre cose, e pensava ai suoi figli mentre lo guardava, ma sentiva che stava diventando una predica la sua. Usc e chiuse la porta dietro di s.
"Non se la prenda, commissario. Lo so che fa male. Ma ci si deve fare il callo, e lei ne ha gi visti tanti di casi come questi."
"Ma mi fanno sempre male, Jacopetti." Tutte le volte provava rabbia per come non si riusciva a cambiare il mondo.
"Sono sicuro che prima o poi le cose si raddrizzeranno. Ci vorranno decenni. Forse secoli, ma non pu durare cos, Jacopetti. Il desiderio di giustizia ce l'abbiamo dentro, e non si pu restare vigliacchi per sempre."
"Guardi che il popolo  una strana bestia.  capace di sopportare fino alla fine del mondo."
"Se fosse come dici tu, il nostro lavoro non avrebbe senso."
"Invece ce l'ha, commissario, ci pensi bene. Il nostro lavoro serve. Serve, eccome. A mantenere le cose cos come stanno. Ci pensi bene. Che cosa significa mantenere l'ordine in una societ come questa? Significa che non ci devono essere colpi di testa da parte di nessuno, e che tutto deve scorrere senza minacciare chi comanda. Non  cos? Noi, caro commissario, siamo i lacch di questo potere. Siamo i vigilantes di questa societ. Se ci sono aspirazioni nuove, forse siamo proprio noi, noi che vogliamo far rispettare le leggi, che le soffochiamo. Non dico bene, commissario?" Voleva farlo parlare.
Il commissario, invece, era talmente amareggiato che non si rammentava nemmeno pi che quel giorno aveva ritirato l'auto nuova.
Venne suo figlio a ricordarglielo.
"Mi di le chiavi, babbo?"
"Dove vai?"
"Faccio un salto all'universit. Vado a vedere in che giorno mi hanno messo l'esame." I suoi figli studiavano bene. Alberto frequentava giurisprudenza e Manuela economia. Li immaginava, fra qualche anno, impegnati nel lavoro, scrupolosi, attenti, come lui aveva loro insegnato. Si frug nella tasca della giacca e trov le chiavi.
"Mi raccomando,  nuova. Stacci attento."
"Non devi preoccuparti, babbo." Era un figlio giudizioso, anche se con la macchina si lasciava prendere un po' la mano. Proprio guardando i suoi figli nutriva qualche speranza sull'avvenire.
"Ciao, babbo. Ci si vede a pranzo."
"Se non dovessi venire, diglielo tu alla mamma che stasera sono a cena fuori, col Capo."
"Occhei." A passo svelto lasci il corridoio.
Il commissario entr nel suo ufficio e and subito alla finestra. Vide il figlio che inseriva la chiave nella serratura dello sportello, lo apriva, si metteva a sedere, aggiustava il sedile, richiudeva lo sportello, metteva in moto. Marcia indietro e via con la bella auto nuova.
Jacopetti stette l a guardare accanto a lui.

Invece, ci and a casa per il pranzo. L'accompagn come al solito Jacopetti, che abitava poco distante e ormai era diventato il suo autista. Stavano dalle parti di Porta San Donato.
"Vieni a riprendermi alle tre." Sal le scale. Era gi tutto apparecchiato. Maria era precisa in queste cose, e quando arrivava lui, era pronta a calare la pasta. Se non veniva, invece, il commissario telefonava sempre, per non farli aspettare.
Appena lo sentirono entrare, i due figli uscirono dalle loro camerette, dove studiavano.
"Allora, che ne dici della macchina?" domand a Alberto.
" una cannonata."
"Ha cinque marce, hai visto?"
"Certo.  una marcia in pi che ci far risparmiare benzina."
"E l'esame? Quando ce l'hai?"
"Il 28." Mancava una quindicina di giorni. Si era di Maggio.
"Sei preparato?"
"Da rivedere qualche piccola cosa, ma mi sento pronto."
"E tu Manuela?" Si erano avviati in sala da pranzo e ora si stavano mettendo a sedere.
"C' tempo alla fine di giugno per me." Non gli davano pensiero, i figli. Una vera fortuna. Sentiva dire dai colleghi che mandavano i loro figli a lezione, e non ce la facevano con quel modesto stipendio a tirare avanti fino alla fine del mese. Lui non aveva mai avuto di questi problemi. Se l'erano sempre cavata da soli. Se lo meritavano proprio un lavoro. Ricordava i discorsi fatti quella mattina con Jacopetti.
"Stamani abbiamo arrestato uno spacciatore. Ha su per gi la vostra et. Mi ha detto che lo fa per soldi. Ha abbandonato gli studi, perch non ci sono prospettive. E lo spaccio gli assicura invece un guadagno."
"Non  solo lui, babbo, a pensarla cos. Molti si sono incattiviti, e ce l'hanno con tutti. I pi deboli si mettono in mano ai delinquenti."
"Ma arrivare a spacciare droga. Arrivare a fare del male agli altri..."
" un gesto di ribellione, babbo, non lo capisci?"
"E noi donne invece si finisce prostitute. Che bella prospettiva!"
Entr Maria con la zuppiera di spaghetti.
"Lasciate stare questi discorsi. Mi mettono tristezza."
"Non voglio mangiare molto. Per via della cena col Capo."
"Chiss che discorsi farete..." A Manuela piaceva prendere un po' in giro il babbo.
"Sono discorsi che lasciano il tempo che trovano" fece lui, scuotendo la testa.
"Non lo dire!" rincar la dose Manuela.
"No no,  proprio cos."
"Cos' che non va?" disse Maria. "Oggi abbiamo incignato la macchina nuova. Si deve essere allegri. Ho preparato anche lo spumante. Non voglio vedere musi lunghi."
"Scusami, ma quel giovane spacciatore mi ha messo di malumore. Qualcuno per ce l'ha la colpa di queste cose. Non accadono solo perch devono accadere."
"Qualcuno vuole che vadano in questo modo, babbo." Era Alberto.
"La pensi cos, tu?"
"Non sono il solo."
"Anch'io sono d'accordo" disse Manuela.
"Ma se ci fossero leggi pi severe, finirebbe la violenza. Bisogna spaventarli, i criminali. Ecco cosa penso" disse Renzi.
"E come?"
"Mettendoli in galera, ma non in celle grandi e comode. In celle piccole, alte un metro e mezzo, da starci sempre chinati, un metro e mezzo di altezza e due metri di lato, non di pi . E lasciarceli per tutto il tempo della pena, senza possibilit di sconti. E a pane e acqua."
"Sono esseri umani anche loro."
"Ma se le regole vengono stabilite prima, tutto diventa giusto. I criminali lo devono sapere prima a cosa vanno incontro. E se decidono di rischiare, se perdono, scontano il carcere fino in fondo."
"Allora non sarebbe meglio la pena di morte? Cos non ci costerebbero nemmeno il pane e l'acqua." Era Maria a parlare cos.
"In certi casi sarebbe giusta anche quella. Casi gravi, naturalmente, e quando il criminale  preso con le mani nel sacco, senza possibilit di errore."
Ci fu la sorpresa del dolce; Maria non aveva voluto dirglielo che c'era anche il dolce, ma il commissario, per via della cena che doveva avere col Capo, ne assaggi appena una fettina, a malincuore, poich era goloso. Tocc ad Alberto aprire la bottiglia di spumante. Il tappo rimbalz sulla testa del commissario.
"Porta fortuna" disse la moglie. "Avrai una giornata fortunata."
"La fortuna  quella di avere una bella famiglia come voi. A volte, mi verrebbe voglia di piantare tutto e rinchiudermi tra queste mura, e non mettere pi il naso fuori della finestra."
"Eh no" intervenne Maria. "Ora non lo puoi pi fare. Abbiamo le rate della macchina che ci aspettano tutti i mesi, non lo ricordi?"
Risero tutti.
"Eppoi se ci si chiude tra quattro mura, come si fa a cambiare il mondo?" Era Alberto.
"Ma tu, Alberto, ci credi davvero che si possa cambiare il mondo?"
"S."
"Guarda che io sono pi vecchio di te. Ne ho viste di tutti i colori. Qualche anno fa si pensava che tutto dovesse cambiare, e si potesse ricominciare da capo. Invece nulla."
"Ma te, babbo, sei davvero convinto che noi giovani si lasci marcire tutto cos? Lasciaci il tempo, e saranno i giovani a cambiare il mondo. Noi abbiamo pi rabbia dei vecchi, e pi rabbia di coloro che vorrebbero comandarci."
"Vuoi un'altra fetta di torta?" domand Maria.
"No no, non mi tentare. Stasera voglio sentirmi in forma, in mezzo a quelli l."
"Stai attento a come parli, ci sono spie dappertutto."
"Spie e leccapiedi" aggiunse lui.
Puntuale come un orologio svizzero, Jacopetti suon il campanello. Le tre spaccate. Renzi rispose al citofono.
"Vuoi salire, Jacopetti? C' un bicchiere di spumante anche per te."
"Ha festeggiato la macchina, eh, commissario? Ma meglio di no. Lo sa che a me gira subito la testa. Faccia con comodo, io aspetto gi ."
"Sono gi pronto, allora. Scendo subito." Pos la cornetta e and a prendere la giacca.
"Buon lavoro, babbo." Gli strizz l'occhio, Alberto, mentre lui apriva la porta. Accanto ci aveva anche Manuela: "Va l, babbo, che ci penser Alberto a sistemare le cose."
"E tu?"
"Sar al suo fianco, diamine. Anzi, io sar una nuova Giovanna d'Arco."
"Non ci scherzate su queste cose."
Maria li guardava dalla porta del salotto, contenta.

Nel suo ufficio, verso le sei del pomeriggio, si affacci Jacopetti.
"Venga a vedere, commissario. Venga, presto."
"Cos'altro c' Jacopetti."
"Vedesse che retata, quelli della buoncostume. Ce ne sono delle nuove. E che schianti. Venga, venga. Non se lo perda lo spettacolo."
Quando succedevano queste cose, Jacopetti andava in solluchero. Gli piaceva guardare quelle donnine tutte dipinte in modo eccentrico e vestite con niente, che protestavano la loro innocenza, mentre la colpa ce l'avevano scritta addosso.
Il commissario s'affacci nel corridoio, e le vide, l in fondo, gi sedute nella piccola saletta che faceva d'anticamera all'ufficio del suo collega della buoncostume.
"Ci sono delle ragazzine" not Jacopetti. "Chiss se sono minorenni." Usc anche il commissario capo.
"Che succede Renzi?" Si era sentito il fracasso del loro taccheggiare e delle proteste.
"C' stata una retata."
Il Capo si spinse fino alla saletta. Si pavoneggiava di fronte a quelle disgraziate.
"Su su, non fate chiasso." Rimase in corridoio Renzi, per la curiosit di spiare il suo Capo. Lo udiva parlare con le donne.
"Siamo innocenti."
"E tu quanti anni hai?"
"Sono maggiorenne, che crede?"
"Sei troppo giovane per questo mestiere."
"Non la pensano cos quelli che vengono con me."
"Non facciamo nulla di male, commissario."
"E tu quanti anni hai?" Ce n'era un'altra che pareva una bambina.
"Sono gi maggiorenne."
"Siete tutte maggiorenni voi ragazzine. Ma lo vedremo. Da dove vieni?"
"Sono della citt." Lo sapeva anche il commissario capo che era diventato un modo diffuso di guadagnarsi la vita, quello, e spesso erano i genitori che le incoraggiavano, chiudendo un occhio o tutti e due. Per riuscire a mangiare, bisognava lasciarla perdere la dignit. Dopo aver dato loro un'altra occhiata, lasci la saletta e rientr nel corridoio, dove sostavano ancora Renzi e Jacopetti.
"Invece di diminuire, mi pare che le puttane crescano ogni giorno di pi ."
"Credo che durer per un pezzo."
"Ci vediamo pi tardi, Renzi." Pi tardi era convocata una riunione presso il commissario capo dei responsabili delle due sezioni, con alcuni tra i pi importanti collaboratori. Il commissario capo, che aveva nome Materazzo, era stato trasferito da Palermo a Lucca da pochi mesi, e teneva frequenti riunioni per apportare modifiche all'organizzazione degli uffici a lui sottoposti. Il Questore gli aveva dato carta bianca. Il suo trasferimento a Lucca era stato preceduto da molte chiacchiere. Si diceva che gli fosse toccata una punizione, ma nessuno conosceva le vere ragioni. Alto, distinto, un bell'uomo, aveva dato subito l'impressione di uno che sa fare il suo mestiere. Energico, determinato, di poche parole quando impartiva delle istruzioni. Non gli piaceva essere contraddetto. Uno dei primi giorni aveva portato anche la moglie in ufficio. L'aveva presentata ai suoi collaboratori, primo fra tutti Renzi, che per l'importanza della sezione assegnatagli veniva gerarchicamente subito dopo di lui. Una bella donna, la signora Materazzo, una emiliana di alta statura, mora, occhi e capelli nerissimi. Gran fisico, sensuale. Jacopetti si esib anche nel baciamano, si chin, abbass il capo, e la signora lasci fare, compiaciuta di quel gesto che non si usava pi .
"Accidenti, che femmina!" disse Jacopetti al commissario Renzi, affacciandosi alla porta del suo ufficio.
"Come si fa a venire qui, al lavoro, quando si lascia a casa una femmina come quella. Sar geloso il Capo?"
"E che ne so, Jacopetti. Se l'ha portata qui, forse non  geloso, non ti pare?"
"Per me  geloso." Era entrato in ufficio, e aveva chiuso la porta.
"Ma tu, Jacopetti, non c'hai niente da fare?"
"Mi lasci dire, commissario, che avere una femmina cos  gi un bel colpo di fortuna. Meglio di un tredici al totocalcio."
"Guarda che le donne troppo belle, a volte sono un castigo di Dio."
"Ma che dice mai."
"A volte, non portano che guai."
"S, ma la notte di guai non ne portano mica, commissario."
"Tu pensi sempre a quello."
"E lei, no? Guardi che io ormai la conosco. Lei fa sempre finta di nulla, ma l'occhio ce l'ha sempre sulle belle donne. Che crede, che non me ne accorga quando siamo in giro?"
"A un buon poliziotto non deve sfuggire niente."
"E perch non si accorge mai delle brutte donne che le passano accanto?"
"Questo lo dici tu. Io vedo tutto."
"Non la racconti a me, questa balla."
"Jacopetti, vai a finire il tuo lavoro. Ricordati che fra poco siamo in riunione col Capo."
"Di che ci parler? Questo, convoca sempre riunioni, e mi paiono delle citrullaggini le cose che dice." Ci aveva confidenza col commissario.
"Che non ti scappi detto fuori di qui. Ricordati che le pareti hanno orecchie e occhi dappertutto."
"Ma lei ci capisce nulla in questa mania che gli  presa al Capo di fare un giorno s e un giorno no la riunione dei collaboratori?"
"Forse  abituato a fare cos.  il suo metodo di lavoro."
"Ma perch l'avranno mandato via da Palermo?"
"Ha chiesto lui il trasferimento, almeno cos si dice."
"Ma lei ci crede? Io no."
"Che pensi, allora?"
"Che ne abbia combinata qualcuna. O che stesse sullo stomaco a qualche capoccione."
"Pensi alla politica?"
"S e no."
"Alla mafia?"
"Forse a tutt'e due insieme. Politica e mafia, e forse anche donne."
"Perch le donne?"
"Mi sembra uno a cui piacciono le donne.  anche un bell'uomo. Ha visto come si  buttato su quelle quattro puttanelle?"
"Anche tu, ti ci sei buttato."
"Ma lui come se le guardava!"
"E tu, non te le guardavi?"
"Io le puttane, le lascerei libere. Che fanno di male, in fondo? Anzi, di male proprio non ne fanno punto. Meglio puttane che ladre. Che ne dice lei, commissario? In galera ci dovrebbero andare quelli che so io, invece, altro che le puttane." Pensava ai politici.
"Hai fatto colpo sulla signora. Hai visto come ti guardava? Ti sei distinto tra tutti con quel baciamano."
"Davvero?"
"Parola di commissario."
"Certo che una notte con lei ce la passerei volentieri. Gliele metter le corna al marito?"
"Perch pensi alle corna?"
"Una donna cos, ne deve avere di occhi addosso. Chiss quanti superiori si saranno fatti avanti. Possibile che abbia detto di no a tutti?"
"Perch non dovrebbe essere, invece, una donna onesta?"
"Le donne fatte a quel modo, non possono restare fedeli a un solo uomo." Aveva l'aria di chi  convinto di ci che dice.
"Bella opinione che hai delle donne, Jacopetti. Se ti sentisse tua moglie!"
"Non glielo dica, per carit. Son discorsi che nemmeno s'immagina mia moglie."
"Ah! Santo di fuori e diavolo di dentro, allora. Bravo Jacopetti."
"Ma anche lei non  cos? Tutti gli uomini sono uguali, e anche lei ha i suoi peccati che non fa conoscere a nessuno. Nemmeno al prete." Questa, che nessuno confessa mai per intero i propri peccati, neanche al prete,  una bella verit. L'aveva azzeccata, Jacopetti.
"Potrebbe essere la signora Materazzo la ragione del trasferimento del marito" disse all'improvviso Renzi, come per sviare il discorso. Jacopetti si mise a sedere davanti alla scrivania del commissario.
"Che dice mai?" Aveva gli occhi sgranati, fuori dalle occhiaie. "Parli pi chiaro." Si era fatto sotto e stava col busto piegato verso Renzi.
"Qualche avventura della signora, che lui ha scoperto. Avventura con qualche pezzo grosso, naturalmente. E cos ha chiesto il trasferimento."
"Ma la signora avrebbe potuto impedirlo il trasferimento, con le sue conoscenze." Era vero anche questo. Ma il commissario prefer lasciare in sospeso la questione.
"Chi pu dirlo."
"Per, mica  inverosimile la sua ipotesi." Ci ripensava, Jacopetti. "Di sicuro una donna cos ce l'ha sempre un amante. Ma forse  convenuto anche a lei venirsene via, questa volta."
"Allora anche qui a Lucca ce l'ha un amante, secondo te?"
"Vedr, commissario, che prima o poi qualche pettegolezzo sortir fuori."
"Jacopetti, finiamola con questi discorsi. Tornatene in ufficio e lasciami lavorare."
"Ho quasi pronta la relazione su quell'incidente dell'altro giorno."
"Vuoi dire quell'incidente mortale in fabbrica?"
"S, proprio quello."
"E allora?"
"Pare che non fossero rispettate tutte le norme di sicurezza."
"Ne ero certo. Sbrigati a finirla, e domattina voglio qui la relazione. Lo metto in galera quel disgraziato di imprenditore. Ce ne sono tanti come lui che si mettono a risparmiare sulla pelle della gente. Ci vuole un esempio, e questa volta non mi ferma nessuno."
"Domattina l'avr sulla scrivania, commissario. Ai suoi comandi." Si alz e usc dalla stanza. Nella saletta c'erano ancora le prostitute. Lui volle affacciarsi, come aveva fatto il commissario capo. Ce n'erano di veramente carine. Avesse potuto farlo, le avrebbe messe in libert tutte quante. Per, se le sarebbe portate prima a casa sua. Una per una. Sua moglie permettendo, si capisce.

"Anche questa cena offerta dal commissario capo mi pare una cosa strana. Non ci si era abituati con il suo predecessore."
Jacopetti era alla guida della propria auto e aveva accanto a s il commissario Renzi. Il ristorante era uno dei pi rinomati; sorgeva lungo le rive del Serchio.
"Gli piacer fare cos. Ognuno ha i suoi metodi. Si vede che ha soldi da spendere."
"Dev'essere ricco di famiglia, perch con lo stipendio non se lo pu certo permettere."
"La moglie ha l'aria di una che sta bene. Pu essere lei la riccona."
Quando arrivarono al ristorante, trovarono gi gli altri colleghi, che aspettavano fuori dell'ingresso sotto i bei platani. C'erano anche quelli della buoncostume e Jacopetti non pot stare zitto.
"Scommetto che di quella retata, qualche pesce  toccato anche a voi." L'altro si mise a scherzare, assecondandolo.
"Hai visto, eh, che carine. Ce n'erano di quelle che potevano star bene anche in un salotto di signori. Ragazze fini, di classe."
"Per le avete prese sul marciapiede."
"Non tutte. Qualcuna l'abbiamo pizzicata in una casa di appuntamenti."
"La conosco?" domand Jacopetti.
"Chi? La casa o la puttana."
"Senti senti" fece un altro. "Guarda, Jacopetti, che spiffero tutto a tua moglie."
"Pensa piuttosto alla tua, che chiss quante corna le hai rifilato."
"L'occasione fa l'uomo ladro."
"E puttaniere."
"Vorrei vedere te, Jacopetti, al nostro posto. Certune te la sbattono in faccia, e se ti rifiuti, ti prendono per finocchio."
"Ma tu lo sai che in servizio non si pu."
"Ma io non ci vado quando sono in servizio. Non sono mica scemo. Al posto ci tengo."
"Finitela con questi discorsi. Te, Jacopetti, le bevi proprio tutte. Son balle quelle che ti raccontano. Non te ne accorgi? Questi qui son pi santi del prete." Era il commissario della buoncostume.
"S. Dice proprio bene, lei. Del prete. E allora chiss quante ne combinano se somigliano ai preti. Ne sanno una pi del diavolo, i preti."
"Ma con le donne non ci vanno mica" intervenne un appuntato.
"Questo lo dici te." Jacopetti non ci credeva tanto alla castit dei preti. "Sono pochi quelli che osservano la castit. Non son mica citrulli, i preti. Certo, le sanno fare di nascosto, e te un prete che se la fa con una donna non riuscirai mai a pescarlo, ma sono uomini anche loro e non mi venire a raccontare che sono santi."
"Allora se lo vuoi proprio sapere, uno ce l'ho preso l'altro giorno, sul fattaccio. Vestito da borghese, ma io lo vidi che era un prete, e lui se n'accorse che l'avevo riconosciuto."
"Davvero? E chi era?"
"Si dice il peccato e non il peccatore. Ma mi devi credere sulla parola che io un prete ce l'ho preso con le puttane. Proprio sul letto stava."
"Ma no!"
"Jacopetti, e due!" Era ancora il commissario della buoncostume. "Ti sei bevuta anche questa. Di qui a mezzanotte farai una bella indigestione, e con la cena poi,  assai se non ci lasci le penne."
"Ma quando arriva il Capo?" Aveva fame quello che parlava. "Ha detto alle nove, e sono passate da dieci minuti."
"Se si tarda noi in ufficio, senti che strilli."
"Lui  il Capo. Se non  qui, significa che ha qualcosa di pi importante da fare." Qualcuno scimmiottava.
"Zitti che arriva." Avevano riconosciuto la sua auto.
Con sorpresa di tutti, era accompagnato da sua moglie. Scese e and ad aprirle la portiera. Entrambi si diressero verso il gruppo. Era sorridente Materazzo e teneva a braccetto la bella consorte. Che era vestita con un tailleur scuro molto attillato, dall'ampio scollo. Aveva un bel seno e lo mostrava con civetteria.
"Ho deciso all'ultimo momento di portare mia moglie. Spero che non vi dispiaccia."
"Si figuri. Anzi, ha fatto benissimo. Se no, chiss che musi, tra noi uomini.  lei piuttosto, signora, che non ci guadagna a stare in nostra compagnia. Stare coi poliziotti, viene una barba. Non dico bene, signora?" Alludevano al marito, che era sempre poliziotto anche lui, sebbene fosse un commissario capo.
"Mio marito fuori dall'ufficio si trasforma. Diventa galante, affettuoso. Mio marito  diverso da come lo conoscete." Si erano seduti intorno alla tavola, che era gi stata preparata in una saletta tutta per loro. Il cameriere distribu la lista del men e domand se poteva iniziare a servire gli antipasti.
"Che dite? Si comincia?" chiese il commissario capo, distribuendo a tutti uno smagliante sorriso.
"L'appetito mi direbbe di s" rispose ridendo quello che aveva fatto le battute a Jacopetti.
"Allora cominci pure con gli antipasti." Il cameriere si allontan. Erano in otto a tavola.
"Quello  il commissario Renzi." Lo indic alla moglie. "Te lo ricordi? Te l'ho presentato in ufficio."
"Certo che me lo ricordo. E mi ricordo anche gli altri." Jacopetti s'illuse e pens a quel suo baciamano. "Sono una buona fisionomista, anche se a volte mi confondo con i nomi e li storpio un poco."
"Sta meglio qui, signora, o a Palermo?"
"Lucca  una citt adorabile. Ma io so adattarmi dovunque. Siamo stati anche in altre citt: Treviso, Genova, Ancona, Asti."
"Perbacco. Allora si  fatta un'idea dell'Italia.  meglio il continente o la Sicilia?"
"La Sicilia non  come la si descrive. C' gente onesta, laboriosa, galantuomini come nel continente."
"Lei, dottor Materazzo, a condursi dietro una moglie cos bella, porta la luce dovunque vada." Indovinate chi era? Jacopetti, che non aveva staccato gli occhi nemmeno per un istante dalla signora.
"Lei, Jacopetti, dev'essere un tipo che la sa lunga sulle donne." Si rivolgeva proprio a lui, la signora.
"Non mi dica cos, signora, che divento rosso e mi fa vergognare di fronte agli amici. Io, mi creda, non sono affatto quello che lei pensa. Sono un buono a nulla, e le donne mi confondono. Lo chieda qui al mio superiore. Lui li conosce i miei difetti."
" vero, Renzi? Io non ci credo. Dev'essere un dongiovanni, invece, e deve averne combinate di tutti i colori con le donne. Non vorrei essere nei panni di sua moglie."
Renzi sorrise appena.
La signora continu a parlare con lui.
"Ho sentito dire tanto bene di lei da mio marito."
"Troppo buono suo marito."
"No no. Non sia cos modesto. Bisogna anche esibirlo il proprio valore. Tenerlo nascosto, in tempi come questi, non  bene. Ci si deve mostrare, offrirsi come esempio."
"Non sono cos io, signora. Non valgo tanto per arrivare a fare queste cose che lei dice. Sarei ridicolo, mi creda."
"Diglielo tu, Carlo" si rivolgeva al marito "che un uomo di valore come lui deve lasciarla da parte la modestia."
"Sono d'accordo con mia moglie, sa, Renzi. Non sia cos modesto. Ma vedr che con me si trover a suo agio. E sapr anche insegnarle qualcosa che  bene imparare nel nostro mestiere, se me lo vorr permettere." Chiss che voleva dire, pens Renzi, ma rispose:
"Siete entrambi troppo generosi con me. Credetemi, non lo merito."
"E invece lei lo merita, commissario" intervenne Jacopetti. Lui lo adorava il suo commissario. "Lasciatelo dire a me che lo conosco meglio di voi. Ci sono casi che sarebbero stati archiviati, se lui non avesse quel fiuto da Sherlock Holmes."
" vero,  vero" fecero a un coro gli altri, battendo le mani.
"Non  mica la mia festa, che mi battete le mani." Era imbarazzato. Non sapeva che dire.
"Via via, non arrossisca" sorrise la signora, e aveva uno sguardo cos ammaliatore che Jacopetti lo not subito, e avrebbe voluto averli lui addosso, tutti per s, quegli occhi di tigre.
Intanto la cena filava liscia come l'olio. Avevano gi consumato il secondo ed ora veniva servita la frutta.
"Bene," fece ad un tratto il commissario capo "ora  arrivato il momento che vi dica perch vi ho voluti a cena con me stasera."

Lucca si era calmata, rispetto agli anni in cui aveva sfogato tutta la sua rabbia ed era stata anche di esempio a molte altre citt. C'era rassegnazione? Chi pu dirlo. Sebbene tutto appaia tranquillo, c' sempre una scintilla del vecchio rancore che  pronta ad incendiare un'altra volta. Ecco, Lucca era cos, e lo sapevano quelli che governavano, che non si erano dimenticati della violenza che era riuscita ad esprimere questa antica citt, nota per la sua quiete.
Doveva giungere in citt, in quei giorni, un deputato giovane di non molta esperienza, ma che aveva avuto durante l'ultima elezione un gran seguito, perch aveva predicato un mutamento delle abitudini dei politici, e lui si poneva come esempio di un modo diverso, trasparente ed onesto, di impegnarsi a favore della gente. Dovunque andava incontrava consensi. Ora il suo giro prevedeva un passaggio anche a Lucca. Il commissario Materazzo in occasione di quella cena aveva dato la notizia ai suoi collaboratori pi stretti. Poi l'aveva approfondita il giorno dopo in ufficio. Si vociferava che qualcuno stesse preparando un attentato contro quel giovane e fosse stata scelta proprio Lucca per eseguirlo. Una citt, cio, tornata pacifica e sguarnita di tutte quelle attenzioni che si mantenevano invece in citt divenute pi calde, come Milano, Padova, Brescia, Palermo, Napoli, Roma, ed altre ancora.
"Dovete tenere gli occhi ben aperti. Ci saranno premi per tutti, se riuscirete a far filare tutto liscio." Si era poi raccomandato in modo particolare a Renzi, che sapeva attento e capace di grandi intuizioni.
Il commissario Renzi era ritornato nel suo ufficio e aveva chiamato subito Jacopetti.
"Che ne pensi?"
"Che avr mai di diverso dagli altri questo deputato? Noi abbiamo sempre fatto il nostro dovere. Altre volte ci sono state minacce di attentati."
"Ma qui forse c' qualcosa di pi serio."
"Da chi lo avr saputo, lui che a Lucca non conosce ancora nessuno? Noi piuttosto avremmo dovuto saperlo!"
"Gi. Perch noi non si  saputo niente?"
Avevano dei confidenti. Li ascoltarono, cercando di non far capire.
"La citt  tranquilla, commissario" aveva risposto uno di loro. "Lei pu dormire tra due guanciali."

Alberto, il figlio del commissario Renzi, il 28 dette l'esame all'universit. Prese 27. Era contento. A pranzo non la finiva di parlare. Parlava e si riempiva la bocca con tutto quel che gli passava Maria, che sembrava contenta pi di lui.
"Sai, babbo, che cosa avrei avuto voglia di rispondergli quando mi ha chiesto dello Stato di diritto?"
"Me lo immagino."
"Mi sono venuti in mente tutti i tuoi discorsi, e le tante cose che non vanno. Me lo trovi lei, gli avrei voluto dire, lo Stato di diritto qui in Italia. Che cosa si conta noi elettori? Meno che zero. Non bastano nemmeno le leggi a garantire il cittadino."
"Dici bene. Che gliene frega ai politici di come vive il cittadino. Pensano solo a star bene, e a far soldi."
"E poi si pigliano anche la pensione, dopo qualche anno che fanno il parlamentare. Una pensione che te non la vedi nemmeno a sessant'anni suonati, dopo quarant'anni di servizio. Si fa politica per diventare ricchi, hai proprio ragione tu, babbo." Era Manuela.
"Per fortuna, te le sei tenute per te queste cose."
"Oh, ma la voglia ce l'avevo di dirgliele, caro babbino."
"Fai attenzione, perch ti segnano sul quaderno nero, i professori, eppoi son guai per tutta la vita."
"Te ne intendi, eh, babbo, di queste faccende."
"Non me ne intendo, ma le vedo, purtroppo."
"Lo sai che si parla male della polizia?"
"Se n' sempre parlato male."
"Si dice che  marcia, rovinata dai servizi segreti."
"Cerco di starci lontano, io, dalla politica. Voglio solo fare bene il mio mestiere."
"Mi viene tristezza a pensare a queste miserie." Era ancora Manuela.
"Ti ci devi abituare, invece. Nel tuo lavoro non potrai sempre chiudere gli occhi." Era Alberto.
"Chiss se lo trovo un lavoro."
"Se studi bene, lo troverai. Non  vero che non si pu trovare lavoro. Certo, non  facile, ma per i giovani come noi che hanno voglia di fare c' qualche speranza."
Poi Alberto si rivolse al babbo: "Il 10 giugno viene a Lucca un giovane parlamentare. Voglio andarlo a sentire. Sembra che a Roma stia mettendo sotto sopra tutto il vecchio, e il marcio viene a galla. La gente comincia a crederci che ce la possa fare. Non  pi solo, e anche dei giovani magistrati sono dalla sua parte. Si dice che quei nuovi scandali che sono apparsi alla tv e sui giornali, sia stato lui a sollevarli. Certo che se va avanti cos, quel deputato la riaccende la speranza, soprattutto tra noi giovani, che abbiamo bisogno di qualcuno come lui che ci aiuti a credere."
"Che ne sai di questo deputato?" Il commissario si ricordava di quanto gli era stato detto dal dottor Materazzo.
"Come!? Non lo conosci, babbo?" Era Manuela.
"Se ne parla anche all'universit" disse Alberto.
"All'universit!?"
"Sar anche un covo di spie, l'universit, babbo, ma si d il caso che sono i giovani a frequentarla. E noi giovani le vogliamo cambiare le cose. Se scocca la scintilla giusta, vedrai come li sistemiamo quelli che impestano il Paese."
Nelle universit ci si cominciava a ribellare, e non si voleva pi subire con rassegnazione. Si lanciavano segnali di consenso e di solidariet a quei pochi politici che si mettevano in prima linea per far sorgere il nuovo che era sempre stato promesso, ma che non compariva mai.
"E tu, babbo, da che parte starai?" Manuela gli rivolse la domanda senza pensarci su.
"Gi" brontol lui.
"Al comizio ci verranno molti giovani. Il teatro del Giglio non baster e metteranno anche degli altoparlanti nella piazza."
"Speriamo che non nasca qualche complicazione" disse Renzi. "Se volete andarci, mi raccomando la prudenza. Ci sono sempre delle teste calde in giro."
"Noi a casa non ci possiamo restare. Dobbiamo dimostrarglielo che i giovani sono tutti con lui."
"Ci sono voci che si voglia fare un attentato." Non era il commissario a parlare, ma Alberto.
Il babbo rimase a bocca aperta.
"Chi te le ha dette queste cose?"
"Lo sanno tutti in citt.  per questo che noi giovani saremo presenti. Vengono anche da Pisa, da Firenze e da Siena, per darci una mano."
Il commissario non ascoltava pi . Perch i suoi zelanti informatori gli avevano riferito che la citt era tranquilla?
"Hai qualche preoccupazione, babbo?"
"Questa storia dell'attentato  una balla. Ad ogni modo, ci sar anch'io il 10 giugno. E non succeder nulla."
"Meglio cos. Perch altrimenti potrebbe scapparci una vera rivoluzione, questa volta."
"Sono parole grosse, quelle che dici, Alberto."
"Non ci sono parole grosse quando si deve fare in fretta a cambiare una societ che ci sta soffocando."
Erano le tre. Jacopetti suon il campanello.
"Scendo" rispose il commissario.
Mentre Maria l'aiutava ad infilarsi la giacca, sollev lo sguardo verso di lei.
"Sono dei ragazzi in gamba i nostri figli" disse.
"Sono il tuo ritratto spiccicato."
"Davvero?"
"Io ti conosco bene, caro Lucianino."
Gli apr la porta e rest a vederlo scendere le scale, con quei suoi piedi larghi, rassicuranti. Giunto sul primo pianerottolo, lui si volt a guardarla ancora, ma non disse niente, questa volta.

In macchina si confid con l'amico Jacopetti.
"Anche mia moglie lo sa" rispose subito lui, facendo restare senza fiato il commissario.
"Ma come te lo spieghi?"
"Qui c' lo zampino di qualcuno."
"Di chi?"
"Qualcuno che vuole attirare l'attenzione sul comizio. Vuole che la gente scenda in piazza a fare un po' di confusione."
"Per poi sparargli addosso?" Il commissario aveva pronunciato queste parole senza crederci.
"E perch no?" gli fece eco Jacopetti.
"Ma  un atto scellerato."
"Non  il primo, commissario. E poi di questi tempi, non  proprio il caso di meravigliarsi." Presi da quella sciagurata conversazione non si accorsero di un vecchio che stava attraversando la strada. Jacopetti fren, ma ci fu lo stesso un urto leggero. Il vecchio fin a terra.
Scesero subito di macchina. Non si era fatto niente. Inveiva contro di loro.
"Venga, l'accompagniamo a casa."
"Siete della polizia. Ce l'avete scritto in faccia. Voi pensate di fare tutto quel che vi pare. Anche investire la gente. Siete peggio della peste, voi."
Lo fecero salire a forza.
"Su, la smetta di gridare. Ci dica piuttosto dove abita." L'avevano fatto accomodare sul sedile posteriore. Continuava ad inveire.
"Ringrazi il cielo che non si  fatto niente."
"Io non devo ringraziare il cielo, e nemmeno il Padreterno, se lo vuol sapere."
"Sono cavoli suoi."
"Ecco, ha detto bene. Cavoli miei. Ma lo sa quanti anni ha questo vecchio rincucchito?"
"Non si lamenti, che sembra sempre un giovanotto." Glielo dicevano per fargli sbollire la rabbia.
"Ne ho sessantacinque. Ebbe', non dite nulla?" Non se l'aspettavano che avesse quell'et. Lo pensavano pi vecchio.
"Ah, ora ci credete, eh, che non devo ringraziare il Padreterno.  lui che mi deve chiedere scusa d'avermi messo al mondo a questo modo. Che diritto ha di giocare con la vita degli altri?"
"Su, non se la prenda." Il commissario non aveva ancora compiuto sessant'anni, ma pareva un ragazzino a confronto di quel vecchio, che non aveva molti pi anni di lui.
Ci fu un momento di silenzio. Jacopetti, anche lui guidava soprappensiero. Fu il vecchio a rianimare la conversazione.
"S, vi ci porto a casa mia. Cos lo vedete dove mi costringono a vivere."
"Chi vi costringe?"
"Prendete a destra, e poi subito a sinistra."
"Abitate sul fiume?"
"Quasi." Il commissario non se la sentiva di domandargli che cosa gli fosse capitato nella vita per ridursi a quel modo.
"Da quanto tempo siete in pensione?" chiese invece Jacopetti. Girava intanto a destra, secondo le indicazioni ricevute dal vecchio.
"Io non so nemmeno che cosa sia la pensione."
"Non avete lavorato?"
"Quand'ero pi giovane. Fino a trent'anni. Poi c' stata la prima crisi, e mi hanno licenziato. E quando ci ho riprovato a lavorare, trovavano la scusa che ero vecchio. Vecchio a quarant'anni, dicevano.  una vita che non la si deve augurare neanche ai cani." Il vecchio aveva la barba incolta, ed era vestito con abiti che certamente aveva ricevuti da qualche pia associazione. Giacca e pantaloni scompagnati e di taglia diversa. Aveva frequentato l'universit e si era laureato con ottimi voti. Lo disse con un certo orgoglio. Era professore di lettere. Aveva insegnato, poi era stato cacciato, disse proprio cos: cacciato, perch lo Stato non aveva pi soldi per pagare gli stipendi. I soldi se l'erano rubati quelli che comandavano, che si erano costruite ville miliardarie e avevano depositi in banca da far invidia ad uno sceicco del Kuwait. E nel rubare i soldi s'erano fregata anche la sua vita, disse. Di questo non s'erano nemmeno accorti.
"Spero che prima di morire ci sia un modo per vendicarmi."
"E cos finisce in galera."
"Prenda a sinistra, ora." Accompagnava le parole con il gesto del braccio.
"Ci sono gi stato in galera. Per accattonaggio. Ma ci voglio tornare in cella, questa volta per per qualcosa di pi importante."
"Dia retta a me. Non ci pensi a queste cose, perch passer guai peggiori. Non le basta quel che gli  gi capitato?"
"Ma lei che crede, che nella miseria non ci si senta pi uomini? Ascolti che le dico, che non c' orgoglio pi forte di quello che avvelena l'anima nella miseria. Io sono di quelli che covano la vendetta. Bastonatemi, fatemi leccare le vostre scarpe con la prepotenza. Ma io l'aspetto il momento che ve la far pagare." Aveva cambiato tono, ed era ritornato ad inveire contro di loro.
"Perch ce l'ha tanto con noi?"
"Perch voi la servite, la corruzione."
Jacopetti si risent prima del commissario. Ma il vecchio era arrivato, e non gli rispose.
"Eccola la mia casa. Io sto qua."
"Dove?" domand Jacopetti, che non vedeva niente. Il commissario invece s, che aveva visto. Era scavato sul primo grande argine che protegge la citt dalle inondazioni del Serchio, un grosso buco, un'apertura.
"S, commissario. Ha visto proprio bene. Quel buco  la mia casa. Qui sono finiti i miei sogni di studente, qui mi ha portato quella laurea di cui fui cos orgoglioso."
"Ma lei non pu stare qui." Scesero tutti di macchina. Il commissario si affacci all'interno dell'apertura. Era proprio un buco di terra, come una tana di cinghiale, di volpe, di lupo. Era buia, disteso al suolo c'era un vecchio materasso sdrucito e rugginoso, e in un angolo una borsa dove certamente conservava le poche cose personali, forse anche quella laurea che non gli era servita a niente.
"Qui vengo solo la notte, per starmene in pace." Il commissario non parlava pi . Nei suoi occhi si leggeva tutta la sua vergogna.
"Se c' Dio, commissario, me la deve concedere la vendetta, e non occhio per occhio, dente per dente, perch non mi accontento. Si deve moltiplicare la mia vendetta, e io non ce la voglio avere nel cuore la piet. Altrimenti  anche contro Dio che alzer il braccio."
Come si era potuti arrivare a quel punto? Tuttavia, Renzi avvertiva che ogni rivolta non era scoppiata per nulla, ed era stata come le piccole scosse di un terremoto, o il brontolio di un vulcano, e sarebbe infine arrivato il boato terribile, che avrebbe mandato a gambe all'aria almeno diecimila anni di storia dell'uomo.
"Io qui non ce la lascio."
"Ma dove mai vuol portarmi, commissario? Io gliela risparmio la sua piet. Che crede, che sia il solo? In questa citt, ce ne sono almeno altre migliaia che soffrono i miei stessi patimenti. Molti di loro hanno studiato come me, avevano la testa piena di sogni, proprio come me. Maledetta giovinezza. Ecco che cosa sono costretto a dire. Mi lasci qui, commissario, e se ne vada, se ne vada, perch nulla potr mutare il mio disprezzo anche per quelli come lei."
"Vedr che qualcosa si potr fare." Balbettava. "Mi dica come si chiama, almeno." Lo sguardo duro, risentito del vecchio lo fece desistere.
"Si ricordi, commissario, non  della carit che quelli come me hanno bisogno. Noi aspettiamo solo il tempo della vendetta. Non lo dimentichi, commissario."

Jacopetti fu il primo a sapere che la signora Materazzo aveva l'amante anche a Lucca. La notizia gliel'aveva soffiata uno dei confidenti.
"Commissario, commissario." Ritornato da un suo giro, era entrato senza bussare nell'ufficio del commissario. Aveva una gran voglia di raccontare.
"Mi hai messo paura, Jacopetti. Vedi di riprendere fiato."
"Gliel'avevo detto, commissario, che prima o poi..."
Si era messo a sedere. Renzi stava col muso sulle scartoffie.
"La moglie del capo ha un amante."
"Che?" Alz la testa.
"La moglie del capo, la signora Materazzo, ha un amante." Gongolava.
"Non dire sciocchezze."
" la verit. Glielo giuro." Il confidente era attendibile, lo riconobbe anche il commissario.
"Gliel'avevo detto che una donna cos non ci pu stare senza un amante."
"Ma  arrivata da pochi mesi. Conosce poca gente."
"Quelle donne l fan presto a far conoscenze. E anche conoscenze giuste."
"Perch? Chi  questo amante?"
"Non ci creder."
"Su, Jacopetti. Non farla troppo lunga."
"Il Prefetto."
Il Prefetto era considerato un uomo integerrimo, insospettabile. Un esempio, insomma. Il commissario non ci credeva.
"S, ma con quelle donne anche un santo farebbe peccato." Ci credeva, eccome, Jacopetti.
Nei giorni seguenti disposero qualche controllo, molto segreto, perch la notizia non si propagasse.
La signora ci andava, dal Prefetto, nel primo pomeriggio, due volte alla settimana, ma non sempre gli stessi giorni. Succedeva anche che vi si recasse di mattina. Non in Prefettura, ovviamente, dove per l'avevano vista salire qualche volta. S'incontravano invece in un appartamentino appena fuori delle Mura, in una zona residenziale piena di bei negozi, dove si fermava, prima o dopo, per fare delle compere. Una mascheratura, naturalmente. Saliva furtiva le scale. Il Prefetto a volte giungeva un quarto d'ora dopo, a volte si trovava gi l quando lei arrivava. Veniva da solo, con l'auto personale. Confidava che con tutta quella confusione nessuno facesse caso a lui.
Era possibile che il commissario capo non sapesse nulla? Correva del buon sangue tra lui e il Prefetto. Era questo un segno? Anche il Questore trattava il dottor Materazzo con ogni riguardo, proprio perch lo sapeva in confidenza e in simpatia col Prefetto.
Renzi giunse alla conclusione che il dottor Materazzo sapeva di essere cornuto. S, era un cornuto a cui piaceva farsi mettere le corna.
"E per quale motivo?" domand Jacopetti.
"Ci sono di quelli che ci provano gusto se la moglie li tradisce. Ci fanno meglio all'amore con una donna che gli mette le corna."
"Ma  assurdo."
Il commissario pens al vecchio dell'altro giorno. Che mondo boia. C'era gente che soffriva peggio delle bestie, e c'erano quelli che non avevano altro da fare che mettersi le corna. C'era chi aveva la disperazione nel cuore, e chi ci aveva il piacere.
"Per me, commissario, lui non sa niente."
"Guarda, che ci pu avere il suo tornaconto."
"Allude alla carriera?"
"La signora Materazzo  una donna in grado di farlo salire molto in alto.  una di quelle che, dovunque si trovi, si mette in cerca di chi pu aiutare il marito."
"E che amore  mai il suo, se per aiutare il marito, lo tradisce?"
"Ah, questo proprio non lo so" fece il commissario. "Ma non  la prima volta n sar l'ultima che si incontrano donne di questo genere."
Entr all'improvviso il dottor Materazzo. Mancavano pochi giorni al 10 giugno.
"Non stia a preoccuparsi. Non succeder niente."
"Mi raccomando a lei, Renzi, pesi ogni cosa. Sa com' la politica. Ognuno tira l'acqua al suo mulino. Non si leverebbe un cristo a difenderci. E i giornali poi. Dio ce ne scampi. Ci darebbero addosso, attribuendoci chiss quali disegni sovversivi. Figuriamoci. Abbiamo ben altro a cui pensare, con tutta la delinquenza che c' in giro. Ma quando si pu dir male della polizia, non c' nessuno che si tiri indietro." La stampa stava gi occupandosi della imminente visita del giovane deputato. Non solo quella locale. Uscito vincitore da alcune battaglie in parlamento, dove aveva messo a nudo nuovi imbrogli della politica, la gente cominciava a sperare che qualcosa di buono stesse nascendo dal disordine morale in cui si era precipitati. Le continue rivolte nelle piazze, forse erano riuscite a scuotere qualche coscienza, e in quel giovane soprattutto, e in pochi altri, si concentravano le speranze troppe volte andate deluse.
A pochi giorni dal suo arrivo, i giornali intensificarono l'interesse verso di lui. Il giorno prima, il 9 giugno, il dottor Materazzo convoc Renzi nel suo ufficio.
"Mi posso fidare?"
"Se qualcuno pensa davvero all'attentato,  un folle."
"Se ha bisogno di altri uomini, chieda pure."
"Mi bastano quelli che ho gi."
Tornato al suo posto, Renzi mand a chiamare Jacopetti.
"Vengo ora dal Capo."
"Qualche novit?"
"Si preoccupa dei controlli."
" tutto a posto. Non c'entra un ragno al teatro del Giglio, senza che ci se n'accorga."
"Cerchiamo di non fare la figura dei fessi. Se succede qualcosa, addio carriera per te e per me, Jacopetti."
"E se tutto corre liscio?"
"Allora nessuno ci dir grazie."
"Le pare giusto?"
"S, perch ci pagano per questo. E anche se dovessimo farlo tutti i giorni, questo lavoro del cavolo, non aumenterebbe di una lira la nostra busta paga."
"Lei che ha comprato l'auto nuova, lo sa meglio di me che razza di stipendio ci dnno per tutto il lavoro che si fa, senza orari, con poche ore a disposizione per dormire, e anche a casa non ci lasciano in pace."
"L'abbiamo scelto noi questo lavoro."
"S, ma che ci trattassero come bestie, lei se lo immaginava?"
"Lasciamo perdere. Dimmi piuttosto della signora."
"Che vuol sapere."
"Si vede ancora col Prefetto?"
"Caspita, se si vede! Non gli passer tanto presto a quello l. Con la moglie tutta rinsecchita che si ritrova, figuriamoci se non se la fa durare un'occasione come questa."
"Sono proprio puttane, le donne."
"Mai che una signora Materazzo capiti a me, commissario."
"Quando sarai Prefetto..."
"Allora succeder prima a lei, che  gi commissario."
"Certo che la signora non  una che perde tempo."
" sangue caldo, commissario. Una ci nasce cos."
"Non  possibile che il Capo non sappia che la moglie gli mette le corna."
"Lei pensa che sia proprio la carriera la causa di tutto?"
"E che altro, se no. L'ambizione fa di questi scherzi. E anche la signora ci tiene a far salire in alto il marito. E siccome  pure puttana, s' sposato l'uomo giusto, e con la scusa di aiutarlo nella carriera, se la spassa con tutti gli amanti che vuole. Mica stupida, la bella Materazzo."
"Dica la verit, che un pensierino ce l'ha fatto anche lei sulla signora."
"Ma io non sono mica Prefetto."
"Per quelle donne l, che vuole che sia fare un piacere a uno come lei. Gli basterebbe una notte, no, commissario?"
"Jacopetti... Jacopetti... Il dottor Materazzo non me la perdonerebbe mai. Una cosa  mettergli le corna con uno che  sopra di lui, un'altra con un subalterno."
"Ma mica glielo andrebbe a dire la moglie."
"Ne sei proprio sicuro?"
"Ah, lei crede che gliele racconta pure, quella sporcacciona."
"Mi pare una coppia senza capo n coda."
"Ah, commissario, commissario... Stia attento a come parla. Si ricordi che il dottor Materazzo  il suo superiore, ed  amico anche del Prefetto, per sovrappi ."
"Jacopetti, quando la finirai di pensare a queste cose. Ci devi avere certe smanie, che bisogna che ne parli con tua moglie."
"Per carit, commissario. La conosce, mia moglie. Gliel'ho gi detto una volta. Non me la farebbe passare liscia, e per me sarebbe la fine."
"Tu, penso che qualche corno gliel'hai messo, a quella poveretta."
"Io!? E qual  la donna che si metterebbe con uno spilungone tutto pelle e ossa come me? Lei mi lusinga, commissario. Fosse vero. Ma io le metto solo col pensiero, le corna a mia moglie."
"E fai bene a fargliele solo col pensiero. Perch ci devi riflettere sull'umiliazione che patisce una donna tradita. Tua moglie non  la signora Materazzo, e lei le corna non te le metterebbe mai."
"Lo so bene che mia moglie non  la signora Materazzo. Me ne accorgo tutte le notti, che non  la stessa cosa."
"Oh, Jacopetti, non ci scherzare tanto. Guarda che coi tempi che corrono non avere le corna  una vera fortuna. Ringrazia Dio di avere sposato una donna come tua moglie."
"Sa, commissario, se si potesse vivere due volte, la prossima vorrei fare la prova con una come la signora Materazzo. Eh s," e qui fece un lungo sospiro "non me la posso proprio togliere dalla testa, quella l. Ma l'ha visto che corpo! Che petto! Io ci impazzirei."
"Allora te lo sei proprio dimenticato che domani arriva l'onorevole, e che fra due ore devi trovarti al Giglio? Oh, svegliati! Guarda che non  mica uno scherzo il lavoro che ci attende. Se ci va male, per un pezzo alla signora Materazzo non ci penseremo n tu n io."
"Ah! Allora ci pensa anche lei, commissario..."
"Non quanto te, per."
"Che donna, perdiana." Jacopetti usc dalla stanza che ancora non c'era entrato nel lavoro che lo attendeva di l a poche ore. Aveva lo sguardo assente, imbambolato. A lui, certe sbandate, ci voleva un bel po' di tempo prima di raddrizzarle.

Sin dalle prime ore del mattino, piazza Grande and riempiendosi di gente. Come aveva detto Alberto, il figlio del commissario, si vedevano moltissimi giovani, soprattutto studenti, di ogni et; parecchi erano universitari. Gruppi di loro presidiavano gli angoli della piazza e certi altri punti da dove poteva giungere una minaccia per il giovane deputato. Non si fidavano della polizia, e qualcuno lo andava dicendo ad alta voce. Nel pomeriggio, qualche ora prima dell'inizio del comizio, fissato per le 18, giunsero anche molti operai, taluni avevano ancora indosso la tuta da lavoro. Alle 17 furono aperte le porte del teatro del Giglio e la folla faceva fatica ad entrare. Si davano spintoni, si sentivano delle imprecazioni. Anche il loggione nel giro di mezz'ora fu strapieno, come se invece della politica stesse per andare in scena un'opera di Puccini. Il commissario seppe per via radio che il deputato stava per arrivare in piazza, scortato da due auto della polizia. Avvert i suoi agenti di stare in guardia, e si avvicin alla porta laterale di servizio: sarebbe entrato da l il deputato. Jacopetti teneva sotto controllo l'ingresso principale. Arrivarono le tre auto. Il deputato scese solo quando i poliziotti furono vicino a lui, a fargli da scudo. Cos era stato disposto. Salut la folla, che rispose con un'acclamazione. Qualcuno riusc anche a farsi sentire da lui:
"Siamo con te. Fagliela vedere, a quei ladroni. Mandali tutti a casa."
La polizia lo spinse dentro il teatro. Al tavolo preparato sul palco stavano gi seduti i compagni di quel nuovo partito e talune autorit. Li salut ad uno ad uno andando a stringere loro le mani. Da ogni ordine di posti scrosciavano gli applausi.
Tocc a lui, infine, parlare. Si avvicin alla tribunetta. Si aggiust il microfono. Cominci il suo discorso. Non volava una mosca. Poi ogni tanto grida e battimani, e di nuovo silenzio. Le sue frasi calavano nel teatro come colpi di pietra. Ora si accingeva a dire ci per cui era venuto, ci per cui i giornali si erano tanto interessati alla sua visita a Lucca.
"Ed ora ascoltatemi bene, perch quello che devo dirvi sembrer un'enormit." Non lo fecero finire. Scrosci un applauso fragoroso. Alcuni gridavano:
"Non ci meravigliamo pi di niente."
"Non ci fidiamo nemmeno del presidente della repubblica. Figuriamoci degli altri."
"Sputa il rospo. Noi siamo con te. E se si deve fare, noi si fa un'altra marcia su Roma, ma alla rovescia questa volta. Non ce li mandiamo i ladroni, ma veniamo a stanarli."
Non si accorsero l per l che il giovane deputato aveva poggiato il capo sul leggo della tribunetta. Fu uno di quelli seduti al tavolo, che si alz per andare a vedere. Il pubblico si chet di botto.
" morto" disse, voltandosi verso il tavolo. Poi si gir a guardare il pubblico, e ripet: " morto." Allora si scaten la furia. Dai palchetti pi bassi la gente si precipit in platea urlando. Dal loggione e dalla galleria, e dai palchetti pi alti la gente si rivers nei corridoi. Tutti imprecavano, pieni di livore, esasperati. La massa che si trovava gi in platea prese a scardinare le poltroncine e le scagli contro il tavolo, dalla parte dove stavano sedute le autorit. Qualcuno sal sul palco e cominci a menare le mani. La polizia usava i manganelli, poi lanci qualche lacrimogeno. La notizia era arrivata anche nelle piazza, dove avevano ascoltato tutto per via degli altoparlanti. La folla si avvent su ogni cosa per scaricare la propria rabbia. Furono infrante le vetrine di molti negozi, rovesciati pullman e auto che sostavano nel parcheggio. Gruppi si diressero anche nelle principali strade della citt, urlando la propria collera. La gente si affacciava alla finestra e domandava. Qualcuno scendeva in strada e si univa agli altri.
"Ma da dove hanno sparato?" chiedeva continuamente Jacopetti al commissario.
" impossibile. Non ci posso credere. L'hanno ammazzato davvero." Il commissario non riusciva ancora a persuadersi. Era salito sul palco. Il medico stava gridando che non era ancora morto, si doveva far presto a trasferirlo all'ospedale. Arriv infine l'ambulanza, la folla si apr. Dopo poco usc la lettiga con il deputato coperto di sangue.
"L'hanno colpito alla testa, ma  ancora vivo."
Il commissario incaric Jacopetti di richiedere altri rinforzi; quel subbuglio andava sedato prima che potesse trasformarsi in una vera e propria rivolta. Lui sarebbe salito sull'ambulanza.
"Non stia a preoccuparsi, commissario. Vada, vada. La raggiunger in ospedale."
L'ambulanza part di corsa a sirena spiegata. All'ospedale tutto era gi pronto per l'intervento. Il commissario attese nel corridoio. Erano giunti anche il Questore, il Prefetto, il Sindaco ed altre autorit. Tra i primi, era accorso il dottor Materazzo.
"Ma com' potuto succedere." Domandavano a lui, che non aveva parole da dire. Il Questore era su tutte le furie.
"Un attentato annunciato. E non si  stati capaci di impedirlo. Qualcuno dovr rendermene conto."
" un'umiliazione per la citt" disse il Sindaco. Nel giro di qualche minuto le agenzie di stampa avevano gi diramato la notizia, che fece il giro del mondo. All'ospedale giunsero giornalisti da ogni parte. Riuscirono a bloccarli nell'atrio. Le guardie ebbero l'ordine di non far passare nessuno.
"Nessuno! O guai a voi" disse Renzi. "Ne abbiamo avuto abbastanza." I giardini dell'ospedale si riempirono di folla. Anche fuori dei muri di cinta erano in attesa.
Per la citt, intanto, non si era ancora quietata la furia e alcuni riferivano che c'erano stati scontri con la polizia, e si contavano numerosi feriti da una parte e dall'altra.
"Se il deputato muore, scoppia una rivoluzione."
"Sono stati i servizi segreti." Era pi d'uno a sostenerlo.
"Hanno sempre comandato loro in Italia."
"Li hanno riformati un sacco di volte, ma sono rimasti gli stessi. Sono loro a fare il bello e il cattivo tempo."
"Non si accontentano di arricchirsi alle spalle della povera gente. Ladri e assassini, sono. I peggiori criminali sulla faccia della Terra."
"Come si fa a cambiare le cose, se la politica  assassina."
"A noi, ci hanno sempre governato degli assassini. Questa  la verit. Non siamo capaci di estirparla questa mala pianta."
Si era fatto buio. L'intervento durava da due ore e nessuno era ancora uscito a dare notizie. Verso le undici si affacci un medico.
"Allora, dottore." Era il Questore che domandava. Accanto aveva il Prefetto.
"Si sta tentando di salvargli la vita, ma non ci sono molte speranze. La pallottola ha toccato il cervello. Non sappiamo i danni che pu avere provocato."
L'intervento si concluse verso mezzanotte e il chirurgo conferm quanto era stato detto dal collega. Si doveva solo confidare che il proiettile non avesse fatto danni irreparabili. Ma non si dovevano nutrire molte speranze.
Poco dopo comparve il lettino, spinto da un infermiere. Altri stavano attorno. Il commissario si vide passare davanti il poveretto, coperto da un lenzuolo, fuorch il viso, che era ancora pi bianco. Lo segu, insieme col dottor Materazzo.
"Se la caver, Renzi?"
"Chi pu dirlo."
"Si  fatta pericolosa la politica di questi tempi."
" un giovane pieno di coraggio."
"Chi gliel'ha fatto fare."
"Siamo diventati tutti vigliacchi. Non si pu andare avanti cos."
"Non dica queste cose, Renzi. Noi si deve restare sopra le parti, lo rammenti."
"Ma lei crede proprio che noi della polizia siamo neutrali? Non lo siamo mai stati." Ricord le parole di Jacopetti. Aveva ragione lui. La polizia, l'esercito, tutte le forze armate non  vero che stanno l a difendere la Costituzione. Esse sono sempre schierate dalla parte del potere e non del popolo. Non si controllava pi , Renzi.
"Su su, finiamola, Renzi. Non aggiungiamo altri guai a quelli che ci cadranno addosso."
"Io ho fatto il mio dovere."
"L'ha sentito il Questore? E anche il Prefetto  rimasto deluso di noi. La mia testa sta per cadere, Renzi."
"A me di quel che succede alle nostre teste, importa poco, ora. Vorrei che campasse, quel poveretto." Avevano disposto una stretta sorveglianza davanti alla cameretta del deputato.
"Non fate passare nessuno senza mio ordine" disse Renzi.
"Io torno a casa" si conged il dottor Materazzo. "Se ci sono novit, m'informi subito."
Il commissario guard il suo superiore allontanarsi. Aveva pena anche per lui. Chiss quante ne avrebbe passate. Avvicin una sedia alla porta della cameretta e si sedette. Giunse Jacopetti. Appena lo vide, acceler il passo.
"C' molta tensione in citt. Ora, per, tutto sembra sotto controllo." Era contento di recargli una buona notizia.
"Ci sono stati morti?"
"Solo feriti e contusi. Ma nulla di grave. Come sta l'onorevole?"
" pi morto che vivo."
"Se la caver?"
"Ci vorrebbe un miracolo."

Il commissario aveva dormito solo un paio d'ore, in una cameretta messagli a disposizione dall'ospedale. Al mattino presto era gi in piedi. Ma non ci furono novit in tutta la giornata. Si era potuto appena affacciare. Aveva visto il deputato ricoperto di fili da tutte le parti. Aveva una grande fasciatura alla testa, gli occhi erano chiusi.
"Si continua a sperare" gli aveva detto il medico.
"Ci sono probabilit che riprenda conoscenza?"
Aveva scosso la testa, ma non lo aveva escluso.
Pass allo stesso modo anche il secondo giorno. Le poche volte che il commissario aveva il permesso di entrare, accadeva che il ferito aprisse per un istante gli occhi. Muoveva la bocca a fatica, ma poi tornava a dormire. Il medico diceva che in realt quelli non rappresentavano segni di effettivo miglioramento. Si doveva ancora aspettare. Il mattino del terzo giorno, non erano ancora le sette, Jacopetti si present tutto trafelato davanti al commissario.
" accaduta una cosa incredibile." Non ce la faceva a parlare. "Deve venire subito via con me, commissario."
"Ma cos' successo, Jacopetti? Su, parla."
"Una strage, commissario. Hanno trovato nell'ufficio del Prefetto il dottor Materazzo e sua moglie. Morti. E anche il Prefetto l'hanno trovato morto, in fondo alla scalinata."
Imprec. Era andato a prendere la giacca e ora si stava avviando con lui verso l'ascensore dell'ospedale.
"Raccontami tutto per filo e per segno."
"Se n' accorta la donna delle pulizie.  entrata nell'ufficio, come fa tutte le mattine, e ha visto i corpi dei coniugi Materazzo a terra, davanti alla scrivania, uno accanto all'altro, coperti di sangue. Si  messa a strillare, e allora  venuto l'agente di guardia e ha dato l'allarme. Il Prefetto l'hanno trovato dopo. Anche lui giaceva a terra in una pozza di sangue, in fondo alla bella scalinata."
Giunsero nel Cortile degli Svizzeri(41). Videro il corpo del Prefetto. Stavano facendo i rilievi.
"La morte risale a ieri sera, tra le venti e le ventuno. E anche quella del dottor Materazzo e di sua moglie." Era il medico legale che parlava.
"Ma che ci facevano tutti e tre in Prefettura a quell'ora? Che ci faceva soprattutto la signora Materazzo?"
"Pare che il Prefetto si sia suicidato."
Salirono la scalinata ed entrarono nella stanza del Prefetto. I coniugi Materazzo giacevano a terra uno vicino all'altro. Anche qui c'erano poliziotti e tecnici che facevano rilievi. Tre colpi erano stati sparati al commissario capo, di cui quello mortale in mezzo alla fronte. Due colpi alla signora Materazzo, uno all'addome e uno al cuore.
"Sono stati ammazzati. Non ci sono dubbi." Il medico legale era salito con loro, e nelle sue parole c'era molta tristezza.
"Resta solo da verificare se si tratti della stessa pistola" aggiunse.
"Fra quanto potremo saperlo?"
"Entro due ore, ma penso anche prima."
Renzi ridiscese le scale con Jacopetti a fianco. Rividero il corpo del Prefetto. Lo stavano sollevando per deporlo nella bara metallica.
"Che brutta fine, poveretto."
"L'ha voluta lui, commissario.  un delitto passionale, le dico.  stato lui ad uccidere i coniugi Materazzo."
"Tu corri troppo, Jacopetti. Ad ogni modo, ora verr fuori tutta questa porcheria. Mi dispiace tanto per la vedova, che  una cos brava signora."
"Le donne sono pi forti degli uomini."
"Ma non lo meritava."
Tornarono in ufficio. Il Questore stava rinchiuso nella sua stanza. Il commissario entr e si sedette di fronte a lui. Non sapeva che dirgli.
"Sull'onorevole non ci sono molte speranze, purtroppo, signor Questore. E ora questa tragedia."
"Ma lei lo sapeva, della relazione tra la signora Materazzo e il Prefetto?"
"Tutti lo sapevano."
"Ma che sfociasse in una tragedia simile... Sono stato dalla povera vedova.  una donna distrutta. Lei non immagina niente.  convinta che sia stato ammazzato. E ora salter fuori quest'altra umiliazione."
Nel pomeriggio arriv la notizia che anche l'onorevole era morto.

Il commissario Renzi brancolava nel buio pi nero. Non per la tragedia accaduta in Prefettura, per la quale oramai appariva chiaro che il Prefetto aveva ucciso l'amante e il marito, e poi si era tolto la vita. L'arma era la stessa, e tutto faceva credere che fosse scoppiata una lite fra i tre. Brancolava nel buio, invece, per l'omicidio del povero onorevole. Era facile immaginare il perch lo avessero ucciso. Si trattava di politica. E la politica, come diceva ora la gente, era diventata assassina. Ma a lui interessava conoscere nome e cognome di chi aveva sparato quel colpo preciso, col silenziatore, ed era riuscito a fuggire senza dare nell'occhio. Un killer spietato. Un professionista. E gli interessava anche mettere le mani sui mandanti. Ma questo era quasi impossibile.
"Non ce la faremo mai, commissario."
"Bell'incoraggiamento che mi di, Jacopetti."
"Dico solo la verit. E cio, che ci troviamo di fronte a uno di quei tanti casi gi rivisti, in cui non si scoprir un bel niente. Destinati all'archiviazione, purtroppo. Quanti attentati ci sono stati in Italia, rimasti impuniti? Questo sar uno di quelli, con tutto il rispetto per le sue eccellenti qualit, commissario."
Anche il Questore non lo tempestava pi di domande. Sembrava quasi disinteressarsi delle sue indagini. Ogni tanto lo incontrava e gli chiedeva quasi per cortesia.
"Vede, nemmeno il Questore ci crede, che si possa arrivare a risolvere il caso. Per lui  bell'archiviato" commentava Jacopetti.
Una mattina, tra la corrispondenza, trov una busta intestata personalmente a lui. Era una grossa busta gialla e nell'angolo, in alto a destra, portava scritto: urgente. Le lettere erano state vergate in stampatello, a caratteri grandi, con una specie di pantografo, almeno cos sembrava, e questo lo insospett. Per prima cosa apr quella busta. Non si sbagliava. Conteneva un foglio su cui era scritto con gli stessi caratteri anonimi questo messaggio: "Voglio risparmiarle tempo, commissario. Non stia a cercare l'assassino dell'onorevole. L'assassino  gi al camposanto. Cerchi i mandanti, invece, se ci riesce." La busta portava il timbro postale del giorno prima ed era stata imbucata in citt. C'era qualcuno, quindi, che sapeva, e conosceva, oltre il nome dell'assassino, anche quello dei mandanti. Almeno cos lasciava credere. Ma quel messaggio, in realt, era una confidenza o una sfida? E perch diceva che l'assassino era al camposanto? Era gi morto, allora? E chi l'aveva ucciso? E dove era morto? A Lucca? Chiam Jacopetti. Gli fece leggere il messaggio. Rimase senza parole.
"Ma chi  che pu conoscere queste cose?"
"Deve saperla lunga."
"Secondo me, vuole aiutarci."
"E invece vuole confonderci le idee, con quel discorso del camposanto. Per me  una sfida."
"E se fosse vero che l'assassino  stato ucciso?"
"Ma ucciso da chi? E quando  stato ucciso? E perch noi non sappiamo nulla?"
"Hanno avuto paura che parlasse. Ecco perch l'hanno ucciso. Oppure avevano paura che parlasse l'onorevole. Si ricordi, commissario, che l'onorevole poteva anche sopravvivere, e questa eventualit deve aver terrorizzato i mandanti, e allora hanno fatto terra bruciata. Io ci credo in quel messaggio. Pu essere anche una sfida, per contiene una parte di verit."
"Ma da dove cominciare? Si sa che il colpo  stato sparato di fronte, e probabilmente da uno dei palchetti di terza fila. Per non si  presentato nessun testimone. Nessuno ha sentito e visto nulla. Abbiamo perfino fatto mettere una ricompensa, ma non si  presentato nessuno. Solo dei mitomani. I soliti che conosciamo."
"E allora che si fa?"
"Non possiamo certo stare con le mani in mano. Corri in Comune, e fatti dare l'elenco di tutti i morti di questi giorni. Cominceremo da l. Forse hai ragione tu, la persona che ci ha mandato il messaggio potrebbe volerci aiutare."
"Uno che  dalla parte dell'onorevole, forse."
"Pu darsi. Uno che ha paura di mostrarsi, per. In ogni caso, dobbiamo augurarci che non si tratti di un tentativo di depistaggio. Ora va."
Jacopetti lasci di corsa l'ufficio. Ci sperava nella possibilit di risolvere il caso. E cominciava a sperarci anche il commissario.

A mezzogiorno telefon ai suoi perch venissero a prenderlo per il desinare. Jacopetti non era ancora tornato dal suo giro, e lui non aveva voglia di prendere l'auto di servizio.
Giunse Alberto, in un baleno. Ud la frenata e lo vide scendere di corsa. In men che non si dica, era gi l nel suo ufficio.
Come sempre, quando rientrava a casa, gli toccava subire le solite domande su quell'omicidio. La prima a farsi avanti fu sua moglie che non gli lasci nemmeno il tempo di levarsi la giacca.
"Allora?"
"Allora che?" Faceva finta di non capire.
"Ci sono novit?"
Si sedette a tavola. Aveva una gran voglia di dirglielo del biglietto anonimo. Lo dico? Non glielo dico? Infine pens che non faceva niente di male. Ma si preoccup di avvertire che tutto ci che diceva doveva restare tra le quattro mura di casa. Parl quindi del messaggio ricevuto.
"E chi l'ha ammazzato l'assassino?" domand Alberto.
"Ma lo sai che sei proprio scemo" Era Manuela che si rivolgeva al fratello. "Se lo sapesse, il caso sarebbe bell'e risolto."
"Allora quel messaggio non ti  servito a niente?"
"Jacopetti sta facendo delle indagini. Verificheremo."
"Ma non  detto che l'abbiano ucciso a Lucca, babbo. Il killer potrebbe essere venuto da fuori. E allora come lo trovi? Mica puoi fare le indagini su tutto il territorio nazionale. E poi, potrebbe anche essere venuto dall'estero, e allora, addio Carolina." Gi, qualche speranza c'era solo se si fosse trattato di un individuo morto e sepolto a Lucca. Altrimenti bisognava metterci proprio una croce sopra. Ammazzare una persona  sempre stata, da che mondo  mondo, una cosa facile, e se uno ha esperienza, pu anche farlo impunemente. Pu uccidere tutte le persone che desidera, e nessuno lo scoprir mai.
"Gli studenti sono in subbuglio, babbo. E anche gli operai." Era di nuovo Manuela. "Non vogliono che il caso sia uno di quelli che finiscono archiviati. Lo sanno che sei tu a condurre le indagini, e tutte le volte che vado a Pisa mi tempestano di domande. Guarda che il tuo babbo ce lo deve trovare l'assassino. E anche i mandanti. Perch tutti sono convinti che questo omicidio viene da Roma, dai palazzi del potere. Anche se si sono serviti di un killer, i veri assassini stanno a Roma. Tu hai gli occhi dei giovani addosso, babbo, e si vorrebbe anche aiutarti, se ce lo chiedessi."
"Tutti si aspettano che io scopra non solo l'assassino, ma anche il complotto che ci sta dietro, ma tu dimmi come posso farcela. Se  vera la tua ipotesi, mi spazzano via prima che possa aprire bocca. S, questa volta non si tratta di un omicidio da poco. I giornali si sono quietati, dopo i primi resoconti. Perch si sono quietati? Non ve lo chiedete perch?"
"Se il delitto resta impunito,  un duro colpo per le nostre speranze." Era Alberto.
"Voglio che vostro padre non rischi la vita. Ma che discorsi sono questi! Noi vogliamo vivere in pace. Se lo godano loro questo marciume." Maria non ce l'aveva fatta a trattenersi.
"Quell'onorevole aveva del coraggio." Era Manuela.
"Volete che finisca cos anche vostro padre?"
"Se il babbo risolvesse il caso, sarebbe un modo di dimostrare che anche la polizia sta dalla parte del popolo."
"Sono solo bei discorsi. Nemmeno i santi hanno mai cambiato niente in questa societ, e in nessuna societ sulla faccia della Terra." Maria si arrabbiava con i figli. Ci teneva alla vita del suo Luciano, e se lo avesse perso che cosa le restava a questo mondo? I figli se ne sarebbero andati per la loro strada, com'era giusto del resto. E l'avrebbero lasciata sola. E lei senza Luciano come avrebbe potuto trascorrere i giorni? Si fa presto a dire che ci si pu abituare a vivere anche soli, ma vivere soli da vecchi  peggio che morire. Lo potevano capire loro, che erano ancora cos giovani, e non ci pensavano alle offese della solitudine? La solitudine entra nell'anima come entra nel corpo l'aria che si respira, e dovunque si posa produce ferite che sanguinano e dnno e moltiplicano dolore.
"Ti  capitato di fare un brutto mestiere, eh, babbo?" disse Alberto, quasi per sdrammatizzare.
"Bada di non cascarci anche tu in questo lavoro da cani. E il peggio  che nessuno ti dimostra un minimo di riconoscenza. Nemmeno lo Stato, che ti paga una miseria, anche se sa che ogni giorno rischi la vita."
"Invece, sai che ti dico, che io vorrei farlo il tuo lavoro." Renzi lo guard incredulo. "S, caro babbino, vorrei proprio farlo il tuo lavoro. Non mi interessa la paga. Vedrai che prima o poi ci sar finalmente uno Stato che riconosce la fatica e il rischio di questo mestiere, ma lo voglio fare perch nella polizia si dovr essere in tanti come te. In modo da schiacciare gli assassini e i disonesti, e fare terra bruciata intorno a loro. Tutto il male che c' in Italia, anche la disoccupazione, nasce dalla loro violenza, dai loro miserabili intrighi, dal gioco al massacro che li riempie di piacere."
"E di soldi." Era Manuela.
"Dimmi come posso smascherare, io, gente di questo tipo."
"Non lo so, babbo, ma ti chiediamo di mettercela tutta."
"Questa poi no. Non li stare a sentire, Luciano." Era Maria, che non si era pi mossa da tavola, e non perdeva niente di quella conversazione che conteneva una minaccia per lei. "Tu devi pensare anche a me, a quello che mi succederebbe se ti accadesse qualcosa."
"Dovete stare in guardia tutti, invece. Ecco quello che vi raccomando."
"Che vuoi dire, babbo?"
"Che siamo in pericolo un po' tutti, noialtri."
"Noi noi, vuoi dire?"
"S, noi della famiglia."
"E perch?"
"Perch se vado vicino alla verit, quelli non guardano tanto per il sottile, e se non possono fare la festa a me, potrebbero farla a voi." Ci fu silenzio. Maria guard i figli. Avrebbe imparato a sparare un cannone, se qualcuno avesse osato toccare i suoi figli. Lei l'avrebbe trovato l'assassino dei suoi figli, non sapeva come, ma l'avrebbe scovato anche in capo al mondo. Il cuore le batteva forte forte, per.
Giunsero le tre e suon il campanello. Era Jacopetti. Il commissario glielo domand subito al citofono, tanta era la sua curiosit, se aveva buone notizie per lui.
"Hai trovato niente?"
"Pochi nomi, commissario."
"Scendo subito." Maria gli porse la giacca e Luciano le diede un bacio. I figli erano venuti anche loro nell'ingresso a vedere uscire il padre.
"Qualche buona notizia, babbo?"
"Non so dirlo ancora. Ciao."

C'era ancora il medioevo in Italia. C'erano i feudi: la sanit, la previdenza sociale, la scuola  specialmente l'universit  la politica. Ma questo solo per fare qualche esempio. E c'erano i baroni, quelli cio che non si toccano. Ma il feudo pi grande di tutti, quello della politica, aveva sette vite come i gatti, e anche di pi , e tutte le volte che si credeva di aver rinnovato qualcosa, tutto, chiss per quale perverso meccanismo, si trasformava da s e ritornava come prima. Una metamorfosi che il popolo non riusciva a controllare. La vedeva svilupparsi sotto i suoi occhi, eppure non riusciva a fermarla. Era una stregoneria, una maledizione del diavolo questa politica che sapeva fare solo del male. Il commissario scoppiava di rabbia. Chiss come se la sarebbe cavata di fronte a quel caso che apparteneva al feudo della politica. Forse ci avrebbe rimesso la vita.
"Allora, Jacopetti, che hai trovato?"
"Poca roba, e mi pare di nessuna rilevanza. Sono stato a cercare anche nei comuni limitrofi. I morti di questi giorni sono 10 in tutto."
"Fammi vedere." Jacopetti lev una mano dal volante e si frug in tasca. Tir fuori un foglietto in cui aveva segnato i suoi appunti. Accanto a ogni nome aveva indicato anche l'et e il mestiere. Oltre al Prefetto e ai coniugi Materazzo, la lista comprendeva un giovane di sedici anni morto di leucemia, quattro anziani tra i settanta e i novant'anni, di cui tre donne, deceduti per cause naturali, un neonato, una giovane madre colpita da infarto.
"Sei sicuro che non ce ne siano altri?"
" tutto quello che sono riuscito a trovare."
"Mi pare che siamo tornati al punto di prima."
"Gi."
Sollecitarono i confidenti a cercare notizie.
"Possibile che nessuno di voi sappia niente?"
"Lei non ci creder, commissario, ma di questo omicidio non parla pi nessuno. Solo tra gli operai e gli studenti se ne parla, ma cosa vuole che contino le cose che dicono loro."
"E che dicono?"
"Che sono stati quelli di Roma. Forse i servizi segreti. Ma sono chiacchiere di gente che non pu sapere nulla, e tira solo ad indovinare."
" mai possibile che l'assassino sia riuscito a fuggire senza essere stato notato da qualcuno? Lo andate dicendo che daremo una taglia a chi fornisce qualche informazione utile?"
Ma nessuno sapeva niente. Era diventato un chiodo fisso per il commissario.
Qualche giorno dopo, mentre era a letto, sulla sera tardi, squill il telefono. Ci and convinto che fosse Jacopetti. Un telefono lo teneva in salotto. Indoss la vestaglia.
"Allora, commissario, ci sono novit?" Era uno sconosciuto. Si capiva che la voce era camuffata. Fingeva di parlare forestiero.
"Ma allora, commissario, lei non ci vuol capire proprio nulla in questa storia."
"Che c' da capire."
"Eppure gliel'ho mandato a dire chiaro e tondo, mi pare." Dunque, era l'autore di quel biglietto anonimo.
"Lei non mi ha mandato a dire un bel niente."
"Eccome no, non gliel'ho detto che serve a poco trovare l'assassino? E allora che altro vuole? Cerchi i mandanti, invece.  lei il commissario, dopo tutto, ed io la sto gi aiutando abbastanza."
"Perch lo fa?"
"Ho le mie ragioni. Diciamo che mi rende, quello che sto facendo."
"Era amico dell'onorevole?"
"Vuol sapere troppo, lei, commissario. Diciamo che io so la verit."
"E allora perch non viene a dirmela?" L'altro tagli corto.
"Almeno se l' fatta l'idea di chi possa essere il killer?"
"Di certo non  nessuno tra quelli che stanno al camposanto."
"Lo dice lei, commissario. Guardi bene quei nomi."
"Lei vuol dire che il killer  tra i morti qui a Lucca?"
"E dove se no, a Catania?"
"E perch, non le pare possibile un delitto di mafia?" Capiva che il suo interlocutore era disposto a dargli qualche altra informazione.
"Non faccia il cretino, commissario. Se le ho mandato il biglietto, non  stato certo per farle disseppellire i cadaveri di mezza Italia."
"Allora, lei vorrebbe darmi ad intendere che  il Prefetto l'assassino. O mi sbaglio." Sondava il terreno, aiutandosi con l'ironia.
"Fuocherello, commissario" rispose invece lui.
"Allora,  il dottor Materazzo." Stette al gioco.
"Le resta solo un altro nome. Non pu pi sbagliare, commissario."
"La signora Materazzo!?" Ma non  possibile, pens.
"E bravo il nostro commissario. Ha fatto centro. Non ci speravo pi ."
"Ma lei  un pazzo!"
"E ora cerchi i mandanti" disse, e la conversazione fu chiusa bruscamente.
"Chi era?" domand Maria, quando lo vide rientrare in camera tutto preoccupato.
"Niente. Dormi. Stai tranquilla. Era Jacopetti per una delle sue stupidaggini."

La mattina dopo raccont tutto a Jacopetti, mentre andavano in ufficio.
"Ne parler anche col Questore."
" troppo importante."
"Si dovranno fare degli accertamenti sulla signora Materazzo."
"Da dove pensa di cominciare."
"Sono stati tirati in ballo da ogni parte i servizi segreti. Bisogner cominciare da l."
"Sar una bella gatta da pelare."
"Si scherza col fuoco, questa volta."
"Non solo col fuoco, ma lo sa, vero, commissario, che si rischia anche la vita."
"Lo, lo so, Jacopetti. E allora che si dovrebbe fare secondo te?"
Il Questore sostenne che non bisognava dare retta a quella telefonata, e che si trattava di una montatura per sviare le indagini e dare una colorazione cupa a quell'omicidio, che molto probabilmente era opera di qualche pazzoide isolato, che ce l'aveva con le idee politiche della vittima.
"Un fanatico, che odia i cambiamenti. Ecco chi  l'assassino. Solo che, devo ammettere, non sar facile trovarlo. Lei comunque non si dia tanta pena e faccia solo il suo dovere. Non gli si chiede nulla di pi , Renzi. Non sar n il primo n l'ultimo dei casi che finiscono in archivio irrisolti."
"Bisogner indagare sulla signora Materazzo." Lo disse con timore.
"La lasci in pace quella poveretta."
"E se fosse stata proprio lei?"
"Ma allora lei crede a questa baggianata! Ma se l'immagina la signora Materazzo, quella bella donna, con una pistola in mano. E mica per uccidere il marito o l'amante, che questo sarebbe stato anche possibile, ma per assassinare un deputato che forse nemmeno conosceva. Via, Renzi, cerchi di essere serio."
Renzi, invece, mentre il Questore gli parlava, se l'immaginava la signora Materazzo con la pistola in mano, seduta sulla sedia di quel palchetto. Magari sola, e anche gli altri due palchetti vuoti, prenotati da lei, apposta per compiere la sua scelleratezza con il minimo dei rischi. Mascherata, naturalmente, e forse mascherata da uomo. Una bella donna come lei, mascherata da uomo. Ma era mai possibile? Se era accaduto davvero cos, questo era un lavoro da gran professionista. La signora Materazzo, dunque, una donna killer, appartenente ai servizi segreti, capace di passare da un letto all'altro delle persone che contano, per scoprire e riferire. Di che cosa? Di tutto. Poteva essere credibile questo? E il marito era una copertura. Un cornuto di poco prezzo che faceva gioco ai loro disegni.
"Quando avr qualche novit, Renzi, mi riferisca subito." Il Questore lo conged, e il commissario torn in fretta in ufficio, e fece venire Jacopetti, al quale disse che ora era convinto che l'assassino di quel disgraziato di onorevole era proprio la signora Materazzo. Solo che per essere certi occorrevano le prove.
"Allora si dovr riaprire anche il caso della morte dei coniugi Materazzo" disse Jacopetti.
"E del Prefetto, non scordarlo. Se la signora Materazzo  il killer, non lo era per i fatti suoi, non andava ad ammazzare questo e quello cos per far soldi. Poi, dev'essere successo qualcosa che ha scombinato i piani, e cos c' andato di mezzo anche il Prefetto."
"Dunque, non  un assassino il Prefetto."
"Ma che assassino.  una vittima anche lui."
"Ah, commissario, mi ha tolto un peso dallo stomaco. Sa che non riuscivo a dormire all'idea che il Prefetto fosse potuto diventare un assassino. In che mani siamo, allora? mi domandavo, se un Prefetto arriva, sia pure per colpa dei sentimenti, a perdere la ragione e a uccidere."
"Avremo a che fare, caro Jacopetti, con persone che stanno in alto, che occupano posti di grande responsabilit. Gente che se la incontri per strada ti ci levi tanto di cappello."
"E noi ci scontreremo con questa gente?"
"Hai paura?"
"Direi proprio di s."
"E hai ragione, perch di paura ce n'ho tanta anch'io."
"Che facciamo?"
"Corro dal magistrato e mi faccio dare tutte le autorizzazioni necessarie. Voglio potermi muovere senza incontrare opposizioni."
"Ma il magistrato non la penser mica come il signor Questore..."
"Speriamo proprio di no."
"E il Questore lo sa che lei va dal magistrato?"
"Lui dice che io devo fare il mio dovere, e io lo faccio."
"Allora, penso che sia bene che io non mi muova di qua e l'aspetti."
"S, bravo, non ti muovere, che potrei aver bisogno subito di te." Il commissario usc, e Jacopetti torn nel suo ufficio. Sedutosi sulla sedia, con gesto spontaneo, senza accorgersene, estrasse dalla tasca il fazzoletto e si asciug la fronte.

Sul principio il magistrato fece qualche obiezione, ma era un magistrato giovane, e forse anche a lui non piaceva come stavano andando le cose. Cos quando ebbe ascoltato tutte le spiegazioni del commissario e constatato che le sue supposizioni avevano un qualche fondamento, firm le autorizzazioni necessarie.
"Credo che abbia bisogno di tanta fortuna, commissario."
"Baster la fortuna?"
"Gliel'auguro."
"La ringrazio tanto del suo aiuto" disse Renzi.
"Spero di avere fatto il meglio per lei."
"Lo ha fatto."
Tornato in ufficio, chiam Jacopetti. Quando lui si affacci, gli mostr il mandato.
"Con questo, non c' porta che rester chiusa."
"Ne  proprio convinto?"
"Convinto no. Ma senza il mandato, quelli ci farebbero fuori in un boccone."
"Ha in testa qualcosa di preciso, commissario?"
"Certo. Ora andiamo tutti e due a casa e ci prepariamo a partire, e staremo fuori qualche giorno."
"Fuori!?"
"S, caro Jacopetti. Ci facciamo una bella vacanza."
"Ma che,  ammattito, commissario?"
"Andiamo a Roma, Jacopetti. Non mi dici sempre che  una bella citt? Di ordine che sia preparata la macchina di servizio. E poi andiamocene a fare le valigie."
A casa, il commissario se le sent dire di tutti i colori da sua moglie.
"Ma  una pazzia. Che ti sei messo in testa. Ma chi credi di essere per farcela con quelli l.  una cosa pericolosa. Ricordati che hai una famiglia, dei figli."
I figli erano rimasti a bocca aperta quando aveva raccontato loro le ultime novit. Alberto gli ricordava di avere sempre sospettato che c'era di mezzo un complotto, ed ora era contento che suo padre si trovasse impegnato in un'impresa cos straordinaria.
"Sono fiero di te, babbo. I miei amici hanno fiducia in te. C' una grande attesa. Non li deludere, babbo."
"Ma siete diventati tutti matti" gridava Maria. "Vostro padre rischia la vita. Non si tratta mica di un film, lo capite o no?"
"Tu, mamma, hai sempre paura del peggio." Era Manuela. "Ma perch poi nostro padre deve necessariamente morire? Non potrebbe essere lui a mettere fine a questi imbrogli?"
"Allora siete tutti dei cretini, vostro padre compreso. Qui finisce che la pi saggia sono io. Sono io, e non voi, che conosco il mondo, io che sto quasi sempre chiusa in casa. E voi che uscite e vedete gente e dite di conoscere le cose meglio di me, voi vivete invece sulla luna. Tu non ci devi andare a Roma." Aveva gli occhi di una tigre, pronta a saltargli addosso.
"Cara Maria, io te l'ho sempre detto che il mio mestiere  il pi brutto del mondo. E me lo pagano anche male, anzi malissimo. Io fra un'ora sono gi sulla strada per Roma. Devi fartene una ragione. Porto Jacopetti con me."
"Tu mi farai morire prima del tempo."
"Su su, che non mi accadr niente."
"Questa volta non  come le altre volte. Vai a Roma, e l sappiamo tutti che  un nido di serpenti."
"Ma guarda che sono un bel serpente anch'io, e il mio morso  velenoso quanto quello degli altri."
"Tu scherzi sempre, ma ce l'ho io nel cuore la paura." Ce l'aveva anche il commissario, ma non glielo disse.
Si salutarono sull'uscio tutti e quattro, e solo i figli avevano negli occhi quella bella luce che nasce dalla speranza.

Al Questore fece un accenno fugace, alla larga, di ci che aveva intenzione di fare.
"Non condivido l'idea di questo viaggio, ma sia prudente."
"Sono piccole cose quelle che devo sbrigare, vedr che torner prima del previsto."
"Stia attento alla strada." Aveva piovuto quella mattina.
"Guida Jacopetti, e lei lo sa che va piano come una lumaca, ed  molto prudente."
A Roma si presentarono nel primissimo pomeriggio presso la sede dei servizi segreti. Un bel palazzo a pi piani, un intrigo di uffici. Li fermarono all'ingresso. Mille formalit. Infine, li accompagnarono addirittura nell'ufficio del direttore, che li accolse con molta cordialit. Renzi gli mostr il mandato. Lo lesse. Sorrise, come se non fosse sorpreso di quella visita. Mise a loro disposizione gli incartamenti necessari e li lasci soli.
"Se avete bisogno di me, mandatemi a chiamare."
" proprio un nido di serpenti, Jacopetti."
"E me lo viene a dire a me, commissario, che i serpenti li vedo anche a Lucca?"
"Questi sapevano del nostro arrivo."
"Li hanno avvertiti da Lucca. Ma chi?"
Dai fascicoli non appresero nulla di particolare, salvo che i coniugi Materazzo  non solo la signora ma anche il marito  erano entrati nei servizi segreti da molti anni, ed erano giudicati degli ottimi agenti. Allora perch li avevano fatti fuori?
All'improvviso qualcuno entr nella stanza. Lo chiamavano al telefono. Da Lucca.
"Chi pu cercarmi qui?" Era il Questore. Gli dava una brutta notizia. Il figlio aveva avuto un incidente con l'auto. Per fortuna nulla di irreparabile. Si trovava all'ospedale con alcune fratture, ma non era in pericolo di vita. Che ritornasse subito a casa.

Durante il viaggio cerc di mettersi in contatto con i suoi. Non rispondeva nessuno. Evidentemente erano tutti all'ospedale. Prov pi volte, a distanza di tempo. Telefon anche al commissariato, lasciando l'ordine che niente fosse toccato sul luogo dell'incidente. Dovevano aspettare il suo arrivo prima di rimuovere ogni cosa. Anche l'auto doveva rimanere l.
"Ti ritengo responsabile. Bada che nulla sia rimosso."
Jacopetti guidava con un po' di trepidazione. Sapeva che doveva far presto ad arrivare, ma lui non c'era abituato alla velocit e non ci sapeva proprio fare con l'acceleratore. Non era il caso di lasciar guidare il commissario, nelle condizioni in cui si trovava. Eppoi non era certo un guidatore migliore.
"Poteva essere una tragedia, commissario. Si tranquillizzi, ora. Alberto  giovane e si riprender presto. Ha le ossa buone, lui, non come le nostre che ci riempiono di dolori." Mentre guidava, cercava di farlo sorridere. Il commissario era taciturno, invece.
"Lei sospetta qualcosa, commissario, dica la verit."
"Sospetto s, Jacopetti. Ma che cosa vuoi che ti dica?  una brutta faccenda e basta."
All'ospedale trov il suo Alberto bell'e sistemato sul lettino, in una cameretta a quattro letti. Era gi ingessato alla gamba e alla spalla sinistre.
"Ha sbattuto contro un albero, dall'altra parte della strada." Alberto era ancora sotto choc. Guardava il babbo e non sapeva che dire.
"Ti poteva andare peggio, figliolo" brontol il commissario, sforzandosi di sorridere. "Hai la pelle dura, e fra qualche giorno tornerai a casa."
" stato un vero miracolo" disse Maria, che non aveva ancora i sospetti del marito.
"Ma come sar successo? Alberto la sa guidare bene la macchina." Era Manuela.
"Gliel'ho sempre detto che prima o poi se lo sarebbe rotto l'osso del collo. Ecco, ci siamo arrivati." Parlavano nel corridoio, ora, perch era arrivato il medico a controllare, insieme con due infermiere. Uscendo, salut il commissario.
"Deve stare tranquillo, commissario. Sono fratture semplici e se la caver in poco pi di un mese, e tutto questo rester solo un brutto ricordo."
"La ringrazio tanto, dottore."
Disse alla moglie che ora doveva andarsene dall'ospedale, poich voleva recarsi sul luogo dell'incidente.
"Voglio rendermi conto di come sia potuto accadere."
"Stasera cerca di non fare tardi. Non  serata da lasciarci soli."
"Va bene, Maria." Le dette un bacio, l davanti a tutti
Sul luogo dell'incidente, c'erano ancora gli agenti a vigilare. Lo salutarono. Non pot fare a meno di allungare lo sguardo sulla sua macchina nuova di zecca e di valutare i danni subiti. Sarebbero usciti dalle sue tasche i soldi della riparazione. Quattro o cinque milioni sicuramente, se il carrozziere era in vena di fargli un favore.
"Si sono rotti i freni" disse un agente.
"Come lo sai?"
"Abbiamo fatto venire un nostro meccanico."
"Non avr mica toccato qualcosa?"
"No. L'abbiamo mandato via non appena  giunto il suo ordine di lasciare tutto cos."
"Bravi. Avete fatto bene."
"Vuole che lo mandiamo a chiamare, ora che lei  arrivato?"
"No. Ci parler dopo con lui. Ora chiamatemi invece il perito. Che venga subito."
Dalla macchina diramarono l'ordine. Un quarto d'ora dopo il perito era gi sul posto.
"Veda di che si tratta."
" una bella botta.  stata una vera fortuna essersela cavata con delle fratture." Il perito stava gi effettuando i controlli.
"Di che si tratta?"
"Hanno ceduto i freni."
"Ma  una macchina nuova. Ha appena un mese di vita."
"Succede. Un caso su un milione."
"Non potrebbero essere stati manomessi?"
"Da questo primo controllo lo escluderei.  stato sfortunato, commissario. Tutto qui. Potr sporgere reclamo presso la concessionaria dove l'ha comprata. Questo, molto probabilmente,  un difetto di costruzione."
"Quando potr avere una sua risposta definitiva?"
"Stasera stessa. Mander subito a prelevare la macchina e la far portare nella nostra officina."
"Bene. A stasera allora."
Ce l'avrebbe fatta a tornare a casa in tempo per fare contenta sua moglie? Non ne era pi cos sicuro.

Infatti non and a cena. O meglio ci and, ma con molto ritardo. Li aveva avvertiti per telefono, scusandosi.
"Arrivo fra un'ora. Voi cominciate pure."
Si sedette a tavola. La moglie gli aveva tenuto in caldo la cena. Mentre mangiava, venne a sedersi accanto a lui. Arriv anche Manuela.
"Allora?"
"Allora che?" Aveva poca voglia di parlare.
"Ti sei fatta un'idea dell'incidente?" Maria aveva capito che lui sospettava il dolo. C'era arrivata anche lei.
"Se li hanno manomessi, i freni, l'hanno saputo fare molto bene. Il perito dice che non ci sono prove."
"Ci si pu fidare di quel perito?"
"Ha vent'anni di servizio, Maria. Ne ha viste di auto sfasciate."
"Non potrebbe essersi sbagliato?"
"Dice che  sicuro."
"Io non ci credo. Alberto sostiene che non andava poi cos forte."
"Alberto, Alberto. Io gliel'ho sempre detto che prima o poi sarebbe successo. Lui ci va pesante con l'acceleratore. Io questo lo so. Andava almeno a 90, hanno detto gli agenti. E l non si pu andare a pi di 50. Gli faranno anche la contravvenzione."
"Ma come! A tuo figlio?"
"Gi. Che credi, che i figli dei commissari hanno un trattamento speciale?" Non gli andava gi che, oltre al danno, dovesse pagare anche la contravvenzione.
"Se il perito afferma cos, non posso farci niente. Ho le mani legate."
"Cerca di uscirne prima che puoi, Luciano, di retta a me. Questa  gente che non ci pensa due volte ad ammazzare." Maria tornava alla carica.
"Mi basterebbe uno straccio di prova."
"Ma tu non le troverai, le prove. Non l'hai ancora capito, babbo?" Era Manuela, a cui saliva la collera.
"Sono tutti contro di te. Ti vogliono mettere con le spalle al muro. E se non ti arrendi, dopo questo primo avviso, uccideranno qualcuno di noi." Rincar la dose, Maria.
"E allora che dovrei fare?"
"Archivia il caso. Non sar la fine del mondo. Ce ne sono gi tanti di casi archiviati. Uno pi , uno meno, che differenza fa." Maria cercava di convincerlo.
"S, ma peserebbe sulla mia coscienza."
"E se tuo figlio moriva, non ce l'avevi tu sulla coscienza?" Era vero anche questo. Maria era furente.
La mattina dopo and all'ospedale. Alberto era tutto un dolore. Soffriva.
"Dicono che si sono rotti i freni. Raccontami come ti  successo."
" una cosa incredibile. Io andavo tutto tranquillo..."
"Tranquillo un corno... Andavi sui 90, invece che a 50, come dovevi."
"Sar, ma non me ne sono accorto. A me sembrava di andare piano."
"E dunque, che ti  successo."
"A un certo punto, giunto all'incrocio, ho sterzato a sinistra. Da destra veniva una macchina che non avevo visto. Allora ho cercato di fermarmi per lasciarla passare, ma niente. Il pedale del freno  andato gi facile, come premere acqua. Non funzionava. Ho avuto paura, e allora ho accelerato per traversare prima che la macchina sopraggiungesse. L'ho scansata appena in tempo, ma sono finito contro l'albero."
"Ma prima di quel punto, l'avevi gi usati i freni? Funzionavano?"
"S. Era tutto a posto."
Di ritorno dall'ospedale and dal Questore, che l'aveva fatto cercare.
"Come sta suo figlio?"
" stato fortunato. Poteva anche morire."
"Che cosa ha trovato a Roma?" Per via dell'incidente al figlio, non si erano ancora visti. Gli raccont tutto.
"Per questo non prova un bel niente. Sappiamo che i coniugi Materazzo erano agenti segreti, ma non se ne pu dedurre che abbiano ucciso l'onorevole, se non ci sono altre prove."
Il commissario lo capiva da s, questo. Sapeva di conoscere la verit, e cio che era stata la signora Materazzo ad eseguire la condanna a morte dell'onorevole, decretata dai servizi segreti, ma non riusciva a mettere insieme un briciolo di prova. Avevano lavorato bene a Roma. Li sapevano fare questi lavoretti. Poi, per non rischiare, avevano fatto terra bruciata e, mascherandolo come delitto passionale, avevano eliminato anche i coniugi Materazzo. Il Prefetto ne era stato lo strumento inconsapevole. Cos, nessuno avrebbe potuto pi parlare. La messinscena del delitto passionale era stata cos bene architettata che tutto combinava per renderla verosimile. Loro, la signora Materazzo l'avevano fatta sempre muovere come una marionetta, sfruttando la voglia di amanti che aveva e l'ambizione del marito, e sapevano che queste loro debolezze li avrebbero aiutati se un giorno, come infatti era accaduto, avessero deciso di eliminarli.
"Mi creda, commissario, glielo dico con piena convinzione, libero lei di pensarla diversamente. L'incidente a suo figlio  una pura coincidenza. Io sono certo, le dico, certo, che i coniugi Materazzo non c'entrano niente con la morte dell'onorevole. E anche la loro morte non ha nulla a che vedere con l'assassinio dell'onorevole.  stato un delitto passionale. Punto e basta. Quel povero Prefetto ha perso la testa. Non me l'aspettavo, ma non  la prima volta che succedono di queste cose. Ha perso la testa per quella bella gentildonna. Perch bella lo era da far impazzire un po' tutti, nevvero, commissario?"
"Altroch."
"Vede, un pensierino ce l'avrebbe fatto anche lei, dica la verit. Se quella donna avesse rivolto le sue attenzioni a lei, ho paura che a quest'ora la signora Maria non sarebbe cos tranquilla. O mi sbaglio."
"Forse sarebbe stato cos come lei dice."
"Guardi che io, se questo pu aiutarla, ci sarei andato a letto senza pensarci su due volte con la bella signora, e con buona pace di mia moglie. Perci lo capisco il Prefetto. Ma dev'essere successo qualcosa d'imprevisto. Secondo lei, il dottor Materazzo lo sapeva o non lo sapeva degli adulteri della moglie? Io penso che lo sapesse."
"Per forza che lo sapeva." Scatt su, il commissario. "Dovunque sono stati, in qualunque citt, era questo il loro sistema di lavoro." Renzi aveva in mente oramai l'idea del complotto, e che quella strana coppia fosse stata usata dai servizi segreti per preparare un delitto perfetto.
"Io non ne sarei cos tanto sicuro. Se lo levi dalla testa il complotto." Aveva capito benissimo, il Questore. "Si tratta di un delitto passionale. Come ce ne sono stati tanti. Anche se questo ci tocca da vicino. Comunque, mi consenta di fare delle ipotesi, secondo il mio punto di vista. Ammettendo come prima ipotesi che il dottor Materazzo non lo sapesse che la moglie aveva un amante, lo deve aver scoperto in qualche modo, ed  andato su tutte le furie. Ha voluto vedere il Prefetto. E nel Prefetto  scattato qualcosa di incontrollabile. Lo sa bene che i sentimenti possono essere anche spietati, a volte. E ha pensato che se doveva perdere l'amante, morisse lui con tutti i filistei. Cos ha ucciso i due, e poi si  tolto la vita. E ora facciamo la seconda ipotesi. E cio che il marito, ambizioso, fosse in combutta con la moglie. Allora il giocattolo si dev'essere rotto per qualcosa che nessuno potr mai sapere, perch il segreto se n' andato nella tomba con loro. Forse, chiss, un torto subito dal dottor Materazzo, che avrebbe cos ricattato il Prefetto, minacciandolo di rivelare la sua relazione con la moglie. Ne  sorta una lite che ha causato la tragedia. Questa mi sembra l'ipotesi pi attendibile, perch, che s'incontrassero in quell'appartamentino lo sapevano un po' tutti, ormai. S, il dottor Materazzo lo sapeva delle corna. Ne sono convinto sempre di pi . E ci che  successo ha tutti i crismi del delitto passionale. Glielo ripeto. Non ci possono essere dubbi, commissario. E se poi erano anche agenti segreti, che vuol dire? Ci vogliono delle prove per collegarli al delitto dell'onorevole, e le prove mi pare che, almeno fino a questo momento, non ci siano. Capisco che se le cose si mettono a questo modo non sar facile trovare l'assassino dell'onorevole. Il caso ritorna ad essere ci che a mio avviso  sempre stato, uno dei tanti omicidi, forse politici e forse no, chi lo sa?, che rimangono impuniti. E lei non se la prenda se sar costretto dalle circostanze ad archiviarlo. Io, le assicuro, non la considerer una sua sconfitta personale; anzi, le posso gi anticipare che ha tutta la mia stima e apprezzer nel dovuto modo il bel lavoro che sta svolgendo. Lei fa anche pi di quanto  necessario. Ed io non mancher di tenere conto al momento opportuno della sua lealt verso le Istituzioni." Il commissario lo stava a sentire con la mente altrove. Aveva il pensiero rivolto ai suoi, alla sua famiglia, a casa sua, e aveva voglia di rinchiudersi tra quelle quattro mura, dove avvertiva che poteva esserci, soltanto l, quel poco di felicit possibile a questo mondo.
"Mi ascolta, commissario?"
"Vedr se si pu fare ancora qualcosa."
"Torner a Roma?"
"No."
"Chiuda il caso, allora, dia retta a me."
La sera ricevette una telefonata. Stava per andare a letto. Era quasi mezzanotte. Maria lo aveva preceduto, ma ancora non si era addormentata.
"Chi sar a quest'ora?" La sent inquietarsi.
"Vado io. Resta l."
"Che brutto mestiere che fai."
"Che credi, che non voglia andarci anch'io in pensione? Vedrai che prima o poi mi decido."
"Ah, no. Ora abbiamo da pagare la macchina nuova, e anche i danni dell'incidente."
"Quelli me li far pagare dalla casa produttrice.  un difetto di costruzione, sostiene il perito. C' tanto di verbale." Il telefono squillava ancora.
"Vengo, vengo." Alz il ricevitore.
"Allora, commissario, che ha deciso?"
"Deciso che."
"Come, non mi riconosce?"
"S che la riconosco. Ma lei deve dirmi di pi se vuole che sbrogli questa matassa. Non ho uno straccio di prova per incastrarli."
"Deve lasciar perdere, commissario."
"Come!?  proprio lei a dirmelo! Ma allora da che parte sta?"
"Sto dalla parte dei miei interessi. Esattamente come l'altra volta, commissario. E ora i miei interessi mi dicono che  tempo perso il suo. Non ce la far mai. Si metta l'anima in pace."
"Ma se lei potesse darmi una traccia, una minima traccia..."
"Sono troppo forti per lei. Lasci perdere, le dico. Ha visto che fine ha fatto l'onorevole? Io ci contavo che lei potesse incastrarli. Ma sono troppo forti. Io mi ritiro."
"Lei non pu farlo."
"E chi me lo impedisce. Lei?" Sapeva camuffarla bene, la voce. Aveva sempre quell'accento forestiero, ma chiss da dove telefonava. Da Roma? Da Lucca? Avrebbe potuto far mettere il proprio telefono sotto controllo, a tempo debito naturalmente, e ora gli sarebbe stato facile verificare. Ma non l'aveva mai voluta prendere in considerazione questa possibilit. Una questione di principio, per sentirsi libero almeno a casa sua.
"Allora lei  un vigliacco come tutti gli altri."
"Vigliacco? No, io sono furbo, commissario. E se  furbo anche lei, lasci perdere. Ha visto che cosa pu succedere se lei ficca il naso in queste faccende? Scottano. Fanno male. Era un avviso, l'incidente di suo figlio. Un piccolo, piccolissimo avviso rispetto a quello che sanno fare. Lei  solo, commissario, questo  il punto, e non c' nessuno disposto a darle una mano." C'era Jacopetti, invece; ma che cosa contava di fronte agli ostacoli che si frapponevano: enormi, invisibili, possenti?
"Ma lei, chi ?" Prov a domandare, scioccamente.
"Sono uno che ha perso" si sent rispondere. "Proprio come lei. Soltanto che io sono furbo e ci faccio la mia fortuna con questa sconfitta."
"Lei  un opportunista, allora."
"No, io sono uno uguale a quattro miliardi di uomini, e forse di pi . La saluto, commissario." Abbass il ricevitore, e lo lasci con in gola tutte le altre mille cose che avrebbe voluto chiedergli.
"Chi era?" Si ud Maria che domandava dalla sua camera.
"Il solito Jacopetti, che aveva un'altra delle sue sciocchezze da dirmi." Si ricordava di averle risposto allo stesso modo anche l'altra volta.
"Ma proprio a quest'ora?"
"Lo sai che lui  fatto cos.  un buon ragazzo." Gli scapp detto ragazzo, ma Jacopetti aveva solo dieci anni meno di lui.
La mattina dopo si confid con Jacopetti.
"Che si fa?"
"E lo chiede a me, commissario? Io non saprei da che parte ricominciare."
"Io non me la sento di tornare a Roma."
" un viaggio inutile."
"Lasceremo aperto il fascicolo ancora per qualche tempo. In attesa di un miracolo, poi lo archivieremo."
" un vero peccato, se lei  convinto che c' il complotto dietro questo delitto."
"Ma tu che cavolo vuoi da me, Jacopetti." Si sentiva disperato.
"Forse ha ragione lei. Non ci si pu ammazzare per questo dannato lavoro, che nemmeno ci pagano bene."
"Chiudi la bocca, e lasciami in pace."
I confidenti non erano di alcun aiuto. Dicevano che tutto si era chiuso come accade quando si getta un sasso in uno stagno. Il delitto, tutti volevano rimuoverlo dalla mente. Restavano solo gli studenti e gli operai a reclamare giustizia. Ma a loro chi dava retta? Erano sempre pronti a vedere il diavolo dietro l'angolo, loro, e se gli si dava udienza si rischiava di perdere solo tempo.
And a trovare il figlio. Aveva voglia di parlare con lui. Quell'incidente li aveva avvicinati ancora di pi .
Alberto protest quando seppe che il babbo era ormai per arrendersi.
"Non lo devi fare."
"E chi sei tu per non permettermi di fare quello che voglio? Io sono padrone della mia vita." Ma sapeva che non era cos.
"Lo devi fare per me, e per quelli come me, che non possono lasciar cadere la speranza."
"Ma che devo fare? Che pretendete da me. Io sono uno come tutti voi, che mi si pu schiacciare come un verme."
"Non lasciarla cadere la nostra speranza."
Se ne and da Alberto pi arrabbiato di quando era entrato.
Due giorni dopo, senza nemmeno avvertire il Questore, indisse una conferenza stampa. Avvert i giornalisti locali. Era fissata per le undici. Questi sparsero la voce anche fuori della citt. Il Questore fu informato.
"Lei  pazzo. Non deve tenerla questa conferenza. Ma che cavolo vuole dire a quei giornalisti? Quelli faranno nascere una gran confusione per nulla. Torni in s."
"So quel che faccio."
"La considerer una insubordinazione, la sua. Con tutte le conseguenze. Ci pensi bene, Renzi."
"Io faccio nient'altro che il mio dovere, secondo la mia coscienza."
Sapeva per che la conferenza si sarebbe rivolta poi contro di lui. Lui non aveva le prove. Che cosa avrebbero scritto i giornali? Gli avrebbero creduto? Jacopetti cerc di scoraggiarlo. Non era stato avvertito nemmeno lui. Poi disse che s, il commissario aveva ragione.
Li ricevette nella saletta dove erano state sedute quelle prostitute. Ebbe un po' di paura quando se li trov davanti e qualche fotografo scatt il flash. Ma poi si fece coraggio. Il Questore non c'era. Volutamente non c'era. C'era Jacopetti, invece, seduto accanto a lui. Il commissario non ce lo avrebbe voluto. Gli aveva ordinato di non venire, ma Jacopetti sapete che gli aveva risposto? Gli aveva risposto che anche lui ce l'aveva la sua coscienza, e ci doveva fare i conti anche lui, come il commissario. E che in fatto di coscienza non si sentiva secondo a nessuno.
I giornalisti stettero ad ascoltarlo a bocca aperta, in principio. Poi qualcuno cominci a domandare: prove ce ne sono? Non ce ne sono. Allora lo sa che rischia molto? Non me n'importa. Non lo sa che i nuovi servizi segreti non sono come quelli del passato, non sono pi corrotti?  una balla, sono corrotti eccome, non  cambiato nulla.
Il giorno dopo solo qualche giornale ebbe il coraggio di sbattere in prima pagina la notizia. Non tutti se la sentirono, e qualcuno, anzi, la releg in quinta o sesta pagina, liquidandola con poche righe.
Il Questore dispose per la sospensione dal servizio. Di lui e di Jacopetti.
"Lei non mi ha lasciato scelta. Proprio una bella trovata questa dei servizi segreti. Lei  ammattito, glielo dico io. Ha visto che fine hanno fatto le sue chiacchiere? Solo qualche giornale le ha prese sul serio." Renzi non rispondeva. Avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, per. Ma della sospensione non se ne fece nulla. Arriv un ordine dall'alto  da Roma?  che fermava ogni cosa. Possibile che avessero paura di lui? O paura forse degli operai e degli studenti? Paura che si rivoltassero, che nascessero dei disordini? Meglio quindi lasciar perdere. Far finta di nulla. La gente avrebbe fatto presto a dimenticare.
Quando ritorn all'ospedale, Alberto era sorridente.
"Vedrai che far pi presto del previsto a guarire."
"Tu sei giovane. I giovani sono forti, figliolo."
"Ma anche i vecchi come te, babbo." Aveva saputo.
Il commissario si chin su di lui e si abbracciarono.

24.10.1993  10.11.1993


GIULIA

I

L'avvocato Alfredo Chiarelli aveva raggiunto in quegli anni un certo benessere, anche se doveva ammettere che non tutto correva liscio nella societ, e che lui era entrato nel novero dei pochi sopravvissuti ai quali aveva arriso la buona sorte, pi per un gioco di combinazioni e di fatalit che per merito. Del resto, sarebbe stato mai possibile diffondere dappertutto la giustizia? Quella sociale, quella civile, quella giuridica, quella morale e perch no? quella dello spirito. Troppe giustizie, se ne rendeva conto a mano a mano che trascorrevano gli anni e lui diventava pi vecchio. Trasferire una specie di paradiso su questa Terra cos complicata non era proprio possibile, e se non c'era riuscito nemmeno il Figlio di Dio, chi altri si doveva attendere? Si era messo l'animo in pace ed ora faceva parte di quella schiera di uomini accomodanti, che erano disposti a giustificare tutto purch non si mettesse in discussione la propria fortuna. Una disgrazia l'aveva comunque avuta. Sua moglie, Bianca, era morta, colpita da una specie di ictus cerebrale. Cos aveva dichiarato il medico di famiglia. Era accaduto una mattina, passato mezzogiorno. Lei stava in cucina, intorno ai fornelli. Anche lui era rientrato per il pranzo. Sal in camera, a togliersi la giacca, quando dalla cucina giunse un grido. Si affacci. Che hai? La vide impallidire. Teneva le mani intorno alla testa e gli occhi spalancati, prigionieri di un terrore che chiss da dove proveniva. C'era entrata la morte nella casa. Chiss da dove, ma la morte era entrata, e lui la vedeva negli occhi di lei.
Senza dire pi niente, Bianca stramazz al suolo.

Anna, la figlia pi grande, aveva due anni pi di Francesco, l'altro figlio. Frequentava l'universit: economia e commercio. Aveva le idee chiare. Voleva laurearsi e mettere su uno studio complementare a quello di suo padre, che aveva poca dimestichezza coi numeri e con gli intrighi della finanza, mentre lei ci aveva un'attitudine spiccata. Sarebbe stata la sua consulente per queste cose. Lei e suo padre insieme avrebbero potuto fornire un'assistenza polivalente alle imprese industriali e commerciali, ma aveva gi in testa un progetto anche per Francesco, che aveva inclinazione per la matematica. Una sera, che fuori pioveva e avevano una gran voglia di chiacchierare, intenta a sfogliare una rivista, si era rivolta al babbo:
"Ho un progetto anche su Francesco."
"Lascia che ci pensi lui al suo avvenire." Francesco stava seduto sul divano, accanto alla sorella. Alfredo si era alzato. Era un omone alto quasi due metri, robusto.
"Senti se non ho ragione." Il padre era tornato a sedersi. Anna era un mulinello di idee. Un tesoro di ragazza, e avrebbe fatto la fortuna di chi se la sposava. Un giovanotto c'era che le stava appresso, ma niente di serio, lei tirava a minimizzare: si vedr, babbo, se son rose fioriranno.
"Allora che devo fare da grande?" Francesco canzonava. Frequentava la quinta liceo scientifico ed era portato verso tutte le materie, non solo per la matematica.
"Tu farai l'ingegnere."
"E potrei sapere perch, di grazia?"
"Non lo capisci da solo?"
"Sai, io non sono intelligente come te."
"E tu, babbo?"
"Ho la vaga sensazione di s."
"Di che hai capito benissimo."
"Ma io no." Celiava, Francesco.
"E va bene, testone. Ma sono sicura che mi prendi in giro, e invece hai capito benissimo."
"Non vorrei che tu mi attribuissi pi talenti di quelli che ho." La storia dei talenti l'avevano sentita raccontare dal babbo sin dagli anni delle scuole elementari. Ciascuno ha dentro di s dei talenti, raccontava, e tocca a noi saperli scovare e mettere a frutto. Se uno  pigro e non scuote la sua pigrizia, i talenti restano sommersi dentro di lui, che non conoscer mai il grande uomo che sarebbe potuto diventare. Cos, erano cresciuti con i sensi rivolti al loro interno, e sempre cercavano in ogni impresa di portare in superficie quelle loro qualit.
"Se diventerai ingegnere, potrai unirti a noi, e assistere i clienti per la parte tecnologica. Sar un grande studio professionale, il nostro. Che ne dici, babbo, non  una buona idea?"
Era lei che al mattino preparava la colazione per tutti, dopo che la mamma era morta. Aveva saputo sostituirla cos bene che quasi non si sentiva pi la sua mancanza. Succede che i morti prima o poi muoiano per davvero. E anche Alfredo, che aveva superato da poco i cinquant'anni, l'aveva riposta ben volentieri in un cantuccio, poich non ci poteva stare senza una donna, e dopo aver tentato di farne a meno, aveva rinunciato a fare il monaco, e conosciuta Giulia, una commercialista che frequentava il tribunale come lui, vedova anche lei, ma pi giovane, sui quarant'anni, e anche belloccia, se l'era portata a letto in un piccolo albergo fuori della citt. Giulia ci sapeva fare all'amore, e lui ne era rimasto contento, e aveva anche scoperto che era una donna intelligente e con lui c'era stata perch gli voleva un po' di bene.
"Guarda che io non ti sposo, per" le aveva detto quando la relazione si era fatta pi solida.
"Ma mi ami?"
"S che ti amo, per..." Giulia immaginava che glielo impedisse la scomparsa della moglie, che era lutto ancora recente.
"Io voglio sposarti, invece, e sarai tu a chiedermelo un giorno." Sapeva che piaceva ad Alfredo. Aveva belle gambe, e Alfredo era quella la prima cosa che guardava in una donna.

Era sempre stato un tipo sensuale. Con Bianca, la moglie defunta, aveva amoreggiato sin da ragazzo, ma non solo con lei. Le donne gli erano sempre piaciute. Una malattia, diceva ai compagni.
"Quella lasciala a noi, figlio d'un cane. Ma possibile che non te ne levi mai la voglia?"
In quegli anni, era diventato facile portarsi a letto una ragazza. C'erano camerette a buon mercato dappertutto, e la gente che aveva bisogno di guadagnare apriva le porte della propria casa per qualche ora alle coppiette che volevano fare all'amore. Vi andavano specialmente i giovani, che non avevano scelte alternative, al contrario degli adulti, che ci avevano i soldi e si potevano permettere qualcosa di meglio. Le ragazze non si davano pensiero di concedersi a pi di un giovanotto. L'et in cui principiavano a destarsi in loro queste passioni andava sempre di pi riducendosi, e si era arrivati al punto che erano le dodicenni ad attirare i ragazzi. Alfredo, che venendo da una famiglia agiata, aveva qualche disponibilit economica, ed era anche un bel ragazzo, praticamente se le ripassava tutte, e le ragazze spargevano la voce che lui era un grande amatore.
Bianca era una compagna di classe. Aveva il banco poco distante dal suo. Quando gli passava accanto, sculettava, e lo faceva capire che non gli avrebbe detto di no. Era pure brava, oltre che bella, e riportava buoni voti in tutte le materie, e qualche amica aveva un po' d'invidia. Ha la fortuna addosso, quella l, brontolavano, quando le lasciava per correre da qualche compagno. Bianca era una numero uno. Succede anche contro la nostra volont di essere un numero uno. Il loro primo incontro era stato un fiasco. Si erano appartati di sera, in una stradetta ai margini della piccola citt, verso via dei Fossi. Lui non aveva pazienza e ci era andato subito pesante, schiacciandola contro il muro. Le aveva fatto male e Bianca gli aveva mollato uno schiaffo.
"Con te non ci sto."
"Invece ci stai."
"Lo vedremo." Aveva tentato di scappare, ma lui l'aveva afferrata per un braccio.
"Lasciami o mi metto a strillare."
"Nessuno bader a noi."
"Mi fai paura."
Passava gente, e anche se udiva, tirava a diritto.
Bianca resistette per un po'. S'era incattivita. Non voleva essere trattata in quel modo, come un animale. Infine, aveva subto le sue maniere forti. Perch con Bianca, ad Alfredo, nemmeno gli passava per la testa di usare i modi cortesi. Ma qualche tempo dopo, lei cerc di inventarsi una rivincita.
"Non  vero che sei il migliore."
"Lo dicono tutte."
"Bugie. Sono tanti quelli che sanno fare meglio di te."
"Stronzate." Le aveva mollato uno schiaffo, per. Finch la trascin in macchina.
"Ora vieni con me."
"Lasciami andare."
"Ora te lo faccio vedere io."
"Che vuoi fare?" Giunse fuori porta. La fece scendere e la condusse nel campo sotto le Mura.
"Spogliati."
"Ho freddo."
Si tolse gli abiti anche lui. Bianca lo stava a guardare, incredula. Si metteva nudo per davvero. Stavano in un punto buio. Nessuno li avrebbe mai potuti vedere. Guarda che presuntuoso, ma ora le piaceva da morire ci che stava succedendo. Senza dire pi una parola cominci a svestirsi, e metteva in ogni gesto tutta la malizia di cui era capace.
Quella sera vinse lei, per, e non lui, che infatti fin per sposarla, anche se Bianca era stata la ragazza di molti suoi compagni.

"Bianca, dormi ancora?"
"Che c'."
"Pensavo al nostro matrimonio."
"Che ore sono."
"Le cinque." Bianca era ancora insonnolita e aveva poca voglia di parlare.
"Quando avremo finito l'universit, ci sposiamo. Sei contenta?"
"Il matrimonio  una prigione, lo sai."
"Non ti piace avermi sempre vicino, giorno e notte, io e te soli?" Lei gli voltava la schiena e lui le sussurrava le parole all'orecchio. Avevano dormito in una di quelle camerette prese in affitto in citt. Alle sette dovevano liberare la stanza.
"Uhmm" fece lei. Alfredo si sporse per scrutare il suo viso e vide che teneva gli occhi chiusi.
"S che ti piace."
"Sai che lagna, tutti i giorni la stessa minestra."
"Vorrei avere dei figli da te."
"Ma che ti sei sognato stanotte."
"Di, che ci pensi ai figli..."
"Se continui cos, i figli ci verranno davvero, e prima che si finisca l'universit." Avevano vent'anni.
"Mi hai svegliata e ora non dormo pi ."
"Sar un grande avvocato e far soldi a palate."
"E io una grande giornalista, e avr tanti giovanotti ai miei piedi."
"Smettila di sfottermi."
"Lo sai che non mi voglio sposare." Era il suo modo di irretirlo.
"Non ci stai bene con me?"
"S, ma anche con gli altri ci sto bene. Non ci posso fare nulla se sono fatta cos."
Era vero. I costumi erano mutati. Si celebravano pochi matrimoni, non solo religiosi, ma anche civili, e si erano moltiplicate le convivenze, che, se erano tra giovani, duravano poco, un anno, al massimo due, mentre i tempi si allungavano a mano a mano che cresceva l'et, e i pochi matrimoni che si contraevano avvenivano quando si era avanti con gli anni.
Bianca si era alzata. Era nuda, perch diceva che non le riusciva dormire se non stava nuda, e qualche volta lo aveva preteso anche da Alfredo.
"Guarda che se non ti levi quella brutta camiciola, con me non ci dormi stanotte."
"Ma  freddo" diceva lui.
"Il maschio che viene a letto con me deve stare nudo. Nudo!" e gli dava un'occhiataccia. Lui si sfilava la camiciola, e certe volte batteva anche i denti. Lei s'irritava e saltava il letto.
"Ma guarda con chi devo fare all'amore." Per, Bianca ci sapeva fare con gli uomini, e di l a poco Alfredo, invece dei brividi, ci aveva in corpo la forza di una carica di dinamite.
"Pensaci, Bianca, a quel che ti ho detto."
"Ne hai dette tante di sciocchezze."
"Dobbiamo sposarci, io e te."
"Vai a farti una doccia, che  meglio." Bianca aveva una bella figura, slanciata, gambe lunghe, fianchi rotondi e un seno sodo, pronunciato.
"Torna qui, che ho voglia di fare all'amore" disse Alfredo.
"Ci alziamo, invece. Fra poco viene a bussare quella strega della padrona, e se non siamo pronti arriva il marito a buttarci gi per le scale."
"Che gentaglia."
"Per ci fa comodo che ci sia gente cos."
"Ce l'hanno scritto in faccia che sono dei ruffiani."
"Ce n' anche all'universit, di ruffiani."
"Lo so che sei stata con quel professore."
"Mica solo con quello. E se no, come facevo ad essere in pari con gli esami?"
Bianca camminava ancora nuda per la stanza. Aveva fatto la doccia e si asciugava. I capelli biondi le scendevano lungo la schiena. Aveva natiche ritte e rotonde. Ora si era fermata davanti ad Alfredo, che le guardava il pube.
"Avevo voglia anch'io di fare all'amore, ma me l'hai fatta passare" gli disse.
"Facciamo ancora in tempo."
"Questione di minuti, e la strega bussa alla porta."
"Ci torniamo, qui, stanotte?"
"E chi lo sa."
"Vai a lezione, stamani?"
"Forse."
"Ci vediamo all'universit, allora."
"Ho un appuntamento con Giacomo."
"Ci andrai?"
"Dice che se non ci faccio all'amore, scoppia."
"Giacomo  un cretino. Lascialo perdere."
"Per all'amore ci sa fare."
"Non le voglio sentire queste cose."
"Sei geloso?"
"Questo modo di vivere mi disgusta. Vorrei essere nato in un altro tempo."
"Questo sentimento si chiama gelosia."
"Non sono geloso."
"Lo dici tu. Vorresti vivere nel passato o nel futuro?"
"Non lo so."
"Eh no, devi scegliere."
"Nel passato."
"Ti spaventa il futuro?"
"Non c' da aspettarsi niente di buono."
"Ma la vita  nel futuro, non nel passato. Si deve aspirare sempre al futuro. Io lo faccio. Vorrei campare mille anni per fare indigestione del futuro."
"Meglio che fare indigestione di sesso. Perch mi metti le corna? Te ne strafreghi di me. Penso che tu sia cattiva."
"E tu vorresti anche sposarla una come me? Si litigherebbe tutti i giorni. Una volta si chiamavano sciabigotti i tipi come te."
"E quelle come te, puttane."
" una parola che mi eccita."
"A te cos' che non ti eccita."
"Oggi noi ragazze siamo tutte puttane." Alfredo si era alzato e le carezzava il seno. Stava dietro di lei, attaccato alla sua schiena.
"Facciamo ancora all'amore, di." Lei si divertiva ad eccitarlo. Lo toccava, e lui sentiva crescere la voglia.
"Di, che facciamo presto." Lei continuava ad eccitarlo. Lui le toccava le cosce con tutte e due le mani, si fermava sul pube.
"Ne hai voglia anche te" le bisbigliava all'orecchio.
"Sento salire la strega" disse lei. Stettero immobili. Si sent bussare.
"Siamo svegli," rispose Bianca "fra dieci minuti scendiamo."
"La festa  finita" disse, rivolgendosi ad Alfredo. Lui and all'armadio e cominci a vestirsi.
"Stasera ci dobbiamo rivedere."
"Dovrai cercartene un'altra. Stasera ho intenzione di andare con Giacomo."
" un cretino, Giacomo."
"Sar anche un cretino, ma a letto ci sa fare meglio di te."

Che cosa avr pensato Bianca, nel momento in cui la colpiva la morte? Alfredo ricordava quelle sue mani strette intorno al capo e gli occhi pieni di terrore. Aveva visto in faccia la morte? Se s, allora la morte, quella nera signora, doveva essere, anche nella sua apparenza, disgustosa e orribile. Lui, chinatosi su di lei, aveva potuto solo constatare che non c'erano pi parole possibili. Tutto era finito. E tra le loro labbra vicine, passava oramai la distanza irraggiungibile di due mondi. Si era alzato, aveva abbracciato i figli ed era salito in camera. A met della scala, si era voltato verso di loro, che restavano a guardarlo, e aveva saputo solo dire: "Tra poco verr l'ambulanza. Vado a mettermi la giacca."

"Ma da dove telefoni?"
"Dall'Africa."
"Ma allora ti sei messa davvero a fare la giornalista?"
"Non ci credevi, eh?"
"Non ci credevo no, e come potevo. Sei proprio matta."
"Senti la mia mancanza?"
"Molto."
"Cos impari ad andare con le altre."
"Ma chi te le racconta queste stupidaggini."
"Lo so che c' un'altra donna."
"Balle."
"Guarda che con me c' un fotografo mica male..."
"Lo so che mi riempi di corna."
"La telefonata  a tuo carico."
"Sei una lucchesaccia."
"Ancora non mi pagano abbastanza. A te come va?"
"Il Capo dice che ci so fare."
"Sei un azzeccagarbugli nato."
"E te una strizzacervelli."
"Qui sparano ancora."
"Stai attenta a dove metti il naso. Laggi , la vita non vale niente."
"Sto imparando che la vita non vale niente in molte parti del mondo."
"Che ci fai col fotografo, dimmi la verit."
"Qualche volta ci sono stata a letto. O con lui o altrimenti con qualche negro. Lo sai che il sesso mi piace. Che fai, non te lo ricordi pi ?"
"Perch mi hai telefonato."
"Volevo farti spendere un po' di soldi. Ti coster cara questa telefonata."
"Sono sicuro che senti la mia mancanza."
"Non ti montare la testa."
"Il sesso non  tutto."
"Vallo a raccontare al fotografo. Vuoi che te lo passi?  qui accanto a me, e mi fa segno che scoppia. O vado subito a letto con lui, o mi salta addosso."
"Non scherzare. Ricordati che ci sono ancora i sentimenti, e se li calpesti, esplodono peggio delle bombe."
"Sei rimasto il solo a credere nei sentimenti. Hai ragione, quando dici che dovevi nascere cento anni fa. Mi sarebbe piaciuto vederti piangere ogni tanto. Oggi invece non si piange pi , nemmeno quelli come te piangono pi , e nemmeno davanti alle crudelt che si vedono in giro."
"Vieni via, se  troppo pericoloso."
" una sfida, non lo capisci? Si possono mutare le cose solo se si mette a rischio la propria vita. Non c' una forza altrettanto capace di rompere il muro dell'odio e dell'indifferenza quanto il sacrificio della propria vita."
"Te l'ho sempre detto che ti manca una rotella."
"Forse, senza saperlo, sono una sentimentale come te."
"Non muoiono mai i sentimenti. Li puoi nascondere, tenere prigionieri, ma arriva il tempo che prendono la loro rivincita."
"Che mi succeder, se diventer sentimentale come te."
"Forse lascerai perdere gli altri uomini, e mi ascolterai di pi ."
"Sar una gran perdita. Speriamo che non succeda mai."
"Quando ritorni a Lucca?"
"A Lucca, le voglio bene."
"Ti vedr per Natale?"
"Ci sono altre guerre qui in Africa, e ce ne sono ancora tante nel mondo. Non mi lasceranno venire."
"Vorrei sposarti. Te l'ho detto un migliaio di volte. Ci pensi a darmi una risposta seria?"
"La vita  diventata violenta. Non esiste pi la famiglia come la intendi tu. C' un'altra famiglia al suo posto, che vaga per il mondo, e ogni suo membro  sparso ai quattro venti.  solo il telefono che li unisce, e nient'altro."
"Ti aspetto a Natale. Fa' in modo di venire. Dobbiamo parlare, noi due."
"Vedr. Ora per devo andare. C' quel fotografo che mi sta tirando per un braccio, minaccia di alzarmi le sottane. Che devo fare?"
"Quando ci fai all'amore, pensa un po' anche a me."
"Vedessi che bestione che . Comunque ci prover."
"Allora a presto, Bianca."
"Ciao, bello."

"Ci pensi ogni tanto alla mamma?" Glielo chiedeva Anna, che si era messa a sedere sul divano accanto a lui. Il televisore era acceso, ma si vedeva bene che Alfredo non lo guardava.
"Dov' Francesco?"
"Quel secchione  di l che studia."
"Gli piace studiare."
"Piace anche a me. Ma non ci sto mica tutto il giorno sui libri. Da chi avr preso?" Aveva preso da lui, dal padre, che dai libri non si sarebbe mai levato, quando studiava. Ci si accaniva nell'apprendimento, e ora lui lo capiva bene che non era un difetto quello di Francesco, ma una grande qualit, che pochi riuscivano a comprendere. Dentro i libri, anche quelli di scuola, si muovono anime che attraversano la nostra esistenza e comunicano con noi, se lo vogliamo.
"Io lo so che ci pensi alla mamma."
"Bisognerebbe dimenticarli i morti. In realt non muoiono mai, finch noi viviamo."
"Non mi dire che il ricordo della mamma ti pesa."
"Sono un uomo all'antica. La vostra mamma me lo rimproverava. Diceva che questi non sono tempi per me. Faceva bene lei a nasconderli, i sentimenti." Alfredo provava imbarazzo a parlare in questo modo ad Anna, che forse somigliava alla mamma e non a lui, che si ritrovava di pi in Francesco. Si alz e finse di andare a rimettere ordine tra i soprammobili posti sopra il caminetto. Alfredo era rincasato prima del solito. Lo faceva tutti i venerd, e il sabato si dedicava al riposo, a meno che non ci fossero cose urgenti da sbrigare. Aveva cambiato i suoi programmi dopo la morte di Bianca. Si era convinto che non valeva la pena di ammazzarsi con il lavoro. Il lavoro  una condanna che l'uomo si porta dietro, non a causa del peccato originale  queste cose le dicono i preti  bens per la sua smodata ambizione di primeggiare, di essere il migliore, di arraffare tutto.
"Si arriva alla morte, e nemmeno ci si rende conto di essere vissuti. Facciamo come quei cavalli che corrono all'impazzata, presi chiss da quale furia, e non si voltano mai indietro, e quando si fermano  solo per morire. Schiantano a terra, e della loro morte, come della loro vita, non hanno saputo niente."
Francesco era uscito dalla sua stanza. Andava nello studio del babbo.
"Guarda, babbo,  sbucato fuori il secchione."
"Te, ci hai voglia di scherzare, Anna, perch all'universit non hai nulla da fare. Siete diventati vagabondi all'universit, compresi i professori, che ora sono ritornati quasi tutti alla politica, come facevano un tempo, e a insegnare ai ragazzi non ci pensano nemmeno. Voi dell'universit, siete micci pi di Lucignolo." Francesco pensava che a certe professioni, come quella di insegnante, si doveva negare di impegnarsi in politica. Quando due attivit sono entrambe di rilevante interesse per una Nazione, l'individuo deve sceglierne una, e dedicarsi a quella soltanto, per sperare di fare bene nella societ.
Francesco era andato nello studio e ora ritornava. Teneva un libro in mano.
"Fammi vedere che hai preso." Anna si alz. Anche Alfredo si era voltato. Era un volume della Enciclopedia Universale, che stava nella biblioteca di Alfredo, dove naturalmente andavano tutti a prelevare, quando occorreva. Alfredo ci teneva alla sua biblioteca, per sapeva che non poteva riservarla solo a s, ed era giusto che appartenesse anche ai figli. Solo raccomandava di trattarglieli bene i suoi libri. Soprattutto Anna ci scherzava su queste cose col babbo, quando tornava da prendere un libro in biblioteca.
"Mi dispiace, pa', ma non l'ho fatto apposta."
"Che ti  successo. Fammi vedere."
"Si  macchiata la copertina."
"Fammi vedere."
"Guarda, proprio qua."
"Dove."
"Qua, ti dico."
"Ma dove?"
"Sei diventato cieco?"
"Non vedo niente."
Lei si metteva a ridere, allora. Rideva anche lui. La paura l'aveva presa, per.
Francesco, veloce com'era venuto, se n'era andato.
"Non ci stai bene con Giulia?" Era ancora Anna.
"Perch ti viene in mente Giulia."
" una bella donna. Lo sai che ha molti corteggiatori. Potrebbe anche stancarsi di come la tratti."
"Che vuoi dire? Mi pare di avere tutti i riguardi per lei. Perch dovrebbe lasciarmi?"
"Forse Giulia vorrebbe stare di pi con te."
"Ma stiamo insieme anche troppo."
"Vedi?..."
"Ci parliamo quasi tutti i giorni in tribunale. Anche questo  stare insieme."
"Quando incontro Giulia,  cos gentile con me."
" una donna che ha molto giudizio."
"Ha molto fascino. Guardano pi lei che me, quando stiamo insieme. Mi dispiace, quasi."
"Se ti conosco bene, ti dispiace, eccome, senza il quasi. Te, vorresti averceli tutti addosso gli occhi degli uomini. In questo somigli spiccicata a tua madre."
"Ma davvero ci sapeva fare con gli uomini?"
"Li attirava come il miele. Quando la incontravo ne aveva sempre due o tre attorno. Mai che riuscissi a parlarle da solo, i primi tempi. Conquistarla sui banchi di scuola, poi,  stata un'impresa che non ti dico. Facevo di tutto per farmi notare, e lei faceva finta di snobbarmi. Ma poi gliel'ho fatta vedere io. Le prime volte che sono riuscito ad incontrarla da solo, l'ho anche picchiata."
"Non mi dire!"
"Che, mi prendi in giro?"
"Non c' bisogno che tu mi spieghi perch l'hai picchiata."
"Stacci attenta, almeno tu, agli uomini. Da ultimo, mamma era cambiata. Mi somigliava di pi ."
"Due persone, a lungo andare, se vivono insieme, tendono a somigliarsi. Da che dipender, babbo?"
"Dall'amore, immagino, che unisce, anzich dividere."
"Potresti sposarla, Giulia."
"Non posso."
"Non puoi!?"
"Ho paura dei miei sentimenti. La tua mamma mi ha lasciato una grande ferita."
"Sono contenta che hai voluto bene alla mamma."
"E poi, Giulia mi pare cos indipendente..."
"Guarda che una donna ci tiene sempre al matrimonio, anche se non sembra. Sotto sotto, desidera che un uomo la chieda in sposa. Anch'io lo vorrei."
"Ma gli uomini sono lupi. Stacci attenta. Non  cambiato nulla sulla natura degli uomini."
"E su quella delle donne?"
"Meno che mai. Le donne vogliono farli soffrire gli uomini, anche se li amano sin dal primo giorno."
"Per sono belle le donne, non  vero, babbo?"
"S. Sono la cosa pi bella."
Ripassava Francesco.
"Chi  la cosa pi bella?"
"Noi donne.  il babbo che lo dice."
"Povero babbo, stai invecchiando."
"Perch, che ci avresti da dire sulle donne?" Anna gli era andata davanti e lo fissava negli occhi. Sentiva che Francesco aveva pronta qualche battuta.
"Voi donne siete dei serpenti.  questa la verit. Siete nate dalla pelle di un serpente e non dalla costola di Adamo. Qualcuno dovr pur riscriverla la storia, un giorno."
"La scriverai tu?" Si era alzata in punta di piedi, Anna, per fronteggiarlo meglio.
Francesco, gi spilungone alla sua et, la guardava dall'alto in basso. Sorridendo, ammicc con il dito, roteandolo. Teneva i suoi occhi dentro quelli della sorella.
"E perch no? Ci penserei io a mettervi a posto. A sfatare tutte quelle leggende che sono state scritte su di voi.  veleno il vostro amore,  veleno speciale, che procura una morte lenta, una specie di eutanasia, nell'uomo che si fa abbindolare. E intanto, invece che Eva, la prima donna la chiamerei Anna, proprio come te!"
"E invece sai che ti dico? Che in fondo in fondo tutte le donne dovrebbero essere proprio come me."
"Se Eva aveva molti difetti, tu Anna li hai proprio tutti, ed hai quindi il diritto di prendere il suo posto. Se riscriver io la storia dell'uomo, devo proprio darle il tuo nome, alla prima donna!"
Francesco fece un cerimonioso inchino e scomparve nello studio del babbo. Anna torn a sedersi.
"Io ti suggerirei di sposarla, la tua Giulia. Altrimenti lei sposer un altro, prima o poi. Son tutte eguali ad Eva le donne di questo mondo." Evidentemente, lo scherzo di Francesco aveva lasciato il segno su di lei. "Se ci stai bene insieme, portala a vivere con noi. Noi le vogliamo bene, a Giulia."
"Saresti contenta?"
"Io s, e anche Francesco."
"Come lo sai."
"Ha gli occhi anche lui, che credi? e se  vero che somiglia di pi a te, qualche malizia da nostra madre l'avr pur presa. E se n' accorto che Giulia non direbbe di no, se tu le chiedessi di sposarla."
"Ma non rischio di rendermi ridicolo a chiederle di sposarmi? Sono cos pochi i matrimoni di questi tempi."
"Garantisce la tua Anna. Non ti basta?"
"Sareste davvero contenti?"
"Se sei felice tu, lo sai, siamo felici anche noi."
Anna gli and vicino. Lui era rimasto per tutto quel tempo appoggiato al caminetto. Era il doppio di lei, perci Anna dovette alzarsi in punta di piedi per dargli un bacio.

Bianca aveva delle trovate, a volte, che lo sgomentavano. Non si capiva da dove le tirasse fuori. Ci aveva un talento per questo. Un giorno l'aveva portato in un negozio, dove si vendevano attrezzature di montagna.
"Questo fine settimana voglio passarlo sulla Pania della Croce."
Lui conosceva appena dov'era la Pania, e in montagna non ci sapeva proprio fare. Finch si trattava di passeggiare su qualche collina intorno alla citt, bene. Nessuno ci riusciva meglio di lui. Le sapeva gustare quelle passeggiate. Per con la montagna, forse per via della fretta con cui era abituato a vivere, non se l'intendeva. Tuttavia, per farla contenta, accett di andare in montagna. Ma lei non si mise in testa, giunti al rifugio, di fare un'altra pazzia?
"Si scala la parete.  facile facile. Non c' nessun pericolo, te l'assicuro." Faceva la micetta per avere il suo s.
"Ma tu ci sei mai stata in parete? Lo sai che roba ?"
"Sono anche piuttosto brava, vedrai." Era una delle sue tante bugie.
"Ma chi me l'ha fatto fare di mettermi con te."
"Lasciami provare, amore."
"Prendiamo una guida"
"No, solo noi due."
"E se ci succedesse qualcosa?"
"Ma cosa vuoi che ci succeda! L'unica cosa che ci pu succedere  che ci mettiamo a fare all'amore in parete." Si mise a ridere.
Non erano ancora sposati.
"Con tutte le donne che ci sono su questa Terra, proprio con te mi dovevo mettere."
"Perch sono la pi bella. E ti piaccio da morire. La vuoi far contenta, allora, la tua dolce gattina, il tuo cofanetto di perle, il tuo scrigno di delizie?"
"Dolce, lo dici tu. Una vipera, ecco che cosa sei."
"Ci vieni?"
"E se ti dicessi di no."
"Allora dir di s a qualcun altro."
Era gi successo che, arrabbiatasi con lui, si era andata a cercare un'altra compagnia.
Immaginarla a letto con un altro, gli dava sempre una grande sofferenza, a Alfredo, e gli si asciugava la gola, balbettava. Bianca rest immobile a guardarlo. Leggeva nei suoi pensieri e provava un piacere indescrivibile a vedersi distesa nel letto con un altro uomo, mentre Alfredo soffriva per lei.

Quella gita fin in un disastro. Del tutto prevedibile, se avessero usato il cervello, e Alfredo avesse fatto prevalere quella dose di buon senso che ancora sopravviveva in lui. Invece... Vennero le guide a levare Bianca d'impaccio. Era rimasta bloccata in parete, e lui stava sotto, con la testa all'ins , a bocca aperta, a guardarla, perch non sapeva che fare.
"Non stare l impalato. Corri al rifugio a chiedere aiuto." Glielo aveva gridato, infine.
"Sei certa di riuscire a resistere fino al mio ritorno?"
"Di qua non mi muovo, stupido."
Al rifugio si era vergognato fino al midollo.
"Tu non sei che un altro Akakij Akakijevic(42)" gli rimprover pi tardi Bianca, mentre si rifocillavano all'esterno del rifugio, seduti ad un tavolo.
" un altro con cui mi hai messo le corna?"
"Tu vai all'indietro come i gamberi, bello mio. Ogni giorno che passa, diventi sempre pi ignorante." Anche nella professione gli rimproverava di scegliersi le cause pi semplici, e quando se ne presentava qualcuna complicata, trovava una scusa e la passava ai colleghi. Non voleva complicazioni, proprio come lo sfortunato personaggio di Gogol.
"Nel vivere bisogna mettere almeno un po' del coraggio che c' dentro di noi."
"E se uno il coraggio non ce l'ha?"
"Balle. Tutti ce l'abbiamo."
"Vorrei proprio sapere chi te le insegna queste stupidaggini." Bianca girava il mondo, ora, e ne aveva viste di cotte e di crude. Alfredo sentiva che in qualche modo Bianca gli era superiore.
"Ma tu, Bianca, come fai a stare con uno come me, con un... un..., come cavolo si chiama quel tuo amico."
"Akakij Akakijevic. Un personaggio di Gogol, non un mio amico. Ignorante!"
"Non  mica un nome che si ricorda facilmente."
" uno che sa prendersi la sua rivincita."
"Ma cos' che mi rimproveri?"
"Di non fare tutto ci che potresti fare."
"Allora ho delle qualit!"
"Io ce l'ho con te, perch non metti fuori la tua dose di coraggio."
"Che dovrei fare?"
"Invece di riscuotere ricche parcelle dai tuoi clienti, per questioni che non valgono un fico secco, difendi gratis qualche disgraziato per una causa giusta." Alfredo aveva messo su uno studio per conto suo.
"Non ci ho mica scritto fesso." Si picchiettava la fronte con l'indice.
In Italia c'era bisogno di far maturare ancora molte coscienze, e continuavano a prevalere l'egoismo e l'ambizione. Bianca lo aveva anche scritto in qualche servizio, che bisognava che ognuno facesse un'esperienza fuori dell'Italia, ma anche fuori di buona parte dell'Europa, per conoscere la verit su come realmente vive l'uomo su questa Terra. Ma oltre che spogliarsi dell'egoismo e dell'ambizione, occorreva vestirsi di coraggio.
"Ma se pensi che io sia cos, perch non mi lasci?"
"Io non li lascio mai gli uomini. Non te ne sei ancora accorto?"
Stavano tornando altri gruppi, usciti per le escursioni. Alcuni si vedeva che erano veri rocciatori, gente che ci veniva spesso a confrontarsi con la montagna. Erano trascorse le prime ore del pomeriggio. La maggior parte aveva scelto di desinare all'aperto. Era pieno di tavolini, e le comitive finivano di mangiare e chiacchieravano animatamente. Tutti avevano saputo di Bianca.
"Abbiamo fatto proprio una bella figura. Perch mi hai mentito? Perch non mi hai detto che era la prima volta che lo facevi?"
"Se ti avessi detto la verit, non mi avresti fatto provare."
"Ma scalare una parete... tu sei proprio matta."
"Che cosa vuoi che me ne freghi di questa gente. Non sono mica come te, io, che ti preoccupi di cosa pensano gli altri." In Italia sembravano farsi sempre pi numerosi i tipi come Alfredo, piuttosto che quelli come Bianca. Non si aveva pi tanta voglia di buttarsi in un'impresa nella quale manifestare il proprio pensiero. Ci si era stancati, forse, delle troppe battaglie combattute negli anni precedenti che, se qualcosa avevano prodotto, erano solo apatia e indifferenza. Pi nessuna traccia si vedeva in giro di tutte le proteste che avevano acceso gli animi, e che erano finite in una bolla di sapone.
"Quindi, se ti chiedessi di sposarmi, mi diresti di no."
"Non ti basta stare con me qualche notte, passare qualche fine settimana come stiamo facendo oggi?"
"Non posso fare a meno di pensare ad una famiglia normale, come quella nella quale sono vissuto io."
"Ma non io, che avevo i genitori uno di qua e uno all'altro capo dello stivale, e li vedevo s e no tutti e due insieme una o due volte l'anno."
"Per questo sei diventata crudele coi sentimenti, ed io faccio fatica a comprenderti."
Alle quattro presero una cioccolata calda. Qualcuno se n'era andato, e ora restavano alcuni tavoli vuoti. Il sole era vicino a tramontare.

Alfredo non ce l'aveva ancora fatta a liberarsi della fotografia della moglie defunta. La teneva un po' dappertutto. Era sempre la stessa. Si vedeva lei seduta su di un prato, e lui in piedi che l'aiutava a rialzarsi. Bianca rideva. Quando si ritirava in camera o nel suo studiolo non poteva fare a meno di sostare davanti a quella foto e di svagare coi pensieri. Giulia era una donna diversa, precisa, forse anche pignola, mentre Bianca era stata il disordine fatto persona. Non era bella quanto sua moglie, Giulia, ma portava indosso una sensualit travolgente.
"Che devo fare, Bianca, la sposo o non la sposo Giulia... I nostri figli sarebbero contenti..." Ferm per un attimo i suoi pensieri. Bianca continuava a sorridere da quella foto, e Alfredo vi leggeva le risposte alle sue parole. "S, ci faccio all'amore con Giulia, e allora? Sento che  la donna giusta. Ci sto bene con lei. Non  ribelle e cocciuta come te." Bianca rideva. Lui l'aveva proprio davanti agli occhi. Chinava il viso e toccava il portaritratto con la punta del naso. Faceva il micione con lei. "Io lo so, Bianca, che tu ora sei qui accanto a me." Invece che sulla poltrona, Alfredo si era andato a mettere a sedere sul divano, come per farle posto. Col palmo della mano aveva dato due colpetti nel punto dove immaginava fosse andata a sedersi lei. "Sei seduta proprio qui, non  vero? Vorresti che io avessi pi coraggio, che sapessi prenderle da solo le mie decisioni. Ma non sono mai stato cos. In questo avevi ragione. Se lo avessi quel coraggio che mi manca, forse ora riuscirei perfino a vederti, a toccarti." Sar stata anche la suggestione, ma in certi momenti Alfredo percepiva che qualcuno stesse davvero ad ascoltarlo e vicino a lui cercasse di materializzarsi. Allora ne aveva paura e cessava di dialogare con Bianca.
Quel tardo pomeriggio, nel suo studio entr Francesco.
"C' Giulia, di l." Giulia capitava ogni tanto a casa di Alfredo. Il pi delle volte si vedevano da lei, che aveva un appartamento in citt, vicino alla piazzetta di Sant'Alessandro. Ma da lui andava quando aveva voglia di vedere anche Anna e Francesco, con i quali discorreva volentieri.
Si alz e dette una sbirciatina alla foto. "Hai sentito? C' Giulia di l. Devo lasciarti. Non venire a mettere il naso in salotto, per. Giulia far la micetta, e potresti guastarti il sangue."
Giulia indossava un bel tailleur scuro con un'ampia scollatura. Aveva un seno florido, che attirava l'attenzione degli uomini. Lei lo sapeva, e si vestiva in modo da metterlo in mostra. Aveva anche gambe rotonde, ben proporzionate. Occhi neri, era proprio un gran bel pezzo di donna.
"Domattina verr a trovarti allo studio. L'hanno affidato a me il fallimento CO.PRESTI. Ho da chiarire con te alcune cose." Giulia era una commercialista affermata, reputata di grande seriet e competenza. Coi numeri e con gli intrighi della finanza ci sapeva fare assai meglio di Alfredo che, in queste cose, aveva sempre bisogno di ricorrere all'assistenza di un esperto. Il tribunale assegnava a Giulia i pi importanti fallimenti. Guadagnava molto, forse pi di Alfredo, che era anche lui apprezzato per il suo valore. Nelle cause civili, Alfredo aveva pochi rivali in citt. Non avrebbe saputo fare bene il penalista, per via di quel suo carattere rimproveratogli sempre da Bianca, ma nelle cause civili, dove si trattava soprattutto di scrivere e di conoscere gli articoli del codice, beh, era diventato un'autorit, almeno tra i colleghi del collegio. Solo che, col passare del tempo, gli era venuto meno l'entusiasmo e la voglia di primeggiare, e ora si era un po' infiacchito e passava ad altri, soprattutto ai giovani, le cause pi complicate. Ma la stima nei suoi confronti era rimasta immutata.
"Sei molto elegante, stasera. Qualche ricorrenza?"
" il mio compleanno." Rise subito, Giulia. Non era vero. Ma era bastato perch Alfredo mostrasse subito un'imbarazzata esitazione. Giulia continu: "Scommetto che non lo sai ancora quand' il mio compleanno."
"Il 30 luglio." La risposta fu perentoria, questa volta.
"Fra poco, quindi. Spero te ne ricorderai." Francesco ed Anna stavano seduti sul divano davanti a lei, che si era messa su di una poltrona, mentre Alfredo stava sull'altra, posta al suo fianco.
"Vengo da una riunione."
"Che specie di riunione."
"Con certi amici di lavoro. Mi propongono un affare."
"Uhmm" fece Alfredo, a cui non piaceva che Giulia andasse a ficcarsi in certe complicazioni. Gli affari, poi. Affari per chi?
"Rileviamo un'azienda."
"Allora hai gi deciso!"
"No, ma quasi. Volevo prima parlartene."
"Lo sai che sono resto. Gli affari richiedono esperienza, e prendono molto tempo. Che ne farai della tua professione?"
"Sar soltanto socia, mica devo lasciare il mio lavoro."
"E il denaro?"
"Settecento milioni."
"Capperi!" Francesco ed Anna si erano zittiti e ascoltavano con le orecchie attente. Avevano sorriso appena, udendo l'esclamazione del babbo.
"Ce li hai tutti, quei soldi?" Intuiva, Alfredo.
"Solo trecento."
"E gli altri?"
"Duecento me li darai tu, e duecento la banca." Deglut a fatica, Alfredo. Eccolo il regalo di compleanno. Che facciatosta! Francesco e Anna trattenevano gli occhi su di lui.
"Meglio parlarne allo studio."
"E perch? Voglio che Anna e Francesco ci ascoltino. Lo devono sapere anche loro che tu mi di una mano."
"Una mano... Ma se non so niente di quest'affare. E poi duecento milioni sono tanti."
"Non fare il tirchio. Te li render con gli interessi. Ti dico che  un buon affare."
"Chi  con te?" Giulia fece i nomi di due professionisti capaci. Si calm, Alfredo.
"Comunque, voglio saperne di pi ."
"Bene. Allora andiamo a cena fuori, e ne parleremo." Scroccava anche la cena, la furbacchiona.
"I ragazzi per restano a casa. Non voglio immischiarli. Devono pensare a studiare, loro."
"Vorrei che venissero con noi."
"No" disse subito Francesco, guardando il babbo. "Noialtri restiamo a casa." Anna invece avrebbe voluto andare, ma Francesco le fece cenno che era meglio cos.
Alfredo si avvi in camera sua a prepararsi. Si trov di fronte alla foto della moglie, che era la stessa che aveva nello studio. Le fece una linguaccia.
"Questa Giulia, me l'hai mandata tu." Continuava a ridere, Bianca.
"Quei suoi amici la metteranno in mezzo, e spenneranno anche me."
Doveva ammettere, per, che Giulia non era una sprovveduta. Gli aveva lasciato intendere che, a causa di una nuova scoperta scientifica, c'era l'occasione di far quattrini a palate, se si era svelti a decidere e si aveva cervello.
"Io, i duecento milioni non glieli do." Bianca rideva. "Guarda che qui c' poco da ridere. Giulia s' messa in testa di scroccarmi i duecento milioni, e non mi dar pace finch non li avr avuti. Dice che me li rende, ma se poi la sposo, chi li vede pi i miei soldi. No, non glieli do."
"Sbrigati" si sent sollecitare dal salotto.
Aveva indossato il vestito blu con il quale era stato qualche mese prima ad una serata organizzata dal collegio degli avvocati. Festeggiavano il decano, che compiva i cinquant'anni di professione. Gli stava ancora bene, il vestito; anzi, siccome era un po' dimagrito, lo faceva un bell'uomo, snello e pi alto di quanto non fosse gi.
Usc di camera e Giulia gli venne incontro. Lo prese a braccetto.
"Lo conosco, vostro padre. Ora non sta pi nei suoi panni e non vede l'ora di sganciarmi quei duecento milioni."
"Non li hai ancora in tasca."
"Ma li avr." E strizz l'occhio ai ragazzi. Poi aggiunse: "Non state in pensiero, se faremo tardi. Forse dormiremo da me, stanotte."
"Mi costa un po' troppo la tua nottata, micetta bella." Lo pens, ma non lo disse, Alfredo, perch di queste cose non parlava volentieri davanti ai figli.

Come ogni millennio, anche il terzo avrebbe avuto le sue grandi rivoluzioni, sociali e politiche forse, ma di sicuro quelle scientifiche e tecnologiche. Gi negli ultimi decenni del secondo si attendevano le grandi scoperte che avrebbero cambiato molte cose della nostra vita, ma gli scienziati non ce l'avevano fatta. Il secondo millennio comunque non se ne andava a mani vuote, e aveva lasciato il suo segno indelebile sulla societ degli uomini. La sua rivoluzione l'aveva fatta, ed era quella industriale della fine del settecento, che aveva capovolto ogni cosa, e da essa forse derivava anche un po' del male che si era ingrandito nel mondo. Nel primo millennio, invece, c'era stata la caduta disastrosa dell'impero romano, che aveva dato il via al processo della formazione degli Stati, che si sarebbe poi meglio sviluppato nel secondo millennio. E prima? Che cosa era successo nel corso degli altri millenni? Si erano prodotte le rivoluzioni portate dai singoli uomini, e non dai popoli o dalla scienza. Alcuni esempi: Omero, Alessandro il Grande, e per noi cristiani: Ges .
Il terzo millennio sarebbe cominciato subito alla grande. Con clamore, se era vero ci che raccontava Giulia, e chiss quante altre novit sensazionali avrebbe portate quella prima scoperta. Un millennio da far venire i brividi. Alfredo non nutriva simpatie per la scienza, era un umanista e anche un po' sognatore. Preferiva i libri, nei quali poteva trovare tutto ci che ancora oggi riusciva a soddisfare un'anima. Stavano scomparendo invece i libri, messi in ridicolo da una scienza che non si rendeva conto di porre con ci i presupposti di una sua sconfitta. Distruggendo i libri, si sarebbe tornati con ogni probabilit ad una nuova barbarie.
Quindi, di ci che gli aveva confidato Giulia era riuscito a capire che si trattava della realizzazione a fini industriali e commerciali di una nuova scoperta scientifica nel campo energetico. Una multinazionale offriva a lei e ai suoi soci lo sfruttamento del brevetto in Italia, ma avrebbero dovuto decidere in fretta. Calcolavano di guadagnare moltissimo denaro, soprattutto nei primi anni.
"Ce ne sar anche per te. Io non me lo scordo l'aiuto che mi di."
"Non credere che io sia il pozzo di San Patrizio. Se mi togli quei duecento milioni, resto all'asciutto."
"Sar in grado di restituirti il denaro entro la fine dell'anno, e con gli interessi, come ti ho detto. E che interessi. Ci sar da star bene tutti e quattro." Dalla gioia che provava non si era resa conto di aver detto, forse, qualcosa di troppo.
"Io non so se ci possiamo sposare" rispose infatti lui. "Forse  meglio far passare altro tempo."
"Non ci pensare. La verit  che sono legata ai tuoi figli, e li sento come fossero miei. Scusami, scusami."
"Anche Anna e Francesco ti vogliono bene. Loro vorrebbero che ti sposassi subito."
"Vedi che siamo gi una famiglia, allora?"
La notte la passarono insieme, e Giulia fu pi femmina che donna. Sapeva che nell'atto di donarsi si possono trasmettere parole che non escono mai dalla bocca dei mortali, ma passano dagli occhi, dai pori della pelle, da una carezza, da un atteggiamento, e sono le parole pi belle e straordinarie che l'uomo sa esprimere, perch non sbagliano mai, sono sempre appropriate, e una volta percepite dal compagno, una volta entrate dentro di lui, esse si espandono e diventano grandi quanto la sua anima.
Al mattino Alfredo aveva preso la sua decisione. I soldi a Giulia glieli avrebbe dati, e anche di pi , se gliene avesse chiesti.

Il pomeriggio torn a casa verso le sette. Ai figli aveva gi anticipato per telefono il suo orientamento favorevole a Giulia. Non volle dire che in realt aveva gi deciso. Desiderava parlarne con loro, e dentro di s si riservava inconsciamente la possibilit di mutare opinione, se i figli avessero opposto qualche ragione imprevista.
Seduti in salotto, parlavano.
"Allora, che devo fare?" Anna si sentiva tutta elettrizzata, e in dovere di rispondere per prima.
"Caspita, babbo, che affare! Io l'ho sempre detto che Giulia  una donna intelligente, e quel che tocca si trasforma in oro. Vorrei diventare come lei, una volta presa la laurea."
"Farai pratica nel suo studio, se Giulia sar d'accordo."
"Certo che sar d'accordo. Ce la intendiamo noi due. Sar uno scherzo per me imparare da Giulia."
"La testa non ti manca, e possiedi anche quel po' di ambizione che non guasta. Tu che ne pensi, Francesco?"
"Lo sai babbo che io di queste cose non me ne intendo. Anzi, mi confondono. Se Anna dice che  un affare d'oro, lo  anche per me, ma non perch ci ho capito. L'unica cosa che sono riuscito a capire  che ti chiede un prestito di duecento milioni, ed io nemmeno immaginavo che tu li avessi tanti soldi cos."
"Sono sudati, sai." Si era messo un po' sul chi va l, Alfredo, perch non c'era mai da capirlo bene, Francesco. A volte sembrava fuori dal mondo, e che navigasse su un altro pianeta.
"Giulia sostiene che  in grado di restituirmeli entro la fine dell'anno."
"Io non capisco come si possa fare tutti quei soldi in cos poco tempo, mentre c' gente che soffre la fame e quando va in giro, invece del lavoro, trova solo umiliazione."
"Non ricominciare, Francesco." Era Anna, alla quale non piaceva starlo a sentire quando prendeva quella strada. "Non si pu stare tutti bene a questo mondo."
"Si potrebbe, invece."
"Illusioni, le tue. Ma chi te le mette in testa queste cose, al giorno d'oggi?" Infatti, nel mondo tutto andava peggiorando, e non si riusciva ad evitare la miseria, e addirittura il genocidio di interi popoli.
"Ficcati in testa, Francesco, che solo in una parte dell'Europa e in una piccolissima parte dell'America, si vive senza guerre. Nel resto del mondo, che vuol dire praticamente dovunque, gli uomini si uccidono. Siamo belve, Francesco."
"E se Giulia fallisse?" Alfredo, e non Francesco, tornava sull'argomento.
"Giulia!? Quella si mangia in un boccone tutti i furboni della nostra citt. Vedrai che per Giulia questo rappresenta solo l'inizio. Chiss dove arriver la nostra Giulia, ed io voglio essere con lei."
"Corri troppo, Anna. Devi rammentare che ci sono altri due soci."
"Credi che Giulia non far di tutto per avermi con s?" Non correva, Anna, volava, e gi si vedeva una gran donna d'affari, seduta davanti ad una splendida scrivania, con due o tre telefoni, e una stanza enorme arredata come quella di una regina.
"Allora vuol dire che i soldi, io glieli do?"
"Ma non capisci che se glieli di, resti nell'affare anche tu. E Giulia se lo ricorder, quando anche per me arriver il momento di cominciare."
"E quel progetto di noi tre insieme, te lo sei gi scordato?"
" una sciocchezza, in confronto. Bisogna concentrarsi su questo, ora, e lasciar perdere tutto il resto." Ad Anna mancava poco pi di un anno per terminare l'universit. Brava, lo era davvero, e quasi certamente avrebbe conseguito una laurea da 110 e lode. Lei non faceva mistero che puntava a quello.
"E Francesco? Che gli farai fare a Francesco?" Alfredo sapeva che Anna aveva la stoffa del manager, era sicura di ogni cosa che faceva, e in questo somigliava spiccicata a sua madre. Lui ce l'aveva la tentazione di abbandonarsi alle decisioni della figlia. Ci vedeva, in lei, un porto sicuro da ogni tempesta.
"Quando diventer ingegnere, verr con noi."
"Mi permetti, sorellina, di pensarci da me al mio avvenire?"
"Tu hai la testa nelle nuvole, e ci devo essere io accanto a te per farti camminare coi piedi per terra. Hai tanti talenti, ma sei cos bimbetto da non accorgertene." La storia sui talenti che suo padre le raccontava da piccina non se la sarebbe dimenticata mai.
Francesco stava ad ascoltarla. Ma non gliene veniva mai un sorriso soddisfatto, sereno. Dentro, aveva quei molti pensieri che si accavallano sempre alla sua et, e quando cercava di capire se stesso si vedeva diviso in tante parti, e ognuna prendeva una direzione differente, e lui cercava di figurarsi la meta, ma non riusciva a scorgere che il principio di quella lunga strada. L'angustiava l'ingiustizia che dominava il mondo. Si figurava che il mondo fosse come una casa in cui una donna aveva cominciato a rassettare da una parte, da una piccola parte, ma poi, terminato in quel punto, sarebbe andata nelle altre stanze, dove regnavano la polvere e il disordine. Potevano bastare, cio, piccoli gesti, piccole azioni, insieme con una sicura volont, per rendere bello il mondo e felice l'esistenza degli uomini.
"Bene," concluse Alfredo "domani vedr Giulia, che viene a trovarmi allo studio. Combiner con lei. Quasi certamente, per la cifra restante, dovr ricorrere al prestito in banca. Avr bisogno di una firma di garanzia. A chi credete che la chieder?" Si misero a ridere tutti.
"La verit , babbo, che a Giulia non riuscirai mai a dire di no." Anna pensava al loro matrimonio, ed ora era convinta pi che mai che quel passo si doveva fare.

La mattina dopo, Giulia giunse puntualissima nel suo ufficio.
"Spero che tu sia soddisfatta."
"Hai un po' di paura, vero?"
"E perch dovrei averne, se duecento milioni sono una bazzecola per me?"
"Hai del sudore freddo addosso, lo vedo."
"Anna e Francesco hanno una grande stima di te. Anna dice che tutto ci che tocchi diventa oro."
"Allora, non devi preoccuparti per i duecento milioni. Baster che io ti tocchi e sarai una montagna d'oro." Era robusto Alfredo, alto pi di un metro e novanta e pesava ottantacinque chili, ma sarebbe potuto diventare anche cento in pochi giorni, se Giulia fosse riuscita a trasformarlo in un quintale d'oro.
Giulia continu.
"Sono gi stata alla banca."
"Tutto a posto, allora." Tirava a chiudere l'argomento, Alfredo, perch capiva bene dove sarebbe andata a parare Giulia.
"S, s. Tutto a posto. Non ci sono problemi. Hanno bisogno per di una firma di garanzia, ed io ho subito pensato a te."
"Grazie del pensiero" fece lui. Il suo rischio sarebbe salito a quattrocento milioni, dunque, e forse qualcosa di pi . Un bel pensierino davvero.
"Fra quanto ti servono i soldi."
"Prima li ho, meglio . Gli altri due soci sono gi pronti."
"Bene. Domattina verr con te in banca."
"Se tutto andr bene, ti faremo preparare una bella bozza di contratto, e ci fisserai tu l'appuntamento col notaio per la costituzione della societ. Vedi che ho pensato anche a te? Ce ne sar per tutti, di soldi, ti dico."
"Speriamo che non sia uno specchio per le allodole."
"Ti sta passando la fortuna davanti e nemmeno te n'accorgi, mio bell'orsacchiotto." Si alz e gli dette una strizzatina sul naso. Perch Alfredo aveva sempre quel sudorino freddo addosso, e lei ci si divertiva. And a sedersi sulle sue ginocchia.
"Il mio micione. La tua gattina ti far ricco." Lui non se la sent di ricambiare, aveva i sentimenti paralizzati, e non vedeva l'ora che arrivassero le sette del pomeriggio per rientrare tra le sue quattro mura.
"Allora, Giulia, ci vediamo domattina alle dieci davanti alla banca." Le lasci intendere che pesava, a restare seduta sulle sue ginocchia.
"Sar puntualissima."
"Un minuto di ritardo e li vedi col lumicino i miei soldi."
"Fissa l'appuntamento con il direttore." Alfredo alz il telefono, form il numero.
"Sono Alfredo Chiarelli."
Giulia stava appiccicata con l'orecchio al telefono, sentiva tutto.
"Allora va bene. Ci vediamo alle dieci in punto." Alfredo pos la cornetta.
"Cosa fai stasera?" Era Giulia.
"Stasera vorrei restare solo."
"Solo solo?"
"S."
"E lasci sola la tua Giulia?"
"S."
"E non t'importa se Giulia stasera vuol stare col suo Alfredo?"
"No."
"Ma soffrir la tua gattina senza il suo micione." Lui ci si vedeva proprio nella parte del micione, con la coda ritta e col muso che si strofinava a quello di Giulia, la gattina col fiocco rosa al collo.
Giulia riusc a strappargli la promessa che l'avrebbe lasciato riposare fino alle dieci di sera, poi sarebbe piombata in casa sua, non come una gattina, ma come un elefante, l'avrebbe afferrato con la sua proboscide e l'avrebbe trascinato a cena fuori  scroccandogliela la cena, naturalmente  e da l dritti dritti sarebbero poi finiti nel suo letto, in quel grazioso appartamento vicino a piazza Sant'Alessandro, che lui conosceva cos bene. Giulia era certa che se Alfredo avesse trascorso la notte con lei, era come se li avesse gi in cassaforte i duecento milioni, e anche la sua arzigogolata firma di garanzia.

La vita con Bianca era stata sempre ricca di emozioni, ma lei non gli aveva mai sferrato dei colpi allo stomaco come quello che ora gli assestava Giulia.
Giunsero le sette del pomeriggio e la sua giornata di fatica era terminata. Quando mise il naso fuori dalla porta, e il piede nella piazzetta dell'Arancio, dove aveva il suo studio, si accorse che piovigginava. Si ricord che gi al mattino, recandosi in tribunale, aveva notato dei grossi nuvoloni nel cielo. Ci si avvicinava alla fine della primavera, e ormai da molti anni non si avevano pi le belle giornate di un tempo. La primavera era diventata la stagione pi piovosa. Erano migliori i mesi di gennaio e febbraio, dove insieme col freddo, comparivano per giornate di splendido sereno. Imbocc via Fillungo, gi illuminata dalle luci delle vetrine: la strada dei lucchesi per antonomasia, elegante, dai tetti che quasi si toccano. Intima sempre. Qui si riesce a raccogliere i propri pensieri, pur in mezzo al cicaleccio dei passanti. La sua casa si trovava in via del Moro, proprio dietro la bella chiesa di San Michele, che ha la statua dell'arcangelo lass in alto, a vigilare sulla citt. Perci prese per lo stretto chiasso Barletti, poi gir a destra e si ritrov davanti al suo portone. Abitava soltanto lui a quel numero, una casa ereditata dalla sua famiglia, che la possedeva da pi generazioni. Frug nella tasca, trov le chiavi, apr, entr nell'elegante androne, e prese a salire soprappensiero la bella e larga scalinata che portava al suo appartamento.
Gli si era formata nella mente, all'improvviso, l'immagine di Bianca. Tante volte, giunto in quel punto, all'inizio della scala, Bianca gli era saltata sulle braccia.
"Portami su, amoruccio mio." Gli teneva le braccia al collo, e col suo visetto lo fissava, sorridendo.
"Bianca, Bianca..." avrebbe voluto dirle, ora "Perch te ne sei andata?" La sua improvvisa morte era stata un tradimento. Si erano sposati per sempre, e sempre non significa che avrebbero dovuto vivere tutta la loro vita uno accanto all'altra?
Saliva la scalinata e sentiva, sulle braccia vuote, il peso della sua Bianca.
"Sei stata tu a mettere Giulia sulla mia strada."
Davanti all'uscio fece il gesto di posare Bianca a terra. Davvero sentiva la sua materialit.
Aperta la porta, si trov davanti il bell'ingresso, ampio, con la volta a stucchi, la specchiera dorata, l'attaccapanni, l'ombrelliera di rame. Gli vennero incontro i figli.
"Domani snocciolo i duecento milioni." Evitava di guardarli in faccia, per.
"Tutto bene?" domand Anna, che pareva aver percepito al suo fianco l'ombra della madre. Gli carezz i capelli. Si era alzata sulla punta dei piedi, per farlo.
"Hai fiducia in me, babbo?"
"S, tanta." Si aggrappava a lei. Anna lo avvertiva.
"Allora ti dico che devi stare tranquillo."
"Hai ragione. Domani, con Giulia, andiamo in banca. Vender una parte di quell'investimento che sai."
"La gestione patrimoniale?"
Si era avvicinato anche Francesco. Stavano ancora in piedi, ma Alfredo fece cenno di andare a sedersi tutti e tre in salotto.
" una gestione che sta rendendo bene. Potresti disfarti di qualcos'altro."
"Ho poco da scegliere."
"Quanto hai sul conto corrente?"
"Cinquanta milioni."
"Troppi. Trenta prendili da l. Venti milioni sono pi che sufficienti da lasciare liquidi. Lo sai che il conto corrente non rende nulla. Ci devi lasciare lo stretto necessario."
Francesco ascoltava e faceva fatica a seguire.
"Che cosa  una gestione patrimoniale?"
"Un investimento che rende molto bene. Si tratta di affidare i soldi alla banca che li mette a frutto su di un ventaglio di scelte interessanti. E poi,  praticamente libero e puoi realizzare subito la parte di cui hai bisogno. Per esempio, i soldi che servono a babbo."
"Hai messo da parte anche qualche risparmio per noi, se ricordo bene."
"Quei soldi non voglio toccarli."
"Invece s. Noi non ne abbiamo bisogno. Se possono servire a farti stare pi tranquillo, usa anche quelli." Erano stati impiegati in Bot a sei mesi, e con gli interessi Alfredo integrava le spese per sostenere i loro studi. Venticinque milioni ciascuno, ma aveva anche un Bot di cinquanta milioni a suo nome. Ne aveva fatti tre che producevano interessi semestrali, utili ad arrotondare le entrate della famiglia. La vita era diventata cara, soprattutto a causa delle enormi tasse che i cittadini erano stati chiamati a versare, per rimediare ai guasti del passato.
"Allora realizzo il mio Bot. Tanto quello non serve a nulla." Gli dispiaceva, invece.
"O tutti e tre, o niente" fece Anna.
Ma dovette convenire che il babbo non avrebbe mai venduto i Bot dei figli. Lui, i figli li adorava, e mai li avrebbe privati di qualcosa che sentiva che apparteneva loro.
"E va bene." Anna tirava le conclusioni. "Trenta milioni li prendi dal conto corrente. Cinquanta dal tuo Bot. E fanno ottanta milioni. Dalla gestione patrimoniale togli quindi soltanto centoventi milioni. Occhei?"
"Occhei." Voleva sorridere, ma non gli riusc. Non glieli avrebbe voluti dare, a Giulia, quei duecento milioni. Era questa la verit. E nessuno poteva convincerlo che stava facendo la cosa pi sensata di questo mondo.

La mattina dopo, cinque minuti alle dieci, era davanti alla banca. Giulia fu puntualissima, ed era di una eleganza straordinaria. Lui stava sugli scalini, in attesa, e la vide apparire nella piccola piazza. Era pimpante, il bel passo della tigre, ed esibiva gi da lontano il pi bel sorriso che avesse mai regalato a chicchessia. Certo che una donna, quando  felice,  irresistibilmente bella. E pure pericolosa. In quel momento Alfredo gliene avrebbe dati cinquecento di milioni.
"Prendi" disse lei. Aveva cavato dalla borsetta una ricevuta.
"Che cos'?"
"Leggi." Lesse. Giulia gli dichiarava il suo debito di duecento milioni, e metteva a disposizione il suo patrimonio, o quel che ne sarebbe restato, se l'affare fosse andato a rotoli.
"Se l'affare va a rotoli, sar la banca che si prende tutto, altro che il sottoscritto. Non c'era bisogno che tu facessi questo."
"Ho pensato, conoscendoti, che saresti stato pi tranquillo." Alfredo si mise in tasca il foglietto.
"Bene, andiamo allora."
Il direttore, quando li vide affacciarsi al suo ufficio, subito si alz e and loro incontro sorridente.
"Accomodatevi." Aveva una grande scrivania, come quella che sognava Anna, e anche la stanza era sproporzionata, troppo grande per ricevere poche persone. Aveva bei mobili antichi, ben conservati.  giusto cos. In una banca non ci possono essere segni, neppure minimi, di negligenza o di taccagneria. Non  forse il tempio della ricchezza? Il simbolo di questa nostra civilt moderna? Quando si vedr della polvere sulla scrivania di un direttore di banca, allora ci si dovr mettere in guardia, perch vorr dire che si star preparando un radicale ribaltamento dell'ordine sociale. Cosa impossibile, per. Perch il denaro resta saldamente il cuore del sistema, e tutte le diagnosi ci dicono che questo cuore scoppia di salute, e batte con una tale regolarit che anche un orologio svizzero, a confronto, ci fa una magra figura.
"Lei, signora Lazzarini" questo era il cognome di Giulia "deve mettere una firma qua sotto." Dopo i convenevoli di rito si era passati all'affare. "Abbiamo provveduto, secondo le sue istruzioni, a vendere i trecento milioni del suo portafoglio titoli. Dove vuole che mettiamo il ricavato?"
"Desidero aprire un apposito conto corrente per questa operazione, distinto da quello della mia ordinaria attivit."
"Si potrebbe accreditare sull'altro conto personale gi funzionante qui da noi."
"Preferisco un nuovo conto, se la cosa non  di disturbo."
"Ma che dice? Si figuri..." Prendeva nota della volont espressa da Giulia, poich avrebbe poi passato il tutto al vice direttore per compilare i moduli necessari e raccogliere le firme.
"Se non sbaglio, per, lei mi ha parlato di una esigenza liquida di settecento milioni..."
"Esatto. L'avvocato Alfredo Chiarelli, carissimo ed insostituibile amico, mi ha offerto il suo aiuto." Alfredo stava ad ammirarla, e gli riusc di accennare ad un piccolo, smorto sorriso. Il direttore rest con lo sguardo su di lui. Segno che era giunto il suo turno di spiccicare qualche parola. Insomma, scoccava l'ora X , e da quel momento in poi non sarebbe potuto tornare pi indietro. Dette due colpetti di tosse, prima di parlare.
"Desidero aiutare la signora Lazzarini in questa impresa, della cui bont sono assolutamente certo. La signora Lazzarini  una professionista nota per la sua prudenza ed una invidiabile dose di oculatezza. Ma queste sono qualit che lei, direttore, conosce meglio di me." Sembrava alla ricerca di un ulteriore, estremo incoraggiamento, Alfredo.
"Proprio cos. Si tratta di un buon affare. L'ho esaminato a fondo, e sono convinto che la signora Giulia non si sbaglia." Pass al sodo anche Alfredo.
"Penserei di vendere centoventi milioni della mia gestione patrimoniale, realizzare il mio Bot personale di cinquanta milioni, e prelevare il resto di trenta milioni dal conto corrente." Il direttore aveva gi alzato il telefono: "La prego di venire subito nel mio ufficio" disse al suo interlocutore. Poi abbass e torn ai due ospiti.
"Far accreditare il ricavato della vendita dei titoli sul suo conto corrente, avvocato, poi lei far un unico assegno di duecento milioni a favore della signora Lazzarini, che lo verser sul nuovo conto corrente.  d'accordo?"
"Certamente."
"Mancano ancora, per, duecento milioni, per arrivare ai settecento necessari, non  cos?"
"E qui tocca a lei, direttore, o meglio alla sua banca." Era Giulia.
"E noi siamo disposti a mettere a sua disposizione la somma mancante, ossia duecento milioni, accendendo un fido sul nuovo conto corrente. Sempre che anche lei, avvocato, sia d'accordo."
" per la firma di garanzia" bisbigli al suo orecchio Giulia, ma non tanto da non farsi sentire anche dal funzionario.
"Se pensa che la mia firma possa servire..." Era il suo ultimo tentativo disperato.
"Allora non ci sono ostacoli. Siamo d'accordo" concluse il direttore. Si alz e dall'armadietto con le ante a vetri finemente lavorati, che aveva alle spalle, trasse uno dei tanti moduli che vi erano riposti su pi piani. Torn a sedersi.
"Lo riempia di suo proprio pugno, dottor Chiarelli. Qua in alto metta le sue generalit, compresi il luogo e la data di nascita." Era un documento strapieno di parole. Tre paginette fitte fitte, in cui ci che Alfredo prov a leggere gli fece capire che se Giulia si fosse trovata a mal partito, lui non avrebbe avuto possibilit di scampo, e il debito di Giulia con la banca lo avrebbe dovuto saldare lui. Era in fondo a quel cappio composto di parole che lui doveva apporre la sua firma, indirizzo e data.
"Va bene cos" disse il direttore, quando Alfredo ebbe finito. Raccolse il foglio per un ulteriore controllo. "Perfetto" concluse. Poi, alzando gli occhi da quel foglio, che ha il nome di fidejussione bancaria, cap che Alfredo aveva bisogno di una spiegazione.
"Vede, la sua firma ci consente di snellire la pratica. In questo modo, io posso mettere subito a disposizione della signora Lazzarini i duecento milioni necessari."
"Quando lei dice subito, vuol dire ora, in questo momento?"
"Proprio cos." Si compiacque il direttore di aver fatto colpo. Impressionava questa sua facolt di mettere a disposizione una cos discreta cifra in quattro e quattr'otto.
Intanto era venuto quell'impiegato dell'ufficio titoli, al quale il direttore riepilog le disposizioni di vendita concordate con i suoi due clienti, e fece firmare anche ad Alfredo gli ordini relativi al Bot e alla gestione patrimoniale.
"Ora vi prego di seguirmi" disse alzandosi. "Perch non  ancora finita." Sorrise, guardando specialmente Alfredo, che sembrava un cane bastonato, e faceva meccanicamente tutto ci che gli si proponeva.
"Ci sono ancora documenti da firmare, ma questa volta toccher solo alla signora Lazzarini. Lei, avvocato, ha fatto gi tutto ci che doveva."
"E no!" intervenne Giulia. "Manca il meglio." Giulia era rimasta un po' indietro mentre attraversavano il corridoio.
"Ha ragione." Si volt verso di lei, il direttore.
"E cio?" domand Alfredo, che si sentiva straordinariamente confuso.
"L'assegno, no?" disse lei, propinandogli in faccia uno smagliante sorriso.
"L'assegno di che?"
"I duecento milioni che lei ha promesso alla signora, ricorda? La somma che realizzeremo dalla vendita dei suoi titoli sar accreditata sul suo conto corrente, ma lei dovr prelevarli con un assegno per darli alla signora Lazzarini." Il direttore lo aveva detto senza voltarsi. Andava avanti a tutti e due, faceva strada, e ora stava entrando nell'ufficio del suo vice.
"Ah" fece Alfredo, con un po' di ritardo.
Il vice direttore si alz in piedi. Si cap che sapeva gi tutto. Era un bell'uomo, alto, sportivo, occhi azzurri. Alfredo si accorse che Giulia gli aveva lanciato subito un'occhiata niente male. Il direttore riepilog rapidamente.
"Faccia firmare alla signora Lazzarini i moduli relativi alla richiesta di fido di duecento milioni. Questa, invece,  la fidejussione firmata dall'avvocato Chiarelli. L'ufficio titoli sta vendendo una parte del portafoglio. In tutto sar realizzata la somma di circa cinquecento milioni. Trecento della signora e duecento del signor avvocato. Lei li accrediter su di un nuovo conto corrente intestato alla signora Lazzarini, sul quale verr acceso un fido per scoperto in bianco di duecento milioni. In tutto la signora Lazzarini potr cos disporre della cifra totale di settecento milioni.  contenta, signora Lazzarini?" Si volt verso di lei e la guard negli occhi, sicuro che le sue parole erano per Giulia luccicanti come l'oro.
"La ringrazio, direttore."
" stato un vero piacere servirla." Salut anche Alfredo. "Fra pochi minuti sar libero, avvocato."
"La ringrazio anch'io, direttore, per l'aiuto che d alla signora Giulia."
"Si figuri!" disse il direttore, e in un modo che chiunque avrebbe capito che il merlo preso in gabbia, quel giorno, era Alfredo Chiarelli.

"Ti chiamo quando avr pronta la bozza dell'atto costitutivo."
"Pensa anche a fissare l'appuntamento col notaio, amore."
"Quando potrebbe andar bene?"
"Fra una settimana, giorno pi giorno meno."
"Meglio una quindicina di giorni. Prima dobbiamo incontrarci anche coi tuoi soci, per vedere se tutto va bene. Avete gi pensato al nome della societ?"
"La chiameremo GIU.STE.MA. SPA. Ti piace?"
"Che significa?"
"Sono le iniziali dei nomi di battesimo dei soci. Giulia, Stefano e Mauro. Buona l'idea, non  vero? E anche il nome  carino. Suona bene."
Si salutarono all'uscita della banca, e ciascuno prese la strada per tornare al proprio ufficio. Avevano tutta la giornata davanti e ce n'erano ancora di cose da fare. Nell'attraversare la piazzetta, il passo di Giulia era snello, pimpante, come quando era arrivata. Il passo di Alfredo, invece, si era un po' appesantito. Sembrava pi un pachiderma che un somaro.
Nel suo ufficio trov alcuni clienti che l'aspettavano. La segretaria li aveva fatti accomodare in attesa. Uno di questi aveva urgenza di parlare con lui. Alfredo lo conosceva molto bene, perch era Ludovico, il fratello di Bianca, che abitava a Firenze.
"Come mai qui?" Intanto aveva aperto la porta del suo ufficio e lo invitava ad entrare.
Si accomodarono.
"Come stai, Alfredo. A casa tutto bene?"
"Dopo la disgrazia di Bianca c' stato un po' di sbandamento, come puoi immaginare, ma ora le cose si sono messe per il verso giusto. I ragazzi sono veramente in gamba. Se non ci fossero stati loro, avrei perso la testa. Ero affezionato a Bianca, lo sai bene, anche se mi faceva tribolare e aveva qualche rotellina fuori posto."
" di lei che sono venuto a parlarti."
"Cosa c'?" Aveva aggrottato le sopracciglia, sudava freddo.
"Solo ora sono riuscito a schiarirmi le idee."
"Non farmi stare sulle spine, Ludovico."
"Penso che Bianca sia stata uccisa."
Alfredo impallid.
"Tu sei pazzo!" url, e forse si dovette sentire in sala d'attesa il suo grido, perch buss una delle segretarie. Si affacci.
Alfredo si era gi calmato.
"Mi scusi lei con i clienti. Oggi non posso riceverli. Dica loro che telefoneremo per fissare un nuovo appuntamento." La segretaria allung lo sguardo su Ludovico, che non conosceva. Usc e richiuse la porta. Si avvert la sua conversazione e si udirono i passi dei clienti che se ne andavano.
"Tu sei pazzo. Ma come puoi aver pensato una cosa del genere? Bianca  morta a casa mia, davanti ai miei occhi, davanti agli occhi di Anna e Francesco. A meno che tu non pensi che siamo stati noi ad ucciderla."
"Calmati, lo sapevo che ti saresti agitato."
"Che dovrei fare secondo te, se mio cognato viene a trovarmi da Firenze e mi porta questa bella notizia, che non ha n capo n coda. Vuoi dirmi quale fantasma si  introdotto a casa mia e ha ucciso mia moglie?"
"Devi lasciarmi parlare. Anche per me  stato uno shock, credimi. Come potevo immaginare? Mia sorella..."
"Spiegati."
"Tu lo sai, vero, che Bianca ogni tanto veniva da noi a Firenze? Se la intendeva con mia moglie. Anche mia moglie l'aveva in simpatia. Bianca sapeva stare con tutti, era rimasta sempre un po' ragazzina."
"Stringi."
"Devi darmi il tempo. Non sono belle le cose che ho da dirti."
"Prima le dici e meglio ." Era raro vedere una tale risolutezza in Alfredo.
"Bene, allora. Per caso, qualche settimana fa, parlando con amici, sono venuto a sapere che a Firenze Bianca s'incontrava col suo amante."
"Col suo che!? Ma tu di i numeri." Avrebbe accettato di pi che Bianca fosse stata assassinata, piuttosto che avesse avuto un amante.
"Conoscendo Bianca, io non mi stupisco" disse il fratello. "E non dovresti stupirti nemmeno tu."
"E io, se permetti, invece s, mi stupisco. Stava bene con me, Bianca. Sembrava felice. Era cambiata. Non era pi quella di prima, dopo il matrimonio. E poi c'erano Anna e Francesco ai quali voleva cos bene. Non glielo avrebbe mai fatto questo torto, ai figli." Si stava spegnendo, per, la sua voce.
"Credimi, questa dell'amante ormai  una cosa che ho potuto accertare."
"Chi era?"
"Un commercialista."
"Il nome."
" di Lucca e ne avrai sentito parlare." Fece il nome.
"Ma non  quel tale che  morto quasi un anno fa?"
"Per l'esattezza tre mesi dopo la morte di Bianca."
"Che vuoi dire?"
"Lo sai di che  morto?"
"Certo. Ne parlarono i giornali. Era un commercialista molto conosciuto. Anch'io ci ho avuto a che fare, qualche volta."
"Di che mor, lo ricordi?"
"Di ictus cerebrale. Lo rammento bene s."
" esatto. Di ictus cerebrale, come Bianca." Fece una pausa, perch si aspettava un commento da Alfredo.
"E con questo?" lui disse, invece.
"L per l non ci ho pensato alla coincidenza. Ma poi, dopo che ho saputo della relazione tra i due, vedi, mi si  messo a lavorare il cervello. Avevo rabbia dentro per come si era comportata Bianca, una donna che aveva famiglia, i figli gi grandi, e cos bravi. Se fosse stata ancora viva, ti giuro, Alfredo, che l'avrei presa a schiaffi."
"Guarda che io non ti ho detto che ci credo a quel che mi racconti."
"Purtroppo  la verit. Ho le prove."
"Le prove!?" Il cognato introdusse la mano in una tasca della giacca.
"Mi sono messo a frugare in ogni angolo della cameretta che Bianca occupava da noi, quando veniva a Firenze, e ho trovato questa." Aveva in mano una piccola agenda.
"Che cos'?"
"L'agenda di Bianca."
"E allora?"
"C' un'altra cosa che devo chiederti."
"Fa' presto." Cercava di afferrare l'agenda che Ludovico non voleva ancora passargli.
"Lo sapevi che tua moglie a Firenze aveva un conto in banca?"
"Impossibile! Me lo avrebbe detto."
"Anche dell'amante, te lo avrebbe detto?" Tacque Alfredo.
"Sono riuscito a sapere qualcosa anche su questo conto, in via riservata. Ho un amico alla banca."
"Come hai fatto a sapere del conto?"
" scritto sull'agenda."
"Di qua. Fammi vedere."
"Aspetta. Non ho ancora finito."
"Tu stai montando una grande stupidaggine."
"I soldi dalla banca sono spariti. Il conto  ancora acceso. Ci sono rimasti pochi spiccioli, ma il grosso della somma  stato prelevato."
"Da chi?"
"Ho potuto vedere l'assegno. Mi raccomando, tienilo per te, questo. Non poteva mostrarmelo quel mio amico, per via del segreto bancario."
"E allora?"
"Risulta emesso ed incassato da Bianca."
"Incassato dove?"
"A Firenze. Direttamente allo sportello. Lo stesso giorno della sua morte."
"E i soldi dove li avrebbe messi?"
"Se tu dici di non saperne niente, questo  un altro mistero."
"Dammi l'agenda."
"Un momento ancora. Ho parlato col mio medico."
"Cos'altro c'."
"Gli ho fatto credere che si trattasse di una mia curiosit scientifica. Ho mescolato la domanda tra molte altre."
"Sbrigati."
"C' un veleno che pu provocare l'ictus, o qualcosa che gli somiglia. Somministrato per un certo periodo danneggia il sangue, o meglio il sistema circolatorio. Insomma, questo  grosso modo ci che sono riuscito a capire, anche se il dottore continuava a parlarmi con termini che li poteva intendere solo uno che ha studiato medicina come lui. E io, lo sai, sono solo un perito elettrotecnico. Bravo, ma solo di questo capisco. La sostanza di quanto voglio dirti, insomma,  che a certe condizioni si pu produrre nell'organismo un'alterazione tale che provochi una specie di ictus cerebrale. Se ben somministrate, le piccole dosi possono anche non lasciare tracce."
"Ma chi poteva volere la morte di Bianca, e chi avrebbe ucciso qualche mese pi tardi il suo amante?"
"Nell'agenda c' la risposta anche a questo."
"Ne ho abbastanza di questa storia. Dammi quella maledetta agenda." Ludovico invece l'apr in un punto, ma non la porse ancora al cognato.
"Quel professionista aveva avuto un'altra amante, prima."
"Non mi meraviglio.  un mondo schifoso questo in cui viviamo."
"Non so se Bianca lo avesse mai saputo chi fosse quest'amante."
"A Bianca non importavano certe sciocchezze, se si metteva in testa di conquistare un uomo. La conoscevo bene, io, quando eravamo tutti e due pi giovani."
"Vedi, quella sua ex amante era anche un'amica di Bianca. Vive a Lucca. S'incontravano qui e qualche volta a Firenze. Lo dice l'agenda."
"Me la vuoi dare, o devo strappartela dalle mani con la forza."
"Prendila, ti baster leggere qua sotto." Alfredo afferr la piccola agenda come se, sul punto di soffocare, avesse bisogno di respirare quell'inattesa boccata di ossigeno. L'ebbe tra le mani. Gli occhi non videro tutto ci che vi era scritto ma, come se si fossero ingigantite su tutta la pagina e avessero sommerso ogni altra cosa, lesse soltanto queste due terribili parole: Giulia Lazzarini.

"Hai parlato con qualcuno di questa storia?"
"Nemmeno a mia moglie. Quando ho cominciato a capire che Bianca poteva essere stata assassinata, ho preso l'auto e sono corso da te. Mia moglie non sa che sono qui."
"Allora ti prego di non farne parola con nessuno."
"Se ti sar possibile, lasciamene fuori."
"Tu non parlare con nessuno, ed io vedr di lasciarti in pace."
"Cosa conti di fare."
"Parler con Giulia."
"Pensi anche tu che sia stata lei?"
"Non lo so. Non sono in grado di pensare a niente. Tu non ci crederai, ma io che Bianca avesse un amante non l'ho mai sospettato, da che ci siamo sposati. E nemmeno che Bianca e Giulia si conoscessero."
"Non doveva essere una relazione che durava da molto tempo."
"Potrei anche pensare, a questo punto, che Bianca mi abbia tradito con tanti. Lo ha saputo fare cos bene... Spero che Anna e Francesco non vengano a saperlo mai. Sarebbe un colpo troppo duro per loro."
"Da me non verranno certo a saperlo. Soltanto dovrai muoverti con molta cautela, perch queste cose fanno presto a diffondersi. Si verr a sapere, prima o poi, che qualcuno ha ucciso Bianca e quel suo amante. Hai visto? Che Bianca a Firenze avesse un amante era cosa conosciuta, anche se era riuscita a nasconderlo a noialtri."
"Quando la gente vuol sparlare, non si riesce proprio a cucirle la bocca."
"Se ognuno pensasse ai fatti suoi."
Alfredo aveva l'amarezza nel cuore.
"Allora io torno a Firenze. Non so se ho fatto bene a venire..."
"Hai fatto benissimo, invece. Ma prima di partire, fermati a pranzo. Possiamo andare qui vicino."
"Meglio che non ci vedano insieme. Sono venuto perch ho pensato che se Bianca  stata uccisa, il colpevole deve pagare. Non pu farla franca."
"Hai pensato bene."
"Ti raccomando di usare prudenza."
"Sta' tranquillo."
"Non dire neanche ad Anna e Francesco che sono venuto da te."
"Il nostro incontro rester una cosa tra noi."
"E la segretaria? E i tuoi clienti?"
"Non devi preoccuparti. Nessuno di loro ti conosce."
"Allora, se avrai bisogno di me, fammelo sapere."
"Spero di chiudere la faccenda senza sollevare clamori."
"Sarebbe la cosa migliore."
"Non sar facile."
"Ti auguro di riuscirci. Ciao."
"Ciao, e grazie ancora."
Uscito Ludovico, Alfredo guard un'altra volta l'orologio. Non era ancora l'una. Giulia doveva essere sempre in ufficio. Pens di telefonarle.
"Non prendere impegni, stasera."
"Non ho impegni. Sono tutta per te." Era allegra. La faccenda dei settecento milioni, che era stata sistemata in banca alle dieci di quella mattina, le aveva lasciato il buonumore.
"Mi desideri, eh?" Doveva essere rimasta sola in ufficio.
"Tanto tanto" rispose lui, quasi meccanicamente.
"Dove mi porti?"
"Voglio stare solo con te."
"Me lo immagino che cosa vuoi fare."
"Vengo a casa tua alle otto."
"Allora facciamo alle nove. Cos avr il tempo di prepararti qualcosa di speciale. Che cosa dirai ai tuoi figli?"
"Sono grandi, si arrangeranno. Eppoi lo sanno bene cosa ci faccio con te."
Si mise a ridere, Giulia.
"Sei uno sporcaccione."
"Non vedo l'ora di essere da te."
"Non ne puoi pi , eh?"
" cos."
"Allora alle nove" disse Giulia.
"Alle nove, tesoro." Lei gli rispose mandandogli un bacio.

Le segretarie se n'erano gi andate. Succedeva cos, quando lui si tratteneva oltre le dodici e trenta. C'era un'intesa tra loro. Si affacciavano appena appena alla porta per non disturbare. "Ha ancora bisogno di noi, avvocato?" Se lui non aveva bisogno, se ne andavano.
Aveva chiuso l'ufficio e si era avviato verso casa con la testa piena di fragori. Tutto gli passava davanti con immagini che poi gli scoppiavano in faccia, come se, in qualche modo, si materializzassero. Vedeva soprattutto Bianca che faceva all'amore con il suo amante, in una cameretta presa in affitto alla giornata, a Firenze, ma chiss in quanti altri luoghi ancora. Era peggiorata la societ, da alcuni anni si aggravava il degrado morale, ed aveva contaminato un po' tutti. Non si rispettava alcunch, all'infuori del proprio egoismo. Ci che serviva a se stessi rappresentava il bene. Tutto il resto si poteva anche distruggere. Cosa sarebbe successo ai suoi figli, in una societ che contagiava tutti con la sua putredine? Si doveva essere realmente forti per resistere. Ma chi lo era? Non lui, Alfredo, che proprio ora che si sentiva adulto, era diventato un giocattolo in mano a chiunque avesse voluto approfittare di lui.
I figli si accorsero subito che qualcosa non andava.
"Ci sei stato in banca?" Gli stavano attorno.
"Giulia avr i suoi soldi, e potr essere soddisfatta di ci che facciamo per lei."
"Ma lo facciamo anche per noi! Finita l'universit, potrebbe essere quello il mio lavoro. E poi Giulia non ti ha promesso di restituirteli entro la fine dell'anno, i tuoi soldi? E con gli interessi! Non devi proprio preoccuparti, babbo."
"Non dire quattro se prima non l'hai nel sacco."
"Che vuoi dire?"
"Niente.  un vecchio proverbio."
I figli pensarono che la preoccupazione che aveva stampata sul viso discendesse da quella firma di garanzia depositata in banca, di cui non era affatto contento, anche se si erano adoperati per convincerlo del contrario.
In questo modo, ad Alfredo riusc di mascherare il vero motivo del suo malumore.
Finito di mangiare, telefon ad una delle sue segretarie.
"Quanti appuntamenti abbiamo oggi, se lo ricorda signorina?"
"Certo. Tre." E fece i nomi.
"Bene. Aggiunga anche uno dei due clienti che erano in attesa stamani. Senta se pu venire e si scusi di nuovo con lui." Sugger il nome.
"Lo cercher immediatamente."
Si ritir nello studiolo in attesa dell'ora di rientrare in ufficio. Aveva bisogno di impegnarsi in qualcosa. Prese dei libri a caso, e si mise a sfogliarli. Anna invece, dopo aver pranzato, una volta riordinata la tavola, si sdrai sul pavimento davanti al televisore. C'era la solita telenovela alla quale era rimasta affezionata. Il padre non riusciva a capire come una ragazza sveglia ed intelligente come lei, prossima a conseguire la laurea in economia e commercio, potesse perdersi in stupidaggini del genere. Stava davanti al televisore e non fiatava. Francesco, al contrario, si era gi messo a studiare. Lui ci stava meno davanti al televisore. Gli piacevano soprattutto i documentari sulla natura. Quando c'erano quelli, non ne perdeva uno, perch lo facevano sprofondare, diceva, laddove non vi  se non una minima traccia dell'uomo.
Chiuso nel suo studiolo, Alfredo questa volta, prima di sedersi, la rigir verso la parete, la foto della moglie.
"Ora capisco perch ridi sempre. Mi hai fatto cornuto. Guardi le corna che mi hai piantato quass e ridi, non  cos?" Si tocc la testa. "Sono diventato il tuo buffone, eh?, il tuo trastullo. Ti ci fai un sacco di risate con questo sciabigotto, non  vero?" E, piegandosi verso il portaritratto, fece capolino sul viso di lei. "Giulia mi ha abbindolato,  riuscita a succhiarmi quei pochi soldi che avevo. Ma tu... Tu hai fatto peggio! Con che faccia mi potevi guardare quando facevi all'amore con me? Mi sarei aspettato di tutto, ma non che tu dessi questo dolore, questa umiliazione ai nostri figli. Che cosa penseranno di te, se verranno a saperlo? E Giulia, come l'hai conosciuta? Eravate puttane tutt'e due, s, puttane, puttane, puttane... A Firenze facevate le puttane. Bazzicavate lo stesso bordello, non  vero?" Gli si incrudivano le parole.

Un giorno, con Bianca, subito dopo il matrimonio, era stato in una spiaggetta deserta. Aveva affittato un gommone e s'era messo a costeggiare. Si era ai primi di giugno. Non si vedevano ancora i turisti.
"Fermiamoci qui" gli disse Bianca, all'improvviso.
"Ma non c' nessuno."
Si accost. Lei fu la prima a saltare. Si lev mutandine e reggiseno e rest nuda. Aveva la carnagione bianca come il latte, al contrario di quella di Giulia, che era leggermente pi scura.
Appena anche lui ebbe messo piede sulla spiaggetta, ancorato il gommone, lei and ad abbracciarlo. Svelta gli sfil il costume.
"Voglio farci all'amore, qui."
"Ma pu passare qualcuno."
"Non me ne importa."
"A me s."
"Ma cosa c' di male?"
Riusciva ad eccitarlo sempre. Sapeva come prenderlo. Ma bastava guardarla. Quel corpo slanciato, quei seni pieni, sodi... Lei si sdrai e apr le braccia per accoglierlo. Lui si volt, invece, a controllare il gommone. Era cullato dalle onde. Il mare era liscio, luminoso.
"Su, che aspetti."
"Potrebbe passare qualcuno."
"Ti sei rammollito."
Lui allora si adagi sopra di lei e fecero all'amore.

Alle quattro and in ufficio. Aveva la testa ancora confusa, per. Parlava coi clienti, ma aveva fretta di concludere, era meno cortese del solito. Ricevette anche quello che era venuto al mattino. Si scus di nuovo.
Giunsero le sette. Le segretarie si affacciarono. Possiamo andare?
Arrivarono le otto. Il tempo non passava mai. Come affronter Giulia? ripeteva Alfredo.
Ore otto e trenta. Posso cominciare a prepararmi, pens.
Ore otto e quarantacinque. Mi avvio. Piano piano, alle nove sono l.
Chiuse a chiave l'ufficio. Fu in strada, prese via Fillungo questa volta, attravers piazza San Michele, guard lass in alto l'orologio, controll il suo, entr in via San Paolino, prese il vicolo a sinistra, e prima di giungere in piazza Sant'Alessandro si trov davanti al portone di Giulia.
Aveva la chiave, ma suon.
"Sono io, tesoro."
Sent schioccare la serratura. Sal le scale. Giulia aveva gi aperto l'uscio e stava sul pianerottolo ad aspettarlo. Era ricca di seduzione. Gli arrivava, carezzevole, avvolgente, il suo profumo.


II

Nel film di Fellini, "Amarcord", lo zio matto viene portato a fare una gita in campagna. Ad un tratto, sale in cima ad un albero e si mette a gridare: "Voglio una donna! Voglio una donna!" Un grido che pare sorgere dall'abisso. Succede a tutti gli uomini di sentire salire la furia del sesso, e che niente pu sostituirlo. Una prepotenza che invade tutto il nostro essere e deve venire soddisfatta.
Quando Alfredo si trov di fronte a Giulia, avvert la forza della sua seduzione. Entrati in casa, invece di parlare, l'abbracci.
"Non perdi tempo, eh, stasera. Ma cos'hai?"
"Sei troppo bella."
"Ma lasciami. Mi fai male cos." La stringeva, la baciava dappertutto, la mordeva sul collo, sui seni. Non ce la fece pi , cominci a spogliarla. Allora, Giulia l'aiut, si lev la camicetta, il reggiseno, le mutandine. Alfredo se la strinse a s. Non parlava, ma con gli occhi correva gi lungo la schiena, si fermava sulle natiche di lei, sulle cosce, carezzava i suoi capelli neri. Poi di nuovo prendeva i seni tra le mani, chinava la testa e li mordeva.
"Ma cos'hai stasera, Alfredo."
"Sei troppo bella, troppo bella." Lei cominci a spogliare lui.
"Che ne facciamo della cena?"
"Ho fame di te, ora. Lasciala perdere." Lei, mentre lo spogliava, lo guidava in camera da letto.
"Non farmi male" disse sdraiandosi e aprendo le braccia.
Anche quando fu sazio di lei, Alfredo non le parl di Bianca. Gli parve che fosse giusto lasciare alle spalle il passato, e consider che la vita contava solo per il presente. Fosse pure il diavolo, Giulia stava al centro della sua vita.
"Stasera non ti levavi mai la voglia. Ma devi stare attento, non sei pi un giovanotto."
"Sarei capace di ricominciare. Non provocarmi."
"Anche con Bianca facevi cos?"
"Lasciala in pace."
"Dimmi che io sono meglio di Bianca."
"Ti prego..."
"Divento cattiva quando sono gelosa."
"Siete figlie del diavolo, voi donne."
"Allora bada a non farmi mai ingelosire."
"Non farmi ingelosire, tu, invece. Potrei diventare una bestia."
"Potrei farti le corna, e tu saresti capace di perdonarmi."
"Ne sei convinta?"
"S."
"Ma tu me le hai mai fatte le corna?"
"Perch dovrei? Mica te le meriti. Ci sto bene con te, e ci sai fare all'amore. Forse fra qualche anno, quando sarai pi vecchio e il tuo pisellino non funzioner pi ."
"Di serate cos, te ne regaler ancora tante."
Giulia si era messa a riscaldare la cena. Aveva indossato una camicetta, che teneva sbottonata e le si vedeva il seno ancora turgido. Andava scalza, e Alfredo la guardava passare, con le sue belle gambe nude. Si sedettero.
"Certo che un gonzo come me che ti snocciola duecento milioni senza fiatare, non lo trovi tutti i giorni."
"E mi hai snocciolato anche una bella firma di garanzia. Mica male. Quattrocento milioni ti costa la tua Giulia, stasera."
"Un po' troppo."
"Perch, sei stato male?"
"No, ma quattrocento milioni..."
"Non te ne pentirai. Che credi? Io non sono mica un'ingrata. Non me lo scordo, sai, quello che hai fatto per me. Non solo ti restituir i soldi entro la fine dell'anno, ma sar carina con te per tante altre sere come questa. Vedrai che non rimpiangerai nulla. Ci penser la tua Giulia a ricompensarti come meriti."
"Anna dice che se tutto andr bene, vorrebbe aiutarti in quest'impresa."
" una magnifica idea. Brava Anna!  una ragazza sveglia, far molta strada."
"Le insegnerai tu."
"Non ne avr bisogno, perch deve aver preso da sua madre, non da te."
"Conoscevi Bianca?"
"Conoscevo te, per via del tribunale, e un giorno ti vidi con Bianca. Ma non ci ho mai parlato." Alfredo avvert che mentiva, ma non gliene import un bel niente.
"Luned, vieni nel mio studio con i tuoi soci. Avr pronta la bozza, e fisseremo l'appuntamento col notaio."
"Faremo soldi a palate, Alfredo."
"Non dire quattro se prima non l'hai nel sacco." Gli venne in mente lo stesso proverbio detto ai suoi figli.
"Questa  una cosa sicura. Praticamente non c' rischio."
Era mercoled, quando Alfredo, poco dopo le due di notte, scese le scale di Giulia per tornare a casa. Venerd mattina, Giulia fu trovata morta.

Il commissario Luciano Renzi stava coi suoi piedi larghi come barche sulla soglia del bar davanti a piazza Grande. Si arricciolava i baffi mentre sbirciava i passanti. Indugiava sulle belle donne, che a Lucca sono numerose.
"Ha ragione quel fottuto di Jacopetti. Le donne ce le abbiamo nel sangue, noi uomini." Ne stava passando una, da mozzare il fiato. Tacchi alti, seno prorompente, bocca grande con labbra carnose. Jacopetti non era con lui. Renzi aveva lasciato l'ufficio per prendere una boccata d'aria, cos diceva tutte le volte che non era in giornata buona. Dietro, alcuni avventori discutevano delle ultime elezioni, che erano avvenute poche settimane prima. Renzi, mentre guardava in strada, le gambe leggermente divaricate, non poteva fare a meno di ascoltare. Era bene tenersi aggiornati sugli umori della gente. Una sua regola che aveva trasmesso anche al fedele Jacopetti. Conoscere il pensiero degli altri,  conoscere un po' di noi stessi, perch c' dell'affinit tra noi e gli altri, e discendiamo dallo stesso progenitore.
"Ti dico che l'Italia andr in peggio." Era basso il tono della voce, ma Renzi sentiva molto bene ci che dicevano.
"Peggio di cos non potremo stare. Noi che abbiamo ancora il lavoro, siamo gli ultimi fortunati in questo Paese, ma non durer per molto. L'hai sentite le cifre del dissesto? Il debito aumenta di quasi un miliardo di lire al giorno. Roba da infarto."
"E tra poco non ci pagheranno pi nemmeno le pensioni. Sar mai possibile uscire da questa palude?"
"I nuovi almeno ci proveranno."
"Ma anche i vecchi dicevano che stavano facendo di tutto, e invece si peggiorava sempre di pi ."
"Hai ragione. La storia degli ultimi governi  una storia di buchi continui, e di menzogne. Mancano i soldi, iolai, e a chi li si chiede? A noi disgraziati, che abbiamo pagato anche le loro ville e le loro ganze, a quei ladri."
"Hai visto quante fabbriche, quanti ospedali, quante strade, quanti ponti, costruiti qua e l per l'Italia e non finiti, ed ora abbandonati al degrado? Soldi buttati al vento, e siamo noi a pagare, non loro."
Quelli che chiacchieravano alle sue spalle, dovevano essere due impiegati, che erano usciti per il caff.
"Stamani non so da che parte rigirarmi. Son dovuto venire qui, se no mi scoppiava la testa. Non vedo l'ora di andare in pensione, cos potr deciderlo io quel che devo o non devo fare."
"Se ci andremo in pensione..."
"Guarda che si pu fare sempre la rivoluzione."
" finito il tempo delle rivoluzioni. Ora si deve chinare la testa e dire grazie a chi ci d un lavoro. Anche se ci pagano poco e ci sfruttano, si deve ringraziare. Perch il nostro Paese  in miseria nera, e anche con la rivoluzione, i quattrini se non ci sono, nessuno li crea dal nulla."
"Vedrai che i nuovi qualcosa di buono riusciranno a fare. Abbiamo raggiunto il fondo, ed ora non si pu che risalire."
"Per me, non ho fiducia. La politica  una brutta bestia, e li cambia gli uomini. Anche quelli che hanno le migliori intenzioni, prima o poi battono la testa contro il muro della politica, che non  fatta solo di idee, ma anche di apparati e di burocrazia, purtroppo. Appena nate le idee, esse fanno poca strada, perch vengono avvelenate."
Chiesero a Renzi, che stava proprio in mezzo all'ingresso, di farli passare. Si spost, mettendosi di fianco. Osserv il barista che serviva il caff ad un cliente. Aveva movimenti svelti. Servire in fretta per accontentare gli avventori era una sua regola. Sarebbero ritornati, cos, se anche il caff era ben fatto. Arrivava alle sue narici l'aroma inconfondibile.
"Quasi quasi, ne prendo un altro. Meglio di no. Altrimenti, chi la sta a sentire Maria, se stanotte non dormo." A volte il caff gli faceva di questi scherzi.
In fondo, in un angolo, due erano seduti al tavolino davanti a due bicchieri di birra, e giocavano a carte. Uno era mingherlino, secco secco, col viso tutto spigoli. L'altro era grosso, con una folta barba nera e i capelli lunghi sulle spalle. Renzi si avvicin. Il giocatore barbuto alz per un attimo lo sguardo su di lui. L'altro non si accorse di niente, perch il commissario stava alle sue spalle. Renzi vide che erano due vere schiappe, e lui ci avrebbe giocato ad occhi chiusi. Torn sulla porta; poco dopo salut e usc. Prese la direzione per tornare in ufficio, ma fatti pochi passi cambi idea, si volt, vide l in fondo il campanile della chiesa di San Michele e decise di arrivare su quella piazza. La giornata era tiepida. I giorni precedenti aveva un po' piovuto, come succedeva ormai da anni in primavera. Non era pi come quand'era ragazzo. L'estate arrivava sempre in ritardo, ora; nella seconda met di luglio. In compenso si prolungava a volte sino a ottobre. Aprile, maggio e giugno erano diventati i mesi pi brutti. In piazza San Michele, sotto il tepore del sole, si erano formati, come sempre, capannelli di uomini anziani, intenti al chiacchiericcio. Pi in l, appartate, stavano alcune mamme con le carrozzine. Intorno a loro i piccioni. Sugli scalini della chiesa sedeva qualche disoccupato. Renzi abbracci tutto questo con un'occhiata. Gli sembrava, a rivedere le stesse scene che lui conosceva sin da ragazzo, che la vita fosse rimasta come prima, e che non tutto era andato perduto. Si poteva ancora rimediare, si era a tempo, se si sapeva usare il cervello.
Si appoggi ad una delle colonnette di marmo. Dietro aveva la statua del Burlamacchi.
Vide passare il direttore della banca, che aveva la sede centrale in piazza San Giusto. Erano tempi di grandi trasformazioni nelle banche. Molti istituti di credito si erano coordinati tra loro dando vita a concentrazioni poderose. I clienti erano diventati numeri, e non guardavano in faccia a nessuno, e spostavano i loro capitali da una banca all'altra, tesi solo ad impiegarli presso il maggior offerente. Il denaro entrava ed usciva a fiumi.
Il direttore si accorse di Renzi, che era conosciuto un po' da tutti. Si ferm a salutarlo.
" I nostri mestieri sono molto simili, sa? Anche noi dobbiamo prestare attenzione alle chiacchiere della gente, raccogliere il pettegolezzo, proprio come fa lei, commissario."
"Io per raccolgo solo chiacchiere, solo quelle mi restano in mano. Lei, invece, acchiappa i milioni, se non addirittura i miliardi."
"Ma io, i soldi, non li prendo soltanto, li offro anche."
Renzi si ricordava della storia della macchina nuova(43), quando per un miracolo era riuscito a non ricorrere al prestito in banca.
"Ma a che tassi! Come fa un poveraccio a restituirveli, i soldi?" Erano diventati numerosi i crediti che le banche non riuscivano a riscuotere, ma non dai poveracci, che facevano di tutto, anche digiunavano, per pagare la rata della macchina o della cucina nuova, ma dalle aziende pi grandi, le quali subivano la grave crisi del Paese, ed avevano dovuto ridurre la produzione. Meno merce venduta, meno guadagno. Meno guadagno, meno denaro per pagare i debiti. E tra i debiti sceglievano di pagare prima quelli verso i fornitori, che cos continuavano in qualche modo a provvederli delle materie prime, poi, se avanzava qualcosa, pagavano anche gli interessi alla banca, la quale doveva sopportare, poich non c'erano molte alternative, e se alzava la voce pi di tanto, poteva causare la chiusura dell'azienda, che era una cosa delicata, dato che, con il licenziamento, si mandavano a casa dei lavoratori, e quindi si creava pi disoccupazione, che era la piaga da cui non si riusciva a guarire.
"Lei, commissario, in banca ci capita raramente. Ecco perch parla cos. Non le stia a sentire le chiacchiere, e venga piuttosto a trovarci. Sa a quanti riusciamo a risolvere i problemi? Ci chieda un prestito, magari, e vedr che muter opinione."
Si salutarono, e Renzi lo accompagn con lo sguardo finch non lo vide voltare verso via Veneto. L'orologio in cima a palazzo Pretorio segnava le undici e mezzo. Lo controll con il suo che aveva al polso. Undici e ventinove. In Italia non ci sono due orologi che segnano la stessa ora.
Giunto in ufficio, s'affacci da Jacopetti. Batteva a macchina la relazione che gli doveva consegnare nel pomeriggio.
"Mi ha cercato nessuno, Jacopetti?"
"No, commissario."
"Meglio cos. Stamani non carburo. Meno male che  venerd, e dopodomani faccio una sorpresa a Maria. La porto a mangiare un po' di pesce a Viareggio."
"Bravo commissario. L'accontenti quella povera donna, che se ne sta sempre chiusa in casa."
"Soldi ce n' pochi, Jacopetti. C'ho Manuela e Alberto che studiano, io. Tu figli non ne hai.  una fortuna, coi tempi che corrono."
Non era d'accordo, Jacopetti, e non rispose. I figli sono tutto per una coppia, e lui sentiva che nella sua vita non c'era pi sapore, da quando aveva saputo che non ne avrebbe avuti.
Renzi si accorse di averlo ferito. "Pensa alle donne, Jacopetti. Ne ho viste certune stamani, da mozzare il fiato."
Gli si illuminarono gli occhi, a Jacopetti.
"Certo che noi siamo stati sfortunati, commissario. Ci sono capitate due mogli... beh, la sua  ancora carina, ma la mia... "
"Le devi voler bene, invece, a tua moglie, perch se lo merita. Una donna come la vorresti tu, va bene nel letto, ricordalo, ma non in casa per sempre."
"Se la rammenta la signora Materazzo(44)?"
"Certo, e chi se la dimentica, quella."
"Ecco, una donna cos, dovrebbe toccare a tutti almeno una volta nella vita."
"Ti avvelenano il sangue."
"Ma senza di quelle, la vita  una vera schifezza." Pensava al rapporto che stava battendo, che riguardava un omicidio, e il colpevole aveva confessato la sera prima, dopo un penoso e struggente interrogatorio, al quale aveva partecipato il commissario. Si trattava di un padre che aveva ucciso il figlio drogato, dopo che non gli erano riusciti i molti tentativi di recuperarlo ad una vita normale.
Bussarono alla porta. Un appuntato si rivolse al commissario. "La stanno cercando al telefono."
"Fai passare qua la comunicazione." Il telefono nella stanza di Jacopetti trill poco dopo.
"Sono Renzi." Si mise in ascolto.
"Dammi l'indirizzo. E non toccate nulla, mi raccomando." Abbass e si volt verso il suo collaboratore, che stava ancora seduto davanti alla macchina per scrivere, ma con il busto girato verso il commissario.
"Qualche brutta notizia, commissario?"
"Forse un suicidio. Una donna  stata trovata avvelenata."

Il commissario si fece largo tra la folla di curiosi che ingombravano le scale.
"Lasciate passare" grid da sopra un agente di polizia che stava sull'uscio.
"Dove sei, Jacopetti?"
"Dietro di lei, commissario. Non mi perdo, stia tranquillo. Certo che ce n' di confusione." Arrivarono all'uscio.
" in camera da letto, commissario. Per di qua."
Giulia Lazzarini stava distesa sul letto e pareva una dormiente. Le mani erano adagiate sul grembo come se avesse atteso in quel modo l'arrivo della morte. Intorno gli agenti stavano rilevando le impronte. Il fotografo scattava i flash.
"Come  morta, dottore."
"I polmoni sono pieni di gas. I fornelli della cucina erano aperti quando un inquilino ha sfondato la porta per entrare."
"Suicidio?"
"Per me non ci sono dubbi. Sul corpo non si trovano tracce di violenza. La signora deve aver aperto i rubinetti del gas e poi si  distesa sul letto, e ha atteso la morte." Il commissario si rivolse ad un agente.
"Chi ha trovato il cadavere?"
" di l. Lo abbiamo fatto accomodare in salotto." Si diresse in salotto, accompagnato da Jacopetti. Un uomo stava seduto sul divano e parlava con un altro agente.
" lei che  entrato per primo nell'appartamento?"
"Che tragedia. Che tragedia."
"Mi racconti con ordine che cosa  successo."
"Io non so niente di quel che  successo alla signora Giulia, una cos brava persona. Chi poteva immaginare..." Si sedette anche il commissario, mentre Jacopetti tir fuori di tasca il suo taccuino. Prese una sedia e si mise a fianco del commissario.
"Io abito al secondo piano, commissario, proprio nell'appartamento che sta sopra la povera signora. Ma non sono stato io ad accorgermi della faccenda. Vede, io sono un operaio e faccio il turno di notte. Sono rincasato alle sei e sono andato a dormire.  stata mia moglie a sentire la puzza del gas quando  tornata da fare la spesa. Allora mi ha svegliato. "C' puzza di gas nell'appartamento di sotto. Corri a vedere se  successa una disgrazia." Io non volevo alzarmi, ero sempre insonnolito e non capivo bene quello che mi stava dicendo. Ma mia moglie si  messa ad urlare, e allora s che ho sentito! "Fa' presto, ti dico.  successa una disgrazia.  successa una disgrazia!" Cos mi sono infilato un paio di pantaloni e sono sceso al primo piano in canottiera, con gli occhi ancora chiusi, commissario. Mia moglie aveva ragione. Si sentiva una forte puzza di gas, e anch'io ho pensato che poteva essere successa una disgrazia. L'unica speranza era che la signora avesse gi lasciato l'appartamento, e per distrazione avesse dimenticato di chiudere il gas. Sono cose pericolose, ma che succedono. Comunque non avevo scelta e dovevo entrare per rendermene conto. La porta era chiusa. L'ho sfondata senza pensarci su due volte. Vede, in questo stabile abitiamo soltanto in tre famiglie. Al primo piano la signora Lazzarini, al secondo mia moglie ed io, e al terzo ed ultimo piano una vecchia signora, che non esce quasi mai. Vengono i figli ogni tanto per portarla fuori. Si vedono s e no una volta al mese, a turno. Povera vecchietta. Meglio la morte che trascinare una vita cos disgraziata."
"E allora, quando  entrato?"
"Mi sono messo un fazzoletto alla bocca e mi sono diretto subito alla finestra. L'ho spalancata e sono corso a chiudere i fornelli. Vede, l'appartamento  gemello al mio e non mi ci  voluto molto per orientarmi. Chiusi i fornelli, sono andato ad aprire le altre finestre, e quando sono giunto in camera ho visto la signora Giulia distesa sul letto. Pareva che dormisse. Ho poggiato l'orecchio sul petto, e ho sentito che non respirava pi . Cos ho chiamato la polizia." Si affacci il medico legale.
"Io commissario me ne andrei. Avr il referto nel primo pomeriggio." Il commissario si alz per andargli incontro.
" proprio sicuro che si tratti di suicidio?"
"Se  un omicidio,  veramente bravo l'assassino."
"A che ora risale la morte."
"Tra le sette e le nove, nove e mezzo al massimo, di questa mattina, non di pi ."
"Aspetto il suo referto."
"Glielo preparer." Si allontan con la sua valigetta, il dottore, e il commissario torn a sedersi sul divano. Jacopetti si prepar a riprendere gli appunti.
"Era una donna inquieta, la signora Lazzarini?"
"Tutt'altro. Era una signora sicura di s, e molto gentile. Lo si capiva subito, incontrandola, che era una donna di successo. Del resto, nel suo lavoro era molto conosciuta."
"Che cosa faceva?"
"La commercialista." In salotto comparve un agente.
"Alla porta c' un signore che chiede di entrare. Dice che conosceva molto bene la signora."
Era Alfredo Chiarelli, che aveva saputo in ufficio della disgrazia.
"Lei  l'avvocato Chiarelli, se non sbaglio." Si era alzato, il commissario. Lo conosceva di vista. Si volt verso Jacopetti, e indicando l'inquilino: "Continua tu, io mi trattengo con l'avvocato." Si trasferirono in sala da pranzo.
"Giulia era la mia compagna. Me la lasci vedere, commissario." In camera da letto, Alfredo scoppi a piangere.
"Venga via, avvocato. Non faccia cos." Lo tir per un braccio. Alfredo non voleva andarsene. Finalmente riusc a portarlo fuori dalla stanza. Tornarono in sala. Si sedettero.
"La signora Giulia ed io ci amavamo."
"Perch si  uccisa?"
"Non posso crederci ancora."
"Quando l'ha vista l'ultima volta."
"Gioved, cio ieri. Ci vedevamo sempre in tribunale per via del nostro lavoro. Poi ci telefonavamo."
"E dopo il lavoro?"
"Qualche volta ci incontravamo e qualche volta no. Vede, Giulia lo sapeva che per il momento io non avevo nessuna intenzione di risposarmi."
"Perch dice risposarmi?"
"Perch io sono stato sposato. Ho due figli gi grandi che studiano. Si erano affezionati a Giulia e volevano che la sposassi. Chiss che dolore quando sapranno... Come far a dirglielo. Mia moglie  morta circa un anno fa, all'improvviso, per ictus cerebrale. Per me  ancora troppo presto per risposarmi. Ho sofferto molto."
"Avete litigato negli ultimi tempi?  accaduto qualcosa che possa aver contrariato la signora?"
"No, nel modo pi assoluto. La notte tra il marted e il mercoled l'ho trascorsa da lei, in questo appartamento, e siamo stati felici." Jacopetti si era unito al commissario, ora, e prendeva appunti.
"Aveva nemici la signora?"
"No, che io sappia."
"E il lavoro? Procedeva tutto bene?"
"Credo di s. Aveva tante idee in testa. Voleva mettere su una societ che le avrebbe fruttato molti soldi. Era cos contenta... Non posso credere che si sia tolta la vita. Vede, una che inizia una nuova attivit con l'entusiasmo con il quale si accingeva ad intraprenderla Giulia, un'attivit che per giunta le prometteva un sacco di denaro, che ragione pu avere per togliersi la vita?"
"Un dispiacere, per esempio. Un dispiacere che pu essere legato ad una persona cara. Lei non immagina quanti suicidi ho visto provocati da un dispiacere. Non si sa sempre dominarli, i sentimenti."
Alfredo ricord la storia raccontatagli dal cognato, ma a Giulia lui non aveva detto niente. Non era possibile che Giulia avesse intuito da s il rancore che gli stava nascendo contro di lei. Anche se le donne hanno sensibilit straordinarie, e da esse ci si pu aspettare di tutto.
"Che genere di nuova attivit voleva intraprendere la signora Lazzarini?"
"Ci crede, commissario, non ci ho capito granch. Ma aveva altri due soci. Loro sapranno spiegarglielo meglio."
"Chi sono?" Fece i nomi, e Jacopetti li annot. Uno di questi era anche un politicante.
" un'attivit legata a nuove scoperte scientifiche. Luned avevamo appuntamento per stendere l'atto costitutivo della nuova societ, che si sarebbe dovuta chiamare GIU.STE.MA. SPA."
"Occorrono i soldi per costituire una Spa. Era cos ricca la signora Lazzarini?"
"Abbastanza, ma le occorrevano settecento milioni. L'ammontare della sua quota."
"Li aveva?"
"Non tutti."
"E allora?"
"Ne aveva solo trecento."
"E gli altri?"
"Duecento glieli ho prestati io, e il resto li ha avuti dalla banca."
"Cio altri duecento milioni, oltre a quelli che le ha prestato lei?"
"S."
"Gliel'ha detto la signora Lazzarini, che i soldi li ha avuti dalla banca?"
"No."
"E allora chi gliel'ha detto?"
"Siamo stati insieme in banca."
"Lei curava gli interessi della signora?"
"No. La banca ha richiesto la mia firma di garanzia per prestare i duecento milioni."
"Non aveva parenti la signora Giulia ai quali ricorrere per la garanzia?"
"No, all'infuori di una vecchia zia, semiparalizzata, che vive a Bologna, in una casa di riposo, credo. Sorella di sua madre."
"Lei, gliel'ha rilasciata la firma di garanzia?"
"Erano d'accordo anche i miei figli. Del resto, Giulia era sicura di restituirmi i soldi entro la fine dell'anno."
"Perci era convinta che si trattava di un buon affare."
"Non ha mai sbagliato, Giulia. Aveva il sesto senso per queste cose."
"Andava d'accordo coi nuovi soci?"
"Non lo so. Suppongo di s. Sono persone conosciute e stimate, molto serie."
"Lo sa anche lei, avvocato, che gli affari fanno e disfanno le amicizie."
" vero. Ma Giulia non mi ha fatto cenno di contrasti coi soci. Sono certo che me ne avrebbe parlato."
"Per esempio, contrasti sorti all'ultimo momento."
"Potrebbe essere."
"Anche gli altri soci dovevano entrare con una quota di settecento milioni ciascuno?"
"S, cos ho scritto nella bozza dell'atto che stavo preparando."
"Li avevano i soldi?"
"Suppongo di s, altrimenti Giulia me ne avrebbe parlato. Anzi, sono certo che li avessero, perch ricordo bene che Giulia mi disse che se non l'avessi aiutata, i suoi amici avrebbero cercato un altro socio, al suo posto."
"Bene, non c' altro, avvocato, per il momento. Naturalmente, avr ancora bisogno di lei."
"Sono a sua disposizione." Chiese di rivedere ancora una volta Giulia, e il commissario lo accompagn in camera da letto.
"Perch si sar uccisa?"
"Potremmo anche non scoprirlo mai" rispose il commissario. Alfredo si fece il segno della croce, poi usc dalla stanza. Quando se ne fu andato, il commissario si rivolse a Jacopetti.
"Hai saputo altro dall'inquilino?"
"Nulla di importante. Gli ho detto di restare a disposizione."
"Hai fatto bene, Jacopetti. Ma mi sto convincendo che qui nessuno potr aiutarci."
"Perch dice cos?"
"Perch la signora si  suicidata, e per una ragione che si  portata nella tomba."
"Sentimenti?"
" probabile."
"Un rimorso, forse?"
"Tu, Jacopetti, sei come le donne."
"Lo sa che mi piacciono le donne. Ma perch dice cos?"
"Perch anche tu sei curioso, e ci hai il sesto senso, proprio come loro." Jacopetti non se l'era scordata la carriera. Anzi, ora che le condizioni del Paese erano peggiorate, lui aveva proprio bisogno di una promozione. Era sempre appuntato, ma la fiducia che godeva presso il commissario, che chiedeva sempre di lui quando avviava un'indagine, gli faceva sperare che un giorno o l'altro l'avrebbe ricevuta, la bella notizia.

Anna e Francesco rimasero senza fiato, quando il padre raccont loro ci che era accaduto. Alfredo voleva che mangiassero almeno un boccone, ma non si sedettero neppure a tavola.
"Ma come  successo?"
"Pensano al suicidio, quelli della polizia."
"E tu?"
"Che posso dirvi? Io non ci credo che Giulia si sia suicidata, ma non ho niente per provarlo. Forse potrebbe averlo fatto veramente."
"Non hai mica litigato con lei?" Era Anna a domandare.
"Me lo ha chiesto anche la polizia. Io non ci ho litigato."
"L'altra notte hai dormito da lei. Era felice?"
"S."
"Di che cosa avete parlato?"
"Lei in testa ci aveva questa nuova societ. Non faceva altro che dirmene bene, e rassicurarmi sui miei soldi."
"Ti ha chiesto se volevi sposarla?"
"No."
"A me aveva detto che te ne avrebbe parlato." Era sempre Anna.
"Non me ne ha parlato."
"Forse ha capito che non l'avresti sposata mai."
"Non era donna da uccidersi per questo."
"Chi pu saperlo."
" un mondo schifoso. Possibile che nessuno di noi riesca a viverci felice?" Francesco sembrava arrabbiato. "Io non ci voglio stare in questo mondo.  peggio dell'inferno."
"Si  costretti a viverci."
"Io no. Nessuno potr costringermi."
"E che vorresti fare?"
"Andare il pi lontano possibile da qui."
"Ma il mondo  tutto uguale."
"Ci deve essere un luogo dove si possa vivere felici."
"Non esiste. Dovunque  arrivato l'uomo, ha portato solo dolore." Lo diceva Alfredo. Anna ascoltava in silenzio. Solo Francesco dialogava col padre, ora.
"Se c' un uomo che ha distrutto la Terra, ce ne sar pure un altro capace di rigenerarla."
"Tu?"
"Ne avrei la forza, sai."
"Non ci scherzare su queste cose. Non bisogna lasciarsi confondere dalle illusioni. Si deve stare sempre allerta."
"Anche Giulia stava allerta, ma qualcosa deve averla sorpresa." Era intervenuta Anna. Si vedeva che era colpita dalla morte di Giulia.
"Io, babbo, quando avr dato l'esame di maturit, non so se mi iscrivo a ingegneria."
"Puoi iscriverti dove vuoi, dove ti senti pi portato."
"Voglio dire che non sono cos sicuro di andare all'universit." Continu. "Ho nella testa altri progetti. La morte di Giulia mi ha convinto che la nostra vita  inutile, se non si fa qualcosa di diverso."
"E cosa vorresti fare?"
"Ci sono volontari che vanno per il mondo ad aiutare la povera gente. Voglio fare come loro."
"Non cambierai il mondo, facendo cos."
"Voglio entrare nel dolore della gente. Voglio che quel dolore entri in me. Cos, forse, capir le ragioni della nostra esistenza."
"Non sei n il primo n l'ultimo a pensarla cos, e cosa  cambiato nel mondo? Niente. Anzi, tutto continua a degradarsi ogni giorno di pi , alla faccia delle buone azioni, che sono e restano sterili. Dimmi una sola buona azione che abbia contato qualcosa. Includici anche Cristo, e mettici tutti i Santi.  forse migliorato il mondo?" Alfredo era diventato cattivo. La morte di Giulia non gli faceva avere rispetto nemmeno per i suoi figli. Francesco per non demordeva.
"Io devo rifiutarlo questo mondo, se voglio nutrire qualche speranza. E per rifiutarlo devo stare con gli emarginati, i sofferenti, gli ultimi degli ultimi, che sono stati rigettati dal mondo. Sar questo il mio modo di ribellarmi."
"Tu non hai il diritto di ricavare tutto questo dalla morte di Giulia. Giulia era contenta della vita."
"Che cosa pu averla uccisa, allora?" Era Anna, che aveva ascoltato sgomenta le parole del fratello. Lei la sentiva la forza della vita nella sua anima. Quale impulso, invece, portava Francesco a rinnegare il mondo? Lei era attratta, al contrario di Francesco, dalla complessit e anche dalle contraddizioni dell'esistenza.
"Dobbiamo rispettare la sua morte." Lo disse alzando il tono della voce, Alfredo.
"Giulia aveva capito che vivere a quel modo era stato inutile. Ecco perch si  uccisa."
"Tu non la conoscevi Giulia." Si risent contro il fratello, Anna. "Giulia non si pentiva mai di quello che faceva."
"Eppure, se si  uccisa, qualcosa deve averla sconvolta. Sei tu che non conoscevi Giulia."
Alfredo aveva in mente la storia sulla morte di Bianca, che gli aveva raccontata il cognato. Davvero Giulia aveva ucciso la sua Bianca? Davvero Bianca aveva avuto un amante, che incontrava a Firenze e chiss in quanti altri posti ancora? E Giulia aveva poi ucciso anche costui, suo ex compagno? Chi conosceva veramente Giulia? I figli non lo sapevano il segreto che racchiudeva nel suo cuore. Giulia si era dimostrata cinica, abietta, figlia di questo mondo. Ecco la verit. Ecco perch ci stava bene nel mondo. Lei non si sentiva a disagio su questa Terra. E allora, perch si era uccisa? Che cosa l'aveva sconvolta fino a quel punto? Lui ci aveva pensato che Giulia avesse letto tra le sue parole, quella sera che avevano fatto all'amore. Cercava di ripercorrerle ad una ad una. Anche quelle adoperate nella telefonata con la quale aveva fissato l'appuntamento. Quelle erano state le pi fredde, sicuramente, perch gli uscivano a poca distanza dalle rivelazioni terribili del cognato. Giulia aveva intuito tra quelle parole? E lui aveva fatto qualcosa di sbagliato la sera che erano stati insieme, qualcosa che l'avesse indotta a pensare che lui conosceva la verit sulla morte di Bianca? Ma Giulia era una donna capace di prendersela, fino al punto di uccidersi? Di cosa aveva avuto paura? Di distruggere il loro amore? Lo amava fino a quel punto? Non era possibile, anche se tutto induceva a crederlo.
Alfredo non parl pi . I suoi figli si accorsero che stava altrove coi pensieri. Se ne andarono per conto loro.
Alfredo si ritir nello studio. Il ritratto di Bianca era ancora voltato verso la parete. Lo gir a s, e questa volta ci sput sopra.

Francesco stava attraversando quella particolare et della vita in cui si ha la sgradevole sensazione che niente funzioni, ma che tutto si possa cambiare nel mondo, a condizione di un impegno personale fatto di amore, di dedizione, di lealt, di sacrificio.
Un padre non potr mai sapere quello che accade nel cuore di un giovane di diciotto anni, anche se  stato giovane come lui. Perch ciascuno ha una propria personale maturazione, proprio come ha un'anima che non assomiglia a nessun'altra. Pi di Anna, che si sentiva invece attratta dal turbino dell'esistenza, Francesco percepiva che nel vivere quotidiano sussistono spazi inerti, caselle da riempire, che stanno accanto a quelle che un ordinario automatismo dell'esistenza colma da s, ad ogni levare di un giorno nuovo. Una specie di scacchiera, dove il bianco  ci che sta fuori da questo automatismo e tocca all'uomo imprimerci il proprio sigillo.
Era andato di l, nella sua camerina. Aveva aperto i libri di studio, ma non ci stava con la testa. Sentiva di avere davanti uno di quei quadratini bianchi, che gli si erano svelati, e a cui lui doveva imprimere il sigillo. Una parola inconsueta? Un'azione straordinaria? Un silenzio rivelatore? Qualunque cosa che fosse tuttavia un suo segno, il riflesso luminoso, spontaneo, penetrante della sua anima.
Non era solo la morte cos inattesa e misteriosa di Giulia a turbarlo. La sua giovent non riusciva a prendere il volo, a dispiegarsi, ed egli provava una gioia raffazzonata, posticcia per la sua et, mentre avvertiva che essa aveva contenuti inappagati, che avrebbero potuto procurargli una grande felicit. C'era dell'orrido nel modo di vivere a cui era pervenuto l'uomo. Le relazioni umane generavano veleni, producevano violenza ed odio, ed anche se del buono era rimasto su questa Terra, esso era stato seppellito da una montagna di putridume, e prima o poi sarebbe rimasto soffocato. Sentiva che un giovane desidera il bene pi che il male, e questo bene la societ moderna non era pi in grado di offrirlo. Non aveva casa un giovane dentro questa societ, ma nemmeno riusciva a trovare un altro rifugio nel quale nascondersi e crescere. Si spiegava cos l'inquietudine dei coetanei, alcuni dei quali preferivano drogarsi od uccidersi piuttosto che realizzare un tale rapporto, indesiderato e violento, con la realt. Quando ne parlava con Anna, di queste cose, notava in lei una sensibilit diversa, e in un certo senso la invidiava, perch ella apparteneva ad una categoria di inossidabili, che riuscivano a non essere contagiati da niente, e possedevano corte radici, che si fermavano alla crosta della societ, dove qualcosa pu essere ancora accettato, sia pure con una buona dose di tolleranza. Il marcio, invece, sta pi sotto, e avanza inarrestabile, se non si mette nella vita il proprio personale sigillo. Questa era la convinzione che dava a Francesco la forza di credersi uno dei molti giovani a cui era stata concessa e disvelata una ragione per lottare, anche se non riusciva ancora a scoprire il modo per condurre utilmente una tale battaglia.
Aveva saputo delle chiacchiere sul conto di sua madre. Al momento solo quelle che riguardavano il periodo precedente il matrimonio. Gliele aveva rivelate una compagna di scuola, con la quale era entrato in confidenza.
"Devi scusarmi se ti ho detto queste cose. Ma non mi  parso giusto che proprio tu non conoscessi il passato di tua madre. Del resto, non devi dolertene, perch noi ragazze siamo come lei. Dicono che sono mutati i tempi, ed una volta non c'era tutta questa libert per noi donne. Io penso che sia stata una giusta conquista di civilt. Non sei d'accordo?" Quella che parlava era una ragazzina svelta, e forse forse somigliava un po' a Bianca. Francesco invece non condivideva quel modo di comportarsi a cui si era pervenuti, e al quale ci si era anche abituati, che sembrava riportare l'uomo al livello della bestia, e gli dispiacque scoprire che sua madre aveva avuto, prima di suo padre, molti altri uomini.

I due professionisti che sarebbero dovuti diventare soci della GIU.STE.MA. SPA, quel giorno non erano a Lucca. Il commissario and a trovarli, insieme con Jacopetti, ai rispettivi indirizzi, ma ebbe dalle segretarie la medesima risposta: " fuori citt per lavoro."
"Quando ritorna?"
"In nottata."
"Domani sar in ufficio?"
"Suppongo di s, dato che non ha lasciato particolari istruzioni."
"Da quanto tempo  fuori."
" partito intorno alle dieci di stamani."
Per l'altro, invece: "Stamani non  passato dall'ufficio. Doveva essere a Milano per mezzogiorno."
Tornarono a casa di Giulia, il cui corpo era stato rimosso e trasferito alla Scientifica. Era un appartamentino ordinato, composto di poche stanze: un ingresso, un salottino ben curato, una piccola sala da pranzo, un cucinotto, il bagno e una camera da letto, che era la stanza pi grande, e dava l'idea che era quello il luogo dove la defunta trascorreva la maggior parte del tempo, quando si trovava a casa. Vi erano sparsi un po' dappertutto soprammobili e ninnoli di varia natura, di ottima qualit, scelti con gusto, alcuni parevano perfino pezzi unici, e Giulia li aveva sapientemente collocati. Oggetti in ceramica, ed alcuni in legno scuro, nessuno in metallo, salvo un orologio dorato del settecento che stava sopra il caminetto del salotto.
All'improvviso, si sent il fragore di un tuono. Renzi si trovava nella camera da letto, Jacopetti nell'ingresso. Il commissario scost le tendine della finestra e guard il cielo. Un grosso nuvolone minaccioso stava proprio sopra la sua testa.
"Ecco" brontol. "Uno stupido temporale per complicarmi la giornata." Jacopetti lo aveva raggiunto.
"Non se la prenda, commissario. Passer presto." Renzi lasci la finestra.
"Non riesco a capire perch una bella donna qual era la signora Lazzarini si sia suicidata." Era tornato a guardare nella stanza, e aveva gli occhi proprio sul letto, che aveva ancora l'impronta del corpo della povera signora.
"Che ne pensa lei, commissario, di quell'avvocato, di quel Chiarelli?"
"Se l'intendeva con la signora. Ma escludo che l'abbia uccisa.  un avvocato di grande reputazione. Che cosa ti fa pensare che possa trattarsi di omicidio?"
"Una considerazione molto semplice. Che la signora Lazzarini stava vivendo un momento magico della sua vita. Era bella, era amata, e stava per intraprendere un'attivit che le avrebbe procurato molto denaro. Ma soprattutto perch era bella e amata. L'amore moltiplica la voglia di vivere, specialmente nelle donne. Le sembra che una persona possa pensare al suicidio in questa condizione? Io, per esempio, a tutto avrei pensato, fuorch al suicidio." Era, anche se in parte, la tesi espressa da Alfredo, e forse Jacopetti se la ricordava.
"Ma tu sei un uomo, Jacopetti, e questa  una donna. E tra un uomo e una donna ci sono differenze tali che una cosa che a noi uomini sembra stare sulla luna, in una donna sta al posto del cuore."
"E del cervello."
"Anche, Jacopetti."
"Ieri sera sono stato al cinema con mia moglie. Era tanto che mi pregava di uscire insieme, che aveva voglia di vedere un bel film. Cos ce l'ho portata."
"E hai fatto bene." Il commissario continuava ad aprire cassetti, a rovistare tra la biancheria, cosa che avevano gi fatto i colleghi della Scientifica, ma lui non si fidava mai abbastanza di nessuno. Si chinava ogni tanto a guardare anche sotto i mobili. Una vera ghiottoneria vederlo piegarsi, e sentirlo sbuffare come un mantice.
Jacopetti si era interrotto. Stava a guardarlo.
"E allora, Jacopetti?"
"Beh, era un film di streghe."
"Accidenti a te. E porti tua moglie a svagarsi con un film di streghe? Oh, ma sai che sei strano anche te. Non devi averle mica tutte a posto le rotelle. E tua moglie?"
"L'avesse vista! Stava a bocca aperta e non fiatava."
"Per la paura."
"No, le piaceva. Io me ne intendo quando mia moglie  soddisfatta. E a vedere quel film, lei era contenta."
"Si vede che  strega anche lei. Scusami, sai, ma questa ci stava proprio."
"E dice bene, commissario.  proprio ci che volevo dire anch'io. Vede, tutte le donne sono un po' streghe, e soprattutto quando sono belle. Come la signora Giulia. Pi sono belle e pi appartengono a Satana.  con le donne belle che Satana fa incetta di esseri umani."
"Per, te, questo non lo rammenti quando ti passa davanti una bella donna."
"Vede, commissario, in quanto a bellezza, lei lo sa, io in casa posso dire di averci addirittura una santa, e il diavolo non deve averla neppure mai vista mia moglie. Non deve sapere nemmeno che esiste.  una cosina piccola piccola, e se lei la vedesse ora,  anche un po' dimagrita negli ultimi tempi. Ma ha sempre quella lingua che taglia e cuce, per."
"Per carit, Jacopetti, lascia perdere, senn mi fai ricordare mia moglie. In quanto a lingua, te l'ho gi detto che la mia Maria farebbe passare dei guai perfino al Padreterno."
"S, ma almeno ci ha addosso un po' pi di ciccia della mia Esterina." Che per non era vero che era diventata cos magra.
"Insomma, Jacopetti, che c'entrano le streghe. Perch hai messo fuori questi discorsi?" Il commissario si era andato a mettere a sedere in salotto e Jacopetti lo aveva seguito. Stava in piedi davanti a lui, e gesticolava.
"Secondo lei una donna cos, pu accontentarsi di un solo uomo, di quel Chiarelli, voglio dire?"
"Tu ce l'hai sempre in testa il sesso, e per te tutte le belle donne devono avere pi di un uomo. Ma te lo vuoi ficcare nel cervello, che ci sono anche donne oneste a questo mondo?"
"Oneste s, ma non belle."
"Non ricominciare, eh."
"Una bella donna non  la stessa cosa di una donna brutta, su questo sar d'accordo con me, commissario."
"Lo vedo da me che non sono la stessa cosa."
"Converr anche che un uomo bello e una donna bella non sono la stessa cosa, anche se hanno in comune la bellezza."
"E che c'entra questo discorso, ora. Per risponderti, dovrei vedere la cosa dalla parte della donna, e mi pare impossibile. O no?"
"Le ho detto questo perch solo la bellezza delle donne  figlia del demonio."
"Questa poi... E che ne sai tu?"
"Si deve fidare di ci che le dico. Noi uomini siamo figli di Dio, le donne sono figlie di Satana. Ecco da dove nasce la differenza. Non se lo ricorda lei, che la Chiesa ha sempre guardato con diffidenza alla donna? E perch mai, secondo lei, se non perch la Chiesa ha sempre sospettato, non solo che la donna sta all'origine del primo peccato, ma che lei ci andava anche d'amore e d'accordo col serpente, e da quel patto sono nati tutti i nostri guai, e quel povero disgraziato di Adamo, altro che paradiso terrestre!,  stato la prima vittima della donna."
Fuori, si era scatenato il temporale, e l'acqua batteva a catinelle contro i vetri della finestra.
"Dobbiamo passare dalla Scientifica, Jacopetti. Appena smette di piovere, ce ne andiamo da qui."
"Una bella donna ha il diavolo dietro di s, ed  sempre una fonte di guai. Per me, la signora Giulia aveva qualche amante, e non si  suicidata, ma  stata uccisa."
"E non potrebbe essersi uccisa per una delusione d'amore? Tu non ci pensi mai che una donna, sia pure bella e figlia del diavolo, come dici tu, possa avere di queste debolezze. Non  la prima n sar l'ultima donna che si uccide per amore. La cronaca  piena di esempi come questi, lo sai bene. E poi, per stare al tuo ragionamento, potrebbe anche trattarsi non di amore, ma di affari, e la signora potrebbe essere stata uccisa per una ragione di soldi. Anche dallo stesso avvocato Chiarelli. Non sei stato proprio tu a suggerire questa ipotesi, poco fa? Chiarelli in fin dei conti le aveva prestato dei soldi, e non quattro lire, ma duecento milioni, e poi anche una bella fidejussione bancaria. Potrebbe essersene pentito. Cos, ne  nata una lite... e da l  seguito tutto il resto."
"Lo trovi dove vuole l'assassino, commissario, tra le donne, tra gli uomini, per me fa lo stesso. Basta che non mi dica che questa bella donna si  suicidata, perch allora me ne verrebbe una grande tristezza."
"Dimmi la verit, ti piaceva di pi la signora Materazzo o questa Giulia?"
"Tutt'e due mi piacevano, ed io ce l'ho con quel farabutto che le ha uccise. Non si dovrebbe ucciderle mai le belle donne, e chi lo fa offende la Creazione."
"E il diavolo. Non scordartela, la tua stravagante teoria."
Jacopetti fece finta di non sentire.
"Fuori ha smesso di piovere. Che si fa, commissario?"
Il commissario Renzi dette un'ultima occhiata in giro.
"Tu hai notato nulla di strano nell'appartamento?"
"Proprio nulla, commissario."
"Eh gi. Mi hai lasciato fare tutto da solo. Oggi ci hai la chiacchiera, Jacopetti, e a te le belle donne ti fanno sciogliere la lingua, oltre che parlare a vanvera." Jacopetti ebbe un brivido di freddo, e lo attanagli il dubbio che questa volta avesse fatto un passo falso nel difficile cammino verso la sua promozione. Cos ebbe la brillante idea di correre avanti al commissario, e di aprirgli la porta. Sbatt anche i tacchi, quando gli pass di fronte, proprio come un vero soldato.

Alla Scientifica, confermarono quanto gi si supponeva, e cio che si trattava di suicidio.
"Non ci posso credere" brontol Jacopetti.
"E invece ci deve credere" gli rispose secco secco il medico legale. "Se non saltano fuori altri indizi, da qui non si scappa."
"Potrebbe essere una messa in scena, questo suicidio?" Era Renzi che poneva la domanda.
"In teoria tutto  possibile. Ci vorrebbe, per, almeno qualche indizio."
"Proviamo ad immaginare come potrebbe essere andata. Qualcuno, che la vittima conosceva,  entrato nell'appartamento. Per motivi che ancora non conosciamo, potrebbe averla stordita e inscenato il suicidio, aprendo i rubinetti del gas."
"Si ricordi, commissario, che non abbiamo trovato segni di lotta o di violenza n nell'appartamento, in cui tutto era in perfetto ordine, n sul corpo della vittima."
" vero. Ma lei la escluderebbe questa ipotesi?"
"No, se ci fosse un qualcosa a cui appigliarsi. Ma c'?"
"La speranza  l'ultima a morire" fece Jacopetti, al quale l'idea che il commissario cominciasse a prendere sul serio le sue chiacchiere a vanvera, come le aveva definite, metteva un certo pizzicorino in corpo.
Fuori, il tempo si era rasserenato. Il cielo era tornato d'un azzurro splendente, di quel colore, cio, che invoglia all'ottimismo, e Renzi sentiva che anche quel caso sarebbe stato risolto. Certo, lasciar perdere e accettare la tesi del suicidio, che pareva la pi convincente anche per il medico legale, era molto pi comodo, e se lo avesse fatto, ora avrebbe potuto godersi quella passeggiata che aveva intenzione di fare in citt, ma il pensiero che qualcuno avesse ucciso e potesse girare impunemente libero, e magari irridere alla legge, e soprattutto ai poliziotti come lui, questo non poteva mandarlo gi , almeno fino a quando non avesse sciolto ogni dubbio che gli frullava nella mente. Poi, una volta fatto fino in fondo il suo dovere, e messosi in pace con la sua coscienza, l'assassino avrebbe potuto anche burlarsi di lui, che non aveva saputo cavare un ragno dal buco.
"Dove si va, commissario?"
"Una passeggiata in citt non ci far male. Ho bisogno di prendere una boccata d'aria. E tu?"
"Se lei ha bisogno di una boccata, io di un barile, commissario. Ho la testa che mi scoppia, e non c' un'idea, dico un'idea, che voglia star ferma, e tutto mi mulina nel cervello, e vedo quella Giulia distesa sul letto, cos bella, ancora cos giovane, e penso che questo  un mondaccio, ed io non dovevo capitarci, ed era meglio se crescevo in un'isola in mezzo all'oceano."
"Forse era meglio anche per me."
"Ma perch, commissario, non molliamo tutto e ce ne andiamo da qualche parte, dove non c' tutta questa confusione? Leggo a volte su qualche rivista, sa, di quelle eleganti, con grandi fotografie su carta patinata, che quando le sfogli viene anche l'acquolina in bocca  e pare d'esserci dentro anche noi, in quei paesaggi  che ci sono dei luoghi dove si pu ancora vivere come tanti secoli fa. A me pare incredibile. Mi piacerebbe tanto provare se tutto questo  vero. Se  possibile vivere meglio di come viviamo oggi. Ci pensa, commissario, rifugiarsi in un'isola dove si  in pochi, e non ci sono farabutti n assassini, e non si pensa a far soldi, ma ci si accontenta di quello che offre la natura."
"Dovresti stare attento, per, a non mettere gli occhi sulle donne degli altri, come fai ora. L, ti starebbero tutti con il fucile puntato addosso, galletto come sei."
"Ma io farei in modo che nessuno se ne accorgesse."
"S,  una parola! Ma come si fa a non farsi accorgere di puntare gli occhi su una bella donna?"
"Studierei qualcosa, ma una bella donna non me la lascerei scappare."
"Allora, non saresti proprio tu ad infrangere per primo le regole del quieto vivere?"
"Ma guardare una bella donna, non  come compiere un delitto."
"Ma sarebbe il principio. Ricordati che l'invidia, la gelosia, l'istinto predatore, l'egoismo, eccetera eccetera, noi ce li abbiamo dentro la nostra natura. Ce li portiamo dietro anche in un'isola deserta."
"Che dice allora, commissario,  meglio restare qui?"
"I nostri sono sogni. E dunque,  giusto che ce li teniamo. Ma ricordati ci che ti dico: dovunque  presente l'uomo, in un'isola o in una metropoli, si spargono dappertutto i semi della sua natura, e tutte le societ, da quelle piccole e primordiali fino a quelle pi complesse e moderne, si somigliano, perch nascono dall'uomo. Quindi, mio caro Jacopetti, dobbiamo rassegnarci."
Erano entrati da porta Elisa ed erano saliti sulle belle Mura. Si erano appoggiati al parapetto e guardavano davanti l'antica porta medievale di San Gervasio.
"Ma io voglio continuare a sognare."
"Il sogno non ce lo pu togliere nessuno. Possono confonderci le idee, la societ potr ancora di pi complicarsi e degradarsi, i delitti moltiplicarsi, la delinquenza ammassarsi ad ogni angolo di strada, ma nessuno, per quanto perfido e cinico sia, sapr mai trovare il modo di privare l'uomo dei suoi sogni. Forse non credi che stia proprio dentro il sogno la vera grandezza, e anche la dignit, di un uomo?"
"Lei, commissario, quando ci si mette, parla proprio bene, e a me, mi lascia con le parole sulla punta della lingua."
"Non prendermi in giro, Jacopetti. Io ti conosco, e so che sei un gran furbacchione."
"Un disgraziato sono, che ha tutti i vizi peggiori, ed  vero che io sono come il vaso di Pandora, e se si scoperchiasse il mio cervello, ne verrebbero fuori delle belle, che nemmeno lei s'immagina, commissario. Chiss quanti sogni mi ci vorrebbero per neutralizzare tutti i ghiribizzi che mi porto addosso."
"Vedi quella porta laggi ? Si dice che ci sia passato anche Dante. Non ti suggestiona il sapere che quella porta sia restata tale e quale la vide il sommo poeta tanti secoli fa? Il mistero della Creazione, io lo ricerco piuttosto nel fatto che l'uomo, cio l'essere pi prezioso, creato direttamente da Dio a sua immagine, debba morire, mentre, invece, si perpetuano le sue opere. Sembra quasi che il Padreterno abbia voluto indispettire l'uomo, dargli una qualche misteriosa lezione, col premiare di pi ci che nasce dall'uomo, piuttosto che l'uomo stesso."
"Ma ci sono anche le opere create dalla stessa natura che gli sopravvivono."
"Appunto. Pare proprio che l'uomo, in fin dei conti, non sia stato poi cos tanto privilegiato dal suo Creatore."
"Si dice che abbiamo l'intelligenza e l'anima, che ci pongono al di sopra delle altre specie."
"Io penso che siano balle. Che ne sappiamo noi cosa c' nella testa di un leone, di una giraffa, di una scimmia. Oggi si comincia a pensare che anche gli elefanti, i cani, i cavalli abbiano una loro intelligenza. Sembra che lo confermino certi studi. E allora potrebbe essere cos anche per una lucertola, per una mosca, per un ragno, per una formica, eccetera eccetera. E anche per un albero, per un fiore, per un filo d'erba."
"Ma non per una montagna, per un sasso, per un granello di polvere."
"Io non escluderei niente, fino a che non si saranno scoperti tutti i meccanismi della Creazione."
"Ci riusciremo mai?"
"Se ci riusciremo, a quel punto dovr accadere qualcosa di straordinario. O succeder la fine del mondo, o qui nell'universo si istaller davvero il paradiso terrestre."
"Fortunati quelli che vivranno quel momento. Ecco, forse io sarei dovuto nascere allora."
Il commissario non si appoggiava pi alla balaustra. Stava eretto e guardava sempre in direzione dell'antica porta. Passava una fila di auto. Giunta sotto quella porta, pareva immalinconirla.
"Noi siamo cos assurdi che possiamo costruire scatolette e ammennicoli che fanno a pugni con il nostro passato."
Invece, dietro di loro passeggiava una coppia di belle donne, due morotte alte, con le labbra umide di rossetto. Jacopetti aveva sentito le loro voci chiacchierine, subito si era voltato, e aveva appoggiato i gomiti al parapetto, e accavallato le gambe. Gli occhi si erano persi su quei seni gonfi che faticavano a stare nel corpetto, poi erano scivolati gi lungo le gambe, ben tornite. Si era voltato anche il commissario.
"Io ci perdo la testa. Non so che farci, commissario. Ci perdo la testa, e un giorno o l'altro lei sentir dire che ho commesso una sciocchezza. Lei se lo pu immaginare, vero?, quali sono i sogni di un uomo come me."
Il commissario questa volta non gli rispose. Ci aveva in testa la povera Giulia Lazzarini, che era stata una donna altrettanto bella.

Verso le dieci del mattino  era sabato, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Giulia Lazzarini  Renzi e Jacopetti si avviarono a piedi verso lo studio di uno degli altri due soci di quella che sarebbe dovuta diventare la GIU.STE.MA. SPA.
"Cominciamo dal politicante" disse Renzi. "Che cosa sappiamo di lui?"
" in politica da molti anni. Gi all'universit, s'interessava di politica. Ora  capogruppo di maggioranza. Si dice che sia una persona influente."
"E questo spiega perch siano riusciti ad ottenere l'esclusiva di quel grosso affare. Resta da capire perch abbiano scelto come socio la signora Lazzarini."
"Si ricordi che era una commercialista coi fiocchi. Gestiva gli interessi di alcune delle aziende pi importanti della nostra provincia. Era nel giro, insomma, di quelli che contano, e fanno il bello e il cattivo tempo nella nostra citt."
"Questi politicanti erano, sono, e resteranno sempre dei trafficoni. Usano ancora la politica per i loro sporchi interessi. Ti ricordi, Jacopetti, qualche anno fa, quanti ne finirono sotto le grinfie della magistratura? Avevano dissanguato il Paese senza battere ciglio, infischiandosene della nostra miseria. Le condanne furono una bazzecola. Troppo lievi. Io li avrei costretti a restare per anni dentro delle autentiche prigioni, da non scherzarci su, con celle larghe due metri e non pi alte di un metro e mezzo. Almeno, a pena scontata, sarebbero usciti ingobbiti, e tutti si sarebbero ricordati dei guasti che avevano saputo provocare. Ma i lupi non si mangiano tra di loro, caro Jacopetti, e anche i nuovi politicanti paiono impastati con la stessa farina, anche se si deve riconoscere che qualche miglioramento c' stato."
"Ce n' ancora di miseria in giro, commissario. E la giovent  sbandata e ci vorranno dei decenni, se avremo fortuna, decenni di duri sacrifici, perch si possa cominciare a sperare. Sa, commissario, io le ho sempre dato ragione quando lei mi diceva che lo stato di una Nazione si rispecchia specialmente sul volto dei giovani. E non si deve dar retta a quelli che cianciano che i giovani sorridono sempre. Eh, no, ha ragione lei. Oggi non sorridono pi come una volta. Aprono la bocca, ma non c' speranza nel loro sorriso. Eh, se lo si vede! Non dico bene, commissario? Del resto, lei ha due figli, e le sa meglio di me queste cose. Anche se Manuela e Alberto sono dei bravi ragazzi e studiano bene, chiss se lo troveranno un lavoro."
"Ed io ho un solo stipendio, Jacopetti. E la mia Maria, ogni volta pena ad arrivare alla fine del mese.  diventato tutto sempre pi caro, la luce, il gas, il telefono, e i vestiti, i libri, il mangiare. Io poi ci ho anche la rata della macchina, che  quella che mi d la mazzata in testa. Per fortuna che Maria li mette subito da parte, i soldi per la macchina, quando le consegno la busta paga. Appena li prende in mano, mi dice sempre la stessa cosa: "Ecco, questi sono per la macchina." Li avvoltola con un gommino, e li va a chiudere a chiave nel cassetto di camera. "Piuttosto si digiuna, ma i debiti si devono pagare." Se non ci fosse Maria, io non mi ci raccapezzerei a mandare avanti una casa."
"Sono proprio figlie del diavolo le donne. Capaci di fare sacrifici e di ottenere risultati impossibili ad un uomo. Io non ho figli, e forse ho meno problemi di lei, commissario, ma lo vedo che la mia Esterina ci sa badare alla casa. "Ecco, questi, Sandro, sono per i tuoi vizietti. Falli bastare, perch non te ne dar pi fino alla prossima paga." Io, sa, i soldi di un mese li scialacquerei in una settimana."
"Me lo immagino dove andrebbero a finire. E forse ci vanno proprio a finire quei pochi che ti lascia tua moglie."
"Ma lei, commissario, ha di me un'idea sbagliata. Io le donne ce l'ho solo nella zucca. Domandi in giro, ai colleghi, ma anche a chi vuole lei, perfino ai nostri informatori, io non me ne avr a male, domandi se mi hanno visto andare a donne. Alla mia Esterina, non le ho ancora messo un corno, da quando siamo sposati. Certo, quando passano le belle donne, io sento che il sangue mi si arruffa, e se non avessi il cervello che ho, a prova di bomba,  vero, glielo confesso, che commetterei qualche pazzia."
"Una cosa ci accomuna, noi due, Jacopetti, ed  che non ci sappiamo proprio fare coi soldi e ci amministrano le nostre mogli, che in noi hanno poca o nulla fiducia."
"Ma  cos per tutti gli uomini, commissario. Noi uomini abbiamo le idee, e le idee sono quelle che mandano avanti il mondo. Nelle cose pratiche, invece, ci perdiamo per strada. E allora?  colpa nostra se siamo fatti cos? Del resto, se dovessimo fare tutto noi a questo mondo..."
"Siii, tutto noi... E che facciamo, Jacopetti? Ci diamo solo delle arie, noi uomini, e poi basta che qualcuno ci dica di scoprirci il sederino, perch ci devono fare una puntura, ed ecco che ci squagliamo, e qualche volta si scappa anche con l'ago infilato nelle chiappe. Noi uomini siamo cos. Si scappa con l'ago infilato nelle chiappe."
Erano arrivati in piazza San Salvatore. Renzi si avvicin alla bella fontana, adornata di una scultura di donna, dalle forme leggiadre. Era una mattinata calda. Si chin a bere. Lo stesso fece, dopo di lui, Jacopetti. Si asciugarono la bocca con un fazzoletto. A due passi stava l'ufficio dell'ingegnere Stefano Brandoni, il politicante. Entrarono. Venne loro incontro una delle segretarie, che li aveva riconosciuti. L'ingegnere in quel momento era occupato, ma lei andava ad avvertirlo. Intanto si potevano accomodare in saletta d'attesa.
Cos fecero. L'impiegata, dopo essere andata nell'ufficio dell'ingegnere, torn ad occuparsi del suo lavoro. Stava battendo a macchina, in una stanza proprio di fronte, e c'erano, sedute alle rispettive scrivanie, altre due segretarie. Tutte battevano a macchina, e una di queste aveva anche l'incombenza di rispondere al telefono, che squillava ogni tanto.
"Ci vogliono soldi per mantenere tre segretarie." Parlava sottovoce Jacopetti, per non farsi sentire. "Deve guadagnare abbastanza, e chiss in quanti altri affari ci ha le mani impastate. Lo vede, commissario, come sono carine, quelle segretarie? Lei come se lo spiega che a far da segretarie a certi uomini importanti son sempre le belle donne. Mai che si veda una bruttina impiegata da loro."
"Ad essere belle non  poi un cos gran vantaggio."
"Lo dice lei! Lei, una bella donna non la vedr mai disoccupata."
"Ma ci hanno sempre gli uomini intorno, e credimi, dev'essere una gran scocciatura."
"Lei pensa che subiscano molestie sessuali?"
"E che altro, se no."
"Ma noi di denunce ne riceviamo una su un milione."
"Stanno zitte. Ecco perch. Ma stai sicuro che anche queste, la devono combattere ogni giorno la loro battaglia contro le avances del principale."
"Io invece penso che siano contente di riceverle, certe avances."
"Jacopetti, Jacopetti... Tu non cambierai mai."
"Quale le piace di pi ?"
"La morettina che risponde al telefono."
"A me la magrolina tutta pepe. Non ha visto che belle gambe che ha?"
"Mi paiono tutte belle."
"Allora, lei gliele metterebbe le corna alla sua Mariuccia, dica la verit, se quella del telefono le facesse qualche coccola."
"Io te le metterei a te le corna, Jacopetti, ma con queste due dita infilate negli occhi. Tu le devi lasciar perdere, le donne, e pensare piuttosto al motivo per cui siamo venuti qui. Nemmeno te lo ricordi, scommetto."
"Oh s che me lo ricordo. Lei non deve mai dubitare di me. Ha mai avuto modo di lamentarsene?" Pensava alla promozione.
"No, mai." Ora s che era contento, Jacopetti, e non ci pensava pi alle donne. Gli venne anche l'idea giusta al momento giusto.
"Perch domani, che  domenica, invece di andare a Viareggio con sua moglie, non passiamo la giornata insieme? Prendiamo le nostre mogliettine e ce ne andiamo a pescare sul fiume. Una giornata distensiva, e non ci pensiamo alle complicazioni della vita." Lo avevano gi fatto qualche altra volta, e Maria ed Esterina erano due donne che stavano bene insieme, e filavano d'amore e d'accordo.
"Non  un'idea malvagia. A che ora vorresti partire?"
"Quando dice lei."
"Intorno alle dieci ti andrebbe bene?"
"Si potrebbe andare verso Borgo a Mozzano. Un amico mi ha detto che in questi giorni i pesci abboccano come niente. Poi ci fermiamo in trattoria, una mangiata casereccia e proseguiamo verso Piazza al Serchio, dove conosco un nuovo posticino per le trote che lei nemmeno se lo immagina, commissario."
"Ne ha proprio bisogno, la mia Maria, di una giornata tranquilla."
"Anche Esterina. Ma soprattutto Esterina ha bisogno di incontrar gente. Sta tutto il giorno sola in casa, poveretta."
"Allora va bene. Domattina alle dieci passa da casa mia." Si era affrettato a concludere perch stava arrivando una delle segretarie. Ora toccava a loro.
Era una bella stanza, quella dell'ingegner Brandoni, larga, quadrata, con mobili scelti con gusto. Aveva l'ampia scrivania che possiedono sempre le persone che si considerano importanti. And loro incontro, regalando un gran sorriso.
"Mi dispiace per ieri pomeriggio. Purtroppo ero fuori citt, e solo in serata ho saputo della disgrazia. Lei, commissario, non immagina che grave perdita rappresenta per me la scomparsa della signora Lazzarini."
"Da quanto tempo la conosceva?"
"Molti anni, ormai." Li fece accomodare.
"La frequentava per ragioni di lavoro?"
"Capisco a cosa allude." Accenn ad un sorriso. "Giulia era anche una bella donna. Ma i nostri rapporti si limitavano a questioni di lavoro. Era una delle migliori commercialiste della citt, e curava anche i miei interessi, come pure gli interessi dell'ingegner Gavazzi, Mauro Gavazzi. Avr gi saputo che noi tre insieme contavamo di mettere su una societ per un grosso affare che, grazie ad una fortunata combinazione, direi, anzi, a un miracolo, sono riuscito a concludere, in mezzo, mi creda, ad un mare di difficolt."
"E di concorrenti, immagino."
"Proprio cos."
Renzi si fece riassumere le caratteristiche di quell'affare.
"Ma lei, ingegnere, ci crede a queste cose? Mi paiono cos rivoluzionarie, cos enormi, cos incredibili, ecco."
"Altroch se sono vere.  questione di pochi mesi, e poi la vedr da s la rivoluzione. Stiamo facendo passi da gigante. Sono anni che si studiava, e si era vicini alla scoperta. Poi  stato l'uovo di Colombo. Uno, l in America, negli Stati Uniti, ha avuto la pensata geniale. E si  messo a posto per tutta la vita, e ha messo a posto anche la sua discendenza per almeno mille anni. Perch di soldi gliene hanno dati a montagne, e deve aver riempito tutte le banche del suo Paese. Ma ce ne saranno anche per noi qui a Lucca. Per me, voglio dire, per l'ingegner Gavazzi, e ce ne sarebbero stati anche per Giulia. Tanti da sistemarci come tre Paperon de' Paperoni. Purtroppo c' stata questa assurda disgrazia."
"Come farete, ora?"
"Dovremo cercare un altro socio. Noi non abbiamo la possibilit di integrare i settecento milioni di Giulia."
"Lo troverete?"
"Certamente.  solo questione, per noi, di decidere a chi far godere questa cuccagna. Ma non le nascondo che la morte di Giulia  una gran perdita. Era molto brava nel suo lavoro, e sono sicuro che nessuno sapr fare meglio di quanto avrebbe fatto lei."
"Per quale mai ragione, alla vigilia di un affare cos importante, la signora Lazzarini avrebbe deciso di togliersi la vita."
"Me lo sono domandato tutta la notte, commissario. Non aveva nessun motivo per suicidarsi."
"Ragioni di cuore, ad esempio?"
"Non credo."
"Era sentimentalmente legata all'avvocato Chiarelli. Andavano d'accordo, secondo lei?"
"Credo di s. Ma Giulia era una donna moderna, un po' spregiudicata. Lei m'intende, commissario."
"Cio?"
"Sa come sono le donne di oggi. Non si  mai sicuri in quale letto passino la notte."
"Aveva qualche altra relazione?"
"Non saprei dire. Certo  che con l'avvocato la relazione durava gi da qualche mese. Direi, quasi subito dopo la morte della signora Bianca Chiarelli."
"La conosceva, la signora Chiarelli?"
"Chi? Io?"
"S, lei."
"Era una donna inquieta, come si dice. Un po' come Giulia."
"Tradiva il marito?"
"Non saprei dirlo. Ma sulle donne di oggi non si pu giurare nulla. Lei ci creder, commissario, ma anche su mia moglie, io non ci posso giurare. Eppoi, il marito  sempre l'ultimo a sapere."
"Tra la signora Giulia e l'avvocato Chiarelli, c'erano stati screzi, ultimamente?"
"Credo di no. Anzi, Giulia aveva trovato i soldi, cos ha detto a me e all'ingegner Gavazzi, grazie all'aiuto dell'avvocato. Potrei dire che filavano d'amore e d'accordo, e prima o poi, tutti si pensava che finissero per sposarsi. Ma lei, commissario, mi pare, dalle sue domande, che dubiti che si tratti proprio di suicidio."
"Probabilmente la signora si  suicidata, invece. Ma io devo vagliare tutte le ipotesi. Ammetter anche lei che una donna non si suicida senza un motivo. Le risulta che avesse momenti di sconforto, di depressione, la signora Lazzarini?"
"Era l'ottimismo fatto persona. Lo infondeva anche a noi. Mi creda, ne aveva d'avanzo, di voglia di vivere."
"Dove si trovava ieri mattina tra le sette e le nove e mezza?"
" l'ora presunta del suicidio?"
"S."
"Fino alle nove a casa mia. Dovevo prepararmi per il mio viaggio. Sono dovuto andare a Firenze per affari. Dalle nove alle dieci sono capitato in ufficio a prendere certe carte, e da qui sono partito alle dieci. Glielo faccio confermare dalle segretarie, se lo desidera." Chiam quella magrolina tutta pepe che piaceva a Jacopetti. Non ebbe esitazioni.
"Le confermo, commissario, quanto le ho gi detto ieri pomeriggio, e cio che l'ingegnere ha lasciato l'ufficio alle dieci."
"E ora la faccio parlare al telefono con mia moglie. Cos avr completato i riscontri che mi riguardano." Gli porse la cornetta. Fece tutto cos in fretta che il commissario non ebbe tempo di rifletterci su. La signora conferm che dalle sette alle nove, il marito si preparava a casa per il viaggio a Firenze.
Si congedarono. Jacopetti ripose in tasca il taccuino su cui aveva preso appunti e anche lui strinse la mano all'ingegnere. Che li accompagn fino alla porta e rest a guardarli scendere la rampa di scale.

Nel pomeriggio, si recarono all'ufficio dell'ingegner Mauro Gavazzi. Anche qui c'erano tre segretarie, e parevano la copia di quelle incontrate dall'ingegner Brandoni. Belle anch'esse, e molto cordiali. Ce n'era una in particolare che aveva incantato Jacopetti, che non le levava pi gli occhi di dosso.
"Guarda che quella lo capisce che la stai spogliando con gli occhi."
"Meglio cos, commissario. Se non posso fare di pi ,  meglio che niente."
Mauro Gavazzi era alto quanto Brandoni, ma pi secco, e biondiccio, mentre l'altro era castano ed aveva un fisico d'atleta. Lui, il giorno in cui era morta Giulia, era stato addirittura a Milano, dove aveva un appuntamento per mezzogiorno. Gli era toccato di fare una levataccia, ed era partito da Lucca verso le sette.
"Lei, la sua quota di settecento milioni come l'ha trovata?"
"Non vedo cosa c'entri con la morte di Giulia."
"Risponda, la prego." Era un tipo antipatico, Gavazzi, tutto sulle sue, di quelli che guai a mettergli la mosca sul naso. Una segretaria buss alla porta.
"Non voglio essere disturbato." Se ne and.
"Mi risponda."
"Non ho avuto bisogno delle banche, se  questo che le interessa."
"Sono denari suoi?"
"E di chi, altrimenti."
"Potrebbe averli ricevuti in prestito da un amico."
"Li conosce, lei, degli amici che ti prestano settecento milioni? Mi piacerebbe conoscerne almeno uno. Io non ne ho di questi amici."
"Quali erano i suoi rapporti con la signora Giulia."
"Vuol sapere se ci sono stato a letto?"
"Anche."
"S."
"S che cosa ?"
"Ci sono stato a letto."
" stata una relazione occasionale?"
"Che vuol dire?"
"Quante volte c' stato a letto."
"Non le ho mica contate. Con Giulia, poi, non era cos difficile, se la sapevi prendere per il verso giusto. A lei, gli uomini piacevano, e con me aveva una certa simpatia." Non ci credeva, il commissario. Era troppo antipatico per piacere ad una donna. Sicuramente Giulia ci andava per forza. E per quale ragione?
"A chi  venuta l'idea di questo affare?"
"A me e all'ingegner Brandoni."
"A tutti e due insieme?"
"Ho confidato a lui certe notizie che avevo, e gli ho suggerito di approfondirle attraverso le sue conoscenze. Gli ho fatto capire che poteva essere una grande occasione per far soldi. Lei ci sputerebbe sopra, ai soldi?" No, che non ci avrebbe sputato, ma sui soldi guadagnati onestamente, senza ammazzare nessuno.
"E la signora Lazzarini, come c' entrata nell'affare?"
"Gliel'ho proposto io. In due, non ce la facevamo a trovare il capitale necessario. C'era bisogno di un terzo socio, e Giulia era l'ideale, perch s'intendeva di contabilit e di questioni fiscali. Era una delle migliori sulla piazza, ed anche una donna sveglia, astuta, capace di muoversi agilmente tra i meandri della burocrazia. Brandoni ed io, invece, detestiamo le scartoffie."
"La signora Lazzarini, li aveva i soldi?"
"Mi disse che non avrebbe avuto problemi. Avrebbe trovato quelli che le mancavano."
"E li ha trovati?"
"S. Per questo luned era stato fissato un appuntamento dall'avvocato Chiarelli, per esaminare la bozza dell'atto costitutivo. Avevamo gi trovato il nome alla societ. L'avremmo chiamata GIU.STE.MA. SPA, usando le iniziali dei nostri nomi di battesimo: Giulia, Stefano e Mauro. Era stata un'idea di Giulia. Mica male, vero? Ma lei, forse, tutte queste cose le conosce gi."
"Gliel'ha detto, la signora Giulia, come ha avuto i soldi che mancavano?"
"Dall'avvocato Chiarelli. Ci fece sopra una gran risata, quando me lo disse, perch mi confid che l'avvocato Chiarelli aveva avuto paura di prestarglieli."
"E perch glieli ha prestati, secondo lei?"
"Ah, questo non lo so, ma me lo immagino."
"E cio?"
"C'era una relazione sentimentale tra l'avvocato e Giulia."
"E lei come lo sa?"
"Me lo diceva Giulia, quando ci incontravamo."
"A letto?"
" il posto migliore per ricevere confidenze, non le pare?"
"Chi sapeva della vostra relazione?"
"Eravamo molto discreti, attenti a non comprometterci. Soprattutto Giulia, ci teneva a non farsi vedere."
"Perch?"
"Per via dell'avvocato. Le dispiaceva dargli un dolore. A suo modo, gli voleva bene, e soprattutto era attaccata ai suoi due figli." Non ci credeva, Renzi, che dicesse la verit.
"L'ingegner Brandoni sapeva della sua relazione con la signora Giulia?"
"Non so cosa pensare. Io certamente non gliene ho mai parlato. Vede, proprio per rispettare il desiderio di Giulia, noi ci vedevamo a Lucca solo per ragioni di lavoro. Mentre, quando volevamo stare insieme, andavamo fuori citt. Soprattutto a Firenze."
"E l'avvocato?"
"L'avvocato cosa?"
"Sospettava nulla, secondo lei?"
"Penso proprio di no. Altrimenti Giulia me ne avrebbe parlato. Come le ho gi detto, Giulia ci teneva alla relazione con l'avvocato. Avrebbe potuto anche sposarlo, forse."
A Renzi pass per la mente il sospetto che all'ultimo momento Chiarelli avesse scoperto la relazione di Giulia. Poteva essere un'ipotesi percorribile. Anche se l'assassino aveva saputo fare le cose cos bene da indurre il medico legale a confermare che si trattava di suicidio. Dove l'aveva conseguita tutta quell'abilit, l'avvocato Chiarelli?
La moglie dell'ingegner Gavazzi, allo stesso modo che quella dell'ingegner Brandoni, conferm che il marito era uscito di casa verso le sette di venerd mattina per andare a Milano. A Milano, assicurarono che l'ingegner Gavazzi alle ore dodici in punto si trovava negli uffici della loro societ. Quante ore ci volevano per raggiungere Milano, via autostrada? Quattro ore. Prendendola comoda, quattro ore e mezza. Rimaneva scoperto un piccolo ciuffetto di minuti, forse mezz'ora, sufficienti per a commettere un delitto che fosse stato accuratamente preparato.

Usciti dall'ufficio dell'ingegner Gavazzi, era ormai tardi per fare qualche altra visita. Pensavano, infatti, di ritornare dall'avvocato Chiarelli. Invece, decisero di occupare il poco tempo che avevano ancora a disposizione per recarsi di nuovo dal medico legale, e vedere se ci fossero novit.
"Me le aspetto da voi le novit." Quando il medico li aveva visti entrare, si era tolto per un attimo gli occhiali.
"Questo suicidio  assurdo."
"Lo so che lei si aspetterebbe da me quello che oggi  semplicemente un miracolo, di conoscere, cio, se nel cervello di questa donna  rimasta qualche traccia della sua volont di suicidio. Ma sono cose a cui non si pu rispondere. Lei lo capisce bene quanto me. Se, come pare, questa donna si  suicidata, caro il mio commissario, si deve ammettere che il segreto se l' saputo portare nella tomba." Dopo una pausa, aggiunse: "Se lei non ha nulla in contrario, avrei intenzione di autorizzare i funerali per luned pomeriggio. Io con questa donna ho finito. Sa se aveva parenti?"
"Una vecchia zia, sorella di sua madre. La sola parente. Ma  molto vecchia, e si trova ricoverata in una casa di riposo a Bologna. La signora Lazzarini provvedeva ad integrare la retta. L'abbiamo saputo dall'avvocato Chiarelli."
"Chi provveder per i funerali?"
"L'avvocato Chiarelli. Almeno cos mi ha detto."


III(45)

"Ci fai proprio un bel regalo stamani, babbo."
"Invece di brontolare, tu devi solo dirmi di chi  la macchina."
" tua, ma non  giusto cos. Lo sapevi che oggi serviva a me. Te lo avevo domandato l'altro giorno, non lo ricordi?, e tu mi avevi risposto che andava bene, che potevo prenderla."
"Ma  mai possibile che io non possa essere padrone di ci che  mio. Ma in che mondo si vive, iolai. E tu, Maria, non dici niente?"
Maria era ancora in cucina e stava lavando le tazze con cui avevano fatto colazione i suoi due figli e il bestione di suo marito. Lei invece non ne aveva avuto il tempo. Succedeva sempre cos quando il commissario le faceva l'improvvisata la mattina stessa di domenica, per dirle che andavano fuori. Mica ce lo aveva il garbo di avvertirla, non dico qualche giorno prima, ma almeno il sabato sera, bastava anche a letto, un secondo prima che lei chiudesse gli occhi per prendersi quel poco di riposo a cui aveva diritto. No, lui ci aveva nella testa l'idea balzana che era bello farle l'improvvisata quasi quasi al momento di partire, ed era un vero miracolo se questa volta le aveva concesso mezz'ora di tempo per prepararsi. Valli a capire gli uomini. Quando era lei a voler uscire, lui aveva sempre una scusa pronta, ma quando era lui, invece, beh, lei doveva solo chinare la testa, ubbidire, e fare presto.
"Sarai anche bravo come commissario, ma te, ai tuoi figli non gli vuoi proprio bene." Renzi sentiva puzza di solidariet verso i figli, e non verso di lui, che alla fin dei conti era il marito, cio il disgraziato che sarebbe rimasto al suo fianco per tutto il resto della vita. I figli invece no, svezzati e sbarbati, se ne sarebbero andati sul pi bello, e li avrebbero lasciati con un palmo di naso, e chiss se poi l'avrebbero trovato il tempo di venirli a visitare ogni tanto, per vedere se ancora erano vivi o gi bell'e morti. Maria se le dimenticava sempre queste cose, quando ci aveva da prendere la parte dei figli. Perch prima prendeva la parte dei figli, e poi ci rifletteva sopra. E anche se il marito aveva ragione, ormai era troppo tardi.
"Ma allora, la macchina che l'abbiamo comprata a fare nuova, se io ci sar montato su s e no sei o sette volte. La rata alla fine del mese chi la paga? La pago io, o la pagano i tuoi figli, che trovano sempre la pappa bell'e scodellata?"
Manuela prese le difese di Alberto: "Non glielo dovevi promettere, allora, che oggi la macchina gliela prestavi. Lui ha preso degli impegni. Che figura gli fai fare? Ha ragione mamma, tu ci vuoi bene quando ti torna comodo." Anche questa doveva sentirsi dire. Non c' una briciola di gratitudine nei figli, nemmeno a cercarla col lanternino.
"Ben detto." Si sent dal cucinotto la voce di Maria.
Alberto, invece, si fece sotto al babbo e cominci a fare il micione con lui.
"No, non  vero che babbo  cattivo. Non ce n' uno pi buono di lui a questo mondo."
"Te non m'incanti. Sei un gran furbacchione. Ma mi dici che ci fai con la macchina? Te e tua sorella, ve la portereste anche a letto. Ma io ce l'avr il diritto di passare una domenica solo con vostra madre, in santa pace, lontano dai vostri brutti musi?"
"Andate tutti con la macchina di Jacopetti. Siete in quattro e pu bastare una macchina sola." Era Manuela che dava il suggerimento.
"Non gli par vero a Jacopetti di farti salire sulla sua macchina. Cos anche mamma potr fare quattro chiacchiere con Esterina durante il viaggio."
"Perch, con me non pu farle le sue ciance?"
"Sai che barba. Le conosciamo, noi, le tue chiacchiere. Sempre di politica e di lavoro, non cambi musica."
"Vedrai che ora non sono pi neanche padrone di discorrere di quel che mi piace. Oh, ma ce l'ho proprio in casa mia le catene. Altro che politica! Se foste al governo te e quel birbante di tuo fratello, se ne vedrebbero delle belle. Peggio dei fascisti sareste, voi due."
Maria si era presentata in tinello con i pugni sui fianchi grassottelli.
"Guarda Luciano che bisogna decidersi, perch lo sai che Jacopetti  puntuale e alle dieci sar qui."
"Allora, che si deve fare?"
"Te lo dico io, e non cercare di contraddirmi. Te ora prendi il telefono e dici a Jacopetti che andiamo tutti con la sua macchina."
"Ma dove le metteremo tutte le nostre cose?"
"Quali cose. Per i tuoi vecchi gambaloni, e quel cestino che c'entrano giusto giusto i due pesciolini che riuscirai a pescare, e che sono proprio pi stupidi di te, non mi dirai che non ti basta la bauliera di Jacopetti. Basta e avanza. Piuttosto, smettila, e andiamo a finire di prepararci."
"Amen" fece lui, perch quando Maria teneva i pugni sui fianchi, era come se parlasse il prete, e guai a muovere anche solo le labbra. I figli fecero un sorrisetto soddisfatti. La loro mammina era proprio un tesoro, e su lei potevano sempre contare, mica su di lui, che imbrogliava le carte e si scordava le promesse un minuto dopo che le aveva fatte. Chiss se pensavano che fosse diventato rimbambito. Non c'era nulla di anormale in questo.  risaputo infatti, e non fa scandalo, che, al giorno d'oggi, i figli si considerano dei superuomini a paragone dei genitori. Tutto il bene e il giusto sono dalla loro parte. Tutto il male e l'ingiustizia dalla parte dei genitori, che sono sempre dei prepotenti e non capiscono mai le sacrosante esigenze dei figli.
Quando usc di camera, il commissario Renzi sembrava un generale di corpo d'armata, sul punto d'andare in pensione, per, e Maria una marescialla che si apprestava ad avere cura di lui.
Sbrig la questione con Jacopetti in men di un minuto.
"Cerca di capirmi, Jacopetti. Io qui a casa mia, mi pare di stare peggio che in galera." Era andato al telefono di salotto, per non farsi sentire dai suoi. Un altro telefono lo teneva in cucina; in camera, invece, non ce lo aveva voluto per rispetto a sua moglie, che altrimenti non avrebbe potuto dormire.
"Non lo dica a me, commissario. Non deve giustificarsi. Io la capisco.  la stessa cosa con la mia Esterina, che  una sola. Figuriamoci lei, che in casa ce ne ha tre di congiunti. Ma congiunti di che, mi domando io, e mi scusi, commissario, se mi permetto di parlare cos, ma io le dico in generale queste cose, lei mi capisce; congiunti di che, se invece di congiungere, scongiungono sempre, e lo fanno apposta, sa, per farci ammalare di fegato, a noi che abbiamo il cuore grande cos."
"Allora, fammi quest'altra cortesia. Quando arrivi, fai un salto da me, cos mi aiuti a scendere le mie cose."
"Noi siamo gi pronti. Se lei  d'accordo, saremo l fra dieci minuti."
"Allora ti aspetto. E grazie."
"Si figuri.  un piacere per me, e anche Esterina sar contenta, se faremo il viaggio insieme."
"Allora sbrigati, perch anche noi siamo pronti."
Quando torn nel tinello, Alberto lo guard fisso negli occhi. Era chiara la sua domanda, e non c'era bisogno di parole per capirla.
"Anche questa volta, avete vinto voi tre." E sbirci Maria invece che Alberto. Maria gli fece un sorriso, e fu cos dolce quella sua espressione che il commissario si sent ripagato non solo della piccola violenza che gli veniva fatta quella mattina, ma anche di tutte le altre di cui era vittima un giorno s e un giorno no. Pens che era stata una fortuna incontrare un donna come lei, anche se al mondo, come diceva Jacopetti, ce n'erano certune che ti facevano girare la testa e bollire il sangue nelle vene.

Jacopetti, come al solito, fu puntualissimo. Suon il campanello e Renzi lo preg al citofono di salire. Gli apr. Anche Jacopetti, in quanto a mascheratura, non ci sfigurava con il commissario, e nemmeno con Maria. Mancava solo che fosse salito con gli stivaloni ai piedi, gi bell'e pronto per tirare su una trota.
"Dia tutto a me. Ci penso io."
"La canna la porto da me. Avvati che io ti seguo."
Maria chiuse la porta, ma prima non manc di ammonire i figli che, si capiva, facevano di tutto per non mettersi a ridere. Quando vedevano i genitori, ma anche Jacopetti, conciati a quel modo, sembrava loro di trovarsi in pieno carnevale, e ci mancava solo di mettergli un po' di rossetto sulle gote, a quei tre vecchi rimbambiti.
"Non c' niente da ridere" esord Maria, alla quale i figli non potevano tenere nascosto proprio un bel niente, e lei leggeva anche nella loro anima. Poi aggiunse, rafforzando le parole con quello sguardo severo che voleva dire sempre molto di pi : "E cercate di comportarvi bene. E tu, Alberto, non ti rompere l'osso del collo. Non ti dimenticare di quella volta che finisti all'ospedale(46). Noi non ce lo siamo mica scordato."
"Non fu colpa mia."
"Colpa o non colpa, se ti risuccede, lo vedi questo dito?, la macchina di babbo te la scordi per sempre."
"Andate tranquilli" fece Manuela, a cui toccava sempre di dire la frase di congedo, essendo la pi grande. Maria solo allora chiuse l'uscio.
Giunti in strada, Esterina scese di macchina per andarli a salutare. Anche lei pareva una marescialla, tale e quale a Maria.
"Siamo fortunati, Maria. Hai visto che splendida giornata."
"Ah, finalmente ci siamo liberati dei figli. Me la voglio proprio godere questa vacanza."
Caricate le poche cose, Jacopetti apr la portiera al commissario, che entr e si sedette accanto a lui, mentre Maria si accomod di dietro, dove si era seduta Esterina. Jacopetti gir la chiavetta e mise in moto. Piano piano, con la dolcezza che sapeva imprimere sull'acceleratore, fece muovere la macchina.
"Ed ora comincia la cuccagna" esclam, quasi senza accorgersene. Guard il commissario, e si mise a canticchiare.
"Vedo che sei contento, Jacopetti."
"Alla faccia del lavoro, commissario. Ma chi lo avr inventato?"
"Che cosa?"
"Il lavoro!  proprio una porcheria. Senza il lavoro, noi s'era dei signori, e allora s che si poteva ringraziare il Padreterno. Tutti i giorni a pescare, a far feste e baldorie. Ma lei se lo immagina, commissario?"
Esterina da dietro si risent.
"Bada di non bestemmiare, Sandro. Vede, commissario, quand' allegro, non sa quel che dice.  un ragazzone, ecco cos'."
"Un ragazzone che  tanto felice." E qui alz il volume della voce, Jacopetti, e sottolineava, ammiccando al commissario, la briosa arietta che stava cantando.
"Stai attento alla strada, che noi ci vogliamo ritornare sani e salvi a casa" fece invece Renzi, ma accompagn la raccomandazione con un sorriso d'intesa.
"Indovina, Esterina, quando l'ho saputo da quel simpaticone di mio marito, che si doveva fare questa vacanza insieme. Stamani l'ho saputo! Sul principio, per la rabbia, non ci volevo venire. Poi ho pensato che mi faceva bene fare quattro chiacchiere con te."
"Son tutti discorsi a vanvera, Esterina, non ci faccia caso. Mia moglie sarebbe venuta anche se glielo avessi detto qui in strada. Si sarebbe buttata dalla finestra per non perdere il posto, buttata vestita com'era, magari ancora col grembiule addosso, e la tazza del caff in mano."
"S, il caff. Per servire voi tre, stamani ho saltato la colazione."
"Allora ci fermeremo a Ponte a Moriano. Mi va anche a me di prendermi un buon caff." Era Jacopetti.
"Ma se lo hai gi preso!" Era Esterina, tutta imbronciata.
"Non  vero, commissario, che il caff preso al bar  tutta un'altra cosa?"
"Bel ringraziamento!" Metteva il muso, Esterina.
"Ma non  mica colpa tua, Esterina. Lo sanno tutti che le macchine del bar lo fanno pi buono, il caff. Eppoi non mi fa mica male prenderne un altro."
"Cos, stanotte non dormi. Gli basta poco, sa, commissario, per non dormire. Certe notti, russa come un ghiro, e certe altre non chiude occhio. Ma mica se le tiene per s le sue insonnie. Quando non dorme, mi sveglia. Sa come fa? Mi d una piccola gomitata al fianco e mi domanda: "Che fai, dormi, Esterina?" E insiste cos finch non mi sono svegliata. E allora io mi arrabbio, perch ho bisogno di dormire. E lui mi spiega che non gli riesce di chiudere gli occhi, si appisola e poi per un nonnulla si risveglia. "E io che c'entro?" gli dico. Qualche volta mi costringe a fargli una camomilla. In piena notte, mi tocca di alzarmi! Lei me lo spiega se  una cosa giusta, approfittare cos della moglie? Io scommetto che lei, commissario, quando non dorme, se ha bisogno di qualcosa, se la prende da s, senza scomodare Maria. Non  vero, Maria, che tuo marito  un santuomo?"
"Ognuno si tiene i guai propri, Esterina. Te lo farei provare mio marito. E anche i miei figlioli, ti farei provare. Tutti e tre messi insieme, mi fanno scontare l'inferno su questa Terra."
A Ponte a Moriano scesero a bersi il caff. Lo presero tutti, nonostante le chiacchiere che avevano fatto in macchina.
"La sentirai tua moglie, stanotte, Jacopetti. Ti caccer fuori dal letto."
"Credo proprio che stanotte dormir come un ghiro, invece. Mi succede sempre quando faccio una vacanza come questa."
"Non mi dirai che la vacanza ti stanca pi del lavoro."
"Sar perch se ne fanno cos poche di vacanze. Ma la verit  che la vacanza riesce a sciogliermi i pensieri, e per tutto il tempo la mia mente naviga libera. Lei non ci creder, commissario, ma quando sono rilassato accumulo nella mente un sacco di idee, una montagna di immagini, ed io passo dall'una all'altra senza mia volont, e provo un senso di grande beatitudine."
"Ecco, vede commissario, mio marito diventa anche filosofo quando siamo in vacanza. Non ti mettere a fare lo stupido, Sandro, che se no ci mettiamo tutti a ridere, qua, subito." Il barista aveva finito di riempire le tazzine sotto la macchina e ora le serviva sul bancone. Si sent attorno spandersi il forte aroma. Lasciarono che fossero le donne le prime a servirsi, e Jacopetti fu lesto a domandare a Maria quanto zucchero volesse. Esterina aveva l'abitudine di prenderlo amaro.
"Ma come fai, Esterina, a berlo cos. Io non ci riuscirei mai." Era Maria che stava sorseggiando il suo, e guardava l'amica portarsi alla bocca la tazzina fumante.
"Mi pare di gustare di pi il suo aroma, in questo modo."
"De gustibus..." accenn Jacopetti, che dopo la pausa volle per fare anche la battuta.
"Lo sa perch le piace amaro alla mia Esterina, commissario? Perch  amara anche lei. Non  vero, tesoro?"
"Lascia perdere, Sandruccio bello,  meglio per te, perch senn glielo racconto io al commissario come sei. Perch vede, commissario, con lei lui  tutto compunto e servizievole, ma sapesse con me come si comporta. Mi tratta come una serva. Esterina qui, Esterina l. Non va a prendersi nemmeno un fazzoletto, quando gli manca, e pretende che sia io ad andarglielo a cercare. E magari mi sono messa a sedere proprio in quel momento. Diciamoci la verit, sono pochi gli uomini che hanno riguardo per noi donne. Non  mica cambiato poi molto dal medioevo.  scomparso fuori delle mura di casa, il medioevo, ma quando siamo dentro, la donna  rimasta quella di sempre. Che abbia ragione la Bibbia, che siamo nati dalla costola di Adamo? Bel servizio che ci ha fatto il Padreterno!" A Jacopetti vennero in mente i discorsi fatti col commissario, a proposito delle donne, che erano, invece, figlie del diavolo, altro che costola di Adamo. Questa baggianata l'avevano inventata i preti, per nascondere la triste verit sulle donne, con le quali si deve convivere per forza.
"La sente, commissario, che lingua. E lei s'immagini che supplizio, quando io la sera torno a casa stanco morto. Glielo dica lei, come sono faticose le nostre giornate. Le donne, pare che abbiano da sgobbare soltanto loro, e pretenderebbero che noi, tornati a casa, ci mettessimo a compatirle. Noi ci dovrebbero compatire! Non  vero?"
"Rimettiamoci in macchina, Jacopetti, senn qui ci facciamo notte." Il commissario and a posare la tazzina sul bancone. Maria tir gi l'ultimo sorso, e allo stesso modo, uno dopo l'altro, fecero gli altri due.
"Quant'?" domand Jacopetti, mettendosi la mano al portafoglio.
"Lascia stare che faccio io."
"Ma commissario..."
"Lascia, ti dico. Tocca a me, che ti ho disturbato anche con la macchina."
"Se  per questo, lei lo sa che per me non  stato un disturbo."
"Fai come dice il commissario, e smettila di piatire." Era Esterina, che stava avviandosi all'uscita. Il commissario tir fuori i soldi e li mise sul bancone. Quindi usc per ultimo, subito dopo la sua Maria, che era restata ad attenderlo.
Anzich andare a diritto verso la Brancoleria, attraversarono il ponte sul Serchio e presero la via Ludovica. Preferivano quel tratto di strada. Ma si deve dire che entrambi i rami, che alla fine si congiungono a Ponte di Campia per salire a Castelnuovo di Garfagnana, offrono panorami di eccezionale bellezza. Jacopetti girava il naso ora a destra e ora a sinistra, per guardare tutto ci che gli capitava attorno.
"Bada alla strada, tu." Chi poteva essere? Esterina, naturalmente, che anche mentre parlava con Maria, non perdeva d'occhio il suo Sandruccio.
"La sente, commissario?  una vera piattola. Ma non c' un modo di liberarsene, commissario? Lei che conosce tutte le leggi di questo mondo. Io li capisco, sa, quelli che alla fine piantano la moglie."
"Ti ci vedrei proprio a rammendarteli da solo i tuoi calzini. Tu nemmeno sai farti la barba, se non ci sono io al tuo fianco."
"Questa poi... Stamani le spari proprio grosse, Esterina. Eppoi, se io ti piantassi, mica  detto che me ne starei solo. Stai sicura che un'altra la troverei che mi rammendi i calzini."
"E allora sarebbe anche lei un'altra moglie."
"S, ma devi ammettere che sul principio..."
"Sul principio che cosa. Che vorresti dire." Da dietro, si sporse verso di lui, Esterina, e dall'espressione del viso, si capiva che minacciava burrasca.
"Come la prendo un'altra donna, cos la posso anche lasciare. Quando non c' pi sugo, voglio dire, ossia quasi subito, e cio dopo il principio, naturalmente la lascio."
"Questo qui, commissario, sarebbe capace anche di mettermi le corna. Sembra un santarellino, ma sotto la cenere, ci ha la brace che cova. Son sicura che potrebbe anche trovarla una donna che gli faccia girare la testa."
"In questo, mia cara Esterina, tutti gli uomini sono uguali. Dei grandi sporcaccioni, sono. Anche il mio Luciano certi giorni, anzi, per dire meglio, certe notti, me ne accorgo che ci pensa alle donne, e che in quel momento mi mette le corna. Non  vero, Lucianino? Tu credi che io non me ne accorga, eh?, quando ci hai le donnine nella testa. Lui il giorno le guarda, quelle sporcaccione che girano per strada mezze nude, e la notte ci fa le porcherie. Anche quelle che vede alla televisione. S, anche alla televisione, che mette certe citrullaggini nella testa degli uomini. Non sono che streghe, ecco, quelle donnacce l, brutte streghe che ci fanno dannare."
"Lei, le chiami pure streghe, Maria. Ma lo sappiamo noi se sono streghe, o che altro, non  vero, commissario?"
"Guarda che se vengo a saperlo che te la fai con un'altra, te la dovrai vedere con me. Lei, commissario, ci badi a Sandro, perch sarebbe capace di combinare qualche guaio."
"Sandro  buono solo a far chiacchiere, Esterina. Lei pu dormire su due guanciali, perch di donne belle nel nostro lavoro ci capita d'incontrarne quante se ne vuole, ma Sandro  un uomo per il quale si pu mettere la mano sul fuoco."
"Se lo dice lei..."
"E tu ti fidi di quello che dice mio marito? Sei proprio ingenua, Esterina. Quelli filano d'amore e d'accordo! Fai come me, che non gli do pi peso a certe cose, e anche se mi ci rodo il fegato, io in conto ce le ho gi messe le corna, e chiss che certe volte quando mi viene il mal di testa, non siano proprio i corni di mio marito a farmi star male."
"Lo senti, Jacopetti, che cosa ci si guadagna ad essere dei fedeli mariti? Si credeva di far bene, e invece si passa per imbecilli."
"Allora che facciamo, commissario, diamo fuoco alle polveri?" Scoppi a ridere Jacopetti, che si sentiva come un pesce nell'acqua quando si parlava di queste cose.
"Ed io ti faccio saltare il cervello" disse subito Esterina, dandogli una pacca sulla testa. "Tu di fuoco alle polveri, ed io ti faccio saltare questa brutta zucca che ti ritrovi." L'aveva un po' bislunga, la testa, infatti, Jacopetti.
Sband sulla sinistra.
"Oh, ma che ti succede? Fai attenzione alla guida, Jacopetti." Era il commissario.
In quel momento, li stava sorpassando un'auto, che suon il clacson in segno di protesta. Erano due giovanotti, e quello che guidava si sporse per mettere fuori il braccio, e fece le corna.
"A te e alla tu' moglie" brontol Jacopetti. Che in acqua, a Borgo a Mozzano, poco prima di arrivare alla diga, volle scendere per primo. Si arm di canna e si cal.
"Mi faccia cercare il punto, commissario, poi la chiamo io."
"Ma lo so cercare anche da me, Jacopetti. Ci siamo gi venuti qua, non ti ricordi? Oh, ma non mi credi mica un principiante."
"Me ne guarderei bene. Allora su, venga."
Avevano i gambaloni che gli arrivavano fino all'inguine. Sembravano due marziani, per la loro goffaggine. Si credevano pescatori consumati, ma chiunque avesse allungato lo sguardo verso di loro, si sarebbe messo a ridere. "Quei due, prima o poi ci affogano dentro il fiume" avrebbe anche potuto pensare. Il commissario stava un po' pi verso riva, mentre Jacopetti a poco a poco si portava al centro del fiume.
"Bada che l c' corrente, Jacopetti. Pu essere pericoloso."
"Dove ti credi di andare?" gli grid Esterina, che si era messa a sedere sopra una pietra, in un punto in cui batteva il sole, e aveva udito il rimprovero di Renzi. Accanto, ancora in piedi con il viso rivolto al cielo, stava Maria. Non si muoveva. Era chiaro che le due donne erano venute anche per prendersi un po' di abbronzatura. Pure se ci fosse stata una guerra, e se cadevano le bombe intorno, avrebbero preso il sole. Esterina insisteva col marito: "Non fare l'idiota. Non sono venuta qui per prendermi un'arrabbiatura. La corrente ti porta via, se fai lo scemo."
"Ti porter via te. E smettila di urlare, che fai scappare i pesci. Era meglio se ti lasciavo a casa." Invece, qualche anno prima, avevano dato il via alla diga, e due pescatori erano stati travolti dalla piena. Ora anche Maria si era seduta sull'erba.
"Prendetevi le sedie a sdraio nella bauliera" brontol Jacopetti. "Cos starete pi comode."
" il primo discorso sensato che ti sento fare" comment Esterina.
I pesci passavano, ma non ce n'era uno che abboccasse. Ogni tanto tiravano su la lenza, e la lanciavano verso un altro punto.
"Stai attento a non agganciare me, Jacopetti " url il commissario, ad un tratto, quando si vide minacciato da un lancio del suo fedele collaboratore. La lenza gli era passata a due palmi dal naso. "Non sarai mica venuto fin quass per prendere me all'amo." Si misero a ridere. Ma non risero le due donne, poich si stavano abbandonando al tepore del sole, sedute su due coloratissime sedie a sdraio. Jacopetti, evidentemente, le aveva comprate la sera prima, nuove nuove, per fare bella figura.
Intanto, sulla strada, si erano fermati alcuni curiosi ad osservare.
"Che esca usate?" domand uno, quando constat che i pesci passavano, ma quei due non prendevano nulla. Il commissario fece una brontolata. Per la fece anche quel tizio, che risal in bicicletta: "Mi sembrate proprio due allocchi. A voi, se non ci state attenti, vi pesca il fiume, invece." Lo disse mentre si allontanava, e nessuno ud le sue parole.

Si era a met giugno, ma come ormai succedeva da moltissimi anni, il caldo non era ancora arrivato e, se si aveva la fortuna di imbattersi in una giornata di cielo sereno, il sole, ancora tiepido, metteva nel sangue il buonumore. La natura sa essere bella, se vuole renderti felice, e quella domenica si poteva dire che la natura avesse dispiegato tutta la sua seduzione. Maria e Esterina stavano con la testa adagiata sullo schienale, le sottane tirate su a met coscia e le gambe allungate. Maria teneva i piedi incrociati e le mani sul grembo; Esterina, invece, le teneva aperte, una gamba di qua e l'altra di l, proprio stravaccata, e le braccia abbandonate lungo i fianchi della sedia. Pareva che se lo volesse godere tutto, quel sole galante.
"Cara Maria, sono proprio degli strani tipi i nostri mariti. Guardali come sono buffi in mezzo all'acqua. Loro credono di darcela a bere, e si dnno delle arie, ma stasera si torna a casa coi cesti vuoti, e anche questa volta, se non vorranno fare la figura dei fessi con gli amici, dovremo fermarci a comprarli al mercato. Ci faranno scendere noi a scegliere il pesce, come al solito, perch loro si vergognano, e non riconoscono una trota da uno scorfano."
Mentre teneva la canna, il commissario ogni tanto si arricciolava i baffi. Aveva sulla testa un cappellaccio di tela verde, e cos anche Jacopetti. Tiravano su, ma ancora non si vedeva niente. Rilanciavano la lenza.
"Ora poi, ci hanno per le mani il caso di quella bella donna, trovata morta. Te ne ha parlato, tuo marito?"
"Eeeh, se me ne ha parlato. Vedi, Maria, mio marito per me  come un libro aperto. Quando vuol nascondermi qualcosa, io lo scopro dai suoi occhi che lui, invece, muore dalla voglia di dirmelo, e allora gli tendo la trappola, e lui ci casca tutto contento, e non la finisce pi di raccontare come sono andate le cose, e mi tiene sempre aggiornata. A volte, guarda, mi fa una barba... Quando rientra a casa la sera, non fa in tempo a levarsi la giacca che io so gi tutto.  troppo buono per essere un poliziotto. Ha un cuore grande cos."
"Lo so da mio marito che il tuo Sandro ha un cuore d'oro. Luciano gli  affezionato."
"Hanno scelto per un brutto mestiere. Anche quando rientrano a casa, hanno la testa altrove. Non hanno orari, e sono sempre stanchi. Arrivano, mangiano un boccone, ci raccontano le ultime cose, e poi vogliono andare a riposarsi. Io non so se con te  la stessa cosa, ma quando siamo a letto, lui ha sempre voglia di dormire, e all'amore lo facciamo s e no una volta al mese."
"Allora sei fortunata, perch Luciano comincia a scordarselo di fare all'amore, e di averci una moglie che  anche una donna. Ma io lo capisco.  un mestiere duro, il loro. Occupa il cervello, e quando il cervello  stanco, a tutto pensa fuorch all'amore. Eppoi, abbiamo da fare i conti tutti i giorni coi soldi che non bastano mai. Tu almeno non hai figli, e, credimi, coi tempi che corrono,  una fortuna anche quella. Quando meno te l'aspetti, e pensi di farcela ad arrivare in fondo al mese, ecco che ti capita una spesa imprevista per i figli. Rischiano la vita i nostri sposi, e li pagano una miseria, nemmeno abbastanza per allevare decentemente i propri figli."
"O anche per farci un regalino di tanto in tanto, a noi mogli, che stiamo sempre con l'angoscia che capiti qualche disgrazia."
"Io, i regali me li sono levati dalla testa gi da un pezzo, Esterina. Povero Luciano. Non posso dargli anche questo rimorso. E cos un giorno gliel'ho detto chiaro. L'ho guardato negli occhi, era la vigilia del mio compleanno, perch devi sapere che noi festeggiamo solo i compleanni, le altre feste, che hanno inventate per farci buttare i soldi, noi non le consideriamo neppure, si starebbe freschi. Allora, l'ho guardato negli occhi e gli ho detto seria seria: "Luciano, questa volta tu devi metterti in testa che io non ne voglio di regali. I soldi non ci bastano per le cose necessarie, figurati se posso permetterti di spenderli per il superfluo. Non te ne devi avere a male, se ti dico che sono soldi buttati. I regali sono uno spreco che non ci possiamo permettere.""
"E lui?"
"Ha brontolato un po', eppoi mi ha dato ragione. Lo sapevo che pesava anche a lui di buttare i soldi a quel modo. Cos ora siamo pi contenti, perch quando arrivano i compleanni, noi non ci abbiamo i pensieri, e festeggiamo con un bel vassoio di paste. Si stappa una bottiglia di spumante, ed  la festa pi bella che si possa fare, dato che quello che conta  la tranquillit, e di avere la coscienza serena. Perch se i soldi non li sprechi, beh, questo fa bene anche alla coscienza."
"Per, lo Stato dovrebbe pagarli di pi .  una vergogna, che per tutte le ore che lavorano, spesso anche quindici, sedici, a volte non tornano neppure a dormire, lo Stato gli mette in mano quei quattro soldi di miseria. Senza contare che quasi sempre rischiano la vita."
"La rischiano sempre. Altro che quasi. Perch quando si ha a che fare con la delinquenza, come puoi essere sicura che tutto vada liscio? I delinquenti mica ci pensano alla vita di un poliziotto, e che  un uomo come gli altri."
"Guarda l, Maria. Forse tuo marito ha preso qualcosa." Sollevarono le teste dallo schienale. Il commissario, infatti, stava avvolgendo piano piano la lenza, e Jacopetti si era voltato a vedere.
"Dev'essere bello grosso, commissario" esclam Jacopetti. Era invece una vecchia scarpa, e si misero a ridere tutti e due, e dalla riva risero subito anche le mogli.
"Guarda che non sia una delle tue" grid Maria per gioco. Infatti, quella scarpa attaccata alla lenza era grande e grossa proprio come una delle sue, che aveva lasciate nel bagagliaio della macchina, quando si era messo gli stivaloni.
"Certo che i piedi, tuo marito li ha davvero come barche. Hai proprio ragione quando dici che lui in fiume non ci pu affogare. Basta che si metta a camminare e sta sull'acqua proprio come Ges ."
"Da chi avr preso. Io, i genitori li ho conosciuti. Erano persone normali, anzi coi piedi piccini piccini."
"Si pu prendere anche da qualche antenato, o da qualche parente."
"Parenti con quei piedi non ne ha. Li conosco tutti. Degli antenati non so nulla. Lui  contento, per, e dice che ci si trova bene. Si sente sicuro, ben piantato a terra." Renzi si era liberato della scarpa, che ora l'acqua trascinava via. Dopo un po' scomparve, inghiottita dal fondo. Poco pi in l, si erano aggiunti altri pescatori, e pareva che avessero pi fortuna. Maria se ne accorse.
"Il posto pi brutto l'avete scelto voi. Siamo arrivati per primi e siamo stati capaci di metterci proprio nel punto sbagliato. Vedi di spostarti, Luciano, o faremo la figura di quattro sciabigotti."
"Chetati, e accontentati di prendere il sole. Se strilli ancora, li scaccerai, i pesci."
"Ma scacciarli da dove? Dove siete voi, ci sono solo sassi, e voi due mi sembrate Don Chisciotte e Sancio Panza. Se non andate pi in l, pescherete l'altra scarpa, gemella a quella di prima."
"Ti piace sfotterci, eh? Ma ti ci vorrei vedere te, qui, a mollo nell'acqua."
"Sei te che dici di essere un gran pescatore, mica lo dico io. Allora fammi vedere due pesci."
"Lo senti, Jacopetti, le nostre donne vogliono vedere due pesci. Che si fa? Glieli facciamo vedere?" Maria cap il sottinteso e lo cap anche Esterina, che rise sotto i baffi.
"Ora dimmi, Esterina, se son discorsi da fare, e se non meriterebbero una risposta come si deve."
"Fanno tanto i gradassi, ma quel pesce l che ci vorrebbero far vedere,  da tanto tempo che se ne sta nascosto, e dorme chiss in quale tana, e son sicura che nemmeno ora si sveglierebbe."
"Hai sentito, Luciano, che ne pensiamo noi dei vostri pesci? Dormono, dice Esterina."
"Dormir quello di Jacopetti, ma il mio  bello vispo."
"Se  per quello, commissario, il mio lo sento guizzare, e devo badarci perch non mi scappi." Si era avvicinato, Jacopetti, per ascoltare meglio.
Gli rispose Esterina: "Lascialo scappare, son curiosa di vedere dove va."
"Non certo da te, brutta strega." Ma lo disse ridendo.
"Coi vostri pesci, non ci si frigge un bel nulla, Luciano. N in padella n dove m'intendo io. Quindi datevi da fare." Si era alzata in piedi, Maria. Qualcuno dalla strada aveva udito. Allora si ferm ad ascoltare. E con lui, a poco a poco, altre persone, e si form cos un capannello di gente. L'ultima frase detta da Maria riscosse un bell'applauso, che sorprese le due donne, che non s'erano accorte che c'era gente ad ascoltare. Ma non il commissario. Fu lui a commentare l'applauso.
"Le donne hanno la chiacchiera pi degli uomini, ma se stringi, non acchiappi nulla. Loro chiedono il pesce, ma quando glielo di, dicono che non hanno appetito. Soprattutto quelle sposate."
"Io dico, invece, che se il pesce  buono, non c' donna che non lo mangi." Era un vecchietto arzillo, che stava appoggiato con la schiena alla canna della sua bicicletta. Maria si era zittita. Invece, Esterina faceva fatica a tenere a freno la lingua. Era un po' pi magra di Maria, e il pepe ce lo aveva addosso.
"Che faccio, gli rispondo?" domand sottovoce all'amica.
"No. Lascia perdere. Non sta bene che noi donne si parli in pubblico a questo modo. Non me n'ero accorta, altrimenti mi chetavo."
"A me, invece, piace discorrere coi doppi sensi."
"Beh," disse Renzi "la pesca  finita. Buono o cattivo, il pesce di qui non  passato e il canestro  vuoto. Che ne pensi, Jacopetti, ci ritiriamo?"
"Non  la nostra giornata. And meglio l'ultima volta, si ricorda, commissario?"
"Tanto, lo avremmo regalato il pesce."
"Io no. Io non lo regalo mai. Me lo mangio. Esterina lo sa cucinare molto bene."
" sempre quel pesce di prima, che sa cucinare bene sua moglie?" Era il vecchietto arzillo, che era rimasto solo, ora.
"Cucina bene soprattutto quello, brav'uomo. Ci fa un sughino da leccarsi i baffi."
Esterina si dimen sulla sedia, tutta contenta di quel complimento.

Riposti gli stivaloni, i due cesti, le canne e altre piccole cose, chiusero la bauliera.
"E ora, pancia mia fatti capanna." A Jacopetti era venuto un appetito da lupi.
"Dove si va a mangiare?" chiese Maria.
"C' il Pescatore, proprio qui sul ponte."
Lasciarono l'auto pochi metri prima del locale. Nello scendere, ci manc poco che Maria fosse investita da una moto di grossa cilindrata, guidata da un giovane tutto bardato a regola d'arte: vestito di pelle nera, casco pluridisegnato, occhialoni scuri, stivali alla nazista. Nemmeno si ferm, anzi acceler, piegando la moto subito dopo, fin quasi a toccare l'asfalto, per curvare a destra. Rasent il muretto del ponte.
"Figlio d'un cane" grid Maria, agitando le braccia.
"Bastardo" fece Esterina, che le corse subito vicino per vedere se si era fatta male.
"C' mancato poco che mi mettesse sotto." Si erano avvicinati anche il commissario e Jacopetti.
"Non c' pi giudizio a questo mondo" disse Jacopetti.
"E se li rimproveri, pretendono anche di avere ragione. Si devono cambiare tante cose in questo Paese, senn chiss dove si va a finire." Qualcosa stava cambiando. La vecchia classe politica era stata spazzata via dai posti di comando, ma ancora intrigava e tornava a farsi pericolosa.
Il locale era pieno, ma s'era appena liberato un tavolo, proprio in un angolo. Li accompagn il cameriere. Si sedettero, ma il commissario continuava a brontolare:
"Ci vogliono pene pi severe. Solo cos si potr sperare in una societ migliore."
"Io ho fiducia, commissario, qualcosa cambier."
"Voi vi illudete" intervenne Maria. "Non cambier un bel nulla. Lasciate passare del tempo, e poi vedrete se anche questi non somigliano ai vecchi. Chi comanda, prima pensa agli affari suoi, e poi d le briciole a noi del popolo, che restiamo sempre degli imbecilli e degli illusi."
"Ben detto, Maria. Gli uomini hanno sempre nella testa gli ideali, come noi donne i sogni. Solo che i sogni non fanno male a nessuno, anzi; ma gli ideali scavano dentro e possono generare odio nelle coscienze." Una frase cos, Jacopetti non l'aveva mai sentita dire da sua moglie. L'ascolt a bocca aperta.
Il cameriere venne a prendere le ordinazioni. Renzi e Jacopetti chiesero del pesce, mentre le donne vollero due bistecche alla brace. Per primo, i maschi presero spaghetti alle vongole, e le femmine due tortellini in brodo.
"T' passato lo spavento, Maria?"
"Quel figlio d'un cane... M' passato s, ma certo che un cazzotto sulla testa glielo avrei dato volentieri. Quello, prima o poi mette sotto qualcuno, o si ammazza, che  meglio. Tanto che ci stanno a fare tipi cos."
"Se si pretende un po' d'ordine, ci chiamano fascisti."
Mangiarono come lupi. Le donne pi degli uomini.
"Se continua cos, lo sapete dove si va a finire? Peggio che in Africa, ma che dico? Molto, molto peggio."
"Parole sante, commissario."
Quando giunse il caff, il suo aroma attrasse l'attenzione di tutti e quattro.
"Lascia perdere la politica, Luciano," disse Maria "con quella ti ci sei sempre rovinato il fegato."
"Bisogna averci il fegato di un bue per sopportare la politica. Anche oggi." Era Jacopetti.
"Vedi, Jacopetti. Se noi si chiudesse gli occhi, e ci si tappasse la bocca, i politicanti farebbero il bello e il cattivo tempo. E non  mica vero che staremmo in santa pace, in questo modo. Nella societ, la politica  come il sangue nelle vene. Non se ne pu fare a meno. Ed  quando ci rode il fegato, che noi possiamo fare qualcosa di buono."
"Lei, commissario,  proprio convinto come me che questo sia un governo migliore dell'altro?"
"Non ci penso nemmeno. In politica, si deve sempre stare attenti alle fregature. Ti aspettano appena fuori dell'uscio di casa. Io lo spero, ecco, spero che sia migliore. Guai per, questa volta, a schierarsi da una parte o dall'altra per sempre. Sono finiti i tempi in cui il popolo era citrullo, e si affezionava alle ideologie, che avvelenano il sangue, e anche se veniva trascinato alla fame e alla umiliazione, continuava a credere che prima o poi sarebbero arrivati i tempi del riscatto. No, quello che  successo ci deve pure insegnare qualcosa, e ci insegna che noi non li dobbiamo sposare i governi, e si deve stare con gli occhi aperti, e pronti a condannarli, anche se li abbiamo votati, se non mantengono le promesse. Ai fatti si deve guardare, e non alle chiacchiere. Basta con le chiacchiere, Jacopetti."
Uscirono che avevano il sapore del caff sulle labbra, e la rabbia nel cuore. Si avviarono verso la macchina. Maria stette attenta che non transitasse un'altra di quelle moto infernali.
"Andiamo verso Vagli" disse il commissario. "Ho voglia di vedere il laghetto." Si trattava del laghetto artificiale che custodisce, sotto le sue acque, l'antico paese di Fabbriche di Careggine, con la bella chiesa di fine '600 intitolata a San Teodoro. Il laghetto  svuotato ogni dieci anni, in estate, e il paese riaffiora, mostrando la sua malinconica bellezza. Molti turisti salgono fin lass per abbandonarsi alla fantasia.
"Chiss se una volta si stava meglio di ora."
"Per noi donne, nemmeno a parlarne. Si faticava di pi , e voi uomini ci trattavate come schiave." Era Maria.
"Se  per questo, anche ora siamo considerate peggio delle serve." Era Esterina.
Alle ore sedici circa, stavano ammirando il lago, con le braccia appoggiate al parapetto. Il commissario si godeva proprio una bella giornata di serenit, e cos pure Jacopetti, e anche quelle disgraziate di mogli, che facevano una vita da bestie a sopportare i loro mariti.

Ma Alfredo Chiarelli, l'avvocato amico di Giulia Lazzarini, la povera donna suicidatasi, non ce l'aveva la serenit nel cuore. La domenica la stava trascorrendo in casa, chiuso nel suo studiolo. I figli erano usciti con gli amici, e lui si trovava solo con la sua disperazione. Aveva saputo dei tradimenti di Bianca. Non riusciva a mandarli gi . Nutriva del rancore anche verso i figli, che cercava in qualche modo di reprimere, ma non poteva dimenticare che erano i figli di una donna cos. Avrebbe voluto distruggerlo il ritratto che teneva sul piccolo scrittoio. La mente riandava al passato, nonostante si sforzasse di respingere i ricordi. Quante volte Bianca era uscita di casa e con una scusa era andata a Firenze, a visitare il fratello, cos diceva. Ma ora gli tornavano in mente anche quelle piccole assenze, fatte di poche ore, quando lui, chiamandola al telefono, non la trovava in casa. Erano tradimenti anche quelli? E sempre con lo stesso uomo, o Bianca era proprio una puttana? Chiss quante chiacchiere, quanti risolini, avevano fatto i colleghi alle sue spalle. Li sentiva, ora: "Che emerito cornuto. Guarda come se ne va a braccetto con quella troia. Magari, dopo, lei corre nel letto di qualcun altro." Aveva fatto bene Giulia a ucciderla, se era tutto vero ci che gli aveva raccontato il cognato. Si pentiva di questo terribile pensiero. Non era colpa di Bianca, se la sua natura era fatta cos. Era lui che aveva sbagliato a sposare una come lei. Gli torn in mente quella volta che in montagna era rimasta inchiodata alla parete, e avevano fatto quella brutta figura. Lui era ritornato in camera, stanco, pi morto che vivo. Lei, invece, si era cambiata e tutta frizzante, come se si fosse alzata dal letto in quel momento, gli aveva detto che usciva, aveva bisogno di distrarsi un po', dopo quell'avventura. Era ritornata all'ora di cena. Era stata fuori un sacco di tempo. Che cosa aveva fatto? Alfredo riempiva tutti i buchi neri della sua vita coniugale, e andava accumulando quella speciale rabbia, sorda e dolorosa, che insorge in chi solo troppo tardi scopre di essere stato ingannato.
Suon il campanello. Erano passate da poco le quattro. La mattina aveva telefonato al cognato, a Firenze, e gli aveva detto della morte di Giulia. Il cognato aveva promesso di venire a Lucca nel primo pomeriggio. Era lui.
"Raccontami tutto."
"Ho poco da aggiungere. Un inquilino, venerd mattina, ha sentito sul pianerottolo puzza di gas. Cos ha sfondato la porta e ha visto Giulia distesa sul letto, gi morta. Erano aperti i rubinetti del gas. Anche la polizia sostiene che si tratta di suicidio."
"E tu?"
"E io che cosa?"
"Lo pensi anche tu che si tratti di suicidio?"
"S."
"E perch lo avrebbe fatto?"
"Non lo so, ma un'idea ce l'avrei."
"Lo hai detto alla polizia."
"No."
"E perch?"
"Preferisco parlarne con te, prima."
"Allora dimmi che cosa ne pensi."
"Credo che Giulia avesse capito che io sapevo tutto sulla morte di Bianca, e anche sulla morte del suo amante."
"Le hai detto qualcosa che glielo lasciasse supporre?"
"Niente, che io ricordi. Soltanto questo. Che subito dopo che te ne andasti dal mio studio, le telefonai, e le proposi di cenare insieme a casa sua. Ho pensato cento volte a quella telefonata, e anche alle cose che ci siamo dette quella sera, e il giorno successivo."
"Sei stato carino con lei?"
"Suppongo di s. Abbiamo fatto all'amore quella sera."
"Ma le donne, lo sai, hanno sensibilit differenti dalle nostre. Giulia pu averlo capito dal tuo comportamento, perfino dal tono della tua voce. S, dev'essere cos. Hai ragione tu. Quando le hai telefonato, ed avevi ancora dentro di te la rabbia della sorpresa per ci che ti avevo detto, s, s, lei lo ha capito da quella telefonata che tu sapevi tutto."
"Ci ho pensato tante volte. Ma mi sembra una cosa cos assurda. Ammesso che il tono della mia voce fosse diverso dal solito, non poteva essere per qualche altra mia preoccupazione? Giulia lo sapeva che a volte mi agito troppo sul lavoro. Perch deve aver pensato, invece, che io sapevo che era stata lei ad avvelenare Bianca?"
"Le donne sono pi scaltre di noi."
"E allora mi spieghi perch mi faceva la corte, se aveva ucciso, come sostieni tu, mia moglie, e quindi c'era una possibilit che io lo scoprissi, in qualche modo?"
"Ma proprio perch tu eri il marito di Bianca, che le aveva soffiato l'amante. Allora, dopo aver ucciso Bianca e il suo ex amante, forse voleva fare qualcosa anche a te. Vendicarsi anche con te."
"Ma voleva sposarmi!"
"E con questo? Eppoi non vi eravate ancora sposati. Comunque, se aveva in mente di uccidere anche te, lo avrebbe potuto fare benissimo anche da sposata! Non  la prima volta che accadono queste cose."
"Tu esageri."
"Ce l'hai un alibi per venerd mattina, quando l'hanno trovata morta?"
"Mica sono stato io!"
"Questo lo sostieni tu, ma non la polizia. Ci vuole un alibi per farglielo credere alla polizia."
"E perch dovrebbero sospettare di me?"
"O questa  bella. Perch eri il suo amante, e quando muore una donna, la polizia guarda soprattutto queste cose. Se muore una donna, c' sempre di mezzo una tresca amorosa. Cos pensa la polizia, e non ha tutti i torti. Giulia potrebbe averci avuto un altro amante, e cos tu, preso dalla gelosia..."
"Tu pensi che possa essere stato io!"
"Ma che dici. Io ti chiedo solo se hai un alibi per quella mattina."
"Non so nemmeno a che ora  morta. Io, comunque, fino alle nove sono stato qui, a casa mia."
"C'erano Anna e Francesco con te?"
"No, ero solo."
"Questo  un piccolo guaio."
"Sarebbe un piccolo guaio se l'avessi uccisa io. Ma io non l'ho uccisa!"
"A che ora sei andato in ufficio?"
"Alle nove e mezza ero l. Possono testimoniare le due segretarie."
"Bene. Inoltre fai attenzione a quel che ti dico. Di ci che ti ho raccontato sulla morte di Bianca, non svelare ancora niente alla polizia, mi raccomando."
"Perch?"
"Morta Giulia, potrebbe anche restare un segreto tra noi. Il caso sarebbe chiuso, e mia sorella in qualche modo avrebbe avuto giustizia. Eppoi,  troppo pericoloso parlarne alla polizia."
"Perch?"
"Come perch. Sei o non sei un avvocato, perdio! Se gli racconti quella storia, sarai il primo ad essere sospettato. Penseranno che hai ucciso Giulia per vendicare Bianca. Non lo capisci? Sarebbe il movente che cercano."
"Se  per questo ce ne sarebbe anche un altro di movente."
"E quale sarebbe?"
"Che io a Giulia ho prestato dei soldi."
"Quanti?"
"Quasi tutti quelli che avevo."
"Bravo scemo. Non si prestano i soldi a una donna. Non te li restituir mai."
"Me li avrebbe resi alla fine dell'anno."
"E tu ci sei cascato."
"Anche Anna e Francesco sono stati d'accordo."
"Ma sono ancora dei ragazzi! Che ne sanno loro delle malizie del mondo."
"Ma non si pu pensare che l'abbia uccisa per riavere i miei soldi!"
"Lo hai gi detto alla polizia?"
"Dei soldi che le avevo prestato? S."
"Allora ti hanno gi messo in testa alla lista dei sospettati."
"Ma uccidendo Giulia, come avrei potuti riavere i miei soldi.  assurdo che pensino ad una cosa del genere."
"Tu l'hai uccisa nel corso di una lite per riavere quei soldi. Potrebbe essere andata cos. Ti sei pentito di averglieli prestati, e li hai richiesti indietro. Lei non te li voleva restituire, e cos  scoppiata la lite. Secondo me, tu sei gi il sospettato numero uno. Preparati ad un duro confronto con la polizia."
"Mi ci voleva anche questa. Prima, le presto i soldi, e guarda che l'ho fatto con dispiacere, tu mi conosci, ed ora devo subire questa mortificazione."
"Ma se non l'hai uccisa, puoi stare tranquillo."
"Ma tu che cosa credi, che l'abbia uccisa io?"
"Non pensarlo nemmeno. La sola cosa che non devi fare, ricordalo,  di raccontare alla polizia la verit sulla morte di Bianca, almeno per ora. Quella storia ti incastrerebbe, visto che, a quanto pare, non hai un alibi di ferro."
"Per incastrerebbe anche te."
"Che vuoi dire?"
"Che se io ero il marito di Bianca, tu eri pur sempre il fratello, e potresti essere stato tu a vendicare Bianca."
"Lo dici per scherzare?"
"Diamine che scherzo. Per, hai ragione, quella storia sulla morte di Bianca e del suo amante,  meglio tenerla nascosta finch si pu. Sarebbe un vero guaio soprattutto per noi due, se si venisse a sapere."
Erano passate le sei quando Ludovico si conged da Alfredo. Anna e Francesco non erano ancora rientrati.
"Non dire loro che sono venuto a trovarti. Dobbiamo fare di tutto perch non scoprano mai che razza di donna era la loro mamma."
"Ti chiamer se avr bisogno di te, o se ci saranno novit."
"Resta tranquillo, e non perdere la testa."
"Stai sereno anche tu."

"Ma dove sei, Jacopetti?"
"Sono qua, commissario. Vengo." Era in corridoio a prendere il caff. "Ne vuole anche lei?"
"Lascia perdere, che stamani  una giornataccia. Lo sai che abbiamo molte cose da fare." Comparve sulla porta, Jacopetti, con il bicchierino del caff in mano.
"Mi ci voleva proprio, commissario. Stamani sarei rimasto a letto fino a mezzogiorno."
"A te, le gite ti rincoglioniscono."
"Certo che ieri siamo stati proprio bene. Ci torniamo, domenica?"
"Di qui a domenica potremmo essere anche morti."
"Uhmm, ma lei ci ha avuto la civetta sul tetto, stanotte."
"Se proprio non vedo nero, posso arrivare a vedere verde, per la bile che ho."
"E perch mai?"
"Perch oggi ci sono i funerali di quella poveretta e noi non siamo ancora sicuri se  un suicidio o  stata ammazzata. C'ho dentro un tarlo che non mi d requie. Tutto combina per il suicidio, e forse lo , ma io non mi sento la coscienza a posto."
"Abbiamo fatto tutto il possibile. Mica siamo stati con le mani in mano."
"Stamani torniamo a interrogare l'avvocato. Ecco perch voglio che ti sbrighi."
"Per me sono gi pronto. Lei sospetta dell'avvocato?"
"Ci sono troppe cose che si rivolgono contro di lui."
"Mi sembra una cos brava persona. Anzi, un po' grulletto, forse, se  vero che questa Giulia lo tradiva con quel Mauro Gavazzi."
"E sta proprio qui uno dei punti a suo sfavore. Lui ha scoperto la tresca, ha litigato con l'amante e l'ha uccisa."
"La Scientifica dice per che non ci sono segni di violenza sul corpo."
"Ma oggi si pu uccidere in tanti modi."
"Ma la Scientifica dovrebbe saperli scoprire."
"Lo sai che non  cos. E noi li abbiamo visti gi dei casi che non ci hanno convinto, eppure ci siamo dovuti rassegnare. Sono passati come incidenti, e invece erano veri e propri omicidi. Ricordati quello che ti ripeto da anni.  facile pi di quanto si creda ammazzare la gente. E oggi pi di ieri, perch anche la scienza li aiuta, i criminali."
"Allora, fra qualche tempo, noi non serviremo pi . E forse ci manderanno anche in pensione. Ma io non me lo posso immaginare il mondo senza un commissario come lei."
"Jacopetti, non ricominciare a sfottermi."
"Ma io dico la verit. Vuole mettere il piacere di fare un'indagine, e scoprire, con il solo impiego della ragione, gli errori dell'assassino? Se ho capito bene, fra qualche anno, invece, l'assassino non ne commetter pi di errori, perch la scienza gli avr fornito gli strumenti della sua infallibilit. Non  cos?"
"Pi o meno."
" un bel guaio."
"E se l'uomo diventer sempre pi violento, allora s che ne vedremo delle belle! La legge sar un mucchio di parole senza senso, Jacopetti. I criminali rideranno in faccia a quelli come noi, e domineranno dappertutto."
"Porco boia! Me lo lasci proprio dire, commissario. Guardi che lei, stamani, mi guasta il sangue. Se continua cos, mi vado a prendere un altro caff."
"E io lo spiffero a Esterina, che quando sei al lavoro, non ti controlli."
"Per carit. La lasci in pace, quella mignatta, altrimenti  capace di venire a spiarmi."
"Allora, se sei pronto, si va dall'avvocato."
"Vuol scoprire se sapeva che Giulia aveva un amante?"
"Anche."
"E cos'altro ancora?"
"Ricordati che quell'uomo ha prestato dei soldi alla vittima."
"E con questo? Mica li poteva riavere uccidendola."
"Ma pu essere stato il motivo della lite che ha causato la morte, sebbene non siano state trovate tracce di violenza."
"A me, questa storia che si possa uccidere una persona senza lasciare tracce di violenza, non va proprio gi ."
"Ma cosa capisci mai, Jacopetti! Lucciole per lanterne. Si tratta di una violenza che non si vede, e la fa in barba alla Scientifica."
"Sar..."
"Non ci pensare pi , e andiamo."
Uscirono a piedi, e si diressero dentro le Mura. Traversarono piazza Grande, entrarono nel Fillungo, e giunti all'altezza della Torre delle Ore, svoltarono a destra, sbucando nella piazzetta dell'Arancio, dove aveva lo studio l'avvocato Alfredo Chiarelli.
Erano le dieci e trenta circa, di quel luned in cui erano fissati, nel pomeriggio alle quattro, i funerali di Giulia Lazzarini.
"Beh, anche se la seppelliscono oggi, io non ho nessuna intenzione di chiudere il caso. Non sei d'accordo, Jacopetti?"
" lei il commissario, e se ancora non si sente tranquillo,  giusto che faccia cos."
Davanti al portone, Renzi, senza accorgersene, si aggiust la giacca e si arricciol i grossi baffi. Jacopetti si lisci i capelli. Si capiva che entrambi attribuivano molta importanza a quel nuovo interrogatorio.
Dentro, videro le due segretarie al lavoro, una batteva a macchina, l'altra stava consultando delle cartelle d'archivio. Non c'era nessuno in saletta d'attesa, e pensarono cos di essere stati fortunati. Si fecero annunciare, e subito l'avvocato si affacci sulla porta.
"Accomodatevi." Mentre li faceva entrare, continuava a parlare. "Oggi ho disdetto tutti gli appuntamenti. Sono qua solo per sbrigare alcune scadenze improrogabili. Nel pomeriggio ci sono i funerali di Giulia..."
"Capisco" rispose il commissario, che si sedette davanti alla scrivania, e cos fece Jacopetti.
"In cosa posso esservi utile."
"Da quanto tempo conosceva la signora Giulia Lazzarini?"
"Era una commercialista molto nota."
"Intendo sentimentalmente."
"Subito dopo la morte di mia moglie. Mi era sempre piaciuta Giulia, e cos dopo qualche tempo, sentendomi solo, lei mi capisce, l'ho avvicinata, e siamo diventati buoni amici. Anch'io le piacevo, e prima o poi ci saremmo sposati."
"Non era fidanzata, la signora Lazzarini?"
"Ma che dice mai! Era stata sposata, questo s, ed era vedova da alcuni anni."
"Era una bella donna. Le ha mai chiesto se nella sua vita aveva avuto altri uomini, dopo la morte del marito?"
"Certo che gliel'ho chiesto.  la prima cosa che chiediamo noi uomini a una donna che ci piace." Sorrideva un po'.
"Gi" fece Renzi. "E che gli rispose?"
"Che non c'erano stati uomini importanti nella sua vita."
"Lei le ha creduto?"
"E perch non dovevo. Giulia, del resto, era una donna di quarant'anni, e aveva tutto il diritto di condurre la vita come le pareva."
"Anche quando si  messa con lei, avvocato, le concedeva tutta questa libert?"
"Perch mi fa questa domanda?"
"Mi risponda, la prego." Jacopetti, nel prendere appunti, rideva sotto i baffi.
"Penso che Giulia avesse il massimo rispetto del nostro rapporto sentimentale."
"Che cosa glielo fa credere?"
"Si avvertono queste cose. Si sentono sulla pelle."
"E se la signora Lazzarini avesse avuto un amante?"
"Quando, prima di conoscermi?"
"No, ora."
"Impossibile. Sarei venuto a saperlo."
"Come fa ad esserne cos sicuro?"
"Giulia non era donna da tenere un segreto. Rispondeva sempre delle sue azioni."
"Ne aveva una grande stima, vedo."
"Non avevo nessun motivo per dubitare di lei."
"Conosce gli ingegneri Stefano Brandoni e Mauro Gavazzi?"
"Li ho incontrati qualche volta, per ragioni di lavoro. Sono degli eccellenti professionisti. Giulia si sarebbe trovata molto bene con loro nella nuova societ."
"Secondo lei, potevano avere un motivo per ucciderla?"
"Perch, lei pensa che Giulia sia stata uccisa?"
"E lei  cos sicuro che la signora Lazzarini si sia suicidata?"
"Mi ci arrovello ogni giorno, commissario, e mi domando come abbia potuto darmi questo dispiacere. Non c'era motivo perch lo facesse. Tutto le andava a gonfie vele, e sembrava essere nata fortunata. Era bella, intelligente, aveva successo. Che cosa si pu volere di pi dalla vita?"
"Il denaro, per esempio. Ne parlava mai con lei?"
"Ma Giulia stava bene. Non le mancava nulla."
"Ma avrebbe potuto desiderare di avere pi soldi. L'avidit di denaro complica spesso la vita delle persone che si ritengono fortunate."
"Allora lei pensa davvero che potrebbe essere stata uccisa. Forse sospetta di uno dei due soci?"
"Lei crede che avrebbero potuto ucciderla?"
"Io non credo un bel niente, commissario.  lei che lo insinua. A me risultano brave persone."
"Che rapporti c'erano tra la signora Giulia e i due soci?"
"Ne abbiamo parlato poco, Giulia ed io. La cosa  stata cos improvvisa. Una sera Giulia, circa dieci, quindici giorni fa,  venuta a casa mia, c'erano anche i miei figli, e mi ha parlato di questo grosso affare. Io, gliel'ho gi detto, gli ingegneri Brandoni e Gavazzi li conosco solo per ragioni di lavoro, e so che sono brave persone."
"E come mai hanno proposto proprio a Giulia di entrare nell'affare? In queste faccende, in cui c' da guadagnare molto denaro, sono sempre gli uomini ad avere l'esclusiva e a ficcarcisi dentro, non  d'accordo?"
"Giulia era una brava professionista, e avrebbe saputo sbrigare meglio di un uomo le incombenze amministrative di una grossa impresa. Ci vuole molta abilit, e Giulia possedeva tutte le qualit necessarie, e si sapeva."
"Lei, lo escluderebbe un rapporto sentimentale con qualcuno dei soci? Perch, vede, io resto ugualmente sorpreso che abbiano proposto ad una donna di entrare in quest'affare. Non sono poi cos generosi, gli uomini."
"Se avesse conosciuto Giulia..."
"Su una bella donna come la signora Giulia, gli uomini ci fanno sempre un pensierino, se ne hanno l'occasione."
"Giulia sapeva tenerli a bada."
"Come lo sa?"
"Era una donna di carattere."
"Non si comanda ai sentimenti. E se anche la signora Giulia si fosse invaghita di uno dei due?"
"Me ne sarei accorto."
"Ne  proprio sicuro?"
"Che cosa vuole insinuare. Che Giulia aveva un amante? Non  possibile, me ne sarei accorto, le dico. Non sono un cretino."
"Ci saranno anche i suoi figli al funerale?"
"Certamente."
"Erano affezionati alla signora Giulia?"
"Anna soprattutto, ma anche Francesco. Il ragazzo sembra il pi colpito dalla disgrazia."
"Che cosa le dice?"
"Ce l'ha col mondo. Sostiene che non  possibile continuare a vivere in questa maniera, e trova paradossale che uno si debba uccidere. Che cosa c', dice, di cos malvagio dentro la societ, perch una donna come Giulia sia costretta ad uccidersi?"
"E lei che gli risponde?"
"Cosa vuole che gli risponda. Sto zitto, perch sento che ha ragione."
Se ne uscirono verso mezzogiorno. Tornarono in ufficio. Lungo la strada incontravano gente. Era un movimento pi intenso del solito.
"Hai visto, sono arrivati i turisti, Jacopetti. A Lucca ci vengono come mosche da qualche tempo."
"Non se lo meriterebbero i nostri Amministratori."
"Ci vengono, Jacopetti, anche a dispetto dell'inefficienza dei nostri politicanti."
"Il merito, per,  degli antichi, che l'hanno fatta cos bella."
"Una volta ci stavano attenti di pi al bello. Ora, non sanno nemmeno pi che cos'. Anzi, il bello fanno di tutto per distruggerlo."
"Allora, commissario, che idea si  fatta dell'avvocato Chiarelli. Lo sapeva, secondo lei, che la signora Giulia aveva un amante?"
" un avvocato abile, non  un grullo, come dici tu. Quello potrebbe metterci nel sacco tutt'e due insieme, Jacopetti. Beverci come un uovo."
"Allora, lei pensa che lo sapesse..."
"Non  un fesso, ti dico, e ha saputo rispondere molto bene."

Francesco s'era messo a urlare contro la sorella, perch non ci voleva andare al funerale.
"Ma che cosa penser la gente?"
"Che vuoi che me ne importi della gente.  falsa, la gente. A nessuno importa della morte di Giulia, salvo che a noi."
" appunto per questo che devi venire. Siamo i soli a cui Giulia si sentiva legata. Se tu credi nei sentimenti, dovresti capire che sarebbe contenta di vederti al suo funerale."
"Giulia non vede n te n me. Quando si  morti, abbiamo chiuso con questa vita. Chiss dov' ora Giulia, se davvero esiste un altro mondo." Francesco viveva quel periodo della vita, in cui si nutrono anche delle grandi illusioni, e si costruiscono progetti che riescono a infondere una grande felicit, e dnno ragione della propria esistenza, e ci colmano di volont e di superbo coraggio. Ma  l'et in cui si  pi vulnerabili, pur in mezzo a tanta esultanza e spavalderia. Il padre Alfredo, durante le conversazioni che tenevano a tavola, cercava di insegnare ai figli che non dovevano credere tutto il bene possibile della vita, e che, se era un dono essere nati, era un duro viaggio l'avventura del vivere, che li avrebbe portati non davanti al castello fatato, dove stava ad attenderli il principe o la principessa dei loro sogni, bens davanti alla nera e squallida morte. Il dono che ci era stato offerto, noi lo si doveva restituire, eccola la verit, proprio con la nostra morte, che non  mai bella per nessuno, neanche per chi soffre, e neanche per chi crede nell'aldil. Ma per Francesco, una cosa era udire le parole del padre, una cosa era stata la morte della madre, che sembrava confermare quel triste pedaggio, un'altra cosa era invece la morte di Giulia, che aveva una violenza evidente dentro di s. E quella violenza si era trasferita in lui, sbattendo la porta ai sogni della sua et. Anna si era accorta del mutamento. Era diventato musone, irascibile, intollerante. Sembrava sentirsi a disagio tra le quattro pareti domestiche; anche quando si sedeva accanto a loro, pareva non sopportarli pi . Parlava poco, rispondeva malvolentieri. Da quel venerd non sembravano passati soltanto tre giorni, ma tre lunghi anni, tanto appariva forte il cambiamento avvenuto nel ragazzo.
"Sta crescendo" aveva risposto Alfredo alla figlia. "E questa disgrazia ha accelerato i passaggi della sua et."
"Non mi piace pi Francesco. Ho paura che accada qualcosa. Mi risponde male, quasi con cattiveria."
Infine, Anna aveva chiuso la lite col fratello.
"Se non vuoi venire al funerale, peggio per te. Pensala un po' come ti pare, ma non devi dirci che a Giulia le volevi bene. Perch io non ti credo pi ."
"Non mi interessa niente di quello che credi. Io a Giulia ero legato pi di te. E ora lasciami in pace."
Alfredo non si era messo in mezzo. Udiva tutto dalla camera. Il suo cervello mulinava per capire le ragioni del figlio.
Dette una sbirciata alla foto di Bianca: "Ha preso da te anche lui, sarai contenta."
Fattosi il nodo alla cravatta, infilata la giacca, si present in salotto:
"Allora, siamo pronti?  tempo di andare."
"Francesco non vuol venire con noi. Non viene al funerale, babbo."
"Se  cos che desidera, sia fatta la sua volont. Andremo noi due."
"Ma che cosa dir la gente?"
"Vuoi trascinarcelo tu, al funerale? Vuoi trascinarcelo con la forza?"
"Ma non gli dici niente?"
" grande. Sa quello che fa. Andiamo. Non perdiamo tempo."
Il commissario Renzi e Jacopetti si trovavano gi in chiesa, quando fu introdotta la bara di Giulia.
"Non c' il ragazzo" osserv subito Jacopetti, sussurrando le parole all'orecchio di Renzi.
"L'ho visto da me, Jacopetti, mi credi cieco?" Jacopetti si chet. Stavano in piedi in fondo alla chiesa, appoggiati al muro. Alfredo ed Anna andarono a sedersi sulla prima panca, a destra della bara. Era venuta molta gente. Parecchi li conosceva, il commissario, perch erano noti imprenditori della citt. Altri erano arrivati dalla provincia. Passarono anche gli ingegneri Stefano Brandoni e Mauro Gavazzi, che si accomodarono proprio dietro ad Alfredo e Anna.
"Quella poveretta ha finito di soffrire" bisbigli Jacopetti.
"E chi te lo dice che soffriva?"
"A questo mondo si soffre sempre. Me ne trovi uno che sia contento della vita. Eppoi, mi son fatto l'idea che non fosse felice."
"Ah, tu le idee te le fai cos, senza una ragione."
"Sa, io sono all'antica. Se una donna inganna un uomo, al quale ha fatto credere di voler bene, e va a letto con un altro, e forse chiss con quanti, c' qualcosa che non va. Perch solo se i sentimenti sono sani, limpidi, si pu essere felici. Non  d'accordo con me, commissario?"
"No, nel modo pi assoluto. E ora chetati, che il tuo brontolo d fastidio alla gente." Infatti, alcuni delle ultime file si erano girati verso di loro, a lasciare intendere un rimprovero. Furono cantati i salmi, e benedetta la bara. Quattro portantini vestiti di nero la caricarono infine sulle spalle e si avviarono verso l'uscita. Dietro di loro, su due file, s'incammin la folla. Deposta la bara nel carro funebre, si form il corteo di auto, che si diresse verso il cimitero di Sant'Anna. Qualche passante di una certa et, scorgendo il carro, si toglieva il cappello in segno di rispetto.

Mercoled mattina, Alfredo ricevette una telefonata dalla banca. Era il direttore. Desiderava parlare con lui.
"Devo venire subito?"
"Quando crede lei. Con comodo, anche domani."
"Vedr se posso passare in mattinata. Altrimenti, sar senz'altro da lei domani."
Quella telefonata gli guast il sangue. Pensava che se il direttore gli aveva telefonato, ci doveva essere una ragione, e quando telefona il direttore di una banca, le ragioni sono sempre dalla sua parte, e mai da quella del cliente. Dunque, gli entr un tarlo nella mente, e cominci a rodere. Alle dieci e mezzo aveva un appuntamento in tribunale per due cause che andavano avanti da chiss quanti anni. Non gli avrebbero portato via molto tempo, perch era d'accordo coi suoi colleghi, difensori della parte avversa, di prorogarle in attesa di alcune certificazioni e di alcune perizie che non erano ancora arrivate. In tribunale, come al solito, c'era ressa di gente, tra avvocati, che si riconoscevano per l'immancabile borsa che portavano a mano, e i loro clienti, che si muovevano smarriti nei corridoi, in attesa di essere convocati dai giudici. Era proprio una pena, ed anche un'umiliazione, assistere all'amministrazione della giustizia fatta in quel modo squallido e primitivo. Gli avvocati, incrociandosi nelle stanze delle segreterie, si salutavano sempre con larghi sorrisi, abituati a quel sordido tran tran, che mortificava anche il loro valore.
Poco dopo mezzogiorno, Alfredo si trov libero da quei primi impegni ed uscendo dal tribunale si avvi verso la banca. Per istinto, associ quella telefonata alla morte di Giulia, e rimprover il destino di avere messo sulla sua strada quella donna. Non era bastato infierire su di lui con la moglie Bianca? Si sent vittima di una congiura che era tramata dalla stessa Provvidenza, e lungo la via non vedeva altro che nemici che ridevano di lui, invece che innocui ed ignari passanti. La mente andava per conto suo, ora, e si incupiva la ragione.
Quando giunse, il direttore era occupato. Attese. Davanti a lui passavano impiegati e clienti che entravano ed uscivano da altre stanze. Non alzava la testa, e vedeva soltanto i loro piedi. Si distraeva ad osservare i vari modelli di calzatura che andavano di moda. Lui, invece, era rimasto all'antica e portava da anni sempre lo stesso tipo di scarpa, dal disegno semplice, senza fronzoli.
Aprendo la porta, il direttore lo vide, lo salut, e dopo essersi congedato dall'altro cliente, lo invit ad entrare.
" stata propria una brutta disgrazia. Ma come pu essere accaduto? Una donna cos piena di vita..."
"Non so ancora capacitarmene, direttore."
"Soffriva di qualche cosa?" Pensava forse ad un male incurabile, il direttore.
"Assolutamente no. Me ne avrebbe parlato, altrimenti."
"Chiss perch, allora."
"C' qualcosa che non va, direttore?"
"Lei ricorder che abbiamo acceso un prestito a nome della signora Giulia Lazzarini."
"Credo che non sia pi necessario. N io n i miei figli abbiamo intenzione di sostituirci alla signora Giulia in questo affare. Non ne avremmo nemmeno le capacit, mi creda."
"Non si tratta di questo" disse il direttore.
"Di che si tratta, allora?"
"Ma lei davvero non immagina? Ma lei non sa niente?"
"Che cosa dovrei sapere?" Il direttore si accorse che Alfredo davvero cascava dalle nuvole. Fece una pausa e lo guard in viso.
"La signora Lazzarini, i soldi li ha gi ritirati dalla banca." E aggiunse:
"Li ha ritirati tutti, salvo pochi spiccioli."
Ad Alfredo si oscurarono la vista e la ragione.
"Non  possibile. Me ne avrebbe parlato..."
Il direttore fece un'altra pausa, molto pi lunga questa volta.
"Evidentemente ha ritenuto di non doverle dire niente."
"E ora?" Eccolo, il tarlo che si era messo a rodere sin da quando aveva ricevuto quella telefonata.
"Il conto  scoperto di circa 195 milioni. Praticamente, il fido che abbiamo messo a disposizione della signora Lazzarini. Lei comprende che il problema della banca, ora,  di sapere chi ci restituir questi soldi. Lei ricorder di essersi prestato come garante della povera signora..." Povera? Povero era lui, che non sapeva dove andarli a trovare quei soldi.
"Prima di chiederli a me, agirete sui beni della defunta, suppongo."
"Non  cos. Lei capir che la banca non  una sorta di ufficio di vendite giudiziarie. Ecco perch chiediamo, per certe operazioni, firme di garanzia subito solvibili, come appunto la sua. Eppoi, lei sa meglio di me che la signora Lazzarini non possedeva alcuna propriet immobiliare, su cui poter agire."
"Come, non possedeva alcuna propriet immobiliare! E la casa dove abitava?"
"Ma davvero non lo sa?"
"Ma sapere che cosa!" Si rendeva conto che non sapeva niente di niente, e chiunque lo avrebbe potuto mettere nel sacco. Anche un bambino. Il direttore si accorse della sorpresa.
"Non era sua, la casa. Non lo era mai stata, credevo che lo sapesse. Appartiene ad una vecchia zia che vive a Bologna, ricoverata in una casa di riposo. La signora Lazzarini non possedeva niente, salvo che del denaro contante: quei trecento milioni, e i duecento versati da lei, oltre ai duecento prestati, su sua firma di garanzia, dalla banca. E tutto questo denaro, ossia settecento milioni, come le ho gi detto,  stato prelevato."
"Quando sarebbe stato prelevato?"
"Gioved pomeriggio, poco prima della chiusura degli sportelli. Forse intorno alle tre e un quarto, tre e mezzo."
"Tutti i settecento milioni?"
"Tutti, pressappoco."
"Ma com' possibile che una si porti dietro settecento milioni in contanti?"
"Veramente non li ha portati via tutti in contanti, ma su questo punto mi permetta di tacere. Sa, per via del segreto bancario. Ad ogni modo, ecco l'assegno di settecento milioni con il quale  stato effettuato il prelevamento." Apr uno dei cassetti della scrivania, ed estrasse l'assegno, che mostr all'avvocato.
"Come vede  stato incassato dalla signora Lazzarini." Volt l'assegno e indic col dito la firma di Giulia.
"Riconosce la sua firma?"
"S,  proprio quella di Giulia. E ora, che dovrei fare io?" Ritorn alla domanda di prima.
"Noi, li dobbiamo chiedere a lei i 195 milioni prestati."
"Ma io non li ho!" Si vergognava. Forse il direttore lo reputava pi ricco. Invece, sembr preparato a ricevere quella risposta. Infatti:
"Ma non li vogliamo mica subito. Soltanto una parte, quello che pu. Stia tranquillo, non le caviamo il sangue. Lei  una persona che gode della nostra piena fiducia. Altrimenti, non le avremmo richiesto quella firma di garanzia."
"Quella firma mi mette sul lastrico."
"Non dica cos. C' rimedio a tutto, fuorch alla morte. Si lasci guidare da me.  andata peggio alla signora Lazzarini, non le pare?"
"No, va peggio a me. Dove li trovo quei soldi?"
"Intanto, ha con noi dei risparmi, non  cos? A quanto ammontano?" Era una domanda retorica, perch il direttore conosceva bene l'ammontare del suo deposito. "Immagino che abbia dei risparmi anche presso la concorrenza."
"No, solo da voi. Lei mi fa troppo ricco, direttore. Io possiedo soltanto gli ultimi quaranta milioni investiti nei fondi, lei lo sa meglio di me."
"Allora, ascolti ci che le suggerisco, per venirle incontro." Venirgli incontro! Che ipocrisia! Non lo capiva che lui aveva gi perso duecento milioni dei suoi, ed ora doveva tirarne fuori altrettanti?, e tutto questo in cambio di niente! Lasciarlo in pace, ecco che cosa dovevano fare, e rispettare la sua disgrazia.
"Mi dica" farfugli, invece.
"Lei, non dico subito, domani magari, d disposizione a noi di vendere la quota che ha investito nei fondi. E cos il debito si riduce a 155 milioni circa, perch bisogner tenere conto degli interessi che sono gi maturati a partire da gioved, il giorno del prelevamento, e di quelli che matureranno fino alla completa estinzione del suo debito." Ecco, ora il debito non era pi di Giulia, ma con quelle semplici parole del direttore, si era trasferito su di lui. Covava una rabbia tale, Alfredo, che avrebbe potuto incenerire l'intera citt.
"E come glieli restituisco questi 155 milioni? Io non vedo come. Non sono mica bazzecole." Sapeva che avrebbe potuto disporre anche dei risparmi dei figli, circa cinquanta milioni, ma quelli non voleva proprio toccarli. Quando avrebbe potuto metterli di nuovo da parte?
"Mi ascolti, e abbia fiducia in noi." S, fiducia! Ecco un'altra bella parola, in bocca a uno che ti sta succhiando il sangue, e che avrebbe potuto metterlo in guardia prima, su queste cose. Perch non glielo aveva fatto capire al momento della firma della fidejussione, che Giulia non possedeva un bel niente, e che la casa che lui credeva di Giulia, era invece della zia? Come poteva lui sospettarlo, se Giulia gli aveva sempre lasciato intendere che era sua? Un privato non ci pensa a certe cose, al contrario delle banche, che sono abituate al sospetto e alla diffidenza.
"Che dovrei fare?" Si abbandonava, ora.
"Mi ascolti. Noi iscriviamo ipoteca consensuale sulla sua casa..."
"No!" Era la casa dei suoi avi. Mai nei secoli l'aveva sfiorata l'ombra di un'ipoteca. "Questo non pu farlo!"
"Non si pu evitare, visto l'ammontare del debito."
"Non mi faccia questo affronto, direttore, la prego." Era all'antica, e considerava l'ipoteca sulla propriet un oltraggio.
"Non la prenda in questo modo. Oggi, l'ipoteca  diventata una cosa di tutti i giorni. Eppoi, si sapr presto che non  un debito suo, ma della signora Lazzarini, e che lei vi fa fronte da galantuomo."
"Da imbecille, vorr dire."
"Non la prenda cos. Si faccia animo."
"E una volta iscritta l'ipoteca?"
"Noi le concediamo due anni per restituire il debito, con versamenti mensili."
"Di quanto?" Il direttore avvicin a s una piccola calcolatrice, e si mise a battere delle cifre.
"Dunque, vediamo. Ora io, s'intende, le dir una cifra approssimativa. Saranno fatti i conti esatti dai nostri uffici, e lei avr tanto di conferma scritta, cos che non possa avere dubbi sulle nostre intenzioni di aiutarla. Dunque, vediamo. Circa sette milioni, sette milioni e mezzo. Al mese, naturalmente."
"Ma  una cifra impossibile! Come faccio a pagarla? Al mese, guadagno s e no proprio quella somma, e ci devo mantenere la famiglia. Lei non lo sa che ho due figli, e che studiano?"
"E in tre anni, invece, ce la farebbe? Devo chiedere l'autorizzazione, per. Anche se, trattandosi di lei, confido che me la concederanno. Ad ogni modo le prometto il mio massimo interessamento. Ce la farebbe in tre anni?"
"Quanto verrebbe la rata mensile." Il direttore ritorn a battere sulla calcolatrice.
"Circa cinque milioni."
"Ma sono ancora troppi!"
"Mi creda, non posso proprio fare di pi ." Si lasciarono che Alfredo aveva la tempesta nel cervello. Cinque milioni al mese buttati al vento, per una sciocchezza che aveva compiuto, quella di fidarsi di Giulia. Come faceva a tirare avanti con soli tre milioni al mese? Sarebbe cambiata tutta la sua vita.
A casa rivel ai figli ci che stava accadendo.
"Vendi i nostri Bot."
"Non lo far mai."
"Sono nostri o no? Allora noi vogliamo che li vendi(47). Quando saremo pi grandi, ci penseremo da noi a mettere da parte qualche risparmio. Tu non devi preoccuparti. Ce ne sono tanti al mondo, di figli che non hanno nessun risparmio in banca, ed affrontano la vita con le proprie sole forze." Era vero anche questo. Ma Alfredo si sentiva uno sconfitto, un perdente per il resto della sua vita, se avesse rinunciato a conservare quei risparmi, che racchiudevano tanti sogni per i suoi figli, sogni suoi e di Bianca.
"Ci darai un dolore, babbo, se rifiuterai il nostro aiuto." Era Anna, che non li voleva tenere quei soldi e, come Francesco, sentiva che si era arrivati ad un punto della vita in cui si doveva ripartire da zero, non solo nelle cose materiali. Cos, Alfredo accett.
"Domani torner in banca, e avvertir il direttore. Mi far un nuovo conteggio e speriamo di potercela fare, questa volta."
Dopo cena, pens di telefonare a Ludovico, il fratello di Bianca, che viveva a Firenze.
" un imbroglio, Alfredo. Aspetta, prima di impegnarti con la banca. Voglio venirci a parlare anch'io col direttore. Non mi pare giusto che ti mettano con le spalle al muro a questo modo."
"Quando vuoi venire?"
"Domattina alle dieci sono da te. Ci troviamo nel tuo ufficio." Il cognato era di carattere testardo, tenace; avrebbe fatto comodo, ad Alfredo, uno come lui, che era anche perspicace, e col pensiero andava molto pi in l della ragione. Si sent un po' sollevato, anche se sapeva che alla fine, alla banca, i soldi qualcuno avrebbe dovuto restituirli, e il pi esposto era lui.
Rifletteva stando rinchiuso nel suo studiolo, seduto sulla poltrona, con davanti, poggiata sulla piccola scrivania, la foto di Bianca. Non aveva voglia di parlarci, per, perch in quel momento odiava tutte le donne del mondo, tranne Anna, la figlia adorata, che per non era una donna, ma sua figlia. Tutta un'altra cosa, i figli. Sent la voglia di andare ad affacciarsi alla porta delle loro camerette, dove, forse, studiavano. Anna stava invece in salotto, davanti al televisore. Era serena, e come spesso accadeva, quando aveva momenti di quiete, stava sdraiata bocconi sul tappeto, e teneva il viso appoggiato alle braccia, le mani aperte sulle guance, e, dietro, i piedi sollevati, scalzi, che si muovevano, dondolando di qua e di l. Era stato fortunato coi figli, era il solo bel regalo che restava di Bianca.
"E Francesco?"
"Lo sgobbone, dev'essere in camera sua a studiare."
Alfredo si mosse quasi in punta di piedi, per non far rumore. Apr piano piano la porta. Si affacci appena, per timore di disturbare. Francesco non studiava. Era sdraiato supino nel letto, e aveva il viso rivolto proprio verso la porta. Alfredo vide che stava piangendo. Il ragazzo si accorse di lui. Si volt subito dall'altra parte, ma ad Alfredo era gi cascato addosso il mondo. Sent che quel dolore era anche suo, perch il dolore di un figlio appartiene al padre, sempre, e li incatena. Non disse nulla. Entr nella stanza. Si sedette su di una sedia e stette muto accanto al figlio per molto tempo, muto finch Francesco non si addorment.

L'indomani, gioved, poco prima delle dieci, Ludovico entrava nello studio di Alfredo, in piazzetta dell'Arancio.
"Non ho dormito tutta la notte, pensando a quel che ti succede."
"Mi dispiace rubarti tutto questo tempo."
"Sta ripetendosi ci che  accaduto a Bianca. Giulia  morta, e i soldi sono spariti."
"E chiamano me a restituirli, questa  la differenza."
"Prima di prendere un impegno con la banca, dobbiamo vederci chiaro."
"Pensi di avvertire la polizia, raccontare il caso di Bianca, e i sospetti sulla sua morte?"
"Una volta fatte due chiacchiere con il direttore, decideremo."
"Ma che cosa sospetti?"
"Tu che sei avvocato, non ti pare curioso che i soldi di Giulia siano spariti allo stesso modo di quelli di Bianca, e che il fatto della sparizione coincida con la loro morte? Come minimo, si deve essere prudenti, e perci, prima di pagare, aspettiamo di vederci pi chiaro."
Uscirono e si avviarono verso la banca. Il direttore li fece entrare subito, essendo libero. Li accolse con un gran sorriso. Alfredo present il cognato.
"Mi dispiace conoscerci in queste dolorose circostanze" disse il direttore.
Li fece accomodare e Ludovico entr subito in argomento.
"Vede, direttore, io ritengo che la banca dovrebbe avere un po' pi di riguardo per mio cognato, e considerare, questo, un caso particolare. Come si pu chiedere a mio cognato la restituzione del prestito, se ancora non si conoscono le cause della morte della signora Lazzarini? Anche se mio cognato ha firmato una garanzia, non  detto che debba pagare prima che siano state accertate in via definitiva le ragioni della morte della signora, e conoscere se ci sono altre responsabilit. Io penso che si debba attendere il risultato delle indagini della polizia."
"Sappiamo che si  trattato di suicidio. Cos  stato scritto dal medico legale."
"Il commissario Renzi sta ancora indagando" disse Alfredo.
"Lei per, avvocato Chiarelli, deve capire che noi dobbiamo attenerci ai documenti ufficiali, e in questo caso  scritto chiaramente che si tratta di suicidio. Del resto, come faremmo ad attendere gli esiti di tutte le indagini condotte a loro discrezione dai commissari di polizia, e che possono durare anni e anni? Lo dico anche per lei, perch pi tempo passa e pi il debito cresce, per via degli interessi. Perch una cosa deve essere chiara, che al di l di una dilazione pi o meno ampia che possiamo concederle, lei, prima o poi, il debito della signora Lazzarini dovr pagarlo. La firma di garanzia che ha rilasciato a suo tempo parla chiaro, e lei deve pagare a nostra semplice richiesta; poi, potr rifarsi su chi vuole, se trover dei responsabili, ma a noi i soldi ce li deve restituire quando vogliamo, anche subito, se decidessimo cos. Ma, come lei gi sa, non  il suo caso, perch nutriamo la massima considerazione nei suoi confronti, e vogliamo aiutarla."
"Ma non le sembra strano che la signora Lazzarini ritiri i soldi, e il mattino dopo venga trovata morta nel suo appartamento? Dov' finito il denaro? Qualcuno avrebbe dovuto trovarlo da qualche parte. Non spariscono cos, nel nulla, settecento milioni."
"Guardi che i soldi oggi si possono nascondere bene, con i nuovi sistemi telematici e con la caduta delle frontiere valutarie. In pochi istanti, qualunque cifra ben pi astronomica di quella prelevata dalla signora Giulia Lazzarini, pu disperdersi nel mondo, in una miriade di forme. Ed  difficile trovare un poliziotto che decida di spendere la sua vita, se pu bastare una sola vita, per rintracciare quel denaro. La signora Lazzarini pu benissimo essere andata in un'altra banca, per ragioni che non conosco, e aver dato istruzioni per l'investimento del suo denaro."
"Era denaro che doveva servire a costituire una nuova societ" precis Alfredo.
"Allora ne sapranno qualcosa i soci. Ha provato a sentirli?"
"Non ne sanno niente."
"Si potrebbe pensare che la signora li abbia nascosti o investiti da qualche parte."
"E il suicidio? Lei sa spiegarselo, il suicidio? Una donna ritira settecento milioni, e poi si suicida. Converr con me che  un'assurdit." Era Ludovico che parlava.
"Quando siamo di fronte ad un suicidio, non si deve mai usare la parola assurdit. Ci sono molte ragioni che possono giustificarlo, invece. Ma io non voglio continuare, vi prego. Del resto, non sono cose che possono riguardare la banca. Alla mia banca interessa recuperare i soldi prestati, una volta accertato che sono stati ritirati regolarmente. E questo  stato gi fatto, mi pare, avvocato."
"Lei  proprio sicuro che li ha ritirati la signora Lazzarini?" domand Ludovico.
"Ho gi mostrato l'assegno all'avvocato. Ricorda, vero, avvocato?"
"S. Era la sua firma, non ci possono essere dubbi."
"Desidera controllare di nuovo?" propose il direttore.
"Se per lei non  un disturbo" intervenne Ludovico.
"Ma non ce n' bisogno.  la sua firma. L'ho riconosciuta subito."
"Puoi controllare meglio. Tanto che ci vuole? Un attimo, non  vero, direttore?"
"Non ho qui con me l'assegno, ma lo far portare subito." Alz la cornetta del telefono e dette istruzioni. Dopo pochi minuti, si sent bussare ed entr nella stanza il vice direttore con in mano l'assegno. Ludovico si era voltato a guardare il funzionario che li aveva salutati quasi festosamente. Si capiva che era quello il suo modo naturale di trattare con la clientela. Ludovico appariva sorpreso.
Com'era venuto, altrettanto in fretta scomparve. Il direttore porse l'assegno ad Alfredo, che guard sia la firma di traenza che quella di giro, constatando ancora una volta che non ci potevano essere dubbi, era proprio la firma di Giulia.
"Come fai ad esserne cos sicuro?"
"Ammetterai che la conosca, la firma di Giulia."
"Le firme si possono anche falsificare, e bene, non  vero, direttore?"
"S, per la verit questo  anche possibile. Ma la firma corrisponde esattamente a quella depositata a suo tempo dalla signora. Ad ogni modo,  bene sapere che la banca non ha responsabilit quando il pagamento  avvenuto in buona fede, e in questo caso desidero rammentare che il prelievo  stato effettuato direttamente dalla correntista. Quindi, non ci possono essere dubbi sulla autenticit della firma, come del resto conferma anche l'avvocato."
"Ma allora dove li avr messi i soldi?" tornarono a domandarsi sia Alfredo che Ludovico. Il direttore, invece, ritenne opportuno indirizzare il discorso sul punto che pi gli stava a cuore.
"Ha riflettuto, avvocato, sul piano di rientro che le ho proposto? Pensa di potercela fare in 36 mesi?"
"No, non posso. Cinque milioni al mese sono veramente troppi."
"E allora, che cosa conta di fare?"
"I miei figli vogliono che venda i loro Bot."
"Mi pare una buona idea." Il direttore pensava che cos sarebbe rientrato subito anche di quel denaro.
"Qual  il loro ammontare?"
"Due Bot da 25 milioni l'uno."
"Quindi, cinquanta milioni. In questo caso, la cifra da restituire scenderebbe a circa 105 milioni." Aveva avvicinato a s la calcolatrice e si era messo a fare dei conteggi, come l'altra volta. "Dunque, vediamo. Se li restituisce in 24 mesi, la rata  poco meno di cinque milioni. Se preferisce invece in 36 mesi, ecco, in 36 mesi sono circa tre milioni e mezzo. Beh, quest'ultima rata mi pare molto ragionevole. Che ne pensa, avvocato?"
" ancora una somma notevole, ma pi sopportabile, questa volta. Penso che si potr arrivare ad un accordo."
"Bene, allora. Quando potr avere una sua risposta definitiva, cos che io possa inoltrare la proposta alla mia direzione generale?"
Alfredo ascolt il consiglio del cognato, e quindi rispose che entro i primi giorni della prossima settimana si sarebbe fatto vivo per concludere. Si salutarono.
Usciti dalla banca, Ludovico moriva dalla voglia di rivelargli qualcosa. Alfredo se n'era gi accorto mentre stavano attraversando il grande salone.
"C' una cosa straordinaria che devo dirti, Alfredo." Lo guardava con gli occhi che sprizzavano faville. "Lo hai visto il vice direttore?"
"Certo che l'ho visto. Non sono mica cieco."
"Allora reggiti forte. Quello  lo stesso che era a Firenze, nella filiale dove tua moglie aveva il suo conto corrente. Il conto da dove sono spariti quei soldi, rammenti?"
"Tu pensi..."
"Penso a troppe cose, ora. Ma soprattutto ritengo che sia giunto il momento di dire la verit su Bianca alla polizia."
" proprio necessario? Ora che Giulia  morta..."
"Inevitabile, se non vuoi cacciar fuori tutti quei soldi che ti chiede la banca."
"Quando andiamo?"
"Subito. Non c' tempo da perdere."

Era intorno a mezzogiorno, quando attraversarono piazza Grande. Gente andava e veniva, come al solito. Anche stranieri, che prendevano la direzione verso il Duomo di San Martino. Si riconoscevano per il carnato bianco: turisti del Nord, a cui il nostro sole aveva colorito di rosa braccia e gote. Parlottavano nella loro lingua incomprensibile. Erano soprattutto tedeschi, o belgi o olandesi, ma si incontravano anche comitive di inglesi, a volte, e perfino di americani.
"Fortunati loro che non hanno pensieri" sbott Alfredo.
"Ora non li hanno. Ma che ne sai tu della loro vita, quando torneranno a casa? Non c' nessuno, credimi, che sia felice." A Ludovico, la morte della sorella aveva incupito la vita. Pur ricco di vitalit e di coraggio, era stato ugualmente frustato, e aveva sentito la pesantezza dei passi della sua esistenza per la prima volta. Non sapeva quanto avrebbe potuto ancora durare la sua pervicacia a resistere al pessimismo e alla disperazione. Li contrastava con tutte le sue forze, poich sapeva che avere dentro di s un po' di speranza, riusciva a rendere possibile ed accettabile anche la vita pi umiliata, e che se fosse svanita quella piccola briciola che ancora sopravviveva, lui sarebbe potuto diventare il pi miserabile ed abietto degli uomini. C' sempre una cattiveria che sta in agguato nell'uomo, ed essa  pronta a ghermire, ed il terreno pi fertile, l'occasione pi propizia, si ha quando dentro di noi muore la speranza.
Furono annunziati al commissario, e Renzi, chiamato Jacopetti vicino a s, li fece accomodare.
"La prego, mi faccia capire meglio." Si rivolgeva al fratello di Bianca, che dopo essere stato presentato al commissario, si era messo subito a raccontare che il vice direttore della banca era lo stesso che aveva visto nella filiale di Firenze, dove lui si serviva, e dove anche sua sorella aveva avuto un rapporto di conto corrente.
"Sar stato trasferito da Firenze a Lucca.  una cosa normalissima che un funzionario ogni tanto venga inviato altrove. Vedr che fra due o tre anni, al massimo, non lo trover pi qui. Non si era mai accorto, prima, che gli impiegati di banca sono soggetti a rotazione nelle loro incombenze e nelle loro destinazioni?  un criterio diffuso, adottato dalle banche per ragioni di opportunit, affinch non si crei una pericolosa confidenza con il cliente."
"Ma non  questo il punto," s'intromise Alfredo, che era un po' agitato "altrimenti non saremmo venuti da lei per una sciocchezza simile." Quindi, rivolgendosi al cognato: "Su, racconta perch questa coincidenza, invece, ti ha insospettito."
"Gli devo dire tutta la verit, Alfredo?" Si riferiva ai tradimenti di Bianca, che avrebbe dovuto necessariamente svelare.
"S" fece lui, ancora inquieto.
"Bene. Deve sapere, commissario, che per pura combinazione, sono venuto a sapere che mia sorella, ossia la moglie dell'avvocato Chiarelli, ha avuto una relazione extraconiugale, e si incontrava a Firenze con il suo amante. Con una scusa, diceva al marito di venire a trovare mia moglie, dato che erano grandi amiche e stavano bene insieme. Si tratteneva da noi due o tre giorni, non di pi . Ma in questo periodo incontrava anche il suo amante."
"Ha scoperto chi era, questo amante?"
Ludovico fece il nome del professionista morto qualche tempo prima. Cap che quel nome era conosciuto dal commissario.
"E allora? Che c'entra questo con la morte della signora Lazzarini?"
"Io, quello che le racconto, non so se c'entra con la morte della signora Lazzarini, per ho ritenuto mio dovere venire qui, con mio cognato, a raccontarglielo. Sar lei che dovr approfondire meglio i particolari della storia, e vedere se c' un nesso con la morte della signora Giulia."
"Sentiamo." Jacopetti prendeva appunti, e si vedeva che era visibilmente emozionato. Il fatto che una bella donna, come la moglie dell'avvocato, avesse avuto una relazione extraconiugale, lo faceva andare in solluchero. Ogni tanto, durante il racconto, alzava gli occhi verso il commissario, come a ricercare una conferma che si trattava di una splendida avventura, di quelle che a lui non capitavano mai.
"Quel professionista, per, aveva gi avuto una relazione con una donna" aggiunse, quasi a fil di voce, Ludovico.
"E con chi?" Il commissario capiva che non era stato detto a caso.
"Con la signora Lazzarini."
"Non significa nulla. Sa quante se ne vedono di relazioni che nascono e muoiono come le lucciole." Il commissario non aveva ancora scartato l'ipotesi che potesse essere Alfredo l'eventuale assassino di Giulia, una volta scoperta la tresca di lei con l'ingegner Gavazzi, e quindi pens di stornare la sua attenzione verso l'avvocato.
"Se non fosse intervenuta la disgrazia, lei l'avrebbe sposata la signora Lazzarini, non  vero, avvocato?"
Jacopetti apprezz il silenzio del commissario sulla relazione tra Giulia e l'ingegnere Gavazzi. S, poteva essere proprio l'avvocato l'assassino di Giulia e, quindi, bisognava muoversi con molta prudenza.
Alfredo annu col capo.
"La relazione tra questo professionista, peraltro gi morto, e la signora Lazzarini, non c'entra per nulla con le mie indagini." Lo disse rivolto ad entrambi. Ma Jacopetti lo conosceva bene il commissario, e sentiva che aveva ripreso a tessere la tela, e in testa doveva avercela gi un'idea. Si arricciolava i baffi, e questo era un buon segno.
"Le abbiamo detto che veniamo proprio ora dalla banca, dove ci hanno confermato che la signora Giulia, il pomeriggio avanti la morte, ritir tutti i soldi dal suo conto corrente, compresi quelli del prestito ricevuto, per il quale aveva firmato una fidejussione mio cognato. Settecento milioni, non pochi spiccioli, ma settecento milioni. Soldi che sembrano spariti nel nulla. Il direttore sostiene che li ha prelevati direttamente la signora Lazzarini. Ma dove sono finiti? A mio cognato  restato il debito, solo questo siamo riusciti a sapere. E la banca li vuole proprio da lui i soldi prestati. Alla banca non interessa altro." Fece una pausa, quindi aggiunse: "Allora vediamo se interessa a lei quest'altra cosa che desidero rivelarle."
"E cio?"
"Che anche il conto di mia sorella, cio la moglie dell'avvocato, acceso, all'insaputa del marito, nella filiale di Firenze, ha fatto la stessa fine."
"Che significa, stessa fine?"
"Che anche l i soldi sono spariti."
"E ha saputo chi li ha ritirati?" Era interessato, il commissario, ora. E anche Jacopetti, che non stava pi nella pelle. Benediceva il cielo di averlo fatto diventare poliziotto, e di averlo messo accanto ad un commissario intelligente come Renzi, che ci aveva,  vero, i piedi larghi come barche, ma il cervello era fino, fino davvero.
"Li ha ritirati mia sorella."
"Come fa a sostenerlo?" Il commissario sapeva che la banca  tenuta al segreto, salvo che non le venga presentato un regolare mandato del giudice.
"Mi raccomando, commissario, lo tenga per s. Se andr a Firenze, finga di non sapere queste cose. Me lo promette?"
"Io non posso prometterle niente. Continui, la prego."
"Come le ho gi detto, anch'io mi servo presso quella filiale, dove conosco parecchi impiegati. Uno in particolare, che mi  molto amico. Ci vediamo anche dopo il lavoro, abbiamo le stesse idee in molte cose e gli stessi interessi. Cos, si sta bene insieme, mi capisce?"
"Vada avanti."
"Lui mi ha mostrato l'assegno, e quella che ho visto era proprio la firma di Bianca. Gliel'assicuro, la firma di Bianca spiccicata."
"Lei ne sapeva niente, avvocato?"
"Sono cascato dalle nuvole, quando l'ho sentito raccontare. Per, Bianca  sempre stata una donna indipendente."
"Sapeva della relazione con quel professionista?"
"No.  stato un duro colpo per me. I miei figli non sanno nulla di questa faccenda. Mi raccomando a lei, che non vengano mai a saperla."
"Non dipender solo da me. Sa come vanno le cose a questo mondo. Ci sono occhi ed orecchie dappertutto."
"Sar terribile, se verranno a saperlo. Soprattutto per il ragazzo, che  molto sensibile. L'altra sera l'ho sorpreso che piangeva, per ci che  successo a Giulia."
"Sa anche quando sono stati ritirati i soldi, sul conto di Firenze?"
"Quella stessa mattina, in cui  morta Bianca."
"Si trattava di una grossa somma?"
"Non erano certo i settecento milioni della signora Lazzarini."
"Quanti?"
"Una cinquantina."
"Il solo punto che unisce i due casi, dunque,  questa coincidenza che, sia a Firenze che a Lucca, era presente lo stesso vice direttore." Rifletteva a voce alta, il commissario.
"A me sembra una coincidenza sospetta" sottoline Ludovico.
"Al momento,  solo una coincidenza. Una coincidenza, comunque, da verificare." Jacopetti era contento del suo commissario, e non vedeva l'ora di fare un salto a Firenze.
"E poi, c' un'altra coincidenza che vorrei sottoporle."
"E cio?"
"Che insieme con la sparizione dei soldi, ci sono state anche le morti dei titolari dei due conti correnti."
" una coincidenza che avevo dedotto da me."
Quando Alfredo e Ludovico se ne furono andati, Jacopetti moriva dalla voglia di sapere qualcosa di pi dal commissario, e gli si avvicin fin sotto il viso, anche se lui era uno spilungone, molto pi alto di Renzi.
" veramente un caso straordinario. Mi dispiacer, quando tutto sar finito."
"Prima si dovr vedere se riusciremo a trovare il bandolo della matassa."
"Ma lei ce l'ha gi in mano, il bandolo. Io glielo leggo negli occhi, che lei sa gi quello che si deve fare."
"E tu?" Jacopetti sorrise e non si fece pregare due volte, pensando che anche questa era una nuova opportunit, in cui poteva giocare qualche asso a favore della sua promozione.
"Io intanto, commissario, oggi andrei in banca, qui a Lucca. E domattina, di buon'ora, andrei a Firenze. O mi sbaglio?"
"Non ti sbagli, Jacopetti. Non ti sbagli."

Alle tre e mezzo circa, muniti di regolare autorizzazione del giudice, Renzi e Jacopetti si presentarono dal direttore della filiale di Lucca.
" importante sapere se la signora ha ritirato personalmente il denaro."
"Faccio venire subito il mio vice.  lui che ha servito la signora." Lo chiam al telefono. Subito dopo entr nella stanza. Il direttore lo present al commissario e a Jacopetti, che si alzarono in piedi.
"No, no. Vi prego, state comodi, state comodi" fece il vice, con quella sua voce dal timbro festoso, piena di esuberanza.
"Il commissario ci chiede se la signora Lazzarini venne personalmente a ritirare il denaro."
"Personalmente. Sono stato io stesso a servirla, proprio nel mio ufficio. Sa, per via dell'ammontare del prelievo. Settecento milioni. Non  prudente farsi vedere davanti alla cassa a ritirare una cos ragguardevole cifra. Mi creda, anche dentro la banca, tra i clienti ovviamente, possono circolare dei malintenzionati."
"Capisco" fece il commissario. Poi aggiunse: " stato lei a prelevare alla cassa il denaro?"
"No. Ho portato io stesso al cassiere l'assegno firmato dalla signora, specificando i dettagli del prelievo. Vede, la signora mi aveva gi espresso nella mattinata l'intenzione di ritirare quel denaro, e cos avevo fatto predisporre il tutto secondo i desideri della cliente."
"Ossia?"
"La signora ha ritirato una parte in contanti e una parte in CCT e BTP di grosso taglio."
"Chi ha consegnato la somma, allora?"
"Ho pregato il cassiere di portarla direttamente nel mio ufficio. Per i motivi che le ho gi detto. Ma, mi scusi, perch mi fa tutte queste domande, commissario?"
"La signora Lazzarini  stata trovata morta, come sapr. E nessuno sa pi dire niente del denaro. E questo mi pare una cosa molto strana. Non si pu far sparire settecento milioni, cos, nel nulla."
Intervenne il direttore.
"Il denaro, mi creda, riesce sempre a volatilizzarsi, quando lo si vuole. Non  forse vero che noi italiani, per esempio di fronte alle tasse, diciamo sempre di essere gente povera?" Sorrideva.
"Ma siamo poveri! Non ci hanno spremuto abbastanza?" Era Jacopetti, che ricordava certi discorsi fatti tra lui e il commissario.
"Non sempre  vero. Noi da qui, sappiamo e vediamo come stanno realmente le cose."
"Vuole dire, allora, che siamo tutti ricchi?"
"Non dico questo, ma nemmeno cos poveri. Almeno per certe categorie di persone, che piangono solo lacrime di coccodrillo, creda a me."
"Perch io, sa, non me n'ero proprio accorto d'essere ricco." Rise Jacopetti, e rise anche il direttore.
"La signora potrebbe essere uscita di qui, ed avere investito altrove il suo denaro. Perch  del tutto naturale pensare che non se li sia portati a casa, i settecento milioni."
"Dovevano servire per la costituzione di una societ, lei lo sapeva questo?"
"Certo, commissario. Ma potrebbe averli prelevati anzitempo per mille motivi. Non sta a noi della banca domandarci del perch li abbia prelevati cos in anticipo."
"Dunque  il cassiere, che ha consegnato quei soldi alla signora Lazzarini."
"Li ha portati nella mia stanza, dove attendeva la signora Lazzarini." Era di nuovo il vice che rispondeva.
"Non ho bisogno di sapere altro. La ringrazio."
Uscito il vice, Renzi domand qualcosa su di lui al direttore.
"Si trova qui da pochi mesi. Viene da Firenze.  un funzionario solerte, e sa trattare con la clientela.  molto espansivo, molto esuberante. Lo avr notato."
Il mattino dopo, era venerd. Alle 10, Renzi e Jacopetti si trovavano gi a Firenze, seduti davanti al direttore di quella filiale.
Tenevano tra le mani l'assegno con cui Bianca aveva prelevato i cinquanta milioni dal conto corrente, e il direttore raffrontava quella firma con l'altra depositata al momento dell'apertura del rapporto.
"Vede,  proprio la sua firma."
"A che ora  stato effettuato il prelevamento?"
" impossibile dirlo con precisione. Ad ogni modo, chiamer il cassiere, sperando che si ricordi."
Il cassiere era uno spilungone magro magro, completamente calvo. Si affacci alla porta, e fu il direttore a invitarlo ad entrare. Si mostr molto cerimonioso, anche coi due ospiti.
"Lei ricorda la signora Bianca Fambricini?" Il cassiere esit un attimo. Allora il direttore lo aiut a ricordare.
" quella signora di cui ci parl il dottor Silvano Nardelli." Questo era il nome del vice direttore che era stato trasferito a Lucca. Fambricini invece era il cognome da ragazza di Bianca. Il cassiere ancora non rammentava.
"Vede, commissario," si rivolse a lui benevolmente, il direttore "non  facile ricordare cose che qui sono di ordinaria amministrazione, soprattutto se  gi trascorso molto tempo." Poi torn a rivolgersi al cassiere: "Si tratta di quella signora che mor circa un anno fa, e che poco prima della morte, era stata qui a prelevare il suo deposito. Ricorda? Commentammo quella morte insieme col dottor Nardelli." Il commissario s'intromise: "Quando sapeste della morte?"
"Il giorno dopo, mi pare. Fu lo stesso Nardelli a comunicarcelo. Credo lo avesse saputo da certi amici che ha a Lucca."
"E perch non avete pensato di avvertire l'avvocato Chiarelli che presso di voi la moglie teneva acceso un conto corrente?"
"La ragione  che sul conto sono rimasti pochi spiccioli, che basteranno appena a coprire le spese di gestione."
" sempre aperto il conto?"
"Lo chiuderemo entro la fine dell'anno, insieme con altri conti correnti simili. Ogni tanto facciamo una verifica dei conti sui quali sono rimaste poche lire e che non movimentano pi da oltre un anno. Se, detratte le spese di gestione, avanza qualche spicciolo, questi conti li trasferiamo nella posizione di "infruttiferi", e siamo pronti a restituire la modesta somma agli aventi diritto, se si dovessero presentare a reclamarla. Se, al contrario, il denaro  appena sufficiente a coprire le nostre spese di gestione, provvediamo ad estinguere il rapporto. Il discorso appare un po' complesso, ma mi sembra che lei abbia capito, commissario."
Renzi torn a guardare il cassiere.
"Dunque, non ricorda niente?"
"Qualcosa rammento, ora" fece lui.
"Mi basterebbe sapere se lei consegn la somma direttamente alla signora Fambricini."
"Venne da me con l'assegno il dottor Nardelli, e mi preg di portare il denaro nel suo ufficio, dove era anche la signora Fambricini."
"Prelev solo contante, la signora?"
"S."
"Continui, la prego."
"Ho poc'altro da aggiungere, commissario. Preparato il contante, lo misi dentro un sacchetto e lo portai al dottor Nardelli."
"Nella sua stanza?"
"S."
"E vide la signora?"
"S. C'era una signora con lui, seduta davanti alla scrivania. Per la verit mi voltava le spalle, ma sembrava proprio lei, anche se io non la conoscevo molto bene. Sa, non era una cliente abituale. Capii per che era molto amica del dottor Nardelli."
"Ritir la signora il denaro?"
"No, venne a prenderlo sulla porta il dottor Nardelli, che poi mi conged, ringraziandomi."
"Non mi occorre altro. Grazie mille." Il direttore preg il cassiere di tornare al suo lavoro, e quando fu uscito si rivolse a Renzi con una espressione preoccupata.
"C' qualcosa che non va, commissario?"
"Spero di no, direttore."
"Lei mi mette in ansia. Pensa che debba informare la mia direzione generale di questa sua visita?"
"Non credo proprio."
Il direttore, invece, una volta usciti i suoi ospiti, prese il telefono e raccont ci che era accaduto ai superiori, che per dissero che non era il caso di allarmarsi, se l'operazione di prelievo era stata regolare. In ogni caso, se ci fossero state in seguito delle contestazioni, si sarebbero mossi loro. Lo rassicurarono, e il direttore torn al suo lavoro.
Prima di andarsene, per, Renzi gli aveva rivolto altre domande.
"Perch il dottor Nardelli  stato trasferito?"
"Non l'abbiamo trasferito noi. Anzi, ci  molto dispiaciuto che ci lasciasse.  un funzionario di prim'ordine.  stato lui a chiedere il trasferimento."
"E perch lo avete mandato a Lucca?"
"Lo ha chiesto lui."
"E la banca  cos buona da accontentare in tutto le richieste di trasferimento dei suoi funzionari?"
"Dio lo volesse, ma non  cos."
"E perch mai il dottor Nardelli  stato accontentato, allora?"
"Non saprei dirlo. Ma in questi casi, si pensa a qualche raccomandazione. Raccomandazione importante, si capisce."
Si era fatto molto tardi e, usciti dalla banca, Renzi propose a Jacopetti di fermarsi a mangiare a Firenze. Nei pressi del Duomo trovarono una trattoria che faceva al caso loro. Non era affollata, e scelsero un tavolo apparecchiato in disparte.
"Ci mangiamo una bella bistecca alla fiorentina" disse, guardando negli occhi Jacopetti.
"Ho anch'io una fame da lupo, commissario. Eppoi Firenze, lo fa venire l'appetito. A Firenze si eccitano tutti i sensi. Ci si sente vivi, e anche giovani, in questa citt."
"Qui c' il cuore del mondo, Jacopetti. Ecco perch ci si sente vivi." Vedevano il cupolone del Brunelleschi, e pareva loro di essere artisti e non poliziotti.
"Se vivessi a Firenze, potrei anche diventare uno scrittore." Era la passione di Renzi, quella di scribacchiare, nei pochi momenti di relax. Qualcosa aveva fatto leggere a Jacopetti.
"Lei immagini, commissario, come doveva essere bella Firenze qualche secolo fa, senza il chiasso di oggi. Per questo, qui a Firenze, se si era artisti, non si poteva che essere grandi."
La bistecca era enorme, ma la finirono tutta, e bevvero anche del Chianti gallo nero, che mise loro allegria. Si concessero pure il caff, e quando uscirono, Renzi guard l'orologio e vide che erano quasi le quattro.
"E ora che facciamo?" Era Jacopetti.
"Pensavo di tornare in banca, a Lucca, ma  troppo tardi. La banca chiude alle cinque, e non  possibile fare in tempo. Per giunta, domani  sabato, e quindi si dovr rimandare la visita a luned. Sai allora che ti dico? Ce ne andiamo a Ponte Vecchio, a vedere un po' di passeggio. Ti va?"
"Urca, se mi va. Ma dice sul serio, commissario?"
"Lo vedrai presto, se dico sul serio" e s'incammin verso via dei Calzaiuoli.
Firenze in quel tratto  una gemma rara. Anche i passanti, soprattutto le donne, riflettono nel portamento e negli occhi quella bellezza superba, che non teme raffronti, anzi si esalta. Renzi non staccava lo sguardo dagli antichi palazzi, e ogni tanto incontrava sui muri quei piccoli rettangoli di marmo, su cui i fiorentini hanno voluto riportare i versi del loro grande poeta. Jacopetti invece guardava le donne.
"Non ce n' una che si possa definire brutta. Questa  proprio la citt in cui vorrei vivere."
"Dici la stessa cosa anche a Lucca. Dovrai deciderti, Jacopetti."
"Ha ragione lei, commissario, ce ne sono di molto belle anche a Lucca. Ma guardi, guardi quella l." Passava una ragazza dal passo felino, slanciata, molto elegante, scoperte quasi tutte le cosce e le braccia, abbronzata, e soprattutto consapevole di essere bella, che in una donna  una splendida virt , che la fa ancora pi bella e seducente. Jacopetti non teneva la testa mai da una parte sola, si voltava perfino. Puntava anche le belle straniere, bionde e more, dai visi scottati. Giunti a Ponte Vecchio videro un assembramento di gente. Si avvicinarono giusto in tempo per osservare un giovane che, salito sul parapetto, si tuff in Arno. Un bel volo. Fendette l'aria con le braccia aperte ad angelo, poi, d'improvviso, pieg il busto, pass dritte in avanti le braccia, finch perfor l'acqua. Fu perfetta l'entrata, e il pubblico applaud.
"Saresti capace, tu?"
"Sono sempre stato negato, commissario. Una volta, sul Serchio, mi ruppi la testa, tre punti, e che dolore!" Intanto, si era messo accanto ad una graziosa straniera, e la puntava. Quella se ne accorse, sorrise maliziosamente, poi si allontan.
"Hai fatto un buco nell'acqua anche te, come quel tuffatore."
"Quella ci sarebbe stata, commissario. Glielo dico io. Se non fosse che siamo in servizio..."
"Buttati, allora. Non pensare a me. Voglio proprio vederti all'opera."
"Non me lo dica due volte, commissario."
"Va'."
Jacopetti non credeva alle sue orecchie. Dette un'ultima occhiata al commissario, e poi si mise ad inseguire a passo svelto quella bella straniera, bionda, mezza nuda pi delle fiorentine. Renzi stette a guardare, con un leggero sorriso sulle labbra. Quello Jacopetti,  proprio una faccia di bronzo. O non l'avvicina davvero! La straniera ci si mise a parlottare, infatti. Renzi si mosse per stare dietro ai due. La conversazione si faceva fitta. In che lingua parlavano? Possibile che Jacopetti conoscesse cos bene anche una sola lingua straniera, che so, l'inglese, il francese? Lui, il commissario, lo faceva ignorante in fatto di lingue. E poi, quella sembrava pi una tedesca, o una danese. Ma forse era lei che parlava la nostra lingua. S, doveva essere proprio cos. Ad un certo punto, Jacopetti si volt. Voleva assicurarsi che il commissario fosse dietro di lui, e vedesse quanto ci sapeva fare con le donne. Ora non erano chiacchiere, le sue, ma fatti. Il commissario gli fece un cenno col capo, come a dire che tutto andava benissimo, e che lo reputava davvero in gamba. Qui mi ci prendo la promozione, pens Jacopetti, a cui cominciava a girare la testa. Bisbigli qualcosa all'orecchio della bella straniera. Lo sent anche il commissario lo scapaccione che si prese Jacopetti. Eccome, se lo sent! Di bell'effetto, sonoro, tanto che molti passanti si misero a ridere. Rise anche la bella straniera, che per se ne and. Jacopetti si teneva la guancia con le mani e guardava il commissario, che si era fermato a ridere, anche lui.

Il sabato, Renzi e Jacopetti lo trascorsero interessandosi di altre questioni che capitarono nella giornata. C'erano stati due furti importanti, e i ladri erano stati acchiappati proprio in flagrante, e una pattuglia aveva pescato tre ragazzetti a bucarsi. La droga non era stata ancora vinta, anche se si erano fatti passi in avanti.
Erano usciti insieme, nel pomeriggio, a prendere un caff al bar di piazza Grande, dove il commissario specialmente andava volentieri. Si metteva a sorbirlo sulla porta, e intanto allungava lo sguardo sulla piazza, e gli piaceva veder gente andare e venire. C'era meno confusione che a Firenze, a Lucca, e si gustava meglio la citt; sembrava trovarvi pi spazio, l'anima, per distendersi.
"Perch domani non usciamo insieme?" domand Jacopetti.
"Preferisco restare a casa. Se non fosse per mia moglie che me la fa sempre cos lunga, io di casa non mi muoverei mai, la domenica. L'altra volta  stata un'eccezione, per far contento te e mia moglie, ma ti assicuro che passare a casa la domenica  il regalo pi bello che mi si possa fare. La domenica, non  il giorno benedetto dal Signore e dedicato al riposo? Allora, io voglio riposarmi, e magari fare una bella passeggiata sulle colline vicine, a piedi, come piace a me: calmo calmo, con la testa nelle nuvole. E a mia moglie so io come chiuderle la bocca. Le dir che domenica scorsa ho accontentato lei, e domani lei deve accontentare me."
"Allora non star chiuso in casa tutto il giorno..."
"Se ne avr voglia, far proprio una bella passeggiata sulla collina."
"Verr anche Maria?"
"Figurati se quella si muove a piedi. Solo in macchina, si muove. Io mi domando dove andremo a finire, se non si rispettano pi le esigenze del corpo. Le gambe sono fatte per camminare, e se non si usano pi come si deve, finir che le perderemo, e diventeranno dei brutti moncherini. Tu, invece, che farai?"
"Esterina vuole che la porti a Montenero. Dice che  tanto che non ci va, e ha voglia di tornarci."
"E tu?"
"Montenero mi  sempre piaciuto.  una gita che non strapazza."
"Immagino che andrai anche per ascoltare la Messa."
"Certo, voglio fare un pellegrinaggio in piena regola, visto che ci devo andare."
"E farai anche la Comunione?"
"Guai a non farla. Esterina mi salterebbe agli occhi."
"Allora, quando ci rivedremo luned, sarai lavato e stirato come una camicia."
"Proprio cos, e leggero come una piuma."
"Bene. Perch luned torneremo in banca, e si dovr cominciare a tirare qualche conclusione."
"Lei ci ha gi un'idea, io lo so."
"Sentiamo."
"Intanto, che non si tratta pi di suicidio. Fino a qui, che crede, ci sono arrivato anch'io. Eppoi, lei ha in mente gi chi  l'assassino, non  cos?"
"Uhmm, non direi."
"A me non la fa, commissario. Lei sospetta di quel funzionario di banca. Fa troppe domande su di lui. Ho indovinato?"
"Tu corri troppo, Jacopetti."
"Me lo dica, chi sospetta, allora?"
"Domani hai tutto il tempo per riflettere."
"A Montenero?"
"E dove, senn? A Montenero puoi chiedere anche una grazia, non  cos?"
"Dicono che sono avvenuti dei miracoli, ma sa, io non ci credo tanto. Eppoi, se la Madonna volesse farmi una grazia, io non la spenderei mica a questo modo. Cosa vuole che importi, nella mia vita, se risolviamo o meno questo caso. Se potessi ottenere un grazia, saprei io cosa chiedere."
"Me lo immagino."
"No, che non se lo immagina."
"Vuoi che provi ad indovinare?"
"Provi, allora."
"Tu vorresti avere nel letto una bella fiorentina, o quella straniera che ti ha dato lo schiaffo. Non negarlo."
"E invece si sbaglia, anche se ci  andato vicino."
"E allora, che cosa vorresti dalla Madonna?"
"Che facesse diventare bella mia moglie. Ecco. Io non la voglio tradire la mia Esterina, per vorrei tanto che fosse pi bella."
"Sei un bravo ragazzo, Jacopetti. Ecco cosa sei, un bravo ragazzo."
Valeva qualcosa per la promozione, questo complimento?

La domenica, il commissario si alz verso le dieci. I figli Manuela e Alberto avevano gi fatto colazione. Stavano vestendosi nelle loro camerette. Maria era in cucina a sfaccendare, come al solito. Poverina, pens Renzi. Trov sul tavolo del tinello la colazione gi servita. Segno che Maria lo aveva sentito alzarsi. Una moglie meravigliosa, anche se brontolona. Ma tutte le mogli sono cos.
"Sai cosa ho intenzione di fare, oggi?"
"Di stare a letto tutto il giorno."
"Non dire sciocchezze. Quando mai. Stamani mi sono alzato tardi, perch mi andava di dormire. Ammetterai che non succede spesso."
"Allora dimmi qual  questa geniale idea che ti  venuta, stamani."
"Vado a passeggiare nei boschi di Farneta. Vieni anche tu. Faremo due passi che ci gioveranno. Si cammina sempre meno a piedi, e farebbe tanto bene soprattutto a te, che stai tutti i giorni in casa."
"Quella passeggiata fattela da solo. Se mi portavi a Montenero, l s che ci sarei venuta." Ecco, aveva parlato con Esterina, e quell'impicciona le aveva spifferato tutto.
"Non me la sento di mettermi in macchina e fare sessanta chilometri sotto il sole. Oggi fa pi caldo del solito. Invece, nel bosco potresti sentire un po' di refrigerio."
"Non se ne parla nemmeno."
"Allora andr da solo, dopo pranzo."
"Siii, dopo pranzo. Tu sei abituato a fare il pisolino."
"Andr verso le quattro. Le giornate sono lunghe, e anche se torno alle sette, sono tre ore di bel cammino. Mi giover, anche alla mente, che ha bisogno di riposo."
"A che punto sei con quell'indagine?"
"A quale ti riferisci?"
"Non fare il cretino. Quante indagini avrai mai, in una citt tranquilla come Lucca. Vorrei vederti a Roma, o a Milano, o anche solo a Firenze."
"Perch, non mi credi capace di lavorare in una grande citt?"
"Io no. Sei un pigrone, e l invece occorrono persone svelte, soprattutto di mente, non come te, che su di un caso ci stai sempre a rimuginare sopra."
"Fanno cos anche gli altri, che credi?"
"Sar, ma quelli che vedo alla televisione, sono tutti pi bravi di te."
"Ecco dove impari a stare a questo mondo. Alla televisione! Ora mi spiego perch mi sembri un po' rincitrullita."
"Sar. Ma se tutti i commissari fossero come te, sarebbe una gran festa per i delinquenti."
"Oooh, oooh, ma stamani che ti prende? Ti ha punto una vespa?"
"Potevi portarmi a Montenero. Da quando abbiamo comprato la macchina nuova, tu non mi ci porti pi , fuori. La di sempre ai nostri figli, e invece l'abbiamo comprata per stare di pi insieme, noi due."
"Ah, ora te lo ricordi che la macchina l'abbiamo comprata per noi e non per i figli. Ora che ti fa comodo. Eppoi, che domenica scorsa siamo stati a pescare con Jacopetti, te lo sei gi scordato?"
"No, che non me lo sono scordato. Ma erano due mesi che non mi portavi fuori. E ora chiss quanti altri mesi mi farai aspettare per farmi contenta."
"Ma che dici. Vedrai che una delle prossime ti porto fuori, e cos la finirai di lamentarti." A lui non piaceva quella mana di sua moglie di trascorrere il fine settimana fuori di casa. Cosa c'era di meglio che restare tra le quattro mura domestiche, o uscire insieme e salire a piedi una di quelle stupende colline che si trovavano a due passi da casa sua, quasi che la Provvidenza avesse voluto fargli un bel regalo, e mettere le bellezze della sua citt appena fuori dell'uscio di casa. Maria non le vedeva, queste bellezze, e lui un po' ce l'aveva con lei per la sua cecit.
Nella tarda mattinata, tornato dalla Messa, si ritir in salotto a leggere, in attesa del pranzo. Gli piaceva leggere. E se avesse potuto, da ragazzo, avrebbe preferito studiare lettere, anzich giurisprudenza, e chiss che non fosse diventato uno scrittore. Ci aveva nel cassetto i suoi segreti, e non li faceva leggere a nessuno. Solo a Jacopetti, ogni tanto, portando in ufficio il manoscritto, aveva letto qua e l qualche brano che gli sembrava riuscito. Era un suo sogno, e qualche volta ci aveva fatto un pensierino, di mettersi a scrivere, quando fosse andato in pensione. Gli piacevano gli scrittori dallo stile semplice, anche in poesia. Non pu essere arte, quella che non raggiunge i sentimenti di tutti, anche della povera gente.
Aveva tra le mani "Gli anni passano" di Carlo Cassola. Renzi si sentiva scrittore anche lui, nel leggerlo, e avvertiva che lui, toscano, avrebbe potuto fare ancora meglio, perch i toscani hanno questo vantaggio rispetto agli altri, hanno la lingua madre nel sangue, e possono adoperarla a piacimento, rovesciarla, metterla sottosopra, di traverso, di dietro o di fronte, costruire, cio, con l'estro creativo proprio di chi indossa la lingua come la sua pelle. Se fosse diventato uno scrittore, lui non si sarebbe dedicato ad inventare storie, perch quelle nascono da s, senza fatica, ma si sarebbe cimentato a costruire una lingua, una sintassi da far indossare come un vestito alla sua storia.
Verso le quattro del pomeriggio, cos come si era proposto, mise una vecchia tuta multicolore ed usc di casa. Sal la collina di Farneta, ricca di pini, odorosa, fresca. Non aveva fretta di andare, avanzava con passo lento, che si accordava coi suoi pensieri.
Giunto davanti ad una delle ville che ogni tanto punteggiano la strada, all'interno, vicino al cancello, vide il padrone. Vangava la terra. Si conoscevano.
"Che fai qui, Luciano? Chi non muore, si rivede. Ti sei ingrassato, da quando non vieni pi quass ."
"Se ti sentisse Maria. Dice che mangio come un bue, ma non  vero. Forse ingrasso perch sto invecchiando. E tu, che fai di bello?"
"Ci faccio un'aiuola, qui. Vedrai che bellezza."
"Vuoi una mano?"
"Ma che dici, oggi  il tuo giorno di festa. Maria, non me lo perdonerebbe mai."
"Sei sempre il solito bugiardo. Va l, che non ti par vero. Ce l'hai un'altra vanga?"
"Se  per quello, anche due. Ma davvero vuoi aiutarmi?"
" da un po' che non uso queste mani come si deve. Mi far bene."
"Allora, non mi par vero. Se proprio insisti. Va' nel garage, e prenditi un badile."
Che cosa avrebbe detto, Maria, se lo avesse visto mettersi a vangare? Gliene avrebbe dette quattro anche a quell'amico scroccone.
Si mise accanto al compagno e prese a lavorare di buona lena. Chiacchieravano, ma Renzi, con la mente, era oltre le parole, e gli sembrava di vivere in un altro mondo. Pensava che si era perso qualcosa nella storia dell'uomo, e che non era il peccato originale, come dicevano i preti, ad aver punito l'umanit. Altro che scoperte scientifiche, altro che ingegnose invenzioni! Ancora nessuno aveva saputo individuare il perch della infelicit dell'uomo. Questa s che sarebbe stata una grande scoperta! Vedeva davanti a s i suoi figli Manuela e Alberto. Che cosa li avrebbe aspettati nel loro futuro? Poteva fare qualcosa, lui, che aveva avuto la ventura di precederli, per aiutarli, per avvicinarli ad un modo di vivere diverso? No, non poteva fare niente. Con tutti gli anni della sua vita addosso, con tutta la sua larga esperienza, si sentiva inutile. Era un commissario di polizia che aveva risolto molti casi, era abituato a ragionare, intuire, prevedere, programmare, ma qui, nel caso della vita, possibile che non riuscisse a combinare niente per aiutare gli altri? Ricordava la disperazione dell'avvocato Chiarelli, quando aveva narrato del figlio, scoperto a piangere. Che cosa aveva provato quel ragazzo di fronte alle violenze della vita, quale intenso dolore era entrato nella sua anima, tale da devastarla, forse, e comunque da imprimervi un'umiliante ferita? Vivere era diventato solo questo, vuotare un'anima e colmarla di cicatrici. Ad ogni crescita dell'uomo, l'anima  segnata da un nuovo dolore.  giusto, tutto questo?
Quando, alle sette in punto, ritorn a casa, Maria lo brontol per come si era conciato.
"Puzzi di terra e di sudore" gli disse in faccia, anche se lui correva a farsi una bella doccia.
"Cos'hai combinato? Sei sporco come un maiale." E Lui zitto.
"Dovevi fare il contadino. Quello era il tuo mestiere, mica il poliziotto, che  per gente civile. Tu sei un contadino nato, figlio della buon'anima di tuo padre, che lui la terra se la sarebbe portata anche a letto." Non glielo doveva mentovare suo padre. Maria l'aveva fatta proprio grossa.
"Lascialo stare mio padre. Contadino s, ma col cervello fino, e con lui ci potevi anche discorrere di cose serie, e leggeva il giornale, al contrario del tuo, che aveva il banco al mercato, ma era ignorante pi di un asino."
"Mio padre se ne mangiava due come il tuo. E se stava al mercato, vuol dire che era furbo, e non stupido, se riusciva a fare soldi."
"Lo vedo i soldi che ha fatto. Io t'ho sposata ch'eri quasi nuda."
"E cos m'hai visto com'ero, e vuol dire che ti sono proprio garbata."
"Una volta s, ma ora sembri un grosso cocomero."
"Senti chi parla. Guardati te, piuttosto. Ti sei fatto che sembri pi vecchio della tua et." I figli non c'erano in casa, perch la domenica stavano fuori con gli amici fino a tardi, ma se ci fossero stati, come altre volte capitava, si sarebbero messi a ridere a crepapelle. Erano curiosi quei due quando litigavano, e dalle parole, e anche dal modo in cui le pronunciavano, si capiva che si volevano un sacco di bene.


EPILOGO

Luned, alle otto in punto, Jacopetti suon il campanello.
"Scendo subito" rispose Renzi al citofono. Jacopetti l'attendeva seduto in macchina.
"Com' andata ieri a Montenero?"
"Una confusione che non le dico, commissario. Anche in chiesa."
"Hai ascoltato la Messa?"
"Se  per quello, ho chiesto anche una grazia."
"Me lo immagino quello che hai chiesto." Jacopetti aveva messo in moto e ora stavano andando al commissariato.
"E invece no. Non ho pensato a me, ma a lei, commissario."
"Non mi dire..."
"Ah, non ci crede che io possa pensare a lei, invece che a me."
"Non ci credo no. Le grazie si chiedono quasi sempre per egoismo e non per risolvere i guai degli altri."
"E io invece ho chiesto alla Madonna di farle risolvere questo caso. Non m'importa se non ci crede."
"Guarda che io questo caso me lo risolvo da me. Chi me li ha risolti gli altri casi? Mica la Madonna di Montenero. Non ho bisogno della grazia di nessuno, io. Caso mai sei te che ne hai bisogno, se non hai ancora capito chi  l'assassino."
"Invece me lo immagino anch'io chi ha ucciso la signora Lazzarini. Lei sospetta come me di quel funzionario di banca, quel Nardelli. Io dico che  stato lui."
Al commissariato andarono per redigere alcuni rapporti e per dare istruzioni su alcune indagini in corso affidate ad altri collaboratori. Renzi aveva la responsabilit di pi settori, oltre a quello della sezione omicidi. Intorno alle dieci e mezza, a piedi, si avviarono verso la banca. Era nuvoloso il cielo, questa volta, e vi era un'elevata umidit nell'aria, e bastava fare pochi passi per sudare. Ci dava fastidio a Renzi, a cui non piaceva sentirsi sudaticcio sotto le ascelle.
"Meglio se piove. Almeno rinfresca un po'."
"Io non la posso vedere la pioggia. Mi mette di malumore."
"Ma cos non si pu nemmeno camminare." Jacopetti ci sguazzava, invece. Magro e lungo com'era, sopportava meglio.
Nel salone della banca, Renzi avvert subito il refrigerio dell'aria condizionata, e tir un gran sospiro.
"Ah, di qui non ci muoviamo pi ."
"Mica ci possiamo stare tutto il giorno."
"Certo che  meglio che ritornare al commissariato. L siamo rimasti ai ventilatori, che sono anche vecchi e arrugginiti."
"Non hanno nemmeno i soldi per sostituirli. Che schifo."
Il direttore era occupato, ma non attesero pi di dieci minuti, e furono fatti accomodare.
"Vorremmo rivolgere qualche domanda al cassiere che ha curato il prelevamento dei settecento milioni."
"C' qualche novit?"
"No, purtroppo."
"Vi chiamo il cassiere." Entr. Era alto come Jacopetti, e un po' gli somigliava.
"Il commissario Renzi vorrebbe farle qualche domanda."
"Lei ricorda il prelevamento di settecento milioni, fatto dalla signora Giulia Lazzarini?"
"Perfettamente."
"A chi consegn il denaro?"
"Non era soltanto denaro. Una buona parte era costituita da titoli in CCT e BTP. Ricordo benissimo."
"Li consegn lei alla signora Lazzarini?"
"Praticamente s."
"Che significa?"
"Che la signora era in attesa nell'ufficio del vice direttore, il dottor Silvano Nardelli. Il dottore mi venne incontro sulla porta e ritir il prelievo."
"Non lo consegn direttamente alla signora?"
"No. La signora stava seduta davanti alla scrivania."
"Era la signora Lazzarini?"
"Non la vidi in faccia, ma mi pareva proprio lei. Il dottore, ha provveduto lui a raccogliere la firma sulla ricevuta dei titoli."
"Mi faccia la cortesia," intervenne il direttore "torni qui con la ricevuta firmata dalla signora Lazzarini." Il cassiere usc.
"Cos controlleremo anche quella firma." Teneva ancora nella sua piccola cassaforte l'assegno di settecento milioni e il cartellino dove era depositata la firma di Giulia. And alla parete, spost il quadro e apr la cassaforte. "Li terr con me fintanto che non avr chiuso le indagini." Pos sulla scrivania il cartellino e l'assegno, che erano uniti da un piccolo fermaglio. Nel mentre, rientr il cassiere, che consegn la ricevuta al direttore. Anche Renzi e Jacopetti si chinarono per controllare la firma. Era in tutto e per tutto uguale a quella depositata, come per l'assegno.
" proprio la sua firma" disse il direttore.
"Pare anche a me" aggiunse Renzi.
"Tutto a posto, dunque, commissario?"
"Non resta che fare un'ultima cosa, direttore."
"Dica pure."
"Una perizia calligrafica. Cos sgombriamo il campo da ogni dubbio. Se lei non ha niente in contrario, ritirerei il cartellino, l'assegno e la ricevuta."
"Mi lascer una dichiarazione?"
"Un regolare verbale, naturalmente." Jacopetti si accost alla macchina per scrivere e cominci a redigere il verbale.
"Di chi sospetta, commissario?"
"Di nessuno. La perizia  una pura formalit."
"Mi terr al corrente?"
"S." Jacopetti aveva intanto redatto il verbale, e tenuto per s una copia, alla quale aveva unito i documenti sequestrati. Si congedarono, e notarono che il direttore aveva una qualche preoccupazione stampata sul viso.

La perizia calligrafica rivel che le firme poste sull'assegno e sulla ricevuta erano false. Ben fatte, ma false. Il commissario, allora, convoc subito nel suo ufficio il vice direttore. Alle sei, dopo l'orario di chiusura della banca.
"Legga qua, dottor Nardelli." Gli porse la cartella redatta dal perito. L'uomo sbianc.
"Allora? Ha niente da dirmi?" Jacopetti era gi pronto davanti alla macchina per scrivere.
"Non sono stato io ad uccidere la signora Lazzarini."
"Chi ha falsificato la firma?"
"Sono stato io."
"E la signora che era con lei?"
" la mia donna."
"Lei non  sposato?"
"No. Ho conosciuto Laura due anni fa. Mi ha fatto perdere la testa."
"Che c'entra in questa storia?"
" lei che mi ha costretto a fare quelle firme."
"Costretto come?"
"Minacciava di lasciarmi. Ed io non potevo pi vivere senza di lei. Mi aveva stregato, commissario."
"Dove sono finiti quei soldi?"
"Mi creda, non lo so. Li prendeva lei, i soldi. Diceva che li metteva da parte per noi, e che saremmo stati felici un giorno."
"E lei ci credeva?"
"No. Ma non potevo pi liberarmene. Mi aveva stregato. Lei non pu immaginare..." Jacopetti batteva velocemente sulla tastiera e non si perdeva una parola. Ci credeva alla forza della passione, e anche lui l'avrebbe potuta perdere la testa per una donna.
"Come l'ha conosciuta?"
"A Firenze, a teatro, una sera. Vede, lei faceva l'attrice, anzi lo fa tuttora, in una piccola compagnia di provincia, e io amo il teatro, soprattutto quello dilettante. Quando posso, non mi perdo uno spettacolo. E poi, mi piacciono le attrici, e l non mancano le occasioni, lei mi capisce. Cos sono stato in una cantina dove si teneva la commedia, e l'ho conosciuta. Non ho fatto molta fatica a portarmela a cena, e poi a letto.  stato durante la cena che le ho parlato della mia bravura nell'imitare la calligrafia degli altri. Fammi la tua firma, qui, le ho detto, porgendole un foglietto di carta, ed io te la rifaccio uguale. Non ci credi? Allora lei mi  sembrata incuriosita. Rideva mentre faceva la firma sul foglietto. Ed io subito mi sono messo ad imitarla. Lei non ci poteva credere. Era spiccicata la sua. So imitare alla perfezione qualsiasi calligrafia, vedi? Continuava a ridere, contenta. Poi l'ho portata a letto, e le devo confessare che non ho mai visto fare all'amore cos come sapeva fare lei. Ho subito sentito una forte attrazione, e non sono stato pi capace di lasciarla."
"Chi ha ucciso la signora Lazzarini?"
"Laura."
"Perch l'ha uccisa?"
"Per prendere i soldi. Era stato tutto combinato. Una volta che la banca avesse messo a disposizione la somma, sarebbe scattato il piano. Io avrei falsificato l'assegno e Laura avrebbe sostenuto la parte di Giulia. Cos, gioved pomeriggio abbiamo ritirato i soldi, e il mattino dopo, prima dell'apertura della banca, Laura ha ucciso Giulia, perch non potesse scoprire l'ammanco."
"C'era anche lei con Laura al momento dell'omicidio? Non pu averlo commesso da sola."
"No, io non ho mai ucciso nessuno. Non saprei farlo. Non sono un assassino, io."
"Ma non pu averlo fatto da sola."
"L'ha aiutata il fratello."
"Ah, c' un fratello... e chi sarebbe?" Il commissario credeva e non credeva. Era convinto che fosse stato lui, Nardelli, ad aiutare Laura.
"L'ingegner Gavazzi."
"Chi!?" Il commissario balz in piedi.
"S, ha capito bene. L'ingegner Gavazzi."
"Mauro Gavazzi?"
"Proprio lui."
"E perch?"
"Lavorano insieme quei due. Sono una coppia diabolica. Mi hanno rovinato la vita."
"Che significa lavorano insieme?"
"Che li combinano loro i piani. Scelgono la vittima, e poi si servono di me per falsificare la firma e ritirare tutti i soldi dalla banca. Sono affamati di denaro. Non bastano mai i soldi, a quei due."
"L'ingegner Gavazzi  un professionista stimato. Non ha certo bisogno di soldi."
" un giocatore, e anche Laura. Hanno il vizio del gioco."
"Ma non doveva costituire una societ con la signora Lazzarini?"
" stata una trovata dell'ingegnere. Per prenderle i soldi. Sapeva che Giulia li avrebbe trovati, in un modo o nell'altro, i settecento milioni."
"Ma li avrebbe dovuti trovare anche l'ingegnere."
"Non si sarebbe mai fatta quella societ.  stata una sua idea geniale, e in questo non lo batte nessuno.  una miniera di idee, l'ingegner Gavazzi."
"E l'ingegner Brandoni?"
"No, lui  all'oscuro dei piani di Mauro. Lui crede alla societ, e si  dato da fare per avere l'esclusiva. Ha conoscenze influenti, e gli riesce di ottenere ci che vuole. Ecco perch Mauro coltiva la sua amicizia."
" lui che si  interessato del suo trasferimento a Lucca?"
"S. Su richiesta di Mauro, che aveva bisogno di me per realizzare il suo piano nei confronti di Giulia."
"Come  stata uccisa la signora Lazzarini?"
"Lei sa che l'ingegner Gavazzi e la signora Lazzarini erano amanti?"
"S."
"Si erano conosciuti subito dopo che Giulia era stata lasciata dal suo fidanzato. Lo avr saputo che Giulia era stata fidanzata." Fecero il nome del professionista morto qualche mese prima.
"Cos, per il tramite del fratello, Giulia conobbe Laura. Erano diventate buone amiche. Si somigliavano anche, in certo qual modo. Del resto, ci vuole poco ad essere amiche di Laura, perch  molto simpatica, oltre che bella."
"E allora?"
"Venerd mattina, il giorno del delitto, verso le sette, Laura ha suonato a casa di Giulia. Sapeva che Giulia a quell'ora era gi in piedi, pronta ad uscire. Giulia aveva l'abitudine, prima di andare in ufficio, di fare due passi in giro per la citt. Le piaceva Lucca, di notte e anche di mattina presto, quando non c' confusione. Un'ora, un'ora e mezza di passeggiata, libera, con la testa nelle nuvole, come diceva lei, prima di andare in ufficio. Cos Laura ha suonato. Le ha aperto e si sono messe a chiacchierare. Laura aveva inventato una scusa per giustificare la sua visita. Aveva bisogno di un oggetto da indossare per lo spettacolo che avrebbe recitato quella sera, a Firenze. Un monile, che gi altre volte Giulia le aveva prestato. Mi toccher regalartelo, le aveva detto ridendo, una volta che anch'io ero presente alla scena. E cos Giulia  andato a prenderlo, e Laura aveva con s del cloroformio, o qualcosa del genere. Lesta lo ha cosparso sul fazzoletto ed  saltata alle spalle di Giulia. Laura  molto forte, e poi il narcotico ha fatto effetto immediatamente."
"E l'ingegner Gavazzi?"
"Non era salito per non insospettire. Vede, si era incontrato con Giulia proprio quella sera ed erano stati insieme fino a tardi. Avevano anche fatto all'amore. Cos mi ha raccontato. Aveva lasciato la casa verso le due di notte. Con Laura, invece, tutto sarebbe andato pi liscio."
"E come ha fatto Laura a trascinare la signora sul letto?"
"L'ha aiutata l'ingegnere."
"Ma non era sola?"
"All'inizio. Lei dimentica che l'ingegnere aveva la chiave dell'appartamento di Giulia. Appena  entrata Laura, e le donne sono andate in salotto,  entrato anche Mauro, ed ha atteso. Cos, appena Giulia  svenuta, i due hanno fatto in fretta a trascinarla sul letto. Poi hanno aperto i rubinetti del gas e sono usciti. Saranno state le sette, sette e mezza, e sapevano che a quell'ora non avrebbero incontrato nessuno."
"Ma perch l'ingegnere ha avuto bisogno dell'aiuto della sorella? Non poteva uccidere la signora Lazzarini da solo?"
" un tipo strano l'ingegnere, un grande imbroglione. Ma i rubinetti del gas ha dovuto aprirli Laura, perch a lui, gli viene la paura, se deve uccidere qualcuno.  fatto cos."
"E perch Laura non si  fatta aiutare da lei?"
"Io non sono un assassino, commissario."
"Per dovr arrestarla lo stesso. Per complicit."
"Io ho solo falsificato la firma."
"Sarebbe troppo facile, caro Nardelli. Lei ci  immischiato fino al collo in questo omicidio. E immagino che sia immischiato anche nella sparizione dei soldi dal conto della signora Bianca Fambricini, quando era vice direttore a Firenze. Che mi dice al riguardo?"
"Io non c'entro con la morte della signora Bianca Fambricini, n del suo amante."
"Che intende dire?"
Nardelli si accorse di aver parlato troppo e che il commissario era sicuro solo dei soldi spariti a Firenze, e non che Bianca, e soprattutto il suo amante, fossero stati assassinati.
Ora, tutto si faceva pi chiaro: c'erano due omicidi, legati alla sparizione dei soldi a Firenze. Avevano ragione l'avvocato Chiarelli e suo cognato a nutrire dei sospetti. Jacopetti guard il commissario. Non ce la faceva pi a contenere tutta la soddisfazione che provava. Era davvero un bel caso, quello, ed era cos felice di essere l anche lui, ad aiutare il commissario.
"Ma la signora Bianca, la moglie dell'avvocato, non  morta di ictus cerebrale, come pure il suo amante? O no?"
Il dottor Nardelli rivel che Giulia, una volta scoperta la tresca di Bianca, che se la intendeva con il suo fidanzato, pens subito di vendicarsi, e accalappi l'ingegner Gavazzi, che aveva un debole per le belle donne. Da parte sua, l'ingegner Gavazzi sapeva che Giulia era una brava e ricca professionista, e la cosa tornava a suo vantaggio, per quando avesse deciso di architettare uno dei suoi piani per appropriarsi anche dei soldi di Giulia. Cos l'aiut a vendicarsi. Giulia voleva sopprimere prima Bianca e poi l'ex fidanzato, ma in modo tale da non far sospettare un omicidio. E cos adoperarono un veleno che causa una specie di ictus, dopo alcune somministrazioni.
"Si servirono di me e di Laura per falsificare la firma di Bianca e far sparire il denaro."
"Come ha conosciuto Bianca, la signora Lazzarini?"
"Per entrare in confidenza con Bianca non c' voluto molto. Giulia aveva fatto in modo di incontrarli a Firenze, lei accompagnata da Gavazzi, e Bianca dall'ex amante di Giulia. Tra i quattro si stabil subito un buon rapporto, tutto sembrava essersi chiarito, e cos avevano cominciato a frequentarsi, certe volte, quando andavano a Firenze; e Giulia ne approfitt per mettere in esecuzione il suo piano. Quando mor Bianca, intorno a mezzogiorno, Gavazzi, da Lucca, avvert subito la sorella Laura, che vive a Firenze, la quale si precipit da me per effettuare il prelievo immediato della somma, di modo che si potesse pensare che era stata Bianca a ritirarlo personalmente nella mattinata. Dato che, in questi casi, la banca non  in grado di stabilire esattamente l'ora del prelievo. Successivamente, riservarono lo stesso trattamento all'amante di Bianca, ma senza prendergli il denaro, dato che si serviva presso un'altra banca."
"Ecco come li hanno uccisi" concluse Nardelli.
"E perch la signora Lazzarini  diventata l'amante anche dell'avvocato Chiarelli?"
"Glielo aveva suggerito l'ingegner Gavazzi. Gli prendiamo i soldi, le aveva detto, e poi non glieli restituiamo pi . Ci aveva fatto una bella risata. Cos mi raccont Giulia, che per via dell'amicizia con Laura, era entrata in confidenza anche con me, e mi narrava molte cose."
"Con la scusa della societ, glieli avrebbe sottratti i soldi?"
"Esattamente. Giulia per ci credeva alla societ. Non lo sospettava di essere a sua volta ingannata da Mauro, e cio che la societ non si sarebbe fatta mai, e tutti quei soldi sarebbero finiti nelle tasche di Mauro e di sua sorella. A lei, l'idea di imbrogliare l'avvocato, facendosi prestare i soldi per poi non restituirglieli, sembrava un modo deliziosamente perverso di completare la sua vendetta. Ed  molto probabile che alla fine, anche l'avvocato sarebbe stato eliminato alla stesso modo di Bianca e di Giulia."
"Che cosa glielo fa pensare?"
"Certi discorsi che mi ha fatto Laura. Nulla di preciso, naturalmente, ma me lo ha lasciato capire per sottintesi, ammiccamenti."
"Insomma, sarebbero di nuovo ricorsi a lei per falsificare la firma e ritirare i soldi anche dell'avvocato."
"Penso proprio di s, sebbene in questo caso avrei dovuto agire da solo, senza l'aiuto di Laura, dato che non poteva fare la controfigura di un uomo."
"E l'avvocato le sa queste cose?"
"Quali? Che vogliono uccidere anche lui? No, credo proprio di no. E come pu supporre un'ipotesi del genere?"
"E che Bianca  stata uccisa?"
"Penso proprio di no." Renzi sapeva che Chiarelli conosceva la storia dell'amante. Ma poteva conoscere anche per filo e per segno la storia dei due omicidi. Glielo avrebbe chiesto.
Nardelli firm il verbale redatto da Jacopetti. Poi Renzi lo fece ammanettare.
"Sembra che questa storia sia finita, commissario." Era contento Jacopetti.
"Bisogner verificare la confessione di Nardelli e sentire anche le altre campane, quelle dell'ingegner Gavazzi e della sorella. Nardelli potrebbe essersi inventato tutto."
"Ma il racconto fila liscio come l'olio."
"Lo so che ti piacerebbe cantar vittoria. Anche a me. Ma ora andiamo a trovare l'ingegner Gavazzi."
Uscirono; per in ufficio non trovarono l'ingegnere. Era fuori citt.
"Gli dica che domani vorrei incontrarlo al commissariato."
L'indomani invece non si vedeva nessuno. Renzi rest tutta la mattina in ufficio, insieme con Jacopetti. Era gi mezzogiorno.
"Senti, tu resta qui, io torno da Gavazzi. Chiamami l, se dovesse venire."
"Vada tranquillo, commissario."
Stava per uscire, quando squill il telefono.
"Rispondi tu, Jacopetti."
"Vogliono lei, commissario." Si avvicin alla cornetta. L'appoggi all'orecchio. Sbianc. Non disse nulla. Ripos la cornetta.
"Hanno telefonato da Firenze. L'ingegnere e sua sorella si sono uccisi. Sono stati trovati nella casa di lei questa mattina. Si sono uccisi con un colpo di pistola."

Nel pomeriggio andarono a far visita all'avvocato Chiarelli. Lo trovarono sereno, come non lo avevano visto da molto tempo.
"Mi ha chiamato la banca. Mi hanno detto che riavr tutti i miei soldi, e che non dovr restituire io, il prestito. Sono stati davvero gentili, hanno riconosciuto che  stata colpa di quel loro funzionario, e cos si sono addossati il danno. Eh, le banche... Sono davvero una grande istituzione."
"Lei lo sapeva che sua moglie  stata uccisa?"
"Chi l'avrebbe uccisa?" Appariva sorpreso, l'avvocato.
"La signora Lazzarini."
"Ma lei vuole prendermi in giro."
"E anche che l'amante di sua moglie  stato ucciso, lo sapeva?"
"Ne  proprio sicuro?" Al commissario non piaceva il modo in cui rispondeva l'avvocato Chiarelli.
"Lei conosceva l'ingegner Gavazzi?"
"S, gliel'ho gi detto. Ma solo per ragioni di lavoro. Perch dice: conosceva?  successo qualcosa?"
"Si  suicidato. L'hanno trovato stamani a Firenze. Si  suicidato insieme alla sorella."
"E perch mai?"
"Lei lo sapeva che l'ingegner Gavazzi e Giulia erano amanti?"
"Non le credo."
"E invece  cos. Lei lo ha gi saputo dalla banca, immagino, che sono stati l'ingegner Gavazzi e la sorella ad uccidere la signora Lazzarini, con la complicit di quel Nardelli."
"S."
"Quando lo ha saputo?"
"Di primo mattino. Verso le nove. Il direttore mi ha telefonato a casa e mi ha raccontato tutto.  una storia incredibile. Non avrei mai potuto immaginare una cosa del genere. Quella era una coppia diabolica. Mi dispiace per quel povero funzionario, che si  trovato in mezzo, e si  rovinata la vita."
" tutto ci che avevo da dirle. La saluto."
Jacopetti se n'era stato zitto per tutto il tempo. Non aveva preso appunti, contrariamente al solito. All'uscita domand al commissario:
"Lei pensa che si siano uccisi perch ormai sapevano della confessione di Nardelli?"
"S. Lui  corso dalla sorella. Forse volevano anche fuggire da qualche parte. Poi, chiss a che cosa hanno pensato... Chi pu sapere quello che passa per la testa della gente. Si sono visti persi, e cos l'hanno fatta finita."
"A che ora risale la morte?"
"Tra le undici e mezzogiorno, dicono."
"Allora non potrebbe essere stato l'avvocato?"
"Sul suicidio, questa volta non ci sono dubbi. Hanno fatto la prova di paraffina. Lui ha sparato alla sorella, alla tempia, e poi ha rivolto l'arma contro di s. Un colpo alla testa, e l'ha fatta finita con questa storia."
"Io, invece, sento che  stato l'avvocato. Lui sapeva dove trovarli, quei due, ne sono certo.  corso a Firenze e li ha uccisi.  un uomo robusto. Poteva farlo. Ha vendicato la moglie, e anche Giulia, in certo qual modo. Giulia  stata complice e vittima di quella coppia diabolica. Il suicidio dell'ingegner Gavazzi e della sorella  solo una messa in scena."
"Smettila di dire idiozie. Vuoi saperne pi della Scientifica?"
"Anche nel caso della signora Lazzarini, la Scientifica sosteneva la tesi del suicidio."
"Ma questa  la Scientifica di Firenze."
"E allora?"
"Finiscila, Jacopetti."
"Mi dispiace, ecco, che tutto si concluda cos."
"Il caso  chiuso, Jacopetti! Vedi di non farmi arrabbiare. Lasciamolo finalmente in pace quel povero Chiarelli. Becco e bastonato, poverino."
La sera, l'avvocato Chiarelli telefon al cognato, a Firenze. Raccont che la banca gli avrebbe restituito tutti i suoi soldi prestati a Giulia, e non gli avrebbe chiesto indietro il debito di duecento milioni. Anche se i soldi sottratti non fossero stati mai pi rintracciati. Pure quella di Firenze, gli avrebbe restituito i cinquanta milioni di Bianca.
" una bella notizia."
"Ce n' anche un'altra di belle notizie."
"Quale?"
"Stamani hanno trovato gli assassini di Giulia, l'ingegner Gavazzi e sua sorella, morti nella loro casa di Firenze. Suicidati."
"Ma no!"
"Ma s, invece. Non  una bella notizia?"
"Splendida notizia!"
"Cos tutto  finito per il meglio."
"Glielo hai detto al commissario che noi si sospettava che Giulia fosse implicata nella morte di Bianca?"
"Il commissario lo ha appreso da quel Nardelli che  stata Giulia con i suoi compari ad uccidere Bianca. Ma io ho fatto finta di non sapere niente. Poteva accusarci di avergli intralciato le indagini, senn. Lo sai come sono quelli della polizia. Loro in carcere ce la mettono volentieri la gente."
"Hai fatto bene, allora."
"Anche tu, mi raccomando, fai finta di non aver sospettato mai che Bianca e quel suo amante fossero stati uccisi. Potrebbero pensare ad una nostra vendetta, altrimenti. E chi se li leverebbe pi dalle costole quelli della polizia? Ci si rovinerebbe la vita per sempre, se si spiattellassero queste cose. Tanto ormai il caso  chiuso, e giustizia  stata fatta."
"Dimenticher ogni cosa. Ti puoi fidare di me."
"Anche a tua moglie e ai miei figli non dire mai niente. Sar un nostro segreto."
"Fidati."
"Allora ciao, e buonanotte, Ludovico."
"Buonanotte, Alfredo."
Non sapeva il cognato che era stato lui, invece, Alfredo Chiarelli, ad uccidere l'ingegner Gavazzi e la sorella.

5.4.1994  4.6.1994



L'USURAIO

I

Don Saverio aspett una settimana, dopo che il chiasso e la confusione furono passati, prima di recarsi in visita a Rupecava(48). L'anno precedente vi era stato il giorno stesso della grande festa, l'8 settembre, rispettando un'abitudine che aveva presa da ragazzo, quando saliva lass , all'antico Eremo, coi compagni, per uno stretto, irto sentiero. Non erano i soli. Da Cerasomma, Montuolo, Ripafratta, Nave, Fagnano, ed altri paesi ancora, partivano folte comitive, composte da persone di ogni et, e lungo il sentiero era un rincorrersi di voci.
Don Saverio era ancora giovane, avrebbe compiuto a novembre 35 anni, era pieno di energia, di idee, di progetti. Si era meravigliato di non avvertire il desiderio di salire all'Eremo nel giorno della festa. Il chiasso, l'allegria dei pellegrini, l'incontro coi paesani, che principiavano a salutarlo da lontano, gli avevano sempre messo addosso un fuoco di intimit che accresceva il suo entusiasmo. Si sentiva padre, fratello, figlio di quella gente. Aspett qualche giorno. Dalla canonica guardava la collina, ogni tanto. L'Eremo era nascosto dal crinale di un'altra collina e dai boschi di castagno, ma lui sapeva il punto ed era come se lo vedesse. Era giunto al paese da qualche anno, dopo aver vagato per parrocchie cittadine, dove era stato mandato in aiuto e per fare esperienza. Superato il tirocinio, era stato reputato idoneo a tenere una comunit. Bisogna dire che erano tempi bui per la Chiesa, e vi era gran penuria di vocazioni. Avrebbero mandato anche uno meno capace di lui. Il paese sorgeva a due passi da Lucca: una volta composto di soli contadini, ora era misto di gente che lavorava in campagna e di altri che si recavano in citt o nella immediata periferia a occuparsi nelle fabbriche e nei grandi centri commerciali. Tutto sommato, vi si trovava bene, anche se doveva fare i conti con la modernit, che  atea, e corrode quel poco di spirituale che  ancora nell'uomo.
Aveva deciso di partire dopo pranzo, nel primo pomeriggio. Dalla finestra intravide Olimpio che stava percorrendo il vialetto e veniva a casa sua. Olimpio gli faceva un po' da sagrestano. Procedeva a passo lungo, marcato. Era alto e magro, robusto. Don Saverio teneva la porta d'ingresso aperta per abitudine. Olimpio la spinse, e si rec in cucina, dove stava il prete.
"Sono passato a vedere se ha bisogno di qualcosa. So che va a Rupecava."
Aveva in mano un involto annodato, che and a posare sulla tavola. Disfece il nodo e mostr due panini ripieni e una lattina di birra.
"Li porti con s."
"Ti preoccupi troppo, Olimpio. Io non sono un ragazzino." Olimpio liber l'involto, pieg il fazzoletto e se lo mise in tasca.
"Se vuole, vengo con lei. Non  prudente andare da soli, lo sa che non sono pi i tempi di una volta."
Don Saverio fece di no con la testa, prese i due panini e la lattina e li depose in un sacchetto di plastica.
"Vedi, li porto con me. Sei contento?"
"Sa che le voglio bene, don Saverio, lei  come un figlio." In realt, Olimpio aveva superato da poco la cinquantina e aveva tre figli, due femmine e un maschio, e la pi grande aveva compiuto ventiquattro anni. Ma il prete ci credeva che Olimpio lo sentisse come un figlio, perch era rimasto il contadino di una volta, che si attaccava alla chiesa, e nutriva deferenza ed affetto per il parroco. Quando, qualche anno prima, aveva fatto il suo solenne ingresso nella comunit, accolto sul sagrato da tutto il paese, subito il giorno dopo si era presentato alla porta Olimpio e si era offerto di aiutarlo.
"L'ho fatto anche con il suo predecessore. E l'ho fatto con quello prima di lui." Disse che serviva in chiesa sin da bambino e non aveva smesso mai. Al tempo della scuola, si alzava presto per servire la Messa, andava con la cartella gi pronta, che deponeva in sagrestia. Finita la Messa, salutava in fretta e correva a scuola, giusto in tempo.
Non era facile comportarsi come Olimpio, che pareva riportare le abitudini della gente indietro di molti anni. Suo padre lo rimproverava e gli diceva di stare attento, che continuando cos sarebbe diventato un baciapile, e un rammollito, di cui la societ poteva fare a meno, perch c'era bisogno di persone senza scrupoli, invece, e svelte, che pensassero solo a far soldi e a diventare importanti.
"Stai attento, coglione, che se continui cos, va a finire che ti fai prete." Il padre per, con tutta la sua furbizia, era rimasto a zappare la terra; lui questo glielo aveva anche rinfacciato certe volte che il rimprovero lo feriva.
"Ma ti ho messo al mondo per diventare migliore di me."
"Allora mi dovevi fare diverso."
Era ancora vivo, suo padre, che si chiamava Matteo, come l'Evangelista, ma non gli somigliava. Sua madre, invece, gli somigliava, e forse Olimpio aveva preso da lei. Era morta, poverina, e ne aveva dovuta ingollare di bile per tutta la vita. Olimpio era figlio unico, e quella sventurata aveva riversato su di lui tutto l'amore che non aveva potuto dare a quell'egoista e piantagrane del marito.
Matteo aveva pi di ottant'anni, e a Olimpio occorreva tutta la pazienza di cui  capace un uomo per sopportare i suoi mugugni.
"Mamma  morta per colpa tua;" gli diceva a volte quando non ce la faceva a starlo a sentire " stata una disgraziata, mamma, e l'ha passato quaggi l'inferno."
Don Saverio aspett che Olimpio se ne andasse. Lo vide percorrere il vialetto con quel suo passo lungo, da spilungone, e quando ebbe varcato il cancello, si affrett per uscire. Voleva essere di ritorno prima delle sette. A quell'ora aveva presa l'abitudine di mettersi all'ascolto dei telegiornali, li scorreva tutti, e cercava di capire la verit delle cose facendo una media ponderata di ci che udiva. Non riusciva a stare senza ascoltarli. La televisione aveva avvelenato la societ, accelerato i tempi della corruzione e delle nefandezze, ma aveva la stessa seduzione delle belle donne, che la Chiesa per secoli aveva considerate figlie del demonio. La canonica era antica come la chiesa, grande, con stanze enormi, a cominciare dall'ingresso, che sul soffitto aveva anche delicati affreschi. Sopra c'era un altro piano, dove don Saverio teneva pronte due camere per ospitare all'occorrenza altri preti o amici che fossero venuti a trovarlo. Vi abitava da solo per quasi tutti i giorni dell'anno, per, e anche tra i preti c'era dell'egoismo, e cos quella casa gli sembrava troppo grande, se pensava alla miseria diffusa nel mondo. Manteneva tuttavia della corrispondenza con alcuni preti che avevano studiato con lui, e con altri che aveva conosciuti; attraverso di loro, pi che della televisione, aveva certezza di quanto si soffre nel mondo. Non riusciva a giustificarla, la sofferenza. Ci aveva pensato spesso. Aveva ripercorso i suoi studi in seminario, letto pi di una volta San Paolo, Sant'Agostino, San Tommaso, e poi Charles de Foucauld, e gli altri che erano stati in mezzo alla tribolazione, ma non trovava mai la risposta che cercava. Stava per uscire, e si ricord dei panini e della birra portati da Olimpio. Torn in cucina, erano ancora sul tavolo.
Sal in macchina e accese il motore. Pens ai suoi predecessori, non a quelli recenti, bens ai numerosi di molti decenni addietro, anche di secoli.
"Io vado per penitenza, questa volta."
Lo disse quasi soprappensiero, mentre oltrepassava a passo d'uomo il cancello.
Nessuno saliva all'Eremo. Trascorsa l'euforia della festa, la strada era tornata vuota, come nella maggior parte dell'anno. Incrociava rare auto che andavano o venivano dai piccoli paesi sparsi sulle colline. Non vedeva l'ora di arrivare al monumento ai caduti, vittime di una delle tante barbarie prodotte dalla guerra. Prima o poi ne sarebbe scoppiata un'altra ancora pi terribile. Chiss questa volta che cosa l'avrebbe provocata. L'Europa sembrava aver acquisito l'idea della pace, ma era sufficiente? Le guerre nascono sempre da una follia. Ferm l'auto proprio davanti al sacrario. Sceso, si avvicin, lesse i nomi, recit una preghiera. Nel mondo c'erano tante piccole guerre, che nessuno riusciva o voleva fermare. Se si fossero alzati sacrari anche per queste vittime, si sarebbe potuto fare il periplo del mondo. Poteva essere un'idea. Per rammentare la crudelt della guerra, renderla visibile in un percorso pi doloroso della Via Crucis. Si volt verso il sentiero, ancora folto di castagni. Poteva percorrerlo con la macchina. Sarebbe stato pi sicuro. Erano tempi bui, quelli. La violenza non si era sedata; anzi, quanto pi avanzava il progresso, tanto pi essa s'incrudiva. Accadevano fatti che gettavano l'uomo indietro di millenni, cancellavano in lui la ragione. Era davvero figlio di Dio? Possibile che il progresso, nelle cose dell'anima, faceva camminare a ritroso l'uomo? Il quale era tornato a fare patti col diavolo. La notte si trovavano segni di riti satanici celebrati nelle grotte, nelle campagne, nei cimiteri, nelle case abbandonate. In costoro non c'era paura, ma sfida. Contro chi?
Voleva andare a piedi, e quindi lasci la macchina davanti al monumento. Desiderava conquistarsi la libert di accondiscendere ad uno stato d'animo che in quel momento anelava ad immergersi nella natura, riprendere un contatto che, anche nella sua vita di tutti i giorni, pur attenta alle cose dello spirito, era andato perduto. S'inoltr. Il profumo del bosco subito lo avvolse, e avvert sensazioni che si destavano dopo un lungo silenzio. Si rimescolava e risorgeva la sua intimit violentata. La mente si distese, fu libera. Era stato l molte volte da ragazzo, coi compagni. Poi vi era tornato da adulto, anche da prete, nel giorno della festa. Ma ora si ridestava il ricordo di quando veniva coi compagni. Solo quello. Era l'immagine dominante. Portava i calzoni corti, aveva un ciuffo di capelli che gli cadeva sulla fronte. Perch quella, e non altre immagini in cui era diventato un uomo? Disfarsi dei ricordi, ed anche dominarli,  impossibile. Forse sono la nostra anima. Aveva gi camminato molto. L'aria era buia per via della fitta boscaglia. Sent dietro di s il rombo di una moto. Il fracasso lo irrit. Piombava direttamente dentro la sua anima, vi infrangeva e deformava il silenzio. La sent alle spalle e subito dopo se la vide sfrecciare davanti. Erano due giovanotti. Ne giunse di l a poco un'altra. Sfrecci allo stesso modo. Poi torn il silenzio.
Rupecava era costituita ormai da pietosi ruderi, e di l a qualche decennio forse non ne sarebbe rimasta pi traccia. Poco prima di arrivare, si apre uno spiazzo a tutto cielo, luminoso. Qui si pu parcheggiare l'auto, e fare a piedi gli ultimi cento metri. Un muretto davanti al cancello d'ingresso fa da parapetto sul pendio della collina; da l si pu vedere la vallata, con le case e le strade che punteggiano la campagna. Sulla destra, nascosto da un'altra collina, c'era il suo paese. Don Saverio vide parcheggiate pi avanti le due moto. And per curiosare. Arriv fino ad un nuovo spiazzo, in mezzo ai castagni, dove probabilmente gli eremiti sostavano in preghiera o in conversazione. Senza quelle moto, si poteva pensare di essere ritornati ai quei tempi. Non scorse nessuno. Forse i giovanotti si erano inoltrati nel bosco. Pens di non andare oltre. La giovent era malata. Per via della disoccupazione, si era smarrita la misura delle cose. Dominavano la droga, il sesso, la sregolatezza. Torn indietro e sal gli scalini dell'ingresso. Il cancello era accostato, lo spinse leggermente ed entr.

Alle sette e un quarto Olimpio passeggiava irrequieto nel vialetto della canonica. Era fatto cos. Don Saverio senza volerlo gli aveva confidato che intendeva essere di ritorno verso le sette, per poter sbrigare alcune faccende della chiesa, e Olimpio dalla finestra era stato a spiare. Davanti agli scalini della canonica, per, non vedeva la macchina.
"Vado in canonica" aveva gridato alla moglie Assunta. "Don Saverio non  ancora tornato."
"Sei sempre il solito. O non  mica tuo figlio."
"Non ha nessuno, quel prete, e morirebbe solo come un cane."
"L'ha voluto fare lui il prete, mica glielo abbiamo detto noi."
Assunta aveva meno cuore di Olimpio. Succede che le donne a volte siano pi egoiste degli uomini. A Sunta interessava dei figli suoi, e per loro avrebbe cavato gli occhi anche a un santo. Degli altri, si occupassero i parenti, e se uno non ce li aveva, o li aveva lontano, com'era il caso di don Saverio, imparasse a sbrigarsela da solo.
"Don Saverio non ci chiede niente. L'aiuto che gli do,  per mia volont, e tu non metterci becco."
"Dovevi farti prete."
"Non c'entra nulla con la carit."
Altre volte lo rimbeccava perch pensava pi agli altri che ai figli. Quando qualche mendicante o forestiero bussava alla porta, Assunta faceva di tutto per andare lei ad aprire, perch Olimpio si lasciava impietosire e non mandava mai via nessuno a mani vuote. Se non aveva spiccioli, dava del pane, o anche frutta, e persino pomodori aveva offerto.
Assunta l'aiutava nei campi. Ce n'era bisogno, perch non era possibile prendere un bracciante a ore, costava troppo e se ne andava tutto il guadagno. L'agricoltura aveva ripreso un po' dell'importanza che nel corso del XX secolo aveva perduto. Non che gareggiasse con l'industria ed il commercio, ma offriva condizioni di vita pi accettabili, e qualcuno l'aveva preferita. Anche se si era salariati, il padrone non era lo stesso che nella fabbrica, e c'era pi umanit e rispetto della persona. Dopo anni in cui l'uomo era soltanto sfruttato, questa condizione che veniva riscoperta, a pi d'uno sembrava un ritorno al paradiso terrestre. Per non erano molti i padroni che si potevano permettere uno o pi salariati. La terra non dava ricchezza. Dell'aiuto, Olimpio lo chiedeva anche ai figli quando arrivava il tempo delle semine o dei raccolti. Angela, la figlia pi grande, era la pi disponibile, mentre Antonietta e Faustino erano riottosi, e si facevano pregare a lungo prima di acconsentire. Matteo era diventato troppo vecchio e passava i suoi giorni a far niente. Nemmeno Olimpio lo riconosceva pi . Nella vecchiaia pareva essersi piegato. Contava sull'aiuto dei figli, invece, che erano la sola ricchezza che possedeva. Ma i figli non erano come lui, ai suoi tempi, che quando il padre Matteo lo chiamava, si spaccava la schiena per rendersi utile.
"Quanto ti devo pregare, a te, Faustino. Sgobbo per farti studiare, non lo vedi?"
Ma delle fatiche dei genitori poco importa ai figli. Il mondo si fa sempre pi spietato. Cos, Faustino chiudeva il discorso con un'alzata di spalle, e si ritirava nella sua stanza, oppure usciva in strada.
Olimpio, quando vide che erano gi le sette e un quarto e don Saverio non era ancora rientrato, disse alla moglie di chetarsi, e che lui doveva andare a vedere se era successo qualcosa. Passeggiava sul viale in su e in gi , e Assunta si era messa alla finestra a spiarlo. Spilungone com'era, la sua agitazione arrivava fino a lei.
Alle sette e mezza, non ce la fece pi , roso dall'ansia. And sotto la finestra e alz il viso verso Sunta: "Vado a vedere se  al bar."
"Sei tutto matto. Che vuoi che ci faccia a quest'ora don Saverio al bar."
"Quel che ci fanno tutti.  un uomo pure lui."
"Accomodati, allora, ma non sparire anche te, che fra poco si va a cena."
"Pensi alla cena te, e a me non mi vien fame se non torna don Saverio."
"Ma cos' mai don Saverio, mica te ne sei innamorato?"
"Ecco un discorso a bischero, Sunta, che lo fan solo le donne come te."
"Vedi di sbrigarti, allora, e non metterti a fare il citrullo."
La gente si radunava al bar pi spesso che nel passato. Era una boccata di ossigeno, dopo una giornata di lavoro in cui ciascuno si sentiva trattato come una macchina o un numero. C'era sempre chi discuteva a voce alta. La politica la faceva da padrona, pi dello sport. Perch la miseria nera che si era attraversata negli anni passati nessuno se la dimenticava, e la gente stava in guardia, e anche se qualcosa di buono veniva fatto dal governo, il popolo non si abbandonava alle illusioni.
Olimpio non fece caso ai loro discorsi. Entr e disse subito ai primi che stavano vicino alla porta: "Don Saverio non  ancora rientrato."
"E allora? Avr trovato una ganza."
"Non scherzare coi santi, bischero."
"Sar un uomo anche lui, no? e gli piaceranno le donne. Che c' di male."
"Te Olimpio, a stargli troppo dietro, a quel prete, gli scopri gli altarini. Lascialo un po' in pace."
" un bell'uomo. Sai quante gonnelle gli corrono dietro. Stasera gliene sar rimasta attaccata addosso una."
"Voglio vedere il giorno che avrai bisogno dell'olio santo. Allora ti far comodo il prete."
"Suvvia, si scherza, Olimpio. Lo sappiamo che gli vuoi bene, al prete, e che se sei venuto qui,  perch stai in pensiero."
"Ora si ragiona, iolai" fece Olimpio.
Con una macchina sarebbero andati incontro al prete.
"Sei sicuro che  salito a Rupecava?"
"Cos mi ha detto."
"Non sar mica andato a donne davvero..." Olimpio stava per montare in bestia un'altra volta.
"Non vedi che si scherza, Olimpio? Oh, ma non ti si pu dire pi nulla."
Salirono in quattro, tra cui Olimpio.
"Fermati a casa mia, che dico a Sunta che vengo con voi."
"O Sunta, te lo portiamo via il tuo Olimpio. Si va tutti a donne. Stasera si cambia, iolai."
"Sta' attento, che il pisellino ti potrebbe anche fare cilecca, e invece di ridere, piangi."
"Non mi tradisce mai, bella mi' Sunta, e risponde colpo su colpo. Mica sono come il tuo Olimpio, che ogni tanto si prende un mese di riposo."
"Io non mi prendo n un mese, n una settimana. Diglielo te, Sunta, a questo bischero qui."
"O Olimpio, non lo capisci che  tutta invidia. Il mio Olimpio ce n'ha anche per le vostre donne."
"Eeeeh, che sar mai... un treno?"
"Un aeroplano" fece Sunta, e chiuse la finestra.
"Accidenti che lingua. Se a letto  uguale, a te Olimpio t'ha benedetto il Padreterno."
"Chiudi la bocca e sbrigati. Don Saverio ha bisogno di noi."
Trovarono don Saverio nella cappellina dove un tempo era esposta la piccola statua della Madonna. S'insospettirono una volta giunti al monumento, quando videro che la macchina era ancora l.
"Gli  successo qualcosa" disse subito Olimpio, e gli altri ammutolirono, il guidatore acceler.
Don Saverio era disteso sul pavimento. Morto o svenuto. Lo chiamarono. Niente. Si chinarono su di lui.
"Respira" disse uno di loro.
"Ha un bozzo sulla testa. Qualcuno deve averlo colpito."
"Non credevano che fosse un prete". Don Saverio non portava mai l'abito talare, infatti; ormai i preti non lo portavano pi , se non in occasione di cerimonie solenni. L'abito talare era diventato un po' come la grande uniforme dei carabinieri.
"Lo avranno derubato."
Per farlo rinvenire, lo schiaffeggiarono. Finalmente don Saverio apr gli occhi.
"Io mi chiedo" disse Olimpio "che cosa  venuto a fare solo quass .  un posto da lupi. Vede che cosa le succede?"
"Come sta don Saverio?" Lo avevano messo seduto sul pavimento e uno gli teneva sollevata la testa.
"Non so che cosa mi sia accaduto."
"Ce la fa ad alzarsi?" Lo aiutarono a mettersi in piedi.
"No, non ho nulla di rotto." Si stava riprendendo, ora si sentiva meno confuso.
"Guardi se le hanno rubato qualcosa." Si mise la mano in tasca. Il portafoglio c'era ancora. L'apr, non mancava niente.
"Avranno visto questi pochi soldi, e hanno avuto piet. Sono pi povero di loro." Abbozz un sorriso.
"Sono tempi bui, don Saverio. Saprei io cosa fare a questi delinquenti. Ci vuole pi severit. Chi viene preso, deve starsene in galera a pane e acqua, altro che libera uscita e televisione."
"Ma ha idea di chi l'ha colpita? C'era nessuno quando  arrivato qui?"
Don Saverio raccont delle due moto, ma non aveva visto i quattro giovani, eppoi non era sicuro che fossero stati loro. Lui aveva fatto il giro dell'Eremo, aveva visitato le grotte, e quindi era entrato nella chiesetta per pregare, una chiesetta che era diventata squallida, senza pi gli arredi di una volta, e senza la piccola Madonna, che per paura dei ladri e dei vandali veniva custodita altrove. Ma ugualmente c'era Iddio in quel piccolo luogo, perch Dio non se ne va pi da una chiesa, quando  stata consacrata. Si era inginocchiato davanti all'altare e si era immerso nella preghiera. Poi aveva sentito un forte dolore al capo. Non ricordava altro.
"L'ha scampata bella."
Si accorse di non avere pi la piccola croce che teneva all'occhiello della giacca. Guard per terra. Gli altri l'aiutarono a cercare.
" sicuro di averla portata con s?"
"Non esco, senza la croce."
" la croce che la fa sentire prete?"
"Non dire sciocchezze" intervenne Olimpio.
"Allora lo sapevano che lei era un prete."
"L'hanno colpita apposta, perch lei  un prete!"
"Ma te guarda a cosa siamo ridotti" fece Olimpio.
"Se la sente di venire via?"
"Sto bene."
"Allora andiamo." Sul principio, lo aiutarono a camminare, ma poi don Saverio fece da solo il piccolo tratto che li separava dalla macchina.
"Oramai si  ripreso del tutto. Le fa male il bernoccolo?" Se lo tocc, era prominente.
"Se vuole, quando siamo a casa, si fa venire Angelino." Angelo Brigante era il dottore. Un ragazzo nato in paese, che s'era fatto medico. Ce n'erano altri che si erano affermati. Addirittura tre erano diventati ingegneri, cinque lavoravano in banca, e due di questi erano direttori. Nel commercio pure, con negozi importanti in citt. Due avevano fabbriche che davano lavoro a molti operai. Poi c'erano anche dei ricconi che vivevano di solo denaro, esperti nella finanza, che avevano saputo speculare al momento giusto, ed ora andavano tutte le mattine in banca a combinare affari. Giocavano in borsa. Si sedevano e stavano per delle ore a sorvegliare quel che accadeva sui mercati pi importanti, non solo Milano, ma anche Londra, Francoforte, Nuova York, Parigi, Tokyo. E quindi compravano e vendevano secondo le convenienze. Quando la sera si fermavano, qualche volta, al bar anche loro, parlavano di valute come gli altri discorrevano di calcio. Qualcuno aveva anche potuto approfittare dei loro consigli. Ma non si doveva pensare che tutto fosse rose e fiori; come dappertutto, coesistevano ricchezza e miseria, frutto di un liberismo che non riusciva ancora a proteggere i pi deboli. Poi c'era, a scorno del paese, anche un usuraio, pieno di soldi, che moltiplicava sulle disgrazie degli altri. Non si aveva piacere di averlo in paese, ma ci era nato, e aveva gli stessi diritti degli altri. Non si sapeva a quanto ammontasse la sua ricchezza. Si facevano congetture, si raccontavano aneddoti assurdi. Si sosteneva che possedesse fortune un po' dappertutto nel mondo, palazzi a Londra, a Parigi, a Roma, navi da crociera, e soprattutto fabbriche acquistate con l'usura da proprietari che avevano avuto bisogno del suo aiuto, e lui a poco a poco ne era diventato l'unico padrone. Si chiamava Domenico Santo, ma era conosciuto col soprannome di Nasone, per via del naso lungo e grosso. Gi da piccolo, l'aveva nel sangue il denaro, al contrario del padre, che era uno scialacquatore, e aveva i buchi nelle mani. Forse per questo il ragazzo era diventato avido. Negli anni della scuola, faceva affari col commercio dei libri usati; e al liceo prestava i soldi ai compagni che dovevano uscire con la ragazza. Alto e robusto, nessuno cercava di fregarlo. Col tempo era diventato ancora pi abile e avido, e gli affari si erano ingigantiti. Aveva un negozio di tessuti in citt, ma quello era la sua copertura. Chi aveva bisogno di un prestito andava l per combinare. Anche in paese aveva accalappiato qualcuno. Ci andava cauto per coi paesani, non voleva fastidi sull'uscio di casa, ma se fiutava che l'affare era interessante, non aveva riguardi neanche per il paese. Naturalmente non si avevano prove della sua attivit, e Nasone non ne parlava mai, neanche al bar, dove trovava sempre qualcuno che gli offriva da bere, e allora si arguiva che era uno di quelli presi nella rete. Ma chi s'era fatto prestare denaro, si guardava bene dal confidarlo in giro. Era un'onta, e non si vedeva l'ora di restituire i soldi e gli interessi, se si poteva.
Giunsero al monumento dove stava parcheggiata la macchina di don Saverio.
"Lei don Saverio resti qui. Mi dia le chiavi e la porto io la sua macchina."
"Ma no, sono in grado di fare da me."
Tir fuori le chiavi e le porse all'altro, che non intendeva lasciargli guidare la macchina.
Questi vi sal, e quando ebbe avviato il motore, allora anche i compagni ripartirono.
Sunta era alla finestra e li vide arrivare. Scese in strada e si fece trovare sul vialetto della canonica.
"Che le  successo, don Saverio? Sta bene?"
"Lascialo in pace, che poi ti racconto a casa" fece Olimpio, allontanandola dal prete.
Era giunta altra gente.
"Sto bene" disse don Saverio. "Tornate pure a casa."

La sera, sul tardi, al bar non si discuteva d'altro. C'era anche Angelino, il dottore; e c'era pure l'usuraio Domenico Santo, detto Nasone.
"Domani, Angelino, fai un salto da don Saverio, e vedi se sta bene."
"Perch non mi avete chiamato?"
" stato lui a non volerlo."
"Per me gli sta bene" disse Nasone. "Li ho sempre avuti antipatici, i preti. Si mettono in mezzo, e sono buoni solo a far prediche. Ma dico io, lo sanno o no come va il mondo? Sono pi di duemila anni che fanno i loro sermoni, e che cosa  cambiato? Bisogna essere dei pescicani per sopravvivere." Nasone stava seduto in circolo con gli altri. Al centro avevano un tavolo pieno di bicchieri di vino. Ogni tanto qualcuno allungava la mano per bere. Era arrivato anche uno degli ingegneri, di nome Sebastiano, aveva visto il gruppo e s'era informato.
"Non sono cose da sentire." Era un bel giovane, sposato da poco, biondo e con gli occhi azzurri. Da scapolo aveva fatto la festa a molte ragazze, cos correva voce, ed ora non era certo che avesse messo la testa a posto. Forse no, a sentire certe chiacchiere. La moglie era carina, altri uomini avrebbero fatto Pasqua con lei, ma si vede che l'ingegnere non si accontentava. Quella poverina, doveva saperlo che ci aveva le corna, perch quando parlava con le amiche, non le guardava troppo a lungo negli occhi, li abbassava, o li indirizzava altrove.
"Che ne pensi, Sebastiano?"
"Lui lo sa com' il mondo oggi. Non  stato prudente salire lass da solo."
"Io glielo avevo sconsigliato, ma don Saverio quando si mette in testa una cosa  peggio di un mulo."
"Se  andato da solo, una ragione ci dev'essere" fece Nasone, alzando il viso al soffitto.
"Che vuoi dire, Nasone?"
"Voglio dire che ci potrebbe avere qualche femmina per le mani." Era tornato a guardare i compagni.
"Tu non la perdi l'occasione, se puoi parlar male di un prete. Ma, iolai, perch non ti guardi addosso, invece di gettare sospetti sugli altri?" Era Olimpio, che andava su tutte le furie se gli si toccava il prete.
"Che vorresti dire" fece subito Nasone, che lo cap bene a che cosa alludeva Olimpio.
"Dico che ognuno dovrebbe guardare in casa propria, perch nessuno  perfetto, e ci abbiamo tutti, me compreso, i nostri peccatucci nell'armadio."
"Se  per questo, a me, un armadio solo non mi basta." L'ingegnere era andato a prendersi una sedia e ora si metteva accanto a Nasone. Continu. "Non  da scartare l'idea che ci sia di mezzo una donna. Non  mica la prima volta che succede. I preti son uomini uguali a noi, e le donne piacciono anche a loro. Ricordatevi che se un prete si mette in testa di sedurre una donna, non c' cacciatore pi capace."
"Se lo dici te, Sebastiano..."
"Lo dico perch  vero. A Lucca poi c' la tradizione."
"Mi pare che esageri, ora." Era di nuovo Olimpio, che sbuffava.
"Esagero!? Dici cos perch non conosci la storia, caro Olimpio."
"Del resto tra preti, frati e monache, non saprei chi  peggio." Era Nasone.
"Che c'entrano le monache."
"C'entrano, c'entrano... Come i preti e i frati. Diglielo te, Sebastiano, che queste cose le hai studiate, e non le hai sentite mentovare come me."
"Ora ce le devi raccontare anche a noi, Sebastiano" grid uno del mucchio, facendo una gran risata.
"Ridi, ridi" disse un altro, "ma se son vere, ci sarebbe da piangere. Io quando vado in chiesa, il prete lo considero come Dio in Terra."
"Dio in Terra  il Papa, bischero. Chi te l'ha insegnato il catechismo?"
"Dio o non Dio, per me il prete  come un santo."
"Allora sei due volte bischero" disse Nasone. "Dai preti ti devi guardare, mentre con le suore ci puoi... "
"Smettila Nasone!"
"O Olimpio, a me, me l'hai gi rotte; se non le vuoi sentire queste cose, tornatene da Sunta."
"Lo sai quel detto, scherza coi fanti, ma lascia stare i santi?"
"Se i preti e le monache fossero santi, li lascerei in pace, ma i pi sono uomini come noi, e il resto son diavoli."
"Ma te Nasone, te le confessi queste sciocchezze?"
"Non me le confesso, perch non sono un baciapile, io, e non sono come te, Olimpio, che fai la comunione tutte le domeniche. Sei un mangiaostie, ma vorrei chiederlo alla tua Sunta, se sei un cristiano come si deve anche a letto. Mi sa che la notte Sunta ti fa diventare diavolo anche te." Risero tutti, e Olimpio divent rosso, segno che era vero.
"Su, Olimpio, non te la prendere, noi si scherza. Altrimenti come si passa la serata?"
"Io non ci credo che il nostro prete abbia una femmina per le mani."
"Potrebbe anche darsi che ce l'abbia, invece. La volete sentire quella storia dei conventi, e delle monache e dei preti che se la spassavano?"
"Basta che non siano frottole, Sebastiano."
"Le potete leggere sui libri di storia." Tutti si chetarono e l'ingegnere si mise a raccontare per filo e per segno quello che successe a Lucca soprattutto alla fine del '300 e ai primi del secolo successivo, e di quando, nel 1404, Paolo Guinigi, signore di Lucca, dopo aver riformato alcuni conventi, scrisse al suo ambasciatore a Roma, perch il Papa autorizzasse lui e il cugino arcivescovo a riformare anche gli altri che, situati nel territorio lucchese, non ricadevano sotto la loro giurisdizione, per il "disonesto vivere che si facea in ne' monasterii di Luca & di fuora per lo contado"(49).
L'ascolto si fece intenso. Si chiedevano maggiori particolari, soprattutto quando si parlava della lussuria delle monache, e Sebastiano pens bene di dilungarsi a raccontare di quei preti che scalarono le mura del convento di Pontetetto, o di quel grosso canonico della Cattedrale che se la intendeva con la badessa del convento di Brancoli.
Si stavano facendo le ore piccole. Nessuno aveva voglia di tornare a casa, nemmeno Olimpio.
"Sunta ti verr a prendere, se non torni a casa."
"Pensa ai fatti tuoi."
"Ti toccher scalare il muro e entrare dalla finestra, anche a te." Risero tutti di nuovo.
"Ma sono successe davvero?"
"E come mai non ce l'insegnano a scuola?"
"Se ci insegnassero da piccoli che anche ai preti e alle monache piace fare all'amore, te lo immagini che casino!" Risero ancora.
"Per fortuna che ci pens Paolo Guinigi a mettere a posto le cose."
"Al contrario, quel che fece non serv a niente."
"Vuoi dire che tutto continu come prima?"
"Pi o meno."
"Spiegati meglio."
"La lussuria  parte dell'amore. Noi siamo bestie, come i leoni, come le scimmie, abbiamo bisogno di dare sfogo ai nostri sensi. Nessuno li pu reprimere. Solo i santi, ma quelli veri, che sono pochi."
"Che cosa successe ancora?"
"Immagina ci che vuoi, e sappi che proprio quello  accaduto."
"Ma qui a Lucca, qui da noi? Non ci credo."
"E perch non ci devi credere?"
"Ma a Lucca, via, una citt cos costumata..."
"Costumata lo dici te.  bacchettona di fuori, e lussuriosa di dentro."
"Ma che dici?"
"La verit."
"Non  possibile che qui da noi siano successe cose simili."
"Hai detto bene. Qui da noi. Perch proprio a due passi da noi, a Gattaiola, c'era il convento di Santa Chiara, dove ne sono successe di cotte e di crude."
"Ma allora ce le devi raccontare."
"Sul convento di Santa Chiara ve ne racconto una, ma di quando non era pi situato qui a Gattaiola, bens a Lucca, vicino alla chiesa di San Francesco. Siamo alla fine del '500, e precisamente nel giugno del 1593."
"La conosco questa storia" fece Nasone.
"Allora raccontala te."
" la storia di Lucrezia Buonvisi?" domand per essere sicuro.
"Proprio quella. Non ti pare una bella storia?"
"Altroch!"
"L'abbiamo avuta anche noi la nostra Monaca di Monza, e quella lucchese non era da meno, non  vero, Nasone?"
"Quando entr in convento per sfuggire al castigo della legge, dopo che ebbe fatto assassinare il marito dall'amante, si fece chiamare suor Umilia, bel nome no?"
"Come principio non c' male" fece quello che aveva guidato la macchina di don Saverio. "Stasera a casa non ci torno, se ne hai ancora di cos belle." Guard l'orologio, era quasi mezzanotte.
"Che fai, Olimpio, resti anche te?"
"Di qui non mi muovo."
"Per la storia di Lucrezia, ce la deve raccontare Sebastiano, che  istruito, e le sa dire bene queste cose. Te non ci restare male, Nasone, perch se si trattasse di soldi e di affari, allora la parola spetterebbe a te, ma qua occorre aver studiato, per narrare una storia simile a degli ignoranti come noi."
"Per me va bene," rispose Nasone "anzi, cos me la posso godere anch'io un'altra volta. Forza, Sebastiano, siam tutt'orecchi." Passarono la mezzanotte con la storia licenziosa di Lucrezia Malpigli, andata in sposa a Lelio Buonvisi, della potente famiglia lucchese, innamorata invece di Massimiliano Arnolfini, amore che fu causa delle successive sciagure. Quando se ne uscirono era trascorsa l'una. Olimpio si preoccupava di dover tornare a casa a quell'ora insolita.
"Vuoi che ti accompagniamo noi, Olimpio? Gliela troviamo noi una scusa, a Sunta."
"Lo so io quel che ci avete in testa di raccontarle...  meglio che stiate alla larga; lo sapete che Sunta  gelosa, e se le parlate di donne, lei ci crede, eccome!"
"E son legnate."
"Legnate, no."
"E allora?" Anche se era notte, bast la luce del lampione a smascherare Olimpio, che era tornato a diventare rosso come un cocomero.
"Abbiamo capito" risero i compagni. "Andresti in bianco, non  cos?"
"Mi sa che in bianco ci va lo stesso, stasera."
"E anche noi, se non facciamo presto. Perch se donna dorme, uomo non piglia pesci."
"E anche don Saverio, stasera, i pesci non li deve aver presi."
"Io non ci credo a una storia di donne. Gli hanno rubato la croce, non te lo ricordi? E questa  una cosa che deve avere un significato. Che se ne fa uno di una croce come quella, che non vale una cicca, se la vuoi vendere?"
L'odio verso i preti era cresciuto. A mano a mano che la societ evolveva, si aveva fastidio della religione, che diventava un peso ingombrante per la coscienza. Se non c'era, si poteva meglio agire e pensare. Qualcuno sosteneva che non ci poteva essere vera libert, se persisteva il sentimento religioso. Tornavano a diffondersi vecchie teorie del passato, ma ora se ne doveva avere pi timore, perch c'era pi scienza, e queste idee si mescolavano con ingredienti assai temibili. Riti satanici si erano diffusi dappertutto, anche nel paese si era verificato qualche brutto episodio. Nessuno li combatteva seriamente e si era formata la convinzione che ci avvenisse per istigazione di coloro che, attraverso quelle moderne bestialit, intendevano combattere anche la Chiesa. Sarebbe stato facile dire che tutto il male derivava dalla religione, bianca o nera che fosse.

"Sunta, dormi?"
"Ora mi hai svegliato." Olimpio si era infilato nel letto, prima di chiamarla.
"Non riesco a dormire, Sunta."
"E cos non lasci dormire neanche me."
"Scusami."
"Stasera ho dovuto serrare io la casa. Ma a che ora sei rientrato?"
"Eri andata appena a letto. Ho visto dalla strada che spengevi la luce."
"Ti avrei sentito."
" che il fatto accaduto a don Saverio mi ha scombussolato."
"Sono cose che succedono. Dormi. Non dimenticare che domattina dobbiamo alzarci presto." Avevano deciso di raccogliere il granturco. I campi li avevano tutti dietro casa, salvo un paio che correvano lungo l'argine del fiume.
"Tu sapessi quel che ho sentito raccontare stasera al bar."
"Me lo immagino. Fortunati voi uomini, che avete tempo di spassarvela al bar. Ce le vedi mai, tu, le donne al bar?"
"O Sunta, ma si sgobba tutto il giorno... Non sar la fine del mondo, se si chiacchiera un po' tra noi uomini."
"Voi lo guastate il mondo con le vostre chiacchiere. Sarebbe meglio che badaste solo a lavorare." Era un modo di pensare che si andava diffondendo. C'era bisogno di produrre ricchezza nel paese, e la televisione, oltre a trasmettere telenovelas, non perdeva occasione di ricordarlo. Gli uomini sbuffavano, e dicevano che era l'ora di finirla con quelle prediche del governo, ma le donne erano d'accordo, di ciance ne avevano fatte sempre poche nel corso dei secoli, e pareva loro che finalmente governasse qualcuno con un po' di sale nella zucca, e cos in famiglia facevano di tutto perch si pensasse solo al lavoro. In politica, se si hanno le donne come alleate, si pu governare all'infinito. Solo che le donne sono giudici pi severi degli uomini, e bisogna governare bene.
"Ma si lavora anche troppo, e in tasca non ci resta un soldo. Da quanto tempo non si fa una vacanza? Te la ricordi l'ultima? I nostri figli andavano alle medie, e ora fanno l'universit."
"C' da pensare a loro, ora, a farli studiare." Le tasse scolastiche erano triplicate, e non era pi tanto vero che potevano studiare anche i poveri. Si dovevano fare grossi sacrifici per mantenere i figli allo studio, e privarsi di molte comodit a cui si era abituati.
"Al bar, qualcuno dice che quel ch' successo a don Saverio,  colpa delle donne." Sunta si volt dalla sua parte. Parve fulminarlo con gli occhi.
"E tu, che sei il solito babbeo, l'hai bevuta."
"L'avresti bevuta anche te. Sapessi quel che ho sentito, con queste orecchie."
"Sono stupidaggini."
"Ma era Bastianino che le raccontava."
"Chi, l'ingegnere?"
"Proprio lui."
"Era un bravo ragazzo, da piccolo, con quei riccioli biondi.  sempre stato un bel giovine. Ma s' guastato con gli anni. Prima discorreva poco, e ora ha una chiacchiera che incanta le donne. Pensi invece a far felice sua moglie, che se lo merita, ed  diventata malinconica, mentre prima metteva allegria solo a guardarla."
"Ma  proprio vero che Bastianino le fa le corna?"
" vero s. Ma te in che mondo vivi? Possibile che non ti accorgi di nulla?"
"E con chi gliele mette le corna?"
"Con tutte. Basta che veda una sottana, e le corre dietro. Ce n' in paese, sai, di donne che non aspettano altro."
"Lui dice che  un'ipotesi molto probabile, e don Saverio c' andato da solo a Rupecava perch aveva appuntamento con una donna. Nasone la pensa allo stesso modo."
"Iiiihh, Nasone! Eccone un altro sempre pronto a guardare in casa degli altri. Lui li rovina, gli altri, lo sai o no?"
"Questo lo so anch'io."
"E bravo! E lo sai che quando ha preso qualcuno per il collo, prima di strozzarlo, gli cava anche le ossa."
"Che vuoi dire?"
"Che pretende di portarsi a letto la moglie, e anche le figlie, se sono grandi e carine."
"Questo lo dici te."
" la verit. E quando s' goduto la moglie e le figlie, invece di avere riguardo per il disgraziato, gli assesta la botta finale. Gli ruba tutto quel che ha. Andrebbe ammazzato Nasone, e tu stai a bocca aperta a sentire le sue ciance."
"Io sapevo che era uno strozzino, ma non che approfittasse anche delle donne."
"Ne approfitta, eccome, parola di Sunta."
"Tu non ci credi, allora, che don Saverio se la intende con una donna?"
"Don Saverio avr tanti difetti, ma  un prete vero, ancora giovane e pieno di orgoglio, questo s, ma di quelli di una volta, dalla volont di ferro."
"Che ne sai tu, di come erano i preti una volta?" Sunta aveva avuto invece un prozio prete, alla cui memoria era legata, anche se lei non era bigotta come il marito.
"Io non ci giuro su tutti i preti di oggi, perch ce ne sono pochi che hanno la fede e credono al Vangelo. I pi sono chiacchieroni, e vogliono solo mettersi in mostra. Manca l'umilt ai preti di oggi. Ma quelli di una volta, erano preti veri."
"Allora ascolta quello che ha raccontato stasera Bastianino."
"Purch tu non la faccia troppo lunga. Avevo sonno, e me l'hai guastato. Lo sai che poi ho difficolt a riaddormentarmi."
"Quando avrai sentito ci che ho da raccontarti, non dormirai pi , questo  sicuro."
"Allora raccontamelo domattina."
"No, ora. Se no non dormo io."
"Sbrigati." Olimpio le raccont per filo e per segno la storia dei preti e delle monache che facevano all'amore nei conventi, e la storia di Lucrezia Buonvisi. Sunta teneva gli occhi spalancati, e si capiva che non aveva pi sonno. Alla fine Olimpio si sent soddisfatto.
"Che ne pensi, Sunta? Questa  storia vera. Si legge sui libri. I preti li hanno avuti anche nel passato questi mancamenti."
"Il mio prozio no. Altrimenti lo avrei rinvenuto."
"Da chi?"
"Insomma, qualcuno me lo avrebbe detto, se anche lui ci aveva le donne."
"Io, i preti li ho sempre rispettati, ma ti devo confessare che dopo aver sentito queste storie, ora non ci ho pi tanta fiducia."
"E questo  un bene, e potrei anche essere contenta, perch te, Olimpio, sei troppo credulone, e un prete ti potrebbe portar via anche la casa, e tu non apriresti bocca. C' differenza, lo vuoi capire una buona volta, tra Dio e un prete."
"Allora che ne pensi di don Saverio? Sei sempre convinta che non ce l'ha una donna?"
"Sono un po' meno convinta ora, e pi mi ci fai pensare, pi mi ricredo, e la cosa sarebbe possibile.  un bell'uomo, e qui in paese ce ne sono di sottane che se lo porterebbero a letto volentieri."
"Come mi devo comportare con lui?"
"Per carit! Come sempre. Questi sono solo discorsi, e le chiacchiere le porta via il vento. Prove ci vogliono, prima di condannare un uomo. La maldicenza uccide quanto un colpo di pistola."
"Hai ragione Sunta. Far come dici. Ma se venissero fuori delle prove, allora voglio dirglielo in faccia io, a don Saverio, che  un farabutto pi degli altri, e si merita di andare all'inferno."
"Se c' l'inferno."
"Perch? Dici che non c'?"
"Per conto mio, non c' neanche il paradiso."
"Alla faccia del prozio prete! Ma tu le dici sul serio queste cose?"
"Proprio sul serio no, ma basterebbe poco per convincermene. Per esempio, se vedessi don Saverio trafficare con una donna."
"Speriamo che non succeda. Si sarebbe dei disgraziati, se non ci fosse pi il conforto della fede. Che si potrebbe dire ai nostri figli? Come si potrebbe nutrirla la speranza, se tutti perdessimo la fede? Oh, Dio non voglia che accada mai una cosa cos terribile!"
"Prima bisogna vedere se c' questo Dio. Perch ci sono troppe domande importanti a cui Dio non risponde mai, anche se dovrebbe."
"Te Sunta, stai per diventare atea, fai attenzione. Se si diventa atei, si torna ad essere bestie."
"Ah, perch sei convinto che siamo davvero esseri umani? Solo pochi diventano esseri umani, quelli ricchi, quelli che non hanno le preoccupazioni di noi povera gente. Tutti gli altri restano bestie."
Olimpio si fece il segno della croce, gli era venuta la paura, e se lo fece anche Sunta, perch pens che forse aveva bestemmiato. Olimpio si gir dall'altra parte, e dopo poco si addorment. Cominci a russare, era un suo vizio, ma Sunta ci si era abituata; e anche lei, dopo che ebbe ripensato alle storie di quei preti e di quelle monache narrate da Olimpio, sent che il sonno stava arrivando. Fu contenta, perch aveva gi messo in conto che quella notte l'avrebbe passata sveglia.

A settembre, Lucca indossa l'abito migliore. Per tutto il mese  un rincorrersi di feste, e vengono da fuori, dal contado, ma anche da altre provincie, e dall'estero perfino, per assistervi. Da qualche anno la citt incontra una notoriet che merita, e che nel passato le era stata preclusa. La luminara di Santa Croce e l'esposizione ai fedeli, in Cattedrale, del Volto Santo, il re dei lucchesi, ne costituiscono il culmine. Guglielmo il conquistatore giurava sul Volto Santo di Lucca, la cui fama si perde nei secoli pi lontani.
Nasone stava sull'uscio della sua bottega a curiosare. La sera prima aveva fatto quelle chiacchiere al bar, ed ora ammirava le belle ragazze intente al passeggio. Pensava ai preti e alle monache.
"Se potessero, i preti ne farebbero un boccone delle donne."
Pass una che conosceva, del suo paese. La chiam. Era ben fatta, fresca, giovane. La ragazza si avvicin e fece un sorriso.
"Sei sempre pi bella, Marisa. Chiss quanti giovanotti!"
"Stamani non mi va di scherzare."
"Non mi dire che alla tua et hai qualche preoccupazione. Una ragazza bella come te non deve averne."
"E invece s." Poich aveva una figura slanciata, indossava una minigonna molto corta, che metteva in risalto le lunghe gambe. Qualche passante la sbirciava.
"La gente ti guarda. Ti piace?"
"Ho ben altro a cui pensare."
"Ai giovanotti ci penserai..."
"Nemmeno a quelli."
"Uuuhm, come sei nera, stamani. Posso fare qualcosa per te?"
" mio padre che mi mette di malumore. Io ho da studiare. Sono indietro con gli esami, e invece di recuperare, faccio come i gamberi. Ma  mio padre che non mi lascia in pace. Ha sempre bisogno che gli dia una mano in negozio. Io glielo dico, che se ha bisogno di aiuto, non deve contare su di me. Io non posso. O lo studio o il lavoro. Non sono di quelle che possono fare entrambe le cose. Invece lui non lo capisce questo, e vuole forzarmi. Dice che una commessa costa troppo. Che c' crisi, e nessuno compra pi come una volta." Il padre era Ubaldo Torreggiani, un uomo tarchiato, di carnato scuro, bassa statura. Gestiva un negozio di elettrodomestici.
"Ha ragione tuo padre. Ancora la gente non si decide a comprare, e quei pochi soldi che ha, li tiene in banca. Anche da me si vende poco. Vestiti e stoffe ne vendo s e no un capo alla settimana. La gente non sta pi dietro la moda, e compra solo quando ha consumato il vecchio. Si tiene i soldi per paura di tempi peggiori. Ha la memoria dell'elefante, la gente, e si ricorda della miseria che ci ha colpito anni fa."
"Ma io ce lo avr il diritto di studiare. Non voglio fare la commessa, io."
"E che vorresti fare?"
"Studio giurisprudenza, mi piace."
"Dovresti fare la modella, invece. E non perderesti tempo sui libri. Si guadagna bene, e ci si diverte."
"Se ne intende lei, di queste cose..."
"Di retta a me. Lascia i libri, e fai la modella. Lo vedi che piaci alla gente? Non c' passante che non ti spogli con gli occhi."
"Si figuri se mio padre mi lascerebbe fare la modella!"
"Ci parlerei io con tuo padre."
"Non lo faccia, per carit. Mi chiuderebbe in casa, e mi picchierebbe anche."
"Non mi dire che Ubaldo ti picchia." La ragazza arross.
"Qualche volta, quando non vado al negozio."
"Andavi al negozio, ora?"
"S."
"Allora di' a tuo padre che gli voglio parlare."
"Mica gli va a raccontare la storia della modella, per. Guardi che io non ci penso nemmeno."
Nasone fece una risatina.
"Non devi avere cos paura di tuo padre. Ubaldo  una brava persona, e io so come prenderlo. A me d retta, sai; siamo in buona confidenza."
"Ma lei lasci perdere la storia della modella. Me lo prometta." Nasone rise di nuovo.
"Sta' tranquilla. E ora va, se no rischi di buscarti una bella ramanzina. Ma ricordati di dire a tuo padre, che appena ha un minuto l'aspetto in negozio. Tanto stamani io resto qua, a vedermi il passeggio delle ragazze belle come te."
"Non le far male?..."
"Marisa... Marisa... Allora sei gi birbante."
Marisa non rispose, fece un sorriso, e se ne and. Nasone la guard soddisfatto di quella conversazione. Non parlava da molto tempo con la ragazza, l'ultima volta gli era sembrata ancora una bambina, e ora invece profumava di donna.
Suppergi alla stessa ora, erano passate da poco le dieci, Angelino Brigante, il dottore, suon a casa di don Saverio. Olimpio lo vide dai campi mentre si avviava sul vialetto della canonica. Lo disse a Sunta che accanto a lui, sull'altro solco, coglieva il granturco. Erano riusciti a portare con s, questa volta, i figli Faustino e Angela, la pi grande. Antonietta non ne aveva voluto sapere di alzarsi cos presto. Li avrebbe raggiunti pi tardi.
" bravo, Angelino. Non si  dimenticato di far visita a don Saverio."
"Sei bravo anche te, allora, perch stamani per prima cosa sei passato a trovarlo. Chiss se agli altri paesani interessa la salute del nostro parroco. Tu sei troppo esagerato per la Chiesa, questo  vero, ma agli altri non importa proprio niente n del prete n del Padreterno."
Angela, la figlia pi grande, sbuffava, stava dietro la madre.
"Io ci ho da studiare, babbo. E poi sono gi stanca." Non aveva molta salute, ma Olimpio pensava con la testa di una volta, e cio che certi lavori manuali rinforzano il fisico e fanno meglio delle medicine.
"Sei arrivata ora, e gi ti lamenti" la rimprover la madre. "Devi sforzarti di pi , e vincere la tua pigrizia. Quando sarai sposata, non avrai molto tempo per le lagne. Ci penser tuo marito a levartele dalla testa." Sebbene le donne avessero fatto progressi nella conquista dei diritti civili, i pantaloni in casa li portava ancora l'uomo, ed era lui il padrone, anche se il suo trono, lo si capiva da molti segni, stava vacillando. Prima o poi sarebbero state le donne a comandare, una specie di rivincita che sarebbe durata qualche millennio.
"E se io non mi sposo?"
"Peggio, allora invece di uno, ne avrai mille di padroni. Non fare questo sbaglio, Angela. Sposatene uno, non dico il primo che capita, ma accanto alla laurea, metti in conto anche un marito."
"Con la scusa di chiacchierare, mi fate faticare tutto a me." Era Faustino, che si trovava davanti a tutti, tre solchi distante, e aveva raccolto gi molto. Lui, di salute, ne aveva da vendere, e anche un caratterino pungente, ribelle, che non somigliava a quello del padre, e nemmeno della madre, anche se era difficile pestare i piedi a Sunta. Ma Faustino aveva in pi un'autorit naturale, che incuteva rispetto.
"Te sei un uomo, ed  giusto che fatichi di pi " gli rispose Angela.
"Se veniva anche Antonietta, si faceva prima, babbo."
"Chetati Faustino, risparmia il fiato. Antonietta verr, stai tranquillo, e le faremo rimettere il tempo perso. Lei crede che tirandosi indietro, risparmia fatica. Ma stamani la faccio lavorare pi di tutti voi." Antonietta era pi robusta di Angela, ma odiava i comandi, e non obbediva subito. Olimpio la conosceva, e le lasciava sbollire l'orgoglio, poi quando mogia mogia si presentava al lavoro, la faceva sgobbare pi degli altri. Litigavano spesso, quando Angela e Faustino tornavano a casa, e lei doveva restare ancora. Trovava la scusa che era stanca, ma Olimpio da quell'orecchio non ci sentiva.
"Tornerai a casa quando avrai lavorato quanto gli altri."
"Se l'esame mi va male, sar colpa tua."
"Peggio per te, se ti va male. Dovrai ridarlo, e sar tempo perso." Sapeva che Antonietta ci teneva a finire presto gli studi. Prima finiva, prima poteva cercare lavoro. Non era facile trovarne, e passava qualche anno prima di sistemarsi.
Sunta riprese in mano il discorso avviato col marito.
"Non c' da preoccuparsi per don Saverio, vero Olimpio?"
"Stamani stava gi meglio. Ha un bernoccolo sulla testa, ma per il resto  tornato come prima."
"Che delinquenti, per! Che fa di male un prete, perch si debba bastonarlo."
"Bastonarlo... Gli hanno dato un colpo sulla testa. Un colpo solo, ma  bastato."
"Se non l'hanno derubato, che cosa cercavano da un prete?" Era Angela.
"C' chi pensa che aggredire un prete sia una grande impresa, da vantarsene" disse Sunta.
Faustino aveva sentito che parlavano di don Saverio, si era girato dalla parte dei genitori.
"Io dico che non li troveranno mai, i colpevoli."
"E dici bene. La polizia ha ben altro a cui pensare. E poi chi sa se don Saverio far la denuncia." Era Olimpio.
"Dovrebbe farla invece," disse Angela "cos vedrebbe come funziona la giustizia nel nostro Paese. Si pu ammazzare la gente, ma sono pochi i giudici che condannano un assassino. La giustizia, per il modo come viene amministrata in Italia,  una specie di mafia, e chi ha bisogno di giustizia, quella vera, non la deve cercare nella nostra magistratura."
Qualche anno prima, c'era stato un sussulto della magistratura. Finalmente si aveva avuto un po' di coraggio e qualche giudice aveva fatto il suo dovere, e la gente aveva sperato che fosse il principio di un rinnovamento atteso, che contrastasse la corruzione della politica. Poi tutto era passato in un lampo, come un sasso nello stagno, e di nuovo non c'era giustizia in Italia.
Stava arrivando Antonietta. Era immusonita.
"Vieni vieni, sorellina" disse Angela, sfregandosi le mani. "Vieni a prendere il mio posto."
"Se vai via, torno a casa con te."
"Oh bella. Ma io son qui da due ore. L'hai sentita anche te, babbo?"
"L'ho sentita s. Te Antonietta va laggi e comincia a lavorare. E te Angela, non hai ancora finito."
"Ma io sono stanca."
"Tutti siamo stanchi."
"Anch'io sono stanco" disse subito Faustino.
"Non ci credo" ribatt Angela, e gli fece la linguaccia. Antonietta era ancora ferma.
"Allora Antonietta?" le fece Olimpio, per sollecitarla.
"Io torno a casa."
"Guarda che ne buschi."
"Meglio buscarne che lavorare."
"Cominciamo male" sbuff Sunta, e si avvicin a Antonietta.
"Tuo padre dice sul serio. Non puoi fare la lavativa, quando i tuoi fratelli sono qui a sgobbare da pi di due ore."
"Intanto non sono i miei fratelli, ma mio fratello e mia sorella." Antonietta ce l'aveva col dominio dei maschi nella societ, e per questo se la prendeva anche con la grammatica, che favoriva gli uomini e trattava le donne come se fossero delle nullit.
"Va bene. Tuo fratello e tua sorella, allora, come vuoi tu" precis Sunta, che non si intendeva di grammatica, ma voleva che Antonietta si spicciasse a lavorare. Olimpio le dette un'occhiataccia.
"Non tirare la corda, Antonietta, che non  mattinata."
Antonietta fece un gesto di stizza, ci fu un momento che non si cap che cosa realmente volesse fare. Sunta e Olimpio stettero in silenzio, e anche Faustino e Angela non si mossero. Poi Antonietta, si vede che pens alle busse, e che Olimpio aveva le mani pesanti. Solo per questa ragione fece violenza alle proprie convinzioni e si diresse verso i solchi assegnati. Olimpio si sent soddisfatto. Si guard intorno, si compiacque che tutto fosse ritornato sotto il suo dominio.
Angelino era ancora in casa del prete. Lo aveva visitato e trovato bene. Non c'era bisogno di fare radiografie. Si trattava di un bel bernoccolo, questo s, ma senza complicazioni. Invece lo aveva trovato gi di corda, e si tratteneva per dargli coraggio. Si erano seduti intorno al tavolo di cucina. Don Saverio aveva preparato il caff. Sapeva che Angelino ne andava matto, e non si controllava, anche se era un dottore, e avrebbe dovuto farlo. Soffriva di pressione alta e di colesterolo. Era anche grasso pi del dovuto, e calvo.
"Non  per la colpitura, Angelino, ma per la croce che mi hanno rubata.  una croce che non vale niente, non si vende, ma vale per un sacerdote, perch  come se non fossi stato capace di difendere il mio Dio."
"Esageri, Saverio. Dio non giudica un sacerdote da queste sciocchezze." Era invalsa in taluni l'abitudine di dare del tu al proprio parroco, anche i giovani glielo davano. E anche il parroco dava del tu ai propri paesani, salvo qualche eccezione, naturalmente. Era anche questo un segno dei mutamenti avvenuti nella Chiesa. Era un bene? Era un male? Ci sarebbero voluti ancora molti anni per capire le conseguenze prodotte da questa confidenza nuova, sconosciuta da intere generazioni.
Il dottore, invece, non sapeva che da qualche tempo don Saverio era macerato da dubbi sulla propria fede. Vedeva che nel mondo Dio stava scomparendo. Vinceva Satana, e non poteva crederci. Cercava di reagire. E cos pensava che forse era la sua indegnit a mostrargli le cose in questo modo. Dio vinceva, ed era lui che si trovava dalla parte sbagliata, coperta alla visione di Dio. Allora, se era cos, com'era capitato da quella parte? C'era qualcosa in lui che non piaceva a Dio? Si stava convincendo di questo. E anche che forse Satana, in qualche modo che non sapeva, si stava impadronendo della sua anima, e gli nascondeva Dio. Come poteva confidare queste cose ad Angelino? Pu un laico, forse un miscredente  perch si pu venire in chiesa e non credere in Dio  supporre che il Padreterno possa provocare delle ferite cos profonde nella coscienza di un prete?
"Perch sei voluto andare da solo? Lo sai che non sono tempi da fidarsi degli altri. Eppure li leggi i giornali. Lo vedi da te che ne succedono di cose terribili. Il mondo, la convivenza, sono peggiorati."
"Ma non ci ho nemmeno pensato, Angelino. Avevo tanto desiderio di fare una camminata tutto solo, verso il Santuario. Come potevo credere che proprio lass , nella cappellina consacrata, qualcuno mi aggredisse, sotto gli occhi di Dio!"
"Se Dio esiste, devi ammettere che egli pretende dall'uomo un vigore e una resistenza che pochi hanno. Forse si avvicina la fine del mondo, e Dio ha meno piet di noi. Si sta per aprire il grande giudizio universale, e non c' pi tempo per la misericordia di Dio."
"Vedi a chi va bene? A Olimpio" aggiunse, andando verso la finestra, da dove si vedeva il sagrestano che discuteva con Sunta e i suoi ragazzi. "Lui ha pi fede di me. Penso che sia anche l'istruzione a toglierci la fede. Pi si  ignoranti e pi si crede in Dio. Questa potrebbe essere una chiave per arrivare a dimostrare la inesistenza di Dio, non credi?"
"Ci sono degli scienziati che dicono il contrario, caro Angelino, e dei matematici hanno scritto che la soluzione a molti problemi, si pu avere solo ipotizzando l'esistenza di Dio. Dio esiste, Angelino. La disperazione di noi uomini deriva dalla circostanza che spesso non riusciamo ad incontrarlo."
"E come si incontra Dio? Sono chiacchiere quelle che dici, Saverio. Perch qualcuno pu incontrare Dio, e altri ne devono restare esclusi? Ti sembra giusto un Dio cos?"
"La verit  che Dio sta dentro ciascuno di noi. Non solo nel mondo, ma dentro ciascuno di noi, dentro ogni molecola della nostra carne, ogni pensiero della nostra mente. Solo che dobbiamo dedicargli un istante della nostra vita; bada, dico un istante e non un minuto, un giorno, un mese, un anno, dieci anni, dico un istante, anche il pi infinitesimale possibile, in cui si desideri veramente d'incontrarlo.  poca cosa, vedi? Eppure molti di noi sono incapaci di dedicargli quell'istante. La croce che mi  stata rubata rappresenta per me una grande sconfitta, un'umiliazione, e sai perch? Perch, essendo prete, mi sono distratto da Dio."
"Vuoi dire che se si ritrovasse quella croce, tutto tornerebbe a posto nella tua coscienza?"
"No. Forse col tempo. Ma Dio ora non pu essere contento di me."
"Se hai ancora del caff, ne prenderei volentieri. E poi me ne vado. Tolgo il disturbo." Sorrise. Don Saverio and al fornello e prese la caffettiera. Ne era rimasto un po', non molto, mezza tazzina.
"Va bene lo stesso. Devo affrontare una giornataccia, e se prendo un po' di caff, tutto mi sembra pi facile. Il caff non mi d solo energia, mi d anche coraggio." Don Saverio glielo vers nella tazzina. Angelino la prese, e cominci a sorseggiare.
" ancora caldo."
"Ci sono uomini che il coraggio non lo trovano mai. Restano vigliacchi per tutta la vita."
"Lo so" disse Angelino, e il suo viso divenne di colpo pensieroso. Tante volte aveva immaginato che le cose del mondo potevano andare meglio, se ciascuno metteva un po' del proprio coraggio. Non ne occorreva molto, non c'erano grossi sacrifici o sforzi sovrumani da compiere. Al mondo, alla societ civile, bastava un piccolo gesto di coraggio fatto da ciascuno. Nessuno doveva tirarsi indietro. Se invece erano molti coloro che non offrivano questa piccola dose di coraggio, allora quelli che restavano non ce l'avrebbero mai potuta fare a colmare la differenza. Ecco perch il mondo ancora non girava a dovere, e distribuiva sofferenza anzich felicit.
"Vuoi che torni stasera a trovarti?"
"No. Fra qualche giorno sparir anche questo bernoccolo." Se lo tast, e si mise a ridere. Rise anche Angelino, e continu a farlo lungo il vialetto, finch arriv alla macchina, vi sal, e mise in moto, diretto in citt.

Quando Marisa giunse al negozio, trov il babbo su tutte le furie. Aveva in mano una cartolina della banca e l'agitava in aria.
"A quest'ora vieni, tu!"
"Ma te lo avevo detto che dovevo prima studiare. O babbo, ma che cosa devo fare, allora? Io non posso studiare e lavorare contemporaneamente."
"Stamani il postino mi ha portato questa cartolina. Sono agitato. Voglio andare subito in banca. Ma me lo immagino, sai, di che si tratta. Non c' pi pace nel nostro mestiere. Lo Stato ci rovina con le tasse, e le banche, invece di aiutarci, ci dnno il colpo di grazia. Oh, Marisa, ti auguro di sposarti con uno che abbia tanti soldi, ma tanti tanti, perch oggi contano solo quelli. Se ce li hai, hai diritto di vivere, se non li hai devi solo crepare, perch si d fastidio. Il mondo  fatto per i ricchi e non per i poveri. Chi dice che il mondo  per tutti,  un imbecille, e se me lo ritrovo davanti, lo vedi questo qui? Ecco, gli do un cazzotto in mezzo agli occhi, e se uno non basta, gliene do mille." E fece il gesto, poich in negozio non c'era nessuno. Continu. "Ora che sei arrivata, posso andare. So quel che mi aspetta, e quando torner non sar pi come prima." Marisa sapeva che gli affari non andavano bene, erano rimasti indietro con il mutuo. Ora erano arretrati di quattro rate. Un livello di guardia. La banca pressava. Non era la prima volta che il babbo era stato chiamato. Ma che potevano fare di pi ? Lavoravano da mattina a sera. Anche la mamma veniva in negozio, quando lei doveva studiare e aveva vicino un esame. Poi tornava a casa per le faccende. Una vita da cani, sempre di corsa. E quando il babbo aveva lei o la mamma in negozio, passava il tempo in banca, a sorbirsi le prediche del direttore, a racimolare soldi per fare i versamenti, e coprire cos gli assegni che rientravano sempre nei momenti peggiori. Quando il commercio prende una brutta piega, per raddrizzarlo ci vogliono solo miracoli, perch le fatiche dell'uomo non bastano pi .
"Venendo qui, ho incontrato Domenico Santo."
"Chi?" fece il babbo.
"Nasone. Stava sull'uscio del negozio. A lui gli affari, devono andare a gonfie vele."
" pieno di soldi. Vedi, i soldi vanno a chi non ha scrupoli."
"Con me  stato molto gentile.  anche simpatico."
"Stai alla larga.  una tarantola."
"Mi ha detto che se hai un minuto, vorrebbe parlarti."
"E di che?"
"Non lo so. Si  solo raccomandato che me ne ricordassi."
Possibile che Nasone sapesse qualcosa dei suoi affari? Che fosse gi al corrente delle sue difficolt? Quello strozzino aveva buoni informatori, perdio! se lo chiamava per questo.
Con un diavolo per capello, Ubaldo Torreggiani lasci la figlia in negozio e si avvi alla volta della banca.
Le banche sono il tempio del denaro, si sa; quando si entra tutto  lustro e pulito come in una chiesa, e vi  anche una buona dose di silenzio. Mai si grida o si parla ad alta voce. Anche l'uomo rozzo, appena vi mette piede, ne subisce la suggestione e si adegua. Quasi cammina in punta di piedi, e bisbiglia le sue cose all'impiegato. Dietro l'apparenza, per, corre un fervore di attivit che non ha eguale, si lavora sul denaro, sul re incontrastato dei nostri tempi, dispensatore di illusoria felicit.  come una cascata d'acqua, il denaro, che si frange in mille rivoli, e si deve cercare che almeno uno di questi passi vicino a casa nostra. O altrimenti bisogna correre e raggiungerlo in fretta, prima che vi arrivino altri ad impossessarsene. Senza denaro non vive la societ, n il singolo.  acqua e ossigeno insieme, il denaro.
Ubaldo Torreggiani lo sapeva bene, a sue spese. Da quando non ce l'aveva fatta la prima volta a pagare la rata del mutuo, si sentiva soffocare. Camminava e gli veniva l'affanno, anche se non aveva fretta. La mente si era rinserrata, e aveva un solo pensiero dominante: trovare denaro, fare denaro. Le giornate in cui non riusciva a vendere, gli procuravano il batticuore. Le notti erano divenute insonni. I rapporti in famiglia si erano incruditi. Senza denaro, scompaiono per primi i buoni sentimenti. Andava in banca come un cane bastonato. Entr, si diresse verso l'ufficio del direttore. La saletta d'attesa era gi occupata da due persone. C'era da aspettare. Si mise seduto. Una delle due persone era un'anziana donna, che teneva un libretto di risparmio tra le mani.
"Se  qui per gli interessi, deve andare l, in quell'altra stanza." Lo disse sperando che in questo modo si liberasse il posto.
"La ringrazio, ma io voglio parlare col direttore."
Persistevano queste abitudini sbagliate, che recavano intralcio alla funzionalit degli uffici. Molti pensavano di avere pi sicurezza se parlavano col direttore, e cos si allungava la fila davanti alla sua porta. Riguardo agli interessi sul deposito, si aveva la convinzione che parlando con il direttore si potesse strappare un tasso pi elevato. Soprattutto gli anziani mantenevano questa abitudine. I giovani avevano imparato, e si recavano nell'ufficio apposito, dove la faccenda veniva sbrigata rapidamente, e non si formavano file, come invece accadeva davanti alla porta del direttore, da cui si recavano anche persone con problemi pi complessi. Com'era il caso di Ubaldo, e forse di quell'altro signore, che stava con gli occhi abbassati sul pavimento, e non diceva una parola.
Entr lui, prima dell'anziana signora. Il direttore salut Ubaldo, e lo preg di pazientare. Non ci avrebbe messo molto a riceverlo. L'anziana signora guardava Ubaldo con una certa irritazione. Non era rimasta bene per quella intrusione. Che gliene importava a quello l, di ci che faceva lei? Era un maleducato, ecco cos'era.
Ubaldo la guardava di sottecchi, e soprattutto sbirciava il libretto. Era una donna elegante, chiss quanti soldi aveva in banca. Cento milioni, duecento? Se andava a parlare direttamente con il direttore, non poteva trattarsi di spiccioli. Aveva arguito questo anche dal fatto che un impiegato era passato di l, e si era premurato di salutarla. Aveva salutato anche lui, ma con meno calore, forse anche con meno rispetto. Su quest'ultima ipotesi non ci poteva giurare, e probabilmente dipendeva dal suo stato d'animo. Si sentiva sull'orlo di un precipizio, e gli pareva di aver perduto anche la dignit. Pu succedere quando il debito ci assilla, e non abbiamo la forza sufficiente per considerarlo una delle tante evenienze probabili nella nostra vita, come pu essere una polmonite, la frattura a una gamba, una lite con i figli o con la moglie. Il debito non ha niente a che fare con la dignit. Si pu non riuscire a pagare un debito alla scadenza, e rimanere onesti, ed  l'onest soprattutto che misura il valore della nostra dignit. Usc il primo cliente, ed entr la signora. Il direttore le fece un bel sorriso, ma lo fece anche ad Ubaldo. Che significava? Forse non erano brutte le notizie che si preparava a ricevere. Certo che era arrivato a quattro rate scadute. Il mutuo l'aveva contratto sei anni prima, quando aveva ristrutturato la vecchia casa che aveva al paese, ereditata dai suoi. L'aveva ingrandita, anche se aveva una figlia sola, e ammobiliata con gusto per far piacere a Marisa, che ogni tanto, per via degli studi, portava in casa qualche compagna, ed anche qualche compagno. Marisa era una bella ragazza, simpatica, svelta, furba pi di lui. Una casa adeguata poteva aiutarla a trovare un partito che le assicurasse una vita senza preoccupazioni, come meritava. Era stata la moglie a mettergli in testa quest'idea, se no non ci avrebbe mai pensato. Ma le donne hanno malizia da vendere, e cos lui si era lasciato convincere e aveva contratto il prestito: 100 milioni da restituire in 10 anni, con una rata semestrale, al tasso variabile dell'11%, di .8.367.933. Questa cifra non gli usciva pi dalla mente, soprattutto da quando era diventata insostenibile. I primi tempi, poich andavano bene gli affari, si compiaceva di aver dato ascolto alla moglie, e si godeva la casa come se gli fosse capitato di vivere in paradiso. Poi, col sopraggiungere della crisi economica, erano arrivati i guai. Finch, dopo sei rate pagate senza fatica, e altre due con affanno, alla nona rata si era dovuto arrendere. La banca lo aveva chiamato e lui aveva promesso di onorare la scadenza con versamenti mensili. Poi era sopravvenuta, quando ancora stava in arretrato con la nona, la decima rata. Altra chiamata, altro impegno; aveva aumentato il versamento mensile, ma egli stesso si rendeva conto che era assolutamente insufficiente. Cos era giunta la undicesima, ed infine a giugno, la dodicesima rata, che l'aveva messo K.O. Il direttore lo aveva ammonito che se non si metteva in pari, era a rischio anche il fido bancario di 50 milioni, che lui adoperava per le esigenze del negozio, e che da qualche tempo ormai era utilizzato al massimo. Ogni tre mesi doveva fare miracoli anche per rientrare degli interessi su questo scoperto, che stava diventando una piaga purulenta. Non erano uno scherzo: al 14% facevano una bella cifra trimestrale vicina ai 2 milioni. Cos ogni tre mesi aveva l'appuntamento dei 2 milioni e ogni sei mesi quello di oltre 8 milioni. Insomma, ogni sei mesi avrebbe dovuto dare alla banca, se avesse pagato regolarmente, circa 12 milioni! Ma dove poteva trovarli quei soldi, con la crisi economica che perdurava, e che si sarebbe protratta ancora per un po', almeno nel suo settore, dove c'era una concorrenza spietata, e le grandi catene commerciali la facevano da padrone? La gente andava l a comperare, dove poteva ottenere qualche risparmio. Le grandi catene commerciali riuscivano a sopravvivere e fagocitavano quei pochi affari che si poteva ancora racimolare. Il denaro andava a premiare chi aveva gi denaro, come sempre del resto, e lasciava chi ne aveva poco a bocca asciutta.
La signora anziana usc, finalmente, e ora toccava a lui.
"Entri, Torreggiani. Sono a sua disposizione." Era un modo cortese per scodellargli il piatto amaro. Lui se lo sentiva che da quella conversazione non sarebbe uscito lo stesso di prima.
Si mise a sedere, e cos fece il direttore.
"Immaginer per quale motivo l'ho fatta chiamare."
"S."
"La situazione dell'arretrato si fa insostenibile. Lo sa a quanto ammonta attualmente, senza considerare gli interessi di mora? Quasi trenta milioni. Mi dica che cosa conta di fare."
"Li ha considerati gli acconti che ho versato?"
"Certamente, ma lo sa meglio di me che sono poca cosa. Poco pi di due milioni. Noi credevamo che lei riuscisse a fare di pi ."
" una crisi maledetta, questa, e non finisce mai."
"Lo so. Sono problemi anche per la banca. Lei non  il solo a trovarsi in difficolt.  in buona compagnia. Commercio, industria, artigianato, tutti sentono la crisi. Ma noi che si pu fare? Quando la gente non paga, la banca non pu stare con le mani in mano. Noi, vede, amministriamo denaro dei depositanti, e abbiamo delle responsabilit. Chi ci affida denaro, sa che quando ne ha bisogno noi possiamo restituirglielo. E per fare ci, dobbiamo stare attenti a chi lo imprestiamo. Mi capisce? Ed essere pronti a recuperarlo se le cose non vanno bene."
"Ma se uno non ha colpa di quello che succede, e si danna l'anima per far fronte agli impegni, questo non conta niente?"
"Certo che conta. E noi lo apprezziamo. Ma nel suo caso, vede, gli sforzi sono troppo modesti. Se lasciamo scivolare le cose, lei fra poco si trover con un debito da capogiro, e non avr pi alcuna speranza di farvi fronte."
"Che cosa dovrei fare, allora..."
"Vede, ci che le sto per dire,  per il suo bene. Forse non le sembrer cos, ma la banca ha esperienza in queste faccende, e sa ormai come vanno a finire le cose, se non si interviene a tempo. Nel suo caso, la banca le ha gi offerto una prima opportunit, quando le ha lasciato in mora le rate scadute. Ma dalla sua difficolt a farvi fronte in tempi accettabili, deriva la certezza che lei si trova in una situazione di grave illiquidit. Non  cos?"
"Mi dia del tempo, e vedr che ce la far. Non durer per tutta la vita questa crisi."
"E gli interessi? Gli interessi sono una brutta bestia, non bisogna sottovalutarli. No, lei a questo punto non ce la pu fare. Mi scusi, ma devo metterla di fronte alla realt. Non deve illudersi."
"Ma se le dico che posso..." Si sentiva punto nell'orgoglio. Quanto pi intuiva che il direttore aveva ragione, tanto pi si sforzava di non riconoscere la verit che gli sbatteva in faccia. Aveva lavorato sodo per tutta la vita. Non aveva mai imbrogliato nessuno. Camminava a testa alta. Godeva del rispetto della gente per la sua onest e la posizione che era riuscito a conquistarsi. Al suo paese, era una delle persone pi in vista. Come era potuto accadere che ora si ritrovasse in tali difficolt, e che uno gli potesse parlare in questo modo? Era un sogno?
"Mi dica come pensa di potervi far fronte" si sent domandare.
"Lei mi dia tempo, e io glieli trovo i soldi."
"Come?"
Questa volta non rispose. Il direttore allora continu. "Lei dovrebbe vendere la casa. Questa  la soluzione giusta per risolvere i suoi problemi. Se lei vende la casa, potr mettersi a posto con la banca e con i fornitori."
"I fornitori sono in pari... o quasi" aggiunse. "Qualcuno mi  venuto incontro con qualche proroga, perch ha ancora fiducia in me. Al contrario della banca."
"Non  vero. La banca la sta aiutando. Con questi consigli, la sta aiutando. Lei ora mi detesta, ma, mi creda, tutto ci che dico  per il suo bene. La direzione generale mi ha comunicato che anche il fido bancario di 50 milioni, per via della situazione di morosit che si  creata col mutuo, deve essere revocato. Sono regole generali, che valgono per tutti, quindi anche per lei. E quando si arriva a questo punto, l'unica soluzione possibile, allorch si hanno delle propriet,  di venderle, per saldare i conti e ricominciare da capo, sul pulito. Lei  fortunato perch pu farlo, e la casa che vende, domani, in una situazione diversa, potr anche ricomprarsela. Ma ci sono casi assai pi disperati, mi creda."
"Non la vender mai la casa. Era di mio padre, e prima di lui di mio nonno. Non la vender."
"Lo faremo noi. Se non lo far lei, lo faremo noi. Ma le coster caro, perch noi venderemo senza l'attenzione che potrebbe avere lei per le sue cose."
"Ma se io non voglio, non venderete nemmeno voi."
"Iscriveremo ipoteca giudiciale, come prescrive la legge."
"La legge consente questo, di privare una famiglia della sua casa?"
" cos."
"Mi lasci ancora qualche giorno per riflettere."
"Le posso concedere pochi giorni, per. Dopodich dovremo avviare le procedure."
"Vede, io non ho altri debiti importanti. Ho solo questa banca, lei lo sa. Le chiedo solo un po' di pazienza. Sono tanti anni che mi servo da voi, e non  mai successo niente. Anzi, ci sono stati momenti che lavoravo col mio denaro, ed eravate voi a pagarmi gli interessi. Se lo ricorda questo?"
"Cambiano i tempi."
"Se non avessi dato retta a mia moglie, non sarei arrivato a questo punto. Lo sa quanto ho speso per ingrandire la casa? 200 milioni! Senza quei lavori, ora sarei un signore, e potrei affrontare questa lunga crisi con serenit. Nel commercio, si attraversano ogni tanto momenti di crisi, ma con un po' di prudenza e di accortezza si superano. La mia disgrazia  stata quella di farmi convincere da mia moglie, e di avere speso nel momento sbagliato. Non me l'aspettavo che fosse cos terribile questa lunga crisi."
"Ha trovato impreparati molti altri, mi creda. Eravamo abituati male, in Italia, si spendeva con leggerezza. La crisi  stata come una piena che ha sorpreso degli incauti pescatori in mezzo all'acqua."
"La casa  stata la mia rovina."
"E sar anche la sua salvezza."
"Non voglio venderla, e se lei avr un po' di pazienza, io le salder il debito arretrato. Mi dica di quanto ha bisogno perch io possa continuare il mio rapporto con la banca."
"Non basta solo mettersi in pari con le rate scadute."
"Perch?"
"Perch deve rientrare anche del fido. Le ho gi detto che  una regola generale, nei casi di perdurante insolvenza."
"Ma lei mi sta trattando come un farabutto."
"Non  cos.  un compito ingrato il mio, lo so."
"Capisco che la sua direzione generale le ingiunga di applicare le regole, ma lei mi conosce bene, sa chi sono, conosce la mia onest. Intervenga in mio favore, la prego. Parli coi superiori. Durante tutti questi anni, non le ho mai chiesto niente. Non mi sono lamentato neppure dei tassi di interesse. Voi avete chiesto, e io ho pagato senza battere ciglio. Non  cos? E allora? Oggi mi deve aiutare. Che cos' altrimenti un cliente, per voi? Uno da sfruttare e basta? La banca mi deve aiutare,  un suo dovere, quando si  stati clienti avveduti per cos tanti anni, e si chiede aiuto per la prima volta. Che cosa costa alla banca aiutarmi?"
"Si dovrebbe aiutare tutti, allora. Ma non  possibile."
"Non dovete aiutare i disonesti, ma gli onesti s!"
"Vedr se posso lasciarle un fido di 30 milioni. Ma non prometto niente. Non dipende solo da me. Dovr sentire i superiori. Ma lei deve dirmi di quanto tempo ha bisogno per mettersi in pari con le rate del mutuo."
"Quanto tempo pu concedermi?"
"Una settimana."
"Non di pi ?"
"Le ho detto il massimo che posso fare."
"Va bene. E che versamento occorre?"
"Basta fare la somma. Tutte le rate del mutuo scadute, pi gli interessi di mora e i venti milioni della riduzione del fido. Pensa di poterli raccogliere 50/60 milioni? Non  una piccola cifra..."
"Ci prover."
"Se non ce la far, pensi al consiglio che le ho dato. Metta in vendita la casa.  ancora la cosa migliore che pu fare. Vendendo la casa realizzer una bella somma, che la metter al sicuro da ogni preoccupazione. Potr tornare a lavorare con denaro suo, e non pagare pi gli interessi alla banca. Stia attento a non mettersi nei pasticci, per, mi raccomando. Io non le chiedo dove trover i soldi, ma badi a quello che fa." Il direttore alludeva agli usurai. Molti erano ricorsi a loro, per sistemare i debiti, ed erano finiti dalla padella nella brace. In poco tempo, per gli esosi interessi, si erano rovinati, e avevano dovuto cedere allo strozzino la loro attivit. In questo enorme giro di affari che si era creato, era entrata anche la mafia, quando aveva sentito odore di grossi guadagni, ed ora si diceva che era essa a gestire le operazioni pi importanti. La mafia di soldi ne ha pi di tutte le banche messe insieme, soldi ricavati dalla prostituzione, dalla droga, dal traffico di armi e da altre imprese illegali e criminali. Finiscono nelle sue grinfie intere fabbriche, negozi, holding finanziarie. Attraverso queste nuove attivit, esse ripuliscono il denaro cosiddetto sporco.
La mafia non era solo in Italia, e non era solo italiana, ormai era diffusa nel mondo e apparteneva a molti popoli, e diventava sempre pi difficile venirne a capo.
Ubaldo non rispose, si alz, ringrazi e usc.
Quando pass questa volta davanti al negozio di Nasone, questi stava di nuovo sull'uscio a curiosare. Lo vide e lo chiam. Ubaldo si era dimenticato dell'imbasciata che gli aveva fatta Marisa.
"Qualche preoccupazione, Ubaldo?"
"Lo sai anche te, che gli affari non vanno bene. Non mi dire che a te vanno bene, perch non ci credo."
"E infatti vanno male anche a me, ma sai che faccio io? Scaccio il pensiero. Quando in negozio non viene nessuno, io mi metto qua, e guardo passare le belle ragazze.  passata anche la tua Marisa. Si fa proprio una bella ragazza. Lo sai che si fermano a guardarla? Hai fatto proprio una bella femmina, Ubaldo mio."
"Spero che trovi un buon partito, se lo merita."
"Se lo merita perch  figlia tua, ma anche perch  bella. Le donne belle non si devono condannare a fare una vita di stenti. Sarebbe sprecata la loro bellezza, anche di fronte a Dio. Non sei d'accordo?"
"Spero che trovi la persona giusta."
"La trover, la trover. E tu, come te la passi. Scacci i pensieri come me?"
"Magari! A me i pensieri si ficcano in testa e non se ne vanno pi ." Accenn a sorridere, ma non gli venne bene. Non se la sentiva proprio. Non riusciva a nascondere la sua malinconia.
"Oooh, Ubaldo... Se hai bisogno di aiuto, non devi fare i complimenti con me, non devi fare altro che dirmelo. Siamo amici no?" In realt, Nasone non aiutava volentieri quelli del suo paese, salvo che non si trattasse di qualche grosso affare. Non voleva complicazioni. Preferiva rispondere che non poteva, che erano dicerie quelle che giravano sul suo conto, che lui cio avesse molto denaro e aiutasse chi aveva bisogno. Nessuno osava dirgli in faccia che era uno strozzino. Ma per Ubaldo Torreggiani si sentiva di poter fare un'eccezione. Infatti, aveva un disegno per la testa che riguardava non Ubaldo, ma Marisa, che gli piaceva, e avrebbe fatto carte false per conquistarla. C'era differenza di et. Lui aveva cinquant'anni, era coniugato. Ma poteva anche divorziare e prendersela in casa. Che c'era di male? Non era la prima volta che succedevano queste cose. Era un buon partito, come desiderava Ubaldo, e poi, a parte il naso, era ancora un bell'uomo, piacente e robusto. Lo capiva dalle donne che andavano con lui. E se non fosse riuscito a sposarla, almeno portarsela a letto, questo doveva tentarlo. E l'occasione gliela offriva su di un piatto d'argento proprio il padre Ubaldo. Nasone lo sapeva da tempo che era in difficolt con la banca. Le banche, senza volerlo naturalmente, sono anche ruffiane, e spesso gli strozzini ottengono ci che vogliono grazie alla loro involontaria complicit.
"Non ho bisogno di niente, grazie. Ma se occorrer, approfitter."
"Pensavo a questo, quando ti ho mandato l'imbasciata da Marisa. Volevo essere sicuro che non hai bisogno di aiuto, e che se lo avrai, verrai a chiederlo a me. Me lo prometti?"
"Sei troppo buono."
"Io lo so quando si ha davanti una persona onesta, e riconoscente, che non se lo scorda l'aiuto che riceve, e se un domani hai bisogno tu di lui,  pronto a contraccambiarti. Non  cos?"
"Sono fatto a questo modo, io. E se oggi tu aiuti me, io domani, se posso, aiuto te."
"Non mi sbaglio, allora."
"Non ti sbagli."
"Posso offrirti un caff?"
"Lo prendo volentieri."
Nasone gli mise una mano sulla spalla. Il bar era proprio a fianco. Non chiuse nemmeno il negozio. Non gli fregava un bel nulla se qualcuno avesse rubato qualcosa, perch lui ora ce lo aveva tra le mani un affare davvero interessante.

La mattinata scorreva lentamente. Erano passate da poco le undici e mezzo. Don Saverio era restato in casa un altro po', secondo il consiglio del dottore, ma ora si sentiva perfettamente a posto. Aveva fatto anche della ginnastica per verificare le sue condizioni di salute. La testa non gli girava, segno che ormai il colpo era stato smaltito. Non aveva niente da fare. Dalla finestra vide Olimpio che lavorava ancora nel campo, con Sunta e i figli. Per la verit Angela e Faustino stavano venendo via. Come aveva gi fatto in altre occasioni, pens di dar loro una mano. Per via della posizione dei campi, ai quali si accedeva attraverso una strettoia, Olimpio non poteva approfittare delle macchine, e doveva raccogliere il granturco come si usava fare una volta. Si portava dietro un barroccino, che guidava a mano, e passava da Sunta e dai figli a raccogliere le pannocchie. Era stato sfortunato anche in questo, pensava don Saverio. L'altra sfortuna era stata quella di vivere i tempi che non erano i suoi, e lui non reggeva la velocit dell'agire moderno. Si inquietava. I figli lo amavano, ma sapevano con chi avevano a che fare e qualche volta non obbedivano ai suoi consigli. Davano ascolto di pi alla mamma, che era risoluta e pratica, come sono quasi tutte le donne. Faustino era il figlio che lo preoccupava di pi , soprattutto da quando aveva preteso la motocicletta, e spesso rincasava tardi, e gli dava pensiero. Invece frequentavano con profitto la scuola, e questa non era cosa da poco, dato che mantenere i figli agli studi costava molto denaro.
Don Saverio usc di corsa, e fece in tempo ad incontrare Angela e Faustino.
"Lo lasciate solo, vostro padre?"
"Abbiamo lavorato abbastanza" rispose Faustino. "Antonietta  arrivata dopo di noi, ed ora tocca a lei sgobbare un po'. Noi ce la filiamo."
"Bel modo di ragionare. Pi siete, prima finite il lavoro, e vostro padre pu prendersi un po' di respiro."
"E tu ci credi, Saverio, che nostro padre si prenda un po' di respiro? Quello, finito un lavoro, ne comincia subito un altro.  fatto cos, se non lavora muore." Era don Saverio che voleva che i giovani lo chiamassero con il solo nome di battesimo, senza anteporre il don. Non era il solo tra i preti. Si pensava, forse, che in questo modo si potesse ottenere pi confidenza ed entrare in amicizia coi giovani. Il mondo era fatto gi di troppe barriere, perch avesse un senso mantenere anche questa, cos pensava don Saverio. Qualcuno dei giovani, come appunto Faustino, gli dava anche del tu.
" stato sfortunato vostro padre a dover coltivare questa propriet, che ha quel dannato accesso. Avrebbe potuto utilizzare le macchine, altrimenti." La posizione dei campi di Olimpio era straordinariamente infelice. Vi si accedeva da una strettoia che si apriva tra la casa di Olimpio e quella di un vicino, e non c'era alcuna possibilit di ampliarla. Olimpio si era rassegnato. Del resto aveva visto coltivare quei campi allo stesso modo da suo padre, e prima ancora da suo nonno. Non conosceva i vantaggi della macchina, ed era uomo da non curarsene nemmeno.
"Vado io a dargli una mano" aggiunse. "Ma con voi due, si farebbe prima."
"Io ci verrei," disse Angela "ma sono stanca morta. Non  lavoro per me, quello."
"Bada che potresti sposarlo anche tu un contadino, e allora dovresti fare come tua madre."
"Piuttosto mi ammazzo."
"Ricordati che  un lavoro che l'uomo ha fatto per millenni, e gli ha dato da vivere."
"Ora invece non ci si vive" disse Faustino. "Con questo lavoro, si patisce la fame." Non era del tutto vero. L'agricoltura stava riprendendo, perch si era capito che l'Italia poteva tornare ad essere un Paese prospero, anche grazie allo sviluppo agricolo. Il clima rendeva i nostri prodotti incomparabilmente migliori. Perch, aveva sostenuto qualcuno, non sfruttare questa risorsa che manca agli altri Paesi? Un ragionamento che non faceva una grinza, ma c'erano voluti degli anni perch tornasse ad affermarsi.
"Patisci forse la fame, tu?"
"Non volevo dire questo."
"Tuo padre e tua madre sgobbano dalla mattina alla sera, e vedo che non solo ti mantengono agli studi, ma ti hanno comprato anche la moto. Bel ringraziamento che gli di."
"La moto, l'ha pretesa lui. Babbo non gliela voleva comprare.  troppo pericolosa, diceva."
"Non ha torto. Tu, Faustino, ci vai a rotta di collo su quella moto."
"Che me ne faccio della moto, se non ci corro un po'. Eppoi, se mi rompo l'osso del collo, son fatti miei."
"Lo dici tu, che son fatti tuoi. Se fossero fatti soltanto tuoi, allora avresti ragione di pretendere la tua libert. Ma lo sai che non  cos. Se ti capita una disgrazia, sono i tuoi a patirne con te. A questo, voi giovani non ci pensate mai."
"Stamani non me ne va bene una. Primo, mi sono alzato presto; secondo, mi sono ammazzato di fatica a cogliere le pannocchie nel campo; terzo, mi tocca di sentire una predica a domicilio. Te, Saverio, le prediche le fai per vocazione, ma io non ce l'ho la vocazione di starle a sentire."
"Lo so che non ce l'hai. Me ne sono accorto che ora salti anche la Messa."
"Per carit," disse subito Angela "non lo dica a babbo, se no l'ammazza di botte. Lo sappiamo solo Antonietta ed io, che da qualche tempo non viene in chiesa. Babbo, questa non la sopporterebbe."
"E tu, Angela, cosa hai fatto per convincere tuo fratello a non mancare alla Messa?"
"Gliel'ho detto mille volte. Ho anche minacciato di fare la spia al babbo. Ma lui lo sa che la spia io non la faccio."
"Vuol dire che la far io, la spia. Se non torni alla Messa, dovr dirglielo io, a tuo padre."
"Voi preti siete degli spioni."
"Ma tu ci credi in Dio?"
"Bella domanda!" fece subito Faustino.
"Ci credi o no?"
"E come si fa a rispondere.  una domanda idiota."
"Non dire cos, che ti do un ceffone."
"In fatto di fede, un prete  sempre intollerante."
"Se non ci fosse Dio, non ci saresti nemmeno tu!"
"Io ci credo" disse all'improvviso Angela, forse per smorzare quell'atmosfera pesante che si stava creando.
"Senza la presenza di Dio, le stelle non si reggerebbero nell'universo, e tu non avresti l'intelligenza." Era ancora il prete.
"Mio fratello non sa neppure dove sta di casa l'intelligenza" disse Angela. Faustino le fece la boccaccia.
"Va bene," disse rivolto al prete "torno nel campo, per non lo devi dire a babbo che non vengo pi alla Messa. Se non ci vengo, vuol dire che ho le mie ragioni, e anche un prete le deve rispettare."
"Qui ti sbagli. Io non lo dico a tuo padre, ma non mi dar per vinto finch non ti vedr tornare in chiesa."
"Se hai tempo da perdere con me, accomodati pure.  fatica sprecata, per."
"Lo vedremo. Vieni anche tu, Angela?"
"Ho la spina spezzata. Non ce la faccio proprio."
"Allora, andremo Faustino ed io ad aiutare tuo padre."
" un'opera buona che fai, Faustino" disse sorridendo Angela, rivolta al fratello. "Dio te ne render merito, non  vero, Saverio?"
"Dio segna sul suo libro ogni istante della nostra vita."
"Anche questa  una bella panzana. Ma com' possibile che Dio si metta a fare di queste sciocchezze?"
"Su su, finiamola, se no te lo mollo davvero un ceffone."
Non si usava pi portare la tonaca. Don Saverio era vestito come un qualunque altro paesano. Si chin, si rivolt in fondo i pantaloni, si rimbocc le maniche, prese sottobraccio Faustino, e insieme si avviarono incontro a Olimpio, che aveva svuotato in cantina il barroccio, ed ora stava ritornando nel campo. Sull'uscio della cantina, seduto su di una sedia, stava Matteo, il padre di Olimpio.
"Come state, Matteo? Scoppiate di salute, mi pare."
"Voi, don Saverio, avete sempre voglia di scherzare. Ma aspettate di avere i miei anni, e vi passer. La vecchiaia, si ha un bel dire, ma  peggiore della morte."
"Non dite cos, Matteo. Anche la vecchiaia  un dono di Dio."
"Se Dio fa di questi regali, quando comparir davanti a lui, glielo voglio spiattellare io, ignorante come sono, che noi di questi presenti non ne vogliamo. A volte, don Saverio, mi pare di essere pi savi noi del Padreterno."
"Non vi mettete a bestemmiare."
"Mi dovete spiegare che ci faccio io seduto tutto il giorno a guardare il mio Olimpio che fatica come un somaro, e non posso fare nulla per lui.  una tortura questa, e la vecchiaia  l'anticamera dell'inferno."
"Allora si va tutti all'inferno, perch tocca a tutti la vecchiaia."
"Non a tutti, c' chi muore giovane, e questi vanno in paradiso, mica all'inferno. Se s'invecchia, vuol dire che Dio non ci vuole, e ci manda all'inferno. Quelli che vanno in paradiso, Dio se li prende subito, da giovani. Mica  cretino."
"Allora, caro Matteo, anche il Padreterno  intelligente."
"Questa non  intelligenza,  furbizia matricolata. Dev'essere cresciuto qui da noi, in Toscana, il Padreterno."
"Magari a casa vostra, Matteo."
"Non erano molti quelli che riuscivano a imbrogliarmi."
"Lo so, lo so. Ai vostri tempi ce n'erano pochi, furbi come voi."
"In paese, nessuno." Don Saverio fece un saluto con la mano e si diresse incontro a Olimpio.
"Son venuto a darti una mano, Olimpio, e vedi chi c' con me?"
"Non ci posso credere."
"E invece credici pure. Non  vero, Faustino, che sei tornato per aiutare tuo padre?"
Faustino disse un s che era un sibilo, ed aveva tutta l'aria di minacciare tempesta, ma bast un'occhiata di don Saverio perch la furia rientrasse.
"Da dove si comincia?" domand don Saverio.
"Da dove vuole lei. Spazio ce n' per tutti. Si accomodi." Sunta si accorse che c'era anche Faustino col prete.
"E tu, non ci vai a studiare?"
"Aiuto babbo"
"Che sei, diventato un santo?"
"Mi va cos, stamani."
"Si vede che  la sua presenza a fargli bene, don Saverio."
"Lo credo anch'io" disse il prete.
Sunta porse due secchi a don Saverio, mentre Faustino and a prendere quelli che aveva lasciati poco prima.
"Si metta l, su quel solco. Siamo stati disgraziati, noi, con questa propriet. Per via di quella maledetta strettoia dobbiamo fare tutto a mano, come cento anni fa. Per noi non cambier mai nulla."
" meglio cos, Sunta" intervenne Olimpio, che aveva lasciato il barroccino fuori dai solchi ed ora veniva a rovesciarvi i suoi due secchi di pannocchie. "Tanto a noi, quello che facciamo ci basta. Bisogna sapersi accontentare, non  vero, don Saverio? Il progresso non  tutto quel bene che ci vogliono lasciar credere."
"Sunta ha ragione. Risparmiereste un po' di fatica."
"Ma soluzioni non ce n'. Non si possono mica tirar gi i muri della casa per far passare le macchine."
"E perch no?"
"Non scherzi, don Saverio. Ci sono le camere dei figlioli da quella parte. E dall'altra c' la casa di Nandino, e anche lui ci ha sotto la cucina e sopra due camerette. Mi dica se si possono rovesciare due case per cogliere il granturco con le macchine. Ma io lo colgo cos come han sempre fatto i miei, e i figlioli, se gli andr, faranno come me, se no venderanno tutto, e buonanotte."
Stava venendo verso il barroccino anche Antonietta, che portava un secchio solo.
"Si vender tutto, babbo, perch noi non la vogliamo fare questa vitaccia."
"Ma anche in fabbrica non  tutto rose e fiori."
"Ma io voglio lavorare in ufficio" disse subito Antonietta.
"In ufficio... Non volare troppo, Antonietta" sorrise don Saverio. "Tu non hai ancora idea di cosa ti aspetta. Tutti vogliono un posto in ufficio, e i posti in ufficio oggi sono pochi. Ci sono i computers che fanno il lavoro dell'impiegato, sono pi precisi, non hanno orario, non si stancano mai, e sono pi veloci. Si pensava che la tecnologia aiutasse l'uomo, invece aiuta soprattutto i ricchi, e i poveri restano senza lavoro. Tientelo caro, questo campo, Antonietta, e gli altri che possiede tuo padre, perch chiss che non saranno proprio questi campi a sfamarvi."
"Ma non ci si pu mica campare in tre famiglie!" Era Faustino.
"In quattro" precis Olimpio. "Perch finch il Padreterno mi lascia vivere, mi ci devo sfamare anch'io, e tua madre, e tuo nonno."
Era vero che la tecnologia introdotta dappertutto non aveva fatto quei miracoli che ci si attendeva. Si sperava che liberasse l'uomo dalla schiavit del lavoro, ma l'uomo ha ricevuto dalla tecnologia la peggiore delle libert, la libert del disoccupato, ossia la libert che non d salario, e d, invece, tanta disperazione. I dati dell'economia confermavano che tutto andava per il meglio. La produzione era di qualit e si vendeva bene nel mondo, ma nessuno riusciva a trovare la soluzione pi importante, la pi attesa, che era quella di dare un lavoro alla gente. La tecnologia, il progresso, mentre arricchivano il Paese e favorivano i pochi che avevano lavoro, trascinavano nella miseria i molti altri che appartenevano al popolo. Si stava formando, cio, una nuova aristocrazia, prodotta dalla scienza, la quale era in grado di risolvere i problemi della bilancia commerciale, ma non quelli dei cittadini.
Per i giovani come Faustino, Angela, Antonietta, l'incognita della vita era trovare il posto di lavoro. Trovatolo, solo allora si poteva nutrire qualche speranza di vivere da cristiani. Altrimenti c'era posto soltanto per rabbia e disperazione.
Qualche sera prima, si era tenuta nella citt la millenaria processione detta della "Luminara". Vi era stato il solito accorrere di gente, la solita confusione di popolo, ma dentro la Cattedrale si era potuta misurare visibilmente la differenza tra lo splendore degli addobbi e delle luci e l'opacit grigia del popolo, che aveva fede, ma non il sorriso. Si andava alla cappella del Volto Santo e si attendeva che il grande crocifisso nero lasciasse andare ancora una volta la sua scarpetta d'oro ai poveri. Qualcuno forse ci sperava nel nuovo miracolo e restava l a pregare, perch quella fortuna toccasse a lui. Ma non erano pi quei tempi, e Dio avrebbe dovuto fare un miracolo diverso, che portasse la grazia a tutti, e non pi ad uno solo. Il miracolo non stava pi nella scarpetta offerta al povero, ma nel riuscire a far conciliare nell'uomo la tecnologia e la scienza con l'amore verso il prossimo. Le macchine, invece, indurivano il cuore dell'uomo, e lo trasformavano in un nuovo pi spietato barbaro.
I giovani come Faustino perdevano la fede. Se esisteva un Dio, non poteva acconsentire che il mondo prendesse quella strada seminata soltanto di violenza. I preti, per questo non godevano pi del rispetto di una volta. Chi studiava, si rendeva conto che nel corso dei millenni non c'era mai stata tregua per i deboli, ed ora si stava peggiorando.
Faustino lo ripet con astio a don Saverio, e il prete si adir, come gli accadeva sempre quando si tirava in ballo la presunta indifferenza di Dio nei confronti del destino degli uomini.
"Non  vero che si  peggiorati. Non ci sono pi le crudelt di una volta. Oggi nessuno muore di fame."
"Qui da noi, forse, ma non nel mondo." Faustino si era fermato e non raccoglieva pi le pannocchie. Lui ci si ficcava con tutto l'animo in discussioni come questa, e covava dell'odio, che forse arrivava fino a Dio.
"Tu sei cieco, Faustino. Anche la miseria si  ridotta nel mondo."
"Ma perch ci deve essere miseria? Io questo non lo capisco. Che ci vuole, a Dio, a dare un po' di serenit agli uomini?"
"Tu dimentichi il peccato originale."
"Sono balle."
"Faustino!" esclam subito Sunta.
"Bada a come parli!" aggiunse con espressione severa Olimpio.
"Anche i preti hanno la colpa di come va il mondo. Ce l'ha Dio la colpa, soprattutto, ma subito dopo ce l'hanno i preti, che ci riempiono di illusioni."
"Finiscila, Faustino!" Era ancora Olimpio.
"Lascialo parlare" lo interruppe il prete.
Antonietta aveva sentito tutto.
"Se nessuno lavora pi , smetto anch'io e torno a studiare."
"Resta l" disse Olimpio. E poi, rivolto al prete: "Lasci perdere don Saverio, quel figliolo metter la testa a posto, lo conosco, io. Ora ha rabbia in corpo, perch  giovane, e i giovani se lo possono permettere, ma  come me, e anche lui bader a fare il proprio dovere."
"Ma me lo vuoi dire, babbo, qual  il mio dovere?"
"Finire gli studi, trovare un lavoro e mettere su famiglia. E rispettare la Chiesa, che ha attraversato i millenni, e porta con s la saggezza di Dio."
"Ma non lo capisci, babbo, che la Chiesa non ha fatto niente per noi? Dai tempi di Caino e Abele,  ancora Caino che vince, e si deve stare dalla sua parte per sopravvivere."
"Sei miope, Faustino, e non riesci a vedere se non attraverso il tuo orgoglio smisurato. Vorresti che il mondo fosse come lo vuoi tu. Ma non  cos."
"Dio poteva fare a meno di mettermici, in un mondo come questo. Che diritto ha di farmi questa violenza?"
" frutto dell'amore di Dio, la tua vita. Il fatto di essere nato, ti pone tra gli eletti di Dio. Ti sembra poco?"
"Anche se faccio del male, sono un eletto di Dio?"
"Lo resterai per sempre, perch sei frutto del suo amore. Dio non decide mai sbagliando, ma tutto ci che fa, anche tu, anche gli altri, e anche l'universo intero,  frutto del suo amore, e solo alla fine del mondo si potr vedere e capire a cosa  servita la Creazione. Tu pretendi di capire, miseri come siamo noi mortali, il disegno di Dio! Non  smisurato orgoglio, questo?"
"Penso di avere diritto di conoscere perch sono al mondo."
"Che ne sai tu di quale sia il tuo diritto, e se non sia unicamente, invece, quello di accettare la vita, e di viverla. Che ne sai tu di che cosa sia realmente l'uomo?"
"Io sono un uomo! Chi pu saperlo meglio di me?"
"Dio, che ti ha creato. Solo lui sa di che cosa sei realmente fatto. Eppure conosci anche te che non c' grande scienziato che sappia rispondere ai molti misteri che sono racchiusi nell'uomo. E tu, vuoi saperlo tu chi sei?"
"Anche questa  violenza. Perch io ho il diritto di sapere chi sono e come sono, e perch vivo."
"Tu ragioni con una intelligenza che non  l'intelligenza di Dio."
"Dio allora doveva darmi la sua intelligenza, insieme con la vita."
"Non bestemmiare, Faustino!" Sunta si era avvicinata e gli aveva dato uno schiaffo. Faustino ebbe un moto di stizza, che trattenne.
"Non  colpa mia se sono fatto cos."
"Vuoi dire che  mia la colpa?" domand serio Olimpio.
"Io non lo so di chi sia la colpa. Ma non si pu creare l'uomo e riempire la sua vita di mistero. Io non sono sicuro che sia giusto comportarsi cos, anche se  Dio a fare questo."
Cerc di confortarlo, don Saverio. "Tu credi che un prete non ti capisca? Sono un uomo come te, anch'io, e certi giorni tremo per lo spavento che mi d la vita. Ma io credo fermamente in Dio, e quando mi rifugio in questo pensiero, allora torna la serenit.  come se Dio venisse dentro di me, attraverso il mio pensiero. Provaci, qualche volta. E pensa a Dio come a colui che ti ha inspirato la vita, ti ha scelto, e ti ha donato il suo amore. Ci penso anch'io tante volte all'odio che  sparso nel mondo, e mi meraviglio di come esso possa resistere e sopravvivere ad un tale atto di amore. Allora mi rammento del peccato originale, e mi convinco che la nostra vita  una severa espiazione, un duro cammino, al termine del quale, per, ci attende l'amore di Dio. Egli, cio, ci fa vivere nel mistero, ma si offre come ricompensa suprema, dopo questa dura prova della vita."
Antonietta era stufa di essere rimasta la sola che andava in su e gi col secchio pieno di pannocchie. And dalla mamma a protestare.
"Io smetto. Voi ve ne state l a perdere tempo con le vostre chiacchiere. Allora preferisco tornare a casa a studiare."
"Don Saverio, smettiamola con questi discorsi, e mettiamoci a lavorare tutti. Lo sente come brontola questa qui?" Era Sunta. Don Saverio raccolse i suoi secchi e di nuovo si mise a cogliere pannocchie. Invece Antonietta e Faustino, dopo aver brontolato un po' col babbo, tornarono a casa.
"Noi abbiamo lavorato abbastanza" dissero, e buttarono i secchi per terra.
"Non so come ve la caverete nella vita. Io non camper eterno, e ve la dovrete sbrigare da soli."
"Faremo come hanno fatto gli altri prima di noi."
"Vede, don Saverio, questo  il ringraziamento per tutti i sacrifici che facciamo, Sunta ed io.  proprio vero che non c' da aspettarsi niente di buono dai figli. Sanno solo prendere, e il dare li affatica. Ma oggi, don Saverio, lei sar nostro ospite a pranzo, cos mi perdoner di questi figlioli che mi sono nati" disse Olimpio.
"I figli, sono sempre figli del nostro tempo, pi che delle nostre viscere" rispose il prete, e aggiunse sorridendo: "Lo sai, Olimpio, che vengo sempre volentieri a casa tua, perch Sunta  una cuoca speciale."
"Oggi c' zuppa di verdura. Lei  fortunato, don Saverio. Perch  proprio il piatto che preferisce, non  cos?" Don Saverio aveva insistito molte volte perch anche Sunta e Olimpio gli dessero del tu, come molti facevano in paese, ma Olimpio aveva sempre rifiutato. "Un prete  un prete. Lei  ministro di Dio, ed io sono un povero cafone." Aveva faticato per nulla don Saverio a spiegar loro che erano cambiati i tempi anche in queste cose, ed ora un prete non stava pi in alto, sopra il popolo, ma ci stava dentro, ed era uno di loro. Era stato un bene questo cambiamento, diceva; ma Olimpio non era d'accordo. Sunta, invece, avrebbe voluto darglielo, il tu, ma per via di Olimpio si era risolta a comportarsi allo stesso modo del marito.
"Non solo mangio bene, Sunta, ma risparmio anche un po' di fatica. A me non piace stare intorno ai fornelli, e mi adatto malvolentieri. Preferisco trovarmi in mezzo ad una baruffa, piuttosto che cucinare."
"Lei pensa che sono lavori da donna, non  vero?"
"Confesso che credo alle differenze tra uomo e donna, e se  giusto che nella societ si abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri, penso che si debbano anche rispettare le tendenze della natura, e l'uomo, al contrario della donna, non  fatto per certe cose."
"Non ne sono proprio convinta," rispose Sunta "ma se lo dice lei, sar cos."
"Beh, oggi se la risparmia questa sofferenza, don Saverio" disse Olimpio.
"Ed io ve ne sono grato."
"Bene," disse Sunta "ancora un quarto d'ora e poi s'interrompe. D'accordo, Olimpio?"
" D'accordo, Sunta."

Qualche giorno dopo, ricominciava la scuola a Faustino. Per le sorelle, che andavano all'universit, non era mai cessata. Avevano studiato anche di agosto per essere pronte agli esami. Dopo quelli di settembre, Angela ne aveva uno ai primi di novembre e Antonietta si stava preparando per met ottobre. Marisa studiava spesso con Antonietta, la secondogenita, quando aveva assolto ad alcune incombenze in negozio, che capitavano soprattutto di mattina, allorch il babbo doveva uscire. Verso le tre del pomeriggio, in sella al motorino, Marisa arriv a casa di Antonietta. Teneva sulle spalle lo zainetto pieno di libri. Suon e il portone fu aperto senza che si affacciasse alcuno, perch si sapeva che era lei. A Faustino piaceva Marisa, che era pi grande di lui, e quasi sempre si faceva trovare accanto a Antonietta, quando arrivava. Studiavano in una stanzetta del primo piano, dove era meno confusione. In quelle circostanze, Angela si trasferiva al piano terra, e Faustino saliva in soffitta, dove si era organizzato anche per portarvi gli amici. Era una soffitta molto grande, con due finestrine che offrivano una vista assai piacevole. Spesso, specialmente quando era solo, si baloccava stando l, e da una parte vedeva gli argini del Serchio e la bella pioppeta, e dall'altra la chiesa, il cimitero, il canale Ozzeri e la piccola collina, su cui sorge la parte pi antica del paese. Marisa era pi bella delle sue sorelle, e soprattutto era allegra, non aveva mai il broncio. Anche nelle giornate di pioggia, o quelle brumose, cupe, che mettono malinconia addosso alla gente, lei aveva sempre il sorriso sulle labbra, era pronta allo scherzo o alla battuta. Angela e Antonietta, invece, erano meno inclini all'allegria, e certe giornate lui non ce la faceva proprio a sopportarle. Non sapeva, Faustino, se era la bellezza di Marisa o il suo carattere ad attrarlo di pi .
"Luned finir anche per te la cuccagna." Marisa stava salendo le scale del primo piano e Faustino era uscito dalla stanza, come qualche volta faceva, per andarle incontro. Stava sul piccolo pianerottolo.
"Non me ne parlare, ho un diavolo per capello" rispose lui.
"Che si dovrebbe dire noi, allora, che non abbiamo fatto nemmeno le vacanze." Teneva ancora lo zainetto sulle spalle. Giunta sul pianerottolo, cominci a toglierselo. Faustino fu pronto ad aiutarla.
"Eeeh, quanti libri! Ma che ci avrete mai da studiare!"
"Scherza, scherza, ma il prossimo anno sarai anche tu all'universit, e allora voglio proprio farmi due risate."
"Di qua, che te lo porto io lo zainetto. Voi ragazze, siete tutte un bluff. Riempite lo zainetto per farvi belle agli occhi degli stupidi. Scommetto che dentro c' un po' di tutto, e un solo libro che serve."
Erano entrati nello studio, e Antonietta aveva gi sul tavolo i suoi libri.
"Non dire cretinate," si rivolse al fratello "altrimenti oggi facciamo studiare te al nostro posto, non  vero, Marisa?"
"E noi ce ne andiamo a spasso." Faustino si era messo seduto. Antonietta gli apr davanti un libro molto voluminoso.
"Storia del diritto romano, una gran barba. Accomodati pure." Era vero per che lo zainetto era un porto di mare. Marisa ne cav fuori di tutto.
"S,  vero, c' anche qualche libro che non serve." Si mise a ridere. C'erano anche quadernoni per gli appunti, e tutti quegli aggeggi da toeletta che Marisa portava sempre con s.
"A che ti servono questi?"
"Per essere bella agli occhi dei ragazzi curiosi come te."
Faustino non seppe rispondere, e non sapeva farlo tutte le volte che Marisa gli indirizzava battute come questa. Si era preparato, anche, per farvi fronte, ma Marisa riusciva sempre a sorprenderlo. Senza dire altro, piano piano usc dalla stanza.
"Faustino  un gran timidone" disse subito Antonietta.
" un bravo ragazzo."
"Penso che tu gli piaccia."
"Gli devono piacere tutte le ragazze che incontra, perch non lo vedo mai solo."
"Sono le ragazze che gli vanno dietro. Lo sai bene come siamo fatte." Faustino era un bel ragazzo, infatti, e anche un po' timido e ombroso, e questo accresceva il suo fascino. Le ragazze cercavano la sua compagnia, e lui, senza volerlo, le attirava come il miele. Marisa per, almeno all'apparenza, era una ragazza che non ci pensava a queste cose, e badava a finire gli studi. Sapeva dal padre che la vita era diventata difficile, e che una ragazza poteva sperare di farsi strada solo se avesse prima terminato gli studi. Senza gli studi, la speranza di trovare un lavoro era meno che zero.
Si era affacciata Angela a salutare. Quando veniva qualche amica di Angela, si rovesciavano le parti, ed era Antonietta a scendere al piano terra.
"Sono stanca che non ti dico, Marisa. Stamani nostro padre ha voluto che l'aiutassimo nel campo. Non si rende conto che anche studiare  fatica. Certe volte le invidio, le nostre amiche che sono ricche, e non hanno di questi problemi."
"Anch'io stamani sono andata in negozio. Meno ne ho voglia, e pi mio padre pretende che vada ad aiutarlo.  un periodo poi che  cos nervoso... I nostri genitori vogliono che si studi, e poi esigono che li aiutiamo anche nel loro lavoro. Non  un po' troppo?"
"Gli uomini, li dovremo sopportare per tutta la vita" aggiunse, facendo una gran risata.
Rispunt Faustino, che si era nascosto nella stanza vicina, e sentiva tutto.
"Siamo noi che sopportiamo voi donne. A voi, gli uomini fanno comodo."
"E perch?"
"Se vi potete permettere i grilli per la testa,  grazie agli uomini, che si prendono su di s tutte le preoccupazioni della vita."
"Ne sei proprio sicuro?" Era ancora Marisa.
"E come no? Dimmi allora chi li tiene i pensieri di una famiglia. L'uomo o la donna?"
"La donna, caro mio. Tu sei ancora un maschilista e hai il prosciutto sugli occhi. Voi uomini vi credete di mandare avanti la famiglia, ma siamo noi donne, in silenzio, zitte zitte, che sbrighiamo tutto. Voi fate solo la ruota come i pavoni, vi fate belli, ma senza noi donne sareste niente."
"Parli a vanvera, Antonietta."
"Allora secondo te, chi la manda avanti la nostra casa, babbo o mamma?" Era Angela.
"Babbo, diamine!"
"Allora sei proprio cieco.  mamma che manda avanti la casa. Babbo  buono solo a sgobbare, ma il cervello ce lo mette la mamma."
"Questo lo dici te, perch sei una donna come lei. Rispondimi a questo. La nostra societ  come la famiglia, non  cos? E chi la manda avanti?"
"Guarda che ci sono anche industriali e manager donna. Tu sei rimasto al medioevo."
"E al governo, ci sono le donne?"
" per questo che si va male!" Era Marisa.
"Con le donne si andrebbe peggio."
"Mettila come ti pare. Tanto te, ci hai i paraocchi come i cavalli, e non ti riesce di vedere come stanno realmente le cose. Sei un maschilista. Quando si discute con voi uomini,  sempre cos. Voi vi offendete se vi diciamo la verit. Preferireste ignorarla, perch vi d fastidio scoprire che nonostante le vostre leggi maschiliste, siamo noi donne a reggere il borsellino. Noi vi lasciamo urlare, sbraitare, agitarvi come tanti gorilla, e vi sopportiamo, perch  con voi che dobbiamo fare i figli. Altrimenti, sareste spariti da un pezzo dalla faccia della Terra. Sareste estinti, come cosa inutile." Questa tirata era di Antonietta.
Olimpio e Sunta stavano nel campo, non sentivano niente di quei discorsi, altrimenti ci avrebbero messo bocca anche loro. Qualche volta succedeva. E Sunta era d'accordo con le figlie, naturalmente, e Olimpio con Faustino. Ci facevano mezzanotte, certe sere, e Olimpio andava a letto pi arrabbiato che mai, e la discussione, certe volte, voleva continuarla anche sotto le lenzuola, e Sunta che gli diceva: "Ma falla finita, che tanto vuoi sempre aver ragione tu, come i micci."
"Che c'entrano i micci."
"C'entrano, c'entrano..." faceva lei, e Olimpio allora andava su tutte le furie, perch capiva che il miccio era lui.
Angela torn di sotto. Antonietta lev dalla tavola il libro di storia del diritto romano e lo mise sotto il muso di Faustino.
"Noi dobbiamo studiare. Per emanciparci. Allora facci un piacere. Prendi le tue belle gambine ed esci da questa stanza."
"E se Marisa volesse ancora discorrere con me?"
"Non vuole, non vuole...  stufa anche lei di sentire gli stessi discorsi di voi uomini. Non avete fantasia, voi uomini, e dite sempre le stesse stupidaggini. Da tanti secoli, le dite, ma un giorno o l'altro ve le ricacciamo in gola."
"Da dove ti nasce oggi tutto questo risentimento..."
"A vedere la tua bella faccia, mi nasce."
"Sono cos brutto?"
"Sei un uomo! Basta e avanza."
"Ma tu la senti, Marisa, che vipera  la mia sorellina... Non sei mica cos velenosa anche te?"
"Anzi, di pi . Ricordati che, al contrario degli uomini, noi donne siamo solidali, e se c' qualche battaglia da fare, noi si sta unite, mentre voi uomini vi sparpagliate ai quattro venti."
Antonietta e Marisa cacciarono Faustino dalla stanza.
"Dobbiamo studiare. Lo vuoi capire che non ci interessano le tue ciance? Tanto sei un maschilista, e noi perdiamo tempo coi tipi come te."
"Vi ho punto sul vivo, ecco perch mi scacciate."
"Se non te ne vai, lo sai dove ti pungiamo?"
"Dove?"
"Va l, che lo sai benissimo" disse Marisa.
"No, che non lo so" fece lui.
"Allora sei un minchione" disse Antonietta.
"Non  un minchione" fece Marisa. " uno che vorrebbe farsi pungere, non  vero, Faustino?"
"Brava Marisa, ce ne vorrebbero tante di ragazze come te."
"Perch? Non sono come me le tue amiche?"
"Come te, ce n' una sola. Dio ha buttato via lo stampo."
"Lo senti, Antonietta, com' galante il maschilista?"
"Ci leverebbe dal mondo, se non avesse bisogno di noi."
"Bisogno di voi, io!?"
"S, s, bisogno di noi!"
"E bisogno di che?"
"Lo sai bene di che." Era ancora Antonietta.
"Tu ci capisci qualcosa, Marisa? L'intendi, te, quello che vuol dire la mia sorellina?"
Marisa afferr sulla tavola la busta portamatite e gliela scagli addosso. Antonietta si tolse un grosso spillone che aveva tra i capelli e gli corse contro. Faustino scappava e rideva, e ridevano anche le due ragazze.

Chiuso il negozio, Ubaldo Torreggiani, invece di tornare a casa, come faceva quasi tutti i giorni, prese l'automobile e si diresse verso Altopascio, dove aveva qualche amico. Nella telefonata fatta alla moglie, perch non si preoccupasse se faceva un po' tardi, non lasci trapelare il vero motivo di quel viaggio. Le disse soltanto che doveva verificare una partita di televisori che gli veniva offerta a buon mercato.
"Stai attento che non si tratti di merce rubata."
"Non sono un pivellino. Non ti preoccupare.  tornata Marisa?"
" ancora da Antonietta."
"Ci vediamo stasera. Se tardo, cenate pure da sole." Marisa era l'unica figlia. Avrebbe voluto anche un maschio, ma non erano venuti altri figli, e a un certo punto non ne voleva pi , per via della situazione finanziaria che era peggiorata. La moglie si era anche ammalata, e su lei il negozio non poteva contare come una volta. Ogni tanto, ci provava ad aiutare il marito, ma proprio non era tagliata per quel lavoro, e si stancava presto.
Ubaldo per tutto il pomeriggio aveva avuto nella mente i discorsi fattigli dal direttore della banca. Guidava e pensava a quelli, anche ora. Era facile dire quelle brutte cose da parte di chi non aveva alcuna preoccupazione, e bastava che si sedesse alla scrivania ed aveva risolto i problemi del guadagnare. Altra faccenda era starle a sentire, quelle brutte cose, quando non si sapeva pi da che parte rigirarsi, e i soldi che s'incassava se ne andavano tutti nei debiti, e non bastavano nemmeno per quelli; e a casa la moglie e la figlia non dicevano niente per non mortificarlo. Facevano i sacrifici in silenzio, senza che lui le sentisse lamentare. Anche questo gli procurava rabbia, di vedere sacrificate due brave donne, che meritavano molto di pi dalla vita. Ma la vita premiava invece chi aveva meno meriti, e che campava sulla disonest e sull'egoismo.
Ad Altopascio giravano molti soldi. Era divenuto sempre di pi un nodo stradale importante, per via dell'autostrada e per il fatto che si trova al confine di ben quattro provincie: Pisa, Firenze, Pistoia, oltre che Lucca, naturalmente. Aveva un amico molto ricco, e anche un altro che non si poteva lamentare, perch gli affari gli andavano cos e cos, e questo era un buon segno per quei tempi. I sessanta milioni necessari a soddisfare la banca li avrebbe chiesti a loro. Il primo degli amici, Franco, avrebbe potuto dargli un assegno per l'intera somma, cos senza pensarci su due volte, tanto ne aveva di denaro. Ci sperava molto. Ma anche l'altro, Federico, non gli avrebbe negato l'aiuto, perch ne aveva ricevuto a sua volta, qualche anno prima, quando le cose andavano all'incontrario, ed era stato lui a rivolgersi ad Ubaldo. Non glielo aveva fatto dire due volte, lui. Si trattava di dieci milioni, una piccola cifra, oggi, ma allora, non era una bazzecola.
I soldi li avrebbe restituiti un po' alla volta. Tra amici ci si poteva sempre intendere. Invece la banca non aveva riguardi. Quando perdeva la fiducia nel cliente, cominciavano i guai. La corda si stringeva intorno al disgraziato, e la banca mica ci pensa che trovare i soldi su due piedi non  una cosa facile, e diventa ancora pi difficile se chi deve aiutarti sa che essa ti sta col fiato sul collo. Chi governa il denaro non ha cuore, bandisce il sentimento. Tu ci parli, e lui pensa al modo di ricavare del guadagno da te, di sottrarti il tuo per arricchirsi di pi . Che cos' infatti la ricchezza se non sottrazione agli altri? Subito dopo la svolta di Porcari, i campi erano ancora allagati dal nubifragio che si era abbattuto sulla provincia tre giorni prima. Una vera rovina dappertutto. Anche nella periferia di Lucca. Nei soliti posti: Santa Maria a Colle, San Macario, Sant'Alessio, Monte San Quirico. La gente gridava da anni contro gli Amministratori perch prendessero provvedimenti definitivi. Ogni volta che si abbatteva un nubifragio, era il finimondo: case e negozi allagati, le bestie nella stalla liberate perch si salvassero, poggi e strade che franavano. La gente subiva danni continui, e tutte le volte nessuno si adoperava per aiutarli, e dovevano ricominciare da capo con le loro sole forze. Ubaldo sentiva di vivere in un mondo che probabilmente era ancora pi selvaggio di quello in cui erano vissuti i primi uomini, con in pi la colpa che si erano fatti passare inutilmente i millenni, e si erano umiliati la dignit e il genio di molti galantuomini.
Franco stava in negozio. Storse la bocca quando lo vide entrare. Lui lo capiva subito se uno era disperato e veniva a chiedere aiuto.
"Vieni di qua" gli disse, lasciando sola la commessa. Lui lo segu nello stanzino che si apriva dietro il bancone.
"Ho bisogno di denaro."
"Non ti vanno bene gli affari?"
"No."
"E la banca?" L'amico andava subito al sodo, esperto com'era di queste cose.
"Vuole troppi interessi." Era una delle frasi pi ricorrenti che l'amico si sentiva rispondere, e lui sapeva che, in questi casi, era invece la banca che rivoleva indietro il denaro. Allora si metteva sul chi va l. Dare del denaro a chi  pressato dalla banca  pericoloso, perch quasi sempre non ritorna pi indietro.
"Non sono tempi buoni nemmeno per me."
"Ma tu sei ricco sfondato."
"Questo lo dice la gente, e forse una volta ero abbastanza ricco. Ma lo sai anche te che sono tempi di vacche magre. E mi sono mangiato quei pochi risparmi che avevo. Debiti non ne ho, ma nemmeno posso scialare. Ma di quanto hai bisogno?"
"Sessanta milioni."
"Urca! Vorresti da me una somma simile? Magari l'avessi! Guarda, nemmeno un milione posso darti. Sei un amico, ti sto dicendo la verit." Erano invece bugie, che avevano il naso lungo, ma che ci poteva fare Ubaldo? Mica si possono strappare i soldi a uno che non vuole darteli? Uno  padrone di farne quel che vuole dei soldi che ha, ci pu anche ammazzare la gente.
Usc pieno di rabbia.
Federico, invece, era disposto a dargli dieci milioni. Si ricordava del favore ricevuto anni prima.
"Io non me lo dimentico che un giorno mi hai aiutato."
"Non puoi fare di pi ?"
"Nemmeno per me sono tempi facili."
Stacc l'assegno.
"Me li restituirai con comodo. Non avere fretta." Ci era passato anche lui dalla stretta delle banche, e non aveva avuto bisogno di chiedere per capire.
Ubaldo part da Altopascio con un magro bottino. Aveva sperato di racimolare l'intera somma, soprattutto da Franco, che avrebbe potuto risolvere senza sforzo i suoi problemi. Aveva ricevuto invece da chi meno poteva. Pass davanti alla bella chiesa di Altopascio e dietro scorse il cortile dove, nel medioevo, avevano alloggiato i Cavalieri del Tau, che tanta carit prodigarono ai bisognosi. Lui era venuto come un pellegrino di quei tempi, ma erano cambiati, i tempi, e la carit, quella poca carit che ancora esisteva nel mondo, la si distribuiva con avarizia.
Torn a casa stanco e nervoso per il troppo pensare, e per la rabbia che aveva accumulato. I suoi avevano lasciato la tavola apparecchiata. Appena lo sentirono entrare, Marisa si affrett ad andargli incontro.
"Li hai comprati i televisori? Mamma mi ha detto..."
"No. Non era una buona partita" tagli corto. Marisa si accorse che era imbronciato, e sapeva che in quelle circostanze si doveva lasciarlo in pace. Arriv la moglie con la pentola della minestra. Gliela vers nel piatto, senza dirgli niente. Lei lo conosceva ancora meglio di Marisa. Ubaldo chin il capo e cominci a mangiare. Il secondo, lo lasci a met. Fece una brontolata, dicendo che la carne non era cotta bene, era dura a masticarsi. Tracann il bicchiere di vino. Prese una mela dal vassoio della frutta, l'addent e con il cibo in bocca, avviandosi all'uscio, disse:
"Esco. Ho bisogno di un po' d'aria."
In quegli anni, la gente, soprattutto di paese, era tornata alle abitudini d'un tempo, e la sera, specialmente gli uomini, si radunava nei bar a giocare, e ancor pi a discutere. Lo facevano anche le donne, e questa era una novit rispetto al passato. Il gioco era diventato un pretesto, e ci si radunava per parlare di politica. Si masticava pi politica che calcio. Soprattutto si discuteva della magistratura, che in quei giorni era protagonista di alcuni episodi clamorosi.
Il locale era pieno. Molti stavano in piedi, accanto al bancone. Bastianino, l'ingegnere, vide entrare Ubaldo Torreggiani.
"Prepara un ponce per Ubaldo" disse, rivolto al barista.
"Di che cosa sbraitate."
"Sono tornati i tempi di Coppi e Bartali. C' chi tiene per il governo, e chi per la magistratura. Ma ce n' per tutti."
Angelino, il medico, si accorse di Ubaldo.
"Te che hai votato per il governo, non dici nulla?" Aveva votato anche il dottore, per, per il governo, e aveva dovuto sorbire un provvedimento che lo penalizzava nei guadagni.
"Avremo fatto bene?" disse, facendoci una risata sopra.
"Il governo ha ragione. Bisogna che i magistrati tornino a fare i magistrati, ma non come una volta. Bisogna punirli se non amministrano bene la giustizia." Alcune persone si spostarono a discutere dalla parte di Ubaldo.
"Il governo vuole imbavagliare la magistratura. Cos potr fare il suo comodo e rubare come hanno fatto gli altri. Non ci si deve mai fidare dei governi, di qualunque colore siano, specialmente di quelli che dicono di essere amici del popolo. Da che mondo  mondo il governo  una cosa e il popolo un'altra."
"Se gli altri hanno rubato,  colpa della magistratura, che ha chiuso gli occhi."
"E se li ha chiusi vuol dire che le conveniva."
"Non mi  mai piaciuta la magistratura.  una specie di mafia. Anzi,  peggio della mafia, perch usa le leggi per i suoi sporchi affari."
Ce l'avevano anche con il capo dello Stato.
" peggio di un gesuita." I Gesuiti in realt erano uomini di Chiesa integri, ma si portavano ancora dietro la cattiva fama di un tempo.
"Che aspettano a chiederne le dimissioni?"
"Se ne vada pure il capo dello Stato, ma se ne deve andare anche questo governo, che prende i soldi dalla povera gente. Tutti i nostri risparmi ci succhia, e per noi  come affidarli a un ladro. Li affideresti mai i tuoi soldi a un ladro? O a uno che ha il vizio del gioco? Ecco la fine che faranno i nostri sacrifici."
"Ma lo sai i guai che questo governo ha ereditato? Sono milioni di miliardi di debito. Tu, non la sai nemmeno scrivere una cifra simile. Credi che si possa rimediare in quattro e quattr'otto, con la bacchetta magica? Ci vogliono decenni, se avremo fortuna. Ecco perch bisogna lasciarlo lavorare in pace."
"E cos noi saremo sempre pi poveri, e i ricchi sempre pi ricchi."
"Si deve tirare la cintola, ora. Poi si vedr."
"Si vedr che cosa? Noi si morir, prima di vedere."
"Il debito di uno Stato fa pi male ai poveri che ai ricchi. Conviene che qualcuno riesca a sanarlo. Poi ci riprenderemo a poco a poco i nostri diritti. Tu non hai figli, e quindi non puoi capire che un padre  pronto a farsi tagliare anche una mano, perch i figli possano sperare in un lavoro. Oggi si tratta di fare questo."
"E quando hai perso una mano, mi dici come puoi lottare?"
"Anche con una mano sola si pu, se si vuole. Ma lotteranno soprattutto i nostri figli, e lo faranno avendo un lavoro, come facemmo noi tanti anni fa, non lo ricordi pi ?"
"Dicono che sono state quelle nostre conquiste a rovinare l'Italia."
"Baggianate. Sono state le ruberie dei politici. Noi non rinunceremo mai ai nostri diritti. E il nostro diritto, il diritto di tutte le genti,  quello di migliorare sempre di pi . Senza le ruberie, le avremmo conservate le nostre conquiste."
Era entrato anche Nasone e si era unito al gruppo di Ubaldo.
"Rubano anche le banche" disse "e nessuno ci mette bocca."
"Parole sacrosante" comment subito Ubaldo.
"A me la banca ha fatto del bene" intervenne uno che aveva gi detto la sua sulla politica.
"Sei stato fortunato," rincar la dose Nasone "perch invece succede sempre il contrario, e se uno ha bisogno della banca, prima o poi finisce male. Se lo mangia la banca il guadagno del nostro lavoro."
"Il guaio  che nessuno le ha mai toccate, le banche. Figurati se le tocca questo governo!"
Ubaldo non intervenne pi . La voglia di discorrere gli era passata.
"Posso offrirti qualcosa?" Nasone lo condusse da parte, mettendogli un braccio sulle spalle.
"Ho gi preso un ponce." Nasone lo guid verso l'uscita.
"Hai bisogno di niente? Sai che voglio aiutarti. Non hai che da chiedere."
"Quando possiamo vederci?"
"Passa domattina dal negozio, verso le undici."
"Ci sar."
Gli era andata via la voglia di discorrere, a Ubaldo Torreggiani, e cos non rientr al bar. Ci rientr invece Domenico Santo, detto Nasone. Ubaldo vide che aveva gi ripreso a discutere coi compagni.
" un uomo fortunato" disse.
Si avvi verso casa, piano piano, cercando di respirare profondamente. Gli avevano detto che facendo in questo modo, si riesce a distendere la mente, quietarsi. Ne aveva bisogno. Forse Nasone lo avrebbe aiutato sul serio, senza pretendere interessi esosi, come invece era risaputo. Forse per lui intendeva avere qualche riguardo, essendo paesano, e volendo fare bella figura col mostrarsi uomo generoso. Ce l'aveva Nasone questa smania di mettersi in mostra. Anche da ragazzo, si raccontava. Veniva da una famiglia povera e si era fatto strada coi denti. Si arrangiava a guadagnare quando ancora aveva i calzoni corti. Il senso degli affari e del guadagno era innato in lui.
E se invece non fosse stato generoso e lo avesse trattato come gli altri? Si sa che gli strozzini non hanno cuore, e forse sono diavoli in persona. Poteva trovarci gusto a schiacciare, dall'alto della sua ricchezza, i disgraziati come lui. Verso gli sfortunati la societ, ora pi che nel passato, non aveva compassione. Non nutriva riguardi per chi cadeva, e si restava soli.
Passando davanti al cimitero avvert dei rumori sospetti. Sul piazzale tutte le luci dei lampioni erano accese, e avvicinandosi al cancello del cimitero si poteva guardare al suo interno. Cos fece, incuriosito. Non vide nessuno, ma le voci non venivano da l, bens da un altro punto, dietro, dove, ricordava Ubaldo, c'era una stanza abbandonata. Gir intorno al cimitero. Cerc di non far rumore. La porta della stanza era socchiusa, sgangherata, piena di fessure. Attraverso queste, spi. Erano i tempi dei riti satanici, degli esoterismi, delle stte, che erano cresciute dappertutto nel mondo. Si stava instaurando una nuova fede, cos sembrava, contraria a Dio. Nella Chiesa diminuivano le vocazioni, mentre cresceva il numero delle stte. Anche i giovani subivano il fascino di quei riti, dove spesso si consumava sesso a volont, e a cui partecipavano donne molto disinibite e consenzienti. Esse stavano al centro di quei riti, spesso nude, coperte solo da un cappuccio in testa, come del resto gli altri partecipanti.
Erano una decina di ragazzi, quelli che vide Ubaldo, di cui tre femmine. Compivano il rito davanti a una testa di animale, e avevano appeso alle pareti alcuni piccoli crocifissi rovesciati. Facevano sesso in quel momento tutte e tre le donne, e qualcuno metteva uno di quei crocifissi davanti alle coppie, brontolando delle bestemmie.
"Vado a chiamare don Saverio" pens subito Ubaldo, e come era arrivato, piano piano rifece il giro del cimitero, e fu sul piazzale. La canonica stava a due passi. Non era ancora mezzanotte. Don Saverio di solito andava a letto molto tardi, si fermava a leggere o a pregare o a scrivere nel suo studiolo. Buss. Venne ad aprirgli. Non si meravigli di vederlo, perch altre volte andavano a visitarlo a quell'ora. Un prete non ha orari n diritti, come invece un qualsiasi cittadino.
Sapeva che Ubaldo aveva qualche problema, che gli affari non andavano bene. Si aspettava di parlare con lui di questo. Lo fece accomodare, ma Ubaldo ancora confuso, anche spaventato, gli narr quanto aveva visto.
"C' il diavolo in paese" disse.
Subito don Saverio mise tutto ci in relazione con l'incidente capitatogli il giorno prima. Prese un bastone e un altro lo diede a Ubaldo.
"Li sistemiamo per bene, vedrai che gli passer la voglia."
"Andiamo al bar a chiedere aiuto."
"Dobbiamo sbrigarcela da soli" rispose il prete. "Meno si sa di queste faccende, meglio ." Temeva che qualcuno le prendesse ad esempio e le praticasse. I giovani subiscono facilmente la lusinga delle novit.
Piano piano arrivarono alla stanza. La porta era ancora socchiusa. Si misero a spiare per vedere se c'era gente all'interno, ma non videro nessuno. Si guardarono in viso, e proprio in quel momento comparve alle loro spalle un gruppo di quei giovani, ancora incappucciati e nudi. Don Saverio e Ubaldo non fecero in tempo a reagire che furono colpiti. Quando si risvegliarono era trascorsa da poco l'una di notte, e all'intorno non c'era pi alcun segno di quanto era accaduto.
"Non dire niente a nessuno, mi raccomando" disse don Saverio. "Per il momento, deve restare una cosa tra noi."

La mattina dopo era una giornata chiarissima. Si scorgeva dal paese nitidamente la bella vetta della Pania della Croce. Ubaldo si ferm a guardarla, come aveva fatto tante altre volte. Andava in negozio con la speranza che quella fosse una giornata buona anche per lui, e quasi quasi dimenticava ci che gli era accaduto la notte. Un duro colpo gli avevano assestato, e anche a don Saverio, che non aveva fatto in tempo a rimettersi dal precedente.
"Se continua cos, a don Saverio la testa gli diventer un bernoccolaio."
Il mattino ha con s la speranza. La Pania della Croce si stagliava sul paese come a rassicurare che nulla delle cose che importano nell'universo erano mutate. Il resto apparteneva al mondo piccino piccino degli uomini, e bastava rendersene conto e fare la proporzione. L'universo  altra cosa, pi seria degli uomini. Che cosa conta l'uomo a paragone della perfezione di tutto il resto? Il cielo aveva quel colore blu intenso che rende belle tutte le cose del Creato. La Pania appariva superba. Ubaldo sal in macchina e lungo il tragitto che lo portava alla citt murata, ogni tanto si volgeva ad ammirare le colline e le montagne, che quella mattina parevano conversare con l'uomo.
Tir su la saracinesca del negozio. Alle undici sarebbe arrivata Marisa a dargli il cambio, e lui si sarebbe recato a concludere l'affare con Nasone. Per le strade c'era gi gente; il settembre lucchese attira come il miele cittadini di altre citt, e molti stranieri anche; Ubaldo si mise sull'uscio. Lo facevano in molti, ed era occasione per i commercianti di salutarsi e di fare un po' di conversazione sulle novit. Anche tra loro si parlava in quei giorni di politica. Contrariamente alle promesse, il governo aveva aumentato le tasse; in un primo tempo aveva cercato di evitarlo, ma il fallimento di alcune previsioni, e la pesantezza del debito pubblico, lo avevano costretto ad assumere la nuova risoluzione impopolare. Si era rimangiata la promessa, e questo la gente non lo perdonava. Non cambiavano i metodi del governo, di qualunque colore fosse. Un governo ha sempre della tirannia e della spregiudicatezza nei suoi comportamenti. Ignazio Silone, nel bel libro "Vino e pane", lo aveva scritto a chiare lettere: chi governa  e sar sempre un'inquisizione(50). Del resto la Storia  maestra. Sotto qualsiasi politica, liberale o socialista, repubblicana o monarchica, oligarchica o popolare, l'analisi della societ rivela sempre le stesse piaghe, dai tempi dell'Egitto a quelli della Grecia e di Roma, al medioevo, all'era moderna, a quella dei nostri giorni: le classi povere si possono alternare, ma ci sar sempre una classe di derelitti, e nessun potere, di qualunque colore, ingaggia una battaglia per aiutarli. La voce dei ricchi, e delle classi tempo per tempo dominanti,  sirena irresistibile, e prima o poi chi governa vi cede.
Il commerciante con il quale parlava Ubaldo fumava una sigaretta e ogni tanto tossiva.
"Ne fumi troppe."
"Non fare come mia moglie."
"Finirai al cimitero, se continui cos."
"Che ci devo fare,  un vizio. Come le donne." Avevano riaperto le case chiuse, non come una volta, ma una specie di eros center, gestiti dalle donne e controllati dal punto di visto dell'igiene, onde evitare, come accadeva quando il meretricio si esercitava sulla strada, la contrazione di gravi malattie, tra cui l'Aids. Quel commerciante si vantava di frequentarli assiduamente, e di non mancare alle novit. La conversazione sulle donne era la sola che tenesse testa alla politica in quegli anni.
Poco prima delle undici, arriv Marisa. Aveva ragione Nasone, era una bella ragazza, avrebbe potuto far felice un uomo da ogni punto di vista. Belle gambe, bel viso, un seno rotondo, sodo. Ubaldo pens che forse gli avrebbe sistemato le cose, un giorno, se avesse sposato un riccone. Giovane come lei, per, perch ci teneva alla felicit della figlia. Meglio povera che infelice. Ma se fosse capitato un giovane piacente e ricco, che poteva desiderare di pi ? La fortuna di Marisa, forse sarebbe potuta diventare anche la sua fortuna. Marisa era per lui come una cartella della lotteria che teneva in tasca in attesa del giorno dell'estrazione.
"Torno subito" le disse. Marisa non chiese dove andasse, perch gi altre volte ci aveva provato, ma Ubaldo faceva finta di non sentire.
Prima di entrare da Nasone, aspett che rimanesse solo. Aveva una cliente, alla quale mostrava alcuni tessuti. Pieg la stoffa acquistata, la incart, riscosse la somma, batt lo scontrino, salut con un sorriso largo, come sapeva fare quando riscuoteva denaro. Fece anche un piccolo inchino.
"Vieni vieni, entra, carissimo." Era raro che dicesse carissimo a qualcuno. "Raccontami per filo e per segno."
"Lo sai come sono le banche..." principi.
"Non me ne parlare. Ti dnno l'ombrello quando c' il sole e te lo tolgono quando piove. Lo fanno con tutti.  il loro modo di prenderci per i fondelli." Non diceva invece che cos facendo, le banche avevano costruito la sua fortuna.
"E allora?" Lo incitava a continuare l'esposizione dei fatti.
"Lo sai anche te che il commercio non  pi come una volta. Non si guadagna e quel poco serve in famiglia. Cos, non si possono pagare i debiti..."
"La famiglia prima di tutto. Tu hai una moglie malata, e prima vengono gli obblighi verso di lei. E poi hai anche Marisa a cui pensare. Non devi farle mancare niente, perch  una bella figliola, e sar la tua fortuna. Quella non lo sposa un poveraccio, stanne sicuro. Sposa un riccone, e ricoprir di denaro anche te." Gli piaceva sentirselo dire, e che Nasone, uno che del mondo se n'intendeva, avesse i suoi stessi pensieri sul futuro di Marisa.
"Marisa deve sposare uno che la faccia felice. Prima nei sentimenti, e poi se ci saranno anche i soldi, meglio ancora. Ma prima il sentimento. Desidero tanto che Marisa sia felice con l'uomo che sposa." Era Ubaldo.
"Insomma, prima di tutto vuoi che si trovi bene a letto... non  cos? E io ti do ragione, Ubaldo. Una donna, soprattutto se  bella come Marisa, ha il diritto di essere amata, amata anche a letto, voglio dire. Se no a che serve la bellezza, se si tiene in vetrina e non la si tocca, non sei d'accordo?"
"Anche questo, s. Ma non solo questo..."
"I matrimoni, se sono felici o no, si decidono a letto, ricordalo, e dillo anche a Marisa."
"Non ci parlo di queste cose con Marisa."
"Ci devi parlare, invece. La sua bellezza la espone a tutti i rischi. Ed  bene che sappia come deve comportarsi, per servirsene bene, voglio dire, per la sua completa felicit."
"Tu non hai figli, e non sai che oggi  difficile parlare con loro. Si credono gi esperti in tutto, e che la vita non ha trappole."
"Anche Marisa  cos?"
" sicura di s."
"Se ha cervello per conto suo,  meglio."
Ubaldo torn alla ragione di quell'incontro.
"Sono arretrato con il mutuo, e la banca non vuole pi aspettare."
"Quanto ti occorre."
"Non si tratta solo delle rate, ma per via della mia insolvenza, mi riduce anche il fido."
"Sono come iene, e pi uno ha bisogno di aiuto, pi si accaniscono contro di lui."
"Ho bisogno di 50 milioni."
"Una bella somma."
"Puoi aiutarmi?"
"S che posso. Ma come pensi di restituirmeli?"
"Dimmelo tu, come vorresti."
"Se fosse per me, li rivorrei domani. Ma devi essere proprio in cattive acque."
"Se no, non ci venivo da te."
"Hai fatto bene a venire, invece. Non sai quanto hai fatto bene. Siamo o non siamo paesani. Io ce li ho i cinquanta milioni. Eccoli qua." Tir fuori il blocchetto degli assegni. Ubaldo si meravigli, perch di solito in queste tristi faccende si opera con il contante.
"Mi vuoi dare un assegno?"
"Vado in banca a ritirare il denaro, mica sono scemo. Tu ti fai un giretto e torni qui fra mezz'ora."
"Ma a quali condizioni mi presti il denaro?"
"Ti ho promesso che ti avrei aiutato, no? Ci metteremo d'accordo. Non sono come le banche, io."
Chiuse il negozio e mise il cartello "Torno subito".
"Vengo con te" si offerse Ubaldo.
"In banca ci vado da solo. Torna tra mezz'ora."
La banca non era la stessa di Ubaldo. Si trovava a pochi passi. Ubaldo lo vide entrare. Si allontan in direzione di piazza San Michele. La chiesa e il campanile erano stati ripuliti da poco. I marmi erano bianchi come la neve, e il sole di quella splendida mattina vi si rifletteva dando luminosit all'antica piazza. Come al solito, c'erano le giovani mamme con le carrozzine, e i bimbi giocavano coi piccioni. Quando qualcuno mostrava una manciata di riso, dai cornicioni della chiesa, dai tetti delle case circostanti, piombavano gi con frenetico movimento di ali. I bimbi l per l s'impaurivano, ma poi si disponevano al gioco. Si ferm a guardare la scena. Dopo un po', l'orologio del campanile suon le undici e mezzo. Volarono via i piccioni che si trovavano intorno alla cella campanaria. Altro fremito d'ali. I bimbi levarono gli sguardi lass , agitando le braccine. Si pu dire che sia la pi bella piazza della citt, e forse una delle pi belle d'Italia. Ha grazia, eleganza, e classe, tali che la si guarda con rispetto e ammirazione. Di sera aggiunge una calda intimit, che la rende affascinante. Intorno alla piazza sorgono le pi importanti banche della citt. Al contrario, quella di Ubaldo  appartata. Ma  la banca dei lucchesi, schiva come loro. Torn da Nasone.
"Ecco qua i soldi." Nasone gli mostr il pacchetto. Cinquanta milioni in contanti, nuovi nuovi.
"Non voglio prenderli, se prima non mi dici a quali condizioni."
"Hai paura di me?"
"Che dici. Solo, lo devo sapere, almeno per organizzarmi. Cinquanta milioni non sono uno scherzo. Dovr rivedere e pianificare le mie abitudini."
"Non dire sciocchezze. Ci metteremo d'accordo in modo che tu non faccia soffrire nessuno a casa tua. N tua moglie, n Marisa. E nemmeno tu devi soffrire, voglio che tu non abbia pensieri per questo denaro che ti presto."
"E come posso non averceli i pensieri?"
"Senti come facciamo. Quanto prende la banca da te per gli interessi. Il 12, il 13, il 14%? Quanto ti prende?"
"Il 14%"
"Poi ci sono le commissioni di massimo scoperto, l'extrafido, le spese di gestione, eccetera eccetera. Facciamo il 15%."
"S."
"Allora io ti prendo il 15% di interessi, non una lira di pi . Sei contento?"
"Non ci credo. Dove sta il trucco?"
"Il trucco? Il 15%  il 15%, mica ci sono trucchi. E il rientro lo farai quando puoi. Io non ti chiedo, perci, che tu mi paghi ogni mese, o ogni due, o tre o sei. I soldi me li darai quando ne avrai disponibilit. Ti va, cos?"
"Mi sembra di sognare."
"E invece non sogni."
"Non avrei mai creduto..."
"Corrono brutte voci sul mio conto, lo so. Ma sono pettegolezzi. Di gente che non ha avuto il mio aiuto, perch non lo meritava. Questa  la verit."
"Non so come ringraziarti."
"Per una carta me la devi firmare. Non una cambiale, bada. Non voglio che tu firmi una cambiale. Solo un foglio di carta, dove scriviamo che io ti ho dato questi cinquanta milioni e tu mi corrispondi un interesse annuo del 15%."
"Scriviamo anche che i soldi te li restituisco a mio comodo."
"No, questo no. Questo resta tra noi, a parole. Qui scriviamo che tu i soldi me li rendi in tre anni. Altrimenti potrei rimetterci io, e questo non mi pare giusto. Per tu hai la mia parola. Potevo non aiutarti, lo capisci? Ed invece ho deciso di farlo, e tu devi fidarti di me."
Ubaldo fece rapidamente una valutazione di quell'offerta e si rese conto che era ottima, anche ponendo la scadenza dei tre anni. Si ricordava che la banca gli aveva dato una settimana di tempo, e poi avrebbe iscritto ipoteca giudiciale sulla casa. Quella era una rapina, mentre Nasone si mostrava un amico comprensivo. Nasone scrisse l'impegno e Ubaldo lo firm. Prese il denaro, ringrazi il suo benefattore e usc per recarsi subito a depositarlo in banca.
Il direttore lo vide affacciarsi sulla porta. Cap al volo che il suo cliente portava una bella notizia.
"Venga, signor Torreggiani."
"Ho con me quel denaro."
"Bene, bene." Non chiese come lo avesse avuto.
"Lo accompagno alla cassa, e far il versamento. Quanto  riuscito a trovare?" Non pensava che avesse gi con s l'intera somma.
Ubaldo mise il contante sul tavolo, e cav dal portafoglio l'assegno ricevuto ad Altopascio.
"Sono sessanta milioni."
"Meglio chiamare qui l'impiegato" disse allora il direttore. Alz il telefono, poco dopo entr un contabile.
"Prenda l'assegno e controlli il contante. In tutto, dovrebbero essere sessanta milioni. Prenda le ricevute arretrate del mutuo del signor Torreggiani e le saldi aggiungendo gli interessi di mora. Quello che resta, lo versi sul conto."
L'impiegato controll, radun il tutto e usc. Il direttore prese di nuovo il telefono e preg un impiegato dell'ufficio segreteria di venire da lui. Si present immediatamente, recando i moduli richiesti.
"Li faccia firmare e istruisca la pratica per richiedere il mantenimento del fido, limitatamente alla cifra di 30 milioni. Infine porti la pratica qui da me. Penser io a trasmetterla." Dicendo questo, guard Ubaldo.
"Come le ho promesso, far di tutto per mantenerle un fido di 30 milioni. Curer personalmente la sua pratica."
"Gliene sono grato" sussurr Ubaldo.
Di l a poco, torn il primo impiegato con le ricevute relative alle rate del mutuo scadute e al versamento sul conto corrente. Le porse prima al direttore, che controll.
"Tutto a posto, allora. Ecco a lei." Consegn le ricevute ad Ubaldo, che le pieg e le mise nel portafoglio.
"D'ora in avanti toccher a lei di continuare a meritare la nostra fiducia. Mi raccomando, non resti pi indietro con il mutuo, e si ricordi che ora il fido  di 30 milioni. Se non ci saranno insolvenze o sconfinamenti del fido, lei non sar pi disturbato dalla banca. E col tempo ci ringrazier per ci che abbiamo fatto. Glielo dico per esperienza. Lei oggi ce l'ha con noi, non  vero?, ma col tempo ci dar ragione, vedr." Il direttore si alz, e anche Ubaldo. Si salutarono. Il direttore era contento, si vedeva.

Quella sera, al bar, la discussione sulla politica fu particolarmente animata. Soprattutto perch ci si erano messi di mezzo anche i giovani. Oltre al dottore e all'ingegnere, che spesso tenevano banco, si era surriscaldato il gruppo dei giovani, che di solito si radunava per conto suo, nelle stanze della parrocchia, prevalentemente. La parrocchia, nei piccoli paesi era un punto di riferimento per tutti, anche per gli atei, e manteneva una sua funzione specifica rivolta ai giovani, che venivano in questo modo incoraggiati a stare insieme e a ragionare. Ancora oggi  cos, e forse lo sar sempre. Crescendo, ciascuno, poi, prende la sua strada, a volte anche contro la Chiesa.
I giovani non se la intendevano pi con i grandi, che consideravano, per la negligenza e l'inanit dimostrate, responsabili del degrado a cui era pervenuto il Paese, da cui si stentava a venir fuori, nonostante tutte le autorevoli dichiarazioni di buona volont e di impegno. I limiti, secondo i giovani, stavano dentro la coscienza, che lungo i secoli aveva sedimentato corruzione ed egoismo. Come si doveva fare, allora, per sperare in una convivenza migliore? I giovani avevano una loro ricetta, liberarsi della politica che era diventata una piaga sociale. E come si governa una societ? rispondevano gli adulti. E li tacciavano di illusi, e acchiappanuvole.
Quella sera, i giovani, erano andati al bar per fare una bevuta collettiva, e festeggiare il compleanno di uno di loro, che compiva diciotto anni, e diventava maggiorenne.
Riccardo, Giuseppe e Faustino, il figlio di Olimpio, erano i pi accesi. C'era anche Antonietta che interveniva e diceva la sua senza alcun timore verso gli adulti.
"Se disertate la politica, voi giovani, allora ve ne accorgerete dove si va a finire." Era Angelino, il dottore. "La politica  necessaria, perch l'uomo  iniquo, ribelle, assassino, parricida, matricida, fornicatore, spergiuro, sacrilego. Non lo dico io. Lo dice San Paolo(51). E io aggiungo: egoista, superbo, avido, invidioso, e chi pi ne ha pi ne metta.  la politica che fa le leggi. Senza la politica non c' legge, e senza la legge, il mondo  dominato dal male."
"Ben detto" Era Sebastiano, l'ingegnere. "La politica  per un laico ci che la religione  per un credente. Ma io ti capisco, Faustino. Tu hai sperato nel cambiamento. Ci contavi. Pensavi che fosse possibile. Noi invece siamo esperti, oramai. Esperti e vaccinati, nostro malgrado. Anche la Chiesa  stata malata. Per secoli, e non per anni. Eppure  guarita. E guarir anche la nostra repubblica, che  ancora giovane. Come si  salvata la Chiesa, cos si salver anche la politica."
"Bisogna fare tabula rasa, invece" disse Riccardo.
"E poi?" Era entrato don Saverio. Veniva a festeggiare anche lui. Al solito era vestito come un uomo qualunque, senza l'abito talare.
"Glielo dica lei" intervenne Nasone "che sono idee pericolose, quelle che hanno in testa. Che cosa vogliono fare? La rivoluzione? Ma ce ne sono state di ogni specie, e le rivoluzioni che cosa hanno cambiato? Solo quelli che comandano, hanno cambiato. E non sono state capaci nemmeno esse di fare tabula rasa. Per la semplice ragione che fare tabula rasa per davvero, senza compromessi, significa una cosa sola, far scomparire l'uomo dalla faccia della Terra. Angelino citava San Paolo. Io non me ne intendo di queste faccende, ma so come va il mondo, e non ci sono differenze tra come si viveva duemila anni fa e come si vive oggi. Ci sono e ci saranno sempre i gonzi che si lasciano fregare, e ci saranno sempre i furbi e i prepotenti pronti a farlo. Non si comportano cos gli animali? E noi che siamo? Animali anche noi, siamo."
"Sei te un animale" disse Faustino. "Ti credi furbo, e noi ci prendi per gonzi, non  cos? Hai ricordato San Paolo? Allora io, a te, Nasone, te lo sbatto in faccia, San Paolo. Sai cosa dice San Paolo di quelli come te?"
"Perch, che cosa sono io?" Si adombr subito, Nasone.
"Sei uno che  attaccato al denaro, e dove passa Nasone non cresce pi l'erba. Dice cos la gente. Lo sanno tutti come ti arricchisci, e che la bottega  una mascheratura. Allora comincia te a dare l'esempio, invece di far chiacchiere."
Nasone era avvampato. Grande e grosso, stava per lanciarsi su Faustino.
"Fatela finita." Si mise tra i due, don Saverio.
"Non mi faccio offendere da un moccioso."
"Lei, don Saverio, badi a questi giovani. Hanno accumulato troppa rabbia." Era Sebastiano. "Devono imparare che si pu discutere anche senza offendere."
"Nasone  un galantuomo" disse Ubaldo.
"Galantuomo un accidente. Vallo a chiedere in citt, chi  Nasone."
"Ora finiscila" disse don Saverio, e afferr per le spalle Faustino, e lo trascin in disparte.
"Mi vuoi dire che ti prende?" bisbigli. "Guarda che vado a chiamare tuo padre."
"Vai a chiamare chi ti pare."
"Sei diventato troppo cattivo, da qualche tempo."
"Non sono cattivo io,  cattivo il mondo."
"Ma che ti ha fatto Nasone, per insultarlo a quel modo?"
"Niente."
"E allora?"
"E allora son fatti miei."
"Non mi rispondere cos."
"Non t'impicciare."
Faustino con una spallata si liber di don Saverio, e torn a discutere e a insultare. Ce n'era per tutti, non solo per Nasone. Parlava con rabbia. Don Saverio lo ascolt inveire, e non disse pi niente. Non era il solo a comportarsi cos. Anche i suoi compagni avevano la rabbia in corpo, si vedeva, e si gettavano nella discussione come se affrontassero una guerra. Tra le due generazioni, ormai, si frapponeva un'animosit sorda, cupa, preconcetta. Don Saverio non sapeva che fare. Quei giovani si sarebbero rivoltati anche contro di lui.
"Bel compleanno che siete venuti a festeggiare!" disse a Antonietta. La ragazza ci fece sopra una risata.
"Era tanto tempo che gliene volevamo dire quattro, a questi vigliacchi. Non ci poteva essere modo migliore per festeggiarlo."
"Ma perch la cattiveria?"
" la sola arma che ci resta. Ci hanno spogliato di tutto."
"Andiamocene" esort il prete.
Antonietta non diede ascolto. Allora don Saverio si avvicin a Riccardo.
"Pensaci tu. Andiamo via, prima che succeda qualcosa." Faustino era tornato ad insultare Nasone, il quale questa volta reag colpendolo al viso con un pugno. Faustino cadde a gambe levate. Sanguinava dal naso. Antonietta si lanci contro Nasone. I suoi pugnini battevano inutilmente sul petto dell'avversario, troppo grosso per lei.
"Quando ci vuole, ci vuole" disse Nasone, non curandosi dei colpi che riceveva da Antonietta. "Una volta va bene, passi pure, ma ora te la sei proprio cercata, Faustino."
Il ragazzo si era alzato, intanto, ma, con sorpresa di tutti, non reag. Don Saverio colse al volo quell'opportunit e gli and vicino.
"Andiamo via" disse. Poi, rivolto agli altri giovani: "Andiamocene" ripet. Questa volta tutti gli ubbidirono. Solo Giuseppe rimase a discutere con il dottore, ma don Saverio lo chiam: "Anche te, Giuseppe, vieni via. Facciamola finita." Sentiva di potersela permettere, ora, questa autorit.
Nasone scoppi a ridere, nel mentre li guardava uscire.
"Ecco. Se li porti via, don Saverio, ma gli insegni anche a stare al mondo. Sono troppo arrabbiati per stare al mondo. Combineranno dei guai, e allora s che sar tabula rasa per loro. Stiano attenti a misurarsi coi grandi. Noi non siamo vigliacchi, come credono, ma siamo diventati forti a forza di umiliazioni. Glielo dica a quei mocciosi. Non se lo devono dimenticare che noi siamo sopravvissuti alle umiliazioni."
La mattina dopo, don Saverio buss alla porta di Olimpio. Erano le dieci circa, e voleva parlare con Faustino. Non c'era. Aveva preso il motore ed era uscito molto presto. Forse era andato in citt, ma non aveva lasciato detto niente, come faceva da qualche tempo. Allora domand delle sorelle. S, loro erano in casa. Stavano gi sui libri.
" successo qualcosa?" domand Sunta. Matteo, il suocero, era ancora nel letto. Olimpio era nel campo. Si accorse che don Saverio batteva all'uscio di casa. Quando vide che Sunta gli aveva aperto, torn alle sue occupazioni.
"Sei sempre sul chi va l, nevvero Sunta? Ma cosa vuoi che succeda in questo paese..."
"E invece no. Di cose ne succedono anche troppe. Che crede, che siccome sono una contadina che non ha studiato come lei, e sono ignorante, vuole che non me ne accorga della confusione che c' in giro, e nella testa della gente? Io vedo tutto, don Saverio, tutto, e spesso mi conviene stare zitta."
"Lo so, lo so, che sei attenta, Sunta, anche pi di Olimpio. A fartela, a te, bisogna essere nati con due teste, perch un cervello solo non basta. Non  cos?"
" proprio cos." Lo fece entrare e chiam le figliole, che comparvero in salotto.
"Ora te, Sunta, ci lasci soli. Che io voglio fare due chiacchiere con queste belle figliole." Belle lo erano, anche se non come Marisa. Don Saverio si mise a sedere, e cos fecero subito dopo le ragazze, mentre Sunta tornava in cucina. Sulla porta, brontol. "Non ho studiato, mentre potevo. Ora mi tocca faticare tutti i giorni. Sa dove vado, ora? In cucina a sbucciare le patate, e poi devo correre da Olimpio, che ha bisogno di me. Queste signorine, con la scusa dello studio, se ne lavano le mani, e per ottenere un aiuto, bisogna chiederglielo in ginocchio. Il loro babbo si rompe le ossa per farle studiare. E loro? Neanche un po' di riconoscenza." Le ultime parole si sentirono appena, perch era gi arrivata in cucina.
"Brutta razza, la giovent , non  vero, Antonietta?"
"E perch guarda me?"
"Io guardo te, perch ieri sera c'eri te nella confusione, e non Angela."
"Se c'era, faceva lo stesso anche lei. Sa tutto, Angela, e condivide."
" cos Angela?"
"Come vuole che sia. La croce addosso la portiamo noi giovani, e non Nasone o l'ingegnere, o il dottore, che il lavoro ce l'hanno. L'hanno tolta a noi questa possibilit."
"Non ci si pu rimboccare tutti insieme le maniche, e dimenticare, e ricominciare da capo?"
"Per ricominciare da capo, si deve eliminare la zizzania. Non lo ha letto, lei, il vangelo?"
"Non prenderti gioco di me."
"E allora lei non ce li faccia questi discorsi cretini." Era Antonietta.
"Bada a come parli."
" lei che ci offende."
"Io voglio capire da dove viene tanta violenza. Come si pu crescere con tutto quell'odio che avete dentro. Nemmeno un animale pu odiare a questo modo."
"Ma l'uomo odia di pi , perch ha l'intelligenza a disposizione. Dio l'ha fatto a sua immagine e somiglianza."
"Mi pare di sentir parlare Faustino, e non te, Antonietta. Bada a non bestemmiare. Stai prendendo una brutta strada. In testa a una ragazza, queste idee portano alla rovina."
"Vede," disse Angela, che aveva meno rabbia della sorella "noi non riusciamo a vedere il nostro futuro. Non abbiamo speranza.  per questo che accumuliamo risentimento. Si studia, si fatica, ma non sappiamo che cosa ci attende; nemmeno se vivremo ancora in una societ come questa. Potrebbe succedere di tutto, tra qui a qualche anno."
"Di tutto, che cosa?"
"Non si  accorto, lei che ha studiato come noi, che in questo mondo, tutto si ripete allo stesso modo da secoli? I mali denunciati mille, duemila, tremila anni fa, sono identici a quelli di oggi. Ne scrivevano i greci, gli egiziani, i romani. Nemmeno Cristo n i Santi sono riusciti a mutare il corso delle cose."
"Vuoi riuscirci tu, allora?"
"Siamo stufi, perch ora abbiamo toccato il fondo. Ci  stata tolta la speranza."
"Non  vero che il mondo non  mutato. Si sono fatti passi giganteschi. Possibile che dimentichi la schiavit , o la miseria nera che opprimeva la maggior parte degli uomini?"
"Si  spostata, la miseria, non  pi in Occidente, questo solo  cambiato, ma si  accresciuta ovunque."
"E tu come la vorresti sconfiggere?"
"Si pensava con l'amore. Ma  debole, non pu farcela. Nemmeno quello di Cristo  bastato."
"E allora?"
"Faustino dice che occorre esplorare il male, conoscerlo a fondo. Perch  il male il vero padrone della nostra esistenza. Il male  nel Creato, lo ha permeato di s."
"Chi vi ha messo in testa queste sciocchezze?" Don Saverio fece un balzo dalla poltrona, e si piant in piedi davanti alle ragazze, che restavano sedute.
"Non si scaldi tanto" disse Antonietta.
"Io voglio sapere chi vi ha messo in testa queste cose." Urlava.
Angela si alz.
"Nessuno ce le ha messe in testa. Sono idee che corrono tra noi giovani. E Faustino  convinto che si deve percorrere anche questa strada."
"E voi? Siete convinte anche voi?"
"S."
Don Saverio torn in canonica pi abbattuto che mai. Doveva fare un salto in Curia, ma vi rinunci. Si mise seduto davanti alla finestra e attese il ritorno di Faustino.
Non ci credeva che i giovani la pensassero in quel modo. Per Angela e Antonietta erano ragazze piene di giudizio, sicuramente tra le migliori del paese. Non avevano parlato tanto per dire, o mostrarsi. Quelle idee, le avevano in testa. Avevano ragione, almeno in parte, quando affermavano che la sofferenza e la miseria c'erano state sempre nel mondo, che pareva diviso in due: coloro che soffrivano e coloro che godevano dei piaceri della vita. Il progresso che si era compiuto grazie anche alla scienza era consistito nell'inserire qualche addendo in pi nella somma di coloro che comandavano e si arricchivano, poca cosa davvero, se si considerava che la popolazione era enormemente accresciuta. Non c'era quindi motivo di gioire, neanche per un prete, se un povero era passato dalla parte dei ricchi. Faticava la giustizia a farsi strada nel mondo. Dove se n'era andato Dio? Aveva dimenticato il mondo? E perch dimenticava i preti, quelli come lui che avrebbero bruciato in un attimo la loro vita, se ci poteva servire al bene degli uomini? Col pensiero riandava indietro nei secoli. Quanti preti migliori di lui, quanti Santi lo avevano preceduto. Che cosa restava di essi? Ebbe paura. Ferm il pensiero per non approfondire. Lui non era prete a caso. Si ricordava di averlo desiderato con tutte le sue forze; non era pi un ragazzo quando avvert la vocazione, conosceva gi il mondo, la cattiveria che vi dominava, ma aveva scoperto anche i piccoli segni del bene, che stanno nascosti nel cuore degli uomini. Nasceva da l la sua vocazione. Il suo lavoro era diverso da quello della scienza. Il povero che si arricchiva non faceva parte della sua missione, egli doveva scavare nelle coscienze, dar luce, ossigeno al bene.
Sent il rombo della moto di Faustino. Era soprappensiero. Si scosse. Corse alla porta, usc dal cancello della canonica. Lo vide appena in tempo, mentre Faustino stava per chiudere l'uscio di casa. Il ragazzo parve contrariato da quell'incontro.
"Non ho voglia di prediche, stamani."
"Fra poco ricomincer la scuola, e avremo poco tempo per parlare."
"Meglio cos. Lo sai che non le sopporto le prediche. Eppoi le conosco, le tue. Sono chiacchiere piene di vento. Non servono a niente. Voi preti siete tutti uguali, fatti con lo stampino. Non portate pi la tonaca, perch basta starvi a sentire per capire che siete preti."
"Che cosa facciamo di male?"
"Io non ce l'ho con te, Saverio. Forse sei migliore di tanti altri preti. Ma voi non servite a niente. Siete solo dei pacieri, dei mediatori, che cercano di far camminare le cose senza scossoni, ma non producete nessun cambiamento."
"Quanti di noi si sono ribellati al potere per riscattare i deboli, e sono morti! Dove c' la miseria, l trovi la Chiesa, schierata dalla sua parte. La Chiesa ha sbagliato,  stata coi ricchi per tanti secoli, ha protetto l'egoismo e l'avidit, ma ora non puoi dire che la Chiesa non sta dalla parte dei deboli." Faustino si era messo a seguire don Saverio, che tornava alla canonica, contento che Faustino lo stesse a sentire. Non era cattivo, pens.
"Dimmelo tu che cosa vuoi da noi preti."
"Non voglio niente. Non voglio niente, per la semplice ragione che non potete darmi niente di ci che mi serve."
"E cosa ti serve."
"Il male si combatte con il male, non con il bene. Il bene  debole. Lo  sempre stato. I buoni sono degli sconfitti. Nel mondo governer sempre il male. Bisogna conoscere il male per fare una nuova rivoluzione, diversa dalle altre, che bandisca la piet dalla faccia della Terra."
"Se  vero quello che dici, come te lo spieghi l'amore? Ci che senti verso i tuoi genitori, le tue sorelle, gli amici, le ragazze che ti piacciono, non nasce dal male. Sono sentimenti che ti dnno gioia, felicit, li vorresti avere sempre dentro di te. Essi non hanno la prepotenza del male, e sono pi forti del male."
"E allora perch non vincono?"
"Perch l'amore  anche carit, e non tutti gli uomini sono pronti."
"Ma pronti a che cosa? Se Dio voleva far vincere il bene, non gli mancava certo il modo. L'amore  una piccola cosa rispetto alle vere ragioni dell'esistenza, che sono tutte ragioni del male, le ragioni del pi forte, le ragioni della lotta per la sopravvivenza."
Sulla porta della canonica, Faustino si ferm.
"Ne ho piene le scatole di questi discorsi. Torno a casa."
"Non so pi che dirti, Faustino. L'evidenza  contro di me. Tu gridi, ed io non posso opporti che le parole che noi preti diciamo da secoli. Sono parole consumate, piene di vento, tu dici, ma sono le parole che abbiamo ricevute da Cristo, pi di duemila anni fa. Noi le diremo fino alla fine del mondo, moriremo per esse, perch sappiamo che sono la verit."
"Se non riescono a cambiare il mondo, allora significa che anche la verit non serve a niente."
Aveva gi ridisceso gli scalini della canonica, Faustino. Don Saverio non si volt nemmeno a guardarlo allontanarsi. Si sentiva sconfitto, come gli era successo un'infinit di altre volte. Sarebbe stato bello vincere, ma era un prete, e un prete deve portare, come Cristo, la croce del mondo su di s. Serr la porta, e gli sembr di rinchiudersi dentro una tomba.
Non pass molto tempo che sent bussare. Era lontano coi pensieri. A fatica and ad aprire. Era di nuovo Faustino.
"Dev'essere tua, questa" gli disse, aprendo il palmo della mano. Sopra vi stava la crocetta che don Saverio aveva smarrito a Rupecava.
"Come l'hai avuta? S,  mia,  la mia croce. Dimmi come l'hai avuta!" Aveva paura per di quello che Faustino poteva rispondergli.
"Ce l'ho e basta" disse Faustino.
"Tu eri l, quella sera."
"E allora?"
"Ma come allora! Tu hai colpito me! Hai cercato di spegnere la mia speranza. Oh, Faustino, Faustino..."
Ma Faustino se n'era gi andato.


II(52)

Settembre era volato via. Si erano concluse le varie manifestazioni che arricchiscono a Lucca l'ultimo mese dell'estate. Si era ai primi di ottobre. Le giornate erano belle, con un sole tiepido, che spesso allieta pi di quello torrido di agosto. La natura gi cominciava a prendere gli stupefacenti colori dell'autunno.
Il commissario Luciano Renzi faceva footing sulle Mura. Era domenica. Il medico l'aveva trovato un po' ingrassato. Aveva straviziato durante l'estate. Era pieno di trigliceridi. Doveva smaltire. Che cosa c'era di meglio di qualche giro di Mura? Aveva praticamente costretto Jacopetti a fargli compagnia. Erano andati insieme a comprare le tute. Il rosso predominava in quella del commissario, l'azzurro in quella di Jacopetti. Renzi aveva faticato a trovare le giuste scarpe da ginnastica. I suoi piedi larghi, a barca, facevano ammattire pi di una commessa. Non bastava il numero grande, il 45, occorreva che anche la forma fosse larga, e soprattutto fosse larga la punta, che doveva essere molto, molto rotonda. Jacopetti ne avrebbe fatto a meno, sia di quella spesa, che di trovarsi l sulle Mura, esposto alle risatine dei compagni. Si sapeva che anche taluni colleghi avevano preso l'abitudine di frequentare di pi le Mura, dal momento che avevano saputo che lui e il commissario vi andavano a fare il footing. Renzi era ridicolo. Massiccio e un po' pancione, si muoveva come un pachiderma. Strascicava i piedi, non riusciva proprio ad alzarli. Jacopetti era pi bravo, sapeva armonizzare il movimento delle braccia con quello delle lunghe gambe. Renzi, le braccia le teneva ferme all'altezza del petto, e quando, certe volte, prendeva a muoverle, sembravano andare per conto loro. Renzi era proprio una frana, e Jacopetti non capiva come un imbranato simile avesse scelto una tuta dove predominava il rosso, un colore che attirava l'attenzione di tutti. Entrambi ansimavano, avevano il fiato corto. Giunsero sudati davanti all'Orto botanico. A quell'ora del primo mattino le panchine sono quasi tutte libere. Scelsero quella che dava sul laghetto della leggenda. Si narra che l precipitasse all'inferno con la sua carrozza la bella Lucida Mansi, allo scadere del patto stipulato col diavolo, che l'aveva lasciata giovane e bella per trent'anni. Si sedettero. Non ce la facevano a parlare. Presero fiato. Jacopetti fu il primo a riprendersi.
"Ci viene un infarto, se continuiamo cos."
"Non gufare, Jacopetti."
"Dico sul serio. Sento che il cuore mi batte a mille. Pare impazzito. E il suo?"
"Cuore o non cuore, dobbiamo fare tre giri di Mura. Ora ci riposiamo cinque minuti, e poi si riparte. La colpa  anche un po' tua se mi ritrovo cos."
"Mia!? Questa  bella, commissario. E perch mia?"
"Perch camminiamo sempre in macchina. Sei troppo pigro, tu. Quante volte ti ho invitato a fare due passi, ma tu, se non hai la macchina, non ti muovi. Anche quando c' da fare due salti in citt. D'ora in poi, per, farai a modo mio."
"Certe volte,  andato in citt da solo, a piedi, commissario. Dia retta a me, non  colpa della macchina."
"E di che, allora?"
"Dell'et. I grassi si smaltiscono meno con l'et, perch tutto  vecchio e arrugginito dentro di noi. Anche la mia Esterina me lo dice, quando mi lamento. "Invecchi Sandrino" mi dice, ed io le do ragione, perch, anche se nello spirito mi sento un ragazzino, nel corpo la sento la fatica. Lei non ci creder, ma io, appena l'anno scorso, i tre giri di Mura, me li facevo senza fermarmi mai, e ora invece, se non mi fermo, scoppio."
La loro attenzione si era posata finalmente sul laghetto.
"Bisognerebbe farlo anche noi il patto col diavolo, Jacopetti."
"Cos si finisce all'inferno."
"Ma almeno ce la godiamo per altri trent'anni."
" troppo tardi per fare il patto col diavolo. Lo rifiuterebbe il patto con noi, il diavolo."
"Non gli parrebbe vero, invece. Lui prende tutto, pur di popolare l'inferno."
"Allora gli si dovrebbe chiedere di farci prima ringiovanire, perch campare altri trent'anni conciati come siamo, servirebbe a poco."
"Pensi sempre alle donne, non  cos?"
"E a cosa devo pensare, se no? Che me ne faccio di altri trent'anni, se non posso scapricciarmi con le donne. Eppoi, quei patti l, vanno bene per le donne, che restano belle e desiderabili, non per noi uomini. A noi la bellezza serve a poco."
"Lo dici te." Renzi ricordava in giovent qualche occasione persa a vantaggio di amici pi belli di lui.
"Pi che la bellezza, a noi uomini serve la virilit. Si pu essere bruttini, non brutti brutti, perch allora ha ragione lei, ma se si  appena appena bruttini, come possiamo esserlo noi due..."
"Parla per te."
"Beh, insomma, commissario, belli non siamo. Per..."
"Per?"
"Virili s!" Rest in attesa, Jacopetti.
"Ma cosa mai vuoi essere virile, con quelle due donne che ci ritroviamo tra le mani."
"Ma se capitasse una come m'intendo io... Non c' uomo bello che potrebbe battermi."
"Sar bene che ci riposiamo un altro po', Jacopetti, perch la fatica ci ha rimbambito il cervello."
"Per me va benissimo, commissario, io di qui non mi muoverei pi . Se penso che dentro quel laghetto ogni tanto appare il viso della bella Lucida..."
"Son chiacchiere della gente, Jacopetti. Io non l'ho visto mai. La gente  credulona, e basta mettere in giro una bella storia, che subito diventa leggenda, tutti ci credono. Come te lo spieghi, se no, che i furbi fan sempre i soldi, e la maggior parte della gente resta fregata. Col popolo, se si sa usare il cervello, ci si arricchisce."
"S, ma non mi pare giusto approfittare della credulit della povera gente."
"C' chi ne approfitta, lo sai meglio di me. Qualche volta riusciamo a metterlo in galera, ma spesso i furbi in galera ci mettono noi, nel senso che comandano loro, e noi si deve solo ubbidire." Jacopetti aveva disteso le lunghe gambe, ed ora stava sbracato sulla panchina. Discorreva volentieri. Aveva ripreso fiato, e anche il commissario si era dimenticato di trovarsi l per una ragione precisa, e cio smaltire i trigliceridi; per quello scopo aveva indossato la tuta rossa. Chiss se se lo ricordava di essere in tuta da ginnastica. Lui poggiava la schiena ben aderente alla spalliera. I piedi, li teneva aperti, come al solito. I lacci bianchi delle scarpe avevano il fiocco molto largo, che quasi toccava terra. Sotto di loro, qualche turista, in visita all'Orto botanico, si era avvicinato al laghetto, che in mezzo ha un vecchio albero. L'acqua era ricoperta di foglie verdissime e grandi. Una turista si chin ad osservare.
"Cerca la nostra bella Lucida, la tedeschina. Vedi, Jacopetti, quanta gente crede alle fesserie. Quelli sono venuti apposta per vedere Lucida. Hanno speso soldi per venire qui."
"Mica sono venuti per Lucida. Sono venuti per la citt. Non sono i soli a venire. Lucca ormai  famosa nel mondo. Sono contento, perch se lo merita."
Nel girarsi verso il viale delle Mura, al quale davano le spalle, Jacopetti si avvide che passava un collega della buoncostume, in compagnia della moglie. Si fece piccino piccino per non farsi notare, e avvert il commissario.
"Non si volti, per carit. Non si volti." E fece il nome del collega, un pettegolo, che avrebbe messo in piazza la circostanza. Anche se quasi tutti ormai sapevano.
Il collega li aveva visti, e and a salutarli. Quando si furono allontanati, Jacopetti volle dire la sua.
"Lo ha fatto apposta. Sono sicuro che l'ha fatto apposta, commissario."
"Certo che l'ha fatto apposta. Lo conosci anche tu. Quello lo racconta anche al Questore, e si faranno due belle risate alle nostre spalle."
"Certo, commissario, che per via dei suoi trigliceridi, tocca fare anche a me di queste figurette. Non abbiamo il fisico atletico, ecco la verit, e le tute addosso a noi sono come il topless sulle nostri mogli. Ho reso l'idea?"
"L'hai resa s, ma guarda che non  un bel complimento da sbattere in faccia al tuo commissario." Jacopetti ci aveva pensato anche questa volta alla promozione, e perci aveva voluto mettere in risalto il sacrificio che sopportava per accontentare il suo superiore. Non immaginava di aver fatto una gaffe.
"Sar tempo di muoversi, Jacopetti. Ci siamo riposati abbastanza."
"A quando la prossima sosta?"
"Al Villaggio del fanciullo, forse." Il Villaggio del fanciullo  un edificio che ospita giovani bisognosi; era a meno di un chilometro da l.
Si alzarono, si stirarono la blusa, e come se nulla fosse, con la pi grande naturalezza, come atleti veri, ripresero a correre. Jacopetti pass di slancio avanti al commissario, aveva le gambe pi lunghe, ma si accorse di aver commesso un'altra fesseria, cos rallent, e fece in modo che Renzi lo raggiungesse. Lo sentiva gi ansimare.
Gli alberi delle Mura erano stati colpiti qualche anno prima da una grave malattia, che l'ignavia dell'uomo, come spesso accade, aveva lasciato peggiorare. Infine erano stati abbattuti gli alberi malati e si erano piantati i nuovi. Renzi e Jacopetti stavano passando sotto i nuovi, i quali ancora non davano ombra, e parevano cuccioli impauriti. Lucca  un piccolo mondo chiuso dentro le sue Mura. Esse sono il suo biglietto da visita. Chi la scorge da lontano, prima dei tetti vede i campanili, le torri e le Mura. Le Mura sono il suo nastro verde di speranza.
Poco prima del Villaggio del fanciullo, il commissario volle fare una nuova sosta. Si sentiva affaticato.
"Stamani non carburo. Ho i muscoli indolenziti, Jacopetti." Si sedette su di una panchina.
"Beh, fino a qui ci siamo arrivati. Avevamo detto al Villaggio del fanciullo, e questo  il Villaggio del fanciullo. Ci mancano solo pochi metri. Siamo in pari con la tabella di marcia, commissario. Allegria." Jacopetti non sentiva la fatica come Renzi, per via della sua complessione, pi leggera e longilinea. Dietro avevano lo stadio comunale, dove nel pomeriggio avrebbe giocato la Lucchese. Jacopetti sal sul poggio della cortina per guardare.
"Oggi, l dentro ci sar baraonda. Io non capisco come si possa mutare davanti a un pallone. Vede, su quella panchina dove si  seduto lei, stamani si pu godere un po' di tranquillit, ma oggi da l si sentir l'inferno. Si scatenano peggio che se fossero ad una guerra." C'erano stati disordini, una delle domeniche prima, ed alcuni poliziotti erano stati feriti. Anche per questa domenica si prevedevano incidenti, dato che era ospite una squadra ostica per il Porta Elisa.
"Io farei come i musulmani. Al responsabile degli incidenti, gli taglierei la mano. Tutto tornerebbe a posto in quattro e quattr'otto."
"A Lucca si vedrebbero solo monchi, allora." Lucca era un po' cambiata. Erano cambiate anche le altre citt, ma a Lucca la violenza era penetrata attraverso le sue Mura, che sembravano predestinate a proteggerla contro tutti i mali della Terra. Invece, la sua inviolabilit era caduta, e la violenza strisciava alle porte delle case come l'angelo della morte. Occorreva una grande forza morale per reagire, e si sperava che Lucca l'avesse. Jacopetti si era messo a sedere accanto al commissario.
"Tutto torner a posto, giusto in tempo perch ci si possa godere la nostra pensione." Al commissario non mancavano molti anni.
"Chiss se  proprio dietro l'angolo la mia pensione, Jacopetti." Aveva disteso le braccia sullo schienale della panchina. "Hanno rubato e siamo noi disgraziati che si deve pagare. Prima hanno aumentato le tasse, e ora che non abbiamo pi soldi, hanno avuto quest'altra pensata, e ci costringono a lavorare di pi . Risparmiano sulla nostra pelle, Jacopetti. Altro che tasse! Qui si prendono la nostra vita, invece che il denaro! Uno fa dei progetti, immagina di godersi un po' di vecchiaia, e tac, ecco la fregatura, e quando si andr in pensione, si andr solo per morire. Qui ci vuole una bella rivoluzione, Jacopetti, ecco che ti dico, una bella rivoluzione, e basta con le chiacchiere. Ne abbiamo fatte abbastanza e non sono mai servite a nulla."
"Se si fa la rivoluzione, commissario, ci vengo anch'io a Roma, e vedr che ci viene anche il Questore."
"Dicono che non ci sono pi soldi. E perch non ci sono pi soldi nessuno se lo domanda. Dobbiamo pagare con la vita le loro ruberie."
Il commissario andava dritto per la sua strada. "Si possono sopportare sacrifici di ogni tipo, ma questo  troppo. Questo non  giusto. L'uomo non cammina attraverso i millenni per indietreggiare, ma per andare avanti."
Diventava rosso di rabbia.
"Che si fa, commissario? Restiamo qui tutta la mattina?"
"Hai ragione, Jacopetti. Me la prendo troppo."
Si alz. Si stir la blusa. Aveva un po' di pancia, il dottore aveva ragione. Ma fino a quando doveva durare quel rito sulle Mura? Invece di sentirsi meglio, gli pareva di essere peggiorato. Pi correva, e pi le gambe diventavano molli. Al contrario di quanto accadeva a Jacopetti, che diceva di sentirsi tornato giovane, e che dentro ci aveva una forza da leone.
"La ginnastica, a te, ti ha ringalluzzito, Jacopetti."
"Lo pu dire piano e forte, commissario. Da quando vengo a correre con lei, mi sento un altro. Giovane e forte. E anche quello l, mi capisce non  vero?,  sempre pronto, ed Esterina protesta che non la lascio pi in pace, e che non sono comportamenti da tenere con la propria moglie, che fatica tutto il giorno, e la notte ha il diritto di dormire. La ginnastica mi ha fatto bene a tutto, commissario."
"A me, ha levato le forze, invece, e Maria  pi contenta. Si pu permettere certe dormite che prima nemmeno si sognava.  ringiovanita, lei, e vedessi come mi manda volentieri a correre la domenica. Non le interessa pi fare la gita in macchina con me. Preferisce farmi correre. Capisci che strega?"
"Forse non la lasciava in pace, prima, ed ora si prende la rivincita."
"Beh, ad essere sincero, non perdo molto, Jacopetti."
"Non dica cos, commissario, che mi fa pensare a mia moglie. Io il vigore che mi nasce dalla ginnastica lo scarico sulla povera Esterina, ma mi meriterei qualcosa di meglio. Sono in gran forma, le dico, commissario, e quando leggo sui giornali che certe belle donne hanno uno straccio di marito, io mi mordo le mani, e penso che mi meritavo una sorte migliore."
"Calmati, Jacopetti, altrimenti ti viene l'infarto, e addio pensione: se la godr la tua Esterina."
"Se gliela dnno la pensione... mica  sicuro che gliela dnno, alle vedove, o se gliela dnno, sar proprio uno straccio di pensione, che le costringer a lavorare o a fare le mignotte."
"Cosa dici, Jacopetti! Esterina mignotta! Ma va l..."
"Ma se non hanno da mangiare, queste donne, cosa possono fare? Il lavoro in fabbrica non c' per tutti, manca per gli uomini, figuriamoci per le donne."
"Maria non lo farebbe mai!"
"Non voglio deluderla, commissario, ma le donne sono come le bestie. Fiutano la vita meglio di noi. Sono meno romantiche e hanno meno poesia di noi uomini, anche se sembra il contrario. Ha visto? Tra gli animali sono pi le femmine che i maschi che si adoperano per le cose pratiche della vita. A caccia per procurarsi il cibo, vanno le femmine, pi che i maschi. Stanno coi piedi per terra le donne, creda a me. E sono pronte ad adattarsi a tutto, pur di riuscire a campare."
"Ma fare quel mestiere, Jacopetti... Su, non mettermi di malumore. Prima ero arrabbiato per colpa delle pensioni, ora mi  passata, e tu mi ficchi in testa questa corbelleria."
"Bisognerebbe morire e mettersi a spiare le nostre donne, commissario. Allora si toccherebbe con mano che quel che dico non  una fesseria. Le donne sopravvivono sempre, se restano sole. Sono gli uomini che muoiono, sempre, anche quando a morire  una donna."
"Stamani mi confondi, Jacopetti. Ti sei alzato con la chiacchiera, vedo."
"No, stamani ho il cervello che funziona al 100% e se avessi un'indagine tra le mani, sarei capace di scoprire l'assassino in un minuto. Vuol dire tanto avere il cervello efficiente al 100%. Invece, succede che non ce l'abbiamo quasi mai, non  cos?"
"Parla per te."
"Mi riferivo all'uomo in generale, commissario, non certo a noi due."
"Non fare il furbo con me."
"Non me lo permetterei mai."
"Mica sono ancora rimbambito."
"Lei non sar mai un rimbambito. Neanche quando sar in pensione. Sono contento di lavorare con lei, lo sa, vero?"
"Ma che mi fai, Jacopetti, una sviolinata?"
"Dico solo la verit, commissario."
"Su su, basta con queste baggianate."
"Che si fa, commissario? Si torna a casa?"
"Dobbiamo percorrere ancora due giri e mezzo."
"Ma li vuol fare davvero?"
"Diamine."
"E allora che si fa, si va?"
"La prossima sosta la facciamo al baluardo di Santa Croce."
"O.K., commissario." Jacopetti fu il primo a partire. Renzi si era chinato ad allacciarsi una scarpa. Se ne accorse e torn indietro. Davanti a lui continuava a tenere le gambe in movimento, un due, un due, un due, si aiutava con la voce. Il commissario alz la testa.
"O Jacopetti, che fai? Che ti sei messo in testa, di vincere un'olimpiade?"
"Con la forza che mi sento dentro, potrei vincere un'olimpiade e un campionato del mondo insieme. Io stamani sono imbattibile, commissario."
Muoveva ancora le gambe. Il commissario, che si era inginocchiato, si alz, si stir la blusa un'altra volta, e accenn a partire. Jacopetti si mosse come un felino. Al primo passo che fecero, lo distanzi di mezzo metro, al secondo c'erano gi cinque figure di distanza, dopo qualche passo, non sentiva pi addosso il fiato del commissario.
"Se fai cos, Jacopetti, io mi fermo."
"Mi creda, non m'ero accorto di andare cos forte. Ora rallento e vengo con lei. Sto al suo passo."
"Non mi credere tanto vecchio, Jacopetti.  perch stamani non sono in vena, ci ho della rabbia in corpo. Altrimenti, non faresti tutta quell'esibizione. Quando sono in forma, io ti batto, Jacopetti. Tu lo sai bene, fai finta di nulla, ma lo sai che posso batterti, se sono in forma."
"Certo che lo so, commissario." Jacopetti non se lo scordava mai che dipendeva anche dal commissario la sua promozione.
Affiancati l'uno all'altro passarono davanti al Villaggio del fanciullo, attraversarono il baluardo di San Martino e, questa volta, sembravano leggeri come farfalle.

A casa, Renzi si diresse subito verso la doccia. Naturalmente quell'obbligo di fare ginnastica tutte le sante mattine di domenica procurava un po' di confusione in famiglia. La doccia serviva anche ai figli, e siccome erano due, e tre con Maria, che per badava a levarsi presto di mezzo, poteva capitare che il commissario la trovasse occupata. Questa volta c'era Manuela, la figlia pi grande. Dentro la doccia canticchiava, e si capiva che aveva tutta l'intenzione di prendersela con comodo. A Renzi, ogni intoppo lo infastidiva. Cerc di trattenersi. Per compenso si mise ad andare avanti e indietro davanti alla porta del bagno. Maria se ne accorse, passando di l.
"Ti sei messo a fare il guardiano? Lasciala in pace quella poverina." I figlioli erano sempre poverini e degni della massima considerazione, lui era invece sempre un importuno, uno che lo faceva apposta di dar fastidio ai figli.
"Lo sapevi che sarei tornato a quest'ora. Perch non lo hai detto a Manuela? Senti come canta. Quella ci fa il tcco l dentro."
"La domenica  l'unico giorno che possono stare un po' di pi a letto, i nostri figli. Possibile che non hai un po' di amore per loro?" Era vero che negli altri giorni si alzavano presto per mettersi a studiare. Si comportavano come soldati. Alle otto si trovavano gi sui libri, e continuavano cos per tutto il giorno, salvo qualche pausa di svago, ridotta ai minimi termini. Con gli esami all'universit erano in pari, e ottenevano buoni voti. Ne erano fieri entrambi i genitori; sapevano che in altre famiglie i figli costituivano una preoccupazione in pi . Loro invece erano stati fortunati. Da chi avevano preso? Se lo domandavano, perch n Luciano n Maria si sentivano aquile.
"Da te e da tuo padre non hanno preso di sicuro" diceva certi giorni Maria. "Tu hai il cervello del contadino, duro come un guscio di tartaruga. Sarebbero stati due cretini, se avessero preso dalla tua razza."
"Sentila lei, figlia di Einstein. A scuola sei passata sempre per il rotto della cuffia. Furba sei, quello s, ma l'intelligenza  un'altra cosa."
"In quanto a intelligenza, fate una bella coppia te e Jacopetti. Avete la fortuna dalla vostra parte, ecco perch certe volte riuscite a mettere qualcuno in galera. Senza di quella, vi avrebbero gi mandato in pensione."
"Lascia stare la pensione, per carit. Non farmi andare in bestia." Maria era riuscita ad allontanarlo dalla doccia ed ora, come sapeva fare soltanto lei, aveva preso a stuzzicarlo, per distrarlo un po'. Talvolta considerava Renzi come un ragazzino, impaziente e pieno di bizze. L'aveva portato in cucina. Stava preparando il sugo per i tortelli, di cui andavano matti un po' tutti in casa, ma soprattutto il marito.
"Vedi che ti sto preparando?" Renzi si muoveva come un elefante, e i piedi sbattevano sempre contro qualcosa. Si era tolta la tuta e stava con l'accappatoio. Teneva l'asciugamano sulle spalle.
"Fammi assaggiare." Affond il mestolo nel tegame.
"Non esagerare" disse subito Maria, trattenendogli il braccio.
Tir su il mestolo, e siccome il sugo bruciava, assaggi lentamente.
"Mi pare buono."
"E perch non dovrebbe essere buono?"
"Pu succedere."
"A me, non  mai successo."
"Oooh, non sei mica il Padreterno."
Maria sbirci dalla parte del bagno. Che grazia le avrebbe fatto Manuela, se fosse uscita e le avesse levato di torno quell'impiccione. Voleva anche intendersi di cucina, lui che non sapeva cuocere neppure un uovo. Se la sbrigavano meglio i figli, che qualche volta, quando lei si era ammalata, si arrostivano la carne da soli. Non solo Manuela, ma anche Alberto, che era un tesoro di ragazzo, e avrebbe fatto la fortuna della donna che se lo fosse sposato. Non si trovava in casa, Alberto, perch era andato a Messa. Sarebbe ritornato per l'ora di pranzo. Dopo la Messa, si tratteneva con gli amici.
Renzi aveva ripreso a sbuffare.
"La colpa  tua. Lo sapevi che avrei fatto la doccia. Tu pensi prima ai figli, e poi a me."
"Non ricominciare con questa storia. Mi pare che non ti manchi nulla. O hai da lamentarti?"
"Lo sai quel proverbio cinese?"
"Quale proverbio."
"Me lo ha raccontato Jacopetti."
"Allora deve esserselo inventato."
"Perch dici cos."
"Perch  un burlone, e non si sa mai quando fa sul serio."
"Voi donne avete la lingua troppo lunga."
"Anche questo  un discorso vecchio. Dimmi una cosa alla volta. Comincia col proverbio cinese."
"Ma davvero non lo sai?"
"No, non lo so."
"Non ci credo."
"Guarda che sei curioso. Dici che non ci credi, e io non so nemmeno di cosa mi vuoi parlare. Non ce n' mica uno solo, di proverbi cinesi. Qual  il tuo?"
"Che un marito, quando entra in casa, per prima cosa deve picchiare la moglie. Senza chiederle nulla, la deve picchiare. Perch c' sempre un motivo giusto per farlo."
"E questo lo chiami proverbio?"
"Si vede che i cinesi fanno cos."
"E lo sai te, quell'altro proverbio, italiano per."
"Quale proverbio?"
"Che se un marito ti picchia, tu fagli le corna."
"Questo non  un proverbio."
"Nooo? Ma tu prova a picchiarmi, e io ti metto due corna lunghe lunghe che qui in casa non passi pi dalla porta."
"Lo faresti?"
"Lo farei s."
"Ma chi vuoi che ti prenda. Giusto io mi sono innamorato di te."
"Guarda che non devo andare molto lontano per trovarne uno. In questa strada ce ne sono di bellimbusti che si farebbero in quattro per me."
"Ma ti sei vista allo specchio?"
"S, e sono ancora carina."
"Ma lo sai quanti anni hai?" Aveva dieci anni meno di Renzi, la stessa et di Esterina e di Jacopetti, non toccava i cinquant'anni. Un po' grassoccia, poteva ancora piacere agli uomini, che quando si tratta di andare a donne, non vanno tanto per il sottile, sono cacciatori di qualunque preda. Ma Maria, quando voleva, sapeva farsi bella, come del resto san fare tutte le donne del mondo.
"E dei figlioli, te lo scordi?"
"Tu picchiami, e vedrai che i figlioli si mettono dalla mia parte." Non ne dubitava, Renzi. I figli restano mammoni, anche quando sono adulti, figuriamoci da ragazzini. Insomma, se lo avesse fatto cornuto, avrebbe avuto torto lui e non lei. Cos si sarebbero messe le cose. Hanno una lingua, le donne, e una capacit di convincimento in grado di battere qualsiasi testa d'uovo che porti i pantaloni. Quando l'apostolo Giacomo, nella lettera che gli  attribuita, parla della lingua,  " un piccolo membro" scrive "e vanta grandi cose! Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta incendia!"  pensava non alla lingua degli uomini, bens a quella delle donne.
Renzi batt in ritirata. La conversazione prendeva una piega bruttina bruttina. Un po' geloso della moglie lo era, e parlare di corna con lei lo metteva a disagio e di malumore. Torn davanti alla porta del bagno. Cominci a passeggiare in su e gi . Manuela canticchiava ancora, ma si capiva che questa volta era alla fine.
"Quanto ci hai ancora?" domand.
"Sei tu, babbo?"
"E chi, se no, Mos?"
"Devi venire qui?"
"No. Devo andare a Parigi."
"Fra un minuto sono fuori."
"Sbrigati.  mezz'ora che aspetto." Non ce la fece pi a contenere la sua impazienza. La colpa era di Maria, questa volta, che non era stata brava come nelle altre occasioni, e l'aveva fatto arrabbiare.
Ma le sorprese non erano ancora finite.
"Nel pomeriggio, andiamo a far visita a Esterina. Mi ha telefonato stamani, quando tu eri a bighellonare sulle Mura, a fare il campione, tutto bello mascherato, con quella tuta rossa. Rossa poi, ma come hai potuto scegliere un colore come quello?"
"Non mi sfottere."
"Quando ci vuole, ci vuole. Tu con quella tuta fai ridere. Chiss come se la spassano alle tue spalle, i carissimi colleghi."
"Me ne infischio."
"Sei diventato la loro cuccagna."
"Che dicevi di Esterina?"
"Mi pare un po' depressa. Mi ha chiesto se oggi possiamo stare qualche ora insieme. Non ho potuto dire di no.  nostra amica, oltre che la moglie del tuo collega Jacopetti."
"Per la verit, avevo fatto tutto un altro programma. Si stava in casa, sbracati sulla poltrona, tu a guardare la televisione, ed io a leggere, o anche a scrivere, se mi va."
Stavano pranzando. I figli avevano la testa per conto loro, non li ascoltavano. Parlottavano di discoteche, nelle quali da sempre accadevano cose da turchi. Manuela fece in tempo per a sentire.
"Bravi," esclam "cos oggi la macchina la prendo io!"
"E no, serve a me. Pensavo di prenderla io, invece."
"Hai fatto i conti senza l'oste, Albertuccio mio. Dove devi andare?"
"Da Marco."
"E poi?"
"Usciamo insieme."
"Allora, da Marco ti ci accompagno io."
"Ma io voglio la macchina."
Si mise in mezzo Renzi.
"Di macchine ce n' una sola, ed io non posso permettermene un'altra."
Manuela smorz subito il vento di tempesta.
"Alberto ed io ci mettiamo sempre d'accordo, non  vero, Alberto?"
"S" fece lui. I figli tornarono a chiacchierare di discoteche, ma Renzi aveva voglia di dire la sua anche su quello.
"Fateci attenzione alle discoteche. L'altro giorno c' stata una retata e sono finiti in carcere spacciatori e drogati, tutti pescati nelle vostre belle discoteche."
"Non siamo pi dei ragazzini. Sappiamo badare a noi stessi."
"Dicono tutti cos. Noi genitori non si conta pi per i figli."
"Guarda che i nostri figli, non sono mica come gli altri. Non devi parlare cos di loro. Ti hanno mai dato occasione di lamentarti?" Aveva toccato i figli, e Maria lo aggrediva un'altra volta.
"Oh, ma non posso dire pi niente in questa casa?"
"Sbrigati a mangiare, che poi tocca a me di fare le pulizie. E per le quattro ho promesso a Esterina di essere da lei."
"Anche te, quando ti viene in mente una cosa... Lo sapevi che stamani facevo ginnastica e che nel pomeriggio mi andava di riposarmi."
"Mica potevo dire di no a Esterina."
"Vai da sola, allora."
"Ah, questo no. Ci rimarrebbe male, se non ti vedesse. Penserebbe che non ci vai volentieri da lei."
"Ma se ci siamo andati un sacco di volte."
"Insomma, ci devi venire anche te, perch mi pare una cosa ben fatta. Esterina sar contenta di vederci insieme."
"Volevo ascoltare la partita alla radio."
"L'ascolterai insieme con Jacopetti."
"E come ci si va da Jacopetti, se la macchina serve a Manuela?"
"Ci accompagna Manuela."
"E chi torna a prenderci?"
"Ci porter Jacopetti. Lui  sempre cos gentile con te."
"Lo so io perch  gentile."
" una brava persona. Non dirne male. Cuciti la bocca, piuttosto."
"Non mi poteva capitare collaboratore migliore."
"Ecco, bravo. Anche se voi due insieme..."
"Che vorresti dire?"
"Che siete due sciabigotti."
"Bada, eh."
"Noi donne si capisce al volo come siete fatti voi uomini."
"E allora perch mi hai sposato, se mi credi uno sciabigotto?"
"Non c'entra niente l'intelligenza con l'amore."
"Allora ti piaccio?"
"Potevo scegliere molti altri partiti migliori di te."
"Ma non l'hai fatto. Sei stata fortunata, invece, a sposare uno come me. Bisbetica come sei, trovare uno che ti sopporta dalla mattina alla sera,  stato un terno al lotto."
"Mi sarebbe piaciuto avere in casa un poliziotto un po' pi brillante di te, questo s."
"Guardi troppo la televisione. Quei poliziotti non esistono. Li hanno inventati per incantare le sempliciotte come te. Ma quando vi svegliate, voi donne?"
"Ah s? E allora rispondimi. Chi ci bada alla casa? Chi lo fa quadrare il bilancio alla fine del mese, con quella miseria di stipendio che porti?"
"Ah, ci sputi sopra, al mio stipendio. Bada a sputarci sopra, perch, anche se non  molto, ci d da mangiare e da vestire." Vestire, per la verit, solo per i figli, perch, da quando avevano da pagare la rata della macchina nuova(53), loro, di vestiti, non ne avevano comprato pi uno. Nemmeno scarpe avevano comperato, e un paio di Maria e un paio di Renzi erano state risuolate.
"Via non te la prendere, Luciano. Dicevo per scherzare. Fai anche troppo. Ce ne fossero di mariti e di padri come te, non  vero, figlioli?"
Alzarono la testa dal piatto.
"Parole sante, mamma" disse Manuela.
"Si dovrebbe ricoprire d'oro un babbo cos" disse Alberto.
"Dio lo volesse. Si diventerebbe ricchi." Era Maria. Pesava quasi novanta chili negli ultimi tempi, Renzi.
"Non ha nessun vizio, vostro padre. Non fuma, non va a giocare a carte, non beve, non ha grilli per la testa. E a un commissario se ne offrono di occasioni, non  cos, Lucianino?" Era evidente che pensava alle donne, e a Renzi fece piacere che Maria intuisse queste opportunit che gli capitavano.
Manuela e Alberto si alzarono da tavola. Alberto and a telefonare a Marco. Manuela si avvicin al padre.
"Allora, alle quattro porto voi due da Jacopetti, e Alberto da Marco. Occhei?"
"Sei un tesoro" disse Maria.
"Grazie" disse Renzi.

La Lucchese stava vincendo 1 a 0. Renzi e Jacopetti non erano dei veri tifosi, la partita serviva soprattutto ad ingannare il tempo. Abituati all'agire, la domenica rappresentava per loro un giorno pesante da trascorrere. La squadra faceva penare i suoi fans; mai che una volta li lasciasse assistere tranquilli, col risultato gi sicuro in tasca. No, fino all'ultimo li doveva tenere col fiato sospeso. Per molti era un ulteriore motivo di stress, dopo la settimana trascorsa al lavoro, per alcuni, come i nostri due poliziotti, era una buona cosa, perch lasciava scorrere il tempo senza che se ne accorgessero, presi dall'emozione, ed era ci che volevano. Jacopetti aveva fatto accomodare Renzi sulla poltrona, sulla quale di solito sedeva lui, e si era sistemato sul divano. Su di un piccolo mobile era collocato lo stereo, da cui i coniugi Jacopetti spesso ascoltavano nastri e compact disc di musica classica, da camera e sinfonica soprattutto, quando non avevano voglia di accendere il televisore. Davanti al quale stavano ora le due donne. Mentre guardavano, chiacchieravano. Non vi era molta distanza tra le due coppie e cos qualche volta Renzi e Jacopetti, nell'ascoltare la radio, si lamentavano del chiacchiericcio.
"Vogliono comandare sempre loro" brontol Esterina.
"Cosa ci troveranno mai di cos eccitante in una partita di calcio. Valli a capire gli uomini."
"Sono dei citrulli" bisbigli Esterina.
"Cosa?" fece Jacopetti, che l'udito ce lo aveva fino, anzi finissimo.
"Si parla delle nostre faccende. Vuoi ficcare il naso anche l?" Si volt tutta impermalita Esterina.
"Ripeti cosa hai detto. Io ho capito bene, sai."
"E allora se hai capito bene, perch devo ripetere?"
"Hai detto che siamo citrulli."
"E non  cos?" Era Maria, che interveniva in solido con Esterina.
"E perch siamo stupidi? Perch ascoltiamo la partita? Allora la maggior parte degli uomini  stupida."
"Ci sei arrivato, finalmente!"
"Ho l'impressione che le nostre donne ci prendano in giro, commissario. Lei non dice nulla?"
La Lucchese stava subendo un attacco. Gi due volte il portiere era intervenuto facendo miracoli. La difesa stava cedendo. Buttavano i palloni a casaccio, pur di liberarsi della pressione avversaria.
" un brutto momento, Jacopetti. Questa volta segnano, me lo sento."
"Segnano le nostre donne, se non le rintuzziamo. Quelle mettono la cresta, e se continua cos noi uomini ci ritroveremo col grembiule davanti, a rigovernare i piatti. Sono brutti tempi, e si rischia, se non si reagisce."
"Guarda che ci sono uomini che le fanno, le faccende di casa, senza la puzza al naso come voialtri." Esterina si stava riprendendo dal suo malumore. Le discussioni di questo tipo la eccitavano sempre. In ogni occasione si batteva per affermare la supremazia della donna sull'uomo. Quando non faceva cos, significava che stava veramente male. Tutto sommato, Jacopetti era contento di vederla aggressiva. Per due motivi, primo, perch voleva dire che stava bene di salute, secondo, perch il commissario poteva rendersi conto di quale strega avesse sposato.
"Un uomo non  nato per certe faccende. Voi le dovete fare, perch  Dio che vi ha fatto per queste cose."
"Siete cos buffi, sbracati su quelle poltrone..." Si mise la mano alla bocca, per non ridere apertamente, Esterina. Buffo non era Jacopetti, per, che aveva infilato, per la verit, le lunghe gambe sotto il piccolo tavolino, ma soprattutto Renzi, i cui piedi apparivano grossi come una coscia. Teneva le gambe aperte, e si vedeva un po' di pancia pendergli gi .
"Sei brutto!" gli disse Maria. "Guarda come ti sei fatto grasso. Stasera mangi solo mozzarella, e guai a te se mi chiedi dell'altro."
"Dell'altro cosa?" fece maliziosamente Jacopetti.
"Tu stai zitto!" prese al volo, Esterina.
"No no, lascialo dire. Quella cosa l, che intende lei, Jacopetti,  un pezzo che mio marito non me la chiede."
"Ma la sente, commissario? La sente cosa s'inventa Maria?" Andava in brodo di giuggiole, Jacopetti.
"Io non mi invento mai nulla. Se lo dico, vuol dire che  la verit."
"Non ti perdere dietro le chiacchiere di mia moglie, Jacopetti. Non l'hai ancora capito come sono fatte le donne? Pi di, pi pretendono. Oh, ma che si vuole da me? Non sono mica una macchina, io."
"Beh, detta cos, la cosa ora  diversa.  lei, Maria, che esagera. Noi lavoriamo sodo tutto il giorno, e quando torniamo a casa, mica possiamo sempre metterci a vostra disposizione." In realt, Maria, da quando Renzi faceva ginnastica, era contenta di essere lasciata in pace. A volte esagerava il marito, altro che lei!, la quale, allorch faceva all'amore, non vedeva l'ora di sbrigarsi. L'amore va bene i primi tempi, ma poi diventa una noia per una donna, che quando va a letto ha bisogno piuttosto di dormire e di riposare. Un'altra cosa  invece prendersi una bella vacanza, come fanno le donne ricche, e allora s che ci pu essere sugo a fare all'amore. Ma cos, dopo una giornata di fatica, me lo dite voi come si pu avere il ghiribizzo e la fantasia di fare all'amore? S, Dio prima ha creato l'uomo, e poi s' ricordato che aveva bisogno di una schiava, per non faticare, e cos ha pensato alla donna. Maria non le disse ad alta voce queste cose, ma le pens, mentre Renzi parlava e parlava.
La Lucchese prese il goal. Un attimo prima, Renzi aveva dato un colpo ai fianchi di Jacopetti, perch smettesse di parlare.
"Oddio, oddio, oddio, ecco, ecco, ora lo fanno, ora lo fanno. Goal. Maledizione. Goal." Poi stette zitto per qualche secondo. Anche Jacopetti non fiatava.
" la volta che si perde" disse Renzi.
"Si mette male davvero" aiut a commentare, Jacopetti.
"E voi ve la prendete per una stupidaggine simile. Che cosa volete che succeda, se la Lucchese perde." Era Esterina.
"Chetati, gallinaccia!" Era Jacopetti.
Dieci minuti dopo, la Lucchese torn in vantaggio.
"Bravi! Questo s che  giocare." Era Renzi.
"Se vincono, stasera, vedrai, ti far contenta il tuo Lucianino." Si capiva che Esterina aveva voglia lei di fare all'amore.
"Chi se lo prenderebbe uno come lui."
"Guardi Maria, che noi nel nostro lavoro, di occasioni ne abbiamo quante se ne vuole. Vero, commissario? Basterebbe schioccare le dita." Aveva sentito, Jacopetti, e prendeva le difese di Renzi.
"Lasciala dire, Jacopetti."
"Io quasi quasi, commissario, gliele racconterei quelle che ci capitano. Vorrei vedere la loro faccia. Ci credono davvero dei citrulli. Alla prossima occasione, me ne ricorder."
"E che ti vuoi ricordare! Provaci a toccare un'altra donna, e ti faccio passare i guai dell'inferno." Esterina aveva recuperato tutto il suo vigore. Jacopetti ammutol.
La Lucchese si fece pi aggressiva. La squadra avversaria non superava pi la met campo. La vittoria pareva sicura, perci, ma lo scarto di un solo goal lasciava molta tensione nell'aria. Mancava un quarto d'ora alla fine.
"Se si vince, si esce dalla zona bassa della classifica, e si pu stare un po' pi tranquilli. Ci vuole questa vittoria. Domenica prossima, chiss se vinceremo." Li attendeva una partita che si prevedeva perduta in partenza. L'altra squadra era la prima in classifica e camminava con un ruolino di marcia da far invidia, un solo pareggio fuori casa e il resto tutte vittorie meritatissime. Un vero panzer.
Esterina si alz per preparare il t. Lo faceva sempre, quando aveva ospiti. Offriva anche dei biscottini che preparava lei stessa, con una ricetta appresa dalla mamma, e che aveva insegnato pure a Maria. A Maria, per, i biscotti non venivano cos buoni come a Esterina.
And anche Maria in cucina. Lasciarono il televisore acceso. Si erano sintonizzate su di una rete privata, dove trasmettevano una telenovela. Se ne vedevano ancora. Dopo decenni, la gente non s'era stufata. Rincretinivano, abituavano a sognare, anzich a tenere i piedi per terra. Ma i telespettatori scrivevano che volevano ancora telenovele. E se ne fabbricavano a centinaia in tutto il mondo, sempre con lo stesso armamentario, e le stesse sdolcinature che piacevano specialmente alle donne. Esterina non mancava una puntata, e tutti gli orari di casa avevano subto una variazione, in conseguenza degli orari delle telenovele. Anche Maria era un'assidua, ma erano pi assidui i figli Alberto e Manuela. Renzi se la prendeva con Alberto.
"E tu vorresti diventare un avvocato..."
"Proprio per questo le guardo." Le trame prevedevano sempre separazioni e riconciliazioni tra coniugi, amanti, e cos via. Gli avvocati facevano soldi sugli screzi matrimoniali. Alberto non aveva ancora un'idea precisa del suo avvenire, ma non gli sarebbe dispiaciuta una specializzazione in divorzi e separazioni. Erano cose lisce, tranquille, e si guadagnava bene.
Esterina serv il t. Renzi allung la mano per prendere un biscotto.
"Non esagerare" disse subito Maria.
"Non ti mettere in mezzo" rispose lui.
"Fanno male ai trigliceridi, lo sai."
"Una volta che posso mangiare un biscotto come si deve, lasciamelo godere in pace, senza i tuoi sermoni."
"Ti dico solo di non esagerare."
"Per fortuna che non li fai cos buoni, i biscotti, altrimenti a quest'ora, sai a quanto li avrei i trigliceridi."
"Bugiardo. Invece te li mangi sempre uno dietro l'altro."
"I tuoi sembrano sassi."
"Se non ti piacciono, la prossima volta te li fai da te. Voi uomini, non lo immaginate nemmeno quello che si ammattisce in cucina. Voi la considerate una cosa da nulla. Invece,  un lavoro che richiede attenzione, gusto, ed esattezza."
"Ecco perch a te non viene mai buono nulla. Sei sempre con la testa per aria, a curiosare. Per la casa e anche dalla finestra. A te, non ti sfugge nulla di quel che succede in strada. Avresti fatto il poliziotto meglio di me, cara Maria."
"Non sarebbe stato difficile. Sei un piedipiatti rammollito."
"No, questo non lo deve dire, Maria." Era Jacopetti.
"S che lo dico, perch  la verit. Voi due vi credete di essere Sherlock Holmes e il dottor Watson, e invece siete una copia riuscita malissimo. Voi l'assassino non lo vedete nemmeno se vi sta sotto gli occhi, e vi ammicca di guardare dalla sua parte."
"E allora quelli che abbiamo messo in galera, chi li ha presi? Non siamo stati forse noi?"
"Avete una gran fortuna dalla vostra parte, questo s. Forse siete sotto la protezione del Padreterno."
"Lo credo anch'io" fece subito Jacopetti. "Il Padreterno ci ha dato voi per condanna, e cos qualche volta, per compenso, ci fa scoprire l'assassino."
"Se non vi sposavamo noi, sareste stati due scapoli senza arte n parte." Era ancora Maria.
"Ah, ah, ah, questa poi me la devi ripetere. Che scapoli saremmo stati?"
"Ancora pi cretini. Quel poco di sale in zucca che ci avete, ce lo abbiamo messo noi."
"Grazie, allora" fece Renzi.
"Non c' di che" rispose Maria.
La Lucchese vinse 2 a 1. Renzi e Jacopetti tirarono un sospiro di sollievo. Maria e Esterina si ritrovarono a seguire una scena della telenovela, e siccome era emozionante, secondo il loro punto di vista, si appiccicarono alla tv, senza pi fiatare.
"Con questo silenzio di tomba, si potrebbe fare una partita a carte" propose Renzi.
" un'idea stupenda!" esclam Jacopetti. A carte vinceva quasi sempre lui. Si alz, si diresse verso la libreria, apr un cassetto e tutto contento si volt verso Renzi.
"Eccole qua" disse "le mie belle carte." Le baci e fece schioccare le labbra.
"Sono il tuo pollo, di' la verit, Jacopetti."
"Ma che dice, commissario. Scommetto che questa volta vince lei."
Esordiva sempre cos. Nella stanza, in certi momenti, piombava il silenzio, poi ritornava la voce della televisione, e ogni tanto si sentiva il piccolo rumore che facevano le mani quando calavano la carta.
Tutt'a un tratto, la conversazione si spense. Fuori era buio. Si diffuse a poco a poco in tutta la casa la malinconia di un altro giorno che stava morendo.

Luned, in ufficio, avevano poca voglia di fare, sia Renzi che Jacopetti. Aprivano i fascicoli, e sfogliavano distrattamente. Il tempo non passava mai. Renzi pensava di uscire, di andarsi a fare una bevutina al bar. Chiam Jacopetti.
"Io esco. Mi fermo al bar."
"Vada tranquillo, commissario. Resto io. Torni quando vuole."
"Stamani non me la sento."
"Non sar mica per la sconfitta di ieri a carte, dica la verit."
"Mi ci hai abituato, oramai."
"Ieri stava per vincere, per. C' mancato un pelo.  stata l'ultima mano che ha deciso, mi sono venute le carte. Se venivano a lei, avrei perso. A carte, conta la fortuna."
"No no, sei pi bravo di me."
"Troppo buono, commissario." Sarebbe servito per la promozione?
"Allora vado."
"Vada, e stia tranquillo."
In citt, entrava a piedi. Erano proprio due passi, e gli facevano bene.
"Pi cammina a piedi, e meglio " gli aveva raccomandato il dottore.
La porta sud che d accesso alla citt, mostra in alto, scritta a caratteri grandi, la parola Libertas, cara ai lucchesi, che l'hanno pagata non con il sangue, come si potrebbe pensare, ma con i denari della loro proverbiale ricchezza. Non li stimava molto i lucchesi Cosimo dei Medici, e li trattava con sufficienza, facendo attendere a bella posta i suoi ambasciatori. "A cotesti cittadini pare di essere tanto ricchi che non pensano per li lor tanti denari nissuno li possa nuocere"(54). Ma i lucchesi sono sempre stati accorti e sanno come vanno le cose di questo mondo, e che il denaro, se non  la felicit, vi conduce. Se lo potessero fare, anche oggi la riscatterebbero la libert, come gi fecero nel lontano passato, e si metterebbero per conto proprio, e certamente farebbero meglio del governo di Roma. Scrive Silone: "quando arrivarono i Piemontesi: ogni giorno fecero una nuova legge, ogni giorno crearono un nuovo ufficio; e affinch ognuno potesse raccapezzarvisi furono necessari gli avvocati." Renzi aveva letto pi d'una volta "Fontamara" e trovava che niente era mutato. Giravano tanti Don Circostanza e Don Pazienza tra gli avvocati, e tra i giudici si annidavano molti responsabili del degrado. Quando in un Paese si manda in malora la giustizia, si vive soltanto nella barbarie, anche se in casa abbiamo tutte le modernit possibili. La giustizia non si compra al supermercato, ma alberga nelle coscienze, e se un Paese non la stima,  perduto.
Renzi era convinto che se qualcuno fosse riuscito ad affondare le mani in questa anarchia che stava dentro l'amministrazione della giustizia, anche le altre cose avrebbero preso una strada migliore.
Al bar ordin un caff, lo bevve, usc e si diresse verso piazza San Michele, come faceva da qualche tempo. Si appoggi ad una delle colonnine di marmo e si mise a spiare i passanti. Vide spuntare il direttore della banca, che faceva anche lui il solito giro per raccogliere informazioni. Raccogliere notizie, voci, dicerie, per un direttore di banca spesso  come raccogliere soldi. Quando lo vide, il direttore si ferm a salutarlo.
"Ha visto che bel lavoro hanno fatto su questa piazza?" Avevano ripulito i marmi della chiesa e del campanile, che apparivano candidi come neve.
"Sono spariti i segni del tempo" rispose il commissario.
"Una patina, la si pu notare ancora qua e l, non vede?"
" un lavoro, comunque, che si doveva fare."
"Lo sa chi glieli ha dati, al Comune, i soldi?" Era una domanda retorica.
"La sua banca, certo."
"Proprio cos. Oggi per affrontare certe spese, che non sono spiccioli, si deve ricorrere alla generosit delle banche. E fra tutte, la pi generosa  la nostra, che qui ha le sue radici. La gente lo sa, e ci ricompensa con la fiducia."
"Anch'io sono riconoscente, anche se sono un modesto risparmiatore."
"E fa bene a risparmiare. La conosce, vero, la storia della cicala e della formica? Passano gli anni, passeranno i secoli, ma questa resta una grande verit."
"Conviene davvero risparmiarli, i soldi, quando si sa che vanno in fumo, per via dell'inflazione?" Si sperava, per, che con l'Euro  la nuova moneta europea  l'inflazione si potesse tenere meglio sotto controllo.
"Se tutti la pensassero come lei, noi banche non si servirebbe a niente. Il risparmio  importante per il Paese, e noi banche serviamo a indirizzarlo verso gli investimenti migliori. Noi diamo i soldi a chi ha idee."
"E garanzie... Se un poveraccio ha soltanto una buona idea, col cavolo che gli date i soldi. Non  cos?"
"Lei depositerebbe i soldi nella mia banca, se sapesse che li presta senza garanzie? No che non li depositerebbe. La qualit dell'investimento crea la fiducia attorno ad una banca. La gente fa presto a spargere chiacchiere, per i soldi li porta alla banca che sa meglio conservarli."
"Ma i soldi ce li avete anche per conto vostro. Mi riferivo soprattutto a questo."
"E sbaglia. Il nostro capitale  importante, ma non basta. Occorrono anche i soldi dei risparmiatori per soddisfare le esigenze di finanziamento delle attivit produttive. E i soldi arrivano se noi dimostriamo di saperli impiegare oculatamente, senza perdite cio, salvo quelle fisiologiche, che appartengono ad un normale rischio d'impresa."
"Immagino che oggi le cose non vadano bene da questo punto di vista."
"Vanno malissimo, anzi, ma non per questa o quella banca, per tutto il sistema. Ecco perch anche nel mondo della finanza, la politica gioca un ruolo determinante. Le scelte di un governo non sono mai neutrali, e ci vale soprattutto per il mondo della finanza, dove le sensibilit sono enormi. Se le scelte di un governo colpiscono in qualche modo l'economia, le banche devono fare i conti con le inevitabili difficolt delle imprese, e se debbono fare i conti le banche, significa che li debbono fare anche i risparmiatori."
"Voi fate presto a mettere a posto i bilanci. Paga sempre Pantalone, cio noi cittadini, sia quando  lo Stato ad agire in prima persona, sia quando siete voi banche. Non si muove foglia, se non si mette in mezzo il cittadino qualunque che paga. Voi fate le scelte, lo Stato fa le scelte, e chi paga gli errori  il cittadino. Bel modo di agire, non le sembra?"
"Le banche devono essere sane, sempre. Minuto per minuto si devono esaminare i segnali di pericolo, e subito eliminarli."
"A spese del cittadino."
"Ma se le cose vanno bene alla banca, vanno bene per tutti, perch la banca, anche se indirettamente, crea posti di lavoro allo stesso modo delle imprese. Quando sui giornali si legge che sono stati creati nuovi posti di lavoro, si fanno i nomi delle imprese che assumono, e non si ricorda mai che  stata la banca ad aiutarne lo sviluppo. Anche se le scelte di un governo fossero le migliori possibili, le pi azzeccate, esse sarebbero sterili senza il concorso delle banche."
Passavano due vistose ragazze; da come apparivano truccate, si capiva che erano prostitute d'alto bordo. A Renzi scapp detto:
"Quelle s che sono banche!" e avrebbe voluto avere accanto a s Jacopetti, anzich il direttore, il quale, invece di sorprendersi, tenne bordone.
"Con quelle donne, si fanno giri di miliardi. E senza rischio d'impresa." Fece una bella risata, che sorprese il commissario.
"Sono delle disgraziate, per."
"Sono contente di farlo."
"Una volta entrate nel giro, non se n'esce pi . Si rischia la vita, se ci si ribella."
"Toccherebbe allo Stato intervenire, mettendo tutto alla luce del sole un po' meglio di quanto  stato fatto finora. Oggi non fa scandalo se una si prostituisce. Fa scandalo tutto ci che di torbido ed irregolare vi gira intorno. Si metta tutto alla luce del sole, e diventer un mestiere come un altro. Non crede, commissario?"
"Ci sono troppi interessi di mezzo. Quello che lei dice  ovvio, perch non si debba condividere. Ma  difficile andare contro certi interessi."
"Non dovrei dirlo proprio io, ma il denaro  la causa prima di ogni fatto criminale, e intorbida le coscienze. Dove va il denaro porta benessere, ma in taluni casi, insieme col benessere, guasta le coscienze."
Quel poco di sole che aveva intiepidito la piazza scomparve dietro un nuvolone grigio. Anche senza il sole, la piazza manteneva intatta la sua bellezza. Dietro ai due, stavano alcune mamme con le carrozzine. Ce n'erano di giovanissime, e certune parevano le sorelle dei ragazzini che stavano giocando coi piccioni. L'orologio segnava le undici.
"Il luned  sempre un giorno pesante. Dopo la domenica, ci vorrebbe un giorno di riposo, non  d'accordo, commissario?"
"Se penso che devo arrivare a sabato, e c' tutta la settimana da passare..."
Nei negozi che stavano aperti davanti a loro, entrava poca gente, ne entrava di pi in farmacia o al bar che sta di fianco alla piazza. Il direttore di banca era questo che voleva controllare, ed ora aveva preso per un braccio il commissario, e insieme facevano il giro, lemmi lemmi.
"Quando un'impresa lavora poco, sa che devo fare io?"
"Le toglie il fido, lo so."
" una regola. Prima si cerca di aiutarla, per un certo tempo, e poi, avanti che si arrivi al punto che non ci restituisce pi i soldi, si richiede indietro il fido."
"Non  una bella cosa quella che fate. Dei disgraziati sono finiti da me, per colpa delle banche, e da onesti commercianti che erano, sono stati sbattuti in galera."
"Sono le regole. Si usa tanto parlare di regole, ma quando si scrivono, possono anche produrre ingiustizia. Io non ci posso fare niente. Anzi, se cerco di aiutare pi del dovuto, mi si ferma, perch non rispetto le regole. Le regole, nel nostro mestiere, vanno avanti al cuore. Sa, non posso farci nulla, e divento cinico, intransigente, per via delle regole. Per noi della banca, sono un'ossessione. Regole, regole, principi, e cos via. La banca  un tempio che ne ha pi severe di una religione, regole che aborriscono i sentimenti. La ragione si pu decodificare, e capirla, non cos i sentimenti, che sfuggono alle regole. Quando un direttore di banca commette l'errore di farsi trascinare da un sentimento, anche il pi modesto, la sua carriera  finita, perch si  mostrato vulnerabile."
Anche gli altri negozi avevano pochi clienti, ma si sapeva che affluivano soprattutto nel pomeriggio, seppure non numerosi come nel passato. Le commesse spesso stavano appoggiate al bancone, in attesa. Qualcuna sistemava la merce nelle vetrine, la metteva meglio in vista. Talune erano davvero carine. In negozio, la commessa spesso arricchisce il padrone.
Renzi guard l'orologio. Era arrivato il momento di rientrare. La conversazione con il direttore era durata pi del previsto. Quando s'incontravano, su per gi dicevano sempre le stesse cose. Ma non solo loro. Gli uomini conversavano pi o meno tutti cos. Quando ci si incontrava, e si aveva voglia di rilassarsi dalle incombenze del lavoro, non si faticava molto a trovare gli argomenti. Quelli sulla politica, sugli affari, l'economia, le tasse, le belle donne, la squadra di calcio, erano sempre a portata di mano, pronti ad offrire una distrazione. Il guaio era che alle lamentele non seguivano i fatti, e tutto correva allo stesso modo da millenni.

Jacopetti fece il nome del paese dove era accaduto il delitto. Avevano telefonato un minuto prima che Renzi rientrasse. Scesero le scale di corsa e Jacopetti, salito in macchina, apr dall'interno la portiera per far accomodare il commissario. Part di gran corsa.
"Si tratta di un uomo. L'hanno trovato dietro il cimitero."
Domenico Santo detto Nasone, l'usuraio, era disteso a terra, immerso in una pozza di sangue. Intorno, i poliziotti impedivano ai curiosi di avvicinarsi. Quelli della Scientifica scattavano foto e raccoglievano probabili indizi. Il medico legale stava ultimando la visita sul cadavere.
"La morte risale a molte ore fa. Intorno alle tre del mattino."
"La causa della morte?" domand Renzi.
"Una coltellata al cuore."
"Suicidio o omicidio?"
"Omicidio, non ci sono dubbi. Manca il portafoglio. Forse si tratta di una rapina."
Olimpio era stato uno dei primi ad accorrere. Aveva sentito le grida di un contadino che passando dietro il cimitero aveva scoperto il cadavere.
"Dev'essere successa una disgrazia" aveva detto a Sunta. "Corro a vedere."
"Vengo con te" rispose lei, che aveva lasciato cadere la zappetta, cos come Olimpio. Dietro di loro corsero anche i figli Angela e Antonietta. Non era in casa, invece, Faustino.
"Ma  Nasone!" esclam, quando vide il morto.
"Gi" fece il contadino. "Chi lo avr ammazzato?"
"Se l' cercata la morte" disse Olimpio.
"Col mestiere che faceva, se l' proprio cercata." Era arrivata altra gente, che commentava allo stesso modo. Uno dei curiosi cerc di chinarsi sul cadavere.
"Non lo toccare" disse subito Olimpio. "Si deve chiamare la polizia. Vado ad avvertire don Saverio, se  in casa."
"Lui sapr cosa fare."
Don Saverio stava telefonando, quando giunse Olimpio. Aveva interrotto la conversazione per andare ad aprire.
"Che c' Olimpio?"
"Una disgrazia, pievano."
Don Saverio corse al telefono e si scus con l'interlocutore. Poi fece il numero della polizia. Dopo neanche dieci minuti, la polizia era sul posto. Poco pi tardi arriv il commissario.
"Che ci faceva alle tre di notte quest'uomo dietro il cimitero?" Se lo domand a voce alta, Renzi, in modo che tutti udissero.
"Gli piacevano le donne" brontol un'anziana. "Era un sudicione. Ci ha portato una delle sue baldracche qua dietro."
"Era un uomo ricco. Poteva permettersi una camera d'albergo."
"Era un sudicione, un pervertito. Gli piacevano queste cose. Dietro il cimitero  meglio che in una camera d'albergo. Gli uomini come lui cercano questi posti per le loro sudicerie." Era ancora l'anziana donna.
"Qualcuno l'ha ucciso. Non si tratta solo di sudicerie."
" un marito cornuto che gli ha fatto la festa."
L'anziana donna non parl pi , anche perch era giunta la moglie della vittima. La polizia la fece passare. Pianse, ma non si gett sul corpo per abbracciarlo. Rest in piedi. Il suo dolore fu contenuto.
Un'altra vecchia bisbigli: "Ora che  morto, sar contenta. Gli restano tutti i soldi, e non avr pi le corna. Anzi, ora gliele metter lei al marito."
Il cadavere di Nasone fu portato via con l'ambulanza. La moglie desiderava salirvi, ma il commissario la trattenne.
"L'accompagno a casa.  meglio cos." Cerc Jacopetti, che s'era infilato in mezzo alla gente e discorreva con tutti. Lo chiam e insieme accompagnarono la donna a casa, che era proprio dietro il cimitero, isolata dalle altre, un casale che era stato ristrutturato e ora faceva una bella figura sulla riva dell'Ozzeri.
"Devo farle qualche domanda" disse il commissario, quando fu entrato. Sull'uscio sostavano dei curiosi, ma Jacopetti riusc ad allontanarli.
Si sedettero tutti e tre in salotto. Era una casa spaziosa, molto ben arredata.
"Ma lei, signora, non si  accorta che suo marito non era in casa stanotte?" Si capiva che la donna non aveva piacere di raccontare la storia della sua vita. Dovevano essere vere le chiacchiere di quella vecchia.
"Lei, signora, deve collaborare con la polizia, se vuole che scopriamo l'assassino di suo marito."
"Mi deve lasciare in pace, commissario."
"Eh no, lei deve dirmi tutto ci che sa. Un assassino libero  un pericolo per tutti. Se non vuole farlo per suo marito, lo deve fare per gli altri."
"Nessuno merita qualcosa da me."
La donna era magrissima, non molto alta. Il suo viso appariva sofferente per una lunga pena che forse le aveva incancrenito il cuore. Non era la morte del marito che la faceva soffrire, bens un dolore che stava in lei da molto tempo.
"Sono vere le chiacchiere della gente?"
"Quali chiacchiere."
"Che a suo marito piacevano le donne."
"A tutti gli uomini piacciono. Tutti gli uomini non hanno rispetto per le proprie mogli."
"E suo marito?"
"Era come gli altri."
"Aveva un'amante?"
"Ne aveva mille." Jacopetti dette un'occhiata al commissario. Era una storia che prometteva molto bene.
" morto a due passi da qui. E stanotte non ha dormito nel suo letto. Lo faceva spesso di lasciarla sola, la notte?"
"S."
"Quando si  accorta che suo marito non era rientrato?"
"Verso le due."
"E allora?"
"Allora cosa?"
"Non si  alzata per vedere se era in casa?"
"No."
"Perch?"
"Perch ormai le so queste cose. Se mio marito non rientrava per le due, era a fare le sue porcherie. Mi sono girata dall'altra parte, e ho fatto finta di niente, come le altre volte."
"Sembra che suo marito sia stato ucciso intorno alle tre del mattino. Non ha sentito niente?"
"No."
"Chi poteva odiare suo marito fino al punto di ucciderlo?"
"Ne aveva tanti, che lo odiavano."
"Lei conosce qualcuna delle sue amanti?"
"Le aveva da ogni parte. Chi poteva conoscerle tutte?"
"Ma almeno qualcuna. Ne aveva in paese?"
"Non lo so."
"Deve dirmi la verit."
"Non mi interessava pi niente di quel che faceva mio marito. I primi tempi mi sono dannata il sangue, ma poi ho lasciato correre."
"Ha figli?"
"No.  stata la mia condanna."
"Ha mai detto a suo marito che sapeva dei suoi tradimenti?"
"S. I primi anni del nostro matrimonio."
"E lui?"
"E lui che cosa?"
"Che le rispondeva."
"Che era un uomo, e tutti gli uomini hanno pi di una donna."
"Ma lei, prima di sposarlo, non conosceva suo marito, non sapeva che era fatto cos?"
"Era ricco, ed io mi ero illusa di cambiarlo."
"Su queste cose, non si cambiano gli uomini, purtroppo." Non era il commissario, ma Jacopetti. E quel purtroppo gli era scappato per riguardo alla signora.
Fecero altre domande alla vedova, ma non ne cavarono molto di pi . Quando uscirono, si diressero verso la canonica.
"Che ne pensi, Jacopetti?"
"Che lei ha fatto centro."
"Non dire idiozie. Siamo appena agli inizi."
"S, ma la pista  quella. Si deve cercare qualche marito offeso.  una vendetta."
"E tu, la escluderesti la moglie?"
" una disgraziata, poverina."
" una donna umiliata. Ricordati che non tutte le donne sopportano l'umiliazione. Ci sono di quelle che l'avvertono come una coltellata, e reagiscono, si difendono."
"E come potrebbe essere accaduto?"
"Bada,  solo un'ipotesi."
"Non sono un pivellino, commissario. Insieme ne abbiamo viste di tutti i colori."
"La donna pu avere studiato a lungo il piano. E quando  arrivato il momento ha agito."
"E cio?"
"Probabilmente, quel luogo era consueto alla vittima, che vi consumava qualcuno dei suoi tradimenti. La moglie deve averlo scoperto, o glielo hanno riferito, chiss. Io penso che qualche volta abbia anche spiato il marito, e l'abbia sorpreso con l'amante. Questo per sincerarsi che il fatto fosse vero. Poi, quando non ce l'ha fatta pi a sopportare, ha progettato il delitto."
"E come?" Jacopetti, mentre camminavano, si voltava a guardare il commissario, pendeva dalle sue labbra. Quella storia narrata cos bene dal suo superiore, che ci sapeva fare a raccontare, non per nulla aveva quella passionaccia di scrivere, gli ricordava le serate d'inverno trascorse vicino al fuoco, quando la sua mamma gli inventava delle storie crude, per divertirsi a vederlo impaurito. Certe mamme lo fanno.
"Alle due si  svegliata. Ha constatato che il marito non era in casa. Ha spiato dalla finestra e ha visto un'ombra dietro il cimitero. Ha riconosciuto che era quella di suo marito in attesa dell'amante. Si  armata di coltello. Lo ha nascosto da qualche parte, per esempio nella tasca del vestito, ed  uscita per incontrarlo."
"Non regge, commissario. E se in quel momento arrivava anche l'amante?"
"Ha rischiato. Doveva rischiare."
"Ma il marito non avrebbe sospettato, vedendola?"
"La donna deve aver trovato una scusa, che ha convinto il marito. Si  avvicinata, ha finto di aver bisogno di lui a casa. Il marito si  riavuto dalla sorpresa, magari si  accinto a seguirla, ed  a questo punto che la donna lo ha sorpreso con la coltellata. Dritta al cuore. Studiata chiss da quanto tempo. Poi  fuggita via. Ci sono pochi minuti dal cimitero alla sua casa. Si  dileguata in un lampo."
"E l'amante che doveva venire all'appuntamento?"
" venuta. Ma ha trovato il corpo della vittima, e tu lo sai come vanno queste cose. Zitta zitta, dopo essersi guardata in giro,  scappata."
"Magari  una delle donne che poco fa erano presenti al ritrovamento del cadavere."
"O anche una di fuori, che non si far pi vedere da queste parti, stanne certo. Ma anche una del paese, come dici tu. E forse non lo sapremo mai."
"E perch non potrebbe essere stata, invece, una delle amanti? Proprio quella donna che suppone lei, commissario. Ha subito un torto, e ha approfittato dell'appuntamento per ucciderlo."
" un'ipotesi anche questa." Camminava contento, ora, Jacopetti. Bussarono alla porta della canonica. Don Saverio era gi rientrato, e si aspettava quella visita. Aveva saputo che il commissario si era intrattenuto con la vedova Santo, e stava raccogliendo notizie. Lui era il parroco della comunit. Sarebbe venuto senz'altro a casa sua. Si accomodarono.
"Che pu dirmi di quel Santo."
"Che non era affatto un santo. Mi perdoni la battuta, commissario."
"Perch?"
"In primo luogo, perch faceva soffrire la moglie. Si dice che la picchiasse anche. Per via che non gli aveva dato figlioli. Si pu sentire una simile sciocchezza. Che colpa ha una donna se non nascono figlioli. Mica era lei a non volerli. Si vede che la sua natura non glielo consentiva. Eppoi, non si  mai saputo di chi fosse la responsabilit. Poteva dipendere dal marito, anzich dalla moglie. Sono frequenti questi casi, e subito si pensa ad una mancanza della donna, quando invece  il seme del marito che non ha fertilit, o la sua impotenza."
"Ma Santo aveva delle amanti. Quindi non era impotente."
"Suppongo di no. Ma aveva anche molti soldi, e certe donne cercano quelli, invece del sesso, e non importa se l'amante  incapace, basta che paghi, e le colmi di regali. I rapporti umani sono diventati spregevoli, da quando il denaro ha preso il posto di Dio."
"Continui, la prego."
"In secondo luogo, la tradiva con molte donne, in modo sfacciato, e lo sapevano tutti in paese, coprendo quella disgraziata di ridicolo e di profonda umiliazione."
"Potrebbe essere stata la moglie ad ucciderlo. Per vendicarsi."
" una donna molto religiosa."
"La gelosia, e soprattutto l'odio, accecano."
"Non penso che sia stata lei."
"Potrebbe essere stata una delle amanti."
" probabile. Secondo me, si tratta di donne senza scrupoli, interessate al denaro, e non ai sentimenti."
"Non era uomo da buttare, per."
"Tutto  possibile. Anche che sia stato ucciso dalla sua amante per gelosia. Per, io credo pi per denaro."
"Che cosa glielo fa pensare?"
"Ne aveva troppe di amanti per suscitare gelosie. Chi si metteva con lui, lo sapeva di non essere la sola. Ci si metteva per denaro, e non per passione, le dico. E poi c' il terzo motivo, di cui si vergognava la moglie."
"Me lo dica."
"Davvero non lo sa?"
"Io non so niente."
"Lo sa come ha fatto la sua fortuna?"
"No."
"Con l'usura. Sua moglie non lo sopportava. Ha sempre rifiutato il lusso, la signora, per questo motivo, che si vergognava di come il marito faceva i soldi. Aveva provato anche a cambiarlo, senza riuscirci, per."
L'usura apriva una pista sterminata. Ne succedono di tutti i colori, quando c' di mezzo l'usura. Era divenuta la piaga della societ, e la colpa era anche delle banche, che non aiutavano come dovevano chi si trovava in difficolt. Invece di soccorrerlo, al contrario, le banche diventavano spietate nei suoi confronti, e in pratica lo costringevano a ricorrere agli usurai. Si doveva cambiare qualcosa anche nelle regole delle banche. Queste regole avevano fatto prosperare gli usurai, quindi non dovevano essere cos buone come si credeva. Renzi si mostrava interessato, per, soprattutto alla storia delle amanti, e anche Jacopetti, che glielo faceva capire con frequenti occhiate.
"Aveva qualche amante qui in paese?"
"Solo voci, nessuna certezza."
"E la moglie ne conosce i nomi?"
"Suppongo di s."
"Lei li conosce?"
Il prete fece qualche nome, quando il commissario ribad che fare quei nomi era un servizio che si rendeva alla giustizia e alla verit, e un prete doveva saperlo meglio degli altri. Le donne in paese erano tre, tutte sposate. Ma forse non erano le sole, per erano quelle di cui sapeva il prete, e anche il paese. Con discrezione il commissario and a far loro visita. Si mostrarono irritate, giurarono che erano calunnie, e il marito le avrebbe uccise, se quelle chiacchiere si fossero diffuse. Il commissario precis che erano voci di popolo, e tutto il paese sparlava di loro. Avevano un alibi per quella notte? Tutte avevano dormito nel proprio letto, dissero, ma supplicarono di non aprire bocca coi mariti. Il commissario non promise niente, e rispose che se fosse stato necessario, avrebbe parlato anche con loro. Si era al principio delle indagini, disse, e si sarebbe visto in seguito se occorreva ascoltare anche i mariti. Jacopetti era in brodo di giuggiole. Quelle donne, si vedeva che erano amanti. Tornati in strada, il commissario si mise a ridere.
"Per te, tutte le donne sono amanti."
"Le donne che tradiscono i mariti, ce l'hanno scritto in faccia."
"Che cosa ci hanno scritto?"
"Ti guardano in modo che te lo fanno capire che sono delle amanti, e che sanno dare la felicit agli uomini."
"Guarda che la felicit non ha niente a che vedere con il sesso."
"Ma vi ha gran parte, commissario. Lo deve riconoscere che una donna che ci sa fare con un uomo, lo mette perlomeno sulla strada della felicit. Una donna la fa e la disf la felicit di un uomo. Soprattutto con l'amore."
"Secondo te, potrebbero avere ucciso quel Santo?"
"Penso di s."
"Per gelosia?"
"No. Sono puttane. Chi l'ha ucciso, lo ha fatto per soldi."
"Una promessa di denaro non mantenuta?"
"Forse."
Nel pomeriggio, furono occupati dall'interrogatorio di alcuni ladruncoli che avevano scassinato un negozio nel centro della citt. Erano stati presi con le mani nel sacco, e quindi non ci volle molto a farli confessare, ma il commissario ogni volta cercava di carpire qualche notizia che lo mettesse sulla strada dell'organizzazione criminale che si serviva di questi disgraziati, che vivevano sulla strada, a causa della disoccupazione. A Lucca, come in tutte le citt d'Italia, ma anche del mondo, oramai, prosperava la criminalit organizzata, che stava diventando forte come uno Stato, se non di pi , e per il momento tutti i tentavi di sconfiggerla erano andati a vuoto. Renzi, per ci che gli competeva, desiderava fare la sua piccola parte, e in ogni occasione tentava di scoprire i capi dell'organizzazione che prosperava nella sua citt. Ma non ci riusciva.
Al mattino, si concesse una pausa, lasciando Jacopetti in ufficio e andando a respirare una boccata d'aria in piazza San Michele, non prima per di essersi bevuta la consueta tazzina di caff. Incontr il direttore della banca, e si salutarono. Il direttore si ferm.
"Ho saputo che ha per le mani un delitto orrendo."
"Conosceva la vittima?" Un direttore di banca conosce sempre chi ha soldi, pens.
"Non era mio cliente. Ma si sapeva quel che faceva."
"E cio?"
"Che fa, commissario, mi interroga?"
" colpa di questo brutto mestiere."
"Era uno strozzino. Aveva fatto fortuna grazie alla sua abilit. Ci era portato per i soldi, e io dico anche per lo strozzinaggio. Perch si deve avere una vocazione per fare quel lavoro sordido."
"Voi banche pensate di non avere nessuna colpa, se prosperano gli usurai?"
"Che c'entrano le banche!"
"Io dico che c'entrano, eccome."
"Stamani, commissario,  di cattivo umore. Ce l'ha con noi. Noi facciamo solo del bene alla gente."
"Anche quando si trova in difficolt, e vi chiede aiuto?"
"Ne abbiamo aiutati molti."
"Avete aiutato tutti?"
"Tutti non  possibile. Alcuni non lo meritano."
"E chi stabilisce che non lo meritano?"
"Non  facile come dire che due pi due fanno quattro. Lo stabiliamo noi, sperando di non sbagliare."
"Non  tutto rose e fiori come dice lei, direttore. Io so che qualche volta non aiutate chi lo merita, e che se uno  stato preciso e puntuale per anni, e per colpa non sua si trova momentaneamente in difficolt, voi gli sbattete la porta in faccia."
Il direttore sapeva dove era accaduto il delitto, e pens che il commissario conoscesse, chiss per quali vie, la storia di Ubaldo Torreggiani, il commerciante di elettrodomestici che era compaesano della vittima.
"Ma anche con Ubaldo Torreggiani ci siamo comportati bene.  lui chi vi ha raccontato queste sciocchezze? Noi glielo abbiamo concesso il tempo necessario per restituirci i nostri soldi. Eppoi, non glieli abbiamo chiesti tutti. Ha ancora il fido con noi. Lui per ha voluto restituirceli subito, anche se non occorreva." Il commissario non sapeva chi fosse Ubaldo Torreggiani, ma fece finta di conoscerlo.
"E se era in difficolt, dove li ha potuti trovare i soldi, secondo lei?"
"Ah, questo non lo so. Perch non lo chiede direttamente a lui, visto che gli ha parlato. A noi non interessa dove uno prende i soldi."
" proprio questo lo sbaglio, che le banche si interessano solo dei soldi, ma delle miserie che i soldi provocano sulla gente, questo alle banche non importa. Chiudono gli occhi." Il direttore si rese conto di avere incontrato Renzi in una mattinata pessima, in cui era collerico e scorbutico, e forse anche intollerante. Zitto zitto stava per battere in ritirata. Renzi pens bene di approfittare ancora un po' della sua bugia.
"Dov' che ha il negozio il Torreggiani?"
"Lo trova proprio a due passi da qui. L, al numero 57."
Da Ubaldo Torreggiani ci and pi tardi, con Jacopetti, che fu contento di quella nuova pista, che lo appassionava quanto l'altra delle donne, le quali, per, non lo nascondeva, gli avrebbero procurato pi emozioni. Nell'interrogare il commerciante, Renzi part alla larga, per non smascherare la sua fonte, alla quale aveva carpito con l'inganno quell'informazione.
Nel negozio non c'erano clienti. Ogni giorno era cos, ma non solo per Ubaldo Torreggiani. Per riaversi dalla crisi economica, avrebbero dovuto trascorrere chiss quanti anni. Eccoli, i guasti della corruzione.
" vero che Domenico Santo le ha prestato dei soldi?" Gett l'amo, Renzi.
"S."
"Che somma le ha prestato."
"50 milioni."
"Che ne ha fatto dei soldi."
"Diamine, li ho dati alla banca! Se non li portavo entro una settimana, la banca avrebbe venduto la mia casa." Continu: "Non me l'aspettavo questo sgarbo dalla mia banca. Lei non ci creder, ma io sono sempre stato puntuale con la banca. Mai un ritardo. Soltanto, come facevo in questi ultimi tempi a far fronte agli impegni del mutuo che ho sulla casa, se qui non viene pi nessuno? Non solo da me, intendo, ma anche negli altri negozi. Non si comprano elettrodomestici, ma nemmeno scarpe, vestiti. Rispetto a una volta, la gente compra solo quando il vecchio diventa inservibile. Non sta pi dietro alla moda. E non ha torto. Siamo stati spremuti a causa delle ruberie di chi ci ha governato, e non si hanno pi risparmi."
"Lei conosceva bene Domenico Santo?"
"Certo che lo conoscevo, altrimenti non me li avrebbe prestati, i soldi."
"Sapeva quel che faceva?"
"S."
"E cio?"
"Lo strozzino. Si parlava male di lui, so anche questo, ma  stato lui a farsi avanti. Non c'erano alternative, altrimenti lo avrei evitato. Sono stato dai vecchi amici, ma lo sa anche lei come vanno queste cose. Gli amici si dileguano quando ne hai bisogno, ma si moltiplicano quando stai bene e potresti farne anche a meno.  strano il mondo, commissario, e pi strana ancora  la nostra natura. Chi lo sa davvero come siamo fatti noi uomini."
"Quando ci si mette nelle mani di uno strozzino,  la fine, lo sa questo?"
"Certo che lo so, ma Nasone... "
"Chi  Nasone?"
"Ah, forse non glielo hanno detto, ma Nasone era il nomignolo che la gente dava a Domenico Santo. Per via del suo naso, che era grande e grosso, proprio come lui, che sembrava un bestione."
"Non glieli avrebbe mai potuti restituire i soldi a Nasone. Invece della banca, gliela avrebbe portata via lui la sua casa."
"Ma Nasone non si  approfittato di me. Anch'io sono rimasto stupito. Ma lui mi ha battuto una mano sulla spalla, e mi ha detto che ero un suo compaesano, e voleva aiutarmi. Lei non ci creder, ma mi ha prestato 50 milioni, che non  una piccola somma, al tasso annuo del 15%, quando la mia banca, con la quale ho rapporti da moltissimi anni, mi prende il 14%, pi le spese. Meno di un punto di differenza, lo capisce? Con me non si  comportato da strozzino. E sa quando li devo restituire i soldi? Quando posso. Proprio cos. L'avrebbe mai fatto una banca?"
"Che significa: quando pu?"
"Quello che intende lei, commissario. Non si erano fissate scadenze per le rate. Glieli potevo dare quando volevo io, quando mi tornava comodo. Non  stata fissata una rata precisa, n una scadenza precisa. Insomma, con me Nasone si  comportato da galantuomo."
"Ha firmato delle cambiali?"
"Macch. Nemmeno quelle ha voluto. Ho firmato un foglio di carta, un foglio qualsiasi, che lui ha strappato da un taccuino. Con la sua calligrafia, davanti a me, ha scritto le cose che le ho raccontato."
"Ha una copia di questo foglio?"
"Che dice, commissario. Non si rilasciano copie in affari come questi. C' un solo originale, e deve averlo Nasone. Ne ha parlato con la moglie? Provi a domandare a lei."
"Ha gi restituito qualche rata?"
"Scherzer, commissario. Quei soldi li ho avuti appena pochi giorni fa. E dove li avrei potuti trovare per pagare la rata? Ci ho la banca che mi sta alle costole, e visto che Nasone mi ha concesso tutta l'elasticit possibile, prima cerco di accontentare la banca, che  viscida pi di una serpe, e mi aspetta al varco, per darmi il colpo mortale."
"Dove si trovava lei la notte dell'omicidio, intorno alle tre del mattino?"
"Dove vuole che mi trovassi. A letto con mia moglie. Non ce l'ho, io, il tempo per svagarmi. La testa  piena di pensieri, e coi pensieri non si sogna, si resta attaccati alla terra."
Entrarono due signore, che fecero il giro del negozio, guardando soprattutto i nuovi modelli di televisori. Dovevano essere madre e figlia. Ubaldo Torreggiani chiese il permesso al commissario e and a rispondere ad alcune domande della signorina, che volle esaminare acceso un nuovo modello. Chiese il prezzo e disse che ci avrebbe pensato sopra. Uscirono e Ubaldo Torreggiani torn dal commissario. Jacopetti si era avvicinato al televisore.
" un bellissimo modello, per  troppo caro."
"Non  colpa mia,  un modello che viene dalla Germania. La colpa  stata della svalutazione della lira, che ha fatto salire i prezzi. Per  un gran televisore, e i tedeschi li sanno costruire bene. Durano anni e anni. Se proprio le interessa, posso farle un prezzo speciale, anche se ho poco margine. Anche a lei, naturalmente, commissario."
"Quello che ho mi basta e avanza, e deve durare ancora qualche annuccio. Ho comprato da poco l'auto nuova e ho i miei problemi, mi creda. Forse Jacopetti... Faglielo, Jacopetti, un bel regalo alla tua Esterina."
" un'idea che ho nella testa da un bel po', commissario. Cos la sera, se non ci troviamo d'accordo sui programmi, ognuno si mette per conto suo. Se mi fa un bello sconto, compro proprio questo, che mi piace."
"Glielo faccio portare a casa in giornata, e lei mi paga quando le torna comodo."
"Prima deve dirmi quanto me lo mette." Il commerciante apr il listino e cerc il modello che interessava a Jacopetti. Batt sulla calcolatrice e tir gi la somma scontata. Era ancora troppo per Jacopetti. Il commerciante fece un ulteriore ribasso, e Jacopetti accett l'offerta.
"Lo vuole subito a casa?"
" possibile averlo per l'ora di pranzo, intorno all'una? Cos anch'io sar a casa, e lo sistemiamo subito dove intendo io."
"Guarda che questo non  tuo, ma di Esterina. A te toccher il vecchio televisore." Si mise a ridere il commissario, perch sembrava che Jacopetti lo avesse gi dimenticato che il nuovo televisore era un regalo per Esterina, e quindi spettava a lei decidere dove collocarlo.
"All'ora di pranzo  l'ideale anche per me. Chiudo il negozio, e prima di tornare a casa, passo da lei. Mi vuol dare il suo indirizzo?" Lo scrisse e si mostr tutto contento dell'affare.
Il commissario riprese il discorso interrotto.
"Secondo lei, perch  stato ucciso Domenico Santo?"
"Nemici ne aveva a decine, se non a centinaia. Era usuraio, ma anche donnaiolo."
"Potrebbe essere stato un suo debitore che, uccidendolo, si sbarazzava dell'obbligo di restituire i soldi. Immagino che Santo prestasse anche cifre pi consistenti di quella concessa a lei."
"Non c'era cifra che lo spaventasse. Naturalmente, ci dovevano essere le adeguate garanzie. Prestava anche a industriali, e si prendeva la fabbrica come garanzia. E in questo caso, si trattava di centinaia di milioni. Nasone possedeva un'enorme fortuna, accumulata con lo strozzinaggio. Era nato per questo mestiere."
"Lei conosce qualcuno dei suoi clienti?"
"No. Non mi interessavano queste cose, prima che avessi bisogno di lui. Ma se chieder in giro, vedr che i nomi verranno fuori. Per, secondo me, si tratta di donne, o di qualcosa del genere."
"Perch pensa alle donne?"
"Stravedeva per le sottane, e per qualsiasi altra cosa che avesse a che fare con il sesso."
"Che vuol dire?"
"Ho una mia idea sull'omicidio."
"Sentiamola."
"Nasone  stato trovato dietro il cimitero, non  vero?"
"Ci incontrava qualcuna delle sue donne, forse."
"Si dice. Ma vede, io so anche un'altra cosa, che scoprii per caso. E la sa anche don Saverio, perch gliene ho parlato e ci siamo stati insieme. Lei, lo ha gi sentito don Saverio?"
"S, ma in fretta e furia. Dovr ritornare a parlarci." Lo disse soprattutto per non mostrarsi un dilettante, dato che non aveva saputo cavare questa informazione dal prete.
"Bene, una sera che ritornavo a casa intorno alla mezzanotte, sento venire dei rumori da dietro il cimitero. Io, deve sapere, non sto molto lontano dal cimitero, e nemmeno dalla casa di Domenico Santo, che  proprio a due passi dal cimitero. Piano piano mi dirigo l, e che vedo? Una decina di ragazzi e di ragazze se ne stanno nudi, e tengono un cappuccio in testa. E le ragazze sono sdraiate a terra e fanno all'amore coi maschi. Alle pareti sono appesi dei crocifissi rovesciati. Mi rendo subito conto che si tratta di un rito satanico, di quelli che vanno di moda oggi. Mai avrei pensato che se ne celebrassero anche in paese. Una cosa  sentirle raccontare certe cose, commissario, e un'altra  trovarcisi per davvero. Altroch. Corro a chiamare don Saverio, che prende un bastone e viene anche lui. Deve sapere che don Saverio era stato aggredito il giorno prima a Rupecava, dove era andato a far visita, come ogni anno, al Santuario. Lo avevano aggredito quattro sciagurati che lui aveva visto aggirarsi intorno ai ruderi dell'antico convento. Colleg subito le due cose, visto che gli avevano rubato il piccolo crocifisso che porta all'occhiello. Ci armammo di un bastone e ci recammo dietro il cimitero. Dentro, non si vedeva pi nessuno, e non si fece in tempo a guardarci in faccia, che comparvero alle spalle i ragazzi, incappucciati e nudi come li avevo visti prima, e ci stordirono con pugni e calci. Quando ci risvegliammo, intorno all'una, non c'era pi nessuno. Nasone potrebbe essere incappato, per i suoi appuntamenti galanti, in una di queste sedute sataniche. Ha sentito i rumori e si  messo a curiosare. A noi toccarono le bastonate, e a lui invece  andata peggio. Ci ha lasciato la pelle. Per me le cose sono andate cos. Si deve cercare quei ragazzi."
"Lei li ha visti. Ne ha riconosciuto qualcuno?"
"S. Faustino, il figlio di Olimpio, il sagrestano."
"Pensa che sia stato lui?"
"Questo non posso dirlo. Faustino ci aveva litigato con Nasone, al bar, e tutti li hanno visti fare a botte. Faustino  un ragazzo che non sa perdonare."
Jacopetti usc dal negozio che non stava pi nella pelle. C'era mescolato di tutto in quell'omicidio, e uno come lui poteva anche impazzire.
Tornato a casa, per, litig con Esterina, alla quale anticip la notizia del nuovo televisore.
"Non lo voglio. Che ti  venuto in mente. Non siamo dei signori. I soldi ci bastano appena per mangiare e per l'affitto. Un televisore  sufficiente e avanza. Renzi non lo ha mica comprato, non  uno stupido come te. Lui ci pensa alla famiglia. Lui non la fa tribolare come te sua moglie."
"Ma via, che non  la fine del mondo. Siamo io e te soli. Non ci abbiamo le spese dei figli, come il commissario. Un televisore in pi ci fa comodo. Si smette di litigare, e si andr pi d'accordo. Lo sai che mi intristisco quando litigo con te. Il televisore  una piccola spesa, che ci possiamo permettere, e ci aiuter a non litigare. Ti sembra poco?"
Bussarono che stavano ancora brontolando, ma Esterina era l l per cedere. In fin dei conti, lo aveva desiderato anche lei un nuovo televisore. Eppoi, ormai non si poteva tornare indietro. Non se la sentiva di far fare una figuraccia al suo Sandruccio, restituendo l'elettrodomestico.
"E va bene," disse "far come vuoi tu, per ricordalo che subisco una prepotenza." Quando apr, si era messa gi l'animo in pace e, senza darlo a vedere, era contenta della decisione presa dal marito. In pi , il televisore fece colpo su di lei. Era davvero bello, e decise di tenerlo al posto del vecchio, che fu trasferito in cucina. Jacopetti prese il blocchetto degli assegni, ma il commerciante alz la mano in segno di diniego.
"Pagher con comodo, quando vorr."
Ci colp la vanit di Esterina, e la persuase che il suo Sandruccio era una persona rispettata, e perci non poteva che aver fatto un buon affare. A pranzo, andarono che erano passate le due. Esterina non vedeva l'ora di mettersi seduta davanti al nuovo televisore, a guardare la puntata della sua telenovela preferita. Mangi alla svelta, e usc da tavola molto prima di Jacopetti. Anzi, gli mise fretta, e quasi quasi gli levava il piatto di sotto.

" rimasta contenta Esterina?" gli domand il commissario, quando Jacopetti and a prenderlo alle tre precise, come al solito.
"Per poco mi ammazzava."
"Non ci credo."
"Doveva esserci, a sentirla strillare. Me la sono vista brutta, commissario."
"Ma vedo che sei sempre vivo."
"Un giorno la strozzo, e lei mi porter in carcere, ma dovr dirlo al giudice quanto mi faceva patire."
"Va l che le vuoi bene."
"Le voglio bene s, ma avrei voluto bene anche a un'altra donna, magari pi bella, semmai."
"Siii, ora le donne belle si accontenterebbero di due sgorbi come noi, morti di fame, per giunta."
"Ci sono colleghi che hanno mogli pi belle delle nostre."
"Ci avranno anche le corna, allora. Non  la tua teoria?"
"Ma almeno la notte fanno faville."
"Mica  detto che una donna bella sa fare all'amore. A volte si trova pi sugo con una donna brutta. Fare all'amore  arte, Jacopetti, e non tutte le donne la possiedono, anche se sono belle."
"Ma la possiedo io, l'arte di fare all'amore, commissario, e con una donna bella, mi si moltiplica. Vuol mettere, avere davanti una donna con un bel viso, con un bel seno, con delle gambe da mozzare il fiato, e tutta l, pronta per l'amore. Ah, commissario, io darei dieci anni della mia vita, per una donna cos. Invece mi tocca guardarle al cinema, o nelle riviste, e avvelenarmi il sangue, per questa sfortuna."
"Ci pensi troppo tu, alle donne."
"Lo so,  una malattia, commissario. Ma che ci posso fare. Meglio se ero un animale, che alle femmine ci pensa solo nella stagione degli amori, e per il resto dell'anno sta in pace. Quella s che  libert, mica la nostra che  condizionata dalle donne. Perch vede,  vero che io ci penso tutti i giorni alle donne, ma tutti gli uomini ci pensano, anche lei, commissario, sebbene non esageri come faccio io. Mi dica se quando le passa davanti una bella donna, lei non ci fa sopra un pensierino, e magari non si sente rodere dentro, e la paragona a sua moglie, e si morde le labbra perch quella bella donna  toccata a un altro uomo. Non  vero che le succede cos? Dio ci ha inguaiato con le donne, e ci ha fatto diversi dagli animali anche in questo, oltre che per l'intelligenza."
"Non ti do torto. Quel Domenico Santo  morto a causa di una donna, e forse  stata proprio una donna a ucciderlo. Me lo sento. Le donne, le fanno scontare le gioie che ci procurano a letto. Pi si sta bene la notte, pi ci tormentano di giorno. Una volta dicesti che sono figlie del diavolo. Lo sai che non me lo levo pi dalla testa. Quando sento la mia Maria che comincia a brontolare, cos per una sciocchezza da niente, mi vieni in mente tu, e ci che mi dicesti sul diavolo.  sopportare una donna, la prova che dobbiamo superare per goderci l'aldil, caro Jacopetti. Vedi, tu le hai regalato il televisore, una sorpresa straordinaria, un atto di generosit e di amore, e che cosa ne  sortito, che il diavolo che sta dentro di lei non lo ha sopportato, ed Esterina si  messa a strillare, anzich ringraziarti e farti magari qualche coccola."
"Le donne sono tentatrici come il diavolo, e se ti accalappiano, ti trascinano all'inferno."
Quel pomeriggio di marted non passavano dall'ufficio, ma andavano direttamente nel paese dove era accaduto il delitto. L'informazione ricevuta da Ubaldo Torreggiani non si poteva trascurare, ora che si era sempre all'inizio delle indagini, e occorreva battere ogni pista. Anche Ubaldo Torreggiani, per, poteva essere l'assassino. Il movente c'era, eccome, uno di quelli classici, che di delitti non ne fanno commettere uno, ma anche due, e dieci e mille, perch c' di mezzo il denaro, che  anch'esso figlio di satana. Ubaldo Torreggiani dove li avrebbe potuti trovare i soldi per pagare le rate all'usuraio, se faticava a trovarli per pagare la banca?
"Cos ha pensato di liberarsi di Nasone, e far scomparire il debito."
"Non regge, commissario."
"E perch? Non ti pare che questo sia un movente coi fiocchi?"
"Lei dimentica che Nasone aveva da qualche parte la ricevuta dei 50 milioni. E questo avrebbe inchiodato l'assassino."
"Non c' solo la ricevuta del prestito a Torreggiani, ma chiss quante altre ricevute sono state conservate, e l'assassino si crede coperto dai molti clienti che la vittima aveva."
"Ubaldo Torreggiani non poteva lamentarsi del prestito ricevuto. Gli sono state fatte delle condizioni eccezionali. I soldi poteva restituirli con comodo, non lo ricorda?"
"Gi, questo  un punto che si dovrebbe chiarire. Per quale motivo la vittima ha ritenuto di fare un trattamento speciale a Torreggiani?"
"Erano compaesani, cos ha detto."
"Non  questo il motivo. Un usuraio ci sputa sui sentimenti."
"Per, le donne gli piacevano, segno che i sentimenti gli riscaldavano il sangue; non ce lo aveva freddo come quello dei serpenti."
Giunsero in paese. Lasciarono la macchina sul piazzale della chiesa e si diressero alla casa di Olimpio per interrogare Faustino. Olimpio era nel campo e li vide arrivare. Stava chinato sui solchi, aiutato da Sunta.
"Guarda l, Sunta, abbiamo visite."
"Ges , Giuseppe e Maria!" fece lei, segnandosi con la croce. "I commissari sono come i preti. Quando entrano in una casa, portano disgrazie."
Olimpio si meravigli di sentirla parlare cos. Anche Renzi li aveva visti e and verso il campo, seguito da Jacopetti. Si present.
"Non ce n' bisogno" disse subito Olimpio. "Dopo il fatto, la conosciamo tutti qui in paese. Ci sono novit?"
"Vorrei parlare con suo figlio Faustino." Olimpio si agit, mentre a Sunta scapp un "Mamma mia!" e si mise una mano alla bocca. "Che disgrazia, che disgrazia" aggiunse visibilmente spaventata.
"Non deve preoccuparsi, signora.  una cosa assolutamente normale che noi interroghiamo tutti coloro che possono aiutarci. Faustino potrebbe darci delle notizie utili, ecco perch siamo qui. Potrebbe aiutare la giustizia, suo figlio."
"Studia.  in casa che studia" rispose torvo Olimpio. "Accompagnali tu, Sunta." Sunta si pul le mani al grembiule e si avvi verso casa, seguita dallo sguardo di Olimpio.
Sull'uscio trovarono seduto Matteo.
"Chi  questo bel giovanotto?" disse, indicando il commissario. Jacopetti stava per scoppiare a ridere.
"Grazie per il giovanotto, buon uomo, ma ce l'ho anch'io i miei anni. E mi pesano, sapete."
"Mai come a me. Se penso a chi ero, e ora mi tocca star qui seduto tutto il giorno a contare le penne alle galline."
"Chiss se ci arriver alla vostra et. Voi siete fortunato, credetemi."
"Non mi prenda in giro. La chiami fortuna questa. Ma lo sa chi ero io? Ero il galletto di questo paese, e non me ne scappava una. Bei tempi, quelli s, giovanotto."
"Almeno voi ve le siete levate le soddisfazioni. Io solo nei sogni, e anche questo mio collega, se le leva solo nei sogni le soddisfazioni. Voi siete fortunato, perch ce li avete dei buoni ricordi da tenervi compagnia."
"Sono proprio quelli che mi fanno dannare, e mi rendono lunghe le giornate."
"O Matteo, che son discorsi da fare al commissario?" Era Sunta, che voleva sbrigarsi.
"Commissario? E commissario di che?"
"Su, non ci fate perdere tempo. Finitela con le vostre domande." Era ancora Sunta.
"Allora lo so perch siete qui, voi due. Cercate l'assassino. Ma non lo trovate mica in casa nostra l'assassino, commissario. Avete sbagliato porta."
"E perch, a quale porta dovremmo bussare?"
"Ah, io non lo so. Ma non a questa. Che  abitata da galantuomini."
"Il commissario non  venuto da noi per arrestare l'assassino, Matteo, ma per fare qualche domanda a Faustino."
"E che c'entra Faustino."
"Vostro nipote non ha fatto nulla, tranquillizzatevi. Devo solo fargli qualche domanda a cui pu rispondere soltanto lui. Dovete stare in pace, non arresto nessuno di questa casa."
"E fate bene, e si vede allora che siete galantuomini anche voi."
"Ora lasciateci passare, Matteo" disse Sunta, che entr e fece accomodare nell'ingresso il commissario e Jacopetti.
Faustino stava studiando nella sua cameretta, al piano di sopra. Sunta non sal. Lo chiam gridando. Il ragazzo si affacci sulla rampa delle scale.
"C' il commissario che vuole parlarti."
"E che vuole?"
"Posso salire?" fece Renzi.
"Si accomodi pure" rispose Faustino, rientrando nella sua cameretta.
"Vengo su con lei" disse Sunta.
"No. Desidero parlargli a quattr'occhi."
"Sono la sua mamma."
"Devo vederlo da solo." Stava gi salendo le scale, il commissario. Sunta era rimasta immobile davanti al primo scalino. Voleva e non voleva salire. Poi disse: "Faustino  un bravo ragazzo. Non ha fatto niente di male."
"Lo sappiamo anche noi" disse tanto per dire qualcosa, Jacopetti, e la donna parve rassicurata. Se ne and. Faustino era andato a prendere altre sedie e invit i due poliziotti a sedersi.
"Ho fatto qualcosa che non va?"
"Hai la coscienza tranquilla?" disse Renzi.
"Con la mia coscienza ci si va dritti in paradiso."
"Tu credi al paradiso?"
"Lei ci crede?"
"Le domande le faccio io, se permetti."
"Non le sembra una prepotenza?"
" la legge."
" che cos' la legge? Una prepotenza dei pi forti."
"Chi te le ha insegnate queste sciocchezze."
"Non sono sciocchezze,  la verit."
"La verit, la verit... Non lo so nemmeno io che cos' la verit, che potrei essere tuo padre."
"La verit  quella dei deboli. Voi della polizia non la conoscete questa verit. Voi conoscete solo la verit che vi hanno insegnato quelli che comandano, quelli che si arricchiscono alle nostre spalle."
"Cos vorresti fare la rivoluzione..."
"Ne sono state fatte tante di rivoluzioni. Quelle rivoluzioni l non servono a niente. Hanno sempre generato padroni, e mantenuto la schiavit dei deboli."
"Che rivoluzione vorresti fare, allora?"
"Tutto il male che c' nel mondo, si deve rovesciare addosso ai potenti. Questa  la nuova rivoluzione. Non con la bandiera della giustizia si deve fare, ma con quella del male."
"Ges , il figlio di Dio, ha fatto una grande rivoluzione con la bandiera dell'amore, non lo ricordi?" Decise di battere questo tasto, il commissario.
"Non  servita a niente,  stata una rivoluzione come le altre. Anzi, la Chiesa se n' appropriata e l'ha trasformata in un'alleanza col potere."
"Una volta. Ma oggi la Chiesa  coi poveri. Come puoi dire una tale sciocchezza?"
"Chi ha tradito una volta, tradisce sempre, quando fa comodo."
"Cos, tu li detesti i preti."
"Con le loro chiacchiere, impediscono la rivoluzione."
"Ma come possono accettare la rivoluzione che auspichi tu, una rivoluzione che si serve del male? Se si oppongono a te,  perch credono nella rivoluzione dell'amore, quella voluta da Cristo."
"I preti si dovrebbero bruciare, come un tempo si bruciavano le streghe."
"Cosa cerchi, una rivincita per ci che  stato fatto alle streghe?" Intanto, Jacopetti prendeva appunti con molta solerzia. Non c'era niente di cui sorridere, per. Le cose che ascoltavano erano terribili. La politica aveva distrutto ogni barlume di coscienza. Non si aveva pi fede nei valori positivi, e la si cercava chiss dove.
"Tu fai parte di una setta, non  cos?"
" vero."
"Potrei arrestarti."
"Lei parla con il linguaggio della legge, che  prepotenza."
"Finiscila di dire stupidaggini. Se continuerai su questa strada, finirai molto male, figliolo."
"Io non sono suo figlio. Il mio nome  Faustino, e mio padre si chiama Olimpio."
"Vi incontrate dietro il cimitero per le vostre adunanze, qualcuno vi ha visti."
"Peggio per lui."
"Perch dici peggio per lui." Il commissario ricordava che don Saverio e Ubaldo Torreggiani avevano rimediato delle bastonate per averli spiati.
"Lo so io perch." Pensava davvero a quelle bastonate, perch lev un ghigno.
"Siete stati voi a bastonare don Saverio e Ubaldo Torreggiani?"
"Ah, non gli  bastata la lezione. Hanno fatto anche la spia. Don Saverio ha la testa dura, ma a forza di bastonate gliela spaccheremo."
"Allora sei stato tu a bastonarlo anche a Rupecava."
" un vigliacco e una spia, un pusillanime come tutti i preti."
"Ce n' abbastanza per portarti al fresco." Faustino era ancora minorenne. Il commissario lo sapeva, ma cercava di intimorirlo.
Siccome il ragazzo aveva alzato un po' il tono della voce, si affacciarono insieme le due sorelle Angela e Antonietta.
Faustino sembr accoglierle di buon grado.
"Il commissario vorrebbe confessarmi, come fanno i preti."
"Non caver niente da noi, se si comporta come un prete" disse Angela.
"Ah, cos anche voi ce l'avete coi preti" disse Renzi.
"Noi non ce l'abbiamo con nessuno.  la societ che ce l'ha coi giovani. Noi ci difendiamo.  un nostro diritto."
"Anche bastonare la gente,  un vostro diritto?"
"Noi ci difendiamo" ribad Antonietta.
Sunta si affacci in fondo alle scale.
"Cosa c', figliole, qualcosa che non va?"
"Non devi preoccuparti, mamma, stiamo discutendo col commissario. Nulla di importante."
"Mi raccomando a te, Angela" rispose Sunta, allontanandosi.
"Sapete nulla dell'omicidio di Domenico Santo?"
"Quello che sanno tutti" rispose Faustino. "Che l'hanno ammazzato."
"E tu non c'entri niente?"
"Se la meritava quella morte."
"Uccidere non  fare giustizia."
"Certa gente la cerca con le sue mani, la morte. Nasone aveva nemici dappertutto per via del mestieraccio che faceva, e perch gli piacevano le donne. Perch avrei dovuto ammazzarlo io? Toccava agli altri, prima che a me."
"Vuoi sapere com' andata? Voi stavate facendo le vostre porcherie l dentro, e Nasone vi ha visto, a meno che non fosse anche lui uno dei vostri.  cos?"
"Non era uno dei nostri." Lo disse Antonietta, e poi si morse le labbra, dopo che Angela le ebbe dato una gomitata ai fianchi. Ma ormai era troppo tardi.
"Cos anche voi due fate parte della congrega. Ma vostro padre le sa queste cose?"
"Non c'entriamo niente con la morte di Nasone. Qualche volta ci aveva spiato,  vero. Lo sapeva che ci si riuniva dietro il cimitero. Era venuto anche a parlarmi un giorno, e voleva essere ammesso anche lui, ma era uno sporcaccione, non gli interessava niente dei nostri ideali." Era Angela che parlava, ma Renzi la interruppe.
"Non usare la parola ideali per queste sozzerie. Voi avete inventato la setta per fare sozzerie, altro che ideali. E cos Nasone ha continuato a spiarvi, e voi alla fine ve ne siete sbarazzati."
"Quante volte glielo dobbiamo dire che non siamo stati noi. Quella sera non ci siamo nemmeno riuniti. Noi le riunioni non le facciamo mica tutte le sere, a volte passa anche una settimana prima che ci incontriamo."
"Io vi porto al fresco, se non mi dite chi ha ucciso Domenico Santo."
"Provi a chiedere a Ubaldo Torreggiani, quello spione. Pu anche essere stato lui, o il prete."
"Non vi prendete gioco di me."
"I preti sono capaci di tutto, ma forse don Saverio  troppo buono per compiere un delitto. Ubaldo Torreggiani, invece, doveva dei soldi a Nasone, lo sa questo? I debiti sono un buon motivo per uccidere. Eppoi abitano uno vicino all'altro, e dopo averlo ucciso,  corso subito a casa sua, e chi s' visto s' visto. Non fa una grinza."
"Lo avete visto voi, uccidere Nasone?"
"Non s' visto niente, per la semplice ragione che noi quella notte s'era qui a casa, a dormire. Se lo domanda a nostro padre, glielo confermer."
"Perch pensate a Ubaldo Torreggiani? Non mi pare un uomo che possa uccidere. Voi invece, con le vostre idee... "
"Potr succedere che con le nostre idee prima o poi si ammazzi qualcuno, ma per il momento abbiamo le mani pulite, e se lei insiste su di noi, commissario, perde il suo tempo. Ubaldo Torreggiani  uomo che pu uccidere. Aveva pi di un motivo per farlo."
"Se sai qualcosa, Faustino" disse subito Renzi "questo  il momento di parlare, perch altrimenti finisci in galera, te e le tue sorelle. Quelle riunioni sono contro la legge, ma io posso anche chiudere un occhio, se mi dici tutto ci che sai, e mi promettete che non ne farete pi di quelle adunanze scellerate. Cos non lo cambiate il mondo. Non sono nate oggi le stte, tutti i secoli le hanno avute, e che cosa  cambiato? Niente. Per cambiare il mondo si deve cambiare prima dentro di noi. Se si riversa altro odio e altra violenza, si fa un nuovo big bang, ma di quelli che non generano la vita, ma la distruggono per sempre." Era partito con una delle sue tirate, il commissario.
"Meglio un big bang che distrugge, piuttosto che tirare avanti cos."
" facile rifugiarsi nelle stte, e fare le porcherie che fate voi. Piacerebbe anche a me distrarmi a questo modo. E piacerebbe anche al mio collega, non  vero, Jacopetti?"
"Altroch. Voi fate sesso e basta. I vostri ragionamenti sono aria fritta e non portano a niente di buono."
"Che cosa sai, Faustino?" incalz il commissario.
"Ubaldo Torreggiani, dopo quella sera che lo sorprendemmo con don Saverio,  venuto altre volte a spiare. In questi giorni ci siamo riuniti pi spesso; per il giorno del delitto non ci siamo visti, mi deve credere, commissario. Ci siamo accorti che ci spiava, ma lo abbiamo lasciato fare."
"Perch?"
"Per dargli una lezione. Ma una di quelle che non avrebbe dimenticato."
"E cio?"
"Glielo devo dire?" Faustino, prima di continuare, guard le sorelle.
"Diglielo pure, tanto a questo punto non abbiamo niente da perdere."
"Perch l'altra ragazza che stava con noi era Marisa, sua figlia. Forse lui veniva ad appostarsi perch voleva accertarsene. Forse l'aveva riconosciuta durante una delle sue prime spiate, ma tornava per esserne sicuro, e cos noi si faceva di tutto per tenerlo sulla corda, finch una notte abbiamo fatto in modo che non avesse pi dubbi."
"Cos' successo?"
"Abbiamo levato il cappuccio a Marisa."
"E lui?"
"L per l niente. Se n' andato zitto zitto com'era venuto. Ma il giorno dopo Marisa era piena di lividi, ed  rimasta segregata in casa per una settimana. Quando l'abbiamo incontrata ci ha raccontato tutto. Suo padre era fuori di s. L'aveva vista anche mentre uno di noi le stava sopra e ci faceva le porcherie. Allora Marisa, mentre lui la picchiava, gli ha detto un'altra cosa che lo ha mandato in bestia." Fece una pausa, e ancora una volta guard le sorelle.
"Continua" gli disse Angela.
"Che Domenico Santo s'incontrava con lei."
Jacopetti alz la testa dal taccuino, sul quale aveva scritto un'infinit di parole. Teneva la bocca spalancata e aspettava che il commissario incalzasse con qualche domanda delle sue, di quelle che puntano dritte dritte alla verit.
"Non mi stai prendendo in giro?" disse invece, con un fil di voce. Anche lui, evidentemente, si era lasciato sorprendere da quella storia maledetta.
"E perch dovrei farlo?"
"Se mi racconti delle balle, te e le tue sorelle finite in galera."
"Basta che lei parli con Marisa, e le confermer che certe notti si alzava all'insaputa dei suoi per andare all'appuntamento con Nasone. Nasone la ricattava per via del prestito che aveva fatto a suo padre. Minacciava di richiedere indietro i soldi, se lei non ci stava. E cos Marisa aveva iniziato quella relazione."
"Potreste essere stati voi ad uccidere Nasone, invece, per liberare Marisa dalla sua prepotenza."
"Se lei insiste,  libero di farlo, commissario, ma le ho gi detto che perde il suo tempo. Non siamo stati noi. Mi pare che ora il nome dell'assassino glielo abbiamo messo su di un piatto d'argento. Torni da Ubaldo Torreggiani, e gli ripeta la storia che ha saputo da noi. Poi ci dir se non  un uomo capace di commettere un omicidio."
"E sta bene. Ma badate a voi. Quando sar uscito da questa casa, non avrete pi tempo per ritrattare. Se mi avete mentito, vi far maledire il giorno che siete nati."
"Scenda tranquillo le scale, commissario, e vada dritto dritto da Ubaldo Torreggiani, e stasera potr portarci il vero assassino in carcere, e non noialtri."
In fondo alle scale, era tornata Sunta, che aveva sentito muovere le sedie e aveva capito che il commissario se ne stava andando.
"Tutto bene, commissario?"
"Grazie, signora, tutto bene."
"Sono dei bravi ragazzi, i miei figli, non  cos?"
"I giovani d'oggi, lei lo sa meglio di me, non sono quelli dei nostri tempi."
"Ha ragione, commissario. Invece di progredire in meglio, si peggiora. Io non capisco perch Dio faccia girare a questo modo il mondo. Non lo capisco davvero."
"Chi capisce Dio  fortunato, ma si contano sulla dita di una mano."
"Mio marito  come un santo. Fa il sagrestano, quando ha un po' di tempo libero. Dio ci protegger, gli dico qualche volta, per quello che fai per la Chiesa. Io ci credo alla riconoscenza di Dio."
Il commissario non le rispose, abbozz un sorriso e usc in strada, seguito da Jacopetti
Videro don Saverio sulle scale della canonica.
"Che dici, Jacopetti, ci facciamo due chiacchiere col prete?"
"Oramai sappiamo che  stato quel Torreggiani. Se ne potrebbe fare anche a meno."
"Ci ha visti.  meglio andargli incontro."
"Ci fa entrare, don Saverio?"
"Vuole parlare con me?"
"Due minuti soltanto." Entrarono e si accomodarono nello studio.
"Lei ha idea di quel che succede in paese?"
"Cio?"
"Ci sono giovani che si radunano dietro il cimitero a fare porcherie."
"Chi glielo ha detto?"
"Non importa chi me lo ha detto. Lei le sa queste cose?"
"S, purtroppo."
"E perch non me ne ha parlato?"
" una vergogna per il paese."
"Ma anche il delitto  una vergogna. Lei doveva parlarmi di ci che succede dietro il cimitero."
"Sono stati quei ragazzi a uccidere Nasone?"
"Certamente sono stati loro a bastonare lei e Ubaldo Torreggiani. Perch non me ne ha voluto parlare?"
"Gliel'ho gi detto,  una vergogna per il paese."
"Ma  una vergogna che sanno tutti. Lo sapeva anche Domenico Santo."
"Allora lei pensa che siano stati quei ragazzi a ucciderlo. O mamma mia! O mamma mia!"
"Che cosa pensa del figlio di Olimpio?"
" un ragazzo confuso, come tutti i ragazzi di oggi, che non hanno pi speranza, e si rifugiano nel male."
"Lo sa che  stato lui, insieme con alcuni compagni, a bastonarla a Rupecava?"
"S, lo so. Me lo ha fatto capire lui stesso, riportandomi la croce che mi era stata rubata."
" un ragazzo violento."
"Ma non pu essere un assassino."
"Perch?"
"Vede, quel gesto di riportarmi la croce, mi ha fatto piangere. Al fondo dell'uomo, non c' la cattiveria, ma la bont, e sar quella a prevalere, quando questi terribili momenti saranno passati."
"Io la invidio per la sua fede. Se facesse il mio mestiere, la penserebbe diversamente."
"Anche nel mio mestiere, vedo come va il mondo, commissario."
"E di quell'Ubaldo Torreggiani, che ne pensa?"
" un uomo sfortunato. Ha patito tanti sacrifici e non si meritava di trovarsi pieno di debiti."
"Lei sa chi gli ha prestato il denaro?"
"Lo sanno tutti in paese."
"Chi glielo ha prestato?"
"Domenico Santo."
"E non potrebbe quindi averlo ucciso, per non restituire il suo debito?"
" una persona perbene, anche se ora  in difficolt. No, non  uomo da commettere un omicidio per denaro."
"E per rabbia?"
"Perch doveva aver rabbia. I soldi Nasone glieli aveva prestati, e doveva nutrire, anzi, della riconoscenza."
"Conosce bene Marisa?"
" una ragazza con la testa sulle spalle."
"Che significa?"
"Che  piena di giudizio."
Uscirono e pensarono di fare un salto dalla vedova Santo. Era tornata da poco dall'obitorio. Il funerale si sarebbe tenuto l'indomani, mercoled, nel pomeriggio.
" importante conoscere il nome dei debitori di suo marito."
"Non parlava mai con me di queste cose. Sapeva che detestavo il suo lavoro."
"Eppure deve avere da qualche parte un'agenda, un elenco. Avr avuto delle cambiali da conservare."
La signora li guid nello studio del morto.
"Quella  la sua scrivania. Guardi pure. Io non ho mai aperto un cassetto. Non ho idea di ci che potr trovarci."
Jacopetti s'incaric di fare l'ispezione. Trovarono appiccicate sul lato interno di un cassetto la combinazione della cassaforte e la chiave.
"Sa dov' la cassaforte?"
"No."
La scoprirono dove stanno di solito tutte le casseforti a muro, dietro un quadro. L'aprirono e si trovarono di fronte ad una montagna di cambiali. Pacchi su pacchi. Non c'era nessuna agenda e nessun elenco. Le firme sulle cambiali erano illeggibili, scarabocchi. Solo la vittima poteva riconoscerle. Un lavoro immane se avessero dovuto decifrarle. Non trovarono invece alcun foglietto che riportasse l'impegno relativo ai 50 milioni contratto da Ubaldo Torreggiani, al quale la vittima non aveva fatto firmare cambiali, almeno cos il padre di Marisa aveva raccontato. Jacopetti ramment che, al momento della scoperta del cadavere, non era stato rinvenuto il portafoglio della vittima. Lo bisbigli al commissario, che domand alla vedova. La quale non sapeva dove potesse essere. Cercarono insieme. Lei and anche in camera a controllare, oltre che nel resto della casa, ma niente.
"Allora, il portafoglio  stato sottratto dall'assassino" disse Jacopetti.
"Gi" fece il commissario, il quale torn a rivolgersi alla signora Santo.
"Avr un bel daffare per riscuotere questi crediti, se non conosce i debitori di suo marito."
"Quando avrete trovato l'assassino, ne far un fal. Non li voglio quei soldi. Sar la mia offerta a Dio per riscattarmi dai miei peccati, e da quelli di mio marito. Non si rendeva conto di essersi ridotto peggio di un animale. Glielo dicevo che col denaro che aveva accumulato doveva fare del bene, per farsi perdonare, ma lui l'aveva nel sangue e godeva a rovinare la gente. Ha fatto tanto male, pace all'anima sua."
"Queste cambiali le ritiriamo noi, le rilasceremo una ricevuta. Ha nulla in contrario, signora?"
"Per me, fate pure."
Fu un lavoro da certosini. Impiegarono pi di due ore, cercando di sintetizzare al massimo. Jacopetti and in macchina a prendere due borse, la sua e quella del commissario, e vi deposero le cambiali. Quando uscirono era gi buio.
"Che si fa?" domand Jacopetti.
"Che ne dici se andiamo a berci qualcosa, qui, al bar del paese?"
"Non mi par vero, commissario. Ho la gola secca."
"Guarda che hai fatto scena muta, oggi. Casomai son io che ho la gola secca. Si va a bere, ma paghi tu. Mi pare giusto. Sei d'accordo?"
Al bar c'era la solita confusione, ma questa volta non parlavano solo di politica, ma anche dell'omicidio, e del fiume che era gonfio per le piogge e minacciava di rompere gli argini. Da qualche parte era successo. Il fiume riportava in ballo la politica. Ne dicevano di tutti i colori contro gli Amministratori, sia locali che nazionali, che avevano distrutto la natura e avevano trasformato i corsi d'acqua in bombe ad orologeria, pronte ad esplodere quando la pioggia si faceva insistente.
Appena li videro, gli avventori si accalcarono intorno.
"La vuol sapere la verit, commissario? Nasone era uno del paese, ma con la sua morte si fa contenta molta gente, lei mi capisce, non  vero?"
"I debiti andranno pagati lo stesso, alla vedova."
"Ma senza i tassi d'usura, commissario, e questo vuol dire dimezzare il debito, e forse anche di pi . C' gente che ha vinto una lotteria con la morte di Nasone, e bacerebbe le mani a chi l'ha ucciso."
Jacopetti not che tra i presenti mancava Ubaldo Torreggiani, ma anche il commissario se ne accorse. Angelino Brigante, il dottore, si avvicin al commissario.
"La coltellata gli ha spaccato il cuore. Un colpo sicuro, pensato, non  vero?"
"A volte si riesce dove non si pensa."
"Questo non  un delitto casuale. Chi  andato dietro il cimitero,  andato per uccidere Domenico Santo."
"Che cosa glielo fa pensare."
"Dietro il cimitero ci si fa all'amore, non ci si uccide, commissario."
"Se conosce il nome dell'assassino, sa che  suo dovere di rivelarlo alla polizia."
"Io non so niente. Voglio solo aiutarla. Come uomo e come medico, ma soprattutto come uomo, che vive da queste parti e conosce tutto del paese, persone e luoghi. Chi  andato all'appuntamento, voleva uccidere, e ha portato con s il coltello."
Bevvero in fretta, e siccome c'era troppa ressa intorno a loro, e non gli davano tregua, pensarono di battere in ritirata. Qualcuno continu a seguirli fino alla macchina.
"Lo trovi l'assassino, commissario. Anche se quel Santo era un disgraziato, non si meritava di morire cos."
"Fosse stato anche il diavolo in persona, la giustizia far il suo corso, e l'assassino finir in galera." Lo disse con tono perentorio, e Jacopetti annu, prima di mettere in moto. Si affacci anche lui al finestrino.
"Con il commissario non si scherza. Se qualcuno s'illude di farla franca, ha sbagliato i suoi conti. Tenga pronto spazzolino e pigiama, perch ha le ore contate."
Appena fuori del paese, Renzi gli domand a bruciapelo.
"Secondo te chi  l'assassino?"
Jacopetti dette al commissario una sbirciata, sorridendo.
"Questa volta andiamo sul velluto, commissario. Alla vittima  sparito il portafoglio, se lo ricorda? E nella cassaforte mancava proprio l'impegno sottoscritto da Ubaldo Torreggiani. Che doveva essere nel portafoglio, non si scappa."
"E perch doveva tenerlo nel portafoglio?" Non lo fece finire, Renzi. Giocavano al gatto e al topo. Ma non ci stava Jacopetti a fare il topo.
"Perch lo sbatteva in faccia a Marisa ogni volta che tentava di respingerlo. Ecco perch lo teneva a portata di mano, nel portafoglio." Era tutto contento.
"Bravo Jacopetti. Avresti fatto bene anche senza di me." Un complimento cos non lo aveva mai ricevuto. Era un buon punto messo a segno per la sua promozione.
"Allora, indovina che cosa facciamo per prima cosa domani."
"Torniamo da Ubaldo Torreggiani, e mettiamo la parola fine a questo caso. Ho indovinato?"
"Hai fatto centro, Jacopetti."
"Grazie, commissario. Non ne dubitavo."

All'apertura del negozio, l'indomani, mercoled, andarono a far visita ad Ubaldo Torreggiani. Anche questa volta non c'era nessun cliente.
" stata contenta sua moglie del televisore?"
Jacopetti estrasse il blocchetto degli assegni.
"Ma che fa? Pagher con comodo."
"Desidero pagare ora. Mi dica quant'." Lo disse in modo che anche il commerciante cap che qualcosa non andava per il verso giusto quella mattina. Si avvicin alla calcolatrice e fece i conti.
"L'ho trattato proprio bene, guardi" e gli mostr il calcolo. " uno sconto che non faccio a nessuno." Rispetto alla cifra concordata la volta precedente, aveva abbassato ancora il prezzo.
Jacopetti riemp l'assegno e lo consegn al commerciante, che lo ripose nel cassetto, dopo avergli rilasciato la ricevuta.
"Lei ha ucciso Domenico Santo" disse Renzi, quando Ubaldo Torreggiani alz di nuovo lo sguardo su di lui.
Trasecol.
"Ma vuol scherzare, commissario?"
"Non scherzo affatto."
"E perch avrei dovuto ucciderlo?"
"Diamine. Perch approfittava di sua figlia, e lei si  vendicato uccidendolo." Sbianc ancora di pi . Balbettava.
"Chi gliele ha dette queste cose?"
"Non  forse vero che Domenico Santo approfittava di sua figlia, ricattandola a causa del prestito che lei aveva ricevuto dalla vittima?"
"Sono menzogne. Mia figlia non ha mai fatto porcherie simili.  una brava ragazza, mia figlia."
"Ah, non ne faceva di porcherie, lei dice. E quelle che commetteva dietro il cimitero con altri compagni, come le chiama lei: buone azioni? Atti di carit cristiana? Sua figlia praticava il sesso con Nasone, ma anche coi compagni che frequentava, e chiss con quanti altri. Ma questi sono cavoli suoi. A me interessa scoprire chi ha ucciso Nasone, e lo ha ucciso lei."
"Ci vogliono prove per condannarmi, non chiacchiere, e lei, commissario, sta facendo solo chiacchiere."
"Lei ha sorpreso sua figlia dietro il cimitero, e ha visto quello che faceva. A casa l'ha riempita di botte, non  vero nemmeno questo?"
"E con ci? Non devo rendere conto a lei di quel che faccio a mia figlia."
"L'ha sorpresa o non l'ha sorpresa dietro il cimitero? Voglio una risposta precisa."
"S, l'ho sorpresa che faceva all'amore con uno di quei ragazzi."
" vero o non  vero che l'ha picchiata e riempita di lividi, tanto che sua figlia  rimasta chiusa in casa per una settimana?"
"Ma chi gliele ha raccontate queste cose?"
"Mi risponda.  vero o non  vero?" Jacopetti ammirava questo serrate finale del suo commissario. Non gli lasciava prendere fiato, a quel poveretto, che stava per crollare, si vedeva. Ma il commissario aveva ancora in serbo altre munizioni, che l'avrebbero steso a terra.
"S, l'ho picchiata. Che altro potevo fare? Ero sconvolto. Si metta nei mie panni. Consideravo mia figlia una ragazza modello, una santa; tutto studio e casa, e veniva anche ad aiutarmi in negozio. Si pu immaginare che cosa ho provato quando l'ho vista in quella posizione sconcia, come una sgualdrina. Sono tornato sul posto pi di una volta, perch non credevo ai miei occhi, ma una sera non ho avuto dubbi. L'ho vista levarsi il cappuccio, e l'ho riconosciuta. Era meglio se morivo all'istante.  una punizione che non merito. Sono sempre stato una persona perbene, io. Perch Dio ha voluto punirmi a questo modo?"
"E sua figlia, la sera che l'ha picchiata, le ha confessato del ricatto che subiva da Domenico Santo, per via del prestito. Non  cos?"
"S,  stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Avevo creduto che Nasone mi avesse riservato un trattamento speciale, perch ero un compaesano, come aveva detto. Ci sono cascato come un principiante. Che stupido, che stupido!" Si batt pi volte la mano sulla fronte. "Non esistono usurai galantuomini. Sono marci, sono figli del diavolo."
"E del denaro. Sono il prodotto della nostra societ, in cui domina il denaro."
"Mi ero illuso che avesse provato un po' di compassione per me. Sono stato un cretino. Che avevo io di cos speciale da meritare le attenzioni di Nasone? Nulla, nulla."
"E invece lei aveva sua figlia. A Nasone piaceva Marisa. E il prestito lo aveva combinato per ricattare Marisa. Sua figlia le vuole bene, e se ha subito il ricatto  perch non voleva farla soffrire."
"Se non voleva farmi soffrire, non doveva farle, quelle porcherie. Mi creda, commissario, io non so pi chi  mia figlia."
" un mondo schifoso, capace di guastare le cose pi belle. Ma uccidere un uomo non  fare giustizia."
"Non ci ho visto pi .  stata un'umiliazione troppo grande. Quel Nasone si era preso gioco di me, e si portava a letto mia figlia. Non li aveva voluti gli interessi da usuraio, per si era presa mia figlia. Che cosa dovevo fare, me lo dica lei?"
Jacopetti apprezzava il modo in cui il commissario tirava la sua rete, e stava ad ascoltare a bocca aperta.
"Come ha fatto a sapere che quella notte Domenico Santo si trovava dietro il cimitero?"
"Mi ero accorto che mia figlia stava preparandosi per andare all'appuntamento. L'avevo sentita alzarsi dal letto, indugiare nel bagno. Erano passate da poco le due. Ho capito che aveva appuntamento con quel maiale."
"Poteva andare ad una di quelle adunanze... "
"No, cos tardi non era successo mai. Alle adunanze andava poco prima di mezzanotte. A quell'ora, non potevano esserci dubbi, si recava all'appuntamento con Nasone."
"Allora lei si  alzato e zitto zitto l'ha preceduta, non  cos? Non si  accorta di nulla sua moglie?"
"Mia moglie, al momento di coricarsi, prende un sonnifero, e non si sveglia prima delle sette, e qualche volta anche le otto. Non sentirebbe una cannonata."
"Ha trovato gi sul posto Nasone?"
"Ho fatto capolino da dietro il muro laterale, e ho visto che passeggiava in su e gi . Aveva l'atteggiamento soddisfatto, spavaldo, come di uno che ha il mondo ai suoi piedi. Avevo poco tempo a disposizione, dato che di l a poco sarebbe arrivata mia figlia, ed io volevo fare presto, anche perch avevo speranza di ritornare a casa prima che Marisa uscisse, e avrei fatto finta di sorprenderla, e le avrei impedito di andare all'appuntamento. Purtroppo non  stato cos, mentre tornavo a casa, ho visto lungo la strada Marisa. Allora mi sono nascosto e l'ho lasciata passare."
"Poteva fermarla, e impedirle lo stesso di andare all'appuntamento."
"Quando si fosse scoperto il cadavere, avrebbe sospettato di me, che non faccio quasi mai le ore piccole, salvo qualche eccezione. Vede, io, al massimo a mezzanotte sono a letto.  raro che sia alzato alle due di notte. No, Marisa, vedendomi, si sarebbe insospettita, e il giorno dopo avrebbe pensato che Nasone lo avevo ucciso io. L'ho lasciata passare, perci, e sono tornato a casa."
"Come ha ucciso Nasone?"
"Avevo portato il coltello con me, un coltello raccolto in fretta e furia in cucina. Quando mi si  avvicinato con quella sua andatura spavalda, gli sono balzato davanti, e senza pensarci su due volte gliel'ho ficcato nel cuore. Gli ho detto: "Questo  per Marisa." Ha spalancato gli occhi pi per la meraviglia che per il dolore. Non se l'aspettava di finire a quel modo. Non mi pento di averlo ucciso, anche se ora dovr lasciare soli mia moglie, poverina, e Marisa, che chiss quale destino l'aspetta."
"Non doveva ucciderlo. Lei avrebbe dovuto denunciare Nasone a noi della polizia. Lo avremmo messo in carcere, e ora invece in carcere dobbiamo portarci lei."
"Chiamo mia figlia, se mi permette, commissario. Le lascer le chiavi del negozio."
"Possiamo consegnargliele noi" disse Jacopetti.
"Non posso venir via senza dare una spiegazione ai miei. Mi faccia telefonare a mia figlia. In meno di un quarto d'ora sar qui. Posso, commissario?" Si avvicin alla cornetta del telefono e aspett il s del commissario.
"Telefoni, ma non stia a spiegare niente. Ci penseremo noi, quando sar qui. Le dica di far presto."
Si cap dalla conversazione che Marisa non voleva venire, che doveva studiare ed era nel mezzo di un capitolo che stava ripassando. Lasciarlo a quel punto, significava dover ricominciare da capo.
"Vieni.  una cosa della massima importanza. Altrimenti non insisterei. Ti prego, non farmi perdere altro tempo." Cos convinse Marisa, che infatti, un quarto d'ora dopo era sulla soglia del negozio. Ebbe conferma di quanto aveva intuito al telefono, e cio di avere a che fare con la polizia. Il padre glieli present.
"Questi  il commissario Renzi, e questi  il suo collaboratore Jacopetti."
" successo qualcosa, babbo?"
"Suo padre  in arresto. Dobbiamo portarlo via."
"In arresto!? E per quale ragione."
"Ho ucciso Domenico Santo" disse rapido il padre. La ragazza lo fu altrettanto nella risposta: "Non gli creda, commissario. Domenico Santo l'ho ucciso io!"
A Jacopetti scivol di mano il taccuino, che cadde a terra. Non si chin a raccoglierlo, era troppo stordito per farlo. Guardava il commissario e aspettava una sua reazione.
"Se cerca di coprire suo padre, l'avverto che  un reato. Lei intralcia il corso della giustizia."
La ragazza non si scompose. Si cap che era venuta gi sospettando quello che stava accadendo a suo padre. Apr la borsetta che aveva portato con s e cav fuori un coltello da cucina e un portafoglio.
"Lei non mi crede. Allora guardi questi. Li riconosce?" Erano senza dubbio il coltello usato per l'omicidio e il portafoglio di Domenico Santo. Marisa apr quest'ultimo ed estrasse il pezzo di carta su cui stava scritto l'impegno assunto da suo padre, relativo al prestito dei 50 milioni.
"Nasone, ogni volta che cercavo di ribellarmi, prendeva il portafoglio, ne estraeva questo foglietto, e me lo sbatteva in faccia. "Se stasera non fai all'amore con me, domani tuo padre avr una brutta sorpresa." Pi o meno mi diceva cos, e allora io andavo con lui. Qualche volta si faceva all'amore nel campo, anche dietro il cimitero, pi spesso mi portava fuori citt, in un appartamento che possedeva. Quell'uomo era diventato la mia ossessione. Non sopportavo che mi ricattasse, n che si prendesse gioco di me e di mio padre. Ho sopportato finch ho potuto. Poi quando, per rabbia, mentre mio padre mi picchiava, gli ho confessato il ricatto che subivo da Nasone, e ho visto salire la sua collera, ho deciso che non potevo continuare e dovevo ucciderlo. Cos all'appuntamento quella notte sono andata con un coltello, e allorch lui, come al solito, si  avvicinato per abbracciarmi, gliel'ho piantato nel cuore. Poi mi sono ricordata del portafoglio, e che l stava conservato il pezzetto di carta con cui mi ricattava. Prendendolo, mi sarei liberata della sua prepotenza, e avrei liberato anche mio padre dal suo debito. Con quell'omicidio, io facevo del bene, commissario, del bene a me e a mio padre. Ma ho cambiato idea, e invece del solo pezzetto di carta, mi sono preso tutto il portafoglio, pensando che la polizia avrebbe potuto supporre un omicidio per rapina, da parte di qualcuno o qualcuna che aveva dato l'appuntamento a Nasone per rubargli i soldi."
Il commissario prese un sacchetto di nylon che gli offerse Ubaldo Torreggiani e vi depose il coltello e il portafoglio.
"Non si prenda gioco di noi, signorina" disse.
"Lei non creder alle parole di mia figlia" grid Torreggiani, andando fin sotto il viso del commissario. "Quando mia figlia  arrivata all'appuntamento, Nasone era gi morto. Perch lo avevo ucciso io!"
"Tu non hai ucciso un bel niente, babbo. Semplicemente perch sul coltello ci sono le mie impronte e non le tue. E anche sul portafoglio."
"Tu le hai cancellate! Non incolparti, Marisa, di un delitto cos orrendo. Non farlo, ti supplico. Tu sei giovane, mentre io ho ancora poco da vivere.  giusto che vada io in carcere e non tu, che sei innocente."
"Lo sente, commissario? Mio padre sta proclamando la verit, quando dice che preferisce andare lui in carcere, perch io sono giovane.  per questo che si  accusato dell'omicidio, per salvare me. Ma io non ho paura del carcere, perch so di aver fatto una cosa giusta, e Dio mi perdoner."
"Dio deve perdonarle troppe cose, Marisa, e non so se ne avr la forza. Lei ha buttato via la sua vita, con questo omicidio."
"L'avevo gi buttata la mia vita, commissario. Noi giovani non abbiamo speranza."
"Le daranno l'ergastolo per questo omicidio."
"Sono pronta."
"Non  stata lei! Non  stata lei!" continuava a gridare Ubaldo Torreggiani.
Il commissario prese sottobraccio Marisa e usc, seguito da Jacopetti.
"Siamo sicuri di non fare uno sbaglio?" disse sottovoce Jacopetti.
"Ubaldo Torreggiani sapeva che era stata Marisa. Quella notte si era svegliato, e l'aveva sentita andare all'appuntamento. La sua confessione  fasulla. Abile, ma fasulla. Intendeva coprire la figlia."
"Nessuno ce la pu fare con lei, eh?, commissario."
" cos, Jacopetti."
La figlia aveva ascoltato. Non disse una parola.
Nel pomeriggio si sarebbero celebrati i funerali di Domenico Santo, detto Nasone. Renzi era su di giri, il caso si era concluso in quattro e quattr'otto, e giustizia era stata fatta. Camminava e si pavoneggiava.
Si portava in carcere Marisa, per, anzich Ubaldo Torreggiani.

13.9.1994  12. 11. 1994


Note:
1 Protagonista di due romanzi cronaca,ambientati durante il governo Dini nel 1995: "La rivoluzione impossibile" (edito il 15 settembre 1995) e "Cencio Ognissanti" (edito il 15 marzo 1996),  che molto probabilmente saranno riuniti in un unico libro dal titolo Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile  in cui compare un pi giovane commissario Renzi. I due romanzi costituiscono assieme, oltre che un giallo sui generis, una delle pi documentate cronache dei gravi avvenimenti politici accaduti durante quel governo, che molto hanno inciso sull'avvenire.
2 Episodio narrato nel giallo "L'usuraio".
3 In "I grandi enigmi storici del passato", vol. I, pag. 165, edito a Poitiers il 30 gennaio 1971 per le Edizioni Lombarde.
4 Episodio narrato nel giallo "I coniugi Materazzo".
5 Raccontata nel libro Sei storie, ora intitolato Mattia e Eleonora e altre storie.
6 Lorenzo Nottolini, grande architetto lucchese (1787  1851).
7 Sono tutti importanti personaggi storici lucchesi. Francesco Burlamacchi, gonfaloniere della repubblica di Lucca, congiur per scacciare i Medici dalla Toscana e instaurarvi una repubblica. Scoperto, venne condannato e giustiziato a Milano nel 1548, all'et di cinquant'anni.
8 Si pu leggere anche in Rodolfo Del Beccaro: Lucca, leggende e storie, editrice Titania, Lucca, 1994.
9 Ibidem.
10 Qui anticamente l'Ozzeri s'immetteva nel Serchio. Le cateratte furono fatte costruire dall'architetto lucchese Lorenzo Nottolini per evitare che, in occasione di inondazioni, le acque del Serchio rigurgitassero nell'Ozzeri, provocando gli allagamenti delle pianure.
11 Episodio narrato nel giallo "I coniugi Materazzo".
12 Episodio narrato nel giallo "Giulia".
13 Sono tutti personaggi dei due voluminosi romanzi: "La rivoluzione impossibile" e "Cencio Ognissanti". Si veda anche la nota 1. Roberta era diventata l'amante di Lazzaro, il marito di Elvira, il quale, per gelosia, l'aveva uccisa. Dell'omicidio era stato accusato Cencio Ognissanti, morto in carcere in circostanze rimaste misteriose.
14 In "Il romanzo antico greco e latino", pagg. 98, 99, traduzione di Renzo Nuti, editore G. C. Sansoni SPA, Firenze, 1973.
15 Ibidem, pag. 113.
16 Ibidem, pag. 141.
17 Nel giallo "Le tre sorelle"..
18 Pi propriamente, lo stretto corridoio che conduce all'esterno delle Mura. Si veda il racconto "Via Pelleria" in: Lucca racconta.
19 Su La Nazione del 6.4.1997, pag. 20.
20 Vernacolo lucchese: avere le ossa rotte per la stanchezza.
21 Vernacolo lucchese: da inciospare, ossia fare confusione, disordine.
22 Vernacolo lucchese: fare uscire il sangue dal naso.
23 Episodi contenuti nei gialli di questa raccolta.
24 Si veda "L'usuraio".
25 Si veda il racconto "Le mura di Lucca" in: Lucca racconta.
26 Episodio narrato nel giallo "I coniugi Materazzo". Il teatro del Giglio  il pi importante della citt.
27 Queste parole sono state pronunciate realmente da una missionaria secolare comboniana di nome Maria. In Toscana oggi del 12 ottobre 1997, cronaca di Lucca.
28 Ricordiamo che sono rispettivamente le mogli del commissario e di Jacopetti.
29 Termine gergale, per significare nulla.
30 Una tesi simile  sostenuta dal commissario Renzi nel giallo "Lo sconosciuto".
31 Ne Il ventre di Parigi.
32 Sono le carceri di Lucca.
33 Per molti anni e fino alla sua morte avvenuta il 10 luglio 1977, ne fu parroco don Silvio Giurlani, ora sepolto nel piccolo cimitero di Collodi. Tenente cappellano, fu personaggio di spicco della Resistenza lucchese, e pi volte fu sul punto di essere catturato dalle Brigate nere, alle quali riusc sempre a sfuggire avventurosamente. Nel 1984, in occasione del 40 anniversario della liberazione della citt di Lucca dal nazifascismo, avvenuta il 5 settembre 1944, una pubblicazione, curata dal locale Istituto Storico della Resistenza, riporta un rapporto redatto dallo stesso sacerdote sulle sue attivit svolte in quel periodo, davvero numerose e determinanti. In un altro rapporto, redatto dal Serg. Magg. Rodrigo Masone, si evidenzia l'importanza fondamentale del contributo dato da don Silvio Giurlani alla Resistenza, con capacit dirigenziale di notevole rilievo, nonch con azioni che lo vedevano rischiare la propria vita. Tra tanti episodi in cui  coinvolto il sacerdote ricordati da Masone, evidenziamo quello relativo ad uno dei molti tentativi posti in essere dalle Brigate nere per catturarlo. "Il 29 agosto 1944, alcuni militi della Brigata nera capitanati dal Ten. Lio Rossi, alle ore 12,20 assaltarono l'abitazione di Don Giurlani, vicino all'Ospedale, ormai denunziato come uno degli animatori del movimento partigiano: tanto io che i miei uomini non ci abbattemmo: dovevamo salvare il nostro Cappellano che da un anno lavorava in mezzo a noi: mi aveva confidato la mattina alle ore 9,30 che si recava in Prefettura per strappare un permesso per oltrepassare il Serchio, dove doveva compiere una missione per ordine del C.L.N. Disponemmo subito un servizio di sorveglianza  via Galli Tassi era perlustrata da Bini Enzo, via San Tommaso dalla Sig.na Valeria Menest, via S. Giustina da me: era l'ora del ritorno di Don Giurlani  e fu salvo per il tempestivo intervento nostro: lo aiutammo a nascondersi nei sotterranei del nostro Ospedale (il complesso edilizio  quello dell'ex ospedale di via Galli Tassi n.d.A.) poi, abbattendo un muro, penetrammo nel vicino ospedale civile, e riuscimmo a rifugiarlo in una soffitta, dove per due giorni mi recai a visitarlo, a informarlo, a avere istruzioni e indicazioni importanti per noi e per il C.L.N. e per il C.M.L.N. e solo quando tutto fu sistemato Don Giurlani si allontan la mattina, all'alba del 31 agosto per volont di tutti, avendo i militi della Brigata nera parecchie sue fotografie." Sappiamo dalle parole dello stesso don Giurlani che "ero sfuggito per miracolo, dico per miracolo, perch ogni giorno ho pregato Dio, per la Patria e per me, alle ricerche della brigata nera e mi trovavo rinchiuso nella canonica del parroco di S. Cassiano a Vico, Don Baldaccini Gino, e potei rientrare a Lucca solo dopo quattro giorni dalla liberazione, e cio l'8 settembre, un anno preciso di sofferenze terminava, l'era fulgida della libert cominciava." Un ricordo di Don Silvio Giurlani si trova anche nel racconto "Via Pelleria" in Lucca racconta. La lunga nota  dovuta all'ammirazione che ho nutrito per questo sacerdote, che fu mio parroco fino al 1970. Mi dispiace che niente nella citt aiuti a ricordarlo. Da una sua confidenza, appresi che Papa Montini (Paolo VI) lo aveva fatto chiamare a Roma per offrirgli un incarico presso il Vaticano (l, o nelle sue carte, se qualcosa  rimasto, non sar difficile ritrovare la lettera), ma lo aveva rifiutato per restare a Lucca, e, mi disse, nella sua Pelleria. Ecco, si potrebbe intitolare al suo nome la piccola corticella che si trova di fianco alla chiesa di San Tommaso in Pelleria. L,  la sua casa, dove ha voluto restare e morire.
34 Una specie di saio con cappuccio.
35 Protagonista dei libri Cencio Ognissanti e La rivoluzione impossibile. Si veda la nota 1.
36 Toscana oggi, del 1 novembre 1998. La lettera  stata riportata pressoch integralmente.  stato mutato il nome della missionaria, che sul settimanale  Rita.
37 In Uomini e no.
38 Sulla sofferenza presente nel mondo,  stato scritto un libro dal missionario comboniano Alex Zanotelli: Inno alla vita  il grido dei poveri contro il vitello d'oro (Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 1998), dal quale riproduco questo lungo brano significativo: "Il dramma dell'infanzia, il dramma dei bambini,  per me espresso in un episodio che ho vissuto personalmente qui a Korogocho, la grande baraccopoli alla periferia della capitale del Kenya, Nairobi.  il dramma di due bimbi: Kimeo e Kasui. Kasui era una ragazzina di 7 o 8 anni, Kimeo un bimbo di 3 o 4, figli di mamma Minoo, una mamma dolcissima che era vissuta di prostituzione per racimolare qualcosa per i suoi figli. Poi l'amaro verdetto: Aids. Lunghi anni di lotta contro la malattia...
Mi ricordo che l'ho invitata nella mia baracca il giorno di Natale, il nostro ultimo Natale, nel 1994.
Abbiamo spezzato il pane insieme, abbiamo mangiato quello che c'era: un po' di polenta e di intingolo.
Un momento molto bello per dire a mamma Minoo e ai suoi figli che eravamo loro vicini in quel momento di tragedia. Poi  nel gennaio 1995  il crollo finale e la morte di mamma Minoo.
I bimbi sono rimasti soli, non avevano nessuno. La sorella maggiore, di soli 14 o 15 anni, li tenne con s, ma anche lei era malata di Aids. Nel marzo 1995 fu travolta dal male. Mor, lasciando i bambini in balia di se stessi.
Varie volte ho tentato di vedere, insieme con la piccola Comunit, cosa si poteva fare con questi bimbi.
Poi... Korogocho  talmente tumultuosa, e le tragedie talmente tante, che non ce l'ho pi fatta e li ho persi di vista.
Li ho incontrati nuovamente
Un giorno Kasui, la bimba pi grande, decise di prendere con s Kimeo, trascinandoselo dietro, e si port sul ciglio del dirupo che sovrasta il laghetto  la pozzanghera, chiamiamola cos  che divide Korogocho dalla grande discarica di Nairobi. Si port l con la precisa intenzione di suicidarsi, lei col suo fratellino. Varie volte tent di trascinarlo dentro, per il fratellino resisteva, non voleva. Per fortuna una donna che li osservava da lontano si avvicin lentamente alle loro spalle finch riusc a prendere per le vesti Kasui.
Me li port a casa. Quando udii la storia mi sentii come un pugno nello stomaco: mi sentivo responsabile, mi sentivo male, un verme... Chiesi loro il perch, soprattutto a Kasui. Da parte sua c'era solo silenzio in un volto spento. Allora decisi di non aspettare oltre. Li presi ambedue per mano e dissi: "Andiamo".
Lentamente mi incamminai... Un lungo viaggio a piedi per portarli in un'altra parte della citt, dalle suore di Madre Teresa.
Mentre li tenevo per mano li guardavo spesso in volto e mi domandavo: "Ma cosa c' di cos mostruoso, di cos demoniaco, di cos abominevole in questo mondo da spingere due ragazzini  di 7 e 4 anni!  al suicidio, un gesto folle, proprio nel momento in cui si aprono alla bellezza della vita (perch la vita  bella!)?... Due bimbi!...". Tentai lungo la strada di chiedere loro il perch, ma non ci furono risposte: solo il silenzio e quel gesto.
 da qui che vorrei partire per riflettere su di una situazione che trovo insostenibile. Kimeo e Kasui sono l'emblema di milioni di bambini immolati al Moloch del denaro. L'emblema di un'esperienza che faccio quotidianamente qui a Korogocho. Quanti volti di bimbi, quanta sofferenza!...
Ricordo Akembo, figlio di mamma Njeri, rimasto da solo a 5 anni, senza la mamma, morta alcoolizzata, senza pap, senza nessuno. Veniva spesso da noi a mangiare un boccone, a farsi coccolare... In questi giorni non lo vedo pi , sparito anche lui fra i ragazzi della discarica, migliaia di ragazzi che vivono raccogliendo rifiuti, camminando sulla strada, senza sentirsi amati e benvoluti. Nairobi, capitale del turismo, ne  piena. Trentamila  la cifra dichiarata ufficialmente, ma  una cifra al ribasso.
Kimeo, Kasui, Akembo... Questi trentamila ragazzi di strada di Nairobi sono l'emblema di tutta una serie di situazioni assurde, emblema di 140 milioni di bambini che ogni anno sono condannati a morte in questo mondo dove c' cos tanto cibo che non sappiamo pi dove buttarlo; lo buttiamo persino in mare!" Nello stesso libro  riportato un pensiero straordinario di Leonardo Boff: " la povert, uno stile di vita semplice, che sconfigger la povert."
39 Solo nel novembre 1994, in piazza Cittadella, a due passi dalla sua casa natale,  stata collocata una statua che raffigura il grande compositore.
40 Dnni, in vernacolo lucchese, sta per: dlla.
41 All'interno di palazzo Ducale.
42 Il protagonista de "Il cappotto", uno dei Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol.
43 Episodio narrato nel giallo "I coniugi Materazzo".
44 Personaggio descritto nel giallo "I coniugi Materazzo".
45 L'inizio di questo capitolo riferisce della divertente gita domenicale trascorsa insieme dal commissario Renzi e Jacopetti.  una novit rispetto ai tradizionali gialli, e avvicina il giallo al romanzo. Chi preferisca una trama pi serrata, pu saltare questa parte e andare a pag. 294.
46 Episodio narrato nel giallo "I coniugi Materazzo".
47 L'uso dell'indicativo  tipico del parlare lucchese. Lo registra anche il grande filologo tedesco Gerhard Rohlfs nella sua Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti, a pag. 69 del volume terzo (Piccola Biblioteca Einaudi, 1969)
48 Antico convento agostiniano. La tradizione vuole che in una delle sue spelonche sostasse, nel tornare da Milano diretto a Ippona, intorno all'anno 389, Sant'Agostino, e quivi scrivesse il "De Civitate Dei". Si veda, fra i molti altri, Francesco Becucci: "Lupo  Cavo, storia e tradizioni del popolare Santuario"  Industrie Grafiche V. Lischi e Figli  Pisa, 1934.
49 Salvatore Bongi: "Storia di Lucrezia Buonvisi", Maria Pacini Fazzi  Editore, 1978, pag. 192.
50 Al cap. XVIII.
51 Nelle due lettere a Timoteo, e in particolare nella prima.
52 L'inizio di questo capitolo riferisce della divertente giornata domenicale trascorsa insieme dal commissario Renzi e Jacopetti.  una novit rispetto ai tradizionali gialli, e avvicina il giallo al romanzo. Chi preferisca una trama pi serrata, pu saltare questa parte e andare a pag. 376.
53 Episodio narrato nel giallo "I coniugi Materazzo".
54 Marino Berengo: "Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento", Giulio Einaudi editore, 1965, "reprints", pag. 180.
