STORIA DELLA CHIMICA
di Antonio Di Meo
ENCICLOPEDIA TASCABILE "IL SAPERE" EDITA DALLA NEWTON COMPTON
VERSIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA EZIO GALIANO
REVISIONE DI MARILENA MARCHINI
INDICE:
1) Le origini
2) La chimica come istituzione e professione
3) La chimica, il vivente e la nascita della chimica organica
4) Gli elementi
5) I composti

1) Le origini
L'etimo della parola chimica  molto incerto, poich, sin dalla fine del
Cinquecento,  legato alle storie mitiche sulle origini della disciplina 
alla quale ha dato il nome. Questa parola, infatti, veniva fatta derivare 
da Cham, uno dei figli di No; o da Kema, un libro dei segreti dell'arte 
egizia; o da Chemie (o Chamie), uno dei nomi dell'antico Egitto, dal quale
si pensava provenissero le conoscenze naturali pi remote e pi vere; o 
dal greco chimos che vuol dire succo, con qualche allusione alla tecnica 
della estrazione; oppure, ancora, dal termine greco cheo, che significa 
versare un liquido o colare un metallo.
Tuttavia, malgrado la remota antichit del nome, e la conseguente incertez-
za sulle sue origini, questa scienza deve essere considerata uno dei risul-
tati pi rilevanti dell'epoca moderna. Infatti il sapere che emerge alla 
fine del 17esimo secolo, designato come chimica,  nuovo, distinto, anche 
se non separato, dall'insieme assai differenziato degli altri saperi costi-
tutivi della scienza moderna. Ci  vero anche se la chimica, per un lungo
tratto del suo iniziale percorso storico, ha utilizzato parti di apparati 
linguistici, simbolici, strumentali e sperimentali appartenuti a pratiche 
e filosofie naturali di epoche anche molto antiche. Quindi il periodo che 
va dalla seconda met del Cinquecento alla fine del Settecento non pu es-
sere considerato una sorta di medio evo della chimica, ma il tempo in cui 
questa disciplina, in maniera assai complessa e non unilineare, si  costi-
tuita in scienza autonoma con oggetti, principi e tecniche sperimentali 
propri e originali. Non ha dunque senso storico parlare sia delle origini 
antichissime di questa scienza, sia di una tarda diffusione in essa dello 
spirito e dei contenuti della rivoluzione scientifica.
In entrambi i casi si rischia di annullare il concreto percorso storico 
della chimica, a favore di ipotesi storiografiche, filosofiche o epistemo-
logiche unilaterali e fuorvianti, che tendono a far diventare esemplare la
storia di una particolare disciplina (in particolare della fisica classica)
e ad elevarla a canone di interpretazione storiografica per tutte le altre
discipline.
In effetti non tutti coloro che sin dall'antichit hanno trattato delle
trasformazioni intime della materia, della sua composizione elementare, 
possono essere definiti chimici; ma questo termine era gi in uso, nel suo 
significato moderno, anche molto prima della cosiddetta introduzione nella 
chimica del metodo quantitativo da parte di Antoine Laurent Lavoisier, nel-
la seconda met del Settecento.
Del resto, i primi storici settecenteschi di questa scienza, chimici essi 
stessi e prossimi allo stato nascente della disciplina, tendevano a distin-
guere fra le altre chimiche di tipo artigianale, presenti nella medicina, 
nella farmacia, nella metallurgia, nella tintoria, nella vetreria, nella 
profumeria, nella estrazione e produzione di sostanze fermentabili e cos 
via, e quelle della chimica scientifica vera e propria, nella quale era 
prevalente il ruolo della teoria. Nel primo caso, infatti, si avevano cono-
scenze esclusivamente tecniche, povere di contenuto teorico autonomo e de-
finibili come chimiche solo dopo la nascita della chimica; nel secondo, la
teoria precedeva l'arte, cio dirigeva ed indirizzava lo sviluppo ulterio-
re delle pratiche artigianali. Non che queste non fossero valorizzate. 
Al contrario, come vedremo, la chimica parteciper da protagonista al ge-
nerale processo di esaltazione delle arti empiriche, manuali e utili.
Agli inizi dell'epoca moderna, questa esaltazione si opponeva sia all'anti-
ca idea che il vero sapere risiedesse nella contemplazione degli oggetti 
naturali che non era in potere dell'uomo manipolare e riprodurre; sia al 
razionalismo scolastico che pretendeva di dedurre la struttura della inte-
ra realt naturale esclusivamente attraverso procedure di tipo logico e 
discorsivo.
La chimica delle origini, tuttavia, non sar estranea anche a queste ultime
concezioni; anzi, la sua costituzione in scienza moderna intersecher for-
temente le fasi connesse al passaggio dall'idea del conoscere come con-
templare o discorrere, a quella che collegava l'apprensione teorica del 
mondo naturale al fare, allo sperimentare, a un rapporto attivo fra sogget-
to e oggetto della conoscenza, mediante concrete tecniche e strumenti di 
indagine attraverso i quali la natura veniva a rivelare i suoi segreti.
Ai suoi inizi la chimica era una scienza fortemente sperimentale, in cui 
erano scarsamente presenti le tematiche spaziali e ponderali che erano 
invece proprie della scienza galileo-newtoniana.
Trattando delle origini della chimica, non credo si possa eludere il pro-
blema dei suoi rapporti con l'alchimia. Su questo argomento sia la storio-
grafia pi antica (settecentesca) che quella contemporanea, tendono a met-
tere in risalto piuttosto gli elementi di discontinuit che quelli di con-
tinuit. Un contributo decisivo  venuto da storici che hanno messo in ri-
lievo i molti aspetti per cui differiscono la tradizione ermetica, alla 
quale appartiene l'alchimia (specialmente quella rinascimentale), e la tra-
dizione sperimentale, che si afferma con la nascita della scienza moderna. 
In realt molte concezioni filosofiche generali sulla natura, sulla materia 
e sulle loro trasformazioni, presenti nei testi di alchimia, costituivano 
un patrimonio intellettuale comune a tutti coloro che trattavano esplici-
tamente delle teorie generali che si riteneva fondassero alcune pratiche 
artigianali, che poi verranno comprese fra le applicazioni della chimica. 
A volte, comuni erano i termini del linguaggio usato e dei simboli che ser-
vivano a denotare determinate sostanze o classi di sostanze. Solo che i 
contenuti, le finalit e le forme stesse della conoscenza legata alle pra-
tiche artigianali (resi espliciti mediante trattati o scritti di varia na-
tura) e quelli della chimica scientifica, erano diversi da quelli dell'al-
chimia. Diversi, del resto, erano la figura, il ruolo e il rapporto col
proprio sapere e col pubblico dei non studiosi, dello scienziato e quello 
del mago naturale o dell'alchimista. Quest'ultimo, infatti, specialmente 
in epoca rinascimentale, si presenta come una personalit dotata di poteri 
superiori, capace di risalire alle origini del mondo e della vita col pen-
siero e con l'azione, allo scopo di promuovere quella ricostruzione del-
l'uomo e della natura che erano decaduti per una sorta di colpa originale, 
nel tentativo di realizzare una nuova redenzione, nella quale rientrassero 
egualmente il mondo dell'uomo e la natura.
Gli obiettivi fondamentali, materiali, dell'opera alchemica, la trasmu-
tazione dei metalli in oro e la scoperta di una medicina universale in gra-
do di guarire tutte le malattie e riportare l'organismo alla sua integrit 
originaria, erano le manifestazioni pi appariscenti e sensibili di un pro-
cesso pi vasto, nel quale si affermava l'unit del mondo con Dio e di en-
trambi col destino dell'uomo. Per l'alchimista macrocosmo e microcosmo, 
natura e uomo, erano la sede di complessi rapporti, corrispondenze, simpa-
tie, affinit, in cui tutto si connetteva con tutto ed era riconducibile 
all'unit. In questa unit, l'inferiore e il superiore erano coessenziali 
e collegati tramite una scala di esseri di diversa dignit e rango ontolo-
gici. I sette metalli (oro, argento, rame, stagno, piombo, ferro e mercurio) 
erano in relazione coi sette astri (Sole, Luna, Venere, Giove, Terra, Marte, 
Mercurio); ed entrambi con le parti anatomiche e le sette viscere 
dell'uomo.  Ma i metalli erano in relazione anche con le qualit morali 
degli esseri umani: il piombo corrispondeva al loro stato di imperfezione 
interiore, alla loro caduta; l'oro, invece, alla perfezione dovuta alla 
loro rinascita e alla loro liberazione, tramite una conoscenza concepita 
come illuminazione e unione intima col tutto.
In questo contesto, la trasmutazione dei metalli vili (a partire dal piombo, 
il pi vile ed imperfetto di tutti) nell'oro, era appunto segno visibile e
allusione metaforica di una rigenerazione spirituale. Per queste sue fina-
lit, l'alchimia non pu essere considerata una chimica primitiva, o pre-
scientifica, quanto piuttosto una mistica, un sapere sovrarazionale, una 
ascesi con forti significati psicodinamici e introspettivi. Tanto  vero 
che, come ha messo bene in luce il filosofo Gaston Bachelard, mentre lo 
scacco pratico all'interno di una ricerca scientifica implica tutt'al pi 
un giudizio sulle capacit sperimentali del ricercatore, o pu rivelarsi 
addirittura come una inedita opportunit che a questo si offre per rettifi-
care la propria pratica o le proprie aspettative teoriche (pu essere 
cio foriero di novit inedite nel contesto della scoperta); nel caso del-
l'alchimista lo scacco sperimentale era segno di, e rimandava a, uno scac-
co morale, che metteva in discussione non la capacit ma la purezza morale 
del ricercatore.
 impossibile fare una descrizione, seppure abbreviata, dell'universo teo-
rico all'interno del quale si muoveva l'alchimia. Qui far un esempio che 
mi consente di giustificare l'affermazione precedente, secondo la quale  
possibile una distinzione fra l'uso alchemico, che abbiamo appena visto, 
delle concezioni della natura e della materia correnti nel tardo Medioevo 
e nel Rinascimento, e quello che era presente soprattutto nei trattati di 
alcuni medici e chimici o di alcuni artigiani superiori pi colti. E parti-
r proprio dal problema centrale della trasmutazione dei metalli, dimo-
strando che tale problema poteva essere affrontato in due modi distinti: 
allegorico (alchemico) e pratico o scientifico (chimico).
Il dogma fondamentale sul quale inizialmente si basavano le concezioni che
ritenevano possibile la trasmutazione dei metalli e la loro trasformazio-
ne nei metalli perfetti, argento e oro, era l'idea della perfettibilit 
della materia e della sua tendenza alla stabilizzazione. I diversi metalli 
avevano la stessa origine: o erano prodotti dalla mistione degli stessi 
principi eterogenei, o derivavano da una materia prima omogenea. I metalli,
infatti, erano considerati composti e non corpi semplici e come tali chi-
micamente distinti e irriducibili (saranno ritenuti semplici e indecomponi-
bili solo alla fine del Settecento con le ricerche di Lavoisier).
In quanto composti o prodotti della evoluzione finalistica di una materia 
prima, i metalli si trovavano a diversi stadi del processo naturale di 
perfezionamento, che terminava appunto con la produzione dell'oro. 
La formazione e lo sviluppo naturale dei minerali e dei metalli nelle vi-
scere della terra erano considerati analoghi a quelli dello sviluppo degli 
organismi viventi: cos come il feto conteneva in s le potenzialit del-
l'uomo adulto, il cui raggiungimento costituiva il suo fine intrinseco, 
allo stesso modo era possibile naturalmente il passaggio graduale dai me-
talli imperfetti all'oro, che rappresentava la forma finale alla quale es-
si tendevano. Le differenti propriet possedute dai metalli rappresentava-
no stati accidentali di imperfezione che potevano essere loro tolti
artificialmente per condurli, cos, allo stadio finale di perfezione, cio
all'oro.
Questa, ad esempio, era la convinzione del metallurgista Vannoccio Birin-
guccio, per il quale l'oro era: un metallo prodotto di una amicabile e per-
fettissima mistione di sostanze elementali, con equal quantit e qualit, 
l'una e l'altra apportionate e sottilissimamente purifiate, grazie al calo-
re esistente nelle viscere della Terra (Pirothecnia, 1540). Lo iatrochi-
mico J. Duchesne, a sua volta, affermava che: bisogna necessariamente ri-
conoscere che l'intenzione della natura, nel produrre i metalli, non  di 
fare il piombo, il rame, lo stagno, nemmeno l'argento, sebbene questo me-
tallo si trovi nel primo grado di perfezione, ma l'oro (Oeuvres, 1624).
E un altro artigiano metallurgista, Alvaro Alonso Barba, aggiungeva che: 
le propriet differenti che si vedono nei metalli non provano niente; 
questi sono accidenti che accompagnano lo stato della loro imperfezione, 
e che la si pu togliere loro (Mtallurgie, 1648).
Agli inizi del 18esimo secolo, in un contesto ormai decisamente chimico, 
Wilhelm Homberg sosteneva che i metalli erano formati dai principi del 
mercurio e dello zolfo, o materia della luce. Il processo di metallizza-
zione avveniva attraverso una lenta e differenziata penetrazione della 
materia della luce nel mercurio, fino alla formazione dell'argento e poi 
dell'oro, attraverso successivi e continui gradi di perfezione. Infatti, 
secondo Homberg, per il raggiungimento della perfezione dell'argento, la 
materia della luce deve impiegare molto meno tempo che per la perfezione 
dell'oro; e che per la stessa ragione ogni oro potrebbe essere ben stato 
dell'argento prima di aver raggiunto la sua propria perfezione, cos come, 
di conseguenza, ogni argento pu diventare oro, una volta che si trovi in 
una situazione tale che la materia della luce possa continuarvi la sua a-
zione (Essais de chimie, 1709).
All'interno delle teorie chimiche della materia di tipo elementare, prima 
che ai metalli venisse riconosciuto lo status di sostanza semplice, non 
potevano esistere obiezioni teoriche di principio all'idea che, una volta 
ricavati analiticamente i principi semplici componenti di queste sostanze, 
non fosse possibile combinarli in maniera adeguata per formare l'oro, cos 
come si pensava avvenisse in natura. Tanto  vero che, ancora nel 1766, 
un chimico importante come Pierre Joseph Macquer, critico dell'alchimia 
da lui considerata una follia dello spirito, ritenenendo i metalli compo-
sti di una terra, o principio terroso, e di flogisto, scriveva a proposito 
della formazione artificiale dei metalli e della loro trasmutazione, che: 
se ogni sostanza metallica possiede una sua propria terra essenzialmente 
differente da quella di tutte le altre, di conseguenza, a causa di queste 
differenze delle loro terre i metalli differiscono tra di loro; siccome 
noi non possiamo cambiare le propriet essenziali di alcuna sostanza sem-
plice,  chiaro che in questi casi la trasmutazione dei metalli sarebbe 
impossibile. Ma se la terra e gli altri principi dei metalli sono essen-
zialmente gli stessi, che essi sono solamente combinati in maniera diffe-
rente, e pi o meno strettamente uniti, e che questa  la sola causa del-
le differenze specifiche dei metalli; allora non vedo alcuna impossibilit 
nella loro trasmutazione (Dictionnaire de chymie, 1766).
E siccome per Macquer in realt esisteva un solo e unico principio terroso, 
e un unico e sempre identico flogisto, la trasmutazione era dunque per lui
teoricamente possibile. Anche se la ribadita e continua impossibilit pra-
tica faceva s che tale impresa era ritenuta (provvisoriamente) al di so-
pra delle possibilit dell'artificio sperimentale realizzato in laboratorio.
Ma i chimici erediteranno dagli alchimisti un elemento della concezione 
delle possibilit della loro arte piena di implicazioni notevoli. L'ambi-
zione dell'alchimista, in effetti, era quella di realizzare artificialmente, 
in tempi brevi, la purificazione dei metalli dagli accidenti che li rende-
vano imperfetti; per via naturale il compimento di questa stessa purifica-
zione richiedeva tempi lunghissimi.
Per realizzare tale processo, chiamato dagli alchimisti Grande Opera o 
Magistero o Grande Magistero, secondo loro era necessario preparare una 
sostanza detta pietra filosofale, o semplicemente pietra o elisir o tintura, 
che, essendo dotata di gradi di perfezione di gran lunga maggiori di quel-
li dell'oro, era in grado di trasmettere questa sovrabbondanza ai metalli 
diversamente imperfetti e condurli, mediante una proiezione della pietra 
sui metalli vili, al loro stadio finale.
Abbiamo gi visto che il contesto metafisico dell'alchimia era altro. Altre
erano le vere finalit della Grande Opera. La chimica nascer rifiutando le
false analogie, l'idea di influenze reciproche fra cause lontane o prime, a
favore delle cause seconde o prossime. E molti dei primi critici dell'al-
chimia metteranno anche in discussione appunto il suo lato faustiano, di 
violenza artificiale della natura, che diventer invece, ma in un altro 
contesto, che definirei sperimentale di tipo baconiano, un elemento non 
secondario della concezione chimica della acquisizione della conoscenza 
della natura: cio la possibilit di riprodurre in tempi brevi, in labora-
torio, sostanze e processi con lo stesso statuto ontologico di quelli 
naturali.
Tuttavia bisogna aggiungere che lo stesso concetto di trasmutazione subir 
un progressivo slittamento di significato dalle filosofie della natura
rinascimentali, dalle quali si  venuta progressivamente enucleando e
distinguendo la chimica scientifica, alle posizioni di Macquer.
Agli inizi si riteneva che la trasmutazione, cos come ogni pratica arti-
ficiale realizzata sui corpi naturali, avesse solo il compito di portare 
a compimento il decorso inevitabile della natura o di liberare questa da-
gli impedimenti che la costringevano a realizzare le proprie opere con fa-
tica, in maniera casuale e in tempi molto lunghi. Oppure che essa dovesse 
realizzare un cambiamento di forma della materia, al quale corrispondeva 
sia un cambiamento delle qualit sensibili del corpo trasmutato, che uno 
pi sostanziale, essenziale. Nella seconda met del Settecento, invece, 
la trasmutazione era il risultato di una logica combinatoria, grazie alla 
quale per formare i metalli perfetti oro e argento si trattava di unire 
artificialmente in maniera adeguata i principi costituenti di tutti i me-
talli, ricavati analiticamente, allo stesso modo in cui la natura era
in grado di fare secondo le proprie e specifiche modalit.
In conclusione, per comprendere bene i rapporti fra chimica e alchimia, 
necessario accennare anche al fatto che, a partire dalla seconda met del
Cinquecento, soprattutto grazie alle concezioni del medico-chimico 
Paracelso, col termine alchimia si cominci ad indicare ogni trasformazio-
ne artificiale delle sostanze. Cio si inizi a distinguere fra un'alchi-
mia esoterica, legata alle finalit gnostiche e metafisiche di cui abbiamo 
parlato prima, e una alchimia essoterica, pi legata alle manipolazioni 
artigianali dei corpi naturali. Un esempio di questo slittamento di signi-
ficato lo troviamo in Biringuccio. Intransigente critico dell'alchimia: 
sophistica, violenta e non naturale, Biringuccio dichiarava che esisteva 
un secondo tipo di alchimia che partoriva: ogni giorno nuovi e bellissimi 
effetti, oltre all'esser molto utile all'uso e commodit humana, como sono 
le estrattioni di sostanze medicinali, e delli colori, e delli odori, 
d'infinite compositioni di cose. Questo secondo tipo di alchimia sar, 
in effetti, uno dei principali presupposti della moderna chimica sperimen-
tale.
Ma i rapporti fra artificio e natura evolveranno in maniera significativa
durante i due secoli (17esimo e 18esimo) che hanno visto nascere la chimi-
ca moderna.
Questa, infatti, agli inizi verr considerata una semplice arte di divisio-
ne dei corpi naturali, una sorta di speciale anatomia dei corpi naturali. 
In questo contesto essa era subordinata alla natura, ne era cio una imita-
zione, poich si limitava a rivelare ci che gi la natura conteneva o che
essa stessa era in grado di mostrare per altre vie. Per il paracelsiano 
Jean Beguin, per esempio, siccome la stessa natura era in grado di compor-
re e scomporre i corpi, erano nate parecchie arti che procedevano allo 
stesso modo. Fra queste andava annoverata la chimica, poich essa risolveva
il proprio oggetto: aprendolo per vedere l'interno e il fondo della sua 
natura (Tyrocinium chymicum, 1610).
La chimica, dunque, aveva lo scopo di aiutare la natura a rivelare i suoi
segreti. Era un'ancella della natura, e solo sottomettendovisi poteva 
svolgere l'utile funzione di esibirne o rivelarne le propriet, o virt, 
interne.
Per Nicolas Le Fevre l'autentica chimica filosofica, o scientifica, era 
quella che aveva come fine la contemplazione del mondo. Solo attraverso la
contemplazione, infatti, poteva essere raggiunta una conoscenza teorica di
questo stesso mondo. La chimica scientifica, quindi, era la scienza degli
oggetti che non era in potere dell'uomo trasformare. Tuttavia esisteva 
un'altra chimica, la iatrochimica, o chimica medica, che pur avendo per 
scopo principale l'operazione, era ritenuta possibile solo grazie alla 
conoscenza contemplativa acquisita per mezzo della chimica filosofica. 
In questo caso la teoria e la pratica in qualche modo collaboravano, ma 
in maniera separata e rigidamente gerarchizzata. In molti casi, queste 
concezioni convivevano con l'idea che l'operazione artificiale potesse 
produrre conoscenza vera. Per Cristophle Glaser, ad esempio, la chimica 
era in grado di aprire ai fisici la porta dei segreti naturali (Trait de
la chimie, 1663), poich poteva ridurre tutte le cose ai loro principi e 
fornire loro nuove forme. Facendo ci essa imitava ancora la natura, ma 
solo l'artificio era in grado di portare alla luce le sostanze dotate di 
virt e propriet utili per l'uomo. Sempre su questa linea, Nicolas Lemery 
scriveva sul suo Cours de chymie (1675) che era impossibile ragionare "en 
bon physicien" senza conoscere la maniera attraverso la quale la natura 
realizzava le sue operazioni. Questa maniera veniva ben spiegata dalla
chimica che era in grado, tramite le pratiche di laboratorio, di rivelare
addirittura l'ordine che Dio ha osservato nella creazione dell'Universo.
La chimica, cio, consentiva di elaborare una vera e propria filosofia 
generale della natura.
Due rappresentanti di questo particolare modo di intendere la chimica 
filosofica furono Johann Joachim Becher e Johann Baptista van Helmont.
Becher, seguendo una sua interpretazione del libro biblico della Genesi,
sosteneva che la natura era identificabile col movimento, il quale aveva lo 
scopo di conservare tutte le cose cos come Dio le aveva create e prodotte
(Physica subterranea, 1669). Dio, quindi, era l'ente primo e increato, 
causa e principio primo del movimento, cio della natura considerata in 
uno stato di continua ed eterna vicissitudine di tipo ciclico. Questo 
chimico, seguendo ancora il racconto mosaico, sosteneva che Dio aveva 
creato ex nihilo solo il cielo e la terra. 
Il primo era il principio universale ed iperfisico del mondo, il luogo
delle cose naturali, che possedeva le propriet opposte della raritas e 
della densitas, cio le cause seconde del movimento e anelli di una catena 
ermafrodita che connetteva le cose supernaturali a quelle naturali. 
Da questo principio dipendevano la generazione e la crescita di tutti i 
corpi. La terra era il secondo principio della creazione e rappresentava 
invece il principio fisico del mondo. Esso si presentava sempre in tre di-
stinte specificazioni. Sin dall'origine dei tempi, infatti, questo principio 
si era suddiviso in tre enti particolari: terra, acqua e aria.
Questa seconda terra si distingueva a sua volta in terra vitrescibile, 
terra infiammabile e terra mercuriale. A partire da tutti questi elementi, 
fisici e immateriali, nella successione del tempo si erano prodotti un 
numero infinito di corpi di diversa complessit, attraverso una serie inin-
terrotta di combinazioni.
Ma questi stessi corpi si decomponevano anche ininterrottamente, e in questo
perenne succedersi di composizioni e decomposizioni la natura rimaneva
ciclicamente identica a se stessa. L'Universo, cio, seguiva gli stessi 
ritmi perenni della successione di nascite e morti, di generazioni e cor-
ruzioni, dei viventi.
Anche van Helmont si richiamer alla Genesi nella spiegazione della strut-
tura e dei processi della natura, e ci nel quadro di un violento attacco 
alla filosofia di Aristotele e Galeno (van Helmont come Becher e come la 
maggior parte dei chimici citati era un medico). La sua interpretazione 
del testo biblico lo portava a considerare solo l'acqua il principio mate-
riale dei corpi.
Dalla trasformazione di questa per mezzo di fermenti, o semi, venivano pro-
dotte tutte le sostanze naturali. I fermenti erano principi spirituali, 
formali, in grado di caratterizzare in maniera singolare tutti gli oggetti 
sensibili e creati dalla onnipotenza divina. Essi passavano da una sostanza 
all'altra causando tutte le reazioni tipiche dei fenomeni chimici, e si 
manifestavano sensibilmente sotto forma di luce (Ortus medicinae, 1648). 
Oltre all'acqua esisteva un altro elemento primordiale, l'aria, che, sebbe-
ne riempisse tutto lo spazio, per non partecipava alle reazioni chimiche 
in quanto non partecipava alla composizione dei misti. L'aria era solo un 
mezzo attraverso il quale si muovevano i differenti corpi materiali e in 
cui si diffondevano alcune sostanze volatili alle quali van Helmont attri-
buir il nome di gas. Per quanto riguardava il fuoco, poich non se ne fa-
ceva menzione nella narrazione biblica della creazione, non doveva essere 
compreso nel numero degli elementi. Il fuoco era una creatura neutra che 
non era n sostanza n accidente, ma uno strumento dato da Dio agli uomini 
perch se ne servissero per i loro usi e comodit. Il fuoco, in effetti, 
era lo strumento principale delle operazioni chimiche, tanto  vero
che i chimici verranno definiti per molto tempo filosofi del fuoco.
L'ambizione della chimica di offrire tramite le sue teorie una rappresenta-
zione globale dell'intera natura, continuer ad esistere per molti secoli, 
fino ai nostri giorni. Ci che cambier, per, sar l'immagine e lo statuto 
teorico di questa scienza. Gi nel 18esimo secolo, infatti, il rapporto 
fra arte e natura, e quello fra conoscenza teorica e pratica, evolver 
sempre pi verso il suo significato moderno, sperimentale e sistematico. 
Ma proprio in rapporto alla natura, il Settecento apporter una notevole 
innovazione, densa di sviluppi e di significati per la vita sociale del-
l'uomo. La chimica, cio, comincer a essere definita anche una scienza 
che era in grado di produrre artificialmente fenomeni, processi e sostanze 
che in natura non esistevano. Gi un seguace di Becher, lo iatrochimico 
tedesco Georg Ernst Stahl, scriveva nel 1732 che la chimica era un'arte di 
straordinaria importanza poich era capace di produrre effetti nei corpi...
che non si verificano spontaneamente, perch il chimico pu imitare tutti 
gli effetti prodotti dalla natura e trovarne di nuovi (Fundamenta chymiae 
dogmatico-rationalis et experimentalis).
Nel 1749 il francese Pierre Joseph Macquer aggiungeva che lo scopo princi-
pale del chimico era quello di separare le diverse sostanze che entrano 
nella composizione di un corpo, esaminare ciascheduna in particolare, 
riconoscerne le propriet e le analogie, decomporre nuovamente, se possibi-
le, le sostanze gi separate, paragonarle e combinarle con altre sostanze, 
riunirle e coagularle di nuovo insieme facendone rivivere il primo misto 
con tutte le sue propriet, ovvero per miscele in diversi modi combinate, 
creare nuovi composti dei quali la natura non ci abbia giammai prestati 
modelli (Elments de chymie thorique).
Questa possibilit era dovuta ai progressi della sperimentazione e al ri-
lievo che in essa aveva assunto la sintesi. Infatti, finch la pratica 
chimica rimaneva confinata nell'ambito dell'anatomia,  evidente che essa 
poteva avere solo lo scopo di aiutare la natura a rivelare le propriet 
celate nei corpi; esibire sostanze pi semplici e omogenee a partire da 
corpi composti ed eterogenei; cio, in sostanza, attuare la pratica para-
celsiana della separazione del puro dall'impuro.
Nel momento in cui la sperimentazione e le finalit della chimica diverran-
no pi complesse; nel momento in cui essa raggiunger un pi definito sta-
tuto di scienza, la composizione, cio la formazione di corpi naturali o 
completamente artificiali, assumer un significato completamente nuovo: 
da aggregazione di parti omogenee progressivamente distinte dall'insieme 
di un corpo eterogeneo, a quello di costruzione, o ricostruzione, delle 
stesse sostanze analizzate. In questo secondo caso il potere dello spe-
rimentatore veniva decisamente amplificato, cosicch, gi alla fine del 
Settecento, la chimica verr definita da Antoine Francois Fourcroy la 
scienza della sintesi (Lecons lmentaires d'histoire naturelle et de 
chimie, 1782).
Questa ultima operazione, infatti, non solo era importante di per s, ma 
era presente in maniera costitutiva in ogni procedimento chimico, anche di 
tipo analitico, in quanto ogni separazione presupponeva una messa in con-
tatto perlomeno di tre sostanze; essa presupponeva cio un simultaneo pro-
cesso sintetico. La sintesi, inoltre, assumer anche un valore epistemolo-
gico crescente, in quanto attraverso la riproduzione artificiale del corpo 
decomposto per via analitica, era possibile verificare il carattere di ve-
rit della stessa analisi. Come scriveva Gabriel Francois Venel nel 1753 
nell'articolo Chymie dell'Encyclopdie, "se il chimico riesce a riunire 
ordinatamente tutti i principi che ha ordinatamente separati, e a ricompor-
re i corpi che aveva analizzato, egli giunge al completamento della dimo-
strazione chimica: ora l'arte ha raggiunto questo grado di perfezione 
riguardo a numerosi oggetti essenziali".
Ma nel Settecento l'artificio chimico risulter a tal punto valorizzato da
diventare finalmente, in maniera essenziale, un elemento interno e inelimi-
nabile del processo della conoscenza. Macquer affermava che la teoria era 
come l'organo della vista del ricercatore, mentre l'esperienza ne era il 
tatto, che doveva continuamente rettificare ci che la prima stabiliva,
ma non astrattamente, mediante l'immaginazione, ma a partire da un insieme 
dato di fatti sperimentalmente accertati. La teoria nasceva da fatti gene-
rali in grado di spiegare fatti particolari, oppure per essere compresa, 
spiegata o smentita da fatti ancora pi generali. Infatti costituivano 
proprio quelle cause seconde immanenti ai fenomeni chimici naturali o 
artificiali che, come abbiamo visto, venivano invocate in contrasto con le 
ipotesi di filosofia naturale che postulavano l'esistenza di cause prime, 
analogie, azioni a distanza, inverificabili praticamente.
Per Antoine Laurent Lavoisier, nel nuovo clima sistematico istaurato dalla
filosofia di John Locke ed Etienne Bonnot de Condillac, i sistemi utili 
allo sviluppo della scienza dovevano essere considerati raccolte ordinate 
e regolari di fatti di esperienza, cio metodi di approssimazione che met-
tevano sulla via della soluzione dei problemi, ovvero ipotesi che succes-
sivamente modificate, corrette e cambiate via via che sono smentite dal-
l'esperienza, un giorno dovranno immancabilmente condurci, a forza di 
esclusioni ed eliminazioni, alla conoscenza delle vere leggi della natura 
(Mmoire sur la combustion en gnral, 1777).
Lo scopo finale della ricerca chimica, quindi, era quello di cogliere gli
autentici comportamenti della natura; cio, in primo luogo, leggi piuttosto 
che sostanze, o, meglio, queste ultime emergevano come un risultato di 
comportamenti costanti della natura, piuttosto che come dati semplicemente 
depositati nei corpi composti ed estraibili a piacere, sebbene mediante 
tecniche particolari.
La vera chimica filosofica era in effetti quella che applicava questo metodo
sistematico alla propria ricerca coniugando in modo nuovo e pi elaborato 
teoria ed esperienza, cos come in maniera molto chiara scriver Fourcroy 
nel 1795:
"La divisione... in chimica teorica e chimica pratica, che  stata ammessa 
da diversi autori,  falsa e dannosa. Non vi  autentica chimica senza la 
riunione delle due.  impossibile trovare una teoria chimica senza fare 
delle esperienze, cos come  impossibile fare della pratica chimica senza 
trarne dei risultati, l'insieme dei quali costituisce autenticamente la 
teoria. Voler separare e isolare queste due branche vorrebbe dire far ri-
corso alla immaginazione ed alla invenzione nella creazione della dottrina, 
e, di conseguenza, introdurre nella scienza i romanzi e le finzioni; ci 
vorrebbe dire ridurre coloro che si occupano di esperienze alle condizioni 
di manovali, mentre essi sono i veri sostegni, i veri creatori della 
chimica, la quale senza i loro lavori non pu n sussistere n perfezionar-
si" (Chimie, 1795).
All'epoca di Fourcroy, quindi, la chimica scientifica era diventata un 
sapere definitivamente consolidato. Essa aveva preso avvio come arte sus-
sidiaria della medicina o come arte di trasformazione degli oggetti mate-
riali e, contemporaneamente, come filosofia integrale della natura, ma di 
tipo contemplativo. Infine diventer un sapere sistematico e operativo. 
 a questo punto che la chimica filosofica si trasformer in filosofia 
chimica: nel 1792 lo stesso Fourcroy scriveva un trattato dal titolo: 
Philosophie chimique, nel quale esponeva in maniera assiomatica tutte le 
principali teorie della chimica. In questo trattato col termine filosofia 
chimica si intendeva pi limitatamente la chimica teorica, o generale, at-
traverso la quale era possibile spiegare tutti i fenomeni pi particolari. 
In questo modo, ormai questa disciplina entrava a far parte a pieno dirit-
to,  in maniera autonoma e distinta, dell'universo dei moderni saperi 
scientifici.

2) La chimica come istituzione e professione.
L'emergenza della chimica come sapere di tipo nuovo pu essere registrata
dall'interesse, anche istituzionale, che il suo insegnamento e la sua dif-
fusione ebbero all'interno degli ambienti culturali dei secoli 17esimo e 
18esimo che pi si fecero promotori del modo moderno di intendere e defini-
re la scienza.
Nel 1604 il medico Jean Beguin, assistente sanitario del re Luigi 13esimo 
di Francia, apr a Parigi una scuola di farmacia e di chimica e nel 1610 
pubblic un libro in latino dal titolo: Tyrocinium chymicum e naturae 
fonte et manuali depromptum, che, tradotto in francese col titolo: 
Les lmens de chymie, divenne a tal punto popolare da avere fino al 1690 
ben cinquanta edizioni e traduzioni nelle maggiori lingue europee. 
Nella considerazione del pubblico colto esso fu soppiantato solo dal suc-
cessivo Cours de chimie di Nicolas Lemery, pubblicato, sempre a Parigi, 
nel 1675. Lemery era uno dei maggiori chimici di orientamento
meccanicistico a cavallo dei secoli 17esimo e 18esimo, nel cui laboratorio 
di Parigi si riunivano periodicamente i migliori scienziati e filosofi 
del suo tempo. Anche il suo Cours ebbe numerose edizioni in molte lingue, 
compreso l'italiano, e tenne campo fino alla prima met del Settecento, 
grazie anche alla chiarezza concettuale, linguistica e allo stile espositi-
vo effettivamente cartesiani.
Nel 1641 il tedesco Werner Rolfink, laureatosi in medicina a Padova nel 
1625, fu successivamente nominato direttore delle esercitazioni di chimica
della Universit di Jena dove nel 1661 compose un trattato assai diffuso 
dal titolo Chimia in artis formam redacta.
Sempre in area tedesca Jacob Barner, anche lui laureato a Padova, scrisse 
nel 1689 un manuale dal titolo Chymia philosophica, che divenne tanto po-
polare da risultare concorrente del Cours di Lemery, poich si rifaceva 
ad una tradizione di ricerca molto diversa da quella del chimico francese 
cio quella di derivazione paracelsiana. Nel 1669 era stata gi pubblicata 
la Physica subterranea di Becher. L'edizione del 1703 di questa opera, 
curata dal suo allievo Georg Ernst Stahl, e alla quale quest'ultimo aveva 
aggiunto uno Specimen Beccherianum, ebbe un notevole successo conquistan-
do molti chimici alle teorie ivi sostenute, in particolare a quella che va 
sotto il nome di teoria del flogisto. Questa teoria ha dominato, seppure 
in maniera molto differenziata, la scena scientifica europea fino alla 
rivoluzione di Lavoisier. La teoria del flogisto ha rappresentato una sor-
ta di paradigma all'interno del quale si  inizialmente sviluppato l'impor-
tante capitolo settecentesco della chimica dei gas.
Nel 1647 l'inglese William Davidson divenne il primo professore dell'appena
costituito corso di chimica al Jardin du roi di Parigi; mentre nel 1660 il
medico francese Nicolas Le Fevre, dopo aver lavorato venti anni al Jardin
parigino come dimostratore di chimica, si trasfer a Londra, dove venne 
nominato professore reale di questa stessa disciplina da Carlo secondo 
Stuart. Dal 1648 al 1660 ad Oxford e al Gresham College di Londra si ri-
univano i membri di una associazione informale di studiosi, interessati a 
discutere e a insegnare le scienze moderne, e dalla quale prese origine 
la Royal Society di Londra, costituita e approvata da Carlo secondo Stuart 
nel 1662.
In queste riunioni, e nelle discussioni che vi si svolgevano, un posto di
rilievo lo ebbe la chimica, anche se n ad Oxford, n al Gresham College, 
fu mai istituito un insegnamento di questa scienza, ritenuta ancora troppo 
legata alle arti pratiche, alle attivit dei ceti sociali inferiori e 
quindi non degna di assurgere ai livelli accademici pi formali ed elevati. 
Bisogna dire, tuttavia, che l'attenzione alle teorie e alle pratiche spe-
rimentali della chimica fu molto forte nell'ambiente culturale inglese, 
basti pensare all'interesse critico che per essa ebbe uno scienziato e fi-
losofo del livello di Robert Boyle, che dedic molte sue opere a confutare 
i fondamenti delle teorie chimiche correnti soprattutto nel suo Skeptical 
chymist del 1661.
Boyle, infatti, si proponeva di ricondurre le spiegazioni dei fenomeni chi-
mici alla filosofia corpuscolare e meccanica da lui sostenuta, poich vede-
va nella filosofia chimica della natura dell'epoca una pericolosa alterna-
tiva all'idea che ogni fenomeno naturale fosse spiegabile per mezzo della 
interazione cinematica di corpuscoli o atomi diversamente figurati e dota-
ti di movimento.
Nel Seicento, infatti, come vedremo, le teorie di tipo fisico e quelle 
chimiche avranno molti punti di convergenza, ma la tensione fra i due punti
di vista rimarr sostanzialmente irrisolta. Comunque, in un modo o nell'al-
tro, tutta la cultura filosofica e scientifica pi avanzata del grande se-
colo fu costretta a fare i conti con le teorie dei chimici o a prenderle 
comunque in seria considerazione. Basti pensare all'interesse per la filo-
sofia chimica, e perfino per quella alchemica, dimostrato da Isaac Newton, 
autore tra l'altro di un trattato sulla natura degli acidi (De natura 
acidorum) e delle Queries finali della sua Opticks (edizione del 1718), 
nelle quali, specialmente nella Query 31, si cercava di dare una spiegazio-
ne dei fenomeni chimici in termini di forze attrattive e repulsive.
Infine, quando nel 1666 fu fondata a Parigi la Acadmie Royale des Sciences, 
con l'approvazione di Luigi 14esimo e del suo celebre ministro delle finan-
ze Jean Baptiste Colbert, in qualit di primo segretario fu eletto Jean 
Baptiste Duhamel, teologo, fisico e apprezzato chimico. A far parte del 
nucleo iniziale, fondatore, furono chiamati, fra gli altri, oltre i fisici 
Edme Mariotte, Christian Huygens e Robert Roberval, anche due chimici: 
Claude Bourdelin e Samuel Duclos. Nel 1699 vi fu una riforma dell'Accademia, 
nella quale veniva stabilita una rigorosa gerarchia fra i suoi membri che 
venivano distinti in onorari (dieci), pensionari (venti) e allievi (venti). 
Fra i membri pensionari, che costituivano il nucleo veramente attivo del-
l'Accademia, vi erano anche tre chimici. Altre accademie delle scienze, 
quella prussiana (1700), quella svedese (1711), quella russa (1724), infine 
quella americana (1780), diventarono il luogo principale della pubblicizza-
zione e del dibattito sulle principali teorie e programmi di ricerca della 
nuova scienza chimica.
La traduzione in pi lingue (volgari) dei trattati e la loro conseguente
diffusione in tutta l'Europa colta e attiva, il fatto che la chimica era
diventata una componente non secondaria delle attivit delle nascenti
istituzioni scientifiche dell'era moderna, soprattutto nei paesi dove pi 
forte era il movimento scientifico, l'Inghilterra, la Germania, la Svezia 
e, soprattutto, la Francia, trasformarono lentamente la forma stessa del 
sapere chimico: sempre meno iniziatico, sempre pi pubblico e, in linea di 
principio,, accessibile a tutti, verificabile e depositato in autonomi 
scritti a stampa o nelle raccolte delle memorie delle accademie (le Philo-
sophical Transactions inglesi; i Mmoires de l'Acadmie royale des sciences 
francesi; gli Acta eruditorum dell'Accademia reale prussiana delle scienze 
di Berlino, e cos via).
Infine la conoscenza della chimica fu sempre pi considerata utile e
fondamentale sia per lo sviluppo delle arti e delle manifatture che per 
quello di altre scienze, come la farmacia e la medicina.
Il processo di diffusione e di accrescimento della considerazione sociale 
della chimica continu infatti anche nel Settecento. Voci generali e parti-
colari di questa scienza apparvero nella inglese Cyclopaedia (1728) di 
Efraim Chambers; nella pi celebre Encyclopdie, edita a partire dal 1751 
da Denis Diderot e Jean Le Rond d'Alembert; poi nella successiva 
Encyclopdie mthodique, pubblicata in 166 volumi dal 1782 al 1832, e nel-
la quale  contenuta la prima grande storia moderna della chimica (Chimie, 
tomo terzo, 1795), opera di Antoine Francois Fourcroy, collaboratore di 
Lavoisier e uno dei pi importanti chimici francesi a cavallo dei secoli 
18esimo e 19esimo.
Nel 1766 la chimica ebbe una propria e autonoma enciclopedia: infatti 
Pierre Joseph Macquer diede alle stampe a Parigi un Dictionnaire de chymie 
in due tomi, per complessive 1304 pagine. Esso conteneva la teoria e la 
pratica di questa scienza, la sua applicazione alla fisica, alla storia 
naturale, alla medicina, alla economia animale, con la spiegazione det-
tagliata della virt e della maniera di agire dei medicamenti chimici e i 
principi fondamentali delle arti, delle manifatture e dei mestieri dipen-
denti dalla chimica.
Un vero monumento della chimica precedente alla grande trasformazione che 
era alle porte, poich inizier nel 1772 dalle prime ricerche sui gas e 
sulla combustione di Lavoisier. Dizionario ragionato e razionale, cio 
sistematico, il primo nella storia di questa disciplina, esso ebbe nel 
1778 una seconda edizione in quattro tomi, anche questa tradotta in altre 
lingue, compreso l'italiano (alla edizione italiana collabor per alcuni 
articoli aggiuntivi anche Alessandro Volta). Sar proprio questo dizionario 
a mettere l'enfasi sul carattere di modernit del sapere chimico, la sua 
partecipazione al movimento di rinnovamento delle scienze, il suo ancorag-
gio alle forme istituzionali pi avanzate dell'epoca, al modo tutto nuovo 
di comunicare e trasmettere la  conoscenza e di articolare teoria ed espe-
rienza.
Fortemente presente nelle riviste scientifiche del 18esimo secolo, Journal 
des savants, Observations sur la physique poi Journal de physique, poi 
ancora Journal de physique, de chimie et d'histoire naturelle, eccetera 
nel 1789, lo stesso anno dell'inizio della Rivoluzione francese, Lavoisier 
e i suoi collaboratori pubblicarono una rivista specialistica interamente 
dedicata alla chimica, anche questa una delle prime del suo genere: 
le Annales de chimie o raccolta di memorie concernenti la chimica e le 
arti da essa dipendenti. Questa rivista, in realt, oltre a favorire gene-
ricamente la comunicazione fra chimici, era anche uno degli strumenti pi 
efficaci escogitato dalla scuola lavoisieriana per diffondere e stabiliz-
zare la nuova chimica che proprio nel fatidico 1789 aveva visto la pub-
blicazione del suo manifesto teorico e programmatico: il Trait
lmentaire de chimie dello stesso Lavoisier. Nel 1816, edita dal chimico 
Joseph Louis Gay-Lussac, la rivista assumer il nome di Annales de chimie 
et de physique, e, soprattutto nel secolo scorso, diventer una delle pi 
importanti riviste scientifiche europee.
Ma ancor prima della rivista di Lavoisier, il chimico tedesco Lorenz 
Florenz Friedrich von Crell, allievo dell'inglese Joseph Black e profes-
sore di chimica a Brunswick, Helmstadt e Gottingen, aveva dato vita ad una 
serie importante di periodici di argomento chimico in lingua tedesca: 
il Chemisches Journal (1778); il Chemische Annalen (1784); il Chemisches
Archiv (1784) ed altri, nei quali erano contenute comunicazioni originali, 
riassunti di articoli di altri periodici scientifici, recensioni di libri, 
eccetera. Ancora in Germania, ad Halle, Alexander Nicolaus von Scherer, 
sostenitore delle teorie di Lavoisier, dette vita nel 1798
all'Allgemeines Journal der Chemie. Infine, ai primi dell'Ottocento, ad 
Halle e Monaco, Adolph Ferdinand Gehelen fond il Journal fur die Chemie 
und Physik (1806) e, successivamente, a Norimberga, J.S.C. Schweigger 
fond il Journal fur Chemie und Physik (1811).
Anche l'Italia parteciper al generale progresso degli studi chimici che 
si ebbe in Europa, soprattutto nel Settecento. Certo la chimica italiana 
non ebbe la risonanza ed il ruolo di quella inglese francese, tedesca e 
svedese. Tuttavia, a partire dalla seconda met del Settecento cominciaro-
no ad essere costituiti i primi insegnamenti di questa scienza a Bologna, 
Padova, Pisa, Pavia, Roma, Napoli Torino, Milano. Nel 1781 i chimici ebbe-
ro un ruolo determinante nella nascita della Societ Italiana delle Scienze, 
poi detta dei 50.
Esperto di chimica era il suo fondatore Anton-Mario Lorgna, che, a partire
dall'anno successivo, inizi la raccolta di Memorie di matematica e fisica 
della Societ italiana, che fu uno dei luoghi di raccolta e diffusione dei 
risultati della ricerca chimica del nostro paese. Nel 1775 Felice Fontana 
fond a Firenze il Museo di fisica e di storia naturale. Fontana fu uno 
dei pi importanti scienziati italiani del Settecento. Fisiologo di fama, 
insieme a Marsilio Landriani  stato uno dei maggiori protagonisti europei 
del dibattito sulla chimica dei gas e sui fenomeni chimici associati alla 
combustione, alla respirazione e alla calcinazione. Si deve poi al chimico 
Luigi Valentino Brugnatelli la pubblicazione di alcuni periodici scientifi-
ci allo scopo di impedire l'emarginazione e il misconoscimento della ricerca 
che si svolgeva in Italia: la Biblioteca fisica d'Europa (1788); gli 
Annali di chimica (1790); il Giornale di fisica, chimica e storia naturale 
(1792). In tutte queste riviste - come testimoniano i loro stessi nomi, 
la chimica rappresentava o l'oggetto specifico di cui trattavano o una 
parte decisiva del materiale oggetto di pubblicazione.
Gran parte dei chimici finora citati erano medici, salvo Lavoisier che aveva
fatto studi ufficiali di diritto (ma anche, informali, di fisica botanica 
e chimica). La chimica, infatti, non aveva ancora uno status disciplinare
accademico autonomo ma faceva parte del curriculum formativo delle facolt 
di medicina. Le universit, del resto, erano suddivise tradizionalmente in 
tre sole facolt: medicina, diritto, teologia.
Il chimico professionista, o specialista, sar una figura sociale che 
comincer ad apparire, in maniera molto differenziata, nella seconda met 
dell'Ottocento.
Del resto tutte le attivit di ricerca, quasi fino a questa stessa epoca,
venivano svolte in maniera dilettantesca o comunque secondaria rispetto
all'attivit, principale con la quale il ricercatore o lo scienziato si
guadagnava da vivere. Agli inizi del Settecento era del tutto normale che 
chi si occupava di scienza svolgesse un tipo di lavoro completamente sepa-
rato dai suoi interessi scientifici. I membri delle varie accademie nazio-
nali (fatta parzialmente eccezione per l'Acadmie francese) erano spesso 
dei soci volontari, degli entusiasti della scienza, piuttosto che dei 
professionisti. Solo a partire dalla fine del Settecento, soprattutto in 
Francia dove si ebbe una riforma radicale delle istituzioni culturali na-
zionali con la formazione delle grandi Ecoles professionali, dell'Institut, 
del Museum d'histoire naturelle, del Conservatoire des arts et des mtiers, 
la ricerca inizi a configurarsi come un vero e proprio mestiere retribuito, 
da svolgere a tempo pieno, al quale si poteva accedere solo dopo un periodo 
di formazione.
Nei primi decenni dell'Ottocento i centri di eccellenza della ricerca 
francese in campo chimico sono stati i laboratori di Jean Baptiste Dumas 
(all'Ecole de mdecine); di Joseph Louis Gay-Lussac; e, successivamente, 
di Charles Gerhardt, di Henri Sainte Claire Deville, di Eugne Chevreul 
(al Museum d'histoire naturelle) e di Marcelin Berthelot. Tutti questi 
chimici erano fortemente impegnati soprattutto nello sviluppo della 
chimica organica.
In Gran Bretagna, a Londra, nel 1799 fu istituita la Royal Institution, 
uno dei luoghi decisivi per lo sviluppo della ricerca scientifica inglese, 
dove lavor il chimico Humphry Davy, uno dei fondatori della elettrochimica. 
Nel 1845, sempre a Londra, fu fondato il Royal College of Chemistry, diret-
to dal tedesco August von Hoffmann, ma che declin rapidamente dopo il 
1865, cio dopo la partenza di Hoffmann.
Un notevole salto di qualit nella professionalizzazione del mestiere e 
della formazione del chimico si ebbe in Germania, nel laboratorio organiz-
zato da Justus von Liebig a Giessen dove nel 1824 era diventato titolare 
di una cattedra di chimica. Ben presto questo laboratorio divenne un model-
lo non solo per la organizzazione della ricerca e dell'insegnamento della 
chimica, ma di tutta la scienza in generale. Il sistema Giessen, che rid-
ceva al minimo la didattica, coinvolgendo direttamente gli studenti nelle 
attivit di laboratorio, consent di portare il lavoro di molti ricercato-
ri ad un livello assai elevato per gli standard dell'epoca. In questo si-
stema si era sviluppato, in maniera inedita, un nuovo tipo di produttivit 
scientifica legata pi che alle capacit o alla genialit dei singoli ri-
cercatori, a quelle complessive di un intero collettivo di ricerca, molto 
compatto e fortemente gerarchizzato. Questo modello, innanzitutto nel cam-
po della chimica, ebbe in Germania una notevole diffusione:
Friedrich Woelher, chimico organico celebre per la sua sintesi dell'urea, 
lo trapiant a Gottinga nel 1836; Robert Bunsen, uno dei fondatori della
spettroscopia chimica, nel 1838 a Marburg e nel 1852 ad Heidelberg; il 
chimico organico August Kekul, che scopr la struttura esagonale del 
benzene, a Bonn, ed infine August von Hoffmann nel 1865 a Berlino. 
Questi laboratori divennero centri di attrazione per tutti i chimici 
europei e fecero della Germania della seconda met del secolo scorso, il 
paese pi importante per la formazione della nuova figura del ricercatore 
chimico di professione.
In Italia, nei primi anni dell'Ottocento, cio nel periodo della Restaura-
zione, si ebbe un relativo declino della ricerca chimica e, se si eccettua 
l'opera del piemontese Amedeo Avogadro sulla combinazione chimica dei gas, 
si deve attendere l'opera del calabrese Raffaele Piria, insegnante a Pisa, 
per il primo avvio di una ripresa della chimica italiana. Nel 1841 Piria 
fond insieme al naturalista Arcangelo Scacchi una Antologia di scienze 
naturali, che per ebbe vita breve.
Successivamente, insieme al fisico Carlo Matteucci, diede vita al Nuovo 
Cimento, che ben presto divenne l'organo pi importante della scienza ita-
liana dell'epoca, insieme agli Annali di fisica, chimica e matematiche 
editi a Milano dal 1841 dal fisico Gianalessandro Majocchi. Piria raccolse 
a Pisa, nel suo laboratorio, chimici di grande valore, Stanislao Cannizzaro, 
Cesare Bertagnini, Salvatore De Luca, che costituirono il primo nucleo per 
l'avvio di  un programma nazionale di organizzazione della ricerca chimica 
nel nostro  paese. Questo programma si realizz solo dopo la conquista di 
Roma, grazie soprattutto all'opera instancabile di Cannizzaro, chimico 
organico e teorico di grande valore, che a partire dal 1872, organizz un 
laboratorio nell'orto del vecchio convento romano di S. Lorenzo in Pani-
sperna, dove prese vita una scuola di chimica di grande prestigio e di 
livello internazionale. Da questa scuola uscirono ricercatori che hanno 
segnato la storia della chimica del nostro paese:
Emanuele Patern, Raffaello Nasini, Giacomo Ciamician, Gerolamo Vittorio
Villavecchia, Arturo Miolati, Amerigo Andreocci, Guido Bargellini.
Questa professionalizzazione sempre pi accentuata fu sostenuta e promossa
dalla costituzione di associazioni di chimici con fini prevalentemente 
culturali o dalla presenza di sezioni riguardanti specificamente la chimica 
nelle sedute di associazioni di promozione della scienza in generale come 
le societ di avanzamento delle scienze. Fra queste vanno segnalate la 
Gesellschaft Deutscher Naturforscher und Aertze, promossa nel 1822 in Ger-
mania da Lorenz Oken, alla quale seguiranno nel 1831 la British Association 
for the Advancement of Science, nel 1833 la Association francaise pour 
l'avancement des sciences, dal 1839 al 1847, le Riunioni degli scienziati 
italiani dalle quali prese vita la Societ italiana per il progresso delle 
scienze. Ma il fenomeno pi interessante e determinante per la professio-
nalizzazione della chimica  stata la nascita di associazioni particolari 
esclusivamente composte da chimici. In Gran Bretagna, gi alla fine del 
Settecento, si erano andate costituendo associazioni locali di chimici nel-
le principali universit del paese: a Londra nel 1782; a Edimburgo
nel 1785; a Glasgow nel 1786; a Manchester nel 1787; a Filadelfia nel 1792;
ancora a Glasgow nel 1798 e ancora a Edimburgo nel 1800. Infine nel 1841 
sorse a Londra la Chemical Society, la prima associazione nazionale di 
questa categoria di ricercatori, presieduta da Thomas Graham, studioso 
rinomato della struttura degli acidi e dei colloidi, e che nel 1848 ottenne 
la patente reale. Nel 1857 fu fondata la Socit chimique de Paris, che 
nel 1858 si trasform in Socit chimique de France e fu presieduta da 
Jean Baptiste Dumas, Louis Pasteur e A. Cahours.
Nel 1867 a Berlino nacque la Deutsche Chemische Gesellschaft, presieduta da
Adolf Baeyer e poi da August Hoffmann. Nel 1868 si costitu la Societ 
chimica russa. Nel 1869, a Vienna, la Chemisch-physikalische Gesellschaft. 
Nel 1811, negli Stati Uniti d'America, si costitu la Columbian Society of 
Philadelphia, che nel 1876 dette vita alla American Chemical Society; nel 
1901 nacque la Societ svizzera di chimica; nel 1922 la Societ chimica 
giapponese; nel 1924 la Societ chimica dell'India e nel 1931 la Societ
chimica cinese. Il processo di mondializzazione della chimica era dunque 
praticamente realizzato.
Ogni societ aveva un suo organo ufficiale, dove oltre alle notizie delle
attivit sociali veniva curata la pubblicazione della letteratura chimica
corrente: nel 1848 usc a Londra il Journal of Chemical Society e il 
British Abstracts che, insieme alle Chemical News edite da William Crookes 
(1859), diventeranno le pi importanti riviste specialistiche di lingua 
inglese; nel 1858 a Parigi vide la luce il Bullettin de la Socit Chimique 
de France; mentre la societ tedesca pubblicava oltre ai suoi rendiconti 
ufficiali (Berichte del Deutschen chemischen Gesellschaft, 1868) anche il 
Chemisches Zentralblatt, il Beilstein Handbuch der organischen Chemie e 
il Gmelins Handbuch der anorganischen Chemie. Nel 1876 la societ america-
na pubblic il Journal of American Chemical Society, poi i Chemical 
Abstracts (1907), le Chemical and Engineering News (1923), infine l'Anali-
tical Chemistry (1929) e altre riviste di chimica industriale ed applicata. 
La societ svizzera pubblic gli Helvetica Chimica Acta (1918).
Nel frattempo in Germania e in Austria si formarono anche due associazioni 
di chimici che pi che fini culturali, come le societ, si proponevano di
promuovere gli interessi professionali dei suoi membri: la Verein Deutscher
Chemiker (Unione dei chimici tedeschi) nel 1886 e la Verein Oesterreichi-
scher Chemiker (Unione dei chimici austriaci) nel 1897. Entrambe pubblica-
vano periodici di carattere tecnico: la Zeitschrift fur angewandte Chemie 
(1888) e la Die Chemische Technik l'Unione tedesca, e la Oesterreichischer 
Chemiker Zeitung (1887) quella austriaca. In Germania, inoltre, venivano 
pubblicate nella seconda met dell'Ottocento le due pi importanti riviste 
internazionali, specialistiche, di chimica: nel 1832, da parte di Justus 
von Liebig e Friedrich Woelher, gli Annalen der Chemie und Pharmacie (poi, 
nel 1874, Annalen der Chemie); e successivamente, da parte di Wilhelm 
Ostwald, la Zeitschrift fur physicalische Chemie.
Ci conferma il carattere dominante della chimica teorica e pratica tedesca 
a cavallo dei secoli 19esimo e 20esimo. Ancora Liebig, Woelher e Johann 
Poggendorff diedero vita nel 1837 all'importante Handwoerterbuch der 
reinen und angewandten Chemie e dal 1848, insieme a H.F.M. Kopp, allo 
Jahresberichte, una rassegna annuale dei maggiori progressi delle ricerche 
chimiche e fisiche.
Quest'ultima aveva iniziato le sue pubblicazioni nel 1821 su sollecitazione
della Accademia svedese delle scienze, ed era stata diretta da Jons Jacob
Berzelius. Nel 1922 viene pubblicato il Japanese Journal of Chemistry; 
nel 1924, a Calcutta, il Quarterly Journal of Indian Chemical Society, 
poi (1928) Journal of Indian Chemical Society; infine nel 1933 il Journal 
of the Chinese Chemical Society.
Pi complessa sar la vicenda della Societ chimica italiana.
Molte associazioni professionali ottocentesche alle quali partecipavano i
chimici italiani, erano di orientamento prevalentemente farmaceutico. Esse 
erano sorte originariamente negli antichi Stati italiani, in maniera fram-
mentata, e tale caratteristica rimarr anche all'indomani della unificazione 
nazionale. Nel 1870 Luigi Gabba riun a Firenze i maggiori chimici italiani 
(S. Cannizzaro, E. Patern. F. Selmi, P. Tassinari, U. Schiff, D. Amato) 
per verificare se anche nel nostro paese fosse possibile la costituzione 
di una societ chimica sul modello di quelle straniere. Prevalse per una 
posizione scettica, e l'unico risultato della riunione fu la decisione di 
pubblicare una rivista specialistica, la Gazzetta chimica italiana, che 
effettivamente vide la luce l'anno successivo a Palermo, sotto la direzione 
di Cannizzaro, con Patern come redattore capo.
Ma l'esigenza di un collegamento formale fra chimici era molto sentita. 
Nel 1892, infatti, per iniziativa di un gruppo di chimici igienisti, si 
form una associazione professionale sul modello tedesco: la Societ dei 
chimici italiani.
Nel 1895 si costitu la Societ chimica di Milano, nei piani della quale si
metteva fortemente l'enfasi sulla necessit di una interazione sempre pi
massiccia e sistematica fra scienza e industria. Alla societ milanese 
aderirono infatti anche altri industriali. Nel 1896 essa diede inizio alla 
pubblicazione di un Annuario della Societ chimica di Milano, dove appari-
vano i resoconti delle attivit sociali, e i testi di conferenze e memorie 
di carattere scientifico. Nel 1899 venne fondata a Torino la Associazione 
chimica industriale, alla quale aderirono chimici e industriali, prevalen-
temente piemontesi. Anch'essa si dot di un organo ufficiale periodico: 
La chimica industriale, che successivamente si chiam L'industria chimica 
e L'industria chimica, mineraria e metallurgica. L'associazione torinese 
organizz nel 1902 il primo Congresso nazionale di chimica applicata, dove 
fu riproposta, invano, la necessit di una societ nazionale di chimica.
Nello stesso 1902, intanto, si era costituita a Roma la Societ chimica di 
Roma, sotto l'egida di Cannizzaro, con ambizioni egemoniche nei confronti 
dei chimici dell'Italia centrale e meridionale, che nel 1903 pubblic i 
Rendiconti della Societ chimica di Roma. Nel 1908, infine, la societ 
romana si costitu in Societ chimica italiana, alla quale si associ ben 
presto la societ milanese.
Entrambe divennero sezioni di una nuova Societ chimica italiana, che 
unific anche le pubblicazioni ufficiali delle due societ fondatrici nei 
Rendiconti della Societ chimica italiana. Ma i conflitti, le scissioni e 
ricomposizioni non cessarono, anzi furono una delle pi tipiche caratteri-
stiche dell'associazionismo chimico italiano, fino al secondo dopoguerra 
quando fu rifondata una Societ chimica italiana, che ancora esiste.
Dal 3 al 6 settembre del 1880, si tenne a Karlsruhe il primo incontro
internazionale di chimica al quale parteciparono circa 130 studiosi pro-
venienti da tutta l'Europa. Gli scopi del congresso erano:
1) la definizione esatta di importanti concetti chimici come quelli espressi
dalle parole atomo, molecola, equivalente, atomico, basico, eccetera;
2) esame della questione degli equivalenti e delle formule chimiche;
3) fissazione di una notazione e di una nomenclatura uniforme.
Come si vede si trattava di discutere e di chiarire alcune questioni
fondamentali che presupponevano anche una ristrutturazione linguistica e
simbolica della intera chimica di quel periodo, giunta ormai ad un preoc-
cupante stato di sparpagliamento teorico. Si rendeva infatti necessario 
procedere alla unificazione di teorie e linguaggi, senza la quale la comuni-
cazione fra chimici sarebbe stata sempre pi difficile, se non impossibile.
L'idea di congressi internazionali nei quali discutere al massimo e pi 
ampio livello le questioni scientifiche rilevanti e porre le basi per con-
tinui e successivi accordi, perlomeno a livello linguistico, matur ben 
presto e nel 1894 si tenne a Bruxelles il primo di una serie ininterrotta 
di Congressi internazionali di chimica pura ed applicata dalla quale prese 
vita nel 1919 una associazione internazionale permanente dei chimici di 
tutto il mondo: L'International Union of Pure and Applied Chemistry.
L'interesse per la chimica e lo sviluppo crescente di questa scienza nel 
secolo scorso  testimoniato dalla pubblicazione di numerose opere a carat-
tere enciclopedico, che tentavano di riassumere l'immensa mole di conoscenze 
che i diversi rami della chimica venivano via via producendo: il Diction-
naire de chimie di Charles A. Wurtz; l'Enciclopedia di chimica scientifica 
e industriale di Francesco Selmi; l'Encyclopdie chimique di Edmond Fremy 
e molte altre.
Articoli e voci riguardanti i chimici e la chimica ormai erano e sono 
presenti in moltissime opere scientifiche a carattere generale ed enciclo-
pedico come l'americano The Century Dictionary of Cyclopedia (1889), il 
Dictionnaire Larousse du 20eme sicle (1929), la Enciclopedia Italiana, 
la Encyclopaedia Britannica, e cos via.
Anche discipline collaterali riguardanti la chimica hanno avuto,
progressivamente, un notevole sviluppo. La storia innanzitutto. Sin dal 
18esimo secolo, infatti, sono apparse storie della chimica sotto forma di 
opere autonome o di introduzioni a trattati o di voci enciclopediche. 
Oggi ben due riviste specialistiche trattano specificamente della storia 
della chimica: Ambix e Chymia. La prima viene pubblicata dal 1937 come 
organo della Society for the Study of Alchemy and Early Chemistry. La 
storia della chimica, del resto,  presente ormai, diffusamente, sulle ri-
viste generali di storia e filosofia della scienza. Si deve inoltre a un 
infaticabile chimico italiano, Aldo Mieli, la pubblicazione in Italia del-
la prima rivista di storia della scienza, Archivio di storia della scienza 
(1919), poi Archeion e poi ancora Archives Internationales d'Histoire des 
Sciences, che ancora  in corso come organo della Acadmie Internationale 
d'Histoire des Sciences, fondata dallo stesso Mieli nel 1929.
Per quanto riguarda la didattica della chimica, in genere ogni societ 
nazionale ha istituito una sezione ad essa dedicata. Questo campo di ricer-
ca gode di una diffusione sempre maggiore anche grazie a periodici presti-
giosi come il Journal of Chemical Education, organo dal 1924 della Divison 
of Chemical Education della societ americana (in Italia, ad esempio, ab-
biamo una rivista dedicata a questo vero e proprio autonomo campo di studi,
La chimica nella scuola).

3) La chimica, il vivente e la nascita della chimica organica.
Fondandosi sulla tradizionale divisione dei corpi naturali in tre regni
distinti, minerale vegetale e animale, sin dal 17esimo secolo la chimica 
si era suddivisa in tre branche particolari a seconda del regno dal quale 
avevano origine le sostanze prese in esame.
Si aveva, cos, una chimica minerale, una chimica vegetale e una chimica
animale. Questa classificazione rimarr in vigore fino al 19esimo secolo, 
anche se con contenuti e significati diversi relativamente ai differenti 
gradi di sviluppo della disciplina. E ci anche quando gli studi di storia 
naturale prima, di biologia poi oltre a quelli della stessa chimica, met-
tevano in rilievo la tipicit del vivente nel suo complesso rispetto al 
mondo inerte dei minerali.
Tutti i corpi naturali, infatti, potevano essere raggruppati in due grandi
classi: una, comprendente i minerali, caratterizzati da un grado di
organizzazione scarso o nullo e composti di principi molteplici ma semplici;
l'altra, comprendente i vegetali e gli animali, cio oggetti dotati di una
organizzazione ben marcata, e di un gran numero di principi immediati com-
plessi che per, in ultima istanza, si riducevano solo a pochi principi 
elementari.
In realt fino alla seconda met del Settecento, si pensava che i principi 
nelle sostanze animali e vegetali fossero di pi rispetto a quelli presen-
ti nei minerali.
Solo grazie alle analisi elementari svolte da Lavoisier alla fine del
Settecento, si arriv alla conclusione opposta, cio che mentre le sostanze
vegetali contenevano ossigeno, idrogeno e carbonio e quelle animali ossi-
geno, idrogeno e carbonio e in pi azoto e fosforo, i minerali, al con-
trario, erano composti differenziatamente anche dagli altri corpi semplici 
(allora in numero di trentatr).
I vegetali e gli animali erano definiti genericamente organismi, dotati 
di parti strutturali fortemente correlate, dotate di tutte le funzioni ti-
piche della vita. Diverse forme di affinit, davano luogo a tutti i composti 
necessari alla vita dell'organismo. I minerali, quindi, non solo erano 
esclusivamente dei composti (anche se spesso dotati di strutture regolari 
o di precise simmetrie di tipo geometrico) ma la loro formazione e le loro 
metamorfosi erano dovute solamente alle forze dell'affinit chimica.
L'organismo, quindi, era un vero e proprio laboratorio chimico e gli organi
erano gli strumenti attraverso i quali venivano prodotte tutte le sostanze
ricavabili analiticamente dal vivente, perci definite organiche. Quelle del
mondo minerale, invece, venivano definite, per differenza, inorganiche.
 a questo punto che la chimica verr suddivisa formalmente in due settori
principali, che rimangono in vigore ancora oggi: cio la chimica organica 
e la chimica inorganica. Tra i primi ad utilizzare questa nuova classifica-
zione gi a partire dal 1807 fu il chimico svedese Jons Jacob Berzelius 
nel suo classico Larbok i Kemien (Trattato di chimica) che successivamente 
ebbe molte edizioni e traduzioni in diverse lingue europee. E fu proprio 
Berzelius a sostenere all'interno della chimica una decisa posizione di 
tipo vitalistico. La chimica organica, infatti, nasceva anche come una 
sorta di istituzionalizzazione di una seria difficolt nella quale si era 
venuta a trovare la chimica quando, alla fine del Settecento, aveva svilup-
pato a tal punto il metodo sintetico da farlo diventare un fondamento del 
suo metodo di indagine, addirittura, come abbiamo visto, un criterio di 
verit dell'analisi.
Ma le sintesi organiche erano possibili, tutt'al pi, solo se le sostanze di
partenza erano anch'esse di natura organica: la sintesi artificiale delle
sostanze organiche a partire dai principi elementari inorganici si era ri-
velata fino ad allora impraticabile, e quindi era ritenuta impossibile. 
Tale impossibilit pratica, insieme all'altrettanto oggettiva difficolt
nello studio della struttura e della reattivit delle sostanze organiche, 
sar trasformata da Berzelius in un vero e proprio ostacolo ontologico. 
Egli, infatti, sosteneva che l'essenza del corpo vivente non era fondata 
sui suoi elementi inorganici, ma su qualche altro principio che disponeva 
questi elementi a cooperare alla produzione di un particolare risultato 
determinato e differente per ogni specie.
Questo principio definito forza vitale o forza assimilatrice, che compren-
deva e generalizzava quelle forze che prima erano state definite di vegeta-
zione e di animalizzazione, non era quindi inerente agli elementi inorga-
nici, e non costituiva una delle loro propriet originarie, come il peso, 
l'impenetrabilit, la polarit elettrica, e cos via, anche se non era 
ancora possibile concepire in che cosa consistesse, come si originasse, 
come portasse a compimento la sua opera.
La concezione vitalistica di Berzelius era fortemente legata all'idea che i
fenomeni della fisiologia del vivente possedessero un proprio finalismo, che
per non era intrinseco alla materia, o al solo vivente, ma era dovuto a una
intelligenza superiore, trascendente, cio a Dio. Di qui la conclusione 
generale sulla sintesi chimica, alla quale abbiamo fatto gi cenno: all'arte 
non era concesso di combinare gli elementi inorganici nella stessa maniera 
in cui li combinava la natura vivente. Talvolta era possibile produrre con 
materie inorganiche un piccolo numero di sostanze nelle quali gli elementi 
erano combinati nello stesso modo della natura organica, ma queste sostanze 
erano poste esattamente al limite fra la composizione organica e l'inorga-
nica, come era il caso della celebre sintesi dell'urea realizzata da 
Friedrich Woelher nel 1828 a partire dal cloruro di ammonio e dal cianato 
di argento, per dare cianato d'ammonio e da questo, mediante il calore, 
l'urea. Infatti, secondo Berzelius, quand'anche si fosse pervenuti progres-
sivamente a produrre con corpi inorganici varie sostanze di una composizi-
one analoga a quella dei prodotti organici, queste composizioni dovevano 
essere considerate semplici imitazioni di quelle naturali. Per Berzelius, 
dunque, essendo la forza vitale qualcosa di eterogeneo rispetto alle altre 
propriet della materia comune, essa era assolutamente al di fuori di ogni 
possibile utilizzazione da parte dello sperimentatore. Di conseguenza ogni 
sintesi chimica di tipo organico a partire dagli elementi inorganici, 
quand'anche fosse riuscita, poteva produrre solo sostanze che nella loro 
essenza erano molto diverse da quelle prodotte negli organi del vivente.
Tuttavia, secondo il chimico svedese esisteva, soprattutto negli animali
superiori, una sorta di centro interno che dirigeva gli eventi pi pro-
priamente chimici e fisici dei processi fisiologici. Esso era il sistema 
nervoso (o il cervello), nel quale si trovava nascosto il segreto della 
vita. Ma, contro ogni possibile interpretazione materialista del funziona-
mento del vivente, Berzelius teneva a ribadire che il cervello era la pi 
sublime delle opere del creatore dell'Universo.
L'idea che potesse esistere una qualche forza che distinguesse, anche dal
punto di vista della fenomenologia chimica, il vivente dall'inerte era
largamente condivisa dai chimici della prima met del 19esimo secolo. Per 
Charles Gerhardt il chimico faceva tutto l'opposto della natura vivente: 
egli bruciava, distruggeva, operava per mezzo dell'analisi; mentre solo la 
forza vitale operava per via sintetica; essa infatti ricostruiva l'edifi-
cio abbattuto dalle forze chimiche (1844). Joseph Louis Gay-Lussac aveva 
gi sostenuto che gli elementi ultimi delle sostanze vegetali e animali, 
oltre a essere sottoposti alle leggi della chimica minerale, lo erano 
anche ad una forza di cui si vedono, per cos dire, solo gli effetti e di 
cui si avverte l'importanza, cio la potenza dell'organizzazione (Cours 
de chimie, 1825).
I concetti di forza vitale e di organizzazione non sono equivalenti. La 
prima implica qualcosa di pi della idea che la organizzazione sistematica 
degli organismi viventi fosse in grado di provocare in essi tutta una serie 
tipica di fenomeni (e di produrre dei composti chimici particolari) che li 
differenziavano dagli oggetti del mondo inorganico col quale, tuttavia, 
intrattenevano dei rapporti non occasionali di scambio. La stessa organiz-
zazione poteva essere considerata sia un irriducibile elemento di discon-
tinuit rispetto al non vivente, sia, al contrario, una propriet emergen-
te dal mondo inorganico, mediante l'azione delle sole forze naturali cono-
sciute. Cos come, del resto, non tutti i sostenitori della esistenza di 
una forza vitale ritenevano, come Berzelius, che essa fosse esterna alla 
materia ordinaria e completamente eterogenea rispetto alle altre forze 
presenti in natura.
Secondo Jean Baptiste Dumas, ad esempio, gli esseri organizzati potevano 
essere considerati dal punto di vista chimico o come apparati di combustione 
(gli animali) che liberavano continuamente carbonio, idrogeno e azoto 
sotto forma di anidride carbonica, acqua e ossido d'azoto; oppure come ap-
parati di riduzione (le piante) in grado di decomporre le sostanze libera-
te dagli animali nei loro principi costituenti elementari, che erano anche 
i costituenti principali dell'atmosfera terrestre. A partire da queste 
posizioni, riprese da Lavoisier, Dumas faceva l'ipotesi che gli animali e 
le piante derivassero originariamente dall'aria, che fossero cio dell'aria 
condensata (Essai de statique chimique des etres organiss, 1844).
Erano le piante, in realt, a creare tutti i composti organici, mentre gli
animali li assimilavano e poi selettivamente li distruggevano. Cio era nel
regno vegetale che risiedeva quello che Dumas definiva il gran laboratorio 
della vita organica, dove venivano elaborate tutte le sostanze che servivano 
a conservare il vivente nel suo stato. Il processo di organizzazione del
vivente andava dunque dalla atmosfera alle piante, agli animali erbivori e 
da questi agli animali carnivori. Gi in vita gli animali distruggevano 
le sostanze organiche organizzabili assimilate, restituendole cos all'at-
mosfera dalla quale provenivano, e questo processo trovava il suo compimento 
finale nella loro morte, dopo la quale, per putrefazione, essi si riducevano 
completamente e spontaneamente nei loro costituenti, composti o elementari, 
che venivano restituiti all'atmosfera.
L'organizzazione del vivente, dunque, possedeva il suo primo gradino nelle
piante pi semplici. Queste, a loro volta, erano state prodotte mediante la
luce, che, ancora seguendo Lavoisier, Dumas considerava un potente reagente
chimico. Essa agiva dopo una fase iniziale nella quale le eruzioni vulcani-
che e i temporali, nel corso del tempo, avevano realizzato le prime sintesi 
necessarie allo sviluppo della organizzazione del vivente, a partire dai 
componenti elementari dell'atmosfera. A cominciare dalle piante, il ciclo
della trasmissione delle sostanze nel vivente procedeva in maniera inces-
sante e continua, immutata nell'immensit dei secoli.
Per Dumas, dunque, l'origine della vita, cio degli esseri organizzati, era
spiegabile mediante la formazione o l'esistenza di determinate e particolari
condizioni sperimentali ambientali, nelle quali agivano forze e processi
naturali noti: dunque non era necessario far ricorso ad un qualche principio
particolare per spiegare il funzionamento chimico del vivente. In linea 
teorica, quindi, le sostanze organiche potevano essere prodotte attraverso 
le normali procedure della sintesi chimica.
Di diverso avviso, invece, sar il chimico tedesco Justus von Liebig. Egli
partiva dalla constatazione di fatto della originalit della fenomenologia 
del vivente, della sua irriducibilit a quella del mondo minerale ed alle 
leggi di quest'ultimo. Postulare l'esistenza di una forza vitale era per 
Liebig una posizione provvisoria, da adottare in mancanza di maggiori indizi 
sul funzionamento del vivente; indizi che sarebbero dovuti venire dagli 
studi e dalle ricerche di fisiologia. Il compito dello scienziato, dunque, 
non era tanto quello di provare il perch dell'esistenza di tale forza, 
quanto di descrivere le sue relazioni distintive nel complesso della fi-
siologia chimica e in rapporto agli effetti concorrenti delle altre forze
della natura.
Liebig, contrariamente a Berzelius considerava la forza vitale dotata dello
stesso statuto di scientificit delle altre forze naturali: la forza
gravitazionale, la forza elettrica, la forza chimica, la forza magnetica, 
la forza termica, e cos via. E cos come si attribuivano comunemente i 
fenomeni gravitazionali a una forza gravitazionale, analogamente quelli 
della vitalit potevano essere attribuiti ad una forza vitale.
Il significato da attribuire a questa forza era dunque ben delimitato, ogni
estensione del suo valore esplicativo e l'uso che spesso se ne faceva, alla
maniera di un passe-partout della fisiologia e della medicina, doveva essere
considerato arbitrario. Liebig, infatti, assumer una posizione critica 
non solo nei confronti di coloro che volevano ridurre la spiegazione dei 
fenomeni vitali al solo concorso delle forze chimiche e fisiche gi note; 
ma anche dei vitalisti pi radicali che, a causa della loro ignoranza, 
pretendevano di spiegare i misteri della vita con l'aiuto di una o pi 
forze vitali.
Lo stesso concetto di forza aveva per Liebig un significato ben preciso: una
forza era responsabile o dei fenomeni del movimento o della resistenza al
movimento, ed era l'insieme di questi fenomeni opposti a determinare i
cambiamenti di forma e di struttura nei corpi naturali. Per esempio, le 
forze responsabili delle reazioni chimiche, sia inorganiche che organiche, 
erano di natura esclusivamente chimica, ed in esse valevano solo ed esclu-
sivamente i principi della chimica. Ma solo sotto la direzione della forza 
vitale era possibile la formazione delle sostanze organiche necessarie 
per il mantenimento e lo sviluppo degli organismi viventi. 
Cio la particolare disposizione che gli atomi e le molecole assumevano 
per formare i composti organici era dovuta al movimento o alla resistenza 
al movimento causati dalla forza vitale. Tutte le forze naturali, in diverso 
grado, avevano una qualche influenza sull'andamento delle reazioni chimiche, 
a seconda delle concrete circostanze sperimentali.
Anche la forza vitale, quindi, che per influiva solo nel determinare il 
numero e la disposizione degli atomi che partecipavano alla economia del 
vivente (Chimie organique, 1842). Ma anche per Liebig la produzione arti-
ficiale delle sostanze organiche a partire dai componenti elementari era 
interdetta: il chimico, ad esempio, era in grado di comporre un cristallo 
di allume a partire dai suoi elementi, ma gli era invece impossibile ri-
produrre allo stesso modo una molecola di zucchero, poich questa origina-
riamente si era formata negli organismi col concorso della forza vitale, 
e quindi solo mediante quest'ultima essa era sintetizzabile. Ma la forza 
vitale, contrariamente alle altre forze fisiche e chimiche, non era a 
disposizione dello sperimentatore.
L'impossibilit della sintesi diretta dei principi immediati ricavati dal
vivente (e la conseguente irriducibilit di principio della chimica organica 
a quella inorganica) ha rappresentato, dunque, l'aspetto specifico assunto
dal vitalismo all'interno della chimica. Tale impossibilit costituir 
quello che nella seconda met del secolo il chimico francese Marcelin 
Berthelot definir come il problema fondamentale della chimica organica.
Questo problema, del resto, non era facilmente risolubile se lo stesso 
processo analitico non si sviluppava maggiormente nella definizione esatta 
dei principi immediati ed intermedi delle sostanze ricavate dal vivente; 
nella loro classificazione; nella conoscenza esatta della loro composizione, 
della loro struttura e delle loro metamorfosi. Nel caso delle sostanze 
organiche, infatti, ci si trovava dinnanzi a problemi molto difficili da 
affrontare e apparentemente inestricabili. Questa situazione  ben descritta 
in una lettera del 1835 di Woelher a Berzelius:
La chimica organica  oggi tale da condurre un uomo fuori di senno. Essa 
produce in me l'impressione di una foresta tropicale primitiva, riempita 
di cose interessanti, e di una mostruosa e illimitata vegetazione dalla 
quale  impossibile districarsi e in cui  pauroso entrare.
In effetti, della sterminata variet delle sostanze organiche isolate
analiticamente o realizzate sinteticamente (ma a partire da altre sostanze
organiche pi semplici) poco si conosceva, se non il fatto che esse erano
composte solo di alcuni corpi semplici, in diversi rapporti ponderali fra 
di essi. Ma la uniformit qualitativa elementare nei componenti contrastava 
con la grande differenza di propriet chimiche e fisiche dei composti. 
Qual era, dunque, la vera natura delle sostanze organiche? Da che cosa 
dipendeva la variet delle loro propriet?
Fondamentalmente furono tre le teorie elaborate nel 19esimo secolo per 
rispondere a questi interrogativi: la teoria dei radicali, la teoria dei 
tipi e la teoria della struttura.
Gi Lavoisier aveva sostenuto che le sostanze organiche erano composti
ossigenati di radicali complessi. Ai primi dell'Ottocento Berzelius accet-
tava questa ipotesi alla quale estese la teoria atomica elaborata da John 
Dalton nel 1803-1808, a sua volta ritradotta secondo la teoria dualistica 
di tipo elettrochimico che lo stesso Berzelius aveva elaborato per le 
sostanze inorganiche. Secondo questa teoria ogni sostanza organica era 
composta da una parte elettronegativa, l'ossigeno, e da una parte elettro-
positiva, il radicale, cio un gruppo di atomi dotato di una individualit 
chimica e fisica ben definita e in grado di rimanere inalterata attraverso 
tutte le trasformazioni subite dalla sostanza stessa. Per Berzelius, quindi, 
i radicali si trovavano uniti a coppie cos come gli elementi o i gruppi 
di elementi dei sali minerali.
Una importante conferma di questa teoria venne dalle ricerche del 1832 di 
Liebig e Woelher sul radicale dell'acido benzoico, il benzoile, che rima-
neva invariato attraverso tutte le reazioni della benzaldeide con idrogeno, 
ossigeno, alogenuri, zolfo, ammoniaca e acido cianidrico. Dopo il benzoile 
furono trovati altri aggruppamenti relativamente stabili di atomi che  
svolgevano la stessa funzione degli atomi (o dei corpi semplici) nelle 
sostanze inorganiche:  il cianogeno, il gruppo ammidico, il formile, il 
cinnamile, il cacodile,  e cos di seguito. Queste ricerche, svolte nei
primi quarant'anni del secolo  scorso, suggellarono il successo della 
teoria dualistica del chimico svedese.
Ma alcune ricerche sui fenomeni di sostituzione fra idrogeno e alogeni o
ossigeno in alcune sostanze organiche, iniziate a partire degli anni Venti
dell'Ottocento, misero in crisi la teoria dualistica dei radicali. Michael
Faraday studiando l'azione del cloro sull'etilene (1821), Gay-Lussac quella 
sul cianogeno (1823), Liebig e Woelher sulla benzaldeide (1832) e, infine, 
Dumas sulla essenza di terebentina, sull'alcool e sull'acido acetico (1834), 
notarono che il cloro, che era considerato fortemente elettronegativo, po-
teva sostituire l'idrogeno, considerato fortemente elettropositivo, presente 
in quelle sostanze.
Queste sostituzioni avvenivano senza che le propriet chimiche e fisiche
delle sostanze sulle quali esse venivano operate subissero notevoli varia-
zioni. Dumas fu il primo a sistematizzare questi fenomeni, inspiegabili 
secondo la teoria dualistica di Berzelius, elaborando una teoria o legge 
della sostituzione chiamata anche col nome greco di metalepsi, che vuol 
dire appunto sostituzione, scambio. Questa teoria convinse molti chimici, 
soprattutto quando nel 1839 Dumas ottenne l'acido tricloroacetico per 
sostituzione di tre degli idrogeni dell'acido col cloro.
Dumas trov in Berzelius un accanito oppositore della sua teoria, peraltro
ancora molto empirica, e un altrettanto accanito sostenitore nel suo allievo
August Laurent. Questi, infatti, pubblic nel 1836 un articolo sulle Annales 
de chimie nel quale attaccava la teoria dualistica ed elettrochimica del pi
celebre (e potente) chimico svedese, sostenendo che i fenomeni della
sostituzione alogeno/idrogeno stavano a dimostrare che non era tanto lo 
stato elettrochimico degli atomi componenti le molecole delle sostanze 
organiche a determinare le propriet di queste, quanto la disposizione spa-
ziale mediante la quale gli atomi si raggruppavano nel formare le molecole.
Le propriet dei composti organici, quindi, non dipendevano solo dalla na-
tura dei componenti elementari, ma soprattutto dalla loro reciproca dispo-
sizione. Ogni composto era il risultato di sostituzioni successive a partire 
da una forma tipica primitiva, un nucleo invariante, che Dumas successiva-
mente defin tipo: era la nascita della teoria dei tipi. Questa supponeva 
che le sostanze organiche derivassero, appunto, da molecole di base che 
erano o dei corpi semplici come l'idrogeno, o composti come l'acqua, l'am-
moniaca, l'acido cloridrico. Era sufficiente sostituire uno o pi atomi di 
questi tipi con i differenti radicali per ottenere una serie di composti 
collegati al tipo fondamentale.
Ma i radicali della teoria dei tipi non avevano lo stesso statuto teorico di
quelli della... teoria dei radicali, poich nella prima essi erano piuttosto 
dei residui che si formavano in una molecola per eliminazione di un qualche 
suo elemento e che combinandosi col residuo di un'altra molecola davano 
origine a un nuovo composto.
Questa nuova concezione dei radicali all'interno della teoria dei tipi era
dovuta alla sistematizzazione che quest'ultima aveva ricevuto negli anni
1848-1850 dal chimico francese Charles Gerhardt che, gi nel 1839, aveva
formulato una teoria dei residui come risultato dello studio delle reazioni 
di condensazione. Queste reazioni erano caratterizzate dal fatto che atomi 
di idrogeno e di ossigeno si distaccavano dalle molecole organiche e reagi-
vano per formare sia l'acqua, sia residui, cio radicali non isolabili che 
si combinavano tra loro per dare composti organici stabili. La sistematiz-
zazione di Gerhardt prese il nome di sistema unitario, ed essa ebbe un no-
tevole successo fra i chimici della seconda met del secolo scorso. Nel 
1854, per analogia col tipo acqua, il chimico tedesco August Kekul intro-
dusse il tipo idrogeno solforato (H2S), per spiegare la composizione dei 
composti organici solforati e nel 1855 il tipo metano (CH4).
Lo stesso Kekul dimostr, nel 1858, che il carbonio era sempre tetravalente,
cio possedeva la capacit di saturarsi con quattro elementi monovalenti 
come l'idrogeno o come gli alogeni; queste valenze, per di pi, erano equi-
valenti. In questo modo si apriva la strada alla spiegazione del perch, 
nonostante la costanza della valenza del carbonio, si formassero composti 
organici di differente complessit. Ci dipendeva in gran parte dal fatto 
che gli atomi del carbonio erano in grado di legarsi anche fra loro formando 
delle catene. Tale idea fu sviluppata dall'inglese A.S. Couper nel 1858 
nel suo On a new chemical theory, dove dimostr che in effetti era possibile 
la formazione di catene del tipo, C-C-C. In questo modo era possibile 
spiegare anche il rilevante fenomeno della isomeria, cio l'esistenza di 
composti organici di eguale formula bruta ma dotati di propriet chimiche 
e fisiche differenti.
L'isomeria, infatti, era dovuta alla differente disposizione dei differenti
atomi nella molecola dei composti isomeri. L'isomeria era gi stata scoperta 
da Woelher nel 1824 a proposito del cianato e del fulminato di argento e 
poi da Liebig e Gay-Lussac nel 1825 e nel 1830. Ancora nel 1830 Berzelius, 
che coni il nuovo termine di isomeri per queste sostanze, avanz l'ipotesi 
che gli atomi degli isomeri erano legati fra loro in modo differente. In 
questo modo l'attenzione dei chimici si concentr sulla topologia delle 
molecole, cio sulla loro struttura. Un notevole passo avanti nella teoria
della struttura, fu compiuto grazie agli studi del chimico russo A. M. 
Butlerov il quale sostenne che le propriet delle singole molecole dei 
composti chimici, in particolare di quelli organici, potevano essere spie-
gate solo attraverso la definizione dei legami fra i singoli atomi compo-
nenti tali molecole: se le sostanze dotate di una identica composizione 
differivano per le loro propriet, questo fenomeno doveva essere spiegato 
da una differente struttura chimica.
Butlerov e P.C. Laar spiegarono anche, sempre mediante ipotesi strutturi-
stiche, il rilevante fenomeno della tautomeria, o della isomerizzazione 
reversibile, cio l'esistenza di composti le cui strutture in equilibrio 
tra loro differiscono nella disposizione degli atomi. Un esempio tipico di 
questa propriet delle reazioni organiche di dare contemporaneamente strut-
ture isomere in equilibrio fra loro  la cosiddetta tautomeria cheto-enolica, 
cio fra un alcool e un chetone (o una aldeide). Si deve ancora a Kekul 
la individuazione della particolare struttura ad anello dei composti 
aromatici (1865). Ma negli anni Quaranta dell'Ottocento venne alla luce 
un'altra propriet notevole dei composti organici: l'omologia. Cio l'esi-
stenza di serie di composti nelle quali ogni loro termine differiva da 
quello precedente o successivo per una quantit costante, e per alcune
propriet fisiche come, per esempio, il punto di ebollizione, il punto di 
fusione, la densit, e cos via.
Le serie omologhe erano fornite di una certa regolarit mediante la quale 
era possibile una classificazione naturale dei composti organici. Gli studi 
sulla omologia di J. Schiel (1842), Dumas (1843) e Gerhardt (1844-1845) 
condussero Kekul (1858) ad elaborare una legge matematica delle serie 
omologhe.
Contemporaneamente a questi progressi teorici si erano sviluppate anche
sofisticate tecniche di laboratorio. Si erano ottenuti artificialmente 
principi naturali relativamente semplici, per mezzo della decomposizione 
di principi pi complicati o per mezzo di metamorfosi di principi di analoga 
complicazione. Notevole sviluppo aveva avuto la sintesi organica a partire 
da sostanze semplici, ma ancora organiche, per formarne di pi complesse. 
Era possibile, infine, per via analitica, cio mediante decomposizioni 
successive, arrivare alla formazione di composti organici di complessit 
decrescente fino ai principi elementari. Per esempio, era possibile passare 
da un composto ternario come l'amido, allo zucchero e poi all'alcool 
(anch'essi ternari ma pi semplici); da questo all'etilene e poi all'aceti-
lene (entrambi binari ma pi semplici), infine al carbonio e all'idrogeno 
elementari.
A questo punto era sufficiente realizzare la sintesi dell'acetilene a 
partire dai suoi componenti, per poter poi risalire al contrario la scala 
delle decomposizioni, fino ai composti ternari pi complessi.
Nel 1863 Berthelot metteva a punto questa sintesi, mediante l'azione di un 
arco elettrico. In questo modo diventava finalmente possibile elaborare un 
sistema generale e completo della sintesi organica; e si rendeva possibile 
la sintesi generale e diretta di tutti i principi immediati e intermedi 
pi importanti della natura organica, che lo stesso Berthelot classificava 
in otto tipi fondamentali, disposti nell'ordine graduale col quale si rea-
lizzava metodicamente la loro sintesi. Queste otto classi di composti co-
stituivano per Berthelot i veri tipi dei composti organici, e fra questi, 
i primi due, gli idrocarburi e gli alcoli, avevano un rilievo particolare 
poich rappresentavano i gradini fondamentali per risalire la scala del-
l'intero processo sintetico.
Solo ora la chimica tutta intera poteva essere definita realmente come la
scienza dell'analisi e della sintesi. Tuttavia la portata del metodo sinte-
tico non era esattamente la stessa di quello analitico. Quest'ultimo, in-
fatti, comprendeva la separazione dei principi immediati che componevano 
gli organi dei viventi, e la decomposizione graduale di questi fino ai 
loro costituenti elementari; il metodo sintetico, invece, veniva applicato 
per rovesciare esclusivamente l'ultimo risultato e per risalire gradualmente la scala
ascendente per complessit dei composti organici. Esso, per, non si propo-
neva di riprodurre gli organi o i tessuti dai quali questi composti erano 
stati ricavati. La formazione e il funzionamento degli organi, il loro rap-
porto con l'intero organismo e con l'ambiente non appartenevano al dominio 
della chimica ma a quello della fisiologia. A questo livello di sviluppo, 
la chimica organica si distinguer anche, e sempre pi nettamente, dallo 
studio dei processi di tipo chimico che avvenivano negli organismi viventi 
e col quale era stata in parte confusa. Tali processi costituiranno l'og-
getto di un nuovo ramo della chimica: la chimica fisiologica, o chimica 
biologica, che grazie alle ricerche di chimica organica della seconda met 
del 19esimo secolo trover un fondamento autonomo rispetto alla stessa 
fisiologia o alla medicina. Su questo argomento Berthelot sar molto chiaro: 
per lui gli effetti chimici della vita erano dovuti al gioco esclusivo 
delle forze chimiche ordinarie (La synthse chimique, 1876).
Con le sintesi di Berthelot cadeva definitivamente ogni barriera fra la 
chimica organica e quella minerale, poich il punto di partenza della for-
mazione delle sostanze di entrambi questi rami della chimica era ormai lo 
stesso. Inoltre questi sviluppi della sintesi organica, rivelando in maniera 
decisiva la fondamentale omogeneit di forze, principi e leggi fra i due 
rami della chimica, facevano cadere anche le differenze di tipo ontologico 
che erano state stabilite fra i prodotti dell'arte e quelli della natura 
vivente. Ora non solo era possibile sintetizzare artificialmente tutte le 
sostanze prodotte dagli organismi, ma, con l'uso delle stesse forze, delle 
stesse leggi e degli stessi strumenti, era possibile produrre composti che 
o non erano stati ancora trovati in natura o non vi esistevano affatto. 
Cio era possibile creare oggetti materiali completamente artificiali.
Come scriveva Berthelot in maniera assai suggestiva: La chimica possiede 
questa facolt creatrice ad un grado ancora pi eminente delle altre 
scienze, poich essa penetra pi profondamente e giunge fino agli elementi 
naturali degli esseri. Non solamente essa crea dei fenomeni, ma ha la 
potenza di rifare ci che ha distrutto; essa ha anche la potenza di formare 
una moltitudine di esseri artificiali, simili agli esseri naturali, e par-
tecipanti di tutte le loro propriet. Questi esseri artificiali sono le 
immagini realizzate delle leggi astratte, delle quali persegue la conoscenza.
Lo sviluppo dei metodi sintetici, la possibilit di comporre delle sostanze
completamente artificiali, lo studio sempre pi approfondito della struttura 
e delle reazioni delle sostanze organiche allontanavano sempre pi la 
chimica organica dal suo originario contesto naturalistico, perlomeno in 
linea tendenziale.
Questo processo ebbe un suo compimento nel 1867, quando Kekul, prendendo 
atto del ruolo centrale del carbonio nella struttura delle sostanze orga-
niche, al quale abbiamo gi fatto riferimento, arriv a definire la chimica 
organica come la chimica dei composti del carbonio e quindi, come tale, un 
capitolo particolare della chimica pura: Noi definiamo dunque la chimica 
organica come la chimica dei composti del carbonio. Per questo non vediamo 
un'antitesi fra composti organici e inorganici. Quello che indichiamo con 
il nome tradizionale di chimica organica e quel che chiameremmo chimica 
finalizzata allo studio dei composti del carbonio,  piuttosto una parte 
speciale della chimica pura, di cui diamo una trattazione specifica, perch 
il gran numero e la particolare importanza dei composti del carbonio, fanno 
apparire necessario un loro studio speciale (Lehrbuch der organischen 
Chemie oder der Chemie der Kohlenstoffverbindungen, 1867).
L'aspetto specifico che il vitalismo aveva assunto nella chimica, verr 
dunque eliminato dall'orizzonte teorico e pratico di questa scienza. Esso 
si sposter ad altri livelli, ma in maniera assai impropria: cio nella 
continuamente ribadita impossibilit della sintesi dei tessuti, degli organi, 
eccetera, dei viventi. Tale spostamento derivava sia dalla definizione dei 
limiti del metodo sintetico dato da Berthelot, e condivisa da altri chimici; 
sia dalla stessa enfasi eccessiva messa sulla sintesi chimica; sia, infine, 
dalla necessit di distinguere la chimica organica dalle altre discipline 
che si occupavano del vivente, compresa la chimica fisiologica. Ma forse 
anche da un timore, retroattivo, sulle possibili conseguenze teoriche che 
questa prima negazione sperimentale del vitalismo poteva produrre sullo 
stesso modo di concepire il vivente.
Un notevole contributo allo studio della struttura e delle reazioni fra
sostanze organiche venne dalle ricerche sulla attivit ottica di alcune di 
esse, cio sulla loro capacit di ruotare il piano di una luce polarizzata, 
cio di una luce (supposta ondulatoria) le cui vibrazioni avvengono soltanto 
in uno dei possibili piani perpendicolari alla sua direzione di propagazione. 
Gi nel 1815 e nel 1817 Jean Baptiste Biot, studiando la deviazione della 
luce polarizzata da parte di alcuni composti organici, e notando che essa 
non dipendeva dal loro stato di aggregazione o di cristallizzazione, era
giunto alla conclusione che fosse dovuta a una qualche propriet strutturale 
delle loro molecole.
Nel 1848 Louis Pasteur not che il sale di sodio e di ammonio dell'acido
racemico (o acido tartarico), otticamente inattivo, poteva risolversi, dopo
cristallizzazione in soluzione acquosa, in una miscela di due differenti 
tipi di cristalli emiedrici, immagini speculari l'uno dell'altro. Con una 
pinzetta Pasteur separ i cristalli con una struttura destra da quelli con 
una struttura sinistra. Egli trov che mentre la miscela originale dei due 
cristalli era effettivamente otticamente inattiva, la soluzione di ciascuno 
dei due tipi di cristalli era invece in grado di ruotare il piano della 
luce polarizzata rispettivamente verso destra e verso sinistra.
Ciascun tipo di cristalli, cio, rivelava la sua attivit ottica con una
rotazione specifica uguale ma di segno opposto rispetto all'altro. I due 
tipi di cristalli erano dunque degli antipodi ottici. Tutte le altre pro-
priet chimiche e fisiche restavano invariate e identiche per entrambi gli 
antipodi ottici. Siccome questa attivit si manifestava anche in soluzione, 
Pasteur, come prima Biot, concluse che essa era una caratteristica propria 
delle molecole del tartrato. Cio che anche le molecole dovevano essere 
immagini speculari le une delle altre.
Nel 1869 J. Wislicenus, studiando l'attivit ottica dell'acido lattico, 
trov gli stessi fenomeni provocati dai sali dell'acido tartarico. Da ci 
egli concluse che anche in questo caso l'attivit ottica era dovuta alla 
diversa disposizione spaziale degli atomi che costituivano la struttura 
molecolare di quel composto. Cio si era in presenza di una particolare 
forma di isomeria di tipo spaziale: era la prima volta che la disposizione 
nello spazio degli atomi giocava un ruolo decisivo nella spiegazione della 
fenomenologia specifica dei composti chimici.
Si deve all'olandese Jacobus Henricus Vant'Hoff l'aver tratto da queste 
ricerche le conclusioni pi importanti per quanto riguarda la struttura 
dei composti organici, ovvero la enunciazione, a partire dal 1874, della 
ipotesi che la isomeria spaziale degli isomeri ottici era dovuta al fatto 
che le valenze dell'atomo di carbonio erano dirette verso i vertici di un 
tetraedro regolare il cui centro era rappresentato dallo stesso atomo di 
carbonio. In particolare, quando le quattro valenze del carbonio erano 
saturate da quattro gruppi differenti, il suo atomo doveva essere conside-
rato asimmetrico. Era questa condizione a determinare l'esistenza di due 
configurazioni spaziali della molecola del composto organico l'una immagine 
speculare dell'altra, quindi non sovrapponibili. Ed era la presenza di un 
atomo di carbonio asimmetrico a produrre la rotazione destra o sinistra 
del piano di polarizzazione della luce.
Una conseguenza di tale ipotesi era che i composti organici che contenevano
atomi di carbonio asimmetrici, ma erano otticamente inattivi, potevano 
essere risolti in composti otticamente attivi. Sempre nel 1874 il francese 
Joseph Achille Le Bel, riprendendo i lavori di Pasteur, giunse alla stessa 
conclusione di Vant'Hoff che intanto esponeva le sue teorie in un'opera 
rimasta celebre, La chimie dans l'espace (1875), aprendo cos, non senza 
contrasti e incomprensioni, un nuovo campo di ricerca, la stereochimica. 
Questa disciplina ha rappresentato, e rappresenta tuttora, uno dei pi alti 
contributi della chimica allo studio della struttura e delle propriet 
della materia, aprendo la strada non solo a sviluppi giganteschi nel campo 
della chimica organica, ma anche nella successiva chimica delle macromole-
cole naturali e sintetiche iniziata dal chimico tedesco
Hermann Staudinger nel 1920, e poi nella successiva biologia molecolare.
Tutte queste discipline sono debitrici dei risultati dei lavori pionieri-
stici dei chimici organici che abbiamo citato (compreso, fra gli altri, 
l'italiano Emanuele Patern, che per primo, nel 1869, aveva sostenuto che 
per spiegare la isomeria del dibromoetano bisognasse supporre la tetrae-
dricit spaziale dell'atomo del carbonio).
Tali risultati possono essere riassunti in otto punti: 1) l'atomo di 
carbonio nei composti organici  sempre tetravalente; 2) queste valenze 
sono equivalenti; 3) esse sono regolarmente distribuite nello spazio, 
secondo i vertici di un tetraedro regolare; 4) gli atomi o i gruppi di 
atomi legati per mezzo di queste quattro valenze non possono scambiarsi 
reciprocamente di posto; 5) gli atomi di carbonio possono unirsi tra di 
loro con uno, due o tre legami, dando luogo a famiglie di composti con 
differenti propriet chimiche (per esempio, alcani, alcheni, alchini); 
6) da queste differenti unioni possono aversi composti a catena aperta o 
chiusa ad anello (come il benzene); 7) le quattro valenze del carbonio 
formano tra loro angoli costanti di 109,28 gradi; 8) le molecole nelle 
quali gli atomi di carbonio sono uniti mediante un legame semplice possono 
ruotare liberamente intorno a tali legami dando vita a differenti isomerie 
geometriche e a configurazioni stabili determinate dai gruppi legati agli 
atomi di carbonio.

4) Gli elementi.
Abbiamo gi visto che la parte pratica, artificiale, della chimica ha 
assunto via via un ruolo sempre pi rilevante nella definizione dello 
statuto scientifico di questa disciplina. Questa valorizzazione dell'espe-
rienza ha avuto una ricaduta determinante nella definizione di quello che 
potremmo definire il concetto fondamentale della chimica scientifica, cio 
l'elemento. Il luogo teorico centrale del modo chimico di concepire la
natura  che ogni corpo materiale ed eterogeneo pu essere considerato 
composto di sostanze differenti pi semplici o principi, alcuni dei quali 
non ulteriormente scomponibili in quanto elementari. La teoria degli ele-
menti, quindi,  storicamente la teoria fondamentale della chimica, sin 
dalla sua costituzione in scienza.
Per Paracelso, ad esempio, i principi prossimi dei corpi erano il sale, lo 
zolfo e il mercurio: Tre cose costituiscono la sostanza, scriveva nell'Opus 
paramirum del 1531, e forniscono a una cosa specifica il suo corpo, cio 
ogni corpo particolare  in tre cose. I nomi di queste tre cose sono: 
Zolfo, Mercurio e Sale... cos quando hai in mano un corpo, hai tre sostanze 
invisibili sotto una forma.
Data la loro non immediata visibilit, era quindi necessario ricorrere
all'artificio per rendere sensibili questi tre principi, che altrimenti
sarebbero rimasti nascosti all'interno del corpo e quindi inutilizzabili 
per la produzione dei farmaci. L'operazione chimica, quindi, separando il 
puro dall'impuro, risolvendo il corpo composto nei suoi principi costi-
tuenti, rendendo visibile l'immediatamente invisibile, era in grado di 
costituire una seconda forma di conoscenza, non legata alla sensazione 
diretta, ma ad una sensazione di seconda istanza, risultato della pratica 
sperimentale esercitata sul corpo in esame. I principi elementari erano 
appunto gli oggetti di questa seconda forma di conoscenza. Ma questa idea, 
che successivamente risulter molto feconda per gli sviluppi della chimica, 
era in realt inserita dall'eccentrico iatrochimico tedesco in un contesto 
metafisico, nel quale convergevano problematiche mediche, astrologiche, 
alchimistiche, mistico-religiose, neoplatoniche, ermetiche e gnostiche di 
difficile semplificazione.
Per Paracelso, in effetti, gli elementi concreti che portavano gli stessi 
nomi di sale, zolfo e mercurio erano solo approssimazioni materiali (invo-
lucri) dei veri elementi, concepiti come sostanze spirituali che denotavano 
alcune propriet fondamentali e generali della materia. Erano cio dei
principi ipostatici, delle astrazioni di qualit come la incombustibilit 
o la inalterabilit (sale); la fusibilit e la volatilit (mercurio);
l'infiammabilit e la combustibilit (zolfo). Anche le successive teorie dei
principi e degli elementi manterranno alcune di queste caratteristiche.
Abbiamo gi esaminato le ipotesi di Becher e van Helmont sulla costituzione 
dei corpi. Becher, come sappiamo, sosteneva che essi erano composti di acqua 
elementare e di tre terre: la vetrificabile o fusibile o petrosa, la 
infiammabile o pingue e la mercuriale o fluida, in parte corrispondenti ai 
tre elementi paracelsiani ed alle loro propriet. Tutte e tre queste terre 
erano presenti in differenti combinazioni con l'acqua o fra di esse in 
tutti i corpi naturali (vegetali, animali, minerali). Ogni corpo era analogo 
all'altro e ad esso affine, e questa universale analogia, o affinit, era 
dovuta appunto a una similitudine negli elementi ultimi della loro compo-
sizione. Van Helmont riteneva che i corpi fossero composti di acqua e di 
un fermento specificatore di tipo spirituale.
E questa idea di una presenza di un elemento pi fondamentale e generale 
di tipo spirituale, di uno spirito vitale o anima del mondo, sar assai 
diffusa agli inizi della chimica. Nicolas Le Fevre scriveva nel 1661, che 
gli oggetti di cui trattava la chimica non erano solo materiali, ma che 
essa trattava anche di uno spirito universale, una sostanza priva di cor-
poreit, fonte, radice e seme di tutte le cose (Trait de la chymie). La 
chimica aveva per oggetto tutte le cose create corporee e spirituali, vi-
sibili e invisibili. Lo spirito universale di Le Fevre, cos come gli 
elementi paracelsiani, o i fermenti di van Helmont, erano anche i rappre-
sentanti dell'attivit della materia, erano, cio dei principi, o poteri, 
che consentivano l'incessante serie delle combinazioni e decomposizioni
naturali, la nascita e lo sviluppo naturale dei minerali, dei vegetali e 
degli animali. Erano, cio, oggetti spirituali in quanto capaci di produrre 
il movimento necessario alla realizzazione dei cambiamenti chimici. In 
alcuni casi venivano considerati dei veri e propri principi vitali.
Sempre nel 17esimo secolo, i principi elementari divennero cinque: i para-
celsiani mercurio o spirito, zolfo e sale, e poi l'acqua e la terra. I 
primi tre erano considerati attivi, cio responsabili della ininterrotta 
fenomenologia chimica dei corpi; i secondi due erano considerati passivi, 
cio servivano solo a temperare l'attivit differenziata dei primi.
Sostenitori dei cinque principi elementari saranno, fra gli altri, Etienne 
De Clave (Cours de chymie,1646), Cristophle Glaser (Trait de la chymie, 
1663), lo stesso Nicolas Le Fevre, infine Nicolas Lemery, il quale, per, 
collocher la teoria dei cinque principi in un contesto in gran parte 
diverso da quello dei suoi contemporanei e predecessori, cio in un con-
testo meccanicistico dal quale erano bandite tutte le ipotesi spiritualiste 
precedenti. Cos iniziava, infatti, il suo celebre Cours de chymie del 1675: 
Il primo principio che si pu ammettere nella composizione dei misti,  
uno Spirito universale che essendo sparso dappertutto produce diverse cose 
secondo le diverse matrici ovvero pori della Terra nei quali si trova rin-
chiuso: ma essendo questo principio alquanto metafisico, e non soggiacendo 
ai sensi,  bene stabilirne dei sensibili, e per questa ragione addurr 
quelli che comunemente sono in uso.
Lemery sostituiva una metafisica influente con un'altra; un mondo insensi-
bile, quello spirituale della filosofia rinascimentale e paracelsiana, con 
quello corpuscolare di Cartesio. Tuttavia si deve a questo chimico, e al 
successo del suo trattato, se inizia a delinearsi una nuova concezione 
dell'elemento chimico come ultimo grado sensibile della sperimentazione 
chimica. Al di sotto del livello sensibile esisteva il mondo dei corpuscoli 
diversamente figurati a seconda delle diverse sostanze e in perpetuo mo-
vimento. Era grazie alla azione reciproca di questi corpuscoli che si aveva 
la fenomenologia chimica sensibile.
Alla fine del 17esimo secolo e agli inizi del 18esimo, in effetti, si passa 
dall'idea che l'analisi chimica doveva ritrovare inevitabilmente determinati 
principi elementari che erano considerati come i componenti ultimi ed as-
solutamente indivisibili, all'idea pi moderna che essi fossero dei gradini 
provvisori di una divisione chimica dei corpi. Relativi cio alla capacit 
della chimica di decomporre i corpi naturali nella loro loro struttura 
elementare ed eterogenea?
Agli inizi l'analisi poteva essere di tipo diverso a seconda di quali 
propriet delle sostanze venivano prese in considerazione: per via secca, 
se si faceva leva sulla fissit, combustibilit, calcinabilit, eccetera; 
per via umida, se si utilizzava fondamentalmente la dissolubilit. Ma 
l'analisi non era solo un metodo di indagine. Essa rappresentava anche un 
particolare punto di vista a partire dal quale diventava possibile classi-
ficare i differenti corpi naturali.
Nel corso del 18esimo secolo, in questa direzione si realizzer un notevole
progresso, perch mentre nei lavori dei primi chimici seicenteschi si pas-
sava direttamente dal corpo analizzato ai suoi principi elementari, ritenuti 
i componenti immediati di quel corpo, successivamente verr elaborata una
complessa scala discendente che, partendo dal composto, arrivava ai principi
elementari attraverso una serie ordinata di principi intermedi ottenuti
mediante scomposizioni successive. Questi ultimi possedevano una doppia 
natura, cio erano principi rispetto ai corpi composti dai quali venivano 
ricavati, ma potevano essere considerati composti rispetto ai loro eventuali 
principi componenti. Essi, tuttavia, permanevano nel loro stato con una 
ben precisa individualit chimica.
Ma, come abbiamo accennato, anche i principi elementari (definiti anche
primitivi) potevano essere considerati, sebbene potenzialmente, dei composti.
Macquer, ad esempio, a proposito dei principi elementari scriveva nel suo
Dictionnaire che  possibile che queste sostanze, bench ritenute semplici, 
non lo siano; che esse siano anche molto composte e risultino dall'unione 
di molte altre sostanze pi semplici. Ma siccome su ci l'esperienza non 
insegna assolutamente nulla, in Chimica possiamo considerare senza alcun 
inconveniente il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra, come dei corpi semplici, 
poich in effetti essi agiscono come tali in tutte le operazioni di 
quest'arte.
Successivamente, dopo aver definito i principi chimici l'ultimo termine
dell'analisi, Macquer aggiungeva che siccome noi manchiamo di mezzi per
decomporli ulteriormente, li consideriamo delle sostanze semplici, malgrado 
che, forse, essi non lo siano affatto.
L'espressione: agire come tali, riferita agli elementi sottolineava, appunto,
sia il carattere operativo della definizione di principio chimico, che il 
loro statuto ontologicamente debole.
All'epoca di Macquer, in effetti, comincia a prevalere la concezione
analitico-sperimentale dell'elemento chimico che si affermer autenticamente
solo con la rivoluzione scientifica di Antoine Laurent Lavoisier, a partire 
cio dalla seconda met del Settecento. Infatti fino a quando i principi 
elementari dei corpi erano ritenuti portatori di qualit assolute della 
materia, di propriet e modalit di questa, non era possibile l'affermazione 
piena, e decisiva per lo sviluppo della chimica, della concezione 
dell'elemento come ultimo gradino relativo della decomposizione chimica 
dei corpi. Macquer e i chimici prelavoisieriani rimarranno infatti prigio-
nieri di una concezione essenzialistica e qualitativa degli elementi, che 
risulter essere in forte tensione con quella analitica.
Questa tensione arriver fino alla incompatibilit rivelata, appunto, solo 
dopo il successo delle ricerche di Lavoisier. Ma in che cosa questo chimico 
aveva prodotto un rovesciamento (seppure non totale) delle teorie chimiche 
precedenti, tale da far diventare realmente operativa la concezione... 
operativa dell'elemento? Per rispondere a questo interrogativo bisogna 
fare una esposizione dei caratteri principali della rivoluzione 
lavoisieriana.
Abbiamo appena visto che Macquer riteneva come principi elementari dei corpi
l'acqua, l'aria, la terra e il fuoco. Questi, per, non erano i quattro 
elementi aristotelici, dei quali portavano solo il nome. Essi costituivano, 
al contrario, la risultante finale di alcuni sviluppi notevoli della chimica 
settecentesca, in particolare di quella di orientamento stahliano, cio 
influenzata dalle teorie dello iatrochimico tedesco allievo di Becher, 
Georg Ernst Stahl. Questi aveva razionalizzato la chimica becheriana eli-
minandone i pi espliciti richiami metafisici e i riferimenti alla filosofia 
mosaica sulla origine e sullo sviluppo della natura. Egli, per, aveva ac-
cettato, tra l'altro, la teoria degli elementi di cui abbiamo gi trattato.
In particolare Stahl accentuer il ruolo della terra infiammabile da lui
definita flogisto. Questo principio diventer il centro di una serie di 
teorie chimiche, le pi importanti delle quali riguardavano la combustione 
e la calcinazione. Infatti il flogisto era considerato il principio re-
sponsabile della combustibilit dei corpi... combustibili, e della calcina-
bilit dei metalli e causa materiale dei colori, degli odori e dei sapori 
dei corpi. Inoltre era considerato la materia del fuoco, cio la sostanza 
dalla quale si ottenevano tutti gli effetti termici associati alle reazioni 
chimiche. Anche in questa veste esso si poteva trovare sia allo stato libero, 
producendo la sensazione del calore; sia allo stato combinato, cio presente 
come elemento nei corpi composti. Il flogisto circolava incessantemente fra 
i corpi dei tre regni della natura passando di combinazione in combinazione. 
Cosicch la combustibilit di cui era portatore poteva trasmettersi. Infatti, 
se nella revivificazione delle calci metalliche, quest'ultime venivano 
mescolate con una sostanza ricca di flogisto (carbone, grassi, olii, ecce-
tera), questa sostanza, sotto l'azione di un fuoco energico, cedeva il 
flogisto alle calci, ripristinando il metallo di partenza.
All'interno di questo universo teorico si  avuta la prima grande svolta 
della chimica del 18esimo secolo: le ricerche sulla combinabilit dell'aria, 
ritenuta fino ad allora una sostanza chimicamente inerte. Sempre all'interno 
del paradigma flogistico si scopr una serie di differenti arie, cio di 
sostanze aeriformi, poi chiamate gas (riprendendo in altro contesto il 
vecchio termine di van Helmont), distinte dall'aria comune, che all'epoca 
era ritenuta una sostanza unica ed elementare.
Nel 1727 l'inglese Stephen Hales pubblic un trattato, la Vegetable 
Staticks, nella quale si dimostrava che l'aria esisteva in forma combinata 
nei vegetali; essa cio, pur essendo gassosa, poteva essere fissata chimi-
camente per formare dei composti. Ma fu lo scozzese Joseph Black a gettare 
per primo una luce sull'ancora misterioso mondo dei fluidi aeriformi. Per 
cottura dei carbonati di magnesio e di calcio Black riusc a ottenere un 
gas, da lui definito aria fissa (anidride carbonica) molto diversa dall'aria 
comune. L'aria fissa, infatti, come lo stesso Black dimostr nel 1756, era 
pi pesante dell'aria atmosferica e non manteneva la combustione, la calci-
nazione e la respirazione animale; inoltre essa era presente in piccole 
quantit nell'aria atmosferica. Nel 1766 Henry Cavendish scopr un altro 
gas, l'aria infiammabile, cio l'idrogeno, facendo reagire l'acido solforico 
e l'acido cloridrico con alcuni metalli. Il fatto che metalli differenti, 
trattati con gli stessi acidi, dessero tutti lo stesso tipo di aria, con-
dusse il chimico inglese a ritenere che gli acidi fossero in grado
di scacciare il flogisto contenuto nei metalli, e che questo elemento si
liberasse appunto sotto forma di aria infiammabile.
Nel 1774 Pierre Bayen decomponendo col calore l'ossido di mercurio ottenne 
un gas di cui non riusc a determinare la natura e le propriet. Cosa che 
riusc a Joseph Priestley, il quale riteneva che l'aria elementare posse-
desse la capacit di assorbire il flogisto liberato in alcune reazioni 
chimiche o di cederlo essa stessa una volta assorbito. Questo chimico, 
infatti, revivificando con una lente ustoria l'ossido rosso del mercurio
ottenne un'aria che manteneva molto vivacemente la combustione di una can-
dela. Egli pens che si trattasse di aria deflogisticata, cio priva del 
flogisto, e quindi in grado di favorire le reazioni di combustione. Infatti, 
secondo la teoria flogistica la combustione veniva considerata come una 
liberazione nell'aria comune del flogisto contenuto nel corpo combustibile. 
Analogamente la calcinazione era considerata una liberazione di flogisto 
contenuto nel metallo. In entrambi i casi, alla fine della reazione, si 
doveva ottenere un'aria pi o meno satura di flogisto, cio un'aria flogi-
sticata, che ovviamente non poteva mantenere n le reazioni di
combustione e di calcinazione n, tantomeno, la respirazione animale. Anche
questo processo fisiologico, infatti, veniva spiegato mediante l'ipotesi 
che in esso avvenisse una liberazione di flogisto da parte dei polmoni.
La revivificazione del mercurio a partire dalla sua calce consisteva quindi 
in una sottrazione del flogisto contenuto nell'aria, dando cos luogo a 
un'aria deflogisticata, e quindi pi adatta a favorire le tre reazioni di 
cui stiamo trattando. Contemporaneamente a Priestley, il chimico svedese
Carl Wilhelm Scheele separava i due costituenti principali dell'aria atmo-
sferica, constatando che solo uno di essi manteneva la combustione e la 
respirazione. Esso venne chiamato aria di fuoco.
L'altro, chimicamente inerte, invece venne chiamato aria mefitica, proprio 
per il suo rapporto negativo con la respirazione. Questa teoria unificata 
della combustione, della calcinazione e della respirazione, per, non 
riusciva a spiegare alcuni fenomeni notevoli, come ad esempio la sparizione 
di una parte di aria dall'ambiente nel quale avvenivano queste reazioni; 
o l'aumento in peso che si constatava pesando le calci metalliche che, a 
rigore, secondo la teoria, dovevano pesare di meno del metallo di partenza, 
in quanto questo era considerato composto di una terra e dello stesso 
flogisto, ritenuto un elemento ponderabile.
Proprio affrontando questi problemi presero avvio le ricerche pi
significative di Lavoisier, che condurranno a un cambiamento radicale della
chimica del suo tempo. Di questo possibile esito era consapevole, sin dagli
inizi, lo stesso Lavoisier. Infatti nel suo primo registro di laboratorio, 
alla data del 20 febbraio 1772 troviamo scritto: Prima di cominciare la 
lunga serie di esperienze che mi propongo di fare sul fluido elastico che 
si sviluppa dai corpi, sia per le fermentazioni, sia per distillazione, 
sia infine per ogni specie di combinazione, cos come sull'aria assorbita 
nella combustione di un gran numero di sostanze, credo di dover fare qui 
alcune riflessioni per iscritto, per formare a me stesso un piano che devo 
seguire... E' accertato che l'aria fissa mostra propriet assai diverse da 
quelle dell'aria ordinaria. Infatti quest'aria uccide gli animali che la 
respirano, mentre l'aria ordinaria  indispensabile per la loro conserva-
zione. Essa si combina in modo estremamente facile con tutti i corpi, mentre 
l'aria atmosferica nelle stesse condizioni si unisce a loro con difficolt 
o non si combina affatto. Questa differenza appare in tutta la sua portata 
se faccio la storia di quanto  stato fatto riguardo all'aria che si estrae 
dai corpi e che con essi si combina. L'importanza dell'argomento mi ha 
indotto a riprendere dall'inizio questo lavoro che  destinato a rivoluzio-
nare la fisica e la chimica.
Alla fine di ottobre dello stesso anno, lavorando alla combustione del 
fosforo e dello zolfo in recipienti ermeticamente chiusi, Lavoisier trov 
che gli acidi (oggi diremmo le anidridi) che si formavano, pesavano pi 
delle due sostanze di partenza. Da questo fatto egli traeva l'importante 
conclusione che anche nelle combustioni si aveva un aumento di peso dei 
prodotti a spese dell'aria dell'ambiente, cos come avveniva nelle calci-
nazioni dei metalli: l'aumento di peso, dunque, era un fenomeno costante 
di questi processi, e non una loro strana anomalia.
Nel 1774 apparve una raccolta di memorie, gli Opuscules physiques et 
chymiques, nella quale Lavoisier sosteneva che l'aumento di peso, che veniva 
rilevato nella combustione dello zolfo e del fosforo e nella calcinazione 
del piombo e dello stagno in recipienti ermeticamente chiusi, proveniva da 
un assorbimento di una parte dell'aria atmosferica contenuta nel recipiente 
di reazione. Finora, per, Lavoisier non aveva ancora scoperto che tipo di 
aria si combinasse con queste sostanze per dare in un caso gli acidi, 
nell'altro le calci. Nel 1775, in una seduta dell'Acadmie Royale des 
Sciences di Parigi, di cui era membro, Lavoisier lesse una memoria Sur la 
nature du principe qui se combine avec les mtaux pendant leur calcination 
et qui en augmente le poids, nella quale, riprendendo l'esperimento con 
l'ossido rosso di mercurio gi realizzato da Priestley, eseguiva una rigo-
rosa analisi quantitativa nel corso della quale faceva assorbire una parte 
dell'aria dal mercurio, mediante il riscaldamento prolungato di questo me-
tallo. Successivamente revivificava l'ossido che si era formato, ripristi-
nando cos il metallo e l'aria atmosferica di partenza. Da queste prove
Lavoisier concludeva che l'aria assorbita era pi respirabile, pi combu-
stibile e di conseguenza pi pura anche dell'aria nella quale noi viviamo... 
questo principio che si combina con i metalli... non  altra cosa della 
porzione pi pura dell'aria stessa che ci circonda... e che passa in questa 
operazione dallo stato di espansibilit a quello di solidit.
Quindi quella che per Priestley era l'aria priva di flogisto, per Lavoisier 
era invece una parte dell'aria ordinaria. I fenomeni che venivano spiegati 
solo con la teoria del flogisto potevano essere spiegati senza di essa, 
all'interno di una nuova interpretazione che desse meglio conto dei fenomeni. 
Nel febbraio del 1776 Lavoisier confermava che quella che il chimico inglese 
definiva come aria deflogisticata era in realt una porzione pi pura 
dell'aria, che in altre memorie definir anche aria eminentemente respi-
rabile. Nel 1777, nel celebre Mmoire sur la combustion en gnral, il 
chimico francese esponeva le prime conclusioni generali tratte dalle sue 
ricerche di cinque anni, e cio: 1) che in ogni combustione era rilevabile 
uno sviluppo di materia del fuoco e della luce; 2) che i corpi bruciavano 
solo in presenza di aria pura; 3) che in ogni combustione si realizzava la 
distruzione o la decomposizione di questa aria pura e che il corpo combusto 
aumentava di peso in maniera esattamente proporzionale alla quantit di 
aria pura distrutta o decomposta; 4) che in ogni combustione la sostanza 
bruciata si trasformava in acido per l'aggiunta della sostanza che aumentava 
il suo peso o in calce se si trattava della calcinazione di un metallo.
Siamo dunque al netto superamento della spiegazione flogistica che supponeva 
che la materia del fuoco esistesse nei corpi come loro principio costituente 
e si rendeva allo stato libero nelle combustioni e calcinazioni. Per 
Lavoisier, invece, la materia del fuoco era tutt'altra cosa: un fluido 
imponderabile presente diffusamente in natura e componente dell'aria pura, 
che veniva portata allo stato aeriforme proprio da questo fluido. Quindi, 
gli effetti termici associati a queste reazioni erano dovuti alla libera-
zione di una sostanza contenuta nei gas e non nei corpi combustibili o 
calcinabili come era il caso del flogisto.
Lavoisier, in effetti, riformuler anche questo aspetto delle reazioni 
chimiche. In alcune memorie del 1772 (Essay sur la nature de l'air) e del 
1775 (De l'lasticit et de la formation des fluides lastiques) egli aveva 
sostenuto che i vapori o le arie erano generati dalla combinazione delle 
sostanze con un fluido speciale, la materia del fuoco o del calore. Ogni 
sostanza, inoltre, poteva sussistere in tre stati differenti, di solidit, 
di fluidit e di vaporizzazione, a seconda del diverso rapporto di combi-
nazione con la materia del fuoco. In questo modo il chimico francese 
rovesciava la precedente teoria delle qualit della materia comune, mettendo 
in crisi l'idea che esse fossero dovute a distinti principi portatori 
delle stesse.
Fu ancora nel 1777, nella memoria De la combinaison de la matire du feu 
avec les fluides vaporables et de la formation des fluides lastiques 
aeriformes, che Lavoisier espose dettagliatamente le sue idee sugli stati 
della materia e sugli effetti termici associati alle reazioni chimiche. 
Alla fine di un lungo ragionamento sulla natura dei gas egli arriv alla 
conclusione che ogni vapore, ogni aria, e in generale ogni fluido elastico 
aeriforme, era un composto della materia del fuoco con un corpo solido 
volatile qualunque; poich, aggiungeva, la volatilit non  altra cosa 
della propriet che hanno i corpi di dissolversi in qualche modo, di com-
binarsi con il fluido igneo e di formare con esso dei fluidi aeriformi.
Nel 1783, quando ormai la sua teoria era ben stabilita e corroborata da 
una gran mole di ricerche, Lavoisier port a fondo l'attacco ai seguaci 
delle teorie che ancora facevano ricorso all'ipotesi del flogisto, con 
una messa in discussione anche della idea che questo elemento fosse re-
sponsabile dei colori delle sostanze. Nelle Rflexions sur le phlogistique, 
egli affermava ormai decisamente e con sicurezza di aver dedotto tutte le 
spiegazioni da un semplice principio, cio che l'aria pura, l'aria vitale, 
 composta da un principio particolare che le  proprio e che ne forma la 
base, e che io ho denominato principio ossigino, combinato con la materia 
del fuoco e del calore. Una volta ammesso questo principio, le principali 
difficolt della chimica sono sembrate svanire e dissiparsi, e si sono 
spiegati i fenomeni con sorprendente semplicit.
Eliminato il flogisto dalla teoria chimica come responsabile dei fenomeni
termici, era quindi necessario ipotizzare, sulla base di numerose ricerche
sperimentali sui fenomeni del calore, svolte anche da altri chimici e fisici
del suo tempo, l'esistenza di un fluido materiale, ma imponderabile, re-
sponsabile dei fenomeni termici associati ai pi diversi fenomeni chimici 
e fisici. Lavoisier sar cosciente che l'introduzione nella sua teoria di 
un fluido imponderabile poteva essere soggetta a forti critiche, poich 
questo fluido poteva essere considerato un ente puramente ipotetico, quasi 
altrettanto del flogisto. Ma il grande potere interpretativo e predittivo 
e la coerenza interna della sua teoria, infine, la congruenza di quella 
ipotesi con la tradizione chimica e fisica del tempo, che non rifuggiva 
affatto dal postulare l'esistenza di fluidi imponderabili, conduceva il 
chimico francese a ritenere la sua idea vera o comunque pi probabile della 
teoria flogistica che egli combatteva.
Io non nego, scriveva nelle Rflexions, che l'esistenza di questo fluido 
non sia fino ad un certo punto ipotetica; ma supponendo che essa sia una 
ipotesi, che essa non sia rigorosamente provata,  la sola che io sarei 
obbligato a formare. L'aria atmosferica era dunque un composto di tre 
sostanze semplici: il principio ossigino, poi denominato ossigeno, cio 
generatore di acidi; una parte inerte, l'aria mefitica, poi denominata 
azoto; infine la materia del fuoco, poi denominata calorico.
Un altro colpo decisivo alla vecchia teoria degli elementi fu assestato da
Lavoisier nel 1781, quando conferm alcune esperienze di altri chimici sul 
fatto che bruciando l'aria infiammabile, o idrogeno, in presenza dell'aria 
pura, o ossigeno, si formava l'acqua pura. Quest'ultima, dunque, non era 
un principio semplice come fino ad allora si riteneva, e portatore della 
qualit della liquidit, ma un composto di due sostanze ancora pi semplici, 
gi ricavate per altre vie di tipo analitico. La cosa pi impressionante 
di questa scoperta consisteva nel fatto che la formazione dell'acqua era 
il risultato della reazione di due corpi semplici che possedevano distin-
tamente propriet assai diverse dal prodotto finale: l'acqua, liquida, 
era un composto di due sostanze altamente infiammabili!
A questo punto la definizione di elemento cambier notevolmente. Esso 
diventer sinonimo di corpo semplice, cio di sostanza che non era ancora
scomponibile con nessun mezzo chimico a disposizione in quel momento. Era 
cio relativamente semplice, cos come richiedeva la definizione analitico
-sperimentale pi volte menzionata. L'analisi stessa cambier di signifi-
cato: non era pi solo separazione, anatomia, ma un complesso processo 
di composizioni e scomposizioni di sostanze che reagivano tra loro. Solo 
attraverso la reciproca interazione con altre sostanze, e mediante artifici 
sperimentali e strumenti, era possibile isolare il singolo corpo semplice 
perch praticamente indecomponibile e dotato di una propria e irriducibile 
individualit chimica.
Se noi attribuiamo al nome di elementi o di principi dei corpi l'idea
dell'ultimo termine al quale giunge l'analisi, scriver Lavoisier nel suo
Trait lmentaire de chimie (1789), tutte le sostanze che non abbiamo 
potuto decomporre con alcun mezzo sono per noi elementi; non che noi pos-
siamo essere sicuri che questi corpi semplici non siano essi stessi compo-
sti di due o anche di un pi gran numero di principi, ma poich questi 
principi non si separano mai o, piuttosto, poich noi non abbiamo alcun 
mezzo per separarli, essi agiscono nei nostri confronti come dei corpi 
semplici, e noi non dobbiamo supporli composti fino al momento in cui 
l'esperienza e l'osservazione non ce ne abbiano fornito la prova.
Nello stesso Trait verr enunciata una delle prime leggi fondamentali 
della chimica e di tutta la scienza moderna, quella di conservazione della 
massa e degli elementi in tutte le reazioni chimiche.
Grazie alla rivoluzione lavoisieriana gran parte dei corpi allora cono-
sciuti assumeranno lo statuto di corpo semplice: alcune delle arie scoperte 
fino ad allora, i metalli, i metalloidi, alcuni sali o alcune terre non 
ancora decomposti. La molteplicit e l'eterogeneit del mondo materiale 
dei chimici si dilater enormemente: cio si passer dai cinque o quattro 
principi elementari della chimica prelavoisieriana a... trentatr: luce, 
calorico, ossigeno, azoto, idrogeno, zolfo, fosforo, carbonio, radicale 
muriatico, radicale fluorico, radicale boracico, antimonio, argento, 
arsenico, bismuto, cobalto, rame, stagno, ferro, manganese, mercurio, 
molibdeno, nichel, oro, platino, piombo, tungsteno, zinco, calce, magnesia, 
barite, allumina, silice.
Che, in questo nuovo contesto, queste sostanze dovessero essere considerate
semplici, poteva essere compreso immediatamente sin dal loro nome, che era
anch'esso semplice. Lavoisier, infatti, riformer anche la nomenclatura 
chimica dando ad essa una struttura di tipo classificatorio simile a quella 
adottata dal botanico Karl von Linn (Linneo) per i vegetali, cio per 
genere e specie. Ogni composto doveva avere un nome generico, che faceva 
riferimento ad una classe di sostanze (ad esempio acido, sale, eccetera) 
ed un nome specifico che lo distinguesse dagli altri membri del proprio 
genere, ad esempio, acido solforico. In questo caso il suffisso ico stava 
ad indicare quale di tutti gli acidi dello zolfo esistenti (cio due, 
insieme all'acido solforoso) si trattava, cio quale fosse il grado di 
combinazione esistente fra i componenti degli acidi dello zolfo.
Ma, come vedremo, molti di questi elementi, proprio grazie alle indicazioni 
di Lavoisier, si riveleranno composti, poich a questa conclusione avrebbe 
condotto lo sviluppo delle tecniche analitiche per la indagine chimica.
Nel 1800 Alessandro Volta pubblic una memoria sulla sua celebre pila
elettrica, un dispositivo che consentiva di utilizzare con continuit e in
quantit variabili una corrente elettrica. Nello stesso anno due chimici
inglesi, William Nicholson e Anthony Carlisle, decomposero l'acqua per 
mezzo dell'elettricit, utilizzando appunto due elettrodi collegati ai 
due poli di una pila di Volta. Ma il primo a comprendere il ruolo che 
questo nuovo strumento poteva assumere nel campo dell'analisi chimica fu 
l'inglese Humphry Davy. Egli utilizz questa nuova tecnica, detta elettro-
lisi, per l'analisi di numerose sostanze ritenute ancora indecomponibili 
con i normali mezzi, che utilizzavano fondamentalmente il calore o i 
reagenti chimici. Nacque cos una nuova branca della chimica, l'elettro-
chimica, che ebbe una notevole influenza non solo per la determinazione 
delle sostanze semplici, ma anche per la teoria della struttura chimica 
della materia e delle forze che in questa agivano. L'elettricit, infatti, 
verr considerata la forza responsabile delle azioni chimiche fra le
sostanze. Di conseguenza mediante l'elettricit artificiale prodotta dalla 
pila di Volta, era possibile scindere quello che la natura aveva elettri-
camente unito. Nel 1807 Davy dimostr che durante l'elettrolisi l'idrogeno 
e i metalli si liberavano al polo negativo, mentre l'ossigeno e gli acidi 
al polo positivo. Con questa stessa tecnica ottenne, fra il 1807 e il 1812, 
il potassio dalla potassa fusa; il sodio dalla soda fusa; il bario dalla 
barite; lo stronzio dalla stronziana; il calcio dal carbonato di calcio; 
il magnesio dalla magnesia; il cloro dall'acido cloridrico e lo iodio dai 
suoi sali (contemporaneamente al francese Bernard Courtois). Negli stessi 
anni Andr Marie Ampre scopr il fluoro dal fluoruro di calcio (1809); 
J.A. Arfvedson il litio dall'analisi della petalite (1817); Jons Jacob 
Berzelius il selenio dai suoi solfuri (1817); Friedrich Woelher il berillio 
dal suo cloruro (1828); Antoine Jerome Balard il bromo dai sali marini 
(1829). Molti altri elementi vennero via via scoperti e nella prima met 
del 19esimo secolo essi raggiunsero il numero di 57.
Senonch un'altra grande innovazione teorica e sperimentale era alle porte, 
con enormi conseguenze nello sviluppo della chimica: l'analisi spettrale 
o spettroscopia. Ma prima di esaminare questo argomento  interessante 
soffermarsi su alcuni aspetti teorici della teoria degli elementi agli 
inizi dell'Ottocento.
Lavoisier aveva cercato di eliminare dall'orizzonte teorico della chimica 
le ipotesi sulla struttura invisibile della materia, e in ci egli si 
collocava sulla linea teorica del suo rivale Stahl, anche se tutti i chimici 
erano convinti, a partire da Lemery, che il livello invisibile, corpusco-
lare, molecolare, fosse il vero teatro delle reazioni chimiche. Ma per 
Lavoisier erano gli elementi, cos come egli li aveva concepiti, i prota-
gonisti di ci che della fenomenologia chimica doveva essere ritenuto 
scientificamente rilevante e sperimentabile. Ma gi qualche decennio pi 
tardi, Davy sosterr che gli elementi ricavati mediante l'analisi, essendo 
appunto relativi al metodo usato per scoprirli, lasciavano insoluto il 
problema se esistessero dei veri elementi ultimi della natura. Da una serie 
di ricerche egli era arrivato alla conclusione che l'idrogeno fosse uno 
di questi elementi ultimi. Per Davy, infatti, ogni sostanza infiammabile 
poteva essere considerata composta da una base ignota e dall'idrogeno; la
stessa cosa valeva per i metalli. La quantit di idrogeno contenuta in 
queste sostanze era determinabile dalla quantit di ossigeno o di cloro 
con la quale essi reagivano. Era quindi l'idrogeno in esse contenuto che
agiva chimicamente con questi altri reagenti. Insieme all'idrogeno potevano
esistere altri elementi primitivi, componenti fondamentali di tutti i corpi. 
I corpi semplici conosciuti, quindi, potevano essere considerati elementi
secondari risultanti dalla addizione in diverse proporzioni di alcune 
sostanze ancora pi semplici (Elements of chemical philosophy, 1812).
Davy, peraltro, contrariamente a Lavoisier che tutt'al pi riteneva la 
materia suddivisibile in molecole insensibili, ma sulle quali nulla poteva 
essere affermato in maniera scientificamente significativa, era sostenitore 
di una teoria della materia analoga a quella del fisico gesuita dalmata 
Ruggero Boscovich, per il quale il livello insensibile dei corpi era co-
stituito da punti geometrici concepiti come centri di forze attrattive e 
repulsive di tipo newtoniano. Davy far parzialmente sua questa ipotesi 
ritenendo la materia formata da particelle sferiche microscopiche identiche, 
anch'esse centri di forza, soprattutto di tipo elettrico. Dalla aggregazione 
di queste particelle si ottenevano per gradi successivi di complessit 
tutte le sostanze semplici sensibili e poi tutti i corpi composti. Gli 
elementi erano cio aggregazioni dotate di particolari forme di una materia 
identicamente uniforme. Nel 1815 un altro chimico inglese, William Prout, 
sostenne un'idea simile a quella di Davy, ma in maniera pi radicale: cio 
che tutti gli elementi chimici erano costituiti da una materia primordiale, 
l'idrogeno, o protilo, e che la molteplicit degli elementi derivava dalla 
diversa quantit di idrogeno in essi presente. Le ipotesi di Davy e Prout 
si opponevano alla teoria atomica precedentemente proposta da John Dalton 
e da questi esposta estesamente nel suo New system of chemical philosphy 
del 1808. Secondo Dalton, infatti, la materia era costituita di particelle 
ultime dette atomi, che erano indivisibili e non potevano essere n creati 
n distrutti. Gli atomi di un determinato elemento erano identici e avevano 
lo stesso e invariabile peso, mentre gli atomi dei diversi elementi pos-
sedevano pesi differenti. Inoltre la parte pi piccola di un composto era 
formata da un numero fisso di atomi dei suoi componenti; il peso di una 
particella composta era dovuto alla somma dei pesi degli atomi componenti e
se esistevano pi composti formati dagli stessi tipi di atomi, una volta
stabilito il numero col quale uno dei due entrava nel composto, l'altro vi
entrava in rapporti semplici col primo. Infine, il peso di un atomo di un
elemento era lo stesso in tutti i composti al quale partecipava; se era noto
solo un composto di due tipi di atomi, per esempio A e B, esso era A+B, se
invece esistevano pi di un composto uno era A+B, l'altro 2A+B o A+2B, e 
cos via.
La teoria di Dalton poneva dunque un ostacolo ontologico forte alla divi-
sibilit della materia. Questa, infatti, non poteva essere suddivisa oltre 
il livello degli atomi. Gli stessi elementi, del resto, erano definibili 
proprio dalla invariabilit dei loro diversi atomi. Ogni elemento era ca-
ratterizzato da un atomo distinto: questo era il fondamento della teoria 
daltoniana sui rapporti fra sostanze elementari e loro substruttura micro-
scopica. I differenti composti, come abbiamo visto, erano il risultato 
della combinazione dei loro differenti atomi. Naturalmente se l'analisi 
chimica era in grado di scomporre sostanze fino ad allora ritenute semplici, 
ci voleva dire che gli atomi dei loro componenti erano gli autentici in-
divisibili che possedevano tutte le propriet della sostanza elementare. 
La forza della teoria daltoniana risiedeva nel fatto che essa era in 
accordo con tutte le leggi allora conosciute della composizione dei corpi, 
sulle quali ritorneremo successivamente. Tuttavia essa non fu accettata
da tutti i chimici e, come vedremo, sia l'ipotesi di Prout che altre 
analoghe di tipo evolutivo si contenderanno il campo fino alla fine del 
secolo scorso. Molti chimici, per, la condivideranno e tenteranno, con 
parziale successo, di dimostrarne la validit attraverso una serie di 
ricerche sulla determinazione dei pesi atomici delle sostanze semplici, 
utilizzando anche altre teorie via via emergenti come quelle di P.T. Dulong 
e A.T. Petit sui calori specifici (1819), secondo le quali il prodotto 
del peso atomico di una sostanza per il suo calore specifico  una costante 
(circa 6) o quella di E. Mitscherlich sull'isomorfismo (1819), secondo la 
quale sostanze simili per forma cristallina e propriet chimiche hanno 
anche formule simili, cio una composizione simile.
In realt anche i chimici sostenitori della teoria daltoniana, salvo ec-
cezioni, come vedremo, estenderanno al livello atomico la stessa prudenza 
metodologica e ontologica che avevano rispetto alla divisibilit degli 
elementi; cio considereranno l'atomo chimico come la pi piccola quantit 
di una sostanza semplice che entrava nelle differenti combinazioni chimiche. 
Questa quantit era considerata indivisibile solo nell'ambito delle forze 
e dei mezzi chimici a disposizione in quel momento. Un esempio paradigmatico 
di questa estensione sono le posizioni di Stanislao Cannizzaro, che, nella 
seconda met del secolo scorso, dette un notevole contributo alla chiari-
ficazione e alla elaborazione della concezione atomico-molecolare della 
materia, che si afferm definitivamente solo nei primi anni del Novecento. 
Nel 1858, a proposito del fatto che in tutti i composti idrogenati si 
trovava costantemente una quantit minima di idrogeno pari a met della 
sua molecola, Cannizzaro scriveva che: diamo a questa quantit minima il 
nome di atomo... Nel dir ci noi non asseveriamo che ciascuno di questi 
atomi non contenga parti distinte, ma non vogliamo altro esprimere che il
seguente fatto: ciascuno di questi atomi non si subdivide mai in quella 
sfera di azioni chimiche che siamo giunti a produrre; potrebbe darsi che, 
estendendo i nostri mezzi analitici, giungeremo a scoprire una ulteriore 
divisione della mezza molecola di idrogeno (Lezione sulla teoria atomica).
Ma torniamo ora alla spettroscopia. Nei primi decenni del secolo scorso era
gi noto che diverse sostanze esposte a una fiamma la coloravano diversa-
mente. Successivamente furono fatti ripetuti tentativi per utilizzare 
questa propriet per l'analisi chimica. Si deve per a Robert Bunsen e a 
Gustav Kirchhoff, due chimici tedeschi operanti ad Heidelberg, la innova-
zione principale per lo sviluppo della spettroscopia. Nel 1854, infatti, 
Bunsen invent una lampada a gas di citt, che porta ancora il nome di 
lampada Bunsen, o becco Bunsen, mediante la quale era in grado di ottenere 
una fiamma incolore, regolabile mediante un semplice dispositivo che con-
sentiva una combustione variabile del gas. Bunsen pose alcuni frammenti 
di sostanze diverse su un filo di platino pulito, li tenne sulla fiamma e 
verific che quest'ultima dava luogo a una notevole variet di luci colo-
rate. Il sodio dava una fiamma color giallo vivo; un sale di stronzio una 
fiamma color cremisi; il calcio una fiamma rosso-mattone; il bario una 
fiamma verde; il litio una fiamma color rosso-vivo; il potassio una fiamma 
lilla, e cos via. Ma finch era possibile fare la prova della fiamma per 
i singoli elementi a un elevato grado di purezza, i colori apparivano in 
maniera distinguibile; ma quando si aveva a che fare con composti, o con 
miscele di composti, contenenti pi elementi in grado di colorare la
fiamma, i colori dei diversi elementi, interferendo fra loro, apparivano
indistinguibili. In alcuni casi, per mezzo di vetri colorati, era possibile
eliminare alcuni colori e lasciarne visibili altri. Per esempio con un 
vetro azzurro era possibile eliminare dal campo di visibilit l'invadente 
giallo del sodio e lasciare invece intravvedere il lilla del potassio e 
il rosso del litio; ma non sempre questo metodo era efficace.
Kirchhoff sugger allora di passare dalla semplice analisi del colore della
fiamma a quella del suo spettro, allo stesso modo di Isaac Newton che, alla 
fine del 17esimo secolo, aveva analizzato la luce bianca del Sole facendola 
passare attraverso un prisma di spato di Islanda. Cos facendo egli constat 
che la luce solare si risolveva in maniera continua nei raggi componenti: 
dal rosso al violetto attraverso l'arancione, il giallo, il verde, l'azzur-
ro, l'indaco e il violetto. Questa serie di colori derivata dalla luce 
bianca, ognuno con una propria individualit fisica, era definita appunto 
spettro. Naturalmente ogni luce era scomponibile nei diversi colori nei 
quali era risolubile la luce solare. Questa ipotesi fu verificata nel 1814 
da Joseph Fraunhofer, il quale, facendo l'analisi spettrale di diverse 
fiamme artificiali not per che, esaminando queste ultime con un cannoc-
chiale dopo la loro rifrazione in un prisma, si trovavano sempre delle luci 
gialle ben distinte; la stessa cosa non avveniva nell'analisi della luce 
solare, nello spettro della quale apparivano invece regolarmente alcune
righe nere, dette appunto righe di Fraunhofer.
Egli not, inoltre, che alcune di queste righe nere occupavano nello spettro
solare lo stesso posto delle righe gialle delle luci artificiali.
Per applicare in maniera utile questo tipo di indagini erano necessarie due
cose: un apparecchio adeguato e sostanze con elevato grado di purezza.
L'apparecchio fu costruito, lo spettroscopio, e i campioni di sostanze
relativamente pure vennero accuratamente preparati. Ognuna di queste so-
stanze dava con lo spettroscopio spettri costituiti da pi righe di uno o 
pi colori; in questo secondo caso uno di questi colori era quello visibile 
a occhio nudo nella fiamma; ogni sostanza possedeva un suo spettro carat-
teristico. Cosicch mescolando, alcuni elementi e ponendo la miscela su 
una lampada Bunsen, mediante la sua vaporizzazione davanti a uno spettro-
scopio, era possibile esaminare i differenti spettri degli elementi com-
ponenti la miscela, in modo tale da consentirne la individuazione. L'analisi 
spettrale diventava cos uno dei pi potenti e raffinati metodi di ricono-
scimento delle sostanze semplici esistenti in natura. La potenza di questo 
metodo risiedeva nel fatto che anche piccolissime quantit di un elemento 
potevano dare uno spettro significativo e caratteristico e rivelare cos 
la presenza dell'elemento, anche sotto forma di impurezze.
Non era quindi irragionevole supporre che con lo spettroscopio fosse pos-
sibile trovare nuovi elementi che per la loro esistenza in tracce debolis-
sime erano sfuggiti alla determinazione coi precedenti metodi di analisi. 
In effetti nel 1890 Bunsen scopr il cesio, che dava uno spettro con due 
righe azzurre, e il rubidio, che dava uno spettro con due righe di colore 
rosso scuro. Nel 1861 l'inglese William Crookes facendo l'analisi spettrale 
di un'argilla scopr il tallio, mentre due anni pi tardi i tedeschi Reich 
e Richter scoprirono l'indio dall'analisi di alcuni solfuri di piombo.
Nel frattempo Kirchhoff riusc a spiegare le righe nere di Fraunhofer, 
aprendo all'analisi spettrale nuovi campi di ricerca che ebbero delle ri-
percussioni enormi in tutte le scienze fisiche, compresa la chimica. 
Kirchhoff, infatti, trov sperimentalmente che le righe nere erano il ri-
sultato di assorbimenti da parte della luce solare degli spettri di alcuni 
elementi presenti allo stato di vaporizzazione nella atmosfera del Sole. 
In particolare alcune di queste righe nere corrispondevano alle righe del 
sodio, del ferro e di circa altri trenta elementi. La conclusione che se ne 
trasse fu che, attraverso l'analisi spettrale della luce del Sole e delle 
stelle, era possibile dimostrare che in questi astri erano presenti gli 
stessi elementi esistenti sulla Terra: la chimica terrestre poteva essere 
considerata dunque una chimica universale.
Come scrisse l'astronomo William Huggins nel 1864, con la spettroscopia era
stato finalmente dimostrato senza alcun dubbio come una chimica comune esi-
sta in tutto l'Universo. La spettroscopia diventava un metodo sperimentale,
artificiale, per studiare la struttura del Cosmo: essa era in grado di 
aprire la strada a una chimica cosmica. Nel 1869, infatti, Pierre Jansen 
a Parigi e Joseph Norman Lockyer a Londra, facendo l'analisi spettrale della 
cromosfera solare, scoprirono un nuovo elemento, l'elio, che solo succes-
sivamente fu trovato sulla Terra sotto forma di gas o in alcuni minerali.
Senonch proprio lo sviluppo della spettroscopia, con i suoi sorprendenti
risultati, risollev il problema della natura degli elementi, ormai cos
numerosi (nel 1869 se ne conoscevano 63) e sulle relazioni che intercorre-
vano fra le loro propriet. Gli elementi erano costituiti da atomi distinti,
indivisibili, o erano il risultato dell'evoluzione di una materia prima? 
Erano oggetti esistenti casualmente sulla Terra, e ora anche nel resto 
dell'Universo conoscibile, oppure esisteva un modo per collegarli in una 
qualche forma sistematica? Era possibile instaurare fra di essi una qualche 
relazione di tipo genetico?
A queste domande furono date risposte diverse, addirittura opposte.
Molti chimici avevano cercato di trovare delle relazioni fra gli elementi 
in base alle loro propriet chimiche. Nel 1862, A. Beguyer de Charcurtois 
aveva elaborato una classificazione periodica degli elementi rappresentata 
in forma di vite, la cosiddetta vis tellurica, cio la vite della Terra. 
Nel 1865 J.A.R. Newlands aveva enunciato una prima legge periodica delle 
propriet degli elementi, la legge delle ottave, secondo la quale le pro-
priet chimiche degli elementi si ripetevano ogni sette di essi, come i 
toni della scala musicale. Ma sar Dimitrij Ivanovic Mendeleev a elaborare 
il primo grande sistema in grado di unificare il vasto e molteplice universo 
delle sostanze chimiche elementari.
Negli anni fra il 1869 e il 1871 egli enunci una legge della periodicit,
secondo la quale le propriet dei differenti elementi chimici dipendevano in
maniera periodica dal loro peso atomico. Attraverso questa legge era fi-
nalmente possibile disporre ordinatamente, e in maniera metodica e sistema-
tica, tutti gli elementi allora conosciuti, mediante una suddivisione in 
gruppi (verticali) e in periodi (orizzontali), assumendo come criterio or-
dinatore il loro peso atomico crescente e l'analogia nelle loro propriet 
chimiche. Per Mendeleev il fatto che gli elementi che, daltonianamente, 
riteneva costituiti da atomi indivisibili distinguibili dal loro peso ato-
mico, obbedissero a una legge cos generale, costituiva una conferma della 
sua radicata convinzione che la natura possedesse una struttura armonica. 
Inoltre questa legge rivelava l'esistenza immanente di un ordine sottostante 
ad un mondo di oggetti, come gli elementi, che apparentemente ne era privo; 
che sembrava essere un insieme casuale, accidentale, di enti senza alcuna 
relazione sistematica tra di essi. Fino a quel momento, in effetti, la sco-
perta degli elementi non era derivata da una necessit immanente alla strut-
tura relazionale della materia plurale della chimica, quanto da una serie 
casuale, seppure rilevante, di eventi teorici e sperimentali senza nessuna 
interna relazione di tipo organico. La legge della periodicit, invece, 
consentiva di concepire gli elementi in una maniera assai diversa. La di-
pendenza delle loro propriet dai pesi dei loro atomi, e il periodico ri-
presentarsi di queste stesse propriet, sottometteva il singolo termine del 
sistema al tutto, poich questo tutto era la rappresentazione globale di 
un ordine al quale nessun membro, noto ed ignoto, poteva sfuggire. La legge 
della periodicit, e il sistema di classificazione che ne derivava, consen-
tiva infatti di prevedere la scoperta di elementi ancora sconosciuti, ne-
cessari alla completezza del sistema stesso, e dotati di propriet chimiche 
ben definite. Nel 1875 il francese P.E. Lecoq de Boisbaudran scopr il 
gallio; nel 1879 L.F. Nilsen scopr lo scandio; nel 1885 C. Winkler scopr 
il germanio. Questi tre elementi effettivamente andavano a riempire tre
caselle vuote del sistema periodico, che Mendeleev aveva riempito
provvisoriamente con alcuni elementi ideali: l'eka-alluminio (cio alluminio
+1), l'eka-boro (boro +1), e l'eka-silicio (silicio +1), cio elementi che
venivano dopo il boro, l'alluminio ed il silicio (eka, in sanscrito, sta 
per 1) nel gruppo di appartenenza di questi elementi. Di questi elementi 
ancora ignoti Mendeleev aveva previsto le propriet, compreso il peso 
atomico, e queste corrispondevano esattamente a quelle dei tre elementi 
scoperti separatamente in Francia, Svezia e Germania.
Dopo la scoperta del gallio Mendeleev scriver al chimico G.A. Quesneville 
che era ora evidente che la legge della periodicit porta a conseguenze 
che i precedenti sistemi non avrebbero osato prevedere. Prima si aveva solo
uno schema, un aggruppamento sottoposto a determinati fatti, mentre la legge
periodica subordina a se stessa i fatti, e tende ad approfondire il princi-
pio filosofico che governa la natura misteriosa degli elementi.
Al chimico russo, quindi, non sfuggiva la novit del suo sistema sia ri-
spetto ai precedenti tentativi di classificazione degli elementi, sia pi 
in generale ad alcuni principi della scienza del suo tempo, in particolare 
la meccanica classica. Il sistema periodico, infatti, metteva in evidenza 
una propriet inedita della massa, cio che il suo incremento discontinuo 
generava una ricorrenza periodica nelle propriet degli atomi coinvolti. 
Esso, inoltre, rivelava che la spiegazione dello stesso concetto di massa 
doveva essere trovata nel mondo degli atomi, poich la massa di ogni corpo 
poteva essere considerata la combinazione o l'aggregazione di atomi chimici, 
o di individui chimici distinti. Il sistema periodico, contrariamente a 
quello meccanico, era in grado di raggruppare legalmente corpi nei quali 
era molto stretto il rapporto fra la massa e le propriet singolari delle 
sostanze elementari, anzi era la prima teoria scientifica a porre in rela-
zione diretta la massa e le qualit delle sostanze. In una conferenza tenuta 
a Londra nel 1889 Mendeleev, riferendosi alla celebre affermazione kantiana 
che dovevano essere oggetto di ammirazione il cielo stellato sopra di noi 
e la legge morale dentro di noi, aggiungeva che quando rivolgiamo i nostri 
pensieri alla natura degli elementi e alla legge periodica, dobbiamo aggiun-
gere un terzo soggetto, cio la natura degli individui elementari che 
scopriamo ovunque intorno a noi. Senza di essi lo stesso cielo  stellato 
sarebbe inconcepibile; e negli atomi vediamo, simultaneamente le loro
peculiarit individuali; la loro molteplicit infinita, e la sottomissione 
della loro apparente libert all'armonia generale della natura (The periodic 
law of the chemical elements).
Senonch proprio in Inghilterra, dove Mendeleev era stato invitato ad espor-
re le linee generali del suo sistema, Crookes e Lockyer, i quali, come ab-
biamo visto, mediante l'analisi spettrale avevano enormemente contribuito 
alla scoperta di nuove sostanze elementari nella Terra e nelle stelle, 
avevano elaborato ipotesi molto diverse da quelle del chimico russo sulla 
natura degli elementi, sulla loro genesi, e sulle loro reciproche relazioni. 
E ci proprio a partire da una serie di problemi sollevati dagli studi di 
spettroscopia.
Nel 1865 J. Plucker e J. H. Hittorf, studiando gli spettri ottici dei gas 
non solo scoprirono un tipo inedito di radiazione, i raggi catodici, che 
rivelava la possibilit di una struttura della materia pi complessa di 
quanto allora si riteneva, ma anche che un certo numero di sostanze elemen-
tari fornivano differenti tipi di spettri a seconda della temperatura alla 
quale venivano portate. Ci sembrava mettere in crisi l'idea originaria 
che a ogni specie atomica dovesse corrispondere un solo spettro.
Gran parte dei chimici spiegarono questa anomalia affermando che le dif-
ferenti serie di righe spettrali fossero dovute ai differenti moti vibra-
zionali degli atomi causati dalle differenti temperature. Lockyer la in-
terpret invece come indice della esistenza di componenti ancora pi 
elementari degli atomi delle sostanze considerate semplici e che solo alle 
alte temperature era possibile rivelare questi componenti, invisibili alle 
condizioni ordinarie della sperimentazione chimico-fisica.
Studiando gli spettri solari, stellari e terrestri Lockyer era arrivato alla
conclusione che vi era una correlazione fra la temperatura delle differenti
stelle e la presenza in esse di determinati elementi. Ovvero che gli e-
lementi pi pesanti erano presenti progressivamente nelle stelle pi fredde. 
Di qui la conclusione generale che nella natura inorganica esistesse un 
principio di evoluzione degli elementi a partire da una materia prima alla 
quale tutti potevano essere ricondotti in certe condizioni sperimentali, 
come le altissime temperature delle stelle o quelle raggiunte nella scarica 
elettrica quando si faceva l'analisi spettroscopica.
Gli elementi noti fino ad allora erano stati rivelati mediante metodi ana-
litici che facevano ricorso a forme di energia molto blande, la qual cosa 
impediva che venisse messa in evidenza la loro ulteriore composizione. Alle 
altissime temperature delle stelle avvenivano fenomeni di dissociazione 
della materia ancora pi radicali e profondi, in grado di mettere in evi-
denza che gli atomi degli elementi non solo non erano indivisibili e indi-
struttibili, ma si erano formati attraverso un percorso evolutivo a partire 
da un componente primordiale. Le posizioni di Lockyer riportarono alla 
ribalta scientifica la vecchia ipotesi del protilo di Prout, mai defini-
tivamente abbandonata. Esse furono condivise da molti scienziati europei, 
compreso Crookes che nel 1879, a partire dalle sue ricerche sugli spettri 
dei gas rarefatti sottoposti a scariche elettriche di tipo oscillatorio, 
sosteneva che il plasma generato da quei gas costituiva un quarto stato 
della materia analogo alla materia stellare, nella quale gli atomi
apparivano dissociati in unit pi piccole come il protilo o sottomultipli 
di questo. Anche Crookes riteneva che gli elementi erano il risultato di 
una evoluzione di tipo darwiniano della materia inorganica, determinata da 
una forza variabile in maniera monotona, cio il tempo di raffreddamento 
della materia, e da una variabile oscillante, cio l'elettricit.
Nel 1888 egli illustr la sua teoria con un modello a doppia elica, detto a
spirale lemniscata, con l'idrogeno alla sommit e l'uranio al fondo, che 
stavano a rappresentare l'inizio e la fine della scala evolutiva degli 
elementi, ovvero l'incremento del peso atomico e il decremento della tem-
peratura del plasma. I modelli di Lockyer e di Crookes supponevano un 
rapporto fra gli elementi di tipo geometrico, cio continuo, ed erano al-
ternativi a quello di Mendeleev che era invece discontinuo e di tipo 
aritmetico, poich variava secondo i pesi atomici.
Per i due chimici inglesi, infatti, la formazione degli elementi poteva 
essere concepita attraverso una successione continua di pesi atomici dif-
ferenti, a partire dal protilo originario: quelli raccolti nella tavola 
di Mendeleev erano solo alcuni della serie, trovati sperimentalmente. Nulla 
per impediva di ritenere che altri potessero essere ritrovati, poich il 
protilo originario conteneva in potenza tutti i possibili pesi atomici. 
Dunque mentre per Mendeleev il peso atomico era una caratteristica indivi-
duale ed irriducibile di ogni elemento, una misura delle loro specifiche 
propriet e causa di queste; per Lockyer e Crookes, al contrario, esso rap-
presentava solo una misura delle condizioni di raffreddamento della materia 
che avevano prevalso al momento della nascita dei singoli elementi.
Naturalmente Mendeleev non era affatto d'accordo con queste ipotesi e le
contrast duramente fino alla fine della sua vita, accusandole di introdurre
nella chimica una sorta di metafisica dell'universale (la materia prima) 
dove ogni particolarit, individualit e molteplicit degli oggetti elemen-
tari costitutivi del mondo materiale della chimica venivano annullate. Per 
lo scienziato russo lo scopo della teoria chimica era, al contrario, quello 
di realizzare delle forme di coerenza fra universalit (il sistema periodico 
o le leggi generali della natura) e individualit (gli atomi distinti degli
elementi distinti). La coerenza fra unit e molteplicit, nella quale egli 
vedeva la caratteristica principale della scienza alla quale aveva apportato 
cos significativi contributi, era testimoniata per lui dal suo sistema 
periodico.
Alla fine dell'Ottocento la tavola di Mendeleev si arricch di nuovi ospiti:
i gas nobili, cio elementi che esistevano allo stato gassoso e chimicamente
inerti, cio che non reagivano con altre sostanze per dare composti (di qui
l'aggettivo nobili). Ancora una volta sar la spettroscopia ad avere un 
ruolo decisivo nella loro identificazione. Infatti fu mediante questa tecni-
ca che essi furono individuati, poich esistevano in tracce insensibili a 
ogni altro metodo fisico e chimico (ed erano tanto pi insensibili poich 
non possedevano nessuna attivit chimica). Un membro di questa strana fa-
miglia di sostanze, l'elio, era stato scoperto da Janssen e Lockyer nella 
cromosfera solare. Il fisico John William Strutt (Lord Rayleigh) studiando 
la densit dei differenti gas trov che il peso dell'azoto ricavato dai suoi 
composti era diverso da quello dell'azoto atmosferico. Per spiegare questa 
anomalia, egli, insieme al chimico William Ramsay, cerc di determinare 
esattamente la composizione dell'aria atmosferica, arrivando alla conclusio-
ne che in essa vi fosse un elemento gassoso ancora sconosciuto. Questo, in 
effetti, venne isolato nel 1894 e chiamato argo. Nel 1895, Strutt e Ramsay 
trovarono che il gas che si liberava dalla cleveite (un minerale dell'uranio), 
era lo stesso elio che era stato trovato nel Sole da Janssen e Lockyer.
Con questa scoperta essi riconfermavano l'idea di una identit generale 
nella struttura chimica elementare di qualunque oggetto appartenente al 
nostro Universo. Ramsay e i suoi collaboratori cercarono altri gas di questo 
tipo per mezzo della distillazione frazionata dell'aria liquida e nel 1898 
scoprirono altri tre gas nobili: il kripto, il neon e lo xeno. Nel 1900,
infine, fu trovato il radon, che fu identificato come gas nobile solo nel 
1904. I gas nobili vennero inseriti in un gruppo particolare della tavola 
di Mendeleev: il gruppo O.
Nel frattempo un'altra strana famiglia di sostanze semplici veniva
lentamente portata alla luce, anch'essa di difficile inserimento nello 
schema mendeleviano: gli elementi delle cosiddette terre rare, cio di 
minerali scarsamente diffusi in natura, costituiti prevalentemente da ossidi. 
Alcuni di questi elementi erano gi stati scoperti, fra il 1839 e il 1843, 
dallo svedese Carl Gustav Mosander: il cerio, lo scandio, il lantanio, 
l'yttrio, il gadolinio, l'erbio, il terbio.
Gli altri furono scoperti a cavallo del secolo, mediante il frazionamento
chimico degli ossidi delle terre-rare e la successiva analisi spettrale dei 
loro componenti. Vennero individuati cos l'ytterbio (1876), l'olmio (1878), 
il tulio (1879), il samario (1879), lo praseodimio (1885), il neodimio (1885), 
il disprosio (1886), l'europio (1901), il lutezio (1907) (il promezio  
stato invece scoperto nel 1945 per mezzo di una reazione di fissione nu-
cleare). Il mondo materiale dei chimici era diventato sempre pi complicato, 
molteplice e pluralista. Infatti si era passati dai trentatr corpi semplici 
di Lavoisier ai pi di ottanta che apparivano in maniera ordinata nella ta-
vola di Mendeleev agli inizi del Novecento. Naturalmente gli sviluppi nella 
scoperta di sempre nuovi elementi non sono stati di tipo banalmente cumu-
lativo. Questi sviluppi, infatti, sono avvenuti contemporaneamente a grandi 
mutamenti nella struttura teorica della chimica e dei suoi apparati spe-
rimentali. Mutamenti che, come abbiamo visto, non lasciavano illesi n le 
ipotesi sul numero e le propriet degli elementi, n il concetto stesso di 
elemento. Infatti gi Lavoisier aveva eliminato, nel modo che abbiamo esa-
minato, molti dei precedenti corpi elementari; inoltre alcuni di quelli da 
lui ritenuti semplici si erano rivelati dei composti; e alcuni di quelli 
lavoisieriani e post-lavoisieriani scompariranno dal novero degli elementi 
perch non vennero considerati pi delle sostanze chimiche: la luce, il 
calorico, e, pi tardi, il fluido elettrico. Ma il carattere non cumulativo 
della storia degli elementi chimici risiede anche nel fatto che sul loro 
statuto teorico, sulle loro relazioni, sui fondamenti strutturali della 
loro natura e delle loro propriet vi sono stati, come abbiamo visto, no-
tevoli dibattiti vertenti su ipotesi anche molto diverse fra loro.
Negli anni a cavallo del secolo questi dibattiti riprenderanno con nuovo
vigore anche grazie alle scoperte decisive che decretarono definitivamente 
la divisibilit dell'atomo, cio che questo fosse una struttura complessa 
nella costituzione della quale entravano enti pi semplici e identici fra 
loro. Se ogni elemento poteva essere caratterizzato da un atomo distingui-
bile da quelli degli altri elementi, tuttavia esso era il risultato di 
particolari organizzazioni dei componenti primordiali degli atomi stessi. 
Nel 1897 in una celebre memoria sui raggi catodici, J.J. Thomson prov che 
la costituzione intima degli atomi era di natura elettrica, poich essi 
erano costituiti da subunit strutturali caricate elettricamente: quella 
negativa, l'elettrone, era dotata di una carica costante la cui deflessione 
dovuta a un campo magnetico era proporzionale al rapporto fra la sua massa 
e la sua carica; quella positiva, il protone, era uguale a quella di uno 
ione idrogeno, cos come era conosciuto dalla teoria della dissociazione 
elettrolitica di Svante Arrhenius (1887).
L'esistenza nell'atomo di masse caricate positivamente, ma pi pesanti
dell'elettrone, era stata provata dagli studi sui raggi canale di 
E. Goldstein (1886) e confermata da W. Wien (1897).
Nel 1904 Thomson elabor uno dei primi modelli di atomo. Secondo questo 
modello gli elettroni erano disposti all'interno di una sfera caricata 
positivamente. Quando il numero degli elettroni superava un determinato 
valore, essi si disponevano ad anello o formavano una corteccia. Succes-
sivamente (1911-1912) E. Rutherford elabor un altro modello, di tipo 
nucleare, nel quale il fatto che gli atomi fossero neutri era dovuto alla 
completa eguaglianza fra il numero delle cariche positive Z contenute nel 
nucleo dell'atomo e quelle degli elettroni esterni. Rutherford fu anche il 
primo a sostenere che era la carica del nucleo, considerata una costante 
fondamentale, a determinare le propriet chimiche degli elementi, e che la 
massa totale dell'atomo era determinata prevalentemente dal nucleo. Il nu-
cleo era costituito anche da particelle neutre (i neutroni) che insieme ai 
protoni determinavano la massa totale dell'atomo.
Nel frattempo, infatti, grazie ad una serie di lavori di spettroscopia 
ottica e ai raggi X, scoperti da W. C. Roentgen nel 1895, si giunse pro-
gressivamente alla conclusione, sostenuta formalmente da H.G.J. Moseley
negli anni 1913-1914, che non solo le propriet chimiche di un elemento 
erano determinate dal numero atomico Z, ma che questo fosse il vero numero 
d'ordine secondo il quale dovevano essere disposti gli elementi del sistema 
di Mendeleev. La ricorrente periodicit nelle propriet degli elementi 
quindi, non dipendeva pi dal peso atomico, come riteneva il chimico russo, 
ma dal numero dei protoni contenuti nel nucleo, o, che  lo stesso, dal 
numero di elettroni, che ruotavano in maniera planetaria (ma circolare) 
intorno al nucleo atomico e disposti in differenti livelli energetici 
discreti. Questo ulteriore e pi raffinato modello atomico fu elaborato 
dal fisico danese Niels Bohr (1913). L'ipotesi di Moseley si rivel subito 
molto feconda. Essa, infatti, pur confermando il carattere realistico della 
classificazione degli elementi di Mendeleev, ne accentuava il carattere 
discontinuo e aritmetico gi sottolineato dal chimico russo, facendo coinci-
dere la successione degli elementi addirittura con la successione della 
serie dei numeri interi. Inoltre, questa ipotesi era in grado di spiegare 
e risolvere alcune anomalie della classificazione mendeleviana, in parti-
colare le inversioni argo-potassio, cobalto-nichel e tellurio-iodio, nelle 
quali non vi era corrispondenza fra la successione delle propriet chimiche 
e quella del peso atomico: prendendo come parametro ordinatore il numero 
atomico tali inversioni venivano eliminate. Esse erano dovute alla compo-
sizione isotopica degli elementi, cio al fatto che di uno stesso elemento 
potevano esistere atomi di massa diversa, cio con peso atomico diverso 
(la diversit era data dal numero di neutroni) ma con lo stesso numero 
atomico. Il fenomeno dell'isotopia, chiarito e definito da F. Soddy negli
anni 1910-1911, faceva s che non vi fosse pi una corrispondenza diretta 
fra atomo definito dal suo peso atomico ed elemento: nel caso di moltissimi 
elementi potevano esistere atomi con peso atomico diverso, cio con un 
nucleo diversamente strutturato, ma essi erano chimicamente identici perch 
possedevano lo stesso numero atomico, dal quale, come sappiamo, dipendono 
le loro propriet chimiche. Infine il criterio di classificazione di Moseley 
conduceva a conclusioni di grande rilievo, che eliminavano alla radice 
tutta  una serie di ipotesi sul numero e sulla molteplicit degli elementi 
chimici, e cio: 1) fra l'idrogeno e l'uranio esisteva solo un numero 
limitato e definito di elementi; 2) esisteva un limite inferiore alla serie 
naturale degli elementi, dato dall'idrogeno, che possedeva la carica pi 
piccola del nucleo (uguale all'unit); 3) era oramai chiaro che gli elementi 
ancora da scoprire erano quelli mancanti nella serie dei numeri interi da 
1 a 92, cio quelli con Z= 43, 61, 72, 75, 85, 87. Questi elementi furono 
effettivamente scoperti e furono chiamati, rispettivamente, tecnezio, 
promezio, afnio, renio, astato e francio. Molti di questi sono radioattivi, 
e furono isolati, come vedremo,proprio per questa loro propriet.
Dopo la scoperta dei raggi X da parte di Wilhelm Conrad Roentgen nel 1896,
Henri Becquerel scopr, nello stesso anno, che alcuni minerali contenenti 
uranio emettevano questi stessi raggi la cui natura era ancora avvolta nel 
mistero. Maria Sklodowska Curie e Pierre Curie iniziarono subito a lavorare 
su queste nuove e impressionanti emergenze, scoprendo, mediante un disposi-
tivo elettrico ideato dallo stesso Curie per misurare l'intensit delle 
emanazioni radioattive, che non solo anche il torio emetteva radiazioni, 
ma che nel minerale chiamato pecblenda, oltre l'uranio doveva esserci 
un'altra sostanza radioattiva, ancora sconosciuta: era un elemento ignoto 
che i due scienziati chiamarono polonio (1898) in onore della patria di 
Maria Sklodowska. Cinque mesi dopo i coniugi Curie comunicarono la scoperta, 
sempre nella pecblenda, di un nuovo elemento che emetteva dei raggi cinque-
cento volte maggiori di quelli dell'uranio: il radio.
Questo elemento era in grado di emettere tre tipi di radiazioni: i raggi 
alfa, i raggi beta e i raggi gamma. I raggi gamma vennero trovati identici 
ai raggi X, cio erano una radiazione elettromagnetica; i raggi alfa e beta 
consistevano invece in particelle di materia. Il radio quindi non solo 
emetteva spontaneamente energia, ma anche materia, quindi era in grado di 
distruggere lentamente se stesso. In effetti esso si trasformava in elio e 
piombo, cio in elementi pi leggeri. Siccome la stessa cosa avveniva per 
tutte le altre sostanze radioattive, se ne poteva dedurre che in natura si 
realizzasse spontaneamente la trasmutazione degli elementi radioattivi che 
emettendo raggi alfa, beta e gamma, decadevano formando altri elementi.
Quindi i loro nuclei erano strutturalmente instabili, e ci forniva una
spiegazione del perch in natura non venissero trovati elementi con numero
atomico superiore a quello dell'uranio, uguale a 92. Il sistema periodico 
degli elementi, dunque, possedeva un naturale e invalicabile limite supe-
riore. Soddy, che insieme a Rutherford aveva enunciato nel 1902-1903 una 
delle prime teorie del decadimento radioattivo, poteva quindi scrivere che: 
la nuova scena sulla quale si  alzato il sipario del 20esimo secolo e che 
si inizia con la trasformazione degli attributi pi immutabili degli 
elementi riconosciuti in passato dalla scienza fisica, si estende oltre i 
confini di questa scienza e illumina di nuova luce alcune delle concezioni 
pi basilari e solide che in questa o quella forma si erano profondamente 
radicate nelle nostre rappresentazioni dell'Universo.
Il fenomeno della radioattivit, cio la fissione di nuclei pesanti in
nuclei pi leggeri, con liberazione di enormi quantit di energia, di elet-
troni e di nuclei di elio, fu realizzato anche artificialmente. Nel 1934 
Irene Curie e Frederic Joliot riuscirono a produrre per la prima volta 
elementi radioattivi artificiali bombardando il boro, il magnesio e l'al-
luminio con particelle alfa.
La produzione di fenomeni radioattivi artificiali continu, soprattutto 
con le ricerche di Enrico Fermi e dei suoi collaboratori (1934) che li ot-
tennero bombardando i nuclei di uranio (o di altri elementi) con neutroni 
liberi lenti. In questo modo venne aperta la strada per le trasmutazioni 
artificiali di elementi, nel senso del decadimento: nel 1936 Emilio Segr 
e Charles Perier isolarono un isotopo radioattivo dell'elemento 43, che 
chiamarono tecnezio, ottenuto per bombardamento di un campione di molibdeno 
con deutoni. Usando il bombardamento di altri atomi per ottenere elementi 
radioattivi, si scoprirono ben presto i restanti elementi che mancavano nel
sistema periodico: il francio (1939); il promezio (1945); l'astato (1947).
Ma questo metodo fu adoperato anche per la formazione di elementi con numero
atomico superiore a 92. Ma contrariamente alle altre tecniche di ricerca 
degli elementi, che potremmo definire di separazione (anche il decadimento 
radioattivo naturale o artificiale  in fin dei conti una separazione, una 
fissione), in questo caso, invece, ci troviamo di fronte complessivamente 
a nucleosintesi, a una sorta di cattura di particelle, con riarrangiamenti 
nucleari, il risultato finale dei quali  l'ottenimento di elementi (ge-
neralmente molto instabili) con numero atomico superiore a 92.
Nel 1940, in California, Edwin Mattison McMillan e Philip Hauge Abelson
ottennero infatti il primo elemento transuranico, il nettunio, con numero
atomico 93 e massa atomica (neutroni + protoni) 239, mediante il bombar-
damento con neutroni di un nucleo di uranio 238, che prima ha dato luogo 
all'uranio-239, e poi, per emissione di una particella beta, appunt al 
nettunio. Dopo il nettunio si sono ottenuti il plutonio (1940), l'americio 
(1944), il curio (1944), il berkelio (1949), il californio (1950), 
l'einstenio (1952), il fermio (1952), il mendelevio (1955), il nobelio 
(1958), il laurenzio (1961), il rutherfordio o kurchatovio (1964,1969), 
il nielsborio o hahnio (1967, 1970), con numero atomico, rispettivamente, 
da 94 a 105. Dal 1974 al 1987 sono stati trovati, sempre mediante bombar-
damento di nuclei con altri nuclei o particelle pesanti, elementi ancora 
non nominati con numeri atomici da 106 a 110. Ma ormai siamo molto al di 
l della storia della chimica...

5)I composti.
Come abbiamo ripetutamente visto, la chimica si  costituita come scienza
definendo un proprio oggetto generale di studio, i corpi composti, la 
struttura intima dei quali era determinata dalle sostanze componenti, 
sempre pi semplici, fino ai principi di ultima decomposizione o elementi. 
I composti erano quindi il punto di partenza di qualsiasi discorso teorico 
o sperimentale della chimica. Mentre, al contrario, essi erano considerati 
il punto di arrivo del processo naturale di formazione dei corpi naturali. 
Naturalmente definire un corpo come composto significa gi denotarlo in 
una maniera assai precisa, anche se non univoca, poich storicamente  
esistito un modo tipicamente e distintamente chimico di intendere questa 
composizione. In effetti, quasi sempre i chimici tenderanno a distinguere 
le parti componenti di loro pertinenza (i principi o elementi) da quelle 
di altre scienze. Il problema dei componenti del composto lo abbiamo trat-
tato nel capitolo precedente. In questo capitolo tratteremo del numero 
(finito o infinito) e del tipo di composti chimici esistenti in natura o 
producibili artificialmente e, infine, delle forze e delle leggi mediante 
le quali si  ritenuto che i composti si formassero. Alcuni aspetti di 
queste rilevanti questioni sono stati gi trattati nel capitolo sulla chi-
mica organica. Pi in generale  necessario tener conto del fatto che lo 
studio storico sulle teorie chimiche (e metachimiche) sui composti e quello 
sugli elementi non possono essere separati, poich la chimica ha continua-
mente ridefinito la natura, il numero e la struttura ultima degli elementi, 
in stretta relazione sulle ipotesi generali e particolari sui composti
e viceversa.
Agli occhi dei chimici, il mondo naturale  apparso sempre, innanzitutto,
come una immensa raccolta di corpi composti. Talmente immensa che nei secoli 
17esimo e 18esimo i composti erano ritenuti in numero infinito, poich si 
pensava che la natura si manifestasse nelle sue produzioni con grande ma-
gnificenza e generosit. Questa immagine della natura costituiva un luogo 
comune molto diffuso nella cultura scientifica seicentesca e settecentesca. 
Spesso essa era sostenuta per finalit apologetiche, poich la grandezza 
delle operazioni e dei prodotti della natura era considerata una testi-
monianza della grandezza del suo creatore. Ma anche in altri contesti 
culturali questa idea sussister in maniera molto pervasiva. Fontenelle, 
ad esempio, nei suoi Entretiens sur la pluralit des mondes (1686), so-
steneva che la natura, odiando le ripetizioni, produceva infiniti oggetti 
secondo infinite e diverse modalit. Denis Diderot nel De l'interprtation 
de la nature (1753) affermava che i fenomeni sono infiniti e che la natura 
sembrava essersi compiaciuta a variare uno stesso meccanismo in un'infinit 
di modi diversi, poich non abbandonava un genere di produzioni, se non 
dopo averne moltiplicato gli individui sotto tutti gli aspetti possibili 
dando luogo a infiniti corpi minerali o viventi.
Diderot, inoltre, riteneva che per produrre i differenti corpi, la natura 
agisse nel suo complesso in maniera istantanea, mentre alla limitata cono-
scenza umana essa sembrava impiegare molto tempo. La tematica della istan-
taneit dell'agire naturale era anche tipicamente chimica. Per Stahl, 
infatti, la mistione chimica avveniva in un istante.
Questa idea era anche condivisa dal suo seguace Gabriel Francois Venel ed
esposta all'articolo Chymie dell'Encyclopdie (1753) dove egli era stato
chiamato a collaborare per la maggior parte degli articoli di chimica 
proprio da Diderot. Del resto anche il grande filosofo illuminista era un 
seguace delle teorie di Stahl come  testimoniato da una sua Introduction 
 la chymie rimasta manoscritta.
La natura, dunque, considerata nella sua totalit, non era affatto semplice,
anche nei suoi principi elementari costitutivi. Di questo avviso era ancora
Venel che all'articolo Principes dell'Encyclopdie scriveva che, sebbene 
l'idea della semplicit della natura fosse stata autorevolmente sostenuta 
e fosse carica di storia, tuttavia essa non ne consentiva la comprensione 
pi profonda, poich la natura si rivelava talmente sovrabbondante nelle 
sue produzioni che l'ammissione di una pluralit di principi significava 
adeguare la scienza a questa nuova concezione: La magnificenza della natura 
che questa opinione suppone vale bene la vile semplicit che pu far in-
clinare verso il sentimento opposto. E, forse riecheggiando le opinioni di 
Fontenelle, Venel aggiungeva: Io trovo anche molto probabile che i corpi 
composti degli altri mondi, ed anche degli altri pianeti di questo qui, 
abbiano non solamente delle forme diverse, ma anche che siano composti di 
elementi diversi; che, per esempio, nella Luna non si abbia n terra argil-
losa, n terra vetrificabile, n forse alcuna materia dotata delle propriet 
molto comuni delle nostre terre; che invece di queste si abbia un elemento 
che si pu chiamare, se lo si vuole, luna, eccetera. Solo il fuoco mi 
sembrerebbe essere verosimilmente un elemento universale.
Come sappiamo si dovette arrivare agli studi di spettroscopia della seconda 
met del 19esimo secolo per dare una risposta a questa ipotesi metafisica 
di Venel. La risposta, per, contraddiceva la posizione del chimico enci-
clopedista, poich si trov che gli elementi chimici terrestri erano 
universali. Ma le citazioni su questi argomenti potrebbero essere talmente 
numerose da far pensare verosimilmente che nei secoli 17esimo e 18esimo si 
fosse instaurato un vero e proprio stile letterario che potremmo definire 
della magnificenza della natura, infinitista, oppure addirittura una sorta 
di retorica dell'infinito, anche se spesso il termine infinito era adoperato 
al posto di grande o di grandissimo. In effetti tale secondo uso rimarr 
molto in voga all'interno dello stile o della retorica appena menzionati, 
anche se insieme a questo vi era anche una intenzione teorica pi legata 
allo sfondo metafisico al quale ho fatto prima riferimento.
Ad esempio, nel Trait de la chimie (1663) di Cristophle Glaser,  ripe-
tutamente presente l'idea di una infinit quantitativa e qualitativa 
(diversit) dei corpi naturali. Cos come  presente una tendenza, che si 
ritrover anche in gran parte dei chimici successivi, a dilatare in forma 
metaforica i limiti del proprio metodo, dando un contributo non irrilevante 
a quella retorica dell'infinito alla quale prima ho fatto cenno; anche se 
sia Glaser, che i chimici successivi avranno ben presenti i limiti della 
sperimentazione e pi in generale della conoscenza umana, nonch il carat-
tere faticoso, lento, parziale e complesso della interrogazione artificiale 
della natura.
Anche Becher sosteneva nella Physica subterranea (1669) che i gradi della
combinazione dei corpi erano in numero infinito e che per questo nessun 
mortale poteva riprodurli o poteva osservarli in natura. Per orientarsi in 
questo vero e proprio inestricabile labirinto di processi era dunque ne-
cessario tentare di dar loro un ordine, mediante un approccio di tipo 
razionale, metodico, classificatorio, coniugando sapientemente la teoria 
con l'esperimento. Per Homberg, ogni corpo composto doveva essere conside-
rato il risultato di una unione di pi principi elementari. Il modo e la 
quantit in cui questi si disponevano in quella unione non dava luogo a 
una serie discreta e discontinua di sostanze, ma, al contrario, a un con-
tinuum materiale costituito dalle infinite loro possibili combinazioni. 
Infatti, a proposito dello zolfo principio, egli scriver in uno dei suoi 
Essays de chimie (1706) che la combinazione di questo principio con le 
sostanze vegetali, animali e bituminose pu essere variata all'infinito; 
poich la sostanza di un corpo composto consiste esclusivamente nell'as-
semblaggio delle materie di cui  composto, e se si cambia questo assem-
blaggio, o raggruppandone le parti in altro modo o aumentando qualcuna di 
queste parti, la cui combinazione  infinita,  costante che il cambiamento 
della sostanza di questi corpi potr essere anch'esso infinito.
Homberg riteneva, quindi, che le innumerevoli circostanze concrete, all'in-
terno delle quali avvenivano le reazioni chimiche, potevano dar luogo a 
una serie continua e infinita di composti diversi.
Questa concezione di un mondo chimicamente pieno era inserita in un contesto
filosofico (largamente di tipo cartesiano) di notevole interesse. Per questo
chimico, infatti, la pluralit dei mondi, la infinit delle sostanze, e il
divario enorme fra l'Universo conosciuto e quello conoscibile, erano una
testimonianza della infinita potenza del creatore. Tuttavia, le pur limitate
conoscenze prodotte dalla chimica riguardo alla struttura della materia e 
alle modalit della combinazione e delle propriet dei suoi principi co-
stituenti, erano delle verit di ultima istanza dalle quali la stessa on-
nipotenza divina non poteva arbitrariamente discostarsi: anzi questa on-
nipotenza si manifestava proprio nella produzione infinitamente varia e 
numerosa dei corpi composti a partire proprio dagli stessi semplici e li-
mitati principi. L'infinit dell'Universo creato, comunque, era ben poca 
cosa rispetto al numero degli Universi possibili, anch'essi, presumibilmente 
in numero infinito. Cos come poca cosa erano i composti trovati in natura, 
nei confronti di tutti i composti possibili.
Una delle conseguenze notevoli di questa concezione continua del mondo 
materiale era l'esistenza, anche nella chimica, di quelli che lo storico 
delle idee Arthur Lovejoy ha definito come principio di gradazione e prin-
cipio di continuit: secondo il primo doveva esistere in natura una scala 
di esseri ordinata per gradi successivi di perfezione, nel gradino inferiore 
della quale era contenuto potenzialmente il grado superiore; per il secondo 
se fra due specie naturali era possibile teoricamente un tipo intermedio, 
esso era sicuramente realizzato, altrimenti sarebbe venuta meno la pienezza 
del mondo naturale. Questi due principi erano presenti implicitamente nel 
pensiero di Homberg come conseguenza del carattere infinito del numero dei 
composti attualmente esistenti in natura o pensabili come possibili. 
Infatti la formazione dei metalli a partire dai principi del mercurio e 
dello zolfo, o materia della luce, avveniva con continuit e gradatamente 
secondo una logica finalistica guidata dal concetto di perfezione, come 
abbiamo gi visto nel capitolo sulle origini della chimica.
Gran parte di questi temi erano presenti, in maniera rilevante e diffusa, 
nel pi volte citato Dictionnaire de chymie (1766) di Macquer. 
In quest'opera gli argomenti della infinit dei corpi naturali della 
infinit delle proporzioni nelle quali essi si combinavano fra loro e 
quello della infinit dei mezzi artificiali di laboratorio, necessari per 
studiarli e o realizzarli, saranno dei veri e propri luoghi comuni. Per 
Macquer, ad esempio, la rarit dell'elemento terroso, uno dei costituenti 
elementari di tutti i corpi, poteva essere spiegata dal fatto che la su-
perficie del nostro globo era stata, sin dall'inizio dei tempi, cio sin 
dalla sua origine, esposta all'azione continua, ininterrotta e incessante 
degli altri elementi. Quest'azione aveva disunito lentamente le parti
integranti della terra elementare, e combinandole in una infinit di 
maniere,  e in una infinit di proporzioni differenti con le parti degli 
altri elementi, aveva formato il numero innumerabile dei diversi corpi 
composti presenti nella superficie del globo terrestre.
Nel caso della formazione delle leghe metalliche, questo chimico scriver 
che dalla mescolanza dei differenti metalli poteva risultare una infinit 
di combinazioni differenti a seconda della natura, del numero e delle 
proporzioni dei metalli suscettibili di mescolarsi tra loro. E, a proposito 
delle precipitazioni, che la propriet sorprendente che possedevano certe 
sostanze di separarsi da altre con le quali erano strettamente unite, era 
la causa veramente efficiente di una infinit di decomposizioni chimiche. 
E le citazioni potrebbero continuare a lungo.
Anche se in Macquer l'uso dei termini infinito ed infinit non era
particolarmente rigoroso, poich in alcuni luoghi del suo dizionario essi
venivano adoperati evidentemente al posto di un numero molto grande o di
grandissimo, tuttavia questo chimico riteneva che in natura esistesse 
realmente un numero infinito di corpi, e che avvenisse un numero infinito 
di processi di tipo chimico.
Ma solo un numero limitato di questi erano conoscibili tramite l'esperienza
artificiale di laboratorio. Fra le operazioni dell'arte e quelle della 
natura vi era dunque sempre uno scarto, esattamente quello fra finito, per 
quanto grande possa essere concepito, ed infinito.
Questo scarto era alla base della idea stessa della possibilit di un pro-
gresso illimitato della conoscenza umana, soprattutto di quella scientifica 
e sperimentale. Questa, infatti, non poteva avere limiti se non di tipo
sincronico, poich diacronicamente la infinit degli oggetti naturali 
faceva s che la conoscenza scientifica del mondo potesse essere continua-
mente accresciuta, anche se mai perfettamente compiuta. La conoscenza umana 
si svolgeva cio nel tempo.
In un mondo chiuso, in cui gli enti naturali conoscibili potevano essere
considerati in numero finito, il procedere della conoscenza non poteva
nemmeno essere pensato come un processo senza fine.
Questa tensione fra quelli che potremmo definire, in maniera paradossale, i
limiti illimitati dell'arte e la infinit attuale della natura, sar 
fortemente presente nell'opera di Macquer. Essa assumer una configurazione 
tipicamente chimica, che in parte abbiamo gi visto negli autori precedenti. 
Mi riferisco al fatto che per Macquer in natura tutte le sostanze, senza 
esclusione, potevano combinarsi tra loro in un numero infinito di propor-
zioni. Nel sostenere questa posizione, per, egli rovesciava il ragionamento 
di Homberg, per il quale, come abbiamo visto, tutti i possibili (in numero 
infinito) erano potenzialmente reali: Macquer sosteneva invece che in natura 
non esistevano combinazioni impossibili; l'impossibilit, relativa, semmai 
apparteneva all'arte. Questa concezione rinvia, come vedremo, alla teoria 
della materia di Macquer, per il quale l'affinit o attrazione di combina-
zione, cio chimica, era una propriet essenziale della materia che si 
modificava diversamente secondo le diverse circostanze. La componibilit 
reciproca di tutti i corpi fra loro, e la produzione di un numero infinito 
di sostanze composte diverse, erano dovute al gioco complesso, e anch'esso 
infinitamente variabile, fra questa propriet, posseduta da ogni corpo 
anche nelle sue parti minime, e le circostanze concrete nelle quali essa 
poteva agire. Ogni corpo, quindi, aveva una qualche forma di affinit per 
tutti gli altri. Se una combinazione non si realizzava ci era dovuto a un 
difetto dell'arte, piuttosto che ad una impossibilit ontologica.
Difetto peraltro relativo, poich nulla poteva escludere che il progresso 
della conoscenza rendesse attuale ci che potenzialmente era possibile.
Come  evidente, in queste teorizzazioni gioca un ruolo fondamentale la 
tematica delle circostanze, poich, come abbiamo visto, era proprio la 
variet delle circostanze, naturali o artificiali, a determinare la variet 
dei risultati (i composti) dei processi chimici.
Le circostanze naturali erano infinitarnente variabili e quindi davano luogo 
a un numero infinito di processi e a infiniti composti; quelle artificiali,
al contrario, erano necessariamente in numero limitato e davano luogo a un 
numero altrettanto limitato di risultati.
Nel caso delle cristallizzazioni, ad esempio, per Macquer era stato un bene
determinare l'autentica forma di tutti i sali suscettibili di cristallizza-
zione, e di averli fatti cristallizzare effettivamente per scoprirla, anche 
se tutti gli esperti sapevano che un solo e medesimo sale, bench tenda 
costantemente alla medesima forma, tuttavia  capace di mascherarsi in 
mille maniere e di prendere una infinit di forme tutte differenti, secondo 
le circostanze che possono concorrere alla sua cristallizzazione. Infatti, 
le varie circostanze nelle quali era possibile far avvenire il processo di 
cristallizzazione, per Macquer dovevano essere considerate come cause che 
potendo agire successivamente o combinarsi insieme in una infinit di ma-
niere, apportano delle variet innumerevoli alla cristallizzazione. Come 
si pu facilmente dedurre da quanto detto sopra, in questa chimica non vi 
era una differenza sostanziale fra i fenomeni della dissoluzione, della 
mescolanza dei metalli per la formazione delle leghe e le combinazioni vere 
e proprie. Anzi la dissoluzione rappresentava una sorta di modello generale 
di ogni reazione chimica: La dissoluzione non  altra cosa che l'atto 
stesso  della combinazione, scriver Macquer alla voce del Dictionnaire 
dedicata a questo fenomeno.
I principi di gradazione e di continuit saranno presenti anche nella
elaborazione di Macquer soprattutto in quella legge fondamentale molto 
generale delle combinazioni chimiche, secondo la quale tutti i composti 
possedevano propriet che partecipavano di quelle dei principi componenti. 
Fra i principi e i composti di varia e pi complessa composizione si sta-
biliva, cio, una sorta di continuum qualitativo; una sorta di scala inin-
terrotta delle qualit. Solo fra i principi elementari, in quanto portatori 
di qualit assolute della materia, vi era una discontinuit notevole. 
Questa legge generale qualitativa della composizione chimica serviva a 
prevedere, a partire dalle qualit sensibili esibite dal corpo e ancor 
prima di fare l'analisi concreta, il tipo di componenti in esso presenti. 
Alla fine del Settecento, questa legge verr sostituita da un'altra, ancora 
qualitativa, secondo la quale le propriet dei composti erano fortemente 
eterogenee rispetto a quelle dei componenti. Cio nel passaggio dai principi 
componenti ai corpi composti si pensava avvenisse una notevole discontinuit 
di tipo qualitativo, come abbiamo gi visto nel caso dell'acqua.
L'idea ontologicamente forte, o anche metaforica, dell'esistenza in natura
di un continuum di sostanze composte in numero infinito, definiva, per con-
trasto, lo statuto dei composti empiricamente trovati mediante la ricerca 
chimica: ogni composto era s il risultato di una combinazione che avveniva 
secondo proporzioni definite degli elementi, secondo gradi maggiori di com-
plessit, ma questi gradi e queste proporzioni erano variabili a seconda 
delle circostanze sperimentali. Inoltre, come abbiamo visto, il numero dei 
composti possibili era infinito o perlomeno illimitato. Anche i composti 
ricavati per via sperimentale, quindi, dovevano essere considerati dei 
prodotti relativi alle capacit di indagine della chimica. Ogni loro clas-
sificazione era quindi artificiale e limitata.
Le prime classificazioni dei composti erano semplicemente dei raggruppamenti 
per famiglie di sostanze dotate di propriet chimiche tipiche e distintive: 
sali, acidi, alcali, metalli, semi-metalli e cos via, magari con la spe-
cificazione a quale dei tre regni della natura appartenessero. Una delle 
prime classificazioni ideali fu elaborata da Becher ed esposta nella sua 
Physica subterranea. Questa classificazione era rappresentata da una scala 
di composizione crescente in complessit ed eterogeneit, in analogia con 
la struttura del linguaggio (lettera-sillaba-parola-frase). Questa scala 
prevedeva, a partire dagli elementi, i misti, i composti, i decomposti, i 
surcomposti e i surdecomposti, successivamente definiti dai chimici stahlia-
ni composti del primo, secondo, terzo, ..., ordine a seconda del numero 
degli elementi coinvolti. Ma in realt i nomi dei composti spesso non af-
fermavano nulla sulla loro struttura, ed eventualmente su che tipo e che 
grado di composizione essi rappresentassero. Ci avverr in parte con la 
riforma linguistica e classificatoria di Lavoisier del 1787 e del 1789. 
Grazie a quest'ultima i composti venivano definiti in relazione alla loro 
reattivit col calorico e con l'ossigeno. Nel primo caso essi erano dei gas. 
Nel secondo degli acidi, oppure degli ossidi a seconda del radicale che 
reagiva con l'ossigeno. Per Lavoisier i nomi delle sostanze chimiche dove-
vano gi di per s fornire una serie finita di informazioni essenziali per 
la loro identificazione. Mentre per quelle semplici, come abbiamo visto, i 
nomi (spesso tratti dal greco) dovevano descrivere solo alcune propriet 
pi generali e distintive, per quelle composte, attraverso una classifica-
zione binomiale di tipo linneiano in classi (o generi) e specie, essi
dovevano indicare a quale classe generale le sostanze appartenevano e di 
quali componenti erano costituite ed in che proporzioni. Ci veniva 
realizzato mediante l'uso di appropriati prefissi e suffissi (oso, ico, 
ito, ato, eccetera).
In questo modo veniva concretizzata l'ispirazione teorica di fondo
dell'impostazione lavoisieriana, derivata dalle posizioni di logica e di
linguistica dell'abate Etienne Bonnot de Condillac, secondo le quali il 
nome, deve far nascere l'idea; l'idea deve descrivere il fatto. Il linguag-
gio, cio, era uno strumento analitico che doveva rispecchiare la struttura 
analitica dei corpi naturali rivelata dalla chimica. La tensione fra nomen-
clatura banale, secondo nomi propri, e nomenclatura organizzata secondo 
un linguaggio di tipo analitico, sar presente in tutta la storia della 
chimica, con una costante attivit tesa a riformulare, in maniera sempre 
pi rigorosa, i termini usati, affinch la comunicazione fra chimici potesse 
(e possa) avvenire in maniera non equivoca.
Ma al linguaggio che utilizzava parole semplici o frasi per indicare una
determinata sostanza, presto se ne aggiunger uno di tipo diverso e pi
efficace, cio di tipo simbolico. I primi sistemi di simboli, utilizzati
soprattutto nelle tavole delle affinit a partire dai primi decenni del 
18esimo secolo, e delle quali tratter pi avanti, erano di tipo gerogli-
fico: i simboli, cio, rappresentavano in maniera pittografica tutte le 
sostanze semplici o composte con un unico segno. 
A partire dal 1813 Berzelius introdusse un nuovo sistema simbolico nel 
quale ogni elemento era definito da una o pi lettere dell'alfabeto, tratte 
per lo pi dalle iniziali del nome latino dell'elemento (se esisteva): per 
esempio, Cu da cuprum per il rame; Sn da stannum per lo
stagno; St da stibium per l'antimonio, eccetera. Ogni composto, quindi, 
poteva essere descritto mediante una data combinazione di lettere con l'ag-
giunta di numeri per indicare la quantit di un determinato elemento che 
partecipava alla sua costituzione. Anche il linguaggio simbolico evolver 
storicamente, a seconda degli sviluppi della chimica. La sua introduzione 
condurr ad una importante razionalizzazione nel lavoro dei chimici e nelle 
forme della loro comunicazione.
Il processo di traduzione simbolica consente, infatti, di abbreviare i tempi
della ricerca, della scoperta e della comunicazione. La funzione simbolica, 
in chimica, rappresenta anche una particolare procedura sintetica di tipo
mnemonico, una mnemotecnica, che serve a facilitare la crescita della cono-
scenza in tempi brevi.  un modo abbreviato di operare all'interno di una 
determinata pratica sociale. Il simbolo chimico  dunque un modo abbreviato 
per dire qualcosa (e non tutto) per poter fare pi agilmente, speditamente,
qualcos'altro. Ma il simbolo chimico, rispetto al concetto o alla espre-
sione linguistica, ha un vantaggio ulteriore, cio quello di essere anche 
una rappresentazione, una forma, che ha la capacit di rivelare una strut-
tura esistente che  costituita da un sistema di relazioni fra gli elementi 
del simbolo. In ci il simbolo chimico si distingue sia dalle espressioni
linguistiche, sia dai concetti. Non che questi ultimi non siano dotati 
anch'essi di una struttura, solo che quella simbolica  fondamentalmente 
visiva. In chimica, per dirla con Rudolf Arnheim, percepire visivamente  
un pensare visivamente. Le differenti strutture simboliche della chimica, 
dalle pi semplici alle pi complesse, veicolano una quantit di informa-
zione maggiore rispetto ai concetti ed in maniera pi sintetica, e sono in 
grado di racchiudere in uno spazio minimo il massimo di informazione. E ci 
contribuisce ancora di pi a quella possibilit pragmatica di manipolazione 
mentale e pratica degli oggetti chimici che produce poi quella accelerazione 
del tempo della scoperta.
Come abbiamo visto le prime leggi generali della formazione dei composti
erano di tipo qualitativo. Esse erano legate ad alcune valutazioni spe-
rimentali fondate su una particolare idea della combinazione chimica. Altre 
leggi, ancora di tipo qualitativo, deriveranno dalla constatata capacit 
delle sostanze di reagire tra loro in maniera assai differenziata, o anche 
di non reagire affatto. In particolare in quel capitolo della chimica che 
comprende gli studi sull'affinit.
Gi il filosofo Francesco Bacone scriveva nella Silva silvarum (1626) che 
ogni corpo possedeva una percezione poich quando un corpo si avvicina o 
si pone in rapporto ad un altro, si ha una specie di elezione che accoglie 
ci che  confacente ed esclude o espelle ci che  importuno. Ma l'idea 
che i corpi avessero una disposizione intrinseca, una tendenza interna a 
unirsi l'uno con l'altro in maniera specifica, non solo era diffusissima 
nella chimica del Seicento, ma da questa passer anche in quello successivo, 
all'interno di una interpretazione particolare del fenomeno, soprattutto 
in quella di Becher e di Stahl. Per questi due chimici, infatti, le sostanze 
reagivano tra loro in maniera differenziata a seconda del grado di analogia 
o di affinit tra i principi costituenti, cio secondo il grado di simili-
tudine delle loro propriet interne e la loro maggiore o minore compene-
trazione. Questo sfondo teorico era alla base della prima ricerca sistema-
tica sulle affinit chimiche che Etienne Francois Geoffroy pubblic nel 1718. 
In essa si sosteneva che in chimica si osservavano alcuni rapporti costanti
tra corpi differenti che facevano s che si unissero fra loro con maggiore 
o minore facilit. Secondo Geoffroy, questi rapporti avevano i loro gradi 
e le loro leggi. E aggiungeva: Per ci che riguarda le leggi di questi 
rapporti ho osservato che tra le sostanze che avevano questa disposizione 
ad unirsi insieme, trovandosene unite due, alcune di quelle che vi si av-
vicinavano e che vi si mescolavano si congiungevano ad una di esse e face-
vano lasciare la presa all'altra; alcune altre poi non si congiungevano 
n all'una n all'altra e non le distaccavano.
A queste considerazioni, che oggi possono sembrare banali, egli faceva 
seguire una serie di protocolli sperimentali molto dettagliati e una tavola 
sinottica di tutte le reazioni chimiche alle quali partecipavano le sostanze 
semplici e composte allora conosciute, secondo i diversi gradi della loro 
reattivit reciproca. In questa tavola, che servir di modello per le mol-
tissime successive, veniva fatto uso di simboli geroglifici per denotare 
sinteticamente le differenti sostanze.
In seguito, il successo della fisica newtoniana condusse i chimici a porsi 
il problema se l'affinit chimica non dipendesse dalla stessa forza di 
attrazione che agiva nei corpi terrestri sensibili o fra i pianeti del 
Sistema solare. La risposta sar in gran parte positiva anche se l'attra-
zione chimica verr interpretata in maniera assai eterodossa rispetto alle 
idee originarie di Newton su quella gravitazionale: innanzitutto quella 
chimica verr considerata una propriet essenziale della materia, responsa-
bile della sua intrinseca attivit; secondariamente, verr interpretata 
come una forza che non agiva a distanza come quella newtoniana, ma per 
contatto; infine l'affinit era solo di tipo attrattivo, cio in chimica 
non venivano prese in considerazione forze di tipo repulsivo, sostenute da 
Newton, poich i fenomeni chimici repulsivi venivano spiegati con la 
combinazione delle sostanze con un corpo materiale, ma imponderabile, es-
senzialmente fluido, cio in grado di trasmettere a tutti i corpi la 
propria intrinseca capacit espansiva ed elastica. Ma l'accettazione della 
spiegazione di tipo newtoniano, sebbene con i connotati appena visti, aprir 
nella chimica una serie di problemi di enorme rilievo e di impossibile 
soluzione. Essa implicava, infatti, per un verso la possibilit teorica, 
o, meglio, la speranza, di uno sviluppo razionale della chimica analogo
a quello della meccanica; d'altro verso la necessit di una costante
ridefinizione del proprio oggetto, onde evitare una eccessiva riduzione di
questa scienza alla fisica; riduzione peraltro impossibile poich essa 
avrebbe comportato il calcolo delle forze di interazione microscopica delle 
particelle di cui si riteneva fossero costituite le sostanze reagenti.
Ma queste particelle sfuggivano, allora, a ogni possibilit di valutazione,
diretta o indiretta che fosse. Ma la difficolt maggiore nell'applicazione 
della meccanica newtoniana proveniva dal fatto che mentre l'attrazione 
fisica avveniva fra masse astratte, cio in maniera indipendente dalle loro 
specifiche propriet; l'affinit chimica, al contrario, presupponeva invece 
in maniera costitutiva l'eterogeneit qualitativa dei reagenti. Le affinit 
chimiche, per dirla con Tobern Bergmann, erano elettive. Nel Settecento, 
dunque, le leggi generali della combinazione chimica rimasero quasi esclu-
sivamente di tipo qualitativo e, una volta considerato impossibile il cal-
colo delle forze microscopiche fra le particelle delle sostanze, esse ri-
masero comunque di tipo fenomenologico anche quando divennero di tipo 
quantitativo. Nella prima met del Settecento erano state enunciate quattro 
leggi qualitative della affinit chimica: 1) l'affinit di aggregazione, 
che avveniva fra sostanze omogenee, era opposta a quella di composizione 
che avveniva invece fra sostanze eterogenee: la prima era di tipo fisico, 
la seconda di tipo chimico; 2) questi due diversi tipi di affinit erano 
inversamente proporzionali fra loro; 3) ogni corpo aveva pi o meno facilit 
a combinarsi con ogni altro corpo; 4) infine, che tale facilit non dipen-
deva solo dal grado di affinit delle sostanze reagenti ma anche dalla 
forza con la quale le loro particelle aderivano le une con le altre.
Esistevano poi diversi tipi di affinit a seconda del numero dei corpi
coinvolti: 1) semplice, se la reazione avveniva fra due sostanze: A+B = AB; 
2) complicata, se avveniva fra tre sostanze: AB+C = AC+B; 3) reciproca, se 
era del tipo AB+C=AC+B e AC+B=AB+C; 4) doppia se del tipo: AB+CD=AC+BD.
Nel corso del 18esimo secolo vennero ipotizzati altri tipi di affinit e 
altre combinazioni; furono tentati calcoli della capacit di combinazione 
delle sostanze, in particolare da parte di Louis Bernard Guyton de Morveau 
alla voce Affinit dell'Enyclopdie mthodique (1786). Ma in tutti questi 
casi non si andava molto in l da affermazioni molto generiche e approssi-
mate sulla forza delle affinit necessarie a scomporre un composto per 
formarne un altro.
Comunque venissero considerate, le affinit chimiche erano ritenute
generalmente elettive, cio tipiche e costanti per le stesse sostanze rea-
genti. Nel 1784, Bergmann le distinse tuttavia in due tipi: quelle che 
agivano per via secca e quelle che agivano per via umida. Qualunque fossero 
le circostanze prese in considerazione per valutarne gli effetti, fra queste 
non vi era la massa dei reagenti. Non sar cos per Claude Louis Berthollet 
che in due sue opere: le Recherches sur les lois de l'affinit (1799) e 
l'Essai de statique chimique (1803), critic le idee correnti sulle affinit 
allo scopo di dimostrare che queste non agivano come forze assolute, poich 
in tutte le combinazioni e decomposizioni delle sostanze reagenti vi era una 
dipendenza reciproca dalle quantit di queste che partecipavano alle 
reazioni. Le affinit erano influenzate da una nuova variabile, mai consi-
derata prima di allora: la massa chimica, cio qualcosa di analogo a quella 
che successivamente verr chiamata concentrazione. Ogni reazione chimica 
era costituita dunque da un complesso sistema di interazioni fra forze 
contrapposte, fra le quali agiva anche la massa relativa delle sostanze, 
che evolveva attraverso una serie continua di equilibri rotti e poi rista-
biliti, fino ad una situazione finale di saturazione completa delle affinit 
delle sostanze reagenti e di quelle risultanti, nella quale, cio, si rea-
lizzava uno stato di equilibrio di tipo statico. Un corollario delle ipotesi 
di Berthollet sar l'idea di una indefinita e continua componibilit dei 
reagenti fra due punti-limite, uno minimo ed uno massimo. Come abbiamo gi 
visto l'idea di una serie continua e indefinita di composti che si formavano 
secondo tutte le proporzioni possibili era molto presente nella chimica 
settecentesca; quindi da questo punto di vista Berthollet non faceva altro 
che ribadire una tradizione teorica ben consolidata.
Di diverso avviso sar invece Joseph Louis Proust che, rompendo decisamente 
con questa tradizione, era arrivato per via sperimentale a considerazioni
completamente diverse, e per certi versi rivoluzionarie. Infatti, attraverso 
una serie di ricerche condotte dal 1797 al 1809 sulla composizione degli 
ossidi metallici del ferro, del rame, dello stagno e su alcuni solfuri 
metallici (soprattutto del ferro), arriv ad enunciare la legge delle 
proporzioni definite, secondo la quale ogni composto chimico era costituito 
da una proporzione fissa e costante dei componenti, indipendente dalle 
condizioni sperimentali nelle quali esso veniva formato. Per Proust, dunque, 
nelle sue produzioni materiali, la natura era rigorosamente discontinua, 
e agiva secondo regole ponderali precise e immutabili. Lo stesso poteva 
dirsi della sperimentazione artificiale di laboratorio: questa dava luogo 
a composti esattamente identici a quelli naturali poich esattamente iden-
tici erano i rapporti ponderali in atto tra i reagenti.
La magnificenza e la illimitatezza delle produzioni naturali dei corpi 
composti trovavano quindi un limite nelle stesse leggi di natura. L'enfasi 
eccessiva che la chimica settecentesca metteva sul carattere decisivo delle 
circostanze nelle quali avvenivano le varie combinazioni chimiche rischiava 
infatti di far perdere a questa scienza il suo carattere universale (ter-
restre): se erano le circostanze a decidere dei rapporti quantitativi 
mediante i quali avveniva la produzione dei composti, allora ognuno di 
questi poteva essere considerato un prodotto particolare ed eccezionale di 
un insieme di condizioni sperimentali, anche irripetibili. La natura, invece, 
non solo era sempre analoga a se stessa, anche nelle condizioni artificiali 
del laboratorio, ma essa era rigidamente discontinua, poich agiva sempre 
secondo le stesse leggi ponderali universali discrete.
Le ricerche di Proust ebbero un certo successo e nei primi del secolo scorso 
la legge delle proporzioni definite prevalse sulla ipotesi continuista di
Berthollet, anche se le ricerche sui sistemi chimici complessi in equilibrio,
svolte fra il 1900 e il 1914, condussero il russo N.S. Kurnakov a conside-
rare fondate alcune delle idee di Berthollet sul carattere continuo della
composizione di alcune classi di sostanze composte, che possono variare 
la loro composizione entro limiti abbastanza ampi, pur rimanendo omogenee.
Ma la vittoria di Proust oscurer anche quella parte delle teorie del chi-
mico suo antagonista che iniziava a gettare una luce pi profonda sulla 
costituzione degli equilibri chimici in soluzione. Riprese alla met del 
secolo, esse costituirono il punto di partenza per la formulazione della 
legge di azione di massa degli equilibri chimici enunciata nel 1879 dai 
danesi Cato Maximilian Guldberg e Peter Waage.
Dopo la legge di Lavoisier della conservazione della massa e degli elementi
nelle reazioni chimiche, la legge di Proust veniva a porre un altro ben 
preciso vincolo legale alla presunta capacit della natura di variare al-
l'infinito, arbitrariamente e a suo piacimento, le possibili combinazioni 
fra le sostanze elementari per produrre composti. Alla fine del Settecento, 
Jeremias Benjamin Richter enunci un altro principio di conservazione della 
chimica, quello della neutralit dei sali nelle reazioni di doppio scambio: 
se si mescolavano due soluzioni neutre di sali, e si aveva una reazione 
fra questi, i prodotti finali erano anch'essi neutri. Da ci Richter dedusse 
che gli elementi dei reagenti iniziali e dei prodotti finali dovevano 
trovarsi in rapporti determinati per quanto riguardava le loro masse. Ma 
Richter elabor (1792) anche una fondamentale legge della combinazione 
chimica, la legge degli equivalenti, secondo la quale le quantit di alcali 
(o di acidi) che si combinano con qualsiasi acido (o alcale) conservano 
tra loro gli stessi rapporti nelle combinazioni con tutti gli altri acidi 
(o alcali). Agli inizi del secolo scorso, come conseguenza della sua teoria 
atomica, che porter un notevole contributo all'idea del carattere discon-
tinuo, discreto e limitato delle combinazioni chimiche, John Dalton enunci 
la legge delle proporzioni multiple, nella quale si sosteneva che i rapporti 
quantitativi fra gli elementi, che formano diverse combinazioni con un altro 
elemento, sono dati da rapporti fra numeri interi, ovvero che in una serie 
di composti formati dagli stessi elementi A e B, la quantit di A che si 
combina con l'unit di peso di B in un composto  un multiplo semplice della 
quantit di A che si combina con la medesima quantit di B in un altro 
composto. Ma la quantit, la discontinuit e la discretezza raggiungeranno 
oltre la massa i volumi. Infatti dalle sue ricerche sulle combinazioni gas-
sose Joseph Louis Gay Lussac enunci nel 1808 la cosiddetta legge dei volumi: 
una reazione fra sostanze gassose, ad una data temperatura e pressione, ha 
luogo sempre nei rapporti pi semplici di modo che con un volume di una 
sostanza gassosa si combina sempre un volume uguale o doppio o al massimo
triplo di un'altra sostanza gassosa.
Ripercorrendo un tratto della storia della formazione e della natura dei
composti, abbiamo visto come la chimica moderna, inizialmente fortemente
qualitativa, abbia lentamente introdotto metodi quantitativi che hanno dato
luogo alla scoperta di alcune delle leggi pi generali della composizione
chimica. Ma il trionfo nella chimica dell'approccio quantitativo sar di 
tipo particolare, perch esso non annullava affatto il dato distintivo di 
questa scienza, cio quello di essere un sapere legato alla omogeneit, 
alla differenza, alla molteplicit qualitativa degli oggetti semplici o 
composti di cui tratta. Cosicch possiamo ben dire che la qualit  resa
ancora pi visibile ed evidente dai differenti rapporti quantitativi at-
traverso i quali le diverse sostanze reagiscono tra loro: la quantit, cio, 
 un modo di rendere numericamente visibile la irriducibile diversit della 
materia plurale con la quale hanno a che fare i chimici.
Ma tutto il grandissimo insieme di ricerche che ha avuto luogo lungo i tre
secoli della storia dei composti chimici che abbiamo fin qui trattato, 
ricerche sperimentalmente verificate sul campo, nei laboratori di tutto il 
mondo, da intere generazioni di scienziati, ha dato luogo via via a 
un'incessante riconsiderazione sulla reale struttura del mondo naturale; a 
immagini della natura sempre nuove e scientificamente fondate ma compren-
denti anche degli invarianti teorici (perfino metafisici) di grande rilievo. 
Uno di questi riguarda il carattere continuo o discontinuo della composi-
zione chimica, che non sar risolto una volta per tutte, anche se esso si 
 presentato in modo diverso, in epoche diverse dello sviluppo storico della 
chimica; in luoghi problematici che a volte solo metaforicamente sembravano 
evocare temi gi trattati in un passato pi o meno recente.
Proprio a partire dalle leggi quantitative che abbiamo appena esposto si 
apr il grande dibattito su cosa esistesse nel mondo dell'invisibile mate-
riale che faceva s che queste leggi si verificassero con una ricorrente 
ed impressionante precisione e regolarit. La questione fu posta chiaramente 
agli inizi del secolo scorso da Berzelius, dimostrando che l'abbandono 
dell'idea di una natura continua, magnificente e illimitatamente varia, 
apriva pi problemi di quanti ne risolvesse. Una volta rivelati fenomeno-
logicamente i limiti legali della natura e dell'arte, la prima domanda che 
i chimici si posero era da che cosa derivassero questi limiti. Di quali 
ulteriori e pi nascoste leggi essi fossero il risultato.
Anche se fosse stato sufficientemente dimostrato, scriveva infatti Berzelius,
che i corpi... sono formati da atomi indivisibili, da ci non conseguirebbe
affatto che si debba verificare il fenomeno delle proporzioni costanti e
specialmente quelle che si osservano nella natura inorganica. Perch ci 
accada,  indispensabile ancora l'esistenza di leggi che regolino il modo 
di unione degli atomi e ne definiscano i limiti, perch  chiaro che se 
un numero indeterminato di atomi di un elemento potesse combinarsi con un 
numero pure indeterminato di atomi di un altro, esisterebbe un numero il-
limitato di composti formati da questi elementi e la differenza di composi-
zione quantitativa di tali composti non potrebbe, per la sua insignificanza, 
venir messa in evidenza anche dalle esperienze pi raffinate. Ne consegue 
che proprio da queste leggi dipendono le proporzioni chimiche.
Le leggi dalle quali derivava il fatto enorme del carattere individuale e
discreto dei composti chimici saranno dedotte nei secoli 19esimo e 20esimo 
da quel vasto insieme di teorie dette della valenza, dei legami chimici e 
della struttura, che, a partire dagli atomi di Dalton fino a quelli quan-
tomeccanici odierni, arriveranno a definire composto chimico come un ag-
gregato di atomi uguali o distinti, combinati in quantit discrete a seconda 
della capacit reciproca di creare uno o pi legami tra loro spazialmente 
orientati. Saranno queste teorie a confermare ulteriormente il problema 
della composizione nella centralit che esso ha sempre avuto, sin dal 
momento costitutivo di quel sapere autonomo e distinto chiamato, 
misteriosamente, chimica.
FINE.
